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Full text of "La Divina commedia di Dante Alighieri"

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OuuuuuL»XvW. /qM^^ • 



LA DIVINA COxMMEDIA DI DANTE 
ALIGHIERI ¥¥¥¥¥^¥*^ 



LA DIVINA COMMEDIA 
DI DANTE ALIGHIERI 

CON IL COMMENTO DI TOMMASO 
CASINI ^ QUINTA EDIZIONE ACCRE- 
SCIUTA E CORRETTA ^ 

(NUOVA TIRATURA) 




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In Firenze, G. C. Sansoni, Editore - 1907 



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PROPBIBTÀ LETTBRABU 



Firanz* — Tip. G. Cunencohi • figli, Fìazz* Mentana 



ALLE DILETTE FIGLIUOLE 

BICE E MATELDA 

DEDICO t^UESTO COMMENTO DANTESCO 

MIA LIETA FATICA NEQLI ANNI DELLA LORO INFANZIA 

PERCHÉ SIA SEMPRE PER ESSE 

RICORDO CARO DEL PADRE E DOCUMENTO DI VITA VIRTUOSA 

XX ■ETTEMSRE KDCCCXCtL 



T- a 



ti 



I 



PREFAZIONE 



Allorquando, nel 1892, cinque anni dopo la prima ap- 
parizione del mio commento dantesco, io ne procurai una 
nuova edizione riveduta e corretta, che era la terza, pre* 
misi al libro queste parole: 

« 81 presenta per la tersa volta agli ttndiosi di Dante, ai maestri 
e diaoepoli delle scuole italiane il poema sacro, aooompagnato dal 
mio commento; il quale, uscendo dal Manuale di letteraktra UaiUana 
per entrare nella BxbUoteea scolastica di ckusid italiani^ non ha oam* 
biato di intenti né di forma. Esso è rimasto, salvo alcuni pochi ri* 
tocchi, quello che era daj^xima; né già perché dagli studi di questi 
ultimi anni non fossero consigUati qua e là mutamenti ed emenda- 
doni, massime nella illustrazione storica e nella critica del testo, 
ma perché mi parve opportuno di indugiare ancora qualche tempo, 
prima di mettermi a ri£ure tutto il lavoro del commento : indugile, 
doè, sino a quando sieno tolte di mezzo per altre indagini e ossero 
vazioni le difficoltà principali che restano da superare per costituire 
criticamente la lesione del poema, per dichiarare il senso di non pochi 
luoghi controversi, per accertare sui documenti i nomi e 1 £fttti di 
molti personaggi ricordati dal poeta. La Società dantesca italiana, 
fondata nel 1888, per gl'intendimenti suoi e per i criteri ohe ne go* 
vernano l'opera già chiaritasi a più segni feconda e degna, rappre- 
senta l'inizio di un nuovo periodo negli studi sulla vita e sulle opere 
dell'Alighieri; e quando ootesta opera, che saviamente si ò ristretta 
a coordinare con l'uniformità del metodo il lavoro delle forse indi-^ 
vidnali al conseguimento di un fine comune, ai sarà esplicata con 
quella maggiore larghezza che non può essere raggiunta in brevis* 
Simo tempo, sarà opportuno che per mezzo dei commenti destinati alle 
scuole passino nel dominio della comune cultura i resultati più certi 
delle nuove indagini erudite, dottrinali e filologiche sul poema sacro* 
Augurando agli studi danteschi italiani fortuna proporzi<mata all'ar* 



Vìtt ì>ItEPA2lONÉ 



dorè presente, sarò ben lieto se l' incremento di essi mi obbligherà 
presto a rifar per intero il mio lavoro, che non intende se non a 
esporre in modo sommario e fedele la esegesi e la critica moderna 
del poema di Dante. Intanto anche in questa, come nelle precedenti 
impressioni, mi sono ingegnato di £qt tesoro, non por delle osserva- 
zioni di cui in privato mi furono cortesi alcuni benevoli miei, si an- 
che di tutto ciò che mi parve opportuno ritrarre dalle innumerevoli 
pubblicazioni dantesche di questi ultimi anni; ma né per l'una via 
né per l'altra ebbi motivo di modificare sostanzialmente il commento 
primitivo. 

< Venuto ultimo ad Aggiungermi alla numerosa schiera dei com- 
mentatori della Commedia, io non ho avuto ambizione o presunzione 
di fare operai come oggi dicesi, originale : né solo perché lo spigar 
lìante, come qualunque altro autorò, in modo nuovo sarebbe, alPin- 
fuori,d^i luoghi controversi, impresa disperata; ma perché il mio 
intendimento, modestissimo, è stato, quello di sostituire nelle scuole 
nostre i commenti un po' invecchiati del Costa, del Fraticelli, del 
Bianchi e dell' Andreoli con una esposizione che tenesse conto, più 
che quelli non fecero (né potevano perché mancava per gran parte 
la materia), dell'esegesi antaca assommata nei commenti del Lana, 
dell'Ottimo, del Eambaldi, del Buti e del Landino, e degli studi sto- 
rici, filologici e filosofici ohe all'illustrazione del poema sacro dettero 
gli eruditi italiani e stranieri negli ultimi trent'anni. Posti questi 
confini all' opera mia, era naturale, e direi doveroso, oh' io vi deri- 
vassi dàlie fonti antiche e moderne tutto ciò che paresse essenziale 
alla pièna e sicura intelligenza di Dante; senza preoccuparmi di ri- 
oercare e di avvertire chi avesse^ ad esempio, notato per primo in 
un passo dantesco la imitazione di una similitudine virgiliana o la 
rispondenza con una frase biblica o la conformità con una dottrina 
tomistica; senza fermarmi a indagare chi al ricordo di tm personaggio 
o di un £Bitto avesse per la prima volta richiamato le testimonianze 
dei poeti, dei cronisti, degli storici, onde traeva luce l'accenno del- 
l' AlighierL Sarebbe stata pedanteria vana e soverchia fatica, da poi 
che si riconosce universalmente ad ogni commentatore il diritto di 
valersi dell'opera dei suoi predecessori ; i quali è da Credere abbiano 
lavorato, non già per l'ambizione di apparire dottissimi, ma per con- 
tribuire ieilla spiegazione dell' opera commentata ; e di aver evitato co- 
tale pedantesca erudizione mi saranno grati i lettori, senza che se ne 
offendano i critici più rigidL Con questo non voglio dire di aver messo 
insieme il mio commento con le forbici : tutt'altroi Anzi tutto la di- 
chiarazione dei sensi letterali, negli innumerevoli passi di sicura in- 
terpretazione, ho data per lo più in forma nuova, che mi sozko stu- 
diato di rendere breve e perspicua quanto più ho potuto, perché le 



PREFAZIONE ix 



troppe chiacolnere annebbiano, non che illustrinoi PintellìgcoiKa del 
testo; e qxiando mi ò parso più opportuno riferire le spiegazioni di 
altri con le lor proprie parole (il che ho fatto di preferenza coi com- 
mentatori antichi, perché il colorito del loro linguaggio meglio con- 
suona in molti casi con la sentenza dantesca), sono stinto scrupolo- 
sissimo, accennando sempre la provenienza e con le virgolette indi- 
cando i limiti della citazione. Poi, allorché le interpretazioni comuni 
non mi pareTano sodisfacenti, non . sono passato oltre, saltando le 
difficoltà o girandole; ma ho cercato di superarle con interpretazioni 
nuove, alle quali la critica serena e spassionata darà il valore che 
hanno, molto o poco che sia, e delle quali non ho latto pompa met- 
tendone in rilievo la novità, appunto perché è un dovere di coscen- 
zioso commentatore non arrestarsi innanzi ai nodi, ma ingegnarsi a 
dìsgropparli si che il senso apparisca piano ed agevole ai lettori che 
lo eleggano i>er guida. Nei casi poi in cui é ancor troppo dubbia la 
spiegazione, mi sono adoperato a ritessere brevemente, ma esatta- 
mente, la storia delle varie interpretazioni, presentando, senza giu- 
dicarle, quelle che più hanno di probabilità o più importa conoscere 
per farci la strada a intendere in modo ragionevole il passo dantesco. 
Largheggiando nelle citazioni al fine di illustrare nel rispetto sto- 
rico, dottrinale e letterario la parola di Dante, che è imagine del me- 
dioevo tmiversale, ho cercato di assommare nel mio commento il 
meglio delle erudizioni sparse nei commenti precedenti ; ma sono 
infinite le giunte che ho ricavate da fonti svariatissime, come potrà 
aver notato chi abbia avuto voglia e tempo di paragonare il mio la- 
Toro con quelli di altri moderni commentatori della Commedia, 
Di guisa ohe posso affermare di non essermi sempre ristretto all'espo- 
sizione di cose già dette, ma di essermi volto, dove era consentito 
dall'indole del passo, a indagini ulteriori e spesso non infeconde. 

< Lungamente dubbioso fui, sino da quando mi misi a questo la* 
Toro, sulla scelta del testo; pur dopo matura rifessione mi parve 
ehe nello stato presente degli studi danteschi fosse da accegliere, a 
preferenza di ogni altro, quello di Carlo Witte ; la cui edizione ber- 
linese del 1862 fu il prime tentativo veramente metodico e razionale 
per costituire un testo critico del poema. Ho adimque seguito co- 
stantemente la lezione di questa stampa ; salvo che in alcuni pochi 
luoghi, indicati quasi tutti nelle mie note, me ne sono scostato per 
ritornare a quella della vulgata moderna, rappresentata dalla edi- 
Àone che procurarono gli Accademici della Crusca nel 1837, o per 
aecogliere i risultati più certi degli studi recentissimi che sul testo 
della Commedia ha fatti con lode universale Eduardo Moore. Cosi 
credo di avere, anche per ciò che riguarda la lezione del poema, ser- 
bato fede al concetto fondamentale del mio lavoro, che fu dì rappre- 



PREFAZIONE 



sentare 9A lettori lo stato attuale degli studi danteschi; se non che, 
per il fine particolare di questo libro ohe si rivolge specialmente ai 
maestri e discepoli delle scuole secondarie, ho dovuto allontanarmi 
dal Witte nella punteggiatura, riordinandola secondo la pratica più 
comunemente osservata in Italia e cercando che per essa fosse co- 
stantemente agevolata l'intelligenza del poema. 

« Dando queste cure alla OomfMéia di Dante Alighieri, che nelle 
scuole della nuova Italia ò posta come fondamento ali* istituaione 
letteraria e all'educasione morale e civile, non ho avuto di mira se 
non il b«ae della nostra gioventù; e alla gioventù raccomando l'opera 
mia, che, nata nella scuola, mi ò cara come il miglior ricordo degli 
anni spesi nell' insegnamento ». 

Nel 1895, quando l' inoremento degli studi sul poema 
dell'Alighieri promosso specialmente dalla Società dantesca 
italiana aveva già incominciato a mostrarsi fecondo di ma- 
gnifici £rutti, ebbi a curare una nuova ristampa del mio 
commento; alla quale mandai innanzi questo breve avver- 
timento : 

Nulla ho da aggiungere, innanzi a questa quarta edizione, a ciò 
che dissi nella prefìkzione òhe precede, la quale fa scritta quasi tre 
anni or sono per la terza; se non che non mi ò parso ancora giunto 
il momento di € rifare per intero il mio lavoro », il quale risponde 
tuttavia al suo fine principale di « esporre in modo sommario e fe- 
dele la esegesi e la critica moderna del poema di Dante ». Ciò non 
vuol dire che questa nuova impressione sia una materiale ripetizione 
della precedente ; che anzi mi sono studiato di derivare per essa nel 
commento non pochi risultati certi delle più recenti indagini, special- 
mente storiche, intorno al poema di Dante e di emendare inesattezze 
eh' io vidi da me o mi furono additate in privato per istampa da 
benevoli amici: tra i quali ringrazio in particolar modo, anche per 
aver f&tto tesoro dei loro consigli, i professori F. Torraca, G. A. Yen- 
turi, U. Cosmo, P. De Nolhac, autori di pregevoli recensioni del mio 
lavoro. Quanto al testo, una nuova e più accurata revisione mi ha 
permesso di ripulirlo d'alcune mende tipografiche, di ritoccarne qua 
e là l'interpunzione, e in alcun luogo anche di restituirlo alla mi- 
glior lezione, quando mi apparve tale specialmente per gli studi di 
E. Moore, che recentemente ha dato fuori una bella edizione di tutte 
le opere dantesche. Da ultimo non voglio chiudere questo avverti- 
mento senza ringraziare anche i maestri italiani, che al mio com- 
mento fecero e fanno si buona accoglienza da compensarmi di ogni 
fastidio venutomi, a cagion di esso, dalla tristizia degli invidiosL 



PBEFAZIONE XX 



La buona aeoogliensai della quale allora io mi Cinupia- 
oeva, seguitò per tutti gU anxii clie vennero di poi, tanto 
che della quarta edizione del commento si vennero facendo, 
dopo il 1896, parecdiie altre impressioni, clie fiirono ma- 
teriali ripetizioni di quella, salvo qua e là alcuna minima 
emendazione che fu possibile introdurre nelle tavole ste« 
reotìpe. Ma la continuità del £Eivore dato all'opera mia mi 
fece sentir smnpre più il dovere che mi incombeva di ve- 
nirla rinnovando in modo che, non pure gli studiosi, si an- 
che i maestri e i discepoli delle scuole italiane potessero 
trovar rispecchiato in essa il miglior frutto delle indagini 
che frattanto sì facevano intomo al testo della Commedia, 
alla interpretazione generale e particolare di esso, alla cro- 
nologia, alle fonti e alla lingua del poema e alla sua illu- 
strazione storica e dottrinale. Questo lavoro, per me dilet- 
tevole almeno quanto era doveroso, ho compiuto non senza 
difficoltà, p^ l'abbondanza grandissima degH scritti con- 
sacrati nell'ultimo decennio all'opera maggiore dell'Ali- 
ghieri: abbondanza la quale, debbo dirlo francamente, se 
mi ha costretto a larghe e faticose letture e meditazioni, 
non mi ha poi costretto a introdurre sostanziali mutamenti 
nel mio commento, che nelle sue lìnee generali ho potuto 
e dovuto mantenere quale era nella primitiva redazione. 

Oià ho accennato i punti intorno ai quali più larga- 
mente si è svolta in questi ultimi anni l'operosità indaga- 
trice degli studiosi di Dante; e or mi resta da dire sola- 
mente quali sono stati i sussidi più efficaci, di cui con più 
d'utilità mi sono valso per il rifacimento dell'opera mia, 
e insieme entro quali limiti io l'abbia contenuto. Le prime 
cure furono date al testo ; intomo al quale argomento è da 
avvertire che già per le precedenti ristampe avevo messo 
a profitto la larga indagine fatta nei codici del poema da 
E. Moore. ^ Ma l'esame metodico di tutti i manoscritti, ini- 



1 Oonirihutiona io the Uxtual criHeiam of the Divina Commódiaf Cam- 
bridge, Unirenity Presa, 1889. Chi non aresse agio di conanltare qnest^ opera 



xn PREFAZIONE 



ziato sotto gli anspici della Society dantesca italiana e affi- 
dato a mani operose e valenti, dovrà dare assai più sicuri 
elementi per la ricostituzione critica del testo; come già si 
vede da ciò ehe finorie^ è apparso dalla nuova edizione del 
poema procurata, quanto alla lezione, da Giuseppe Yan- 
deUi.^ Io mi sono tenuto fedele al mio concetto primitivo, 
che fa di accordare il testo dei Witte con i risultati degli 
studi posteriori ; e però in questa edizione la lezione si è 
venuta qua e la modificando per accogliere quanto mi pa- 
reva che dalle indagini del Moore e del Yandelli fosse sca- 
turito di più certo e di più dantesco, e, come tale, più me- 
ritevole di passare dal campo ristretto degli eruditi a quello 
più largo della gente cólta. 

Quanto all'interpretazione del poema, poche volte ho 
sentito la necessità di modificare sostanzialmente il mio com- 
mento primitivo: pur ritoccando qua e là le mie chiose per- 
ché riuscissero più precise e più perspicue, il fondo di esse 
è rimasto tale quale era; e i maggiori debiti ho, per ciò che 
mi parve da innovare, verso Francesco d'Ovidio e Francesco 
Torraca, due dei più geniali e profondi interpreti del pen- 
siero e dell' arte dantesca, nei quali la erudizione tutta mo- 
derna di filologia e di storia si congiunge al sentimento fine 
e misurato dell'arte ereditato dal loro grande maestro, Fran- 
cesco De Sanctis. Per la cronologia del poema, o meglio, del- 
l' azione in esso descritta, ha fatto studi di molta impor^ 
tanza un dotto astronomo, Filippo Angelitti ; dei quali mi 
sono valso qua e là, pur dissentendo da lui circa la tesi 



monumentale, può vederne nna particolarefirgiata notizia di H. Barbi nel 
BulUttino della Società dantesca italiana (1* serie), n^ 2-8, pp. 66-99. Come 
derivazione delle Contributiona del Moou poasono essere considerate le dae 
recenti edizioni inglesi del poema, Tnna procurata dal Hoore medesimo 
(Oxford, University Press, 1900, di pp. 658) e l'altra da P. Torirtii (Londra, 
Methnen, 1900, di pp. 564), nelle qaali il testo del Wit^ è ipodltfeato |n 
più centinaia di passi. 

1 La Div. Comm, di D. Alighieri notamente illu8traAa da artiiti ita- 
liani a cura di Y. Aiihìri, voi. I, Inferno ; Firenze, fratelli Alinari, 1902, 
di pp. xTiii-UO con 187 illnstrazioni. 



PREFAZIONE xnx 



fondamentale che riporterebbe il principio di ^nell'azione 
al 25 marzo 1301 ; ^ mentre, dopo uno studio riposato della 
questione, ho adottato u sistema del Moore, per cui il viag- 
gio dantesco si inizia la sera dell' 8 aprile 1300. Le fonti 
del poema sono state oggetto di molte e svariate indagini, 
non sempre coronate da felice fine ; ma quanto di meglio in 
questa materia è stato ricercato io lo debbo, con tutti gli 
studiosi di Dante, a due dottissimi inglesi, il Moore e il 
Toynbee, delle opere de^ quali ho fatto quell' uso discreto 
che i limiti segnati al mio commento mi imponevano. Cosi 
per la illustrazione filologica del poema, oltre che i vec- 
chi ma sempre utili studi del Nannucci, del Blanc e dello 
Zingarelliy mi è riuscito prezioso aiuto l'insigne lavoro di 
E. G. Parodi sopra la rima e i vocaboli in rima della Gom- 
media ; lavoro ove la più rigida dottrina glottologica si ac« 
coppia con un senso estetico finissimo, di cui il Parodi ha 
dato, sempre a proposito del poema dantesco, altri saggi 
notabilissimi. Finalmente per l'illustrazione storica e dot* 
trinale dell'opera di Dante ho tenuto conto di molti e sva* 
nati contributi, che ai lor luoghi il lettore troverà con più 
precisione citati ; ma qui non potrei non ricordare il libro 
geniale ed erudito di Alfredo Bassermann ; il quale messosi 
< sulle orme di Dante > ha percorsa la nostra penisola rac- 
cogliendo con 4evozione e indagando con fortunata e sagace 
erudizione i ricordi e gli echi della parola dantesca si da 
restituirle molte volte quella vera significazione che nel 
corso dei secoli si era venuta alterando o perdendo. 

In tal modo e con tali aiuti credo di avere onestamente 
compiuto il mio dovere d'interprete , e però oflfro agli ita- 
liani il mio commento dantesco come una guida non man- 
chevole e non fallace per l'intelligenza del sacro poema; 
e perché il libro, oltre che al bisogno e al desiderio dei 

1 F. AmiuTTi, 8Ma data del viaggio dantesco, desunta dai dati ero- 
noìogid e eonftnnata dalle osservazioni astronomiche riportate nella Com- 
media, Napoli, tip. dell'Univenità, 1897; u>. Sull'anno della visione dan- 
Useth nuovs coniidcrasioni, ivi, 1898. 



XIV PREFAZIONE 



più, possa anche servire a iniziare gli studiosi nelle inda- 
gini erudite intomo a Dante e all'opera sua, ho voluto cor- 
redarlo di alcune appendici che integrando il commento 
raccogliessero sotto brevità, lo stato attuale degli studi 
danteschi. Ho aggiunto pertanto al poema (in un volumetto 
separato di prossima pubblicazione), oltre il Bimano che 
molti desiderano come lo strumento più facile e pronto alla 
ricerca d'un passo qualsiasi, alcuni indici che registrano 
elementi di capitale importanza per chi si volga a codesti 
studi, come quelli che ordinatamente rappresentano la lin- 
gua del poema (Indice filologico), la storia del tempo (In- 
dice storico) e la fortuna di Dante e delle opere sue (Indice 
bibliografico). 

Se con queste nuove cure l'opera mia sarà riuscita tale 
da meritare ancora il favore onde fu sinora accolta, mi sen- 
tirò ad usura ricompensato delle fatiche duratevi intomo ; 
né lascerò che passino molti anni senza ripresentarla con 
quei miglioramenti che i nuovi studi danteschi fossero per 
consigliarmi. 

V novembre 1902. 



Tommaso Casihi. 



ABBREYUTUBE USATB NEL COMMENTO 



Andr La D. C. col commento di B. Andrioli, Firenze, 1870, 

Ah. fior Comm. alla 2>. C. d'Anonimo fiorentino ad sec. XI F^ 

pnbbl. da P. Fanfkni, Bologna, 1866-74, tre toIL 

Ani. Delle dottrine aetronomiche della 2>. C. per il p< GioT^nnì 

Antonelli, Firenze, 1866; e AnnoUuioni astronomiche deUo 
stesso nel eommento del Tomm. 

Bassermann . . . Sulle orme di Dante di A. Bassermann, trad. di K Gorm, 
Bologna, Zanichelli, 1902. 

BeoT Senevenuti de Bambaldis de Imola Comentum super D. A, 

Oomoediam^ pobbl. da G. F. Lacaita, Firenzei lasT, cin- 
que TOU. 

Biag Commento di G. Biagioli, Parigi, 1818-19 (si clU dalla Dtt?. 

Comm, di D. Al, Firenze, Ciardettì, 1880-8S). 

Bianelii La Comm. di D. A, fior,, notamente riveduta nel trsto e 

dichiarata da R Bianchi, 7» ediz., Firenze, 1868. 

Blanc Vocabolario dantesco di L. G. Blanc., trad. di 0. Carbone, 

Firenze, 1888; e Saggio di una interpretasione filologica 
di parecchi passi oscuri e contropersi della D. C*, l parte, 
Inferno, trad. da 0. Oooioni, Trieste, 1865; U parte, Turg,, 
trad. da C. Vassallo, nel Bropugtmtùre, a. 1877, toI, X. 

Boce Il Com, sopra la Comm. di D. A, di Giovanni BoecacciOt 

Firenze, 1881-82, tre ▼oli. (cioè voli. X-XII delle Opere 
volg, di O. B, corrette su i testi a penna da L Moatler) ; 
e La Vita di Dante scritta da O. Boccaccio, pnbbL da 
F. Macri Leone, Firenze, 1888. 

Borgh Studi sulla D. C, di G. Chililei, Vincensio Borghini ed 

altri, pvbb. da 0. Gigli, Firenze, 1865 (pp. H0^36i), 
Bull. Bullettino della Società dantesca italiana^ l* serie, Fi- 
renze, 1894 e segg. (è citata secondo il n.* dei fascico]! j ; 
t* serie, Firenze, 1896 e segg. (ò citata per yoìumi. In cifre 
romane). 

Boti Comm. di Francesco da Buti sopra la D. 0. di D. A, , 

pnbbl. da C. Giannini, Pisa, 1868-62, tre voli. 
Case Postille d*nn anonimo trecentista pnbbl. col titolo : lì Co- 
dice cassinese della D. C. per la prima volta kiteralmente 
messo a stampa, Monte Cassino, 1866. 



XVI ABBREVIATURE USATE NEL COMMENTO 

Ces BtUesee delia Comm, di D. A., diàloghi di Antonio Ce- 

sari p, d. 0., Verona, 1819. 

Chiose an Chiose anonime alla prima cantica della D. C. di un 

contemporaneo del poeta, pubbl. da F. Selmi, Torino, 1865. 

Costa Commento di P. Costa, Bologrna, 1819 e 1826. 

Dan LaD. Oomm. con Vetposisione di m. B. DaniellOj Vene- 
zia, 1568. 

D' Anc Le antiche rime volgari secondo la lesione del cod. vai. 

3793, pnbbl. da A. D- Ancona e D. Comparetti, Bologna, 
1876-88, 6 voli. 

Dautc Canzoniere, De monarchia, De vulg, eloq,, Epist, Con- 
vivio, sono citate secondo Pedizione delle Opere minori di 
D, A., SL cura di P. Fraticelli, Firenze, 1856-57, tre voli. — 
La Vita Nuova è cit. secondo l'ediz. procurata da T. Ca- 
sini, Firenze, 1885. 

Del Lango. , . , Dino Compagni e la sua Cronica per L Del LungOt Fi- 
renze, 1879-87^ tre voli. 

Del Lungo, Dante .... Dante ite* tempi di Dante, ritratti e studi di I. Del 
Luogo, Bologna, 1888 (si cita come voi. 1); e Dal secolo e 
dal poema di Dante, altri ritratti e studi, Bologna, 1898 
(si cita come voi. II). 

Dic^ Etymologische» Wòrterìrnch der romaniscìien Sprcushen 

von Friedrich Dice, 5» edizione con giunte di A. Scheler, 
Bonn, 1887. 

D'Ovidio Studi sulla Div. Comm., Palermo, 1901. 

Fanf. Studi ed osservazioni sopra il testo delle opere di Dante 

di P. Fanfluii, Firenze, 1873. 

Ferrazzl ..... Manuale dantesco per Vab, Q, I. Ferrassi, Bassano, 1866- 
77, cinque voli. 

Frat La D. C. di D, A, col comento di P. Fraticelli, Firen- 
ze, 1879. 

Giom. dant. . , Giornale dantesco diretto da Q. L. Passerini, Venezia, 1898 
e segg. 

Giul Metodo di comentare la D, C. di D. A. di 0. B. Giuliani, 

Firenze, 1861, e vari saggi del Dante spiegato con Dante, 

Iacopo di Dante. Chiose alla cantica delV Inferng di Dante attribuite a 
Iacopo suo figlio, Firenze, 1848. 

Lana Comedia di D, degli A, col comm, di Iacopo della Lana 

bolognese, pubbl. da L. Scarabelli, Bologna, 1866-67, tre voli. 

I4ind Commento di Cristoforo Landino, Firenze, 1481. 

Lect Lectura Dantis ( Letture sui eanti deìVInf, e del Purg, 

tenute in Orsanmichele in Firenze negli anni 1899-1902, in- 
dicate nel Bull, Vili 89-108, 281-290, IX 97-107). 

Lonib Commento di Baldassarre Lombardi, Roma, 1791 (si cita 

dair ediz. de La D, C di D, A, col comm, del p, B, Lom- 
bardi ora nuovamente arricchito di molte illustrazioni 
edite ed ined,, Firenze, Ciardetti, 1880-82, sei voli.). 

Moore Studies in Dante, voi. I, Scripture and classical authors 



ABBREVIATURE USATE NEL COMMENTO xvn 

in Dante; yoI. II, Miscélìaneous Essays, Oxffiicl, 1696-99 
(si cita a volume e pagine): e Gli accenni al iem^o nella 
Div. Comm., trad. di C. Chiarini, Firenze, IDOO (al cita 
solo a pagine). 

Nannneci, Vei'bi. Analisi critica dei verbi italiani investigati nella loro 
primitiva origine^ Firenze, 1844. 

Nannaeci, Nomi, Teorica dei nomi della lingua italiana, FirenzeT 1858. 

Op, dant Collezione di Opuscoli danteschi inediti o rari diretta dA 

6. L. Passerini, Città di Castello, 1898 e segg. (sì cita ae- 
condo il n*> del volnmetto). 

Ott L'Ottimo commento della D. C. testo inedito d^un con- 
temporaneo di DantCt pubbl. da A. Torri, Pisn, 1827-29, 
tre voli. 

Pietro di Dante. Petri Allegherii super Dantis ipsius genitori s ComoÉdiani 
commentarium, pnbbl. da Y. Nannneci, Firenze, 1S4&, 

Poletto Dizionario dantesco di quanto si contiene nelh opere di 

D. A. compilato dal prof, D, Giacomo PoìeltOt Siena, 
1886-87, sette voli. 

Scart. La D. C. di D, A. riveduta nel testo e commentata da 

G, A, Scartazeini, Leipzig, 1874-82, tre voli. 

Tomm Com. di D. A, con ragionamenti e note di N. Tommaseo. 

Milano, Pagnoni, 1865, tre voli. 

Torraca Di un commento nuovo alla Div, Comm., Bologna, 1899. 

Toselii Voci e passi di Dante chiariti con documenti a lui con- 
temporanei nei Racconti di storia patria di 0, Mazzoni 
Toselii, voi. Ili, pp. 265-898, Bologna, 1875. 

Val Poeti del primo secolo della lingua italiana, a cura di 

L. Valeriani, Firenze, 1816, due voli. 

Tandelli La Div. Comm. novamente illustrata, voi. I, Inferno^ Ph 

renze, 1902. 

Yell Commento di Alessandro Vellatello, Venezia, 1544, 

Vent Commento di Pompeo Venturi, Lucca, 1732. 

Venturi Le similitudini dantesche illustrate e confrontate da L. 

Venturi, Firenze, 1874, (il n» rimanda alla simrlUndiiie)^ 

Zing Parole e forme della D. C. aliene dal dialetto fiorentino 

per N. Zingarelli, negli Studi di filologia romanza ,puhh], 
da E. Monaci, Roma, 1884, fase. I. 



I 



NCIPIT COMOEDIA DANTIS ALA- 
GHERII, FLORENTINI NATIONE, 
NON MORIBVS * * ^ * * * 



r,a «wipoalzloiifì, clibsa o vom postillo ho scritto 
fiocùndo oho & mo miniiDO Li^tondont'O paru 
the fMW lo intellolto dello aatoro. 



INFERNO 



CANTO I 

È 1* introduzione generale del poema, e ne contiene V allegoria fonda- 
mentale: Dante si trova smarrito per nna selya oscura, e tentando di ascen- 
dere un colle luminoso ne è impedito da tre fiere, la lonza, il leone e la 
lopa ; a lui appare Virgilio, che gli si offre come guida per i regni del pec- 
cato e della purificazione, e gli dice che da più degna creatura sarà tratto 
per il regno della beatitudine [venerdì santo, 8 aprile 1800]. 

Nel mezzo del CAmmiTi di nostra vita 
mi ritrovai per una selva oscura, 



1 1. Htlaena eoo. Seoondo Dante, Comi- 
Clio, IT 22, « la notti» vita prooede ad imagi- 
ne d' sroo, montando e diaoendendo: il punto 
oomno di questo azoo nelli perfettamente n»- 
tmsti ò nel trentaoinqTiesimo anno » : ò que- 
sto 3 mezBo del oono delU Tita. Esaendo il 
poeta uAto nel 1266 (efr. Butt. I, 186-189), U 
tempo » eoi e^ fifiùiaoe la ina visione saia 
il 1900; la qnal data, per quanto vigoroea- 
■ente oontadetta, è por aempie la più oomo- 
nemente accettata e fono la più vera. Anche 
lìspetto alla dorata del viaggio variano le opìr 
nioni; segoito, salvo aleone modificazioni paz^ 
xiaU, qneUft di E. Moore (OK aeemiU al tempo 
mila D. (7.; Firenze, 1900), ammettendo ohe 
eteo viaggio incomincia la sera del veneidi san^ 
to, 8 aprile 1800, e si compie in sette glomL 
È degna di esser canoedota, perché fondata 
sopra ona serie di osservazioni astronomiche 
e storiche di molto valore, la condosione coi, 
intomo all'anno della visione dantesca, è per- 
Tannto di recente F. Angelittl {8uUa dola del 
vk^fgio dcuUatco, Napoli, 1897, • altri scritti 
posteriori, cfr. Bulk Y 81-86, VI 129-149, 
e BasMgna eriL H 198-207, DI 214-216): 
« La condosione che 11 viaggio cominciasse 
fl 26 marzo 1801, stile comone, è la sola che 
risponda pienamente a tatto le indicazioni 
srìentiflche date nd poema. Qoesta data ò 
l'aanivejsario, in anni gioliani, della morto 
di Qcisto [cfr. Inf, xzi 112], secondo V opi- 
nioDe pi6 diifosa nd medioevo e riconosdnta 
daUa Chiesa; si accorda rigorosamente od ple- 
mfauiio astronomico [cfr. Jnf, zx 127] e con 
le posizioni dd Sole [cfr. Inf. 1 88, Fìtrg, iv 
{Ì&8&, iV. I 48, X 7, 13, 28, xxvn 86]; e 
corrisponde alle indicazioid di Venere mattu- 
tina [A«7. I 19, zzvn 94, 109], di Saturno 



nel petto dd Leone [Ar. xzz 14], di Marte 
nel segno dd Leone [Hkt, zvi 87]. Essa so- 
disfa andie ad altxe esigenze, di carattere 
estrinseco, pid o meno vaghes^te dal dan- 
tistL n 26 marzo 1801 fb sabato di pasdone, 
e la Pasqua qoeU'anno cadde il 2 aprile : il 
viaggio dunque viene spontaneamente ad es- 
ser collocato ndlasettiinana santa. Sesta pure 
adempiuta la condizione allegorica dd poema, 
secondo la qnde il viaggio, accennando alla 
rinnovazione dd secdo e ella rigenerazione 
morale di Dante, vuole esser posto al prind- 
pio dd nuovo centinaio ». Se non che all'o- 
pinione dell' Angelitti d oppone la considera- 
zione, svolta assai hene dal Moore, che il 
poeta necessariamente idrò a conseguire l'ef- 
fetto artìstico inerente alla piena e facile in- 
telligenza delle sue descrizioni e degli accenni 
astronomid e orondogid spani per il poema, 
più tosto che d rigore dell'osservazione scien- 
tifica che avrebbe costretto i lettori a com- 
puti difficili, per non dire inaooesdbUi ai più : 
per questa ragioiLe Dante d attenne alle in- 
dicazioni dd cdendario ecdesiastlco, anche 
quando non corrispondevano alla realtà delle 
posizioni astronomiche, e computò il tempo, 
rispetto ai fenomeni descritti o accennati, 
in modo approssimativo, d da fard intendere 
da coloro che, pur avendo conoscenza dei fe- 
nomeni astronomid fondamentali, non sareb- 
bero stati in grado di cogliere il senso dd piò 
rigoroso linguaggio scientifico dedotto da cal- 
coli minuzinri di gradi e di minutL Dante in- 
somma parlò pid da poeta che da astronomo, e 
segui anche riguardo ai fenomeni celesti l'opi- 
nione e r osservazione popolare. — 2. selrat 
raffigura la vita viziosa, propria dell'uomo pec- 
catore; nd Cono, iv 24 la vita umana ò detta 



DIVINA COMMEDIA. 






3 che la diritta vìa era smarrita. 

Eh quanto a dir qual era è cosa dura 
questa selva selvaggia ed aspra e forte, 
6 che nel pensier rinnova la paura ! 
Tanto è amara che poco è più morte: 
ma per trattar del ben eh' i' vi trovai, 
9 dirò dell'altre cose, ch'io v'ho scorte. 
I' non so ben ridir com' io v' entrai ; 
tant'era pien di sonno in su quel punto, 
12 che la verace via abbandonai 

Ma poi che fui al piò d'un colle giunto, 
là dove terminava quella valle, 
15 che m'avea di paura il cor compunto, 
guardai in alto, e vidi le sue spalle 
vestite già de' raggi del pianeta, 
18 ohe mena dritto altrui per ogni calle. 
Allor fu la paura un poco queta, 
che nel lago del cor m' era durata 
21 la notte, di' i' passai con tanta piòta. 
E come quei che con lena affannata, 
uscito faor del pelago alla riva, 
24 si volge all' acqua perigliosa e guata ; 
cosi l'animo mio, che ancor fuggiva, 
si volse indietro a rimirar lo passo. 



« gelra erronea ». — 8. diritto ri» t quella 
della Tirt6 e della fede. — 6. nel peaiier ! 
non pnre a vedexla, ma solo a penaanri. — 
7. Tanto è aMara eoo. la selva è tanto dolo- 
loea, ohe di poco ò più dobrosa la morto : al- 
tri, meno bene, rìferiacono amara a paura, 
JX oonoetto ò biblico (Eooliaiaetìeo zu 1 : « 
mortoi quanto amaia è la memoria tua ») ; 
cfr. il Frezzi, Quadr. m 6, della poTSità per- 
sonifloato: « Spiacente tanto, eh' appena è più 
morto », e 11 Petraioa, cooxxxn 22 : « Or mi 
ò '1 pianger amaro più ohe morto ». — 8. per 
trattar eoa II poeta accenna al fine e al ca- 
rattere dell' opera sua, che si srolge tutto 
sopra un fondamento morale e religioso, co- 
me intesero rettamento gV interpreti antichi : 
perdd il tona che Danto dice d' aver trovato 
nella selva è il risveglio operato nella sua 
coscienza dalla voce della ragione, la quale 
rimovendolo dallo stato peocaminoso lo av- 
viò alla salvazione dell'anima. — 9. dell'al- 
tre cose ecc. delle fiere e dell' i^parizione di 
Virgilio. — 11. plen di somno ! pieno del son- 
no del peccato, con la mento ottenebrata dal- 
rerrore. — 18. Ma poi eoo. n colle, in op- 
posizione alla teka (vita viziosa), rappresenta 
la vita virtuosa. — 16. la sie spalle: i fian- 
chi del colle. — 17. veitlto ecc. illuminato 



già dalla luce del sole, che nel sistema di 
Tolomeo è considerato come un pianata. — 
18. neBa eoo. è duce e guida de^ uomini e 
delle cose nella loro esistonza; cfr. iVy. xm 
16-21. — 20. nel lago del oort doè in quel- 
la parto, che nella V. N. i 16 chiama « la 
seoretissima camera » del cuore ; Booc : « è 
nel cuore una parto ooncava, sempre abbon- 
danto di sangue, nella quale, secondo l'opi- 
nione d' alcuni abitano li spiriti vitsli ;... ed 
ò quella parto ricettacolo d' ogni nostra pa»- 
sione ; e perdo dice che in quella gli era per- 
severata la passione della paura avuta ». Nota 
il Torraoa che « lago del cor » diao Danto 
anche in una ballata {Cktnx. p. 160). — 2L 
la Botto ecc. nel tempo dello smanimento do- 
loroso. — pl^ta ! forma azoaioa fnpùtà (ofr. 
Ir^. vn 97, xvm 22 ecc.), foggiata sul Borni- 
nativo (cfr. ih/. VI 66). — 22. K eoae eoo. 
Venturi 812: «È una delle più bello ibniU- 
tadini del poema; ed esprime coi suoni e con 
parole elettissime l'aneto ailtonoso del mi- 
sero che lottò con la morte, e ne fb prodigio- 
samento scampato ». — Iona afflMBatat è il 
respiro aifaTìnoso di ohi è op pr o wo dalla leti- 
ca e dallo spavento del corso periodo. ^ 9i. 
gnata : guarda attontsmente, ooniideca il po- 
zioolo al quale ò sfuggito. — 26. lo paiMS qo»! 



INFERNO - CANTO I 



27 che non lasciò giammai persona viva. 
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso, 
ripresi via per la piaggia diserta, 
30 si che il piò fermo sempre era il più. basso. 
Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta, 
una lonza leggiera e presta molto, 
83 che di pel maculato era coperta: 
e non mi si partfa dinanzi al volto ; 
anzi impediva tanto il mio cammino, 
36 eh* io fi2i per ritornar più volte vòlto. 
Tempo era dal principio del mattino, 
e il sol montava su con quelle stelle 
39 ch'eran con lui, quando l*amor divino 



dalla séhra, die noi ludd pMsar» aloimo che 
vUmm ipiiitoalaieinte; poiché la -vera vita 
deU'nomD è quella deOa lagione (cfir. Ckmo, tv 
7). —28. Pel eV èl eoo. Godi tetti più au- 
toieToli; e^ altri portano lezioni yaiie. La 
Tera fu xixtabilita da N. Calz, che osservò 
(12an.MttiB». 2 ottobre 1881): «Ohi consideri 
che Dante nsdra allora aQcóa dalla teka tei- 
raggili e yàlgerasi eotVwuhno che amor fitffgwa 
a liinirare il passo da coi era scampato, on- 
d'egU dorerà ben sentire il bisogno di potare 
un poeo le membra stanche, ma non poteva 
pensare a prendere riposo, òhe è, come snona 
la paiola, un poeaie prolungato e richiede più 
agio e tranquillità, non potrà ohe preferire 
anche per riguardo alla pr op ri età la prima le- 
tione ». — èl t forma arcaica per ebbi (ofr. 
E. e. Parodi, BuU, m 181). — 29. per la 
piaggia dlseirtas per il cammino solingo e 
abbandonato ; poiché pochi sono i seguitatori 
ddla virtù. — 80. ■< che eoo. Booo.: « Mo- 
stra r usato costume di ooloro che salgono, 
che aempre si ferman più in su quel piò 
die più basso rimane » ; il Tomm. crede che 
qui TDf^ dir ohe « Tenendo da male a be- 
ne, il deddecio si posa troppo sulla memo- 
ria dal passato». — 8L E4 eeeo eoe L'idea 
delle tre fiere è tolta da Geremia, ▼, 6: « II 
lecaie della selva e^ ha pecoossi, il lupo del 
respiro gli ha deserti, il pardo sta in aguato 
pieaeo alle lor città». L'Ott cosi dichiara il 
significato delle tre fiere : « Qui descrive l'au- 
tore tre impedimenti, òhe se li oppuosono, 
quando nlia aDo atto inlnminato di sapienza; 
H quali figura in tre animali, cioè Lonza, che 
ò pantera. Lupa e Lione; li quali pone in 
iguza di quelli tre vìa^ ohe comunemente più 
oecopano l'umana generazione. Per la lonza 
s'intonde la latrarla, per la lupa ocorma, 
y«r lo leone wuftrbia, GHocome la lonza ò mac- 
chiata di molti e diversi piaceri, e molto pre- 
sta e leggiera a pigliare li uomini ; quanto in 
» l'autore, qui ed altrove il di- 



chiara. Che lo lione sia superbo, òhe la lupa 
sia avara e cupida e bramosa chiaro appare 
assai ». Cosi a un di presso tutti i commen- 
tatori antichi; ma tra i moderni corsero al- 
tre interpretazioni, tra le quali la più nota- 
bile ò quella ohe vede raffigurata nella lonza 
non la lussuria, ma l' invidia : sulle contro- 
versie relative vedasi D' Ovidio, pp. 802-825. 
— 82. una lonza eoo. La 1* delle tre fiere 
simboleggia la lussuria o concupisoenza della 
carne; come ò provato dal passo dell'In/'. 
XVI 106 e segg. dove Danto racconta che, 
visti i tormenti dei lussuriosi e fatto forte 
a combattere in sé questo vizio, egU fece 
gitto di quella oorio, o cingolo della castità, 
con la quale s' era già pensato « prender la 
lonza alla pelle dipinta ». I fiorentini al tem- 
po di Dante davano il nome di lonxa alla 
pantera e al leopardo, animali eh' essi sole- 
vano mantenere a spese pubbliche, come an- 
che facevano del leone, insegna del loro Co- 
mune; e già nei poeti anteriori a Dante il 
nome della bmxa o leonxa era steto usato a si- 
gnificare genericamente animale feroce e spa- 
ventoso (Bustioo di Filippo, son. ZLvm e lvui). 
Quanto all'epiteto di leggiéroj ò da ricordare il 
verso di Folgore da San Gimignano, son. xv : 
« Leggero più ohe lonza o liopardo ». — 86. 
eh' io eco. che più volte mi voltai indietro per 
ritornar verso la selva. — più volte vòlto : i 
versi e le locuzioni di più voci simili, o 07UÌ- 
foei, come avrebbero detto gU antichi, non 
sono infrequenti in Dante (ctt. Inf. xm 26, 
67-72, XXVI 66, Puirg, xx 1, xxvn 182, xxxi 
186, xxxm 143, Par. m 67, v 189, xxi 49, 
V. N, vm 47 eoo.) : ma ò da notare che di 
cotesto modo artificioso i suoi contemporanei 
abusarono largamente, si ohe al loro confron- 
to Dante si mostrò, anche in questo partico- 
lare, assai temperato e parco. — 87. dal prin- 
cipio ! nel principio. — S8. e il sol eco. era 
nel segno dell' Àxioto (cfr. Jìir, 1 40), cioò 
nella stagione primaverile, come quando Dio 



DIVINA COMMEDIA 



mosse da prima quelle cose belle; 
si che a bene sperar m*era cagione, 
42 di quella fera alla gaietta pelle, 
l'ora del tempo e la dolce stagione: 
ma non si, che paura non mi desse 
45 la vista, che mi apparve, d'un leone. 
Questi parea che contro me venesae 
con la test' alta e con rabbiosa £une, 
48 si che parea che l'aer ne temeste: 
ed una lupa, che di tutte brame 
sembiava carca nella sua magrezza, 
51 e molte genti fé' già viver grame ; 
questa mi porse tanto di gravezza 
con la paura, che uscia di sua vista, 
54 ch'io perdei la speranza dell'altezza. 
E quale è quei, che volentieri acquista, 
e giugno il tempo che perder lo face, 
57 che in tutt'i suoi pensier piange e s'attrista; 
tal mi fece la bestia senza pace, 
che, venendomi incontro, a poco a poco 
60 mi ripingeva là dove il sol tace. 
Mentre ch'io rovinava in basso loco, 
dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
63 chi per lungo silenzio parea fioco. 
Quando vidi costui nel gran diserto, 
€ Misererò di me, gridai a luì, 

creò il mondo. — 40. eoie belle : cosi anche datisi, si sono smaniti dalla fede» e si sono 

in Inf, xzziY 187 sono detti gli astri, come fitti in molte doglie » — 52. mii pene eco. 

cose delle più mirabili di tatto il creato. — mi fa cagione di si forte torbamento. — 54. 

41. A Itene ecc. l'cn mattatina e la stagione dell'altezza: di giongere alla cima del colle, 

di primayera mi erano cagione di sperare ohe — 55. E qvale ecc. Come l'avaro si addolora 

avrei vinto la lonza. — 42. «Ila gaietta pelle : e si dispera se perde dò che ha radunato con 

dalla pelle dipinta: oft. Inf. xvi 106; gaieUa lunghe core, cosi io mi rattristai perché la 

vale propriamente loroziata (0. Nigra, Àreh, lupa empia, mtxa poMy che non dà tregua 

gìotiol. XV 286) — 45. va leone eoo. La 2^ all'uomo, mi respinse verso la selva oscura, 

delle tre fiere simboleggia la superbia. — 46. — 57. U tntt' 1 s«oi pensier ecc. Venturi 

Teneise : venisse ; forma d' imperfetto con- 906 : « È dolore di speranza perduta, dolore 

giuntìTO, propria del linguaggio poetico più che non si spande in lacrime, ma contrista 

arcaico p* Ano. 1 481). — 49. naa Inpa ecc. l'anima profondamente ». — 61. rovlaava : 

La 8^ ò il simbolo dell'avarizia, ohe non si stava per ric&dore nel vizio. — 62. mI il fn 

deve intendere nel senso ristretto di eooes- offèrto ekl eoo. mi apparve « con piglio dol- 

siva parsimonia ma in un senso più largo, di ce » {Inf. xxnr 20) Virgilio, il poeta latino 

avidità, rapacità, cupidigia (cfr. D' Ovidio, p. (ofr. w. 70 e 89). D senso letterale è molto 

814). Si veda anche Purg. xx 10 e segg. dove incerto e disputato; ma la più esatta diohiara- 

ò detta « antica lupa Che più che tutte l'altre zione parrebbe esser questa : «una figura d'uo- 

bestie ha preda Per la tua fame senza fine mo che per lunga abitudine di silenzio sem- 

cupa >». — 50. sembiava ecc. sembrava, nella brava aver perduto ogni efficacia di parola ». 

sua magrezza, piena d'ogni cupidigia, e fti già Per il senso allegorico ò accettabile la spiega- 

cagione di dolore a molte genti ; cfr. l'apo- zione dello Scart : « La voce della ragione il- 

stolo Paolo, J ep. a Timoteo vi 10 : « la radice luminata, rappresentata da Vizgilio, ò o sembra 

di tutti i mali ò l'avazizia, alla %uale alcuni al primo svegliarsi del peccatore assai ~ 



INFERNO - CANTO I 



G6 qual che tu sii, od ombra od uomo certo ». 
Risposemi : « Non uomo ; uom già fui, 
e li parenti miei furon lombardi, 
69 e mantovani per patria ambedui 

Nacqui sub Tulio, ancor che fosse tardi, 
e vissi a Boma, sotto il buono Augusto, 
72 al tempo degli dèi £ei1sì e bugiardi 
Poeta fui, e cantai di quel giusto 
figliuol d'Andiise, che venne da Troia, 
75 poi che il superbo Ilion fu combusto. 
Ma tu. perché ritomi a tanta noia? 
perché non sali il dilettoso monte, 
78 oh' è principio e cagion di tutta gioia ? » 
€ Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte, 
che spande di parlar si largo fiume?, 
81 risposi lui con vergognosa fronte. 
O degli altri poeti onore e lume, 
vagliami il lungo studio e il grande amore, 
84 che m'ha fatto cercar lo tuo volume. 
Tu se' lo mio maestro e il mio autore: 
tu se' solo colui, da cui io tolsi 



e sommetM, cosi ohe egli iq^pena ne intende 
alcuni indistinti acoenti ; essa direnta poi piti 
aita e distinta mano mano ohe Tnomo ya ri- 
sregìiimdnd dal peccaminoso suo sonno ». — 
66. ed oatf»ra ecc. o apparenza di nomo o 
oamo reale. — 67. Km vobos VizgUioiim- 
bolaggiis nel poema la ragione o la scienza 
unana, che secondo gli ammaestramenti fllo- 
soAci guida l'nomo all'esercizio ddla viltà e 
al conaegnimento della felicità temporale, sino 
al momento in coi le snocede la lède o la 
scienza divina (ofr. JVy. xxvn 127 e segg.). 
— 68. • 11 parenU eoe e i miei genitori fti- 
nubo entrambi lombardi, anzi propriamente 
mantovani. Mantova è considerata la patria 
di Virgilio, sebbene e* nascesse nel piccolo 
villaggio di Andes (oggi Fistole-Virgilio): cfr. 
A07. vn 18 e zvm 88. — 70. sab lalle ecc. 
IHrgilio nscqoe nel 70 e mori nel 19 a. 0.; 
poteva dunque dire d'esser venato al mondo 
al tempo di Oinlio Cesare (10O4A a. 0.)* seb- 
bene non cod presto da esser considerato 
came a hd contemporaneo. — 73. degli dèi 
eoe. degli Iddìi del paganesimo, falsi e bu- 
^ionift ricetto al dio dei oristianL — 78. Poeta 
eee. La fama di Virgilio fa grandissima nel 
medioevo, spedalmeote per il sao poema àsi' 
y gn ti d é, considerato a ragione come l'espres- 
ifcoae piA alta della vita e del sentimento dei 
romanL ^ 4«el glasta ecc. Snea, figlio di 
iBchise • di Venere, te dei Daidani, venuto 



in Italia dopo la rovina di Troia a compiervi 
le imprese cantate da Virgilio ; il qnale dice 
che n e ssun o ta. pift giusto nò jiA valoroso di 
lui; « quo iustior alter Neo piotate fdit, nec 
bello maior et armis {En, 1 644) ». — 76. s«- 
perbe IUob! ò un ricordo del virgiliano (.^i. 
m2): «oedditquesuperbumllium»; •s'ao- 
corda con dd che Dante dice nel ^trg, zn 
61 e segg. ponendo Troia ed Ilio come esempi 
di superbia punita. — 76. perehtf eoe perché 
ritomi ad una condizione tanto molesta, tanto 
amara, quale è lo smarrimento nella selva : 
noia ha qui come nella F. ^. xn Ó6 il signi- 
ficato di molestia. — 79. «nella fonte: onde 
procedettero i poemi che sono cosi nobile ed 
alto esempio di eccellenza nell'arte della pa- 
nda. — 81. lai: a lui; gli antichi in prosa 
e poesia usavano quasi sempre nel comple- 
mento di tamine questa forma s«iza prepo- 
sizione : vedine altri esempi Jnf. vn 67, xix 
89, zzzm 121, iVy. i 62, vm 68, xzxv 76, 
xzv 49 eoe — vergognosa: rispettosa, umile; 
cfr. Inf, m 79 « occhi vergognosi ». — 84. 
cercar lo tao volume : ricercare, studiare il 
volume delle tue opere. Dante fti studiosissi- 
mo dell' Eneide (ofr. Inf, xz 114, I\arg, zxi 
54-99) ; conobbe e dtd la Bve^ieOf e potè leg- 
gere, sebbene sia meno certo, anche la Qeor- 
giea -> 86. lo Mio auMStro : dal quale ap- 
pred il magistero dell'arte ; 11 bIo autore : 
lo sorittozo ohe ha per me autorità sovr* ogni 



8 



DIVINA COMM£DU 



87 lo bello stile, che m*ha ùA,to onore. 
Vedi la bestia per coi io mi volsi: 
aiutami da lei, feunoso saggio, 
90 cb'ella mi £& tremiar le vene e i polsi >. 
cA te convien tenere altro viaggio, 
ripose, poi che lagrimar mi vide, 
03 se vuoi campar d'esto loco selvaggio: 
che questa bestia, per la qual tu gride, 
non lascia altrui passar per la sua via, 
OG ma tanto lo impedisce ohe l'uccide; 
ed ha natura eL malvagia e ria, 
che mai non empie la bramosa voglia, 
90 e dopo il pasto ha più fÌEone che pria. 
Molti son gli animali, a cui s'ammoglia, 
e più saranno ancora, infin ohe il veltro 



altro tn ^ antichi poeti. — 87. lo kMl« 
ttUtt lo itile che ayera fiotto onore a Dante 
prima di compone la Cbimnadio, senza peid 
éaxgìì grandissima Cuna (ofr. Pury. xrv 21), 
non pnd essere altro che quello delle opere 
gioyenili, e specialmente delle rime e della V. 
N,t nelle quali non è palese alcuna imiti- 
none Tiigiliana. 8' intenda qnindi sftb, non 
già del partioolar modo di foggiare e di ren- 
dere il fantasma poetico , ma oome l' in- 
tima oonispondenza che è tra la forma e il 
pensiero ; corrispondenza ohe è predpna dote 
delle opero Tirsjliane e delle dantesche, por 
serbando le nne e le altro i propri caratteri 
difEaronti, e inerenti al divano ingegno dei 
dne poetL — 89. alatami eoo. Secondo i com- 
mentatori tre motivi indussero Dante a eleg- 
gero il cantore d'Enea oome soa guida: Vlr^ 
gilio era considerato nel medioevo oome il 
poeta dell'idea imperiale romanA e come il 
prennnziatoro della venuta di Cristo (ofr. 
i\iry. zzn 66 e segg.); offriva a Dante il 
pift ecoellente modello dello stile poetico ; era 
il solo poeta, per Ini, che avesse descrìtto 
ona discesa all'inferno (cfr. Inf, n 18). D'Ovi- 
vio, p. 168: « Neil' Enmde Dante non trovò 
solo il heUo tUUf ti anche la profonda reli- 
giosità, la fede nella vita ftitoza e la descri- 
zione del Tartaro e degli Elisii». — saggio : 
d titolo dato a'poeti in quanto sono maestri 
di sapienza; cosi per es. ò chiamato il Goi- 
nizeUi nella F. iV. xx U. — 91. A te eoe 
Ta devi tenere altro cammino, non quel- 
lo del monte; devi passare attzaveno l' in- 
ferno, per aborrin dal peccato, e attraverso 
il purgatorio, per esseme purificato. Notevole 
ò la conformità di questo verso oon uno di 
Quittone d'Arezzo (D'Ano. V 17) : « Or pensa 
di tenere altro viaggio ». — 97. e4 ka eoo. 
L'avaziiiA à di tale natoim che mai non si 



sazia, poiché il momentaneo appagamento del 
desiderio non fa che accrescerne l' ardore : 
cfr. Purg, zx 12. — 100. Molti ìob ecc. Ai- 
coni intendono: molti sono gli uomini vinti 
dal vizio dell'avarizia; altri invece, e forse 
meglio (cfr. V. 60) : molti sono i vizi che pro- 
cedono dell'avarizia. — 101. U veltro eco. 
Nel IStry, xz 16, Dante chiude un* impreca- 
zione contro la lupa, simbolo deU' avarìzia, 
domandando : « (Quando verrà per coi questa 
disceda? », e accenna senza dubbio al veltro; 
e nel iV]7. xxxm 48, parla di un tempo ven- 
turo « Nel quale un cinquecento dieoe e cin- 
que, Messo da Dio, andderà la fùia Con quel 
gigante che con lei delinque »; e anche qui da 
molti interpreti si crede eesero aooennato il 
veUro, Ma chi fosse nelfa mente di Dante que- 
sto ossero misterìoeo non si ò potuto aooep- 
taro oon sicurezza e le piti dispsrate ipotesi 
sono state messe innanzi; delle quali le più 
notevoli e ragionate fOrono le seguenti : 1* n 
veltro ò Oangrande I della 6cala (ofr. Paar, 
xvn 76), signore di Verona, vicarìe imperiale 
e grande sostenitore della parte g^beUina in 
Italia; 2^ — ò Uguodone della Faggiola, al- 
tro capo de' g^bellini, signore di Pisa e Luo- 
ca; 8^ — ò Benedetto ZI, pontefice negli 
anni 1808-1804; 4^ — d Cristo ventare nel 
giorno del giudizio universale; 6* — è un 
personaggio indeterminato anche nella mente 
di Dante, imperatoro o papa o di qualsivogUa 
dignità rivestito, che avrebbe ricondotto il 
mondo sul cammino della virtó. L'opinione 
che nel vèltro tà. abbia a riconoscere simboleg^ 
giota la speranza di una prossima restaura- 
zione dell'autorità civile, come inizio della ri- 
generazione morale dell' umanità, per opera 
di un imperatore o di altro principe di parte 
ghibellina, è stata di noent» sostenuta con 
molta ragione da Y. Clan, autt$orm$ cMce^ 



INFERNO - CANTO I 



102 verrà, che la faxk morir con doglia. 
Questi non ciberà terra né peltro, 
ma sapienaa e amore e yirtute, 
105 e sua nasion sarà tra Feltro e Feltro: 
di queir umile Italia fia salute, 
per cui mori la vergine Camilla, 
108 Furialo e Turno e Niso di feruta 
Questi la caccerà per ogni villa, 
fin che l'avrà rimessa nello inferno, 
111 là onde invidia prima dipartilla. 

Ond'io per lo tuo me' penso e discemo 
che tu mi segui, ed io sarò tua guida, 
114 e trarrotti di qui per loco etemo, 
ove udirai le disperate strida, 
vedrai gli antichi spiriti dolenti, 
117 che la seconda mòrte ciascun grida; 



tm, Me»xia, 1887. DagU stadi del Obui e di 
altzi mpfKTB omud accertato: 1* che Dante 
aé ugaò né li angoid che U xigeneraxione 
txrìiÌB e Borale dell' onumità avease a essere 
open di un santo pontefice; 2* che l'idea 
dollA Tenuta d'im restaorstore del mondo 
■saldato in terra da Dio per la salate del- 
1* umanità, si svolse nelle profezie niedÌ09?ali 
eosae un concetto easwiTfalmmìtn i^ilbelUno 
• laico ; 8* ohe tale concetto è il solo rispon- 
dente alle idee e alFatteggiamsnto pditioo di 
Dante nel tempo ch'egli compose il sao poema; 
4* che nel simbolismo popolare del medioero 
itaBano, strettamente collegato con le flgo- 
xadoni araldiche, il veltro designò idee e per- 
sone gabelline, come in an s u iv^ut esu del 
1276 cìxea ore è cosi designato Guido di 
afontefoltro (efr. Inf. zxvn 29) inTocato ala- 
tatele dai g^beOìni di Bomagna; 6* ohe co- 
me le speranze politiche di Dante si raocol- 
Bsco eia sorra an imperatore ora sona al- 
tri penooaggi grandi dell' età saa, cosi nel 
reltro non si pad Tederò ona determinata per- 
sona, essendo natarale « ohe a seconda delle 
occasioni, dei rari momenti e condizioni del- 
l'attimo fuggente deUa storia, anche a secon- 
da deUe condizioni dell' snimo suo, il Poeta 
t* iUadesse di yederlo incarnato nell'ano o nel- 
Taltro di qoelli che ftirono i protagonisti solla 
seena storica del sao tempo ». — 106. e saa 
aaxlem ecc. L'interpretazione di questo Terso 
dipende natoralmente dall'ipotesi che si ao- 
ostta sol Teltro: secondo aloani, questo Tor- 
io designa il loogo di nascita dell'aagarato 
psnonaggio, Inogo compreso tra Feltro e il 
MontBifeltro (per Gangrande Verona, per Ugao- 
cione la Bomagna, per Benedetto XI Treviso); 
wnandn altd designa la oondliinne misera del 
iso nMoinMnto, ohe sarebbe stata d' naile 



schiatta e tra amili panni : cbe d r int^rpnta- 
zione meglio conveniente a dù cho d' indeter- 
minato resta por sempre nella flinira dal voltro. 
— 106. amile ItaUas l' Italia là^lalo ; cho è 
quella per cai combatterono e moTirono ^U «rt>L 
ricordati dal poeta: l'espreadoBO è Ttrgiliima 
{En. m 622), sebbene nel poeta latino il ri- 
ferimento geografico sia dive^^. — 107, Car 
mUIas flfl^ del re dei YoIboì, morta combat- 
tendo contro i Troiani {En, m 76S^L), — 
106. Earlalo t Eorialo e Niso, troiani eà ami- 
cissimi, morirono oombattez^dn contro 1 Voi- 
sci (J^. ne 179446). — Tnrnoi ro dw liti- 
toU, aociso da Enea {Em. xu 010^52). ^ 
100. Tilla : città, come altr^vv, Inf, xxtH ^5^ 
J^trg» TV 97 ecc., ma può li^niAc&re luu^ in 
genere, come nel Bar. zx S9. — 111. iarl^ 
dia eoe r invidia di Laciforo, ch« lo mosso 
a tentare l' nomo. — 112. me' ; meg-Iio, vim- 
taggio. — 114. per loco et«riin ; attmv^rTo 
r inferno; nel quale udirai le grìdji di àlspo- 
razione e vedrai gli spiriti dolonti. — 116. 
antichi : cosi dice gli spiriti dal lUmuiti, in 
quanto Tissero nel mondo uitorlarmento a 
Dante. — 117. ehe la seeoD Ja <ìcc. ciascono 
dei quali manifesta con doloroso grìdii lo «tatn 
di dannazione in cui si troTa r « «icoìida mo> 
te ò detta nella sacra sorìttani »» per testi- 
monianza di sanf Agostino (£>te^. csp. ^2), 
la morte etema dei dannatL Vario ipL^ozloni 
di questo Terso erano note a* oommen tatari 
antichi, cosi riassunto dal Enti : « Qui ed du^ 
bita quello che l'autore intendosse p^r U se- 
conda morte, e quanto a me pHje cks 1' as- 
tore intendesse della dannaxions uliàrui^ c^g 
sarà al giudicio : imperò ch^ ^mt invidia tot- 
rebbon già ch'ella fosse, por nvoro pid cùm- 
pagni... Altrimenti si pud Intonduro doUn 
tmnu U ax w né, dicendo che lu ptima murto aia 



10 DIVINA COMMEDIA 



e poi vedrai color, che son contenti 
nel foco, perché speran di yenire, 
120 quando che sia, alle beate gékiti: 
alle qua* poi se tu vorrai salire, 
anima fia a ciò di me più degna, 
123 con lei ti lascerò nel mio partir^; 
che quello imperador, che là su regna, 
perch'io fui ribellante alla sua legge, 
126 non vuol che in sua città per me si vegna. 
In tutte parti impera, e quivi regge, 
quivi è la sua città e l'alto seggio: 
129 felice colui, cu' ivi elegge ! > 

Ed io a lui : « Poeta, io ti rìcheggio 
per quello Dio, che tu non conoscesti, 
132 acciò ch'io fugga questo male e peggio, 
che tu mi meni là dov' or dicesti, 
si ch'io vegga la porta di san Pietro 
e color cui tu uà cotanto mesti ». 
136 Allor si mosse, ed io gli tenni dietro. 

la damìftrione dell' anima, quando li parte dal in cielo al ooapetto di Dio. ~ 123. eoa IH 
corpo : la seconda morte sarebbe, quando Vtf eoe ; ofr. iW)^. zzx 49 e segg. — 134. la- 
nima fosse annullata ». Secondo altri, gli an- perftdor i Dio, detto nel Bar, xn 40 « lo im- 
tichi tpùriti dotmU sarebbero, non tatti i dan- perador che tempre regna ». — 126. fsl ri- 
nati, ma soli gli spiriti sospesi d^ limbo, i bellaate ecc. Virgilio non avendo oonosduta 
qoaÙ, ylyendo in disio perohó non ebbero la yera religione Ai di ooloro ohe (Jnf, iv 88) 
battesimo, « gridano cioè invocano la seconda « non adorto debitamente Dio », perdo egli 
morte, desiderano doò di poter morire una ò relegato « nell'eterno esilio » {I\irg, xxx 
seconda Tolta dopo essersi fatti ciistiaui» IS): sol quale concetto Dante ritoma pift toI- 
(L Dèlia OioTanna, Framm, di Hudì datUó- te (cfr. Purg. i 78, vn 7-8, 2&^ ecc.). — 
seM, Piacenza, 1886, p. 84; P. V. Pasquini, 127. Ib tutte eco. Dio stende il suo potente 
nell'^^Mari, I, p. 110 e segg). — 118. color dominio su tutto il creato, ed eserdta la sua 
cke ecc. g^ spiriti ohe compiono l'opera della autorità nel paradiso con partlcolar legge d'»- 
loro purificazione, e sono contenti delle pene more. — 182. questo Male ecc. l'errore pre- 
perchó hanno ferma speranza di salire al dolo, sente e la dannazione che ne sarebbe la con- 
— 121. alle qua' ecc. alla sede dd beati ti seguenza. — 134. la porta eoe la porta del 
accompagnerà Beatrice. — 122. anlva ecc. Purgatorio, che d apre con le chiaTi che l'an- 
Beatrice, la quale i^parirà a Dante sulla cima gdo custode (viaario di Pittro d detto in Purg, 
del monte sacro por acoompagnario di ddo zzi 64) ebbe da san Pietro (ofr. Purg, tx. 127). 



CANTO n 

£ questo propriamente il canto, col quale si apre la prima cantica, e 
contiene nei primi versi la proposizione e l' invocazione. Dante racconta 
com^egli dubitasse di intraprendere il gran viaggio, non tenendosi degno 
di tanta grazia; e come Virgilio lo confortasse, narrandogli da chi e come 
fosse stato inviato a Ini per guida. Cosi incoraggiato. Dante oominoia la 
sua peregrinazione [sera dell' 8 aprile]. 



raFEENO — CANTO IT 



n 



12 



15 



18 



21 



Lo giorno se n'andava, e Patìr bruno 
toglieva gli atLimai, che aono in terra, 
dalle fatiche loro; ed io sol uno 

m'appareccktava a s ottener la guerra 
b1 del cammino e si della pìetata, 
che ritrarrà la meut% che non erra. 

Muse, o alto ingegno, or m'aiutate: 
ù mente, che acriveati ciò ch'io vidi» 
qui si parrà la tua nobilitate. 

Io cominciai ; « Poeta che mi guidi, 
guarda la mia virtù, s'ella è possente, 
prima che all'alto passo tu mi fìdl 

Ttt dici che di Silvio lo parente, 
corruttibile ancoraj ad iii,morÈale 
secolo andò, e fu sensibilmente. 

Però se rawérsario d'ogni male 
cortese i fu, pensando l'alto effetto, 
che uscir dovea di lui, e il chi e il quale^ 

non pare indegno ad uomo d' intelletto : 
ch'ei fu del Palma Roma e di suo impero 
nell'empireo ciel per padre eletto ; 



H 1. lA ffiorso ecc. È il proemio *1U 
prima «uiticis distiJito neUji prapoaizioiie del- 
I*Bj:s<^meD.to (r. 1-6) e ziell' inTOcazioQO «Ile 
ìtì£0 e alle Jjicoltà mtellettoAli (r, 7-9). — 
M ft^SB Jata «oo. TolgQTTK «1 Boo t«rraijì0 1 eia 
b 40» deli' a aprile. — « 1* ur braso «se, 
• roflCQiità deùtUL notte Mpra-renioate tosUevv^ 
tolti Eli eieeri TÌTonti alle bro fatiolLe: rì- 
OKda il TUi^iiiMLO (£H. Tin 26) : M Kox «rat 
«t tBrt«« animidiii f«ga por omnm Àlitaiimquo 
pecnlnnii^ie ^eiìtiA Bopor altufi habobatj*. — 
2. aalDiali gii easeri aniimiti. — 4, ]* itier- 
im occ- la lotta por riacsro Lo difEcoItà désllft 
■ria « aspriL e forte » {Pwrg. u «55), « per eop- 
portjàni il doloro doUa vista do' dannati. ^— ^ 8. 
la veaU: la memoria Lo eVss69 v&naó ha. 
nel T. 8- ore è dji notpjTj che reepresaiona 
atrwaU licMama un" ìmaglno oara % Doate^ 
quella dei « liliro della tafioioria » (F. i^. 1 1), 
ikito da lui Itene altrore * libro delia tooo- 
ic m (Qanx. pi. 102); c&. H. Zìn^axelll in .^u^ 
1 99-101* — 7, O Mm« ecc. Si aotì cto *1 pria- 
àpio doli* Inf* Dante n affida alle Muse e 
ìlio propri© fflcolti àéy lagogno e doLla me- 
Koha, poiché umani sono i sontiincmti e i 
^tti dh^ogli ha a ritratto j al principio del Puty, 
ÌBToca por io MiLse, ma in porticolai modo 
CiibfFpe^ dalla bella t«^, pcuinhó ai acoinge 
desciiroTi^ un regno di nutazKO cenano o di 
iold eperauxo, qoAlo è qnoHo della poriflca- 
xioos* « fìjaalmente al principio dol Far, ^i 
tictìom&ndA ad À.poilo ateuo ohe Io sorx^igga 



neU' eleraiaì a rnpptosontaro i regrai dfli bea^ 
ti. — 11. gaardA ecc. oonaidera, prima di &£- 
fidanni a tale posso, iO Lo mio forze ioua 
bast^Toli poi topipiera fi gran viaggio. Kota 
il D" Chridio, p. 33^, che aTtìndo Yu^jilìo an- 
nan^to il Tìag^o non solo attra^eno rin- 
furilo, ma anche al paradiso, l'obbioijone eàe 
Dante fa devo esasra adognata all'intero fìjik* 
^0 : m Gr^dj tn (dica ai moe&tro) eh' lo eì4 
r acmo da discender Bottorra ootn' Knon ? 
da salir al clob come Paolo ?» — 13. Tu 
di et eco. Virgilio, :En. vt 296-900» narra la 
dUccaa di Eaoa, padro di Silvio, all' infor- 
no montro ora ancora vivo. — li. Imnor- 
Ulfl ievolo s la TÌta otema ; qnella stmaa clie 
□aLla V. N. uSìè chiamata « fmodo secolo >•. 
D'Ovidio : M È on^indicasiono pondera tamenta 
IndotarminaU, pembà si prostì alla doppia ap- 
plicazione por diM> dìTtìraì pensouoggi »». — 
16, Pdrft ecc. Costmisd: <sd vomo d^ mUt- 
kdù ntm pan indino, non dove sembrare 
contro ragione^ sa Vavtvraatio d'OffM mali, se 
Dio, i fu <soi1fl(S#, fn largo di talo giana. ivi 
Enoa, pmisando l'alto effdio, tUohioU ^ua^, 
{:;[}nflidorando gli effetti atraoidinaii cioè il 
fondatore di TLoma e rantorità imperiala, cM 
dofipm usdr di ini, che dovoano pnocodoro iL* 
Ini, — 17, eerl^ce; largo, liberale; Die é 
ciuaiiuito niella y. N. xli 9 m m^ de la cof- 
tQfJA>K — lì a ìm\ forma antica, da *fK. — 
21. empireo elei; la rosiìdou^a di Dio e dei 
bwrtlj ofr. tì&w*n4j «Fuori di tutti qnosti 



12 



DIVINA COMMEDIA 



la quale e il quale, a voler dir lo vero, 
fùr stabiliti per lo loco santo, 
24 u' siede il successor del maggior Piero. 
Per questa andata, onde gli dai tu yanto, 
intese cose, che furon cagione 
27 di sua vittoria e del papale ammanto. 
Andowi poi lo Vas d'elezione, 
per recarne conforto a quella fede, 
80 cli*ò principio alla via di salvazione. 
Ma io perché venirvi? o chi 1 concede? 
io non Enea, io non Paolo sono: 
83 me degno a ciò né io né altri crede. 
Per che, se del venire io m'abbandono, 
temo che la venuta non sia folle: 
36 se' savio, e intendi me' oh' io non ragiono >. 
E quale è quei, che disvuol ciò che volle. 



[nore deli], 11 Gattolioi pongono lo GHélo Em- 
piieo, che tanto vaol Àie, quanto Cielo di 
fiAmma ovvero laminoso ... E questo quieto 
e padfloo cielo è lo luogo di quella Somma 
Deità che sé sola compiutamente vede. Questo 
dio luogo degli Spiriti Beati, secondo ohe la 
Santa Chiesa vuole, ohe non pud dire menzo- 
gna». — 22. la quale Boma e 11 quale impero 
ftirono costituiti per la Chiesa, come residenza 
dei pontefici successori dell'apostob Pietro, 
primo papa. O. Capponi, Storia delta repubbl. 
di Fir, I 170: « È Boma ideale, non quella 
ond'egli [Dante] si chiamò tradito : l' impero 
deriva da essa ed insieme Vammanto papalóf 
sotto a cui non guardava egli per anco agli 
uomini che lo portavano. Questa è una sorta 
di professione di fede poeta in principio e ri- 
masta ferma per tutto il poema; se non che 
essendosi dopo all'esilio in lui destate nuove 
passioni che pur volevano disfogarsi, senti 
egli avere bisogno di scendere ad altro lin- 
guaggio da quello che avrebbe voluto da pri- 
ma serbare ». — 24. u': ove; troncamento di 
uòt, ricorre firequentemente. — 26. Intese ecc. 
Allude alla predizione fatta a Enea da Anchlse 
{En, VI 756 e segg.), ch'egli avrebbe stabilita 
in Italia la sua stìj^, dalla quale poi sareb- 
bero discesi i fondatori di Boma e dell'impero. 
-- 27. del papale ammanto: in quanto la 
costituzione dell' impero romano ta una pre- 
parazione all'autorità universale della Chiesa: 
cfr. Fitrg, xvi 106. — 28. ÀndOTTl ecc. Ac- 
cenna, come a fiitto indubitabile, al rapimento 
deU' apostolo Paolo descritto nella II Epist. 
a' CoHnxi^ zn 2-1: « Io conosco un uomo in 
Cristo, il quale, son già passati quattordici 
anni, ta. rapito (se fb in corpo, o fuor del 
corpo, io noi so. Iddio il sa) fino al terzo 
delo. £ so che quel tal uomo ta. rapito in 



paradiso, e udf parole inulTkWli, le quali non 
ò lecito ad uomo alcuno di proferire ». Ka 
accanto a questo rapimento celeste la fantasia 
popolare ne imagind anche uno%ll* infismo; 
che si trova descritto nella leggenda della 
Vision» di S. Paob (P. Yillari, AfiHeh» Ugg. 
• tradix, oh» iihutr. la Dir. Oom., Fisa, 1865 ; 
A. D'Ancona, I p nounori di Daniel Firenze, 
1874): che Dante accenni a questa andata di 
Paolo all' inforno, non pud assolutamente am- 
mettersi, dopo il belllMimo studio del D'Ovidio, 
pp. 82&^56 ; sebbene il poeta potò oonoaoore 
quella leggenda, come altre medioevali intomo 
allo stato deUe anime dopo la morte, e trama 
anche qualche « vaga ispirazione e eerte mos- 
se e certi germi, che insieme gli venivano 
pur da altre parti » — Tal d'elezione : cosi 
è detto Paolo negli AtU degli apoet, ixlb: ctr. 
B$r, ZZI 127. — 29. per recarne eoo. H ra- 
pimento di Paolo al cielo Ai principio della 
sua oonversione aUa fede cristiana, raccon- 
tata nel cit cap. iz degli MU : ti che oonfbrto 
ecc. signifi<iherft incitamento a quella rapida e 
fervida conversione che Ai per Paolo U prin- 
dcipio della salute. È notevde tuttavia che 
la Visione di 3. Faoh si chiude coli* appari- 
zione di un angelo, che porta su nel delp 
un'anima buona, e con un atto di grande mi- 
serìcordla divina (la cessarione delle pene in- 
fernali nel giorno della domenica); cosi che 
anche da essa potevano venire eccitamenti 
ai cristiani a durar nella fede. — 83. me 
degno eoo. cfr. Pwrg. zzz 74. « SA. dtf ve- 
nire lo m'abbandono: mi lascio indune a 
inoomindar questo viaggio. ~ 87. E quale 
ecc. Io mi trovai nella stessa condizione di 
ohi disvuole dò che ha voluto e cambia pro- 
ponimento, si ohe abbandona l'opera iniziata, 
tatto distogliendosene. Venturi 287 : « Dante 



r 



i^^i 



INFERNO - CANTO TI 



13 



e per duotì pensiar tangia propostai 
BO si die dal cominciar tutto ai toUe; 
tal mi feo'io in quella oscura costa: 
pereKé, pensando, conaumaì la impresa, 
42 che fu nel cominciar cotanto tosta- 
< Se io ho ben la tua parola intesa, 
rispose del magnanimo quell'ombra, 
45 ranima tua è da vìi tate ofìesa; 
la qual molte fiate Tuomo ingombra^ 
si che d^onrata impresa lo ri voi ve, 
48 come falso veder bestia, quand^ombra. 
Da questa tema acciò che tu ti solve, 
dirotti perch'io venni, e quel che intesi 
51 nel primo punto che di te mi dolve. 
Io era tra color clie son soapesi, 
e donna mi chiamò beata e bellaj 
54 tal ohe di comandare io la richiesi* 
Lucevan gli occhi suoi pia che la stella 
e cominciommi a dir eoave e piana, 
57 con angelica voce, in sua favella ; 
^ anima corteee mantovana, 
di cui la fama ancor nel mondo dura, 
60 e durerà qu^ìto il mondo lontana j 



4abit/à di tkon &t«t fona bost&nti & ooinpiof* 
fl; viaggio dfi' tie reguì pmpovtogll dm Yurgi- 
jlo M^ ^ 40. «MUTA ettwtM : è ^qaU« dèi nìOQte, 
dftllB ^iiAl«t •«g:iiitftndo Virgilio, Duita li an- 
dava aUàntiuumdo : enendo già Tiotte non ora 
Olmnioata M flolo. — 41, ^QiftDdt» eoe. noi 
mJo petislcro Tonno mono il prciponimontot 
eii« cosi prontnmonto avoro fonuato piùna, 
al ■«npliee bartto dì Virgilio. — ««aauual t 
Xjomb, t « OonmmùrAj in ooiiispondcn^ al 
latino ecmsamofi, ralo finirà cioè pir/iiHDJU- 
rt ; ma qtU adopralo il noEtro poota poi tvùrt, 
■1 Hiiao nnkamonta di atssnj di oAAanio 
man; ^ ^nioL dira <ù^ tmmò ì pual co' quaU 
tHO^rm dìotro a Tìigliìoji. ^ 4B. parolai 
la^spiriaiBonta il «on^^eito tacchiiua n«lia p^ 
Toìa X coti fipeoso in Dante^ In/l xxm 76, Furff^ 
IT 57» j3t73.— 4S-e<HB*ùlio<Kc.Biti: *rco- 
m^ la boftia sì lirol^o e toma a diotiOi, quando 
adombr» por falao redoro, oiod che U pAi Yfih- 
éar qfnal oha con Tode; ooaf l'aomo ipoaso 
Tolt» toma a dìetio di quello tha à preso di 
taiv, ATóudo pfì^TO di qnoUo ehfi n<3ii doo «to' 
re, partiniloll qoello cho non è ». — 43. ti 
aoìra e ti difiCu>Iga, ti libati dal timore dio ti 
portartia. ^ &L piato eoo. momont» in oho 
^ proral iiiuaaidinonto del tuo orrore : dok* 
tcrrnm arcale*, p«r daU9 (cfr. E, 0. P&nsdi, 
Mil. OI JJ&l>.-^fi2. i* «n too. Sayae&doi dot- 



tori deUa dhìMa Bant» peno nolla regicmn \n- 
femalo il limbo d«t bambini o dol pB4ri : noi 
Limbo, ila qoalli cho lon ao<p«i, poiché tìtooo 
«dftxa tfmn$ in ooDtbitlo desiù do! paradùto 
(ih/: [T ai s aegg.)? ooUoca YirgilJo, — 63, 
donaa ^oc. Bo^tiico rs^aute di bollexza e di 
ìjoatitudinOr ti eh* lo me Io olfeni pronto ai 
f^acii cenni : ofr. I\trg. i 62 e hi^. -^ fi6. IjV^ 
e«Tafi eco, Ck. la dworldon* di Beatrlco vi- 
Tonte (Ctafw. p. IIQ) : « Da ftli occhi doUu mia 
donna il mmoTO Un Inm* si gentil, obo doT» 
apparo SI Todon coio, eh' oom non pnù jitn^ 
rOf Fot Loìo albozza o pot Iqto esaor nnove w, 
— la. itolìa I Io <t«llA in gouorale. come oolla 
V. N Exm 1I<G : « tarb&r lo »aìo od apparir la 
etolla »i a nel Cans. p. 1^ i ■ chiamai la 
FtoU& taloT tofiobros» », Utrì itìtondono la 
pioUa di VoDerOf o altii Àuainienta crodotto 
che BÌa detto del iole. D Toimca tichisma il 
v«tso di Lapo Gianni ; « E gU occhi tuoi ia- 
OQnti corno atoUa ». — 56. «oart a piana : ag- 
gottivi la fondoM à' arveibi : eoaromento o 
Eoronamenxo, corno Beatrioe era aolita faTolla- 
ra. — 60, e dorerà ow. Vonturi 463 : « Altri 
log^: ti mótAf ed. è boi oonoottoi ma b Jo^ 
^iono U mondo col lipetoro V idoa do! Tonu 
proc i-Jonto f6^ pia nat tiralo o fom^^DCo pld 
puotLca: e d'altra parto d Tana o d Vaìua, 
lazioue Yen^no a dire in aostanaa lì j&odo- 



14 DIVINA COMMEDU 



ramico mio, e non della ventura, 
nella diserta piaggia è impedito 
63 si nel cammin, che vòlto è per paura: 
e temo che non sia già si smarrito, ^ 
ch'io mi sia tardi al soccorso levata, 
GG per quel eh' io ho di lui nel cielo udito. 
Or muovi, e con la tua parola ornata, 
e con ciò eh' è mestieri al suo campare, 
CO l'aiuta si ch'io ne sia consolata. 
Io son Beatrice, che ti ùlccìo andare; 
vegno di loco, ove tornar disio; 
72 amor mi mosse, che mi £& parlare. 
Quando sarò dinanzi al Signor mio, 
di te mi loderò sovente a lui'. 
75 Tacette allora, e poi comincia' io : 
*0 donna di virtù, sola per cui 
l'umana specie eccede ogni contento 
78 da quel del che ha minor li cerchi sui; 
tanto m'aggrada il tuo comandamento, 
che l'ubbidir, se già fosse, m'ò tardi: 
81 più non t'è uopo aprirmi il tuo talento. 
Ma dimmi la cagion, che non ti guardi 
dello scender qua giuso in questo centro 



Simo ». - loitona: ofr. B»r. zr 49. — 61. dirine. — 74. 41 te al loderò eoo. ti acqui- 
Amico Mio eoo. Due principali ipiegazioni li stero gruia presso il Signore, ricordandogli 
danno di questo Terso : secondo aloonif Bea- 1 tnoi meriti. — 76. denaa di Tlrttf eoo. 
trioe Tnol dire ohe Dante amò lei e non le Beatrice, piena di virtù, per la qnale g^ 
esteriori belleae, i beni estrinseci alla soa nomini vinoono d'eccellenza le creatore con- 
natora; secondo altri, ohe sembrano pili nel tonate entro il délo della lana: secondo il 
Teso, Tool dire ohe Duite ta caro a lei ma non sistema segafto da Dante la terra era al ceti- 
alla fortona, che lo bersagliò. — 62. ò Inpe- tro del mondo e dei noye deli mobili, il primo 
dito ecc. : ctr, il passo parallelo, Inf. 1 85^. de' qoali rispetto alla terra era qaello della 
— 67. Or mnoTl eco. Corri in sao soccorso, lana; ogni eontmto da q%iel cM ecc. vale don* 
e con le parole ohe gli dirai e con l'assistenza qae jogni cosa oontennta al di qoa del cielo 
che gli porgerai, liberalo dall'assalto delle pi6 ristretto, del dolo della lana: cfir. lancia 
fiere: ò qaeUo stesso concetto che in I^trg, al Buy. i 15. — di Tlrttf : « rdna delle vir- 
xxm 180 è espresso dalle parole con ingegno tati » ò detta Beatrice nella F. N, x 10; ofir. 
• eon arU, con tatti 1 mezzi che si possono anche iVvy.xxzi 107-109.-80. l*«bbldlreco. 
troTare all'altrni salate e con gli allettamenti se già aresd recato in atto U tao comando, 
della pania ornata, ~~ 68. al sno campare s mi parrebbe d'esser stato pigro all'abbidire ; 
cfr. Pufrg, I 62. — 70. Io son Beatrice. Sto- espressione mirabile ed efficace nella saa bre- 
ricamento ò la donna amata da Dante, la vita: cfr. Inf» tst 87. — 81. aprirmi U tao 
qaale, secondo la testimonianza dd Boccacdo talento: manifestarmi la taa volontà. — 83. 
e di Pietro flgliado dd poeta, ti fiorentina centro: l' inferno dd qaale il limbo ò una 
figlia di Fdco Fortinari: Danto la vide la serione. Si cfr. con le parole di Giordano da 
prima vdta nd 1274, se ne innamorò nd 1288, Rivalto {Pnd, I 147): « La terra ò centro 
la cdebrò continaamento, anche dopo il ma- dd mondo . . . però che ella è nd mezzo di 
trimonio di lei con Simone de' Bardi, avrenato tatti i deli e di tatti gli dementi : ma il di- 
intomo d 1286; la pianse morta, nd gin- ritto centro d ò appunto qad miluogo della 
gno 1290 (cfr. V, N, i-xzziy). AUegorìcamento terra dentro, che ò in mezzo della terra, come 
rappresenta la IMo o la sdenza delle cose la granella in mezzo dd pomo. Qadlo 4 U 



INFERNO - CANTO JI 



15 



Si dall'ampio loco, oye tornar ta ardi \ 
*Da che tu vuoi saper cot^mto addentrOp 
dirotti brevemente, mi rispose, 
87 perdi' io non temo di venir (^ua entro* 
Temer si dèe di sole quelle cose 
e' hanno potenza di fare altrui male: 
90 dell'altre no, che non son paurose. 
Io son fatta da Dio, sua mercé, tale, 
ohe la vostra miseria non mi tange^ 
93 né fiamma d'esto incendio non m^assale. 
Donna ò gentil nel del, che ei compianga 
di questo impedimento, ov*io ti mando, 
96 si che .duro giudido Ik. bu frange. 
Questa chiese Lucia in suo domandOf 
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele 
99 di te, ed io a te lo raccomando. - 
Lucia, nimica di ciascun crudele, 
si mosse, e venne al loco dov*io era, 
102 che mi sedea con l'antica Eaohele. 
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, 



foxtto oentrOf ore noi crediamo sìa Tizifemo ». 
_ 84. MBVlo loco: il delo empireo che « più 
uipio si spazi»» iHirg, zxvx 68). — ardi: 
il Tb. €Brd$n Tale desidenie ardentemente. 
— 86. eataato addestro t Booo. : « si profonda 
•d oocolta cosa ». — 88. Ttmer eoo. Boco.: 
« Siooome Axistotile nel tono dell'£Moa ynole, 
il non temer le cose ohe poason nnooere, come 
Kmo i taani, gli incendi e* dilavi dell'acque, 
te nùne de^ edifici e simili a queste, d atto 
41 bestiale e di temerario nomo; e cosi te- 
aere qiialle ohe nnooere' non possono, come 
nzebbo ohe raomo temesse nna lepre, o il 
rotato d'ima qnagUa, ole coma d'nna Inmapa, 
è atto di rUissimo nomo, timido e rimesso: 
Is qnàJà dme estremità quésta donna tocca di- 
wiHitamffiìtOi dicendo esser da temere le cose 
(±0 poesonff nuoosse». — 90. pavrosei ca- 
paci di fax pan»; oosf nella V, N. m 5: 
« ima figura d*nn signore, di pauroso aspetto 
a chi la guaidasse ». ~ 93. la Tosira mise- 
ri* ecc. né la miseria di toì, che siete nel 
babo senza aloana speranza di beatitudine, 
BÓ i toxmenti, cui sono dannati gli spiriti mal- 
Tsgi nelle altre parti di questo regno, mi toc- 
cano. — 94. Donna h gentil eco. Questa 
ionns gentile ò la Vergine A£aria, il nome 
aaiia. quale come sacro non ò mai pronunziato 
vìPMf»; nel senso allfgoxico è simbolo della 
pMia diTina: ofr. Bir^. zxvi 69^. — si 
eomplaage: alcuni intendono: piange insie- 
aeeon me; altri: si duole, si rammarica al co- 
lpetto di Dio. — 96. s{ ehe duro eco. mitiga 
k sererità dalla divina giostizia, ottenendo il 



perdona? b1 peocnl4ìn3« -^ 97. Qieita oc«. La 
YergiDe chiamò Lucia Taooomuidandole Dmita 
suo fedele. Lucia è la sanU nuutlro elrócu- 
sana, venorata com^ aìutatrice di quelli oh« 
soffrono mail d«lla Tt«ta; alltìgt]riDatQ«iito è ti 
simbolo dfllila grada ìUnmlniLDtfl, Seconda il- 
trisimbtìl<^ggift la4ÌTiaj»gmstisi&:Qfi-. ilboUo 
scritto di E. Fomaddrif Studia pp. t-^. — 
98. tao fede lei foii« è wxàmintB. ^^ ìt fpe^ 
dale dÌTtyzìoiie che Dante, colpito più Tolto 
da infónnità *gU occhu potò aver» par saota 
Lucia. ~ 100. al mica 41 «li» a a erodale; 
perché In gta:;La UlumiriJiiilo rtsplplidQ eclji- 
mente agli aaiini miti. -^ 101, «1 niOMe ecc. 
GiuL : « B04trioe in oldo è ooll^cata accanto 
Bachfilo, • di sottcì, Iliache h^n dirctttunonto, 
a Maria, E quindi ella rimanera dalla parto 
opposta a Loda, U quale porciA Ò Terijùmile 
òhe sì moTTiisso di etto luofo per p«)-lan> con 
Beatrico n i di. Par. nxii 7-9, 136-138. — 
102. Eachei e; c£r. Pitrg. xim it>t. ^ 103. 
loda di I)Ì4> rei-a^ Di Beatrice vigente seri- 
TO Danttì, K N. un 2 ; « Tonno in tanta 
grazia do lo genti eh» quando pusara por 
via, le persone oorraano per Yaltì» lei. . , 
Ed altri diceono : * innesta è una marovi- 
glia; che benc^tto aU b S(?gnoro ohe xf 
mirabilomonte lao adoperare I * » Quanto a|- 
l'allegeria, icriro il Limd. : m Motti filoso^ e 
teologi ^ntUì $1 aonù lu^gnati d' inTostlji^ 
l'eccellonza delta nataiA diTina^ ma iwa^una 
ha potuto troTikT il vóto^ oi-me la toolcffia 
de* cristiani : dunque «ola Beatrice A Teni loda 
di Dio ; doò, sola la nostra teologia loda Iddio 



16 



DIVINA COMMEDU 



che non socoom quei die t*amò tanto, 

105 che uscio per te della volgare schiera? 
Non odi ta la pietà del suo pianto» 

non Tedi tu la morte che il combatte 

106 su la fiumana, oto il mar non ha vanto ? — 
Al mondo non f&r mai persone ratte 

a &r lor prò, né a fuggir lor danno, 
111 com'io, dopo cotai parole fatte, 

venni qua già dal mio beato scanno, 
fidandomi del tuo parlare onesto» 
114 che onora te e quei ohe udito 1* hanno'. 
Poscia ohe m'ebbe ragionato questo, 
gli occhi lucenti lagrìmando volse; 
117 per che mi fece del venir più presto: 
e venni a te cosi, com*ella volse; 
dinansi a quella fiera ti levai, 
120 che del bel monte il corto andar ti tolse. 
Dunque che ò? perché, perché ristai? 
perché tanta viltà nel core aUette? 
123 perché ardire e franchesia non hai, 
poscia ohe tai tre donne benedette 
euran di te nella corte del cielo» 
126 e il mio parlar tanto ben t' impromette? > 
Quali i fioretti, dal notturno gelo 



t 



a rtn Iodi ». — lOS. p«r U: eoa gli stadi 
• oos irli scrìtti, oad» toU* oelebmtl. — lOS. 
la fMa «oc fi pùnto «ngoadoso, «ilwiiMwr» 
che opyriae Duto. « 107. la HMrto mo. 
Blaao: « VedxMMO naDa Mori» la moxta ^éii- 
taal» • MUa fi mmam la Tita deU'noao tam- 
puitita daPd pawkmi; cmHwtarntmkmwtmlo 
Bon Tvol dir già che il mare non ha Tasto 
Mfca Aihwnnfii^ poidié Acheronte non irtoe- 
ca tnhotano al aaia, abbono ohe il mvo non 
pad arw nato nOa inmoan, oono qntDo 
che è Bflao b ao iecioo • maao pedoolooo. 
Donde è chiaio ohe la Morln, la quale Bxnno- 
àa il poeta, è nna ooea sola odia tre fiexe, e 
la tim mam colla setra ». — 109. Al Man4e 
eoe V«Kbnid97: « Oaldo • pietoso oonestto 
è racchìiBO nella siaOitaffine; neDa qnele 
Taofai lieonieie eh» Bwtzioe, imagine para del 
pómo iMor del poeta, è simbolo della sdan» 
dirima, ohe ia pco all'anima disiosa del rero, 
e ftiga 11 danno delPstrote ». — lU. parale 
fktta: parole oha Locia ai disse. — US. •- 
daadf-ni' eoe. Bsne osserra il Tomai, ohe 
« la beOian e parità deU' ingegno di Yìigilio 
è poeta da Dante, qoaai grado dalla 8oì«nia 
HMpnffils all'eterna ». — 115. raglanate: 
detto. — 116. lagilsisada: i qnali lagnma- 
dod m s nt r o mi pregara 



(efr. iWy. xzz 141). Qnaato al genmdìfii 
finzione di paitk^ ofr. A/l zzzi Ikì 
Tolae: Beco.: «Tsno il cielo; doveèqid| 
intsttdsvaehe, dettola saaintoulooesl 
gilio, si tonò: e qoesto lagrimaie SDeoiaj 
d'aibaioM si diBoetca, dimosttandiiii aal 
nn atto d'acato e ■aialmsmiiils di dal 
le qnali, eome hanno piagato d'afcsnsl 
la qnale desUsfino, iaoontaneoto lagiiai 
mostiando in qnaUo il desiderio loro m 
axdeatisstaao». ~ 117. par che eeo. efr. A 
zxvn 137. ~ 118. Talaas ToUe; mmumi 
qnsnto nei ooatemporansi di Diate. (1< 
Parodi, Bau. miai) ^UO.qnsDa Itti 
lupa; cfir.191 e sagg. — 12L rlitaitil 
rùtarv ne|^ aaticki ▼ala proprianaite | 
«Mm, oome qni e spesoo in Dante. - 121i 
letto: U Th. a ff i ff ari qii e naU'£^. a 
significa maaiiiastaaeato oeoeyNariik iNiM 
cuors. — ULtreaaaae; laYeigiM,L94 
BeatEiea.— 127. 4)aaU I aeretti eoo. Tenti 
a qnestosqnisitiasiaM tra le sfaniUtaiisidri 
sohe paragona i Tsni del FoUfisao, £M| 
38, 6: « Soi g e Toa tngiadod in kco itslf j 
fior chinati dal aottamo gelo », e «wUi 
Tasao, (Ter. W. IT 75, 8: «Pamii mi^ 
sieoM e bianchi ftoii, 8e por gl'iniga vi 
giadoao nenho, QaaiiAo soll'ifpenrdt'l 



r 



INFERNO — CANTO n 



chinati e chiusi, poi che il sol gP imbianca 
129 si drizzan tutti aperti in loro stelo; 
tal mi fec'io, di mia virtude stanca, 
e tanto buono ardire al cor mi corse 
132 ch'io cominciai come persona franca: 
« O pietosa colei che mi soccorse, 
e tu cortese, che ubbidisti tosto 
135 alle vere parole che ti porse! 

Tu m'hai con desiderio il cor disposto 
si al venir, con le parole tue, 
138 ch'io son tornato nel primo proposto. 
Or ya, ohe un sol volere è d'ambedue: 
tu duca, tu signore e tu maestro >. 
Cosi gli dissi; e poiché mosso fue, 
142 entrai per lo cammino alto e silvestre. 



albozi, Spiegano a l'aare lioto il cbiiuo [ 
bo ». — 128. ImblaacA : iUnmina dalla ehm 
bianca hioe. — IdO. Ul mi fselo eoe cod io, 
che mi eia eooxaggiato, a* conforti di Vìigìlio 
jipnà aidixB. — 182. frameftt libera da ogni 
timoie. — 185. yere parale : quelle di Beatri- 
ce, coma di colei che «non por^ mentile Però 
che Minpre al primo vero ò preeso (Bir. ly 
96) ». — 188. priae propeiiot il primo pro- 
ponimento, che ta qoello di segoire Virgilio; 
cfr. Inf, I 180 e aegg. — 140. tm ecc. Beco.: 



« tu dueai quanto ò nell'andare; U^ ii;ti«n, 
qoantc è alla preeminenxa e al coraandAP&; 
• tu fiuMstro, quanto d al dimostrare ». Si t^j- 
drà leggendo il poema come Dante lìf snsca 
sterno l'ano o l'altro di questi titoli ti Vir- 
gilio, secondo il Tarlo officio che ilBp0ttty&- 
mente egli compie o di guida o di sigiiùn» a 
di maestro. — 142. per lo esamino eco. per 
la via difficile e selvaggia dell'infetuo : ttt, 
Inf. xzz 84, doTo è detta oommin #i£reaM?, 



CANTO in 



Dante e Virgilio entrano nell'Inferno, e si trovano nel yestlbolo^ ove 
sono raccolti i vili; e pervenuti alla riviera d'àcheronte osservano il luts- 
ssLggìo delle anime sulla barca di Caronte: in un grande commovi pi e nto 
delle regioni infernali. Dante cade vinto da nn improvviso baleno e tuos^ì 
ò trasportato all' altra riva del fiume [sera dell' 8 aprile]. 

< Per me si va nella città dolente, 

per me si va nell'eterno dolore, 

8 per me si va tra la perduta gente. 

Giustizia mosse il mio alto fattore, 

fecemi la divina potestate 

6 la somma sapienza e il primo amore. 



m 1. Per JM eoo. Questi primi nove versi 
sono inscrìtti sopra la porta dell'inferno per 
ammonimento e avvertimento alle anime che 
entrano nel regno del dolore.— città dolente : 
l'intieiro inferno, che si può considerar quale 
la propria sede del dolore; come il paradiso 
è U città di Dio (cfr. Inf. x 126). Alcuni in- 

DiJfTI 



tendono « la città che ha nome Dite {Ltf. vtii 
68) >», che d sola una parte dell' inf0niD< — 
5. fecemi eoo. Circoscrive la Trinità nù' sani 
attributi; seguendo Tommaso d'Aquino [Sttnk' 
ma theol.f p. L qu. xxzix, art. 8), il qcioSo 
dice che al Padre si appropria la poton/u <.p>- 
(w(a(s), al Figlio la sapienza (mumma sajttjfnxa) 



1 



18 DIVINA COMMEDIA 



Dinanzi a me non far cose create, 
se non eteme, ed io etemo duro: 
9 lasciate ogni speranza, voi, ch'entrate!» 
Queste parole di colore oscuro 
vid'io scritte al sommo d'una porta; 
12 per eh* io : < Maestro, il senso lor m' è duro ». 
Ed egli a me, come persona accorta: 
« Qui si convien lasciare ogni sospetto ; 
15 ogni viltà convien che qui sia morta. 
Noi Siam venuti al loco ov'io t*ho detto, 
che tu vedrai le genti dolorose, 
18 e' hanno perduto il ben dello intelletto >. 
E poi che la sua mano alla mia pose, 
con lieto volto, ond'io mi confortai, 
21 mi mise dentro alle segrete cose. 
Quivi sospiri, pianti ed alti guai 
risonavan per l'aer senza stelle, 
24 per ch'io al cominciar ne lagrìmai. 
Diverse lingue, orribili favelle, 
parole di dolore, accenti d'ira, 
27 voci alte e fioche, e suon di man con elle, 
facevano un tumulto, il qual s'aggira 
sempre in quell'aria senza tempo tinta, 
80 come la rena quando a turbo spira. 
Ed io, ch'avea d'orror la testa cinta, 

e allo Spirito Santo la bontà {primo amore), tesca oon la Tiigillana (J^ ti 657) : « Hino 

— 7. Dinanzi eoe Seguendo la tradizione exaodiii gemitoa, et laeva aonaie Verbexm : 
ey-aogelica (Matteo xxv 41), dice che l'inferno tom stiidor foni, tractaeqne catenae » ; dove 
fti Oleato prima dell'uomo: quando non r'e- meno -viva è l'espieesione del tormento mo- 
rano altre cose create che le eterne, dod gli rale, che il liyela inyeoe nell'efficace rappre- 
angeli, i deli e la materia prima.— 8. f temo: sentazione di Dante. Venturi 67: « D paia- 
etemamente; d il eolito agg. in fonzione ay- gone del tomolto yario e oonf&so di quelle 
yerbiale (ctr. Inf, xix 12). — 10. di colore anime furiosamente aggirate, e di que' suoni 
ose«r • : a neri caratteri ; quaU il conyeniyano disperati, col yortiooso riyolgìmento della rena 
all'oscuro regno del dolore. — 12. il senso mossa dal turbine, è tutta cosa di Dante. £ 
ter m' è dnres hùd. solamente quello dell'ai- si ponga mente al yaloxe degli epiteti e alla 
timo yerso, ma il senso di tutta la terribile stupenda gradarione dal pi6 al meno. Prima 
iscrizione doyeya esser grayoso a Dante; nò nota 1 linguaggi, poi le pronunzie, poi le p4^ 
gi& solo perché egli temesse di non nsdr pid rde, l'accento, la yoce, il snono ». — 24. al 
dall'inferno, ma perohó ne traeya come un eominelar: a sentir la prima yoHa quel tu- 
presentimento dei nudi e dei dolori ohe gli si multo doloroso. — 26. Diverse lingue: se- 
saiebbero preeentatL — 14. Q«l ecc. il oon- oondo alcuni, linguaggi difléienti, poiché qui 
cotto dantesco risale a quel & Virgilio, .^i. conyengono gli q^tldaogni paese; secondo 
yx 261: « Nunc aninùs opus, Aenea, nuno altri, linguaggi che il dolore fa disformi dagli 
pectore firmo »: cfr. Jnf, yn 4, ym 104, zvn umanL — 27. ioen di buib con elle: rumore 
81, xziy 66, xzxxy 20. — 16. t' ko detto : di mani percosse, che aocompagnaya le strane 
cfr. Inf, I 114 e segg. — 18. il ben dello e yarie yoci dei dannati. — 29. tensft tempo 
intelletto: la cognizione di Dio, nella quale tinta: eternamente oscura. Altri spiegano: 
consiste la spirituale beatitudine. — 21. mi senza yicenda di luce e di tenebre; che toma 
mise dentro : m' intiodusse neU' inferno, a poi, in fondo, lo stesso. — 80. quando a 
yoder le cose nascoste agli occhi degli uomini. turbo spira: quando il yento soffia turbino- 

— 22. QvÌtì eoo. 8i cfi:. la descrizione dan- samente. — 81. are* d'orror eoo. ayeva la 



INPERNO - CANTO IH 



19 



dissi : < Maestro, che ò quel eh' i' odo ? 
83 e ohe gent'è, che par nel duol si vinta? » 
Ed egli a me: < Qaesto misero modo 
tengon l'anime triste di coloro, 
86 che visser senza infamia e senza lodo. 
Mischiate sono a quel cattivo coro 
degli angeli, che non furon ribelli, 
89 né fClr fedeli a Dio, ma per sé fóro. 
Caccianli i ciel per non esser men belli: 
né lo profondo inferno gli riceve, 
42 che alcuna gloria i rei avrebber d'elli ». 
Ed io : < Maestro, che è tanto greve 
a lor, che lamentar gli fa si forte? » 
45 Rispose: « Dicerolti molto breve. 
Questi non hanno speranza di morte, 
e la lor cieca vita è tanto bassa, 
48 che invidiosi son d'ogni altra sorte. 
Fama di loro il mondo esser non lassa, 
misericordia e giustizia gli sdegna: 
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa ». 
Ed io, che riguardai, vidi un'insegna, 
che girando correva tanto ratta 



tasta itordita per i pianti e i guai risonanti 
iatomo aiiie.Bioordailyiigiliano,.^i.n 669: 
« At B» tua primom nema dxoamstetit hor» 
TOT », ma ancho l'altro dflll'.^». ti 669: « str»- 
pttonqiiie extaaitaa haositii; tanto più che 
la eoni^ondenza oontinna anche nella do- 
manda zirolta alla goida, J^ ti 660: « Qoae 
■oriemm tÈ/Amf o Tixgo, efEaie; qnihosye Ur» 
gentor poanitf quia tantoB plangor ad aoras ? » 
(Moore, I 193). — 84. Ki agU a se eoe AUa 
dvplioe domanda di Dante, che cosa foaser quei 
Imenii • quali spiriti fossero cosi afflitti, 
VlrglUo risponde oomprensivamente , esser 
qwéUì ì pianti dei viU. — 86. elis Tlsier eco. 
senza arem il coraggio di operare il male né 
qaeUo di Une il bene; e però non meritano 
V ««^«ni^j ohe è pena dorata ai malvagi, nò 
la lode o il bnon nome^ ohe ò premio dei vir- 
tnceL « lodo : lode ; con nsnale cambiamento 
della terminazione e del genere ( cfr. £. O. 
Parodi, BulL IH 119). — 87. eattlTO «oro 
eoe. la vile schiera degli angeli, che nella rì- 
ì^iii^Mi di Lucifero contro Dio non si dichia- 
rarono né per Tono nò per l'altro, rimanendo 
neutrali: idla tradizione biblica d ignota que- 
sta ocfaisra di angeli nenttali (cfr. Moore, 1 80), 
che sono per altro ricordati nella leggenda del 
Tiaggio di san Brandano (cfr. D'Ancona, IV»- 
tmnoHdllkmtéy pp. 61-62). — 89. tìrot ta- 
looo; è una fonna forte, frequente in Dante, 
■a seaipre in rima (cfr. E. 0. Parodi, Bull, 



m 131). — 40. C'aeciaall 1 elei oin^. J doti 
discacciano lungi da sé questi img«1i che fu- 
rono codardi, perché didla proson^ éì osai 
riceverebbe qualche detrimento la. jurr^tta bel- 
lezza del paradiso. — 42. ehd alunni eo& 
perché i dannati si glorierebbe»} d'avor mm* 
pagni di pena quelli angeli cho ddd pocCA^ 
rono di ribellione, ma solamente di viltà. -^ 
48. che hi qual pena ò ecc. — 45, dle^roltl; 
U io dieerò, te lo dirò: spesso in Dimtid &' in- 
contrano le forme primitive del vsrbo dicfra. 
— 46. Questi eco. non hanno alcuna vp^mum 
che il loro misero stato abbia a cuasAr«, poasa 
aver fine. — 47. tanto bassa; Booo.: m doA 
tanto depressa, avendo riguardo ohe In infor- 
no sieno dannati in etemo, e $u nel nondo 
di loro alcuna memoria non sia ». — 43. d'^ 
gal altra sorte: di qualsivoglU condifiane 
differente dalla loro, anche di quella dai dan- 
nati alle pene più gravL — 4VL Fama oco. 
n mondo degli uomini non concede agli ignavi 
alcuna fama; né la buona che selenita olla 
virtuose opere, né la cattiva ch(3 ticn dLotro 
alle male operazionL — 50. ads rltrordla qì:c,* 
Sono esclusi egualmente dal p.ir;idijj<j , ore 
trionfa la misericordia di Dio, o dall' in renici, 
ove si manifesta terribile la divina gì nitida*, 
cfr. il V. 63 ove lo stesso concetto ò ribniJito 
in forma di stupenda gagliardia, ^51. aoB 
ragioniam ecc. Verso di mirabili] (^ffìnncia, 
dovuta tutta alia brevità della socoudu partM 



20 



DIVINA COMMEDIA 



54 che d*ogni posa mi pareva indegna: 
e dietro le venia si lunga tratta 
di gente, ch'i' non avrei mai creduto 
67 che morte tanta n'avesse disfiE^ta. 
Poscia ch'io v'ehbi alcun riconosciuto, 
vidi e conobbi l'ombra di colui 
60 che fece per viltate il gran rifiuto. 
Incontanente intesi, e certo fui, 
che quest'era la sètta dei cattivi, 
63 a Dio spiacenti ed a' nemici suL 
Questi sciaurati, che mai non far vivi, 
erano ignudi e stimolati molto 
66 da mosconi e da vespe ch'erano ivi 
Elle rigavan lor di sangue il volto, 
che, mischiato di lagrime, ai lor piedi 
69 da fastidiosi vermi era ricolto. 

E poi che a riguardare oltre mi diedi, 
vidi gente alla riva d'un gnu fiume; 
72 per eh' io dissi : € Maestro, or mi concedi 



ed è di qiielli che, toccando la pecfezioiie nel- 
l'espressioiie di un pensieroi sono diyenati 
modi dell'oso cornane e quasi proverbiali. — 
54. d*egal fMft ecc. mi pareva esser con- 
dannata a girar etemamoite, e però incUgfuit 
non giudicata meritevole d'alcuna benché mi- 
nima pausa. — 65. e dietro ecc. e dietro al- 
l'insegna correva una si lunga schiera di 
gente, eh' io non avrei mai creduto che tanti 
uomini fossero mortu Della pena dice bene 
il Buti : « Questa pare conveniente pena a co- 
storo, che mai non anno voluto fare alcuna 
ooea, che sieno posti a sempre correre in giro, 
a dò che non abbino mai line e mal non tA. 
posino coloro che sempre si sono posati e sono 
vivuti pur per mangiare e bere e dormire, 
come le bestie ». — 58. alena: sebbene Dante 
ne riconoscesse pi6 d'uno, non designa per 
nome alcuno di questi vili, indegni di qua- 
lunque fama. — 59. eolal ecc. « Chi costui 
si fosse, non si sa assai certo », dice il Bocc., 
e veramente gìÀ fra i pi6 vecchi commenta- 
tori d discordia circa il personaggio cosi oscu- 
ramente indicato da Dante. Secondo i piò, si 
tratta di Pietro da Morrone, eletto papa col 
nome di Celestino V nel 1294; il quale dopo 
cinque mesi abdicò, giudicandosi inetto a go- 
vernare la Chiesa : cosi fu eletto Bonifacio Vm, 
che Dante considerava come prima origine 
dei mali di Firenze e quindi anche dei suoi. 
Quest'opinione non pare accettabile a chi 
giudica impossibile cho Dante facesse giudi- 
zio cosi sinistro e ingiusto dì un uomo di pura 
vita qual fti Celestino V (cfr. Inf, xxvn 105), 
santificato dalla Chiesa poco dopo la sua 



morte, e perché non si sa dove e quando il 
poeta possa averlo yeduto nel mondo, si da 
rìconoecerae poi l'ombra nell' infèrno. Ma gli 
studi del Tocco, BibL dantesoa, VI, pp. 81-88, 
e del D' Ovidio, pp. 418-434, hanno ormai 
rimosso ogni difficoltà, dimostrando che Dante 
potè ignorare la santificazione di Celestino V, 
e che nel y. 59 non ò necessario intendere 
espressa l' idea d' un riconoscimento perso- 
nale (cfr. 31/1 IV 122). — 62. eattivl: vili , 
in questo senso usò la stessa parola, e proprio 
in un luogo dove è ricordato questo di Dante, 
anche F. degli TTberti {DUtamondo iv, 21, 87): 
« Tra lor cosi per cattivo si danna D misero 
Giovanni lor delfino. Che rifiutò l'onor di 
tanta manna, Come ò in inferno papa Cel^ 
stino». — 65. eraao ecc. Giuliani: algm*- 
di,,., 1 pusillanimi, perché ninna bontà gli 
attrasse né or frtfia ta loro m«mona\ Tengono 
di continuo $timoiaH da vili animalucci, da 
che non obbedirono.al nobile istinto <mde siam 
tratti * a seguir virtute e conoscenza ' (Inf. 
xzvi 120) e sentendosi costretti a dar loffHmó 
e Mngu» per pascolo di vilissimi e sempre 
rinascenti Termi. Imagine evidente di una 
coscienza perennemente lacerata dal senti- 
mento della propria viltà e dall'invidia di 
qualsiasi cUtra torte», — 71. gran !!«■•: 
l'Acheronte, il primo e il pi6 grande dei fiu- 
mi infernali, òhe Dante trova nel suo viaggio; 
nasce dalle lagrime che piovono dalle fessure 
del gran Teglie di Creta, simbolo del genero 
umano (cfr. J&t/l nv 116), e gira tutto intomo 
al baratro infernale, flndtié nel quinto cercèio 
dilaga nella palude di Stige (cfr. Inf. vn 106). 



INFERNO — CANTO HI 



21 



ch'io sappia quali sono, e qaal costume 
le fia di trapassar parer si pronte, 
76 com' io disoemo per lo fioco lume »• 
£d egli a me : € Le cose ti fien conte, 
quando noi fermerem li nostri passi 
78 su la trista riviera d'Acheronte >. 
Allor con gli occhi vergognosi e bassi, 
temendo no 1 mio dir gli fiisse grave, 
81 infino al fiume di parlar mi trassi. 
Ed eooo verso noi venir per nave 
un vecchio bianco per antico pelo, 
84 gridando : € Guai a voi, anime prave ! 
Non isperate mai veder lo cielo: 
i'vegno per menarvi all'altra riva, 
87 nelle tenebre eteme, in caldo e in gelo; 
e tu che se' costi, anima viva, 
partiti da cotesti che son morti »• 
90 Ma poi ch'ei vide ch'io non mi partiva, 
disse: < Per altra via, per altri porti 
verrai a piaggia, non qui, per passare: 
93 più lieve legno convien che ti porti >. 
E il duca a lui: « Caron non ti crucciare: 



— 78. «MtBMt: legge, o, come altri inten- 
dmo, propzìetà, modo d'operaie: otr. Bar, 
xjDon 88. — 7S. Le Mte eoe. Le cose ohe 
TDoi sapete ti saraimo cognite, palesi ecc. Si 
■ ffHW i?»^. alla ^iegaz&one ohe Vizgilio darà, 
aenzs che Dante gli fiwoia alcon'altia lichieeta, 
Mi TT. 121-129. — 79. ?ergogBò8Ìs riverenti, 
e però Tòlti a taira; perché Dante temeva 
che U eoa cariodtà rin a ci wo spiacevole a 
Vin^ìlio. — 81. di parlar eoo. mi astenni dal 
parlare. — 82. E4 ecco eoe Si ofr. colla de- 
scrizione Tiigiliaaa, sema dubbio avuta pre- 
sente d» Dante (i^ vi 298): « Portitor has 
korrandoa aqnae et flomina servat Terribili 
a«|aa]ore CSiaion: coi plurima mento Oanitiee 
ixfecnlta iaoet: stant lumina fiamma: Sordidos 
ex humeria nodo d^pendet amictus ». ~ 88. 
■■ Teedd« eoe Oaionte, figlio deU'Erebo e 
della Notte, noochiero infernale. Dante oon- 
fbnaandoei alle credenze medievali, le quali 
Movendo da un passo di san Paolo (lai Oor.f 
X 20) ooBiidenKvano gli esseri mitologici come 
esseri diabolici (ofr. Moore, I 184), fece di al- 
cuni di essi altrettanti demoni ponendoli quasi 
Binìstxi di giustizia infernale al governo delle 
varie parti del suo inforno: cosi troveremo 
Miooe sulla soglia del seoondo oerohio con 
ginriadizioBe su tutto V inferno {Jkf. v 4-15, 
zm 94-86, zz 86, zzvn 124, xxix U9-120); 
Cctbeto nel terawC&i/'. VI 18-18, 82-83), Fiuto 



nel quarto {Inf, vn 1-15), Flegias nel quinto 
(Inf, vm 18-24), le Erinni e Medusa nel sesto 
{inf, a 87-54), il Minotauro e i Centauri nel 
primo girone del settimo (jDi/I zn 11-27, 55- 
75), le Arpie nel seoondo {Inf. zm 10^15), 
Gerione tra il settimo e l'ottavo cerchio (inf, 
zvn 1-15) e i Giganti intomo al nono {Inf, 
zzzT 81-83). — 84. Claal eoo. Le prime e più 
minaodoee parole di Caronte sono rivolte alle 
anime affollate sulla riva del fiume infernale. 
— 88. e te ecc. Queste sono rivolte a Dante, 
detto anima viva, doò congiunta ancora col 
corpo e vìvente nella grazia divina. — 89. 
morti s tanto del coipo, dal quale le loro 
anime si sono già dipartite, quanto dello spi- 
rito, perché sono privati d'ogni luce della 
grazia. — 91. Per altra via eoe La via che, 
a gìudirio di Caronte, deve condurre Dante 
ai regni etemi, d quella delle anime buone, 
che scendono dopo la morte alla fooe del Te- 
vere e ivi sono raccolte dall'angelo nocchiero 
e portate all' isola del purgatorio (cfr. Purg, 
u 101 e segg.). — per altri porti: per altri 
passi; quello cioè che intercede tra la fooe 
del Tevere, donde parte, e l'isola, ove ap- 
proda la barca dell' angelo che porta le ani- 
me buone. — 93. pid lieve legno: doò il 
«vasello snelletto e leggiero» dell'angelo 
(cfr. Purg. n 41). — 94. Caron, non ti 
emeciare ecc. si cfr. gli ammonimenti si- 



22 DIVINA COMMEDIA 



vuoisi cosi colà, dove bì puote 
96 ciò che si vuole, e più non dimandare ». 
Quinci fùr quete le lanose gote 
al nocchier della livida palude, 
99 che intomo agli occhi avea di fiamme rote. 
Ma quell'animci ch'eran lasse e nude, 
cangiar colore e dibatterò i denti, 
102 ratto che inteser le parole crude. 
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti, 
l'umana specie, il luogo, il tempo e il seme 
105 di lor semenza e di lor nascimenti. 
Poi si ritrasser tutte quante insieme, 
forte piangendo, alla riva malvagia, 
108 che attende ciascun uom che Dio non teme. 
Caron dimenio, con occhi di bragia, 
loro accennando tutte le raccoglie; 
111 batte col remo qualunque s'adagia. 
Come d'autunno si levan le foglie 
l'una appresso dell'altra, infin che il ramo 
114 rende alla terra tutte le sue spoglie; 
similemente il mal seme d'Adamo: 
gittansi di quel lito ad una ad una, 

mill di '^^igilio a MinoMO {Inf, v 23) e a moda nella barca, oyo le anime debbono star 
Plato {hif. Tm 8). — 97. <{ninel eoo. Per ritte, perohó ve n' entri on maggior numero, 
queste parole si quietarono le gote pelose eoo. Molti commentatori, assai meno bene, spie- 
Tatto il Terso ricorda quel di Virgilio {Sn, gano: s'indogia, ritarda ad entrare; che è 
▼I 102): « Ut primom cessit ftiror, et rabida contro i tt. 74 e 12Ì-126. — 112. Come d'aa- 
ora qoienmt ». — 96. llTlda palude: il tor- tvnno eco. Cfr. "Vigilio {Bn. ti 905): « Uno 
bido flome, che Ta a stagnare in ana palude; omnia tariM ad ripas efllòsa roebat; Matrea 
anche questo è un ricordo rirgiliano (£H. vi atque viri, def&notaque ooipora ylta Magna- 
820) : « remis rada livida verrunt ». — 99. nimùm hmoom, pneri innuptaeque pnellae, 
ehe Intorno eoe. gli occhi del quale davano Impositique rog^ iuvenes anta ora parentnm; 
bagliori di ilamma, a significare l' intensità Quam multa in silvis auctumni frigore primo 
del cruccio represso dall'ammonimento di Vir- Lapsa cadunt folia; ant ad ternun gurgite ab 
gilio. Danto dà nuovo e più eificace atteggia- alto Quam multae glomerantur aves, ubi fri- 
mento a un particolaie, che nella desciizione gidus annua Trans pontum ftigat, et terris 
virgiliana (« stant lumina fiamma ») ò espresso Immittit aprids ». Venturi ISS : « Dante, to- 
oon molto minor vigoria. — 100. lasse e node: gliendo dal suo Maestro le due simUitudini 
stanche per il dolore e prive d'ogni difesa. [delle foglie e deg^ ucoelli], rinnova la prì- 

— 102. ratto ehe: subito che; cfr. £•/*. vi ma con la particolarità del ramo spogliato, che 
88 ecc. — 108. BestemMlavaao ecc. Bacco- compie stupendamente l'imagine; l'altra ab- 
glievano in un impeto di sdegno impotente bellisce con l' idea del richiamo, tutta propria 
le loro malediiioni su tutte le cause remote degli uccelli, che mostra l' impeto disordinato 
e prossime della lor vita: Dio, i genitori, gli con cui si gittano »: cfr. anche Moore, I 28- 
antenati, l'umanità, la patria, il loro secolo 26. — 114. rende ecc. La variante: «adi aUa 
e il momento della nascita. — 106. Poi si ri- ter», difesa da parecchi moderni risponde 
trasser: si radunarono, si ristrinsero insieme, a quel di T^rgilio, Owrg, n 82 : « miraturqne 

— 108. che attende eoe An. fior.: «Chi novas frondes et non sua poma»; ma, oltre 
teme Iddio si guarda di mal fare, chi non teme che la sintassi italiana vorrebbe che si dicesse 
capita a quella ripa ». — 109. Caron dimo- a Uvra^ non àUa ter», sta il fatto cho di più 
bIo: si veda sopra la nota al v. 88, e si cf^. viva bellezza e di un coiioetto più gagliarda- 
oon Inf. VI 82 : « dello dimonio Cerbero ». mente poetico rispl«ide la lesione vulgata, 

— 111. s'adagia: si mette in posizione co- che ho accettata nel testo. — 116. il Mal 



INFERNO — CANTO HI 



23 



117 per cennii come augel per suo richiamo. 
Ck>8l sen vanno su per l'onda bruna, 
ed avanti ohe sian di là discese, 
120 anche di qna nuova schiera s'aduna. 
< Figliuol mio, disse il maestro cortese, 
quelli che muoion nelPira di Dio 
123 tutti convegnon qui d'ogni paese: 
e pronti sono a trapassar lo rio, 
che la divina giustizia gli sprona 
126i si che la tema si volge in disio. 
Quinci non passa mai anima buona; 
e però, se Caron di te ai lagna, 
129 . ben puoi saper omai che il suo dir suona ». 
Finito questo, la buia campagna 
tremò si forte che dello spavento 
132 la mente di sudore ancor mi bagna. 
La terra lagrimosa diede vento, 
che balenò una luce vermiglia, 
la qual mi vinse ciascun sentimento: 
1S6 e caddi, come l'uom cui sonno piglia. 



unie eoe. le anime malnate dei peoeatoil — 
117. ceflM avgrcl por no eco. Bnti: «Qui 
fa la almilitadine dell'nocellatorB che richia- 
ma lo sparviero oon rnòcellino, e lo falcone 
eoo l'alia delle penne, e raatoie eoi pollastro, 
e daacniio oon qael di che l'nooello è yago ». 
— 12L nglliol Mio eoo. Tugilio risponde 
ora alla domanda fittaci da Dante più ad- 
dietro: Tedi T. 72 e segg. — 123. mnoioa 
■tn* Ira eoo. qneDi ohe mnolono nel pecoato, 
food deUA grazia ^rina. — 125. gli sprona: 
per gli stimoli della coscienza, che costringe 
le anime dei peccatori a desiderare la pena, 
deQa quale non temono più ora che d perduta 
ogni speranza di salate. — 128. si lagna: 
cfr. T. S&-8d. — 129. ben pnol eco. Lomb.: 
« JLocenna che le ragioni addotte da Caronte 
par non ammetter Dante, e perché fosse egli 
ancor Tivente, e perché più liere legno con- 
Tenxra che portamelo, non fossero ohe pre- 
tasti; e òhe la reia cagione fosse, perch'egli 
Ti aaàsrtL per effetto di pentimento deUe sue 
colpe, e per istahOirsi in nn salnterole timore 
dei dhini etemi gastig^ cosa ai demoni rin- 
ersscerole». — ISO. U bau campagna: 
rosenra regione infernale. — 188. La terra 



lagrlaoim eco. la regione del pianto mandd 
Aiori OH Tento, dal qnale balenò nna Ince 
rosseggiante. — 134. balenò ecc. Ctt, Poli- 
ziano, ^. n 18: « Bal«id intomo nno splen- 
dor Tormiglio ». — 186. la qaal ecc. In que- 
sto commovimento Dante smarrì i sensi e 
cadde come nomo addormentato: dorante 
questo sonno si operò, né egli éi lascia 
intender come ciò avrenisse, U suo passaggio 
dal Tostibob al primo oeroido dell' inferno. 
L' ipotesi più Terosimile, fina quante furono 
messe fta,ori a questo proposito (of^. per la 
questione relatlTa, Bull I 196), è ohe Dante 
sia stato portato rapidamente al di U del- 
l' Acheronte da un angelo; che sarebbe in 
armonia col passo dell' htf, iz 64 e segg. doTo 
un angelo Tiene a toglier di mezzo gli osta- 
coli frapposti dagli spiriti infernali, e il suo 
venire ò pur accompagnato da un Tiolento 
terremoto e da un vento impetuoso. — 136. 
come l'aom eco. Venturi 228: «Bene usata 
ò la similitudine, oon la quale oi volle adom- 
brare che l'essere caduto in quel grave e su- 
bito assopimento fu per l'apparizione di un 
messo celeste che lo trasportò di U dal fiume ». 



24 DIVINA COMMEDIA 



CANTO IV 

Biscotendosi, Dante ni trova nel primo cerchio delP inferno ossia nel 
limbo ; ove sono gli spiriti dei tombini morti avanti di ricevere il batte- 
simo, e qnelli degli nomini virtnosi vissuti prima di Cristo o fuori della 
fede : Tirgilio fa conoscere a Dante i poeti antichi, Omero, Orazio, Ovidio e 
Lncano, che lo accolgono nella loro compagnia; e dopo avergli mostrato 
gli eroi e i filosofi delP antichità lo condnce verso il secondo cerchio [sera 
deU' 8 aprile]. 

Buppemi l'alto sonno nella testa 
UQ greve tuono si eli* io mi riscossi, 

8 come persona die per forza è desta: 
e Pocchio riposato intomo mossi, 

dritto levato, e fiso riguardai 
6 per conoscer lo loco dov'io fossL 
Vero è che in su la proda mi trovai 
della valle d'abisso dolorosa, 

9 che tuono accoglie d'infiniti guaL 
Oscura, profond'era e nebulosa, 

tanto che, per ficcar lo viso al fondo, 
12 io non vi discemeva alcuna cosa, 

< Or discendiam qua giù nel cieco mondo ; 

rv 1. Bvfpeal Paltò ••■>• eoo. L'im- fittto sta ohe eoo.; semplice fonnnla diohia- 

prowiflo balenare ddla laoe avera itoidito latiTa, non infteqnenta in Dante, ohe 1* ha 

Dante, il qnale penò non vide oome si ope- in Inf, ee 22, mz 112, Purg. m 136, x 136, 

rasse il sno passaggio dall'una all'altia sponda Par, 1 127. — proda : orlo, limita estxemo. — 

dell* Acheronte : avvenuto questo passaggio 8. della ralle eoo. perìfhisi per indicare l' in- 

con merarigliosa rapidità, U poeta fu riscosso forno, dove a' entra per lamenti feroci {IStrg, 

e richiamato alla cognizione di sé da un vio- zn 114) : ofr. Inf, m 22 e segg., v 25 e 

lento rumore, ohe valse a scuoterlo dall'otto sgg., vi 19, vn 26, vm 66 eco. — 11. per 

aanno, dal profondo assopimento in coi era fleear ecc. per quanto ficcassi, volgessi flsa- 

caduto. — 2. BB grevt taonos per molti mente; simili locuzioni sono frequenti in 

commentatori è quello aooennato nel v. 9, Dante, come Inf, zvi 98 « per padar sarem- 

il iuom dfinfMU guai ohe sale dai cerchi ih- mo appena uditi », zxvm 8 « per narrar più 

remali; ma contro tale intnpretazione stanno volte », Purg, zzv 16 « Non lasciò per V an- 

i w. 26-28 : meglio O, Pncoianti, seguito da dar ohe fosse ratto ». — lo vlsa : in prosa 

altri, intese questo per un vero tuono, per e in versi Dante e ^ altri antichi usarono 

lo schianto del fùlmine, ohe colla luce aveva vùo per vista, senso del vedere : se ne tro- 

vinto e stordito il poota al di qua dell'Aohe- vano esempi in Inf, de 66, 74, z 84, zvi 123, 

ronte (efr., per la questione, OL Antona Tra- xx 10, zzn 11, Purg, ne 84, zv 26, zvn 41, 

versi, H greve Uiono danteeoo, Città di Ca- P», m 129, z 101, zvn 41, zzi 20, 61, zzn 

RtoUo, 1887, e E. Pomadari, St, p. 26-44. — 69, 188, zzvn 6, 78; F. 2^. i 23, zi 10, ziv 

3. come persona eoo. : cfr. Frexzi, Quadr, tv 29, zzzvn 37; Oonv, m 9 : « per affaticare 

12 : « Subitamente mi percosse un tuono... lo viso molto a studio di leggere, intanto do- 

E come quei che a forza desti sono, Poi mi bUitai gli spiriti visivi » ecc. — 12. non vi 

levai». — 4. e Peeohlo eoe e levatomi in dlscernSTa ecc. non riusciva a distinguere 

piedi, guardai all' intomo con gli occhi, ohe nessuna cosa nel fondo ddl' inferno. — 18. 

avevano ripreso la loro forza perduta n^ mo- deeo mondo : il regno del dolore è detto an- 

meutaneo stordimento. ~ 7. Taro è eco. il che « cieco carcere » {Inf, z 68, Purg, zzn 



INFERNO - CiLNTO IV 



incominciò il poeta tatto smorto: 
15 io sarò primOf e ta sarai secondo >. 
Ed io, che del color mi fai accorto, 
dissi: € Come verrò, se ta paventi, 
18 che suoli al mio dabbiare esser conforto? » 
Ed egli a me: € L'angoscia delle genti, 
che son qaa giù, nel viso mi dipigne 
21 quella pietà, che ta per tema sentL 
Andiam, che la via lunga ne sospigne ». 
Cosi si mise e cosi mi fé' entrare 
24 nel primo cerchio che l'abisso cigno. 
Quivi, secondo che per ascoltare, 
non avea pianto ma che di sospiri, 
27 che l'aura etema facevan tremar : 
ciò awenla di duol senza martiri, 
ch*avean le turbe, ch'eran molte e grandi, 
80 e d'infanti e di femmine e di virL 



108) • « mondo cieco » (£iA xzvn 26), per 
le tj&oBhte eteme ohe lo ayrolgono. — 14. 
nMrt» : per la commoxione deDa pietà, òhe 
A Dante sembra inTece effstto di pania. — 
15. !• sarè ecc. io andrò avanti e ta mi 
HBgiiiiBi Alami commentatori credono ohe 
Danto accenni al Datto ohe Virgilio fli primo 
a Jeetnirero nna discesa ai regni etemi (ofr. 
fai nota all' Inf. i 89). — 16. eht del eolor 
eco. a c c o r g e ndomi del paUoie diifaao sol volto 
£ Virgilio e gindicandob come 'segno di spa- 
vento. — 18. 4nMlart: àMnan o dubitare 
é ls ee r o gli antichi in senio di temere, com' è 
4etto in JSitg, xz 186 « Non dubbiar men- 
tr'to ti gnido». — 19. Ii'Mgeteift ecc. D 
éml mmxn martki deOe anime ohe sono in 
questo cerchio, nei. limbo; oppure il doloro 
di tatto le anime dannato : meglio è segoire 
ki pìma interpretazione, poiché qni vera- 
Mmto Virgilio cominci» a parlare, non del- 
r intono in generale, ma del limbo òhe ne 
fannn fl primo cerchio. D'Ovidio, p. 82: 
« qaalli del Limbo, ai quali anche nel Pmy. 
[vn 28 e seg., xxn 100 e ssgg.] non sa ac- 
eennmre senza tarbamento ». — 21. ta per 
liMi aentl x to giudichi esser paura. — 22. 
In Tte langs ecc. il hmgo cammino ohe dob- 
biamo pecoonere non ci consento indugi. — 
aa. Coti eco. Dicendomi questo parole. — 24. 
Mi fcimo eereklo : Danto imaginando il lim- 
bo come una parte dell' inlìamo ai tenne alle 
4irftrTT** teologiobe cristiane, secondo le quali 
le anime dei padri e dei parvoli erano collo- 
cato in un solo luogo in prossimità di quello 
MsiH,iistn ai dannati ; come abbiamo da san 
Toomaso, Smmmii, P. m, sappi, qu. t.ttt, 
■it. 6: «Si oottsiderentur [receptacula ani- 
maniB post mortem] quantum ad situm lod, 



sic probabile est quod idem loous vel quasi 
continuus sit infemus et limbus; ito tamen 
quod quaedam superior pars inferni limbus 
petrum dicatur. Szistentea enim in inferno 
secundum dlversitotom oulpae diversam sor- 
tiuntur et poenam, et ideo secundum quod 
gravioribus peocatis irretinntur damnati, se- 
cundum hoc obeouriorem locum et proftmdio- 
rem obtinent in Inferno: unde et sanott pa> 
tres, in quibus minimum erat de ratione oul- 
pae, supremum et minus tonebrosum locum 
habuerant omnibus puniendis». Oome i teo- 
logi, coef anche Danto non th alcuna distin- 
zione tra il limbo dei padri e quello dei par- 
voli; attenendosi andie per questo a san 
Tommaso, Summa, L oit, art. 6 : « Limbus 
patmm et limbus puerorum absque dubio dif- 
ferunt secundum qualitatem praemii vel po^ 
nae..., sed quantum ad situm, probabUitor 
cre di t ur, utiorumque loous idem ftiisse»: 
cfir. anche Aify. vu 28-84. — 26. teeondo 
eke ecc. per quanto si poteva raccogliere 
ascoltando. — 26. aa che: ftioriohe; locu- 
zione ftoquento negli antichi e anche in Danto 
che l'usa in Ii^f, zzi 20, zzvm 66, J\urg, 
zzvm 68 e Bw. zzn 17 : tutto fl verso signi- 
fica che nel limbo non v* era altm espressione 
di dolore (pianto) all' infiori dei sospiri; con- 
forme a dò ohe nel I\Mrff. vn 26 Danto dice 
del limbo, « ove i lamenti Non suonan oome 
guai, ma son sospiri ». — 28. di duel senza 
raartfrl. Lomb. : « da puro intomo dolor 
d' animo, senza cagione d' alcuno estemo tor- 
mento: dal solo rammarico d' esser privi della 
beatifica vision di Dio, non dal ftioco o altro 
estoriore tormentoso mezzo ». — 80. Influtl : 
otr. Pwg, vn 81 : « parvoli innocenti, Dai 
denti morti della morte, avanto Ohe fossor 



26 DIVINA COMMEDIA 



Lo buon maestro a me : « Tu non dimandi 
che spiriti son questi che tu vedi? 
83 Or Yo' che sappi, inncmzi che più andi, 
ch*ei non peccare; e s'elli hanno mercedi, 
non basta, perché non ebber battesmo, 
86 eh* è parte della fede che tu credi: 
e se furon dinanzi al cristianesmo, 
non adorftr debitamente Dio; 
89 e di questi cotai son io medesmo. 
Per tai difetti, non per altro rio, 
semo perduti; e sol di tanto offesi, 
42 che senza speme yivemo in disio >. 

Gran duol mi prese al cor quando lo interi, 
però che gente di molto valore 
4^ conobbi che in quel limbo eran sospesi 
€ Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, 
comincia' io, per voler esser certo 
48 di quella fede che vince ogni errore, 
uscicci mai alcuno, o per suo merto 
o per altrui, ohe poi fosse beato? » 
51 E quei, che intese il mio parlar coverto, 
rispose : € Io era nuovo in questo stato, 
quando ci vidi venire un possente 
54 con segno di vittoria incoronato. 

dell' amana colpa esenti ». ~ fteanUaf^. ▼!• 43. !• iitetl t intod lai, ViiigUIo, dire queste 

ri : le donne e gli nomini ohe « le tze sante parole. — 46. Dimmi, Maeitro eoe Tomm. : 

Viiid non ti veetfro e senza vizio Conobber « La compassione dello stato di Virgilio sen^ 

V altre e seguir tutte quante » (Airy. vn 34). tita da Dante rende ragione di questo doppio 

— 88. andit vada; voce arcaica, usata an- titolo, eh' è una lode delicata e pietosa». — 
che dal Prezzi, Quadr, i 11 : « Innanti che 48. di qielU fède t delle credenze cristiane, 
il mio carro più su andi» : cfr. E. Q-. Parodi, massime di quella relatira alla disossa di Crì- 
BuU, m 180. — 84. mercedi: meriti, buone sto al limbo. — 49. iseleel eoe dal limbo 
opere: senso che la parola fn$ne<U ha pur nel usci mai, per merito suo o d'altri, alcuno 
Ftir, ZZI 62 e zznn 112. — 86. ch'è parte spirito, che poi pervenisse alla beatitudine^ 
ecc. poiché il battesimo è uno degli articoli passò mai alcuno dal limbo al paradiso? — 
della fede, ò parte essenziale e necessaria 61. parlar eoTtrto: parlare indiretto, in 
della dottrina cristiana; cosi intendono giù- quanto Dante, per non mostrare di dubltar- 
stamente gli antichi, Lan., Bocc, Benv., ne, non ha chiesto a Virgilio se veramente 
Buti. Alcuni modemi leggono : eh* è porta. Cristo scendesse a liberare anime dal limbo, 
cioè principio, inizio della fede; lezione che ma se di qui n' usd mai alcuna. — 62. Io 
parrebbe confermata dal passo del Par. zxv era buot* eoe La discesa di Cristo al limbo, 
10-12, ma non ha sufRdente autorità di ma- narrata in quella parte del vangelo di moo- 
noscritti. — 88. non adorir ecc. non ebbero demo che si chiama appunto De^emuut Cari- 
la fede in Cristo venturo (ofr. Par, zzzn 24). éH ad inferoe (in Evangelia apooryphm, ed. 

— 89. 41 qitstl ecc. cfr. Inf, i 126-6. — C. Tischendorf, Lipsia, 1876), si pone dopo 
40. difetti: mancanze, deficienza di fede. — la sua morte, nell' anno 88 d« 0.; allora Yìr' 
rio : reità, colpa; ofr. Purg, vn 7: « Io son gilio, mancato di vita nel 19 a. 0., era nel 
Virgilio; e per nuli' altro rio Lo del perdei, limbo da tempo relativamente breve. — 63. 
che per non aver fé ». — 41. di tanto : da que- un possente con segno eoo. Gesù Cristo, il 
sto solo, solamente in questo che ecc. — offesi redentore incoronato della palma del marti- 
eoe, afflitti da un continuo desiderio della vi- rio. Si noti che il nome di Cristo non è mai 
sione di Dio, senza speranza di ottenerla. — pronunziato nell' inferno, ma indicato sempre 



INFERNO - CANTO IV 



27 



Traaseci l'ombra del primo parente, 
d'Abel suo figlio, e quella di Noè, 
57 di Moisò legista e ubbidiente; 
Abraàm patriarca e David re, 
Israel con lo padre e co* suoi nati, 
€0 e con Bacbele, per cui tanto fe', 
ed altri molti; .e fecegli beati: 
e vo*ohe sappi cbe, dinanzi ad essi, 
63 spiriti umani non eran salvati ». 

Non lasdavam l'andar, perdi' ei dicessi, 
ma passavam la selva tuttavia; 
6G la selva, dico, di spiriti spessi. 
Non era lunga ancor la nostra via 
di qua dal sonno; quando vidi un foco, 
69 ch'emisperip di tenebre vinda. 
Di lungi v'eravamo ancora un poco, 
ma non si ob'io non discemessi in parte 
72 cbe onrevol gente possedea quel loco. 
€ tU| ohe onori ogni scienza ed arte, 
questi chi son e' hanno cotanta onranza, 



di peiUhwi (cfr. Inf, xn 88, xix 
91, zxziT 115). — 66. TrsMeel : trine di 
qu. — éel piiM« fumite: di Adamo, detto 
nel Bar. zm 111 « pzimo padre », in confort 
■ita deDe aoittiize nore, che eod io chia- 
mano (Ommi m 22<4; Faob, Ai fcmmi ▼ 
12, / ipUL tà Carimi xr 46 eoe). — 66. 
AMI :Ileeooiidoll«aiiolo di Adamo. — Heè: 
a fatzìaica, che con k laa famiglia scampò 
al ditnrio loiiremle. — 67. Molle legiitA: 
Uoeò n gniide leglilatore del popolo ebreo 
(efr. Bar. zzzn 180-3). — 68. Abraàm: U 
patiiacca, ohe sacrificò a Dio il flgliaolo Iiao- 
cn, per ubbidienza; onde alooni leggono: 
Uoiaè kgiala i r «ÒMd. Abraàm paMarea (cfr. 
Moore, I 67), non badando che con la nnora 
terzina Dante cambia costrozione, come se 
ripetene il rb. TroMaed senza ombra, — Da- 
tU: re d'Israele, chiamato dall'Alighieri 
{B^r, XX 88) « il esntor dello Spirito Santo » 
e {Ba^. xxT 73) « sommo cantor dei sommo 
dnee », perché fli Tantore dei Salmi — 69. 
Urael: CHaoobbe, fl^ d'Isacco, che dopo 
la lotta con l' angelo ebbe nome d'Israel ((?«- 
«•si xxxn 28). — natii figUnoli; cosi an- 
oike altrove, £itf. x 111, Bar. xxn 142. — 
60. BadMie: tigOtL di Labano, moglie di Gia- 
cobbe; cfr. Bmjf, xxm 104. — per evi tanto 
W i raoconta la Bibbia che Giacobbe per ot- 
tenare la mano di Baehele serri il padre di 
lai per quattordici anni {Grnmi xxnc 28 e 80). 
— 64. dlesatli 8^ pers.; com' ò d'altri Terbi, 
in in/: IX 60^ Pi»rg, xznr 186 ecc. : è anche 



in altri antichi : cfr. Parodi, Bull, III129. — 
66. iattarla: sempre, contìnnatunente. — 
66. U selra, dice, di spiriti ecc. la lolla 
delle anime raccolte in quella parte del limbo. 
Bnti: «l'autore divide quelli del limbo in 
due specie, ponendo coloro che anno avuto 
funa onorevole nel mondo di per sé da quelli 
che non l' anno avuta :... dei primi che sono 
stati senza fama non nomina alcuno ». — 68. 
di qaa dal senno eco. God lessero i pift an- 
tichi inteipetri, Lana, Beco., Benv., Anon. 
fior., intendendo : di qua dall' Acheronte, dal 
fiume presso il quale io era caduto assopito 
per il balenare della folgore (cfr. Inf, m 135); 
ma già il Buti lesse di qtia dal mimmo, spie- 
gando : di qna dalla sommità, onde si scende 
nel primo cerchio. — 69. di'emlsperlo ecc. 
ohe illuminava mezzo il cerchio tenebroso, e 
proprio quella parte che accoglieva i grandi 
spiriti dell' antichità. Altri interpreti, a co- 
minciare dal Buti, prendono vwtia come una 
forma del vb. vifwke, attorniare, circondare, 
intendendo che il fùooo girasse tutf intomo 
al cerchio. ^ 71. la parte : va collegato con 
dò che segue : che per ona parte il luo^ era 
occupato da gente ecc. — 72. enreTol : degna 
di onore ; ò anche in Pwrg, xxu 143. — 73. 
tv eco. Buti : « Virgilio onorò la scienza e 
l' arte, con le sue opere ». Altri passi in coi 
Dante celebra Virgilio come scrittore sono nel- 
r Inf. I 79, n 60, 113, vin 7, Purg. vii 17, xviii 
83, XXI 95, rziv 99, Bxr. xv 26. — 74. onran- 
za s onoranza: come in Inf. xxvi 6. — 



28 



DIVINA COMMEDIA 



75 che dal modo degli altri li diparte? > 
£ quegli a me: € L'onrata nominanza, 
ohe di lor suona su nella tua vita, 
78 grazia acquista nel ciel che si gli avanza ». 
Intanto voce fa per me udita: 
€ Onorate l'altissimo poeta! 
81 l'ombra sua toma, ch'era dipartita». 
Poi che la voce fu restata e queta, 
vidi quattro grand* ombre a noi venire; 
84 sembianza avevan né trista né lieta. 
Lo buon maestro cominciò a dire: 
« Mira colui con quella spada in mano» 
87 che vien dinanzi a' tre si come sire: 
quegli è Omero poeta sovrano; 
P altro è Orazio satiro^ che viene, 
90 Ovidio è il terzo e l'ultimo è Lucano. 
Però che ciascun meco si conviene 
nel nomci che sonò la voce sola, 
93 fannomi onore, e di ciò fanno bene ». 



75. dal modo eco. dalla condizione degli altri 
spiriti, oàe sono nelle tenebre eteme. — 78. 
ohe if gii »Taaz«: il quale li avvantag» 
gia oosi. Bati : « vuole signiflcaze che questi 
cosi fotti, ohe nel mondo sono stati famosi 
di prodezza di corpo nell' anni o d'animo nelle 
scienzie, abbino lame di là, do4 abbino chiara 
la loro ooeoienza; chó di loro non anno la- 
sciato malo esemplo alli altri nelle dette oose, 
ma anno lasciato buono e si fatto che la loro 
fama ancora tace ». — 79. Intanto toco fta 
eco. Dante non dice da chi partisse l' invito 
a onorare Virgilio ; secondo il Lana e Benr. 
sarebbe partito dai poeti nominati appresso, 
ai yy. 88-90; secondo il Buti invece da Ari- 
stotele. Ha sono spiegazioni erronee: «quel- 
la uno (cosi il D' Ovidio, p. 628) che invita 
gli altri non pud esser che Omero, il poeta 
sovrano, che appunto apre la marcia ed 
ha perfino l' insegna del comando ». — 81. 
ch'ora dip«rtitat per andare al soccorso di 
Dante: cfir. Jnf, n 61-130. — 84. lembian- 
la ecc. Bati : « non erano tristi, perché non 
aveano martirio; né lieti, porche non aveano 
beatitudine ». — 86. oominelò eoo. Note- 
vole ò il rlsoontro ohe con questo passo 
offrono alcuni versi di Babano Maaro (cfr. 
Bit. zn 189), ove tono ricordati insieme i 
poeti dei quali Dante formò la bella acuoia : 
« Carmina nempe tua dico meliora Maronia 
Carminibus, oeUi cantibus Ovidii, Odis quae 
oecinit Fìaoou», verbosus Howwnu, Cordaba 
quem genuit » (cf. Moore, I 6) ; sebbene la 
menzione di Omero non sia qui se non tma 
perifrasi per indicare Lucano Qì verboso 



Omero di Cordova). — 86. colai eco. Omo- 
ro, che tiene la spada in mano come prin- 
cipe dei poeti (cfr. Lucrezio, m 1060 : « Addo 
Heliconiadum comites, quorum unus Home- 
rus Sceptra potitos») o oomo cantore di 
latti eroici: fli molto ammirato da Dante, 
il quale, pur non avendo letto i suoi poemi 
(Moore, I 164-166), lo saluta {Pmg. zzn 101) 
come « quel greco Che le Muse lattftr più 
eh' altro mai ». — 89. Oraslo satiro : Q. Ora- 
zio Fiacco venosino (65-8 a. C), U pi6 grande 
dei lirici romani, ta famoso nel medioevo 
massime come aatore dei dae libri di Satire, 
piene di savi ammaestramenti e di sapienza 
pratica: Dante fti stadiosissìmo delle poesie 
di Orazio (Moore, I 197-206), che aveva in 
conto di maestro (cfr. De vulg. eloq. u 4: 
« magister noster Horatius»). — 90. Orldio: 
P. Ovidio Nasone sulmonese (43 a. C. - 17 
d. C), fecondo poeta latino, dalle opere del 
quale, o specialmente dalle Ercidi e dalle 
Metamorfosi, Dante trasse molte delle sue co- 
gnizioni sali* antichità classica, massime neUa 
parte mitologica (Moore, 1 206-228). —Lieano: 
M. Anneo Lucano di Cordova (89-66 d. C), 
«ntore della FarsaìiOf poema eroico in dieci 
libri sulla lotta tra Cesare e Pompeo, molto 
studiato da Dante (Moore, I 228-242). — 91. 
■eco 11 eOBTleno eoe. sono poeti come me. 
— 92. 1» voce sola: secondo alcuni, ò la 
voce unanime dei poeti (cfr. Maxziale, De 
apeclaculia, m 11 : « Vox diversa sonat : po- 
pulorum est vox tamen una ») ; molto meglio 
s' intende la voce di un solo die invitò i com- 
pagni a onorare Virgilio (cfr. sopra la nota 



INPERNO - CANTO IV 



29 



Cosi vidi adunar la bella scuola 
dì quei signor dell'altissimo canto, 
96 che sopra gli altri oom' aquila vola. 
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto, 
Yolserai a me con salutevol cenno; 
99 per che il maestro sorrise di tanto: 
e più d'onore ancora assai mi fennO| 
ch'essi mi feoer della loro schieray 
102 si ch'io fai sesto tra cotanto senno. 
Cosi n'andammo infino alla liuniera, 
parlando cose, che il tacere è bello, 
105 si com'era il parlar colà dov'era. 
Venimmo al pie d'un nobile castello, 
sette volte cerchiato d'alte murai 
108 difeso intomo d'un bel fiiunicello. 
Questo passammo, come terra dura: 
per sette porte entrai con questi savi; 



al T. 79). — 94. Ma*!»: oompagnU; oome d 
ha dal ▼• 148: cfir. anche Pwrg. mi i 79. 
D* Ovidio, p. 628 : « & ziscontro alla fUoso- 
fiea famigUa d'Aristotele [y. 182] ». — 95. di 
f ad wìgnùT eoo. dei poeti nobilisBimi, dei 
cnltod della più alta poesia : oosi lessero e 
intesero tatti gli antichi oommentatori, oome 
Lana, Bocc., Benv., Bati, An. fior., eoo. e 
parecchi moderni. Altri legano di quel signor 
eoe fiferendo questa lode, i ^ ad Omero 
« poeta sonano », aknni aVixgilio «altissi- 
no poeta » : si ofir. F. GoUigrosso, Qmatùmi 
ìeUerar», Kapoli, 1887, pp. 1-24 e D'Ovidio, 
pp. 624-630 — 96. eoa' aqoila vola : perché 
la poesia di Omero, Virgilio eoo. assorse alla 
Buggiore sablimità, oome l' aquila si leva ai 
v«^ pl6 alti : bella e semplice similitudine, 
che U Tasso allsrgd nella <hr. Ub.» xv 14: 
aquila suole Tra gli altri augelli tra- 
ina, E sorvolando ir tanto iq^resso 
il sole Che nulla vista più la raiflgnra». ~ 
98. s«l«teT«l «enne : oon cenno di saluto ; 
«vendo Virgilio detto a quei quattro ohe Dante 
era anch' esso poeta. — 99. 41 tante : pur di 
qoesto, che avrebbe potato parere piooiol se- 
gno d' oDon^ ma che era grandissimo, perché 
dato da quelli alti ingegni. — 101. eh' essi ad 
fÌMer eoe che mi accolsero nella lor compa- 
gnia. — 102. toì seste eoo. ftii sesto in quella 
sapiente radunansa : si osservi che nel Pwrg. 
xxD 97-100, tra ^ scrittori antichi posti nel 
hmbo, ricosda anche Terenzio, Cecilio, Flauto, 
Vazxoae, Persio « ed altri asssi ». Acuta os- 
servsàone fa il D* Ovidio, p. 631 : « Allo stu- 
dio dell' J an ii rfs doveva Dante l'aver diritto a 
iperaie d'esser aggiunto al drappel sacro dei 
gnoaii poeti. • ciò ft simboleggiato dal pre- 



sentarlo che VirgiUo Ha a quelle grandi ombre. 
La migliore sua speranza era d'essere un gior- 
no messo quasi alla pari de' più celebri poeti 
antichi, non ostante che il suo poema fosse 
moderno ed in lingua volgare , e di ciò ò sim- 
b<do r essere stato un momento {fu) come 
sesto nella loro comitiva e d'aver confa- 
bulato oon essi a tu per tu di poesia ». — 
103. lumiera: il luogo luminoso nel mezzo 
del quale era il fuoco accennato sopra, al v. 68. 
— 104. parlando cose ecc. discorrendo d' ar- 
gomenti letterari e poetici, che qui è tanto 
opportuno intralasciare (perché estranei al 
fine morale del poema), quanto là era piace- 
vole il trattarne (cfir. JWy. zxn 104). — 
106. nobile cMtello: secondo i oommen- 
tatori antichi, nel castello d simboleggiata 
la sapienza, nei sette cerchi di mura le 
sette arti liberali (grammatioa, retorica, dia- 
lettica, aritmetica, geometria, musica, astro- 
nomia), nel flumioello la disposizione dell' in- 
telletto umano alla scienza; secondo Pietro 
di Dante invece tutto questo d il simbolo 
della filosofia e delle sue sette parti (fisica, 
metafisica, etica, politica, economica, mate* 
matica e sillogistica) e per il Land, e YelL 
è simbolo dell' unione tra le virtù morali (pru« 
denza, giustizia, fortezza e temperanza) e le 
speculative (inteUigenza, scienza, sapienza). 
— 109. come terra dura s comò luogo asciut- 
to, cioò senza difficoltà; dir. iìxXi*InMligmxa, 
st. 211, di Cesare : « per mar si mise a nòto 
ancora... E notò tanto che fu 'n terra dura ». 
— 110. savi: poeti, cosi chiamati per esser 
stati in ogni tempo maestri di sapienza agli 
uomini; cfr. In/*, i 89, vn 3, Pwrg, xxm 8, 
zzzm 16, K. N, xx 11, Conv, iv 13 eoe — 



30 



DIVINA COMMEDIA 



111 giugnemmo in prato di fresca verdura, 
denti v'eran con occhi tardi e gravi, 
di grande autorità neMor sembianti; 
114 parlavan rado, con voci soavL 
Traemmoci cosi dall' un de* canti 
in loco aperto luminoso ed alto, 
117 si che veder poteansi tutti quanti, 
OolÀ diritto^ sopra il verde smalto, 
mi fùr mostrati gli spiriti magni, 
120 che del vederli in me stesso n'esalto. 
Io vidi Elettra con molti compagni, 
tra'quai conobbi Ettore ed Enea, 
123 Cesare armato con gli occhi grifagni. 
Vidi Camilla e la Pentesilea 
dall'altra parte, e vidi il re Latino, 
126 che con Lavinia sua figlia sedea. 
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 
Lucrezia, lulia. Marzia e Comiglia, 
129 e solo in parte vidi il Saladino. 



1 



112. GeiU eco. Bella questa descrizione de- 
gli spiriti grandi del limbo ; dei quali Dante 
ci dà i tratti caratteristioi notando il lento e 
grave mnover degli occhi, f autorità dell' »- 
spetto, e il parlar raro e tranquillo ; segni 
tatti di alto animo. ^ 117. tvttl qiantl: 
tatti gli spiriti raccolti nel castello, dei qaaU 
nominerà molti nei tt. 121-144. Si noti que- 
sto esempio caratteristioo di quelle enomera- 
cioni, che erano tanta parte dei serventesi 
ossia della poesia narratira antica : Dante se 
ne valse con sobrietà, ma non si ohe non si 
scorga palese in tutte le cantiche questa ten- 
denza propria dell' arte del suo tempo (cfir. 
specialmente Inf. v 62-69, zn 107-112, 133- 
188, xvn 68-78, zz 106-128, zzi 118-128, 
zzvn 87-64, zziz 126-182, zzzn 66-69, 118- 
128; Pwrg. vi 18-24, vn 91-136, zn 26-68, 
ziv 48-64, 97-128, zz 108-117, zzn 97-114, 
zxiv 19-88; Par. vi 87-96, vm 124-182, 
IX 97-102, X 97-138, zn 127-146, xvi 68-66, 
88-189, zvm 87-61, zxz 116-148). — 118. di- 
rlttot di rimpetto, o, come dice il Boti, « in- 
contra loro che stavano a vedere ». — 119. 
spiriti magai : sono due gruppi, quello degli 
eroi (w. 121-129) e quello degli scienziati 
(w. 180-144). — 120. n'esalto: ne fàcdo 
allegrezza. — 121. Elettra : una delle Pleiadi 
figliuole di Atlante, la quale di Giove generd 
Dardano il mitico progenitore dei Troiani : i 
oompa^ di lei sono gli eroi dardanidi, tra 
i quali Dante riconosce Btbìf% il maggiore 
del figli di Priamo, re di Troia, e di Eouba, 
ed EnM, figlio di Anchise e di Venero, re 
delDaidani. — 128. Cesarti Gaio Oiolio Ce- 



sare, U gran generale e dittatore romano, n. 
r anno 100 a. 0. e morto V a. 44, considerato 
nel medioevo come il primo degli imperatori : 
cfir. Bw. VI 66 e sgg. — eoa gU oeehl grl- 
fligal I neri e vivaci, come di sparviero ^ 
lagno (cfir. Suetonio, Oiar. cKp, 46). — 124. 
CamUla: cfr. Inf. i 107. ~ PnlasUtat 
figliuola di Marte e regina delle Amazoni, 
morta per mano d' Achille nella guerra troiana 
(cfir. Ovidio, HmM, zzi 118). — 126. Latlae : 
figlio di Fauno e re del Lazio, fii padre di 
Lavinia, la quale fii prima promessa a Turno 
re dei Rutali e poi data in isposa ad Enea. 
— 127. qnel Brate ecc. Ludo Qiunio Bruto, 
che cacciando il re Tarquinio Superbo in- 
stauro la repubblica romana, e fii il primo 
che avesse insieme con L. Tarquinio Oolla- 
tìno l'officio di console, l'a. 609 a. C. (cfir. 
Livio, 1 26-60). — 128. IiieresU : la virtuosa 
figlia di 8p. Luoresio e moglie di L. Tarqui- 
nio GoUatGìo, violata da Sesto Tarquinio fi- 
glio del re Tarquinio Superbo (efr. Livio, i 
67-68). - lolla: figlia di C. e. Gasare e 
moglie di C^ Pompeo il grande, del quale fii 
amantissima — Mania: Manda, figliuola di 
Mardo Filippo e moglie prima di Gatone Uti- 
cense e poi À Q. Ortensio fiunoso oratore (cfir. 
Purg, I 79). — Oonilglia: OmieUa, fig^ di 
P. Gomelio Scipione AMoano il maggiore • 
moglie di Tiberio Sempronio Oiaooo, dal qual» 
ebbe i due fimosi figliuoli Tiberio e Olio » 
la figlia Sempronia: cfr. Par, zv 129. ^ 129» 
il Saladino: Selah-eddyn, sultano d'B^tto,^ 
nato nel 1187, salito al Irono nel 1174 e morta 
nel 1198; famoso nel medioevo nei paesi o^ 



INFERNO - CANTO IV 



3] 



Poi che innalzai un poco più le cigliai 
vidi il maestro di color che sanno, 
132 seder tra filosofica famigliai 

Tutti l*ammiran| tutti onor gli fanno: 
quivi vid*io e Socrate e Platone, 
135 che innanzi agli altri più presso gli stanno; 
DemocritO| che il mondo a caso pone, 
Diogenès, Anassagora e Tale, 
138 Empedoclès, Eraclito e Zenone; 
e vidi il buono accoglitor del quale, 
Dioscoride dico; e vidi Orfeo, 
141 Tullio e Lino e Seneca morale; 
Euclide geometra e Tolomeo, 



fHftntftìt per le sue gnndl liberalità e mnni- 
fieenae, per le quali fti considerato come il 
Ugo ideale del oeTaliere e tignore maomet- 
tBBO (cfr. K. llBzin, SieL de Saladiti mtUan 
éTJ^gypU, Puigi, 1768, e. Faiis, La légmd» 
AMÓdriii, Faois, 18d8, e le norélle del Booc, 
Dac g. I 8 e g. z 9) : Dante lo onora d*alte 
lodi ancbe nel Oom, ir 11. — 181. il mee- 
ttn eoe. Azktotele, nato a Stagin nel 884 
e morto nel 822 a. 0., autore di molte opere 
lloBoAche, fiaiclie, poUtiche per le qnaU tu. 
aiutato come vno dei pi& dotti nomini del- 
Faafiehità, e nel medioero tenuto come il 
|l& grande filoaofo ohe aveme avuto il mon- 
do : Dante ne ta «tudiosiasimo (Bloore, I 92- 
]fi6, e per le tradazioni delle opere aristote- 
liche studiate dal poeta, I d06-Ù8) e lo chia- 
mò « maestro dei filosofi » (Gmv. iv 8), « mae- 
gtxD dell* umana ragione » (ivi rv 2), « mae- 
stro e duca dell'umana ragione » ^ ir ^, 
e « gl i y*««ft flioeofo al quale la natura più 
apsEse li suoi segreti» (Ìtì m 6); lodi che 
bso si conTongono a quell'altissimo intelletto. 
— 184. Socrate x filosofo ateniese, nato nel 
«70 • morto nel 899 a. a — Piatene: filo- 
sofo ataniesB, discepolo di Socrate, nato nel 
427 e morto nel 847 a. 0. (jper la cognizione 
^e Dante ebbe delle dottdne platoniche, ofr. 
Jfooze, I 158-164). — 186. Denoeriio : filo- 
solo nato in Abdera Terso il 460 e morto nel 
861 a. C, seguace delle dottrine atomistiche 
del suo maestro Lenoippo. — eke il mondo 
a cas« eco. : dottrina, della quale Dante potò 
arer notizia da Ciceróne, De noL dtor, i 24, 
tt : « ex bis efBaotum esse caelum i|tque ter- 
rsm, nulla oogents natura, sed concuisu quo- 
dam fixrtoito ». ^ 187. Dlogeaès t Diogene 
il dnioo, nato a Sinope nel 404 e morto nel 
828 a^. G., filosofo Dunoso per il suo disprezzo 
dt^ agi dèlia Tita e per le acri riprensioni 
dei Tisi umanL ~ laassagora : filosofo gre- 
eo, nato a CBazomene nel 600 e morto nel 
fiB a. C — Tak t Tàlete, uno dei sette saTi 



della C^reda, nato a Mileto e Tissnto tra fl 
689 e U 646 a. G. — 188. Empedoelès: Em- 
pedocle, filosofo agrigentino, nato Terso il 490 
e morto Terso il 480 a. G. — Eraclito t filo- 
sofo di Efeso, che fiori Terso il 600 a. C. — 
Zosoaes Zenone di Elea, che fiori Terso il 
460 a. 0. ed ò ricordato da Cicerone, Tute 
ditpuL n 22, oppure Zenone di (^tio, Tissnto 
intomo al 800 a. C, fondatore deDa scuola 
degli stoict — 189. baoao accoglitor del 
qaale : Pedanio Dioscoride, medico diAnazax^ 
bo in (Alicia (i sec d. C), autore di cinque li- 
bri di materia medica, doTO tratta del quale 
cioè della qualità o Tìrtd medica deUe erbe, 
delle piante ecc. — 140. Orfeo : il mitico poe- 
ta tracio, figlio della musa Calliope, del quale 
raccontarano gli antichi che si traesse dietro 
col d o lcissimo canto le pietre e gli animali ; 
che Tuoi dire, secondo Dante {Cono, n 1), che 
« il saTio uomo coDo strumento della sua voce 
fa mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e 
Da muoTere alla sua Tolontà coloro ohe non 
hanno Tita di scienza e d' arte ». — 141. Tul- 
lio: M. Tullio Cicerone, oratore e filosofo, 
nato in Arpino nel 106 e morto nel 43 a. C. ; 
delle opere di lui Dante fti studiosiBsimo {Cono. 
xll,nlS,16,r?6, 8,12 eco. ; De monar- 
eMa, n 6, 8, 10 ; De vulg. elog,, n 6 : cfr. 
Moofe, I 258-278). — Lino : musico e poeta 
greco, figlio di Apollo e di Calliope, consi- 
derato come una porsonifioazione mitica: è 
ricordato insieme con Orfoo da Virgilio, EeL 
rr 66 (cfr. Moore, I 192). — Seneca morale : 
L. Anneo Seneca filosofo, nato a Cordova 
Terso il principio dell' era cristiana e morto 
nel 65 d. C, autore di molte opere morali 
{De ira, De eonsolaHone, De benefieiia ecc.), 
quasi tutte oonosdnte da Dante {Cono, i 8, 
n 14, m 14, rv 12 ; i>8 mon., u b; De vulg. 
eloq., z 17: cfr. Mooze, I 288-290). — 142. 
Euclide: è il celebre matematico alessandrino 
Tissnto intomo al 800 a. C, autore dei 18 
libri degli EltmerUi di geometria, — Tolemeoi 



32 



DIVINA COMMEDU 



Ippocrate, Avicenna e Galieno, 
144 Averrois che il gran comento feo. 
Io non posso ritrar di tutti a pieno; 
però che si mi caccia il lungo tema 
147 ohe molte volte al fatto il dir vien meno. 
La sesta compagnia in due si scema: 
per altra via mi mena il savio duca, 
150 fuor della qneta, nell'aura che trema; 
e vengo in parte, ove non è che luca. 



dftadio Ptolomeoi geografo, matematioo • 
astronomo egiziano, ▼ioBoto nel leo. n d. C, 
autore del eietema astronomico segofto da 
Dante. — 14S. Ippo«ratos nedioo natìro di 
Ooo, vissuto dal 4,70 oiica al 866 a. 0., ao- 
toie di moltissime opere, tra le quali tono 
notissimi ^ AforiamL — ATieinuit Ibn- 
Slnft, fluaoBO medico azabo, nato nel 960 e 
morto nel 1066, autore d*in commento aiir 
stotelico noto a Dante (ofr. Cfom. n U, 16, 
m 14, IT 21).: si Teda Oana de Vanz, ^««0011- 
Mtf, Pazigi, 1900. — Clalltaot CSandio Galeno, 
celebre medico, nato in Pergaaio nel 181 e 
OK>rto nel 201 d« C, autore di molte opere 
di medicina, tra le quali aloone lozono note 
a Dante (cfr. Mooro, x 297). — UL ATtr» 
rtls s Ibn-Boschd, filosofo arabo, nato a Cor- 
doTa nel 1126 e morto nel 1196, antere di 
più opere mediche e filosofiche e di nn grande 



commento sopra Aristotele del qnale fàcera 
molta stima anche Dante (cfr. Purg, zzt 63, 
Cono, 17 ÌS, De monareh. i 4): si Tedano E. 
Benan, AvemS§ d l^Avtrroimne, Parigi, 1861 
e P. Paganini, Qpuso. dmt, n.* 6, pp. 81-44. 
— 146. ritrar X rìfexire, render conto. — 
146. il mi caccia ecc. m'incalza l'ampia ma- 
teria da me presa a trattare. — 147. al 
tHUfè eco. il mio racconto non può toccare di 
tatto ciò che io Tidi. — 148. la setto e«a- 
pagilat la compagnia dei sei poeti si diTìde 
in due: l' nna dei quattro che rimangono nel 
limbo, l'altra di Virgilio e Dante che scen- 
dono dal primo nel secondo cerchio. — 160. 
fker ecc. : queta dice l' aria del limbo, perché 
mossa leggermente dai sospiri, in con^nto 
dell' aria eh» trema del secondo cerohio, per^ 
che agitata da un turbine Tiolento. — 161. 
•?• Btn è ehe laca : ott, Jnf, t 28. 



CANTO V 

Sair ingresso del secondo cerchio i due poeti trovano Minos, il giudice 
infernale, che assegna a ciasoan* anima il sno laogo e la saa pena ; poi 
entrati nel cerohio vedono i lassnriosi rapiti continnamente in giro da un 
vento impetuoso : Francesca da Polenta si sofferma per raccontare ai poeti 
la storia infelice del suo amore [sera dell' 8 aprile]. 

Cosi discesi del cerchio primaio 
giù nel secondo, che men loco cinghia, 
8 e tanto più dolor, che pugne a guaio. 
Stawi Minos orribilmente e ringhia: 
esamina le colpe nell'entrata, 



V 1. Cosi: cioè con la oompegnia del 
solo Virgilio. — primaio: primo. — 2. che 
nen lece eoe che raochiade minore spazio 
(poichó 1 cerchi si Tanno restringendo di ma- 
no in mano che si scende) e tanto maggior 
dolore, che opprime le anime costringendole 
a trar guai (ofr. t. 48). — 4. Minos : secondo 
la mitologia era il saTio re di Greta, figlio 
di QioTO e d'Eoropa; aveva fama di seve- 
rissimo nomo, spedalmente per la tenibile 



vendetta della morte d'Androgeo, e perdo 
fu dai poeti antichi imaginato come giudico 
infernale insieme con Badamanto ed Eaoo. 
Virgilio, En, vi 426 e segg., lo colloca sa- 
bito appresso il luogo dei bambini, come giu- 
dice : « Noe vero hae sine sorte datae, sino 
iodico, sedes. Qoaesitor Minos umam movet ; 
Ule silentum Conciliumqae vocat vitasque et 
orimina discit ». — ringhia : digrigna i denti, 
fremendo di sdegno. — 6. esamia» eco. Vir- 



INFERNO — CANTO V 



33 



6 giudica e manda, secondo che avvinghia. 
Dico, che quando l'anima mal nata 
li vien dinanzi, tutta si confessa; 
9 e quel conoscitor delle peccata 
vede qual loco d'inferno è da essa: 
cigneei con la coda tante volte 
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 
vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
15 dicono e odono, e poi son giù volte. 
€ tu, che vieni al doloroso ospizio^ 
disse Minos a me, quando mi vide, 
18 lasciando l'atto di cotanto ufizio, 
guarda com' entri, e di cui tu ti fide: 
non t'inganni l'ampiezza dell'entrare! » 
21 £ il duca mio a lui: € Perché pur gride? 
Non impedir lo suo fatale andare: 
vuoisi cosi colà, dove si puote 
24 ciò che si vuole, e più non dimandare » 
Ora incomincian le dolenti note 
a farmisi sentire: or son venuto 
27 là dove molto pianto mi peroote. 
Io venni in loco d'ogni luce muto. 



g:ìIio, JBn, TI 667 : « Gastlgatqne «aditqne do- 
te» sabigitqne Dfttsri». ^ wtrftUi fecondo 
aldini, è r atto dell'entrare ohe lànno le ani- 
md ; secondo altzi, il luogo dell'entrare, Tin- 
gieno: «in limine primo», dice Viiìg:ilio, 
Eti. TI 427. — 6. leeondo eke ardaglila : 
■eeondo il nomerò • degli ayyolgimenti della 
na coda; come Dante spiega nei Torti che 
seguono. — 7. mài nata: soiagorata, dan- 
nata; e però tale che sarebbe stato meglio 
per lei non nascere : come Cristo disse del 
soo traditore (Matteo xxvi 24). — 8. tatta: 
Bati: « pienamente, non lasciando alcuna 
colpa ». — 9. eososeltor: come il veibooo- 
Aoaesre nel lingnaggio gioiidico signiflcdpiw- 
dieaan$, cosi eonoteiion volle dir giudiot ; cCr. 
Bezasoo, iXt. 266. — 10. k da essa : ò oon- 
Teaiente, adattato a tale anima. — 11. el- 
gnesl ecc. Se ne ha la riprova nell' Inf, 
xxvu 124 e segg., dove Qnido di Montofel- 
tro, cfaa è nell* ottavo cerchio, racconta che 
MinoB « attorse otto volto la coda al dosso 
doro », par giudicarlo. — 12. qRaatanqne : 
quanti ; ma contiene in s6 idea d' indetermi- 
nata quantità, come se dicesse : quanti mai, 
quanti secondo i oasi. — gradi : cerchi in- 
fernali. — 13. Sempre ecc. Le anime che 
giungono continuamente alla riva d'Ache- 
ronte (cfir. bif. m 119 e segg.)» passato il 
tona, tÀ aJEoUano innanzi a Minosse : l' una 



dopo r altra si presentano al giudizio ; con- 
feesano i peccati e, data la sentonza, sono pre- 
cipitato ciascuna nel proprio cerchio dai dia- 
voli, esecutori della condanna (cfir. Inf. xxi 
25 e segg.). — 16. doloroso •ipùlo: albergo 
del dolore. — 18. lasciando eoe, sospen- 
dendo l'esercizio del suo alto ufficio di giu- 
dice delle anime. — 19. gnarda eoe Minosse 
vuole intimidir Danto, e cerca perciò di scuo- 
ter la fiducia eh' egli ha nella sua guida. — 
20. Pamplezsa ecc. la facilità d'entrar nel- 
rinfemo ; cfr. Virgilio, En. vi 126 : « . . . £a- 
cilis descensus Averne; Noctes atque dies 
patot atri ianua Ditis : Sed revocare gradum, 
superasqne evadere ad auras. Hoc opus, hio 
labor est » ; ma Danto ebbe forse la mento 
all' evangelico (Matteo vn 13) : « larga d la 
porta, e spaziosa la via, che mena alla per- 
dizione; e molti sono coloro che entran per 
essa ». — 21. Perehé pnr gride : perché con 
vane minacce tonti di distoglier Danto dal 
suo viaggio, ohe è voluto da Dio ? H pur può 
significare aneh» tu; tanto è vero che Vir* 
gilio ripeto a Minosse le parole detto già a 
Caronto, Inf, va 96. — 25. dolenti noto: 
voci di dolore, l» diaperaU strida già annun- 
ziato al poeta da VirgiUo {Inf i 116). - 27. 
mi pereote: non pnro il senso, ma anche 
l' animo. — 28. d' ogni luce mate t oscuro, 
privo di luce ; Venturi 66 : « la voce daate- 

3 



34 



DIVINA COMMEDU 



che muggliia, come £& mar per tempesta, 
80 se da contrari venti è combattuto. 
La bufera ìnfemal, che mai non resta, 
mena gli spirti con la sua rapina, 
83 voltando e percotendo li molesta. 
Quando giungon davanti alla mina, 
quivi le strida, il compianto e il lamento, 
86 bestemmian quivi la virtù divina. 
Intesi che a cosi fatto tormento 
ènno dannati i peccator carnali, 
89 che la ragion sommettono al talento. 
E come gli stomei ne portan Pali, 
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
42 cosi quél fiato gli spiriti mali' 

di qua, di là, di giù, di su gli mena; 
nulla speranza gli conforta mai, 
45 non che di posa, ma di minor pena. 



8», con bel tcaaUto, mentre ifaiTigorisce 
l' idea appropriando alla vista la prirazione 
di nn altro senso, adombra l'arcana ooni- 
spondenza cbe ò fta i sensi nostri, e più 
specialmente tn la vista o V udito ». ~ 29. 
mogghla t Bocc: « risnona per lo zawolgi- 
mento delle strida e de' pianti > ; e nota che 
mugghiare è proprio de' bnoi, mentre qui si- 
gnifica Tin ramoreggìaie oonftiso e capo. — 
31. La bnfera eoe La bufera, vento impe- 
tuoso e forte che abbatte e trascina tutto 
ciò che gli si para innanzi, è etema, mai 
non reato, come quella ohe f^ ordinata da 
Dio come strumento alla punizione dei lus- 
suriosi : c£r. la nota al v. 96. — 82. rapina: 
rapimento vorticoso, determinato dall'impeto 
del vento. — 84. Qoaado eoe Lana, Booc., 
fiuti e in generale gli antichi commentatori 
intesero la ruina per V avvolgimento oagio- 
nato dalla bufera; come se Dante dicesse: 
Quando le anime, mandate da Minosse, per- 
vengono in questo turbinio rovinoso, comin« 
ciano grandissime strìda e pianti e lamenti. 
Altri invece intendono ruina per un vero e 
proprio scoscendimento della roccia (o£r. Inf. 
su 32 e 45), innanzi al quale, per esseni 
seduto Minosse, simbolo della coscienza zi- 
morditrìce delle colpe, i dannati urlino e 
piangano piò disperatamente. Altri finalmente 
intendono nana per il luogo d'ingresso al 
secondo cerchio; nel quale si forma la bufera 
e dove quindi ^ spiriti sono nuovamente 
rìpred dal vento ohe li trae in giro. Si veda- 
no Golagrosso, QuetL letier,, pp. 27-46, For- 
naciarì. Studi, pp. 46-68, e Bull, I 67, 162. 
— 87. Intesi: udii da Virgilio. Scart.: «non 
già porchó Viigilio alcun altro glielo di- 



oesse, ma if bene argomentando dal modo 
della pena, oome Btf, m 61, x 64 > ; ma nel 
primo luogo Dante inUnde dopo che Viigìlio 
gli ha gi& detto che ivi sono i vili, e nel se- 
condo rìoonosoe il Cavalcanti dal modo della 
pena e da certe parole oh' egli ha dette, ap- 
punto perché sa già ohe ò in cospetto degli 
eretici: cf. D'Ovidio, p. 123. — 88. èaao: 
forma arcaica per »mo, attestataci dal luogo 
del Par. xm 97, dov'è in rima: cC E. Q. Pa- 
rodi, BuU„ m 126. — 39. che la ragloB 
ecc. fiuti: «fanno la volontà signoreggiare 
la ragione; li lussuriosi £uino della volontà 
legge ovvero del parere legge, e della volon- 
tà ragione ». Il Tornu» cita opportunamente 
parecchi riscontri di scrittori medioevali ; tra 
gli altri, questi della Tavola ritonda, cap. 75: 
« Io non voglio sottomettere la ragione alla 
volontà », e di Folgore, son. jxx. : « Chi som- 
mette rason a voloniade ». — 40. E eoaie 
gli stomei eoo. E come gli stornelli volano 
durante la stagione invernale in larga e fitta 
schiera, ooii gli spiriti dei lussuriosi : gli 
stornelli portati dalle loro ali, gli spiriti dal 
vento turbinoso. Lomb. : « Sceglie, al pa- 
ragone dell'irregolare mossa data dal vento 
a quelli spiriti, il volo degli stornelli, pe- 
rocché di fatto è irregolarissimo ». — 43. 
DI qua, 41 là eco. Venturi 432 osserva oome 
M coi suoni rotti di questi avverbi, ohe 1* un 
r altro s' incalzano » sia ben dipinto l'effetto 
della bufsra, che avvolge e aggira misera- 
mente quelli spiriti; e si noti anche oome 
U castigo sia bene appropriato all' incostan- 
za ed agitazione dell'animo, nella quale il 
vizio trascina i lussuriosL — 44. nulla spe- 
ranza eco. non hanno alcuna speranza, i^oa 



INFERNO - CANTO V 



35 



E come i gru van cantando lor lai, 
£EU^endo in aer di sé lunga riga; 
48 cosi vid'io venir, traendo guai, 
ombre portate dalla detta briga: 
per eh* io dissi: € Maestro, ohi son quelle 
51 genti, che Taer nero si gastiga? > 
« La prima di color, di cui novelle 
tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
64 fu imperatrice di molte favelle. 
A vizio di lussuria fu si rotta, 
che libito fé' licito in sua legge, 
67 per tdrre il biasmo, in che era condotta. 
Eirè Semiramis, di cui si legge 
che succedette a Nino, e fu sua sposa: 
60 tenne la terra che il Soldan corregge. 
L'altra è colei, che s'ancise amorosa, 
e ruppe fede al cener di Sicheo; 
63 poi è Cleopatràs lussuriosa. 



por di posare, ma né anche di a;?er ima 
pena meno Tiolenta. — 46. B Mme 1 grm 
ecc. Mentre la similitiidine tratta dagli ttor- 
neUi ci mostra come le anime fower ttasci- 
oate dal Tento, questa delle gra ci fa ten- 
tir le grida di dolore dei dannati. Venturi 
433 : « Si congionge con la precedeste. Là 
d mostnta la fòUa ; qui, coi lamentosi gridi, 
la schiera in Innga fila, si ohe il poeta discerné 
i* ana dall' altra anima, ohe gli passa dartm- 
ti». — lai t già il Beco, notò ohe lai nel- 
r antico firanoese aignificaTa nn componimento 
in Tersi « in forma di lamentazione » (sul 
quale ni Teda F. Wolf, Ueber die Lai», Se- 
q%ianxen vnd Leióhe, Heidelberg, 1841); ma 
seOa nostra lingna assunse il significato di 
Tooe lamenterole, dolorosa, e si disse spe- 
cialmente del canto di certi nooelli. — 47. 
t^etmdm ecc. : secondo i più dei oommenta- 
tori la htnffa riga è quella degli uccelli che 
Totano l'uno dietro l'altro; il Booo. iuTeoe, 
■ottilmente, intende dell'atto proprio di da* 
scoaa gru : « stendono il oollo, il qusle essi 
tìMiTift lungo, <««Mì*i, e le gambe, le quali 
ùmlmente hanno hin^e,' e cosi fumo di sé 
hmga riga ». ~ 48. traendo guai : lamen- 
tandosi ; cf. Inf, xm 23. — 49. brigai la ba- 
fera infernale. — 61. aer neroi Tento che sof- 
fia in luogo tenebroso. — 63. La prima ecc. 
Semiramide, regina degli Assiri (circa 1273 a. 
C.) ; della quale certo Dante lesse (cfir. Hoo- 
re, I 280-281) dò che soriTO Paolo Orosio 
(HiaL X 4) : « Huic [Nino] mortao Semiiamis 
uxor soccessit... Haeo libidine ardens, san- 
gcdnem sitiens, Inter inoeesabilia stapra et 
liomiddia, quum omnes quos regiae aroessi- 
toe, meretiicis habitu, conoaMta obleotassot. 



oooideret, tandem filio flagitioBe conoepto, im- 
pie ezposito, inceste cognito, priTatam igno- 
minìam publioo soelere obtexit Fraeoepit 
enim ut Inter pazoutes ao filios nolla delata 
rererentia natorae de ooningiìs adpetendis, 
guod euiqué Ubiium ssaa^ Ueiium [Tarlante 
più comunemente adottata, Uberum] ftent » : 
cfr. F. Lenormant, La legènda d» 8$miramia, 
Parigi, 1877. Sopra la forma ossitona dei nomi 
greci e barbari, dipendonte in Dante dall' os- 
serTsnza delle regole de)U grammatica latina 
medioeTale, si cfir. £. O. Parodi, BulL m 
106-107. ~ 68. allotta: aUora; ofr. Bif, 
XXI 113. — 64. di molte CsreUe: di molte 
nazioni, Tarie di stirpe e di lingoaggio. — 
66. f^i si rotta : si abbandonò ood sfrenata- 
monte. — 68. di eal si legge i nelle storie ; 
allusione alle parole d' Orosio, citate da Dante 
anche nel De mon, n 9. — 60. tenae la terra 
eco. Alcuni intendono: dominò la città di 
Babilonia, saU' Eofirate ; la quale Dante a- 
Trebbe scambiata con Babilonia sol Nilo, 
sede ai suoi tempi del Soldano d' Egitto. Al- 
tri: dominò la regione dell'Egitto, conqui- 
stata da Nino, marito di Semiramide, secondo 
la testimonianTa di un antico storico riferito 
da Diodoro Siculo (n 1). — 61. L'altra i 
eco. Didone, moglie di Sicheo, fondatrice e 
regina di Cartagine; dopo la morte del mar 
rito avoTa fatto TÓto di TedoTile castità, ma 
s' innamorò di Enea, e si dòtte a luì : e, ab- 
bandonata dall' amante, per disperazione si 
uccise (cfir. Virg., En, i, it) — s» aaeise : 
cfr. Petrarca, Tr. della castità, 10 : « Dido, 
Ch'amor pio del suo sposo a morte spinse. 
Non quel d' Enea oom* è '1 pubblico grido ». 
— 63. Cleopatràs: regina d'Egitto, figlia 



36 



DIVINA COMMEDIA 



Elena vidi, per cui tanto reo 
tempo si volse, e vidi il grande Achille, 
6G che con amore al fine comhatteo. 
Vidi Paris, Tristano » ; e più di mille, 
omhre mostrommi, e nominoUe a dito, 
69 che amor di nostra vita dipartille. 
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito 
nomar le donne antiche e i cavalieri, 
72 pietà mi giunse, e fai quasi smarrito. 
Io cominciai : « Poeta, volentieri 
parlerei a quo' due, che insieme vanno 
75 e paion si al vento esser leggieri ». 



di Tolomeo Aulete, viarata dal 69 al 80 a. 
C. : tra gli altri molti ai quali oonceese le 
sae grazie ftuono Cesare e Antonio : dire- 
nata prigioniera di Ottariano, si uodse per 
non servir d* ornamento al trionfo. — 64. Ele- 
na: la figlia di Giore e di Leda, bellissima 
delle donne greche; il ratto della quale, ope- 
rato da Paride, ta cagione della guerra di^ 
Troia. — Tldl: Kannnod, Vèrbi 788: «ten-' 
go che vidi sia qui seconda pera. sing. del- 
l' ind. pree., e non prima sing. del perfetto, 
e che Virgilio non mostri solamente a Dante 
le tre ombre ora detta [Sem., Bidone, Qeop.] 
ma che prosegua a nominargli anche le altre 
che vengono appresso»; e cita esempi di 
vidi per vedi, come in Gnittone : «... ora 
ti prenda, lÀ me cordoglio, poi morir mi vi- 
di». Altri interpreti fanno terminare il di- 
scorso di Virgilio ool ▼. 68. — 66. Ackllle : 
figlio di Peleo e di Teti, famoso eroe greco, 
che vinto dall' amore di Polissena, sorella di 
Paride, fu ucciso a tradimento, mentrs cre- 
deva di celebrare le none (ofr. Ovidio, Me- 
iam. xin 448). ~ 67. Parts s Paride o Ales- 
sandro, figliuolo di Priamo e di Ecuba. — 
Tristaae : Bocc : « Tristano, secondo i ro- 
mani! di Francia, fu figliuolo del re Meliadus, 
e nepota del re Marco di Oomovaglia: e fU 
secondo i detti romanzi prò' uomo della per- 
sona e valoroso cavaliere; e d'amore man 
che onesto amò la reina Isotta, moglie d^ 
re Marco suo zio, per la qual cosa fli fedito 
dal re Marco d' un dardo avvelenato. Laonde 
vedendosi morire, ed essendo la reina andata 
a visitarlo, l'abbracciò, e. con tanta forza la 
strinse al petto, che a lui e a lei scopro il 
cuore, e cosi insieme morirono ». — 70. Pe- 
seta ecc. F. De Sanotìs cosi conclude il suo 
studio sull' episodio di Francesca (Nuovi saggi 
eritìei, Napoli, 1879, p. 17) : m Di questa tra- 
gedia sviluppata nei suoi lineamenti sostan- 
ziali e pregna di silenzii e di misteri, Musa 
è la pietà, pura di ogni altro sentimento, 
corda unica e onnipotente, che fa vibrare 
r anfana fino al deliquio. £ la Musa ò Dante, 



che dà principio al Gante già commosso ; ohe 
usa le imagini più delicato, quasi apparoo- 
ohio aUa scena; ohe al nome delle donne an- 
tiche e de* cavalieri rimane vìnto da pietà e 
quasi smarrito; ohe si sente già impressio- 
nato alla sola vista di quei due che insieme 
vanno; che a renderne la figura trova un 
paragone cosi delicato e pieno d' imagini 
tanto gentili; ohe alle prime parole di Fran- 
cesca rimane assorto in una fantasia piena 
di dolore e di dolcezza, e tardi si riscuote 
ed ha le lacrime negli occhi; e che nella fine 
cade come corpo morto, e non è la donna 
che paria, ò l' uomo che piange che fa su lui 
l'ultima impressione... Tutta questa conce- 
zione è coii viva e costante innanzi all' i- 
maginazione, che non trovi qui la più lieve 
dissonanza e il menomo indizio di rafCredda- 
mmto. Virgilio è di troppo in questa trilo- 
gia, e scomparisce, non fa atto alcuno di pre- 
senza. Tutta la ocmiposizione sembra tirata 
di un flato e in una sola Tolta; tanta ò l'ar- 
monia e la perfezione tecnica ne' più piccoli 
particolari. Lo stesso rerso ubbidisce alla 
possente rolontà e risponde con la morbi- 
dezza musicale de' suoni alle più delicate in- 
tenzioni àsA. poeta ». — 72. fai f nast saiar- 
rtiot molti commentatori intendono questo 
smarrimento come efletto di un timore pro- 
vato da Dante, conosciutosi colpevole del Ti- 
zio punito in questo cerchio ; ma è più na- 
turale intenderio come effetto del sentimento 
pietoso suscitatd nel suo animo dalla vista 
di tanti amanti infelioL — 74. qae'daet 
Francesca da Polenta, figlia di Guido signore 
di Bavenna, e Paolo Malatesta, di lei co- 
gnato (ofr. la nota al t. 97) ; per la storia 
Tedansi la monografia di L. Tonini, Mmwrié 
gtoriehe intomo a Fr, da Ri/mini (2* ediz., 
Bimini, 1870) e 0. Bicci, L'uUimo rifitgio di 
D. Au p. 128 e segg. — 76. ^oa ecc. sem- 
brano esser oo8( leggermente portati dal Ten- 
to; perché, osserva il Tomm., non avendo 
cercato di resistere all' impeto della passione, 
non sono essi in istato di opporre alcuna re- 



INFERNO - CANTO V 



m 



Ed egli a me : e Yedr&i, quando saranno 
più presso a noi; e tu allor li prega 
78 per quell'amor clie i mena, e quei verranno ». 
Si tosto come il vento a noi li piega, 
mossi la voce : « anime affannatOi 
81 venite a noi parlar, s' altri noi niega ». 
Quali colombe dal disio chiamate, 
con Pali alzate e ferme, al dolce nido 
84 vengon per Faer dal voler portate; 
cotali uscir della schiera ov*è Dido, 
a noi venendo per l'aer maligno, 
87 si forte fu Paifettuoso grido. 
« animai grazioso e benigno, 
che visitando vai per Paer perso 
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 
se fosse amico il re dell'universo, 
noi pregheremmo lui por la tua pace, 
98 poiché hai pietà del nostro mal perverso. 
Di quel che udire e che parlar ti piace 
noi udiremo e parleremo a vui, 
96 mentre che il vento, come fa, si tace. 
Siede la terra, dove nata fui, 



fótoBZA «II* impeto del Tento. — 78. elit 1 
■fi : che li trascina ; i per <j ò anche in 
hif. wn 5S, zvm 18, Patr, xu 16, xxuc 8. 
>- 80. O ■■11» AliMttAto ecc. Nelle parole 
eon 1» qvjJi Danto ai volge ai doe spiriti 
inna«M^T«ti d calore e sentimento d'aifetto, 
dM le Tende efficaci tanto òhe U primo pen- 
serò di Fzmnoesca è quello della preghiera 
a Dio per colui che le ha rivolto il grido af' 
ftUmao. — 82. 4{aali eoo. « Come le oolom- 
he, dkiamate dal desio del dolce nido, volano 
ad e«o non col solito remeggio delle ali, 
bensì portate dalla voglia intensa di ginn- 
gerri; eoef le omhre di Francesca e Paolo 
▼siuMfo per l'aria verso di noi, non già spinto 
dalla solita Imfera infernale, bensì per som- 
pfiee Cassa del grido aifettooso onde le avevo 
i»Ki««..»^ »; D'Ovidio, p. 669. La similitudine 
psoeede da quella di Viigilio, JH. v 218: 
« Qnalis... oolumba, Cui domus et duloee late- 
broso in pumioe nidi... mox aere lapsa quieto 
Badit iter Uquidnm, eeleros neque oommovet 
alas » : cfir. Moore, I 184-186. Sulla varia 
lesione e punteggiatura di questa terzina si 
db. il eeoondo dei Diaoorti dm di M. Bicci, 
Ktenae, 1887, dorè sono riassunto le rela- 
tive eoAtrovecsia. — dal disfo t dal deside- 
rio del nido, daU' amore dei figliuoli. — 86. 
sehlsra ev' è Mde : non la turba dei lussu- 
zk», in genere, sf pid tosto una schiera for- 
■eta di qaelli che peooarono, non già per 



brutale sensualità, ma per una violenta pw* 
sione, di modo ohe la nobiltà dell' animo loro 
non fu del totto corrotta. L'idea di quwt& 
schiera separate fti quasi certamento fiujtgo^ 
rito dal virgiliano, Kn, vi 460: « Inter quju 
phoeniasa recens a vulnera Dido Errabat n 
(cfr. Moore, I 172). — 88. animai : etisora 
animato, uomo. — 89. perse t Dant« stesso, 
Cotryo. IV 20 : « perso è un colore tiiist[> di 
purpureo e di nero, ma vince il neiro^ e «la 
lui si denomina ». — 91. ss fosse 9co. Do ^ 
Sanctis (p. 10) : « Queste preghiera «indizio^ 
nata, che dal fondo dell' infèrno aanda o, 
Dio un' anima condannata, ò uno d«' sentì- 
menti più fini e delicati e gentili, edito dui 
vero. Non e' d la preghiera, ma o' è l' mtcfn-^ 
zione ; ci ò terra ed inferno mesooUti ticl^ 
l'animo di Francesca; una intenzicine pia 
con linguaggio ed abitudine di perdona ancor 
viva, ma che non giunge ad essere proghi^ra 
perché accompagnate con la cosoioti£4 <ìoll[> 
steto presento». — 96. mentre che eco. IL 
vento infernale, che per legge eterna mai mi» 
r6ai(ki qui per divina concessione s' ixtterrfìmpe 
tento che Francesca e Paolo possano intrmtr 
tenersi con Danto. — > 97. Stede la itrra 
eco. La storia, o leggenda di FnmcMcftt ^ 
narrate dagli antichi oommentetorl, con pi^ 
chissime dilTerenze; l' An. fior, scrive : « Kglt 
d da sapere che gran tempo fti fr^^irm tm 
messer Guido da Polente [Guido minore, ai- 



38 



DIVINA COMMEDIA 



su la marina dove il Po discende 
99 per aver pace conseguaci suL 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
prese costui della bella persona 
102 ohe mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 



gnoie di Bavenna dal 1276] et 
tegta reoohio da Bimino [cfir. hif, xrm 46]. 
Ora, perohó oxa linoreeciata all' una parte et 
all' altra, di comune oonoordia fedono pace 
et aedo ohe me^io s* ossexraase, fedone pa- 
rentado insieme [poco dopo il 1276]... Madonna 
Franoesoa, figlinola di messer Qnido, fa mar- 
xitata a Giandotto di messer Malatesta; et 
come eh' eg^ fosse savio, fti rostioo nomo, 
et madonna Francesca bellissima, tanto ohe 
fa detto a messer Qnido : ' Voi avete male 
accompag:nata qneeta Tostia figliola : ella ò 
bella, e di grande animo ; ella non starà con- 
tenta a Giandotto '. Messer Guido, che avea 
piò caro il senno che la bellezza, volle pure 
che il parentado andasse innanzi: et come 
eh' elli s' ordinasse, aedo che 1a bnona donna 
non rifiatasse il marito, fece venire Polo a 
sposarla per Giandotto suo fratello ; et cosi, 
credendod avere Polo per marito, ebbe Gian- 
dotto. È vero ohe, innanzi oh' ella fosse spo- 
sata, essendo nn di Pdo nella corte, nn» 
cameriera di madonna Francesca gliel mo- 
strò et disse : * Qnegli fia tao marito '. Ella 
il vide bello : posegli amore, et oontentosse- 
ne. Et essendo ita a marito et trovandosi la 
sera a lato Giandotto et non Polo, com'ella 
credea, fa male contenta. Tidde ch'ella era 
stata ingannata; non levò l'amore oh' ella 
avea posto a Polo, ma crebbe oontinnamente : 
onde Pdo, veggendod amare a costd, come 
che prima ripognasse, inchinoed agevolmente 
ad amare lei. Av«Dkne che in qnosto tempo 
eh' eglino s' amavano insieme, Giandotto an- 
dò fuori in signozia [essendo andato in alcuna 
terra vicina per podestà; oosf il Beco.], di 
che a costoro crebbe speranza per la soa par- 
tita; et ood crebbe amore tanto che segre- 
tamente essendo nella camera, et leggendo 
uno libro di Lancillotto, oom' egli innamorò 
delia reina CKnevra, et come... veggendola 
ridere, prese' sicurtà et basdolla; questi due, 
leggendo et venendo a questo punto, si guar- 
darono nd viso et sodororonsi per voglia di 
fare il simigliante; et prima colla mano et 
con alcuno basdo invitando l'uno l'altro, 
nell' ultimo posoiw in pace i loro disii. Et 
più vdte in diversi tempi faccende il simi- 
gliante, uno famiglio di Giandotto se n' av- 
vide : scrisselo a Giandotto ; di ohe, per que- 
sta cagione tornato Giandotto, et avuta un 
giorno la posta, gli sopragiunse nella ca- 
mera che rispondea di sotto ; et troppo bene 
[Polo] si sarebbe partito, se non che una ma- 
glia del coretto oh' egli avea in dosso, s' ap- 



piccò a una punta d'aguto della cateratta 
[jper la quale di quella camera d scendea in 
un' altra : cosi aggiunge il Beco.] et rimase 
cosi appiccato. Giandotto gli corse addosso 
con uno spuntone : la donna entrò nd mez- 
zo ; di che, menando, credendo dare a lui, 
diede alla moglie ed uccisela, et poi uedse ivi 
medesimamente Polo dove era appiccato». Dd 
tragico fatto, ohe, per quanto d può conget- 
turare, dovrebbe essere accaduto dopo il 1283, 
nd quale anno Pado ta capitano del popolo 
in Firenze, e forse durante la podesteria pe^ 
Barese di Giovanni Malatesta nd 1286, nulla 
dicono i cronisti dd tempo : tra i commen- 
tatori, il Bocc. ne fa un racconto più ampio, 
ma conforme nella sostanza a quello ddl'An. 
fior. ; Pietro di Dante v' aroenna come a un 
fatto notissimo; Bambaglioli, Lana, Ott., Benv. 
e Buti lo narrano con brevità, senza aggiun- 
gere alcun utile particolare. — la terra eco. 
Bavenna, dtuata quad sull'Adrìatioo (ai tem- 
pi di Dante assai più vidno che oggi non sia 
a quella dttà) e bagnata allora dai rami in- 
feriori del Po (Badarono e Padenna): cfr. Bas- 
seimann, p. 97. — 100. Amor ecc. « DaUa 
sua bocca [di Francesca] pare che non possa 
uscir più se non un' unica parola, cmort, 
ch'ella grida tre volte, oon impeto e fuoco 
sompre crescente : amore che rapido infiam- 
ma le anime; amore, ineluttabile destino; 
amore, che unisce per la vita e per la morte I 
Prima, è una soave tenerezza per l'amante, 
un ouoir gentiUf cui era necessità esser preso 
d'amore per la AeiZa jwrsona, e pur nelle f^ad 
raffiruite e un po' convenzionali, ohe n di- 
rebbero tolte ad una canzone, passa come 
una musicale carezza, forse come una me- 
moria della vita dogante e gioiosa, vissuta 
insieme noDe corti paterne, dove d leggevano 
i romanzi di Tristano e di Landlotto, e d 
cantavano le canzoni d'amore > (E. G. Paro- 
di, BuJLVn 19). — al ter gentil eco. La 
dottrina dd Guinizelli (canz. v 1), che « Al 
cor gentil ripara sempre Amore », era stata 
accolta da molti rimatori del dugento e spe- 
cialmente dai poeti fiorentini dello atil tiuouo 
(cfr. Pwrg. xxiv 67); anche Dante la pro- 
fessò sino dalla giovinezza, come d ha dalla 
F. A". XX 10 : « Amore e '1 cor gentil sono 
una cosa... Falli rmtura, quand' ò amorosa, 
Amor per pire e '1 cor per sua magione ». 
— 101. bella persona: bellezza oorporea; 
cosi nella F. N, xxxi 60, e in Odo delle 
Cdonne (D'Ano. I 70): «la sua persona 
bolla ». — 103. il Modo aneor ■' offende s 



INFERNO - CANTO V 



39 



Amor, che a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer si forte, 
105 che, come vedi, anc5r non mi abbandona. 
Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi vita ci spense ». 
108 Queste parole da lor ci fdr porte. 
Da che io intesi quelle anime ofifense, 
chinai *1 viso, e tanto il tenni basso, 
111 finché il poeta mi disse: e Che pense? > 
Quando risposi, cominciai : € lasso, 
quanti dolci pensier, quanto disio 
114 menò costoro al doloroso passo I » 
Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 
e cominciai : e Francesca, i tuoi martiri 
117 al lagrimar mi fanno tristo e pio. 
Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 



peitlkó 1* Tiolents morte la colse in soli' atto 
ési peccato, ai eh' ella non ebbe tempo a pen- 
tiza. Faxodi, 1. ciL: «l^emito d'odio e di ad»* 
gBo, die aobito ai imozza e li stempra nella 
dokasza deàìa memorie e nel spyerchìare del- 
l'affatto j». — 108. Amor eoo. Bntì: « l'amore 
il quale oanstngne sempre ohinnqxie d amato 
■d amaro»; il rh.ptrdonan qni significa quasi 
Hitpmmn\ far ifraesiia\ c£r. D'Ovidio, p. 660. 
— 104. ail prese eoo. mi fece innamorare s£ 
totemente dalla Taghexza, della bellona di 
Paolo. Parodi, L oit: e Francesca parla ora 
£ b6, e nna capa fiamma par che le baleni 
ae^ occhi, e la passione prorompe in versi 
sonori, xobnsti d'accenti, di sillabe tronche, 
di consonanti accoppiate, versi tra vohittaosi 
e aagoscioai, i quali non hanno più ohe assai 
poco del ritegno femmineo. Qui ella senza vole- 
re, asDza averne ooeciensa, rivela tutta sé stes- 
sa, lasciandoci intravedere una di quelle veri- 
tà ^e una donna non dice : l'amore forU, in- 
dfflsiabile, dominatore Ai il suo; essa trasdnò 
Pack»; essa lo avrinse a sé con indissolubili 
nodi per sen^re, anche nell'inferno. — 106. ad 
mmm meiia: poiché furono uccisi nello stesso 
modo e «^«omA ; il Lana scrive ohe Gianciotto 
« prese una spada, e conficcolli insieme in tal 
■wdo che abbracciati ad uno morirono» : cir- 
costanza che non s* accorda col racconto del 
Booc e dell' An. fior. — 107. Calne eoe: la 
parte del nono cerchio dell'inferno, nella 
quale sono puniti i tiaditori e gli uccisori dei 
coasaagninei : cfir. hif, zzxn 68. £. Bonca- 
^a, {Onmaea dsl R. Lieeo di Bologna, 1876) 
asserto a lungo su questo verso, per dimostra- 
re che ai deve intender come detto da Paolo, 
al qaala, come a uomo d' armi e di corrucci, 
bcft si conviene queste maledizione che in- 
temjgp e il mite e affettuoeo discorso di Fran- 



cesca: ma per quanto alcune delle ragioni 
recato a sostenerla sieno molto osservabili, 
queste interruzione turberebbe lo sviluppo 
dell' episodio, nel quale Francesca, come ben 
dice il De Sanctis, empie di sé tutte la scena, 
e Paolo ò solamente l'espressione mute di 
lei : alla donna il parlare, all' uomo il pian- 
gere, perché come sono eternamente confusi 
quasi in un solo essere per forza d' affetto, 
cosi anche nelle loro manifestazioni si com- 
piono a vicenda: cfr. anche Parodi, Bull. YU 
18 e segg. e D'Ovidio, p. 661. — 106. da lori 
da Francese», che parla anche in nome di 
Paolo ; cfir. sopra il verso 96. — 109. oSTens?: 
dal dolore della morte e dal tormento infer- 
nale : la forma latineggiante offenso rìcorre 
altre volte in rima, Pitrg. zxxu 12, Far. xvn 
62. — 112. lasso ecc. « La st^^ssa colloca- 
tone delle parole, sapiente oom' ò di solito 
in Danto, ci avverte che tutto il senso e tutto 
il sentimento si appunto nel doloroso passo ; 
e in meno di una terzina, secondo che vuole 
l'energica concentrazione del concepire dan- 
tesco, noi abbiamo la sintesi, etica e senti- 
mentale, della storia dei due amanti, cioè un 
concetto moralmento giusto, ma nel tempo 
stesso pietoso, dell'amore colpevole, che per 
un' ingannevole via di desideri e d' ebrezzo 
volge al suo tragico destino » (E. Q. Parodi, 
BulL YU 18). — 113. quanti dolci ecc. Oh, 
quanti dolci pensieri d'amore trassero, ac- 
compi^^narono costoro al passo doloroso della 
morto e della dannazione. — 117. al lagri* 
mar ecc. mi fanno dolente e pietoso sino 
alle lagrime. — 118. Ha dimmi: De Sanctis 
(p. 16) : « Francesca nel suo primo racconto 
lascia un' immensa lacuna : tra il suo inna- 
moramento e la morto giace tutta una storia, 
la storia doli* amoro e del peccato, e la vore- 



40 



DIVINA COMMEDIA 



a che e come concedette. Amore, 
120 che conosceste i dubbiosi desiri ? » 

Ed ella a me: e Nessun maggior doloi'e, 
che ricordarsi del tempo felice 
123 nella miseria; e ciò sa il tuo dottore. 
Ma se a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affettOi 
12G farò come colui che piange e dice. 
Noi leggevamo un giorno per diletto 
di Lancelotto, come amor lo strinse: 
129 soli eravamo e senza alcun sospetto. 
Per più fiate gli occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso: 
182 ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
Quando leggemmo il disiato riso 



ooiida giovane si airesta e tace. Ma Dante 
china il capo e rimano assorto, finohó Yiigilio 
gli dice: che pense 9 né pad rispondere subito, 
e quando paò, risponde come trasognato e par- 
lando a sé stesso, né pud volgere la parola a 
Francesca senza lacrime. A che cosa pensava 
Dante? Ma era tutta questa istoria dell'amore 
e del peccato che egli si volgeva nella men- 
te ». — al tempo del ecc. nel tempo che 
v' era dato sospirare d' amore e di speranza, 
a quale indizio e in qual guisa vi accorgeste del 
reciproco Affetto? Non ò volgare curiosità che 
splugo Dante a far questa domanda: le e- 
brezze d'amore se sono riuscite a si tragica, 
fine lo fanno meditare tuli' origine del peccato ; 
e ogli, il poeta della liberazione morale, vuol 
compiere la propria esperienza, conoscere le 
misteriose vie della colpa, e dal confronto 
d'un momento d'ebrezza ooU' etema miseria 
trarre per tutti una nupva e purificatrice com- 
mozione» (Parodi, 1. cit.). ~ 120. dnbbloil 
df siri: Bocc.: « chiamagli dubbiosi, i deside- 
ri degli amanti, perciocché quantunque per 
molti atti appaia che l'uno ami l'altro, e l'al- 
tro l'uno, tuttavia suspicano non sia cosf corno 
lor pare, insino a tanto che del tutto discoperti 
e oonosciuti sono ». — 121. Nesina maargior 
ecc. Bella e vera sentenza di Boezio (Phihs. 
eonaol, u, prosa rv 4) : « in omnì adversitate 
fortunae, infelicissimum est genus infortunii 
fuisse felicem ». ~ 123. 11 toc dottore: Vir- 
gilio, o per esperienza propria che, dice il 
Lana, « ricordandosi del suo essere in lo mon- 
do poeta e in grande stato, e ora vedersi nel 
limbo senza grazia e speranza di bene non d 
senza dolore e gramezza », o perché, nota il 
Bocc., « nel principio delle narrazioni, fatte 
da Enea, de' casi troiani a Didone [En. n S] 
e ancora nel dolore di Didone nella partita 
di Enea [En. iv 657], assai chiaramente il di- 



mostra»: eh. Moore, I 281-282. — 124. Ma 
se ecc. cfr. Virgilio, En, n lO-lB. — 126. farò 
eoo. cfr. Jnf. xzxm 9. — 127. Noi leggeva- 
mo ecc. I romanzi d'avventura, scritti in 
lingua Ihmcese, in verso e in prosa, erano aa- 
sai diffusi Ita noi nella seconda metà del se- 
colo zm, e si leggevano volentieri anche nelle 
corti di Romagna ; e poiché i primi libri ita^ 
liani dove sia distesamente narrato il fiitto 
di Landlotto e di Ginevra, non possono esse- 
re anteriori al trecento, ò quasi certo che il ro- 
manzo letto da Paolo e Franceeoa era in lin- 
gua francese. — 128. Laaeelotto : uno degli 
eroi della tavola rotonda, amante della regina 
Ginevra. La fonte di Dante d il Laneeld du 
LaCf romanzo del secolo xn, nel quale si legge 
oome Gallehault, partecipe del segreto dei due 
amanti, conducesse Landlotto avanti a Gi- 
nevra, in un verziere, e come questa, ai con- 
forti di Gallehault, s'inducesse a baciare a 
lungo il buon cavaliere ohe stava titubante 
innanzi a lei: 11 passo relativo del romanzo 
firancese fta pubbl. dal Polidori nella Tavola 
rotonda, Bologna, 1864, U 260 e sgg. e da 
altri: ctr. Chnfar. dantesche, H 270, 280. -~ 
129. soli ecc. De Sanctis (p. 16) : « Chi mai 
fa questa osservazione se non l'amore colpe- 
vole ? Leggono una storia d' amore e non osa- 
no di guardarsi, e temono ohe i loro sguardi 
tradiscano queUo ohe l'uno sa dell'altro e 
l'uno nasconde all'altro; e quando in alconi 
punti della lettura veggono un' allusione al 
loro stato, uno stesso pensiero fa violenza, 
forza, sospinge i loro sguardi, e gli occhi im- 
memori s'incontrano, né già osano di so- 
stenerli e li riabbassano, e la coscienza di 
essersi traditi e il firemito della carne si ri- 
vela nel volto che si sct^ora ». — 183. di- 
siato riso : Buti : « il desiderato allegro vol- 
to... o vogliamo intendere, la bocca che pia 



INPEKNO - CANTO V 



41 



esser baoiato da ootaoto amante, 
135 questi, che mai da me non fia diviso, 
la bocca mi baciò tatto tremante: 
Galeotto fu il libro e dii lo scrisse; 
138 quel giorno più non vi leggemmo avante ». 
Mentre che l'uno spirto questo disse, 
l'altro piangeva si che di pietade 
io venni meno si oom'io morisse, 
142 e caddi, come corpo morto cade. 



ilfflosta fl riso, che aloon' altra parte dd Tol- 
to ». Boco. inreoe : « la deeideimta lettila la 
^ ta alla xeina Ginerra ». I commentatori 
poetniozi loiio qnad tatti per 1* interpreta* 
zia&e dal Boti; na oflwrra il De Sanotis, 
m tnttani materialmente della bocca, ti 
kae dal riso «che è respresaione, la poesia, 
il aeotimeoto della bocca, qualche coaa d'im- 
eoiporale che ai Tede errar fhi le labbra e 
eoa» ataoeato da ease e che ta paoi Todere, 
■a non puoi toccare ». — 185. f ae.tl, che 
■al eco. Finiaaima d 1* oaaenra&one del De 
SaactiaCp. 17): « Quando Francesca è Tìnta, 
liando a peccato-^' era già nell'anima ai 
firela, nel ponto ateaao del bado, anzi prima 
aacoia che il peccato le caca di bocca,... tra 
ramante e il peccato ai gitta in messo l'in- 
Cano, e il tempo felice ai oongionge oon la 
BMna, a quel momento d'oblio, il peccato, 
MA ai cancella pia, diTiene l' eternità ». — 
187. flilaotia eoo. il libro fece tra noi qaello 
■tano oCficio che Oallehaalt fé* tra la regina 
ffiaerra e Lancilotto. — 11 Uhro ecc. La let- 
tala del romanzo di Lanetiot du Lae^ aeoondo 
il D' Gridio, pp. 85 e 661, ò an' inTendone 
M poeta, non un particolare storico o leg- 
geadazio eh' egli laocogUesse in Bomagna in- 
tono agli amori di Fxanceeoa e Paolo : in- 
Teca il NoTati, Omfer. dtmietohet n 272 ri- 



tiene il contrario, osserrando ohe del roman- 
si dal dolo bretone « Dante non fu mai let- 
tore cosi appaaeionato n6 ammiratore tanto 
caloroso, che la mente soa doTeaae esser sen- 
za stimolo esteriore e possente richiamata a 
rammaitarae Tool questo Tuoi qoell' ^iso- 
dio». — 138. fisi giorno ecc. Giusti {Senta 
funi, p. 285): « Gon questo Terso di molteplice 
signiftcato ToUe il p. adombrare d'un Telo 
onesto una cosa inonesta in sé, inonestissima 
in bocca d' una donna. Quasi ultimo tócco, 
Tolle riperauoCare tutte le corde sentimentali 
di queUa lagrimoTole istoria ». — 189. IHino 
spirto: Francesca. — 140. 1* altre: Paolo; 
cfr. la nota al t. 107. — 142. e caddi ecc. 
Venturi, 809 : « La acelta delle parole, tutte 
di due sillabe, e T uniforme graTità degli ac- 
centi rendono stupendo questo Terso per suono 
imitatiTo; e Dan sentire la caduta di un corpo 
con modo pi6 efficace di quel d'Ovidio ove 
narra di Aldone : * Gullapsaque oorpore tota 
est ' (JM. ZI 460) ». Dalla similitudine dan- 
teaca procedono le altie aimili del Fetraroa 
(atm. u 8) «Caddi, non già come persona 
TiTa», del Pnld(ifofy. zzn264): «Ecndde, 
come morto in terza cade», ,e dell'Ariosto 
{OrL n 55, 6) : « Forza è chi '1 mira abbar- 
bagliato reato, E cada come corpo morto cauo». 



CANTO VI 

Bitomato in sé, Dante si trova con Virgilio nel terzo cerchio, dove setto 
BDà orrìbile pioggia sono paniti i golosi ; domato fìacilniente Cerbero, che 
è posto a guardia del Inogo, i dne poeti si fermano col fiorentino Ciacco, 
che parla a Dante delle dissensioni trai Bianchi e i Neri e delle loro cagioni, 
e poi a* ineamminano verso il qnarto cerchio [sera avanzata dell' 8 aprile]. 

Al tornar della mente, che si chiuse 
dinanzi alla pietà de' duo cognati, 
8 che di tristizia tutto mi confuse, 



TI 1. Ài tonar ecc. Quando la monte 
aia, rimasta Tìnta nella pietoaa commozione 
frarata allo apettacolo doloroso di Francesca 
e dì Pa^o, ritornò alle sue operazioni, riprose 



il conoscimento. — 2. pietà : pena, tormento, 
che muove gli animi a compassione. — 8. che 
di trlatUia ecc. : cfr. Inf. v 116-7, 140-2: 
tristiytia vale proprio il dolore deli' animo prò- 



42 



DIVINA COMMEDU 



nuovi tormenti e nuovi tormentati 
mi veggio intomo, come ch'io mi mova, 
6 e come oh* io mi volga e ch'io mi guatL 
Io sono al terso cerchio, della piova 
eterna, maledetta, fredda e greve: 
9 regola e qualità mai non l'è nuova. 
Grandine grossa e acqua tinta e neve 
per l'aer tenebroso si riversa: 
12 pute la terra che questo riceve. 
Cerbero, fiera crudele e diversa, 
con tre gole caninamente latra 
15 sopra la gente che quivi è sommersa. 

Gli occhi ha vermigli, la barba unta ed atra, 
e il ventre largo, e unghiate le mani ; 
18 graffia gli spiriti, scuoia ed isquatra. 
Urlar gli fa la pioggia come cani: 
dell' un de' lati fanno all'altro schermo; 
21 volgonsi spesso i miseri profani 

Quando ci scorse Cerbero, il gran verme. 



dotto da una riolenta oommoàond (cfr. V, N, 
rm 6, xzxvi 6, ^/l xxx 144, Ani^. zzn 
66 eoe). — 4. 9M9YÌ tomoitl eoe. Dante 
e Virgilio, oontiniiando il loro viaggio, sono 
pezrennti nel terzo oerohio, dove sono poniti 
i golofli, pensoflsi da una pioggia di acqua, 
di neve e di grandine, ohe si roveeoia loro 
addosso con i n d ict M le tormento. •— 5. eoaie 
eh' Io mi moTA eoo. ovunque io mi muova 
procedendo, o mi voHi e riguardi stando fer- 
mo. — 7. al tetfo eereUe^ della piova: 
al terzo cerchio, che è quello della pioggia. 
— 9. regola • qaallftà eco. immutabile, si 
nella violenza oon la quale si rovescia, a£ 
nelle sostanze ond'ò formata: l'usò della 
parola guaìUà a indicare le condizioni, la na- 
tura della pioggia ha un riscontro in quel 
passo della F. N. tttt 49 dove, di Beatrice 
morta, dice il p. : « no* la ci tolse qualità di 
gelò », cioè il mancare del calore vitale. — 
10. aequa tinta : secondo l' interpretazione 
comune è acqua sporca, di die poi si forma 
b « sozza mistura » accennata nel v. 100 ; 
secondo alcuni sarebbe il ìUviaefUo^ che aequa 
tinta è detto in alcune parti di Toscana. — 
12. paté eco. la terra, sulla quale va a ca- 
dere questo miscuglio, ne acooglie ed esala 
il fetore. — IB. Cerbero: il cane tricipite, 
oon coda e crini di serpente, figlio di Tifeo 
e di Echidna, il quale sta a guardia dell' In- 
ferno. Virgilio, En, vi 417 : « Cerbems haeo 
ingens latratu regna trifaud Personat, ad- 
verso recubans immanifl in antro », e Ovi- 
dio, Met, IV 448 : « Quo simul intravit, sa- 
croque a corpore pressum Ingomuit limcn : 



tiia Cerberus extulit ora, Et tres latratua 
edidit : Illa sorores Noote vooat genitas, grave 
et implacabile numen: Carceiis ante forse 
clausas adamante sedebant, Deque suis atros 
pectebant oiinibus angues » ecc. — diversa : 
strana orribile; come forse in B*f, m 26, vn 
105, zxn 10; cfr. V, N, zxm 20: « m'appai^ 
vero certi visi diversi e orriUli a vedere ». 
— 14 eoa tre gole eoe : questo verso d da 
pronunziare con due accenti, scindendo nei 
suoi elementi l' avverbio eanfyM-mènU; oome 
in Bar. zi 12. — 16. qalvl è iOMMersa i 
Buti : « sta aifogata in questa pioggia >». -^ 
16. dll oechl eoe Secondo gli antichi com- 
mentatori gli ooeki vermiffli significano l' im- 
peto dell' ira e del desiderio, la barba unta 
ed atra la voradtà e golosità, il ventre Uxrgo 
V insaziabilità e le wnghiate mani la rapadtà. 
~ 18. ieaoia : leva loro la pelle, li scortica, 
cfr. Inf, zxu 41 ; ma si avverta che molti 
buoni testi hanno i/ngoiOf e cosi lessero Bonv., 
Buti, Anon. fior, e altri antichi. — Isqaatra : 
squarta, lacera, fa a brani; il Torraca dta 
Monte Andrea P' Ano. m 274): « Che tal 
colpo si '1 cor de l' omo squatra », e il Pa- 
rodi, BvU. m 116 nota che Dante usò que- 
sta forma anche nel Oon», p. 145: « fender 
per mezzo Lo core alla crudele che '1 mio 
squatra». — 20. dell'an eco. del lato che 
d stato a terra gli spiriti fanno schermo a 
quello che è stato esposto alla pioggia, cioè 
si voltano spesso sui fianchi, ora opponen- 
do l'uno, ora l'altro alla pioggia. — 22. 
Il gran vermo: vermo chiama qui Cerbero e 
in Inf. XXXIV 108 Lucifero, por indicare il 



INFERNO - CANTO VI 43 

le boccile aperse e znostrocci le sanne : 
24 non avea membro che tenesse ferma 
£ il duca mio distese le sue spcuine; 
prese la terra, e con piene le pugna 
27 la gittò dollaro alle bramose canne. 
Qual è quel cane, che abbaiando agugna 
e si raoqueta poi ohe il pasto morde, 
SO che solo a divorarlo intende e pugna; 
cotai si fòoer quelle facce lorde 
dello demonio Cerbero, che introna 
83 l'anime si eh' esser vorrebber sorde. 
Noi passavam su per l'ombre ohe adona 
la greve pioggia, e ponevam le piante 
86 sopra lor vanità che par persona. 
Elle giacean per terra tutte e quante, 
fuor ch'una che a seder si levò, ratto 
89 ch'ella ci vide passarsi davante. 

« tu, che se' per questo inferno tratto, 
mi disse, riconoscimi, se sai: 
42 tu fosti, prima ch'io dis£Ektto, fatto >. 
Ed io a lei: € L'angoscia che tu hai 
forse ti tira fuor della mia mente, 
45 ai che non par ch'io ti vedessi mai 

kno wssao e orrìbile aspetto; oomeL. Paldf s'affatioa: nota il Tomm. ohe i dne verbi 

3tory. !▼ 15, d' una bestia smisurata : « qua- « rendono insieme il simile senso del lat eon- 

sto cradei veimo L'offendea troppo col flato ttndan». — 82. introna: stordisce col tri- 

e od caldo », e TAriosto, Ori xlti 78, del plico latrato (ofr. Inf. xvn 71). — 84. l'om- 

fiarolo, « gran Terme infornai ». — 28. san- bre, che adon» eco. le ombre, che la grave 

ne: saune o zanne sono i denti da presa del pioggia abbatto, fiacca : adonan nel senso di 

case e del «ringhiale : cfr. Bif, xxii 66. — abbattere ò anche nel Purg. zi 19, e non è 

2L nen ave* ecc. il tremito di tntto il corpo infrequente negli antichi ; p. es. é. Villani, 

iSDda bene l' Jmagine del corrucciato e fame- CV. vi 80: « e cosi si adonò la rabbia dello 

lieo saiinala. — 26. ittanne: apanna ò prò- ingrato e superbo popolo di Firenze». — 

pziamente T apertura deUa mano ; qui signi- 86. vanità ecc. sembianza corporea, senza 

fica le mani aperto. — 26. • con piene ecc. reale consistenza. — 88. vna: è l'ombra del 

Virgilio con ambedue le mani gitta terra nelle fiorentino Ciacco ; del quale racconta un'av- 

gi^ di Cerbero per acquetarlo ; manifesto ri- ventura il Bocc Dos., g. a, n. 8, dicendolo 

cordo àeH* otto deUa Sibilla, gidda di Enea « uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse 

aO' inferno, la quale a Cerbero (En, vi 420) giammai, ... per altro assai costumato e tutto 

« Molle sopoiatam et medicatis frngibus oB&m pieno di belli e di piacevoli motti »: i oom- 

Gtàdt ». — 28. Qnal è eco. Viig. En, vi montatori antichi non sanno dir piò ; le Chiose 

421 dice solamente che, gittote l' ofEs, « nie an. dicono eh' ei fti banchiere, mentre altri 

fusa zabidA tiia guttura pandens Corripit come, l' Ott. e l' Anon. fior., attestano che fu 

otoctam, atque iniTnanla targa resolvlt Fusus uomo di corto o buffone : visse certo nella 

bnoù, totoque ingens extonditur antro » : seconda metà nel secolo xm, e forse non ò 

Bute invece con la similitudine del cane di- dissimile da quel Ciacco dell' Anguillaia, del 

pDgb fìA. vivamente i successivi atti della quale ci restano alcune rime (D'Ano, in 179). 

fisia crudele. Venturi 408 osserva che della — 42. tn fosti ecc. tu nascesti prima che io 

■«''ìtTidinft dantesca si ricordarono l'Ariosto, morissi : alcuni pongono la morte di Ciacco 

Ori ULJLVU 78 e il Tasso, Off. Itb. ix 88. — al 1286, quando Danto era non piir nato, ma 

i: agogna, appetisce avidamente il più che vontenno. — 43. angoscia : cfr. In/". 



cOio. — 30. inteads e pugna: attoude e iv 19. — 44. ti tira occ. il doloro altorondo 



44 



DIVINA COMMEDIA 



Ma dimmi ohi tu se', che in si dolente 
loco se'mesBa, ed a ai fatta pena 
48 che, s' altra è maggio, nulla è si spiacente ». 
Ed egli a me : « La tua città, eh* è piena 
d'invidia si che già trabocca il sacco, 
51 seco mi tenne in la vita serena. 
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco : 
per la dannosa colpa della gola, 
54 come tu vedi, alla pioggia mi fiacco ; 
ed io anima trista non son 8olfi^ 
che tutte queste a simil pena stanno 
57 per simil colpa». E più non fé' parola. 
Io gli risposi : € Ciacco, il tuo affanno 
mi pesa si che a lagrimar m'invita: 
CO ma dimmi, se tu sai, a che verranno 
li cittadin della città partita; 
s' alcun v' è giusto ; e dimmi la cagione, 
G3 per che l' ha tanta discordia assalita ». 
Ed egli a me : € Dopo lunga tenzone 



le tae sembianTO ti allontaiui dalla mia me- 
moxia, fa d eh' io non ti lioonoooa. — 48. eh«, 
8' altra ecc. che se altre pene la vincono di 
gravità, nessuna è tanto lastidioeai nessuna 
mortifica tanto ohi ne è colpito. — maggio: 
maggiore ; coef anche in Inf, ttti 84, Poar. 
VI 120, xnr 97, xxvi 29, xxvm 77, xxzm 66. 
— 49. lift tiu «itftà eoo. Firenze, tanto j»0na 
d'iinmdia cioò di quelle gare per gli nfflct po- 
litici, che ftirono causa principale delle di- 
sconUe fiorentine : cfr. D. Compagni, 0. 1 20 : 
« La città, retta con poca giustizia, cadde in 
nuovo pericolo, perché i cittadini si comin- 
domo a dividere per gara di ufid, abominando 
l' uno r altro ». — 61. vita serena : quella 
della terra, in opposizione alla vita tormen- 
tosa dell' inferno : cosi ò detta anche in Inf. 
XV 49 ; e vUa beila, in Inf. xv 67, e vita lieta 
in Inf, XIX 102. — 62. m1 cklMnaste Claceo: 
Buti : « C^aooo dicono alquanti, che ò nome 
di porco : onde costui era cosi chiamato per 
la golosità sua»; ma abbiamo avvertito che 
Ciacco ò proprio nome di persona, non già 
sopranome : cfr. la nota al v. 38. — 64. mi 
flaeeo : spiega, se ce ne fosse bisogno, V adona 
del V. 34. — 68. Io gU riiposi ecc. Dante 
prova tanta compassione per il misero suo 
concittadino che si sente trascinato a pian- 
gere; ma prevale il desiderio di conoscer le 
future vicende della sua patria, e però egli 
fa tre domande a Ciacco : 1', che aocadxà di 
Firenze, già divisa dalle fazioni ; 2*, se vi sia 
alcun cittadino alieno àal parteggiare ; 8^, qua- 
le sia la cagione delle discordie fiorentine. — 
60. le ti sai: intomo alla cognizione che i 



dannati hanno delle cose del mondo ti cflr. 
la nota all' Ji/. x 100. — 61. città partita: 
Firenze, già tino dal 1216 divisa nelle due 
partì dei guelfi e dei ghibellini, sulla fine del 
secolo xm era unita, che per grandissima 
parte la cittadinanza era guelfa : ma già sino 
dal 1280 s' erano manifestate le prime inimi- 
cizie tra le famiglie dei Cerchi e dei Donati, 
e queste inimicizie (tuono principio della nuo- 
va divisione della cittadinanza nelle partì dei 
Bianchi e dei Neri, divisione scoppiata ap- 
punto nella primavera del 1800. — 64. Ed 
egli a me: la risposta di Ciacco tooea in 
forma di predizione alcuni avvenimenti degli 
anni 1300-1302, che importa ricordare chi 
voglia bene intendere il passo dantesco (cfr. 
per la cronologia. Del Lungo, II 606-611 e 
D'Ovidio, pp. 661-663). Già s' erano manife- 
state pifi volte inimicizie tra i Cerchi e i Do- 
nati, allorché nel calendimaggio del 1300, fe- 
steggiandosi il rinnovamento della primavera, 
una brigata di giovini donateschi si scontrò 
in una di cerchieschi e li assali a mano ar- 
mata, e nella zuffa fu tagliato il naso a Ri- 
coverino de' Cerchi ; « il qual colpo (dice D. 
Compagni, O. i 22) fta la distruzione della 
nostra città, perché crebbe molto odio tra i 
cittadini ». Divisasi cosi tutta la città, furono 
nel giugno per decreto dei priori, dei quali 
era Dante, confinati i principali delle due 
parti (cfr. Compagni, Or, i 21, 0. Villani, 
Or. vm 41, 42, Machiavelli, bt. fior, n, 18) : 
ma tornarono presto ; e non passò molto tem- 
po ohe i primi della parte donatesca « si rau- 
norono uno di (dice il Comp. O. i 23) in 



^. !■• 



INPEBNO - CANTO VI 



45 



verranno al sangue, e la parte selvaggia 
66 caccerà l'altra con molta offensione. 
Poi appresso oonvien ohe qnesta caggia 
infra tre soli, e ohe l'altra sormonti 
69 con la forza di tal che testé piaggia» 
Alte terrà lungo tempo le fronti, 
tenendo l'altra sotto gravi pesi, 
72 come che di ciò pianga e che ne adontL 
Giusti son duo, ma non vi sono intesi : 



SuitA TiiikHa, delibentidicMciAra i 0«iQhi ». 
Soopecta queste oongiaift, che ta. dica nel 
maggio del ISOl, « fmoifeo condannati in grave 
pena» akani capi della Duioiie dei Donati, dei 
quali andanmo in bando Cono Donati, Gerì 
Spini, Farcino dei Paaxi, Boeso della Tosa e 
pid altri (Comp., 0. 1 34, P. FSeii, €¥, p. 68). 
— 65. Teiraana al uagiet accenna al fé- 
liBMuto di Ricoverino de' Pazzi ; a proponto 
del quale nn cronigta del tempo (dt. dal Del 
Lungo, n 609) racconta che « fi diceva, Qne- 
ita fedita ieoonoerà Io itato di Firenze ». — 
Is parte ativagglat la parte dei Cerchi, fa- 
miglia venuta in Firenze dalla Val di Sieve 
e axriocliitaai con la merostora : D. Compagni, 
O. 1 ao dice dei Oecchi eh' erano « nomini 
di faaaM stato, ma bncni mercatanti e gran 
ricchi », e O. Villani, O. vm 89 li dipinge 
ooBs stirpe non cattiva, ma vanitosa e inur- 
bana e di «bizzarra salvatiohezza» : cfr. Air. 
XV] 61». — 66. caccerà l'altra ecc. t accenna 
a^ esigli dei Ci^i donatecchi dopo la oongin- 
ra di S. Trinità, del maggio 1801. — 67. Poi 
apprese* ecc. La profezia trapassa alla ca- 
duta della parte oerchiesca o dei Bianchi, e 
al Bonumtaxe deUa parte donatesca o dei 
Keci ; accennandosi cosi alla proecrìdone in- 
cominciata nel gennaio del 1900 sotto gli an- 
ejàei di Oario di Vaiola dal potestà Canto dd 
Galnìelli e oontinnata sino all'ottobre del- 
Taano stesso dsl soo snccessore Gherardino 
da Oamtaza (etr, Dd Lungo, L'esilio di 
DmHk, Fizenze, 1881), e specialmente alla 
condanna dd 6 aprile 1803 che colpi Vieri 
de' Cerchi e gli altri capi di parte Bianca. ~ 

68. Infra tre selli prima che passino tre 
anni, prima die pasd il tempo che corre dd 
BOSBento in eoi parla Ciacco (aprile ISOO) 
sino aDe nltime condanne (ottobre 1902). — 
r altra: la parte donateeca o dd Neri. — 

69. di tal ecc. : non già, come intesero l' Ott, 
Bear, e mdti moderni, di CkAo di Vdois, 
cke nella primavera del 1900 era tntto occn- 
pato neDa gnena fiamminga; d bene diBo- 
nliìMio vm, non ancora chiaritod favoreggia- 
iofo deUa parte donatesca, il qnde (dice con 
frase sooltoria fl Comp. (>. n 11) « parole 
lasinghevole da nna mano osava, e da l'dtra 

i il signore sopra noi », doè spin- 



geva addosso alla parte cenhiesca Carlo di 
Vslois : questa interpretazione, data già dd 
Beco., dd Bnti e dall' Anon. fior., s' appoggia 
anche d significato deUft frase : oA« todà pù^ 
già, cioè che ora d destreggia tra le due parti, 
sta fra l'nna e l'dtra; dove il vb. neutro 
piaggian ha lo stesso senso figurato che in 
un passo di Q. Villani, Or. vn 69: «Molti 
che alla prima avean tenuto col Cardinde, 
d frirono rivolti per gli sdegni che vedeano; 
e i Qxandi di Parte Nera, e simile qndli che 
piaggiavano od Cardinde [alcuni codid leg- 
gono : il Cardinde] d gnemirono d' arme e 
di gente » : d cfr. Del Lungo, n 615-8 e 
A. Massera, Oiom. doni., Vn 871-882. — 
70. Alte terrà eco. Con la proecrìdone dd 
Bianchi la signoria della città rimase d capi 
dd Neri, « dd quali (dice il Comp. Or. n 26) 
ninno d pud scusare che non fnsse gua- 
statore ddla dttà»: i vincitori iniziarono 
un' aspra persecuzione contro i vinti, cercando 
d' impedire che fossero accolti nelle vicine 
dttà, togliendo loro i castelli che possedevano 
nd contado, opponendod vigorosamente d 
ripetuti tentativi di rientrare in patria, guer- 
reggiando contro Pistoia serbatad fedele alla 
parte bianca; fatti tutti che Dante doveva 
avere in mente scrivendo questi verd, seb- 
bene non accenni ad dcuno in particolare. 
— 72. eeaie che eoe per quanto i Bianchi 
se ne addolorino e se ne sdegnino. — 78. Gin- 
stl son dso: risponde alla 2* domanda di 
Dante dicendo che in Firenze due soli dtta- 
dini sono alieni dd parteggiare. I commen- 
tatori d sono affaticati a fermare chi fossero 
questi due; e il Del Lungo, n 615, scrive in 
proposito : « Non crederd probabile dò che 
molti hanno detto, essere uno de' due l'Ali- 
ghìeri medesimo : certamente poi il pensare, 
come secondo, a Guido Cavdcanti, partigiano 
e fazioso se altri md, ò inammissibile... Ta- 
luno fra gfi antichi disse adombrard in quei 
duo due figure morali, la Giustizia e la Ra- 
gione. Alcuni fra i moderni propongono, co- 
me secondo all' Alighieri, il Compagni, argo- 
mentando (e dò invero a buon dritto) la 
rettitudine dell' animo suo dalla Oronica. Ma 
non mi pare sufficiente ragiono; perché credo 
che se didtri virtuosi dttadini possodossimo, 



46 



DIVINA COMMEDIA 



superbia, invidia ed avarizia sono 
75 le tre faville che hanno i cori accesi ». 
Qui pose fine al lacrimabil suono; 
ed io a lui: «Ancor vo'che m'insegni, 
78 e che di più parlar mi &oci dono. 

Farinata e il Tegghiaio, che far si degni, 
Iacopo Eusticuccii Arrigo e il Mosca, 
81 e gli altri che a ben far poser gl'ingegni, 
dimnii ove sono, e fa ch'io li conosca; 
che gran desio mi stringe di sapere, 
84 se il ciel gli addolcia o lo inferno gli attosca ». 
E quegli : « Ei son tra le anime più nere ; 
diversa colpa giù li grava al fondo: 
87 se tanto scendi, li potrai vedere. 
Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
pregoti che alla mente altrui mi rechi: 
90 più non ti dico e più non ti rispondo ». 
Gli diritti occhi torse allora in biechi, 
guardommi un poco e poi chinò la testa ; 



come di Dino, memorìd della vita scritte da 
loro medesimi, eguali aigomenti potremmo 
trorarvi pei aggiadioare a più d' uno di essi 
uno di qaei posti d' onore. .. Io temo ohe la 
pradente oritioa debba linonciare all'inter- 
pretazione di quel Terso: del qnale, fors'anco, 
rAlighìeri volle semplicemente, e senza al- 
lusioni personali, significare che in sf grande 
cittadinanza il numero de' giusti era piccolis- 
simo, e quasi nullo; e quei pochissimi, non 
ascoltati ». — 74. ivperbift ecc. : risponde 
alla 8^ domanda di Dante, assegnando come 
motivi principali delle discordie fiorentine la 
superbia, l'invidia e l'avarizia; i tre vìzt 
che anche Brunetto Latini, Inf. xv 68 e G. 
Villani, Or, vni 68, 96, rimproverano ai loro 
concittadini : cagioni principali dei loro dia- 
sensi civili, e perciò considerati qui indipen- 
dentemente dai tre vizt ohe sono cagioni del 
perturbamento morale dell'umanità, raffiga- 
rati neUe tre fiere (cfr. Inf, i 81). -~ 76. la- 
criiMbil saono: profezia lacrimevole delle 
sventure di Firenze. — 79. Farinata: Fari- 
nata degli liberti, ohe è nel cerchio sesto, 
tra gli eretici : Jnf. x 22 e segg. — il Teg- 
ghiaio: Tegghiaio degli Adimari, che è nel 
settimo cerchio, tra i sodomiti : Inf. xvi 40-2. 
~ far 9Ì degni : e d significazione di reve- 
ronza, che egli [Dante] adopera verso mag- 
giorenti poUtioi della vecchia Firenze, di 
quella, come dicevano, del primo popolo ; e 
cotesto uso assoluto di degno per ragguardò- 
coi0, inaignB applica altrove anche a cittadini 
de' regni spirituali [Purg. m 100, xxn 126, 
TTTT 152]»; Del Lungo, DanU U 438. — 



80. laeopo Baitleveel: è, in compagnia do! 
precedente, nel settimo cerohio : Inf, xn 
48-6. — Arrigo : secondo l' Anon. fior., dei 
Qiandonati; secondo Benv., dei Fiùmti; ono di 
quelli, ad ogni modo, eh' ebbero parte nell'oo- 
dsione di Baondelmonte nel 1215 (cfr. O. Vil- 
lani, O. V 88, e Machiavelli, 2s<. n 8) : Dante 
non ne riparla pi6. — li Mosca: Mosca Lam* 
berti, che è nel cerohio ottavo, tra i semi- 
natori di discordie: hìf, xxvin 106. —81. a 
ben far poser gl'Ingegni: aoomna alle 
virt6 civili, delle quali ftirono ornati cotesti 
suoi concittadini; o male ahmni moderni in- 
tendono che Dante parli ixonioaments: dò 
essondo inammissibile, pel dubbio in ohe Dante 
era s' ei fossero in paradiso o in infamo; dub- 
bio che non sarebbe stato possibile se la lode 
d'esser stati sf degni e d'aver posto a h«n far 
gV ingégni fosse stata ironica: ofr. anche Inf, 
XVI 69. — 84. gli addolcia: li rallegra con 
le sue dolcezze, con la beatitudine. — gU 
attdiea : gli amareggia con gli eterni tormenti. 

— 66. Ei BOB ecc. Farinata, Tegghiaio, la-* 
copo, Arrigo e Mosca sono tra anime jit. col- 
pevoli che non sieno i golosi di questo oerchio. 

— 86. grava: trascina col proprio peso; per- 
ché i dannati sono collocati in un cerohio 
tanto più basso quanto maggiore ò la gravità 
della loro colpa. — 88. dolco «ondo: cosi 
chiama la terra anche in Inf, x 82 ; ofr. la 
nota al v. 61. — 89. pregoti eoo. Questo de- 
siderio d' esser ricordato ai viventi d, secondo 
Dante, comune a quasi tutti i ij^wn^ti^ ct^^ 
spesso lo manifestano (e£r. Inf, xm 66, zvi 
85 ecc.). — 91. GU diritti oocU eoe. tene 



INFERNO - CANTO VI 



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cadde con essa & par degli altri ciechi. 

E il duca disse a me : « Più non si desta 
di qua dal suon dell'angelica tromba, 
quando verrà la nimica podestà: 

ciascun ritroverà la trista tomba, 
ripiglierà sua carne e sua figura, 
udirà quel che in etemo rimbomba ». 

SI trapassammo per sozza mistura 
dell'ombre e della pioggia, a passi lenti, 
toccando un poco la vita futura; 

per eh' io dissi : « Maestro, esti tormenti 
cresceranno ei dopo la gran sentenza, 
o fien minori, o saran si cocenti ? » 

Ed egli a me: e Eitoma a tua scienza, 
che vuol, quanto la cosa è più perfetta, 
più senta il bene, e cosi la doglienza. 

Tutto che questa gente maledetta 
in vera perfezion già mai non vada, 
di là, più che di qua, essere aspetta ». 

Noi aggirammo a tondo quella strada, 
parlando più assai ch'io non ridico; 
venimmo al punto dove si digrada: 

quivi trovammo Fiuto il gran nemico. 



Cecamente gli occhi, che duo allora ayeyano 
goaxtlato natoralmente. — 98. a pur degli 
altri deefel : degli altri golosi, ohe essendo 
eoi TÌ80 immezao nel fango, nulla potevano 
Tederò. — 94. Plk bob il desta ecc. Non si 
risre^ierìi prima del €riadizio uniTersale, 
qoaxkdo al saono delle trombe angeliche tntti 
i morti risorgeranno nella valle di losafat e 
riprendenumo le loro spoglie mortali, per es- 
eer divìai in due schiere, quella dei dannati 
e quella àei beati (oCr. San Tommaso, Sum- 
«a, P. m, qn. 66, art. 2 e qnest 69, art. 5). 

— 96. Bladea podestà: Cristo, autorità ni- 
mica ai malvagi: podestà^ invece di podestà^ 
non è raro nogìi antichi, come p. es. Bocc., 
ymfale fi6$okmo, st 183: « Siccome a quella 
e* hai in tua poddsta ». — 99. qiel che la 
ctOfBO ecc. la sentenza di etema condanna. 

— 100. trapaisawime ; passammo oltre, per 
la sozza mescnlanza delle anime dannate e 
d^ fango prodotto dalla pioggia. ~ 102. toc- 
caad» «a poco eoo.: le idee di Dante su 
qoeato argomento sono esposte nel Cànv, ii 
9. — 108. etti tormenti eco. Dante chiedo 
a Virgilio 00 dopo il Giudizio universale le 
pe^ dell' inferno sanumo aumentate o dlmi- 
suite o lasciate intatte. — 106. ti eoeeatl: 
dolorose cosi oome sono ora. — 106. Ed egli 
a me eoo. Vìigilio rifonde che le pene sa- 



ranno maggiori, perché maggiore sarà la di- 
sposirione delle anime a sentirie. — a taa 
scienza : secondo alcuni, alla filosofia aristo- 
telica ; altri, meglio, credono che Virgilio ri- 
chiami Dante alla dottrina teologica cristiana, 
secondo cui, dopo la risuirerione, per esser 
r anima ricongiunta al corpo sarebbe venuta 
a trovarsi in maggiore perfezione e perciò di- 
sposta a sentire la beatitudine o la pena eter- 
na : cfr. Par, xiv 48. — 109. Tatto che ecc. 
Virgilio ha già dato bastevole risposta a Dan- 
te; ma a prevenire ogni dubbio aggiunge che 
la perfezione dei dannati non d mai la vera, 
quella cioò che dispone a sentire la beatitu- 
dine, e che i dannati s' aspettano cotesta lor 
perferione dopo ilQiudirio universale, quando 
avranno ripreso i loro corpi : di ohe si con- 
clude che allora esti tormenti ereso&rarmo, — 

111. di là ecc. aspetta d'essere in istato di 
perferione pi6 dopo il Giudirio, che prima. — 

112. Noi aggirammo ecc. facemmo la via ohe 
gira all' intomo del cerchio. — 114. il di- 
grada: si discende dal terzo al quarto cer- 
chio. — 116. Plato: Flutos, figlio di Demeter 
e di Iasione, divinità greca che personifica la 
ricchezza; Dante lo trasforma in un demonio 
(cfr. Inf, ni 83), che presiede appunto a quel 
cerchio, ove sono puniti coloro ohe ftirono 
intomperontl noli' uso dogli avori. 



48 



DIVINA COMMEDIA 



CANTO VII 

Suir ingresso del qnarto eerchio i poeti sono accolti con parole strane 
da Plato ; e, passando oltre, Tisitano^ il laogo ove sono poniti gli avari e i 
prodighi. Qnindi entrano nel quinto cerchio, dove sono gli iracondi, gli ac- 
cidiosiy gV invidiosi e i superbi, e girando intomo alla palade Stige per- 
vengono a piò d' un* alta torre [8 aprile, presso la mezzanotte). 

€ Pape Satan, pape Satan aleppe >, 
cominciò Fiuto con la voce chioccia. 
3 E quel savio gentil, che tutto seppe, 
disse per confortarmi: e Non ti neccia 
la tua paura, che, poter ch'egli abbia, 
6 non ti torrà Io scender questa roccia». 
Poi si rivolse a quell'enfiata labbia, 
e disse : « Taci, maledetto lupo : 
9 consuma dentro te con la tua rabbia. 
Non è senza cagion l'andare al cupo: 
vuoisi nell'alto là dove Michele 



Vn 1. Fape SfttaB eoo. IQaeeto è uno del 
versi più tortarati del poema. Per gli antichi 
(Lan., Pietro di Dante, Ott., Bocc., Benv., Ba- 
li, An. fior., ecc.), che prendono Hpape come 
nna esclamazione ammiratiTa e V cUeppe come 
nna esclamazione di dolore, il verso significa : 
M Oh Satana, oh Satana, ahi »; quasi Plato 
meravigliandosi e insieme dolendosi della ve- 
nata dei doe poeti, invocasse l' aiuto del prìn- 
cipe dei demoni. Dei moderni, alcuni consi- 
derano queste parole come se fossero calcate 
sull'ebraico e le intendono variamente: 
« Splendi aspetto di Satana, splendi aspetto 
di Satana primaio » (M. Lanci, Dissertatone 
sui veni di NembroUo e di Pluto, Boma, 1819); 
oppure : « Qui qui Satan, qai qui Satan oo- 
manda» (Q. Venturi negli Stud^ ined, su 
DanlSf Firenze, 1846, p. 86); oppure : « Bocca 
di Satana, booca di Satana, perché non vo- 
miti fiamma » (C. Schier, del et Enfer^ Lip- 
sia, 1866). Altri credono doversi spidgare 
questo verso come composto di parole greche, 
cosi : « Ah ah Satan, ah oh Satan invitto ! » 
(Olivieri, nella Gaxx. di Milano^ 1829) , ov- 
vero: «Como, o Satanasso, come o Satanasso, 
principe doli' inrenio, un audace mortale osa 
ponotraro qua entro ? » (G. Puccianti nella 
liivista orientaUj fase ix, 1867), oppure: 
«< Oh! ribolle, oh! ribolle! ah, vattene via ! » 
(Ti. Monti, L' interpreiaxione del verso dantesco 
Pape ecc. Torino, 1896, ctr. G. VandoUi, 
DuU, IV 106 e sgg.). Altri finalmente ten- 
dono queste parole come formate sul ftan- 



cese, e spiegano : « Pace, pace Satana, pace 
pace Satana, alla spada » (V. Bemi nel O'tor- 
naie Aroadieot fase zm), o il contrario : « Non 
pace Satana, non pace Satana alla spada» 
(G. Ventura, L'ineompreso verso Pape eco. 
Milano, 1868) : o£r. anche un'altra spiegaziono 
nel Gellini, Vita n 27. Quale sia, delle tante, 
la vera interpretazione non si sa; perohó 
Dante forse volle mettere in bocca a Pluto 
parole incomprensibili a noi : quello che si 
pud raccogliere ò ohe queste parole sono 
un' eedamazione di rabbia (v. 9), che tendono 
a spaventare i due viaggiatori (v. 6-6) e che 
Virgilio le comprende, (v. 8) : si cfr. anche M. 
Scherillo, Ross. criL 1 174-184. — 2. ekioeda: 
rauca ed aspra, per la rabbia; cfr. £nf, xxxn 
1. — 8. qael saHo: Virgilio. — 4. Hon ti 
BOeeia: non ti danneggi, vìnoendoti. — 6. 
poter eco. per quanto potere. — 7. eBllata 
labbia : faccia gonfia per lo sdegno : cfr. la 
nota al Purg. zxm 47. — 8. lapo : Booo. : 
« il chiama lupo, aodocchó s' intenda per lai 
il vizio dell' avarizia, al quale ò preposto »; 
e cosi intesero quasi tutti i comment. antichi. 
Lomb. crede invece che « oosf ft&oesse il poeta 
nostro da Virgilio appellarsi quel demonio a 
cagione del rauco ed orrendo uriare che fa- 
ceva ». — 10. al cupo : alle profondità del- 
l' inferno. — 11. tooIsI eco. Ripete con altre 
parole ciò che disse a Caronte, Inf, m 96 e 
a Minosse, v 23. — nell* alto eoo. nel cielo 
dove l'Arcangelo Michele vinse la schiera 
degli angeli ribelli (J|>oeaiÌ8M zn 7-9). — 



INFERNO — CANTO VH 



49 



12 fé' la Tendetta del superbo strupo >. 
Quali dal vento le gonfiate vele 
caggiono avvolte, poi ohe l'alber fiacca, 
15 tal cadde a terra la fiera crudele. 
Cosi scendemmo nella quarta lacca, 
prendendo più della dolente ripa, 
18 che il mal dell'universo tutto insacca. 
Ahi giustizia di Dio, tante ohi stipa 
nuove travaglie e pene, quante io viddi? 
21 e perché nostra colpa si ne scipa? 
Come fa l'onda là sovra Cariddi, 
che si frange con quella in cui s'intoppa; 
24 cosi convien che qui la gente riddi. 
Qui vid'io gente più che altrove troppa, 
e d'una parte e d'altra, con grand* urli, 
27 voltando pesi per forza di poppa: 
percotevansi incontro, e poscia pur li 
si rivolgea ciascun, voltando a retro, 



12. ttrap* : dal lat barb. iiropM, sohiera, 
tuta; da altri 4 spiegato, per metatesi, da 
jf^pro, nal senso di Tiolenza, ribellione o simi- 
le : q[óetf ultima interpretazione ò sostenata 
oon molta dottrina filologica dal Parodi, BtUL 
m 116-U6. — 18. invali ecc. Venturi 870: 
« Vira la similitadine e calzante. Le vele 
gonfiato dal Tento danno idoa dell'ira orgo- 
gliosa di Flato. Se l'albero maestro, coi 
sono raooomandate, a un tratto si fiacca, 
fasfaiìo pA d* un colpo rawìlappate ; e cosi 
Plato «ade a terra dòmo e qnasi raggomito- 
bto: foelle rese ormai inntUi; questi, non 
jiA tmwiiWle », — IL llaeeai si spezza. Se- 
eoodo aleani il sogg. è vento; senza bisogno 
di ezedar qoesto yb. usato in senso neutro: 
ma il ToKxaca cita questi Tersi di France- 
sco da firenza (D'Ano, n 410): • Vednf d 
per eontaatare Al Tento, pendi' & potenza, 
Pender l'albore e fSaeean E cader sanza di- 
Jeua ■( onde appar ohiaxo che gli antichi 
isazoiio questo Tb. anche in senso intransiti- 
To; cfr. Parodi, BuiL JR 151. — 16. Iacea: 
loesa, carità che oostitaisoe il quarto cerchio. 

— 17. ^eadeado eoe. procedendo sempre 
ptt anUa ripa iniémale, che accoglie tatto 
la aoaOentezie mondane. — 19. Ahi gln- 
itixla eoe Ahi, dirina giustizia, chi, se non 
sei ta, ladona tanti inauditi tormenti e pene? 

— 20. traTaglie eoo. dolori morali e mate- 
riali; cfr. IbiH di Cesare, m 6 : € ATOte sof- 
isrte per me molte traTaglie e molte pene ». 
—■21. wi m» sel^ : cosi ci strazia. — 23. 

> fa eco. Come le onde del mare, nello 
> di Messina, incontrandosi s' infrangono 



rumorosamente, oosf le due schiere dei dan- 
nati del quarto cerchio, procedendo in una 
misera danza. Tengono a percuotersi impe- 
tuosamente. Venturi 110 cita a riscontro i 
passi d' Omero {Odie, zn), di Virgilio {En, 
m 420) e di Ovidio {Met, Tn 63), che descrì- 
vono r infrangersi delle onde tra Sdlla e Ca- 
riddi. — 24. riddi! rùidoredbaUar la ridda; 
ballo tondo fatto da molte persone con ra- 
pido movimento circolare. — 26. troppa: 
numerosa. — 26. d'una parte • d'altra: 
delle due schiere, quella degli avari corre 
alla sinistra dei due poeti (cfr. v. 89), e quella 
dei prodighi alla destra; gli uni e gli altri 
sono condannati a percorrere eternamente la 
metà del cerchio, si che ai due punti estremi 
del diametro l'una schiera s'incontri nell'al- 
tra (t. 65) ; e ìtì nell' atto di ritornare in- 
dietro si gittano scambieTolmente un motto 
di rimproToro (t. 80): tutti poi camminano 
Tolgendo per forza di petto macigni e pesi 
gravissimi (v. 29): cfr. anche Inf. zi 72. — 
28. par 11: pur U. È frequente in Dante e 
negli altri poeti antichi il caso di un mono- 
sillabo che perde il proprio accento, appog- 
giandosi encliticamente alla parola precedente, 
per formare una spedo di rima composta : per 
OS. Inf, zxvm 128 «m (: chiome) ; zzx 87 
non ei ha {i soemota); iVy. zix 84 aìmen ire 
(: venkre)} Par, v 122 d<' di' (: annidi), H Pa- 
rodi, Btttf. m 140, ha arvertito che queste 
rime composte « erano già in voga presso i 
provenzali e che nei nostri primi lirici ab- 
bondano, fripri d' ogni discrezione, accompa- 
gnandosi con le più bizzarre libertà d'acoen- 



BAins 



50 



DIVINA COMMEDIA 



80 gridando : e Perché tieni ? >, e « Perché burli ? » 
Cosi tornavan per lo cerchio tetro, 
da ogni mano all'opposito punto, 

88 gridandosi anche loro ontoso metro: 
poi si Yolgea ciascun, quando era giunto 

per lo suo mezzo cerchio all'altra giostra. 
86 Ed io, che avea lo cor quasi compunto, 
dissi: «Maestro mio, or mi dimostra 
che gente è questa, e se tutti fiìr cherci 

89 questi chercuti alla sinistra nostra ». 
Ed egli a me: « Tutti e quanti fiir guerci 

si della mente, in la vita primaia, 
42 che con misura nullo spendio fUrcL 
Assai la Toce lor chiaro P abbaia, 
quando vengono a' due punti del cerchio, 
45 ove colpa contraria li dispaia. 

Questi far cherci, che non han coperchio 
piloso al capo, e papi e cardinali, 
48 in cui usa avarizia il suo soperchio >• 
Ed io : « Maestro, tra questi cotaU 
dovre'io ben riconoscere alcuni, 
51 che furo immondi di cotesti mali >• 
Ed egli a me : « Vano pensiero aduni : 
la sconoscente vita, che i fé* sozzi, 
54 ad ogni conoscenza or li fa bruni 
In etemo verranno alli due cozzi; 
questi risurgeranno del sepulcro 



to >. ~ 80. Perche ti«Bl] perohó sei aTaio? 
È il rimpr o vero ohe i prodighi £Bamo sgiì aya- 
ri. — Parektf kwU t perché sei prodigo? È U 
rimproToro degli avari ai prodighi: burlar» va- 
le propriameate buttar via, spaiger», oome si 
ha da un passo della Lettm-a del yrito Imni 
(Loooa, 1867, ed. L. Del Prete) : « quando lo 
vento dà per qnetti fiumi, burla di qnesta pol- 
vere di foori >. — 81. per le eerehlot i prodi- 
^ per il semioerohio destro, gli avari per il 
sinistro, rispetto ai dne poeti che si sono ool- 
locati sovra ano dei due ponti nei quali av- 
viene rincontro. — 88. gridandosi eoe 
rinnovando il grido delle inginriose parole : 
— 86. all'altra giostra: all'altro pnnto 
d' incontro. — 88. eherel: ohierid, gente di 
chiesa. — 88. eliereitl; oherioatl, con la 
chierica o rasura dei capelli, che è propria 
dei sacerdotL — 40. Tatti • qwuiti ecc. 
Tatti gli spiriti, d' ambedoe le schiere, Itarono 
nel mondo cosi ottenebrati dall'errore che 
non seppero osare misoratamente delle ric- 
chezze; gli oni ammassandone, f^ altri scia- 
lacquando. — 48. Issai ecc. Lana: e dice 



atbaiaf quasi in dispregio di loro parlare, 
eh' dnno s£ oome cani, e che senza misura 
fanno loro spendii, ciod che ritennero dove 
si doveva spendere, e dienno là dove non 
bisognava ». — 45. colpa eontraria li di- 
spaia : diversità di colpa, per gli uni di ava- 
riria e per gli altri di prodigaUtà, U divide, 
li disgiunge. — 46. non han eopereUe : non 
hanno intera la «figliatura, per esser tou- 
suratL — 48. la eoi osa ecc. nei quali suolo 
esser jìLìl vivo il desiderio di ricchezza che 
non sia negli uomini d'altra condizione; poi- 
che, come dice in Luf, xix 112, fatto si hanno 
e Dio d' oro e d'argento ». — 61. cIm fkro 
ecc. che furono colpevoli per avarizia e poi 
vizi ohe da essa procedono. — 62. «diial : 
accogli nella mente. — 68. la seonosoeato 
ecc. la vita, priva d' ogni conoscenza, onde 
si macchiarono, li fis essere ora oscuri ad 
ogni conoscenza, li sottrae al conoscimento 
altrui. — 66. alli die coezI : a incontrarsi 
nei due punti del cerchio, che sono il limito 
estremo del loro corso. — 66. questi eoo. 
€ al die del giudicio li avari risorga- 



INPERNO - CANTO VII 



m 



57 



CO 



C3 



66 



69 



col pugno chiuso, e questi co'crin mozzL 
Mal dare e mal tener lo mondo palerò 

ha tolto loro, e posti a questa unSk: 

qual ella sia, parole non ci appulcro. 
Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 

de' ben, che son commessi alla Fortuna, 

per che l'umana gente si rabbuffa; 
che tutto l'oro, eh' è sotto la luna, 

o che già fu, di queste anime stanche 

non poterebbe fiEume posar una >. 
€ Maestro, diss'io lui, or mi di' anohe, 

questa Fortuna, di che tu mi tocche, 

che è, che i ben del mondo ha si tra branche ? » 
£ quegli a me : e O creature sciocche, 

quanta ignoransa è quella che vi offendei 

or Yo'che tu mia sentenza ne imbooche. 
Colui, lo cui sayer tutto trascende, 



, coi pugni chinai a dimostrare e* hanno 
taanto lo wiperchio ; li prodighi risorgeranno 
eoa li erini, doò con li capelli, mozzi, a mo- 
rtnre e* hanno speso, cioè gittate lo sopore 
ddo ». — 67. eo'erlB mozzi : cfr. Aify. xzn 
46: « Qaaorti risur ge ra n coi crini scemi, Per 
ìgnoniiw, che di questa pecca Toglie il pen- 
ter Threndo e negli estremi ! > — 68. Mal 
dm • mtd iCMT eoo. lo spendere « 1* am- 
■assare aenza misnra ha tolto loro il para- 
fiso. — 60. parols bob ci appvlero: non 
tiid * ridirtelo oon belle parole. — 61. «orU 
bvfliii: g^ antichi oommentatori non sono 
d'aeeotdo nello spiegare queste parole: buffa ò 
per fl BambagL « Uhtsio », perii Lana e bontà 
•d ^Hit^ft », per rott € la bugia », per l'An. 
&or. « potenzia », per il Bati e derisione », per 
il Booc. e Beny. e vanità > ; reramente buffa 
nxébbe il Tento, il fiato, e qui in senso tra. 
slato tbIo forza vana, vanità; ed ò detta wria 
pesdkó non ci accompagna nell' altro mondo, 
dove non ha alcon valore. Questa splega- 
noDe non piace al Parodi, BuU, m 149, per 
il quale buffa qui vale ^Ofiino, come in Mf. 
xxa 188 : co«£ aveva già spiegato il Castel- 
veteo, «inganno corto », ma se ne penti su- 
tetoi, per ragioni evidenti di contesto. L' in- 
gaano dei beni comme^i alla fortuna è per- 
petao e universale: brovo e transitorio il 
loto valore. — 63. TamaBa gente ecc. Bnti: 
e si pezcaotono li uomini del mondo insieme, 
iBghxdando, scacciando, battendo et noci- 
dsDdo l'uno Taltro ». — si rabbuffa: si acca- 
figSa, viene a contrasto; cfr. lacopone da 
Tiadl, laudi: «Questo mondo ò una truffa 
Dofva ogni omo se rabuffo ». — 64. elid tutto 
eoe. ed è colf vana cotesta efficacia che tutto 



ecc. Un concetto molto simile ò osprosuo d^ 
Boezio, Phiha. eonsol, n, poesia u 1 : *^i 
quantas rapidis flatibus inoitus Fmitns T«rs&t 
aienas, Aut quod stollifaris edita nootibiis 
Goelo sidera fùlgent, Tantas ftmdat opos^ n^ 
retrahat manum Pieno Copia oomu; Huma^ 
num miseras hand ideo genus Cesect flisre quo^ 
relas » ; passo che Danto cita nel Conv. iv 12, 
(cfr. Moore, I 286). — sotto la lana: lu 
terra. — 65. di queste anime ecc. uon avro]'»- 
be potere di far posare pur unn di qoe^ta 
anime. — 68. di ehe tv mi toerhe : dqJla 
quale mi hai Catte cenno. — 69. «h« b et^. 
che ò mai, quale potenza ò mai, da p.VDre in 
sua balla i beni mondani? — 70. K quegli a 
me: Dante, nel Oonv, rv 11 scrivo: » Dito 
che la loro imperfezione [dello rìcclie^ZQ] pri- 
mamente si può notare nella indiscroi^iona 
del loro avvenimento, nel quale nulla distri- 
butiva giustizia rìsplende, ma tutta Iniq^Jlili, 
quasi sempre; la quale iniquità è prupio ef- 
fetto d' imperfezione » . Noi disooreo messo in 
bocca a Virgilio, modifica alquanto la sua dot* 
trina riferendo la distribuzione del boni mon- 
dani alla volontà divina, della quali) la Fortmiia 
d solamente ministra. Intorno a oJò vùdiìsi C. 
P. Paganini, Alcune osservaxwni mila Bifhina 
di Danto Qn Opuae. dmi. n.* 5). — TI. q santa 
ecc. L'ignoranza che offende gli nE>iuLaL A 
quella del vero oMdo della Fortuna, da assi 
tenuta corno signora de' beni terreni, m^ntio 
ne ò solamente dispensatrice. — 73. «he tu 
mia ecc. che tu accolga il mio ragionofadnto 
nella mente, come il fanciallino rlocvo U cibo 
nella booca. — 78. Colai ecc. Dio, il qtiaie 
conosce non solo le cose che hanno fm' osin 
stonza reale, ma anche quelle che hanno so- 



62 



DIVINA COMMEDIA 



fece li cieli, e die lor chi conduce, 
75 si che ogni parte ad ogni parte splende, 
distribuendo egualmente la luce: 
similemente agli splendor mondani 
78 ordinò general ministra e duce, 
che permutasse a tempo li ben vani, 
di gente in gente e d'uno in altro sangue, 
81 oltre la difension de' senni umani; 

per che una gente impera, e l'altra langue, 
seguendo lo giudizio di costei, 
8d che è occulto, come in erba l'angue. 
Vostro saper non ha contrasto a lei: 
ella provvede, giudica e persegue 
87 suo regno, come il loro gli altri dèL 
Le sue permutazion non hanno triegue: 
necessità la £& esser veloce; 
90 si spesso vien chi vicenda consegue. 
Quest'è colei, eh' è tanto posta in croce 



lamento un' esistenza ideale e poofliUe. •— 
74. feee 11 dell eoo. creò limiiltaiieaineinte 
i deli e gli angeli. — ehi eondiee: nel Oomn, 
n 5: «li moyìtori [del deli] tono sustanze 
separate da materia, dod Intdligenze, le quali 
la volgare gente chiama angeli ». — 75. gf 
che eco. di guisa che ciascuno dd nove cori 
angelid risplende a ona delle nove sfere ce- 
lesti, distribuendo la propria laoe con egoale 
proporzione: cfr. Par, xxvm 78-78. — 77. 
llmllemente ecc. Tatto questo passo sulla 
Fortuna ebbe presente il Beco., Dao. n 8 — 
splendor mondani : di ricchezze e d' onori. 
— 78. ordinò ecc. costituì come intelligenza 
motrice la Fortuna: cfr. sanf Ageetino, De 
ewiL deiy v 9 : « Noe enim eas causas, quae 
dicantar fortaitae (unde etiam fortuna nomen 
acoepit), non didmus nuUas, »ed latentes, oas- 
que tribuimos, vd veri Dei, vd quorumlibet 
spiritaom voluntati >. — 79. fhe peraatasse 
ecc. Si avverta che Dante, per tutto questo 
discorso sulla fortuna, derivò qualche idea da 
Boezio (cfr. Moore, I 284-286), atteggiando 
per altro i concetti di quell' antico filosofo in 
forma piò artisticamente viva: cfr. Philos. 
cona, n, prosa n : « Haeo nostra vis est, hunc 
continuum ludum ludimus. Botam volubili 
orbe versamus, infima summls, summa infi- 
mis mutare gaudemus >. — 79. a tempo: 
Boco. : « di tempo in tompo » ; o fors' anco : 
al tempo debito; come in Par, vm 60. — 80. 
gente... tangne: nazione e famiglia. — 81. 
oltre ecc. Buti: «per si fatto modo, che 
senno umano a questa mutazione non può 
leeistere, né riparard >. — 82. per ehe ecc. 
per la qnal pennutazione. — laagnex vive 



eoggetta. — 64. eoaie In tÉk% eoe. Venturi 
444 ricorda opportunamente la frase virgiliana 
(Buo. m 98) : < latet anguis in herba >. — 

86. Teatro saper eoo. B senno degli uomini 
non può contrastare alla Fortuna. — 85. ella 
ecc. provvede, giudica ed eseguisce, rispetto 
ai beni terreni ohe formano il suo regno. — 

87. come 11 loro gli altri dèi : come le al- 
tre intelligenze, rispetto alle loro sfere. Lomb.: 
« dèi appella le Intelligenze motiid dd deli, 
alludvamente all' appellazione di dèi^ ohe 
(riferisce il p. nd Corw, u 6) danno allo me- 
desime i gentili, ovvero pd nome di dèt^ che 
d attribuisce agli angeli in dcun luogo delle 
divine scritture >. — 88. Le ine permataslon 
ecc. Boezio, n, prosa i : « Hi semper eius 
mores; haeo natura est. Servavit circa te 
propriam potius in ipsa sui mutabilitate con- 
stantiam ». — trlegne: interruzioni, sospen- 
donL — 89. necessità eoe ravviva il con- 
cetto d'Orazio, Od. 1 86, 18: « Te [fortonam] 
somper anteit saeva Neoesdtas ». — 90. i£ 
spesso ecc. per il fatto che tanto rapide sono 
le mutazioni della Fortuna, frequentemente 
avviene ohe un fortunato ottenga la sua parte 
de' benL Propriamente : « È d fluente il 
caso di chi ha, viene ad avere, riceve mu- 
tazione di sorte, di stato >; Dd Lungo, Dante, 
II 463; il quale per altro preferisce la lezione 
oh» vicenda consegue e la spiega : « Si spesso 
awione che seguano mutazioni nelle ooae 
di questo mondo, in conseguenza delle muta- 
rioni incessanti, necessarie, vdociBsime, della 
fortuna >. — 91. è tanto posta In eroee eco. 
ò bestemmiata e mdedetta solamente da co- 
loro che, essendo abbandonati dalla felidtà. 



INPERNO - CANTO VH 



53 



pur da color che le doyrian dar lode, 
03 dandole biaamo a torto e mala voce. 
Ma ella a' è beata, e ciò non ode: 
con l'altre prime creature lieta 
96 Tolve sua spera, e beata si gode. 
Or discendiamo omai a maggior piòta: 
già ogni stella cade, ohe saliva 
99 quando mi mossi, e il troppo star si vieta ». 
Noi rioidemmo il cerohio all'altra riva 
sopra ima fonte, che bolle e riversa 
102 per im fossato che da lei deriva. 

L'acqua era buia assai vie più che persi»: 
e noi, in compagnia dell'onde bigie, 
105 entrammo giù per una via diversa. 
Una palude &, che ha nome Stige, 
questo tristo rusoel, quando è disceso 



éDTiebbero lodune la Fortuna : cfr. Boezio, 
n, pcoea n. — 9B. Mila tomi infiaiiiia. — 
96. farlse er«atere: gli angeli, detti nel 
Pmf, ZI 8 « i piìmi effetti di lassti». — 94. 
■a tUa eoo. Boedo, Phil. ooita, n, poesia i 
6: «Hoa Ola mieezoe andit, band oorat fletni; 
ntroqna gemitos dnza qnoe fedt, xidet 8io 
iSa faadit^ sic soas probat TÌzes >. * 96. yol- 
Tt taa sptm: govenia il no regno de' beni 
tanoL S un ziooxdo déUe creazioni della 
tetasa popolare, cbe amò rafflgnzaiBi la For* 
tana eome ima donna bendata volgente ona 
nota : questa ruota era imaginata, al tempo 
£ Dante, come diTlsa in otto parti, nelle 
foali le raxie condizioni umane ai segnita- 
nao in qnestf ordine: umiltà, pazienza, pace, 
tWxO^^jji^ soperbia, impazienza, gaena, po- 
T«ià; per signilLoare che l' umiltà dà paóien- 
a, la r^«*"«* pace, e cosi via in nna con* 
1iB«a permatazione, simboleggiata dal girar 
diOa TBota. — 97. Or eco. Dante e "^rgilio 
mteno nel qtolnto cerchio, dorè sono immersi 
aefla belletta nera di Stige gli iracondi, gU 
Moidìoel, i snpeibi e gL* inTidiosi: gU iracondi 
yf f y^^n^^Mri e lacerandosi (t. 112-6) ; e sotto 
ad esd ^ acddiosi, sospirando sempre e af- 
•■w^*<ft la pireeento tristizia con rotte pa- 
iole (t. 117-120); i snperbi, con una pena oon- 
iiaile a qu/eiOA deg^* iracondi, ma collocati nn 
|oeo pi4 imuuazi Tesso la città di Dite (Inf, tui 
48-68); e sotto a questi gì' inTidiosi, dei qoaU 
Mm. fa wipiuiiii ififliìTiniìO' questa ò la distri- 
bszioiie del peccatori nel quinto cerchio, se- 
eoado Ftotoo di Dante; mentre gli antichi 
, padano solo di iracondi e di 
Non ostante le obbiezioni mosse 
f la intsupxetazione del fi^o di Dante, 
la quale più qui che altrore pud essere te* 
■ttauniaziza degli intendimenti patemi, credo 
càe essa aia la più T«ra; sia perché qui^ 



Innque altra sede mancherebbe per i superbi 
e gì* inTidiosi, sia perché risponde alla topo- 
grafia morale dell' inferno delineata nel canto 
ZI 16-90. n merito di aTere rinnoTata l' in- 
terpretazione di Pietro di Dante d di I. Del 
Lungo, che ne trattò nel Diporto danleaeo 
pubbL nella Nuova Antol,, a. 1878, toL YTTT, 
e poi nelle Pùgin» ldt&rari$, Firenze, 189S, 
pp. 47-90. Per le obbiezioni, si Tsdano spe- 
cialmente U D'Oiddio, pp. 241-801, e U 
Moore, n, 162-208. — 98. già eoe Le steUe, 
che saliTano dall' orionte Terso il mezzo del 
cielo allorquando i due poeti entrarono uel- 
r Inferno (cfir. n 1), ora incominciano a discen- 
dere Terso l'occidente: dunque ò passata la 
mezzanotte, e siamo già alla prima ora del 
giorno 9 aprile 1800 (Moore, p. 46). ~ 99. 
quando mi «essi : per entrar nell' inferno 
(cfr. 1 186). — e U troppo star si Tietax 
Boti : « questo dice perché non era conce- 
duto di stare piA ohe una notte nell' infer- 
mo»; e cita l'ammonimento della Sibilla ad 
£nea, nell'Ji^. ti 689: cNox ruit, Aenea; 
nos fiondo duoimus horas >. — 100. rieldem* 
ao ecc. attraTorsammo il cerohio fino all' op- 
posta rlTa. ~ 101. sopra una fonte eco. Que- 
sta fonte scaturisce da quella lìTa, e roTO- 
sda r acqua per entro un canale, che muore 
dalla fonte stessa. ~ 108. era boia ecc. era 
più tosto nera che persa : cfr. la nota all'In/'. 
T 80. — 104. la eeapagala : seguendo il 
OGTso di quelle oscure acque. — 106. eatram- 
mo gid ecc. discendemmo entro al quinto 
cercMo, per una Tia diversay orrida e mala- 
gOTole. — 106. Usa palude ecc. Questo corso 
di acqua ^orma la palude Stige, che circonda 
tutf aU' intomo la città di Dite. '^nrgiUo, En, 
TI 823 ; < Cocyti stagna alta Tides Stygiamqae 
paludem » (cfr. Inf, st 116). — 107. triste 
mseel t Lomb. : « tritio denomina quel rosoel- 



54 



DIVINA COMMEDIA 



108 al piò delle maligne piagge gxige. 
Ed io, ohe di mixar mi stava inteso, 
vidi genti flsuìgose in quel pantano, 
111 ignudo tutte e con sembiante offeso. 
Questi si percotean^ non pur con mano, 
ma con la testa, col petto e co'piedi, 
114 troncandosi coi denti a brano a brano. 
Lo buon maestro disse : € Figlio, or vedi 
l'anime di color cui vinse l'ira: 
117 ed anche vo'che tu per certo credi 
che sotto l'acqua ha gente che sospira, 
e fanno pullular quest'acqua al summo, 
120 come l'occhio ti dice, u'che s'aggira. 
Fitti nel limo dicon: ' Tristi fummo 
nell'aer dolce che dal sol s'allegra, 
123 portando dentro accidioso fumma: 
or ci attristiam nella belletta negra '. 
Quest'inno si gorgoglian nella strozza, 
126 che dir noi posson con parola integra >. 
Oosi girammo della lorda pozza 
grand' arco tra la ripa secca e il mézzo, 



Io, e rapporto al laogo pien di tristizia, eatro 
coi scorre, e rapporto al fine per coi scoire, 
eh' è d' impaludarsi a rattristare e tormentar 
anime». — 106. mallfBe plmffge grlgt: 
qaelle delia ripa, onde il quinto cerchio ò di- 
stinto dal quarto : dalla quale esce V acqua 
che poi s* impaluda nello Stìge. — 109. di 
mirar mi ftoTa iatese i stavo a mirare at^ 
tontamente. — 110. Tidl geaU fangose: 
sono gì' iracondi, ohe, arvolgendosl nel pan- 
tano, s' azzuffano e si dilacerano a vicenda. 
— 111. IgBQde: Butl: «imperò ohe l'iroso 
nella vita mondana si priva d' amici, di pa- 
renti e di ricchezze ». — eoa sembÌMte of- 
feso : oon r aspetto crucciato ; Buti : « im- 
però che r iroso à portato 1' animo sdegnoso 
e dispettoso al mondo ». — > 112. innesti ecc. 
Butl: «ò conveniente che nell'inferno si 
porcotano coloro, ohe nel mondo i' anno per- 
cosso, e stracdnsi oon U àeo.^ a peno a pezzo, 
come anno stracciato nel mondo lo prossimo, 
et ancOTa sé medesimi ». — > 117. ed anehd 
ecc. e, dtie a ciò, devi andie atagene che vi 
sono altri peocatori eoo. Notevole l'espres- 
sione dantesca; perdhó d dà la riprova della 
distinzione, ohe il poeta faceva, dei peccatori 
di questo cerchio in più gruppi, seoondo le 
diverse colpe. — 118. gente ohe sospirai 
sono gli accidiosi. — 119. • fanno ecc. Bocc. : 
« noi diciamo noli' tuoquApulUUare quelle gal- 
locsole o boUoii, le quali noi veggismo iare 



all' acqua, o per aere che vi sia sotto rac- 
chiusa e esca fUori, o per acqua che di sot- 
terra vi surga». — 120. n*ehe s'aggira: 
qualunque sia la parte verso la quale si vol- 
ge. — 121. llm«: Bocc : « ò quella spezie di 
terra, la quale suole lasciare alle rive de' fin- 
mi r acqua torbida, quando il fiume viene 
scemando, la quale noi volgarmente chiamia- 
mo beilMa: e di questa maniera sono quasi 
tutti i fondi de' paludi ». — 121. Tristi eoo. 
Per ùitondere l' intimo significato dell' epiteto 
si avverta che tri8tìx4a e accidia nella liugua 
dei teologi sono sinonimi. — 122. neiraer 
ecc. nel mondo, ohe trae ogni sua giocondità 
dal sole. — 123. aeeldioso fummo: il vizio 
dell'accidia, che ottenebra e intristisce gli 
animi. Parodi, BulL m 109 : « fummo, che 
Dante adopera continuamente, anche fuor 
di rima, era in Toscana assai più esteso di 
fumo ». — 126. (^aesf Inao ecc. Proferiscono 
queste parole con voce rotta e impedita dal 
fango e dall' acqua, in che sono immersi. ~ 
126. ehi dir eoe perché, secondo la teologia, 
r accidia « induce nell' uomo la taciturnità e 
il difetto della voce » (Giovanni Damasceno). 
La frase dantesca fa ricordare una consimile 
del Boccaccio, jDm. g. vin, n. 3 : « non po- 
teva raccogliere lo spirito a formare intera la 
parola ». — 127. Cosi ecc. percorremmo una 
gran parte del cerchio, tra la ripa asciutta 
la molle poludo : méxxOf propriati.ontc, vulo 



INFERNO - CANTO VH 



56 



con gli occhi volti a chi del £Euigo ingozza: 
190 venimmo al pie d'una torre al da sezzo. 



fradicio; qui è pn molle, bagnato. — 129. a 
chi eoo. ^ peccatori. — IBO. Tealmme eoo. 
Lana: • Vero è dtefaawiinhe foeseno ivi. ... . 



af ae ne avidono e fenno considerazione per 
alcimi segni che videro di quella [torre] ». « 
al da ienot da nltimo, Unalmento. 



CANTO vm 

Dante e Tlrgilio entrano nella barca di Flegias, ralla quale continuano 
ad avanzare per la palude ; e in quella parte, ove sono poniti i superbi e 
gì' invidiosi, s^ incontrano con Filippo Argenti : finalmente pervengono alla 
porta della città di Dite, chiusa loro in faccia dai diavoli [9 aprile, prime 
ore antimeridiane]. 

Io dico seguitando, ch'aaaai prima 
che noi foesimo al piò dell'alta torre, 
3 gli occhi nostri n' andar suso alla cima, 
per due fianmiette ohe i' vedemmo porre, 
e un'altra da lungi render cenno 
6 tanto eh' a pena il potea l' occhio tórre. 
Ed io mi volsi al mar di tutto il senno; 
dissi: € Questo che dice? e ohe risponde 



vm 1. tegaltandot oontinnando a pap> 
lare della palude e dei peccatori del quinto 
ovehio. fi noto che il Beco, e Benv. raocon- 
taao d' arer s^nto da Andrea Leoni e da 
DìBo Perini, 1* nno parente e V altro amico 
ii Dante, che i primi setto canti del poema 
«ano stati da hd compoeti prima dell'esilio, 
e die rimasti con altre cose sne in Firenze 
tanno poi a caso rinvenuti e ihtti vedere a 
Dino Fraaoobaldi, il quale li mandò all'amico 
scale per mezzo del marchese Moroello Ma- 
iaspìna : e perciò Danto « rientrato nel pen- 
Bsroantioo» di condurre a termine U poema, 
« reassamendo la intralasciate opera, disse in 
questo principio del canto ottevo, Jb dieo «o- 
paioMdo, alle cose lungamento intralasciato ». 
Ma il racconto, come d presenteto, ò del tutto 
favoloeo, e ilBooc stesso dichiara non pre- 
starvi Cede alcuna, notando anzi ohe nel canto 
fasto Ciacco florantino predice a Danto la ro- 
vina della parto Bianca e il trionfo della parto 
liera {fiif. vi 67-9), fatti dei quaU l'eslUo del 
poeta fti una oonsegnenza immediata. Nel prin- 
dpie di questo canto non si deve quindi ve- 
der ahze che una di quelle formule, care a 
meid poeti, per riprendere e continuare la 
••rrm^tma da uua parto ad un'altra delle loro 
opara; come ò in quel luogo dell'Ariosto, 
OrL XVI 1 : « Dico la bella istoria ripigliando > 
eec, dove certo n<m si tratte di lavoro rì- 
inso dopo alcuna interruzione. Tuttevianon 
è da taoese come l' ipotesi ohe Dante, avan- 



ti l' eeiUo, avesse concepito e oomlnolato a 
scrivere un poema sulla vite oltremondana, 
di disegno assai pid ristretto che non fosse 
poi quello della Commedia^ e prima in versi 
latini e più tardi in rima volgare, sia tut- 
t' altro (^ assurda : anzi si potrebbe addurre 
pid di un indizto ohe del primitivo disegno e 
fors' anco della prima stesura qualche traoda 
sia rimaste nel divino poema. — 8. a' aadAr 
8B80 eoo. si volsero alla dma della torre, per- 
ché sovra di essa i^>parvero due fiamme, e di 
lontano rispose un'àUra fiamma : le prime due 
sono un avviso mandato alla cittft di Dito del- 
l'avvicinarsi di Danto e Virgilio, l' altn U se- 
gno che l'avviso ò steto inteso. — 4. per die 
eoo. L'idea di queeti segnali ò tolte daUe 
costumanze militari del tempo, come risulte 
chiaro dalle chiose dell' Ott, del Buti, del- 
l' An. fior., di Benv., del Bocc; il quale 
scrive : e far si suole per le contrade, nelle 
quali ò gr^erra, che, avvenendo di notte al- 
cuna novità, il castello o il luogo vicino al 
quale la novità avviene, incontanente per un 
fuoco o per due, secondo che insieme posti 
si sono, il fa manifesto a tutto le terre del 
paese ». — 1' : ivi, sulla dma della torre. -« 
6. tanto ehe eco. : locuzione che ricorda quel- 
la di Lucano {Fara, rv 19) : < Ezplicat bino 
tollus campos effusa patontes, Viz oculo pren- 
donto modum». — tórre: discemere. — 7. 
al mar eoo. a Virgilio. — 8. Questo ehe 
dieet questo segno delle due fiammetto ohe 



56 



DIVINA COMMEDU 



9 queir altro foco ? e chi son quei che il fenno ? > 
Ed egli a me : « Su per le sucide onde 
già puoi scorgere quello che s'aspetta, 
12 se il fammo del pantan noi ti nasconde >. 
Corda non pinse mai da sé saetta 
che si corresse via per l'aere snella, 
15 com'io vidi una nave piccioletta 
venir per l'acqua verso noi in quella, 
sotto il governo d'un sol galeoto, 
18 che gridava: < Or se' giunta, anima fella? » 
< Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vóto, 
disse lo mio signore, a questa volta: 
21 più non ci avrai, che sol passando il loto ». 
Quale colui, che grande inganno ascolta 
che gli sia fatto, e poi se ne rammarca, 
24 fecesi Flegiàs nell'ira accolta. 
Lo duca mio discese nella barca, 
e poi mi fece entrare appresso lui, 
27 e sol quand'io fui dentro, parve carca. 
Tosto che il duca ed io nel legno fui, 
secando se ne va l'antica prora 



significa? — 9. ehe il fenno s Bati: «doò 
r uno e r altro ftioco, della torre, alla quale 
erano venati, e di quella della città ». — 10. 
melde onde : quelle di Stige, sudioe e fan- 
gose. — 11. quello ehe l'aspetta: ciò che 
dove accadere, in seguito ai segnali ; cioè la 
venuta di Flegias nella barca. — 12. fammo 
del pantsn : nebbia, che sale dalla palude. 
— 18. Cord* ecc. La similitudine dantesca 
risale alla virgiliana (£H. x 247) : « Fugit illa 
per undafl, Ocyor et iaculo et vontos acquante 
sagitta », ma la supera di gran lunga per la 
maggiore determinatezza del concetto e pre- 
cisione delle parole ; poiché, come osserva 
il Venturi 489, « nel primo verso i suoni 
esprimono il sibilar della freccia; nel secondo 
il celere volo » : altre similitudini tratte dallo 
scoccar della freccia sono in Inf. xvn 183, 
Par, u 22, v 91; e frequenti sono pure in 
Virgilio {Qeorg, iv 813, igy». xii 863 ecc.), 
che Dante salutava maestro. — 16. in quella: 
mentre Virgilio parlava. — 17. nn sol : il 
nocchiero che s' avanza ò Flegias, il figliuolo 
di Marte e di Crise, che aveva vendicata 
r onta fatta da Apollo alla figlia Coronide, 
incendiando il tempio di Delfi : Dante lo tra- 
sforma in un nocchiero, che passa le anime 
attraverso Stige. — 17. galeoto : Bocc. : •ga- 
leoUi son chiamati quo' marinari, i quali sor- 
vono alle galee ; ma qui, licenza poetica, no- 
mina galeotto il governatore d' una piccola 
barchetta » : cosi ò detto anche l' angelo noo- 



chiero nel Purg. n 27. — 18. ^dArm: cfr. 
Viig. Bn, VI 618 : « Fhlegyasque miserrimus 
omnes Admonet, et magna teetatnr voce por 
umbras: Discite institiam moniti, et non 
temnere divos ». — se'giiintn, nnlma fella x 
usa il singolare, non già perché Flegias si 
volga solo a Virgilio, come intese il Bocc, 
solo a Dante, come spiegò il Bntl; et bene, 
come rettamente interpretò U Lana, quasi 
fosse questa una sua formula abitoale, « lo 
dittato eh' agli altri usava ». — 19. tn ^rldi 
n TÒto... a questa volta: per questa volta 
tu gridi vanamente. Altri, meno bene, inten- 
dono a questa volta, verso di noi, volgendo 
a noi le tue parole. — 21. pliS eco. non sa- 
remo in tuo potere, se non per varcar la pa- 
lude fangosa. — 22. (^ale ecc. Venturi 307 : 
« [Flegias] miscredente e iroso, udendo che 
non sono essi anime dannate, com' uomo 
grandemente ingannato si rammarica. La si- 
militadine sarebbe debole, se Dante non 
avesse aggiunto che quel demonio d fece 
tale mU* ira accolta. Resta cosi compiuta 
r idea della rabbia del disinganno per priva- 
zione di cosa malvagia agognata, o della im- 
possibilità di trame vendetta ». — 24. ira 
accolta: cfr. Virgilio En, ix 68: «coUecta 
fatigat edendi Ex longo rabies ». — 27. parve 
earea: perché Dante era col corpo reale, 
mentre Virgilio aveva solo l' apparenza cor- 
porea. — 29. secando se ne va eco. la nave 
procedeva immergendosi pld che non loleva 



INPERNO - CANTO Vm 



57 



80 dell'acqua più che non suol con altrui 
Mentre noi correvam la morta gora, 
dinanzi mi si fece un, pien di fango, 
83 e disse : « Chi se' tu ohe vieni anzi ora ? » 
Ed io a lui : € S'io vegno, non rimango ; 
ma tu chi se', che sei si fatto brutto ? » 
36 Bispose : < Vedi che son un che piango >. 
Ed io a lui : < Con piangere e con lutto, 
spirito maledetto, ti rimani; 
39 eh' io ti conoscoi ancor sia lordo tutto >. 
Allora stese al legno ambo le mani: 
per che il maestro accorto lo sospinse, % 
42 dicendo : < Via costà con gli altri cerni >. 
Lo collo poi con le braccia mi cinse, 
baciommi il volto e disse : € Alma sdegnosa, 
45 benedetta colei che in te s'incinse! 
Quei fu al mondo persona orgogliosa; 
bontà non è sua memoria fregi: 
48 cosi s'è l'ombra sua qui furiosa. 
Quanti si tengon or là su gran regi, 
che qui staranno come porci in brago. 



quado era carica di sole anime. — 81. marta 
etra: la palude Btìgìa; Booc : •gcra ò una 
P«rt» d'aoq[iia tratta per forza del yero cono 
f alam flune, e menata ad alcun mulino o 
«ftzo serrigio, il quale fornito si ritoma nel 
Saae onde era tratta >. — 82. na, piea di 
teget Filippo Argenti degli Adimari, ilo- 
itttìno, poeto qui per esempio di vita su* 
pste (Pktro di Dante, Lana, Benr.). Ott: 
«OTaUere di grande Tita, e di grande bur- 
teza, e di molta spesa, e di poca yirtude 
e Tabre » ; Booc. : « caraliere ricchisBimo, 
tnto eke esso alcuna Tolta fece il cavallo, 
il loato usava di cavalcare, ferrare d' ariento, 
• da questo trasse il sopranome : ta uomo 
fi psfsona grande, bruno e nerboruto, e di 
asniTigiioea forza, e più che alcun altro ira- 
eando, eziandio per qualunque menoma ca« 
giooe > : di Filippo Argenti e della sua pron- 
teea agii sdagni parla il Bocc. anche nel Deo. 
K. zz, n. 8. — 83. anzi ora: prima del tempo, 
«KBdo ancor vivo. — 84. S* lo Tegno ecc. 
9» sono venuto in questo regno, non vi ri- 
BaznA. — 86. bruito t per il fango ond'ò 
«Trotto: cfr. V. 83. — 86. Tedi ecc. Rispo- 
ita ben oanveniente a questo spirito superbo, 
cte mostra per cesa d'avere in disdegno la 
d^anda di Dante. — 87. €oa piangere e 
(•a latte: col tuo pianto e col tuo dolore. 
- 89. le ti coBOteo t Filippo Argenti era 
Mstasipozaneo di Dante, come si ha dal Booc. 
X^ IX 8, che lo fa vivere ai tempi di Vieri 



de'Cerohi; e forse qualche privato dissidio era 
stato Ara i due concittadini, che nell' inferno 
al fanno accoglienza cosi poco lieta. Un Fi- 
lippo Adimari, detto Morsello, fu registrato tra 
i Quelfl danneggiati sino al 1266, ed egli stes- 
so altro dello stesso nome fu podestà di 
Bagnacavallo nel 1286. — 40. stese al le- 
gno ecc. per afferrar Dante e trarlo seco nella 
palude. — 42. eoa gli altri cani : il Bocc os- 
serva che de' cani adirati e commossi ò usanza 
di stracdarai la pelle coi denti, e l' Ott. ri- 
chiama a questo proposito un proverbio dei 
suoi tempi: « A cane orgoglioso guai alla sua 
pelle ». — 44. Alma sdegnosa : Bocc. : e Vir- 
gilio fa festa all' autore, per ciò che ha avuto 
in dispregio lo spìrito fangoso : e mostra in 
questa particella l' autore una spezie d' ira, 
la quale non solamente non ò peccato ad 
averla, ma ò merito a saperla osare ». — 45. 
benedetta ecc. sia benedetta colei che ti con- 
cepi, poiché hai tanto nobile disdegno della 
superbia; cfr. l'evangelico (Luca zi 27); 
« Beato U ventre che ti portò ». — 46. per- 
sona orgogliosa: dominata da quel supremo 
grado della superbia, che ò 1' orgoglio, 1* ar- 
roganza. — 47. bontà: atto di virtù. — 48. 
cosi eoo. qua già s' infuria la sua anima di 
superbia, come già fece nel mondo. — 49. 
<|uantl eco. Quanti che sono stimati nel 
mondo come grandi e potenti, verranno per 
la loro superbia a impantanarsi in questa 
palude I — 60. come porei in brago : Ven- 



58 



DIVINA COMMEDU 



51 di sé lasciando orribili dispregi ! » 
Ed io : < Maestro, molto sarei vago 
di vederlo attoffare in questa broda, 
54 prima che noi uscissimo del lago ». 
Ed egli a me : € Avanti ohe la proda 
ti si lasci veder, tu sarai sano: 
57 di tal disio converrà che tu goda ». 
Dopo ciò poco, vidi quello strazio 
far di costui alle fangose genti, 
60 ohe Dio ancor ne lodo e ne ringcazio. 
Tutti gridavano : € A Filippo Argenti »: 
e 1 fiorentino spirito biszarro 
63 in sé medesmo si volgea co'dentL 

Quivi il lasciammo, che più non ne narro: 
ma negli orecchi mi percosse un duolo, 
66 per ch'io avanti intento l'occhio sbarra 
Lo buon maestro disse : € Omai, figliuolo. 



imi 400 rioUUma, tza altii riMontii, quel 
reno d* Orazio, ft proposito di TTIìmo (Episi, 
I 2, 26): «Vizinet ondf immimdasT vd 
amica luto bob » ; il riooxdi dd dia Danto 
atoaso dioe altrore (Bxr. xzixl26): ced altri 
aaoor cho aon peggio die pord ». — 51. di 
atf UidaBdo eoo. Bati : « non lasciando di 
loro, se non cose da essere avnto in onore 
et in dispregio > ; meglio il Beco, intese : 
e memoria di cose orribili, e meritamente da 
dispregiare». — 68. brodai Taoqoa della 
palude mescolato ool fango. — 66. 1» proda: 
r estremità della palude, la riva oto dorerà 
approdare la barca di Fleglas. — 66. sarai 
sazio t sarà sodisfìitto il tao desiderio. — 67. 
di tol eoe e dd sodisfodmento di cotal de- 
siderio sono certo cheta godrai, vedendo come 
ò panito U vizio, n Del Longo, Dante U 466 
osserva ohe qui e altrove {Ihf, xv 87, xvi 115, 
Tnm 98 ecc.) la locazione oonventrs ehe^ reg- 
gento il oongiantivo, « inchiade idea di ne- 
cessità, certezza, minaoda eoe che una cosa 
sia per fiirsi, checché altro possa parerne, o 
penMrd o contrastare ecc. », e ne adduce il 
riscontro di parecchie espressioni popolari to- 
scane dd secolo ziv — 59. alle fangose genti: 
questo animo, ohe gridando si scagliano con- 
tro il superbo Filippo Argenti, facendone stra- 
zio, mentre egli non le respinge ma fieramento 
superbo e sprezzante sfoga sovra sé stesso il 
proprio fluoro, sono quelle d^rli invidiosi ; e 
r imaginazione di Dante bene ritrae a questo 
modo lo spettacolo che di sé danno nd mondo 
i superbi e gli invidiosi, in continuo contra- 
sto: vedi su dò il Diporto danteaoo di I. Del 
Lungo, dt. in Ihf. vn 97. — 60. ehe Dio aneer 
eco. Danto d compiace giustamento dello spot- 
taodo offerto dai superbi e dagli invidiosi, gli 



voi ftitti castigatori degli altri; non tonto p«r 
inimicizie poUtlohe che possano esser stoto ti» 
lui e l'Algenti, ma ptd tosto perché in queUo 
spettacolo egli trova una novella prova della 
giustizia di Dio. Osserva poi il Lomb. : < Dal 
conftonto de' luoghi ove Danto oompasdona 
i dannati, ed ove oomplaoed dd loro gastigo, 
sembra che possa stebilird ohe compiaodMi 
egli dd gastigo di quelli ohe se la sono presa 
immediatamento contro Dio o contro il pros- 
simo, e che tutti gli altri oompassioni; e pesò 
oomplaoed di costai qui, di Gapaaeo nd 
canto zrv 68, di Vanni Food nd o. xxv 4 
ecc.: all'incontro oompasdona 1 lussorìod 
nel e V 62, i gdod nd e vi 68 eoo. ». Una 
finissima e minuziosa analld di tutto la que- 
stione ha flitto il D* Ovidio, pp. 80-96. ^ 
62. bizzarro : Buti : < imbizamito, o croo- 
ciato contro sé medesimo » ; e il Boeo. : e cre- 
do questo vocabolo bixxorro sia solo de* fio- 
rentini, e suona sempre in mala parto; per 
dò che nd tegnamo blzsarri odoro ohe au- 
bltamento e per ogni picoola cagione oorrano 
in ira, né md da quella per donna dimostra- 
zione rimanere d possono ». — 63. il TOlg«a 
ecc. mordendod per isfogo dd suo sdegno 
superbo. — 65. un diolo t un lamento ddo- 
roso; cfr. Bocc. Teseids n 71: e Di quella 
usdron facendo gran duoli ». — 66. avanti 
ecc. spalancai gli occhi a riguardare inmm^ 
a me. — 67. Ornai, figlinolo eco. Questo pa- 
role, osserva il Todesohini, e dò ohe segua 
dimostrano abbastanza, dooome la dttà di 
Dito e dò oh' era in essa compreso formaTa 
un luogo notobilmento distinto da quello, òha 
i poeti vìdtoto avevano nell' inferno fino a 
quel punto : e oome in oonseguenza le ama 
di quella oittà divanivano una linaa di sepa» 



INPERNO — CANTO Vni 



59 



s'appressa la città che ha nome Dite, 
69 co' gravi dttadin, col grande stuolo ». 
Ed io : € Maestro, già le sne meschite 
là entro certo nella valle cerno, 
72 vermiglie, come se di foco uscite 

fossero >. Ed ei mi disse : € H foco etemo, 
ch'entro l'affoca, le dimostra rosse, 
75 come tu vedi in questo basso inferno >. 
Noi pur giugnemmo dentro all'alte fosse, 
che vallan quella terra sconsolata: 
78 le mura mi parean che ferro fosse. 
Non senza prima far grande aggirata, 
venimmo in parte, dove il nocohier, forte, 
81 € Uscite, ci gridò, qui ò l' entrata ». 
Io vidi più di mille in sulle porte 
da'ciel piovuti, ohe stizzosamente 
84 dicean: < Chi ò costui, che senza morte 
va per lo regno della morta gente? » 
E il savio mio maestro fece segno 



adone tx» V infarao superiore e l' inferno 
pnrfbfido: cfr. Jnf, xi 85. — 68. U elttà 
diM kM aesie Dite: Dite d il nome ool quale 
ante Dente indice più Tolte (Inf, xn 89, 
xxnr 20 eoe.) Satana o Lucifero, imperatore 
ed doloRwo regno; qui invece ò riferito alla 
na dita, quasi dioeese : la dttà ohe si de- 
BMdaa dal suo prindpe. — 69. eoi gravi 
dttadla : gli spiriti che in gran numero sono 
&tzibaiti per i rimanenti cerchi, compresi 
«tzo le mora di Dite, sono quelli che peo- 
eoooo per malizia e bestialità, doè di colpe 
•md pi6 gravi che non sieno quelle degli spi- 
nti dell' inferno superiore. — 70. mesehlte: 
Boce. : •mi Mck Ue chiamano i saracinl i luoghi 
4oTe vanno ad adorare, fatti ad onore di Ifao- 
Bstto, eome noi chiamiamo chiose quelle ohe 
id onor di Dio fsodamo: e per dò che questi 
cod ùAA hiog^ d sogliono Cue pid alti e pid 
«Biaenti èhe gli ediiict dttadini, ò usanxa di 
ndsrie pid tosto, uno che di fuori della dttà 
TflDga, che l'idtre cose, e per dò non fa l'auto- 
n meBdoDe deU'aHre parli della dttà dolente, 
■a di qaeste eole, chiamandole meschite, dc- 
cQBs ediUet c om posti ad onor del demoi^, e 
MI ii Dio». — 7L eeit»! chiaramente, distin- 
tnennte. — 72. vtrmlglle eoo. rosseggianti, 
oQsnse foeeero di fèno rovente. Buti : «puosd 
IstSBdsre che, perché Dante Ange che le mura 
Ma dttà Dita erano di ferro, che ancor lo 
toni foseone di ferro e fossono roventate per 
b eoottnoo ftaooo ohe dentro v* ò >. — 75. 
tasse inl É ta et Flnfemo dantssoo ò diviso 
li éa» gmndi parti : l'alto infèrno, ohe com- 
inaie I pdmi elaque oscdU, dove sono gli 



spiriti che peccarono per incontinenza; il basso 
o profondo inferno, che comprende gli ultimi 
quattro cerchi, dove sono gli spiriti che pec- 
carono per malizia e per bestialità: oCr. Inf. 
XI 82 e segg. — 76. all'alte fosse: alle pro- 
fonde fosse, nelle quali l'acqua di Stige d 
riversa formando una difesa intomo alla dttà 
di Dite. — 77. vallai; vallano, droondano 
come un vallo. — terra: città; cft. la nota 
al V. 190. — 78. le mura eco. cft. la de- 
scrizione virgiliana della dttà infernale, JEH. 
VI 548: « Bespidt Aeneas subito, et sub rupe 
sinistra Moenia lato videt, triplid droumdata 
muro; Quae rapidus fiammis ambit torrenti- 
bus amnis Tarlàreus Phlegethon, toiquetque 
sonantia saxa. Porta adversa, ingens, solido- 
que adamante columnae. Vis ut nulla vimm, 
non ipd exsdndere ferro Coelioolae valeant. 
Stat ferrea tnrris ad auras ; Tisiphoneque so- 
dens, palla suodncta cruenta, Veetibulum ex- 
somnis servat noctesque dlesque. Hino exan- 
diri gemitus, et saeva sonare Verbera : tnm 
strider ferri, tractaeqoe catenae». — 79. gran- 
de aggirata t lungo giro per le fosse, che dr- 
oondano la dttà. — 80. forte... gridò: gridò 
ad alta voce ; Buti : « si conviene a Flegias 
gridare come ad iroso et ad arrogante t. — 
81. Useite eco. usdte dalla barca, perché qui 
ò r ingresso alla dttà. — 82. Io vidi eoe. 
Al grido di Flegias, Dante vede sulla soglia 
della porta di Dite raocoglierd idù di mille 
diavoli, per contrastare a lui e a Virgilio l'in- 
grosso. —88. da* del plevvti : precipitati giù 
dai deli, quando con Lucifero d ribellarono 
a Dio. —84. fenBà monti senza esser morto 



f>0 DIVINA COMMEDU 



87 di voler lor parlar segretamente. 

AUor chiusero un poco il gran disdegno, 
e disser : € Vien tu solo, e quei aen vada, 
90 che si ardito entrò per questo regno. 
Sol si ritomi per la folle strada: 
provi se sa; che tu qui rimarrai, 
93 che gli hai scorta 8Ì buia contrada ». 
Pensa, lettor, se io mi sconfortai 
nel suon delle parole maledette; 
9G ch'io non credetti ritornarci mai. 
€ caro duca mio, che più di sette 
volte m'hai sicurtà renduta, e tratto 
99 d'alto periglio che incontra mi stette, 
non mi lasciar, diss' io, cosi disfatto : 
e se '1 passar più oltre e' ò negato, 
102 ritroviam l' orme nostre insieme ratto ». 
E quel signor, che li m'avea menato, 
mi disse : € Non temer, che il nostro posso 
105 non ci può tdrre alcun, da tal n' è dato. 
Ma qui m'attendi; e lo spirito lasso 
conforta e ciba di speranza buona, 
108 ch'io non ti lascerò nel mondo basso ». 
Cosi sen va, e quivi m'abbandona 



corpoTolmonte, e senza esser morto alla gta- per tatto U tempo che ta ci viveral », e g. ti, 
zia divina. — 88. Allor ecc. Booo. : e Non n. 4: « ti ricorderai sempre che ta ci yiverai 
dice che il ponessero ginso, ma alquanto, col del nome mio». — 97. pltf di lettt eoo. Seb- 
non parlare cosi stizzosamente, il ridbpeisonot bene sieno proprio più di sette le Tdte oh» 
e qui diadegno A prende in mala parte, per finora Viigilio ha liberato Dante da qnalch» 
dò che negli spiriti maladetti non può esser impedimento (dalla lapa, Inf, 1 49; dallo in- 
no ò alcuna ooea che a virtd aspetti ». » 88. certezze, n 180 ; da Caronte m 94; da Mi* 
Tien eoe Bocc. : « Vaole in queste parole nosse, y 21 ; da Cerbero, ti 22 ; da Plato, 
l'aatore quello dimostrare che negli altri oer- tu 8; da Flegias Tin 19; da F. Argenti, 
ohi di sopra ha dimostrato, cioò ohe per al- zm 41), ò da ritenere oh' egli abbia usato il 
con de' ministri infernali sempre all' entrar numero $dU per l' indeterminato, come per 
del cerchio sia spaTentato; e cosi qui doren- dire molte Tolte; in oonformità al modo bi- 
do dal quinto cerchio passar nel sesto, il quale blioo firequentìssimo, p. es. Proo, xzit 16 : 
ò dentro dalla città di Dite, introdnoe questi de- « il giusto cade sette Tolte, o si lileTa » ; Pol- 
moni a spaventare, acciò cho del suo buon mi ccc 164 : e Io ti lodo sette Tolte il di » 
proponimento il rimoTossero ». — in: Virgi- eco. — 99. alto periglio : il pericolo, in oui 
lio. — quei: Dante. — 91. la foUe strada: Dante s'era troTato nei oasi aooennati nella 
la Tia intrapresa con audace temerità; cfir. nota al t. 97. — 100. disfatto t foonfortato 
Inf, u 86. — 92. provi, se sa: focda espe- e smarrito, perché privato d'ogni guida. — 
rionza, so il suo sapere gli basta per tornare 102. rltroTlam eco. riprendiamo subito il cam- 
indietro. — 93. gli hai scorta : gli hai mo- mino percorso, e ritorniamo indietro. — 104. 
strata. — 95. nel suon ecc. all' udire U suono 11 nostro eoe ninno ci può impedire di pro- 
eoe. — > delle parole: specialmente di quelle cedere innanzi, poich6 il nostro viaggio ò to» 
dette a Virgilio : « tu qui rimarrai ». — 96. luto da Dio. — 106. e lo spirito eoo. e oon- 
ritornarci: ritornare in questo mondo: nella forta l'animo smarrito, raffermandolo con la 
lingua antica il ei serviva spesso ad indioara buona speranza. — 108. mondo tesao: l'in- 
il luogo ove si sta abitualmente, il mondo; femo, anzi quella parte del regno infernale 
p. es. Booc. Ds0. g; ir, n. 2: « ti fkrò tristo ohe comincia dalla oittà di Dite, innanzi alla 



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INFERNO — CANTO Vni 



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lo dolce padre, ed io rimango in forse, 
che 1 si e '1 no nel capo mi tenzona. 

Udir non potè* quel eh' a lor si porse: 
ma ei non stette là con essi guari, 
che dascun dentro a prova si ricorse. 

Ghiuser le porte que^ nostri avversari 
nel petto al mio signor, che fuor rimase, 
e rìvolsesi a me con passi rari 

Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 
d' ogni baldanza, e dicea ne' sospiri : 
€ Chi m' ha negate le dolenti case ? » 

£d a me disse : € Tu, perch' io m' adiri, 
non sbigottir, ch'io vincerò la prova, 
qual ch'alia difension dentro s'aggirL 

Questa lor tracotanza non ò nuova, 
che già l' usare a men segreta porta, 
la qual senza serrame ancor si trova. 

Sovr'essa vedeetù la scritta morta: 
e già di qua da lei discende l'erta, 
passando per li cerchi senza scorta, 



filale sono già pwTenTttl i due poeti: ofr. so- 
po al ▼. 75. — 110. la fone s s'egli fosse 
por ziftonure, o no. — 111. ael capo mi 
tiiiMi ; contratte nella mia mente l' idea 
ch'egli ritorni con quella ohe non ritorni piò. 
— 112. éh'a lor §1 pene: che da Virgilio 
fe detto ai diaroLL — 114. a proTat gareg- 
giaBdo di vélooità; ooat il Leopardi, Oanii 
ZKTn 18: capioTaVìan ftior la lémminetto 
aoftr dsD'aoqoa >. — 115. aoftrl aTreriarl: 
diaroU; secondo il detto di san Pietro, i Jljpùt. 
T. 8 : «il rostro avversario, il diavolo eoo. » \ 
ttr, Purg, xx 20 e ziv 146. — 117. con pasti 
larl : lentamente ; perché malvolentieri tor- 
nava a Dante, sensa aver vinto l' opposixione 
diaboUoa. — 118. €01 eeeld eoo. Si ofr. la 
dssrriTinne d'Amore neUa F. J^. n 18: «EUi 
mi parsa sbigottito, e guardava la terra » eoo. 
— rase d*ogal baldania: prive, senz'aloon 
ssgBO di bftldanta negli occhi; né baldanxa 
tigniftia qui alterigia, coraggio eoo., ma, come 
piA spesso negli antichi, la forxa morale. — 
lao. Bi*]ui negate ecc. mi ha impedito d'en- 
tare in qoeste città del dolore; ed ò vera e 
peopiia domanda, ohe Virgilio ftt a sé stesso, 
daMtendn per un momento che una forza a 
M Ignote gi' impedisca, il passo. Danto pen- 
SB?a eerto all' ammonimento della Sibilla, in 
Vlig. JEhk VX 668: «Nulli fits casto scelera- 
tsm inaittsn limen ». — 122. la prova : il 
oQBtnsto, la lotte; ofr. W* a 7. — 128. qsal 
A' alla Hìfmàìtm ientre eco. ohianque sia 



che dentro aOa dttà si adopera per opporsi 
a noi : difmtiont vale qui, non giÀ la difesa 
della città, poiché Dante e Virgilio non s'era- 
no preseateti come assalitori, ma pi6 tosto 
r impedimento, la proibizione : ofr. Ihf, vn 
81, e r oso del vb. difmddn in Inf, xv 27. 
— 124. tracotanza : presunzione, temerità di 
opporti al volere divino. — 125. già I* asaro 
eco. già tentarono di opporsi a Cristo, ohe 
scendeva trtonfrmto al limbo (ofr. Inf, xv 52), 
chiudendogli in faoda la porte dell' inferno. 
Lomb. : < Alloaivamento alle parole della 
Chiesa nel divino uffizio del sabato santo : 
* Hodie portas mortis, et seras pariter. Sal- 
vator nostor dimpit ' ». — 126. la qaal ecc. 
la quale rimase da quel momento aperte e 
spalancate. — 127. Sovr'essa eco. ofr. Inf, 
m l-U. — vedestd : vedesti tu; sedarv ò uno 
dei verbi, per i quali gli antichi amarono con- 
giungere la TT pera. sing. del perfetto con il 
pronome personale in una sola forma con- 
tratte ; Danto l' ha più volto, F. N. zzn 79 : 
«Vedestù pianger lei?», zxm 122: «Che 
vedestù, ohe tu non hai valore f > eoo. — 
scritte morte; inscrizione che ricorda alle 
anime la morto etoma ; cosi intese rettamente 
il Bocc., mentre i pi6 degli interpreti riferi- 
scono l'epiteto al colore della inscrizione: 
ofr. la note all'^/. m 10. — 128. di qna da 
lei ecc. di qua dalla porte infernale viene 
verso questo basso inferno, senza bisogno di 
guida, il messo coletto che d aprirà le porto 



62 



DIVINA COMMEDIA 



180 tal che per lui ne fia la terra aperta >. 



'di Dito. — IBO. tal: il meeao, sol quale ofir. 
la nota all'In/, ix 80. — terra: dùà, laogo 
morato, ò frequentatissimo in Dante, obe Io 
dice della città di Dito, in Inf. vm 77, iz 
104, z 2; di Firenze, Jhf, zti 9; di Manto^ 



Inf, ZK 98, Fuirg. ti 76, 80; di Lucca, Inf. 
ZZI 40; di FoiU, Inf zzm 4S; di Bimini, 
Inf zzvm 86; di Bayenna, Inf, y 97; di 
Uaniglia, Br. ce 92 eoo. 



CANTO IX 

Dopo l'apparizione delle tre Furie, che di sulle mora della città minac- 
ciano i doe poeti, viene un messo celeste, che apre la porta percotendola con 
una sna verghetta: cosi senz* altro contrasto entrano i poeti nel sesto cerchio 
e si trovano tra le arche degli eretici [9 aprile, prime ore antimeridiane]. 

Quel color che viltà di fuor mi pinse, 
yeggendo il duca mio tornare in volta, 

8 più tosto dentro il suo nuovo ristrinse. 
Attento si fermò com*uom che ascolta; 

che l'occhio no '1 potea menare a lunga 
6 per l'aer nero e per la nebbia folta. 
€ Pure a noi converrà vincer la punga, 
cominciò ei, se non... Tal ne s'offerse! 

9 Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga! » 



IX 1. (Jocl color ooc. Al tornar di Vir- 
gilio, Danto diventa pallido per la pama; 
ma la sna gnida, per dissipare il turbamento 
di Ini, snbito si ricompone ad atteggiamento 
pid tranquillo. Oosf intendono tatti i commen- 
tatori : se non ohe per gli antichi (Lana, Ott, 
Bocc., Benv., Buti ecc.) il color nuovo di Vir- 
gilio, ricacciato dentro dal pallore apparso 
sol volto di Danto, d il rosso dell' ira con- 
cepita per Toppo^one diabolica (interpre- 
tazione che risponde assai bene ai w. 121-8 
del precedento e ai w. 7-15 di questo can- 
to); per i moderni invece (Lomb., Biag., 
Frat., Scart. ecc.) il color nuovo ò il pallore 
apparso sni volto di Virgilio di recente, per 
vergogna o timore dell' opposizione tettagli 
dai diavoli. — 2. In Tolta: indietro. — 3. 
pitf tosto ecc. più presto restrinse dentro il 
suo nuovo colore, fece si che Virgilio ripren- 
desse il suo naturai colore. — 6. tki l'oe- 
cMo ecc. perché, a cagione dell' oscnrità e 
della nebbia, la vista non potova condurre 
Virgilio molto lontano, cioè egli non potova 
vedere molto in là. — a lunga: lo stesso 
die lungi, o come dice in Inf zzxi 28. daUa 
htngi (altri esempi dà U Parodi, Bull, m 184) ; 
se non che con la prep. a meglio ò resa 
l'idea dol termine verso cui si compie l' azio- 

, — 7. Pure ecc. Bisogna che noi vin- 
I il contrasto, la pugna, o punga, come 



Danto dioe oon una forma arcaica, assai usua- 
le, che ò anche in 0. Villani, O. vii 6 : e egli- 
no per loro grande ardire e virtù pur vinsono 
la punga alla porta », luogo dove d manifesta 
la rimembranza dantesca (ofr. Del Lungo, 
Danie, Il 465 e Parodi, BuU, m 104). — 8. m 
nen... Tal ecc. Osserva il Blanc che l'aspetta- 
to messo del delo indugia a venire, e Virgilio, 
cmodato, si ferma in atto di asooltare, e apr« 
di nuovo in un soliloquio la sua fiducia : Pun 
a noi ecc.; ma il dubbio l'assale: se twn,,, 
se forse non intesi male la promessa di Bear- 
trice, o se forse l' andare innanzi d del tutto 
impossibile... Ma subito egli rigetta Indegnato 
un tal pensiero : Tal ne s'offerse, tale invero 
ò chi ci si offerse ad aiuto. Ed ecco eh' egli 
novellamento si acqueta, e manifesta 1* im- 
paziento suo desiderio dell' aiutatore che in- 
dugia, esclamando : Oh quanto eoe. Secondo 
il Bosa Morando {Osservax. sopra le tre can- 
tiche nell' ed. della Commedia, Venezia, Zat- 
ta, 1757) le reticenze sarebbero tre : Se.., se 
mi fu promesso il vero; Non... non può es- 
sere che non mi sia stato promesso il vero ; 
Tal ne s* offerse... ne si offerse in aiuto im 
personaggio cosi verace; ma la reticenza, la 
parola tronca ò una sola, ò il «s non aecen- 
nanto a un dubbio, ohe poi Virgilio rioopxo 
con le parole diverse, col rioordo oiod di Ben^ 
tiioe, m ne s'offerse! — 9. altri: il 



INFERNO — CANTO IX 



è8 



Io vidi ben si com'ei ricoperse 
lo comindar con l'altro che poi venne, 
12 che fùr parole alle prime diverse. 
Ma non di men paura il suo dir dienne, 
perch'io traeva la parola tronca 
15 forse a peggior sentensa ch'ei non tenna 
€ In questo fondo della trista conca 
discende mai alcun del primo grado, 
18 che sol per pena ha la speransa cionca? » 
Questa question fec' io ; e quei : « Di rado 
incontra, mi rispose, che di nui 
21 faccia il cammino alcun per quale io vado, 
Vero ò ch'altra fiata qua giù fui 
congiurato da quella Eriton cruda, 
24 che richiamava l'ombre a' corpi sui. 
Di poco era di me la carne nuda, 
ch'ella mi fece entrar dentro a quel muro, 
27 per trame un spirto del cerchio ^ Giudo. 
Quell'ò il pi4 basso loco e il più oscuro, 
e il più lontan dal ciel che tutto gira: 
80 ben so il cammin; però ti fa securo. 
Questa palude, che il gran pusso spira, 



ealMte, già acceniuito inlnf. vm 180. — 10. 
wUmpenè !• eomUelarx roDe naaoondere 
fl M&ao della xetioenza, espreisa nalle prime 
puole M non... — 11. F altre ehe poi tìb- 
■e: quello che Mgai, ciò sono le paiole: 
Tal me 9'offènél — Ì2. tàr eco. mentre le 
piìBe enoio itate di dubbio, le altre parole 
furono di fiduciosa speranza. — 14. la pa- 
nia tr«Beat il senso eh' io Bopponera delle 
parole «e mm, rimaste in sospeso. — 16. > 
prgfler seatensa: a peggiore significazione, 
ehe aDe sue parole non aresse dato Virgilio ; 
potchó Dante intende e compie il te non del 
ino duca, cosi: se por non saremo vinti e 
costretti a ritornare indietro. — 16. la f ne- 
tte feade ecc. Dante chiede a Virgilio, per 
tassicnzarsi, se le anime del limbo discon- 
dano mai nel basso inferno. — trista con- 
ca: r intono, in generale. — 18. ehe sol 
per pena eoe : oCr. Inf. iv 41 : < sol di tanto 
offesi. Che senza speme vivemo in disfo». 
— speraaza etoaea : speranza tronca, priva 
di fondamento. — 19. qaestioa: domanda; 
cosi anche in Inf. ny ISS, I^, xxvin 84 
ecc. — 20. laeeatra : accade. — 21. faccia 
ecc. aknno di noi faccia il cammino per il 
tguH» io vado. ~ 28. eoagiarato ecc. essen- 
do stato scongiurato; per abbidiie agli scon- 
gfaui della maga Eri tono : della quale favo- 
kgl^arono g^ antichi ohe avesae ihooltà di 
ftor ritornare le anime ai lor corpi, secondo 



si ha da Lucano, Fcart. vi 607-827 (flpbidla 
di Sesto Pompeo che richiede alla nukgii ^haIq 
sarebbe stato l'esito della lottn tm Pumpoi^ 
padre di hii e Q. Cesare): oDr. Mooie, I a£U- 
287. — 26. DI poco ecc. Di quixstiv prima di- 
scesa di Virgilio all' inferno pe; trame f^rì 
l'anima di un traditore la prima idoft non 
potò venire a Dante dalle legi^f^nde medii»- 
evali intorno alla magia viigiliami, porohé La 
nessuna di qoelle che oi rimangono sì parUi 
di Eiltone ; sembra pinttosto cho egli diU fia- 
sco raoconto di Locano, ove la tjuc^ domm 
per resendzio delle sne magicho orti « fa oa- 
segnamento sogli oomini illostri o bui irnp^is- 
sati da poco », abbia preso le muìì6D por « 11 ih 
gore on plansibile pretesto ondo la eoa guida 
si trovasse già esperta del viag^o » : cfr. sa 
ciò D. Comparetti, Virgilio nel ìntiìùìevoj Li- 
vorno, 1872, I 287 e D'Ovidio, pp. itó-lOl. — 
27. del eerckio di Oinda : doò iol nono o&s- 
ohio; nella parte più bassa del quale sta 
Qioda, ond' ò nominata Oiodecca qaell' td li- 
ma e pid profonda delle regiuuL tnlomali: 
ctr. Inf, xmv 61, 117. Alcuni credono cJia 
lo spirito ohe Virgilio liberò djil oordiìo dai 
traditori fosse qoeUo di Palamede, di cui ogU 
nell' En, n 81-86 rivendicò la tamn dall' ac- 
cusa di tradimento ; c£r. Moore, L cit. -*^ 29. 
dal elei ecc. dal Primo mobile, detto noi 
Air. xxvm 70 il cielo «che tutto qi^i^kr 
rapo L'altro oniverso seco ». — 31. 4jacsta 



64 



DIVINA COMMEDIA 



cinge d'intorno la città dolente, 
33 u' non potemo entrare ornai senz' ira ». 
Ed altro disse, ma non l'ho a mente; 
però ohe l'occhio m'avea tutto tratto 
3C vèr l'alta torre alla cima rovente, 
ove in un ponto foron dritte ratto 
tre fùrie infornai di sangue tinte, 
od che membra femminili aveano ed atto, 
e con idre verdissime eran cinte: 
serpentelli e ceraste avean per crine, 
42 onde le fiere tempie eran avvinte. 
E quei che ben conobbe le meschine 
della regina dell'eterno pianto: 
45 € Guarda, mi disse, le feroci Erine. 
Questa è Megera dal sinistro canto; 
quella, che piange dal destro, ò Aletto; 
48 Tesifone ò nel mezzo > : e tacque a tanto. 
Con l'unghie si fendea dascona il petto, 
batteansi a palme, e gridavan si alto, 
51 ch'io mi strinsi al poeta per sospetto. 
€ Venga Medusa ! si '1 farom di smalto, 



palBde ecc. Qoasi por assicarar Dante eh' ei 
conoscerà bene il luogo, Virg:ìlio gli dice che 
la palude Stige cinge tatt' all' intomo la città 
di Dite ; sebbene nel loro viaggio i due poeti, 
por facendo grande aggirata {Inf. ym 79), 
non abbiano peroono né por la quarta parte 
della palude stessa. — 83. ■> : cfr. ^f. u 24. 

— lenz'lra: con le buone; altri intendo- 
no pi6 determinatamente, senz' ira di Vir- 
gilio, del messo celeste, o dei diavoli di- 
fensori della città. — 85. Pocehlo ecc. la 
vista aveva attirato tutta la mia attenzione. 

— 96. i%rt troncamento della prep. verso, 
usuale in Dante e negli altri poeti antichi. 

— l'alto torre alla cima rovente: ola 
torre coi fuochi in cima, dalla quale s' erano 
fatti segnali di risposta alle fiammette awi- 
satrid dell' arrivo di Dante e Virgilio (cf^. 
Inf, vm 8-6). — 87. faro» dritte ratto: 
apparvero, s' alzarono rapidamente. — 88. 
tre farle t sono le Erinni o Eumenidi, figlie 
d' Acheronte e della Notte, destinate al ser- 
vìgio di Froserpina, come seminatrici di di- 
scordia e tormentatrici dei dannati (cfr. Virg. 
Sn, VI 670, 605, vii 824 e segg., Ovidio, 
Mei, IV 451, 481 ecc.). — 89. fhe membra 
ecc. La desciizione dell' aspetto delle fune 
segue quella di Tesifone in Stazio, Teb, i 
108-115; cfr. Moore, I 245. — 40. idre ver- 
ditsimet serpenti di vivo color verde, che 
formavano la cintura delle ErinnL — 41. ser- 
peatelli e eeraste: serpenti piccoli e ser- 
penti grossi, che erano in luogo dei capelli 



difldolti e dei capelli raccolti in trecce. — 
43. neteliiae: ancelle, serve; tale ò il senso 
che aU'agg. meteMno dà sempre Dante, F. 
N. a 88, Jnf, xzvn 15. — 44. regina del- 
Petemo pianto: ò Froserpina figlia di Giova 
e di Cerere, moglie di Plutone e regina del- 
l' Inferno (Omero, II. ziv 836, Odie. xi 218 
e segg., 633 ecc.): cfr. anche Inf, x 80, 
fWj7. xrvm 50. — 45. ErUe : lat EriimyéMi 
ma Dante segui la grafia dei lessicografi m&- 
dioevali (Giovanni da Genova, Papia ecc.), 
che hanno: Erinys (cfr. Parodi, BulL III 
109). — 46. Qnetto ecc. : delle tre I^e, ohe 
sono in sull' alto della torre. Megera sta dalla 
parte sinistra, Tesifone nel mezzo, Aletto 
dalla deetra; oosf sono disposte nei veni leo- 
nini cit da Pietro di Dante : « Tres agitant 
mentee Furiae, ratione oarentes : Si tibi bao- 
chatur mens, tuno Alecto vocatur; At tuno 
Tisiphone, jumpunt cum iuigia voce ; At si 
lethi fera despumant ora, Megaera >. ~ 48. ^ 
nel mesco: cfr. Virgilio, En, x 761: e Pal- 
lida Tisiphone media Inter mìllia saevit ». — 
taeqae a tasto: non aggiunse altro; chó 
Va tanto vale : a questo solo, come il di tanto 
in Inf, rv 99 vale : di questo solo. Altri, ma- 
no rettamente, spiegano: intanto, in questo 
mentre; altri infine: allora, in quel punto, 

— 50. a palMe : con le palme delle mani. 

— 51. io mi strljitl eco. Atto spontaneo 
e frequente per Dante quando ha paura ò 
lo stringersi a Virgilio : cfr. Purg. viu 41, 

— 52. Tenga Hcdosal Medusa, secondo là 



INFERNO — CANTO DC 



65 



dlcevan tutte riguardando in giuso; 
54 mal non yengiammo in Teseo l'assalto ». 
€ Volgiti indietro, e tien lo tìso chiuso ; 
che, se il Gorgon si mostra e tu il vedessi, 
67 nulla sarebbe del tornar mai suso >. 
Cosi disse il maestro; ed egli stessi 
mi volse, e non si tenne alle mie mani, 
GO che con le sue ancor non mi chiudessi. 
voi, ohe avete gl'intelletti sani, 
mirate la dottrina ohe s'asconde 
63 sotto il velame degli versi strani! 



■itelogia, fu mia dalla tre Ooigoni, figlie 
fi Fosco dio maxino; la quale fti insieine con 
le eoxeUa ncoisa da Perseo figttnolo di Oiore 
e di Daoae ed ebbe nonato il capo, ohe are- 
Tm la potenza di pietrificaze cbionqTie lo mi- 
ZMM. Oca le Fnxie yolendo impedire il passo 
a Diate inTooaiio.fl oacpo di Medusa, col 
^pMÌe qwxano di trasformarìo in sasso : H H 
fanm ài tmaUo, — 68. !■ giaio t Terso Dan- 
te. — 64. Mal aea eco. mal fti per noi non 
Tsadicare nella persona di Teseo gli assalti 
dati dagli nomini all' inferno ; il qnale Teseo, 
ncatoci neUe regioni infernali per rapire Pro- 
ierpsna, vi ta trattenuto prigioniero sino a 
che Ercole discese a liberaiio (c£r. Virg. En, 
TI a92 e S!egg.). — TcaglaMae: Tendicam- 
■o; qoeeta forma arcaica riooire anche al- 
trov», Jnf, XXVI 84, Bit. th 61. — 65. Tel- 
giti eoe. Virgilio accorre pronto in alato a 
Date, ammonendolo di Toltani indietro e 
fi dkioder gii occhi per non yedare il capo 
A Medaaa. — 66. U Gorgea i propriamente 
Gosgoa» è il nome di risscnns delle tre fl^ 
gfiaote di Forco, ma Dante l'osa per indi- 
ene il capo d' ona delle tre, e precisamente 
di Medosa. — 67. asUs ecc. ta non potresti 
jui piò zìtomare al mondo. — 68. egli stes- 
si: egli ato eeo; efr. P», t 188. — 69. bob 
si tesa* eoo. non si tenne contento, non si 
Uò delle mie manL — 61. toÌ eco. Qne- 
ita dottziiia nascosta 9otU> il velaim degli versi 
atrmàf alla quale Dante richiama gV ùUeUetti 
tomi, è F allegoria di Medusa; allegoria in- 
torno alla quale sono molto diversi i pareri 
degfi interpreti (cfr. 0. Galanti, L*aUegoria 
émlmea del Capo di Mtduaa, leUere, Bipa- 
*>«T*?TH^^ 1882; C. Negroni, L'aliegoria danL 
éM Capo di Mtd,, Bologna, 1882; B. Fomacisr 
ri, Sktdi, pp. 69-101; Q, A. Venturi, LeoHtra, 
ff, U-15). Degli antichi, il Lana vede in Me- 
don il simbolo dell' eresia, che « fa diventare 
r uomo ptetra, perohÀ lo eretico vuole più cre- 
dale aOe eensualitadi che alla sacra scrittu- 
a»: l'Otta TAnon. fior., il Buti, facendo 
prapóa r Intarpretazione del mito di Medusa 
dsta dal aiitogrmfò antico Fabio Fulgenzio, vi 



trovano il simbolo della dimenticanxa, « aOa 
quale Perseo, cioè l'uomo savio, taglia la testa 
quando con la tenace memoria sempre inten- 
de > : laoopo di Dante vede in Medusa l'o- 
perare contro la ragione ; il Bocc, la Ubidine 
o la donna libidinosa ohe rende immemori e 
aodeca i^ uomini; altri dt da Benv. l'astu- 
zia oppure la cupidigia dei beni terreni: fi- 
nalmente BambagL, Pietro di Dante e Benv. 
trovano in Medusa il simbolo del terrore, col 
quale le Furie, simbolo dei rimorsi, si sforzano 
di respingere il poeta. Dei moderni, alcuni 
come Filai., Blanc, Qalanti, ritornarono al- 
l'idea ^'«TMia ; ma i piò, come Lomb., Costa, 
Bianchi, Frat, Tomm., Poletto, tennero che 
Medusa simboleggiasse il diletto sensuale « il 
cui aspetto falsamente specioso pud sedurre e 
perdere l' uomo » ; n6 se n' allontanò in so- 
stanza il Fomadari, sostenendo le Furie es- 
sere simbolo dell' invidia « concepita come un 
odio mortale agli uomini », e operanti la loro 
insìdia mediante l' allettamento dei beni e 
piaceri mondani raffigurati in Medusa. Me- 
glio di tutti lo Scart. dichiarava il simbolo di 
Medusa cosi : « Nella dttà di Dite sono pu- 
niti gli eretid, doò i peccatori contro la vera 
fede, n peccatore messosi sulla via della con- 
versione pante] vuol entrarvi per eoruidé' 
rar$ il fine di coloro {Salm, lxxu 17), ed ar- 
rivare mediante questa considerazione alla 
contrizione, e dalla contrizione alla conver- 
sione. Virgilio procura di persuadere i de- 
moni, custodi della dttà, colle buone, doè 
con ragioni filosofiche, ad aprime l' ingresso, 
ma ò respinto con beffe, poichó i miscredenti 
hanno sempre argomenti in pronto da opporre 
agli argomenti, e lo scherno ò e fu sempre 
la loro arma prediletta. Alla conversione del 
peccatore si oppone inoltre la nuda oosdenza 
[le Erinni], e vi si oppone pure il dubbio, 
ohe ha la virtd di render l' uomo insensibile 
come pietra [Medusa]. Per drizzare gli vonUni 
alta temporale felieità aeoondo gli ammaestra- 
menti fÙoeofioi {De mon, m 16), l'autorità 
imperiale [Virgilio] esorta l' uomo di fare at- 
tenzione alla mala coscienza (Guarda le fé» 



66 



DIVINA COMMEDIA 



E già venia su per le torbid'onde 
un fracasso d'un suon pien di spavento, 
66 per cui tremavano ambedue le sponde; 
non altrimenti fatto che d'un vento 
impetuoso per gli avversi ardori, 
69 che fier la selva, e senza alcun rattento 
li rami schianta, abbatte e porta fuori: 
dinanzi polveroso va superbo, 
72 e fa fuggir le fiere e li pastori 

Gli occhi mi sciolse, e disse : € Or drizza il nerbo 
del viso su per quella schiuma antica, 
75 per indi ove quel fummo è più acerbo ». 
Come le rane innanzi alla nimica 
biscia per l'acqua si dileguan tutte, 
78 fin che alla terra ciascuna s'abbica; 
vid'io più di mille anime distrutte 
fuggir cosi dinanzi ad un, che al passo 



noi Erifis)f e di non volgere lo igoArdo al 
dubbio petaìflcante {Voigiti indietro eco.) ; inol- 
tre, ftfflnohó r nomo non si lasd cogliere nelle 
reti del dubbio e della mìBoredenza, l'auto- 
rità imperiale gli viene in soooorBO coli* opera 
{«gii stiul mi voi» eoo.) dod colle leggi con- 
tro gli ereticL Se non che l'autorità impe- 
rialo non basta per sé sola a guidare V uomo 
alla contrizione in merito a peccati concer- 
nenti la fede. Ha l'autorità ecclesiastica le 
viene in soccorso (Tal ne Sofferse) ministrando 
la divina illuminazione (il messo del cielo) che 
vince e le obbiezioni de' miscredenti ool loro 
scherno [demoni], e gli ostacoli della mala 
coscienza [Erinni], e i pericoli del dubbio 
[Medusa], ed apre cosi una via attraverso 
tutte le difficoltà >. — 64. E già venia ecc. Il 
turbine rumoroso, che pronunzia la venuta del 
messo celeste, ricorda i fenomeni che accom- 
pagnarono la venuta dell' angelo sulle sponde 
dell'Acheronte: ofi:. J&i/'. m 130 e segg. Q. 
A. Venturi, Leet, p. 15 : e II fragore del tur- 
bine ci è fatto sentire come con un mira- 
bile crescendo sinfonico : la descrizione ò ra- 
pida, potente, perfetta nei particolari, gran- 
diosa nell' impressione complessiva e finale ». 
~ 67. Aoa altrintenti ecc. il quale tncosso 
non era diverso da quello d'un vento ecc. Ven- 
turi 66 : « L' idea dd vento, ohe si fa impetuo- 
so pei calori di paese opposto, ò pi6 precisa e 
compiuta del virgiliano : * Adversi rupto ceu 
quondam turbine venti Confligunt.... stridunt 
silvae ' (En. u 416) ». — 69. fler ecc. scuo- 
te, ferisce; oti. Virgilio, Georg, n 441 e Lu- 
crezio, X 274 : e Rapido perourrens turbine, 
campot Axboribus magnis stemit, montosque 
supremus Silviftagis vexat flabris » : quanto 
al /far, che è per fitre, cfr. Inf, z 69, xi 87, 



e anche Purg, zzvm 8. — rattento : Blane : 
« rattenimento, ostacolo che trattiene». — 
78. cai cechi ecc. Virgilio mi tolse dagli oc- 
chi le mani. — il nerbd 4el rise: la po- 
tenza visiva. T- 76. per indi eco. vorso 
quella parte, ove ò più densa la nebbia. — 
76. Come le rane ecc. Venturi, 428: e Oion- 
gè un messo celeste per aprire ai poeti le 
porte di Dite; e al suo presentarsi le anime 
de' dannati si ricacciano dentro la stagnante 
palude. La similitudine risponde esattamente 
non solo all'atto del gittarsi d'un salto e 
dell' involarsi ad altrui, ma eziandio alla ca- 
gione di quell' atto che ò il timore » : etr. la 
descrizione ovidiana riferita al passo dèll'Zn/1 
xxzn 81. -^ 78. i* abblf a : gli antichi spie- 
gano il vb. abbieorsi per aggiungere, attac- 
carsi; e i moderni invece per ammucchiarsi 
come il grano in biche. L'uso figurato che 
di questo vb. fa l'n]i)erti, DUI. i 6 « Quando 
nell'uomo un buon voler s'abbica», parreb- 
be confermare l'interpretazione degli antichL 
~ 80. ad un ecc. È il messo celeste, inviato 
in aluto di '^rgilio e di Dante per aprire le 
porte della città di Dite; intomo al quale 
grande ò la differenza delle opinionL Degli 
antichi commentatori, il Lana, l' Ott., l' Anon. 
fior., il Buti e più altri riconobbero in que- 
sto messo un angelo venuto dal cielo, e quasi 
tutti i moderni accolsero questa che ò la pt4 
ragionevole interpretazione. Benv. e Pietio 
di Dante rioonobbero in questo messo Mercu- 
rio, per la rimembranza di un passo di Sta- 
zio, Teb, n 1-31, ove si legge che il figlio 
di Qiove e di Maia iti mandato a introdurre 
nella dttà infernale l'ombra di Laio; e tra i 
moderni il Fomaoiari, Studtj pp. 94-101, e 
6. Federzoni, Shtdif pp. 182-201, sostengono 



INFERNO - CANTO IX 67 

81 passava Stìge con le piante asciutte. 
Dal volto rimovea quell'aer grasso, 
menando la sinistra innanzi spesso; 
84 e sol di quell'angoscia parea lasso. 
Ben m'accorsi ch'egli era del elei messo; 
e volsimi al maestro, e quei fé' segno 
87 ch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso. 
Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 
Giunse alla porta, e con una verghetta 
90 l'aperse, che non ebbe alcun ritegno. 
€ cacciati del ciel, gente dispetta, 
cominciò egli in su l'orribil soglia, 
93 ond'esta tracotanza in voi s'alletta? 
Perché ricalcitrate a quella voglia, 
a cui non puote il fin mai esser mozzo, 
96 e che più volte v'ha cresciuta doglia? 
Ohe giova nelle fata dar di cozzo? 
Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 
99 ne porta ancor pelato il mento e il gozzo >. 
Poi si rivolse per la strada lorda, 
e non fé' motto a noi ; ma fé' sembiante 
102 d'uomo, cui altra cura stringa e morda 
che quella di colui che gli è da vanto: 
e noi movemmo i piedi in vèr la terra, 
105 securi appresso le parole sante. 

Dentro v'entrammo senza alcuna guerra: 

die Q nflMO divino sìa Gesù disto medesimo: glia eoo. alla volontà divina, alla q^a^e non 

la qixBle opinione, sebbene non rimuova ogni può essere impedito di raggiungerà il Une, 

difficoltà, non è senza qualche buon fonda- — 96. pld volte eoe spedalmenta qttimdo 

■aito di ragionL Meno felice Ai la congettura Cristo scese al limbo; o£r. Inf, iv 52. — 97. 

ii IL Oaetani, Opuao, danL n.* 11, il quale nelle fiata ecc. opporsi ai decreti àìviid. — 

era troppo ingegnoso ragionamento si sforzò dS. Cerbero vostro, se eco. Aoci^ana alia 

di BoetFBTB che il messo celeste fosse Enea, il favola mitologica della discesa di Ercoio ai 

pio figliuolo d'Anchise. — al passo: al valico, regni infernali, dove vinse T oppcisizlooti di 

sei punto ove ai passa. — 82. aer grasso : la Cerbero incatenandolo e trascinandolo fuori 

aebliia, già accennata al v. 76. — 83. menaa- dell'inferno (cfr. Virgilio, En, vi 892 a te^ì^u 

è» eec paaaandosi spesso la mano sinistra di- — 99. il meato e il gozzo : le parti, chfj pili 

nanzi al volto. — 84. aagoseU: il fastidio gè- furono a contatto con la catena. ^ 100. Tel 

MiBto dalla densità dell' aria. —> 86. m'aeeor- il rlTOlse ecc. L'angelo, appena compi uto 

si: per il fenomeno ohe l'aveva preceduto, l'atto per cui era venuto, rivolo al oialo^ al 

• pc4 per il miracolo di passare sulla palude quale anch' egli, come già Beatrioo dJscoda 

« con le piante asciutte >, volando, e per nel limbo, Inf, u 71, desiderava di ritoruji», 

totta la maestà che si diflònideva dall'aspetto — 104. la terra: la città di Ditq. — 105. 

dsQ' angolo. — 87. tteiii cheto ed UeM- s«earl ecc. tranquilli per le parole dette dal- 

■assi : due segni di riverenza. — 89. naa l' angelo ai diavolL' — 106. Dentro ecc. Ap^ 

Tcrghetta : è data ali' angelo, come segno pena entrati nella città di Dite i due poc^ti 

arisnoie dell' autorità conferitagli da Dio. — si trovano nel luogo, ove sono puniti ^11 Qnt- 

90. rttega*: impedimento, ostacolo. — 91. tici; i quali sono raccolti in altre! Unto iir- 

eacdatl del del ecc. : cfr. Inf. vm 88. che infocate quante ftirono le eresia profo,^ 

— 93. trseoteacà: cfr. Inf. vn 124. — s'al- sato. A proposito del luogo ocoupjìto dngli 

frttt? cfr. Inf» n 122. — 94. a f nella ve- eretici scrìve il Del Lungo, Diporto danUsoo, 



68 



DIVINA COMMEDIA 



108 



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123 



ed io, ch'avea di rigaardar disio 
la condÌ2Ìon che tal fortezza serra, 

com'io fui dentro, l'occhio intomo invio; 
e veggio ad ogni man grande campagna 
piena di duolo e di tormento rio. 

Si come ad Arli, ove il Eodano stagna, 
si oom'a Fola presso del Quamaro, 
che Italia chiude e suoi termini hagna, 

fanno i sepolcri tutto il loco varo: 
cosi faoevan quivi d'ogni parte, 
salvo che il modo v'era più amaro; 

che tra gli avelli fiamme erano sparte, 
per le quali eran si del tutto accesi 
che ferro più non chiede verun'arte. 

Tutti gli lor coperchi eran sospesi, 
e fuor n'uscivan si duri lamenti, 
che ben parean di miseri e d'offesi 



già dt. : « Mi sembra nobilissimo e sottile 
concetto, e degno come di Dante cosi d'es- 
seie meglio rilevato e ohiazito che non siasi 
ftitto sin qui, quello d'avere lungo le muxa 
della tzìste città, al di dentro, collocati gli 
epicurei, cotesti grandi ereaiaxchi del paga» 
nesimo, e gli eretici dell' evo cristiano. H loro 
spaventoso sepolcro rovento incorona la città 
del male, senza che eglino appartengano né 
alla prima regione che ò finita appiè dello 
mura di quella, nò alla seconda che si parte 
dall' abisso scavato nel centro della città me- 
desima ; e cosi, né alla categoria degl' incon- 
tinenti, terminata, né a quella, non ancor co- 
minciata, de' violenti. CosIfEaUo rimaner ossi 
interamente fuori del sistema penale dantesco 
non può non avere un perché : il quale è 
questo, a mio avviso ; che la natura del loro 
peccato li sottrae alla comunicazione diretta, 
non che con la Grazia, secondo ò di tutti i 
dannati, che più non hanno amico il re del- 
P universo, ma con la Giustizia medesima di 
quel Dio oh' e' disconobbero e negarono, e 
perciò li pone tra le perdute genHj quasi fti6ri 
di schiera». — 108. la eoadldeB ecc. lo 
stato e la qualità delle anime, chiuse dalle 
mura della città di Dite. — 110. ad ogni 
man ecc. a destra e a sinistra della porta 
un grande spazio ecc. — 113. Si come eco. 
Dante paragona il suolo sul quale s' ergevano 
gli avelli degli eretici oon i terreni nelle vi- 
cinanze di Aries e di Fola, ineguali per le 
tombe antiche che vi sorgevano ancora ai 
suoi tempi. — ad Irli: Arles, lat. Arelas, 
città della Provenza ossia dell' antica Gallia 
Narbonese, presso la quale esistono ancora 
sepolture dei tempi romani. I commentatori 
antichi accolsero una tradizione romanzesca, 



tratta certo da qualche poema francese : cIa 
cagione (dice U Buti) perché ad Aili sia- 
no tanti sepolcri, si dice che avendo Carlo 
Magno combattuto quivi con infedeli, ed es- 
sendo morta grande quantità di Oristiani, feoe 
pnego a Dio ohe si potessino conosoere dal- 
l' infedeli, per poterli sotterrare: e fatto lo 
prego, r altra mattina si trovò grande simi- 
litudine d' avelli et a tutti li morti una scritta 
in su la fronte, che dicea lo nome e il so- 
pranome; e cosi conosciuti li seppellirono in 
quelli avelli ». Questi sepolcri arelatensi fa- 
reno notissimi nel medioevo (cfr. Turpino, 
Oronaoa^ cap. 28, e Gervasio di Tilbury, Otia 
imperaUa, cap. 90), e ricordati anche dal- 
l' Uberti, i>itf. iv 21 : cFuiad ArU... Làvidi 
tanti avelli, che a guardarli Un miraool mi 
parve», e dall'Ariosto, Ori, fur, ziiiz 72: 
« Ghé presso ad Arli, ove il Bedano stagna, 
Piena di sepolture è la campagna ». Ciò non 
esclude per altro che Dante possa averli ve- 
duti in uno dei suoi viaggi; cfr. A. Bossi, 
J viaggi danieoehi oUr^Sìpe, Torino, 1893, e V, 
Bossi, BuU. I 106-108. — 113. a Fola: Fola 
ò città marittima sulla punta meridionale del- 
l' Istria, che a oriento ò bagnata dal golfo 
Quamero, naturale confine d' Italia : nelle vi- 
cinanze di Fola, fuori della porta Aurea, era 
la necropoli romana, oon arche di madgmo 
rimasto sul luogo sino al secolo xv; cfr. Bas- 
sermann, p. 461. — 115. 11 loeo varo: il 
suolo vario, disuguale. — 117. II modo T*era 
pid amaro: per la ragioike accennata nella 
seguente terzina. — 119. Meeil: roventi, 
infocati. — 120. ékt ferra eco. che nes- 
suna arto di fabbro o di fonditore richiede , 
ha bisogno che sia cosi rovento il ferro. -« 
121. eraa sospesi: erano sollevati: cfr. Jbtf, 



INPERNO - CANTO IX 



69 



Ed io : € Maestro, quai son quelle genti, 
che seppellite dentro da quell'arche 
126 si £eui sentir con gli sospir dolenti ? » 
Ed egli a me: « Qui son gli eresiarche, 
co'lor seguaci, d'ogni sètta; e molto 
129 più che non credi son le tombe carche: 
simile qui con simile ò, sepolto; 
e i monimenti son più e men caldi ». 
E poi ch'alia man destra si fu volto, 
133 passammo tra i martiri e gli alti spaldL 



x8. — 126. arelie : qui e néH^Inf. x 29 sono 
fti srdli, i sepolcri; ciMcniìo dai quali con;- 
twne il capo di ima sètta eretica insieme coi 
tepucL — 127. ereilarolie : i capi di ogni 
sètta eretica coi loro segnaci, i capi delle 
enee : per i nomi di consimile terminazione 
c£r. Nannncó, Nomi 284-7 e Parodi, Bull. JH 
12L — 128. sètto: equivale ad eresia, come 
■ ba da Tonunaso d'Aquino, Summa, P. II 
>, qo. XX, art 4: •ncai haeresis dicitar ak 
efigendo, ita ateta dicitar a sectando; ... et 
^m haereais et seda idem sant >. — 129. 
pltf ehc ecc. D'Ovidio, p. 280: «on altro 
tnttD dell' ereda è che molti la professano 
oocohamente, onde ciascona ha piti segnaci 
efae non paia >. — IBO. sladle qnl eoa si- 
■Ile ecc. Vuol dire che in ciascun sepolcro 
sente raoeoltì i seguaci di una determinata 
tétta: cfr. Jnf. x 118, n 7. — 131. e 1 mo- 
■bacati ecc. 1' accensione della fiamma in- 



tomo ai sepolcri è pi6 o meno forte secondo 
la gravità dell' eresia. — 132. alla naa de- 
stra ecc. Scart : e Due volte deviano i poeti 
a man destra : la prima quando vanno in- 
contro agli «reiici, e la seconda quando van- 
no incontro alla frode. In quanto alla prima 
volta, si pud forse supporre che Dante abhia 
voluto accennare i primi passi sulla via, il 
coi fine è la miscredenza, non esser per sé 
viziosi e peccaminosi, ma derivare dal natu- 
rale desiderio di sapere. 8i osservi inoltre che 
miscredenxa e frode sono appunto i due vizi, 
le cui armi sono false parote, e che l' andare 
a man destra si prende per segno o simbolo 
di dirittora, lealtà, sincerità, schiettezza. Or 
queste sono appunto le migliori armi, onde 
andare incontro alla miscredenza ed alla frau- 
dolenza >. Cfr. Jnf» XIV 126 e xvn 81. — 138. 
tra I nartlrl ecc. tra le sepolture, luoghi 
dì pena per gli ex^d, e le mura della dttà. 



CANTO X 

Continaando i dne poeti il loro cammino tra le arche degli eretici del 
Mslo cerchio, Dante parla lungamente coi suoi concittadini Farinata degli 
Ubertì e Cavalcante Cavalcanti ; dal primo dei quali si sente confermare il 
tetsro esilio e ascolta qnal sia il grado di conoscenza dei dannati ; poi 
eotnunbi a* incamminano verso il settimo cerchio [9 aprile, circa le due 
antimeridiane]. 

, Ora sen va per an secreto calle 

tra il muro della terra e li martiri 
3 lo mio maestro, ed io dopo le spalle. 
€ virtù somma, che per gli empì giri 



X 1. leereto calle: la viuzza a destra 
deOa porta, tra le mora e le tombe, per la 
quate Dante e Virgilio, cambiando l'abituale 
direzknfte del loro viaggio, si sono messi en- 
trando nella città. A conferma di questa le- 
txmè, contro la var. stretto eaUSy à cita il 
Tizpfisao, £H. VI 443 : « secreti celant cai' 
lei > ; BA in difésa d#Ua w. stessa sì po- 



trebbe ricordare pur V esempio di Virg., En. 
rv 405 : « convectant calle angusto >. — 3. 
lo mio maestro eco. Per l' angustia della 
via i due poeti camminano l' uno dopo l' al- 
tro, come poi faranno sugli argini del settimo 
cerchio (Inf. xrv 140, xv 97, xvi 91) e sulle 
rive delle bolge dell* ottavo (inf. xxm 2). — 
4. empi giri: i cerchi infernali (cfir. Inf, 



70 



DIVINA COMMEDIA 



mi volvi, cominoiai, com*a te piace, 
6 parlami e satisfammi a* miei desirL 
La gente, che per li sepolcri giace, 
potrebbesi veder? già son levati 
9 tutti i coperchi, e nessun guardia face ». 
Ed egli a me: € Tutti saran serrati, 
quando di losafàt qui torneranno 
12 coi corpi, che là su hanno lasciati. 
Suo cimitero da questa parte hanno 
con Epicuro tutti i suoi seguaci, 
15 che l*anima col corpo morta fanno. 
Però alla dimanda che mi faci 
qTiinc* entro satisfatto sarai tosto, 
18 ed al disio ancor che tu mi taci ». 
Ed io : « Buon duca, non tegno nascosto 
a te mio cor, se non per dicei; poco; 
21 e tu m* hai non pur mo a ciò disposto ». 
« O tòsco, che per la città del foco 



xn 2, xxvm 50). — 5. mi toItI : mi oon- 
daoi in TÌ«ggio circolale. — com'a te pU- 
ce : aiprlme quasi la meraTiglia di Dante per 
arere Virgilio preso il cammino yerso deetra. 
— 6. eatlifaHml: la forma latineggiante «o- 
Hafaeere ò preferita da Dante, in tatto il poe- 
ma. — 8. lerati : levati in alto, tollevati ; 
cfr. Inf, a. 121. — 10. Tutu eoe I sepolcri 
8i rinchiaderanno al ritorno degli eretici dalla 
valle di GioeaCat, dopo il giudizio universale: 
cfr. Inf, VI 96. — 13. Suo : nella lingua an- 
tica si usò anche in relazione al soggetto di 
numero plurale ; cfìr. Inf. xzn 144, Purg. xi 
10, 12, XXVI 122 ecc. — cimitero : luogo di 
sepoltura, sepolcro ; poichó in ciascuna delle 
arche sono gli eretici di una data sòtta. — 
14. eoa Epica re ecc. Epicuro, antico filosofo, 
nato nollo vicinanze di Atene nel 342 o morto 
nel 270 a. C, fu il fondatore della scuola 
che da lui ebbe il nome di epicurea : Dante, 
che ne conosceva le dottrine da Cicerone, 
De ofjìc, m 83, U7, Tuscul. v 30 e 31 e Da 
finibus n 25, teneva eh' egli fosse stato il 
primo a considerare la voluttà come sommo 
bene (cfr. Conv. rv 6, 22) e a proclamare che 
r anima ò mortale ; mentre primo autore di 
cotesto dottrine era stato Àristippo di Cirene 
(nato noli' a. 404 a. C). — tatti 1 suol se- 
guaci : i seguaci d' Epicuro, secondo Dante, 
ponevano che l'anima morisse col corpo; 
credenza che nel medioevo fu professata da 
molti, 1 quali dai casi o dalle condizioni par- 
ticolari della vita furono allontanati dall'orto- 
dossia cattolica: tra essi dovettero essere, o 
esser creduti, nel secolo xin molti ghibellini, 
ai quali gravi oolpe appose la Caria romana 



e singolarmente quella di favorire le eresie 
degli Albigeei, dei Valdesi, dei Catari eoo. 
(cfr. F. Toooo, L'trtsia n»l mediotvo, Firen- 
ze, 1884, e DanU é l'trma, Bologna, 1899); 
di modo che furono designati assai volte, 
con strana confusione d'idee e di nomi, co- 
me pai0rini ed «picurii (p. ee. in un' antica 
oronaca, in Hart^, QueUm und tbraekun- 
gm »ur dlUstm Oeaohichte dar Stadt Fìorenx, 
HaUe, 1880, n, p. 225 : « Dissero 1 Ouelfi : 
appellianci parta di chiesa; e 1 Ghibellini 
s'appellarono parte d' imperio; avegna dio che 
% ghibellini fossero publici patarini, per hro fu 
proccUo lo inquisitore della resia > ; in un' al- 
tra, in Tartijii, Rer, ital., II, 866 ò detto che 
nel 1305 gli Spoletini gridavano contro qnoi 
di Foligno : < Moriantur PiUareni gibeUUù / » ) : 
cosi si spiega perché Dante ponga tra i se- 
guaci d'Epicuro Farinata degli Ubertì, Fe- 
derico n, il card. XJbaldini eoo. — 17. ««!■• 
e' eatro : per entro questo luogo ; cfr. Inf. 
XXIX 89, Pwrg. xni 18. — 18. al disfo ecc. n 
desiderio non manifestato da Dante era quello 
di sapere se in quel luogo fossero dei suoi 
concittadini, o più particolarmente, dice il 
Buti, « se T* era messer Farinata e meeser 
Cavalcante, li quali erano vivati in si fatta 
roda». — 20. cor: desiderio, volere; corno 
nella V. N. xm 17, di Beatrice : « non ò co- 
me l' altre donne, che leggeramente si mova 
del suo core >. — 21. non par oso: non so- 
lamente ora; poiché altra volta Virgilio hji 
ammonito Dante di non manifestare tanto 
frequentemente i suoi desideri: cfr. Inf. ni 
76 e segg. — 22. tdseo t toscano ; cosi quasi 
sempre in Dante ; cfr. Ipf xxn 99, xxm 76, 



INFERNO — CANTO X 



71 



vivo ten vai cosi parlando onesto, 
2-k piacciati di ristare in questo loco. 
La tua loquela ti fa manifesto 
di quella nobil patria natio, 
27 alla qual forse io fui troppo molesto ». 
Subitamente questo suono uscio 
d'una dell'arche: però m'accostai, 
30 temendo, un poco più al duca mio. 
Ed ei mi disse: € Volgiti; che fai? 
vedi là Farinata che s'è dritto: 
33' dalla cintola in su tutto il vedrai ». 
l'avea già il mio viso nel suo fitto; 
ed ei s'ergea col petto e con la fronte, 



91, zxnn 106, zzxn 66, A^y. xi 68, xit 
103, XTX Idi, Far. xxn 117. — 28. ^rludo 
Mirto : paxlatwìo onestamente, con la mode- 
stia e riTBcenxa dimostrata nel discorrere a 
Vasaio. — 2A. riiUre: ofr. ^f, n 121. — 
35. La tmm loqvela: anche altre anime rico- 
•oacoBo 1» patria di Danto dal modo dol suo 
padaze, come Ugolino della Oherardesca, Jhf, 
xxxm 11: Tolendo sottilizzare si potrebbero 
Btrtare come proprie del dialetto fiorentino nel 
diaoozao di Dante le forme ttgnOt dieen, non 
pm no; sia loquela accenna più tosto alle 
qualità della pronunzia, alla preferenza spe- 
ciale. — 26. BebU patria: Firenze, detta nel 
Cbnv. I 8 « bellissima e famosissima figlia di 
Bob» ». ~ 27. alla «vai forse ecc. De San- 
etia, Innovi saggi, p. 37 : < Sono le 6f\imatare 
• le delicatezze diell' anima, cbe balzan faorì 
ra modo spontrneo e irrifiesso, evocato da 
httii inaspettati e cosi ingegnosamento inren- 
ta&. L' ixapTOTviso è espresso fino in quel 
SBtito orompeFe delle parole, prima ancor che 
loi sappiamo onde Tengano e da chi. Se Fa- 
nuta dicaflae: Io fui molesto alla mia patria, 
•Ksbbe un giodizio gìA fstto e vagliato e de-* 
taoiinato. Ma questo concetto gli si presenta 
m la piìm* Tolta innanzi, còlto all' improT- 
▼ào da una di quelle gagliarde impressioni 
eie mettono Inanima a nudo, e sotto la pres- 
none di dolci sentimenti gli esce dalla bocca 
^ eonfeanone in quella forma provrisoria 
dì «n giudizio nuoTo e improvriso che non si 
è avuto il tempo di esaminare >. — 28. Sn- 
MtaaeaM : improTTisamente; cosf nella V. N. 
m 45, XX 29, Tra 44, Purg. i 136, u 128, 
min 88, Par. x 88, zx 5 ecc. — 29. una 
ddTarehex Danto non dice proprio che fosse 
qaeQa atasaa dor'erano « con Epicuro tutti l 
noi iwgu^ » ; ma che non si tratti d'altra 
sica intendono tutti i commentatori, parlando 
£ Farinata come di un epicureo. — 83. Fa< 
riaata: Manente detto Farinate, figlio di 
Impo da^ liberti, nacque in FiroQze sui 



primi dol sec. xui e crebbe in mezzo alla par- 
tizione della cittadinanza in guelfi e ghibel- 
lini aTTenute nel 1315: capo sino dal 1239 
della sua famiglia, la principale tra quelle che 
in Firenze tennero parte ghibellina, ebbe mano 
nella cacciate dei guelfi del 1248, e, ritornati 
questi nel 1261 e fattosi più vivo il contra- 
star delle fazioni, fu ne] 1268 costretto ad 
esulare con tutti i suoi e con più altre ca- 
sato ghibelline. Ripararono a Siena, dove Fa- 
rinate, ormai riconosciuto come il più auto- 
revole tra i capi della parto, preparò la ri- 
scossa doi fuorusciti fiorentini, partecipando 
alla battaglia di Monteperti del 4 settembre 
1260: vinti i guelfi. Farinate si oppose alla 
distruzione della patria, proposte e discussa 
dai capi ghibellini nell'adunanza di Empoli, e 
ritornò coi suoi in Firenze, dove mori nell'a- 
prile 1264. Cfr. le biografie di lui scritte da 
F. Villani {Vite d'uomini illustri fior,^ Firen- 
ze, 1826) e da S. Razzi (Vite di cinque huo- 
mini ii/., Fir., 1602), l'anonimo Elogio di 
Farinata nella Serie di ritratti d'uomini il- 
lustri toscani Fir., 1766, voi. I, e R. Renier, 
Liriche di Faxio degli Ub., Firenze, 1883. — 
33. dalla cintola ecc. De Sanctis, p. 34 : 
« L* inattesa comparsa di Farinate sulla scena 
è apparecchiate in modo, eh' egli è già grande 
nella nostra imaginazione , e non l' abbiamo 
ancora né veduto nò udito. Farinate ò già 
grande per l' importenza che g^ ha date il 
poete e per l'alto posto che occupa nel suo 
pensiero. E noi non lo vediamo ancora e giii 
ce lo figuriamo colossale dalle parole di Vir- 
gilio». — 34. viso; cft". Inf, iv 11. — 86. 
ed el s'ergea ecc. De Sanctis, p. 35 : « Fa- 
rinate ste con mezza la persona nascoste nel- 
l'arca; rimane solo di ftiori il petto e la Tronto; 
e nondimeno ogli ci apparisce comò torrog- 
gianto sugli oggetti circostonti... Quell'orgorsl 
ti dii il concetto di una grandezza tanto più 
evìdento quanto meno misurabile; è 1* ergersi, 
r innalzarsi dell'anima di Farinate sof ra tuUq 



72 



DIVINA COMMEDIA 



86 come avesse Io inferno in gran dispitto. 
E Panimose man del duoa e pronte 
mi pinser tra le sepolture a lai, 
89 dicendo: cLe parole tne sien conte». 
Com*io al pie della sua tomba fui, 
guardommi un poco, e poi quasi sdegnoso 
42 mi dimandò: € Chi fdr li maggior tui? » 
Io, ch'era d'ubbidir desideroso, 
non gliel celai, ma tutto gliel'apersi; 
45 ond'ei levò le ciglia un poco in soso, 
poi disse: € Fieramente f^ro avversi 
a me ed a' miei primi ed a mia parte, 
48 si che per due fiate gli dispersi ». 

€ S' ei fùr cacciati, ei tornar d'ogni parte, 
lispos'io lui, l'una e l'altra fiata; 
61 ma i vostri non appreser ben quell'arte ». 
Allor surse alla vista scoperchiata 



r inferno. Cosi con un colpo solo di scalpello 
Dante ha abbozzata la statoa dell'eroe, e ti 
ha gittata nell'anima V impressione di una 
forza e di nna grandezza quasi infinita «. —36. 
dlspltu: dispetto, disprezzo; cosi il Petrarca, 
son. T.rrn S: e Per isfogare il suo acerbo 
despitto >: ott. Parodi, BuU, m 96. — 89. le 
parele tee ecc.; Buti: < paria apertamen- 
te e ordinatamente >, cioè con quella fhui- 
cheoa e compostezza che bisognano a parlare 
con gli aTTersari; cosi che il eonie qui sv 
rebbe da eon^ta$, H Parodi, BuU. m 150, 
i^poggiandosi ad esempi del Barberino, spie- 
gherebbe adattaUt eonvenimU: altri, meno 
bwie, intendono eontaUf quasi Virgilio ammo- 
nisse Dante a parlare brevemente; e altri 
infine, eogniUf come se l'ammonimento fosse 
di parlare senza oscurità. — 42. nagglors 
maggiori, antenati; cosi anche nel Purg. zi 
62 e Bw. zvi 48. — 44. UiUo gUePapersit 
non solamente dissi il nome dei miei antenati, 
ma anche come essi tenessero sempre parte 
guelfa: di che per altro le storie fiorentine 
non danno indizi, se non nel fatto ohe Bru- 
netto Alighieri, zio di Dante, fb dei combat- 
tenti a Montaperti (cft. Fraticelli, Storia della 
vita di Dania, Fir., 1861, p. 16). — 46. levò 
le ciglia ecc. oome per ricordarsi di qualche 
cosa. — Ih soso; in su; pi6 fluente ò la 
forma in wso, della quale cfir. Inf. xn 131. 
— 46. firo aTTSrsi eoo. Farinata, avendo 
innanzi uno di famìglia guelfa, corre col pen- 
siero a tutta la parte avversaria e ricorda 
d'averne procurata per due volte la cacciata 
dalla patria; l'una nel febbraio 1248 con l'a- 
iuto di Federigo n (ofr. O. Villani, Or, vi 
88), l'altra nel settembre 1260, dopo la bat- 
tuglia di Montaperti (cfr. Q, Vili, Cr, vi 78- 



81). — 47. miei prlnltmisiaLtenalL — 4». 
d'ogni ^rte: da tutti i luoghi, spedalmenta 
di Toscana, dove s'erano rifugiati gli esuli 
guelfi. — 60. Pana e l'altra fiata: dopo U 
prima cacciata, i guelfi faomsoiti litomazono 
in Firenze nel gennaio 1261, richiamati dal 
popolo levatosi contro i ghibellini (cfir. Q-. 
Vili., Or, VX 42); dopo la seconda cacciata, 
ritornarono sulla fine del 1266, doè dopo la 
rovina del ghibellinismo segnata dalla batta- 
glia di Benevento (cfir. 0. VllL, Or, vn 14). 
— 61. 1 vostri ecc. 1 ghibellini e specialmente 
gli TTberti non appresero bene l'arte di ritor- 
nare in patria, poiché dopo la cacciata del 
1266 e l'abbandono che tutta la parte feoe 
della patria nella pasqua del 1267 {otr, G. 
Vili., Or, vn 16) non rimisero pi4 piede in 
Firenze; e nella generale padficaiioiie tra 
guelfi e ghibellini conclusa nel 1280 non tit" 
reno comprese circa sessanta Duniglie, prin- 
cipalissuna fra queste quella dei discendenti 
di Farinata (cfir. G. YUL, O. vn 66; Com- 
pagni, Or, 1 8; P. Pieri, O. p. 4S). ^ 62. 
Allor eco. A interrompere il dialogo txm Fa- 
rinata e Dante sorge alla bocca dell'avello 
l'ombra di Cavalcante Cavalcanti; del quale 
dice il Boco. che fu « leggiadro e ricco cava- 
liere, e segui l'opinione d'Epicuro, in non 
credere che l'anima dopo la morte del corpo 
vivesse, e che il nostro sommo bene fòsse 
ne' diletti carnali », e il Buti aggiunge che 
« fu della setta di messer Farinata in eresia, 
e però lo mette seco in un sepolcro » : Caval- 
cante era guelfo; fa podestà di Gubbio nel 
1257 e dopo Montaperti 1 ghibellini dettero 
il guasto alle sue case ; — vista seepereMa. 
ta: apertura senza coperchio; chó pista qui, 
oome in Purg, x 67, vale apertura, per la 



INPERNO - CANTO X 



73 



un'ombra lungo questa infino al mento; 
54 credo che s'era in ginocchion levata. 
D'intorno mi guardò, come talento 
avesse di veder s'altri era meco; 
57 ma poi che il suspicar fu tutto spento, 
piangendo disse : < Se per questo cieco 
carcere vai per altezza d'ingegno, 
60 mio figlio ov'è? e perché non ò teco? » 
Ed io a lui: € Da me stesso non vegno ; 



qoito ti pod Tedere. — 68. luift f iMto eoo., 
■ooMkto a qiialla di Fuìiiata, f aoendoei Tedeie 
ano al BMotD : kmgo tigiiiflc» «ppiMOO, ao- 
cuto; è anche nella F. N. xn 11, zzm 64, 
zzziT 6, la/', zxx 98, Bar. xxzn 180. — 65. 
riaUno Mi ffsard^ eoo. H primo atto di 
Omlcante risponde al desiderio del suo cuore 
4i Tedaxe in compagnia di Danto il figlio 
Guido. — 67. snspicars sospettale, dubitare, 
dr. Pmy, xn 129: il yb. dipinge aisai bene 
r iaeertesza ohe si mesoolaTa al desiderio di 
GsTaloante. — 68. Se per « nesto eoo. 8e ti 
i stato ooncesao di visitare l' inferno, in pre- 
mio del tuo nobile intelletto, perché non ò 
teoo mio figlio, che per altezsa d' ingegno non 
è ponto da meno di to? — 60. mio figlio t 
Godo Caralcanti naoqoe circa a mezzo il se- 
cdo xm, probabilmento dopo Q 1251; allor- 
ché nel 1ÌS7 a garanzia di pace ai strinsero 
tanti parentadi tra Cuniglie d'opposita fkrione, 
te dal padre fidanzato a Beatrice degli Uberti, 
figlia di Farinata, e oondnsoai il matrimonio 
s'ebbe parecchi flglinoIL Partecipò, come 
gseifo ^e era, s^^ aiEari del Gemane, e nel 
1280 fb tra i malleTadori per roesenranza dei 
patti ginzati al cardinale Latino e nel 1284 
collega a Bnmetto Latini e a Dino Compagni 
Bei consigli della città. Nella divisione del 
laoo aegoi parto bianca, ed ebbe gran parto 
Mlle lotto faziose e ai oppose più volto a 
Oocso Donati: confinato nel giogno 1900 a 
Sm^f^myttL^ se ritornò ammalato e mori in pa- 
tria nell'agosto. E fu grande dannaggio^ dicono 
i cronisti, poiché per altezza d' ingegno pochi 
lo pareggiavano in patria, ed era ecrteae è 
ordito e «evfMdioto ii» mo^ eoee, ma anche 
idegrwm e mlilaHo » intento aUo studio ; delle 
qaali soe virtfi e condirioni dovette esser 
grande il grido in Firmze, se la tradizione ne 
aopravisse tra T imperversare delle fazioni 
mm> al Booc (Dee. vi 9) e al Sacchetti (nov. 
xxvm), che ne fecer novelle. Fa caltore della 
poesia volgare, e lasciò ona canzone soUa 
aatnra d'amore assai lodata come opera dot- 
trinale, • sonetti e ballate amatorie di sgol- 
ata eleganza: ctr. P. Ercole, O. Ckivale. é le 
mm foméj Livorno, 1885. — 61. Da me stes- 
se eoe. Molto difficile ò V intorpretazione di 
qisste risposta di Dante. Dei commentatori 



antichi, i più tannerò che Chiido in generale 
avesse dispresBO per i poeti (Lana, Ott, Bati), 
aggiongendo alcnni che dò fa peroh' egli era 
tatto dato agli stodl filosofici (Booc, Benv., 
An. fior., Land., ecc.): dai moderni, alcnni 
dettero di cotesto disdegno una ragione d'in- 
dole politica, dicendo che il Cavalcanti guelfo 
non poteva ammirare Virgilio, poeto dell'idea 
imperiale; altri, nna ragione letteraria, aiferw 
mando ohe il Omdcanti fosse dispreoatore 
della Ungaa latina (dtano U passo della r. a: 
XXX 16: e simile intenzione so ch'ebbe questo 
mio primo amico, a col io dò scrivo, dò è 
eh' io li scrivessi solamento in volgare >). Fi- 
nalmento F. D' Ovidio, Saggi eritiei, Napoli, 
1879, pp. 812-829, movendo dal tetto atte- 
stato da parecchi scrittori antichi che Onido 
fosse irrelìgioeo (Booc, Deo, vx 9 : < alquanto 
tenea dell'opinione degli epioaii, si diceva tra 
la gento volare ohe qnesto sae specnlarioni 
eran solo in cercare se trovar d potesse che 
Iddio non fosse >, e Benv. : < enorem qnem 
pater habebat ex Ignorantia, ipso oonabator 
defendere per sdentiam »), cercò di provaie 
che Danto rispondendo al vecchio Cavalcanti 
intendesse dire, il figlio di lai non aver forse 
avuta cosi dcura credenza in Dio da inchi- 
narsi a Virgilio, ohe simboleggia la ragione 
illuminata dalla fede: ma poi d ò ricreduto e 
negli StudU mUia din, Oomn,^ pp. 160-201, 
temperando la vecchia con la nuova interpre- 
tazione, condude che il disdegno del Caval- 
canti < non può riguardare dhe l' Eneide^ e 
se l'epicureismo di Guido o' entra per qual- 
cosa, sarà come antited alla religiodtà dd- 
VEntidey alle sue deeoririoni della vita futura, 
a quello insomma ohe pd mistico Dante fa 
una delle prlndpali attrattive e ispirazioni > ; 
e a questa condudone il D'Ovidio giunse at- 
traverso condderarioni di molto valore, tra 
le quali è notevole questa, p. 167: « Spinto 
da un pietoso sentimento di vera generosità 
verso ramìco e di drammatica condiscendenza 
verso il padre di lui, che, come i padri so- 
gliono, non ammetteva neanche la posdbilità 
che l'altezza dell' ingegno di suo figlio non 
fosse pari a quella del suo compagno, e com- 
mosso di riconoscenza vivissima per quel- 
r Enmd» che aveva sprigionato le energie 



74 



DIVINA COMMEDIA 



colui, che attende là, per qui mi mena, 
63 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno >. 
Le sue parole e il modo della pena 
m'avevan di costui già letto il nome; 
66 però fu la risposta cosi piena. 
Di subito drizzato gridò : € Come 
dicesti? Egli ebbe!? non viv'egli ancora? 
69 non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? » 
Quando s'accorse d'alcuna dimora 
ch'io faceva dinanzi alla risposta, 
72 supin ricadde, e più non parve fuora. 
Ma quell'altro magnanimo, a cui posta 
restato m'era, non mutò aspetto, 
75 né mosse collo, né piegò sua costa. 
€ E se, continuando al primo detto, 
egli han quell'arte, disse, male appresa, 
78 ciò mi tormenta più che questo letto. 
Ma non cinquanta volte fia raccesa 



latenti del lao spirito, [Dante] trasooneva 
nella nobile eengeiazione di attribuire a dò 
che era stato stnunento all'edacadone del 
sno ingegno anche old che era merito del- 
l' ingegno stesso >. A questa opinione sembra 
accedere ora anche il Del Lungo, Leetura, 
p. 24. Altri hanno inteso che l'oggetto del 
disdegno di Qoido non fosse Virgilio, ma Bea- 
trice, come persona o come simbolo; spiegan- 
do : Virgilio mi guida a colei che vostro figlio 
eoo. Ma molto si è disputato su questo passo, 
senza conclusione certa: si veda Del Lungo, 
DanUf n, pp. 8-61. — 63. dlsdegao: il vo- 
cabolo non disconviene alla ritrosia o indiffe- 
renza di Guido per VEneid» ; tanto pi6 che 
nei poeti antichi diadeffno significa il non voler 
amare, si cho < ben poteva Dante usar quel 
vocabolo semplicemente per indicare che altri 
non sentisse per Virgilio il grandt amon che 
sentiva lui > (D* Ovidio, p. 179). — 64. Le 
sne parole eco. Le parole, con le quali avea 
chiesto di suo figlio (w. 68-60): eh. Jnf. v 
37. _ 65. letto: manifestato ;cfr.i\ify.xzvi 
85. — 66. pleaa : sicura, compiuta, come s'e- 
gli m'avesse detto il nome di Guido. — 67. 
DI sabito drliiato gridò: questo secondo 
movimento di Cavalcanto, che si leva in piedi 
grida dolorosamente, risponde al nuovo stato 
dell'animo suo, al disinganno cagionato dalle 
parole di Dante. — Come dicesti ecc. Ca- 
valcante non afferra, del discorso di Dante, 
altro che le parole ciie gli sembrano signifi- 
care che Guido non sia più tra i vivi, e con 
impeto incalzante gli chiede a più riprese se 
il figlio suo viva ancora; e poiché crede e 
non crede, rompo il suo discorso in angosciose 



domande. — 69. bob Aere ecc. il dolco lume 
del solo non percuoto più, non risplende più 
ai suoi oochi? — lome: lume; forma che di- 
cono dovuta all' influenza dei dialetti setten- 
trionali, ma è anche in altri poeti toscani, 
per OS. nel Cavalcanti, canz. 1 17, son. xxxrv 
(vedasi Parodi, BuU, m 96). — 70. Qvando 
eoo. De Sanctis, p. 45: e A ciascuna do- 
manda del padre, Dante rimane in silenzio o 
come assorto: diresti che un altro pensiero 
gli si attraversi pel capo. Pensava: poi cho i 
dannati conoscono l'avvenire, o come igno- 
rano il presento? come Cavalcante ignora che 
Guido è ancor vivo? Ma il silenzio di Dante 
avea per Cavalcante un terrìbile significato. 
Quel silenzio voleva dire : tuo figlio è morto ! > . 
— dimora: indugio. — 72. sapla ricadde 
eco. ricadde all' indietro, nel fondo dell'avello, 
vinto dal supremo dolore. — 73. Ma quel* 
1* altro magnanimo eoo. Farinata rimano 
immobile a questa scena dolorosa, porche, 
come dice bene il Do Sanctis, p. 46., « egli 
non vede e non ode, perché lo parole di Ca- 
valcante giungono al suo orecchio senza an- 
dare sino all'anima, perch6 la sua anima è 
tutta in un pensiero unico, rimaselo infisso 
come uno strale, VarU male appnaa^ o tutto 
quello che avviene ftiori di sé, ò come non 
avvenuto per lei >. — a evi posta: a richie- 
sta del quale: cfir. v. 24. — 76. E le eoe. 
Farinata, riprendendo il dialogo con Dante 
interrotto dall'apparir di Cavalcante, disse in 
risposta alle ultime parole del poeta eoo. : ott, 
V. 51. — 77. s'egli haa eco. il fatto che 1 
ghibellini non abbiano saputo tornare in pa- 
tria ecc. — 79. Ma von tlnqnaatA eoo. La 



INPERNO - CANTO X 



75 



la faccia della donna che qui regge, 
81 che tu saprai quanto quell'arte pesa. 
E se tu mai nel dolce mondo regge, 
dimmi, perché quel popolo ò si empio 
84 incontro a' miei in ciascuna sua legge ? » 
Ond'io a lui: € Lo strazio e il grande scempio, 
che fece l'Arbia colorata in rosso, 
87 tale orazion fa far nel nostro tempio ». 
Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso, 
€ A ciò non fui io sol, disse, né certo 
90 senza cagion sarei con gli altri mosso: 
ma fii'io sol colà, dove sofferto 



éoona che regge neir inferno d Proserpina, 
Bogfie di Fiutone, identifloata poeticamente 
OQn la lun», la fiwda della quale si lacoende, 
eiod si presenta tatta illnmìnata, nna volta 
ogni mese. Oosi la terzina significa: Non pas- 
samano cinquanta mesi (quattro anni e due 
sed, daU'a^e 1800, al giugno 1804) e anche 
tu pio T ere i quanto grave e difficile arte sia 
agli esuli quella del tornare in patria: infatti 
DaatB, esiliato nel 1802, prese parte ai ten- 
datàri della parte bianca di rientrare in Fi- 
renze con la forza; falliti i quali abbandonò 
la esosa dei suoi compagni di parte, poco 
prima deU' impresa della Lastra, nell'estate 
del 1304 (cfr. Fttr, zvn 65). — 82. se ti ecc. 
oasi tu possa ritornare ecc.; poiché il m ha 
qui come in molti altri luog^ del poema, il 
ralore deprecativo del aie latino. — regge : 
a Blanc crede che sia un' « antica forma del 
eimg, di ndin > ; meglio ò considerarla come 
2* pers. cong. pres. di rieduv: ctt. però Pa- 
rodi, BuU. m 180. ~ 83. «sei popolo ecc.: 
il popolo fiorentino guelfo, nimicissimo dogli 
Ubati capi di parte ghibellina, era tanto in- 
d^nato contro quella famiglia che essa fu 
eccettuata dalla pace Mta nel 1280 tre le fa- 
zioal; attesta il Booc che < mai della fami- 
glia Ubarti alcuna cosa si voleva udire, se 
ma in disfiuiniento e distruzione di loro > e 
B^EV. sggiunge che « quando flt aliqua re- 
fbrmatio florentiae de ezulibus rebanniendis 
exeiudnntor liberti >. — 85. Lo strazio ecc. 
Afìnenna alla battaglia combattuta a Monta- 
perti sul fiume Afbia il 4 settembre 1260, tre 
i senesi e i ghibellini fuorusciti da una parte 
e i fiorentini guelfi dall'altre; battaglia che 
fu per i fiorentini una rovinosa sconfitta, 
aeUa quale ebbe una gran parte Farinata con 
gli altd Uberti : cfir. B. Aquarone, Dante in 
Siena^ Siena, 1865, pp. 9-27, e 0. PaoU, La 
baOc^tia di MontapvrU, Siena, 1870. ~ 87. 
tale eraslon eoo. Si pud intendere in due 
modi, secondo che alle parole oraxione e tom- 
fio si attrìbuiace significato proprio o figurato: 
Bst pifflo esso Tonebbe dire: « tali fa essere 



i nostri sentimenti, e a questi ispire le pre- 
ghiere che a Dio nelle chiese nostre innal- 
ziamo > ; nel secondo invece : « tali decreti 
fa prendere nei consigli del popolo fiorentino, 
che si tengono nelle chiese ». Cfr. Del Lungo, 
I 518-20. — 88. Poi ch'ebbe ecc. De Sanctis, 
p. 48: «Quando Farinata ha detto: Io per 
dm fiate gh diapereif quel motto d par su- 
blime, perché ci mostre un grand'uomo, che 
quasi con un solo sguardo mette in foga gli 
awersarii. Ma quando Dante gli gitta sul 
viso il sangue dtti^o e gli mostre VArbia 
eolorala in roeeot il fiero nomo sospira, egli 
che aveva dotto testò iOt e non soffre ore di 
regger sulle spalle egli solo il peso di quel 
rimprovero, e va cercando compagni; ma ri- 
leva tosto il capo trovando nella sua vita la 
più bella delle sue azioni, di cui la gloria è 
tutta sua, di lui solo: la scena si rischiara e 
si abbella; al cruento vincitore di Arbia suc- 
cede il salvatore di Firenze, ultima imagine 
ohe ò la purificazione e la trasfigurazione del 
partigiano ». — 88. A dò ecc. Nota il Del 
Lungo, Dantey U 436 l'uso della tnn eeaere 
a ùiòf per riflesso della latina esse ad prediota, 
usata spessissimo nei documenti fiorentini 
« parlandosi di convegni, imprese, e piti spo- 
dalmente spedizioni, assalti, difese, invasioni, 
tumulti, ed altri atti di violenza o di resi- 
stenza». •— 91. ma fu' lo sol eco. Dopo la 
vittoria di Montaperti i ghibellini toscani ra- 
dunati in Empoli trottavano di toglier via la 
cagione dei loro timori, distruggendo Firenze; 
del qual partito ftirono propugnatori ardenti 
Provenzano Salvani {ett, Purg, zi 122) e i 
pisani: ma Farinata degli Uberti s'oppose vi- 
gorosamente e ottenne che alla sua patria 
fosse risparmiata tanta sciagure ; ofr. G. Vili., 
O. VI 81, il quale onestamente osserva che 
« il detto popolo di Firenze ne fu ingrato, 
male conoscente contro il detto Farinata e sua 
progenie e lignaggio.... Ma per la soonoscon- 
za dello ingreto popolo, nondimeno ò da com- 
mendare, e da fare notabile memoria dol vir- 
tudioso e buono dttadino, che foce a guisa 



76 DIVINA COMMEDIA 



fa per ciascun di toglier via Fiorenza. 
93 colui che la difesi a viso aperto >. 
€ Dell, se riposi mai vostra semenza, 
prega' io lui, solvetemi quel nodo, 
96 che qyd ha inviluppata mia sentenza. 
£' par che voi veggiate, se ben odo, 
dinanzi quel che il tempo seco adduce, 
99 e nel presente tenete altro modo >. 

€ Noi veggiam, come quei e* ha mala luce, 
le cose, disse, che ne son lontano; 
102 cotanto ancor ne splende il sommo duce: 
quando s'appressano, o son, tutto è vano 
nostro intelletto; e s'altri noi ci apporta, 
105 nulla sapem di vostro stato umano. 
Però comprender puoi che tutta morta 
fia nostra conoscenza da quel punto 
108 che del futuro fia chiusa la porta >. 
Allor, come di mia colpa compunto, 
dissi : « Or direte dunque a quel caduto 
111 che il suo nato è co' vivi ancor congiunto. 
E s'io fui dianzi alla risposta muto, 
fate i saper che il fei, perché pensava 
114 già nell'error che m'avete soluto >. 
E già il maestro mio mi richiamava; 
per ch'io pregai lo spirto più avaccio 
117 che mi dicesse chi con lui si stava. 

del buono antico Gammillo di Boma », — 92. tuUa preadenxa dM'awmin dei datmaU nd 

toglier wx. Del Lungo, DanU, II 66: « Spa- e. VI 6 X dM*hif,, Bassano, 187i; Poletto, 

renterole commento al Terso dantesco, e alla Dix, I 247; L. Arezio, SuUa teoria daminoli 

nanasione de' cronisti, ò l'elenco delle case, deUa preaeianxOy Palenno, 1896 ; BulL IV 45 

delle toni, dei palagi, distratti o sconciati e VI 76). — Tegglaai, come «■•! eco. oo- 

dai Ghibellini nella città e nel contado, fira nosdamo il ftitoro e non il preeente, come 

il i di settembre del 1260 e T 11 di novem- l'aomo che ha cattiva vista vede le cose lon- 

bre del 1266 >. — 94. se: cfir. sopra al r. 82. tane e non le vicine. — 102. eetaato eoe 

— iemeisat qui vale propriamente i discen- Bnti: « Idio cotanto di splendore dà a noi 
denti; come in Par, ix S. — 96. nodo: dab- dannati, che noi sappiamo le cose fatare per 
bio, difficoltà ohe tiene la mente noli' incer- le loro cagioni >. — 104. s'altri noi et mp- 
tozza e neU' ignoranza del vero: cfr. Purg, port» eoo. se altre anime, venendo dal mondo, 
IX 126, XXIV 55, Par, vn 63, xxvm 68. — non ce ne recano nov^e, nulla sappiamo 
97. reggiate... dlaaizl ^lel ecc. : prevediate della presente vostra condizione. — * 106. iatta 
ciò che accadrà nel ftatoro. — se ben odo : morta eco. sarà del tatto estinta la nostra 
se bene ho inteso il valore profético delle tao conosoenxa, dopo il giudizio universale, poi- 
parole; cfr. w. 79-81. — 99. e nel freseute chó allora non sarà più il fatare ma l'eterno, 
eoe. non conoscete la condizione dei fatti pre- •— 109. di «la eolpa: quella d'avere cagio- 
senti; poiché Cavalcante ha mostrato di non nato un dolore a Cavalcante, indugiando a 
sapere che suo figlio Guido sia ancor vivo, rispondergli. — 110. «nel eadnto: cfr. v. 72. 

— 100. Nel: secondo la maggior parte dei — 111. il sao nato eoo. suo figlio Guido ò 
commentatori Farinata intende parlare di tutti ancora tra i vtvi. — 112. E i* le fki eoo. 
1 dannati; secondo alcuni invece parlerebbe cfr. v. 70. — 113. It a lui; cfr. Inf. u 17. 
di soli quelli del sesto oerohio (cfr. N. Tom- — 116. pid avaedo eoe. che mi dicesse, nel 
manon, LttUra tuU* igtwnmxa del preomtU • modo pi4 q^iccio, ohi fosaeio i fooi coni* 



INPERNO - CANTO X 



77 



Dissemi: € Qui con più di mille giaccio: 
qua dentro ò lo secondo Federico, 
120 e il cardinale, e degli altri mi taccio >. 
Indi s'ascose; ed io in vèr l'antico 
poeta volsi i passi, ripensando' 
123 a quel parlar che mi parca nemico. 
Egli si mosse; e poi cosi andando, 
mi disse: € Perché sei tu si smarrito? » 
126 ed io li satisfeci al suo dimando. 
€ La mente tua conservi quel ch'udito 
hai centra te, mi comandò quel saggio, 
129 ed ora attendi qui »; e drizzò il dito. 
€ Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
di quella, il cui bell'occhio tutto vede, 
132 da lei saprai di tua vita il viaggio ». 
Appresso volse a man sinistra il piede: 
lasciammo il muro, e gimmo in vèr lo mezzo 



pagni; cCr. Inf. xiiiii 106. — 119. lo Mcoido 
Fèétorlco : Federico n, imperatole e le di Na- 
poli, n. nel ll^iem. nel 1260: Dante gli dà lo- 
ie attrove di nomo degno d'onore (W* zm 76), 

• di principe umano e di nobili gpiriti(I>« vulg, 
tkq. I 12) e lo ricorda oome bnon logico e 
dotto {Cam. IT 10), por gindioandolo eretioo. 
Bear, waire di Federico: < Mt vere epicn- 
rana; qnoniam intendena potentiae et imperio 
per £m et nefu inaonexit ingrate centra 
■atrem eocleeiam, qnae ipsnm pupillnm edn- 
earent et exaltayerat ad imperiom ; et ipsam 
iTr>ftfliftin Tarila bellia afBixit per apatÌTim 
triginta annomm et ultra; paoem torpem 
fBdt com Soldano, qnnm poaset totam Ter- 
nm aanctam recaperare: mnltoa praelatos, 
c^toe renientee ad conoiliam per mare, inho- 
BMte tractarit et in caioeribna maoeravit : 
flfyy^s ^«oa indnxit in Italiam : beneficia ecole- 
nantm oontolit, et bona eamm naorpayit». 
Salimbene, Oron, p. 168: e Erat enim epicur 
reo, et ideo qnidqoid poterai invenire in 
diTina acriptnia per se et per sapientes snoa 
qaod liaoeret ad oetendendnm qnod non easet 
alia rita post mortem, totam inTeniebat > ; 
e fl troratore Ugo di Sain Ciro aorisae di Fe- 
darioo n : e Nò vita dopo morte né paradiso 
non crede, e dice che l'uomo è niente da poi 
che perde il respiro ». — 120. Il eardinale : 
Ottaviano degli Ubaldini, della famiglia ghi- 
bellina che signoregipd hingamente il Mugello 

• la Romagna toscana (cflr. Purg. xnr 106) ; 
fti TsecoTO di Bologna dal 1240 al 1344, ta 
eletto cardinale nel 1245, e mori nel 1272 : 
■ebbene combattesse più anni per il papa 
eoatro Federico n, egli fa d'animo più tosto 
ShibeQino; e gii antichi commentatori gli at- 
tabcdaoono un motto: « Se anima i, per li 



GhibelUni io 1' ho perduta », per il qaale 
Dante lo allogd fra gì' increduli: cfir. Q, B. 
Ubaldini, Atoria detta casa degU Zrbaldini è 
dnf fatti d'alouni di qusUa fam., Firenxe, 1588, 
e O. Levi, Registri dei card, U. d' Ostia e 
OUMf, dagli Ubaldini, Boma, 1890. — degli 
altri eoe Del Lungo, Lectura, p. 89 : « Con 
quell'altri yoUe certamente il poeta che Fari- 
nata indicasse tutta quella povera gente che 
nei misteri dei conciliaboli paterìni, nelle 
cerimonie della cosi detta coneolaxione ... tra- 
viava i sentimenti religiosi, in codesta età 
riboccanti. Di questi eonaoloH e eoneolatef Fi- 
renze e altre città della Toscana ne ebbero in 
gran numero; e i loro oscuri nomi, taciuti 
dal Farinata dantesco, rimangono nei docu- 
menti > : rimangono nei processi fierissimi on- 
de fi perseguitata con la loro persona anche 
la loro memoria; e tra i condannati, in uno 
del 1288, Farinata è segnato, sebben morto, 
insieme con i figli e la moglie : cf^. F. Tocco, 
DarUe § Veretia, p. 7. — 123. • «ael parlar 
eco. cioè alla proferia di Farinata; ofr. vr. 
79-81. — 126. gli aatiiflMi eoo. dicendogU 
eh' io era tutto smarrito, per l'annunrio dei 
ftiturì mali contenuto nelle parole di Farinata. 
— 127. La mente taa eoe. Non dimenticare 
ciò che dei tuoi mali ftituri ti è stato pre- 
detto; ma per ora poni mente alle cose pre- 
senti. — 129. attendi ecc. fa attenrione a 
ciò che sono per dirti. — • drlasò 11 dito: 
Buti: «per maggior demostrazione d'alcuna 
spedai verità ». — 181. di «nella ecc. di 
Beatrice; la quale guiderà Dante di cielo in 
cielo, e nella stella di Marte lo esorterà a 
chiedere al suo antenato Cacciaguida quale 
sia per essere il corso della sua vita futura 
(cfr. Par, xvu 7-30). — 134. laacUauno ecc. : 



78 DIVINA COMMEDU 



per un sentier eh' ad una valle fiede, 
136 che in fin là su ÙLce& splacer suo lezzo. 

lasciando la Tia tra le mora della città di niut yalle. — 186. eke Ih te là ■■ eoe U 

Dite e le aiohe infooate, Dante e Virgilio qnal valle, cioè il settimo oerohio, mandava 

8' inoltrano vono il mezxo del acato cerchio, tino al cerchio sesto il sao pozzo splaoento ; 

camminando per un sentiero, che riesce ad ott, Inf, xi 4-6, 10-12. 



CANTO XI 

Prima di oscire dal sesto cerchio per discendere nel settimo, Virgilio 
espone a Dante la distribozione dei dannati nelle singole parti degli nltimi 
tre cerchi, gli spiega per quali ragioni quelli che peccarono solamente d* in- 
continenza siamo nei cerchi superiori fìiori della città di Dite, e gli dimostra 
come P usura sia una violenza contro Dio [0 aprile, ore tre antimeridiane]. 

In su l'estremità d'un' alta ripa, 
che fiacevan gran pietre rotte in cerchio, 
3 venimmo sopra più crudele stipa: 
e quivi per l'orribile soperchio 
del puzzo, che il profondo abisso gitta, 
^ ci raccostammo dietro ad un coperchio 
d'un grande avello; ov'io vidi una scritta 
che diceva: « Anastasio papa guardo, 
9 lo qual trasse Fotin della via dritta ». 
< Lo nostro scender conviene esser tardo, 
si che s'ausi prima un poco il senso 
12 al tristo fiato, e poi non fia riguardo ». 

XI 1. la sa r sfttre nltà eco. La ripa cir- m acnla t o d' uno medesimo errore d' eresia con 
colare tra il sesto e il settimo cerchio era Acazio, dannato per la Chiesa cattolica; et 
tutta nna rovina, formata oioò di grandi massi perché Anastagio volea rioomnnicare questo 
spaccati; nel modo e per In ragione che Dante Acazio, avegna iddio oh* egli non potessi, fa 
espone néll'^i/l xu 1-10, 28-45. — 8. pid percosso dal giudizio di Dio; però che, ee- 
endele stipa: ammasso di anime condan- sondo raonnto il concilio, volendo egli an- 
nate a pi6 grave pena ; per la voce ttìtpa cfr. dare a sgravare il ventre ne' luòghi segreti, 
la nota all' Jnf, xxnr 82. — i. Porribile so- per volere et giudioio divino, sedendo et sfor- 
ptrchio del passo ! il puzzo eccessivamente zandosi, le interiora gli uscirono di sotto et 
orribile. — * 7. grande avelie : conteneva tutte ivi Ani miserabilmente sua vita ». Sulla qu^ 
le anime degli Ariani, Sabelliani eoe., l' er- stione vedasi il Tocco, DofiCs s Tsr., p. 20. — 
rore dei quali fb conforme a quello di papa 9. Fotias diacono di Tessalonica, vissuto sulla 
Anastasio II. — scritto : inscrizione ; cosi fine del sec. v, trasse veramente, a quel che 
anche in Inf. vm 127. — 8. che diceva ecc. sembra, noli' eresia aoaziana (che Cristo fosse 
L* inscrizione diceva : Chiudo il papa Anasta- concepito e generato naturalmente) l' impe- 
sio, che da Potino fu tratto in eresia. — Ana- ratore bisantino Anastasio I (491-618), oon- 
stasle papà : è Anastasio n, romano, eletto fuso dai cronisti posteriori col pontefice Ana- 
papa nel 496 e morto nel 496; a proposito stasio II suo contemporaneo. Si noti l'errore 
del quale Dante più tosto che la storia segui di molti commentatori che confondono Potino 
una tradizione, cosi esposta dall' An. fior.: diacono di Tessalonica con Potino vescovo 
« Molti cherid si levorono contro a lui, perd dì Sirmio, morto nel 876 circa e anch' egli 
eh' egli tenea ^mi ^yj* et singulare fratellanza condannato per dottrine eretiche. — 11. s'ad- 
et conversazione con Potino, diacono di Tes- al : si abitui ; Dante ha questo vb. ausarsi 
salonica:... e questo Potino fb famigliar» et anche in Pury. ziz 23 e Bar, zvu 11. — 12. 



INPERNO - CANTO XI 



79 



Cosi il maestro ; ed io : « Alcun compenso, 
dissi lui, trova, che il tempo non passi 
15 perduto > : ed egli : < Vedi clie a ciò penso ». 
< Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, 
cominciò poi a dir, son tre cerchietti 
18 di grado in grado, come quei che lassi. 
Tutti son pien di spirti maledetti : 
ma perché poi ti basti pur la vista, 
21 intendi come e perché son costretti. 
D'ogni malizia, ch'odio in cielo acqiiista, 
ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale 
24 o con forza con frode altrui contrista. 
Ma perché frode è dell' uom proprio male, 
più spiace a Dio; e però stan di sutto 
27 gli frodolenti, e più dolor gli assale. 
De' violenti il primo cerchio ò tutto: 
ma perché si fa forza a ti*e persone, 
30 in tre gironi ò distinto e costrutto. 
A Dio, a sé, al prossimo si puòne 
far forza; dico in loro ed in lor cose. 



MB fla ritardo : non blaogneià più gnar- 
tezsL — 16. éeatro 4Ae«(Mtl eoo. ViigUio 
•fiegft a Dante oome dentro della ripa sas- 
KMa tkno tre altri oeiohl, ohe insieme coeti- 
taiaeoDO l' ultima parte dell'inferno; e come 
éno digradanti, poeti cioè Tono più in basso 
detr altro, appunto oome i sei oeroht percorsi 
iaoxa dai poetL — 20. aia fereU eco. : in- 
flitti durante il cammino per il settimo oer- 
«kio Dante non chiede mai a Virgilio notizia 
dai daBoati e delle loro colpe. D' Gridio, p. 
130: «n peccato è di regola formalmente 
spedfioato, o da Virgilio, richiedendolo o no 
Dante, orrero da nn' ombra ; oppure risolta 
per chiari acowinl, per sioori indidi, per fii^ 
càfiastme argomentadonL Via ria che scende, 
r ahmso è men corrivo a interrogarne il mae- 
stro; e negli vltimi tre cerchi, dopo la le- 
xkne generica, che secondo "^^igilio farebbe 
che d' ora in poi bastasse pur la viala, non 
ha bisogno di molte parole per intendere, 
per bene argomentare, per contentarsi di ao- 
eenni ooncreti alle ombre o deUe ombre. Ma, 
aahro eccezioni che hanno una ragione eri- 
dente, non 0* è mai caso eh' ei debba tirar a 
indorinare e sia costretto a capire prima di 
lio efc i e d'un modo o d'un altro le debite 
infanBarionL La Titta basta assai di rado pei 
peccati singoli, ed è chiaro che la lezione era 
sanità sopratatto per lo schematismo gene- 
rico daDa tripUoe dirisione in violenza, frode 
e tradimento ». — 22. Vogai mallsla eoe 
Tvtto il passo è illnstrato da qneste parole 



di Qcerone, Di offtmSf i 18 ; « Onm aatem 
daobos modis, idest ant vi ant fhtade fiat 
ininria, fhtns qnasi vnlpecnlae, vis leonis vi^ 
detnr, utnunqne alienissimnm ab homine est, 
sed tnns odio digna malore ». Si avverta che 
malixia qni ò in senso generico, per indi- 
care qualunque atto mslvagio di violenza e 
di frode; mentre più avanti (v. 82) è nel 
senso più ristretto di frode. — 26. frode 
è éell'aom piroprio Baie s Yent : « consi- 
stendo non (come la violenza) nell' abaso 
delle forze che ha con gli altri animali co- 
muni, ma nell'abuso dell'intelletto e della 
ragione, dote sua propria ». — 26. staa di 
satto ecc. : i fraudolenti sono in due oerohi 
più bassi di quello dei violenti, e precisa- 
mente nell'ottavo e nel nono. — sntto: lat. 
mibtu», — 28. il primo cerchio : cioè il pri- 
mo dei tr$ oerchietti^ ultimi dell' inferno ; in 
somma il settimo cerchio. — 29. si fk fona 
ecc. : la violenza si può usare in tro modi, 
secondo la diversità delle persone contro le 
quali ò rivolta. — 80. la tre gironi t le tro 
parti minori in cui si divide il settimo cer- 
chio sono descrìtte, la prima in Inf. xn 46- 
189, la seconda in Inf, xm, la terza in Inf, 
zrv-xvn. — 81. paóne: invece del semplice 
pudf per una tendenza dei dialetti toscani a 
oongiungere alle forme verbali monosillabi- 
che r enclitica ns, gli antichi dissero p^ìònSf 
oome diM, èns, fins ecc.: vedasi Parodi, 
BuU, m, 116. — 82. dico la loro eco. qosr 
lunque specie di violenza pud ossero o con- 



80 



DIVINA COMMEDU 



83 come udirai con aperta ragione. 
Morte per forza e ferute dogliose 
nel prossimo si danno; e nel suo avere, 
86 ruine, incendi e toilette dannose: 
onde omicide e ciascim che mal fiere, 
guastatori e pVedon, tutti tormenta 
89 lo gìron primo per diverse schiere^ 
Puote uomo avere in sé man violenta 
e ne' suoi beni: e però nel secondo 
42 giron convien che senza prò si penta 
qualunque priva sé del vostro mondo, 
biscazza e fonde la sua facultade, 
45 e piange là dove esser dèe giocondo. 
Puossi far £otza nella deitade, 
col cor negando e bestemmiando quella, 
48 e spregiando natura e sua boutade: 
e però lo minor gìron suggella 
del segno suo e Sodoma e Caorsa, 
51 e chi, spregiando Dio, col cor favella. 



tio l0 penone o contro le cose loro. — 83. 
rftfloie ! rtgioiiamento, esposizione. — Si. 
Morte eeo. Detendna le colpe cai dà origine 
la Tiolensa contro U proeiimo, la quale è 
centro le peraone (iMoisioni e ferimenti) o 
contro le loro ooee (royine, incendi, rabene). 
— 86. rmlae eoe Bnti : < e' offende lo pxoe- 
staio nelle ne coee, o disfacendo li saoi edi- 
fio!, e per5 dice rume, o ardendo li suoi beni, 
e perd dice iiiatndi, o rubando le sae facoltà, 
e però dice U^Utk dwmoH » : la quale ultima 
frase è spiegata daU'An. fior, per « ruberie 
con danno et vergogna del prossimo ». — 
87. 0B4e eco. Inflitti nel primo girone del 
settimo cerchio Dante trora Alessandro, Dio- 
nisio, Ezzelino da Bomano, Obisso n d'Est», 
Guido di Montfort, autori d*omioidt e feri- 
menti, o di Tiolenze di sangue; Attila e Pir- 
ro, grandi distruttori di città e devastatori 
di paesi; Sesto Pompeo, che corseggiò il 
mare; Rinieri da Cometo e Binieri de' Pavd, 
» che ftorono rubatori alle strade. — OMÌelde: 
forma di plursle: attestata dai oasi ove ri- 
corre in rima, Inf. ix 127, xix 113; vedasi 
Parodi, BuU. tH 121. — 40. Piett eco. De- 
termina le colpe di violenza degli uomini 
contro sé stessi (suicidio) e contro le loro 
cose (dissipazione degli averi), colpe punite 
nel secondo girono, dove Dante incontra i 
suicidi, come Pier della Vigna • Bocce dei 
Mozzi, e gli scialacquatori, come Lano da 
Siena e Giacomo da Sant' Andrea. — 44. bl- 
seassa e fOBd« la ava faealtade : giucca e 
dissipa la sua fortuna ; il vb. bi$eaxatar»^ de- 
rivato dal none biteaxxa col quale si designò 



genericamente nel medioevo il giuoco d'as- 
zardo (ofr. L. Zdekauer, H gkìoeo in SaHa 
nd 990oli zm s xiv, Fixìnize, 1886, pp. U, 
28, 41, e Ferrazzi, V 819), vale giocai», • 
per estensione di significato, perdere giocan- 
do. — 45. e plaage ecc. Fanf. : e E ooal 
quelle cose ohe a ciascuno dovrebbero eseere 
cagione di gioia e scala al paradiso, oome 
la vita e le ricchezze ben usate, quelle stease 
gli sono cagione di pianto e di dannazione 
usate male ». — 46. Paosfl eoo. Determina 
le colpe di violenza contro Dio, secondo che 
sono contro di lui (em^età), contro la na- 
tura umana (sodomia), contro la bontà di- 
vina (usura). — 47. eoi cer eoe : l'empietà 
consiste nel negare e bestemmiare la divi- 
nità ; secondo ohe si legge nella Bibbia {Salmi 
X 1) : « L'empio dice nel cuor suo : Non r* è 
Dio >. — 48. SM bontade : U bontà divina; 
cCr. V. 95-96. — 49. e però ecc. nel terzo 
girone sono appunto gli empi, oome Oapaneo ; 
i sodomiti, come Brunetto Latini eoo. ; e gli 
nsursi, come i Oianflgliazzi, Beginaldo degli 
Scrovegni ecc. — 50. Sedemat antica città 
della Palestina, distrutta dal ftiooo celeste 
per il peccato contro natura, del quale fu- 
rono colpevoli i suoi abitanti (ofir. Chnesi 
xvni-xix, e I\uy, xxvi 40), è posta qui a 
indicare i sodomiti. — Caorsa: Cahors, lat. 
Cadvreum^ città principale dell' sito Quaroy 
in Francia, gli abitanti della quale erano oosf 
dati all' usura, che nel medioevo si dissero 
oaornni tutti gli usurai, è posta qui a indi- 
caie appunto gli usurai del terzo girone. — 
51. t chi ecc. e chi nell' intimità deU'i 



INPERNO - CANTO XI 



81 



La frode, ond'ogni cosdeDsa è moi-Ba, 
può l'uomo usare in colui che 'n lui fida, 
54 ed in quei che fidanza non imborsa. 
Questo modo di retro par che uccida 
pur lo vinco d'amor che fa natura ^ 
67 onde nel cerchio secondo s'annida 
ipocrisia, lusinghe e chi a&ttuia, 
falsità, ladroneccio e simonia, 
60 ruffian, baratti e simile lordura. 
Per l'altro modo quell'amor s'obblia^ 
che fa natura, e quel eh' è poi aggiunto, 
63 di che la fede speziai si criai 

onde nel cerchio minore, ov'è ti punto 
dell'universo in su che Dite siede, 
66 qualimque trade in etemo è consunto ». 
Ed io: € Maestro, assai chiaro proceda 
la tua ragione, ed assai ben distìngue 
69 questo baratro e il popol che 11 possiede. 
Ma dimmi: quei della palude pingue, 
che mena il vento e che batte la pioggia 
72 e che s'incontran con si aspre lingue, 



no bi mitiinenti di disprezxo reno Dio ; 
cfr. T. 47. — 62. La frode eoo. ContiiLiuuido 
h stt qiagazione, Virgilio dimoetn ora la 
fiTisloiie dei dalmati per odpe di frode, nel- 
rettsro e nono oerchio. — end' ogni co- 
idfaa eoo. Tomin. : « Intendi, o ohe la frode 
è tal Tizio che le coscienze più dure n'hanno 
ÒBono, o che Vizgilio roglia rimproTerare 
i eoofeanponoiel di Dante oome i ^4 mao- 
dditt di frode». — 68. piò rnono eoo.: 
eki iagaana colai die n fida è il traditore. 
- 51. c4 In «nel eoe : chi inganna colui 
ebt non il fida è il frandolento; la colpa del 
9ule anme dlTeni nomi aecondo le parti- 
«hai aianiere tenute nel commettexia e i 
Hd «ai del oolperole : ofr. tt. 68-60. — 66. 
<{a«te se4« 41 retro ecc. H aecondo mo- 
do, doè l'inganno reno chi non ai fida, in- 
taa^ i Tinooli natoiali per i quali V uomo 
^«vt amare il proasimo, ed è punito nel lo- 
eoado dei tre ottimi oecoh!, yale a dire nel- 
t'ottafo cacchio inlÌBniale; ofr. Mf, zvm- 
XXX. — 68. Ip««rt8<a eoo. : indica qui aenza 
mhtn l'oidine inféxnale le odpe di frode 
peste nelle bolge dell' ottaTo cerchio (ofr. 
V. x?m 1) : dA aooo nella 1* bolgia la ee- 
^Bioae (ntf!km), nella 2* l'adulazione {tutin- 
M naik 9* la simonia, nella 4* U dirina- 
waa (fiki affatkm), nella 6* U baratteria 
Oonrfa), nella e* l'ipociiafa, neUa 7* U furto 
(Jla à n mu l o \ nella 10* la (hlsificazione (falsi- 



tà) ; aoceoniinda generit^ament» oon la parole 
a swniU hrdura le colpe d«lJ' Sr^ conaì^U fraa- 
dolenti, e ddb 9^, acandoU e adfitcl (cfx, 
D'Ovidio, pp. 122p 133). — Bl. Per riltro 
nodo eco. P^r U triutìitiQpto, ttìtua l tìdcoU 
dell'amore untorBlfì^ f' infnuiBnno qn«lJi im- 
posti dall' nmiclziA. — (Ì3. ftite ipesUl : Bocc. : 
« la singiilAr& o iiit«?ni coiifldoDia dia l' vnka 
uomo prendo AvW aJtro, t>ot «Ing^lorù amicì- 
zia oong^imtO'gLi *. — éi. onde a al eeTcUe 
mi aere ecc. : noi nono corcliio, cb^ ft il piiì 
piccolo di tnttìj tono pam ti ì tr&àìUnì ; cti. 
Jnf, TITTI -njiy. --- Il pento deiraairtrio 
ecc. il cent» del monda, f:hfl è il punto sol 
quale sta Lucir«ro; ofr. Inf. xxxn 73 e tteit 
110. — tó. Dite : <ifr. Inf. ixuir 30. — 66. 
trade x ofr. Inf. xxznt 129. ~ 69. baratro i 
il basso lufomof dAlla chtiL dì Dit^ nX centro 
doUa terra. » 70. qn«l della pai ade i>ia* 
guo! le snìme degU ìr^cosidi, dogli aocldiosE, 
degli inyidlQiì, e dei supeibi, puniti nella 
fangose acqao dì Sti^: cfr, Inf. vu 100^ 
130, vm 1-63. — 71. che mtna 11 Tenta ; 
le anime dm luftauriofli, del e denudo oart^hio i 
cfr. Inf. V 51 a aagg. -^ eht batCt la piog- 
gia : le atiitiio dei galoaL, del tomi corchio : 
cfr. Inf. n 4 e logg. — 72. ehe <*lj)<]oa« 
tran eoe : Io mnioio do^Ii ^v&iì e d^i prodi- 
ghi, del quarta oerchio : cCr. Inf. vn 16-<^6 
e ricorda V onta» mttro eoi qualo qojei dan- 
nati si rinfacciano recìpEocaffleate la colpo. 



Dans 



82 DIVINA COMMEDIA 



perché non dentro dalla città roggia 
8on ei puniti, se Dio gli ha in ira? 
75 e se non gli ha, perché sono a tal foggia ? > 
Ed egli a me: < Perché tanto delira, 
disse, lo ingegno tuo da quel ch*ei suole? 
78 ower la mente dove altrove mira? 
Non ti rimembra di quelle parole, 
con le quai la tua Etica pertratta 
81 le tre disposizion che il oiel non vuole, 
incontinenza, malizia e la matta 
bestialitade? e come incontinenza 
84 men Dio offende e men biasimo accatta? 
Se tu riguardi ben questa sentenza, 
e rechiti alla mente chi son quelli 
87 che su di fuor sostengon penitenza, 
tu vedrai ben perché da questi fèlli 
sien dipartiti, e perché men crucciata 
90 la divina vendetta gli martelli >. 
< sol ohe sani ogni vista turbata, 
tu mi contenti si, quando tu solvi, 
93 che, non men che saper, dubbiar m'aggrata. 
Ancora un poco indietro ti rivolvi, 
dis8*io, là dove di' che usura offende 

— 73. dentro dalla elltà roggia : nella oittà e di malizia o ùode nei cerchi yn-ix: quanto 
di Dite, rosseggiante di faoco: enlla for- agli eretici si ricordino le oonàderadoni del 
ma roggia, da ruÒM, vedasi Parodi, Bull. UL Del Lungo riferite in J^f, jx 106. — 8S. la- 
100. — 75. ptrehd eco. peroh6 sono trattati eoatineasa mea Dio ofieade eoo. H Tonun. 
in tal modo, doò con minor pena? — 76. ricorda che, secondo Aristotele, Tinoontinenta 
PeroM ecc. Perché la tua mente si allontana non falsa il sapremo prindpio del yero, ma 
dalla solita rettitadine di giudizio? È forse eccede nel desiderio del bene ed erra nella 
occupata da altri pensieri? — 79. Non ti ri- scelta dei mezzi: ecco perché 1 peccati d'in- 
■lembra eco. Aristotele, nell' Etica Tn 1 e continenza meno offendono la diviiùtà e aono 
segg. dice che tre sono le disposizioni del- paniti con pene di minor gravità, ohe i peo- 
r animo umano che devono essere oombattu- cati di violenza e di frode. — 84. accatta : 
te : la inoontìnenxa (oArosia), la malixia (ka- acquista. — 86. ehi ioa quelli eoo. quali 
kSa) e la beitialUà {ihmàUs) ; la 1* ò di due specie di peccatori sono puniti nei cerchi su- 
maniere, ineontìnmxa amnplioe che è l'eccesso periori. — 88. da qaesti fèlli t da questi dei 
nel godimento dei piaceri fondati sopra i bi- cerchi inferiori, che peccarono per ***"r*ft 
sogni corporali, e woonHnenxa aggimta che — 89. perché meo crmeeiata ecc. perché la 
ò r eccesso nel godimento dei piaceri acces- vendetta divina li tormenti con pene minoii, 
Bort desiderabili per sé stessi (come T amore oon minore oorruocio. ~ 9L O sol eco. O 
delle ricchezze, l' ira eco.) : la 2* è il centra- sole, che rischi arando le tenebre dell' igno- 
rio della virtd, la disposizione doò a vivere ranza illumini ogni mente dubbiosa : bella e 
contro le r^^le del giusto, e comprende tutte viva circonlocuzione per designare Virs^o, 
le cattive tendenze che si esplicano nella fro- la quale d richiama le parole entusiastiche 
de : la 8* è la disposizione a sodisfare le del Puirg, zm 10-12. — 94. Aneora ecc. Ri- 
voglio che non sono dilettevoli per sé stasso toma indietro a un punto del tuo lagiona- 
(come la crudeltà, i peccati contro natura mento, dove hai detto che l' usura offenda la 
ecc.). Ora, movendo da questa distinzione bontà divina (ofr. v. 48), e spiegami la dif- 
aristoielica, Dante collocò i colpevoli d' in- flcoltà. A Dante pareva che l' usuraio offan- 
continenza fuori della dttà di Dite, nei cor- desse solamente il prossimo, • però chiese a 
ohi n-v, • i colpevoli di bestialità o violenza Virgilio una pid particolare esplioaiiona della 



INFERNO — CANTO XI 



83 



96 la divina bontade, e il groppo solvi >. 
< Filosofia, mi disse, a ohi la intende, 
nota, non pure in una sola parte, 
99 come natura lo suo corso prende 
dal divino intelletto e da sua arte: 
e, se tu ben la tua Fisica note, 
102 tu troverai, non dopo molte carte, 
che Parte vostra quella, quanto puote, 
segue, come il maestro fa il discente; 
105 si che vostr'arte a Dio quasi è nipote. 
Da queste due, se tu ti rechi a mente 
lo Genesi dal principio, conviene 
108 prender sua vita ed avanzar la gente. 
£ perché Pusuriere altra via tiene, 
per sé natura e per la sua seguace 
111 dispregia, poiché in altro pon la spene. 
Ma seguimi oramai, che il gir mi piace; 
che i Pesci guizzan su per l'orizzonta 



tu wntenza. — 97. Flloiotft eoo. Azisto- 
tile in più laoghi deUe sue opere llloeoflohe 
aceeona ai rapporti tra Tart» e la natola; 
e Dante morendo dal oonoetto aziatotelioo 
pone dke la natoza lo tuo eono pnnd« doò 
ffoeede dall' intelletto dirino e dal diyino 
opecaxe, e che 1* arte umana procede dall'imi- 
taziaoe della natoza e viene ad esser cosi 
IgUa di èva e nipote di Dio : Parte e la na- 
toxm, egli aésroita, devono donane eeaere fon- 
damenti d'ogni operoiità omana; e percid 
r nonio, che ee or oita la ma attività all'in- 
feoii dell' arte e della natoza, Tìoie ad of- 
feadero Dio dal quale l'ona e l'altra prooe- 
àoDo, ~ 101. la toa Fislea: U Fisica ù'X- 
rirtotele aani stodlato da Dante ; cosi al ▼. 
80 ha detto la tua Etìea, — 103. bob dopo 
■elte earte X qoasi nel prindpio della Fi' 
meoj e predeamente nel Ub. n 2, ò la sen* 
lenza ziehiamata qoi da Dante : «L'arte imita 
la natoza, in qnanto poò > (ofir. Moore, 1 96). 
Q a a rto concetto ò anche, applicato alle arti 
llgnzatfve, in nn' antica canzone ohe già fa 
trihoita a Q, Gavaloanti (Valeriani, JRmM dtl 
primo aae. Il 821) : < Cotanto è da pregiar 
ogni igtoa, Qoanf ella mostra in forma ed 
anco in atti Fora aembianza del ano nato- 
lale : Però che Vart$ dee teguir natura A tua 
ponowta, ni che non disohiatti eco. — * 104. 
«eaie n ■uestre eoo. come lo soolaze s6- 
gùta il maestro. Ventori 838 ricorda oppor- 
tonamente le parole del Cono, ir 9 : < In cia- 
aeona arte e in oiasoono meitieie gli artefici 
• li discenti tono ed esser deono soggetti 
al Bàestro >, che contengono il germe della 
ÉBilitadine pzesente. — 107. !• (toneti eoo. 



il libro del Ornisei ; nel qoale ai legge 
Dio ordinasse la natoza ovrero la prodazione 
delle cose seoondo i bisogni deU* nomo e in- 
sieme ordinasse per l'oomo l'arte osala il la- 
voro. Dante si riferisce a doe passi, ohe sono 
in principio del Om., n 16 : « H Signore Id- 
dio adonqoe prese l' nomo e lo pose nel giar- 
dino d' Sden, per lavorarlo e per goardarlo >, 
e m 19 : « Ta mangerai il pane col sudore 
del tao volto >. — 109. E perché eoo. E per- 
ché l'osaraio tiene via diversa da qoella 
preecrìtta da Dio, ponendo egli la sua spe- 
ranza nel fhitto del denaro prestato, offende 
doppiamente la natora, in sé stessa in qoanto 
non oeroa fhitti natorali e nella tua MgvoM^ 
nell' arte, in qoanto non si aiZàtioa. « L' ar- 
gomento, osserva il Tomm., non è dei pi6 
diretti, ma da on certo lato ò profondo : e il 
dispregio che Dante dimostra degli osorai, e 
la compagnia oh' e' dà loro, provano ciò eh' è 
confermato dalle memorie del secolo, il molto 
male che faceva l' osora a qoe' tempi ». — 
IH. ipeae: voce formata sol lat «p0n» e 
osata da Dante solo in rima ; cfr. Pmg, xm 
27 e Far, xxiv 74. — 112. Ma segnimi ecc. 
Si ricordi che i due poeti s' erano fermati 
accanto all'arca di papa Anastasio II por 
adusarsi al pozzo ohe saliva dal cerchio sot- 
tostante ; cCr. V. 4 e segg. — 118. chtf 1 Pe- 
se! eoo. Dante descrive l' avvicinarsi dell'aa- 
rora del 9 aprile: la costellazione dei Pesci 
è già levata soU' ozizzonte e il Gazro di Boote 
ossia l'Orsa maggiore è totta solla direzione 
del Gore, vento che spira tra ponente e tra- 
montana ; condizione che risponde all'inoiroa 
alle ore tre antimeridiane : ofr. Moore, pp. 



84 DIVINA COMMEDIA 



e il Carro tutto sovra il Ooro giace, 
115 e il balzo vìa là oltre si dismonta ». 

45-46. — 115. e 11 balco eoo. e la ripa di- fine un lungo oammino a sinistia prima d'Inoo- 
■oende molto lungi di qvi| si che oi conyiene minoiaie a aoondtto reno U wttifflo oeroliio. 



CANTO xn 

Entrando nel settimo cerchio, i due poeti yi trovano a irnardia il Mino- 
tanro; placato il qaale, s'avanzano nel primo girone, ove in nn fiume di 
sangue bollente sono immersi i violenti contro il prossimo, guardati e saet- 
tati dai Centauri: uno di questi, accompagnando i due poeti verso il secondo 
girone, dice loro i nomi e la condizione dei principali dannati [9 aprile, 
circa le ore tre antimeridiane]. 

Era lo loco, ove a scender la riva 
venimmo, alpestro, e, per quel ch'ivi er'ancoy 

8 tal eh* ogni vista ne sarebbe schiva. 
Qual è quella ruina, che nel fianco 

di qua da Trento 1* Adice percosse 
6 o per tremuoto o per sostegno manco, 
che da cima del monte, onde si mosse, 
al piano è si la roccia dìscoscesa 

9 ch'alcuna via darebbe a chi su fosse; 
cotal di quel burrato era la scesa: 

e in su la punta della rotta lacca 
12 l'infamia di Greti era distesa, 

xn 1. Era Io loeo occ. H ponto, dove Bono o Castallo doUa Piotra, a pochi chilom»- 
noi venimmo per discendere dal setto al set- tri a valle di Trento, e meglio rispondente, se- 
timo cerchio, era molto scoeceso, e per la oondo Ivi, alla desoorlzione dantesca. ^ 6. per 
presenza del Minotaoro era tale da incoter sottegao auBOd: per esser venuto a mancare 
ribrezzo a chionqne lo rigoardasse. — 4. i^val il sostegno, la base, per la oonosione deUe 
ècco. Gli antichi commentatoli, eccetto Benv., acque. — 7. ete da eiaia eoo. dall'alto del 
non seppero precisare il luogo di questa ro- monte, onde si moMO la ficana, fino al piano 
vina, cui Dante paragona lo scoscendimento sottostante del fiume Adige la roccia è coef 
incontrato fra il sesto e il settimo cerchio : dìscoscesa, cioò non pid alta e dritta, ma 
sarebbe la gran frana chiamata gli Slavini frantumata e cosparsa di sassi in linea di- 
di Marco, sulla sinistra dell' Adige, tre chi- scendente, da permettere la discesa a ehi su 
lometii a valle di Bovereto , tra Verona e fòsa», — 9. aleaaa fia : qualche via, nn modo 
Trento ; nel qual luogo la riva del ilume, at- qualunque di scendere, per quanto malage- 
testa Benv., cantequam fleret istud praeci- vele e difficile. — 10. barrata: luogo soo- 
pitium maximum, erat ita recta et repens in scese, precipizio : ofr. ^/l xvi 114. — 11. Im 
modum muri, quod nullus potuisset ire a putta eco. l' estremità superiore della frana, 
summo ripae usque ad fondum flumanae in- che era come un' apertura nell' alta riva che 
ferioris, sed post ruinam factam posset nuno formava la cavità, il settimo cerchio : sul si- 
aliqualiter iri > : cfr. sull' argomento il Bas- gniflcato di kuea ofr. £%f, vn 16. — 12. l*lm* 
sermann, pp. 419-428, il quale conferma la fkmia di Cretl : il Minotauro, nato in Greta 
spiegazione di Benv., aggiungendo che Dante dal mostruoso commercio di un toro con Pa> 
osservò forse la frana dal castello di Lizzana sife, moglie di Minos : ofr. su questa leggenda 
e che la trovò già accennata da Alberto Ma- la nota al A«y. xzvi 41. Not a il Della Gio- 
gno, Meteor. m 6. Invece E. Lorenzi, La ritma Vanna, Okm, don^, 8* serie THI 472, ohe 
di qua da TmUo, Trento, 1896, ha sostenuto il Minotauro e i Centauri « avendo oomane 
trattarsi di un' altra ruina, quella del Cengio la d(^pia natura o vivendo parimenti di aan- 



'?SW 



INFERNO - CANTO XII 



8B 



che fd concetta nella falsa vacca; 
e quando vide noi sé stesso morse, 
15 si come quei, cui l'ira dentro fiacca. 
Lo savio mio in vdr lui gridò : « Forse 
tu credi che qui sia il duca d'Atene, 
18 che su nel mondo la morte ti porse? 
Partiti, bestia, che questi non viene 
ammaestrato dalla tua sorella, 
5^ ma vassi per veder le vostre pene ». 
Qual h quel toro che si slaccia in quella 
che ha ricevuto già '1 colpo mortale, 
24 che gir non sa, ma qua e là saltella; 
vid'io lo Minotauro ùa cotale: 
e quegli accorto gridò : « Corri al varco ; 
27 mentre ch'ò in furia, è buon che tu ti cale ». 
Cosi prendemmo via giù per lo soarco 
di quelle pietre, che spesso moviònsi 
80 sotto i miei piedi per lo nuovo carco. 
Io già pensando; e quei disse: € Tu pensi 
forse a questa rovina, eh' è guardata 
83 da quell'ira bestiai ch'io ora spensi. 
Or vo' che sappi che l'altra fiata, 
eh' i' discesi qua giù. nel basso inferno, 
86 questa roccia non era ancor cascata. 
Ma certo poco pria, se ben discemo, 
che venisse colui che la gran preda 



^ • a mfimM» rappiowntano «la ottea 
I • Véra folk, cioè i dne prinoipaU 

k Tioleni» ». « 15. g( MOi» 
«e. Vaatuit 8SB: «L'iia, tìk& fiaoea dentro 
tmmot Monaa al Mntfmanto della propria 
• qvaado lo ipliig» (oome nel 
») a Boxder §6 iteeeo tneoende in 
■fctia bntale owìfliumte con la itolteoa ». 
- lAw Le mt1« ■!• eoo. Virgilio per oal- 
■■e Fin dal Ifinotanio gli dioe ohe il ano 
eoayifio Tìena eoUnente per Tiaitaie Tin- 
fKm^ Boa già a dargli la morte, eome Iìmo 
l^ne. — 17. U daea d'Àteaei Teseo, re di 
Alae, gaala gridando la spediiioBe at»- 
liHe «he reoara al Minotauro il tritato di 
Mtie gknrini a di eatte fimdnUe, e* innamorò 
< Anaaaa, eoiaUa del mostro, a oon l'aiuto 
«Hcte^^U filo per vsdre dal labi- 
riilQi, lo Qoeiaa, Hbsnmdo eosf i sooi sudditi 
U fWfognoso tdbvto. — 22. Oaal è «ael 
tire eeg La sJmffltndine ricorda la Tirgiliana 
(Al. B 238), di LaocooBte : « Qualee mogi- 
tn, tegit fonm saudus aiam, Tauus, et in- 



oertam sixoussit oerTioe securim », e fti imi- 
tata dall'Ariosto, Ori. zi 42; ma osserTa il 
Venturi, 894 ohe « pid vìva nei particolari > 
è la danteeoa. — si siasela: si discioglie 
dai laooi. — 26. eatale : nello stesso modo ; 
pronome usato in ftinzlone avverbiale. — 26. 
O^lt 000. Virgilio, visto il momento pro- 
pizio, gridò a Dante d' affrettarsi all' ingre»- 
BO, per varcarlo mentre il Minotauro inftuiato 
si aggirava qua e là. — 28. lo seareo di 
«■elle pietre i la fhuia dell' alta ripa ; cosi 
detta perché formata dallo scaricarsi, dal oa- 
dere al basso delle pietre e dei massi spez- 
satL — 29. Moviènsl : si movieno; ofir. Jhuy, 
m 69, TTTX 69, Piar, zvm 79. — 80. lo moto 
earee i è il peso insolito, per quoi massi non 
ben fermi sul pendio, del corpo di Dante. 
— 83. Ira bestiai eoo. bestia adirata, U Mi- 
notauro; del quale io smorzai l'ira. — 84. 
l*altra fiata eoe. quando venni nel basso in- 
ferno, per opera di Eritone : o£r. ^f. ix 22- 
27. — 88. eolal eoo. G. Cristo : cf^. Inf, iv 
68. — la gran preda ecc. le anime del lim- 
bo» òhe Cristo trasse seco alla beatitudine 



86 



DIVINA COMMEDIA 



89 levò a Dite del cerchio sapemoi 
da tutte parti l'alta valle feda 
tremò si eh* io pensai che l'oniTerBO 

42 sentisse amor, per lo quale è ohi creda 
più. volte il mondo in caos converso: 

ed in quel punto questa vecchia roccia 
45 qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a valle; che s'approccia 
la riviera del sangue, in la qual' holle 

43 qual che per violenza in altrui neccia ». 
deca cupidìgia, o ira folle, 

che si ci sproni nella vita corta, 
51 e nell' etema poi si mal e' immolle ! 
Io vidi un'ampia fossa in arco torta, 
come quella che tutto il piano abbraccia, 
54 secondo ch'avea detto la mia scorta: 
e, tra il pie della ripa ed essa, in traccia 
correan Centaxiri armati di saette, 
57 come solean nel mondo andare a caccia. 
Vedendoci calar ciascun ristette, 
e della schiera tre si dipartirò 
60 con archi ed asticciuole prima elette. 



^ celeste, togliendole al dominio di Lndfero: 
ofr. Inf. nr 66 e segg. — 89. Dite : ofr. htf, 
rrrry 20. — 41. tremò if ecc. : accenna al 
t er remoto, ohe secondo 1a leggenda evangelica 
(Matteo zxyn 61), agitd il mondo nel mo- 
mento della morte di Cristo : ofr. Inf, uà. 
112 e segg. — lo pensai ehe l*anÌTerso 
eco. Allude alla dottrina di Empedocle (ofr. 
Inf, 19 188), secondo coi il mondo è costi- 
tuito dalla discordia dei vaif elementi, ces- 
sando la quale ed essendo gli elementi in 
concordia il mondo si risolre nel caos dod 
in nn confuso ammasso di materia; ondeVir* 
gilio Tiene a dire che a sentir qael terremoto 
credette che l' nniyerso umHam amwr^ sentisse 
la concordia degli elementi, e si risolvesse 
in caos. — 45. qnl ed aUrove eco. La ro- 
vina prodotta dal terremoto alla morte di 
Cristo fa nel cerchio dei violenti e nella hol- 
gU degU ipocriti (cfr. h*f, zxi 106) a signi- 
flcare ohe la violenza e l'ipocrisfa ftirono 
principali cagioni del martirio del Redentore. 
Secondo alooni, altro luogo rovinato per quel 
terremoto sarebbe tra il limbo e il cerchio 
dei lussuriosi, sarebbe insomma la mina {Inf. 
V 84) davanti alla quale i dannati del secondo 
cerchio alzano pid forti lamenti e bestemmie. 
» 46. s* approccia s s'avvicina; si noti ohe 
di questo vb. Dante usa solamente questa 
voce e solo in rima : cfr. Inf, xzm 48, Fwg, 
zx 9. — 47. la rlTÌera del sangie : U Fle- 



getonte, fiume di sangue bollente, sol quale 
efr. iKf. ny 116. — 48. qial eoo. 1 violenti 
oontro il prossiao. — 49. elee» eco. Dante 
lamenta che il mondo sia maonhiato dal due 
vizi ohe indnoono l' uomo a violenze contro 
il prossimo : la cupidigia, ohe trascina a Car 
violenza alle cose altrui, e 1* ira, ohe trae ad 
offender le persone. «- 60. Tita earta : la 
vita umana, il coreo della quale, nel iWy. 
XX 88 è detto «lo oammin oorto» e nel 
Cbne. m 16 « cammino di questa brevissiina 
vita». — 61. mal e* Immolle t d immergi 
dolorosamente nel fiume di sangue. — 63. 
■a* ampia fossa eoo. una laxga fossa oiroo- 
lare, la quale circondava tutto il piano, oo» 
sUtuendo il primo dei tre gironi del settimo 
cerchio. — 64. avea detto i ofr. Jh^. xx 80, 
89. — 66. tra il pie ecc. tra la base del- 
l'alta ripa e l'ampia fossa correva uno stretto 
sentiero, sul quale erano ^ traeoia^ oloò in 
fila, l' uno dietro l' altro, i Centauri. — 66. 
Centaarit i (^tauri, che avevano forma 
umana dal petto in su e forma equina dal 
petto in giù, erano figli d' lesione re dei La- 
piti e di Nefele e dotati di gran forza e ve- 
locità: ofr. Purff. XXIV 121. Secondo il Booo. 
e Benv., i Centauri simboleggiano gli uomini 
d' arme e i mercenari, ohe sono gli strumenti 
delle violenze dei tiranni. — 69. tre t i tre 
Centauri, ohe si fecero incontro a Virgilio e 
Dante, furono Nesso, Gbirone e V^olo. — 60. 



INFERNO — CANTO XH 



87 



E l'un gridò da lungi: < A qnal martiro 
yenite voi, che scendete la costa? 
63 Ditel costinci; se non, l'arco tiro ». 
Lo mio maestro disse : € La risposta 
{arem noi a Chiron costà di presso: 
66 mal fa la voglia tua sempre si tosta ». 
Poi mi tentò e disse : € Quegli è Nesso, 
che mori per la bella Deianira, 
69 e fé' di sé la vendetta egli stesso : 
e quel di mezzo, che al petto si mira, 
ò il gran Chirone, il qual nudri Achille; 
72 quell'altro è Folo, che fu si pien d*ira. 
D'intorno al fosso vanno a mille a mille, 
saettando quale anima si svelle 
75 del sangue più che sua colpa sortiUe ». 
Noi ci appressammo a quelle fiere snelle: 
Chiron prese uno strale, e con la cocca 
78 fece la barba indietro alle mascelle. 
Quando s' ebbe scoperta la gran bocca, 
disse ai compagni : € Siete voi accorti 
81 che quel di retro muove ciò ch'ei tocca? 
Cosi non soglion fare i piò de' morti ». 
E il mio buon duca, che già gli era al petto 
84 dove le duo nature son consorti. 



CM areki eoe innati d'arco e di saette tra* 
nA» dalla foretra, prima di mnoTersL — 
6L Vvm grléò : il oentanio, che prima deg^ 
altri xivoise le sae minaooe ai poeti ta Nee- 
■o; dal qiiale Viigflio dice che con suo danno 
h MB^re impetaoeo nei soci moTimenti dV 
iDBO, ^nq<i5wyiA all'impeto d' amore ch'ebbe 
yer Deianixa. — À ^al martiro : a qnal ge- 
Mn fi tomenti. — 63. eestlnei t di costi, 
ài laogo ore siete, senza avanzare; cfir. il 
pMBo ornile nel PUrg, ix 86-87. — 65. costà 
di pmao : costà, Ticino a tqI. — 67. mi 
tato: mi toccò col gomito, per ric h i a m a r e 
la Biia attenzione; cfr. Inf. zzvn 82. — 
Itsse : allorquando Ercole ebbe sposata Deia- 
Bia, Fesso s* offri di trasportarla al di là del 
fame Ereno, ma ayendola in groppa se ne 
tSBaBorò e tentò di rapirla dandovi alla Alga; 
ti <SàB aoooxgendod Ercole saettò il centauro 
oen uà freccia arrelenata e lo tsri a morte: 
w BOB che NesM, per rendicarsi, did la sua 
eaieia a Deianira, perché la fìuesse indos- 
■n ad Erode, assicoiando la donna che 
taà eQa anebbe potato conservar sempre 
TiBiafB del marito ; Deianira segni il oonsi- 
gSo, ma Ercole indossando la camicia intrìsa 
fi magne avvelenato infuiò e mori (cfr. 
Xoon, I 210^ — 71. ChlreM: figlio di Sa- 



tomo e di Fillira, enumerato dagli antichi 
fra i Gentaori, fri maestro ed educatore di 
Achille (cfr. Purg. ix 87). — 72. Folo t un 
altro centauro, del quale si raccontano atti 
di violenza, come il tentativo di forzare le 
donne dei Lapiti durante le nozze di Pirìtoo 
e Ippodamla. — 74. saettando ecc. I vio- 
lenti contro il prossimo sono immersi più o 
meno nel sangue, secondo il grado della loro 
colpa (cfr. w. 108, 118, 121, 126); e chiun- 
que cerca di alleggerire la sua pena uscendo 
fuori del sangue piti che non comporti la 
colpa, è colpito dalle frecce dei centauri. — 
76. tortine: le sorti, dio in sorte a ciascu- 
na ; sul vb. aortìre cfr. la nota al jRir. xviii 
106. — 77. cocca : è la parte posteriore dello 
strale, quella ov* d il piccolo solco per ap- 
poggiare lo strale alla corda dell'arco. — 
78. fece ecc. si ravviò la barba all' indietro, 
perché la voce potesse più liberamente uscir 
dalla bocca. — 81. qnel di retro ecc. quello 
tra i due che vien dietro all'altro, ciod Dante 
che seguiva Virgilio, muove le pietre sulle 
quali cammina (cfr. w. 29-80). — 83. al 
petto: Lomb. : e colla sua testa vicino al 
petto di Chirone : e dò ad indicare l' altezza 
di quel Centauro, e che dal petto in su so- 
pravanzava a Yiiigilio >. — 84. dOT» eoo. 



f DIVINA COMMEDIA 



rispose : € Ben è vivo, e si soletto 
mostrarli mi convien la valle buia: 
87 necessità '1 e' induce, e non diletto. 
Tal si parti da cantare alleluia, 
che mi commise quest'uccio nuovo; 
00 non è ladron, né io anima fuia. 

Ma per quella virtù, per cui io muovo 
li passi miei per si selvaggia strada, 
03 danne un de* tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 
che ne dimostri là ove si guada, 
e che porti costui in su la groppa; 
03 che non è spirto che per l'aer vada ». 
Chiron si volse in sulla destra poppa, 
e disse a Nesso : « Toma, e si li guida, 
OD e fa causar, s' altra schiera v* intoppa ». 
Noi ci movemmo con la scorta fida 
lungo la proda del boUor vermiglio, 
102 ove i bolliti facean alte strida. 
Io vidi gente sotto infino al ciglio; 
e il gran Centauro disse : € Ei son tiranni 
105 che didr nel sangue e nell'aver di piglio. 
Quivi si piangon li spietati danni, 
quivi è Alessandro e Dionisio fero 

poiché nel petto del Contaaii è il ponto dove alone in Inf, xvu 81. — 90. e fk eamiAT 

8* incontrano le dne natnie o forme, l'amana eoo. e ae Inoontrate un* altra achleia di oan- 

e r oqoina. — 86. goletto: IntendMi, da solo, tauri, Ik ohe eeaa ri laaoi libero il pasao. 

8onz* altro alato che 11 mio. Aoatamente nota IDI. U proda eoe la lira del flame Flege- 

il Dolla Giovanna, Giom, danL 8^ aerie, vm tonte. — 108. geate ietto taltao al olyllo: 

472, esaorvi qoi un* allusione a dò che Dante i tinuini (cfir. v. 188), i quali per arer oeoxw 

ha detto noi colloquio con Cavalcante {Inf, z citata do^ia violenza, nello peiaone e negli 

61-63). — 87. Moeasltà eoe : perohé, come averi altrol, aono Inunenì fino agii occhi n«l 

dlrjt a Catone, Pufrg, i 60 « per lai campare aangoe. — 107. AlooaaBdro : aono diaooidi i 

non o' era altra via >. — 88. Tol al porti commentatori circa 11 tiranno ricordato qui 

ecc. Qaesto officio di goldarlo mi fa oom- dall' Alighieri (cf^. Mooro, I 262). Secondo i 

mosso da Beatrice, venata a qaeeto fine dal più, è Alessandro tiranno di Fere In Tessa- 

paradiso, ove l beati cantano le lodi del Si- glia, Insignoritosi del potere uccidendo il ti- 

gnoro. — allolvia s vùoò ebraica, che aigni- ranno Pollfh>ne nel 869 a G. ; uomo d' Inu- 

fica : Lodt al Signore, e si canta in cielo (cfìr. mana cradeltà, delle violenze del quale Dante 

Apoeal, xa 1). — 89. «flclo oooto : officio potò aver notizia da Valerio Massimo, xz 13 

straordinario, diverso dal comuni offici degli e da Cicerone, De off, n 7, 18. Secondo altri 

uomini. — 90. non è ladroa ecc. nò lo né lui commentatori, apedalmente antichi, è Aleo- 

siamu colpevoli del peccato, ohe è qui punì- Sandro Magno, re di Macedonia (n. 866, m. 

to ; che egli non è ladrone nò io sono anima 823 a. C), ohe Lucano, Fetn, x 90, chi«aa 

di ladrone. — fiila s cfr. Ihay. xxxm 44. — « fellz praado > : ma gli elogi che Dante ne 

91. per qotUo vlrttf : per la divina vlrtd. fa nel Cono, iv 11 e nel Da mtm, n 9 mo- 

— 93. o eni eoo. a cui noi possiamo tener strano ohe queef Interpretazione è emmoo. 

dietro come a una guida. — o proevo : ò lo- — Dloolalo faro : Dionisio il vecchio, tiranno 

caziono d'incerta orìgine, ma forse dal lat. di Siracusa (n. 481, m. 867 a. C), Il quale 

ad profm, e vale a presao*^ si cfk-. Parodi, durante la sua lunga aignoria (dal 406 al 867 

DulL m 184. — 96. per l*aer vada ; possa a. C.) oommiae molte crudeltà, non aolo in 

volare por aria. — 97. la aalla deatra pop- Siracusa, ma In tutta la Sicilia : ai veda Vi^ 

pot ani dettro lato; ctr, una aimile esprea- Iorio Massimo, i 1, iv 7, xx 17 e doennie, 



INPERNO - CANTO XH 



89 



103 clie fé' Cicilia aver dolorosi anni; 
e quella fronte e' ha il pel cosi nero 
ò Assolino, e quell'altro eh' è biondo 
111 è Obizzo da Esti, il qual per vero 
fu spento dal figliastro su nel mondo ». 
Allor mi volsi al poeta, e quei disse : 
114 « Questi ti sia or primo, ed io secondo ». 
Poco più oltre il Centauro s'affisse 
sopra una gente, che infino alla gola 
117 parea che di quel bulicame uscisse. 
Mostrocd un'ombra dall' un canto sola, 
dicendo : < Colui fésse in grembo a Dio 



.▼ai,22(cfr.A.Dobeni, Qiom,dant. 
ni68).~108.€leilla:SiciUa; ohe i nottri 
nikài fisMiro pi6 oomimemvnte nel modo 
^rteteor cfr. Purg. m Ud. — UO. Assoli- 
m: loalixio m da Bomano, nato noi 1194 

• BOfto nel 1259, tixanneggid per trenf aimi 
la Marca TxMgiana o ta principalo losto- 
gao i«Da paite imperiale nell'Italia superiore 
{dL e. B. Yesd, Storia degU Eoetmi, Baa- 
■ao, 1779, ToL I, pp. 146 e iegg. e 0. Bien- 
tvi, Buimo da Bom, fiéiia mmU» del popolo $ 
ndk poma, Padora, 1889); delle sue im- 
uai MoUentesse sono pióie le pagine dei 
eouMBlatari • cronisti anticU, tra i quali 
e. 'FlDani sociTe {Or, ti 78) : « Qoesto Ax- 
aoBao te II pid orodele e ridottato tizanno 
ckt imì fosse fra' cristiani, e signoieggid per 
ni texa e tirannia, grande tempo, tatta la 
KHtadi Tzerigi e la dttà di Padova e gran 
int» di Lombardia; e' cittadini di Padova 
■olta gran parte consumò, e acceodnne pur 
4s'BiglìorÌ e de* pid nobili in grande quantità, 

• toglieado le loro possessioni e' mandogli 
Medicando per lo mondo, e molti altri per 
firacai martìri! e tormenti fece morire, e a 
sa' ora ffiy^^^mii*^ padovani fece ardere:... 
Botto r ombra di una rudda e aoellerata 
gioatizia fece molti mali, e ta uno grande 
flagaOo al suo tempo » : cfr. B»r, iz 29. — 
lU. ObUse da Bstli Obizzo II d' Eate, figlio 
a Biaaldo e di Adelaide da Bomano, auo- 
cama nel ia&4 nella aignoria di Ferrara al- 
Tsro Alzo Vn e la tenne alno al 1293, in 
coi mori (cfr. Muratori, AntìehUà ettonrij voi. 
n • De Lev», SugU Estmai rioordoH dal- 
rilifk, nel ToL DattU $ Fùdova, iiudi tUh 
riotxrOioi, Padova, 1866, pp. 285-261): dia- 
Mi aUoxs che Obizzo II foaae ikt to at rango- 
laa dai dna iìgii maggiori. Azze Vm e Al- 
dotcaadliM)!, per la preferenza ch'egli moatrava 
l« il t aa ioge ni t o Francesco (cfr. Biocobaldo 
4aFecxa» in Mur., Ber, UaL USL 263); e 
Tanaante aaaai gravi indi^ atanno a ca- 
noo di quei due, e apedalmente di Axzo: (cfr. 
I« la queatione storica Del Lungo, Dantt, 



I, pp. 886 e aegg., e T. Sandonnini, Dante 
e gU Betontif Modena, 1893). ^ per Teros 
male alcuni intendono queste parole come 
un aegno che il fotte dell'uccisione di Obiz- 
zo n per mano di Azze Ym fosae meaao in 
dubbio dai contemporanei ; e il Del Lungo, 
L dt, prova con un documento del 180A che 
il dubbio d'alcuni fti ae il marchese di Fer- 
rara fosae morto naturalmente o violente- 
mente: chi tenne la accenda opinione non 
dubitò di Azze. — 112. dal llgllaatros Az- 
ze Vm (aul quale ai veda la nota al Purg, v 
77) ta. tenuto come figlio illegittimo di Obiz- 
zo n; perciò Dante lo chiama fgUaatro^ che 
qui vorrebbe dire baatardo : altri, non am- 
mettendo la nascita illegittima di Azze, in- 
tendono figliastro per figlio anatuiato. — 114. 
(posati eoe Le pùole di Virgilio ai possono 
riferire alle coae dette da Neaao, e allora ai- 
gnificano : (3redi pure a ciò che ti ha detto 
il centauro, aenza aspettare la mia conferma ; 
oppure all' ordine aecondo il quale i tre cam- 
minavano, e allora vo^on dire : Tieni dietro 
a Nesso, e io terrò dietro a ta ; ma questa 
seconda interpretazione è alquanto forzata. 
— 116. s' affisse t si fermò ; cfr. Purg. xi 
186, zm 88 eco. — 116. ■■» gente, che in- 
Ano alla gola ecc. : gli omicidi. — 117. ba- 
lleame: il fiume di sangue bollente, che in 
Inf, ziv 79 è paragonato al Bulicame, bagno 
termale presso Viterbo. — 119. Colai : Guido 
di Montfort, che fa vicario in Toscana per 
il re Cario I d' Angiò e con lui combatto a 
Benevmito, nel 1271 per vendicare la morte 
di Simone suo padre già fatto uccidere igno- 
miniosamente da Edoardo I, che fti poi re 
d'Inghilterra, in una chiesa di Viterbo du- 
rante la celebrazione della messa e alla pre- 
senza di Filippo m re di Francia e di Cario I 
re di Napoli ucciae di sua mano Anigo cu- 
gino di Eduardo e lo trascinò pei capelli fuor 
della chiesa: il corpo del quale Arrigo tn 
portato in Inghilterra e sepolto nelle tombe 
reali ; e dice Benv. che « aupra aepulcrom 
Henrid posita Mi una atatna inaurata, quae 



90 



DIVINA COMMEDIA 



120 . lo cor che in sul Tamigi ancor si cola ». 
Poi vidi gente, che di faor del rio 
tenea la testa ed ancor tutto il casso ; 
123 e di costoro assai riconobVio. 
Cosi a più a più si facea basso 
quel sangue si che cocca pur li piedi; 
126 e quivi fa del fosso il nostro passo. 
€ Si come tu da questa parte vedi 
lo bulicame che sempre si scema, 
129 disse il Centauro, voglio che tu credi 
che da quest'altra a più a più giù prema 
lo fondo suo, infin ch'ei si raggiunge 
192 ove la tirannia conyien che gema. 
La divina giustizia di qua punge 
quell'Attila che fii flagello in terra, 
185 e Pirro e Sesto: ed in etemo munge 
le lagrime, che col boiler disserra 



In nami dextnt tonot oalioomi ihro onttorem 
aiueam, in qno est cor dicti Henxid balsa- 
matom, et saprà cor stat gladlns nndoB, te- 
Btìs hvònB neci8 >. — Miie t pass, remoto del 
Tb. fmtden (cfr. hìf, zzr 104), tratto qui al- 
la Bigniflcazione di ferire. — ìm gremito a 
Mot in chiesa, dorante la oelebrasione dei 
divini offloL — 120. lo cor eoo. il onore, che 
ancora attesta in Londra, sol flnme Tamigi, 
il delitto di Qnido di Montfort, ed è nna me- 
moria parlante del sangue Tersato : non so 
indurmi ad accettare 1* interpretazione ohe 
qoasi tatti i oommentatori danno soriYendo 
si eoUif che ssiebbe in vece di H eolt^ nel 
senso che a Londra tatti Tonerassero il cuore 
d' Enrico (« tatti gì' in^^esi che ri passano 
fanno onore a quella statua >, dice il Buti); e 
prefeiisoo d'intender la frase come un forte e 
bel traslato per significare che il cuore dell'uo- 
ciso, esposto neU' aureo vaso sulla tomba di 
lui, Tersaya ancora il sangue agli occhi dei 
connazionali, doò tenera vìva in essi la me- 
moria del delitto e il desiderio della vendetta. 
Anche U Parodi, BuU, HL 124, nota: < ò senza 
dubbio da colare e significa, con robusta ima- 
gine, gronda aneora di aangw >. — 121. vidi 
gente eco. Questi, che tenevano la testa e 
il petto fuori del sangue, erano i colpevoli 
di ferimenti e di ruberie. — 122. easto: ò 
la parte del busto contenuta dalle costole 
(Dioz 91): il nome si ha anche in Jnf. xz 
12, XXV 74, Purg, xxnr 72. -- 123. assai 
riconobbi eoo. : non li nomina, ma dovevano 
essere in mente a Dante molti suoi oondt- 
tadini ohe nell' imperversare delle lotte di 
parte aveano dato di piglio negli averi o nel 
sangue degli avversari. — 124. a pid a pid 
eoo. Buti : « quanto pi6 s' andava in là, più 



si trovava mancare l'altezza del iVDgne neOa 
fossa, e meno vi stavano fitti li peccatori >. 

— 180. che da qaest'alira eco. da quest'ai- 
tra parte il fondo vada via via abbssssndosi 
fino a raggiungere la masBims profondità, 
colà dove sono puniti i tiranni : ott, v. 103. 

— 184. Attila : il famoso condottiero degli 
Unni, ohe regnò dal 488 al 468; del quale 
la storia e pid la leggenda raccontano opere 
inumane di distrazione e di strage, tali da 
giustificare il tradizionale sopranome di fk^- 
geUum Dti : si veda in proposito A. Thierry, 
HUt, d'AU. tt dea set aveeeaseurs, 6* ed., Pa- 
rigi, 1874, e A. D'Ancona, La legenda d'AtL 
negli Studi di eriliea $ atoria fetf., Bologna, 
1880. — 135. Pirro: i commentatori non 
vanno d'accordo sul personaggio accennato 
qui da Dante : secondo molti di essi si tratta 
di Pirro o Neoptolemo, figliuolo d'Achille e 
di Deidamla, noto specialmente per le ucci- 
sioni di troiani raccontate da Virgilio, En, it 
626-568; secondo altri invece, sarebbe qui 
ricordato Pirro, re dell'Epiro (cfr. Par. vi 
44), che guerreggìd lungamente coi Bomani : 
se non che Dante di questo Ik altrove ono- 
revole menzione (D* mon. n 10 : < Pyrriìns 
Ule tam moribus... quam sanguine genero- 
sus»), ohe non s'accorderebbe con la pre- 
sente condanna. — Sesto t Sesto Pompeo, il 
minor figliuolo di Pompeo il grande, che dopo 
la morte del padre continuò l'opposizione a 
O. Cesare corseggiando i mari della Sidlìa; 
onde Lucano, Fort, vi 118 scrisse di lui : 
« Sextus erat magno proles indigna parente; 
Qui mox soylleis exul grassatos in andia 
PoUuit aequoreos Siculus pirata triumphos ». 

— ìm eterao eoo. spreme per mezzo del tor- 
mento del sangue bollente il pianto eoo. — 



INFERNO - CANTO XII 



91 



a Binier da Cometo, a Binier Pazzo, 
che fecero alle strade tanta guerra ». 
189 Poi si rÌYolse, e rìpassossi il goazzo. 



1S7. Uxltr da Coraeto t àsl fior. : « Mm- 
■V Bmkà dft OometD di Maremma ta gXBn- 
Haóao rabstoie, tanto ohe mentre Tiase te- 
aea in psoia tutta Haremma, et infine in 
MQe poftediBoma; però dk'elli per aéme- 
dadao ftkoea rubare in ralle stradei et ancora 
duinnqne Tolea rubare era da lid rioevnto 
arile fiutane eoe et dato^ ainto e IkToxe >. 
Da F. da Barbexino (cfr. M. Barbi, BtUL VI 
211) aappiamo che ta oontemporaneo di Ghino 
di Taoeo (cfr. IStrg. ti 14). -> Binier Passo: 
An.fioE.: «MieaaerBiniezi de' Pazzi di Val- 



damo lue similmente grande mbatore do- 
▼nnohe potea, maaalmamente in sulle strade 
di V)ddamoinflno allaoittà di Areno > : Ott. 
aggiunge che nel 1228 « fa a mbare li prelati 
della Chiesa di Boma per comandamento di 
Federigo n imperatore >, e il Toiraoa ricorda 
il processo fattogli da (Semento IV nel 1268 
per « arer nooiao, ferito e derabato > un ye- 
sooYO ed altri ecdesiastloi e laid ohe por la 
Toseana si recavano a Boma : era già morto 
nel 1280. — 189. fiasco i ofr. Inf, 
72. 



CANTO Xlil 

He! secondo girone del settimo cerchio Virgilio e Dante trorano le anime 
del Tiolenti contro sé stessi e contro le pn^rie cose : prima i snicidi tra- 
ifoimati in piante silvestri, pascolo delle Arpie* e tra essi i poeti ineon- 
trsno Pietro della Vigna, col qnale ragionano a lungo; e poi gli scialacqua- 
tori, persegnitati e lacerati di continuo da cagne bramose [9 aprile, dopo 
le tre ore antimeridiane, verso Palba]. 

Non era ancor di là Nesso arrivato, 
quando noi ci mettemmo per un bosco, 

8 che da nessun sentiero era segnato. 
Non frondi verdi, ma di color fosco, 

non rami schietti, ma nodosi e involti, 
6 non pomi y'eran, ma stecchi con tòsco. 
Non han si aspri sterpi né si folti 
quelle fiere selvagge, che in odio hanno 

9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 
Quivi le brutte Arpie lor nido fEuino, 



Xm 1. Vea era eco. Mentre il centanro 
Hean zìpasaando il flnme di aangoe ritoma 
Bei primo girone, i poeti a'aTanzano nel ae- 
ooodo tutto oconpato da nn foltissimo boaco 
di 9gpn • aélratiche pianto: è il Inogo dove 
iOBo poniti i soioidi e gli scialacquatori; 
A» btf» ZI 41-45. — 8. eke da aessui eoe 
era bob era segno alcuno di sentiero, per il 
^ale passare. — 4. Kob frondl eoo. H bosco 
4el ascondo girone presentova nn aspetto sel- 
vaggio • direrso dai boschi della terra; poi- 
ék le pianto non verdeggiavano, ma esano 
tiata d'oscuro colore, non avevano i rami 
ddtti e Usd, ma intrecciati e nodosi, n6 era- 
aa cariche di frutti, ma di velenose spine. — 
fi. ashletSl: indica i rami aensa nodi, levi* 
istt e dritti; eona nel Petrarca, ODozziu 26 : 



« In nn boschetto novo i rami santi Fiorf an 
d'nn lauro giovinetto e schietto », e cLxn 6 : 
« schietti arboscelli e verdi Grondi acerbe > : 
cfr. Pwrg, 1 95, — 6. pomi : firatti, in genere; 
cosi anche in Pu/rg. xxn 182. — steeehl : 
ponto di rami, spine. — 7. Non han ecc. Qli 
animali selvatici, che nella Maremma toscana 
fuggono i luoghi coltivati, non abitano bosca- 
glie cosi incolto e fitte. — 9. ira Cecina e 
Cometo : segna i confini della Maremma to- 
scana, torminata al settentrione dal fiume Ce- 
cina, sul quale sorge la borgate omonima, e 
al mezzogiorno dal ter ritori o di Cometo Tar- 
quinia: cfi:. Bassermann, pp. 828-827. — 
10. Quivi le bratto Arpfe eoe Le favo- 
lose figlie di Taumanto e di Elettra, raffi- 
gurate con volti di fanciulle e coxpi d' no- 



92 



DIVINA COMlfEDU 



che caociftr delle Stro&de i troiani 
12 con tristo annunzio di fatare danno. 
Ale hanno late, e colli e visi amani| 
piò con artigli, e pennato il gran ventre; 
15 fanno lamenti in su gli alberi stranL 
Lo buon maestro : « Prima che più entro, 
sappi che se' nel secondo girone, 
18 mi cominciò a dire, e sarai mentre 
che tu verrai nell*orribil sabbione: 
però riguarda bene, e si vedrai 
21 cose che torrien fede al mio sermone >. 
Io sentia da ogni parte traer guai, 
e non vedea persona che il facesse; 
24 per ch'io tutto smarrito m'arrestai. 
I' credo eh' ei credette eh' io credesse 
che tante voci uscisser tra que' bronchi 
27 da gente che per noi si nascondesse. 
Però disse il maestro : « Se tu tronchi 
qualche fraschetta d' una d' oste piante, 
80 li pensier e' hai si faran tutti monchi >. 
Allor porsi la mano un poco avante. 



celli, fkuono poite da Virgilio, JRi. m 209 e 
segg. nelle itole Strofinìi, nel mare Ionio, e 
da Dante nel eeoondo g^ne, a guardia e 
strazio dei suicidi. — 12. «•■ trlito eoe. ac- 
cenna alla profeda Iktta da Celeno, una delle 
Arpie, ai troiani, annunziando loro la Ikme 
crudele ohe doYeva trava^iarli ; Ving. JIH. 
m 247 : < Italiani cursu petìtis, ventìaque to- 
catis Ibitia Italiani, portosque intrare licebit: 
Sed non ante datam oingetis moenibus urbem 
Quam YOfl dira fiunea noetraeq^oe iniuzia cae- 
dis Ambesaa subigat malia àbsumere mensas » . 
— 18. Àie eoo. Questa descrizione è un ri- 
flesso della yirgiliana, J^ m 21S : « Vixginei 
voluorum Tultns, foedissima yentris Prolu- 
▼ies, nncaeque manus, et pallida semper Ora 
fame >. — 16. fkano ecc. Si ricordino i da^ 
mori delle Arpie virgiliane (iEta. m 226 : e ma- 
gma quatinnt dangoribus alas >, e 228 : «Tum 
▼oz tetmm dira Inter odorem >), e s' inten- 
derà come adrani nella mente di Dante doree- 
sero essere i lanunti di questi esseri Ikyolosi, 
• non gli alberi sui quali posarano, giA dalui 
rappresentati come disformi da quelli dal 
mondo. — 18. e sarai eoe e sarai, ti trore- 
rai nel secondo girone finché non saremo 
giunti alla sabUosa spianata del terzo : cfir. 
Inf. xrr 18. — Mentre ehet cfir. B^, xzxm 
132. — 19. orribii sabbiane : perché ri pio- 
Tono sopra le fiamme; cfr. Jnf, xrv 28. — 
21. eose ecc. cose che, se io te le raccontassi 
solamonte, senza che tu le vedessi, sembre- 



rebbero incredibili; cosi lessero e intesero gii 
antichi commentatori Lana, fioco., Benv., An. 
fior., Boti eco. e molti moderni. Altri invece, 
sensa b aa te v oto fondamento, leggono : Oom 
eh$ dasnm /kb cU m<o amNOMS, ciod oonfer- 
meianno la narrazione che di simili cose me- 
ravigUoee io UetàùnOi* Emidi a proposito di 
linea e di Polidoro (cfr. la nota al v. 88) ; ma 
alla propria nanazicme Virgilio allude più 
innanzi (cfir. v. 46 e segg.) e V accennarla 
qui sarebbe inutile aatioipiizione. — 22. (raer 
gaal t emettere grida lamentose ; è locuzione 
frequente e quasi tipica nell'antica poesia per 
indicare il lamento ch'esprime dolori morali, 
e Dante l'usa piti volte, h^f. v. 48, F. N. 
zzzm 148, xm 87 eoe. — 26. P erede ecc. 
Sopra l'uso degli «Tuiroof si veda la nota al- 
l'ai/: x 86 e anche U Federzoni, SVudl, pp. 2a- 
249, avvertendo ohe Dante se ne oomptaoe 
in modo partioolare in questo canto, Ibrse 
perché Pier della Vigna, ohe ne è il prota- 
gonista, fti solenne dettatore in quello stile 
latino, ohe di tali espressioni s'infiorava 
assai spesso. Del resto questo eqnivooo, ohe 
ta, poi riprodotto dall' Arìoeto, OrL tx. 28, 
fi suggerito forse dal noto veno di Psnloii 
Sta, I 27 : « Scire tuum nihil est, nisi teael- 
re hoc sdat alter >. — 26. brenehl t sterpi o 
rami d' alberi. — 27. per neit per sfuggire 
al nostro sguardo. — 80. Il pensier eoo. dò 
ohe pensi di questi lamenti sarà manohefole, 
verrà meno, perché avrai altra spiegailoBe di 



INFERNO - CANTO XHl 



93 



e colsi un ramicel da un gran pruno; 
83 e il tronco suo gridò: « Perché mi schianto? » 
Da che fatto fa poi di sangue bruno, 
ricominciò a gridar: cFerchó mi scerpi? 
86 non hai tu spirto di piotate alcuno? 
Uomini fummo, ed or sem fiEitti sterpi; 
ben dovrebb' esser la tua man più pia, 
89 se state fossìm' anime di serpi ». 
Come d'un stizze yerde, che arso sia 
dall' un de' capi, che dall' altro geme 
42 e cigola per vento che va via; 

si della scheggia rotta usciva insieme 
parole e sangue: ond'io lasciai la cima 
45 cadere, e stetti oome l'uom che teme. 
€ S'egli avesse potuto creder prima 
rispose il savio mio, anima lesa, 
48 ciò e' ha veduto pur con la mia rima, 
non averebbe in te la man distesa; 
ma la cosa incredibile mi fidce 



«■i. — as. • il ìnmù9 MM too. Danto xin- 
■tra m JintanA TiigUiana: mQ'A». m 22 
••«0. awonta BMa ooiM nel frindplo daU» 
ut pOBBgifaMskni giiiiftiwa nalk Tmsitk al 
li^èara aniMpoUoFoUdoTOifUodlFduBO 
ift, A«y. zz 116>, • eoo*, ttwppaado al- 
iali tiigvlti èhm «tano Intesilo a un tumulo, 
ivImw vfliv» daUa pianto laMnto della foooe 
li Magna; Macnvi^iato, zitontò la pzoTS, • 
•01 onon aentf nn lafiiimaroìa aooiio, In Tooa 
éàmàmn PoBdoio, dM ai lamantoya oon p»* 
Ida non diarimili da inaile ohe Danto ode 
laUa ielm del anlddi. — 84. Ite ehe o. 
^.Ai.m87: « TertU aed poatqnam maio- 
m liaiflìla niaa Adgradier, genilniaqne adrar- 
M» ohlnctar nienae; (Eloqnar, an aUeam?) 
I laerTmaUlit imo Anditar tamnlo, et 
rtor ad aurea: * Qoid miaernm, 
A«ea, laofloaf iampazoe aepnlto; Faroe piaa 

ft> aeeryl t dn eoffjMfWi lat. éitc$fptf$f atnir 
lian, leoenra. — dC OeaM eoo. Ventali 61 : 
«La aimilttodine è delle pi6 piesiooe del poe- 
■a par Teiità d' imagine e zara penpionità 
a fKma» ; e venuaento è eoaf netto e pre- 
«na k liapoodenza dai termini, eie partioo- 
ktìtk del tenoneno aono edito e reae oon 
tato aobdetà di paioln «he in pochi laogU 
l'aito di Danto paaan oltra qneato aegno; 
Oàma foando im tronco Tezdeggiante, meaao 
alTMkie daU'nno dei capi, effonde dall' al- 
ta» c^o in aaa nmidità In fbann di gocce e 
iaéiBa In Coma di Ti^oira ohe atride nell'aaoi- 
la, coii 9m1 nMBO troncato mandaya faozi il 
■ógae • le pnzoto inaiema. — 41. fame i il 



Tb. g mm n qni aignifica atillare, mandar fàoii 
gocce: cfr. Purg. zxr 44 — 42. e dyoln ecc. 
Oa a e iva E. O. Parodi, BnU. m 89, che in 
Danto «in rima acatoziaoe inaieme ooU'eapraa- 
alone nnofa ed Immortale, e la vialone dan- 
teaoa, neDa ana Incredibile intensità, ai fissa 
sansa afono apparento, in modo inunediato, 
neDa parola, con ftaai di maravigUoaa evi- 
denza, oome g$m» • cigola ecc. >. — 44. 
elatt t la parto sopeiioze del ramoscello stac- 
cato da Danto (cfr. ▼. 82). — 46. e atettl 
ecc. La sto ss a idea è in Virgilio, Bn, ui 
29: «Mihl Mgidoa honor Membra qnatit, 
gelidasqve colt f ormldine aangiiis » ; ma, oe- 
serra ginstaaiento il Venturi 61 , « Danto 
in meno parole dice pM; perché non de- 
terminando dò ohe r nomo teme, nò deecri- 
Tendo gli effetti della paura in Ini, quella 
breve oompaiazione comprende nella genera- 
lità deU'idea infiniti oggetti spaventosi, e la- 
scia ohe il lettore imagini a ano talento non 
aolo la coca più atto ad incuter timore, ma an- 
che Taspetto pallido, e la figura tremante, sbi- 
gottito di colui ch$ (0fM> (ofr. Moore, I 182). 

— 47. il savie: VirgiUo; ofr. Inf. iv 110. 

— anima lesa: anima ofTesa, non pur dalla 
pena, m^ anche dall'atto di Danto. — : 48. dò 
e> ha vedalo par eoo. il Iktto incredibile di 
pianto che parlano e mandano Ibori sangue, 
fatto conosciuto da Danto solo nel versi vir- 
giliani deU'J^lpi. m 22 e segg. — ada rimai 
cosi chiama Virgilio 1 suoi versi; essendo 
tratto questo voce, che indica una partioola- 
rità dei Tersi della poesia romanza, a tignifl- 
oare U verso in genere : cfr. ^f, zzzu 1 eco. 



94 



DIVINA COMMEDIA 



51 indurlo ad opra, che a me stesso pesa. 
Ma dilli chi tu fosti, si che, in vece 
d'alcuna ammende^ tna fama rinfreschi 
54 nel mondo su, dove tornar gli lece ». 
E il tronco: € Si con dolce dir m'adeschi 
ch'io non posso tacere; e voi non gravi, 
57 perch' io un poco a ragionar m' inveschL 
Io son colui, che tenni amho le chiavi 
del cor di Federico, e che le volsi 
60 serrando e disserrando si soavi 

che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi: 
fede portai al glorioso ufizio, 
63 tanto ch'io ne perdei lo sonno e i polsi 
La meretrice, che mai dall'ospizio 
di Cesare non torse gli occhi putti, 
66 morte comune e delle corti vizio, 
infiammò centra me gli animi tutti; 



— 62. Il Teeé d* tlcMt umMda: quasi 
per duti qoalohe riparazione e compenso del- 
l'offesa eoo. — 63. imi fama rlBfresehl : 

xbtyìyì la toa nominanza. La promessa di Vir- 
gilio doveva linseire molto grata a qnestfanl- 
ma, come si ha dai v. 76-78. — 64. nel 
moado eoo. sa nella terra dove egli pad tor- 
nare, per essere anoor vivo. » 67. n'inre- 
selil : mi lasci prendere, mi trattenga; ofr. 
Bar. zvn S2. — 68. Io son eoo. L' anima, 
con la qoale i poeti si sono incontrati, e quella 
di Pier della Vigna; il quale, nato in Capua 
alla fine del secolo xn e fotti in Bologna gli 
studi giuiìdici, entrò come notaio nella corte 
di Federigo II e fu da lui elevato all' officio 
di protonotaro e logoteta: in quest'officio 
egli oompild le Costituzioni del 1231, riordi- 
nando tutta la legislazione dello Stato, scrisse 
epistole latine e recitò orazioni per sostenere 
gli interessi e i diritti del suo signore, com- 
pose rime volgari di materia amorosa; e per 
tutti questi mooAtì venne in grande nominan- 
za e fb salutato < egregium dictatorem et to- 
tius linguae latinae iubar». Nel 1248, per 
motivo ohe s' ignora, perdette la grazia di 
Federigo n, il quale lo fece incarcerare e 
accecare: di che Pier della Vigna tanto si 
accorò che, avuta l'occasione propizia (cfr. la 
nota al v. 72), si dio da sé la morte nel 1249 
(cfir. O. De Blasiis DeUa vita e deiió cpen di 
P. dsUa Vigna, NapoU, 1861, e Huillard-Bré- 
hoUes, Vie et eorreapondenee di P. de la Vi- 
gne, Parigi, 1866). — tSBui ambo le chiavi 
eoe Due interpretazioni si danno di questa 
frase; secondo l'una vuol dire: signoreggiai 
l'animo dell'imperatore si ch'egli concedeva o 
negava le grazie giusta il mio volere (Buti : 
« «ni avea le due chiavi del suo onore, cioò 



l'afl l a rm at i va ohe apriva Io onore e la negati- 
va che lo senava»); secondo l'altre slgniflcsa: 
io oonobbi tutti i segreti penslezi dell' impe- 
ratore e seppi tenerli nasoosti o Banifestazli 
secondo l'opportunità (Buti: «a lui erano 
note le ooee segrete e palesi, perohó Timpe- 
ntore ogni segreto li oommettsa, et elli le 
tenea fedelmente, quelle oh' erano d» teneiQ, 
e con onesti modi palesava qud ch'era da pa- 
lesare, come diritto e leale cancellieri»). Quan- 
to alla fonte dell' imagine, piuttosto che Isaia 
xxn 22 (Moore, I 77), è opportuno ricordare 
col Torraoa le parole di una epistola di Nic- 
colò da Booca : < Tamquam imperii daviger 
daudit, et nemo aperit, aperìt et nomo olaa- 
dit», riferite proprio a Pier della Vigna. — 
61. ohe dal segreto eoe che allontanai dalla 
confidenza dell' imperatore ogni altro corti- 
giano. — 62. fede eco. ftii tanto fedele nel- 
r esercizio del mio alto officio, che sacrificai 
U riposo deUa notte e l' attiviU del giorno. 
Altri leggono le vene e i polti (ofr. Inf, 1 90), 
intendendo : la vita; ma ò lezione e interpre- 
tazione evidentemente erronea, perché la fede 
serbata non poteva esser cagione della di- 
sgrazia di Pier della Vigna. — 64. fia Mere- 
trice ecc. L'invìdia, che non msncA mai neUa 
corte imperiale e in genere nelle corti dei 
principi eco. : si ricordino altri sventurati mi- 
nistri, ohe perdettero il £avore dei loro signo- 
ri; oome Pier della Broccia (Air^. vi 19-21) 
caduto in disgrazia iwr as(io e per inveggia, e 
Bomeo {Par, vi 127-142) per le parole bieee 
degli invidiosi. — 66. pvttl : ofr. Purg. u 114, 
dove la chiosa del Buti spiega chiaramente 
il valore di questo agg. — 66. Morte eoa 
cagione di peccato agli uomini tutti e vizio 
predominante nelle corti. « £7. lAtMmò 



INFERNO - CANTO Xm 



95 



e gì' infiammati iTìfiamniftr si Augusto 
CO che i lieti onor tomaro in tristi lutti 
L'animo mio per disdegnoso gusto, 
credendo col morir fuggir diadegnOi 
72 ingiusto fece me contra me giusto. 
Per le nuove radici d'esto legno 
yi giuro che giammai non ruppi fede 
75 al mio signor, che fu d'onor si degna 
E se di Toi alcun nel mondar riede, 
conforti la memoria mia, che giace 
78 ancor del colpo che invidia le diede >. 
Un poco attese, e poi : € Da eh' ei si tace, 
disse il poeta a me, non perder l' ora; 
81 ma parla, e chiedi a lui se più. ti piace ». 
Ond' io a lui : € Dimandai tu ancora 
di quel che credi che a me satisfaccia; 



«e. Boti : « lo imperidon si fidava tanto di 
U, die qQtmk ninn altro area al aao segreto 
HMìglio se lum Ini, e per questo li altd b»- 
nai dello impeiadore lo oominnlarono a odia- 
le et aT«di invidia, et apposonU, mostrando 
eoa ftlse lettere, oh* eUi zirelara i segreti 
Mio impesadore a' suoi nimìoi, doè ai papa». 
" 68. tenare : si oonyertixono ; lo stesso 
nase del Tb. fcmors è in hif. xzvi 186 e 
Fmg. ziT 98. ~ 70. 1/aalMO eoo. Q mio 
iiime hfcdign^^^ per l' nmiliaxione sofferta, 
cndsaAo che la morte ponosse fine al disprex- 
» ia ^e ^ ahxi m' srerano, abbraodd il 
IKtito éA soiddio. — 72. lag leste eoo. oo- 
riiti^nial. mentre ere innocente delle oolpe 
■IHMWituml^ commisi nn' ingiostizia contro me 
itsmoi. £ opportuno ricordare qoi che intomo 
•i paztioolaxi dd soiddio di Pier della Vigna 
gfiaatidU commentatori non Tanno d'accordo ; 
flLaaaaoxiTe ohe «lo imperatore lo lè'pren- 
tee e tSùo abednare, e questo ta a San Mi- 
ikto del Tedesco; poi in processo di tempo, 
fKsndolo portare a Fisa in sa ano asino lo 
iapezaton, fti per li somieri tolto giaso e 
■esso ad «no ospedale perché repoeasse, e 
qossto [Piero] batté tanto lo capo al moro 
che mori 9, e il Bnti aggionge ohe da 8. Mi- 
aiato ta portato a Pisa «e quando ta posato 
a Sant'Andrea in Barettnlaria domandò 07*0111 
sta, e dettott ohe ere a Pisa... percosse tanto 
b 090 al moro diselli s' aodse » : il Boco. e 
ria. fior, attestano invece ohe Piero, caduto 
la 'tttgff**'^ e abbacinato^ d recò ad abitare 
fibsoBSotein Pisa, dttà di parte imperiale, 
e che Todendod disprezzato e dall' imperatore 
e dd ijtt^^"^*, un giorno « essendo menato 
attorno da uno die '1 guidava, et essendo di 
Mipdto a Santo Paulo, che ò a Pisa in sulla 
Bva ff Amo, disse aodoi che '1 guidava ohe '1 
il muro della chiesa; come 



egli l' ebbe volto, questi corse et perooese il 
capo ti muro, onde le cervella gli caaoorona 
di capo et ivi moif » : Benv. rifiuta questi rac- 
conti e afferma ohe Piero s'uccise in carcere. 

— 73. Per le avove eco. U De Sanctis in un 
discorso sopra questo canto (Saggi entioi, 
Napoli, 1874, pp. 898-409) osserva g^ustamen- 
ta.che sino a questo punto Pier della Vigna 
parla senza oommuoversi, esprimendo i suoi 
pensieri in fbrma studiata e ingegnosa, e che 
solo a scagionaid dell' infamia dd tradimen- 
to appostogli la sua anima d aocalon e il 
suo linguaggio diviene aemplioe ed doquente. 

— aaoTe radlel : secondo il Buti, Benv. eoo. 
sono ood dette, perché l'anima di Pier della 
Vigna, morto nd 12A9, ere sorta in pianta 
da tempo relativamente recente; secondo i 
moderni commentatori sarebbero ood dette 
per r inaudita e minbile traaformadone di 
un'anima in pianta. —75. ehe fa d'oaor ti 
degao : Dante, che pone all' inferno l' imp. 
Federigo II come eretico, gli dA per dtro in 
più luoghi lode di prindpe valente e di cólto 
signore (cfr. ^f. X 119); qui poi la lode ò 
tanto più opportuna in quanto è messa sulle 
labbn dd protonotaro, il quale affenna la 
sua foddtà al signore ohe l' aveva devato 
d primi onori. — 77. conforti ecc. rivendi- 
chi l'onore dd mio nome, che ò ancore sotto 
il peeo obbrobrioso dell' accusa di traditore. 

— 79. Uà poco attese ecc. Davanti a Pier 
della Vigna, che ood gagliardamente aveva 
parlato della sua innocenza, 1 due poeti re- 
stano come titubanti per un sentimento mi- 
sto di pietà e di riverenza: Virgilio s' indu- 
gia prima d'invitare il compagno a Atre qud- 
che dtn domanda, e Danto a dò invitato se 
ne schermisce perché la commiseradone gl'im- 
pedisce di parlare a quell'anima lesa. — 80. 
l'ora s il tompo opportuno, il momento favo- 



96 DIVINA COMMEDIA 



84 eli' io non potrei, tanta pietà m' accora ». 
Però ricominciò: € Se l'uom ti faccia 
liberamente ciò che il tuo dir prega, 
87 spirito incarcerato, ancor ti piaccia 
di dime come l'anima si lega 
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, 
90 8* alcuna mai da tai membra si spiega ». 
Allor soffiò lo tronco forte, e poi 
si conterti quel vento in cotal voce: 
93 € Brevemente sarà risposto a voL 
Quando si parte l'anima feroce 
dal corpo ond'ella stessa s'è divelta, 
96 Minos la manda alla settima foce. 
Cade in la selva e non l'è parte scelta, 
ma là dove fortuna la balestra, 
99 quivi germoglia come gran di spelta; 
surge in vermena ed in pianta silvestra: 
l'Arpie, pascendo poi delle sue foglie, 
102 fEumo dolore, ed al dolor finestra. 

Come l'altre verrem per nostre spoglie, 

ma non però ch'alcuna sen rivesta: 

105 ohe non è giusto aver ciò ch'uom si toglie. 

TOTole. — 86. Se I'iom eoo. Cosi ti Bia fotto fette e vivaoità nella spiegazione di nn fatto? 

ciò che hai chiesto eoo. ; riguardo al 00 de- Perché è nn snloida die spiega la pena dol 

precatiro si cfr. la nota all'^/l x 82, e quanto suicidio, e narrando la storia dell'anima sai- 

alla locazione uom H fàecia si osservi ohe ha dda ricorda insieme la sua propria». ~ 9A. 

nn yalore del tatto impersonale, come pia anlm» feroce: quella del suicida; Bntì: «ben 

altro volte nel poema. — 86. liberamente : la chiama ferooe, imperò ohe oome fiera inora- 

spontaneamente; non senza però includer an- delisce contro sé medesimo ». — 96. Minos : 

che l'idea della liberalità: cfr. Pctr, zxxm 18. M giudice infernale, daranti al quale le animo 

— 90. ti spiega: si dlsviluppa, si libera; dannate vanno a confessare le loro colpe; cfr. 
cfr. Purg. XVI 64. — 91. Allor tofflò eoo. /n/". v 4 e segg. — alla settima foee: al 
Biag. : < Questo soffio, eh' ò un sospiro di do- settimo oerahio. — 97. la telT» : quella che 
loro, precede naturalmente il parlaro d' ogni ricopro il secondo girone del settimo cerchio, 
misero che si dispone al racconto di ciò che — 99. spelta: Beco. : < una biada, la qoal 
gli rammenta la cagione del suo tormento», gittata in buona tena cestisce molto, e por- 

— 93. BreTemente ecc. Bene osserva il De dò ad essa somi^ il germogliaro di queste 
Sanctis che in questa seconda parto del di- misere pianto ». — 100. sorge eoo. soigo, 
scorso di Pier della Vigna, che è la spiega- viene su in forma di giunco sottile e cteeco 
zione del mondo fantastico apparso a Danto, via via a pianta selvatica. — 101. l'Arpfo 
l'anima del suicida racconta la propria storia eoo. De Sanctis : « L'anima sepazatasl violen- 
dal punto che si è separata dal oorpo sino al tomento dal oozpo non lo riavrà piti mai, o 
giudizio universale, e aggiunge : « Non vi è riman chiusa in corpo estraneo di natura in- 
pensiero, ma azione narrata con una vigoria feriore, in una pianta, e la pianta sentila ad 
ed efficacia di stile insolita. Le parole sono ogni ora la trafittara dia il suidda si féoe in 
molto oompronsive e risvegliano parecchie vita. La separazione è etema, la ferita ò etar- 
Idee accessorie. Nel diwUa d sento non solo na; l' inferno de'sulddi è il suiddlo ripetato 
la separazione, ma la violenza e lo sforzo con- etemamento In ogni istanto ». — 106. Coma 
tro natura; nel baUstra^ non solo U cadere, l*altre eoe Come le altre anime verremo il 
ma l'Impeto e la rapidità della caduta e l'ani- giorno dd giudizio finale a cercare 1 nostri 
pio spazio percorso ; nolla parola finedra d corpi nella valle di Oiosafat : cfr. hif. vi 97-99. 
sentono l sospiri ed i lamenti e il pianto ohe — 106. éké non è ginsto ecc. Buti : « Non 
esce fuori per qud varco. £ perché tanto af- ò ragione che V nomo riabbia qud che s* à 



INFERNO — CANTO XIH 



97 



Qui le strascineremo, e per la mesta 
selva saranno i nostri corpi appesi, 
108 ciascuno al prun dell* ombra sua molesta >. 
Noi eravamo ancora al tronco attesi, 
credendo ch'altro ne volesse dire, 
Ili quando noi fummo d'un romor sorpresi, 
similemente a colui che venire 
sente il porco e la caccia alla sua posta, 
114 ch'ode le bestie e le frasche stormire. 
Ed ecco duo dalla sinistra costa, 
nudi e graffiati, fuggendo si forte 
117 che della selva rompièno ogni rosta. 

Quel dinanzi: « Ora accorri, accorri. Morte! » 
e l' altro, a cui pareva tardar troppo, 
120 gridava : < Lano, si non fdro accorte 
le gambe tue alle giostre del l^oppo » ; 



tolto aUi stesw): quoDe coso che l'aomo non 
li pQò daze, non si dee togliete ; ami le dee 
tBBfln qnnnto mol colui che gliele dà, e ae 
le xiflata, xaglone è che non le riabbia ». — 
106. Q«l le ttraaeinereme ecc. Dopo il gìn- 
£iio oniveiaale trascineremo in questa trista 
wàtn i nostri ooipi, dascnno dei quali sarà 
^{iocato ali* albero in coi d incarcerata la 
ioa anima. — 108. moleste: infesta e nemip 
eaal ewpo, del quale si spogliò (ofir. BulL IH 
20 e 29). — lU. fummo eoo. ricorda il tìt- 
pSaao, Bit. vi 658 : « Constitit Aeneas, stre- 
ittamqne exterritos hanslt ». — 112. slmile- 
msate ecc. oome saccede al cacciatore appo- 
stato, il qnale sente yeniz alla saa Tolta il 
craghiile e 1 cani che lo insegaono. Si para- 
goni con la similitodine omeiiiau Jl. xn, cosi 
ima dal Monti, con ricordi danteschi : « Come 
Btrsstri Veni ch'odon sol monte ayridnarsl 
Il l^agor della caccia, impetnosl Fulminando 
t taTeao, a sé d'intorno Bompon la selva e 
»ehisTitano la rosta ». — 118. la eaeela : i 
cani inseguenti il cinghiale. — 115. Ed eeeo 
Hc Sono due anime di violenti contro le pro- 
Ideoose, ossìa di scialacquatori, Lano da Sie- 
Bs • Giaoonu) da Sant'Andrea, che corrono la 
Mira ìuegniti e lacerati da cagne bramose. 
*- 117. egal roste : le frasche e i rami della 
Ntra intrecciati in modo da formare ripari e 
iapedimenti a ohi correva. — 118. (jnel di- 
saaai eec II primo degli scialacquatori, che 
^aggrado rieece a sottrarsi alle cagne, ò Lano 
{4eà Maconi?) da Siena «lo quale, dice il 
Boti, per molti modi fu guastatore e disfaci* 
toct di saa facultade : ma innanzi ch'elli 
««ase al tutto distrutta, nella battaglia ch'eb- 
k«o i Senesi con 11 Aretini alla Pieve del 
Toppo nel distretto di Arezzo, ove i Sanesi 
^»ò»o sconfitti, Lano fu morto » : il Bocc. 



aggiunge che fti della brigata spendereccia 
(o£r. Jnf, XXIX ISO) e ohe per essa « non spen- 
dendo, ma gittando, in piccol tempo consumò 
ciò oh' egli aveva, e rimase purissimo » : si 
veda Aquarone, Dante in StertOj p. 41 e segg. 
e O. Maconi, BaeeoUa di documenti etoriei^ 
Livorno, 1876, pp. 91-114. — Ora accorri 
ecc. « Gotta con amarezza un grido alla morte, 
alla sua terribile dannazione, che con fùria 
spietata lo persegue a fame strazio e stermi- 
nio > (O. Federzoni, Stuéti^ p. 2S3) : ò una 
vera invocazione, quindi non ò possibile che 
il vb. OMorri sia di modo indicativo (c£r. ivi, 
p. 249). — 119. e l'altro eoo. Il secondo è 
Giacomo da Sant'Andrea, padovano, figlio di 
Odorioo da Monselice e di Speronella Dele- 
smanini : fti al seguito di Federigo n nel 1287 
e fatto uccidere da Ezzelino da Bomano nel 
1289 ; di lui scrive il Lana che « dopo la mor- 
te del padre rimase ricchissimo, dissipò Io suo 
avere in mali e viziosi modi, fhi i quali se ne 
conta uno, che li venne voglia di vedere un 
gran fuoco In una sua villa eh* era tutta sua, 
e stava dal largo a vedere ardere le case >, 
ed altre somiglianti pazzie raccontano altri 
commentatori : si veda G. Gennari, Inlomo a 
Oioó. da Sant'Andrea memoria^ Padova, 1831, 
e E. Salvagnini, Iacopo da 8ant Andrea e i 
feudatari nel Padovano nel voi. Dante e Badova^ 
pp. 29-75. — 120. liane, sf non faro: eco. 
tu non sapesti fuggir c<^ dalla battaglia di 
Pieve al Toppo; dove, racconta il Bocc., 
e Lano ricordandosi del suo misero stato e 
parendogli gravissima cosa a sostenere la po- 
vertà, siccome a colui eh* era uso d'esser rio- 
chiBsimo, m mise infira i nemici, fra'quali, co- 
m'egli per avventura desiderava, fu ucciso». 
— 121. giostre del Toppo: il combattimento 
prosso la Pieve del Toppo, nel tetritorio d'Aro»- 



98 



DIVINA COMMEDIA 



e poiclié forse gli fallia la lena, 
123 di sé e d'un cespuglio fece groppo. 
Di retro a loro era la selva piena 
di nere cagne bramose e correnti, 
126 come veltri che uscisser dì catena. 
In quel che s'appiattò miser li denti, 
e quel dilaceraro a brano a brano ; 
129 poi sen portar quelle membra dolenti 
Presemi allor la mia scorta per mano, 
e menommi al cespuglio che piangea, 
132 per le rotture sanguinenti, invano. 
« O lacomo, dicea, da Sant'Andrea, 
che t'ò giovato di me fieure schermo? 
135 che colpa ho io della tua vita rea? » 
Quando il maestro fu sopr'esso fermo, 
disse : « Chi fusti, che per tante punte 
138 soffi con sangue doloroso sermo? » 
E quegli a noi : < anime, che giunte 
siete a veder lo strazio disonesto 



IO, ove nel 1287 |^ axetini econflseero i ae- 
nesi, ohe si rìtinTaiLO soli per la Tia più 
Viere della vai di Ghia&a, inveoe di battere 
quella di Montevaiohi insieme ooi floxentini 
loro alleati (cfr. Q. Wlani, Or. vn 120). 
Qoanto alla espressione dantesca, il Basser- 
mann, p. 811, vi nota nna « amara ironia », 
perch6 in questo scontro « i senesi avevano 
a loro danno espedmenlato che la goerra 
non vuole essere condotta come nn Mvolo 
torneo »; ma potrebbe anche essere stata sn^ 
gerita dalla cofls a corpo a corpo, che do- 
vette soooedere, per l' improvviso osdre de- 
gli aretini dall'agguato ove aspettavano i se- 
nesL — 122. fallfa: mancava, veniva meno. 

— 128. di stf ecc. si nascose avvolgendosi den- 
tro anncespogUo, si da formare con esso quasi 
un nodo: ofr. W- xmn 97. ~ 126. ntre ca- 
gane : Buti : < Queste cagne litteralmente si dee 
i ntendere che flnfln«n l'autore che fossono di^ 
moni posti a tormento di questi peccatori >; e 
veramente hanno rispetto agli scialacquatori 
lo stesso officio ohe le Arpie rispetto ai suicidi. 

— 126. eeiM veltri ecc. come i cani disciolti 
di recente dalle catene : paragona cotesto ca- 
gne al veltri per mettere in rilievo la loro 
velocità; poiché, come dice nei Oonv. t 12 
« bontà propria nel veltro è bene correre ». 
Da un sonetto attribuito a Dante il Tonaca 
cita il verso; «E di guinzagli uscir veltri cor- 
renti». — 127. quel che s'appiattò: Giacomo 
da Sant'Andrea, il quale s' era nascosto nel 
oeqiuglio, che albergava l'anima di un suicida. 

— 131. piangea ecc. inutilmente piangeva a 
cagione delle rotture, dalle quali colava il san- 



gue; poiché le cagne nel Due strazio déQ' ani- 
ma d^o scialacquatore non avevano rispar- 
miato il cespuglio del suicida. — 133. dleea: 
chi parla ò un suicida fiorentino. — 134. 
schermo I difesa, riparo. — 137. tante pas- 
te: cime di ramoscelli spezzati dalle cagne. 
— 188. sofli eco. mandi Itiori gocce di san- 
gue e parole di lamento ; e usa il vb. tof- 
fian per indicare il gorgogliare del sangue 
fktto pi6 vivo dall'usoire delle parole. — 139. 
E quegli ecc. Chi sia il fiorentino che Dante 
incontra fra i suicidi non seppero con certezza 
né pur gli antichi commentatori, anzi Benv. 
osserva che non si pud congetturarlo perché 
« multi fnerunt fiorentini qui suspenderunt se 
laqueo eodem tempore ». B BambagL, il Lana e 
l'An. fior, dicono ohe si tratta di Lotto degli 
Agli; il quale fb giudice in Bologna nel 1266 e 
nelle Marche nel 67, uno del mallevadori 
guelfi nella pace del card. Latino del 1280, 
priore in Firenze nel 1286, capitano del popolo 
a Cremona noi 77, a Modena noli' 82, podestà 
di Trento nell' 87, di Cremona noli' 88 e di 
Pistoia nel 1290; di lui si nana che « aven- 
do renduto uno consiglio falso et essendo 
stato condannato per questo vituperevolmen- 
te, se ne pose tanto dolore a cuore eh' egli 
tornato a casa sua per disperazione s'impiccò 
per la gola » : inveoe l'Ott. il Buti e altri di- 
cono cotesto suicida essere Boooo dei Mozzi, 
« il quale poi ch'ebbe distrutta la sua facultà 
per dolore e per disperazione s'appicoé per la 
gola in casa sua ». Che si tratti di quesfnl. 
timo parrebbe confermato dai v. 146. — 140. 
lo strazio ecc. Virgilio, J^ vi 497, di Dei- 



INFERNO - CANTO Xm 



99 



141 o'ha le mie fronde si da me disgiunge, 
raccoglietele al piò del tristo cesto. 
Io fili della città che nel Batista 
144 mutò '1 primo patrono ; ond' ei per qiiesto 
sempre con l'arte sua la farà trista: 
e se non fosse che in sol passo d'Amo 
147 rimane ancor di lui alcuna vista, 
quei cittadin, che poi la rifondamo 
sopra il cener che d'Attila rimase, 
avrebber &tto lavorare indamo. 
151 Io fei giubetto a me delle mie case >. 



Cobo: < tt tnmcM inhoneilo Tnliìcre naxm • 
Qhon, 1179). — 142. trteto Mito I infelice 
cetpi^lSo. — US. dtlà eoo. Fixenie ohe in- 
isui al oristicneeiao rieo no ecevm per protet- 
ta» Unte, dio deUa giMnaCofr. O. '^Hllani, 
0. 143), ebbe poi per protettole lan Oloran- 
li BtfMeta. — 145. l'arte leai la guerra : 
aDoMBe non tanto aidiaastd militali, qiianto 
aOe lotte inteme. — 146. t te nen feaie 
tee. Q. volani (Or. 1 43, 60, n 1, m 1, xi 1) 
neoonta le rioende di una itatoa Innaliata 
4ai iamitini al dio Marte; la quale, oonTer- 
tita la città al frriatJaneBimo, tu. ooUooata so- 
pB una tocre pieaso l'Amo e nella distm- 
xioae della città per opera dei barbari Mgit- 
tata nel ifaiaie: r^peecata neU'801, ta posta 
la capo dal Pont» Teooblo, e Ti rimaae tino 
al laaS, teetiaMme delle diaooidie cittadine e 
érifueoiiiaBe di Buoodelinont» (efr. Bit, zyi 
M6). Boa è inutile arreitire òbe, eeoondo il 
Bnitebon, (h9oh,9(mFhrmx,I 748eiegg., 
hfiuUiea iBagine di Marte farebbe itata una 
•trtu trrr***** in onore di Teodoxioo o di al- 
ti» re gotoé — sul pMse i'Anet sul Ponte 
Teeehio; a poca distania da questo e predsa- 
watB «in capo del P(ate Rubaconte [ora alle 
etaóe] di là da Ano» arevano le case 1 Mol- 
ti, xkca e potente fionigliadi grandi di parte 
|iel& (O. VUL, Or. m 43); si ohe sembra pid 
■staiale in bocca di Becco de^Moad òhe d'ai- 
tò fl rioeido deUn statua di Marte, eh'ei do- 
Tpva aver anruta s p esse Innanxi agli occhi 
|er la Tietnaa» aUe sue case. — 147. uleuua 
ilBtot qnalelke resto Tliibil»| la .e pietra sce- 



ma» (Air. xvx 146). — 143. «nel elttodln 
eco. Fra le leggende italiche di distruzioni fe- 
roci delle nostre dttà fette da Attila re de- 
gli Unni corse nel medioeTO un racconto f a- 
Toloeo, secondo il quale Attila nell'anno 450 
sarebbe venuto con ventimila uomini a ven- 
dicar Oatilina, riamando Fiesole distratta e 
abbattendo Firenze (B. Malaspini, St, fior.^ 
capp. 20 e segg.): questa leggenda, nella 
quale si confonde Attila oon Totila re dei Qoti, 
che nel 643 Ibce assodlsr Firenze dai suol 
capitani, era molto diffusa ai tempi di Dante 
e solamente la critica storica posteriore potò 
mostrarne la fklsità (si veda il disoorso di 
y. Boighini, Se Pìr. fié api«nata da Attila 
eoo. nei suoi Dùooni Firenze, 1684, e si cft*. 
D'Ancona, StiMUdierU.*aloriateU,,jip,3^d' 
880). — pel la rlfoadamot rìoostruirono 
Firenze, ai tempi di Carlomagno (ofir. Mala- 
spini, 8L fkr, cap. 45, G. VUlani, Or, mi, 
Boighini, 1. cit). — 150. avrebber eoe : per- 
che, come scrive il Villani, O. in 1 < dioesi 
che gli antichi avevano opiiiione^ che di rifiwla 
non s'ebbe podere, se prima non tn. ritrovata 
e tratta d'Amo l'imsf^ di marmo conseora- 
ta per li primi edificatori pagani per nigro- 
manzia a Marte, la quale era stata nel fiomo 
d'Amo dalla distrazione di Firenze infine a 
quello tempo >. — 151. le fel eoo. Io mi im- 
piccai neUe mie case ; poichó giubetto^ frane. 
gibd significa /broa, patibolo (Diaz 166, Zing. 
125); o è, secondo altri, l'odificio dove in Pa- 
rigi si eseguivano le g^ostizie. 



CANTO XIV 

Dante e Vlncillo entrano nel terzo girone, costituito da nna landa de- 
•ertàt aelU qnale i violenti contro Dio sono esposti a nna pioggia di fiamma ; 
e prlm» Ineontrano eoloro ehe esercitarono la loro violenza contro r essenza 
di IMo, eloè i dispregiatori del nome divino, tra i qaali è Capaneo, e mentre 
proeedoBO Yirgflio spiega a Dante T origine de' flnmi infernali [9 aprile, ore 
tttiaeridiaae Terso l'alba]. 



100 



DIVINA CJOMMEDIA 



Poiché la carità del natio loco 
mi strinse, raunai le fronde sparte, 

8 e rende* le a colui ch'era già fioco. 
Indi venimmo al fine, ove si parte 

lo secondo giron dal terzo, e dove 
6 si vede di giustizia orribil arte. 
A ben manifestar le cose nuove, 
dico che arrivammo ad una landa, 

9 che dal suo letto ogni pianta rimuove. 
La dolorosa selva Vò ghirlanda 

intomo, come il fosso tristo ad essa: 
12 quivi fermammo i passi a randa a randa. 
Lo spazzo era un'arena arida e spessa, 
non d'altra foggia faiìA che colei| 
16 che fu da' pie di Oaton già soppressa. 
vendetta di Dio, quanto tu dèi 
esser temuta da ciascun che legge 
18 ciò che fu manifesto agli occhi miei! 
D'anime nude vidi molte gregge, 
che piangean tutte assai mìseramente, 
21 e parea posta lor diversa legge. 



XIV 1. Poiché eco. Prima d'iucire dalk 
Belva dei euiaidi per entrare noli* landa del 
violenti contro Dio, Dante, mosso dal senti- 
mento ili carità patria verso il suo oonoitt»- 
dino suicida' (Lotto degli Agli o Boooo dei 
Mozzi), racooglie, secondo oh' ei gli aveva 
chiesto (cfr. Jnf, xm 142), le fronde dal ce- 
spuglio in coi era incarcerata T anima di 
lai. M. Schierino, Lechtra, p.*8: «Quanta 
tenera tristoscza, quanta soave malinconia, 
qoanta nostalgia in questa prima terzina, 
connessa strettamente al precedente, ma me»* 
sa invece qui, in principio del nuovo can- 
to, quasi una di quelle battute di preludio, 
con cui i grandi musicisti sanno, al comin- 
ciar d^un nuovo atto, richiamar tutto un 
passato e disporci 1' animo a nuova mesti- 
zia I >. — 8. era già fioco: era già silen- 
sioso, non parlava più. — A. Indi eoo. Per- 
venimmo al confine, ohe divide il secondo 
dal terzo girone, e vedemnvo un modo orri- 
bile di giustizia divina, cioè le fiamme che 
piovevano dal cielo sopra i violenti contro 
Dio. — 7. cose naOTe : o£r. Inf, vn 20 : « nuove 
travaglie e pene». — 8. landa: pianura 
aperta; ofr. Pitrg, zxvu 98. — 9. dal sio 
letto eco. dal suo piano rimuove qualunque 
specie di alberi, non lascia crescere alcuna 
pianta. -^ 10., La dolorosa ecc. Come il 
fiome di sangue dei violenti contro il pros- 
simo gii» intomo alla selva dei suicidi (Jnf, 



n 62), cosi la selva circonda, a guisa di 
ghirlanda, il piano dei violenti contro Dio. 

— 12. » randa » randa : Butl : < rasoits 
rasente la rena, perché in su la pianura non 
potavano scendere, perché v'era fuoco, come 
manifèsta ora >: randa pare certamente deri- 
vato dal ted. nmd, margine, estremità (Diea 
268). — 18. spaiso: suolo; Boxgh.: «Koi 
abbiamo tpaxio e apaxxo, diversi di dire o 
di significato ; il primo importa itUeroaUmi^ 
il secondo tolum »: cfr. Purg. xni 70. — 14. 
«elei ohe tm eco. quell' arena ohe fri calcata 
dai pedi di Oatone, allorché guidava per i 
deserti della Libia gli avanzi dell'esercito 
pompeiano per oongiungersi a Giuba re di 
Kumidia: ofr. Lucano, JTfart, ix 882 e segg. 

— 16. vendetta eoe : ofr. Inf. vn 19 e 
segg. — 19. anime nado : erano le anime doi 
violenti contro Dio, tutti esposti alla piog- 
gia di fuoco, ma in diversa maniera; poiché 
alcuni giacevano supinamente (disprezzatoii 
di Dio), altri sedevano raccolti (usurai) o 
altri camminavano senza posa (sodomiti) sotto 
la pioggia. Tutte le anime nell'inferno sono 
nude (cfr. Jnf. ni 65, 100, vii 111, xm 116, 
xvm 25 9oc); ma della nudità Danto « non 
fa cenno se non colà dov* essa può riuscire 
a render meglio sensibile e completo U tor- 
mento, dove doò questo riusciamo a imagi- 
narcelo più efficace, ricordando ohe pesa ap- 
punto su animo nude > (Schoiillo, Lei, p. 18). 



-Tf 



INFERNO — CANTO XIV 



101 



27 



80 



86 



89 



Supia giaceva in terra alcuna gente, 
alcuna si sedea tutta raccolta, 
ed altra andava continuamente. 

Quella che giva intomo era più molta^ 
e quella men che giaceva al tormenio, 
ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

Sopra tutto il sabbion d*un cader len::o 
piovenn di foco dilatate falde, 
come di neve in alpe senza vento. 

Quali Alessandro in quelle parti calde 
d'India vide sopra lo suo stuolo 
fiamme cadere infino a terra salde; 

per ch'ei provvide a scalpitar lo suolo 
con le sue schiere, per ciò che il vapore 
meVsi stingueva mentre ch'era sole: 

tale scendeva l'eternale ardore; 
onde l'arena s'accendea, com'ésca 
sotto focile, a doppiar lo dolore. 

Senza riposo mai era la tresca 



— 22. 8ifla: sapinamente; agg. in fdnziane 
sTTvbiale, come in Inf, x 72, zzm 44. — 
fflaf«T*: ofr. al r. 47 raooenno alla posi- 
tua di Capaneo. — 23. ti Mdea: cfr. Inf. 
xm 86, 45, 69. — 24. aadaTft: cfr. Inf. xv 
17, 37 0OC. — 26. er* pltf molte: la sohieia 
éà aodonùti era la più numerosa delle tre, 
quella dei Tiolenti contro Dio era Invece la 
jòA goccia. — 27. pid al dvolo ecc. come 
oA mondo ebbero 1a lingoa pronta a bestem- 
Bìaie Iddio, oosi nell'inferno l'hanno sciolta 
ai lamenti e alle imprecazioni contro la pena. 

— 29. plOTeaa eco. Non ò improbabile che 
qui già una rimembranza biblica, del ftiooo 
ehe picnrve sopra Sodoma {Omiesiy xix 24). — 
3iX eMse ecc. BeH» e semplice comparazione^ 
ebe xiooidA le simili imagini di dne antichi 
lÌBataxi, F. Ismera (VaL I 431): «Veder 
toccar 1* nere senza venti», e G. Cavalf 
canti, aon. xv : « E bianca neve scender senza 
reati ». Note Yentori 112 che « i suoni 
aperti di qneato rerso eepiìmono la larghezza 
dei ftocehi lentamente cadenti ». — 81. Qoàli 
ileiaaadre ecc. Nella epistola di Alessandro 
maguo ad Aristotele, D* sUu India$ et Uin»- 
nm in ea tnstitaU (Lipsia, 1888, p. 208), 
si xaooonto che dorante la spedizione nel- 
r India cadde una rolta la nere in tanto co- 
pia, che Aleesandro dorette tarla calpestare 
éai soldati, e che poco dopo renne una straor- 
iii^^Tia^ pioggia di facce, contro la quale egli 
ocdind oh A ciascuno opponesse le sue resti : 
Dante, di questi due fatti distinti, fu un solo, 
Ione per arerne amto notizia indirettamente, 



n(m dall'epistola, ma da qualche rifacimento 
dei tanti che corsero ma medioero delle leg- 
gende su Alessandro il l'irande (intomo a che 
si consulti G. Farro, Richanhea aynr lu Mst, 
fabuteuges i^Alexandre k grand in UUanges 
d'hist. liti,, (Hnerra, 1866, roL II, e P. Meyer, 
Alexandre U grand dant h liUéraiure franfoisA 
du moyen age, Parigi, 1886), oppure, come 
opina il Toynbee, iStoóvA^ I 86, da un passo 
di Alberto Magno, D» Hetéoria^ i, 4, 8, or' ò 
la medesima concisione., — 83. Inflae a ter- 
ra salde s che si mantenerano unite, non 
li oonsumarano sino a ohe erano giunte a 
terra. — 84. sealpiter lo snelo ecc. a far 
calpestare dai soldati le, fiamme cadute, per- 
ché pia facilmente si suegnerano prima che 
altre sopragiungessero Ctù cielo : ofr. la nota 
al r. 81. — 87. tele eco. Venturi 589 : « Gli 
accenti grari del rerso esprimono V inces- 
sante e interminabile p'ioggia di faooo ». — 
88. eom' dsea ecc. con quella facilità con la 
quale s' accende l' ésca ijotto la pietra focaia 
battuto dall' acciarino. Ili questo similitudine 
si ricordò il Prezzi, Qtmidr. i 17 : «Si corno 
l'esca al foco del focile^i >. — 89. focile: è 
il nome che gli antichi (tarano all'istrumento 
d'acciaio o aociarino, c(il quale percoterano 
la silice per trame la sdintilla. — 40. Senza 
riposo eco. Fanfani : « Chi spiega tresca per 
baUirmnlo di mani mi sembra essere alci«n 
poco lontano dal rero, perché quelle falde di 
nere ò impossibile a scnoterle ria da sé bat- 
tendo le mani insieme, e solo rien ciò fatto 
menando, or qua una, < ir là un' altra mano^ 



lo-j 



rrrrNA commedia 



^fWf' mii-cre manii or qxundi or quinci 
V iscotomio da sé r arsura fresca. 
Io ooiufiicitti: «Maestro, tu che vinci 
Lutt^ le coHe, fuor cbe i demon duri, 
lo rh© aU'outiar della porU incontro uscinci, 
chi è vjuol grande, ohe non par che curi 
l'ine nai> ♦• giace dispettoso e torto, 
JS si cli€ ìa r loggia non par che il maturi? > 
E que't u.'d.^^.ao, ohe si fu accorto 
cL'io diniMj('ava il mio duca di lui, 
51 gi '' ' < Q^3,l io ftii vivo, tal son morto. 
o Gì ove stanchi il suo fabbro, da cui 
crti< efato prese la folgore acuta, 
54 ondo 1" ultiiao di percosso fui, 

) 8*o£;H stazi- }v gli altri a muta a muta 
in Moi. Ribello alla fucina negra, 
57 cliif*mai:*^) : * Buon Vulcano, aiuta aiuta', 
d com' ei il e alla pugna di Flegra, 
tì D e saetti di tutta sua forca, 
CO non ne pcriobbe aver vendetta allegra». 



'> 'i jH-:~. vna ove ; 



U 



f 'rene 
•ivano; 
', q nelle 

1 V '1 j.n.t-, «; •' -; -e' <> .lili^ 
li V v ' /r*,*"!, t • ' ^•■^Tiiiift. 
' ' . V 0» 'ii' . " ^rll'^eooiOi 
^■u'ì. e* F.'i-'v re»: K p * :iipO| 
. . - — * I*»'-'» ira f -dca: 
i\. . ■,! .iiU re. - u. fa *reke 
t*'\^' o^ 1 <v... .1 liii- s^i t rano 
t n «;:' It ^:.' ^ ('e -A dttà 
■ l ,i> ft!i bi*- ^n> r 'liu-o del 
■ c!r. /»i/. \iu oi' s >.-?., 1x76 
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•• ol.iwa--. » (T.'c^ IH 'jió; 
n- ' • ^r'-o.-ì ( Ti ,1 '><:" . 

1 *£ *• t t ^ f -' .1 > mo. 
,. ' '' janoo *'"• \-*e r .-• r 
v' '•'>li" tu:'' mara mt"'-;f\n: 

, t. ■j'i^'J''''* 'il ' *^^; ^ '-^'' "■' 
u ■;■-.' '.e ti'ìc 'I. t* jrt' * t ..it/ 



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iKi' 'Vtti 

Jv'o ed 
.' • «so 

fi . .età 

b. «j;^;,rarfl ■^ tritio <iui 



: ra 



alla signiiloazione di domare, flaoosiB. — 61. 
<)ial eoo. Oome M nella vita, ooef sono ont 
dispreszatore degli dèi (Stazio, TMf, m 608: 
« Saperam oontamptor et aeqni impatiens »). 

— 62. Se GioTO eoo. Se Oiore eoagllMae 
contro di me tatto le saette, che possono 
fornirgli Vulcano e i Gldopi, non rinsoirebbe 
a Tinoere il mio disprezzo. — 11 sio fiibbros 
Volcano, figlio di Qiove e di Oinnono, seoofiido 
la mitologia lavorava nella snafticinadeirfit&a 
le saette per U re degU dòL — 65. §11 «Itrt : i 
CSdopi compagni di Vulcano. — » auita % 
mata t vicendevolmente, l' ano dopo t' altxo. 

— 66. HoBflbello: nome medioevale del- 
l' Etna, d'orìgine araba. Bassermann, p. 280: 
« Kel nome popolare di MongibeUo invece di 
Etna risaona ana nota realistica >. — 67. ekla- 
mando eoo. invocando l' alato di Voloano, oo- 
me già fece nella pngna contro i Giganti oom- 
battata in Flegra. — 60. Tsaiett» alle^rms 
osserva il Bati che « sogliono gli nomini mon- 
dani quando fknno vendetta di loro nemici «- 
vore allegrezza » e che « l'aotors parla seoondo 
la condizione ddla persona introdotta, chó 
quella di Dio non ò vendetta, ma giostizla ». 
H. Scherillo, Lect p. 15 : < Oapaneo, porao- 
niflcazione della forza materiale, non pensa. 
Egli concepì Oiove a somiglianza soa, bru- 
talmente forte, ma plebeo e grossolano; e non 
potrebbe ora imaginare nn Dio immateriale, 
senza passioni, impecoabilmente ginsto e 
ineffabilmente misericordioso. Nella infinita 
iattanza della soa forza, el fi compiace di raf- 
flgurarselo omeeiato ancor», come allora che 



INFERNO - CANTO XIV 



103 



Allora il duca mio parlò di forsa 
tanto ch'io non l'avea d forte adito: 
63 €0 Capaneo, in ciò che non s' ammorza 
la tua superbia, se' tu più punito : 
nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
66 sarebbe al tuo furor dolor compito ». 
Poi si rivolse a me con miglior labbia, 
dicendo: € Quel fu l'un de* sette regi 
69 ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'egli abbia 
Dio in disdegno, e poco par che il pregi: 
ma, come io dissi lui, li suoi dispetti 
72 sono al suo petto assai debiti fregi. 

Or mi vien dietro, e guarda che non metti 
ancor li piedi nell'arena arsiccia, 
75 ma sempre al bosco li ritieni stretti >. 
Tacendo divenimmo là ove spiccia 
fuor della selva un picdol fiumicello, 
78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 
Quale del Bulicame esce il ruscello, 
che parton poi tra lor le peccatrici, 
81 tal per l' arena giù sen giva quello. 



gfi tooeft d' ascoltarne la laciilega sfida; per- 
dò anzi lo ifida anooia, lo ingimia, lo bef- 
ftggìa xkozdandQgli impugna di FUgra e lap- 
pmeatandolo nell'atto ridicolo di racooman- 
iaxA al iman Vuleamo con grida di fanciullo 
ifarentato : aiuita^ oMa / E lo sfiderà e lo 
WEBggetà in etamo. Cosi, dall'nna parto egli 
li cenpiaoe d' imaginare e Qìore 9 H mto 
fàtn e i Ciclopi tatti aitàcoendati, trafelati, 
Éanekif nel fabbricar nnove folgori nella fu- 
ma negra di Mongibello; dall' altra Ini, Ini 
nlo, TinTincil^, oibe non gli promette nn'o^ 
bgn vendétta ». — 61. ÀUor» eoo. La ra- 
fios» Oman* condanna l' empietà, e però Vir- 
gilio •* accende di sdegno al parlare di Ca- 
paaeo, e gli risponde con nn ammonimento 
•ereiD. — 68. 1b elò eoe. nel fatto che la 
tia empietà continua ad agitarti, ta trovi la 
maggiore delle pene, poiché nesson' altra sa- 
zskbe proporzionata al tao furibondo peccato 
fsanto fl perdoraie della toa rabbia impo- 
tnt». — 67. MB miglior labbia: con aspetto 
{i6 benevolo ; sol significato del nome labbia 
di. I%erg, zzm 47. — 68. Quel eoe. I re 
OGllflgati per tog^re a Eteoole il regno di 
T^ finono Oapaneo, Adrasto, Tideo, Ippo- 
Mdcnte, Amfiarao, Partenopeo e Polinice. — 
(9.asitscr: assediarono; ò dal vb. OMuidre, 
bt oMiarv. — 71. Ini : cfir. la nota all'In/'. 
I 8L ~ 72. aemo ecc. sono gli ornamenti 
cà» meglio oonTeogono alla saa condirione. 
- 7& ATCSlvat: %ai e in Inf, znu 68. 



Pusrg, m 46 il Tb. dimntire significa wnkn, 
giungere, non senza accennare anche il laogo 
onde il soggetto mnove. — 77. flamleello eco. 
É Flegetonte, ohe dopo aver aggirato intomo 
il primo girone passa, per mezzo al secondo 
ossia alla selva dei soicidi, nel terzo girone: 
c£r. V. 124 e segg. — 78. lo evi rossore eoo. 
Tomm. : « Orribile a vedere qnel sangue tra 
il fosco della selva, il rosso del ftiooo, il gial- 
liccio della rena». —79. Quale del Bnlleave 
ecc. : paragona n flamleello infernale al pic- 
colo corso d' aoqoa rossiccia e bollente, che 
esce dal Balicame, sorgente termale non 
lungi dalla città di Viterbo; dal quale corso 
d' acqua U peoeatrid^ o meretrici come spie- 
gano quasi tutti 1 commentatori, a qualche 
distanza dal suo principio, solevano deriva- 
re r acqua raffreddata ai loro bagni privati. 
La cosa doveva essere notissima nel medio- 
evo, quando le sorgenti termali di Viterbo 
erano molto frequentate (il Bulicame d ricor- 
dato da G. Villani, O. i 61, datt'Uberti, 
Dia. ni 10, dal Prezzi, Quadr, n 16 ecc.), ed 
ò accertata da uno statuto viterbese del 1469, 
ove è prescritto che e se vogliono bagnarse, 
Tadino diete meritrioi nel bagno di Bulicame > : 
si veda in proposito I. Ciampi, Un munioipio 
italiano ncU' età di Dante Al,, Boma, 1865 ; 
A. Corradi, Stufe e bagni ealdi nel medioevo 
in Rendiconti del R, Mituio lombardOt serie 2*, 
tom. XXn, pp. 662-665; B. Murari, KoU 
dmteeehef II , Begi^o Emilia, 1886; t fl 



104 DIVINA COBIMEDIA 



Lo fondo suo ed ambo le pendici 
fatt'eran pietra, e i margini da lato: 
84 per ch'io m'accorsi che il passo era liei. 
€ Tra tutto l'altro ch'io t'ho dimostrato, 
poscia che noi entrammo per la porta, 
87 lo cui sogliare a nessuno è n^ato, 
cosa non fu dagli tuoi occhi scorta 
notabil come lo presente rio, 
90 che sopra sé tutte fiammelle ammorta >. 
Queste parole fdr del duca mio ; 
per che il pregai che mi largisse il pasto 
93 di cui largito m'aveva il disio. 

€ In mezzo mar siede un paese guasto, 
diss'egli allora, che s'appella Creta, 
96 sotto il cui rege fa già il mondo casto. 
Una montagna v'ò, che già fu lieta 
d'acque e di fronde, che si chiamò Ida; 
99 ora è diserta come cosa vietcu 
Bea la scelse già per cuna fida 
del suo figliuolo ; e, per celarlo meglio, 
102 quando piangea, vi &cea far le grida. 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 

Bassennann, pp. 291-294. — 82. Lo fondo « sotto cai giacque ogni malizia morta » (Bxr, 
eoe. : il fondo, le due sponde e i margini la- xn 26), oon manifesto ricordo delle parole 
torali del Home Flegetonto erano divenuti di di OioTonale, Sat, vi 1 : € Credo pndicitianL 
pietra. — 84. 11 passo eco. il luogo ove pas- Saturno rege moratam In tonis », o foxBe 
sarò era nei margini laterali, tra il corso del anche di Virgilio, EM. vm 824 : e Aurea quae 
fiume sanguigno e l' arena infocata. — Ilei : perhibent, ilio sub rege ftierunt Saeoula : sic 
U, lat. mio : è anche in Purg, vn 64.-86. placida populee in pace regebat >. — - 99. ora 
la porto eoe. la porta, della quale tutti pos- eco. adesso ò abbandonata come sogliono es- 
sono liberamente varcare la soglia per entrar sere i luoghi guasti dal tempo. — 100. Bea 
nell' inforno : cf^. Inf, m i e segg. — 87. so- ecc. Bea o Cibele, moglie di Saturno, al quale 
filare: voce raramente usata invece della partorì Qiove, Nettuno e Plutone, per sot- 
più comune forma soglia (Inf. ix 92, Purg. trarre Giove al padre che lo avrebbe divorato 
iz 104 ecc.). — 90. ehf sopra §é ecc. che come i figli precedenti, lo fece nutrire segre- 
spegne per mezzo delle sue evaporazioni (cf^. tamente sul monte Ida, nascondendo i vagiti 
Inf. zv 2-8) tutte le fiamme che vi piovono e le grida del bambino con il fhigoroeo suono 
sopra (cfr. v. 142). — 92. ehe mi largisse di strumenti che ftwevano i Caroti, al quali 
eoo. come aveva susdteto in me il desiderio ella lo aveva affidato: cf^. Virg. En. m 111 : 
di conoscere che cosa di maravigUoso fosse < Hinc Mater cultàx Cybeli, Oorybantlaquo 
in questo fiume, cosi lo sodisfacesse. — 94. aera, Idaeumque nemus : bino fida silentia 
la messo nar ecc. La descrizione che segno sacris Et iuncti currum dominae subiere leo- 
dell' isola di Creta e del Monte Ida ricorda nee». — 108. «a graa veglio: l'idea di 
parecchi tratti di Virgilio, £H. m 104: « Creta questa statua del veglio di Creta può essere 
lovis magni medio iacet insula ponto; Mons stata suggerita a Danto dal ricordo della 
Idaous ubi, et gentis cunabula nostra». — Statua apparsa in sogno a Nabucoodonoaor 
guasto : disertato e rovinato, por esser state re di Babilonia, secondo il racconto biblico 
nel volger de' soccli guaste le cento città che {Daniele^ n 81-83) : t Ecco una grande sta- 
anticamente vi sorgevano; Virg. En. ni 106: tua, il cui splendore era eccellente, era in 
e Centum uibes habitant magnas, uberrima pid e il suo aspetto era spaventevole. B capo 
regna ». — 96. sotto il cai rege ecc. Ao- di questa stetua era d' oro fino ; il suo petto 
oennà ai tempi di Saturno, primo re di Creta, b le sue braccia d' argento ; il suo ventre • 



INFERNO - CANTO XIV 



105 



105 



108 



111 



lU 



117 



che tien volte le spalle in vèr Damìata, 

e Roma guata si come suo speglio. 
La sua testa è di fin oro formata, 

e puro argento son le braccia e il petto, 

poi è di rame infino alla forcata; 
da indi in giuso è tutto ferro eletto, 

salvo che il destro piede è terracotta, 

e sta in su quel, più che in su l'altro, eretto. 
Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta 

d'una fessura ohe lagrime goccia, 

le quali accolte fóran quella grotta. 
Lor corso in questa valleTsi diroccia: 

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; 

poi sen van giù per questa stretta doccia 
infìn là dove più non si dismonta: 

fanno Oocito; e qual sia quello stagno, 



Io suo cosce di nme; !• sue gambe di fono, venae peioxii in aernm Omne nefas : Ihgere 
saoi piedi, in paite di feiro in parte d*ar- . pador, venunqae, fidesqne; In quorum su- 



pìì^». Intorno al significato allegorico del 
TB^io di Creta, i commentatori, sebbene di- 
scordi qnanto ai particolari, convengono qnasi 
tatti Dell* idea che simboleggi il cono del- 
r aauuiità nelle sne yarìe età e il progresslTO 
peggioramento dell'uomo: le la^pcime, delle 
quU si formano i fiumi infernali, significano 
i Tìd che conducono le anime alla perdizione; 
la Ignz» Tolge le spalle verso l'oriente, per 
ìidieaxe il corso seguito dall'umanità nel 
processo della sua storia, o il passaggio della 
ESfcana autorità dalla monarcbia assira al- 
F iopero romano ; e finalmente i due piedi 
«ywifii^mnft le due podestà, quello di terracotta 
k spirituale e quello di ferro la temporale. 
" lOL DaMiaU : città dell' Egitto, sovra 
US dsOe foci del Nilo, posta qui a indicare 
rOrieate, come Boma sta a indicare l' ooci- 
iaito. — 106. spedilo: specchio; cfr. Ftxr. 
nx 83. — 106. La sua tette ecc.: simbolo 
éàbL prima età, dell'oro ; Ovidio. Mei. i 89 : 
« Aurea prima sata est aetas, quae vindice 
BoDo, Bponte sua, sino lege, fldem rectomqne 
cdebat » eoe : cfr. Purg. xxn 148. — 107. 
• pare argeato ecc. simbolo della seconda 
eti. dell' argento ; Ov., MeL x 113 : « Fost- 
<taasi, Satamo tenebrosa in Tartara misso, 
Sub love mondua erat : subiit argentea pro- 
les, Auro deterior, ftdvo pretiosior aere > ecc. 
— ICS. pel è 41 rase ecc. : simbolo della 
tsnaetà, del rame; Ov. MeL 1 125: e Tertia 
post illaa soocessit aenea proles, Saevior in- 
i panw, et ad horrida promptior arma; Neo 
sosienta tamen >. — forcata: 1* inforcatura, 
qadk parte ove il tronco si divide negli 
siti inlériorL — 109. da indi ecc. simbolo 
della quarta età, del ferro; Ov., Met, 1 127: 
« De duro eat ultima ferro. Protinus irrumpit 



Mere locum fìraudesque dolique Tnsidiaeque 
et vis et amor sceleratus habendi >. — 110. 
Il destro piede eco. Sul valore simbolico del 
due piedi non s'accordano i commentatori, 
ohe pur vi riconoscono l' idea della Chiesa e 
dell' Impero ; il Buti p. es. dice che « il piò 
ritto ch'era pur di terracotta» significa il 
governo spirituale che «si solea fare con ' 
clemenzia et umanitade », e 1* altro significa 
il governo temporale che «faoeasi con la 
spada della giustizia, e però finge che fosse 
di ferro >: invece Benv. dice che la Chiesa ò 
simboleggiata nel piede di terracotta, perché 
dall' umiltà e povertà primitiva era passata 
agli ornamenti e alle ricchezze dopo la do- 
nazione di Costantino, e l'Impero ò simbo- 
leggiato nel piede su cui meno si posa la 
statua, perché la sua autorità andò sempre 
diminuendo. — 112. f aor ehe Poro : perché 
nell' età dell' oro il mondo fu senza vizi. — 
114. le qnall ecc. le quali raccogliendosi ai 
piedi della statua perforano la grotta entro 
cui essa sorge : queste lagrime sono il sim- 
bolo delle colpe umane, ohe vanno tutte a 
finire nel tristo buco, « ohe il mal dell' uni- 
verso tutto insacca » (Inf. vii 18). — 115. si 
diroeeia : si precipita da una rupe a un'altra 
dell' inferno. — 116. Acheronte : cfr. Inf. 
m 71. — Stige : cfr, Lif, vn 106. — Flege- 
tonta : è certamente « la riviera del sangue > 
dove sono immersi i violenti contro gli altri 
{Inf. xn 47), la quale poi spiccia fuor della 
selva dei suicìdi nel girone dei violenti contro 
Dio. — 117. doccia: gora, condotto; cfr. 
Inf. xxra 46. — 118. là dove eco. nel fondo 
dell' inferno, al 'centro della terra oltre il 
quale non si scende piti, ma si passa nel- 
r omisforo australe. — 119. fanno Oocito ; 



106 



DIVINA COMMEDU 



120 tn il Tederai, però qiii non si conta >. 
Ed io a lui : € Se il presente rigagno 
sì deriva cosi dal nostro mondo, 
123 perché ci appar pnre a questo vivagno ? > 
Ed egli a me: € Tu sai che il loco è tondo, 
e, tutto che tu sii venuto molto 
126 pur a sinistra giù calando al fondo, 
non se' ancor per tutto il cerchio vòlto ; 
per che, se cosa n'apparisce nuova, 
129 non dèe addur maraviglia al tuo volto >• 
Ed io ancor : € Maestro, ove si trova 
Flegetonte e Lete; che dell' un taci, 
182 e l'altro di' che si fa d'està piova? ;► 
€ In tutte tue question certo mi piaci, 
rispose; ma il hoUor dell'acqua rossa 
135 dovea hen solver l'una che tu facL 
Lete vedLrai, ma fuor di questa fossa, 
là ove vanno l'anime a lavarsi, 
138 quando la colpa pentuta è rimossa ». 
Poi disse : € Omai è tempo da scostarsi 
. dal hosco ; fa che di retro a me vegne: 
li margini fan via, che non son arsi, 
142 e sopra loro ogni vapor si spegne >. 



cfr. Inf, xxDi 22 o 9»^, — ^i. Ed lo eoo. 
Dante che aveva già visto Acheronte e Stige, 
si meravìglia di non aver visto prima d' ora 
ii fiomicello apparsogli all' orlo del terzo gi- 
rone, che egli crede diverso da Flegetonte, 
e del fatto chiede spiegazione a Virgilio. — 
rigagno : rigagnolo, piccolo corso d' acqoi^; 
si ricordi che al ▼. 77 l' ha già detto « on 
picciol finmicello » e al v. 79 l'ha paragonato 
al < ruscello » del Bulicame. — 123. vlTagno : 
cosi dicesi propriamente l'estremità o cimosa 
dei tessati ; ma Dante l' osa in senso di 
estremità in genere, riferendolo qui alla selva, 
in /«/*. XXIII 49 alla ripa d'una bolgia e nel 
Purg. XXIV 127 ai margini della via. — 124. 
Ed egli ecc. Virgilio risponde che nel loro 
viaggio non hanno sinora percorso che una 
parte della linea circolare, ch'essi vanno de- 
scrivendo di mano in mano che scendono; 
porciò non deve meravigliare il fatto d' in- 
contrare cose non viste ancora. — 11 loco è 
tondo : r inferno Ò costituito da nove cerchi 
concentrici, di ciascuno dei quali i poeti per^ 
corrono una parte volgendo sempre verso si- 
nistra. — 125. molto: perdio sino a questo 
punto essi hanno percorso circa due toni del 
loro giro circolare. — 126. pvr a sinlitrs ecc. 
scendendo solamente verso sinistra : infatti 



due sole Tolte nel loro viaggio per l'iatemo 
Virgilio e Danto piegano vano deatra (cfr. 
Inf, IX 1S2, xvn 81), riprendendo quasi su- 
bito il cammino normale. — 132. éttA plora: 
le lagrime del veglio. Dante, nell'interno del 
verso, usa sempre la forma più comuno pio^ 
già; piofxt^ che pur ò di antiche tciittQre to- 
scane, Ò solo in rima (Parodi, Bull, m 100). 
— 184. 11 boiler eco. il sangue bollente in 
questo fiumicello che tu vedi avrebbe dorato 
farti intendere eh' esso Ò il Flegetonte, che 
vuol dire appunto il fiume ardente; nozione 
che Dante, senza pur sapere di greco, potova 
avere per il passo virgiliano, En. vi 650: 
« Quae rapidus flammìs ambit torrentibas 
amnis Tartareus Phlegeton »: ofr. (^oredoni, 
Osgervaxioni orUiehó intorno alta queation» m 
DanU aapeaae di grtoo^ Modena, 1860, e P. 
Toynbee nella Bomamia, voi. XXVI, pp. 537- 
654. — 136. liete: cf^. Purg, zxvm 121 e 
Begg. ; poiché Dante pone il flome dell'obblio 
nel paradiso terrestre. — 188. 1» colpa eoo. 
il peccato commesso ò tolto via con la peni- 
tenza. ~ 141. 11 margini eoo. 1 dossi d^le 
rive, che non sono coperti d'arena infocata 
né sopra vi cade la pioggia di fiamma, ci ea- 
ranno strada e potremo passarvi sa senz'ee* 
sere offesi. 



INFERNO - CANTO XV 



107 



CANTO XV 



Coniiiiiuuido il lof# oanmino nel tono girone, Virgilio e Dante incon- 
trano Ift Bcliiera dei riolenti contro natura, cioè dei lodomiti : tra essi Dante 
riconoeee Brunetto Latini, il quale accompagnandosi a lui gli predice futuri 
arvenimenti della sua Tita e gli manifesta la condizione di alcuni dei suoi 
compagni, Priaciano, Francesco d'Accorso e Andrea de* Koisi [9 aprile, ore 
antimeridiane Terso Talba]. ^ 

Ora oen porta l'un de' duri margini, ' 
e il fummo del rusoel di sopra aduggia 
3 ai die dal £000 salva l'aoqua e gli argini 
Quale i fiaramiiìghi tra Guiazante e Bruggia, 
temendo il fiotto ohe y6r lor s'avventa, 
G fumo lo achermo, perché il mar si faggia; 
e quale i padovan lungo la Brenta, 
per difender lor ville e lor castelli, 
9 anzi che Chiarentana il caldo senta: 
a tale imagine eran fatti quelli, 



XV 1. Ora «ta ptrte «oc Beooado Tat- 
TwtiMen to 4«to4aViigiUo»Duit0(Jii/.ziY 
lS9-ua), I Aw poeti airanzando nel tmo fi- 
rn» niMihìiiitr mi doae d*iino degli aigini 
4 TIegatoaits, !• cai owÌBrtnnl funo ettìat- 
gwn 1» Èmmm» jiaymii d che non anivano 
•sB «sini # al eono del ftame. — 2. tmmmt 
'vaporo, OBalariime aerilòme. — advfglas fa 
«Óia, fa oaibia, adomtea; ofir. Bay, ix 4à, 
- 4. ^ale eoe. A dar» im'idia de^ aigini 
di Ptageto n te Dante U paxagona, quanto aUa 
Ina, alle dighe elie nella Fiaadta eono op- 
poete al aaie, e agli argini eretti dai pado- 
TBai tango il tnme Brenta. — tra gaUsaate 
e Brafflat WiMaat (jpaeae a poca dUrtanta 
da Oriaìa, a oooidente della Fiaodia, lieexw 
dato eoi nane di Onìzzanle anehe da Q. Vil- 
hai, Or. zn 08) e Bngea (oittà notissima, a 
oiisat» deBa Fiandra) segnano più tosto i 
eonfai geogcaiei della Fiandra che i tannini 
esbead deUa gian diga fiamminga ai tempi 
tf Danto: cfr. BtOL I 40, UÀ. Bl ò aedato 
che Dante possa esseisi qdnto nelle sue pe- 
ngflnaiftoni iino al lido flaoimingo; am Ta 
tsanto ps ee onte ohe Quiszante, scalo assai 
frequentato nel medioero dai fiorentini die 
4i Ift aalparan» per Flng^tena, e Bmggia, 
(itti ève I noatxi aivii?ano banchi e tnffleo, 
teono InogU ben eonoeolati ai suoi tempi : 
ai ogni nodo * da notsre ool Barbi, Bmli, I 
106, che « le relazioni ecali, quando si possano 
smiii'laie 1 dati oditi eoa qnalche dato nostro 
putieoiBre o ss or r at o aUrove [qai, gli argini 
dsUa Bkeota], poaaone sosoitare imagini ooai 



▼t?e da assomigliare a quelle che son fratto 
della nostea pn^tia osasmrasione >. — 6. il 
tette eco. i flotti del mare eco.: anche G. 
Vili., O. zn 64 rieotrda le dighe o « argini 
Iktti e alzati per fona, a modo del Po, alla 
lira del mare per ripuare il flotto >. — 6. 
Dune le eehennet erigono il riparo delle 
dighe. — al fsfflat si ritiri; reminisoenza 
virgiliana, En. n 627: < Nono rapidoa retro, 
atqne aeeta revoluta reaorbens Sua, ftigit ». 
— 7. t «naie 1 paierna eoo.: intomo alle 
eoze oon le qnali il oomnne di Padova atten- 
deva alla coetmzioBe e alla conservazione 
degli argini della Brenta si veda la dotta me- 
moria di G. Dalla Vedova, GU atrgini della 
Brmia al tempo di DanU nel voL DatUe e 
Adosa, pp. 77 e segg. : qni basti notare che 
il poeta volle associare alle dighe fiamminghe 
gli argini padovani per confermare oon nn 
esempio italiano il eoo concetto. — 8. difen- 
der s riparare dalle inoadarioni fluviali. ~ 9. 
nad ecc. prima che le nevi diaciogliendoBi al 
caldo primaverile faodano gonfiare la Brenta. 
Sopra la OhiantUana sì disputò lungamente; 
e si possono vedere in proposito F. Scolari, 
La Chiarentana f lettere quattro, Venezia, 
1B4S-44; F. Lnnelli, 8uUa voe$ Chiarentana 
di Dante, Padorva, 1846 e Trento, 1864; F. 
Land, Del BuUeame e della Chiarentana, Bo- 
ma, 1872; 0. Dalla Vedova, op. cit, pp. 83-87, 
96-100; li. Biooi, La Chiarentana di Dante, 
Trento, 1896, e il Bassermann, pp. 428-430, 
e 668. L'opinione più probabile è par sempre 
quella de' pi6 antichi commentatori, dal Barn- 



108 



DIVINA COMMEDIA. 



tutto che né si alti né si grossi, 
12 qnal che si fosse, lo maestro fòlli. 
Gi& erayam dàlia selva rimossi 
tanto, ch'io non avrei visto dov'era, 
15 perch'io iiidietro rivòlto mi foetó; 

quando incontrammo d'anime una schiera, 
che venia lungo l'argine; e ciascuna 
18 ci riguardava, come suol da sera 
• guardar l'un l'altro sotto nuova luna, 
e si vèr noi aguzzavan le ciglia, 
21 come vecchio sartor fa nella cruna. 
Cosi adocchiato da cotal famiglia, 
fui conosciuto da un, che mi prese 
24 per lo lemho e gridò: « Qual maraviglia? » 
Ed io, quando il suo hraccio a me distese, 
ficcai gli occhi per lo cotto aspetto 
27 si che il viso abbruciato non difese 
^la conoscenza sua al mio intelletto; 
e chinando la mano alla sua faccia, 
80 risposi: € Siete voi qui, ser Brunetto? » 



bag^I. A Beny., i quali per OhAanrmiama inte- 
sero il territoiio del dacato di GaóiuEia, re- 
sone che G. VUlani, Or. xn 67, e altri soxìt- 
tori di quel tempo desi^iiìaiio appunto col 
nome derivato di OhictrmUxna, — 11. titto 
ecc. sebbene il oostrattore U facesse meno 
alti e meno larghi : dnnqne gli argini del Fle- 
getonte solo per la loro conformazione pote- 
Tano esser paragonati alle dighe fiamminghe 
e agli argini padoranL — 13. f nftl che si 
fosse: si pnd intendere in due modi, o rife- 
rendo qoesfe^ressione alla differenza di al- 
tezza e grossezza tra gli argini del flome in- 
fernale e le dighe fiamminghe e gli argini 
della Brenta, oppure riferendola al maestro 
ohe ooetrasse gli argini qnasi volesse dir 
Dante: chiunque fosse colui che li costnus^ 
e oosi intendono i pid dei commentatori. — 
Io maestro: e il costruttore degli argini in- 
fernali ò Dio stesso, anzi un sol cenno della 
volontà sua (cCr. Itif, xxzi 86, Par. zvm 19 
eco.) : onde un modo ingenuo e grazioso di 
satireggiare Peperà dell'uomo in conf^xmto 
della potenza divina >; N. Zingarelli, Leetura, 
p. 82. — 14. iOT'tra: dove fosse la selva 
dei suiddL — 16. pereh' lo eco. per quanto 
mi fossi rivolto indietro a guardare: c£r. Inf, 
vm 121. — 16. d'anlAt uba sehlerA: erano 
le anime del violenti contro natura (oft. Inf. 
ZI 48-60), la schiera dei quali, oome giÀ ha 
detto {Inf, xrv 24), « andava oontlnuamente > 
ed « era più molta » che le altre dei violenti 
contro Dio e Tarte. — 18. come suol eoo. 
In questa similitudine che, come nota il Yen- 



tuxi 210, « esprime Tacuto ilsscx de^ oocbi 
per difetto di luce >, Dante raccoglie in po- 
chi tratti ei&caai le imagini di due passi vir- 
giliani, J^ VI 268: «DMUQt obscnri solasub 
nocte per umbram... Quale per inoertam tn- 
nam sub luce maligna Est iter in silvia », e 
VI 462 : € adgnovitque per umbras Obscuram, 
qualem primo qui surgere mense Aut videt; 
aut vidisse putat per nubUa Innam ». — 21. 
cove eco. Ventniì 876 : « Nella similitudine 
del sartore, che già vecchio e difettoso di 
viMa aguzza le ciglia per infilar l'ago, ogni 
parola ò pittura». — 22. fasdglla: compa- 
gnia, riunione di persone; nel qual senso è 
anche in h^. zxz 88, detto dei falsari, e in 
Flar. X 48, detto dei beati del quarto cielo : 
si che r ironia, che alcuni trovano in questa 
parola, rispetto ai sodonùti nemici della &- 
miglia, non par che fosse nella mente di 
Dante. — 28. ehe ni prese eoo. : i dannati 
sono giù nello spazio sabbioso e i poeti sul 
dosso degli aigini; perd il peccatore, ricono- 
scendo Dante, non può prendevo ohe per il 
lembo estremo della veste per richiamare la 
sua attenzione. — 24. Qval Meravigli» : la 
meravìglia di questo peccatore ò, non pure 
di rioonosoere un concittadino, ma di vederlo 
vivo nel regno dei morti. — 26. eotto aspet- 
to: viso abbrustolito dalle fiamme, che pio- 
vono dall'alto su questi dannati. — 27. difese : 
impedi; cfr. Inf. vn 81, vm 128. — 29. e 
ehlaando la mano ecc. abbassandomi tanto 
che le mani giungessero all'altezza del suo 
viso. ~ 80. ser Braaetto:. Brunetto Latini, 



INFERNO - CAiTTO XV 



109 



£ quegli: <0 figlimol mio, non ti dispiaccia, 
se ]Bbrttnètto Latini un poco teco 
S8 ritoma indietro, e lascia andar la traccia >. 
Io dissi lui: € Quanto posso yen preco; 
e se yolete ohe con voi m'asseggìa, 
86 £eu:ò1, se piace a costui, che yo seco >. 
€ O figliuol, disse, qual di questa greggia 
s'arresta punto, giace poi cent'anni 
89 senza arrostarsi quando il foco il feggia. 
Però ya óltre; io ti yerrò a* panni, 
e poi rìgiugnerò la mia* masnada, 
42 che ya piangendo i suoi etemi danni >• 
Io non osaya scender dèlia strada 
per andar par di lui; ma il ci^ chino 
45 tenea, come uom che reyerente yada. 



Is^ fi Baonaccono, nacque in Fimnxe Tar- 
lo fl 1210: mgal put» goelfii «d esoroitd la 
fwfwMloBO di botiio, zogando atti d' intoreas» 
pabUiofS par M oaip lo nel 12Bi le eonrqniioni 
tei gneli «Btìni e H connine di Hienxe: 
ad 1280, lapff Been t an d o gli nomini di Mon- 
tFvanU, ebbe parte nel ^lepaimtiTi della 
geeoa eooiio Sena, e poi andò ambaaciatore 
Mftonniini ad Alfonao X ze di Oastì^Iia, 
ebtto air impero; tnoando da qneat* amb*- 
noia si tiord inndto nelle arelitaze della 
fvte guelfa, dopo la battaglia di Hoataperti, 
«itaolòin Fianda. Dopo U battaglia di Be- 
Mmto (22 fèbbcaio 1266), zitomò in patria 
• fe eanoelBere di Chiido di Montfort (cCr. 
6^, xn 119), Tieaxio in Toaoaoa per Oarlo I 
4'Aagid, e poi del camnne di Firenze; nel 
U80 Ita dei naBenradori ohe giurarono per la 
|Bte goelCa roaMrransa del oapltoU della 
pwa dBtta del cardinal Latino; dal 1282 al 
1202 paitBclpd lazgamente al oonsigU deUa 
nfobiUca, tiattando e diaootendo i pid fra- 
nati iateféwi, nel 1284 Ite nno dei due lin- 
dui dal ooflomne di Fiienxe a strìnger Tal- 
ItSBsa oon. qnel di Oenota e Loooa contro 
Rsa, nel 1287 Ik del Priori, e mori in patria 
ael 12M, laecfando di sé gran funa: tanto 
cbs pid tvdi 0, yuiani, O. Tm 10, soriyeya 
di M-eke « fa gran flloaofo e Ib sommo mae- 
«tae in ntoKioa, tanto in bene sapere dire 
^M oQiqpene zlne Tolgari] coaie in bene dit- 
tile [«ioè aerirere epiatele latine] : ^. fti comlnr 
òstoce e maestro in digrossare i fiorentini e 
tefi scorti im bene pariare e in aapere goidare 
• leggete U nostra repnbbUea secondo la poli- 
tiea >: fa ineomma il primo della serie glorioBa 
M csMeOieri fiorentini ebe all'eaereizio della 
pD&tlea congianBero lo stadio delle lettere, 
■rie aeDA quale Firenze ebbe poi tra i più 
gmii (Soteodo Sslntati eNlooold MachiaTeOi. 



Sopra B. Latini si veda la monografia di T. 
Svndby, DeUa Hta a tMUcpendiS, L., Fi- 
renze, 1884; intomo ai saoi rapporti con 
Dante, la nota al t. 86, sol sno peccato qneUa 
al T. 108, e per le sue opere quella al t. 119. 
— 88. traeelat è propriamente la fila, pdchd 
l'uno dopo l'altro doreano camminare questi 
dannati; come già yedemmo ikre ai oentanri 
(ofir. Jh/. zn 86) e Tedremo fue ai seduttori 
(efr. Inf. XYin 79). — 86. M*aaseggla} mi 
sieda; dal yb. arnioo attiiden^ assidero (ofr. 
Parodi, BM«.ini29).-87.qBaldiqaesta 
eoo. i peccatori di questa schiera non possono 
fermarsi, e obi si Senna un solo momento deve 
poi stare cento anni senza potarri schermire 
in qualunque modo dal f&oco.— 88. eent'aanit 
aeoondo H Moore, I 168, è rimembranza del 
virgiliano. Eh, ti 829: «Oentnm erant an- 
noa... haeo littora dream >. •- 89. arrestar* 
al: da rosCo, in significato di impedimento, 
difesa (ofr. B^f. zm 117), U yb. ano§tarH 
dorrebbe significare difmtdtr$i, aolkaniijrn; 
da rosta, in aenso di yentaglio, dorrebbe y»- 
lere come §vmU>larti, farti vento: ma il primo 
aignlfioato, pid generico, pare qui il più op- 
portuno. — feggia: ferisca, colpisca ; dal yb. 
/tttiir*, al quale, e non a ftdére, appartengono 
le forme dantesche usate in ^f. x 186, zym 
76, ISirg, ix 26, xxym 90, Bir. zxxn 40. — 
40. ti yerrò a'pannlt ti seguiterò di qua 
aotto. — 41. masaadat compagnia, oomitiya; 
ctt, Purg, n 180. — 43. non osaya eoe non 
poteya scendere, a cagione del fbooo: si noti 
questo uso del yb. oeors che per gli antichi 
equiyaleya a fMtow, non includendo oiod al- 
cuna idea di ardimento o audada : come nella 
F. J/. zx 12: « E cosi esser l'un senza l'altro 
oaa >, ecc. -^ 46. eoBM aom ecc. Dante te- 
neva il capo chino per segno di aifettaosa 
riverenza yexao Brunetto e per meglio inten- 



110 



^ 



DIVINA COMMEDU 



Ei cominciò : < Qoal fortuna o destino 
ansi Pultinio di qua giù ti mena? 
48 e ehi è questi che mostra il cammino? » 
€ Là 8U di sopra in la vita serenai 
risposalo lui, mi smarrì' in una valle, 
61 avanti die l'età mia lòsse piena. 
Pur ier mattina le volsi le spalle: 
questi m'apparve, tomand'io in quella, 
54 e rìducemi a ea per questo calle ». 
Ed egli a me: € Se tu segui tua stella, 
non puoi fallire a glorioso porto, 
67 se ben m'accorsi nella vita bella; 
e s'io non fossi si per tempo morto, 
veggendo il cielo a te cosi benigno, 
60 dato t'avrei all'opera conforto. 
Ma quell' ingrato popolo maligno. 



derno le paiole. -^ i6. Bl eraUmelò eoo. Dm 
domande lìrolge U Latini aU'AU|^hiari: ^ 
qiiale alBgolaie ftntnna o grada e^ vÌMS^ 
Tiro per V infoine e cM aia la ma foida; • 
Dante liiponde inoonqplntaoMote alle dna do- 
mande, aUa pDtlma dicendo d'umeiii amanfto 
in nna Tallo, alla eeoonda obo per qnecte via 
la ma goida lo lioondooora a oaaa: né Bru- 
netto più ai cnra di aapera altro. — Qnal 
fortna eco. Bicorda i veni di Viig. En, n 
681 : « Sed te qni TÌTom caaoi, ago fue yU 
dfleim, Adtoleilnt: pelagfaie yenia eRoiiboa 
actoa An monita dirùm? an qnae te fortona 
fiiiigat Ut trtatee aine eole domoa, loca tor- 
bida, adlna? > — 49. Tito atremi: ofr. Inf. 
TX 61. —61. STaatl eoo.: pxima d'easer gionto 
alla metà della Tìta, al « ponto aommo di 
qoesto aroo » (cfr. Inf, 1 1); poloàé lo amaiw 
rimento di Dante è anteriore al 1800, anno 
della Tiaione (cfir. Jhvff. zxx 124-188, zzti 
84-88). — 62. Pn ter Mattinai la mattina 
dell' 8 aprile inoominda il Tlaggio (ofr. Jnf, 
I 1, 87); alla aera Dante e Vfagilio entrano 
neU' infamo (Inf, n 1, 141), dq^ la mecz»- 
notte peammo dal qoarto al qointo cerchio 
(Jn/1 th 07) Tarao ranroca del 9 ^ifle mno- 
Tono dal acato al settimo (Mf. n 118). — lo 
Telai le apslle i < il noti l'energia dall'eaprea- 
aiono, die inchiodo adegno della Tita paaeata » j 
Zingaralli, ImL, p. 84. — 68. «leetl m'np- 
parret viigiUo, dM Dante non nomina mai 
ai dannati, gli em appaiao mentre che « lo- 
TinaTa in baaao loco » (cAr. Inf, 1 61). — 64. 
rldieeml ecc. e per qoeeto cammino mi 
riocndooe nel mondo di aopra, donde aaliiò 
al pmgatorio e poi al dolo. — cai oaaa; tron- 
camento più Ofloalo nd dialetti dell' Itidia ao- 
perioie, ma non ignoto al dialetti toooani an» 
come dimostrano i nomi di loogo e 



qualche eeemplo di aoilttoii (cAr. Fazedl, BuXL 
m 146). - 66. 8t ta Msnl tna slellat 
Dante, wmb dica «gli afeeaao in Ar. zn 112- 
128, stanato eaaando ti aole netta eoatsll*- 
sionaddOsmlni, «lime pasgno digraaTlrtd», 
dal qoale egli li e on oseera « tatto il ine in- 
gegno > ; • questa oostelìarione, aeoondo W 
dottrine astRdogidie, predispone l'ocaM alla 
adensa (cAr. la notn al Bit, jxa 118): psnid 
gli antichi oosunsntatori intndoMle paiole 
di Branetto nd aeiwo die Dante, acgneDèe 
le indinarioni aTote per iaflnmira della oo- 
atdladoBO dd Gemini, dorem rinsdve glo- 
rioso per il i^Mie, e alooni aaahe, come il 
Lana e l'An. ftor., accennano dM di dò il 
Latini, oome amico deU'Alighiari, sTeaae già 
nd mondo tetta U predislene. Ila eotesta fai- 
teipKetadone aatnlogiea non è neoaaaaria,e 
già il Booe. inteae rattamente qnesto passo 
ssrirendo: «potrebbsd dire ser BkOMtto, 
dceome nomo aeooito, arar eompieao in qoe- 
sta Tita ^ costumi e gii studi deU'antoro 
esser taU, die di lui d doTsase quello ferace 
che esio gH dice > : e TOcasMAte ee il Latini 
padaaae per astrologia la limitadone al suo 
giudiaio, ea prc aaa con le parole die aegnone: 
§é èm m*aeoorti ntUa wiia bella, non aTiebbe 
ragione di eaaeie. — 66. glertoB* parla t 
r immortalità. — 68. per tampat troppo pre- 
sto eia morto il Latini, per arar aTuto agio 
di conoscere i frutti deU' ingegno dlDantao 
oonfortario a oontinuare l'opera delle sariruta: 
inCitti nd 1294 U gioTina Alighieri nsa aTwa 
diTuIgato ohe una parte ddle ano rima d'aiM- 
r« e appena aTOTa penaato a un grande poa- 
ma. — 61. ffoU maligna eoo. B popolo 
fiorentino, dominato dall'aTariaia, dall'iuTidia 
e dalla superììia, d oondderava come deiiTato 
dal popdo flesolano commisto a poche ikuni- 



INFERNO - CANTO XV 



111 



che discese di Fiesole ab antico 
63 e tiene ancor del monte e del macigno, 
ti si òakf per tao ben fàXy nimico; 
ed è ragioni che tra li lasszi sorbi 
66 si disconvien fruttare al dolce fico. 
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi, 
gente ayara, invidiosa e superba: 
69 da'lor costumi fa che tu ti forbi. 
La tua fortuna tanto onor ti serba, 
che l*una parte e l'altra avranno fame 
72 di te; ma lungi fia dal bécco l'erba. 
Faccian le bestie fiesolane strame 
di lor medeeme, e non tocchin la pianta, 
75 s' alcuna surge ancora in lor letame. 



ffit di eoloiii xomani; • le Iflggende loll'oii- 
gias deDa dttà xBOOontano obe, distratta tle- 
■ote, fti Ibbbrioata ITizeiixe, « la qaale dttà 
a èivcMu «npien, l'ima metà oomnnalmant» 
fi gente fteoolaiia, e l'altra di gente romana > 
(B. MBlMpiiìl, eap. 18; O. VUL, Or. i 88). 
^68. t tIeB» eoe Booo.: tM moni», in 
fMito xiatioo e aalvatioo; # M maoigtio, in 
qoBte duo o neii pieglieToIe ad aloono li- 
Wnle e «MI <wetirme »: non senza allnsio- 
a», noondo il DaMormann, p. 47, alle care 
ItMlne di azenaria o pietim serena. — 64. ti 
il Dna eoo. Oiè dal ano eoadttadino Oiaooo 
Dato ha aapvto U genende procedimento delle 
lotte di parte, Im eoi eg^itesM) doveva eaeere 
iB?Qlto (BiA VI 64 e iegg.X e da Fbxinata ha 
■itflo aooeniMffa alle amarecze di che gli 
toma eaMT notivo l'eiBio (IfiA X 79 e aegg.): 
«a Branetto gli dice che delle sne grentore 
pofikii^ sazà cagione la rettitodine dell'ani- 
BB • ch'egfi staggirà tanto alle perseooiioni 
digfi a f ¥eiiaaU quanto allo sdegno dei com- 
mtà diparte. ~ 66. tra U lanl sorM eco. 
«■e non oonriene ohe il dolcissimo albero 
ed ieo ftnttiflchi tra i sorU d'sspro sapore, 
eod a t» disceso di saagoe romano non s'ad- 
fiee il TXTWO in meno alla dttadinania d'ori- 
pw iflsolsiMi. — 67. Teaehla fasta eco. : 
ddfforsshio antjfihtsslnio sol FiormikDÌti&- 
ddfumtUm spiegailoil danno i secchi in- 
vttpéd e cfonisti: secondo O. VUIsni, Or. 
B 1, segofto da sltri, sarebbe nato daU' in- 
pMo di Totila, il qoale per prendere la città 
wtaóò m diro ai fiorentini che egli ToIeTa 
«MBS loro aailoo e ocsf potè entrare in Fi- 
na» • dMraggsda; secondo H Booo., Benr., 
Aa.aor.eoe. cotesto prorerbio avrebbe tratto 
«igiBa dal tetto che i fiorentini si lasciarono 
ilP«i>— a dal pisani, qnasdo questi rioopri- 
nao di panno soartatto due guaste colonne 
ii potido iiisndstD in dono al comune di Fi- 
imae, oosa prsoiSo dell'aver goardate Fisa 



dorante la spedizione delle Baleari (G. Vili., 
Or, rv 81). — 68. gente eoo. : cfr. Inf. vi 74. 
— 69. fa che ta ecc. cerca di rimanere im- 
mune; il vb. fortini, ripolirsi, nettarsi, qui 
è tratto al significato morale di mantenersi 
mondo. — 71. l'ina parti eoo. Scart., rias- 
sunte l'intorpretasione comaneoosl tei Blan- 
dii e i Ned desidereranno di averti dalla loro, 
cercheranno di guadagnarti pd loro partito », 
aggiunge die < forse sono queste parole di 
semplice aognrlo che pd rimase vano; e f<«Be 
d pad dedoiie da queste psrde ohe ambedue 
i partiti avessero veramente cercato di tirar 
dalla loro un uomo tale come Banto ». Ma dò 
sarebbe contro la storia e contro l' intenzione 
dd poeta, e l'erronea interpretazione è nato 
daU'esserai intasa la frase osw fam$ nd senso 
di deddeisre, per dir cosi, a fin di bene, men- 
tre esprime molto meglio l' idea dd desiderio 
ohe i Neri ebbero die Danto oadeese in forza 
loro, o dello edegno dd Bianchi quando più 
tardi egli d separò dagli esulL Bronettoadun- 
que vud dire a Danto: i tad avversari ti 
deddereranno per eseguire le condanne pro- 
nnnsiato contro di to, ma tu li avrai preve- 
nuti abbandonando la dttà; e i tod compa- 
gni di parto vorranno sfogare il loro sdegno 
contro di te, ma tu li avrai già abbandonati 
riparandoti a Verona, presso gli Scaligeri (cfr. 
Air. zvn 61 e segg., dove è confermate que- 
sto nuova intorpretazione): vedansi, ora, F. 
Odagxosso, La pnéUxims di B. LaUmi in 
Nuova AfiM,, a. 1896, voL LXVI, e L. Axo- 
zio. I/onoro di Danto, Palermo, 1899. — 72. 
■M long! eoe ma tu sarai sfuggito all'odio 
degli uni e allo sdegno deg^ altrL < Tutte la 
finse arieggia un proverbio »; Zingardli, Ltet, 
p. 86. — 78. Faeelaa ecc. I fiorentini, derivati 
dai fieeolaui, d strazino fra loro e non too- 
ddno, se alcuno ancora ne sorge in mezzo d 
loro vizi, l'uomo virtuoso nd qude riviva la 
nobile stirpe dd romani, rimasti qui allor- 



112 



DIVINA COBfMEDIA 



in cui riviva la sementa santa 
di quei roman, che vi rimaser quando 
73 fu fatto il nido di malizia tanta >. 
« Se fosse tutto pieno il mio dimando, 
risposi lui, voi non sareste ancora 
81 dell'umana natura posto in bando; 

che in la mente m' è fitta, ed or mi accora, 
la cara e buona imagine patema 
84 di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 
m'insegnavate come l'uom s'eterna; 

e quant'io l'abbia in grado, mentre io vivo 
87 convien che nella mia lingua si scema. 
Ciò che narrate di mio corso scrivo, 
e serbolo a chiosar con altro testo 
90 a donna che saprà, se a lei arrivo. 
Tanto vogl'io che vi sia manifesto, 
pur dbe mia coscienza non mi garra, 
93 che alla fortuna, come vuol, son presto. 



quando Firenze, nido di malizia, ta edificata. 
— 79. Se folte eoo. 8e U mio desiderio fosse 
stato interamente esaudito, voi non sareste 
ancora morto; poiché ho sempre innanzi alla 
monte la vostra cara e dolce sembianza, qnale 
io la vedeva nel tempo che voi vivo m'inse- 
gnavate come Tnomo possa acquistare fiuna 
immortale. — 82. la la mente eco. L'imagine 
fitta nella mente ò di Virgilio, En, iv 4 : 
« haerent inflal pectore vnltos verbaqne » ; 
cfr. Zingarelli, p. 85 e Moore I S62. — ed or 
mi aeeora: e ora la sembianza, il vostro 
eotto aapttto mi pongo l'animo di dolore. — 
84. ad ora ad ora: di tempo in tempo; lo- 
cuzione avverbiale che ricorre anche in JW17. 
vm 101, Par. xv 14. — 86. m'insegnaTate 
ecc. Da questo verso alcnni moderni biografi 
hanno tratto argomento ad affermare che Bru- 
netto Latini fu maestro di Dante nelle lettere 
e nelle scienze (oAr. Balbo, I 6; Fraticelli, 
cap. IV), e anche alcuni commentatori inte- 
sero in questo modo; cosi il Lana dice: « sor 
Brunetto tn. un tempo maestro di Dante >, e 
Benv. : « non solum docebat Dantem, led et 
alios iuvenes florentinos, unde multos feoit 
magnos eloquentes >. Ma altri antichi non fu- 
rono cosi espliciti nell' affermare ; il Bocc 
dice : « mostra l'autore ohe da questo sor Bru- 
netto udisse filosofia >, l'Ott: « l'autore prese 
da lui certa parto di sdensa morale », SI Buti : 
« da questo sor Brunetto Danto imparò molto » , 
r An. fior. : € mostra che sor Brunetto g^ in- 
segnasse come l'uomo s'etoma, doè gli mo- 
strasse che per la scienza ^ uomini vivono 
lungo tompo per thma » : 1 biografi antichi 
nulla affermano, oolo L. Bruni scrive che 
Danto « oonfoztato da' propinqui e da Bru- 



netto Latini, valentis^mo uomo secondo quel 
tompo, non solamento a letteratoxa, ma agli 
altri studi liberali si diede, niente lasciando 
a dietro che appartenga a ftff l'uomo eccel- 
lente ». Per questo incertezza delle antiche 
testimonianze i moderni eruditi indinaao a 
negare che il Latini foese il maestro dell'Ali- 
ghieri: « Brunetto (sodve il Todesdiini 1 291X 
nella relazione oon Danto, non ta altro che 
un uomo di età provetta, di molto sdenza e 
di chiara riputazione, il quAle abbracciando 
con affetto paterno un giovano di alto inge- 
gno e di molto aspettazione, che ha frequento 
pratica con lui, gli porge di tratto in tratto 
suggerimenti utili a' suoi studi e non lascia 
d' instillargli amore ad ogni nobile e virtuoso 
esercizio. Questo, e non altro fu l'ufficio com- 
piuto da Brunetto Latini verso Danto Ali- 
ghieri; uffido rilevantissimo e più importante 
forse ed efficace che quello di un ordinario 
maestro ». Sulla questione si vedano T. Sond- 
by, op. dt, pp. 14 e segg. ; V. Imbriani, B, 
LaL non fu ma$abro di Dante, Napoli, 187B; 
A. BartoU, 8L deUa iatt. il. voL V, pp. 89 e 
segg. — 87. che aelU eoe ohe si riconosca 
nelle mie parole. — 88. Ciò ehi aarimte eoe. 
Serberò nella memoria dò che m'aveto pre- 
detto della mia vite avvenire. — 89. ter- 
bolo a chiosar eoo. e lo serbo perché mi aia 
spiegato, insieme con un'altra predizione, da 
Beatrice. — altro testo: la predizione 4i 
Faxinato (cfr. Inf, x 79 e segg.). — 90. donna 
eoo. Beatrice; poiché Virgilio ha già detto a 
Danto che da Id saprà il corso di sua vite 
(cfr. Inf. X 132). — 91. Tanto eco. Voglio 
solamento che sappiato ohe sono pronto a so- 
stenere i colpi della fortuna (cfr. J^. xvu 



INPERNO - CANTO XV 



113 



Non è nuova agli orecchi miei talo arra: 
però giri fortuna la sua rota, 
96 come le piace, e il villan la sua marra! : 
Lo mio maestro allora in su la gota 
destra si volse indietro, e riguardommi; 
99 poi disse: < Bene ascolta chi la nota ». 
Né per tapt^ di men parlando vommi 
con ser Brunet o, e dimando chi sono 
102 li suoi compagni più noti e più sommi. 
Ed egli a me: € Saper d'alcuno è buono: 
degli altri fia laudabile il tacerci, 

105 che il tempo saria corto a tanto suono. 
In somma sappi che tutti fùr cherci 

e letterati grandi e di gran fama, 

106 d*un medesmo peccato al mondo lerci. 
Priscian sen va con quella turba grama, 



ti\ por che la mia coscienza non abbia nulla 
• rimproreraimL — 94. Kob k BoOTa t più 
tolto die alle precedenti predizioni (ofr. la 
Bota al T. ti\ Dante si richiama al disoono 
di 'VlzgiZio intorno alla Foitona (cfr. Jh/. vn 
73 e segg.) — arra : Batl : e arra è la oa- 
pana, cìie è la fermezza del patto fktto ; ciod 
fion m' è nnoYO lo patto ohe è tra gli nomini 
e la ftartona, cioè ohe chi entra nel mondo 
MBnene ch'ubbidisca alla fortana e stare 
ooatento alle sue mutazioni». — 95. però 
fili ecc. Buti: < Facda la fortuna e facciano 
{fi Bonini, come piace loro, eh' io sono per 
sostenere. E questo dice notevolmente per 
Bastare che li effetti della fortuna Tengono 
fa due cagioni ; l'una è dai corpi celesti e 
da qneQa sustandaf che Dio à posto a dispen- 
■STB questi beni mondani, l'altra è da libero 
«rbitno delU uomini ». — 97. Ja bUo maestro 
sec Virgilio si rirolge indietro per approvare 
il discorso di Dante oon poche parole, nelle 
qufi non ripete già, come alcuni vogliono, 
■t^racoomandarione fatta dopo la profezia di 
Faiinata (efr. Inf, x 127), ma esprime il suo 
compiacimento perché il suo discepolo si mo- 
stra digesto a mettere in pratica l'awerti- 
B»to dell' Em. T 710 « Quidquid erit, supe- 
noda omnia fortuna ferendo est». — 100. 
M per taBte ecc. E non lasdal, per l' in- 
tarrozione di Virgilio, di parlare oon Brunetto. 
— 106. 11 tempo eoo. il tempo d manche- 
isbbe per una cosi lunga enumerazione. — 
y^ ektrel; ecclesiastici; ctr, Inf, vm 88, 
dft, zrm 117. Male alcuni intendono charei 
ietto nel seneo del lat. eltriei^ uomini di stu- 
£o (ÌB opposizione a foM, uomini dati alle 
aiti Baanali); poiohó, se Dante did qualche 
TiQlta cotale significato alla voce ehmoo (p. 
«. Cbns. rr 10, di Federigo imp. dice ohe fti 

DAlfTB 



fotoo s cherieo grande)^ usò sempre eherco por 
uomo diehieaa. Aggiungasi l'osservazione dello 
Bcart. : « La masnada di ser Brunetto d com- 
posta di chierici e letterati, uomini di chiesa 
e uomini di scienza. . . Brunetto ne nomina 
tre: il primo è eheroo e nello stesso tempo 
letterato^ il secondo è etterato ma non ehereo^ 
ed il terzo d chereo ma non letterato. Dunquo 
Brunetto vuol dire: Tutti i miei compagni 
furono chierici o letterati ». — 108. d'na 
medesmo peccato : il peccato del quale furono 
lerci i dannati di questa schiera ò la sodomia 
violenza contro natura ; e, per quanto possa 
parere una contradizione oon le afTermazioni 
di stima e di amore verso Brunetto, la testi- 
monianza di Dante ch'ei si fosso macchiato 
di tal vizio d cosi franca ed aperta che la 
cosa non può esser dubbia: né a spiegare la 
contradizione occorre pensare a particolari 
disdegni politici o letterari dell'Alighieri verso 
il Latini, bastando considerare che a Dante 
dovette sembrare che la sua gratitudine verso 
ser Brunetto non poteva impedirgli d'eserci- 
tare il severo ministero di giusto giudice ch'ei 
si era assunto (cfìr. T. Sundby, op. cit., pp. 
16 e segg., ove è discussa minutamente la 
questione della colpa di Brunetto). — 109. 
Prlselan: Prisoiano da Cesarea, città della 
Mauritania, celebre grammatico latino e mae- 
stro di grammatica in Costantinopoli al prin- 
cipio del secolo vi d. 0.: la sua opera prin- 
cipale, i diciotto libri delle InsHtnUionas graffk' 
maticae^ ebbe per tutto il medioevo una gran- 
de autorità nelle scuole. Bonv. dice cho ò 
posto qui « tamquam clericus, quia monachus 
fait et apostatavit ut aoquireret sibi maiorem 
fomam et gloriam », ed anche « tamquam ma- 
gnus literatus in genere eloquentiae, quia 
fuit doctor, rogulator et corroctor grammati- 

8 



114 



DIVINA COMMEDIA 



e Francesco d'Accorso anche; e vedervi, 
111 s'avessi avuto di tal tigna brama, 
colui potei che dal servo de' servi 
fu trasmutato d'Amo in Bacchiglione, 
114 dove lasciò li mal protesi nervi 

Di più direi; ma il venir e il sermone 
più lungo esser non può, però ch'io veggio 
117 là surger nuovo fummo dal sabbione. 

Qente vien, con la quale esser non deggio; 
sieti raccomandato il mio ' Tesoro ', 
120 nel quale io vivo ancora; e più non oheggio >. 
Poi si rivolse, e parve di coloro 
che corrono a Verona il drappo verde 
per la campagna; e parve di costoro 



cae > : onde appare probabile ohe fosse coik- 
fciso col Teecovo Piiscilliano, vìssuto nel ir 
secolo e capo di od* tótta eretioale, cui si 
appose tra altre la colpa della sodomia. -^ 
110. Francesco d'Aecono: Francesco, figlio 
del feunoeissimo giurista fiorentino Aocorso 
da Bagnolo (1182-1260), nacque in Bologna 
nel 1226 e fa in quell'università professore 
di diritto civUe: nel 1273, a richiesta del re 
Eduardo I si recò, prsrenendo cosi il bando 
die come ghibellino lo cdpi nella proscrizione 
dell'anno di poi, in Inc^terra, dove inse- 
gnando e prestando servigi politici rimase fino 
al 1281, che ritornò assai ricco in Bologna : 
mori nel 1298, lasciando nome di grande giu- 
reconsulto e parecchie opere di casistica e 
d'ermeneutica legale, e fìuna di grande usu- 
raio: si vedano M. Sarti, i>06tom orcfti^Tymna- 
ni bonomM8Ì8 profMaoribuSy Bologna, 1889, 
voi. I, pp. 198-206, e. Fantnzzi, Nothaie degli 
aoriUorì bohgneti, voL I, pp. 41-46, e G. Goz- 
zadini, il paìaxxo detto di AocumiOy Bologna, 
1888. — 111. se avessi eco. se tu avewi avu- 
to desiderio di vedere cotanta sozzura : Ugna 
è una malattia schifosa, ma qui indica sozzura 
in genere. — 112. colai ecc. Andrea dei 
Mozzi fiorentino, fatto nel 1272 canonico e 
nel 1287 vesoovo della sua patria, ftitr amu- 
tato nel 1296 dal papa Bonifazio Vm alla 
sede vescovile di Vicenza, ove mori nel 
1296 (ofr. F. TJghelli, Balia sooro, voi. V, 
p. 1067, e F. Lampertioo nel voL Dante e 
Vieenxa, 1866, pp. 62-67) : € fa, dice l'An. 
fior., per questo peooato disonestissimo ed 
ancora oltre a questo di poco sonno; ot non 
stava contento di tenere occulto il suo difetto 
et il suo poco senno, anzi ogni di volea pre- 
dicare al popolo, dicendo parole sciocche et 
dilavate». — servo de' serri: il papa si 
chiama appunto negli atti officiali servua sev' 
vonm Dei. — 118. d*Anio In BaeebigUoae: 



da Firenze, sull'Amo, a Vicenza, sul Baccki- 
gUone. — 114. dorè eoo. ove mori. — 117. 
anoTO fummo: ò il polverio sollevato da 
un'altra schiera di sodomiti. — 118. tienta 
ecc. I violenti contro natura sono divisi in 
gruppi, secondo le condizioni ch'ebbero nel 
mondo: Brunetto ò nella ma^n^iìtt^ degli eo- 
desiastici e dei dotti ; quella che viene ora ft 
la comitiva degli uomini che esercitarono nf- 
fid politid. <~ 119. 11 mio Tesoro: delle ano 
opere, tra le quali è notevole il Teeontio, 
picodo poema didattico in lingua volgare. 
Brunetto raccomanda a Dante la maggiore, 
quella cui credeva che fosse aflldata singo- 
larmente la sua fama, il Tesoro ossia 1 lÀvrm 
du Tresor; opera da lui composta tt», il 1352 
e il 1266 in lingua francese, che ò una grande 
enddopedia del sapere medioevale compilata 
sulle fonti più svariate latino e francesi : il 
testo originale di quest'opera fu pubb. da P. 
Chabaille, Parigi, 1863 ; la traduzione italiana 
di Bono Giamboni fti pubbl. la prima volta 
in Treviso, 1474, e più correttamente da L. 
Qaiter, Bologna, 1878-83: sopra di essa ve- 
dasi il Sundby, op. dt, pp. 69-198. — 121. 
parve ecc. e s'allontanò con la rapidità dei 
vindtori nelle corse del palio veronese. — 
122. che eorroBO ecc. A Verona, come In. 
molte altre dttà, erano in uso nel medioevo 
le corse dd palio, cosi dette dal dnqypo oo. 
lorato che si dava in premio ai vindtori ; men- 
tre l'ultimo arrivato, colui eheperde^ noeveva 
per premio un gallo : la gara cui aooeima 
Dante, giÀ istituita nel 1207 per festeggiare 
una vittoria riportata dalla repubblica contro 
i Conti di San Bonifazio e i Montaodd, al 
faceva la prima domenica di quaresima in una 
pianura presso il sobborgo di Santa Lucia e fa 
regolata negli statuti anteriori al 1271 : oCr. G. 
Bolviglieri néìVAlbo dantesco vsrone§% Vero- 
na, 1866, p. 168; a. da Be nella Rivista sri. 



INFERNO - CANTO XV 



115 



124 quegli che vince, non colui che perde. 



lieo, m 80-87; e il Basserman, pp. 899-400. 
— 1^ ■•■ coìnì eco. e L* espretsioiie non 
ax-iQbbe valore se a qnella oona non tosaerì 



stato anche U premio pel perditore, premio 
che 8Ì liduceva ad umiliazione per lai e a sol- 
lazzo dei bnoni veronesi > ; 2Ungarelli, p. 89. 



CANTO XVI 

Dante e Virgilio continuando il loro cammino per il terzo girone incon- 
trano nn*altra schiera di violenti contro naturai tra i quali è il fiorentino 
Iacopo RusticQCCi che rivela la condizione sua e d'altri compagni : poi pro- 
cedono sino alPestremità del girone, ove il fiume infernale si precipita nel 
cerchio ottavo e ove appare loro Gerione per trasportarli in Malebolge 
[9 aprile, ore antimeridiane verso l'alba]. 

Già era in loco ove s'udia il rimbombo 
dell'acqua che cadea nell'altro giro, 
3 simile a quel che l'amie fanno rombo; 
quando ire ombre insieme si partirò, 
correndo, d'una torma che passava 
G sotto la pioggia dell'aspro martire. 
Venian vèr noi, e ciascuna gridava: 
€ Sostati tu, che all'abito ne sembri 
9 essere alcun di nostra terra prava >. 
Ahi me, che piaghe vidi ne' lor membri, 
recenti e vecchie, dalle fiamme incese! 
12 Ancor men duci, pur ch'io me ne rimembri. 



XVI 1. Già era ecc. Danto e Virgilio 
proced^ado innanzi per il terzo girone sol 
ioeto dell*axgine orano pervenne, allorché 
Bronetto s'allontanò, in Inogo ancora distanto 
dalla fine del girone stesso; si che sentivano 
iadistintaniente il rumoro del fiume ohe si 
pcedpitava nel giro o cerchio ottavo. — 2. 
sltxa giro: ò l'ottaro cerchio; otr, Inf. x 4, 
zxrm 50. — 3. slmile eoo. simile a qnel 
tmaSo che fanno le api intomo alle amie o 
alTeari ove abitano. La similitadine mostra 
che i doe iK>eti erano ancora a qualche di> 
stanza dal luogo, ove il fiome cadeva, tanto 
che il rumore deJle acque cadenti perveniva 
bto temperato e indistinto oome ronzio d'al- 
Tsaze : la distanza tra questo punto e queUo 
da coi mossero dopo aver parlato con Iacopo 
Bastieucci (cfir. v. 91) fu da Virgilio e Danto 
percorsa mentre le anime dei peccatori veni- 
Tioo loro incontro (cfr. w. 7, 19). -— 4. qvan- 
et eoe tre anime si staccarono a corsa da 
ona schiera che camminava sotto la pioggia 
di looeo. — 6. vna torna: i violenti contro 
natura, per il loro grande numero (ctt. Inf, 
zit 25), erano distribuiti in divorse schiere, 
secondo la condizione loro nel mondo: cosi 



la schiera di Brunetto era tutta dì ecclesia- 
stici e dotti, la schiera di questi tre era di 
uomini che in vita esercitarono pubblici uffici 
militari e civili (cCr. le noto ai w. 34, 40, 
48, 70). — 7. Tenfaa ecc. n corso di questa 
schiera era in direzione contraria a quella dei 
poeti; le tre anime venivano dunque di verso 
il precipizio e dovevano percorrere un note- 
vole spazio, se, quando i poeti si fermarono, 
erano ancora distanti (cfr. v. 19). — 8. 8ò- 
ftatt ecc. Formati, tu che alla fo^ia del ve- 
stire ci sembri essere nostro concittadino. 
Questo parole dei tre fiorentini, e spedalmen- 
to l'aver indicata Firenze come terra prava, 
dovevano conciliare l'animo di Danto a cote- 
sti peccatori, verso i quali poi egli esprime 
sentimenti di rispetto dopo die ne ha saputo 
i nomi. — 10. piaghe eco. vidi nelle membra 
dei peccatori delle piaghe «ncass, delle bra- 
ciature, recenti a vecohie, alcune ancora aperto 
e sanguinanti, altre giÀ chiuse e rimarginato. 
— 11. Ineese: non pud esser altro che il part. 
del vb. incendere (cfir. Inf, xxu 18, xxvi 48), 
che riferendosi alle piaghe vuol dire ch'erano 
prodotto dall'accensione, dal facce. — 12. 
Ancor ecc. : dell' improssione dolorosa, che 



116 



DIVINA COMMEDU 



Alle lor grìda il mio dottor s^atteee, 
volse il viso vèr me, e: € Ora aspetta, 
15 disse, a costor si vuole esser cortese; 
e se non fosse il foco che saetta 
la natura del loco, io dioerei 
18 che meglio stesse a te, che a lor, la fretta >. 
Ricominciar, come noi ristemmo, ei 
l'antico verso; e quando a noi fdr giunti, 
21 fanno una rota di sé tutti e trei. 

Qual sogliono 1 campion far nudi ed unti, 
avvisando lor presa e lor vantaggio, 
24 prima che sien tra lor battuti e punti; 
cosi, rotando, ciascuno il visaggio 



Danto soriveiido provava por la rimembranza 
dell» pene infernali, sono altri cenni nel poe- 
ma, p. es. Inf, xiy 78, zzn 81 eoo. — 18. 
l'attese: tiUmderrl lignifloa qui e altrove 
pnstant porgerò atUnxùmé e accenna proprio 
l'atto nel momento in coi incomincia (cAr. 
Fiaar, xm 29, xv 81). — 16. il vuole: si deve, 
si conviene; ricorre fluentemente, ISirg. 
xni 18, zxui 6, Ptar, xvi 101, xx 83 eco. — 
16. e le ecc. se la condizione naturale di 
questo luogo non foeee quella del ftiooo che 
scende dall'alto con l'impeto della folgore eoo. 
— 17. dleerel: direi; cfr. Inf. m 46. — 19. 
cove Bol ristcMmo: non i^pena che noi ci 
fanuno fermatL — 20. l*antÌeo verso: Lomb.: 
e il pianto, doò, che prima f&cevano, e che 
solo per pregar Danto ad arrestarsi intormesso 
avevano; e però vedendo fermato il poeto, 
né avendo più bisogno di pariare, ritornarono 
al pianto >. — 21. fesso uia rota eoo. Non 
potondo questi peccatori arrestarsi (Inf, xv 
87-89) né accompagnarsi a Danto perocché 
era poco distanto il limito dello spazio loro 
assegnato (cfr. v. 91), i tre fiorentini si re- 
strìnsero in cerchio e movendosi in giro vol- 
gevano indietro 11 viso per guardare il loro 
concittadino. — trel: forma dialettale antica 
(cfr. Parodi, BuU, WL 124). — 22. qnàì so- 
gllOBO ecc. Questo luogo ò variamento inteso. 
Secondo molti commentatori la similitudine ò 
tratta da uno degli esercizi ohe i greci e i 
romani facevano nei loro ginnasi o palestre, 
cioò dalla lotta col pugno o pugilaUo (cfr. 
Livio I 86, Cicerone, Tuaeul. u 17, Suetonio, 
Oclav. cap. 45); noUa quale i pugili o lotta- 
tori erano soliti guardare all' indietro per te- 
ner d'occhio i movimenti degU avversari e 
cogliere il momento opportuno per assalire: 
ma a questa intorpretazione contrasterebbe il 
presento sogliono^ trattandosi di un esercizio 
non più usato ai tompi di Danto; nò sarebbe 
il caso di intondere questo presento in fun- 
zione d' imperfetto, come per il vb. solere ac- 
cade spesso negli antichi (cfr. la nota idVInf. 



xxvn 48), oppure d'accettare la più comune 
lezione toleanOf perché verrebbe a mancare la 
correlazione temporale oon il mìm del v. 24. 
Mdto meglio inveoe altri pensano ohe la li- 
militndine sia tratta dai campioni dei medio- 
evali giudizi di Dio (cfr. Bezaaoo, D». 188: 
« Oampto m ,*. chi ne' duelli; usati come giu- 
dizio di Dio, combatteva per la ragione di ohi 
aveva diritto di aostituire o era esento dal- 
l' obbligo di combattere personalmento >, e Mu- 
ratori, AntiguUatea Ilatieae, m 644-646); al 
quale proposito scrive il Lana che « in molto 
parti del mondo quando questione d che pesi 
tra due, e le parti non abbiano scritto o ver 
testimonianza a suffidensa, elle si sottomet- 
tono a volere che la ragion li oonosca in bat- 
taglia mortale >, e, dopo più altri partioolarì 
su cotesto modo di giudizi, dice che quando 
la questione era di poca importanza i cam- 
pioni « faceano la pugna dentro dallo steo- 
cato, nudi, e brancolavansi pure alle braccia, 
e quello ohe cadea la sua parto perdea » : 
né questo uso dei giudizi di Dio ai tompi di 
Danto era venuto meno, come farebbe cre- 
dere rOtt (e dice eolevano però che in Italia 
e in molto altre parti l'uso dei campioni ò ito 
via »), poiché il Davidsohn, BulL VII 89-41, 
ha largamento dimostrato come nella proo^ 
dura civile fòsse flnequento in Toscana, sino 
ai tompi di Dante, l'abitudine di risolvere le 
questioni medianto le lotto di pugilato, e come 
i campioni toscani fossero chiamati qualche 
volta a questo fine anche nelle regioni finitimo. 
— 23. avvisando ecc. tenendo gii occhi al- 
l'opportunità di prendere con vantaggio l'av- 
verearìo. — 24. prima eoe prima di attoo- 
carsi e percuotersi. — 26. eoif ecc. coif cia- 
scuna delle tre anime, mentre insieme si mo- 
vevano in giro, tonava gli occhi rivolti a me, 
in modo che il collo si volgeva sempre in di- 
rezione opposta a quella dei piedt — visag- 
gio: voce arcaica osata anche net senso di 
vólto, ma qui più tosto in quello di vista, 
comò mostra il vb. drixxare al quale ò con- 



INFERNO - CANTO XVI 



117 



drlzsava a me, si ohe in contrario il collo 
27 faceva a' pie continuo viaggio. 
€ Eh, se miseria d'esto loco sollo 
rende in dispetto noi e nostri preghi, 
90 cominciò Puno, e il tinto aspetto e brollo, 
la fama nostra il tuo animo pieghi 
a dirne ^i tu se*, che i vivi piedi 
83 cosi sicuro per lo inferno freghi. 
Questi, l'orme di cui pestar mi vedi, 
tutto che nudo e dipelato vada, 
86 fu di grado maggior che tu non credi: 
nepote fa della buona Gualdrada; 
Guido Guerra ebbe nome, ed in sua vita 
89 fece col senno assai e con la spada. 



giuta (ofr. Inf, iz 78, J^. i 111, iy 6S 
Mc). ~ 26. fi €k% ecc. mol dira oo«f che 
gvardsTUio di loroTolontà e correruio inreoe 
far fom; cfr. (km. i 8: cAtto libero d 
fouido una pezaona va Tolentieii ad alenila 
parta, eh» si moatra nel tenere volto lo tìso 
ìb faialla: atto aforuto è quando contro a 
ToglSa al T», ohe ai moatra in non guardare 
nana parte dorè ai va ». ~ 28. Ek, ae mi- 
aarlaeoe. Uno dei tre apiriti cominciò a dire: 
Dah, ae la noatra misera condizione e il no- 
■tiD aspetto fanno d che ta abbia in dispre- 
gio noi e le noatze preghiere, ti muova almeno 
la noetza £una ecc. — aaie loco ielle: ò il 
gfaoee pieno di sabbia, detto pendo aoUo, non 
aolido, cedevole. — 80. U tiato aapetlo e 
bralle : il volto abbronzato, Hnio dalle fiamme, 
e hnth^ deoodato della pelle, scorticato ; il 
Boti dice: € perché siamo aisiooiati e ignndi >; 
^. il T. 86, e per l'agg. òroUo la nota all'/n/: 
zzziv 60. ~ 82. 1 vili piedi: ecc. stropic- 
d coai secoiamente, sansa paura d'abbru- 
ciarti, 1 tuoi piedi come uomo vivente, nelle 
ngiooi inliamalL — 84. (Questi ecc. Guido 
Gucoa VI dei conti Guidi (cl^. Par, zvi 64), 
Igiio di Maroovaldo conto di Dovadola e di 
Baatzioe degli Alberti, dopo aver passata la 
giovinesza alla corto di Federigo n tornò in 
patria nel 1284 e fu da quel momento il prin- 
cipale aoetegno della parto guelfa in Toscana, 
tutto elle nel 1348 Innocenzo IV lo dichiarò 
baaaaMrito della Chiesa: fti nel 1256 capo 
daS* ceercito fiorentino con^ i ghibellini 
d'Areno; dopo la sconfitta di Montaperti, da 
lai preveduta, eaulò coi guelfi da Firenze, e 
comandando la schiera dei fuorusciti combatto 
sotto Carlo I d'Angiò a S. Germano e a Be- 
asvento, e cosi ottenne di ritornare in patria, 
ore nK»l di 70 anni nel 1272. e Fu molto 
gaaUb, aorive F. Villani, apesao capitano, 
aprazzatore de' periodi, o quasi troppo solle- 
cito «e* oasi sùbiti, d' ingegno o d'animo ma- 



raviglioao, donde spesso i Catti quasi perduti 
riparava e spesso quasi tolse la vittoria di 
mano a' nemici : d'animo alto e liberale e gio- 
condo molto, dai cavalieri amato, cupido di 
gloria, ma per l'opere buone da lui fittto * : 
si vedano G. Villani, Or, vi 61, 78, vn 6-9; 
F. Villani, VilU, p. 64; S. Ammirato, Albero 
e istoria della famiglia isf conti Ovidio Firen- 
ze, 1640; L. Paaserini, Guidi di Romagna^ 
tav. xvm nel Litta, Famiglie celebri italiane, 
— 36. nade e dipelato: per la continua ar- 
sione delle fiamme questi dannati sono privi 
d'ogni pilosità; compie cosi Dante il ritratto 
dei aodomiti, di cui ha già ricordato il volto 
abbrustolito e scorticato. — 87. nepote tm ecc. 
ìlarcovaldo, padre di Guido Guerra VI, era il 
quarto figlio di Guido Ghierra IV e della se- 
conda moglie di lai Gualdrada doi Bavignanl, 
figlia di Bellincione (cit. Piar, xv 112), spo- 
sata intomo al 1180 : cfir. Ammirato, op. dt.; 
Passerini, op. cit, tev. m; 0. Hartwig, Quel- 
Im und Foreckungerij voi. Il, p. 68. Di queste 
donna le cronache e legf^ende fiorentino par- 
lano come di un tipo di virtù domestica, e 
raccontano come essendo di passaggio por 
Firenze Ottone IV imperatore (1209-1218) e 
celebrandosi nella chiesa di S. Giovanni una 
feste in suo onore, vide e gli piacque una 
bellissima giovine : e non cognoscendola (con- 
tinua l'An. fior, ampliando ciò che scrivo G. 
Villani, Cr. v 88) dimandò messer Bellincione 
chi oli' era; messer Bellincione disse: Costei 
è una ohe io ne posso fare a mio senno: dico 
alcuno ch'egli disse: Questa vi posso io fare 
baciare, quando vi piacessi. La fanciulla ora 
si presso ch'olla intose il padre; disse, arros- 
site tutte per vergogna: Padre mio, non prof- 
ferite cosi di largo le cose che non sono vostre : 
voi avete poco cara l'onestà mia; e' non è ve- 
runo che di me potesse fare a suo senno, se 
non colui che fosse mio marito. Allo 'mpora- 
dore piacque queste risposta, che fu bella et 



118 



DIVINA COMMEDIA 



L'altro, che appresso me l'arena trita, 
è Tegghiaio Aldobrandì, la cui voce 
42 nel mondo su dovria esser gradita. 
Ed io, che posto son con loro in oroce, 
Iacopo Busticuoci fui; e certo 
45 la fiera moglie più ch'altro mi nuoce ». 
S'io fiissi stato dal foco coarto, 
gittato mi sarei tra lor di sotto, 
48 e credo che il dottor l'avria sofferto. 
Ma perch'io mi sarei bruciato e cotto, 
vinse paura la mia buona voglia, 
51 che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 
Poi cominciai : € Non dispetto, ma doglia 
la vostra condizion dentro mi fìsse 
54 tanto che tardi tutta si dispoglia, 
tosto che questo mio signor mi disse 
parole, per le quali io mi pensai • 
57 che, qual voi siete, tal gente venisse. 
Di vostra terra sono; e sempre mai 



notabile >. E sègnita la leggenda ohe l' impe- 
ratole volle dar marito alla giovine, il quale 
fb Qnido Oneira IV : ohe è contro U ragione 
dei tempi, poiohó il matrimonio ùm i due era 
già avvenuto nel 1180 (ofr. Davìdeohn, (haeh. 
wn FìormXj voL I). — 40. L'altro ecc. Teg- 
ghiaio Àldobrandi degli Adimari, podestà 
d'Arezzo nel 1266, già morto nel 1267, lodato 
da Q. Villani, Or, vi 78, come « cavaliere 
savio e prode in armi e di grande antoritade ». 
Booo.: e iti cohii, il qnale del tutto sconsigliò 
il comun di Firense, ohe non uscisse fuori a 
campo ad andare sopra i sanesi; conoscendo, 
siccome ammaeetratissimo in opera di guerra, 
che danno e vergogna ne seguirebbe, se con- 
tro al suo consiglio si facesse ; dal quale non 
creduto né voluto, ne segui la sconfitta a 
Monto Aperti ». — 41. la cui reee ecc. la 
voce del quale, allorché sconsigliò l'impresa 
contro Siena, avrebbe dovuto essere ascoltata 
volentieri; oppure, e forse meglio, la ikma 
del quale dovrebbe essere celebrata dai fio- 
rentini, ai quali egli dio il buon consiglio. — 
43. Ed lo eoo. Iacopo Busticuoci fb, secondo 
rOtt., della consorteria dei Cavalcanti, e 
l'An. fior, dice che fu « uno popolare di Fi- 
renze di picciol sangue, cavaliere, il quale fti 
valoroso uomo et piacevole. Ebbe costui una 
sua moglie, diversa et spiacevole tanto che 
costui la divise et separolla da sé, et man- 
doUa a casa i parenti suoi ». Di lui sappiamo 
che nd 1254 fa con Ugo della Spina fatto 
procuratore speciale del comune di Firenze, 
a trattare leghe e patti con altre città e torre 
di Toscana (Del Lungo in Sundby, op. dt, 



p. 204) e che dopo Montapertì gli fb dai gfai- 
bellini distratta la casa che aveva prossinia 
a quella di Tegghiaio Àldobrandi (Del Lungo, 
DanUy n 71). — 46. U flora moglie ecc. : gli 
antichi commentatori sono concordi nell'af- 
fermare che Iac(^ fu tratto a peccare dal 
fastidio in che ebbe la moglie e per lei, ag- 
giunge alcuno, tutto le donne. — 46. 8* lo 
eoo. Se io svessi potuto coprirmi, ripararmi 
dal fboco, sarei disceso nel sabbione per ri- 
verenza e affètto verso i tre concittadini, i 
quali erano di quelli antichi e che a ben far 
poser gli ingegni » {iJnf. vi 81). — 48. e erodo 
ecc. : cfr. le parole di Virgilio nei w. 15-18. 
— 62. ITOB dispetto eoe La vostra condi- 
zione indusse nell'animo mio, non già il di- 
sprezzo come voi tometo (cf^. w. 28-80), ma 
un sentimento di dolorosa pietà non ancora 
dileguatosi, subito ohe la mia guida mi disse 
certo parole per le quali intesi essere voi gento 
degna d'onore. H D'Ovidio, p. 85, notando la 
diversità tra i tanti segni dì reverenza Torso 
i tre fiorentini e la disdegnosa indifferenza 
che or ora Danto dimostrerà per gli usurai 
(cfir. Inf, xvi^S7 e segg.), osserva: cSono 
nello stosso cerchio, anzi nello stesso girono, 
per colpe teologicamMito affini e ridooibili 
in fondo a una sola (violenza contro Dio), 
come le loro pene sono due variazionoello 
d'una pena medesima; eppure, tanto provalo 
sul oritorio teologico il sentimmito umano o 
l'impressione personale, le due schiero di 
peccatori destano nel poota commoziuni non 
che diverse, opposto ». — 68. Di TOstra eoe. 
Sono vostro concittadino, e con oiuuie ascoltai 



raPEBKO - CANTO XVI 



119 



l'opre di voi e gli onorati nomi 
60 con affezion ritrassi ed ascoltai. 
Lascio lo fele, e vo per dolci pomi 
promessi a me per lo verace duca; 

68 ma fino al centro pria convien eh' i' tomi ». 
« Se lungamente l'anima conduca 

le membra tue, rispose quegli allora, 
66 e se la fama tua dopo te luca, 
cortesia e valor di' se dimora 
nella nostra città si come suole, 

69 o se del tutto se n'è gita fuora; 

che Guglielmo Borsiere, il qual si duole 
con noi per poco, e va là coi compagni, 
72 assai ne cruccia con le sue parole ». 
€ La gente nuova e i sùbiti guadagni 
orgoglio e dismisiira han generata, 
75 Fiorenza, in te, si che tu già ten piagni ! » 
Cosi gridai con la faccia levata: 
e i tre, che ciò inteser per risposta, 
78 guatar l'un l'altro, come al ver si guata. 



e Btdital sempre le vostre aobili adoni civili 
• i TOftri nomi onorati per le benemerenze 
fotttidie. — 61. Latele ecc. abbandonando 
rtmazeon del peccato, cerco la dolcezza della 
heatitodiiie. — feles Booc: « Tamaritadine 
che per i peocati sègoita a coloro che del 
IMoato wm. ai rimangono ». ~ 4elei poMi : 
cfr. A«y. xxvn 116, xzxn 74. — 62. prò- 
■aaai eoe.: cfr. Inf, i 116. — 63. al eeatro 
eoe al centro della terra, ove ò Ladfero e 
«ve Dante cadrà a capo in giti; cfr. Jnf. 
xxsxw 76 • aegg.: il vb. toman (cfr. Inf. zzxn 
KB) «jg"!^*^ propriamente Tatto del cadere 
capovolgendoai. — 64. Se luigMMite, ecc. 
Vani. : • Coti ta viva lungamente, e cosi ri- 
■pkmda e aia chiaro il tao nome ancor dopo 
che aarai morto ». — 67. eertetla e valor: 
la virtù civile e militare; cfr. Purg, xvi 116. 
Kotevole il riaoontro, rilevato dal Torraca, 
con nn pMBO di Chiaro Davanzatl (D'Ano, m 
173): « Ove dimora e posa Oorteda e valo- 
re? ». — 68. anele: il aolito prea. in ftinzione 
d'imperfetto; cfr. Inf. zxvn 48. — 70. da- 
giielm« Boralere; Beco.: « Qoeati ta cava- 
Bar di «vte, nomo costomato molto e di lan- 
devol maniaca ; ed era il eoo eaercizio e degli 
altri anoi pari il Ixattar pad tra' grandi e gen- 
tili nomini, trattar matrimoni e parentadi, e 
talora con piacevoli e oneste novelle recreare 
gli anioii de' faticati, e confortargli alle cose 
oaoreroli; il che i Du>demi non fttnno, anzi 
fuato pU aono aceUerati e spiacevoli, e con 



brutte operazioni e pnrole, più piacdono e 
meglio aono provvedati ». Lo stesso Bocc. 
Dee. g. I, n. 8, mise in novella on piacevole 
e arguto motto col quale Guglielmo Borsiere 
punse l'avarizia di Ermino Grimaldi, ricchis- 
simo gmtiluomo genovese. — 11 qaal ai duo- 
le ecc. il quale da poco tempo d venato a 
queato tormento; da che ai induce che Gu- 
glielmo moiiaae verso l'a. 1800. — 71. va là eoi 
compagni I con quelli della torma (v. 5), onde 
s'erano staccati i tre fiorentinL — 72. eon le 
lae parole: rappresentandod l' infelice stato 
della nostra dttà. — 78. La gente auera ecc. 
An. fior. : e La dttà di Firenze ha mutata 
condizione, però che i contadini et altri d'at- 
torno a Fironze aono venuti di fuori a ceserò 
dttadini ; et però che sono nuovi nella dttà, 
non hanno tanto amore alla terra quanto gli 
antichi dttadini, et perd hanno generata di- 
smisura in Firenze et ancora per guadagni 
sùbiti sono montati in superbia, et sono di- 
ventati orf^gliosi, et sono cagione d'ogni male 
della terra ». Si veda a questo proposito lo 
scritto d' I. Del Lungo, La gente nuova in 
Firenze in Dante, I, pp. 8-182, e d cfr. le 
noto al Par. xv 97-129 e xvi 49-69. — 76. 
già ten piagni: poiché già a questo tempo 
incominciavano a manifestarsi i tristissimi 
effetti delle gare dttadine. — 77. che ciò ecc. 
che intesero la mia apostrofe come un modo 
di risposta alla loro domanda. — 78. gaatAr 
eoo. si guardarono l'un l'altro con l'atto di 



120 



DIVINA COMMEDIA 



« Se l'altre volte si poco ti costa, 
risposar tutti, il satisfare altrui, 
81 felice te, che si parli a tua posta! 
Però, se campi d'esti lochi bui 
e torni a riveder le belle stelle, 
84 quando ti gioverà dicere: 'Io fui', 
fa che di noi alla gente favelle ». 
Indi rupper la rota, ed a fuggirsi 
87 ale sembiàr le gambe loro snelle. 
TJn ^ammen' non saria potuto dirsi 
tosto cosi, com'ei f^o spariti: 
90 per che al maestro parve di partirsi. 
Io lo seguiva, e poco eravam iti, 

che il Buon dell'acqua n'era si vicino 
93 che, per parlar, saremmo appena uditi. 
Come quel fiume, o' ha proprio cammino 



stupore e di moravìglia proprio di chi sente 
oonfennats una grave verità. — 79. Se Pai- 
tré volte ecc. Tutti i vecchi commentatori 
dal Lana al Yent. intesoro qaeste parole dei 
tre fiorentini come una lode data all'Alighieri 
per la compiutezza, la brevità e la chiarezza 
della sua risposta (Lana: e segue mostrando 
che in meno parole non si poria dire la sub- 
stanzia dell'essere vizioso di Firenze e ch'elli 
era tale e si adatto alle risposte ch'era felice 
doè avventurato » ; Vent. : € Felice te che 
hai questa facilità e felicità meravigliosa di 
spiegarti mirabilmente, come ti vien più in 
grado >). Ma il Lomb., seguito dal Tomm., 
dal Bianchi e da altri moderni, le inteso er- 
roneamente come un accenno al danno che a 
Dante cagionò il libero parlare e spiegò : e Fe- 
lice te, che cosi parli a tuo talento, a tua 
voglia, se il sodisfare con tal libero parlare 
ad altrui altre volte si poco ti oosta, come 
costati ora, che nessun danno t'arreca». — 
83. e torni ecc. : anticipa quasi il verso del- 
l' Inf. xrnv 189. — 84. quando ecc. allorché 
ti rallegrerai del viaggio felicemente compito. 
Dan. osserva che ò e ad imitazione del vir- 
giliano Enea, dicente ai compagni [En, i 204]: 
Fbrsan et ha60 olim memmisw ìwHibU ; e Se- 
neca: Quod fuit dwrum pati, numinisse dulce 
est», ~ 85. fa ecc.: cfr. la nota all'/n/. vi 
89. — 86. ed a fnggirii ecc. fuggirono cosi 
rapidamente comò se avessero avuto le ali. 
— 88. Un * ammen ' ecc. Avverte il Venturi 
493, a proposito di questo esempio di velocità 
e degli altri che sono in Inf, xxiv 100 e Par, 
XXIX 49, che e la naturalità dei motti e la 
familiarità del lingua^i^o aggiungono a tutti 
e tre tanto arguta etiicacia, che par d'udirli 
ancor vivi nelle bocche del popolo nostro *, 
~ 90. per elle ecc. per la qual cosa, doò per 



essersi allontanala 1 tre fiorentini, a Virgilio 
parve opportuno di riprendere il cammino. — 
91. e poco ecc. e dopo un breve tratto di 
strada il rumore del fiume cadente ai fece 
cosi intenso che, per quanto avessimo parlato 
forte, appena avremmo potuto udirci l'nn l'al- 
tro. — 93. per parlar: cfr. L%f. iv 11. — 
94. Come ecc. Gli antichi commentatori, Ott, 
Bocc., Benv., Buti, An. fior. ecc. danno di 
questo luogo la pi6 giusta interpretazione, 
accettata ora anche dal Bassermann, p. IBI, e 
cosi riassunta dal Lomb. : e Beca in paragone 
della caduta di Flegetonte dal settimo nel- 
l'ottavo cerchio la romorosa cascata del Mon- 
tone, fiume di Bomagna, dalFApennino aopra 
la badia di 8. Benedetto; e oircoecrìve esso 
fiume dicendolo il primo, ohe dalla sorgente 
del Po su Monviso dirigendoci verso levante, 
troviamo» scendere dalla sinistra costa d'Apen- 
nino e andar al mare con proprio eammmOf 
cioò con proprio particolare alveo: ed è vero; 
imperocché tutti gli altri fiumi, che dalla sor^ 
gente dol Po fino a quella del Montone ca- 
scano dalla sinistra oosta d'Apennino, tutti 
s'uniscono al Po e camminano con esso al 
mare ». B passo adunque, difficile pi6 die 
altro per la costruzione molto complessa a 
cagione degl' incisi secondari, si deve ordinare 
e intendere cosi: Ck>me quel fvtmné, che di 
quanti scendono dotta sinistra eoda d'Apen- 
nino, prima d'ogni altro, per il primo, nel 
versante che si stende da Montsveao m vir 
levante, ha cammino proprio doò corso suo 
proprio sino al maro (che «imo, il quale fiume 
su nei monti si chiama Aoquacheia ovante che 
si divalli giù nel basso lettor prima cioò che 
scorra a valle nel piano alveo, ed a fbrU è 
vacante di quel nome^ e verso Forlì non ha 
più il nome di Aoquacheta ma quello di Mon- 



INFERNO — CANTO XVI 



121 



prima da Monteveso in vèr levante 
96 dalla sinistra costa d*Apennino, 

che si chiama Aoquacheta suso, avante 
che si divalli giù nel basso letto, 
99 ed a Forlì di quel nome è vacante, 
rimbomba là sopra San Benedetto 
dell'Alpe, per cadere ad una scesa, 
102 ove dovea per mille esser ricetto; 
cosi, giù d'una ripa discoscesa, 
trovammo risonar quell'acqua tinta, 
105 si che in poc'ora avria l'orecchia offesa. 
Io aveva una corda intorno cinta, 
e con essa pensai alcuna volta 



toM), rimbcmba là Jovra San Benedetto del- 
fÀlft» per eaden ad ma «omo, cioè perohó si 
;neipit»«lbMBo; oolitentimmo risonare eoo. 
Altri invece alfenBano ol&e Montereeo d snlln 
liaifltn costa dell' Apennino e ohe d* esso, 
ad luogo detto anooia U fonte di Monte Visi 
(eft. Butt, TI 196), sostoziace quel lamo del 
Xatone càe chimnnsi Aoqnacheta e per balze 
• munerose cascate raggiunge sotto S. Be- 
Bfldsttoi rami già riuniti dell'Ossa e del Kon- 
toaa, perdendo quivi 11 suo nome (ofr. L. N. 
PMd, Onmd geologici ecc. in Dante e il suo 
«Nofa, p. 666; e. M. Bertini, Nota eco. negU 
Jm della B. Jbxad. delle aeienxe di Torino, 
1871, voL T[; P. Nadiani, Interpreta», dei 
tni di Dante end fèieme Montone, Milano, 1894; 
9. UagareQi, I/JLequaoheta in Nahnra ed arte, 
a. yj, 1899, Fp. 906-913). — 96. HoateTeao: 
Iteviso, lat Mone Veauiiu, — 99. ^ vacante t 
è privo; non si chiama più Aoqnacheta, oo- 
Bs Bel tratto piti montano, ma Montone. — 
100. 8aB Beaedetto dell'Alpei ò il borgo 
càiaiato San Benedetto di sopra, oosf deno- 
BÌDato da nn monastero di benedettiDi, assai 
Mto ai tempi di Dante, il qnale era sor un 
poggio presso il luogo, ove il torrente Aoqoa- 
clMtosi precipita al basso andando a congion- 
geni con e^ altri coni d'acqua òhe formano 

flMnutnmo- — 101. «BA SCeSft OCC. È la C»- 

testa dei Bomlti, presso San Benedetto, la 
fasi» osservata dall' alto presenta un orrido 
spsttuolo, ben conveniente a dare un' idea 
4ì qosQo die Danto s* imagìnava di vedere 
dall'Orio die aov raata all' ottavo cerchio; cCr. 
Basenaann, p. 186. — 102. ove dovea ecc. 
Hcaai rileiiscono questo Terso al monastero 
d 8. Benedetto dell'Alpe, e intendono che 
avrebbe dovuto accogliore gran nu- 
» di nonaoi, pochi n' avea i quali si go- 
i lazgamente le rendite del sacro luogo, 
litri invece credono die sia detto del villag- 
gio oBonimo sottostante al convento, del qua- 



le villaggio, secondo la testimonianza del 
Beco., di Benv. e dell' An. fior., ovvero in un 
altipiano sovrastante aUa cascata, come in- 
tende il Nadiani, op. dt., i conti Guidi signori 
del luogo ebbero già il pensiero di fare un 
forte cestello, che fosse sicuro ricetto a quelle 
popolazioni: cfr. Bassermann, pp. 187-190. 
Altri inilne riferiscono questo verso olla scesa, 
come il Cavemi che scrive : e la ragione di 
quel rimbombaro, oltro all'altezza di quella ca- 
scata, reca Dante alla grande copia dell'acque 
costrette a cadere per una eola dieeeea, dove 
a dar loro sfogo òhe non tumultuassero cosi 
fragorose dovrebbero per mille di quelle scese 
esser rieette > : si cfir. O. Solitro, Nuova di- 
Oiiaraxione del v. 102, O. xvi ^/l, Trieste, 
1865. — 104. acqna tinta: quoUa di Flege- 
tonte, rosseggiante (ofr. itf. ziv 78). — 106. 
le aTeva ecc. Di tutte le interpretazioni date 
circa il valore simbolico della corda di cui 
Dante andava cinto la migliore ò quella dello 
Soart, il quale dimostra eh' essa non può 
essere, come molti tennero, il simbolo della 
ftode usata ad attirare Gerìone perché tra- 
sporti i due poeti dal settimo all'ottavo cer- 
chio, ma un semplice segno mandato a quel 
mostro, invece delle parole ch'egli non avreb- 
be udite o dei cenni eh' egli non avrebbe 
veduti; e osserva che « l' importanza prin- 
dpale della corda consiste in dò che il poeta 
avea sperato di prender con essa la lonza » 
e che « la corda ò divenuta superflua a Dante 
dal momento che egli ha lasciato dietro a so 
r ultimo cerchio ove ei puniscono peccati di 
lussuria > : dò posto, la corda sarebbe il cin- 
golo della castità, segno dell'ordine firanco- 
souio, se non professato da Dante come af- 
ferma a questo passo il Buti (ofr. Bull, n 10), 
certo da lui ammirato per singoiar devozione 
al santo fondatore (ctr. Par. ui 97 e zi 87, 
48-117); od quale cingolo, nel mondo, il poe- 
ta avea pensato di poter vincere gli stimoli 



122 



DIVINA COMMEDIA 



106 prender la lonza alla pelle dipinta. 
Poscia che l'ebbi tutta da me sciolta, 
si come il duca m'avea comandato, 
111 porsila a Itti aggroppata e ravvolta. 
Ond'ei si volse in vèr lo destro lato, 
e alquanto di lungi dalla sponda 
114 la gittò giuso in quell'alto burrato. 
« E pur convien che novità risponda, 
dicea fra me medesmo, al nuovo cenno 
117 che il maestro con l'occhio si seconda ». 
Ahi, quanto cauti gli uomini esser denno 
presso a color, che non veggion pur l'opra, 
120 ma per entro i pensier miran eoi senno! 
Ei disse a me : « Tosto verrà di sopra 
dò ch'io attendo, e che il tuo pensier sogna 

128 tosto convien ch'ai tuo viso si scopra >. 
Sempre a quel ver e' ha faccia di mensogna 

dèe l'uom chiuder le labbra fin ch'ei puote, 
126 però che senza colpa fa vergogna; 
ma qui tacer noi posso: e per le note 
di questa commedia, lettor, ti giuro, 

129 s'elle non sien di lunga grazia vote, 
ch'io vidi per quell'aer grosso e scuro 



della cune: ofir. Bif,i32,-~ 106. U loum 
aUm peUe 4ipUU: cfr. ^/l i 42 e foia alla 
gaietta pelle >. — 109. Poida ecc. Intorno 
alla eorda, di cni il poeta andava cinto, ha 
scritto alcnne notarti coniiderazioni il D' 0- 
▼idio, pp. 807-809: egli anzitatto, por rìpn- 
diaodo la tradizione ohe Dante professasse 
mai l'ordine francescano, ritiene che abbia nn 
senso letterale corrispondente alla realtà; 
quindi esprime l'opinione che il gettar giù la 
corda fosse e solo un modo improvrisato e 
inaspettato di avvertire il gnardiano [Qerio- 
ne] ohe li c'era qualcosa d'insolito > e ohe 
« dovè ciò bastare a farlo salir so, per nata- 
xale impeto di goardiano »: aggiunge da nlti* 
mo, non risaltare in nion modo € che abbia 
on senso simbolioo, dod d'ana virtù contrap- 
ponibile alla frode (la vigilanza e an'onesta 
scaltrezza o altro di simile) >. Ma i versi 107- 
108, i quali non possono non ricollegarsi al sim- 
bolismo delle tre fiere, mi pare ohe esclndano 
r interpretazione del D'Ovidio; e se si trat- 
tasse di nn e espediente > trovato U per If 
da Vii^gilio per avvisare Qerionei senz'altra 
significazione allegorica, difficilmente Dante 
v'avrebbe speso intomo tante parole. — 113. 
e alquuito eco. lanciandola on po' lontano 
dalla sponda, la gittò eoe — Ili. alto bar- 
rato: profondo precipizio; cfi:. Inf, xn 10. 



- 115. E pur eonvleB ecc. : dall'attendone, 
con la qnale Virgilio accompagnava il o*der 
della corda, Dante imaginò che a qael aegno 
singolare dovesse corrispondere nn'appariaio- 
ne strana. — 118. ÀJkì eco. L'nomo noa 4eTo 
correr troppo fiMsUmente a chiedeiB ai m^gi 
la ragione dei loro atti; poiché indorinando 
gli altrui desideri danno essi stesi qneOa ra- 
gione, senz'aspettar d'esserne liohieetL — 
122. e ekt 11 tao pensier ecc. e qnello ého 
vagamente imagìni che debba venire or si 
mostrerà chiaro al tuoi occhi — 124. 8e«pra 
ecc. L'uomo deve, per quanto 'può, eritazv 
di narrar fatti veri, ma tanto maravìglioai d» 
possano esser tenuti per falsi. L'awertiaanto 
d di Albertano da Brescia, Trattati monal», 
volg. di S. Del Grazia, Firenze, 1882, p. 6 : 
e Tal veritade ddi dire che ti sia creduta, al- 
tramente sarebbe reputata per buada». 

ver e' ha faccia di menzegna: cfr. R Qiam- 
boni. Della forma di onesta vtto, Venezia, 
1830 : « La veritade ha molte volte faccia di 
menzogna >. — 126. però ehe ecc. peiroliA i 
fatti meravigliosi fanno parer bugiardo ohi n 
racconta, anche se sono veri. — 127. le mmi%m : 
le parole, i versi; cfr. Inf. xrx. 118, JRir. xix 
96. — 128. eonmedfa: cfr. la nota aU*j^. 
XXI 2. — 129. s*elle eco. cosi le mie paoolo 
possano lungamente riuscir care ai lattaci. 



INFERNO - CANTO XVI 



123 



132 



186 



venir nuotando una figura in suso, 
meravigliosa ad ogni cor sicuro, 

si come toma colui c)ie va giuso 
talora a solver àncora, ch'aggrappa 
o scoglio o altro che nel mare è chiuso, 

che in su si stende e da pie si rattrappa. 



eont è T«xo eh' io vidi salìi^ Vonibile mottro. 
— 13L uA flffsni: Gociune; cfir. ivf. twvl 
L — IMO : dal lot gusum per mmwm (Di» 
312). — 132. aMniTlglioM eoe. ohe sarebbe 
■tate eagiozie di graiideiiMniTiglia a qnalnii- 
qaa «obo oozaggioao. — 183. gf eome eoe. 
eoiM il zaaxinaio, diioeeo nell'acqua per di- 
itzkne l'ànoon aggroTiglistasl a ano scoglio 
o ad tltio impedimento sabaoqTieo, toma sa 
fistandeodo la parte sapeiiore del corpo e 
XHtmigendo i piedi alla fìine. ~ 134. a sol- 



Ttr àaeora eoo. : con maggiore abbondanza e 
minor TÌrexKa di rappresentaxione Locano, 
Fan, m 697: cEximios Phoceos animam 
servare sub ondi», Scnitariqae fketnm si quid 
mersiseet arenis, Et nimis afflxoe nnd oon« 
veliere morsns, Addaotom qnoties non sen- 
serat anchora fonem >. — 186. il rattrappa: 
il vb. rattrappoTBi esprime proprio l'atto di 
ohi, salendo arrampicato a ona ftrne, ristringe 
ad essa i piedi mentre slancia le braccia per 



CANTO xvn 



Dopo l'apparisione di Gerìone, Dante si allontana an momento da Vir- 
gilio per vedere da vicino gli usurai, tra i quali incontra alcuni fiorentini 
e padovani; e tornando al suo maestro con Ini s'asside, non senza paura, 
ia groppa a Gerìone : i due poeti discendono così per lentissimo volo dal 
wttimo alPoUavo cerchio (9 aprile, ore antimeridiane verso Talba]. 

€ Ecco la fiera con la coda aguzza, 
che passa i monti e rompe i muri e l'armi; 

8 ecco colei che tutto il mondo appuzza ». 
^i cominciò lo mio duca a parlarmi, 

ed accennolle che venisse a proda, 
6 vicino al fin de' passeggiati marmi; 
e quella sozza imagine di froda 
sen venne, ed arrivò la testa e il busto, 

9 ma in su la riva non trasse la coda. 



xvn 1. Seco la Aera eoe. Oerione, se- 
eoBdo la Biitologìa, fti nn re dell' isola Eritea 
Mi Bari occideatali, figlio di Orisaore e di 
Gifinoe, «ooiao da Ercole per rapirgli il greg^ 
gs: i pe«ti greci e latini lo rappresentano 
ooBs «B g i gan t e noetmoso a tre teste e a 
tn corpi (efr. p. es. Lacreaio, v 23, Yicgilio, 
Al. vm 202, Orazio, Od, n 14, 7, Silio Ita- 
lie», Am. xm 201 eoe.) ; ma Dante ne alterò 
la fcnm, dando a Gerione l' aspetto dei mo- 
itri UbOel 4el Om. mie segg. e deU' Jpoo. 
a 7-11, • na fsoe U simbolo della frode, po- 
•nAolo a gnasdia dell'ottavo cerchio, nel 
qisle app s tt to sono puniti i trandolenti. — 
e. Dan. : e Fingendo ohe que- 



sta fiera sia l' imagine della Arando , dice 
eh' ella area la coda agozza ed appuntata si 
fattamente, che passava i monti, e rompeva 
mori ed armi; perciocché non d al mondo 
cosa si difficile e dura, che il malizioso con 
la sua acutezza non passi ». — 8. colei ecc. 
la frode : cfr. Inf. zi 52. — 6. vlclae ecc. colà 
dove terminavano gli argini impietrati sui 
quali avevamo sino allora passeggiato. — 7. 
froda: in Dante ò sempre in rima {hif. zzii 
82, Purg. ziv Ó8), ma si trova anche in prosa 
(cfr. Parodi, BuU, m, 117). — 8. arrirò : 
trasse sulla riva ; il vb. arrware è usato qui 
in significato attivo, per indicare l'atto del 
posare sulla riva. Il Torraca cita da un an- 



124 



DIVINA COMMEDIA 



La faccia sua era faccia d'uom giusto, 
tanto benigna area di fuor la pelle; 
12 e d'un serpente tutto l'altro fusto. 
Due branche avea pilose infin l'ascelle; 
lo dosso e il petto ed ambedue le coste 
15 dipinte area di nodi e di rotelle: 
con più color, sommesse e soprapposte 
non fèr mai drappo tartari nò turchi, 
18 né fKir tai tele per Aragne imposte. 
Come talvolta stanno a riva i burchi, 
che parte sono in acqua e parte in terra, 
21 e come là tra li tedeschi lurohi 
lo bévero s'assetta a far sua guerra; 
cosi la fiera pessima si stava 
24 su l'orlo che, di pietra, il sabbion serra: 
nel vano tutta sua coda guizzava, 
torcendo in su la venenosa forca 
27 che, a guisa di scorpion, la punta armava. 



tioo rimatore : < A questo porto Amor m*hk 
uiiyato >. — 10. L* fteela ecc. Non già 
porche in Gerione t' abbia a vedere la tra- 
sformazione d'nn oontemporaneo di Danto 
(secondo alcani, Oeri Spini; secondo altri 
ìf asciatto Franxeei o Guglielmo de Perche, 
ministri di Carlo di Valois), ma perché tale 
lo rappresentano le leggende mitologiche; cfr. 
Booc, Oemal. deor, i 21: cBegnans apad 
Baleares insolas Oeiion mUi vuUo bUmdisque 
varbit et omni comitato consueverit hospites 
sosoipere et demnm sub ae benignUaU socpi- 
tee oocldere». — 12. • d'na lerpente eco. 
e il resto del corpo avea figura di sexpento; 
si cfir. la descrizione dantesca con quella che 
della Prode fa rAriosto, Or/, jov 87. — 18. 
Due branelie ecc. Gerione aveva dne bran- 
che laterali ricoperte di pelo sino alle ascelle, 
e il dorso, il petto e i fianchi tatti cosparsi 
e dipinti di groppi e rotelle variegate. — 16. 
di nodi • di rotelle: e Qae' nodi e quelle 
rotelle stanno a significare gì' infingimenti e 
i raggiri con coi V ingannatore avviluppa al- 
trui : e sono complicati e svariati senza fine, 
tanto ohe pi6 intricato non ò il lavoro dei 
fondi e de' ricami in quei drappi per cui vanno 
famosi gli Orientali > ; D. Mantovani, LeeL 
p. 6. ~ 16. eoB pltf eelor eoo. I turchi e i 
tartari, fumosissimi noli' arto del tessere, non 
fooero mai drappi con tanta varietà di oolori, 
di fondi e di rilievi. — semesie e i «prap- 
poste: la wmmeaaa ò la parto del drappo 
sulla quale spiccano i disegni, cioò quella che 
dicesi comunemento il fondo e che può essere 
di vari colori; la arprofposta invece d la parto 
rilevata, a vari colori e figure: cfr. P. Toyn- 



bee, in Bommta, XZDC 669-664, ov« è an- 
che dimostrato che 1 drappi orientali furono 
molto conceciuti in Italia nei secoli zm e ziv. 

— 18. Àrftgnet Araone, flgtiucila d'Idmono 
da Colofone, celebrata per la iene della Li- 
dia come valente teesltrioe di dnippi, ardi di 
sfidare Minerva a alla prova la supéiò con 
un lavoro che r appro ee n teva gli amori di <Ho- 
ve : onde la dea la converti in ragno (Ovi- 
dio, Md, VI 6-146; cfir. Bay. zn4S). — 19. 
Cave ecc. Venturi, 869 : e Salito Gaiione al 
sommo del pozzo, in fondo al quale sta Ha- 
lebolge, pone la testa a il busto snU'eatze- 
mità dell' argine petroso, ove itanao I dna 
poeti; e Danto descrive quella postura oon 
due similitudini, una plfi bella dell* altra..». 
Coi bmrehi dipinge U solo atteggiamento ma- 
teriale di Gerione : e ool Mmto, il fina insi- 
dioso di cotesto attsggiamento». — ^ar^hl- 

navicelli usati per il mare e per i flumi. 

21. tra 11 ledesehl lareld : nei paesi ger- 
manici, nelle terre del tedeschi ghiotti e beonL 

— 22. lo Mvero eoo. : il Mmto, dal lai. fibtr 
(Diez 60X d il castoro, animale ohe s' suxso- 
moda sulla riva d' un fiume, tenendo la coda 
nell'acqua, per prendere i p esc i . F. Uberti, 
Ditt, va a dioe del castoro : « La casa Ca in- 
osstellata come A lui bisogna, e la testa • 
le branche Tien sopra Tacque.... Onde qxiA- 
lor per aoddento avviene Qie '1 lago o r o a oa , 
per la casa monta, E cosi in esso la aaa coda 
tiene >. ~ 24. sa Perie eoo. sol lembo mar- 
moreo, ohe dnge all' intomo il tento girone 
del settimo cerchio. — 26. ael vane eoe. Qe. 
rione teneva distesa nel vuoto dell'abisso 
r intera coda, torcendo in alto l'estramità bi- 



INFERNO - CANTO XVH 



125 



Lo duca disse : < Or convien che si torca 
la nostra via un poco infino a quella 
80 bestia malvagia che colà si corca >. 
Però scendemmo alla destra mammella 
e dieci passi femmo in su lo stremo, 
83 per ben cessar la rena e la fiammella: 
e quando noi a lei venuti semo, 
poco più oltre veggio in su la rena 
36 gente seder propinqua al loco scemo. 
Quivi il maestro : € Acciò che tutta piena 
esperienza d*esto giron porti, 
89 mi disse, or va, e vedi la lor mena. 
Li tuoi ragionamenti sian là corti: 
mentre che tomi parlerò con questa, 
42 che ne conceda i suoi omeri forti >• 
Cosi ancor su per la strema testa 
di quel settimo cerchio, tutto solo 
45 andai, ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo; 
di qua, di là soocorrlen con le mani, 
48 quando a* vapori, quando al caldo suolo: 
non altrimenti fan di state i cani, 
or col cefiPo, or coi piò, quando son morsi 



(iicita annata d'monlal, a modo deg^ icor- 
fkaL Seoondo alcuni le due ponto della coda 
fi Genoie rimboleggiano le due maniere di 
izod» dipinto in ifiA s 62-54 ; secondo altri, 
k im mtaàan laxebbero tlmboleggiato nelle 
taneb» pdoM. — 28. Or eosTien ecc. Bi- 
apaohe utoiamo un po' dalla noatra Tia 
p«anirare alno a Qeiione. — 81. §etm- 
<«Ba eoe. aoendemmo dall' aigine, rolgen- 
toa daatra, • camminammo per una die- 
ótt di pesai soli' estremo oxlo del cerchio al 
ha d'evitale 1* arena e la pioggia di fiamma. 
- alla dtatm MMuaiellAt dal lato destro ; 
dr. hf. a 152, zn 97. — 88. eesaar t il vb. 
tman ha il senao di cansaie, evitare anche 
ÌB Ar. zxv 188. — 86. gente ecc. : questo 
«aiiia seduto presso all' orlò estremo del cei^ 
ckb sono qpeXlt dei Tidenti contro l' arto 
«aia degli nnizai : ofr. itf, zi 46-61, zrv 28. 
~ 38. la ler mmm : il continno movimento 
daOe Biaai, col quale ^ nsorai cercano d' al- 
enine n loro tormento, come ai ha dai vr. 
C4l : sol lignifl^l^ del nome mmM osserva 
il Bofi^ che e la roce è molto nostra, e non 
Taol diie gaati, ma ffliemo noi lo steto e la 
fvlità koo» : questo aignifioato pi6 generico, 
^ cottoB»^ condotta, maniera, è coniérmato 
^ Tonaca con esempi d'antichi rimatori, e 



ricorre altrove nel poema (cfr. Inf. zzrv 83); 
ma negli esempi danteschi non par da esclu- 
dere dal vocabolo l'idea del movimento. — 
42. che ne ceaeeda eoe che ci presti i forti 
omeri, portondod gi6 all'ottavo cerchio, -~ 
48. ancor su .... andai: continuai da solo 
il cammino sull' orlo estremo del cerchio. — 
44. solot Scart.: e All'entrata della città di 
Dito Virgilio va solo a parlare coi demoni, 
cosi che Danto non poto udire dò che Vir- 
gilio lor disse, Inf, vm 112. Qui invece Vir- 
gilio resto e Danto ò colui che soletto si al- 
lontana. Ma come egli non udì le parole dol 
maestro ai demoni, cosi e^ non ode neppur 
quelle, colle quali Virgilio induce Qerione a 
conceder loro i tuoi omeri forti ». — 46. Per 
gli ecelli eco. Piangendo amare lagrime, gli 
usurai a' aiutovano dimenando qua e là le 
mani, ora per isouotersi di dosso le fiamme, 
ora smovendo la sabbia cocento. — 48. va- 
peri i fiamme ; cfr. £%f, ziv 86, 142. — 49. 
nta altrimenti eco. Paragona il movimento 
continuo di questo anime a quello dei cani, 
che nelle calde ore dei giorni estivi ceroano 
di liberarsi dagl' insetti or addentandosi una 
parto del corpo, or percotondo con le sampo 
un' altra parto, dove si sentono pungere. La 
similitudine dantosca, come noto il Venturi 



126 



DIVINA COMMEDIA 



51 o da pulci o da mosche o da tafani. 
Poi clie nel viso a certi gli occhi pòrsi, 
ne'quaH il doloroso foco casca, 
54 non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi 
che dal collo a ciascun pendea una tasca, 
che avea certo colore e certo segno, 
57 e quindi par che il loro occhio si pasca. 
E com'io riguardando tra lor vegno, 
in una borsa gialla vidi azzurro, 
60 che d*un leone avea faccia e contegno. 
Poi procedendo di mio sguardo il curro, 
vidine un'altra come sangue rossa 
63 mostrando un'oca bianca più che burro. 
Ed un, che d'una scrofa azzurra e grossa 
segnato avea lo suo sacchetto bianco, 
66 mi disse: € Che fai tu in questa fossa? 
Or te ne va; e perché se' vivo anco. 



I 



402, ta imitata daU'Anosto, OrL x 105. - 

61. da palei ecc. Buti: e da questi tre 
animali sono molestati i cani, come è mani- 
festo a ognano, massimamente la state >. — 

62. Poi ehe nel riso ecc. Qoardando in fac- 
cia a parecchi di ooloio sa coi cadeva la piog- 
gia di fiamma, non ne riconobbi alcuno ecc. 
Dante imagina ohe anche gli nsoiai, come 
già gii ayaii e 1 prodighi, non possano essere 
xiconoeciQtl ; pena degna della vita scono- 
scente onde si macchiarono: ma perché si 
abbia qualche indizio della lor condizione ter^ 
rena imagina che al collo di dascnno penda 
una borsa con lo stemma della sua famiglia; 
ingegnoso modo, osserva il Tomm., «per por- 
tar in inferno lo scherno della sudicia nobil- 
tà > : cfr. F. Tribolati, H blaaom netta DMna 
Oomm.y Pisa, 1872, p. 6 e Mantorani, Led. 
p. 9. — 66. vna (atea: cosi anche al y.'73, 
mentre per amore di varietà è detta boraa nel 
V. 69 e taecktUo nel t. 65 ; ma s' intende che 
f^ usurai p or ta v a no una di quelle tasche o 
borse, ohe nel medioevo s' usava di tener le- 
gate o appese alla cintura. — 66. eerto oo- 
lore eerto segno: un colore determinato 
una determinata insegna. — 67. • qvladl 
ecc. Biag. : « perché cotai vista rimembra 
loro la misera cagiono dol loro etemo sup- 
plizio, il che è stimolo a maggior duolo ; sio- 
como agli avari e ai prodighi ò pur cagione 
di pi6 gran pena il sentirsi ad ogni giostra 
rinfacciare la cagione del lor tormento ». — 
69. U ana bona gialla ecc. vidi sur una 
borsa un leone azzurro in campo giallo e 
d' oro. È questo lo stemma della famiglia fio- 
rentina dei Oianfigliazzi, ohe nella divÌBÌone 
del 1215 seguirono parte guelfa e nel 1800 



tennero parte nera; di questa famiglia scrivo 
il Lana ch'erano anche al suo tempo tonutì 
per « grandissimi usurarli » e l' Ott aggiunge 
che il poeta « uno ne pone per tutti loro > : 
forse Dante volle colpire tutta la famiglia, 
ma pud anche essere eh* egli alludesse, come 
intese il BambagU, a una determinata per- 
sona di quel casato, il nome della qnalo sfkigw 
gisse ai commentatori per essere venuta meno 
la memoria delle sue usuro. — 61. prooodoado 
ecc. continuando a guardare più innanzi, o, 
dice il Buti, « seguitando lo soonìmonto dei 
miei occhi ». — evrro: lat owrrut, il carro, 
e, per estensione, il corso. — 62. va' altra 
ecc. un' altra borsa che portava un' oca bianca 
in campo vermiglio. È l'insegna della fami- 
glia fiorentina degli Obrìaohi, e di antichis- 
sima nazione e gentili » e di parte ghibel- 
lina, e li quali similmente (dice il Lana) sono 
stati grandissimi usurarii > : noi 1298 Lecco 
degli Obrìaohi fiorentino faceva il prsstatoro 
di denaro in Sicilia; ma Dante, secondo lo 
Chiose an., accennerebbe a un Ciapo di que- 
sta famiglia. — 64. Ed an ecc. Quesf altro 
usuraio, ohe ha per insegna una scrofa az- 
zurra in campo bianco o d* argento, ò il p«|. 
dovano Beginaldo degli Scrovegni; del quale 
scrìve F. Selvatico nel voi. Dani» e I\id4>- 
oa, p. 181 e sogg. : e Avea guadagnata f^^f k 
infame anche presso le plebi. Era tenuto 
come il più grande usuraio in un tempo nel 
quale l' usura era lebbra congenita quasi ad 
ogni rìoco.... Beginaldo giunse alla decre- 
pitezza senza che o il rimorso o gU oramai 
inutili guadagni gli raUentassero l' avarizia ; 
che anzi questa pareva farsi taccagna e aoi-- 
dida sempre più. Airìvata l'ora fatale e Ti- 



INFERNO - CANTO XVII 



127 



sappi ohe il mio vioin Vitaliano 
69 sederà qui dal mio sinistro fianco: 
con questi, fiorentin, son padovano; 
spesse fiate m'intronan gli orecclii, 
72 gridando : * Vegna il cavalier sovrano, 
che recherà la tasca co' ire bécchi ' >. 
Qui distorse la bocca, e di fuor trasse 
75 la lingua, come bue che il naso lecchi. 
Ed io, temendo no '1 più star crucciasse 
lui che di poco star m'avea ammonito, 
78 toma' mi indietro dall' coiime lasse. 
Trovai lo duca mio ch'era salito 
già su la groppa del fiero animale, 
81 e disse a me : < Or sie forte ed ardito ; 
omai si scende per si feitte scale: 
monta fi in augi, ch'io voglio esser mezzo, 



Blo che gli rimanevano pochi giorni di Tìta, 
dduBò a 86 l'unico figlio suo Enrico per 
iocoleaigli di serbare gli illeciti guadagni 
iatatti quanto più poteva, perché V oro, al 
iir no, en potensa, forza, Batate. Mori gri- 
tedo: Datemi le chiavi dello iorigno, per- 
iU oeiiiimoi trovi il mio danaro ». — 68. 11 
■le Vida TltaUtto: i più degU antichi^ 
BMimeptatari, Lana, Ott, Benv., Boti, An. 
Ut^ aegnlti dai moderni, affermano che l'osn- 
nb appettato in inferno da Beginaldo degli 
Senfvagni è Vitaliano del Dente, padovano, 
ete te podestà in patria nel 1807 ed d ricor- 
4ito dai ceonisti contemporanei eome nomo 
■yiiniian e generoso. Invece, aecondo nno 
tmtìban padovano del Mcolo zrv, Oiambono 
W Vkvafeedii, aaiebbe VltiJiano di Iacopo 
Yìà^mxd del qoale egli dice : « potens et di- 
tìMiKBf vitam mirabilem in peocatia dnxit, 
fBooiam mazimna worarins Mt, qnem doo- 
te vaigaiiB [Dante] damnat ad inferoe per- 
wauii > : cfr. K Morporgo, I prmkUori di 
emanai Imnpo di Dante JuHIkmte $ Padova^ 
fp. 218 e aegg. — vlcU i da alonni d preso 
Mi meo di vìdno di casa : da altri, in quello 
é oaaóttadino, che vMno ha anche in IV]^. 
s UOl — 70. e^ qatitl, flertntln eoo. io, 
laiftTimi, sono accompagnato a questi, che 
MM ioniotini, i quali aspettano anch' essi 
ia gnade usmaio loro concittadino. — 72. 
Tifia eoe Venga presto il sommo degli 
«orai, Biasser Giovanni dei Buiamonti cava- 
InsioraBtino, gonfaloniere di giustizia nel 
1211; dal quale dice il Lana che e fti uno 
p ia fl si l m nsuraio, ma insonma fte' il pi6 
tri*», vituperoso, cattivo, con ogni scarsità 
ds avesse mmì nomo in lo mondo », e l'Ott. 
iRrange che « fece miseriaaima fine in somma 
ISTtttade». — 73. eke reeherà ecc. ohe 



porterà sulla tasca tre bécchi per insegna : 
infletti attesta il Lana che Oiovanni Buio* 
monti aveva e per arme tre bécchi di nibbio 
gialli nel campo azzurro ». La maggiore au- 
torità del Lana, oome più antico e perché dai 
partìoolari ohe dà sui colori e suUa qualità 
dei tre bécchi d lupare meglio infocmato di 
cotesto minuterìe araldiche (cfr. anche Tri- 
belati, L cit), m' induce a porre in disparte 
la testimonianza degli altri commentatori Pie- 
tro di Dante, Ott, Benv., Bnti, An. fior., 
che pazlano di un campo giallo con tre beo- 
chi o capri neri sovrimposti e oorrenti. — 
74. Qnl 41itorse eco. Queeto atto villano, 
secondo Benv. sarebbe stato abituale a Be- 
ginaldo Sczovegni, che e saepe cum dizerat 
alìqua verba cum aliquo, turpiter extrahebat 
Hngnam versus nasum > ; meglio forse il Buti 
intese che cotesto fosse atto proprio di questi 
dannati che si leccavano le labbra per miti- 
gare il dolore dell* arsura. È dubbio, ad ogni 
modo, ohe trattisi di una rimembranza da 
Isaia, Lvn 4 (oft. Moore, I 77). — 76. eome 
àae eoo. : imagine còlta e resa con grande 
senso della realtà in pochi tratti magistrali. 
— 76. teaendo no '1 ecc. cfr. una simile lo- 
cuzione in Jnf. ni 80. — 77. lai ecc. Virgi- 
lio, che m' avea ammonito di trattenermi poco 
in mezzo agli usurai : si veda il v. 40. — 82. 
ornai ecc. ormai bisogna che tu f avvezzi a 
discendere per opera di cosi fatti mostri : in- 
fatti dall' ottavo al nono cerchio i due poeti 
sono poi calati dal gigante Anteo (cfir. Inf. 
XXX] 130 e segg.), e oltrepassano il centro 
della terra arrampicandosi al corpo di Luci- 
fero (cfr. Inf, XXXIV 70 e segg.). — sf fatte 
scale : cfr. Jnf, xxxiv 82. — 83. monta ecc. 
sali sulla parte anteriore della groppa di Go- 
rìone, ch'io voglio stare in mozzo fta te e 



128 



DIVINA COMMEDIA 



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si che la coda non possa far male >. 

Qual è colui, e' ha si presso il riprezzo 
della quartana, e' ha già 1* unghie smorte, 
e trema tutto, pur guardando il rezzo, 

tal divenn'io alle parole porte; 
ma vergogna mi fé' le sue minacce, 
che innanzi a buon signor fa servo forte. 

Io m'assettai in su quelle spallacce; 
si volli diry^ma la voce non venne 
com' io credetti : € Fa che tu m' abbracce ». 

Ma esso, che altra volta mi sovvenne 
ad altro forse, tosto ch'io montai 
con le braccia m'avvinse e mi sostenne; 

e disse: « Gerion, muoviti email 
le rote larghe e lo scender sia poco: 
pensa la nuova soma che tu hai ». 

Come la navicella esce del loco 
in dietro in dietro, si quindi si tolse; 



la coda, per impedire che questa ti possa far 
male. — 85. ({vai è colai ecc. Ventali 246: 
e II poeta guarda quel mostro, e inorridi- 
sce. JS(^ manireeta il tremito e la paura per 
mezzo degli effetti che soglion venirne; e 
questi effetti rassomiglia a quelli d'on feb- 
bricitante, il quale sento il brivido della quar- 
tana. Nel qual accesso gli si scolorano le un- 
ghie, e la sola vista dell'ombra lo fa racca- 
pricciare per l'apprensione del freddo che 
accompagna la febbre >. — 87. rexso : orez- 
zo, luogo ombroso ove spira aria fì^da ; cfir. 
Ihf, zxxn 75. — 88. parole perte: parole 
dettemi da Virgilio ; cfr. Inf. ii 135 : e alle 
vere parole che ti porse ». — 89. Ma vergo- 
gna ecc. Q. YandeUi : e Vergogna mi fece 
le sue minacce, mi minacciò ; quella vergo- 
gna, che oome fa forto il servo dinanzi al 
suo signore, cosf diede allora animo a me 
eh' oro davanti al buon signor mio ». La le- 
zione pi6 usuale, ma vergogna mi ferie sue mi- 
nacce^ oltre non essere prevalente nei mano- 
scrìtti, dà luogo a molti dubbt, non intondon- 
dosi che minacce potesse far Virgilio a que- 
sto momento : i commentatori piti antichi cro- 
dettoro che Virgilio, vedendo Dante spaven- 
Uito dall' invito rivoltogli di salire sul dosso a 
Qerione, aggiungesse qualche severo ammo- 
nimento, che sarebbe poeticamente detto mi- 
naccia : r Ott., p. es., pensò che la minaccia 
fosse questa : < se tu ti lascerà' cadere, io 
non t' aiuterò rilevare, o fia etema caduta > ; 
Buti, invece : « se tu non monti, io me n* an- 
drò e lascerotti qui > ; e Benv. : e Ah t mi- 
sor, infelix, vilis, pusillanimls, nunquam ha- 
bebis honorem, non famam perpotuam, non 



glorìam aeternam, et perdideris tot laboiim, 
tot vis^lias*. Ma sono tutte supposizioni pi6 
meno ingegnose, e non altro : meglio pen- 
sava lo Scart. che minacce non tignifloMBe 
altro che parole d' eccitamento, sebbene poi, 
indipendentemente dalla lezione, enasse nel 
riconoscerle in dò òhe ha detto Virgilio al 
w. 81-84 : che l'eifetto di queste parole porU 
Al la paura, mentre le minacoe produsaero 
la vergogna della paura. — 92. af Tolli 
dir ecc. veramente volli dire : abbracciami ; 
ma la voce non usd, come io aveva creduto. 
La particella s( ha qui il valore aflérmatÌTo, 
riferendosi all'azione del volere^ non a quella 
del dvre\ né può essere usata, com* è tante 
altre volte, in luogo di cosi, — 94. clia al- 
tra Tolta ecc. che in altra occasione difficile 
e perigliosa m'aveva aiutato. I pi6 credono 
che Dante voglia genericamente parlare di 
occasioni in cui Virgilio l'aiutò (cfr. J»/L tu 
97), ma Benv., molto acutamente, pensa ohe 
il poeta accenni all' aiuto dato da Virgilio a 
Dante, quando in groppa al centauro Nesso 
passarono dal primo al secondo girone dol 
settimo cerchio (cfr. Inf, xn 95, 126). — 95. 
ad altro forse : in altra occasione dabitosa, 
diffìcile ; né senso sostanzialmente diverso dà 
la variante ad altro fcfrte^ cioè in altra diffi- 
coltà. — 98. le rote ecc. scendi in lax^ghe 
ruote, descrivendo larghi giri, lentamente ; 
poiché hai un carico insolito alle tue spalle : 
insolito, perché portava Dante che era ancora 
vivo. — 100. Come ecc. Riprende la simili- 
tudine della navicella, già usata a descrivere 
l'approdare di Gerione nei w. 19 e sei^. 
per mostrare oom' egli ti staccasse dall' orlo 



INPERNO - CANTO XVII 



129 



102 e poi olì' al tutto si senti a giuoco, 
là OY*era il petto, la coda rivolse, 
e quella tesa, come aaguilla, mosse, 
105 e con le branche l'aria a sé raccolse. 
Maggior paura non credo che fosse 
quando Fetòn abbandonò li freni, 
108 per che il ciel, come pare ancor, si cosse, 
né quando Icaro misero le reni 
senti spennar per la scaldata cera, 
111 gridando il padre a lui : « Mala via tieni >, 
che fu la mia, quando vidi ch'i' era 
nell'aer d'ogni parte, e vidi spenta 
114 ogni veduta, fuor che della fiera. 
Ella sen va nuotando lenta lenta; 
rota e discende, ma non me n'accorgo 
117 se non ch'ai viso di sotto mi venta. 
Io sentia già dalla man destra il gorgo 



kà nttiBO otRUo ttziioiando aU'indiotio 
fi^ ta nel Tvoto, dorè il nrolae, come fa 
h teca tzatla dalla riva in mezzo all' acqua. 
" iti loM ; dalla ziva, golia quale è stata 
tatta in seooo. ~ 102. e pel eoo. e quando 
li tmU intatamente libero ti da poter spa- 
mn a foo agio nel vuoto. — 104. e faella 
«o& • distesa la coda la dimenò oon nn mo- 
Tiaento Tibratozio, col gnisso proprio delle 
Ofvilìe. — 106. e eoa le branche eoo. : 
oflM H nnotatoze xaoooglie a sé col moorer 
Wb braccia l' acqua in coi ò immeno, cosi 
teioae oon le branche laterali parve raooo- 
Sfi«e r aere in cui doveva disoendero vo> 
ialo. — 106. Magf lar eco. Dante paragona 
i no pavento a quello di Fetonte, figlio dol 
Bob e di Olimene, del qnale la mitologia rao- 
«oiti dM, guidando per singolare concessione 
i onaUi dei padre per le vie del dolo, pre- 
Qfttd miseramente nell* Eridano (cfr. Ovidio, 
Ma n 47-824 e JVy. iv 72, Jtor. xzzi 126). 
U pania di Fetonte è ood descritta da Ov. 
iH n 178 : € Ut vero snmmo despezit ab 
ii<ksra taiTas Infélix Phaeton penitos peni- 
tm^ iaoentee, Palloit et subito gonna in- 
tnnerB timore, Snntqne oonlìs tenebrae per 
ttttam Imnen obortae >. — 107. 11 freni: i 
imi doft cavalli del carro solaro ; Ov. Met, 
a 20O: e Mentis inope, gelida formidine lora 
nùit». — 108. per che 11 del ecc. Ao- 
MBBa air opinione, ricordata anche nel Cònv, 
n 16^ cte la Via lattea sia l'effetto dell' ar- 
lioM opezata nel cielo dal carro eolaro mal 
nUato da Fetonte. — 109. me qaando eco. 
Altn paragone oon la paura del figlinolo di 
IMalo, il quale per ftig^ dall' isola di Greta 
im a s6 e al figlio Icaro le ali attaccandole 



ai ooipi oon la oen: durante II volo Icaro, 
oontro l'espresso divieto del padre, volle av- 
vicinarsi al sole, e ood riscaldandosi la cera 
le ali gli caddero ed egli precipitò nel maro. 
La similitudine dantesca ò tratta dalla nar^ 
razione ovidiana, Met, vm 226 : e Bapidi vi- 
dnia solis Mollit odoratas, pennarnm vincula, 
ceras. Tàbuerant cerae : nudos quatit ille la- 
certos, Bemigioque oarons non ullas percipit 
auras; Oraque ooerulea patrìum clamantia 
nomen Ezcipiontor equa, qnae nomen traxit 
ab ilio. At pater infelix, nec iam pater, * Ica- 
ro ', dixit, * Icaro ', dixit, * ubi es ? qua te 
regione requiram ? ' >. ~ 118. e vidi eco. e 
non vidi più nulla, fuorché Qerìone. — 116. 
Ella eoe Mostra, descrivendolo con preci- 
sione stupenda di linguaggio, come il movi 
mento di Gerione fosse conforme agli avver- 
timenti di Virgilio; vedi i w. d7-99. Man- 
tovani, Leet. p. 18 : « La discesa è descrìtta 
con cosi perfetta evidenza di particolari, con 
tanta esattezza pittrice di espressioni, da pa- 
rer cosa realmente provata; ed ò saggio che 
basterebbe da solo, ove tanti altri non ne 
ofErisse il poema, a mostrare quanto possa 
in Dante un'attitudine spiccatissima della 
sua fantasia, che direi l' intuizione dell' in^ 
verosimile >. — 116. ma non eoo. Scart : 
« Dante indovina ciò che oggigiorno gli areo- 
nauti sanno, che doò chi discende dall' alto 
per lo gran vano dell' aria non si accorge di 
calare, se non in quanto l'aria di sotto, che 
egli mano mano vien rompendo, gU soflla 
incontro >. — 117. ni venta : ofr. Purg. xvn 
68. — 118. il gorgo: il cono diFlegetonte 
precipitando dal settimo all' ottavo cerchio va 
a cadere in una fossa profonda, in nn gorgo. 



DAirrx 



130 



DIVINA COHHEDU 



A 



far sotto noi un orrìbile stroscio; 
120 per che con gli occhi in giù la testa sporgo. 
Allor fa' io più timido allo scoscio, 
però ch'io vidi fochi e sentii pianti; 
123 ond'io tremando tutto mi raccoscio. 
£ vidi poi, che noi vedea davanti, 
lo scendere e il girar per li gran mali 
126 che s' appressavan da diversi cantL 
Come il falcon cL^e stato assai su l'ali, 
che senza veder logoro o uccello 
129 fa dire al falconiere : < Oimè, tu cali >, 
discende lasso, onde si mosse snello, 
per cento rote, e da lungi si pone 
132 dal suo maestro, disdegnoso e fello: 
cosi ne pose al fondo Gerione 
a pie a pie della stagliata ròcca, 
e, discarcate le nostre persone, 
136 si dileguò come da cotda cocca. 



— 119. ftrotelo : minoie dell'acqua cadente. 

— 121. Allor eoo. : il valore della parola «oo- 
sciOf qaale xisolta dalle chioae di Benv. e del 
Bati, è quello d' indicale Tatto dello aco- 
sdarsi, il morimento che l'uomo fa per di- 
scendere dalla groppa d'nn animale; ti che 
Danto ayrebbe yolnto dire che, vedendo i 
ftiochi e udendo i pianti di Malebolge, egli 
ebbe all' idea.di dover dlacendere dalle spalle 
di Qerione maggior paura che non avesse 
avuto a quella di montare sull' orribile mo- 
stro (cfr. Parodi, BuU, m 166). Altri inten- 
dono lo 90090Ì0, come lo scoscendimento per 
a quale si precipito Flegetonto ; ma il senso 
male si legherebbe ai seguenti versi : il Tor- 
raoa preferirebbe di leggere àtosùiOf col senso 
di colpo o atto della caduta, ma è lezione 
malsicura e interpretazione assai dubbia. — 
123. end* lo eco. ai che tremando per la nuova 
paura ristrinsi le cosce alle spalle di Gerione, 
come se temessi di cadere. — 124. B vidi 
eco. e appressandosi i tormenti e i pianti del 
cerchio sottoetanto, distinsi ohe il nostro mo- 
vimento era insieme a ruoto e discendento, 
poiché da diverse parti vedeva avvicinarsi a 
noi le pone di Malabolge. — 127. Come eoo. 
Venturi 426 : « Qerione porto sul proprio 
dosso i due poeti gid nell' ottovo cerchio di 
Malebolgo. Mia poiohó quest' uffldo dovè com- 
piere per forza, e fu con suo dispetto, il 
poeto rassomiglia il colar di quel mostro e 
gli atti suoi a quelli del falcone, che sdegnato 
del non trovar preda, senza aspettare il ri- 
chiamo stanco discende a larghe ruoto colà, 
onde suol partire snello, e si pone in disparto 



lontano dal falconiere». — 128. sessa veder 
eoe senza esser richiamato coi soliti segnali 
e senza aver veduto alcun uccello da predaxe. 
— logora: cosi chiamavano gli antichi H 
richiamo usato dai fklconieri e formato da 
due ali d'uccello legato insieme a una Tar- 
ghetta. — 132. disdegnosa e Mio i sdegnoso 
e corrucciato per la mancato preda. Alcuni, 
come Benv., riferiscono questo circostanza 
al falcone ; altri, come il Buti, al ftdooniere : 
migliore senza dubbio è la prima intoipreta- 
zione, con la quale la corrispondenza nei ter- 
mini della comparazione ò piò pioia, perchó 
dobbiamo imaginare Gerione come sdegnoso 
e corrucciato d'aver dovuto volare senza il 
compenso d'alcuna preda. — 184. a pie a 
pU della stagliata ròcca: alla base info- 
riero della roccia tagliato a picco. — 136. 
eoue da eorda cocca: con la velocità della 
ftecda scoccato dall' arco. B Mantovani, L,ecL 
p. 18 noto come il poeto abbia rappresentato 
per via di similitadini tatti gli atti di Oerlone 
(ctr. w. 19-20, 21-22, 27, 100-101, 104, 12S- 
129, 186) e scrive : « Cosi, pel megistoro di 
queef arto animatrice, quello che poteva es- 
sere un inerto emblema allegorico diviene un 
essere forto di Vito propria, il quale, pur raf- 
figurando morslmento il concetto e gli atti 
della firode, ci passa innanzi agli occhi stupiti 
come un animale appartenento a un mondo 
misterioso ma vero». — coeea: dal aenso 
proprio dichiarato in Inf, zn 77 è fiacQe il 
passaggio al più esteso significato di /rse- 
eia, che questa voce ha qui e nel Pur. vi| 
105. 



INFERNO — CANTO XVIII 



181 



CANTO xvm 



Deposti da Gerìone neirottavo cerchio, Dante e Virgilio Incominciano 
a tnTcnare i ponti sovrastanti alle dieci bolge, che lo formano; e cosi vi- 
littao la prima, quella degli ingannatori di donne distinti in due schiere e 
ifenati di continuo dai demoni, e la seconda, quella degli adulatori im- 
mersi nello sterco [9 aprile, presso il levar del sole]. 

Loco è in inferno detto Malebolge, 
tutto di pietra e di color ferrigno, 

8 come la cerdiia che d'intorno il volga 
Nel dritto mezzo del campo maligno 

vaneggia nn pozzo assai largo e profondo, 
6 di cui suo loco dicerò l'ordigno. 

Quel cinghio, che rimane, adunque è tondo, 
tra il pozzo e il pie dell'alta ripa dura, 

9 ed ha distinto in dieci valli il fondo. 
Quale, dove per guardia delle mura 

più e più fossi cingon li castelli, 



xvm 1. Mftlebolfe: ò nome foggiato 
4il poeta per iudicAre l'ottaTO cerchiu, il 
quale è diviso in dieci bolge o valli dicchi 
eanoentnche, tolta della stessa forma, lai* 
gteza e profondità, ma con il fondo pi6 bat- 
to fi mano in mano che al ra verso il centro 
Uà terra (cfir. ^. zxxt 87 e segg.); in 
ofBisa di qneete è punita nna maniera di 
inàa osata « in quei che fidanza non imborsa » 
(efr. In/l XI 62 e segg.)- co^ <^o nella 1* 
Mgia sono i sedattori, nella 2* gli adulatori, 
MQa 9" i simoniaci, neUa 4' gì* indovini, nella 
^ ì baiattiorì, nella 6* gì' ipooiiti, neUa 7* i 
bili, Beli' 8* i mali consiglieri, nella 9* i semi- 
caton di scandali e scismi, nella IO* i falsari 
eslddmistL — 2. di color fnrrigao: «lei 
o^oti grigìas^tro oecoro dei minerali di fem^ 

- 3. la cerehia ooc. la ripa che drconda 
Milebolge ò la « ròcca stagliata » del settimo 
ceichio iBtf, xvu 134). — 4. Hel dritto eco. 
Kel centro preciso del cerchio otta%'o s'apre 
^ largo e profondo pozzo, di eoi dirò a suo 
hkogo (cfr. Inf. zxzi) quale aia la comlizione. 

— 6. §■• lo€«: a suo luogo; locuzione av- 
v«c^. non rara n^i antichL — ordigno : 
propriamente sarebbe lo strumento, il coo^^e- 
po; oa qui significa più tosto la stnitttu'a, 
la condizione. — 7. Quel cinghio ecc. Lo 
>P«io che resta fra la ripa del settimo oor- 
^ e il pozzo dal nono è circolaro, è il cor* 
^ ottavo, distinto in dirci ^-nlli. Si ordini 
c(mI: Aduxqué qtiel cinghio. >ht rwnane tra il 
P"^ « ilpiè eoe , è tondo ed ha ecc. — 9. 4teel 
v>Qi: Diuite chiama gli scompartimenti di 



Malebolge per lo pid col nome di valli (Tnf, 
zviu 98, zxv 137, znx 9, 63) o valtoni {Inf. 
UT 133, XX 7, xxin 135, xxxi 7), poiché tali 
orano veramente cotesto dieci fosse concen- 
triche, distinte da alti argini, dall'uno all'altro 
dei qxiali passavano a guisa di ponticelli na- 
turali degli scogli: assai volte anche li desi- 
gna col nome bo^ia^ che Benv. attesta essere 
« in vulgari fiorentino idem quod valila con- 
cava et capax » ; si che l' interpretazione dei 
mo<lorm cìie i dieci scompartimenti siano 
detti tolgo per aver essi la forma di tasca o 
valigia o perché insaccano le varie maniere 
di frode non pare abbastanza fondata ; anche 
il Lana, 1' Ott., il Buti parlano sempre di 
valli, e primo a tribuire al nome bolgia il 
senso di tasca fu l'An. fior. — 10. Qoale eoe 
Quale ò l'aspetto che offrono parecchie fosse 
concentriche scavate intomo ai castelli per 
difem della cinta murata, tale era la vista 
delle dieci valli dell'ottavo cerchio; e come l 
ponti levatoi mettono in comunicazione la 
ripa estema delle fosse con le porte dei ca- 
stelli, cosi gli scogli, quasi ponti natarali, 
collegavano l'una all'altra le bolge dal piò 
della roccia del cerchio settimo sino alla grande 
apertura del nono. Si consideri la viva pittura 
ohe Dante fa di Malebolge e la stupenda ù- 
militudine tutta medioevale tratta dalle ròcche 
e dai castelli, forti arnesi di guerra, che in 
qnel tempo di continui e feroci contrasti fra 
città e città, fira famiglia e famiglia, s'alza- 
vano sulle cime dei monti e alle imboccature 
dello vallato, minaccia e difesa contro i ne- 



132 



DIVINA COMMEDIA 



12 la parte dov'ei son rende figura; 
tale imagine quivi facean quelli: 
e come a tal fortezze dai lor sogli 
15 alla ripa di fuor son ponticelli, 
cosi da imo della roccia scogli 
movieui che ricidean gli argini e i fossi 
18 infino al pozzo, che i tronca e raccògli 
In questo loco, della schiena scossi 
di Gerion, trovammoci; e il poeta 
21 tenne a sinistra, ed io retro mi mossi 
Alla man destra vidi nuova pietà, 
nuovi tormenti e nuovi frustatori, 
21 di ohe la prima bolgia era repleta. 
Nel fondo erano ignudi i peccatori: 
dal mezzo in qua ci venian verso il volto, 
27 di là con noi, ma con passi maggiori; 
come i roman, per l'esercito molto, 
l'anno del giubileo, su per lo ponte 
SO hanno a passar la gente modo còlto, 
che dall'un lato tutti hanno la fronte 
verso il castello e vanno a Santo Pietro, 
83 dall'altra sponda vanno verso il monte. 



mici. — 12. rende flgiir»s presenta aipetto ; 
locazione usata anche nel Oonc. ly 7 : « Ne- 
vato ò si che tatto cnopre la neve e rende 
nna flgara in ogni parte, sicché d'alcano sen- 
tiero vestigio non si vede >. — 14. dal lor 
iogli: dalle soglie delle porte (cfr. Parodi, 
Bull, m 119). — 16. seogll noTfem ecc. 
Qaesti scogli die oongiongono lo bolge (con in- 
terrazione per altro alla sesta, dove ì ponti* 
celli minarono per on terremoto: cfr. Btf» 
xn 106 e segg.) sono parecchi, secondo che 
si ha dall* Inf, xxm 133 e segg. ; ma qnantl 
siano cotesti ordini di ponti Dante non dice: 
forse ei pensava che fossero nove, e che mo- 
vendo dalla ripa del settimo cerchio andas- 
sero a terminare sol vano del nono. — 17. 
rleideaB: traversavano; oft. inf» vn 100. 
— 18. che 1 tronca e raeedgll : che li tronca 
e li raccoglie; dod segna la fine degli ordini 
di ponti, che in esso pozzo vanno a tenninare. 
Qaanto «11* t per <i cfr. Inf, v 78; quanto al 
raccògli è forma contratta di raceogHeU, af9ne 
dlVaccClo dol Purg. nv 6 (cfr. Parodi, BulL IR 
115). — 22. Alla man destra eoo. Continuando 
il loro cammino verso T abituale direzione di 
sinistra e stando sull'argine estemo della prima 
bolgia, i dao poeti avevano alla destra il fondo 
della bolgia stessa, ov* erano i peccatori. — 23. 
n«OTl tormenti eoo. I dannati di questa bol- 
gia sono seduttori di donne, divisi in due 
schiere; Tuna di seduttori per conto altrui o 



ruffiani, l'altra di seduttori per conto proprio: 
quelli procedono lungo l'argina esterno in 
direzione opposta a quella del poeti; qaesti, 
lungo l'argine intemo nella stessa direzioiie 
dei poeti: tutti poi sono percossi oontinnA. 
mente da demoni friutatoxi. ~ 26. dal inexs^ 
In q«a: dal mezzo dol fondo sino airarg;ìne 
estemo. — 27. eoa noi: secondo la nostra 
direzione. — 28. eonie eco. A dare un* isk». 
gine esatta del modo tmuto dai peocatoii nel 
camminare sul fondo della prima bolgia, Dmo- 
te ricorda il provvedimento ohe 1 magistrati 
di Boma adottarono nel 1300, l'anno del ^n- 
bileo, per impedire che nascessero disordini e 
danni dal passaggio sul ponte di S. Angelo 
dei molti pellegrini, accorsi alla vìsita dei 
luoghi santi (cft. 0. Villani, Or, vm 36) ; il 
quale provvedimento fu di dividere per il 
lungo con un tramezzo il detto ponte, man- 
dando dall' una parte quelli che andiavano Verso 
S. Pietro, dall'altra quelli che ne ritornavano 
cfr. A. Monti, Dante o Roma, Boma, 18G5 
p. 17; A. Beumont, Rome in DatiWs Z^\ 
nel Jakrìmeh dar deuieohen Dante-OemU^cha/U 
a. 1871, voL m, pp. 398 e segg.; N. Zin»! 
rolli. Dante e Roma, Boma, 1895; Bassermann. 
p. 10. — esercito: ctr. la nota al Pmg^ xsxn 
17. — 80. haaao... còlto: hanno trovato. — 
31. tatti haaao eco. : quelli che passano 
Tevere per recarsi a S. Pietro hanno in fao* 
eia il Castd S. Angelo. — 83. mane ecc. i 



INPERNO - CANTO XVIII 



133 



Di qua, di là, su per lo sasso tetro 
vidi demon cornuti con gran ferzo, 
86 che li battean crudelmente di retro. 
Ahi, come feusean lor levar le berze 
alle prime percosse! già nessuno 
89 le seconde aspettava né le terze. 

Mentr'io andava, gli occhi miei in uno 
furo scontrati; ed io si tosto dissi: 
42 «Di già veder costui non son digiuno ». 
Per ch'io a figurarlo i piedi affissi: 
e il dolce duca meco si ristette, 
45 ed assenti ch'alquanto indietro gissi 
E quel frustato celar si credette 
hassando il viso, ma poco gli valse; 
48 eh' io dissi : < Tu che l'occhio a terra getto, 
se le £&zion che porti non son false, 
Yenedico se' tu Caccianimico ; 



^mDì chi iHoniaiio daS. Pietro aunmiTìftno 
•no U wtonU, doò, secondo aleimi, vano il 
MoBl» Oianioolo, e secondo altri, e maglio, 
Teao il Monta Giordano, assai più Tidno al 
toBS a aotiasioio ai tempi di Dante per asservì 
laease dei^ daini. — 85. fané: la forza o 
ilRxa è nn flagello formato da tre strisce di 
eaoio legate in cima a nna Terga; in bolo- 
pse» sMna, da cni 9curiada (v. 66), voce 
càs il Lana adopera appunto a spiegare fona, 
— 37. la bcrxe eco. An. fior.: e vocabolo 
«atko et Tolgase, et mol dire U eaìeagna >; 
pi esattamente V. Boighini, Opuao, demi, 
&. 57-C6: « bena tooI dire quel segno e li- 
Titexa cba riiaaned'ana scorìata o forza». 
~ 42. M già Teder ecc. Hi pare d'avere 
•ttia volte veduto oostoi. Qnando e dove 
rifigldaci avesse occasione di conoecere Ve- 
■stìeo Gbooianemici non sappiamo; ma fU 
pntakilaente in Bologna, negli anni giove- 
làfi dei poeta, eoi il seduttore richiama alla 
■amoria Vaicam mno dei snoi concittadini 
(efr. V. 63). — 48. a flgararle ecc. mi for- 
asi par ravvisarlo meglio : a/fygere % piedi 
per fmmMìii ò locazione da riavvidnare al- 
r«o che Dante ik del vb. rifl. affigg$ni nello 
ttsmo senso, Inf. zn 116, Airy. zi 186 eoo. 
-- 46. alfaABto Indietro gissi : Dante, col 
> di Virgilio, retrocede nn poco per 
il peccatore. — 48. la fazlon : 
i Hsosiiiti del volto, le fattezze. — 60. Ta- 
■tdlaa eoe Mewser Venetioo Caccianemid 
dtfOxso, figlio d'Alberto ohe dal 1260 al 
1S7 ite capo della parte geremea o guelfa di 
Bologna, ta nomo di violenta natura, poiché 
i^pisaM) ohe nel 1268 ebbe mano nel!' uc- 
dàaae di Onido Paltèna suo cugino e nel 
U86 fti accusato d'aver dato ricotto a un 



malfattore: combatté ool padre la parte dei 
Lambertazzi o ghibellini bolognesi e tu. capi- 
tano del popolo a Modena nel 1278 e 74, pode- 
stà nel 64 a Imola, nel 76 a Milano, nell'88 
a Pistoia : promosse in Bologna la parte mar^ 
chesana, ohe favoriva le ambiziose mire dei 
marehesi d' Este (cfr. Airy. v 64) , e forse 
per questo fu bandito dalla patria nel 1289: 
cfr. G-. OoKzadini, DM» toni gmUiUxie di Bo- 
ieyfia, pp. 212*217. Quanto al peccato, per 
cui Dante lo trova in inferno, dice il Lana: 
€ Yenedico... aveva una sua sorella, nomeOhi- 
solabella: roffianolla a messor Obizzo marche- 
se da Esti di Ferrara >, e il Bnti: e iti una 
eiroochia del detto messer Venedigo ch'ebbe 
nome la Ghisolabella, la quale olii condusse 
a fltfe la voglia del marchese Opizzo da Esti, 
marchese di Ferrara per danari di'elli n'ebbe, 
mostrando a lei che ne li seguiterebbe grande 
bene ». Invece l'Ott : € M. Yinedico Caocia- 
ninutri- . . aiTufBanò madonna Ghisola, siroo- 
chia dd detto, . . . per moneta, al marcheso 
Azze da Ferrara»; Benv.: cVeneticas ha- 
buit unam sororem pulcerrimam, quam con- 
duxit ad serviendum marchioni Azoni do sua 
pulcra persona, nt fortius promereretur gra- 
tiam eius > ; e l'An. fior., con abbondanza di 
particolari rifioriti tardi sul fatto reale: € Fu 
costui messer Yenedico de' Gacdanimid da 
Bologna; et fa provi^ionato un tempo del 
marchese Azzo da Esti, signore di Ferrara. 
Avea messer Yenedico una sua sorella, bel- 
lissima donna, detta madonna Ghisola, et an- 
tonomastice, per eccoUenzia, però che avan- 
zava in bellezza tutto le donne bolognesi a 
quello tempo, fu chiamata la Ghisola bella. 
n marchese Azzo, udendo parlare della bel- 
lezza di costei, et avendola alcuna volta ve- 



134 



DIVINA COMMEDIA 



51 ma cbe ti mena a si pungenti Salse? > 
Ed egli a me: «Mai volentier Io dico; 
ma sforzami la tua chiara favella, 
54 che mi fa sovvenir del mondo antico. 
Io fui colui, che la Ghisolabella 

condussi a far la voglia del Marchese, 

67 come che suoni la sconcia novella. 
E non pur io qui piango bolognese; 

anzi n'è questo loco tanto pieno 
60 ohe tante lingue non son ora apprese 
a dicer ' sipa * tra Savena e Reno : 
e se di ciò vuoi fedo o testimonio, 

68 recati a mente il nostro avaro seno >. 



data per Tamistà di messer Yenedioo, ulti- 
mamente, sotto questa fidanza, si parti da 
Ferrara sconosdato, st una sera di notte 
picchiò all'uscio di messer Venedico : messer 
Venedioo si marayigiid, et disse ohe la soa 
venata non potea essere senza gran fatto. B 
marrthewe, sotto gran fidanza et perché cono- 
scea l'animo di messer Venedioo, gli disse 
ch'egli Tolea meglio alla saa sirocchio, a ma- 
donna Qhisola, ohe a tatto il mondo, et ch'egli 
sapea oh'ell'era in qaella casa: et per tanto, 
dopo molti priegfai, messer Venedioo consenti 
et discese aìla volontà del marchese: partissi 
della casa, et lasdd lai dentro; onde il mar- 
chese, gianto a costei, doppo aloana contesa, 
ebbe a fare di lei >. B fotte adunque, sebbene 
i particolarì fossero dabbiosi anche al tempo 
di Dante, è vero: Ghisolabella Cacdanemid, 
moglie del ferrarese Kiccold da Fontana, 
piacque al marchese Obix zo II (cflr. Inf, xn 
111) o al marchese Azze Vm (cCr. Airy. v 
77), e piò probabilmente per la ragione dei 
tempi al primo ohe al secondo; e il signore 
di Ferrara potò averla alle sue voglie, per 
opera del fratello di lei Venetìoo, o almeno 
lui consenziente : oft. Del Lungo, DanU^ I, pp. 
2S2-a47 e p. 417. — 61. ma che ti mena eoe. 
ma qaal colpa ti ha tratto a pena cosi gra- 
vosa? È grande discordia tra gì' interpreti 
circa il vocabolo SoIm ; ma l'opinione più pro- 
babile è quella degli antichi, Benv., An. fior., 
ecc., che Dante abbia voluto dire hioghi di 
perui^ traendo a questo senso generico il nome 
proprio 8aia$ dato ai soci tempi in Bologna 
a una valletta a mezzodì ddla città ove si git- 
tavano i corpi dei giustiziati (cfir. Bassermann, 
pp. 209-212) : quest'opinione ò confermata dal 
V. 53, dove la chiara faveUa di Dante non 
si pud intendere altrimenti che per discorso 
che dimostrasse il poeta bene informato delle 
cose bolognesi. — 64. aii fa sorrenlr ecc.: 
per il mio nome e per il ricordo delle Salse. 
— 66. Ohliolabella: ò questo il vero nome 
della donna (nel suo testamento in Del Lungo, 



I, p. 270, si ha : « Ohislabella quondam Alberti 
de Oaszanemids »); male da tutti gii editori 
spezzato in Qhiaola beltà, come se questo fosse 
un qualificativu, e non parte del nome proprio. 

— 67. come che sasal eoo. Laius Ott., Boti, 
Benv., An. fior, accennano tutti alle varianti 
del racconto, par ooiifennando che Venetioo 
Caccianeraid fisvorl le voglie del marchesa. 

— 69. ■* è ^aesto eoo. in qaosta bolgia tono 
in si gran numero i bolognefd, che tanti non 
sono gli nomini viventi iu Bologna. Lana: 
« Segue lo poema mostrando che oniversal- 
mente i bolognesi sono caritatevoli di tali 
doni, ciod di rofflanare parenti e oognoeoentl, 
chi meglio meglio >. — 60. Uste ecc. tanti 
uomini non sono ammaestrati a dir tipa, non 
sono tanti uomini che parlino il dialetto bo- 
lognese: poiché aipa dioevaao i bologned an- 
tichi (e aépa dicono l moderni) in Inogo di 
tia; come attestano Lana e Benv. e le scrit- 
ture dialettali dt da ]<. ScarabeUl, nella prof, 
al commento laneo, voi. I, pp. 86 o eegig. : 
cf^. F. D' Ovidio, Saggi eriiieiy p. 866. — 61. 
ira Savana e Beae t la Savena e il Reno 
sono due torrenti, che scendono dall' Apon- 
nino verso le pianuro bolognesi e passamo 
essai vicini a Bologna, la Savena a oriente e 
il Beno a occidente della dttà: cfr. F. de^li 
liberti, DitL m 6 : « Intra Savena e Ben 
dttà si vede. Si vaga e piena di tutti i dilet- 
ti. Che tal vi va a oaval, die toma a piede. 
Quivi son donne con leggiadri aspetti, £ U 
nome della terra degne il fatto, Baona nei 
studi e setta d* intelletti >. B Gozzadini, DoiU 
torri gmUUixi», p. 217, osserva che e antica- 
mente la Savona e il Beno segnavano limiti, 
fino ai quali era ledto «U arrivare ad mia 
sorta di confinati che dioevand gtuunatoé 
exteriarùi lo spade intordaao era dunqae 
eminentemente bolognese ». ~ 63. r àcati a 
meste ecc. ricordati doUa nostra avarizia. 
Benv. : € nota quod auctor capit hio avari- 
tiam largo; nam bononiensis naturaliter et 
communiter non est avarus in rotiueudo, sod 



INFERNO - CANTO XVIIt 



135 



Cosi parlando il percosse un demonio 
della sua scuriada, e disse : < Via, 
CG ruffian, qui non son femmine da conio ». 
Io mi raggiunsi con la scorta mia: 
poscia con pochi passi divenimmo 
C9 là 've uno scoglio della ripa uscia. 
Assai leggeramente quel salimmo; 
e volti a destra su per la sua scheggia, 
72 da quelle cerchie eteme ci partimmo. 
Quando noi fummo là dov'ei vaneggia 
di sotto, per dar passo agli sferzati, 
75 lo duca disse: < Attienti, e fa che foggia 
lo viso in te di questi altri mal nati, 



in capiendo tantam : illi enim, qni stmt vi- 
tios ibi, prodigaliter expendnnt ultra yires 
iKoltatis Tel lucri; ideo fadont torpia Incra, 
■liqimrdn cnm In^ aliquando oom Iturtis, 
■liqnindo com lenodniiB, exponentee Alias, 
•oroxes et tixoree libidini, at satiafadant gn- 
lae et Toloptatìbus soia » : e aggiunge ohe 
Dante, atando in Bologna, € lata omnia yi- 
darat et notaverat, et forte emerat ibi ali- 
enando de tali merce ab aliqno bononiensi, 
Bcut taepe acholares faciont ». — 65. aen- 
rlada: aforzata, il colpo della touria; ofr. la 
nota al T. 36. — 66. rafflan eco. È qneato 
uo dei versi più disputati del poema, e tntta 
k fifBcdtà dell' intenderìo sta nel significato 
deQa parola eonio. Dei commentatori antichi, 
il Lana e Benr. intesero questa voce nel 
Moflo di moneta, come se Tawertimento del 
diavolo ioese: Vàttone, qui non sono donne 
da moneta, da vendere altrui traendone de- 
nan; invece l'Ott, il Butì e l'An. fior, dot- 
toro al nome conio il valore di inganno, come 
is il diavolo dicesse : Via, ruffiano, qui non 
■ano femmine da ingannare con seduzioni e 
bUndìzie. Dei commentatori moderni, alcuni 
itadificarono l'interpretazione del Lana e di 
Bav., come il Lomb. che scrisse : « coniOf 
impronta sul danaro, qui pel danaro medesi- 
Eo, onde femmine da conio vale quanto fem- 
Bìne che per danaro vendono la propria one- 
ità, femmine venali»; altri invece, come 
Buschi, Frat, Andr., Tomm. ecc. l'aocetta- 
loao aenz' altro. La spiegazione dei tre an- 
tichi ooBunentatori toscani fu sostenuta e 
chiarita eon molte ragioni storiche e filolo- 
giche da L del Lungo, Della interpretaxion» 
^fm teno di Danie eco. Firenze, 1876 e poi 
ÌBD(Mri0, 1, pp. 200 e sgg. e 257 esgg. ; iT quale 
intese di mostrare ohe femmina da conio al- 
to non vale che femmina da ingannare, da 
isdnn», da condurre a fiu: la voglia altrui: 
aa G. Bigutini, Del vero senso della maniera 
i « Femmine da conio », Firenze, 1870, 



ritornò all' interpretazione piò comune e con 
molti argomenti s' ingegnò di provare che le 
parole del demonio frustatore vogliono dire: 
Via, ruffiano, qui non son femmine da farci 
guadagno; ofr. anche Q. del Noce, Oiom, 
darU. m 487 e agg. — 67. mi ragglvnai eco. 
mi ricongiunsi a Virgilio, ritornando a lui che 
a'era fermato ad aspettarmi. — 68. divenim- 
mo: pervenimmo; ofr. Inf. xr7 76. — 69. «no 
seoglio ecc. : è uno di quelli scogli o ponti na- 
turali che dalla ripa del settìmocerchio al pozzo 
del nono «ricidean gli argini e i fossi » del ce> 
Ohio ottavo: cfr. i w. 16-18. — 70. legge- 
rameate: facilmente; cosi nella V, N, xni 
16 : « La donna per cui Amore ti stringe cosi, 
non ò come l'altre donne, che leggeramente 
si mova del suo core ». — 71. e volti eco. 
e volgendoci e destra, su per la pietra dello 
scoglio, lasciammo di camminare sull'argine 
esteriore della prima bol^a. Questo ò il sen- 
so; ma ò gran discussione fhi gli interpreti 
sulle cerehie eteme: per alcuni, come il Dan., 
eteme significa continue, non interrotte, e le 
cerchie sono. «quel sasso che il settimo dal- 
l'ottavo cerchio divide » ; per altri, come il 
Veli., lo cerchie sono tutti i precedenti cerchi 
sarebbero dette eterne^ perpetue, « porchó 
eteme sono ancora le pene»; per altri, come il 
Veni., le cerchie sono si i precedenti cerchi, 
ma poi sono dette eteme doò continuate, non 
interrotte, perché « di queste si fatte nun ne 
restava a veder più, per esser quelle del pozzo, 
che rimanevano a passai^i, intermezzate da 
ponti » : meglio di tutti il Lomb. intende che 
le cerchie sieno la ripa del settimo cerchio e 
l'argine estemo della prima bolgia, dette eter- 
ne come partì dell' infemo o sia di loco eterna 
(Inf 1 114). —• 73. vaneggia : corre sul vuoto 
come arcata di ponte. — 75. Attientl ecc. 
Formati e procura che la faccia di questi al- 
tri dannati si volga a te, procura di vedere 
le loro facce. — feggia : cfr. Inf xv 39. — 
76. qaeati altri ecc. : sono coloro che sedua- 



136 DIVINA COMMEDIA 



a' quali ancor non vedesti la £Bkcoia 
78 però che son con noi insieme andati ». 
Del veccliio ponte guardavam la traccia, 
che venia verso noi dall'altra banda 
81 e che la ferza similmente scaccia. 
Il buon maestro, senza mia dimanda, 
mi disse : € Guarda quel grande che viene, 
84 e per dolor non par lagrime spanda: 
quanto aspetto reale ancor ritiene! 
Quelli è Gtiason, che per core e per senno 
87 li (Dolchi del monton privati fène. 
Egli passò per l'isola di Lenno, 
poi che le ardite femmine spietate 
90 tutti li maschi loro a morte dienno. 
Ivi con segni e con parole ornate 
Isifile ingannò, la giovinetta 
93 che prima l'altre avea tutte ingannate. 
Lasciolla quivi gravida soletta: 
tal colpa a tal martiro lui condanna; 
96 ed anche di Medea si fa vendetta. 

Con lui sen va chi da tal parte inganna : 
e questo basti della prima valle 
99 sapere, e di color che in sé assanna >. 
Già eravam là Ve lo stretto calle 

■ero donne, i quali procedendo in senso o^ oorda il passo di Valerio Flacoo, Irp, n 868 : 
posto ai mezzani tenerano la direzione già € nnias haeret Adloqnio, et blandos paalUtiia 
seguita da Virgilio e Dante; ctr. 1 vr. 23-27. ooUigit ignee, lam non dora toris, Veneti neo 
~ 79. la iraeeia: la fila dei seduttori; cfìr. Iniqua reversae». Molto notOToled la varianta 
Jfc/. zn 66. — 81. Ia ferza: cfìr. la nota al eonsennoe eon paroU omatéf dìlssa dal Ifoore, 
▼.86.-88. Ciarda fati grande eoe : ri- I 228, sia perché riosdrebbe assai signiftoa- 
eorda l'aspetto e Patteggiamento di Capaneo, tira la ripetizione deUa parola Mfrno (cfir. ▼. 
Btf. xrr 46-49, sebbene con meno di fierezza 86) che ben si conviene, secondo lai, all' in- 
sdegnosa e più di regale dignità. — 86. Quelli gonna, sia perché sarebbe probabile in questo 
è QlMon eoo. Giasone, l'eroe tessalo die fa passo la imitazione di un verso d'Ovidio, Eroi- 
capo della spedizione degli Argonauti nella di, vi 40: «Detegit ingmio vulnera focta 
Oolchide per la conquista del vello aureo (cfr. tuo » : ma queste non sembrano ragioni auf- 
i^.n 16) e approdò all' isola di Lemno; nella fidenti perché sia abbandonata la più oo- 
quale le donne, sdegnate contro i mariti loro mune lezione. — 93. avea latte ecc. facendo 
che le trascuravano per attendere alle guerre, credere alle compagne d'aver ucciso il padre. 
avevano uccisi tutti gli culmini, e nella stra- — 94. Laseiolla ecc. La lasdò sola e derelitta 
gè era rimasto vivo solamente il re Toante, in istato di gravidanza. ~ 96. ed aneke di 
salvato per pietoso inganno dalla figlia Isifi- Vedea ecc. Medea, figlia di Oeta re della Col- 
le, che aveva poi assunto ella stessa il go- chide, innamoratasi di Giasone lo aiutò a su- 
verno dell' isola : Giasone nella sua breve fe> perare le difiScoltà incontrate neUa conquista 
mata in Lemno sedusse l' incauta giovine, la del Vello aureo e lo segui lasciando la patria ; 
quale abbandonata da lui dio poi alla luce due ma fa poi da lui abbandonata per il nuoro 
figliuoli (ott, Purg, zzvi 94-96). Dante attinse amore cho lo prese di Creusa, fig^ di Creonto 
per questi fatti ai racconti di Stazio, Tfub, re di Corinto. — 97. da tal yartei in tal ma. 
V. 836-462 e di Valerio Fiacco, Argonaut, ii niera, per proprio conto. — 99. atsaaxa t 
77-426. — 87. del uonton: del Vello d'oro, stringe, tiene in sé; cft. ^/. xzx29. — 100. 
— fèaetofr. £nf, xi 31. — 91. Ivi con se- Cllà eravam eoo. Giunti alla fine del ponti- 
gli eoe con atti e parole lusinghevoli ; il- cello, si trovano i due poeti sul 8eooiiido ar- 



INFERNO - CANTO XVIII 137 



con l'argine secondo s'incrocicchia, 
102 e £a di quello ad un altr'arco spalle. 
Quindi sentimmo gente, che si nicchia 
nell'altra bolgia e che col muso sbuffa 
105 e sé medesma con le palme picchia. 
Le ripe eran grommate d'una mu£Ea, 
per l'alito di giù ohe vi si appasta, 
108 che con gli occhi e col naso facea zuffa. 
Lo fondo è cupo si che non oi basta 
loco a veder senza montare al dosso 
111 dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta. 
Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso 
vidi gente attuffata in uno sterco, 
114 che dagli uman, privati parea mosso. 
E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco, 
vidi un col capo si di merda lordo, 
117 che non parea s'era laico o cherco. 

Quei mi sgridò: « Perché se' tu si ingordo 
dì riguardar più me che gli altri brutti? » 
120 Ed io a lui : < Perché, se ben ricordo, 
già t'ho veduto coi capelli asciutti, 
e sei Alessio Interminei da Lucca: 
123 però t'adocchio più che gli altri tutti >. 

giM, dio tramezza le due prime boIgOi e prò- l'attrayersara. — 113. Q«1tI occ. Venimmo 

|rio ad ponto dell' argine ore termina U al mozzo del ponte, e di qoi redemmo i dan- 

lÓBo ponte e onde piglia le mosse il secon- nati immersi nello sterco : qnesti peccatori 

4o: s£ die si pud dire cho l'uno serra d'ap- sono gli adulatori, che sono eternamente at- 

poggio all'altro. — lOB. Qaladl seatlmmo tuffati in tale sostanza schifosa e puzzolente, 

«ec Da questo ponto, cioè dal crocicchio for- come se procedesse dalle latrine osate dagli 

nto dair argine e dai due ponti, Virgilio e uomini. — 114. latrati : cessi, latrino. — 

Dttts odono i sommessi lamenti e il soffiare 116. ridi un ecc. Il peccatore riconosciuto 

• il dibattersi degli adulatori, che sono pu- da Dante, che già l'avoya visto nel mondo, 

aiti aeUa seconda bolgia; ma per Toscurìtà è Alessio degli Interminelli cavaliere luccho- 

àA ìaogo noBa possono distinguere delle con- se; del quale nuli' altro dicono 11 Bambagl., 

fixiam della bolgia, salvo che le ripe inteme Lana, Ott., Pietro di Dante, Buti, Àn. fior., so 

^ «Bsa sono ricoperte di ono strato assai non che ta gran lusingatore o adulatore, e 

Rhiloso • pozzolento. — al nleclila: il vb. Benv., forse amplificando di sua testa, aggiun- 



intnuis., significa proprio U lamen- go che « iste Alexius ex prava consuetudine 

tani sommeeso, ossia, come dice Benv., € si- tantum delectabatur adulatione, quod nullum 

est fKìt aliquando infirmos in lecto » : l'uso sermonem sciebat facere, quem non condiret 

rifleasivo di questo vb. non ha altri esempi ; oleo adulationis > ; fiori nolla seconda metà 

fmò alcuni scrivono: ai niòcAia. — 106. eran dol sec. xiii e il suo nome appare l'ultima volta 



eoe. erano incrostate d'una so- in un documento privato del 1295 ; poco dopo 

■taaia simile alla muffa che si va formando il quale anno ei dovette morire, lasciando pa- 

BsOe pareti del luoghi umidi: cflr. Par, xu rocchi figliuoli (cfr. C. Minutoli, Ooniueea a 

lU. — 107. per rallto ài gltf eco. per Tesa- gli altri lucchesi nominati nella Dvo, Comm» 

laziaae die salendo aderisce alle rive in forma in Dants e il suo ««e., pp. 209 e segg.). ~ 

— 106. ehe ecc. la quale muffa star- 118. mi agridò : gridò forte verso di me, con 



eona oiflSendeva la vista e l'odorato. — 109. accento di rimprovero : cfr. Inf. xxzii 79. — 

tke non el bsatn ecc. che da nessun punto 119. gli altri brutti : i mioi compagni, an- 

Waigino ai poteva vedere U fondo doUa ch'essi e di merda lordi >. — 121. eoi ea- 

Mpa» • Insognava aalire sul ponticello, che pelli aadntti : senza questa lordura sol ca- 



138 



DIVINA COMMEDIA 



Ed egli allor, battendosi la zucca: 
< Qua giù m' hanno sommerso le lusinghe, 
126 ond' IO non ebbi mai la lingua stucca >. 
Appresso ciò lo duca: < Fa che pinghe, 
mi disse, il viso un poco più avante, 
129 si che la fisiccia ben con gli occhi attinghe 
di quella sozza e scapigliata fante, 
che là si graffia con l'unghie merdose, 
132 ed or s'accoscia, ed ora è in piede stante. 
Taide è, la puttana, che rispose 
al drudo suo, quando disse: 'Ho io grazie 
grandi appo te?' - * Anzi, meravigliose'. 
186 E quinci sìen le nostre viste sazie >. 



pelli. -~ 124. U tace»! U capo; osserra TOtt 
che Alessio « parla lucchese, ohe chiamano 
il capo Miceo, dìleggiatamente >, e il Buti: 
€ dice xueea^ perché comunemente li laochesi 
anno la testa leggiere » : ma sono chiose det- 
tate da risentimenti municipali. — 126. st«e- 
e«: stanca; ma esprime meglio l'idea della 
stanchezza per sazietà o fastidio che s'abbia 
d' una cosa. — 127. Fa che plaghe... 11 tìso 
eco. spingi un poco più innanzi g^i occhi. — 
129. eoa fU occhi attinghe: tocchi con gli 
occhi, veda distintamente. — 131. che là 
ecc. : ricorda gli atti di dolore dì Anna, so- 
rella di Didone, di cui Yirg., En. iv 671 : 
« Unguibus ora foedans et pectora pugnis, 
Per medios ruit » ; ma anche TEcdesiastioo, 
IX 10: < Omnia mulier quae est fomicaria, 
quasi stercus in Tia oonculcabitur > (cfr. 
Moore, I 22). ~ 182. si accoscia: sta sedu- 
ta, restringendo le cosce; cfir. Inf, xvu 123. 
— 138. Taide ecc. È la famosa etòra ate* 
niese, della quale Terenzio rappresentò gli 
amori nella sua commedia V Eunuco. — che 
rispose eco. I commentatori da Pietro di 
Dante e Benr. in poi erodono che Danto al- 
luda a quella scena della commedia di Teren- 
zio, dove il soldato Trasone, amanto di laide, 
chiede al ruffiano Gnat«}ne, per moEco del 
qualo egli area mandato a regalare aliti «lomia 



una giovine schiava sonatrice, se ella si fosse 
dimostrata grata del dono ricevuto, e Ona- 
tone rispondo che s'era mostrata gratisslma: 
Magnaa vero agvn gratiaa Thai» mi/ùf do- 
manda Trasone; e Gnatone rispondo: /n- 
gentes (Eun, m 1, 1-2): si che Dante avreb- 
be scambiato il mezzano con l'etdra, tribuendo 
a quosta le parole dette da quello. Ka C 
Beccarla (nel giornale II BorgMiUj a. 1876| 
p. 824) sostiene che l'allusione di Danto sia 
al dialogo fhi 1 due amanti, quando Trasone 
chiedondo a Taide s'ella lo ami o gli sia grata 
per il dono della schiava: 7%ait meo, Mtum 
suavwml quid offitur 9 «oqmd no§ anvu Dt 
fidioina wto?, ella risponde subito, con pa- 
lese affettazione e lusingherla : Plurmmm ma- 
rito tuo (Eun. m 2, 2-6). È assai più proba- 
bile che la terzina dantesca sia da riferirò 
al primo dei due passi di Tenmzio; ma die 
il poeta non lo leggesse nella commedia, si 
invece nel De anmitìa, xxvi 98 di Cioorone, 
ovo ò riferito come un esempio di lusinga, 
in modo che era facile prendere Thai» per 
un vocativo e attribuire a lei la parola tn- 
gerUeé della risposta di Onatone; cfir. Moore, 
I 261, e Parodi, BulL YUl 288. — 136. E 
«aincl eco. £ di queste lordure abbiamo visto 
abbastanza t 



CANTO XIX 



Discendendo nella terza bolgia, ove sono i simoniaci confitti capovolti 
in piccole bnche e con le piante dei piedi accese di viva fiamma, i due 
poeti si fermano a parlare con Tanima del pontefice Niccolò 111 : poi risa- 
lendo dall'altra parte, pervengono sul ponte della quarta bolgia [9 aprile, 
fra le cinque e le sei ore antimeridiane]. 



INFERNO - CANTO XIX 



139 



O Simon mago, o miseri seguaci, 
ohe le cose di Dio, che di bontate 

8 déono essere spose, e voi rapaci 
per oro e per argento adulterate; 

or convien che per voi suoni la tromba, 
6 però che nella terza bolgia state. 
Già eravamo alla seguente tomba 
montati, dello scoglio in quella parte 

9 che appunto sopra mezzo il fosso piomba. 
somma Sapienza, quant' è l'arte 

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 
12 e quanto giusta tua virtù comparte! 
Io vidi per le coste e per lo fondo 
piena la pietra livida di fóri 
15 d'un largo tutti, e ciascun era tondo. 
Non mi parean meno ampi né maggiori 
che quei che son nel mio bel San Giovanni 
18 fatti per loco de' battezzatòri ; 



XIX 1. O 81bob mago eco. Rocoontasi 
Mgli AtU dagli apostoli, vm 9-20, che in S»- 
■arìa Tirerà irn tale per nome Simone, «che 
•eatdtara Taxti magiche e seducoTa la gente, 
£eeiido lé esser qualche grand'Qomo » : al- 
torqoaDdo gii abitanti di qaella città si oon- 
TMtiroDO al czistianesimo e gli apostoli Pietro 
• Oioranni furono mandati da Gorosalemme 
a oaBUoicar loro lo Spirito Santo, Simone, 
^ era già battezzato, « veggendo che per 
r imposizione delle mani dogli apostoli, lo 
Spìrùo Santo era dato, proferse loro danari, 
dieendo: Date aneora a ni6 questa podeaià^ eh» 
ùobd al quote io imporrò le fturni riowa lo 
Spirito Santo, Ifa Pietro gli disse : Vadano i 
tuoi damari teeo in perdixwne, oonoiossiacMiu 
ekbi stimato die H dot» si acquisti eon dana- 
ri; Dal mago Simone fa dotta simoi^ la 
volootà deliberata di comprare o vendere 
eon q»ixitaale e simoniaei furono detti quelli 
dio esercitarono simile mercato ; e poiché ai 
tSBpi di Dante gli atti di simonia abbonda- 
rono (efr. J^sr. xxx 147), egli si scagliò giu- 
itemeate eontro l'ignobile traffico con questa 
iarvtdTa, Ift quale ò da paragonare con ciò 
dw sexiTB Anigo da Settimello, De dvoers, 
fsrt^ Ub. m (txad. antica pubbl. da C. Mila- 
■ed, Firenxe, 1861, p. 826) : « Quella, capo 
dsl mondo, Tendereoda corte papale, ella, 
espo lagrato, abbatte e inferma tutti gli altri 
mabri. Vedi fellonia e Tie pid yitupererolo 
ooaa nel nostro tempo I si vende in mercato 
•otto soxzft condizione la santa cresima, i sa- 
oi ordÌBi, i sacrati altari e* santi beneficii. 
E ancor pia : Dio stesso vi si vende. s»- 
ente oompegnfe, le quali maculano le sante 



sedie ! o santi templi colesti i quali fanno di 
sé mercato ! > — 8. e voi ecc. voi invece 
per cupidigia di denaro ecc. — 4. per oro 
eco. cfìr. il V. 112. — 7. alla seguente tomba 
ecc. alla sommità del terzo ponte, in quella 
parte di esso che sovrasta alla linea mediana 
della bolgia. Male i commentatori intendono 
tomba per la bolgia stessa, come sepolcro dei 
simoniaci : è invece la tomba dello soogHoy il 
culmine del ponte, come bene intese il Buti 
spiegando questa parola per e sommità et al- 
tezza * ; cfr. Diez 821 e D' Ovidio, p. 864. — 
11. nel mal mondo: nell'inferno. — 12. 
q santo ecc. con quanta giustìzia ass^^^a a 
ciascuna colpa la pena conveniente I -> 14. 
di fóri d*an largo eoe. di fóri circolari, 
tutti della medesima grandezza. — 16. Non 
mi parean ecc. Dante paragona per la gran- 
dezza i fóri della terza bolgia ai pozzetti del 
Battistero di San Giovanni di Fironze, i quali 
erano fatti perché i sacerdoti battezzatori v'en- 
trassero, per immergere poi nella vasca i bam- 
bini; e trae occasione da tale similitudine 
per chiarire la ragione d'una sua particolare 
avventura, per la quale agli occhi d'alcuno 
avrebbe potuto apparire irreverente ai luoghi 
sacri, avendo una volta rotto uno di quei 
pozzetti per salvare da certa morte un fan- 
ciullo che v'era caduto dentro. — 17. San 
Giovanni : cfr. Par. xxv 8. — 18. fatti ecc. 
Bull : e dichiara a che sono fatti quelli tondi 
che sono nel San Giovanni a Pisa et a Fi- 
renze, cioò per li preti che battezzano che 
stieno piò presso all'acqua del battesimo >. 
Sulle questioni circa la forma e l'uso di tali 
pozzetti cfr. Feri-azri lY 838, V 841 e A. Ber- 



140 



DIVINA COMMEDIA 



Tun delli quali, ancor non è molt'anni, 
rupp'io per un che dentro yì ann^ava: 
21 e queeto sia suggel ch'ogni uomo sganni 
Fuor della bocca a ciascun soperchiava 
d'un peccator li piedi, e delle gambe 
24 infino al grosso; e l'altro dentro stava. 
Le piante erano a tutti accese intranibe; 
per che si forte guizzavan le giunte 
27 che spezzate averian ritorte e strambe. 
Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 
muoversi pur su per l'esbrema buociai 
30 tal era li da' calcagni alle punte. 
< Ohi è colui, maestro, che si cruccia, 
guizzando più ohe gli altri suoi consorti, 
83 dìss' io, e cui più rossa fiamma succia ? » 
Ed egli a me : « Se tu vuoi eh' io ti porti 
là giù per quella ripa che più giace, 
36 da lui saprai di sé e de' suoi torti >. 

Ed io : € Tanto m' è bel, quanto a te piace ; 
tu se' signore, e sai ch'io non mi parto 



toldi, LeeL pp. 18-20. — 19. I'm eco. Benr. 
rftoooate con molti ptitioolaii ohe Dante, es- 
tendo dei Fiiod, o^itò in S. Oiov»nni, ove 
molta gonte CBoeranewintomoa un poóetto 
nel quale era caduto nn Duoiallo, e ohe presa 
nna scoro € manibns propriis percnasit li^i- 
dem, qui de marmore erat, et fociliter firegit; 
ox qao pner quasi reyÌTÌaoens a mortois liber 
erasit > : alooni commentatori danno il nome 
del Ikncinllo, Antonio di Baldinaooio dei Ca- 
Ticcioli. — 21. e qvesto eoo. e questa testi- 
monianza disinganni chi m'avesse giudicato 
empio o irreyerente rerso il sacro luogo. — 
22. F«or della boeea eoe In ciascun fóro si 
vedeva un peccatore capovolto, rimanendo 
fuori solamente una parte delle gambe, le 
quali per il dolore cagionato dall'aocensiono 
delle fiamme sulle piante dei piedi, si oontor- 
oovano oosi violentemente cho avrebbero 
spezzato ritorte e taaL Sopra gli elementi che 
Dante pud aver derivati da leggende ante- 
riori per foggiare la pena dei simoniaci si ve- 
dano il D' Ovidio, pp. 866-897 e il Bertoldi, 
Leei. pp. 16-18. È poi indubitato, anche per 
il riscontro con le acche degli eretici (Bif, ix 
180), che ad ogni fóro corrisponde una qua- 
lità di peccatori, e che, sebben Dante si fermi 
a considerare solo quello dei pontefici, avrà 
pensato ohe negli altri fossero i cardinali, i 
vescovi, gli abati ecc. e forse anche i vari or- 
dini dei laici, re, principi, feudatari eco. che 
avessero iSatto illecito acquisto di coso sacre. 



— 26. le givate: le giunture. — 27. ritorte 
e strambe t ftini di vimini ritorti e Ami di 
vimini intrecciati : le une e le altre ft^rt^Mimiì 

— 28. Qaal suole eco. Come le cose onta 
bruciano solo superfldalmente, cosi i piedi dei 
simoniaci bruoiavano solamente sulle piaate, 
dai calcagni alle punte delle dita. La simili- 
tudine è tratta dall' ossorvaacione d'un fatto 
comune *, pid tosto che da altre oompazazioni 
di Lucrezio n 191 e di Virgilio Eh, n 682, 
cit. a illustrazione di questo luogo dal Ven- 
turi 80. — 81. il eraecla i si mostim indi- 
gnato, perché oontoroe i piedi piA ohe non 
facciano i suoi oompagnL — 82. eomsortl : 
compagni, che partecipano ali» stessa aorte. 

— 83. e«l pli resaa eco. che ò riarso da 
fiamma più viva ; e dice Muecia oome se la 
fiamma assorbisse gli umori delle membra del 
paziente. La fiamma è pid viva sulla bue» 
dei papi, perché maggiore fb in essi la oolpa 
che nello persone appartenenti agli ordini in- 
fsriori della gerarchia ecclesiastica (ofir. .&i/'. 
IX 181). ~ 81. U fortt: Virgilio iniktti te- 
nendo alzato Dante quasi al suo flanoo lo 
trasporta gid nel fondo della terza bolgin e 
poi lo riporta sull'argine : ofr. i w. 48-45, 
124-129. — 86. per fueUa ripa eco. per la 
ripa dell'argine intemo della terza bolgia, 
ripa mono difBcile di quella dell'argine eeter- 
no. — 87. Tante eco. Mi piace quello che 
piace a te. La frase zioorda quella di Vii^p- 
Uo a Boatrioe, ^. n 79. — 88. t« se* il- 



INPERNO - CANTO XTX 



141 



99 dal tuo volere, e sai quel che si tace >. 
AUor yenimmo in su l'argine quarto; 
volgemmo, e discendemmo a mano stanca 

42 là giù nel fondo foraccliiato ed arto: 
e il buon maestro ancor della sua anca 

non mi dipose, si mi giunse al rotto 
45 di quei che si piangeva con la zanca. 
€ qual che se', che '1 di su tien di sotto, 
anima trista, come pai commessa, 

43 comincia' io a dir, se puoi, fa motto >. 
Io stava come il frate che confessa 

lo perfido assassin, che poi eh' è fitto 
61 richiama lui, perché la morte cessa; 
ed ei gridò: € Se' tu già costi ritto, 

se' tu già costi ritto, Bonifazio ? 
64 di parecchi anni mi menti lo scritto. 



giort eoe : efr. Yiig., Buo. t 4: e Ta maior; 
tiki iw «t aaqaum pam» ». — 89. e lal eoo.: 
dir. ^. z 18, ZYi 118, zzm 26 eco. Si noti 
che totte Ift xìspotta di Dante non è obe 
on'aisplificazione del verso à»W £if, n 140; 
poiché egli 8Ì dice disposto a segaiie in tatto 
il ino dncs (v. 87) e a ubbidire a Ini come 
a signore (t. 88), e infine lo lioonoeoe come 
■aestro (r. 89). -~ 40. Allor eco. I due poeti 
oltr^aanno il ponte, prendono l'argine a si- 
■Btra e discendono nello stretto fondo della 
Mgia, tutto pieno di fÓii. — 42. arto : ofr. 
Ar. zzmx 83. — 48. e 11 ìmom maestro 
«oc Virgilio non mi poeo giù appena fommo 
Mi fondo della bolgia, ma mi portò sino al 
ffin in coi ai dimenaTa il dannato da me ao- 
"'"'^ftx" ^ sol ponte. — 44. sf : riguardo 
al Taloie speciale di questo ti ctt, Inf. tttx 
SO, i\«y. ZZI 12.-45. saaea: gamba; cfr. 
bif, ixiiv 79. — 46. ««al ecc. Chiunque 
ta sia, cosi confitto col capo in giti. D'Ori- 
i», p. 866 : e Bisogna riconoscere ohe nella 
Bstura della pena inflitta al papa simoniaco^ 
Bìse tutto il solito accordo specifico con la 
eotpa. .»... n simoniaco ebbe l'animo rivolto 
si beni della terra anxichó alle cose celesti, 
ed è conficcato nella terra : in direziono del 
càeio stanno i sucA piedi I... D simoniaco ca- 
pOTolse l*ufilcio suo traendo vantaggi mate- 
itali per l'appunto dalle cose spirituali, dan- 
do esempi che erano il preciso opposto di 
qoellì eho l'uomo di chiesa avrebbe dovuti 
daze ; ed è capovolto I Avrebbe dovuto aspi- 
xara all'auxeola del santo, e un nimbo di fno- 
eo gli suocÌa i piedi : un'aureola a rovescio I 
Fa abbs^^iato dal fulgore dell'oro, ed è messo 
in posizione da non poter pid veder nulla >. 
-- 47. nSmm trista: ò l'anima di Giovanni 
Gaetano Orsini assunto al pontificato col nome 



di Kiocold IH Q 25 novembre 1277 e morto 
U 22 agosto 1280; dice di lui il Lana: € Per 
acquistar moneta non si vedea stanco né sa- 
zio di vendere e di alienare le cose spirituali 
per le temporali, commettendo continuo si- 
monia, in per quello ohe ogni suo atto si 
drizzava ad avere pecunia; e questo volea 
per far grandi qu^ di casa sua e sé nel 
mondo >, e l'Ott. : < Questi fu desideroso d'ar- 
ricchire li suoi, che tutti li benefici di Santa 
Chiesa, cho diede fuori, a' suoi consorti vondó 
e prese moneta, conferf grazie, sempre accet- 
tando quella persona, la cui borsa gli era piti 
copiosa >. — eome pai eommessa: piantata 
gid, come un palo nel terreno. — 4Q, Io ita- 
Ta eco. Dante paragona s6 stesso al confes- 
sore di un assassino, il quale, condannato 
secondo le leggi medioevali a esser propag- 
ginato, dopo esser stato già fitto nella buca 
richiaina il confessore per differire cosi di 
qualche istante la sua morte. — 61. perché 
la morte ecc. perché cosi allontana, ritarda 
d'un poco il morire. — 62. ed ei gridò ecc. 
Ciascuno dei dannati della bolgia terza sta 
con le piante accese fuori del proprio buco 
sino a cho venga a prendere il suo posto, re- 
spingendo lui pid in basso, un altro pecca- 
tore della sua stessa condizione : perciò Nic- 
colò m aspetta Bonifiudo ym cho lo sospin- 
ga pid gifi nella buca, come Boniiìszio Vili 
sarà alla sua volta sostituito da Clemente Y. 
— 68. BoBlf allo t Bonifazio Vm, papa dal 
1294 al 1303; cfr. la nota al Buy. zz 86. — 
64. di pareeeU ansi ecc. Niccolò m, cre- 
dendo cho colui che gli ha parlato sia Boni- 
fario vm, pensa che la previsione della morte 
di questi, 11 ottobre 1803, da lui letta nel 
futuro, sia stata fallace, e ohe la morte stessa 
sia avvenuta più di tre anni innanzi ai mo- 



DIVINA COMMEDIA 



Se' tu al tosto di quelP aver sazio, 
per lo qual non temesti tórre a inganno 
57 la bella donna, e di poi farne strazio ? > 
Tal mi fec'io, quai son color che stanno, 
per non intender ciò eh' è lor risposto, 
60 quasi scornati, e risponder non sanno. 
AUor Virgilio disse : € Digli tosto : 
' Non son colui, non son colui che credi ' » ; 
63 ed io risposi come a me fu imposto. 
Per che lo spirto tutti storse i piedi; 
poi sospirando e con voce di pianto, 
66 mi disse: € Dunque che a me richiedi? 
Se di saper chi io sia ti cai cotanto 
che tu abbi però Ja ripa corsa, 
69 sappi ch'io fui vestito del gran manto: 
e veramente fui figliuol dell'orsa, 
cupido si, per avanzar gli orsatti, 
72 che su l'avere, e qui me miai in borsa. 
Di sotto al capo mio son gli altri tratti 
che precedetter me simoneggiando, 
76 per le fessure della pietra piatti 
Là giù cascherò io altresì, quando 
verrà colui ch'io credea che tu fossi, 

mento proTisto. — 66. Se' t« if ìùbU ì eco. esemplili Jn/.n 129, zzxi 15 ecc.— 68. eke t« 
Quanto alle simonie di Bonifazio Ym scrìve abbi eco. da avere perciò peioozsa la ripa, di- 
il goelfo G-. Villani, che questo papa (O. vin scendendo in questa bolgia. — 70. f«l flf limol 
6) e pecunioso fu molto per aggrandire la dell'orsa i M della fiamigUa romana degli 
Chiesa e' suoi parenti, non faooendo coscionza Orsini, detta nei pid antichi tempi de fUii» 
di guadagno, che tutto dicea gli era licito Uraae (nei documenti fiorentini del sec xm 
quello ch'era deUa Chiesa » e che (Or. vm citati dal Del Lungo, DanU U 4/^9: de /Uus 
64) e magnanimo e largo fti a gente ohe gli Urti), — 71. per «Tauar gli oriatU : per 
piacesse, e che fossono valorosi, vago molto accrescere la potenza dei miei nipoti. — 72. 
della pompa mondana secondo suo stato, ... su l'avere ecc. noi mondo imborsai, raccolsi 
non guardando né faccendosi grande nò stret- ricchezze, noli' inferno mi procurai questo 
ta coscienza d'ogni guadagno per aggrandire fóro. — 73. DI sotto ecc. Sotto al mio capo 
la Chiesa e' suol nipoti ». — 56. tórre a !■- sono trascinati gid li altri pontefici, che mi 
f anso eoe sposare per via d' inganni la Chie- precedettero nel mondo e mi precedono in 
sa, assumendo il pontificato dopo aver indotto questa buca. Sebbene Niccolò m, come scrive 
Celestino Y a rinunziare (eh, Inf, zxvn 105), 6. Villani, O. vn 54, « fu de' primi o primo 
e disonorandola con la simonia. ~ 58. Tal mi papa, nella cui corto s'usasse palese simonia », 
fee' lo ecc. Scart : e n poeta finge con finis- nondimeno altri fra i suoi predecessori mer- 
sima arto di non aver inteso di qual Bonifa- cantegt^iarono le cose sacre ; e Filai, ricorda 
zio intendesse parlare, e perciò dice che ri- opportunamonte i nomi di Innocenzo IV 
mase confuso come chi, non avondo compreso (1243-1254), Alessandro TV (1254-1261), Ur- 
la risposta e credendosi scornato, non sa cosa bano IV (1261-1265), e (demento IV (1265- 
rispondere ». — 61. AUor eoo. Virgilio viene 1268). — 75. per le fessare ecc. nascosti, 
subito in aiuto a Danto, suggerendogli la ri- appiattati in una apertura sotterranea, dove 
sposta da dare a quel dannato» — 64. tatti andrò anch' io. — 76. I«à gli eco. Sopra 
storie 1 piedi: contorse interamente, quanto la efficacia imitativa di questo verso, ot- 
pid era possibile, i piedi, por lo sdegno del- tenuta mediante le spezzature degli acoenti, 
l'oflooTiri inutilmente manifestato. DoU'agget- sono da vedere le acute osservazioni dol D'O- 
tivo tutti pL in funz. avverbiale sono altri vidio, p. 366. — 77. colui ecc. Bonifario Vm, 



INFERNO - CANTO XIX 



143 



78 allor ch'io feci il sùbito dimando. 

Ma più è il tempo già che i pie mi cossi 
e ch'io Bon stato cosi sottosopra, 
81 ch'ei non starà piantato coi piò rossi; 
che dopo lui verrà, di più laid'opra, 
di vèr ponente un pastor senza legge, 
84 tal che convien che lui e me ricopra. 
Nuovo Giason sarà, di cui si legge 
ne' 'Maccabei': e come a quel fu molle 
87 suo re, cosi fia a lui chi Francia regge >. 
Io non 80 s'io mi fui qui troppo folle, 
ch'io pur risposi lui a questo metro: 



eht k> eroderà tome giunto a piender il mio 
IwgOf anorchó iéd l'impTOTTin domanda: 
Se'tBfià eoeU ritto, Bomfaxito? — 79. Ma 
pi' i U Imp» eco. Maggior tempo sono fiato 
io a qvMto tomento, dall'agosto 1280 all*a- 
ptilt 1300, ohe non vi starà Bonlfario Vili, 
Ul'ottobre ia08 aU'i^rile 1814, quando verrà 
CB altro papa a prendere il suo loogo. — ehe 
i pie mi cossi ecc. che rimasi al tormento del 
faoco, standomi ooef propagginato. — 81. eoi 
pie rossi : coi piedi infiammati. — 82. tìki 
d*po lai eoo. poiché a sospingerlo in basso, 
occupando il fóro, Torrà un papa originario 
4à paesi ooddentali, Clemente V, maggior 
tfammiaoo di loL Bertrando do Qot, arcive- 
seoTo dì Bordeaux in Guascogna, fu eletto 
pspa nel condaTO di Perugia il 6 giugno 1305, 
asnose il nome di Clemente V e fermò la 
ns dimoia in Frauda, incominciando cosi da 
ha il periodo della cattività babilonica della 
Glissa cesia della residenza della corte pon- 
tikia in Avignone, durata sino al 1377. Cle- 
ante V mori, andando a prendere il luogo 
fi Bonifazio Vili, il 20 aprile 1814; ma già 
b Toee popolare aveva antidpata al papa la 
peaa inflìttagli da Dante, leggendosi in Q. 
ViUaaì, O. IX 58 : € Mori papa Clemente.... 
• lasdd i nipoti e suo lignaggio con grandis- 
liao e innumerevole tesoro. E dissesi che 
riveado il detto papa, essendo morto uno suo 
sipoto cardinale, cui olii molto amava, co- 
itdnse uno grande maestro di negromanzia, 
d» sspesae die dell'anima del nepote fosso. 
D detto maostro, &tte suo arti, uno oappel- 
liao del papa molto sicuro fece portare ai di- 
■OBìa, i quali il menarono allo *nferno, e 
aostrii r g^ visìbilmente uno palazzo, iv' entro 
ea Ietto di fuoco ardente, nel quale era l'a- 
aiaa del detto suo nipote morto, dicendogli 
cfas per la ina simonia era cosi giudicato. B 
vide nella sua visione flue un altro palazzo 
iir laooatro, il quale gli fu detto si fàoea per 
|spa Qeaiente, o cod rapportò il detto oap- 
piQsao al F^^ il quale mai pd non fti al- 
kgn, e poco vivette appresso ; e morto lui 



e lasciatolo la netto In una chiesa oon grande 
luminara, s'aoceee e arso la cassa e '1 corpo 
suo dalla cintola in giù ». — 83. un pastor 
senza legge : Q. Villani, Or. ix 69, attosU 
che Clemente V € fu uomo molto cupido di 
moneta, e simoniaco, che ogni benefido per 
danari s*avea in sua oorte, e fu lussurioso », 
e D. Compagni, O. m 12, a propodto della 
sua elezione, che fu dopo la morte di Bene- 
detto XI ottimo papa, scrive ohe « la divina 
giustizia... molte volte punisoe nasoosamente, 
e toglie i buoni pastori a' popoli rei che non 
ne sono degni, e dà loro quello ohe meritano »: 
cAr. le terribili parole contro Clemente V in 
Por, XXX 142-148. — 86. Naevo GlasoB eoe. 
Giasone, figlio del sommo sacerdote Simone II 
e firatello del sommo sacerdote Onia IO, ot* 
tenne per promesse di denaro da Antioco re 
di Siria l'offldo del sommo sacerdozio, o avu- 
tolo si diodo a vita lioonziosa ohe gli procurò 
l'odio e il disprezzo di tutti : tale è il rac- 
conto, un po' parziale, del libro dei Maeeabei 
n 4, 7-27; 6, 6-10; iv 4, 17. Cosi Clemen- 
te y ottenne il pontificato per il favore di 
Filippo il Bello, re di Francia, che voleva 
un papa che distruggesse e riparasse tutto 
dò che contro di lai aveva fatto BoniCa- 
rio Vili : sulla parte avuta dal re di Francia 
in tale elezione si vedano E. Boutario, La 
Frwncn totta Philippe lo Bel^ lib. v, cap. 2, e 
A. Beomont, nell'enea, atorieo tto/., a. 1860, 
nuova serie, voi. XI. — 88. Io non so ecc. 
Dante, mettendo in versi i pensieri che gli 
d affollarono alla mente innanzi allo spetta- 
colo del papa simoniaco, non vuole certo ai* 
tonnare oon questa dubbiosa dichiarazione 
preliminare la severità dei suoi giudizi ; però 
queste parole s'hanno a intendere cosi : Non 
so s'io fai troppo stolto, fermandomi a la- 
mentare i mali della Chiesa oon chi la Chiosa 
aveva macchiata con le suo simonie. Altri 
spiegano folle per audace, temerario, senza 
badare che si avrebbe allora una inutile an- 
tìdpaziono del pensiero espresso sotto altra 
forma nei w. 100-103. — 89. à questo me- 



144 



DIVINA COMMEDU 



90 € Deh, or mi di', quanto tesoro volle 
nostro Signore in prima da san Pietro, 
ch'ei ponesse le ohiavi in sua balia? 
03 certo non cliiese se non: 'viemmi retro'. 
Né Pier né gli altri tolsero a Matita 
oro od argento, quando fu sortito 
96 al loco che perde l'anima ria. 
Però ti sta, che tu se' ben punito; 
e guarda ben la mal tolta moneta, 
99 ch'esser ti fece centra Carlo ardito. 
E se non fosse che ancor lo mi vieta 
la reverenza delle somme chiavi, 
102 che tu tenesti nella vita lieta, 
io userei parole ancor più gravi; 
che la vostra avarizia il mondo attrista, 
105 calcando i buoni e su levando i pravi. 
Di voi pastor s'accorse il vangelista, 



ir* t con qaesta m&niora di pailare : ofir. Ltf. 
vn 88. — 92. ck' et pomeii« eoe Bacoonta 
revangelista Matteo, xvi 18-19, che 0. Cristo 
disse a Pietro : e Ti dico ohe tu sei Pietro, 
e sopra a qaesta pietra io edl&eherd la mia 
chiosa, e io porte deli' inferno non la po- 
tranno vincere ; ed io ti dard le chiavi del 
regno de* cieli, e tatto dò che avrai legato 
in terra sarà legato ne' cieli, e tatto dò cho 
avrai sdolto in terra sarà sdolto ne' cieli ». 
— 93. mom eUese eoo. Accenna alle parole 
con le quali Cristo chiamò a so Pietro e 
Andrea (Matteo nr 19, Marco 1 18) : < Venite 
dietro a me, ed lo vi Duo pescatori d'uomi- 
ni », oppare all' invito rivolto a Pietro dopo 
esser risorto (Giovanni xn 19). — 94. Hi 
Pier eco. Allade alla narrazione dogli AtU 
degli Apo&ioli i 18-26, quando furono tratte 
le sorti per la soelta di colai ohe doveva 
prendere il luogo di Giuda Iscariotte : « E 
trassero le sorti, e la sorte cadde sopra Mat- 
tia, ed egli fti per comuni vóti aggiunto agli 
undid apostoli ». — 96. al loco eoo. al mi- 
nistero d'apostolo, perduto da Giuda Iscariot- 
te. — 97. ti sta eco. resta pur dove sei, chó 
tu sei punito secondo che meritL — 98. e 
guarda bea eoo. Gli antld commentatori 
Lana, Ott., Bonv., Buti, An. fior, accennano 
qui al disdegno concepito da Niccolò ni con- 
tro Carlo I d'AngiÒ ; il quale, secondo 11 
racconto di G. Villani, Or, vu 64, 67, avendo 
rifiutato parentado col papa fu da lui privato 
dell'oflido di Senatore di Roma e di Vicario 
della Chiesa e osteggiato da Niccolò m ti 
che questi, adescato anche da una somma di 
denaro recatagli da Giovanni da Prodda, 
entrò In una congiura che avrebbe preparata 



la rlvduzlona dal Vespro Sldllano (ofr. JFbr. 
vm 78). Ma M. Amari, La gyurra dd Feqiro 
gieilianOf 9^ ed. Milano, 1886, ha dimostrato 
r InsuBsistenia di cotesta congiura, ohe ap- 
partiene più alla leggenda ohe alla storia ddl 
Vespro; e però le allusioni di Dante sono 
più tosto alla wiontta delle dedme eodesi»- 
stiche mal tolta dal papa, ohe le vdae in. be- 
nefizio privato {oh. F. Pipino, Ohron, xxixS, 
InMur., Ret.UaLlX, 724), e a tutta la sui 
politica che fti di opposiiione a Ciarlo I (c£r. 
Amari, op. dt, voL I, pp. 190 e segg., voL 
m, pp. 6-283). — 102. nella tIU UeU s c£r. 
Inf. VI 61. — 104. la vostra aTarlsia eoe: 
ofr. Inf. vn 48. — 105. ealeaade eco. Batt : 
» Ecco la cagiono perché li pastori simonÌAoi 
della santa Chiesa fanno tristo il mondo, per 
ch'ellino calcano i buoni non aocettaódoli 
a' benifict, perché non anno cho darò, et 
inalzano li rei per danari, accettandoli a* be- 
nifid ; e cosi danno materia a' oherìd d'es- 
sere tristi, o non curare se non d'avere da- 
nari, sperando per quelli d'avere ogni grazia ». 
— 106. DI voi paslor eco. L'evangelista 
Giovanni, ApoeaÙsaéy xvn 1 segg. aocive: 
« Uno de' sette angeli, che aveano le sette 
coppe, venne, e. parlò meco dicendo: Vieni, 
io ti mostrerò la condannazione della gran 
meretrice, ohe siede sopra molte acque ; oon 
la quale han puttaneggiato l re della terra, 
e del vino della cui fornicazione sono stati 
inebbriatigU abitanti della terra. £d egU mi 
trasportò In Ispirito In un deserto ; ed io vidi 
una donna, che sedeva sopra una bestia di 
color di scarlatto, piena di nomi di beatam- 
mla, ed avea sette toste e diod corna ». ft 
noto che l'evangelista rapprosonta oo8£ la 



INFERNO - CANTO XIX 



qnando colei, ohe siede sopra Paoque, 
106 pnttaneggiar ooi regi a lui fu vista; 
quella, othe oon le sette teste naoqoe 
e dalle died ooma ebbe argomento, 
111 fin ohe YÌrtute al suo marito piacque. 
Fatto v'avete Iddio d'oro e d'argento: 
e che altro è da voii all' idolatre, 
114 se non ch'egli uno, e voi n'orate cento? 
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, 
non la tua conversion, ma quella dote 
117 che da te prese il primo ricco patre! » 
£ mentre io gli cantava cotai note, 
o ira coscienaa che il mordesse, 
120 forte spingava con ambo le piote. 
Io credo ben che al mio duca piacesse, 
con si contenta labbia sempre attese, 
128 lo suon delle parole vere espresse. 
Però con ambo le braccia mi prese, 
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto, 
126 rimontò per la via onde discese; 
né si stancò d'avermi a sé distretto, 
si mi portò sopra il colmo dell'arco. 



145 



ì 



fioBA del paganesimo ; ma Dante, oon libera 
iatecpretazione, ne applica i oolori foschi alla 
Roma iMtpale: cfr. Fimg, zzxn 1Ì2-160. — 
107. il«4t Mpra raoQMS J^oe. xvb 15: 
«L'aoqoe che ta hai vedute, dove siede la 
■eretrioe, lon popoli, e moltitadlnl, e nazioni, 
e fiogoe >. — 109. fiatla, die €«■ le sette 
tsits eoo. JfOò. xm 9: « Le sette teste son 
ntte Boatt, sopra i quali la donna siede », 
oM i sette oc^ sol quali sorge Boma: ma i 
QQOBSBtslQci di Dante intendono le sette 
tssis per W sstte rirtft o per i sette saor»- 
■SBtt. — 110. e dalle dieee eon* eoo. Apoc, 
xfn 12, le: «E le fieci coma, che ta hai 
▼state, aooo diad le, i quali non hanno an- 
S0B presa 11 regno ; ma prenderanno podestà, 
eome ra, inuno stssso tempo oon la bestia... 
E le dieei ooma, che tu hai redole nella 
ksstfa, soa quelli che odieranno la meretiioe, 
• k xsDdacanno deserta e nuda; e mange- 
laaao la soa oami, e bruoaranno lei col ftio- 
os> : B» i (wiitntatnrl di Dante intendono 
le diesi eoiBa per i died oomandaaenti del 
dseslago, seeosdo i quaH la Chiesa si goremò 
»Mké i pontefici, mariti di lei, fkrono Tir- 
tsod. — 112. Patto T*aTeto eoo. È la parola 
kihUea (OsaavoiA): «Si hanno del lon> 
stfSBftD • del loro oro &tti degl* idoU ». — 
— US. • «ha altro eoo. « Voi fate peggio, o 
lOitiifli sfasoirfad, di quanto fuesso il po- 

DaiTTS 



polo d' Israele quando volse ad idolatria, poi- 
ch*egli si accontentò di un idolo d'oro unico 
(Etodo xzzQ ; Saim. or) mentre voi late deità 
d'ogni pesBo d'oro e d'argento > : cosi V. Ce- 
sati, Nuova inttrpretaxion» d*un vmr$o diDemU, 
VeroeUi, 1866. ^ 116. Ahi, CestantU eoe 
Allude alla donaiione costantiniana, per la 
quale l'imperatore Costantino I (306-887) 
oonyertito tà cristianesimo, aTrebbe concesso 
al pontefice Silrestro I (814-886) U dominio 
di Bona; donazione alla quale Dante crederà 
(cfr. D$ man, n 18, m 10 eoo.) e credettero 
tutti sino al secolo xr, quando Lorenzo Valla 
dimostrò non aTere essa alcun fondamento 
stodoo: sulle lelasioni fra Costantino I e 
aUvestro I ofr. Inf. zxvn 94. — 118. eatai 
moto s voci di rimprerero ; cfr. ìm/. xyi 127. 
» 120. fsrto splagaTa eoo. traeva calci con 
ambedue i piedi : 11 vb. ipkigaré e^xlme pro- 
prio l'atte del dimenare, qdngere, e se n'han- 
no altri esempi antichi (cfr. Fsrodl, BulL HI 
147) : U nome jiioto indica la pianta del piede 
(Dies880, 762; Parodi, BulL m U7). — 122. 
labUas cfr. Àry. zzm 47. » 128. lo suob 
eoo. il suono delle Tesaci parole dette da me. 
» 124. Però eoo. Virgilio, che aveva tra- 
sportato Dante al fiondo della bolgia, ora lo 
riprende in braccio e lo riporta sull'argine, 
deponendolo solamente sul messo del ponte 
ohe sta sulla quarta bolgia. — 128. sf i cfr. 

10 



146 



DIVINA COMMEDIA 



129 



138 



che dal quarto al quinto argine è tragetto. 

Quivi soavemente spose il carco, 
soave per lo scoglio sconcio ed erto, 
che sarebbe alle capre duro varco: 

indi un altro vallon mi fu scoperto. 



sopra, y. 44. — 129. trAg«ttot passaggio, 
vaUoo (ofir. Parodi, BuU. IH 144). — 130. 
QalTl eco. Quivi depose il carico aoavmnentd, 
pianamente. — IBL loaTe t agg. in funzione 
ayverbiale. Dante vuol diro ohe Virgilio Io 



mise giù con riguardo, perohó U luogo era 
pericoloso e diffidlo tanto che sarebbe stato 
malagevole alle capre il passare su quello 
scoglio che oongiungeva i due argiuL — ISS. 
iB altre Talloa s la quarta bolgia. 



CANTO XX 

Dal ponte che soyrasta alla quarta bolgria 1 dne poeti osserrano gì* in- 
dovini, i quali camminano lentamente col viso travolto, verso la parte poste- 
riore del corpo: e Virgilio indica a Dante i più notevoli fra questi dannati, 
fermandosi, a proposito di Manto tebana, a esporre le origini di Mantova, 
che da lei prese il nome (9 aprile, circa le sei antimeridiane]. 

Di nuova pena mi convien far versi, 
e dar materia al ventesimo canto 

8 della prima canzon, eh' è de* sommersi 
Io era già disposto tutto quanto 

a riguardar nello scoperto fondo, 
6 che si bagnava d'angoscioso pianto; 
e vidi gente per lo vallon tondo 
venir tacendo e lagrimando, al passo 

9 che fanno le letàne in questo mondo. 



XX 1. DI BVOTa peia ecc. Hi conviene 
ora trattare di una singolarissima pona, che 
sarà la materia del ventesimo canto della 
prima cantica, la quale tratta dei dannatL — 
2. eaatot ò il nome dato anche in Par, v 
16, 189 a ciascuna delle cento parti del poe- 
ma : i commentatoli antichi, Bambagl., Lana, 
Ott, Pietro di Dante, An. fior., usarono per 
lo più la denominazione di eapUolo ; ma col 
Dooc e col Buti tornò in uso il nome di 
conto, voluto dall'autore. — 8. prima eaa- 
sea: le tre parti del poema sono dette ean- 
tiché in Purg, xxzin 140 e nell' Epistola a 
Oangrande, 8 ix; e con questa denominazione 
furono indicate sempre da tuttL — lommersi: 
dannati, che furono precipitati nell' abisso; 
ofr. Inf, xvin 125. — 4. era già disposto 
eoo. m'era già messo attentamente a guar- 
dare. — 6. angoscioso pianto: quello degli 
indovini, accennato anche al v. 23. ~ 7. 
Tldl gente: sono gl'indovini, i quali per 



aver voluto guardare innanzi nel ftituro xmo 
condannati a tener ora il viso rivolto all' la- 
dietro. — 8. al passo eco. al passo lento • 
silenzioso delle pubbliche processioni religio- 
se, nelle quali si cantano le litanie e lodi 
dei Santi (ott, Purg, xm 60). An. fior.: e Vuol 
dire, al modo ohe vanno le genti diriotro a'sa- 
cerdoti, quando, leggendo et orando, vanno 
a processione. Et ancora si può qui moializzaro 
questo loro andare piccino, eh' ò per opposito 
del trascorrere eh' eglino fedono collo intel- 
letto in giudicare le cose di lungi et lontane, 
et in questo modo perderono et non seppero 
le presenti». — 9. letàne: lo stesso <die 
letaniéy o litanie, ovvero processioni in oui 
si cantano le litanie ; cosi F. Ubertì, Diti^ 
V 29 : « Come si va di qua, e non più tosto. 
Alle litane» : in un documento del 1092 (Mar., 
AiìL UaL V 222) si legge : < quandooumque iato-. 
niM veniebant ad sanctnm Donatum, caoaa 
o ra ti o nis, aodiebant missam ad altare » eoo. ^. 



INFERNO - CANTO XX 



147 



Come il yiso mi scese in lor più basso, 
mirabilmente a{»parve esser travolto 
12 ciascun tra il mento e il principio del casso; 
che dalle reni era tornato il vòlto, 
ed indietro venir gli convenia, 
15 perché il veder dinanzi era lor tolto. 
Forse per forza già di parlasia 
si travolse cosi alcun del tutto; 
18 ma io noi vidi, né credo che sia. 
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto 
di tua lezione, or pensa per te stesso 
21 com'io potea tener lo viso asciutto, 
quando la nostra imagine da presso 
vidi si torta che il pianto degli occhi 
24 le natiche bagnava per lo fesso. 

Certo i'piangea, poggiato ad un de' rocchi 
del duro scoglio, si che la mia scorta 
27 mi disse: « Ancor se' tu degli altri sciocchi? 
Qui vive la pietà quando è ben morta: 
ohi ò più scellerato che colui 



10. Omeeoc Bianchi : «Stando Dante in lao- 
go elersto e tenendo sempro gli occhi fissi in 
foeUa gente, la quale nel sottoposto vallone 
TBoira alla sua Tolta, ò manifesto che gli era 
UsogDo di abbassarli a mano a mano che quella 
srndnaTaai a lai; onde la frase equivale a 
èze : quando essi furono piò presso, piò sotto 
t SM >. — 11. niraMlmeate eoe ciascuno 
•rera il ooUo, cioè quella parte oh' è tra il 
■eato e U principio del busto, travolto mi- 
nooksamente si che il viso era voltato verso 
k xvnL — 12. easio: cfr. Inf, zn 122. — 
B. era taraato: era vòlto; il vb. ìamarty 
eoo» il Ir. tMxnwr^ ha spesso nella nostra 
liagua antica il senso di voiiart (Diez 822) : 
efr. /\ffy. xxvm 148. — 14. ed ladletro ecc. 
^ iadovini dovevano camminare all' indie- 
tro, poiché dalla parte posteriore del corpo 
trenno la vista. — 16. Forse ecc. Non ò 
ia^onibilo che per effetto di violenta para- 
lià sia qualche volta accaduto ad alcun uomo 
eoasmile tzsvolgimento del viso ; ma io non 
lo vidi mai nò credo ohe sia mai avvenuto. 
— parlasfa: paralisfa, lat. paraiyait, Bonv. : 
«est passio nervorum, quae aliquando ita 
£itorqaet, dislocat et deordinat collum homi- 
Bis qaod homo respicit sibi transversallter 
■cut a latore super spatulam, sicut vidi in 
•M vetala ; sed nunquam facit quod homo 
a totom respiciat post tergum ». — 19. prei' 
itt firatt* eoe racoogliere dalla lettura del 
■io poema qualche frutto, divenendo migllo- 
Mu — 23. U plA«k« eoo. lo lagrime discen- 



devano sul tergo dei dannati andando a ba- 
gnare il canale delle reni e l'apertura dello 
natiche. — 25. rocchi: qui e in Inf. xxvi, 
17 significa le grosse sporgenze naturali dello 
scoglio che serve di ponte sur una bolgia: 
etimologicamente il nome rocchio e il dorivato 
ronchianet Inf, mv 28, xxvi 44, risalgono 
al nome roccia (Diez 273, 894). — 27. Ancor 
se' tu ecc. Sei anche tu come gli altri uomini, 
che scioccamente hanno compassione dei mal- 
vagi? Si ricordi che dei peccatori d'inconti- 
nenza, che «men Dio offende e men biasimo 
accatta» {Inf. xi 84), Dante prova e dimo- 
stra pietà (cfr. Inf, V 72, 93, 109, 140; vi 
8, 68) senza che Virgilio gliene faccia rim- 
provero ; ma qui siamo in presenza di poccu- 
tori per malizia e fh)de, i quali vollero pro- 
venire il divino giudizio e dei quali l'uomo ra- 
gionevole non deve sentire alcuna pietà. — 
28. ({al vlTe ecc. In questo cerchio non si 
deve provare alcuna pietà per i dannati; poi- 
ché essi sono scelleratissimi, sono gli indovini 
che offesero la divinità prevenendo il divino 
giudizio e portandovi le umane passioni. Que- 
sta spiegazione, tutf altro che sicura, pare 
migliore, ad ogni modo, di un'altra comune- 
mente seguita : È viva la pietà o il sentimonto 
religioso, quando è ben mortay quando ò spenta 
del tutto la pietà^ ossia la compassione per i 
dannati; poiché non v' ha peggiore scollora- 
tezza che il portar compassione, l'esser pio- 
toso, verso i dannati, che sarebbe come un 
rinnegare la divina giustizia : per il doppio 



148 



DIVINA COMMEDIA 



80 ohe al giudicio divin passion porta? 
Drizza la tedia, drizza, e vedi a coi 
s'aperse agli occhi de' ieban la terra, 
83 per ch'ei gridavan tutti: ' Dorè mi, 
Anfiarao? perché lasci la guerra? ' 
e non restò di minare a valle 
86 fino a Minos, che dascheduno afferra. 
Mira che ha fatto petto delle spidle: 
perché volle veder troppo davante, 
39 di retro guarda e fa ritrose calle. 
Vedi Tiresia, che mutò sembiante, 
queindo di maschio femmina divenne, 
42 cangiandosi le membra tutte quante; 
e, prima, poi ribatter gli convenne 
li due serpenti avvolti oon la vwga, 
i5 che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quei che al ventre gU s'atterga, 
che nei monti di Lunl, dove ronca 



■eneo, religioso e morale, tiibaito alla parola 
ffielà^ si cfr. un ocnsiinile eqnirooo in Par. !▼ 
106. n D* Ovidio, pp. 76-146, mostrando tatto 
qoesto canto, dimostra come in esso il poeta 
intendesse di rappresentare Virgilio per nomo 
avverso alle arti magiche, delle qnali le leg- 
gende popolari lo avevano fotte maestro , e 
« di protestare contro il detorpamento del ve- 
recondo sno duca, mettendo, con uno de' suoi 
soliti trovati, in bocca a lai stesso la prote- 
sta, dopo averla in modo abilissimo provo- 
cata ». — 31. e vedi eco. e mira colui, al 
quale s'apri sotto ai piedi la terra durante 
l'assedio di Tebe, si che gli assediati lo sche> 
nirono chiedendogli dove precipitasse e perché 
abbandonasse il combattimento. Aocenna ad 
Amflarao, figlio di Oicleo e d' Ipermnestra, 
il quale, esercitando 1* arte dell' indovino e 
avendo preveduto che sarebbe morto all'as- 
sedio di Tebe, s'era nascosto per non pren- 
der parte alla guerra: scoperto per il tradi- 
mento della moglie Erifiie, si condusse all'as- 
sedio di quella città; dove, mentr'ogli com- 
batteva sul suo carro, la terra gli s'apri sotto 
e l'ingoiò: cfìr. Stazio, Teb. vn 690-823. — 
83. Dove rvl ecc. Le irrisioni dei tebani ri- 
cordano le parole di Platone ad Amfiarao, 
quando questi pervenne all' inferno (St, Teb.^ 
vui 84). < At tibi quos, inquit, Manes, qui 
limine praoceps Non licito per inane rais ? > 

— rnl: rovini, precìpiti; cftr. JR»r. xxx 82. 

— 86. fino a aflnas : anche Stazio {Teb. vu 
819-823, viu 1-83) racconta che Amfiarao 
cadde direttamente all' inferno, senza abban- 
donare le armi e il carro, finché ta. giunto 
nel luogo ove risiedeva ifìnos, giudice infer- 



nale. -^ 89. di ntn foArdA eoo. ha il viso 
dalla parte delle spalle e cammina all' indie- 
tro. — 40. Tlresla: Tiresia, indovino taba- 
no, svendo percosso con una sim verga duo 
serpenti amorosamente congtnntl, fa tnsfoiw 
mate subitamente in femmina, e dopo «otte 
anni avendo riveduti gli stessi serpenti nel 
medesimo atteggiamento, li percosse di nnoro 
e cosi riprese il sesso maschile. La fkvola et^ 
nota a Dante per 11 racconto ovidlaBo (JAt 
m 824-331), dal quale il poeta trasse il suo: 
e [Thiresias] duo magnomm viridi coeuntia 
Silva Corpora serpentum bacali violaveimt 
ictu: Deque viro £sctU8, mirabile, femina, 
septem Egerat antomnoe. Octavo ruisiiB en». 
dem vidit: et, * Est vestrae si tanta potenti* 
plagae, Dixit, ut auotoris sortem in oont«a- 
ria mutet, Nuno quoque vos feriam *. Par- 
cussis anguibos isdem Forma prtor redilt, ge- 
nitivaque.rursus imago». -^ 43. e, ^rlmft, 
ecc. e poi gU convenne ribatter ecc. prima 
che riavesse ecc. — 44. avvolti t confanti, 
attorcigliati. ~45.natehl]i peBMtmemlwa 
xiascoline. — 46. Arcata: Arante, celebro 
aruspice e indovino etrosoo, chiamato a Re- 
ma al tempo delle guerre civili fta Cesare 
e Pompeo predisse, sebbene con osculo va- 
ticinio, il trionfo di Cesare; ott, Laeano, 
Fara, i 584 : > Haec propter plaeait tnsoos 
de more vetusto Acdri vatee: quonun qni 
maximus aevo Aruns inooloit deaerta moenia 
Lunae, Fulminis edootas motos, venaaqn* oa- 
lentos Fibrarum, et monitua volitantiB in aere 
pennas ». — 47. JAnìt cfr. /br. xvi 73. — 
dove roaea eoo. dove i carraresi o abitanti 
di Carrara, dttà posta netto vioinanse del- 



INFERNO - CANTO XX 



149 



48 



lo oftrrarese olie di sotto alberga, 
obbe tra i bianohi marmi la spelonca 

per sua dimora; onde a guardar le stelle 

e il mar non gli era la veduta tronca. 
E q;ttella che ricopre le mammelle, 

cbe tn non Tedi, con le trecce sciolte, 

e ba di là ogni pilosa pelle, 
Manto fu, che cercò per terre molte, 

poscia si pose là dove naoqu'io; 

onde un poeo mi piace che m'ascolte. 
Poscia che il padre suo di vita uscio 

e venne serva la città di Baco, 

questa gran tempo per lo mondo gio. 
Suso in Italia bella giace. un laco 

a piò dell'alpe, che serra Lamagna 
63 sopra Tlralli, o' ha nome Benaco. 
Per mille fonti, credo, e più si bagna, 

tra Gkurda e Val Cunonica, Apennino 

dell'acqua ohe nel detto lago stagna. 



61 



54 



67 



no 



66 



rantka Loni, eoltìTano il t«R«iio: U rb. 
fmean Tile propriAmente purgare i campi 
àOB cattiT* eite, • qui per estensione di 
^nlliilii ooittTMO. — 49. «n 1 hìamékì 
■■bbI s «floeaii» alle cave «anaiwi di manno 
kiueoi, già IkiBOia nei tai^ remaid (ofr. 
nwo, A Jf. xjcn 7, 29). ^^ 60. aiida eoo. 
AhmÓmbs, p.Si4 : e quéati reni ti animano 
6jBtt Tila Mcprendepte, quando noi sol po- 
rti '■adjami» ••■• libeiamente • arditamente 
isaatldLOaaara, ^>pnnto ìmvnHéiLmi 
Miqpiril gUk^ antichi Liumì arerano le 
Ila» «aspa di marmo, qnaai ad un tratto s'a- 
iwiimu sulla pianwa, e oome longo il lem- 
Wfi qMsto^fÉaBQr» gli aUtati ti strìngono 
db fdde «ai menti >. — 52. «Mila eÌM ri- 
«•tre eoe. celai, ohe per il trarolgimento 
dal Yiao, k» la maiamotte ricoperte dai oa- 
fsMi* I» parti pUoae al di dietro, ò Manto, 
h ifUft di Tiresia : la qnale, aroodo abban- 
k ]» patria dopo la aorte del padre per 
»latiiaanide di Creonte, si fermò, do- 
po afwa vagato per molti paesi, nel Inogo 
om poi aeoe Maatora, patria di Virgilio. 
Daal^M ebbe notisU da VixgUio, Sn. x 198, 
4a Servio sai eommento virgiliano, da Ori- 
tfo, Jiit VI U7 a da Stailo (cfr. la nota al 
T. S8): vadi Mosto I 174, 190. — 68.«Im ta 
aea vaAlt 9enèé Manto cammina, come gli 
rtin Indovini, att'indietro. — 66. eereòt U 
vb. amara aigaiflaa speaso in Dante (cf . Inf, 
xn 121, san 60, Ikarg. zzvm 1) e negli al- 
ttaaticbi <p. es. nel Patraroa, oocLxn 88: 
ì or qiiaala «t or quell'altra parte >) 



peroorrore cercando. — 69. a Taane sflrTa 

eoe Tebe, la città sacra a Bacco, venne in 
servito di Oreonto, dopo l'aocisione di Eteo- 
de e Polinice. — 61. Sasa In Italia ecc. 
Sa nel mondo, nel dolce pasee d* Italia, giaco 
ai piedi di qnella oatana alpina che sovra- 
stando al castello di Tiralli segna il oonfine 
oon la Qermaaia, nn lago chiamato Benaco. 
— 62. alpe, «be serra ooc. fi quel gruppo 
di monti che tra la Val Camonica e la Vallo 
dell'Adigo si distendo in senso longitudinale 
dal lago di Garda alla riva destra deirAdigo 
siq»eriore, comprendendo le alture deli'Ada- 
mello, del Tonale e dell'Ortles; gruppo di 
monti che ai settentrione va a torminaro so- 
pra la destra dell'Adige, al di là della quale 
preeeo Merano sorgeva il castello di Tiralli, 
sede dei conti del Tirolo e prima terra m)T- 
manioa. — 68. e*lia aomes il quale lago 
è denominato. — Benaco: lat. Benaeus, nome 
che gli antichi davano al Garda (cfr. Plinio, 
ir. N, n 106). — 64. Per miUe fonti eco. 
B monte Apennino o Pennino, che sorge a 
ooddonte del Benaco, tra la Val Camonica 
(formata dalle montagne ontro le quali scorro 
rOgiio) e il cafteilo di Garda (posto sulla riva 
orientale del lago omonimo) ò bagnato da più 
di mUle sorgenti, le cui acque si riversano 
nel lago. B Bassermann, pp. 404-409, ha di- 
scusso le varie interpretazioni di questo pas- 
so, disapprovandole tutte, e ha proposto di 
leggere tra Oarda e vai di Moniga e di in- 
tendere Apmmino per tutto il complesso di 
monti che circondano da tre parti quel lago ; 



n 



150 



DIVINA COMMEDIA 



Looo è nel mezzo là dove il trentino 
pastore e quel di Brescia e il veronese 
69 segnar potriai se fesse quel cammino 
Siede Peschiera, bello e forte arnese 
da fronteggiar bresciani e bergamaschi 
72 ove la riva intorno più discese. 
Ivi convien che tutto quanto caschi 
ciò che in grembo a Benaco star non può, 
75 e lassi fiume giù pei verdi paschi. 
Tosto che l'acqua a correr mette co' 
non più Benaco, ma Mincio si chiama 
78 fino a Governo, dove cade, in Po. 

Non molto ha corso che trova una lama, 
nella qual si distende e la impaluda, 
81 e suol di state talor esser grama. 
Quindi passando la vergine cruda 
vide terra n^ mezzo del pantano, 
84 senza coltura e d'abitanti nuda. 
Li, per fuggire ogni consorzio umano, 
ristette co' suoi servi a fax sue arti, 
87 e visse, e vi lasciò suo corpo vano. 



ma tal oongettara non ha sufficiente fonda- 
mento. — 67. liOeo è ■•! nezio eoo. Que- 
sto luogo, ohe ai tempi di Dante era il oon- 
fine dei tre TeecoTadi di Tronto, di Broscia 
e. di Verona, ha dato occasione a molte di- 
sputo fra grinterprotl: tecondo alcuni sa- 
rebbe r isoletta dei Fiati pnsso la punta di 
Manerba, poche miglia a mezzogiorno di Salò ; 
secondo altri, lo sbocco del fiume Tignalga 
presso Campione, dove sino al 1786 tu. il con- 
fine delle tre diocesi, avendo giurisdizione il 
▼esooTO di Tronto alla sinistra di detto fiu- 
me, quello di Breida alla destra, quello di 
Verona sul lago: cfr. C Belviglieri, DanU 
a Verona neWAlbo danteseo veronese. Verona, 
1866, pp. 147-166; C. Gavattoni. Dante e U 
Benaeo^ Verona, 1866; P. E. Tiboni, Qual 
luogo sul lago di Garda accenna Dante ne* 
versi 67-69 del O, xx deU'Inf., Broscia, 1868, 
£. Lorenzi, La ruina da qua da Trento, Tronto 
1896 e Fenazzi m 92, IV 81, 889, V 844 
n Bassermann, pp. 409-410, sostiene trattarsi 
di un punto ideale, in mezzo alle acque de. 
lago ; ove « i tre domini s' incontrano, fJquan 
to a nord di Limone e Navone > e aggiunge 
che se fesse « non avrebbe propriamente nos 
8un senso quando si trattasse di un luogo 
in cui realmente il Pastore di ciascuna delle 
tre diocesi avesse talvolta occasione di uffl- 
ziare ». — 69. segnar potr£a: potrobbe bo- 
nedire, eseroitaro la sua autorità spirituale. 



— 70. Siede Petehlera eoo. Peschiera, bello 
e forte castello innalzato dai veronesi a di- 
fesa contro Brescia e Bergamo, e e satis n»- 
vum, mnnitum multis tnrribui et aicibns quasi 
tutela totius oontradae », dice Benv., aoige 
sulla riva meridionale del lago di Qarda: 
cfr. il Bassermann, pp. 410-418. — 73. ItI 
eonviea ecc. L'acqua che esce dal Benaoo 
presso Peschiera forma il corso del fiume ICn- 
do, il quale attraversa le vordi campagne 
del Veronese e va a sboccare nel Po presso 
il borgo di Qovemolo. — 76. * eener mette 
ce': Licominciaa scorrere; sul nome eo' cfir. 
Purg. ui 128. ~ 79. Non molte ecc. Il Jfiii. 
do, dopo non lungo cammino, s'impaluda 
nelle bassure intomo a Mantova. « I dintorni 
di Mantova sono ancora quali Dante li da» 
scrive »; Bassermann, p. 418. ~ Ijuaa : Bargh. : 
« Lama par che pigli sempre Dante, e oggi è 
r uso comune in tutto il fiorentino, di chia- 
mare cod luoghi bassi hmgo i fiumi • : cfr. 
Inf. xxzn 96, Purg. vu 90. — 81. e laol eoo. 
An fior. : e Assai volte d' estate ]>er gran 
parte d secca, et poro dico di' ègrama », doò 
insalubre. — 82. la vergine erada: Manto, 
dotta orudolo por gli atti sud descrìtti da 
Stazio, Teb, iv 463: «tnno innuba Manto 
Exooptum pateris piaelibat eanguinem, et 
omnes Ter drcum acta pyrae, sanoti de more 
parentis Sominecee fibras et adhuo spiiantia 
roddit Viscera ». — 86. a fer sne arti: < 



INFERNO - CANTO XX 



161 



Gli uomini poi, che intomo erano sparti, 
s'accolsero a quel loco, ch'era forte 
90 per lo pantan che avea da tutte parti. 
Fér la città sopra quell'ossa morte; 
e per colei, che il loco prima elesse, 
93 Mantua l'appellar senz' altra sorte. 
Qìk iùx le genti sue dentro più spesse, 
prima che la mattla di Casalodi 
96 da Finamente inganno ricevesse* 
Fero t'assenno che, se tu mai odi 
originar la mia terra altrimenti, 
99 la verità nulla menzogna frodi ». 
Ed io: € Maestro, i tuoi ragionamenti 
mi son si certi e prendon si mia fede 
102 che gli altri mi sarian oarhoni spentL 
Ma dimmi della gente ohe procede, 
se tu ne vedi alcun degno di nota; 
105 che solo a ciò la mia mente rifiede >. 
AUor mi disse: < Quel, che dalla gota 



citando 1* arto dell» dÌTinazione. ~ 88. Gli 
Malli poi eoo. Intorno alle mitiche origini 
di JUatowM, Danto non si allontond Tera> 
Beato dallA leggenda viigiliana, secondo la 
quale ooteata città ta fondato da Cono Bia> 
noco, fl^o del flune Tevere e doli* indovina 
Hanto, ed ebbe il nome dalla madre del fonda- 
tore; cfr. Eh. X 196: < Die etiampatiii agmen 
det Ooaoa ab oiis, Fatidicae Mantoa et Toaci 
iUiis ojBnis ; Qui mnros matrinqcie dedit tibi, 
Mantua, nomen » : n6 Tappellativo di vergine 
onda, dato a Manto o riferito al tompo in cui 
ella pexrenxie e si fermò in Italia, esclude 
r idea del ano poetorìore connubio, dal quale 
nacque il fondatore della città. — 91. iopra 
faeireaaa ecc. nel luogo ove Manto era stoto 
sepolta. — 93. seaz'altra aorte : senza trarre 
alcun augurio, dal quale potessero, secondo il 
eostume dei popoli primitivi, dedurrò un nome 
diverM alla nuova città. —94. Già far eoe. 
La città di Mantova ta. assai piò fiorente di po- 
polazione prima che Pinamonto dei Bonaoolsi 
ne ottenesse la signoria Ingannando il conto 
Alberto da Casalodi ; il quale, avendo il pri- 
mato nella città, sdocoamento accettò il consi- 
glio di Pinamonto di bandire i auoi avversari, 
si che al cattivo consigliero fu facile, per il 
malcontento che si suscitò contro Alberto, 
d' impafdronirsi esso del governo di Mantova e 
di teoacio dapprima come magistrato cittadino 
e poi con titolo di capitano perpetuo e autorità 
di vero signore: la signoria di Pinamonto durò 
dall272all29I (ctr. UUsl, Fbm. celebri ital., 
lam. BimaeoUi di Manlova), — 97. t'asseane: 
ti aaimonisoo. — se ta mal ecc. se tu sentissi 



mai raccontare altrimenti l' origine della ato 
patria. — 98. origUar eoe Un'altra leggen- 
da, del tutto diversa dalla virgiliana, è rife- 
rita da Servio, nel commento all*.£H. x 196 : 
e Alii a Torohone, Tyrrheni firatre, condito 
dicunt: Mantuam autem ideo nominatam, 
quod etnisca lingua Mantmn Ditem patrem 
appellant». — 99. la verità eeo. nessuna 
menzogna riesca a Ingannare la verità. — 
100. Maestro eco. Questo risposto di Danto 
ricorda quella dell' Inf. zi 67. — 102. ehe gli 
altri eoe. che i ragionamenti altrui su que- 
sto matoria non avrebbero alcuna efficacia 
sulla mia mento, come i carboni spenti non 
diffondono alcuna luce. — 108. geato ehe 
procede: 1 dannati della quarta bolgia, che 
hanno continuato il loro lento cammino, du- 
rante il ragionamento di Virgilio. — 106. 
thè solo a dò ecc. che la mia mento ormai 
non ò intonto che a questo. — rlflede: il 
vb. rifiedere può avere il senso iterativo, in 
quanto il pensiero di Danto, distratto didla 
digressione di Virgilio sopra le origini di 
Mantova, è tornato ora a considerare i dan- 
nati che procedono per il fondo della bolgia; 
oppure un semplice significato intensivo, come 
se dicesse che il suo pensioro tutto intonde 
solamente a codesta considerazione degli in- 
dovini. — 106. <^Bel, ehe dalla gota ecc. £u- 
rìpilo, cui la barba discende dal viso sulle 
brune spallo, ta. augure ai tempi della spe- 
dizione greca contro Troia, alla quale parte- 
ciparono tutti i maschi giovìni e vecchi, ri- 
manendo in patria solamente i fanciulli, e 
insieme con Calcante trasse gli auguri sul m<h 



152 



DIVINA COMMEDIA 



porge la barba in su le spalle brune, 
VOQ fu, quando Ghrecla fu de* maschi vota 
si che appena rimaser per le cune, 
augure, e diede il punto con Calcanta 
111 in Aulide a tagliar la prima fune. 
Euripilo ebbe nome, e cosi il canta 
l'iJta mìa tragedia in alcun loco: 
114 ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 
Quell'altro, che ne* fianchi è cosi poco, 
Michele Scotto fu, che veramente 
117 delle magiche frode seppe il gioco. 
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, 



mento opportono di salpare dal porto di Aoli- 
de, doTO i greci erano radunati. ~ 109. if 
eke appeia ecc. tanto ohe appena vi rhna- 
Boro i fancioUetti da cnlla. — 110. dleie il 
pvBtor aegnò il momento ÌkyQt07<^e a yeleg- 
giare. — 111. * togltar eoo. a scioglier le 
navi, per prendere il mare. — 112. eeaf 11 
CABtAt lo nomina come augose. » 118. r*lta 
Mia trsgedUt VlSneidef poema di alto e su- 
blime stile; poiché, come Dante scrive nel 
De vuiff, tioq, n 4 , « per tragoediam snpe- 
riorom stUtun indnimos, por comoediam infe- 
riorem, per elegiam stilam intelUgimos mise- 
riorem ». — te alesa loeo: dicono gli inteiv 
preti che si accenna al luogo dell'J&ln. n 113 
e segg., dove il greco Sinone racconta : < Su- 
spensi Eurypylum sdtatum oracula Fhoebi 
Mlttimus, isque adytis haec tristla dieta r&- 
portat : * Sanguine placastis yentos et virgi- 
ne caeea, Quum primum Iliacas Danai yeni- 
stis ad oiBS : Sanguine quaerendi reditus, anl- 
maque litandum Argolica*. Vulgi quae vox 
ut yenit ad auies, Obstupuere animis geli- 
dusque per ima cucurrit Ossa tremor, cui fitta 
patent, quem poscat Apollo. Hic IthAcus va- 
tem magno Calchanta tumultu Protrahit in 
medios ; quae sint ea numina diyftm, Flagi- 
tat eoo. > ; cosi ohe la citazione ohe Virgilio 
fa dell* opera propria non ò da riferire al fiotto 
della partenza dei greci da Aulide, ma sola- 
mente all'aver egli parlato di Euripilo come 
di un augure greco : tale, e non altro, il senso 
della frase eosl U carda l'atta mia tragedia, — 
115. che BC'HaBchl eco. ohe ò cosi esile di 
fianchi; Benv., e quia erat naturaliter talis, 
vel quia proptor studium erat mirabiliter 
eztenuatus». — 116. Hieh«le Scotto: Mi- 
chele Scotto, fiorito nolla prima metà del se- 
colo xm, ebbe gran fEuna ai suoi tempi come 
divinatore. Di lui scrive il Lana: « Fu indo- 
vino dell'Imperatore Federico; ebbe molto 
per mano l'arte magica, si la parte delle co- 
niurazioni come eziandio quella delle iraagi- 
ni ; del quale si ragiona ch'essendo in Bolo- 
gna e mando con gentili uomini e cavalieri 



e mangiando come s'usa tra essi in brigala 
a casa l'uno dell'altro, quando venia la volta 
a lui d'apparecchiare, mai non fSaoova fìare 
alcuna cosa di oudna in casa; ma avea spi- 
riti a suo comandamento, oho li fsoeva le- 
vare lo lesso della cudna dello le di Fran- 
cia, lo resto di quella del re d'Inghilterra, 
le tramosso di quella del re di Oidlia, lo pane 
d' un luogo e '1 vino d' un altro, confetti e 
frutta là onde li piaoea, e questo vivande 
dava alla sua brigata ». L*An. fior., oltre 
questa novoUa, un' altra ne reca di viti piene 
di grappoli d' uva matura tatto i^parìre sur 
una mensa da Michele Scotto, e altre cose 
mirabili di lui raccontavano gli antichi. Scris- 
se profezie latine, e Salimbene da Parma 
{Ohrmieaf Parma, 1857, p. 176) ne riferisce 
una assai lunga sulle future vicende delle 
dttà italiane, che ò ricordata anche da Benv. 
e da e. ViUani, Or, zn 19. — 118. Oaldo 
Boaattl: fiunoso astrologo forlivese del se- 
colo xm, che fri lungo tempo ai sorvig;! del 
conte Guido di Montefeltro (cfr. Inf, xxvii 
29). Bonv. scrive di lui : « Isto fnit Guido 
Bonattus magnus astrologus oomitis Quldo- 
nis famosi de Montofsltro; et eum ipso oomes 
teneret Forlivium, patriam ipsius Gnidonis 
in Romandiola, ubi erat prìnoeps partis ghl- 
bellinae, utebatur Consilio istius astrologi in 
omnibus agendis. Et satis constans opinio mol- 
torum fuit, quod ipso obtinuerit multas vioto- 
rias centra bononienses et alios adversorìos 
suos, opera istius Guidonis. Iste Guido quam- 
vis reputaretur a vulgo fatuus et phantasti- 
cus, tamen saepe mirabilitor iudicabcuit;... 
fedt opus pulcrum et magnum in astrologia, 
quod ego iddi, in quo tam dare tradit doctri- 
nam de astrologia, quod visus est volle de- 
cere femlnas astrologtam ». Si veda su G. 
Bonatti lo sue opere astrologiche la mono- 
grafia di B. Boncompagni, Roma, 1851. — 
— Aideate : maestro Benvenuto, calzolaio di 
Parma, conosciuto col sopranomo di Asden- 
te, senza lasciar 1* arte sua diossi alla divi- 
nazione, diventando per ossa fiunoaisBiiao 



INPERNO - CANTO XX 



1B3 



che avere inteso al cuoio ed allo spago 
120 ora vorrebbe, ma tardi si pente. 
Vedi le triste che lasdaron Pago, 
la spola e il foso, e fecersi indovine; 
123 fecer malie con erbe e con imago. 

Ma Vienne ornai, che già tiene il confine 
d'amendue gli emisperi e tocca l'onda, 
12G sotto Sibilla, Caino e le spine; 
e già iemotte fu la luna tonda: 
ben ten dèe ricordar, che non ti nocque 
129 alcuna volta per la selva fonda >. 
Si mi parlava, ed andavamo introcque. 



((fr. Cam, IT 16): fiori nella seconda metà 
M weolo zm, e il suo concittadino Salim- 
hm ne pari» {Ckromea, pp. 284, 801, 804), 
&en4do «panper homo poros et simplex 
le tìoMns Denm, et coiialis, ideet orbanita- 
t» babons, et illitterains ^ e attestando che 
« iioainatnm valde intellectom habebat in 
ta&toa ut intelligeret scriptnias illorom qui 
de fotoiìs praedixeront >. — 121. la triste 
«ce. lo donne, che lasciando gli esercizi fém- 
■iiili del eocìre, del tessere e del filare si 
disd«o alla dìTinazlone. Dante accenna ge- 
MriesasBt» le maliarde, che, non ostante le 
tOKì e ferool persecuzioni, forono nnmero- 
lifliBe ai saoi tempi ; non parendogli che 
aletna fosse degna di particolare menzione, 
Utsm perché nessuna era venata in gran 
tea: e omnia terra est piena vetolia facien- 
tftes tslia>, dice Benv., e l'An. fior. : « co- 
M^ammtft ootalì femminelle molte se ne tro- 
▼8B0 ^e Tanno dirietro a incantamenti et a 
■aUe». — 128. eoa er¥e e eoa Uiage: An. 
ior.: « Pooosi £sre malie per virtù di certe 
«rke oediaati alcone parole, o per imagine 
di ee» o d'altro fatte in certi punti et per 
certo modo ehe, tenendo questo imagini al 
fam» o ficcando loro spilletti nel capo, cosi 
fsis che senta colui a cui imagine elle sono 
tette, eoBM la imagine che si strugga al fìio- 
eo >. — 124. già tiene eoo. la luna è già al- 
i'odaonte, che separa i due emisferi terre- 
itn, e tramonta neli' oceano al di là della 



Spagna. — 126. ioUo «bUla.* al di là di 
^viglia, città della Spagna. — CaUe e le 
iplaes la luna; designata cosi per la creden- 
za popolare accennata in Par, n 60. — 127. 
e già Iemotte eoe Allorché i due poeti en- 
trarono nel settimo cerchio erano all' incirca 
tre ore antimeridiane del 9 aprile (cfr. la 
nota ali* Inf, xi 118) : visitarono rapidamente 
i tre gironi dei violenti e le prime quattro 
bolge (cfir. gli accenni a rapido cammino in 
Inf, xn 26, xm 1-2, xiv 78, 139, xv 13-15, 
86, XVI 91, 121, xvn 40, 76-77, xvi'u 20-21, 
68-72, XIX 40-41) e si trovarono sull'argine 
che divide la quarta bolgia dalla quinta al- 
lorché la luna, che era stata piena nolla notte 
precedente all' 8 aprile, tramontava già al- 
l'orizzonte, ciod era già lovato il sole da 
un* ora : e però erano circa le sei antimerìd. 
del 9 aprile (cfr. Inf, xxi 112) allorquando 
Dante e Virgilio si disponevano a passare sul 
ponte della quinta bolgia: cfr. Moore, pp. é7- 
49. — Iemotte : la notte procedente all' 8 apri- 
le: cfr. Ih/". I 1, XV 62, e Purg, xxm 118-120. 
— 128. non ti loef ne ecc. pifi d'una volta 
ti giovò il lumo della luna piena, mentre tu 
eri smarrito nella oscura selva. — 129. fonda: 
profonda, e cosi chiama la selva perché Dante 
v'era caduto dentro, smarrendo la retta via. 
-^ 180. latroeqae: frattanto, intanto; voce 
arcaica, di quelle che Dante stosso {De vulg, 
»hq. I 18) censurò nei dialetti toscani (cfr. 
Parodi, BuU. m 133). 



CANTO XXI 



Peirenati i due poeti sul ponte della quinta bol^a, ove sotto la gn&rdìsi 
dei diaToIi sono i barattieri tuffati nella pece bollente, vedono Io strazio 
di «n laecheee arriyato allora all' inferno : Virgilio s'avvicina per Tardine 
a Malacoda, capo dei diavoli, per ottenere il passo; e quindi i due poeti 
eoDtiniiano il loro cammino sull'argine stesso, preceduti da una schiera di 
éiavoU (9 aprile, dopo le ore ael antimeridiane]. 



154 



DIVINA CaMMEDIA 



12 



15 



Cosi, di ponte in ponte, altro parlando, 
che la mia commedia cantar non cura, 
venimmo, e tenevamo il colmo, quando 

ristemmo per veder l'altra fessura 
di Malebolge e gli altri pianti vani; 
e vldila mirabilmente oscura. 

Quale nelParzanà de'viniziani 
bolle l'inverno la tenace pece 
a rimpalmar i lor legni non sani, 

che navicar non ponno, e in quella vece 
chi fìi suo legno nuovo, e chi ristoppa 
le coste a quel che più viaggi fece, 

chi ribatte da proda e chi da poppa, 
altri ÙL remi ed altri volge sarte, 
chi terzeruolo ed artimon rintoppa: 

tal non per foco, ma per divina arte 
bollia là giuso una pegola spessa 



XXI 1. di pomte In poate: dal ponte 
della qnarta a quello della quinta bolgia. 
— 2. eommedfa: nell'Epìst. a Cangrande, 
§ z, il poeta dico che il titolo dell* opera 
ò IncipU Oomoedia Dantìa Alagherii, florm- 
tini ncUioM, non moribw, e commedia (con 
l'accento etimologico, come tragedia in Inf, 
XX 113; cfr. Parodi, BuU. m 107), lo chia- 
ma qni e in Inf. XVI 128: solo una Tolta 
nsa la denominazione di poema sacro {Par, 
XXV 1) — 8. il eolmo : il colmine, il ponto 
colminante del ponticello arcuato; cfr. Inf. 
XIX 128. — 4. l'altra fetinra ecc. la quinta 
bolgia, ove sono puniti i rei di baratteria, 
quelli cioè ohe per danaro o altro privato van- 
taggio vennero meno ai doveri del loro ufficio 
danneggiando il loro comune o il loro signore : 
Dante parla prima di quelli che esercitarono 
baratteria nei governi a comune (l'anziano 
lucchese) e poi di coloro oho l'esercitarono 
servendo un governo di signore (Cìampolo di 
Navarra, fn Gomita, Michele Zanche). — 7. 
({vale nelP arsanà ecc. Biag.: « Con questa 
bella similitudine vuole il poeta principale 
mente por sotto gli occhi del lettore la spa- 
ventosa imagine di quella bollente pece, ove 
puniti sono i barattieri ; e si distende poi ai 
particolari con ui vivi oolori, che par proprio 
che si veggano le operazioni diverse e che 
s'oda il tumultuoso fracasso di quella gente ; 
e chi esaminerà bene i cinque ultimi versi vi 
scorgerà un' eloquenza o fiftoondla mirabile, 
un'azione, un movimento, un ardore tale, con 
quel fervei opus virgiliano, che maggiore non 
si pud desiderare >. — arzanà: arsenale 
(dall'arabo dài^anah : Diez 27) è il luogo vi- 
cino al maro oon le officine necessarie por la 



fabbricazione e riparazione del navigli : quello 
ai Venozia, ftunoso tra gli arsenali del me- 
dioevo, fa costrutto nel 1101 e ampliato gran- 
demente nel 1308 (ofr. N. Barozzi, Aoomwi a 
cose venete nella D. O, nel Danie e il meo se- 
colo, p. 801). La deaorizione fattane da Dante 
dimostra che egli l'aveva visitato : « egli sco- 
pre, nota il Bassermann, p. 465, ed esprìme 
oon 1^ sua oomparazione appunto old che 
costituisce l'arteria vitale, il onore della re- 
gina dell' Adrìatioo; il luogo ove e«a si ci«ò 
i mezzi della sua potenza e la fonte «*oii* sua 
ricchezza ». — 9. a rlmpalMar ecc. per 
impalmare novamente di pece i navigli gnar 
sti dalla navigazione. — 10. che MaTlear 
eco. perché i veneziani non possono navigar 
nell'inverno, n Buti tra gli antichi, e il 
Biag., tra i moderni, leggono che ntmeor non 
ponno, riferendolo ai legni i quali non sono 
pi6 adatti alla navigazione, se prima non 
siano racconciati. — e U quella vece: e in- 
vece di navigare. — 11. ristoppa le coate : 
tura con la stoppa le Cesure nei fianchi de) 
navigUo. — 13. 9kì ribatte eoe ohi ribatte 
o rafforza con chiodi la prora o parto ante- 
riore della nave, chi la poppa o parte poste- 
riore. — 14. altri eco. i remai fitbbricano i 
remi, i cordai avvolgono canape e ne fanno 
sarte o funi per le vele.'— 15. ehi terze- 
molo ecc. altri rappezzano le vele. Butì : 
e la nave porta tre vele, una grande ohe si 
chiama aritnume, una mezzana la quale si 
chiama la mexatana, et un' altra, la minare, 
ohe si chiama Ur%eruoUì ». — 16. moa per 
foco eoo. non per forza di fnooo, ma per po- 
tenza divina. — 17. «aa pegola spesaa: mia 
pece densa ; pegola ò la voce popolare, fooa 



INFERNO — CANTO XXI 



155 



18 ohe inTÌscava la ripa da ogni parte. 
Io vedea lei, ma non vedeva in essa 
ma che le bolle che il boiler levava, 
21 e gonfiar tutta, e riseder compressa. 
Mentr'io là giù fisamente mirava, 
lo dnoa mio dicendo: « Guarda, guarda! » 
24 mi trasse a sé del loco dov'io stava. 
Allor mi volsi come l'uom cui tarda 
di veder quel che gli convien fuggire, 
27 e cui paura sùbita sgagliarda, 

che per veder non indugia il partire: 
e vidi dietro a noi un diavol nero 
80 correndo su per lo scoglio venire. 
Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero! 
e quanto mi parca nell'atto acerbo, 
C3 con l'ale aperte, e sopra i pie leggiero? 
L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 
carcava un peccator con ambo l'anche, 
06 e quei tenea de' pie ghermito il nerbo. 
Del nostro ponte disse : « Malebranche, 
ecco un degli anzian di santa Zita; 



Ih Toee di fonnadone dotta. — 20. «a die: 
Ami che ; dr. Inf. nr 26. — 21. • gonfiar 
«e. e Tederà la pece, che bollendo gonfiava 
e liouloTa giù ristretta. Bioorda il Tirgilia- 
Bo, Qeorg, n 479: « ...qua vi maria alta ta- 
OMcant ObiicUnis raptis, roisnBqne in se 
^reaidant». — 24. del loeo eoe: cfir. 
l'espreasione eonalmile nel Pwrg, ti 78. — 
S. AUer eoo. Dante, all' invito di Virgilio, 
à Tolfle come nomo ansioso di vedere cosa 
pericolosa, il qoale per l' improvvisa paura 
fosirda e fugge nello stesso tempo. — 27. e 
cai paarm ecc. : rende felicomonte l' ovidia- 
Bo, Snii. zrv 132 : e Vires subtrahit ipee 
tbaor». — 28. eke per veder eoo. Petrarca, 
Tnom(o d'Arni xv 166 : e Che '1 piò va in- 
unzi e r occhio toma indietro >. — 29. e 
tMI dletre eoe Dante voltandosi indietro 
ride un diavolo die correva su per il ponte 
della quinta bolgia, portando un peccatore 
•Doza allora precipitato nel cerchio ottavo, 
dopo il giudizio di Minos, di cui i diavoli sono 
■inistri ed esecutori : cl!r. h^f, v 18. — 81. 
AU, qiaato eoe Si oecervi questa mirabile 
pittnza di un diavolo, del quale prima Dante 
mcoo^ r impressione generale accennando 
•Ha fierezza dell'aspetto, poi l'atteggiamento 
sÌBiitro per le ali aperte che accrescono la 
nptdità del suoi movimenti. -~ 82. nell'atto 
•ctrte : crudele e feroce nel suo atteggia- 
Bento. — 84. acvte o superbo: « appuntato 
Malto», dice il Buti: infatti neUe antiche 



pitture si trovano figurati i diavoli eon le 
spalle sporgenti e angolose, per difetto di 
carne. — 85. un peccator ecc. un peccatore 
era caricato a cavalcione sur una spalla del 
demonio, il quale teneva afferrate le gambe 
di lui al collo dei piedi. — 87. Dei nostro 
ponte disse: dal ponte, ove io e Virgilio 
eravamo, gridò ai compagni. Questo episodio 
umoristioo dell'anziano luocheee ò stato illu- 
strato con opportune notìzie storiche e con 
acute riflessioni dal Bossermann, pp. 183-139. 
~ o Maiebranehe: Malebranche ò il nome 
generico dato dal poota ai diavoli custodi della 
quinta bolgia (cfr. Inf, xxii 100, xxin 23, 
ii«m 142). Benv. : € Diaboli habentes malas 
branoas, quia habent ungues curvatas ad ra- 
piendum ; et vere sont malae branchae, unde 
vae illis qui perveniunt ad manus eorum ». — 
88. eeeo nii degli anzian eco. Gli anxiani 
erano nei comuni italiani magistrati popolari, 
che reggevano lo Stato insieroo col Podestà e 
col Capitano del popolo, costituendo il potere 
esecutìvo : in Lucca questo magistrato, santo 
ed onorabUe ufficio^ era di dieci cittadini tratti 
a sorte (cft. Ó. Tommasi, Scmm. delia storia 
di Lueea^ Firenze, 1847, p. 145 ; C. Minutoli, 
Dooum, di storia luoehssef Firenze, 1847, p. 
135 ; Rezasco, Dix. 87). — di saaU ZIU: 
Zita da Honsagratì presso Pontremoli, nata 
nel 1218 e morta nel 1272, visso santamente 
in Lucca, dove fu sempre adorata con vone- 
laaione speciale (cf^. S. Montreuil, Vis d» 



156 



DIVINA COMMSDU 



89 mettetel setto, ch'io tomo per anche 
a quella terra ch*i n'ho ben fornita: 
ogn'uom y'ò barattieri fuor che Bonturo; 
42 del no per li denar tì fli & ita». 
Là giù il buttò, e per lo scoglio diOTO 
si volse, e mai non fu mastimo sciolto 
45 con tanta fretta a seguitar lo furo. 
Quel s'attuffò, e tornò su convolto; 
ma i demon, che del ponte «rean coperchio, 
48 gridar: « Qui non ha loco il santo Volto, 



8akU$ ZUe, Parigi, 1846) ; perdo Dante chU- 
ma afi»<afti (M Mmto Zito ^ amdani di Lnoca, 
città derota di quella lanta. — 89. aattelel 
■otto : ohi da questo peooatore non dioono i 
commentatoli ; solamente il Bnti, tradnoendo 
nna chiosa più antica (cfr. IL BaiM, BiOL 
YL 214), rifezisoe che alcuni al suo tempo cre- 
doTano trattarsi di Martino Bottaio, « il qnalo 
mori nel mcoo, l'anno ohe Taotor finge che 
avesse questa fantaslA >, «aggiunge ohe « te 
costui un gran cittadino In Lucca al tempo 
suo, e concorse con Bonturo Dati e con al- 
tri uomini di bava mano, òhe reggerano al- 
lora Lucca ; onde andato una Tdta amba- 
sdadoro al Papa per lo suo Comune, ragio- 
nando un di col papa di sua condizione disse : 
QroUaml, grollami, santo Padre, che mezza 
Lucca grolleiai ; quasi volesse dire oh' eli! 
era uno do' due che reggevano Lucca, e Bon- 
turo Dati era l'altro : et allora che mori era 
anziano >. Ma le storie luoofaeei non parlano 
di Martino Bottaio, e l'aneddoto dell' amba- 
Bceria pontiflda è da altri, come Benv. e 
l'An. fior., riferito a Bonturo DatL — tome 
per aneke ecc. tomo, por prendere altri ba- 
rattieri, a quella dttà, che io ho riempita di 
oot&U peccatori. — 40. ek'l' m'ho kea ecc. 
Lana: e imperò o* ho bon fornita quella terra 
di tal condizione». La lesione comune ehé 
n'è bm fìjtnUa darebbe un' inutile ripetizione 
dell' idea stessa nella medesima tenina. — 
41. BoBiuro: Bonturo Dati fti oapo della 
parte popolare in Lucca al prindpio del se- 
colo zrv e fti di tanta autorità ohe le coso 
di quel comune potò condurre e maneggiare 
pi6 anni a sua poeta : nel 18U, trattandosi 
accordi fra Pisa e Lucca, l' insolenza di Bon- 
turo, che negò al pisani la restituzione dol 
castello d' Asciano dicendo agli ambasdatori 
che 1 lucched tenevano quel castèllo come 
specchio per lo donne pisane, fti cagione di 
un' aspra guerra fra le duo dttà, guerra riu- 
sdta assai dannosa a Lucca : allora il popdo 
costrinse il Dati a fuggire od egli riparò a 
Firenze, ove mori (cfr. Q. YHlaBl, O. vn 122 ; 
A. Mussato, De getti» Hai, in Mur. Rer. UaL 
X 694; Cfnm, pU. in Mur., R§r. UetL XY 
967-8; C. MlnutoU, OeiUmea eoo. in Dm^ 



eil mio m.i pp. 211-220). Dante parla di 
Bonturo ironicamente, poiché ei^ «A& lo 
maggior bacattiai di palagio, che fosse o ri 
sapida in quella dttà >» come attesta il Lana. 

— 42. del Bo eco. Lana : « Aedo ohe paia 
ben ohe tutti U loosèesi siano di tal condì- 
zLone, dice die, al oonaigUo, dd no d & ito 
dod sC, per denari. Usanza è a Loooa ohe al 
consiglio d vae due bossoli attorno, uno àor9 
d mette la ballotta dd sfo, l'altro è queUo 
dove d mette la ballotta dd fide. S dice «Ili 
di'esd sono d oenottl a danari tórre, che 
dovendo Biettsfo per lo ben comune nd boa- 
solo dd ads, ed eUi baratta per denari enet- 
telo in lo bossolo dd d« », Efficace pittura, 
nelle rozze parole dd commentatore treoen- 
tiata, dello barattede es efdtot e diesai. pei 
ne'pubblid oonsi^l Simili espiesdenl, del 
resto, erano divenute pq^lari e in un pso- 
oeao luoohese dd 1840 (S. Bongi, A^yi» 
di MviMjMHatoeoc. Bologna, 1890, pag. 20) 
d trova: « Tu diresti dol duo, e del nod; 
tu diresti dd no ^ e del d no >. — 44. a 
BMl non Al eoo. e md masliao, sddto per- 
ché inseguisse U ladso, fri-plù véfeoo eoo. 
Questa similitBdiBe eonitiene in pime quella 
più ampiamente espUoata dd w. 67 e segg.; 
se non che noU' una, dd sane ohe s'aweata 
fariosamonte addosso d ladro, è aotata 4a 
drcostanza ddla vdodtà, nell'alte invece 
l'atto stesso deU'awentaidf l' impeto fririceo 
coatro i povereUL — 46. I^el eoe n barat- 
tiere s'attnffò netta peoe bollente e pd ap- 
parve fuori e oon l'aroo della sobieaa», ooae 
Dante dice in iìi/: zxo 19-24 dd ddini, ai 
quali paragona appunto i dsnnaiH dsila quinta 
bolgia. Altri intendono «ONSoKOy non già eeaae 
piegato In arco, ma per involto, eeperto di 
peoe da capo »piè; interpretadene non oon- 
termata abbastanza dagU esempi aatlohi d^ 
tati dal Dd Lungo, Dmde HdTL — 47. alM 
del peate eoe ohe stavano aoMo 11 ponte. 

— 48. U aanle YtHet ehiamano i luoohed 
retto AmIo una antichissima imagine di Gesù 
Oisto, scolpita in legno e conservata da 
ten^ remoti ndla basHioa di B. Martino in 
Lueoa; ddU quale imaglne gli abitasti di 
quella dttà ftaionoasoiio devodsBimL B«ti • 



INFERNO - CANTO XXI 



1D7 



qui si nootA altrimenti ohe nel Serohio: 
però, se tu non vnoi de' nostri graffi, 
61 non ùa sopra la pegola soperchio >. 
Poi raddentftr con più di cento raffi; 
disser: « Coperto oonrien che qui balli, 
64 8Ì che, se puoi, nascosamente accaffi ». 
Non altrimenti i cuochi ai lor vassalli 
fimno attn&re in mesio la caldaia 
67 la carne con gli undn, perché non galli. 
Lo buon maestro : « Acciò che non si paia 
ohe tu ci sii, mi disse, giù t'acquatta 
60 dopo uno scheggio che alcun schermo t'àia; 
e per nulla ofiElansion che mi sia fatta, 
non temer tu, ch'io ho le cose conte, 
63 perché altra volta fai a tal baratta »• 
Poscia passò di là dal co' del ponte, 
e oom'ei' giunse in su la ripa sesta. 



<S pQft ialeiidara the eohii tonstor n dl- 
eMe:<Snlo Volto, alitMiU ' ; e p«« ii« 
ipoBdMwno ooii li demoni ; «Itiimttiitt il pii6 
fi» eho.» U dMBont MdMrneBdòlD dioeMono: 
'nttt ta teori por Ttim 1» tao 8Mto Volto 
^ Laeea? e cbinlto ponhé f alutt? q:iil no, 
■01 à Inogo' ; • per qneito il ik bèflb l'aa- 
ton de'tooelieii, eie anno la eonttnio pu^ 
to* lo lor Volto 8Mtto»« 8ooond#il Bmmn 
■aan, p. 187 Danto aUiiderobbo non idlo al- 
f toagiae mfraimliTffi, ma alla moneto loo- 
diw ^ ne xaeaTa l'improi^ — 49. qmì 
rinetaeoo. Q Serohio è Aamé ohe nasce nei 
■«itideDa Lnnigiaaa e eoone liooo di fre- 
tto aoqiie lino al mare Tirreno, penando a 
f'>"«"«*iT> dtotan» dalla oittà di Loooa. 
ftfi: c&aoomaetodine antica òhe per nna 
iHti B canlieii Incohesi andavano al monto 
m QBìliei e begnavanii nel Serohio, entran- 
imì coi panni e penendo di là » ; ma più 
cto a foflsto folto Danto avrà peniato aiba- 
pi eke i laocheil eoleano foro d*eitoto nelle 
tonfa» aeq^e del fbime, Moondo nn'nianza 
licMdato dal Lana, e dai Bati stono. — 60. 
mfl: itramenli di fono uncinati, ohe al 
T. 0, 100 e hif.TJU U7 aono detti rafjt, 
•iT. 71o W* TJunnmoigHt e ai tt. 67, 
^ V. zm 60, U9 HNoM. — 6L aeafkr 
«I. non Teoire a gdla. — 64. aeealll: il rh. 
'Bttgtn, dice l'An. flor., e ò ano vocabolo 
v«lcve floceotiao et antico > e significa o/far- 
fm (cfr« Parodi, Butt, DI 148): qui l'osano 
i Asvoi psr ammonire un infolioe barattiere 
Aiitt bsaeotto la pece e di asoime solo sen- 
!*«■« visto, sepotrà, eogUendo fartìvamento 
a ansato fo^orevole. — 66. Hea altri- 
■ n tt s ue . Come i enoohi foono ai loro aia- 
todiattafne -eoa uncini la carne ia meno 



alla caUato perOhé nel bollire non galleggi 
toor deU'aeqoa, ood i diavoli tenevano coi 
raffi i barattieri sotto la pece. — vassalli: 
servi, fonti (cfr. IMez 888). — 67. galli : il 
fattore, cho Dento usa anche in senso tra- 
slato in Utrg, x 127, vaio quanto galleggia- 
re, stare a galla : cfir. Diex 874. — 68. Àeeiò 
etto nea eoo. Afflneh4 i diavoli non ti veg^ 
gano, nasconditi dietro ona delle sporgenze 
dello scoglio, la quale possa esserti riparo. 
< Strano deve sembrare (cosi lo Scart.) que- 
sto conumdo di Viigilio al suo allievo quando 
si rifletto ohe i due poeti erano già da al- 
cuni momenti sa qaello scoglio senza proca- 
ntre di nasoondersL.. J^sognerà però sappor- 
re che i demoni sotto il ponto non abbiano 
ancora goardato in sa, ocoopati come erano 
oolPanzian di santo Zito, e che il diami iMro, 
nella saa gran fretto di tornar ptr ane/is a 
Lacca, non abbto guardato attorno, dimodo- 
ché i dae viandanti non siano anoor stati 
ceservati dai diavoli di questo cerchio. In- 
fotti dai V. 67 e segg. ne risulto che i de- 
moni non aveano anoor veduto Viigilio». 
-^ 60. leheggles sporgenza dello scoglio; 
oome weheggia in Inf, zxiv 28, zxvi 17, e 
ÈOheggion al v. 89 di questo canto. — àlas 
aggia, lat. habnU; fonna arcaica, della quale 
cito esempi il Nannucd, Verbi 607, e ohe 
ricoiie anche in Fùr. xvn 140 : e usitatissi- 
ma nella lirica anteriore, siouleggianto o pro- 
venzaleggianto », Parodi, BulL IH 100. — 
62. cento: cognito, conosciuto. — 68. altra 
volto: cfr. ifi?. xz 22. — baratta: contrasto, 
contesa; cfr. Parodi, BtUL m 149. — 64. 
eo' del ponto: capo, principio del ponto ; cfr. 
Utrg, m 128. — 66. ripa sesta: 1* argine 
che divide la quinto dalla sesto bolgia. — 



168 



DIVINA COMMEDIA 



66 mestier gli fu d'aver sicura fronte. 
Con quel furor e con quella tempesta 
ch'escono i cani addosso al poverello, 
69 che di sùbito chiede ove s'arresta; 
usciron quei di sotto il ponticello, 
e volser contra lui tutti i roncigli; 
72 ma ei gridò : « Nessun di voi sia fìllio ! 
Innanzi che l'uncin vostro mi pigU, 
traggasi avanti alcun di voi che m' oda, 
75 e poi d'arroncigliarmi si consigli ». 
Tutti gridaron: « Vada Malacoda »; 
per che un si mosse, e gli altri stetter fermi; 
78 e venne a lui dicendo : < Che gli approda? > 
< Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
esser venuto, disse il mio maestro, 
81 sicuro già da tutti vostri schermi, 
senza voler divino e fato destro? 
Lasciami andar, che nel cielo è voluto 
8i eh' io mostri altrui questo cammin Silvestro ». 
Allor gli fu l'orgoglio si caduto 
ohe si lasciò cascar l'uncino ai piedi; 
87 e disse agli altri : < Omai non sia feruto ». 
£ il duca mio a me: « tu, che siedi 
tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 



66. sievra Croate: sembiante impertorbato, 
proprio dell'uomo coraggioso. — 67. Com 4«tl 
faror ecc. : cfr. la nota al ▼. 44. — ten- 
peata: impoto fragoroso. — 69. ehe di li- 
bito eoe che, appena fermato innanzi alle 
case dei rioòhi, chiede 1* elemosina. — 71. 
roncigli: uncini piot 671): cfr. la nota al 
y. 50. — 73. Nissan di Tol ecc. Bati : e fiUo 
è colui che pensa di mal faro ad altri ; e por- 
che Virgilio s'avvide che li erano usciti ad- 
dosso con mala intenzione, però parlò cosi >. 
— 76. arroBclgllannl : il vb. arroneigliare 
formato dal nome roneigUo significa qui e in 
Inf, xxn 35 afferrare con oncinL — 76. Ma- 
lacoda: è il capo dei diavoli preposti alla 
quinta bolgia, come si rileva dal fatto ch'egli 
impartisce loro degli ordini che sono subito 
eseguiti (cfr. w. 87, 106, 118-126) dai dia- 
voli stessi, da lui chiamati questi mi&i (v. 
116). — 78. Che gli approda f Gi& tra gli 
antichi commentatori fu discordia circa il 
valore di queste parole: l' Ott spiegò : « che 
ti giova che io vegna qua ? questo piccolo ri- 
tardare d' andare alla pena ti fia di piccolo 
prò », e quest' interpretazione è buona salvo 
che il discorso di Malacoda s'ha da inten- 
dere rivolto ai diavoli, non a Virgilio, come 
M il capo dicesse loro : Io andrò, come toì 



desidorate, ma a quel peccatore non sarà 
d'alcun vantaggio, ch'io lo arronciglierd 
come gli altri. Il Buti intende invece: e Che 
cagione ò che lo Da venire a questa proda 
della bolgia?», e Benv.: cquis est ibi in 
ripa oxtrema pontis ?» : ma poi a questo com- 
mentatore pare spiegato « subtilius et me- 
lius » da chi intende: e ohe gli monta? che 
gli vale perch' io vada? » : o questa ò la spie- 
gazione data dai miglioriinterpreti moderni. 

— 79. Credi ta ecc. Credi tu di vedere in 
me uno che sia venuto qua gid non temendo 
le vostre opposizioni, senza l'aiuto del di- 
vino volere e di un favorevole destino? 

83. Bel delo è volato eco. É il solito ricordo, 
col qualo Virgilio vince gì' impedimenti in- 
fernali ; cfr. Inf, m 95, v 23, vn 11, xn 88. 

— 84. eammln iilvestro; cfìr. Inf, n 142. 

— 86. Allor gli fa ecc. Kalaooda, al ricordo 
della potenza divina, depone l'orgoglio e la 
armi e subito dà ordine ai diavoli di non toc- 
caro Virgilio. — 89. scheggion: si veda la 
nota al V. 60. — quatto «natto: Dante ai 
era acquattato (v. 69) cioò abbassato per na- 
scondersi. Nota il Borg. e che quatto non si- 
gnifica propriamente naaoosOf ma chinato e 
come spianalo in terra, e come fa la gatta 
quando uccella, che fi stiaccia in terra per 



INFERNO - CANTO XXI 



159 



1/0 sicuramente ornai a me ti rìedi ». 

Per ch'io mi mossi, ed a luì vemii ratto; 
e i diavoli si fecer tutti avanti, 
93 si ch'io temetti cVei tenesser patto: 
cosi vidi io già temer li femti 
ch'uscivan patteggiati di Gaprona, 
96 veggendo sé tra nimici cotanti 
Io m'accostai con tutta la persona 
lungo il mio duca, e non torceva gli occhi 
99 dalla sembianza lor ch'era non buona, 

Ei chinavan li raflS, e € Vuoi eh* io '1 tocchi, 
diceva l'un con l'altro, in sul groppone?» 
102 e rìspondean: € Si, fa che gliele accocchi > 
Ma quel demonio, che tenea sermone 
col duca mio, si volse tutto presto 
105 e disse: « Posa, posa. Scarmiglione »• 

Poi disse a noi : « Più oltre andar 'per questo 



MQ mot rednta, e lo fo talvolta il cane >. 
- 98. li ék* lo Umtttl ecc. dubitai se ve- 
HMnte 1 diaroli ayiebbero serbato 1* fode, 
nspetto dontto al loro capo Malaooda, Il 
fBile iTera dato ordino di non toccar Yir- 
gifio. — M. tott eoo. Dante fu presente alla 
im di O^rons nel 1289 ; del qnal fatto, 
4i hd qoi accennato, scrire il Del Lnngo, 
Dmk, I 27S (ofir. anche p. 171): « Néll'ago- 
ito M 1289, len» qoasi prender riposo dalla 
tittoda eopn Aiecso, riportata in Oampal- 
4ìM,FlrsinxepagaTaallaLefl;a gnellia, stretta 
ciarle anni i pp*"«t con Oenora e Laccai 
l'oMIigo contratto di travagliare, almeno ogni 
iBio, la giiibeUina Fisa, ohe, sebbene ilao- 
atft alla MeloriA, sentivano di non aver de- 
nto... Anche nell'eBtato di quell'anno, per- 
taalo, i Imàmi feo&ro oaU aopra la città di 
HMooOs/brM d^fiormHni (e. Villani, vu 
i37): quell'anno anzi n'era maggiore il bi- 
H^ao, per ootntrastare ai felid ardimenti di 
Gvido di Mootefettro; il quale, chiamato Ca- 
pitano del popc^ e di guerra dal Pisani in 
nUa catastrofe del conto Ugolino, agglun- 
tORli poco app r ees o l' ufficio di Podestà, mee- 
i^ insoouBft nelle mani U città intora a 
Mi e i Mat e U politica ghibellina dall' infelice 
XfgoUno Iniebolita e intorbidata, era entrato, 
•fpoBto a cotesta estato, in campagna, e 
sTvra aottomeese e prese parecchie castella, 
te gli atei Caprons a poche miglia dalla città, 
n lae qui s la i nen to di questa torre, U quale, 
bMcà6 fomite e afforzata, dopo otto giorni 
Ciswdto ai arrese ai Guelfl, fu, si può dire, 
& telo fMto deSa spedizione, che del resto 
•IcoHamò in soonerle per le valli di Calci 
• a Boti, in steri inutili contro 1* terra di 
^ikofisano, in palli di scfasmo sotto le mora 



di Pisa Catti correre dai Lucchosi per 1* loro 
feste di San Begolo {pyogm. hitL pia. in Bar, 
UaL aoHpt., XXTV 656-667, O. Villani, 1. 
cit). Ci avevano i Fiorentini duemila pedoni 
e quattrocento cavalieri di cavallato. Uno di 
questi, certamento, Danto, il cui nome ap- 
parteneva a' ruoli di quella cittadina milizia, 
e che 86 descrive presento alla resa dei fanti 
eh' Msemm pattaggiaU di Oapnna > : cf^. an- 
che O. Sforza, Da»Ua a i ptMNH, Pisa, 1878, 
pp. 8-7 e il Bassermann, pp. 114-118. — 96. 
patteggiati: sicuri della vita, per 1 patti 
della resa. — 98. Ingo: cfir. Inf, x 29. — 
100. Taci efc'ie 1 taecki ecc. Tuoi che io lo 
percuote da tergo ? Sono le parole detto dal 
diavolo Scarmiglione a un compagno. — 102. 
• rlspondsan eco. e gli altri diavoli, a sentir 
la proposte di Scarmiglione, lo incorag- 
giavano a recarla in atto, dicendo : Si, si, 
cerca d' assestargli un colpo di ronciglio. — 
gliele: forma indeclinabile, usate dagli an- 
tichi senza distinzione di genere né di nu- 
mero; cosi il Bocc Dea, g. ix, n. 5: ce 
tutto gliele graffiò (il viso) >, g. n, n. 8 : e il 
conto con lagrime gliele diede (la figlia) >, 
g. n, n. 8 : « presentagliele (i falconi) » ecc. : 
Danto 1' usa altre volto. — accocchi : il vb. 
aeoooearaf presa l' idea dalla cocca della frec- 
cia, vale quanto assestare un colpo. — 105. 
Posa, posa: ste fermo, deponi i raffi. — 106. 
PId oltre andar ecc. Malacoda, por ingan- 
nare i due poeti, dice loro che ove essi sono 
è caduto il ponticello della seste bolgia, e in- 
vece camminando avanti sull'argino ne tro- 
veranno un altro, per il quale sarà dato loro 
il passo : che non ò vero, perché tutti i ponti 
già esistenti sulla seste bolgia erano caduti, 
e Danto e Virgilio dovranno oltrepassarla 



ICO 



DIVINA COMMEDIA 



iscoglio non si può, però ohe giace 
108 tutfco speusato al fondo l'arco sesto: 
e se l'andare ayanti por vi piace, 
andatevene sa per questa grotta; 
111 presso è un altro scoglio che via £ice. 
Ter, più oltre oinqn' ore che qnest' otta, 
mille dngento con sessanta sei 
114 anni compio ohe qni la via fd rotta. 
Io mando verso là di questi miei 
a rìgnardar s'alcun se ne sciorina: 
117 ' gite con lor, ch'ei non saranno rei >. 
« Tratti avanti, Alichino e Calcabrina, 
cominciò egli a dire, e tu, Oagnazzo, 
120 e Barbariccia guidi la decina. 

Libicocco vegna oltre, e DraghignaszOi 
Ciriatto sannuto, e Graffiacane, 
128 e Far£&rello, e Bubicante pazzo. 
Cercate intomo le boglienti pane; 
costor sien salvi inaino all'altro scheggio, 
126 che tutto intero va sopra le tane ». 

€ me! maestro, che è quel che io veggio? 



soendendo prima nel fondo {Inf» zzm 4B e 
segg.) di essa e poi risalendo la sna ripa in- 
terna {Inf, xziY 25 o w^,), — 110. gretto! 
rooda ohe forma il sesto argine : ofr. Purg. 
m 90, zm 46, zxvn 87. — 112. ler, pM el- 
tre eoo. Malaooda, per ottenere maggior fede 
da Virgilio, gli dice in qnale tempo accadesse 
la rorina del pontioello, la quale oome altre 
roTine infernali (of^. Inf. xa 45), fu cagiona- 
ta dal turemoto che agitò il mondo alla morte 
di Cristo. Dloe dnnqae ohe iaH, 8 aprile 1800, 
tdnqu'vn più oUr$ ehé guettf otta^ doò intomo 
al mecxogiomo, compirono milledngantoses- 
santasei anni ohe il passo sulla sesta bolgia 
fa interrotto : dò in conformità dell'opinione 
seguita da Dante ohe Gesi Oristn spirasse 
nella sesta ora del yenerdf santo dell' anno 
trentesimo quarto di sua vita ; ofr. Cbnv. vf 
23 : e Ottimamente natoxato fue il nostro Sal- 
vatore Cristo, il qoale YoUe morire nel tren- 
taquattresimo anno della sua etado ; che non 
Ma oonveneTole la divinità stare cosi in di- 
cresdone, né da credere d oh* olii non vo- 
lesse dimorare in questa nostra vita al sommo, 
poiché stato o* era nel basso stato deUa pue- 
rizia: e dò ne manifesta Torà del giorno 
della sua morte, ohe volle quella consomi- 
gliare ooUa vita sua ; onde dice Luca [xxm 
44] ohe era quasi ora sesta quando morie, 
che è a dire lo colmo del di ». Vedasi il 
Moore, pp. 49-66. — quest'otto: il tempo in 
coi Malaooda paria a Virgilio d la mattina, 



dnque eie prima del meczodi,oioè txa ìma&k 
e le sette antimeridiane, poidié 1 due poeti 
sono anivatl al ponte della quinta bolgia cir- 
ca alle sei antimeridiane : ofr. htf, zx 127. 
Quanto al nome otta, frequente negli 
tiohi, in luogo di ora, si crede derivato dalla 
ìocaziaDB quota 68i9 ifaaai tornò guMota Mi? 
ofr. Dies 887, 761. — 116. 41 ««esU adal 
i diavoli mandati da Malaooda sono dieci 
Barbariccia, cui ò affidato 11 comando della 
schiera, Aliohino, Caloabrina, Oagnazzo, Li- 
bicocco, Draghignaczo, Oirìatto, Orafflaouie, 
Farlkrello e BuMoante: strani e veramenta 
diabolid nomi, nd quali Benv., Buti, An, 
fior. cercarono significati, che Dante non 
pensò forse neppure di trìbuir loro, e ohe 
sono rioavati per via di singolarissime età- 
mologio, tn^po sottili per esser vere. — 116. 
8' aleia se ne seieriaa : se alcuno dei ba- 
rattieri cerca d'uscir dalla pece. — 122. aaa- 
auto 1 ofr. h^, sxn 56. — 124. Cercata im« 
terae eoo. Andate in giro attorno al fosso 
della pece bollente : sul vb. ofroars ai cfr. la 
nota all' Inf. xx 66 ; per la fonna bcffHmH 
ofr. P%irg, xxvn 48 ; pone ò forma aroaica, 
per JNMM, pL di poma (ofr. Parodi, BulL UX 
99), e cosi dice la pece perché è sostanza 
vischiosa. — 126. eestor eco. non toooate 
Virgilio e Dante sino a ohe sasanno giunti 
all'altro ponte : ironia diabolioa, perebé altri 
ponti non sono sulla sesto bd^a, — 126. 
•ke tatto eoo. ohe attraversa le bolgo daBa 



J 



INPERNO - CANTO XXI 



161 



dissMo; deb, sema soorta andiamci soli, 
129 se ta sai ir, ch'io per me non la oheggio. 
Se tu sei si accorto come saoli, 
non vedi tu ch'ei digrignan li denti 
182 e con le ciglia ne minaccian duoli? > 
£d egli a me: « Non to' che tu paventi : 
lasciali digrignar pure a lor senno, 
135 eh' ei fumo ciò per li lessi dolenti >. 
Per l'argine sinistro volta dienno; 
ma prima avea ciascun la lingua stretta 
138 coi denti, verso lor duca per cenno, 
ed egli avea del cui £Eitto trombetta. 



posa •!!' ultima. ~ 180. Se ti eoo. Danto, 
purtNo dei diaroli olle digiignano i denti e 
Kttidno Hiiaaocinirii li xaooomanda a Vir- 
gflb; il qvale tosto lo zasaioara, dicendogli 
ch0 9tà ftnno ciò per i dannati. — 185. 11 
Imi dolenis 1 baiattied messi a bollir do- 
towMwnto nella peoe; l*imagìne contlnna 
fooOs dfli TT. 66-67 o anticipa quasi Tespres- 
Bone e enn già cotti dentro dalla crosta > 
4qQ' V- zzo 16a Altri leggono e intendono 
^ireosmente, ma non pare ohe ▼! sieno ba- 
lìBroU foodaoieiitl per abbandonare la lezione 
e la spiegazione oomnne: cfir. 0. Negroni, 
Oitetrm eritìeo mi letti tMmU deU* Jbtftmo, 
Konsa, 1884. — 186. Tolto dienao: volta- 
ndo; la locazione dar volta è cara a Danto, 
db l'aia in Purg, v 41, ti 151, vin 107, 



zxiv 140, zzEC 11. — 187. aTSa etasfia la 
liagaa eoo. Circa U signiflcato di quest'atto 
dei diayoli non s'accordano né por gli an- 
tiohi: meglio di tatti il Lana e U Bati lo 
presero per un atto beffardo, ohe ancor oggi 
si osa ; se non ohe a lor parve ohe fosse fatto 
in derisione di Barbarloda, mentre forse tu 
fatto in beffifc dei duo poetL Beny. dice che 
cosi i diavoli e tenebant lingnam disposltam 
et paratam ad trallzandam > doè a imitare 
il loro dace ; e TAn. fior, che e quello atto 
fa ohi sto attonto a ferire o a percaotore, 
mosso da ira, da iniquità ot da sdegno >. — 
189. ed egli ecc. e Barbarìocia- li guidava al 
suono di coosf piacevole stormonto», dice 
l'An. fior. 



CANTO xxn 



Dante e Yirgìllo, seguitando a camminare snlPargine, vedono nel fondo 
^dh bolgia altri barattieri ; tra i quali Ciampolo di Na varrà, che racconta 
loro di sé, di fiate Oomita e di Michele Zanche, e di più altri direbbe se 
MB foise dai diavoli costretto a rituffarsi nella pece: allora i due poeti ri- 
PKBdono il cammino verso la sesta bolgia [9 aprile, ore otto antimeri- 
toe circa]. 

Io vidi già cavalìer muover campo, 
e cominciare stormo, e fax lor mostra, 
8 e talvolta partir per loro scampo ; 



Xm L Io Tldl eoo. Enomezando varie 
•ytnoioBi militari, alle quali gli uomini d'ar- 
■)« logliDiio muoverti per segni di vaxl stru- 
■«itì, Duto vuol mettere in evidenza la sin- 
Cohrit4 ridicola dei segnale ohe regolava la 
■«Ria daQa schiera diaboUoa. — eavalitr 
■••ftr eoe. accenna a quattro particolari 
aasoi ailitKKi, il prind^ della marcia, l'at- 
^<eo del combattimento, la rassegna della 

Dautb 



schiera, il movimento di ritirata. — campo i 
l'accampamento militare. — 2. stomo x que- 
sto voce, spiegato dal Borgh. per e alfronta- 
mento > ossia per l'atto d'andare a investire 
il nemioo, deriva dal ted. «turm, ohe vale 
tompesto e figuratamento impeto, attacco 
(Diez 809). ~- mostrai disposizione dei sol- 
dati in ordinanze, per rassegnarli; dr. Q. 
YilL, Or, zn 63: «Là fece sua mostra e 



U 



162 



DIVINA COMMEDIA 



oorridor vidi per la terra yosiarai 

o aretini; e vidi gir gaaldane, 

6 ferir tomeamenti, e correr giostra, 

quando con trombe, e quando con campane, 
con tamburi e con cenni di castella, 
9 e con cose nostrali e con istrane; 
né già con si diversa cennamella 
cavalier vidi muover né pedoni, 
12 né nave a segno di terra o di stella. 
Noi andavam con li dieci dimoni: 
ahi, fiera compagnia! ma nella chiesa 
15 coi santi ed in taverna coi ghiottoni 
Pure alla pegola era la mia intesa, 
per veder della bolgia ogni contegno 
18 e della gente ch'entro v'era incesa. 
Come i delfini, quando fanno segno 
ai marinar con l'arco della schiena, 



troTossi con 8000 baoni cavalieri >. — i. 
eorrldor Tldi eco. Accenna alle soorreife dei 
fiorentini per il texritorio d'Axecso dopo la 
battaglia di Campaldino dol 1289, alla qoale, 
secondo gli antichi suoi biografi (cfr. Del 
Lungo, DanUf I 162 e 80gg.)i Dante li sa- 
rebbe trovato di persona a combattere tra i 
cavalieri (cfr. Compagni, Or, i 10, Q. VilL, 
Or. vn lSl-182). Dell' ufficio proprio dei oor- 
ridoriy mandati innanzi a far qnaai un servi- 
vizio di esplorazione, tratta E. Colonna, Reg- 
gìm, dei prineipi, m 3, 10, citato qni dal 
Torraca. — 6. gnaldaae : sono, spiega il Bnti, 
« cavalcate le quali si fanno alcuna volta in 
sul terreno de' nemici a rubare et ardere, e 
pigliare prigioni » : gualdana deriva dal ted. 
ipoldan^ impeto di guorra (Diez 878). — 6. 
ferir eco. Land. : « Le precedenti son tutte 
cose belliche, e lannosi al tempo di guerra 
tra l' un nimico e l'altro ; ma tomeamenti e 
gioire sono esercizi militari, fiotti por feste 
e giuochi, e per dar diletto a' popolL Tornea- 
mento d quando le squadre vanno l'una con- 
tro dell'altra, e rappresentano una spezie di 
battaglia ; giostra è quando l' uno va contro 
l'altro a corpo a corpo, e rappresenta la bat- 
taglia singolare ». — 7. qnamdo eoa trombe 
ecc. Accenna ai vari modi di dar segno di 
movimento alla milizia usati al suo tempo: 
le trombe e i tamburi, le campane del car- 
roccio o delle torri, 1 segnali fatti dalle for* 
tozze, con le bandiere o col fumo di giorno 
e con le fiamme di notte (cf^. Inf. vm 4), 
e infine altri strumenti d' uso tra gì' italiani 
o importati dalle milizie straniere. — 10. né 
già con ti dlTersft ecc. ma non vidi mai 
muovere esercito al suono di coti itrano 



•tromento. — «nuiainieiia : Butt: ce uno 
istrumento artificiale musico che si suona con 
la bocca > : fa cosi detto per essere formatu 
di canne (it. eennameUa o emmella^ tt, eha- 
temei: Diez 864, 642), e si usava suonario in 
gneira innanzi al capitani, come si ha dalle 
parole della Orm, pisana cit in Inf, zxvn 
78. — 12. m< mare eoo. Buti : e Li marinai 
quando navicano seguitano due segni : l'uno 
si è la terra, quando la possono vedere, im- 
però che vanno al segno del monte che veg- 
gono da lungi;... e quando sono in mare che 
non possono vedere la terra, navicano al se- 
gno della tramontana». — 14. Ma Bella 
ehieta ecc. ma come in chiesa l'uomo trova 
la compagnia dei religiosi e nelle taverne 
quella degli scapestrati, cosi Dante e Viigi- 
lio dovevano stare in compagnia dd diavoIL 
La frase doveva correre proverbiale, come il 
Torraca rileva da un passo della Tavola ri- 
tonda, cap. 26. — 15. ghiottoni : gli antichi 
chiamavano gìUottoni, lat. ghttoni, gli uomini 
girovaghi, senz'aloun'arte o dimora stabile, 
che correvano il mondo esercitando fh>di e 
ribalderìe; e negU statati comunali si leg^ 
gono severe provvisioni contro i ghiottoni. 

— 16. Pire alla ecc. La mia attonrione 
era rivolta solamente alla pece bollente nel 
fondo dolla bolgia e ai dannati ohe v'erano 
immersi. — 17. eoategaot condizione, stato. 

— 19. Come 1 delfini ecc. Come i delfini se- 
guitando le navi tengono faor dell'acqua l'ar^ 
co della schiena per for segno ai marinai 
che la burrasca s' avvicina (credenza diffusa 
molto al tempi di Dante ; ofir. B. Latizd, 7»- 
sorOf volger, da B. Giamboni, nr 6), cosi i 
barattieii p«r alleggeiire la propria pena m^t- 



INPERNO - CANTO XXH 



tm 



21 che s'argomentili di campar lor legno; 
talor cosi ad alleggiar la pena 
mostrava alcun dei peccatori il dosso, 
2A e nascondeva in men che non balena. 
E come all'orlo dell'acqua d'un fosso 
stanno i ranocchi pur col muso fuori, 
27 si che celano i piedi e l'altro grosso; 
si stavan d'ogni parte i peccatori: 
ma come s'appressava Barbariccia, 
80 cosi si ritraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anco il cor me n'accapriccia, 
uno aspettar cosi, com'egli incontra 
83 che una rana rimane ed altra spiccia: 
e Grftffiacan, che gli era più d'incontra, 
gli arroncigliò le impegolate chiome, 
86 e trassel su, che mi parve una lontra. 
Io sapea già di tutti quanti il nome, 
si li notai quando furono eletti, 
89 e poi che si chiamare attesi come. 
€ Eubicante, fa che tu gli metti 
gli unghioni addosso, si che tu lo souoi », 
42 gridavan tutti insieme i maledetti* 
Ed io: € Maestro mio, fa, se tu puoi, 
che tu sappi chi è lo sciagurato 
45 venuto a man degli avversari suoi ». 
Lo duca mio gli s'accostò allato, 



tenn Alari dalla pece U dosso, ritoifandoBi 
poi nMto por timore dei diavoli. — 21. s'ar- 
IVMBtta eoo. a* ingegnino, s'adoprìno a sai- 
^ve la nave dalla vicina tempesta. — 22. 
aOtfffiar! alleviare, alleggerire; ofr. Purg. 
XB U. — 23. Mostrava occ. : ofr. Inf, xzx 
^ — 2A. U Bea che nom baleaa : in un 
Aoaento; cosi il Poliziano, 8t. n 28: cE 
Voiitrava in men che non balena». — 25. 
K coste all'orlo eoo. Questa similitadine 
afille noe, che ricorre anche in Inf, xzxn 
31, dipinge al vivo i barattieri ohe lungo le 
dm sponde della bolgia tenevano il viso ftior 
^dla pece, e via via si nasoondevano all'av- 
▼iciiiBiii di Barbaricda, capo e guida dei 
^rolL — 27. l'altro grosso ecc. le rima- 
Beati psiti del corpo. — 8U. 1 bollori: la 
pwe bollente. — 81. ed aaeo li eor ecc. e 
3 mio animo a ricordare il fatto riprova lo 
AfiMo lentimento di raccapriccio (cfr. loca- 
zioDi simili in Inf, i 6, xiv 78). — 82. in- 
<*strs che ma rama eco. accade ohe una 
lua resta sulla sponda e un'altra salta noi- 
l'ao^: ofir. i veni d'Ovidio nella nota al- 



l' Inf. xxxn 81. — 86. arroaelgliò : cfr. Inf. 
xa 76. — 86. ohe mil parve ama lontra t 
Venturi 417 : « ohi abbia veduto questo «aU 
male conoscerà quanto vìva sia la similltii- 
dine tra il daimato tratto su dalla poco, e la 
lontra, la quale ha pelle untuosa e calo>r 
quaai nero, e che cavata faori dell'acqua coti 
le gambe spenzolate e grondanti pivsuotik 
forme apjpropriate all'atto ohe il poeta dtjisciri^ 
ve>. — 87. Io sapea ecc. Perché il lesttora 
non si meravigli di sentir chiamare qaosU 
diavoli coi lor propri nomi, Danto ha cuni 
di ricordare che egli conosceva cotesti dodiI 
per aver badato quando Malacoda chiazuà ì 
dieci dolla schiera {^f. xn 118-128} e por 
aver atteso anche al modo col quale e«sì dl:^ 
voli si appellavano fira loro. — 89. aiteAi 
come t badai con quali nomi si chianmTano. 

— 41. lo seno! i lo scortichi, gli stracci la 
polle, con gli unghioni -, come Cerbero f^ dol 
golosi con le ungkkUe mani : cfr. Inf. ti tS. 

— 42. grldavam ecc. Questi diavoli, che gri- 
dano tutti insieme contro il barattieroT ri- 
cordano le anime che gridano contro Filippo 



164 



DIVINA COMMEDIA 



domandollo ond'eì fosse, e quei rispose: 
48 € Io fui del regno di Navarra nato. 
Mia madre a servo d'un signor mi pose, 
ohe m'avea generato d'un ribaldo 
61 distruggitor di sé e di sue cose. 
Poi fili fEuniglio del buon re Tebaldo: 
quivi mi misi a far barat^rla, 
54 di che io rendo ragione in questo caldo ». 
E Ciriatto, a cui di bocca ascia 
d'ogni parte una sauna come a porco, 
67 gli fé* sentir come l'nna sdrucfa. 
Tra male gatte era venuto il sorco; 
ma Barbariccia il chiuse con le braccia, 
60 e disse : « State in là, mentr* io lo inforco » ; 
e al maestro mio volse la &ccia: 
« Domanda, disse, ancor, se più desii 



Aigentt nella palude Stige : cfr. Inf, vin 61. 
~ 48. Io foi eoo. Ciampolo di Nayarra, del 
quale il Lana scriyo : « Nacque per madre 
d'una gentildonna di Nayarra : vero d oh'elll 
steeeo dice, come appar noi teeto, ohe '1 pa- 
dre ino fa nn ribaldo, il quale era distrug- 
gitore di 8Ó e dello sue oose. Come fu un 
poco grandìoello ta. messo per sua madre a 
servire un signore, in lo quale offido elli 
seppe si profioaro oà* elli montò a essere fa- 
miglio del re di Navarra, il quale el>be nome 
Tebaldo e fu virtuosissima persona e re da 
beno. E fu lo ditto Ciampolo tanto in grazia 
del predetto re Tebaldo, ed ebbe tanto stato 
in sua corte, eh' elli avea possanza di dispen- 
sare de' benefldi e grazie in molta quantitede, 
li quali, barattando per pecunia, elli dispen- 
sava in modo illicito e inonesto > : Ott, Benv., 
Dati, An. fior, e tutti i posteriori commen- 
tatori ripetono le stosse cose, senz* aggiun- 
gere altre notizie. — 60. ehet la quale. ~ 
■B ribaldo: un malvagio; né altro signifi- 
ficato si pao dare a quosta parola, come vor- 
rebbero alcuni moderni (lo Scart py es. prende 
ribaldo nel senso antico di carnefice ; il Tomm. 
in quello pur antico di uomo fedele a un si- 
gnore ecc.; cfir. Zingarelli, BuU. I 19U), poi- 
ché nel verso seguente ò la ragione di co- 
testo epiteto che Ciampolo dA al padre suo. 
— 61. dlitrnggUor ecc. suicida e dissipa- 
tore ; infatti racconta di lui Benv. che « cum 
prodigalitor dilapidassot omnia bona sua, ut 
audio, tandem dosperate suspendit se la- 
queo ». — 62. famiglio : famigliare ; cosi les- 
sero e intesero gli antichi commentatori Lana, 
Ott, Buti, Benv., An. fior, eoo., di modo cho 
par da rifiutare la variante d'ottimi tosti che 
hanno famiglia (vorrebbe dire, per sineddo- 
che, lo stesso che famiglio). — del baon re 



Tebaldo : Tebaldo O re di Navaira dal 1268 
al 1270, morto a Tnpanl nel ritomo dalla 
spedizione oontro Tunisi, nella quale arava 
seguito Luigi IX re di Francia : Benr. ^ 
dA lodo di giustizia e demenza, o il Boti at- 
testa e ohe Iti buono, secondo la Cama ohe 
di lui è ancora ». Si avverta ohe nell'epiteto 
di ìmono ai ha forse 1* eco di una espreaalone 
tipica nei trovatori por indicare, più che al- 
tre qualità morali, la munificenza doi prin- 
cipi (cfr. Cbnv. rv 11 e P. Toynbee, Rk&r- 
ehe^ I 76). — 64. dì elio noe della qual colpa 
pago ora il fio in questa bollente pece l'e- 
spressione è, in parto ovangolioa (Laoa zvi 
2) : cfr. Moore, I 862. — 66. a eal eoe. eooo 
perché Ualacoda lu ha chiamato rnmmttù {Imf, 
XXI 122). — 66. caana : cosi io in/*, yi 23 o 
8oam in Inf, xxxm 86, per %aiima^ dento fe- 
rino (Diez 411). — 67. oose ì*uui aéraefa: 
come una sola delle saune bastasse a strac- 
ciarlo, a souoiario. ~ 68. Tra Male gatta 
ecc. Locuzione proverbiale, oon la quale 
Danto vuol dire che Ciampolo era Tenuto a 
mano di crudeli nemicL — soree: topo, 
sordo ; ò Tooo usata dai fiorentini, secondo 
attesta Benv., non già in grazia della rima . 
cf^. Parodi, BM, m 166. ^ 69. Ma Barba* 
riccia ecc. ma il capo doi diavoli abbracciò 
Ciampolo, per difenderlo, e disse ai oomp»- 
gni che non gli s'avventassero finché c^Iì lo 
teneva tn. le braoda. — 60. M«atr*ie lo 
laforoo ; il vb. infàrean vale propriamento 
strìngere con le gambe e si dico di <M ca- 
valca (cfir. Pwg. VX 99) ; ma qui Dante l'ha 
tratto a significare lo stesso ohe tMmdm eoa 
U hraoeia^ abbraodare. Malo alooni inten- 
dono: Mentre io lo prendo con la ibrca; 
perché Barbaricda, come risulta dal versi 
segg. , vuole anzi pr o te ggete qampolo oon- 



INFERNO - CANTO XXII 



1€6 



63 M^r da lui, prima eh* altri il dis&ccia ». 
Lo duca dunque : « Or di', degli altri rii 
conosci tu alcun che sia latino 
66 sotto la pece? » E quegli: € Io mi partii 
poco è da un, che fu di là vicino; 
cosi lÒBs'io ancor con luì coperto, 
69 ch'io non temerei unghia né uncino ». 
E Libicooco: « Troppo ayem sofferto », 
disse, e presegli il braccio col ronciglio, 
72 si che, stracciando, ne portò un lacerto. 
Draghignaszo anche i volle dar di piglio 
giuso alle gambe; onde il decurio loro 
75 si volse intomo intomo con mal piglio. 
Quand'olii un poco rappaciati fòro, 
a lui, che ancor mirava sua ferita, 
78 domandò il duca mìo senza dimoro: 
€ Chi fu colui, da cui mala partita 
di' che fÌEu^esti per venire a proda? » 
81 Ed ei rispose: « Fu firate Gk>mìta, 
quel di Gallura, vasel d^ogni froda, 
ch'ebbe i nimici di suo donno in mano, 



tnhaUift dagli altri diaydi, non per oom- 
fmam, um. pache pona parlare con Ylr- 
pSù. — GB. ^limm eh*altrl eoe prima che 
1$ altri demont ne facciano strazio. — 66. 
latlaa: italiano (ofr. Inf. zxm SS, rm 88, 
A) A«y. Ts 16, ZI 68, zm 92), abitatore 
tf Itelia, «Brra ìaUna (Ih/', xxvn 21, xxvm 
71^ -> 67. 4a «n, che eoo. da uno ohe abitò 
« IHMe Tidno all' Italia: cfr. 1 vr. 79 e 
■^ dai quali ai ha che Ciampolo allade al 
•Bis frate Oootita. — 70. B libieoeco ecc. 
Ika baroli, standd d'aspettare, gittano i loro 
uòai oootn» Ciampolo, non ostante il di- 
viato di Baitaxioeia : libicooco con un colpo 
iMWtaU) a un braodo ne strappa via un 
jeno, e Drasiiignazzo gli gitta il ronciglio 
fm iflhnaiìo alla gambe. — 72. laeerte: 
tea di esme ; poiché la parti carnose o mn- 
K<lari co Mpi g se fra la spalla eli gomito e fra 
flfaaitoe ilpolso,epereatQBiionedisignifi- 
«toaMàe le bcaoioia, si dicono latinamente 
Wci. - 78. 1: cfr. À/l n 17. — 74. U deen- 
TAt'.Tà àteasHiooiòf Barbariocia capo dei died 
^óaaA. — 76. «B f«M raypaeiatl f dro : Ai- 
naa iB pò* acqiwtati, calmati. -> 78. dÌMO- 
rsi iadagìo ; più frequente è il femm. di- 
ma, Jh/. z 70 eoe. — 79. 4a evi mala eco. 
ìA foaie dici d'esaerti allontanato con tao 
^Mae far nseiia alla riva. — 81. frate 6o- 
■Uix di qoMto frate Genita, di nazione 
Mrta, fiecBo i eowimantatori antichi che fa 
iteia di Ugolino de'Visoonti da Pisa (cfr. 



Purg, vm 47), il quale tenne il giudicato di 
Gallura dal 1276 al 1296, e raccontano ch^ei 
fosae grandissimo barattiere : Dante accenna 
a una di cotoste baratterie di frate Gomita, 
cosi narrata dal Lana : € Avenne che in un 
tempo lo detto giudice mandò e prese ed ebbe 
in prigione suoi nemici : questo suo fattore 
per moneta li lasdò ; di ch'elli scamponno > ; 
gli altri antichi commentatori non Danno che 
amplificare questo acconno. — 82. Oallarat 
d la parto nord-est della Sardegna e costituì 
uno dei quattro giudicati in cui i pisani di- 
YÌBero quell'isola: nel 1206 se ne impos- 
sessò Lamberto Visconti sposando l'unica fi- 
glia dell' ultimo giudice o signore indigeno, 
e la tenne insieme col fratello Ubaldo I sino 
circa al 1219 ; quindi la signoria della Gal- 
lura passò a Ubaldo n figliuolo di Lamberto 
(1219-1288) e poi a Giovanni figlio di Ubal- 
do I (1288-1276) e padre di Ugolino o Nino. 
Intorno a questa successione danno erroneo 
notizie gli storici sardi e pisani : cfr. i mioi 
Ricordi danteschi di Sardegna^ Roma, 189ò. 
— rasel d'ogni frodai vaso, ricettacolo 
d'ogni astuzia e inganno : locuzione calcata 
sull'osprossione biblica cit. in J^f, n 28. — 
88. di sno donno : del suo signore Ugolino 
ViscontL Notarono già il Buti e l'Ott. che 
Ciampolo parla « a modo sardesoo > e l'An. 
fior, che i Sardi « chiamano doimoy come noi 
qui chiamiamo tnesten > : lo stesso titolo ri- 
oorxe al T. 88 per un altro signore di Sar- 



166 



DIVINA COMMEDIA 



84 e fé' si lor che cìasoun se ne loda: 
denar si tolse, • lasdolli di piano, 
si com'ei dice; e negli altri ujQioi anche 
87 barattier iii non picdol, ma sovrano. 
Usa con esso donno Michel Zanche 
di Logodoro; ed a dir di Sardigna 
90 le lingue lor non si sentono stanche. 
me! vedete 1* altro che digrigna: 
io direi anco; ma io temo ch'elio 
93 non s'apparecchi a grattarmi la tigna ». 
E il gran proposto, volto a Farfarello 
che stralunava gli occhi per ferire, 
96 disse: « Fatti in costà, malvagio uccello! » 
€ Se voi volete vedere o udire, 
ricominciò lo spaurato appresso, 
99 tòschi o lombardi, io ne &rò venire; 

ma stien le male branche un poco in cesso, 
si ch'ei non teman delle lor vendette: 
102 ed io, sedendo in questo loco stesso. 



degna e in Iwf, m i n 28 in boooa d' UgoUno 
della Gherardeeoa. — 86. 41 plano, si coM'el 
dlee: la locazione di piano (lat. ds plano, 
sèidodipianu) significa oUaoftètof pianamente 
(Zing. 147), e in bocca di fra Gomita accenna 
ch*ei libeiò 1 piìgionieri eenssa processo ; seb- 
bene apparisca anche in altri dialetti italiani, 
qnosta frase pad essere stata preferita da 
Dante per dar rilievo alla figara del barat- 
tiere sardo (cfr. Parodi, BuU. m 147). — 86. 
e negli altri ■fflet eco. e negli altri atti del 
sao officio. — 87. torrano: sommo ; cfr. Inf. 
lY 88, xyu 72 eco. — 88. 4onno Michel 
Zanche di Logodoro eoo. La parte nord- 
orest della Sardegna coetitoiva il gimdicato 
di Torres o Logudoro, governato da giadici 
indigeni sino al 1236, poi da Adelasia di 
Torres che sposò Ubaldo II Visconti e, morto 
lai, passò a seconde nozze nel 1289 con Enzio 
figlio di Federico IL Occapato nelle gaerre 
d' Italia e poi prigioniero dei bolognesi nel 
1249, Enzio lasciò sao vicario in Logadoro 
Michele Zanche, il qoale, sciolte le nozze di 
Adelasia col secondo marito, la sposò e tenne 
langamente il dominio del giadlcato : ebbe di 
lei ana figlia, che fa data in moglie a Branca 
Boria gonovese, dal qoale Michele ta spento 
a tradimento intomo al 1290 (cfr. Inf, xzxm 
137). Sa qaesti fatti regna la più grande in- 
certezza cosi negli storici sardi come nei com- 
mentatori di Dante. Di Michele Zanche dice 
il Lana che e seppe fare awilappamento por 
grande baratteria > ; e pare da intendere che 
dell' afi9cio di vicario, da lai esercitato nel- 
l'AMOiiza di Enzio, si valesse per osoipaxe la 



signoria. Eironeamente dicono i piti che la 
donna sposata da Michele fosse la madre di 
Enzio. — 89. ed a dir ecc. e non si stancano 
mai di parlare tn loro delle ooee di Sarde- 
gna. — 91. Paltro che digrigna ecc. H terzo 
diavolo che minaccia Giampolo ò Farfarello; 
al qaale Barbaricda, il gran proposto, impone 
sabito di allontanarsi. — 96. per flarir«: in 
segno di minaccia, minacciando di colpire il 
peccatore col sao ronciglio. — 96. malvagio 
■ceello : cosi lo chiama, perché questi dìa- 
voU sono alati : cfr. i w. 116, 127, 144 o (Inf. 
zxm 36. — 98. lo spanrato : Ciampolo, «pa- 
ventato e atterrito dalle minacce diaboliche. 
— 99. ttftehi o lombardi: si ricordi cho Vìi^ 
gilio aveva chiesto a Giampolo se oonosoesse 
alcan barattiere che fosse latino (v. 66) e che 
il navarrese sinora ha parlato di dae saidi, 
che farono di là vicino (v. 67): ora o^ ai 
offre di chiamar qaidoano di Toecana o di 
Lombardia, non tanto per sodisfare pid pie- 
namente il desiderio dei visitatori, quanto 
per allongare ancora quella spedo di tregua 
concessa da Barbaricda e cogliere H momeii^ 
opportano di ritalTarsi nella pece ■enz'oaaere 
arroncig^to. — 100. le malo brasche t i 
diavoli ; cfr. h%f. uà 97. Altri leggendo la Ma- 
Ubranehé credono oho sia qoi il nome ooUet- 
tivo dei demoni di questa bolgia. — 1b oeseo : 
in disparte ; senso ohe si ricava dal conflato 
col V. 116, ove ò accennato all' allontanarai 
dei diavoli, e da altri esempi antichi (cfr-. p^ 
rodi, Bull, m 134). — lOL if ek'el nom ecc 
si che i barattieri, da me chiamati, non te- 
mano d' uscire dalla poco vedendo i diavoli 



INFERNO - CANTO XXH 



167 



per un ch'io son, ne fiurò venir sette, 
qnand*io sufolerò, com'ò nostr'oso 
105 di fiure allor che fdorì alcun si mette ». 
Gagnaszo a cotal motto levò II muso, 
crollando il capo, e disse : « Odi malizia, 
108 ch'egli ha pensata per gittarsi giuso ». 
Ond'ei, ch'ayea lacciuoli a gran diTÌzia, 
rispose : « Malizioso son io troppo, 
111 quand'io procuro a' miei maggior tristizia ». 
Aliohin non si tenne, e, di rintoppo 
agli altri, disse a lui : € Se tu ti cali, 
114 io non ti verrò dietro di galoppo, 
ma batterò sopra la pece V ali : 
lascisi il collo, e sia la ripa scudo 
117 a veder se tu sol più di noi vali ». 
O tu che leggi, udirai nuovo ludo! 
Ciascun dall'altra costa gli occhi volse; 



poiti id affBRBzli eon gli vndiil. — 104. 
t9m*k Mttr'BM: paiiebbe dalle parole di 
Cbopob oàe quando nn barattiere uscito 
ffOD della pece Tederà che non e* era alcun 
itmcnòo a guardia, per usanza o patto òhe 
iam tn quei dannati, chiamMBe con un fi- 
Kkb i «mpagni perché anch' eesi ueciseero 
d'ipcrto per alleriare il loro tormento ; ma 
è lottile malizia del navarreee per ingannare 
i isToli e cogliere coei il deetro di rituffarsi. 
" W. Odi Ballala ecc. Lana : « Qui poeti- 
«■fnte Tuoi mostrare l'autore ohe l'anime 
■^mte dal corpo vi ritomono in quello es- 
ta» e stato di àbito spirituale, in ohe erano 
lai fonto della separazione di eese dal corpo ; 
^ ^, le Taiiima morlo in baratteria, sempre 
^ làuae quello abito ; e però che '1 detto 
Gaapoto ta barattiero e cosi morìe, ancora 
▼Mie mostcaze oh* usara tal disposizione, e 
tie§ eh'elli pensò sotto spezia di Virgilio e 
£ Dsste d' frngaTiiiT li detti demonii e dispar- 
tim da loro B. — 109. al, eh*aTea lacelaoli 
«Be. Qampolo, ch'era ricco di spedienti e di 
■»1ÌB9. ~ UO. MaUxiose soa lo eco. Bella 
■•Ozia cbe è la mia, di procurare ai miei 
ftaipigjBi una pena maggiore di quella che 
^nso sotto la pece. Questo pare il senso pi6 
atonie deQe parole finamente ironiche dette 
^ Cisaipolo al diaTolo accusatore *, ma l'Ott. 
loto che €maUx4o90 Tiene alcuna Tolta a 
^ «slirloeo e saputo, alcuna Tolta Tiene a 
^ bòtole di male, però con questo lao- 
óaoio il nararrese inganna il diaTolo > : in- 
■oKsa a Oagnazzo, che lo ha tacciato d'esser 
Bsfinoao e fraudolento, Ciampolo risponde- 
n4èe d'esser ben malTagio pid del bisogno, 
^ lai dbe si dispone a procurare ai oompa- 
|BÌ SBoi una msggior tristizia, o, come spiega 



il Buti, a procurare lo strazio degli undni a 
barattieri di maggior grado ch'ai non foaso 
(ofir. in questo caso il miti maggior con il mM 
miglior del Puirg. zxti 98); ma le chiose del- 
l'Ott e del Buti sono troppo sottiU. - 111. 
tristizia: qui significa non il dolore morale 
(cfr. Inf, TI 8), ma il tormento, io strazio 
corporale. — 112. non si tenae : non si con- 
tenne dal rispondere. — di rintoppo mglì 
altri : al contrario, in opposizione agli altri 
diaToli che non ToleTan dar retta alle pa- 
role di Ciampolo : sulla locuzione di rkUoppo 
cfr. Inf. zzzni 96. — 118. 8e ta U eaU ecc. 
Lomb. : « La sentenza ò questa : lo non sola- 
mento ho piedi come tu hai, ma ho anche 
r ali ; però se tu tenterai fuggirtene non ti 
correrò giÀ appresso galoppando co' piedi, ma 
battendo l' ali, Tolando per aria sopra lo sta* 
gno ; onde sicuramente raggiungerotti prima 
che nella pece ti attuffi ». — 116. laseisl il 
eolle ecc. noi lasderemo la sommità dell'ar- 
gine e andremo a nasconderci gió per il pen- 
dio; oosi si Todrà se tu sei più Toloce di noi. 
Tomm. : « Imaginate il lago di pece in mezzo 
alla bolgia si che rimangano due margini di 
qua e di lA al passaggio dei diaToli ; imagi- 
nato che ai due lati si alzino due alti orli di 
pietra; le sommità di ciascun rilioTO chia- 
mato coUOf il pendio ripa; e Tedreto come la 
ripa nell' opposto pendio ftMxda scudo e na- 
sconda i diaToli ai dannati, e i dannati a 
quelli ». È inutile discutere se si abbia a leg^ 
gore eolio o oolle; poiché in Inf, xxin 48 e 
53 ambedue le Tod sono adoprato dal poeto 
a designar la stessa cosa, doò il culmine del- 
l'argine: cfr. Parodi, BuU. UL 118. ~ 118. 
■BOTO Inde : uno strano contrasto, una gara 
singolare, fra Ciampolo e l diaToli. — H^^. 



168 



DIVINA COMMEDIA 



120 quei prima, eh' a dò fare era più orado. 
Lo naTarrese ben suo tempo colse, 
fermò le piante a terra, e in nn ponto 
123 saltò e dal proposto lor ai sciolse. 
Di die ciascun di colpa fa compunto, 
ma quei più, die cagion fd del difetto; 
126 però si mosse, e gridò : « Tu se' giunto ! » 
Ma poco i valse, ohe l'ali al sospetto 
non poterò avanzar: quegli andò sotto, 
129 e quei drizzò, volando suso, il petto; 
non altrimenti l'anitra di botto, 

quando il &lcon s'appressa, giù s'attuffa, 
132 ed ei ritorna su crucciato e rotto. 
Irato Calcabrina della buffa, 



€lMe«B eoo. Tutti 1 discoli ai voltarono in- 
dietro, Yorao Toppoato pendfo, e primo d'ogni 
altro fti quello obe ai moatraTa pili renitente 
a ciò fare, — 120. qiel prlM» eoo. Ohi aia 
tra i diavoli il primo a muoreral non appara 
chiaramente: 1 commentatori, dal Buti al 
Lomb., dicono Gagnazzo perché aveva aoo- 
perta la malizia di Ciampolo; ae non che, 
oaaerva il Biag., e accennandoti jMl gió al 
▼. 188, che Calcabrina, adiratosi della burla, 
ai apinae addoaso ad Alichino per fome aopra 
di lui la vendetta, ragion vuole che dello 
steaso Calcabrina a' intenda qui parlaro, 
oh* eaeo fu che ai moatrd piò duro degli al- 
tri al oonsentiro alla proposta del barattierG ». 
— 121. Lo navarreie ecc. Ciampolo colso 
n momento opportuno, fermò i piedi a terra 
per iapiccaro il salto, e nello atesso momento 
salto e ai Uberò dal propoeto lor^ doò da Bar- 
barioda, detto al v. 94 il gran proposto dei 
diavoli, il quale toneva Ciampolo con le brac- 
cia, per difenderlo dagli altri (cfìc w. 69, 
76, 96). ~ 128. dal propoato lort ò gran 
queetione fira gli interpreti se ai tratti di Bar- 
baricda, come intesero Ott e Benv. e con 
oasi parecchi moderni, e come consiglia il 
riaoontro fira questo e il v. 94; o ae invece 
Dante abbia voluto diro che Ciampolo ai li- 
berò dal propotiiOf dall' intenzione dei diavoli, 
ch'era di atraodarlo ooi loro roncigli : ma 
queata interprotadone del Lana e del Buti, 
difesa da molti moderni e massime dal Lomb. 
e dallo Scart., non ha sufficiente fondamento 
di ragione ; poiché l'argomento pi6 forte re- 
cato innanzi per sostenerla, cioò ohe ove si 
trattasse di Barbaricda Dante avrebbe do- 
vuto accennare prima aUo tdogliern e poi al 
aaZtorv, cade davanti al fatto che il poeta de- 
scrive queste due azioni come contemporanee, 
come avvenute in un puntOj doò nello stesso 
momento di tempo. Barbaricda non ò solv 
menta 11 capo della deo(na diabolica, ma an- 



die mandato a aoorta e tutela di Dante e 
Virgilio: egli difende quindi, ain ohe può, 
contro le intemperanze dei sud dipendenti 
il peooatore che d è trattenuto fuor della 
pece per rispondere alle domanda dei due 
poeti; però egli non aveva alouna ragiono 
di allontanard dalla cima dell'argine, come 
avevano aocennato di fare, ma non fktto tot- 
ocra, i aud diavoli. — 124. IH «Im ooo. Per 
la fuga di Ciampolo ciaaouno dd diavoli d 
sente oolpevdo d'avergliene dato n momento 
opportuno; ma, pili di tutti, Alidiino che 
aveva fatta la proposta e ood veniva ad es- 
sere il maggior colpevole. — di eelpa fia 
eonpmto : cfir. ^i/l x 109. — 126. difetto : 
mancanza; in quanto per la ftiga di Ciam- 
polo era venuto a mancare ai diavoli il pec- 
catore da atraziare. — 126. Tu se' glaate ! : 
ti ho còlto t Eadamadone naturaliaaima in 
chi d metto ad inseguire un altro, con la 
fiduoia di raggiungerlo. — 127. Ma pece ecc. 
Ifa poco valse ad Alichino il gridare, poiché 
la volodt& del suo volo non avanzò quella 
che la paura dio a Ciampolo. — ieapeito: 
paura ; come in Mf, ni 14. — 128. f ae^Il 
andò eoo. Ciampolo a' attoffò nella pece e 
Alichino d rivolse volando vwao 1' argine. 
— 180. non attrlaieatl eoo. come l'anitra d 
nasconde attoffandod a un tratto ndl'aoqua 
del lago, ae vede awidnaid il falcone, il 
quale riprende a volare per 1' aria adornato 
e stanco, ood Ciampolo d naaooae e Alichi- 
no tornò aull'argine. — 182. erveeiate e 
rotto: del falcone dioe altrove Dante (Inf, 
xvn 127 e segg.) che quando discende senza 
preda ò disdegno» e feUo^ tna» riapondente 
al eruodaio di questo luogo, e che per avere 
inutilmente volato appare lasso o atanco, ohe 
qui dice più vigoroaamente rottOf perché prima 
di landard a ghermir l'anitra ha dovuto atare 
assai su l'aU. — 188. Irate eoo. Oaloatona, 
adegnato dell' inganno, vdò dietro ad Alichi^ 



E ■««« I I 



INFERNO - CANTO XXH 



169 



volando dietro gli tenne^ inyaghito 
135 die quei campasse per aver la zuffa. 
E come il barattier fb disparito, 
cosi Tolse gli artigli al sno compagno, 
188 e fa con lai sopra il fosso ghermito. 
Ma l'altro fd bene sparvier gri&gno 
ad artigliar ben lui, e ambedue 
141 cadder nel messo del bogliente stagno. 
Lo caldo sgbermitor subito fue: 
ma però di levarsi era niente, 
144 si aveano inviscate Pali sue. 

Barbaricda, con gli altri suoi dolente, 
quattro ne fé' volar dall'altra costa 
147 con tutti i raffi, ed assai prestamente 
di qua, di là discesero alla poeta: 
porser gli uncini verso gì' impaniati, 
160 ch'eran gi& cotti dentro dalla crosta; 
e noi lasciammo lor cosi impacciati. 



no» eoiqiaoaidoii quasi ohe CSampolo potMM' 
■IfBBl p«r srer ragione d'annfDKBi oòà oom- 
ligBo. — kaffla: ^ antichi oommentstoii, 
ihg iHgQMxào al Talore di questa Tooe in Btf. 
VB 61 sono discordi, qni I* spiegano tutti nel 
iigyicato d'iR^ofmo; cfr. Parodi, BulL Ul 
US. — 188. • Hi eoo. e lo ghermi serra il 
landoOa pece. -> 189. Ma l'altre eoo. Ma 
AfieUno, con la pr on texza doUo spArviere 
gnA«Be, aflarrò oon gli artl^ Oaloabiina e 
eiaiiflBceati caddero ambedae nel mezzo della 
faes bollente. — sparrler yrlflagnot gli an- 
tichi Aiamaraiio grifagni qnelli sparrieri, che 
«tao presi adulti e perdo, nna volta addo- 
■Mtiesti, xinseiTano pili animosi e pronti al- 
PioosQan. — 142, Le salde ecc. Vnol dire 
(he il caldo della pece separò saMto i dne 
eoatiadsoti; poiché mfkarmidonf dal yb. agher- 
«ira che ha senso oontraiio a ^Aarmtra, air 
IBftoa oofad che sepoa dne contendenti, doò 
ebs B lieno ghermiti o aiferrati insieme. — 
U3. ma però eoo. ma Àliohino e Calcabrina 



non potevano levarsi sa dalla pece, perché 
avevano impeciate le loro ali. — li4. sae t 
ofr. Jbìf, X 13. — 146. Barbarleeia eoo. Bai^ 
barioda, ohe insieme al compagni era dolente 
del caso intervenuto ai dne contendenti, man- 
dò dall'altra parte della bolgia ooi loro raffi 
quattro diavoli; e cosi questi quattro di là e 
gli altri quattro di qua, ooUocandosi sull'estre- 
mità del fosso, porsero gli uncini verso Ali- 
chino e Calcabrina, per alutarli a risalire. — 
ì^ alla pesta: al luogo assegnato a da- 
souno (cfr. In/', zm 113). — 149. Impaniati: 
inviluppati nella pece (cfr. Inf, xxi 124) ; il 
Torraoa dta il verso di P. Tedaldi, son. vi : 
e Sono impaniato come tordo in pegola ». — 
150. eh* eran eco. eh' erano già cotti dentro 
la superficie del Iago bollente. — erosta: la 
stessa voce usa Dante, It%f, xxxm 109 e xxziv 
66 per indicare la superficie ghiacciata di Co- 
dto. — 161. e sol ecc. Dante e Virgilio colgo- 
no il momento che i diavoli sono occupati a li- 
berare i compagni, per rimettersi in cammino. 



CANTO XXTII 



I dne poeti procedono sairargine, finché vedendo sopragiangere i dia- 
voli scendono nel fondo della sesta bolgia, ove sono puniti gV ipocriti, che 
f&BBo sotto pesanti cappe di piombo : tra essi trovano i bolognesi Catalano 
M (^talani e Loderingo degli Andalò e poi riprendono il cammino nel fondo 
4eUa bolgia [9 aprile, verso le ore nove antimeridiane]. 



170 



DIVINA COMMEDIA 



Taciti, soli e senza compagnia, 
n'andayam l'un dinanzi e l'altro dopo, 

8 come i frati minor vanno per via. 
Tòlto era in su la favola d'Isopo 

lo mio pensier per la presente rissa, 
' 6 dov'ei parlò della rana e del topo; 
die più non si pareggia ' mo ' ed ' issa ' 
ohe l' nn con l' altro fa, se ben e' accoppia 

9 principio e fine con la mente fissa: 

e come l'nn pensier dall'altro scoppia, 
cosi nacque di quello un altro poi, 
12 che la prima paura mi fé' doppia. 
Io pensava cosi: € Questi per noi 
sono scherniti, e con danno e con beffa 
15 si fatta ch'assai credo che lor noL 
Se l' ira sopra il mal voler s' aggueffa, 



XXm 1. TMitl eoo. LaKdaado i dia- 
voli ocoapati a •occorrere 1 dae compagni 
caduti neUa pece, Dante e '^Higìlio ripren- 
dono il fiammino nill' ai^gine, procedendo in 
silenzio l'nno dietro l'altro, e Qneeto canto d 
pieno di umorismo; ... tatto ... oostitoisce 
nna scena riboccante di umorismo che spicca 
maggiormente, se toì la confrontate con la 
scena comica de* due canti precedenti. Colà 
la risata schietta, sonora e alquanto sgua- 
iata ; qui il sorriso velato, sarcastico e fine. 
A leggere il canto degl' ipocriti dopo quelli 
dei barattieri, par di passare dal chiasso di 
una via affollata al silenzio di un chiostro 
solitario»; L Della Giovanna, LmL p. 30. 
— 8. come 1 frati ecc. Lana : < Usanza ò 
quando li frati minori vanno da una cittade 
ad un' altra o da uno luogo ad un altro, 
s* olii fossero ben cento, vanno in fila l' uno 
dietro all'altro ; può esser forse perché vanno 
contemplando oon Dio ». B cammino silen- 
zioso era conforme al consiglio dato ai suoi 
fiati da san Francesco : « Ite cautìssimi, bini 
et bini, per diversas partes orbis ». — 4. 
Tòlto era ecc. n mio pensiero, per la rissa 
fra i due diavoli, era rivolto alla favola eso- 
piana della rana e del topo. — la favola 
d'Iiopo: le favole del greco Esopo, rifatte 
latinamento da Fedro, da Aviano e da al- 
tri, ebbero una grande fortuna nel medioevo, 
non pur comò piacevole lettura, ma anche 
come libro scolastioo ; e si dissero d' Esopo 
anche quelle eh' erano solamente di maniera 
esopiana, quale appunto questa della rana 
e del topo. — 6. dor' el parlò ecc. La fa- 
vola accennata da Dante ò la seguente (Fe- 
dro, FakvL aeaopiarum, appendice far. 6): 
• Mu8 tt rana: Mus, quo transire posset 
flumen fitdlius, Auxilìum ranae petit. Haeo 



miniB alligai Lino priorem cns ad poate- 
rìus pedem. Amnem natantea vìx modiiim 
devenerant, Cnm rana subito ftmdum fln- 
minis petens Se mexgit, muri ut vitam eri- 
peret perfide. Qui dum, ne mergeretur, tandit 
validìus; Praedam conspexit milvns p ro p te r 
volans, Muremque fluctuantem rapuit ong^. 
bus, Simulque ranam coUigatam sustolit. Sic 
saepe intereunt aliis meditantes necem > ; ma 
forse il poeta ebbe sott' occhio le redazioni, 
sostanzialmente conformi, che si leggono nel- 
le raccolte di favole esopiane, oonosoiute sotto 
i nomi di Bomulus e dell' Anonimo di Neve- 
lete (cfr. E. Mckeniie, Damttfa Refsrmtees io 
Aeiopf Boston, 1900, pp. 6-18). — 7. «ké pì4 
ecc. poiché il caso di Alichino e Calcabrina 
ò identico a quello della rana e del topo, co- 
me l'avverbio mo (cfr. Inf. zxvn 20) è iden- 
tico all'aw. issa (cfr. Bif. xxvn 21). — 8. ae 
ben ecc. se con la mente attenta si paragona 
il principio e la fine delle due avrentore : 
infatti il diavolo Calcabrina che voleva dan- 
neggiare il compagno Alichino andò a finire 
anch' egli nella pece, come la rana che vo- 
leva uccidere il topo suo compagne aiidò a 
finire con luì preda dello sparviero. — 10. • 
come ecc. come un pensiero sboccia o nasce 
naturalmente da un altro, cosi dal pensiero 
della somiglianza tra l' avventura diabolica e 
la favola esopiana nacque in me un altro pen- 
siero, che raddoppiò la paura avuta aflor^ 
quando Malacoda d dio la compagnia dei dia- 
voli (cfr. hìf. xzx 127-182). — 18. per aal : 
per cagione nostra; perché all'inganno di 
Ciampolo era stato occasione il desiderio dei 
poeti ch'egli parlasse (cfr. Inf, xzn 97 o segg.). 
— 16. nel : dia fastidio, dispiaccia. — 16. 8e 
l'Ira ecc. Se al malvolere proprio dei dia- 
voli s' aggiunge lo sdegno déll'essar stati in- 



r^»^^" 



INFEBNO - CANTO XXIH 



171 



ei ne yerranno dietro più crudeli 
18 che il cane a quella lepre eh' egli acceffa >. 
Già mi sentia tutti arricciar li peli 
della paura, e stava indietro intento, 
21 quand'io dissi: « Maestro, se non celi 
te e me tostamente, i'ho payento 
di Malehranche; noi gli avem già dietro: 
24 io gP imagino si che già li sento >. 
E quei : € S' io fossi di piombato vetro, 
Pimagine di fuor tua non trarrei 
27 più tosto a me, che quella d'entro im^tro. 
Pur mo venlano i tuoi pensier tra' miei 
con simile atto e con simile fetccia, 
80 si che d'entrambi un sol consiglio fei. 
S'egli è che si la destra costa giaccia, 
che noi possiam nell'altra bolgia scendere, 
83 noi foggirem l' imaginata caccia ». 
Già non compiè di tal consiglio rendere, 
ch'io li vidi venir con l'ali tese, 
86 non molto lungi, per volerne prendere. 



palati por cagion noetn, evi o'imegoimmo 
«& * §*Bggme9^t il Tb. aggmffm^ come 
tette dalle locazioni rimili dell'In/', xra 66 
e iWy. ▼ 112, tignifloa aggkmgtn, e doriva 
te» dal ted. wébm^ teaieie (Diei 861): in- 
Irtti il Bnti «ttoata cho € aggmlfan ò filo a 
fio agginngece >. — 18. «he 11 eaae eoe ohe 
■OH Xaooia il cane alla lepre abboccata : ao- 
mgen è propriamente afferrar col ee/fo^ cioò 
eoa la bocca e coi denti. — 20. ttoTa Indie- 
tro lalMto X etaya attento, ascoltando e goar- 
iando indietro, ae aknm legno apparisse dei 
lisrolL — 22. tostameite: sabito; forma 
iMte da Dente, V. N. ti 43: < ta fosti sao 
tostamente dalla poerizia» o da Gino, Rms 
61 : < Ta ne morrai, s'io posso, tostamente ». 
-> 23. il Maletoanclie : de' diaroli, detti ge- 
nsrioamonte cosi : ofr. Jb^, xxi 87. — 2A. lo 
fTlaaglaa ecc. io li ho cosi scolpiti nella 
ftatasia che già me li sento addosso. « Qae- 
rtoT«nodi^ngeÌlpoete>, osserva il Tomm.; 
e TBcamente non ri saprebbe maglio rappre- 
MBtaie la gagliaidla delle impresrioni fanto- 
itiebB, per le qoali a Dante pareva presente 
é6 d&*«ca panunenta imaginato : cfr. on ri- 
siile eaeo mai IVy. xz 82. ~ 26. K qasi eoo. 
Yixgille dice a Dante : Se lo fosri ano speo- 
cfato, non riilettarei la toa esteriore sembianza 
oori pnsto oom*io intendo i tool riposti pen- 
^■i; peid svendo conosd a to 1 tool penrieri 
easr <wnfoT"< ai miei, ri sono risolati tatti 
W «a sola delibsrarioMi fnella di sfoggixe 



al ternato insegaimento, discen d endo, appena 
potremo, nella sesta bolgia. — di ^embate 
Tetre i lo specchio, dice Dante nel Cbne. m 9, 
ce vetro terminato con piombo. — 26. 
rimagine di fnori l'imagine esteriore, cor- 
porale. — 27. qaella d' emtre i l'imaginario- 
ne interioro, il penrioro oono^ito da Dante. 
— Impetre : il vb. imfwfmrs, che Dante asa 
più spesso nel soo senso proprio di ottenere, 
consegaire o in quello di chiedere (ofir. IKurg. 
ZEZ 96, xzx 182, Far, zzzn 147% qoi d tratto 
al aenso di ricever dentro a sé, qaindi cono- 
scere. — 29. eoa siaUle ecc. perchó tanto 1 
taci quanto 1 miei procedevano dallo stesso 
sentimento di paara (tUmle atto) e però erano 
conformi (simile facoia). — 80. d' entrambi 
eoo. degli ani e degli altri feci ana sola de- 
cirione. — 81. 8'egU è ecc. Se ri trova on 
luogo dove la destra ripa dell'argine sia in- 
clinate tanto che noi possiamo per essa di- 
scendere nella seste bolgte eoo. ~ giaccia : 
anche in Inf, xix 86 e Pwg, m 76 ò usato 
il vb. gioMre a indicare V indinairi del ter- 
reno in modo da potervi discendere ago- 
volmente. — 83. l*ÌMagiaata eaecia:.rin- 
seguimento dei diavoli imaginato e temuto 
dai duo poeti. — 84. Olà non eompiè ecc. 
Virgilio aveva appena manifestete la soa deci- 
rione al compagno, quando apparvero 1 diavo- 
li che volavano minaooiori : allora egli afferrò 
Dante e con amosevole sollecitudine s' abban- 
dona frettolosamente giù per la ripa dell'ar- 



172 DIVINA COMMEDU 



Lo daoa mio di sùbito mi prese, 
come la madre ch'ai romore è desta 
89 e Tede presso a sé le fiamme accese, 

che prende il figlio e fugge e non s* arresta, 
avendo più di lui che di sé cara, 
42 tonto che solo una camicia vesta: 
e giù dal collo della ripa dura 
supin si diede alla pendente roccia, 
45 che Tun dei lati all'aliara bolgia tura. 
Non corse mai si tosto acqua per doccia 
a volger rota di molin terragno, 
48 quand' ella più. verso le pale a^^rocoia, 
come il maestro mio per quel vivagno, 
portandosene me sopra il suo petto, 
51 come suo figlio, non come compagno. 
Appena fùr li pie suoi giunti al letto 
del fondo giù, ch*el furono in sul colle 
54 sopr'esso noi: ma non gli era sospetto; 
che l' alta prowidensa, che lor volle 
porre ministri della fossa quinta, 
57 poder di partirs'indi a tutti tolle* 
Là giù trovammo una gente dipinta, 

gine, per eritare d* eeeer da quelli sozpreei. En, zi 666 : € dat seee flnrlo ». •— 46. M<b 

— 37. TiO diea eco. Biag. : € Maraviglioei eone eoo. Venturi 606: € BArrira Tatto e 

sono qaesti versi non tolo pei belli pensieri ne spiega la rapidità oon una oomparacioae, 

che linchiadono, ma per aver sapnto il poeta in oni è da notare la laHomiglians» della 

colle parole, non meno che col gfiro deUe me- declività fra lo soendor di Viigilio per la ripa 

desime, os^rimere divinamente il princlpalo pendente, e lo scender dell'acqua per va oa- 

sao intendimento, ch*ò di condor l'azione naie». — 4aedat il canale artifloiale per 

dal principio al fine in modo oà* nna parte coi si dedoce Tacqna da un flnme a un opi- 

l'altra incalzi, la prema e le dia moto e vita, fido. —47. MoUa tonragaat moliiiodi terra, 

accelerando sempre verso U fine, si che va- al qoale l' acqna motrice si trae per meoo 

dano le parole con la rattezza stessa del pon- di canali artificiali. — 48. qaaad^ella eoo. 

siero >. — 88. eone la madre ecc. come la pid velocemente scorre l' acqua quanto pid 

madre, svegliandosi al romore e vedendo di- s' avvicina alle pale, ohe ricevendo l' aoqoa 

vampare Intorno a s4 le fiamme, prende tra cadente imprimono il movimento aDa nota: 

le braccia il figlio e fogge, dominata dal do- sol vb. apprveota cfr. Inf, xn 46. — 49. vi* 

sidorio di salvarlo, senza por formarsi a in- vagno i ofr. Inf, xrv 123. — 62. al Ietta del 

dossare la camicia, poiché l'amore di madre fendo: alla soperftoie del ftmdo, al piano 

vince in lei il podere di donna. — 42. taato della sesta bolgia. — 68. et fiireaa eoo. I 

eco. Male alcnni intendono che la madre s'ar- diavoli gtnnsero soli' argine, proprio sopra a 

resti a indossare la camicia; perché cosi la noL — 64. Ma aoa gU era eoo. aa non v'era 

simiUtodine si chioderebbe con ona aggionta ragione di temere. — gli t paitloella awer* 

inutile e contzaditoiia, mentre nella comnne blale, col senso di vi (cfr. Parodi, BulL m 

interpretazione abbiamo ona efBcace progros- 183): è affine a tf, derivato dal lat «fio (cfr. 

sione di pensiero dal principio alla fine; cfr. Inf, xzzrv 9, Airy. vm 69, zm 7, Par, zxv 

Parodi, BuU, IX 99. - 48. e gld dal eoi- 124).— 67. poder eco. toglie la fkoeltà,vtoto ai 

lo eco. Virgilio dal colmine dell'argino si ab- diavoli di allontanarsi dalla quinto bolgia. — 

bandonò con le spallo a tnra gid per la 66. Là gld trOTaauio eoe. Danto e VirgUSo 

ripa scoscesa, che formava il lato esteriore trovano nella sesto bolgia gllpooriti, i quali 

della sesto bolgia. — 44. si dieiet esprime sono ricoperti da gravissime eappo di piònbo 

offlcaoemento l'idea dell'abbaadonarsi, lasdan- estscnamento dorato e camminano lentsaMnto, 

dosi andar gid, come la locuziono virgiliana, piangendo e con aspetto aftitio i to • dolente* 



INFEHNO - CANTO XXni 



173 



60 



63 



60 



69 



che giva intorno assai con lenti passi, 
pangendo e nel sembiante stanca e vinta. 

EUì ayean cappe con cappucci bassi 
dinanzi agli occhi, £fttte della taglia 
che per li monaci in CJologna fEissi. 

Di fuor dorate son si ch'egli abbaglia; 
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto 
che Federico le mettea di paglia. 

O in, etemo flatiooso manto I 
Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
con loro insieme, intenti al tristo pianto; 



— «SA gttto ilptato: raol dize che gl'ipo- 
exiti con la purenza esteriore ricoprono la 
matragHà dell'animo; oftr. U rangtio di Mat- 
teo -«""^ 27 : € Guai a Yak, Scribi e Farisei 
ipooftil perdocdhó toì siete simili a* sepolcri 
sfiiantttf, 1 quali di faoA appaiono belli, ma 
dsntio aon p&soi d' cesami di morti e d'ogni 
bmtUua . Ooei ancora Toi apparite giusti di 
fmad a^ nomini ; ma dentro siete pieni d'ipo- 
crisia e d' iniquità >. — 68. aMal eon lenU 
pBfgl: con passi assai lenti, lentissimamente. 
» 60. stane» e Tinta i gl'ipocriti apparivano 
stanchi per il peeo deDe ceppe, e abbattati 
per l' angoeda della pena. -^ 61. con eap- 
^■cet teasl eoe coi cappocd abbassati sogli 
oodiL — 62. Aeim taglia eco. alla foggia 
aita dai monaci di Cdogna. Qol è grande 
digerita fra gl'interpreti dioa al monastero, 
al qoale Dante ha potato aUndere. Oli antichi 
■ono d'accordo nel ri ooncene r e In Oologna il 
nomo dflOe dttà di Colonia In Germania; e. 
il Lana soriTe : € È da sapere ohe olii d ano 
ocdine di monaci, li qoall hanno lo capo in 
CelogBa, che è In Alemagna, ed è molto rio- 
^fa«im^ e nobilissiBa badia quella; il quale 
abbate, già pU tsupo, sentendosi esser si- 
gnor di tanto ordine ed arere, oreecó per ar- 
toganzia In tanta audacia ohe elli andò rìc- 
f^t ^^mamMBÈ0i ft corto di messoT lo pqpa e a 
toi i|^rTff^«<iA ébs U piacesse di darli parola 
^ fiffiifc«M»ft fare scrirere in canone che l'ab- 
bate del detto luogo potesse arere la cappa 
di r^ii«tto e '1 cappuccio, [e] ancora che le 
■aeiibsette delle sue cinture fossero d'argento 
aovndorste. Udito lo papa cosi inonesta do- 
Banda, procedette Terso lui che eUi e li suoi 
frati Bco potessotto arere cappe se non nem 
e di panno non follato, e aTessero quelle 
oi^pe dSnaBsi e di drieto tanto lunghe eh' elli 
iiiuBaMimn coda per derisione di loro; ancora, 
che ti eappuod delle predette cappe fosseno 
si gnadi di'elli tenessero una nùsura di for- 
oMBto, dM è tanto quanto ò uno staro; e per 
qnén'anogaazia del detto abbate, che voiera 
fS^ aB0 cintare guamimento d'argento e 
d' ««, «be non potesM avere nò elli né li 



suoi frati, ovvero monaci, altro guamimento 
ad essa se non di legno : e da quel tempo in 
qua hanno quelli monaci e '1 suo abbate tenuto 
e usato tale àbito » : il Buti e l'An. fior, ri- 
petono questa storiella; el'Ott, Benv., Land, 
ecc. e quasi tutti i posteriori interpreti dicono 
che Dante accenni alle cappe usate dal mo- 
naci di Colonia. Ha il Witte adottò nel suo 
testo la lesione : Oh» in Olugniper U monaci 
foni, secondo la quale si alluderebbe a un'u- 
sanza dei monaci della famosa abbazia bene- 
dettina di Olngny, nella Borgogna ; e lo Zam- 
boni, OH ExxeUni, Dante egUgehiavi, 8* ed. 
Firenze, 1897, pp. 178 e segg. sostenne che 
qui si accennasse al borgo di Cologna, nel 
territorio veronese, ove ai tempi di Dante fio- 
riva l'industria dei tessuti di lana, per fame 
cappe fratesche: cfir. Cardo, Storia doeumm- 
iota di Oologna twisto, Venezia, 1896, p. 812. 
» 64. Di ftaor ecc. H Della Giovanna, Leet, 
p. 19, ha notato che nel lessico di Ugucdone 
da Pisa Dante potò leggere l' etimologia di 
ypoorUa e ab ypM*, quod est super, et erisÌM 
quod est aumm, quasi superanratus, quia 
in superficie et extrìnsecus videtur bonus, 
oum interine sit malus »; etimologia che spie- 
ga l'origine dell' indoratura delle cai^ sotto 
cui gemono gl'ipooritL — ch'egli abba- 
glia: che la loro doratura abbaglia la vi- 
sta. — 66. che Federico eco. che le cappe 
di piombo usate da Federico II per tormenta 
dei rei di lesa maestà sarebbero, al ^X9r 
gene, sembrate leggerissime. Buti: cE da 
siqpere che lo imperadore Federigo secondo, 
coloro ch'egli condannava a morte per lo 
peccato dell' offesa maestà, li fooea spogliare 
ignudi e vestire d'una veste di piombo grossa 
un dito, e faoeali mettere in una caldaia so- 
pra il fuoco, e Cacca fare grande ftioco tanto 
die si struggea lo piombo addosso al misero 
condannato, e cosi miseramente e dolorosar- 
mente li faoea morire » : Il Catto è confe> 
mate dagli antichi interpetri Lana, Ott, 
Benv., An. fior. eoo. : si che s'ha a tenere per 
vero , almeno per universalmente creduto 
ai tompi di Dante. — 69. Intenti al tristo 



174 DIVINA COMMEDIA 



ma per lo peso quella gente stanca 
venia si pian die noi erayam nuovi 
72 di compagnia ad ogni muover d'anca. 
Per di' io al duca mio : « Fa die tu trovi 
alcun eh' al £Eitto o al nome si conosca, 
75 e gli occhi, si andando, intomo muovi ». 
Ed un che intese la parola tósca, 
di retro a noi gridò : € Tenete i piedi, 
78 voi che correte si per l'aura fosca: 

forse eh' avrai da me quel che tu chiedi ». 
Onde il duca si volse, e disse : € Aspetta, 
81 e poi secondo il suo passo procedi >. 
Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta 
dell'animo, col viso, d'esser meco; 
84 ma tardavagli il carco e la via stretta. 
Quando fDr giunti, assai con l'occhio bioco 
mi rimiraron senza far parola; 
87 poi si volsero in sé, e dicean seco: 
€ Costui par vivo all' atto della gola ; 
e s'ei son morti, per qual privilegio 
90 vanno scoperti della grave stola?» 
Poi disser me: « tòsco, ch'ai collegio 
degl'ipocriti tristi se' venuto, 
93 dir chi tu sei non avere in dispregio ». 
Ed io a loro: € Io fui nato e cresciuto 
sopra il bel fiume d'Amo alla gran villa, 

plftBto: considorando gli ipocriti, che pian- gnaiiju ohe fiumo i doe spiriti con occhio 
gevano tristamente. — 71. noi eraramo eco. bieco il poeta, acoorgendod eli' egli è yìto; 
eravamo accanto a nnovi poocatorì, ad o^rni quel silenzio d'ogni atto, quel rivolgeni pd 
nostro passo. — 74. al fatto o al nome : 1' on Terso 1* altro, d' ammirazione pieni • 
per le sue opere o per il sno nome. — 75. sf dind : eoatvi par vko eco. ». — 88. all'atto 
andando : mentre noi camminiamo ; cfr. una della yolas cCr. Pitrg, n 67 : < L'anime che 
simile locuzione in Inf, xxvir 129. — 78. toI far di me accorte. Per lo spirar, oh' io era 
ehe correte s ecc. Biag.: e Tanto quella ancora tìto». — 91. eolleglo! compagnia, 
gente andava piano, che pareva loro che Vir- riunione ; Dante lo dice più spesso della corn- 
eo e Dante corressero ; circostanza che pagnfa dei beati : ofir. I^trg, rm 129. ~ 92. 
forse ad altri sarebbe sftiggita, per la quale ipocriti tristi t è V evangeUoo (Matteo vi 
ci ricorda il poeta l' enorme peso delle cappe, 16) : e non siate mesti di aspetto, eomo gli 
dal quale sono quelle anime aiEaticate e rat- ipocriti (vulgata: hypoerikt$ tridéé) ». DeUa 
tenute >. — 79. forse ecc. può essere che io Giovanna, LeeL p. 20: e reepreesione, ohe in 
sappia sodisfazo il tuo desiderio, che ò di co- bocca al Bedentore sonò infàmia agl'ipocriti, 
noscere alcuno di noi. — 82. dno mostrar qui invece, ripetuta dagl' ipocriti che plango- 
ecc. due peccatori, i quali con l'atteggiamento no, vuol essere grido di commiseraziono ». — 
del volto mostravano grande sollecitudine di 96. non avere la dispregio : non avere in 
raggiungermi, sebbene il peso della cappa e disprezzo, non disdegnare. — 94. Io ftol aato 
l'angustia della via impedissero loro di prò- ecc. : cosi nel Omo. i 8 1 e nel dolcissimo 
cedere lestamente. — 85. (Quando far giunti seno di Fiorenza fui nato e nndrito fino al 
eoo. Biag. : < Sempre ha in vista il poeta sin- colmo della mia vita », e i>0 tvtg, dog, i 6 : 
golaimente la natura, e nulla delle ombro sue e qnamvis... in tenia amoenior loooo qnam 
pM sottili gli può sfuggire. Bello si ò quel Florentia non existat». — 95. alla graa 



INPERNO — CANTO XXin 



175 



96 e Bon col corpo oli' i' ho sempre avuto. 
Ma Yoi chi siete, a otti tanto distilla, 
qaant*io veggio, dolor giù per le guance? 
99 e che pena è in voi che si s&villa? » 
E l' un rispose a me : € Le cappe rance 
son di piombo, si grosse ohe li pesi 
102 &n cosi cigolar le lor bilance. 
Frati godenti fummo, e bolognesi; 
io Catalano e questi Loderingo 
105 nomati, e da tua terra insieme presi. 



rflU: Rrenzo; efr. Jiif. 1 100. — 97. a e«l 
tuW eoo. ai qoah il dolore spreme dagli occhi 
tante lagiime eoo. : oCr. una locuzione oon- 
Hanne in Af> zn 1B6, e il Potrarea, ly 8: 
«Conren eh' il dnol per ^ occhi il distille 
Dal cor », e cczli 10: < Lagrime, ... che '1 
dolor distiUft Per li occhi mei, del vostro 
itato rio». ~ 99. i( afaiillns Bnti: «si 
nostra per s^ occhi sfaTillanti e per le facce 
rosse ». — 100. Le eftppt eoe Le cappe, 
dorate al di ftiozi, sono di piomho all'in- 
terno e tanto grosse che il loro peso d fa 
piangere, come il carico ecoessiTO fa cigo- 
lar le hilanoe. — nmwi il rancio è colore 
giaUo aurato, come d' aiando : cfr. ISurg, n 
9. — lOB. Frati ge4MU fiamme s nel 1261 
fe oostitQito in Bologna e xioonoeoiato dal 
^im^^aif^ Urbano IV un ordine oonTentoale 
e militare insieme, che ta detto dei eava- 
lierì di Karia Vergine g^riosa e aveva il 
noMlisBimo fine di pfomnovere la pace fra 
le parti ohe affliggevano le città italiane, 
ai toglier di meno i dissidi fra le fiunigUe 
potenti, di aintare i deboli oontre le violenxe 
dei grandi : favorito dalle repnbbllche e dai 
pontefld, qiiesto ordine si allÀigò da Bologna 
amottaattxeoittàdeU'Italla centrale e set- 
tentrionale ; ma ben presto degenerò e tnvid 
dai primitivi intendimenti, tanto che il po- 
pob a sdhemo dei cavalieri di Maria inco- 
Bindd a chiamarli fraUgaudmUi e anche oop- 
pofi< di Oritto: ofr. D. H. Federid, ùtoria 
deTtmaUmiffatidmét, Veneiia, 1787; Q, eoi- 
ladini, Cronaca di Bonaumo s nmnorié di Uh 
étrii^ d^ Andato firate gtmdtnU^ Bologna, 
186L — 104. !• Gatalaaos Catalano dei Ca- 
talani (famiglia goelfa derivata da quella dei 
Malavolti e denominata anche di Onido di 
■■•^"Tmft Ostia) nacque in Bologna intorno al 
1210: eeeratò V niBdo di podestà in Milano 
Bd 1243, in Parma nd 1360, in Piacenza nel 
1900 e in pi6 altre dttà: nd 1249 ebbe U 
comando d* una parte dd fanti bologned con- 
tro il re Enzio, alla battaglia di Fossalta : fa 
noo dd fondatori dell'ordine dd cavaUerì di 
Maria; e insieme con Loderingo degli Andalò 
tesse nd 1266 e nd 1267 il governo di Bo- 
logna e nd 1266 qndlo di Firenze : dopo i 



qnali nffld egli d ritirò a vivere prtaso Bo- 
logna nd convento dd frati gaudenti a Bon- 
zano, ove mori e fu sepolto nd 1286: ofr. 
a. Qozzadini, op. dt, e DeUé toni gmUIM» 
di Botogna, pp. 202-207. — • qnesll Lode- 
ringe: Loderingo degli Anddò, di famiglia 
bolognese di parte ghibellina, nacque in Bo- 
logna intomo d 1210 ed eserdtò con grande 
onore molte podesterie, come qudla di Mo- 
dena nd 1261 e di parecchie dtre dttà ddla 
Toscana e dell' Emilia negli anni di poi : in 
patria fu dato sodo d podestà Iacopo Taver- 
nieri nd 1268, temendo il comune il malgo- 
verno di costui ; nd 1266 a lui e a Cata- 
lano dd Catalani affidarono i bologned il go- 
verno della dttà travagliata dalle parti, ed 
esd la ressero con giustizia componendo molte 
discordie e inimicizie : nd 1266 fu chiamato 
col compagno d governo di Firenze e nel 1267 
di nuovo a quello di Bologna. Fu il 7ero 
fondatore dell'ordine dei gaudenti e propaga- 
tore indefesso della nuova milizia, per la qude 
visse gli ultimi suoi anni nd convento di Bon- 
zano, ove mori e fu sepdto nd 1296 : cfr. 
O. Oozzadini, Or. di Eor», cit., e Delle torri 
gentilixùt pp. 77-81. — 105. e da tua terra 
eco. e fcunmo chiamati a Firenze por conser- 
var la pace doò per governare rettamente, 
con l'autorità di podestà che suol essere data 
a xm uomo solo : infatti, sdvo rarissimi casi, 
i nostri comuni ebbero sempre un solo pode- 
stà (Bezasco, Di», 811). Quanto all' ufficio 
tenuto in Firenze da Catalano e da Lode- 
ringo, racconta O. Villani, Or, vu 18, che 
quando pervenne in Toscana la novella della 
battaglia di Benevento (cfr. fWy. m 128) i 
ghibellini incominciarono a invilire e i guelfi 
inveoe a prender cuore e ardire, e ohe per 
evitare disordini e contentare il popdo furono 
eletti e due cavalieri frati godenti di Bdogna 
per podestati di Firenze, che l'uno ebbe no- 
me messer Catalano de' Malavdti e l' altto 
messer Loderingo degli Anddò, e l' uno en 
tenuto di parte guelfa, dò era messer Cata- 
lano, e 1' dtro di parte ghibellina ». I due 
frati bolognesi d diorono a riformare il go- 
verno, senza predilezione alcuna pd guelfi o 
pd ghibellini, oon intendimento di condlian 



176 



DIVINA COIMEDIA 



come suole esser tolto un uom solingo 
per conservar sua pace, e fdmmo tali, 
108 eh' ancor si pare intomo dal Gardingo >. 
Io cominciai : € frati, i vostri mali.-. >, 
ma più non dissi; che ali* occhio mi corse 
111 nn, crocifisso in terra con tre pali 
Quando mi vide, tutto si distorse, 
soffiando nella barba coi sospiri; 
114 e il frate Catalan, eh' a ciò s'accorse, 
mi disse: € Quel confitto, che tu miri, 
consigliò i fSaxisei, che cònvenia 
117 porre un uom per lo popolo a* martiri. 
Attraversato e nudo è nella via, 
come tu vedi, ed è mestier ch'ei senta 
120 qualunque passa com'ei pesa pria: 
ed a tal modo il suocero si stenta, 
in questa fossa, e gli altri del concilio, 
1C3 che fu per li giudei mala sementa ». 
Allor vid'io maravigliar Virgilio 
sopra colui ch'era disteso in croce 



le dne Dazioni, e institairono il magistrato o 
consiglio dei trentasei Imeni nomini : ma firat- 
tanto, per le insinuazioni del pontefice Cle- 
mente IV, &yorivano sotto mano la parte 
gnelik ; la quale, presa l'occasione dalle intem- 
peranze dei ghibellini, si lord a mmore e li 
caodd dalla città abbattendone le loro case, 
e specialmente quelle de^ Ubarti che sorge- 
yajLo nel (hurdingo presso S. Fiero Scharag- 
gio (ofr. Q, Carbone, Della eotMiuÀone topo- 
gràfica di Firenxé nelaco, di DanU in Dante 
eU 9U0 ne^ p. 499, e il Davidsohn, Oeaeh, 
von. Flormx^ voi. I, pp. 68 e segg., 667 e 
segg.). Allora Catalano e Loderingo, ohe già 
aveyano chiesto d' esser esonerati dall' uffi- 
cio, abbandonarono Firenze, lasciando nei più 
degli accesi cittadini il sospetto, raccolto più 
tardi da Danto e poi da O. Villani, L cit, 
ohe « sotto coverta di falsa ipocrisia furono 
in concordia più al guadagno loro proprio 
ohe al bene comune >. Si vedano il Torraca, 
Giom, dant., YTH 481 e segg. e il Salve- 
mini, Magnati e popolani in Firmxé, Fir., 
1898, pp. 266 e seg. -> 106. Intono dal 
flardlage: nelle vicinanze del Oardingo o 
Guardingo (cosi O. Vili., Or, i 88), vicino 
al luogo dove poi sorse il palazzo della Si- 
gnoria, erano le case degli Uberti, atterrate 
dai guelfi durante il governo di Catalano e 
di Loderingo. — 109. ftati, i voiiri mali : 
Dante ha già dato giadido dei due gaudenti 
bolognesi oon le parole messe in bocca a Ca- 
talano ; però qui accenna soltanto al pensiero 
balenatogli alla mente di aggiunger e parche 



ancor più gravi > ; in conferma esplicita del 
suo giudizio ; dall' eqnimere il quale lo di- 
stolse la vista di un altro peccatore, orool- 
fisso nel fondo della bolgia. — 112. tatto ai 
dislorst eoo.: le contorsioni e il soffiare che 
fa questo dannato sono V espressione d^ sqo 
sdegno d'esser veduto da un vivente in cotale 
ringolarissima oondìdone. — 115. Qvel eem- 
fitto ecc. È Caifias U sommo sacerdote, che 
nel concilio dei Sacerdoti e dei Farisei diede 
il consiglio ohe Cristo fosse messo a morte, 
dicendo ((Hovanni xi 47-68) : e Voi non avete 
alcun oonosdmento e non considerate oh' egli 
ci giova che un uomo muoia per lo popolo ». 
— 117. porre eco. Dante stesso, Canx, p. 165 : 
« un uom conveniva esser disfatto, Perch'ai- 
tri fosse di pericol tratto ». — 118. A.ttr»- 
venato o nido eoo. È posto ignudo a tr»- 
veiBO la via, affinché tutti gli ipocriti gli pas- 
sino sopra calpestandolo. — 121. ed a tal 
nodo ecc. : la stessa pena di Caifas è data 
al sommo sacerdote Anna, suocero di luì (cfr. 
Giovanni xvm 18), e ai Sacerdoti o Farisei 
che peserò parte al condUo, onde usci la ro- 
vina del popolo giudaico. — 124. ■aravi- 
gliar Tlrgiliot la ragione di questa meravi- 
glia di Virgilio non è chiara ; secondo alcuni 
sarebbe la vista di questo nuovo tormento 
nella bolgia sesta, il quale ei non aveva ve- 
duto l'altra volta che discese all'inferno (cft. 
Inf, XX 22); secondo altri, la conformità tra 
il consiglio di Caifas e le parole dell' En. v 
816 : « Unum prò multis dabitnr caput > ; so- 
condo altri infine, la vista dei tristissimi of- 



INPERNO - CANTO XXIH 177 

12G tanto vilmente nell'eterno esilio. 
Poscia drizzò al frate cotal voce: 
€ Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 
129 se alla man destra giace alcuna foce, 
onde noi ambedue possiamo uscirci 
senza costringer degli angeli neri, 
132 che vegnan d'esto fondo a dipartirci ». 
Rispose adunque : € Più che tu non speri 
s'appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
135 si muove, e varca tutti i vallon feri, 

salvo eh' a questo è rotto, e no 1 coperchia : 
montar potrete su per la ruina, 
138 che giace in costa e nel fondo soperchia ». 
Lo duca stette un poco a testa china, 
poi disse : € Mal contava la bisogna 
141 colui che i peccator di là uncina ». 
E il frate: « Io udì' già dire a Bologna 
del diavol vizi assai, tra i quali udì' 
144 eh' egli è bugiardo e padre di menzogna ». 
Appresso, il duca a gran passi sen gi, 
turbato un poco d'ira nel sembiante; 
ond'io dagl' incarcati mi parti' 
148 dietro alle poste delle care piante. 

few deU' ipocriiia. — 129. m alUaaa «•• oeservs il Paxodi, BuiL IX 99, pexché in re- 
itrt «oc le uéÙA ripa detti» di qoMta bolgia rìtà non c'era bisogno di Care studi teologici 
lia tkmn tbUoo per paMan nella eettima. — per acquistare oogniaonl cosi comuni ». — 
13L ngeli Beri: diavoli; cfr. Inf. zzm 143. mii*i d, come nel Terso precedente, fog- 
liai— ISA. «BsaiM eco. uno degli scogli, che ma di 1* persona, non rara nell'interno del 
dsDa oerohift eslenia di Ifalébolge (ofr. Inf, periodo (ofir. Inf, zzvi 91); ma il medesimo 
xrm 8) r^TT"*^^ Bolle died Ibase fonnano troncamento mantenuto anche in rima con 
mt orfini di ponti (ofr. ^. znn 16-18). ^, forma di 8* pere., d piuttosto insolito : off. 
- 181 Mlv« eoo.: donane tatti gU ordini Parodi, BuU. ini28. — U4. ek'egU è Wn- 
a poatt sono rotti sopra la sesta bolgia. — giarda eco. Del diavolo si legge nel vangelo 
1S7. 1a rvlaa cke giace eoe la rovina del (Giovanni vm 44) che e quando profariaoe la 
ponte^ i satsil del quale si stendono sulla ripa menzogna, parla del suo proprio, perdoochó 
itttsna e iomano un rialzo nel fondo della egli è mendace, e il padre della menzogna», 
bolgia. — Ito. Mal eeatava eoe. MaUooda, — 146. t«rl»ato ecc. un poco sdegnato per 
dtosidomi die avremmo trovato presto «m al- avere scoperto l'inganno di Malacoda. — 147. 
Irò teogUù dks sia fao$ {Inf, zzi 111) mi ha Inr arcati : cosi chiama gli ipocriti, che vanno 
isgaanato, mal provvedendo al nostro biso- sotto il eoroo delle cappe di piombo. — 148. 
gBo. — 142. a B«legnas non è sdo um rip alle pMte eco. alle orme dei piedi del caro 
ootdo dsDa città natale, ma più tosto dello d»ua mio (Inf, iz 97) : le poste sono 1 segni 
Stailo botogneee, ove fiorivano anche le souo- impressi dal piede sul terreno, le < pedate » 
b di teologia. « L' allosioiie riesce comica, come spiega il Bati. 



CANTO XXIV 

Rtialeiido con molta difficoltà la ripa interna della sesta bolgia, Dante 
6 Tir^lio pervengono sopra un altro ordine di scogli che attraversa le ri- 
nutnenti bolge ; e nel fondo della settima vedono i ladri paniti dalle tra- 

DA.TM 12 



178 DIVINA COMMEDIA 



fltture di orribili serpenti, per le quali sono inceneriti e riprendono poi 
subito Tumana figura : tra essi si manifesta loro il pistoiese Vanni Pucci 
[9 aprile, verso le ore undici antimeridiane]. 

In quella parte del gioTÌnetto anno, 
che il sole i crin sotto l'Aquario tempra 
8 e già le notti al mezzo di sen vanno, 
quando la brina in su la terra assempra 
Pimagine di sua sorella bianca, 
G ma poco dura alla sua penna tempra, 
lo villanello, a cui la roba manca, 
si leva e guarda, e vede la calnpagna 
biancheggiar tutta, ond'ei si batte Tanca; 
ritoma in casa, e qua e là si lagi^ 
come il tapin che non sa che si ùuccìs^ 
12 poi riede e la speranza ringavagna, 
veggendo il mondo aver cangiata faccia 
in poco d'ora, e prende suo vincastro, 
15 e fuor le pecorelle a pascer caccia: 
cosi mi fece sbigottir lo mastro 
quand'io gii vidi si turbar la fronte, 
18 e cosi tosto al mal giunse l'empiastro; 

XXrV 1. !■ «lellA purto eco. BiAg. : libello >, e nel CavalTaati, oanz. n: < Oanzon, 
€ Vago è il principio di queeto canto, e di ta ni che do' libri d'amore Io faaeempxai ». 
gran beDoaa questa nnoY» similitndiiie, tolta — 6. ■ap^eoeoo.latempratoradellApenna, 
dalla ita«a natora ; e lambra qoaato vno di onde ritrae la neve, dura poco, doò la brina 
quei looghi ore il poeta vuol mostrarsi quale si dissolye presto. Dante atteggia noTsmente, 
egli ò, doè ad ogni altro soperiofe. Il prin- in conformità deU' idea del ritrarre, il pon- 
dpale sno intendimento si è di ritrarre qnan- siero espresso da Lucano, .Fbrt. iy 62: « IJr»- 
to ta grande il sno sbigottimento, benché di bant montana nives camposqne iacentos Kon 
poca dorata, in veder Virgilio si turbato » : doiatorae oonspecto sole proinae ». — 7. la 
il Tomm. invece giudica questa similitudine rolM s l'erba, il foraggio per le sue pecore, 
e troppo erudita », e direbbesi più tosto, trop- — 8. la eampagna ecc. : ricorda l'oraiiano, 
pò minuziosa; sebbene neUa abbondanza dei Od, i 4, 4 e Piata oanis albicant pruinis ». 
particolari si manifesti pur sempre la stupenda — 9. si katte Paaea: si rammarica credon- 
arte di Dante, che dovendo rappresentare il do che sia caduta la neve. — U. eeme il 
mutamento d* animo del contadino sa cosi ta^ eco. come il misero, incerto di ciò che 
efficacemente compenetzarlo alla descrizione deve ft^e; oompaiaziono inclusa nella pnn- 
del mutamento degli aspetti naturali che di dpale per mettere in rilievo gli effètti morali 
quello è il motivo. — gtovUetto anso : la di un fenomeno ilaioo. — 12. la speraasa 
primavera, quando, come dice il Petrarca, rlngavagaa : ò frase consimile a quella del- 
usa 14, < ringiovenisce l'anno». — 2. li V Ltf. zi 64 e fidanza imborsa» e significa; 
sole 1 cria ecc. il sole rinvigorisce i suoi accede di nuovo nell'animo la speranza; 
raggi, quando appare nella costellazione del- poiché, come notò l'An. fior., *ga9agn» sono 
l'Aquario, dal 21 gennaio al 21 febbraio, e certi costoni che fumo i villani, si oho wt- 
s'avVicina il tempo in cui la notte e il di gavagnar» non vuole dire altro che incestare, 
s'agguagliano. — 4. quando eco. allorché la doè insaccare speranziC, avere maggiore spe- 
brina sparsa nei campi rende imagine della ranza che prima »: cfr. Parodi, BulL m, 139. 
neve : il vb. O Mm nprar» deriva da nempiare — 14. vincastro! il ramo di cui il pastore 
(cosi flw swip r o da éxemphim) e significa tra- si servo come di bastone ; è detto oos( an- 
sorivere, ritrarre, rendere imagine ecc. : cosi che dal Poliziano ^ SL i Idi e Poi quando 
nel proemio della V,N.: < le parole, le quali move lor col suo vincastro ». — 17. rf tar- 
é mio intendimento d'assempraro in questo bar ecc. : cfr. Inf, xxm 146. ~ 18. e cosi oco. 



INFERNO - CANTO XXIV 179 

che, come noi yenimmo al guasto ponte, 
lo duca a me si volse con quel piglio 
21 dolce, ch'io vidi prima a piò del monte. 
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 
eletto seco, riguardando prima 
2tl ben la ruina, e diedemi di piglio. 
E come quei che adopera ed estima, 
che sempre par che innanzi si provveggia, 
27 cosi, levando me su vèr la cima 

d'un ronchion, avvisava un'altra scheggia, 
dicendo: « Sopra quella poi t'aggrappa; 
80 ma tenta pria s' è tal ch'ella ti reggia ». 
Non era via da vestito di cappa, 
che noi a pena, ei lieve ed io sospinto, 
83 potevam su montar di chiappa in chiappa. 
E se non fosse che da quel precinto, 
più che dall'altro, era la costa corta, 
8G non so di lui, ma io sarei ben vinto; 
ma perché Malebolge in vèr la porta 
del bassissimo pozzo tutta pende, 
30 lo sito di ciascuna valle porta 

che i'una costa surge e l'altra scende: 

OQoe il mutato aspetto della campagna con- roccia in rocda. Si noti Tantliesl tra il noi 

torta subito il contadino, cosi il dolce piglio e il vestito di cappa ; che vorrà dire dunque 

M aio duca fa rimedio al mio sbigottimento, ricoporto dalla cappa, come gì* ipocriti, non 

— oiplaatre ; nel senso generico di rime- già, come spiegò il Lomb., veste larga e ta- 

fio r osò anche il Petrarca, Trionfo delta lare, — 88. chiappa i vale lo stesso che roe- 

ff/sa n 129 : « all' italiche doglie fioro em- chio e ronóhione^ ossia masso sporgente. — 

pastio >. •— lo. eoi qiel piglio ecc. con 34. B se non fosse eoe. Dante vuol dire ohe 

!»&'stteggiamento bonigno, cho per la pri- delle dne sponde oostitaenti la bolgia sesta 

Bft Toha io aveva veduto quando Virgilio quella dalla parto intema (verso la bolgia 

m apparve per liberarmi dall' impedimento settima) per la quale salivano era meno alta 

Mie tre fiere (cCr. Inf, i 61 e segg.). — 22. di quella dalla parte estema (vorso la bolgia 

I<t braccia eoo. Virgilio, considerando bene quinta) per la quale erano discesi {Inf. xzui 

li raìna por vedere s'era tale da potervi 43 e segg.) : come dd possa essere, ò spiegato 

mBzb, dopo aver abbracciato il partito che noi versi cho seguono. — 86. aon so eco. di 

gii parve migliore d'ogni altro, prese Dante Virgilio non so, ma io non avrei potuto re< 

Qoa Is sue braccia e incominciò a sospin- sistere alla fatica della salita. — 87. Male- 

S<rio su per r erta. — 26. come quei che bolge la vSr ecc. Malebolge d tutto inclinato 

>^P«ra ei eitiaia eco. come colui che ao- verso l'apertura del pozzo dei giganti; perciò 



\ all'opera il consiglio, agli atti cor- la condizione di ciascuna bolgia porta oome 

paoli quelli della riflessione, avendo sem- necessaria conseguenza che delle due sponde 

pre la mente a quel che farà poi. — > 28. roa- di dascun argine I'una sale e l'altra scende, 

^Uoi: masso sporgonte, scheggia; cfr. Inf. cioò l' interna è in salita e l'esterna è in 

Q 25. -> avriiaTa : cf^. Lnf. xvi 23. — 80. ma discesa per chi cammini verso il contro dol- 

tota pria eoe ma prima prova con la mano l' inferno : e quella ohe sale ò mono alta di 

» è cosi salda da reggerti. — 81. Non era quolla che scendo, perché, avendo tutte le 

▼fi eco. Quella non era via per la qualo bolge la medesima profondità, il piano di 



> potuto salire alcuno degl' ipocriti, ri- ciascuna dove essere pi6 basso di quello dell» 

cx^ttti dalle pesanti cappe ; che appena Vir- precedente e più alto di quello delia seguente ; 

gitio, pura ombra, e Dante, sospinto dalla sua e la diiFerenza d'altezza fra il lato esterno e 

S^ida, potevano montare aggrappandod di l' intemo delle bolge essere uguale al disli- 



180 DIVINA COMMEDIA 



noi pur yeniinino alfine in su la punta 
4*2 onde P ultima pietra si scoscende. 
La lena m'era del polmon si munta, 
quand'io fui su, ch'io non potea più oltre; 
45 anzi mi assisi nella prima giunta. 
€ Omai convien che tu cosi ti spoltre, 
disse il maestro, che, seggendo in piuma, 
dS in £ama non si vien, né sotto coltre; 
senza la qual chi sua vita consuma, 
cotal vestigio in terra di sé lascia, 
51 qual fummo in aere ed in acqua la schiuma: 
e però leva su, vinci l'ambascia 
con l'animo che vince ogni battaglia, 
51 se col suo grave corpo non s'accascia. 
Più lunga scala convien che si saglia; 
non basta da costoro esser partito: 
57 se tu m' intendi, or fe si che ti vaglia >. 
Leva'mi allor, mostrandomi fornito 
meglio di lena ch'io non mi sentia; 
60 e dissi : « Va, eh' io son forte ed ardito ». 
Su per lo scoglio prendemmo la via, 
ch'era ronchioso, stretto e malagevole, 
63 ed erto più assai che quel di pria. 



vello fhi una bolgia e l'altra. — 41. In fa xxxvi 20, Lxm 8, Sap. v 15). •— 52. e però 

la poaU ecc. sulla cima dell'argino, dalla eco. leyati e vinci la stanchezza con la forz& 

quale sporge T ultimo dei massi per i quali della volontà, che trionfa d'ogni difficoltà pur 

noi eravamo salitL — 43. La Iena eoe. Qoan- che non s'abbandoni insieme ool ooipo. Bia^.: 

do M giunto alla cima, la ImOf il respiro « Il sentimento di questa sentenza, die Dante 

mi era stato cosi munto dai polmoni, cioè mi solo poteva con si gran forza e semplicità 

si eia esaurito nello sforzo del salire, ch'io dimostrare, ò veramente degno che lo fermi 

non potevo camminare più oltro, e però ap- ben chiuso nella memoria chiunque di bella 

pena arrivato mi posi a sedere. È spiegazione fama ò vago 9.-58. eoi PaBlmo ecc. ofir. 

acuta del Tonaca, che richiama il passo del Puyg, xvi 75-78. — 55. PU tuga leala eoo. 

Piar, zxi 87. ~ 46. Omai eonTieB ecc. Vir- La più lunga salita accennata da Virgilio è 

gilio, vedendo Dante vinto dalla stanchezza, quella del monte del Purgatorio (cfìr. JWy. 

lo ammonisce che ootali fatiche deve soato- m 46-51, zi 40, xni 1, xvn 65, 77, xxx 21, 

nere l'uomo desideroso d'acquistare la gloria, xzn 18, xxv 8, zzvn 124). — 56. ■•■ basta 

dicendogli : Ormai bisogna che tu sia operoso, ecc. non basta avere orrore dal vizio, ma bl- 

perché vivendo nell'ozio e dormendo non si sogna puriftcarai d'ogni colpa, per esser degno 

acquista la fama, e chi muore senza averla della beatitudine. — 57. se tv m'inteadl eoe: 

conseguita non lascia di sé alcuna durevole si cfir. questo ool passo parallelo del I\trg, 

memoria. L'ammonimento di Virgilio riohia- vi 46-51. — 60. bob forte ed ardito : cfr» 

ma al pensiero le parole d' Orazio, Epist. n Inf. zvu 81 ; Biag. : « formola che oompren-^ 

3, 412 : « Qui studet optatam cursu contin- de e la forza del corpo e la franchezza del* 

gore metam Multa tulit fedtque puer, sndavit l'animo >. — 61. Si per eoe I due pooti 

et alsit9. — tn «osi ti spoltre s tu ti spol- s'incamminarono sullo scoglio, ohe formava^ 

trìsca con simili esercizi faticosi. — 51. qual un altro ordine di ponticelli sulle bolge ed 

fummo ecc. : similitudine che ricorda la Vir- era più difficile di quello su cui avevano var- 

giliana, En, v 740, doU'ombra "d'Anchise : cato le bolge anteriori. — 62. reaeàioso eoo^ 

e Tenues fugit, oeu fumus, in auras», e ri- pieno di sassi, stretto, difficile e faticoso: 

sale forse a consimili imagini bibliche (Salmi ronehio» vuol dire pieno di rocchi o roiw 



INFERNO - CANTO XXIV ISl 

Parlando andava per non parer fievole, 
onde una voce uscio dell'altro fosso, 
66 a parole formar disconvenevole. 

Non so che disse, ancor die sopra il dosso 
tossi dell'arco già che varca quivi; 
69 ma chi parlava ad ira parca mosso. 
Io era volto in giù, ma gli occhi vivi 
non potean ire al fondo per l'oscuro; 
72 per eh' io : € Maestro, fa che tu arrivi 
dall'altro cinghio, e dismontiam lo muro; 
chó com'i' odo quinci e non intendo, 
75 cosi giù veg^o e niente affiguro ». 
« Altra risposta, disse, non ti rendo, 
se non lo £Eur; chó la domanda onesta 
78 si dèe seguir con l'opera tacendo ». 
Noi discendemmo il ponte dalla testa, 
dove s'aggiunge con l'ottava ripa; 
81 e poi mi fii la bolgia manifesta: 
e vidivi entro terribile stipa 
di serpenti, e di si diversa mena, 
84 che la memoria il sangue ancor mi scipa. 
Più non si vanti Libia con sua rena; 

chtoni (cfr. hif. xx 26). — 64. Parlftido ecc. caore e nella mente, ha ben da dolersi assai 
Ventre Dante camminaya parlando, per mo- della natura». — 78. seguir: se^itare, ac- 
iteie a Virs^ilio che ei non era stanco, dal compagnore. — 79. 11 ponte dalla tetta occ. 
fondo della settima bolgia s'alzò una voce da quella estremità del ponte che va a ter- 
ii^istìnta. — 66. dUeoBTeiieTOle: bene spie- minare sali' ottavo argine. — 80. s'Bgglaige: 
ga il Bati: « non conveniente a formar pa- si congiunge; cfr. Inf. xxxj 56. — 81. mi fu 
iole dio si potessono intendere >. Altri spie- la bolgia ecc. È la settima bolgia, ove sono 
faao come fossero fischi e sibili ; ma il passo puniti i ladri ; i quali continuamente assaliti 
lucia comprendere che era proprio voce di pa- dai serpenti sono ridotti in cenere e poi ri- 
rote, che a Dante arrivavano indistinte per prendono la figura primitiva, si che la loro 
la lontananza. — 67. Il dosso eco.il culmine pena si potrebbe dire un eterno annionta- 
tó ponticello. —69. ehi psrlaTa ecc. Dante mento dell'essere. — 82. itipa: l'An. fior, 
non dice chi fosse il peccatore che parlava attesta che « alvpa è detta ogni cosa eh' ò 
sdegnosamente ; ma può ben essere ch'egli calcata e ristretta insieme > ; cosi qui o in 
intendesse d'accennare al pistoiese Vanni Inf. xi 3 sijcnifica ammasso confuso. — 83. 
lattei, che sarà fra poco rappresentato come di %i diversa mena ecc. di cosi strane specie 
malito dai serpenti. — 70. gli oeehi tItI che il ricordo di essi mi guasta il sangue : 
«e gli occhi non potevano distintamente ve- il nome mena qui non può avere altro valoro 
iere il fondo della bolgia por l'oscuritA : sul che quello di condizione, qualità (cfr. Inf. 
valore deirespressione occfc» rm cfr. /n/". xxrx xvii 89). — 84. sclpa: cfr. Inf. vii 21. — 
M. -> 72. fft che tn Arrivi ecc. discendendo 85. Pld lon si Tanti occ. Lucano, in una 
dal ponte {lo muro), andiamo sull'argine che parte del suo poema alla quale Dante accen- 
tiride la settima dall'ottava bolgia : cfr. Inf. na in Inf. xxv 94, descrìve ed enumera i 
xxTi 13. — 74. ehd eom' i* odo ecc. perché serpenti cho infestano gli aronosi desorti 
(K sol ponte, come non intendo le parole che delia Libia cosi {Fara, ix 708) : « At non 
sento pronunziare nel fondo della bolgia, cosi stare suum miseris possura cruorem, Squami- 
noli discemo ciò eh' io vedo. — 76. Altrt feros ingens Haemorrhois explicat orbes ; 
rlipestm ecc. Biag. : e Piene di grazia sono Natus et ambic^uae colerot qui Syrtidos arva 
le parole di Virgilio a Dante, vaga si è la Chersydros, traciique via fumante Chcbjdri ; 
«cntonia cho in esse si racchiude, e chi alla Et sanjy^ recto lapsunts limite Cenchris ; Flu- 
pinalottan non le dà grazioso luogo noi ri bus iile notis varìatam pingitur alvmn, 



1S2 



DIVINA COMMEDIA 



, elle, se chelìdri, iaculi e farèe 
87 produce e ceneri con amfìsibenai 
né tante pestilenze né si ree 
mostrò giammai con tutta l'Etiopia, 
90 né con ciò che di sopra il mar Bosso èe. 
Tra questa cruda e tristissima copia 
correvan genti nude e spaventate, 
93 senza sperar pertugio o elitropia. 
Con serpi le man dietro avean legate; 
quelle ficcavan per le ren la coda 
96 e il capo, ed eran dinanzi aggroppate. 
Ed ecco ad un, di' era da nostra proda, 
s'avventò un serpente, che il trafisse 
99 là dove il collo alle spalle s'annoda. 
Né o si tosto mai né i si scrìsse, 
com'ei s'accese ed arse, e cener tutto 
102 convenne che cascando divenisse; 
e poi che fu a terra si distrutto, 
la polver si raccolse per sé stessa 



Qnam pairls ttnotos nutcolia thebanos Ophi- 
tea ; Concolor exuftb, atqae indiscratas are- 
ni8 Hammodytes ; tpinaqne yagi torqnente 
CerastM ; Et Scytale ipaxaiB etlam nono aola 
proinii ExiiYias positoia anas; et torrida 
Dipaaa ; Et gravi» in gemimim surgmi eaptU 
Amphiibama : Et Natriz violator aquae, Jo- 
euUqua vokuen»; Et eont&iUm iter eauda «u/- 
care Phareas ». I nomi dei lerpenti ricordati 
da Dante sono tratti evidentemente da que- 
sto passo di Locano (cfr. Moore, I 288); 
e come egli ha tralasciato altre specie ser- 
pentine, cosi non ha nominati 1 ehereidri^ dei 
quali alconi rogliono introdurre il ricordo 
leggendo : Gterei, ehelidri, iaeuU, farée Pro- 
dueer ceneri eon amfieibena; lezione che non 
ha sufficiente autorità di codici. — 88. né 
tante eco. i deserti della Libia, dell' Etiopia 
e dell'Arabia non produssero mai nulla di 
cosi pestifero e velenoso: anche questo ò 
manifesto ricordo di Lucano, Fare, ix 805 : 
« Sed malora parant Libycae spectacula pò- 
ftos »: cAr. Moore, I 962. — 90. ciò cke di 
sopra ecc. il deserto dell'Arabia, che ò al di 
sopra del mar Bosso, rispetto all' Egitto. — 
èe: d; Dante l'usa solamonto in rima {Purg. 
xrxn 10, Par. zxym 123), ma altri antichi 
l'hanno anche tnoi di rima o in prosa (Nan- 
nacci, Verbi 4S5). — > 91. Tra qnesta ecc. In 
mezzo al gran numero dei serpenti correvano i 
peccatori ignudi e spaventati, senza speranza 
di trovare un buco per il quale potessero sfup^- 
gire o un talismano che li proteggesse. — 93. 
eutropia: pietra preziosa, alla quale gli an- 



tichi tribnivano miracolose virtd, massime di 
guarire le morsicature dei serpenti e di ren- 
dere invisibile chi l'avesse addosso. — 04. 
Cen serpi ecc. Questo aggropparsi dei ser^ 
penti intomo ai lodn fu ImagJnato da Dante 
per ritrarre con vivi e forti colori l'astuzia e 
la malizia con la quale s' intromettono a ru- 
bare nei luoghi chiusi e il loro aggirarsi nn- 
scostamento a togliere l'altruL — 97. Ed ceco 
ecc. Mentre Dante e Virgilio guardavano noi 
fondo della bolgia, un serpente s'avventi) 
d' improvviso a un peccatore che stava presso 
la riva dal lato intemo, trafiggendolo alla 
gola : r infelice s'acccfse riducendosi in cenere, 
che subito si raccolse di por sé e ripreso no- 
vamente le sembianze corporali di prima. Il 
peccatore, del quale i due poeti osservano la 
rapida tramntazione, è Vanni Pucci : ctr. v. 
118 e segg. L' idea di questo incenerimento 
per la trafittura del serpente d tratta senza 
dubbio dal caso di Sabello, di cut vedasi la 
nota all' Inf, xxv 94 : cfr. A. Debelli, BuU, 
IV 17. — 100. Né e i£ (osto eoo. Similitu- 
dine tanto pi6 vigorosa e scolpita, quanto ò 
più comune il fatto da cui ò tolta; perché 
appunto l'arte vera non ha bisogno dì cercaro 
fuori della realtA la materia delle sue crea- 
zioni : nulla, nel caso particolare, poteva riu- 
scire più proprio a indicare l' istantanei t\ 
dell'aziono, che il paragone con un atto di 
brevissima durata quale ò Io scrìvere Ietterò 
d'un solo tratto di penna. — 103. e poi ecc.: 
si paragoni con ciò che Virgilio scrive di 
Proteo, Georg, iv 439 : e Ille suae contia im- 



INFERNO - CANTO XXIV 



183 



105 e in quel medesmo ritornò di butto: 
cosi per lì gran savi si confessa, 
che la fenice more e poi rinasce, 
108 quando al cinquecentesìmo anno appressa; 
erba, né biada in sua vita non pasce, 
ma sol d'incenso lagrime ed amomo, 
111 e nardo e mirra son l'ultime iàace. 
E qual è quei che cade, e non sa comò, 
per forza di demon eh' a terra il tira, 
114 d'altra oppilazion che lega l'uomo, 
quando si leva, che intomo si mira 
tutto smarrito della grande angoscia 
117 ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 
tal era il peccator levato poscia: 
o potenza di Dio, quanto se' vera! 
120 ^hé cotai colpi per vendetta croscia. 
Lo duca il domandò poi chi egli era; 
per eh* ei rispose: € Io piovvi di Toscana, 
123 poco tempo è, in questa gola fera. 
Vita bestiai mi piacque, e non umana. 



■enor artis. Omnia trucfoniutt lese in mi- 
zaaùk renim, Ignemque, horribUraiqae foram, 
floTimqQo liqnentem. Yerom, ubi nnlia fa- 
sm repcrit peBada, Tiotat In sese redit, 
a^t» haminis tandem ore locntoB : — 105. 
A Htte: d'un colpo, aobltamente : è anolie 
n Avf . xm 40, e nella fonna pi6 oomone 
« kOo in W. m IBO. — 106. fti per U 
ma taTl ecc. Dante accenna a quello ohe 
ftTolaggiarano della fenice 1 poeti e i dotti 
^•ntickità • del medioevo (p. ee. Plinio, 
H. NI X 2, dandiano, MI, zlu; rimatori 
italiani in D*Anc. I 115, 510, 516 e Val. I 
137, 390, 297, II 24, 210, 510; B. Latini, 
rwro TI 26 ecc.), ma nella soa descrizione 
(«fi legne massimamente Gridio, i». XV 892 : 
< Una est, quae reparet aeqoe ipea reeeminet, 
ilet: Astyrii pboràica voeant. Nonfirugene- 
^ktrbiM, 8éd turù ìaormi* §t tueeo vivU 
''lomLBato «M q%ÈÌnqu$ tutu eompÌ0vU aoa- 
ttfa ffiCa*, Bicet in ramia tremulaeqoe cacn- 
maa palmae Ungoibos et poro nidom albi 
eoBatndt ore. Qao aimnl ao oaaiaa tt nardi 
ifait orMoa Qiiaaaa^tia cum fuioa ntbttropU 
rmmna wtjfrrha» Sé tt^ptr imponiti ftnitqne 
ia odoiUraa aemm ». — lU. • nardo ecc. e 
l'aTTolge |irima di morire, nel nardo e nella 
vina, aoctanze odoroae. — 112. B tutl eoo. 
U amardmento del peccatore risorto daUe 
na eeneti richiama alla mente di Dante la 
eoadizione deQ'aomo caduto a terra per forza 
4i «agfa o per nn insalto epilettioo, U quale 
ri a lTi ndod goaida all' intomo tatto «manito 



per il dolore aofferto. — e non sa cerno : 
aenza aapere in qoal modo ; perché roaseaao 
e l'epilettico non a'aoooiigono del cadere. Sai- 
la forma corno cfir. Huy. xxm 86. — 118. 
fona di damon eoo. la potenza diabolica, 
che operando angli osa eoa i toglie loro gli spi- 
riti e li fi» cadere a terra. — 114. oppUaalon : 
epilessia, ohe rinchindendo i meati del corpo 
interrompe le fOnzioni fisiologiche. — 116. 
angoiela: dolore fisico e morale. — 119. 
potensa ecc. potenza divina, quanto sei 
giusta nel dispensare le pone i poiché a ven- 
dicare degnamente le offese, che ti sono fatte, 
infliggi ai peccatori colpi cosi violentL Questi 
versi oftiono una difficoltà, poiché troppo ra- 
pido pare il cambiamento dal diaoorao diretto 
all' indiretto : perciò altri leggono, non senza 
fondamento, qtumio è ««cera/, che certo ò in 
corrispondenza più eaatta col vb. erotoia, — 
122. Io piOTTi ecc. n peccatore, che cosi ri- 
sponde, ò Vanni figliuolo bastardo di messer 
Fucd dei Lazzari di Pistoia; del quale rac- 
conta l'autore delle Istorie pisloUsif pp. 6-7, 
che ebbe parte nelle diaoordie della cittadi- 
nanza pistoiese incominciate nel 1286 coll'in- 
sulto del taglio della mano fatto a Dorè Can- 
cellieri e che aegui la parte nera, conunet- 
tendo violenze e rapine a danno degli avver- 
sari: nel 1292 eia ai servizi di Firenze, noUa 
guerra guelfa contro Pisa ; eaulò dalla patria 
poco dopo, forse a cagione del Airto accennato 
al V. 137 , e nel febbraio 1295 tu. condannato 
in contumacia per ruberie e oipiddl cpmmussi 



184 



DIVINA COMMEDIA 



si come mul eh.* io fui: son Vanni Fucd 
126 bestia, e Pistoia mi fu degna tana >. 
Ed io al duca: « Digli che non mucci, 
e domanda che colpa qua giù il pinse; 
129 eh* io il vidi uomo di sangue e di crucci ». 
E il peccator, che intese, non s'infinse, 
ma drizzò verso me Panimo e U volto 
132 e di trista vergogna si dipinse; 

poi disse : € Più mi duol che tu m' hai còlto 
nella miseria dove tu mi vedi, 
135 che quando fili dell'altra 7ita tolto. 
Io non posso negar quel che tu chiedi: 
in giù son messo tanto, perch'io fui 



nel territoiìo di Pistoia (cfr. BuU. H 168, 
IV 207, VI, 210). — 126. •( eone mil ecc. 
ai come bastardo oh' io fili. — TaBsi F«eei 
bestia ! attesta l'An. fior, olie < perché egli 
era bestiale fa chiamato Vanni bestia >. — 
126. Pistoia mi fa ecc. Pistoia, patria di 
malvagi cittadini, mi tu. degna dimora : cfr. 
la nota all' Inf. xsv 10. — 127. aom rane- 
ci t non ftigga via ; valore del vb. «mie- 
eiare, ftiggire, ò attestato dalle chiose del 
Bnti e di Benv. ; il qnale nltimo aggiunge 
essere voce di parecchi dialetti lombardi : cfir. 
Parodi, BuU. HL 163. - 129. io il vidi ecc. 
io lo conobbi nel mondo come nomo violento 
e iracondo (Bati: e nomo di brighe e d'omi- 
cidi >). Dante doveva ricordare di Vanni Fno- 
d specialmente la parte presa nelle discordie 
pistoiesi, che furono poi, com' ò noto, occa- 
sione alla divisione dei guelfi fiorentini in 
Bianchi e Neri; personalmente potè cono- 
scerìo in Firenze dorante la guerra pisana. 
— 180. non s' inflase t non cercò di sottrarsi 
alla mia domanda. ~ 132. trista vergogna: 
non d la verecondia, che acquista all' uomo 
il perdono {Purg, v 21), ma la vergogna della 
colpa disonorevole. — 183. Pltf ni dio! eoo. 
Qui ò l'uomo di parte che si duole d' esser 
còlto nella miseria da un awersazio : Vanni 
Pucci, seguace dei Neri, trovandosi sorpreso 
dall' Alighiori, che fu di parte Bianca, nel 
luogo dove sono puniti i ladri, sente orrore 
di tale umiliazione e se ne duole pi6 che della 
perdita della vita; perciò dopo aver confes- 
sata sua colpa predice oscuramente ai suo av- 
versario avvenimenti rovinósi per i Bianchi: 
cfr. D'Ovidio, p. 44. — 137. lo fui ladro eoe 
Lana, Benv., Buti, An. fior.. Land, raooon- 
tane oon molti particolari l'audace tentativo 
di furto alla cappella di san Iacopo nel Duomo 
di Pistoia, operato da Vanni Pucci; l'An. fior., 
più breve degli altri, lo narrra cosf : « Av- 
venne per caso che sor Vanni [della Nonna], 
volendo bene ad una donna di Pistoia, andò 
una notte a fare una mattinata, et con lui an- 



dò questo Vanni Fucd. Sonando et cantando 
costoro a oasa alla donna, questo Vanni [Faod] 
oon alcuno suo compagno si parti da loro et 
sudò alla chiesa di Santo Iacopo in Pistoia, et 
per forza et per ingegno rompendo i serrami, 
entrò nella sagrestia di Santo Iacopo et nella 
cappella, eh' è meglio fornita et d'oro et d'a- 
riento et sltri arnesi che altra di Toscana; 
et entrato dentro la rubò et venne con queste 
cose ch'egli avea imbolate a oasa ser Vanni, 
et dissegU il fatto. Ser Vanni, ch'era buon 
uomo, gli disse vìUanfa et ch'egli «vBa fatto 
male et ch'egli non volea zitenare. Oostni 
scongiurandolo, dicendo : Voi disfarete me et 
i miei et vituperrete. Ser Vanni, V0gg«ndo 
ch'egli dioea il vero, per non vituperare né 
parenti suoi né lui, gii ritenne. La mattina, 
trovandosi Tuscia rotte et rubata la ssgxestia, 
il podestà cercando di questo fatto et perohó 
la oosa era grande, tutti quelli ohe per ye- 
runo modo si potò pensare ohe fatto PaTes- 
sono ftuono presi et richiesti et tormantati : 
fra' quali fti preso uno Bampino figliuolo di 
meeser Francesco Vwgelleei [Foresi, secondo 
Lana, Benv., Buti, Land.] et tanto ta tor- 
mentato che questo disse dò che il rettore 
volle udiro. Fugli assegnati tre di ad avere 
accond i fatti sud: la novella si spande, et 
questo viene agli oieocld di Vanni Fuod. ▲ 
Vanni inorobbe di questo giovane, ch'era suo 
amico : mandò per meeser Francesco, che gli 
volea pailaro per scampo del figliuolo. Ito 
messer Francesco a Vanni dove egli era, 
fuori di Pistoia, Vanni gli disse ohe gli volea 
campare il figliuolo et volea innanzi avere 
vergogna ch'egli morisse; et pd gli disse 
come avea tolte quelle cose et messe in oasa 
di ser Vanni. Questi [Fzanoesoo] tomo lieto 
a Pistoia; et detto il fatto al podestà, mandò 
et trovò ch'egli era vero, et rìebbonsi le ooae ; 
et il Rampino fti libero, et i odpevoli otm- 
dennati ». Secondo le ricerche di 8. Ciampi 
{Noti%i6 inediU cMla sagrestia pisM^» iW bòUi 
taredi ecc., Firenze, 1810, ^. 68 e segg^.), 



INPERNO - CANTO XXIV 



185 



138 ladro alla sacrestia de* belli arredi ; 
e £Edsamente già fu apposto altrui. 
Ma perché di tal vista tu non godi, 
141 se mai sarai di fuor da* lochi bui, 

apri gli orecchi al mio annunzio, e odi: 
Pistoia in pria di Neri si dimagra, 
144 poi Fiorenza rinnova gente e modi. 
Traggo Marte vapor di Val di Magra 
oh' è di torbidi nuvoli involuto, 
147 e con tempesta impetuosa ed agra 
sopra Campo Picen fia combattuto; 



di P. Bacd (Danto e Fornii Fuooi, Pistoia, 
1892, • Du» docttm, m F. F,, Pift 1896) e 
di altri, il Catto sarebbe stato un po' diyerso : 
pare die nei pxìmi gioini del 129(3 ignoti la- 
dri rompendo le porte della chiesa di San 
Zenone tentassero di mbare gli oggetti pre- 
nosi della cappella di san Iacopo e specialmen- 
te le dae tavole d*argento con le imagini della 
Valgine e degli Apostoli già coUocateri nel 
1287; che del fVirto non consomato, ma so- 
baente tentato, non si scoprissero gli autori 
le non nel 1294 essendo podestà di Pistoia 
Giano della Bella ; che il delitto fosse rivelato 
da uno dei ladri, Vanni della Monna (della 
Hoona, dicono i commentatori, alterando nomi 
e cose), il qnale nominò come snoi compagni 
Vanni Facci e Vanni Mironne; e che tra co- 
loro, coi inginstamente s* appose il delitto, 
fosse Bampino figlio di Bannocio Foresi, li- 
beiato solo nel mano del 1296, quando tu.- 
noo condannati 1 veri colpevoli. Ma i par- 
ticolari del fatto non sono noti con certezza ; 
efr. D*Oridio, pp. 44-47. — 188. alla sa- 
crestia de* kf IH eoe. : nel Dnomo di Pistoia 
la cappella di san Iacopo ha ancora l' altare 
con lastre e Agore d' argento, che possono 
dare nn' idea dell'antica ricchezza d*ori e d'ar- 
genti, per la qnale era dettali iuoro di tan 
bujpo : cfir. Bassermann, p. 149. — 141. lo- 
chi bai: regioni infernali; cfr. Jn/l vm 93, 
xu 86, zvi 82. — 14S. Pistola in pria ecc. 
Preralendo in I^stoia, con 1' alato del fio- 
rentini e specialmente dei Cerchi, la parte 
M Bianchi, il podestà Andrea Qherardini 
nel BSggio dol 1801 cacciò la parte dei Neri, 
che d rìfaggirono in Valdinievole preparan- 
dosi alla riscossa (cfir. Compagni Or, i 26; 
Mark piatole$i, pp. 10-U); poi in Firenze 
tra a 1301 e il 1802 la venata di Carlo di 
Valob e la proscrizione dei Bianchi cam- 
biarono gmU é modi di governo, perché la 
città rimase in balia dei Neri (cfr. Inf. vi 
67-69). L'antitesi à tra la cacciata dei Neri 
da Pistoia e la cacciata dei Bianchi da Fi- 
renze; però errano i commentatori, l qoali, 
attenendosi al racconto inesatto di 0. Villani, 
Or. rm 38| credooo c)ie Pente allada a ona 



so^Msta venuta dei Neri pistoiesi a Firenze 
a rinforzare i Neri fiorentini alatandoli a 
trionfiare della parte avversa. — 146. Tragga 
Marte ecc. I Neri pistoiesi, cacciati della loro 
città nel maggio del 1301, s'onirono smbito ai 
fiorentini e ai locohesi, eoi qoali l' anno se- 
goente sotto il comando dol marchese Mo- 
roello Malaspina (figlio di Manfredi I marchese 
di Qiovagallo, soccesse al padre nel 1282e mo- 
ri verso U 1816 : ebbe in moglie Alagia dei 
Fieschi, solla qnale cfr. JWy. xix 142) posero 
l'assedio al castello di Serravalle, posto tra la 
Val di Nievole e Pistoia, che poi si arreso 
dopo accanita resistenza nel settembre dol 
1802 (cfr. Compsgni, O. i 27 ; G. VUlani, 
• Or. vm 62; lat. pittai, pp. 19-24). • 146. 
eh* è di torkldi noTell eoe: il modo ima- 
ginoso, col qoale Dante rappresenta l'appari- 
zione e le vittorie dol Malaspina, sopors o 
fulmine di gnerxa, fa forse soggerito al poeta 
dal ricordo della cometa del settembre 1801, 
della qoale O. '>^llani, Or, vm 48, scrive : 
« apparve in cielo ona stella cornata con gran- 
di raggi di fommo dietro, i^»parendo la sera 
di verso il ponente, e dorò infino al gennido 
[1802] ; della quale i savi astrologi dissono 
grandi significazioni di fbtari pericoli e danni 
alla provincia d' Italia e alla città di Firenze, 
e massimamente perché la pianeta di Saturno 
e quella di Marti in quello anno s'erano con- 
giunte due volte insieme : . . singolarmente 
si disse che la detta cornata significò l'avven- 
to di messer Carlo di Valos ». — 148. sopra 
Caspe ecc. Dopo la caduta di Serravalle e 
di altri casteUi pistoiesi U difesa dei Bianchi 
si restrinse entro la città di Pistoia; alla 
quale i Neri alleati posoro assedio, durato più 
mesi, sotto il comando del Malaspina, fino a 
che nell'aprile 1806 la città dovette arrendersi 
per fame e i Bianchi perdettero l'ultimo loro 
baluardo. Al duro e vigoroso assedio (tempe- 
sto ecc.) da parte dei Neri sembra ohe si al- 
lada sulla fine delia profezia; nella quale le 
parole Campo Piceno designano genericamente 
il territorio ove sorge la città di Pistoia, non 
un luogo determinato che fosse cosi denomi- 
nato : e tale desì^nazioi^e oooorre in antichi 



186 



DIVINA COMMEDIA 



151 



ond'ei repente spezzerà la nebbia, 

si ch'ogni Bianco ne sarà feruto: 

e detto l' ho, perché doler ti debbia ». 



cronisti (cfir. nel De orig. eU/U, in Haitwig, 
Quetian dt I 60; in G. Villani, vm 52), è 
esplicita in Iacopo di Dante (« Campo Piemo^ 
il quale sito Pii>toia s* intende >) e procedette 
senza dubbio dalla falsa interpietaslDiie di nn 
passo di Sallostio, CaHUn, cap. 67, ove par- 
landò delle Dazioni di Catilina nel pistoiese ri- 
corda anche le legioni che Q. Metello Celere 



arerà alloam < in agro Piceno >. Solla que- 
stione si Teda il Biuwermanii, pp. 165-168, 
616-619, che ne ha dato la migliore solozione. 
— 161. e detto eco. e questi fistti io ti ho vo- 
luto annunziare, perché ta ne senta dolore, 
come di cosa contraria agli interessi della tua 
parte : cos( Vanni Food riassome e compie ▼!- 
goroeamente ciò che ha detto nei yt. li()-142. 



CANTO XXV 



stando siili *argine i poeti osserrano altri dannati della settima boi ci a, 
tra 1 quali il gigante Caco, e assistono alle tramutazioni meravigliose di 
uomini in serpenti e di serpenti in nomini, riconoscendo i fiorentini Agnello 
Bmnelleschi, Bnoso Abati, Puccio Oaligai, Cianfs Donati e Francesco CaTal- 
canti [9 aprile, Terso l^ora del mezzogiorno]. 

Al fine delle sue parole il ladro 
le mani alzò con ambedue le fiche, 
3 gridando : « Togli, Dio, eh* a te le squadro >. 
Da indi in qua mi fùr le serpi amiche, 
perch' una gli s'avvolse allora al collo, 
6 come dicesse : € Io non vo' che più diche » ] 
ed un'altra alle braccia, e rilegollo 
ribadendo sé stessa si dinanzi 
9 che non potea con esse dare un crollo. 
Ahi, Pistoia, Pistoia, che non stanzi 



XXV 1. Al flne ecc. Vanni Facci, per 
dare più compiato sfogo a quella passione rab* 
biosa che gli aveva posto in booca la predi- 
zione rÌTolta a Dante con iraconde parole (Inf, 
XXIV 183-161), fo seguitare al suo discorso 
un atto empio di irriverenza verso Dio, che 
Io aveva colpito con severa giustizia. — 2. 
le mAni alxò ecc. levò Io mani al cielo fa* 
ccndo con esse le fiche, che ò atto derisorio 
consistente nel porre il dito pollice tra T in- 
dice e il medio e volger cosi la mano verso 
alcuno. Sull'origine di questo atto disprogia- 
tivo si cfr. Nannucci, Verbi 134; e si noti 
che doveva esser proprio dei pistoiesi, se nella 
loro rocca di Carmignano, presa nel 1228 dai 
fiorentini e disfatta, era e una torre alta sot- 
tanta braccia, e ivi su due braccia di marmo, 
che faceano con le mani le fiche a Firenze », 
secondo che narra G. Villani, O. vi 6. — 
8. Togli ecc. : si ossorvi che questa voce iogliy 
con valore quasi d' esclamazione , d usuale 
nella lingua antica, mas. ime quando il discor- 



so si accompagna a on atto di scherno o di 
violenza; cosi nel Dee. g. ix, n. 4, i Saro- 
cini gittando in mare 1* uccisa amante di Ger- 
bino gli dicono: e Togli, noi la ti diamo qnmX 
noi possiamo». — 4. Da lodi eco. Le serpi 
fecero subito la mia vendetta e quella di Dio, 
poiché una s'avvolse alla gola del peccatore 
come per impedirgli di continuare il sacril^o 
discorso e un' altra gli avvinse le braccia 
perché egli non potesse ripetere l'atto di 
scherno. — 8. rlbadeado stf stessa eoe ri- 
congiungendo si fortemente il capo e la coda, 
che il peccatore cosi rilegato non poteva piò 
fare alcun movimento.-;- 10. Ahi, Pistoia ecc. 
Questa invettiva contro Pistoia e la sua por- 
versa cittadinanza, suggerita a Dante dalla 
vista di Vanni Fucd, è l'espressiono di on 
sentimento comune nei fiorentini antichi, i 
quali credendo che quella città fosse stata 
edificata dai superstiti dell'esercito di Cati- 
lina giudicavano anche che non fosse da me- 
ravigliare (cosi Q, Villani, Or, i 32) < se i pi- 



INFERNO - CANTO XXV 



187 



d' incenerarti si che più non duri, 
12 poi che in mal fare il seme tuo avanzi? 
Per tutti i cerchi dell'inferno oscuri 
non vidi spirto in Dio tanto superbo; 
15 non quel che cadde a Tebe giù da' muri. 
Ei si fuggi, che non parlò più verbo ; 
ed io vidi un centauro pien di rabbia 
18 venir chiamando: «Ov'è, ov'è l'acerbo?» 
Maremma non cred'io che tante n'abbia, 
quante bisce egli avea su per la groppa, 
21 infìn ove comincia nostra labbia. 
Sopra le spalle, dietro dalla coppa, 
con l'ale aperte gli giacea un draco; 
24 e quello affoca qualunque s'intoppa. 
Lo mio maestro disse: € Questi è Caco, 
che sotto il sasso di monte Aventino 
27 di sangue fece spesse volte laco. 

Non va co' suoi fratei per un canmiino, 
per lo furto che Redolente fece 
80 del grande armento, ch'egli ebbe a vicino; 



•toleei 80II0 Itati e sono g«nte di gnam fleil 
• emdeli intn loro e oon altrai >. F«r questo 
gli antichi commentatori, Bnti, An. fior., 
Liad. eoo. intendono 1* ultimo Tene della 
terzina oome se Dante aTssse Tolnto diie ohe 
i pistoieei del soo tempo snperayano di mal- 
ngità i pistoiesi antichi «stratti del sangue 
A Oatemna ». — ehd nea stanai eoo. perché 
non deliberi di distruggerti da te stessa, ri- 
iuoendoti in cenere ocnne il tuo Vanni Fuod? 
— ia.9el che in auil flure eco. ayanzi, su- 
psri non* operaie il male i tool stessi fon- 
datori, che ftirono uomini iniquissimi. — 
li. noB TÌàì ecc. non incontrai alonno spi- 
nto cosi superbo oontio Dio come Vanni 
fnod; n6 pure Capaneo: cfr. Jbtf, xiy46 e 
■egg. — 16. «he bob eco. senza dir più una 
ptiola. — 17. un eentaare ecc. Costai che 
insegne Vanni Fucoi è Caco, famoso ladrone 
figliuolo di Vulcano, nppresentato dagli an- 
tichi poeti oome uomo bestiale e detto da Vii^ 
gilk) neczo uomo e mezzo animale {En, vm 
Idi, 267) : Dante perdo ne Hs un centauro* 
tlM è separato dai suoi compagni del settimo 
eereUo (Btf. zn 66 e segg.), per il ftirto com- 
■eew a danno di Ercole. •— 18 ot' è l*a«er- 
bel doT» è floggito l'indomito e superbo 
Vaimi Fuccit — 19. Mareama eco. La Ma- 
ramaa toaoana, piena di bocchi e di paludi 
(efr. Inf, xxn 9), era assai abbondevole di 
ittpi, tanto che il Buti racconta che « a Vada 
^ QUO monaaterio bellissimo, lo quale per le 
Nrpi si dice essere disabitato » : cosi Caco, 



riisuto tra i boschi e le caveme del monte 
Aventino, era tutto ricoperto di bisce. — 21. 
InllB ecc. iino a quella parte ove cominciava 
la Agora umana (cfr. Jbtf. xi 81-82) : sul nome 
labbia oSr, Purg. zxra 47. ~ 22. dietro dalla 
eepfa: nella parte posteriore del capo: la 
oon», dice TAn. fior., è « quello concavo che 
fanno le spalle di rietro, sotto il nodo del 
coUo . ; cfr. Parodi, Butf . HI 160. — 28. nn 
draeos Virgilio dice che Caoo vomitava flamr 
me dalle «sud (Eiu vra 261 e segg.); e Dante 
trasforma cotesto particolare oon maggior con- 
formità alle credenze medioevali imaginando 
un dragone, che addossato alle spalle di Caco 
abbrucia qualunque persona o cosa s' imbatta 
in lui : cfr. Moore, 1 176. — 25. <{nestl h Caco 
ecc. Virgilio racconta che Caco viveva in una 
grotta del monta Aventino, nella quale erano 
sempre segni palesi di stmgrl recenti ; cfr. Bn. 
vxn 198 : « Hio spelunca foit, vasto submotiw 
rooessu ; Semihominia Cad fades quam dira 
tenebat, Solis inaocossam radila : eemperquo 
recenti Caode iopebat humus ; foribusque af- 
fisa superWa Ora vlrùm tristi pendebant pai- 
Uda tabe ». — 27. él saagae ecc.: cfr. univ 
simile eeprossiono In Pvrg. v 84. — 29. p^^ 
lo farto eoe. Caco rubò con frode, polcs^è a 
toglierò gr Indizi dol ratto fece canunii^'l 
»U' indietro, traendoU sinoaìla sua «p^v^^ 
i tori o lo. grlovenohe sottratte a ^Et^^ ^1 
qnale venendo ^^ Spagna con gU arm^ ^ U 
1 re Gerione (cftr. Inf. rvn 1) s'era f^rW 
tn lungi daU' Aventino (cfr. Yirg., ^^^^^ 



188 



DIVINA COMMEDIA 



onde oessàr le sue opere biece 
sotto la mazza d'Ercole, che forse 
83 gli ne die cento, e non senti le diecc ». 
Mentre che si parlava, ed ei trascorse; 
e tre spiriti venner sotto noi, 
3G de'quai né io né il duca mio s'accorse, 
se non quando gridar: € Chi siete voi ? » 
per che nostra novella si ristette, 
09 ed intendemmo pure ad essi poi. 
Io non li conoBcea; ma ei seguette, 
come suol seguitar per alcun caso, 
42 che Pun nomare un altro convenette, 
dicendo : € Cianfa dove fìa rimase ? > 
per ch'io, acciò che il duca stesse attento, 
45 mi posi il dito su dal mento al naso. 
Se tu sei or, lettore, a creder lento 
ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia, 
48 ohe io, che il vidi, appena il mi consento. 
Com'io tenea levate in lor le ciglia. 



206 e segg.). — 31. ep^re bleee: azioni scel- 
lerato e ree; sulla forma bieee c£r. Par. ti 
186. — 83. ■•Ito la nassa eco. Ercole, ac- 
cortosi del Airtoi assali Caco nella sua grotta 
e lo accise strostandolo (ofr. Virg., Wn. vm 
266 e segg.): Danto imagina inreoe che l'eroe 
facesse oso della dava, percotendo Caco di 
moltissimi colpi, sebbene ei fosse gii morto 
ai primi. — 84. Untitt ecc. Si noti il n^ido 
passaggio dalla ooetrozione subordinata alla 
coordinata (menir$ ck§ $i portava,., e tn tpi' 
rUi vmiMr ecc.X assai frequentemento usato 
dagli antichi per esprimere la contempora- 
neità delle adonL — 88. nostra BOTsUa ecc. 
il racconto che Virgilio mi iéceva della leg- 
genda di Caco fti intorrotto e noi attendemmo 
solo al nuovi venuti. — 40. Io nei 11 eo- 
■oseea ecc. Qui incomincia il mirabile rac- 
conto drammaticamento grandioso delle tra- 
mutazioni dei ladri fiorentini : all' intelligenza 
piena del quale è utile notare sin d'ora che 
i tre venuti sono Agnello dei Brunelleschi, 
Buoso degli Abati e Puccio dei Galigai (w. 
40-48, 68, 140, 148-160); poi viene in figura 
di serpente a sei piedi CianfìEi dei Donati e si 
incorpora con Agnello dei Brunelleschi (w. 
4d-78) ; finalmente viene in figura di piccolo 
serpente Francesco dei Cavalcanti e si tra- 
muta di natura con Buoso degli Abati (w. 
79-141). — ei segaette ecc. accadde, corno 
suole avvenire casualmente, che uno dei tre 
disse il nome d' un compagno : un caso non 
dissimile succederà a Dante nell' Antenora ; 
cfr. Inf. mn 106. — 43. Ciaafls dove ecc. 
Dove sarà mai rimasto Cianfa, nostro com- 



pagno? Cianfa Donati, vivente nel 1282, f^ 
cavaliere e della nobile ùuniglia gueli^ cho 
capitanò poi la' fasione dei Neri ed ebbe dal 
popolo il motto di casata di MaUfàmi (e. Vili., 
Or. vm 89): «mirabile ladro » lo chiama il 
Lana, ma né egli né gli altri commentatori 
antichi sanno aggiungere notizie certo di lui. 
— 44. por eh' lo eco. Dal nome del suo con- 
cittadino d^ Donati, ch'ei sento pronunziare 
a uno dei tre spiriti, Danto axgomenta cho 
essi Siene fiorentini; e desideroso d'averne 
pi6 sicuri indizi raccomanda a Virgilio il si- 
lenzio con un atto naturalissimo, ponendosi 
il dito sulle labbra. « È bello, osserva il Biag., 
questo linguaggio della natura, ed opportuno 
assai in questo luogo, perché se avesse Danto 
parlato, quegli spiriti, inteso il parlar toscano 
sarebbersi dileguati >. — 46. 8e ts sei eoe 
Qui comincia la soena della oompenetraziono 
di due figure In una sola ; un uomo ed un 
serpento. Agnello e Cianfa, confondendosi in- 
aieme, diventano « membra ohe non fftr mai 
visto » : però Danto prepara il lettore alla 
gran meravi^^ e, sotto colore di scusare la 
sua renitenza a prestar fede al singolarissimo 
racconto, lo predispone a crederlo, con l'af- 
fermazione d' aver visto esso il fatto descrìt- 
to. — 49. GoM'lo eoo. Si osservi la finicyinia 
arto di questa descrizione notando come Danto 
distingua 1 tre momenti principali del fatto : 
il rìawidnamento delle due figure, che si 
stringono come l'edera all'albero (w. 60-60); 
la compenetrazione dell'una nell'altra, che si 
compie lentamente, come il graduale avan- 
zare del nero sul bianco nel papiro acceso 



INFERNO - CANTO XXV 



189 



ed un serpente con sei piò si lancia 
61 dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia. 
Coi piò di mezzo gli avvinse la pancia 
e con gli anterìor le braccia prese; 
54 poi gli addentò e l'una e l'altra guancia. 
Gli deretani alle cosce distese, 
e misegli la coda tra ambedue, 
57 e dietro per le ren su la ritese. 
Ellera abbarbicata mai non fue 
ad arbor si, come l'orribil fiera 
60 per l'altrui membra avviticchiò le sue. 
Poi s'appicc&r, come di calda cera 
fossero stati, e mischiar lor colore; 
63 né l'un né l'altro già parca quel ch'era, 
come procede innanzi dall'ardore 
per lo papiro suso un color bruno, 
66 che non ò nero ancora, e il bianco more. 
Gli altri due riguardavano, e ciascuno 
gridava: €0 me, Agnòl, come ti muti! 



(tt. 61-70); e finalmente U nnoro aspetto ri- 
•oHante dalla fosione delle flgwe primitive, 
per il quale fl poeta non può troTaxe ona 
ifflagine adagnata nel mondo deUa realtà, poi- 
ché era di membra non mai yifte (tt. 71-78). 
A. Dobelli, Butt. TV 17, nota acntamente ohe 
•oche (Mdio, MeL nr 860>-882, deecriTendo la 
formanone di Ermafrodito, procede per qne- 
ite tre gradazioni medesime: l'aTrincond 
della ninfa all'amato giorinetto; la conrti- 
done dei due corpi ; l'apparire di nna figura 
anoTa e composita. — 66. deretani: piedi 
postoiioTì. — 68. EUera abbarbicata eco. 
Comparazione stupenda, che può credersi 
suggerita da nn'imagine di Gridio {MeL it 
365), più tosto che derirata, comò dicono 
i commentatori, dai versi d'Onudo, Epod, 
XT 5 : « Arctins atque hedera prooera ad- 
ttringitnr ilex. Lentia adhaerens brachiis > : 
fa imitata dall'Ariosto, Ori. vn 29 : € Non 
cosf strettamente edera preme Pianta ore in- 
tomo abbarbicata s' abbia, Come si stringon 
li dne amanti insieme >. — 61. come di ealda 
cera ecc. L' idea £ questa comparazione se- 
condaria, che rende cosi bene l'immedesi- 
aaxai dei due corpi, procede da Lucano (cfìr. 
T. 94), là doTO parla della morto di Sabello, 
Fhn, IX 781 : « Colla oaputque fiunnt ; ca- 
lido non ocjus austro Nix resoluta cadit, neo 
tiolem cera sequetur». — 68. mi Vum né 
Taltro ecc. il colore dell'uomo e il colore 
dM serpente, per il compenetrarsi dei dne 
corpi, aTorano perduto l'aspetto prìmitiTo e 
dato origine a un terzo colore indeciso ; come 
^wÀeohr urtino che jmwsdf tmiafu^ alla fiam- 



ma ptr h papko tu$Ot il quale color bruno 
non d ancora nero ma non d pi6 bianco. — 
66. lo paplres antica è la divergenza d'opi- 
nioni circa questa parola, poiché B«ìt. dice 
che si pud intendere del lucignolo della can^ 
dola della carta bambadna bianca : « utia- 
que enim est eadem compazatio, et pap jma 
habet ista diversa significata». Sono per la pri- 
ma interpretazione, d^ lucignolo formato con 
U midolla del giunco, Ott, Buti, Land., Veli., 
Lomb., confermandola i moderni con la te- 
stimonianza di Pietro Crescenzio, Trattato 
di agrieolturaf ed. B. Serio, Verona, 1861, il 
quale (vi 96) scrive che «il papiro ti dice 
quasi nutrimento del fàooo imperò che sec- 
cato è molto acconcio a nutrimento del Aio- 
co nelle lucerne e nelle lampane » : sono in- 
vece per r altra, della carta bambadna già 
in uso ai tempi di Dante, Lana, An. fior., 
Vent, Ces., Blanc; il quale osserva che nella 
carta il color bruno procede in su avanti alla 
fiamma, mentre nel lucignolo accade il con- 
trario; ma non d argomento sufilciente per 
escludere la prima interpretarione che pare 
essere più naturale : tanto più che per ìopa^ 
piro eueo non significa altro 9he nella parte 
superiore del lucignolo, in quella parte ohe d 
scoperta e dà fiamma. — 68. me eco. : escla- 
mazione, che nella sua semplicità esprìme 
bene la forte impressione che sui dannati fa 
la tramutazione del loro compagno. — Agaels 
gli antichi commentatori Lana, Benv., Buti, 
Pietro di Dante, An. fior. ecc. dicono sola- 
mente che questo peccatore fa Agnello o 
Agnolo dei Brunelleschi, fami^^ di grandi di 



190 



DIVINA COMMEDIA 



69 



78 



81 



vedi clie già non sei né due né uno ». 

Già eran li due capi un divenuti, 
quando n'apparver due figure miste 
in una faccia, ov'eran due perduti. 

Fèrsi le braccia due di quattro liste; 
le cosce con le gambe, il ventre e il casso 
divenner membra che non fOx mai viste. 

Ogni primaio aspetto ivi era casso: 
due e nessun Pimagine perversa 
parea, e tal sen già con lento passo. 

Come il remiarro, sotto la gran farsa 
de* di canicular cangiando siepe, 
folgore par, se la via attraversa ; 

si pareva, venendo verso l'epe 



parte ghibeUina che nelle divisioni del 1800 
furono coi Bianchi e poi passaiono ai Neri; 
lo CfMoae an, dicono di Ini: < Questo Agnello 
ta de' Bronelleechi di Firenze ; e infine pic- 
ciolo rotava la boita al padre e a la madre, 
poi votava la cassetta e la bottega e imbo- 
lava : poi da grande entrava per le case al- 
tnd e vestfasi a modo di povero e Cadasi la 
barba di vecchio, e però il fia Dante cosi tra- 
sformare per li morsi di quello serpente oomo 
fece per furare >. — 69. vedi ecc. Questo 
verso e un altro pi6 sotto (v. 77) ricordano 
il luogo di Ovidio, ov* è descritta la forma- 
zione di Ermafrodito (Met, iv 878): «Neo 
duo sunt et forma duplex, neo femina dici 
Nec puor ut poesint; neutrumque et ntrum- 
que videntur» : ofr. Moore 1 213. — 71. due 
flgnrt ecc. due sembianze confuse in un solo 
volto, noi quale s'erano perduti e quasi di- 
leguati i due primitivi aspetti dell' uomo e 
del serpente. Anche qui sembra continuare 
la reminiscenza ovìdiana (IM. nr 878) : « Nam 
mista duorum Corpora iunguntur, faciesque 
inducitur illis Una ». — 78. Fdrsl le braccia 
eoe. delle quattro tìtts, arti anteriori, cioè 
delle due braccia dell'uomo e dei due piedi 
d'avanti del serpente, si formarono le due 
braccia del nuovo essere. Male il Buti intendo 
le quattro UsU come quattro colori delle nuo- 
ve braccia, ciascuna deUe quali fosse listata 
di colore serpentino e di umano ; poiché i 
colorì resterebbero sempre due soli. -^ 74. 
casso : cfr. Inf. xn 122. — 75. dircnner ecc. 
A questo punto Dante non poteva trovare 
alcuna similitudine adeguata, perché il corpo 
che risultò dalla compenetrazione dell' uomo 
con il serpente doveva essere al tutto ftiori 
della natura: però si limitò a notare che le 
singole membra erano quali nessuno vide mai, 
avevano perduto ogni forma primitiva, e ave- 
vano formato una figura tra d' uomo e di 
serpente, ma senza i caratteri doli' uno o dol- 



l'altro. — 79. Come eco. Passa Dante a de- 
scrivere un' altra mirabile scena, il tramo- 
tarsi vicendevole di Francesco Cavalcanti, 
ch'era seipente, in uomo e di Buooo degli 
Abati, ch'era uomo, in serpente : azione molto 
complessa nel suo rapido svolgimento, della 
quale il poeta, cogliendone e rendendo con 
tóochi efflcaoi i momenti più salienti, fa una 
rappresentazione cosi viva e grandiosa che 
passa i termini soliti dell'arto umana. Anche 
questa soona ha tao momenti ben distinti : 
V incontrarsi dal due esseri, che devono tra- 
mutarsi, e i primi effetti generali della tra- 
fittura che il serpente fa all'uomo (w. 79-98); 
la vera liamntazione, per la quale lo mem- 
bra di ciascu no vanno a poco a poco assu- 
mendo la forma di quelle del compagno (w. 
10B-1S6); l'effetto finale, per cui l'uomo di- 
venuto serpente e il serpente divenuto uomo 
tanno dimostrazione della nuova natura as- 
sunta da dascuAO di essi (w. 186-141). Fra 
il primo e il secondo momento il poeta con 
un felice richiamo di metamorfosi descritte 
da' poeti dassid prepara il lettore alla no- 
vissima deoaidone della duplice tramutazione 
di membra, che ò il punto culminante di tutta 
la scena (w. 94-102). — Il ramarro occ 
La comparazione del ramarro, specie di la- 
certola, che nei caldi giorni d'estate traversa 
la via da siepe a siepe con fulminea rapidità, 
ò già in germe in questi vervi d'Orazio, Od. 
in 27, 6: «Bumpat et serpens iter institu- 
tum Si per obliquum similis sagittae Terruit 
mannos ». — forsa : « calura » sinegano Lana 
e Benv., ma meglio il Buti, seguito da quasi 
tutti i moderni, intendo ohe sia pw ftrxa 
(Inf. zvm 85, 81) con senso traslato che an- 
cora ò dell'uso per indicare la violenza doi 
raggi solari: cfr. Parodi, BuU, m lOL — 80. 
di eaaleular: i giorni della Oanioola, dal 21 
luglio al 21 agosto, quando il sole ò nella co- 
stei laziono del Cane maggioro. — 82. terso 



INFERNO — CANTO XXV 



lÒl 



degli altri due, un serpentello acceso, 
84 livido e nero come gran di pepe. 
£ quella parte, onde prima è preso 
nostro alimento, all'un di lor trafisse; 
87 poi cadde giuso innanzi lui disteso. 
Lo trafitto il mirò, ma nulla disse; 
anzi coi piò fermati sbadigliava, 
90 pur come sonno o febbre l'assalisse. 
Egli il serpente, e quei lui liguardava: 
Pun per la piaga, e l'altro per la bocca 
93 fummavan forte, e il fummo si scontrava. 
Taccia Lucano omai, là dove tocca 
del misero Sabello e di Nassidio, 
9G ed attenda ad udir quel ch'or si scocca. 
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio; 
cbé, se quello in serpente e quella in fonte 
' 99 converte poetando, io non lo invidio: 
che due nature mai a fronte a fronte 
non trasmutò, si ch'ambedue le forme 
102 a cambiar lor materia fosser pronte. 
Insieme si risposero a tai norme, 



Peyt eoe. reno Baoso degli Abati e Pacdo 
M Oaligai, che averano flgont unum». — 
•pc: cfr. Inf. XXX 102. — dS. «b eirpeB- 
MDe eoo. vn lexpente aooeeo d' ira, Fran- 
eMoo dei OaralcantL — 86. «Bella parte 
eoe. rombeUioo, donde raomo nel periodo 
deOa geatazione aeeorlìe l'alimento ; ò dotto 
il oonfòmità alle dottrine antiche, abban- 
èonat» o nodificate dai moderni. — 86. al- 
Pn: a Biioao degU Abati. — 88. Lo trafitto 
tee. n ■iìft»**'* e lo sbadigliare di Booso sono 
i natomi eh' eg^ era per perdere la eoa na- 
tala umana, come il cadòe del serpente è 
Mgio eh' e|^ è per perdere la mobilità della 
na natola. — 92. KgU U aerpeata eoo. L'ao- 
Bo e il serpente, guardandosi l' nn l' altro, 
BsadaTaao fuori l'ano dalla piaga e l'altro 
Ula booea un fama intenso; mediante il 
qnsle dna nature diverse si tramutayano: 
ialatti, quando la metamorfosi d oompinta, 
il testo cessa. — 94. Taeela LaeaBO eoe. 
Laoano nella Fara, a 784 e segg. deecrive 
h morti dolorose di parecchi soldati romani 
iaa'eseraito di Catone, i qnali furono morsi 
dsi lecpenti del deserto libico ; tia ooteste 
KQcti, t<rgrti^T4 sono quelle di Sabello e di 
KamiAo: il primo dei qnali essendo stato 
Boao dal serpente ssps incomineid a dissol- 
Tersi in modo ohe in brevissimo tempo tatto 
il no corpo si ridusse in un pugno di cenere, 
eone se fosse stato bruciato sul rogo {Fatrs, 
a 761-788) ; e il secondo, ferito dal serpente 



che chiamano pnaUr, inoomindò a dilatarsi 
e ad enfiarsi, tanto ohe scoppiò la lorica e 
il sno oorpo perduta ogni umana sembianza 
si ridusse in una gran massa informe {Fatrs. 
iz 789-804). — 96. ed attenda ecc. e ascolti 
la meravigliosa trs sformazione, ch'io sono 
per descrivere. — si scocca s ott. Puirg, xxv 
17. — 97. Taeela 41 Cadmo eco. Ovidio, 
ÌÙL IV 668-604, deecrive la trasformazione 
di Gadmo, il mitico fondatore di Tebe, in un 
serpente, oon certi particolari, dei quali si 
valse Dante (cfir. w. 184, 137); e lo stesso 
poeta, MeL v 673-671, racconta come Are- 
tusa, una delle Nereidi seguaci di Diana, in- 
seguita da Alfeo, fosse dalla dea convertita 
in una fontana. — 9U. le bob lo Invidio ecc. 
non invidio l'arte sua, poiché Ovidio nel suo 
poema delle ìùtcmorfoai non tentò mai la 
descrizione di un fatto cod straordinario quale 
è il tramutarsi oontemporaneamente di due 
nature diverse : tìti. per altro le note ai w. 
69 e 71. — 101. ambedue le forme ecc. le 
due nature, l' umana e la serpentina, fossero 
pronte a cambiare ciascuna la propria parte 
materiale in quella doli' altra. — 103. Insieme 
si rlspesero ecc. La tramutazione delle mem- 
bra dei due dannati incominciò, per mutua 
influenza delle due nature, con tale regola 
che prima il serpente divise la coda in dae 
parti e l' uomo ristrinse insieme i piedi, le 
gambe e le cosce in modo ohe non rimase 
più alcun segno manifesto della linea di con- 



192 DIVINA COMMEPTA 



che il serpente la coda in forca fòsse, 
105 e il feruto ristrinse insieme Porrne. 
Le gambe con le cosce seco stesse 
s'appiccftr si che in poco la giuntura 
108 non fieicea segno alcun che si paresse. 
Togliea la coda fessa la figura, 
che si perdeva là, e la sua pelle 
111 si facea molle, e quella di là dura. 
Io vidi entrar le braccia per P ascelle, 
e i due piò della fiera, ch'eran corti, 
114 tanto allungar quanto accordavan quelle. 
Poscia li piò di retro, insieme attorti, 
diventaron lo membro che Puom cela, 
117 e il misero del suo n'avea due pdrtL 
Mentre che il fummo Puno e l'altro vela 
di color nuoYO, e genera il pel suso 
120 per P una parte, e dall'altra il dipela, 
Pun si levò, e P altro cadde giuso, 
non torcendo però le lucerne empie, 
123 sotto le quai ciascun cambiava muso. 
Quel ch'era dritto il trasse vèr le tempie, 
e di troppa materia, che in là venne, 
126 uscir gli orecchi delle gote scempie; 
ciò che non corse in dietro e si ritenne 
di quel soverchio, fé' naso alla faccia, 
129 e le labbra ingrossò quanto convenne. 

ginnzione. — 104. ftftMS cf^. bif, xn 119. trunntazione dog^ aiti inferiozi • laperìori 

— 105. ormt: piedi; per una fàcile evolo- fra le due figure, il fumo, maailbstazloiie 
rione logica del senso proprio {Inf, ym 102, delle doe diverse nature, dà a quel che eia 
PMtrg, V 2 ecc.). — 109. T«gliea la t%ém serpente il colore umano e a quel ohe ei« 
ecc. ,La coda del serpente, divisa in dae nomo il colore secpentino, e sul primo & ore- 
parti, assumeva a poco a poco la Agora delle scere i peli mentre li fa sparire dal secondo : 
gambe nmane, che veniva meno nell'uomo; allora l'uno ti alza sai piedi, perdhó d pi6 
e la pelle del serpente diventava molle e li- nomo che serpente, e l' altro cade disteso % 
scia come l'amana, mentre qnella dell' nomo terra, perahA è "pA. serpente che uomo; ma 
diveniva dora e scagliosa come la serpenti- non ces sa no di goardarsi fisamente, pérohó 
na. — 112. Io vidi eco. Le braccia rientra- la tnunatarione non ò ancora finita, dovendo 
rono per le ascelle nel corpo dell' nomo che tra le dae figure avvenire lo scarnino dei 
diventava serpente, e i due piedi anteriori vólti. — 128. setle le qnal eco. : oft. il ▼. 
del serpente eh' erano corti e' allongarono 91. — 124. Qnel di' era eoo. H serpente, di- 
sino ad avere la misora di braccia nmane. ventato nomo, ritrasse il moto verso le tam- 

— 116. Posela li pie ecc. I piedi posteriori pie per aoeoroiario e appianarlo, ridacendolo 
del serpente s' attorcigliarono insieme a for- a viso ornano ; e della soverchia materia che 
mare il membro virile^ della noova figora si ritirò indietro si formarono gli orecchi galle 
umana, e il membro dell'uomo si divise a gote che prima n' erano prive, e di una parte 
formare i piedi posteriori della noova Agora di quella soverchia materia fermatasi a mezzo 
serpentina. — 117. due pftrtl : due piedi di- il volto si formò il naso e s'ingrossarono lo 
stesi, come convenivano a corpo di serpente: labbra qoanto conveniva a Agora omana. — 
fòrti è dal vb. pcrgtre nel senso di sporgere, 127. ciò che ecc. Si costruisca : ciò che di 
stendere. — 118. Mentre ecc. Compiata la qoel soverchio non corse indietro eco. ^- 



INPERNO — CANTO XXV 



193 



Quel ohe gìacea il muso innanzi caccia, 
e gli oreccH ritira per la testa, 
1S2 come face le coma la lumaccia; 
e la lingua, che avea unita e presta 
prima a parlar, si fende, e la forcuta 
185 nell'altro si richiude, e il fummo resta. 
L'anima, ch'era fiera divenuta, 
sufolando si fugge per la valle, 
138 e l'altro dietro a lui parlando sputa. 
Poscia gli volse le novelle spalle, 
e disse all'altro: cl'yo'che Buoso corra, 
141 com' ho fatt' io, carpon per questo calle ». 
Cosi vid'io la settima zavorra 
mutare e trasmutare; e qui mi scusi 
144 la novità, se fior la penna abhorra. 



130. Qo«l éh9 ffUM* Mo. L'uomo, direnuto 
tnpent», aUimgd il miuo, d che preodeese 
ignm aecpentina e ritrasse dentro al capo 
gli oceedd. — 182. e«me fftee eoe. come la 
huBsca ritira le corna, qnando ò toccata. Si 
noti come dall' osserrnione dei più semplici 
htd natorali Danto sappia trarre materia 
d'imaginl rivissime ed eflScaoi. — 188. • la 
Unyaa ecc. finalmente la tranratadone si 
ooaipie, quando la lingua di colai ch'era già 
lomo al scinde direntando biforcuta, come 
gii antichi credeyano essere quella dei ser- 
penti, e quando la lingua di colui che prima 
era sapente richiudendosi diviene umana: 
sUora oeasa il ftuno. — 134. si fendei cfr. 
Or., M0t. !▼ 685, di Oadmo : « Die quidem 
Talt phuna loqui ; sed lingua repente la par- 
tes est fissa duas ». — 186. L'aalma eoo. 
L'anima di Buoeo assunta la sembianza ser- 
pentina fugge fischiando, come è proprio dei 
ssrpenti; e qu^la del Oaralcanti, che ha 
preso flgon umana, sputa dietro si compa- 
gno, mentre parlando dimostra la sua nuova 
natora. — 187. 8«f«lando oco. Ov.« Md, iv 
686 : « nec verba volenti Sufflciunt, quoties- 
qne aliquoe parat edere questus Sibilat : hanc 
iUi vocem natura reliquit». — 1S8. sputa s 
il Torraca molto acutamente spiega l'atto 
dello ^lutan, che il Cavalcanti U dietro a 
fiooso divenuto serpente, come una specie di 
■congiuro, dipendente dalla superstiziono che 
lo sputo dall' uomo avesse efficacia di veleno 
sopra i serpenti: cosi s'intendono assai me- 
gdo anche le paiole da lui soggiunte, rvo* eh$ 
Bmw ecc., che accennerebbero all' effetto 
4aQo scongiuro. — 189. Poseia gli volse 
see. n Cavalcanti, ripresa figura umana, volse 
k tMstts spaile, quelle che recentemente s'e- 
nao formate sovra il suo dosso, al compagno 
cbe teggiva par la valle. — 140. Baoso t se- 

JUàjm 



oondo la testimonianza autorevole del Lana 
e di Pietro di Dante, fu degli Abati, fami- 
glia di grandi di parte ghibellina, ma altri 
antichi, Ott., Benv., Buti, An. fior, dicono 
ch'ei fosse dei Donati; e veramente Buoso 
dei Donati, ricordato nell' estimo fiorentino 
del 1268 e nella pace d^ card. Latino del 
1280, d personaggio dantesco, perché di lui 
finse il corpo e la voce Gianni Schicchi dei 
Cavalcanti Iklsandone il testamento (cfr. Bif. 
zxx 82) : ma era facile la confusione tra due 
Buod, l'Abati che si tramuta col Cavalcanti 
nella bolgia dei ladri, e il Donati che da un 
altro Cavalcanti fu falsato ; nò sarebbe na- 
turale che Dante introducesse qui due della 
stessa famiglia (dei Donata ò Cianfa, cfr. 
V. 48). L' An. fior, aggiunga (he Buoso « et 
in ufficio et altrove, avendo fatto dell' altrui 
suo, non possendo pili adoperare, e forse com- 
piuto l' ufficio, mlsse in suo luogo (non però 
che coli' animo non fosse sempre bene dispo- 
sto, ma come d detto non toccando più a lui) 
misse in suo hiogo messer Francesco chi»* 
mate Guercio de' Cavalcanti >. — all' al- 
tro : a Pucdo Sciancato (v. 148). ~ 141. ear- 
poB ecc. strisciando come serpente; Bambagl.: 
< earpone in fiorentina lingua importat quan- 
tum est dicere ire brancolone, idest cum ma- 
nibus et pedibua per terram sioot pergunt 
bestiae >: cfr. Inf, zzn 68-69. — 142. la 
setUma savorra eco. i dannati della set> 
tima bolgia, i quali si mutavano, come Vanni 
Faod e Agnello e Cianfa, o si trasmutavano, 
come l'Abati e il (Cavalcanti : xasorra, cha 
è propriamente l' arena, la ghiaia o altra ma- 
teria messa nel fondo della nave per rego* 
lame l'immersione, è tratta qui a significare, 
dice il Lomb., < la genia o feccia d' uomini 
posta in fondo della settima bolgia >. — 144. 
se fior la penna abbonai è luogo varia- 
la 



194 



DIVINA COMMEDIA 



1 



147 



151 



Ed avvegna che gli occhi miei confusi 
fossero alquanto e Tanimo smagato, 
non poter quei fuggirsi tanto chiusi 

ch'io non scorgessi ben Puccio Sciancato; 
ed era quel che sol, dei tre compagni 
che venner prima, non era mutato: 

l'altro era quel che tu, Gaville, piagni 



mente spiegato, sol quale molto disputarono 
gì' interpetri. Oli antichi intesero tatti ohe 
Dante volesse scasarsi di non arer saputo 
adegaatamente descrivere la novissima tra- 
mutazione : infatti il Lana spiega il vb. ab- 
bona per « aciabatta > ; Benv. chiosa : « si 
stilos oberrat in aliquo modico » ; Buti : e se 
alquanto lo scrìver rolo e il modo del dire 
acdabatta e non dice cosi ordinato come al- 
trove né cosi a punto » ; e T An. fior.: « se 
io non ho detto il fatto pienamente et non 
ho i' effetto vestito bene ooUe parole come si 
conviene ». I moderni invece videro in que- 
ste parole una scusa della prolissità delle de- 
scrizioni, essendosi Dante fermato sulle mi- 
nuzie ; e presero il vb. abborrare o in signi- 
ficato di trrare, traviare come Yent., Lomb., 
Biag., Blano. ecc., oppure in quello di mot- 
t&r bórrOf metter superflue parole, ecc., come 
lo Scart. : ma la testimonianza degli antichi, 
in questione di parole, pare di maggior peso, 
tanto più che in oMorrore, da òorra, il senso 
di abborracciare, acciabattare ecc. ò confer- 
mato dall' analogia con altre lingue (cfr. bour- 
rw, spagn. barrar: cft. Dioz 60) e Dante si 
vuole qui scusare, non tanto della minutezza 
della descrizione, quanto dell'aver dovuto 
per necossità della materia usare modi e co- 
strutti non eleganti o chiaii, né sempre con- 
formi a retorica. « Questa spiegazione è la 
■ola che ci dia pienamente ragione del verbo 
dantesco e del suo significato, • che non ci 
costringa a ricorrere a pazze etimologie » ; 
Parodi, Bull, m 140. — fior: alquanto; aw. 
di quantità, sul quale cfr. JVy. m 136. — 
146. e raaimo sMagatot e l'animo tmanìto, 
» : il vb. mnagare (ft. Mmoifr, prov. 



emtagar: ofir. Diez 296) significa propriir 
mente disanimarsi, perder le forze dell'animo, 
e Dante l'usa non di rado a esprimer l'idea 
di una condizione d' animo divena dalla nor- 
male (cfr. Purg, z 106, zzvn 104, Par, m 
86, V, N, xn 86, zziu 188 eoe). — 147. mon 
potei eco. i duo ch'erano rimasti non fug» 
girono occultandosi cosi eoo. — 148. Pseelo 
Selaneaio : questo fiorentino, che dei tre com- 
pagni venuti prima (cfr. v. 86) era il solo 
che non fosse andato soggetto ad aloana me- 
tamorfosi, tu Puccio dei Oaligai, famiglia di 
grandi di parte ghibellina, che forse era ■<>- 
prannominato b toianeato per difetto fisico : 
di lui e dei suoi atti nulla ci dicono i com- 
mentatori antichi ; ma sappiamo che nel 1268 
tu bandito coi figli e nell' 80 giurò la pace 
coi guelfi (DelixU degli muL YJR 218, IX 
92). — 161. raltro ecc. QueUo che di sexw 
pente era divenuto uomo iti meeser Franoe- 
sco dei Cavalcanti : del quale dioe l'An. fior. 
« che fti morto da certi uomini da Gaville, 
ch'ò una villa nel Val d'Amo di sopra nel 
contado di Firenze ; per la qual morte i oon- 
sorti di messer Francesco molti di quelli da 
Oaville uccisone e disfeciono ; et però dice 
r autore che per lui quella villa ancor ne 
piagne et per le accuse et testimonianze et 
oondennagioni et uccisioni di loro, che per 
quella cagione ne seguitarono, ohe bene pian- 
gono ancora la morte di meeser Francesco ». 
— Clavllle t piccolo castello nel Val d'Amo 
superiore, non lungi da Fif^e {Par, zvx 60X 
stato sino dal secolo zn della ft^"ì%^^«^ liber- 
tini, la quale ai tempi di Dante volgeva a 
rovina, essendo stata trascinata nelle lotte 
tra i Bianchi e i Neri (Bepetti, H 418 e segg.). 



CANTO XXVI 



Risalendo i dne poeti dair argine al ponte, pervengono sali* ottava bol- 
gia e nel fondo di essa vedono infinite fiammelle, ciascuna delle quali av- 
volge e nasconde l'anima di un consigliere fraudolento : tra questi dannati 
sono, chiusi dentro alla stessa fiamma, Diomede e Ulisse, che racconta il 
viaggio nei quale mori [9 aprile, circa il mezzodì]. 



INPERNO - CANTO XXVI 



19B 



Godi, Fiorenza, poi ohe se* si grande 
ohe per mare e per terra batti Pali 

8 e per lo inferno tuo nome si spande! 
Tra li ladron trovai cinque cotali 

tuoi cittadini, onde mi vien vergogna, 
6 e tu in grande onranza non ne sali. 
Ma se presso al mattin del ver si sogna, 
tu sentirai di qua da piociol tempo 

9 di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna. 
£ se già fosse, non saria per tempo; 

cosi foss'ei da che pare esser dèe! 
12 che più mi graverà, com' più m' attempo. 



XXVI 1. €l«41y Fiorensft eoe. Come U 
vista di Yanoi Food hA ispirato a Danto la 
ftttto inTettiva oontio Pistoia (^/. xzv 10- 
U), cod l'incontro ooi cinque snol oondt- 
talini ^ trae aolla bocca parole di amari»- 
nma ironia contro Firenze, e il canto inco- 
■incia con una mossa lirica, che trova poi 
no compimento nella funosa apostrofe del 
iVf. 'VI 127-161. È degno di nota ohe nn 
Mcolo di poi i fiorentini Tittoriosi per l' ac- 
qfsisto di nsa ricantassero a loro ^oria i 
Titapail di Danto : « Oodi, Firenze, po' che 
ss' si grande Che batti l' ale per terr* e per 
■sr» Facendo ogni toscan di to tremare ! » : 
cfr. O. C^axdnoci, Studi leUtrarif livomo, 
1874, p. 446. — 4. elnqiM eotall ecc. cinque 
iorentini di ood grandi casato; cfr, ^f, zxv 
40. — 5. emde mi rien ecc. : cfr. Con», tv 
37: € Oh misera, misera patria mia I quanto 
pietà mi strigne per to, qnal Tolto leggo, 
fasi ToHa acrìTO cosa che a reggimento ci- 
▼ile abbia rispetto 1 » : ma il grido dell'esule 
grandissimo muovo nel poema dal pensiero 
dalla oorrozione morale, prima favilla deUa 
«otruzione politica dei suoi concittadini. — 
7. Xa se presse ecc. Eia credenza degli an- 
ttèU die 1 sogni fatti nelle ore pi6 vldne al 
Slattino fossero pid veritieri; cosi Ovidio, 
tr, zxz 195 dice : « Namque sub auroram 
lam doxmitanto lucerna Somnia quo cerni 
tempore vera solent > (cfr. Moore, I 217), e 
Onsio, 8aL 1 10, 88 : e post mediam noctom 
vbos com somnia vera » : Danto stosso noi 
ISmg. IX 16 dice che al mattino « la mento 
■ostia peregrina Più dalla carne e men dai 
pensior presa Alle sue vision quasi ò divì- 
sa». ~ 8. tv sentirai ecc. proverai presto 
i trttitfimi effetti della immoralità dei tuoi 
cittadini, cagione prima delle tue discordie o 
del dlsonìine politico, sperimenterai quei mali 
che i tuoi nraùd ti augurano. — 9. Prato : 
k menzione di Prato, più tosto che d' alcu* 
a' sltia delle città toscane nemiche a Firenze, 
li può spiegare (cfr. Bassermann, p. 610) 
sol ricordo del rardinale Hiooolò da Prato, 



ohe, mandato nel 1904 dal pontefice a pacifi- 
care i fiorentini e non essendo riuscito a 
conseguire l' intonto, abbandonò sdegnato la 
città, dicendo (O. '^IL, Or. vni 69): «Da 
poi che voleto essere in guerra e in maladi- 
zione e non voleto udire né ubbidire il messo 
del Vicario di Dio, né avere riposo né paco 
tra voi, rimaneto colla maledizione di Dio e 
con quella di Santo Chiesa». Altri spiegano 
altrimenti : cosi POtt. : € Favella qui l'autore 
secondo un motto, ohe dice che l'uno vicino 
vorrebbe vedere cieco l'altro: quelli della 
terra di Prato, che sono presso alla città di 
Firenze dieci miglia, per volere essere più 
ringhiosi che non ò la loro forza, hanno più 
volto avuto della forza de' fiorentini, siccome 
dai maggiori e più poderosi si hanno le vi- 
cine oittadi > : Benv. e An. fior, credono che 
si alluda invece alla cacciato dei Bianchi, al- 
l' incendio della città nel giugno nel 1904 e 
a simili altri fatti dolorosi per i fiorentini. 
— 10. E so già fosse ecc. : se questo sven- 
ture f avessero già colpita, non sarebbero 
venuto troppo presto : cfr. ^. n 80. — 11. 
cosi foss' et eco. : glustamento noto il Land, 
che « mostrasi l' autore desideroso di questo 
male, non per mina della patria, la quale 
gli era carissima, ma per punizion dei cattivi 
cittadini che iniquamento l'amministravano; 
e però desidera che sia presto, acciò che 
siano puniti quelli che hanno errato ». — 12. 
che pid mi ecc. Forte d la questione che 
s' agito su questo verso, poiché esso si presto 
a due intorpretazioni del totto opposto; il 
Torelli chiede : « Che vuol dire ? che quanto 
più invecchio, tanto più mi saranno gravi Io 
disgrazie di Firenze ? oppure che quanto più 
invecchio, tanto mi graverà più che cotali 
disgrazie non accadano?». Oli antichi ton- 
nero più tosto per la seconda intorpretozione, 
parìando di vendetto che l'esule invocava 
contro la patria (Lana, Benv., Buti) oppure 
di desiderio d'esser esiliato prima d'invec- 
chiare (Ott., An. fior.): i moderni inclinano 
invece ad un' altra spiegazione cosi riassunta 



196 



DIVINA COMMEDIA 



Noi ci partimmo, e su per le scalee, 
che n'avean fatte i borni a scender pria, 
15 rimontò il duca mio, e trasse mée; 
e proseguendo la solinga via 
tra le schegge e tra* rocchi dello scoglio, 
18 lo pie senza la man non si spedia. 
Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio, 
quand'io drizzo la mente a ciò ch'io vidi; 
21 e più lo ingegno afifreno ch'io non soglio, 
perché non corra, che virtù no '1 guidi, 
si che se stella buona o miglior cosa 
24 m'ha dato il ben, ch'i' stesso no '1 m'invidi. 
Quante il villan, ch'ai poggio si riposa, 



dal Bianchi : « Essendo fatale che queetii mali 
della mia patria accadano, fossero por essi 
accaduti già ; perciocché, se ritardano, io ne 
avrò alfannc^ tanto più grave, quanto pili sarò 
presso alla vecchiezza, a cui le disavventure 
sono assai più lamentabili ed angosciose ». 
— 13. Noi el partlmMO eco. Si ricordi ohe 
Dante e Virgilio per veder meglio nel fondo 
della settima bolgia erano discesi dal ponte 
suU' argine (^i/l zziv 78, 79) : ora risalgono 
por quelle scalee naturali che avevano pre- 
sentate loro al discendere 1 massi sporgenti 
dello scoglio (ponticello). — 14. borni : il 
nome òomto, del quale altri esempi non si 
trovano negli antichi, pare da riawicinaro 
al fr. bomSj piotra sporgente agli angoli d*un 
edificio (Diez 628), e non può significare altro 
che le schegge e i roeeht dello scoglio (cft*. 
V. 17). I commentatori antichi, incontrando 
ootesta parola ignota, si sbizzarrirono a dar 
le più strane spì^^ioni ; quasi tuttì tennero 
i borni o ibortU per un aggettivo (Lana : 
« fteddi e stanchi > ; Benv. : e ablucinatos » ; 
An. fior. : < gombi e chinati, come chi va a 
tentone») riferendolo ai due poeti, e l'Ott 
spiegò i borni per i ladri, a cagione dei qnaU 
Dante e Virgilio erano discesi : cfr. P. Vlani, 
Lettere fUoìogiehe e oritiohef Bologna, 1874, 
pp. 312-880. — 16. miti me; ò l'epìtesi pro- 
pria dei dialetti toscani, di cui Dante, per 
necessità delia rima, si valse anche con altri 
monosillabi; cb, Parodi, BuU, JH 116. — 
18. lo pie ecc. : cfr. Purg. rv 88. — 19. Al- 
lor mi dolsi ecc. Prima di descrìvere la oon- 
dizione doi peccatori della bolgia ottava, che 
è quella dei consiglieri firaudolenti, manifesta 
il dolore eh* egli ebbe pensando che tali uo- 
mini posero nel mal fare quella perspicacia del- 
l' ingegno che avrebbero dovuto rivolgere a 
nobili fini, e rinnova il proponimento di fre- 
nare più efficacemente il proprio ingoio, si 
che non esplichi la sua potenza all' infuori 



della virtù. U D* Ovidio, p. 89, nota acuta- 
mente che il poeta ebbe una ragione perso- 
nale di far questa dichiarazione: < Dante 
nell'esilio diventò un uomo di corte, un ne- 
goziatore politico ; e il consigliar ttxìàì e or- 
dire inganni sarebbe potuto divenire per Ini 
un peccato professionale, un vizio del me- 
stiere. Gli premeva quindi, per ooeoienza e 
por un fine pratico, di dichiarar solenne- 
mente a sé e agli altri che egli, pur procu- 
rando d' esser destro, si sarebbe ben guar- 
dato dal tal che la sua destrezza degenerasse 
mai in astuzia maliziosa ». — 21. ek' lo non 
soglio ; eh' io non fossi solito di fare per l'ad- 
dietro; cfr. Inf, xxvn 48. • 22. tht rlvté 
no '1 gnidi : senza la guida della virtù, faorì 
della via della rettitudine. — 28. stella bwoaa 
o migli nr cosa: la favorevole influenza de- 
gli astri (cfr. Inf. zv 66, Par, zni 113) o 
la grazia di Dio. — 24. eh' 1* stesso eoo. 
non me lo tolga io stesso, non me ne priTi 
io stesso col miei trascorsi : il Moore, I 82 
richiama qui il passo dell' EeoleeiastieOf xrw 
6: < Qui sibi invidet nihil est eo nequlos ». 
Si noti anche la ripetizione del che {si ehsy 
te ...., eh* i' stesso ecc.), lenente nella sin- 
tassi antica, quando s'interponga una pro- 
posirione subordinata. — 26. (^ante eoe 
Quante sono le lucciole che durante le notti 
estive il contadino dall' alto della ooUina, ovb 
ha il suo abituro, vede giù nel piano, in coi 
ha i campi arati e le vigne; altrettante erano 
le fiamme sparse per il fondo delT ottava bol- 
gia. — ch'ai poggio si riposa: Dante no- 
tando questo particolare, oltre a indicare la 
casa del contadino che per lo più sorge in 
luogo elevato per dominare tutto il podere, 
la mette in rapporto con la vallea o terreno 
piano ove gli agricoltori lavorano yendem- 
miando e arando : si che ne viene un Iwove 
e fedele quadretto campestre, nel quale dal* 
r una porte vediamo la casa o il riposo della 



INFERNO — CANTO XXVI 



197 



nel tempo che colui che il mondo schiara 
27 la faccia sua a noi tien meno ascosa, 
come la mosca cede alla zanzara, 
vede lucciole giù per la vallea, 
80 forse colà dove vendemmia ed ara; 
di tante fiamme tutta risplendea 
Tettava bolgia, si compio m'accorsi, 
83 tosto che fui là 've il fondo parca. 
E qual colui che si vengiò con gli orsi 
vide il carro d'Elia al dipartire, 
86 quando i cavalli al cielo erti levdrsi, 
che no '1 potea si con gli occhi seguire 
ch'ei vedesse altro che la fiamma sola, 
89 si come nuvoletta, in su salire; 
tal si movea ciascuna per la gola 
del fosso, chó nessuna mostra il furto, 
42 ed ogni fiamma un peccatore invola. 
Io stava sopra il ponte a veder surto, 
si che, s'io non avessi un ronchion preso, 
45 caduto sarei giù senza esser urto; 
e il duca, che mi vide tanto atteso, 
disse : € Dentro dai fochi son gli spirti ; 



■otte, dall* altra il campo e V operosità del 
gùuiio. — 26. mei tempo ecc. nell'ettate, 
qoaado i giorni soyerchiano le notti. — 28. 
ttmè la moaea eoe allorché alle moeche rac- 
cedoQo le zanzare, ciod alla sera. — 81. 41 
tnic fa»a« ecc. Virgilio, En, zi 207, delle 
pile risplendenti nel campo latino . € Oaete- 
n, oonftuaeqne ingentem caedla acermm, 
Neo numero nec honore cremant; tono im- 
liqae Tasti Certatim crebria oonlncent igni- 
bas agri ». — 88. là *Te U fondo ecc. là 
ore apparivB il fondo della bolgia, doò sul 
colmine del ponte onde la bolgia si vedeva 
in tutta 1» sua larghezza. — 84. E qnal co- 
lai eoe Raccontano i libri biblici {IV Ré' 
n 11-12, 23-24) che, mentre il profeta Ella 
e il soo discepolo Eliseo camminavano por 
«aa via, apparve on carro di faooo trasci- 
nato da igniei cavalli, sol quale Elia fa ra- 
pto al cielo, rimanendo il discepolo estatico 
a goatdare la massa di faoco che saliva senza 
poter distingiiere il maestro ; e ohe poi es- 
Beado stato Eliseo beffeggiato da una torba 
a fandoUi e^ li maledisse e due orsi sba- 
oado da im bosco vidno sbranarono qoa- 
xaatadoe dei malcapitati : Dante donqae dice 
che le fiamme dell* ottava bolgia nasconde- 
vaao ai suoi occhi i peccatori, come il carro 
di foooo già impedi ad Eliseo la vista di 
Elia rapito al cielo. — si veMgiò con gU 
erti : fa vendicato con la strago che gli orsi 



fecero dei Cuicinlli insolenti : sol vb. vtngiart 
cfr. Par. vn 6L — 87. che bo »1 petea ecc. 
JEUcorda la visione della V. N, xaa 86 : « Io 
imaginava di guardare verso io cielo, e pa- 
reami vedere moltitadine d'angeli, li quali 
tornassero in anso, ed aveano dinanri da loro 
una neboletta bianchissima > e 168 : < Le- 
vava gli occhi miei bagnati in pianti E ve- 
dea (che parean pioggia di manna) Li angeli 
che tomavan snso in cielo Ed una navoletta 
avean davanti eco. ». — 40. tal si movea 
ecc. cosi si movevano nello stretto spazio 
della bolgia le fiamme, ciascuna delle quali 
nascondeva alla nostra vista l' anima di un 
peccatore. — 41. il ftirto : l' anima rapita, 
sottratta allo sguardo altrui dalla fiamma, dal 
foco furo ilnf, xxvu 127). — 43. Io stara 
ecc. Dante non camminava più carpone (v. 18), 
ma s' era fermato sul punto culminante dello 
scoglio protendendosi tanto in fuori a guar- 
dare nella bolgia, che se non si fosso affer- 
rato a un sasso sporgente avrebbe corso pe- 
ricolo di precipitar giù senz' essere sospinto . 
da alcun urto, ma solamente per la grande 
curiosità. — 45. urto ; urtato ; agg. verbale 
del vb. urtare (cfr. Parodi, BulL m 132). — 
47. Dentro dai fochi ecc. Dante aveva già 
imaginato ciò che Virgilio gli conferma con 
autorevole parola: e non o'ò veramente ri- 
petizione di pensiero, perché il discepolo non 
poteva ossero certo del fatto prima che il 



198 



DIVINA COMMEDIA 



48 ciascun si fascia di quel ch'egli è iaceso 
€ Maesti'O mio, rispos* io, per udirti 
son io più certo; ma già m*era ayyido 
61 clie cosi fosse, e già voleva dirti: 
* Chi è in quel foco, che vien si diviso 
di sopra, che par surger della pira, 
54 dov'Eteòcle col fratel fu miso? • > 
Eisposemi : € Là entro si martira 
Ulisse e Diomede, e cosi insieme 
57 \alla vendetta vapno com* all' ira; 
e dentro dalla lor fiamma si geme 
l' aguato del cavai» che fé' la porta 
60 ond'usci de' romani il gentil seme: 
piangevisi entro l'arte, per che morta 
Deidamia ancor si duol d'Achille, 
G3 e del Palladio pena vi si porta >. 
€ S' ei posson dentro da quelle faville 
parlar, diss'io, maestro, assai ten prego, 
66 e riprego che il prego vaglia mille, 
che non mi facci dell'attender niego, 
fin che la fiamma cornuta qua vegna: 



maestro glielo avesse manifestato. — 52. Chi 
è In Quel foeo eco. Tatto le fiamme, na- 
scondendo un solo peccatore, gaizzavano in 
alto andando a finire in un'unica punta (cfir. 
Inf. xxvn 6) : una sola appariva divisa al- 
l' estremità superiore in due punto di diffe- 
rente grandezza (ctt, v. 86); e perd Danto, 
curioso di oonoscore la ragione di cotale sin- 
golarità, aveva già pensato di chiedere a Vir- 
gilio chi fosse dentro a quella fiamma. — 
53. che par sorger ecc. Stazio, TAefr. xn 
420 e sogg., racconta che allorquando Eteo- 
cle e Polinice, la doppia tristixia di Gtooor 
»ta (Purg. xxu 56), dopo essersi uccisi l'un 
V altro, furono posti a bruciare sul medesimo 
rogo, la fiamma che ne sorse, quasi a dimo- 
strazione dell' odio fraterno, si divise in due : 
e Ecce iterum fratres : primos ut contìgit ar- 
tus Ignis edax, tremuere rogi, et novus ad- 
vona bustis Pellitur *,'exundant diviso vertice 
flammao, Altemosque apices abrupta luce co- 
ruscant ». Prima di Dante aveva tratto da 
•quosto particolare una comparazione, parlando 
del fuoco di Vesta, Lucano, Fara, i 651 : 
< Scinditur in paries, geminoque cacumine 
surgit, Thebanos imitata r(^s ». — 56. Ulisse 
e Diomede: i due notissimi eroi dei poemi 
omerici, l'uno astutissimo e l'altro fortissi- 
mo, si trovarono uniti durante la guerra 
troiana in parecchie impreso, noUo quali con- 
giunsero la violenza alla frode, come noli' ag- 



guato e uoddone di Beoo (Virg., JRi. i 469 
e segg.) e nel rapimento del Palladio (Yixsr., 
£!n. n 162 e sogg.) : perdo Dante imagina 
di trovarli avvolti dalla medesima ftim*^,! 

— lisleme eco. sono congiunti nell' etaxno 
tormento come furono uniti nel fare il male. 

— 58. e demtro eco. Enumera gli atti fìraa- 
dolenti per i quali Ulisse e Diomede sono 
puniti in questa bolgia; e prima ricorda l'in- 
sidia del cavallo di I^no per mezzo del qoaie 
i greci entrarono nella città di Troia (Virg^., 
JS>». u 18 e segg.). — 59. ft' la porta eoe 
aprì ai greci quell' adito , donde poi osci 
Enea, progenitore dei romani. — 61. plam. 
gevisi entro eco. Altra fh>de di Ulisse e 
Diomede fU quella d' aver indótto con le loro 
ragioni Achille a prender parto alla guerra 
contro Troia, abbandonando la moglie Doì- 
damfa, la quale ne mori di dolore (cJV. Sta- 
zio, AchiU, I 587 e segg.). — 83. e del P»!. 
ladlo ecc. Allude al rapimento compiuto con 
inganno da Ulisse e Diomede del Palladio di 
Troia, statua di Pallade, della quale aveva 
predetto l' oracolo che portandola f^ri della 
città ne sarebbe venuto grave nocumento ai 
troiani (cfr. la nota al v. 56). — 65. assai 
ten prego occ te ne fhcoio cosi calda pie- 
ghiera che valga por mille : cAr. la nota al- 
l' Inf, I 86. — 67. ohe noi mi eoo. che tu 
non mi neghi d'aspettar tanto ohe quella 
fiamma dallo due punte sia giunta sotto di 



INFERNO - CANTO XXVI 



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vedi che del desio ydr lei mi piego ». 

Ed egli a me: € La tua preghiera è degna 
di molta loda, ed io però l'accetto; 
ma fa che la tua lingua si sostegna. 

Lascia parlare a me, eh* io ho concetto 
ciò che tu vuoi; ch*ei sarebbero schivi, 
perché fui greci, forse del tuo detto >. 

Poi ohe la £i^mma fu venuta quivi, 
dove parve al mio duca tempo e loco, 
in questa forma lui parlare audivi: 

€ O voi, che siete due dentro ad un foco, 
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi, 
s'io meritai di voi assai o poco, 

quando nel mondo gli alti versi scrissi, 
non vi movete; ma l'un di voi dica 
dove per lui perduto a morir gissi >. 

Lo maggior corno della fiamma antica 
cominciò a crollarsi mormorando, 



noi, — 69. T«il eoo. : ctr, la nota al ▼. 48. 

— 70. Iji taa preghltra eco. Yiigìlio ri- 
pete con altre parole dò che ha detto a 
Dute sol pont» deUa bolgia precedente {^f, 
zznr 76 e sagg.). — 72. ma fa eoo. : ta sa- 
ni compiaointo, ma oonriene ohe ti astenga 
dal pailue. — 78. lo àa eaneetta eco. io 
ho gìA imocinato ciò che ta vuoi sapere : cfr. 
itf, zxm 26 e legg. — 74. el sarebbera 
eoo. poiché ftirono dei principali eroi della 
Oieda antica, sarebbero forse alieni dal con- 
rmtMXB con te, che sei nomo d'altra civiltà 
e a loro ignoto. Perohé poi Ulisse e Diomede 
dovessero essere aehki del detto di Dante non 
tatti intendono a un modo : meglio di tatti 
gì' interpreti, il Lana chiosa : « Elli Girono 
pSEsome di grande stato nel mondo ; forse che 
dispreggerebbono te, però che mai non eb- 
bono ragiona alcuna di esserti domestici ; ma 
io ohe Sdissi nel mio volarne di loro, meritai 
per anello soa amistade». H Bati invece 
dios che « qaesto finge l' autore per far ve- 
niifflile lo sao poema, ohe a quelle persone 
^ non sono state di suo tempo sempre finge 
che per altrui che per lui si parli » ; e Ott., 
Benv., An, fior., Dan., Veli, accennano che 
Virgilio conoscendo la lingua greca era me- 
glio di Dante in grado di parlare ai due eroi. 

— 76. fn veavta ecc. fa pervenuta cosi vi- 
cina al ponte ohe a Virgilio parve tempo e 
laogo opportuno per parlare. — 79. voi 
•ce: cfr. ▼. 66. — 80. s'io meritai ecc. 
so io mi acquistai vivendo qualche merito 
pfesM di Tol, dei quali scrissi nel mio poema. 
Dsnte allarga il rirgiliano, Eh. iv 817 : e Si 
bene qaid de te menù, fUit aat tibi qaid- 



quam Duloe meum >. ~ 82. gli alti versi: 
queUi déù* Eneide^ che neU'/n/: zz 113 Vir- 
gilio chiama l'alto tragedia, — 83. Fun di 
voi eco. Ulisse mi dica dove andò a finire 
la vita. Nel poema omerico dell' Odietea non 
si racconta quale fosse la fine dell' eroe ; ma 
una tradizione, raccolta giÀ da Plinio e da 
Solino, racconta ohe egli con alcuni audaci 
compagni tentò un viaggio per l'Oceano Atlan- 
tico e dopo aver fondata Lisbona {Uly stipo) 
navigò lungo le coste dell' Aftica occidentale, 
presso le quali peri per una tempesta. Dante 
modifica alquanto questa tradizione, imogi- 
nando che Ulisse, varcato lo strotto di Gi- 
bilterra ed entrato nell' Atlantico proseguisse 
in cerca del mondo aenxa genie (v. 117) verso 
sud-ovest (VT. 124-126) e dopo cinque mesi 
di viaggio oltrepassasse la linea equinoziale 
(TV. 127-129), al di là deUa qn&lo scoprf 
un' sitissima montagna e poi fa sommerso 
coi compagni per un' improvvisa burrasca ( w. 
180 e segg.). Sogli elementi tradizionali, don- 
de Dante attinse l' idea di questa naviga/ ione 
oceanica, cfr. A. ClùAppeUi, Lect. pp. 17-2i 
e D* Ovidio, p. 86.-85. Lo BUtggior occ. 
Delle due punte che guizzavano alla ostromitÀ 
superiore della fiamma (cfr. w. 62-68), la mag- 
giore corrispondo all'anima di Ulisse, come 
più famoso e aotorevole che il suo compagno 
Diomede ; col qnalo da tanti socoli era chiuso 
dentro alla fiamma antica. — 8G. eomlnriò 
ecc. : la punta dolla fiamma, messa in movi- 
mento dalla voce intoma (cfr. Inf. xxvii IS- 
IS), incominciò ad agiUirsi o a cropitaro, co- 
me se fosso spinta qua o \h dnl vento; o il 
moto dolla x^mta rondova imagino di una lio- 



200 



DIVINA COMMEDIA 



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pur come quella cui vento afifatica. 

Indi la cima qua e là menando, 
come fosse la lingua che parlasse, 
gittò voce di fuori e disse: « Quando 

mi diparti' da Circe, che sottrasse 
me più d*un anno là presso a Gaeta, 
prima clie si Enea la nomasse, 

né dolcezza di figlio né la pietà 
del vecchio padre né il debito amore, 
lo qual dovea Penelope far lieta, 

vincer poterò dentro a me l'ardore 
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto 
e degli vizi umani e del valore; 

ma misi me per l'alto mare aperto 
sol con un legno e con quella compagna 
picciola, dalla qual non fui diserto. 

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna, 
fin nel Morrocco, e l'isola de' sardi, 
e l'altre ohe quel mare intomo bagna. 

Io e i compagni eravam vecchi e tardi, 
quando venimmo a quella foce stretta, 



gQ» umilia eh« pazlane. — 00. i^iMido mi 
eco. Quando mi allontanai da Circe (cfr. J^t^, 
xa. 22), la famosa maga che nel mio ritorno 
da Troia ad Itaca mi aveva trattenuto oltre 
on anno preeeo di sé nel monte Giroello (Omo- 
io, Od. X 210 e eegg.), intrapresi nuovi viaggi 
ooi pochi compagni rimastimi fedeli. Danto 
attinse ad Ovidio, Mst, xiv 808 (ofr. Moore, 
1 216): < annua noa illio tenuit mora >. — 92. 
là presso a Claata ecc. : il monte Ciroello, 
residenza di Circe, sorge non lungi dal luogo, 
al quale Enea per ricordanza della sua nu- 
trice pose poi il nome di Gaeta : cfr. Virg., 
En, vn 1: «Tu quoque litorìbus nostris, 
Aeneia nutrìx, Aetemam moriens fiunam, 
Caieta, dedisti». — 94. mi dolcezsa ecc. 
non valsero a trattenermi l'amore per il figlio 
Telemaco, n6 la pietà reverente verso il pa- 
dre Laerte, né T affetto che avrebbe dovuto 
rallegrare la moglie Penelope. Questi sono 
i tre grandi sentimenti domestici che gli uo- 
mini dediti alle avventure dei viaggi calpe- 
stano e trascurano ; ed d degno di nota che 
Ulisse li ricorda nello stesso ordine che tiene 
Enea in Virg., J£H. n 666 < Ascanium, pa- 
tieroque meum iuxtaque Creusam eoo. » : tut- 
tavia è da avvertire la manifesta rimembranza 
di un passo di Cicerone, De o/fle, m 26, ove 
di Ulisse ò detto : « Non honestum consiUum 
at utile... regnare et Ithacae vivere otiose 
cum parentibus, cum uxore, oum Alio >: cfr. 
Mooro, I 182. — 97. V ardere eco. Q desi- 
derio ardente di conoscere il mondo e le virt6 



i vìzi degli uomini. Omero comincia V Odi»- 
$ea dicendo appunto del suo eroe oh'ei co- 
nobbe ci costumi e le dttà di molti popoli » 
(cfr. Orazio, AH, pod, 142). H Moore, I 264 
ha giustamente additato un passo di Cice- 
rone {De 1Mb, V. 18, 49), dal quale Dante 
pud avere attinto questa idea dell' ardente 
cupidità di sapere per cui Ulisse si awes- 
turft ai viaggi lungM e difficili. — 99. va- 
lore: virtù, e come dice nel Oom, iv 2 < po- 
tenzia di natura ovvero bontà da quella da- 
ta >. — 100. alto mare aperte : il Mediter- 
ranco, come manifestamente appare dal v. 105. 
Lomb. invece crede « che intenda dell'Oceano, 
di quel mare in cui esso il primo si mise e 
vi peri ; e che aperto lo dica per contrappo- 
sizione a Mediterraneo, che significa «arroto 
intomo dalla terra ; e che finalmente il vìa^ 
gio che premette fatto nel Mediterraneo, non 
ad altro fine premetta, che per dire il come 
giunse al detto apèrto mors, all' Oceano ». — 
101. eompagaa: compagnia; ofr. Pmg, xxm 
127. — 102. non ftil diserto i non ftii ab- 
bandonato: ò anche, detto pur di persono, 
in Far, XV 120. — 108. L»mn lite ecc. Vi- 
sitai i paesi occidentali bagnati dal Mediter- 
raneo, doò quelli della costa europea sino 
alla Spagna, quelli della costa africana sino 
al Marocco, e le isole di Sardegna, Corsica, 
Sicilia, Baleari ecc. — 104. Morreeeet cfr. 
Pwg. IV 189. — 106. tardi : lenti negU atti, 
non più cosi pronti alle fatiche della navi- 
gazione come nella gioventù. ~ 107. qnella 



INPERNO - CANTO XXVI 



201 



lOS doY* Ercole segnò li suoi riguardi, 
acciò che l'uom più oltre non si metta; 
dalla man destra mi lasciai Sibilia, 
111 dall'altra già m*ayea lasciata Setta. 
< frati, dissi, ohe per cento milia 
perigli siete giunti all'occidente^ 
114 a questa tanto picciola Tigilia 
de' vostri sensi, eh* è del rimanente, 
non vogliate negar l'esperienza, 
117 di retro al sol, del mondo senza gente. 
Considerate la vostra semenza: 
fatti non foste a viver come bruti, 
120 ma per seguir virtute e conoscenza '• 
Li miei compagni fec'io si acuti, 
con questa orazion picciola, al cammino, 
128 che a pena poscia li averci tenuti; 
e, volta nostra poppa nel mattino, 
de' remi feu^mmo ali al folle volo, 
126 sempre acquistando dal lato mancino. 



fMe eoo. : lo stretto di OibUtem, detto da- 
g^ anticlii il freto Oaditaoo, fonnftto dalle 
doe aonti«iio di Abile in Africa • di Ctlpe 
in Soropa, le quali eono detto le Colonne 
d'Sroole, favoleggiandosi nella mitologìa che 
Pine le ponesse in quel luogo quasi dae 
tannini o segni ai naTÌganti di non prooe- 
dece più oltre. — 110. «alla man destra 
eoe oltrepassando lo stretto di Qibiltena, i 
nsrigatori trovano alla loro destra Siviglia, 
dtti della Spegna (cfir. Inf, zz 126X e alla 
sinistra Ceats, lat Sapto, dttà dell'Africa; 
qneUa pi6 a oooidento di questa. — 112. 
firati eoo. compagni, che m* avete seguito 
àn qui per tanti pericoli, seguitemi ancora 
Terso oooidento sino all' altro emisfero. Biag. 
osserva : < In questa breve orazione di Ulisse 
ai ooaipagni sentesi quel franco e maestoso 
andar virgiliano ohe al verso suo sa cod bene 
a proposito imprimere 1* epico latino. Volle 
U poeta nostro in questo luogo, imitando il 
miwstio suo nell' onoione ohe pone in bocca 
ad Enea {Su, i 196 e segg.]> tomi neque 
mm ignari tumiu ante maiommf pasti 
fnwjora ecc., dimostrarsi non già imitatore, 
Ba degno suo rivale ed emulo ; e lo vinse 
BMoa dubbio, se non in altro, nella nobiltà 
dei sentimanti >. — 118. aU' oecldeaie s è 
ditto con duplice senso, oioò quanto al viag- 
po di Ulisse e dei compagni verso le parti 
flÉM^iiffft ^ii, e quanto alla vita loro che già 
Tolgera al termine, essendo veeeki e tardi, 
- 114. a 4«esta tanto eco. non vogliate 
segare a voi stessi, che dovete vivere ancor 
cosi poco tempo, la soddisfazione di visitare, 



continuando il viaggio verso ooddento, l'end 
sfero disabitato opposto al nostro. — ^leelela 
vigilia 4e' vostri sensi s un piccolo tratto 
della vite umana, che ha il suo fondamento 
nelle Caooltà sensitive (cfr. Cam. m 2) ; dette 
vigilia perché transitoria e di breve durate 
ò la vite dell' uomo al confronto dell' eter- 
nità. — 116. ek'à del rimanente t ohe vi 
rimane, lat quae de r$liquo t§L — 117. 41 
reire al sol t seguendo il corso del sole, 
dall' oriento verso occidente : cfr. Bw. vi 2. 
— del Biendo senia gente t l'emisfero in- 
feriore, che secondo gli antichi era solamente 
acqua e perdo disabiteto. — 118. Conside- 
rale eoe L'uomo oonsiderando la dignite 
della propria natura deve riconoscere d'es- 
sere steto orsato, non già come gli altri ani- 
mali che non hanno altra vite all' infuori di 
quella dei sensi, ma per praticare la virtù e 
per apprendere la scienza, che ò tf ultima per- 
fuÀom dtUa w>ttra anima {Oorw, 1 1). — 121. 
aoati eco. pieni di acuto desiderio, accesi e 
desiderosi di continuare il viaggio : cfr. Purg, 
zziv 110. — 124. e, volta nostra ecc. e 
volgendo la poppa della nave verso l'oriento, 
al mondo conosciuto, procedemmo rapida- 
mente verso occidente, piegando sempre nel- 
r avanzare alla nostra sinistra, doò diriz- 
zando la nostra nave verso sud-ovest. — 
125. de' remi eco. : la frase ricorda il vir- 
giliano, En, m 520 : € Tentamusqae viam et 
velorum pandimus alas ». — al felle volo: 
all'ardite navigazione per mari ignoti, al 
vareo folU (Par. xxvii 82) da noi corcato por 
l'Atlantico. — 126. atqalstando: il vb. oo- 



202 



DIVINA COMMEDIA 



Tutte le stelle già dell'altro polo 
vedea la notte, e il nostro tanto basso, 
129 che non surgeva fuor del marin suolo. 
Cinque volte racceso e tante casso 
lo lume era di sotto dalla luna, 
132 poi ch'entrati eravam nell'alto passo, 
quando n* apparve una montagna, bruna 
per la distanza, e parvenu alta tanto, 
135 quanto veduta non n'avea alcuna. 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; 
che della nuova terra un turbo nacque 
138 e percosse del legno il primo canto: 
tre volte il fé' girar con tutte l'acque, 
alla quarta levar la poppa in suso 
e la prora ire in giù, com' altrui piacque, 
142 infin che il mar fu sopra noi richiuso ». 



quiatar» hA ipesso in Dante il sonso di avan- 
zare nel cammino : ofr. Pitrg, i7 88. — 127. 
Tatte le tielle eco. Nella notte ci apparivano 
già le stelle del polo antartioo, • la nostra 
stella polare non si mostrava per essere il 
polo artioo sotto l' orizzonte e nasoosto dalla 
snperfide del mare; ciod eravamo già per* 
venuti al di là dell' Equatore. — 128. vede» 
la BOtle : Dan. : « dice poeticamente che la 
notte vedea le stelle, come anche disse il 
Petrarca [sest. ccxxxvn 2] : NS là tu aopra 
U eerchio de la bma Vide mai tanié ateUe al» 
cuna noUs », — 130. Ctn^ne volti eoo.: 
Lomb. : e cinque volte si era illuminato ed 
altrettante volte oscurato T emisfero della 
luna pi6 basso, che d quello vòlto alla terra 
e che noi dalla terra vediamo ; oh' è poi in 
sostanza come a dire ch'erano scorsi già 
cinque pleniluni, cinque mesi, da che erano 
entrati in quel vasto mare». — raeeeao: 
cfr. Inf. X 70. — 138. ^naido l'apparrt eoe 
Dopo cinque mesi di navigazione nell'Atlan- 
tico Ulisse e i compagni videro sorgere a 
gran distanza nella distesa delle acque un'al- 
tissima montagna; nella quale quasi tutti 
gì' interpreti da Benv. al Lomb. riconoscono 
quella del Purgatorio, che sorgeva seoondo 
Dante agli antipodi di Gerusalemme (ctr, 
Purg, II 1-8) ed era tanto alta ene vmeaa la 
vista {Purg, rv 40). — brama eoo. oscura, 
indistinta per la grande lontananza: ofr. 
Virgilio, En. ni 206 : € Quarto terra die pri- 
mum se attollere tandem Visa, aperire pro- 
cul montes, ao volvere ftunum». — 136. e 
tosto ecc. ma subito la nostra gioia si con- 
verti in dolore: cfr. Jnf. xni 69. ~ 187. 
della nnova terra ecc. dalla terra nova- 
mente apparsa si mosse un vento turbinoso. 



che investi la prora della nave e Gioendola 
girare intomo con le acque circostanti pro- 
dusse un vortice, nel quale sprofondammo. 
La descririone dantesca procede dalla viigi- 
liana dell' EH. i 118: <Unam, quae Lycioa 
fidumque vehebat Oronten, Iptius ante ocu- 
los Ingens a vertice pontus In puppim ferit: 
ezcutitur, pronusque magister Yolvitur In 
caput : ast illam ter fluctos ibidem Torqaet 
agens oiroum, et rapidus vorat aequore vor- 
tex ». A. Chiappelli, LaoL p. 28 : < La sini- 
bolica montaffna bruna diviene ad un tratto 
nel verso dantesco la nuova terra^ come un 
abito di nuovi tempi, e vi si pronunzia, se 
anche in forma di vago presentimento, quello 
spirito d'esplorazione, onde colla scoperta del 
nuovo mondo s'apriranno nuove vie alla ci- 
viltà ». — 188. il primo eanto x la parte an- 
teriore della nave, la prora. — 140. levar 
ecc. la nave si capovolse sprofondando nel- 
r abisso. — 141. erai'altrai plae^at : come 
piacque a Dio, che non permise mai ad al- 
cun uomo vivente d'andare al purgatorio, a 
quel lido cche mai ^ non vide navicar sue 
acque Uomo, che di tornar sia poscia esper- 
to » (ISirg. I 181). — 142. infln eoe Sopra 
il visggio e la Une di Ulisse si cf^. G. Della 
Valle, n aanao jfeografieo-aatr<momioo dei kuh 
ghi della D, C, Faenza, 1868, pp. 16-20, « 
Supplemento al Kbro II aenao geog. aabr. Faen- 
za, 1870, pp. 28-84; O. Finidi, Qptiao. dant, 
n.* 28; B. Fomaciari, Sludi ^ pp. 103-119: 
il quale ultimo ritiene che in Ulisse sia sim- 
boleggiato l'umano ingegno che si sforma di 
conoscere i segreti divini, mentre questi non 
possono manifestarsi all' uomo fuor della fedo 
e delia grazia. 



INFERNO - CANTO XXVn 



203 



CANTO XXVII 



Allontanatasi la ilamma di Diomede e Ulisse, nn'altra 8*avvicina nella 
qnale ò chiosa Tanima del conte Gnido di Montefeltro: a lui Dante espone 
la presente condizione della Bomagna e n' ha in ricambio la narrazione del 
peccato per coi venne a finire all'inferno; poi 1 due poeti procedono verso 
la nona bolgia [9 aprile, circa al mezzodì]. 

Olà era dritta in su la fiamma e cheta, 
per non dir più, e già da noi aen già 
3 con la licenza del dolce poeta, 

quando un'altra, ohe dietro a lei venia, 
ne fece volger gli occhi alla sua cima 
6 per un confuso suon che fuor n'uscfa. 
Come il bue cicilian, che mugghiò prima 
col pianto di colui (e ciò fu dritto) 
9 che l'avea temperato con sua lima, 
mugghiava con la voce dell'aMtto, 
si che, con tutto cV e* fosse di rame, 
12 pure e* pareva dal dolor trafitto; 
cosi, per non aver via né forame 
dal principio nel foco, in suo linguaggio 



XXVn 1. 6U era eoo. La punta mag- 
giore della fiamma, ohe era andata menando 
or qua or U la sua oima mentre TTliise par- 
kra {iMf, xxTx 86 e aegg.), ora oh*egli taoeva 
t'era già drlnata in alto e fermata. — 3. per 
Ma dir pMi perohó IJlisee avara finito di 
partale. — 8. lieessas oommiato, congedo; 
efr. T. 21. — 4. «s'altrai qneat'altra fiam- 
■a, olle t'avanza mormorando, è qoeUa che 
irrolge l'anima del oonte Guido di Monte- 
liBltro. — 6. se feee eoo. : cfr. una locazione 
■buie in hif. vm 8. — 6. per «a eoaflito 
•oe. Seait. : < la voce omana degli spiriti rin* 
ehiui neUe fiamme rassomiglia snUe prime 
aUa voce del ftioco, doò ai mormorio delle 
fianme agitate dai vento: poi, quando le pa- 
rola dolio spirito ai hanno Catto vìa ed hanno 
oonnmicato il moto della lingua omana alla 
yoata della fiamma, quel mormorio si con- 
Tsrte in parole >. — 7. Cerne 11 hae ecc. 
Ferino, artefice ateniese, offri a Falarìde tl- 
nnno d'Agrigento xin toro di rame, oostratto 
ia modo che le grida degli infelici posti a 
bndsre dentro lo strano congegno si trasfor- 
iMisoro ttsoondo in mnggiti hovinii il tiranno 
looettA raflbrta e per Cune la prova comandò 
■ll'srtefloe d'entrar nella maoohina, donde 
ascizono 1 più dolorosi lamenti; il iktto ò de- 
Kritto da Gridio, Trid. m 11, il-5i e da 
aita antichi (cfr. Mooie, I 215, 296). — 



■laffghlò eco. : prima accenna al caso sin« 
gelare di Perillo; poi dicendo mugghiala con 
la vooò ddW afflitto^ all' oso continaato oho 
Falarlde fece del toro di rame, come stra> 
mento di tortora. — 8. e ciò fa dritto: 
più tosto che di passi biblici ( Pno, xxvi 
27, Eeel. x 8, xxvu 29, Salmi vn 15-lG, 
xeni 23), ò qoesto on ricordo dolio parole di 
Ovidio, il qoale accennando al fatto di Po- 
rillo e a on altro caso consimile soggionse 
(Ara amai, i 665): « lostos oterqoe foit: no- 
qoe enim lox aeqoior olla, Qoam necis arti- 
ficee arte perire soa ». — 10. magghlara 
eco. : cfr. dò che dice Perillo a Falarìde, in 
Ov. Trial, m 11, 47 : < Protinos inclosom 
lentìa oarbonibos ore: Mogiet, ot veri vox 
erit illa bovis » : — 13. eosf, per non arer 
ecc. Si costmisoa e s' intenda: Cosi leparoU 
grama dei conte Ooido, eioZpnnc^, nel pri- 
mo momento del soo parlare, per non atw 
nel foco via né forami^ porche non trovavano 
nell' involucro di fiamma alcona apertola on- 
de oscire, 8i eonverHvan in suo linguaggio^ in 
qoel mormorio che ò come il linguaggio del 
fuoco. — 14. dal principio : da principio, da 
prima: che qoi sia espresso un rapporto tem- 
porale si ha dal V. 16, maposoia ch'ebb&r eco. 
Altri, leggendo dal principio del foco^ devono 
di necessità ammettere ohe vi sia espressa 
una inutilo circostanza di spario, corno so 



204 



DIVINA COMMEDIA 



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27 



si conyertivan le parole grame. 

Ma poscia ch'ebber còlto lor viaggio 
8U per la punta, dandole quel guizzo 
che dato avea la lingua in lor passaggio, 

udimmo dire: < tu, a cui io drizzo 
la voce, e che parlavi mo lombardo, 
dicendo: 'Issa ten va, più non t*aizzo'; 

perch'io sia giunto forse alquanto tardo, 
non t* incresca restare a parlar meco: 
vedi che non incresce a me, ed ardo. 

Se tu pur mo in questo mondo cieco 
caduto sei di quella dolce terra 
latina, ond'io mia colpa tutta reco, 

dimmi se i romagnoli han pace o guerra; 
ch'io fui de' monti là intra Urbino 



Dante ripetesse l' idea ohe la Tooe tisoiva 
dalla cima o punta della fiamma (ofr. r. 6-6). 
— 16. Ma poMla ecc. ma quando poi le pa- 
role ebbero trorato il loro cammino attraverso 
la ponta della fiamma, imprimendo ad «sa 
quel movimento vibratorio ohe la lingua del 
conte Qnido aveva avnto pronondando le pa- 
role stesse ecc. — 18. che dato avea: la lo- 
cuzione dar» un gvixM equivale ai verbo 
guixxaref cioò «vere nn movimento vibrato- 
rio : cfr. Inf, xxvi 86-90 e 1 w. 68-60 di 
qneeto canto. — 19. t« eoe II conte Onido 
si volge a Virgilio, del qoale aveva sentito 
le parole di congedo dette ad Ulisse (cfr. w. 
2-3); parole che a lai sono parse di linguag- 
gio di Lombardia (cioè dell' Italia superiora, 
secondo il largo significato che nel medioevo 
si dava a cotesta designazione geografica). — 
20. mo: ora; avverbio di tempo, derivato dal 
lat modo (Diex 885) e usato spesso da Dante, 
solo {bif. xxm 7, xzvn 109, Purg. xxm 
66, 111, Par. IV 82, vn 94, XIX 67, xxn 11, 
73, XXXI 48 ecc.) o nell'espressione pur mo, 
solamente ora, proprio ora (Inf, x 21, xxm 
28, m i n 186, Purg. viu 28, xxi 68): in Inf, 
xxm 7 Dante dice che mo si pareggia con 
isso, cioò ha lo stesso significato di questa 
voce, che ricorre nel verso seguente. — 21. 
Issa toi fa eoe Ora vattene, poiché io non 
ti stimolo più oltre a parlare. Questo d il 
senso delle parole dette da Virgilio ad Ulisse 
per congedarlo; nelle quali gli antichi, come 
Lana, Ott., Benv., Buti, An. fior., non tro- 
varono alcuna difficoltà parendo loro tutto di 
buon conio italico e, aggiungerei, pronunziate 
dal mantovano con proferenza lombarda: ma 
molto ci fimtasticarono sopra gì' interpreti 
moderni, dei quali chi volle che fossero pa- 
role greche, chi sostenne che s'avesse a leg- 
gere : Irfrà / ton t«, più non t'adixxo (Via I 
vattene, più non ti eccito), chi altro (ciY. 



Zing. 161-166). Quanto all*aw. <sm, ohe 
Dante usa più volte (A/*, xxm 7, PUrg, xxiv 
66), d manifesta la sua derivazione da ^psa 
(Aom): cf^. Dies 129. — 24. Tedi ecc. consi- 
dera che a ma non incresce, sebbene io sia 
avvolto in questa fiamma che mi arde. — 26. 
par no: c£r. la nota al v. 20. — atoado 
eleeo: l'inferno; ofr. Bif, iv 13. — 26. ea- 
dato sei : dice cosi perché crede ohe Virgilio 
sia un'anima dannata, precipitata in Male- 
bolge dopo il giudizio di Minos. ~ dolee ter- 
ra latlaa: 1* Italia, ooef detta per il Lazio, 
la più nobile delle regioni italiche: ofr. Mf, 
xxvm 71. — 28. se 1 romagsoU eoo. se il 
paese di Romagna è in pace o in guerra. — 
29. io fai de' monti ecc. nacqui nel Mon- 
tefeltro, regione posta tra Urbino e il monte 
Coronare, onde scaturisce il Tevere. U conte 
Quido I di Montefeltro, ohe ebbe fiuna d'es- 
sere < U più sagace e sottile uomo die a quei 
tempi fosse in Italia > (O. Tillani, Or. vu 80), 
nacque intomo ai 1220: signore della contea 
di Montefeltro e ardente ghibellino, lù vica- 
rio in Boma di re Corradino nel 1268, poi resse 
con forte mano e con titolo di Capitano gene- 
rale la città di Forif ; e fletto capo dei fuorusciti 
di Bologna diede memorabili sconfitte all'esor. 
cito guelfo bolognese comandato da Malatesta 
da Vorrucchìo (cfr. v. 46), ai Ponte di S. 
Prooolo nel giugno 1276 e a Beversano nel 
settembre dello stesso anno : nel 1282 liberò 
Forlì dall'assedio posto a questa città da Gio- 
vanni d'Appia (ctt. V. 43), suscitando cosi gli 
sdegni della curia pontificia, ma poco di poi 
foco atto di sommissione al papa e Ai confi- 
nato in Asti: nel 1289 ruppe il confine e andò 
a Pisa, chiamato podestà e capitano di guer- 
ra dopo la catastrofe d' Ugolino della Qhe- 
rardesca, e vi raiforzò la parte ghibellina: 
nel 1292 s' insignori di Urbino, cho tenne e 
difese contro Malateetino podestà di ( 



INFERNO - CANTO XXVII 



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SO 



33 



42 



45 



e il giogo di ohe Tever si disserra ». 

Io era in giuso ancora attento e ohino, 
quando il mio duca mi tentò di costs^ 
dicendo: € Parla tu, questi è latino ». 

Ed io ch'ayea già pronta la risposta, 
sensa indugio a parlare incominciai: 
€ anima, che se' là giù nascosta, 

Romagna tua non è, e non fu mai, 
senza guerra ne' cor de' suoi tiranni; 
ma palese nessuna or vi lasciai. 

Ravenna sta, come stata ò molti anni: 
l'aquila da Polenta la si cóva, 
si che Cervia ricopre co' suoi vanni 

La terra, che fé' già la lunga prova 
e di franceschi sanguinoso mucchio, 
sotto le branche verdi si ritrova. 



nel 1296, lioondliatod già oob U OhiMa, Mi- 
trò iMll'oidtai» friDoesoMio; • mosf mI 1298 
(Qfr. e. VlUani, O. vn 44, 48, 80, 81, 108, 
12B, Tin 2, 28; AfmaU$ foroHv. In Mnr., Btr, 
U. XXn laS e tegg., 149 e togg., 168, 162; 
Ohm. piatma in Mot., lUr, ìL XV 980-968, 
t B. BoBdoni, làtorU jp<mnm, Fiiense, 1844, 
Kb. xn; Mmaìm tattmaHt in Uva,, lUr. iL 
XIV 1104-1114; SatimbMie da Puinn, Okr, 
p^ 188, 268, 279, 288; F. Ugolini, ^Storia 
ùftotdi • AmM 4^ Urtrino, Firenz», 1869; 
F. Tornea, LteL pp. 12-16). — 82. mi len- 
te 41 «••la: mi toood nel iUmoo (cfr. Inf, 
zn 67 ); locmione oIm liooida 1* oraziana 
{Sol n 6, 42): e * Nonne rides, ' aliqnis cu- 
bito itantem prope tangte Inqniot >. » 88. 
latinat italiano; efr. ^. zzn 66. — 84. 
•rea già praata eco.: non già olie Dante 
ayeew pierodoto di dorar parlar egli, ma 
perché la domanda rivolta da Qnido a Vir- 
gilio rarera fatto ripensare alle presenti oon- 
dixioni della Romagna. ^ 87. Bomagna taa 
eoe. I dgnori che tiranneggiano il tno paese 
non ftizono mai e non sono neppnr ora senza 
forti odii nei cnoii; ma in questo momento, 
nprìle 1900, non Ve in Bomsgna alcnna 
goflcra manilésta. Inflitti dalla fine dell'anno 
1299, quando con la cessione del castello di 
Bsmno ai bolognesi, per sentenza di Boni- 
lìmle vm, ta flette la pace fra il oomonedi 
Bologna dall'una parte e il marchese Azzo Vm 
4' Este e i signori romagnoli dall'altra, non 
Adqbo più gnene in Romagna per qualche 
tempo; sebbene fossero sempre tItì gli odii 
tra le città e signorie di parte guellk e quelle 
di parte gfaibeiliaa. — 40. BaTenna eoe Ra- 
Tsnna, già signoreggiata dal Traversari (cCr. 
Hirg. zxv 107), era passate nel 1270 in do- 
■inio della famiglia da Polenta, e nel 1800 



no arerà il goremo Ovido Minore o Vecchio, 
die mori nel 1810. — 41. l*aqnlla ecc.: lo 
stemma di quelli da Polente è, secondo il 
Lana, e una aquila yermiglia nel campo gial- 
lo > ; ma BeuT. inreoe dice che essi « portant 
prò insignio aquilsm, cuius medietas est alba 
in oampo azzurro et alia medietas est rubea 
in campo aureo ». ^ la si eoTa eoe ee la 
cova, ee la tiene sotto la sua protezione,' 
estendendo la signoria anche sopra OerTia, 
piccola dttà a meoogiomo di Ravenna, sulla 
coste dell' Adriatico, assai importante nel 
medioevo per la produzione del sale. — 48. 
lA terra ecc. La dttà di Forti è sotto U 
dominio degli Ordelaffl, liamiglia ghibellina, 
impadronitasi doUa signoria pooo innanzi ai 
1800. — che ft'glà eoe Kd 1282 U ponte- 
fice Martino IV mandò in Romagna contro i 
ghibellini un eserdto di franced e italiani 
comandati da Giovanni d'Appia, il quale, pre- 
sa Faenza, mosse contro Forlf, tenute e di- 
fesa da Guido di Montefeltro: ma questi, rac- 
colto prontamente le milizie dttadine, usd 
ftiori della dttà e sconfisse il grosso dell'e- 
serdto nemico, poi raggiunse i cavalieri, 
quad tutti franced, che erano già entrati in 
Forti, e li sterminò (ofr. F. Torraoa, Ifuow 
rossfl^fM, Livorno, 1896, pp. 896 e ssgg.): 
« et do, dice Benv., magna sagadtate oomitìs 
Ouidonis, pulora et magna gens gallica tuit 
destruote ». ~ 44. flraneesehl : cfr. Inf, zzxu 
115. — 46. sotto le braneiia eco. OU Orde- 
laffl, signori di Forlì, avevano, secondo il 
Lana, e le branche verdi d'un lione nel campo 
giallo per arme » ; invece secondo Benv. por- 
tevano per insegna « leonem viridem a medio 
supra in campo aureo, cum quibusdam listia 
a medio infra, quarum tres sunt virìdes et 
tresanreae»: dunque it òronoàs, ood in Dante 



206 



DIVINA COMMEDIA 



n 



Il Mastin vecchio e il nuovo da Verrucchio, 
ohe fecer di Montagna il mal governo, 
48 là dove soglion fan de' denti succhio. 
Le città di Lamone e di Santemo 
conduce il leoncel dal nido biancoi 
51 che muta parte dalla state al verno; 
e quella, cui il Savio bagna il fi.mco. 



come nel Lana, designano tutta la parta an- 
teriore del corpo del leone. — 46. U MattU 
Teccklo eoe. Malatesta e Malateatino dei Ma- 
latesta esercitano la loro tirannide In Rimini, 
come (jMeyano qnando ta eri rivo: iniktti nel 
dioombro 1295, cacciati g^ ayrorsari ghibel- 
lini, Malatesta da Vemcchio fa fitto signore 
di Rimini e tenne la signoria sino al 1S12, in 
cui mori e gli saocosse Malatestino (cfr. B%f, 
xxviu 85), ohe gi& innanzi arerà arato oc- 
casione di manifestarsi acerrimo contro gli 
arrersarì, sf che «non rolera nò adire 
nò rodere nessuno ghibellino e molto li 
penegaira » {Oroniea riminem in Mar., R«r, 
it. XV 896). — 47. «he fseer «i Moatagu 
ecc.: racconta l'aatore della Oron, rtm. in 
Mar., Ser, ft. XV 893 e segg., che aUor- 
qnando nel 1295 messor Parcitade, capo dei 
ghibellini in Rimini, rodendoci senza effioad 
aiati contro i Malatesta abbandonò la città, 
« Airono morti e presi assai di casa saa e de' 
saoi amici, tn i qaali ta preso Montagna di 
Paroitade, e messo in prigione e U fti morto » ; 
e Benr. con maggiori particolari racconta 
che Malatesta U recchlo die a castodire Mon- 
tagna al figlio Malatestino : « postea petlrit 
ab eo, quid faotam esset de Montagna; cai 
ille respondit: .* Domine, est snb fida custo- 
dia; ita qaod si rellot se snifocare non pos- 
set, qaamris sit ioxta mare '. Et dam iterom 
et, iterom peteret et replicarot, dixit : * Certe 
dubito, qnod nesdes ipsum castodire '. Ma- 
latestinos, notato rerbo, fecit Montagnam 
mactarì cam qoibasdam allis » : cfr. L. To- 
nini, Storia di Rmini, Ul 174 e 234. —48. 
dOTe iogUon: dorè iolerano già per l'ad- 
dietro. Le rocl del presente del rb. 9ohn 
furono spesso osate dagli antichi col senso 
dell'imperfetto : cosi Pier della Vigna (D* Anc. 
I 309) dioe di ona donna morta: «qoella 
ch*io amare e serrir soglio »; Pacino Anglo- 
lierì (D'Anc. Il 877) dopo la morte della soa 
donna esclama: « Lasso! che spessamente il 
giorno miro Al looo ore madonna sool parere, 
Ma no' la regio si come già so^io » ; il Pe- 
trarca comincia il son. cccxni. « Morto ha 
spento qoel sol ch'abbagliar soolmi » : cfr. hif. 
mi 80, xn 68 ecc. — fsB de* desti ■■celiio : 
adoperano i denti come socchiello a perforare 
e dilaniare altroi: è frase bene appropriata 
ai doe Malatesta chiamati già wvuUrd per la 
loro crudeltà. — 49. ìs elttà ecc. Faenza, 
posta sol fiume Lamone, e Imola, aitoata 



presso il Santemo, sono rette da MsgtJnardo 
Pagani da Susinana ; del quale scrìre 0. Vil- 
lani, O. rn 149: « Fu uno grande • sario 
tiranno, e della contrada tra Casentino e Ro- 
nUJgna grande castellano e con molti fedeli ; 
lario ta di guerra e bene arrenturoeo in più 
battaglie, e al suo tempo foce grandi coee. 
OkiboUino era di soa naxUme e in soe opere, 
ma co' fiorentini era guelfo e nimioo di tatti 
i loro nimid, o guelfi o ghiboUini che foe- 
sono; e In ogni oste e battaglia oh' e' fioren- 
tini Cacessono, mentre ta in rita, fu oon sua 
gente a loro serrigio e ontano ». Arerà ben 
ragione d'esser grato al fiorontini, ai quali il 
padre suo Piero Pagani l'arerà raoooman- 
dato morendo; ed essi «otto la loro tutela lo 
allerarono e ^ difesero il suo patiimoaio 
oontro i Guidi, gli Ubaldini e altri signori di 
Romagna: nella sua glorentfi sposò una fio- 
rentina, Edmengarda de* Todnghi, e nel 1289 
fu in aiuto al comune in Campaldino; nel 
1801 accompagnò Cario di Vaiola in Firenze 
e ri rimase più mesi : mori nell'agosto del 
1802, lasciando molti possessi feudali ohe aa- 
datono dirisi tra le figliuole (cfr. Afiy< zir 
118-120). - 60. 11 le^neel ecc. Maghinardo 
di Bnsinana, dice il Lana, e arerà per anse 
un lione nel campo bianco ». -* 61. che nata 
eco. Dante rollo dire poeticamente che Ma- 
ghinardo si trcrarm nella oondisione singo- 
lare d'esser ghibellino in Romagna e guelfo 
in Toscana: cod piegano oonoordemente gli 
antichi ; salro ohe alcuni, come Lana e Benr^ 
intondono la fraae dotta §tat$ al vmno in senso 
geografico, doè dalla Toscana, ohe è più 
rerso il mozsogiomo e ridna alle regioni 
calde, alla Romagna che è più al settentrione 
reno i paed freddi (cfr. Dd Lungo, II 695 
e segg.), e altri, come Boti e An. fior., l'in- 
tendono in senso temporale, doè ohe Ma> 
ghinardo cambiasse spesso di parte, da una 
stagione all' altra ; F. Torraca, LtcL p. 24 : 
< Riassume in una iperbole ironica i frequenti 
e rapidi personaggi di Maghinardo da una ad 
un'altra dello fazioni di Faenza e di tutta 
Romagna. Le storie romagnole attestano 
eh' egli ta quando farorerole, quando ribel- 
le ai rettori pontifid ; nemico a rioenda ed 
amico dei Manfi^ de'CalboU, de'Malato- 
su guelfi ; ora capo de' ghibellini, ora com- 
battente in campo contro di esd ; benedetto, 
scomunicato, ribenedetto dalla Chiesa ». — 
62. e fuella eoo. Cesena, bagnata dal fiume 



INFERNO - CANTO XXVH 



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(* 



I 
C6 



09 



72 



cosi com'ella sie* tra il piano e il montei 
tra tirannia si vive e stato franco. 

Ora chi se' ti priego ohe ne conte: 
non esser duro più ch'altri sia stato, 
se il nome tuo nel mondo tegna fronte ». 

Poscia che il foco alquanto ebbe rugghiato 
al modo suo, l'aguta punta mosse 
di qua, di là, e poi die cotal fiato: 

€ S' io credessi che mia risposta fosse 
a persona che mai tornasse al mondo, 
questa fiamma starla senza più scosse; 

ma per ciò che giammai di questo fondo 
non tornò vivo alcun, s* i' odo il vero, ' 
senza tema d'infieunia ti l'ispondo. 

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero, 
credendomi, si cinto, fare ammenda; 
e certo il creder mio veniva intero, 

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda! 
che mi rimise nelle prime colpe: 
e come e quare voglio che m'intenda. 

Mentre ch'io torma fui d'ossa e di polpe. 



Savio, Odino è fitoat» parte nel piano o 
parta ani monte, ooei tìto fra tinumida e 
Mbettà; intetti qneata città nei 1800 si reg- 
geva in fonoA di libero conrane, e tì pre- 
FOBdeniTano il podestà Ciapettino degli TJber- 
tini e i capitani Ugnocione doUa Faggiola 
e Pederigo di Montefeltro; i quali poi fti- 
«^0 cacciati da Cesena nel maggio del- 
V anno aognente {Aimahs ea«» enat 9 8 in Mar., 
Sor. U, XIV 1121). — 58. sie>t siede; yb. 
propriaaente nsato da Dante a indicare la 
giacitora dei Inogld, anche in ^f. v 97 , 
XIV 94, zx 70, Jhirg, ▼ 69 ecc. — 66. Ora 
cài M* eoo. Dante ha finito di rispondere 
alla domanda del conto Qnido (r. 28) e perciò 
lo piega a manifestarsi, come già hanno fatto 
altri giriti neU* inferno. — 68. ebbe rag- 
ghiato eoe ebbe fatto quel moimoxio suo 
proprio, segno della Toce che doroTa nsoire: 
cfr. i TT. IB-IB. — sa e poi «Ib ecc.: ri- 
eorda Poridiano, Jfirf. ix 684: cUnguaque 
▼iz talee loto dedit aere voces >. — 61. S'Io 
•rsdfsal eoo. I dannati delle altre parti d' in- 
tene rieonoeooBO snblto ohe Dante è vivo 
(eft. ili/: TX 40, 88, Tm 88, z 68, zy24, 46, 
zn 31, zrn 67, zzm 88); ma quelli dell'ot- 
tava bolgia sono ayyoltl dalla fiamma si ohe 
i tolto loro il Tederò: peroid il conte Qnido 
otte a parlare con anime di peccatori re- 
moti a scontare la propria pena. — 68. «ve- 
tta tanta eoe doò io non paileieL — 66. 
ttua tema eoo. senxa paora ohe le mie colpe, 



delle qoali sono per confessarmi a te, sieno 
liUaiite nel mondo e mi procaccino infamia. 

— 67. Io ftil noM d' arae ecc. : Qnido di 
Montefeltro ebbe gran fiima ai snoi tempi 
come nomo di goerra: Salimbene da Parma 
(Okr. p. 188) dice che « foit yir bellator et 
peritiam haboit artis pngnae», F. Pipino 
(Chr. zzz 16 in Mnr., Rtr, U, IK 144) lo 
chiama e vimm bellandi solertem >, e molti 
altri antichi gli dettero lode per il valore e 
per la pratica delle cose militari (cfr. Ugolini, 
op. dt., I 44). *— e poi fui cordigliero : e 
nolla vecchiezza fai ^te dell'ordine dei mi- 
noxi francescani; che i firancosi chiamarono 
wrdeliers dalla corda, end' erano cinti (cfr. il 
T. 92). — 69. e eeru> ecc. e per certo il mio 
pensiero sarebbe stato interamente attaato. 

— 70. 11 gran prete: il papa Bonifazio Vm. 

— 72. e come ecc.: rispetto ai rapporti fta 
Ghiido di Montefeltro o Bonifazio Vili sono 
da vedere L. Tosti, Storia di BonifoMo ¥111, 
Monte Cassino, 1846, voL II, pp. 268-281, 
e il D* Ovidio, pp. 53-66. — 78. Mentre occ. 
Mentre vìssi nel mondo, allorchó io infor- 
mava di me il corpo generato da mia ma- 
dre, le mie opere non furono tanto di nomo 
forte, qoanto di nomo astato. Quasi tutti 
gli antichi cronisti coogiongono alle lodi 
date al conto Ooido corno nomo di guerra il 
ricordo delle sae singolari astuzie: basti ri- 
cordare le parole dell'anonimo astigiano (Chr, 

in Mar., iZcr. ie. XI 188) ohe lo dice 



208 



DIVINA COMMEDIA 



clie la madre mi die, l'opere mie 
75 non fiiron leonine, ma di volpe. 
Gli accorgimenti e le coperte vie 
io seppi tutte, e si menai lor arte 
78 ch*al fine della terra il suono uscfe. 
Quand'io mi vidi giunto in quella parte 
di mia etade, oye ciascun dovrebbe 
81 calar le vele e raccoglier le sarte, 
ciò cbe pria mi piacea, allor m' increbbe, 
e pentuto e confesso mi rendei; 
84 ahi miser lasso! e giovato sarebbe. 
Lo principe de' nuovi farisei, 
avendo guerra presso a Laterano, 
87 e non con saracin né con giudei, 
che ciascun suo nimico era cristiano, 
e nessuno era stato a vincer Acri, 
90 né mercatante in terra di Soldano; 
né sommo ufficio né ordini sacri 
guardò in sé, né in me quel capestro 



< upientlMlmTU viroram, fortis et largai, et 
oallidiMlmns in bellando » e l'anonimo pisano 
iOrcn, pisana in Mar., Ber, iL XV 965) che 
raooonta: e Quando U detto Conte vadya 
Aure di Fiaa oon U gente, tonandoli innanzi 
ona cennamella, li fiorentini fÉgglano e di- 
ceano: eoeo la votp$l ». » 76. €01 Meergi- 
menti ecc. Io conobbi tatto le maniere di 
frode e d' inganno e seppi cod bene eserd- 
tade ohe la fama se ne spaine per tatto il 
mondo. ~ 78. eh* Al tae ecc. : bel riscontro 
a questo yerso formano le parole del Oom- 
pagni, O. n 88 : e del baono conte Qoido da 
Montefeltro, di coi graziosa fama volò per 
tatto il mondo », e anche, rilera il Toiraca, 
IML p. 27, quelle di ona lettera del ponte- 
fice Martino IV : e iam'' fere terrarum finse 
orbisque anguli, praecuirentibus fsmae reU- 
tibus, agnoyerunt », a proposito appunto del 
Montefeltrano : del resto la locuzione dan- 
tesca d tolta di peso dalla Bibbia (AOm. xnn 
4). — 79. Quando eoo. Quando ftii giunto 
all'età senile, nella qaale gli uomini devono 
prepararsi a ben morire, m' increbbero le fro- 
di di cui m'era sino iJlora compiaduto, e 
pentito delle mie colpe e confessati i miei 
peccati, mi fed monaco. ~ 80. ere elasean 
ecc. : efr. Oonv. iv 28 dove Dante esprime 
con la stessa imagine lo stesso concetto: 
« oome il buono marinaro che, come esso ap- 
propinqua al porto, cala le sue vele e so*- 
▼emente con debile oondadmento entra in 
quello ; cosi nd deremo calare le relè delle 
nostre mondane operazioni e tornare a Dio 
eon tutto nostro intendimento e cuore » : poi 



ricorda alcuni nobili uomini, 1 quali e ealanm 
le velo delle mondane operaùoni, ohe nella 
loro lunga età a religione d renderò, ogni 
mondano diletto e opera diponendo » e tra 
esd appunto anche il conte Guido di Mònt^ 
fdtro. ^ 88. ■! reftdelt il vb. ttndtni (co- 
me il proT. u rmàrt e il fr. ant. mÀ rmMì 
d disse assolutamente nel senso di Ihrd tnim 
monaca; oome d ha dal passo del Com. 
dt nella nota al t. 80 (un antico rimatore 
in D'Ano. L 402 dice « Ve* oh' io m*nrendo 
e fitcdo altra Tita », nd senso di: Vedi ch'io 
mi fiwdo mon aca e cc.). — 86. 1.9 prlmdpe 
eoo. Bonifiudo Vm pi^, capo degli eode- 
siastid, atendo nd 1297 grande oo&traeto 
oon la fiuniglia O>lonnn, che ayera le sue 
case In Roma pr e sso San Giovanni in Lata- 
rano, fece porre l'assedio al eastello oolon- 
nese di Falestrina, e non riuscendo ad otte- 
nerlo oon la fona ricorso agli inganni: ofìr. 
la nota al r. 102. — 87. e ■•■ een saraela 
eoo. • non od nemid della religione cristiana, 
ma od Cdonna, ch'erano cristiani oome tutti 
i nemid di Bonifado Vm ; nessuno dd quali 
era dèi earaceni conquistatori di Acri né dd 
giudd meroanteggianti nd paed d* Oriento. 
~ 89. a Tineer Aerlt allude alla presa di 
Acri, ultimo pos oose o dd cristiani in Terra- 
santa, caduto in mano d saraceni nd 1291. 
~ 91. ■< somali* uffide eoo. non ebbe ri- 
guardo alla dignità del suo dto uffldo, né 
alla sua qualità di ministro della religione, 
nò all'orbe firancescano da me professato. 
— 92. capestr* ecc. : è e l'umile capestro > 
della religione fhuiooscaaa (Av. zi 87), cbe 



INFERNO - CANTO XXVH 



209 



93 che solea fax li suoi cinti più macrL 
Ma come Costantin chiese Silvestro 
dentro Siratti a guarir della lebbre, 
96 cosi mi chiese questi per maestro 
a guarir della sua superba febbre: 
domandommi consiglio, ed io tacetti, 
99 perché le sue parole parver ebbre. 
E poi mi disse: 'Tuo cor non sospe^; 
finor t'assolvo, e tu m'insegna ùae 
102 si come Penestrino in terra gettL 
Lo ciel posa' io serrare e disserrare, 
come tu sai; però son due le chiavi, 
105 che il mio antecessor non ebbe care '• 
Allor mi pinser gli argomenti gravi 
là "ve il tacer mi fu avviso il peggio. 



mei primi tsinpi di qii06t*ordin6 eiE stato yoxo 
■imbolo dall'amoro alla poreità (efr. I^tr, xa 
132). — 94. ■fteomeCoftaatimMo. La leg- 
genda della oonreniono dell' impexatore Co- 
itutìno per opera di papa SilTestro I, dìffoia 
■oìtiiirimo nel medioevo (efr. A. Qraf, Berna 
mdU mtmoris § neOa immaginaxioni del m»- 
AoNo, Torizu), 1882-83, ToL n, pp. 81 e segar.), 
h octi riaasanta dall'An. fior.: cOostantlno 
imperatore, infennato della lébbra, et détto- 
gjQ i medio! di'e^ fMiease luo bagno di san- 
goe di fandiilli et iri si larasse, et presi 
Bdti fimciiilli le madri loro gridando et pia- 
gnendo, fti dimandato per Goetantino della 
agione, et sapnto eh*ogli l'ebbe, non volle 
per pietà ehe questo si fìioesse, dicendo: * Io 
voglio innanzi morire '. Fa aooetta a Dio la 
soa pietà: la notte di poi g^ apparve san 
Pietro et san Paolo et dissongli ob'egli man- 
dssse a Biratti, oh'eia nna montagna presso 
a Boma, per «anto Silvestro papa, et oh'egli 
il gnarrsibbe. Santo Silvestro In qneUa mon- 
tagna in Boma era nascoso per panra della 
persecoziQne, òhe si ftosa contro a* cristiani : 
onde finalmente Oostantino ebbe santo Sil- 
vestro, et elli il battezzò ; et subito goaii 
deDa lebbra et credette in Cristo >. — 96. 
Slrattl: Monte Soratte, oggi Sant'Oreste, 
nella Sabina, non molto Inngi da Boma. — 
96. Maestre s medico; che in tatti i nostri 
sotidd ai medici si trova dato il titolo di 
nuMstro. — 97. svyerl^a febtee: desiderio 
d'abbassare i nemici: si ricordi dò ohe il 
gneUò e. Villani, Or, vm 64, disse di Boni- 
liu&o vm : e molto ta altiero e snperbo e 
sodale contro a' saoi nlmid e avversari >. 
— 99. ebbre X scoaveaionti alla soa dignità, 
p«oh6 moase da un'ebbrezza, da una brama 
nperba. — 108. Penestrlnet Palestrina, 
O ut n t m I^ramutHmimf luogo dei Golonna, 
sorgeva nel territorio dell'antica PratnMte, 

Piirra 



e. TiUani, CV. vm 28 racconta nel 1298, 
« essendo trattato d'accordo da pi^ Bonifa- 
zio a' Odonnesi, i detti Oolonnesi chnioi e 
laici vennero a Bieti ov'era la corte, e git- 
tftrsi a piò del detto papa alla misericordia, 
il qoale perdonò loro e assolvettog^ della 
scomunicazione, e volle gli rendessono la città 
di Pilostrino, e cosi fedono, promettendo loro 
di rìstituirgli in loro stato e dignità; la qual 
cosa non attenne loro, ma fece didìue la 
detta città di Pilesttino del poggio e fortena 
ov'era, e fèoene rifSue una terra al piano, 
alla quale puoee nomo Civita Papale: e tutto 
questo trattato falso e frodolente fece il pi^ 
per consiglio del conte da Montefeltro, allora 
finte minore, ove gli disse la mala parola : 
hmgapnmBaaa wiWaUmdtr corto > : a raccon- 
to dantesco, seguito dal Villani, è confiarmato 
da altri cronisti contemporanei, come F. Pi- 
pino, OAr. zzz 41 in Mur., B»r,iLU, 741, 
e F. Ftorreti, HisL rerum in SaKa geoL ivi, 
EC 969-971. n D* Ovidio, pp. 66-66, 68-75, 
685-646, ha sostenuto che U fletto ta inven- 
tato da Dante e ohe non solo non aocaddo, 
ma neppur ne corse la voce al tempo dol 
poeta; ma i suoi argomenti non sono abba- 
stanza vaUdi, cfir. BulL IX 68-68. — 108. 
Lo dal ecc. : of^. Inf, zs 92. » 105. ehe 
U mio ecc.: si noti l'accenno delicato e ri- 
spettoso a Celestino V, predecessore di Bo- 
nifario VHI; indirio ohe Dante, pur rico- 
noscendone la debdesa, giudicasse favore- 
volmente di quel santo uomo, ohe aveva tro- 
vato tra gli oeiauraU ehe mai non fUr vM del 
vestibolo infernale (cfir. la nota ali* Jn^ nx 
59). Altri credono che queste parole conten- 
gano una « feroce ironia », ohe sulle labbra 
di Bonifario Vm sarebbe fuor d' ogni pro- 
posito in questo segreto cdloquio con Guido. 
— 106. Allor mi pinser eco. Le ragioni del 
pi^ mi trassero all' idea che fosse peggio di- 

14 



210 



DIVINA COMMEDIA 



108 e dissi: 'Padre, da ohe tu mi lavi 
di quel peccato, ov'io mo cader deggio, 
lunga promessa con l'attender corto 
111 ti &rà trionfar nell'alto seggio '. 

Francesco venne poi| com'io fui morto, 
per me, ma un de' neri cherubini 
114 gli disse: 'No'l portar, non mi far torto; 
venir sen dèe là giù tra' miei meschini, 
perché diede il consiglio frodolente, 
117 dal quale in qua stato gli sono a' crini: 
ch'assolver non si può, chi non si pente, 
né pentére e volere insieme puossi, 
120 per la contradizion che no '1 consente '. 
me dolente! come mi riscossi, 
quando mi prese, dicendomi : ' Forse 
123 tu non pensavi ch'io loico fossi'. 
A Minos mi portò; e quegli attorse 
otto volte la coda al dosso duro, 
126 e, poi che per gran rabbia la si morse. 



•oliMdir Ini ohe dare un mal consiglio. — 
110. liBga prontiM ecc. promottondo molto 
e mantenendo poco, trionferai dei taoi nemid. 
F. Pipino, L dt, riferisce il consiglio in 
svesta forma: cFloiima eis [ai Golonna] 
poUicemini, panca òbeerrate », ohe sembra 
esser più proesimo al modo riferito dalla voce 
pubblica; mentre in Dante il consiglio assn- 
me nna forma stodiatamente sentenxiosa. 
•^ 112. Fraaeeieo Tenne poi ecc. n conte 
Onido trapassa dalla confessione del peccato 
in onl lo trasse il papa alla descrizione del 
contrasto, che per il possesso dell'anima soa 
intervenne dopo la morte di Ini tra san Fran- 
ceeoo e nn diavolo. L' idea di questo contra- 
sto e dell'altro fra un angelo e nn diavolo 
per l'anima di Bnonconte di Montefeltro (Iharff, 
V 88-129) venne certamente a Dante dalle 
imaginaeioni medioevali svoltesi popolaimen- 
te intomo al dualismo fra il prindpio del 
bene e quello del male; dualismo a cui la 
fantasia dd volghi cristiani d piacque di dare 
forme concrete inventiuido battaglie, disputa- 
doni, prooesd tra angeli e diavoli, divenuti 
presto e rimasti lungamente una delle mate- 
rie predilette nella letteratura popol^oe. Dan- 
te^ con flnisdmo sentimento dell'arte sua ve- 
ramente umana e medioevale, non disdegnò 
cotesto imaginazioni delle plebi, ma le ridusse 
e contenne entro lìmiti ben ristretti, appena 
accennando ai contrasti che nella letteratura 
dd popolo avevano già avuto ai suoi tempi 
cod ampio svolgimento (cfir. su questa materia 
il bel lavoro di F. Roediger, Chntrasti anti- 



eH OKdo « Satana, Firenze, 1887). — US. 
■eri clienMils i diavoli sono rappresontati 
in figura d'uomini dal corpo nero nelle pid 
antidke leggende cristiane, e Giacomino da 
Verona nd poemetto D» BabUoma cwitaU 
infernali (pubbL da A. Mussafla, MomumUi 
di anUehi dialdU ikU,, Vienna, 1864) U ima- 
gina cento volte più neri dd carbone : ofir. 
Jnf, rsm 181. — 116. aiesdilBli servi; 
cfr. ih/, iz 48. — 118. Miolver ecc. non può 
essere assolto chi non ò pentito; e non pud 
essere nello stesso tempo il pentimento, doò 
volontà di non peccare, e la volontà di pec- 
care, che sono due termini contiaditfcoriL Si 
noti questo particolare dd disvdo «dona- 
tore, il quale poi più innanzi (v. 128) d dà 
vanto di buon krìeOf ohe è flintada conforme 
a quelle delle leggende popolari: invece nd 
Oonv, m 18, condderando la questione secon- 
do intendimenti sdentifid. Dante afferma ohe 
e le Intelligenze che sono in esilio della su- 
perna pace», doè i diavoli, e filosofare non 
possono perd che amore è in loro dd tutto 
spento, e a filosofare è necessario amore ». 
— 128. loieo ! logico, capace di ragionare se- 
condo filosofia una qualdad questione. — 
124. ▲ Minoi eoo. : il giudice infernale desi- 
gna il cerchio cui vud mandare ogni anima 
dngondod più volte con la coda ; per il oonte 
Guido indicò il cerchio di Hdebdge avvol- 
gendola otto volte intomo al doeso duro, e 
poi gli assegnò come proprio luogo la bolgia 
ottava con le parole oh' d disse : Questo è 
uno dd condannati a esser rivestiti di vivi^ 



INFERNO — CANTO XXVII 



211 



disse: < Questi è de* rei del foco furo*: 
per ch'io là dove vedi son perduto, 
129 e si vestito andando mi ranouro ». 

Quand'egli ebbe il suo dir cosi compiuto, 

la fiainma dolorando si partiO| 

132 torcendo e dibattendo il corno acuto. 

Noi passammo oltre, ed io e il duca mio, 

su per lo scoglio infino in su Paltr'arco 

ohe copre il fosso, in che si paga il fio 

136 a quei che scommettendo acquistan carco. 



— 127. fo«o ftarot cfr. tnf. xxvi 
4L — 129. e 9Ì T«ttlt« eoo. lofEro Q tor- 
Moto di cftmmmare inyolto in qaesto ftiooo. 
— al rasevre: Chiaro Daranzati, dt dal 
Tonaca : e Di ciò pensando, temo e mi r&n- 
coro ». — 182. 11 eorae aeato: la ponto 
deUa fiamma (cfr. ]m(. zxn 86, 88). — ISA. 



■a per le leogllt eoe en por lo scoglio, lln- 
ohó d trorammo sol ponto ohe attrsTersa la 
bolgto nona. — 136. qvel ehe eoo. coloro ohe 
peccano promovendo discordie dvili e reli- 
giose. — seommettendo: il rb. toommstUre 
significa dividere, separare, il contrario doò 
di oommUtn^ oongiungere, nnire. 



CANTO xxvm 



Dal ponte della nona bolgia Dante e Virgilio osservano lo strazio dei 
promotori di discordie civili e religiose, i quali sono continuamente feriti 
di spada da un demonio: poi si manifestano loro alcuni dannati, Maometto, 
Pietro da Medicina, Mosca Lamberti e Bertrando de Born, che parlano di 
•è e d'altri compagni (9 aprile, a un'ora pomeridiana, circa]. 

Chi porla mai pur con parole sciolte 
dicer del sangue e delle piaghe appieno, 
3 ch'i' ora vidi, per narrar più volte? 
Ogni lingua per certo verrla meno 
per lo nostro sermone e per la mente, 
G e' hanno a tanto comprender poco seno. 
S'ei s'adunasse ancor tutta la gente, 

xxvm 1. Chi porfa ecc. Accingendosi 
a descrivere lo spettacolo che gli apparve 
nel fondo della nona bolgia, Danto non dis- 
liarala la difSooltà dell' argomento, tratton* 
doò di lappreeentare lo strazio orribile che 
delle membra dd promotori di discordie fii 
on diavolo a dò depntoto ; e con opportnne 
Tiaembranse virgiliane s'apre la via a di- 
eUsnue che nessuna strage torrena potrebbe 
render imagine di qnella che gli d ofErf allo 
agiiardo in questo parto di Malebolge. Su 
9«sto passo e sa quello dell'In/', xxxu 1 e 
MOfg, sono da vedere aloone oondderazioni 
e xisoontri di G. Galvani, Ltxitmi aecadtmi' 
e^ Modena, 1840, voi. H, pp. 8 e segg. ~ 
cea parole sciolte s con una descrizione in 
prosa, le coi parole sono libere dalle leggi 
della poeda, sono < vexba solato modis > 



(Ovidio, Trist, nr 10, 24). — 2. dieer ecc. : 
cfr. Virgilio, E>n, n 861 : « Qois dadem il- 
lios noctis, qois Itinera fando Explioet, ant 
possit lacrymis acquare labores? ». — 8. per 
narrar pltf volto: per quanto tontasse più 
volto lo stesso argomento, rifacendo la pro- 
pria narrazione e migliorandola con ripetuto 
prove di vincer la difficoltà della matoria. ~ 
4. Ogni lingua ecc. : cfr. Virgilio, JSH. vi 
625 : < Non, mihi si linguae centom dnt, ora- 
que contnm, Ferrea vox, omnis soelomm com- 
prendore formas, Omnia poenarum percurrere 
nomina possim ». — verrfa meno: sarebbe 
inferiore al bisogno, perché le lingue e gli 
intelletti umani non hanno capadtà suffldento 
alla rappresentazione di uno spettacolo cosi 
singolare. — 7. 8'el s'adunasse eoo. Se 
tntti gli uomini caduti nelle pugne combat- 



212 



DIVINA COMMEDIA 



12 



16 



18 



che già in su la fortunata terra 

di Puglia fu del suo sangue dolente, 

per li troiani e per la lunga guerra 
ohe dell' anella fé' si alte spoglie, 
oome Livio scrìve che non erra, 

con quella che senti di colpi doglie, 
per contrastare a Boberto Guiscardo, 
e l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie 

a Ceperan, là dove fu bugiardo 
ciascun pugliese, e là da Tagliacoazo, 
dove senz'arme vinse il vecchio Alardo; 

e qual forato suo membro, e qual mozzo 
mostrasse, da equar sarebbe nulla 



tate neU' Italia meridionalo dal tempi delle 
(piene sannitiohe e cartagineil a quei della 
gaerre nonnanne • angioine foeaero iniiemo 
raccolti a far mostra doUe loro ferite, non 
darebbero nn' idea adegnata della strage Te- 
data nella nona bdgìa. — 8. fortunata t ofr. 
Inf, TTTT 116. — 9. Pnglla : non d indicata 
la provincia romana tra l'Adriatioo e l'Apen- 
nino, ma tatto il reame di Napoli, come in 
Pwrg, yn 126. — fk del ino taagie ecc. 
seno il d(dore delle ferite riportate combat* 
tendo le gaerre sannitiche (343-290 a. C.)» 
per le qoali i romani, discesi dai troiani Te- 
nati in Italia con Enea, esteeero la loro si- 
gnoria soli' Italia meridionale (cf^. Livio, x 
9 e aegg.), e le gaerre cartaginesi (264-146 
a. 0.), nella seconda delle qnali accadde la 
battaglia di (?anne, ove perirono molte mi- 
glila di soldati romani (cf^. livio, zxn 26). 
Yedansi Hoore, 1 275 e P. Toynbee, Rie. 1 18. 
^ U. che deU' anella eoo. allnde al fatto 
narrato da livio, zxm 7, 12 e ricordato anche 
nel Ceno, ir 6, ohe delle anella d' oro tratte 
dalle dita dei romani cadati a Canne Anni- 
baie Cftcesse nn carnaio di parecchio moggia. 

— 18. «iella ehe senti eco. i saraceni ca- 
dati nelle gaerre sostenate contro Boberto 
(hiisoardo daoa di Paglia e di Calabria (1069- 
1084), ehe li cacdd dall' Italia meridionale : 
cfr. Poar, xvm 48. n D'Ovidio, p. 883, pre- 
ferisce di credere che Dante accenni « a tatto 
insieme le gaerre che il (3aiscardo ebbe a 
combattere per insignorirsi della Paglia». 

— 16. e raltra ecc. gl'italiani, i fhuicesi e 
i tedeschi morti nelle gaerre angioine, le 
qoali cominciarono noi gennaio del 1266, qnan- 
do Carlo I d- Angiò invase il regno di Napoli 
avendo avoto libero il passo di Coprano, eb- 
bero il pnnto oolminante nella battaglia di 
Benevento (cfr. Pu>rg. m 118), e finirono con 
la battaglia di Tagliacozzo del 23 agosto 1268, 
per la qnale, sconfitto Corradino nltimo della 
casa sveva, il regno rimase alla casa an- 



gioina. — 16. a Gepem eoo. A Oepnno^ 
sol flome litri, d il ponte dw nel medioevo 
era tonato oome la porta del regno di Na- 
poli: dicesi ohe i baioni poglieei, ohe T'o- 
rano alla goardia contro Cado I d'Angìd, 
e spedalmente i conti d' Aquino, sd^^natz 
contro Manfredi par private cagioni, lasciaa- 
sero libero il passo ai nemici ; i qnali oos£ 
invasero il regno e s'impossessarono di Bocca 
d'Arce, di San (fermano e di Ce^na costrin- 
gendo Manfredi a ritirani sn Benevento; ove 
poi lo sconfissero poco dopo (cfr. Saba Mala- 
spina, m 1 in Mar., Rtr. iL YID; Tolomeo 
da Lacca, Aimales in Mar., Bar, iL XI 1284 ; 
Cr. Villani, O. vn 6 e segg. ; Salimbeno da 
Parma, Chr. pp. 246 e segg. eoe). Si Teda 
il Bassermann, pp. 264, 680 e si aggiunga 
che Dante dovette pensate anche ai morti 
nella battaglia di Benevento, che Airone mol- 
tissimi (cfr. Ihirg. in 118), mentre il passo 
di Coprano fti dagli Angioini oocnpato aenza 
spargimento di sangne. — 17. là da Ta- 
f llaeoszo eoe : la battaglia di Tagliaoozzo, 
che segnò l' ultima rovina degli Svevi, par- 
ve da principio fovoievole a Corradino ; se 
non che ai ghibellini, disperai per il oampo 
noli' esultanza della vittoria, piombò addosso 
d'improvviso ona schiera angioina, taanta 
in riserva per saggMimento di Alardo di Va- 
léry, ginnto da poco all' esercito di Cario I, 
la qnale li mise in rotta e mntò le sorti della 
giornata (cfr. Sab a Ma laspina, iv 8 e togg. 
in Mar., Ber, iL Vm ; G. Villani, Or, vn 
20 e segg. ; Salimbene, Chr. pp. 24S e segg.). 
Per il laogo della battaglia, si veda il Bas- 
sermann, pp. 265-266, il qnale crede che là 
da Tagl. significhi al di là di Tagl.^ cioè il 
pnnto onde sbnoò la riserva angioina, tona- 
tasi nascosta dietro il Monte San Felice. 
~ 19. e qnal forato oco. e parte mostras- 
sero le membra ferite oon oolpi di punta, 
parte le membra ferite con oolpi di taglio. 
— 20. da eqnar ecc. non sarebbe noUa da 



INPERNO - CANTO XXVHI 



213 



21 il modo della nona bolgia soeso. 
Già yeggia, per meszul perdere o luUa, 
com'io yidi un, cosi non si pertugia, 
24 rotto dal mento infin dove ai trulla: 
tra le gambe pendeyan le minugia; 
la corata pareva e il insto sacco 
27 che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m'attacco, 
guardommi e con le man s'aperse il petto, 
80 dicendo : € Or vedi come io mi dilacco, 
vedi come storpiato ò Maometto; 
dinanzi a me sen va piangendo AH, 
83 fesso nel volto dal mento al ciuffetto: 
e tutti gli altri, che tu vedi qui, 
seminator di scandalo e di scisma 
SG fCUr vivi, e però son fessi cosi 

Un diavolo è qua dietro che n'acclama 
si crudelmente, al taglio della spada 
80 limettondo ciascun di questa risma, 
quando avem volta la dolente strada; 



fmggbra lA tinge, non Mrébbe d* pai»- 
sonar* alla strage orribile che ai rodeva 
Bada nona bolgia : il vb. equar» fa certo eng- 
fntto a Dante dai Tersi di Virgilio dt. nella 
Mta al T. 2. — 22. Ctlà Teggla eoo. Inoo- 
■ÌBciaiido a deeorirere gli atrazSati della nona 
Mgia il poeta dice d* averne vedato uno, 
spaeeato por il hmgo dal mento sino all'ano 
« aperto più che non aia una botte alla qnale 
na flato tolta nna parte del fondo. La simi- 
litsdine, nota O Venturi 888, è « intralciata 
mOa costrozioDe, e nn po' oacnra nelle pa- 
role ftiane » : ma intesa a dovere rende bene 
l'iaagine di quello stradato, con tratti di 
•fflcaoe realtà. — teggla: botte; voce ar* 
eiioa rimasta viva in qualche dialetto del- 
^ Italia soperiore, ma delia quale si hanno 
aaehe esempi toscanL — aezzvl... Ivlla : 
Una: e è da sapere che li fondi delle botti 
xmo di tre petzi : quello di mexzo è detto 
"Msnib, e li estremi hanno nome Mte ». — 
^. deve 11 traila: cfr. la chiosa di Benv. 
aU'in/; ZZI 187. — 25. le Mtaagia: le bu- 
^ Tadte per la ferita, lat mirmtia (Dies 
886X » 26. la cerata eco. si vedeva la co- 
iati, doè il cuore, il fegato e la milza, e il 
«oeo dello stomaco e dell' intestino, ove ha 
hiogo la trasformazione degli alimenti in e- 
KrensntL — 28. ai'attaeeex m'affisso, mi 
^ ooB molta attenzione di sguardo. — 90. 
■i dilaeeos sono squarciato, spaccato. — 
31- TtA eoe. Io cosi straziato sono Hao- 
■Kto : è il fondatore deQ' Islamismo, nato 
«Uà leeoa nel 660 • morto a Medina nel 



688 d. 0., il quale con le sue dottrine pro- 
mosse una nuova divisione religiosa tra i 
popoH della terra. — 82. Ali: Ali Ebn Ahi 
Talib, parente e seguace di Maometto, nato 
nel 697 e morto nel 660, discordando in al- 
cuno dottrine dal maestro fondò una nuova 
setta religiosa e seminò oosf germi di dissen- 
sione fra i maomettani. — 88. fesso ael vette 
ecc. spaccato nella focda dal mento alla fron- 
te. — 84. e tatti eco. tutti i nostri compa- 
gni frirono nel mondo promotori di discordie 
civili (aeandato) o di dissensioni religiose (aet- 
sma)] però sono cosi spaccati e divisi. — 
87. Un diavolo ecc. Qua dietro a noi è un 
diavolo, cho ci concia a questo modo tutte 
lo volto che, compiuto un giro per il fondo 
della bolgia, ripassiamo dinanzi a lui. — qaa 
dietro : in un punto della bolgia, ohe a ca- 
gione del corso circolare di essa Dante e Vir- 
gilio non potevano vedere. — acelsaia: in 
quale significato sia usato qui il vb. aeoi- 
wmare non è ben chiaro : il Lana lo spiega 
nel senso di piagare e 11 Buti in quello di 
dividere o tagliare; Benv. invece lo intende 
detto per adomare (« exomat et polit noe >), 
avvicinandosi cosf all' opinione dei moderni, 
i quali ricollegano Vaeeimnare dantesco al 
prov. axeamar e al fr. ant. aeemury nel senso 
di adomare, azzimare (Ci. Galvani, Lexioni 
accademiche^ voi. U, pp. 86 o segg.) o in 
quello di acconciare, accomodare .( cfr. Nan- 
nucd, V9rbi 81, Diez 128, 724 e Parodi, BuU. 
m 96). ^ 88. rliMtteaia eoo. sottoponendo 
di nuovo ciascuno di noi al taglio della spa> 



214 



DIVINA COMMEDIA 



però che le ferite son ricliiuse 
42 prima ch'altri dinanzi gli rivada. 
Ma tu chi se* che in su lo scoglio muse, 

forse per indugiar d*ire alla pena, 
45 oh* è giudicata in su le tue accuse? > 

< Né morte il giunse ancor, né colpa il mena, 
rispose il mio maestro, a tormentarlo; 

48 ma per dar lui esperiensa piena, 
a me, che morto son, convien menarlo 
per lo inferno qua giù di giro in giro: 
51 e questo è ver cosi com' io ti parlo ». 
Più fCLr di cento che, quando l'udirò, 
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi, 
54 per marayiglia obbliando il martiro. 

< Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi, 
tu che forse vedrai il sole in breve, 

57 s'egli non vuol qui tosto seguitarmi, 
si di vivanda che stretta di neve 
non rechi la vittoria al noarese, 



d*, ogni ToUa ohe abbU oompinto il giro 
dicoUre della bolgia. — 41. però eco. poi- 
ché dorante questo giro le nostre ferite si 
rimarginano. — 43. Ma (a eki eoo. Maometto 
non ■' accorge, come altri dannati, che Dante 
sia FÌTO (ofr. JH/l xxvn 61) e lo crede on'a- 
nima indngiatan sol ponte della bolgia per 
isfoggire ancora per un poco alla pena asse- 
gnatale da Hinos. — mese: il vb. musare 
esprime V atto proprio di chi goarda tenendo 
il muso verso una data cosa o persona ; tolta 
l'imagine da certi animali, come le rane che 
guardano sporgendo in fuori il muso (cfr. Pa- 
rodi, BuU. lU 153). — d6. eh' è glodlcaU 
ecc. : li ricordi ohe Minos pronunzia le sue 
sentenze dopo ohe i poocatorì si sono confes- 
sati delle loro peccata ; cfr. Inf, v 7-15. — 
46. Ké morte ecc. Virgilio interviene a di- 
singannare Maometto sul conto di Dante, di- 
cendogli eh' egli d ancora viro e che nessuna 
colpa lo porta ai tormenti ecc. : cfr. Inf» xn 
85 e segg. ~ 50. di giro la gire: di cer- 
chio in cerchio : cft". Inf. x 4, xvi 2. — 52. 
Pii tkt di e«Bto ecc. : si paragoni la mera- 
viglia dì questi dannati con quella delle ani- 
me del pargatorio {Pufrg, n 67-75). — 54. per 
maraTiglia ecc. Questi dannati li fermano 
dimentichi della pena inflitta loro; le anime 
penitenti si fermano e quasi obbliando d'ire 
a farsi beUe > {Pwrg, n 75). — 55. Or df' a 
fra Dolela ecc. Tu, che presto tornerai su 
nel mondo, fa sapere a fra Dolcino che, s'e- 
gli non vuol venir presto a raggiungermi, si 
provveda tanto largamente di vettovsglie che 



una grande nevicata non dia ai novaresi 
quella vittoria che altrimenti sarebbe difficile 
a ottenere. — fra Doleia t Dolcino da Ro- 
msgnano novaroee, discepolo 4ol parmigiano 
Gherardo Segalelli fondatore della sotta reli- 
giosa degli Apostoli fratelli i^ostolici, al- 
lorché il maestro fu arso vivo nel 1296, si 
mise alla testa di questa setta e predicando 
la carità e la comunanza dei beni e delle 
donne raccolse molti proseliti nel Trentino e 
nei territori di Brescia, Bergamo e Como: 
contro Dolcino fu bandita una crociata, ed 
egli dopo aver resistito per pid di due anni 
nella Valsosia con l' aiuto dei eonti di Bian- 
drate, nel 1306 si ridusse con cinquemila se- 
guaci sopra il Monte Zebello nel biellese, vi 
si fortiflcò ed oppose ancora una vigorosa 
resistenza sulle forti posizioni occupate ; ma 
per la mancanza di vettovaglie e per la ca- 
duta grande di neve fti costretto ad arren- 
dersi il 26 marzo 1807, e pochi mesi dopo fu 
giustiziato insieme coi capi della setta (cfr. 
Hiataria Duloini haeregiarehaé in Mur., Bar, 
U. IX 429-460; C. Morbio, PnpMta di mi 
nuonssimo commmUo per eia eh$ riguorda la 
storia novarese, Vigevano, 1883, pp. 9-20; 
C. Baggiolini, Doleino e % PtUamU^ Novara, 
1888; F. Eroner, Fra DoMno und die Ai- 
tarener^ Lipsia, 1844; Q, S. Ferrari, Fra DfÀ' 
omo n^ Rwiata eurcpea, a. 1879, voi. XVI ; 
F. Toooo, Oli ApostoU e fra Doleino nellUreft. 
etor. i<., serie G^ voi. XIX; A. Segarizzi, 
Oontributo alla storia di fra Dok,, Trento, 
1900; e 0. Begani, Fra DOokio netta kadi- 



INFERNO - CANTO XXVHI 



215 



60 eh* altrimenti acquistar non saria lieve >. 
Poi che Pan piò per girsene sospese, 
Maometto mi disse està parola, 
63 indi a partirsi in terra lo distesOi 
Un altro, che forata ayea la gola 
e tronco il naso Infin sotto le ciglia, 
6C e non avea ma che un* orecchia sola, 
restato a riguardar per maraviglia 
con gli altri, innanzi agli altri apri la canna, 
69 ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia; 
e disse : < tu, cui colpa noB condanna, 
e cui io vidi su in terra latina, 
72 se troppa simigliania non m'inganna, 
rimembriti di Pier da Medicina, 
80 mai tomi a veder lo dolce piano, 
75 ohe da Yercelli a Marcabò dichina. 



tìùm § ntOa Mkria, Milano, 1901). — 60. 
«k'iltrlaeBtl ooo.: in&tti si legge neDa 
cit EitL DuloM in Mar., Ber. U. IX 482, 
eh* 1 wgaaei di fra Doldno « a nomine ez- 
pognaii potarant, neo aliqnem hominem ti- 
nébant, dommodo tamen liaberent Tlcto»- 
fia>. — 61. Pel thè eoe. Maometto mi feoe 
fMito disoono dopo aver già alzato uno dei 
fMi per rimetterei in cammino, e, appena 
ebbe Unito, compio il primo paaeo: ynol dire 
Q poeta che O suo intozlooatore parlò rapi- 
damente, come se la fretta lo aoepingeaie ol- 
trt. — 62. efta parola: cfr. ^i/l n 48. — 
^ Vm altro eoe : la deeorizione dantesca 
ricordala Tiri^Hana dell'io TI 494: « At- 
qoehio Priamiden i^^nUtaim ooipore toto Dei- 
phoboffl Tidit, laoerom enideliter ora. Ora 
aanwiae ambaa, popnlataqne tempora raptie 
Anzlbos, et tnmcas inhonesto minore na- 
wi». — 68. MA ohe: cfr. ^f. iv 26. — 67. 
retiate eoe : oontinna la rimembranza tÌt- 
pHana, En, ti 487 : < Noe vidisse semel sa- 
^ est : turat aeqae morari, Et oonferre gra- 
dua et Teniondi disoere canasas ». — 68. con 
tU altri: con gli altri più di conto, che 
s'erano formati a guardar Dante. — apri 
U caaia eco. apri a parlare la canna della 
gola, nngoinante per le ferite. — 70. e dia* 
h: questi che parla è Pietro da Medicina, 
di uà funiglia ohe col titolo di cattani eh- 
V«o nel secolo zm la signoria di Medicina, 
intu tona matildica nel piano tra Bologna 
e la bsssa Bomagna : non pecò quel Pietro 
daMs^ksina, ohe è ricordato in atti pubblici 
bolognasl del 1219-20, fri giudice generale 
BeOa Marca anoonitMiA per rettore ponti- 
tdo nel 1286 ed è menzionato anche nel 46 
coae testimonio a un atto a Bologna; po- 



trebbe più tosto essere un suo figlio e omo- 
nimo quello che nel 1260 andò pretore a Ca- 
stelfldardo e iti spogliato degli ayeri da un mi- 
nistro di Pdderioo II ohe rtrendicara all' im- 
pero lo terre occupato dai legati pontLOd : 
forse fri oompreso nel bando da Bologna dio 
colpi tutu i suoi che fri oonflennato nel 
1287, e allora potè aggirarsi por le piccolo 
corti romagnole a sominarrl discordie, come 
già aroTa fatto tra i suol concittadini (ofr. 
G. Gozzadini, Ditk toni gmUUhcie, pp. 874 e 
^Eg- 1 ^' Brognoligo , Un fmofpo doommnUt 
pok, volffon del dugmUo, Fermo 1901). Bonr., 
al quale dobbiamo lo |id ampio notizie sullo 
cose romagnole, raooonta ohe Pietro da Medi- 
cina si arricchì con V arte di spargere dissen- 
sioni, spedalmento tra Guido da Polenta si- 
gnore di Barenna e Malatesta da Verrucchio 
signore di Bimini (ofr. Inf. xxvn 40, 46), a 
ciascuno dei quali raooomandaya di guardarsi 
dall' altro ; e cosi « utorquo deoeptns mitte- 
bat Potrò equos, iocalia, mnnera magna, et 
uterque habebat ipsum in amioum ». — 71. 
e evi lo Tldi eco. Ben^. attesta che a Me- 
dicina, alla piccola corte feudale dei cattani 
di quella terra. Dante si reod una yolta e 
Ti fu accolto con onore : « et interrogatus 
quid sibi Tideretur do curia Illa, respondit 
80 non ridisse polcriorem in Romandiola, si 
ibi osset modicum ordinis » : bella dunque la 
terra, per la forte rocca che arerà e per le 
fertili campagne, ma disordinato il goremo 
del suoi turbolenti signori. ~ terra lattnat 
cfr. £%f, xxm 26. — 74. lo dolco plano 
eco. la bella pianura dall'Italia superiore, 
che si stende da Voroelli in Piemonte al co- 
stello di Marcabd, costruito dai renesiani alJa 
foce del Po di Primaro e distrutto dai signori 



216 



DIVINA COMMEDU 



E £a saper ai due miglior di Fano, 
a messer Guido ed anoo ad Angiolelloi 
78 che, se l'antiveder qui non ò vano^ 
gittati saranfuor di lor vasello, 
e mazzerati presso alla Cattolico, 
81 per tradimento d'un tiranno fèllo. 
Tra l'isola di Cipri e di Maiolica 
non vide mai si gran ìSelIIo Nettuno, 
84 non da pirati, non da gente argoUca. 
Quel traditor, che vede pur con l'uno 
e tien la terra, che tal è qui meco, 
87 vorrebbe di veder esser digiuno, 
£arà venirli a parlamento seco; 
poi £Etrà si che al vento di Focara 
90 non iaxk lor mestier vóto né prece ». 
Ed io a lui: < Dimostrami e dichiara, 
se vuoi ch'io porti su di te novella, 
93 chi è colui dalla veduta amara »• 
Allor pose la mano alla mascella 



dA Fblanta n«l 1800. — 76. I fa i 
Lana : e predico lo predetto Fiero a Dante 
la morte di mesMr Guido [dal Gasiero] e di 
Angiolello [da Carignano] nobili di Fano, li 
^Qali ftiron ri<^esti da Malatoetino de* Ma- 
latéati da AriMino di paxlamentaie insieme 
per prorredere al buono stalo della oontai»- 
da; et ordlnonno lo parlamento alla Oatto- 
lioa, per luogo oomnnole : seppe si ordinare 
lo detto Malatestino, oh'eUi U fece noddere, 
e caodò faori di Fano tatta eoa parte » : il 
taJtto accadde poco dopo il 1813, quando Ma- 
latestino Al SQOoedato al padre nella signoria 
riminese (cfr. L. Tonini, Sult atmo in oui 
prvtfo alta CaUolioa fu Va gta$ri mo di' faneri 
«fMSMT Ouido dal Oasaoro • Angioletto da Oor 
rignamo^ wHÌ* BooUammUo^ a. 1858, pp. 681* 
686 e Del Lnngo, Damté^ I 426). — 78. se 
l'antlTeder eoo. : efr. Virgilio, Ai. i 892 : 
e Ni firastra angoiìam yani docoece paren- 
tis >. — 79. ghtitl eoo. Benv. : e qni, oom 
yenirent per mare in nari et pervenissent 
ad plagiam inxta montem qui Tocstor Fo- 
caria, fùenint praeoi^tati in mare et soiTo- 
cati ab iis qui ecant in nayi, siont praeordi- 
natom erat per dictom Halatestinam ». ~ 
Tasello: ofr. Pmg, n 41. ~ 80. suneratl: 
il Tb. fiuwMrar», attesta il Bnti, significa 
e glttsro l'aomo in mare in nno sacco legato 
con ona pietra grande, o legate le mani ot 
i piedi et nno grande sacco al collo ». — 
Catlelleat piccola terra sol mare Adriatico, 
quasi a messa strada fra Bimini e Pesaro, sul 
confine tra la Bcmagna e le Marche. — 81. 
tlnuuMt cfr. T. 86. ~ 82. Tra Hiola di 



Cipri eoo. n dio del mare non TÌd» Bai 
oommettsre nel Mediterraneo, dall'isola di 
Cipro a quella di Maiorca, un delitto cosi 
grande per mano dei pirati o dù gxed che 
anticamente corseggiarono quelle aoque. — 
86. <|nel traditor ecc. Malatestino dei Ma- 
latesti, che era chiamato Malatestino doifoo- 
gMo « perché era manco di un occhio » sin 
dalla nascita, successe al padre nella signo- 
ria di Bimini nel 1812 e mor£ nel 1817 : cera 
tanto amato che non si porrla contare », dioe 
Tanonimo autore della Oron, riwim sa (Mnr., 
J20r. ìL XV 886), ma i suoi atti furono di 
eflérato tiranno (cfr. Inf, zxrn 47). — 86. 
tien la terra eoo. signoreggia la dttà di 
Bimini, che un mio compagno di pena Tor^ 
rebbe non arer mai lista: ofr. ▼▼. 91-102. 
— 89. farà si eoe Lana : « Focara è uno 
luogo sopra mare nella Marca, tra Pesaro e 
la Cattolica, in lo qual luogo è spesso di 
gran fortune ; e usano molto li marinari, ohe 
si trovano in quello luogo al tempo della lop- 
tona, di pregare Dio e li santi e di fare molti 
T6ti: si ohe prelude alli predetti che non li 
farà mestieri né vétare né fare preghiera per 
loro scampo > : cfr. F. Vatielli, Focara^ Pe- 
saro, 1898, e Bassermann, ^. 287-289. — 
91. Dimostrami t dichiara eco. Dante chiede 
a Pietro ohe gli indichi e gli dica chi è quel 
suo compagno die mal rido la tena di Bi- 
mini: e Hotro lo compiace tosto, ponendo 
la mano alla bocca di Curio per indicarlo a 
Dante (tv. 94-96) e dicendo chi egli fu nel 
mondo (tt. 97-99). — 98. dalla Tedata ama- 
ra: che vorrétbe tamr digiuno di veder» Bimini 



INFERNO — CANTO XXVIH 



217 



d*an Bao compagno, e la bocca gli aperse 
96 gridando: « Questi è esso, e non favella; 
questi, scacciato, il dubitar sommerse 
in Cesare, a£Eermando ohe il fornito 
99 sempre con danno P attender sofferse». 
quanto mi pareva sbigottito 
con la lingua tagliata nella strossza, 
102 Curio, ch'a dire fu cosi ardito! 

Ed un, di'avea l'una e l'altra man mozza, 
levando i moncberin per l'aura fosca, 

105 si che il sangue &cea la faccia sozza, 
gridò : < Eicordera' ti ancbe del Mosca, 

che dissi, lasso ! ' Capo ha cosa fatta ', 

106 ohe fu il mal seme per la gente tósca »: 

ed io gli aggiunsi: € E morte di tua schiatta » ; 

per ch'egli, accumulando duol con duolo, 
111 sen gio come persona trista e matta. 
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, 

e vidi cosa ch'io avrei paura. 



(t. 87). » 96. Qa«itl è mio eoo. : questi è 
il oompegno, di coi t' ho detto ; e non pad 
pezlaie perohó ha e la lingoa tagliata nella 
itzoaBa» (t. 102). — 97. tvettt, aeaeelat* 
eoe. C. OÒzione, tribuno della plebe, x^ fio- 
Mu^ tbgiiM, QMda» (Velleio Pateroolo n 
46), esUato da Boma perohó troppo i^^erta- 
■onte fivoiiya la parta di Cesare, si rooò 
praao di lai eaoiìandolo, secondo Laoaao 
Ars.i280 (cit.daDanteneU'epi8t. vn 4),a 
pssnreil Bobioone, oon queste parole : «Dam 
trspidant nullo ilxniatae robore partes ToUe 
notas : semper nocait diffuTe paratis » (cfir. 
Mooce, I 228 ): perdo Dante dioe oh' ei spen- 
se in Cesare ogni dubbio, ricordandogli che 
ehi è pfonto a on' impresa non deve in- 
dngiare a porvi mano. — 99. l'attender: 
r indagiaie, il differire. — 102. a dire fa eos£ 
ardite : cfr. Lucano, J^br*. i 269 : « Audax 
Teaali comitatur Curio lingua >. — 106. Ed 
■■9 ch'afe* eoe Questo dannato, ohe legava 
tristamente i monoheiini per l'aria oscura 
déQe regioni infernali, era uno di quei fio- 
rentini àA buon tempo antico, ohe I^nte de- 
lidecaTa di rodere (cfr. Jn/l n 80), Mosoa 
dei Lamberti : il qùkle nella rannata dei pa- 
renti degli Amidei per deliberare circa l'in- 
gioiia ftittB a quella Duniglia da Buondel- 
iMntB (efr. Far, xn 186 e segg.), détte il 
ooesi^ di uoddere a dirittura il giovine 
etnlisre ohe aveva mancato alla promessa 
tt sposare una donaalla degli AmideL Mori 
poi i Begsk), ov'eca podestà, nel 1243. — 107. 
che diasi eoo. Baooontano i cronirti floren- 
ttai che discutendosi in queir adunanza se 



la vendetta da prendere di Buondelmoate do- 
vesse essere < di batterlo di fedirlo >, Mo- 
sca Lamberti pronunziò le parole : Gbes /otta 
ùoufo hOy consigliando cosi che rawecsarìo 
fosse ucciso ; oooie di fatti segui (G. 'dilani, 
O. V 88; D. Compagni, Or, i 2; P. IHerì, 
Or, p. 16 ; e altre cronache in Hartwig, Quel- 
\m %knì JTbrsoAciri^wi, cit, voi. II, pp. 228, 
278). — Cosa fatta capo ha : droa queste 
parole, ohe sono riferite cosi anche dai cro- 
nisti dt., non s'accordano gì' interpreti ; me- 
gUo di tutti le ha spiegate il Del Lungo, II 
15 : < Cosa latta non può disfarsi ; liesce ad 
un capo, ad un fine, a un effetto : e perciò 
si uccida addirittura Buondelmonte, senza 
pensar troppo oom' andrà a finire ; basta 
eh' e' muoia ». — 108. che t^ U mal ecc. 
che f^ principio alia divisione della cittadi- 
nanza fiorentina in guelfi e ghibellini, da 
Firenze propagatasi alle altre terre di To- 
scana. — 109. I morte di tua schiatta: 
perché i Lamberti Girono esiliati oon gli al- 
tri ghibellini nel 1268 (0. Vili., Or, vi 65), 
e da quel momento scompaiono qoasi del 
tutto dalla storia fiorentina. La fiera rampo- 
gna di Dante al Lamberti ricorda nella pron- 
tezza della mossa le parole dette dal poeta 
a Farinata, Inf, z 49. » 110. dnol con doe- 
lo t il dolore della pena ool dolore cagionato 
dal sisero ohe la sua stirpe fosse rovinata. 
— 111. eeme persona ecc. come fja l'uomo 
che per l'eccesso del dolore è fuori del sen- 
no. — 112. lo stuoie : la schiera dei semi- 
natori di discordie. — 118. t vidi cesa eoo. 
e vidi uno spettacolo cosi straordinario, che 



218 



MVnTA COMMEDIA 



114 senza più prova, di contarla solo; 
se non che coscienza mi assicura, 
la buona compagnia che Puom francheggia 
117 sotto Tosbergo del sentirsi pura. 

Io vidi certo, ed ancor par eh* io '1 veggia, 
un busto senza capo andar, si come 
120 andavan gli altri della trista greggia; 
e il capo tronco tenea per le chiome, 
pésol con mano a guisa di lanterna, 
123 e quei mirava noi, e dicea : < me ! » 
Di sé faceva a sé stesso lucerna, 
ed eran due in uno, ed uno in due: 
126 com' esser può, quei sa che si governa. 
Quando diritto al pie del ponte fue, 
levò il braccio alto con tutta la testa 
129 per appressarne le parole sue, 

che fCLro : < Or vedi la pena molesta 
tu che, spirando, vai veggendo i morti; 
132 vedi s' alcuna ò gprande come questa. 
E perché tu di me novelle porti, 
Eappi ch'io Bon Bertram dal Bornio, quelli 



dubiterei a daKsiiyerlo sens' altra testimo- 
nianza ohe lo oonfennasse, se non foesi aa- 
sieon^ dalla ooedenza ohe ho di dire il 
yero. Dante sa ohe le rerità ohe hanno /bo- 
eia di munobogna fknno parer bugiardo ohi le 
dioe (cfr. bif, ziy 124-126) ; peroid, come 
prima di desoriyere il volo e la Agora di 
Gerione credette neoossarìa nna diohiaraadone 
esplicita di Teridioità (Jnf. rx9 127-129), cosi 
ora ch'egli dere narrare di nn nomo deca- 
pitato il quale portava in mano la testa a 
guisa di lanterna per illuminare il cammino, 
dice ohe temerebbe di non esser creduto se 
non fosse sicuro di raccontar cose reramente 
vedute. Dante pud aver tratta l'idea dalla 
leggenda di san Miniato, che decapitato prese 
la testa in mano e tornò alla sua sedo (cfr. 
BuìL VI 42). — 114. sensa pltf prora: sen- 
z' altra conferma ohe le mie parole. Quei com- 
mentatori che intesero : e senza fune altro 
esperimento, senza riveder prima la cosa 
eh* io narro», dimentioarono il v. 118; ove 
la certezza del Catto è affermata cosi esplici- 
tamente. — 116. la bnoma eempagafa eco. 
la coscienza di dire la verità ohe assicura 
l'uomo con la difesa efficace ohe Cs il sen- 
timento d' essere immune da colpa di men- 
daci parole. Sono da ricordare accanto alla 
sentenza dantesca quelle d'Ovidio, BUd. i 
485 : « Consoia mens ut cuique sua est, ita 
oondpit intra Pectora prò facto spemque me- 
tumque suo > e di Orazio, Epitt, i 1, 60 : 



« Hio murus aeneua osto, Nil consclro slbl, 
nulla palleeoere culpa ». » 120. della trlsu 
greggia! dello stuolo del seminatori di di- 
scordie. — 122. pisoli pendolo, sospeeo. — 
a galsa di lanterna s a quel modo che Tuo- 
mo camminando nell'oscurità tiene innanzi 
a s6 la lanterna per illuminare la via. — 
128. meli ofr. Inf, vn 28. — 126. ai 
eran eoo. e le due parti (busto e oapo) erano 
del medesimo corpo, il quale pur cosi diviso 
in due conservava l'unità dei movimenti: 
cosa mirabile che solamente Iddio sa come 
possa avvenire. — 127. diritto : aw., pre- 
cisamente, appunto : ofr. Inf. zvtn 4. ~ 128. 
con tutta la testa: Udta non è proprio un 
riempitivo, come dicono i commentatori, ma 
serve a rilevar meglio l'identità del movi- 
mento delle due parti (braccio e tasta); co- 
me nd Booc, D00. g. X, n. 9 : < il letto con 
tutto messer Torello f^ tolto via». — 181. 
spirando: le anime si accorgono plA volte 
ohe Dante è vivo dal suo respirare (ofr. bif. 
rsm 88, P^, v 81, xm 182). — 182. Tedi 
ecc. : è una rimembranza del pensilo di Ge- 
remia I 12, cosi parafìrasato da Dante nella 
F. iV: vn 14: < voi, che per la via d'A- 
mor passate. Attendete e guardate 8' egli è 
dolore alcun, quanto '1 mio grave ». — 184. 
Bertram dal Bornie t Bertrando de Bom, 
signore del castello di Hautefort (ofr. Inf, 
xzEC 29), vissuto nella seconda metà del se- 
colo zn, fu uno dei pid grandi poeti oho 



INFERNO - CANTO XXVm 



219 



135 olle diedi al re giovane i ma* conforti. 
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli: 
AoHitofel non fé* più d'Absalone 
138 e di David co* malvagi pungelli 
Perch*io partii cosi giunte persone, 
partito porto il mio cerebro, lasso! 
dal suo principio, ch*ò in questo troncone: 
142 cosi s'osserva in me lo contrapasso ». 



» in lingua prorenzale ai tnoi tem- 
pi; e Danto lo zioorda oon onoro nel Dt 
wJff, 9hq, n a, oome ooUore deUa Urica eroi- 
ca: raccontano i suoi biografi ohe seminò 
diaoordia tra Enrico II re d'Inghilterra 116i- 
1189) ed il figlio ano primogenito pur di nome 
Enrioo, dìiamato dai troratorl e dai cronisti 
contemporanei il n ^ìomnm; e ohe, morto 
qoeaf ultimo nel 1183 e eooppiato un oon- 
taeto fra Bertrando e Biocardo Ooordileone 
seoondogenito dol re d'InghUterim Enrico K, 
inaiti e perdo ohe Tolera male a Bertrando 
p«dié era amioo e consigliere del re gio- 
Taae, ino figlio, il quale arerà aruta guerra 
con lui e crederà ohe Bertrando n' eresse 
tutta la colpa, prece ad aiutare il secondo- 
genito conto Biccardo e fecero grande osto 
e assediarono Hautefort e finalmento proaero 
il castoUo e Bertrando > : al quale poi lo ri- 
lasciarono, per amore del morto Enrico, del 
quale Bertrando ricordò la lunga amicizia 
(ofr. le biografie antiche riferito da A. Stim- 
ning, Bertrtm d$ Barn, min Lébm und §&ìm 
Wtrke, Halle, 1879, pp. 110, che è il miglior 
laroro su (jnésto trov ato re : sul quale si pos- 
sono rodere anche F. Dies, Lebm und Werké 
der Tnmbadoun, 2» ed., Lipsia, 1882, pp. 148- 
192; L. aedat, Du rdU Mstorique de B«r- 
trm d» Bom, U76'1200, Parigi, 1878; M. 
Schermo, BeUram dal Bornio nella Nuova 
Àrdoloffiaj &. 1897). — 136. ebe diedi eco. 
Leggono molti testi : che diedi al re Oiovaimi 
wiai eonfartit lesione acoettoto comunemento 
contro la ragione storica, porche presento un 
reno di costituzione pid regolare : ma nella 
poesia antica T endecasillabo era molto più 
Tarlato d'accenti e di cesure che non sia 
nella moderna ; ed era ammeeso anche quello 
oon gli acconti principali sulle sillabe quarto 
e ottora seguito da cesura; come p. es. nella 
r. N. xxm 20: e Che fia li miei spirili gir 
parlando >. — al re gleTane eco. H princi- 
pe, al quale si dicera ohe Bertrando arosse 
dato i tnof confòrti, suggerendogli di ribel- 
larsi al padre, fu cortamente Enrico, che era 



il primogenito del re Enrico II ed era chia- 
mato U re giovane (pror. Jo^fet reie) non so- 
lamente in Francia, ma anche in Italia (cfr. 
Q. Biagl, Le novelte anUehe ecc., Firenxe, 
1860, p. 178, 180 ecc.; G. Villani, O. r 4: 
e Questo re Oiorane fu il pid cortese signore 
del mondo e ebbe guerra col padre per in- 
dótto d'alcuno suo barone»): a ^^ certa- 
mento roOe alludere Danto, non ali* ultimo 
dei figli di Enrico II, Qioranni Swizatarra, 
col quale Bertrando de Bom non ebbe rap- 
porto alcuno; sicché la les. <As diedi al re 
OiovoneU, sebbene dato da molti autoreroU 
testi, è da ripudiare oome erroifea (cfr. Q, 
OalTÌstti, Oeeerv, p. 468 ; F. Dies, Làbm und 
Werke cit, p. 157; F. Oerroti, Discorso sto- 
rieo nel quale «i avvera la lex, del r. 186, 
0. zxnn deWInf. di Dante, Boma, 1866; 
H. 0. Barlov, The Yomg King and Bertrand 
de Bom, Londra, 1882; Bull 1, 119, VI 160). 

— 186. Io fed ecc. : in una delle antiche 
biografie di Bertrando (Stimming, op. dt., 
p. 104) si legge che e seppe trattare male e 
bene ed era signore tutto fiato che rolera 
del re Enrico dlnghilterra e del figlio di lui: 
ma sempre rolera eh* essi aressero guerra 
insieme, il padre e il figlio > ; e in un'altra 
(p. 106), che e arerà tal usanza che sempre 
Cacera sorger guerra tra i baroni e fece az- 
zufbre il padre e il figlio dlnghilterra >. — 
187. AeliitcfiBl eoe Acbitofel, consigliere di 
Deride re d*Israole, eccitò Absalone a ribel- 
larsi al padre Darid e ad uodderìo (II Re 
xr 12 e segg., xn 16 e segg., xm 1 sogg.). 

— 188. malragl piogelUi eccitamenti al 
malo. — 189. Perch'Io ecc. Perché seminai 
la discordia fra uomini ood strettamente con- 
giunti, sono condannato a portare il cerrello, 
eh* è nel mio capo, disgiunto dal auo prinei^ 
pio, dalla midolla spinale, che è nel mio bu- 
sto. — 142. cesf eco. cosi appare oesorrata 
in me la loirge del taglione, por la quale la 
maniera della pena deve corrispondere alla i 
natura della colpa. 



220 



DIVINA COMMEDIA 



CANTO XXIX 

Parlando di Q%tì del Bello, parente di Dante, punito fra I dannati della 
nona bolgia, i due poeti pervengono sul ponte della decima e di qui per 
veder meglio vanno sairultimo argine, che divide Malebolge dal pozso dei 
giganti: Ivi si manifestano loro Grlifolino d*Arezio e Capocchio da Siena, 
due dei falsari paniti con la lebbra nella decima bolgia [9 aprllCi tra Pana 
e le due ore pomeridiane]. 

La molta gente e le diverse piaghe 
ayean le luci mìe si inebriate, 

8 che dello stare a piangere eran vaghe; 
ma Virgilio mi disse: < Ohe pur guato? 

perché la vista tua pur si soffblge 
6 là giù tra l'ombre triste smozzicate? 
Tu non hai fiitto si all*altre bolge; 
pensa, se tu annoverar le credi, 

9 ohe miglia ventidue la valle volge, 
e già la luna è sotto i nostri piedi: 

lo tempo è poco ornai ohe n'è concesso, 
12 ed altro è da veder, che tu non vedi ». 



TYnC 1. lA atlU gente eoe. H nomeio 
gonade dei eeminatoxi di disDoxdia e la diver- 
sità dal)p ferite ond'eruìo straiUti m'averaiio 
cosi riempito di lagrime gli oochi che essi 
erano desiderosi di effondere ^angendo il mio 
doloro. — > 2. laelbrlate: pregne di lagrime; 
bel traelato ohe ricorda il biblico (Isaia xvi 
9): e Ti Inebrierd delle mie lagrime >. — 6. 
pereM eoe. perché la tua vista si ferma sa 
qoolle anime ecc. : il vb. aoffoigtn o toffokon 
(i\r. zzm IdO) risale al lat. tuffvMn^ so- 
stenere, e qni pare che detto dogli occhi si- 
gniflchi appunto sostenersi, trattenersi, far- 
marsi in on obbietto; lonso che è confermato 
dai w. 18-10: si cfr. per altro Parodi, BuìL 
m 108, 166. — 6. ombre triste eoo. le ani- 
me dei seminatori di discordia, i quali sono 
dolorosamente tagliati a pexzi ecc. : cfr. I%f. 
xznn 19, 108. — 7. all'altre belge: di fotti 
Dante si ò sempre allontanato da ogni bolgia 
senza dimostrare rincrosoimento di partirsene 
(cfr. Inf, xvm 67, 186, xix 124, xr 130, aaoi 
151, xnn 147, xxn 18, xxvn 188). — & se 
ta annOTtrar eoo. so ta credi di poter oe- 
sorvare tatto le anime di questa bolgia. — 
9. che miglia Teatldae ecc. che ha un cir- 
cuito di ventidue miglia ; però è grandissimo 
il numero doi dannati che vi sono compresi. 
— 10. e già la luna ecc. Quando i poeti si 
formarono a parlare con Malacoda erano cinque 



ore innanii ai mesaodf {h%f, zzi 112): pre- 
sero a camminare in compagnia del diaToli 
sull'argine ohe separa la quinta dalla sesta 
bolgia {Inf» zzi 186), oonvarsarono con Ciam- 
polo di Kavanm, più tosto a lungo {Jb^. zzn 
81-106X e Tidero il mnvo Judo tra lui e i dia- 
voU {hif, zzn 106-160); poi s'aArettarono a 
scendere nel ftmdo deUa sesta bolgia {Inf, 
zzm 87 e segg.), oto conversarono con Ga> 
talano dei Catalani {Inf, zzm 76 e segg.) e 
donde risalirono al ponticello deUa bolgia 
settima {Inf. zziv 32 e segg.): quindi disce- 
sero sull'aigine intormedio Iht la settima e 
Tottaya bolgia {Inf, zziv 78 e segg.), assi- 
stendo alle trasformazioni dei ladri, e ripre- 
sero la yia per i ponticelli fermandosi su 
quelli della bolgia ottava e nona ( Ji/l zzn 
43, 188) a conversare con pareochi dei dan- 
nati di ciascheduna: tutto questo li tenne 
occupati per più ore, dalle sette antimeridiane 
sin oltre all'una pomeridiana all'indroa, che 
Viigilio volge a Dante parole d'eccitamento ad 
affrettare il oammino. — la lana eco. la luna, 
che ieri notte fu nel plenilunio {Inf, zz 127), 
trovasi ora sotto ai nostri piedi; vale a dive 
è passata un'ora dopo il mezzodì: cft. DeUa 
Valle, il santo gtogr, astmn, dt., p. 20-21 e 
Moore, p. 66. — 11. lo tempe eoo. : dovendo 
i due poeti percorrere i nove cerchi in un 
solo giorno, non restavano loto più che dn- 



INFERNO - CANTO XXIX 



221 



< Se tu ayeasi, rispos' io appresso, 
atteso alla cagion per ch'io guardava, 
15 forse m'avresti ancor lo star dimesso ». 
Parte sen già, ed io retro gli andava, 
lo duca, già facendo la risposta, 
18 e soggiungendo: e Dentro a quella cava, 
dov'io teneva or gli ocdii si a posta, 
credo òhe un spirto del mio sangue pianga 
21 la colpa che là giù cotanto costa ». 
AUor disse il maestro: < Non si franga 
lo tuo pensier da qui innansi sopr'ello; 
24 attendi ad altro, ed ei là si rimanga: 
ch'io vidi lui a pie del ponticello 
mostrarti, e minacciar forte col dito, 
27 ed udi' '1 nominar G^i del Bello. 
Tu eri allor si del tutto impedito 
sopra colui òhe già tenne Altaforte, 



qw ore eim per visitare l'oHlma bolgia e il 
nono corchio (ofr. Ifi/'. zxziv 68). — 18. 8« 
ta ATeid eec. Dante ai aoosa a Virgilio del 
no indogiare afUsnaando ohe per oneeta oft- 
gìone egli s'ecm trettemito a guardare nel 
fondo dell'ottava bolgia, gerendo di vedere 
nn too oonginnto ohe doveva eaaervL — 15. 
ikaeaaet oonoeaao, p e nio aao; nel aenao del 
lat dtmitttn. — 16. Parte tea f<a eoo. 8i 
ooitniiioa: Birff io dtua t&ngta» faemudo già 
m fitpotttB, td io qH fliMOM Tttto toggwinQ9ii 
éù eoo. oioè: Mentre ohe (ofr. IStrg, xn 19) 
Virgilio ae n'andava in atto di aprir la boooa 
a rispondermi, io lo segoiva aggiungendo alle 
atee Biie parole eoo. Riguardo al oamUamen- 
to della eoetrosioBe, ohe di snbordinata si fa 
'^'***Hinata per e^riser meglio la oontempo- 
naafttà delle azioni ofr. in/: zxv 84. — 18. 
Bsntre a snella eoo. Sntro alla valle, coi io 
ttneva oosi fisamente rivolti gli ooohi, deve 
essere nn mio oonsangalnoo a pianger la 
00^ d'avere promosso discordie. — 22. Al- 
ter disse eoe Mentre Dante era sol ponte 
della nona bolgia, tatto intento alla Agora 
epaveatoaa di Bertrando de B(an, l'anima di 
un suo parente aveva appontato oontro di Ini 
Q ditD per segno di minaoda; ma e' non se 
l'era accorto, e Virgilio, che aveva notato 
qasU'atlo e aveva sentito prononziaM agli 
altri peooatori il nome di qnel dannato, ora 
ne iafoma Dante eoeitandolo ad allontanare 
dalla mente il pensioro di quel suo parente. 
— Hea al ftranga eoo. È chiaro ohe Virgilio 
sedia Dante a non pensar pi6 al sno oon- 
langoineo; ma la frase «i franga lo tuo pm^ 
ém oopr'tUo ha dato molto da ftue agli in- 
terpreti: aloui dei qaaU intendono U frm^ 



gmi per intonerirsi, oommnoveni; altri, per 
intSRompeiti, distrarsi; altri infine per ri- 
flettersi, ripiegarsi, volgersi : è, ad ogni modo, 
on bel trsslato assai atto a signifloare la vio- 
lensa ohe il sentimento dell'uomo medioevale, 
consorte dell'onta Invendicata, ftM)eva sull'a- 
nimo dell' Alighiori, costringendolo a ripen- 
sare al dovere di compiere la vendetta. — 
27. 6erl del Bello: 6eri figlio di messer 
Bello di Alaghiero (ofr. Fw. zv 91) fu cu- 
gino carnale del padre di Dante, e fiori in- 
tomo alla metà del secolo xm, poiohó nel 
1269 è nominato nell'estimo dei danni Catti 
dai ghibellini dopo Montaperti (FratioeUi, cap. 
m; L. Passerini, DeUa faimUgìia di Dante nel 
I>iwifo • i< suo seoo<o,pp. 60 e segg.; M. Barbi, 
BuiL n 65-70). Scrive UDel Lungo, Dani$, 
n, p. 108: e La storia di Qeri del Bello è 
variamente narrata dagli antichi commenta- 
tori: brutta ad ogni modo. Uccisore a tradi- 
mento, e dopo avere con una menzogna fSatto 
poaar l'arme al suo avversario, egli stesso ò 
poi uodso in Fuoecohio da un parente di 
questo: che iìamiglia fossero, non è ben chia- 
ro. E notisi t Qeri aveva ucciso, dicendo al- 
l'altro, * Messere, ecco la famiglia dol Potestà, 
riponete l'armo ' : e ruccìBore suo fa la ven- 
detta, essendo davvero ufficiale di Potestà e 
mostrando di cercargli arme addosso. Nel ohe 
par di vedere un'osservanza di forme feroce, 
la dottrina del eontrapasao applicata (n6 dò 
d senza riscontri) con pedanteria «*"gninosa ». 
La flamiglia deirucciso da Qeri e del suo uc- 
cisore fu quella dei Qerini o Qeremei, secondo 
Lana, Buti, An. fior.; ta quella dei Sacchetti, 
secondo Ott., Benv., Land. — 29. lepra co- 
lai ecc. Bertrando de Bom, signore del ca- 



222 



DIVINA COMMEDIA 



che non guardasti in là, si fu partito ». 

< duca mio, la violenta morte 
che non gli ò vendicata ancor, diss'io, 
per alcun che dell'onta sia consorte, 

fece lui disdegnoso; ond'ei sen gio 
senza parlarmi, si com'io estimo: 
ed in ciò m' ha e* &tto a sé più pio ». 

Cosi parlammo infino al loco primo 
che dello scoglio Taltra valle mostra, 
se più lume vi fosse, tutto ad imo. 

Quando noi fummo in su Tultima chiostra 
di Malebolge, si che i suoi conversi 
potean parere alla veduta nostra, 

lamenti saettaron me diversi, 
che di pietà ferrati avean gli strali; 
ond* io gli orecchi con le man copersL 

Qual dolor fora, se de^Ii spedali 



86 



89 



42 



45 



«tello di Haniefort: ofr. hif, xxnn ISi. — 
80. li tm pMTkltoi sino a oh« egli ai fa al- 
lontanato: qaecto #1 per tino a thAy già in- 
contrato in Inf. XIX 4i, 128 è àbbaitania 
finente nei nostri antioU. — 81. daea 
■le eoe. Dell'nociiione di Geri del Bello nee- 
inna rendetta presero i snoi oonsangninei, 
oome attestano Ott, Bnti, An. fior, ecc.: so- 
lamente Bony. nana ohe la vendetta fu fatta 
trent' anni dopo la soa morte dai nipoti di 
Qerl, e il Land, conferma il racconto aggion- 
gendo ohe e on figlinolo di messor Olone [di 
Alaghlero] uccise uno de' Sacchetti sa la 
porta della casa sua >. Ad ogni modo, pe^ 
Dante, quell'onta era rimasta invendicata, e 
perdo fi oraocio di Gezl sosdtd in lai nn 
sentimento di pietà dolorosa, rincrescendogli 
ohe la vendetta non fosse ancor fatta: in 
questo Dante si mostra uomo del suo tempo, 
allorché dei fiorentini poteva scrivere l'Ott 
che e mai non dimenticano la ingiuria né per- 
donano senxa vendetta l'offesa» (ofr. Del 
Lungo, DanU, II, pp. 106-128, e P. Santini, 
AppunH 9uUa vmdt Ua pri vata , nell' Areh, 
dor, «., 4* serie, voL XVm, pp. 162 e segg.). 

— 86. ed la ciò eoe e cosi mi ha contristato 
per la pena ohe egli softre e più per avere, 
con la sua fierezza sdegnosa (cfr. BulL Vin 
85), rinfrescato in me il dolore ohe l'onta fhtta 
a lai sia rimasta invendicata: cfr. la firase 
m' ha fatto piA pio con le parole dette a Fran- 
cesca, Inf, V 116-7. — 87. Cosi parlammo 
eoe Cosi andammo parlando insino al kco 
primo dello teogUo^ al principio del ]>ontioello, 
donde, se vi fosse stato maggior lame, sa- 
lebbesi veduto il fondo della decima bolgia. 

— 40. eUeitra: luogo chiuso, valle o bolgia 
chiusa tra gli argini ( cfr. Petrarca, sonetto 



Gxcn 8: e Per questa di bei colli ombrosa 
chiostra»): nel Purg. vn 21 designa generi- 
camente una parte dell' infamo. — 41. eoB- 
versli avendo indicata la bolgia col nome dì 
càioi^a, che significa anche monastero (Air. 
in 107), chiama eonverH, dò sarebbe firati 
laid, uomini claustrali, i dannati che vi sono 
raccolti a penare, oome nei conventi i reli- 
giod a far penitenza. — 48. laaeatl satt- 
taren eoe stranissimi lamenti, che erano 
l'espressione di gravi dolori, mi oolplrono sf 
eh' io mi turai gli orecchi per non sentirli : 
giustamente osserva il Biag. che e bellissimi 
d'espressione, da gran forza vibrati sono i 
primi due versi, e quali nel solo Dante s'am- 
mirano, e che già preparano il lettore agl'In- 
finiti mali che s'appressano ». — 44. ehe di 
pietà ecc. come la punta fonata è propria 
degli strali, cosi la pietà, il dolore cagionato 
dai tormenti, era espresso da cotesti lamenti : 
panni da intendere cosf, perché l'effetto dei 
lamenti è accennato nel verso seguente, e 
qui Dante vuol dire solamente che osd erano 
l'espressione di grandi dolori; of^. Petrarca, 
sonetto ooxLi 6: « [Amor] per avanzar sua 
impresa Tina saetta di piotate ha presa ; £ 
quind e quindi il cor punge et assale ». — 
46. Qual dolor fbra ecc. U dolore raccolto 
nella decima bolgia ora tale quale sarebbe se 
d riunissero tutti insieme in un solo luogo i 
morbi che nell'estate infestano i paed paln- 
dod della Val di Chiana, della Maremma e 
della Sardegna ; e il puzzo che ne usdva pa- 
reggiava il fetore delle membra mardte. Il 
Torraca dta questi verd di Onesto da Bolo- 
gna : e Se li tormenti e' dolor eh* omo ha 
conti Fossero indeme tutti in uno loco ». — 
degli spedali di Tal di QUaaax ai tempo 



INPERNO - CANTO XXIX 



223 



di Val dì Chiana tra il luglio e il settembre, 
48 e di Maremma e di Sardigna i mali 
fossero in una fossa tutti insembre; 
tal era quivi, e tal puzBo n'usciva, 
51 qual suol venir delle marcite membre. 
Noi discendemmo in su l'ultima riva 
del lungo scoglio, pur da man sinistra, 
54 ed allor fu la mia vista più viva 
giù vèr lo fonde, là Ve la ministra 
dell'alto Sire, infeaiibil giustizia, 
57 punisce i fÌEdsator che qui registra^ 
Non credo ohe a veder maggior tristizia 
fosse in Egìna il popol tutto infermo, 
00 quando fii l'aer si pien di malizia 
che gli anJTnali infino al piccaci verme 
cascaron tutti, e poi le genti antiche, 
63 secondo che i poeti hanno per fermo, 
si ristorar di seme di formiche; 



a Danto BtlU Val di CAiana, paeae aUora 
palodoio per- lo atagnan delle aeque deUe 
Chiane tra Axeso, Cortona, Chinai e Honto- 
pokiano, torgérano oapiit, dipendenti dalla 
eiaa dd frati ospedalieri d'Altopasdo, nei 
^nali oepizt, oltre i peliegiini ohe andayano 
a Boma o ne litomaTano, a'aoooglioTano nel- 
l'aitato i malati di febbri o d'altri morbi pro- 
dotti daU' inaalubrità deU' aria. 8i roda il 
TWMaennwnn, pp. 296-801. — 48. di Hareai- 
BU e di SairìUgaa: la Maremma toscana 
(cfr. Inf, zm 7-0, zzr 19) e la Sardegna 
erano nel medioero oos( spopolato e paladose, 
che grandi malori tì si srUapparano speoial- 
mento nei caldi mesi estiri. — i9. latembrei 
insieme, Tooe arcaica, derivata come lo spagn. 
«uMtòro e fl ftr. mmmbU dal lat inrimul 
(Diaz ISA): si trora osata anche fatai di ri- 
ma, p. ea. da QaUo da Fisa (VaL I 444): 
« Viriamo insembre senza partimento >. -- 
62. lei dlfeendemat eoo. Perché dal pon- 
ticello non si pnò, per l'osooiita grande, di- 
ttingaer bene il fondo della bolgia, i dae 
poeti scendono all'estremita di esso snll'nlti- 
Bo degli argini di Malabolge, qnello ohe se- 
pera l'ottaTo dal nono cerchio, tonendo sem- 
pre il cammino verso sinistra. — 64. fa la 
mU Tlsta ptd tItu la mia vista potò me- 
^ distingoere; poiché per la maggior vici- 
aan» dell'obbietto U senso del vedere acqni- 
Ma qnaai maggiore capacità di vedere: cosi 
naQ' Bif. znv 70 Danto dice gU ooehi Wrt\ 
par esprimere l'idea che si sfollavano, sob- 
bana inntilmento, di penetrare sino al fondo 
UOm aettima bolgia. — 66. dell'alto «rsx 
4iDio; efr. iWy. zv 112. — 67. che qsl 
figifltrs: ohe essa divina ginstiria registra, 



qui nd mondo, nel gran libro dei peccatori ; 
espressione conforme a molto della Bibbia 
(Daniele vn 10, Apoeal» xx 2 eoo.) e alle par 
role del Diei trae : e Liber soriptns profere- 
tnr Di qno totom continetor, Unde mnndos 
iadioetor >. — 68. Hon eredo eoo. Non oredo 
che la triaUxiaf il doloroso spettacolo, che 
apparve noli' iaola di Egina allorquando fu 
devastata dalla pesto mandata da Qionone, 
fosse più grave a vedere di qaello offerto dai 
dannati nel fondo della decima bolgia, e II 
lungo giro del periodo, osserva il Diag., la 
similitadine della pestilenza di Egina, con le 
circostanze ohe la fanno pid spaventosa an- 
cora, empiono l'anima di tanta tristesza e ri- 
brezzo, éìB rifogge quasi dall'orrenda vista di 
quegli spiriti ammucchiati e languenti, come 
con ai forti e diversi colori da Danto solo si 
potova ritrarre > ; da Danto, il quale per altro 
ebbe l'occhio alla deecririone die della pesto 
di Egina si legge in Ovidio, M«L vn 628-660, 
e ne ooLbo, ravvivandoli, i tretti più effloacL 
— 60. l'aer sf pien di auillzlat l'atmoafara 
piena di germi di corrurione peatilenziale ; 
ofr. Ov., Met. vn 682 : « Letiferis calidi spi- 
rarunt flatibus Austri ». — 61. eÌM gli ani- 
mali eoo. Ov. Met, vn 686: e Strage canum 
prima volacmmque, oviumque, boumque, In- 
que feris subiti deprensa potontia morbi ». — 
62. e poi le geati aatlclie eoe. e gli abita- 
tori primitivi di £^;ina si rinnovarono dalla 
razza delle formiche; poiché Eaco, re del- 
l' isola sopraviBSuto alla strage , chiese a 
Giove che a ripopolare il paese convertisse 
in uomini tutto le formiche dal luogo, e oos( 
ebbe origine il popolo del Mirmidoni. — 63. 
1 peett : gli antichi poeti ohe raccontarono il 



224 



DIVINA COMMEDIA 



cVera a veder per quella oscura valle 
66 langmr gli spirti per diverse biche. 
Qual sopra il venire, qual sopra le spalle 
Pan delPaltro giacea, e qual carpone 
69 si trasmutava per lo tristo calle. 
Passo passo andavam senza sermone, 
guardando ed ascoltando gli ammalati, 
72 che non potean levar le lor persone. 
Io vidi due sedere a sé poggiati, 
come a scaldar si poggia tegghia a tegghia, 
75 dal capo al piò di sohianze maculati* 
e non vidi giammai menare stregghia 
da ragazzo aspettato dal signorso, 
78 né da colui ohe mal volentier vegghia, 
come ciascun menava spesso il morso 
dell'unghie sopra sé per la gran rabbia 
81 del pizzicor, che non ha più soccorso; 
e si traevan giù l'unghie la scabbia, 
come coltel di scardova le scaglie 
84 d*altro pesce che più larghe l'abbia. 



fatto furono paieochi, ma Dante accenna in 
partioolar modo ad Gridio (MeL vn 662 e 
segg.)- — 66. ek'era a Teder ooo. Or., Mei, 
wa 647: e Omnia langoor habet: silvisque, 
agriaqno, ylisqne Coipoia foeda iaoent», e 
ib. 684 : e Qoo se oumqne adee ocnlorom fle- 
zerat, illio Vnlgna erat stratom; velati oom 
patria motis Poma oadont lamis, agitataqne 
ilice glandee*. — 66. Mebe: lo bieh» tono 
propriamente i macchi dei covoni di grano o 
della paglia, che si fanno presso le case dei 
contadini (Dies 867), e qai, in senso traslato, 
i macchi dei dannati ; cosi almeno intendono 
i commentatori moderni : ma gli antichi in- 
tesero più tosto diverm biehe per le diverse 
maniere dei morbi ond'erano oppressi; e ve- 
ramente non di tatti i falsari si paò dire cho 
sono addossati gli ani agli altri, ohe anzi ana 

^parte ne va carpone p$r io irido ocUU (v. 69). 

*. 67. Qaal sopra 11 Tentre eco. I dannati, 
che primi si offrono allo sgaardo di Dante, 
sono i falsari ohe esercitarono raloMmia a 
fini fraadolenti: essi sono tatti lebbrosi o 
scabbiosi o paralitici, e se ne stanno distosi 
col ventre a terra o addossati l'ano alle spalle 
doU'altro vanno camminando a stento con 
le mani e coi piedi. — 69. si trasHatara : 
si trasferiva da an laogo all'altro. — 70. 
Passe fasto ecc. Noi andavamo adagio sa 
per l'argine, guardando ed ascoltando i pec- 
catori che non potevano tenersi dritti salla 
persona, essendo oppressi da tanti morbi. — 
78. Io ridi d«e ecc. Questi due dannati che 
stanno sedati l'uno contro le spalle dell'altro, 



grattandosi i corpi lebbrosi e pieni di orosts 
sono Qriffolino d'Arezzo (v. 109) e Capocchio 
da Siena (v. 124), due alchimisti dei tempi 
di Dante. — 74. eOMt a scaldar eco. come 
sol fornello della caoina s'accostano Tona al- 
l'altra dae teglie, perché si sostengano col 
vicendevole appog^o. — 76. tchlaase : sono 
le macchie della scabbia, o, come altri inten- 
dono, le croste delle piag^ disseccate. — 76. 
e nea Tldl eoo. non vidi mai garzone, ohe 
fosse aspettato dal soo padrone o soqùnto dal 
desiderio d'andare a dormire, menar la strì- 
glia addosso al cavallo con impeto tanto af- 
frettato qaanto era nel grattarsi di questi 
due fislsarL — 77. ilgaorso : signore soo ; 
forma di composizione frequente nella lin- 
gua antica (es. fràtelmo, mòglietOy pàtreto eco.) 
rimasta viva in qaalche dialetto moder- 
no, specialmente dell' Italia meridionale (cf^. 
Parodi, BulL UL 123). — 79. 11 morso del- 
l' iBghle : le onghie che stracciavano, mor- 
devano quasi la pelle. — 80. per la graa 
rabbU ecc. per l'acutiasimo e pungente pru- 
rito della scabbia, che non trova altzo sol- 
lievo. — 83. e sf traSTaa ecc. o le unghie 
traevano giù le sohianze della scabbia, come 
il coltello del cuoco leva via raschiando le 
sqaame della scardova o di altro peeoe ohe 
le abbia più larghe della scardova. — 8S. 
leardovat è on pesce d'acqua ddoe («f|iiv 
futf latus di Linneo), ohe ha squame molto 
grandi e spesse, a levar le quali biaogna 
lavorar forte di coltello. Si noti come daK 
l'osservazione dei fatti pia comuni della vit» 



INFERNO - CANTO XXIX 225 

« tu olle con le dita ti dismaglie, 
commciò il duca mio a un di loro, 
87 e che ÙA d'esse talvolta tanaglie, 
dinne s'aloun latino è tra costoro 

che son quinc'entrO| se l'unghia ti basti 
90 etemalmente a cotesto lavoro ». 
< Latin sem noi, che tu vedi si guasti 
qui ambedue, rispose l'un piangendo; 
93 ma tu chi se', che di noi domandasti? » 
E il duca disse: « Io son un che discendo 
con questo vivo giù di balzo in balzo, 
96 e di mostrar lo inferno a lui intendo ». 
Allor si ruppe lo comun rincalzo; 
e tremando ciascuno a me si volse 
90 con altri che l'udiron di rimbalzo. 
Lo buon maestro a me tutto s'accolse, 
dicendo: < DI' a lor ciò che tu vuoli »; 
102 ed io incominciai, poscia ch'ei volse: 
e Se la vostra memoria non s' imboli 
nel primo mondo dall'umane menti, 

105 ma s'ella viva sotto molti soli, 
ditemi chi voi siete e di che genti; 

la vostra sconcia e fi»tidiosa pena 

106 di palesarvi a me non vi spaventi ». 
€ Io fui d'Arezzo, ed Alberò da Siena, 

Dtnte nppiA tnixe imagini di potente eflS- yisitetoii ò ancora rivento (ofr. Inf, zzimi 

ead* zafpreeentetiTa : le oompanuioni déUe 62 e iogg.) ai aoocterono oiaacimo dalle apalle 

teg^e (t. 74)i del mono di atella (t. 76) e dell'altro, al che <i rupp$^ renne meno, h 

dalle wqpMOB dal peaoe aono ooai vive e in- oomun rkieatxo, il yloendevole appoggio; e 

dalTe ehe mal al aaprebi» cenanzaxe il poete tremando di paora al volaero veno Dante in- 

d'aver tolti i ano! colori de tanto umile ta- aieme con altri oompagnL — 99. di rliMbal- 

▼olosa. — 86. Il dlaBUifflle!tÌ8Qroati,atao- io: indirettamente; perohó Virgilio areva 

cando con le im|^ le achianie aoTxappoato rivolto eoe parole ado a Qriffolino. — 102. 

runa all'altre come le mafl^ di un'aimatora. relae; ofr. Inf, n VB. — 106. Se le Toaftre 

—87. t ehe fai d^eaae eoo. t ohe le adoperi, ecc. Coai noi mondo la memoria di voi non 

come ae foaMro tenace, afBarxando e traen- a' involi, non fogge daUe monti degli nomini, 

doti di doeao le croate. — 88. 4UBe ae al- ma dori per molti anni. — 106. 41 che genti: 



: è la ataaaa domanda fiatto già a di quali cittadinanze, fra le molto d' Italia, 
Olampolo di Navaira; ofr. 3iA zzn 66 ^ Toifoate. — 107. la Ttatraaeenela eoe Danto 
" 89. «vlne'eBlrot efr. Mf, z 17. — te forae ricordava i tre fiorentini aodomiti ohe 
l'nghla eco. Oaaerva il Loml>. ohe e non per la miaera lor condizione temevano d'ee- 
potondo quo* dennati ^eiaze altro aocoorao seng^ m ditpeUo (Inf, zvi 28 e aegg.): pen- 
ali' ineoffribUe pnizito, che qnello dello nn- sando che tanto maggior ragione d'avere un 
g)ÙB, non poteva oertamento ae non grato simile timore c'era pei duo alchimiati, quanto 
riasair loro preghiera cotale > : ato bene; ma più edhifoaa e vergognoaa era la loro pena, 
la depreceaione angualo di '^nrgilio non è egli li incoraggiò a manifaatarai affidandoli 
tea» odUve di lepido e arguto motteggio. — oon corteei parolo. — 109. le fai d'irezse i 
91. Iiatlmaea nel eco. Italiani aiamo noi dne, il Lana dice: cQaeato aretino fu nnaaorit- 
che vedi eoe! lovinati daUa aoabbia; ma ta tnmto peraona, aottile e aagace, ed ebbe nome 
ehiaei? — 9A. It aea aa eoo.: tstr, Inf. maaetro Oriffolino; aapea e adópezava quella 
zma 46-61. — 97. Aller il rnppe eco. I due parto d'elohfmia che ò appellato aoft«tloa, ma 
filaari meravi^iatl al aantìre ohe l'ano dei ftceelo al aeoretamento ohe non era aapato 

DAim 16 



226 



DIVINA COMMEDIA 



rispose l'un, mi fé' mettere al foco; 
111 ma quel per ch'io mori' qui non mi mena. 
Ver è eh' io dissi a lui, parlando a gioco, 
*Io mi saprei levar per l'aere a volo'j 
114 e quei, ohe avea vaghezza e senno poco, 
volle ch'io gli mostrassi l'arte, e solo 
perch' io no '1 feci Dedalo, mi fdce 
117 ardere a tal, che l'avea per figliuolo. 
Ma nell'ultima bolgia delle diece 
me per l'alchimia, che nel mondo usai, 
120 dannò Minos, a cui fallar non lece ». 
Ed io dissi al poeta: < Or fu giammai 
gente si vana come la sanese? 
123 certo non la francesca si d'assai ». 
Onde l'altro lebbroso che m'intese 



per alcona penona. Or qoesto maestro avea 
contezza con un Albero, figlinolo secreto del 
yescoTO di Siena, e questo Albero era per- 
sona raga e semplioe ; ed essendo nn die a 
pariamento eolio detto maestro GxiiSolino, e 
per modo di troppo lo ditto maestro disse : 
* 8' io Tolessi, io anderei volando per aire 
come Dumo U ncoelli e di die e di notte ', 
soggiungendo a eoa novella : < E* si potrebbe 
andar per tntta la taira e in li segreti luoghi 
senza dubbio di signoria o di persona che of- 
fendesse *. Questo Albero si idse le parole al 
cuore, e credettelo ; infine strinse lo detto 
maestro ch'olii li insegnasse volare. Lo mae- 
stro pur li dioea di no, oome persona che non 
sapea flue niente. Costui li prese tanto odio 
addosso, che 1 padre predetto dee il vescovo 
li informò una inquisizione adesso e fèllo 
ardere per patazino >• Oli altri antichi com- 
mentatori, Ott, Pietro di Dante, Benv., Buti, 
Land, eoe ripetono press' a poco questo rac- 
conto : gli eruditi senesi tengono che il fiotto 
succedesse a tempo del vescovo Bonflglio, 
che resse la chiesa di Siena dal 1216 al 1262 
e fti gagliardo persecutore d'eresie, ma a dò 
si oppone ohe maestro Griffolino viveva an- 
cora nel 1268, ascritto alla sodetà de' Toschi 
in Sdegna. Di Albero, figliuolo o semplice- 
mente p r o tetto del vescovo (da alcuni tenuto 
una stessa persona con quell'Alberto da Siena 
di cui novellò F. Sacchetti, nov. n-xiv), si 
hanno notizie dal 1288 al 1294, si che il fatto 
dovrebbe essere accaduto neUa sua prima 
gioventd (cfir. B. Aquarone, Dante in SwWj 
pp. 69-61). — 111. ma quel ecc. non sono 
qui per 1* inganno fatto ad Albero, inganno 
che mi costò la vita, ma come alchimista (cfr. 
V. 119). — 112. a gloeo: proprio come dice 
il Lana < per modo di troppo >. — 116. De- 
dalo: àtr, Inf, zvn 109. — 117. a tal ecc. 
al vescovo di Siena. ^ 119. aldifaia : dd- 



l'oleMmia (voce derivata dall'azalx) o^-HeOS : 
Diez 11) gli antichi distinguevano una parte 
ledta consistente ndla ricerca e neQ'eetm- 
zione dd metalli nobili, oro e argento, dxd 
minerali, e una parte illedta o mfitHoOt quan- 
do nella purificazione dei metalli si prooo- 
deva con inganno : e d die ofaiaro appare 
(dice U Lana) ohe nell'aite d'alchimia pud 
essere fkllanzla, sf oome puote in dascnna 
altra arte, e questa è illidta e vietata, e dil 
la usa d sottomette a vizio di fteudolenzia ». 
— 121. Or fa giaanial eoo. Il rioordo ddla 
f atoitik di Albero da Siena suggerisce a Dante 
questo giudizio sopra la vanità dd senesi, il 
quale rispecdiia dò che di qudla dttadinanxa 
pensarono i contemporanei (cfr. Airy. xm 
161): al qud propodto scrive A. D'Ancona, 
Studi dierit, $Mt. idi,, p. 192, die cfl gio- 
dido comune, compendiato, esageranddo, in 
qud dettato che dice tutti matti i seneei, ce 
li rappresenta dotati fi vivido e balzano in- 
gegno, di animo pronto e lieto, fortemente 
inclinati d più nobili piaceri dd senso, agli 
spettacoli, d sollazzi, alle giocondità ddla 
vita: facilmente mutabili e disposti a correre 
da un estremo ddle cose alTaltro >; e il Bae- 
sermann, p. 906 : e L' amore eccessivo aUa 
bella apparenza e la soonsiderata fiduda nella 
propria forza, sono i due tratti oaratteristìd 
che Dante prende di ndra nd sened»; e nota 
che a tali qualità d oollegano i rioosdi deOa 
brigata spendereoda e dd volo Idia ded- 
derato da Albero, tioorrentl in questo can- 
to. — 123. eerte non eco. la gente /HMssaea 
(cfir. Inf, xxm 115), die pur ò vairiiwhna, è 
meno fktua della seneee. B gludido ddla vani- 
tà francese ò antico quanto qud popde: «un- 
de multum ndror (scriveva già Benv.) et indi- 
gnor animo quando video italioos et praedpue 
noblles, qui oonantor imitari vestigia eoram ». 
^ 124. l'altro lebbroseeeo. È Ot^eeohio da 



INPERNO — CANTO XXIX 



227 



rispose al detto mio : < Tràmmene Stricca, 
126 che seppe £ur le temperate spese^ 
e Niccolò, che la costuma ricca 
del garofano prima discoperse 
129 nell'orto, dove tal seme s'appicca; 
e tranne la brigata, in che disperse 
Oaceia d'Asdan la vigna e la gran fronda, 
132 e l'Abbagliato suo senno proferse. 



Smba, seeosdo Lana, Dati, Land, ecc., o da 
FlKMizB, seooodo Ott, Fiotro di Dante, Denr., 
Ck.an.eoc.;Uqaale,dieerOtt, clnaottllis- 
UBO aldUndata, e però ohe operando in Siena 
coarta «li^iifair»*^ Ali azso, ti laoatra eoo odio 
ooBCim i laaeal > : il eappIUo di Gapooohio 
te Mirasoeto del 1288 (D. Aq^oarone, op. dt, 
f. CBV — 126. rlifoie eoo. Oapoodiio a oon- 
fnaare il gtsdiiio di Dante segue dicendo 
iroolBaiBente ohe dal norero dei seneai vani 
s* hanno a to^ieiie i dna fratelli Stiloca e 
Kicoolò è^ SaliabeBi e gli altri tatti della 
iridala ifmdtnooia: eboa la quale è da la- 
pere die salla aeooiida metà dd seoolo xm 
■i temo in Siena iotto cotale dmiomlnailone 
nn^ lìtnaftag M ^ di dodid giovani liodiianini, 
coolacendo daaoano nna forte somma di de- 
mro, per Tirerà lietamente in oonyiti e feste: 
di tde compagnia corsero subito diTOcse no- 
TeOe, per coi le yioende di essa perrennero 
a ad rifiorita di SMlti partiodari iinitasticl, 
ia mecBO ai quali è difficile determinare la 
T«dtà; ma doUa cosa e della mlseraliile fine 
di ooteata Vogata, dd nomi dd principali soct 
e d'altri miaori pazticolari non pam ohe sia 
te dnbitai«: cfr. B. Aquarone, op. dt, pp. 
15-66; G. Bondoni, Tradizioni popolari e leg- 
gmid§ di un commt medioevak {Simui 6 Van- 
ti» amtado 9cmm\ Firenie, 1886, pp. 44 e 
SQgg.; A. D'Ancona, op. oit, pp. 296 e segg. 
— Strleea, elM seppe eoe : gli antichi non 
d dioono di die fkiilglia iòsse : il Lana at- 
testa ch'ai « fu uno riooo giorana da Siena, 
il quale Ceoe afolgorato ^ese, e appeUayad 
la tua InifBta, spender^ecia > ; pare molto 
prohabUe eh' d fosse Strioca di Gioranni 
«e* i^imiwmt, stato podestà di Bologna nel 
1286, non già Stzioca dei Tolomd ohe vivera 
in patdA, frate gaudente, nd 1294 (cfr. B. 
Aquame, op. ctt., p. 66). ~ 127. e Hleeeld : 
Niccolò de* SaUmbeni, figlio anoh'egli di Gio- 
mni oona lo Strioca, fri uno dd promo- 
tori deQa brigata spendereccia, alla rorina 
defla qoala aopraTiase tanto ohe nd 1811 era 
ia Loinbardia fra i grandi signori ohe fooe- 
Tiao eoronn all^ inventore Arrigo VII (cfr. 
Del Lavo, H 69fr-604 e F. Flamini, BuU. I 
31): « fri, dice U Lana, largo e spendersodo, 
e to, deDa brigata, e fri lo pdmo die trorò 
nettare, in fiìgiani e psnid arrosto, garofop- 
ni ». — la iiislaMa rlaea eoo. la signorile 



usanza di mettere nelle rlvande e special- 
mente nella cacdagione arrostita i g&rofiuii o 
altre spezie. Alcuni commentatori, come il 
Buti, Land. eoo. riforisoono la roce che il 
cuoco dd SaUmbeni facesse e il libro delle 
Tirando > trovate da qud ddla brigata; che 
potrebbe e sse r e il FrtmmmUo di un libro 
di eueénOf pubbL da 0. Guerrini, Bologna, 
1887, ove sono mdte ricette apidane per 
dodici ghiotti, proprio Q numero dd compa- 
gnoni spenderecd, o speciali arrertimenti 
drca l'uso dd garofoni. — 129. melI'ortOy 
fiOTt eoo. Benissimo il Lana spiegò: e mise 
tale uso tra li ghiotti e golod > ; iuTece Ott. 
e Bear, i nt eser o l'orto per la dita di Siena, 
nella qude € cotaU costumi s'impiccano bene 
per gola e ghiottomia », e il Buti tenne ohe 
fosse detto tanto della brigata quanto della 
città. — 180. e tranae eoe : e per ^aodard, 
dice U Buti, li conta tutu indeme » ; poiché 
lungo sarebbe stato enumerare i dodid com- 
pagnoni e Dante d limita a ricordare pure l 
maggiori : la brigata dd resto aveva avuto i 
suoi poeti, prima che nd fiorentino, in Fol- 
goro da San Gimignano e in Gene dalla Chi- 
tarra aretino ; 11 primo dd quali cantò in una 
sorìe di sonetti le giocondità deUa « brigata 
nobile e cortese > distinte per ogni mese dd- 
Tanno, e il secondo, parodiando, ne rappre- 
sentò le nde e i fostidl della miseria che 
seguitarono alla lieta vita (cfr. le ^irns d< F. 
da S, Oomignano é di O, do la OkUarrOj ed. 
da G. Navone, Bologna, 1880). B D'Ancona, 
op. dt., p. 206, ricostruirebbe il catalogo dei 
compagnoni cod: 1. Leno (cfr. Jbif, zm 118), 
2. Nlooolò SaUmbeni, 8. lo Strioca, 4. Caccia 
d' Asdano, 5. l'AbbagUato ; ricordati daDante : 
6. Tingoccio, 7. lOno di Tingo, 8. Ancaiano, 
9. Bartolo, 10. Hugavero, 11. Fainotto, e 12. 
Folgore da S. Gimignano, ohe ricorda neUe 
sue rime i sd precedenti. — 181. Caeela 
d'Asdan: Caccia degU Sdalenghl, del ramo 
di questa fomigUa che fri detto dd Caccia- 
conti (ofr. Bepettl VI 64-67), possedeva vi- 
gneti e boschi presso il casteUo d'Asolano, 
nd territorio senese, e consumò tutto il suo 
avere neUe paxze spese della brigata: forse 
non è persona diversa qud Caoda da Siena 
che nd seoolo xm scrisse canzoni d'amore. 
— 182. l'AbbagUato: Bartolommeo dd Fol- 
caochieri detto l'Abbagliato fri mdte volte dd 



^ 



228 



DIVINA COÌOfEDIA 



135 



139 



Ma perché sappi chi si ti seconda 
centra i sanesi, aguzza vdr me l'occhio, 
si che la fisuscia mia ben ti risponda; 

si vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, 
che falsai li metalli con alchimia, 
e ti dèi ricordar, se ben t'adocchio, 

oom' io fai di natura buona scinda >. 



contiglieli del oomime di Siena del 1277 al 
1900| oancolHere nel 1279, g o n f al o nie r e d'eeoi» 
cito nel 1278 e 1280, rettore di Campagnatico 
nel 1288, podestà di Montereggioni nel 1290 
e di Montegoidi nel 1800, e capitano degU etl- 
pondlari del oomnne in Maremma dal 1289 al 
1292 : ai qoall offici forse ti volae dopo la 
lieta vita della gioyinetza, durante la quale 
ta, nel 1278, multato perché troTato a bere 
in nna taverna (c£r. G. Ifazd, Foleaeehiaro 
Fbloaoehitri rimatore mnete del mo. ZI2I, Fi^ 
renze, 1878, pp. 9-10, 21-26) — ISS. si U 
seconda: s'accorda cosi bene con te nel de- 
riderò la fatuità senese. — 185. sf eke la 
facrla ecc. si che il mio volto, da te ricono- 



sciuto, risponda per me alla tua domanda. 
Tutti gli antiehi commentatori affermano ohe 
Dante fu amico di questo Oapocchio ; l'An. 
fior., più partitodatmente, dice che < fu od> 
nosoente dell'autore, et insieme studiarono ; 
et [Capocchio] fu uno ohe, a modo d'uno uomo 
di corte, seppe oontimfÌEize ogni uomo ohe 
▼olea et ogni oosa, tanto di'egliparea proprìe- 
mente la cosa o l'uomo ch'egli oontrafiaoea 
in ciascuno atto: diessi nell'ultimo a coatca- 
fsze i metalli, come egli fuea gli uomini ». 
— 188. se hen t*ade«ehle : se non mi aono 
ingannato guardandoti, se tu sei veramente 
Dante. — 188. di natva baeaa aelslnt 
valente oontcaCattore di nomini e di ocee. 



CANTO XXX 



I dae poeti yedono tra i folslflcator! di persone, che corrono ria per 
la bolgia rabbiosamente, Gianni Schicchi e Mirra ; tra i falsari di moneta, 
gravati dal morbo dell* idropisia. Adamo da Brescia; tra i bufiriardi, op- 
pressi da ardentissima febbre, la moglie di Pntifarre e il greco Sinone; e 
poi assistono a nn singolare contrasto fra Adamo e Sinone [9 aprile, tra le 
(lue e le tre ore pomeridiane]. 

Nel tempo che Giunone era crucciata 
per Semole centra il sangue tebano, 
8 come mostrò ima ed altra fiata, 



Trxx 1. Hel tempo eec La seconda spe- 
cie dei Oalsaii, cioò quelli che contrafeoero 
in sé le altrui persone, sono condannati a 
correre nel fondo della bolgia dominati da 
una furia fsroce e addentando rabbiosamente 
gli altri: Dante a dare un'idea adeguata 
della loro insania ricorre col pensiero ai fu- 
rori di Atamante e di Ecuba, deducendo da 
Ovidio una narrarione bella e vigorosa, ma 
forse alcun poco sproporzionata al caso, e Ma- 
gnifico, nou il Biag., fa il principio del canto 
questo lungo periodo e il seguente, non tanto 
per l'andamento dòl verso, grave e soete- 
nuto, quanto per le forti imagini che vi si 
ritraggono, tenendo 11 lettore per lungo tratto 
sospeso, attento e desideroso ; nei quali sen- 
timenti sino al fine ò forzato di sostenersi 



con diletto > : ma tuttavia l'erudirione ml- 
tologlca pare a noi lettori moderni troppo 
prolungata, si che vien meno quella armonica 
proporzione ohe siamo soliti di ammirare nello 
comparazioni dantesche. — Glaaone era erse- 
elata eoo. (Hunone, sdegnata ohe Qiove avease 
amato Semole, iigUa di Cadmo re di Tebe e 
madre di Bacco, oltre alla vendetta che si 
prese facendo si che la sua rivale rimanesse 
incenerita Iza gli splendori del divino amante 
(cf^. Pùt. XXI 6), infiori contro tutta la stixpe 
tebana: cfr. Ovidio, Mei, m 268-815. — 8. 
naa ed altra Hata: più volte; i^iohó Giu- 
none ta. causa che Atteone nipotcf di Cadmo 
fosse sbranato dai suoi cani, che Agave so- 
rella di Semole uccidesse il iiglio^enteo, e 
die Ino altra eerella di lei si gettasse in maro 



INFERNO - CANTO XXX 



229 



Atamante dìyezme tanto insano 
che, veggendo la moglie con due figli 
G andar oarcata da ciascona mano, 
gridò: < Tendiam le reti, si ch'io pigli 
la leonessa e i leoncini al varco », 
9 e poi distese i dispietati artigli, 
prendendo l'un che avea nome Learco, 
e roteilo, e percosselo ad un sasso; 
12 e quella s'annegò con l'altro carco. 
E quando la fortuna volse in basso 
l'altezza de'troian che tutto ardiva, 
15 si che insieme col regno il re fu casso, 
Ecuba trista, misera e cattiva, 
poscia che vide Polissena morta, 
18 e del suo Polidoro in su la riva 
del mar si fu la dolorosa accorta, 
forsennata latrò si come cane, 
21 tanto il dolor le fé' la mente torta. 
Ma né di Tebe furie né troiane 
si vìder mai in alcun tanto crude, 
24 non punger bestie, non che membra umane, 
quant'io vidi due ombre smorte e nude, 
che mordendo correvan di quel modo 
27 che il porco quando del porcil si schiude. 
L'una giunse a Capocchio, ed in sul nodo 



•ec — 4. ÀUnaate ecc. Atamante ro di Tebe, 
iaftnÌAto per rolere di Ginncme, incontrò la 
moi^ Ino ohe portsTa in collo i Agnolotti 
Lesroo e HeUcexta e facendo tendere le reti 
per prenderli come foesoro la leonessa e i 
leoncini, preee e sbatto a nn sasso il figlio 
Leaico: allora Ino, disperata, si gettò con 
Mélìcerta nel mare ricino. La narrazione dan- 
tesca segue molto da Ticino quella di Orìdio, 
ìitL tv 512-6S0. — 7. TeaAlan le reti ecc. 
Or., Ud. vn 618 : e Clamat : ' Io, oomites, 
bis reti* tendite bìItìs ! Hic modo oom ge- 
iirfi>* Tisa est mibi prole leaena ' >. ~ 9. di* 
rteae eoe. afTerrò con le mani spietate il pio- 
colo Learco e girandolo per aria lo percosse 
a un sasso : Or., Mei, vn 516 : « Deque sinu 
Bstrìs ridentem et parv» Learchnm Brachia 
tendendem rapit et bis terqne per auras More 
Totat fundse, rìgidoque infìuitia saxo Discntìt 
ora ferox >. — 12. e osella eoo. Ino, con il 
figlinolo Hèlioerta, si gotto da uno scoglio 
nel mar». — 18. E qvaido ecc. Quando 
Troi» fu distrutta, Eouba moglie del re Pria- 
mo tratta in serritA dal greci, por il dolore 
d'arer veduta l'uccisione di sua figlia Polis- 
sena sulla tomba di Achille e d' aver trovato 
Q cadareie di suo figlio Polidoro (cf^. ih/. 



zm 88) sulle rive della Tracia, usci fuori di 
sé in bestiaU ululati: ofr. Ovidio, M«L zm 
899-675. — 14. l'allessa eoe la potenza dei 
troiani, ohe osarono di compiere le imprese 
piti scellerate (spergiuro di Laomedonte, rapi- 
mento di Elena eoe). — 16. lasleae cai re- 
gno eoo. con la caduta di Troia fini il regno 
e la vita di Priamo : ofr. Ov., Md. zm 404 : 
e Troia simul Priamusque cadunt». — 16. 
trista, sdsera e eattiva : trista per la morte 
dei suoi, misera per la rovina di Troia e 
della sua stirpe, e eaOivat perché condotta 
via dal greci come schiava. — 20. fonen« 
nata eoe. Ov.. Mei. zm 669 e latravit, ce- 
nata loquL.. Ululavit moeeta per agros >. — 
22. Ha né eoe. Ma nessun l^irore né in Ata- 
mante né in Ecuba né in uomo o in bèlva 
alcuna fu mai cosi crudele come quello ohe 
agitava due anime della dedma bolgia. — 
25. qiaat' lo vidi : sottintendi, pungere^ agi- 
tare. — due ombre : quella di Gianni Schio- 
chi (V. 32) e qaeUa di Mirra (v. 87). — 26. 
mordende ecc. correvano addentando a caso 
gli altri dannati, come il maiale, al quale sia 
aperto il porcile, corre per la campagna af- 
ferrando disordinatamente coi denti dò che 
gli vione innanzi. ~ 28. L^iaa ecc. Gianni 



230 



DIVINA COMMEDIA 



del collo Paasaniiò si che tirando 
80 grattar gli fece il yentre al fondo sodo; 
e Taretin, che rimase tremando, 
mi disse : « Quel folletto è Gianni Schicchi, 
83 .e va rahbioso altrui cosi conciando ». 
< 0, diss'io lai, se l'altro non ti fiochi 
li denti ajddosso, non ti sia fatica 
86 a dir chi è, pria che di qui si spicchi ». 
£d egli a me: < Quell'ò l'anima antica 
di Mirra scellerata, che divenne 
89 al padre, facr del dritto amore, amica. 
Questa a peccar con esso cosi venne. 



Sohioehi afferrò ooi denti Cf^ooohio al nodo 
del collo e lo trascinò via col Tentre fol doro 
fondo della bolgia. — im nU aedo eco. nelle 
vertebre oerrioali, per le quali il capo ri oon- 
ginnge al btisto. — 29. astauò : da tarma 
(Inf. xjn 66) il yb. auaiman ha qoi il senso 
prc^o di addentare (cfr. Iti/, xvm 99, J\srg. 
ziT 69). — 81. Paratia ecc. Oriffolino d'A- 
rezzo, ohe temeva d'essere addentato dall' al- 
tro spirito. — 82. Glaanl SeUeeU: Oianni 
Schicchi dei Cavalcanti fiorentino, del quale 
tatti gli antichi commentatori raccontano la 
falrità oh' el fece fingendo di essere Booso 
dei Donati (cCr. Inf, xzv 140) già morto; 
l'An. fior, la racconta cosi : « Essendo mes- 
ser Baoso Donati aggravato d'nna infermità 
mortale, volea fare testamento, però che egli 
parca avere a rendere assai dell' altnii : Si- 
mone suo figlinolo [i docomenti dt. dal Del 
Lungo, DanUf U 72-78, dicono invece die i 
duo Donati fossero firatelli e figli di Forese 
il vecchio] il tenea a parole, per ch'egli noi 
facesse ; e tanto il tenne a parole eh' elli 
morì. Morto ohe fa, Simone il tenea celato 
et avea paura eh' elli non avesri Cutto testa- 
mento mentre eh' egli era sano ; ot ogni vi- 
cino dicea oh' egli Tavea fatto : Simone, non 
sappiendo pigliare consiglio, si dolse con 
Gianni Sticchi et chiesegU consiglio. Sape* 
Gianni contra£are ogni nomo et colla voce 
et cogli atti, et massimamente messer Bnoso 
eh' era oso con lai ; disse a Simone : ' Fa 
venire ano notaio et di' che messer Baoso 
voglia fare testamento : io entarrò nel letto 
suo, et cacceremo Ini dirietro, et lo mi fa- 
scerò bene, ot metterommi la ci^pellina saa 
in capo, et farò il testamento come ta vor- 
rai ; è vero che io ne vo^o guadagnare '. 
Gianni entra nel letto et mostrari appenato, 
et oontrafà la voce di messer Buoso che pa- 
rea tutto lui, et oominda a testare et dire : 
* Io lasdo soldi xx all' opera di santa Bepa- 
rata, et lire cinque a' Frati minori, et cinque 
a' Predicatori ', et cosi viene distribuendo 
per Dio, ma pochissimi danari : a Simone 



giovava dd fktto. * Et lasdo, soggiunse, cin- 
quecento fiorini a Gianni Sticchi '. Dice Si- 
mone a messer Booao : * Questo non bisogna 
mettere in testamento : io glid darò ooine 
voi lascerete '. * Simone, lascerai lare del 
mio a mio senno : io ti lasdo tf bene, ohe 
tu dèi essere contento '. Simone per pam 
d stava cheto. Questi segue : * Et lasdo a 
Gianni Sticchi la mula mia ' ; ch6 avea mes- 
ser Buoso la migUore mula di Toscana. * Oh, 
messer Buoso, dicea Simone, di ootosta mula 
ri cura egli poco et pooo Tavea caia *. ' Io 
80 dò ohe Gianni Stiochi vude, meglio di 
te '. Simene ri oominda adirare et a oonsa- 
marri ; ma per paura ri stava. Gianni Stio- 
chi segue : * Et lasdo a Gianni Sticohi fio- 
rini cento, che io debbo avere da tale mio 
vicino: et nel rimanente lasdo Simone min 
reda universale ', eon questa daiisda di' e- 
g^ dovesse mettere ad esecuzione ogni lasdo 
fra quindid di, se non, che tutto U reditag- 
gio venisse a* frati minori dd convento di 
Santa Croce ; et fatto il testamento ogni no- 
mo ri parti : Gianni esce dd letto et rimet- 
tonvi messer Buoso, et lievano il pianto et 
dicono ch'egli è morto». Secondo il Tona- 
ca, non Simone, che ta fratello di Buoso, ma 
il figlinolo di quest'ultimo, per nome Tad- 
deo, ta V orditor dell' inganno ; tanto ohe, 
più tardi, nd testamento proprio dispose per- 
ché fossero psgati tutti i legati fatti da Buoso 
suo padre. — 8A. m l'altro ecc. cori l'al- 
tro folletto non vonga ad addentarti come 
Gianni ha fatto con Capocchio. — 86. si 
spieeU : ri allontani ; vb. assai appropriato 
ad esprimere gl'improwiri e sùbiti movi- 
menti di questi dannati. — 87. inveir è Pa- 
nica eoe Mirra, figlia di Ciniia re di Ci- 
pro, presa di violento amore per il padre 
suo, ottexme di sodiifue le sue voglie in- 
cestuoso con l'aiuto della sua nutrice che 
la condusse a lui, facendogli credere che fosse 
un' altra giovinetta : dopo il fstto, il padre 
acoortori dell'inganno voleva ucciderla, ma 
ella riusd a fuggire in Arabia, dove Sa oca- 



INFERNO - CANTO XXX 



231 



£Ed8Ìficando sé in altrui forma, 
42 come l'altro, che là sen va, sostenne, 
per guadagnar la donna della torma, 
fÌEdsifioare in sé Buoso Donati, 
45 testando e dando al testamento norma ». 
E poi che i due rabbiosi far passati, 
sopra cui io avea 1* occhio tenuto, 
48 rivolsilo a guardar gli altri mal nati. 
Io vidi un, fatto a guisa di leùto, 
pur ch'egli avesse avuta l'anguinaia 
51 tronca dal lato, che l'uomo ha forcuto. 
La grave idropisia, che si dispaia 
le membra con l'umor che mal converte 
51 che il viso non risponde alla ventraia, 
faceva a lui tener le labbra aperte, 
come l'etico fisb, che per la sete 
57 l'un verso il mento e l'altro in su rinverte. 
< voi, che senza alcuna pena siete, 



Twtita ìb un» pianta (Ovidio, Mtt. x 298- 
602). — 41. flUaMeMio eoe. prendendo le 
■^«^""^ d'àltia donna: Or. JIU.489* cNo 
■In» aantitD veroa eiqponit amoxea >. — 42 
mm% Paltro eoo. come Gianni Sohioohi aa- 
aoaae fiakamente le sembianze e la vooe di 
Booao Donati, dettando il testamento seoondo 
tatt» le forme deU' oso e della legge. — 48. 
per 9a»4a«aar eoo. per guadagnare la mnla 
di Bnoeo, la migHon di Totoana, dioe l*An. 
fior., e perciò la doima^ la xegiaa di tatto le 
mole. — 45. 4mi4o al teitaneato aozma : 
accenna all' avere Gianni Sohioobi saputo far 
oasi nataralmente la parte di Bnoso ohe il 
notaio ne fu Ingannato e rogò il testamento 
come se fosae stato l'espressione della yo- 
knxtà del nuoente, eon tatti i particolari e 
formule conaoete e legali. — 48. gli altri 
■Mi maM. t sono i falsari di moneta, la terza 
specie di dannati di qnesta bolgia, paniti dai 
morbo deU' idropisia. — i9. Tidl in eco. È 
maestro Adamo da Brescia ; del quale scrive 
V An. fior. : < Fu tirato in Casentino nel ca- 
stello di Bomena, al tempo che i conti [Oaidì] 
di qoello lato (ofir. v. 77) stavano male col 
eomime di Firenze. Erano allora signori di 
Bomena et d'attorno in qoello paese tre fra- 
telli, il conte i^hinolfo, il conte Goido et il 
conte Alessandro : il maestro Adamo ridot- 
tosi con. loco, costoro il mlsono in sol salto 
et fòdongli battere fiorini sotto il oonio dol 
ooBone di Firenze, ch'erono baoni di peso 
ma non di lega... Di questi fiorini se ne spe- 
sone assai; ora nel fine venendo an di il 
maestro Adamo a Firenze, pendendo di que- 
sti fiorini, ftaiono ooiioscliiti esser falsati : fu 



presd et ivi fu arso > : il fiitto aooadde nel 
1281. — Catte a fvisa ecc. od ventre ri- 
gonfiato cosi che, se gli fosse stato troncato 
l'inguine dalla parte delle cosce, saiobbe 
parso un Unto ; poiché il capo, il collo e il 
petto scarni avrebbero resa l'idea del ma- 
nico, e U ventre rigonfio della cassa. — 62. 
lia grave Idropisia ecc. L'idropisfa gravosa, 
la quale, con l'umore mal convertito cioè 
con la linfa non elaborata, disforma le mem- 
bra in tal modo ohe il volto per l'eccessiva 
magrezza non ft piò proporzionato al ventre 
tumido e gonfio. ~ dispaia : rende disuguali 
dal loro primo essere, fa esser differonti le 
nuove membra da quelle di prima : cfr. Inf, 
vu i5. — 68. eoa l'umor ecc. cfr. fì-a Gior- 
dano da Bivalto, predica lix : e L'idropico, 
quanto piò mangia e bee, quelli omeri si 
corrompono tutti e oonvertonsi in mali omeri 
flemmatici». — 56. teme l'etico ecc. Venturi 
2J3: e La similitudino mostra Tatto che, per 
ragioni morbose differenti, apparisco lo stesso 
nell' etico e noli' idropico ; e rapidamente Io 
lumeggia in quel rovesciar eh' essi fanno in 
senso opposto le labbra, per tenero più aperta 
la bocca ». — 67. Pan ecc. rivolge l'un lab- 
bro in giù e l'altro in su, si sforza di tener 
aperta la bocca. — 68. toI ecc. Maestro Ada- 
mo non ha sentito le parole detto da Virgilio a 
Griffolino (Inf, xnx 91), altrimenti saprebbo 
già per qual ragione, cioò per essere ancora 
vivo, l'uno dei visitatori non sia oppresso 
da alcuna pena; e forse la frase virgiliana 
« e sf mostrar l' inferno a lui intendo > gli 
avrebbe fatto capire che il viaggio era per 
volere divino: ma vedendo i due non o^ 



232 



DIVINA COMMEDU 



e non so io perché, nel mondo gramo, 
60 diss'egli a noi, guardate ed attendete 
alla miseria del maestro Adamo: 
io ebbi, vivo, assai di quel ch'io volli, 
63 ed ora, lasso! un goccici d'acqua bramo. 
Li ruscelletti, che de' verdi colli 
del Casentin dìscendon giuso in Amo, 
66 facendo i lor canali freddi e molli, 

sempre mi stanno innanzi, e non indamo; 
che l'imagine lor vie pi4 m'asciuga 
69 che il male, end' io nel volto mi discarno. 
La rigida giustizia, che mi fruga, 
traggo cagion del loco ov'io peccai 
72 a metter più li miei sospiri in fuga. 
Ivi è Romena, là dov'io £&lsai 
la lega suggellata del Batista, 
75 per ch'io il corpo su arso lasciai. 
Ma s'io vedessi qui l'anima trista 
di Guido d'Alessandro o di lor frate, 



pieosi dall' idropisl» se m mersTlglis e du- 
bita ohe dò sia per qualche alta cagione. — 
59. Mondo gramo: mondo del doloro, l'in- 
ferno. — 60. guardate ed attendete: cfìr. 
la nota all'£»/; xxnn 132. — 82. le ebbi, 
tIto, atial eoo. nel mondo io èbbi in ab- 
bondanza dò eh'io desiderai, ed ora tono 
condannato a desiderare inutilmente un sorso 
d'acqna. È un ricordo del vangelo, dove si 
legge ohe essendo il ricco nell'inferno (Lnoa 
XVI 24) e gridando disse : Padre Abrahamo, 
abbi pietà di me, e manda Lazaro, aedo che 
intinga la punta del dito noli' aoqna, e mi 
rinl^esohi la lingua; per dò che io son tor- 
mentato in questa fiamma». — 64. U m- 
ieelletti ecc. n peccatoro, oppresso nella 
valle infernale da orudeUsslma sete, ricorre 
naturalmente col pensiero alla frescura delle 
sdve del Casentino, nelle quali oserdtò la 
sua falsità; e ripensa con accrescimento del 
dolore flsioo e morale al ruscelletti che di- 
scendono nell'Amo rioohi di fresche acque. 
Il Bassermann, p. 106, osserva che i rusoolli 
del Casentino sono adesso petrosi e riarsi op- 
pure rigonfi per piogge dirótte; ma là ove i 
boschi secolari ftirono rispettati e il snolo è 
oosparso di fertile terricdo e di feld e anemo- 
ni e viole alpestri, e da ogni Iato le acque 
mormorano e stillano giù per le pietre musco- 
se ». — 66. eaiall freddi e molli: cfr. 'Vl> 
giL, Bue, z 42 : e Hic gelidi fontos. hio molila 
prata, Lycori ». — 68. rimagine ecc. la loro 
vista mi accresce la sete più cho non f&ccia 
r idropisia che mi dimagra il volto: « et sic, 
nota Benv., verificatur illud dictnm : Nessun 



maggior dolore Ohe rioordarti del tempo feUee 
NeUa miseria [Inf, v 121] ». 0. Baod, Led, 
p. 21, dta questi versi di Torino da Oastal 
fiorentino : « Che maggior pena non n pò are- 
re Che veder l' acque delle chiare fonti, S 
aver sete e non poterne bere ». — 70. Ia rl« 
glda ecc. Coef la giustisia di Dio trae oa- 
glone a fiumi pensare di più per i) ricordo 
del luogo ove lo peooaL — fraga: cfr. A»y. 
m 8. — 78. Ivi 4 RMiena eoe H castello 
di Romena nel Oasentino, possesso di quel 
ramo dd conti 0uidi del quale fu c^o Aghi- 
nolfo I, figliuolo di 0uido Ouecra IV (eft. 
Inf. zvi 87), fu il luogo dove i nipoti di Ini 
Ouido n, Alessandro e Aghinolfo II (efr. t. 
77), trassero 11 maestro Adamo a Cslsifloare 
l fiorini d'oro della repubblica fiorentina' 
cfr. Bassermann, p. 86. ~ 74. la lega eoe 
la lega del fiorino; moneta fiorentina inoo- 
roindata a batterei nel 12B3 (Q, Villani, 
Or, VI 68), la quale aveva dall'una parte il 
giglio e dall'altre l'imagine dd santo pro- 
tettore di Firenze. — 76. Ha i'ie Tedia- 
si eoo. Ma se vedesd qui meco al tormen- 
to l tre fratelli, che m'indussero al peccato, 
sard lietissimo e non dard qndla vista per 
la piti ricca ddle fontane. — 77. Gaido eoo. : 
sono questi 1 tre fratelli Guido II, Ales- 
sandro e Aghinolfo K dd conti Guidi, si- 
gnori del castello di Bomeaa e figliuoli tutti 
di Guido I d' Aghinolfo I, dd quali poohe 
e confrise notizie registrano i genealogisti 
della loro casata (cfr. le op. dt. in Btf, xvi 
84): certo due di esd erano ancore vivi 
nd ISOO, al tempo della visione dantoica, 



INPERNO - CANTO XXX 



233 



73 per Fonte Branda non darei la vista. 
Dentro e* è Fona già, se l'arrabbiate 
ombre che vanno intomo dioon vero: 
81 ma che mi vai, c'bo le membra legate? 
S'io fossi pur di tanto ancor leggiero 
ch'io potessi in cent'anni andare un'oncia, 
84 io sarei messo già per lo sentiero 
cercando lui tra questa gente sconcia, 
con tutto ch'ella volge undici miglia, 
87 e men d'un mezzo di traverso non oi ha. 
Io son per lor tra si fatta fiuniglia: 
ei m'indussero a battere i fiorini, 
90 che avean ben tre carati di mondiglia ». 
Ed io a lui: « Chi son li due tapini, 
che fuman come man bagnate il verno, 
93 giacendo stretti a' tuoi destri ^nfini? » 
€ Qui li trovai, e poi volta non diemo, 
rispose, quand'io piovvi in questo greppo, 
96 e non credo che dieno in sempiterno. 
L'una è la &lsa che accusò Giuseppe 



e ri ha daDe parole del poeta, ma non ò 
bene accertato quale dei tre fratelli foese 
morto innanzi qnell' anno : l' Ott dice Gui- 
do II : Benv. e An. fior., Alessandro, ohe 
iarece altri documenti direbbero yìfo nel 
1316 (ci: Del Longo, H 688). — 78. per 
Feate Bnada: eoo. Tatti gli antichi com- 
mentatori, Ott, Benr., Bnti, An. fior. eoo. 
oedettero accennata qui Fonte Branda, la tur 
Basa fontana senese assai abbondevole di 
aoqna; ma essendo attestata da antichi do- 
comenti resistenza di nna fontana di tal 
nome presso il castello di Romena pad ben 
eosre che maestro Adamo alladeese alla fonte 
ossentinoso e non alla senese, la cai fama 
pad arar tratto in inganno i commentatori 
(ofr. Bassermann, p. 91 e Beni, ChUda del 
Oaamtù», Firenze, 1889, p. 207). — 79. Den- 
tro eoo. Dentro a qoesta bolgia, se le om- 
bre dei falHJflcstori di persone che corrono 
intorno rabbiosamente mi hanno detto il ve- 
ro, è già piombata I* anima d' ano di qaei 
conti (ofir. ▼. 77); ma dò non mi reca aloon 
•oUisTO, perché non posso ire a vederla. ~ 
82. 8* io fossi eoo. Se io avessi ancora tanto 
di ^editezza che potesri in on secolo per- 
QQrrsre un brevissimo cammino, mi sarei già 
neseo in via per rintracciare quell'anima tra 
i dannati. — di taalot cfir. Inf. r? 99. ~ 
88. nm'OBeU: è la dodicesima parte del 
lisde, ndsora di fainghezza, e corrispondeva, 
leoondo Benv., alla larghezza del pollice : 
^ è detto figoratamente per indicare ano 
ipazio cortissimo. — 86. c«m tittt ebe eoo. 



sebbene la circonferenza della deoima bolgia 
sia di ondici vaif^ (la metà di qaeUa della 
nona: cfr. Jta/1 xziz 9) e non abbia in alcan 
ponto la larghezza minore d' on meno mi- 
glio. — 87. BOB «1 iM : ofr. ^. vn 28. — 
88. faalgUai cfr. Inf, xv 22. •.- 90. tre 
carati eco. : il earaio è la ventiqoattresima 
parte della qualità più para d'on'onda d'o- 
ro: i fiorini fiorentini erano di ventiqoattro 
carati, quelli Crisati dai conti di BooMna 
erano di soli ventano e avevano tre carati 
di mondiglia cioè di rame mesodlato all'oro. 

— 91. Chi SOB 11 dae ecc. Questi altri dan- 
nati appartengono alla quarta classe dei lU- 
sari, queDl ohe finsero discorsi non corri- 
spondenti alla verità, insomma 1 bugiardi 
fraudolenti, e sono puniti con un'ardentis- 
sima febjl>re. — 92. eoMS nan eoo. come 
dalle mani bagnate, al contatto dell'aria 
fredda, sale il vapore in cui si risolve l'ac- 
qua per il calore naturale. — 93. a' laol de- 
stri eoBflnl: alla tua destra, vicino a te. — 
94. Qb) U trovai ecc. Quando M precipi- 
tato in questa bolgia, U trovai qui e sono 
passati quasi vent'anni senza ch'esri si siano 
mosri, e credo che non ri moveranno mai. 

— 95. greppo: dice TOtt che ^gnppo è uno 
vaso rotto dalle latora, e perdio ò tolto da- 
gli altri uri della casa vi ri dà entro bere o 
mangiare a gaUine o simili cose » ; ri ohe qui 
vorrebbe dire vile luogo : ri pud perd inten- 
dere anche secondo il senso moderno di luogo 
soosoeso, perché la bolgia ha il fondo e 1 
lati di madgno dirupati ed erti. — 97. L'uba 



234 



DIVINA COMMEDIA 



l'altro è il faX&o l^non greco da Troia: 
09 per febbre acuta gittan tanto leppo >. 
£ 1* un di lor, che si recò a noia 
forse d'esser nomato si oscuro, 
102 col pugno gli percosse l'epa croia; 
quella sonò, come fosse un tamburo: 
e mastro Adamo gli percosse il volto 
105 col braccio suo che non parve men duro, 
dicendo a lui : « Ancor che mi sia tolto 
lo muover, per le membra che son gravi, 
108 ho io il braccio a tal mestiere sciolto ». 
Ond'ei rispose: € Quando tu andavi 
al foco, non l'avéi tu cosi presto; 
Ili ma si e più l'avéi quando coniavi ». 
E l'idropico: < Tu di' ver di questo; 
ma tu non fosti si ver testimonio, 
114 là 've del ver fosti a Troia richesto ». 
€ S'io dissi falso, e tu falsasti il conio, 
disse Sinone, e son qui per un £ftllo, 
117 e tu per più che alcun altro demonio >. 
< Ricorditi, spergiuro, del cavallo. 



eoo. L'un* è Ia moglio di Fatifàixe, che ao- 
cuBò fidiamente Qioaeppe d'arexle fatta vio- 
leiìB^ Bontra invece egli eia itiggito da lei 
ohe Tdera eedozlo (cfr. Om. »nn 6-23). 
. — 98. l'Altro eco. l'altro ò il greco Sinone, 
ohe con false parole perauase i troiani a ri- 
oevwe dentro le mora della loro città il ca- 
Tallo di legno (Virgilio, Sn. n 67-194): cfr. 
in/, zxvx 69. — 99. leypo : Bati : e leppo ò 
pozza d*ai80 unto, come quando lo ftioco 
8* affiglia alla pentola o alla padella ; e cosi 
dice che patìrano costoro, come pntono al- 
cana volta ooloro che sostengono si fatta 
pa88Ì<NDe>, doò sofErono la febhre acuta. — 

100. B !*«■ di lar ecc. Qui inoominoia un 
tmovo ludo tra dne dannati, poiché Sinone 
adegnato che Adamo abbia rivelato il sno 
nome gli dà un pngno sul ventre e l'altro 
gli aMOsta un ceffone con tutto il braccio: 
poi il contrasto continua a parole, eccitando 
la curiosità di Dante ohe sta ad ascoltare il 
piato, flnchó Virgilio non lo richiama. — 

101. si OMaro: si oscuramente, con vergo- 
gna del suo nome, al quale maestro Adamo 
aveva congiunto l'epiteto di fcUn, — 102. 
l'epa eraia: la pancia dura, per tensione 
della pelle irrigidita : il nome epot che d an- 
che al V. 119 e Mf, zxv 82, è dal lat hepar 
e significa proprio la rotondità del ventre 
(Diez S69) ; l'agg. oroto, d'incerta etimologia 
(Diez 366, 767) ha vari significati nella lin- 
gua antica (ofr. Nannucd, Verbi 373-4) ; ma 



quello che meglio conviene a questo luogo 
ò il senso originario di duro, o € non arron^ 
devole», come spiegò l'An. fior.: cfr. P». 
rodi, BuU. m 161. — 106. Ae ■•■ pmrw 
ecc. ohe non sembrò a percuotere meno forte 
del pugno del compagno. — 107. le «levibra 
ecc. : cfr. 1 w. 62-68, 8L — 108. a tal w 
attere sciolto: idoneo a tal bisogno, agile 
a percuotere. — 109. Oad'ol ecc. Sinone, 
maliziosamente, ricorda a maestro Adamo il 
dolore dell' estremo supplizio, quando con le 
braccia legate ta condotto al rogo, o la pron* 
tozza di mano ch'avea avuta nel mondo a 
falsare 1 fiorini. — 112. B l'Idropleo eoe 
Adamo, non volendo rimanere al di sotto, 
rinfaccia a Sinone l'inganno ch'ei fece a 
Priamo, quando il vecchio re gli chiedeva la 
verità intomo al cavallo di legno (cfr. Vir- 
gilio, Ehi, n 160). — 115. S'Io dissi eoe. 
Questo incalzare di Sinone, che a scusa dei 
suoi fallì adduce i falli del compagno, ricorda 
nella mossa la risposta di Cecco Angiolieri 
a un sonetto perduto dell'Alighieri (cfr. O, 
Carducci, Studi letterari, dt, p. 163) : e 8' io 
pranzo con altrui, e tu vi ceni ; S' io mordo 
il grasso, e tu no succhi il lardo ». ~ 116. 
e son qui eco. e io sono qui per un solo 
inganno, quello del cavallo, ma tu ci sei per 
tanti falli quanti non ne ha alcun altro dei 
dannati. Buti : « questo finge Sinone, accre- 
scendo la infamia al maestro Adamo, oomo 
è usanza de' bugiardi >. — 118. tptrgiart : 



INPERNO - CANTO XXX 236 

rispose quel ch'ayea enfiata l'epa; 

120 e sieti reo che tutto il mondo sallo >. 

« A te sia rea la sete onde ti crepa, 

disse il greco, la lingua, e l'acqua marcia 

123 che il ventre innanzi gli occhi si t'assiepa ». 

Allora il monetier: < Cosi ai squarcia 

la bocca tua per mal dir come suole; 

126 che s*i'ho sete ed umor mi rinfarcia, 

tu hai l'arsura e il capo che ti duole, 

e per leccar lo specchio di Narcisso, 

129 non vorresti a invitar molte parole >. 

Ad ascoltarli er'io del tutto fisso, 

quando il maestro mi disse: « Or pur mira! 

182 che per poco è che teco non mi risso >. 

Quand'io senti' a me parlar con ira, 

volsimi verso lui con tal vergogna 

185 eh' ancor per la memoria mi si gira: 

e quale è quei che suo dannaggio sogna, 

che sognando desidera sognare, 

133 si che quel eh' è, come non fosse, agogna; 

tal mi fec'io, non potendo parlare, 

che desiava scusarmi, e scusava 

141 me tuttavia, e no '1 mi credea fare. 

< Maggior difetto men vergogna lava, 

disse il maestro, che il tuo non ò stato; 

144 però d'ogni tristizia ti disgrava: 

ti rioOTdi il ginraiiento éì Sinon» in Viigi- ò lo ^eoohio nel qnale Narciso ride la sua 

lio, JH. n 164: « Yoe, aetenii ignei, et non imagine (ofr. Gridio, JM. m 407 e legg.)» 

YidaUleTeetnim Tester nnmen, alt, T0B,arae, non avreeti bisogno di un invito di molte 

Msesqn* neluidif Qnos fngi, Tittae^e dedn, parole. — 181. Or par ■ira I eco. Parole 

qvas hoetia gessi •• — 119. fati eh' afea di leggiero rimprovero, quasi "VlrgUio dioeese 

eeo. : maestro Adamo (cfr. r. 48 e segg.). a Dante : Sta por If, intento solamente a oo- 

— 120. e alati ree t e ti sia amaro U sapere testo volgare contrasto ; poco d manca ch'io 
dio tatto il mondo conosce il tao inganno, non m'adiri teoo per qaesto toa attenzione 

— 12L ▲ te sia rea eoo. A te invece sia verso cosa che non merito ecc. ~ 184. eea 
cagione di tormento la sete, che ti screpola tal vergogaa eoo. con tale veigogna, che 
la lingna, e la linfa guasto (cfr. v. 68), che r impressione di qn^e parole di rimprovero 
ti Cs figoollare il ventre sino qoad ad fanpe- non s* ò ancora cancellato dalla mia memo- 
dlrtf la vista. — 124. Oesf si sqnarela ecc. ria. — 186. e ^lale è «nel ecc. mi trovai 
Cosi si spalanca la toa lingna per la maldi- nella stessa oondiiione di ohi sognando qaal- 
oenza, aÓa quale essa fa osa nel mondo; e che dannoso avvenimento desidera in sogno 
se io ho sete e rigonflamento d'amori, ta di sognare, e cosi desidera quello ohe ò in 
hai l' arsura e lo stordimento della febbre e fatto come so non fosso. — danaaggle : 
grandissimo desiderio di bere. — 126. come danno ; voce arcaica che Danto osò sola- 
siele X come soleva (ofr. Iti/', zzvn 48) nel mento in qaesto luogo. — 140. che desiava 
mondo, quando tu sparlavi dei tool gred eco. die desideravo di scasarmi a Virgilio, 
(cfr. Virgilio, Su. n 162 e segg.). — 126. e senz* accorgermene mi scasavo tacendo. — 
rinfhrela : il vb. rinfbnlar$, dice l'An. fior., 142. Haggier difetto ecc. Minor vergogna 
signiilca insaccare, doè riempire disordina- della tua ò bastevole a scusare una colpa 
tBBSDte, e sarà un frequentotlvo composto maggiore che non sia stoto quella di fer- 
del vb. infanim ; ma ora ò disusato. — 128. marti ad ascoltare il contrasto dei due dan- 
e per leccar eoe e per bere l' acqua, che nati. — 144. trlstisla : ofr. Inf. vi 3. — 



236 



DIVINA COMMEDIA 



e fa ragion ch'io ti sia sempre allato, 
se più ayyien che fortuna t'accoglìa, 
ove sia gente in simigliante piato; 
148 che voler ciò udire è bassa voglia >• 



145. • fft rAgl«B eoo. e H conto eh* io ti 
sia sempre Ticino, se mtà ti accada por av- 
ventora di troTarti a timili oontrastL — 147. 
piato I d propriamente la lite agitata innanzi 
ai giadid, lat. plaeUntm ; ma qui è esteso a 
indicare un contrasto in genere, e massime 
di paiole ing»^r*^yfffi — 148. «à< TOler eoe 



Biag. : e Questo si è 1* insegnamento, al qoale 
ci ha menati per la via che gli ò parsa mi- 
gliore, perché pi6 naturale nella presento sl- 
toadone ; insegnamento ntUlssimo, e ohe però 
espone il poeta in un verso tale che, chi por 
una volta lo legge, non se lo sdimentica pi6 
per ismemorato ohe egli sia »• 



CANTO XXXI 



I dae poeti attraversando Taltimo argine, tra l'ottavo eli nono cerchio, 
si trovano sopra on pozzo intomo al quale sono collocati del giganti: tra 
essi incontrano Nembrotte, che dice loro oscure parole, Fialte che è inca- 
tenato fortemente, e Anteo che depone 1 visitatori sulla ghiaccia dell'ultimo 
cerchio [9 aprile, tra le ore tre e le quattro pomeridiane]. 

Una medesma lingua pria mi morse, 
si che mi tinse l'una e l'altra guancia, 

8 e poi la medicina mi ripòrse. 
Cosi od' io ohe soleva la lancia 

d'Achille e del suo padre esser cagione 
6 prima di trista e poi di buona mancia. 
Noi demmo il dosso al misero vallone, 
su per la ripa che il cìnge d'intorno 

9 attraversando senza alcun sermone. 
Quivi era men che notte e men che giorno, 

si che il viso m'andava innanzi poco; 



XXXI 1. Una medesma eco. La stessa 
lingua, qneUa di "y^igìlio, prima mi pansé oon 
le parole di rimprovero (Inf, xzx 181-1S2) si 
che divenni tatto rosso per la vergogna, e 
poi mi racconsolò oon le cortesi parole di 
conforto e d'amorevole ammaestramento (Inf, 
zxx 142-148). — 4. Ces( od' lo eoo. Allade 
alla lancia di Feleo e di Achille sao figlio, 
della qaale Csvoleggiarono gli antichi (cfr. 
Ovidio, Mèi. xm 171, Trid. v 3, 15, Bem. 
amar, 47) che al primo colpo feriva e oon on 
altro risanava la ferita, onde i poeti del tempo 
di Dante volentieri paragonarono il bacio o 
lo sguardo della donna alla landa di Peleo 
(c£r. BuU, VI 62); p. es. Chiaro Davanzali 
(D'Ano. IV 289): « Cosi m'aven com Feleus 
sua lanza, Ca del suo colpo non potea om 
guerire, Ifontre ch'un altro a simile sembian- 
za Altra fiata non ù Cnciea feiìre » ; Giovanni 



dall'Orto (VaL II 101) : « Peleo oon sua lan- 
cia attossicata Ferondo, l'uomo non potea 
guarire Se non lo 'nde ferisse altra fiata », 
eco. Si veda anche il Moore, I 802-308. — 
6. prima ecc.: cosi Ovidio, lùm. am, 44: 
« Una manus vobis vulnus opemque ferrot ». 
— mancia: dono, regalo, e qui per esten- 
sione di significato indica in genere tatto 
ciò che d dato (cfr. Bar. v 66). — 7. Kel 
demmo eoe I dne poeti, voltando le spalle 
alla decima bolgia, si accingono ad abbando- 
nare l'ottavo cerchio attraversando il largo 
ar^e ond'esso è separato dal nono, che va- 
neggia nel centro di Malebolgo : cfr. .Bt/l xvm 
4-6. — 10. <{aÌTl era ecc. H luogo era oscoio, 
com' d il mondo nel crepuscolo della sera, 
allorchó il giorno chiaro è finito e non è an- 
cora la notte profonda ; di guisa che la mia 
vista non ardvava a distinguere molto in là : 



INFERNO - CANTO XXXI 



237 



12 ma io senti' sonare un alto comO| 
tanto ch'ayrebbe ogni tuon fatto fioco, 
che, contra sé la sua via seguitando, 
15 dirizzò gli occhi miei tutti ad un loco: 
dopo la dolorosa rotta, quando 
Carlo Magno perde la santa gesta, 
18 non sonò si terribilmente Orlando. 
Poco portai in là volta la testa, 
che mi parve veder molte alte torri; 
21 ond'io: € Maestro, di', che terra è questa? > 
Ed egli a me: « Però che tu trascorri 
per le tenebre troppo dalla lungi, 
24 awien che poi nel maginar abborrL 
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, 
quanto il senso s'inganna di lontano; 



efr. Hoore, I 84. — 12. m» lo Muti' eoo. 
au la mìa attenzione fu attirata da on mono 
fi corno cosi «Ito che aviebbe laperaco qna- 
ianqoe più romoroso tuono. — ■■ alte eerao: 
comò die arerà enono alto, forte; al coi pa- 
ngme il toono sarebbe pano di fioca Tooe. 
— 14. ehe eoatra wé ecc. il quale enono fece 
Tolgere a un sol pnnto tutta l'attenzione del 
Biei occhi, ohe segoitayano la direzione oon- 
traria a quella del suono. — seffaltandot il 
gerundio nel senso del participio ò assai 1^ 
quante in Dante (es. F. N. m 49, Pmg. ix 
88, X 66, Par, zym 46) e negli altri scrittori 
sntichi; cosi il Petrarca, oanz. oxzn 16: 
« Ch' amor qoesf occhi lagiimando chiuda », 
e canx. caos 17 : e Pian di raghecza giove- 
nfle ardendo » ; il Boccaoeio, ijéo. g. m n. 8: 
« k> Teglio della montagna quando alcun yo- 
kra domoìdo mandare nel suo paradiso » ; 
rAiiosto, OrL ZI 68: e che lalaaoiò neU'isoIa 
domendo», eoe — 16. éopo la doloresa 
ece. Nella Ohammm d» JZo&mì, H più antico 
e il più beDo dei poemi medioeyali francesi 
sulle leggende caiolinge, si racconta lunga- 
mente come Oliando sorpreso con la retro- 
guardia fianca da un numero sorerdhlante di 
laiaoeni nel passe di Bondsralle aiErontasse 
arditamente 1 namlol, e dopo arere egli e 1 
suoi compagni combattuto con grandissimo 
rakffe e Tedutf al suolo la maggior parte dei 
suoi A decidesse a chiamare in soooorso Carlo- 
magno, ohe era già molto lungi con il grosso 
dell' eeer d to; allora recandosi alla bocca il 
corno che eoleya portare, tÌ die dentro a 
gran flato : « Rolando ha messo il corno alle 
sue labhn,-egii l' imbocca bene e lo suona di 
potente flato : 1 poggi sono alti e il suono Ta 
ten lontano, reco lo r^erouoteatrenta leghe, 
e Cado e tutto l'esercito l'hanno inteso » {Oh, 
itBoL^ ed. dlL.Gaatier,yT.1768e8egg.): 



ma Orlando si vede cadere intomo a uno a 
uno tutti i compagni e muore prima che ar- 
ririno sul campo i franchi accorsi in aiuto. 
— 17. la santa gesta: i paladini che mori- 
rono combattendo coatro i nemici della fède; 
questo è il senso che gli antichi commenta- 
tori. Lana, Ott, Beor., Buti, An. flor., eoe 
rilevarono nell'e sp r essi one dantesca, ed è 
conforme al «ignifloato che nei poemi e ro- 
manzi carallereechi ebbero V it ^asto, e il fr. 
ffeal», cioè fkunigUa o stirpe eroica (Dies 161) : 
cfr. L. Gautier, Let fipapif fintifoiutf Pa- 
rigi, 1878, ToL I, pp. 899-409 e Del Lungo, 
DarUa, H 487-611. - 19. Pece portai eoo. 
Dopo poco tempo eh' io tenera la testa Terso 
la parte ond'era yenuto il suono, mi parve di 
vedere delle alte toni eco. — 21. che terra 
ecc. che città d queeta? A Dante, nell'oscu- 
rità del luogo, ò parso di vedere delle torri 
intomo all'argine, ma sono invece giganti : 
pur è naturalissima la domanda ch'egli rivol- 
ge a Virgilio, rioordandoei d'un'altra città 
munita di torri da lui veduta in infamo (cf^. 
Jnf, vm 67 e segg.). — 22. Però ecc. Vo- 
lendo guardare troppo innanzi in quest'aria 
tenebrosa ti accade di fhre giudizio erroneo 
deUe cose che tu vedL — 28. dalla Inagt i 
da lontano ; ctt, V. N, zziv 66 « da lunga 
parte». — 24. maginar: imaginare: esteeo 
qui a indicare la facoltà di disoemere, giu- 
dicare. — abborris confondi nella tua mente 
cose disparate, e cosi ti allontani dal vero : 
ò il vb. stesso che abbiamo trovato in Iitf, 
XXV 144 oon un senso die gli era usuale, come 
dimostra il Parodi, Bull, IH 140 con l'esem- 
pio di F. degU Uberti, DiU, n 81 : e ìfara- 
vìglia sarà se riguardando La mente in tante 
cose, non abborri ». -^ 26. Tu vedrai ecc. 
Quando tu sarai giunto colà ove sorgono 
quelli che ti sembrano torri, conoscorai bone 



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DIVINA COMMEDIA 



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però alquanto più te stesso pungi >. 

Poi caramente mi prese per mano 
e disse: « Pria che noi siam più avanti, 
acciò che il fatto men ti paia strano, 

sappi che non son torri, ma giganti, 
#e son nel pozzo intomo dalla ripa 
dall'umbilico in giuso tutti quanti >. 

Come, quando la nebbia si dissipa, 
lo sguardo a poco a poco rafiSgura 
ciò che cela il yapor òhe l'aere stipa; 

cosi forando l'aura grossa e scura, 
più e più appressando y6r la sponda, 
fuggiemi errore, e cresoemmi paura: 

però che, come in su la cerchia tonda 
Montereggion di torri si corona, 
cosi la proda ohe il pozzo circonda 

torreggiayan di mezza 1^ persona 
gli orribili giganti, cui minaoffla 



quanto il moio délU Tista ■* inganni nal fax 
giadizio delle ooae lontanew — 27. ^rò eoo. 
perciò affrettati alcun pooo. — 28. Poi eai»- 
meate eoo. Virgilio con atto affsttooao prende 
Dante per mano e oon opportune parole lo 
predispone a vedere i giganti ti ch'egli non 
abbia poi a temerne, e Oon qneef atto, dice il 
Biag., di prendflrio Virgilio per mano, Tiiol 
mostrale il poeta quale esser debbo l'uomo 
veiBO ohi errò, • lavò poi il suo difetto > : 
ma forse Danto non ebbe idtra intonsdoneftior 
che di rappresentare la condizione di chi vuole 
predisporre altri a uno spettacolo stnoio, che 
accompagna le sue parole con atti oàreaMYoli 
e amorosi. — 81. giganti: questi esseri mo- 
struosi, ohe abusarono della loro foxsa prodi- 
giosa IcTHìdosi in Tazio modo contro la divi- 
nità, sono collocati da Danto intomo aUe pa- 
reli del posso infernale, sulla linea di sepa- 
razione fira ìfalebolge e Oocito, Ara l'ottaTo 
cerchio ore sono puniti i fraudolenti e il nono 
ove sono raccolti i traditori : quanti fossero 
questi giganti del pozzo U poeta non dice, 
nominando per altro Nembrotto, Briareo, 
Eaalte, Tizio, Tifeo e Anteo; ma forse orano 
nove e ciascuno aveva il suo luogo in eom- 
spondenza ad uno de^ ordini di ponti attzar 
versanti ìlaiebolge (ofr. Inf, xvm 16). Se- 
condo il Moore, I 178, r idea di collocare i 
giganti nel fondo dell' inferno fu suggerito a 
Danto dai versi di Virg. J^ VI 680-581. — 83. 
e sea nel fosso eoo. dall'ombelico in su essi 
sovrastano all'argine che cinge intomo il poz- 
zo, dall'ombelico in gid sono dentro al pozzo 
erroneamente il Butt intese ohe da 
I il ooipo i giganti fossero confitti nella 



ghiaccia, mentre invece posavano sovr'easa 
i piedi (cfr. i w. 143 e segg.). — SA. Covm, 
qvande eoo. Cobm avviene al dissipanii della 
nébbia, che la visto va diaoemendo via via 
pl6 nettamento i contorni dalle oose, prima 
nascosto dal vapore diltaso nell'aria. — 87. 
forando l'avrà eco. penetrando meglio oon 
lo sguardo per l'aria fittamaato oscura, di 
mano in mano eh' io procedeva vene la spon- 
da del peno. — 89. fkgfi«d errore ecc. ai 
dileguava l'eoonea opinione che quelle fos- 
sero torri, e la visto delle gigantesche figure 
accrebbe la paura già suscitata in me dallo 
parole di Virgilio. — 40. oome Usala oer^ 
ehla eco. Montaveggioni {eadntm ìùmtU ra- ' 
giomià) ò un castello senese in Val d' Elsa, 
innalzato nel 1218 a difesa dei confini contro 
Firenze e rimasto in piedi, come forto arnese 
di guerra, sino alla caduto della libortà senese 
nel secolo xvi: la sua cinto circolare di oltre 
un meszo chilometro em coronato di quat- 
tordici grosse torri, ora pareggiato quasi tutto 
alle mura alto dna venti metri; e sulla cima 
del colle isolato doveva nel suo stato pri- 
miero oflHre ai passeggeri un singolare spet- 
tacolo e agli esecciii nemici una forto resi- 
stensa (cfr. Bepetti m 601 ; Aqaaione, DanU 
in 8<0na, pp. 78-78; Bassecmann, p. 818). 
— 42. eosi la Koia ecc. cosi gli orribiU 
giganti, cui Giove fk ancora sentire fe sua 
minacce nel tuono, sorgevano a guisa di 
torri con la metà dei loro corpi sulla sponda 
che droonda il pozzo. — 48. terreggiafiM : 
del vb. tonaggian dice l' Ott che « è formato 
da questo torri che faoeano a questo poszo li 
giganti » ; e Benv. lo spiega nd senso di eizw 



INFERNO - CANTO XXXI 



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Giove del cielo ancora, quando tuona; 
ed io scorgeva già d'alcun la fìtccìa, 

le spalle e il petto, e del ventre gran parte, 

e per le coste giù ambo le braccia. 
Natura certo, quando lasciò l*arte 

di si fatti ammali, assai fe' bene, 

per tórre tali esecutori a Marte; 
e s*ella d*ele£emti e di balene 

non si pente, chi guarda sottilmente 

più giusta e più discreta la ne tiene: 
che dove l'argomento della mente 

s'aggiunge al mal volere ed alla possa, 

nessun riparo vi può £bt la gente. 
La fietccia sua mi parca lunga e grossa, 

come la pina di San Pietro a Roma; 

ed a sua proporzione eran l'altr'ossa: 
si che la ripa, ch'era perizoma 

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto 

di sopra che di giungere alla chioma 
tre frison s'averlan dato mal vanto; 



oaaiin a modo di toni, il BnA meno bene in 
^wOo di apparire oome tocre, aoigere. — 46. 
«•Tt eee. Si rioordi la battaglia di Flagra, 
liudo fl le degH del ftilmind i figU della terra 
Imtiii contro di lai (ofr. Inf, ziv 56). — 48. 
• per le eotte eoo. e le braooia Inoperoee, 
adenti gii lungo i fianchL — 49. Natira 
certe eec Bene prorride la natura qnando 
cesfò di p io d i u re ooe( tetti oeseri animati, i 
Tisnti, to^iendo in tal modo tali esecutori 
di ICirte, doè combattenti cosi podorod ohe 
snebberò oppreeeo gfi nomini. — 52. e f *ella 
«ce. e se la natora non ha cessato di pro- 
darre grsndi mostri, come sono g^ elefanti e 
le Mene, ohi ben oonsideri la giudicherà 
giusta e saTla, poioh6 essi non sono fomiti 
di ngione e però non poesono arrecare gran 
«ale. — 65. éké iere ecc. mentre invece 
quando farma del ladoeinio si oongionge al- 
l' intenzione di ftre il male e alla forza di 
attuilo, gfi nealni non poesono opporre al- 
con» efficace resistenza. Sopra il sigTiiflcato 
di mf o rnuUu cfr. Moore, I 101. — 56. t* aff- 
finge ecc. : cfr. Inf, xxm 16 e Pyrg, v 112. 
-88. ia fieela na eco. La faccia di Nem- 
<>nitte, U primo gigante rodato da Dante (▼. 
^ en grande come la pina di bronzo, oonser- 
ntn a Boma ed alta olrca quattro metri (ai 
tanpi di Dante era rotta e malconcia; il 6a- 
HM It dice alta elBqoe braccia, tioè metrt 
3^; ora ò m. 4,28). — 69. la plaa 41 San 
'Ittre eec La Iknoaa pina di braizo, ohe 
^Btoanente orasra seeoiido alevnt il nuraso- 



leo di Adriano e secondo altri il Pantheon, 
era stata collocata ai tempi del ponteioe Sin^- 
maoo (496-6U) innanzi all'antica basilica Ta- 
ticana, snUa piana di a Pietro; e Ti rimase 
ancora per molto tempo dopo Dante, poioh4 
solo nel secolo xvi fa trasportata presso il 
palazzo di Belvedere e pi6 tsrdi eolia scala 
del Bramante, ove adesso si trova (ofr. S. Q. 
Visconti, ifiifeo F6o ChmmUno, voL VII, p. 
75; A. Monti, Dani» e Amia, pp. 18 e segg.) 
— 60. e4 a saa ecc. e le altre membra erano 
in proporzione alla facda. Molto si aflktica- 
rono gì* i n t e rpreti a determinare qnale foese, 
neUa mente di Danto, Taltesza preoiB»dÌ 
Nembrotto; ma i calcoli riosdrono a oondn- 
sioni troppo disparate: tuttavia, se la fMoia 
era oome la pina e tre fHsoni posti l'nno sul- 
l'altro male avrebbero potato awiolnarsi alla 
cima di qaolla parte die to r regg ia va sopra 
l'argino, si jmò appsoesimatIvaoMnte indicare 
un'altezza di circa venti metri, dalla tasta ai 
piedi. — 61. ti ék» la ripa eco. in modo ohe 
la ripc^ die ricopriva da meszo in gid i gi- 
ganti, lasciava veder tanta parte del corpo 
di Nembrotte, che era più alta di tre altìs- 
simi uomini messi l'uno sull'altro. — peri- 
zoma: voce greca, ohe significa la veste ohe 
ricopre la parte inferiore del corpo; ò osata 
qui a indicare che l'argine nascondeva i gi- 
ganti dal mezzo in gid: più tosto ohe dal 
groco, Dante potò togliere questa voce dalla 
vulgata {Ootm, m 7), ove indica la vesta 
d'Adamo e d'Eva fatta di foglio. — 64. frlsent 



240 



DIVINA COMMEDIA 



però ch'io ne yedea trenta gran palmi 
66 dal loco in giù, dov'uom s'affibbia il manto. 
« Bafel mai amech isàbi almi >, 
cominciò a gridar la fiera bocca, 
69 coi non si conyenian più dolci salmL 
£ il duca mio ydr lui: € Anima sciocca, 
tienti col corno, e con qnel ti disfoga, 
72 quand' ira o altra passion ti tocca: 
cercati al collo, e troverai la soga 
cbe il tien legato, o anima confusa, 
75 e Tedi lui che il gran petto ti doga ». 
Poi disse a me: « Egli stesso s'accusa; 
questi ò Nembrotto, per lo cui mal coto 
78 pure un linguaggio nel mondo non s'usa. 
Lasciamlo stare, e non parliamo a vóto: 
che cosi è a lui ciascun linguaggio, 



i friioiii o abitanti della Fiìsia, nella Qenna- 
nia, erano dagli antichi tenuti per 1 più alti 
tra 8^ noBdni. — 66. lo ne fedea eoo. io 
vedea del ooxpo di Nembrotte, oltre la teita, 
tatto il tonato dalla gola all'ombelloo, per la 
Innghena di oltre trenta palmi : il palmo, 
antica mianra lineare, era prÌBn*a poco diren- 
tiqnattro centimetri, ■( ohe trenta palmi sa- 
laimo all'indroa tette metri, ai qnali agginn- 
gando i tre deUa tetta ti ha die Nembrotte 
misoTava nna diecina di metri dall' omboUoo 
in ta (ofr. la nota air. 60). ^ 67. Bafel mai 
eco. Tatti gli antichi commentatori (Bambtgi., 
Luìa, OtL, Beny., Boti, An. fior., Land., Veli, 
ecc.) aflérmaxono ohe qaette pvole non tono 
tìgidicatiye, ma potte per dare on'idea della 
conAiaione babelica del lingoaggi; tottaria i 
moderni, come già per le parole di Flato ( W* 
vn IX ti afBuinazono a ricercarne U tento, 
mettendosi coti in manifiMta oontradisione 
col poeta il qdale & affnmare a Virgilio ohe 
il lingnaggio di Nembrotte a mOh èfutair, 
81). n prhno (oltre i trecentltti deriti daBeny.) 
a tentare la spiegazione di qnette parole fa 
a. Ventai! (cfr. StiM intdUi tu Danto, iV 
lenie, 1845, p. 87), tecondo il qaale ette ta- 
lebbero yool dei yail dialetti ebraici e yar- 
robbero: « Per Dio ! o poter di Dici perché 
io in qnetto profondo? Toma indietro, na- 
sconditi > ; poi M. Land, DitmHaaiom éuì 
mrti di Nmfò. e Pt., Boma, 1819, le tenne 
per yod arabe: e Esalta lo tplendor mio nd- 
Tabiato, ticoome lìfolgorò per lo mondo > ; 
pd ahri altro ftntaatioaiono, ma certo par- 
larono a yooto (ofr. Ferrani, 11806, IV 162- 
167, V 76, e Butt. Vna68). Acute conside- 
razioni fa ta qaetto yerto il B' Ovidio, pp. 
496-498, in relazione alle idee di Dante talla 
natora dd lingnaggio. — 69. plif dolel tal- 



mi: pardo più ddd, pid amane. — 71. 
tienti eoi eomo ecc. te ynoi sfogare le tao 
patdoni, toona il tao corno, né parlare ▼»- 
namente, poiché lo tao parole non poaeono 
ettere inteee da alcuno. — 78. togai Bnti: 
e la coreggia, dd coatto piena, come d Ik 
a* moli che portano le some » ; e non Tadl 
dire fune, come tpiegano donni, ti nn groato 
legacdo di cado (Diei 297). — 75. e vedi 
ecc. e yedi il corno che ti segna d'nna stri- 
sda sai petto: il yb. dogan deriyato da doga 
(ofir. Airy. zn 106) yale listare, segnar d'nna 
strisda. — 76. Egli stésso eoe Le sne pa- 
role inintelligibili manifestano chi egli ma. 

— 77. onesti k Hemkroltot Nembrot perso- 
naggio biblico (G^ z 8, ZI 1-9), capo dd él- 
toendenti di Oam e primo re di Babilonia, fd, 
secondo la tradizione patiistioa (cfr. Mooro, I 
78X il promotore della oostnuione della gran 
torre di Babde, onde nacque la oonftisìone 
dd linguaggi (ofir. Pmf, zu 84). Dante, D9 
viiìg, tloq^ I 7: cPtaesumpsit in corde ano 
incarahilis homo sub persuasione Gigantia, 
arte sna non solnm superare Natorsm, sed et 
ipsom Natursntem, qui Deus est; et ooepit 
aediilcare torria in Sennaar, quae poetea 
dieta est Babd > . — far lo eil mal firn ecc. . 
per il cuimal pensiero d'edificsze qudla torre, * 
non s'usò più nd mondo un sdo linguaggio; 
cfr. Dante, D$ vulg, tloq» 1 7: < oaditus tanta 
confDsione percasd sunt, ut qui omnes una 
eademque loquela deserviebaat ad opua, ab 
opere multls diyersiflcati loqadis desinerent ». 

— eotei pensiero; yooe usata anche in Air. 
m 26: sulla sua origine cfr. V. Nannuod, 
Sopra la parola coto usato da IkmU, Firenze, 
1889, Dies 103 e Parodi, Bua. misi. ^79. 
a yòte: inutilmente; cfr. Nf, ym 19. ^ 80. 
chtf cosi è eoe poiché come ogni umano Un- 



INFERNO - CANTO XXXI 



241 



81 come il suo ad altrui, ch'a nullo è noto ». 
Facemmo adunque più lungo viaggio 
volti a sinistra; ed al trar d*un balestro 
84 trovammo l'altro assai più fiero e maggio. 
A cinger lui, qnal che fosse il maestro, 
non so io dir,, ma ei tenea succinto 
87 dinanzi l'altro, e dietro il braccio destro 
d*una catena, che il teneva avvinto 
dal collo in giù, si che in su lo scoperto 
90 si rawolgea infino al giro quinto. 
« Questo superbo voU'esser esperto 
di sua potenza centra il sommo GKove, 
93 disse il mio duca, ond'egli ha cotal morto. 
Fialte ha nome; e fece le gran prove, 
quando i giganti fèr paura a' dèi: 
96 le braccia, ch'ei menò, giammai non muove >. 
Ed io a lui: « S'esser puote, io vorrei 
che dello ismisurato Briareo 
99 esperienza avesser gli occhi miei >. 
Ond'ei rispose: € Tu vedrai Anteo 



ffuggio non ò intaso d» Ini, ooi( il suo a 
tatti ignoto non ò intaso dogli «ItiL Se Nem- 
hrotte non oapiaoe alonn lingaagglo, pnd pa- 
rere ftnno cha Virgilio gli abbia parlato (tt. 
70-76) ; ma li dere intenderò che le eoe pa- 
nda dano dette in modo ohe dalla oondta- 
lione, e non dal aenao, Nembrotte comprenda 
ohe Virgilio ^ impone fi tacere : mentre poi 
in lealtà le parole TirgUiane sono piuttosto 
una ^tegaaione Oittta a Dante. — 82. Fa- 
eemme eoe Virgilio e Dante, non volendo 
fermaial con Nembrotte, pass ar ono oltre sol-* 
l'argine rolgendo a sinistra (si ricordi ohe 
prima lo p e mu i e r a no in senso trasrersale : 
cfir. T. 0) • * n<A mcdta distanza trovarono 
on altro gigante. — 88. al Irar d*an bale- 
stre: a un tiro di balestra. — 84. l'altre: 
il secondo gigante autd pìA fiero e maggio 
(efr. Inf, VX 48) di Nembrotte, òSflalte, figlio 
di Nettano e di Tflmedfa, il quale insieme col 
ùateUo Oto Ai dei piA ieri e aodaoi nella 
battaglia contro Giove; onde Orado, Od, m 
4, 48: « Hsgnnm iDa teirorem intoleret levi 
Fidens inventos horrida braohiis, Fratresqoe 
teadentes opaco Pelion imposniase Olympo » : 
Dante potè conoscerio dal commento di Servio 
«U* Ak VI 776. — 86. ▲ eingar eco. Non so 
cU foese il maestro che lo incatenò; ma egli 
teneva legato il bracdo sinistro svi petto e il 
destro al tergo ctm mia catena che lo avvol- 
gerà più vcdte dal collo in gid. — ^val che 
«Mae ecc.: efir. ^/. XV 14. — 89. s£ Aa In 
sa le seeperte ecc. si che in qnoUa parto 

DA2m 



del corpo, che rimaneva foori d^ pone, i^ 
perivano dnqne giri di catena. — 91. volle 
essere ecc. osò di far prova della sua tank 
contro Qiove. — 92. semme Gieve : con que- 
sta eepressione nel Pm§, vi 118 ò indicato il 
Dio cristiano, mentre il re de^^ dei pagani ò 
designato per lo pid col solo nome {Inf, ziv 
62, Putrg, xxa. 120, xzzn 112, P», tv 62 e 
in questo canto si v. 46); qui Denta accenna 
certamente al dio pagano contro il quale E- 
flalte combatté, considerandolo come la per- 
soniflcasione del concetto della suprema di- 
vinità; perdo eg^ <"*g*"* puniti in inferno 
coloro che ai levarono contro Giove. » 04. 
e face le gran prore eoo. Efialte e Oto fo^ 
reno quelli che sovrapposero il monte Ossa 
al Polio per raggiungere il cielo (cfr. Igino, 
Fabul, xxvm); che fti la prima delle grandi 
prove contro gli dei. — 97. lo vorrei eco. 
vorrei ohe i miei occhi vedessero la smisu- 
nta figure di Briareo. — 98. Briareo: figlio 
di Dreno e della Terra, fu uno dei tre giganti 
oentimani, chiamato da Stazio, Th, n 696 
« immensns Briareus ». Virgilio, En, x 664 
cosi lo descrive: e Aegaeon quaJJs, oentum 
cui brachia dicunt, Gentenasque manus, quin- 
quaginta oribus ignem Fectoribusque arsisse, 
lovis quum fblmina contre Totparibns stre- 
peret dypeis, tot stringeret enses ». — 100. 
▲ateet figlio di Nettuno e della Terra fu 
anoh'egli gigante ismisureto, alto sessanta 
braccia; non pot6 partadparo alla guerra con- 
tro Giove, perché venne al mondo dopo la 

16 



242 DIVINA COMMEDIA 



presso di qui, che parla ed è disoiolto, 
102 che ne porrà nel fondo d*ogni reo. 
Quel che tu vuoi veder più là è molto, 
ed è legato e fìbtto come questo, 
105 salvo che più feroce par nel volto >. 
Non fii tremuoto già tanto rubesto, 
che scotesse una torre cosi forte, 
108 come Flalte a scotersi fu presto: 
allor temett'io più che mai la morte, 
e non v*era mestier più che la dotta, 
111 8* io non avessi viste le ritorte. 
Noi procedemmo più avanti allotta, 
e venimmo ad Anteo, che ben cinqu'alle, 
114 senza la testa, uscia fuor della grotta. 
« O tu, che nella fortunata valle, 
che fece Scipion di gloria reda 
117 quand'Annibal co' suoi diede le spalle, 
recasti già mille leon per preda, 
e che, se fossi stato all'alta guerra 
120 de' tuoi fratelli, ancor par eh' e' si creda 
^he avrebber vinto i figli della terra; 
mettine giù, e non ten vegna schifo, 



bftttagliA di Flegns xiooonta di Ini Locano, ■aie1>b«ro dunque poco pl6 di setta metri. ~ 
Faf^. IT 690 e segg., oh' egli arerà la laa lU. gretta: la rooda che forma l'aigine tra 
spelonca nella valle del Bagrada presso Zama, TottaTO e il nono cerchio; cfr. Jn/. zxi 110. 
ove pasoevasi di leonL — 101. ehe parla: — 115. ta eoo. Anteo, come s'd detto, 
che parla on Ungnaggio umano, che pad es- aveva la sua spelonca nella fortuntUa vaiU dal 
sere inteso da noL — lOB. Qvel ecc. Briareo, Bagrada presso Zama, dove P. Cornelio Boi- 
che ta vorxeeti vedere, ò molto più lontano ; pione si rese glorioso riportando sopra Anni- 
egli è Catto oome Bflalte e legato come lai, baie la grande, vittoria ohe pose fine alla se- 
salvo che il soo aspetto è più feroce: ofir. oonda gaerra panica. — foriaaate: ooif ohla- 
Laoano, FàrM. tv G96 « Briareos férox >. » ma il paese dove Scipione riasci vincitore, 
106. Kea fa ecc. Nesson terremoto fa mai oome già Jhf, xzvm 8 ha detto la fortunata 
che cosi violentemente scotesse i pid forti Una di Faglia, per aooennaie agii stzaordi- 
edifici, oome Eflalte si scosse a sentir le pa- nari avvenimenti di cai fii teatro. — 116. 
role di Virgilio (v. 106) ; perché egli voleva reda : erede ; ctr, la nota al Purg, vn 118.— 
avere sovra tatti i giganti il vanto della fé- 118. reeasti eco. Lacano, Ì7brt.iv601: « Haeo 
roola. — HO. • bob v' era ecc. e s' io non ilU spelanoa domas; lataisse sab alta Bope 
svessi veduto le catene, die tenevano avvinto ferant, epnlas raptos habaisse leonas ». — 
il gigante, solamente il sno soaotersi sarebbe 119. • che, se fossi eoo. : anche qaesta lode 
•bastato a farmi morire di paura. — la dotta: che Virgilio dà al gigante, qaasi per conci- 
la paoza; dotto, oome doUanxa ò dal vb. dot- liarai la sua benevolenza, ò un ricordo di La- 
tore, dubitare, temere. — 111. ritorte : ca- cane, il quale parlando della Terra, madra di 
tane; sul senso proprio di questa voce cfr. Anteo, dice (flirt, tv 696): «ooeloque pe- 
Ji^, za 27. — 112. aUoCla : allora; cfir. Jnf. pendt, Qaod non Fhlegraeis Antaeom sustulit 
V 68. — 118. elle I^b eoo. ohe usciva dal arvis». — 120. ancor par diV si «rcdax 
poBo per pid di cinque alle, senza contar la ò ancora opinione d'alcuno; ofr. locuzioni si- 
misura del capo : Valla (frane. halU; oflr. Diez mili in Inf. zn 42, zvn 108. — 122. aMttlBe 
609), dice l'An. fior., e è una misura in Fian- ecc. calaci sul fondo di Codto, e non avere 
dra, come nd didùno qui eannat eh' è in- a sdegno di rendere questo servigio a noi ohe 
tono di bnoda due e mezzo > ; dnqae alle siamo cosi pioooli al paragone delle tue biao. 



INFERNO - CANTO XXXI 



243 



123 doTe Oocito la ù-eddura serra. 
Non ci far ire a Tìzio né a Tifo: 
questi può dar di quel che qui si brama; 
126 però ti china, e non torcer lo grifo. 
Ancor ti può nel mondo render &ma, 
ch'ei vive e lunga vita ancor aspetta, 
129 se innansi tempo grazia a sé no '1 chiama ». 
Cosi disse il maestro; e quegli in fretta 
le man distese e prese il duca mio, 
132 ond* Ercole senti già grande stretta. 
Virgilio, quando prender si sentio, 
disse a me : « Fatti in qua, si eh' lo ti 
135 poi fece si che un fascio er*egli ed io. 
Qual pare a riguardar la Carisenda 
sotto il chinato, quando un nuvol vada 
188 sopr'essa si che ella incontro penda; 
tal parve Anteo a me, che stava a bada 
di vederlo chinare, e fu tal ora 



prenda 



da. — 123. CadM: cfr. Inf, tttt 22 e segg. 
— 12A. HOB el fkre eoo. Non roleie ohe uu 
diano a xichiedere di tale aeryigio aloano 
degli altri giganti ohe etanno intorno al pozzo. 
^ I1k̫: uno del giganti ohe moesero gaena 
a Qiore, morto folgorato da Apollo per ayer 
tentato Latona. cft. Virgilio, .BH. vi 694 e 
ngg.; Gridio, Met, iv 467 e segg.; Laoano, 
Ars. IT 696. — Tifo: Tifeo, gigante fQlmi- 
Dito da Oiore e sepolto nell' Etna (cfr. Pur. 
fm 70). — 126. «sesti piò dar eoo. il mio 
esondo ancora tìto, pud xinfre- 
I nel mondo la fama dei dannati, ohe di 
dò hanno gran deddeiio (ofr. Inf. n 89, xni 
76, XT 119, zn 82, zxnn 106 eoo.). ^ 126. 
le grlfe: il muso. Bene osservò lo Scart. 
die il poeta pare voglia f&rd intendere ohe 
€ il fiero gigante torcesse veramente il grifo 
•n'adire le parole di Virgilio, e che tale atto 
di dispregio indncesse qoesf ultimo prima 
a rinfacciargli la bestiale sua superbia, poi 
a ripetere di nnovo e pid estesamente la la- 
dnga die Dante vivo gli darebbe fama su 
nel mondo >. — 128. e liaga vita eoo. es- 
sendo pervenuto al « mezzo del cammin di 
nostra vita », egli ha speranza di vivere an- 
cora lungamente, se la grazia divina non lo 
chiami a eé prima del termine naturale del- 
Teeistenza amena. — 182. oad'Kreele ecc. 
con quelle mani, dalle quali Ercole si senti 
fòrtemente afferrare qaando lottò con Anteo ; 
cfr. Locano, .Fbrt. iv 617: e Conseruere ma* 
nos, et molto bnohia nera»; ivi 688: cCon- 
stitìt Alddee stopeteetns robore tanto ». — 
136. pei flsee eco. poi mi abbracciò si che era- 
vamo come legati insieme in un solo fascio. — 
186. <{oa] pare eoe L' inchinarsi dtAnteo per 



deporre i dae poeti sulla ghiaccia di Oocito 
richiama al pensiero di Dante un fktto da lai 
osservato in Bologna, sulla piazza di porta 
Bavegnana, dove sorgono le due torri dei 
Qarisendi e degli Asinelli, la prinm delle quali 
per la forte inclinazione che ha verso oriente 
pare cadere addosso a chi la guardi di sotto 
dalla parte ov'ella pende, allorohé dall'altra 
parte trascorrono per il dolo le navolo : e da 
questo fatto singolare trae una similitudine 
di grando efficacia, specialmente per chi, 
avendo esperienza della cosa, ne vede ravvi- 
vata ai saoi occhi l' imagine per le scultorie 
parole del poeta. — la Carisenda : ò la fa- 
mosa torre elevata nel 1110 da Filippo e Oddo 
dei Oarisendi e rimasta in possesso dei loro 
discendenti sino al 1418 : ai tempi di Dante 
era già isolata nel mezzo della piazza di porta 
Bavegnana, essendo state abbattute a spese 
pnbbliche nel 1286 molte case che la circon- 
davano; ma era molto più alta, poiché solo 
nella seconda metà del sec. ziv fu fatta moz- 
zare da Giovanni d'Oleggio signore della città. 
Ora è alta metri 47,61 ed ha verso levante 
uno strapiombo di metri 2,37, derivato da un 
abbassamento del terreno (cf^. Qi. Qozzadini, 
DM6 torri gentUixU, pp. 271-2W). — 137. 
qoaodo oo anvol ecc. Bassermann, p. 213 : 
« La descrizione ò cosf chiara, e ad ontadolla 
sua grandiosità e arditezza per so stossa tanto 
evidente, che non ha bisogno nò di ossero 
verificata nel fktto né di essere commentata » . 
Tuttavia ò da notare la frase $Ua incontro 
penda^ doò la torre abbia la sua pendenza nel 
senso opposto al cammino della nuvola. — 139. 
stara a badax badava, guardava attentamen- 
te. — 140. e fk tal era eoe. e fu on momento 



244 



DIVINA COMMEDIA 



141 



145 



ch'io avrei volut'ir per altra strada: 
ma lievemente al fondo, che divora 

Lucifero con Q-iuda, ci sposò; 

né si chinato li fece dimora, 
e come albero in nave si levò. 



O06f pauroso che io avrei voluto essere per 
un altro cammino. — 142. al fondo eoo. sopra 
la ghiaccia di Codto, nella qnale sono con- 
Ulti i traditori e Lucifero. — 143. sposò : 11 
vb. sponv, lat. «xponere, nel senso di deporre, 
posare ò anche in Inf. zec 180, usato per un 
atto simile a questo. — 146. o eome eoe si 
levò sn con la gravezza di movimento onde 



si drizza un albero sopra la nave. Venturi 
868: e La similitudine dipinge Fatto; e i 
suoni del verso, aperti sul primo e vibrati 
sull'ultimo, per mostrare e ran^iem dell'ar- 
co descritto dal eoxpo di Anteo nel soQevaxsi, 
e la fermezza in cui questi tomd iqppena A& 
diritto, aggiungono all'arte quel dio SI ] 
nello non pud ». 



CANTO xxxn 

Nel primo giro del nono cerchio, la Caina, Dante e Virgilio trovano 
tm i traditori dei parenti Camiclone del Pazzi, e nel secondOi PAntenora, 
fra i traditori politici, Bocca degli Abati ; dai quali hanno notizia de! ri- 
spettivi compagni : da ultimo incontrano Ugolino della Gherardesca e Rag- 
gieri degli Ubaldini [9 aprile, tra le ore quattro e le sei pomeridiane]. 

S'io avessi le rime aspre e chiocce, 
come si converrebbe al tristo buco, 
8 sopra il qual pontan tutte l'altre rocce, 
io premerei di mio concetto il suco 
più pienamente ; ma percli' io non l' abbo, 
6 non senza tema a dicer mi conduco: 
che non è impresa da pigliare a gabbo 
descriver fondo a tutto l'universo, 



xxxn 1. S'io avessi poc Dovendo il 
poeta descrivere l'ultimo dei cerchi infernali, 
il pid orribile e profondo di tutti, e rappre- 
sentare la condizione del centro dell'universo, 
manifesta il dubbio che la sua lìngua non 
possa prestargli le parole e i suoni conve- 
nienti alla materia (cfr. Inf. xxvui 1); ma la 
sua titubanza accresce nell'animo del lettore 
l'ammirazione per l'arte meravigliosa e vera- 
monte divina, onde Dante, vincendo tutto le 
difficoltà o signoreggiando con la parola una 
delle pid fantastiche fira le sue imaginazioni 
infernali, riosoe a dipingere con efficacia stu- 
penda la paurosa sede del traditori e di Ln- 
ciforo. ~ le rime aspre e ehloecot le pa- 
role di aspro e oscoro snono, aoconce a rap- 
presentare r orridezza del luogo : nel Con». 
IV 2, commentando i versi d'una sua canzone: 
e Diporrò giù lo mio soave stile, Ch'io ho tenu- 
to nel trattar d'Amore, E dirò del valore Per lo 
qual veramente ò 1' nom gentile, Oon runa 
aspra $ sottile >, Dante osserva d'aver detto 



aspra «quanto al suono del dettato ohe a 
tanta materia non conviene essere lene», cioè 
soave e di dolci rime. — eUooee: detto 
delle parole, come già della voce di Fiuto, 
JhA vn 2, significa stridenti, rauche (Dies 97). 
— 2. al tristo baoo eco. al centro dell' In- 
famo, sopra il quale gravitano appoggiandosi 
tutti i cachi infernali e tutto l' universo (ofr. 
Bit. xxex 56). — 4. Io pronerei eoo. io espri- 
merei pid compiutamente la sostanza del mio 
fìsntastico concepimento : il vb. j^wnar», co- 
me il suo composto esprmnsrs (Bar, iv 112), 
qui ha il significato di esprimere, dire a pa- 
role. ~ 7. ehtf non k eco. poiohó non è Ik- 
cile impresa il descrivere il oentro dell'uni- 
verso. — 8. fondo ecc. il luogo che ò oentro 
ecc. ctt. Con», m 6: «questa terra ò fissa e 
non si gira, e. . . essa col mare ò centro del 
cielo » ; dunque il punto su shs DiU sisds 
{Inf. ZI 65) è anche centro di tutto il sistema 
cosmico. Nota il D'Ovidio, p. 614, che questo 
verso « come reminiscenza passata in provBr* 



INFERNO - CANTO XXXH 



245 



9 né da lingua che chiami mamma e babbo. 
Ma quelle donne aiutino il mio yersOi 
ch'aiutare Anfion a chiuder Tebe, 
12 si ohe dal fatto il dir non sia diverso. 
O sopra tutte mal creata plebe, 
che stai nel loco, onde parlar è duro, 
15 me'£o8te state qui pecore o sebe! 
Come noi fummo giù nel pozso scuro 
sotto i piò del gigante, assai più bas3i| 
18 ed io mirava ancora all' alto muro, 
dicere udimmi: «Guarda come passi; 
fa si che tu non calchi con U piante 
21 le teste de' fìratei miseri lassi » ; 



Uo, è Twvto ad tmanen un senso diffé- 
xsBte da qoel che ha doI testo, il senso dod 
di desoiyer da dna a fondo o in Inngo e in 
largo tuUo V nniveno » ; erronea interpreta- 
lidoe, aiutata dall' insolita espressione fondo 
e tetto per dire tf /buio d» tetto eoo. — 9. ■< 
da UifBft eoe. (Somonemente si spiega: nò 
trio da poter essere pienamente compita con 
la lingua daU'nso oomnne nella qoale soriyo 
il mio poema ; efir. Epistola a Gangrande { z : 
< Si ad Bodom loq[aendi [re^idamus], remie- 
sQt est Bodos et hnmiUs, qnia loqnntlo mi- 
gans, in qna et mnliercolae oommnnicant». 
Ma il D* Gridio, pp. 516-519, ha dimostrato 
«he si dere intendere: «questa descrizione 
BOB è impresa da bambino > e ohe qneeta ri- 
dondanza ornamentale è stata per Dante una 
Bsoseùtà dipendente dalla rima. — maa- 
■a e hahbo x chi crede che Dante abbia vo- 
lato aooennare alla lingua dell' nso comune 
ricorda che egli nel JM vulg. etoq, u, 7 eedade 
dall' alto stile le parole puerili « propter sai 
timpliàtatem, ut mamma et babbo > ecc. Assai 
fA opportunamente il D' Ovidio richiama in- 
Tsce i passi del Purg. zi 105, zzm 111, Par, 
zzzm 106-106, il quale ultimo « è la pi6 ac- 
oonoia iUustracione al passo che dice arduo 
U dmento di deaorivere l'ultimo fondo deU' in- 
tano >. — 10. Ma fucile denueeoc Alle Ma- 
ss, già iuTOoate in prindpio di questa cantica 
Uàf, n 7), d raeoomanda il poeta, perché gli 
Tingano in aiuto si che il suo canto risponda 
lUa natura del luogo ch'egli ha a descrivere. 
~ U. ch'alitare eoo. Amfione figlio di An- 
tiope, nella edifloazione di Tebe, traeva gid 
dal Citerone al suono della lira i macigni per 
la costruzione delle mura; cfr. Orazio, Arg 
poi(.8M: «Dictus et Amphion, Thebanae 
ooaditor arda, Saza movere sono testudinis, 
et pceoe blanda Ducere quo vellet >. — 13. 
e sopra tutle eoo. infelidssimi tra i dan- 
nati, ohe siete confitti noli' ultimo cerchio I 
■c^ per voi, so nd mondo foste stati bestie. 



— 14. eade parlar eco. dd quale ò diffidle 
desocivece pienamente la tristissima condi- 
done. — 15. labe: capre (cfr. Dies 317, 752); 
Lana: « %a6s sono li capretti sdtanti, et sono 
detti xsb«j perché vanno zebellando, doè sd- 
tando ». — 16. Ceae nei faame ecc. Nd 
centro dd baratro infemde d apre un pozzo 
non mdto profondo, intomo alle pareti dd 
qude sono dicesti i giganti che torreggiano 
sulla ripa superiore dd pozzo stesso : nel fondo 
di ceso è un lago ghiacciato, di drca due miglia 
di diametro, distinto in quattro gironi conoen- 
trid, ciascuno dd quali ha un nome partico- 
lare e accoglie una speciale qualità di tradi- 
tori : la superflde ghiacciata è fortemente in* 
dinata ddla periferia verso il centro, nd 
quale ò confitto il re ddl'inlèmo. — 17. as« 
sai pid tossi: Dante e Virgilio, essendo 
stati deposti da Anteo a una certa distanza 
dalla parete dd pozzo, venivano a trovard, 
per l'inclinadone ddla superficie ghiacciata, 
più in basso dd piedi dd gigante; ma tutta- 
via nd primo e maggiore dd quattro gironi, 
doè ndla Caina (cfr. v. 58), ove sono i tra- 
ditori de' congiunti confitti ndla ghiaccia in 
modo che fuori i^parlscono solamente le te- 
ste chinate sulla superflde gelata. — 19. dl- 
eere udlaml eoo. Dante, tutto intento a guar- 
dare l'dto muro dd pozzo in cui egli e Vlrw 
gilio erano stati calati da Anteo, non s' ac- 
corge subito delle teste dd traditori porgenti 
dalla ghiaccia: però imagina molto naturd- 
mente, che uno dd dannati richiami la sua 
attenzione ammonendolo a non odpestare né 
lui né il ftatello d qude era strettamente 
congiunto. ~ 21. de' fratti : di noi doe che 
noi mondo fOmmo fratelli (v. 55). Mde dcuni 
interpreti credono che siano cosi indicati tatti 
i traditori, quasi fratelli o compagni di pena : 
chó colai che parla non ha Tintenzione di 
raccomandare gli altri, d bene sé stesso, e d 
nomina col fratello solo perché sono en- 
trambi cosi strotti insieme che Dante non pò- 



246 



DIVINA COMMEDIA 



24 



27 



33 



per ch'io mi volsi e yidimi davaate 
e sotto i piedi un lago, che per gelo 
ayea di Tetro, e non d'acqua, sembiante. 

Non fece al corso suo si grosso velo 
di Temo la Danoia in Osterlic, 
né Tana! là sotto il freddo delo, 

com'era quivi; che, se Tambemic 
vi fosse su caduto o Pietrapana, 
non avrìa pur dall' orlo fìbtto cric. 

E come a gracidar si sta la rana 
col muso fuor dell'acqua, quando sogna 
di spigolar sovente la villana; 

livide, sin là dove appar vergogna, 
eran l'ombre dolenti nella ghiaccia, 



irebbe calpestar 1* uno leiua oalpealar l'altro 
(cfr. V. 41-42). — 22. per eh' lo mi T^lsl 
eoe Dante, al suono di queste parole, si volta 
e Tede innanzi a sé la distesa g^daodata di 
Oocito, il lago Ibxmato dalle acque dei llnmi 
infernali (ofr. ìnf, m 11^.120). — 24. «tm 
di ?etr« eoe ofr. Dante stesso nel Ostw. 
p. 177: «La teiia & nn sad ohe par di 
smalto, E raoqoA morta si conyerte in vetro 
Per la freddura die di ftior la serra ». •» 25. 
Hon feee eoo. H g^iiaodo di Codto era più 
grosso di stuello ohe si forma nell'inverno sol 
Danubio e sul Don; tanto ohe se vi fosse ca- 
duta sopra un'altissima montagna non avrebbe 
fotto alcun segno di screpolature, nemmeno 
all' orlo esteriore ove era meno grosso. La 
comparazione non ò certamente déUe più belle, 
sia per i troppi nomi geografld, sia andie per 
la singolarità strana di alcune terminazioni 
delle vod: ma ò pur dantesca nd tratto finale, 
ove un iMto fidoo difBoOe a spiegarsi od di- 
scorso libero ò reso con meravigliosa evidenza 
e predsione in poche parole. ^ 26. Danela: 
nome medioevale, lat DatmmiiMy del fiume 
Danubio. — Osterlie : nome dato dagli ita- 
liani nd medioevo all'Austria (cfr. Gh. Villani, 
Or, vn 27, 29, 42), e foggiato sul ted. Osstoru 
reidi, cfr. Parodi BvXL, m 113. — 27. Taaaf t 
Don, lat TVmaif, noto fiume della Bussia, 
paese di freddissimo dima; nd medioevo 
gì' italiani lo chiamarono la Tama^ e anche 
il fiumB Tcmai (la forma oesitona è attestata 
da un luogo della Sfarà di L. Dati, ed. di 
a. G. Galletti, Firenze, 1869; poemetto geo- 
grafico ohe termina : « e finisce qui L'Asia 
maggiore al fiume Tanai >). — 28. Tamlber- 
■ie : è incerto di quale alta montagna l'Ali- 
ghieri abbia vduto parlare : secondo gli an- 
tichi e i più dd moderni commentatori è ac- 
cennata qui una montagna ddla Schiavonia 
(la Fmska Ocra presso Tovamik); secondo 
altri invece, U monte Javomik nella Camio- 



la, preno ad Addsberg : quesf ultima opinio- 
ne è stata difosa oon molto calore dal Bas- 
sermann, pp. 4M-471 (ofr. BuìL V 88). — 
29. Pietrapana: la Pania o Alpe Apuana 
(lat. FlBtra Apuana) gruppo d' alte montagne 
iadate dalla catena appenninica, tra il Sei^ 
chic e la Magra (cfr. Bepetti 1 69-72 • Bas- 
sermann, p. 876). — 80. erles voce onoma- 
topeica, da coi deriva 11 vb. 9arÌooMoìar9, • 
opportuoa a rendere l'idea di qud suono 
secco e continuato che fa una superfide gliiao- 
data su cui cada un gran peeo. — 81. B 
eome a grmddar ecc. Questa simiUtudine 
ddle rane, come le altre due dell' ^. oc 
76 zzn 26, ricorda la descrizione ovidiana, 
Md, VI 870: cluvat tese sub undas; Et modo 
tota cava submergere membra palude, Nvne 
proforre caput, summo modo gurgite nave; 
Saepe super ripam stagni oonsidere, saepe In 
gelidot resUire laons... Vox quoque lam raaoa 
est, infllataque colla tumescunt: Ipsaqne dila- 
tant patulos convioia rictus. Terga caput taa- 
gunt; colla interoeptavidentur: Spina vfa«t. 
venter, pars maxima oorporis, dbet; Limoao- 
que novae saliunt in gurgite ranae >. — 82. 
quando sogna eoe nd prindpio dall'estate, 
allorché per essere il tempo dalla mietìtm» le 
donne di villa sognano spesso di spigolale. 
Biag. cPer questa perifrad droosorive in 
nuova forma il tempo della mietitura nella 
state, e d ammaestra ad un tempo essere i 
sogni sovente un apparizione ddle Idee rao- 
colte e collegate nella vigilia ». — 84. livide, 
sin là ecc. le ombre dolenti dd traditori, livide 
per la fireddura, erano confitte nella ^liaoda 
sino a quella parte su cui appare il rossore 
della vergogna, doè fino alla flaoda die era 
la sola ohe rimanesse friort Questa èia retta 
maniera d'intendere, come è provato daUa d- 
militndine che precede, nella qude il tenutale 
prindpale ti gta la rana eoi nrnao fiÈor àA- 
l*aeqva richiede come logica corrispondenza 



DIFEBNO - CANTO XXXII 



247 



86 mettendo i denti in nota di cicogna. 
Ognuna in giù tenea volta la &ccia: 
da bocca il freddo e dagli ocelli il cor tristo 
39 tra lor testimonianza si procaccia» 
Quand'io ebbi d'intorno alquanto TÌstOi 
volsimi appiedi, e vidi due si stretti 
42 òhe il pel del capo avieno insieme misto. 
« Ditemi voi, che si stringete i petti, 
diss*io, chi siete? » E quei piegare i colli; 
45 e poi eh' ebber li visi a me eretti, 

gli occhi lor, eh' eran pria pur dentro molli, 
gocci&r su per le labbra, e il gelo strinse 
48 le lagrime tra essi, e riserrolli: 

con legno legno spranga mai non 6insa 
forte cosi; end' ei, come due bécchi, 
51 coEsaro insieme, tanta ira li vinse. 
Ed un, ch'avea perduti ambo gli orecchi 
per la freddura, pur col viso in giùe 
64 disse: « Perché cotanto in noi ti specchi? 
Se vuoi saper chi son cotesti due, 



rUea di ombn ntUa ghiacoia intin là dove 
yeyMO, cioè tino alla f«ccia. Altri 
no : Le ombre, dolenti nella ghiaccia, 
«ano liride sino là dorè eoo. ; nò sono poi 
tatti d'accordo dica la parte oto appare la 
THgogna: che alcuni tengono essere la fàc- 
cia; altzi, le parti Tezgognose, ohe si vede- 
Tsao perdio le ombre tr a apa n an oom* fetiuea 
m 9dn ilmf. xzzit 12). — 86. metUado eco. 
bstteado i denti per il freddo, con il snono 
B6000 die Ca la dcogna quando batte insieme 
le due parti dd sno bécco; cfr. Gridio, Met, 
▼I 97: « Ipea stbi plandat crepitante doonia 
rostro». — 87. OfBima la gld eco. I tradi- 
tori, non «rendo alcon dedderio d'essere ri- 
cordati nd mondo, cercano anche di non ee- 
nr conoednti: però tengono il Tolto abbas- 
sato, e Dante è costr e tto a serrìrd dd mezzi 
pì6 Tiolenti per indolii a parlare (cfr. y. 07 
e segg.). — 88. da becca eoo. il froddo dd 
laogo d manifesta per il battere dd denti e 
il ddore dd dannati appare nel pianto ch'esce 
loco dag^ ocohL — 40. Qaaad'io ecc. Dopo 
aver dato uno ignaido generale alla snperil- 
c&e i^iiaodata di Oodto, Dante volge gli oo- 
chi d sod piedi, a qnella parte ond'era mossa 
U Tooe ammonitrioe (cfr. r. 19-21) e vede 
4m dannati cod strettamente onlti che le 
loro ohiomA erano Insieme confuse. — 48. IM- 
t«Bd Tel ecc. Alla domanda del poeta dio 
TQol tmfen i kr nomi, i dne dannati ripie* 
gando all*indi0tro U odio drizzano i Tid Terso 
di fad; e il pianto, che alla vista di Dante 
•oorrs loro d«gU occhi, d congela sabitamente 



d contatto della fredda aria, d che per la 
rabbia qnd due, inTOce di rispondere d yid- 
tatQrs^ cozzano Tlolentemente l'ano contro 
l'dtro. —48. eh'tran pria 9W dentri aellit 
che innand allo staocard dd due capi erano 
molli solamente dentro, erano doè pregni di 
pianto che wxi qnando ebbero Tolto g^ occhi 
a Dante. — 47. le labbra: Lomb. intende le 
labbra degli stead occhi, doè ddle pdpotee; 
ma osserra ginstamente il Bianchi che non 
c'è bisogno di forar cod la lingua indncendo 
un modo insdito e arditissimo, poiché d pad 
imaginar benissimo che le lagrime scorressero 
nel loro erompere dagli occhi dno alla bocca: 
anzi d pnd agginngere che in caso contrario 
sarebbe stato inatile che il poeta rinhinmassn 
poi l'idea degli occhi dicendo tra «sai. — e U 
gelo eoo. il gdo strinse, assodò le lagrime 
dentro a^ occhi e riserrò, chiuse di nnoro 
gli occhi stesd eh' erano aperti a gnardare. 
— 49. con legno legno eoe nna spranga di 
ferro non tenne md stretti insieme dne pezd 
di legno cod fortemente come il ghlacdo to- 
nerà ohind gli occhi. — 60. come dae bèo- 
chi: come due montoni; cfr. Virgilio Owr. n 
526 : e Inter se adversis lactantor comibns 
haedi ». — 52. Ed nn ecc. Un dtro traditore 
interviene a sodisfare egli il dedderio di 
Dante, dicendogli chi siano qnd doe ed enn- 
merando dtri dannati della Caina, e in fine 
manifestando s6 stesso (cfr. t. 67-69). — 68. 
par eoi tIso ecc. senza alzare il volto, pei^ 
che il freddo gl'impediva di muoversi. — 55. 
8« vaol ecc. Cotesti dne furono i fratolli 



248 



DIVINA COMMEDIA 



la valle onde Bisenzio si diclilna 
57 del padre loro Alberto e di lor fiie. 
D'un corpo uscirò; e tutta la Caina 
potrai cercare e non troyerai ombra 
60 degna più d'esser fitta in gelatina: 

non quelli, a cui fii rotto il petto e 1' ombra 
con esso un colpo per la man d'Artù; 
Cd non Focaccia; non questf| che m'ingombra 
col capo si ch'io non veggio oltre più, 
e fu nomato Sassol Mascheroni: 



Alessandro e Napoleone figU del conte Al- 
berto di Mangona o della oontessa Otialdxa- 
da, e signori dei castelli di Vetnio e di Oe> 
baia in Val di Bisenzio e di Uaogona in Val 
di Siero (BepettlVI 26^); i qoali si «coi- 
sero l'on l'altro per odi primati e politid. — 
57. éfl padre eoo. : il conte Alberto, ancora 
minorenne nel 1209, ebbe dalla contessa Gnal^ 
drada tre figlinoli; nno di essi, Napoleone, fa 
seguace di parte ghibellina, invece Guglielmo 
e Alessandro ftirono segaad di parte gael&; 
questi firatelli ebbero contrasti per ragioni 
politiche e pi& poi per interessi privati, al- 
lorché il padre loro nel testamento fatto nel 
1250 lasciò a Napoleone scia una decima parte 
del patrimonio. Giurarono tutti e tre la pace 
àéL cardinale Latino nel 1282, ma poco dopo 
accadde la tragedia domestica, cui accenna 
Dante, della quale 1 fij^uoli di Napoleone e 
di Alessandro si padflcarono nel 1286 (cfr. 
K. Barbi, BmO. VI 20A); e la tradizione rima- 
stane Tira a lungo in Firenze ò riferita dal- 
l' An. fior., il quale dei due fratelli scriye che 
e fkxrono di si perverso animo che per tdire 
l'uno all'altro le fortezze che avevano in vai 
di Bisenzio, vennono a tanta ira et a tanta 
malvagità d'animo che l'uno uccise l'altro, et 
cosi insieme morirono ». — 58. Calna : il pri- 
mo girone dell' ultimo cerchio, destinato ai 
traditori dei congiunti, ò cosi denominato da 
Caino uccisore del fratello Abele. — 60. In 
gelatia»: Benv. spiega semplicemente e in 
istam glodem gelatam», ma U Buti amplifica 
parlando di « anime fitte nella ghiaccia, come 
li polli nella gelatina»: onde forse alcuni 
commentatori moderni trassero l'Idea che la 
ghiaccia infernale sia detta in tal modo per 
ischerzo ; ma lo scherzo, per quanto non inop- 
portuno in bocca al loquace e petulante che 
parla, suonerebbe troppo scipito. Del resto a 
gelatina^ luogo gelato, è utile riawicinaro cal- 
dina, luogo caldo, usato da Pietro Alighieri, 
DoUrinaU, zxv 56. — 61. bob «utili ecc. 
Accenna a Hordròc, nipote o, secondo altre 
versioni, figlinolo del re Artà, uno degli eroi 
del romanri di Brettagna; al quale Hordrèo, 
perché aveva tentato di togliergli a tradimento 
la vita e il regno, 11 re Artfi dio un colpo di 



lancia nel petto trapassandolo da parte a parte, 
in modo che (dice VHisiorta di LcmoOhtio del 
Lago, lib. m, cap. 162) « dietro l' apertura 
della lancia passò per mezzo la plaga un ca^ 
giodisole>.~63. B«B Fecaeelas Focaccia 
de' OanceUieri Bianchi di Pistoia ò rappreeen- 
tato nelle latori» pialoUai, pp. 4-9, come uno 
dei più turbolenti • Huiosl di quella parto, e 
di lui racconta l' anonimo cronista che e era 
prode e gagliardo molto di sua persona, del 
quale forte temevano quelli della parte Nera 
per la sua perversità, perché non attendea ad 
altro che ad uccisioni e ferite > : iniieitti neg^ 
anni che corsero dal 1286, quando fu tagliata 
la mano a Doro del Cancellieri, sino al 1285, 
che fri la intera divisione della cittadinanza 
pistoiese, egli compiè parecchi misfktti, accen- 
nati nelle Id, pisi., e tra gli altri uooiee a 
tradimento in una bottega di Pistoia Detto 
dei Cancellieri e nel castello di Montemnrlo 
il suo concittadino Dottorino dei Bossi, della 
consorteria de'CancellieriNeri: i pi6 dei com- 
mentatori antichi gU attribuiscono l'ucdaione 
di uno zio, per la quale sarebbe qui punito; 
solamente Pietro di Dante attesta ch'egli uc- 
cidesse il padre, ciò sarebbe Bertacca d^ Can- 
cellieri frate gaudente, che sappiamo invece 
esser morto per mano di Predi Cancellieri 
(ctt, Ist, pisi, p. 6), e Benv. lo fa autore del 
taglio della mano di Dore OanceUieri, die fu 
opera invece d'un suo parente. Si veda L. 
Zdekauer, Siwn pisMaai, I, Siena, 1889. — 
65. Sassol MascheroBÌ: An.flor.: e Sassolo 
Mascheroni fti de' Toschi da Firenze ; et aven- 
do uno suo zio vecchio, ricco uomo, che non 
avea altro che uno ftmciullo, pensò, se io uc- 
cido questo fanciullo, lo rimarrò roda di questo 
mio zio. Stette più tempo di fuori : poi un di 
cautamente si mosse con alcuno compagno ; et 
fatto lusingare il fanciullo, fl menò fuori dolla 
terra et ivi l'uocise, et sconosciuto si parti: 
non si sapea chi morto l'avesse. Tornò Sas- 
solo d' ivi a uno tempo a Firenze; giugne a 
casa, fa lo scarpore grande di questo suo cu- 
gino, et prese il reditaggio del zio ch'era già 
morto. Infine il fatto al scoperse; fa preeo 
costui et confessato il malefirio, fu messo in 
una botte d'aguti, et fri strascinato rotolando 



INFERNO - CANTO XXXH 



249 



66 86 tòsco se', ben sai ornai olii fu. 
E perché non mi metti in più sermoni, 
sappi eh' io fai il Camioion de' Pazsi, 
69 ed aspetto Garlin che mi scagioni >. 
Poscia yid'io mille visi, cagnazzi 
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, 
72 e verrà sempre, ''de' gelati guazzi. 

E mentre che andavamo in vèr lo mezzo, 
al quale ogni gravezza si rauna, 
75 ed io tremava nell' eterno rezzo, 
se voler fd o destino o fortuna, 
non so; ma passeggiando tra le teste, 
78 forte percossi il piò nel viso ad una. 
Piangendo mi sgridò: « Perché mi peste? 



U botte per U teira, et poi gli fti mozzo il 
etpo. Fa queit» noTelia al pelose, che per 
tutta ToeoaiiA ee ne perid >• — 68. U Gaal- 
el«a é^Paxslt Alberto Camioioiie dei Pazzi 
; gliibelliiim del Val d'Amo anperioro, 
i aach'egli un oongivnto; l'An. fior, rao- 
; «Andando un di a diletto messerUber- 
tino de'Faoxifiiooaginoet egli, però che aye- 
TODO certa fortezze eomimi come consorti, 
Guniscione pensa di pigliarle per sé, morto mee* 
ter Ubertino: ooei caTaloando gli corse addosso 
con uno coltello, et diegli più colpi et final- 
mente roodae» : e^ altri commentatori, Lana, 
Ott, e Benv. dicono ohe Ubertino eia parente 
di Camioione, senza speoifloare il grado di pa- 
mtala, e forse da dò si potrebbe indarre che 
Poociso foese non già dei Pazzi, ma degli 
Ubertini di Val d'Amo loro consorti e con- 
giunti di sangae e di fazione (cfr. Del Lango 
n 29). — 69. e4 aspette eco. e attendo che 
Carlino de' Pazzi, commettendo an tradimento 
peggioire del mio, faccia parere meno grave la 
mia onta. Allade al tradimento di Carlino 
da' Food, il qoale, essendo per la parte dei 
»*^w*iii Bel castello di Fiantrarigne con molti 
ceTalieri e pedoni, il 16 loglio del 1802 lo dio 
in mono ai fiorentini Keii, ohe l'assediaTano 
da OH mese, e ottenne cosi di essere riam- 
measo in patria {DeUx, IX 101): < Alla fine 
(cosi G. Villani, O. ym 58) per tradimento 
dal sopcadetto Carlino, per moneta ohe n'ebbe, 
i fiorentini ebbono il castello : essendo il detto 
Carlino di taaA, fece a'snoi fedeli dare l'en- 
trata del castello, onde molti vi farono morti 
e pitie! , pare del migliori asciti di Firenze > : 
efr. D. Oompagni, C^. n 28. — 70. Pesda 
Tl4*le eoo. Procedendo Terso il centro, Dante 
perrìene nel sec(mdo girone, doò nelI'Ante- 
Bora (c£r. r. 88), ove sono paniti i traditóri 
della patria e della parte, i colperoli ciod di 
tradimento politico ; i qoali por son confitti 
•ella ghiaccia, dal capo in gid, tenendo dritti 



i volti. ~ eagMisl fatti per fireUes di- 

vtnatl lividi per il freddo; cosi spiega il 
Boti, rifinendosi manifestamente al v. 84: 
ma Benv. spiega eagnaxxi per canini, doò 
forse raggrinzati come la pelle del cane, e 
molti moderni intendono che i visi fossero, 
per il maggior fireddo che è verso il centro, 
divenati paonazzL — 71. rlprcsze: in senso 
traslato, orrore, spavento (cfr. Inf, xvn 86, 
ov'ò in senso proprio). — 72. gelati gaassl: 
le acqae dei fiomi infernali, stagnanti e ghiao* 
date in Codto. — 74. al f oale eoo. cfr. 
Mf, laxrr ìlU — 76. Beli' eterne rene: 
nell'eterno gdo infernale ; il nome rssxo (cfr. 
Jn/1 xvn 87) ò ano dd tanti derivati di aura, 
ristrettod al concetto di fireddo (Dies 81). ~ 
76. se reler Ai ecc. Dante non sa perché ac- 
cadde eh' egli inciampasse in ona di qaelle 
teste : dice donqae che, qaal ne fosse la ca- 
gione, o la volontà divina o il destino o an 
caso fortaito, il flttto ta eco. Gli antichi com- 
mentatori. Lana, Ott, Dati eoo. interpretano 
an po' diversamente, dicendo (cod l'nltimo): 
< qai tocca tre cagioni, da ohe procedono tatti 
li nostri affetti; doò da vdontà di proprio 
arbitrio, o da giadizio aniversale delle oostel- 
ladoni che d chiama destino, o da giadioio 
particolare di aloana costelladone che d chia- 
ma fortona > : ma se Dante accennasse al sao 
wkr$f non potrebbe poi dabitame, ed egli 
non poteva sapere che qaella testa foese d'an 
fiorentino traditore. — 79. Plaagende ecc. 
L'ombra di Bocca degli Abati rivolgendod 
con aspre parole a Dante gli chiede s'ei venga 
ad aocresoere la pena che essa ha per il tra- 
dimento di Montaperti; ove Bocca, al prìn- 
dpio dd combattimento dd fiorentini coi se- 
ned (cfr. In^. X 85), combattendo dalla parte 
dd gaelfl accanto a Iacopo de' Pazzi che por- 
tava l'insegna dd cavalieri fiorentini lo feri 
di spada e gli tagliò la mano con la qaale 
reggeva l'insegna stcesa; « dò fatto (racconta 



250 DIVINA COMMEDIA 



86 tu non Tieni a crescer la vendetta 
81 di Montaperti, perché mi moleste?» 
Ed io : < Maestro mio, or qui m' aspetta, 
si ch'io ésca d'un dubbio per costui; 
84 poi mi &rai, quantunque vorrai, fretta ». 
Lo duca stette; ed io dissi a^ colui, 
ohe bestemmiava duramente ancora: 
87 < Qual se' tu, che cosi rampogni altrui? > 
€ Or tu chi se', che vai per l'Antenora 
percotendo, rispose, altrui le gote 
90 si che, se fossi vivo, troppo fora? » 
€ Vivo son io, e caro esser ti puote, 
fu mia risposta, se dimandi fama, 
93 oh' io metta il nome tuo tra l' altre note ». 
Ed egli a me: « Del contrario ho io brama; 
levati quinci, e non mi dar più lagna, 
96 che mal sai lusingar per questa lama ». 
Allor lo presi per la cuticagna, 
e dissi : < E' converrà che tu ti nomi, 
99 o che capei qui su non ti rìmagna ». 
Ond'egli a me: < Perché tu mi dischiomi, 
né ti dirò ch'io sia, né mostrerolti, 
102 se mille fiate in sul capo mi tomi ». 

Q. Villani, Or, vn 79), la caralleria e popolo i nter p r g ta aton», rimanendo nella tua riraaità 
reggondo abbattuta V insegna, e oo«£ traditi l'antiteei tta il diacono del poeta e qnello del 
da' loro, e da'tedeeohi ai forte assaliti, in poco peooatore, qualunque senso s'attribuisca alle 
d'ora si misono in iaconiltta» ; perdo Booca paiole di quest'ultimo. — 98. attes parole e 
é punito nell'Antenora, come traditore della versi, ond'ò intessuto il raooonto del viaggio 
parte guéUk fiorentina. — mi sgridò ofr. dantesco (ofr. j&i/. xvx 127). — 94. Del fm- 
Inf, xvm 118. — 88. «■ dubbio eoo. un dnb- trarlo eoe Si è già accennato ohe questi 
bio ohe mi è sorto per le paiole dette da oo- traditori non hanno desiderio d'essere rioor- 
stui. — 84. f lABtviqae s cfr. Inf, v 12. — dati nel mondo, per il timore doU'inlìunia ohe 
86. eht bestemmlara eco. che imprecava an- pers^guiteiebbe la loro memoria, e perdo non 
Cora con irose parole contro di me. — 88. In- vorrebbero essere riconoeduti: solamente Ot^ 
tenera: il secondo girone dei traditori è cosi midone dd Pazzi per loquadtà naturale si 
detto da Antenore, prindpe troiano, ohe nei mette a dire dd compagni e di sé stesso; 
poemi omeiid h rapprssentato come uomo sa- mentre Bocca per vendicaid di un compagno 
piente ed doquente e come autore della prò- che l'ha nominato livderà a Dante il n<»ne 
posta di reetitniro Elena'ai gred e di fu la suo e di altri, e Ugolino della Qhermrdeeca 
pace (cfr. IHad» m 148 e segg., vn 860 e racconterà la sua pietosa istoria per aocre- 
sogg.) : da che venne forse la posteriore leg- soere infamia all'arcivescovo suo nsoioo (Jnf. 
genda eh' egU fosse traditore della patria e xxzm 7). ~ 96. lagna i molestia, angoada 
consegnasse ai nemid il Palladio (Servio, ad die dà motivo a lamentL — 96. lama: cfr. 
Am, I 242). — 90. se fossi viro ecc. : due Btf, zx 79, Pmg. vn 90. — 97. eutleagKa: 
interpretazioni d possono dare di questo verso; Buti :< la chioma dei capelli, che è nella col- 
se fo99Ì è 1* pars., significherà : se io fosd lottda >. — 100. Perché tn eoo. Pttr quanto 
vivo non sopporterd l'ingiuria che mi fd cai- tu mi strappi i capelU non ti dirò ohi io mi 
pestandomi; se invece 6 2* pera., vorrà dire : sia, né te lo tuo vedere mostrando il viso se 
se tu fosd vivo, non potresti percuotermi di anche tu mi salti mille volte sul c^to. — 
colpi ood forti. Le parole che seguono, dette 102. toni ; il vb. iomant oihe indica l' atto 
da Dante in risposta a Bocca, non danno ra^ del cadere capovolgendosi (cfr. hif, xvx 63), 
gione a preferire l'una piti tosto che 1' altra qui è tratto a dgnificare più tosto l'atto del 



INFERNO — CANTO XXXH 



2B1 



Io ayea già i capelli in mano avvolti, 
e tratti gli n'avea più d'una ciocca, 
105 latrando lui con gli occhi in gi4 raccolti; 
quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? 
Non ti basta sonar con le mascelle, 
103 se tu non latri? qual diavol ti tocca? > 
« Ornai, diss' io, non vo' che tu favelle, 
malvagio traditor, che alla tua onta 
111 io porterò di te vere novelle >• 

« Ya via, rispose, e ciò che tu vuoi, conta; 
ma non tacer, se tu di qua entr* esohi, 
114 d^ quel ch'ebbe or cosi la lingua pronta. 
Ei piange qui l'argento de'franceschi: 
' Io vidi, potrai dir, quel da Duera 
117 là dove i peccatori stanno freschi '• 
Se fossi domandato altri chi v'era, 
tu hai da lato quel di Beccheria, 
120 di cui segò Fiorenza la gorgiera. 
Gianni de' Soldanier credo che sia 



olpettar» foaleb» cosa con liolena, qnaai 
laadaadoei «ndar» ool paio d«l oorpo torra di 
MH. — 105. Utrudo eoo. m«ntro egli con- 
tinsft?» A gridare ixoeamente, tenendo gli oo- 
eU in basso per non essere rioonoschtto. — 
106. «■ altr» gridò eco. Quest'altro traditore, 
d» ssntsndo le grida di Boeoa si Tolge a 
ehiedergli ohe ooea %^ abbia e ooei dioe in- 
Tolontariamente il nome del compagno (ecoo 
u esso analogo a quello per coi Dante capi 
che slconi spiriti della bolgia settima erano 
noi eondttadini : cfr. bif. zxr 40»4S), ò 
Bnoso da Dorerà, che insieme al marchese 
Uberto FaUaTieini tenne lungamente la si- 
gnoria di Cremona, onde fti soacdato nel 
1267, n6 pi6 potè riaverla non ostante i molti 
t«tatiTi ch'el fece sino al 1283 (cfr. Sslimbene 
A Puma, Oh, pp. 218-60, 280): è posto nel- 
TAntenora eome traditore della parto ghibel- 
lina, perché nel 1266 arendo rioemto dal re 
Manfredi motti denari per assoldare milizie 
4t oppone in Lombardia all'esercito di Carlo I 
4* Aagiò, tenne per s6 la moneta e altra n'ebbe 
dai banoeai, ch'el lasciò liberamente passare 
(cfr. F. Pipino, Ohr» xxvm 40, in Moratori, 
&r. dai. IX 709). — UO. alla taa onta: a toa 
falÌMiia e dispetto. — 116. El piange eoo. 
Baoso è qoi punito, per essersi lasciato oom- 
poxe daU'appiNto o denaro (ofr. Far, xvn 84) 
dai franoesL — franeesehls Danto, come 
tatti i toscani del ano tempo, disse sempre 
frmnmoo {Mf, zxm 44, sax 128, Pwrg, xvi 
126) a indicare nomini e cose di Francia, set- 
Woe già allora si dioesse anche francese, — 
llfi. Baerà: Deverà, lat Ihivaria. — 119. 



f nel di Beealieria eoo. Tesanro dei Beccaria 
pavese, abate di Yallombrosa e legato ponti- 
ficio in Toscana, per sospetto d'avere trattato 
per il ritomo dei ghibellini in Firense, dopo 
la cacciata del 1258, fti proso e decapitato : 
€ quello per martfro (dice Q, Villani, Or. vi 
66) gli fedono oonfeesare, e soelleratamento 
nella piaxza di santo Apollinare gli feoiono a 
grido di popolo tagliare il capo, non guar- 
dando a sua dignità, né a ordine saoro; per 
la qual cosa il comune di Firenze e' fiorentini 
dal papa furono scomunicati, e dal comune di 
Pavia, ond'era Q detto abate, e da' suoi pa- 
renti i fiorentini ohe passavano per Lombar- 
dia ricevevano molto danno e molestia: e di 
vero si disse che '1 religioso uomo nulla colpa 
avea, con tatto ohe di suo legnaggio fosse 
grande ghibellino >. — 120. la gorgiera : in 
senso traalato, la gola, il collo. — 121. Gianni 
de' Soldanier : fiorentino di parto ghibellina, 
il quale, allorché nel 1266 il popolo dopo il 
governo dei due frati gaudenti (cfr. Inf. xxin 
106) si levò a tumulto, « si fece (cosi O. Vil- 
lani, Or, vn 14) capo del popolo per montare 
in istato, non guardando al fine, ohe doveva 
riuscire a sconcio di parto ghibellina»: Gianni 
viveva ancora nel 1285, in cui ebbe una forte 
qoistione ool comune di Prato (cfr. Dei Lungo 
in Sundby op. cit., p. 217 e segg.). Danto lo 
pone noIi'Antonora come traditore della parto 
ghibellina, ma il guelfo 0, Villani giunto 
quasi alla fine della sua Orùmea (xn 44) lo 
ricorda insieme con esso Danto, con Qiano 
della Bella, con Viori dei Cerchi tra i « cari 
cittadini e guelfi, odorali e sostenitori di 



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DIVINA COMMEDIA 



più là con Qaaellone e Tebaldello, 
123 eh' sapri Faeiusa quando si dormia >. 
Noi erayam partiti già da elio, 
ch'io vidi due ghiacciati in una buca 
126 si che l'un capo all'altro era cappello; 
e come il pan per £Eune si manduca, 
cosi il Bopran li denti all'altro pose 
129 là Ve il cervel s'aggiugne con la nuca. 
Non altrimenti Tideo si róse 



questo popolo >, oonM qv6|^ ohe, a mo gin 
dizio, eia stato < oapo alla difénsione del po- 
polo oontxm al conte Guido Novello e agli al- 
tri ^libellini». — 122. «aaeltoMS Oaao (fr. 
antico Ovsnet, lai Oando) appara già nella 
Ohanmn de Botand oome a tipo del traditore; 
perohé mandato ambaaoiatore dai ftanohi ai 
saiaoeni preparò la strage della retrogoaidia 
comandata da Qdando (efr. Btf. xzzi 16) e 
allorqu