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Full text of "La divina commedia commentata da G.A. Scartazzini"

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LA 



DIVINA COMMEDIA 



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DANTE piGfflEBI 



LA 



miM COMMEDIA 

RIVEDUTA NEL TESTO E COMMENTATA 

DA 

G. A. SCARTAZZINT 



QUABTA EDIZIONE NOTAMENTE RIVEDUTA 
DA 

U. VANDELLT 
COL RIMARIO PERFEZIONATO 

DI 

L. roLAOc;(» 

E INDICE DEI HOMI PROPRII E DI COSE NOTABILI 



ULRICO HOEPFA 

EDITORE-LIBRAIO DELLA RBAL CASA 
MILANO 




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propribtI lbttbraria 



ScNEfiÀL 



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258-902. — VlRDnB, Tip. di S. Landi, dirett. deU'Ar^ d««a 

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ALL' OKORETOLE 

GUGLIELMO WAREEN VERNON 

ACCADEMICO CORRISPONDENTE DELLA CRUSCA 

DOTTO TRADUTTORE E COMMENTATORE DI DANTE 

AMICO MAGNANIMO E SINCERO 

QUESTO UMILE LAVORO 

K SEGNO DI RIVERENZA, GRATITUDINE ED AMICIZIA 

IL COMMENTATORE 

D. D. D. 



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PREFAZIONE 



Nel mettere alla luce per la quarta volta la edith 
minar, che della Divina Commedia riveduta nel testo e 
commentata ci dette G. A. So abt azzini, è naturale che 
il primo pensiero e la prima parola siano per lui, che in 
età non ancor grave ebbe tronca il 10 febbraio 1901 la 
vita, e non potè dare a questa sua opera le nuove cure 
che, pubblicandola la terza volta, prevedeva egli stesso 
sarebbero state necessarie. 

Non è questo il momento né il luogo di tessere una bio- 
grafia del celebre uomo, o, tanto meno, di pronunziare 
mi giudizio assoluto e definitivo intomo a lui e alla 
varia opera sua; né io mi sentirei in grado di farlo, sia 
perchè vedo mancarmi troppi degli elementi necessari 
per ritrarre al vero la sua figura e portarne giudizio 
equo e compiuto, sia perchè mal si converrebbe a chi è 
gregario e fra gli ultimi venuti nel campo degli studi 



^) Della vita e delle opere deUo Scartazzini vedansi anzitutto le no- 
tizie eh' egU dette di sé nel Dante in Oermania (Milano, Hoepli, 1881-83), 
e bì leggano, fra gli altri, gU articoli necrologici di Pio Rajna nel 
Marzocco del 24 febbraio 1901, di A. Fiammazzo nel Oiomale Dan- 
teteo del 1901, pp. 65-67, di F. X. Kbaus nella Beilage gur Alìge- 
wtàtu ZeUung del 16 febbraio 1901, e di un anonimo nel giornale Dei- 
Bund di Berna del 12-13 febbraio 1901. 



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PREFAZIONE 



danteschi, l'erigersi a giudice di un uomo che vi fu lun- 
gamente e meritamente considerato fra i duci. Oltre di 
che, a parlare in modo degno dello Scartazzini, si do- 
vrebbe rappresentare e considerare l'attività sua sotto pa- 
recchi aspetti. Prima ancora che dantista, egli fu teologo, 
e, in tale qualità, esercitò per la più gran parte della sua 
vita l'ufficio di pastore; e se degli studi danteschi fece 
il centro, a così dire, della sua attività intellettuale, e ad 
essi dovè la larga nominanza acquistata, sicché solo del 
dantista, o principalmente di esso, dura e durerà la fama, 
ei mise volentieri il piede anche in altri campi della let- 
teratura nostra; e di materie ancor più varie, come sareb- 
bero storia dell'arte, storia politica, filosofia, e persino 
scienze naturali, mostrò cognizioni sicure e si rivelò amo- 
roso cultore nella sua opera di pubblicista e collaboratore 
di periodici letterari e scientifici. Come uomo poi e citta- 
dino, benché amasse la solitudine e il ritiro, propizi agli 
studi prediletti, s'immischiò più di una volta alle lotte 
della vita pubblica del suo paese, e vi prese e vi tenne 
il posto di combattente animoso ed ardito. 

Ma, bisogna pur dirlo, la difficoltà maggiore che in- 
contra chi voglia parlare di lui, proviene da certe qua- 
lità poco simpatiche ch'egli spesso rivelò nella sua profes- 
sione di scrittore e di critico. Baldo, sicuro di sé, assoluto 
nel profferir giudizio intomo ad uomini e cose; insoffe- 
rente di contraddizioni; disposto ad obbedire agl'impulsi 
del sentimento e della passione momentanea e alle im- 
pressioni, piuttostoché alla voce calma e severa della ra- 
gione ; facile, i>erciò, altrettanto a mutar giudizi e criteri 
quanto ad ostinarsi in opinioni errate, pur di non cedere 
agli avversari; lo Scartazzini si attirò di necessità molte 
inimicizie, e si trovò impigliato in polemiche disgustose 
ed astiose, nelle quali trascorse troppo spesso a modi 

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PBBFAZIOHE XI 

e a forme assai lontane non pure dall'urbanità, ma, eh' è 
peggìOy. dalla giostizia. Eppure, gli attacchi insolenti, i 
motti sd^nosi, 1 giudizi sgarbati si leggono talora a breve 
distanza da espressioni cortesi e rispettose t Come mai t 
Oli è che l'indole focosa e battagliera, nei momenti in 
cui lo dominava, gli fEtceva, com'io credo, parer naturale 
quella vivacità eccessiva di pensiero e di parola; e non 
gli lasciava forse capire né intravedere che altri, e con 
ragione, potesse giudicare i suoi modi come segno di 
animo maligno e proclive alla maldicenza. Così, per citare 
un esempio caratteristico, in fine del secondo volume del 
Dante in Germania^ egli vuole scusare come frizzi e pia- 
cevolezze ^ delle quali l'autore credette di dover condire 
l'arida materia', le frasi pungenti e irriverenti che si 
lagone qua e là nel corso dell'opera, in ispecie nel F 
volume, e si duole che altri abbiano considerate le sue 
parole come offensive, e dichiara che costoro non le hanno 
sapute interpretare, come se fosse possibile im' altra in- 
terpretazione x>er chi prenda le parole nel loro vero 
significato ! 

E che lo Scartazzini ne' suoi eccessi fosse piuttosto vit- 
tima del proprio temperamento che maligno, m'induce 
a crederlo un altro fatto. Sarebbe flEicilissima cosa, spigo- 
lando negli scritti di lui, formare un buon codicetto dei 
più onesti, dei più savi principi di critica letteraria; né 
meno focile raccogliere assennati rilievi di mende e difetti 
d^ opere altrui. 

Eppure egli era il primo a violar nella pratica quei 
principi; e a lui si potrebbero rinfecciare con le sue 
stesse parole le colpe - spesso accresciute ed aggravate - 
che pur sapeva si bene rilevare in altri. Come non av- 
vedersi di si stridente contraddizione! Come non temere 
che qualcuno gli rivolgesse la domanda dell' evangelo : 

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XII PBSFAZIONK 



(Jur festucam in oculo fratria tui, et trabem in oculo ttto 
non videsf So bene che il lettore mi potrebbe qui ricordare 
il &moso padre Zappata, e rammentarmi che altro è dire, 
altro è fare; ma, quando l'uomo che dice e &, ha in- 
gegno e dottrina quali ebbe lo Scartazzini, un'altra ra- 
gione ci vuole; e questa, nel caso nostro, io la vedo ap- 
punto nell'indole impetuosa e scontrosa, che, sopraffacendo 
il valentuomo, gì' impediva la retta e netta visione delle 
cose, e lo portava agli eccessi che i suoi stessi amici piii 
volte deplorarono. Forse, come acutamente osservava 
F. X. Eraiis, se lo Scartazzini si fosse tenuto meno ap- 
partato dalla società, avrebbe finito con levigare la ru- 
videzza naturale; la quale, del resto, com'ebbe ad osser- 
vare nel citato articolo necrologico il giornale Ber Bund 
di Berna, pare connaturata a quei della Val Bregaglia, 
dove il nostro era nato e dove lungamente visse. 

Ho insistito un po' a lungo sull' indole dello Scartaz- 
zini, perchè il suo mi pare esempio notabile, se altro 
mai, dell'intimo legame che, anche nell'esercizio della 
critica, hanno le doti e tendenze dell'amino con le qualità 
dell'intelletto, e della funesta azione che quelle possono 
talora avere su queste. Giacché ninno vorrà negare allo 
Scartazzini un intelletto, che, robusto per natura e rin- 
vigorito da larghi e svariati studi e da assidue e mol- 
teplici letture, era messo in moto da una volontà tenace 
e da una mirabile laboriosità; e un tale intelletto, se 
assistito da un temperamento piti sereno e più. calmo, 
avrebbe dato frutti, non so se ugualmente copiosi o più 
scarsi, ma certo migliori molte volte e più durevoli di 
quelli che diede. 

E un'altra dote non comune ebbe la mente di lui; 
quella di saper concepire con larghezza e chiarezza il 
niano delle sue opere, e tracciarne il disegno generale con 

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PBSFAZIOHE XIU 

nettezza di contorni e bella armonia di parti. Consideri, 
chi se ne voglia persuadere, il Dante-Handìrnch, o i Prole- 
gomeni alla D. C. lipsiense, o la Dantologia, o questa stessa 
edizione, della cui fortuna alcuno, e non a torto, vide una 
forte ragione appunto nel nitido assetto generale, nella 
intelaiatura, a così dire, entro cui è disposta la materia. 
Anzi, x^r dire tutta la verità, l'amore della simmetria 
generale arrivò talora nello Scartazzini tropp'oltrej come 
quando — non so se altri abbia mai rilevata la cosa - di- 
videva la Dantologia^) in due parti, e ognuna di queste 
in 4 capitoli, e ciascun capitolo in 9 paragrafi. Purtroppo 
insieme con le ottime qualità di architetto egli non mo- 
strò sempre tutte quelle del buon costruttore! 

Comunque sia, chi cerchi di abbracciare con un solo 
sguardo i contributi che agli studi danteschi egli arrecò 
in un periodo d'oltre trent'anni, dal volume Dante Ali- 
ghieri, Beine Zeit, sein Leben und seine WerJce (Biel, 1869) 
fino alla poderosa per quanto difettosa Enciclopedia dan- 
tesca e alla 2* edizione dell'Jn/femo lipsiense del 1900, 
non può reprimere un sentimento d'ammirazione sì per 
la mole di lavoro compiuta da questo solitario sdegnoso, 
e che è prova d'un' operosità grandissima e costante, e sì 
per gli aiuti e gli impulsi varii che alla critica dantesca 
vennero da tale operosità. La quale fino a un certo temiK) 
fa veramente - userò le belle ed efficaci parole di Fran- 
cesco d'Ovidio*) - * più sana, e ad ogni modo tornava 



') Di quest'opera sta preparando una nuova edizione, rìfdsa in 
modo da rispondere aUo stato presente degli studi danteschi, l'egre- 
gio professor A. Fiammazzo, il quale attende altresì a compilare un 
volume, che sarà U benvenuto, di supplemento t^^ Enciclopedia dan- 
U$ea, 

*) Stmdtì 8uUa D. C. (Palermo, E. Sandron, 1901), p. xii della Pre- 
iadone. 



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XIY PBEFÀZIONS 

utilissima ai rinascenti studii italiani e al loro bisogno 
del momento. I lavori tedeschi eran noti a pochi ; degli 
studiosi nostrani, i più s'aggiravano per angiporti o 
s'eran cacciati in vie mozze; i Commenti al poema che si 
pubblicavan qui, avevano il tanfo d'un' erudizione troppo 
ristretta, d'un ordine d'idee angusto, d'un pettegolezzo 
in famiglia ; i Commenti antichi rivedevan la luce a ri- 
lento e spesso malconci, e ciascuno diveniva l'oggetto 
d'una predilezione sistematica e fanatica. Il Commento 
lipsiense divulgò a un tratto tante cose e tante chiose, 
con uno spoglio largo degl'interpreti antichi e con un 
travasamento repentino di erudizieni e speculazioni te- 
desche. Fece l'effetto d'un fìnestrone che si spalanchi e 
lasci precipitar dentro molt' aria fresca, benché non senza 
vento né polvere 5 o l'effetto che in una città di provincia, 
con vecchie botteghe scarsamente fornite e impigliate in 
tapine abitudini locali, farebbe l'apertura d'un bazar 
pieno zeppo di roba forestiera e d'altre cose comunque 
rare in commercio. In che modo e in che limiti abbia lo 
Scartazzini giovato agli studii danteschi in Glermania, 
altri potranno dire; ma una brutta ingratitudine com- 
metterebbe l' Italia 0, commetteremmo specialmente noi 
della generazione che tramonta, se non ricordassimo e 
non inculcassimo che si ricordino le non dubbie bene- 
merenze di lui. ' E per questo, e per le prove che pur 
qualche volta ^li dette, di essere « da sé stesso rimorso » , 



^) A proposito deUft doppia opera compiuta dallo Scartazzini come 
dantista italiano e come dantista tedesco, mi si permetta di riferire 
alcone giuste e acute considerazioni di Pio Rajna : * Un' opportn- 
nìtà.... derivava allo Se. dalla nascita. La Bregaglia spetta geografi- 
camente all' Italia, e se ne può dire un satellite anche sotto U rispetto 
linguistico. Siccome poi il giovane s'era educato nella Università di 
Basilea e di Berna, in terra tedesca, veniva ad essere molto adatto 



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PREFAZIONI XY 

possiamo bene immaginare col Bi^na, che lo Scartazzìni, 
^incontrandosi nel regno delle ombre o degli spiriti con 
coloro coi quali ebbe nimicizia, abbia, nel nome di Dante, 
dato e ricevuto il bacio della pace ', così come, tra i vi- 
T^iti, tutti coloro che furono ingiusto bersaglio de' suoi 
dardi, gli avranno, credo, ormai perdonato. 



Ed ora una i)arola della presente edizione che, prega- 
tone dal benemerito comm. Ulrico Hoepli, ho accettato 
di curare. Nel frontespizio ho scritto ' riveduta ' senza 
aggiungere ^ corretta', perchè questa parola, messa là cosi 
sola ed assoluta, mi pareva superba e troppo promettente, 
anzi compromettente. Ma qui, dove ho agio di spiegarmi, 
non posso non parlare di correzione, giacché in corre- 
zione si risolve di necessità ogni opera di revisione. Quali 
correzioni adunque, quali mutamenti presenta la quarta 
in confronto con la terza edizione! Basta osservare che 
la paginatura è rimasta, tranne in pochi luoghi, la 
stessa, per comprendere che non può essere stata &tta 
una mutazione radicale, una vera e propria rielabora- 
zione. E nient' altro che una ristampa attentamente ri- 
veduta allo scopo di fiEune scomparire refdsi e sviste 
tipografiche, errori d'ortografia e simili mende, che pur- 
troppo erano numerose nella edizione terza, doveva essere 
il presente volume, secondo il primo concetto dell'editore. 



a eompieTe oiia di queUe ftiBzioni mediatrioi, a cui la Svizzera) tri- 
fronte, anzi qnadrij&onte, co^ bene si presta. Dopo V Italia, nessun 
paese ngna^^ya la Germania nel culto per Dante ; ed era di certo 
desiderabilissimo ohe diventasse quanto pih si potesse vivo in questo 
dominio lo scambio intellettuale. Fatto sta che lo Scartazzini venne 
alternando in tutta la sua vita pubblicazioni tedesche e pubblioazioiii 
italiane. ' 



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XYl PRIFÀZIONB 



non avendo lo Scartazzinì lasciati tra le sue carte appunti 
o correzioni di sorta per questo suo lavoro, e non parendo^ 
a cosi breve distanza dalla sua morte, cosa conveniente 
mettere le mani nel commento per modificarlo secondo 
nuovi rinnovati criteri. Ma, nel &tto, la revisione è 
riuscita qualcosa che tramezza fra ciò che P editore aveva 
dapprima pensato e una compiuta rielaborazione. 

n testo, al quale è di necessità coordinato il commento, 
non tollerava, appunto per questo, modificazioni sostan- 
ziali^ né in una edizione scolastica ci è parso ancor 
tempo d' introdurre certe innovazioni che le ricerche 
e gli studi, cui attende la Società Dantesca Italiana, 
ormai consigliano, ma che non hanno peranche quel 
grado di certezza che occorre per essere ammesse nella 
scuola. Ma la grafia, che di edizione in edizione s'era 
venuta piuttosto corrompendo che migliorando, e mo- 
strava un amalgama di criteri diversi - e ciò soprat- 
tutto perchè le condizioni della vista da più anni proi- 
bivano allo Scartazzini la revisione delle bozze o non 
gliela consentivano attenta come avrebbe dovuto essere, 
di modo che spesso ei si dovè rimettere alla discrezione 
altrui -, avea bisogno di divenir più costante e uniforme ; 
e altrettanto dicasi della punteggiatura, qua sovrabbon- 
dante, là scarsa ; in una parte determinata da una ten- 
denza a spezzare il pensiero dantesco in periodi o in 
membri di periodo fortemente disgiunti, in un'altra, in- 
vece, dalla tendenza opposta. A tali inconvenienti ho 
procurato di portar rimedio in questa ristampa; e, senza 
presumere di aver fatto sempre bene, né tutto, proprio 
tutto quel che si sarebbe dovuto, credo di potere co- 
scienziosamente affermare che la nuova edizione rappre- 
senta per questa parte, in confronto delle tre precedenti, e 
fors' anche di altre edizioni della Commedia, un miglio- 
ramento sensibile. Certamente mi è toccato in j qualche 



PRBFAZIONX X?II 



luogo di lasciare, per quanto a malincuore, la vecchia puu- 
legnatura, costrettovi dall'interpretazione che lo Scartai 
Zini Rostiene e che non si voleva per ora toccare; e di 
ciò mi duole soprattutto per il famoso verso delle colotìibe, 
dove lo spostamento del segno di punteggiatura dalla f ne 
al m^szo del verso ' rompe ' riferisco le parole savie ed ar- 
gute del Bigutini ^ rompe con la musica soave dei versi 
il volo rapido ed uguale degli amorosi uccelli ', e fe * pen- 
sare (sia detto con tutta la reverenza ad alcuni valenti 
uomini che tengono diverso avviso) al barbaro diverti- 
mento del tiro al piccione ' ')• Fortuna che la punteggia- 
tura e l'interpretazione più comuni sono accennate nella 
nota! Anche qualche parola qua e là ho mutata, fondan- 
domi non tanto sugli studi miei, quanto, e più, sulla edi- 
zione del Moore, che del testo dantesco forma, per così 
dire, la vulgata moderna, e vulgata autorevole ; ma sono 
generalmente cose tanto tenui, che non vale la pena d'in- 
sisterci sopra. Solo nei versi provenzali, messi in bocca 
ad Arnaldo Daniello, alla lezione dieziana, data costan- 
temente dallo Scartazzini, ho sostituito, come la critica 
giustamente desiderava, la buona ricostruzione fattane, 
alcuni anni or sono, dal pro£ B. Benier. Del resto chi 
avrà voglia e pazienza di confrontare il testo di questa 
eoa quel della terza edizione, vedrà e giudicherà quale 
sia sbBAa. la mia fiortica. 

Circa il conunento, ecco quel che s'è &tto. Lascio stare 
le norme più rigorose che si sono applicate nell' uso del 
I maiuscoletto, del tondo, del corsivo, delle lineette e di 
! simili altre quisquìlie tipografiche; le quali, sebbene cosa 
^ materiale, non son però prive d'importanza e di valore 
^ per l'occhio, che pur in queste cose vuole la parte sua. 



^) Coflì scrire il R. nel beUiasimo Elogio di B. Bianchi, pnbbli- 
ealo negU Am déW Accademia detta Cnma ée\ 1901^^(lg^^'^«<r.). 

B 



ITITI PB8FÀZI0NE 



e per la chiarezza e la £EK)ilità dell'uso e della consul- 
tazione di un'opera. Ma, avendo cominciato a far qual- 
che riscontro di citazioni per assicurarmi della esattezza 
loro, vidi che per questa parte lasciavano talora a de- 
siderare. Ohe fare! A riscontrar tutte, dalla prima al- 
l'ultima, le citazioni numerosissime che occorrono nel 
commento scartazziniano, io non potevo pensare anche 
per difetto di tempo e di libri; ma di certe categorie 
più importanti fra esse mi risolsi a &r questo riscontro 
I)erpetuo, dal quale è risultato buon numero di rettifiche. 
Cosi ho riscontrato ogni rimando a luoghi della Com- 
media o d'altre opere dantesche; ho verificato tutte le ci- 
tazioni bibliche e della Summa theologica di S. Tommaso ; 
mi sono assicurato di tutti i confronti con Virgilio, Orazio, 
Lucano.... e la litania sarebbe ancor lunga, se la volessi 
&r compiuta. Ohi ha pratica di tali lavori, sa per espe- 
rienza come spesso un'indicazione fallace, per essere 
corretta, richieda tempo e pazienza e l'uso di partico- 
lari accorgimenti ; e però giudicherà da sé « il quale e 
il quanto » della mia Mica per rendere, sotto questo 
rispetto, piti fido indicatore il commento scartazziniano. 
Ho altresì ricollazionati con le edizioni da cui erano stati 
tolti, i passi di parecchi antichi commentatori, quali Ia- 
copo della Lana, l'Ottimo, Benvenuto da Imola, e così 
via dicendo; e dove ho corretta la lezione, dove comple- 
tato il passo, dove fiatti altri ritocchi: in taluni casi, 
rarissimi per fortuna, ho rimediato allo scambio, non so 
come avvenuto, tra il nome d'uno e d'un altro commen- 
tatore. Tutte queste^), ed altre consimili, sono rettifica- 



') I rinyii all'opera del Basshrmann, Orme di Dante in Italia, ò 
parso conveniente ù^ìì snUa versione itaUana di Egidio Gorra^ uscita 
in quest'anno a Bologna coi tipi della Ditta Zanichelli. 

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PBsrÀZioHB ut 

max di &tto, che, primo fra tutti, lo Scartazzini avrebbe 
gradite; poiché, quanto egli s'impuntava e s'imperma- 
livi delle osservazioni che si facessero dalla critica in- 
torno ai libri suoi, una volta pubblicati, altrettanto, va 
ricordato a suo onore, gradiva e accettava le proposte di 
eofrezionì che gli venissero Mte in privato durante la 
preparazione e la stampa dell' opera : di ciò mi assicura 
il earìssìmo cav. Laudi, e se n'ha la riprova in ringra- 
ziamenti e dichiarazioni che si leggono nei proemi al- 
Tedizìonì precedenti di questo libro stesso. 

Ma, e la sostanza del Commento! Questa, come ho detto, 
s'è volata rispettare^ se non che in taluni luoghi confesso 
fhd mi sono lasciato vincere dalla tentazione, ed ho tolto, 
ingiunto, rifuso. Dove e per quali motivi volta per volta 
io abbia osato ciò, sarebbe tropx>o lungo a dire ; ma poi- 
òè^ se non m'inganno, si tratta sempre di storture rad- 
drizzate, nessuno, spero, me ne vorrà male. Mi si potrà, 
è vero, obbiettare che io o dovevo mettere le mani ftan- 
eamente per tutto, o tutto lasciare intatto ; ma tale obbie- 
zkme, se avrebbe molto valore per un'opera, poniamo, di 
speculazione o d'arte, le cui parti sono fra loro congiunte 
da legami logici ben stretti e ben saldi, non si può ap- 
plicare a un commento, formato di note e x>ostille, scelte o 
red^te, bensì, secondo certi criteii generali uniformi, ma 
^ molto spesso sono indipendenti fra loro. Prendano i let- 
tm come un dono quel che s' è fatto stavolta; col tempo, 
fjiiando parrà opportuno e necessario (e l'opportunità e 
h necessità saranno indicate dai progressi della critica 
itanteaca), si farà di piti. Un solo caso mi permetto di 
nlevare : la casiigatiOj che s' è creduto di dover eseguire 
Bel commento all'episodio di Brunetto Latini e che si è 
«seguita per via di tagli, trasformazioni, sostituzioni che 
«^hionque voglia^ potrà riscontrar da sé. Qui però l' ardi- 



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XX PREFAZIONB 

mento mìo è stato assai minore di quel che parrebbe; per- 
chè da una parte la critica aveva ripetutamente censurata 
la crudezza inopportuna e volgaruccia di certe note, e 
dall'altra lo Scartazzini, che aveva pur fatto nella edizione 
terza qualche concessione alla critica, si piegò ad essa 
interamente nella seconda edizione deìV Inferno lipsiense, 
uscita i)ochi mesi prima della sua morte. Quivi è tolta 
ogni parola men che pura, ogni accenno men che nobile; 
e la nota, in cui si esamina l'atteggiamento del Poeta di 
fronte a ser Brunetto, termina con queste parole: * Dante 
parla con amore e riverenza di Brunetto Latini, perchè 
lo amava e riveriva davvero; ma lo camìcia nelP Inferno 
tra i sodomiti, perchè doveva essere generalmente noto 
che Brunetto fosse stato macchiato di questo sozzo vizio, 
e perchè Dante a tutti gli altri riguardi antepone la 
verità. ' 

Si sono poi soppresse certe allusioni iraconde e ingiuste 
a un egregio commentatore vivente, che si leggevano qua 
e là; con che non si è fatto altro se non obbedire alla 
ingiunzione che, preludendo al Paradiso lipsiense, lo Scar- 
tazzini faceva a chi avesse avuto a ristampare dopo la 
sua morte il commento di Lipsia, ma che può ben valere 
per le ristampe postume di ogn' altra opera sua^). 

Anche mi sono studiato di correggere espressioni o 
stentate o poco italiane, che il dantista svizzero non si 
fEiceva scrupolo di adoperare: solo mi preme avvertire che 
la mia risciacquata, per usare un' immagine del Manzoni, 
della lingua scartazziniana, non ha la pretesa di essere 
compiuta; anzi si è limitata per solito a togliere le mac- 
chie che mi pareva dessero più nell'occhio. E qualche 



1) * Si canceUi ' così scriveva lo Scartazzini * ogni parola, ogni 
sillaba di jwlemica che si troverà nei tre volumi'. 



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1^RS?ÀZI0N> XXI 

Anna troppo dura può bene essermi sfuggita inosservata, 
poche, a lungo andare, si fa l'abitudine anche a una 
lingua e a uno stile un po' esotici. 

Vindice, infine, pur rimanendo sostanzialmente lo stesso, 
è stato per mezzo di una diligente revisione purgato da 
parecchie sviste, che di edizione in edizione si ripetevano 
immutate, e in più luoghi ha ricevuto aggiunte non ispre- 
gevoli. 

Per concludere, il libro si può dir che riappaia alius 
et idem^ e, come idemy conserverà di certo il fovore che 
gode da dieci anni e che ne ha &tto già esaurire tre edi- 
zioni copiosissime ; come alius poi, ed alius per le nuove 
cure che vi sono state spese attorno % apparendo meglio 
iegDo di tale fevore, non dovrebbe, dice l'Editore, allar- 
gare la cerchia de' suoi benevoli t 

FireDKe, 23 settembre 1902. 

Giuseppe Vandelli. 



') Mi sentirei colpevole d' ìngratitadine e, staro per dire, d'ap- 
ptopfiiazìone indebitai se non ringraziassi pubblicamente F egregio 
signor Alsbrto Landi, degno figlio del car. Salvador», della 
perisìa - perizia non soltanto tipografica - e della premura e dili- 
genza, con che si è adoperato ad aUeggerirmi l'opera di revisione 
« a renderla più compiuta ed esatta. Senza la sua oculata coopera- 
tone oMte mende, certe incongruenze, soprattutto, della terza edi- 
zione mi sarebbero forse sfuggite, e le scorrettezze, che pur ora 
non maneheranno, sarebbero state certamente più numerose. 



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TAVOLA 
DELLE ABBEBVIATUEE 



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TAVOLA DELLE ABBREVIATURE 



Ac^ — I«e gemnM deOm D. C. dlohiante ed lUotinte dft Oiuuo Acquaticci. 

GfaicaU, 1805. (1 toI. Iii-8<» ploo.). 
!«■. — Topo-CronocraiU del Viaggio Danteieo per OiOTAmn AansLU. MIUdo. 

lan. a rol. ìb-4p eoa 15 toTole). 
AM. — «disumi Aldine deU» D. C. delle qaeU ebbiemo eott'oooliio 1» prlm» del 

isn, 1* ooBtrsflksioiie Lloneae del 1602 e le 9» Aldina. Yenesln. 1615. 
kmér, — Ln D. G. di D. A. eoi commento di Raffaeli Andrioll KepoU, 1866. 

Koore edis. 1868, 1869, 1881, eoo. (1 Tol. in-80). 
Aa. c»i Imf. — Commento aUn eantioa dell' Intono di D. A. di Autoek amo- 

mio ora per la prima Tolta dato In loee per eora di Lobd YsiuroN. Firense, 

1848. a ToL in*8o. È la tradoilone del BamlHrl.). 
Aa. wt^r* — Commento alla D. C. d* AiroiriMO FiOBERTiiro del seo. xiv ora per la 

ptiaia Tolta atampato a cara di Pirbo Fahfaxi. Bologna, 1866-1874. (8 to- 

Aa. m^~ — ChSoae anonime alla prima Canttoa della D. C. di un contemporaneo 
òbL Poet*, per Fbavccsoo Sklmi. Torino, 1865. (1 toL Ìn-80). 

ami. ^ Solle dottrine aetronomiohe della D. C. Baglonamenti di 0-. Antohblu. 
Flrcne, 1866. a «mo. in-80). 

- »iidi particolari enlla D. C. di 6. Amiohilu. Firenie, 1871. (1 tuo. in 99). 

- AmmùUmàaai aatronomiohe del P. 6. Ajttokxlu, nella D. C. ool commento del 

TOMMABBO; ofr. T*aa« 
A li I t a» , m—, — U aeoolo di Dante. Comento storico di Fbbdihaiido Abbiva- 

BSSL Udine, 1827. (1 rtA. Ìn-8<>, ohe forma la parte I del m toI. del Dante 

BartoUniaao; etr. TIt.). 
Ba». TU. — Vita di Dante acritta da Cisabb Balbo. Sdii, consentita dal- 

raator». Firense, 1853. U toI. in 120). 
Baaibsi. — Il Commento aU' Infèrno di Gbaciolo db' Bambaouou, dal codice 

flaadanfnli'f con le aggiunte e Tarlanti del Senese per cara del prof. Airromo 

FiAMMAXSO. Udine, 1882. (1 toL Ìn-8<^. 
Bars. — Lo Inibmo della Conmiedla di D. A. col Comento di Guihifobto dblli 

Baboioi, tratto da dne Ifanoscritti ined. del sec. xv, con introdtuione e note 

di G. Zachbbohi. Marsiglia, 1838. (1 toI. in-i» pico.). 
Barlasr — Criticai, historioal and pblloeophical contrìbntions to tbe stody of 

fbe D. C. by H. C. Bablow. Londra, 1864. (1 toI. in-80). 

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XXTI TÀVOLA DBLLE ABBBiyUTUBB 

B»rt. — Storia della letteratura italiana di Adolfo Babtou, toI. 4-6. Firense, 

1881 e seg. (8 voi. In-So pico.). 
Baa*. — Alpbbd BAiWTOifAìm. Orme di Danto in Italia. Opera tradotta aolla 

2^ edlsione tedesoa da E. Gorra. Bologna, Zanichelli, 1902. a voi. in-8<>). 
BeBB»a. — La D. C. col commento oattolloo di Luigi BKMMABSun. Verona, 1864-68. 

(3 voi. ln-8«). 
Beav. — BRirvxmjn dk Bambaldu dk Imola, Comentnm niper Dantis AJdi- 

ghery Ck>m(BdÌam, nane primnm integre in luoem edltnm, tnmptibas Guiusua 

Warrkn Yernon, oaranto Iaoobo Phiupfo Lacaita. Firense, 1887. (6 voi. 

ln-40 pioo.). 
B«rtii. — La D. C. eon oommenti secondo la soolastioa del P. Oioachuto Bbr- 

THIBB. Freibarg, 1892 e eegg. (3 voi. in-40 in corso di stampa). 
Beiil — Salvatorc Betti, Postille alla D. 0. ora per la prima volto edito di 

sa il manoscritto dell' aatore da Oiubrppb Cuqhoni. Città di Castello, 1883. 

(8 voi. in-8® pice.). 

— Scritti Dantesclii in appendice alle postille del medesimo antoro alla D. C. rao- 

ooltl da O. CuGNom. Città di Castello, 189J. (1 voi. in-8o pioo.). 
Bla*. — La D. C. col commento di Oiobavattb Biaoiou. Parigi, 1818-19. Bistam- 

pato di poi molto volte. (8 voi. in-80). 
Blaa« — Vocabolario Dantesco, on Dictionnaire crìtiqae et raisonnó de la D. C. 

de D. A. par L. G. Blano. Leipsig, 1852. (1 voi. in-80). Trad. ital. di G. Cau- 

BOMB. Firense, 1859. (1 voi. in-120). 

— Yersoch einer blos philologischen BrkUirang mebrerer dnnklen and streitigen 

Stellen der G5ttUchen Komodie von Dr. L. G. Blako. Halle, 1860-66. (2 parti 

in-80). 
Blaae — Die GSttUohe Komodle dee D. A. iibersetst and erWatort von L. G. 

Blavo. Halle, 1864. (1 voi. in-S» pico.). 
Ba«e. li Cemento di Giovahhi Boccaoci sopra la Commedia con le aanotadoni di 

A. M. Salvimi, per cara di Gartajvo Milambbi. Firense, 1868. (2 voi. in-12<^. 
Bo«el — Bisionario storico, geografico, aniversale della D. C. di Donato Booc^ 

Torino, 1878. (1 voi. in-8o pico.). 
Barrii. — La D. 0. con naovi argomenti e noto di G. Borghi. Parigi, 1844 (1 

voi. in-120.) 
BarvIalBl — Stadi salla D. C. di Gal. Oaliìei, Vincenzo Borohini ed altri 

pobbl. da Ott. Giou. Firense, 1856. (1 voi. in-120). 
Br. B. — La Commedia di D. A. novamento rivedata nel testo e dichiarato d« 

Brunonr BLàNCUi. Nona edisione. Firense, 1886. (1 voL in-120). 
Ball. — Ballettino della Società dantesca italiana. Serie I*, 14 (bsc. Firense, 1800- 

98. Serie H», Voi. I-VI, Firense, 1893-99. 
BaaH. — Discorso di Vnic. Buomanni sopra la prima cantica del divinisaimo theo- 

lego Danto d'Alighieri del Bello. Firense, 1572 (l voi. in-40 pico.). 
Ba»«. Cam. — Alberto Buboaino Campo, Stadi! DanteschL Bdisione comple- 
ta. Trapani, 1894. (1 voi. in-S»). 
Bau — Commento di Francrboo da Bun sopra la D. C. di D. A. pnbbl. per 

cara di Crrsorntino Giannini. Pisa, 1858-62. (8 voi. in-80). 
Bau. — The Hell, the Pargatory and the Paradise of D. A. edited witfa tiansla- 

tion and notes by Arthur John Butlrr. Londra, 1880 92. (8 voi. Ìn-8o pioo.). 
Cam. — La D. C. di D. A. con noto tratte dai migliori oommenti per cara di 

Eugenio Camerini. Milano, 1868-69. (8 parti in-fbl.). 
€}aaapl • La D. C. ridotto a miglior lesione con V alato di ottimi manoscritti e 

corredato di noto edito ed inedito antiche e moderne per oara di Giuseppk Cam- 
pi. Torino, 1888-91. (8 voi. in-S^). 
Casa. — Cassinese; otr. Post. Casa. 
Cast. — Sposlsione di Lod. Cabtrlvbtro a '^Triit; canti ^dell'Inforno dantesco 

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TITOLA DKLLB ÀBBBBYUTUBB XXYII 

on per la prima Tolto dato in lace da Giotahiq F&AiiaoBi. Modena, 1886. 

a Tol. bk'4f> gr.). 
Ci»T«rAÌ — Tool e Modi nella D. G. dell* oso popolare toscano. Dlrionarletto 

e em p O ato da Baffuello Cavxb». Firense, 1877. (1 toI. ia-120). 
esca. — BeUene deUa D.C.INal. di Aurosio Cbbabi. Verona, 1824-26. (3 rol.in-8<^. 
Cmb. Upa« — La D. C. di D. ▲. rivedato nel teeto e eommentoto da Q. A. Scab- 

TABm. Lipsia, 1874-00. (4 voi. in-80 picc.). 
€;«rB. — La D. C. di D. A. eoi commento di GiOYAmn Habia Cornoloi. Boma, 

18OT. (1 ToL ln-80)- 
Oasi» ~ La D. C. eoa noto di Paolo Costa. KnpoU, 1880. (3 rei. In-dP), 
Crai. — La D. C. di D. ▲. Nobile Fierantìno, ridotto a miglior lezione dagli Acca- 

dearid della Cmaca. Flrense, 1605. a voi. in-80 picc.). 
^ Yoeabolacio degli Accademici della Cnuca. Quinto impressione. Firense, 1863-04 

(ToL l-vm, 1. in-40 gr. A'Impiegore, e « aiossario » I, A-Buturo). 
■Mi. — Danto oon V espoaitione di H. BiuiABDiifO Daxibllo da luooa, sopra 

la sua Commedia dell' Lifemo, del Purgatorio e del Paradiso. Tenesia, 1568. 

a ▼<^ in-4^ pice.). 
D. • U aaio a*e. — D^nto e il suo secolo, xiv maggio mdooolxy. Firense, Cel- 

Bni e C. 1865. (1 voi. in-40 gr.). 
Bwate-HAB^k Dahts-Hahdbuch. BnifObrong in das Stndinm dee Lebens 

and dar Sohriften Dento Aligliieri's ron Dr. G. A. BCABTAZZun. Lipsia, 1802. 

a ToL ln-8»). 
B« BAt. — BibUografla Dantoica, ossi» Catalogo delle edidoni, tradosionJ, codici 

maaosorlttl e oomenti della D. C. e delle opere minori di Danto, segoìto dalla 

■erie de* biografi di lai, compilato dal signor Ylsconto Colomb db Batinbb. 

Xiadaa. ito!., Cstta sol ms. francese dell' autore. Prato, 1845-46. (2 toI. in-S^). 
W mmU, — D Pandlso di D. dlohianito ai gioTsoi da Avgblo db Gcbbbitatib. 

Flianae, 3888. a toL in-M^). 
•«Uà iTsOle — D senso geografloo-astronomico della D. C. per GiOY. Dblla 

Yajum, FMnia, 1860. (1 ytA. in-29), 

— Bapplamento al libro: D senso ecc. Faensa, 1870. (1 fkse. in-8o). 

— Kaore DIoflInuEioni sulla D. C. Faensa, 1877. (1 toI. in 8<>). 

»•! !«■■«• — Dino Compagni e la sua oroniea, per Ibidobo Dbl Lungo. Fl- 
rense, 1870 87. (8 rei, hk-9P gr.). 
^ Danto ne* tompi di l)aato. Bltoatti e skidi. Bologna, 1888. (X rei. ìb-120). 
»• M»no — Commento su la D. C. di D. A. di Abtohio Gualbbbto db Kabzo. 

Fb«se, 1864-81. (8 toL in-40 gr.). 
M CM. — GiuBBPPB DI Cbsabb, Koto a Danto, per cura di Nicoola Caotaoka. 

GlUà di OastoUo, 1804. a Td. ln-80 pice.). 
Mas, «imMi. — Grammatik der romanischen Spraohen von Fbibdbioh Dnz. M» 

edis. Bonn, 1882. (8 toL in-80). 
Mes, Ijab. * W. — Leben nnd Werke der Ironbadours yon Fribdbicb Dibs. 

Zwtokan, 1820} 2* edis. Lipsia» 1882. a toL in-80). 
Maa, P««ato — Die Poesie der Tronbadonrs ron Fbibdbich Dna. Zwlckau 

1826 1 S» edis. Lipsia, 1888. a toI. in-80). ' 

Man, Wtt. - Btymologischea Wortorbuch der romanischen Sprachen von 

Fbibdbich Daz, 8> edis. Bonn, 1860-70. (2 inA, in-S^. 
Man. — La D. C. di D. A. eon intiodns. ed aggiunto critica del can. G. I. 

DB* DiOHm. Parma, 1705. (8 toI. in-fbl.). 
- Preparasione Istor. e crit. alla nnova edis. di D. A. Verona, 1806. (2 voi. in 40), 
M Man* — Commedia di D. A. oon noto di Gbboobio di Sibma. Infèrno. Na- 

poO, 1867-70. (1 YoL in-80). 
Hai. ~ La D. C. di nuoTO alla sua vera lettone ridotto con lo aiuto di molti anti- 

ddsatai esemplari, con argomenti et allegorie per dasoun canto,>«^ apoajkllle nel 

litizedbyV^OOgle 



XXVIII TAVOLA PELLB ABBREYIATTJBB 

niArgine, et tndloe ooploaisaimo di tatti l TWJftboli più importanti usati dal Poeta, 
oon la spoaision loro per Lodovico Dolce. Yeneefa, 1666. (1 voi. iii-12<>). 

E4. Aae. — La D. C. Firente, all' diseona dell'Ancora, 1817-19. (4 toI. in-foL). 

K4. P»«. — La D. C. col oom. del P. B. Lombabdi, ora naoTamente arricchito 
di molte iUastraaioni edite ed inedite. Padova, Tipografia della Minerva, 1822. 
(6 voi. in-80). 

Bacici. — Db. G. a. SoABTAZZL'n, Sooiolopedia Dantetoa. Disionario critico e 
ragionato di qoanto concerne la vita e le opere di D. A. Milano, 18M-09. 
(2 voi. in-80). 

Falso BfMc — Chiose sopra Dante. Testo inedito, ora per la prima volta pubbli- 
cato da 6. 6. Warbkh Lord Yerhoh. Firenie. 1846. d voi. in-80 gr.). 

raaf. — Stadi ed Osservasloni di Pietro Fahi ani sopra il testo delle opere di 
Dante. Firense, 1873. (1 voi. in-120). 

— Indagini Dantesche, messe insieme da Niccola Castagna. Città di Castello, 1895. 

(1 voi. in-8o picc.). 

Filai. - Dante AUghleri's GotUiohe Comodie. Metrisoh iibertragen nnd mit kri- 
tisohen nnd historisohen Erlftaterongen versehen von Philalbthbb (Be Gio- 
vanni di Sassonia). Lipsia, 1866-66. (8 voi. in-80 gr.). 

Foac. — La D. C. mostrata da Ugo Foscolo. Londra, 1842-43. (4 voi. in-80). 

Fraas. Pai. Frammenti Palatini della D. C. (Par. X, 81-XXXIII, 146), con 
ohlose latine, pabbl. da Fr. Palermo nell' opera: « I Manoscritti Palatini di Fi* 
rense. Fir., 1860-68. (8 voi. in-40 gr. U,716-880 ; cfr. UI, 679-693). 

Fraae. — La D. C. di D. A. oon note de' pia celebri commentatori per Gio- 
vanni FRANOBSLà. Torino, 1878. (3 voi. in-160). 

Fraackc — Dante Al.'sGottUche Komodie. Genaa naoh dem Yersmasse des Orl- 
ginals in deatsche Beime iiberiragen nnd mit Anmerknngen versehen von Ju- 
UUB Franckb. Lipsia, 1888-86. (8 voi. in-80 gr.). 

Frat. — La D. C. di D. A. col com. di P. Fraticelli. Firense, 1866 <1 voi. in-120). 

«al. — Lettere sa Dante Alighieri del can. Carmine Galanti. Ripatransone e 
Prato, 1873-88, Serie I, lett. 1-36. Serie U, lett. 1-38 (69 fksc in-S»). 

«air. — G. Galvani, Saggio di aloone postille alla D. C. oon prefasione di Gio- 
vanni Franciosi. Città di CasteUo, 1894. (1 voi. in-S» picc.). 

eoi. — Lettore edite e inedite di G. B. Gelli sopra la C. di D. raccolte per oora 
di Carlo Keoronl Firense, 1887. (2 voi. ia-80). 

Oll^ena. — Dante's Gdttliche Cumodie iibersetst von Otto Gildemeister. Ber- 
lino, 1888. a voi. in-80 gr.). 

eiob. — La D. C. ridotta a miglior lesione dagli Accademici della Crosca oon le 
chiose di YiNCBNZo Giorertl Napoli, 1866. (1 voL in-8<>). 

«lora. Daat. Giornale Dantesoo, diretto da G. L. Passerini, Yenesia e Firense, 
1894 e seg. 

dlnl. — Metodo di commentare la C. di D. A. proposto da G. B. Giuliani. Fi- 
rense, 1861. a voi. inl20). 

— La Commedia raflbrmata nel testo glosta la ragione e l'arte dell' aotore. Fi- 

rense, 1880. (1 voi. in-240;. 
eraal -- Dante Alighieri's Gdttliohe Komodie in's Deatsche iibertragen nnd 

liistorisch, ttsthetisch ond vomehmlich theologisch erlfiatert von Karl Graul. 

Ester theU. Die Hdlle. Leipsig, 1843. (1 voi. in-80). 
ercff. — La D. C. interpretau da Francesco Grsooretti. Yenesia, 1868. (1 

voi. in-8o picc.). 
HeUlBv. — Die GSttliohe Komddie des D. A. nach ihrem wesentUchen Inhalt 

ond Charakter dargestellt von Dr. Franz Aettinoer. 2» edisione. Friborgo, 

1889. (1 voi. Ìn.8o picc.). 
lar. Daat. — Chiose sUa Cantica dell'Inferno di D. A. attriboite a Iacopo sao 

ùg,ÌÌo ed. per oora di Lord Yernon. Firense, 1848. (l^ol. in-S** gr.). 

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TAVOLA DELLE AnBHEVTATUBE XXIX 

. — Die GótUiehe Komddie dM D. A. aaa dem lUlieDischen fibenetst 
md erUSrt Ton Karl LuDwia Kaxneotsssrr. Ffinfte nm^eArbeiteto Anflage 
bemuiseg^beii Ton Kavl Witte. Lipsia, 1873. (3 voi. in-S® plcc.). 

K«fk. — DaoWft Gotiche KomSdie. Ueberaetzimg, Kommentar und Abbandlnn» 
gea nber Zeitaltor, L«beii nnd Schrlften Dante'a toh Auoust Kopisob. Dritte 
AnOage, dnrcbMia revidirt, berichtigt nnd e rgSnzt tod Da. Thxodob Paur. 
Berlino. 1882 e 1887. (1 voi. in-SO gr.). 

KnMu — BMite. Sein Leben ond aein Werk, aein YerbiUtiiIfla sor Knnat nnd 
sor Politik, Ton Fkaxz Xavxb Kbaus. Berlin, 1897. (1 yoI. in-8^ maaa. con 3 
toT. 6 81 iiioatras.). 

I«B. — La D. C. col commento di Jac. Della Lana. Bologna, 1866. (3 voi. in-89), 

Idaatf. ~ Cofmedia del divino poeta Danthe Alighieri, con la dotta & leggiadra apo- 
altione di Christophoko Laicdiico. Venezia, 1586. (1 voi. in-40). 

!*•■«. — Cablo Lehzoni, In difesa della lingna fiorentina et di Dante. Con le 
regole da far bella et nnmeroaa la prosa. Firenie, 1556. (1 voi. ìn-if* pioo.). 

■«•■a^ — La D. C. novamente corretta, apiegata e difesa da F. B. L. M. C. 
(Fbascxscu Bo!f avkbtura Lombardi Minor Conventuale). Berna, 1701. (3 voi. 
in-i<», ristampati più volte. Ci aerviaroo dell' edlz. Roma, 1815 17, 4 voi. in-40>. 

M^MEf' — The D. G. of D. A. tranalated by Henry Wadbwobth Lorqfbllow. 
Lipsia, 1867. (3 voi. inl20). 

I<»r4 TeraoB laf. — L* Inferno di D. A. diaposto in ordine grammaticale e 
corredato di brevi diohiaraaioni da G. G. Warrem Lord Ybrkom. Londra, 
1858-65. (3 Y<A, in-fol. Splendida pabblioasione foor di commercio). 

I**rl« — L' Italia nella D. C. del Dr. Cbbarb Loru. 2^ odia. Flrenae, 1872. (2 
voi. in-12«). 

iMb. — La D. C. di D. A., prooednta dalla vita e da stn^j preparatola illostra- 
jtivi, esposU e commentata da Antonio Lubin. Padova, 1881. (1 voi. in-8<*)- 

L. Test. — Le aimilitndinf danteache illnstrate e confrontate da Luigi Venturi. 
Flrenae, 1874 e 1889. (1 voi. Ìn-80 pieo.). 

May. — Comento ani primi cinque canti dell'Inferno di Dante di Lorenzo Ma- 
galotti. Milano, 1819. a voi. in 80). 

Mar. — La D. C. eaposta al giovinetto da L. Mariani. 2» odia. Firenao, 1873. (1 
voL hi-12®). 

Mmrt. — La D. C. dichiarata secondo i principi! della filosofia per Lorenzo Mar- 
tini. Torino, 1840. (3 voi. in-99). 

Man. — Della difesa della C. di D. diatinta in aette libri, di Jac. Mazzoni. Ce- 
sena, 1688. (2 voi. in-40 plco.). 

Maaa. «lioa. — Dr. Giuseppe Mazzoni, Alcune osservazioni ani Com. della D. 
C. pnbbllcato dal Dr. G. A. Soartasaini. Lngo, 1898. (opoaoolo in-99). 

MMu»T«a. — Voci e passi di D. cbiariti ed illustrati con doonm. a Ini oontem- 
ponnM per O. Mazzoni-Tosblli. Bologna, 1871. (1 voi. in-80). 

T. MIJb4. — De Komedie van Dante Alighieri. In dichtmaat overgebracht door 
Dr. J. C. Hackb van Mtjnden. Haarlem, 1867-73. (8 voi. in-fol. Splendida 
pabblieaziooe fuor di commercio). 

■•■ai — Postulo ai coment! del Lombardi e del Biagidi sulla D. C. Ferrara, 
1879. (1 voi. in-80 gr.). 

S««re — The time-references in the D. C. by E. Moorb. Londra, 1887. (1 vo- 
lume fai-16<0* 

— OonMbntions te the textnal critidsm of theD. G. Cambridge, 1889. (1 voi. in-8<»). 

— Stodiea in Dante. First Series. Scriptnre and olaasioal anthors in Dante. Oxford, 

1896. (1 voi. in-80). 

— La D. C. di D. A. nuovamente riveduta nel testo dal Dr. £. Moorb, con in- 

dice dei nomi propri compUato da Paobt Toynbee M. A. Oxford, 1900. (1 vo- 

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XIX TAVOLA DBLLB ABBREYIATUBE 

HoMeAU — O. F. MossOTTf , niiutrazioai Mtronomiohe a tre looi^hi della D. C. 

raccolte da G. L. Pasbbbihi. Città di Caitello. 1834. (1 voi. in-80 pioo.). 
M»BBae. — Analisi oritioa del Terbi italiani del prof. Vino. Kahhuoci. Blrense, 

1848 (1 Tol. in-80). 

— Teorica dei nomi della lingoa italiana. Firenze, 1847. (1 voi. Ìn-8<^. 

— Intorno alle voci osate da Dante secondo i oomment«tori in fraxia della rinui. 

Corfli, 1840. (1 Yol. in-80). 
Br»Baae. — Mannaie della letteratura del primo secolo della lingua italiana. 

2» edls. Firense, 1856-&8 (ristampato più volte: 2 voi. in-8<>). 
H»4oll ~ La D. C. esposta in tre tavole illostrate ad nso delle scaole da Luigi 

Katou. Palermo, 1802. (1 opaso. in-8^ gr.). 
Moeitl ~ G. A. Nocm, Orario completo della D. C. Cosenza, 1894. (opnsc. in-8o>. 
WoU. — Dante AKgh.'s Oottlicbe Komodie fibersetxt nnd erlttntert von Fhikorich 

NOTTEB. Stuttgart, 1871-72. (2 voi. in-S» pico). 
ou. — V Ottimo Con xsrro della D. C. ed. da Alussaitobo Torri. Pisa, 1827-29. 

(3 voi. in-80). 
Osan. — Dante et la philosophie oathoUqne an xiu siede par A. F. Ozamam. 

Paria, 1845 (1 voi. inS»). 

— Le Pargatoire. Tradoction et oommentaire. Parla, 1862 (i voi. in-8°). 
PairaBlal — Carlo Paqaito Paganini, Chiose a Inoghi fllosofloi della D. G. 

raccolte e ristampate per onra di Giov. Franciosi. Città di Castello. 1894. (1 
voi. in-8<> picc.). 

PapanU — Dante secondo la tradisione e i novellatori. Kioerche di Giovanki 
Papantl Livorno, 1873. (1 voi. ln-8® gr.). 

Paaq. — Le qoattro giornate del Purgatorio di D. o le quattro età dell' uomo, per 
Francesco Pasqualigo. Venezia, 1874. (1 voi. in-160). 

Paaa. — La D. C. di D. A. nuovamente annotata da G. L. Passerini. Firense, 
1897. (8 voi. in-ieo). 

Peras. — Note latine alla D. C. di Bart. PBRAZzun edite da FiL. Scolari nel 
suo lavoro « Intorno alle epist. lat. di D. ». Venezia, 1844, p. 71-192. 

Perea ~ I sette cerchi del Parg. di Dante. Saggio di studi di Paolo Peebz. 
2» edis. Verona, 1807. (1 voi. in-8o pico.). 

Petr, Oasi. — Pbtri Allboheru super Dantis ipsins genitorlaComoddlam Com- 
mentarium, nuno primnm in lucem editum Consilio et somptibns G. J. Bar. Vks- 
NON, curante Vincentio Nannucci. Firenze, 1845. (l voi. in-S® gr.). 

Picei — I luoghi più oscuri e controversi della D. C. di D. dichiarati da Giu- 
seppe Pioci. Brescia, 1848. a voi. in-80). 

Plamp. — The Commedia and Canzoniere. A new translation with notes, easaya 
and a blographloal introductlon by B. H. Plumptrb. Londra, 1880*87. (2 vo- 
lumi in-80). 

Peir* — La D. C. già ridotta a miglior lezione dagli Accademici della Cruaoa, 
ed ora accuratam. emendata, ecc. per Gaetano Poggiau. Livorno, 1807-13. 
(4 voi. in-80). 

Pel. — Dizionario Dantesco di Giacomo Poletto. Siena, 1885-87. (7 voi. in-12<^. 

— Alcuni studi su D. A. Siena, 1892. (1 voi. inl20). 

— La D. C. di D. A. col commento del prof. Giacomo Poletto. Roma e Touraay, 

1894. (3 voi. in-80 gr.). 

Pernia — Opere su Dante di Marco Giovanni Ponta (Nuovo esperimento-Oro- 
logio di Dante, eoe.). Novi, 1840. (1 voi. in-80). 

Pert. — La D. C. illustrata di note di Luigi Portirxlu. Milano, 1804. (8 vo- 
lumi in-80). 

Pesi. Caaa. — Postillatore Cassivese. D Codice Cassinese della D. C. per la 
prima volta letteralmente messo a stampa per cura del monaci di Monte Caa- 
sino. Monte Cassino, 1805. (1 voi. In-fol.). 

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TATOLÀ DBLLK ÀBBRITIÀTUBS XXXI 

^■ •1> E . — PsoLBaomn della D. G. Introdurione allo stadio di D. A. e delle 
«oe opn« per O. A. SCABTAZZun. Lipei», 1800. (1 voi. in-S9), 

^mmUf Wlmr. — Quattro Fiobbhtini. La D. C. ridotta a miglior lesione col- 
l'ajoto di Tsij testi a penna da G. B. NicoouHi, Gino Capponi, Giubspi'B Bor> 
Gm e FauTTUOSO Bicchi. Fireose, 1837. (8 voi. in-8<> gt.h 

M ecI ~ CoBRADO Bicci, L*altirao rifugio di Dante Alighieri illnstrasioni e do- 
CBmentL Milano, 1891. (1 toL in-40). 

■ e ss, — La D. C. eoi oommento analitioo di Gabbiblb Rossetti, Tolami I e II 
OaiiBmo). Londra, 1828-27. (2 toI. in-80}. 

— SaOo spirito anUpapale ohe pinodosse la Bifonna, eoe. Londra, 1832. (1 toI. in-&<>). 

— n mistero dell'amor platonico del medio evo. Londra, 1840. (6 toI. in-8<* pioo.). 
Batk — Stadien liber D. A. Ein Beitrag snm Yerstiindniss der Gottlichen Ko- 

) Ton BiOL KuTH. Tiibingen, 1858. (I voi. in-8<^. 
Fratria Iohahrib db Sbbbavallb traoslatio et oomentnm totios libri 
Dantis Aldigherii eoo. Prato, 1801. (1 voi. infoi.). 

Mre«lcr. — D. Al.'s Odttliche Komodie ùbersetst and eriftatert von Kabl 6tbbck- 
FUBS. ae Aosg. letster Hand, Oe Anfl. Braonschweig, 1871. (1 voi. Ìn-80). 

a«««. im«^ — Stadi inediti sa D. A. 8. Centofluiti, A. Torri. Colomb De Ba- 
tinee, Lelio Arbib, Pietro FratioeUi. Firuize, 1846. (1 voi. in-8<>). 

Tal. — La C. di D. A. ool oommento inedito di Stefano Taucb da lUotUdone pab- 
blieato per cara di Vincenzo Pbokib e di Cablo Nboboni. 2^ edis. Milano, 1888. 
& voi. in-80). 

— Scritti sa Dante di Giuseppe Todbschihi, raoooHi da Baetolohmbo 
Yicensa, 1872. (2 voi. in-120). 
, — Commedia di D. A. con ragionamenti e note di Niccolò Tommaseo. 
Milano, 1866 e seg. (8 voi. in-40). 

Dte. Slm. — Dixionario dei Sinonimi della Lingua italiana, per ocra di 
ViooOLÒ Tommaseo. Quinta edizicme Milanese. Milano, 1867. (1 voi. in-40). 

T«Bs^llelI. — Dlsionario della Lingua Italiana, nuovamente compilato dai si- 
gnori Niccolò Tommaseo e oav. prof. Bbbnabdo Bbluni. Torino, 1861-70. 
(8 voi. in-40 gr.). 

T«rel. — Poetale alla D. C. di G. Tobblu, nelle sue : Opere varie in verso ed 
te prosa. Pisa, 1883. (2 voL in-80). 

T«iivi«*l. — Studi sul Poema sacro di D. A. del conte F. M. Tobbicelu di Tob- 
BICXLLA. KapoU, 1850-58. (2 voi. in-80). 

Trfaa. — La D. C. espoeta in prosa dal conte Fbancbsco Tbissuo, 2* edi8. Mi- 
lano, 1864. (3 voi. in-80). 

Varchi — Bbnbobtto Yabchi. Lerioni su Dante e Prose varie ed. da G. Aiazzi 
e L. Abbib. Flrenxe, 1841. (2 voi. Ìn-8<^). 

Teli. — La Commedia di D. A. con la nova espositione di Albssandbo Yellu- 
TELUO. Yenesia, 1544. (1 voi. in-40). 

T«m6. — Dante oon una breve e sufflolente dlohiarasione del senso letterale di- 
versa in piti luoghi da quella degli antiohi commentatori, del P. Pompeo Yen- 
tubi. Lucca, 1782. (8 voi. in-B^). 

Yem. — Beadings on the Inferno and Purgatorio of Dante chiefly based on the 
eommentary of Benv. da Imola. By the hon.ble William Wabbbn Ybbnon 
M. A. Londra, 1880-04. (4 voi. in-80). 

Tir. — QuiBico YiVLàNi. La D. C. giusta la lesione del codice BartoUniano. 
Udine, 1823-28. (4 voi. in-8<>). 

▼•e. Crwa. — Yocabolario degli Acoademioi della Crusca, 4* impress. Flrense, 
1739-1738. (6 voi. In-fol.). 

Y*l. — Giov, Ant. Yolpi, Indici ricchissimi che spiegano tutte le cose più diffl- 
dtt e tatto le emdisloni della D. C. Padova, 1727. (1 voi. in-80). 



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XXXII TATOLA DBLLE ABBRBYUTURE 

Wlit« ~ Lft D. C. di D. A. ricorretta sopra quattro dei più autorevoli testi a 

penna da Cablo Wiitb. Berlino, 1862. (1 toI. in-i^}. 
— D. A1/8 GKSttliohe Komodie iibersetzt von Karl Wittk. 8» ediz. Berlino, 1876. 

n. Altea nnd Nenes von Karl Wittr. Halle e Heilbronu, 
B-80;. 

•io etimologico italiano di Francesco Zahbaj.di. Città di Ca- 
9l. In-80). 

Eioni da aoetitnirsi allo inralse netl' Inferno di D. A. Saggio 
Zani db* Frruaiiti. Bologna, 1855. (1 voi. in-12<^. 



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LA 



DIVINA COMMEDIA 

CANTICA PRIMA 



INFERNO 



1. — IMv. Oomm., 4^ edis. 



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CANTO PRIMO 



PBOEMIO GBNEBALÌI '^^^'6i 
LO BYIAMENTO, LA FAI^A VIA E LÀ GUIDA SICURA 



Nel mezzo del cammin di nostra vita 
Mi ritrovai per tma selva oscura, 
Cbè la diritta via era smarrita. 



' V. 1-12. Zm Bèlva, Dante finge die 
UTìtAnnum» si» nn viaggio, e raooonta, 
obe ni meaao di qnMto viaggio si ae- 
eone d' avere smarrita la diritta via, di 
w wrtit entrato in nna selva oeonra, della 
qeale deeorive gli orrori, aggiungendo 
ti «eeerri entrato «onnacohioeo, qnlndi 

2 ima saper ooroe. Nel senso allegorioo 
pcnonale vaol dire che, dopo aver vis- 
tato nn tempo vita pinttosto pecca- 
■iaosa, neir anno del Giabileo, epoca 
jttMa della visione, si rinvegliò dal peo- 
^nlnoso ano soodo, e fece i primi ten- 
tatiTi di convertirsi; cft. Pwrg. XXIII, 

3 115 seg., 70 e seg. Nel senso allegorico 
l vniversale poi vnol dire, che 1' nomo, 
I sTeado abbandonata la ftde e l' Inno- 
) «ma, cfr. Par. XXVII, 127 e seg., si 
' perde s^isa avvedersene nelle passioni 
' « D«i risi, e vi resta sino a tanto che la 

^Mna graxia lo risveglia. 

1. viL MBZEO: a treotaoinqne anni, oioò 
Bd 1900. Oanv. IV, 23 : e La nostra vita 
procede ad imagine d' arco, montando e 
diaoendendo. Il pnnto sommo di questo 
*ito «Z mezzo del eammin di noàtra 
*As) nelli perfettamente naturati è nel 
Si^amu». Cfr. Sai. LXXXIX, 10. Itaia 
XXXVni. 10. Nato nel 1266, Dante si 
trovava nel 1800 per Tappante nel 35^ 
ano della sua vita. Cosi i plh. Barnbgl. 
irtokde dea* età di 32 o 83 anni ; An. Sei.: 
«Umeasaora. cioè Tnomo di XXXan- 
Bl>.-iae. i>»fU.:«U vivere di 33 overo 



di 84 anni > . Dell* età di 35 anni intendono 
Lan„ Ott., Petr.Dant., OaM.,Boce.,Fal»o 
Boòe., Btnv., BvH, An. Fior., Serrav., 
Tal,, vai.. OeUi e qoasl tntti i poste- 
riori. Barg. propone di intendere: «In- 
nanxi che fosse vennto il tempo della 
morte ». Cfr. Itnbriani, Studi Dant., 
p. 199 e seg. Murari, Note DarUeeehe I, 
Correggio, 1894. 

2. 0KLVA : la « selva erronea di qoosta 
vita > , Oonv. IV, 24, ossia la vita pecca- 
minosa. Purg. XXIir. 116-110. Cfr. Ge- 
remia V, 6. « Selva di viari! e d' igno- 
ranza > ; Bambgl. - « Il mondo. B pone 
il mondo per solva, per dò ohe nel mondo 
ha tanta moltitndine di delett«zionÌ, che 
appena si sa l' nomo partire da esse » ; 
An. Sei. - « La molta giente che nella 
scurità de r ignioranza permane » ; lae. 
Dant. - « In vita villosa > ; Lan. - Tatti 
gli antichi sono concordi, che la tclva 
figura il virip e T Ignora nza. Invece al- 
cani moderni credono ohe essa figuri la 
miseria di Danto, privato d' ogni cosa 
pih cara nell' esilio {Marchetti), o « il di- 
sordine morale e politico in generale 
d' ItaUa e pih specialmente di Firenze » 
{Br. B.), od altro. - OfiCVRA : cieca, li\f. 
IH, 47 ; « propter ignorantiam et pecca- 
tnm qnsD oboceoant, et obaourant. et te- 
nebras peiunt, quia qui male agit, odit 
lucem • ; Benv. Cfr. Prov. II, 13-15. II, 
Pietr. II, 15. Kraus, 442. 

3, CHfc: perchè, perdoccbè. Al, pren- 



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4 [PROEMIO OBNBR.] 



INP. I. 4-12 



[LÀ SELVA] 



10 



Eh, quanto a dir qaal era è cosa dura 
Questa selva selvaggia ed aspra e forte 
Che nel pensier rinnova la paura ! 

Tanto è amara, che poco è più morte ; 
Ma per trattar del ben ch'io vi trovai, 
Dirò deir altre cose ch'io v'ho scorte. 

r non so ben ridir com'io v'entrai, 
Tanto era pien di sonno in su quel punto 
Che la verace via abbandonai. 



dono U partloellft ehe p«r pronome, e 
spie^no in cui ; m» I» diritta via non er» 
certo nella telva oscurai AL prendono il 
che per oonginnztone, e spiegano talmen- 
tschii ma la cagione deUo nnarrimento 
della verace viataW tonno del poeta, non 
già r oscnrità della selya, nella qoale la 
diritta via non e' era. - dibitta via : vita 
Tirtnosa. « Via nempe recta est via Tir- 
tntnm, qn» recto dnoit hominem ad 
beatìtadinem. Et notanter dicit antor 
tmarrita, idest non perdita ; nam qnam- 
▼ia esset vioiosos tono, tamen poterat 
redire ad Tiam reolam virtotom » ; Benv, 
- BBA : « cioò da tutti comunemente smar- 
rita; perohè rignoransa, nella oscnrità 
simboleggiata, era generale » ; Ro$$, - 
Parecchi ottimi oodd. hanno avka smas- 
BTTA. Accettando qnesta lesdone lo smar- 
rimento si riferirebbe al solo Poeta. Ha 
«omnesdeollnaverant»; ad i2om. Ili, 12. 

4. BH : esdamaaione di dolore, lat. ehct 
ehem! Al. ahi. ah, ha, x, bt, o. È dif- 
floile decidere quale sia la vera lesione. 
Secondo gli uni ò più naturale in questo 
luogo r esdamaaione; altri invece si av- 
visano che B o BT sia da preferirsi, e 
perchè maniera narrativa, e perchè cosi 
pare richiedere la corrispondenza del 
tanto al quanto, ahi ha il suffragio di 
pochi oodd. Ma Dante V osa 16 oltre volte 
nel Poema, mentre bh non si trova che 
/orse un' altra volta, Inf. XVI, 28. - 
duba : ardua, difficile, e nello stesso 
tempo dolorosa. 

6. SBL VAGOLA: incolta disabitata. - 
ASPRA: intricata, ispida di pruni. - for- 
TB ! folta,' difficile a superare. 

6. KBL PBNBIBB : già pur pensandovi. - 
LA PAURA: del giusto giudizio di Dio, 
cioè delle pene temporali ed eteme. 

7. AMARA: può rìfìBrirsi a coca, o a 
eelva, o a paura che lo precedono. In 

' favore di eo$a sta la grammatica, per la 
correlasione tra il tanto e il quanto, e 



coA intendono Dion.^ Lonib,, Port», 
Poffff., Bo$t., Oom,, eoo. « Ma ohi ebbe 
animo di mettersi all' opera molto più. 
dura di descriver fondo a tutto l'universo 
(lìkf. XXXII, 8), avrebbe sentito orrore 
e amaressa di morte del dire quale foose 
la selva, pure avendovi trovato U bene t »; 
Buee.'O. - Tutti gU antichi ed il plh dei 
moderni riferiscono innara alla selva, 
della quale si oontinna a parlare nel 
versi aegg. Kè vale 11 dire che V è anuira 
accenna non a una paurosa rioordanae, 
ma a cosa effsttivamente presente. Lo 
smarrimento del Poeta apparteneva al 
passato; la selva era ed è sempre ooaa 
effettivamente presente. La ooncordla di 
tutti gli antichi parla eloquentemente in 
fkvore di questa interpretaaione. Primo 
a scostarsene fa il Barg,, il quale in- 
tende: « Tanto è amara questa paura, 
che poco più amara è la morte ». Corà 
pure Scolari, Fosc, Oott,, Buse.-O,, ecc. 
Il Fosc, legge: tanta b amara, osser- 
vando : e Per questa lesione i due a^^- 
giunti riferendosi direttamente »paura, 
il principio del Poema si libera dalla sin- 
tassi sconnessa e sospesa e perplessa » . 
La Ice. del Fase, ha per sé. tra altre, 
l'autorità di lac. Dant.^ ma le manca 
il suffragio di oodd. autorevoli. 

8. BBN : il risveglio, principio della sa- 
lute. - VI : nella selva. 

0. ALTRB : le cose che seguono. Al. altb, 
cioè: grandi e maravigliose. 

10. MOK BO:cfr. Gioo. XII, 35; lo sa 
poi ridire Beatrice, Pwg. XXX, 116 e seg. 
^ 11. SONNO: dell'anima, nel linguaggio 
scritturale simbolo del peccato ; efk*. Isaia 
XXIX, 10. Qerem, LI, 8». Bom, XIII, 
11. lifes. V, U. - PUNTO: era dunque 
entrato, senxa saperlo, nella selva pur 
dopo avere abbandonato la veraoe via, 
la quale non era conseguentemente nella 
selva. 

12. VIA : deUa pace {Isaia LIX, 8. Rom. 



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[PROnnO 6S5EB.] 



INF. I. 13-26 [IL DILETTOSO MONTE] 5 



IS 



19 



Ma poi eh' io fai al pie d' un colle giunto, ' 
Là ove terminava quella valle 
Che m'avea di paura il cor compunto, 

Guardai in alto, e vidi le sue spalle 
Vestite già de' raggi del pianeta, 
Che mena dritto altrui per ogni calle. . 

AUor fu la paura un poco quota,- 
Che nel lago del cor m' era durata 
La notte ch'io passai con tanta pietà, ^u.^ -^u »^ 

£ come quei che con lena affannata ' 

Uscito fuor del pdlago alla riva, , 

Si volge all' acquai perigliosa, e guata; * .* ^ -'^ *^ 

Cosi l'animo mio che ancor fuggiva, ^ 

Si volse indietro a rimirar lo passo,-^^ 3^ v 



m. 17), delU verità -OJ, PiOr, H, 15) e 
delkfiiiatixUi Ubid. y. 21), che è Cristo 
lOitw. XIV, 9). Dante abbandonò nn 
d) qveste Tia per darsi in braccio alia 
■rienia nmaaa. Cfr. Conv. II, 2, 13, 16 ; 
m, 1, 9; IV, 1. 

V. ia-80. XI dUettoao monU, Spa- 
ventato di riiroTarsi in laogo ^ oecnro e 
perieokMo lera gU occhi in alto, e vede 
fl eoUe, al eoi pie intanto è gionto, inn- 
«dnato da' raggi del sole, onde si rioon- 
teta e tenta di salirvi sn. Forse è t\m - 
halo dell* noroo che c olle proi)rle Torse Si 
lofeiga poter cona^ oire Ift salate.' 

IS. AL nft: vede 11 bflflSTIo riconosce, 
Ba non ìo ha ancora conseguito. - collr : 
il éi ìettom monte, v. 77, o monte del Si- 
fmore, come lo chiama la Scrittara (cft*. 
OemH XXII, U. SaL XV, 1 ; XXHI, 8. 
Oerem. XXXI. 23, ecc.) è l' opposto della 
jelva, e Agora qai la vita dedicata alla 
virtù, qoindi felice e beata. Per gli an* 
tii^ il eoUe è : « Le cose oelestiaH •\An, 
M.- e L'altessadell'amana felicità »;Jac. 
Dani. - « La vita dritta e virtndiosa » ; 
Ltkn^ Ott., eco. - « Ad snasivam qnamdam 
eoatemplationem virtntinn,ntad montoni 
elevatom ab hninsmodi miseriis inflmis 
mandanlw »; Pelr, Dant.~ « Ad virtntes > ; 
GB«t. - « Volendo in qnesto dire, che egli 
levasse gH occhi della mente alle Scrit- 
tore e alla dottrina apostolica, dalla qnale 
sperava dovere avere alato al ano biso- 
giu» » ; Boec " « Sed qnis est iste monst 
Certe flgarat virtatem, qaie alta dadt 
hominem ad ecelam, sieat vallis figarat 
vkinm, qn» infima dnoit hominem ad in- 



femom ; est enim mona propinqnns cobIo, 
et per conseqnens Beo; vallis est vici- 
nior centro, et per conseqnens inferno, 
qni est in centro terne »; B&nv. 

14. TKBMiNAyA : cì era dnnqne nscito. 
- VALLE : la telva ogcura, ott. Inf. XV, 
60. Vedi pnre Par. XVU, 63. 

15. COMPUHTO: afflitto, tormentato. 

16. IN ALTO: cfr. 8al, CXX, 1. - sub 
8PALLB: i fianchi del collo. 

17. piAincTA: chiama c^jsì il sole, se- 
condo r astronomia del tempo, n sole 
poi ò Agora di Dio ; Conv. Ili, 12. Par, 
XXV, 5i. 

18. DBITTO : cfr. Qiov. Vili, 12. - OOMI : 
cfr. Sai. XXII, 4. 

10. FU: mi riconfortai alquanto. 

20. LAGO : chiama così per estensione la 
ea\ità del caore, ove s' aduna 11 sanguo. 
« In protando cordis» ; Benv. - * Quella 
cavità del onore eh' ò ricettacolo del san- 
gue, la $anguinU ditema dell' Harvey »; 
Jjomò. 

21. MOTTB: del peccato e dell' ignoran- 
aa; oft. Bom. XIII, 12. 1, TetiaL V, 5. - 
FiÈTA : affanno, pena, angoscia che muovo 
a compassione. 

22. QUBI : nanfrago. - lkjva : resplra- 
sione, alito. 

24. guata: guarda verso V aequa pe- 
riglioia. 

26. FUGGIVA : por la paura, detta fuga 
dell'animo; cft*. Oic, Ttise. Qxtcest.lV,». 

26. TASSO: la selva. Bi ha qui la ri- 
flessione sul proprio stato in tomo, an 
quella vita che il Poeta è seriamente ri- 
solto di lasciare. 

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6 [PBOEiriO 6CRBB.] 



iNF. I. 27-32 



[LE TBE FIEBB] 



28 



31 



'^ Che non lasciò giammai persona viva- 
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso, 
^ Ripresi via per la piaggia diserta, 
^ SI che il piò fermo sempre era il più basso. 
Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta, 
Una jonza leggiera e preste molto. 



27. CHR: primo caso. La aely» non la- 
sciò mai yiyere persona ; ma l' uomo può 
e doTO lasciare la selva. In altre pa- 
role: La vita peccaminosa mena infolli- 
bilmente alla morte spirituale ed etema ; 
ma l'aomo pnò e deve lasciarla, ed al- 
lora si salva. 

28. POI oh'èi fosato UIC POCO: Al. 
POI OH* EBBI BiFOSATO. Sulle varianti 
di questo r^rso oonfh>nta Moore, Orìt., 
257 e seg. 

29. PIAGGIA : erta del monte. - diser- 
ta: la conversione essendo tanta rara; 
Cfr. MaU. VII, 14. Bom. HI, 12. 

80. BASSO: chi sale un'erto, mette avanti 
r un piede, quindi tira dietro l'altro sino 
all'altezza di quello, e via, onde il pie 
/ermo è iu&tti sempre il più batso. Cosi 
crediamo doversi intendere. Il passo ò 
por altro assai controverso. Alcuni ore- 
dono che il Poeta descriva il camminare 
nel ^ano, nel qual caso avrebbe detto 
una cosa che s'intende da so. II Btuc.-O. 
prende fermo nel significato di destro, 
piaggia per eosta di monte alquanto re- 
pente, e intende che il Poeta volesse « ai- 
gniflcaro che il suo salire qui, come poi 
nel corrispondente monte del Pur^., fosse 
a diri tta », e così pure Pass.: interpretasio- 
ne da preferirsi a tutte le altre, quando si 
avessero esempi di fermo per destro. O. 
ifozzoniorede* aver Dante voluto signifi- 
care che, prima di cominciare l'erta, oioò 
la salita aspra e ripida, salì, per alcuni 
passi, un pendio doloe », e lo prova con ar- 
gomenti di non lieve peso. - « Per questo 
parole è da ricogliere, che tà come l'ultimo 
piede di colui che monta ò quello di sotto, 
e s* è quello che sempre si ferma, o sopra 
quello si ferma e conserva Tessenza di co- 
lui che va ; così per l' nmiltade, la quAle 
sempre s' abassa e inchina, rì si conser- 
va e stabilisce stato di salute di colui 
che lei possiede » ; Bambffl. - « Pes aneto- 
ris, idest affcctio, in quo magia adhuc 
firmabatur, erat Inflmior, qnod adhuc 
ad infima terrena reliota aliquantulnm 
magis indinabatnr, quamquam superior 
pes ad superiora asoenderet, et sicnt 



daudus ibat»; Petr. Dan^. - « Simplici- 
ter loquendo, quando homo ascendit 
montem, pes inferior est ille super quo 
ftindatur et firmatnr totum corpus salien- 
tis; ideo didt quod pes inferior semper 
erat flrmior. Sed moraliter loquendo, pes 
inferior erat amor, qui trahebat ipsnm 
ad inferiora terrena, qui erat flrmior et 
fortior adhuc in eo quam pes superior, 
idest amor, qui tendebat ad superna. » 
JBenv. - Tutti gii antichi, in quanto non 
tirano via da questo luogo, intendono di 
un camminare su per l' erta, tirando die- 
tro il piede non fermo. 

V. 31-60. ie tre fiere. Mentre il Poeta 
s'ingegna di salire il monte, tre bdvo 
ne lo impediscono, onde e* si vede, mal 
suo grado, respinto indietro. La prima ò 
nna lonza (Lince? Pantera! Leopardo?); 
la seconda un leone ; la tenia nna lupa. 
Queste tre fiere sono evidentemente tolte 
da Qerem. V, 6. Per queste tre belve 
che impediscono al Poeta la salita del 
collo, tutti gli antichi, sensa una sola 
eccezione, intendono tre vizi capitali ; i 
più:Jti8syjDa, mi£ig>jd)lJLod avarizia. Al- 
cuni posteriori : concupiscenza della car- 
ne, degli occhi e superbia della vita; 
altri: incrodnliU, superbia e falsa dut- 
trina. I moderni interpreti politici vedo- 
no invece simboleggiate qui tre potenze*, 
Firenze, Francia e Roma, cho si oppo- 
sero alla pace del Poet«. Cfr, ChiuiUieri, 
A ten^o avamcUo, Catania, 1892 ; e prin- 
dpalmente Kraus, p. 443 e seg. Prole ff. 
472 o seg. 

31. AL COMIMCIAB : quasi sul principio 
delia salita. £ra dunque uscito dalla sol- 
va ed aveva cominciato a salire. 

32. LONZA : gr. Xvy^, lat. lynx; « 8!|^. 
fica lussuria, il quale intra tutti gli altri 
peccati mortali tormenta l' uomo con sol- 
lecitudini » ; JBambgl. Così tutti gli anti- 
chi, tranne Lan. che spiega : « Questo 
animalo è molto leggiero e di pelo ma- 
culato a modo di leopardo. Or motte elio 
questa leggerezza a somiglianza che la 
vanagloria leggiermente sale in lo onoro 
umano, e per la varieiade mette come 

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tPSOSMlO eSVEB.] 



iNF. I. 88-48 



[LB TBK FIBBB] 7 



Che di pel maculato era coperta, 

£ non mi si partia dinanssi al volto; 
Anzi impediva tanto il mio cammino, 
Che io fai per ritornar più volte vòlto. 

Tempo era dal prinoipio del mattino, 
£ il sol montava in su oon quelle stelle 
Ch'eran con lui, quando l'Amor divino 

Mosse da prima quelle cose belle ; ùì^^ r 
SI eh' a bene»sperar mi era cagione 
Di quella fera alla gaietta pelle, 

li' ora del tempo e la dolce stagione; 
Ma non si, che paura non mi desse 
La vista, che mi apparve, d' un leone, 

— Questi parea che centra me venesse 
Con la test' alta e con rabbiosa fame, 
Si che parea che l' aer ne temesse -, 



f aiui^ 



per vaile eagioal aimilmento 8* accende 
is te enore ». P^r i moderni interpreti 
9^tM I» lonza è figura di Firense, di- 
Tias ìb BfMMbl e N«rì. Cfr. Eneiel. 1152 
« M^. - UBoeucRA : agile, moventeai con 
ftattàL. AUnde forse all'instabilità. Cfr. 
Pwf. VI. 139-151. 

8. MACULATO : chiassato, di color va- 
ria; efr. Inf. XVI, 108. 

M. FUI : noi Toltai pih volte per tornare 
iadMro. 

17. TSMFO : Venerdì Santo, 25 marzo, 
• » o 8 MprfleJSBSL- - ual prihcipio : al 
prìBeipio; la prima ora del giorno. Vedi 
pefA Bmse.'0. lOi-8, Il quale spiega: « Il 
Ptveta ei vcdle dire, che dal principio 
id matUnCf quando naoi daHa selya, 
ai nwc'iìto in cui si trovava a eonira- 
«are sali* erta colla lonxa. era tratcono 
**mt» di tempo, etie il sole, mostratoglisl 
4apprim4i eoi sempliee saettare de' raggi 
fliilre \tk ▼etta dal eolie (onde 1* orlasonte 
I aver* pasMto da nn posso I), ora mon- 
tava ia ra, vmì dall' emisfero inferiore, 
aa per g^ aperti campi del cielo, diri- 
^e^deai eoi naturale ano corso verso il 



38. amJJi: r Ariete. Oli antichi ore- 
tofkiPP ebe H mondo fosse creato in pri- 
saseado il Sole in Ariete^^Bé" 
giorno (25 marco) fosse pnre 
\ deirineariMBloBe e della morte di 



40. M088B : creò. Creasione ò moto. - 
C06R: i corpi celesti. 

42. ALLA: dalla. - aA»TTA : propria- 
mente piacevole al vedere; qui nel senso 
di aoredata. variopinta. Costr. : « L'ora 
del tempo e la d<rfoe stagione m' erano ca- 
gione a sperar hene di quella fiera dalla 
pelle gaietta > . Al. la oautta, cioè : « La 
gaietta pelle di quella fiera, 1* ora del 
tempo e la dolce stagione m'erano cagio- 
ne a sperar bene ». Ma la pelle della lon- 
sa non poteva infondere al Poeta verona 
speranza} egli aveva anei sperato di 
prender la lonza alt^ pelle dipinta ; ofr. 
Inf. XVI, 108. Sulla lezione di questo 
verso cfr. Moore, Crii., 259-62. 

44. MA NON 8) : ma la mia buona spe- 
ranza non fu f>ì forte. 

45. LRONK: Becondogli antichi simbolo 
della superbia. Cosi Bambgl., An, Sei., 
lae. Dani., Lan,, OU., Petr. Dani., Boce.^ 
FaUoBoce.,Benv.,Buti,An.Fior.,8errav.t 
Batg., Land., Tal., VeU., Getti, Dan., 
Caet., ecc. Il Om». : « Superbia, slve ira 
sequela superbie >. Secondo la moderna 
interpretaz. storico-politica il Ioodo raf- 
figura la Francia. 

40. VKNS8BK; venisse; anticamente an- 
che in prosa. 

48. TKM K88I : Al. TBKMtSSB, da Irefne- 
ré^tT€ma/r$f lezione troppo sprovvista 
di autorità di codd. e comm. antichi. Cfr. 

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8 [PEOKMIO GENEE.].. InP. I. 49-60 



[LE TBE FIERE] 



40 E d'una lupa, che di tutte "brame 

Sembiava earca nella sua magrezza, 
E molte genti fe^già viver grame: 

52 Questa mi porse tanto di gravezza 

Con la paura che uscia di sua vista, 
Ch' io perdei la speranza dell'altezza. 

55Ì Waa'te quale è q^ue i che volentieri acquista, 
E giugneit tempo che perder lo face, 
Che in tutti i suoi pensier piang e e s'attrista; 

r.g Tal mi fece la bestia senza pace, 

Che, venendomi incontro, a poco a poco^ 

Mi ripingeva Ji, dove il sol tace, rv^^^vv u^ (^ 

40. B d'una : la yista ohe mi apparve 
d' nna lapa. Al.: ed una lupa, cioè ap- 
panami. Pnò stare Tnoo e l'altro. I 
non decidono in qaeeto caso na- 



oodd. 

taralmente nalla. - lupa : simbolo del 
l'avarisia; cosi B(tmbgl., An. Sei., lae, 
Dant., Lan., OU., PeXr. Dani., Cfatt., 
Bocc, Falio Boee., Benv., Buti, An. 
Fior., Serrav., Barg., Land., Tal., VélLt 
Gelli, Dan., Oa»t., ecc. Per i commen- 
tatoli storico-politici moderni la lupa ò 
il simbolo di Roma, ossia della Caria pa- 
pale. « La oomparsa stmal tanca del Leo^^ 
ne e della Lupa vale ad indioaro la lega \ 
dì Filippo con Bonifacio, fomento di quel 
Gaelflsmo che fe' vìver grame molle gen- 
ti, e gramissimo Dante > ; Ro$», Quando 
tatti quanti gli antichi vanno d' accordo, 
è da stare alla loro interpretazione, a 
meno di poter dimostrare con documenti 
ineccepibili, o con argomenti indiscuti- 
bili che tatti smarrirono la verace via. 

50. SBMBIAVA : sembrava, essondo tanto 
magra. 

51. GRAME: dolenti CAr. Moti. VII, 15. 
AiH XX, 20. 

52. MI POB8R: mi tarbò tabnente. 

53. ch' uscIa : che faceva Y aspetto suo 
terribile e Aero. 

54. DELL' ALTEZZA : del Culle ; disperai 
affatto di salirlo. Con questi versi cft-. i 
rimproveri che Beatrice fia pih tardi al 
PoeU, Pwg, XXX, 180 e seg.i XXXIII, 
85 e seg. 

55. QUEI: l'avaro, dedderoBO di goa- 
dagnare. 

57. PIANGE : « È dolore di speranza per- 
duta, dolore che non si spande in la- 
crime, ma contrista l'anima profonda-, 
mento. E in questo senso hanno spesso 



usato i poeti (come qui il nostro) il verbo 
Piangere. Dante, nello Rinu: " Come 
l'anima trista piange in lui (nel core) " 
[Cani. 14]. Cino da Pistoia: " Lasso ! di 
poi mi pianse ogni pensiero Nella mente 
dogliosa " [Rira. 16] ; e Guido Cavalcan- 
ti : " L'anima mia dolente e paurosa 
Piange " [Kim. antio.]. Il qual concetto 
ritoma pih volte nel Cavalcanti, e sem- 
pre con fonna nuova e mestamente gen- 
tile > ; L. VeiU.. Sirnil., 803. 

58. TAL: così dolente. - BESTIA : lupa. 
- «KNZA PACK : ofr. Igaia LVII, 21. Oa- 
lati V, 10-22. 

60. LÀ : nella selva oscura. - tace : non 
risplende. Alludo forse all' antica creden- 
za, che il moto del sole e delle sfere pro- 
duca soave e dolce armonìa. Giova però 
osservare che quel!' armonia può appena 
sospendersi nella notte. 

V. 61-W. rirgUio, Retroeedendo mal 
suo grado verso la selva, il Poeta vede 
una figura, della quale non sa ancora, se 
sia uomo in carne ed ossa, o semplice 
ombra. È Virgilio, mandatogli in soc- 
corso per essergli guida. Dante ne invoca 
r aiuto, quindi Virgilio lo esorta a sce- 
gliere un'altra via per conseguire la 
salvazione, falsa essendo quella sulla 
quale si è messo. Virgilio, che libera il 
Poeta dalla telva Òictirà e Io guida sino 
al Paradiso terrestre, figurante la felicità 
di questa vito, ò il simbolo delllftutarità. 
iiQporiale, alla quale incombe di guidare 
il genere umano alla felicità temporale 
€ secnndnm philosophica documenta » 
Da Mon. III, 16. B perohò egli è il sim 
bolo dell'autorità Imperiale, YlCfcjJjorjJE; 
presenta la ragione umana, Purg. ivilL 
46 e Mg., liia FilosuGa. Diversi moti 



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EPBOIKIO 6EHSB.] 



INF.U 61-71 



[TIBOILIO] 9 



M 



«7 



70 



Mentre ch'io rovinava in basso loco, . «^ 
Dinanzi agli occhi mi si fd offerto e*' 
Chi per lungo silenzio parea fioco. 

Quando vidi costui nel gran diserto, 

< Misererò di me, > gridai a lui, ^^^ ^t^ 
« Qual che tu sii, od ombra od uomo certo ! >> 

Risposemi: « Non uomo, uomo già fui; 
E li parenti miei furon lombardi 
E mantovani per patria ambedui. 

Nacqui sub lulio^ ancor che fosse tardi, 
E vissi a Roma sotto il buon Angusto, 



Ti liwhiiwero Dante a scegliere per l* ftp- 
porto Vii^gOio qoftle bq* guida per i 
TCgni del dolore etemo edelto pene tem- 
penH: nel medio ero Virgilio era repa- 
tato eomnio acìMiziato, a segno da fkme 
BB gran mag^o; era creduto inoltre prò- 
fcUdel crtoUanesimo; efìr. Pwg. XXII, 
•4-73. Tirgilio fn poi non solo il gran 
«Dkore del sacro Impero Bomano, ma 
cantò pure il r^oo de' morti, arendo 
deserìtto l'andata di Enea a secolo im- 
■tortale. Cfr. OomparetH, Virgilio nd 
Mtdio Evo, 2 voi., 2» edis., Firenze, 1896. 
Pinxi^ Saggi DanUichi, Torino 1888. 
Snth, Studi, II, 62-90. Krau$ p. 450 e seg. 

61. mOVatAYA : Al. RIMIBAVA (ofr. Z. F., 

p. 3-5. Fan/,, Stud,, 13 e seg., e 143) ; e ma 
Dante non stirava soltanto rerso V oscnra 
selra testé laseinta; and, angustiato 
dalla lo^, si era Tòlto e ri ritornava; 
cfr. T. 7^. Par. XXXn. 188. 

93. FIOCO : debole ; per essere morto da 
gran tempo addietro lasciava apparire 
•otto la sembfianza corporea dell' nomo 
la vanità della form». e Quasi deletnm 
ex kmga tacitamltate et tennis ao mo- 
dice sonoritatis quia dndum ftaerat ex 
vite sublatns * ; Bambgi. - * Per non es- 
sere in uso lo suo parlare poetico e ornato 
a' moderni »; OU. - «Humana ratio e«t 
Bodtea in ueu hominnm» et raro loqni- 
tar»;JB«n9. Come simbolo dell'autorità 
imperiale, Virgilio raffigura l' umana ra- 
gieue ninminfttA, la cui voce, al primo 
risvegliarsi del peccatore è, o almeno gli 
aembra, assai bassa e sommessa, di modo 
ebe egli ne intende appena alcuni indi- 
■tlBtl aeoenti. Mano mano poi. che 1' no- 
ne va risvegliandosi dal peccaminoso 
•00 sonno, questa voce gU si fk sempre 
pifc alta, pib distinta, più chiara, più 
loteUigibile. Cfr. AfOoipioni, Saggio di 



ttudi iopra la Div. Com,, Livorno, 1893, 
p. 4 e seg. Giom. Dard. I, 130 e seg., 
II, 80 e seg. Fiammazzo, Di una terzina 
dantesca, Udine, 1885. Mazzoìeni, Chi 
parea fioco, Acireale, 1893. Searano, Sul 
vergo « Chi4»er lungo tilenzio parta fioco », 
NapoU, 1894. 

64. DTBBBTO : « In monte, qnem ideo 
autor appellat magnom dosertum, quia 
virtos est magna et alta, et fere ab 
omnibus derelicta » ; Benv. - « Nella 
gran vallo del monte, ohe era molto 
sola»; BuH, 

66. CKRTO: feale; corpo ed anima. 

68. LOMBARDI : di narione ; mantovani 
per patria, 

69. E MAHTOVAXI, Al. MANTOVAin (cfr. 

Z. F., p. 6): « Non tamen fnit Yirgflios 
de ci vitate, sed de villa parvula » ; Benv. 
- « Virgillus Maro in pago qui Andcs 
dicitnr, band prooul a Mantna nasoitor 
Pomperò et Crasso consnlibas, idibna 
Ootobribus »; Bieronym., in Exueb. 
Ohron. ad Olymp., 177, 3 ; cfr. Donai., 
VU, Virg., § 2. Maritai. XII, 68. Man- 
tovano fu detto Virgilio anche dagli an- 
tichi; cfr. Apul., Apolog., 10. 

70. SUB luuo : sotto Giulio Cesare. - 
TABDi : 29 anni dopo la nascita di Oinlio 
Cesare, il quale, assassinato nel 44 a. C, 
quando Virgilio aveva appena 26 anni, 
e ibrse non aveva ancora veduto Roma, 
non potè onorarlo, come soleva onorare 
i valentuomini. Invece Bambgi : « Qoia 
si foisset tempore incamationis divine, 
forte credidisset in fide et sic non ftiis- 
set tarde natus prò salute sua ». Ma Vir- 
gilio, morto prima dell' Incamaciono, aa- 
rebbe nato troppo pretto anzi che Utrdi 
per abbracciare la fede. 

71. BUOK: è l'ombra di Virgilio che 
lo dice. 



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10 [PROEMIO GENKB.] INF. I. 72-94 iJtRQtLIoi 

Al tempo degli dei falsi e bugiardi. 

73 Poeta fai, e cantai di quel giusto 

Figli uol d'Anohise, che venne da Troia, 
Poi che il superbo Ilion fu combusto. 

76 Ma tu, perchè ritomi a tanta noi», V-^^^^ 

Perchè non sali il jilet toso mon te 
Ch'è principio e cagion di tutta gioia?» 

70 « Or se' tu quel Virgilio e quella fonte 

Che spande di parlar si largo &me?» 
Risposi lui con vergognosa fronte. 

82 € degli altri poeti onore e lume. 

Vagliami il lungo studio, e il grande amore 
Che m*ha fatto cercar lo tuo volume. 

85 Tu se' lo mio maestro e il mio autore; 

Tu se' solo colui da cui io tolsi 
Lo bello stile che m'ha fatto onore. 

88 Vedi la bestia, per cui io mi volsi; 

Aiutami da lei, famoso saggio, 
Ch' ella mi fa tremar le vene e i polsi. » 

01 «A te convien tenere altro viaggio, » 

Rispose poi che lagrimar mi vide, 
« Se vuoi campar d'esto loco selvaggio; 

94 Che questa bestia per la qual tu gride, 

73. GIUSTO: Enea, « qao iustior alter mensiona più che la sola lapa. Forse per- 

noo piotate fuit neo bello maior et ar- che la lapa fti V ostacolo più jfrave, r. 52 

rais»; Virg., Aen. 1, 644 e seg. e seg.; e forse per forci intendere che 

75. 8UPRKB0: « Cooiditque saperbum la soadesoriaìone poetica abbraccia tutto 
llliim »; Virg., Aen. Ili, 2 e seg. Cfr. nn periodo della saa vita interiore. - mi 
Purg. XII, 61 e seg. volsi: per ritornare nella selva oecnra; 

76. NOIA : dal lat noxia, pena, tormen- cfr. v. 68 e seg. 

to, molestia, cioè alla selva selvaggia. 89. famososaggio : alonnioodd., Boce., 

79. FONTR : « Coloro che sanno, porgo- Land., ecc. famoso e saggio, lec. difesa 

no della loro bnona ricohezta alli veri dallo Z. F. 5 e seg., ma troppo sprov- 

poveri, e sono quasi fonte vivo, della vi8tadiaatorità.«&l|7j7io «ari dice Dante 

cai aoqaa si refrigera la naturai sete » ; i poeti degni di partioolar oonsideraeione. 

Conv. I. 1. Tale è il titolo dato da lai in nnmeroat 

81. LUI: a lui. - VRBOOGKOSA : perchè passi della Commedia a Virgilio, tale 

conscio di esser meritevole di biasimo, e dice Stazio (Purg. XXIII, 8t XXVU, 

perdio ritornava a tanta noia, 69; XXXIII, 15), per ristesse nome ao- 

84. HA: Al. HAN; il grande amore ha cenna Giovenale (Oonv. IV, 13), e tale ò 

fatto cercare il libi^ per il longo stadio. il carattere collettivo da lai dato ad Ome- 

- VOLUME : r Eneide. ro, Virgilio, Orazio.Ovidio e Lucano (Inf- 

87. 8T1LK : il dolce $tU nuovo delle poe- IV, 110) » ; WitU. Cfr. VU, If. XX, son. 10. 

Ble liriche; Purg. XSIV, 67. 91. ALTRO VIAGGIO: via diversa. Quel- 

83. UBBTiA : lupa, ^re erano le fiere la sa cai il Poeta erasi messo, non era 

che si opposero alla sua salita al collo; per consegaenia la verace, 

ma dair apparizione di Virgilio In poi non 94. questa : alcuni codd.: quella ; cfr. 



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ffWEMIO eSKSB.] 



IHF. I. 95-102 [PBOP. DEL TELTBO] 11 



W 



100 



Non lascia altrui passar per la sua via, 
Ma tanto lo impediscyBj che Tuccidej ^ 

£d ha natura si malVugia e ria, 
Che mai non empie la bramosa voglia, 
£ dopo il pasto ha pih fame che pria. 

Molti son gli animali a cui si ammoglia, 
E più saranno ancora, infin che il Veltro c^i..^ J . 
Verrà, che la farà morir di doglia. 



t fl *^, - 



JfMTii. Oritie., 264. - ORiDi: desineneA 
astica, OMUa le mille volte da poeti e 
IMMUirl; o^ gridi. Nella Div. Cam. 
qamiA tafleesiafie •' incontra 42 Tolte. 
Cfr. Kmtumc, Voti, 8 e seg. 

16. SUA : soJla qnii^e ai trova la Inpa; 
«fr. /V- XXIV, »7. Pwrg. XXVIU, 42. 

S8. TOGUA : di impedire e di noddere. 

•t. nù FAMB : « ATams non implebi- 
tar peeania » ; BeeleM. V, 9. - « In nullo 
tcMpo ai oompie nò ei taxia la lete della 
eapiditA»; (Xc. oit. in Oonv. IV, 12. 

V. leO-Ul. :Profe9Ìa del VeUro. La 
lopa eontinnerà a £»re in terra danni 
«■apre pib gravi, fincliè verrà il Veltro 
a ricaodarla neiriafomo e liberare la 
pvrm Italia. Allude Dante ad nn per- 
■ooagjrio determinato? E qoale è qaeeto 
penonaggiof Gii uni dicono che ò Cri- 
Ke che verrà a giadicare i vivi ed i morlT, 
òporìoae da' non mettere in non cale, 
qaaado ei aappia quanto viva e ferma 
era aeA Medio evo la credenza nella proe- 
mmz teeonda venuta di Cristo. Altri cre- 
dono ^le nel Veltro sia adombrato un 
gapa : o un papa indeterminato, o Ben^ - 
o gtft YT: Altri vi vedono nn Impera - 
tsn: o nn Imperatore iodotorminata, o 
• Arrigo YJ ^ «l{ T.n—fttnhurgn. Altri in- 
tèndoao di nn capitano ghibellin o, vuoi 
di on peraonaggio JoTeterroinato, o di 
XJgnodons della Faggiuola, o di Can 
Grande della Scala. Altri credono ohe 
Iteate parli oon modeetia inarrivabile di 
•èsteejo, dimentico di easere già venuto. 
Beoentemente si snppoee ohe Dante in- 
t«odene di Federigo III, landgravio di 
Tarìngia. Altri vide nel Veltro simbo- 
leggiato la^[2Ì£Uai£^^^» <^^rt "^ ptin- 
ape della 'XMSS^tàf^ ^^ Caetmooio Ca- 
stracani, o Cine da Pistoia, o il progresso 
delia dviltà, o l'arcangelo San lUohele, 
ed altre muear». Queste diverse inter- 
pretaiicai, diftse alle volte oon grande 
eaergia, partano da sé. Dal canto nostro 



crediamo di dover lasciare la questione 
indedsa, la scienza non avendo ancora 
tanto in mano da potoria decidere. Cfr. 
il nostro Oom. Lips, II, 801-817. Medin. 
La prqfetia dd V«Uro, Padova, 1880. 
Kraus p. 468 e seg. Anche il Bambgl., 
il più antico dei commentatori e contem- 
poraneo di Dante, confessa implicita- 
mente di non sapere ehi si fosse il Veltro, 
e dà due interpretazioni come probabili : 
Cristo venturo, oppure un Pontefice o 
nn Imperatore. B di Cristo intendono 
pure An. Sei., Oatt., Benv., Torric., ecc. 
Forse Dante intese di nn liberatore va- 
gheggiato e sperato, di un suo ideale 
indeterminato al, ma di cui credeva fer- 
mamente che si reallzserebbe. 

100. MOLTI : in generale vuol dire, che 
la lupa fa gran danno nel mondo e ne 
Cara sempre pih. L' interpretazione spe- 
dale poi dipende dall'allegoria dellalnpa. 
Se essa è simbolo dell'avarizia, i molti 
animali sono 1 vizi ai quali la cupidigia 
s'accoppia, secondo la sentenza I, ad 
Timot. VI. 10 : « Raliz omnium malo- 
rum est cnplditas» (così Bambgl., Oatt., 
Veni ,Lomb., Biag., Tom., Andr., Oonu, 
Berth., Poi., ecc.); oppure i molti ani- 
mali sono gli uomini avari, col quali 
l'avarizia si conginnge indivisibilmen- 
te, come la moglie col marito (così An. 
Sei., Lan., OU., Petr, Dani., Oomm., 
Boee., Béttv., BuH, Serrav., Barg., Land,, 
Tal.. VeU., GelU, Br. B., ecc.). Se poi la 
lupa è simbolo della Corte romana, i 
molti animali sono altre corti, le cui ar- 
mi sogliono essere alcuni animali, come 
l'aquila, il cavallo, il leone, ecc. 

101. VBLTKO : cane da caccia di velocis- 
sima corsa. 

102. VKRRÀ: dunque non ancora ve- 
nuto! Ciò sembra escludere l'allnaiono 
a persone allora viventi. - w doglia : 
Al. OOM DOGLIA. Ma chi non muore eon 
dogUa? 



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12 [PROEMIO GENBR.] InF. I. 103-116 



i*t 



[LA VIA YERA] 



103 



100 



109 



Questi non ciberà terra né gelido, Vw^ 
Ma sapienza e amore e virtute, 
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 

Di quell'umile Italia fia salate, 
Per cui mori la vergine Cammilla, 
Eurialo e Turno e Niso di ferute :.( - 

Questi la caccerà per ogni villa, 
Fin che Pavrà rimessa nello Inferno^ 
Là onde invidia prima dipartilla. 

Ond'io per lo tuo mejfpéSso e discerno 
Che tu mi segui, ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per loco etemo. 

Ove udirai le disperate strida, 
Vedrai gli antichi spiriti dolenti, 



103. PRLTBO : KÌQCO raffinato con ar- 
gento vivo; francese AntÀco peavtre. Qal 
por argento ed oro, o metallo in generale. 

104. 8APIKKZA : si oonfirontì qaesto ver- 
so con lT\f. Ili, 5-6, osservando che vip' 
tvtt A un F^" gHì If? fltifìMff Bhof irffrtiifa 

105. TRA FELTRO: coloro ohe intendono 
di Cristo ventnro spiegano: tra cielo e 
oielo ; oppnre : « Inter sceleratores impios 
et peocatores»; Bambgl. Qae' oheinten- 
dono di nn personaggio indeterminato: 
di parenti bassi ed oscnri. Qae' che in- 
tendono di Can Grande : tra Feltre, cittA 
della Marca di Trevigi (cfìr. Par. IX, 52), 
e Monte Feltro nella Romagna. Noi ci 
associamo al Bocc., il quale confessa in- 
genuamente di non intendere. 

106. uuiLR: « homilemqne vidomns 
Italiam »;Ftr(7., Aen. HI, 522 e seg. Al. 
intendono V Italia LoKÌale. - Cristo è la 
sainte di tatto il mondo, non della sola Ita- 
lia ; onde non sombra troppo probabile 
che nel Yeltro Dante raffigurasse Cristo. 

107. Cammilla : figlia di Metabo. re dei 
Volsoi ; vergine guerriera che mori com- 
battendo contro i Troiani, celebrata da 
Virgilio, Aen. VII, 803; XI, 535 e seg. 
e 759-831. 

108. EURULO : giovine troiano, mot\ 
combattendo contro i Volsci ; Aen. IX, 
179 e seg. - Turno : principe dei Kotuli, 
ucciso daBnea ; Aen. XII, in fine. - Niso : 
Troiano, amico di Eurialo, con cui morì; 
Aen. IX, 176 e seg. - fkrutb : ferite. 

111. PRIMA : la prima invidia fu quella 
che il serpente antico portò ad Adamo 



ed Eva ; ctr. Sap. II, 24. - dipartilla : 
la mandò fuori. Dunque la lupa osci dal- 
l' Inferno e. venne in questo mondo sin 
dai tempi di Adamo. Questa oircostanca, 
menzionata espressamente dal Poeta, 
sembra escludere ogni possibilità di ve- 
dere nella lupa il simbolo della Corte Bo- 
mana. Alcuni però intendono jmnu» per 
primamente. Ma quale invidia fece uscire 
primamente, cioò in origine, la Corto 
romana dall' Inferno f 

Y. 112-136. Za via della aalvamione. 
Dettogli che la via solla quale Dante si 
è messo, non ò la verace, Virgilio gli mo- 
stra come la via della salvazione conduca 
per r Inferno ed il Purgatorio, oflrendo- 
segli a guida. Se poi dal Purgatorio vorrà 
salire al regno dei beati, un'anima beata 
ve lo guiderà. Il Poeta si dichiara pronto 
ad intraprendere il mistico viaggio. - 
L'uomo naturale si lusinga di potersi 
salvare da sé, mentre egli abbisogna in- 
vece di nn duplice direttivo; ctr. De Mon. 
Ili, 18. Né la via della salvazione è così 
facile, com' egli si figura: essa mena alla 
contrizione, alla confessione ed alla sati- 
sfkzione; cfr. Thom. Aq., 8um. theol. V. 
ni, Qu. XC, art. 2. Peir. Lombard., Sen- 
tent. lib. IV, Dlst. XVI, litt. A. 

112. MB* : meglio; per la tua sainte. ' 

DT8CRRX0: giudióo. 

114. LOCO BTERNO : l' lufemo; off. It\f' 
III, 8. Il Purgatorio è uno de' tro re- 
gni spirituali, ma non dura in eterno. 

116. ANTICHI : discesi anticamente nol- 
r Inferno. 



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[TSÙBiìO GIN8B.] 



iNF. 1.117-136 



[LÀ TIÀ TEBA] 13 



IH 



m 



Ui 



ir 



Che la seconda morte oìasoun grida,; 
E poi vedrai color che son contenti 

Nel fnoco, perchò speran di venire, 

Qaando che sia, alle heate genti. 
Alle qna'poi se tu vorrai salire, 

ATìima fia a ciò di me più degna: 

Con lei ti lascerò nel mio partire j 
Che quello Imperador che lassù regna. 

Perch'io fai ribellante alla sua legge. 

Non vuol che in sua città per n^ si vegna. 
In tutte parti impera, e quivi regge, 

Quivi è la sua città e V alto seggio : 

O felice colui, cui ivi elegge ! > 
Ed io a lui : « Poeta, io ti richeggio 

Per quello Wdio che tu non conoscesti, ^,— 

Acciò eh* io fugga questo matt ^peggioj ^./^ ^- 
Che tu mi meni là dove or dicesti. 

Si ch'io ve^g^a la porta di san Pietro^ 

E color che tu fai cotanto mesti. » ^ " 
Allor si mosse, ed io gli tenni dietro. 



117. BWCOSDA HOBTK: la dftnnasione, 
^^oMate eoA ntXlm S. Scrifetnra. « Et in- 
^73«» ei mora mlsci sant in stagnnm 
ini»; baec est mora aecunda » ; Apoeal. 
IX, 14; efr. XXI, 8. Oomtn. Lip$. P. 
^ - CUDA : piange* deplora. Altri, die 
y ^m èamo okida per chiede, implora, 
TiftiHu ognoDO desidera di morire se- 
' -s4« r anim», come moti la prima yolta 
•Tsate II corpo. Tal desiderio non paò 
?er altro a^er luogo nell' Inferoo dante- 
». Cfr. però Ii^. XIII. 118 e Thom. 
1?.. fem. thtol. Ili, sappi., ^CVni, 8 : 
' ^OB eme non est per se eligibile, sed 
P^ ae^den», in quantum aoilicet est 
% «eri» terminatiTom > . 

lU.oovTKHTl: « non credo ehe si possa 
'^^▼a» contentezza da 'comparare a 
i3«!}a d' on* anima del Porgatorio, eo- 
«cu qoella de' Santi nel Paradiso »; 
* Oster. da Gen., Trai, del Purg. C. 2; 
JT. Pary. XXIII. 72. 

123. AXIMA: Beatrice. 

132. oos LD: infatti Virgilio abban- 
^«aa Dante all'apparire di BeatHee; 
-Sr. Pmrg. XXX, 43 e aeg. 

Hi. IMFSBADOB : DÌO ; cfr. Par. XII, 
^i XXV, 41. - LA0BÙ : nel Paradiso. 



126. BiBELUUiTE: non arendolo ado- 
rato debitamente ; cfr. If^. IV, 38. 

126. CITTÀ: il Paradiso; cfr. Bòrei 
XI. 10, 16. Apoeal. XXH, 14. 

127. PASTI: deir universo. - impkba : 
goyemasione mediata. - bbggk : gorer- 
nazione immediata. « H cielo è il trono di 
Dio, e la terra è lo scannello de' soci 
piedi » ; Itaia LXVI, 1 ; cfr. m, Beg. 

VIII, 27. 

132. QUESTO: il male temporale. - PBO- 
oiò : il male etemo. 
134. POBTA : del Porgatorio, cfr. Purg. 

IX, 76 e seg., il cui angelo portiere ò 
detto Vicario di San Pietro. Al.: La por- 
ta del Paradiso, commessa alla custodia 
di San Pietro. Ma il Paradiso Dantesco 
non ha veruna porta. Al.: La porta del 
Purgatorio e quella del Paradiso, d'am- 
bedue le quali Cristo diede le chiavi a 
San Pietro. Dante parla non di dae, ma 
di una sola porta, e le dae chiavi le tiene 
l'Angelo portiere del Pargatorio; cfr. 
Purg. IX, 117-129, il qual passo ò deci- 
sivo ed esclude ogni dubbio. H Matt, 
obietta: « È molto piti naturale che 
Dante abbia manifestato il desiderio di 
vedere il Paradiso che quello di vedere 



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IMIO INF.] 



Ivy. II. 1-7 



[PRELUDIO] 



) ». Virgilio gli hft detto di non 
Are che sino al Purgatorio, 
hiede ohe appunto lo meni là 
, distingaendo poi la porta di 
e color ohe tu /ai cotanto 
òbU tono 1 dannati, nei y. 183 



e 184 si parla evldentomento del Pur- 
gatorio, non del Paradiso. Del reato la 
porta del Purgatorio è anohe quella del 
Paradiso, dorendo entrarvi chiunque 
vuol salire quando che sia alle beato 
genti. Cfr. Bneiel, 1544 e seg. 



CANTO SECONDO 



PROEMIO DELL' INPEBNO 



SGOMENTO UMANO E CONFORTO DIVINO 
LE TEE DONNE BENEDETTE 



Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno 
Toglieva gli animai che sono in terra, 
Dalle fatiche loro; ed io, sol uno 

M'apparecchiava a sostener la guerra 
Si del cammino e si della piotate, 

' XJhe ritrarrà la mente che non erra.- 

Muse, alto ingegno, or m'aiutate; 



relucUo ed invocatiotie. È 

1 25 manto, o del 2 o dell' 8 
; cfr. AffneUi, Topo-Orono- 
naggù) Dantesco, Mil., 1891; 
;. Il Poeta, che si è già mosso 
me di Virgilio, fa la solita in- 
noetica, considerando essergli 
vastità di dottrina, perspica- 
letto e vivacità di memoria. 
)BifO: cfr. Virg., Aen. Vili, 
m'andava: imbraniva. 
i: enti animati, tra' qoalirno-' 
*urg, XXIX, 138. 
no : dei viventi in terra, Vir- 
»8sendo di qnelU. 
lA: la doppia difficoltà, 1* una 
» per l'aspra e forte via, Purg. 



Il, 65, l'altra del t&r forsa all' animo suo 
per non aver pietà degli spiriti dannati. 

6. BiTRARBl: descriverà. -MBitTE: me- 
moria. « Meus prò memoria aocipitar » ; 
S. Aug., Trin. IX, 2.- non rriia: non va 
qaa e là, vagando ; non si parte dal suo 
proposito, come quella ohe pensa sempre 
e solamente in esso. Al. : Non isbaglia. 
Ma certo Dante non volle spacciare per 
infallibile la saa memoria. Il litote., Z. 
F., eoo. leggono SB non bbba, lesione 
troppo sprovvista di autorità. Cfr. Bl, 
Vers. I, 18 e seg. 

7. INGEGNO: i più intendono del pro- 
])rio genio inspiratore, cfr. If\f. X, 69- 
Ma non pare probabile ohe il Poeta vo- 
lesse invocare so stesso ; piottoeto V ìn- 



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Inp. II. 8-24 



[LO 8O0MSNT0] 15 



O mente ohe scriyesti ciò ch'io vidi, 
Qoi si pairà la tna nobilitate. /^^*»t*^^^--<^ 

Io cominciai : « Poeta che mi gnidi, 
Goarda la mia virtù, s'ella è possente, 
Prima che all'alto passo tu mi fidi 

Tu dici che di Silvio lo parente, 
Cormttibile ancora, ad immortale 
Secolo andò^ e fu seg8Ìhilni$nte.o-'^i<M^'<^^N^^ 

Però, se l'a^dfiarìo d'ogni male v 
Cortese jKn^pensando l'alto effetto 
Che uscir ^^^^^^Jl^y^i ^ ^^ ^^h ® ì^ quale, 

Non pare ind^[o'S3rm>mo d'intelletto; 
Gh'ei fu dell'alma Roma e di suo impero 
Nell'empireo ciel per padre eletto : 

La quale e il quale, a voler dir lo vero, 
Fur stabiliti per lo loco santo 
U' siede il successor del maggior Piero. 



segno idMie, V ingegno in genere. « Qal 
«A« iatgigno al riferisce aMolatomente ed 
alcffyitoaieate a Mxue(T^, A ohe eerri- 
nbke che Dante poi nel verao seguente 
ii xÌTolgeoee aila so» merUeì »; BeUi, 

t. SI PABRki i^parìrà, 9I moeto^rà. 
imuTATS: yirtù, valore. 

V. 10-42.. Lo 9go9nento, Appena in- 
ewaineisto H riaggio, Dante d scoraggia, 
eUeéendo: cSon io da tantof » D soo ò 
qii il Hngnaggio della ragione, non quello 
defla Me, la quale Virgilio accende poi 
■«I eoer soo. Ia ragione gli dice eh' ei 
aoa è degno né abile a dò; la fiade gli 
HflpoBde che ha il soccorso celeste. 

VL PBIMA CHB; ood i più ; alooni oodd. 
Axa cm; cfr. Moore, Oritie., 205. - al- 
to : arduo, difficoltoso. - mi fidi : mi oom- 
netta. Ofr. HonU., Anpoet., 88 e seg. 

U. ma: nel tao rolome, Aen. VI, 
23C e B^., dove Virgilio racconta come 
Kaoa, aaoor rireate, andò nel regno de- 
gli spiriU. - Silvio : cfr. Am. VI, 768 e 
s^.-PAKnm: padre. 

14. OOIEUTTIBILK : vivo; cfr. I, Oof. 
XT, 85. - IMMOBTALB SEGOLO: il mondo 
ii là fai generale. 

15* BOsiBiunarTS: corporalmente, non 
tevlneae. 

It. L^AWIBSABIO: DiO; cfr. fM. V, 6. 

17. 1: a Ini, ad Bnea. -fbxsakdo : se 
: la fondaaione dél- 



18. IL cm B IL QUALX: è lo scolastico 
quii «t quali*; intendasi dell'impero e 
di Roma, sode dell' impero e del papato ; 
o, come altri vaole, di Soma e dell' auto- 
rità imperiafe. 

19. INDBOHO: sconvenevole, irragione- 
vole. 

20. ALMA: CO^ i pih. Al. ALTA. 

21. KMPIBBO: «lo cielo Empireo, che 
tanto vnol dire, quanto delo di fiamma 
ovvero laminoso.... B questo quieto e 
pacifico cielo è lo luogo di quella Som- 
ma Deità, ohe so sola compiutamente 
vede. Questo è lo luogo degli spiriti 
beati, ecc. » ; Oonv. II, 4. - padbr : fon- 
datore. 

22. LA QUALB : Roma. - il qualc : il 
suo impero. Sulle diverse lezioni di que- 
sto verso ofr. Moore, Oritic., 265-266. 

23. STABILITI: «Ragione.... divina ò 
stata principio del romano imperio. 
Roma è « imperadrice, ed ha da Dio spe- 
cial nascimento e.... special processo»; 
Oonv. IV, 4. - « La gloriosa Roma fti or- 
dinata per Io diviop Provvedimento » ; 
ibid,, 5. 

24. 8U0CB880B: il Pontefice, -maqoiob : 
di tutti gli altri santi di nome Pietro. 
Oppure maggior sta qui per $ommo, o 
per altro titolo d'onore. San Pietro ò 
« chiamato dal Poeta H maggiore, per 
antonomasia ed ecoeUensa di santità, ri- 
spetto a gli altri successori suoi » j 0«H<. 



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16 [PROEMIO IKF.] 



Inp. II. 25-42 



[LO SaOUBNTO] 



25 



28 



31 



37 



Per questa andata onde gli dai ta vanto, 
Intese cose, che foron cagione 
Di sua vittoria e del papale aminanto* 

Andovvi poi lo Vas d'elezione §. •^^*^'~ ^ 
Per recarne conforto a quella fede 
Gh'ò principio alla via di salvazione. 

Ma io, perchè venirvi ? o chi il concede ? 
Io non Enea, io non Paolo sono ; 
Me degno a ciò né io nò altri crede. 

Per che, se del venire io mi abbandono, 
Temo che la venata non sia folle : 
Se' savio ; intendi me' eh' io non ragiono. 

E quale ò quei che disvuol ciò che volle, 
E per nuovi pensier can^a f)roposta, 
SI che dal cominciar tutto si tolle ,v^ '- awAv^ 

Tal mi fec'io in quella oscura costa; 
Perchè, pensando, consumai la impresa 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 



25. DAI: neir Eneide. 

26. nfTESR: cfr. Aen. VI. - CAGIONB : 
avendolo inanimito a combattere contro 
Tnrno ed a vincere, la qoale vittoria fa 
cagione della fondazione di Roma, che 
divenne poi sede del papato. 

28. ANDO wi : ad immortale secolo, cioè 
in Paradiso. B forse il vt in andovvi si ri- 
ferisco all'empireo eUl del v. 21. Secondo 
nn'antioa credenza popolare, S. Paolo 
non salì soltanto sino al terso cielo, ma 
discese pure nell'Inferno. - Vab: vcuo 
d' elezione ò chiamato l' apostolo San 
Paolo, cfr. AUi IX, 15. Paolo fti rapito 
fino al terzo cielo, e dice : < Se in corpo, 
o faor del corpo, io non so ; Iddio lo sa » ; 
11, Cor. XII, 2 e seg. 

29. KBCARNB: dal Paradiso, rinvigo- 
rendo la speranza cristiana di giungervi 
quando elio sia. - CONFOHTO : « eccita- 
mento a credere, o a perseverare nella 
fede 9 ; Poit. 

30. PRUCCIPIO: dall' nn canto perchè 
senza fede è impossibile di piacere a Dio, 
Ebrei XI, 6 ; dall' altro perchè la fede 
senza le opere è morta, Oiae. H, 26. 

31. PKBCHft : a quale scopo? - vbhibyi : 
con te al secolo immortale. 

34. MI ABBANDONO : conseuto, m* arri- 
schio a venire. 



35. FOLLI: soonslgliata, imprudente, 
tera«rftria. 

36. INTKNDI : AI. E INTBNDI. - Mi' : 

meglio. 

37. DisvuoL: non vuole più. 

89. SI TOLL£ : si distoglie, abbandona 
l'impresa. La similitudine dipinge la lotta 
intema di ohi vorrebbe convertirai, ma 
non ha il coraggio di lasciare le reoohie 
sue abitudini e di mettersi sopra una 
nuova via. 

40. OSCURA: il giorno essendosene an- 
dato, V. 1. - COBTA : la piaggia diaorta, 
Inif. I, 29 e seg. 

41. PENSANDO: riflettendo sulle difficoltà 
e sui pericoli del viaggio propostomi da 
Virgilio. - COKBUMAI: abbandonai. Te- 
neva dietro a Virgilio, Jf\f. 1, 136 ; adesso 
si ferma, né osa più andare avanti. 

42. TOSTA : pronta, senza riflettere su- 
gli ostacoli e sulle difficoltà. Quadro pro- 
fondamente psicologico. 

V. 43-126. Il conforto, Virgilio rin- 
faccia al Poeta i suoi scrupoli, la oni 
sorgente non ò savia prudenza, ma viltà 
d' animo, che distoglie sì spesso l' uomo 
dall' operare il bene. Per liberamelo, gli 
espone come e perchè ei gli sia venuto 
incontro per essergli guida. Beatrioe, 
anima celeste, ne lo ha pregato, incitata 



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fPBOIVIO INF.] 



iNF. II. 43-60 



[IL CONFORTO] 17 



c « Se io ho ben la tua parola intesa, >' 

Rispose del magnanimo quell'ombra, 
« L' anima ina è da vìltate offesa, 

46 La qnal molte fiate l'uomo ingombra 

Si, che d'onrata impresa lo rivolve, 
Come falso veder bestia, quand'ombra. 

49 Da questa tema a^cfóche tu ti solve. 

Dirotti perch' io venni, e quel che intesi 
Nel primo punto che di te mi dolve. 

52 Io era tra color che son sospew, 

E donna mi chiamò beata e bollai 

Tal che di comandar io la richiesi. *^'-' ■ 

33 Lucevan gli occhi suoi più che la stella; 

E cominciommi a dir soave e piana. 
Con angelica voce in sua favella : 

58 " O anima cortese mantovana, 

Di cui la fama ancor nel mondo dura, 
E durerà quanto il mondo lontana ; 



^ d»e altre donne del cielo » scendere 
giù nel Limbo. Sicuro del oeleete soccor- 
so, il Foet» non ba motivo di titubare. 

43. SB IO: mitiga il rimprovero cbe 
non può non fargli. 

44. DSL MAQHAimfO: inversione, per 
L'ombrm di quel magnanimo, H Betti: 
« Bratta inYeraione e ind^na di Dante ; 
taldsè sat«i qaad tentato a credere che 
dd magnanimo voleese dire magnani- 
mamente, da magnanimo ». - maonami- 
MO: nMntre Dante si mostra pnaillani- 
Boe. « Sempre il magnanimo si magnifica 
in ano eoore; e cosi lo pasUlanimo per 
contrarlo sempre si tiene meno che non 
è»;a>mr.I, li. 

46. riLTATK: pofiillaii imita vergogno- 
sa; cfr. Inf. m. 15; IX, 1. 

47. OXKATA : contratto di onorata j ono- 
rerole. 

48. FAUSO vsDKB: coaa fusamente ve- 
dnta, oggetto cbe fis pigliar ombra alla be- 
stia. « Vegglamo molti nomini tanto vili 
e di sì bassa eondfsione, cbe quasi non pa- 
rs easere altro ohe bestia» : Conv. ni, 7.- 
BmU: « Come la beetia si riTolge e toma 
a dietro, quando adombra per falso ve- 
dere ; cioè che ti par vedere quel cbe non 
armilo 9. -OMBRA: diviene ombrosa, prende 
snihfi,, teme, s^insospettisce ; ett. BnekH. 
IMeseg. 

2. — IHb, Oomm., 4» edis. 



49. BOLVB : sciolga, Uberi. 

61. DOLVS; dolse. 

52. SOSPESI : quelli del Limbo non sono 
beati, perchè senza speranta, né dan- 
nati, porchò sensa martìri, Inf. lY, 24 e 
seg. ; si trovano dunque in uno stato me- 
dio tra dannazione e beatitudine. Al.: La 
loro aorte non è ancora definitivamente 
decisa. È decisa pur troppo ; cfr. Jnf. I, 
125-126 ; IV, 41-42 : temo perduti - tema 
tpeme! 

68. DONKA: Beatrice, v. 70. 

54. TAL: la bellezza sua celeste fece 
certo senz'altro Virgilio, che essa discen- 
deva dal cielo, arendo qualche deside- 
rio; onde la pregò di comandargli. 

55. 0TKLLA : Venere, chiamata dal po- 
polo ora la tteUa bella, e ora anche per an- 
tonomasia la tteUa. Secondo altri Ui ttella 
è posto qui in significato collettivo per 
le tUUé. Altri intendono del Sole. È diffi- 
cile decidere. Parecchi codd. hanno: più 
CHK UNA BTXLLA, lezione forse più facile, 
ma, appunto per questo, sospetta. Cft. 
Moore, Critic., 266-70. 

56. PIANA : calma, dolce. « 8oaf>e, cioè 
dolce e graziosa, e piana, cioè modesta, 
e come persona grave » ; QéUi. 

57. IN SUA FAVELLA: nel suouo della 
sua voce; oppure In voce angelica. 

60. MONDO : Al. MOTO. Coli' autorità dei 



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18 [PROEMIO INP.] 



iNF. II. 61-75 



[IL CONFORTO] 



61 



64 



07 



70 



L'amico mio, e non della yentnra, 
Nella diserta piaggia è impedito 
Si nel cammin, che vòlto è per paura; 

E temo che non sia già si smarrito, 
Ch'io mi sia tardi al soccorso levata, 
Per quel eh' io ho di lui nel cielo udito. 

Or màòvi, e con la tua parola ornata 
E con ciò e' ha mestieri al suo campare, 
L'aiuta si, eh' io ne sia òonsolata. 

Io son Beatrice, che ti faccio andare : 
Vegno di loco ove tornar disio : 
Amor mi mosse, che mi fa parlare. 

Quando sarò dinanzi al Signor mio. 
Di te mi loderò sovente a lui. „ 
Tacette allora, e poi comincia' io : 



codd. non bì può decidere quale sia la vera 
lezione. Probabilmente Dante volle dire : 
Dura nel mondo e durerà qiumto etto 
mondo (Betti). Ma potrebbe anche aver 
detto: Dura anoor nel mondo e durerà 
quanto il moto. Dicono che il moto du- 
rerà in etemo ; anche la fama di Virgilio 
non si spegnoiii mai, almeno nella « l^lla 
scuola», If\f. IV, 04. Per altro i^VaOtord., 
Pred, I iuUa Gen.: * Le cose che furono 
in prima create, come ò il cielo, gli an- 
gioli, gli elementi, staranno etemalmen- 
te ; il movimento e il tempo no > . Cfr. 
sopra questo verso Z.F. Il e seg. Moore, 
Orit., 270-78. Il primo propugna la lezio- 
ne MONDO, il secondo moto. In realtà se 
ooU'antorità dei codd. la questione non si 
può decidere, non si può deciderla nem- 
meno con altri argomenti, dando Tona 
e r altra lesione un ottimo senso. 

61. L'AMICO: amato da me, non dalla 
fortuna, la quale infatti non fh troppo 
amica del Poeta. Altri : Me ama, non i 
beni estrinsechi a me. Ma Beatrice affei^ 
ma più tardi per V appunto il contrario, 
Purg. XXX, 12i e seg., cfr. XXXI, 84 e 
seg. - Farsfani : « Amico è colui ohe ama > . 
Ed anche colui che è amato. 

62. PIAGGIA : cf^. If\f. I, 20. - IMPEDITO : 
cfr. Inf. 1, 86. 

64. si 8MABBIT0: cfr. PWQ. XXX, 136 
e seg. 

66. UDITO : cfr. V. 107. 

67. ORNATA: persuasiva. 

68. CAMPAftB: salvamento. 



70. Bkatbicb: è O nome finto della pri- 
ma amante del Poeta. Vedi la Vita Nuova. 
Nella Commedia Beatrice è essenzial- 
mente personaggio allegorico. Chi ne fa 
il simbolo della Teologia, ohi dell' Intelli- 
gensa attiva, chi dell'Anima tendente a 
Dio colle ali dell'amore, chi della Sapienza 
religiosa, morale e civile, chi della Vita 
contemplativa, chi della Visione intima 
dell'artista, chi delia Kivelasione, chi 
della Grazia perficiente, chi della Chie- 
sa, ecc. Dal Paradiso terrestre, simbolo 
della beatitudine di questa vita (De Uon. 
Ili, 15), Beatrice guida Dante al Para- 
diso celeste, che figura la beatitudine di 
vita etema (iHd.). La guida a quest' ul- 
tima è r AutoritA ecclesiastica (ibid, cfr. 
Oonv. IV, 4-6). Dunque Beatrice ò evi- 
dentemente il simbolo dell'Autorità ec- 
clesiastica, del Papa ideale del Poeta. Ma, 
dovendo l'autorità ecclesiastica drizzare 
l'uomo alla felicità spirituale secondo le 
dottrine rivelate (i6id.), essa è pure la 
rappresentatrìce in terra della Teologia. 
Onde Beatrice, appunto perchè simbolo 
della Spirituale Autorità, ò pure simbolo 
della Scienza rivelata. Cfr. Kraue, p. 452 
e seg., dove sono esposte ed esaminate 
lo diverse opinioni. 

72. AMOR : è dunque lei ohe ama. cfr. 
V. 61 nt. 

74. MI LODRRÒ : « Hoc autem slgntfioat 
quod theologia siepe utitar serviclo ra- 
tionis naturalls. nt ex notioribus nobis 
deveniat ad mlnus nota > ; Benv. 



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[PtOBMIO IHF.] 



INP. II. 76-92 



[IL CONFORTO] 19 



79 



83 



" donna di virtii, sola per cui 
L' umana spezie eccede ogni contento 
Da quel ciel che ha minor li cerchi sui, 

Tanto m'aggrada il tuo comandamento, 
Che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi; 
Più non t'è no' ch'aj^rirmì il tuo talento. 

Ma dimmi la cagion che non ti guardi 
Dello scender quaggiuso in questo centro 
Dall'ampio loco ove tornar tu ardi. „ 

" Da che tu vuoi saper cotanto addentro, 
Dirotti brevemente, ,, mi rispose, 
*' Perch' io non temo di venir qua entro. 

Temer si dee di sole quelle cose 
C hanno potenza di fare altrui male ; 
Dell' altre no, che non son paurose. 

Io son fatta da Dio, sua mercè, tale, 
Che la vostra miseria non mi tango, 



7S. m vnrrù: pten» di ogni virtù. ~ 
■OLA: la oofpoimioiM di Dio eleva Taomo 
al disopra de^ altri entt terrestri. 

77. OOXTIHTO: oontenato, ooea conte- 



78. c»L: lunare: efr. Conv, IT, 8-4. 
«Ogni altra oreatnra rlvente entro 11 
delo limare » ; Pa$t. 

80. sa Gli FoasB: se il dovessi fisr qal 
«siratto. 

81. uo* cu* AFBJOMl : la lesione di que- 
sto verso è assai dlspatablle. La corno- 
se è : PIÙ KOS t' Jt UOPO APBiRin, che il 
JfoMV trovò in 77 oodd., mentre egli tro- 
vò ch' aprirmi in 140 oodd. da Ini osa- 
Brtsati ; Crii., 273 e seg. Dopo quanto ne 
discorse il ^iammazzo, Oùrn. DarU. U, 
lfi-i>2, sembra ohe la questione sia deoisa 
la favore del uo' cn' aprirmi (vedi però 
Baa., K. S. 11, 70 e seg.). H Fiam. in- 
terpreta: « Sappi che a te non d' altro 
è d' Bopo ch'esprimermi la tua volontà, 
oosM già Ikoesti; superfluo ò tutt'il 
^^K^*, e aggiunge più oltre: «Quelle 
lodi die Beatrice rivolge in nna mira- 
bile apostrofe a Virgilio, appena appara 
ssgii e che gli promette anche msgglori 
presse Dio, esigono dalla modestia del 
poeta latiBO on cenno dì risposta; ga- 
reggiando questi adunque di cortesia con 
la doana beata e bella, aU' esordio di lei 
risponde con oa altro ispirato a non mi- 
MT ammiraslone, e, dettosi ooaì dispo-* 



sto all' obbediensa da sembrargli averla 
già ritardata, dichiara quindi tosto so- 
verchia la lusinghiera perorasione di Bea- 
trice, dichiara cioè ohe, per un servigio 
di lui, essa non ha maggior bisogno che 
esprimerne, senza blandimento veruno, 
il desiderio ». La stessa scena si ripete 
Purg. I. 78-93. Cfir. pure Z. F. 13 e nog. 
- aprirmi : espormi, palesarmi. - talen- 
to : volontà, desiderio. 

82. CHR: per cui, por la quale. 

83. CENTRO: rinfemo. Fra Giord.,Pred, 
1, 147 : «La terra è centro del mondo.... 
però che ella ò nel messo di tutti i cieli e 
di tutti gli elementi. Ha il diritto centro 
si è appunto quel miluogo della terra 
dentro, che è In mezzo del pomo. Quello 
è il diritto centro, ove noi crediamo che 
sia il ninfemo > . 

84. ampio loco : l'Empireo, cfr. Purg. 
XXVI, 63. Al. Le sfere celesti. Il Para- 
diso in generale. - irdi: hai ardente de- 
siderio. 

00. PAUR08B: terribili! da mettere 
paura; di cui si ha paura. 

02. TAHOB: tooca, travaglia, punge; 
cfr. Petr, Lomb., 8erU. Ilb. IV, dist. 60, 
litt. <?.; ràom. Aq., 8uiMn. theoL P. III. 
suppl. qu. XCIV, art. 2-8; qu. XGYUI, 
art. 0. Secondo gli Scolastici, le gioie dei 
beati non sono menomamente turbate 
dair aspetto dello pene dei dannati, che 
essi vedono non veduti, 

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20 [PROEMIO INF.] 



iNF. IT. 93-107 



[IL CONFORTO] 



94 



97 



100 



103 



106 



Né fiamma d'esto incendio non m'assale. 
Donna è gentil nel cìel, che sì compiange 

Di questo impedimento ov'io ti mando, * 

Sì che duro giudicio lassù frange. 
Questa chiese Lucia in suo dimando, A^^J^^j^"^, 

E disse: *0r Ha bisogno il tuo fedele * '^ 

Di te, ed io a te lo raccomando. ' 
Luciaj^^nìmica di ciascun crudele, 

Si mosse, e venne al loco dov'io era. 

Che mi sedea con l'antica Rachele. t/jr^^ 
Disse: 'Beatrice, loda di Dio vera. 

Che non soccorri quei che t'amò tanto, 

Che uscio per te della volgare schiera ?^ 
Non odi tu la piòta del suo pianto ? 

Non vedi tu la morte che il combatte 



•/!IX^^ 



98. FIAUHA : < In fiamma sua non cbm- 
baret iastoa * ; Ecdet. XXVIII, 26. - IN- 
CiCNDio : Beatrice parla dei dannati e del- 
rinfemoin generale, non del solo Limbo. 

94. DONNA : la Vergine Maria, cfr. Par, 
XXXIII, 16 e seg., simbolo, come si av- 
visano i più antichi commentatori, della 
Grazia preveniente. Le tre donne bene- 
dette del cielo sono l'antitesi delle tre 
fiere maledette della selva escara. < Et 
Ilio notaqnod an ter non nominat expresse 
istara dominam primam, qnia ista gratia 
advonit homini occalte, qaod non per- 
pendit » ; Benv. Tace il nome della Ver- 
gine come qaello di Cristo in tatto V In- 
ferno, perchè qnesti nomi sono troppo 
sacri e si profonerebbero pronanziandoli 
laggiù nel luogo del peccato. 

96. Giuuicio: della divina Giosttzia. 
Oiudieio vale Sentenza, -fhangb : placa. 

97. Lucia: probabilmente la martire 
di Siracnsa, salla qaale cfr. Brev. liom. 
ad 13 Deecm, Secondo alcuni Santa Lu- 
cia Ubaldini, sorella del cardinale, Inf. 
X, 120. Allegoricamente: la Grazia illa- 
minante. Cfr. Kraus, p. 447 e seg. 

98. FEDELE: Lacia, la Siracusana, si 
invoca da chi soff^ mal d' occhi, ed an- 
che Dante ne sofiferae due volte (T. H, 
e. 39; Oonv. Ili, 9), onde le era per av- 
ventura particolarmente devoto. Secon- 
do alcuni Dante si direbbe fedele di Ln- 
ci», perchè Ita avverso alle dottrine dei 
Pelagianl. 

100 NIMICA : « odia ogni cmdeltÀ come 
quella ohe sofferse ingiusto dolore * ; Tom,. 



- « Ma questo sarebbe a dirsi di tatti i 
martiri. Meglio, forse, perchè, secondo 
Salomone, Dio darà grazia ai mansueti » ; 
Pam. - < Gratia inimica ooiaslibet despe- 
rantis, qui no9 admittit gratiam. Nnllas 
est enim crudelior eo qai desperat de 
gratia Dei» ; Benv. Veramente il Poeta 
confessa, 1, 54, che aveva perduto la spe- 
ranza. Ma Lucia non gli era certo nemica. 

102. Rachele: figliuola secondogenita 
di Labano, moglie del patriarca Giacob- 
be, simbolo della vita contemplativa, 
mentre Lia, di lei sorella maggiore, essa 
pare moglie di Giacobbe, è simbolo della 
vita attiva. 

103. LODA : lode, e Quando passava per 
la via, le persone correvano per vederla. .. 
ed altri dicevano : .... benedetto sia lo Si- 
gnore che sì mirabilmente sa operare > ; 
V. N. oap. 26. - « La santa Teologia, con la 
grazia cooperante e consumante accom- 
pagnata sempre, loda Iddio veramente 
e non fintamente, ovvero nell'esercizio 
delia atiivitA, ovvero nel riposo della 
contemplazione » ; BuU. 

105. uscio ; « fuggì dalla pastura del 
vulgo » ; Chnv. 1, 1. Il Poeta erasi dato 
tutto quanto agli studi per rendersi abile 
a parlare degnamente di Beatrice, dunque 
per amor suo, V, N, e. 42. B se poi i suoi 
studi lo trascinarono nella selva osourm^ 
rimaneva par sempre vero che vi si era 
dato per Beatrice. 

107. MOttTB: spirituale. < Oocursnm et 
obstacnlum vicioram, qute sunt mora 
anima), et oppngn^t ipsun » ; Benv. 

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[P&OSMIO IVF.] 



Inf. li. 108-125 



[il gonfobto] 21 



Sa la fiumana, ove il mar non ha vanto ? ' 

iw Al mondo non far mai persone ratte v 

A fiar lor prò ed a fuggir lor dannò, ^ 
Com'io dopo cotai parole fatte: ^^^ '^' 

112 Venni quaggiù dal mio beato scatftfo, 

Fidandomi nel tuo parlare onesto, 
Che onora te e quei clie udito Tlianno. „ 

115 Poscia che m' ebbe ragionato questo, 

Gli occhi lucenti lagrimando volse; 
Per che mi fece del venir più presto : 

118 £ venni a te cosi com' ella volse; 

Dinanzi a quella fiera ti levai, ,. , , 

Che del bel monte il corto andar ti tolse. 

m Dunque che è? Perchè, perchè ristai? 

Perchè tanta viltà nel poro alletto? < 
Perchè ardire e franchezza non hai, 

m Poscia che tal tre donne benedette 

Guran di te nella corte del cielo. 



108. FitmANA: gnnde, impetaou cor- 
nato di vn flnme, ed anche Dilagasione 
delle aflqiie di un flame. Qui fig. per 1» 
•air» oeeors, ptù tompeetoea dà mare. 
I pia ioteodono dell'Acheronte, ohe al 
mate non dà tribato, ma cade all'Inforno, 
e dalla eoi rira Dante si trorava ormai 
poco lontaBO. Ma la frase ové U mar rum 
ha vanto signiflca evidentemente che il 
sMzo è mmo borraacoso, non già ohe la 
jfvmofia non gli è tributaria. Il OeUi in- 
tende di un fiume scorrente tra la selva 
oseora ed il dilettoso monte, « il quale 
era tanto impetuoso, per scendere da luo- 
ghi alti, che il Poeta dice che U man 
non ha vanto, cioè non si può dare il 
vanto di aaperarlo e di tempesta e d'im- 
peto >. Bante di un tal fiume non fa il 



110. A FAB : « la carità non cerca il pro- 
prio interesse» ; I, Cor, XIH, 5. - e U 
baon pastore dà la vita per le sue peco- 
teUe > ; (fiov. X, 11. Bcoo dunque Bea- 
tcioe tipo del buon pastore. 

IH. FATTE: e detto da Lnda e ascol- 
tato da Beatrice, si^ecita del bene di 
Danto più che non sia mai stata persona 
a proeaoeiare la sua salute, fuggendo un 
p^ieolo > I Fast. 

113. oiBSTO: «pieno d* onestà e di vir- 
tà>; BwH. ' « Degno di ogni onore» ; CMli. 



-« Leggiadro stile e sentenzioso » ; Vent, 
- « Parlare onesto è qui riferito alla ret- 
titudine, alla prodensa e al decoro, in- 
somma ali* onesta, che Virgilio seguitò 
sempre ne' suoi versi d' oro » ; Betti. - 
« Nobile » ; Tom. - < Eloquente » ; RotM. 

114. B QUKi : cfir. Inf, I, 87. « Onora 
Virgilio, essendo ammirato per buon poe- 
ta, e que'che udito l'anno, insegnando 
loro il verace modo di poetare > ; CaH, 

118. LAOBIMANDO : per compassione. - 
VOLBK: al cielo. 

117. PER 'CHK : vedendola lagrimare. 

118. V0L8B: volle. 

119. FIEBA : lupa. - TI LEVAI : Dante 
avea già tenuto dietro a Virgilio, Inf. 
1, 130 ; i due Poeti sono quindi lontani 
dall'erta, dove si mostrò la lupa. 

120. IL COBTO AHDAB: «Chi salirà al 
Monte del Signore?... L'uomo poro di 
cuore » ; Sai. XXHI, 3-4. Ecco U eorto 
andar» cioè la via più breve e spedita. 
Onde al Poeta è uopo tenere un'altra 
via, cioè della contrizione e penitenza, 
finché il suo arbitrio sarà libero, diritto 
e sano; Pwg. XX VII, 140. 

121. KiSTAl: ti ibrmi. non mi segui. 

122. ALLBTTB : aDotti, dai adito, chiami 
ed inviti da to stesso tanta viltà. Cfr. Inf. 
IX, 93. EncUl. 07. 

125XUBAX: sonsoUedtodella tua saluta 

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[PROEMIO INF.] 



IKF. II. 126-142 



[IL conforto] 



127 



130 



133 



130 



139 



142 



E il mio parlar tanto ben t' impromette?» 

Quale i fioretti, dal notturno gelo 

Chinati e chiusi, poi che il sol gì' imbianca, 
Si drizzan tutti aperti in loro stelo ;^-^^ 

Tal mi fec' io di mia virtude stanca,* 
E tanto buono ardire al cor mi corse. 
Ch'io cominciai come persona franca: 

« pietolut colei che mi soccorse ! 
E tu cortese, che ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse ! 

Tu m'hai con desiderio il cor disposto 
Si al venir con le parole tue, 
Ch'io son tornato nel primo proposto. 

Or va', che un sol volere è d'ambedue: 
Tu duca, tu signore e tu maestro. > 
Cosi gli dissi ; e poi che mosso fue. 

Entrai per lo cammino alto e silvestre. 



126. PARLAR: Il\f. I, 112 e seg. - BEN: 
di salire alle beate genti; Inf. I, 121 
e 8©g. 

V. 127-142. Gli effetU salubri del 
conforto divino. Dopo ohe gli è stato 
solennemeDte promesso il soccorso della 
Grasia, lo smarrito riprende coraggio. 
Egli esprime la saa gratitadine e si di- 
chiara oramai pronto e desideroso di in- 
traprendere il viaggio propostogli. 

127. QUALE: « òmodo avverbiale, usato 
pih volte dal Poeta nelle comparazioni * ; 
L. Vent. - KOTTURXO gelo : la rugiada. 
La notte figura l'ignoranza e l'errore; 
Jioin. XIII, 12. I, Tei$. V, 6; il gelo, la 
mAncauza di fede e di carità; Apoeal. 
UT, 15>16. La similitudine ò quindi ae- 
Bai parlante. 

128. IMBIANCA: rischiara con la sua 
luce mattinale, scialba e biancastra; cfr. 
rurg. IX, 2. Par. VII, 81. «Imbian- 
carsi esprime il passaggio che fa grada- 
tamente un colore da men vivo a più 
vivo. Qui, usato attivamente, vale : gì' il- 
lumina » ; L. Vent, Sim., 141. 

130. TAL: mi feci ardito; riguadagnai 
vigore. - viRTLTK STANCA : abbattimento 
d'animo. 

132. FUAKCA: intrepida, risoluta; o 
forse anche nel senso proprio: libera, 
cio^, dalla viltaU, v. 45. 

133. COLEI: quale delle tre? Beatrice, 
come sì ha dai versi seguenti. Anche le 



altre due ebbero cura di Ini, ma la sola 
Beatrice discese dal Cielo nel Limbo. 

184. CORTESE : « cortesia e onestade ò 
tutt' uno » ; Oonv. II, 11. 

186. VERE: cfr. Par. IV, 05. Questa 
vere parole sono evidentemente quelle 
dei versi 61-66, onde Dante oonfossa gik 
qui le sue aberrazioni. 

136. DESIDERIO: d'Intrapreadere il mi- 
stico viaggio da te propoBt<nni. 

187. PAUOiJC : ricordanti l'aiuto celeste . 

188. PROPOSTO: proposito di seguirti, 
Jpf. I, 180-134. 

140. DUCA : cui seguirò. - SIGNORE : cai 
ve' ubbidire. - maestro : cui vo' dare 
ascolto. « Tu duce, quanto ò all'andare ; 
tu tignare, quanto è alla preeminenza 
ed al comandare ; e tu maettro, quanto ò 
al dimostrare » ; JBoee. - < Queste tre qua- 
lità che Dante dà a Virgilio saranno da 
lui spessissimo impiegate nel corso del 
poema, ma con un'arte sopraflSna; e non 
metterà mai a caso una delle tre, nui sem- 
pre a ragion veduta.... E si noti che, pri- 
ma di dichiararlo suo duca, suo signore, e 
suo maestro, lo ha precedentemente ap- 
pellato col semplice nome di poeta» ;ifoM. 

142. ALTO : difficile e pericoloso ; If\f. 
II, 12; XXVI, 132. - SILVESTRO: impra- 
tlcato. e Quanto è stretto la via {cam- 
mino alto) ,che conduce alla vito, e quanto 
pochi son quei che la trovano (cammttto 
nlve9tro) ì » ; MaU. VII, 14. 

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tmftk THtSBHALS] 



Ihf. III. I-IÓ 



tKNTRATA] 28 



CANTO TERZO 



LA POBTA INFfiBNALE, IL VESTIBOLO DEOLt IGKAVt 

ED IL PASSO DELL' ACHEROlTrE 

(Ignudi. Corrono, molestati da yespe e da mosconi) 



PeB me si va nella CITTÀ DOLENTE, 

Per me si va nell' sterno dolore, 
Per me si va tra la perduta gente. 
Giustizia mosse il mio alto fattore: 

FeCEMI la DTVgNAJOTEST ATE,- m^ Q*^JU**n 

La somma SAn^Sr^A^ IL PRIMO AMORE. 5iU^ ^*^' 

Dinanzi a me non pur cose create. 

Se non eterne; ed io eterno duro. 

Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate! 
Queste parole di colore oscuro 



V. 1-21. SnirwUa per la porta in- 
fermaie. Pel cammino alto e Silvestro i 
due Poeti sono giunti all'entrata sempre 
aperta dell* Tjatemo, sopra la coi porta 
Bante legge ana tremenda isorisione che, 
troncando ogni speranza, rinnova in lai 
lo sgomento. Nuovamente confortato da 
Virgilio, entrano. 

1. PIÙ MB : parla la porta. - città : Tin- 
fenio in generale, ed in ispede la parte 
plii bsAsa dell'Inferno, la città di Dite, 
Inf. VUI, 68; città del ftioco, In/. X, 22; 
e dttà rogjgia, If^. XI, 73, in opposizione 
al Paradiso, che è la dttà di Dio, It^. I, 
IM e 128 ; la vera dttà, Purg, Xm, 06 ; 
e U dttà dei beati. Par. XXX, 180. 

^ GIUSTIZIA : drcoscrive la SS. Trinità, 
■eoondo la massima teologica : opera ad 
^3ira tunt totiui TriniUUit. La potegtate 
^ Dio Padre, la tapùnza il Verbo ossia 
fi Tlgliado, Vamore lo Spirito Santo. Nel 
Ootn, lì, 8 : « Ohò si paò contemplare la 
potensa somma del Padre. . . la somma sa- 
ptensa del figliuolo. . . e. . . la somma e fbr- 
▼«Btfadma carità dello Spirito Santo». 



Segoe In ciò San Tommaso, cflr. Sum. 
theol. P. I, qn. XLV, art. 6. 

7. DINANZI : prima di me. - non fur : 
r Inferno fa creato per i diavoli, conft*. 
Matt. XXV, 41, quando Lodfero cadde 
dal cielo, cfr. Ir\f. XXXIV, 121 e seg., 
prima della creazione dell' uomo. Prima 
dell' Inferno fìirono create por cose eter- 
ne, i deli, gli angeli, la terra quanto alla 
sua materia: le cose corruttibili, quale la 
forma della terra, piante, animali, uomi- 
ni, ecc., furono create dopo. 

8. ETERNO : eternamente, in etemo. 
Benv.: < etemo, idest eteme ». Al. eter- 
na, lesione di molti codd. e da fame conto, 
essendo la porta ohe parla. Cfr. Moore, 
Crii., 275. 

10. COLORE OSCURO : apparenza, o suo- 
no, lugubre. AI.: scritte con inchiostro ne- 
ro. - « Le lettere in luogo chiaro poste, a 
voler essere ben vedute, convengono es- 
sere di colore oscuro e nero, ma, se sono 
poste in luogo oscuro, convengono es- 
sere di colore chiaro e bianco. Laonde 
reggasi Dante come abbia fatto bene a 

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24 [POETA INFRENALE] InP. IH. 11- 



[BNTEATA] 



13 



16 



19 



Vid'io scritte al sommo d'una porta; 

Per eh' io : « Maestro, il senso lor m' è duro. » 

Ed egli a me, come persona accorta: , 

4c Qui si convien lasciare ogni sospetto ;^"-^-^^^«^ 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 

Noi siam venuti al luogo, ov' io t' ho detto 
Che tu vedrai le genti dolorose 
C hanno perduto il ben dello intelletto. » 

E poi che la sua mano alla mia pose 

Con lieto volto, ond'io mi confortai, , 

Mi mise dentro alle segrete .cose. "'^ ^ ' ^^ ^' " '^^ 

Quivi sospiri, pianti ed alti guai 
Risonavan per Paer senza stelle, 



Ilare le lettere oecare in luogo oecoro 
per Toler eoi senso loro spayentare il 
lettore»; Oatt. 

11. BCBITTE: dft ohif Danuìte il sno 
Tiaggio per l'Inferno i demoni procurano 
sempre di fkrlo tornare Indietro; onde 
dovremo arguire che i demoni scrissero 
queste parole, ohe veramente contengono 
nna veritA diabolica. Almeno per Dante, 
come per quei molti. In/. IV, 61, il laseia- 
U ogni speranza non era per niente vero. 
Il concetto : Non penetrare nella con- 
templazione del peccato, della sua vorace 
natura e delle sue conseguenze, non è 
certo di origine divina. 

12. DUBO : grave, penero, che affliggo, 
rattrista, angustia, sconforta l'animo. 
« La sentenza importata per queste pa- 
role mi ò dura; non dico dura, perch'io 
non la intenda, ma dura è, perocché dura 
cosa mi pare udir che io debba entrare 
in luogo di etemo dolore e lasciar la spe- 
ranza di uscirne mai fuori »; Barg. Cfr. 
Ev. 8. Joh. VI, 61: « Dnrus est hio 
sermo ». 

13. ACCORTA : conoscendo le astuzie in- 
fernali. 

14. QUI : noi luogo del peccato e dell'in- 
ganno. - H08PKTT0 : timore, dubitazione. 

16. DBTTO : nel Canto I, Ili e seg. 

18. IL UKif : la cognizione e l'intuizione 
di Dio; cfr. Petr. Lomb. lib. V, dist. 40 
A, Thom. Aq., Sum. theol. P. HI, suppl. 
qu. XCII, art. 1-3. Oiov. XVII, 3. * 11 
Vero è il Bene dello Intelletto » ; Conv. 
n. 14. 

19. POSE: mi prese per mano, come 
Jnf. XIII, 130. 



21. C06B: « téereU cose dissero i nostri 
antichi il mondo de' morti. B perciò nel 
BmIì di Francia si dice Oih. I, o. 44): 
E poiché veduto Vamrò, allégra io morrò : 
e morendo gloriota, àUe eegrete eo$c deU 
VaUra vita andrò » ; Setti. 

V. 22-69. Ignavi ed AngeU neutri. 
Entrati nel vestibolo, il Poeta ode nn 
gran tumulto di sospiri, pianti, lamenti, 
Ungne diverse e (kvelle spaventevoli. Qoi 
sono i vigliacchi, mischiati agli angeli 
neutri. Ne vede e riconosce uno, quindi 
non gli occorrono ulteriori schiarimenti. 
Ignudi, e stimolati da mosconi e da ve- 
spe, sono condannati a correr dietro ad 
una bandiera volubile, instabile, che non 
resta ferma un momento, onde non han- 
no mai posa. Indolenti, incapaci al male 
^ come al bene, perchè tanto poltroni, iner- 
' ti, accidiosi, vigliacchi, buoni a nulla, 
vogliono soltanto godersela nel mondo, 
idolatrando il dolce far niente. Tn oiò 
cho ambiscono, sono tormentati. La ban- 
diera è instabile, ed essi, che vorreb- 
bero sopra ogni altra cosa goder quiete, 
devono correrle dietro. Le punture di 
femminelle e di gente bassa sono per 
loro un tormento d' Inferno, cosi grande 
per gente di tal tempra, cho invidiano 
ad ogni sorte, benché di gran lunga più 
dolorosa. 

22. GUAI: dolorosi lamenti. 

23. 8TKLLK: in tutto l'Inferno non si 
vedono stello, cfr. Ti\f. XXXIV, 139; 
qui è ricordato espressamente, perchè 
questa razza di gente non mira alle stelle, 
non conosce verun ideale, nò religioso, 
nò morale, nò politico. 



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rmooLo] 



iNF. III. 24-38 



[IGNATI] 25 



Per ch'io al cominciar ne lagrìmai. 
Diverse lingue, orribili favelle, 

Parole di dolore, accenti d'ira, 

Voci alte e fioche, e suon di man con elle. 
Facevano un tumulto, il qaal s'aggira 

Sempre in quell'aria senza tempo tinta« 

Come la rena quando a turbo spira. 
Ed io, ch'avea d'orror la testa cinta. 

Bissi : « Maestro, che è quel eh' i' odo ? 

£ che gent' è, che par nel duol si vinta ? » 
£d egli a me : « Questo misero modo 

Tengon l'anim e trigt e^di coloro 

Ch€rvìaafi£-fl^.02&Jjl£^^ e. nsp^A. lodo. 
Mischiate sono a quel cattivo coro 

Degli angeli die non furon ribelli. 



^ AL ooimciAB : sulle prime, quando 
^ 1Mi toipiri, quei pianti e qnegU 

% nrnsi: forse perchè totti oon- 
^Bfoi^ d'ogni paese, y. 123 ; e forse 
i^fOMè osata anche qni, come altrove, 
^j'iBswdl sparenterole; cfr. I-nf, VI, 

^^ XXn, 10. - OBBIBILI FAVELLE: bo- 

''^"ttie. d^. V. 103 e seg. Alla bestem- 
>a ) Tigliaecfai sono sempre pronti. 

^PAEOLi: cfr. Tir^., ^en.IV,665esg. 

^- 8D0X DI KAX : mmore di mani per- 
*"* : Bso ii percuotono vicendevolmen- 
^'^•dò son troppo poltroni, ma si 
^^t«s le Baanl per disperazione. 
j^ CI TUMULTO : on gran toroalto, 

*> Kl Koao di %ai grande, un tal*, eco. 
^*«woipeMogH antichi. / 

/S-sozA TKMPO: in etemo. L'eler- 
^^ aaa ha tempo. - tutta : oscara, ca- 
■'^^^«^ « Ària OBcnra senza variaaion 
*'^^ eioè sempre oeoara » ; Rott. 

^ctdfi: « tamqnam poi vis ante fkciem 
]^^>,Pd. XXXIV, 6. Non aggna^lla 
^tacattodi qoello strepito infernale con 
^^ M'arena, ma fa soltanto nn pa< 
^^^ tn l'ag gir a r si di qael tamnlto e 

*Cràri della rena nel turbine, il qaale 
*^^i*t^ è ftirioso e celerissimo. - a tub- 
^'' «Ittado il vento spira a modo di tar- 
*^ AL eoo parecchi codd. qua5DO il 
;**3, Mone più facile, confortata da 
'< XXHV, 4. Non è possibile deci- 
^ <{Bale sia la leirfone genuina. 

^ D'oiBOB: per quello spaventevole 
**^ e le parole di eolore oieuro, È 



il Virgiliano : At me tum primwn icevut 
circumatétU horror; .Asn.II, 569. ArreetcB- 
que horrore eomce; ibld. IV, 280. Al. 
d'bbbob, spiegando: d'ignoranza; ma 
errore ed ignoranza sono doe cose troppo 
diverse. Cft. Z, F., 14 e seg. Moore, Crii., 
276 e seg. 

32. CBK È : domanda ohe esprime in nn 
medesimo tempo e V orrore e la vaghezza 
di sapere. 

83. VDiTA : abbattuta ; lat. vièta dolore ; 
ridotta a tale, da non poterne più, il do- 
lore essendo troppo forte. 

36. TBIBTR: malvagie, sciagurate. 

36. SENZA m PAMIA : scuza commettere 
azioni tali, da rendersi infimi, né tali da 
meritarsi lode. « Quantunque non buone 
fossero, erano (le azioni loro) intorno a sì 
bassa e misera materia, che di so non da- 
vano alcuna cagion di parlare, e perciò si 
può dire ohe senza infamia vivessero ; e 
tenia lodo, oioò senza fama, perciocché co- 
me del loro male adoperare è detto, il sl- 
migliante dir si può se alcun bene adope- 
ravano » ; Bocc. - « De ipsis nulla reman- 
sit fama noe infamia »; Serrav. - I pih 
leggono BKKZA FAMA, cho Benv. spiega : . 
« sino virtute et valore ». Ha se lodo ò 
lo stesso che fama, si avrebbe una ri- 
petizione inutile. Oait.: « I migliori testi 
hanno : tema ir^famia ». B leggendo sen- 
za fama, il Poeta si ripeterebbe poi su- 
bito, V. 40. Cft". Z. F., 15. Fanf., Stud., 144 
e seg. Moore, OrU., 276 e seg. ~ lodo : 
lode, loda ; anticamente anche in prosa. 
Dante V usa soltanto qui in rima. 



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26 [VESTIBOLO] 



iNF. III. 89-55 



CIGNAVI] 



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52 



65 



Né far fedeli a Dio, ma per sé foro. 

Cacciarli i ciel per non esser men belli; 
Né lo profondo Inferno li riceve, 
Che alcuna gloria i rei avrebber d'elli. » 

Ed io : « Maestro, che ò tanto greve 
A lor, che lamentar li fa si forte? » 
Rispose : « Dicerolti molto breve. 

Qaesti non hanno speranza di morte, 
£ la lor cieca vita é tanto bassa. 
Che invidiosi son d' ogni altra sorte. 

Fama di loro il mondo esser non lassa; 
Misericordia e giustizia li sdegna. 
Non ragioniam di lor, ma guarda e passai » 

Ed io, che riguardai, vidi una insegna 
Che girando correva tanto ratta. 
Che d'ogni posa mi pareva indegna; 

E dietro le venia si lunga tratta 



^ 39. FORO: farono; non è apocope di 
furono, ma toc© intera in nò stessa. Foro 
(e/uoro) fii adoperato anticamente spesse 
volte anche in prosa; cfir. If annue,, Voci. 
14 e seg. - Suppone che, quando Lnoifero 
si ribellò contro Dio, alonni angeli rima- 
nessero neutrali, volendo veder T esito 
della lotta, prima di decidersi. Un con* 
oetto affine fu esternato fin dal terzo secolo 
da Clemente Alessandrino, Strom., 7. A 
qnal fonte Dante lo attingesse, non si sa. 
40. CACCfARLi : gli scacciarono. Al. cÀc- 
ciANLi. I cieli gli discacciarono una volta 
per sempre; « Proiectus est draco ille 
inagnas,... et angeli eius cum ilio missi 
snnt » ; Apoe€U XII, 9. Ha lo profondo 
inferno ricusa continuamente di riceverli, 
che, essondo invidioii d'ogni altra torte, 
andrebbero giù, se fosse loro concesso. 
Cfr. Z. F., 16. - MEN BELLI: non sareb- 
bero perfetti, se enti seuxa carattere vi 
avessero albergo. 

■ 42. ALCUNA: qualche. Dirimpetto ai 
dappoco gli scellerati energici potreb- 
bero veramente gloriarsi di essere da 
più di loro. Al.: Ninna. Ma nelle opere 
di Dante alcuno non ha mai il senso di 
ninno, cfr. Inf. XII, 9. Inoltre, se il 
profondo Inferno non li riceve, dò non 
può essere che per non dar motivo ai 
dannati di vantarsi. - elli : lat. UH ; 
loro. 



46. NON HANNO : nou r ha nessnno nel 
mondo di là; ma costoro la aflbrroreh- 
bero con gioia. Avendo laoosoien£a della 
loro assoluta nullità, sarebbe per qaesti 
poltroni e vili mutabandiera un gran 
conforto se potessero sperare di ritor- 
nare quando che sia nel loro elemento, 
nel nulla. 

47. cieca: oscura; cft. Inf. IV, 18; 
X, 58 ; XXVII, 25, ecc. « La vitach^essi 
conducono come dechi in queir aria sen- 
za stelle » ; BMtù 

48. D'OGNI altra: dunque anche della 
sorte di que' che sono nel profondo In- 
ferno. Vi andrebbero, ma esso non li 
riceve. 

40. lassa: lascia; nel mondo non è 
rimasta di loro veruna memoria. 

50. MiSRKicoRDiA : poichò uon li vuole 
nò il Paradiso nò il Purgatorio e nem- 
meno il basso Inferno. > sdegna : rigetta. 

52. INSEGNA: stendardo, bandiera.«Qnia 
omnes isti ribaldi trahunt ad unum si- 
gnum, nec discernuntnr aut distingu- 
nntur Inter se »; Benv. Per i mutaban* 
diera ci voleva la bandiera. Essa gira 
sempre e sempre corre ; e gì' ignavi die- 
tro ! Il loro carattere è la loro pena. 

53. GIRANDO: roteando. 

51. indegna: aliena, indignata, sde- 
gnante. Al.: Immeritevole. 

55. TRATTA: schiera. 



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[T88TIB0L0] 



Inf. iil 56-6S 



tiOKAVi] 27 



Di gente, ch'io non avrei mai creduto 
Che morte tanta n'avesse disfatta. 

Poscia eh' io v' ebbi alcun riconosciuto, 
Vidi e conobbi l' ombra di colui 
Che fece per viltate il gran rifiuto. 

Incontanente intesi e certo fui, 
Che quest'era la setta de' cattivi, 
A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 



59. COLUI: seeondo S più ò questi papa 
Cclwtioo T, che i maneggi fraadolentl 
dd oao soceeeeore BoniiiMsio Vili indos- 
Kto ma abdicare papato. Benv. dice 
dn liii da* suoi tempi qaeeta era l'opl- 
niooe « eommiiiiis et Tnlgaris fere om- 
bìbb ». lafktti 00^ averano Inteeo Barn- 
bmgL, An. Sei., lae. Ikmt., Lan., Folto 
Beec, eoe. Ii*Ott. riferisce questo opi- 
■Jone em un « Vuole aleono », ma eensa 
^eddeiraL P«^. Dani, intende pare di 
Gdertino V, aggiongendo però « ut cre- 
de ». H Gbm., seguito da altri, intende 
dì Dfodealano che in TecchiaSa rinunciò 
afi* impero. Boee. confessa: « Chi costai 
« Ibne, non il sa assai certo », e riferi* 
•n qoindi le opinioni a Ini note senza 
decidere. Bémv. fk nn lango elogio di 
niesiiiio T, combatto la eomfnunii et 
vidymris opinio, pon^idola tra le vatuB 
C9ce* vulffi che non sunt additndce, ed 
hitflDde di Esaù, che per nn piatto di 
BiDsstra cedette la primogenitara al fra- 
tello Giacobbe; cfr. Qtrut, XXV, 29 e 
seg. BuH non sa decidersi. An. Fior, 
sta, ma nn po' dubbioso, con Benv., e 
coÉ . ma sansa titubare, Serrav., Tal., ecc. 
Barj., Land., VeU., OtOi, Dan., Càtt., ecc. 
ritornarono ali* antica comune opinione, 
accettata dalla gran maggioranxa dei mo- 
derni, e che per il Betti è « cosa quasi 
feori di dubbio ». A questa opinione non 
osta ti fetto, che Celestino fu canoniz- 
zato nel 1813, poiché il relatlTo decreto 
giacque per 15 anni negli archivi papali, 
non conosciuto nel mondo. Ma avendo 
U Poeta sabito conosciuto quell'ombra, 
ne deriva per necessaria conseguenza 
che 8i tratta di un personaggio veduto 
e conosciuto da Danto in questa vita, 
Bteotre non sembra probabile che egli 
Tedejse e conoscesse personalmento papa 
Ctiesttno V. H Jfozc. risponde : « Kon 
poteva averne Tedato chi sa quanto volto 
il ritratto! » Potova ayerlo yeduto, e po- 



terà anche non averlo veduto.* Il ritratto 
d*un papa è cosa tanto difficile a trovar- 
si f » Nella seconda metà dell' Ottocento 
fiioilissima, negli ultimi del Dugento dif- 
ficile assai. « E veduto il ritratto d'una 
persona, e d'una sifhtta per8<ma, non 
è forse agevole riconoscere la persona 
stessaf » Nell'Ottoeento rt, nel Dugento 
no. Gli artisti d'allora non riproduce- 
vano colla maggior possibile esattezza 1 
lineamenti del volto, ecc., ma facevano 
ritratti e statue più secondo il loro ideale, 
che secondo la natura. Inoltre, checché 
Dante pensasse dell'abdicazione di Ce- 
lestino V, non si può in vemn modo 
concedere, che e' lo menzionasse tra' prin- 
cipali della ietta ds* cattivi, a Dio spia- 
centi ed a' nemici tui. Alcuni vedono 
nel vigliacco innominato Augnatolo, altri 
Giano della Bella, altri Vieri dei Cer- 
chi, ecc. Ma questa é cosa molto inceria, 
e nient' altro che indovinare. Avendo 
Dante taciuto il nome del personaggio, 
dovremo confessare di non conoscerlo. 
Volendo ciononostante accingersi a scio- 
gliere questo enigma /orte^ giova tener 
presento alla mento : 1^ che il gran ri- 
fiuto è anteriore al 13A0 ; 2^ che chi lo 
fece era già passato ai più nella prima- 
vera del 1800, epoca fittizia della visioue 
dantesca ; 3^ che Dante conobbe perso- 
nalmente in vite il personaggio, aven- 
dolo riconosciuto nel mondo di là, ap- 
pena adocchiatolo. Cfr. Barlow, Il gran 
rifiiUo, Lond., 1862. e ita!. Napoli, 1864. 
Ooeichel nel Dante- Jahrhueh, I, 108 e 
seg. Todesehini, ScriUi Dant. I, 202 e 
seg. ; II, 860. Tiani in Opuee. Bel., Mor. 
e Lett. di Modena, 1875 luglio e agosto, 
p. 3-47. Venturi, Oolui che fece per viUato 
il gran rifitUo, Roma, 1875. Moore, Crii., 
218. Bull.J, 1,46. II, 1,25 e seg. II, 4,181. 
63. A'incMici: ai diavoli. I poltroni, 
mutobandiera, sono disprezzati non pur 
dai buoni, ma anche d^roslvagl. 

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28 [VESTIBOLO] 



INP. HI. 64-78 



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6i 



70 



73 



70- 



Questi sciaurati, che mai non far vivi, 
Erano ignudi, e stimolati molto 
Da mosconi e da vespe ch'eran ivi. 

Elle rigavan lor di sangue il volto, 
Che, mischiato di lagrime, a' lor piedi 
Da fastidiosi vermi era ricolto. 

E poi che a riguardare oltre mi diedi, 
Vidi gente alla riva d'un gran fiume; 
Per ch'io dissi: « Maestro, or mi concedi 

Ch'io sappia quali sono, e qual costume 
Le fa di trapassar parer si pronte, 
Com'io discemo per lo fioco lume. » 

Ed egli a me : € Le cose ti fien conte, 
Quando noi fermerem li nostri passi 
Su la trista riviera d' Acheronte. » 



64. VIVI : non ebber mai fama nò per 
buone nò per cattive opere. « A maggior 
detrimento dico questo cotal vilissimo es- 
sere morto, parendo vivo.... Veramente 
morto il malvagio nomo dire si può.... 
Vivere nell' nomo è ragione nsare. Dan- 
qne se vivere ò l'essere dell' nomo, e oosì 
da quello nso partire è partire da essere, 
e co^ ò essere morto. » Oonv. IV, 7. 

66. U06C0NI E VESPE : « hflBO enim ani- 
malia generantnr ex pntrefactione et sa- 
perflnitate, ideo bene ornoiant istos mi- 
seros » ; JBenv. Per la bassezza d'animo 
non oooorrono grandi tormenti ; bastano 
aloone puntare, e fosser pare di lingae 
volgari. La bassezza dei loro scopi è 
simboleggiata nei vermi che raccolgono 
il loro tangue. Simbolo del fine e delle 
sollecitadini di questi ignavi sono le la- 
grime spremute loro dalle punture. 

60. VKBMI : il sangue di questi sommi 
eroi, versato nella terribile guerra con- 
tro nemici tanto formidabili, quali i mo- 
sconi e le vespe, non torna a profitto 
ohe a certi vermi schifosi, i quali van 
serpeggiando a' loro piedi. Ond' essi, dei 
quali non o' è altro da dire, se non che 
son fatti pasto dei vermi, sono adoperati 
alla meglio, secondo la legge dell' econo- 
mia naturale. Cfr. Oraul, 33. 

V. 70-136. Il paaao dell'Acheronte. 
Sono giunti alla riva di un gran fiume, 
primo dei fiumi infernali. Là conven- 
gono tutte quante le anime dei perduti, 
per essere trasportate da Caronte al- 
l'altra riva ed andarsene « al loro Inogo » 



(Atti, I, 25). Caronte procara, oonae Ib- 
ranno pih tardi altri demoni, di spaven- 
tare Dante e di farlo tornare indietro. 
Virgilio gli ricorda il volere saprenao» 
onde Caronte sfoga V impotente ana ira 
battendo le animer dei dannati. B Vir- 
gilio conforta il suo alunno osservan- 
dogli ohe l' ira di quel demonio gli ò in- 
dizio della propria salvatone. Ad un 
terremoto succede un baleno, e Dante 
cade come nomo addormentato. 

71. fiume: Acheronte, ojlume del do- 
lore, per il quale, secondo le credenxe 
dell'antichità classica, le anime se ne 
vanno alle pene infernali ; cfr. Virg., Aen. 
V, 09; VI, 107, 205; VII, 01, 312, 569; 
ZI, 23. Dante attinse ampiamente olla 
mitologia antica, Dicendone però un nso 
da poeta cristiano. 

73. C06TUUK : poetioam. per Ordine sta- 
bilito, Prescrizione, Legge; cfr. In/, 
XIV, 21. Purj. 1, 80. 

75. DI8CSRN0: se il lume era fioco, 
il Poeta non poteva leggere loro in 
volto. Bisognerà dunque supporre, che 
quelle povere anime si affollavano, pro- 
curando ognuna di entrare la prima 
nella nave di Caronte. - fioco : debole, 
languido. « Come ò oscura ad inten- 
der la voce fioca, eoA si può dire lo 
lame fiooo, quando nono chiaro; come 
la voce fioca, quando non ò chiara • ; 
Buti. 

76. CONTE: manifeste, palesi; cfr. v. 
121 e seg. 

78. teista: dolorosa. - Achkboktb: 



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[TKTmOLO] InF. ih. 79-100 [ACUEBONTE] 29 

» Allor con gli occhi vergognosi e bassi, 

Temendo no '1 mio dir gli fosse gravo, 
Infìno al fiume di parlar mi trassi. 

82 Ed ecco verso noi venir per nave 

Un vecchio, bianco per antico pelo, 
Gridando : « Gnai a voi, anime prave! 

85 Non isperate mai veder lo cielo! 

r vegno per menarvi alP altra riva 
Nelle tenebre eteme, in caldo e in gelo. 

s»- E tu che se' costi, anima viva. 

Partiti da cotesti che son morti. » 
Ma poi eh' ei vide ch'io non mi partiva, 

91 Disse: « Per altra via, per altri porti * . • 

Verrai a piaggia, non qui, per passare ; 
Pih lieve legno convien che ti porti. » 

M E il duca a lui: « Caron, non ti crucciare: 

Vuoisi cosi colà, dove si puote 
Ciò che si vuole, e più non dimandare, » 

97 Quinci fur quote le lanose gote 

Al nocchier della livida palude. 

Che intomo agli occhi avea di fiamme rote. 

i« Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, 

•Axtpcnr, finme deirA Terno ; cfr. Hom., 91 . altra : dal ftatnro verrai si può por 

Oi X, 613. Virg., Aen. VI, 295. arrentura Inferirò, che Caronte allado 

m. TEHIQCDO NO 'l: temendo ohe; d il alla via ed al lieve legno del Purg. II. 

lai. verter ne. AL tbxbhdo che. - gba- 94. Gabon ; Xdpoov, figlinolo dell'Erebo 

TB: importuno. e della Notte, vecchio e lordo barcalnolo 

SI. m TRAIMI: mi astenni. deirAvemo;ofr.yir^.,Aen.VI,298e8eg. 

S3. usTEOcnio: il ritratto di Caronte 95. colà: in cielo; ott. Ir\f, V, 23 e 

è ftifl^izialmento imitazione di Virgilio, aeg.; VII. 11 e seg. 

Àen, VI, 298 e seg. Attenendosi alla sen- 96. b più : « qnasi yoglia per questo dir- 

lenza di S. Paolo, I, Cor. X, 20: « Qofe gli: Non ò convenevole ohe a te si di- 

ÌiB<n(^aot gente», dmmoniis immolant et mostri In cagione della volontà di Dio » ; 

Doo Deo », Dante fece delle divinità mi- Boec, 

tologiche demoni. Caronte è 1* antitipo 97. lanosk: barbate; cfr. Virg., Aen. 

premeditato di Catone, il venerando gnar- VI, 102: «Ut primnm oessit ftiror et 

dixno del Purgatorio; of. Purg. 1, 31 o seg. rabida ora qniernnt ». 

f4. PBAVK : dannate. 98. palude: cfr. Ir^. VII, 106. livida 

87. CAIJW E GRLO : cCr. Moti, XIII, 42 : PALUDE, per palude di acqna bruna, ò 
• Et iangdi^ mlttont eoe In caminnm 11 vada livida di Virgilio, Aen. VI, 320. 
igais: ibi eritfletna et strider dentium». 99. kote: cerchi di fuoco. Segno di 

88. K TU: volge la parola a Dante. - grandissima ira, cagionata forse dal- 
riTA: in senso daplice: non ancora se- l'aspetto dell'anima viva; ctr. Virg., 
parata dal corpo, e non dannata; cfr. Aan. VI, 300: « stant lumina flamma». 
T. 127 e seg. 300. lasse : in consAgnensa della re- 

89. PÀBTiTi: allontanati. ^MOBTi: sciolti cento separatone dal corpo. - mubb: 
dal eorpo e dannatL « Di consiglio e di aiuto » ; jBooc. - « Spo- 

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30 [YESTIBOLO] 



INP. III. 101-114 



[ACHERONTE] 



103 



106 



100 



112 ' 



Cangi&r colore e dibatterò i denti. 
Batto ohe inteser le parole crude. 

Bestemmiavano Iddio e lor parenti, 
L'amana spezie, il luogo, il tempo e il seme 
Di lor semenza e di lor nascimenti. 

Poi si ritrasser tutte quante insieme, 
Forte piangendo, alla riva malvagia. 
Che attende ciascun uom che Dio non teme. 

'Caron dimenio, con occhi di bragia 
' Loro accennando, tutte le raccoglie; 
Batte col remo qualunque s'adagia. 

Come d* autunno si levan le foglie 

L'una appresso dell'altra, infin che il ramo 
Vede alla terra tutte le sue spoglie; 



liatiB Teste oorporis » ; Benv. - « Come di 
Testimentl, cosi d'ogni defnlBioDe^ ; BvU. 
- « Sensa il corpo » ; An. Fior. - « Spo- 
gliate de' corpi, e private di ogni dlfen- 
sione » ; Barg. - « Spogliate de' corpi, o 
veramente nnde della divina grasia, nn- 
de d'ogni riparo » ; Land. - « È da notare 
che Dante, per quanto pare, àk questo 
epiteto alle anime qaando vnol porre in 
evidensa la miseria di loro condizione; 
per il ohe l'attribnisce soltanto alle ani- 
me dei dannati e non mai a quelle del 
Pargatorio » ; Siane. Ctr. G. Vili, Oron. 
I. Vili, 60: altri aveano Jlgura d'anime 
ignude, doò nella rappresentasioue delle 
pene infernali. 

101. oanqiìb: tramortirono. I corpi 
aerei hanno non solo la forma, ma anche 
il colore del corpo materiale. Otr, Purg. 
in. 31 e seg.; XXV, 70-107. - dibat- 
TÉBO : cfr. MaU. XIII. 42: cibi erit fle- 
tns et strider dentiam». 

102. RATTO CHE : SUbitO chC. - PABOLK : 

V. 86-87. 

103. Iddio : conforme la dottrina sco- 
lastica, che i dannati inveiscono tanto 
più contro Dio, quanto più sono colpiti 
dalla Sua giustizia. Gfr. Thom. Aq., Bum, 
th. II, II, 18, i. Inoltre essi msledicono 
gli antenati, i genitori, tutti gli nomini, 
il luogo ed il tempo in cui, ed il seme 
di coi Airone generati e nacquero. L'idea 
ò tolta da Giobbe III, 8 e seg. e da Gere- 
mia XX, 14 e seg. U $eme di lor temenza 
sono i progenitori ; il eeme di lor noBei- 
menti i genitori. Maledicono l'umana 
tpeeie, perchè vorrebbero essere bruti, 



la coi anima muore col corpo. Vorreb- 
boro insomma non esser mai naU, od 
essere nati animali. - b lob : Al. b i lob. 

106. BITBASSBB: Al. BACC0L8BB. - IH- 

BiBint : non essendosi separate dal corpo 
nel medesimo istante, eran venute Tana 
dopo l'altra. 

108. ATTKNDB: « la riva d'Acheron 
aspetta ciascun che non teme Dio. Chi 
non teme Iddio ò dannato, et ogni dan- 
nato è aspettato da quella riva » ; But*. 

109. DI BBAGIA: accesi d'ira. 

110. RAOCOOLiB: nella sua nave. 

111. b' ADAGIA : si mette in positura pih 
comoda, che non ò lo starsene ritto. Al.: 
s'indugia, fa adagio ad entrare nella 
barca. Ma se sono tanto pronte a tra- 
passare, V. 74, se, spronati dalla divina 
ginstisia, desiderano di trapassar lo rio, 

V. 124 e seg., esse non fknno certo adagio 
ad entrar nella barca. « S^ adagia, a se- 
dere o in altra guisa » ; Boee. - « Ketar- 
dat ire » ; Benv, ~ « l^on va tosto » ; Buti 

- « Percutit remo qnemcumque tardan- 
tem » ; Serrav. - « Tarda al montare » ; 
Barg. - « Diventa agiato e tardo » ; Land. 

- « Tarda troppo » ; VeU. - « S' accomo- 
da » ; Dan. Gli altri antichi tirano via. 

- Una controversia su questo verso fa 
iniziata dall'uifUojTnoni, Saggio di Hudi 
Èopra la Oom, di D., Livorno, 1893, « 
contin. da G. Marufi, G. Sene e U. Not- 
tola; c(t. Giom. D. I, 317 e seg.; 334 e 
seg.; 480 e seg.; II, 209 e seg. 

112. COMB : similit. tolta da Virg., Aen. 

VI, 809 e seg. C(t. L. Vent., Sim., 133. 
114. VRpB: cosi il più dei oodd. e molto 

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pmfTBOLO] 



IHP. m. 115-134 



[ACHBRONTB] 31 



115 



lU 



121 



124 



127 



133 



Similemeiite il mal seme d'Adamo 
Qìttansi di quel lite ad ana ad una 
Per cernii, come aogel per soo richiamo. 

Cosi sen Tanno sn per V onda bruna, 
Ed avanti che sian di là discese, 
Anche di qna naova schiera s' aduna. 

e Figliaol mio, » disse il maestro cortese, 
« Qnelli che mnoion nelP ira di Dio, 
Tatti convegnon qai d'ogni paese; 

E pronti sono a trapassar lo rio, 
Ohe la divina giustizia li sprona 
SI, che la tema si volge in disio. 

Quinci non passa mai anima buona ; 

E però, se Caron di te si lagna, 
— ?Ben puoi saper omai che il suo dir suotia. 

Finito questo, la buia campagna 
Tr^mò si forte, che dello spavento 
La mente di sudor ancor mi bagna. 

La terra lagrimosa diede vento, 

Che balenò una luce vermiglia, • * ' 



odSs. Cr. Virg,, Georg. II, 81 « seg.: •Bxìt 
ad ea^nm ramis felidbos arbor Mirator- 
q«t Doras frondee et non sna poma. » AI. 
Bixx»s ALLA TBERA, lezione ohe il Moo- 
nr, OHf.» 278 e eeg. trovò in soli 6 dei 240 
c«4d. da lai esaminati. Cfr. Z. F., 16 e 
Mf. Vbdb lemero Lan,, Cam., Boec., 
ifeav.. Bwti, Serrav., Barg,, Veli., Qdli, 
Dan., OaH., eoe. 

115. MAL BKMK : gli empi, ora dannati. 

110. DI quKL LTTO : giù nella barca. 

117. CKSSi : di Caronte. - come auqrl : 
Yirg., Aen., VI, 309 e seg.: « Qoam molta 
in aflTis aotnmnl frigore primo Lapsa 
eadnnt lolia aat ad terram gnrgite ab 
alto Qoam malte glomerantnr area ». ~ 
* Qoi fa la eimiiitadine dell' ncoelfatore 
die tieiiSama lo aparviore con V uooel- 
fino, e k> iSiloone oon V alia delle penne, 
e Taatore eoi pollastro, e ciascnno oon 
qael, di cbe V neoello ò vago » ; Bufi. 

118. BBUHA: Tirg., Aen. V, 2 : « flootus- 
qoe eCroa aquilone secabat». 

120. MUOYA acHlKRA: mnoioDO In terra 
ia Biedla ogni minuto 50 persone, le qnali 
non Tanno tutte a casa del diavolo. Se 
dsnqoe doraoite il tragitto si adnna nuo- 
va 9ddera, quel tragitto deve dorare al- 
copi Minati. 



121. FiGLiuoL : adesso Virgilio rispon- 
de alla domanda di Dante t. 72-75. 

122. nsll' ira : fuor della divina gra- 
da, rimanendo impenitenti sino agli 
estremi. 

124. LO BIO : AI. DKL BIO. 

120. Bi VOLOB : si mata. - Disio : di al- 
lontanarsi quanto più possono da quel 
Dio, ooi bestemmiano ed odiano. 

127. buoma: anima viva, v. 88, non 
dannata. 

139. BUONA : significa. Dal cruccio di 
Caronte puoi arguire che sei destinato 
alla salvazione. 

130. QUKBTO : le parole di Virgilio, v. 
121-129. - BUIA : « perchè ìtì non ha nò 
sole né stelle ; e ancora buia per la oscu- 
rità de' peccati »} An. Fior. 

131. TREMÒ : cfr. Matt. XXVm. 2. Inf. 
IX, 84 e seg. 

132. MENTE: memoria; primo caso. Il 
solo ricordarmi dello spavento aruto mi 
fa ancor adesso sudare. 

183. LACRIMOSA : cfr. V. 68, 107. - DIE- 
DE: spirò. Si credeva che il terremoto 
fosse prodotto da aria serrata nelle vi- 
soere della terra. 

134. BALENÒ: sfolgorò a guisa di ba- 
leno. Credettero gli antichi, ohe le esa^ 



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32 [CBRCH. PRIMO] Inf. IH. 135-136 - IV. 1-2 



[LA località;! 



136 



La qua! mi vinse ciascan sentimento ; 
E caddi come l'uom cui sonno piglia. 



lazioni fHgide della terra fossero cagione 
del vento, e che innalEandosi e Incon- 
trandosi nelle nobi generassero i lampi 
e i taoni. Cfr. Oic., De divinat. I. II, n. 44. 
Purg. XXI, 66 e seg. Jnf. IX, 67 e seg. 

135. MI viKSR : mi fece perdere tntti i 
sensi. 

13C. CADDI: VoeeMo ruotato (LY, 4) 
presuppone nn sonno di qualche dnrata. 
Svegliatosi Dant« si trova sull'altra riva 
dell'Acheronte. Como vi arrivò f jyaìButi 
In poi è opinione comune, che durante il 
sonno il Poeta fosse condotto all'altra 
riva da nn angelo, opinione che dicono 
confermata dal passo tutto simile Ir^. 
IX, 64 e seg., come pure dal passo Purg, 
IX, 62 e seg. Ma nel primo passo l' an- 
gelo è menzionato espressamente; nel 
secondo si racconta come Lucia traspor- 
tò in alto il Poeta durante il suo sonno. 
Perchè in questo luogo non si fa la mi- 



nima menzione di un angelof Non si ha 
piti che vento, baleno e tuono, ma non 
un solo attributo degli angeli. Vera- 
mente, sulle prime Caronte si rifiutò di 
tragittare II Poeta, ma si acquetò poi, 
udite le parole di Virgilio; ed i versi 97-00 
finno supporre che in fotti lo tragittasse. 
Se, dopo aver detto che Caronte si acquo* 
tò, Dante avesse voluto accennare ad un 
passaggio diverso dall'ordinario, operato 
I>er mezzo di un Angelo, dovremmo ve- 
ramente aspettarci qualche cosa di pih 
che terremoto, vento, baleno e lo stor- 
dimento del Poeta. Allegoricamente, 
Oiov. III, 8 : « n vento spira dove vuole ; 
e il suono ne odi, ma non sai d'onde ven- 
ga, nò dove vada : così avviene a chiun- 
que ò nato di spirito ». Il Poeta descrive 
qui i primordi della sua nafcUa di spi- 
rito. -CUI SONNO : Al. CHE IL SONNO ; Cfl", 
Z. F., 18. 



CANTO QUARTO 



CERCHIO primo: il limbo 



INNOCENTI, PATRIARCHI E UOMINI ILLUSTRI 
(Non hanno pene positive, ma solo privazione della beatitudine) 



Rnppemi l'alto sonno nella testa 
Un grovo tuono, si ch'io mi riscossi 



y. 1-24. Za loeaUtiL Un greve tuono 
che viene dall' abisso, su la cui proda i 
due viandanti si ritrovano, sveglia il 
Poeta dal suo profondo sonno. Si gnarda 
attorno, e si accorge di essere noti' In- 
forno. Confortato da Virgilio, che non sa 
nascondere il proprio turbamento, pro- 
segue il viaggio, e si trova nel primo cer- 
chio infernale, ossia nel Limbo. Dei duo 
Limbi degli Scolastici, limbui it\fantum 
e 2. patrum (cfr. Thom. Aq„ Sum. theol. 
P. III, Buppi., qn. LXIX, art. 1 e aog.; 
art. 6), Dante fece un solo, ponendo al di- 



sopra il vestibolo degl' ignavi, che è saa 
creazione originale. Per la topografia del 
Poema rimandiamo una volta per tutto, 
tra i tanti, al lavoro già citato dolio 
AgneUi, Topo-eronogrtufia del viaggio 
Danteteo, con XV tavoìé, Milano, 1891 ; 
per r Interpretasione cfr. BoUagitio, Il 
Limbo DanUteo. Stiidi filotofiei e letu- 
raH, Padova, 1898. 

1. ALTO: profondo; « sopor altos»; 
Vinj., Aen. Vili, 27. 

2. Tuoxo: il rumore infernale, tuono 
d'injinUi guai, v. 9. Cosi An. 8el,, Buti, 



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pSaOBXO PBIXO] 



IKF. IV. 8-2 



[LA LOCÀLlTl] 83 



Come persona che per forza è desta; 

E l'occhio riposato intorno mossi, 
Dritto levato, e fiso riguardai 
Per conoscer lo loco dov' io fossi. 

Vero è che in sa la proda mi trovai 
Della valle d'abisso dolorosa, 
Che tuono accoglie d' infiniti guai. 

Oscnra, profonda era e nebulosa 
Tanto, che, per ficcar lo viso al fondo, 
Io non vi discemeva alcuna cosa. 

€ Or discendiam quaggiù nel cieco mondo ! » 
Cominciò il poeta tutto smorto : 
€ Io sarò primo, e tu sarai secondo. » 

£d io, che del color mi fui accorto. 
Dissi: < Come verrò, se tu paventi, 
Che suoli al mio dubbiare esser conforto ? » 

Ed egli a me: € L'angoscia delle genti 
Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 



i». Fior,, Serrav,, Tal., Omft,, Dan,, 
Lomò., BÙg., Jiot$,, Tom,, Corner,, Oank- 
fir Berth., PoL, eco. Molti non daimo to- 
roaa cpiegaEioQe di questo passo (Lan., 
OtL, Pttr. Data,, OtU9., Benv., VéU„ 
€dX, r«a., Oes., Br. B., Frat.. Andr,, 
C^rm,, eoe.); lae, Dani,: «Il trono di 
tatti i pechatti ». H Boce. mostra ohe nn 
▼ero tooDO non pnò aver luogo nell' In- 
ferno, poi contìnua : « Per che aseai chia- 
ro ptùito apparerò, T autore per qaeeto 
ta«M> intendere altro che quello che la let- 
teca mona > .~FaÌ90 Boee.: < I detti de' savi 
e Talenti hnomini» . - Land. : * La grazia 
di Dio». Aitai intendono di un vero tuono 
saoeeeao al baleno accennato C. m, 134, 
»: « La campagna infernale ai 
I terribilmente, un baleno vormi- 
^&a eoica qo^l* aere tenebroso, il Poeta 
cade flkori dei sensi, Y angelo discende, 
lo pi^ia tra le sue braeda, lo porta di 
là dafl' Acheronte e scompare prima che 
il fragore del tuono lo risvegli ». Cosi 
Bambgi,, Puedanti, Maxz., ecc. Ma, si 
è già oeserrato. di un angelo e di nn 
vero tuono Dante non dice sillaba ; e se' 
l'occblo ano potè riposarsi, il suo risve- 
0» non Ita oerto così presto. Inoltre si 
■tonta a credere che Dante usasse la Tooe 
(Mao in .un senso, e sette Tersi dopo in 

S. — Di9, Ctomm., 4^ edlz. 



un altro. Cfr. ArUona-Travérti, Il greve 
tuono DanUteo, CittÀ di CasteUo, 1887. 

6. LEVATO: era caduto, III, 186, ed 
aveva dormito, v. i, tanto, che 1* occhio 
suo avea potuto riprendere la capacità 
visi vs, perdutasi all'improvviso balenare 
della luce vermiglia. 

7. VBBO È: fatto sta. - proda: orlo, 
come In/. XXXI, 42. 

9. TUOHO: il firastuono infernale, già 
accennato nel v. 2. 

11. PKB FiccAB: per quanto fissassi gli 
occhi al fondo. 

12. ALCUHA : Al. DIBCBRNBA V£BUNA. 

la. CIBOO MONDO : l' Inferno, privo di 
lucej cfr. Inf. X, 58; XXVH, 25, ecc. 
MaU. Vni, 12; XXn, 18; XXV, 30. 
Sapiem. XVII, 20. Giuda v. 6-13. 

15. PttlMO : < hoc dioit, quia Virgilius 
primo descrtpsit latine istam materiam, 
et etiam quia ratio semper debet prio- 
cedere » ; Benv. 

16. COLOR : smorto. - accosto : r oscu- 
rità impediva il veder chiaro. 

18. SUOLI : lo aveva confortato nella 
selva, I, 91 e seg.; nella costa, quando 
dubitava d' intraprendere il viaggio, II, 
43 e seg. ; all' entrata della porta. III, 
19 e seg. : dirimpetto a Caronte, III, 127 
e seg. 



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34 [CERCHIO PRIMO] 



Inf. IV. 21-39 



[INNOCEKXJ 



22 



25 



28 



31 



34 



37 



Quella pietà che tu per tema senti. 
Andiam, che la via lunga ne sospigne ! » 

Cosi si mise e cosi mi fé' entrare 

Nel primo cerchio che l'abisso cigno. 
Quivi, secondo che per ascoltare, 

Non avea pianto mt^he di sospiri, 

Che l'aura etema facevan tremare ; 
Ciò avvenia di duol senza martiri 

Ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, 

D' infanti e di femmine e di viri. 
Lo buon maestro a me: « Tu non dimandi 

Che spiriti son questi che tu vedi ? 

Or vo' che sappi, innanzi che più andi, 
Ch' ei non peccaro ; e s' elli hanno mercedi. 

Non basta, perchè non ebber battesmo, 

Ch'è parte della fede-che tu credi; 
E se furon dinanzi al Crìstianesmo, 

Non adorar debitamente Dio ; 

E di questi cotai son io medesmo. 



21 . PIETÀ : più giù illecita ; qui no, per- 
chè il cerchianon è abitato da maln^; 
oft-. Della Torre, La pietà nell'Inferno 
Dantéico, Mil., 1893. -sbmti: interpreti, 
gindichi, credi ohe aia timore. 

22. B08PI6NE: ad affrettarci. 

23. cosi: cosi dicendo. -81 mise: en- 
trò primo. Al. MI MISE; SI MOSSE, eco. 
Cfr. Moore, OrU., 279. 

T. 25-45. Gli innocenti. Sono nel 
Limbo, dove non hanno luogo pene posi- 
ti ve, ma soltanto negative: privazione 
della beatitudine, quindi sospiri e dolori 
senza martiri. Qni torbe molte e grandi 
di morti senza battesimo, non per altro 
osci osi dal cielo, che per mancanza di 
fede. Sant'Agostino: e Ci creasti, o Dio, 
a te ; ed inquieto è il cuor nostro, flnehò 
riposi in te». Nel mondo di ìk questa 
inquietudine è etema. Chi non consegni 
il fine suo nel tempo, nell' eternità non 
lo consegne più. 

25. 8B0OBDO CHE : per quel che si po- 
teva giudicare all'ulto. Vedere non si 
poteva, essendo troppo oSonro. 

26. ma'che : più ohe ; lat. magie quam ; 
spagn. mae que. Al. piahto o mal che; 
cfr. Z. F., 19 e seg. Betti, I, 24. 

29. MOLTE: molte le turbe, ed ogni 
turba grande, comprendendo ognuna di 



esse grandissima quantità di anime. Al. 
ch'ebam molto gbakdi; cfr. Z. F., 20 
e seg. 

80. INFAHTI : bambini morti senza bat- 
tesimo. - yibi : nomini. 

33. AKDI : vada. «In luogo di vo, vai, va 
gli antichi diceano andò, andi, anda » ; 
Dan. 

84. MOir FBOCABO: attualmente.- msb- 
CEDi : meriti, cioò di buone opere. 

86. PARTE : Al. POETA. Per questa se- 
conda lesione si fk valere, ohe U batte- 
simo è àetto janua eaeramerUoruìn, lia 
non janua Jldeil Dicono inoltre, che la 
fede de* cristiani non ha diverse parti. 
Ma diversi artiooli ! « Gli articoli deUa 
fede son dodici, de' qaali dodici ò il bat- 
tesimo uno > ; Boee. - « Il battesimo è uno 
degli articoli della fede »; i4n.A'or.-« Bap- 
tiamns est artionlns fidei, et per oonse- 
quens pars * ; Benv. Un poeta moder* 
no avrebbe probabilmente scritto por- 
ta-, secondo la gran maggioransa dei 
oodd. e dei comm. antichi. Dante soris- 
ee parte. Sembra anzi ohe neesnn ood. 
abbia porta ,• cfr. Moore, Orit,, 26, nt. 
86. Bnciel. 1546 e seg. 

88. debitamente: non avendo creduto 
in Cristo venturo; Por. XXXH, 24. 
Cfir. €Hov. XIV, 6. Atti IV. 12. 



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(CBCHio PBnco] Inf. iy. 40-59 [discesa di cristo] 85 

« Per tai difetti, e non per altro rio, 

Seme perduti, e sol di tanto offesi, 

Che senza speme viverne in disio. » 
43 Gban daol mi prese al cor, quando lo intesi. 

Però che gente di molto valore 

Conobbi che in quel Limbo eran sospesL 
40 € Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, > 

Comincia' io, per voler esser certo 

Di quella fede che vince ogni errore; 
«9 « Uscicci mai alcxmo, o per suo morto 

per altrui, che poi fosse beato ? » 

E quei, che intese il mio parlar coverto, 
33 Bispose: € Io era nuovo in questo stato, 

Quando ci vidi venire un possente, 

Con segno di vittoria, incoronato. 
35 Trasseci V ombra del primo parente, 

D' Abel suo figlio, e quella di Noè, 

Di Moisò legista e ubbidiente ; 
5H Abraàm patriarca e David re, 

Israel con lo padre e co' suoi nati 

49. Dipvrn : maneaosa di battadmo e noaoeya qoando discese agl'inferi, quindi 

a debita adorasfone di Dio. -rio: reità, non lo nomina. Del resto Dante circo- 

eolpa; cfr. Pwrg. VII, 7 e seg., 25 e s^. scrive costantemente nell'In/, il nome 

41. B SOL: AI. o SOL; cfr. Z. F., 22 di Cristo, e per la gran rlverensa a tal 

e »tf^ai\f., Shid.f 146 e seg. nome, e per non mescolarlo con le lor- 

42^%xzA fiPKMB: danqne la loro con- dorè dell' Inferno. 

dìxkHw è etema, né ponno sperare di 6i. con ssoiro : « Coronato come re, 

renìre, quando che sia, alle beate genti. con palma che significa Tittoria, e col 

V. 46-03. JHtla disseta di Cristo gonfìilone della croce che significava che 

oj^lA/eri. T'ondandosi sopra qualche avea trinnfttto in salla croce, del dimenio 



I senttorale, come I, Pietro III, nostro avversario » ; BuH. 

18 e seg., la Chiesa insegna che, nell* in- 56. piakntb : Adamo. 

t«rvaUo di tempo tra la morte e la ri- 57. ubbidibntb : benché legislatore del 

«trreziooe. Cristo discese giù nel Limbo sao popolo, ta egli stesso ubbidiente a 

ad aanmidare la libertà alle anime dei Dio, onde il sno epiteto di $enm9 Do- 

p^iddl'antioo Patto, colà ritenute. Dante mini; ctt. Jotuè I, 1, 2, 7, eoo. Alcuni 

eogDfi Toocastone di farsi oonformare da leggono : 

Vk^ la VOTità di qnesU dottrina. Cfir. ^,^ Moi.è legista ; e V nbbMIsnte 

Ehidd., 64.2%om. Aq., Oomp. theol e. 285. Abraàm patriarca, 

4S. FKDB: cristiana. 

40. lacioci : asd di qui, del Limbo. rammentando l' abbidlenEa di Abramo, 

Al. L'SCUIBB. qnando si mostrò pronto a sacrificare 

51. COTBSTO: aTendo accennato a Cri- l'nnioo figlio. Ma tal lesione, oltre al- 
ito iSBxa nominarlo. l' essere sprovvista di autorità di codd. 

SS. Buovo : vi si ritrovava da oltre e comm. antichi, distrugge la bella an- 

eisiiosnt'aani, essendo morto il 22 set- titesi del verso, 

tembre dell' anno 19 a. C. 60. Ibràbl : GHacobbe. -padre : Isacco. 

51. VX FoeeEBTB: Cristo. Hon lo oc- -bati: figli. 

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3EBCHI0 PBIMO] 



iNF. lY. 60-76 



[I SOMMI POKTlJ 



E con Rachele per cui tanto fé', 
Ed altri molti; e feceli beati. 

E vo' che sappi che, dinanzi ad essi, 

Spiriti umani non eran salvati. » 
Non lasoiavam l'andar perch'ei dicessi, w^^iA^ 

Ma passavam la selva tuttavia, 

La selva, dico, di spiriti spessi. 
Non era lunga ancor la nostra via 

Di qua dal sonno, quand'io vidi un foco 

Ch'emisperio di tenebre vincia. 
Di lungi v' eravamo ancora un poco, 

Ma non si, ch'io non discernessi in parte 

Che orrevol gente possedea quel loco. 
« tu che onori e scienza ed arte, , r^^ , , 

Questi ohi son, o' hanno cotanta dfr'anza, fj' 

Che dal modo degli altri li diparte ? > 
E quegli a me : € L' curata nominanza 



IKTO : servi i)er lei sette anni, e 
laovo sette ; ofr. Oeneii XXIX, 
17, 30. 

LVATi: DOD entrayano nel Para- 
taso, secondo la teologia del me- 
dalla cadata di Adamo alla mor- 
risto; cf^. Elucidar., 64. Thom. 
m. th. P. Ili, Qa. 69. 
-105. I Bommi poeti. Par par- 
ontinnano il loro viaggio. Poco 
1 luogo, dove Dante si era adder- 
ai!, 136; IV, 1), egli vede nn 
e, vincendo le tenebre infernali, 
in forma di emisfero nna parte 
t>o. È la Ince dell'aroana ragione, 
30 le tenebre dell'ignoranza ; ma 
senza fede, onde la luce non viene 
, ma dal basso. La Ince che viene 
>, è il simbolo del lame della ri- 
e; la Ince che viene dal basso 
l^gia il lame dell' omana ragione, 
faoco non ò beatificante ; ò nelle 
igioui, nell' Inferno I Qaoirerai- 
ischiarato dal taooo è oocapato 
onorevole, che lasciò nella vita 
nominanza. Compariscono qaat- 
mi poeti che salutano Virgilio e 
ante della loro schiera. Il Poeta 
con ciò la coscienza del proprio 
nò egli si ò ingannato. 
CR88I : desinenza antica, per di- 
lenohè Virgilio ra^ouasse i 



65. BELVA: calca di spiriti. 

68. DAL BOHMO: dal sito ove io dormii. 
Così il più dei codd. e degli antichi. Al. 
DI QUA DAL SONO, prendendo sono per il 
greve tuono del v. 2 ; dunque : di qua dal 
luogo, dove fai risvegliato dal grreve 
tuono. Al. DI QUA DAL SOMMO, Spiegando: 
Di qua dalla sommità della valle d'abis- 
so, ossia dalla proda su cui mi trovai 
svegliato; cfr. Moore, Orii., 279 e sog. 

69. VIKCÌA: vinceva ; superava e fugava 
le tenebre infernali in quella parte. Così 
i pih. Lornb, vuole che vinda derivi dal 
lat. vtnctre » circondava. 

70. LUNGI : da quel ftaoco. « Dicit in ge- 
nerali qood cognovit a longe praarogar 
tivam honoris, qua gaudentisti^ ; Benv. 

71. D18CEHMBSSI : al loro contegno, al- 
l' aspetto, al loro essere in disparte. 

72. OBBKVOL : onorevole. - possbdea : 
occupava quell' emisperio illuminato dal 
ilioco. 

73. ONORI: Colla tua opera eminente- 
mente scientifica, dettata in una forma 
eminentemente artistica. 

74. ORBANZA: onoranza, onore. Non 
sono nelle tenebre. 

75. DIPARTE : distingue dalla condizio- 
no degli altri abitatori delle regioni in- 
fernali, i quali tutti sono privi di luce. 

76. OMBATA : onorata - j^'OMINAnza : 
fama, riputazione. 

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I [enei 



[cncsio reno] 



iNF. ly. 77-94 



ti SOMMI POITI] 87 



Che di lor suona su nella tna vita, 

Grazia acquista nel ciel, ohe si gli avjfówuV /-^^ 
Intanto voce fu per me udita: 

< Onorate l'altissimo poeta! 

L'ombra sua toma, ch'era dipartita. > 
Poi che la voce fu restata e quota, 

Vidi quattro grand'ombre a noi venire ; 

Sembianza avevan nò trista nò lieta. 
Lo buon maestro cominciò a dire : 

« Mira colui con quella spada in mano, 

Che vien dinanzi a' tre si come sire : 
Quegli ò Omero poeta sovrano ; 

L'altro ò Orazio satiro ohe viene; 

Ovidio ò il terzo, e l'ultimo ò Lucano. 
Però che ciascun meco si conviene 

Nel nome che sonò la voce sola, 

Fannomi onore ; e di ciò fanno bene. » 
Cosi vidi adunar la bella scuola 



n. rrtà.: nel mondo dei Ttrenti. 

TB. ATXHZA : dà loro TMiteggio ; dittln- 
Pa. «Isti hftbflfDt meroedem saam, qnla 
potianae feoenmt opera scieiitife et vlr- 
<*tb piropter famam et glorlam, et illam 
^^ habent • ; Benv. - < Dlcont theologi 
^H lieet quia in mortali peccato dece- 
àu, tamea si allqna bona feoerit, lioet 
^aiat ad Inlbniam, tamen propter l>ona 
ian fiicta minorantnr ei pcenn • ; Petr, 
DnL 

'9. DTTAJrTO : mentre Virgilio cosi par- 
erà meco. ' TOCV: non di tatti insieme, 
^ in tal caso avrebbero detto onoria- 
^. ma di ano della brigata, ohe volge 
^ parola agli altre tre poeti, dicendo : 
T^ma VirgiHo ; onoratelo t 

^. DiPASTiTA : per soccorrere Dante, 
fa/. II, 52 e aeg. 

82. quitta: < costata la voce, qneto il 
*«mo di lei » ; Tom. 

U, OMBKE : dei poeti che per Dante 
enao sommi. Omero e' non lo eonoecera 
<^e di nome, non sapendo di greco {Conv, 
U, 15) e non essendone i poemi ancora 
^r»iotti (Omv. I, 7). Orazio, Ovidio e 
Ucaao gli erano fiimigUari. 

H. TBiBTA : non soAreodo dolori poai- 
^Tl-LTSTA: non eesondo l>eati. -« Pro- 
^ è atto di savio non si rallegraro 



troppo delle cose prospere, nò torbarsi 
dello avverse ^ ; An. Fior. 

86. SPADA : per aver cantato le armi. 
Nel bassorilievo greco dell' Apoteosi di 
Omero, l'Iliade ò figurata in sembianea 
di donna tenente una spada in mano. 

FO. BATIKO: scrittore di Batire. 

00. ULTIMO : avendo scritto piuttosto 
nna gozzetta in versi che nn poema. 
«Accepit Dantes tres insignes poetas 
latinos in triplici stilo, Horatiom in sa- 
tira, Ovidiam in comedi», Lncanam in 
tragedia > ; Benv. 

91. 81 COKYIRHK : ò Ugnale a me nel 
nome; olascano è poeta come me. 

02. BOLA: di uno dei quattro. Al.: pro- 
ferita nello stesso tempo da tatti, sì che 
parea che fosse nna sola. Ma < aocioccbò 
la voce di tatti fosse sola, ò da far ra- 
gione che le quattro ombre si dessero il 
cenno di incominciare tutte insieme, od 
a tempo di musica proferissero ad alta 
voce il verso onorate ValtUiimo poeta ; 
altrimenti la voce non sarebbe stata sola 
e intelligibile, ma un guatxabaglio e un 
frastuono da non cavarne ccntrutto > i 
Fai\f., 8tud. 41 e seg. Cfr. nt. al v. 7». 

93. BKNB : onorando in me l' arte e la 
scienza, e mostrandosi scevri da ogni 
invidia. 

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88 [OBBOHIO PBIMO] InF. lY. 95-113 [IL NOBILE Cìl8TXL£«0 



97 



100 



103 



106 



100 



112 



Dì quei signor dell' altissimo canto 

Che sovra gli altri com' aquila vola. 
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto^ 

Volsersi a me con salute voi cenno; 

E il mio maestro sorrise di tanto: 
E più d'onore ancora assai mi fenno, 

Ch'essi mi fecer della loro schiera. 

Si ch'io fui sesto tra cotanto senno. 
Cosi n'andammo iniino alla lumiera, 

Parlando cose che il tacere è bello, 

SI com'era il parlar colà dov'era. 
Venimmo al pie d'un nobile castello, 

Sette volte cerchiato d'alte mura, 

Difeso intomo d'un bel fiumicello. 
Questo passammo come terra dura; 

Per sette porte entrai con questi savi ; 

GHugnemmo in prato di fresca verdura. 
Genti v'eran con occhi tardi e gravi, 

Di grande autorità ne'lor sembianti; 



95. QUEI : oinqoe poeti. Cosi 1 più e mi- 
gliori codd. e comm. anticlii. AI. quel, 
intendendo ohi di Omero, chi di Virgilio. 
Ma Orasio ed Ovidio non appartenevano 
alla scaola di Omero, né questi alla 
sonola di Virgilio. Cfir. Moore, Orit., 
280 e seg. 

96. CHE : il qua] canto. < Siont enim 
aquila volat aitine, et videt acntlns Inter 
aves, ita isti ascenderunt altins, et vide- 
ront snbtilins Inter poetas; > Benv. 

97. RAGIONATO : i quattro chiedendo, e 
Virgilio rendendo conto di Dante. 

08. CBXNO: salutandolo qual loro col- 
lega. 

09. BORfiiSB : mostrando piacere. - di 
TANTO : dell'onore fattomi da quei poeti. 

102. BB8T0: loro pari. Profezia avverata. 

103. LUHIERA: Incedei fhoco sopradetto. 

104. BELLO: perchè dicendolo dovrebbe 
lodare so stesso; of!r. Conv. I, 2. 

105. ERA : bello. - DOV' ERA : dove il 
parlare si faceva. AI.: Dove io mi ritro- 
vava. 

V. lOe-lU.HeastelUidel JAmbo, Ar- 
rivano a piò d' un castello, simbolo della 
sapienza nmana, o fors' anche del tempio 
della gloria. H castello ò cerchiato sette 
volte da alte mura, simboli delle eette 



virtù, cioò delle morali : pmdensa, ^a- 
stizia, fortezza e temperanza, e delle spe- 
culative: intelligenza, scienza e sfq»ienra. 
Secondo altri le mura figurano le sette 
parti della filosofia: fisica, metafiaica, 
etica, politica, economica [che oggidireb- 
besi economia], matematica, sillogistica. 
Esso ò difeso da un bel fiumicello, sim- 
bolo probabilmente dell'eloquenza, con 
che le sette virtù si insegnano e si per- 
suadono, ofr. Iiìf. 1, 79-80. Passano il fio- 
micelio a piedi asciutti, ohe ai grandi e 
nobili ingegni non occorrono eloquenti 
persuasioni per fax loro esercitare le virtù 
suddette. Entrano por sette porte, le 
sette arti liberali del trivio e quadrivio : 
grammatica, dialettica, rettorica, mnsi- 
ca, aritmetica, geometria ed astronomia. 
Giungono in un prato verdeggiante, di- 
mora degli spiriti magni dell' antichi tÀ. 

106. NOBILE: la sapienzanobilita l'uomo. 

109. DURA : asciutta. 

HO. SETTE: ognuna delle sotte mura 
aveva la sua porta. 

111. FIUTO: « similiter Virgilius i40n. 
VI, et Homerus Odp*. XI, fingunt viros 
Ulustres etare in prato virenti » ; Benv, 

112. TARDI E ORAVI: cfr. Purg, VI, 08. 
Proverbi XVII, 24. 

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1^ 



temano nmoiì 



Uff. nr. 114-130 



tiBOi] 30 



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121 



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Parlavan rado, con voci soavi. 

Traemmooì cosi dall' on de'oanti 
In loco aperto, laminoso ed alto, 
Si che veder si potean tatti qoanti. 

Colà diritto, sopra il verde smalto 
Mi ior mostrati gli spiriti magni. 
Che del vederli in me stesso n'esalto. 

Io vidi Elettra con molti compagni, 
Tra' qnai conobbi Ettore ed Eaea, 
Cesare armato con gli occhi grifagni. 

Yidi Cammilla e la Pentesilea 

Dall'altra parte, e vidi il re Latino 
Che con Lavinia, saa figlia, sedea. 

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 
Lucrezia, lulia, Marzia e Comiglia, 
E solo in parte vidi il Saladino. 

Poi che inalzai un poco più le ciglia. 



114. KADO ; eoma ri conviene al mtìo; 
efr. Oo H9. rV. 3. FraverH XVn, 27 ; 
Ixix, 90. - SOAVI: piene di gnudA, ofr. 
BeeUt. X, 12. 

V. 116-129. GU er^U I sei poeti ai riti- 
me d* un leto, donde non era impedito 
fl vedere, e H sono mostrati a Dante gli 
■piriti magni di qne' che cooperarono alla 
fandatione dell' impero romano, come 
pure n Saladino in disparte, non avendo 
SgU ehe £are coli' impero romano. 

118. DIBITTO: direttamente, di contro. 
-SMALTO: del prato. 

120. D«. VKDRBU: d'averli vedati. - 
s'esalto: me ne compiaccio. 

131. Elcttka; flglioola d' Atlante, ma- 
dre di Dardano, fondatore di Troia, cfr. 
Tirg., Am. Vin, 134 e seg. JDtf Jfon. U, 
3. -OOMPAOXI: « Troiani, discendenti di 
lfli« tea' qoali Ettore ed Bnea, l' ono di- 
fènaore di Troia, l'altro portator dell' im- 
paro in Italia. Però da Bnea salta a Ce- 
sare»; IV>«». 

123. osTFAGHi: brillanti, penetranti. 
Brvn. Lat., Tes, V, 11 : < Grifkgni aono 
qaeOi necelU.... che hanno gli occhi rossi 
some Akmso». 

124. CAMjnLLA : cfr. Inf. 1, 107. e nt. - 
PtBTXSlLKA : regina delle Amazzoni vin- 
ta da Aohnie ; cfr. Virg., Aen, 1, 4fK) e seg. 

126. Latoio: re del Lado, snocero di 
Enea; cfr. Yirg., Am. VII, 45 e seg., 
268 e aeg.; XI, 203 e seg. 



126. Lavinia: moglie d'Enea; cfr. 
Virg., Aen. VI, 7M j VII, 72, ecc. De 
Jfon. II, 3 : « Lavinia.... Albanorum Bo- 
manommqne mater, regia Latini Alia pa- 
ritor et beres». 

127. Bruto : Lucio Ginnio Bmto, pri- 
mo console, Conv. IV, 6, da non con- 
fonderai con Marco G Ionio Broto, l' ao- 
cisore di Cesare, che è laggiù in bocca a 
Lncifero. Inf. XXXIV, 35. - Tabquiho : 
Tarquiniue Superbite, nlUmo re di Roma. 

128. Lucrezia : la pndica moglie di Col- 
latino, violata da Sesto Tarqninio. - lu- 
LIA: figlia di Giulio Cesare, moglie di 
Pompeo. - Marzia: moglie di Catone, 
cfr. Purg. I, 79 e seg. Conv. IV, 28, - 
CoRMiGLiA : Cornelia, figlia di Scipione 
Africano e madre dei Gracchi ; cfr. Par. 
XV. 129. 

129. BOLO : o perchè estraneo alla fedo 
degli altri, o forse perchè senxa prede- 
cessori né successori che gli somiglias- 
sero. - Saladino : sultano di Egitto e di 
Siria, n. 1137, m. 1198, celebre per la sua 
virtù e generosità; cfr. Ckmv. IV, 11. 
£oce., Decam, I, 8; X, 9. 

V. 130-151. I flloBofi. Vede pih oltre 
gli uomini di scienza, ed enumera prima i 
filosofi teoretici, poi i savU di storia natu- 
rale, quelli d'eloquenza e quelli di medi- 
dna. Danto e Virgilio lasciano quindi gli 
altri quattro, e continuano il loro viaggio. 
Per piti ampie notisie delle persone qui 



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40 [CERCHIO PRIMO] INP. IV. 181-151 [FILOSOITj 

Vidi il maestro di color che sanno 

Seder tra filosofica famiglia. 
133 Tutti lo miran, tutti onor gli fanno: 

Quivi vid'io Socrate e Platone, 

Che innanzi agli altri più presso gli stanno; 
136 Democrito, che il mondo a caso pone, 

Dìogenòs, Anassagora e Tale, 

Empedoclès, Eraclito e Zenone; 
139 E vidi il buon accoglitor del quale, 

Dioscoride dico; e vidi Orfeo, 

Tullio e Lino e Seneca morale. 
142 Euclide geometra e Tolommeo, 

Ippocrate, Avicenna e Galìeno, 

Averrois, che il gran commento feo. 
145 Io non posso ritrar di tutti appieno, 

Però che si mi caccia il lungo tema. 

Che molte volte al fatto il dir vien meno. 
148 La sesta compagnia in due si scema : 

Per altra via mi mena il savio duca, 

Fuor della quota, nell'aura che trema; 
151 E vengo in parte ove non è ohe luca. 

nominate ofr. i relativi articoli dell'IP- VI, 67. Al. Livio, Alino, errori ©vi- 

cidopedia. denti. Ctr, Moore, Orit., 282 e seg. 

131. MAESTRO : Aristotele, « il maestro 142. Tolommko : il celebre geografo ed 

della umana ragione » ; Conv. IV, 2 ; ofr. astronomo. 

IV, 6, 17, ecc. 143. Ippochatr: medico greco. - Avr- 

133. lo miran : cosi il piti dei codd. e cknna : medico arabo. - Galibno : me- 

com. ant. AI. l'ammiran. dico di Pergamo nell'Asia minore. 

135. riù PKRSSO : essendo dopo Aristo- 144. Avicrroìs: filosofo arabo, celebre 
telo i più eccellenti filosofi. commentatore di Aristotele. 

136. Democrito : di Abdera, che inse- 146. ritrar : raccontare. - tutti : co- 
gnava il mondo essere stato fatto a caso loro che io vidi colà. 

pel cieco concorso degli atomi. 146. caccia : spinge, sprona. Tante 

137. DYOOKNÈ0 : Diogene, il celebre ci- coso ho da dire, che tntte non posso, 
nico di Sinope. - Anassagora : di Clazo- 147. vikm meno : non potendosi eaten- 
mene, il celebre maestro di Pericle. - dere a tutto l' aocadato. 

Tale : Talete milesio. 148. sesta : di sei : Omero, Orasio, Ovl- 

138. EMPKDOCLàs : d'Agrigento, autore dio, Lucano, Virgilio e Dante. - scema : 
di un poema su la natura su i principii i quattro primi restano nel loro sito ; 1 due 
delle coso. - ERACLrro: d'Efeso. -Zb- ultimi continuano il viaggio.disoendendo, 
none : da Cizio ; stoico. sempre a sinistra, giù nel basso Infòmo. 

139. QUALE : delle qualità delle erbe e 140. altra: diversa da quella percorsa, 
delle piante. 150. trema : a motivo della bufera, Ir^f. 

140.I>ioscoRiDE:medico greco del l^aec V, 29 e seg. 

-Orfeo: celebre musico e poeta greco. 161. luca: dove non sono abitatori 

141. Tullio: Cicerone. - Lino : antico chiari per iscienea e virtù, né fuoco, né 

poeta greco; ofir. Virg., Sdoff. TV, 66; astro, nò alonn'altra cosa ohe dia lume. 



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BIOOHDO] 



IKF. T. 1-8 



[MINOSSE] 41 



CANTO QUINTO 



CEBCHio secondo: lussubiosi 

(Travolti oontìniiainentè dalla bufera Infernale) 



MIK088E, PECCATORI CARNALI, FRANCESCA DA RIMINI 



Cosi discesi del cerchio primaio 
Giù nel secondo, che men loco cinghia, 
E tanto più dolor, che pugne a guaio. 

Stawì Minos orribilmente e ringhia; 
Esamina le colpe nell' entrata, 
GKadica e manda, secondo che avvinghia. 

Dico che quando l'anima mal nata 
Gli vien dinanzi, tutta si confessa ; 



T. 1-24. Minosse, il giudice déWIn- 
/<ni«. Scendono giù nel Becondo cerchio. 
ch« è del peccatori canSfllT. XITÒn^^ 
iU^Hfiiowé, n BStlO di Creta, il quale 
«▼eri g^ trorato il posto» come gin dice, 
leirinfìffno pagano ; cfr. Virg.^ Aen. VI, 
m. Minoiae è più bestiale e diaboUco di 
Canmte : sta orribilmente» ringhia, agita 
osa famfft coda, con cui pnò cingersi ben 
aore Tolte il corpo, quanti sono l cerchi 
inCaniaU. Dante gli attribuisce per altro 
00 flicoro senUmento di ginstlEia, onde 
paò anegnare aoiasonn peocatorelapena 
^ g^ oonTiene. Ignaro della ragione del 
viaggio di Dante, Tnol farlo retrocedere, 
coaie feee gi& Caronte, e come faranno 
piii tardi altri demoni ; ma, adite le pa- 
nie di Virgilio, si cheta e non (la altro 
MDtrasto. 

1. coA'.per a&ra via, non essendo più 
^ in due, cfr. IV, 148 e seg. -frimaio : 
prane. 

2. GDMFHU: droonda, rinohinde: da 
«VWaw, la*, cingere, - V Infamo dan- 
t«aoo è m'iannensa voragine circolale, 



la qnale, sempre restringendosi, si spro- 
fonda fino al centro della terra. 

3. PIÙ : 1 cerchi diventano sempre mi- 
nori, i peccati sempre più gravi, le pene 
sempre più acerbe. - a guaio : 8\ forte- 
mente, che le anime vanno traendo la- 
menti e strida; cfr. v. 48. 

4. Mnvos : Mtvo)^ il mitico figlinolo 
di Giove e di Europa, giusto re e legi- 
slatore di Creta, sol qnale cfr. Som,, II. 
Xni, 460; XIV, 322. Ody$. XI, 321 e 
seg., 667; XVII, C23; XIX, 178 e seg. 
Herod. in, 122; VII, 170. Thuo. 1, 4, 8. 
Tirg., Aen. VT, 432. - ringhia : digrigna 
i denti; cfr. Inf. XXVII, 126. 

5. COLPE : delle anime. - entrata : in- 
gresso di questo cerchio. 

6. MANDA : nel cerchio in cui si punisce 
la relativa colpa. - avvinghia : rivolge 
la coda intomo a sé stesso, v. 11. 

7. MAL NATA: nata per sua sventura; 
cfr. Matt. XXVI, 24. Inf. ni, 103 e seg.; 
XVin, 76;XXX, 48. 

8. TUTTA : pienamente. Minosse sim- 
boleggia la coeolenia. 

litizedbyV^OOgle 



42 [CEBGHIO SECONDO] InP. Y. 9-28 



tlflNOSBE] 



10 



13 



16 



19 



22 



25 



E quel conoscitor delle peccata 
Vede qnal loco d'Inferno è da essa: 

Gignesi colla coda tante volte, 

Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte : 

Vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 

Dicono e odono, e poi son giù vòlte. 
« tu che vieni al doloroso ospizio, » 

Disse Minos a me, quando mi vide, 

Lasciando Tatto di cotanto uffizio ; 
€ Guarda com' entri, e di cui tu ti fìde: 

Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare! » 

E il duca mio a lui: € Perchè pur gride? 
Non impedir lo suo ^jaigi andare : 

Vuoisi cosi colà, dove si puote 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. » 
Ora incomincian le dolenti note 

A farmisi sentire; or son venuto 

Là dove molto pianto mi percote. 
Io venni in loco d' ogni luce muto, 



9. coNOSciTOtt: giadioe infallibile; ofr. 
InS. XXIX, 120. 

10. DA: per ; si oonviene a quest'anima. 

12. QUANTUNQUE : qaantì. -okadi : cer- 
chi dell' Inferno. 

13. MOLTB: cfir. Ifsf. Ili, 119 e seg. 

14. A VICENDA : oiascnna a sua volta, 
Tana dopo l'altra. 

16. DICONO: confessano 1 loro peccati. 
- ODONO : la loro sentenza, proferita da 
Minosse, e suggellata nello strano modo 
già descritto. - vòlte : precipitate da al- 
tri demoni, eseca tori delle sentense di 
Minosse, gih nel cerchio infernale loro 
assegnato. 

16. OSPIZIO t Inferno. 

18. COTANTO: si autorevole e terri- 
bile, di esaminare e giudicare le anime 
dannate. 

19. FIDE: fidi. Avendo sospeso l'eser- 
cizio del suo terribile ministero, Minosse 
non è qui più il simbolo della coscienza, 
ma soltanto il demonio che, geloso (come 
gli altri demoni) del suo regno, non vuole 
che altri vi penetri e vi si aggiri, se non 
è condotto dai diavoli e in loro servitù. 

20. L' AMPIEZZA : cfr. ifott. VU, 18. 
Yirg., Aen, VI, 126 e seg. 



21. pur: anche tu, come Caronte, cfir. 
IvS. Ili, 88 e seg. 

22. FATALE: voluto dal destino; cfir. 
InS- VII, 8 e seg. 

V. 25-46. I lussuriosi in generale, 
I lussuriosi, tanto coloro che peccarono 
per isfogo di libidine, quanto coloro che 
peccarono per debolezza, ossia per disor- 
dinato amore, sono rapiti, frale tenebre, 
continuamente in giro da vento impe- 
tuoso, e piangono dolorosamente. Le te- 
nebre figurano V offascamento dell'intel- 
letto, prodotto dalla passione; il vento 
impetuoso figura la tempesta e la ftiria 
delle passioni e delle volubili voglie che 
agitano e trascinano i peccatori carnali ; 
il pianto doloroso ò la più conveniente 
espressione degli amanti. Cfr. Virg,, Aietu 
VI, 440 e seg. 

25. ORA : « Non si dice più di Minoe, 
né si dichiara come il Poeta varcasse 
l'entrata; ma del suo inoltrare nel cer- 
chio ci fanno fede le dolenti note e il 
molto pianto»; JVaneioH.- incominciak: 
nel Vestibolo e nel Limbo non vi sono 
propriamente dolori positivi ; cfir. però 
Jnf. III, 44 e seg., 64 e seg. - note : voci. 

28. muto : privo, cfir. Irsf, IV, 161. Una 



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I&IBCHIO 8XCGSDCÌ] 



luF. y. 29-42 



[LXI88T7BI08I] 48 



Che maggia come fa mar per tempesta, 

Se da"còntrari yenti è combattuto. 
La bufera infernal, che mai non resta, 

Mena gli spirti con la sua rapina ; 

Voltando e percotendo li molesta. 
Quando giungon dayanti alla ruina, 

Quiyi le strida, il compianto e il lamento; 

Bestemmian quiyi la yirtù diyina. 
Intesi che a cosi fatto tormento 

Enne dannati i peccator carnali^ 

Che la ragion sommettono al talento. 
E come gli stomei ne portan l'ali 

Nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 

Cosi quel fiatogli spiriti mali : 



inw qnerto termhie p«r aceennare ohe 
M» Ti ai ode 1* annoniea melodia delle 
■fen; efr. If^, I, «0. 
'S. MUGGHIA: « riraona questo luogo, 
per lo nTTolgimento delle strìda e 
ie* pianti, il aaono de* quali racoolti In- 
iteae flk un romore sindle a quello che 
Mi didamo, che mugghia il mare ne* tem- 
pi tempestosi »; BcN«. 

31. Bos RS8TA : cfir. y. 96 ; o vnol dire 
cfae è eteroA, benchò abbia di tanto in 
tute qualche paosa ; oppure il tacere del 
fatto nel T. 96 ò an' eccezione concessa 
in grasia di Dante. 

82. EAFDCA: fona che trascina, rapi- 
triee, embolo dell' impeto della passione, 
nàò l'anima fa oombattata. 

n. voLTAUDO: fiftcendoli girare. 

H, rdiha: Booscendimento della roc- 
cia, prodotto dal tremito dell'Inferno 
tU» morte di Cnsto (cfr. Ii\f. XII, 31-45 ; 
XXI, 112 e seg.), per il qnale i dae Poeti 
»n potati calare dal limbo nel cerchio 
dei lussarìosi. Al. diversamente: «Kni- 
Bs dell'altro giro, dove temono di cade- 
re ». ICa dò oontradice alle leggi inyio- 
Isbili dell* Inferno dantesco. Ah: « Balzo 
iirnpato e irto di massi, contro coi vanno 
s p er c ote r e ». Non vanno a percotere 
contro massi, ma sono percossi dalla bn- 
fcra. AL leggono : Ds* vknti alla buina, 
«spiegano: «Alla foce onde i venti sof- 
fls&o rovinosamente ». Ma la lezione è 
troppo provvista di antoiità, nò il Poeta 
b alcun cenno di qnesta pretesa foce. 

35. QUIVI : perchè rammenta loro la 
vittoria di Cristo sopra il peccato e l'In- 



ferno, la qnale per essi, colpa loro, rimase 
infrottnosa; perchè inoltre in dma a 
qodla mina dede Minosse, e perchè qnì 
la bufera infernale li voUa. 

36. LA viBTÙ : « qnella terribile Onni- 
potenea che mnove la bufera, onde sono 
aggirati. Dopo le strida e il lamentoso 
nlolato esce la parola disperatamente fe- 
roce. Cod neir atto della percossa altri 
mette nno strido ; pd bestemmia ed im- 
preca » ; Frane. 

87. HfTESi: compred, argomentando 
dalla natura della pena {Serrav., Roti.), 
oppure Udii dire da Virgilio (Boee., Biag,, 
Maa., Poi.). Alcuni non si decidono (Br. 
B., Frat., Oamer., Campi, Berth.), e gli 
altri non d fermano su questo luogo. 

38. KHiro : sono ; forma usata sovente 
dagli antichi e tuttora vivente in To- 
scana. Al. BBAic, non erano, ma tono 
dannati in etemo a cod fatto tormento. 
£ran pare che sia corruzione di enne. 
Cfìp. Moore, Orìi., 2P3 e seg. 

39. TALKMTO: passione. 

40. BTOBMBi: stornelli; quarto caso. - 
l'ali : primo caso. Alcuni intendono j7or- 
tan Vali per Volano, « Come nella f^^da 
stagione gli stornelli volano In larga e 
iblta schiera, portati dalle loro ali, cod 
quei cattivi spiriti portati dal vento » ; 
Patt. 

41. TEMPO: d'inverno. - a schirra: 
mostra la foUa grande. « Quia maxima 
est mnltitndo istomm jnvenam discnr- 
rentium per contratas, ita qood vìx pos- 
sunt vitari »; Benv. 

42. FIATO : vento. - mali : malnati v. 7, 



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3HI0 SECONDO] InP. V. 48-5ÌB 



[LUSSUBIOSI] 



Di qua, di là, di giù, di sa li mena; 
Nalla speranza li conforta mai, 
Non che di posa, ma di minor pena. 

B come i gru van cantando lor lai. 
Facendo in aere di sé lunga riga; 
Cosi vid'io venir, traendo guai, 

3mbre portate dalla detta briga ;{ 
Per ch'io dissi: € Maestro, chi son quelle 
Genti che l'aura nera si gastiga? » 

K La prima di color di cui novelle 
Tu vuoi saper, » mi disse quegli allotta, ^^ ^^"^ 
« Fu imperadrice di molte favelle. 

^ vizio di lussuria fu si rotta, 
Che libito fé' licito in sua legge 
Per tórre il biasmo in che era condotta. 

ì^lPò Semiramis, di cui si legge 



[ da perverto mdU, v. 03. H 
gli spiriti, come le ali por- 
•neUi. 

L, DI LÀ : « coi snoni rotti di 
bi, che l' nn l' altro s' incal- 
9 La bufera irìfemal eh» mai 
la CU) sono quegli spiriti per 
liseramente aggirati » ; L, 
132. - MSN A ! senza osservare 
ed ordine. Quadro stupendo 
sa dei Inssnriosi. 
JJussuriogi che peccarono 
trnaUtàf OMia la schiera 
nide. Come risalta cliiara- 

85, il Poeta dispone anche 
rovo nel sao Inferno, i dan- 
re, secondo la gravita del 

due schiere : a capo della 
di coloro che peccarono per 
la, sta Semiramide ; a capo 
I, ohe ò di que' che pccca- 
lorc, sta la gentile e sven- 
0. Virgilio lo nomina ambe- 
lussuriosi antichi, 
antl mesti e lugubri ; pro- 
nai*, ecc. 

>0: « I11(D, clangore fagaci, 
s arvisqne volant : sonat 

; Stat., Théb.Y, 13. - hiqa : 
ino in ordine l' nna dietro al- 
». - « Perciocché stendono il 
essi hanno lungo, innanzi, e 
inali similmente hanno lan- 
ino di sé lunga riga » ; Boce. 



49. BRIGA: contrasto di Tenti; la bu- 
fera infernale, v. 31. 

50. CHI : ma se arerà già compreso es- 
ser questi i peccatori carnali, ▼. 87-89 ! 
O mole accennare a due schiere speciali, 
cioè alle due nominate, o desidera sapere 
i nomi dei singoli spiriti. H v. 52 sembra 
favorire la seconda interpretazione. 

51. l'aura IfBRA: Al. L'ASR NERO. 

« Àcr nero ò pretto sinonimo di bufera, 
che rende sempre torbido il cielo, quando 
imperversa » ; Betti. 

53. ALLOTTA: allora; si usa tuttora 
nella campagna toscana. 

54. FAVELLB: popoli parlanti diversi 
linguaggi. 

5G. Limxo : ciò che place, lat. libitum.- 
LKGGB : « Prsocepit enlra ut Inter paren- 
tes ao fllios, nulla delata reverentia na- 
turo), de coniugiis adpetendis, quod cui- 

QUE LIBITUM K88KT, LICITUM PIKRET»; 

Paul. Orot., Eist. I, 4. Dante che avea 
letto questo passo (cft*. De Mon. II, 9), 
traduco quasi alla lettera. 

58. SkmiramIs: Sefxtpaniq, Semira- 
mide, regina dell' Assiria, regnò dal 1356 
al 1314 a. C. Cflr. Herodot. I, 95. Ju- 
stin. I, 2. Lenormant, La legende de 
Sem. Parigi, 1877. « Fu la pih crudele e 
dissoluta femmina del mondo »; 0. ViU., 
Cron., I, 2. Cfr. Encicl. s. v. - si lkgok: 
presso Paolo Orosio, 1. cit.: Evie {Nino) 
mortuo Semiramxtuxoreiiceesnt, le quali 
parole Dante quasi traduce alla lettera 



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[CItCTIO SICOITBO] 



iNF. V. 59-74 



[LUSSURIOSI] 45 



Che BQCcedette a Nino, e fa saa sposa ; 

Tenne la terra che il Soldan corregge. <^ *. ' . 
L'altra è colei che s'ancise amorosa, ^y ^1,,^^^ 

£ rappe fede al cener di Sicheo; 

Poi è Cleopatràs lussuriosa. 
Elena vidi, per cui tanto reo 

Tempo si volse, e vidi il grande Achille, 

Che con amore al fine combattei. 
Vidi Paris, Tristano»; e più di mille 

Ombre mostrommi e nominolle a dito. 

Che amor di nostra vita dipartine. 
Poscia ch'io ebbi il mio dottor udito 

Nomar le donne antiche e i cavalieri. 

Pietà mi giunse, e ftii quasi smarrito. 
Io cominciai : « Poeta, volentieri 

Parlerei a que' due che insieme vanno, 



Bel ?. seg. Tanto meno gioTAlMidAre alla 
nfiMb lesione sugokb dkttb, dovuta 
iSa fBBtaaia deU* AttaTanti. Cfr. Mooré, 
^ 285 e aeg. 

H. TKXSK : come regina. - SoU)Air: il 
SaUaaa di BabUonia in Egitto. - COB- 
ìbge: gorema adeeiio, oioò nel 1800. 

(1. COLSI: I>idone; cfr. Yirg., Aen. I 
*I7. Par. Vm, » ; IX, 97. - s'amcisb: 
* aodae: cfr. Pvrg. XIV, 62, 138 ; XV, 
•tfT; XVI. 12; XX, 90, 115; XXXUI, 
**. Par. XVII, 32. 

83. KUFPB: aveva promesso di rimaner 
f^e a Sebeo anche dopo la morte di lai , 
t^À s'innamorò d'Enea, coi si diede. 

(^ ClbopatsjLb: Cleopatra, la famosa 
^TU d'Egitto, amica prima di Ginllo 
^tart, poi di Antonio; cfr. Svei.» Aug., 
''Cu.. Ad AM., U, 20, 2. Plvt.,ArU.,2e, 
'•».F<n., 2, 87. 

^ SLK5A : "Ektfr\, moglie di Heno- 
'« re di Sparta, rapita da Paride ; onde 
•* pierra troiana. Cfr. Herodot. II, 112. 
S^m,, IL m, 40 e seg., 156 e seg.. 171 e 
«?,««. Ody9., IV, 260 e sog. Virg,, Aen. 
^l 517 e aeg. Pawan, III, 19. -vidi: 
^«^etattvo per vedi, come pure nei v. 
^^ « 67. Per ignoranza di lingua alcani 
^^gno VKDi. - TAXTO : i dieci anni della 
mnadi Troia. 

M> AL puot: s'innamorò di PoUasena 
cfr. Is^. XXX, 17), e nello sposarla fb 
«5010; cfr. Virf7., Aen. III, 321 e seg. 

«7. Pajus: Uàpiq, 'AXé^avbpo^, 



Paride, figlio secondogenito di Priamo, 
il rapitore di Elena. CoA 1 più. Al. in- 
tendono del cavaliere errante dei ro- 
manzi del medio evo, amante di Vienna ; 
ma costai' non mori per cagion d' amore. 
- Tbistaxo : cavaliere della Tavola Ro- 
tonda, amante d'Isotta, moglie di Harco 
re di Comovnglia che lo acdse. 

69. DiPABTiLLK : le allontanò; morirono 
per cagion d' amore. 

72. MI QIU5BB : mi prese. > bmaiuiito : 
fai li per venir meno ; e ciò non per sa- 
persi macchiato dello stesso vizio, ma, 
come dice espressamente, per la gran 
compassiono. 

V. 73-142. Lu$suri&BÌ ehe peccarono 
per amore, oeeia la editerà di JH- 
doue, Riavatosi dal soo smarrimento, 
il Poeta vede due spinti, che attirano 
la saa attenzione, e perchè sono uniti, 
e perchò mossi con maggior rapidità cho 
gli altri. Desidera parlar loro, e Virgilio 
gliene mostra il come. Gli sconginra per 
r amore ohe si portano. Vengono subito, 
e si dichiarano pronti ad adire e parlare. 
I dae sono Francesca da Bimini e Paolo 
Malatesta, di lei cognato e seduttore. 
Francesca racconta la pietosa storia dei 
saoi illeciti amori e della sua tragica mor- 
to. Z lacrima anima ohe parla con Dante. 
Uditane TK pTetosa sloria, egli vien me- 
no per compassione, e cade come morto. 

74. IN8IIUIK: « gli spiriti portati dal 
vento non vanno come compagni, ma 



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46 [CEBCHIO SEOOKDO] iNF. Y. 75-93 



[PÀOLO E FBÀNGE8CÀ] 



76 



79 



82 



88 



01 



E paion si al vento esser leggieri. » 

Ed egli a me: < Vedrai quando saranno 
Più presso a noi; e tu allor li prega 
Per qnell' amor che i mena, e quei verranno. » 

Si tosto come il vento a noi li piega, 
Mossi la voce : < anime affannate^ 
Venite a noi parlar,!? altn^oT niega ! » 

Quali colombe dal disio chiamate, 
Con V ali alzate e ferme, al dolce nido 
Vengon per l'aere; dal voler portate 

Cotali usctr della schiera ov'è Dido, 
A noi venendo per Taer maligno, 
Si forte fu r affettuoso grido. 

€ animai grazioso e benigno, 
Che visitando vai per l'aer perso 
Noi che tingemmo il mondo di sanguigno; 

Se fosse amico il Re dell' universo. 
Noi pregheremmo lui per la tua pace, 
Poi che hai pietà del nostro mal perverso. 



seguendo l'impeto della bafsra; or gli 
noi sagli altri, quasi nuvola su nuYoIa, 
ora divisi e sparpagliati nell'aria a so- 
migliansa di grano lanciato dal venid- 
labro, or l' nno dietro all'altro; solo dne 
non si scompagnano mai, quasi tenuti 
stretti da un legame invisibile. Il fatto 
singolare richiama l' attenzione del Poe- 
ta. » Ir rane, 

75. LEOoutRi: non opposero veruna 
resistenza all' impeto della passione, 
quindi non ne possono opi>orre a quello 
del vento. 

78. I MENA: li mena; i per2iocoorre 
sovente in Dante. 

81. altri: Dio; venite a parlarci, se 
Iddio ve lo permette. 

82. QUALI: cfr. Virg., Aen. V, 213 e 
seg. -COLOMBE : simbolo di sincerità ; cfr. 
M(Ut. X, 16, virtù ohe Francesca eser- 
cita nel suo racconto, ma non esercitò 
troppo nella vita sua, avendo tradito il 
marito e la cognata, lei, sposa e madre. 

83. ALKATS : cosi il più dei oodd. e oom. 
ant. Al. APERTI. 

84. VBHGOM : COSÌ 1 più ; Al. VOLAN . - 
DAL VOLER PORTATE : non 8Ì riferisce alle 
colombe, ma alle due anime. Le colombe 
sono ehiamate dal deéio ; le anime sono 
portate dal volere; le colombo con le ali 



alssate e ferme vengono per l'aere al dolce 
nido ; le anime vengono per l'aer maligno 
a Dante e Virgilio. Cfr. Virg., ulen.V, 217. 
Volendo riferire dal voler portate ade co- 
lombe, come fenno i più, volere avrebbe 
qui il senso di voglia, istinto, amor natu- 
rale, ardore di desiderio e simili. 

85. BCBIERA : particolare, che si nomina 
da Dido (Didone), anima nobile che sog- 
giacque a passione di cuor gentile, v. 100. 

86. MALIGNO : contrapposto all'aere per 
cui vengono al dolce nido le colombe, ohe 
è « l'a^r dolce che dal sol s'allegra »; It\f, 
VII. 122. 

87. sì FORTE: tanto in essi potè il mio 
pregare, v. 80-81. 

88. ANIHAL: cfr. Jn/. II, 2. Purg. 
XXIX, 138. Par. XIX, 85. - grazioso : 
cortese, gentile. 

89. PERSO : oscuro. « D perso è un co- 
lore misto di purpureo e di nero, ma 
vince il nero, e da lui si denomina » ; 
Chnv. IV, 20. 

00 .TINGEMMO: col uostro sangue sparso. 

01. AMICO : a noi ; se fossimo nella gra- 
da di Dio. Vorrebbe pregare, ma sa ohe 
Iddio non ascolta le preghiere dei dan- 
nati. 

03. MAL PERVERSO : pena grave, orri- 
bile. 2Mio$ lesso invece s amor pbbvsr- 



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[(aBCBIO SSOOITDO] 



Lrp. Y. 94-102 [paolo b fbancesca] 47 



»7 



IM 



Di qael che udire e che parlar ti piace, 
Noi adiremo e parleremo a voi, 
Mentre che il vento, come fa, si tace. 

Siede la terra dove nata fni, 
So la marina dove il Po discende 
Per aver pace co' seguaci sui. 

Amor, ohe al cor gentil ratto s'apprende, 
Prese costui della bella persona^ ^ > 
Che mi fu tolta; e il modo ancor m'offende. 



•0, iMiose dite» con buoni «rgomentì, 
ftdbe ai potrebbe aoeettere, ee non tese 
iprerriaCft di Mtorità di oodd. BsMh» 
•nétatoneato 1* mam torgento nel oom- 
awte di Bmv. Q qoale legge mal pkb- 
vmo, e ehioea: « idest de qno oomp»- 
tcEb »Miro awwri perverto, onine eaasa 
iU imi ini nr ». I«* emore illeoito dei due 
etguti Ib venmento non pare nn amore 
■M hb «alt p ei r e i i o. Del resto Dante 
^pietà del loro màU, ohe egli Tede, non 
U laro mmùTé, ^e non oonoeoe ancor». 
U. n PIACB: Al. TI FIACB. 

95. Tin : Toi ; uktioam. anche in proea. 

96. TACI: Tedi qni topra, t. 31 nt. 

97. TEULA: Barenna. - rata: qua] il- 
fiia di Guido Minore, o il Vecchio, da 
pQl«ata, il quale morì il 23 gennaio 1310. 
L'aaao della naecfU di Francesca ò 
ifBsCo. Verso il 1276 andò sposa a Gian- 
òotte HalatesU, signore di Rimlni, ohe 
4ieaBo fosse di aspetto deforme e soppo, 
Bs assai yaleate. Da queste noxse Ftan- 
ecsea ebbe nna flglioola di nome Con- 
eorfia. Baecontano che Francesca fosse 
isgaimata, credendosi di sposar Paolo, 
isflaire la mattina segoente al dì delle 
BOSS» si trovò essere sposa di Gfanoiotto. 
Poeoprobabfle,poichèglà prima, nel 1209, 
Paolo si era sposato ad Orabile Beatrice 
di Gfaiaggiaolo, che lo fece padre di dae 
flglfaiott, Uberto e Kargherita^Francesca 
erala zfai di quel Guido NotoIIo da Polen- 
ta, ptsaso coi Dante passò a Bavenna gli 
iltiBi aani della soa riu. CfV. Tonini, 
Memorie tUtriéhe iidomo a Franeeica 
U Mimimi, 2» odia. Bimhii, 1870. Bar- 
Uw, Frmnceeea da Biimini, her lamerU 
sad wlmdieaiion, Lond., 1850. In^briani, 
a«d» IHmteseK p. 40S-610. Triarte, 
rnMfm»t d$ mmiwi dan$ la legende et 

ima thittain. Par., 1883. Sieoi, L'td- 

timo riM^ ^ D' ^2' P* 128 e ssgnenti. 

Tmoù», Franù99ea da Bitmini eeoondo 



la atoria e teeondo Varie, 3* edis. Te- 
ramo, 1882. 

08. MABINA : costa di mare; paese longo 
il mare. A' tempi del Poeta, Barenna di- 
stSTa tre chilometri dal marei passava 
presso la città il Padoreno, e fra le sne 
mora s* inoltraya 11 Padenna, dne flomi 
derivanti dal Fo ; in prossima vidnansa 
il Po di Primaro, allora assai importante. 
Quindi per qnei tempi Bavenna ò qoi 
magistralmente definita. 

100. OEHTIL : Paolo era marito e padre, 
Francesca moglie e madre ; ambedue non 
erano più troppo giovani. 

101. COSTUI: Paolo Malatesta, fratello 
di Giandotto, nato verso il 1250, nomo, 
dice r Ott., molto bello del corpo e ben 
costomato, ma acconcio piti a riposo die 
a travaglio. Si sposò, come s' ò detto, nd 
1209 ad Orabfle Beatrice di Ghiaggiaolo ; 
fa detto Capitano del Popolo in Firense 
nel 1282, ma già U 1® febbraio 1283 chiese 
lioensa d'andarsene, forse perchò non 
sapeva piii vivere lontano dalla cognata. 
- PERSONA : corpo. 

102. IL MODO : avendo il tradito marito 
colto sai fette i dae adalteri, li trafisse, 
onde non ebber tempo di fer penitensa, 
e, acciai improvvisamente, morirono in 
peccato mortale, mentre invece Cunvtza 
ebbe tempo di convertirsi ; cfr. Par. IX, 
82 e seg. È danqae natarale, che il mo<fo, 
onde le fa tolto il bel corpo, la offende 
ancora. Al. il mondo ; ma il mondo non 
offendeva Francesca, morta già da an 
pesKo. La tragica fine dei dae amanti ac- 
cadde tra U 1288 e il 1280; secondo Yin- 
cerno Oàrrari, nel settembre dd 1280. 
Dice il Cartari ohe Giandotto ncdse gli 
adalteri « con nn pagnale, mentre trava- 
^iavano insieme oon battaglia amorosa.» 
E danqae H modo che offende ancor sem- 
pre la povera Francesca. Infatti il modo 
ò les. dd più; cfr. iroor«, Orit., 280-00. 



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48 [CBRCHIO SECONDO] INP. V. 103-115 [PÀOLO E FEANCESCA] 



103 



112 



115 



Amor, che a nullo amato amar perdona, --^ 
Mi prese del costui piacer si forte, 
Che, come vedi, ancor non m'abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi vita ci spense. » 
Queste parole da lor ci fur porte. 

Da che io intesi quelle anime offense. 
Chinai il viso, e tanto il tenni basso. 
Fin che il poeta mi disse: € Che pense? » 

Quando risposi, cominciai: « lasso! 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo ! » 

Poi mi rivolsi a loro, e parla' io. 



103. PEBDOMi.: parla qui Daote per 
esperienza propria) La sentenza non è 
sempre giasta, essendovi molti amanti 
non riamati. 

104. PIACBB : « dei piacer di amar co- 
stai; forse anche, come il Rigutini ar- 
visa, della costai avvenenza; nel qoal 
significato piacere e piacenza forono oo- 
mani a' poeti di quel secolo » ; Andr, 

105. NON m'abbandona: oostai. Sono 
aniti in etemo. Sollievo e nello stesso 
tempo aggravamento di pena: uniti, ma 
neW Inferno! 

106. UNA : accisi insieme, nello stesso 
tempo, laogo e modo. 

107. CAINA: bolgia dei fratricidi, Tf\f. 
XXXII. - CHI : Gianciotto, il tradito ma- 
rito. « Perchè tanta pietà per la eoppia 
d' Arimino e nemmeno ana scasa per la 
giusta vendetta di Gianciotto t Perchò 
condannare questo disgraziato, che i tri- 
banali d'oggi assolverebbero^ con ona 
frase crada e spietata ad esser fitto nel 
doro gelo della Caina, mentre al fra- 
tello che l'oltraggiò neir onore si con- 
cede anche oltretomba di stare insieme 
a Francesca?... La storia, oltre a forci 
sentire ana certa compassione pel ma- 
rito ingannato, introduce altro pietose e 
ben dolenti figaro nella tragedia, figure 
ohe sole basterebbero a fisrci parere più 
odioso r atto dei dae cognati. Ma d' esse 
il Poeta non facendo ricordo, vie più 
contriboì, sia pare inconsdamonte, aren- 
dere soasabile il dolor oto patto. Oltre al 
marito, Francesca tradiva la cognata; 
oltre al fhitello, Paolo tradiva la moglie. 
L' adulterio ora doppio ! E se poca pietà 
poteva destare Gianciotto, bratto, aspro 



e vendicativo, immensamente compassio- 
nevole oggi ci appare Orabile di Ghia^ 
gioie, al cai cordoglio nessnn poeta gnuide 
o piccolo fìdoe giustizia, e che par vide ra- 
pito a so l'amore del marito e per la scel- 
lerata colpa rimanere orbati di padre 1 
due teneri figlinoli, mentre invano Con- 
cordia cercava le carezze materne » > 
Bicoi, op. cit., 132 e seg. 

108. DA LOB: Francesca parla anohe 
in nome di Paolo. - pobtb: dette. 

109. OFFBNBB: ofi(Bse, travagliate. 

110. CHINAI: per compassione, o per 
compauzionel 

111. pensk: pensi. 

112. quando : non sa risponder sabito, 
e, quando risponde, non volge la parola 
a Virgilio, ma paria come trasognato a 
sé stesso. -LASSO : esclamazione £ pietà, 
o di rimorso ìf 

113. dolci : pensieri dolci, benché adul- 
teri ! « Aqu» furtivsB daldores sant, et 
panis absconditassaavior »;Pr9V. IX, 17. 
- « I dolci pentieri menarono al de^ i 
qaesto menò alla colpa » ; Frane. 

114. PASSO: morte violenta e danna- 
zione eterna. Al.: Al punto di lasdarsi 
vincere dalla passione, che poi ta cagione 
ad essi di dolore. « MortJs violentes et 
infamis, ubi fùerant tarpitor iugulati »t 
i^no. -«Dall'amore onesto al disonesto; 
e dalla fiuna all' infamia ; e dalla vita alla 
morte ! Bel qaale pasto da dolerne ò 
fortemente » ; BuH. - « A questa morte, 
chiamata da lui dolorosa, per essere sta- 
ta violenta e col ferro, e peuto, perchè 
mediante lei si varca da questa vita al- 
l'altra » ; OeUi. - « Creilo della morte » ; 
Dan. 



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[COCfllO 8EC0KD0] InP. V. 116-132 [PAOLO B FBÀUCBSCA] 49 



m 



E cominciai: « Francesca, i tuoi martiri 
À lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 
A che e come concedette amore 
Che conosceste i dubbiosi desiri? » 

Ed ella a me: € Nessun maggior dolore 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria; e ciò sa il tao dottore. 

Ma se a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tn hai cotanto affetto, 
Farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancilotto, come amor lo strinse: 
Soli eravamo e senza alcun sospetto. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura, ^ scolorocci il viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 



117. TBiSTO s PIO : mi fiumo pUuigere 
È dolore e di compasùone. 

118. mfMi : nel mio racconto Fnno^ 
>ah»lMrf»to ana lacuna: tra il sno in- 
lamoramento e la morte giace tntta una 
««ria. Bmte desidera di aapere come i 
i^ cognati adolteri arrivarono ad in- 
^o^ervi. - TBMPO : amando riamati, ma 
£ siBore tnttor celato. 

119. ▲ COB: a qnal indialo. - coifK] in 
1^ modo. 

120. IHJBBI06I : di eoaer oorriaposti , per- 
«M non uioora eepressi. 

122. BIOOKDAB01 : «In omni adreraitate 
Mone, InfiBliciaaimnm est gonne infor- 
to&fi fniaae fellcem »; BoH,, Oant.phU, 
^ pr. 4. - « Memoria pnefeeritomm bono- 
nuQ.... in qnantnm snnt amissa, caosat 
^rklitiam » ; Thom. Aq., Bum. thecl. II, 
n, 38, 1, 

123. BA : per eepeiiensa propria. ~ dot- 
^ots: «Virgilio che ricordandosi del sno 
■iaieie in lo mondo poeta e in grande 
<ati>, e ora Tedenn nd limbo senza gra- 
óaetperanza di bene, non ò senza do- 
•«s e grameua » ; Lan. - « Virgilio, il 
fiale e nel principio delle narrasion fotte 
^&ea de* casi troiani a Bidone e ancora 
'^ dolore di Didone nella partita d'Snea, 
*<Mi diiaramente il dimostra » ; Boee. B 
il VirgfUo intendono pnre Benv.» Butit 
*rT»».. Barg., Land,, Tal., Veli., €MK, 

L^ IH9, Chmm,, 4^ edis. 



Oatt., eoo. Altri, primo il Dan., seguito 
poi da pareoohl, intendono di Boesio, in 
cui si trova infatti una sentenza affine ; 
cflr. y. 122 nt. Ma nò Dante chiamò mai 
Boezio MIO DoUoté, né Francesca vnol 
qui citare una sentenza, letta altre volte 
nel libro di Boezio. Cfr. Blane, Vert. I, 
59 e seg. 

126. AMOB: poiché non si tratta qui 
della prima radice del loro amort, ma 
del loro mais, si potrebbe preferire (col 
Betti) la Ics. mal, se non fosse troppo 
sprovvista di autorità. - affetto : desi- 
derio. 

126. FASÒ : moltissimi codd. hanno di- 
rò ; cfr. Moore, Orit., 290. Ma « dirò 
come colui ohe.... diee » non sembra dan- 
tesco. - piANOK B DICI : parla piangendo ; 
cfr. In/. XXXni, 9. 

127. FKB DiLKTTO: per passatempo, 
dunque senza cattive intenzioni e senza 
prevedere le conseguenze della lettura. 

128. Laivcilotto: eroe dei romanzi 
della Tavola Botonda, i quali erano al- 
lora in voga. Dante vi allude pih volte. 
- AMOB : per la regina Ginevra. 

129. BOU: tre incelativi: lettura di un 
romanzo voluttooed^ Tesser soli, ed il 
non aver totpetto, o timore, di essere sco- 
perti. 

130. 80SPUIBB : a sguardi amorosi colle 
oonaeguense. 

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50 [CERCHIO SECONDO] INF. V. 138-142 [PAOLO E FRANCESCA] 



133 



136 



130 



142 



Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante, 
Qaesti, che mai da me non fia diviso, 

La bocca mi baciò tutto tremante. 
Ghileotto fa il libro e chi lo scrisse : 
Quel giorno più non vi leggemmo avante. » 

Mentre che Vxmo spirto questo disse, 
L'altro piangeva si; che di pietade 
Io venni men cosi com'io morisse; 

E caddi come corpo morto cade. 



133. BI80 : booc» torrideqte tanto ama- 
ta. Nel romanzo: «Et la reina.... lo pi- 
glia per il mento, et lo bacia dayanti a 
Gktllehanlt assai Inngamente ». 

137. Galbotto : nel romanzo di Lan- 
cillotto nome dell'infame sensale di amo- 
re tra Ginevra e Lancillotto. Senso : ciò 
ohe per Ginevra e Lancillotto Ai Ga- 
leotto, fta per noi il libro ed il sno autore. 

138. LBQOSMMO: avendo oramai altro 
dUetto. « Con questo verso di molteplice 
significato volle il Poeta adombrare d*nn 
velo onesto una cosa inonesta in sé, Ìno- 
nratissima in bocca d'nna donna » ; Oiu- 
tti. - AVAWTB: avanti. 

139. l'uko: di Francesca. 

140. l' ALTBO: di Paolo. Piange per il 
dolore, del qnale nessnno ò maggiore, 
V. 121-122. 

141. MORISSE: morissi. Forme consimili 
erano in nso nel Trecento, nò ha qni luo- 
go vemn' « antitesi in grasiadella rima ». 



142. CADDI : non per effetto di compiili- 
sione, come affermano molti, ma per ef- 
fètto di compassione ; lo dice il Poeta due 
volte (V, 140 e VI, 2) in termini espressi. 
L' episodio di Francesca da Bimini fti ed 
ò ammirato, come una delle più belle pa- 
gine della Divina Commedia, Ma non a! 
potrà mai negare, che qui l' adulterio di 
Paolo e di Francesca ò moralmente ab- 
bellito in modo, che non sembra conve- 
nirsi troppo ad uomo « nel seno della Alo- 
sofianudrito ». L' Jmbr., JShtd. Dani., 620: 
« Perchò Dante ftJsasse (?) in tal modo 
la storia e sublimasse i due volgari (?) 
protagonisti di quello scandalo roma- 
gnuolo, ci vuole, ci ha dovuto esaere 
un motivo ed un motivo forte». Senza 
dubbio; ma il guaio ò che questo mo- 
tivo non lo conosciamo. Fatto ò, ohe 
nell'episodio di Francesca il BeUo esU- 
tieo sovrabbonda, il BeUo morale manca 
affatto. 



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[CIBCHIO TEBZO] 



INP. VI. 1-7 



[GOLOSI] 51 



CANTO SESTO 



oEBOHio terzo: golosi 

(Molestati da fredda e Imita pioggia) 



CBRBEBO, CIACCO E SUA PROFEZIA 



Al tornar della mente, che si chinse 
Dinanzi alla pietà de' due oognati, 
Che di tristizia tutto mi confuse, 

Nuovi tormenti e nuovi tormentati 

Mi veggio intomo, come eh' io mi muova 
E ch'io mi volga, e come ch'io mi^guati. 

Io sono al terzo cerchio, della piova 



T. 1-33. Igototi e la loro pena, Bin- 
▼eanto dal ano svenimento, il Poeta si 
tnrra nel terso oerohio. Il sao passag- 
po dal aeeondo al terso cerchio è mi- 
iterìoso, per Y appunto come qnello dal 
Vestibolo al primo cerchio. Confronta 
III. 136 con Y, 142; IV, 1 e seg. con 
VI, 1 e seg.; IV, 7 con VI, 7, ecc. Nel 
terzo cerchio sono puniti i golosi, i qnali 
giacciono molestati da fredda e bratta 
pi(^gia d' aeqoa, di nere e di grandine, 
sono assordati e dilaniati da Cerbero ed 
ariano eaninamente. La pena ò nn qaa« 
dro pariantissimo di questi peccatori, il 
ed Dio è U Tentre (cfr. FiUpp. III, 10), 
e n eai prototipo ò Cerbero, che si sono 
■pegUatì deli* amanita per assnmere la 
caninltà. Hanno inoltre poniti tntti i 
MKuA che troppo accontentarono : il gu- 
sto col fSuQgo, r odon^ col pasco, la Ti- 
tta eoDe tenebre, V udito coi latrati di 
Cerbero, fl tatto colla pioggia e coi di- 
laatementi del cane infenude. 

L a CHIUSI: perdette il senso delle co- 



se esteriori. « Ma tornando alla mente - 
Mi Tolsi, e posi mente »; Brun. Lat.,Teto- 
rei., e. 3. Cfr. Nannuc.,Man. I*, 461 e seg. 

2. DiKANZi: alla Tista.-FiiTA : aspetto 
compassioncTole. 

3. TBIBTIZIA : cfr. If\f. Y, 117. - CON- 
FUSE: mise in inquietudine, turbò gra- 
Tcmente. 

4. NUOVI: di genere dlTerso. Al.: strani, 
inauditi. Eran anche i tormentati strani, 
inauditi, ammirandi 1 O usò Dante la to- 
ce nuovi in due dlTorsi sensi nello stesso 
Terso f 

5. COME : da qudunque parte io mi ri- 
Tolgessi e guardassi. 

6. CH' io mi guati : Al. R OOMK B CHI 
l' GUATI. La Tooe guatare Tal qui nnl- 
l'altro che guardare atlentamerUé. 

7. piova : plos^gta. « Etema, perchè non 
de' mai aTer fine ; maladetta, perchè è 
pur posta a nuocere e non fiir prò, corno 
quella del mondo ; fredda, perchè fa l'uo- 
mo freddo di ogni carità ; e greve, perchè 
dà graTità»;Bu«. 

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52 [CERCHIO TERZO] 



INP. VI. 8-23 



[CERBERO] 



10 



13 



16 



19 



22 



Eterna, maledetta, fredda e greve : 

Regola e qualità mai non V è nova. 
Grandine grossa, e acqua tìnta, e neve 

Per l'aer tenebroso si riversa: 

Pu^fì la terra che questo riceve. 
Cerbero, fiera crudele e diversa. 

Con tre gole caninamente latra 

Sovra la gente che quivi è sommersa. 
Gli occhi ha vermigli, la barba unta ed atra, 

E il ventre largo, e unghiate le mani ; 

Graffia gli spirti, gli scuoia ed isquatra. 
Urlar li fa la pioggia come cani; 

DelPun de' lati fanno all'altro schermo; 

Volgonsi spesso i miseri profani. 
Quando ci scorse Cerbero, il gran verme, 

Le bocche aperse e mostrocci le sanno : 



9. MOVA: quella pioggia cade sensa in' 
tormisalone e sempre d* on modo. 

10. tutta: sporca, sosza, poKsolente, 
AI. neviaohio. Dal r. 100 risalta che Hnta 
ha qui il senso di naaseante, schifosa, eoo, 

11. TENEBROSO : la gola offasca la ra- 
gione non meno della lassarla. 

12. QUESTO: misoaglio di grandine, 
acqna pazzolonte e neve. « Convenien 
tissima pena al delitto, ohe essendo il 
peccato della gola villssimo, e ohi l' eser- 
cita simile al porco, a gnisa di porci gli 
faccia stare nel fongoso pantano » ; Dan. 
- « Sioat enlm aliqnando footet terra prop- 
ter plaviam, ita corpas golosi, fcetet, 
quodassimilatar sepolcro aperto»! Benv. 

13. CbrbbbO: Képpcpoq, cane mo- 
straoso a pih teste, frutto dell* unione 
di Echidna con Tifone, secondo la mito- 
logia antica il gnardiano dell'Inforno; 
cfr. Hetiod., Theog.,dll.Virg., Georg. IV, 
483. Aen, VI, 417. Ovid., Mei. IV, 450. 
Apparisce pare come cane infernale in 
alcun documento di poesia medievale te- 
desca, e in molti di poesia latina. - di- 
versa : strana, stravagante, mostruosa. 

14. TUE : per iwter divorare il passato, 
il presente ed U futuro. « Le tre gole di 
Cerbero possono signiiloaro tre cose pro- 
prie de'golosi : mangiar troppo, mangiar 
lautamente, mangiar ardentemente •iAt- 
lavanti. 

15. S0MUBB8A : « battuta e quasi affo- 
gata sotto la pioggia violenta»; Fot». 



16. VEBUiGLi: rossi pel fami del vino. 
- ATEA: nera. «Però ohe (i goloti) man- 
giODO bruttamente et nugonsi la barba ; 
per la unzione ne diviene atra, cioè nera 
et obscura » ; A.n. Fior. 

17. LABOO: per riporvl molta roba. - 
UNGHIATE : per rapire e ritenére. - maxi : 
zampe. 

18. SCUOIA : scortica. Al. ingoia'; prima 
di squartarli?! B gli squarta poi dopo 
averli ingoiati 1 Lezione da rigettarsi, e 
che il BetH chiama addirittura bestia* 
le. ConiV. però Z. F., 89. Blanc, Ter- 
iueh, 62. 

10. CANI: ai qnali assomigliarono per 
la loro voracità. • 

20. scnEBMO: difesa, circa come gii 
usurai, lT\f. XVII, 47 e seg. 

21. raoFANi: «profano oome Esah. U 
quale per una pietanza vendo la sua pri- 
mogenitura » ; Ebrei XII, 16. 

22. VERMO : chiama così anoheLaoifero, 
If^. XXXIV, 108. Nel linguaggio scrit- 
turale il verme figura i rimorsi della co- 
scienza, che rodono il peccatore; cfir. Itaia 
LXVI, 24. Marco IX, 48, 45, 47. Oiuda, 
6. 7, 18. TitniU. I, 8, 60 e seg.: « Tom ni- 
ger in porta serpentnm Cerberos ore 
Stridet, et leratas e:(cubat ante forca ». 
J golosi servono al ventre, ohe è un pa- 
sto di vermi, ed il verme li tormenta in 
etemo. 

23. 8ANMK : denti di presa. Atto di cane 
adirato. Ofr. It^f. XXU, 56* 

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fCOCHIO TBBZO] 



IHF. YI. 24-85 



[CBBBBRO] 58 



Non avea membro che tenesse fermo. 

E il daca mio distese le sue spanne, 
Prese la terra, e con piene le pngna 
La gittò dentro alle bramose canne. , 

Qoal ò qnel cane che abbaiando agu^a, ^ 
£ si racqneta poi ohe il pasto morde, 
Chò solo a divorarlo intende e pngna; 

Cotai si fecer quelle facce lorde 
Dello demonio Cerbero, che introna ^ 
L'anime si, ch'esser yorrebber sorde. 

Noi passa vam su per l' ombre che adona r 
La greve pioggia, e ponevam le^'plante 



%L FKBMO: treniATa d'ira e forM più 
ABOoni d*fDgmdigia. 

SS. spjjnn : mani allsrgAte dal pollioe 
al Biignolo. I«* atto di YlifiUo a Cerbero 
■oni^ia a qoeUo della Sibilla, Txrg., Am. 
TI. 419 e aeg. 

26. TKBBA: ci Yool poco per indatre il 
gotoao a dimeoticare il sao nffisio. Ba< 
atsDo due pugna di terra. 

27. BSAMOfiK CiSNB: le tre gole fiune- 
Ikbe ed Ingorde di Cerbero. 

28. AOUSMA : agogna, doò fl pasto. Gfr. 
T. 1». Virg., Am. VI, 421. "^ 

39. umHDB: è tatto intento al pasto. 
> FG0HA : dirora con tale acidità obe par 
ooDibatAa col dbo. 

31. VAOCS : tre ceffi canini di qnel Can- 
demonio. - lobds: sconco, deformi. 

32. TSTBOHA. : assorda latrando, v. 14. 
Cfr. /V- X VTI, 71. 1 golosi non banno qni 
raoalea dorante Q pasto, ma mnsioa senza 
pasto. I fisrooi atnai di Cerbero serrono 
arsppreaentare l'ingordigia e la bestiale 
arfc&tà con che questi peccatori ingoia- 
rono, nel mondo, le rivande ^ squisite. 

V. 34-d7. €Haeeo Fioreniino, Dal nu- 
meco deUe ombre ohe giacciono per terra 
ri lera una a sedere e chiede al Poeta se 
la rieonoaee; quindi, arata risposta ne- 
gatira, ai nomina. S quel Ciacco, ohe 
sembra fosse un tempo persona cono- 
sfintiaeiina a Hrenxe; cfir. Boee., Dee. 
IX, 8. « Fuit tempore suo Titnperose 
Tito et faifamis gule » ; Bambgl. - « Tu 
fiorentino, banchiere, e per troppo man- 
giace e bere diTcnne si guasto degli oc- 
chi, che non oonoscea le monete, e quasi 
brenne ritmopico, e era da le genti 
•dii6ito 9 ; il». M. -« Kel presente Visio 



fti molto corrotto, e perchò della memo- 
ria in nove ftmtasle fhe sottile predicendo 
le chose ftiture, però qui per lui signifi- 
cando di Urente cosi si predice»; lae. 
DarU. - « Fu molto corrotto in lo pre- 
ditto ylxio della gola, e fti al tempo di 
Dante e cognosoevalo in Firense » ; Lan, 

- « Ebbe in sé, secondo buffone, leggia- 
dri costumi, e belli motti usò con 11 va- 
lenti uomini, e dispettò li catUvi»; OU, 

- « Homo de curia foit et gulosas val- 
de » I Vento - « Fu costui uomo non del 
tutto di corte, ma peroiooohò poco avea 
da spendere, erasi, come egli stesso dice, 
dato del tutto al vizio della gola. Era 
morditore di parole, e le sue usanse erano 
sempre co' gMitili nomini e ricchi, e mas- 
simamente con quelli ohe splendidamente 
e dilicatamente mangiavano e beveano, 
da' quali se chiamato era a mangiare, 
v' andava, e similmente se invitato non 
era, esso medesimo s'invitava. Ed era 
per questo vizio notissimo uomo a tutti i 
Fiorentini; senzachè fuor di questo egli 
era costumato uomo, secondo la sua con- 
dizione, ed eloquente e afbbile e di buon 
sentimento ; per le quali cose era assai 
volentieri da qualunque gentile uomo ri- 
cevuto » ; Boee. Lo stesso ripete Benv., 
mentre Pe<r. Dant., Folto Boee., ecc., non 
danno veruna notizia del personaggio. 
BuH, ripetendo il detto dal Banibgl. : « Fu 
infame del vizio della gola ». I commen- 
tatori successivi non fumo ohe ripetere 
il già detto da altri. 

84. ADONI.: doma, abbatte. Adonare 
prov, adonar, consegnare, spagn. ado- 
natte, frano. »* adonneir, eco. Cfr. Purg, 
il, 19. Siane, Vertueh, 84. 

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mrw^- 



54 [CERCHIO TERZO] Inf. VI. 86-56 



[CIACCO PIOEENmrO] 



37 



40 



43 



46 



40 



52 



55 



Sopra lor vanità che par persona. 
Elle giacean per terra tutte quante, 

Fuor eh' una che a seder si levò, ratto 

Gh' ella ci vide passarsi davante. 
€ tu che se' per questo Inferno tratto, » 

Mi disse, < riconoscimi, se sai : 

Tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto. » 
Ed io a lei : € L' angoscia che tu hai. 

Forse ti tira fuor della mia mente, 

SI che non par ch'io ti vedessi mai. 
Ma dimmi chi tu se', che in si dolente 

Loco se' messa, ed a si fatta pena. 

Che, s' altra è maggio, nulla è si spiacente. » 
Ed egli a me: «La tua città, eh' è piena 

D'invidia si, che già trabocca il sacco, 

Seco mi tenne in la vita serena. 
Voi, cittadini, mi chiamaste Ciacco : 

Per la dannosa colpa della gola. 

Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 
Ed io, anima trista, non son sola. 

Che tutte queste a simil pena stanno 



86. vakitJL: corpi vani; cfr. Purg, II, 
79. Vedi però In/. XXXII, 78 e seg. - 
PERSOifA: sembra vero corpo amano. 

37. TUTTE QUANTE: donquo Cerbero 
non ne avea ingoiata dna sola; conft:. 
V. 18. 

38. BATTO : BQbito oho ci Tide passare 
davanti a sé. 

42. FATTO: nascesti prima die io mo- 
rissi. Dante naoqne nel 1265; Ciacco si 
dice morisse nel 1286. 

43. A LKI : a qnell' ombra. Al. A LUI4 
cfr. Moore, Orit., 291 e seg. 

44. TIRA : il dolore altera i tuoi linea- 
menti in modo, che non so riconoscerti 
nò ricordarmi di averti mai vednto. 

48. MAGGIO : maggiore. Forma ositatls- 
sfma dagli antichi e tnttor vivente. Più 
giù vi sono pene maggiori ed anche più 
spiacenti; ma Dante non le ha ancora 
vedute. 

49. CITTÀ : Firenae. - PIENA: cfr. v. 74. 
« Avvenne che per le invidie si incomin- 
ciarono tra' cittadini le sette»; G. ViU. 
VIII, 89. 

50. TRABOCCA : « avvi tanta invidia in 



Fiorenza, che già esce Aiori; et v«desi 
nell' operasioni » ; An. Fior. 

51. serena: paragonata colla tenebrosa 
di laggiù; cfr. Inf. Xy, 49. Del reato 
questa vita nel mondo è un correre alla 
morte; Purg. XXXTIT, 54. 

52. Ciacco : secondo alcuni oorrazione 
di Iacopo, secondo altri soprannome ob- 
brobrioso, equivalente a poroo. SuU : 
« Ciacco dicono alquanti, ohe ò nome di< 
porco ; onde costai era cosi chiamato per 
la golosità saa ». Invece Faf\f. (An. Fior. 
1, 169 nt.) : « Questo nome di Ciacco par 
che fosse naitato a Firenze, daochò non 
di rado mi ò capitato sott' occhio leg- 
gendo antiche carte ». In questo caso il 
nome non avrebbe che vedere col sost. 
ei€iooo sporco, ma sarebbe una italianiz- 
zazione del frane. J<uques, o un abbre- 
viamento di OiMomo. Ma la frase ' Tot 
cittadini tni ehiameute CHaeeo ' sembra 
alludere piuttosto ad un soprannome, ohe 
air accordamento di un nome proprio. 

63. DANNOSA: ogni colpa ò dannosa; 
ma quella della gola ò dannosa agli averi, 
al corpo ed all'anima. 

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[CBECHIO TIRZO] 



Inf. Vi. 57-70 [yicbmde di fibbkzb] 55 



70 



Per gimil colpa »; e più non fé' parola. 
Io gli risposi: € Ciacco, il tao affieuino 

Mi pesa si, che a lagrimar m'invita ; 

Ma dimmi, se tu sai^ a che ver^tumo 
Li dttadin della città p^rtìtA; t 'f'-^. 

Se alcxin y'ò giusto; e dimmi la cagione 

Per che l'ha tanta discordia assalita. » 
Ed egli a me : « Dopo lunga tenzone 

Verranno al sangue, e la parte selvaggia 
^"^ Caccerà lUltca con molta pffensipne. 
Poi appressg co^vien che^'^èsta caggia - -- 

In&a tre soli,'' e che l'altra sormonti 

Con la forza di tal che testò piaggia^ 
Alte terrà Ixmgo tempo le fronti, 



/ • 



V. 5&-76. rUende poU^che di WC- 
rmam d^po U 18O0. Chiede Dante a 
Cfaweo: «A qaal temiine ri rìdarraano i 
àMA eitudini di ffiensef Vi ò colà al- 
eraginstol B perchè sono ri discordi f» 
daoeo risponde Tatidnando i fatti, ar- 
TSBoti dopo il 1800, impboitamentel'esi- 
a»d«l Poeta. 

M. m PSBA : mi rammarica aifco alle 
lagriaM. La eompasrione di Dante t» 
scemando a miaora che i dae Poeti pro- 
(rediaooiio dall'alto al baaao. - 

61. crrrÀ : FSrense. - fabuta : di-risa 
e lacerata dai partiti. 

64. TKSZOXE: contesa tra' dae partiti 
de' Bianchi e Keri. 

66. AL 8AKOUB : ciò die arrenne la sera 
dri 1 magg^io 1300. « La sera di caten di 
mmgtfio aano 1300, veggendo nno ballo di 
donno die ai ISMea nella piassa di Santa 
Trinità, roma parte contro T altra ri co- 
aiindarono a sdegnare, e a pignoro l'uno 
contro aU'aitet) i earalU, onde ri cominciò 
nna grande saA e mirica, ov* ebbe più 
Mite *; e. Vm, vni, so. Cfr. Da Lungo, 
Dimo Oowtp. I, 166 e seg. - bblyaoou : 
dri Bianelii, ei4ritanata dai Cerchi, i qoali 
enao «aahrariohi e ingrati »; B. Vi». 1. e. 

66. l'aijtba : In parte dei Neri, capita- 
nata dai Donati. Allude al iktto, ohe nel 
gingno del 1801 i oi^i dri Neri furono 
1— MJ^fti id confini, e con esri anche i capi 
W Bfan-fthi « per lerare ogni sospetto » ; 
0.7ÌIL Vili, 42. - OFFonaOMS: odio. 

67. QUMTAt In parte del Bianchi, o 



68. IHFRA: entro tre anni. H colloquio 
di Dante con Ciacco ri finge avvenuto 
nri marso o nell'aprile del 1300; i Bian- 
chi e con loro Dante, fhrono sbanditi da 
Firense nei primi del 1302. Poteva dun- 
que dire infra dui toH; ma dice tre, o 
perchd questo numero aveva per lui sim- 
bolica importanza, ovvero per non dare 
ad un finto vaticinio la forma di un 
giornale o di una cronaca. - l* altra t 
driKerL 

69. TAL: BoniflMJio VHI; confr. Par. 
XVn, 40 e seg. Altri intendono di Carlo 
di Valois. Ma questi venne a Firense nel- 
l'autunno del 1801, e nel 1800 BonifiBh- 
do vm aveva soltanto preso conriglio 
di fisrlo venire a Firenze; Q, ViU. Vili, 
43, 49. Di Carlo di Valois, Ciacco nella 
primavera del 1800 non poteva dunque 
dire: ehe tétte piaggi». - rwtt : ora, in 
questo momento. - fllqoia: ri baroa- 
mena, procedo ambiguamente. Infottì 
nel 1800 Boniihdo Vili piaggiava t cfr. 
Q. YiU. Vili, 40 e seg. « Dloesl appo i 
Fiorentini colui piaggiare, il quale mo- 
stra di vder quello che egli non vuole, 
o di che egU non ri cura che avvenga: 
la qual cosa vogliono alcuni in questa dl- 
aoordia de' Bianchi e de' Keri di Firenze 
aver fiitta papa Bonifisrio, doè d'aver 
mostrata egnal tenerezsa di dascuna 
delle parti » ; Boee. 

70. TERRÀ : la parte dd Keri insuper- 
birà sopra i Bianchi. - LUHOO tbmfo: 
dunque Dante dettò questi verri pareo- 
chi anni dopo 11 1802. 



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56 [OEBCHIO TEKZO] InF. VI. 71-80 [FIOBENtlNI ILLUSTBl] 



78 



76 



79 



Tenendo l'altra sotto gravi pesi. 
Come che di oiò pianga e che ne adonti. 

G-iasti son dao^ ma non vi sono intesif;* ; 
Superbia, Invidia*ed avarizia sono 
Le tre faville e' hanno i cori accesi. » 

Qui pose fine al lagrimabil suono. 

Ed io a Ini: « Ancor vo'che m'insegni, 
E che di pia parlar mi facci dono. 

Farinata e il Tegghiaio, che far si degni, 
Iacopo Busticucci, Arrigo e il Mosca, 



71. l'altra : la parte dei Bianchi - 
PISI: esolnsione dagli affici pobblioì, 
sbandimenti, conflsohe dei beni, eco. 

72. m ADONTI: se ne adiri; oppure: 
se ne vergogni. 

78. DUO : ayendone il Poeta taoiato il 
nome, il meglio ò confessare senza smor- 
fie che non si sa di chi egli intendesse 
parlare. Boóc: « Qaali questi dnesl sieno, 
sarebbe grave l'indovinare » . Si volle però 
indovinarlo: Dante e Dino Compagni; 
Dante e Ooido Cavalcanti ; Bardacelo e 
Giovanni da Vespignano ; la legge divina 
e la legge omana ; Gaido Cavalcanti ed nn 
altro innominato amico di Dante, ecc. 
Chi l'ha indovinata l> INTESI: ascoltati. 

74. SUPERBIA : « Qaesta avversità e pe- 
ricolo della nostra dttà non ta sansa gin- 
diclo di Dio, per molti peccati commessi 
peTÌ&tvperbia e invidia e avarizia de'no- 
stri allora viventi cittadini, che allora 
guidavano la terra, e cosi de' ribelli di 
qaella come di coloro che la governava- 
no »; O. ViU. vni, 68. - « Per le peccata 
della stq>erbia « invidia e avarizia, e altri 
vizi ohe regnavano tra loro, erano partiti 
in setta »; Id, YIII, 96. Questi versi « non 
contengono solamente an grappo d'ima- 
gini ben disposto, ma ana storia di fotti 
fedele. Superbia di Grandi avea rotto il 
qneto vivere di Firenze guelfa; niper- 
bia di Popolo aveva nella repressione ec- 
ceduto: da un lato Berto Frescobaldi, 
dall'altro Giano della Bella. Invidia e 
malevolenza avea fomentati e fotti al- 
zare cotesti bollori; invidia di vicini 
verso vicini, di nobiltà vecchia contro 
fortune subitanee, di mercatanti contro 
meroat-anti, di popolo basso contro po- 
polo alto; di là i Donati, di qua i Cer- 
chi. Avarizia e cupidigia di brutti gua- 
dagni aveva attizzato U ftioco per trar 
partito da cotesti disordini, avea semi- 



nato corruzione per raoooglier fiorini; 
l'Agnglione, l'Acciaiuoli, messer Fasio, 
i giudici. La pace della dttà si era, per 
tal guisa, perduta in un sentimento ani- 
venale di malevolenza e d'odio, obe 
pure invidia, nel senso della parola più 
cupo e più tristo, chiama il Poeta. » 
DelLungo. 

70. LAORUiABiL : parole ohe invitavano 
a sparger lagrime, vaticinando a Firenze 
tanta sciagura. 

y. 77-08. JNorenUni iiUtttri, Dante 
chiede a Ciacco dove siano gli illustri Fio- 
rentini, de* quali nomina alcuni. Ciaooo 
risponde : « Sono più giù, perchè più col- 
pevoli; ciascuno nel cerchio ohe al gua- 
dagnò colle sue colpe. Se tomi al mondo, 
rinfirosca la mia memoria. Ora non ti dico 
nò ti rispondo più nulla ». Volge quindi 
un ultimo sguardo addolorato al Poeta, 
e poi ricade nel fango. 

77. ANCOR: oltre ciò che m'hai già detto. 

70. Farinata : degli TTberti ; lo trova 
poi nel cerchio degli eretici, It\f, X, 82 e 
sog. - Tegohuio : Aldobrandi ; lo trova 
pof nel girone de' Sodomiti, JnAXYI, 41. 
Tegghiaio ò qui bisillabo; gli antichi leg- 
gevano Teggkia', e eod prima' per pri- 
maio, Pi$to' per Pittoia, ecc. 

80. Husticucci : anche costui lo trova 
pih tardi nel girone dei Sodomiti, Ir\f. 
XVI, 44. - Arrigo : di costui il Poeta 
sembra essersi poi scordato, non aven- 
done più fotte menzione. Probabilmente, 
perchè posto qui insieme col Mosca, Ode- 
rigo Fifonti, uno degli uccisori di Buon- 
deknonte ; cfl*. O. Vili, Y, 38. Altri ore- 
dono ohe si parli qui di Arrigo Giandonati. 
Cast,: « De Arlguoiis ». -Boee.: « Giando- 
nati ». - Benv,: « Istum numquam nomi- 
nabit amplius; debet tacite poni onm 
Musca, quia fuit secum in eadem culpa ; 
ftat enlm nobilis de Fifontibus ». - An. 

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fCEBCBIO TIBZO] 



InF. vi. 81-98 t^IOBBNTlKl ILLtJSTBl] 67 



& 



91 



E gli altri che a ben far poser gl'ingegni, 

Dimmi ove sono, e fa* ch'io li conosca; 
Chò gran disio mi strìnge di sapere 
Se il Ciel gli addolcia o lo Inferno gli attosca. » 

E qnegli: < Ei son tra le anime più nere: 
Diversa colpa giù li grava al fondo; 
Se tanto scendi, li potrai vedere. 

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
Pregoti che alla mente altrui mi rechi : 
Più non ti dico e più non ti rispondo. » 

Gli diritti occhi torse allora in biechi: 
Goardonuni on poco, e poi chinò la testa : 
Cadde con essa a par degli altri ciechi* 



JW^- « KeMere Arrigo Giandonati ». 
Tatti cU altri Quattrocentisti serbano 
pecfrtto si lensio sopra questo personag- 
giew-MCMCA.: de* Lamberti; lo trova poi 
tra i eearfnato ri di di scordia nella nona 
hòl^i JV- XXVIU, 108 e seg. 

81. A BKH FAB : è diflioile dire, se qneste 
parole, eie altre ehsfur «i dtgfU del ▼. 70, 
fiaDO da prendersi sol serio o ironioa- 
BSBte dette. Oli uni credono che Dante 
pazB sol serio, ma non intenda che d'ona 
bontà meramente drile, non di morale 
«iatlaim. Ka perchè sllora chiederne 
•etisie a Claeoo nell' Infbmo e chiamarli 
mmime piA nenì Altri intendono qneste 
Mi per nna ironia. If a almeno l' episo- 
fio di fteinata ( Jf/. X) non sembra con- 
iertare qaeet' opinione, la qnale Bono, 
chiama penUus faUa, « quia licet sint 
dannati propter aUqna vlcia enormia, 
tamen sont laodabOes et flunosi mnndo ». 

84. ADDOLCIA : consola colle sne dolces- 
■e. -ATTOSCA : amareggia ooUe sne pene. 

85. SKRB: colpevoli. 

86. AL FOVDO : dell' Inferno. Il peccato 
è separaclone dell' anima da Dio. Qoanto 
pift gmve la colpa, tanto più grande la 
lontanansa. Onde Lucifero è laggiù nel 
ponto mi qual H trctggon d' ogni parts % 
peti, cioè nel panto che in tatto quanto 
fl cfcato ò il più lontano dalla sede di Dio. 
Ed i peccatori gli sono più o meno vldni, 
secondo ta gravità delle loro colpe. 

ST.TAJrro: «quanto essi son ginso»t 
Boee. 

88. Douae: paragonato con quel mando 
tméro che è l' Inferno. 

lo stesso desiderano pure 



altri dannati. Inf. XUI, 65; XV, 110; 
XVI, 85, ecc. « Privi del vero bene, ne 
desiderano almeno l' ombra, la quale da- 
gli detti e da qne' che sono nel Purga- 
torio non ò desiderata »i T. Tatso, 

91. TOBBB: per dolore, pensando al dolce 
mondo, alla morente ogià mortasuafSDMoa 
ed alla sua miseria attuale ed etema. 

92. CHIKÒ : anche questo ò un atto dt 
dolore. Nuovo dolore, nato dal tacito pa- 
ragone tra la sua e la oondisione del- 
l' interlocatore. 

98. BBSA: testa. -A pab: a livello dei 
suoi compagni. ~ ciechi : avendo chinato 
la testa prima di cadere, era di necessità 
caduto per dinanri colia feccia nel fengo, 
in coi giace come tutti gli altri di questo 
cerchio. Avendo il viso volto In giù nel 
fengo, non possono naturalmente veder 
nulla; sono quindi ciechi. L'allegoria è 
qui chiara. Il goloso ò cieco per tutto 
ciò che non ò fengo. 

V. 94-116. Detta condimlone dei dan- 
nati dopo ta rÌ9urre»ton€, Caduto 
Ciacco nel fengo. Virgilio dice a Dante, 
ricordandogli con ciò ohe è tempo di con- 
tinuare il viaggio: « Costui non si rialza 
più sino al dì del giudizio 9. Mentre at- 
traversano questo cerchio, Dante chiede 
se dopo il giudizio finale i tormenti del 
dannati resteranno gli stessi, o si au- 
menteranno, o si feran minori. « Si fa- 
ranno maggiori > , risponde Virgilio, se- 
condo le dottrine scolastiche. Chò « san- 
ctarum animarum felicitas in solis bonis 
spiritualibus erit; poma vero animarum 
damnatarnm post resorreotionem non 
solam erit in malia spiritualibus, sed 

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58 tcBBcmo terzo] tm. Vi. 94-108 



[dannatiJ 



94 



97 



100 



103 



106 



E il duca disse a me : « Più non si desta 
Di qua dal suon dell'angelica tromba, 
Quando verrà la nimica podestà ; 

Ciascun ritroverà la trista tomba, 
Eipiglierà sua carne e sua figura, 
Udirà quel che in etemo rimbomba. > 

SI trapassammo per sozza mistura 

Dell'ombre e della pioggia, a passi lenti, 
' ^ Tpccando un poco la vita futura. 

Per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti 
Cresceranno ei dopo la gran sentenza, 
fien minori, o saran si cocenti ? » 

Ed egli a me : « Ritorna a tua scienza, 
Che vuol, quanto la cosa è più perfetta. 
Più senta il bene, e cosi la doglienza. 



etiam pcmM oorporeM Babstìnebnot > ; 
Thom. Aq., Oomp. theol. P. I, o*p. 179. 
Così parlando arrirano là doTO ai diaoende 
al quarto oerohio, sol coi ingresso rodono 
Fiuto, il domonio delle riccbesEe. 

94. DISTA : non sì alca più da giaoere. 

95. DI qua: prima. - tromba: ofìr. 
Jfott. XXIV, 81. I, OorifU. XV, 62, I, 
Tettai, IV, 15. Elueid. e. 70 1 « AngeU 
crnoem eins ferentes praelbant, mortnos 
tnba et tooo in occnrsam eios exdta- 
bant ». 

90. PODE6TA : podestà, possanza. Cristo 
nemico ai reprobi, ooUa podestà di gin- 
dice eterno. 

97. trista: rinohlodendo qnel corpo 
che fa causa della loro perdizione. Op- 
pure: «Che chiude un corpo dannato a 
pena la quale dopo la risurresione s'ag^ 
grava»; Tom. 

99. QUEL: la sentenxa finale, MaU, 
XXV, 41: €Via da me, maladetti, al 
fbooo eterno, che fu preparato pel dia- 
volo, e pe* suoi angeli». 

101. OMBRE: SOSIO anch'esse, e perchè 
lordate da sozzo vizio, e perchè giacenti 
nel fango. 

102. TOOCAHDO: ragionando un poco 
della vita futura. Cflr. Oonv. II, 9. 

103. S8TI: lat. itti, questi. 

104. SENTENZA : finale, al di del giudi- 
zio universale. 

105. s): cosi come sono ora. 

106. SCIENZA : aristotelica, secondo la 
quale l'anima in corpo più perfetto me- 
glio ooaosoe; in corpo coi alcon organo 



manchi, manco è l'intendere. Ifa Fài\f.» 
« Perchè Virgilio dee chiamare teitTiza 
tua, parlando a Dante, la Filosofia ari- 
stotelica f e che cosa poteva avere di 
autorità la Filosofia aristotelica nel ri- 
solvere nn dubbio appartenente a dot- 
trina cristiana? Tua teiema pertanto mi 
par da intendersi la Teologia, la qaftle 
ben da Virgilio è detta tua, non potendo 
egli pagano dirla nottra mai » . Conosce- 
va Virgilio la teologia cristiana f E non 
scioglie egli il dubbio di Dante accura- 
tamente conforme la filosofia aristoteli- 
caf Ctr. Inf. XI, 80, nel qual luogo Vir- 
gilio, parlando dell' Etica di Aristotile, 
dice la tua Etica, e Inf. XI, 101 : la tua 
Pitica. 

107. PERFETTA : « anime magia cmcia- 
buntur post resurrectionem oorporis qui a 
emnt perfectiores ratione compositi, non 
ver» perfectione sed mala et damnosa > ; 
Beno. - « Anime nunc in Inferno sunt 
separate a oorpore et sunt dne carne : 
quando isti resurgent, tnnc anime emnt 
coninncte corporibns, et tnnc isti emnt 
perfectiores quantum ad esse essentiale, 
quia perfectior est composltio ex anima 
et corpore, quamanimasolnm, velcorpna 
solnm ; et ideo post re s urrectionem, quia 
isti emnt animalia perfectior» et habe- 
bnnt oomplexiones suas, tunc dampnati 
habebont et sentient maiorem penam, 
et salvati maina gaudlnm » ; Serrat. 

108. DOGLI ENZA: da doglieiUt per do- 
UnUf lat. dolentia. Dolore, Atto del do- 
leial, Ai&iiione, Angosci» e slmilL 

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tCBSCmO TBBZO] 



IKF. VI. 109-116 



tDlNNlTl] 59 



IM 



m 



115 



Tutto che questa gente maledetta 
In vera perfezion giammai non vada, 
Di là, più che di qua, essere aspetta. » 

Noi aggirammo a tondo quella strada, 
Parlando più assai eh' io non ridico ; 
Venimmo al punto dove si digrada: 

Quivi trovammo Fiuto, il gran nimico. 



lU.viiA: dmltuondat^angèHeatr^m" 
te. - nesBX: fai perfbsiaiie, doè in per- 
ftooo di tormento, alle pene dell' anima 
acstaa^endoel dopo il gran giadixioqnelle 
del corpo rìaorto. 

1 11. ▲ TORDO : in circolo, da deetra a si- 
aiMza. « Dopo pariate con Ciacco, non 
tadarono per nMsao il cerchio, ma sol- 
redo»; Tom, 

Ut, PASLAHDO : della vita fkitora. 

114. DiOBADA: discende. 

115. Putto : lUo^o^ il Dio delle rio- 
deUa mitologia antica, Aglio di 

e di Cerere. Cfr. Arittoph., 



Pha., 90. 727. H£9ù>d.,Tluog,,9W. Eom., 
OdysM, V, 125. AL Platone, IDoérayr, 
PhOo, Dit, figlio di Satomo, impera- 
tore dell' Ayemo. Ma qaeeti ò Loci- 
fero, coi Dante chiama eepreasamente 
IHU (- Di*) In/. XXXIV, 20. Se DiU è 
laggiù confitto neDa ghiaccia etema, non 
poteyano troTarlo qni all'ingreeao del 
quarto cerchio. - imaoo: della pace e 
ibUdtà dell' nomo. Cfr. Eeel. V, 12. I, 
Tim. VI, 9. Xoiit6..« Onde aPlato stesso, 
come delle ricchesse dlstribntore, grida 
Timocreone: Per te omnia ifUer hond- 
ncM mala ». 



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60 tCBRCniO QUABTO] 



INP. VII. 1-2 



[PLUTO] 



CANTO SETTIMO 



OEBCHio quarto: avabi e peodighi 

(Voltali pesi col petto e ai oltraggiano a vioenda) 



PLUTO, PENA DEGLI AVARI E PRODIGHI, LA FORTUNA 



CEBCHIO QUINTO: IBACONDI 
(Immersi nelle aoqne ftmgose dello Stige) 



€ Pap^ Satariy papi Satan aleppeli^ 
Cominciò Flato oon la vooe ohioccia; < 



V. 1-15. Pioto, a custode del quarto 
cerchio. Ad ogni cerchio trorano un 
essere mitologico, simbolo del vizio quivi 
punito. Cerbero sta sn i golosi, Fiuto su 
gli avari e prodighi. I demoni custodi 
de' singoli cerchi si sforaano di impedire 
il viaggio del Poeta. Plato lo fa, sfo- 
gando la soa rabbia in accenti strani ed 
inintelligibili. Virgilio gli rammenta 11 
volere sapremo ; quindi Pluto nell'lmpo- 
tonte sna rabbia cade a terra. 

1. FAPÈ: dal V. 9 risalta, che queste 
sono parole espresse dal furore ; dai vv. 
6-6 e 10-12 risulta, che Io scopo delle pa- 
role ò d'intimorire il Poeta. Dal v. 8 
sembra dorerai inferire che Virgilio in- 
tese questo strano linguaggio di Plato, 
e se lo intese, ciò vuol dire che ò o vuol 
essere nn linguaggio amano qualunque. 
Di più non ne sappiamo. H voler indo- 
vinare il senso di questo gergo di Pluto 
ò fatica gettata, e lo provano le parec- 
chie dozzined'interpretasioni, delle quali 
non due sono d' accordo. « Hoc est di- 
cere, o satan, o satan demon, quale mi- 
rare et novum est istud quod isti novi 
hospites hnc acoedunt U ; Bambgl. - « In- 
lingaa ebrea, ed ò tanto a dire quanto : 
maraviglia, maraviglia » ; An. Sei, In lin- 
gua ebreasi potrebbe leggere, oollo/Se^ter 
{Suppl, dee Com. dela D. C. Dresda, 1885): 

nanSn joto -«a nfì itafe^ ^b ns 

TTV-'tT • -»TT • — 

cioè : Vomita, bocca di Satanatto, vomita 



fiamme! Se soltanto Dante avMse sapato 
di ebraico I - « Pape ò irUeriectio admira- 
tionit; quasi a dire ohe, quando Plato 
vide Dante vivo, chiamòe Satan demo- 
nio sotto voce di maravigliarsi e dicendo 
veh! veh! •-, Lan. - « Pape,,., è.... una . 
parte di grammatica, che ha a dimostrare 
quella affezione dell'animo, ohe ò con 
stupore, e maravigliarsi; e due volte il 
disse, per più esprimere quello maravi- 
gliarsi: Satan è il grande Demonio: 
Aleppe ò una dizione, che ha a dimostrare 
r affezione dell' animo quando si duolo » • 
Ott. - « O Satan, o Satan, caput et prin- 
ceps Dffimonum, quid est hoc vldoret 
Nam papcf interiectlo est admirantia ; 
aleph vero prima lltera est Hebrsoo- 
ram » ; Pctr, Dani. - « Ma questa ò cosa 
molto incerta, e, secondo mio parere, 
niente ò altro che indovinare » diceva 
in altra occasione Leonardo ^runi. -Re- 
centemente L, Monti (Nuova lezione ed 
inUrpretcuione, ecc., Vercelli, 1894, nuo- 
va ediz. ampliata, Milano, 1896) propose 
di leggere: Pape tatàn, pape eatàn, 
a leppe, che sarebbe II greco HanaT 
aaxày, nanai aaxày, à \{ik, cioè : Oh ! 
ribelle, oh ! ribelle, ah ! vàtUne. Se sol- 
tanto Dante avesse saputo di greco I O 
dettò egli forse tutto nn verso in nna 
lingua a lui ignota t Lo affermano, ma 
noi noi orediamo. Ctr. Sndct, 1424-29. 
2. CHIOCCIA: ranca, aspra di snono. 
Dal verbo éhioedare e crocciare, latino 



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[CnCHIO QUARTO] 



iNF. VII. 3-17 



[PLUTO] 61 



E quel savio gentil, che tutto seppe, 
Disse per confortarmi : € Non ti neccia 

La tua paura, che, poder ch'egli abbia. 

Non ti terrà lo scender questa roccia. » 
Poi si rivolse a quella enfiata labbia, 

E disse: «Taci, maledetto lupo; 

Consuma dentro te oop. la tua rabbia. 
Non è senza càgion Pandare al cupo: /• / 

Vuoisi nell'altoTà, dove Michele 

Fé' la vendetta del superbo strupo. » 
Quali dal vento le gonfiate vele 

Caggion avvolte, poi che Palber fiacca. 

Tal cadde a terra la fiera crudele. 
Cosi scendemmo nella quarta lacca. 

Pigliando più della dolente ripa, 



ghein, fnn96%e glùutser, eec. Confronta 
Di€z, WdrL I*. 124. Con questa vooe il 
Poeta aoo^ma, che il grido di Plato con- 
Ita di accenti natarali, non di parole 
nmane eapiimenti logicamente nn con- 
cetto qualunque. 

8. GKXTIL: nobile, oorteee. Al. paga- 
no (!). - TUTTO 8EPFX: anche il lingnag- 
S*9 ài Pinto, o il aigniflcato del ano grido 



4. soocia: non laeoiarti vincere dalla 
paara. 

5. abbia: per qnanto potente egli aia. 

6. TOBBÀ: impedirà. - EOOCIA : baleo, 
dal terso al quarto cerchio. 

7. KHFLATA : gonfia d' ira. - labbia : 
&eeU; In/. XIV, 67; XIX, 122; XXV, 
a. Purg. XXIII. 47. 

8. LUPO : « bene Tocat avarum lapum, 
qnia in primo capitnlo vocaverat arar 
ridam Inpam » ; Benv. - « Lo chiamò lupo 
per dare ad intendere eh*egli ò posto per 
lo demonio deU* avarixia; la quale di so- 
pra cap. primo, chiamò lupa » ; Btdi. - 
* È bellis^mo qnel tnaUdetto lupo all'ur- 
laate demonio che presiedo al castigo 
dsU'aTarizia. Olii sirammentadella Lupa 
del primo canto ne vede tosto Tallusio- 
BS»; S^u. 

10. CAOiOK : voler divino. - cupo : prò- 
Coado Infèrno, 
t 11. ALTO : dolo. - Michele : dall' ebr. 

7X3*^0 — €hi è come Dio? Kome di uno 
- T • 

dd sette Arcangeli che rappresentano il 



Popolo eletto dinanri al Trono di Dio ; 
I>anM. X, 13, 21 ; XH, 1. Apoe. XII, 7-9. 

12. 8TBUPO: metatesi di stupro: ribel- 
lione contro Dio. Altri derivano la voce 
dal basso latino f(ropiM«-iun branco di 
pecore. Il diavolo ed i suoi angeli nn 
branco di pecore?! E un tuperbo branco 
di pecore?! 

14. FIACCA : Nentr. si rompe, si spezza. 
Al.: poi che il vento lo rompe. 

V. 16-M. ^vari e prodighi. Giun- 
gono al quarto cerchio. Qui una gran 
moltitudine di anime, le quali, in due 
opposte schiere, voltano pesi col petto, 
si cozzano contro, s' oltraggiano e gri- 
dano altercando. Gran parte fhrono papi 
e cardinali e chierici e persone dotto, ma 
non si riconoscono più. In questo cerchio 
i peccatori sono distribuiti secondo il 
principio che « ciascuna .... virtù ha due 
nemici collaterali, cioò vizi, nno in trop- 
po e un altro in poco » ; Oonv. IV, 17. 
I massi rotolati ricordano le gran somme 
di denaro che gli avari ammassarono 
e conservarono troppo gelosamente, e 
1 prodighi sperperarono. Credettero di 
fkrsi un nome, gli uni colle loro ricchezze, 
gli altri colla loro liberalUà, ed invece si 
resero non conoscibili a segno, che non 
nno solo è nominato. 

16. LACCA: fossa, cavità; lat. loctts; 
ted. lach«. Cfr. Enciel. 1096. 

17. PIGLIANDO: compassi; inoltrandoci 
vieppiù giù per la ripa infernale. - bipa: 
balzo infernale. 

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62 [CBECHIO QUARTO] INF. VII. 18-85 



[AVABI B PRODIGHI] 



19 



22 



25 



28 



31 



34 



Che il mal deironiverso tutto insacca. 
Ahi giustizia di Dio ! tante chi Btipa . ' - 

Nuove travaglie e pene quante io viddi? 

E perchè nostra colpa si ne scipa? 
Come fa Fonda là sovra Cariddi, 

Che si frange con quella in cui s'intoppa, 

Cosi convien che qui la gente riddi. 
Qui vid4o gente più che altrove troppa, 

E d'una parte e d'altra, con grand' urli 

Voltando pesi per forza di poppa : 
Percotevansi incontro, e poscia pur li 

Si rivolgea ciascun, voltando a retro. 

Gridando : € Perchè tieni? » e : € Perchè burli ? » 
Cosi tornavan per lo cerchio tetro, 

Da ogni mano all' opposito punto, 

Gridandosi anche loro ontoso metro; 
Poi si volgea ciascun, quando era giunto 

Per lo suo mezzo cerchio all'altra giostra. 



18. dell' uinvBBSO: anche degli angeli 
mali.-iifBàCCA: contiene. 
10. STIPA : ammassa, dal lat. it^fxuré. 

20. M uovB : inaudite. - viddi : ridi, for- 
ma regolare antica. 

21. SCIPA: straxia, lacera, malmena. 

22. L'oiTDA: che Tiene dal Mare Jonio. 
-LÀ: nel Faro di Messina. - Cajuddi: 
lat. Oh€^rybdi», gr. Xàpvfibi^, voragine 
nel Faro di Messina, incontro a Scilla ; 
cfr. Virg., Aen. Ili, 420 e seg., 668 j VII, 
802. Oulex, 331. 

23. CON QUELLA : Che vien dal Tirreno. 

24. BiDDi: faccia la ridda; giri\ ton- 
do. Ridda, dal vb. riddare, danzare in 
giro, derivato dal ted. ant. ga-ridan, ted. 
medio r(<i«n »> volgere. 

25. PIÙ : r avarlsia ed 11 sno contrario 
sono i visi più diffhsi nel mondo. - trop- 
pa: nnmerosa. 

26. d' U9A PARTE : avari. - d'altea : 
prodighL 

27. PESI: lericcheiBe aoonmnlate e scia- 
paté. -POPPA: qnl per petto in generale. 
Voltano i pesi col petto, non colle brac- 
cia, essendo il petto il ricettacolo del 
onore, che agognò tanto le ricohesze. 

28. INCONTRO: quando le dae schiere, 
degli avari a sinistra, e dei prodighi a 
destra, s* incontravano. - pur li : sul 
ponto medesimo dello scontro. La pro- 



nunzia pur li (invece di pur A) ò licenza 
poetica comune ai poeti. Licenza consi- 
mile Inf, XXX, 87. 

20. VOLTANDO : forse gli stessi pesi ohe 
avevano voltati sin qui; più probabil- 
mente gli nni i pesi degli altri, gli avari 
quelli dei prodighi e viceversa. I beni di 
qnesto mondo, figurati nel pesi, girano 
continuamente; dalle mani del prodigo 
vanno in quelle dell' avaro, e dalle mani 
dell'avaro In qnelle del prodigo. 

80. TIENI : tu avaro. - burli : tu prò- 
digo. Burlare significò appresso gli an- 
tichi gettare, spargere, tparpagìiare e 
simili. Cflr. Nannueei, Verbi, 610. « Burli, 
idest proiicis, et est vulgare lombar- 
dum • ; Benv, È dal proveoz. burlaire, 
spagn. burlar. Cfr. Bneicl, 276 e seg. 

81. TORNAVAN : giravano. - tetro : te- 
nebroso. 

32. MANO: parte; i prodighi dàlia de- 
stra, gli avari dalla sinistra dei due PoeU. 

33. ANCHE: parimente, nel medesimo 
modo. - METRO : il Perchè Heniì e Perchè 
burlil 

35. GIOSTRA : incontro, nrto nel pnnto 
opposto, n gran cerchio ò occupato Tona 
metà dagli avari, V altra dai prodighi ; o 
stando in continuo moto non posson però 
mai questi passare nel mezzo cerchio di 
quelli, o viceversa. S' incontrano nei due 



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[CnCHIO QUABTO] 



iNF. YII. 86-54 [AVABI X PRODIGHI] 



Ed io, ch'ayea lo cor quasi compunto^ 

Dissi: «Maestro mio, or mi dimostra 
Che gente è questa, e se tutti far cherci 
Questi chercnti alla sinistra nostra. » 

Ed egli a me : < Tatti quanti fur guerci 
Si della mente in la vita primaia, 
Che con misura nullo spendio fèrci. 

Assai la voce lor chiaro l'abbaia, 
Quando yengono ai duo punti del cerchio, 
Ove colpa contraria li dispaia. 

Questi far cherci, che non han coperchio 
Filoso al capo, e papi e cardinali, 
In cui usa avarizia il suo soperchio. » 

Ed io : < Maestro, tra questi cotali 
Dovre' io ben riconoscere alcuni 
Che furo immondi di cotesti mali. » 

Ed egli a me: < Vano pensiero aduni : 
La sconoscente vita che i fé' sozzi, 
Ad ogni conoscenza or li fa bruni. 



mtì del oerchio, 8* inginrlaiio, e gli 
x^aH Toltan Ciocia, rotolando i peai ro- 
teisti ifaio a qoal ponto dai prodighi, e 
1«sti Toltan &oeia, rotolando i pesi alno 
* <^ ponto rotolati da qnelli. Onde 1 
P^ tono in OH etemo movimento droo- 
Ure • passano in eterno dagli nni agli 

M. OOMPURTO : profondamente afflitto, 
t<irt)ato; o forae tormentato di corìoeità, 
^^ ST«ndo anoora rioonoscinto che qoe- 
^ «ano gli avari ed i prodighi. 

^ 6ISTB: daose, o genere di pecca- 
^-CHiMCi : plor. di eherco, sincope di 
'^^«rtM, dal gr. xXi\pix6^ lat. eìerieut^ 
^^BNoa eedeaiastica, aacerdote cosi se- 
<*i*n come regolare} oAr. ▼. 46. Inf. 
IV. i(l«; XVin, 117. 

% CHEBcun i sincope di chmieuH, ton- 
"intt, ohe hanno o portano oherioa. - 
^Ua tonsTKJL: gli avari. 

*•• TUTTI: avvi e prodighi. - GincBCl : 
i^Toltì dell* mente, non avendo rloo- 
•««iato il vero valore dei beni della 
^f^ né Toso da fame. Ouéreio, dal 
**• barb. guéleu», e qneeto probabil- 
*>>(« dal ted. ant. twer, o dvereh, prò- 
^'**> guer, propziam. Che ha la guar- 
^^toa torta per difetto dei nervi del- 



V occhio, Che patisce di strabismo. Qoi 
ò nsato figuratamente. 

42. 8PSNUIO : dispendio. - FÉBCi : d fe- 
cero, cioè nella vUa primaia, o terrestre, 
avendo speso gli nni troppo parcamente, 
gli altri soverchiamente. 

43. VOCE : Perohi tisni f e Perchè burli ? 
-ABBAIA: grida, manifesta. 

46. dispaia: separa. 

46. QUESTI: a sinistra; avari. - coper- 
chio ! capelli ; che hanno la tonsura. 

48. SOPERCHIO : eccesso ; c(^. Inf, XIX, 
112 e seg. 

52. ADUNI : accogli nella tna mente. 

53. BC0N08CRNTR : privA di conoscenza, 
dissennata ; non avendo riconosdoto né 
il vero fine dell* nmana vita, nò 11 vero 
oso da flarsi dei beni terrestri. Altri spie- 
gano : vita ignobile ed oscnra. Del eksrei, 
papi e cardinali fi - i: li, come Inf. V, 
78 e spesso. Cfr. Z. F., 45 e seg. Far\f., 
8tud., 149. - BOZZI : lordati del Visio di 
avarisia o di prodigalità. 

54. BRUNI: irriconoscibili. Credettero 
gli ani ammassando riccheese, gli altri 
spendendo largamente, di rendersi cele- 
bri nel mondo, ed invece si resero tali, ohe 
ninno li conosce ed il lor nome è perdato. 
JSfionotdvH in vita, tconowiuH morti 1 



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64 [CERCHIO QUARTO] InF. VII. 55-67 



[AVARI E PRODIGHI 



55 



58 



GÌ 



64 



67 



In etemo verranno alli duo cozzi ; 
Questi risurgeranno del sepulcro 
Col pugno chiuso, e questi co' crin mozzi. 

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro 
Ha tolto loro, e posti a questa zuffa : 
Qaal ella sia, parole non ci appulcro. 

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 
De' ben che son commessi alla Fortuna, 
Per che l'umana gente si rabbuffa; 

Che tutto r oro, eh' è sotto la luna 
E che già fu, di queste anime stanche 
Non poterebbe fame posar una. » 

« Maestro, > diss' io lui, « or mi di' anche : 



55. COZZI : desoriUl nei versi 28 e seg. 

56. QUESTI: arari. Risorgeranno come 
morirono, ancora in atto di avari. « Sini- 
stra oompressis digltis tenaci tatem atqoe 
avaritiam signiflcat » ; Diod. SicuL. 

67. COL PUOHO CHIUSO : Al. CO* PUGin 
CHIUSI.- K QUESTI : prodighi. - MOZZI : per 
avere, secondo an proverbio italiano, di^ 
tipato tino a* eapelli. 

58. FULCRO : bello ; il cielo. Il falso nso 
che fecero de' beni terrestri li ha esolasi 
dal cielo e precipitati in qaesto oerohio 
dell' Inferno. 

59. ZUFFA : dei duo cozzi ai dae oppo- 
siti ponti del cerchio. 

60. AfPULCBO; non lo descrivo con 
belle parole; ta stesso lo vedi. Cfr. Z. 
F., 47 e seg. Fan/,, 8tud., 150 e seg. 

61. BUFFA : vanità, instabilità, come 
di nn soffio di vento. Altri, invocando il 
passo Jf^.XXII, 133. spiegano: glaoco, 
barla, scherzo. La voce ha ambedue i si- 
gnificati. Ma qni non si tratta di nn 
giaoco, anzi di cosa ben seria. IH Siena: 
« Or pnoi, figliaci, vedere quanto breve 
duri l'aara della fortuna, onde si gon- 
fiano i petti umani ». 

03. PKB CHE: per amor dei quali beni. 
- RABBUFFA : SÌ prende pei capelli e viene 
a contesa. « U significato di questo voca- 
bolo rabbuffa, par eh' importi sempre al- 
cuna cosa intervenuta per riotta o per 
quistione, siccome ò 1* essersi l' uno nomo 
accapigliato con l' altro, per la qual capi- 
glia i capelli sono rabbuffati , cioè disor- 
dinati, e ancora l vestimenti talvolta ; e 
però ne vuole 1* autore In qneste parole 
dimostrare le quistioni, i piati, le guerre 
e molte altre male venture, le qnali tatto 



U dì gli uomini hanno insieme per gli cre< 
diti, per l'eredità, per le occnpacioni, e 
per i mal regolati desideri. » Boec, 

65. FU : consumato. Il tempo ed i oasi 
ne hanno sottratto non poco all'uso do- 
gli nomini. Senso : Tutte quante le ric- 
chezze terrestri dei tempi passati e pre- 
senti non varrebbero ad acquistare ad 
una sola di queste anime on unico istante 
di requie. 

Y. 67-96. Xa JPortuna. Avendo Vir- 
gilio accennato alla Fortuna, Dante lo 
prega di dirgli, onde avvenga ohe essa 
tiene 1 beni del mondo in sua ba&a. Per 
bocca di Virgilio egli ritratta quindi una 
opinione da lui espressa nel Convivio, 
dove aveva detto (lY, 11) dei beni di 
questo mondo « che la loro imperfbaione 
primamente si pnò notare nella indiacre- 
zione del loro avvenimento, nel quale 
nulla distributiva giustizia risplende, ma 
tutta iniquità quasi sempre ». La For- 
tuna ò anzi una intelligenza celeste, ordi- 
nata da Dio al governo delle sorti umane; 
essa distribuisce i beni terrestri giusta- 
mente, secondo il volere del Supremo, e, 
beata, non bada alle accuse e bestemmie 
che gli nomini le lanciano contro. « Slo« 
come nella protasl è dotto ohe Dio ha pro- 
posto una intelligenza motrioe. o delle 
intelligenze motrici, a tutti 1 cieli, eolia 
legge di muoverli perpetuamente in cir- 
colo, cosi nell'apodoei deve intendersi ohe 
similmente egli abbia dato in potere di 
una intellljienza i'vari beni di quaggiù 
sifibttamente, che distribuendoli tt% le 
genti debba &r loro percorrere un giro 
perpetuo ; cioè, da prima farle più e più 
progredire nell'acquisto di quei beni, fin* 

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UencHio Q91BT0] 



iNF. VII. d8-85 



[LÀ FORTUNA] 65 



Questa Fortuna, di che tn mi tocche, ^_. 1. - 
Che è, che i ben del mondo ha si tra branche? » 
79 £ quegli a me: « creature sciocche, 

Quanta ignoranza è quella che vi offende ! 
Or vo' che tu mia sentenza ne imbocche. 

^ Colui lo cui saper tutto trascende, 

Fece li cieli, e die lor chi conduce, 

Si che ogni parte ad ogni parte splende, 

n Distribuendo egualmente la luce: 

Similemente agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce, 

n Che permutasse a tempo li ben vani 

Di gente in gente e d'uno in altro sangue, 
Oltre la difension de' senni umani: 

33 Per che una gente impera e l'altra langue, 

Seguendo lo giudicio di costei. 
Che è occulto, come in erba l'angue. 

£ Vostro saper non ha contrasto a lei: 



eUsrriTino Jkl enlminedella terrena prò- 
«gelila, e poi cUr volta, e di infortunio in 
JBfortnnio ritornare alla piimitlTa miae- 
liaeeqiiallore, e eoéì sempre »; PraneioH, 
Sopfa qnmU Tersi ofr. Borni nelle Prote 
FivrtnHné, Flrenxe, 1727, II, i, p. 91-120. 
Bmnmm&i, Diteono deUa Fortuna, Fi- 
nnse, 1572. SiUvini, IHteorti Aaeadem., 
Flraue. 172S, I. 97 e seg. 

tt. TOOCHX: tocchi, fai cenno. 

C9. CHS ft CHS : è il lat. 9u<d e«e 9U0<i -i 
pemàè mai, onde è che. - tba bbarcbk : 
selle sue mani. Termine esprimente di- 
ipcesao. Qoìndi la riprensione di Virgi- 
lio T. 7«^n. 

79. (XiATUBB : « drissa qoi lo sermone 
a tatti tt nomiiii » : ButL - sciocchi ; 
poiché T'immaginate i beni terrestri ee- 
sete neDa potestà della Fortuna come 
suoi, mentre eDa ne è soltanto ministra 
io disMoitirlI* 

12. nfBOCCHS : imbocchi ; colga coli' in- 
telletto, accolga, riceva, Ihccia propria. 

7S. COLUI: Dio. - TUTTO: conosccndo 
non solo latte qneOe cose che hanno nna 
MJsttmra reale, ma esiandio tatto quelle 
ebe hanno semplloemente nn* esistensa 
ideile e possibile. 

74. ME : assegnò. - cm : le Intelligense 
■stridi sfr. Oowo. n, 2. Pmr. XXVJULi, 
TIeseg. AHade aOa simnltanea creaadone 

5. — Div, Oomm., 4» ediz. 



dei déU e degli angeli, insegnata dalla 
scuola tomistica. 

75. OGNI PABTi: del delo immateriale, 
ossia ognuno dei nere cori angelici. - ad 
OGNI PASTK: dd cido materiale, ossia 
delle nove sfere celesti. « Ambedue gli 
emisferi di dasonn delo, girando, si fkn- 
no Tcdere suocesdTamente ad ambedue i 
corrispondenti emisferi terrestri»; Pau. 

76. DiBTRiBUXHDO : Ogni parte del ddo 
immateriale. 

77. SFLENDOB : di ricchossa, di onori, 
di bellexsa, di forza, di capadtà, di po- 
tere, di gloria, di Cuna, ecc. 

78. MiNiSTBA: la Fortuna, amministra- 
trice generale degli umani splendori. 

79. ▲ TBMPO : di quando in quando, se- 
condo il suo giudlsio. 

80. aKNTB: nazione. - bahoub: liuni- 
glia, stirpe. 

81. OLTBK : Senza che forza od ingegno 
umano possa fervi difesa. 

82. L*ALTBA: Al. SD ALTRA. 

84. OHB È: Al. CHID fe. per riguardo 
all'elidono, della quale del resto gli an- 
tidii non si curarono molto. - ahoub : 
serpe } ofr. Virg,, Bdog, m, 98 : « Frigi- 
dus (o pueri, ftigite bine) Latet anguis 
in herba». 

86. ROH HA OOHTRASTO : non può OOn- 

traatare; cfr. Barn. XX. 19. 

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66 [CEBCHIO QUINTO] INF, VIL 86-101 



[DISCKSi 



88 



91 



04 



97 



100 



Questa provvede, giudica e persegue 

Suo regno, come il loro gli altri Dei. 
Le sue permutazion non hanno triegue : 

Necessità la fa esser veloce ; 

Si spesso vien chi vicenda consegue. 
Quest' è colei eh' è tanto posta in croce 

Pur da color che le dovrian dar lode, 

Dandole biasmo a torto e mala voce. 
Ma ella s'è beata, e ciò non ode: 

Con l'altre prime creature lieta 

Volve sua spera, e beata si gode. 
Or discendiamo omai a maggior pietà : 

Già ogni stella cade, che saliva 

Quando mi mossi, e il troppo star si vieta. » 
Noi ricidemmo il cerchio all'altra riva 

Sovra una fonte, che bolle e riversa 



86. FSB8KQUB: esegoiBoe nel regno ano 
ciò ohe ha provveduto e gladioato. * Pro- 
vede, oioò col ano sapere pensa e discerné; 
giudica, come ha provedaio, e prosegue, 
oioò mette In eeeensione » ; BtUi. 

87. DKI : « intelligenie, le quali la vol- 
gare gente chiama Angeli.... e chiamale 
Plato Idee, ohe tanto ò a dire, quanto for- 
me e nature universali. Li Gentili le chia- 
marano Del e Dee ; avvegnaché non oosl 
Ulosofioamente intendessero quelle, come 
Plato >; Oonv. II, 6. 

88. pkbmutazion: passaggio de' beni 
terrestri da uno ad un altro. - tbirgur: 
riposo, cessazione, Mntermittenza. 

89. MKCBSsrrl : volere divino ; ofr. Ho- 
rat., Od. I, 85, 18. La Fortuna è veloce, 
dovendo tener dietro alla Neeeisiià ohe 
le corre innansi. 

90. BÌ : per tal motivo. - vien: avviene. - 
VICENDA : mutazione di stato. « Sono tanti 
che devono passare alla volta loro, ohe 
poco spaxio resta a ciaschedano » ; Tom, 

91. POSTA iir CBOCB: bestemmiata. 

92. PUR : anche. - COLOR : dagli uomini, 
che esperimentano le sue permutazioni. - 
DAR LODE: perohò inesorabilmente giusta. 

93. MALA voCb: chiamandola deca, In- 
giusta, eco. 

94. s' ft: è, Ben vive. - non ode: non 
se ne cura. 

95. CREATURE: intelligenze, angeli, 
creati contemporaneamente coi deli; 
dunque prime oreatTn*e. 



96. sua: de' beni terrestri, a lei afll 
data da Dio. 

V. 97-108. IHàeeaa al quinto ew 
ehio, È passata la metà della notte, « 
incomincia il secondo giorno deirasiom 
del poema. Arrivano idla palude Stigc 
regione degl'iracondi. 

97. A if AOOIOR: in più miserabile luogo 
ove son maggiori tormenti, il cui aspetti 
è più aflluinoso e oompassionevole. 

99. MI MOSSI: Irif. I, 186 e II, 1. Sii 
qui il viaggio ò durato sei ore. - troppo 
una notte sola nell' Inferno, come Enea 
Lomb.: * Allude all' insegnamento degl 
Ascetici, che nella oonsiderazlone de' vizi 
non si fermi la mente di soverchio, mi 
solo quanto basta a conoscere la brut 
tessa loro e pemisie »(!).-« Virgilio nel 
rammentare il cammino degli astri vuol 
significare che quantunque Dante fosse 
nelregnodell'etemitÀ, pure per lolch'en 
vivo, il tempo soorrea. £ più d'una volti 
fkrà dò, e sempre con questa arcana in* 
tenzione. Infetti nel Purgatorio si ve- 
dranno sempre il sole, o le stelle ; perchè 
il Purgatorio non ò luogo etemo, oone 
l'Inferno ove Vaere è tenxa Helle; ma è 
luogo che dovrà finire » ; Boee, 

100. RICIDEMMO: traversammo. 

101. RIVERSA: trabocca le sue aoqne; 
si versa o volge giù per un fossato, n 
quale ò ftitto da essa fonte. Sulla origine 
di questo e degli altri fiumi infernali, 
ofr. Ir)f. XrV,ai2-188. 

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[CUCHIO QUnfTO] 



iNF. YII. 102-116 



[IRACONDI] 67 



la 



19S 



m 



m 



li: 



Per nn fossato che da lei deriva. 

1/ acqua era buia assai pid che persa: 
E noi, in compagnia dell'onde bige. 
Entrammo giù per una via diversa. 

Una palude fa, che ha nome Stige, 
Questo tristo msoel, quando è disceso 
Al piò delle maligne piaggio grige. 

Ed io, che di mirar mi stava inteso, 
Vidi genti fangose in quel pantano, 
Ignnde tutte e con sembiante offeso. 

Questi si percotean non pur con mano. 
Ma con la testa, col petto e co' piedi, 
Troncandosi coi denti a brano a brano. 

Lo buon maestro disse : « Figlio, or vedi 
L'anime di color cui vinse l'ira; 



192. rosBATO: « per un oanale ohe con 
I* Hotrer deDe Mie «eque ella stesM ti 

IM. nù: dunque nera. - pebsa: ofr. 
^ V, 89 nt. 

IN. or OOMPAOHIA: Inngo le onde 
^Ka», nella direxioiie della corrente. 

1^. IHTEBSA.: straordinaria, insolita, 
*^m^ orrida, malagevole. 

W«. PALUDB: cfr. Virg., Attn. VI, 3?8. 
-3n6B: lat. atyx, gr. Zrv^, flome ohe 
crooMU la città di Dite. 

118. MALiosis : malageroUi sooscese. Al. 
«ìltaoe. lesione ohe U Moore, Orii., 292 
* Wf.. inclina a ritenere orìgìoale. Ma 
^ >9fie-i|^ non sembra roba di Dante. 
-<:uei: ffDsefae, tetre. 

V. 109-130. GH irwxmM. NeUe nere 
^ lagose acque dello Stìge stanno som- 
^^ gli iracondi, qnal pib qnal meno, 
^<<ondo la gravità della loro colpa. In 
)?rtii parte resi quasi Irriconoadbili dal 
^>ge che li ricopre. Qnelli ohe sono 
*^>9us«TsÌ solo in parte, si percuotono e 
■i Addentano tra loro ferocemente; i 
^^Baend del tutto gorgogliano parole e 
*>^piri. Lo Stìge figura la passione del- 
^if*; il percuoterti e raddentarsl sono 
^ conthioasione del ikre terrestre di 
?^ pecoatori, e eoA pure il gorgo- 
giitrsde^ intieramente sommersi. L'ira 
'^ all' nomo l'uso della ragione e la 
^<»lt* di dire con parola inUgra, 

Owrraado ohe accidia, invidia e «u- 
f''^ non si trovano altrove nell'In- 
^ dantesco, 1 piti credettero di tro- 



vare in questo cerchio anche accidiosi, 
invidiosi e superbi. Ha nell' Inferno di 
Dante si puniscono soltanto peccati at- 
tuali. L'aocidiaconaiste nel non flur nnlla, 
né bene uè male, onde gli accidiosi morti 
impenitenti hanno il loro posto nel Ve- 
stibolo. La superbia e l' invidia in atto 
sono le radici di quasi totti 1 peccati 
che si puniscono dal sesto cerchio in giù ; 
ofr. It\f. XII, 49 e seg. È dunque fktica 
gettata il chiedere, dove siano gli invi- 
diosi ed I snperbi. Nel Porgatorio poi, 
dove si tratta, non di panire 11 peccato 
attuale, ma di estirpare le radici del 
male, lì caso ò diverso. Ne riparleremo 
a luogo debito. Cfr. BartoH, LétU ital. 
VI, I, p. 62 e seg. FUomtui Guelfi, La 
gtruUura morale dell'Inferno di D„ nel 
Oiom, Dani. I, p. 841 e seg., 429 e seg. 
Eneiel. 12 e seg. 

109. nrrsso: intento; mirava attenta- 
mente. 

110. PAifTANO : la sopradctta palude. 

111. OFFESO: sdegnoso e cruccioso, 
proprio di chi ò vinto dall'ira. 

112. QUKSTi : dannati. Al. questk, doò 
anime. -ex peecotran: vicendevolmente. 
« È conveniente che nell' Inferno si per- 
cotano coloro, che nel mondo s* hanno 
percosso, e straocinsi con li denti a pexxo 
a posso, come hanno stracciato nel mondo 
lo prosdmo e ancora sé medesimi; imperò 
ohe molti irosi si percuotono, emordonsi 
le mani»; Buti. 

116. vniBB l'iba : è dunque chiaro, che 
In questo cerchio sono soltanto gVlraoon- 



BRCHIO QUINTO] INF. VII. 117-130 



[IBICONOI 



Ed anco vo' che tu per certo credi, 

Che sotto r acqua ha gente ohe sospira, 
E fanno pullular quest'acqua al summo, 
Come V occhio ti dice, u' che s'aggira. 

Fitti nel limo dicon: " Tristi fummo 
NelPaer dolce che dal sol s'allegra, 
Portando dentro accidioso fummo : 

Or ci attristiam nella belletta negra. „ 
Quest'inno si gorgoglian nella strozza. 
Che dir noi posson con parola integra. » 

Cosi girammo della lorda pozza 

Grand' arco tra la ripa secca e il mézzo, 
Con gli occhi volti a chi del fango ingozza : 

Venimmo al piò d'una torre al dassezzo. 



, avrebbe detto che altri furono 
Eksaperbla, altri daU'inyidia, eoo. 
iBDl: creda. 

TTO : schiavi aaaolnti della fé- 
passione. Al.: «Coloro ohe ohin- 
lutriscono Vira nel fondo del 
snore, ira tanto più terribile, 
ih rattenuta; onde la prima di- 
r altra fhma ». Ma osano qnei 
ommersi del tatto altro modot 
«rmentano vicendevolmente? H 
n risponde. 

LLULAR: gorgogliare, sorgere 
Ino alla snperfioie. « Per lo fla- 
i l'acqna venivano li bollori sn- 
i. - AL SUMMO : snlla superficie. 
CHB: dovnnqne l'occhio tao si 

ifo : fango, poltiglia. 

LCE: vita terrestre; cfr. If\f. 

DAL : Al. DEL. « Dal risponde 

»rep. d o de lat. che significa e 

tempo ; siochò dal tol varrebbe 

one del Sole, e dopo che il Sole 

» ; Di Siena, 

ITBO : nel onore. - accidioso : o 

are tristo e affannoso, entram- 

«ti dal lat. aeedia, « Aecidioto 



fummo non vuol dir altro che lenta ira 
perchè r ira presta e sabita (con dò sii 
ohe i primi moti non sono in potestà dj 
noi medesimi) non è peccato » ; Dan. • 
« Con la traae aeddioto fummo il Poeti 
significò vivamente il di^tto che cova 
reno noli' animo i tristi d' ira repressi 
nel trattenersi dallo sfogo della loro col- 
lera » ; Todetehini. 

124. BELLETTA : forma varia di lne^ 
UUa't melma, pantano, fhngo; deposito 
delle acqne torbide. 

125. limo : per ironia, lamento. - gob- 
OOGLIAN: barbagliano.«6^or90{7<iarée8pri- 
me il remore che ano & gargarissandosi : 
pronnnsiare indistintamente come flueb- 
he ano che avesse dell*acqaa nel!» gola»; 
Blane. - strozza : canna della gola. 

126. NOL P0B80N : essendo immerai nel 
pantano. 

127. POZZA : dal ted. lyutté -«• pozEO, 
gora. 

128. ABCO': gran porxione diqnel quinto 
cerchio. - mézzo : con l' a stretto e le x 
aspre: 11 fradicio della palude. 

129. A CHI: a qaelle povere anime. 

130. AL DASSEZZO: (dal lat. da'tequivsf) 
da ultimo. Cfr. Bneiel. 528 e seg. 



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QUIBTO] 



Im?. YIII. 1-S. [LB DUE PIIMMETTB] 69 



CANTO OTTAVO 



cEBcmo quinto: ieaoondi 



FLEGIÀSy FILIPPO ARGENTI, LA CITTÀ DI DITE 
OPPOSIZIONE DEI DEMONI 



Io dico, seguitando, ohe assai prima 
Che noi fassimo al pie dell'alta torre, 
Gli occbì nostri n'andar snso alla cima 

Per due fiammette che i' vedemmo porre, 
£ un'altra da lungi render cenno 
Tanto, che appena il potea l'occhio tórre. ' * 

Ed io mi volsi al mar di tatto il senno : 
Dissi: « Qaesto che dice? E che risponde 



V. 1-30. n evstode dèi quitUo cer^ 
cU*. Andando ir» la ripa secca e la mei* 
QSt dopo mrvr girato grand' arco di quel- 
la lorda possa, con gli occhi volti a quei 
fhtb iogoattno del fimgo, i dne Poeti sono 
giutlapiò d*an'a2ta torre; ma prima 
ueofa ebe ri siano, il loro sgoardo viene 
kttfrato aSlA cima di essa da dae fiammet- 
U die Ti rodono porre, alle qoali on' al- 
tra, d'aaaai lungi, rende cenno. Dante, 
nallaeompr^idendo di quel segnali acam- 
MUi, ne domanda a Virgilio, il quale gli 
i^ODde: «Lo vedrai a momenti . » Pib re- 
lo«e d*ana saetta che corre via per l'aere 
aetts, viene per V aequa una piccola na- 
rt, guidata da un solo nocchiere che vo- 
aitaparcdedl ardentissima ira. Disingan- 
nato da Virgilio, ma come costretto da 
osa forza superiore, Flegiàs accoglie i 
àw6 pellegrini nella sua barchetta, e li 
tragitta ali* altra riva, dove ò l' entrata 
della dttA di Dite. 

L BsourrAKDO: continuando e compien- 
do il racconto incominciato ed interrotto ; 
cfr. Ariotio, OrL XVI, 6; XXII, 8, ecc. 



4. 1*: ivi. Lo due 'fiammette, poste 
sulla sommità della prima torre, sono 
il segno del Atto straordinario, che 
un' antma viva discende nel profondo In- 
ferno ; « siccome far si suole per le con- 
trade nelle quali è guerra » ; Boee. « ad 
imitazione di quello ohe si (k tra gli no- 
mini, quando nei tempi sospetti Tuna 
air altra terra di di fa cenno col ftimo, 
e di notte, come era allora, col Ihooo » ; 
Land. 

6. DA LUNGI: onde fu necessaria una 
grande aggirata, v. 70. La fiammetta da 
lungi ò nella città di Dite, probabilmente 
suU'atta torre alla dma rovente, mensio- 
nata Inf. IX, 86. - bkndeb cnm o : ri- 
spondere ai segnali delle due fiammette. 

6. TANTO : da lungi. - tórri : scorgere ; 
è il virgiliano : « locum capies oculis » ; 
Georg, lì, 280. Confr. Luean., 1. IV, 19 
eseg. 

7. mar: Virgilio; cfr. Inf. VII, 3. 

8. QUR8TO : fuoco delle dne fiammette, 
V. 4. Oppure : Che vuol dire questo porre 
di qua dne fiammette? 



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70 [CERCHIO Qunrro] Ihf. yui. 9-2 



[FLBGll 



10 



18 



10 



10 



22 



25 



Quell'altro foco? E chi son quei che il fenno ? » 
Ed egli a me : « Su per le sucide onde 

Già scorgere puoi quello che s'aspetta, 

Se il fummo del pantan noi ti nasconde. » 
Corda non pinse m^ti da sé saetta 

Che si corresse via per l'aere snella, 

Com'io vidi una nave piccioletta 
Venir per l' acqua verso noi in quella, 

Sotto il governo d'un sol galeoto. 

Che gridava: € Or se' giunta, anima fella? » 
« Elegiàs, Elegiàs, tu gridi a voto, » 

Disse lo mio signore, < a questa volta I 

Più non ci avrai, che sol passando il loto. > 
Quale colui che grande inganno ascolta 

Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca, 

Fecesi Flegiàs nell' ira accolta. 
Lo duca mio discese nella barca, 

E poi mi fece entrare appresso lui ; 



9. FBNHO: ohi Bon coloro ohe mifleio 
ftiori quelle fiammettet 

10. BuciDS: nere e Cuigose; 7f/. VII, 
124, 129. 

11. b'abpktta: tta per accadere, in 
oonsegnenta dei dae segni. 

12. IL FUMMO: la « nebbia folta »; 
Inf, IX, 6. 

13. FiirsK : spinse ; da jnn^^tf — lat. im* 
pingere. Cfr. Virg., Aen. XII, 856 e seg.: 
« Illa Tolat oeleriqae ad terram turbine 
fertar: Non seoas ao nervo per nubem 
impnlsa sagitta, eto. ». B X, 247 e seg.: 
« Fugit illa per nndaa Ocior et iacalo et 
▼entos eeqaante sagitta » . Orid.,Met.yil, 
776 e seg.: « Non ocior ilio Basta, nec 
excnssiB contorto verbere glandes, Keo 
Gortyniaco calamas levis exit ab aron ». 

IO. Uf QUELLA; sottintesovi ora ; d'oso 
frequente; qui vale: In quel medesi- 
roo momento che Virgilio rispondeva a 
Dante. 

17. OALBOTO : gftleotto, come Baco per 
BaceOf ajige per ajigge, futi per futH, 
»ana per tanna, ecc. « Galeotti son chia- 
mati quo* marinari, i quali servono alle 
galee; ma qui, licenza poetica, nomina 
galeotto il governatore d'una piccola bar- 
chetta » ; Bocc. Le due flammette dettero 
il segno di qualche novità; i demoni di 
Dite risposero con una flainmetta d'aver 



inteso; mentre Flegtàs, nella sua piodo 
letta nave, viene velocissimo come saet 
ta, a vedere quale sia la novità annuo 
aiata, ed a fieramente minacciare Tassa 
Utore. 

18. OB : avverbio di tempo, ora, essen 
do in prima vita. Parla a) solo Danlq 
come fece Caronte, JnA III, 88 e seg.i 
più intendono che parli a Virgilio, 
qnal caso però l'avverbio or non avrebtj 
senso alcuno, tranne quello di ftnaln 
come se Flegiàs avesse aspettato Vii] 
Ho da un peeso ! - oiukta : arrivata. 

19. Flkgiàs: <I>Xcruaq, personag 
mitologico. Irato contro Apollo, che j 
avea violata la figlia Coronide (madre | 
Esculapio), mise fboco al tempio di ] 
e lo arse ; cfr. Pind., Pi/th. IH, 8 Fw 
Aen. VI, 618. 8tat., Theb. 1, 718. Val J 
II, 193 e seg. Alcuni lo dicono presidenl 
della città di Dite, i più custode (' 
quinto cerchio. 

20. A QUR8TA VOLTA : alla volta X 
verso di noi. Al.: Per questa volta. 

21. PIÙ : per maggior tempo. - avbiI 
in tuo potere. - loto : tengo dello Stig^ 

24. ACCOLTA : addensata in petto, n4 
potendo sfogarla a modo suo. « Concepì 
mente et facie » ; Btnv, < Collecta fetigi 
edendi Ex longo rabica *\Virg., Aen. Ul 
63 e seg. 



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^msBso Quurro] 



IHF. Vili. 27-82 IriLTtìTO IBOBNTl] 71 



E sol quand'io fui dentro, parve oarca. 
Tosto che il duca ed io nel legno fui. 

Secando se ne va l'antica prora 

Dell'acqua più che non suol con altrui. ' 
Mentre noi correvam la morta gora. 

Dinanzi mi si fece un pien di fango. 



n. CABCLk: per 11 peso del coipo di 

Dote. 

3*. PBO&A : nave ; 1» parte per il tatto. 

M. ALTBU1: Flegìàa, cfir. v. 13 e seg. I 
fife ^ie^BDO «oOe omftrtf e dicono ohe Fle- 
pie abbia l'iiffieio di barcaiaolo destina- 
ta a tngjiefctare Bolla palode Stige tutte 
^Mte le anime condannate al baaeo In- 
fase.lCa le aBime, appena adita da Mi- 
wamB la lora aentenza, ion giù volte (In/. 
T, ISì, cadono (Jnf, XIH, 07), piovono 
iJbtf.XXJT,122),ruinano(Inf.XXXUI, 
tStftl eerèhio ore sono oondumate, op- 
pn» Ti Tengono portate dal diavolo, It\f. 
XXT. 29 e seg.; danqoe non vengono tra- 
pttste da Fle^U^. Infatti Dante non dice 
nij die esse si raccolgano alla riva di 
S^B; sa qaella spiaggia di cai i doe Poeti 
pci e omw o gnntd'arco, non vedono una 
•^ <nibrm ehe vada pel sao cammino. 
Dvre sarebbero donqne le moltitodlnl 
*s iaceesantemente si radunano sulla 
nrìera d' Acheronte (Inf. lU, 70-120;! 
Lo ifmon spettacolo dovrebbe di neces- 
ésk ripetersi qui, se Fieglàs dovesse tra- 
nsitarle, né la sua piceioUUa nave ba- 
nexebbe a tanto. Qai il viaggio dei due 
Poeti è everso da quello delle anime 
éaamaie, appunto come altrove; cfr. p. 
t*.l^r. XVI. 106 e seg.; XVII 142 e 7«- 
134; XXXI, 112 145. Per tutto ciò Cfr. 
r«p. del CHpoUa, Il poeto dello Stige, Ve- 
resa, 1891. 

T. 81-M. PUippo Argenti, Mentre 
passano la morta palude, ecco Filippo 
Argenti, TirMO e bizzarro fiorentino che 
tnìa di offendere Dante, il quale da ma- 
{Bsalmo \o ribatta, onde è lodato da Vir- 
gili» e vendicato dagli altri spiriti che 
4acno addoeso a quel bestiale. Questi dal 
canto sao, non potendo sfogare Tira sua 
entro altri» «t wAge coi denti contro so 



IL MOBTA : la cai superficie non pullu- 
kfa, tir, Inf. VII, 110. Benv.: « Bum 
tnodremas per iUam vallom stygiam, 
csios aqoa erat mortaa» idest immota ». 

82. ox: Filippo Argenti, oftr. v. 61. «Fuit 
nns ex potentibos popolaribos Civltatis 



Fiorenti» * ; Bivmlbgl. - « IXegli Adimari 
di Flrenie, oava(i<«ré) » ; An. Al. - « Un 
ohavaliero fiorentino nominato ICesser 
Filippo Argienti degli Adimari si traeva 
il qualle iraohundlsimamente vivendo si 
resse » ; lae, Dant. - « Kon ebbe mai al- 
cono atto di vertude nella sua prima vita, 
ma sempre fu superbo ed arrogante » ; 
Lan, - « Degli Adimari di Firenze, ca- 
valiere di grande vita, e di grande bor- 
bansa, e di molta spesa, e di poca vir- 
tade e valore » ; OU. - « De Adimarìbus 
de Florentia, hominem multum iam sa- 
perbum et arrogantem • ; Petr. Dant. - 
« Fa questo Filippo Argenti de' Cavlc- 
dnli (uno de* rami degli Adimari), cava- 
liere ricchissimo, tanto che esso alcuna 
volta fece il cavallo, il quale usava di 
cavalcare, ferrare d'ariento, e da questo 
trasse il soprannome. Fu uomo di per- 
sona grande, bruno e nerboruto e di me- 
ravigliosa forza, e pih che alcuno altro ira- 
condo, eziandio per qualunque menoma 
cagione : nò di sue opere si sanno che 
queste due > ; Boce, - « Fu costui messer 
Filippo Argienti degli Adimari di Firenze 
arroghante e superbo e nimico di Dante 
peroh* era di parte nera e Dante era di 
parte bianca • ; Faleo Boee. - « Habebat 
summe odio popnlum florentinum, habe- 
bat unum equum quem vocabat equum 
popnli Florentife, quem promittebat om- 
nibus petentibus eum mutuo ; de mane 
equus erat paratus tempestive et daba- 
tur primo venienti; postea aliis super- 
veniontibus dioebatur: tarde, tu fuisti 
pneventus, et sic eludebat spes multo- 
mm, et de hoc habebat solacium et ri- 
som »; Benv, - « Fu uomo molto arro- 
gante et iroso e diffiunato del vizio del- 
l'ira ; e fta chiamato Argenti, perchè fftcea 
ferrare lo suo cavallo coi ferri d'ariento »; 
Buti. - « Una volta, avendo questione con 
Dante, diede uno schiafib a Dante, per- 
chè erano di diverse e contrarie parti. £ 
sempre fu inimicizia massima f^ loro 
due»; Anon. Laur, XLII, 14. -L'-An. 
Fior, copia il Boce. ; 1 comment. poste- 
riori non aggiungono nulla di nuovo. - 



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Hlò QUINTO] IKF. VIU. 88-54 [FILIPPO ÀBGBlITlJ 

E disse : « Chi se' tn, che vieni anzi ora? » 
Cd io a lui: « S'io vegno, non rimango; 

Ma tu chi se'i che se' si fatto bratto? » 

Rispose : « Vedi che son un che piango. » 
Dd io a lai : « Con piangere e con lutto, 

Spirito maledetto, ti rimani; 

Ch'io ti conosco, ancor sie lordo tutto. » 
Lllora stese al legno ambo le mani ; 

Per che il maestro accorto lo sospinse. 

Dicendo : « Via costà con gli altri cani! * 
iO collo poi con le braccia mi cinse, 

Baciommi il volto, e disse : « Alma sdegnosa, 

Benedetta colei che in te s'incinse ! 
(uei fu al mondo persona orgogliosa; 

Bontà non è che sua memoria fregi : 

Cosi s'è l'ombra sua qui furiosa, 
'uanti si tengon or lassù gran regi, 

Che qui staranno come porci in brago, 

Di so lasciando orribili dispregi I » 
Id io : « Maestro, molto sarei vago 

Di vederlo attuffare in questa broda, 

Prima che noi uscissimo del lago. » 



notivo anello a nna novella FUa è incinta in uno fanciullo, ciò ò el- 

^, 8), è segno che l'Argenti l' ò gravida > ; An. Fior, 

itinto per 11 vizio dell' ira- 46. oboogliosà : dnnqne iraconda per 

orgoglio. Keir Inforno dantesco è punito 
JL : prima di essere morto ; per V ira, della quale >a superbia fìi la 

radice. 
D : come tu. Sembra ohe 48. così : itaqw, perciò, per tal motiva 

lesse di avere in Dante nn 49. lassù : nel mondo. - gbait rboi : 

gno di pena. personaggi di gran conto. 

: lordo, pieno di fango. 50. drago: prov. brac, frano, ant. 

Segna nominarsi; cfr. It\f, orai; fango, melma, mota, poltiglia; ofir. 

Purg, V, 82. 
ancorché. 51. labciakdo : nel mondo. - dibprkgi : 

per offendere Dante. memoria di anioni orribili, a commettere 

) : della rea inteneione di le quali farono trascinati dall' ira. 
stl. 52. VAGO : bramoso, desideroso. « Se- 

LA : altera, gentile. « Bene qnitnr antor hamannm appetitom quasi 
>pone lo sdegno del Poeta dioat : slont delectabatnr dlstradare et 
iurbanza [meglio: aXl'ira] ladiflcari àlios, ita vellem anteqnam re- 
nnlla sondo a cotall uomini cedam hinc, fieri destraoium et ludibriom 
» che l'altrui disprezzo » ; de eo » ; Benv, 

53. ATTUFFARB: qui in senso intr. pas- 
tua madre; cfr. Lue. XI, slvo per M««re attu/oto. Desidera il Poeta 
»guitando U volgare antico, di vedere più chiaramente come il vizio 
)lti d'una donna gravida: dell'ira porti in sé il proprio gasUgo, e, 



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paBCnO QUIHTO] 



iNF. yni. 55-70 




58 



«7 



n 



Dopo ciò poco vidi qySsIitò strazio 
Far di costui alle fangose genti, 
Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 

Tatti gridavano : < A Filippo Argenti ! » 
£ il fiorentino spirito bizzarro 
In sé medesmo si yolgea co' denti. 

Quivi il lasciammo, che più non ne narro; 
Ha negli orecchi mi percosse un duolo, 
Per ch'io avanti intento l'occhio sbarro. 

Lo buon maestro disse: < Ornai, .figliuolo, 
S'appressa la città che ha nome Dite, 
Co' gravi cittadin, col grande Eftuolo. » 

Ed io: «Maestro, già le sue mesciute • 



i i^. 



TBteto elò, ne lingrasia Iddio. - bboda : 
pttDtmo» 

57. OOHTXBRl: AL OOHYUUf CIDC TU TI 



S8. quxLLO: tale. 

Si. ALLi: dalle.- Gixn : iracondi nella 
patade. 
61. ▲: addoaso a. 

f2. S IL nQBSRTraO: Ai. LO VIOBXHTI- 

tOiL»mb. ooSÌANidob, quel FioRomifo. 
- RZZASBO : stizzoso, iroso. Sopra l' eti- 
BMlogfAdi qoesi«Tooe oft*. Diez.t Etym, 
ITifi, P, pag. 71. e Credo questo Toca- 
bolo hitzarro al* solo de' Eiorentfaii, e 
saona sempre in mala parte; perciocché 
noi tegnamo bizzarri coloro che snbita- 
BMute e per ogni plocola cagione corrono 
la ira, nò mai da quella per àlcnna di- 
■HMlracione rinraorere si possono » ; 



•S. IV sÈ: non potendo ofllsndere altri. 
GrU altri lo straziano colle loro grida, eg^ 
straala aè steaso coi denti. 

M. CHife : onde, per la qnal cosa. Dopo 
STernarrato come r ira ha il suo inferno 
in sé Btensn, non ci rimanera altro da 
dire. 

V.65-81. 14» città ehe ha nome JHts, 
Dante ode nn grido di dolore e spalanca 
gli oedd gnardando aranti. « ft Dite > 
gii oaaorTa II doee. « Veggio già le soe 
Termiglie meadiite, che sembrano ibrro 
roTeBta>. •dò deriva dal faoeo eter- 
no ebe axde là dentro». Arrivano ai 



Talli della dttà infernale. Ilegiàs addita 
r entrata, intimando loro di uscire dalla 
sna barchetta. 

65. DUOLO : doloroso lamento, fl qnale, 
come si ha da quel che segae, yeniva da 
Dite. Intende per arventora di nn grido 
dolente di qnei tanti demoni, t. 83, al 
Teder arrirare alla porta dalla loro dttà 
nn* anima viva, o è fl doolo dei dannati 
(IX, lU)f 

66. SBABBO : spalanco. « Apro per ve- 
dere quello che fosse cagione di quel 
duolo > ; BtUi. 

68. Dite : la parte inferiore dell* Infer- 
no, che prende il nome da DiteOat. IH$), 
o Lucifero, l' imperator del doloroso re- 
gno; ctrJf^. XI, 66; Xn,39; XXXIV,20. 

60. OBAVi : di colpaedi pena. -STUOLO: 
moltitudine, e Est enim ista civitas po- 
pulosa et piena gentlbns totius mundi 
qu» habltant in Sversis viois » ; Senv. 

70. mscHiTB : moschee; così chiamansi 
i templi del Mussulmani. Sembra che le 
fortezze della dttà tnfemale aves s e r o la 
medesiffla forma. Forse vuol dire con dò, 
^e la religione di Maometto trae sua 
origine dall' Inferno. « La barca si è già 
tanto accostata all' altra riva di Stige 
^e Dante comincia a vedere nelle fos* 
sate esterne della città le soe torri info- 
cate, eh' ei chiama meiehiu, forse per al- 
ludere ai ndseredenti che là sono ; poiché 
con un tal nome i Saraeenl chiamano 1 
templi del falso lor culto > ; Bo$§. 



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74 [CIECHIO QUINTO] iNF. TIII. 71-88 



[LA OITTl DI DITB] 



78 



7« 



79 



82 



Là entro certo nella valle cerno 
Vermiglie, come se di foco uscite 

Fossero. » Ed ei mi disse : « Il foco etemo 
Ch'entro le affoca, le dimostra rosse, 
Come tu vedi in qaesto basso Inferno. » 

Noi pur glognemmo dentro aìP alte fosse 
Che yallan qaella terra sconsolata: 
Le mnra mi parean che ferro fosse. 

Non senza prima far grande aggirata, 
Venimmo in parte, dove il nocchier forte 
« Uscite ! » ci gridò: « Qui è l'entrata. » 

Io vidi più di mille in su le porte 
Da' ciel piovuti, che stizzosamente 



71 . CKBTO: ohianmeiite. - CBBNO: vedo, 
distiiigiio. ChUunft valìe U eesto cerchio, 
il quale sembra giacere sopra lo stesso 
riplano del quinto, ma ne è separato 
dalle fosse, mora e me$ehUe, onde offre 
r aspetto di nna città fortificata. 

72. VKBMIOUB: affocate, come le arche 
là dentro. 

76. BABBO : in col ai puniscono 1 peccati 
di malizia e di bestialità (la xama e la 
^i\pt6Ti\q di Aristotele), mentre nell'alto 
Inferno, faori di Dite, sono puniti i pec- 
cati d' InoontinenKa, come il Poeta espor- 
rà pib tardi nel canto XI. 

76. PUB: finalmente. -ALTI: profonde. 

77. VALLAN: circondano, difendono. 
« Tallo, secondo il suo proprio signifl- 
oato, è quello palancato, il quale a'tempi 
di guerre si fa d' intomo alle terre, ac- 
ciocché siano più foni, e che noi volgar- 
mente chiamiamo steccato ; e da que- 
sto pare Tenga nominata ogni cosa la 
quale fuor delle mura si fa per afforza- 
mento della terra ; e perciò dice l'autore, 
che giunse nelle fosse che vallano, cioè 
fanno piti forte quella terra » ; Boce, 

78. FOSSK : /osterò ; il verbo accordato 
al nome più vicino. La lezione cbb fkubo 
POSSE è della gran maggioranza dei codd. 
Alcuni pochi hanno CUR fusseu posse. 
Ma le mura non potevano parergli /o«*e/ 
Cfr. Moore, Crit,, 293. 

79. AOQIOATA: giro. Nella tuire piccio- 
Utta avevano dunque percorso un lungo 
tratto del cerchio. 

80. KOOCRiRR: Flegiàs. E che fu poi di 
luil Rimase H nella sua navet O tornò 
indietro f O entrò n«Ua città ! Il primo 



sembra più probabile, e pare cho Ilegiàa 
abbia 11, all' entrata di Dite, il soo posto, 
che abbandonò eooeiionalmente, corno 
più tardi fsrà Gerione. L*opposisione dei 
dmnoni all' entrata di Dite mal s* accorda 
eoli* idea, ohe Flegiàs vi entrasse, e mol- 
to menocon quell'altra più reoente,ohe ne 
fosse il presidente, poidiè Flegiàs sapeva 
già, vana essere ogni opposisionoi I Tersi 
1-18 di questo canto vietano di supporre 
ohe Flegiàs, sbarcati i due Poeti, ritor- 
nasse indietro. - pobtb: fortemente, co- 
me sogliono fkre gl'iracondi. 

81. l' entrata : di Dite. Come n Pur- 
gatorio propriamente detto, così anche 
il basso Inferno ha una sola porta, o 
entrata. 

V. 82-130. OppoaUione dei demoni. 
Come altrove, anche qui i diavoli proca- 
rano di impedire il viaggio del Poeta. Ma 
questa volta l'impedimento si fa più se- 
rio. Non è un sol diavolo; sono più di 
mille. Non cedono alle parole di Virgilio, 
come fecero Caronte e gli altri, ma Io 
costringono a tornare indietro. L'amanik 
ragione non basta a vincere l'eresia. Onde 
Tlrgflio non può qui nulla; ci vuole il 
Messo del cielo. 

83. da' : Al. DAL ; ma i cieli sono nove, 
più l'Empireo, Conv. II, 3, e corrispon- 
dono colle Gerarchie degli Angeli, <w,II, 
6. In tutte le Gerarchie vi fhrono Angeli 
ribelli. Dunque gli Angeli mali caddero 
DAI CIELI, e non dal cielo. Leggendo 
DAL ciEL si dovrebbe intendere che Dante 
parli del Paradiso complessivamente; ma 
la lezione dal cibl ò troppo sprovvista di 
autorità. - piovuti : caduti giù dai deli 



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[OBOHIO QVIHTO] 



IHP. Vili. 84-103 



[DBMONI] 75 



» 



91 



M 



97 



190 



193 



Dicean: < Chi è costui, che, senza morte, 

Va per lo regno della morta gente? > 
E il savio mio maestro fece segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

Àllor chioserò un poco il gran disdegno, 
E disser : < Vien tu solo, e quei sen vada, 
Che si ardito entrò per questo regno. 

Sol si ritomi per la folle strada; 
Provi, se sa; che tu qui rimarrai, 
Che gli hai scorta si buia contrada. » 

Pensa, lettor, se io mi sconfortai 
Nel suon delle parole maledette ; 
Ch'io non credetti ritornarci mai. 

« caro duca mio, che più di sette 
Volte m*hai sicurtà renduta, e tratto 
D'alto perìglio che incontro mi stette. 

Non mi lasciar » diss'io, « cosi disfatto ! : ^ 
E se il passar più oltre ci è negato, 
Kitroviam Torme nostre insieme ratto. » 

E qael signor, che li m' avea menato, 



aeD' Inlbroo, come cadono le goodole 
Mia pioggia sallatem; cfr.Irti«.X,18. 

84. MOsnc: o s'intende della morte 
corporale, e allora il senso è : prima di 
morire; o della spiritoale, e allora yo- 
gllone dire: non essendo dannato. 

85. MOBTA : corporalmente e spiritnal- 



87. scaErrAMBMTB : poiché parerà fos- 
sero sdegnati solamente della venota di 
Dante e non di quella di Virgilio, questi 
spera placarli più fiu)ilmente, trattando 
seooloro in segreto. « Hio aotor osten- 
dit qnomodo Virgilius tentaverit primo 
per se intrare, qnia aodiebat qood illi so- 
lommodo conqnerebantnr de ipso qnl tì^ 
Tens erat » ; Beìiv. 

88. CHIUBSRO: raffrenarono; probabil- 
mente soltanto in apparenza, per isco- 
raggiare Dante tanto pib ; c/r. i rersi 
segoenti. 

90. AKOITO: Ycrità diavolesca. Vi entrò 
titobando. 

91. FOLLB: snlla quale si è messo te- 
merariamente. È sempre linguaggio di 
disToU. 

n. raoYi : vada solo. 



98. SCOSTA : mostrata. Al. : CHR scosto 
L* HAI, che lo hai guidato. 

98. BiTOBMABCi : ritornar qui, in que- 
sto mondo. 

97. SBTnc: qui pel numero indetermi- 
nato, come sovente nella Bibbia; ctc. 
Ptw. XXIV, 16. Eeel. XI. 2. Volendo, 
si potrebbero poi annoverare nove volte: 
Inf. 1. 91 e seg.t II, 180. Ili, 94; IV, 16 e 
seg.: V, 21 ; VI, 22; VII, 8; VIII, 19.41. 

99. ALTO : grave, grande. - btkttb: che 
dovetti affrontare. 

100. DISFATTO : ridotto a mal partito, 
in angustie, dinaDiroato, perchè privo di 
aiuto ed in grande pericolo. « Non pare 
improbabile che dibatto qui non valga 
né tmarrUo, o tema aiuto t e VihperdtUo 
o rovinato, ma piuttosto ttaneo e loito, 
non solo del cammino, ma del combatti- 
mento ed abbattimento dell' animo suo, 
per aver veduti tanti dannati e ora so in 
lA grave ih)riglio. Infatti alle parole del 
nostro Poeta fanno risposta quelle altre 
del suo Duca, v. 106-107»; Di Siena. 

101. IL PASBAB: Al. L'AHDAB. -ci è: 
Al. m' È; cfr. Z. F,, 55 e seg. 

102. RATTO: ritorniamo tostamente in- 
dietro insieme, per la via che slam venuti. 



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76 [CEBCHIO aUINTO] INF. Vili. 104-125 [DEMONI] 

Mi disse: < Non temer; che il nostro passo 
Non ci può tórre alcun: da Tal n'è dato ! 

106 Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso 

Conforta e ciba di speranza buona, 
Ch'io non ti lascierò nel mondo basso. » 

109 Cosi sen va, e quivi m' abbandona 

Lo dolce padre, ed io rimango in forse ; 
Che il si e il no nel capo mi tenzona. 

112 Udir non potè' quel che a lor si porse ; 

Ma ei non stette là con essi, guari. 
Che ciascun dentro a prova si ricorse. 

115 Chiuser le porte que' nostri avversari 

Nel petto al mio signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

118 Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 

D'ogni baldanza, e dicea ne' sospiri: 
< Chi m'ha negate le dolenti case ! » 

121 Ed a me disse: < Ta, perch'io m'adiri. 

Non sbigottir, ch'io vincerò la prova, 
Qual ch'alia difension dentro s'aggiri» 

124 Questa lor tracotanza non è nuova, 

Che già l' usare a men segreta porta, 

105. TÒBRS: impedire. ~ Tal : Dio, al demoni si ritirò, più velocemente che 
cai Tolere nessano pnò resistere ; cfr. potè, dentro dell» porta. 

Rom, YIII, 81. 115. AWEBBARi : « il diavolo vostro av- 

106. LASSO : « faticato per la panra » ; versarlo » ; I, Pietro Y, 8. 

Boce. 117. RARI: lenti, come qnegli ohe tor- 

107. BUOHA: sicura; vi è anclie nna nava indietro di malavoglia, non avendo 
speranxa falsa e fallace. potnto consegnire il sno scopo. 

108. NiL MONDO BABBO t nell' Inferno; 118. rabb: prive, spogliate. «Oli era 
lo stesso che batto Inferno, v. 75. cadnta o sparita dagli occhi qneir ala- 
no. IN FOBBB t in dnbbio. crità o franchezza che fa fede d*an animo 

111. IL BÌ B IL NO: ritornerà sì o nof forte e slcnro * ; Br. B, 

Che i demoni hanno detto: Tu qui rimar- 120. chi : parole di sdegno e di dolore. 

rai, Virgilio invece: Io non ti lateerò. Vedi chi m' ha vietato V erUrart! Vedi 

Oppure : Oli riescirà di vincere la resi- tracotanza I Al. che m*han ; cfr. Z. F,, 58. 

stenza di quei diavoli, s) o no f - tbnzona: Fan/., 8tud., 151 e seg. - case : gli avelli 

si combattono nella mia mente. infocati, dentro ai quali gli eretici e mi- 

112. CHB A LOB RI POBBB: che da Tir- scredenti dimorano come in casa loro, 
gilio fb detto a quei demoni. Al. cbb a 122. la pbova: la lotta per entrare 
LOB POBBB, che Virgilio disse loro. Non dentro alla città di Dite ; ofr. Ir^, IX, 7. 
potè ei udire a motivo della lontananza! 123. qual : chiunque sia che dentro si 
O perchè parlò con voce sommessaf Nato- opponga ai nostro entrare. « Benché den- 
Talmente Virgilio disse su per giù quanto tro s' aggiri intomo alle mura per quelli 
avea detto a Caronte, III, 98 e seg., a Mi- dentro alladifensione, come si te dalli as- 
noose, y, 22 e seg., a Fiuto, VII, 8 e seg. sediati nelle castella e nelle cittadi»;Jiuti. 

lU. A PBOVA! a gara. Ognuno di quei 126. pobta: d'Inferno, III, 11. All'en- 

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[n^l DI DITE] IHT. Vili. 126-180 - IX 1-2 [SGOMENTO] 77 



ir 



130 



La qual senza serrarne ancor si trova. 
Sovr' essa vedestù la scritta morta : 
E giÀ di qua da lei discende l'erta,^ 
Passando per li cerchi senza scorta, 
Tal, che per lai ne fia la terra aperta. » 



tnte di qoMte porta dell* Inibnio i de- 
moni ai oppoMiro, secondo nn' antie» tr»- 
didone. aU* disoeea di Cristo aLLimbo, 
osde Cristo spesso la porta, che d'allora 
la poi riaiase aperta. Quindi la Chiesa 
esBta: HùdU portai mortit §t ttraapch 
rittr Balvator nowtér dirupU, 

IM. tMKZA SKBBAMB: « Nootos atqoo 
diee patet atri ianna Ditis »-, Virg., Aen., 
VI, 127. 

It7. TSDBnrù: rodesti to. -mobta: 
che sanmiala morte eterna. Al.: di color 
■orto, oeearo (f). -Bitn.: « Serìptnram, 
qm est tot mortoa» (T). Questa §eritta 
morta è la terrìbile Iscrisione In/, III, 
leseg. 



128. DI QUA : essendovi gii entrato. - 
un : porta. - l* ebta : rispetto al Inogo 
in eoi si ritrovano i dae Poeti ; eìdna o 
tee$a per qnel tale ohe veniva. Come lo 
sapeva Virgilio, non iscorgendosene sn- 
cora nolla, oome risulta dal C. IZ, 6-6? 
Pare ohe sia nna parola di ferma speran- 
sa, iSnidata sopra nna promessa fettagli; 
ofr. JriA IX, 8'. tal ne t' offerte, 

129. BKRZA SCOSTA t sonsa aver bisogno 
di ohi Io goidL A differenza di Dante, 
scortato da Virgilio; dnnqne nn Essere 
sovrumano. 

180. TAL: nn tale, del dal metto ^ IX, 
86, che ben ci aprirà le porte della terrai 
cioè della dttà di Dite. 



CANTO NONO 



ALLA POETA DI DITE 
LO SGOMENTO, LE TBE FURIE ED IL MESSO DEL CIELO 



CERCHIO SESTO: ERETICI 
(Giaodono dentro avelli roventi) 



LA REGIONE DEGLI ERESIARCHI 



Quel color ohe viltà di fuor mi pinse, 
Yeggendo il duca mio tornare in volta, 



V.l-83. Xo offomento. Vedendo la sua 
gidda, respinta dai demoni, ritornarsene 
sdirata indietro, Dante impallidisce per 
loapavento, onde Virgilio si sforza di mo- 
■truH impavide, sen» poter però sop- 
inimere alcune parole sospirate, ohe riac- 
eendeno SI terrore del Poeta. D quale, 
tanto per naseondere la paura sua, chiede 



se qnàloheduno discenda mal giù dal 
Limbo nel profondo Inferno. B Virgilio 
gli dice di esservi disceso già altra volta, 
confortandolo a vincere 11 suo terrore. 

1. QUEL t primo caso, -colob : pslUdo. 
- VILTÀ: paura. -puiss: mi spinse (op- 
pure : mi dipinse) sul volto. 

2. VX volta: alla mia volta ; Indietro. 



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78 [PORTA DI DITE] 



iNF. II. 8-16 



[8OOMBNTO3 



10 



13 



16 



Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse. * - - 

Attento si fermò com*uom che ascolta; 
Che l'occhio noi potea menare a lunga 
Per Paer nero e per la nebbia folta. 

« Pure a noi converrà vincer la punga, » ^ 
Oominciò ei, «se non.... Tal ne s'offerse! 
Oh, quanto tarda a me ch'altri qui giunga! » 

Io vidi ben si com'ei ricoperse 

Lo cominciar con l'altro c^e poi venne, 
Che fur parole alle prime diverse. 

Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch'io traeva la parola tronca 
Forse a peggior sentenza eh' ei non tenne. 

< In questo fondo della trista conca 



8. nù TOSTO : ohe non avrebbe fotte, se 
mi avesse veduto men pauroso. - dentbo: 
di sé; nel suo in temo. - suo : color pal- 
lido. - muovo : insolito. Sin qni Virgilio 
non gU si era anoor mostrato perturbato. 
- BiSTRnf SR : represso. Senso : Il mio pal- 
lore feoe s), ohe Virgilio ricompose pih 
presto a serenità il proprio volto. « Vir- 
gilio, vedendo Dante impanrito, oeroò al* 
piti presto che potè di serenar la fronte 
per non isgomen tarlo maggiormente; per 
coi restrinse in so 1 segni del eno risenti- 
mento in vedere in Danto qnei dello sbi- 
gottimento ; onde il timor del guidato 
prodnoendo la prudenza del duca, parve 
ohe il pallor dell' uno, figlio della paura, 
quasi respingesse internamente il roasor 
dell'altro, figlio dello sdegno. Il modo con 
cui Dante si ò qui espresso mi sembra 
troppo lambiccato » ; Bott. 

6. ▲ LUNGA: da lontano. Non potendo 
veder lontano per l' oscurità, Virgilio 
ascoltava attentamente se alcuno ve- 
nisse. 

6. KIBBIA : il fummo del pantano, ri- 
cordato W. Vili, 12. 

7. PUKGA : pugna ; come ipunga per 
ipugna, vengo per vegno, rimanga per 
rimagna, eoe. H Betti: « Punga non vuol 
air pugna, ma sforso, contrasto, gara »(f)* 
Senso : ad onta dell* opposisione dei de- 
moni, noi dovremo pure entrare. 

8. SB ifOH: reticenza, dalla quale sem- 
bra iktica gettata voler trarre senti- 
mento positivo. Dante volle qui pennel- 
leggiare una reticenza e non altro, come 
si ha dal /oth del v. 16, « il qnal /&rH 



dice espresso che non seppe neppur egli 
ohe cosa Virgilio volesse Inferire, doè ohe 
noi seppe, in quanto, nel metter quelle 
parole in bocca a Virgilio, non avrà pen- 
sato neppur egli a nulla di determinato»; 
Faììf.,Stud. 61e seg. E noi diciamo tutto- 
giorno : te no... esprimendo una semplico 
reticenza, nò pensando menomamente i^ 
cosa determinata. - tal : un personaggio 
che vuole e può aiutarci (Beatrice f). Di 
un angelo (B/.) fin qui non si feoe un cen- 
no. -MB s*ofpbb8b: ci si oflferse in aiuto ; 
cfr. Inf. Il, 70-74. Alcuni leggono tal nb 
SOFFEB8B, e, osservando che Beatrice 
non s'ò offerta a nient* afflitto, spieguio : 
« Tate, sì potente (cioò Iddio) eofferee, per- 
mise che noi venissimo fin qui, che «q/*- 
frirà, permetterà pure che noi possiamo 
procedere più oltre ». Cfr. Z. F., 57 e seg. 
Se Virgilio aspettava che ottri giungesse, 
ne segue di necessità che gli era stato 
promesso, dunque o/'erto.aiuto superiore 
in caso di bisogno. 

9. ALTBi : più possente di me ; il Jfetto 
del cielo, v. 85. 

10. BICOPEB0B: moderò la frase inco- 
minciata : te non. . . . colle parole seguenti: 
fai ne t'offerte. 

12. DiviBSB : di fiducia, mentre le pri- 
me erano di dubbio. 

13. HOiTDiiCEN ; nonostante le ultime 
parole esprimenti fiducia. 

14. PAROLA TRONCA : quel M fion. ... del 
V. 8, che Dante dice di aver forse preso in | 
un senso assai più infausto che Virgilio 
non avesse avuto in mente proflTerendola : 

16. FONDO : semtok che r^te oredease 

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[POETI DI DITB] 



iNF. IX. 17-84 



[600M1NTO] 79 



Discende mai alcun del primo grado, 
Che sol per pena ha la speranza cionca ? » 

19 Questa question fec'io ; e quei < Di rado 

Incontra » mi rispose, < che di nui 
Faccia il cammino alcun per quale io vado. 

» Ver è ch'altra fiata quaggiù fui 

C Congiurato da quella Eritpn cruda, 
Che richiamava l'ombre a' corpi sui. 

35 Di poco era di me la carne nuda, 

Ch' ella mi fece entrar dentro a quel muro. 
Per trarne un spirto del cerchio .di Giuda. 

28 Queir è il più basso loco e il più oscuro, 

£ il più lontan dal ciel che tatto gira : 
Ben so il cammin; però ti fa' sicuro. 

31 Questa palude che il gran puzzo spira, 

Cinge d'intorno la città dolente, 
U' non potemo entrare omai senz' ira. » 

M Ed altro disse, ma non l' ho a mente ; 



» qiie«t»r ultimo fondo dell* Inferno. 
-oo«CA : 1* cavità dell* Inforno, che ha la 
isma d' Imbuto, o di cono roTesciato, o 
di OMte conchiglie univalve. 

17. FRIMO GRADO: Limbo, cfr. If^f, 
IT, 42. INnte Tool sapere le Virgilio ala 
esperto del Tiaggio; ma inveoe di chie- 
ine: Oi mi già «ta<o f domanda più ve- 
latamente: Oidi»cenda mai alcuno di voi 
attri ehs titU nelLimboì La risposta di 
Virgilio mostra che il maestro intese as- 
aai bene. 

IS. dOVCA: monca ostorpla. « Cionco — 
ebe è impedito delle gambe o de' piò, in 
maaiev» ohe non possa andare eguale e 
diritto, onde cammini fuor della naturale 
pentora » ; BianchinL 

19. quiSTlOH: domanda. 

23. OOHOIUUATO : soonglurato.-EBiTON: 
'E^KX^, flimosa maga di Tessaglia, che 
ftce rivirere un morto per predire a Se- 
sto Pompeo l'esito della battaglia di Far- 
sele ; cfr. Lue,, Phart. VI, 608 e seg. Ciò 
fo 99 anni prima della morte di Virgilio. 
ODaate errò qui nellacronologia, oppure 
eg^ suppone ohe Britone sopraTTivesse 
a Viri^tto e fli cesse già vecchia rivivere 
■a altro morto, il ohe ò ignoto alla mi- 
telsgia aatiea. Cfr. Encid, 708 e seg. - 
CBUDA : turbando i sepolcri. Fera^ efera, 
tri§lii la ehiama Lucano. 

26. VUDA : dell* anima; io era morto 



da poco tempo. Per evitare 1* anacro- 
nismo accennato nella ni. antec. 11 Rott. 
suppone ohe la maga Eritone scongiu- 
rasse Virgilio tnttor vivente e spiega: 
e Per lo spazio di poco tempo la carne 
mia tuttora viva era lasciata nuda di me; 
perchò ella mi foce entrare dentro a quel 
muro, ecc. » (f). 

26. iruBO: della città di Dite. 

27. CKBCHio: Giudecca,of. Jnr.XXXIV. 
Aveva questo cerchio tal nome già prima 
della nascita del traditore di Cristo? 

20. CTBL: Primo Mobile, che tutto quanto 
rapcL'aUro universo tecof Par. XXVIII, 
70-71. Cfr. Oonv, II, 15. 

81. SPIBA: esala. «Emittit ex se ma- 
gnnm fcetorem sicut vallis mortua»; JB^v. 

33. IRA : o dei demoni custodi (—colle 
buone), odi Virgilio stesso, ctr.In/.YJIl, 
121, o, forse meglio, del messo del cielo, 
cfr. V. 88. 

V. 84-80. Ze tre Furie, Mentre Dante 
ascolta le confortanti parole di Virgilio, 
egli ò ad un tratto atterrito dalla subita 
apparisione di trePurie infornali di aspet- 
to spaventevole suiralto della torre. Le 
Porle fanno atti di rabbia foroce, vedendo 
un vivente ohe osa penetrare nelle regioni 
di laggiù. Virgilio difonde sollecito il Poe- 
ta contro le arti malefiche delle Parie. 

84. ▲ MBICTB : non me ne ricordo più, 
non avendovi Catto attenxlone. 



80 [POETA DI DITE] 



iNF. II. 85-50 



[FTJRIK] 



37 



40 



43 



46 



49 



Però che Foooliio m'avea tutto tratto 
Vèr l'alta torre alla cima rovente. 

Dove in un ponto foron dritte ratto 
Tre furie infemal di sangue tinte, 
Che membra femminili aveano ed atto, 

E conJdre.vórdissime eran cinte;. 
Serpentelli e ceraste avean per crine, 
Onde le fiere tempie erano avvinte. 

E quei, che ben conobbe le meschine 
Della regina dell' etemo pianto, 
< Guarda » mi disse, < le feroci Enne. 

Questa è Megera dal sinistro canto ; 
Quella che piange dal destro, è Aletto ; 
Tesifone è nel mezzo » ; e tacque a tanto. 

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto; 
Batteansi a palme; e gridavan si alto. 



Vu.-- 



36. TRATTO : ftToa riToIta tntto quanta 
la mia attendone a ciò ohe mi mostrò 
soli' alta torre, onde non feci piti atten- 
zione a Virgilio. 

36. ALLA ; esprime il panto, al qnale 
erano attesi gli occhi del Poeta. I piti 
spiegano aUa — dalla ; ma Ti starebbe 
faori di luogo. 

87. DOVI : Al. OVE ; snlla cima rovente 
della torre. -PtmoN: Al. vidi. Cfr.Z.P., 
59. -RATTO : sabitamente. Tutte e tre si 
rizzarono in un punto. 

38. TINTI : < quia istis operantibns de- 
venitar ad sangninis efftasionem» (Y) Benv. 
« Erano sanguinose » ; BuH, 

39. ATTO: portamento,attitudine.«Non 
solamente avevano forma di femmina, ma 
atti e maniere femminili ancora ; percioo> 
che le femmine plh sovente ohe gli nomi- 
ni s* adirano e maggiormente lasclansi 
trasportare dal furore » ; Dan. 

40. IDRE : «in orbe terramm pulcherri- 
mnm anguium genus est, qnod in aqna 
vivlt : hydri vocantnr, nullis serpentium 
inferiores veneno »; Plin., HUt. natttr. 
XXIX, 4. - cnrra : alla vita. 

41. OERABTB: gr. ytBpàoxnq, serpenti 
cornuti; eh. Frano. Saeeh., Op.div., 182. 
« SerpenUUi e ceratU dee valere quanto 
serpenti pUoioK e gro$H: ì piociott per 
crine sciolto, i grossi avvolti in trecce»; 
Lomb. - « Avean tevpenUUi per crine, e 
esTMfe per treooe* (!)} Eom. Al. siRPiar- 



TKLLi CERASTE, «doè Serpentelli, U quali 
erano ceraste » ; OaH. Cfr. Z. F., 69 e seg. 
48. QUEI : Virgilio. -HESCHniB: anoaUe, 
serve; prov. e frane, ant. meichine; <A. 
DUi, JÓym. Wdrt. P, p. 274 e t»g, 

44. REGINA : Proserpina, moglie di Pla- 
tone re dell' Inferno ohe è il regno del 
pianto etemo. « Sembra che Dente ae- 
cordi a Satanno una moglie di coi que- 
st' Brine fosser le serve, il ohe non è 
a£Dstto ; poiché nna tal diavolesse Impe- 
ratrice non si trova per ombra nel suo 
Inferno » ; Roti. Dante d attiene sem- 
plicemente alla mitologia; ofr. If^. X, 80. 

45. ERINB: (*eptvve^ plur. regcdaredi 
Brina, anticamente anche in prose; oggi: 
Brinni. Le Erinni figurano i rifiBOial doU*_ 
coscienza. . ~ 

46. Megera : cfr. Virg., Aen. XII, 846. 
MéYotpa» la nemica. -CANTO : lato della 
torre; « quia est peior quantum ed soan- 
dalum in foro dviU » (T) ; Benw, 

47. Albtto : 'AXi\KT(&, che non ha mai 
reqnie ; « Allecto luctifloa » ; Virg., Aen, 
VII, 324. « Ab iste emanat omnia oausa 
planctns > ; Btnv. 

48. Tesifone : Tt<n<póvn la voidlea- 
trioe dell'omiddio; cfr. Virg,,€féarg. UT, 
562. Asn. VI, 555, 571 ; X, 761.- A TANTO: 
dò detto. 

49. CON l'unghie: ofr. Virg., Asn. IV. 
672-8. 

50. A PALICE : ooUe palme deUe mani. 



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[roiTA DI DITE] 



iNF. IX. 51-63 



[FURIE] 81 



52 



55 



5é 



Ch'io mi strìnsi al poeta per sospetto. ^ - 

« Venga Medusa ! Si '1 farem di smalto. » 
Dicevan tutte rìguardando in giuso : 
« Mal non vengiammo in Teseo l'assalto. » 

< Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso ; 
Che, se il Gorgon si mostra e tu il vedessi, 
Nulla sarebbe di tornar mai suso. » 

Cosi disse il maestro; ed egli stessi 
Mi volse, e non si tenne alle mie mani, 
Che con le sue ancor non mi chiudessi. 

O voi che avete gl'intelletti sani, 
Mirate la dottrina che s'asconde 
Sotto il velame degli versi strani I 



51 . 80SPRT0: spaTonto; cfr. Voe. Or. a. v. 

63. Mbddba : U minore delle tre Gorgo- 
ni, cbe eonvertìv» in pietra obi la rlgnar- 
dATa;efr. Hom,. II. V,741;Vni,M9. Hé- 
jw^.2%eo9.270e seg.-SMALTO: «Lo smal- 
to è pietea, però che di pietra si fa »; BuU, 

54. MAL: per noi. Mal fi^cemmo a non 
reodiearei dell* assalto di Teseo*, faceia- 
dofte vendetta, nesaono avrebbe più osa- 
to di Tenire quaggiù. Secondo la mitolo- 
gia Teseodisoeee con Pirotoo nell'Infèmo 
per rapire Proeerpina. Pirotoo ftx divorato 
da Cerbero; Teeeo rimase laggiù prigio- 
niero, finché fti liberato da Ercole; cft*. 
Virff., Aen. VI, 393, 017. La lez. mal MOif 
è della ^ran maggioranza dei oodd. ed ò 
seasa dubbio la vera. Alooni codd. hanno 
MA moa, ohe dorrebbe forse leggerti ma' 
non. Cfir. Moore, Orit., 294 e seg. 

55. LO T180: gli OOehi. 

58. GOBOOH: la teeta pietrificante di 
Medusa. 

57. SULLA : nessuna speranza o possi- 
bilità. - 6UBO : nel mondo. 

58. msai: stesso; desinenza orria 
negli antichi. 

59. Ttammi contento, non fidandosi 
troppo 4i °>0* 

00. CHI UDISSI: chladesse gli occhi. Pare 
che Medosa simboleggi il dubbio, lo scet- 
ti^smo, eid l'oomo non deve guardare in 
ùhceia se non mole impietrare. 

V. 61-108. n Jfesso del eUHo. Un fra- 
casso sparentoTole su per la palude dello 
Stige annnnzia alounchò di straordin»- 
rio. Arrira un Messo del cielo, che passa 
lo Stige ooUe piante asciutte, sgrida i 
detBoni, iqire la porta di Dite con una 

0. — Di9, Comm., 4^ odia. 



verghetta, quindi ritoma tacito indietro 
per la lorda strada. Secondo tutti gli an- 
tichi commentatori ed il più dei moderni, 
questo -3^ **0 ^*^ '^^ ^ Mr '^"g**^** Al- 
ódBl pòchi elicono cne e invece jlercario . 
Michelangelo Caetani, DacaTtTSemb- 
nota, voleva che costui fosse Enea. Ci 
pare che Metto del cielo non possa chia- 
marsi che un angelo del cielo; cfr. Ot- 
poUa, Il Metto eelesU del O. IX deWInf., 
Kovereto, 1894. 

63. STBAKi : misteriosi, allegorid. I più 
riferiscono questa terzina ai versi ante- 
cedenti, cioè all'allegoria di Medusa e 
delle tre fùrie. Dante suole però richia- 
mare in tal modo l'attenzione del lettore 
a ciò che sta per dire ; cfr. Purg, VIZI, 19 
e seg.; IX, 70 e seg. Par. II, 1 e seg., ecc. 
Se la terzina si riferisce a quello che se-^ 
gue, il senso potrebbe essere: Mirate 
quanto è piccolo e folle il più orgoglioso 
potere, quando vuol resistere al principio 
d'ogni vero potere, ohe è l'Essere etemo ! 
Meglio sombra però il riferirò la terzina 
a tutto il racconto, e la dottrina sarà al- 
l' indroa la seguente : Nella città di Dite 
sono puniti gli eretici, cioè i peccatori 
contro la vera fede. Il peccatore mes- 
sosi sulla via della conversione (Dafite) 
vuol entrarvi per «considerare il fine 
di coloro, » Sol. LXXII, 17, ed arrivare 
mediante questa considerazione alla con- 
trizione, e dalia contrizione alla conver- 
sione. Virgilio procura di persuadere i 
demoni, custodi della città, colle-buone, 
cioò con ragioni filosofiche, ad aprime 
r ingresso ; ma ò respinto oon beffe, poi- 
chò i miscredenti hanno sempre argo- 



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'.■^.' 



82 [PORTA DI DITE] 



iNF. IX. 64-74 



[MESSO DEL CIBI.OJ 



64 



67 



70 



73 



E già venia su per le torbid'onde 
Un fracasso d' un saon pien dì spavento. 
Per coi tremavano ambedue le sponde, 

Non altrimenti fatto che d'un vento 
Impetuoso per gli avversi ardori, 
Che ijer la selva, e senza alcun rattento 

Li rami schianta, abbatte e porta fuori; 
Dinanzi polveroso va superbo, 
E fa fuggir le fiere e li pastori. 

Qli occhi mi sciolse, e disse: € Or drizza il nerbo 
Del viso su per quella schiuma antica, 



menti in pronto da opporre agli argo- 
menti, e Io Bohemo è e fti sempre la loro 
arma prediletta. Alla conyersione del 
peccatore si oppone inoltre la mala co> 
soienza (U Brinni)^ e vi si oppone pare 
il dubbio, ohe ha la yirth di render 1* qo« 
mo insensibile come pietra (Meduià). Per 
« drissare gli nomini alla temporale feli- 
cità secondo gli ammaestramenti filoso- 
fici » (Z>e Mon, III. 16), r autorità impe- 
riale (VirgUio) esorta l' nomo di fore at- 
tenaione alla mala cosciensa (Guarda le 
feroci Brine), e di non volgere lo sgnardo 
al dubbio petrifioante (Volffiti indietro, 
e Hen lo vieo ehiueo); inoltre, affinchè 
Tnomo non al lasd cogliere nelle reti def 
dubbio e della miscredensa, l'autorità 
imperlale gli viene in soccorso coU'opera, 
V. 58-60, cioè colle leggi contro gli eretici. 
Sennonché l'autorità imperiale non basta 
per sé sola a guidare l' uomo alla contri- 
zione in merito a peccati concementi la 
ibde. Ma l'autorità ecclesiastica le viene 
in soccorso (tal ne t'oferte) ministrando 
la divina illuminaEione (il Meeeo del cielo) 
che vince e le obbiezioni de' miscredenti 
col loro scherno (demoni), e gli ostacoli 
della mala coscienza (Erinni), e i pericoli 
del dubbio (Meduea), ed apre così una via 
attraverso tutte le dlffióoltà. - Una inter- 
petrasione allegorioo-politica assai inge- 
gnosa e degna di essere consultata, in 
Rote., Oom, I, p. 253-61. Cft*. OaXanti, 
Lea, tu D, Al., ser. II, lett. II e III, 
Ripatrans., 1882. Negroni, L'aUeg, dant. 
del Capo di Medusa, Bologna, 1882. 

64. OMDB: dello Stige. 

65. FEACA880: « Et factus est repente 
de cobIo sonns tamqnam advenientis spi- 
rltus veheroentis» ; Aet, Apott. II, 2. Cfr. 
Stat., TMb. VII, 65. 

66. OPOHpB: rive di Stij^e. 



68. ABDOBi: per il disequilibrio di ca- 
lorico néll* atmosfera. « Secondo Aristo- 
tele i calori vengono da parte avversa a 
quella dov'è la materia propria de' venti : 
questa di sotto, quella di sopra » ; Oo- 
vemi. Cfr. Yirg., Aen. II, 41619. 

69. FiBB : ferisce, percuote. « Interdnm 
rapido percurrens turbine campos Arbo- 
ribus magnis sternit montisque sapre- 
mos Silvifragis vexat flabris » ; Lueret,, 
Rer. nat. 1, 274-76 ; cfr. Luean., Pkare. I, 
389 e seg. - battbiito : rattenimento. 

70. FUOBi: della selva; cfr. Virg., 
Georg. II, 440 e seg.: «.... sìItas Qaas 
animosi Euri adsidue franguntque fe- 
run^jne». Al. i fiobi; per portar i fiori 
non ci vuole un vento impetuoso, e por- 
tare non pizlia mai il significato del lat. 
au/erre, se non aggiuntavi la partloella 
ne, o l'avverbloy^ri. H passo cit. di Virg. 
è decisivo, e non meno decisiva ò V auto- 
rità dei codd., i quali hanno generalmente 
POSTA FUOBI, mentre posta fiosi è le- 
zione di i>ochlssimi e poco autorevoli ; 
cfr. Moore, Orit., 296 e seg. In quanto 
ai comment. antichi, dice bene il Moore 
che essi «are almost ali so vague or brief 
bere that it ia difficnlt to he aure of the 
readlng they followed ». In ogni caso les- 
sero POSTA FUOBI : Boce., Ben»,, Serrav., 
Oelli, eco. BuU ha: abbatte fsomdb b 
FIOBI. La lez. posta fiobi non si trova 
presso vemn Quattrocentista. 

72. FA fuggib: « Miserie, hen, prtesola 
longe Borrescnnt corda agricolis » ; Tirg., 
Aen. XII, 452 e seg. 

73. mi SCIOLSE: Virgilio, allontanan- 
done le mani colle quali me li tenea chin- 
si, V. 60. - NERBO : il muscolo locomotore 
deiroochio.Al.rac<Moetttort«mdei latini. 

74. BCHIUMA : acqua schiumosa dello 
Stige. 



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[PORTA DI DITK] 



Int. IX. 75-87 [messo del cielo] 83 



Per indi ove quel fammo è più acerbo. > 
76 Come le rane innanzi alla nimica : 

^., »/ Biscia per l'acqua si dileguan tutte, / 

Fin che alla terra ciascuna s'abbicaj 
79 Vid'io più di mille anime distrutte 

Fuggir cosi dinanzi ad un, che al passo 

Passava Stige con le piante asciutte. 
83 Dal volto rimovea quelP aer grasso, •* ^- * • 

Menando la sinistra innanzi spesso ; 

E sol di quell'angoscia parca lasso. 
85 Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo, 

E volsimi al maestro; e quei fé' segno 

Ch'io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 



75. FKB nvDi : da quella parte. -fummo: 
eaalamkme dèi pantano. - acsbbo : denso, 
e però piti moleeto agli occhi. 

77. BISCIA : « Dice qni T Antere la nimi- 
ea biteia, osando questo Tocabolo gene- 
rale quasi di tutte le serpi, per quello 
drila idra, la quale ò quella serpe ohe sta 
ndl'acqoa, e che inimica le rane, siccome 
quella efae di loro si pasce » ; Boec. - si di- 
LBODAW: « Et modo tota cava submergere 
aembra palude»; Ooid., Met. VI, 871. 

78. B* ABBICA : atteggia il corpo a foggia 
di bica. « Ba bùM, quel monte de* covoni 
d^ grano di forma conoidea, ohe fanno 1 
eontadini ne* campi dopo segatura, per 
dlfienderle intanto dalle pioggie. finché 
BOB ala portato a battersi sull'aia. Se al- 
cuno oeserTasee il modo come la si pone 
a terra, giù in fondo del bosso, una rana 
impaurita, direbbe, anohe sensa pensare 
a Dante, ch'ella fa di so una bica, o ch'ella 
t'abbica, cosi solleva il dosso e si racco- 
gUe tntta racoosciandosi e serrandosi al 
petto le braccia » ;^Mmt. Al.: si so- 
fr appon e, s'attacca, si ammucchia. « Li- 
moeoqne nove salinnt in gurgite ran» » ; 
(Md., Met. VI, 381. 

79. i>iSTBUTnc : degli iracondi, < che si 
struggevano, mordevano e laceravano a 
brano a brano » ; Dan. Forse qui per dan- 
naie. 11 Bslti: « Ayvilite, vinte da spa- 
vento, prostrate da spavento, o.oosa si- 
mile: come appunto fanno le rane che 
non per altro fuggono, allorché veggono 
venir la serpe. Bd inflitti 1* orgoglio di 
queste anime, che ora ftiggono cosi di- 
strutte, era molto; confronta It\f«mo 
VUI, 83 ». 



80. AL PA8B0: di passo, CO* suoi piedi ; 
non sorvolandovi colle ali, né passandolo 
colla barca. Al.: al varco dello Stige. 

82. GRASSO : denso, caliginoso, causa il 
ftimo e la nebbia. 

88. BTKT8TRA: nella destra portava la 
verghetta, v. 89. 

84. AMOOSCIA : del rimovere dal volto 
queU'aer ffratto che rendeva grave il re- 
spiro ; del resto non era oppresso né dalla 
pletA dei dannati, né dalla paura dei de- 
moni, né dagli orrori dell'Inferno; ofr. 
iTkf. II, 91-98. « Solummodo ex ilio ma- 
gno labore ftagandi ftimnm videbatur fos- 
sas, quia maxime laboriosnm est adda- 
oere veritatem in lucem » ; Benv. - « Le 
quali cose son dette da lui, giudicandolo 
come corpo umano, e non come spirito o 
come angelo. Perciò che s* ei lo avesse 
giudicato cosi, egli non avrebbe detto 
che quello aere per la sua grassessa e 
caliginitA sua lo avesse oflTeso o alterato, 
non possendo né i corpi né le qualità 
loro operare nelle sustanee spirituali e 
negli angeli » ; OtUi. Secondo Dante an- 
ohe le anime, cioè i corpi aerei, respi- 
rano {Tnf. Ili, 22; IV, 26; Vn, 118; 
Vili, 119; XXni, 113; XXXIV. 83. 
Purg. VII, 29 e seg. ; XIX, 74 ; XXV, 
104. Par. 1, 100, ecc.), benché alcuni passi 
sembrino supporre che il respiro sia pro- 
prio di ohi ha seco di quel d'Adamo (Inf. 
XXIII, 88. Purg. II, 07 e seg. ; V, 81). 

85. DSL CIBL: Al. DAL ciKL. Se veniva 
dal cielo non era né Enea (Inf. lY, 122), 
né Mercurio, ma un angelo di Dio. 

87. CHBTO: tacessi. -urcHiNASSi: fa- 
cessi riverensa al Messo^ celeste. 
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84 [PORTA DI DITE] 



INP. IX. 88-103 



[MESSO DSL CIELO] 



88 



91 



04 



97 



100 



Ahi, qnanto mi parea pien di disdegno ! 
Venne alla porta, e con una yerghetta 
L'aperse, che non ebbe alcun ritegno. 

« cacciati del ciel, gente dispetta, » 
Cominciò egli in su l' orribil soglia, 
« Ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? 

Perchè ricalcitrate a quella voglia, 
A cui non puote il fin mai esser mozzo, 
E che più volte v'ha cresciuta doglia? 

Ohe giova nelle fata dar di cozzo ? 
Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 
Ne porta ancor pelato il mento e il gozzo. » 

Poi si rivolse per la strada lorda, 

E non fé' motto a noi ; ma fé' sembiante 
D'uomo, cui altra cura stringa e morda, 

Che quella di colui che gli è davante ; 



80. yKROHBTTA : « gli Angeli Tenivano 
spesso dagli antichi rappresentati con 
nna verga d'oro in mano, come yedesl in 
vari dipinti * ; Frat. I^ vergheUa è, come 
Io scettro, segno di autorità e di comando. 

00. NON EBBE. Al. HON V'BUBB. 

01. DI8FBTTA : Spregevole dinanzi a Dio 
e dinanzi agli nomini. 

03. OLTRACOTANZA: Orgoglio con cni 
resistete ai voleri supremi. - si alletta : 
si accoglie, alberga; oh. Inf, II, 122. 

94. VOGLIA : voler divino ; « Darà cosa 
ò per te 11 ricalcitrare contro il pungolo »; 
Mii IX, 5. 

05. MOZZO : tronco, Impedito. < Volun- 
tati enim eins qnls resistit \*\ ad Rom. 
IX, 10. 

06. PIÙ VOLTE : Ogni qualvolta voleste 
opporvi al divln volere. -cresciuta: se- 
condo gli Scolastici le pene dei dannati, 
e specialmente del demoni, sono aumen- 
tabili sino al dì del giudizio finale. Se- 
condo il Berih., « allude il Poeta special- 
mente alla vittoria di Cristo nel Limbo ». 
Aumentò questa vittoria la dogliaà^X de- 
moni? Forse piuttosto la rabbia ed il fti- 
rore. E poi Cristo discese una sola volta 
nel Limbo, mentre qui si parla di piò 
volte, 

07. FATA: fataU, immutablU decreti di 
Dio. « Falwn ét^/ari'=^parlare, è la pa- 
rola dell*Bnte immuUbile scritta in dia- 
mantini caratteri nell* etemo libro » ; Di 
Siina. - « Fatum est in ipsis caosls orea- 



tis, in quantum sunt ordinat» a Deo ad 
aliquos efR&otos produoendos » ; Tkom. 
Aq.t Sum. tA. I, 116, 2. - dar DI cozzo : 
urtare, percuoter contro. 

00. PELATO : quando Cerbero volle op- 
porsi air entrata di Ercole nell' Inferno, 
voluta dal Fato, Ercole gli mise nna ci^ 
tona al collo e lo trascinò sin fuori della 
porta ; cfr. Virg., Aen, VI, 802 e seg. 

100. STRADA LORDA: palude Stige. 

101. NON fb' : non d disse parola. H 
Messo del cielo non fia che eseguire quanto 
Dio gli ha ordinato, e ciò nel presente caso 
non è ohe di aprire la porta di Dite. Onde 
egli non ha nulla da dire nò a Virgilio, né 
a Dante. « Non feoit verbum nobis, quia 
nobis serviverat opere » ; B^nv, 

102. ALTRA CURA : di ritornare in do- 
lo ; cfìp. J7>/. II, 71, 84. - STRINGA : • Ani- 
mum patriie strin:dt pietatis imago » ; 
Yirg., Aen. IX, 234. -MORDA: « Bi lurls 
materni cura remordet»; Fir^.,ilen.VII, 
402. - « Coi quali due esempi di Virgilio si 
spiega come nel Messo di Dante il pon- 
dero di tornare al dolo da ad un tempo 
e affetto ohe stringe, e acuto dedderio 
ohe morde » ; L. TenJt, 

103. QUELLA : di aprire ai due pelle- 
grini la porta di Dite. 

V.104-183. La rtgUme degli ereHar- 
chi. Entrano senza incontrare oramai il 
menomo ostacolo. I più di mUle demoni 
(Vin, 82), ìe/eroei Brine, Jfedtt«a- tutto 
ò sparito; il Poctot^non ne vede pih tnio- 

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iNF. IX. 104-118 



[BBESIÀRCHI] 85 



E noi movemmo ì piedi invèr la terra, 
Sicari appresso le parole sante. 

106 Dentro v'entrammo senza alcona gaerra; 
Ed io, ch'avea di riguardar disio 
La condizion che tal fortezza serra, 

109 Compio fui dentro, l'occliio intorno invio; 

E veggio ad ogni man grande campagna, 
Piena di duolo e di tormento rio. 

U2 SI come ad Arli, ove Bod^o stagna. 

Si come a Fola presso del Quamaro, 
Che Italia chiude e suoi termini bagna, 

115 Fanno i sepolcri tutto il loco varo ; ryyoM ^* 

Cosi facevan quivi d'ogni parte. 
Salvo che il modo v'era più amaro; 

118 Che tra gli avelli fiamme erano sparte, 



da. GoArdandoai intorno non scorge che 
mt TMto e sflenzioeo cimitero. OTonqne 
avelli, e tra on areUo e l'altro ftaochl che 
fiume ^ areHi etemameiite roventi. I 
lero coperchi eono levati in alto, onde si 
odono 1 dari lamenti di qne* ohe dentro 
Ti seno. Chiestone, Virgilio insegna al 
Poeta, essere questa la r^one infernale 
degli eresiarohi. Ctt, Proto, Gli eretiar- 
cài, Flr.. 1897. 

104. txbba: città di Dite. 

195. AFPRisso : dopo aver ndito le pa- 
role del messo celeste v. 91 e seg. 

106. gubera: ostacolo, oppodxione. 

198. oosDiziOM : lo stato e la qualità 
dei peccatori e delle pene.- che : quarto 
rinchinde dentro le sue 



110. AD OGHI MAX : da tatto le parti, a 
deste» ed a sinistra. - giandb campagna: 
sa vasto spaaio; dnnqne gli eretici non 
Mao coQooati sdtanto lungo le mnradella 
triste città, come alcuni suppongono. 

US. Amia : Arles, oittà4lella Provenza, 
sa la sponda sinistra del Bedano. Vi fti 
Bel settimo aecolo una gran battaglia tra 
Ssradni e CMstlani. - btaoma : forma 
OBlago. 

U8. Fola : città deU' Istria, la PieUu 
/«Ka dei Bomani. - Quabrabo : Oamaro 
o QuoriMro, golfo del mare Adriatico fra 
r Istria e la costa di Dalmasia. 

116. VASO : vario (come awertaro per 
irrstaailo, Purg. VITI, 96j eontraro per 
, Purg, XVIII , 16 ; maUra per 
, Pwg. XVm, 97, eoo.), di so- 



perflde ineguale per la terra qua e là 
ammucchiata. « La cagione perohò ad 
Arli siano tanti sepolcri, si dice che 
avendo Carlo Magno combattuto quivi 
con infedeli et essendo morta grande 
quantità di Cristiani, fece priego a Dio 
che si potessino conoscere dall'infedeli, 
per poterli sotterrare; e fatto lo prego, 
l'altra mattina si trovò grande molti- 
todlbe d'avelli et a tutti li morti una 
scritta in su la fronte, ohe dioea lo nome 
e il soprannome ; e cosi conosciuti li sep- 
pellirono in quelli avelli » ; BiUi, - « Sed 
qnidquid dicatur, credo quod hoc sit va- 
nnm et fiibulosum ; et credo quod erat 
ex consuetudine patriie sepelire mortoos, 
slcut vidi apud alias multas terras in 
partibus illis, licet non in tanta moltitu- 
dine.... Inxta Polam oivitatem est etiam 
magna multitudo arcarum ; audio qnod 
sunt quasi septiogentce numero, et fer- 
tur quod dim portabantur corpora de 
Sclavonla et Histria sepelienda ibi iuxta 
maritimam » } Benv, 

116. cosi : così vario fikcevano tutto 11 
luogo gli avelli oh'eran quivi. 

117. PIÙ AMARO : più doloroeo che non 
ad Arli ed a Pda. Qui gli avelli sono ro- < 
venti e qne'che vi giacciono sono tormen- 
tati. Credettero ohe l' anima morisse col 
corpo; onde le anime loro giacciono in 
queir avello da essi vagheggiato. Hanno 
trovato nel moudo di là per l'appunto ciò 
che volevMio trovarvi : l' avello ! Ma nn 
avello rovente, in coi non è requie t 

118. TRA GLI AVELU: COSÌ leggono, si 



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86 [CSBCHIO SESTO] 



INP. IX. 119-132 



[EBBSTARCHl] 



Per le quali eran si del tutto accesi, 
Ohe ferro più non chiede verun'arte. 

121 Tutti gli lor coperchi eran sospesi, 

E fuor n' uscivan si duri lamenti, 
Ohe ben parean di miseri e d'offesi. 

124 Ed io : < Maestro, quai son quelle genti 

Ohe, seppellite dentro da queir arche, 
Si fan sentir con gli sospir dolenti ? » 

127 Ed egli a me : « Qui son gli eresiarche 

Oo' lor seguaci, d' ogni setta ; e molto 
Più che non credi, son le tombe carche. 

130 Simile qui con simile è sepolto, 

E i monimenti son più e men caldi. » 
E poi eh' alla man destra si fu volto, 



può dire, tutti. Ma, osservando che nel 
canto seg., y. 87 e seg., Dante dice che 
Virgilio lo pinte tra le sepolture a Fa- 
rinata, il che non si comprende se tra 
gli avelli erano sparte fiamme, Z. F. 
vaol ohe si legga : ch' entro agli avel- 
li, osservando: « Il musaico d'alcuni 
oodd. OKètragli fu risoluto in Ohe tra gUj 
laddove, tenendo conto della lineetta so- 
vrapposta all'è, volea risolversi in Oh'en- 
ir' agli ». Dove sono i oodd. ohe hanno 
Chùtragli, con « lineetta sovrapposta al- 
1*0 »? B come fece il Poeta, appena en- 
trato in questo cerchio, ad accorgersi ohe 
entro agli avelli erano fiamme sparte f 
Del resto anche Qdli legge Cu' entro li 
AVELLI, e così pare che abbia letto Oatt. 
e qualche altro. Anche il Campi difende 
questa ledone. Poi. legge tra e spiega: 
« Qui <ra non ha il senso che prende al 
V. 28 del C. seg.; onde, non già tra l'ano 
e r altro degli avelli,... sibbene intra gli 
avelli, onde le fiamme gli accendevano ». 

119. ACCESI: roventi. 

120. NON CHIEDE : quegU avelli erano sì 
accesi, che nessun 'arte di fabbro o di fon- 
ditore esige che, per lavorarlo, il fbrro da 
più rovente. -Betti: * Chò verun'arte 
non chiede che il ferro, per ben lavo- 
rarlo, sia rovente così ». 

121. SOSPESI: aleati; cAr. Ii\f. X, 8. 

126. ARCHE : avelli; cfr. Jnf. X, 29. 

127. RRS8LA.UCHE: (pluT. autioO di «Ttf- 

9iarea, oggi ereHarchi), principi, o capi 
di eresia. Cfr. Nannuc,, Voci, 86 e seg.; 
Komi, 284 e seg. « Brealarche vuol dire 
Principe di resìa, et didtnr ab arco$ 



greco quod wtprine^s, et heretit quod 
est eretia »; An.ìHor,-*^ A.utorflngitqaod 
quilibet heresiaroa habet hio arcana m»- 
gnam, in qua sunt simni seoam in poena 
omnes sequaces eius qui pertinadter te- 
nuerunt, defenderunt et seminaTernnt 
dpinionem eius erroneam »; Benv. 

128. MOLTO : in ogni avello vi sono as- 
sai più anime che tu non credi. « La ciM 
era malamente corrotta di resia, intra 
l'altre della setta degli Bpicurei per visio 
di lussuria e di gola, cera sì grande parte, 
che intra' cittadini si combatteva per la 
fede con armata mano in più parti di 
Firenze, e durò questa maladiaione in 
Firenze molto tempo » ; O. ViU, IV, 30. 

180. SIMILE: ad ogni classe di eretici 
è assegnato un luogo speciale in queeta 
regione infornale, ed ogni singolo avello 
accoglie que' che più si somigliarono 
in vita. 

131. M0NIM&N11 : sepolcri. -Più B MKN : 
secondo la -qualità dell* eresia ed il grado 
dell' ostinazione. 

132. DESTRA : sono venuti sempre a si- 
nistra; per attraversare il cerchio d^ 
verno di necessità fare nna volta a destra. 
Nel loro viaggio per l'Inferno i due Poeti 
volgono sempre a man sinistra. Soltanto 
due volte e* imbattiamo in una eooezione 
a questa regola. La prima volta si vol- 
gono a man destra entnunlo nel cerchio 
degli eretici, la seconda quando vanno 
verso Geriooe, simbolo della frode, Imf, 
XVII, 81. Senza dubbio questo fatto ha, 
secondo la mente di Dante, il suo aenso 
allegorico. Ma quale questo senso sia, Don 



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tenmo sb^to] 



Inf. II. 18ft - X. 1-2 



tfiBESIABCHlj 8? 



1» Passammo tra i martiri e gli alti spaldi. 



è htSk tadorinare. Potrebbe dani obe 
Hi pTMBate lango il Poet* voglia inae- 
gMrd, die i primi pam sulla vita, 11 oui 
teslae è la miaeredensa, non^sono per 
tè imnwwriiiori, la lord radiee eesendo 
oidiaariaBMnte la Mto naturale di sa- 
per». iMltn eia miseredeiiBa e la frode 
Mao i dne peccati, le oid anni eogUono 
«Mce jwrob/oZw o parole ipocrite, #<• 
«alate. L^andare a aian deetra aimbo- 
bggia la dirittura, la sincerità, la sobiet- 
tesn. S qneate sono per l' appunto le 
■n^ori armi per combattere e la mi- 
leredeDia e la frode. Onde Tolle il Poeta 
pcrarraótaraiAéegnaTc!, die, cbi voglia 
■ftdare iacoakt» alla nffsoredensa ed alla 
fruddeasa, debba armarsi di sincerità 
« di sohiétteasa f ITorse. S forse la dot- 
trina ohe si asconde sotto il Telarne de- 
^ reni strani è tatt' altra. Cfr. Blane, 
Yen,, 99 e aeg. H Land,: « Qui pone cbe 
Virgilio volse alla man destra, et poi di- 



mostra, ohe poco dopo alquanto viaggio 
si volse a sinistra, il ohe dinota, che '1 
viaggio prese a man destra, perehò an- 
davano per aver cogniaion del peccato, 
e non ooinquinarsene, ma purgarsene, 
la qual aaione è virtuosa. Poi volse alla 
sinistra a dinotar ohe benché l'operaaion 
sia virtuosa, nondimeno la materia e il 
suggetto ò Visio.» B YAndr.: « Di co- 
siflktta eccesione io credo non si possa 
dare altra ragione cbe questa, che avendo 
i Poeti dovuto fsre una grand* aggirata 
(C. ym, 79) per isbaroare alla porta di 
Dite, nell'entrare poi si trovassero aver 
già percorso più della solita nona parte 
del cerchio} e perciò questa volta, per 
trovare U punto prefisso alla loro tra- 
. versata nel cerchio seguente, invece di 
procedere a sinistra, avessero dovuto re- 
trocedere a destra. » 

183. mabtIbi : avelli roventi. - sfaldi : 
parti superiori delle mura; In/, X, 2. 



CANTO DECIMO 



OEEOHio sesto: eeetioi 



PARIKATA DEGLI UBEBTI, OAVALOAKTS CAVALCANTI 
E FEDERIGO II IMPERATORE 



Ora sen va per un secreto calle. 
Tra il mnro della terra e li martiri, 



V. l-n. JMmanda a rispotia* Cam* 
idBando tra il muro ed i sepolcri, Dante 
^iede a Virgilio, che gU vainnansi, se sia 
pwiibile di vedere coloro cbe giacciono 
Beg^ avelli roventi, osservando che tutti 
1 oeperchi sono sospesi. Virgilio risponde, 
che dopo il gran di del gindisio tutti gH 
*mh saranno serrati in eterno; quin- 
^ flàe là dove si trovano, sono sepolti 
^ae' cbe ne g a r on o in vita l' immortalità 
WiBima, Xpicaxo co* snoi seguaci. 



Aggiunge poi, che a Dante verrà subito 
Iktto di appagare il suo desiderio, non 
espresso che in parte. 

1. BBOBETO : separato, distinto. Virg., 
Aen. VI, 448 : < Secreti oelant calles. > 
Al. STRBTTO. Virg,, Am. IV, 405 : « Con- 
vectant calle angusto. » - In ftbvore di 
questa Ica. si potrebbe anche addurre il 
tetto che Dante e Virgilio vanno l' uno 
dietro l' altro, v. 8. 

a. MABTÌBi: cfr. If\r. IX, 183. 



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88 [CERCHIO SESTO] 



iNF. X. 3-21 



[BRESIABCHI] 



10 



13 



16 



Lo mio maestro, ed io dopo le spalle. 

€ virtù somma, che per gli empi giri 
Mi volvi, > cominciai, <: come a te piace, 
Parlami e satisfammi a' miei desiri. 

La gente che per li sepolcri giace, 
Potrebbesi veder? Già son levati 
Tutti i coperchi, e nessun guardia face. » 

Ed egli a me : « Tutti saran serrati. 
Quando di losafàt qui torneranno 
Coi corpi che lassù hanno lasciati. 

Suo cimitero da questa parte hanno 
Con Epicuro tutti i suoi seguaci. 
Che l'anima col corpo morta fanno. 

Però alla dimanda che mi faci, 
Quinc' entro satisfatto sarà tosto. 
Ed al disio ancor che tu mi taci. > 

Ed io : « Buon duca, non tegno riposto 
A te mio cor, se non per dicer poco ; 
E tu m' hai non pur mo a ciò disposto. » 



3. DOPO : il calle è così stretto, ohe non 
possono camminare V ano accanto air al- 
tro. Così pure altrove, cfr. It\f. XXIII, 2. 

4. YlBTÙ SOMMA: Sommamente yir- 
tooso. - GIRI : cerchi dell'Inferno, ripieni 
di empietà. 

5. VOLVI : gnidi discendendo in giro. 

6. a' miki : non è forma ellittica né pleo- 
nasmo, ma retto dal tcUiifammi, che 
come il lat. BcUiifacere va costrutto col 
terso caso. 

8. GIÀ: riempitivo, non aw. di tempo. 
- LKVATI : in alto ; sospesi ; confr. It\f. 
IX, 121. 

9 GUARDIA : cfir. Ii\f. Vili, 82 e seg. - 
KACK: fa; ÙA faccre. 

11. losAFÀT: valle presso Gerasalem- 
me, dove si credeva ohe si terrà il gio- 
dizio finale. « Congregabo omnes gentes, 
et dedacam eas in vallem Josapbat: et 
disceptabo cum oÌs ibi.... Consargant, 
et ascendant gentes in vallem Josaphat : 
qnia ibi sedebo nt iudioem omnes gentes 
in circuita »; Joel III, 2, 12.- «Valile Josa- 
phat dicitar valila iudicii. Vallis est sem- 
per iaxta montem.Vallis est hic mnndas, 
mons est ooclam. In valle ergo fit jadi- 
cium, i. e. in iste mando, scillcet in isto 
aere, nbi Insti ad dexteram Christi nt 
oves stataentar, impii antem at hoodi ad 



sinistram ponentnr » ; Elucid,, e. 75. Cfr. 
TAom. iig. , i9um. tA. in. Sappi., 88, 4 ; 89. 

13. suo: loro; cft. Inf. XXII, 144. 

14. Epicuro : 'Eirixovpoq, filosofo gre- 
co, fondatore della soaola degli Epico- 
rei. Fa da Atene, e visse dal 334 al 
363 a. C. Di lai cfir. Diog, Lasrt., X, 1, 
9. 26. Oicer., De Nat. Decr, I, 26. J>e 
Fin. I, 19. Gasscndi, De vita, moribue 
et doctrina Epieuri, Leida, 1647. Chnv. 
IV, 6, 22. De Mon. II, 6. 

15. FANNO: affermano ohe l'anima 
mnore col corpo. La negazione del so- 
prannaturale, qnindi dell' immortalità 
dell'anima, ò il centro e pernio di tatto 
le eresie. 

18. Disio : di vedere Farinata degli 
Uherti, cfr. In/. VI, 79. 

20. PER DICRR POCO : per non importu- 
narti con molte parole, non già per te- 
nerti colati i miei pensieri. 

21. NON PUR MO' : non éoltanto ora 5 
cfr. In/. Ili, 76 seg. Mo', voce dell'an- 
tico dialetto fiorentino, dall' avv. latino 
modo. « Virgilio avea non pur ora dispo- 
sto Dante al silenzio, ma altra volta an- 
cora ; ora, quando alla vista del celeste 
messo gli /e' tegno che ttetee chilo, e nel 
terso canto, quando domandò delle ani* 
me ch'erano salta riviera d'Acheronte»; 



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rCSCHIO 8I8T0] 



IKF. I. 22-82 



[farinata] 



€ Tosco, che per la città del foco 
Vivo ten vai cosi parlando onesto, 
Piacciati di restare in questo loco. 

La tna loquela ti fa manifesto 
Di quella nobil patria natio, 
Alla qual forse fui troppo molesto. » 

Subitamente questo quono uscio 
D'una dell' arche; però m'accostai, 
Temendo, un poco più al duca mio. 

Ed ei mi disse : « Volgiti : che fai ? 
Vedi là Farinata che s'è dritto : 



Sm. Akani lbgg(mo hok fub ora ; ctr. 

V. 22-61. rarinata degii JTberU, 
ABi friae noupw mo* uno spirito ha ri- 
eowtehito Dsnte per Fiorentiiio, «i spor- 
K« hotì del eoo avello, invita Dante a 
^ABunit lo squadra, e, non rioonoscen- 
dolo, gli chiede ohi si fossero i suoi ante- 
utL Uditolo, U dichiara saoi nemici, van- 
tMdosl di averli dJsoaociaU dae volte. 
I)*ate risponde che i suoi ritornarono 
unbedoe le volte, mentre i oorreligìo- 
uri • diioendenti del dannato, nna volta 
^acMdati, non seppero ritornare più. 

22. TOSCO: toscano..- del foco: ofr. 
IV. XI, 73. 

23. OK0TO: onestamente. Lo spirito 
b« udito le modeste parole dette da Dante 
«Virgilio, T. l».2l. Sembra ohe da qne- 
^puoIeegliindovinasseparocheDante 
"'» era anoor morto. Rammenta il par- 
i»e o%e$tù del canto H, 113. 

21 ROTARs : Sitié gradum, viator ! La 
rooe ft qui le ved dell'epigrafe ; più ol- 
^ Zìi 7 e seg., Tepigrafe senza voce. 

2& LOquKLA : linguaggio. « Loquela tna 
n>*nifertum te fadt»; MaU. XXVI, 78. 

26. KOBiL : Firenxe. « la bellissima e 
^^»o«i«dma figlia di Boma »; Qmv, I, 8. 
* Considerando 1* nobiltà e grandezza 
^U Bestia città »; O. Vm. 1, 1. 

27. roBU: confessione da dannato. 
' Onesto modo dubitativo di parlare si 
trorò qoi, per usare la dottrina di Cato, 
>l qule dice : ITon ti lodare e non ti biasi- 
»M«; [ss] sensa qnello/or«e avesse detto, 
«i Uashnava fortemente »; Ott. - « Dice 
«rredotamente qui questo spirito, forge, 
PM«loodiè se asgerUve avesse detto sé ee- 
<^ stato troppo molesto alla sua città, 
*i aarebbe fieramente biasimato »; Boee, 
-«Dies/Mrtf, però che, secondo il parere 



suo, non fu molesto ; ma secondo il parere 
di coloro che l' arcano cacciato ftiori di 
Flrense, et teneano il reggimento della 
terra»; An, Fior, - molesto: combat- 
tendo contro i Guelii di Firenze, cflr. O. 
TtU, VI, 74-88. 

80. TKMKiTDO : pcrohò « res animos in- 
cognita turbai » ; Virg., Aen. I, 515 ; e 
fora* anche per 1* ambiguità delle parole 
udite, V. 24. 

31. CBB FAI: « quasi dloat: quid ftigis 
timide illum, ad quem deberes avide ac- 
cedere? »; Béfiv. 

32. Farinata : della nobile famiglia 
degli liberti, nato nei primi del Dugento, 
capo della sua famiglia, e per conse- 
guenza di parte ghibellina sino dal 1239, 
cooperò alla cacciata dei Guelfi nel 1248. 
Ritornati i Guelfi nel 1251. Farinata 
« fidandosi troppo del riso della fortuna, 
e volendo quasi solo governare la re- 
pubblica » (FU, Vili.), Al cacciato co'snoi 
nel 1258 (O. ViU. VI, 65) e riparò a Siena, 
e di là addimandò ed ottenne aiuto dal re 
Manfredi, onde soonfisse nel 1260 Teser- 
cito guelfo a Mont' Aperti presso il fiume 
Arbia «?. 702. VI, 78), rientrò trionfante 
in Firenze, d'onde i Guelfi furono discac- 
ciati, e si oppose solo nella dieta di Em- 
poli al consiglio di disfore la città di Fi- 
renae «?. Ftfl. VI, 81). Morì nel 1264. « Fu 
di statura grande, fiaccia virile, membra 
forti, continenza grave, eleganza solda- 
tesca, parlare civile, di consiglio saga- 
cissimo, audace, pronto e Industrioso in 
Catti d'armi. Fiorì vacante l'imperio per 
la morte di Federigo II, e di nuovo cac- 
ciato e fatto rnbello morì in esilio »; Fil. 
ViU., Vite. - * Imitator Epicuri non cre- 
debat esse allum mundum nisl istnm; 
unde omnibus modis studebat ezcellere 
in ista vita brevi, quia non sperabat 



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00 [CSBCHIO SESTO] 



iNF. I. 83-42 



[FABlNArrAj 



84 



37 



40 



Dalla cintola in su tutto il vedrai. » 
l' avea già il mio viso nel suo fitto ; 
Ed ei s' ergea col petto e colla fronte, 
Come avesse lo Inferno in gran dispitto. 
E l' animose man del duca e pronte 
Mi pinser tra le* sepolture a lui, 
Dicendo : « Le parole tue sien conte. » 
Com'io al pie della, sua tomba fui, 
Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, 
Mi dimandò : e Chi fur li maggior tui ? » 



aU«m meliorem »; Benv, Cfr. Sncid. 756 
e eeg. 

83. TUTTO: « rinattesa oompana di 7a- 
linaU soli» scena è appareochlata in 
modo ch'egli è già grande nella noetra 
immaginaxione, e non l'abbiamo ancora 
né veduto né ndiito. Farinata ògià grande 
per rimportansa che gli ha dato il Poeta 
e per l'alto posto che occapa nel sno pen- 
siero. E non lo vediamo ancora e già ee 
lo figuriamo colossale dalle parole di Vir- 
gilio ; Dalla dfUola in tu tutto U vedrai* 
Volevi vederlo : eccolo tutto innansi a 
te. » i>0 Sancii», 

Zi. Oli : appena adite le parole : vedi 
là Farinata, e prima che Virgilio avesse 
finito. -VISO: occhi; lo lo riguardava 
già fiso. 

35. s' IBOKA : per alteresxa e grandea- 
sa d' animo. 

86. DISPITTO: dispetto, disprezEO. Vivo 
negò la vita futura, morto la disprezza. 
« Fuit enim Farinata superbus cum tota 
sua stirpe »; Benv, 

88. PiNSBR : spinsero. - LUI : Farinata. 

89. CONTE: o dal lai. cognitue, o da 
oemptiu, I più intendono Parole diiare, 
precise e amili; altri Parole contate, 
numerate ; altri Parole ornate e cortesi. 
I pih antichi {Bambgl., An. Sei.» lae, 
DanL, Lan., OU., Petr. Dani., Oats., 
Folto Booc., An. Fior.) non danno ve- 
runa interpretazione. Boee.: « Composte 
e ordinate a rispondere; quasi voglia di- 
re; tu non vai a parlare ad ignorante ». 

- Benv.: « Quasi dioat: loquere cum iste 
fàmillariter dare, quia iste novit ea de 
quibus tu vis sdre et faoere memoriam ». 

- Buti: « Parla apertamente e ordinata- 
mente ». - Serrav.: « Loquere modeste et 
honeste ». - Barg.: « Sien chiare, ben in- 
tdligibili. Parlerai apertamente sena' al- 



cun rispetto ». 'Land.: « Chiare et aperte; 
perchò chi vuol esser ftior d' eresia, deve 
scrivere et parlare senz' alomui ambl> 
gaità».-V«U..«Maniftste et chiare, et 
non confuse et cacare ». - Tal,: « Loqoa- 
ris dare secum ». - Qelli: * Accarata- 
mente, come si conveniva ikr con nn 
nomo simile ». - Dan.: « Manilbste e chia- 
re, e non ambigue e dubbie, perdo ohe a 
parlare con Heretid, bisogna esser naolto 
accorto e riguardoso ». - Oaat,: « Virgilio 
dice questo a Dante e perchò avea detto : 
Btum duca, non Ugno ripotto mio dir, te 
non dieer (de !) poeo, e perchò Virgilio 
aveva veduto ohe temeva » (f). - VarU,: 
« Manifeste e chiare ». - Oet.: « Alto e 
ridso.... E forse anche conte ò Invece di 
contate, doò numerate, qnad dicesse: 
Kon le a£hstdlare alla rinfusa, ma ben 
pesale per singula ». - BetH : « Modo poe- 
tico per dire: Fa' eh* egli sappia le tne 
parole, doò dò che tu vuoi ». - E099.: 
« Fa' che i send tuoi den noti. Conta ò 
sincope di cognite ». - Ton^.: « Chiare e 
nobili ». - Br. B,: « Aperte e fkwiche ». 
- Andr.: « Adorne Oat. comptcs), nobili, 
com' ò degno di tanto collocutore ». - 
Oom,: « Nobili e degne di memoria ». - 
Campi: « Parla chiaro e palesa libera- 
mente le tue politiche opinioni 9,'Berth.: 
« Ordinate, dal lat. comptue ». - Poi. sta 
col BuH. Con Farinata Dante parla nn 
linguaggio flranco, chiaro e predso, ma 
nò particolarmente breve, nò particolar- 
mente ornato e cortese (v. 61, e 85 e se- 
guenti !). 

40. COM' 10 : Al. TOBTO CH' AL PIE. 

41. OUARDOMMI : per riconoscermi. - 
BDBGNOso : Dante non era nd suo este- 
riore un uomo imponente. « Sono vile ap- 
parito agli occhi a molti, che forse per 
aloona foma in altra fotma mi aveano 



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[CnCRlO 8S8T0] 



iNF. 1. 48-53 



[FARINATA] 91 



Io ch'era d'ubbidir desideroso, 
Non gliel celai, ma tatto glieP apersi; 
Ond'ei levò le ciglia un poco in soso. 

Poi disse : € Fieramente furo avversi 
A me ed a' miei primi ed a mia parte, 
Si che per due fiate li dispersi^ » 

€ S' ei fur cacciati, ei tornar d' ogni parte, » 
Eispos'io lui, € Tona e T altra fiata,* 
Ma i vostri non appreser ben quell'arte. » 

Allor sarse alla vista scoperchiata 

Un'ombra lungo questa infino al mento: 



» ; nel cospetto de' quali... mU 
i inYfho »; Oonv, I, 3. Cfir. Boee., 
TSte di D., § 8. Trenta, Chi fur gli mag- 
giar imi Caatroearo, 1890. 

4Sw UBBIDIB: a Virgilio, t. 38f o a Fa- 
tiBata, T. 421 

U. qukl'apbbsi: gli manifestai aper* 
tuaeste e pienamente ciò che egli deal- 
darava di sapere, doò chi si fossero i miei 
maggiori. 

i5. LEVÒ: atto di olii s'ingegna di ri- 
ehiaaiare qoalche cosa alla memoria. - 
B soao: in so, in alto. Forma orvia 
pissBo gtt antiolii. 

46. FUBO: i taoi maggiori. 

47. rumi : antenati. - pabtb : ghibel- 
Maa. 

48. DUB: la prima volta nel 1248, colla 
Ama ddl'imperaiore Federigo II, ofir. 
Q.Tia.Yl, 83; 1* seconda nel 1260, dopo 
U battaglia di Mont' Aperti, cftr. Q. ViU. 
VI, 79. - DI8PKB8I: soaodandoli da Fi- 
reoxe e mandandoli in esilio. 

49. n'OGXi PABTS: d'ogni luogo ove si 
erano rieoTorati. 

50. L'UVA: nel gennido 1251, dopo la 
■ooBiHta dei Ghibellini a Fegghine, cA*. 
0. YitL VI, 88. e dopo la morte di Fede- 
rigo II e di Biniero di Montemerlo suo 
psdflstà a Firenze, cfr. O. TiU. VI, 42. - 
L'AL-nu. : nel 1266 dopo la morte di Man- 
fredi, cfr. a. ViU. VII, 13 e seg. 

51. TOSTRi: Ghibellini. -AirTK: di ri- 
ivniare a Firenze dopo esseme stati di- 
seaodaa. « Cacciati a pasqua del 1267 al 
Tsaire di Gaidognerra, mandatori da 
Cario d'Angiò, nessuno ne tornò per al- 
Isn; ma taluni nel febbraio del 68, per 
iateresssione del legato apostolico. Lo 
iA^gno di Farinata muove Dante, mal- 
gnìio la riverenza, ad acerba risposta. 



Forse voli' egli rimproverare ai compa- 
gni d' esilio, che non sapessero riacqui- 
stare la patria »; Tom. 

V. 52-72. CavalcatUe CavàieanU. 
Simile qui con timUe è tepoUo. Mentre 
Dante parla con Farinata, sorge dallo 
stesso avello un' altr' ombra, e dimanda 
al Poeta, perchè suo figlio non sia seco. 
Dante risponde : « Forse perohò ebbe a 
disdegno Virgilio. » « Ebbe 7 Ma non vive 
egli dunque più ? » Dante esita un istante 
a rispondere, onde l'ombra ricade né più 
si rialza. È l'ombra di Cavalcante Caval- 
canti, guelfo, padre di Guido. Di lui lac. 
Dani.: «Con simigliante credenza viven- 
do si ritenne ». - Boee. : « Leggiadro e 
ricco cavaliere, seguì l'opinion d'Epi- 
curo, in non credere che l'anima dopo la 
morte del corpo vivesse, e che il nostro 
sommo bene fosse ne' diletti carnali ». 
- Benv.: « Iste omnino tenuit seotam epi- 
cureorom, semper credens, et suadens 
aliis, quod anima slmul moreretur cum 
corpore ; unde s»pe habebat in ore istud 
diotum Salomonis : Tlnue est interitus ho- 
minis etjumentorum, et aqua utriueque 
eonditio ». - BtOi : « Fu della setta di mes- 
ser Farinata in eresia, e però lo mette 
seco in un sepolcro; e non mostrò l'ere- 
sia sua si palese, come messer Farinata, 
e però finge che non si mostri tanto ftiori 
del sepolcro; e non fti ancor si superbo, 
e però finge che si levasse in ginocchia, 
e non ritto, come messer Farinata». 

52. VISTA: apertura, oboQoa dell'avello, 
cfr. Purg. X, 67. Cfr. Far\f., 8tud., 199- 
200 e 205-6. - soopkrchiata : tutti i co- 
perchi essendo levati, v. 8-0. 

53. LUMQO ! accanto all'ombra di Fari- 
nata. - MKNTO : venne dunque fuori con 
tutta la testa* 



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92 [CBBCHIO SESTO] 



Inp. X. 54-68 



[CAVALCANTI] 



58 



61 



Credo che s'era in gìnocchie levata. 
D'intorno mi guardò, come talento 

Avesse di veder s'altri era meco; 

Ma poi che il sospecciar fn tatto spento, 
Piangendo disse : « Se per questo cieco 

Carcere vai per altezza d'ingegno. 

Mio figlio ov'è? E perchò non è teco? » 
Ed io a lui : € Da me stesso non vegno : 

Colui che attende là, per qui mi mena^ 

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. > 



64. CRBDO: poiché non la vedeva che 
dal mento in sn, mentre Farinata, eh' e- 
rasi rissato, si vedeva dalla cintola in sa. 

-Iir GIKOCCHIB: Al. IN OINOCCHION. 

55. TALENTO : vogUa, desiderio ; come 
se bramasse. 

56. ALTBi: Guido suo figlio. 

67. soBPBOCLàB: sospetto, debbio, Aal 
lai. tutpicari. Al. bospiojlb. Cft-. Purg. 
XII, 12». 

58. CIECO: privo di luce e di cono- 
Bcesza. 

00. FIGLIO: Qoido Cavalcanti, nato a 
Flrenee verso il 1260, morto ivi nell' ago- 
sto del 1300, « qaegli cai io chiamo pri- 
mo de'miei amici » ; Vita 2f., 8. - « Era co- 
me filosofo, virtadioso nomo in più cose, 
se non ch'era troppo tenero e stizzoso » ; 
G. ViU. Vni, 42; cft-. Boce., Dee. G. VI, 
nov. 0. FU. Vili., Vite. Oiceiaporei, No- 
tizie intorno dUa vita ed alle opere di 
Guido O., Fir., 1813. Ercole, Guido O. 
e le tue Rime,' ttudio atorieo-letterario se- 
guito dal testo critico delle Rime con eom- 
fnento,ÌAvotno,1885.Finii,Dantee Guido 
O. nei suoi Saggi Danteschi, Tor., 1888. 
-TKCO: compagno del viaggio e parte- 
cipe della gloria. 

61. DA MB: Cavalcanti sappone che 
per fare nn viaggio di tal natura basti 
y altezza d'ingegno; nella soa risposta 
Dante accenna che ci raol altro ancora. 

03. BOBE: il motivo del disdegno di 
Gnido per Virgilio ò nn enimma. Alcuni 
spiegano: Perchò G nido non amava il la- 
tino, cfr. Vita Jf. § 80. Al. : Perchè Gnido 
stimava pih la filosofia che non la poesìa 
(egli stesso poeta !). Al.: Gnidoebbe in di- 
spetto Virgilio, non come poeta, o filoso- 
fo, ma come cantore entosiastioo dell'im- 
pero (fti Virgilio ghibellino ?>. Al.: Porche 
all' epionMo Gnido, Virgilio era troppo 
religioso (t). Cft. D'Ovidio, Saggi oriHei, 



Napoli, 1878, p. 312-29. - Al. riferiscono 
il disdegno di Guido non a Virgilio, ma 
a Beatrice. Ctr. Del Lungo, Il disdegno 
di Guido, Roma, 1889. G. Mazzoni, Sul 
disdegno di Guido OaoaloanH, Bergamo, 
1894. Bull. II, 1, 179 e seg. 192 e seg. II, 2, 
29 e seg. Lan. : « Guido.... non seppe Vir- 
gilio ». - Ott.: « B dice l'Autore, che forse 
Gnido ebbe a disdegno questo libro di Vir- 
gilio (VBnside) e 11 altri suoi». - Oass.: « Dl- 
cit qnod dedignatus (taerat stndere saper 
Virgilio ». - Boee. : « Perolooohò la filo- 
sofia gli pareva, siccome ella è, da molto 
pih che la poesia, ebbe a sdegno Virg:ilio 
e gli altri poeti ». - Falso Booe.: « Guido 
dispregiò Virgilio, cioò poesia ». - Benv, : 
* Iste Guido non est delectatus in poo- 
tlcis,... non dignabatur legere poetas, 
quorum prìnceps est VirgiUus ». - BuH: 
«Gnido dispregiava li poeti, e Virgilio 
come li altri ». - An. Fior, : « O perchè 
Guido gli paresse che la sdenxia aua 
fosse sì alta ch'ella avanzasse molto 
quella de' poeti, o ch'egli non leggessi 
inai loro libri, parve ch'egli sdegnasse 
il libro di VlrgiUo ». - Serrav. : *Non ftiit 
delectatus in poesi.qnamvispbilosophns 
magnus ». - Barg. : « Non si dilettava 
de' poeti, de' quali Virgilio ta principe ». 
- Land. : « Datosi tutto alla filosofia, non 
degnò i poeti ». - Tal. : « Non vacavit 
circa poésim ». - VeU. : « Non curò dc- 
gl' ornamenti poetici, et quelli voler imi- 
tare». - Gelli: «Guido aveva avuto la 
poesia a disdegno, cioè non vi aveva mai 
dato opera, nò stimatola ». -Don.: «Dmi- 
do opera alla filosofia, non gli erano pia- 
ciuti i poeti ». - Cast.: «Troppo sdegnoso 
parlare è il dire avere a sdegno alcuno 
per significare di non curarlo ». -- Come ai 
vede, tutti quanti gli antichi vanno qui 
d'aocordo (i non citati tacciono) ; oaddero 
tutti in errore f 



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[CBCHIO SESTO] 



INP. I. 64-81 



[FÀBINATA] 93 



Le sae parole e il modo della pena 
M'avean di costai già letto il nome ; 
Però fa la risposta cosi piena. 

Di sabito drizzato gridò : € Come 

Dicesti: " egli ebbe „? Non viv'egli ancora? 
Non fiere gli occhi saoi lo dolce lome? » 

Qaando s'accorse d'alcana dimora ^^ 
Cli4o faceva dinanzi alla risposta, 
Snpin ricadde, e più non parve faora. 

Ma qnell' altro magnanimo, a coi .gosta yt^^a^i^^^ 
Restato m'era, non mntò aspetto, 
Nò mosse collo, nò piegò sna costa. 

«E se > continnando al primo detto, 

« S'egli ban quell'arte » disse, « male appresa. 
Ciò mi tormenta più che questo letto. 

Ma non cinquanta volte fia raccesa 
Lia faccia della donna che qui regge, 
Che tu saprai quanto qaell'arte pesa. 



/o 



Ci. MODO : CaTAleante CaTftlcaiiU Ai 
ep icm e o notorio. 

S5. LBTTO : maolfoetato. Al. dktto. 
Cfr. Moort, Orit, 208 e Mg. 

ۤ. riDiA : eompiata in ogni aaa parte. 

67. nazaLATO: fin qai a* era soltAnto le- 
dilo g^noceMone, t. 64 ; adesso ai rizza 
ia piedi. 

m. FnsB: feriaoé; ofr. Inf. ÌX, 60. 
Purf. XXVIII, 8. - LOMK : lame, laoe 
ad mìe ; efr. Bea, XI. 7. 

Tt. inifOKA : indugio; il motivo del ano 
ia^io Io dice poi ▼. 04 e aeg. 

71. ]»KAVZi : prima di riapondere. 

73. BICADDK : il preferito ebbe, t. 63, 
*à a brere silenzio di Dante, t. 70, Tin- 
li—ii ij a erodere ohe il ano Guido foeae 
ri aMrto. Morì (cflr. nt. al v. 60) pooo do- 
;« r«poe» lltti^B della riaione danteaca. 

V. 73-93. Ancora Parinata* La aoe- 
la ^ Cavalcamte non ha oommoaao me- 
I il gran Farinata. Continoa, 
I del tutto l'intermeszo, la co- 
tiiBite dei aool emergli più grave ohe 
)•« le pene d' Inferno. Yatioina quindi 
«Daete Teelglio, e chiede perchè i Fio- 
^tsO^ oontinnino tattoraad incradelire 
'«atro I raol. Dante risponde : « A motivo 
^«Ca aaa^ninoea Iwttaglia di MonVAper- 
^ •. 2 Tarinate : < A Hont' Aperti non ftii 
fot solo a salvar Firense >. 



73. A CUI POSTA : alla eni diapoaizione ; 
ofr. Inf. XYI, 81. AI., forae meglio, a 
oni richiesta. Infatti ofr. aopra v. 24. - 
Boee.: « A oni richiesta ». - Benv.: « Ad 
oaina reqaisitioQem ». - BuU: « A posta 
del qoale ». - Serrati.: « Ad ooiaa peti- 
oionem ». - Cait.: « Ad iatansa ».-JSom.; 
« Alla coi richieata ». 

74. NON MUTÒ: benché Gnido Cavai- 
oaoti foaae ano genero. 

75. MOBSB: Al. T0B8S; cfir.Z.F.,€6 eseg. 

76. DETTO : 11 diaoorao interrotto dal- 
l' ombra del Cavalcanti. 

77. IGU : eglino, cioè qnei voetri dol 
V. 61. - ABTS: di ritornare a Firenze 
dopo eaaeme atati abanditi. 

78. LETTO : avello rovente. Il aao letto 
di morte dell'anima è terribilmente di- 
verao da quello aognato mentre viveva. 

80. DONNA : Proaerpina ( » Lana), mo- 
glie di Platone, il Dio deirinfemo ; cft*. 
Ir^. IX, 44. Senao: non paaaeranno cin- 
quanta plenilanii (quattro anni e dne 
mesi) che tn eaperimenterai quanto dif- 
floile sia il ritornare a Firenze a chi ne 
è abandito. Infatti nel 1304, epoca a cui 
ai allude in queati verai, Dante lo sapeva 
troppo bene, vani essendo riusoiti tutti 
gli sfòrzi dei Bianchi di rientrare in Fi- 
renze; oft. O, YiU, Vili, 60, 60, 72, eco. 
Bartoli, Leu. Hai. V, 141 e sog. 



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94 [CEBCHIO 8B8T0] 



iNF. X. 82-97 



[PABIUATA] 



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01 



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07 



E se tu mai nel dolce mondo regge, 
Dimmi, perchè quel popolo è fA empio 
Incontro a' miei in ciascuna sua legge ? » 

OndMo a lui : « Lo strazio e il grande scempio, 
Che fece VArbia colorata in rosso, 
Tali orazion fa far nel nostro tempio. » 

Poi eh' ebbe sospirando il capo scosso, 
€ A ciò non fui io sol, » disse, < né certo 
Senza cagion con gli altri sarei mosso. 

Ma fu' io sol colà, dove sofiFerto 

Fu per ciascun di tórre via Fiorenza, 
Colui che la difesi a viso aperto. > 

€ Deh, se riposi mai vostra semenza, > 
Prega' io lui, « solvetemi quel nodo, 
Che qui ha inviluppata mia sentenza. ,^\t^^^^ - * \ 

E' par che voi veggiate, se ben odo, / 



82. 8R: deprecativo: oos) ta possa. - 
BKOGR: ritorni; da reggere per riedere; 
otv. Nannue.,Man. Il", p. 815 nt. 7. Al. 
derivano regge da reggere, spiegando : Se 
tu eserdti qnalche infloenEa sai governo 
di Firenze. 

S3. POPOLO: Fiorentino.- EMPIO; -cru- 
dele, spietato. 

84. a' MIRI : agli Uberti. - lrggb : « qaia 
semper quando fltaliqnareformatioFlo- 
rentisQ de exnlibas rebanniendis exoln- 
dnntnr Ut>erti, Lamberti et qnidamalil»; 
Benv. 

86. ROSSO t di sangue. Allude alla bat- 
taglia di Mont' Aperti suirArbla, 4 set- 
tembre 1260 i cfr. a. Vili VI, 78-70. 

87. ORAZION: rescritti, leggi, decreti. 
« Persuasioni nel Senato fiorentino, il 
quale ci chiama per traslazione tempio, 
orandosi in tal luogo agli nomini, come 
si tA ne' tempii a gli Dii »; OelH.-TRU- 
pio : chiesa di san Giovanni, dove sole- 
vansi Care le adunanze popolati. Secondo 
altri Dante parla qui in modo vago e 
traslativo per significare ci /a aefop^rar 
eo«i; ctr, Fanf., Btud., pag. 63 e se- 
guenti. 

88. soflPnuKDO : per il dolore nell* udi- 
re che i Fiorentini, dimentichi di Empoli, 
non serbano ohe la memoria di Mont' A- 
perti, cioè soltanto del male da lui fktto 
alla dttÀ. 

89. A OEÒ: alla battaglia di Mont'A- 
pertL 



90. CAOION: era esule perseguitato, 
combatteva contro i suoi nemici, -altri : 
Ghibellini. -MOSSO : a combattere oontro 
Firense. 

91. COLÀ: a Empoli; cfr. O, Vm. VI. 
81. Aquarone in Dante e U iuo see., 898 e 
seg. e Dante in Siena, 21 e seg., 84 e Beg. 

V. 94-120. J{ vedere del dannati. 
Farinata ha predetto a Dante il ftituro ; 
Cavalcante si ò mostrato ignaro d^ pro- 
sente. Quest'ò per Dante un enimma, che 
e* prega Farinata di sciogliergli. Qnefiti 
risponde: «Veggiamo poco chiaramente 
r avvenire, ma non conosciamo il pre- 
sente H. Qnindi Dante lo prega di dire al 
Cavalcanti che il suo Guido vive ancora, 
come pure di nominare i suoi compagni. 
M Siamo >^ risponde Farinata, « pih di 
mille; tra gli altri e' ò qui Federigo II e 
il cardinale; degli altri non vo'dir nulla». 
Cfr. Arexio, Sulla teoria danleeea della 
preeeiema, Palermo, 1890. 

94. BR: deprecativo: così possa riposa- 
re una volta la vostra discendenza! Al.: 
Se mai rimisi (ripoei da riporre) in pa- 
tria, eoo. Quali discendenti di Farinata 
(Guido Cavalcanti non era tale) fbrono 
da Dante richiamati dall' esigilo t 

95. MODO: dubbio, difficoltà. 

90. SKXTRKZA : giudizio : che mi ba con- 
fusa la mente. 

97. VROOIATR: va unito col dinan^ del 
V. seg. : preveggiate. Se ho ben inteso, 
mi pare che voi prevedete le cose ftitme. 



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[CIBCHIO SESTO] lUF. X. 98-120 [PABINATA] 95 

Dinanzi quel che il tempo seco adduce, 

E nel presente tenete altro modo. » 
100 « Noi veggiam, come quei ohe ha mala luce, 

Le cose > disse, « che ne son lontano ; 

Cotanto ancor ne splende il sommo Duce. 
103 Quando s'appressano o son, tutto è vano 

Nostro intelletto; e s'altri non ci apporta, 

Nulla sapem di vostro stato umano. 
106 Però comprender puoi che tutta morta 

Fia nostra conoscenza da quel punto 

Che del futuro fia chiusa la porta^ » 
109 Allor, come di mia colpa compunto, 

Dissi : € Or direte dunque a quel caduto, 

Che il suo nato è co' vivi ancor congiunto. 
112 £ s' io fui dianzi alla risposta muto, 

Fat' ei saper che il fei, perchè pensava 

Già nell'error che m'avete soluto. > 
115 £ già il maestro mio mi richiamava : 

Per eh' io pregai lo spirto più avaccio. 

Che mi dicesse chi con lui i stava. 
U8 Dissemi; e Qui con più di mille giaccio ; 

Qua dentro è lo secondo Federico, 

E il Cardinale ; e degli altri mi taccio. » 

% 

Aidie (Sacco gli avea predetto il ftatoro, y. 67-72, e coeì tenoto in ambascia 11 uno 

/V* "^I. 64 e aeg. cuore di padre. 

90. ALTEO MODO : Don Conoscetele cose 110. caduto : Cavalcante, ricaduto nel 

presenti. suo avello, t. 73. 

100. HOl : dannati. O forse -^ noi eretici t 11 1 . nato : figlinolo ; Ir^, IV, 60. Par. 
Qaceo sembra vedere anche il presente; XXII. 142; XXIII, 2. Cfr. ut. al t. 60. 
efr. J^f. VI, 73 e seg. - ha: è presbite. 112. dianzi : poco fa. - muto : tardai a 

101. LONTANO: future: 1' aTTonlre. rispondergli, v. 70 e seg. 

102. cxrrANTO : « Iddio cotanto di spien- 113. fat' ri : fategli. Al. fatk i. 
dorè ancora dà a noi dannati, che noi 114. nrll' ebror; all' error. Pemare 
sappiamo le cose future per le loro ca* in usarono sovente gli antlcbi. L* errore t 
gioBi > ; BuH. era il dubbio circa il vedere dei dannati. \ 

103. a' APPEBBBANO : quindi Cavalcante HO. avaocio : lo pregai quello spirito ■ 
non sa nulla della morte glÀ vicina del con maggior fretta; cfr. Jf\f. XXXIII, 
suo Onido. •• bon : in atto, presenti. 106. 

104. ALTki : dannati, che arrivano di 117. con lui: nello stesso rovente avel> 
freseo. - AFPOSTA : novèlle del dolce mon- lo ; cfr. I^f, IX, 120. 

do, V. 82. Al. NOL ci apporta. 119. Federico : l'imperatore Federi- 

106. vobta: estinta ; « Scieniia de- go II. Fu accusato di grave eresia, anzi 
stmetur»; I ad Cor. XlIT, 8. di ateismo ed incolpato (a torto) di essere 

107. PUNTO: dopo il giudizio finale, autore del famigerato libro: De tribut 
quando non d sarà pih tempo avvmlre. impoHortbxte. 

109. COLPA : di avere indugiato a ri- 120. Cardinale : Ottaviano, o Atta- 

alla dimanda di Cavalcante, vlano degli XJbaldini. Fiori verso il 1260, 



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[CERCHIO SESTO] InF. X. 121-131 



fCONFORTO] 



121 



124 



127 



130 



Indi s' ascose ; ed io invér l'antico 
Poeta volsi i passi, ripensando 
À quel parlar che mi parca nimico. 

Egli si mosse; e poi, cosi andando, 
Mi disse: « Perchè sei tu si smarrito? » 
Ed io gli satisfeci al suo dimando. 

« La mente tua conservi quel che udito 
Hai centra te ; » mi comandò quel saggio : 
« Ed ora attendi qui I » e drizzò il dito. 

€ Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
Di quella il cui beli' occhio tutto vede, 



e fta poro poeta volgare; ete.NannuCtMan. 
I>, p. 862. Fu yesooTO di Bologna dal 1240 
al 1244, eletto cardinale nel 1246, morto 
nel 1273. - < Non oredìa che anima fosse ; 
e quando venne a morte disse : Se ani- 
ma fosse, direi ohe per gli ghibellini io 
r avessi perduta > ; An. 8d. - « Fa nn 
mondano nomo, lo qnale ebbe tanta cara 
di queste mondane cose, ohe non par 
oh' elli credesse ohe altra vita fosse ohe 
questa : fu molto di parte d' imperio e 
foce tutto quello ohe seppe in suo aiut-o- 
rio. Avenne eh' egli avendo bisogno soc- 
corso di moneta, dimandoUa alla parte 
ghibellina, overo d' imperio, di Toscana : 
folli vietato ; slchò costui lamentandosi, 
disse quasi conquerendo d* essi: Io pos- 
so dire, se ò anima, che 1* ho perduta 
per parte ghibellina, e un solo non mi 
soccorre. Siche mostrò in questo suo par- 
lare, quando disse te ^ anima^ ch'olii 
non fosse certo d' avere anima » ; Lan, 
Lo stesso ripetono OU., Ocut,, Boce., ecc. 
- « Fuit virvalentissimns tempore suo, 
sagax et audax, qui curiam romanam 
versabat prò velie suo, et aliquando te- 
nuit eam in montibnsfloreutifein terris 
snorum por aliqnot menses; et sojpe do- 
fendabat palam rebelles ecclesi» centra 
Papam et Cardinales ; fuit magnns pro- 
tector et fantor ghibelinornm, et quasi 
obtinebat quidquid volebat. Ipso feoit 
primum Archiepiscopum de domo Vìce- 
comitum Mediolani, qui ezaltavit stir- 
pem suam ad dominlnm illius civitatìs, 
et altam potentiam in Lombardia : erat 
mnltnm honoratus et formidatus; ideo, 
quando dicebatur tuno: - Cardinalis di- 
zit sic ; Cardinalis feoit sic ; - intellige- 
batur de cardinali Ottaviano de Ubal- 
dinis per exoellentiam. Fuit tamen epi- 
oureusex gestis et verbis eius»; Jienv. 



- « Quasi regebat totam onriam roma- 
nam, fiftvebat Imperatori et detrahebat 
Pape, fsvebat parti gebelline et perse- 
qnebatur partem guelfam >; Serrav, Ctr. 
JTbaldini, Storia déUa Casa degli XTbal- 
dini, Fir., 1588, p. 116 e seg., 131. 

V. 12M86. Conforti di VirgiUo, La 
nuova predizione dell'esigilo, nonché 
della vanità dei tentativi di rimpatriare 
rende Dante tadto e pensieroso. Virgilio 
lo conforta, predicendogli ohe Beatrice 
gli svelerà a suo tempo i suoi casi ven- 
turi (il che non fk poi Beatrice, ma Cac- 
daguida, Far. XVII). Quindi 1 due Poeti 
continuano il loro idaggio. 

121. s' ASCOSE : nel suo avello, ricaden- 
do, o riponendosi a giacere. 

123. PABLAB : alle parole di Farinata, 
V. 79 81 ; parlare nimico, perohò annun- 
ziava venturi infortuni. 

125. SMABfiiTO: sbigottito, assorto in 
cupi pensieri. 

126. BATI8FXCI: gli manifestai i miei 
pensieri: otr. v. 6. 

127. CONSERVI: non dimenticare dò 
che hai udito ; ma per intanto non ba- 
darci troppo, dovendo attendere ad altro. 

129. ATTENDI QUI: fa' at tensione a qoan- 
to ti si mostra in questo luogo. Al : At- 
tendi a quello che io ti vo'dire. Ma la 
oontempladone delle pene dei dannati è 
il fine salubre del mistico viaggio di Dan- 
te, più importante assai che non la ven- 
tura sua sorte in terra. ~ drizzò : verso 
la regione in cui si trovano, dinotata dal- 
l' avv. qui. Al. verso il cielo (I). Betti : 
« E drissò il dito al cielo, dovendo parlare 
di Beatrice, ch'era lassh ». Pare che in 
tal caso avrebbe dovuto dire : AtUndi id. 

131. QUELLA : Beatrice.- vkdb: Virgilio. 
§a tutto t doè omanammite, li^, VII, 8 ; 
Beatrice vede ogni cosa in Dio. 



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[CnCHIO 8S8T0] 



IN7.X. 182-186 -XI. 1-8 [PAPA ANASTASIO] 97 



US 



m 



Da lei saprai di tua vita il viaggio. » 
Appresso volse a man sinistra il piede : 

Lasciammo il moro, e gimmo invèr lo mezzo 
Per un sentier che ad una valle fiede, 
Che infin lassù facea spiacer suo lezzo. 



1S2. DA umi'. indirettamente. Beatrice 
gii è ^oid* nel Fanidieo, e lo eaorta ad 
ìBteraosara Caodagnida, Par. XVn, 7 
e tegaeatL. 

13i. MUBO : della dttà di Dite. - UBZZO : 
ed oerohU>. Sbi qui erano andati lon^ 
k Buira, ▼. 2. 



135. niDK: va, mena alla ripa ohe 
scende nel settimo cerobio. 

136. LAB6Ù: dove eravamo. A para- 
gone dei oerohi InCsriori, erano ancora in 
atto. « Et ftunni tormentomm eomm 
aeoendet in sflMmla ■eonlorom » ; ^p<h 
e(U, XrV, 11. -UCESO: passo. 



CANTO DECIMOPRIMO 



CERCHIO sesto: eeetici 



TOMBA DI PAPA ANASTASIO 
DIVISIONE BELLA CITTÀ INFERNALE 



In SU r estremità d'un' alta ripa 

Che facevan gran pietre rotte in cerchio, 
Venimmo sopra più crudele stipa; 



V. 1-9. Xa tomba di papa Anatta- 
•<•. I due Poeti contlnnano U loro viag- 
pe verso il messo per discendere; ma il 
poso enorme che vien sa dall'abisso li 
iadnee a raoeostarsi ad nn sepolcro, ohe 
è quello di nn papa eretico. 

L KSTRSlflTÀ : orlo. - BIPA : che ter- 
BEsa il cerchio degli eretici e gaarda 
mipok il segnente, che è dei violenti. 

2. CBK; qoartb caso; la qoale ripa.- 
PACK VAX : formavano.- BOTTS: la ripa era 
catta intorno intomo sooecesa in grandi 
rottamL IH qoesta roina parla più tardi, 
/V. XU, 31 e seg. 

3. vTtFA. : congerie, ammassamento di 
•psztti piti erodelmente tormentati.* Que- 
sta Toee atipa <qnando ella è nome, co- 

7. — 2Hs. Ofmm., 4f^ edis. 



m'ellaò qoi) signi&ca ona massa di sterpi, 
come sono i proni, ginestre e altre cose 
simili, tagliate e ìnvìloppate insieme a ca- 
so, e ikttone fastella per la comodità del 
portarle, per arderle di poi nelle fornaci, 
o adoperarle a riempiere fosse, o bastioni, 
o altre simili macchine. Onde è presa qui 
questa tal voce, metaforicamente o per 
traslaxione, dal Poeta per la moltitndi- 
ne delle anime raochlnse in qaesto bara- 
tro infernale. » OMi. - « Sopra moltitu- 
dine, che aveva maggiori peccati, e più 
gravi, ohe non avevano coloro, de' quali 
infine a qui ha parlato»; Cout.- Diver- 
samente BxUi: « Siepe che chiude e cir- 
conda ». - Benv.: « Cavea slve gabia in 
qua oontinentur pulii ». - B^ti : * Siìpa, 



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98 [CEBCHIO 8B6T0] 



IlfP. XI. 4-16 



[PAPA ANASTASIO] 



10 



18 



16 



E quivi, per V orribile soperchio 
Del puzzo che il profondo abisso gitta, 
Ci raccostammo dietro ad un coperchio 

D'un grande avello, ov*io vidi una scritta 
Che diceva: < Anastasio papa guardo. 
Lo qual trasse Fotin della via dritta. » 

« Lo nostro scender conviene esser tardo, 
Si che s'ausi prima un poco il senso 
Al tristo fiato ; e poi non fia riguardo. > **^ 

Cosi il maestro ,* ed io € Alcun compenso » 
Dissi lui, « trova, ohe il tempo non passi 
Perduto. > Ed egli: «Vedi che a ciò penso. » 

« Figliuol mio, dentro da cotesti sassi » 



doò serraglio, claasnra, eoo. Nò d vnol 
tanto ad indovinarlo. I«a ripa, sa oni 
Dante venne, dominava tntto un gran 
recinto, dove più crudeli tormenti erano 
a vedersi ». -Bott.: * Lnogo che contiene 
piti dolorosa intensità di pene ». Cfr. In/. 
VII, 19; XXIV, 82. 

4. SOPERCHIO: eccesso. 

6. PUZZO : simbolo del peccato. « Bona 
fama bonus odor, mala vero foetor »; 8,Ag. 
dt. dal PotL Oati. Cfr. Eed. VII, 2. 

6. RACCOSTAMMO : riparammo, -coper- 
chio: levato; cfr. In/. IX, 121 ; X, 8-9. 

7. GRAKDB : per poter contenere 11 gran 
numero di monoflsiti. La scritta nomina 
soltanto nn papa, capo della Chiesa. 

8. ANASTASIO: secondo di questo nome, 
papa dal 496 al 498. Viveudo al tempo 
dello scisma tra le due chiese, orientale 
ed ocddentale, ed amando assai la pace, 
spedì nel 497 due vescovi legati all' Impe- 
ratore greco, pregandolo di togliere dai 
sacri Dittid il nome di A cacio, eretico, 
già vescovo di Cesarea in Palestina. Verso 
lo stesso tempo venne a Roma Potino, 
diacono di Tessalonica e seguace di Aca- 
cie. Anastasio II Io accolse amorevol- 
mente e comunicò con lui, 11 che eccitò 
l'ira del clero di Roma. Quindi Gradano, 
Deeret. ditt. XIX, 8-9, disse, falsamente, 
Anastasio II condannato dalla Chiesa, e 
tutti quanti gli storid eodeslastid duo 
al secolo XVI, chiamaronlo a torto ere- 
tico ; ofr. Lib. ponti/, detretum Oratiani 
I, Diot. 19, 9.DoeUing€r,Pap9tfabeln, Mo- 
naco, 1863, p. 124 e seg. Dante seguì in 
questo luogo la tradisione erronea che ai 
suoi tempi aveva il valore di storia esatta. 
- GUARDO : onstodisoo. 



9. LO QUAL: quarto caso.-FOTDT: dia- 
cono di Tessalonica, da non confonderd, 
come fecero molti, i quali accusarono per 
ignoransa il Poeta di anacronismo (« nd 
buio ddle oognidoni storiche interven- 
ne a Dante d'avvicinare il Fotino, ere- 
siarca del secolo IV, ad Anastado II ohe 
visse nel secolo V »; BartoHni, Studi dant. 
I, Siena, 1889), col molto più oonosciato 
sabelUano Fotino, vesoovo di Sirmio, con- 
dannato come eretico dai condili di An- 
tiochia (345), di Milano (847) e di Sirmio 
(351). - VIA DRITTA : della fede ortodossa. 

V. 10-66. JXHsione del baswo It^fer- 
no. Devono soffermarsi per awesaare il 
senso al gran pusso. Per non perdere 
inutilmente il tempo, Virgilio disegna a 
Dante come è fatto il basso Inforno. Vi 
sono tre altri cerchi : l' uno de' violeaU, 
distinto in tre gironi (violenti contro bò 
stesd, contro il prossimo e contro Dio) ; 
il secondo dei frodolenti, distinti in dieci 
classi e puniti in died food ; l' ultimo e 
più profando dei traditori, distinti in 
quattro classi. 

10. TARDO: ritardato, lento. 

11. s'ausi : s'awoKd all'orribfl puEzo. 
-8KH80: l'odorato. 

12. FLATO: eaaladone. - non fia : oon> 
tinueremo francamente il nostro viaggio, 
sensa badare alla pestilensiale esaladone. 

14. LUI : a lui. - TEMPO : « Tutte le no- 
stre brighe, se bene vogliamo oeroare li 
loro prindpi, procedono quad dal non co- 
noscere r uso del tempo »; Oonv. IV, 2; 
cfr. Furg. in, 78; XVH, 84. Par. XXVI, 
4 e seg- 

16. DENTEO : al disotto della dnta for- 
mata dalle gran pietre rotte, r. 2. 



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[CtÈCmO SESTO] 



IHF. XI. 17-83 



[BASSO IHTBBKO] 99 



Cominciò poi a dir, € son tre cerchietti 
Dì grado in grado, come quei che lassL 

1» Tatti son pien di spirti maledetti; 

Ma perchò poi ti basti par la vista, 
Intendi come e perchè son costretti. 

22 D' ogni malizia, eh' odia in cielo acqaista, 

Ingiaria è il fine, ed ogni fin cotale 
con forza o con frode altrai contrista. 

s Ma perchè frode è dell' uotn proprio male, 

Più spiace a Dio; e però stan di satto 
Gli frodolenti, e più dolor gli assale. 

28 De' violenti il primo cerchio è tatto ; 

Ma perchè si fa forza a tre persone. 
In tre gironi è distinto e costratto. 

31 A Dio, a sé, al prossimo si paone 

Far forza, dico in sé ed in lor cose. 
Come adirai con aperta ragione. 



17. CBRCHum: il dfminativo per ri- 
fnrdo ai oerolii dell'Inferno snperiore, 
o Aioci di Dite, ohe sono assai maggiori. 

18. m GmADO : digradantiai, ristringen- 
tiil. come i lei già percorsi. 

19. BPisn MALiDim: diaroU e dan- 
nati. « Diwedite a me, maledioti, in ignem 
«t e ru i uu qui prs&paratns est diabolo et 
angetls eins »; MaUh. XXV, 41. 

20. TI BAflTi : per sapere qua! sorta di 
peeeatori si trova in ogni cerchio, sensa 
più ^mandarmene. Inflitti dimando co- 
me Zn/l in, 83, 73; IV, 74; V, 50-51; 
VII. 37-38; IX, 124, non si fiuino più. 

21. OOMK: in qnal modo e secondo qnal 
ordine gU tpirti maUdeUi sono eottretti, 
cioè Btreiti insieme, stipati. Alenai rifb- 
rtaeono eo«frett» ai eerekieUi e spiegano : 
Sodo stretti, serrati l'on dentro l'altro; 
efir. Bianc, Vertueh, 103 e seg. 

22. odio: « Odisti omnes, qai operan- 
tnr iniqnitatem » ; Ptal. V, 7. - « Cam 
aatem doobns modis. Idest vi ant fraade, 
fiat ininria, firaos quasi vnlpeeal», vis 
leoBis videtor: ntromqne alienissimnm 
hmiiDe, sed frana odio digna malore » ; 
Oeer., De Of, 1, 13. - « Kalla [ooea] è da 
odiare, se non per soprawenimento di 
autizU»: Oonv. IV, l. 

23. «aiUBLà: ifi/hMtio iurii, vìda- 
sfam di diritto ; « ingìnstizia, parola so- 

» d'Aristotele ») 2V>B». - mcB: r ea- 



I di qualsiasi malizia è ingiustizia, o 
centra Dio, o oontra li proesimo, o centra 
so stesso. 

24. CON FRODI : « per fbrza o per flran- 
de » ; Oonv. IV, 11. 

25. FBOPBIO : tatti gli animali possono 
osare della forza ; ma soltanto l' nomo 
pnò offèndere altrid colla frode, la qaale 
nasce di^'iU>nBo dell'intelletto, di cui 
Tnomo solo è dotato. « Frans magis pro- 
prie pertinet ad ezecntionem astati», 
secnndom qaod flt per tactH • ; TJiom, 
Aq.. Sum. théol. II, u, 55, 5. 

26. BUTTO: sotto; ò il lat. ttibttu. 

28. PRIMO : dei tre cerchietti, v. 17. - 
« Cioè, nn solo cerchio, come i prece- 
denti, diviso in tre spartimenti tatti ad 
nn solo livello; e i tre spartimenti son 
tre aree circolari concentriche, nna den- 
tro l'altra ; e quindi la prima cinge la se- 
conda, e la seconda la tersa, oh' ò la pih 
piccola »; Roti, - TUTTO: pieno ; occupato. 

29. PKRBONS: sorto di persone: Dio, 
prossimo, sé stesso. 

31. A Dio : « comincia dal più grave 
peccato eh' ò contro Dio, e termina col 
meno grave eh' è contro il prossimo : qui 
sotto invertirà » j B099. - puomk : può, 
come fene per fe^, eco. ; forme dell' uso 
toscano. 

32. m BÈ : nella persona, -in lob cosr : 
nella roha. 



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100 [CERCHIO BE8T0] InP. II. 84-50 



[BASSO INFERNO] 



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49 



Morte per forza e forate dogliose 
Nel prossimo si danno, e nel suo avere '7 
Buine, incendi e toilette dannose; , , v^ v a. 

Onde omicide, e ciascun che mal fiere,/) ,\ ^^. 
Guastatori e predon, tutti tormenta \ 
Lo giron primo per diverse schiere. 

Puote uomo avere in sé man violenta 
E ne' suoi beni ; e però nel secondo 
Giron convien che senza prò si penta 

Qualunque priva so del vostro mondo. 
Biscazza e fonde la sua facultade, 
E piange là dove esser dee giocondo. 

Puossi far forza nella Deiiade, 

Col cor negando e bestemmiando quella, 
E spregiando natura e sua bontade ; 

E però lo minor giron suggella 
Del segno suo e Sodoma e Oaorsa 



84. FORZA: 1» fon» bì abasa contro il 
proMimo: o nella persona, noddendo e 
ferendo ; o nella roba, guastando, inoen- 
diando, rubando, predando. - fkbute : 
ferite; da >ruto, part. di /er^ra. 

86. TOLLKTTK: usare. « TcllMUk è lo 
stesso ohe (otto, verbale di tdiT«, per fòrrt 
ad usura » ; Faf^.» 8tud. 69-00. Al. COL- 
LKTTB; ofir. Z. F., 69 e seg. Betti, Scritti 
Dant., 17 e seg. l£azzoni-To$eUi, pag. 84. 
- DANNOSI : rovinose, da mandare in ro- 
vina; cfr. It\t. VI, 58. 

37. OMICIDE: piar. ant. di omicida j 
oggi omicidi. La lesione omicidi ò cor- 
rezione di chi non conosceva la lingaa 
antica. - mal fiere : ferisce per malida 
e per mente determinata al male, non 
per impeto o per difesa. 

38. GUASTATORI : Colpevoli di mine ed 
incendi. -PREDON: ladri ; che fsnno preda 
della roba altrui usando violenza. 

39. SCHIEBB: secondo la qualità della 
violenza fatta. 

40. IN Bit: contro so stesso, ucddendod. 

41. BENI: dissipandoli. 

43. PRIVA sÈ: ò suicida. 

44. BISCAZZA: (da Bisca è bitcazza — 
Luogo dove si tien giuoco pubblico), dis- 
sipa gli averi nelle bische, al giuoco. 
« Questa voce biscazza significa nella no- 
stra lingua un luogo nel quale si ritenga 
il giuoco, ma non ooài pubblicamente co- 
me nelle baratterie', perciò che nelle ba- 



rcUterie va a giuocare chiunche vaole, 
scusa esservi conosciuto e sensa aver oo- 
nosoenza di quei che vi giuocano ; e neUe 
bische vanno a giuocar solamente quei 
che vi hanno pratica e conoscenza » ; Oel- 
li. Cfr. Mazzoni'ToseUi, p. 82. - fonde : 
scialacqoa. 1 prodighi del canto VII non 
peccarono che di mal dare, VII, 58 ; que- 
sti qui scialacquarono i loro beni nel giuo- 
co, o in spese smodate e passe. 

46. LÀ DOVE : « e cosi quelle cose che a 
ciascuno dovrebbero essere cagione di 
gioia e scala al paradiso, come la vita e le 
ricchezze bene usate, quelle stesse gli 
sono cagione di pianto e di dannasione, 
usate male »; Fat\f,, Stttd, 60. Al.: Nel 
mondo, dove doveva, vivendo bene, stare 
giocondo ed allegro (1). 

46. NELLA Beitadb: coutro Dio. 

47. COL COR : con intimo deliberato sen- 
timento. « Dlxit insipiens in corde suo: 
Non est Deus >; Psal, XIU, 1; LII. 1. 

48. SPREGIANDO: commettendo peccati 
contro natura, come i Sodomiti. - sua: 
della Deitade, cfr. più sotto v. 96-96. 

49. MINOR: il terso, più stretto degU 
altri due. -suggella: imprime loro U 
suo suggello; li dichiara suoi; cfr. Apih- 
cai XX, 3. 

60. Sodoma: i sodomiti, cosi detti da 
Sodoma, cfr. Oenes. XIX. - Caorsa: gU 
usurai, cosi detti da Oahors lat. Oadur' 
oum, già capoluogo dell'alto Queroy. nel 



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[COCTIOBSSTO] 



Int. XI. 51-67 [basso ihtibho] 101 



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«7 



E chi, spregiando Dio col cor, favella. 
La frode, ond' ogni coscienza è morsa, 

Pnò l'nomo nsare in quei che in Ini fida, 

Ed in quei che fidanza non imborsa. 
Qaesto modo di retro par che uccida 

Pnr Io vinco d'amor che fa natnra; 

Onde nel cerchio secondo s'annida 
Ipocrisia, Insinghe e chi aflFattnra, ^^ . -i^' ' 

Falsità, ladroneccio e simonia, 

Rnffian, baratti, e simile lordura. 
Per l'altro modo quell'amor s'obblia 

Che fa natura, e quel eh' è poi aggiunto, 

Di che la fede speziai si cria; 
Onde nel cerchio minor, ov'ò il punto 

Dell'universo in su che Dite siede. 

Qualunque trade, in etemo è consunto. » 
Ed io : € Maestro, assai chiaro procede 



Medio •▼• nido di orarsi. « Urandi qui 
Camiid dfeutiir >; Bmmbgl. - « Come 
TvoM diee d^alemio : egli è Oaortiito, eoA 
•* iatmde di* egli sia nsaraio » ; Boee, 
Ctt. Todéfckini, II, 301-12. 

51. PAvnXuà : bectemmiMido e negando 
Dlo;cfr.T. 47. 

52. oom : eeeendone tatti rei; « omnee 
decfinaTemst : limai inntilee ùtcU sont: 
am ei* qol fludat bonam, non est nsqoe 
ad annm. Se|Ni]<niim patens est gottnr 
eoma, Ungoia sola doloee agebant»; ad 
AmmwIII, 12-IS.-«Soaoalcone fhiadiche 
MB rtBOxdoDo la coedensa (f), perchè 
non eon peceato » (?) ; Land, - mobsa : ri- 
mana, offees. « Intendi, o che la frode 
è tei Tizio che le eoedenie più dare 
n*h«ino rimorao; e de.: Boa qutmqué 
frwm9, twu timor m ort a l i vexat; o che 
Virgilio Toglia rimproverare i oontem- 
pereael di Dante eome i più meoohiati 
di frode»; Tom, 

53. nr qun: Al. n colui chs si ftoa. 

Al. DT COLUI CH'nr LUI TIDA. 

Si. imbobba: rieere in sé— non ai fida, 

S6. QUISTD: Tnaar frode eontro dii 
non ai fida. - uccida: tronchi. 

M. PUB: aoltanto Tamor natoraIe.« Cia- 
aeon nomo a ciaaean nomo è nataral- 
mento amico »; Orna. I. 1. 

68. uosanm : adolaaloni. - chi avfat- 
TUEA: maghi, malloaL 



€0. BARATTI: baratterie, oppure ba- 
rattieri. 

Clnadro de* rei 
maaai In oorrlspondenaa ai Canti 
dove partitamente ae ne raclona 

. ifocriti taf. XXm 

" XVIII 

XX 
XXIX 
XXX 
XXIY 
XIX 
XVIII 
XXI 
XXII 



. hatng\ieri . . . 
on AFT ATrmu . maghi, maliardi 

JkXMnX ftìmtori i 

. ìadfom 

. ttmoniaci .... 
. rugkmi. 

. baraltUri ... .1 

61. PER L* ALTRO: aaando frode eontro 
ehi ai Ada, ai rompe non aolo U vincolo 
natorale, ma e quello di parentado, e di 
amiciaia, e della data flBde, eco. 

63. Bi CRIA: ai crea, naoee tra gli no- 
mini la fidanaa apedale. 

64. ruHTO: il centro della terra e del- 
Fnniverao ; efr. Oonw. Ili, 5. Farla nata- 
ralmente accendo U aiatema Tdemafco. 

65. DI BU CHE: aal qoal centro Loci- 
fero ha il ano aeggio. 

66. TEADR: tradiace;i traditori di ogni 
genere. 

Y. 67-90. IdmntMU fuori deOmeiUA 
éU IMie. Dante interroga il Maeatro, per- 
chò non aian ponlU nella città di Dite ^ 



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102 [CEBCHIO SESTO] Inf. XI. 68-83 



[DAHNÀTI] 



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82 



La tua ragione^ ed assai ben distingue 

Questo baratro e il popol che il possiede. 
Ma dimmi : quei della palude pingue, 

Che mena il vento, e che batte la pioggia, 

E che s'incontran con si aspre lingue, 
Perchè non dentro dalla città roggia 

Son ei puniti, se Dio gli ha in ira ? 

E se non gli ha, perchè sono a tal foggia? » 
Ed egli a me € Perchè tanto delira » 

Disse, « lo ingegno tuo da quel che suole ? 

Ovver la mente dove altrove mira? 
Non ti rimembra di quelle parole. 

Con le quai la tua Etica pertratta 

Le tre disposizion che il ciel non vuole, 
Incontinenza, malizia e la matta 

Bestialitade ? e come incontinenza 



iracondi, i loMariosi, i golosi, gli arari ed 
i prodighi. Peccarono d'incontinenza, ri* 
sponde Virgilio, e l'incontlnenEa offende 
meno Iddio e procaccia minor infamia, 
ohe non la malizia e la bestialità. Onde 
gV incontinenti sono separati dagli altri 
dannati e puniti ftiori della città di Dite. 

68. RAOIOKB : ragionamento, discorso ; 
cfr. V. 33. 

69. BARATRO: dal gr. pdpa^pov, lat. 
barathrum ; laogo profondo, oscnrissimo 
e cavernoso ; qui per T Inferno. - chb il 
POSSIEDE : che lo abita, che lo empie. Al. 

CHE FOBSIBDE. 

70 . FiNGUB: fangosa; If\f, VII, 106 e seg. 

71. MRMA: lossariosi. -batte: golosi. 

72. s'iivcOKTRAN: avari e prodighi. - 
ASPRE LINGUE : ontoso motro ; cflr. If\f. 
VII, 80, 33. 

73. ROGGIA : rovente. « Tre colori ab- 
biamo: roiio ch'ò qnello del cinabro; 
vermiglio eh' ò del verzino e della lacca ; 
roggio eh* è del ferro rovente e che tende 
al colore della ruggine, il ohe manifosta- 
mente si vede nelle pere per questo colore 
chiamate Bogge »; Borghini. Cft-. Pwrg. 
Ili, 16. Par. XIV, 87. 

75. HON : se Dio non gli ha in ira. - A 
TAL: tormentati in tal modo. 

76. DELIBA: devia dalle sue solite nor- 
me nel gindioare, esce dalla via e qaasi 
dal solco diritto del vero. « Lira, Uree si 
è il solco il qnale il bifolco arando mette 



diritto co' suoi buoi, e quinci viene deliro, 
delirai ^iì qnale tanto viene a dire, quanto 
usdredel solco, e perciò, metaphorieé par- 
lando, in ciascuna cosa uscendo della di- 
rittura e della ragione, si può dire e di- 
oesi delirare »; Boee. 

78. DOVE : o è forse la mente tua ocoti- 
pata da altri pensieri? Ài. la mente tua 
ALTROVE; forse Correzione di ohi si ac- 
corse che quel dove aUrove non suona ve- 
ramente troppo bene. 

80. TUA : d'Aristotele, ohe facesti tua 
studiandola. -pertratta: Int. pertradtU, 
trattadlstesamente; cfr. Xmt., £Cft. VH, 
1 e seg. 

81. DiBPOSiziON: dello spirito, visi. 

82. INCONTINENZA: la dxpam'a di Ari- 
stotele» la quale consiste nel godimento 
di quei piaceri ohe sono dilettevoli per so 
stessi e che hanno per loro fondamento o 
bisogni corporali, come il mangiare, il 
bere ed i piaceri carnali, o la propria de- 
siderabilità, come la vittoria, la gloria, 
le ricchezze, ecc. Onde la distinziOBe : in- 
continenza semplice, àn\S>q dxpacn<x, 
ed incontinenza aggiunta, xatà npóa- 
^otv. - MALIZIA: il vizio: xaxto, di 
Aristotele, ohe consiste nel mal uso della 
ragione. - matta bestialitade: la dt\- 
ptÓTi\(; di Aristotele, che consiste nella 
BoddiBfìizione di quelle voglie ohe non 
sono dilettevoli per sé stesse; crudeltà» 
antropofagia» peccati contro natura» eco. 



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[ClSCSiO SESTO] 



IKP. XI. 84-101 



pJSTTBA] 103 



Men Dìo offende e men biasimo accatta ? 
' ss Se tu rignardi ben qaesta sentenza, 
E rechiti alla mente chi son quelli, 
Che sa di fnor sostengon penitenza; 

88 Ta vedrai ben perchò da questi felli 

Sien dipartiti, e perchò men cmcciata 
La divina vendetta li martelli. > 

91 « sol che sani ogni vista turbata, 

Tu mi contenti si, quando tu solvi, 
Che, non men che saper, dubbiar m' aggrata. 

u Ancora un poco indietro ti rivolvi, » 

Diss'io, « là dove di' che nsura offende 
La divina boutade, e il groppo svolvi. > 

97 < Filosofia, » mi disse, « a chi la intende, 

Nota non pure in una sola parte. 
Come natura lo suo corso prende 
iM Dal divino intelletto e da sua arte; 

E se tu ben la tua Fisica note, 



84. ACCATTA : si tir» addosso. La colp* 
deirineontlnente eonaisie nel non porre 
fr«Bo ali» ecncopisoenza. la qaale è un 
moTimeiito nalarale; quindi sono minori 
• la colpa e l'inCtmia. 

85. BiouABDi: oogli oooM dell' intellet- 
to; Ti rffl«tti sopra. 

87. 6U : nei oerèlii superiori. - m fuob : 
della dttà di Dite. - sosTiif gon : sono 
tormentati. 

M. TKrDSTTA : cosi il maggior numero 
dei plft aatoreroli oodd. Al. giustizia. 
Poò stare l'nna e l'altra lesione. Cfr. 
Moore, Orit., 299 e seg. - li mastelli, 
U ponisca. 

V. 91-115. CSsme V usura offenda la 
hsmtA diHna, Dante dimanda, come mai 
roBiiT» offenda Dio, mentre essa sembra 
ofbadere soltanto U prossimo. « La prò- 
posta qoistiono soIts qoi Virgilio e pro- 
eede in questo modo ; la natura praide il 
eono suo da Dio; ond* ella ò un' arte da 
Dio, eioè suo ordine, e processo naturale; 
e dò die procede dalla natura, e segui- 
tala, potremo dire che sia figliuolo di na* 
tara ; 1* arte naturale procede da natura 
e lei come suo maestro seguita; sicchò 
questa arte è quasi nipote di Dio. E da 
queste due, doò da natura e arte, con- 
▼iene ehe l'uomo prenda sua rita e ch'elli 
a'aranai. B perchè rnsurlere non seguita 



natura, nò arte naturale, ma tiene altra 
Tia partita ds questa ; adunque dispregia 
elli natura figlinola dì Dio, e arte natu- 
rale, ctie è nepote di Dio ; e pone in al- 
tro la speme sua, cioè nelle cose tempo- 
rali »; OU. 

91. o SOL: ofr. If\f. I, 82. « D sole na- 
turale cacda yia le tenebre della notte et 
disA i nuToli et la oeohitA della nebbia : 
oo<A Virgilio nello Autore dissipò et spen- 
se ogni ceohità d' ignoranza ; et pertanto 
per similitudine chiama Virgilio sole »; 
An. Fior. 

92. SOLVI: sdogti le mie qoistioni ed 
i miei dabbi. 

98. m' agguata : mi ò grato l' essere in 
dubbio non meno del sapere, il dubbio 
procurandomi il diletto de' tuoi discorsi. 

94. TI BIVOLYI : rivolgiti, toma indietro 
ancora un poco. 

96. DI': dici; ofr. v. 48. 

90. BVOLVi: sviluppa il nodo; sdogli 
il dubbio. Al. SOLVI ; ma così leggendo si 
avrebbe due volte la stessa voce in rima. 

97. LA IHTKlfDB: Al. L'aTTEMOB, CÌOÒ, 

vi presta attendono. 

98. MON PUBE: in pih d' un luogo. 

100. ABTB : dalle sue stabiUte leggi» che 
sono l'arte di Dio. 

101. TUA : la ITidca d' Aristotde da te 
studiata; cftr. v . 80. - kotb: noti, consideri. 



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104 [CBBCHIO SESTO] INP. XI. 102-115 



[U8UBA] 



103 



106 



109 



112 



115 



Ta troverai, non dopo molte carte, 

Che Parte vostra quella, quanto può te, 
Segue, come il maestro fa il discente ; 
Si che vostr'arte a Dio quasi è nipote. 

Da queste due, se tu ti rechi a mente 
Lo Genesi dal principio, conviene 
Prender sua vita ed avanzar la gente. 

E perchè Fusuriere altra via tiene, 
Per sé natura e per la sua seguace 
Dispregia, poi che in altro pon ]a spene. 

Ma segnimi oramai, che il gir mi piace ; 
Che i Pesci guizzan su per T orizzonta, 
E il Carro tutto sovra il Coro giace, 

E il balzo via là oltra si dismonta. » 



102. IION DOPO: quasi al principio» 
n, 2 : « Ars imitatar Dataram in qnan- 
tam potest». 

103. QUELLA : la natura. L'arto segne 
la natnra, oome il discepolo segue 11 
maestro. 

105. QUASI : l'arte è figlia della natnra ; 
questa è figlia di Dio. Quindi per simili- 
tudine l'arte può dirsi nipote di Dio. 

106. DUE: natnra ed arte. 

107. PRIHCIPIO : II, 15 : « Tnlit ergo 
Dominns Deus hominem, et posnit eum 
in paradiso voloptatis, ut operaretnr, et 
onstodiret illum. » - III, 10 : « In sudore 
Tnltus tui Tosoeris pane. * - Conviene 
che la gente si nutrisca ed aumenti le 
fhooltà per mezeo della natnra (agricol- 
tura) e dell'arte (industria e commercio). 

100. ALTRA : che non è quella prescritta 
da Dio. L' usuriere non ricava il vitto nò 
aumenta le sue focoltà per mezso del- 
l' agriooltura, dell'industria o del com- 
mercio, ma col metallo e coi sudori altrui. 

110. PER 8È: in lei stessa. - SEGUACE : 
r arte ; cfr. Oonv, IV, 9. Volendo ohe il 
denaro fimtti denaro e rubando gli altrui 
sudori, l'usuraio offènde la natura, figlia, 
e r arte, nipote di Dio. 

111. nv ALTRO : nel denaro e nell'altrui 
credulità. 

112. ORAMAI : SÌ erano fermati presso 
la tomba di papa Anastasio, v. 6. 

113. PESCI: zodiacale; la costellazione 
dei Pesci, lontana 80 gradi dall'Ariete, 
in cui il Sole si trovava. Accenna qui U 
principio deir Aurora. Ctt. Della VaUe, 
8en$o geogr.-aHron. dèi luoghi della D. O. 



Faenza, 1869, p. 9 e seg. - orizzonta : 
OTÌttonie, come Atena, Penteeotta, Comvn 
na, eco. per Atene, PenteeoHe, Comune; 
ctt. Nannue., Voci, p. 41 e seg. 

114. carro : di Boote, cioè l'Orsa m&g. 
giore. - Coro : il Oawnu o Ooru* del la- 
tini, vento ohe spira tra ponente e tra- 
montana, ed anche la parte d'onde spira. 
« Allorchò il Segno dei Pesci si trova sul- 
l'orizzonte all'Oriente, l'Orsa maggiore o 
il Carro giace tutto sulla diresione di que- 
sto vento »; DellaVaUé, - « Il vento (3oro, 
lat. Ckturus, ta dai Greci detto Arge9te, 
voce che coir andar dei secoli si è stupi- 
damente trasformata in MaeHro. Baso 
spira fra Settentrione e Ponente, quindi 
verso la sinistra della stella Polare. I 
Pesci si trovano in perfetta opposizione 
col Carro, cioè con l'Orsa Maggiore, 
mediante la stella Polare. B trovandosi 
i Pesci ad oriente, doò a destra, il Carro 
si trova verso la sinistra della stella Pe- 
lare, e quindi verso il punto donde spira 
il Coro. Or 1 Pesci precedono di due ore 
l'Ariete, non ancora spuntato. E, stante 
l'equinozio, essendo la notte di ore 12, ne 
segue che in Jerusalem sono ore 10 » ; 
IfociH, Orario deUa D. <7. Cosensa, 1894, 
p. 6. 

116. BALZO : l'alta ripa, -via là : molto 
lontano di qui. - dismohta : si discende. 



Dove sono nell'Inferno dantesco gli ao- 
oidiosi, i superbi e gli invidiosi 1 1 primi 
sono da cercarsi nel vestibolo, gli altri 
nei diversi scompartimenti del settimo, 



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renaio 8I8T0] 



lS9.U. 



[USUBA] 105 



flttiTD e Bono oerdiio. Le pene infenall 
BM baiiBo altro seopo, che di eei^aie il 
■aleoommeMo, il qiule è retribuito ooUa 
pett ehe il nude oorrispoade. Vi d oe- 
aerv» lo e§tUrapa$to, doò U leggo del 
t^tbue (efr. JV. XXTm, 142), secondo 
li qaale tutte le pene seno distribolte. 
K» teeoado qneet» legge non ti ponisee 
eiw fl male posttìro e reale, la oattiva 
■dose effrtttramente oommesaa, come 
aoke n giudice in terra dere assolata- 
B«Qte Hmltani alla poniaione dei delitti 
flfistttrmmente commessi, e non pnò pn- 
■in né fl pensiero del delitto, nò l'in- 
àHamka» ad esso, nò il delitto meditato 
• forse ragb^ggiato, non però messo in 
efctto. Or Vaeeidia non consiste nel fkre 
fl male positiro, si nel non far nnlla, 
BÀ fl Baie nò il bene, nel vivere terua 
^9U e $*Ma lodo (Inf. Ili, 86). Quindi 
gii oeddioH non potevano oocnpare un 
posto qoalanqne nel profondo Inferno, 
ioTs li panisoono ovnnqne eattive astoni 
*ftttiTamente oommeeee. Onde essi sono 
^ eerearai nel vestibolo, non già in quat- 
ta slfifo cerchio dell*Infemo.Hedesima- 
■Moto, tuperbia ed invidia sono sensa al- 
eni dubbio passioni, incUnasioni, affetti, 
*PP^iU, qnalità perverse e peccaminose, 
IRBìdlmomdeUttì e peccati attnalL Ma 
K il dsUtto, il peccato, non si commette 
itteilmente, non vi pnò essere nn posto 
per U nperbo e per Tinvidioso nell'Infer- 
no dantésco, ove, come dicevamo, non si 
PBBiieoQo che i peccati e delitti tUtudlL 
U superbia e 1* invidia in atto producono 



tatti qnei peccati che sono paniti nel set- 
timo, ottavo e nono cerchio. Or le pene 
dell* Inferno essendo eteme, ò chiaro che 
corrispondono al delitto attuale. Chi dalla 
snasaperbia Ita trascinato allavioleniao 
alla frode, trova naturalmente n soo po- 
sto in ano dei gironi del settimo, o in nna 
delle bolge dell' ottavo cerchio. Chi dalla 
sna invidia ita trascinato al tradimento, 
se ne andrà gih a stare coi traditori. Lo 
aflbrma il Poeta medesimo là dove dice, 
che la deca cupidigia e la folle ira stimo- 
lano r nomo nella vita temporale, e nel- 
r etema lo immergono nell* abisso del 
dolore. In/. XII, 40 e seg. Dante non 
poteva, per consegueuEa, creare nel suo 
Inferno cerchi speciali per i superbi e 
grinvidiosi, ed ò Attica gettata il cercarli 
qua o là in un luogo speciale tra qaei 
tanti che nelle didassette regioni dei tre 
ultimi cerchi soffrono la pena dd delitti 
attuali, che la loro superbia o la loro in- 
vidia li trascinò a commettere. Tutte 
queste didassette regioni sono popolate 
da superbi ed invidiod. Vedi però Bar- 
toU, Lea, ital, VI. l. p. 45 96. FOomiui 
Oueljl, La etrtUtwra morale dtVL'Inf, di 
l)a!nXe, nel Qiom, Dani. 1, 341-67, e 429-47 
e la letteratura colà citata, la quale d ò 
poi considerevolmente aumentata in que- 
sti ultimi anni; cfir. Oiom. Dani. II-V, 
peueim. Dal canto nostro anche adesso 
non sappiamo modificare la data Inter- 
pretadone ; ma 1 giovani studiosi non 
trascorino di confrontarne altre, in parte 
1 divergenti. 



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106 [CBRC. 7. GIB. 1] iNF. XII. 1-6 



[MmOTAUBO] 



CANTO DECIMOSECONDO 



CERCHIO SETTIMO 

GIRONE primo: VIOLENTI CONTRO IL PROSSIMO 
(Attaffkti nellA riviera di sangue bollente) 



IL MINOTAUBO, LE BOVINE DELL' INFEBNO 
IL FLEGETOKTE ED I CENTAURI, DIVEB8I VIOLENTI 



Era Io loco, ove a scender la riva 

Venimmo, alpestre, e, per quel ch^vi er'anco, 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe schiva. 

QuaVè quella mina che nel fianco 
Di qua da Trento l' Adice percosse, 
per tremaoto o per sostegno manco; 



V. 1-30. Il Minotauro, I dne Poeti 
sono gionti dove per una mina al scende 
dal sMto al settiino cerchio. Custode di 
questo cerchio ò il Mjjiot&iicOj, sìmbolo 
della violenza bestiale. Virgilio ne spegne 
la rabbia con le savio sue parole; quindi, 
superata eziandio la difficoltà della ro- 
vinosa scesa, arrivano giti alle rive del 
Flegetonte. 

2. guBL: il Minotauro; v. 11 e sog. 

3. TAL: talmente erto ed aspro, e tal- 
mente schifoso e spaventevole per causa 
della bestia, v. 19, che vi stava a guardia. 

4. auiM A : frana. Secondo gli uni Dante 
allude al varco apertosi dall'Adige a tra- 
verso le folde del monte Pastello nel luo- 
go detto la Chiusa, e che ò chiamato li 
Slavini di Marco; secondo altri alla ro- 
vina di Monte Baroo presso Kovereto. 
Banibgì: «quemadmodum est ripa dirup- 
ta cuiusdam montanee tridentine quam 
tangit et percutit aqua cuiusdam fiumi- 
nis veronensis qui vocatur Ladesé (VA- 
dice) qui prodncit pisces qui Lasche vo- 
oantnr • . - Petr.Dant.: « In qnadam mina 
slmili illi minse qnse est Inter dvitatem 



Veronro et dvitatem Tridenti super fln- 
mine Atids, in centrata qnadam qnae dl- 
citur Marcomodo ». - Benv.: « Illa via rai- 
uosa per quam erant descensuri, erat 
tali qualis est illa quo est in ripa Atheais 
Inter Trìdentum et Veronam ; Illa enim 
ripa, anteqnam fleret istud prfisdpitiam 
maximum, erat ita recta et repens in roo- 
dum muri, qnod nullus potnisset ire a 
summo ripsD usque ad fbndum fiumana) 
inferioris; sed post ruinam fkctam poseet 
nunc aliqualiter iri ». Cfr. Memorie an- 
tiehe di Rovereto e de' luoghi dreotiìfieini, 
Ven., 1754, p. 74 e seg. Persico, Deseri- 
none di Verona, Verona, 1820, voi. II, 
p. 176. Oiovaneili, Der eingestiirzte Serg 
bei dem Dotfe Marco unter Roveredo, i 
Slavini di Marco genannt, Innsbmck, 
1832. Todeschini, I, 442 e seg. Ferrazzi, 
IV, 379; V, 320. Lorenzi, La mina di 
qua da Trento, Trento, 1896. BuU, II, 
4, 10 e seg. Ejusd., La leggenda di JOatUs 
nel Trentino, Trento, 1897. Bassermann, 
p. 419 e seg. e 649. 

6. MANCO: mancato, causa 1* asaidao 
rodere dd fiume; /V* XXXIV, 181. 



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naiB. 1] 



IiTF. XII. 7-2 



[MTNOTAUBO] 107 



19 



13 



16 



19 



Che da cima del monte) onde si mosse, 
Al piano è si la roccia discoscesa, 
Ch'alcuna via darebbe a chi sn fosse; 

Coiai di quel burrato era la scesa; . 
E in su la punfca della rotta lacca . t^-^ ^ ,v^ 
L'infiunia di Creti era distesa, ' 

Che fu concetta nella falsa yàcca^ 
E quando vide noi, sS stesso morse, 
Si come quei, cui Tira dentro fic^cca. 

Lo savio mio invér lui gridò : « Porse 
Tu credi che qui sia il duca d' Atene, 
Che su nel mondo la morte ti porse ? 

Partiti, bestia, che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella. 
Ma vassi per veder le vostre pene. » 

Qnal è quel toro che si slaccia in quella 
Che ha ricevuto già il colpo mortale. 
Che gir non sa, ma qua e là saltella ; 

Vid'io lo Minotauro far cotale; 

E quegli accorto gridò : « Corri al varco : 



7. Bi MOflSi: qnélla rnioa. 

8. AL PiAHO: sino al piano. - DlscoflCB- 
SA: Tottft ed ini^ombra dalle sne stease 
nwìa» 

9. ALcmiA: mia qualche via, benohò 
malaferole, per diaoendere. Al. Nesanna. 
Ma lUeuno non rigniflca mai nesmno, e 
w idoe Poeti diaoeaero per Tappanto 1), 
vaa ila qoalonqne o* era. Ctr. Dionisi, 
Amedd. U, 11. Blandim./un., 114 e mg, 
Blane, Vertueh, 107 e eeg. Eneid, 57 e 

10. BUBBATO: predpisio, luogo eco- 
Keeo, dirupato e profondo. Cfr. It^f. 
XVI. lU. X 

IL ruKTA; orlo, -lacca: foena, oa- 
Tità; cfr. JnA Vn, 16. Purg. Vn, 71. 

12. nrFAMiAt Mlnotaaro; cnstode del 
cerehie dei Tiolentl, perchè, come qaeeti , 
d pMoera di carne umana. - Crbti : r Ì8o- 
laéi Creta, oggi CandJa, detU dai nostri 
«rtidìl Oretiì cfr. Oonv. IV, 27, - Dl- 
RKA: sdraiata. ,t 

IS. FAIAA : di legno, in eoi entrò Fa- ' 
itfsper fkrsi copriro dal toro. Cfr. Pttrg. ' 
XXVI, 41 e seg. 
U. là smso: per la gran rabUa. Al. 

BÈBTIBaA. 



15. FIACCA : Tince e straxia, togliendo 
Toso della ragione. 

16. LO SAVIO : così i più ; àlooni oodd. 
leggono invece: lo savio mio Virgilio. 
Cfr. Moore, Orit., 800 e seg. II Betti: 
« Con qaesta variante si toglie qnell' in- 
vér lui, detto di nna bestia ». 

17. DUCA: Teseo, figlio di Egeo re di 
Atene, che accise 11 Minotanro. 

20. 80HKLLA : Arianna, figlia di Minos, 
re di Creta, e di Pasife ; amante di Teseo, 
al qoale insegnò il modo da tenere per 
nooidere il Hinotanro. 

21. VAB8I: ci va. Al. viiirsi. Cfr. Z. 
F., 73 e seg. - fer vbdrr : e non per far 
danno a chicchessia, come Teseo s* intro- 
dnsse nel Laberinto. 

22. TORO: ottimo paragone del figlio 
col padre. Virg., Aen. II, 223 e seg. : « <;^a- 
Us mngitns, fbgit cam saacins aram Tau 
ms et incertam excQssit cervice secnrim» 
- IN QUELLA : in qaeir ora, in qnel mo- 
mento «t ilaeeia, cioè rompe il sno laodo. 

25. COTALS: il somigliante. 

26. quRou : Virgilio. - accorto : del 
momento opportuno per passare il varco, 
cioè il passo diansi oocnpato dal Mino- 
tanro, il qnale, saltellando qna e là, non 



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108 [CKBO. 7. om. 1] iNF. III. 27-42 [bovine nmsRHALi] 



28 



31 



3A 



37 



40 



Mentre eh' è in furia, è buon che tu ti cale. » 

Cosi prendemmo via giù per lo scarco 
Di quelle pietre, che spesso moviensi 
Sotto i miei piedi per lo nuovo carco. 

Io già pensando; e quei disse: t Tu pensi 
Forse a questa rovina, eh' è guardata 
Da quell'ira bestiai ch'io ora spensi. 

Or vo' che sappi, che l'altra fiata 
Ch'io discesi quaggiù nel basso Inferno, 
Questa roccia non era ancor cascata. 

Ma certo poco pria, se ben discemo, 
Che venisse Colui che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio superno. 

Da tutte parti l'alta valle feda 
Tremò si, ch'io pensai che l'universo 
Sentisse amor, per lo qual è chi creda 



attenderà in questo istante al ano uffizio 
di guardare qnel passo. - gobbi : aflRret- 
tati a passare. 

27. TI CALE: ti cali, discenda. 

28. SCABCO: scarioo, od ammasso di 
quelle pietre, « le quali erano dalla som- 
mità di quello scoglio cadute, come cag- 
giono le cose che talvolta si scaricano »; 
Boce, 

80. CABOO: carico, peso insolito, oioò 
di persona vira, «non essendo solite soen* 
dere in tal luogo, se non ombre che non 
pesano *; €Mli, 

Y. 81-45. Le r&vine infernali. Dan- 
te procede oltre, assorto in pensieri. « Tu 
pensi * gli dice Virgilio, « a questa rovi- 
na. La non o* era ancora V altra volta che 
discesi quaggiù (cAr. Inf, IX, 22 e seg.). 
Ma, se ben mi ricorda, poco prima che 
venisse il Possente (Cristo) a liberare 
tante anime dal Limbo, tutto quanto Vln- 
femo tremò in modo, che mi venne in 
mente V ophiione di Bmpedocle, il quale 
si avvisava che il mondo fosse formato 
dalla discordia degli atomi, la cui con- 
cordia tirerebbe dietro a sé la confusione 
del tutto. Quell'insolito terremoto (cfr. 
Matt, XXVII, 61) fu causa delle rovine 
infernali. » Il GeUi: « Io vi addussi già, 
per provarvi che la selva, nella quale il 
nostro Poeta si ritrovò esaere smarrito 
^«I mezzo del cammin di noHra vita, non 
fd altro ohe un certo cominciare ad aver 
qualche dubbio degli articoli della reli- 
gion cristiana, intra le altre ragioni que- 



sta : che Virgilio, il quale era mandato da 
Beatrice (intesa da lui per la Teologia) a 
/kr tale offizio, pigliava ad arte, ogni volta 
ch'ei poteva, occasione d'accertarlo di 
qualcuno d' essi articoli. E ne vedete lo 
esempio particolarmente in queeto luogo; 
ove ei piglia occasione, da la rovina di 
questa scesa, di mostrar che ella cadde, 
quando ei tremò la terra nella morte di 
Cristo, e eh* egli scese dopo quella all'In- 
ferno, e cavò i Santi Padri dal Limbo. » 
88. IBA bbstial: bestia irosa, che è il Mi- 
notauro. - SPENSI : resi impotente a nno- 
oerci, focendolo diventar matto di rabbia. 

37. POCO PBIA : pochi momenti avanti. 
Il terremoto avvenne allo spirare del Be- 
denterò, il quale dùcen agVif^eri SDbito 
dopo la sua morte. - bb ben : se mi ricordo 
bene. Al. se non pigilo errore. Come pa- 
gano, Virgilio non è troppo sionro del 
fletto suo. 

38. CoLm: Cristo; cfr. Inf. IV, 53 e 
seg. -.fBSDA : di anime tratte dal Limbo. 

40. ALTA : profonda - feda : fetida, 
sozza, schifosa. 

41. TBKMÒ : MaU. XXVII, 61: «La ter- 
ra tremò, e le pietre si schiantarono », 
anche neir Inferno, suppone il Poeta, cfr. 
In/' XXI, 112 e seg. 

42. BENTissE AMOB: cho gli elementi 
tornassero in oorcordia. - È chi creda: 
lat. est qui eredat. Dante conosceva pro- 
babilmente l'opinione di Bmpedocle dalle 
opere di Aristotele, il quale la combatte 
come falsa. 



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iNF. xn. 48-58 



[CBMTAXTBl] 109 



58 



Più volte il mondo in Caos converso ; 
Ed in quel ponto questa vecohia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a valle; che s'approccia 
La riviera del sangue, in la qual bolle 
Qnal che per violenza in altrui neccia. > 

cieca cupidigia, o ira folle, 
Che si ci sproni nella vita corta, 
E nell'eterna poi si mal c'immollo! 

Io vidi un'ampia fossa in arco torta. 

Come quella che tutto il piano abbraccia, 
Secondo ch'avea detto la mia scorta; 

E tra il pie della ripa ed essa, in traccia 
Correan Centauri armati di saette, 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

Vedendoci calar, ciascun ristette, 



43. 00HTSB8O : ritornato in oonftaaione. 

45. ALnoTB : efr. Ji^. V, 34. 1 pih in- 
tendono del ponti che oopnmo 1* bolgia 
deg& ipoertti, ete. If^, XXT, 106 e seg. 
Ha di questa rovina Virgilio non ne sa 
«Bear nolla^ onde si lascia gabbare dai 
damooi; cfr. I^r. XXIII. 130 eseg. Val- 
tron è dnnqoe d* intendersi in generale» 
wsa allosione speciale ad on dato luogo 
àétì* Inferno. - FBCB uviseo : si rovesciò 
ìb tal modo. 

V. 46^. n Wlegetonte ed i Ceniau- 
rL >eeo il gj yetontoy riviera di sangn e 
\^mS^JfS~^ sono attoffisti, qnal più, 
qui aeno, i violenti contro il prossimo, 
Moondo la sentensa: « Fosti assetato di 
«agae, bevilo I » Il BttU dice che aUegorl- 
eaaentes'intendedi quelli del mondo che 
coptfmismsnto bollono nel sangne per 
•Meadimento d' ira. Intorno alla riviera 
corrono Ceotaori armati di saetto, e loro 
eapitSBo è Chirone. Saettano chiunque 
per sUeggerimeoto di pena si sporge 
^Mci del boUento sangne pih che la sua 
ootpa non gli permetta. Virgilio chiede 
s CUione, il quale si è già aceorto ohe 
I)*Bte è aneor vivo, che gli dia uno dei 
MoiCentanxi, per mostrare ai dne Poeti 
^ Kttde, e portar Danto sulla groppa. 
(^Urone dà loro per gnida il Centaoro 
Hetto. 
4S. FIOCA: guarda laggiù - b' aftboo- 

<^: ri approssima. 
, 47. MifìMMA : n yiegetonto, terso fiume 

^>>Kud», in coi sono attoflM 1 violenti 



sitibondi di sangne umano; Jnf, XIV, 
180 e seg. 

48. Quu. : ohinnque nuoce al prossimo 
con violensa. 

40. CUPIDIGIA : la oni^digia e l' ira sono 
le passioni motrici della violensa. - o 
IRÀ : Al. e con loro Bambgl.: b ula. Al. m 
BLA B FOLLB. Quest'ultima lesione vuol 
essere scartoto ; l' ira è una delle princi- 
pali fonti della violensa, ed è veramento 
/oUe, come la cupidigia ò eisca. 

61. c'iMMOLLB: ci immolli «i maU, 
tanto dolorosamento, nella riviera del 
sangne ohe bolle. 

52. FOSSA : la riviera del tangué, v. 47, 
ohe circonda il settimo cerchio. - n aboo 
TOBTA: circolare. 

54. DBTTO: Jnf. XI, 28 e 34-391 Op- 
pure XII, 46-48 f O ambedue f 

55. bssa: fòssa. -m tbaocla: in fila, 
r uno dopo r altro, di modo che l'uno se- 
guiva le tracce dell' altro, e dò per essere 
il sentiero assai stretto. Al. : In cerca di 
anime da saettore; intorpretasione eon- 
fortata dai v. 73 e seg. 

56. CBHTAUBi : esscri mitologici, dalla 
vita sensa legge, che non conoscono al- 
tro diritto se non della fona. Simboli 
della violenza ed appunto per questo tor- 
mentatori dei violenti, a visio essendo 
neU' Inferno dantesco il suo proprio ca- 
stigo. Cfr. Ovid., Mei. XII, 210 e seg. 

58. VBDBNDOCICALAB : giù per lo scaroo 
delle pietre rotto ; v. 28 e seg. Ctt. Virg., 
Aen. VI, 381 e seg. 



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110 [CBBC. 7. GIB. 1] iNF. XII. 59-76 



[OENTAUBI] 



61 



64 



67 



70 



73 



76 



E della schiera tre si dipartirò 
fx*^ Con archi ed asticciuole prima elette. 
E l'un gridò da lungi : « À qual martlro 

Venite voi che scendete la costa? 

Ditel costinci; se non, l'arco tiro, x^ 
Lo mio maestro disse : t La risposta 

Farem noi a Chiron costà di presso : 

Mal fu la voglia tua sempre si tosta. » 
Poi mi tentò, e disse : « Quegli è Nesso, 

Che mori per la bella Deianira, 

E fé' di so la vendetta egli stesso; 
E quel di mezzo, che al petto sì mira, 

È il gran Chirone, il qual nudrl Achille ; 

Quell'altro è Eolo, che fu si pien d'ira. 
D'intorno al fosso vanno a mille a mille, 

Saettando quale anima si,gvelle a^ y. 

Del sangue pia che sua colpa sortille. » 
Noi ci appressammo a quelle fiere snelle ; 



59. TBR: Nesso, Chirone e Folo, y. 67 
e segaenti. 

60. ASTICCIUOLE: freooe. - BLKTTR : Scel- 
te prima di staocATSi da' loro compagDi. 
« Tendnnt nervis melioribns arons; Co- 
ra ftiit lectis pliaretras implere sagittis »; 
Luean., Phar», VII, 141 e seg. 

61. l' un ! Nesso, V. 67. - martìbo : a 
qaal genere di pena, e tra quali pecca- 
tori. 

68. COSTINCI: da costì e il suffisso eif 
di costi, dal luogo dove siete, sensa far 
più passo ; altrimenti tiro l' arco, tì saet- 
to; cfr. Purg. IX, 85. 

65. COSTÀ : giunti ohe vi saremo vicini. 
Chirone, capo dei Centauri, fti, secondo 
la mitologia, di essi tutti il piii giasto, 
onde Virgilio vuol parlare pure alni, non 
solo come al capo, ma e come al men fu- 
rioso della maledetta brigata. 

66. MAL: per te; alcuni pochi codd. 
MA FU, lesione inattendibile; cfr. Moo- 
re, Orit., 802. - tosta: precipitosa. Volle 
rapire Deianira moglie di Ercole, il quale 
lo uccise. 

67. TENTÒ : toccò leggermente per ren- 
dermi attento t mi fece volgere a so. - 
Nesso : il Centauro che tentò di rapire 
Deianira, moglie di Ercole, onde questi 
lo feri mortalmente con una fìreoda av- 
velenata. Cf^. BmìoI, 535 e 1322. 



69. Kou STESSO : benché vinto emoroi- 
te. Lasciò la sua veste insanguinata a 
Deianira, dandole ad intendere, ohe eeaa 
avesse la virth di far innamorare ohi la 
vestisse. Deianira gli credette, e volendo 
conservarsi o riguadagnarsi l' amore di 
Ercole, gliela mise indosso, onde egU in- 
furiò e mori. 

70. SI MIKA: assorto in pensieri, es- 
sendosi accorto che Dantf ò tuttor vivo, 
V. 80 e seg. « 

71. Chironb: Xetpov, figlio di Satur- 
no e della ninfa Fillira. Secondo la mito- 
logia fu famoso medico, indovino, astro- 
logo e musico; fti pure aio, educatore di 
Achille, Bsoulapio, Ercole, eoe Cfr. Purg, 
IX, 37. 

72. FOLO : figlio d'Iasione; nelle noaae 
di Piritoo con Ippodamia, riscaldato dal 
vino, volle far violenza alla sposa ed aHe 
altre donne dei Lapiti. - « In Nesso è flu^- 
rata la cupidigia violenta ; in Folo, il vio- 
lento furore »; Tom. 

73. VANNO : i Centauri, dai quali i tre 
nominati ai sono dipartiti per venire in- 
contro ai due Poeti, v. 59. 

74. SI SVELLE: si alzi, esca fuori del 
bollente sangue. 

75. SOETILLE: le diede in sorte, le de- 
stinò. 

* 76. FiEBE: Centauri, fiere dall' ombe- 



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[etsc. 7. 0IS. 13 



IKF. XII. 77-90 



[CENTAUEI] 111 



S3 



S5 



Chiron prese tino jtiale, e con la cocca 
Fece la barba indietro alle mascelle. 

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 
Disse ai compagni: « Siete voi accorti, 
Ohe quel di retro move ciò ch'ei tocca? 

Cosi non soglion fare i pie de' morti. » 

E il mio baon duca, che già gli era al petto, 
Ove le duo nature son consorti, -: c*^^^^ •■ 

Rispose: «Ben è vivo, è'ff Coletto ^ 

Mostrargli mi convien la valle buia : 
Necessità il c'induce, e non diietto. 

Tal si parti da cantare alleluia, 

Che ne commise quest'ufficio nuovo; 
Non è ladron, né io anima fuia. 



lieo in giù. - BHSLLB: rtHool ; ne' piedi e 
nelle gambe nrerano iiDnn» di onTAlIo. 

77. ooocA. : taoo» o pleoolo solco nelln 
pute pocteriore deUn freccia. 

78. FBCB: ai peMnò la bariM indietro 
Teno le m ancelle per fare la fyran bocea 
libem e parlare in modo da eeaere inteeo. 

81. QUEL: Dante. - move: le pietre; 



88. AL PETTO : non gli arrivaTa più an, 
taalo Chirone era grande. - e Idest qoi 
iaa perTenerat ad pectoe eqoi. Ita qnod 
«mcapHeattingebatpectiiseqai »{Ben«. 
- « Dae petti aono nel centauro, l'uno del* 
r WNDO e r altro del cavallo »; Out. 

M. uuo : dell* nomo e del cavallo. -BOir 
COKSOBTI: si oonginngono. 

fó. VIVO: «quasi dlcat: verevivitet 
beale, quia nulli qosrit nocere, Immo 
oaurfbos prodeaee; non est vir sangui- 
nufli sioat voe foistis, est ecce quare ve- 
niaoa non ad martìrium, siout Hessus 
petabat paolo ante, imo ut videat pcenas 
alionun»; Benv, 

87. KECEseiTÀ: di flato e della sua sa- 
iuta. - n. c'iMDUCB: Io conduce qoi. AI. 
EECBBITA. 'L COHDUCB. - DILETTO : di 

vana eorioaità. 

9S. TAL: Beatrice. - da cartabe: dal 
Paradiso, dove al cantano le lodi del Si- 



88. MB: ano! due; Al. Mi: cfir. JV< II« 
87 a seg. - UPfidO: di andare per i regni 
della morta gente; oppure, leggendo mi, 
di goidare un vivo per qaesti regni. - 
VUOTO: straordinario, inusitato. 

90. LADBOSs violento rapitore dell' al- 



trui avere, quali sono i dannati di questo 
girone. -FUIA : i più spiegano ladra, da 
/iuro, mutata la r in i, come paio per pa- 
ro, danaio per danaro, eco. Al.: Fuggita, 
fuggitiva; AI.! Nsaoosta, celata; cfr . IHez, 
E^, WdH. n*. p. 82. OU.: « Anima di 
ladrone ». - Boee.: « Qoasi dica, nò io al- 
tresì son ladrone, perciocché noi quelle 
femmine le quali son fare, noi chiamiam 
ftiie ». - Benv.: « qoasi dicat : nec ipso est 
violentus, nec ego frandolentus. Latro 
enim est qui violenter et patenter spoliat, 
ftir vero fkaodulenter; ideo non snmos 
puniendi aliqua pcena in civitate ista, in 
qua panitur violentla et fraadnlentia ». 
-fiuti: « Questo si pone impropriamente 
per loladrone ».- jSnrae.: «iVta, idest fu- 
riosa; vel fora, idest anima faris ».- Barg.: 
« Che per ladroneccio, o farto sia degna 
di rimanere in questo cerchio, o dismon- 
tar più giù a pena alcuna ». - Land.: 
« Foia, cioè farà ». - Tal,: « Et ego non 
som fhr ». - Veli.: « Anima fora». - G«Ui: 
« Fura e ladra, espone il Landino, e il 
Qiamballarl, nera e macchiata, onde ve- 
nissi in qael luogo per esservi punita ». 
- Dan.: « Fora e ladra ». - Oatt.: « La- 
drone è chi ruba per forza ed apertamen- 
te, e conviene che Fida aigniflobi questo 
stesso; altramente non sarebbe da punire 
sotto la guardia de' Centauri. E si stima 
ohe sia voce oosl fatta di Fura, e perciò 
significhi la mbatrloe ». Oli antichi non 
danno veruna spiegasione, forse perchò 
la voce non sembrava loro oflUre alcuna 
difficoltà. Secondo il Betti, fuio vale e*- 
ìato, « sicché Dante vuol dire che Virgl- 



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112 [OBBC. 7. QIE. 1] iNF. XII. 91-107 



[TIBAHNI] 



01 



94 



97 



100 



103 



108 



Ma per quella virtù, per cui io muovo 

Li passi miei per si selvaggia strada. 

Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pj:a9yo, 
Che ne dimostri là ove si guada, ^'^^^' 

E che porti costui in su la groppa ; 

Che non è spirto che per Taer vada. > 
Chiron si volse in su la destra poppa, 

E disse a Nesso: < Toma, e si li guida, 
' E fa' causar, scaltra schiera v'intoppa. » 
Noi ci movemmo con la scorta fida 

Lungo la proda del boiler vermiglio, 

Ove i bolliti facean alte strida. 
Io vidi gente sotto infino al ciglio ; 

E il gran Centauro disse : € Ei son tiranni 

Che dier nel sangue e nell' aver di piglio. 
Quivi si piangon gli spietati danni ;it- r j, \ 

Quivi è Alessandro, e Dionisio fero. 



Ilo non era on nomo, che andasse naeoo- 
samente celando sé ». Ma è possibile nel- 
r altro mondo, come in questo, di andare 
nateotamenU edando tè t Virgilio doveva 
saperlo. 
91. VIBTÙ: divina. 

93. TUOI: Centauri. -A pbuovo: ap- 
presso, a lato; forse dal lat. adprope. 

94. Bi GUADA : il flnme del sangne bol- 
lente. 

96. PEB l' A£a: dnnqne gU spiriti, udita 
la sentenza di Minosse, non vengono tra- 
gittati da FlegiÀs, nò portati da Gerione. 

97. POPPA: mammella; sul destro lato; 
efr. In/". XVn. 31. 

98. TOBMA: indietro. Erano venuti in- 
contro ai due Poeti, dunque bisognava 
tornare indietro. - si: come Virgilio ha 
detto. 

99. CAN6AB: dlscostare.-scBiKBA: di 
Centauri, of^. v. 78. -v'intoppa: v'in- 
contra. Al. 8* INTOPPA : s' imbatte in voi. 
Cfr. InT' XXV, 24. Z, F„ 76 e seg. 

V. 100-139. IHvwi violenH contro 
il prossimo. Guidati da Kesso, i due 
Poeti continuano il loro viaggio lungo la 
riviera. Trovano i tiranni che diedero di 
piglio nel sangue e nell'avere e stanno 
in quel bulicame sino al ciglio. U Cen- 
tauro mostra loro Alessandro, Dionisio, 
Assolino, Obizso da Este e, a parte, Gui- 
do da Monteforte. Racconta loro che dal- 
l' altra parte nel profondo del bulicame 



sono puniti Attila, Pirro, Sesto ed t la- 
droni Binler da Corneto e Blnier passo. 
Passato il guado. Nesso ritoma indietro. 

100. fida: sicura. BtUi: «Parla quivi 
per lo contrario, che non fh fido a Deia- 
nira » (t). - Barg.: « Con Nesso, alla fede 
del quale eravamo raocomandati ». - In- 
vece di NOI CI MOVKMMO alouni testi 
hanno OB a movbmmo, les. difesa da 
Z. F., 7«. 

104. GRAN: Nesso; cfr. V. 71. 

108. SPIETATI : crudèli. - danni : recati 
altrui. 

107. Alkssandbo: il Grande o quel di 
Feref I pih intendono del Macedone, 
veramente meritevole di stare co' vio- 
lenti e tiranni ; ott. Ltiean., Phar». X, 19 
e seg. Benv. mostra a lungo (I, 405-408) 
che Alessandro Magno fbsse vi(àento« in 
Deum, in se, in proximum, et peius in 
soos quam in extraneos ». È vero ohe 
Dante ne parla flsvorevolmente altrove, 
DéMon. II, 9. Conv, IV, 11 ; ma ciò non 
ò di molta importanza. Altri intendono 
di Alessandro di Fere, ohe flhoeva ve- 
stire gli uomini di pelli ferine e gettarli 
così ai cani, e (ìsceva pur sepp^Ure viva 
la gente ; cfr. JHod. Sieul. llb. XV e XVT; 
PltU., Pelop., 27-29. Oom, Nep.» Pdop,, 5. 
Gli Alessandri essendo tanti, « cum di- 
dmus Alexander (senza più) debet Intel- 
ligi per exoellentiam de Alexandre Ma- 
gno »; Btnv. Curiosa poi la chiosa del 



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fCMC. 7. GIR. 1] 



iNF. xn. 108-114 



[TIRANNI] 113 



IW 



112 



Che fé' Cicilia aver dolorosi anni; 

£ quella fronte o'ha il pel cosi nero, 
È Azzolino; e quell'altro che è biondo, 
E Obizso da Esti, il qual per vero 

Fa spento dal figliastro sn nel mondo. » 
Allor mi volsi al poeta, e quei disse: 
< Questi ti sia or primo, ed io secondo. > 



BamJbffl^ « iste ftiit Alexander rex lern- 
talem et tinuinat eradelleeimiis, de quo 
diflitar qnod oetingentoe viioe enm nzo- 
lilme et filile on* vice neoari fiMit». - 
An. 8tl^ « Qoi &meiixione d* Aleesandro, 
e non mi distondo a dire chi e* Ita, e come 
eonqidatò tatto il mondo ». - lae, Dant.: 
« n grande Alleflaaidro di Manoedonla il 
qnalle tirane^^iando aignoieggiò le dne 
parti del mondo, doò Asia e AMcha». 
-Xon..* « Qneeto Alemandro fta nn ti- 
raano il quale vinse tntto il mondo, fé* 
molto cnideiitadi. oom* è soritto nella sna 
Tita ; ft« le qnali n* ò scritto nna che sof- 
fioae a fan morire di quelli di lerosalem 
ad imo tratto LXXX milia nomini colle 
sue fiunij^ » (f).-Bo0e.? «Non dice Taa- 
torv qnatotConoioesiaooeaehò assai tiranni 
■tot! at«io, 1 qnali questo nome hanno 
arato; e perocohò nel maggiore si con- 
tengono tatti i mali Catti da' minori, credo 
che sia d* intendere, ohe egli abbia vo- 
lato dire di Alessandro re di Macedonia » . 
-In OroHc, da loi studiato, Danto leg- 
gera, III, 16 : « Inde profeotams ad per- 
sienm bellam, onmes oognatos ac prozi- 
moe anoe intorfedt ». B m, 18: «Non 
minor eios in saos cmdelitas, qnam in 
hostem rabies ftait». E inoltre III, 18: 
« Fnmsaii sangninis enezsatorabiUs, sive 
hoattam sive etiam sodomm, recentom 
tamen semper sitiebat craorem ». E di 
nuovo m, 20 : « Cam adhuc sanguinem 
sttiens, mala castigato aviditoto, mini- 
stri insidiis venenum potasset, intorilt ». 
G em bra pwtanto foor di dubbio cheDanto 
abbia inteso d^ Macedone. Cfr. Betti, 
SerUH Dani, 102 e seg., Siane, Vertueh, 
llOeaeg.-DiovisiO; tiranno difflraousa, 
probabllmento il seniore, considerato da- 
gli antichi qual tipo dei tiranni inumani 
e crudeli; eonfr. Diod, SU, XTV, XV, 
74. Val. Max. 1, 1 ; IV, 7 ; IX, 19. Pìut., 
Dion,, 5. Cfic., Tìue.Y, 21 e seg. Del resto 
andie Dionisio il giovine fta asMi crudele ; 
cfr. JWorf. 8ie, XV. 16. Iwtin, XXI, 5. 
108. CicnjA: SidUa; cfr. Val, Max, 
IX, 16. atoJt., Aeha, I, 80. 

8. — 2>i9. Oomm^ 4» ediSe 



109. fronte: sola visibile, essendo co- 
storo immersi infino al ciglio, v. 108. - il 
fkl: il orine. 

110. AzEOLUio: Bseelino da Bomano, 
conto di Onara, morto in prigione nel 
1259. « Fu il pih crudele e ridottoto ti- 
ranno che mai fosse fra' cristiani, e si- 
gnoreggiò per sua forza e tirannia.... 
grande tempo tutto la Marca di Trevigi 
e la città di Padova e gran parto di Lom- 
bardia ; e' cittadini di Padova molto gran 
parto consumò, e acceoonne, pur de' mi- 
gliori e de*pih nobili, in grande quantito, 
e togliendo le loro possessioni, e mando- 
gli mendicando per lo mondo, e molti al- 
tri per diversi martirii e tormenti iisoe 
morire, e a un' ora undicimila Padovani 
fece ardere, eoo. »; Q. YiU, VI, 72. 

111. Obizzo: Opisxone II da Esto, 
marchese di Ferrara e della Marca d'An- 
cona, morto nel 1298. - peb vbbo : sin 
d' allora se ne dubitova, nò l' autorità di 
Danto basta ad accertare il fatto. 

112. FI0LIA8TB0: flgUo Snaturato. Si 
raccontava che A sso Vili, figlio di Obls- 
EO, avesse soffocato il proprio padre con 
un piumaccio. Gfr. Bioohald./err. in, Mtt- 
rcUori, Ber. Bài. Script, IX, 268. MaeetH, 
in Omaggio a Dante, Boma, 1866, p. 680 
e seg. De Leva in DanU e Padova, Pado- 
va, 1866, p. 237 e seg. Sardi, HiH. Ferr,, 
pag. Ii3. Del Lungo, Dante ne' tempi di 
Dante, Bologna, 1888, p. 386*96, 407 e seg. 

118. MI VOLSI : meravigliato, chiedendo 
collo sguardo o la conferma, o la confta- 
tadone di quanto aveva or ora udito. 

114. PBIMO : Nesso, che ne sa in pro- 
posito più di me. « Dicit Virgllins : Iste 
Centaurus preoedat to et ego acquar to »; 
BiHnbgl. - « Lassavano andare Nesso in- 
nanzi, che era primo a Danto, e Virgilio 
venia dlrleto a Danto, si eh' era Virgilio 
a Danto secondo »; Lan. - « Vuole in que- 
sto affermar Virgilio, ohe al Centauro sia 
dadarfedeaquelohedioe»; Boec-^Yvàt 
brevitor dicere : nunc Centaurus pnBoe- 
dat, et tu stes in medio, et ego stabo 
post to, ita quod ero tibi secundas et 



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114 [CERO. 7. GIB. 1] iNF. XH. 115-127 



[OMICIDI] 



U5 



118 



121 



124 



127 



Poco più oltre il Centauro s'affisse 
Sovra una gente, che infino alla gola 
Parca ohe di quel bulicame uscisse. 

Mostrocci un'ombra dall' un canto sola, 
i, Dicendo : « Colui fesse in grembo a Dio 
^ ' Lo cor che in sul Tamigi ancor si cola. » 

Poi vidi gente, che di fuor del rio 

Tenea la testa ed ancor tutto il casso; 
E di costoro assai riconobb'io. 

Cosi a più a più si facea basso 
Quel sangue, si che cocca pur li piedi ; 
E quivi fu del fosso il nostro passo. 

€ Si come tu da questa parte vedi 



Ule erit tibi primos »; Bent. - Si tratte 
di an dubbio di Dante, ed il modo d' an- 
dare qui non c'entra. Bene VAn. Fior.: 
« Nesso.... aveva detto alI'Aattore assai 
cose dell* anime di coloro ohe erano in 
quel sangae. Onde l'Anttore, dabitando 
che Nesso non dicesse la verità, si volse 
a Virgilio per dimandarlo et chiarirsi; 
onde Virgilio gli rispose: Questi ti fla 
primo, ciò è Nesso ti dica testé ogni coba 
innanzi a me, et io secondo, ciò è poi te lo 
conterò io ; qoasi voglia dire : Non dobi- 
tore, che dò che Nesso t' ha detto, é la 
verità». 

115. b'àffibsb: si fermò. 

116. GBNTB: omiddi, meno rei dei ti- 
ranni, quindi meno fitti nel htdieame, 
doè nel flame di sangue bollente. 

118. SOLA: per l'enormità del sno mi- 
sfatto. 

119. PB88B : da fendere, trafisse. - m 
ORRMBO : nel tempio, e nell'ora del sacri- 
ficio solenne. 

120. SUL TAHIGI: a Londra. - si COLA: 
si venera. « Anchora onorato si chnra »; 
lae, DarU. - « Oolitnr »; Benv. -•Si eola, 
cioè si onora, e viene da colo, eolie ; e per 
tanto dice che egli s'onora, in qaanto oon 
reverensa e compassione, avendo riguar- 
do alla benignità e aUa virth di colai di 
cni fti, è da tatti quelli che per quella 
parte passano, riguardato »; Boee, -^Si 
eola, doè si onora; imperò che tutti l'In- 
ghileei ohe vi passano fanno onore aqnella 
statua, et è vocabolo grammaticale e vie- 
ne da eolo, eolie » ; BuU. Cosi intesero 
tatti gli antichi. Di eola da colere, usato 
anche da' provenzali, ofr. yannuc., Verbi, 
337. L* interpretaaione «Versa ancora il 



sangue agli occhi dei connaaionali, oioò 
tien viva in essi la memoria dd delitto e 
il desiderio della vendette », è del tatto 
inattendibile. - H fatto, a cui si allade, 
avvenuto nel 1272, è cosi raooonteto da 
O. Fin. Vn, 89: «Basendo Arrigo, fWitello 
d' Adoardo figlinolo del re Bicoiardo d'In- 
ghilterra in una chiesa (a Viterbo) alla 
messa, celebrandosi a qaell* ora U sacri- 
fido del corpo di Cristo, Guido conto di 
Monforte, il quale era per lo re Carlo vi- 
cario in Toscana, non guardando reve- 
rensa di Dio, nò del re Carlo sao dgnore, 
uccise di sua mano con ano stoooo il 
detto Arrigo per vendette del conte Si- 
mone di Monfbrte suo padre, morto a sua 
colpa per lo re d'Inghilterra.... Adoar- 
do... il cuore del detto sno flratdlo in una 
coppa d' oro fece porre in su una colon- 
na in capo del ponto di Londra sopra il 
fiume Tamigi, ecc. ». Ctr. Ptol. Lue. in 
Murat., Ber. Hai. Script. XI, 1164, 1195 
e seg. 

121. GENTE : i rei e oomplid di ferite e 
di estorsioni. 

122. CASSO: busto, petto. 

124. A PIÙ: di più in più. «Qaanto più 
siandava in là, più d trovava mancare 

r altessa del sangue nolla fossa, e meno 
vi stevano fitti i peccatori »; BuU. 

125. cocKA ; ledono della gran maggio- 
ranza dei codd. Parecchi hanno copbia, 
chesi potrebbe accettare, sel'autoritàdei 
codd. non fosse per l'altra; cfr. Moore, 
Orit., 802 e seg. - PUR: solamente, appena. 

126. PASSO : vdico. «B questo iti 11 luo- 
go dove noi valicammo il fosso »; Betti. 

127. DA quKSTA : dalla parte onde dar 
mo venuti. 



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[CnC 7. GIR. 1] 



Inf. XII. 128-139 [OMICIDI s predoni] 115 



U9 



133 



IM 



1» 



Lo bolioame che sempre si scema, > 
Disse il Centauro, « voglio che tu credi 

Che da quest'altra a pid a più giù prema 
Lo fondo suo, infin eh' ei si raggiunge 
Ove la tirannia convien che gema. 

La divina giustizia di qua punge 
Quell'Attila che fu flagello in terra, 
E Pirro, e Sesto ; ed in eterno munge 

Le lagrime, che col boUor disserra, 
A Binier da Comete, a Rinier Pazzo, 
Che fecero alle strade tanta guerra. » 

Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo. 



138. csKOi : credA ; fonn* osata Borente 
dagli antichi. 

130. pmnfA t rada sempre jih crescen- 
do la soa profi»ndità. « Vnol dire, ohe di 
passo in passo va crescendo la profbn- 
flti del san^e, ilnchò si ra^^onge al 
laego doTO sono tormentati i tiranni, 
■onnDersi nel sangue bollente infino al 
d|^»; Btuy. 

133. Di QUA: da quest'altra parte. - 
ruvQB: tormenta. 

134. Attila : il fiunoeo re degli Unni, 
àetAo/lmgeUum Dei, regnò dall'anno 433 
deU*èfra volgare sino al 458. Cfr. Klemm, 
AStOa uach dar (hsehiehU, Bage und Le- 
gntdé, Lips., 1827. Haage, Oétehichte At- 
ta^*, Celle, 1883. Thiarry, RiUoire HÀir 
(Os, 4» edix. Par., 1874. 

135. PiBno: re d*]^Ìro n. 819, m. 272 
a. C, goerreggiò contro i Bomani e con- 
tro i Ored ; fa terribile non solo a' snoi 
nemid, ma agli stessi snoi sadditi. Cfir. 
Htrtìberg, Bom und Koénig Pyrrktu, 
Halle. 1870. Al. intende del figlinolo di 
Achille e di Deidamia, sul quale cfr. 
Vbrg., Atn. K, 526 e seg. BneUl,, 1523. 
-Sano: figlio di Pompeo il Grande, fa- 
moso corsale ; efr. lAuon., Phar§. VI, 118 
e seg. Seeoodo aL Sesto Tarqoinio, figlio 
di Tarqoinio attimo re di Soma. - MUHOB : 
spreme in eterno per messo del tormento 
del sangoe bollente le lagrime, eoo. 

137. BmsB DA CoBHrro : ai tempi di 
Dante ladrone limoso delle spiagge ma- 
rittime di Boma. - Kunss Pazzo : della 
noUI fc-iigH^ dei Passi di Firense. Cor- 
rerà le eootrade di VaMamo spogliando 
ed aasssdnando. Nel 1209 fa soomnmlcato 
da Clemente IV, ed a Firenze ni fecero 



leggi contro lai e i suo! segnaci. « Riniero 
fti da Cometo, e l' altro Rlnieri Passo fa 
da Firenze, grandi robatori di strade »; 
An. Sei. - « Per li qnali le strade gran 
tempo di Toschana ftirono chorse e ra- 
bate »; Joo. DarU. - « Questi due Banìeri 
furon grandi robbatori, l'uno fti daFlren- 
ae, l'altro del contado di FIrense »; Lan. 
- « Rlnieri da Cometo molto fsmoeo ruba- 
toro fb nel suo tempo, e molta gente som- 
messe, e uccise.... Binieri Paszo fta uno 
cavaliere de' Passi di Valdamo, del con- 
tado tra Firenze e Areszo, antichi uomi- 
ni; questi fu a rubare li prelati della 
Chiesa di Boma per comandamento di 
Federigo H imperadore delli Bomani, 
circa li anni del Signore liCCXXVUI ; 
per la qual cosa elll e li suoi discendenti 
ftiron sottoposti a perpetua scomunica- 
zione, e contro a loro ftir fotte leggi mu- 
nìdpaU in Firenze, le quali li privarono 
in perpetuo d' ogni beneficio » ; Ott. - 
« Raynerius Pazzus de Valdamo, et iUe 
de Cometo, magni ssoaraoi et derobato- 
res strataram »; Petr, DarU. - « Haximi 
predones »; Cote. - < Hesser Binieri da 
Cometo, uomo oradelissimo e di pessi- 
ma condizione, e ladrone famosissimo 
ne' suoi di, gran parte della Marittima 
di Boma tenendo con le sue perverse 
operasioni e ruberie in tremore.... Hes- 
ser Binieri de' Pazzi di Valdamo, nomo 
similmente pessimo e iniquo, e notissi- 
mo predone e malandrino »; Boec, 

139. FOi : detto questo, Nesso voltò in- 
dietro, ripassando la riviera làw>e»i gua- 
da, V. 94. -GUAZZO: dal latino eodtm»; 
guado, quel punto del fiume, il quale po- 
teva esser pasAato. Cfr. Ir\f. XXXII, 72. 



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116 [CEEC. 7. GIE. 2] InF. XIII. 1-6 



[SELVA] 



CANTO DECIMOTERZO 



CEEOmO SETTIMO 

GIEONE SECONDO: VIOLENTI OONTBO SÉ 
(Conrersl in alberi) 



LA DOLOROSA SELVA, PIER DELLE VIGNE, 

I SUICIDI KEL MONDO DI LÀ, LAKO DA SIENA, 

GIACOMO DA SANT'ANDREA, UN FIORENTINO SUICIDA 



Non era ancor di là Nesso arrivato, 
Quando noi ci mettemmo per un bosco, 
Che da nessun sentiero era segnato. 

Non frondi verdi, ma di color fosco; 
Non rami schietti, ma nodosi e involti; 
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. 



Y. 1-21. Xa dolorosa aelvo. Fatti po- 
chi pasai di là dal flame di sangue, en- 
trano in nna bratta e deserta selva, nella 
qaale nnlla ò ohe Tordeggi e dove le 
bmtte Arpie fknno il loro nido. Virgilio 
dice a Dante che sono noi secondo gi- 
rone, dove vedrà cose che non credereb- 
be, se non le vedesse co' propri occhi. 
Cfr. Federzoni, Il Canto XIII dell' Inf. 
commentato', Bologna, 1896. 

1. DI Li: del guado. In/. XU, 139. 

8. Il B88UM : non vi era mai venata per- 
sona viva, di coi si potessero vedere le 
vestigie. « Non pare che fosse molto fre- 
quentato da viandanti, sicché non era nò 
strada, nò sentiero, nò carreggiata, nò 
battuta di cavalli »; Lan. - «E per que- 
sto si può comprendere, il bosco dovere 
essere stato salvatico, e per conseguente 
orribile t poichò alcuna gente non anda- 
va per esso ; perocché se alcuni per esso 
andati fossero, era di necessità il bosco 
avere alcun sentiero »; Booc, - «Non ha- 



bebat àliqaam oertam viam, sed oporte- 
bat Ire ad fortanam »} Benv. - «Non avea 
alcun segno di via »; Bute*. > « In quo ne- 
more nullam erat aigaum alicuiussemite, 
sive vie »; Serrav. - « Da nessuna vi» »• 
Land, - «Non aveva segno alcuno di 
via, o di sentiero »; Barg. - « Nò stra- 
da, nò sentiero alcuno si scorgeva in es- 
so p; Dan. 

4-8. N05 FBONDi: nou SÌ vedevano quivi 
frondi verdi, come negli altri boschi, ma 
soltanto frondi di odor foeeo, doò nero ; 
i rami della selva non erano diritti e Ilaoi 
(fcàietti), ma pieni di nodi e intoeooiati 
(nocIo«i e invoìii)\ nou vi si vedevano 
ftutti (pomOi ma spine velenose {0Uoehi 
con totco) in laogo di frutti. È una telva 
edvaggia. Bruttissimo, orrido, spavente- 
vole il luogo di dimora di coloro, ai quali 
questo mondo non fii bello abbastanta, 
avendolo abbandonato arbitrariamente, 
prinuk che Iddio dicesse loro: « Ritorna- 
te, o figliuoli degU uomini ». 

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rCBC. 7. 0IB. q 



INP. xin. 7-21 



[SBLVA] 117 



Non han si aspri sterpi né si folti 
Quelle fiere selvagge che in odio hanno 
Tra Cecina e Comete i luoghi colti. 

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno, 
Che cacciar delle Strofade i Troiani 
Con tristo annunzio di futuro danno. 

Ali hanno late, e colli e visi umani, 

Piò con artigli, e pennuto il gran ventre; 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

E il buon maestro < Prima che più entro. 
Sappi che se' nel secondo girone ; » 
Mi cominciò a dire, < e sarai, mentre 

Che tu verrai neirorribil sabbione. 
Però riguarda ben, e si vedrai 
Cose che torrlen fede al mio sermone. > 



7. tnon : eespngU. «Sterpi sono primi 
•t alM ^oooU arboscelli i quali sono mol- 
to iilti et iBTolti insieme neUa detta ma- 
nana, che d chiamano maoehie »; BvU, 

& FBu; « Gli animali che etan nelle 
Bseebie tra Cecina e Cometo, e sfuggono 
I laoglii eoltirati freqnenUti daU* nomo, 
BOB hsono in qne* loro nascondigli più 
Mti « spinosi cespugli di questi »; Pau, 

9. Ckdia. : piccolo fiume ohe scorre per 
Is proriada i^terrana e sbocca nel Me- 
dftwraneo al mcxiegiomo di livomo. - 
Comro : taccola dttà presso Ciritareo- 
chia neUa If M«mma romana. « I due flu- 
tti Cecina e ICarta (sul qoide slede Cor- 

/tféto) fonnano ali* incima i confini della 

f KsFeBuna toscana, luogo insalubre, dove 

udie oggidì non si redono generalmente 

dw boschi e maodiie foltissime »; WitU, 

10. AbpIb : esseri ikvolosi, raffigurati 
eoa Tolti di donne e corpi di uccelli fforse 
rfmh^ìiftj^ '•^Tlpr^ della eoscienBa,e1^è 
inosgine dell* uomo imbestiato. Cfr . É^ 

« Li Arpi die so Ti strano si è la ragione, 
^e della memoria loro no si spegne, la 
<q«Ue sempre si tormenta, e ricordasi di 
quello ohe ha latto, ora di una cosa, ora 
d'altra »; An. iSsI. -« Le triste richordanze 
e nemorie di loro propria prlTaaione si- 
gnificano, le quali cbosi figurate Arpie 
peetsado ai chiamano »; lae. DarU.-^Jje 
Axplshsnno qui a aigniflcare,chele rioer- 
daase triste, e memorie di quelli che sé 
•teasi prtTano della Tita, sono corrose e 
dOacorate da possolente infkmia »; OU, 



Secondo Pe^. DatU., Oout., Benv,. eco. le 
Arpìe figurano rararizia. 

11. oacciIb t insossando le mense ; cfr. 
Virg,, Aen. Ili, 210 e seg. - Strofade: 
isole Tidne alla costa della Messenia, di- 
mora delle Arpìe. 

l2.Ainruirzio: Cdeno, un'Arpìa, an- 
nunziò al Troiani i loro futuri danni o 
la fiame crudele che li costringerebbe a 
mangiar le mense; cfr. Virg., Aen, III, 
247 e seg. 

13. LATE: larghe. 

15. STBAKi: può riferirsi agli alberi, o 
ai lamenti. Meglio agli alberi, 1 quali, se- 
condo i TY. 4-6, erano Tcramente assai 
strani. Cfr. Virg., Aen. Ili, 29fi e seg. 

Ifi. EMTRE : entri : prima che tu ti^ 
più addentro nella soIts. 

18. MEHTBB: finché. 

19. SABBIONE: del terzo girone; cfr. 
JV. XIV, 13. 28 e seg. 

20. sì : così, riguardando bene. Al. be- 
ve, sì VEDRAI; BEN E TEDERAI; BENE SE 
TEDRAI, ecc. Cfr. Ifoor^, Orit., 803 e seg. 

21. TORRlEN: incredibili; ohe non crede- 
resti, se te le dicessi. Al. daran fede ; ma 
a qual ter mone f Cfr. BetH, Poet. I, 72 e 
seg. - Foec (U, 126) : « Virgilio aUude 
alla meraTiglla narrata da esso (Aen. Ili) 
de'giunchi ohe, srelti da Enea, stillaTano 
sangue, e del lamento che di sotto al 
mirto usciTa dal tumulo di Polidoro ». 

V. 22-78. Pier dette Vigne, Dante non 
sa ancora che negli alberi di strana forma 
sono incarcerate le anime dei suicidi. Da 
totte le parti ode gemiti e sospiri, e non 



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118 [CEBO. 7. om. a] Inp. xiii. 22-42 [pieb dbllb vigne] 

22 Io senti a da ogni parte traer guai, 

E non vedea persona che il facesse; 

Per ch'io tutto smarrito m'arrestai. 
25 Io credo ch'ei credette ch'io credesse, 

Che tante voci uscisser tra que' bronchi 

Da gente che per noi si nascondesse. 
2d Però disse il maestro: « Se tn tronchi 

Qualche fraschetta d'una d'este piante, 

Li pensier e' hai, si faran tutti monchi. » 
81 Àllor porsi la mano un poco avante, 

E colsi un ramicel da un gran pruno; 

E il tronco suo gridò: «Perchè mi schianto? » 
84 Da che fu fatto poi di sangue bruno, 

Ricominciò a gridar: € Perchè mi scerpi? 

Non hai tu spirto di piotate alcuno ? 
87 Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi : 

Ben dovrebb' esser la tua man più pia, 

Se state fossim' anime di serpi. » 
40 Come d'un stizzo verde, ch'arso sia 

Dall' un de' capi, che dall'altro geme 

E cigola per vento che va via; 

Tede persona. « Cogli anm frasofaett», » gii da noi »; BuH. - « Per non lasdarai ye- 

dice Virgilio, « e vedrai come stanno le dere da noi »; JBctrg. 

cose ». Bgli coglie nn picoiol ramo, e dal 29. d*bstk : di qneste. 

tronco escono sabito sangne e parole. 80. momcri: manchi, difettosi csaraniio 

Parla 1* anima di Pier delle Tigne, la- smentiti dal fatto. 

gnandosi prima dell' offesa testò fattagli, 88. schiantb: schianti, mi smembri; 

e raccontando poi, ai conforti di Virgilio, cfr. Virg., Aen. Ili, 87 e seg. « Però ohe 

della sna vita, della soa fedeltà, del torto T Anttore non era ministro posto dalla 

fattogli da altri e del maggior torto che divina giastisia a tormentarli, però ai 

e' fece a so stesso disperandosi. Conchlnde dacie il tronco »; An. Fior, 

colla preghiera a Dante di rivendicare 85. BlCOUlNCiò: il tronco. - sobbpi: 

sa nel mondo il leso sao onore, predi- rompi, schianta. 

oando la saa innocenza. Cfr. Bneiel. 1507 37. btbrpi : piante silvestri, v. 100. 

e seg. 38. PIA: pietosa. 

22. TBAEK: gemere, mandar lamenti. 40. comb: come esce Tomore e lo atri- 

Al. TRAOOKB; TBABRK; cfr. Z. F., 77 e seg. dorè. « Comparatio est propria ex crani 

2i. su ABBITO : confuso. - MI ARRESTAI : parte sui, qoia de ramo ad ramnm, de 

per iscoprire dove mai si celasse qaella hnmore ad sangninem, de stridore rami 

gente che da ogni parte traeva guai. ad damorem rami, de violentla ardoria 

25. CBRDO : artifizio di parole, creduto ad violentiam doloris »; Benv. Cfr. Omd., 
bello dagli antichi. - ckrdbssb: credessi. Met. IV, 122 e seg. : « Non aliter, qnam 

26. BBONcni: grossi sterpi, tronchi ra- cara vitiat4> fistola plambo Sdnditar, et 
mosi ed ispidi. Dal lat. hrocchu», ohe in tenaes strìdente foramine longe Blacn- 
alcani codd. trovasi scritto hronehu». latar aqnas ». B IX, 170 e seg.: « Jpae 

27. PRB NOI: o per timor di noi, o per crnor, gelido cen quondam lamina oan- 
non essere da noi veduta. « Ut sdlicet deus Tincta lacn, stridei coqoitarqae 
•poUarent noe »; £dfiv. - « Non ai vedesse ardente veneno ». 

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tene t. eiB. 4 



tmp. xiu. 48-58 t?im dilli tigni} Ud 



63 



56 



68 



Si della scheggia rotta usciva insieme 
Parole e sangue; ond'io lasciai la cima 
Cadere, e stetti come Fnom che teme. 

€ S'egli avesse potato creder prima, » 
Rispose il savio mio, € anima lesa, 
Ciò e' ha veduto por con la mia rima, 

Non averebbe in te la man distesa; 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad opra che a me stesso pesa. 

Ma dilli chi ta fosti, si che, in vece 
D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. » 

E il tronco: « Si con dolce dir m'adeschi, 
Ch'io non posso tacere; e voi non gravi. 
Perch'io un poco a ragionar m'inveschi. 

Io son colui che tenni ambo le chiavi 



43. 0CBBoaiA: fraadMtU tdilaatate. - 
tMCiTA: iMOtyano. Al. ubcibio, iMioneohe 
■anbbe da preferini, se «Tesse per sé 
Tsntorità di eodd. primitiTl. Al. ubcibo. 
- « Dante Taole hi questo loog o diplM- 
fere aieniTlgUosanieBte sH'intelIetto del 
leitofe come le parola t il $anffU0 erano 
«B* eosa in due, o due in nna osoenti 
nel medesimo tempo dalla scheggia, quasi 
dlcsssB ohe il snono delle parole nsetra 
Testfto di saagne, ehe il soono non nsdra 
prima del sangue, né questo prima di 
qpeOo, ma ohe eiò arTenira in nn pnnto 
•ole »; I>. O. ed. Pa$tigli, p. 0e6-«M. 

44. cniA: del ramo schiantato. 

46.TSifB: «Hihifrigidns horror ICem- 
hra qnatit gelidnsqae eolt fsrmidine san- 
gali »; TWg,, Aen. IH, 29 e seg. - « Non 
determjnando eiò ohe Tnomo teme, né 
deeerirendo gU eflTetti deUa panra di Ini. 
qnella brere eomparaaione comprende 
nella gneratttà deU'idea infiniti oggetti 
s p a ven to^, e laeda che lettera imma- 
gini a ano talento non solo la eoea più at- 
ta ad iaooter timore, ma anche Taspetto 
paIBdo, e la Agora tremante, sbigottita 
di edni dU tenu •; L. Yent,, aimU., «1. 

47. eATlO: Virgilio. - LESA: ofTesa, ma- 
tUafca. n ramieelìo, r. tS, era per cosi 
dire na membro del corpo di quell'ani- 
ma dannata. 

48. PUB: solamente. -SIMA: parola, e 
propriamente parola poetloa} se aTcese 
peioto fliBJMu solla mia sola parola dò 



ohe ha redoto, non arrebbe distesa la 
mano contro te, cogliendo de' tool ramo- 
scelli. Alcnni credono ohe le parole jmr 
eoUa mim rima siano da riferirsi a ciò 
che Virgilio racconta nel ni dell* Eneide. 
Non è necessario di rioorroro per I*inter- 
pretadone di questo Terso 9XC Bfwidéj 
cfr. T. 21, e 28 e seg. 

61. OPBA : di toecaro con mano. - pbba: 
inoreece ; ignoraTa forse Virgilio che il 
tronearo un ramoeoello cagionasse doloro 
allo spirito f E se non lo IgnoraTa, perohò 
glipesaf 

58. ammuida: compenso al doloro a 
te cagionato. - eihtkischi: rlnnuoTl in 
bene. Dante lo Ca nel presente canto, 
T. «1-76. 

64. ou liok; gli ò lecito, essendo an- 
cor tIto. 

66. m'adeschi: mi lusinghi, mi alletti ; 
ofr. Purg, XXVI, 140 e seg. 

68. NON ORAVI: non tì sia grave, non 
v'increeoa. 

67. FBBCH* IO : se mi trattengo un poco 
a ragionar con toI. - m'invibohi : « m'in- 
trighi nel parlar, comeftMino comunemen- 
te li uomini, quando dell'una novella en- 
trano ndl'altn»; Birti.CfrJ>ar.XVII,82. 

68. COLUI: Pier delle Vigne, capuaoo, 
nato da bassi genitori sol flniro del sec. 
XII, studiò a Bologna e fu poi cancelUero 
di Federigo II imperatoro, lungo tempo 
suo confidente e di grande autorità, fin- 
éhè fki, secondo Dante ed altri a torto 



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120 [CEBO. t. Qm. 2] Inf. XIII. 59-66 [pisb delle tignkJ 



«1 



64 



Del cor di Federigo, e che le volsi. 
Serrando e disserrando, si soavi, 

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi: 
Fede portai al glorioso uffizio, 
Tanto ch4o ne perdei lo sonno e i polsi. 

La meretrice che mai dalP ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi patti, 
Morte comune, e delle corti vizio, 



•ooaaato di tradimento, onde nel 1248 Fe- 
derigo II lo léoe Inoarcerare ed «bbftoi- 
nare. Vintod*! dolore e dall'accoramento, 
Pier delle Vigne si uccise nel carcere nel 
1240. Fa celebre per la sua eloqaenita, di 
coi fanno prora le sne lettere (pnbbÙcate 
dair7«0ltw«, 2 voi. Basilea, 1740). Ctt. D4 
BloHi», Della vita « delle opere di Pie- 
tro della Vigna, Napoli. 1861. Humard- 
BrihoUee, Vie et eorreepondance de Pier- 
re dee Vignee, Par., 1865. Preeta, Pier 
ddle Vigne, Mil.. 1880. Oapaeeo e Jan- 
neUi, Pietro deUa Vigna, CaserU, 1882. 
Giordani, Studi euUa D. O. Napoli, 
1884-86, Voi. I, 0. 9. Eneid., 1507 e seg. 
- « Lo 'mperadore fece abbacinare il savio 
nomo maestro Piero dalle Vigne, il beone 
dittatore, opponendogli tradigione; ma 
ciò gli fu &tto per invidia di suo gran* 
de stato; per la qnal cosa il detto savio 
per dolore si lasciò tosto morire in pre« 
gione, e ohi disse oh' egli medesimo si 
tolse la vita »; (?. ViU. VI. 22. Nel Regi- 
etro dei privilegi dell' Oepedale nuovo di 
Piia si legge: « Incolpato d'aver mancato 
di fede al sno signore Federigo II, Pier 
delle Vigne, che tro varasi con Federigo a 
Sammi^to, fu fittto abbacinare, e qoindi 
tradarre a Pisa per esservi lapidato. Lo 
che Pier delle Vigne prevenne, precipi- 
tandosi a terra da nn molo sn cai era 
tratto, e sfracellandosi disperatamente le 
cervella. D'onde fti che morisse nella chie- 
sa di Sant'Andrea in Brattolaia ». - An, 
Sei.: «Fa tanto innansi a lo'nperadore 
Federigo, che tatti saoi segreti sapia, e 
il tatto di lai fkcea e dis&CM. B i baroni 
saoi di ciò ebbero invidia, e accosarollo 
a torto ; ma furono tanti e tali, che lo 'n* 
peradore lo fìsce abbacinare. E qaesti es- 
sendo in Pisa aportato, por disdegno e 
credendo col morire acquistare fiuna, 
tanto percosse il capo al maro, che esso 
uodBe eè medesimo ». - lae, Dani,: « Me- 
nato alcuna volta presso da Samlniato del 
Tedesco a Pisa in alohano sno borgho 



nominato Amonicho per isdegnio di aè 
perchotendosi il chapo a on moro, final- 
mente se accise ». - Benv,: « Nimia feliol- 
taa provocavit eom in invidlam et odlmn 
mnltorom ; nam ceteri qnasi ooriales efe 
consfliarìi rldentes ezaltationem iattas 
vergere in depreesionem ipeonim, ooep»- 
rant, coninratlone fisota, oertatim aoon- 
sare ipsom flctis orlminibas. Unoa dioe- 
bat, qaod ipse erat f!sctas ditior principe; 
alios, qaod ascribebat sibi qaicqold im- 
perator fecerat pradentia sna ; alias di- 
oebat, qaod ipse revelabat secreta ro- 
mano pontifloi, et sic de aliis (« e ohi 
dice ohe li fb apposto disonestà della Im- 
peradrice »; Butti. Imperator saspeoins 
et credolns fiscit ipsom exooolail, et ba- 
cinari, et tradì carceri ; in qao ip«e non 
valens fbre tantam indlgnitatem,... se 
ipsam interfbcit ». - TKifin : ftd padrone. 
-AMBO: del volere e non volere j del- 
l'amore e dell'odio. 

60. suuuxDO : chiadendolo a dò che io 
non voleva, ed aprendolo a ciò che a me 
piaceva. - soavi : con tanta doloesaa che 
egli non se ne accorgeva. Indica le arti 
piacevoli, onde seppe insinnarai presso 
il monarca. 

61 . TOLSI : allontanai ; feci A, che io solo 
fossi messo a parte do' saoi segreti. Pro- 
babilmente ciò fb la principale cagione 
della soa raina. 

68. LO SONNO: il riposo. - 1 POLSI: la 
vita. O, forse meglio. Perdei il riposo da* 
rante la notte, e di giorno il vigore e le 
forze mentali. Al. lb vbnb k i polsi, cioè 
la persona, la vita ; ctr. Ir\f. 1, 90. Salle di- 
verse lesioni ed interpretasioni di qnesto 
laogo cflr. Jfoor«, Orit., 304-7. Z. F., 78-80. 

64. MEEBTBICB: l'invidìa, cflr. r. 78. Al. 
laCorte di Roma; è forse la corte romana 
nwrte comune, e dette corti vitiot! - ospi- 
zio : corte imperlale. 

66. PUTTI: meretrici, rendereod; cfir. 
Purg. XI, 114. 

66. MORTB: « Patredo oasiam, invi- 



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[CIBC. 7. eiB. 2] 



IHF. XIII. 67-80 [PUB DBLLB VIGNE] 121 



Sì Iii£ammò contra me gli animi tatti; 

£ gl'infiaminati infiammar si Augusto, 
Che i lieti onor tornare in tristi Intti. 

70 L'animo mio, per disdegnoso gusto, 

Credendo col morir fuggir disdegno, 
Ingiusto fece me contra me giusto. 

n Per le nuove radici d'esto legno 

Vi giuro che giammai non ruppi fede 
Al mio signor, che fu d' onor si degno. 

7« £ se di voi alcun nel mondo riede, 

Conforti la memoria mia, che giace 
Ancor del colpo che invidia le diede. » 

79 Un poco attese e poi « Da ch'ei si tace, » 

Disse il poeta a me, « non perder Torà; 



£ft»; Frwmò. XrV, 90. « InTldU dla- 
Ml man introivlt in orbem temram »; 
SapiémL H, 24. - COMUVK: « tic; y^ ow 
oSbs fdr marcar, &n tov; pJkv ^d<n 
sSorr hmavi nq ii xXetoov n iAdrroov 
9Mvoq: » Demotth., De Coron., p. 3;t0, 
JBe»tft.-oo«Ti : «or* ella tiene il ano mag- 
gior aegglo »; I>ai». 

•S. DanAMMATi : animi de* cortigiani. 
- Auecnro : l'Imperatore Pederigo n. 

0. TOBHABO: ai oonTortirono. 

70. GUSTO : per isfbgare il mio sdegno. 

7L MBDBOMO : altmi ; Tolendo sottrar< 
BiaU*aItrai apregio, alla vituperosa fluna 
di tndltore ed al proprio mio sdegno, in- 
nocente delle appoetemi colpe, mi reei 
colperoie di inginatLda contro me eteaso, 



73. BiK>vx: pnò valere reeenU, non es- 
■andò paawaff che 51 anni dalla morte di 
Piar delle Vigne ; oppnre vale Mtrané, co- 
me il lat. noxu9. TX ginramento di un dan- 
nato per aè ateeso non vale molto; ma 
qneeti veral provano che Dante lo cre- 
deva innocente. 

75. DBQHO : come principe, gran capi- 
tano, gran poUtìco, corteee, generoso e 
ecrito, amico delle lettere, ansi letterato 
egH stesso (efr. Tulg. Sloq. I, 12) ; come 
eriatìano no; Ji^. X, 119. Alla sepoltura 
dì Federigo « volendo scrivere molte pa- 
role di so» grandexsa e podere e grandi 
cose flrtte per Ini, nno cherìco Trottano 
fine qoeati brievi verai, i quali piacquero 
motto a Manfredi e agli altri baroni, e 
iBoegU intagliare nella detta sepoltura, 
gli qaaU diocanoi 



Si probltM, leasiM, ▼irtoiam gratta, aessas, 
NobiUtat orti, poraent mUt&n morti, 
Non foret extlnctos Pederimia. qui jM«t lati». > 
a. VULTURI. 

76. 8K : Virgilio gUel'aveva detto, v. 54; 
ma quel povero spirito stenta a crederlo. 
Imprigionato nel tronco, vedere non pnò. 

77. COHVOBTI: rivendicandole l'onore. » 
OLàCB : vilipesa dall* accusa di traditore. 

V. 79-108. 1 »uioidi awtnH € dopo la 
rUurreoione» Lo spirito tace. « Diman- 
da, se vuoi udirne di piti » dice Virgilio al 
Poeta. « La compaasione mi toglie l' uso 
dalla parola ; dimanda tu I » risponde que- 
sti. S Virgilio: e Come avviene che le 
anime di voi altri suicidi entrano In que- 
sti tronchi e vi sono incarcerate f Ed una 
liberazione ò possibile f» E lo spirito: 
« L' anima del suicida, appena udita la 
sentenza di Hinosse, cade, senza potere 
scegliere il luogo di sua dimora, in que- 
sta selva, qual seme, e vi germoglia come 
pianta, delle cui foglie si pascono le Ar- 
pìe. Al ^ del giudizio finale prenderemo 
il nostro corpo risorto e lo appiccheremo 
ciascuna ai suo albero ». - « L' anima se- 
paratasi violentemente dal corpo, non lo 
riavrà pih mai, e riman chiusa in un corpo 
estraneo di natura Inreiiore, in una pian- 
ta, e la pianta sentirà ad ogni ora la tra- 
fittura che il suicida si fece in vita. La 
separazione è etema, la ferita è eterna ; 
r inferno dei suicidi ò il suicidio ripetuto 
eternamente in ogni istante. »i>e Saneti». 

79. ▲TTBSB : per vedere se qnell' anima 
volesse dire altro. 

80. l'ora.: il momento opportuno. Qnél- 



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122 [CRBC. 7. GIR. 2] JVT. XIII. 81-100 



[ainoiDi] 



82 



85 



91 



94 



97 



100 



Ma parla e chiedi a lui, se più ti piace. > 

Ond'io a lui: « Dimandai ta ancora 
Di quel che credi che a me satisfaccia; 
Gh' io non potrei, tanta pietà m' accora I » 

Perciò ricominciò: < Se l'nom ti faccia 
Liberamente ciò che il tao dir prìega, 
Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 

Di dime come l'anima si lega 
In questi nocchi; e dinne, se tu puoi, 
Se alcuna mai da tai membra si spiega. » 

Allor soffiò lo tronco forte, e poi 
Si converti quel vento in cotal voce : 
« Brevemente sarà risposto a voi. 

Quando si parte l'anima feroce 
Dal corpo ond'ella stessa s'è divelta, 
Minos la manda alla settima foce. 

Cade in la selva, e non l'è parte scelta; 
Ma là dove fortuna la balestra. 
Quivi germoglia come gran di spelta. 

Surge in vermena ed in pianta silvestra: 



le anime non ponno parlare, se non ver- 
sando sangue, onde, indugiando troppo, 
sarebbe stato necessario rompere on al- 
tro ramicello. 

81. TI PIACE: se più ti piaoe di chiede- 
re ; se vuoi adire da Ini alonn' altra cosa. 

83. CREDI : Virgilio conosce i pensieri 
di Danto. 

84. m'accoba: mi commuove. 

85. L* UOM : Dante vivente ; tali non 
sono gii spiriti, Ir^. I, 67. 

86. CIÒ : rinfrescare nel mondo la tuA 
memoria e discolparti ; e ciò Uberamentt, 
sensa ostacolo di passione opposta. 

87. INCABCBRATO: in qucsto tronco: 
carcere ben duro. 

89. Moocm : tronchi nodosi. - puoi : m 
lo sai e se ti ò concesso di parlare nlte^ 
riormonte. 

00. DA TAI : da questi noeehi, in cui ò 
incarcerata, e che Canno qui le veci di 
membra corporali. - bpiboa : scioglie, li- 
bera. 

01. SOFFIÒ : questo soffio ò un sospiro, 
il sospiro di ohi rammenta le sue pene. 
Kon avendo altri organi da esprimere 
r immenso dolore, il sospiro diventa un 
soffio. - VOBTB: fortemente. 



92. cohvebtI: il tojlo diventa parola 
articolata per V uditore. 

94. FKBOCK : « imperò che come fiera in- 
crudelisoe contro sé mededma »; BuH. 

97. SCELTA: stabilita; non le è pre- 
scritto di fermarsi in un dato luogo della 
selva. 

98. fortuna: doveU caso la porta. But- 
tarono via il proprio corpo, onde vwi^no 
esse medesime buttate via dal feto. « Dice 
ohe a caso hanno l' anime quelli luoghi, 
notantemente per mostrare ohe la despe- 
rasione non ha gradi ; imperò ohe in pari 
grado ò ognuno che si dispera »; BtttL 
Sulla punteggiatura e costrusione di 
questa tercina cfr. Z, F», 80 e seg. Fat^., 
Stud., 163 e seg. 

99. SPELTA : « è la spelta una biada, la 
qual gittata in buona terra cestisce mol- 
to, e perciò ad essa somiglia il germo- 
gliare di queste misere piante »; Baco, 

100. vermema: giovane ramoscello, 
cespuglietto. Vien su in forma di piccolo 
ramoscello, cresce adagio come le piuite, 
e si fa poi pianta iilvettra, grosso pruno. 
- pianta bilvbbtea: albero selvatico. 
« Slcut anima in humano corpore ezeroet 
diversas potentias et virtutes per diversa 



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fetta T. eiB. i] 



IhF. ITU. 101-118 [8CI1L1€H)U1T0BI] 123 



m 



IM 



109 



m 



116 



US 



L'Arpie, pascendo poi delie sue foglie. 
Fanno dolore, ed al dolor finestra. 

Come l'altre, verrem per nostre spoglie, 
Ma non però clie alcuna sen rivesta; 
Che non è giusto aver ciò eh' noni si toglie. 

Qni le strascineremo, e per la mesta 
Selya saranno i nostri corpi appesi, 
Ciascuno al pmn dell'ombra sua molesta. » 

Noi eravamo ancora al tronco attesi, 
Credendo ch'altro ne volesse dire, 
Qaando noi fummo d'un romor sorpresi, 

Similemente a colui che venire 

Sente il porco e la caccia alla sua posta. 
Ch'ode le bestie e le frasche stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa. 
Nudi e graffiati, fuggendo si forte 
Che della selva rompiòno ogni rosta. » 

Quel dinanzi : « Ora accorri, accorri, morte I » 



Beabn Tel orgmna. Ita nmio in wbore 
•e rwolrit por divenos ramoa » j Benv. 

101. VABCtSDO: paaoendoai. 

lOS. FDmrsA: apertura onde escono 
n pianto ed i goal. 

103. ALTSB: anime. - tsrbix : nella 
▼lOedl GkMaiftt al di del giudiaio; ofìr. 
Iitf, X, 11. -SFOQLU : a riprendere i no- 
iftri eorpi, efr. Jnf. VI, 07-98. 

104. aoir PBBÒ : ma non per questo. I 
Mrpi li refendono, ma non ri rientrano. 
Hanno aeparato violentemente dò che 
Iddio aveva congionto, e Dio noi oon- 
gionge la seconda volta. Restano qoindi 
■spante dai loro corpi in etemo. 

108. AL PEI» : ov*è rinohinsa 1* anima, 
meUtia, cioè molestata già daUasaa ipo- 
glia. Apponto pereliè queste anime si 
ersdetfeero motestate dal corpo, se ne 
privarono. Al. : Molesta, cioè odiosa al 
eerpo. Kon è il corpo che odia V anima, 
il raaima ohe odia il corpo; non è il corpo 
che si priva dell'anima, A questa ohe 
ti priva di qoello ; dunque l'anima fti mo- 
ksij^ dal oorpo, e non viceversa. 

V. 10»-129. rioienU eonero aè netta 
refra.* Lana da Siena e Giacente da 
Sant'Andrea, Booo due spiriti nudi e 
graffiati Aiggire insegniti da nere cagne 
bnuBose e offrenti I L'uno si appiatta in 
on osspngtfo, le cagne lo lacerano e ne 



portan via le membra. « La pena degli 
scialacquatori corrisponde a quello che 
essi fecero in vita alle proprie sostante : 
le divisero, le sperperarono, le distrus- 
sero»; Romani. 

100. ATTI8I: intenti, attenti innand al 
tronco che racchiudeva V anima di Pier 
delle Vigne. 

IH. SOBFRBSI : « Constitit Aeneas stre- 
pituque exterritus btesit»; Virg., Aen, 
VI, 569. 

112. A COLUI : « a quel cacciatore appo- 
stato nella selva ad aspettare il passag- 
gio delle fiere, mentre altri uomini è cani 
cercano la selva »; Lomb. 

113. POBOO : selvatico, cinghiale. - cac- 
cia : i cani cacciantf . - posta : alla sua 
volta, verso il sito dove è potiate. 

Ili. 8T0BMIBB t rumoreggiare ; le bettie 
orlando, le frcuehe movendosi. 

116. HUDi : avendo scialacquato persin 
gli abiti. - GRAFFIATI: dalle cagne e dai 
pruni della sdva. 

117. sosta; opposizione di frasche. 
JRo9ta ò ingraticdamento di rami ; cfr. 
DtnantaH, Ooìtioaz. XUI, XLVII. 

118. QUIL ! Lano ( Arcolano) Maooni da 
Sima, il quale del resto non sembra fosse 
poi quel grande scialacquatore. Conflr. 
Aqiiarone, DanU in Siena, 41 e seg.; 
lùteoni, BaeeoUa di doeumenU etoriei. 



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124 [CBEC. 7. GiB. 2] Inp. xiii. 119-180 



[SCIÀLÀCQUATOBI] 



121 



124 



127 



130 



E l'altro, a cui pareva tardar troppo, 
Gridava: < Lano, si non foro accorte 

Lo gambe tue alle giostre del Toppo ! » 
£ poi che forse gli fallia la lena, 
Di so e d' un cespuglio fece un groppo. 

Diretro a loro era la selva piena 
Di nere cagne, bramose e correnti. 
Come veltri che uscisser di catena. 

In quel che s' appiattò, miser li denti, 
E quel dilaceraro a brano a brano ; 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

Presemi allor la mia scorta per mano. 



Lirorno, 1876 ; p. 01-114. Si gittò a morto 
fllcnr» nella battaglia del Toppo del 1287, 
nella qoale i Senesi furono sconfitti dagli 
Aretini gnidati da Bnonconto di Monte- 
feltro. « Iste Lanos taìt qnidam Dami- 
cellns et Jnvenis de CiTitato senaram 
qoi Inter oires alioe dltisaimns erat • ta- 
men fbit oonsomptor dissipator omniom 
bonomm snomm - sed ante mortom na- 
turalem defioeret ipso Jnvene exeonto (?) 
mortnoB Aiit in qaodam oonfliotn ad lo- 
oam plebis del toppo »; Bambgl. - « La- 
Boiollo il padre molto ricoo, e fb sì pro- 
digo che Tenne in tanto poTcrtà e mi- 
seria, ohe essendo egli con altri sanesi 
in nna parto ohe si chiama il Toppo, e 
sconfitti dagli Aretini, potendo Aiggire 
la morto, volle ansi morire qaivi che tor- 
nare in tanto povertà a Slena •; An. Sei, 
119. l'altbO: Giacomo da Sant'Andrea 
da Padova, ftunoso sciiUaoqnatore, fstto 
aooidere, come si crede, da Ezzelino nel 
1239 ; cfìr. Salvagnini in Dante e Padova, 
p. 29-74 ; Barozzi in DanU e il tuo eteolo, 
p. 796 e seg. « Fnsis omnibus sois bonis 
nt desperatns obiit »; Petr. DatU. - « Ut 
aodivi a fide dignis de torra soa, fecit 
mnltas ridendas vanitotes. Semel com 
non posset dormire, mandavlt, nt por- 
torentnr plores petiie pignolaii oipriani 
fftoti cnm colla, et lacerarentnr a fkmi- 
liaribns in camera, nt ad illnm stridn- 
lam Bonum provocaretnr «ibi somnns.... 
Alia vice cnm iret de Padaa Venetias 
per flnmen Brente in navi cum aliis, in- 
venibns sodis, qoomm aliqni polsabant, 
allqni cantobant, iato fktnns, ne solas vi- 
deretor inntilis et otiosns, ocepit aceipete 
peonniam, et denarios singnlatim deiice- 
re in aqoam oom magno risa omninm.... 



Cnm semel esset In mre sno, andivit, 
qnemdam magnatom cnm comitiva ma- 
gna nobilinm ire ad prandinm secnm ; 
et qnia non erat provlsns, nec potorat 
in brevissimo temporis spatio providere, 
secnndnm qnod sn» prodigalitatl vide- 
bator convenire, subito ei^egia cautela 
usns est i nam fecit stotim mitti ignem 
in omnia tngnria vili» snas satis apta 
incendio, quia ex paleis, stipuUa et oana- 
lis, qnalia sunt commnniter domicilia ra- 
sticorum in torritorio padnanomm ; et 
veniens obviam istis, dixit, quod feoerat 
hoc ad festnm et gaudinm proptor eorom 
adventum, nt ipsos magnifioentios hono- 
raret »; Benv, - tabdab : correre troppo 
lentomento rispetto a Lano che, correndo 
più veloce, gli era entrato innansi. 

120. NON PUBO: non fuggisti si veloce 
là presso la Pieve del Toppo, quando ug- 
gendo avresti potuto salvare la vita e 
fors' anche l' anima. 

121. 0108TRB: la battagliatila Pieve del 
Toppo si fece quasi a corpo a corpo, come 
nelle giostre. Forse è qui detto per boria. 

122. fallU: mancavaa Giacomo la for- 
za per continuare a fuggire. 

123. GBOPPO: gruppo, si aggrappò in 
nn cespuglio per nascondersi. 

126. CAQNB: figurano probabilmente 
creditori importuni. « Canea peraeqaen- 
tes eos et devorantos sunt creditore», eea 
indigenti» supervenientes post lapanni 
facnltotum, nude ut desperati fàgiant 
homines et se occultant »; PéCr. Dant. 

126. VKLTBi: «Bontà propria.... nel 
veltro ò bene correre »; Conv. 1, 12. 

127. QUKL: Iacopo da Sant'Andrea, 
y. 130-151. Un VimretMno «utoicio, 

L'anima imprigicmato nel cespuglio pian' 



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[CBBC 7. eiB. 1] 



I5F. mi. 131-147 



[UN SUICIDA] 125 



133 



198 



U» 



143 



145 



E menommi al cespuglio, che piangea, 
Per le rotture sangoìnenti, invano. 

< GKacomo » dicea, « da Sant'Andrea, 
Che t' è giovato di me fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita rea ? > 

Qaand(J^|estro fa sopr'esso fermo, 
DissS^^ft fusti, che per tante ponte 
Soffi liPRngae doloroso sermo ? > 

£d elli a noi: < O anime, che ginn te 
Siete a veder Io strazio disonesto, 
C'ha le mie fronde si da me disgiunte, 

Baccoglietele al pie del tristo cesto I 
Io fui della città che nel Batista 
Mntò il primo padrone ; ond' ei per questo 

Sempre con Tarte sua la farà trista ; 
E se non fosse che in sul passo d'Amo 
Bimane ancor di lui alcnna vista, 



fé. «Chi ÌMtit»doiiuuid*Virfflio.Koii 
4k risposte preoisJ^ m» dice aottanto 
che fti Ftorenthio e pari* deD* statua di 
Marte tal Fonte VeoehSo, aggiungendo 
di ei'iffri impioeato nelle proprie oaae. 
È Luetul, Beeofodo i più {Baf$tbgL, Lan., 
Om«., Fmlto Boee., An. Fior., Serrav., 
rU^0tW,eee.), Lotto degli AgU^gioriata, 
« ^ date ma sentMitia fidaa irit domnm, 
et stetlm se ampendit »; Bénv. Altri di- 
cono inreee che Ambo Bocce de' Mossi, 
« fl qnale fa motto ricco, e per cagione 
ebe la compagnia loro ftJIk, renne in tante 
porectà, eh* egli steseo s* impiccò per Is 
gela nella soa eaea »i An. Sei. {eoA pare 
Ott^ BuH, Barff., eoo.). Ottimamente 
Btuv.: « Non potest bene ooniectarari de 
qao aator loqnatar hìc, quia molti ftae* 
ront fiorentini, qoi soapenderont se la- 
qneo eodem tempore.... £t crede, qnod 
aator de indastrla sic fsoerit, at poeset 
inteOigl de anoqaoqae taliam •XUBoee.: 
«Kè è eostoi dal]*aotore nominate, eredo 
per r ona delle doe cagioni, o per ri- 
goardo de* parenti che di questo cotale 
Tioiasero, 1 qnaU per «Trentarasono ooo- 
reroli nomini, e perdo non gli mole ma- 
ealare deHa infiunia di cmì dÌ8(weste 
morte; orrero perdocchò in qoe* tempi, 
qoad come nna maladisione mandate da 
Dio iMbùm citte nostra, pih se ne impio- 
cscSBO; aodocohè dascan possa apporto 
a qoal più gii pisee di qoe* molti ». 



181. cnpuGuo: dove orasi riftigiate 
Giacomo da Sant'Andrea. 

132. BOTTURi : fatte dai oandemoni di- 
lacerando Oiaoomo. - invano : non gio- 
rando il pianto a diminnire Q ano dolore. 

183. Saxt'Akiwka : di Codiremo, a 
sette miglia da Padora. 

134. FABK BCHKRMO : ripararti nel mio 
cespoglio, le osgne ayendoti dò non<^ 
stante dilacerato. 

185. colpa: da esser rotto e stracciate 
per canea toa. 

13e. bopb' bso : il oeepngtlo era dun- 
que assai basso. - firmo : ibrmato. 

137. PI7XTK : rettore dd rami « Per tot 
punctnras dentium canlnorum et mpto- 
ras »; Benw. 

188. SOFFI: mandi fbori sangue e do- 
lorose Tod. - BSBMO : sermone. 

139. Amm : non redo, onde non sa cbe 
Dante è viro. 

140. DiBOHUTO: scondo, bratto; cflr. 
Virg., Atn. VI. 487. 

142. CBSTO; cespugUo. 
148. CITTÀ : Firense. -Batista : S. Gio- 
▼anni Batista, patrono di Flrenxe. 

144. FBiif o : Marte. - fbb gunro : per 
rendette del ripudio. 

145. ARTI: gnerra. 

146. PASSO: Ponte Vecddo. 

147. ALCUNA VISTA : la sua statua smos- 
sioata. Firense pagana ebbe per suo pro- 
tettore Marte, si coi 



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flB. 2] iNF. XIU. 148-151 



[UN SUICIDA] 



dttadin, che poi la rifondamo 
ra il cener che d'Attila rimasei 
ebber fatto lavorare indarno, 
giubbetto a me delle mie case. > 



jrìstUmesimo, 11 tem- 
GioTanni, e Ift statua 
Bopra un'alta torre 
ViU, I, 60. Quando 
,, la statua cadde nel- 
SiedlfioaU ai tempi 
liceei ohe gli antiobi 
, ohe di rif3»rla non 
ima non fa ritrovata 
agine di marmo, con- 
qì edificatori pagani 
Marti, la qnale era 
mo dalla dlstmdone 
quello tempo ; e, ri- 
>ro in su uno pillerò 
etto fiume, ov* ò oggi 
Yecohio»; G. ViU. 
ide inondazione del 
1 Arno la statua di 
ul pilastro a piò del 
io di qua. B nota di 
chi diceano e lascia- 
e quando la statua di 
sse mossa, la città di 
ran pericolo e muta- 
li 1. 

;eso distruttore di Fi- 
l; in, I. 



161. GIUBBETTO : fbroa, patibolo ; prov. 
e Arano, ant. giUt ; ctr. Biez, Wòri. I*, 
214. «In domo sua oum quadam oori- 
gia eins dioto loco se ipsum suspendit. 
Bt propterea dioit: Io feci Juheh, etc. 
quia looos in quo suspenduntur homines 
in partibus Francis, Tooatnr Jttòeth, et 
ipso idem de domo propria oonstitait 
sibi i\iroa8 »; Bcimbgl. - « QivMfeUo ò in 
Parigi una casa nella quale si Ca la giu- 
stizia per la pubblica Signoria: li si ta- 
glia le teste, U si impicca, B ai procede 
nella persona de'maliìfcttori per la ragiono 
pubblica. Or dice l' anima del cespuglio 
eh' elli fece delle sue case a sé giubbetto, 
cioè che si appiccò so stesso » ; Itan. - 
« Giubettum est quedam turris Parisuis 
(Parlsilsf) ubi homines suspenduntur »; 
Oa$8. - « Giubbetto, cioò forche »; Boee. - 
« Gibeth in lingua gallica idem est quod 
forca, sive locus ubi fdres suspendun- 
tur »; Beno. - « Questo giubbetto ò to- 
cabolo fhmoesco, e significa luogo delle 
forche, perohò ooA si chiama a Parigi »; 
Buti. - « Ginbetto sono chiamate le for- 
che in Francia »; An. Fior. - « lubettum 
Parisiis dioitur forea, locus snapendii, 
si ve patibuli »; Serrav. Confr. Bncid. 
916. 



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[one. 7. oiB. 8] 



IkP. ut. 1-9 [PIOGGIA DI FUOCO] 127 



CANTO DECIMOQUARTO 



CEBOmO SETTIMO 

GIBONE TEBZO: VIOLENTI OONTBO DIO 
(Sapini e immobili, tormentati d«Um pioggia di ftaooo) 



CAPAHEO, IL VEGLIO DI CRETA , I FIUMI INFERNALI 



Poi che la carità del natio loco 
Mi strinse, raanai le fronde sparte, 
E rende' le a colui eh' era già fioco. 

Indi venimmo al fine, ove si parte 
Lo secondo giron dal terzo, e dove 
Si vede di giustìzia orribil arte. 

A ben manifestar le cose nuove, 
Dico che arrivammo ad una landa 
Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 



V. 1-48. Zapiooffia di fuoco. Arri- 
Tono al terso girone, che è de* riolenti 
eontro Dio, nna ignuda campagna sn 
eoi i^re linoco. Qoe' ohe sono ooIpevoU 
di Tiolenxa diretta ed immediata contro 
Dfc», gìaodonoin terra enpini ed immobili; 
i riotonti contro natura (sodomiti) corro- 
no eontinnamente; i violenti contro natu- 
ra ed arte (usurai) siedono raccolti. L' idea 
dcOa pioggia di fiioco fu ispirata a Dante 
dal Oeneii XIX, 24. La pena più grave 
rhanno i rei di violenza diretta contro 
Dk>, eoatrettl a star supini ed immobili 
sotto la tremenda pioggia; la piti leg- 
gera i sodomiti, che possono sehermirsi, 
raadorano la &tÌoa del correre, trovando 
un ristoro nel moto continuo. 

1. cabitI : amor patrio, e... Samum bi- 
beriaus ente dentes et Florentiam adeo 
dfllgami», ut quia dileximus, ezilium 
patiamnr ininete » ; De Vtdg. doq. I, 9, 
Lo spirito, fiorentino ; Dante anche. 

2. 8TBIN8E: Spinse, incitò, -fbondx: 
del cespuglio; ett. Xin, 12g e seg. 



8. kxhdb' lb : le roidei. Al. rutdkilb ; 
RBMDKLLB. - A COLUI: allo spirito di qucl 
fiorentino che aveva testò parlato col due 
Poeti. - FIOCO : stanco dal trarre guai. 
Al. BOCO. Ma « qui non si tratta di rau- 
Cèdine, bensì di ftanduzza, di rijlnimento, 
ecc. »; Z. F.,Sle seg. Del resto fioco ò 
lesione dei più e più autorevoli codici. 

4. Fiiot: confine, termine. - ovx : Al. 
OHDB. - PABTX : divide. 

6. OBBiBiL: spaveutovole magistero 
della divina ginstisìa. Orribile il peccato, 
orribile la pena.-ABTB: modo, artifizio. 

7. HUOVB: strane, insolite, non mal 
viste; lat. novut, 

8. làhda: pianura incolta e senza àl- 
beri. « Landa è vo<»bolo fhmcesco, ò 
propriamente la via che va lungo ^cuno 
fiume »; An. IHor. - « A una Umda, doò 
a una campagna ; chò così significa que- 
sta voce, e sì usava molto in quel tem- 
pi »; OeUi. Cfr. Diez, Wdrt. 1», 242. 

0. LKTTO : Buolo, che ò inlbcato, onde 
piante non vi possono crescere. 



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IB. 8] Inp. xiy. 10-24 



[PIOGGIA DI FUOCO] 



iorosa selva Pè ghirlanda 
mo, come il fosso tristo ad essa : 
7Ì fermammo i passi a randa a randa, 
kzzo era un'arena arida e spessa, 
d'altra foggia fatta che colei, 
fa da' pie di Caton già soppressa, 
ietta di Dio, qnanto tu dèi 
)r temuta da ciascun che legge 
che fu manifesto agli occhi miei ! 
ne nude vidi molte gregge, 
piangean tutte assai miseramente, 
irea posta lor diversa legge, 
giaceva in terra alcuna gente ; 
ma si sedea tutta raccolta, 
iltra andava continuamente. 



[jidi. -l'èghirlah- 
i landa, come la rl- 
LI, i7 e seg., oiroon- 
lorosa selva ò quasi 
>oichò la cinge ; sio- 
11 sangue fa flJIa sel- 

etonte. 

1. Rand. Orlo, Mar- 
( a randa per Ra- 
aogo riloTato. « Ra- 
ta, perchè in sa la 
10 scendere, perchè 
, Confr. Diez, Wort. 

^Hitium — lo spazio, 
nda. 

della Libia, calcata 
L*lTtioa, quando per 
condusse i residui 
leo al re Giuba ; cfr. 
382 e seg. « Colei, la 
«io pronome si rife- 
ta. Tuttavia esempi 
yent., SimU., 689. 
il primo a mettervi 
dnas lugrediar, pri- 
ilvere ponam »; Lu- 
l. - SOPPRESSA : oal- 

istixia retributrioe; 
seg. 

loro situaKione era 
role. Naturalmente 
inde; ma il Poeta ri- 
questa oircoetanaa, 



quando vuol desorivere U loro abbando- 
no, la loro miseria, in tutta la sua esten- 
sione; ctr.Iftf,lll, 100; Xni, 116; XXHI, 
118; XXIV, 02; XXX, 26. - GBSGOB: 
schiere. 

21. PABEA : dai diversi loro atti e modi 
di stare, appariva, si vedeva, che qnelle 
anime erano sottoposte ad una legge di- 
versa, essendo ad ogni schiera imposto 
un particolar modo di stare al supplizio 
del fuoco. 

22. BUPIN: supina, supinamente, eoi 
viso volto in su. - qkrtk: rei di violenza 
diretta ed immediata contro Dio. Volle- 
ro detronare V Iddio onnipotente, e non 
possono neppure muover sé stessi ; vomi- 
tarono bestemmie contro Dio, e queste 
bestemmie ricadono, quali fiamme ar- 
denti, sulla loro propria persona. 

23. sbdsa: violenti contro natura ed ar- 
te, o usurai. Sono qui come nel mondo: in- 
vece di lavorare colle proprie mani, vol- 
lero vivere del frutto del denaro, sedere e 
conteggiare : qui hanno tutto il comodo 
di farlo. -RACCOLTA: essendo gente n<m 
compagnevole, non ad altro intesa che 
al guadagno. « Stretta, per toooare meno 
della rena » ; JkUi. 

24. ALTRA: violenti contro natora, o 
sodomiti. Trascinati, anche loro malgra- 
do, dalle proprie sozze passioni, sono co- 
stretti a muoversi continuamente, come i 
peccatori carnali del e. V, ma sopra un 
terreno più tristo e sotto orribile pioggia. 
E il terreno e la pioggia sono contro nsr 
tura, oome ta il loro peccato. 



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•J 



iMw, Alv ao-4u LJ^iuuttiA ui Fuuvuj lav 



Qaella che giva intorno, era più molta; 
E quella men, che giaceva al tormento. 
Ha pia al duolo avea la lingua sciolta. 

Sovra tutto il sabbion, d'un cader lento 
Piovean di fuoco dilatate falde, 
Come di neve in alpe semsa vento. 

Quali Alessandro in quelle parti calde 
D'India vide sovra lo suo stuolo 
Fiamme cadere infino a terra salde ; 

Per eh' ei provvide a scalpitar lo suolo 
Con le sue schiere, acciò che lo vapore 
Me' si stingueva, mentre eh' era solo; 

Tale scendeva l'eternale ardore; 
Onde l'arena s'accendea, com'esca 
Sotto focile, a doppiar lo dolore. 

Senza riposo mai era la tresca 



2S. qvELLA: Mdomitl. MoKIssiiDi so- 
<lMiltì, la pfh parte letterati. XV, 106 e 
Mg.; ■eoo amraì ed ancor meno beetem- 
■iatorl. Stetiatica morale del eeeolo di 
Buie. 

27. AL DUOLO: ai lamenti: l'ebbero 
*eMU nel mondo alle beeteromie, Tban- 
00 qui alle strida. O pfottoato : le bestem- 
mie 8000 strida di un'anima ohe si sente 



n. CADBX: < Dominos plnit soper 8o- 
^"nam st Gomorriiam snlphor et ignem 

• Domioo de cesio»; Oemt. XIX. 24. 

* Igneo et solphnr ploam saper enm » ; 
^Mcà. XXXVUI. 22. 

^* oom: < oome noTica la neve a fUde 
Adi' alpi, quando non ò vento; imperò 
eb« quando ò Teato» la rompe, e nerica 
pikainQta»; BtOi. 

31. QOAU: ilamme. Kella preteea epi- 
«^ di Alessandro il Grande ad Aristo- 
tel« tebe si pnò vedere pnbblieata in 
•PP. sn'edis. di JvUui VaierUu carata 
<U B. KwbUr, Lipsiae. Tenbner, Ifm, 
PP- 190-221) si raoeonta che neUe Indie, 
J^ ana terribile tempesta, la neve oa- 
*«••• in nodum v^ierwn, e efae Ales- 
"**^ Is flieesBO oalpeatare a' soci sol- 
uti nt autra eummUtrtfUur. Alla neve 
atra m$bi$ tubàteuta ut viécequé nubet 
«ninMM da ecOo tamquam/aee» déeidara 
^ taemra eatrum totua eampua arde- 
^"' /usti.... mOOst aciaaaa vaataa oj^ 

*-iNo. fkmm., 4* «dia. 



ponete ignibua. E poi nox aarena con' 
Hnuo reddtta eat nobia orantibua. Tum 
ignaa ax intagro aecanduntur et a aeeu- 
ria apula eapivntuir. Cflr. AI6. Magn., De 
Metaor. lib. I. tr. IV, o. 8. Nyrop, Star. 
deWBpapaa frana, trad. da Qorta» p. 240 
e seg. Blana, Varaueh 1 , 120 e seg. Mejfar, 
Ala», la grand dona la littér./ranf. du 
m&gan dga. Par., 1880. - pabti: regioni di 
clima caldo. 

88. 8ALDB: intatte, intere, cbe non si 
estingoevano neppor cadute a terra. 

84. A BCALPITAB: fiMwndole premere 
coi piedi da' suoi soldati. 

30. BTIRaUKVA: Al. STB1H6KVA; cfr. Z. 
F., 82 e seg. • bolo: prima cbe cades- 
sero altre fiamme, e prima cbe le cadnte 
ibasero accresciate da qnelle appreae al 
terreno. 

87. TALI: « gU accenti gravi del verso 
esprimono l'incessante e interminabile 
pioggia di ftaoco »; L. Vent., BtmU., 580. 

80. FooiLK: pietra focaia percossa dal- 
Tacciarìno. « Ac primom silici sdntlllam 
ezcodit Achates »; Virg., Aan, 1. 174. 

40. TBE8CA : trescone, ballo molto agi- 
tato, saltereooio, senza regola e tempo, 
che si osa ancora nelle campagne. Me- 
navano or qoa, or là l' una o l'altra mano, 
a palme aperte, scotendo e schiaffeg- 
giando via via qaelle fiUde dal luogo del- 
U persona ove si posavano. Cfr. Fat\f,, 
8tud. p. 02 e seg. Diaz» Wdrt. I', 424 e seg. 



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46 



40 



52 



Delle misere mani, or quindi or quinci 

Iscotendo da sé F arsura fresca. 
Io cominciai: € Maestro, tu che vinci 

Tutte le cose, fuor che i demon duri 

Che all'entrar della porta incontro uscinci. 
Chi ò quel grande, che non par che curi 

Lo incendio, e giace dispettoso e torto 

Si, che la pioggia non par che il maturi? » 
E quel medesmo, che si fue accorto 

Ch'io dimandava il mio duca di lui, 

Qridò: < Qual io fui vivo, tal son morto. 
Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui 

Crucciato prese la folgore acuta. 

Onde l'ultimo di percosso fui; 
s'egli stanchi gli altri a muta a muta 

In Mongibello alla fucina negra. 

Chiamando: ^^Buon Vulcano, aiuta, aiutai „ , 



42. FRB8CA: IIQOVft. 

V. 48-72. Capaneo, Tra' violenti ood* 
tro Dio ei diitingue imo spirito il quale, 
pur giacendo tetto la pioggia del ftioco, 
sembra sfidare, anche in tol misera posi- 
Eione, la poteasa divina. « Chi è costai f * 
dimanda il Poeta. Lo spirito si affk«tta a 
rispondere con parole insaltanti alla di- 
vinità. E Virgilio : < La toa superbia e 
la tna rabbia sono il tao maggior tor- 
mento. » Quindi a Dante: « È ano dei 
sette di Tebe; tuttora indomito. Ma 
glierho detto: il suo furore ò il suo 
maggior tormento. » 

44. DURT : alla porta di Dite ; ofr. Inf. 
Vili, 82 e seg. 

46. uaciNCi: ci osoinno («osolrono). 

46. QUEL: Capaneo, v. 68, Kamxvsv^ 
figlio di Ipponoo e di Laodioe, ano del 
sette re deJla Grecia confederati con Po- 
linice contro Tebe. Salito salle mora della 
città assediata, sfidò empiamente Giove 
a difenderla ; onde il Nome sdegnato lo 
colpi colla folgore e lo uccise ; cflr. «Sto!., 
Théb. X, 485 e seg. ApoUod. UT, 7, 1. Sta- 
aio lo chiama magnatUmui e Suptrum 
eonUmptor et aqui. 

47. TORTO: torvo, bieoo. 

48. MATUSI: ammolli, renda mite ed 
umile. « Acerbi dioonsi gli orgogliosi ; 
acerbo è contrario di maturo; e la piog- 
gia ammolUaoe le fhiUa cadendo»; Tom, 



Al. MABTUBi: da marturiare ^ marto- 
riare, « Videtnr quod ignis plnens non 
molliflcet duritiem eins, et placet eini 
pertinacem insaniam »; Benv. Ctt. Moo- 
re, Orit, 807. 

61. QUAL: non temetti gli Dei in vita, 
non li temo morto. 

62. Giove : è rimasto pagano anohe nel 
mondo di là. -fabbro: Vulcano, il quale, 
secondo la mitologia, fabbricava le saette 
di Giove. Capaneo bestemmia laggiù eo" 
me bestemmiava quassù. 

68. CRUCCIATO : perchè schernito e sfi- 
dato con parole anperbe. 

54. l'ultimo dì : della mia vita su nel 
mondo. 

55. ALTRI: suoi fkbbrl, cioè i Cidopi. - 
A muta: a vicenda, l'uno dopo Taltni 
dando loro la muta. 

66. IN Mokqibello: neirstna in Si* 
cllia, dove, secondo la mitologia, era la 
fucioa di Vulcano. - niora: per la gran 
fuliggine. 

57. CHIAMANDO; gridando come fece 
nella guerracoi Giganti VtV^.,ii«n., Vili, 
430 e seg. 

** ToUits eoacts „ inqoit "cfliptotqns axifln>U 
[Ubsres. 
ìGUmbì CTolopet, et bue advertits insotem. 
Arma acri fttclanda viro. Nuao viribos usua. 
Nano manlbut rapidi», omnl Boao arte magl« 
FMolpItats meras. „ [stra. 



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[OBc. 7. om. 8] 



Inf. xiy. 58-75 



[ClPAlfEO] 131 



5è 8i com'ei fece alla pugna di Flegra, 

E me saetti con tutta sua forza, 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. » 

Si Allora il duca mio parlò di forza 

Tanto, ch'io non Pavea si forte udito: 
€ Capaneo, in ciò che non s'ammorza 

u La tua superbia, se' tu più punito : 

Nullo martiro, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. » ^ . 

«7 Poi si rivolse a me con miglior labbia, ** U / T 

Dicendo : « Qael fu l'un de' sette regi - 
Che assiser Tebe; ed ebbe e par ch'egli abbia 

70 Dio in disdegno, e poco par che il pregi; 

Ma, come io dissi a lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai debiti fregi. 

73 Or mi vien dietro, e guarda che non metti 

Ancor li piedi nell'arena arsiccia; 
Ma sempre al bosco li ritieni stretti. » 



&8. Flxo&a: valle in Teaaagli», dove 
Mcadde fl combaltìmeiito fra GHoTe ed 1 
GisntMqoali avevano sovrapposto mon- 
t« a Boote per dare la scalata al delo. 

60. ALLXGKA: non avrebbe mai la aod- 
(iidinooe di vedermi amillato ed avvi- 
liso ; rimarrei aempre il eoo superbo di- 



61. Di FORZA: eon grande veemenxa, 
«degnato di odire le soperbe bestemmie 
di qnel dannato. 

03. st FOBTK: io non lo aveva ancor 
adìt4> p«riare eon tanta veemenxa. Vir- 
Icilio è odepiato ohe Capaneo si vanti 
détta sua empietà. 

83. JKMI b'ammobza: non d spegne. 
A mmo rza r* non sì toova che in rima. 

64. PIÙ : « perciò ohe la tnaostinaxione, 
sfglaat* alU pens che ta toflM, ti dà 
doppio martire e tormento »; Dan. 

6ft. ooiOTro: adeguato al tuo itarore; 
« qoia talis oppressos et deiectos non 
pcÀest l&abere maina tormentam in mnn- 
do iato qnarn rabieni saam, qoa se mor^ 

dot»; BcMf. 

92. labbia: viso, aspetto; It^. VU, 7. 
Si rivolse a me eon viso più soeno e con 
pfb miti parole. 

<8w scm: Capaaeo, Adrasto sno sno- 
eero. Tideo, Ippomedonte, Anflarao, Par- 
tenopeo e Pottaioe. 



60. ABSIBBU : assediarono. - kbbb : vi- 
vendo. - PAS : sembra, qui nell' Inferno. 
La flora sua superbia non è altro che 
vana apparenza. Vorrebbe fkre il grande, 
l'indomito, ma ha la coaoiensa di non es- 
sere ohe ano sere. Immagine parlantis- 
sima di quella classe di peccatori, di cui 
egli ò il rappresentante. 

70. DIO: parlò di Oiove, v. 52; ma il 
nome non importa. I Gentili chiamarono 
Giove V ente supremo. Dante dà questo 
nome al Bedentore, Purg. VI, 118; cfr. 
JV. XXXI, i»2. - m DisDBOlf o : in dispre- 
gio. -PAB : vana apparensa. Quantunque 
parli con dileggio delle sue pene, egli sa 
troppo bene quanto sono terribili. 

72. FRBGi: ornamenti. Parlare ironico. 

V. 73-93. H FlegHtnUe, « Basti di que- 
sto insano! Seguimi, e guarda di non 
mettere 1 piedi noli' arena infocata, ma 
tienli stretti alla triste selva del secondo 
girone. » Così Virgilio. Vanno avanti ed 
arrivano là dove sgorga il Fleget<pte, 
fiume orribile, perchò di sangue. E Vir- 
gilio : « Dacchò entrammo nell' Inferno, 
non vedesti oosa più notabile di questo 
fiumioello. » Dante gliene dimanda il 
perchè. 

7i. AHOOB: guarda pure, venendomi 
^Uetro. Al. Guarda intanto, per adesso. - 
ABMOCIA: infocata, ardente. 



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132 [CKBC. 7. Om. 8] INP. XIV. 76-91 



[FLEOBTONTB] 



76 



70 



82 



85 



91 



Tacendo divenimmo là ove spiccia 
Fuor della selva un piociol fiumicello. 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 

Quale del Bulicame esce ruscello 
Che parton poi tra lor le peccatrici, 
Tal per P arena giù sen giva quello. 

Lo fondo suo ed ambo le pendici 
Fatt' eran pietra, e i margini da lato ; 
Per ch'io m'accorsi che il passo era liei. 

« Tra tutto l'altro ch'io t'ho dimostrato, 
Poscia che noi entrammo per la porta 
Lo cui sogliare a nessuno è negato, 

Cosa non fu dalli tuoi occhi scorta 
Notabile, com'è il presente rio. 
Che sopra so tutte fiammelle ammorta. > 

Queste parole far del daca mio : 



76. DIVENIMMO: arrivammo, giangem- 
mo ; dal lat. devenire ohe vale spesso il 
sempUoe venlre.Cfr.InAX VIII,68. Purg. 
IH, 46. -SPICCIA: sgorga, soatorisoe. 

76. R0880BR: sangae; ofr. Ir^f. XII, 47. 
75, 101. 

70. Bulicame: laghetto di aoqna mi- 
nerale hoUente, sitaato a due miglia da 
Viterbo, da cai usciva an msoello, l'acqua 
del quale le meretrìci a una certa distanza 
dalla sorgente, quando ò già ra£h^data 
alquanto, si dividevano tra loro, volgendo 
cìasonnadi esse alla propria stanzaqnella 
quantità che le era necessaria. Nel libro 
delle riforme di Viterbo, all' anno 1469, 
11 maggio, si legge : « Item alium bandi- 
nientnm che nessuna meretrice ardisca 
nò presuma da bora nanse bagnarsein 
alcuno bagno dove sieno consuete ba- 
gnarse le cittadine et donne viterbese, 
ma si vogliono bagnarse, vadino diete 
meretrici nel bagno del Bulicame, sotto 
pena, ecc. ». - « Laoittàdi Viterbo fa fatta 
per li Romani.... E gli Romani vi manda- 
vano gl'infermi per cagione de* bagni 
eh' escono del bulicame, e però fti chia- 
mata Vita Erbo, cioè vita agl'infermi, 
ovvero dttà di vita»; O. ViU. 1, 51. Al. 
intendono : Kel modo stesso oome si parti- 
va dal Bulicame o Flegetonte, d' onde si 
derivava. Cfr. 1 lavori citati dal De Bat. 
I»539; inoltre Ciampi, Un municipio ita- 
liano neU'età di Dante AL, Roma, 1865. 



Lanci, n BtUieame e la Chiarentana 
nella Div. Com., Roma, 1872. SearabelH. 
La Chiarentana e U Bulìeame nella 
Div. Com., Boi., 1872. Blane, Yerguck I, 
122 e seg. Ferrazzi IV, S82; V, 826-28. 
Sdutermann, 291 e seg. Murari, Note 
Dantesche II, Reggio Rmllia, 1895. BuU. 
II, 2, 103 e seg. 

80. PABTOM : dividono. - PBCCATRia : 

meretrici. Al. Anime dannate. Alcuni 
leggono PRXATBici o rRZZATRlci — > ma- 
ceratrici della canapa, lezione del tutto 
sprovvista di attendibili autorità. 

81. ABKKA : infocata del terso girone. 
-QUELLO: quel fiumicello. 

82. pendici : le sponde pendenti, o in- 
clinate. 

83. fatt' eban : lui. facta erant, si era- 
no impietrite per virtù del fiumicello. 
« Anco nel bulicame di Viterbo le sponde 
erano impietrite » ; Tom. - MABOun : i 
dorsi delle sponde. 

84. m' accorsi : per non essere quei 
margini coperti di arena infìiocata, co- 
me tutto l'altro suolo. - pabso : per at- 
traversare il girone. -Lia: U, in quel 
luogo. Liei, quid, cottici, eco. dissero gli 
antichi anche in prosaper ti,quit cosA,w». 

87. BOOLIAKK: soglia della porta infer- 
nale; Inf. m, 1 e seg. 

90. AMMORTA : spegne tatto le fiam- 
melle che vi piovono sopra. Cfr. It^. 
XV, 2 e seg. 



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tenc.T. GiB. t] 



IXF. XIT. 92-102 [TSOLIO DI OBKTA] 188 



97 



IM 



Per che il pregai ohe mi largisse il pasto, 
Di ccd largito m'aveya il disio. 

€ In mezzo mar siede nn paese guasto, » 
Dìss'egli allora, « che s'appella Creta, 
Sotto il coi rege fa già il mondo casto. 

Una montagna t'ò, che già fd lieta 
D'acque e di frondi, ohe si chiamò Ida; 
Ora è diserta, come cosa vieta. 

Bea la scelse già per cuna fida 
Del suo figliuolo, e, per celarlo meglio, 
Quando piaogea, vi iacea far le grida. 



n. LABOUBB: mi dicesM per minato, 
•asfteasere avaro di parole, perchè qnel 
Tk» fioaae cotm, tanto mirabile. - pasto: la 
wieiisa è detta altrove il pan d^gli an- 
geU. Pmr. U, 11. Ckmv. 1, 1. 

99. IL Disto: me ne aveva invogliato 
eoo quel eoo oenno. 

V . M- 120. li VégUù di Creta. Rispon- 
de Virgilio: « In Creta, dentro il monte 
Ida, sta ritto nn gran Veglio che ha le 
apaUe Tòlte verso Damiate in Bgitto, e 
faarda verso Boma come in nno spee- 
eUo. Ha il capo d'oro, le hraoda ed il 
petto d'argento; di lA sino alle ooece ò 
di rame ; le oosoe, le gambo ed i piedi 
tiBo di ferro, tranne il piò destro, sul 
qasto piti che snl dnistro sta appog- 
giato, e d»e è di terra eotta. Da tutte le 
partì, salvo ohe dal capo, gocoiano la- 
grime le qoali vanno giù a formare i 
quattro Homi infernali : Acheronte, Sti« 
gè. Flegetonte, e giù in fondo Cocito, di 
osi non ti dSconnlla. chèle vedrai. » Il Ve- 
glio è tolto quasi di peso dal profeta Da- 
aule, n. 81 e aeg. La statua nel sogno di 
Sebncadneear flgorava le quattro grandi 
BOBarcliie, cfir. Don. II, t7 e seg., ed an- 
che il g^mV^liodMiteeco potrebbe figu- 
rare 'SnBffll&chia; secondo altri esso 
igora le diverse età del mondo, e lo 
soorrere d^;ti Mini, o l' omauità da cui 
valgono le colpe, i dolori e le lagrime, 
la vita del mondo, od altro ancora. 
< Per bone senem rignifioatnr et figura- 
tur tota etas et decnrsus mundi ao etiam 
regni Saturni osque ad hoc tempora : po- 
Bitor autem iste senex ereotus in monte 
Tda, quod ipslas mentis et insule Satur- 
But ftdt primns reetor et dominne » ; 
Bmmbgl. Ctt. Stane, Vernteh, I, 123 e 
Mg. VaetktH e BtrtauM, Il gran Va- 
fKo dd MomU Ida tradotto nel senèomo- 



rale détta Div. Oomm., Ter., 1877. Po- 
letto, Alcwfii Studi, 191 e seg. 

Il profeta Daniele II, 81 e seg. cosi de- 
scrive la simbolica figura del Veglio: 
« Tu, rex, videbas ; et ecce quasi statua 
una grandis: statua illa magna, et sta- 
tura snblimis stabat centra te, et intui- 
tns eius erat terribilis. Huius statnie 
caput ex auro optimo erat, pectus au- 
tem et brachia de argento, porro venter 
et femora ex »re. Tibiae autem ferree, 
pedum qmedam pars erat ferrea, quidam 
autem flctilis. » Vedi pure V interpreta- 
sione datane dal profeta, ivi, v. 87 e seg. 

94. MSZZO: cflr. Ftr^., Aen. III, 104 e 
seg. - MAR: Mediterraneo, detto nel me- 
dio evo il mare per antonomasia. - gua- 
sto: rovinatesi credeva ohe anticamente 
avesse cento città, 7tr^., Aen. III, 106. 

96. RIOB: Saturno. > casto: puro, senea 
visi. Era 1* età dell' oro, cfir. Yirg., Aen. 
VIII, 819 e seg. 

98. Ida : oggi Ptdory, PtUoriti, o Mon^ 
té Giove, monte nel centro dell'isola di 
Creta, la cui sommità è per lo più co- 
perta di nevi, sul quale, secondo la mi- 
tologia. Giove fu allevato da' Corlbanti. 

99. VIETA : « vecchia, fracida e siappa ; 
onde si dice saper di vieto una cosa, 
quando è divenuta vecchia »; Dan. 

100. Rba: *Péo^ *Pe{a, Rhea e Cibele, 
moglie di Saturno e madre degli Dei 
olimpici ; cfr. Tir^., Aen. III, 111 e seg. 

101. FIOLIUOU) : Giove. - cblablo : a 
Satomo; cft*. Hetiod., Theog., 488 e seg. 

102. FAB: ai Cureti suoi servi .Volendo 
render vana una profesia, che i suoi figli 
lo detroDorebbero. Satomo se 11 man- 
giava r uno dopo r altro. Nato GHove, 
Bea lo fece trasportare a Greta per sal- 
varlo, ed afiinchò Saturno non ne udisse 
le grida, comandò ai Cureti di fsrgU un 



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BC. 7. 6IB. 8] ÌXF. XIY. 103-120 



[YEOLIO DI XIT&BTÀ] 



Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 
Che tien yòlte le spalle inyèr Damiata, 
E Roma gaarda si come sno speglio. 

La sua testa è di fìn oro formata, 
E poro argento son le braccia e il petto, 
Poi è di rame infino alla forcata; 

Da indi in ginso è tutto ferro eletto, 
Salvo che il destro piede è terra cotta, 
E sta in su qael, più che in su T altro, eretto. 

Ciascuna parte, fuor che l'oro, i rotta 
D'una fessura che lagrime goccia, 
Le quali accolte foran quella grotta. 

Lor corso in questa valle si diroccia: 
Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; 
Poi sen van giù per questa stretta doccia 

Infin là ove più non si dismonta : 

Fanno Cocito; e qual sia quello stagop, 
Tu il vederai; però qui non si conta. » 



re attorno oon spade, acndi, 
altri atramentl. 
rao : pone il Veglio in Creta, 
ri fiorì sotto Satamo Tetà 
perchè si credeva che Creta 
lo nel messo alle tre parti del 
oscinto, opperò il centro e 
el genere nmano. 
lATA: in Egitto, la più splen- 
monarchie antiche. 
U)A: essendo Roma Tanica 
Bir avvenire della monarchia 
cfr. De Man. II. Oonv. IV, 5. 
A : monarchia di Saturno, etÀ 
forse Dante intende del sc- 
isto, ofìr. Ckmv, IV, 5. De 

EHTO: seoondaetà; principio 
msa della monarchia romana. 
ATA: il punto del corpo nmano 
1 partono le cosce : tersa età ; 
iella monarchia sino alla sna 
opo la morte di Teodosio. 
:to : non misto con altri me- 
» età, che per Dante era il 
rate, n piede di ferro ò l' im- 
de di terra cotta ò il papato; 
, qnesto assai fragile. Ctr. Qio- 
SIU, 28 e seg. 
?K : della statua. - fuor che : 
Pelici non piangono, e tali fu- 



rono nell'età delKoro ed ai tempi di An- 
gusto. 

114. ACCOLTK: radunate insieme ai 
piedi del Veglio. - grotta: dentro dal 
monte, dove il gran Veglio sta dritto, 
V. 103. 

115. DIROCCIA : scende di roccia in roc- 
cia giù neir Inferno. 

116. ACHEROKTS : cfr. If^f. 111,71, 78. - 
Stiqr : cfr. Ir^f. VII, 106. - Flkoetobta : 
Flegetonte (cflr. It^. Xll, 47j, come oriz' 
tonta per orissonte, Inf. XI, 113. 

117. DOCCIA: dal lat. barb. </o^— ca- 
nale, condotto; ott. Inf. XXIII, 46. 

118. LÀ : al fondo dell' Inferno, punto al 
qual si traggono d' ogni parte i peai Ir^, 
XXXIV, 110 e seg., oltre il quale più 
non si scende, ma si sale all' uno od al> 
tro dei due emisferi. 

110. FANKO: tutte quante quelle lagri- 
me vanno giù a formare il Cooito, sede 
della causa prima di esse, cioò di Luci- 
fero: cfr. Inf. XXXII, 28 e seg. 

120. NON SI CONTA : uon ne parlo. > « Le 
lagrime che il Veglio, figurante V nman 
' genere, piove da tutte le fessure ond' ò 
vulnerato, fbor che dal capo d' oro, sono 
l'universalità dei peccati commessi da 
tutu gli nomini delle tre ultime età -vi- 
siate, e colanti nel gran baratro Ohe U 
mal dell' univerto tutto ineaecailf^^YU^ 



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[CI&C. 7. eiB.S] 



IHP. XIV. 121-131 [FIUMI IHFEBNALl] 186 



m 



131 



127 



130 



Ed io a lai: e Se il presente rigagno 
Si deriva cosi dal nostro mondo, 
Perchè ci appar pur a questo vivagno? > 

Ed egli a me: « Tu sai che il luogo è tondo, 
E tutto che tu sii venuto molto 
Pur a sinistra, giù calando al fondo, 

Non se' ancor per tutto il cerchio vòlto ; 
Per che, se cosa n'apparisce nuova^ 
Non dee addur maraviglia al tuo volto. » 

Ed io ancor : « Maestro, ove si trova 
Flegetonta e Lete? Che dell' un taci, 



18); • fiwBO dapprima fi flome nonuito la 
iriMm risiera d'AehMnmU; U qiuUe flimie 
poi riooBpttre ìmio mollo più ehe perso 
Bel ceraio degH arari; «i dilaga nella 
pilade SUgé, ove stanno attoflkt! gì' ira- 
condi; fone. nella intonzlone del Poeta, 
è fl medeoimo ohe, trasmntato in sangne 
boOeeto, erooeia i Tiolenti del primo gi- 
rone, poiooefaè roteo e bollente spiccia 
toati alquanto sotto, ossia dalla trista 
•etra del soiddi col nome di FlegetorUe-, 
e perrointo al fondo che divora Luci- 
fero C9H €fiuda, si rappiglia la nna im- 
Bisnsa spera di ghiaecio denominata Od- 
etto. Codesto finroe derirato da si rea 
fonte, die percorre le diverse regioni 
dell' Infinno sotto quattro nomi, ò il con- 
trapposto di qnell* altro che pnllola dal 
messo e irriga la divina/oretta del Par- 
gstorio, ai Wparte in Bnfrate e Tigri che 
poesia mntano nome, quello in Xi0l« eqne- 
•to in Bmncè, H dame infernale ò origi- 
nsto dalla eormsione dell*innan genere, 
eresee in malignità di mano in mano che 
STSBsa nel corso, fonesta la dimora de' 
preedti, ossia del secolo malvagio, ed è 
•tramenio di pnnlsione dei medesimi; 
qoeOo della. diTina foresta 

^ens da fostsas eslds • sorte 
Che taato de voler di Dio riprende 
Qosat'caM verse de doe parti sperta; 

{Purg. XXYIII. It4-26) 

floSsee con onda limpidissima ad abbel- 
lire la Chiesa di Dio, acqalsta correndo 
▼irtti dall' nna parte di astergere ogni 
memoria delle passate colpe, dall'altra 
a coniìBrire ogni doTÌsia*di beni spiri- 
tnsU. In una parola, il primo è l' em- 
blema della colpa, il secondo della gra- 
tis; qnello del male, questo del rimedio. » 
BvraU,AJUg,dèUaIHv,OoiMn,,90e9^. 



y . 121-142. 1 fiumi infemaU. « Ha se 

questo flomo discende giù dal nostro mon- 
do, perchè si vede soltanto qui, e non 
nei cerchi superiori t » « H luogo ò ro- 
tondo, e non ne hai ancora percorso l'in- 
tiera circonferenza, onde non devi mera- 
vigliarti se, oontinoando il nostro viaggio, 
ti si mostrano cose non ancor vedute. » 
« Ha dove sono dunque Flegetonte e 
Lete?» « Il Flegetonte è per V appunto 
queeto, e lo avresti dovuto indovinare 
dal suo bollore. Lete lo vedrai, ma al- 
trove, nel Purgatorio. Ed ora, avanti I » 

121. RiQAOiro: picciol flumioello, cfr. 
T. 77. 

122. cosi : come tu dici. - irosTBO : dei 
viventi. 

123. PUB : solamente in questa ripa e 
non altrove. -VI VAGHO : propr. l'orlo del 
panno; qui per l'estremità della selva. 

124. LUOGO: l'Inferno. 1 Poeti percor- 
rono durante il loro viaggio laggiù la 
nona parte di ogni cerchio, onde non 
hanno percorso l'intiera circonferenza, 
se non giunti al fondo dove ò Lndfbro. 
Sono adesso nel settimo cerchio, hanno 
dunque peroorso ""/loo della drconferenza 
del gran baratro. 

126. PUB: sempre a sinistra. Al. riCr 

A SimSTBA ; PUBK BIKISTBA. Cfr. Z. F. 

83 e seg. ifoore, Orii., 307-10. 

127. VÒLTO; non hai ancora col tuo gi- 
rare compito il cerchio. « Quasi voglia 
dire : e però non ti maravigliare, se an- 
cora veduto non hai lo scender di qne- 
st'acqna, perciocché tn non eri ancora 
pervenuto a quella parte del cerchio, 
della quale ella scende •; Booe. 

129. ADDUB: nel volto si esprime la 
meraviglia dell' animo. 

131. LBTfe: cosi Gliménè, Par. XVII, 1. 
Al. LETto, lesione da non accettarsi, dao- 

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Ià6 [CBBC. 7. OIB. 8] iNF. XIV. 182-142 



[FIUMI IKFEBNÀLll 



133 



186 



180 



142 



E l'altro di' che si fa d'està piova. > 

« In tatte tue question certo mi piaci; » 
Rispose, « ma il boUor dell'acqua rossa 
Dovea ben solver l'una che ta faci. 

Lete vedrai, ma faor di questa fossa, 
Là ove vanno l'anime a lavarsi, 
Qaando la colpa pentnta è rimossa. » 

Poi disse: « Ornai è tempo da scostarsi 
Dal bosco ; fa' che diretro a me vegne : 
Li margini fan via, che non son arsi, 

E sopra loro ogni vapor si spegne. » 



ohò LeUo ò aggettivo. « Se poi Dante vo- 
leva dire a quel modo, poco gli costava Io 
scrivere : Flegetonte e U Leteo »; Z. F., 
84. - DKLL*uif ! dì Lete. H fiame dell' ob- 
bllo non paò natoralmente essere nel- 
r Inferno cristiano (come era nei paga- 
no), non essendo concesso ai dannati di 
dimenticare ì peccati commessi e i meesi 
di grasia negletti. 

132. l'altbo: il Flegetonte. -piova: 
le lagrime del Veglio di Creta. 

134. IL BOLLOR: Flegetonte venendo a 
dire fiame bollente (da <{>XéYO) -» ardo, 
ofr. Virg., Aen. VI, C50 : « Qnto rapidns 
fltunmìs ambit torrentibus amuis Tarta- 
reasPhlegethon».iSlrfT., Ad Aen. ^ 1,265, 
dove ò detto che Virgilio « Phlegethonta 
vocat ignem »), il bollore di questo fiume 
doveva flirti accorto clie esso ò per l' ap- 
punto il Flegetonte. Per accorgersene 
non occorreva sapere di greco ; bastava 
avere in mente il verso di Virgilio e co- 
noscere la glossa di Servio. Ctr. Cave- 
doni, 09terv€txioni critiche intorìio alla 



questione te Dante tapeite di greco ; Mo- 
dena, 1860. Blanc, VertueAI, 127 eseg. 
185. l' una : la questione ; ove H trova 
Flegetontaì Eccolo IL « Ta bene debebas 
conieoturare ex evidentissimissigiiia qui 
flavias erat Phiegethoniqaando vidisti ar- 
dorem et raborem aqate balUentia, nam 
Phlegethon interpretaturardens»; Benv, 

136. VEDRAI : cfr. Purg. XXVm, 121 
e seg. -FOSSA! cavità infernale. 

137. LÀ: nel Paradiso terrestre aolla 
sommità del Purgatorio. 

138. PSHTUTAt dall' ant. penter», scon- 
tata per peni tenui; e A*. Purg» XXXI, 85- 
87. « Qaando la colpa, dicui si ò avuto pen- 
timento in tempo, dalle pene dtA purgato- 
rio ò rimotsa, cioè tolta, lavata »; Sftti. 

140. DAL BOSCO: dalla dolorosa aelva 
del secondo girone. - veoke: venga ; vicn 
dietro a me. 

141. ARSI : coperti di arena infocata. 

142. VAPOR: fiamma; cfr. v. 86. - BI 
SPEGNE: per il motivo già toccato nel 
V. 90, e spiegato poi in Ii\f. XV, 1-3. 



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[CnC. 7. dlB. 8] 



IlW. XT. 1-4 



[SODOMITI] 187 



CANTO DECIMOQUINTO 



CERCHIO SETTIMO 

GIBONB terzo: VIOLENTI CONTRO NATURA 
(Corrono eontiiìiuuiieiito tonMDtoil dalla pioggia di fbooo) 



BBUKETTO LATim, FBÀHCE8C0 D* ACCORSO 
ANDREA BE' MOZZI 



Ora cen porta Fan de' duri margini ; 
E il fammo del rascel di sopra adnggìa 
SI, che. dal faoco salva l'acqaa e gli argini. 

Quale i Fiamminghi tra Guizzante e Bmggia, 



T. 1-21. Lm regionB dei aodamitL I 
due Poeti oonttnoano il loro viaggio «àun- 
■HmbmIo aorra Timo dei margiiii che tono 
laago Q aabbtone infocato. Si deacrivono 
iautfgiai eon due aimìUtadini tolte dagli 
ad del tempo. A lunga distanaa dalla 
•eira dei violoiti contro so stessi inoon- 
tano ima schiera di violenti contro na- 
tora, che guardano i doe insoliti vian- 
danti eoo grande meraviglia, la qaale è 
dipinta con doe belle similitudini. 

1. DUBi: pietrificati e non coperti di 



3. ADVoaiA'. f^ ombra o nebbia al di- 
sopra di so, nella qnale le fiamme ai eatin- 



S. BALTA : « Dice che *1 vaporo oh' nscia 
dsl detto fiume temperava le sommitadl 
dsDe fiamme die asciano del fhoco, a tal 
modo che l' argine ai conservava, e per 
e9»»equéta l'acqua si conservava per 
Targiae dal fuoco»; X«n. -«Questo è 
nstmate che il fhmo qienga il ftioco, 
«Bse vegglamo che, poeta una candela 
scoesa sopra ano ftuno, incontanente si 
•fegae »; 3vH. - l'acqua e au ABom : 
bdonedel più dei codd., tra* qnaU totti i 
qaattndel Witte ; cosi lae, Dani., Lan„ 
OlLfBoce-,FàUoBocc,B*nv ,BwU,8errav., 



Tal., VeU., OtOi, Catt., eco. Come legges- 
sero Bambgl., An. SeL, Petr. Dani., An, 
Fior., Land., ecc. non si poò indovinaro. 

Al. SALVA l'acqua OLI ABOIKI, doè: il 

ftimo del msoello Da ombra, e così il va- 
pore, spegnendo le cadenti &lde, salva 
gli argini dal taooo. Così Oom. ed alcuni 
altri oodd., prime 4 edlz. Barg., Foie., 
BéUi, Z. F., ecc. « Dal Aioco, il qoal cade 
da alto, l'acqua salva gli argini, che 
sono dalle ripe »; Barg. TX Viv. difende 
questa lezione, aflìftrmandola del Bartol., 
dopo averne cancellato arbitrariamente 
Ve! Cfr. Fiamnuizzo, Cod. Friulani deUa 
D. O. I, p. 12. Il Foee.: «All'acqua non 
necessitava d' ossero difesa dal fuoco ; e 
per dò appunto eh' era bollente, esalava 
ftimo che ammorzava le fiamme innanzi 
che cadesser sovr'essa, com'ò natura 
d'ogni vaporo. Cod l'esalasionl di Flege- 
tonte preservavano 1 sud margini, ch'al- 
trimenti d sarebbero infocaii e consunti ». 
4. GuizzANTS: AI. GuzzANTB: chi in- 
tende di Wittand o Weiseand, cfr. O. VUl. 
XII, 68, villaggio della Fiandra vicino 
al maro; chi di Cadeand, isola e dttà 
di contro le isole della Zdandta verso il 
nord ; cfir. Dalia Vedova in D. e Padova, 
p. 80 e seg. Lanci, Bulicarne e Chia- 

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BC. 7. GIB. 3] 



Inp. XV. 5-18 



[SODOMITI] 



Temendo il fiotto che vèr lor s' avventa, 
Fanno lo schermo, perchè il mar si fìiggia,v 

E quale i Padovan lungo la Brenta, 
Per difender lor ville e lor castelli, 
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 

A tale imagine eran fatti quelli. 
Tutto che né si alti né si grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro fèlli. 

Già eravam dalla selva rimossi 

Tanto, ch'io non avrei visto dov'era, 
Perch'io indietro rivolto mi fossi; 

Quando incontrammo d'anime una schiera, 
Che venian luugo l'argine, e ciascuna 
Ci riguardava, come suol da sera 



ma, 1872, p. 29 e seg. - Bkug- 
», dal t«d. dù Brilcke, città 
a Fiandra occidentale. «Tro- 
esant verso il confine occi- 
[a Fiandra Dantesca, Brag- 
dentale, apparisce cbe Dante 
ò nomi volle indicare la diga 
la an capo all'altro del paese, 
de* due Inoghi ò presso a 120 
) 65 miglia geografiche ita- 
fa Vedova, 1. e, p. 90. 
: flusso del mare. - s'aamtkn- 
ro addpsso impetooso. 
[O : argini e dighe. - fuogia : 
ontano. Fuggia conginnt. di 
iggire. « Nano rapidns (pon- 
que a>flta revoluta resorbens 
litnsqoe vado labente relin- 
, Aen. XI, 627 eseg. - Da qne- 
ini inferiscono cbe Dante ab- 
la Fiandra. Cfr. Boss., 12-13. 
B : fanno Io schermo. 
INTANA: Cflriuzia, la Claren- 
scrittori latini, che anche il 
I ben ondici volte Ohiaren- 
[nasi tatti gli antichi (anche 
Benv.). Secondo altri Dante 
Panzana, o Carenzana, monte 
> tra Valvignola e Valflronte, 
ide lango la riva sinistra della 
mdoaltri (7/iùzrenfana deriva 
) e vnol diro : parte del cielo 
nnvole siano scomparse la- 
sereno. Altri di nnovo si av- 
Dante intenda del lago di 
In ogni caso il senso ò : Pri- 
Bvi disciogliendosi al caldo di 



primavera, facciano gonfiare la Brenta. 
Sopra qnesti versi cfr. la letteratura ci- 
tata dal De Bat. I, ^39 e seg., 724. Lu- 
nelli, SuUa voce Chiarentana di J>. ^I. 
Ven., 1843 e Trento, 1864. Scolari, La 
Chiarentana, Ven., 1865. Lanci, Del Bu- 
licame e della Chiarentana, Roma, 1872. 
Searabelli, La Chiarentana e il Bulica- 
me, Boi., 1872. Ferrazzi, V, 829 e aeg. 
Dalla Vedova, loc. cit., p. 83 e seg. Pa- 
lesa, Dante-BaceoUa, Trieste, 1865, p. 16. 
Bat*., 428 e seg. 

10. A TALK : gli argini del rascello erano 
fatti a similitadine dei ripari che i Fiam- 
minghi oppongono al mare, ovvero come 
gli argini che i Padovani fanno lungo la 
Brenta, benché di minor mole. 

12. QUAL: chinnque ne fosse il ooetmt- 
tore. « Mostra di dubitare se, come alla 
terra creata da Dio hanno gli nomini ag- 
giunto delle opere, così all' Inferno, pnr 
fatto dalla divina Potegtate (It\f. Ili, 6) 
abbiano i demoni aggianto alcnna ooea»; 
Lomò. Al.: Qnal ohesifMse l'altenca e 
la grossezza degli argini. Lo Z. P., 87 e 
8® j^- I<)SRO : QUAL CnS 81 F068BR, e Spiega : 
« A tale imagin eran fatti qaelli (argini 
in/emali), tatto che (iebbene) qaal che si 
fossero (in qttalunqtte modo fotnero, sot- 
tintendi /atti), il maestro non li fece nò 
sì alti né sì grossi (come sono i ripari 
Jlamminghi e padovani). » Cfr. Monti, 
Opere, V, 239 e seg. 

14. Dov' RRA : la selva dei sniddi. 

18. BiGUARDAVA : per l'inaudita novità 
del fatto; cfr. Virg., Aen. VI, 268 e seg. 
450 e seg. 



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[cnc. 7. ont. 8] 



Ivt. X?. 19-26 [BBUKETTO LATINI] 189 



if Guardar Vxm l'altro sotto nnoya Iona; 

E si vèr noi agnzzavan le ciglia, 
Come il vecchio sartor fa nella cruna. 

22 Cosi adocchiato da cotal famiglia, 

Fui conosciuto da un, che mi prese 

Per lo lembo, e gridò: e Qual maraviglia f » 

ss Ed io, quando il suo braccio a me distese. 

Piccai gli occhi per lo cotto aspetto 



19. mvorA: quando mand» più debole 
Q fame. « Kam cam lima eet nova, ik« 
pnBstatDoWa lumen, qnia est coninDota 
•ott.^ lati ergo tamqnam aob noete re- 
qietant, quia eoram obeooriHima colpa 
fagit onóilno Inoem. * Bcn«. Cfr. VWg,, 
Am, TI, S68 e aeg., 452 e wg. 

V. nSé. Srunttto ZoHni. Uno di 
qQefU 8|iiritl, adocchiato Dalite. eaprime 
BefaTigtia e gli stende il braccio. Dante 
lo rieonoece; è Brunetto Latini, col qoale 
Dante hA mi aflbttiioeo oolloqnio.Nacqne 
Branetto da lllastre CunigUa fiorentina 
reno il 1330. e morì a Firenze nel 12M. 
U«ao politico, preee parte a molti ayre- 
BiiMati d«na dttà eoa. Fa notaio, onde 
fl titolo di Mre ; poi aegretarlo capo del 
eoBBtte di Firente. Venne mandato aro- 
baidatore ad Alfoneodi Castlglla nel 1260 
(cfr. G. FTU. VI. 73). e, ritornando, seppe 
dei riToIgimenti della patria In oonse- 
goensa della sconfitta de'Gaelfl a Monte 
Aperti (4 aeU. 1260). onde andò in Fran- 
cia e rirapAtrIò, inneme c<^Ii altri On<*lfi, 
dopo la battaglia di Benevento <26 feb- 
braio 1366). Nel 1269 era notortiM n#e non 
»eriba cuntOiorwn communig Florentiee, 
e scriba era tottavia nel 1278. Nel 1280 
iaterrenne nella oondnsione del compro- 
BMaBO tra Guelfi e Ghibellini ; nel 1287 
fti priore e nel 1280 aningatore nei con- 
dili geoOTalS di Firense. Ctt, G. Fi». 
VI, 7S, 79 ; Vili. 10. FU, ViU., Vite. Non- 
mtat^ Man, l*. p. 422 e seg. SwnàJby^Bran, 
Xat.i;«meto^^ftiÌ/tM>«Kop6nbagen,1869, 
trad. itaL di R. BenUr, Fir.. 1884. Im- 
briani. Scritti dant., 831-80. Fawriel, 
MitL UtUr. de la Framet, XX, 284 e 
t^. ScherSUo, Alcuni eap. della bioifr. 
di D., Tor.. 1896, p. 116-221. Non ta mae- 
stro di Dante, ma suo aatorevole consi- 
^iatare negli studi. Del idaio di che Dan- 
te Io la colpevole, non s* ha altra prova 
ehe le parole del Poeta ; ma, data l' indole 
deUacdpa, si capisoecome non sia fftdle 
trorarae ttacda in cronache oin altri do- 



cumenti. Cfr. SekcriUo, o. e. p. 185. « Fu 
grande filosofo, e fta sommo maestro in 
rettorìca, tanto in bene saper dire, quan- 
to in bene dittare. Fu mondano nomo.... 
oomindatore e maestro in digrossare i 
Fiorentini efkrgli scorti in bene parlare, 
e in sapere guidare e reggere la nostra 
repubblica secondo la politica. » G. Vili, 
VUI. 10. - «Brunetto Latini de'nobiU da 
Soamiano fu di professione filosofò, d'or- 
dine notaio, e di fiama celebre e nominata. 
Costui quanto della rettorica potesse ag- 
giungere alla natura dimostrò ! nomo, se 
eoa! è lecito a dire, degno d'essere con 
quelli periti e antichi oratori annumera- 
to.... Fu motteggevole, dotto e astuto, e 
di certi motti piacevoli abbondante, non 
però senza gravità e temperamento di 
modestia, la quale faceva alle sue piace- 
volesxe dare fede giocondissima, di ser- 
mone piacevole, il quale spesso moveva a 
riso. Fu oflBcioso e costumato, e di natura 
utile, severo e grave, e per abito di tutte 
le virtù felicissimo, se con più severo 
animo le ingiurie della furiosa patria 
avesse potuto con sapiensa sopportare. • 
FU. ViU., VUe. Vedi più sotto ai versi 
82 e 110. ecc. 

22. COTAL: «sdlioet tam infami »ìBenv. 
- FAMIGLIA: Schiera, brigata. 

24. LEMBO: della veste, perchè, essendo 
giù nella rena, rimaneva assai più basso 
di Dante ohe era snll' argine. - maravi- 
glia : di vederti I e qui 1 e vivo ancora I 
« Nota quod iste Brunettus. ultraadmira- 
tionem generalemquam habebant omnes 
de videndo eom vivum in tali loco sine 
pcena, etiam miratur particulariter, quia 
videbat eum appulsam ad tantam glo- 
riam quod faciebat in vita, in medio iti- 
nere vite human». Istud mirabile iter 
per Infernnm, et istud nobile opus per 
quod qoeerebat salvare se et silos, qaod 
non erat simile suo vili Thesaoro •; Benv, 

26. FIOCA] : lo guardai nel viso abbru- 
stolito dal fuoco. 



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f^T 



140 [CEBO. 7. GIB. 8] - InF. XY. 27-85 [BBUHSTTO ItÀTim] 



28 



81 



34 



Si, che il viso abbruciato non difese 
La conoscenza sua al mio intelletto; 
E chinando la mano alla sua faccia, 
Risposi: e Siete voi qui, ser Brunetto? » 
£ quegli : « figliuol mio, non ti dispiaccia 
Se Brunetto Latini un poco teco 
Ritorna indietro, e lascia andar la traccia. 
Jo dissi a lui: « Quanto posso ven prece; 
E se volete che con voi m'asseggia, 



27. DinsB: Don m* impedì di rìoono- 
soerlo. 

29. LA MAKO : eoA i più. Al. L£ MIA ; 
così leggendo si dorrebbe intendere: Chi- 
nMido 1» mia tàociAveno la sua, non già 
per rioonoaoerlo meglio, ma per oaeeqnio. 
ifi diffioile decidere qnale sia la lesione 
antendca. Il Viv. falsificò la les. del Bar- 
tol. leggendo la mia (voi. I, p. 181), men- 
tre il ood. ha LA MAKO (ctr. Fiammoito, 
Ood. FHid., 1, 12 •. Cfr. Z. F„ 88 e seg. 
Moore,OrU.,l05 nt.20.« Uttangerem eum 
in fkx^nte. qusB erat mìhi magie vidna, Si- 
on t ipse ceperat me per infimam vestem 
qaie erat sibi magia vicina, quia ego 
eram altos et ipso bassas »; Bénv, Cfr. 
V. 24. 

30 QUI : sembra esprimere maraviglia 
di rivederlo In tal loogo. « A voler te- 
ner conto dell'esclamazione di Dante, 
nel riconoscere in nn sodomita ser Bro- 
netto, e dal fatto ch'ei non richiese an- 
che di ini, come invece fece del Basti- 
cncci e di Tegghiaio, a Ciacco, sembra 
potersi sopporre o che la colpa non ne 
fosse generalmente nota e U Poeta per 
caso la venisse a sapere qualche anno 
prima o dopo del 1300, 9 ohe da prin- 
cipio ei la credesse nna calunnia, e solo 
più tardi, magari qoando già il notaio 
era morto, avesse modo di sincerarsi 
essere invece qnella voce conforme alla 
verità. » Seherillo, o. e, p. 136. 

32. Latini: così i più; alcuni oodd. 
JjAnvo ictr.Vérnon.Reading», 1, 533-86. 
- e Fnit optimas astrologos physica et 
moralitate preclams»; Bambgl. - cFa 
vicino di Dante, e molte cose gì' inse- 
gnò »; An. Sei. - « Fae valorosso e na- 
turale persona > ; Joo. DarU. - « Fa nn 
tempo maestro dt Dante, e fti sì intimo 
domestico di lai, ohe li volle giudicar per 
astrologia, e predisse per la sua natività 



eom' elli dovea pervenire ad eccelso 
grado di sclensa •; Lan, - « L'autore pre- 
se da lai certa parte di sdenaa morale » ; 
Ott. - « Avendo in un contratto fktto per 
lui errato, e per quello essendo stato acca- 
sato di fialsità, volle avanti esser condan- 
nato per ftUsario, ohe egli voleeae con- 
fessare d'avere errato.... Mostr» 1* au- 
tore il conoscesse per peccato contro a 
natura»; Bo^.-Etn già tempo oh' elli 
fa maestro di Dante, ma par mostra ohe 
di tal vieio, cioè di soddomito, egli fosse 
pecchatore »; FaUo Boce. - « Da questo 
ser Brunetto Dante imparò molte cose, 
e però li f% grande reverenaia » ; BuU. - 
« Fu grande rettorico, et nomo moralia- 
simo.... mentre oh' elli vìmo, singolare 
amico dell' Aottore»; An. Fior. - « Ultra 
istud vitium sodomie, in quo fùit invo- 
lotus, etjam in hoc defldebat, qnod nlmis 
presumebat de se ipso » ;8errav. - « Uomo 
di gran sciensa, col qnale assai praticò 
Dante per imparare da lui »; Barg, Cfr. 
TodéacKini, I, 287 e seg. Zantumi Stor. 
deìl'Aecad. della Onuca, 106 e seg. Im- 
hriani, loc. cit. 

88. INDIETRO: per ragionar teco.~ TRAC- 
CIA : la comitiva dei compagni che anda- 
vano in diresione opposta. Confr. It^. 
XVIIl, 79. Boce. legge e punteggia: 
« Non ti dispiaccia Ser Bronetto Latini 
un poco teco ; Bitoma indietro, eoo. »; 
cioè, non ti dispiaccia d'avere me al- 
quanto teco; eco. Ctr. Z. F., 86 e seg. 
Ha chi ritoma indietro, è Brunetto, non 
Dante. 

34. PBBco : è il lat. precor -» prego. 

86. m'abssggia : mi metta a sedere con 
voi. Ha dove? Come? Mazg.t « Prendia- 
mo quel verbo nel significato di Iroite- 
nerai, ed ogni dubbio sparisce.» ilMedern 
non ha mal il significato di tratUnerH^^i 
ctr. Voe. Or. I*, 766 a. Bisognava addurre 



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teac. 7. 0IB. 8] 



iNF. XV. 86-51 [BBUNETTO LATINI] 141 



Faròl, se piace a costui; che vo seco. > 

« O figliaci, > disse, e qnal di questa greggia 
S'arresta ponto, giace poi cent'anni 
Senza arrostarsi, quando il fuoco il foggia. 

Però va' oltre; io ti verrò a' panni, 
E poi rigiugnerò la mia masnada. 
Che va piangendo i suoi etemi danni. » 

Io non osava scender della strada 
Per andar par di loi ; ma il capo chino 
Tenea, com'uom che reverente vada. 

Ei cominciò : « Qual fortuna o destino 
Anzi l'ultimo di quaggiù ti mena? 
E chi è questi che mostra il cammino ? » 

« Lassù di sopra in la vita serena » 
Bispos'io lui, « mi smarri' in una valle. 
Avanti che l'età mia fosse piena. 



qaaldìe esempio. Benv. legge Mi beo- 
GU; BuHz «m'asskoou, doò » «edere 
ai ponga »; e eoci Barg, eoo. 

36. VO: sono lo SQfteompftgaiA e non 
pisto separarmi da Ini. 

37. omBGOiA : compagnia dei sodomiti. 

39. ABBOSTAR8I: affifttlcarsl con furia 
nflìMtn-ma per sohermirai oome ohe sia 
dalla pioggia di foooo. Nel Casentino 
dicono, p. e.: « Pensa ohe il tn' babbo, 
Il mi*marfto, e tntti ei arrottiamo giorno 
e notte per raccattar qnalohe cosa. » Cfr. 
dseem» s. t. Senso : Chi si ferma nn mo- 
mento solo, è condannato a giacere poi 
immobOe cento anni, sensa potere soher^ 
mirri dal fooco; cfr. Inf. XIV, 40. Al. 

6CKZA BOeTARSI, BXSTAB8I, BIBTABSf , 000. 

Cfr. Z.F..90 9 seg. Moore. Orit., 811 e eeg. 
-PB06IA: ferisco secondo alcuni da fie- 
dert, secondo altri dal rerbo antiquato 
fegyiare ■— ferire. 

40. a' PA3fin : appresso ; < ita qnod onm 
4»pite attingebat pannos antoris, et ag- 
ger iste videtar esse altos per statnram 
Qsins hominis »; Beno, 

41. MASHADA : anticamente questa voce 
non arerà cattlTo senso ; la osarono so- 
▼ente H ViOani e il MaeMavOU. E Bm- 
ne^o Latini la usò più roKe nel senso di 
fittBiglia (Tré»., p. 257, 258, 833, eoo.), co- 
me Dante ohisónò poco tsk famiglia que- 

,, sta ^pmpagnia di sodomiti. 
* 42. DAHia: p«»e eteme. 



48. vov OSAVA : per paura delle fiamme 
cadenti e dell'arena infocata. 

44. PAB : di pari con lui. -CHnco : o per 
roTerenza, o soltanto per udir meglio. - 
« Hoc aotem flgorat qnod debemus ho- 
norare virtotem in istìs talibns infami- 
bns, et loqni oum eia per transitum, ne 
eorum nimis propinqua et freqnens con- 
Torsatio redderet nos in&mes »; Benv. 

46. POBTUif A : « qnal celeste influsso, o 
qnal divina provvidenza T »; Téli. 

41, ANZI : prima di morire : oftr. Virg., 
Aen. VI, 531 e seg, 

48.M08TBA: ti guida i>elmondode'morti. 

49. SBBENA : paragonata a quella di lag- 
giù neir Inferno. 

50. VALLB : selva oscura ; cfr. Ir^. I, 
1 e seg. 

51. PIENA: compiuta: prima di avere 
n^gianto Tetà di trentadnque anni, ohe 
secondo Dante è V età piena, o compiuta; 
cfr. Oonv. IV. 23, ed anche Wf» IV, 18. 
A trentaoinque anni si accorse di essersi 
smarrito nella selva oscura, Ij\f. 1, 1, e 
seg. Ma vi ò entrato, senza accorger- 
sene, alcun tempo, in realtà probabil- 
mente qualche anno prima; oi^. Purg. 
XXXJ, 34 e seg. « Sarà sempre una gran 
conftisione, se questo verso non si spie- 
gherà, avanti che foae compita la mia 
età ; cioè avanti ohe io avessi piena qnel- 
V età, ohe la provvidenza mi ha conce- 
duto di vivere»; BeUi. 



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ERC. 7. GIB. 8] iNF. XY. 52-63 [BRUNETTO LATINI] 



Pur ier mattina le volsi le spalle : 

Questi m'apparve, tornand'io in quella, 
E riducemi a ca' per questo calle. » 

Ed egli a me : e Se tu segui tua stella, 
Non puoi fallire al glorioso porto, 
Se ben m'accorsi nella vita bella; 

E s'io non fossi si per tempo morto, 
Veggendo il cielo a te cosi benigno, 
Dato t'avrei all'opera conforto. 

Ma quello ingrato popolo maligno, 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno. 



i : soltanto. - volsi : procuran- 
ire il dilettoso monte. 
E8TI : neir Inferno non nomina 
[ilio, forse per reverenda, come 
na mai nò Dio, nò la B. Vergine, 
. Lo nomina in tntto il poema 
s : la prima a Staxio, per esor- 
li Virgilio stesso, Purg. XXI, 
;. ; la seconda a Forese, Purg. 
130. Virgilio dal canto sno non 
aia che a Ulisse ed a Bordello. 
LLA : valle, o selva osonra ; cfr. 
1. 

:a' : a casa. Si pnò intendere : 
ndaoe al mondo di sopra; » op- 
iii gnida al cielo » che ò la ea' 
eir nomo ; o£r. Ebrei XIII, U: 
jemns hic manentem civitatem, 
■am inqnirimns ». - callk : via, 
straordinario. 

9 Vicende dinante. Set Bm- 
dioe a Dante e la ventura sua 
le prossime sue sventure, causa 
i operare e la bestiale ingrati ta- 
inoi concittadini. « Vi sono pre- 
risponde il Poeta, « nò tale va- 

ò nuovo. Purché non mi rimor- 
densa, avvenga ciò che vuole ! » 
o: «Sta bene cosi; tienlo bene 
! » 

:lla: nacque Dante quando il 
ttGemini,Far.XXII,110e8eg., 
ologhi dei tempo credevano che 
>sse « significatore di scrittura, 
za e di cognoscibilitade »; OU. 

XXVI, 23 e seg. Al. : Se oolti- 
i lo studio e la meditosdone l'in- 
l che sei dotato, te ne verrà 
loria. Cft*. CoUigro»»o, La pre- 
i Brunetto Latini, Roma, 1896. 
AOCOBSX: si deduce da questi 



versi che, nascendo Dante, Brunetto 
gliene figusesse V oroscopo. È vero che 
nn astrologo non congettura, ma spac- 
cia per inflnllibili le sue predizioni. Per 
altro laggiù nel settimo cerchio Ser Brur 
netto aveva forse imparato a d abitare 
alquanto della propria infsllibilità. - bel- 
la: del mondo. Z. F. legge ooìTAnt. e 
con qualche altro cod. in la vita no- 
vella, il che « vale anzi tutto : neUa tiut 
gioventù i.... ma significa inoltro : Per 
quanto potei giudicare da quel tao liber- 
colo, cui titolasti Vita nuova ». 

58. PEB TEMPO : in riguardo a Dante. 
Brunetto morì vecchio. 

&9. VKGQSNDO : Brunetto ta « optimna 
astrologus »; Bambgl. 

60. OPEEA : politica e letteraria. 

61. POPOLO : fiorentino. « Cioò quei che 
reggevano la città, che si reggeva in 
quel tempo a popolo, il quale egli chia- 
ma ingrato, perchò gli renderebbe male 
per bene, e maligno, perchò giudiche- 
rebbe a mal fine tutto quello che Dante 
facessi a buono *; OeUi. 

62. Fiesole : lat. Fcetulm, antica città 
d' Etmria a tre miglia circa da Firenze, 
della quale si credeva madre; cfr. G.VìU. 
I, 7, », 35 e seg,; II. 2; III, 1, ecc. Cfr. 
Com. Lipt. V, 241 e seg. Lami, Lezioni 
di antiehUà toscane, Fir.. 1766, 1, 278- 
84. Sdlvini, Discorsi Aeead., Fir., 1725, 
I, 351 e seg. Eneid. 783 e seg. 

63. TIENE: ò ancora rozzo e scostumato. 
Lo dice Dante. «Del monte, in quanto ru- 
stico e salvatico, e del macigno in quanto 
duro e non pieghevole ad alcuno liberale 
e civil costume »; Boee. - « Unde homi- 
nes nati, durum genus »; Virg., Georg, h 
63. - «Multaque per ccelnm solis volven- 
tia lustra Volgivago vitam traotabant 



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7» 



Ti 



Ti si farà, per tao ben far, nimico: 
Ed è ragion; ohe tra li lazzi sorbi 
Si disconvien frattare al dolce fico. 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi, 
esente avara, invidiosa e superba: 
Da'lor costumi fa' che ta ti forbi. 

La tna fortuna tanto onor ti serba, 
Che runa parte e l'altra avranno fame 
Di te; ma lungi fia dal becco l'erba. 

Faccian le b^estie fiesolane strame 
Di lor medesme, e non tocchin la pianta, 
Se alcuna surge ancor nel lor letame, 



1 ImctH., Ber. wU, V, 
•n • Mg. - « Geni» domm snmos expe- 
ritDsqne l«bonuD, Bt docnmente damnt, 
qoa «batti origine ii*tÌ9; Ovid., MtLl, 
414 e Mg. 

•4. BKV FAB: mA oppote sU» renato In 
FifVMe di Cnrlo di VaIoìb. HelU sen- 
tcaca éel 27 Gennaio 1302: « Vel qnod d»- 
mt, ilTe ezpenderen» oontn.... dom{- 
Boi KATolnm prò renitenti» sai adven- 
tm », - Mn è però tempre Dante ohe qui 
porla. - nxioo: «oioètibandiràetiooa- 
tKfaerà i beni, e ti persegoiterà a mor- 
te»; Oui. 

tf. LAizi : aspri, di sapere aere. I lazsi 
terH sono i Florentioi, Dante ò il dolee 
/h$. Sfivgo di orgoglio oflfeso. 

M. Al. DOLCE: Al. IL DOLCE) Cfr. Z, 

F., 02. 

«7. OBBl: soQ'origfne di qnesto prorer- 
bio li hamiodiie tradisionL e.FOI.II. 1: 
«Totile mandò a' Fiorentini che Tolea 
ttiMr loro amico, e in loro lervigio di- 
s ta o g get ^ la città di Pistoia, promet- 
tendo e oKMlrando loro grande amore, 
e di dare loro fnndiigie con molti larghi 
patti. I Fiorentini malayTedotl (e però 
terono poi sempre in proverbio ohiamatl 
eieefaU eredettono alle ine Iblee losin- 
gbe, eoo. » Secondo Taltra tradisione, i 
FlMeotiai si lasdarono gabbare dai Pi- 
maii, ^e oflbraero loro dne colonne di 
Porfirio goaate dal fbooo e perdo coperte 
di aearlatto, le qnall i Fiorentini prese- 
re, non «vreid^doil ehe troppe tordi del* 
r inganno. Ooil 1 oomm. ant. Bumbgi, 
ereée inreoe ebe Danto ehiami orbi i FhH 
rentlrt « ex vitlo superbie, aTarltle et 
iBTiae». 



68. AVARA: cfr. Jf^. VI, 74 e seg. 

69. n forbì s ti forbisca, ti conserri 
poro. 

70. FOBTUiiA : « disposislone de'oieli »} 
An,Fiar. 

71. PARTR : Bianchi e "Svtì, - fahr : de- 
sidereranno di arertl dallaloro.CosI qoasi 
tutti. InreoelVxteseA.: «Ambedue leparti 
dei tool concittadini ti odieranno amorto, 
ma non potranno riuscire nel loro inten- 
to; si strazino fra loro, eco. » Ma non ò 
▼ero che fame abbia sempre un senso 
odioso e nemico. La prima intorpreta- 
xione merito la preferensai per Taltra 
▼. Par. XVn. 61 e seg. Cfr. OipoUa, Inf. 
XV, 70 é tegg. Aorereto, 1800. 

72. LUNGI: non potranno sodisfare 11 
loro desiderio. - « Ha tal desiderio non 
Tenne ne' Fiorentini, se non poiché Danto 
Al morto. S allora fri Teramento Z'«r6a 
Umgi dal béeco ; e invano domandarono 
a* Kavignanl le ceneri sue. » BetU. 

78. BI8TIB : chiama cori i suoi concitta* 
dlnl, ohe egli vuole, o crede discesi da 
Fiesole. - strame : « storquilinlnm et 
leotom, di lor medeane, quasi dicat: 
fftoiant dlstraolum de se ipsis, et dlmit- 
tant virtoosos, qui desoendemnt a ro- 
manorum sanguine generoso » ; Benw. 

74. PIANTA : pare che Danto voglia qui 
vantorsi di discendere degli antichi Ro- 
mani ohe fondarono Firenie. Vanito uma- 
na! «Lui pare volere in alcuni luoghi i 
suoi antichi essere stoU di quelli Somsni 
che posero Firense. lia questo è cosa 
molto incerto, e, secondo mio parere, 
niento è altro che indovinare. » Leon. 
Brwni, Vita diD.-* Danto si pretondea 
disceso dal seme Romano e non dal Fie- 



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144 [CBBC. 7. OIB. 8] INF. XV. 70-8» 



LBBUVBTTO LÀTmj 



70 



70 



85 



In cui rivìva la Bementa santa 
Di quei Boman, ohe vi rimaser, quando 
Fu fatto il nido di malìzia tanta. » 

e Se fosse tatto pieno il mio dimando, » 
Bisposi lai, e voi non sareste ancora^ 
Dell'umana natura posto in bando; 

Ohe in la mente m' è fitta, ed or m'accora 
La cara e buona imagine patema 
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 

M'insegnavate come l'uom s'eterna: 

E quant'io l'abbia in grado, mentre io vivo, 
Oonvien che nella mia lingua si scema. 

Ciò che narrate di mio corso scrivo, 
£ serbolo a chiosar con altro testo 



loUno, da'qiiali insieme congiunti la oit- 
tadlnanE» fiorentina era nata »; Ro§§. 

76. 8AHTA : « popnlas ille aanotas, pina 
et glorioena »; De Mon, II, 5. l^fel Òonv. 
IV, 6, Roma ò la §anla città, \ Romani 
divini cittadini ; cft*. If^ II, 22 e se?. 

77. B1MA8BB : ad abitarvi ; ofr. 0. ViU, 
I, 88. 

78. NIDO : Firenie. « E nota, perchè i 
Fiorentini sono sempre in gaerra e in 
dissensione tra loro, che non è da ma- 
ravigliare, essendo stratti e nati di doe 
popoli oosi contrarii e nemici e diversi, 
come ftirono gli nobili Romani virtndiosi, 
e' Fiesolani mddi e aspri di guerra »; 

a. vm. 1, 88. 

70. piEvo: esandito. - dimando: pre- 
ghiera. Se ogni mia preghiera fosse esau- 
dita, voi sareste ancor vivo; ofr. v. 58 
e seg. 

82. ACCORA: vedendo cotto il vostro 
aspetto, abbruciato U vostro viso, v. 26 
e seg. 

84. QUANDO HBL MOKDO : Al. KKL MON- 
DO, QUANDO; Cft- Z. F., 92. -AD ORA AD 

ORA sovente : di quando in qnando. 

85 s'etrrna: per messo della sdenea, 
acquistandosi fama, cf^. In/, II, 58-60. 
Si parla qnl di gloria ed immortalità let- 
teraria. 

86. ABBIA: Al. ABBO. - MINTRK: fin- 
ché io vivo. 

87. LINGUA : parole. - si sckbna t si ri- 
conosca. Ma non contradice il Poeta a sé 
stesso, cacciando la cara « buona imagine 
patema di Ber Brunetto tr« i fodomlti 



nell' Inferno e tramandandone così il no- 
me coperto d' infamia alla posterità f Al 
Littré, che s'era maravigliato di tale 
oontradisione così rispondeva il D'Ovi- 
dio (cit dallo SeheriUo, o. o , p. ISA) : 
« E non pensa [il Littré] che è appunto 
nella dottrina cattolica, a coi Dante non 
poteva ribellarsi, questo, ohenn peoo»to 
mortale, anche isolato, se non è «menti- 
to col pentimento almeno deirnltim*ora, 
danna irreparabilmente anche raomo 
più virtuoso e nobile in tntto il resto. 
Non pensa che è ansi da ammirare la 
magnanimità e la relativa spregiodica- 
tessa di Dante, ohe, sensa ribellarsi, ed 
ansi facendosi banditore della divina gin- 
stisia verso tali nomini, mantiene però 
intatto il sno ossequio alle vere virtù 
che li ornarono. Non considera l' efTetto 
morale che Dante certo si proponeva di 
oonsegnire dimostrando come V uomo 
quasi in tutto virtuoso non debba però 
gittarsi spensieratamente in un grosso 
Visio con la speransa che questo restì 
neutralissato dalle virtù : avvertimento 
non inutile al cerio, in una età selvag- 
gia qnal era quella, in cui tanto fsoil- 
mente il tratto gentile, Talta coltura 
della mente, il ooragirio a tutta prova, 
si trovavan uniti nella stessa persona 
con qnalcAe abito rosso e barbaro. » Si 
etr, anche Oom. Lipe., I*, p. 244-5. 

88. CORSO : vita Altura. - scrivo : nella 
mia mente i cfìr. Pron, VII, S. 

89. càiOBAB: farmelo spiegare. - al- 
TBO: le parole adite da Ciacco, It^, VI, M 



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[CISC. 7. eiR. 8] 



In?, xy. 90-104 [bbuivbtto latini] 145 



:»3 



A donna ohe saprà se a lei arrivo. 
Tanto vogrio ohe vi sia manifesto. 

Pur ohe mia oosciensa non mi garra, 

Che alla Fortuna, come vuol, son presto. 
. Non è nuova agli orecchi mìei tale arra; 

Però giri Portana la sua mota 

Come le piace, e il villan la sua marra ! » 
Lo mio maestro allora in su la gota 

Destra si volse indietro, e rigaardommi ; 

Poi disse : « Bene ascolta chi la nota. » 
Nò pertanto di men parlando vommi 

Con ser Bronetto, e domando chi sono 

Li snoi compagni più noti e più sommi. 
Ed egli a me: « Saper d'alcano ò buono; 

Degli altri fia laudabile tacerci, 



• Mc^ e dft farinaU d«gU Uberti, Ji^. 
X. 7» e mg. 

W.dosxa: BeaMoe, dalla quale saprò 
éi Mia vita U viaggio, Ifkf, X, 182. - 8B: 
•e Dio mi ooooede di tonniiiare qaeato 
Aio Tia^glo. 

01. Tauro : Iftt tantum, soltanto. Sap- 
piate eoltaato cito, soloofaela aiiaoosolen- 
naeii mi rimorda, né le Tioende ed i oolpi 
a Fortona, né le perseonsioni del mal- 
ragi non potranno mai atterrarmi, sfln- 
teaiiomi ben Uragano ai eoìpi di ven- 
tmrm (Por. XVII. 19-24). 

92. GABBA: garrisca, riprenda oome 
estperoto delle mie ayyersità) efr. It^. 
XXVUI, 116 e 8eg.«Qaanto pih V nomo 
•eggiaee allo intelletto, tanto meno sog- 
giace alla Fortoaa»; Oone. IV, 11. 

93. FBBrro : appareceblato a sostener- 
nei ocrfpi. 

94. ABBA: pagamento, mercede (ofr. 
Uaoi9mi-Tomm, Tati t patti di D., p. 66 

• S8g.|. Bronetto gli ha predetto qoal 
wksretdé agili avrà del ano benfare, ▼. M, 
eDanieriaponde: «Konmièoosannora 
die arre t«l mercede. > Al. : arra'—eth 
farmi qoi predizione, la qoale, se Te- 
rse», è ▼ommente una caparra del bene 

• del male annamdato. 

95. ona : veltea eoa epera, efr. J/^.Yll, 
n. Bartaèi, Rag. aead. H, 25: « Oli an- 
fcièU flgvrwone la Cortona ohe ella gi- 
nase sempre nna nota per mostrare la 
ma tnataliiUtà. » 

9t. MABBA : «qoasl dloat : omnia fiustant 
^ktem aonm, et ocelom et homines mn- 

10. — JH9. Oomm., 4» ediz. 



tent vices soas, quia ego non matabor »; 
Benv. - cF^Miia la Fortona e ihodano li 
nomini, come piace loro, eh' io sono per 
sostenere»; ^ii<». Cfr. Virg., Aen.Y, 710. 
98. dbbtba: arendo adito un'ottima 



99. bbhb: Virgilio gli ripete con un 
prorerhio ciò che aveagli detto, Inf. X, 
127 e seg. Al.: Hai ben badato al miei 
detti; ofr. Virg., Aen. V, 710. Al.: UUl- 
mente ascolta ohi ben imprime nella 
mente le parole dei sari. Benv.: «quasi 
dioat : n<m dlxisti sardo ; magna laos est 
ista et bene ralens eris, si feoeris hoc ». 
Cfr. Blane, Vere%ieh 1, 186 e seg. 

V. 100-124. ZetteraHeodomiti, Dante 
dimanda a Ser Bronetto : « Chi sono i pih 
Cimosi de* vostri oompagnif » « È bene 
oonosoeme alcono ; di tatti il tempo non 
concede di parlare. Tatti furono cherid 
e oelebri letterati. Vedi là Prisciano e 
Franoesco d'Accorso; se ruoi, puoi an- 
che ▼edervi il tcscovo Andrea de' Mozzi. 
ICa non posso allungarmi di pih, che viene 
in qua una schiera con la quale non mi 
è lecito di stare. Ti raccomando il mio 
Ttioro, né ti domando altro Ciò detto, 
ritoma indietro veloce a raggiungere la 
sua masnada Suppone il Poeta questi 
dannati divisi in schiere secondo la gra- 
vità della colpa. Passare dall' una all'al- 
tra non è loro concesso: ciascuno deve 
rimanere in etemo nella eua schiera. 

100. PKBTAiiTO : benché Virgilio si fos- 
se volto indietro. 

102.Mon:perteBia.-BOifiq: pcrdi^nità. 

iitizedbyV^OOgle 



^^. 



146 [osBC. 7. GIR. 8] Int. xt. 105-118 



[ALTBI SODOMITI] 



106 



109 



112 



115 



Che il tempo saiia corto a tanto suono. 

In somma sappi che tatti far cherci, 
E letterati grandi e di gran fama, 
D' an peccato medesmo al mondo lerci. 

Priscian sen va con quella turba grama, 
E Francesco d'Accorso anche ; e vedervi, 
Se avessi avuto di tal tigna brama, 

Colui potei che dal Servo de' servi 
Fu trasmutato d'Amo in Bacchigliene, 
Dove lasciò li mal protesi nervi. 

Di più direi ; ma il venir e il sermone 

Più lungo esser non può, però eh.' io veggio 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 



105. ▲ TANTO: a ooil lunga storiai tanti 
i letterati e oherid aodomitt I 

106. CHEsa: oherici. La masnada di aer 
Brunetto si compone parto di nomini di 
chiesa, oome Andrea de' Moxzl, parto di 
nomini di lettore, oome Franoesoo d'Ao- 
oorso, parto di nomini di chiesa e nello 
stosso tompo di lettore, oome Prisoiano. 

108. LKBCi : lordi tutti dello stesso peo- 
cato di sodomia. 

100. Pbisciah: PrUcianut Ocetarim- 
m, celebre grammatico della 1* meti^ 
del 60 secolo dell' èra volgare. « Fa nn 
grande maestro in gramatica, e fece ano 
utile libro per imparare gramatica »; 
An. Sei • « Prisdanns ponltnr hic tam- 
quam clericns, qnia monachos tait et 
apostotovit nt acqoireret sibi maiorem 
famam et gloriam.... Ponitar etiam tom- 
qaam magnas litoratas in genere elo- 
qaenti», qnia ftiit doctor, regolator et 
correotor grammatio», Tir yere excel- 
lentisslmns, princeps in hao arto primi* 
ti va, magnas orator, historicas et aato* 
rista. » B&nv. Prisdano dettò la migliore 
grammatica latina antica (Inttitutiones 
grammoHcm, ed. Krehl, 2 voi. Lips., 
1810 20: ed. HerU. Lips., 1855-60) ed 
altri lavori filologici di minor mole ; inol- 
tre si hanno di lai dne poemi : De laude 
in^>erat9ri§ Aiuutaeii e Perisgeeie (ed. 
Bcehren» in PoeUe latini minore», voi. 
V, Lips., 1888). 

110. Accorso: Fiorentino, figlio del 
celebre giurista Accursio ; insegnò il Di- 
ritto a Bologna, andò nel 1978 con Edoar- 
do I in qualità di professore a Oxford, ri- 
tornò nel 1280 a Bologna, dove mori nel 
l»i. «Fu giudice in legge valentissimo, 



e chiosò tntt'i libri di legga»; Ai». BeL- 
« Lesse in cattedra a Bologna nel gea» 
rale Stadio tatti U dì della vita sua >| 
OtL - « Fue.... maculato ancora di qussU 
risio deUa sodomia » ; An, Fior, 

Ul.TiONA: gento sodicla, di viaiigno* 
bili. Voce dell' uso. Senso: Se tu avessi 
desiderato di oonoecere sì lorde persone^ 

112. COLUI : Andrea de' Mossi, flittd 
canonico di Firense nel 1872 ; vescoT« 
ivi nel 1887 ; trasfsrito dal vescovado dj 
Firense a quello di Vicenaa nel 1895] 
morto a Vicensa tt 38 agosto 12M. •JA^ 
cesi costui essere stoto un messer An- 
drea de* Mossi, vescovo di Firense, H 
quale e per questa miseria, nella qasl« 
forse era disonesto peccatore, e per molM 
altre sue sciocchesse che di lui si rso< 
contano nel vulgo, per opera di messel 
Tommaso de' Mossi, suo fratollo, il qusk 
era onorevole cavaliere, e grande ne] 
cospetto del papa, per levar dinansi ds< 
gli occhi suoi e de' suoi cittadini tanta 
abominazione, fu permatato dal papa di 
vescovo di Firense in vescovo di Vt 
cenxa »; Boec. B delle aeioochéu* ci hs 
lasciato alcuni saggi Ben», ohe racconta 
oome costui « saepe pnbllce praBdioabat 
populo dioens multo ridiculosa. Inter 
alia dioebat quod providentia Dei erst 
similis muri, qai stana super trabe vi- 
det qneecumque geruntur sub se in de 
mo et nomo videt eom etc » - POTti : 
avresti potuto. - Skbvo : Bonifodo VITI. 

118. AbnO: Firense: -^CcmouoifB: 
Vicensa. I fiumi per le città. 

114. LASCIÒ: morendo. 

117. FUMMO : polverìo, per la rena mos- 
so dallo soalpi$ar di gento. 

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rene 7. on. 8] 



lS¥. Xy. 119-124 [BBtmiTTO LATINI] 147 



118 



m 



124 



Ghente vien, con la quale esser non deggio : 

Siati raccomandato il mio Tesoro, 

Nel quale io vivo ancora; e più non cheggio. > 
Poi si rivolse, e parve dì coloro 

Che corrono a Verona il drappo verde 

Per la campagna; e parve di costoro 
Quegli che vince, non colui che perde. 



118. 6K9TI: « è un* iltra achie» di 
émmati, aD* quale Brunetto non dee mi- 
Khiani, quantunque rea e eondannata 
per riiituMn oolpa di sodomia, essendo 
s daaevno de' Tiolenti contro natura as* 
wynstio il proprio drappeilo, seoondo la 
eoadSsiooe ch'ebbero nel mondo » ; Post. 

119. Tbsobo: titolo deir opera prtnoi- 
pste di Brunetto Latini, dettato in Un- 
san franeeee. Al. intendono del Taoretto, 
pfeeolo poema allegorico-morale, dettato 
tu ItBgva italiana. II Tetoro del Latini fu 
pabbtteato neU' originale franoeee dallo 
Ckuèmiae, Par., 1863. Fu volgariss. da 
B«o Giamboni, cflr. Il Tssoro di Bru^ 
•etto Laiimi, wàgarixzato da B. Oiam- 
hmd, iOattraio da L. GaUér, 4 toI. Bo- 
kfaa, 1878-83. Del TetwreUo e FavoUUo 
m haaaoedixioni dello Zanmoni, llil . , 1 824. 
« di jS. Wieee nel periodico ÉeUtehrift fUr 
rmtami9eh€ PhUolof/iA, 1883, (ksc. 10e20 
Sol Tmaretto ofr. BartoU, Leu. Ual., II, 
291>3M: «ol Tesero, ivi, III, 27-32. Do- 
hdU, Il Tesoro nette opere di Dante» 



Vene»., 18M. Altre opere del Latini o 
a Ini attribuite : L'Btiea di Aristome ri- 
dotta in compendio, ed. del OofbinéUi, 
Lione, 1588; ed. del Manni, Ftrense, 
1786. Deffinvomions rettoriea di Oice- 
rone, trad. da B. Lat.f Roma, 1540. Il 
Pataffio, frottola piena di soherso e di 
riso, non sembra roba sua. Vedi il bel 
lavoro del Sundby, più addietro dtoto 
(sopra i ▼. 22-64 del pres. canto). 

120. VIVO: nella fiuna di quest'opera. 
- CHEGGIO : chiedo. 

122. IL DRAPPO: spettacolo popolare 
istituito nel 1207, che solea fbrsl ogni 
anno la prima domenica di quaresima. 
Negli 8UU. Veron.: « Esponi debentqna- 
taor bravia, qnorum primom sitVl bra- 
chlornm panni virldis sambagatl et fini; 
ad quod corretor per muliereshonestas, 
etiam si esset una. » Cfr. Parenti in Ood. 
Obus,, p. LUI. Barozzi in D. e il euo eec., 
p. 811. Belviglieri, In Albo Dant. Veron., 
p. 153. 

124. vnics: tanto correva veloce. 



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148 [CKRC. 7. GIB. 8] 



IHP. XVI. 1-7 



[SODOMITI] 



CANTO DECIMOSESTO 



GEBOHIO SETTIMO 
GIBONE TEEZO: VIOLENTI OONTEO NATUBA 



GUIDO GUEBBA, TEGGHIAIO ALBOBBANDI E IACOPO BUSTICUCCI 
CATEBATTA BEL FIUME, GEBIONE 



Già era in loco ove s'udla il rimbombo 
Dell'acqua, che cadea nell'altro giro, 
Simile a quel che l'amie fanno rombo; 

Quando tre ombre insieme si partirò, 
Correndo, d' una torma che passava 
Sotto la pioggia dell'aspro martire: 

Venian vèr noi, e ciascuna gridava: 



V. 1-27. AUra schiera di BodomiH, 
Procedendo Ian|^ 1' argine, incontrano 
an' altra schiera, dalla qnale tre si sco- 
stano per parlare a Dante. Virgilio esorta 
questo ad essere loro cortese, perchè gi4 
nomini di grande affare. Secondo Petr. 
DaìU. ò questa la schiera dei sodomiti 
che peccarono agendo eum bettiii, vel eum 
mulieribui et uxoribiti tuie alio modo 
quam tMtura dieposuerit. Ma di qaesto 
principio di dÌTÌsÌone non e' è indillo nel 
poema. Il principio della di visione sembra 
essere piuttosto la qualità e professione 
dei dannati : prima i oherìd e letterati, 
poi i guerrieri e gif uomini di Stato. Così 
Oa., Biag., ecc. 

1. Qìk : appena congedato da Brunetto. 

2. omo: cerchio ottayo. 

8. ABiriE : le cassette delle api ; qui per 
le api stesse, roncanti intomo agli al- 
veari. II rimbombo dell'acqua cadente 
era simile a quel rombo ohe Duino le api. 
ABHIB leggono colla gran maggioransa dei 
oodd. quasi tutti i commenti (Bambgl., 
An. 8d., Lan., Oaee., Boee,, Folto Boco., 
Benv., Bvti, An. Fior., Serrav., Land., 



T<a., VeU.,Dan., Oatt., ecc.) e quasi tutte 
le edis. lae. DanU legge con pochi codd. 
l'api, il Barg. l'abvie fui rkl bombo e 
VOtt. l'abmb, lezione difesa dal Oelli e 
da Z. F., 94 e seg. I codd. avendo ordi- 
nariamente antte è difficile decidere se 
s' abbia da leggere amie oppure arme, 
Ctt. Moore, Orit., 813 e seg. - bombo t 
Tooe onomatopeica, esprimente quel re- 
more oonfìiso che fanno le api. Del rombo 
delle api Yirg., Georg. lY, 260-68: 

« Tnm •ODO» auditor gravior iraetim^us aa- 
[larrant. 
Prlfl4at ut quondam «llvit lamnrmorat anater. 
Ut mare lol liei tnm atrld t raOnaatlboa oadla. 
Asatuat nt olaoalt rapidoa formaclboa ignia. » 

4. TBK : Guido Guerra, Tegghiaio Al- 
dobrandi e Iacopo Rosticucci. - si pab- 
TIBO: si staccarono da' loro compagni. 

6. COUBRNDO : non è lor concesso di fer- 
marsi, ctt. lT\f. XV, 87 e seg. - tobma: 
truppa di persone. Voce usata dagli aat. 
anche in prosa. Al. tubma ; AL turba. 

7. vknìan : la reiasione sintattica di 
questo coi versi pi!$o«d. non ò ben chiara. 

qTc 



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[cnc. 7. eis. 3] 



INP. IVI. 8-23 [TRB PIOBENTIHI] 149 



€ Sostati ta, che all'abito ne sembri 

Essere alcan di nostra terra prava I > 
le AHimò, che piaghe vidi ne' lor membri, 

Recenti e vecchie, dalle fiamme incese ! 

Ancor men daol, por ch'io me ne rimembri. 
13 Alle lor grida il mio dottor s'attese; 

Volse il viso vèr me, e « Ora aspetta ! » 

Disse; « A costor si vuole esser cortese; 
i< E se non fosse il foco che saetta 

La natura del loco, io dicerei 

Che meglio stesse a te, che a lor, la fretta. » 
19 Ricominciar, come noi ristemmo, ei 

L'antico verso; e qaando a noi far giunti, 

Fenno una rota di sé tutti e trei. 
23 Qual sogliono i campion far nudi ed unti, 

Avvisando lor presa e lor vantaggio, 



Akoid : Quando dm uba tonna, ohe pas- 
■era «otto la pioggia dell' aspro martiro, 
■ partirò tee ombre inneme correndo. 
TeBiTano, eoe. AI.: Quando tre ombre 
yastinmo insieme da nna torma ohe pu- 
lara aoito la pioggia dell' acpro man irò, 
e eorrendo. Tennero vereo noi. U Bot$.: 
* (Quando da qoella «tessa torma ohe co- 
•ciiase Braneito a partire, la qnale pas- 
saraaotto la tormentosa pioggia di ftioco, 
A partirono insieme correndo tre ombre, 
per Tenire incontro ai Poeti. » 

8. BÒOTATX : fermati. - all' abito : al 
vestire. « Anticamente il loro Testlre ed 
auto (dee Fiorentini) era il più bello e no- 
bOe e onesto che di niona altra nasione, 
s mododi togati Bomani > ; a FiU. XII, 4. 

9. TB8BA : Firenze. - p&ata : perohè 
dirisA in fazioni. O si riferisce forse al- 
rabìto ? « Per natura siamo disposti noi 
Toi <dttadini delle mutazioni de' nnoTi 
aUtif e i strani oontrafiGue oltre al modo 
fi ogni altra nasione, sempre traendo al 
«aonesto e a vanitade >; O. VUl. XII, 4. 

10. HXMBSI: « si paò intendere di tatti 
i membri, et ancora de' membri genitali, 
i qoali areano male osati, doò eontra 
tatara»; Bufi. 

11. I9CS0S : accese dalle fiamme. Ineeté 
n lìferisee ^piaghe. Al.e Fatte dai vapori 
bceai. Bene Benv,: « impresse carni eo- 
roB ab inoMidìo flammarom ». - « Le 
Isaraie apriran la piaga, poi la bmoia- 
Taao»; Tom. 



12. PUB : solo che me ne ricordi ; cfr. 
Inf. I, 6; XIV, 78; XXXIII, 5-6, eco. 

13. s'attesi : si fece attento, OTvero: 
si fermò. 

14. OBA : cosi i pih ; Al. DIBSJt ASPET- 
TA : DISSI ORA ASPETTA DISSE, 000. Cfr. 

Moore, Orii., 813 e seg. 

15. cortese: aspettandoli ed ascoltan- 
doli con riyerenza. 

16. SE NON : ti esorterei a correre tn 
incontro a loro, se la pioggia di ftaoco non 
te lo vietasse, trattandosi di personaggi 
tanto raggnardevoH. 

19. ET: eglino. Al. heiI obkt! l'an^tco 
veruo che ripetono oontinnamente. Coȓ 
il piti dei com. ant. Non sembra facile 
decidere se qnell' ei sia pronome o in- 
teriezione. Cfir. Blane, Vernteh I, 130 
e seg. 

20. TERSO : o queir bei ! oppure i soliti 
lamenti interrotti un istante per parlare 
al Poeta. 

21. BOTA: girando intorno sopra so 
stessi, essendo loro vietato di arrestarsi 
mai ; otr. Inf, XV, 37 e seg. - thbi : tre. 

22. SOGUOMO : Al. BUOLEN, può stare; 
Al. SOLISNO, o SOLSANO; ma il passato 
non può stare col pres. tien di tutti i cod. 
e com. -CAMPIOK : lottatori. Pugili e Pa- 
lestriti. - NUDI KD UNTI : per dar meno 
presa. « Exeroent patrlas oleo labent-e 
palflsstras Nudati sodi »; Yirg., A«n., III. 
281 e seg. 

23. AVVISANDO: badando al modo ' 



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150 [CERO. 7. Gnu 8] Int. XYi. 24-87 



[TBB FIOBBNTim] 



25 



31 



34 



87 



Prima che sien tra lor battuti e punti: 

Cosi, rotando, ciascuna il visaggio 
Drizzava a me, si che in contrario il collo 
Faceva a' piò continuo viaggio. 

€ E se miseria d' osto loco soUo 
Rende in dispetto noi e nostri preghi, » 
Cominciò l'uno, « e il tinto aspetto e broUo, 

La fama nostra il tuo animo pieghi 
À dime chi tu se', che i vivi piedi 
Cosi securo per lo Inferno freghi. 

Questi, l'orme di cui pestar mi vedi, 
Tutto che nudo e dipelato vada. 
Fu di grado maggior che tu non credi. 

Nepote fu della buona Gualdrada ; 



prender l' aTTersarìo con ranUgglo. «ITt 
aese permenai ooaUe, et aterqae prìorem 
Sperayere looom eto. »; Stat.t Theb. VI, 
758 e leg. 

24. OHS BiEN: prima di yenlre all' at- 
tacco, di percaotersi e lottarsi. 

26. BOTAifDO : girando in oerohio. - Yi- 
BAOGIO: riso; forma antica. 

26. VX CONTRARIO : correndo in oerohio, 
per poter rodere in tLbo Dante, fermo 
snir argine, erano costretti a volgere sem- 
pre il collo in direxione contraria ai pie- 
di. « Atto libero ò, qnando nna persona 
va volenUerì ad alcuna parte, ohe si mo- 
stra nel tenere volto lo visp in quella: 
atto sforsato ò, quando contro a voglia 
si va, che si mostra in non guardare nella 
parte dove si va »; Oonv. 1, 8. Benv. leg- 
ge : sì CHR CONTRARIO, 000. V An. Fior.: 

sì CHR CONTRARIO AL COLLO FaCRANO I 

Fife, ottima lesione, alla quale non manoa 
cho r autorità dei oodd. e di altri comm. 
antichi. Ctr. Z. f., 95 e seg. 

V. 28>45. 2Vo BlorenUni iUustrL 
Parla l' uno degli spiriti in nome dei tre : 
«Qoand' anche il luogo dove siamo ed il 
nostro aspetto scorticato ci renda spre- 
gevoli, la nostra fiuna t'induca a dirci 
chi tn sei. Questi che mi precede, è Gnido 
Guerra ; quest* altro ohe mi vien dietro, ò 
Tegghiaio Aldobrandi, ed io sono Iacopo 
RnsticuccL. » Del secondo e del terzo 
Dante aveva dimandato a Ciacco, cfir. 
If\f, VI, 7» e seg. 

28. R BR : anche dato ohe. I tre non po- 
tevano ancora saperlo. Al. : sebbene (?) ; 
Al. R, BR—B l'uno oominciò: se mise- 



ria, eoo. Al. Eh, Deh, br; ofr. Z. 1^., 96. - 
BOLLO: forse dal lat. tupum; cedevole, 
arenoso. Al.: dal Brettone $ol\ iMuiao, 
profondo. Più probabile la prima inter- 
pretasione. 

29. «BNDR: oi ftk parer degni di di- 
sprezco. 

80. TINTO : perohè cotto ed abbraciato, 
Inf. XV, 26 e seg. -brollo : nudo e dipe- 
lato, V. 85 ; scorticato, cfr. Inf, XXXIV, 
69 e seg. Purg. XIV, 91. Cfir. Eneicl , 263. 

83. FRROHi: stropicci — cammini vivo 
I>er l' Inferno sensa abbrooiarti. I dannati 
non hanno che l' apparenza de' piedi ; 
Dante piedi vivi. 

35.DIPRLATO: «qniasoiliceterattotiis 
spoliatns capillis, barba, et omnibus pi- 
lis »; Benv. Al. ditrllato. Br» forse 
sensa pelle? 

37. Gualdrada: figliuola di moaser 
Bellindone Berti de' Bavignani, oh* era 
il maggior e il più onorato cavaliere di 
Firenze (cfir. Por. XV, 112 e seg.), moglie 
del conte Gnido il vecchio, da cui disce- 
sero tutu i conti Gnidi ; cfV. Q, Vili, V, 
87. Ammirato, Albero e Storia éUUa fa- 
miglia de* conti Ouidi, Flr., 1640. Fuma- 
dredt quattro figliuoli, tra' quali il padre 
di Gnido Guerra, ohe O, ViU. (loo. oit.) 
ohiama Ruggero, altri Maroovaldo oonte 
di Dovadola. « Guido vecchio prese per 
moglie la figlinola di Messer Belllncione 
liberti de'Ravigniani... la quale ebbe no- 
me Gualdrada, la quale egli tolse per mo- 
glie per una leggiadria, che le vidde 
fare nella cattedrale Chiesa di Firense 
ad una festa, alla qnale era Otto IV im- 



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[enc t. oiB. 8] 



IH^. XYI. 38-50 [TBfi FlOEKNTlNl] 151 



CKiìdo Gaerra ebbe nome, ed in sua vita 
Pece col senno assai e con la spada. 

L* altro, che appresso a me l'arena trita, 
È Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce 
Nel mondo sa dovria esser gradita. 

Ed io, che posto son con loro in croce, 
Iacopo BnsticQcci M, e certo 
La fiera moglie più ch'altro mi nnoce. > 

S'io fossi stato dal foco coperto, 
GKttato mi sarei tra lor di sotto, 
E credo che il dottor Pavria sofferto. 

Ma perch'io mi sarei bruciato e cotto. 
Vinse panra la mia baona voglia. 



Xr» la fiuoiaTU in compagnia 
dì doiima, ed era molto bella; il Conte 
la Mfflttoggiò di volerla 1>adare ; la fiui- 
oaBa dlaie, ohe né elU, né altri potrebbe 
dò tea. ae suo marito non fosse; onde il 
Caste, oondderata la savia rispoeta, per 
BSBO dell* Imperadore la sposò »; OU. 
Lo staaso raccontano pure O, ViU,, Bocc., 



38. Guido Oukrra : valoroso e prode 
sotdato, duce dei gnelfl di Flrense, che nel 
1S5 seaedsrono i ghibellini da Areszo, 
6. vm. VI, 61. Bandito poi da Firenze, 
G. HZt, VI.T7,capitenò i gnelfl nsciti di Fi- 
reaze, ebbe molta parte nella battaglia di 
Benevento, e rientrò nel 1267 coi gnelfl 
ìb firenae, O. ViU., VII, ». Cfr. Fil, 
Ym.,VU. eoo. a.v.Ot>m. Lipt. V 255. Del 
sono suo vlsio tocca il solo Dante ! « Gni* 
do Gnerra de' Contt da Modigliana, che 
fa capitano de* Gnelfl di Firense e di 
totta Toscana, qnando ftarono cacciati di 
flroue. S egli, loro capitano, tornò con 
kro in Firenze •; An. M. - « De chonti 
Gnidi »; lae. Dant. - « Fra V altre cose 
ohe si narran del detto Gnido, si dice 
ehe *1 detto re Carlo per lo suo senno e 
predessa vinse in Pnglia lo re Hanfire- 
dì»; Lan, 

4B. TETTA: oalpesta; cammina e gira 
calcando la rena. 

4L Tboohiaio: della ftmiglia degli Adi- 
nsrl, cavaKere valoroso e nomo piace- 
Tole, savio e prode in armi, e molto anto- 
revole; cfìr. O. ViU.Vl, TI. Anche di costai 
Dante è V unico accusatore. « Fa floren- 
ttao de* Caviooinli, e allora era de* mi- 
giiort cavalieri di Toscana »; An. Sei, - 
« Dsg^ Aldobrandeechi, li qnall sono 



gentili nomini di Firenze ; fa valorosa e 
savia persona »; Lan. - voci: se i Fio- 
rentini gli avessero dato retta, non avreb- 
bero sofferto la terrìbile sconfitta di Mon- 
t'Aperti. 

43. POSTO : tormentato: confi*. Inferno 
XXXIir, 87. 

44. Rusncuoa : ricco ed onorato cava- 
liere Fiorentino. Dicono che avesse mo- 
glie ritrosa, dalla qnale si separasse per 
darsi poi al vizio di sodomia. Giova con- 
frontare quanto in proposito raocontaoo 
Petr. Dant., Benv., ecc. Confr. Enei- 
a. 0P6. 

46-90. Corruzione di Forense. Dante 
risponde alia dimanda fattagli <v. 82 e 
seg ): « Sono vostro concittadino ; ho sem- 
pre ndito e raccontato con afTetto le opere 
vostre ; faccio qnesto viaggio per conse- 
guire la salvazione. » « Dinne, come stan- 
no le cose a Firenze! Gaglielmo Boreiere 
ne recò testò novelle che ci attristuio. » 
« Firenze ò del tutto corrotta I » € Sai 
rispondere ottimamente. Rinft^sca la De- 
stra fama sa nel mondo. > Ciò detto, fig- 
gono via veloci. 

46. COFBBTO: riparato dalla pioggia 
infocata di laggiii. 

47. DI BOTTO : daUa ripa, nel sabbione, 
e ciò per reverenza ; cfr. Inf. VI, 81. Da 
questi versi l'An. Fior, dice che alcuno 
inferisce « T Anttore essere stato macu- 
lato di questo vizio » (!!). 

48. CBEDO : inferendolo dalle parole di 
Virgilio. V. 16 e seg. 

50. pauba: di essere bruciato per le 
fiamme, e ootU> per l' arsione del sabbio- 
ne.- voglia : di gittarmi tra lor di sotto, 
bramoso di abbracciarli. 



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152 [CERO. 7. GIR. 8] Inp. IVI. 51-69 



[TRE FIORENTINlJ 



52 



55 



58 



61 



64 



67 



Che dì loro abbracciar mi facea ghiotto. 

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia 
La vostra condizion dentro mi fisse 
Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 

Tosto che questo mio signor mi disse 
Parole, per le quali io mi pensai 
Che, qual voi siete, tal gente venisse. 

Di vostra terra sono ; e sempre mai 
L'ovra di voi e gli onorati nomi 
Con affezion ritrassi ed ascoltai. 

Lascio lo fole, e vo per dolci pomi, 
Promessi a me per lo verace duca; 
Ma fino al centro pria oonvien ch'io tomi. > 

« Se lungamente l'anima conduca 
Le membra tue, » rispose quegli allora, 
< E se la fama tua dopo te luca. 

Cortesia e valor di' se dimora 
Nella nostra città si come suole, 
se del tutto se n'è gita fuora; 



52. DISPETTO: come yoi sembrate eap* 
porre, otv, t. 28 e sog. - doglia : oom* 
pAssione. 

63. CONDIZION : il misero vostro stato 
in qaesto spaventevole laogo. - fisse: 
destò nel onore. 

54. dispogua: si dilegua. La doglia 
della vostra condizione darerà lango 
tempo a dileguarsi dall'animo mio. 

55. TOSTO : sablto clie adii dire da Vir- 
gilio che voi foste persone raggnarde voli. 

56. PABOLE : qaelle dettegli da Virgilio, 
V. 15eseg. -PBK8AI : inrerii che venissero 
nomini ragguardevoli quali voi siete. 

58. TKBBA : Firense. Bisponde alla di- 
manda fattagli da Bosticucci, v. 82 e seg. 

59. l' ovra : le vostre opero pubbliche 
e politiche. 

60. ritrassi : raccontai, cfr. Ir\f. II, 6 ; 
IV, 145. -ASCOLTAI : raccontate da altri. 

61. FKLB: del male. -POMI: del bene; 
cfr. Purg. XXVII, 115; XXXII, 78 e 
seg. Risponde alla dimanda contenuta 
implicitamente nei v. 82 e seg. 

62. PROMESSI: cfr. If\f. 1, 112-123. 

68. CENTRO : dell' universo, dove è Lu- 
cifero. - tomi : cada, discenda. Tomars 
significa propriamente cadert a capo in 
giù, ciò che Dante, arrivato al centro, 
deve in certo modo fare: cfr. Ii\f. XXXrv, 



76 e seg. «Qaesto dice l'autor moralmente; 
cioè ohe lascia la viziosità, significata per 
r Inferno, ohe è amara più che fiele, o v» 
per le virtù promesse a lai per la rag:io- 
ne, significata per Virgilio, la qual guida 
1* uomo nelli atti virtuosi, li quali sono 
dolci ; ma prima li oonvien vedere ogni 
distinzione e partioolaritA di peccati, in- 
nanzi ohe se ne possa o sappia guardare, 
et andare alle virtù »; BulU. 

64. SK : deprecativo ; cosi tu viva lon- 
gamente, e corà risplenda la tua Hama 
dopo la tua morte. 

65. QUEGLI: che aveva sin qui parlato, 
cioè il Rnsticncci. 

67. cortesia : onesto e virtuoso opera- 
re. « Cortesia e onestode ò tntt* uno ; e 
perocché nelle corti anticamente le vir- 
tndi e li belli costami s'usavano (A come 
oggi s' usa il contrario), si tolse questo 
vocabolo dalle corti ; e fh tanto a dire cor- 
tesia, qaanto uso di corte »; Oonv, II, 11 . 
-VALOR: «avvegnaché valore intender 
si possa per più modi, qui si prende va* 
loro quasi potenza di natura, ovvero 
bontà da quella data »; Oonv, lY, 2. 

68. città: Firense -SUOLE: soleva ai 
tempi nostri ; cfr. Purg. XVI, 115 e seg. 

69. orrA: estinta. Al. orro. Paò stare 
r una e l' altra lesione. 



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lCXEC. 7. 6IB. 8] 



IHF. XYI. 70^0 tTBE PIOBIHTINI] 153 



TB 



Che Guglielmo Borsiere, il qaal si dtK>le 
Con noi per poco, e va là coi compagni, 
Assai ne craccia con le sne parole. > 

« La gente nnova, e i sùbiti guadagni, 
Orgoglio e dismisura han generata, 
Fiorenza, in te, si che tu già ten piagni ! » 

Cosi gridai con la faccia levata; 
E i tre, che ciò inteser per risposta, 
Guatar Pun l'altro, come al ver si guata. 

« Se l'altre volte si poco ti costa» 
Bisposer tutti, « il satis&re altrui, 



7t. BofWSOMM : nloroeo e gentile oera- 
Bne floreatino ; ofr. Boce., Deeam. I, 8. 
* Fa imo maestro fiorentino, che dimo- 
nra a Ba^renna e era morto di qne* dì »; 
ÀM. 8èL " « Alohnno raloroteo homo di 
eherte »; lac Jkmt. - « Ta oavalier di 
eofte, oomo ooetomato molto e di laa- 
ienà. maniera; ed era il eoo esercizio, 
e de^ altri suoi pari, il trattar pad tra 
gamàl e gentili nomini, trattar matrl- 
aoBi e parentadi, e talora oon piacevoli 
§ oneste noréDe reoreare gli animi de' £»- 
tkstl, e confortargli alle cose onorero- 
1 »; Bcce. - « Fnit quidam oivis florenti- 
los, fiMiens bnrsas. Tir secondam fÌMnl- 
tatem soam pUoibilis et liberalis; qni 
tneto temporis babens odio offidnm bnr- 
amra, qoibiis olaoditar peonnia, facto* 
est homo onrialis, et ocBpit visitare ca- 
lias d<»ninornm et domos nobiUam * ; 
Bmw. Vedi pure Marmi, Storia del De- 
eam., p. 177-81. Eruicl,, 352 e seg. 

71. rsB POCO : da pooo tempo in qna. 
«Par che morisse vecchissimo verso il 
laoo »; Tom. Cfr. Ir\f. X, 100-108. Al.: 
Per poca colpa ; così p. es. Booo. « Istod 
san vldetor veram, quia est de grege 
iftomm, qni gravine dellqaemnt qnam 
primi de qnibns dletnm est in prteoe- 
deati capitalo »; Benv. La lei.: B kon 
Fn POCO è inattendibile, benché patro- 
cinata e difesa a modo sno da Z. J*., 97 e 
seg. ; cfr. Fort/., Stud., p. 154 e seg. - COM- 
PAon: non si era separato dalla torma, 
come i tre, per venire incontro a Dailte. 

72. CRUCCIA t Al. cbucià; d affligge 
ansi con le sne parole ohe d dipingono 
eorrotta la nostra dttà. 

73. xuovA : o venuta di pooo ad abitare 
Firease, come i Cancellieri trapiantativi 
nel 1800 da Pistoia; cfr. G. ViU, Vili, 
38 ; oppore venati so da piccolo stato, cfr. 



Par, XVI, 49 e seg. Più probabile la pri- 
ma interpretasione. Confr. Del lAtngo, 
Dante nt^ tèmpi di DarUe, p. 1-182. - su- 
Bm ! ricchexse aocnmnlate in breve tem- 
po nelle dvili torbolense. « S che altro 
ootidianamente pericola e nodde le dttà, 
le contrade, le slngnlari persone, tanto 
qaanto lo nnovo rannamento d'avere ap- 
po alcnnot»; Oonv, IV, 12. 

74. OBOOGLio X DiSMUORA : il contrario 
della eortstia e del valore, v. 07. Salia die- 
mimra cfr. Par. XV, 97-129.« SuMH gua- 
dagni neacoennal'aoarizta; orgoglio èsi- 
nonimo di ntperhia ; e dismieura è qnello 
oltrepassare la giosta emnlas. che declina 
all'tavùfia »; Boee. Cfr. Inf. VI, 74 e seg. 

75. GIÀ: nel 1800; ofr. G. ViU. VIU, 
30. - TUf riAOin : te ne duoli. 

76. LEVATA : in alto, verso la diresione 
di Firenze. Inoltre « fuit signnm dolorls 
et irm. Dolebat enim autor quod rustìd 
venissent ad ci vi tatem, et ipso et aUi no- 
biles exularent > ; jB^no. - « Dignitosa- 
mente levò il capo, come avviene a ohi è 
per dire qualche gran sentenza »; Betti. 

77. DfTKSKB: compresero che la mia 
apostrofe a Firense era la risposta alla 
loro domanda. 

78. ouatìb: dolorosamente stupefatti. 
- COME : come ohi ode una novità impor- 
tante che gli par Incredibile, ma della cui 
veritÀ non può dubitare. VerU.: • Facon- 
dosi coir occhio e col volto quel segno di 
approvazione che suol farsi all'udire una 
cosa ohe si tiene per vera e degna di ri- 
sapersi. » - « UH obstipnere silentes Con- 
versique ooulos Inter se atque ora te- 
nebant > ; Virg., Aen. XI, 120 e seg. - 
«Fizosque ooulos per mutua panlnm 
Ora tenent » ; Stat., Theb. II, 178 e seg. 

80. BATISFABS: il rispondere in tal modo 
alle dimando che altri ti te. 



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154 [CKBC. 7. OIB. 3] INP. XVI. 81-94 



[TRfi FIORKUTINl] 



82 



85 



91 



94 



Felice te, che si parli a taa posta! 

Però, se campi d'esti lochi bui, 
E torni a riveder le belle stelle, 
Quando ti gioverà dicere " Io fui „ , 

Fa' che di noi alla gente favelle. » 
Indi mpper la mota, ed a fuggirsi 
Ale sembiàr le gambe loro snelle. 

Un ammen non saria potuto dirsi 
Tosto cosi, com'ei furon spariti; 
Per che al maestro parve di partirsi. 

Io lo seguiva ; e poco eravam iti, 

Che il suon dell'acqua n'era si vicino, 
Che per parlar saremmo appena uditi. 

Come quel fiume c'ha proprio cammino 



81. POSTA : a tao tolento. In poche pa- 
role Dante ha dato piena risposta alla di- 
manda Cattagli, ▼. 67-69, e nello stesso 
tempo indicate le canee e le oonsegnense 
delle condixioni di Firense. Secondo altri 
le parole contengono an elogio della sin- 
cerità del Poeta ed una predizione, che 
tal libero parlare non gli sarebbe sempre 
costato sì poco, come questa volta. Ma 
per disgraxia il parlar liberamenU è di 
rado atto a iatùffare aUrui, • Parendo 
loro, ch'egli avesse trovata veramente 
la causa per la qnaie era tanto peggio- 
rata Firenze ne' costami e nel modo di 
vivere, e dipoi espressola con A brevi 
parole e con modo tanto efficace di dire, 
gli risposero tatti insieme a nna voce, 
ohe la sua era nna grandissima felicità, 
se egli soddisflAceva oon sì poca Attica a 
tatti quegli che lo domandavano di qual- 
cosa si volesse, e parlava in oosì &tta 
maniera a tua potda e qualunque volta 
ei voleva »; QtUi. 

82. 8B: deprecativo, -camfi: ti salvi 
da questo buio Inferno. 

84. DiciBB : il poter dire di aver veduto 
ed udito ciò che ta vedi ed odi in questo 
mistico tao viaggio; Tirg,, Aen. I, 203: 
«Forsan et bssc olim memlnisseiavabit.» 

86. FAVKLLE : parli. I dannati sono bra- 
mosi di fama nel mondo e si manifostano 
al Poeta nella speranza che egli ne rin- 
f^^eohi la memoria; i soli traditori dea!- 
deraoo di essere del tutto dimeotioati, 
If\f. XXXII, 94, onde non si manifesta- 
no che nella speransa di fkr infornare i 
loro nemici; cfr. Inf, XXXin, 7 e seg. 



86. BUPPSB: sciolsero il cerchio ohe fa- 
cevan di sé, v. 21, e fuggirono oon tanta 
fretta, come se le veloci loro gambe fba- 
sero state slf. 

87. ALB : € Pedibus timor addidit alas» ; 
Yirg., Aen, Vili, 224. 

88. AMMKN: « In un ammen osasi tut- 
tora da tutti per in un aUxTno, in brevU- 
Hmo tempo»; Fai\f, Senso: Scomparvero 
in un istante, dovendo anche essi rigiu- 
gnere la loro masnada, cfr. Ir\f. XY , 41 e 
seg., ] 21 e seg. € Sic ait et diete dtins tu- 
mida aequora placat»; Virg., Aen. I, 142. 

90. PABVB: è il lat. vieum eHi giudicò 
opportuno. 

y . 91-136. La c&rda di I>ante, ««yno 
a Gerione, Giungono sull' orlo dell* alta 
ripa, dove si ode 11 romore del Flegetonte 
che si precipita gih noli' ottavo cerchio. 
Quivi Dante si scioglie da nna corda che 
aveva cinta intomo, e la porge a Virgilio, 
il quale la butta gih neir ottavo cerchio. 
A tal segno vien su nuotando per 1* aere 
un orribile mostro, che è Gerione, il oa- 
sto'ìo del gran regno dei firodolentl. 

93. PBB pablab: parlando ci saremmo 
appena uditi l' un l' altro, tanto grande 
essendo il fracasso della cascata del Fle- 
getonte. 

94. FIUME : il Montone, o piuttosto nn 
ramo di esso che nomasi Acquacheta. - 
PBQrBiO CAHMIMO: che vada direttamente 
al mare, poiché tutti i fiumi tra il Po ed 
il Montone dalla sinistra parte di Apen- 
ntuo, entrano in Po e non hanno proprio 
oorso. CfV. Pareto in D. e U tuo tee. pag. 
566 ; Barlow, Oontnb, pag. 183; Bertii^ 

"OQlC 



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[OnC. 7. 0IE. 9] 



IHF. in. 95-107 [COEDA DI DANTE] 155 



lOS 



m 



Prima da monte Veso invèr levante, 
Dalla sinistra costa d' Apennino, 

Che si chiama Àcqnacheta snso, avante 
Che si divalli già nel basso letto, 
Ed a Forlì di qnel nome è vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
Dell'Alpe, per cadere ad una scesa, 
Ove dovria per mille esser ricetto; 

Cosi, gìii d'una ripa discoscesa. 

Trovammo risonar quell'acqua tinta, 
SI che in poc'ora avria l'orecchia offesa. 

Io aveva una corda intomo cinta, 
E con essa pensai alcuna volta 



JRpte MOdarativa, Torino, 1871. Kadiani, 
Inttrpt wlaHone dei vergi di Dante iul fiu- 
Bw Momione, Hi!., 19U. BuU. U, 2, 105 e 
ng. Ban. 178 e seg . 

95. MOXTB Vk80: lat. Mon* Vendue, 
aggi JfonvMO, nelle Alpi Hsrittime, dorè 
BaaeeUFo. 

97. 6UBO : in alto, prima ohe oada nella 
T^le. 

S8. LETTO : pianora doHa Romagna. 

9t. È. VACASTI: perdendolo, per pren- 
der quello di Montone. Ctr. Purg. V, 1)7. 
Tit|^, del Torero, Aen, VUI, 382: 
e Anint Tonun vetna Albnla nomen. » 
K Locano, del flnme laara, Phare, I, iOO: 
« Ad aqnoreos nomen non pertnlit nn- 
daa.» 

100. Saji BKjrKOVTro: monaatero snl 
flasdii dell'Appennino, al disopra di 
Fotfi. Dipenderà ai tempi di Dante dai 
conti Gnidi. 

101. 0CsaA: principio, dove il fiume 
precipita dal monte giù In nna ralle. 

Wt. ori: nel monattero di San Bene- 
detto dell'Alpe. - dovrIa : a motiro delle 
ne rieeho rendite, olie soltanto poclil si 
godono.'- « Io fui già lungamente in dnb- 
bio di cfò che l' autore volesse in questo 
Tttto dire ; poi per rentara trovatomi 
nel detto monisterio di san Benedetto 
ÌDaicme con l* abate del luogo, ed egli 
ni disse, ehe fti già tenuto ragionamento 
per quelli eonti, i quali son signori di 
quella Alpe, di rolere assai presso di 
questo loogo dove quest'acqua cade, sic- 
come in Inogo molto comodo agli abi- 
tanti, fare nn castello, e ridncervi entro 
BoHe riUate da tomo di lor rassallit poi 
asti colui ehe questo, più che alcun de- 



gli altri, metterà innansl, e cori il ra- 
gionamento non ebbe effetto: e questo 
ò quello che l'autor dice»; Boee. Cosi 
pure Benv. SI comprende che quell'abate 
non disse : La Badia è grande, i monaci 
son pochi. €Dorea esser ricetto, cioè 
ricettacolo per mille monaci, attendendo 
le grandi rendite di quel monastero; » 
Barg. Cfr. Serrav., p. 210, col. 2. Blanet^ 
Vertuch I, 141 e aeg. Solitro, Huova di- 
ehiarazione, ecc. Trieste, 1865. 

104. TROVAMMO : cosi i più ; Al. BXK- 
TIMMO, UDIMMO, RITROVAMMO, FACXrA 

RIBOMARK, ecc. Ctt, Moore, OriUe,, 315. 
-TINTA: di color sanguigno, cfr. In/. 
XIV, 78, 184. 

105. sì CHB: quel fracasso era tale, 
che in poc'ora ci avrebbe storditi. 

106. corda: il cordone dell'ordine di 
S. Francesco. € Dante.... fti fìrate minore, 
ma non vi fece professione, nel tempo della 
sua fencinllezsa »; BtUi, I, 438. - « Per 
questo appare che '1 nostro autore infine 
quando era garzone s' innamorasse de la 
s. Scrittura; e questo credo che ftasse 
quando si fece Arate dell'ordine dis. Fran- 
cesco, del quale osoitte inanti che fecesfle 
professione»; J?uM, II, 785. Gli antichi 
(Bambgl,, Àn. Sei,, lae. Dani., Lan.,OU., 
Petr. Dant., Caee,, Benv,, An. Fior., eoo.) 
accusano a questo luogo Dante di frode 
usata verso le donne, di cni vogliono che 
la eorda sia simbolo. Per il più dei mo- 
derni la eorda simboleggia nna qualche 
virtù che Dante buttò vial ! Cfr. Com, 
JApt. I', 264 e aeg. Vemon, Readinge I, 
567-76. - H eingoio di Dante in Serrav., 
p. 218. 

167. PUiBAl: se la lon»» figura la Ina- 



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156 [CEEC. 7. GIR. 8] Inf. xyi. 108-126 



[CORDA DI DANTB] 



109 



112 



116 



118 



121 



124 



Prender la lonza alla pelle dipinta. 

Poscia che l'ebbi tatta da me sciolta, 
Si come il duca m'avea comandato, 
Persila a lui aggroppata e ravvolta. 

Ond'ei si volse invèr lo destro lato, 
Ed alquanto di lungi dalla sponda 
La gittò giuso in quell'alto burrato. 

« E' pur convien che novità risponda » 
Dicea fra me medesmo, < al nuovo cenno, 
Ohe il maestro con l'occhio si seconda. > 

Ahi, quanto cauti gli uomini esser denno 
Presso a color, che non veggon pur l'opra, 
Ma per entro i pensier miran col senno I 

Ei disse a me: « Tosto verrà di sopra 
Ciò ch'io attendo, e che il tuo pensier sogna 
Tosto convien eh' al tuo viso si scopra. » 

Sempre a quel ver e' ha faccia di menzogna, 
De' l'uom chiuder le labbra quant'ei puote, 
Però che senza colpa fa vergogna; 



saria, il senso sarà : Vestendo rabito di 
S. Franoesoo mi lusingai di poter vincere 
le tentasioni della carne. Dato poi ohe 
la lonsa figari, come nella Bibbia, l'in* 
credoiltà, U PoeU direbbe: Credetti di 
farmi credente, tìnoendomi Francescano. 

108. LONZA: cf^. Inf, I, 32-48. 

100. sciolta: avendo sedato molti 
cherei nel centro dei sodomiti, cfr. Ifìf. 
XV, 100, riconobbe che l'abito ecclesia- 
stico nalla giova contro le tentasioni, 
onde se ne sciolse del tatto. 

111. agokoppata: fattone on gomitolo, 
per poterla gettar gih nel barrato. Do- 
Tera danqae ben essere ana vera corda. 

112. DBSTBO: dovendo scagliare la cor- 
da colla destra. 

113. LUNGI: perchò non si appiccasse a 
qnalche scoglio o sterpo prominente dalla 
sponda, ma cadesse giù dove eraGerione. 

114. BURBATO : ofr. Ir^f. XII, 10. « In 
aliad fossam obscaram et baram » ; Benv. 
Altrove bar (Uro ; cfr. Ir^. XI, 69. 

116. NOVITÀ: aloon che di strano ed 
insolito. 

110. NUOVO: anche qai nel senso del 
lat. fiovui ■- insolito, non mai visto. È la 
prima e V onica volta che Virgilio ao- 
oenna col gettare un oggetto. A si inso- 



lito cenno, Dante ai aspetta con ragione 
di vedere cosa insolita. 

117. SBCONDA: segae ooU' occhio per 
vedere se il cenno sia intenso. 

118. CAUTI : persino ne' loro pensieri. 

119. OPRA : atti esteriori e parole prof- 
ferite. 

120. MIRAN: penetrano con l'acome 
della mente entro l' altnil pensiero, qaa- 
si partecipi della potenza di Dio il qaale 
tatto vede. 

122. SOGNA : vede qaasi per so^o. 
Dante si aspettava alcan che di insoUto, 
ma di Gerione non sapeva ancor nnUa. 

124. FACCIA : aspetto, apparensa. « Tal 
veritade dòi dire ohe ti sia oredata; altra- 
mente ti sarebbe repatata per boscia »; 
Albert, Qmd. da Brescia in Nannue., 
Man. II*, p. 49. « La veritade ha molte 
volte facce di menzogna » ; JBono Oiamb, 
in Nannue., ibid., p. 425. 

125. CHIUDER: tacere. Non si devono 
raccontare cose incredibili, benché vere, 
poichò « la veritade non creduta, bnsciA ò 
tenata ; » Aìbert. in Kannrte., ibid., p. 49. 
- PUOTB : in date droostanze non pnò ; 
anche Dante qaesta volta non paò. Al. 

FINCH' EI PUOTB. 

120. VERGOGNA : passando per bugia. 



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[cmc 7. OIB. 8] 



IHF. ITI. 127-186 



[onioHi] 157 



U7 



110- 



m 



139 



Ma qui tacer noi posso; e per le note 
Di questa commedia, lettor, ti giuro, 
S'elle non sien di lunga grazia vote, 

Ch'io vidi per quell'aer grosso e scuro 
Venir notando una figura in suso, 
Maravigliosa ad ogni cor sicuro, 

Si come toma colui che va giuso 
Talora a solver àncora, che aggrappa 
scoglio od altro che nel mare è chiuso, 

Che in su si stende, e da pie si rattrappa. 



L'iBereAUle è qui, ohe la iotza imagine 
a fnda sale aU'iiiTitD del eordone di 



127. HOTB : parole in rina, yerai ebe ai 
eaataM» Cfr. Inf, XIX, 118. Farad. 
XIX, W. 

128. oomocDià: eoU* aooento aoU' i alla 
Sreea. H ginranMiito è : Poiaa perire qoe- 
■te mio poema, ae non dico il rero ! Si 
giara per le eoee aante, oppare per le 
«ote die aono più care. Il ano poema era 
a Dante non par oaro, ma aaoro; cfr. 
P». XXV, 1. 

129. 8* XLLX ; ood poetano le note, eco. 
pieeere a hmgo. 

180. OBO08O : « aiocome pieno di fetidi 
viveri, 1 qnaU non aveano onde svapo- 
nn di qnel log^ »: Boee, 

181. BOTAKMu 9tr quM'aer grosso e 
satro, come nwÉatore nell'aeqna. Cfr. 
VÌrg,,Aem.Yl^ Ueeeg.-FieuRA:OerionA. 

182. 1IABAV1OLI08A: di qnelia marami- 
^ ebe ineote apavento. - bioubo : co* 



raggioeo, ardito. < Li nomini, aionri, preti 
dalla frande, ae ne maravigliano »; Buti, 
- « La aionrtà ò non dnbitar delle ooee 
ohe Bopravrengono »; Bono Qiamb. in 
Tom. - « Simnlaora modia pallentia mi- 
ria Vita tnb obtenmm noctit ; » Virg., 
Georg. I, 477 e aeg. 

183. COLUI : il marangone. - Qiuso : al 
fondo del mare. Ctt.Lwan,^ Phars. Ili, 
687 e aeg. 

184. BOLYKB: Al. saoousB, cho èia 
cbiota. - AGOBAPPA : t' inerpica oo' raffi a 
aoogUo o altro, né ai poò talpare te indi 
non eia prima divelta. 

185. CHIUSO: natooato, celato. 

188. IN BU : nella parte toperiore, vale 
a dire col petto e colle braccia, -ai btkn- 
i>K ; < manna ampiiat et extendit supe- 
rint, et pedes rettringit tnferiut»; Benv. 
-< Kella parte taperiore, cioè nel capo 
e nelle braccia, distendett, e nella info- 
rior parte, cioè nelle coeoe e nelle gam- 
be, xipiegÌMi»; Lomb. 



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158 [CEBO. 7. GIB. 8] iNf . ITH. l-« 



[aSBIOKK^ 



CANTO DECIMOSETTIMO 



CERCHIO SETTIMO 

GIRONE terzo: VIOLENTI CONTRO l'ARTE 

(Siedono rMooIti, tormenttttt dalla pioggia di ftioco) 



gebione, 8cb0vign0, buiamonte 
diboèba al cerchio ottavo 



« Ecco la fiera con la coda aguzza, 

Che passa i monti, e rompe ì mori e l'armi; 

Ecco colei che tatto il mondo appozza!» 
Si cominciò lo mio duca a parlarmi ; 

Ed accennoUe che venisse a proda, 

Vicino al fin de' passeggiati marmi. 



V. 1-33. Oerioiie, Ecco Qerione, la 
tozza imagine di/roda! Ha faccia d'oom 
giasto, dae branche, il corpo dipinto di 
nodi e di rotelle, la coda agaxsa e vele- 
nosa. H Qerione della mitologia, 6gIlo di 
Crisaore e dell'oceanica Calinoe, fa on 
gigante a tre te«te {Huiod., Theog, 287, 
280 e seg. Dtonù. XXV, 236), o a tre 
corpi {BtehU., Agam., 807. Eurip,, Her- 
e%d. far., 428. Lxter., JUr, wU. V, 28. 
Virg., Am. Vili, 202. Horat., Oarm. 
II, 14, 8. Ovid., Heroid. IX, 01. 8eMe., 
Agam., 884, ecc.). Descrivendo la fignra 
di Qerione, Dante al scosta dalla mito- 
logia. Il sao Qerione somiglia alle locaste 
infernali, o piuttosto bIV Angelo deU'abiM- 
to loro re : « Bt slmilitadines looostanun 
slmiles eqnis paratia in prcBliam, et sa- 
per capita eamm tamqaam ooronsB sl- 
miles aaro, et ftusies earom slcnt fÌMsies 
hominom. Et habebant oapillos slcnt ca- 
pillos mnliemm, et dentes eamm slcnt 
dentes leonnm erant. Bt habebant lori- 
oas ferreas, et vox alamm eamm slcot 
TOT oorraam eqnomm mnltomm onr- 
rentinm in bellnm. Et habebant oandas 



simlles scorpionnm, et aoalei erant In 
oandis eamm. Bt poteatas «amm nooere 
hominibas mensibas qslnqae. Bt habe- 
bant snper se regem Angelam abyssi { » 
Apoeal. IX, 7-11. Cfr. Lanci, DeUa for- 
ma di Qtrione, ecc. Eoma, 1868. Betti, 
Scritti Danteechi, 170-82. Eneielop. 886 
e seg. 

1. AGUZZA : appuntata Cfr. r. 26 e aeg. 

2. PAB8A: oni nulla resiste; che ra 
in ogni luogo, rincendo ogni ostacolo. 
Contro la frode poco o nulla valgono le 
difese della natura (monti) e dell'arte 
(t muri é l'armi), - 1 kuri : Al. b bompb 
MURA BD ABMi. « Avendo il Poeta dato 
l'articolo a' monti, non so poi vedere co- 
me dovesse negarlo a' muri ed alle ar- 
mi»; Betti, 

8. TUTTO : cfr. Ifkf. XI, 52. Som. III, 
12, 13. -APPUZZA: ammorba e corrompe. 

6. AOOKNNOLLB : alla jUm, o bestia mal- 
vagia ; cfr. T. 1, 28, 80, 87, 183. -APBODA: 
all'estremità superiore del barrato, dove 
erano i due Poeti. 

6. PAS8BQOIATI : da noi attraversati. - 
KABui: argini impietrati, del flome. 

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r 

I [cnc 



[cnc. T. on. t] 



Isw. xra. 7-19 



[oniONs] 159 



7 E qaella sozza imagine di froda 

Sen venne, ed arrìvò la testa e il basto; 
Ma in sa la riva non trasse la coda. 

10 La faccia saa era faccia d'aom giasto. 

Tanto benigna avea di faor la pelle, 
E d'an serpente tatto l'altro fasto; 

13 Dae branche avea pilose infin l'ascelle; 

Lo dosso e il petto ed ambedae le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

i« Con più color, sommesse e soprapposte 

Non far mai drappo Tartari né Tarchi, 
Nò far tai tele per A ragne imposte. 

u Come talvolta stanno a riva i barchi, ^. - 



7. rmoDAt frode, oome loda per lode, 
W.n, 108. Cfr. Beco., GeneaL deor, 1.21. 

g. ABKITÒ: Aoeootò alla sponda, mite 
■opra U ilTA, la tmta • H butto, 

%. vov TBAMK: « però obe aonpre cela 
eBaaeoodo U rao fine il froddente»; OU. 

19. VAOCU : cfr. Apooia, IX, 7. Arioito, 
Ori XrV, 87. « Primo dat Gerioni fk- 
deBlunBaBaai. per qnam taagit primam 
■pefliem fraodis, qam oommittitar Terbo, 
qaia loqoi eet proprimn homlalt, e( lete 
frana eominitlltar benigno vnlta, stoni 
1!mì«»( pT»TÌ oonsnltores, adnlatores, le* 
BODSs»; Brmr. - «La ftoda è il principio 
4sl eorpoi U flasto èil measo; laeodaè 
H termbM. La Frode comincia eon lo spi- 
rarti fldoel* (ftuda éfuom giutlo); tesse 
ia sepiito i sooi inganni (fusto di tuhtto 
ttrpemM; rlbra finalmente il colpo fiitale 
(eoda aguxsa). Questa figura donqne pre- 
ssata quasi onA storia risibile del prind* 
pio, measo e temdae della Frode S si 
■oti che le frasi di tramare inganni, or- 
din ingidio e tettor frodi, daran sabito • 
Inofo a doe simiUtodlni desante da tes- 
ifttai ed app l ica t e al ftisto serpentino. » 
Jlesf. 

11. LA PBLLB: 1* apparensa estemn. 
«La primn apparensi« dell' astuzia par 
booa*. e p*re procedere con semplicità, 
ma sempre va con malisia e callidità »; 



U. tmrEj rr » ; cfr. Gené$, m, 1. II 
Oir.XI. 8. -FUSTO: il resto del corpo. 
• SsenBda frana conmilttitar in re ipsa, 
ilsot In onmlbas artibos et merdbns. 
Idee dat slU corpus serpentis rarinm 
st dl fciso iu m eoioram; perserpentem 



qoidem, qaia serpens est astotissimnm 
animaliom ; per yarinm. quia frandes 
snnt innnmerabiles etinflnitm»; Btnv. 

18. BBAifCHB: comc fiera rapace. -ik* 
wa : fin sotto le ascelle. 

14. oosnt lati. 

16. HODI : awiloppamenti di ftini ; figu- 
rano i laodnoli.-BOTELLi: cerchietti e 
scudi ; qui figuratamente per macchie ro- 
tonde. Le rotelle figurano le arti con ohe 
la frode procura di coprirsi. 

10. CON PIÙ : costr.: né Tartari né Tur- 
chi fecero mai drappo con più colori, 
con più sommesse e con più sopmppo- 
ste. -soPBAPPoera : < toprapposta si dice 
quel disegno a rilievo che spicca sai ftm- 
do, o sommeMO, de' drappi rabescati »; 
Post. 

17. MAI: Al. ma' VK^mai inf onde la 
costr. sarebbe : nò Tartari nò Turchi, abi- 
lissimi tessitori, fbcero mai in drappo 
sommosse e soprapposte eon più colori. 
Confr. ;;. F., 101. Siane, Tertueh, 145 
eseg. 

18. TKLi: le tele figurano gli orditi in- 
ganni e le insidie tessute i cfr. 09Ìd.,Met. 
VI, 19 e seg. - ASAOMK : la celebre tessi- 
trice di Lidia, di innerva cangiata in 
ragno i cfr. Ovid., Met. VI. 6 e seg. Flin, 
VU, 58. Purg. XII, 43. - impostb: ab- 
bossate. « Disegnando l' abbosxo, il ohe 
alcuni chiamano imporre»; Tatari, AJLx 
messe sul telsio. 

19. BURCHI : burohiellf , pieoole barche 
a remi; < navigli che hanno il fondo pia- 
no, e son propriamente da navigare per 
fiumi »; Ba^g. -< La specie per il genere, 
doè i burchi per ogni naviglio »; Dan, 



160 [CBBC. 7. OIB. 8] iNF. XYII. 20-88 



[0EBIOMS3 



22 



23 



28 



Che parte sono in acqua e parte in terra, 
E come là tra li Tedeschi lorchi 

Lo Jbivero s'assetta a far saa gnerra; 
Cosi la fiera pessima si stava 
Sa Porlo che, di pietra, il sabbion serra. 

Nel vano tutta sna coda guizzava, 
Torcendo in su la venenosa forca, 
Che, a guisa di scorpion, la punta armava. 

Lo duca disse : « Or convien che si torca 
La nostra via un poco infino a quella 
Bestia malvagia, che colà si corca. > 

Però scendemmo alla destra mammella, ^ 
E dieci passi femmo in su lo stremo,^ t'^ * 
Per ben cessar l'arena e la fiammella. 



20. SONO : Al. STAllHO ; cft. Moore, 
OrU., 816. 

21. LUBcm: beoni e ghiotti «oonbmt- 
tezzft »; An. Fior. Del G^ermani, Tacito : 
Dediti iommo eiboque. Dante non oono- 
soeva per avTentara ohe qael Tedeachl 
mandati da Manfredi in soooorao dei fào- 
msdtdFiorentini e che ai lasciarono ineb- 
briare da Farinata degli liberti : cfr. G. 
Vm. VI, 76. Serrav.i « Una patria eet 
in partibos Alamanie, qne vocatnr Lnr- 
ca » (f). 

22. BiviBO: castoro. « Dici tur de bi- 
vero animali, qaod onm caoda piscatnr 
mittendo ipsam In aqnam et ipsam agi- 
tando, ex coios pingnedine resnltant 
gntt» ad modnm olei, et dom pisces ad 
eas veniont, tono se rcTolrendo eoe oa- 
pit > ; Petr. Dant. - s'assetta : s* atteg- 
gia. « Si noti come Dante coi burchi di> 
pinge il solo atteggiamento materiale di 
Gerione ; e col hewro, il fine insidioso di 
cotesto atteggiamento. Ck>si resta com- 
piata l'immagine del mostro, nel qoale 
il Poeta simboleggia la Frode •; L. Yent., 
8imU. 859. - oukkba : ai pesci. 

24. srbra: cinge d' intomo T ardente 
sabbione del settimo cerchio. 

26. NBL VANO: nell'aria, cflr. y. 9. - 
CODA : « Tertla fraos oommittitor Cacto, 
ideo bene dat caudam scorpionis pesai- 
mam, yenenosam, quia pongit, penetrat, 
inilcit, sicnt latrones, baractarli, simo- 
niaci, proditores»; JBéno. 

36. FOBOA: ooda biforcota, potendo 
r nomo nsar frode in chi si Ada e in chi 
non si fida ; ofir. JV* 2I> ^^ o Mg. 



27. OHI: OMO retto. - soorpioh: àtt, 
Apoeol. IX, 8, 6, 10. Kon poò pertanto 
oflbndere 1 Poeti oon quella eoa eod*, 
secondo la promessa: « ecce dodi Tobia 
potestatem caloandi saprà serpente* et 
scorpiones, et sapra omnem firtatem 
inimici, et nihil vobis nooebit»} Lue, 
X, 19. 

28. TORCA: « Non si potea per diritto 
calle andare alla frode, anzi per tor- 
tuoso ; nalla ria mena a lei diritto »; OU, 

80. OOBCA : ò coricata, giace là. 

81. DISTRA: néir Inferno ranno sem- 
pre a sinistra, perchò di male in male 
peggiore. Dae sole ecoesioni, qni e Ir^, 
IX, 183. I primi passi verso la mi- 
Bcredensa non sono peecaminosl, ori- 
ginando di solito dal naturai desiderio 
di sapere. La dirittura, la lealtà, la sin- 
cerità, la sohiettessa son 1* armi da op- 
porre alla fkode, alla soa doppiesta ed 
alle sue male arti. 

88. DUCI: dieci passi, disc» comanda- 
menti, diéoi bolgie, ecc. « Dante ha vo- 
luto a suo modo esprimere che giunto 
all'estremità dove 1* Violensa fluisce e 
la Frode oomincia, per accostarsi alla se- 
conda si allontanava dalla prima, e quin- 
di dall'arena e dalla fiammella che ne son 
la pena. Dieci sono i generi delle frodi 
ohe quei mostro in sé concreta, e poco 
al di là deUe dieci è l'usura affine. Dicci 
poeti, eccoli alla Frode, e poi ohe a lei 
son giunti, poco più oltre è l' usura. * 
Uose. " STUMO : r Orio del cerchio, v. 24. 

88. oissAB: causare t efr. Por. XXV, 
188. - FiAMULLA^pioggla di (tacco. 

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[GBC 7. 6IB. 8] 



iNF. XTU. 34-46 



[USURÀI] 161 



34 E qnando noi a lei venuti senio, 

Poco più oltre veggio in sa l'arena 
Gente seder propinqua al loco scemo. 

37 Quivi il maestro: « Acciò che tutta piena 

Esperienza d'esto giron porti, » 
Hi disse, < va', e vedi la lor mena. 

tf Li tuoi ragionamenti sian là corti : 

Mentre che tomi, parlerò con questa*. '. 
Che ne conceda i suoi omeri forti. » 

i3 Cosi ancor su per la strema testa . - ' ^ 

Di quel settimo cerchio tutto solo 
Andai, ove sedea la gente mesta. 

46 Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: -' 



V. 34-75. GU umtraL L'usura ò ri- 
^fyj— r alla frode. Pooo distante dal 
ìaago doTe al stara Gerione, vede Dante 
gS wmral. Virgilio gli dice di andare a 
Tederii, per arare piena oonosoenxa del 
giroBe in eoi al trorano ancora, esortan* 
Uo però alla fretta. Bi ra, e redo gli 
warai éhe, aedoti a terra, come cani si 
■«ftffti^fK» le fiamme. Sdegnarono di man- 
gisr p*oe gnadagnato eoi sudore del 
lere rc»lto e ool laroro delle proprie ma- 
si; e qui quelle mani derono mnorersi 
e larormre oonttnnamente. Ciascono ha 
pendente dal collo nna tasca -il sao- 
detto dei denari, che qnl è srentorata- 
BMBte moto ! - e la tasca mostra ano 
■i^Miifca. dal qnale Dante può riconoscere 
fl poaseasore. Al loro aspetto, senza ca- 
rattere come a loro operare, non sono ri- 
esDoacfbili (efr. Ii^f. VII, 53 e seg.) ; non 
M riconoaoono che al loro nobile stem- 
ma, dipinto sulla loro tasca, affinchè reg- 
gano li tnrfeme tatto dò che appressa- 
reno in rtta ed abbiano in pari tempo 
sempre aott'ocdiio fl oon^tuto tra il loro 
•temma, segno di nobiltà, ed il loro igno- 
bile operare. AiEstto trirlali, qnesti no- 
bili onutd non oonosoono altra conrersa- 
sione òhe la makUcensa. Un Padorano 
perla al Poeta di dne ikmosi asarai ri- 
Tsntl, U eoi posto laggiù ò già pronto. 
Tengono tatti lo sguardo sempre alla 
borsa, come ftoero in rita. 

84. ▲ LU: alla bettia malvagia, r. 80. 



35. Axax: del terzo girone. Gli osa- 
mi sono ridienti contro 1* arte, figlinola 
di Dio. ma il loro peccato è li lì sui con- 
fini della frode. 

11. — Di9. Oomm,, 4^ odia. 



86. BBDBB : come feeero in rita, Uscendo 
larorare denaro, inreoe di larorar essi, 
e rirendo degU altrni sadori. - bcsmo : 
« la discadata eh* area dal fin del settimo 
al prineipio dell'ettaro cerchio, ohe la 
montagna era tagliata et molto alta » ; 
Don. 

89. rA' : Al. OR rA ; cfr. Z. F.» 101. - 
MBMA : il dimenarsi che Aumo, r. 47 e seg. 
oonfr. Inf. XXIY, 88. « Qala altra p<B- 
nam generalem faabebant pcenam specia- 
lem manaam, qoas impaasabiUter mi- 
nabant continuo » ; Benv. Al.; La condì- 
sione, lo stato, la sorte loro (f). < Qoal 
ftisse la lor sorte e il loro stato ; che così 
significa questa roce, osata in qoesta ma- 
niera >*; QeUi. 

40. COBTI : « con cotali poco si mole 
parlare, perchè sono senza ragione, e 
con li nomini fuor di ragione non si deono 
perdere le parole > ; BvlH. - « Perdooohò 
conosdoto che abbiamo la natora del- 
l' osnra, ci dobbiamo di sabito partire 
da tal considerasione >; Land, 

41. QUESTA: bestia malvagia. Dante 
si reca da solo ad osserrare gli oso- 
rai, e dorante la soa assenxa Virgilio 
parla a Gerione; per questo Dante non 
può udire dò che Virgilio dice alla fiera ; 
cfr. InS. Vili. 112. 

42. COKCEDA: d presti le forti sue spalle 
e ne porti giù nell'altro cerchio. -fosti*. 
< quia totus mundus est ftindatos sopra 
fraode » (?) ; Jfonv. 

43. AMCOB: dopo arer attrarersato il 
rimanente del girone. - testa : soli' ul- 
tima parte di esso girone e del settimo 
cerchio. 

40. scoFFiArA: in lagrime. 



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162 [CEBC. 7. GIB. 8] InF. XVII. 47-64 



[Q8UBÀI] 



49 



62 



56 



68 



GÌ 



6i 



Di qua, di là soccoriien con le mani 
Qaando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di state i cani, 

Or col cefifo or col piò, quando son morsi 
da pulci da mosche o da tafani. 

Poi che nel viso a certi gli occhi porsi. 
Ne' quali il doloroso foco casca, 
Non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi 

Che dal collo a ciascun pendea una tasca. 
Che avea certo colore e certo segno, 
E quindi par che il lor occhio si pasca. 

E com'io riguardando tra lor vegno, 
In una borsa gialla vidi azzurro. 
Che d'un leone avea faccia e contegno. 

Poi, procedendo di mio sguardo il curro, 
Vidine un'altra, come sangue rossa. 
Mostrare un'oca bianca più che burro. 

Ed un, che d'una scrofa azzurra e grossa 



47. soccoBRÌBir : soocorrovano. H verbo 
soccorrere ò qui preso nel primitivo ano 
significato: correr toUo, e per analogia: 
correr di eontro. 

48. VAPORI : flaoime ardenti. - suolo : 
sabbione infocato. 

49. CANI: ai qoali gli nsorai somi- 
gliano. Cfr. Arlotto, Ori. X, 106. 

62. POBSi: drizsai; lat. octUo» inten- 
dere, ftxit ooulit intueri, 

64. CONOBBI: pel motivo detto altrove, 
Jtkf. VII, 53 e seg. I vistosi debiU con- 
tratti da Dante appunto verso il 1300 
potrebbero far crédere che in vita ne 
conoscesse purtroppo alonno. 

56.TABCA : boTta, V. 69; eacehetto, v. 65. 
In vita non mirarono che alla borsa, onde 
la portano seco nel mondo di là, affin- 
chè possano riguardarla in eterno, vuo- 
ta! Cfr. Ecel, II, 26. 

66. OOLORK! ogiii taeca mostra i colorì 
e r arme della famiglia, alla quale U suo 
possessore appartiene. « Ingegnoso per 
dare a conoscere qne' dannati sensa lun- 
go discorso, e per portare in Inlbmo lo 
scherno della sndioia nobiltà »; Tom, 

67. PASCA : prenda diletto, la borsa es- 
sendo per questa genìa n fine ultimo del- 
r uomo. « Kec satiantur oculi eins divi- 
tiU >: EccUe. IV, 8; oft. Luca XII, 84. 

68. RiQUARDAMDO: il colore e il segno 
deUe tasche. 



60. FACCIA K coifTEOiio: forma e sem- 
biansa. L' arme dei Oianflgliassi di Fi- 
rense era un leone assorro in campo 
giallo, d' oro. I Qianflgliasxi erano 
guelfi, furono esigliatl dopo la battaglia 
di Mont' Aperti (O. ViU. V, 29; VI. 35, 
79), ed erano più tardi tutti di parte 
nera (G. ViU. Vili, 29); € li quali tono 
grandissimi usurarli » ; Lan. Sono! Fiori- 
vano ancora a Firense quando il haneo 
scriveva! Cfr. Q. ViU. Xn, 3. « Uno ne 
pone per tutti loro ; acquistò d*osuk« : di- 
ce alcuno oh* egli intende chi questi sia » ; 
OU, Chi è questo alcuno f Banibgl.: « Iste 
qui habebat hanc bursam ad collum ftiit 
quidam de Oiamfigliasis de Florentia. » 

61. CUBSO: il corso, lo scorrere; guar- 
dando oltre. 

62. ALTBA: borsa. L*oca bianca In 
campo rosso era 1* arme degli Ubriachi, 
nobili ghibelUni di Firenze, cfr. Q. ViU. 
V, 39; VI, 38, 66. « Iste fhit quidam de 
Ubriatis, maximus fenerator »; Bambgl' 
Cfr. Vemon, Inf. II, 697 e seg. -«Questi 
ch*avla l'oca bianca nel rosso è Ciappo 
Bbriachi di Flrense, grande usuraio »; 
An. Sei. 

63. PIÙ CHI BUBBO: Al. PIÙ CB* BBUR- 

RO, cioè pih che avorio ; cfr. Z, F., 101 
e seg. Blanc, Vertrtch I, 146. 

64. GROSSA : pregna. La scrofa asturra 
in campo bianco era l' arme degli Boro- 



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[CBC. 7. OIB. S] 



IKP. XYII. 65-76 



[USUBAI] 163 



Segnato avea lo suo sacchetto bianco. 
Mi disse: € Che fai tu in questa fossa? 

Or te ne va' ; e perchè se' vivo anco, 
Sappi che il mio vicin Vitaliano 
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 

Con questi Fiorentin son Padovano ; 
Spesse fiate m'intronan gli orecchi, 
Gridando : " Vegna il cavalier sovrano, 

Che recherà la tasca con tre becchi ! „ » 
Qui distorse la bocca, e di fuor trasse 
La lingua, come bue che il naso lecchi. 

Ed io, temendo no '1 più star crucciasse 



yjga! di Padova. Alonoi credono ohe 
Dante parli qni di Beginaldo Sorovlgoi, 
Baaraio famigerato; cfr. 8al9<Uieo in D. 
« Pad. p. 107 e seg.; 181 e aeg . Jlforpurgo, 
iUd., p. 103 e aeg. ~« Fa padovano, padre 
éì BBCuam- Arrigo Scofrigni, anche grande 
Bsvraio »; An, Sd, 

M. cu FAI : ancor tìto e non colpe- 
Tile di neara. 

«8. TIC» : concittadino. - Vitaliamo: 
j^ antJehi eomm. dicono preasochè ana- 
lisi <^ie ooatui ibeae Vitaliano del Dente, 
«icftto podeatà nel 1307. Cosi lae. Dani,, 
Lam,, OU., Càt»,, FaUo Boee., Benv., 
B^ An. Fior, (d* Asdente), 8$Trav., eoo. 
iBawtb^., An. Sei., Petr. Dant., ecc. tac- 
óooo). Il Mòrpiurgo si avvisa invece che 
Dante parli di certo Vitaliano di Iacopo 
"ntaHanf. osando marcio ; Dante e Pad., 
p. 213 d oeg. Che tntti gli antichi abbiano 
preso OB granchio? 

tOL Hinm ii uo : perchòpiù oolpevoledi me. 

70.PADOVAKO: «il dannato che con qae- 
■Ce psunie chiude l'iracondo dlsooreo non 
precìsa di o^rto eenxa motivo i luoghi 
liore gli ospiti del settimo cerchio sor- 
firoBP i natali ; ma mira a mettere in 
loco il primato poco losinghiero ohe le 
doe ritta Tantano in quell'epoca snlle so- 
nOe della penisola »; Motpwrgo, 1. e, 205. 

71. m' UITBOICAK : qnesti Fiorentini. 

73. CAVAUKK: Oiovanni Bolamonte, il 
^ fnfloDa osaralo, dlcetl, d'Earopa. 
8eM 6<mlUoniere di giustizia nel 1203, 
ed ebbe poi le oase distrutte nel fiunoso 
beeuUo soseitato dalla perfidia di Keri 
Abati nel 1304. -sotkano : degli nsnrai ; 
dt. In/. XXII, 87. 

71. BBOCifl: rostri; Al.; Capri. «L'arme 
A fasifeo ooaraiodipintaneU'antiooPrìO' 



rista dell'Archivio delle Biformagioni di 
Firenze colla data del 1298 ha tre capri 
veri e reali in campo d'oro »; D. 0. ed. 
Panigli, p. 700. «Se Pietro flgUuolodi 
Dante dicendo, lUé a tribù» hireis /uU 
dominus Jeanne* BuiamorUe de Biccit 
de Florentia, nota bene in quanto al no- 
me, erra per altro notando che l'arme 
della famiglia Buiamonti portasse tre ca- 
pri, mentre gli autentici documenti la 
danno con tre teste d' aquila • i Vemon, 
Inf. II, 433. 

74. DIBT0R8E: atto sconcio di scherno; 
cfr. Isaia LVII. 4. Al. quindi stobsb. Nei 
codd. quidietoree e quldittorte. - bocca : 
Al. FACCIA; trasse costai la lingua fuor 
della bocca, o fuor àeWti/eteciafl 

75. LA LIM QUA : come per leccare ; « atto 
che fknno i marinoli dopo aver altrui lo- 
dato per beflfa »; Gei. - « Super quem In- 
sisti»? Super quem dilatastis os et eieci- 
stis Hngnamf Numqnid non vos filli sce- 
lesti, s«men mendax? »;i«a»a LVII, 4. 
* O Jane, a tergo quem nulla ciconia 
pinsit Kec manne auricnlas imitata est 
mobilia albas, Nec Ungo» qnantom sitiat 
canis Appaia tantum » ; Pers., Bai. I, 
62-A. Cfr. Blane, Vertuch I, 147 e seg. 

V. 76-136. IH$eeaa aW ottavo cer- 
chio. Ritornato indietro. Dante vede 
Virgilio già salito sulla groppa di Gè- 
rione e che sena' altro lo invita a mon- 
tar dinansi, esortandolo ad essere forte 
ed ardito. Monta spaventato e con ri- 
bresxo. Gerione nuota e discende lenta- 
mente con cento ruote. Giunto al fondo, 
depone i Poeti e si dilegna. I due Poeti 
vanno nel regno della frode, portativi 
dalla tozxa imagirte di froda. 

76. MO 'i. : non il : temendo ohe il mio 



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164 [OEBC. 7. GIB. 8] Inf. xyii. 77-90 



[DISOESAj 



79 



82 



85 



88 



Luì ohe di poco star m'avea ammonito, 
Tornarmi indietro dall' anime lasse. 

Trovai lo daoa mio eh' era salito 
Già su la groppa del fiero animale, 
E disse a me : € Or sie forte ed ardito ! 

Ornai si scende per si fatte scale : 
Monta dinanzi, ch'io voglio esser mezzo, 
Si che la coda non possa far male. » 

Qual è colai e' ha si presso il riprezzo 
Della quartana, e' ha già l'anghie smorte, 
E trema tutto, pur guardando il rezzo ] 

Tal divenn'io alle parole pòrte; 
Ma vergogna mi fér le sue minacce. 
Che innanzi a buon signor fa servo forte. 



fenn*rmi plh langamente presso gli usu- 
rai non crnodasse Virgilio. Cfr. It^. Ili, 
80. - PIÙ BTAB : Al. PIÙ DIR, lesione difesa 
dal Betti. Ma se il Poeta non aveva qui 
anoor detto nna sola parolaf 

77. AMMOinTO : T. 40. Al. MONITO ; nei 
cod. matfeamonito e maveamonito. Come 
si deve leggere? I migliori antichi lessero: 
m'ave' ammonito'^ m'avea ammonito. 

81. BIE : sii ; « Viriliter agite et confbr- 
tàmini »; I ad Cor, XVI, 13. 

82. OMAI : qui, salta groppa di Qerione ; 
dall'ottavo al nono cerchio, calati da An- 
teo, Ir\f. XXXI, 180 e seg., e finalmente 
arrampicandosi giù e sa pel corpo di La- 
cifero, Inf. XXXIV, 73 e seg. 

83. MBZZO : fra te e la coda velenosa di 
Grerione. È affido dell'aatorità imperiate, 
rappresentata da Virgilio, difendere l' uo- 
mo dalle insidie della frode. Invece Tom.: 
«Fra l'aomo e la ft-ode si pone la sciensa 
onesta. » - Benv.: « Per hoc tacite autor 
dat intelligi quod vir sapiens dìoit illi 
cai habet oonsnlere: Fili mi, tu debes 
semper pr»cavere fhiadalentum flnem, 
quando habes faoere oum Gerione vnl- 
pone, fellone.» 

84. FAB MALE: a te. 

85. qual' è t Al. QUALE. -COLUI : Il feb- 
bricitante. - BIPRRZZO : ribresso, il bri- 
vido e battimento di denti che precede 
la febbre. Al. ch'è b1 pbesbo al biprkz- 
zo; forse meglio: per evitare la ripeti- 
sione del che ha nel v. seg. 

87. BEZZO: orexzo, laogo ombroso e 
ftresco ; cfr. IHez, Wórt, 1», 89. « Chia- 
masi In Toscana, e credo per tatto, retxo 



ove non batte sole, e tiare al rezzo, ove 
non sia sole » ; BorgMni. -* Il reggia, 
idest rigidam frigas t-Benv. - « Il freddo, 
ogni cosa gelata »; An. Fior. - « Primnm 
rigorem»; 8errav.~ *Qnéi rigore ohe vede 
venire per lo smorire delle unghie •;Bttr9. 
- « L'ombra ; » Land., VM., Dan., ecc. - 
«U paUoredeirunghieall' appressarsi del- 
l'accesso febbrile »i ToreUi, Cfampi, ecc. 
Cfr. Inf. XXXII, 76. Blano, Torewh I, 
148 e seg. 

88. pòste: dettemi da Virgilio, v. 83. 
Cfr. Inf. II, 135; V, 108; VIU, 112. 

89. VKBGOQNA ! Al. VBROOGHAB. - IQ- 

N ACCE : parole stimolanti, cioò qnelle det- 
tegli da VirgiUo v. 81, 82. Al.: diversa- 
mente. Ott.: « Deesi qui sottointendere 
che VirgiUo disse: Se tu ti lasoiera' ca- 
dere, io non t'aiuterò rUevare, e fla eter- 
na caduta ; ti«itl beneadunqae.»-jBtnv.: 
« Dicebat ergo Virgilius oum fkoie tur- 
bata, irata: Ah 1 miser, infslix, vilis, pa- 
sillanimis, numquam habebis honorem, 
non flimam perpetuam, non gloriam SBter- 
nam, et perdideris tot labores, tot vig^ 
lias.> -Bui» .'«Convenientemente possia- 
mo pensare che dicesse : Se tu non monti, 
io me ne andrò e lascerotti qui.»-< Yma- 
ginandnm est, quod Virgilius, vidensBan- 
tem timidum, sibi dixit: Ah vilis perso- 
na! miseri iam tantum opus fboisti; tu 
ita acutus es et tam eruditus: ideo non 
deberes temere»; Serrav. Ha di tutte 
queste belle cose il testo non dice nulla. 
U Barg.i « Quali fossero quelle minacce, 
di Virgilio, ciascun lo pensi a suo modo. » 

90. CHE : la qua] vergogna. 



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[CESO. 7. OIB. S] 



IFP. ITU. 91-107 



[DI8018A] 165 



U 



V7 



100 



1«3 



IM 



Io m'assettai in sa qaelle spallacce: 
SI volli dir, ma la voce non venne 
Com' io credetti : € Fa' che tu m' abbracce I :► 

Ma esso, che altra volta mi sovvenne 
Ad altro fortOi tosto ch'io montai, 
Con le braccia m'avvinse e mi sostenne; 

E disse : € Gerion, muoviti omai I 

Le mote larghe, e lo scender sia poco: 
Pensa la nuova soma che tu haL » 

Come la navicella esce del loco 
Jn dietro in dietro, d quindi si tolse ; 
E poi che al tutto si senti a giuoco. 

Là v'era il petto, la coda rivolse; 
E quella tesa, come anguilla, mosse, 
E con le branche l'aere a so raccolse. 

Maggior paura non credo che fosse 
Quando Fetonte abbandonò li freni. 



91. 8PALULCCK : la btttbi Msendo tanto 
{rade. « Perchè enmo disordinate et 
aeoaee »; An, Fior, 

•a. al: ToUi dire eoA : Fa* che tu m'ah- 
ifueeét ma a dir ciò mi mancò la Toce, 
nObeate dalla paura. 

96. AD ALTRO FOSTE: ad altri difficili 
P«hL Forte Tale qui U forte, cioè U dif- 
fteile, la eoaa, fl ponto difficile. Al. ad 

ALTO, FOBTK (1). AL AD ALTRO FORSK 

émè, ad altro ponto periglioso. Cfr. Z. 
F^ 104. Moore, Orti., 816 e seg. Senso: 
'Vli^gitio, ehe già altre Tolte, in altri 
ponti difflcili mi soTrenne, nd sTrinse 
e sostenne coUe sae braccia, subito che 
fid montato solle spalle di Gerione. 

96. LE KOOTK : i giri che tn farai, siano 
larghi, e scendi lentamente, a larga spi- 
rale. « Quasi dioat : non est hic cnrren- 
dnm, sed lente incedendnm com magna 
dsiiberstione circa istom primom introi- 
tnm fraodiom »; Benv, 

99. HVOVA: insolita, doò di nn nomo 
Tiro. « Pensa che sulle spalle hai soma 
hisolit», che dee meritar riguardo. Tanta 
iiDeerft4 è toma reramente nuova per 
la Frode »; Boee, Da questo Terso si pe- 
rebbe inferire, essere Oerione solito a 
portar g\h le anime dei dannati ; se non 
che i Poeti non ne Tsdono una sola, nò 
le anime a rrecano seco una corda, od 
altra eosa qualunque con che Aire un 



cenno a (oerione, affinchè salga a pren- 
derle per portarle gih. 

100. DSL LOCO : del porto. Al. di loco. 

101. nr DiRTBO IH DiKTBO : « mostra 
Tatto gradatamente continno del ritirar- 
si »; L. YenL, Sim. 962. - « Gerione, nel 
discendere nelTottaTo cerchio, principiò 
a Tolare a poco a poco aW'indietro ; ma 
poi che fh uscito dalla strettessa della 
bocca del cerchio, rÌTolse il petto là ove 
era la coda, cioè si pose STolsre di fronte, 
come fanno gli animali »; Betti. - quimdi : 
dall'orlo del settimo cerchio. - tolsi: 
allontanò. 

102. A giuoco : in comodo; quando Tide 
il tempo opportuno. « Diciamo l'uccello 
essere a giooco, qoandoòin luogo ti aper- 
to, che può Tolgend oTunqne »; Land. 

104. TESA: distesa in lungo, mentre 
fin qui la torooTa in su, v. 26. - mobsk : 
con quel gulsso con che si muovono le 
anguille nell'acqua. 

105. RACCOLSI: come ISs chi nuota. Ge- 
rione nuota noli' aria. 

107. Fetonti : ente mitologico, figlio 
di Elios, ossia del Sole, e di Olimene, volle 
guidare temerariamente i cavalli patemi, 
onde precipitò noli' Eridano; cfr. Otmf., 
Met. II, 47 324, specialmente 178 e seg. 
Sneiel. 777 e spg. - abbahdomò : « Men- 
tis inops gelida formidine lora remisit »; 
Ovid., 1. e, 200. - PRKKI : del carro solare. 



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166 [CEBO. 7. OIB. 8] IKF. XVII. 108-122 



[DISCESA] 



109 



112 



115 



118 



121 



Per che il cìel, come pare ancor, si cosse ; 
Né quando Icaro misero le reni 

Senti spennar per la scaldata cera, 

Gridando il padre a lui : € Mala via tieni I », 
Ohe fu la mia, quando vidi eh' io era 

Nell'aere d'ogni parte, e vidi spenta 

Ogni veduta, fuor che della fiera. 
Ella sen va nuotando lenta lenta ; 

Ruota e discende, ma non me n'accorgo, 

Se non che al viso, e di sotto mi venta. 
Io sentia già dalla man destra il gorgo 

Far sotto noi un orribile stroscio ; 

Per che con gli occhi in giù la testa sporgo. 
AUor fu' io più timido allo scoscio, 

Però ch^o vidi fuochi e sentii pianti; 



108. PABB : appare, si vede ancora nella 
Galassia, o Via Lattea. - cobsb: abbruciò. 
« Cnmqae diem pronnm trans^erso limite 
dacens, Saccendit PliAdthon flag^rantlbua 
iBtbera lori» ; » Luean., Phar». II, il2 e 
seg. L'opinione di Dante satla Galassia 
Tedila Oonv. H, 15. Qai si attiene alla mi- 
tologia, secondo la quale la Galassia ap- 
parve, quando U carro del sole, mal gui- 
dato da Fetonte, arse una parte del cielo. 

109. IGABO : 'lxapo(;, figlio di Dedalo, 
il quale per fuggire da Creta fece a so ed 
al figlio ali di penne, appiccicate insieme 
con la cera. Icaro volò troppo alto, con- 
tro U comando del genitore ; la cera si 
liquefece, le ali si staccarono ed Icaro 
cailde net mare ; ctt. Ovid., Mei. VIII, 
208 e seg. Hot»., II. II, 146. Herodot.Yl, 
95. Horat., Carm. I, i, 15. 

111. GRIDANDO : « At pater infellx, noe 
iam pater: Icaro, dixit, Icaro, dixit, nbi 
es? qua te regione reqnlram, Icare? di- 
cebatj p Ooid., Met. VIII, 231 33. 

112. MIA : paura. Temeva o di cascare 
neir abisso, o di esservi gettato giù a 
bolla posta da quella »ozxa i^nagine di 
froda. 

1 13. K ell'aerb : dunque Gerione nuo- 
tava nell'aria, non nell'acqua, come pre- 
tendono f^o. ed altri. -8PRNTA: Gerione 
si era allontanato già tanto dalla proda, 
ohe la non si vedeva pih. Giù nell'ottavo 
cerchio non poteva vedere causa l' oscu- 
rità. Non vedeva dunque che il vastis- 
simo vano del bnrrato e la fiera con la 
coda aguzza. 



116. ELLA: la fiera, Gerione. - nuo- 
tando : nell'aere. Al. botando. Del ro- 
tare si parla nel verso seg., ove si dice 
che Gerione discese facendo larghi giri, 
come Virgilio gli aveva ordinato, t. 07 
e seg. 

116. ACOOBGO: Dante indovina in qne- 
sto luogo ciò che oggidì gli areonaatl 
sanno, che, cloò, chi discende dall'alto 
per il gran vano dell* aria, non si ao- 
corge di calare, se non in quanto 1* aria 
di sotto, che egli man mano viene rom- 
pendo, gli soffia incontro. 

117. AL VISO : perchè Gerione discende 
pigliando larghi girl. 

118. GORGO: l'acqua del Flegetonte, 
cadente giù dal settimo nell* ottavo cer- 
chio. Gorgo, lat. gurgìit, ò propriamente 
quella fossa che fa ed empie l'acqua ca- 
dendo dall'alto. 

119. BTBOScio: strepito «suono del ca- 
dimento d'acqua»; jBar^. Cfr. Dicx, Wbrt. 
Il», 76 s. V. Troicia. 

120. sroRQO : « passa da teniia a sporgo, 
come ai v. 68-62 da regno a vidi. Passaggi 
fh)quenti in Virgilio »j Tom, 

121. ALLO SCOSCIO : all'aspetto del pre- 
dplsio. Così i più. Al.: Pib cauto a non 
allargare le cosce per non uscir di sella. 
« Scoscio viene da coscia, ed è il sostan- 
tivo fatto da scosciarsi. Nell'uso toscano, 
di una ballerina si dice che ha bello sco- 
scio, quando allarga e stende molto le 
gambe nei far l' arte sua »; Marino in 
Ferr. V, 834. Ma W Betti colla Or.: * Forse 
da scoscendere, minare. » 

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tene t. euL a] 



IHP. ITU. 128-136 



[DI8CBBA] 167 



m 



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IJO 



1» 



las 



OndMo tremando tutto mi racooscio. 

£ vidi poi, che noi vedea davanti. 

Lo scendere e il girar, per li gran mali 
Che s'appressavan da diversi canti. 

Ck)me il fdcon, eh' è stato assai sull'ali, 
Che, senza veder logoro o uccello. 
Fa dire al falconiere : € Cime tu cali ! >, 

Discende lasso onde si mosse snello, 
Per cento rote, e da lungi si pone 
Dal suo maestro, disdegnoso e fello ; ^ ' 

Cosi ne pose al fondo Oerione 
A piò a pie della stagliata ròcca ; 
E, discarcate le nostre persone, 

Si dilegaò come da corda cocca. 



122. mAixXMCio : mi ristringo aernuido 
le eoaee. Atot» alhiBgato il collo per 
{Mvdaare giù al fbodo, ▼. 120. 

Ili. Twiz BOB s'erm accorto del ano 
eilaia, r. 116 ; adeeao se ne accorge, ve- 
Irmiìnd man mano aTricinare i soppliai 
don* ottano cerefaio. £ Tedendo questi 
s^pttsi aTTidnarsi da diverse parti, si 
aecarge elie cala girando. Al. K udì' poi, 

CBB lOV L*UD1A DATAIITI ; cfr. Z. P., 104 

• tsg. Mal al comprende come si possa 
t i é lr e lo §e0ndere < il girare di ohi nuota 
aefl'aria. 

128. LOOOBO ; « stromento di dne ali 
d'aeeello legate insieme con nn filo pen- 
dente, ohe al c^po estremo porta nn nn- 
cteeOo di eomo •; FOal. Col girare di 
qossto stramento il fiOooniere soleva ri- 
cbtamare Uteloone. Qai ! sensa aspettare 
d'smer rkthiamato e sensa arer fktto 



12i. FA DIRB: calando aeosa preda. - 
CAU: « qoaai dica: Io mi dolgo che tn 
ssHi gas ato non è sansa cagione, o d'in- 



fermità, o di stanohessa. o desdegno ; per 
le qnali cose si guasta il flUcone e Tnccel- 
latore niente piglia poi quel dì »; BuU. 

130. ONDE: il fidcone discende stanco a 
quel luogo donde tutto pronto e reloce 

si è mosso. - 81 M068B : Al. 01 MUOTl. 

Cfr. Stane, Vertueh, 161 e seg. 

181. BOTB: giravolte, appunto come 
era disecco Gerione. 

182. MAismo: fUconiere.- FELLO: cor- 
rucciato, perchè sansa preda. 

133. così : disdegnoso e fello, perchè i 
dne, Dante e Virgilio, non erano sua pre- 
da. - ni PO0B : ci depose, si scaricò di noi. 

134. A PIE ▲ PIE: Al. A PUEDB A PIE; 

ci depoee rasente rasente l' ardua ripa, 
la itagUata ròcca. - Al. : Ci depoee in 
piedi, appiè del balao dirupato. 

136. DiLiGUÒ: si allontanò colla velo- 
citA di una freccia scagliata dall' arco. - 
COCCA; propriamente la tacca della frec- 
cia, nella quale entra la corda neir arco ; 
qui ^T freccia, la parte per il tutto; cfr. 
Inf. XII, 77. 



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e. 8. BOLG. 1] IKF. XTHL 1-4 [MlLBBOLOBj 



CANTO DECIMOTTAVO 



OEEOHIO OTTAVO 

)LGiA prima: euppiani e seduttori 

(Perooesi àtk diftYoli oon sferse) 



VENKDICO CACCIANIinCO, GIASONE 



BOLGIA seconda: ADULATORI 

(Immersi nello sterco umano) 



iUogo è in Inferno^ detto Malabolge, 

Tutto di pietra e di color ferrigno, 
Come la cerchia che d' intorno il volge- 
rei dritto mezzo del campo maligno 
I 

'aìeboiffe.Votihvo cerchio, postiglio, et seno, et golfo et ricettaci!- 

« la fraadolensa contro ohi lo; il perchè è conveniente nome, che 

scompartito tn dled gran ha chiamato mal ripostiglio, et rìoet- 

i e concentrici, detti Male- tacnlo U Inogo della firande • ; Iiand. - 

ono imaccati (cfr. Tr\f. VII, Così pure VeU., Dein., ecc. Tal, invece, 

» peccarono per malixla (cfr. copiando probabilm. Benv.: « Kotandnm 

Il nome Malebolge è com- qaod MaUbolge est locos conoaTos et ca- 

I e bolgia, specie di bisaccia pax, nt vallis, lacuna, lama. » L'interpre- 

fr. Disz, WóH. 1', p. 72 e tastone di Benv. si potrebbe accettare ; 

è sacca »; Lati, - « Bulgia ma gli antichi commentatori toscani di 

rentino est idem qnod vallifi qoel volgare fiorentino non sanno nulla, 

ipax »; Benv. - « Bolgia cioò Cfr. Eneiel. 1186 e seg. 

o vero ripostiglio »; BuH. - 2. B di colob : Al. di colob. - fkbbi- 

go è chiamato Malebolge, omo : grigio nerastro come fbrro greggio. 

Die dire qnanto Male sacca, 8. csucHlà : cerchio, la « stagliata ròo- 

Male valige »; An. Fior. - oa, » Ir^. XVII, 134. « Dico eerehio lar- 

alam, Malibolgie, est prò- gamente ogni ri tondo, o corpo o snper- 

alum anctoris, qaia nnm- flcie; » Oonv. II, U. - vomì : lo dnge, 

>cabnlam in aliqao loco.... gli gfni intomo. 

rav. - « Bolgia significa ri- 4. DRITTO : precisamente nel messo. - 



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[GaC. 8. BOtG. 1] 



Inp. iviii. 5-17 



[MÀLBBOLeE] 169 



Vaneggia an pozzo assai largo e profo ndo ^ _ 
Di cui suo loco dioerò T ordigno. ^^^^cTIIu.' ^^ 

Qnel cinghio che rimane, adunque, è tondo 
Tra il pozzo e il pie dell'alta ripa dura, 
Ed ha distinto in dieci valli il fondo. 

Quale, dove per guardia delle mura 
Più e più fossi cìngon li castelli, 
La parte doVei son, rende figura; 

Tale imagine quivi facean quelli ; 
E come a tai fortezze dai lor sogli 
Alla ripa di fuor son ponticelli^ 

Cosi da imo della roccia scogli 

Movien, cIjljb ricidetin gli argini e i fossi 



CAMPO : VottftTo oerddo. - mauoho : per- 
chè ^fanora dei maUgni. 

S. TAXSOOIA : a* i^pre TQoto. - pozzo : 
eaao eenddo, più stretto degli altri. 

8. tuo LOCO: • Inogo sao dirò com'è 
fatto. AL IH suo LOCO; AI. A 8UO LOCO. 

-DICS8Ò: AL COHTIBÒ. La les. dicerà, 
rwiiià aembrano errore di chi non hi' 
ìtm U frase latina tuo loco. - l'obdioho : 
fot&Mt e la forma, la struttala. 

7. cnnsHio: spasio droolare. Coetr.: 
« Adonqoe quel cinghio che rimane tra U 
posse e il pie dell'alta ripa dora, è tondo 
ed hs, eoe. » O, forse meglio : « Quell'area 
cii e olate (cinghio) che ai estende tra *1 
posso e '1 pie dell'esterna parete petrosa 
iripa dura) adnnqne è rotonda, e ha di- 
•tlato il fondo in died bolge. » 

t. ALTA nPA : della ttagliata ròeea {Inf, 
Xm, 13^ ohe accerchia Malebolge. 

9. iw i ui 'io : acompartito. - valli : non 
è fl ^or. di vàUo [Vent,, Lowh., eco.) ma 
di «sBe; ohe ognuna delle dieci bolge non 
i OD ^oXlo, ma una wMe, e gli argini, che 
▼«■mente potrebbero dirsi vaVLi piar, di 
tsOs, erano nore, non diect Infatti ofr. 
T. n, dove la prima bolgia è detta voXIa; 
Tedi pare XIX, 133; XX, 7 ; XXIU. 
136; XXV, 187; XXIX, »; XXXI, 7. Cfr. 
filane, Ytrwuak I, 167 e seg. 

19. QUALE : qoei foesi, oioè quelle bolge 
isfanaU, averano on aspetto simile a 
quello che ha la parte, dove sono i foesi 
dte cingono nn castello. 

IS. FiouRA: aspetto. Al. risdok si- 
ccftA, lesioiie erronea. Cfr. Moore, Orit., 
m e seg. n Blane e L. Tont., Sima., 349, 
TJwwdanoassai apropoaito il passo Oonv. 
IT, 7 : « Nevato è si, che tatto caopre la 



neve, e rendè una figwa in ogni parte, 
sicché d'alcnno sentiero vestigio non si 
vede. » Costr.: « Qnale flgnra oflke (rende) 
qneUa parte dove sono pih e più fossi, 
colà dove cingono 1 castelli per gnardia 
delle mura, tale immagine fooevan qnivi 
quelle valli droolari che accerchiano il 
posso. » Cfr. Blanc, Yertueh 1, 150 e seg. 

13. QUBLU: qnei dieci valli concen- 
trici; V. 9. 

1 4. spoLl ; piar, di toglio — ioglia, 11 
solifcre. Ola porta. Cfr. Purg. X, 1. Co- 
str.: « B come dalle soglie di tai fortesze 
vi son de' ponti ohe vanno sino alla ripa 
estema della fosaata, così dall'imo della 
petrosa parete {da imo détta roccia) prò- 
cedeano allineati (movien) scogliosi ponti 
Iteogli) che attraversavano le mora e le 
bolge (e^ ricidean gli argini s i fossi) in- 
sino al posso centrale ohe li tronca e li 
raccoglie. » Cfr. Rose. II, 107 ; Siane, 
Yertueh I, 160 e seg. 

16. DI FUOB: dell' nltlmo fosso, ÌI plh 
lontano dalla fortezza. 

16. DA IMO : «dal basso della balza on- 
d'erano stati calati da Qerione » ; Lomh. 
- SCOGLI : sassi che servono di ponti. Kon 
nn solo (Dion., Aned.Y, e. 10, p.60 e seg.), 
ma pih ordini di ponti alle bolge (cfr. 
V. 18; XXI, 106, 136; XXUI, 68, 133 e 
seg.), forse dieci, come dieci sono le bolge 
(Filal.)t forse più, forse meno. 

17. HOVIRN : mnovevano, procedevano, 
si partivano. « Dal pie del mosso si par- 
tono scogli che qossi ponti accavalcian 
le bolgia e le tagliano a traverso e met- 
tono al posso il qnal pare li tronchi e 
raccolga»; Tom,- aiciDKAHt traversa- 
vano; ofr. Ir^. vn, 100. 

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170 [CEBO. 8. BOLO. 1] INP. ITOI. 18-80 



[BUFFI AHlj 



19 



22 



25 



28 



Infino al pozzo che i tronca e raccògli. 

In questo loco, della schiena scossi 
Di Gerion, trovammooi ; e il poeta 
Tenne a sinistra, ed io retro mi mossi 

Alla man destra vidi nuova piòta, 
Nuovi tormenti e nuovi frustatori, 
Di che la prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erano ignudi i peccatori : 
Dal mezzo in qua ci venian verso il volto, 
Di là con noi» ma con passi maggiori. 

Come i Roman, per V esercito molto. 
L'anno del giubbileo, su per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo colto ; 



18. I: li; cfr. Inf. VII, 63. MonH, 
Prop. Ili, II, 184. - BACCÒGLI : gli racco- 
glie; cfr. Nannue., Verbi, 788 e seg. Gli 
scogli o ponti convengoDO «Ila circon- 
ferensa del pozzo, al qnale ginn ti non 
vanno pih in là. Malebolge offre la Agora 
d' ana mota, il pozzo è come Tasse obe 
raccoglie i raggi e 11 tronca, sì che non 
passino nella cavità centrale, ov' entra 
l'asse. 

19. B0088I: deposti. 

V. 22-39. I ruffiani. Laggih nella 
prima bolgia Dante vede in prima i se- 
dattori di donne per conto altrui, che gi- 
rano in direzione opposta ai seduttori di 
donne per conto proprio. Sono percossi 
da diavoli con sferze. I diavoli sono cor- 
nuti per rammentare tremendamente a 
questi dannati le fedi tradito do* mariti, 
cui una volta chiamarono sbeffeggian- 
doli becchi cornuti. Circa la ragione della 
pena cfr. Levit. XIX, 20 : « Vapniabunt 
ambo. » - T<ie., Oerm., 19 : « Nodatam.... 
expellit domo maritns ac per omnera vi- 
cum verbere agit. » Il precipitoso loro 
correre rammenta ad essi come in yita 
fecero correre donne e fanciulle nella via 
del disonore. 

22. DESTRA : andavano a sinistra, t. 21 ; 
dunque aTevano la bolgia a destra. - 
NUOVA PIETÀ : non mal veduta compas- 
sionevole cosa. 

23. PBU8TATOBI : dlavoH che da questo 
luogo in poi tormentano i dannati. 

24. REi»LBTA: ripiena: latinismo usato 
dal Boee. e da altri antlchL C/ìp. Pura, 
XXV. 72. Par, XII, 58. 

25. lOMUDi : « Dante accenna la nudità 



della ombre sol quando le voglia dipin- 
gere nel più miserando abbandono, prive 
d'ogni schermo, p. ea. Ili, 65, lOO : VII, 
111 : XIII, 116 ; XIV, 19, ecc. » ; BUme, 

26. DAL MKZZO: dalla metà del fondo 
verso ntrf. Questa bolgia è divisa in dne 
zone concentriche; nella zona di qxta, 
cioè dalla parte dell'argine «aperiore 
dove sono i Poeti, corrono i mezzani 
con la fietocia volta ai due osservatori, 
dunque a destra, poichò questi ultimi 
tenevano a sinistra, v. 21 ; nella zona di 
là, cioè dall' altra metà, corrono i sedut- 
tori in direzione opposta, cioè a ainistra. 
-VKBSO IL VOLTO: inoontro a noi. 

27. CON NOI: nella stessa diresione dei 
nostri passi, cioè a sinistra, ma correndo 
più rapidamente. 

28. R8RRCITO : folla del popolo accorso. 
« Al continuo in tutto l' anno dorante, 
avea in Koma oltre al popolo romano, 
duecentomila pellegrini, sanza quegli 
ch'erano per gli cammini andando e 
tornando; » G. YiU. VUI, 86. 

29. ANNO : 1300. Molti biografi si av- 
visano che anche Dante assistesse al 
Giubileo, ed U Balbo, lib. I, o. 10, ne 
trova in questi versi una « prova spe- 
ciale. > Cfir. Satier., 10 e seg. - ponti: 
di Castel Sant'Angelo. 

30. COLTO : preso provvedimento. AI. 
TOLTO. Lnngo il mezzo del ponte fti po- 
sto un assito, o muro, affinchè la gran 
moltitudine avesse al camminare meno 
d' impaccio, e andassero gli uni per un 
lato a San Pietro, e tornassero gli altri 
volgendo il viso verso il monte Giordano 
che sorge a pochi passi da esso ponte, 



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[CSBC 8. BOLO. 1] 



INP. XYIII. 81-42 



[BUFFIANI] 171 



37 



Che dall' un lato tutti hanno la fronte 
Verso il castello, e vanno a Santo Pietro; 
Dall'altra sponda vanno verso il monte. 

Di qua, di là, su per lo sasso tetro 
Vidi demon cornuti con gran forze, 
Che li battean crudelmente di retro. 
yAhi, come facean lor levar le berze 

\ Alle prime percosse I Già nessuno 
Le seconde aspettava, nò le terze. 

Mentr'io andava, gli occhi miei in uno 
Furo scontrati ; ed io si tosto dissi : 
€ Di già veder costui non son digiuno. » 



V 



TOgUono altri, reno U 
motOe Glanioolo. Cfr. Beumont nel Dan- 
U-Jahrhuah lU, 898 e aeg. 
12. CASTELLO : S. Angelo. 

34. DI QUA, DI LÀ: in ambedue le zone 
nelle qaaU qaesta bolgia è divisa. - bas- 
so: fbodo della bolgia, cfir. v. 2. 

35. ferzb: afone, flagelli; o(^. End- 
d9p. 776. 

87. LKVAB: correre. - bkbzb : le calca- 
gna, dal ted. JVrw, etr. Diez, Wórt. 
I*, i42. « Le gambe e le calcagna » ; Lan. 

- < Calcaneos, qaasi dicat, faciebant eos 
tam Télociter oarrere, qaoa non yide- 
bantnr tangere terram * ; Benv. - « Le 
gambe a correre » ; Buii. - « L0 beru, 
vocabolo antico et volgare, et vnol dire 
le calokgna *; An. Fior. - « Faciebant eoe 
levare b^rzas, ideet calcaneoe » ; Serrav. 

- « Levar le gambe e i calcagni ; come li 
Ihoean correre alle prime percosse ! » { 
Barg. - « Le gambe » ; Land. -•Le herze^ 
idest tolos » ; Tal, - e Alsar le piante > ; 
TéU. - « Le bolle et le Teeoiche per sa te 
carni, battendoli forte et crudelmente. In 
alcon testo antico si legge non berze, ma 
Urze, cioè le gambe >; Dan, Gli altri an- 
tichi non danno vemna interpretasione. 

V. 40-66. VeneéUeo Oaceianitnieo, 
Dante rode laggiù tra' ruffiani nn tale, 
die erede di conoscere, e Perchè sei qni f • 
« Per aver fatto il ruffiano tra Ghise- 
labella e il marchese [da Sste]. Slamo qui 
Bolognesi in gran numero. «Mentre parla 
ancora, un diavolo lo sfersa via. Di co- 
stai An. Sd.'. « Ebbe una figliuola (f) bel- 
Uasfana ch'ebbe nome Ghisota, de la quale 
s'innamorò Marchese Obiszo da Bstì, e 
qoMtJ per moneta la fece consentire a 



luL » - lac. Dami. : < Per derta quantità 
di moneta la sirochia ohamale alla vo- 
glia del marchese Obisso daEstiohamal- 
mente chondusse. » - Lan. : - e Aveva una 
sua sorella nome Ghlsola bella; roffia- 
noUa a messer Opizio marchese da Esti 
di Ferrara, promettendo a lei che 1* areb- 
be signoria e grandezza: dopo Io fiitto 
ella si trovò a nulla delle promesse » - 
OoMt. : « Lenociniando submisit domnam 
Ghisoiam bellam eius sororem et uxorem 
Nicolai Clarelli de Bononia Marohioni 
Aczonl de Este. » - Benv. : « Fait valde 
potens in Bononia favore marchionis 
Estensis, qni fuit Azo III.... Habnit 
unam sororem pnlcerrimam, qnam con- 
duxit ad servieodum march ioni Azoni 
de sua pulcra persona, ut forti us pro- 
mereretnr gratiam eius. » "VAn.Fxor. cir- 
costanzia, forse di propria fantasia, senza 
aggiungere in fondo nulla di rilevante. 
Cfir. MazzùniToielli, Voci e paeH di D., 
p. 121 e seg. La famiglia de' Caccianimici 
stava a capo della fazione de' Gereraei o 
Guelfi di Bologna, contro i Lambertazzi 
o Ghibellini. Venedico fa podestà di Mo- 
dena, d' Imola e di Milano, dove nel 12S6 
dovette difendersi dall' accusa d' aver ri- 
cattato nn malfattore. Sbandito dalla pa- 
tria il 14 agosto 1289, non si hanno pih 
notizie di lui.Pare che morisse poco tempo 
dopo. Ctr.Gozzadinh Delle torri gentilizie 
di Bolognat p. 212 e seg. 

41. DI88I: a Virgilio, affinchè si fer- 
masse nn momento. 

42. DI GIÀ VKDRB: Al. GIÀ DI VEDRR; 

cfr. Mao re, Orit., 319 e seg. Vaol dire : 
Non è questa la prima volta che io veggo 
costui. ^ , 

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172 [CEBO. 8. BOLO. 1] INP. XVIII. 48-57 



[CACCIIKIKICO] 



48 



46 



40 



52 



55 



Perciò a figurarlo i piedi affissi; 
E il dolce duca meco si ristette, 
Ed assenti che alquanto indietro gissi. 

E qnel frustato celarsi credette 
Bassando il viso ; ma poco gli valse, 
Ch'io dissi: « Tu che l' occhio a terra gotte, 

Se le fazion che porti non son false, 
Venedico se' tu Caccianimico ; 
Ma che ti mena a si pungenti salse ? » 

Ed egli a me: < Mal volentier lo dico ; 
Ma sforzami la tua chiara favella, 
Che mi fa sovvenir del mondo antico. 

Io fui colui che la Ghisolabella 

Condussi a far la voglia del Marchese, 
Come che suoni la sconcia novella. 



43. I pncDi: mi fermai. Al. oli occhi; 
ma Virgilio: meco $i Hitette, il ohe non 
8i tà cogli occhi. PIEDI è les. del piti dei 
codd. e oomm. antichi. 

44. DOLCE: e il duca è detto dolce per- 
chè fa compiacente nel riBtarst e permet- 
tere che Dante andasse alquanto indie- 
tro»; Rott, 

45. nrDiETKO : il dannato essendogli già 
passato innansi. 

47. BASSANDO: credette nasconderei 
chinando la faccia, vergognandosi di aver 
egli, nobile cavaliere, commesso tal de- 
litto e di trovarsi a tal pena. - foco : 
« qnia tantnm recognovi enm ; per qaod 
notat qnod qais non potest ut! tanta 
arte, quod non oognoscatnr tale vitinm, 
qnia cito infomia taborat centra antorem 
talis firandls, et est maxima pars so» 
poBDte » ; Benv, 

48.aBTTE: getti.abbassi gli occbiaterra. 

40. fazion : fattezze del tuo volto. - 
FALSE : somigliando troppo alle fattezze 
del volto di un altro. 

51. CHE: il fatto non era accertato, 
e Altri vaol dire che *1 fae non con sa- 
puta del ditto, ed altri dice che non ta 
nulla ; » Lan. Al. chi. - salse : pena 
acerba, tormento {OU.tBvtitBarg^Land,t 
VeU.,Dan., VétU., 'roI.,Lom&.,ecc.);laogo 
aspro e rovinoso (Maz.-Toi., 1. e, p. 22 e 
seg.); nome di certa valle angusta, sterile 
e deserta, a circa 16 miglia da Bologna, 
ovegittavansi i corpi de* suicidi, dei mal- 
fattori e di quelli che morivano in conta- 
mada della Chiesa (^n., Phr.Tal., Boee., 



Benv., Tom., Bl., Br,, B., ecc.). H senso 
è in ogni caso: Per qoal peccato s^ qoif 

52. LO DICO: Al. TEL DICO. 

53. CHIABA : precisa, che Venedico si 
mostra bene informato delle cose di Bo- 
logna. Al. : Distinta, al contrarlo delle 
voci delle ombre ohe parean fioche. AL : 
L* idioma toscano ohe ta parli. « Dante 
riconobbe Venedico alle sue ftettesse: e 
Venedioo invece lo riconosce a quella 
favella, che lo rendè si ft^moso »• Betti. 

54. FA sovvENiB : ricordandomi le eolie 
e chiamandomi per nome. - antico : il 
mondo di lassù, per me passato. Al.: H 
mondo degli antichi Bomani ai qaali ta 
mi pari rassomigliare (?). 

55. IO FUI: Al. IO BON; cfr. Moore, 
Orit,, 321. - Ghisolabella : « Alconi di- 
cono che costei fi co^ nominata per es- 
sere stata bella ; io però ne dabito. per- 
chè ondici anni dopo il sao matrimonio 
ella dettò il suo testamento nominan- 
dosi QhieolabéUa quondam Alberti de 
Ckizzanemioie, mentre forse non era più 
bella»; Mazz.'Toe. 

57. SUONI : la cosa si raccontava in più 
modi. « Bt perchè parea forte a credere 
che messer Venedioo avesse consentito 
questo della sirocchia, chi dicea la novella 
et apponevala a ano, et ohi a on altro; 
di che ora messer Venedioo ohiarisce a 
Dante>;An.. Pior. Ma d'onde seppe Dan- 
te il vero t - scoNaA : turpe, scandalosa e 
fora* anche gaasta, falsificata, essendoché 
non si voleva o non al ardiva dire il 
vero, tratt«ndoaÌ di fiuniglla potente. 



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[CIEC. a. BOLG. 1] 



INP. XVIII. 58-67 [CACOIINIMICO] 173 



SS 



«7 



E non por io qui piango Bolognese ; 
Anzi n'ò questo loco tanto pieno, 
Che tante lingae non son ora apprese 

A dicer sipa tra Savona e Beno ; 
£ se di ciò vuoi fede o testimonio, 
Bòcati a mente il nostro avaro seno.> ^ 

Cosi parlando il percosse un demonio 
Della sua scuriada, e disse : < Via, 
Bnffian ! Qui non son femmine da conio. » 

Io mi raggiunsi con la scorta mia; 



co. APTEMBE: ammaettrate. Più Bolo- 
gnesi qui ehe laash nel mondo. « UniTer- 
■ahneote i Bologned tono oaritateToU di 
tali doni, doè di rofllanare parenti e oo- 
gnoaoenti ohi meglio meglio » ; Lan, 

61. NPA : idtoUnno tiologneae per Ha; 
▼Ito ancora nrila campagna, menare in 
città è direnato teppa eft. Tattoni, Sec- 
dUa rap, XII, SO.-Satkna: tra 1 dae 
ftaml nominati siede Bologna con parte 
àtSi ano territorio. Ctr. Bau., 208-217. 

€3. sfican A MKHTB : ricordati dell* ava- 
zixiadi noi alM Bologned. «Bononienais 
aatoralitor eioommoniter non est avams 
in retineddo, aed in capiendo tantum. 
nU enim, qoi sont Titiosi, ibi prodiga- 
Uter expeadimt nltra rires Cscoltatis rei 
laeri : ideo Cacinnt torpia Inora, aUqnando 
enm India, aUqnando cnm ftartis, aUqnan- 
do eom lenoniciìs, exponentes Alias, so- 
rorea ei oxores libidini, eco. » ; Bewi, 

«5. BCUUAOA : frusta, lat. tcutiea, pro- 
priamente la sferza di caoio, colla qoale 
si sogliono frustare i oayalU. 

06. oosio : lat euneut, frano, ant. quin ; 
posso d' acciaio nel qoale è intagliata la 
figura che ai ha da imprimere nella mo- 
neta, o in una medaglia; Torsello, Pun- 
sono. Nel nostro luogo i più intendono : 
Femmine da prostituire per danaro. Così 
lac. Dani.: « Per cierta quantità di mo- 
neta. » - han.: « Conio, cioò moneta ; 
qnaai a dire: Tu non eri da altro se non 
da rofllanare femine per moneta. » - 
Oms»* « Apte ad emeodnm. > Così pure 
BewB., Serrav., Land., YéU., OeUi, Dan., 
Cast., Or., TotU., Lomb., Pori.., Pogg., 
Biag., Oto., Wagn., Tom,, Br. B., FreU,, 
Àxidr., Oamer., Bennat., Lub., Campi, 
f^., Bigutini, Bl., eoo. Ha madonna 
GhjoolnbeUa de' Caccianemici non era 
i^unina da tu copia di sé per denari; 
htMaai ingannata e tradita dal fratello, 



L 



il quale la moneta ricevuta tenne per 
sé. Quindi altri intendono : Femmine da 
ingannare. OU.: « Quando uno inganna 
altro, quello si dice «ontors ; mostra uno, 
ed è altro. Ooniar§ è mutare d' una for- 
ma ad altra forma, e Tiene a dire ingan- 
nare, fEtfe fkiso conio, (Usa forma: trae 
il nome dalla moneta che piglia stam- 
pa. » - BuH : « Da essere coniate et in- 
gannate con le ine sedniioni. » - An. 
Fior.: « Da poterle coniare et ingannare 
per danari o per altro illioito modo. » 
- Betti : «da essere ingannate e sedotte. » 
Accettando essensialmente questa se- 
conda interpretax., alcuni, ricordando il 
senso dell' antico finsno. Coigner, vedono 
nella frase Femmine da eonio una scon- 
cia àllnsione, ohe in bocca ad un demonio 
fooilmente si comprende. Così Mazzoni- 
Totem, Fan/., Berth., eoo. - Bamògl., 
An. Sei., Petr. Dant., Folto Boeo., Barg., 
Tal., Bott., Com., eoo., non danno ve- 
runa spiegazione. Cfr. Mazzoni-ToteUi, 
Voci e patti, 116 e seg. Fat^. nel Borghi- 
ni, II, 264 e seg., 274 e seg., 811 e seg. 
RiguHni, Del vero tento della maniera 
Dantetea ' Femmine da eonio ', Firenee, 
1876. Ferrazzi, V, 886-40. Luri da Pat- 
tano nel Propugn. di Bologna XII, ii 
(1870), p. 208 e seg. Bianchi neWAreh. 
gUUol. àeWAteoli, VII, i (1880), p. 180 
e seg. Dei Lungo, D. ne' tempi di D., 
107-270. Encicl., 480 e seg. 

y. 67-81. I seduttori. Dopo aver co- 
steggiato l'alto muro a sinistra, arrivano 
ad uno di quegli scogli, o ponti ohe acca- 
valciano le bolge ; lo salgono e si partono 
dalla stagliata ròcca. Giunti sulla som- 
mità dell'arco del ponte, Dante vede lag- 
giù i seduttori di donne per conto pro- 
prio, i quali corrono in diresione opposta, 
sforzati essi pure dai demoni. 

67. EAGOiuKai! ritomai da Virgilio ch<' 



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174 [CBBO. 8. BOIKJ. 1] INP. XVIII. 68-84 



[8BDUTT0RI] 



70 



73 



76 



7» 



82 



Poscia con pochi passi divenimmo 
Là Ve ano scoglio della ripa ascia. 

Assai leggeramente quel salimmo, 
E, vòlti a destra sa per la soa scheggia, 
Da qaelle cerchie eteme ci partimmo. 

Quando noi fammo là, doy' ei vaneggia - . ' 
Di sotto, per dar passo agli sferzati, 
Lo daca disse : « Attienti, e fa' che foggia 

Lo viso in te di quest' altri mal nati, 
Ai qaali ancor non vedesti la faccia. 
Però che son con noi insieme andatL » 

Del vecchio ponte guardavam la traccia 
Che venia verso noi dall' altra banda, 
E che la forza similmente scaccia. 

n buon maestro, senza mia dimanda. 

Mi disse : € Guarda quel grande che viene, 
E, per dolor, non par lagrima spanda. 



8* era fermato, t. 44, mentro io era an- 
dato alquanto indietro, v. 45. 

68. CON POCHI : dopo aver fatto pochi 
passi. - DiVBmMMO : arrivammo. 

69. LÀ. 'VB: Al. DOVB. - U8CÌA: cfr. T. 
16-17. 

71. scHSGOLà: dorso aspro e mal ta- 
gUato. 

72. STBRNK: Al. ESTSiUfs. Dan.', ccen- 
tinove, perchè abbracciava a tomo a 
tomo tatto le bolge. » -FeU.: « si partirono 
da tatto le sponde, tanto di qaesto quanto 
de* saperiori cerchi ; perchò onesta, ohe 
lasciavano ora a dietro, era r altima. » 
Eterno è tatto V Inferno, qalndi ogni 
cerchio. 

73. RI : lo scoglio. - YANBoaiA : fa arco, 
lasciando sotto dì sé on vano per dar 
passo ai fhistati giù nella bolgia. 

76. ATTiiENTi: soflèrmati. Al. attendi, 
lev. difesa da Z. F., 107 ; cfr. Foto. II, 
183.-Fitaou: ferisca, cfr. In/. XV, 3». 
Nannuc., Verbi, 336, nt. 4. -«Fa' che la 
vista di qaesti altri malnati venga a col- 
pirti, a posarsi aalla taa persona » ; Pan, 

76. ALTRI: la masnada dei sedattori 
per proprio conto, la quale corre par 
sempre a sinistra, come erano andati i 
Poeti sino allo scoglio. 

79. VBCCUIO: cfr. In/. Ili, 7.-LA TBAO- 

01 A: la schiera di qoei di là, r. 27. 

81. BiuiLHKNTB: nello stesso modo ohe 
I ruffiani- se AOCLA : Al. sobiaogla. I de- 



moni eaeeiano quei miseri, facendo loro 
levar U beru. v. 87, onde fuggono aema 
appettar le eeoonde né U terze, percosse, 
V. 39. « Il Tooabolo eehiaeeiare e il suo 
significato paiono fredde caricature doli* 
pittnra.... Benid da eeaeciare scoppia il 
disprexxo meritato da quo' ribaldi, e nel 
vedersi dlspressati anche dal diavolo 
sta il più acuto dolore della lor pani- 
sione » ; Fo$c. 

y. 82-99. Giewtne, Ecco Giasone, 
figlio di Esone re di Tessaglia, dnoe de- 
gli Argonauti, seduttore di Isiflle. figlia 
di Toante re di Lemno e regina di Lemno 
dopo V uccisione dei maschi ; e seduttore 
exiandio di Medea, la bella figlia del re 
dei Colchl, la quale egli abbandonò per 
amor di Creusa. Cfr. Par. II, 18. Ooùf ., 
Metam., VII, 1-158. Qui paga il fio deUe 
sue seduzioni, benchò sia altiero ed in- 
flessibile, quasi oome Capaneo, ofr. If^, 
XIV, 46 e seg. 

82. SENZA : Dante non avrebbe potuto 
diatinguere Giasone che correva oogli 
altri, se Virgilio non ne lo avesse reso 
attento. 

88. QUBL OBANDB: ofr. Inf. Xiy, 48. 

84. PRS DOLOR : per grande ohe aia il 
dolor suo. Non plùge per grandesaa e 
magnanimità di cuore. Alcuni intendo- 
no: Kon piange per eooesso di dolore. 
Ma l'epiteto quel grande e V affetto reale 
sembrano escludere tale interpretaaioiie. 



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[cne. t. BOLO. 1] 



IHF. xvin. 85-100 



[GIA80NB] 175 



86 Quanto aspetto reale ancor ritiene I ' 

QueUi è Giason, che per core e per senno 
Li Colchi dei monton privati fene. ^ / 

88 Egli passò per l'isola di Lenno, 

Poi che le ardite femmine spietate 
Tatti li maschi loro a morte dienno. 

n Ivi con segni e con parole ornate 

Isifile ingannò, la giovinetta 
Che prima avea tutte l'altre ingannate. 

M Lasciolla quivi gravida e soletta : 

Tal colpa a tal martire lui condanna; 
Ed anche di Medea si fa vendetta. 

97 Con lui sen va chi da tal parte inganna : 

E questo basti della prima valle 
Sapere, e di color che in so assanna. » 
100 Già eravam dove lo stretto calle 



89. AXCOB: anche quaggiù nell'abisso 
del dolore. - Birnnx: eonaer^ 

88. QUXLU: quegli, oomB Òli per egli. 
-COKI: coraggio e valore. -BENHO: aa- 
Tiena e prodenza. 

87. Moarov : U vello d* oro. - fere : ne 
fé\ o aampUoemente/tf', come éne per è, 
ìuntt per ha^/aru per/a, van* per va, eoo. 
Cfr. jrànnuc.. Terbi, 821. 

89. AEDITB : perchè ncoisero tutti i m»- 
tdil.-anKTATB: non avendo risparmiati 
i padri, ifrateUi. gli spod edi flgU. IraU 
contro le donne di Lemno, perchè non la 
veneravano più, Venere le pani con un 
adarhirtisnutt onde I toro mariti ed amanti 
le evttAvano; perciò le donne oongiara* 
rono insieme ed ncoisero tatti i maschi 
deU'isoU; cf^. ApoUod. I. 0, 17. ecc. Ey 
gin , Fob., 15. &Ac2. ad Pind. Fyth. IV, 
449. 

91. SBGKi: da innamorato. Al. ssiiEO. 
Cfr. Moore, Orit,, 321 e seg. -oiutate: 
loiinghevoH; ùtr. It^. n, 87. 

92. Isifile : ^Y^xuXi^, figlia di Toante, 
regina di Lemno dopo rnooisione dei ma- 
sofaL Cflr. H&m,, H,, VII, 489. Ovid., 
Mdatm, Xm, 399. Conv, IH, U. 

98. DroAHSATB : Iboendo loro credere 
a avare ocdso il re Toante, sno padre, 
che eOa aveva salvato ; cfr. ApoUod. Ili, 
8. 4; ApoUon,, Argon. I, 823. ApoUon., 
Bkod, I, 823; Hjfgin., IW>., IS. 

9|. lasciolla: sec<mdo la mitologia 
dopo Avotla potata e dopo ohe essa 



gli ebbe partoriti due figli; cfr. Pind., 
Pyth. IV. 252. Simonid., Schol. IV, 450. 
Apollod. I, 9, 17. Stai., Th^b. VI, 836. 
Dante segue un'altra tradizione, secondo 
la quale Oias., che aveva promesso a 
Isifile di sposarla, la abbaodonò sleal- 
mente dopo alquanti mesi, essendo essa 
gravida di lui. « Lasciolla gravida di dae 
figli, e promettendole di vivere con lei 
in matrimonio alla ritornata sua, navigò 
in Golchlde »; Barg. Di Isifile cfr. anche 
Purg. XXII, 112; XXVI, 95. 

98. Medea : cfr. Ooid., Met. VII, 1-158. 
«Ed anche si fa veudettadeirabbandono, 
che egli fece di Medea »; Betti, 

97. BA TAL PAETE : in tal modo, sedn- 
cendo le donne per proprio conto ed in- 
gannandole con lusinghe, con false pro- 
messe di matrimonio, eco. 

98. valle: bolgia; cfr. v. 9. 

09. ASSAKKA: propriamente, prende 
colle sanno, o sanno ; qui per metafora, 
contiene in so per tormentarli. 

V. 100-114. Gli adulatori, 1 Poeti so- 
no arrivati sull'argine che separa la pri- 
ma dalla seconda bolgia. Laggiù v'ègente 
ohe si duole e si percuote, attuflkta in 
uno sterco che sembra umano, indisio 
dello sporco servilismo al quale costoro, 
che sono gli adulatori, si abbandona- 
rono. Lo sterco è simbolo parlantissimo 
delle loro lusinghe. 

100. CALLE : scoglio formante il ponte. 
«B ponte sul fosso s* inciocioohla col- 



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[CEBO. 8. BOLG. 2] INF. XYIII. 101-115 



[ADULATOSI 



Con l'argine secondo s'incrociochia, 
E fa di qaello ad un altr* arco spalle. 

Quindi sentimmo gente che si nicchia 
Nell'altra bolgia, e che col muso sbuffa, 
E sé medesma con le palme picchia. 

Le ripe eran grommate d' una muffa, 
Per l'alito di giù che vi si appasta, 
Che con gli occhi e col naso facea zuffii. 

Lo fondo è cupo si, ohe non ci basta 
Loco a veder senza montare al dosso 
Dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo ; e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffetta in uno sterco. 
Che dagli uman privati parca mosso. 

E mentre ch'io laggiù con l'occhio cerco. 



e, perchè il medosimo scoglio tra* 
sii argini tatti, e & aovr'eflti tanti 
L'argine ò spalla che regge gli 
> Tom. 

QUINDI : dal crocevia. -Bi MicxmiA : 
piegano, si dolgono, si lamentano, 
gendo ohe nieehiare dicesi pro- 
nte dei gemiti che manda la don- 
le doglie del parto. Al. ! Si rannio- 
I accoscia tofbta, e bisogna che 
eiso per essere rafflgarata. Al. di- 
le nicehiart vale sonare la nieehia, 
[oale esce nn suono tremolante ed 
K Si ha il proverbio nieehiare a 
anco, sinonimo di qnèll* altro do- 
i gamba tani, cioò lamentarsi del 
itare. Cftr. Oavemi, Voci e modi 
K 0,, p. 87-80. Dicono che in alcani 
si usa pare nicchiar t per puzzare, 
dei cadaveri. Dante dice che tenti 
[ilare di quella gente, non ohe lo 
1 od4>rò. « Nicchiare significa nella 
nostra quel cominciarsi a ramma- 
)ianamente, che Canno le donne 
e, quando incominciano loro le 
doglie ; onde si dice di loro, qaan- 
ngon a tal termine : eUe incomin- 
a nicchiare*; OeUi. Cfr. Enciel., 
seg. 

MUSO : usa questa voce perchè gli 
>ri leccano a mo* di cani. -SBurPA: 
lìscit porcus in coeno, et bene di- 
lla vitium adulationis stat in la- 
Benv. 

PICCHIA: batte, percuote. 
OROMMATB: le ripe inteme della 



seconda bolgia erano incrostate quasi d 
grama; cfr. Par. XII, 114, il qaal ver« 
è commentato dal proverbio : Il buon vi» 
fa gromma e U eattivo muffa. 

107. ALFTO : esaladone densa e paxio- 
lente che vien dal fondo e si appiastriceli 
alle ripe o muri laterali della bolgia. 

108. ZUFFA : nauseante a vedere e ad 
odorare. Per gli occhi alla vista delle lor 
dure si aggiungevano le pontore aoat« 
deir ammoniaca esalante da questa bol- 
gia, che aveva proprio l' aspetto ed il ca* 
ratiere di una latrina. 

109.cui'O: come il cuore dell'adolatore; 
« le profondità di Satana ; » ilj>oc. II, 2i. 

110. LOCO : Al. L'occmo. « Convien sa- 
lire nel più alto del ponte, giacché per 
poco che il raggio visaàle si fosse scostato 
dalla perpendicolare, sarebbe ito a ferire 
no 'l fondo, ma Y ana o l'altra sponda del 
fosso. Significa forse, che per bene osser- 
vare certi vizi e' bisogna allontanarsene; 
l'adulasione segnatamente, cupa insieme 
e schifosa »; Tom. 

113. STERCO : loro elemento in vita. Cfr. 
Giobbe XX, 7: «Quasi sterqnilinium in 
fine perdetur.»- Thren. IV, 6 : « Ample- 
xati sunt storcerà. » 

114. FBiVATi: cessi. Parca calato lag- 
giù dai cessi di questo mondo. « Facit 
mentionem potius de steroore humano, 
quam alterins animali, quia adular! est 
proprinm hominis, non àlterius anima- 
lis » ; Benv. 

V. 116-126. Ale9$io JiOermineW da 
JÀicea, Dante vede laggiù uno tutto lor- 



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(tee. 8. BOLO. 2] 



iNF.XyiII. 116-131 [AL. INTBBMINBLLI] 177 



m 



121 



134 



127 



1» 



Vidi un col capo si di merda lordo, 
Che non parea s'era laico o cherco. 

Qaei mi sgridò: < Perchè se' tu si ingordo 
Di riguardar più me che gli altri bratti ? » 
Ed io a lui : € Perchè, se ben ricordo, 

Già t'ho veduto coi capelli asciutti, 
E se' Alessio Intermiuei da Lucca : 
Però t'adocchio più che gli altri tutti. » 

Ed egli allor, battendosi la zucca : 

< Quaggiù m'hanno sommerso le lusinghe, 
Ond'io non ebbi mai la lingua stucca. » 

Appresso ciò lo duca « Fa' che pinghe » 
Mi disse, < un poco il viso più avante, 
Si che la faccia ben con gli occhi attinghe 

Di quella sozza e scapigliata fante. 
Che là si graffia con l'unghie merdose. 



is, appunto sembrm più che non gli altri. 
«TttÀè sei ta tasto «yido di rlgnmrdar 
se ^ che non gii altri! > « Perohò mi 
fOB dì ooDO0oerti ; tn se' Alessio Inter- 
ttòeOi da I«aooa. > Il dannato si peroDote 

9 ca^, datante ed adirato di essere rioo- 
MM^te, e oonfeaaa ohe le soe adnlaxloni 

10 precipitarono in tale abisso. Coetoi fa 
eooteaporaneo di Dante. Gli IrUemUnsi, 
óeope di InierminelU (o AnUlmineUi), 
enae di parte Bianca. Alessio era ancor 
Tire nel deeembre del 1296. «Non lasciò 
sasM di aè, né forse sarebbe stato mal 
ricordato aensa 1 versi dell'Alighieri»; 
VmuteU in D.gUtuo §ee., p. 200 e seg. 
Lq dioono sommo adalatore ed inganna- 
tole dì donne (Lati., BuH, lae. Dani., 
i)aa., eoe.)* « Sx mnltis blanditiis colo- 
ntm et verbis ipsins mnltas mnlieres 
^eespit »; Sofnbgl, - * Tenne bordello di 
psttane »; An, Sei. - «Meravigliosamente 
ingnoÈàe lusinghiero»; 2^n.-«Fn nomo 
▼aten tis a im o baie ohe fosse involto in si 
btto Tirio »; Faito JBoce. - « Sx prava 
ecasaetodine tantum deleetabatnr adn- 
Utfone, qnod nnllom semumem sdebat 
ho&n, qnem non oondiret deo adnla- 
tkmte: omnea ongebat, omnes lingebat, 
etóa» Tflisslnios et meroenarios fiminlos ; 
eiateitodicaaB, totns oolabat, totns fiod- 
t«bat adulatione »; Benv, 

Ili. LOBDO! efir. Mauomt, Difesa d. O. 
a 2>. n. p. 639. Oom. Ups. l\ 808. 
117. rxnzA : appariva ; tanto era lordo, 

12. — Div. OonuM., l»^odis. 



che non si poteva distìnguere se fosse 
tonsurato o no. 

124. ZUCCA : capo. Secondo VOtt, voce 
del dialetto lucchese. È invece dell' oso 
popolare anche non lucchese, dicendosi 
zucca pelata, zucca vuota, ecc. La voce 
ò qui usata per dlspresso. Quel batterti 
la zucca potrebbe anche essere atto di 
ohi vuol risovvenirsi di cosa o persona 
dimenticata. 

126. stucca: stanca, annoiata; voce 
dell'uso popolare toscano. 

y. 127-180. Za meretrice Taide. Vir- 
gilio mostra a Dante un' altra di quelle 
povere creature che, anche in tal luogo, 
pur graffiandosi per il dolore, non cessa 
di fkre atti meretrìci. È Taide, la me- 
retrice rappresentata da Terenrio nel- 
l'atto III àéiV Eunuco, tipo di certe 
donne ohe, loslgando In diversi modi, 
ingannano gl'incauti; onde Dante la 
dipinge tanto schifosa. 

127. PINOHB: pinga, spinga; guarda 
un po' più in là. 

129. ATToroHi: attinga; giunga cogli 
occhi a veder bene la Ctocia di quella 
sossa e scapigliata /ante, doò bagascia. 
Sulla voce fante pet donna di abietta 
condizione e di vile presensa etr. Monti, 
Prop. n, 1, p. 05. 

131. 81 GRAFFIA : di Anna, sorella di 
Didone Virg., Am. IV, 078 e seg.: - Un- 
guibus ora soror fcedans et poeterà pn- 
gnis, Per medios mit.>-MBBDOSK: « Certe 



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e. 8. BOLO. 2] INP. ITIII. 132-136 



[TA1D«; 



Ed or s'accoscia, ed ora è in piede stante. 

?aide è, la puttana che rispose 
Al drado suo, quando disse '* Ho io grazie 
Grandi appo te ? „ : " Anzi meravigliose ! „ 

li quinci sien le nostre viste sazie. » 



Dterat meliiiB loqol, conside- 
de qnaloqnitnr, quia Mrroo- 
mandi seoimdain sabieotam 
Bmiv. -« Omnia Terba saia 
etiam 84)rdida dioantor pro- 
fumo. 

)6CiA: si pone anlle ooeoe. 
toofldaase, e ora stesse in pie 
igoria ; ma mejclio è lasciare 
iella soa oscarìtà qnello ohe 
non si pnò esplicare > ; Land, 
: il soldato Trasone, quando 
dato in dono ona schiava. 
Eun, A. Ili, so. 2 : tO Thais 
aaviam, qnid agitnrt eoqnid 
fldicina istac f » E Taide : 
merito tao. » Cfir. Beccaria 
, an. 1876, p. 324. Ordinaria- 
>riscono questi versi ali* A. 
Magnas vero agere gratiaa 
< Ingentee,» eoo. Ctr. Blanc, 
B9. Il BeUi. SeritH darU., 25 
risa che Dante, non avendo 
io, attingesse al seguente 
rone. De Amieit., 26: « Knlla 
amicitia, onm alter vemm 



audire non vult, alter ad mentiendun 
parafeus est. Keo parasftorum in oomofr 
diis assentatio nobis fiuseta videtar, nis 
essent miUtea gloriosi : Magna* vere ag& 
re graHat Thait mihit Satis erat re- 
spondere magnati ingenUs inqolt. Sem- 
per auget assentator id, quod la, ouioi 
ad volnntatem dioitur, vult eaae ma- 
gnum. » B il BeUi osserva: « ITsò Dante 
nella Div. Oom. la rioordansa di questo 
bel passo ; e tolto (koilmente, aiooome è 
chiaro, il nominativo Thaii per un voca- 
tivo, tenne che 11 vano soldato parlasse 
quelle parole non al parassito Qnatone, 
ma alla donna: e ch'ella rispondesse a 
lui quella insoflHbile piaoenteria. » Diffi- 
cilmente si può ammettere che Dante 
abbia introdotto Taide nel suo poema 
sensa conoscere VEunuehut di Terenxio. 
-GRAZIE: meriti. 

135. AFFO: lat. apud, appresso. 

186. QUINCI : di qui : gli occhi nostri 
siano sasi di quanto abbiam Teduto di 
queste sporche creature. Dant4) fk qui 
un' eccesione, non dedicando che pochi 
versi a questa rassa di peccatori. 



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[CB8C. 8. BOLO, t] 



IKF. XIX. 1-8 



[8IM0HTACI] 179 



CANTO DECIMONONO 



OEBCHIO OTTAVO 

BOLGIA TEBZA: SIMONIACI 
fCosifltti oapoToltl deotro ftnri, oob le piante dei piedi 



PAPA KIOOOLÒ III 



O Simon mago, o mìseri segnaci, 
Che le cose di Dio, che di bontate 
Deono essere spose, voi rapaci 

Per oro e per argento adnlterate ; 

Or convien che per voi snoni la tromba. 
Però che nella terza bolgia state. 

Già eravamo alla seguente tomba 
Montati, dello scoglio in quella parte 



T. 1-30. Xa boiffia dei 9ÌmimiaH, 
Sefia Uentk bolgia aono poniti i limo- 
Biad o traffleatori delle eoee taore. Sono 
eeofitti, eapoToltl, in fori, oon le gambe 
&Ofrieeon le piante accese; ma, al io- 
pnggiangere di nnorl dannati, cadono 
gih nella feasora della pietra. CapoTol- 
Mfo Tordine stabilito da Dio, e qoi glae- 
dono essi medesimi oapovoltl ; inyece di 
peasare al delo noD ebbero che la terra 
ia Mira, e qoi sono costretti a tener gli 
oedd giù nella terra; i metalli che la 
tecra nasconde nel suo seno forono il 
loro idolo, e qoi vanno giù dove è l'idolo 
loro; non rcUero die riempire la borsa, 
s qoi la riempiono odle lor proprie per- 
sone, ▼. 72; calpestarono sotto i piedi la 
isata flanma dello Spirito (efr. Atti n, 
3 e seg.), e qni la fiamma, U contrario 
éeO'aoreola, cnoee loro continnamente 
IpiedL 

1. Snios : di ocetoi, che voleva compe- 
Tire con denari da 8. Pietro doni spiri- 
tosH, cfr. ititi Yin, 9 e seg. I S. Padri lo 
Hm t m capo di una setta eretica (Olem. 
ÀL,»rmm,n, ìli YU, 17. Orig., OmK. 



Oeli. I, p. 67). and antere di ogni eresia 
(Tren, Adv. Hatr. 1, 23, 24. Bpiph., Haer. 
21). Da Ini d denomina il liitr mercato 
delle cose sacre. 

8. DiONO: Al. DKimo. Le cose sacre, 
come gli nflBsi ecdedastid, devono es- 
sere oongionte dia bontà, date d buoni ; 
cfr. I, Tim. m. 212. TU. I. 6-9. - voi: 
Al. « VOI : voi d contrario. Cfr. Blatte, 
Ver$ueh I, 169 e seg. Mo<n-é, Orit., 323 
e seg. 

4. ADULTERATI: prostitnite, vendendole 
e comperandole come nna merce. Ad/ulU- 
rio chiama la Bibbia l'idolatria; cfr. Ge- 
remia ni, 9; Xin, 27. Buek. xxin. 
I dmoniad non adorano dtro Iddio ohe 
il YiUOo d^ùfo. 

6. TBOMBA: dd banditore che strom* 
bassa i misfktti dei condannati a pub- 
blica ponirione. Al. : La tromba epica. 
Ma Dante chiama il sno Poema Oomme- 
dia, non ^opea. 

7. TOMBA : qoesta tersa bolgia è nna 
gran tomba, o dmttero, dove sono se- 
polti i dmoniad. Del resto ogni bolgia 
è sepdtora dd dannati. 



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180 [CEEC. 8. BOLG. 8] INF. XIX. 9-18 



[SIMONIACI] 



10 



13 



16 



Ohe appunto sovra mezzo il fosso piomba. 
somma Sapienza, quanta è V arte 

Che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 

E quanto giusto tua virtù comparte ! 
Io vidi per le coste e per lo fondo 

Piena la pietra livida di fori 

D'un largo tutti, e ciascuno era tondo. 
Non mi parean meno ampi, nò maggiori 

Ohe quei che son nel mio bel San Qiovanni, 

Fatti per loco de' battezzatori ; 



0. 80VBÀ MEZZO IL F0880 : Al. BOTRI. 'L 

MEZZO FOSSO. -PIOMBA : Sovrasto « piom- 
bo, perpondioolMnneiite. Erano montotl 
Balla parte piò alto dell' arco, o ponto, 
come In/. XVIII, 110-111, «e propria- 
mento in qaella parto yerticale dell* ar- 
cuato scoglio da coi la perpendicolare 
va a piombo alla metà della sottoposto 
cavità >; Xoti, 

11. MAL MONDO ! rinfbmo.«Che il mal 
deirnnlverso tatto insacca»; Jr^. VII,18. 

12. GIUSTO : giostomento; « Vera et iu- 
sto iodicia tna »; Apocal. XVI, 7 ; « Vera 
et iaato iadioia sant elas, qai indicavit 
de meretrice magna, qaeo corrapit tor- 
ram in prostito tiene eoa > ; ibid. XIX, 2. 
- OOMPAKTB: distriboisce premi e casti- 
ghi corrispondentomente alle virtii ed al 
visi. Avendo torti gli occhi dal cielo, 
per rivolgerli del tatto alla terra, ò giu- 
sto che la torra gì' ingoi. « At non tibi 
videtnr a Terra derorari ille qal sem- 
per de Terra cogitati Qni semper torre- 
nos habet actoa, qai omnem spem soam 
ponit in torra, qai ad coelam non respi- 
cit, qni fatnra non oogltot, qai lodiciam 
Dei non metait, nec beato eias promlssa 
desiderat, sed semper de prs&sentibas oo- 
gitot, et ad setoma non saspirat; talem 
qaam viderit*, dicito qaia deverà vìi eam 
Terra »; Orig., Homil. i9 in LevU. 

13. COSTE : ripe, o falde degli argini, ohe 
non sono perpendicolari, ma inclinati. 

14. LIVIDA : di color ferrigno, etr. Iti/, 
XVIII. 2. 

15. d'un: tatti di ana medesima lar- 
ghessa e circonferenza. 

17. BEL : battistoro di Firenze ; cfr. Par. 
XXV, 8. < chiamslo bel San Giovanni 
però cbo la cappella di santo Giovanni 
è delle belle et notobili cappelle del mon- 
'lo»; An. Fior. 

18. BATTRZZATOBI: plUT.CdbottSZZOt&re, 



preti che battezsano. Cosà i più. Al. òcU- 
tezzatòrj, piar, di battettatòrio, cioè per 
servir di battisterio, intorpretacione poco 
verosimile. Cfir. Dioniti, Anedd. V, 120-27. 
Migliore, Firenze iUxutrala, Fir., 1684, 
p. 98 e oog. Z. f*., 109 e seg. Blane, Ver- 
$uch 1, 171 e seg. Il Fonto batteidmale 
co' fori non esisto più, essendo stoto di- 
stratto, quando ta preparato il tempio 
al solenne battesimo del principe Filippo, 
figlio di Francesco I e di Giovanna d* Aa- 
stria nel 1577. Del resto il Battietorto di 
Pisa non dlfierisoe panto da quello di 
S. Giovanni a Firenze. Or ecco la pianta 
del primo, la qaale bastorii a render 
chiare le parole del Poeto. 




a, Menta dell'tltare. - 6, Pori o ponettl. - 
e. Ponte l>atto»im«le riempito d'acqua. - 
d, Rlointo marmorso. • e, Colonaa centrale. 

Cfr. Temon, Inf. voi. IH, p. 137-141 ed 
ivi le tov. Liii-Lvi. VirgiH, Dei Batte*- 
zatoi BatUtiatorii negH antichi fonti 
batteHmaìi, Fir., 1892. Encid. 189 e seg. 
JUeci, Div. Oomm. 124-29. 



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[CnC 8. BOL0. 3] 



IHP. XII. 19-27 



[SIMONIACI] 181 



L'on delli quali, ancor non è moli' anni, 
Bnpp'io per nn che dentro vi annegava: 
E qnesto sia soggel che ogni nomo sganni ! 

Fuor della bocca a ciascnn soperchiava 
D'nn peccator li piedi, e delle gambe 
Infine al grosso; e l'altro dentro stava. 

Le piante erano a tutti accese intrambe ; 
Per che si forte guizzavan le giunte. 
Ohe spezzate averian ritorte e strambe. 



20. FKB UH : « dkle l' Autore che ride 
in ima baca il dì di Sabato (Mfito) qiMDdo 
ri dà il ftioeo benedetto, in questa buca 
■I Ti si seonrolee Antonio dì Baldinacdo 
de'CaTaecSoli di lìrense per eii&tto mo- 
do, ebe eonvenne ehe quella buca ai di- 
tbeease, e foe l'Autore a disfarla^ An. 
mL Vem., 1848, pag. 148, nt. - BawibgL, 
Ime DanL, Lan.. OU., Petr, DanL, Fat- 
to Boce., Buti^ An, Fior., ecc. non rac- 
eontano in proposito nulla di positiro. 
Ma Bffitv..- « Qui casus fnit talis: cum in 
ecclesìa prsdìota circa Baptismum eoi- 
ladertnt quidam poeri, ut est de more, 
«aaseomm ftirioflioraUis intrarit unum 
istorum foramiBnm, et ita et taUter im- 
pticarit et inrolTit membra sua, quod 
BuUa arte, nullo ingenio poterat inde 
retrahi. Clamantibua ergo puerìs, qui U- 
Inm iurate non poterant, futos est in 
psnra bora magnus ctmeursos populi; 
et breriter nullo solente aut potente sue- 
earrere puero periclitanti, superreiiit 
Daotes, qui tunc erat de Prioribus re- 
geatibaa. Qui subito tìso puero, clamare 
«Bpit : Ab quid fìMdtis, gens ignara I por- 
tetnr una seeoris. St omatinuo portata se- 
curi, I>aates manibus propriis percussit 
Ispideos, qui de marmore erat, et £MilÌter 
Ikegit: ex quo puer quasi reTirisoensa 
■Mrtcds liber eraait. » E Serrav.: * Semel 
in UBO Sabato Sancto erat tanta molti- 
todo pneromm, qui portabantur, quod 
^opter nnum fàrioenm, qui Indeoenter 
CQBprtmebat alioe, unus puer enrt ibi in 
equa, qui suAioabator, nisi quia Dantes, 
qui erat ibi, accepit unum maleom, et 
fr^git lapidem, et sic liberavit puerum 
a saffiocatioae. » Confr. Dionisi, Antdd, 
V, 120-27. 

21. SIA : Al. FIA. ~ SOAIIHI : « idest quod 
certtoret omses sino aliqoa deeeptione, 
quod iste lapis fractns ftiit a me bono ani- 
»e et booesta de causa, silicet prò libe- 
xtliaa pHori ; qaod prò taate dieit ne Ti- 



deretur riolasse rem sacram et sic com- 
misisse crimen saeiilegii »; Beiw. -« Al- 
cuni Toglion dire che Io rompesse come 
eretico, per dispregio »; FeU. -« Non po- 
trebb* essere che, essendo stata fktta 
quella rottura senza testimoni, Tenisse 
poi attribuita ad altri che ne fu dai preti 
yessatot e che Dante, per pietà di quel- 
l'innocente, seriresse in fluxda al mondo : 
Ruppi io e non altri; e questo sia suggello 
che disinganni ognuno. Ciò panni {rfù na- 
turale: poiché, essendo viro il liuieiullo, 
aTrebbe potuto Dante recarlo in testi- 
moniansa del Catto, se il sospetto (bsse 
caduto su lui: e ciò sarebbe bastato a 
giustificarlo. » Rou, 

22. bocca: imboccatura di ogni foro. 
- sopKBCHlAyA : soperchiavano i piedi. 

23. U Pncm, B DBLLB GAMBE : « A che 

si redeano li piedi e le gambe infino al 
polpaccio »; BuU. Al. on (o di) pikdi b 
OELLB OAMBB, les. evidentemente fkisa ; 
ctT. Mùcre, OrU., 325. 

24. OBoeso: polpaccio. - l'altbo; il 
rimanente del corpo. - dbhtbo : dal foro. 

25. ncTBAMBB: ambe le piante de'piedi. 
20. PBB CHB: e perciò. Per la grande 

arsura le giunture, ossia i colli de' piedi, 
si contorcevano talmente, che avrebbero 
rotto qualunque più forte legame. 

27. BiTOBTB : vermòoe verdi, ehe attor- 
cigliate servono per legami di fìMtella o 
cose simili. - stbambb: « ooel chiamano 
in Val d' Ema quelle vette di albero ri- 
torte da legare Ciscine od altro, dette per- 
ciò altrove ritortole »; Oaver. Ma quale ò 
allora la differenza tra rUorU e itran^ 1 
Al. spiegano «trombe per foni latte con 
erbe intrecciate ma non ritorte. Il OtìXi: 
« 12iforte son quei legamenti de' rami d'ar- 
bori attorti, con che i villani legano le fa- 
stella della sUpa ; «tratnòd son quelle fu- 
ne, fatte d' erbe secche e nervose, con le 
quali vengon legate le cuoia di verso la 
Barbetia. » 



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182 [CBBC. 8. BOLO. 8] IhF. XIX. 28-42 



[NICCOLÒ III] 



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40 



Qaal suole il fiammeggiar delle cose onte 
Muoversi pur su per V estrema buccia, 
Tal era 11 da' calcagni alle punte. 

< Chi è colui, maestro, che si cruccia, 
Guizzando più che gli altri suoi consorti, » 
Diss'io, « e cui pia rossa fiamma succia? » 

Ed egli a me: « Se tu vuoi ch'io ti porti 
Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da lui saprai di sé e de' suoi torti. » 

Ed io: « Tanto m'è bel, quanto a te piace : 
Tu se' signore, e sai ch'io non mi parto 
Dal tuo volere, e sai quel che si tace. » 

Allor venimmo in su l'argine quarto: 
Volgemmo e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 



28. QUAL: «Ecce levis snmino de ver- 
tioeTisusIoU FanderelomeD apex tacta- 
quo innoxia molila Lambere flamma oo- 
mas et droam tempora pasci »; Virg., 
Asn, n, 682-4. - « Keo onm eabeiliimt 
ignee ad tecta domoram Bt celeri flam- 
ma degastant tigna trabeeqoe» ; Lueret, 
Ber. noL II, 191-2. 

29. FUB: solamente. ~ buccia: snper- 
flce; cftr. Purg. XXIII, 26. 

30. TAL: cori movevasi lì il fiammeg- 
giare per latta la pianta de* piedi volti in 
so, da' calcagni fin alle ponte delle dita. 

V. 81-78. Papa Niccolò IH. Dante 
Tede ano che gaiesa coi piedi pih degli 
altri. Aiotato da Virgilio, gli si accosta e 
gli dimanda: « Chi sei! » Il miserabile 
crede che Dante sia Boni Cado Vili, 11 
qaale, giA morto, venga ad occupare il 
miserando posto, fi papa Niccolò III, che 
confessa le eoe colpe e dichiara a Dante 
la condizione della bolgia. Sopra questo 
papa cfk*. Pertz, Mon. Germ. XVIII, 669 
e seg., 687 e seg. Muratori, Script, III, 
606 e seg., XI, 1176 e seg. BaynàlduM, 
AnnaX. eccLjèà a. 1277-80. Poithaat, Ro- 
ggia PorU%f, Rom, p. 1719 e seg. Po$$et 
AtMUeta VcUie. p. 71 e seg. 

32. QUizzARDO : contorcendo i piedi. - 
OOKSORTI: nella colpa e nel sappllsio. 

33. BUCCLà: « perocché la flamma di 
oose ante, quale era questa, pare quasi 
non ardere la materia soggetta, ma sog- 
gere la natura fuori della detta mate- 
ria »] Barg, 

84* roBTi : « quia ipso cum oorpore non 



poterat Ire per ripam arduam > ; Benv. 
La ripa era per Dante troppo scoscesa. I 
versi nascondono per avventura un'al- 
legoria qualsiasi. U rimproverare, coma 
fa U Poeta, al già capo della Chiesa i visi 
suoi e de' suoi pari è assai pericoloso ; ma 
Dante è portato da Virgilio, cioè dalla sa- 
prema autorità secolare. 

85. BIPA : inferiore, ohe jnù giace, cioè 
è pih inclinata, essendo pih bassa deUa 
superiore, poiché Malebolge tutta pende ; 
Inf, XXIV, 87 e seg. 

86. DA LUI : egli stesso ti dirà ohi egli 
da e qual sia la sua colpa. 

87. m' è bkl: mi ò grato; ofr. Purg, 
XXVI, 140. 

88. BIQNOSS: cfr. Jf^. II. 140. < Ta 
maior ; Ubi me est nqunm parere ; Tirg., 
Bdog, V, 4. - PABTO: allontano. 

89. QUEL: ciò che io penso e non ester- 
no ; otr. Ifsf. X. 18; XVI, 118 e seg. 

40. VENIMHO : Dante portato da Virgi- 
lio. La dimanda, come un'ombra potesse 
portare un corpo reale, è oaiosa. Oli spi- 
riti sono dotati, secondo la credensa po- 
polare, di forse fisiche, onde possono por- 
tare la gente non meno del diavolo, ohe 
è lui pure incorporeo. - quabto : come 
quello che separa la tersa dalla quarta bol- 
gia; il primo argine è la roceia, dal cui imo 
si muovono gli scogli; J^A XVIII, 16. 

41. voLOEBf MO : dal ponte verso la bol- 
gia. - stamca : sinistra. 

42. FORACCHIATO : oomo le ripe pieno di 
fori con eutrovi un dannato capovolto ; 
ofr. V. 18 e seg. - abto : stretto. JBm9.s 



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tCIBC. S. BOLO. 8] 



IN7. XIX. 48-56 



[NICCOLÒ III] 188 



i 43 Lo baon maestro ancor della sua anca 

' Non mi dipose, si mi giunse al rotto 

I Di quei che si piangeva con la zanca. 

46 <0 qual che se', che il di sa tien di sotto, 

Anima trista, come pai commessa, > 
Comincia' io a dir, « se paci, fa' motto. » 
49 Io stava come il frate che confessa 

Lo perfido assassin, che, poi eh' è fitto, 
Biohiama lai, per che la morte cessa ; 
63 Ed ei grìdò : « Se' ta già costi ritto. 

Se' ta già costi ritto, Bonifazio ? 
Di parecchi anni mi menti lo scritto. 
» Se' ta si tosto di qaell' aver sazio, 

Per lo qaal non temesti tórre a inganno 



no fnnuninibns mrotit » ; contro 1a 
1. : Arto, porche tatto le 
9 Stretto (!). Al.: Arto, perohò/o- 
tmerhitito, mentre tao to ▼! perde» U fonclo, 
qoaBto ▼' era di rtaio (T). Confesaiamo di 
aoa poter dire con eertessn di oootìii- 
titme per^è chiami gtretta qoesto bolgia. 
Forse il contrario, 1* earieatara delia via 
Mtrttta iMaU. YII, 19)1 

44. sì: AL 8», aischè. - MI oiinras : mi 
eUie a p p res ta t o. - al botto: al foro di 
qoe^ die più degU altri si dibattova 
eo* piedi, ▼. 92. 

tf. FLurasv A : pianffOTB è qni adope- 
rato nel senio proprio del ìàX. pìang&ré 
— hattore, pereootore. Al.: Dava segni di 
dolore, frane. mpìaiginaU, - zanca: gam- 
ba, a ain^. per il piar. Al.: Piedi. « È voce 
viva àancm, cangiate la x in 0, come nella 
frase Asulare a danehs larghe, per dire a 
gaosbe larghe. Zanca o danea è dauqoe 
la gamba, non, come aletmi dicono, il pie- 
de >; OMMrai. Cfr. In/. XXXIV, 79. 

47. ooifMUSA : piantoto come nn palo ; 
fitta in sBodo da combaciare in ogni parto 
ed foro» 

48. SE PUOI : « hoc prò tanto didt, quia 
non Tidebatnr bene Tcrisimile, qaod ilio 
po ss et bene legni, qni hal>ebat os reple- 
tam terra, ideo antor stebat mnltom at- 
teatos >; Biii9. Ma e T. Mf 

49. FBATS : lo Statato municipale di Fi- 
reaae preseriTeva : « Assassinns trahatnr 
ad eaadam mnll sea asini nsqne ad looom 
iastitto, et ItildMn plantotnr capito deor- 
aam. Ite qnod moriator. > La propaga 
assism era pena connine nd medio evo. 



« Aliqoando contingit.... qnod nnns pes* 
simus sioarins damnatns.... ad plantatio- 
nem corporis, poetqnam est podtns in 
fossa com capito deorsnm, revocatoonfes- 
sorem snnm nt conflteatar dbi aliqnid 
peccatam, et dicat sibi aliqnid de novo. 
Tono confessor necessario inclinai anrem 
snam ad torram et attonto ansenltet il- 
Inm »; Bonv. - « Assassino è colai che 
ncdde dtmi per danari, et ò comnne- 
mento condannato in ogni luogo del mon- 
do a tei pena; doò trapiantato in torre. 
B veramento li simoniad sono dmili dli 
assassini ; imperò che, come li simoniad 
Tendono la grada, cod li assasdni ven- 
dono lo vincolo dell'amor natnrde per 
danari, quando uccidono li nomini per 
danari »; BuU. 

SI. CR88A: tien lontana da sé, differisce, 
ritarda. « L'assassino talvolta, a ritarda- 
re d' dcun poco la morto, che operavasi 
col diiq|ere il foro per messo di terra, 
richiamava il frate, fingendo diro pec- 
cato da confessargli »; L, Veni., 8im. 214. 

54. SCRITTO : libro dd futuro, nel qude 
i dannati leggono l'avvenire ; cfr. Ifif. X, 
100 e seg., e nel qude Niccolò III aveva 
letto che Bonilissio VI II doveva venire a 
surrogarlo non prima dd 12 ottobre 1303. 

65. AVKB: ricchesse md acquistate; 
cfr. O. Vm. Vili, 6, 64. 

66. maANNO: d racconta cheBonira- 
do vm inducesse con inganno Celesti- 
no V a rinunciare d papato, cfr. Mttrat,, 
Ann. d'Jt. di' a. 1204, e con inganno d 
facesse quindi deggere papa ; cfr. O. VUL 
VIU,6. 



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184 [CKRC. 8. BOLO. 3] InF. XII. 57-72 



[NICCOLÒ in] 



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70 



La bella donna, e poi di fame strassio ? » 

Tal mi fec'io, quai son color che stanno, 
Per non intender ciò eh' è lor risposto, 
Qaasi scornati, e risponder non sanno. 

AUor Virgilio disse : < Digli tosto : 

^^ Non son colai, non son colni che credi ! , 
Ed io risposi come a me fu impesto. 

Per che lo spirto tutti storse i piedi ; 
Poi, sospirando e con voce di pianto. 
Mi disse : < Dunque che a me richiedi ? 

Se di saper ch'io sia ti cai cotanto. 
Che tu abbi però la ripa corsa, 
Sappi ch'io fui vestito del gran manto; 

E veramente fui fìgliuol dell' orsa. 
Cupido si, per avanzar gli orsatti, ' 
Che su l' avere, e qui me misi in borsa. 



57. DONNA: ChieM; ofr. ^fei. V, 27. 
KelU famoM bolla Tlnam tanctam Boni- 
fazio Vili cita le parole: « una est oo- 
Inmba mea, perfecta niea » , Oant. VI, 8, 
riferendole alla Chiesa. - stbazio : simo- 
neggiando.* Nollo maggiore strazio pnote 
nomo fsre della sna donna, cb' egli ha 
sposata, ohe sottometterla per moneta a 
chi più ne dà »; Ou\ Di Bonifazio Vni 
Sem. Ouido, Vita Boni/, in MuraL, Script. 
III, 1, 670 : « Inccepit aatem qnadam via 
Boam potentiam et papalem magniflcen- 
tiam dilatare. Coias praodeceesor CcBle- 
stìnos miraonla operatos ost In vita soa 
et post mortem. Ipso vero Bonifiboias fe- 
cit mirabilia malta in vita sna, sed eius 
mirabilia in fine mirabiliter defecerant. » 
E Ptol. Lue., Ilist. 6ecl. XXUI, o. 36 : 
« Faotns est futnosus et ancone, ac 
omnium contemtivns » ; con&. Murat., 
Script. XI, 1203. 

68. TAL : rimasi 11 come chi, non avendo 
compreso dò ohe gli fa risposto e creden- 
dosi scornato, non sa ohe debba replicare. 

62. NON SON : avendo Niccolò ripetato ' 
la domanda : 8€^ tu, eoo. v. 62 e seg., Vir- 
gilio dice a Dante che ripeta lai pare la 
risposta. 

64. Tirm: affatto; Al. tutto. Cfr. 
Moore, Orit., 825 e seg. In/. XXXI, 15. 
. 8T0B8B : « In qoesto atto Ditto per papa 
Kicoola si mostra, ohe si pentisse delle 
parole dette di papa Bonifazio ; a dare 
ad intendere, che Tnomo non dee essere 



presantnoso a dire male d' alimi »; Ott. 
- « in signam irte et dolori^. Doloit enim 
qaod iste, non esset Bonifhoias, qaia in 
adventa eios erat cooperlendas ab eo >; 
JB«nv. Così pare B^Ui', Barg., ToA,, VéU , 
CMli, eoo. « Per Tergogna d' aver par- 
lato ad altri che a complice sao »; Tom., 
Poh, eoo. Forse ha ragione il Rù$9.: « Il 
papa Orsini all'adir da Dante eh' ei non 
era qael Bonifazio da lai si avidamente 
atteso, nella speranza di scemare al ve- 
nir di lai la propria pena (poiché a co- 
lor che van sotto si spegne la fiamma 
delle piante [?]). tatU distorse i piedi nel . 
suo dispetto. » 

67. TI GAL: se ti preme tanto di sapere 
ohi io sia, che ta abbi per questo scorsa 
la ripa che ò tra l'argine e questo fosso. 

68. COB8A: Al. SCORSA. 

60. MANTO : papale ; cfr. In/, II, 27. 

70. dkll' obsa : degli Orsini, che se- 
condo VAn. Fior, si scrivevano « de filila 
ar8«Q. » - « Allegoricmnente vaole signi Q- 
care che fu avarissimo, come l' orso, ohe 
è ingordo animale, e mai non si sazia» (t); 
BuH. 

71. AVANZAU: mandare avanti, fv gran- 
di, accrescendone gli averi e la potenza. 
-OKSATTi: la famiglia degli Orsfaii. 

72. su : nel mondo imboriud desari, qol 
nell' Inferno la mia persona. Di KiooolòUI 
G. VUL VII, 54 : «Mentre ta giovane ohe- 
rico e poi cardinale, fa onestissimo e di 
bnona vita, e dicesl ch'era il sao corpo 



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rCIBC. S. B0L6. 3] 



INP. XII. 73-85 



[CLEMSNTB T] 185 



82 



Di sotto al capo mìo son gli altri tratti, 
Ohe precedetter me simoneggiando, 
Per le fessure della pietra piatti. , 

Laggiù cascherò io altresì, quando 
Verrà colui ch'io credea che tu fossi, 
Allor eh' io feci il sùbito dimando. 

Ma più è il tempo già che i piò mi cossi, 
E eh' io son stato cosi sottosopra, 
Oh' ei non starà piantatp coi piò rossi ; 

Chò dopo lui verrà di più laid' opra 
Di vèr ponente un pastor senza legge, 
Tal, che convien che lui e me ricopra. 

Nuovo lason sarà, di cui si legge 



v«rgliie; ma poi che fin éhìAmato papa 
Nìeeola tono» (ta magncnimo, e per lo 
caldoée* suoi eonaorti im p rese molte ooee 
per flv|^ fraudi, e fa de' primi, e il pri- 
ma papa» Bella eoi oorto e* niewa paleee 
rtmoiiia per gh saoi parenti; per la qnal 
eo« ^ aggraa^ molto di poesemionl e 
« metoUa e di moaeto eopra tatti i Bo- 
■lai, ia pooo teaqM> oh* egli vivette. » 
Fa ale tt e papa ael dicembre 1277, e mori 
ilB acoeto 1280. 

73. m sonot gih per la feeeara della 
pietra. - ALTU : papi; « et neoiinem ao- 
, ^aia nollna feerat aate eam ita 
jnftmefoe de etmonJa » ; Bene.- 
TiATri: xaeeolti, cfr. It^f. ni, IM. Al.: 
TSreti gib. Koa ftirono HraH, ma spinti 
già dai loro eaoeeeeori. 

75. PIATTI: appiattati, aaeooeti. 

77. COLUI: BODifiuio Vni. 

78. atraiTO: prematoro. - dimakdo: 
« ee* ta già eoetl ritto, eco. » v. 52. 

V. 7»-87. rapa CiemmUe Y, Nieoo- 
lAIU, eha ei eoeee i piedi già per rent'an- 
ni, pradtee «he Boaifludo VHI (m. 12 ot- 
tobre 1803) atarà lì meno di ▼ent'amii a 
eaoeerai 1 eooi, perohò Terrà prima Cle- 
seato V <m. 20 aprile 1314) a Culo oaeoar 
già. Kieoolò deeeriTe quindi il carattere 
iateM di demente V, il qoale « fti aomo 
metto eapido di moneta, e simoniaco, 
che ogni beaefldo per danari e' aToa in 
■aa eocto; e fa toeeorioeo, die paleee ti 
dieea, che tenea per amica la eonteeea di 
r e le ger ga , beHieeimadonna. aglioola del 
eoBto di Voed»: Q. Tm, IX, SO. 

70. in 0000: ooel propaggiBato. 

SI. OM nft: AL V COI nà. 



82. VE3UUL : quaggiù a star piantato coi 
pièroesi e &r oaecar giù BoniCuio Vili, 
n enoceeeore immediato di Bonif. Vili, 
Benedetto XI (m. 27 loglio 1 303) « Ita bnono 
nomo, e onesto e giasto, e di santa e re- 
ligioaa Tita, e area voglia di fkre ogni 
bene » ; Q. Vili. VIII, 80, onde non andò 
in Inferno. B ohiaro che abbiamo qui on 
vaHcinium post sv&ntum, e ohe qnesti 
▼ersi furono scritti dopo il 20 aprile 1314. 

88. poimrrs : Bertrando del Gotto, ar- 
eìTeeooTo di Bordeaux, ohe ta poi Cle- 
mente V, era Gaasoone, e la Goasoogna 
è al ponente di Boma. - aixzÀ liooe : 
che non bada a remna legge, né divina 
né omana. Clemente V comprò inAune- 
mente il grsn manto, cfr. O. TOZ., Vm, 80; 
trasferì la sede papale in Avignone; fa 
vile schiavo delle Colpevoli voglie di Fi- 
lippo il Bello, etr. J?ayna2., AnnaU ad a. 
1807. Guid., VU. CUm. in Murai., Script. 
Ili, 676; soppresse ingiostissimamen te 
r ordine dei Templari, ingannò perfida- 
mente Arrigo VU. efir. Par, XVII, 82, 
J2ayfia2. ad a. 1812, e ne fece tante altre 
deUesae, da meritarsi anche troppo l'elo- 
gio qui fettogU dal Poeta. Cfr. Endd. 387 
e seg. 

84. LUI : Bonifasio Vm. - ricopra : 
qoi, oocnpsndo l'imbooostara di questo 
foro; e so ael mondo, commettendo tali 
e tento infamie, da hr dimenticare, o al- 
meno parer piociole, quelle commesse da 
me e da Bonifasio VHI. 

85. IA80H: figlio di Simone II e fra- 
tello di Onia III eommi pontefici giudei. 
CoBBprò il pontificato dal re Antlooo, in- 
trodoMe nella aanto città ooetxmii pa- 



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186 tC'SBO. fi. BOLO. 8] InF. XIX. 86-100 



[INVOTT. DI DANTK] 



01 



04 



07 



100 



Ne' ' Maccabei ' ; e come a qael fu molle 

Suo re, cosi fia lai chi Francia regge. » 
Io non so s' io mi fai qai troppo folle^ 

Ch'io pur risposi lai a questo metro: 

€ Deh, or mi di' : quanto tesoro volle 
Nostro Signore in prima da San PietrO| 

Ch' ei ponesse le chiavi in sua balia ? 

Certo non chiese se non : '' Viemmi retro. 
Nò Pier nò gli altri chiesero a Mattia 

Oro od argento, quando fu sortito 

Al loco che perdo l'anima ria. 
Però ti sta', chò tu se' ben punito ; 

£ guarda ben la mal tolta moneta, 

Ch'esser ti fece centra Carlo ardito. 
E se non fosse che ancor lo mi vieta 



gani, eoo. ; ofr. n, Maecah, IV, 7-26; V, 
6-10. 

86. ▲ QUBL: a iMon. - MOLLI : oondi- 
soendenfce, favorevole. 

87 BBS Antioco, re di Sirla. - cht: Fi- 
lippo il Bello, di coi Clemente V fti crea- 
tura; ofr. Mwra;t.,aeript. IX, lOlS, Jfitrat, 
Ann. air a. 130S. 

V. 88-117. Inv€tHva contro ipapi 
simoniaeL Arde 11 Poeta di sdegno, e 
dice gravi parole oontro 1' avari£ia dei 
papi, identifloandoli oolla meretrioe dei- 
l'Apooalieae e deplorando la donasione 
di Costantino. 

88. FOLLB : stolto a perder qnl 11 tempo 
nel fftre rimproveri ad nn dannato. Al.: 
Temerario, osando tal lìngoaggio verso 
Sna Santità. 

80. MBTBO : di qoesto tenore : « a qne- 
sto modo posto in versi » ; BuH, Ctr. lT\f, 
VII, 88. 

00. DI* : dimmi nn po': quanto denaro 
richiese Cristo da San Pietro prima di 
dargli le chiavi del regno dei dell ; ofr. 
Matt. XVI, 10. 

03. viBUMi: ofr. MatL IV, 10. Marc. 
I, 17. Oiov. XXI, 10. 

04. ALTBI: Apostoli, compagni di San 

Pietro. - CHIBSBBO: Al. TOLBEBO, loS. 

che al Foac. pare « pih oalsante, ove si 
parli di sirooniaoi potenti e di Papi ohe 
rappresentando San Pietro non chièdono 
ma jrigìiano. » Vedi pare Z. F., 11 1 e seg. 
- Mattla. : eletto apostolo in luogo di 
Qioda il traditore; ofr. AUi I, 16-26. 



07. TI STA*: stai a te, non fiatare ; oppu- 
re : statti costì; ohòta sei punito A dovere. 

08. OUABDA: custodisci. Amar» Ironia. 
« Pecunia tua teoum sit in perditioaem » ; 
Act, Vin, 20. - MOMBTA : forse « può in- 
tendersi partioolarmente quella che fa 
detto aver Niccolò Orsini ricevuta da 
Giovanni Precida, per consentire alla 
rìbeUione di Sicilia, ordite dal Procida 
centra Carlo, la quale scoppiò poi col 
fìftmoso Vespro Siciliano. » JSom. 

00. Cablo : d' Anglò. Quasi tutti inten- 
dono dell'oro bizantino recato da GHo- 
vanni di Procida a Nioodò III per com- 
perarne l'assentimento nella congiura 
oontro Carlo I d'Angiò ; ofr. Q.Tia.Ta, 
64, 67. Ma Niccolò « fa bene ardito con- 
tro Carlo pria del 1280, epoca supposta 
della corrusione. L'avea spogliato della 
dignità di Senatore di Koma, e di Vi- 
cario in Toscana ; battuto ed attraver- 
sato in mille guise fin dal primo istante 
che pose piede nella cattedra di S. Pie- 
tro : onde l' ardimento oontro Carlo friat- 
tosto si deve intendere di questi tetti 
certi, che del supposto disegno della oon- 
giura, che per certo non ebbe effotto 
dalla parte di Niccolò, morto nel 1280. X 
le parole mal toUa tnoneta, meglio si ri- 
feriscono alla non dubbia approprlasione 
delle decime ecclesiastiche, e del ritratto 
degU Steti deUa Chiesa, che alla baratta- 
ria »; Amari, Vctp, Sic. Appena, 

100. AHOOB : anohe adesso ohe ti trvro 
qui tra' dannati. 



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[ente. •. BOLO. 3] IVF. XIX. 101-111 [IHTXTT. DI DASTt] 187 



m 



IM 



La riverenza delle somme chiavi, 
Ohe tn tenesti nella vita lieta, 

T oserei parole ancor più gravi ; 

Che la vostra avarìzia il mondo attrista, 
Calcando i bnoni e sollevando i pravL 

Di voi, pastor, s'accorse il Vangelista, 
Quando colei, che siede sopra l'acque, 
Fnttaneggiar co' regi a Ini fd vista; 

Qaella che con le sette teste nacque, 
£ dalle dieci coma ebbe argomento, 
Ein che virtute al suo marito piacque. 



1«S. lotta: tele Mnlm tà dannati, 
/V. VI, 51; X, 60, 83; XV. «. 67.«C'è 
aaehe «a po' di sucmbio, qoMi t oonwo 
1» défate della Mia Tite p<mtifleid6»;B0Cf<. 

19S. UHBn: e le naa TeimBiente nel 
Tcni tegqenti, 

IM. vonsA: di Tiri pastori. - il moh- 
DO: lammeata le m^fte genti ohe la lapa 
/«' §ià viotr gram»! i»S- I. 51. - attei- 
■ta: «eebeattroootidiaiuuiieiiteacdde 
6 perieola le eHU, le oentrade, le dnga- 
lari poraone, tento quanto Io dooto rao- 
ni i e i rt o d'arere appo akimof » Onmm, 
IV. 11. 

It6. CAUCAHDO : « eooo la eagkme, per* 
ebè H paatorifliiDOiiiaai deUa aantoChieea 
iaaao triato fl nondo, per eh' ellino oal- 
euM i Umniì non accettandoli a* henillci, 
perette non hanno che dare; et inalsino 
li rei per danari, aocettendoli a' benefici : 
e eoli danno materia a* cherki d'essere 
tiktt, e non carare se non d* aTore da- 
nari, sperando per quelli d'ottoMr» ogni 
grasia » ; Bitfi. - sollktajido : AL su 
LKTA3UIO, les. inattendibile, benché di- 
fesa da Z. F., 113. 

106. B' Aoconn: «Ti scorse e giudicò 
prsMsndo» ; Tvm^ - Vanoeusta: S. Oio- 
Tanni neU'iipoealiMt XVH, il qoal capi- 
tolo mol esser letto per intendere qoeetl * 
▼end di Dante. H Vangelisto parla di 
Roma pagana; Dante, con tanti altri, 
intende di Boma cristiana, pap ale. 

107. OOLBI ; Soma, 4po«. XVn, 18 ; per 
Danto la S. Sede. -aoqub: popoli, genti 
• lingve; Jpoe. XVII, 15. 

108.PI7RAHICGGIAB: • Bsssr» a totte le 
Tokmtà del re. Matteo Villani (Ub. I, 
eap. 01) dice del oonto d'ATclUno, che 
•SMd's^Mi porte jncttBfKjryioto»; SeCK. 

106. Tnrn: monti, Jpe«. XVU, 0. - 



lULOQUS: il Vangeliste la ride sin da prin- 
cipio a cavallo deUa bestia daUe sette te- 
stoedieoiooma; «Md., 3. Seeondo alconi 
interpreti, la bestia e la donna sono in 
sostansa la stessa eosa. «Onde fl Poe- 
ta, confondendo Insienie la donna e la 
bestia, scorse nel loro com ple sso nna 
figura della Chiesa ai re prostitoite »; 
J2o«f. 

110. K DALLE : il BtUi TwA die si leggat 
u> HA LB DOECi CORNA, fondandosi sol 
passo ApwML XVn, 7: « Et dicam tibi 
sacramentom molieris, et bestiJD qo«D 
portet eam, qoje kahti capite septem et 
eomaa decem. » Ma la les. ò del tatto 
priradt autorità. - coBif a : dieci re, Apoc, 
XVII, 13. Cosi interprete VA^ocàliMm sé 
stessa. Danto sembra però ayere inteso 
dlTorsamento. Bomò^ rode nella mere- 
tricelaranlte mondana ; nelle setto tosto 
1 setto peccati mortali ; nelle dieci corna 
died fiMaoirioalUonM, o trasgressioni dei 
died precetti del decalogo, eoe MegUo 
P«<r.I>aYtf..- «Meretrix gnbematìo eede- 
sin est; bestia corpus ecdesi» est; septem 
capita, septem virtates, sea septem dona 
Spiritos saacti; decem comoa, decem 
pnecepte legis Mosaics.... A qoibas eor- 
nibos donee pastor Bodeei» habolt or- 
pwmentttm, id est nonnam et modnm 
gnbemandi, plaenit d rirtoa. » Secondo 
Btnv* la meretrice è la earia romana; 
la bestia che ella caralca, la chiesa mi- 
litanto; le setto testo sono i doni dello 
Spirito Sento, oppure le setto virtù car- 
dinali ; le died coma I died comanda- 
menti; mwnU> ò il papa, Ticario di 
Cristo, eco. Secondo altri antichi le setto 
testo figurano i setto sacramenti; cfr. 
Cbm. JAf, n, 760 e seg. - abqomshtoi 
freno. 



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188 [CEBO. 8. BOLO. 3] InF.,XIX* 112-122 [fNVKTT. DI DANTE] 



112 



115 



118 



121 



Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento: 
E che altro è da voi agi' idolatre. 
Se non ch'egli uno, e voi n'orate cento? 

Ahi, Oostantin, di quanto mal fu maire, 
Non la tua conversion, ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco patre ! > 

E mentre io gli cantava coiai noie, 
ira coscienza che il mordesse. 
Forte spingava con ambo le piote. 

Io credo ben che al mio duca piacesse. 
Con si contenta labbia sempre attese 



112. DIO: « Simalaora gentlam argon- 
tam et «nrom » ; FmoI. GXIII, 4. - « Ar- 
gon tmn snnm, et aamm snam feoeront 
8ibi idolft » ; Oiea Vm, 4. - « Ayarns.... 
e«t idolorom servitna > ; Bpheè. V, 5. - 
« Ayarltta est aimalaorornm serritns»; 
Oolo: ni, 5. 

113. CBB ALTBO : qaal' altra differensa. 
-IDOLATBR: ant. plnr. regolare di idola* 
tra; oggi idolatri ì ofir. Nannuec., Teor. 
de' N'orni, 140 e sog., 284 e sog. 

114. BGLl: eglino, gì* idolatre. - UNO: 
idolo. - OBATB: adorate. Per altro i pa- 
gani non adorano un solo idolo. Onde il 
(kioU (Nuova inUrpr, d'unv. di Dante 
Veroelli, 1855) apiega : « Voi fate peg- 
gio di qnanto facesse il popolo d'Israele 
quando volse ad idolatria, poich' egli ai 
accontentò di un idolo d'oro onioo {E- 
eod. XXXII, 4, 8, 1», 20, 24. Sol. CV, 
19), mentre voi fote deità d' ogni pezzo 
d' oro e d' argento. » - 8erra9.: . « (jaot 
florenos habetis, tot Deos honoratis. » 
- Alooni leggono : BR NON ch'eoli è uno, 
e Z, jP., 112 osserva: « Per questa nao- 
Ta (?) e splendida (f) lez. la satira scop- 
pia amariflsima oltre ogni dire; perchò 
torna a qnello di chi dicesse ad altri: 
qnal di£ferenEa fra te ed nn assassino, 
se non ch'egli uccide e tu ammazzi? 
Ninna differenza. E ninna pare trai si- 
moniaci e gì' idolatri : perchò dee notarsi 
che qui non vnol già inferire il Poeta 
che passi tale o tal altra differenza fra 
costoro, come sarebbe dall' uno al dae 
ecc., bend che non ve ne corre alcn- 
na. » Invece Foto.: «Cinque codd. della 
Chr.: 8B NON ch' kgli ò UNO, nò mi gio- 
vano a chiarire il verso che per me fa, 
ed ò, e sarà, temo, oscurissimo. Certo 
gì' idolatri, non che orare ed adorare nn 
wlo Dio, sacridcavano a pih di cento. » 



A noi pare che il senso sia: Per nn Dio 
che adorano gì' idolatri, voi ne adorate 
cento; dunque il cento per ano, e toì 
cento volte peggiorL 

116. iiATBB : madre, cagione. Matre an- 
ticam. anche in prosa. 

116. C0NVRB8I0N: al crisUanesimo. > 
DOTE : la famosa donazione di Costantino 
a papa Silvestro, ai tempi di Dante cre- 
duta un fatto storico ; cfr. De Mon. II, 
18 ; in, 10. Ifkf. XXVII, 94 e seg. Purg, 
XXXU. 124 e seg. Par, XX, 55 e se^. 
Oom, Dipi. 1\ 328. II, 753 e seg.; Ili, 
548 e seg. EneicL 640 e seg. 

117. PATBB: padre, papa Silvestro, i 
cai predecessori non possedevano nulla. 

V, 118-138. BUorno sullo 9eoglio, 
All' adire le parole di Dante, Sua Santità 
guizza co' piedi, dando come de* calci 
nel vano, a dò spinto o dall' ira o dai 
rimorsi della oosdenza. Virgilio sembra 
approvare con lieto volto l' ardire (t. 
88) del suo allievo, cui egli prende e 
porta su sino a mezzo il ponte che at- 
traversa la quarta bolgia. 

118. cantava: diceva apertamente 
tali note, cioò tali parole. 

120. 8PINOAVA : agitava, scoteva i pie- 
di. Al. 8PBIN0AVA. Cfr. Z, F., 114. Siane, 
Vereuch I, 181 e seg. - piotb : piante 
dei piedi. «Cnm ambabus plantis pe- 
dum, quos duoebat et exagitabat altra 
modum solitum.... interim dum dictarem 
sibi talea contnmelias, ita quod cantns 
poeticus erat sibi plus amarus, quam can- 
tns ftierit unquam dulcis, quem audiaset 
in choro vlvens»; Ben9, 

121. PIACESSE: il cantare ootai noie a 
Sua Santità. 

122. i^ABBiA: aspetto, volto; JnA VII, 
7 ; XXV, 21. Pwrg. XXUI, 47. -ATTESE : 
ascoltò attentamente; fece attensione. 



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[CEEC. 8. BOLO. 8] 



iNF. Iix;i23-133 



[RITORNO] 189 



Lo SQon delle parole vere espresse. 

i2i Però con ambo le braccia mi prese, 

E poi che tatto sa mi s' ebbe al petto, 
Rimontò per la via onde discese ; 

1^ Kò si stancò d'avermi a sé distretto, 

Si men portò sovra il colmo dell' arco, 
Che dal quarto al quinto argine è tragetto. 

^ Qaivi soavemente spose il carco, 

Soave per lo scoglio sconcio ed erto. 
Che sarebbe alle capre duro varco : 

i^ Indi un altro vallon mi fa scoperto. 



123. viRB: Toraci (cfr. Jr\f. II, 135), 
bacile ardite. - EBFBxaaM: pronnnciate 
chittimente. 

HL mò : « esprime V aito ooneegnente 
^' adon precedente; vale a dire oheVir- 
gOio tatto contento del dieooreo &tto da 
I>uit« (fero) lo prese con ambe le braccia, 
òoè eoD istrettiaaimo amplomo»; Bos9. 

U6. HI 8* KBBS : m* ebbe levato sa di 
PMo al 800 petto. 

126. PKB LA. VLA.: soir argine. 

127. DI8TSBTTO: Strettamente abbrac- 
ciato. AI. BisTRBTTO. Kon al stancò di 
t«D«nni stretto al sao petto, finché mi 
ebbe portato sol colmo, ecc. 

128. sì : Binchò, come v. 44. Al. sì MI 
fonò e sì US poetò. 



120. È TBAGETTO : ò passaggio, attra- 
versa la quarta bolgia. 

130. QUIVI : sol colmo dell' arco. - aro- * 
SE: depose. Al. Foss; c£r. Z. F., lU e 
seg. Fitn/., Stud, 157 e seg. 

131. SOAVE : avv.: depose il carico della 
mia persona soavemente, perqhò lo sco- 
glio era sconcio ed erto. Secondo altri 
toaveò qoi agg. —il soave carico (t!) della 
mia cara persona. Si depone an carico 
jmr nno scoglio) 

132. DUUO: difficile; vi passerebbero 
a fatica le capre. Veramente quegli sco- 
gli non erano £atti per persone vive. 

133. niDi : da qnel laogo, cioè d' in snl 
colmo deir arco si offerse agli occhi miei 
an altro vallone, ohe ò la quarta bolgia. 



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190 [CEBO. 8. BOLO. 4] IlfP. fx. 1-9 [INDOVINI] 



CANTO VENTESIMO 



CEBCmO OTTAVO 

BOLGIA QUARTA : INDOVINI 

(Hftnno U o*po linkTolto e firn ritroso calle) 



ANPIABAO, TIBB8IA, ARONTA, MANTO, ORIGINE DI MANTOVA, 

EURIPILO, MICHELE SCOTTO, ASDENTE 

ED ALTRI INDOVINI MODERNI 



Di nuova pena mi convien far versi, 
E dar materia al ventesimo canto 
Della prima canzon, eh' è de' sommersi. 

4 Io era già disposto tutto quanto 

A riguardai^ nello scoperto fondo, 
Che si hagnava d'angoscioso pianto; 

7 E vidi gente per lo vallon tondo 

Venir, tacendo e lagrimando, al passo 
Che fanno le letane in questo mondo. 

Y. 1-30. La pena degl'indovini. colmo dell'arco, ofr. Inf. XIX, 128. In- 
Laggiù nella qaarta bolgia ò ona gente vece B^nv.: «Hoc prò tanto dioit, quia ai- 
che va piangendo a passi lenti e misn- moniaoi in tertla bnlgia snnt ooopertì 
rati, il capo stravolto, guardando i^l'ln- snb terra, et adnlatoree in secnnda bnl- 
dietro e facendo ritroso calle. Sono gli già snnt cooperti snb steroore ; sed divi- 
indovini ohe pretendono di vedere il ta- natores ibant apparenter per ftindum 
turo, e non vedono nemmeno il presente; ipsins vallis ». Ma qni parla solo del sito, 
vollero vedere troppo davanti, e sono co- non degli abitatori, 
stretti agnardare indietro. Dante piange 6. bi baohava. : tanto copiose essendo 
di compassione ; ma Virgilio gliene fk le lagrime degli indovini, 
acerbo rimprovero, essendo tal compas- 8. tacendo : sembra che a motivo dello 
Siene quasi nn biasimo della divina gin- strano stravolgimento, gli indovini Ab. 
stilla. biano perduto la facoltà della fAvella : 

1. HUOYA pmA : singolare castigo. iniktti nessuno di essi parla. Vollero par- 

8. OANZOH: la cantica dell' Inferno, che lar troppo, e qui non posson parlare. « 

tratta dei dannati. - sommessi : nella vo- laori mando : d' Inutil pentimento, 

ragine infernale. 9. lrtans: gr. Xtrdwiat, lat. UianUm, 

i. disposto : m'era già posto a rignar- oggi comunemente litanie, SuppUcaiioni, 

dare colla massima attensione. ^piasioni; qni per Processioni. Vuol dir« 

5. acOPiBTO : per i Poeti, che erano sul che venivano lentamente e tacitamente . 



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[CnC. 8. BOLO. 4] 



iNF. XX. 10-28 



[INDOVINI] 191 



28 



Come il viso mi scese in lor più basso, 
Mirabilmente apparve esser travolto 
Giascuq. tra 'I mento e '1 principio del casso; 

Cbè dalle reni era tornato il volto, 
Ed indietro venir gli convenla, 
Perchè il veder dinanzi era lor tolto. 

Forse per forza già di parlasia 
Si travolse cosi alcxm del tutto ; 
Ma io noi vidi, nò credo che sia. 

Se Dio ti lasci, lettor, prender fratto 
Di toa lezione, or pensa per te stesso 
Gom'io potea tener lo ^so asciutto, 

Quando la nostra imagine da presso 
Vidi si torta, che il pianto degli occhi 
Le natiche bagnava per lo fesso. 

Certo i' piangea, poggiato ad un de' rocchi 
Del duro scoglio, si che la mia scorta 
Mi disse : < Ancor se' tu degli altri sciocchi ? 

Qui vive la pietà, quando è ben morta. 



« Questo loro andare piodno.... è per op- 
paitle del (raeeorrere eh* eglino fedone 
eolio Intelletto In gindieare le ooeedi long! 
et lontane, et in qoeeto modo perderono 
et non aeppono le preeenti »; An. Fior, 

le^TBO: oeeliL-BAeeo:« Stando Dante 
in hiago elemto, e tenendo aempre gli oe» 
eU IÌbA ta quella gente, la qoale nel eot- 
ttpeato Tallone Toniva alla aaa Tolta, è 
BMaifeato ebe gU era bieogno di abbae- 
«rii a mano a mano ehe qnella aTridna* 
tmì a lai; onde la fraae equivale a dire: 
qaaado eed furono più preaeo, più sotto 
mB»iBr. B. 

11. MTiKABiuiJarTB: In golaa da prodnr 
BararigUa, oome cosa non mai vedata. 

12. TRA *L MUTO: AL DAL MBITrO. - 

CAflSO: testo, pettof ofr. Jfir. Xn. 123. 
Dal mento al prindpio dd easso è lo 
•pado di tutto il ooUo, meato della to- 
so, onde nsdroMO le stolte ^edid<ml. 

IS. BAua WMKi: solle reni, dalla parte 
dalle reni - tobmato : straToIto, girato ; 
ofr. Purg. XXYin, 148. 

14. au: loro. Al.: A daaeono, t. 12. 

15. TOLTO : non aTondo il tìso davanti, 
ma di dietro. « Kox vobis prò visione 
siit, et t enebr» toWs prò diTÌnatione »; 

Mìa. ni, 6. 

16. rAiMBÌA: paraHaia, morbo obe 



storce le membra amane, o ne impedi- 
sce il n^to uso. ParkuHa ò forma ant. 
oome p<Hietico per paraletico, o parali- 
tioo. Cfr. Bncid., 1488. 

18. HE CRKDO : nd credo ; non credo cbe 
alcuno d travolgesse eod. Secondo FikU. 
tali travdgimentl per pardld non sono 
inandiy. 

19. FBUTTO : trar profitto. « Fmetos 
bnins lectlonis est, qood leotor discat 
ezpensis istorom, non inqoirere vane fb- 
tora, et dioere malta mendada cnm per- 
ditione aaimie et irridono sai »; Benv, 

20. LiziOHB : lettura del poema. 

32. HOSTRA : umana, in quel dannati. 

24. FUSO : fessura delle naticbe. 

25. Kocxmi : plur. di roeekio « peazo di 
legno, o di sasso, o di simil materia, il 
quale non ecceda una certa grandessa, 
spiccato dal tronco, e di flgm che tiri 
al dlindiico »; Pa^f, Qui intende di uno 
dd masd prominenti da quello scoglio 
sul qoale erano 1 due Poeti} cfr. Iisf, 
XXVI. 17. 

27. AiicoB ! anche tu ; oppure sei ancor 
sempre, dopo quanto vedesti t Al. SK* tu 
AHCOK, lezione che ikvorisoe la seconda 
interpretadone. 

28. vivs: qui, nel basso Inferno, ò devo- 
done il non sentir compasdone. Qìvoef 



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192 [CERC. 8. BOLO. 4] Inf. XX. 29-37 



[INDOVINI ANTICHI] 



31 



34 



37 



Chi è più scellerato che colai, 

Che al giudicio divin passion comporta ? 

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui 
S'aperse agli occhi de* Teban la terra ! 
Per ch'ei grìdavan tutti: " Dove rui, 

Anfiarào ? Perchè lasci la guerra? „ 
E non restò di minare a valle 
Fino a Minos, che ciascheduno afferra. 

Mira che ha fatto petto delle spalle : 



di parole, come Par. IV, 105. Dante mo- 
strò oompassione di Ciacco, di France- 
Boa, di Pier delle Vi^e, ecc., nò Virgilio 
gliene fé* rimproTcro, anzi egli pare mo- 
strò compassione, In/. IV, 19 e seg. 
Qae* che peccarono per inoontinensa, son 
degni di compassione ; gli altri no. Ma, 
non soggiacciono anche i primi al giusto 
gindisio di Dio? - « Quelli eh' ò pietoso ò 
giusto ; e giustida vele, secondo che l'uo- 
mo aopera, abbia merito di bene e di male. 
Adunque, non dee uomo esser pietoso di 
vedere punire i malfattori de la giustizia 
che vuole Iddio »; An. 8el. - * Non aver 
pietà delli infernali ò esser pietoso » ; 
BtUi. - «L'anime de' beati sono concorde 
alla volontà di Dio, altrimenti non sareb- 
bono beate ; et pertanto conviene che in 
quel grado che Iddio le pone, o basso o 
alto ohe 'I grado sia, in quello sieno con- 
tente. Onde seguita che di quelle anime 
che la giustizia di Dio condanna allo In- 
ferno, che ciascheduno debba esser con- 
tento di tale giustizia; et chi contradi- 
cesse coir animo, discorderebbe dal vo- 
lere di Dio » ; An, Fior. - Dante segue 
qui S. Tommaso, secondo il quale « Sancti 
de pcenis impiorum gaudebunt, »non già 
delle pene « per sé stesse » ma « per aoci- 
dens, considerando in eis divinie institi» 
ordinem » ; Sum. th.. Ili, Sappi., 04, 3. 
Cfr. Ingug'uUo, Nota al v. 28 del canto 
XX deU'In/., GHrgenti, 1891. Della Tor- 
re, La piHà nelVIf\femo danUico, Mi- 
lano, 1893. 

30. PASSION COMPORTA: COSÌ i più; Al. 
C0MPAB8I0N POBTA ; Al. PASSIOIf POBTA. 

Oft. BeUi, Scruti Dani., 20 e sog. Z. 
F., 116. Moore, Orit., 82« e seg. Blaw, 
Veriuch I, 183 e seg., Quale sia la vera 
lezione, ò difficfle, e forse impossibile de- 
cidere. In ogni caso il senso è: Chi ò 
più scellerato di colui che soffre movi- 
menti di compassione nel cuor suo, mi* 



mudo gli effetti della divina giustizia! 
Ma si può aver oompassione di un mi- 
sero, pur riconoscendo che Iddio è giu- 
sto e che il misero miete ciò ohe ha semi- 
nato. L'enigma contenuto in questi verti 
itrani aspetta ancora il suo Edipo. Cfir. 
Bozzo, Ragionamento critico intorno ad 
un luogo famoso della Div, Oom,, Pa- 
lermo, 1830. Marvffi., Sopra un luogo 
della Oomm. finora non bene interpre- 
tato, Aquila, 1895. 

V. 31-39. Anfiarào» Mostra Virgilio a 
Dante e gli nomina alcuni de* più fiunosi 
indovini dell' antichità (sino al v. 114) e 
dei tempi che per Dante erano moderni. 
Il primo ò Anflarao, 'AjiKptdpaoq, figlio 
di Oideo e di Ipermnestra (ApoUod. I, 
8, 2. Paui. II, 21. Pind., Ol, VI, 20), 
uno dei sette re ohe assediarono Tebe 
per rimettervi 11 re Polinloe. Co' suoi 
indovinamenti conobbe ohe, prendendo 
parte alla spedizione dei sette, avrebbe 
perduto la vita, onde si tenne nascosto. 
Tradito da sua moglie (ApoUod. I, 9, 13. 
Paus. II, 6) dovette però andarvi anche 
lui. Bd un giorno, mentre armeggiava 
sul suo carro. Giove aperse la terra eoo 
un fùlmine, ed Anflarao ne venne inghiot* 
tito sotto gli occhi dei Tebani {AfoOod, 
III, 6, 8. Pind.. Nem, IX, 51 e seg. Paut. 
IX, 8. Stai., Theb. VII, 690 e seg.). Al- 
cmeone suo figlio ne vendicò la morte uc- 
cidendo la madre ; cfr. Purg, XII, 50 e 
seg. Par, IV, 103 e seg. 

88. BUI: lai. rui$t dove rovini f « Qui 
pneceps per inane ruis t » Parole deri- 
sorie dei Tebani assediati, Ueti della di- 
sgrazia di Anflarao. 

35. A VALLI: sin giù nell'Inferno, i 
cui cerchi sono detti tante volte valli; 
cfr. Slot., 1. e. 

86. Mncos : cfr. J^A V, 4. - affbrba: 
nessun dannato potendo sottrarsi al suo 
gindisio ; cfr. It^. V, 4 e seg. 



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ICEBO. S. BOLe. 4] 



iNF. XX. 38-52 [INDOVINI ANTICHI] 198 



M 



Perchè volle veder troppo davante, 
Dìretro guarda e fa retroso calle. 

Vedi Tìresìa, che mntò sembiante, 
Quando di maschio femmina divenne, 
Cangiandosi le membra tutte quante ; 

E prima, poi, ribàtter gli convenne 
Li due serpenti avvolti, con la verga. 
Che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quel che al ventre gli s'atterga, 
Che ne' monti di Luni, dove ronca 
Lo Carrarese che di sotto alberga. 

Ebbe tra' bianchi marmi la spelonca 
Per sua dimora; onde a guardar le stelle 
E il mar non gli era la veduta tronca. 

E quella che ricopre le mammelle, 



S8. DAVAHFB: imD* ftTTflnire. Booo la 
nglooe delift p«iift in questa bolgia. 

SS. FA BBTBoeo CALLE : è Olat. re^ror- 
ma» iUrfaeU. 

V. 40-45. Tir^tUu U seoondo indovino 
antioo è Tireda, TetpeouK;, figlio di Ere- 
ro e d^la alnik Cartolo (Hom,, Odyi, X, 
491 e aeg.), Q celebre indorino dell' eser- 
dio greoo dorante la gnerra di Tebe, 
padre di Manto. Tra molte altre coee la 
■dtologift raoconta di Ini, ohe, avendo vo- 
lato Mparam colla eoa verga dae ser- 
penti aaa oroe an iente congiunti, divenne 
fomminft, e non potè tornare allo stato 
waerhlks ae non qoando sette anni dopo 
giaaae con la stessa verga a ribattere i 
dae sottti serpenti ohe gli si olTersero 
dinaasi assnfflkti mentre passeggiava; 
efir. 09id., Mèi. IH, 824 e seg. 

4A. wrmnàWTK : apparensa e Agora. 

4S. eu: a Tiresia oomo; AI. lb, cioè 
a Tlreaia (bounlna. 

45. FimuB: barba; qoi U parte per il 
tatto; le membra di maschio. «Forma 
pcior lediit, genltivaqoe venit imago »; 
OvML. L e, 831. In qoel f/tn^ta imagti 
vedi la barba virile, che Dante espresse 
oca la frase wiaté Mki penne. Cfr. Purg, 
I. 43. 

V. 46-61. Artmta. Tene indovino del- 
l' antishitè d Aronta. Ikmoeo arospice 
etrusco, che al tempi delle goerre cìtìU 
tre Oesam e Pompeo abitava 1 monti 
deOa Lonigiana e vatldnè U goerra d- 
▼ile e la vittoria di Cesare ;ofr.l>u0«fi., 
PkMre. I. 580 e scg. 

18. -> 2Kv. Onnni., 4» edia. 



46. qubl : Al. quu ; cfr. Z. F., 116. - 
ou 8' ATTXBOA ; aocosta il tergo al ventre 
di Tireaia. Essendo travolti hanno ambe- 
due il ventre di dietro e il tergo dinanzi. 

47. Lum: Lttean. 1. e: « Armns Inco- 
loit desertiD mcenla LonfiB», Al.: Luea. 
Dante leeseXttmr, e intese di Loni, dita 
presso laft>cede]lalfagra(cfr. e. yia.1,66), 
ohe diede il nome alla Lonigiana; cfr. 
Baee. 845 e seg. Eneid. 1165. Par. XVI, 
73. -borca: coltiva. «Ma forse arron- 
care ha qoi il dgnifloato di arromare, 
vooe viva in molte parti del nostro pae- 
se, e fra qoeste n^la Lonigiana, a si- 
gnifloare essere ono aflhtioato o intento 
e assidoo al lavoro » ; Oavemt 

49. MABMi: le cave nel Carrarese. 

50. LB 8TBLLB! ofr. Lueun,, Phari. I, 
5B2 e seg. 

51. TROHCA : troncate, impedite. Dal- 
l' alto loogo dove abito va, poteva vedere 
le stelle ed il mare per le soe specola- 
idoni e divinazioni. 

V. 62-57. Manto, Ecco ona donna ohe, 
avendo travolto il capo, copre le mam- 
melle colle chiome. È Manto, l' indovina 
Tebana, figlia di Tiresia, la qoale, m'>r- 
tole il padre, per sottrarsi aUa tirannia 
di Creonte, foggi da Tebe, venne in Lom- 
bardia e si stebill colà, dove ta poi fon- 
data la dttà di Mantova ; cfr. Virg., Aen. 
X. 108 e seg. Ovid,, Met, VI, 157. 8UU., 
Theb. IV, 463 e seg.; VU, 758 e seg. Di 
ona apparento contraddidone vedi so- 
pra Purg. XXn, 118; cfr. Oom. Hp§. 
n, 431 e seg. 



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194 [CERO. 8. BOLO. 4] Inp. IX. 53-65 



[Mantova: 



55 



58 



61 



64 



Che tu non ve(ìi, con le treccie sciolte, 

E ha di là ogni pilosa pelle, 
Manto fu, che cercò per terre molte; 

Poscia si pose là dove nacqu' io ; 

Onde un poco mi piace che m' ascolte. 
Poscia che il padre suo di vita uscio, 

E venne serva la città di Baco, 

Questa gran tempo per lo mondo gio. 
Suso in Italia bella giace un laco 

Appiè dell'alpe che serra la Magna 

Sovra Tirali!, e' ha nome Benaoo. 
Per mille fonti, credo, e più si bagna. 

Tra Garda e Val Camonica, Apennino 



54. DI LÀ: di dietro. 

^5. CRRCÒ : Tisitò, percorse ; ofr. li^, 
XXI, 124. Fuggita da Tebe, andò errando 
per molti paeei prima di fermar sua di- 
mora in Lombardia. 

56. Li: a Mantova. Virgilio nacque 
ad Atidee presso Mantova. 

V. 58 W. Origine di Maniava. La 
menzione di Manto indnoe Virgilio a 
fare nna digressione, raooontando le ori- 
gini di Mantova sna patria. Descrive il 
Iago di Garda, dal qnale deriva il Min- 
cio, ohe forma una palude, nel oni messo 
Mantova ò sitoata. Racconta come ap- 
punto lì si fermasse a fervi sue arti 
Manto, dopo essere fuggita da Tebe ed 
andata errando in piti parti del mondo» 
e come dopo la sna morte fosse ivi fon- 
data la città che da Manto fti denominata. 
« Qui Dante per bocca di Virgilio attri- 
buisce alla Tebana Manto, figlia di Ti- 
reeia, quello che fti detto della Italiana 
Manto, madre di Ocno, il quale, secondo 
alcuni, fondò Man tua, denominandola 
dalla sna genitrice profetessa » ; Roti, 
Sopra t versi 61 e seg., dei quali si è 
tanto e tanto variamente disputato, cfr. 
PeriiM, Deteritioru di Verona, Vero- 
na, 1820. II, 210 e seg.. 216. 285. eoe. - 
Scolari, Lettera iui confini Veroneti $ 
Trentini, Treviso, 1827. - Aiquini, Sugli 
antichi confini dei territorio deUaprovin' 
da Voroné9«, Verona, lS2fÌ.-Tiboni,Quàl 
luogo tul lago diOarda oeeennaDanté nei 
veni 6769 dèi O. XX deU' If\f., Brescia, 
1868. - Ferr€uH, IV, 889 e seg.; V, 844 
e seg. - Blane, Vernich I, 185 e seg. 

58. PAOBB: Tiresia. - uscio : mori 



58. SERVA : del tiranno Creonte. - Ba- 
co: Bacco, come galeoto per galeotto, 
JnA Vili, 17 ; Enne per Erinni, Inf, 
IX, 45, ecc. Tebe era sacra a Baooo, Ivi 
partorito da Semole. 

60. QUESTA : costei. Manto, andò lan- 
go tempo errando per il mondo. 

61. LACO : lago, come preeo per pre- 
go, ecc. n lago di Garda. 

62. LA Maona : 1* Allemagna, detta an- 
ticamente la Magna. I piti scrivono Xm- 
magna e Benv. Alamagna. Il eerrala- 
magna del piti del codd. si può leggei*e 
in questo modo o in quello. 

68. TlRALLi: Tirolo. Alcuni vogliono 
che si scriva JSroUo, trovandosi in do- 
cumenti del medio evo TiroHi o TiroiHe. 
Ma TiKALLi o TiBALLO ò les. del più del 
codd. eoosl hannoLon , Ott , Benv., Bufi, 
An. Fior., Serrae., Barg., Land., Tal., 
VeU., OeUi, Oatt, ecc., mentre Tiroli i 
non si trova in nessuno degli antichi, 
tranne nel Dan. -Bbnaoo : Benaeut, no- 
me antico del lago di Garda. 

64. SI bagna: r Appennino, A^psf pomo, 
uno di quei monti della catena tra Garda 
e Val Camonica, al cui piede scorre il 
Toscolano. 

65. Val Camonica : una delle maggiori 
valli della Lombardia; si estende piti di 
50 miglia dai gioghi di Tonale, e da quello 
dei monti a messodì di Bormio Ifaio al 
lago d' Iseo. La formano due bracd delle 
ramifloadoni delle Alpi Betlohe, e dal suo 
fondo scorre il fiume Ogllo, ohe scende a 
formare 11 lago d* Iseo. Al. Val di Mo- 
nica, lesione troppo sprovvista di auto- 
rità. Ctt. Z. F., 117 e seg. Lwria, L'Ita- 



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■P J I 't* 



[CSBO. & BOLO. 4] 



iNF. II. 66-80 



[MAHTOYA] 195 



S7 



?0 



n 



78 



Dell'acqua che nel detto lago stagna. 

Loco è nel mezzo là, dove il trentino 
Pastore, e quel di Brescia, e il veronese 
Segnar potria, se fèsse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese 
Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Ove la riva intorno più discese. 

Ivi convien che tatto quanto caschi 

Ciò che in grembo a Benaco star non può, 
E fassi fiume giù pei verdi paschi. 

Tosto che l'acqua a correr mette co'. 
Non più Benaco, ma Mincio si chiama 
Pino a Governo, dove cade in Po. 

Non molto ha corso, che trova una lama. 
Nella qual si distende e la impaluda, 



Ua nétta Die. Oom. Hant.. 1868, p. 00. 
Bau., 404 e aeg. Lorenzi, La leggenda 
éi DanU, Trento. 1897, p. 18 e aeg. - 
AFxaoraiO: Al. Pbnuiho monte delle 
Alpi Pwmfaie, da non oonfonderoi, con 
Ben», ed altri, colla catena degli Appen- 
nini che divide per il longo l' ItaUa. Cfir. 
Lorwnzi, La ruina di qua da Trento, 
Trento, 1896, p. 49 e aeg. 

67. LOCO : Al. LUOGO ; l' isola dei Frati, 
ora teda Lecchi, dicono gli uni ; il Cam- 
pioae, dioono altri ; e di nnovo altri pre- 
tendono che qneeto ponto comnne aia o 
Féechiera, o qaalche altro laogo; cfr. 
BèbngHeri in Albo Dante$eo Veronese, 
153 e aeg. - ZotU, Vieita di P. Al. nel 
Trentino, Trento, 1864, p. 58. - Kandler 
ad Oon^pon. detta Soe. Min. di Triéète, 
p. 80 e seg. Oom. Lip. I*, 334. Ferr.,Han. 
TV, 3£9; V. 314 e seg. Baet., 409 e seg. 
CU deeldet-«Conianqne ala, il Poeta 
ha volato deacrivere il lago nella ana 
hmgheaaa dall' Alpe al Mindo in coi 
sbocca, e accennare per qnella via le 
principali città trameazo alle qoali ei 
giace » ; Br. B. 

68. PJLBTOBB: Tcaooyo. 

09. sioHAB : benedire, il ohe non è le- 
cito al veacoTO ohe entro 1 confini della 
soa dioeeai. Donqne: o il Inogo di col 
paria Dante d li confine delle tre dioeeai, 
o an «oggetto eodeaiaBtioamente a tntti 
e tee I TeecoY! qui menslonati.- potbìa : 
Al. fobU. -> FÈ88B: Csoeaae. Cfr. Non- 
mtc.. Verbi, 630, 666, 668 e aeg. Al. %ìl 
fOflMj cfr. JCoor^ OriL, 827 e aeg. 



70. SUEDI: 070 la riva intomo è dire* 
nata più bassa è sitoata Peschiera. - ab- 
Nsai: gli antichi spiegano: Ornamento, 
cioè della contrada; 1 moderni : Baluardo, 
rocca (dal ted. RamiMehf o dal celtico 
Barn -> ferro f). La Or.: « Forteaza o al- 
tro Ediflslo. » 

71. FBONTKGOIAB : Ux fronte. « In qne' 
tempi agevolmente Bresciani e Berga- 
maschi doyeano esser oongianti insieme 
contro 1 aignori della Scala»; Dan, 

72. BIVA: del Benaco. - discbsb: di- 
scende, è più baasa. 

73. TUTTO: tatta l' aoqoa ohe non pnò 
easere con tonata nel Iago, conviene ohe 
trabocchi In qaeato laogo. 

76. PASCHI: le verdi pastore veronesi. 

76. MBTTB co*: mette capo, oominoia il 
ano corso. « Il Po non aarebbe Po, ae 
l'Adda e il Tioln non d metteaaer co' »; 
Frov, toso. 

77. Mincio: fiame che col nome di 
Saroa o Mincio aaperiore diacende dai 
monti di Tonale, entra a Biva nel lago 
di Garda, e ne eace a Peaohiera ; ginnto 
a Kivalta, ai dilata nel lago di Mantova 
che cinge intomo la città, indi prose* 
gae il 800 corso e si getta nel Po a Qo- 
vemolo dopo 65 ohil. di corso. 

78. GovEBiro: oggi Govemolo, borgo 
alla destra del Mincio, nel ponto dove 
qaeato flome ai aoarioa in Po. 

79. LAMA: pianara dove ai formano 
stagni: laguna. 

80. IMPALUDA : rende paludosa, ne fia 
nna palade. 

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196 [CBBC. 8. BOLO. 4] Imf. XX. 81-98 



[MANTOVA] 



82 



85 



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01 



04 



07 



E suol di state talor esser grama. 

Quindi passando, la vergine cruda 
Vide terra nel mezzo del pantano, 
Senza cultura e d'abitanti nuda. 

Li, per fuggire ogni consorzio umano, 
Ristette co' suoi servi a far sue arti, 
E visse, e vi lasciò suo corpo vano. 

Gli uomini poi, che intomo erano sparti, 
S'accolsero a quel loco, ch'era forte 
Per lo pantan che avea da tutte parti. 

Fèr la città sovra quell'ossa morte,* 
E per colei che il loco prima elesse, 
Mantova l'appellar senz'altro sorte. 

Già fur le genti sue dentro più spesse. 
Prima che la mattla di Casalodi 
Da Pinamonte inganno ricevesse. 

Però t' assenno, che, se tu mai odi 
Originar la mia terra altrimenti. 



81. GRAMA: tristo, infelice, «qolasci' 
licei modica aqaa et inflrma est ibi; ex 
modica enim aqaa corrampitar palasi 
deinde aer»; Beno. 

82. vsBGimc: Manto, ancor denteila 
qaando venne in Italia; cfr. Stat.» Theb. 
IV, 463 e seg. - cruda : orndele. 

84. mjDA: spogliato, deserto. 

86. SBRVi : nomini ! Ma. se voleva fug- 
gire ogni consorxio amano, i »ervi sa» 
ranno stoti spiriti abbidienti a lei. -arti: 
magiche. 

87. VANO : vnoto, privo dell' anima ; 
morto. Cfr. Purg, V, 102. 

01. OB0A: snlla tomba di Manto. 

03. 80RTK: « anticamente si nsava, 
qaando si dovea ponere nome ad alcuno 
loogo, di gittarne sorte, e secondo qaello 
che le sorti diesano, cosi avevano no- 
me » ; Lan. 

04. 0PE8SB! Mantova ta già piti po- 
polato. 

05. MATTÌA: mattetsa, balordaggine. - 
Casalodi: conti gaelfi, g\k signori di 
Mantova, scacciati nel 1269 per opera 
di Pinamonto, la coi signoria darò sino 
al 1201. « Costoro, non parendo loro 
avere ne la citto baono stoto, o forse per 
Boprastare loro vicini, o fiare vendette, fe- 
ciono lega con ano barone del paese che 
si chiamava PinamonU, e presero la si- 
gnoria, e molti ne cacciarono e aeciso- 



no. B poco stante Pinamonto caodò an- 
che loro con molti altri, e rimase la 
signoria tatto a Pinamonto. Questi me- 
nomò molto la citto tà. ohe mai non tornò 
in primo stoto >; An, Stl, - « Ad qaod 
soiendnm est qaod Casalodi est oastel- 
lam in territorio brixlensi, andeAiernnt 
nobiles oomites, olim domioatorea oivi- 
totis mantoanse, qnos PinanMnte de Bo- 
nacosis, civis mantoanos, fallaoiter et 
sagaciter sednzit. Krat siqaidem Pina- 
monto magnas et aadax, habena ma- 
gnam seqnelam in popnlo. Bt cnm Man- 
tate essetmaltonobilitasodiosaet infesto 
pepalo, Pinamonto persnasit corniti Al- 
berto tane regenti, at mitteret oertos 
nobiles, prasoipne snspectos, extra per 
castella ad certnm tompas, et ipee inte- 
rim plaoaret Airiam plebelomm irato- 
ram. Qao facto cam magno tamoltn et 
plaasa popoli, ipso invasit dominiom 
Manta»; et continne cmdelitor exter* 
minavit qaasi omnes fiunilias |iobUea et 
famosas ferro et igne, domos evertens, 
viros maotons et lelegans, eto.»; Benv, 
Cosi in sostanza anche gli altri com. 
ant. Cfr. Murai., Ser^. XX, 728 e seg. 

07. t' ASBUiifO : ti istroisco, ti avverto. 
-ODI: potova leggerlo nell'JTnéùfs dello 
stesso Virgilio, X, 108 e seg. 

08. ORioucAS: racoontor di versamento 
la storia dell' origine di Mantova. 



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[CIEC. «. BOLO/4] 



IXT. XX. 99-114 



[BUBIPILO] 197 



109 



103 



1C6 



1C9 



113 



La verità nulla menzogna frodi. > 

Ed io : « Maestro^ i taoi ragionamenti 
Hi 8on si certi, e prendon si mia fede, 
Che gli altri mi sarian carboni spenti. 

Ma dimmi, della gente che procede, 
Se ta ne vedi alcon degno di nota ; 
Che solo a ciò la mia mente rifiede. » 

AUor mi disse : € Qael che dalla gota 
Porge la barba in sa le spalle brune 
Tu, quando Grecia fu di maschi vota 

Si, che appena rimaser per le cane. 
Augure ; e diede il punto con Calcanta 
In Aulide a tagliar la prima fune. 

Euripilo ebbe nome; e cosi il canta 
L' alta mia tragedia in alcun loco : 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 



90. Fsooi : nulla mensogiift fiicda torto 
•1 ▼«ro; non orederìa. 

V. lM-1 14. BuHpOo. Dante al mostra 
pHi bramoso di considerare i dannati lar- 
gita nella bolgia, che non di ndirsi raccon- 
tare la storia della fòndasione di Man- 
tera. Onde dice a Virgilio: « Ti presto 
lède assolata ; ma parlami adesso di quel- 
la gente laggiù, se vedi alcono degno 
& essere nominato, che non penso ad al- 
tro. » Virgilio gli addita on altro Indovi- 
no éen* antichità, Boripilo, EópóxvXo^ 
daini escntcato Jan. II, 118 e seg.«Aye- 
▼SDoiOreeinn altro augure, chiamato 
£aiipflo, a eoi diedero Calcante per com- 
pagno a snerifieare e divinure ciò che 
dorerà saceedere secondo le coee occor- 
renti, e oomandare dò ohe conoscevano 
«ssere riconta de' loro Del. Furono dun- 
que XoTff^lo e Calcante quelli ohe pla- 
eamao giù Dei, e nel punto che loro par- 
re p4à prospero, fecero levare proietti 
ed ÉEBcore dalle navi del greco porto di 
Anlide, e mettere in viaggio V armata di 
Grecia, ebe ivi era congregata»; Barg. 

!•!. rsxHDOH: si acquistano così la 



102. ALT» : ragionamenti. - spium : 
|»eapsel di riscaldarmi il onore. 

103. PBOCXDK: si STausa nella bolgia. 
105. BiFiKmt: il mio spirito non mira 

né si ferma che a dò. MiJUde da rifedir*: 
tonare a fedire, o fe^re. Al. siBiVDi ; 
€fr. Z. #*., 120. 



107. FOBGB: stenda latino porW^. - 
BPALLB: essendo travolto. 

108. VOTA : perchè andati tutti alPas- 
sedlo di Troia. 

109. CUNE: vi rimasero appeua i bam- 
bini in culla. Oana, lat. eunm, per culla, 
è VOGO dell'uso. 

110. AUGURB: lat. auQur. Colui che 
presso gli antichi, osservando il volo e 
il canto degli uccelli, il beccare dei pol- 
li, ecc., pronosticava il futuro. - dibdc : 
sognò r ora fovorevole al Air vela. - Cal- 
CAMTA! Rd^x<K} d* xoXxaCvcD, comune- 
mente Calcante, sacerdote ed augure 
greco ^al tempo della guerra troiana la 
cui lunga dorata egli predisse; ett Hom,, 
II. I, 68 e seg. ; II, 800 e seg. Virg., Atn. 
li. 114 e seg. Ovid., Mei. XII, 10 e seg. 
Di Oakanta per Calcante ofr. Nannuc, 
Nomi, 237 e seg. 

111. AULIDS: AvXù;,, città della Beo- 
sia, dove Agamennone radunò V eserdto 
greco. Cir. Uom., II. II, 804, 496, ecc. - 
TAQUAR: a sciogliere la fune alla nave 
e fer vela. 

113. tbagbdìa: alla greca,, invece di 
tragèdia ; V Eneide. « Per tragoediam sn- 
periorem stilum induimus, per cornee^ 
diam inferiorem » ; De Vulg. El. II, 4. - 
ALCUN LOCO: II, 114 e SOg. 

V, 116-180. Ifidóvini moderni. Dopo 
avergli mostrato e nominato alcuni anti- 
chi, Virgilio mostra e nomina a Dante 
alcuni indovini del suo secolo ; qnindi lo 

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198 [CEBO. 8. BOLG. 4] IMF. XX. 115-128 [INDOTINI MODEBKl] 



115 



118 



121 



Qaeli' altro, che ne' fianchi è cosi poco, 
Michele Scotto fa, che veramente 
Delle magiche frode seppe il gioco. 

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, 
Ohe avere inteso al cacio ed allo spago 
Ora vorrebbe, ma tardi si pente: 

Vedi le triste che lasciaron l' ago. 
La spola e il faso, e fecersi indovine; 
Fecer malie con erbe e con imago. 



inTite a Mgairlo, facendosi già mattiiia. 
Abbandonano la quarta bolgia e si arri- 
olnano alla qnlnt*. 

116. POCO: magro, strntto, sottile. 
Al. : ohe ha l'abito si attuiate. Ma nel- 
r Inferno le anime non hanno abiti ; cfr. 
Jnf, m, 100. 

116. Micheli Scotto : sooesese di na- 
sione, celebre medioo ed astrologo di 
Federigo n imperatore. Dicono vi resse 
oltre il 1200. Scrisse nn commento sopra 
Aristotele ed altri libri di filosofia, astro- 
logia ed alchimia. Lo si credeva un grande 
stregone, e come tale il nome sdo si è con- 
serrato nella bocca del popolo in Isoor.ia. 
Di lai Q. ViU, X, 104, 140; XII, 19, 92. 
Boee., Dee. Vili , 9 . - « Fuit valde perìtns 
in magids artibns et scentia angari qni 
temporibns snis potissime stetit in onda 
Federici Imperatorie > ; Bamhgl. - « Fu 
di Scozia grande maestro d* arte magica, 
e insegnonne tanto agli Scotti, che an- 
che non fanno passo che arte magica 
non segniscano. B insegnò loro portare 
calce bianche e gonelle con maniche on- 
scite insieme » ; An. Sei. - « Si ragiona 
ch'essendo in Bologna, e usando con 
gentili uomini e cavalieri, e mangiando 
come s'nsa tra essi in brigata a casa 
r uno dell' altro, quando venia la volta 
a lui d'apparecchiare, mal non faceva 
fare alcuna cosa di cucina in casa, ma 
avea spiriti a suo comandamento, che li 
fkcea levare lo lesso dalla cucina dello 
re di Francia, lo resto da quella del re 
d' Inghilterra, le tramesse di quella del 
re di Cicilia, lo pane d' nn luogo, e '1 
vino d' un altro, confetti e frutta là onde 
li piacea ; e queste vivande dava alla sua 
brigata, poi dopo pasto 11 contava: del 
lesso lo re di Francia fi nostro oste, del 
resto quel d'Inghilterra, ecc.»; Lan. 
Lo stesso raccontano pure BuH ed altri. 
"Ifr. la lunga nota del Filai, a questo 



luogo. Anche nei tempi moderni si lis- 
veleggia nella Soosia, e non poco, di que- 
sto ikmoso mago. Cfr. HiaL littér, de la 
Franee, XX, 48 e sQg. Matml, Slor. dH 
Deeam., 511 e seg. 

117. GIOCO : arte vana ; « magioarum 
artium ludi »; Arnob,, Adv. gmd. I. Cflr. 
Tertul., ApoL, o. 28. 

118. BoHATTi : da Forlì ; celebre astro- 
logo e molto affezionato al conte Guido 
da Montefeltro. Viveva verso la fine del 
secolo XIII. Scrisse « Decem traotatas 
astronomie » ohe gli acquistarono il ti- 
tolo di principe degli astrologhi. O. ViU, 
VII, 81 lo dice « ricopritore di tetti. » Di 
Bonatti scrive a lango l' anonimo autore 
degli Annales ForoliviemU t otr. Murat , 
Script, XXII, 150, 233 e seg., 237 e seg. 
- « Usava costui di stare nel campanile 
della mastra chiesa, e faoea armare tutta 
la gente del conte da Montefeltro, poi 
quando era l' ora, e questi dava alla cam- 
pana, e tutti sallano a cavallo e uso&aao 
verso li nemici •;Lan. Cosi pure OU., eoo. 
Bmv. racconta di costui alcune partico- 
larità, copiate in parte dall' autore degli 
Annoi. Foroliv.' ABVS.WTE: «il calzolaio 
di Parma > ; Oonv. IV, 16. > « Dimissa arte 
sua dedit se totum dlrinationi, et saepe 
multa ventura pr»dixit qu» ventura 
erant, cum magna hominum admin^ 
tiene; credo ego potlus a natura, quam 
a literatura, cum esset llterarum igna- 
rus»; Benv. 

119. nmtso : Al. ATTK80. Si pente trop- 
po tardi di non aver badato a fare il cia- 
battino, lasciando stare l'arte deU' in- 
dovino. 

121. TBISTS: streghe. Non ne nomina 
nessuna particolarmente. 

122. INDOVINB: Al. DIVIKB; oflP. Z. F,, 
121 e seg. 

123. KBBB: con estratti di erbe parti- 
colari e con imagini di cera. « Puossi fkre 



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tene. & BOLO. 4] Inf. rz. 124-130 Tindovini modkrni] 199 



m 



m 



138 



Ma Vienne ornai, che già tiene il confine 
D'ambedae gli emisperì, e tocca Tonda 
Sotto Sibilia, Caino e le spine, 

E già iernotte fa la lana tonda: 
Ben ten dee ricordar, che non ti nocqae 
Alcona volta per la selva fonda. » 

SI mi parlava, ed andavamo introcqae. 



Bi&e por virtù di certo erbe mediaotl 
•kone parole, o per imegine di cere o 
i'tàkn iktto in certi ponti, et per certo 
nodo che, tenoido qneeto imaginl al ftao* 
co, ofteeeedo loro epilletti nel capo, oooi 
pan ebo senta ooloi a eoi imagine elle 
Meo fiate, come imagine ohe al atmg- 
ga ai foooo »; An. Fior, 

lU. covnvB : dei due emiaferl, oioò 
^ Porgatorio e di Oeraaalemme, ohe è 
att'Mtremità della peniaola Itpanica, doe 
Sndi di là da SirigUa. 

128. Cinto : la luna. Il volgo credeva, 
k naeehio della lana essere Caino che 
faniaba una forcata di spine; ofr. Par. 
n, 50. Conp. n, 14. 

127. TOHDA : piena. - « Vuoi dire ohe 
It Iona al trova al zenit di Oade (così 
^te appella Cadice, Par, XX VII, 82). 
A Gado fl pnnto ove finisce 1* emisfero 
^cmatre ohe ha per centro lerosalein, 
e eoododa remisfero acqneo che ha per 
^^>^ Purgatorio. Il ponto opposto 
« Gado è il Gange {Purg. II, 15). So la 
hua fosso piena, avremmo : 



Ifesaodì in Oange . . . ore 18 
If attino in lernsalem . ore 12 
Mexsanotto in Gade . . ore 6 
Sera in Porgatorio ... ore 24 

Ma avendo la Inna ritardata drea un'ora, 
poiché si trova al sedicesimo giorno, bi- 
sogna a quelle ore aggiungere qaest'al- 
tra ora. Onde segno che in lernsalem 
sono ore 18. » Nociti, 

128. NON TI KOCQUB: ti gioVÒ COl SUO 

lume rischiarandoti la via. 

129. ALCUXA VOLTA: di tratto in tratto f 
VQol forse accennare con qnesta frase 
che passò ben piti di nna sola netto nella 
selva profonda In coi era smarrito! 

130. IHTBOCQUB: intanto, mentre Vir- 
gilio corà mi parlava: Introcque è il lat. 
inter hoc. Nel De Vulg. El, Danto cito 
questo voce come esempio di brutto par- 
lare (I, 12). Ma nel suo Inferno il Poeto 
usa non poche voci che in altre circo- 
stanae egli sarebbe stoto il primo a con- 
dannare. Il linguaggio è adattoto alla 
materia. 



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200 [CEBC. 8. BOLO. 6] InP. XXI. 1-9 



[BABÀTTIBKlJ 



CANTO VENTESIMOPRIMO 



OEECHIO OTTAVO 
BOLGIA quinta: BABATTIEBT 

(Immersi nella pece bollente) 



UN MAGISTRATO LUCCHESE, I MALEBRANCHE^ MALACODA 
COMICA INFERNALE 



Cosi di ponte in ponte, altro parlando, 
Che la mia commedia cantar non cura, 
Venimmo ; e tenevamo il colmo, quando 

Ristemmo per veder P altra fessura 
Di Malebolge e gli altri pianti vani ; 
E vidila mirabilmente oscura. 

Quale nell'arsenà de' Viniziani 
Bolle l'inverno la tenace pece 
A rimpalmar li legni lor non sani, 



V. 1-21. La bolgia dei baraUieri. 

Nella qnlnta bolgia è an lago di pece, nel 
qnale sono immersi i barattieri ohe pian- 
gono e enfolano. Cercarono in vita di ope- 
rare nelle tenebre, per meglio ricoprire i 
loro perfidi intrighi, e qui sono così nasco- 
sti e coperti da non poter esser vednti. 
Non si curarono della ginstitia, della ve- 
rità e della lealtà, onde sono qni in preda 
a diavoli bugiardi e senea legge, sleali 
e cradeli. 

1. DI PONTI: da qnel della quarta a 
quello della quinta bolgia. - altro : di 
altre cose che qui non si registrano ; cfr. 
Jr\r. rv, 104 e seg. 

3. TEinvAMO: eravamo sul punto pih 
alto dell'arco quinto. 

4. FESSURA : bolgia, quasi fenditura di 
terreno, detta altrove /owa. 

6. YAKi: perchè nulla giovano. 

7. ABSENÀ : corà con piti codd. Bambgl. 



ed altri. I più ahzahà ; cfr. Z. F., 122 e 
seg. « Che debba dirsi anenà e non ar- 
tema. Io si rileva da molti documenti e 
dall' antica pianta di Venesla.... ot* è 
scritto chiaramente Arsenà »} BaroMxi, 
D. € il 8U0 8ee,, p. 801. Invece B€Ui J, 
105: « Arzanà è una voce da usarsi, sic- 
come quella che viene da ananar, ohe 
in venexiano vuol dire arginare. Onde si 
ò fatto l' arxar^à, cioè 1* arginato. » Cfr. 
Blane, Veriueh 1, 189 e seg. Dante intende 
dell'arsenale vecchio, eretto nel 1104, 
ingrandito verso il 1808, considerato ai 
tempi del Poeta come uno dei più impor- 
tanti dell* Baropa. Cfr. Sedarit LàUeté 
filologiche di marina, Ven., 1844, p. 45 
e seg. Boti., 454 e seg. Soli* etimologia 
della voce (dall'arabico ddrfanah^omaa 
d'industria) cfr. Diez, Wort, I*, 34. 

9. A RIMPALMAR: destiusta a rfmpe- 
dare i navigli rotti o maloonoi. 



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[CIBC* 8. BOIG. 5] 



lOT. XII. 10-26 



[BABATTIERI] 201 



18 



19 



Cbè navicar non ponno, e in qnella vece 
Chi fa il sao legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a qnel che più viaggi fece ; 

Chi ribatte da proda, e chi da poppa; 
Altri fa remi, ed altri volge sarte ; 
Ohi terzemolo ed artimon rintoppa ; 

Tal, non per fuoco, ma per divina arte. 
Belila laggiuso una pegola spessa. 
Che inviscava la ripa da ogni parte. 

Io vedea lei, ma non vedeva in essa 
Ma' che le bolle che il boUor levava, 
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 

Mentr'io laggiù fisamente mirava. 

Lo duca mio, dicendo : € Guarda, guarda ! », 
Mi trasse a so dal Ioqo dov'io stava. 

Allor mi volsi come l'uom, cui tarda 
Di veder quel che gli convien fuggire. 



19. CMk: perchè d* inverno 1 Veneziani 
non poMono narigare. AL CRK senza ac- 
eeato, cioò « ohe (— i legni lor non sani) 
aaa pomionaTieare > ^interpretazione ohe 
rende la eoatmaione troppo intricata. - 
▼KB: inrreoe di navigare. Al.: E in qnel- 
reeoaafone, in qnel tempo (i). 

U. UBTOPPA: oala&ta; ritnra le Iìbs- 
sare eoUa atoppa. 

13. coerrs: lati della nave. 
13* smain: oon chiodi. 

14. TOU3X : attortiglia la canape ftM)en- 
io mrte, ohe sono i oocdsmi delle navi, 
laveee di va ... . volob parecchi oodd. 
baaaio fax .... volooh ; oonfr. Moitré, 

15. TKSZKBUOLO : la Véla minore della 
nave, la qoale« porta tre vele : nna gran- 
de, che al chiama ortfmontf; nna mezsana, 
la quale tH chiama la tMizwna, ed nn' al- 
tra mteore, ohe si chiama tenemoìo^; 
Arti.- BiKTOrpA: rattoppa, rappezza, 
mette nnore toppe. 

17. PBOOLA: pece densa. 
It. nrvncAVA: intonacava. 

19. LEI : la pece. « Il barattiere al può 
ben vedere, ma non la ftrande che ti vnol 
«are, che qneeta sta nel ano seereto »; 

y«a. 

20. MA'CHV: ftiorohè; ofr. Inf, IV, 26. 
HeDa pece non vedeva ohe le bolle levate 
dall'iatemo bollore sulla snperfleie, e ve- 



deva la pece tutta gonflarri e riabbaa- 
sarai allo scoppiar delle bolle. 

21. RiSKDBB; « linde tremor terria, 
qua vi maria alta tnmesoant Oblcibna 
mptia mraasqne in se ipsa reddant »; 
Virg., Georg. II, 479-480. 

V. 22-57. 1/anmian di Santa SSita. 
Viene nn diavolo con nn barattiere Ino- 
cheae che egli bntta giù dal ponte nel 
Iago di pece. Attnlfatosi, il barattiere 
toma an convolto, e i diavoli lo adden- 
tano, aohemendolo, coi loro rai&. Avendo 
il Poeta taciato il nome di coatnl, il vo- 
lerlo indovinare aarebbe fiatlca gettata. 
Ne tacciono il nome Bambgl., An. 8el., 
lae. DavU., Lan., OU., Fetr. Dant., Oaa., 
Folto Boee., Benv., ecc. « Altri voglion 
dire che fosse Martino Bottiao, il quale 
mori nel 1300, l' anno che 1* autor finge 
che avesse questa fantasìa, il venerdì 
santo la notte sopra il sabbato santo, 
intendendosi del primo venerdì di mar- 
zo t e fti costui nn gran cittadino in Lucca 
al tempo suo, e oonoorse con Bonturo Dati 
e con altri nomini di bassa mano, che reg- 
gevano allora Lucca »; BvH. Cfr. Minu- 
toli, in Dante e il tuo tee., 211 e aeg. 

23. GUARDA: guardati. 

24. LOCO: sponda del ponte. 

25. TABDA: pare miir anni, perchè de- 
sidera ardentemente ; è sommamente an- 
sioso di vedere ; cflr. J^A IX, 0. 

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202 [OEBO. 8. BOLO. 6] IH7. XXI. 27-89 



[ANZIAN DI 8. ZITA] 



81 



34 



87 



E coi paura sùbita sgagliarda, 

Che, per veder, non indugia il partire ; 
E vidi dietro a noi un diavoi nero 
Correndo sa per lo scoglio venire. 

Ahi, qoanto egli era nell'aspetto fiero! 
E quanto mi parea nelF atto acerbo, 
Con l'ale aperte, e sovra i pie leggiero ! 

L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 
Carcava un peccator con ambo l'anche, 
E quei tenea de' piò ghermito il nerbo. 

Del nostro ponte disse : « Malebranche, 
Ecco un degli anzian di Santa Zita ! 
Mettetel sotto, ch'io tomo per anche 



27. BGAOLlARDAt toglie le fone; « Vi- 
res snbtnhit ipae timor »; Ovid,, Heroid, 
XIV. 182. 

28. CHB : il quale, sebbene gnmrdl, non 
rista però di fuggire, ma guarda e fugge 
nello stesso tempo, stimolato dalla curio- 
sità e dalla panra ; guarda faggendo. 

88. APKBTE : per volare. - lkooi£RO : 
camminando e volando insieme. Qaeeto 
demonio è dipinto quale appunto oel mo- 
strano infinite opere d'arte del medio 
evo. Cfr. Or(^f, Demonologia di D., p. 20 
e seg. 

84. L* omBO : quarto caso. - acuto : 
appuntato e rialsato. 

36. CASCAVA : gravava. - peccatoh: 
primo caso. « H peccator carcava l'omero 
del dimonio ; et il dimenio, avendolo in 
sullo omero a guisa che fk il lupo la pe- 
cora (7), et tenealo, avendo fitto gì' un- 
ghioni ne' nerbi che sono sopra' piedi, 
tra' piedi e le gambe •; An. Fior, - « TTn 
peccatore con ambo io sue anche cari- 
cava e premea l'omero del diavolo ch'era 
acuminato e sollevato per superbia di 
ricca preda; e quella brutta bestia gli 
tenea ghermito oon quelle unghiaoce un- 
cinate il collo del piede; o sia un pec- 
catore era a cavaldoni sull'omero d'un 
diavolo, che lo tenea strettamente af- 
ferrato pei piedi »; Sou, Ad onta di 
quanto ha detto altrove, If\f. TU, 121 e 
seg.. Dante si attiene qui (e Ir\f. XXV II, 
121 e seg.) alla comune credensa de' tempi 
suoi, secondo la quale le anime malvage 
sono porute via dai diavoli, e qualche 
volta anche i corpi. 

87. DBL HOSTSO : d'in sul ponte, dove 



eravamo io e Virgilio, il demonio diaae. 
Altri punteggiano: « Dkl hostbo por- 
ti » DISSI, « o Malkbbanchi, » doè t 
« O Malebranche del nostro ponte. » Kon 
pare però che ogni ponte abbia i saol 
diavoli, o Malebranche, spedali, ansi dal 
versi 115 e seg. come pure dal C. seg. 
sembra risultare indubbiamente il con- 
trario, poichò i McUebranehé vanno coi 
due Poeti, nò questi incontrano altri Ma- 
lebranche Un modo simile If\f. XXIV, 
97: da nottra proda, doò dalla proda 
ov' eravamo Virgilio ed io. Cfr. Blane, 
Vertuch, 102 e seg. - Malkbrakcbb : no- 
me generico dei demoni di questa bolgia, 
così chiamati dai loro unghioni ed uncini, 
e dair esser custodi di qne' ohe abbrat^ 
careno con branche maU, doò ingiuste. 

88. ANZIAN: magistrati supremi di 
Lucca, come i Priori a Firenie. - Santa 
ZfTA: Lucca, co8\ chiamata dalla protet- 
trice della città. Santa Zita fti oriunda di 
un villaggio su quel di PontremoU, nata 
nel 1218 da poveri genitori, morta il 27 
aprile dd 1287. Essa ò « la Pamèla de la 
legende ; c'était une pauvre servante quo 
son maitre vonlait sòduire »; Ampère, - 
« La famiglia dei Fatindli, nella quale 
avea vissuto oon officio di fkntesoa, ne 
conservò il corpo nella cappella gentili- 
■ia che possedeva nella chiesa di S. Fre- 
diano a Lucca »; Vemon, Ii\f. voi. IH, 
p. 153 ; cfr. ivi tav. LXm. Otrini, Mem, 
degli eeriUori della Lunigiana, Massa, 
1829. II, 222 e sog. MontreuU Sara, Ti4 
de SainU Zita, Par., 1845. 

89. PKB ANCHE: per altri, a prenderne 
degli altri. AL: Io tomo da capo. 



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[CDC. 8. BOLO, ff] 



IHF. XXI. 40-49 [Anzuiv di s. ziti] 



A quella terra ch'io n'ho ben fornita: 
Ognnn Ve barattier, fdor che Bonturo; 
Del 'no' per li donar yi si fa 4ta'. » 

Laggiù il buttò; e per lo scoglio duro 
Si volse ; e mai non fd mastino sciolto 
Con tanta fretta a seguitar lo furo. 

Quei s' attuffÒ, e tornò su conyolto ; 
Ma i demon, che del ponte avean coverchio, 
Oridàr: € Qui non ha loco il Santo Volto! 

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio ! 



città, eioè Loooa. - ob' io 
K*BO :« lo sono per addortene Msai di ita 
tUo, Imperò cb* ho bea fornita qneU* 
tenm éi tal eondlsUme »; Lan, Qoesto 
ttugiuifglo & sentire rarrogaoM di po- 
tare e U gloift maUgna de* diavoli. AL 

CME ■* t BKS VOBHITA. 

41. BOBTUBO ; Bontoro Dati, capo della 
parte popolare di Locca, nomo anai an- 
torerole. DI Ini cfr. MwrtU,, Setifi. XY, 
m e ee^.; X. 6M. O, YiU, VII. 122. Mi- 
wOàU ìnD.eil avo $te., 212 e seg. Oom, 
lÀpi, I*. 849 e eeg., Eneid., 260. I più 
lo dicono U peggiore tra' barattieri lao- 
ebeii del tempo, onde si ayrebbe in que- 
sto Terso un'amara ironia. « Fnit ma- 
gane popnlaris in dvitate predicta »; 
Bamògl. -«Sasendo rloho mercatante 
per goadagniare nel presente modo in 
ebomane i' esser mercatatesco dimise » ; 
Tee. DattL - « Fn lo maggior barattieri 
di palagio obe fbese o si sappia in quella 
«ittade »; Xtf». - « Qoi mazimns est »; 
Ous. - « Fait arebibaratarins, qoi saga- 
eìter dncebat et yersabat illnd oommn- 
ne totnm, et dabat officia qnlbns Tole- 
bat ; slmUiter ezdodebat qnoe Tolebat > ; 
Bmuf. > « Fn grandissimo barattiere e ta 
grande cittadino di Locca, et ogni barat- 
tarla fdoe per denari »; BvH, - « Ynol 
dire eli* è II maggiore barattieri di to- 
roao »; An. Fior, Oli altri Trecentisti 
tacciono. Alcuni posteriori poi si ayri- 
ssBO die Bonturo non fosse colpevole di 
baratteria, e cbe qui si parli propria- 
mente e non per ironia. Cfr. LueeheMini, 
Open, Locca, 1B82, 1, 4i»^62. Todetehini, 
n, 370 e seg. Z. F„ 128 e seg. 

42. ita: ■). Ita ut, ita tutor, ita exo- 
fumtìir, fbrmole giudiziarie di attestati, 
mandati, sentense, ecc. di qoe* magi- 
stratL > « In Lucca.... a obi de* esser 
detto di no neUi offid è detto di si; et 



a obi non ba ragione, è Ibtto cbe Tabbia 
per li denari »; BuH. 

46. Fimo : ladrone ; aatlcam. aaobe in 
prosa. Su questa roce cfr. Dies, Rom, 
eram. I*, p. 24. 82. Fort. I*, p. 102. Co- 
str.: Can inastino disdetto non ta mai 
si veloce ad inseguire il ladro, come Ai 
veloce qnd diavolo a tornare indietro. 
Al.: Mastino non là mai sdolto con tanta 
fretto. Ha qui si tratta ddla fretto nd 
correre. 

46. ooirvoLTO : « coIIa scbiena in su, si 
cbe testo e gambe restarono nella pece. 
Tale atteggiamento, che pare in parto 
d'uno che adori, stusdoai demooi al sar- 
casmo : If on giova qui 1* adorasione del 
Santo Volto, cui tanto aveto in pregio 
voi altri Luoched ; gli ò troppo tordi » ; 
Blane. Secondo altri eonvoUo vale qoi 
imbrodolato. Molti codd. hanno COL vol- 
to, e ood leesero Bonv., BtUi, Barg., eoe. 
Dal V. 48 risulto che questo les. è falsa. 

J^tono, Vertwh 1, 105 e seg. 

47. AVEAN: stovano sotto il ponto, il 
quale era loro eovorehio. 

48. KON HA LOCO : non giova invocarlo. 
-VOLTO: famoso dmulacro cbe si con- 
serva in uoa oappdla chiusa della cat- 
tedrale di Lucca, fi un Crodflsso di legno 
aero, che d mole portoto da Costantino- 
poli verso r ottovo secolo, quando molto 
imagini, per scamparle alla perseoudone 
degli Imperatori Isaurioi, ftarono recato 
io Ooddeoto. I^ leggenda Inccbeee at- 
tribuisce quest'opera a Nioodemo, ed in 
particolare il volto a mano oeleeto, obe 
l'intagliò, mentre Nioodemo s*era in dol- 
ce contomplaxione addormentoto presso 

suo lavoro. Cfr. VeriMn, Inf. voi. III, 
p. 155. ed ivi la tov. LXIV. MimUoli in 
Dante e il tuo tee., 2j0 e seg. 

40. Sebchio : fiume ohe corre a breve 
distonsa da Lucca, noto dn presso gli an- 



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204 [CERO. 8. BOLO. 6] Inp. III. 50-66 



[AKZIAN DI 8. ZITA] ' 



52 



56 



58 



61 



64 



Però, se tu non vuoi de' nostri graffi, 
Non far sovra la pegola soverchio. » 

Poi r addentar con più di cento raffi, 
Disser : < Coverto convien che qui balli, 
Si che, se puoi, nascosamente accaffi. > 

Non altrimenti i cuochi a'ior vassalli 
Fanno attuffare in mezzo la caldaia 
La carne cogli uncin, perchè non galli. 

Lo buon maestro e Acciò che non si paia 
Ohe tu ci si), » mi disse, « giù t'acquatta 
Dopo uno scheggio, che alcun schermo t'àia; 

E per nulla offension che mi sia fatta, 
Non temer tu, ch'io ho le cose conte. 
Perchè altra volta fui a tal baratta. » 

Poscia passò di là dal co' del ponte ; 
E com'ei giunse in su la ripa sesta, 
Mestier gli fu d'aver secura fronte. 



tiohi Btroachi e Romani col nome di 
Aesftr. Cfr. Minutoli» 1. o. - « La state 
comunemente ogni Lnocheae vi si bagna 
entro »; Lan. 

50. QRAFPi: graflBatnre de' nostri nnoinL 

51. MON PAB: non soyerohiare; non 
Tenire a galla. 

52. POI: poichò. - RAFFI: stromenti di 
ferro con denti nnoinati, detti vannini 
o xmcini. 

53. covsRTO : sotto la pece. - balli : 
« per derisione appellano qne' demoni 
baUo il dimenarsi di quegli sciagurati 
nel bruciore »; Lomb, 

5i. AOCAFFI : arraffi, pigli con male arti 
come facesti l'altrui denaro, lassù ntl 
mondo. Ecco che la pena corrisponde al 
peccato. 

55. VASSALLI: fìuiti, guattcri, serri. 

57. GALLI : galleggi, venga a galla. Da 
gallare « galleggiare. Cfr. Purg. X, 127. 

V. 68-75. VirgiUo e < Malebranche. 
Virgilio esorta il suo alunno a tenersi 
nascosto dietro uno scheggio, intanto ohe 
egli andrà a parlare coi Malebranche, e 
di non temere per qualsivoglia offesa gli 
sia fatta, conosoendo egli come vanno le 
cose laggiù. Infktti i demoni, appena ve- 
dutolo, corrono addosso a Virgilio coi 
loro graffi; ma egli si schermisce, invi> 
tandoli a spedirgli incontro uno di loro, 
con cui possa parlare ed esporgli la ra- 
gione del suo viaggio oolaggiù. 



58. SI PAU : apparisca, non si vegga. 
Cfr. JnT. Vili, 106 e seg. 

50. t'acquatta: chinati per terra. 
Sembra che né i Malebranche sotto il 
ponte, né il diavolo nero avessero an- 
cora veduto i due Poeti, chò altrimenti 
questo giù C'ae^uo^ -> abbassati e na- 
sconditi, non avrebbe vemn senso. 

60. DOPO : dietro, lat. poet, come Par. 
n, 100, ecc. Cfr. Virg., Ecl. IH, 10^20. 
- cuBt il quale scheggio ti nasconda alla 
vista dei demoni. - ÀIA: abbia i antfoam. 
anche fuor di rima. Cfr. Par. XVII, 140. 
Kannue., Verbi, 507 e sog. 

62. coNTB : Cognito ; « quasi dieat : bene 
novi fraudes istorum baratarionnn »; 
Senv., essendovi già stato, cfr. Ittf. IX, 
22 e seg. 

63. BABATTA : baruffi^ contrasto, con- 
tesa. « Quando due vengono a contesa 
insieme e se le danno a vicenda, si dice 
ohe se le son barattate. E si dice barai- 
fartele anco di parole ingiuriose dette a 
vicenda. » Oavemi. In questo luogo ba- 
ratta è detto « forse con qualche allu- 
sione al luogo ove si puniscono i barata 
tieri, e ai diavoli che vi stanno a guar- 
dia »;0. 

64. co* : capo, cfr. If\f. XX, 76. Purg, 
in, 128. Par. ni, 96. 

65. SESTA : che partiva la quinta dalla 
sesta bolgia. 

66. BBCUBA FBORTB: coraggio. 



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fBMMC t. BOLO. S] 



IVP. TU. 67-^ [MALKBSÀHCHB] 805 



^ 74 



78 



71 



82 



Con qael foror e con qaella tempesta 
Ch'escono i cani addosso al poverello, 
Che di sabito chiede, ove s'arresta; 

Usciron quei di sotto al ponticello, 
£ Yolser oontra Ini tatti i roncigli; 
Ma ei gridò : € Neasan di voi sia fello ! 

Tnnaniri che l'oncin vostro mi piglif 
Traggasi avanti l'on di voi che m'oda, 
£ poi d' arronci|^iarmi si consigli » 

Tatti gridaron: «VadaMalaeoda!» 
Per che on si mosse, e gli altri stetter £armi, 
£ venne a lai dicendo : « Che gli approda? > 

« Credi ta, Malacoda, qoi vedermi 
£sser venato, > disse il mio maestro, 
« Secare già da tatti i vostri schermi, 

Senza voler divino e ùÀo destro? 

Lasciane andar, che nel cielo è volato 



C7. TWMrWBTA : « St qilMÌ tlìWpMtM 

roueieoetni fliaai •; Domid. XI. 4». 

M.CBiiDB: donaadAMiis'attcorele- 
wwiin « Affociiaa il Poeta eoa» ebe per 
MpMlwie è nota ad ognaao, cioè tAnb ai 
pltoeeU, «sai Tolta che M •Kmetfiwmn a 
q mlffcn eaaa per me it t ii -e. (h rio a iawi te 
i caai ■iarTeiitaiio»;X#ai>.- « Baiatarìi 
Bcrita eoBpartBtar eaaibaa»;i{m9. 

72. FKU/>: cr adde , malrafio.* JUZ* è 
c^4bì «ha peoaa dì tax mal» ad attrai »; 
£M£. Coafr. Diez. Wdri. 1*. p. 174 e 
fc«. /V. XVU. 132; XKVm. 8L Pmr, 
IV, 15. 

7S. H OOSBIGU: qoando Tuac di toI 
mi arra adito, solo allora tara teiapo 
di delibeiare tea toì m lia da aiTOB«i- 
ftiand. * 

V.7V-87. rirgilUeMmimeodéuh'ét^ 
stoae ak fi aaaaa dJwrwwiono e eenaa op- 
po a itkma I diaroU raano «abito d' ao- 
oerdo.«aTada Malaeoda! »fridaoo tatti 
ad aaa ▼oee. B V elet to awctto dal caato 
no aeaia eMorfle e M aTTidaa a Vif^gilio, 
il qaale lo oBilia lieordande^ la to- 



7C. Malacxwa: taloBo crede cfaeooUo 

» Daato abUa aaeeoeta qoal- 

0, Galla di Valoie. a Cono 

Dsaati. SofarfliieMfinta ingefaooo. « 11 

Bene è preeeglo che la eeaa uadrebbe 

a Mal tao ^ 2Va». 

78. CBB OLI AfTSOJ>A: qoal pto gli fiif 



eoea gli gioTat Dica pna ciA ebo Taele, 
aoa gli giorecà malia. Jjyredarw ia qae- 
■to mederiMO aeaao è aaeto fWp. XIII, 
67. Altri iateadoBo diveneneata. < Cbe 
lo ooadace qai 1 » B^tti, rna., eoe. lAp' 
pro éa n — ▼eaira a proda). « Cbe Taole, 
cba deeideraf » OM«ei. AMbedoe diaao- 
de eaperfloe. cbè Virgilio lo bacbiaoMito 
appoato per dirgli ciò ^e egli raola e 
ciò ^e qai lo eoodoee. Altre ka.: au 
TI ArpBODA (cbe raoi f); cai t'appbodaI 
(eooM aei qai capit a t o f); ch'sou Amo- 
DA <cbe e* è di booto r>, eoe Cfr. Z. F., 
12Seeeg. 

81. ecexBMi: dilsee; qai per impedi- 
menti^ opposiiioai. I demoni B<m baane 

potere di oflende r e Virgilio, fl qaale 
noa è giodieato da Miaoaee; /V- XII. 
M. Ficfy. I, 77. Ktmmwiteadn volere 
sapremo ^i vìBoe g)i oetecoU ; cfr. /V. 
lU, M e oeg.; V. 21 e oeg.; VII. 10 eseg. 

1 soUgaaidiaai del cercbio dog» eretici 
aoa eedoBo. litf. vm. 8 ! e eeg., emaaiin 
eoei i rappreeentaati di cbi aoa crede in 
na Toler sapremo. 

82. Disrao: proplsio. lavorerole; cfr. 
yy§., Aen. V. 66 e seg. Altre Tslte Vir- 
gilio aoa raauaeata ai diavoU cbe U vo- 
ler divino ; qai Ti aggioage fl /kt», al 
qaale oeooDdo la mitologia soao asito- 
poeti gli stessi Dei; cfr. OfM., MU. IX, 
42» e oeg. 

83. LABCiAXs: Al. Liariàwi. 



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206 [CBBC. 8. BOLO. 5] Inf. XXI. 84-99 



[MILBBBÀNOHRJ 



85 



01 



M 



97 



Ch'io mostri altrui questo cammin silvestre. » 
AUor gli fìi l'orgoglio si caduto, 

Che si lasciò cascar Pancino ai piedi, 

E disse agli altri : € Ornai non sia feruto* » 
E il duca mio a me : € tu che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 

Securamente omai a me ti riedi. » 
Per ch'io mi mossi, ed a lui venni ratto; 

E i diavoli si fecer tutti avanti, 

Si ch'io temetti non tenesser patto. 
E cosi vid'io già temer li fanti, 

Che uscivan patteggiati di Caprona, 

Veggendo sé tra nimici cotanti. 
Io m'accostai con tutta la persona 

Lungo il mio duca, e non torceva gli occhi 

Dalla sembianza lor, ch'era non buona. 



84. ALTBUi : a Dftiite nascosto. - Sil- 
vestro: selvatico ed orrido. 

85. CADUTO : a Malacoda venne meno 
Tarroganza, testé tanto grande ; cfr. It\f, 
VII, 13 e seg. 

87. PBBUTO : ferito. Cfr. Nannue., Ver- 
bi, S97. nt. 1. 

V. 88-105. Spavento di Dante. Spenta 
colle sue parole Ja tracotanza di Mala- 
coda e de' suoi Malebranche, Virgilio 
chiama Danto a sé. Bsaendosi egli mosso 
per raggiungere 11 maestro, 1 demoni si 
fiuino avanti, e con parole sconce si ec- 
citano l'an l'altro ad offenderlo, onde 
Danto é tatto spaventato. 

89. QUATTO QUATTO : « chinato e come 
spianato in torra, e come fis la gatta 
qoando accolla, che si stiaccia in torra 
per non esser veduta »; Borghini. 

98. PATTO: la promessa fatta, v. 87. 
« Et nota qnod anctor palerò hoc fingi t, 
qnla raro vel namqaam isti baratorii 
servant qnod promittant, nisi sit eis 
nncta manns »; Benv, Al. temetti cu' ei 
TENB88RB PATTO, cho risponderebbe al 
)at. verter ut. Cfr. Jfoort, Orit., 830 e seg. 

94. vid'io: ci fti dunque presento. L'opi- 
nione ohe egli vi sia andato non come mi- 
lito, ma per semplice ooriosftà (Bartoli» 
Leu, ital, V, 94 e seg.), é del tatto 
inattendibile. 

95. PATTBGOUTi: sotto fede di oapito- 
laiione.-CAPBOXA: castello dei Pisani, 
preso dai Fionntiiii e Lucchesi nell'ago- 



sto del 1289; cfr. G. ViU. VII, 137. Il BuU 
pisano e che leggeva il sao commento a 
Pisa, racconto! « Questo castoUo er» A 
forto che per battaglia non si potova ave- 
re, onde avvenne che. Catto poi capitano 
di guerra per li Pisani il conto Guido da 
Monto Feltro, acquisto a' Pisani tutto 
ciò che avevano perduto, et ancora Ca- 
prona; imperò che, spiato per alcuno 
secreto modo che quelli dentro non avea- 
no acqua, si mosse un di' da Pisa et asse- 
diò Caprona; e non avendo più che bere, 
benché avessono assai da mangiare, i 
fttnti che v' erano dentro s' arrenderono 
a patto d'essere salve le persone. E 
quando uscirono fuori del castello et an- 
davano tra' nimici, v'erano di quelli ohe 
dioeano e gridavano: Jppieea, appieeat 
imperò che il conto Guido li avea fsttl 
legare tutti ad una ftine, acciò che non 
si partissono l' uno dall' altro, et andan- 
do spartiti non fossono morti da' con- 
tadini; e facevali menare inverso Pisa, 
per conducerli in una via che andava 
diritto a Lucca, pih breve che alcun' al- 
tra ; e pertanto elll ebbene paura che '1 
patto che era loro steto fktto, non fosse 
attenuto. » Guido da MontefUtro ta ca- 
pitano de' Pisani dal marco 1389 sino 
al 1293; cfk». a, Vm, Vn, 128; VIU. 2. 
BiU8., 114 e seg. Kram», 86 e seg. 

98. LUHOO: rasento, presso, cf./nf.X,58. 

99. 8KMBIAMZA: dal lOTO 

aspetto. 



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[Cna B. BOLO. 5] 



InF. XXI. 100-1 12 [BU01X DI MALÀCODA] 207 



193 

« 

169 
111 



Ei chinavan li raffi, e € Vuoi clie il tocchi » 
Diceva Tun con l'altro, € in sul groppone? > 
E rispondean: € Si, fa' che gliele accocchi! » 

Ma quel demonio, che tenea sermone 
Gol duca mio, si volse tatto presto, 
E disse: « Posa, posa. Scarmiglione! » 

Poi disse a noi : € Più oltre andar per questo 
Scoglio non si può, però che giace 
Tutto spezzato al fondo Parco sesto. 

£ se l' andare avanti pur vi piace, 
Andatevene su per questa grotta; 
Presso è un altro scoglio che via face. 

ler, più oltre cinqu'ore che quest'otta, 



100. ctnmAYÀX: AbbMsaTano I loro 
melili yeno di me, e l'uno ohiedeva al- 
raltro:« Vaol ta cheli peKniotftf»-TOO- 
cm: « al dtoe tpeofalnieote a* Tettiuiiil 
del perenotere i oavalli, ohe Tadano più 
Telod, Tocca, tooea: via, yla»; Cfavemi. 

101. OBorPOHR: la parte posteriore del 



102. GUKLB: InrariabilmeDte per tatti 
i generi e niimerì, invece di glielo, gliela, 
^UetL - ACCOCCAI : « aeeoecarla a uno, 
nodo basso. Fargli qualche danno, di- 
spiacere o beffo; onde l'adagio: TaX H 
ride im bocca, eìU dietro te Vaeeoeea, cioè : 
1^ fii r amico in fMoia, e dietro t* Ingan- 
aa e opera contro di te »; Far^. 

108. QUEL: Halacoda. 

105. POSA: sta' quieto. -ScARUOUOinE : 
scarmigUatore, arruffatore; « quasi cupi- 
do di scarmigliare» soompigliaro persone 
e cose »; Tom. 

V. loe-114. Le bugie dèi diavolo. 
Vdendo ingannare i due Poeti quel dia- 
volo di Halacoda mischia, da pari suo, il 
Tero col lalso. « Qui non potete oontl- 
Boare U voatro -risggio, l'arco sesto e»- 
seodo tatto rovinato»; dò era vero. 
• Ieri, cinque ore più tardi di adesso, si 
semptorono 1366 anni che lo scoglio ro- 
vinò »; anche qneeto era vero. « Se pur 
voMe oentinaare il vostro viaggio an- 
date oltre sa per questo argine, e non 
hingi troverete un altro scoglio che (a 
via. » Qoeata era una bugia, tutti I ponti 
della s t eas s bolgia essendo rovinati, cfr. 
h»/. XXIII, las e seg. ft naturale che il 
diavolo sia bagiardo, efr. Qiov. Vin, U ; 
ma il sorprendente ò che Virgilio gli 
inda 6 ai laad gabbare. 



107. Booouo HOH SI PUÒ: COSÌ molti 
ottimi oodd. lucendo eeogUo trisillabo. 

Al. IBOOOUO MOK BI PUÒ, che è pUTO los. 

di buoni oodd. La comune ledono : sco- 
glio NOH SI POTBÀ, involge un certo 
dubbio che qui sembra del tutto fuor 
di luogo. 

110. okottà: rupe, argine. La voce 
grotta fb comunissima agli antichi anche 
in senso di rupe, ed è in tal senso viva 
ancora. 

112. IKB: Cristo mori l'anno 84 del- 
l'ere volgare, come si credette nel me- 
dio evo il 26 di marso, verso le tre dopo 
meszogiorno, cfr. MatH. XXVII, 40-50. 
Al momento della sua morte, quando 
« la terra tremò e le pietre si spezza- 
rono» (Ifatt. XXVII, 51), ebbero luogo 
le rovine nell'Inrerno, e rovinarono pure 
l ponti sopra la bolgia degl'ipocriti. Da 
quel momento, dice MalsMda, sono pas* 
sati 1266 anni e un giorno, meno cinque 
ore. Siamo adunque nel 26 roarsodel 1800, 
ciroa alle dieci di mattina. Ma questo cal- 
colo è tott' altro che indubbio ; cfr. Poì^ 
ta. Orologio DarUeeeo, ed. Oioja, Città di 
Castello, 1802. Blaiu, Verewh I, 197 e 
seg. Agnelli, Topo- Cronografia del viag- 
gio Danteeco, Mil., 1891. Detta VaUe, 
Senso geogr, attton. dei luoghi della D. 
O., Faenza, 1860, p. 12-15, 68-69. SM^fpl, 
a questo libro, p. 60. Bueoaino Camipo, 
Studi Danteschi, Trapani, 1891, p. 40 e 
seg., 117 e seg. AngditH, Suda data 
del vieiggio danUtco, Napoli, 1897, p. 16 
e seguenti, ecc. Sulla ledono di questi 
verd oonfr. Moorc, Crit., 881 e seg. - 
OTTA: ora; le 7 anUm. Confronta Inf» 
XX, 127. ^ . 

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208 [CBRC. 8. BOLO. 5] INP. XXI. 118-123 



[DIECI DEMONI] 



118 



121 



Mille dagento con sessantasei 
Anni compiè, che qni la via fa rotta. 

Io mando verso là di questi miei 
A riguardar s' alcun se ne sciorina: 
Gite con lor, ch'ei non saranno rei. » 

€ Tratti avanti, Alichino, e Galcabrina, » 
Cominciò egli a dire, € e tu, Gagnazzo ; 
E Barbariccia guidi la decina. 

Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 
Oiriatto sannuto, e Graffiacane, 
E Farfarello, e Bubicante pazzo. 



V. 115-189. Xa compagnia del d&' 
tnoni, Malftooda si mostra molto gene- 
roso Terso i due Poeti. La generosità 
del diavolo ! « Mando colà, Terso quello 
teoglio che via face (e che in realtà non 
esiste) alcuni di questi demoni a me sot^ 
toposti: andate con loro, ohe non tì fa- 
ranno del male. » E li chiama per nome, 

- nomi grotteschi , infernali , - e parla loro 
in modo ambiguo, da bugiardo. Dante si 
accorge dell'inganno, e ne rende aTrer- 
tito Virilio, il quale lo conforta a stare 
di buon animo. I diaToli si mettono in 
Tlagglo in modo sconcio, da loro pari ; 
i Poeti Tanno loro dietro. 

116. ALCUN : dannato. - sciORUf A : met- 
te fuori della pegola il capo od altra 
parte della persona, per avere un po' di 
refrigerio al bruciore che lo tormenta. 

117. BKi: a Toi molesti. 

118. AucHiKO: da chinar le ali f Ve- 
ramente questo diavolo si mostra pronto 
a chinarle, cfir. Ij\f. XXII. 112 e seg. - 
Calcabbina: « Est iUe qui calcavit de 
duro et molli »; Benv. - « Come suona il 
vocabolo, tanto vuol dire quanto Scal- 
pitatore di brina, ciò è visio invecchiato 
assai tempo et pratico ; come volgarmen- 
te si dice: quéUi hae aealpitiUo quante 
nevi, ciò ò, quelli è pratico et saputo »; 
An, Fior, - « Ille qui calcavit, idest diu 
ezpertus est in baractarla »; Serrav. - 
« Calcante la brinata, la quale nelle Let- 
tere Sacre significa la divina graiia »; 
Land, 

119. Caonazzo: lo stesso ohe Cagnac- 
cio, pegglor. di cane, 

120. Barbariccia : « inveterata dieram 
nequitia : nam orìspedo barbe et capil- 
lorum slgnum est malao malitias •; Benv, 

- « Usato et invecchiato a fikre male, et 



barbuto in quell'arte »; An, Fior. - db- 
cufA: compagnia di dieci demoni, Jf|f. 
XXn. 13. 

121. Libicocco : « ardens et ooquens »; 
Benv, Forse meglio: il LlMco, da LOria, 
ne* ooi deserti si credeva che dimorasseTo 
molti demoni, e dove mugge 11 Ubéceio, 
uno dei pih furiosi venti della terra. - 
Draghignazzo : « magnus serpens mali- 
oiosus, venenosus, .... quasi magnus dra- 
00, vel draoo ignitus »; Benv. 

122. CiRUTTO : forse da xotpoq -■ por- 
co ; cfir. It\f. XXII, 56. « Congrunm no- 
men a eyrot, manus, quasi dicat, armatas 
mann ad rapiendum »; Benv, - « Poroo 
ohe ferisce con due sanno : Tnna offende 
la persona, l'altra l'avere »; BuU, - 
Qrapfiagans : che si diletta di graffiare 
1 peccatori col suo uncino; oonfr. It^, 
XXII, 84 e seg. Cani sono detti i dan- 
nati Inf. VI, 19; Vin, 42. 

128. Farfarello : cianciatore ; « nnoa 
infirascator qui continuo omnes imbrat- 
tat »; Benv. - Bubioantb: dal lat. ruber 

— rosso ; « furioso e iracondo »; OéiU, - 
PAZZO: bestiale, furibondo. HJBom. II, 
161 e seg. suppone che questi nomi siono 
« parte alterazioni e storpiature, e parto 
anagrammatid stravolgimenti de* nomi 
stessi de' Priori e de* Sindaci Neri » ohe 
erano in ufficio nel 1808. quando il Car- 
dinal da Prato venne a Flrense. Quindi 
MaUbranehe per Manno Branca, allora 
podestà; Qrc^^lacans—Ra ff aoa ni , priora; 
Barbariccia — Iacopo Bicd; Bubicante 
U pazzo — Passin de' Passi; Alichino — 
Allotti, priore; lfota«oda— Corso Dona- 
ti ; Draghignazzo *>- Botto BmneUesohi ; 
/SSoarmt^totM —Bosso della Tosa; Oatca- 
&rina » Maroccio Cavalcanti; OiriaUo 

— Geri Spini, eoe. Troppo ingegnoso! 



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124 



134 



U3 



136 



139 



In?. XXI. 124-139 [dieci dkmoni] 209 



Cercate intomo le bollenti pane ; 
Costor sien salvi inaino all'altro scheggio, 
Che tutto intero va sovra le tane. > 

« Omè! Maestro, che è quel ch'io veggio?» 
Diss'io ; € Deh, senza scorta andiamci soli. 
Se tu sa' ir, ch'io per me non la cheggio. 

Se tu se' si accorto, come suoli. 
Non vedi tu eh' e' digrignan li denti, 
E con le ciglia ne minaccian duoli? » 

Ed egli a me: € Non vo' che tu paventi: 
Lasciali digrignar pure a lor senno, 
Ch'ei fanno ciò per li lessi dolenti. » 

Per l'argine sinistro volta dienno; 

Ma prima avea ciascun la lingua stretta 
Coi denti verso lor duca per cenno ; 

Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



124. PAHX! per panie, oome Utane per 
lie««i0, «Mitora, per malaria, eoo. Chiama 
eoil la paee bollente di quella bolgia, 
peRbè TiaooMu 

135. Bcasooio : oatona di ponti olie at- 
trareraa le bolge. 

13S. TUTTO laTBBO : mensogna : on tale 
echeggio non o* era. STidentemente l' in- 
tensione em di guidare i Poeti fàori della 
▼la, fl»rae in eerahio. « Bt hie nota qaod 
ILalaeand» mandat impoaaibiUa iatia; 
Baia, nt patebit eeqaenti capitnlo, iati 
dmonea non poiaont exire de eoa bol- 
gia quinta, et per hoc flgorat autor, 
qood irTftg""" magisterbaiataricBiemper 
iwntitnr se poeae plura quam poesit vel 
TBfit eereare, ut do oontlnno yeniant 
aanara et peounl» » (f ) ; Benv, - tane : 
Wge. 

129. •▲* IB: te ooaomA la via, oome già 
■i dioeati, W- IX, 80. Ha l'altra volta 
. Ae Virgilio andò laggiù, lo eooglio non 
I «a anoora apeisato al fondo. - ohbq- 
410 : dal oanto mio non chiedo una soorta 
|4i queato genere. 

I 132. oov UE (SOLIA: eoUo sguardo bie- 
ie; «nel torcere le ciglia degli ocelli 
[«gUso fluino aegnale di Toleme ingan- 
e » ; Barg, - duoli: qui probabilmente 



dal lat. dolu*, per inganni. Al.: Dolori, 
guai t e può anche stare. 

185. LESSI: lessati, cotti nella pegola. 
Così quasi tutti i oodd. della prima metà 
del Trecento. Al. lesi*, ma i barattieri 
non sono UH, cioè offesi a torto ; sono 
giustamente puniti. Le lesioni lassi, il- 
lesi, eoo. sono inattendibili. « DIoendo 
ohe i demonU, guardiani de' barattieri, 
incerano visi ed atti di minaoda pei lessi 
dolenti, Virgilio tuoI dire, ohe quei dan- 
nati non solamente mostrayano le oste* 
riorità del dolore, oome i lessi de' Oreoi 
e de' Romani, ma erano dolenti dav- 
vero » (T) ; Negroni, Viso, erit, stU * lessi 
dolenti ' deU'Inf. Novara, 1884, p. 45. Ctr. 
Blane, Versueh I, 200 e seg. 

187. STRETTA : beflkndosi scondamente 
di Virgilio, ohe pareva non essersi ac- 
corto delle diaboliche loro intensioni. 

138. CENNO: di segreta intelUgensa. 

189. EGU: quel diavolo di Barbaricola 
imita in modo sconcio per sé stesso, ma 
conveniente alla qualità ed al carattere 
di questi demoni, il trombettiere ; e i suoi 
demoni marciano al snono di questa trom- 
ba degna di loro. Dante descrive qui co- 
stumi diabolici, e lo stile suo corrispon- 
de pienamente alla materia trattata. 



14. - J>tt. Comun., 4^ edis. 



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210 [GBRC. 8. BOLO. 5] InF. XXII. 1-8 



[FIBRA compagnia; 



CANTO VENTESIMOSECONDO 



OEBOHIO OTTAVO 

BOLGIA quinta: BABATTIEBI 



CIAMPOLO NAVABRE8E, FRA GOMITA, MICHEL ZANCHE 
ZUFFA de' demoni 



Io vidi già cavalier muover campo, 
E cominciare stormo, e far lor mostra, 
E talvolta partir per loro scampo; 

Corridor vidi per la terra vostra, 
Aretini, e vidi gir gualdane. 
Ferir torneamenti, e correr giostra ; 

Quando con trombe, e quando con campane, 
Con tamburi e con cenni di castella, 



V. 1*15. Jm fiera tfompagnia, I dae 

Poeti Tanno coi dieci diavoii, 1 quali 
marciano nello boodoIo modo descritto 
alla fine del canto antecedente. Qnesto 
strano modo porge a Dante occasione di 
rammentare marcie ed esercitaiioni mi- 
litari da lai yedate. 

1. MUOVRB CAif PO : mettersi in marcia; 
lat. Castra movere, 

2. STORMO: dal ted. Sturm, combatti- 
mento, battaglia; attaccar battaglia. 
Benv. : « tomnltam et romorem contra 
terram obseseam, oppngnandam, qni ao- 
tns etiam habet fieri sub certo signo. » - 
Mazz.'To»,: «Cominciare la mnsica mi- 
litare. » - MOSTRA t rassegna, eseroisio, 
rivista. 

8. PABTIB : fare la ritirata per salvarsi. 

4. GOBBI dob: drappelli che scorras- 
sano per sorprendere il nemico. « Homi- 
nes cnrrentes in farore popolari »j Bénv. 
Al.: Gente ohe ftigge correndo. Al . : Gente 
ohe U, scorrerie. Al.: Piccoli drappelli di 
cavalleria ohe scorrazzano il paese ni- 



mico per riconosoer1o(t). Ofr. Z, F., 12ff-3€ 
-VIDI : nella battaglia di Campaldino d« 
1289! Cfr. O. YiU. VII, 181. Leon. Aret. 
Vit. Dani. O in altra occasione t Cft 
Krau», 35. 

5. GUALDANB : Schiere, o stadi di gent 
armata; « cavalcate le qnali si fiknno a] 
cana volta in sai terreno de' nlmioi a ra 
bare et ardere e pigliar prigioni » ; Buti 
Ctr. Eneiel. 958. 

6. TOBNKAMBim : tomel, snflb di no 
mini a cavallo. « Ferir tomeanunU, eom 
battere ne' tornei, sqaadra con squadra 
e correr giostra, nomo oontr' nomo » 
L. Vent., SimU, 852. 

7. CAMPANB : al saon di campana, oonu 
osavano i Fiorentini di goidaìe le equa 
dre al snono della Marinella appesa a 
Carroccio. Cfr. Q, TUL VI, 76. Ma 
ehiaveOi, Sior, Fior,, II, 6. 

8. CBNin: fumate di giorno e ftiochl 
di notte. - Fae». : « Segnali di gaem 
fktti con bandiere o con ftioohi dalh 
torrL » 



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[CVBO. S. BOLO. 5] 



INP. XXII. 9-27 [FIKBA COMPAGHIA] 211 



16 



19 



E con cose nostrali e con ìstrane ; 

Né già con si diversa cennamella 
Oavalier vidi mnover, né pedoni, 
Né nave a segno di terra o di stella. 

Noi andavam con li dieci dimeni ; 

Ahi, fiera compagnia! Ma nella chiesa 
Co' santi, e in taverna co' ghiottoni. 

Pnre alla pegola era la mia intesa, 
Per veder della bolgia ogni contegno 
E della gente ch'entro v'era incesa. 

Come i delfini, qnando fanno segno 
Ai marinar con l'arco della schiena. 
Che s'argomentin di campar lor legno; 

Talor cosi, ad alleggiar la pena. 

Mostrava alcun dei peccatori il dosso, 
E nascondeva in men che non balena. 

E come all'orlo dell'acqua d'un fosso 
Stanno i ranocchi pur col muso {hori. 
Si che celano i piedi e l'altro grosso; 



9. wnLAMKì far e rttor e, Introdotte da 
Franoort e Tedoochl. 

10. mk eiÀ: ma gfammiiL - divxbsa : 
■tnoft, btesArr», quale la trombetta di 
Baitarleela. XXI, 139. - cbnnamblla : 
rrobaWfaDento dal lat. eaianuOuB, dimi- 
aoi. di tmÌMw m ti t pror. emlanul e «ara- 
md, frane, ani. c^mmsan» e ehaiemelt 
totnuBOBto mnaieale, ctie aonavaai col 
flato, e ehe avera preeto a poco la forma 
di «a elariaetto. Al. oemmamblla, ceri.- 

¥111.*, CIALAIOELLA, CUEAMKLLA, CAH- 

SAXiLLA, eoo. Confr. Tatola BUonda 
ed. PoUdwri I, «4, 517; n, 38. Kannuc., 
jroa.I*. S\9.Mazzoni-Tot€Ui, VoeiepoMti, 
m. Sedi, Open, MUano, 1809. I, 236 
e Mf. Z. r„ 130 e aeg. 

13. mTSBKA : che ai sonopre da lungi. 
•DiSTBLLA.: che M mostri incielo. «Keo 
ridoB regione ▼!» Utnere fotbllit » ; Yirg., 
Àm, VU. 216, nel qoal laogo tidat è U 
Mgne di stella, mu di terra. 

14. cmoBA : qoeato prorerbio popolare 
Tool dire che la compagnia corrisponde 
tempre al loogo in coi 1* nomo si trora, 
onde nell' Inferno non poterà aspettarsi 
compagnia migUore. 

V. 16-30. (hme i banttHeri «ergano 
mOimm. Confortato da Virgilio, XXI, 
133 e aeg., Dante non bada pih ad altra 



che alla bollente pece. Cercando nn istan- 
te di Bolliero, i peccatori sporgono chi 
il dorso, chi il mnso ftior della pegola; 
ma air apparir di Barbariooia e de' sooi 
diajon si ritirano tosto sotto. 
, 16. urruA : attenxione ; ai demoni per 
intanto non badava più. 

17. coimoiio : oondisione, partìoolari- 
tà. Al.: Cosa oontenata ; cosi Beno., BuH, 
Dcm., OaH., ecc. Ma Dante dice : Per ve- 
der deUa bolgia ogni eonUgno JB déUa 
genie, ecc. Voleva egli vedere la condi- 
:rione, il modo di essere di quella gente, 
oppare dò che qoella gente conteneva f I 

18. DfCBBAt abbmciata, bollita. 

19. DKLFnn : « Et circom argento olari 
delphines in orbem ^nora verrebant 
caadis osstnmqae secabant»;7<fv.> A#n. 
Vin, 673 e seg. 

21. s'aboomkmtih : 8* ingegnln di sal- 
vare la loro nave dalla minacciante tem- 
pesta, della quale i delfini danno segno 
saltando e mostrandosi ftaori dell* aoqna. 

22. ALLEOGiAB: alleggerire. 

24. K A8COHDBTA : OSSO dosso, attnflkn- 
dosi nella pece. 

26. PUB! soltanto; cfr. Jf/. XXXII, 
31 e seg. 

27. CELAVO : noli* acqua. - OBOseo : il 



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212 [CEBO. 8. BOLO. 6] InF. XXII. 28-37 



[CIAMPOLO] 



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34 



37 



Si stavan da ogni parte i peccatori; 
Ma come s' appressava Barbariccia, 
Cosi si ritraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anco il cor me n'accapriccia, 
Uno aspettar cosi, com'egli incontra 
Che una rana rimane ed altra spiccia. 

E Graffiacan, che gli era più di centra, 
Gli arroncigliò le impegolate chiome, 
E trassel sa, che mi parve una lontra. 

Io sapea già di tutti quanti il nome, 



80. COBÌ : in men òhe non halenat y. 2i. 
" BOLLOSI : dell» pece. 

V. 31-75. Ciantpoio yavarre$e. Uno, 
non essendo lesto a nascondersi sotto la 
pece, ò acchiappato dai demoni, ohe ne 
fanno strado. Dà contessa di so, dicen- 
dosi Kayarrese, già seryitoie del re 
Tebaldo, ma non si nomina. Di costui 
Sambgl., An.Sel, lae. Dant., OU., Petr, 
Dani., 009$., ecc. non danno notisia. Gli 
altri antichi Io chiamano Ciampolo, o 
Giampolo. « Il detto peccatore fa nno 
ch'ebbe nome Giampolo, lo qaal nacque 
per madre d*nna gentil donna di Na- 
varra.... Come fu un poco grandicello, 
fh messo per sna madre a servire un 
signore, in lo quale ofiSoio elli seppe sì 
proflcaro cb* elli montò a essere famiglio 
del re di Kavarra, il quale ebbe nome 
Tebaldo e fu yirtnoslssima persona e re 
da bene. E fa lo ditto Giampolo tanto 
in grazia del predetto re Tebaldo, ed 
ebbe tanto stato in sua corte, eh' elli 
avea possansa di dispensare de' beneficii 
e grazie in molta quantitade, li quali ba- 
rattando per pecunia, elli dispensava in 
modo illidto e Inonesto» ; Lan. - « Giam- 
polo da Na varrà, il quale fh grandìseimo 
barattiere » ; Falso Boee. - « late infellx 
fuitnatlonehispanusde regno Navarri», 
natus ex nobili matre et yilissimo patre. 
Qai cum prodigallter dUapidasset omnia 
bona sua, ut audio, tandem desperate su- 
spendit se laqueo, ita quod debet esse ar- 
boriflcatus in circulo yiolentorum centra 
se. Iste ergo filius yocatus est nomine 
Ciampolus, quem mater sna nobilis do- 
mina posult ad standum cum qaodam 
nobili; qui soivit ita sagadter se habe- 
re, quod Ciotns est llli in brevi carissi- 
mus ; et sic Ikma prosperante et favore 
domini coadiuvante, iste intra vit ouriam 
regia Thebiadii... et sunima sagacltate 



tam mirabiliter ad^tos est gratlam et 
fayorem regia t qui rez amoratos deeo 
commlsit totam ouriam regendam ma- 
nibns eins. Ita quod oonferebat beneficia, 
et omnia minlstrabat. Tuno ocnpit astu- 
tissime baratare et accumulare; et licet 
esepe fleret querela de eo, rez nihil ore- 
dorè yolebat; et sic continuo oresoebat 
audacia audacissimo»; Benv. -«Fu sa- 
puto uomo secondo il mondo » ; BuH. 
Gli altri antichi non aggiungono notiaie 
rilevanti. Filai.: «Se la tradizione non 
lo chiamasse Ciampolo, io supporrei ohe 
costui fosse il siniscalco Goffk^o di Beau- 
mont, cui Tebaldo durante la sua assen- 
za affidò il Governo di Nayarra. » 

83. RIMANR : fuor dell' acqua, o del pan- 
tano. - SPICCIA : salta yeloce nelV acqua, 
-«luvat esse sub undis, Et modo tota 
cava submergere membra palude. Nono 
proferre caput, summo modo gurgite 
nare, Saepe super ripam stagni oonsi- 
stere, s»pe In gelidos resilire laous » ; 

Ovid., Met. VI, 870 e seg. 

84. DI COMTRA: dirimpetto, di fkooia, 
di fronte; cfr. Par, XXXH, 188. 

85. AKBOXCIOLIÒ: prese col ronciglio ; 
o: tirò su coli' uncino. 

86. lontra: Mra; « animale tutto pi- 
leso e nero ; hae quattro piedi ed ò lungo, 
ed ha una lunga coda; yive e fk sua 
pausa la maggior parte del tempo in 
acqua »; Lan. - « Chi abbia yeduto que- 
sto animale conoscerà quanto yiya ala 
la similitudine tra il dannato tratto so 
dalla pece, e la lontra, la quale ha pollo 
untuosa e color quasi nero, e ohe oayata 
fuori dell'acqua con le gambe spenao- 
late e grondanti presenta Ibnne appro- 
priate all' atto ohe il Poeta descrive »; 
i. Ytnt., SimU. 417. 

87. TUTTI: i dieci demoni ; ciò dice « 
schiarimento did^. 34. 

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IHT. XXII. 88-59 



[CUMFOLO] 218 



46 



58 



55 



S8 



SI li notai quando furono eletti, 
E poi che si clìiamaro, attesi come. 

« Bobicante, fa' che tu gli metti 
Oli unghioni addosso, si che tu lo scuoi I » 
Orìdavan tutti insieme ì maladetti. 

Ed io : € Maestro mio, fa', se tu puoi. 
Che tu sappi chi è lo sciagurato 
Venuto a man degli avversari suoi. » 

Lo duca mio gli s'accostò allato ; 

DomandoUo ond'e' fosse, e quei rispose : 
€ Io fui del regno di Navarra nato. 

Mia madre a servo d'un signor mi pose, 
Chò m'avea generato d'un ribaldo, 
Distruggitor di so e di sue cose. 

Poi fui famiglio del buon re Tebaldo ; 
Quivi mi misi a far baratteria. 
Di che rendo ragione in questo caldo. » 

E Ciriatto, a cui di bocca uscia 

D'ogni parte una sauna come a porco, 
Oli fé' sentir come l' una sdrucia. 

Tra male gatte era venuto il sorco ; 
Ma Barbariccia il chiuse con le braccia, 



n. si: oofli bene. - kLirm : cfr. IV- 
XXI, IIS-IW. 

i9. ATTm : fed ftttensione al nome 
ea ebe ri ehlatiuiTftBo. 

41. uvomoin: artigli. - scuoi: eeortt- 
^; àm teuoiaré — tor tIa il cuoio, scor- 



45. A MAS: in potere. - AWBBSARI : 
« Adveraariofl reeter diabolos tamqnam 
lee m^iOTia etrcnU, qncrene qnem deyo- 
ret;»I PHr. V, 8. 

4S. VATO: dal lat. gnatus, natio; op- 
pmn/^ nolo è un tatiniemo per nacqui, 
wmb l'9^. T, 97, ma allora dovera dire 
ad re^BO. 

M. CHE: perdoeehè. Adduce il motivo 
peniU aiw madre Ita costretta a met- 
terle al oerrlsio d' nn barone del re Te- 
Udo. - UBALDO; boia, oamefioe, come 
4fiCr^9<ror «fife. Cfr. JVa Qiord,, Vrtd. 
{■«d. td. Kvrdwci» p. 429 : « Qnando l' no- 
ae tf Ta a 'mpiecare, già non ha egli 
fai edlo e non mol male al rOndio che 
to'mpkica. » AL: Goardlano della persona 
èli Ee (1). Al.: Uomo devoto a signore (f). 



Buti; «ribaldo tanto viene a dire, quanto 
rio baldo, cioè ardito e rio nomo ». 

61. DISTBUOOITOB: dal basso lat. de- 
itruttor, qni figuratamente per Dissipa- 
tore de' snoi beni e saicida. Cfr. la notixia 
di Benv, citata plh addietro t. 31-76 nt. 

62. PAiiiOLiO: famigliare, servo. Al. 
PAMIOLU, ohe ha lo stesso senso, doò 
fiunigliare. Cfr. Fanfani, 8tud. edois., 
67. - Tebaldo : Tebaldo li, conte di 
Sciampagna, che nel 1263 sncoedette nel 
regno di Kavarra a Tebaldo I ; citato 
da Dante come poeta nel De Vuig. EU 1, 
9; II, 6, 6. Cfr. Mariana, Stor. di Spa- 
gna, 1. xm, e. 9. 

64. BENDO BAQIONB: pago il flo; cfr. 
Lue, XVI, 2. - CALDO: pece bollente. 

67. l'una : delle dae sanno. - sdbucU : 
stracciava; da tdrueire e idrueeire: sca- 
ciré, aprire, fendere, spaccare, eco. 

68. sOBCOi sordo, topo. Soreo osò 
l'Ariosto fuor di rima. Cfr. Jf annue.. 
Nomi, p. 107. 740. 

69. CHIUSE: circondò e strinse, ab- 
bracciò con forca, « tamqnam dnx sape- 



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214 [CEBO. 8. BOLO. 6] INF. XXII. 60-75 



[OUMPOLO] 



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70 



73 



E disse : < State in là, mentr'io lo inforco ! » 

Ed al maestro mio volse la faccia: 

€ Domanda » disse, € ancor, se più desii 
Saper da luì, prima ch'altri il disfaccia. » 

Lo duca dunque: € Or di': degli altri ni 
Conosci tn alcun che sia Latino 
Sotto la pece ?» E quegli : « Io mi partii. 

Poco è, da un, che fu di là vicino ; 
Cosi foss'io ancor con lui coverto, 
Ch'io non temerei unghia né uncino I » 

E Libicocco « Troppo avem sofferto t » 
Disse ; e presegli il braccio col ronciglio, 
SI che, stracciando, ne portò un lacerto. 

Draghignazzo anco i volle dar di piglio 
Giuso alle gambe ; onde il decurìo loro 
Si volse intomo intorno con mal piglio. 



rior eonim, qui potent eia pneoipere »; 

60. mniUE : flnohò. -INFOSCO : lo chio- 
do con le brftoolft. Al.: Fino a tanto che 
non lo piglio io coli' oncino. Ma Barba- 
liccia non lo pigliò con l'andno. Ctr, 
Blane, Vertxuh I, 201 e seg. 

63. ALTRI : gli altri demoni, i qnali 
ardevano di brama di disfarlo, cioè la- 
cerarlo co' loro nndni. 

64. DUMQUK: ossendo invitato a do- 
mandare. Al. ooatmisoono : Lo Duca: 
Dttnqué or di', ecc., cfr. Fai\f., 8tud. ed 
Ot9., p. 67-69. -RU : rei di baratteria tnoi 
compagni. 

65. Latino : italiano ; latino per ita- 
liano anche Convivio IV, 28 - « Dante 
agl'italiani non degeneri dai noetri an- 
tichi applica con ispeaialità il nome di 
latino.... In qneato luogo egli chiede di 
alcan barattiere italiano, chiamandolo 
per ironia latino »{ Di Siena. Troppo in* 
gegnoeo! Otr. Inf. XXIX, 88, 91. 

67. UN : lo nomina pih tardi, v. 81. - 
di là : di qaelle vicinanze, cioè dell'isola 
di Sardegna, vicina all'ItaUa. 

68. covKBTO : sotto la pece. Più della 
pece bollente teme lo soiagnrato le on- 
ghie e gli nndni dei demoni nelle cni 
branche è capitato. 

70. soFTBBTO: aspettando; abbiamo 
già avnta troppo pasiensa. Nell'ardente, 
oradel brama di offendere, ogni piccolo 



indugio è per questi demoni ona soy«- 
tema, un martirio. 

72. STRACCIANDO: Stracciandogli il brac- 
cio. - LACERTO : brano, peuo di carne ; 
lat. lacerto: « Lacerto è propriamente 
congiunxi<nie di più capi di nervi Insie- 
me, et è in alcune parti del bracdo ; ma 
comunemente s'intende per la parte dt 
sopra del braccio »; BuXi. - « Lacerto non 
è vocabolo speciale, ma generico, pro- 
prissimo nel caso nostro, come quello 
che nasce dal verbo lacerare t e vale pu- 
ramente qualunque brano staccato da 
un tutto, referibile di preferensa a parti 
molli e carnose »; Fanf», 8tud., p. 70. 

78. i VOLLB: volle mettergli le mani 
addosso. Al. anch' si vollb. 

74. QiUBO: volle prendergli le gambe 
col ronciglio per l'appunto come Libi> 
cocco gli aveva preso il braccio. Al. oiù 

DALLB GAMBE ; cf^. Z. F„ 132 C Seg. - 

DBCURio: decurione, capo delia decina, 
doè Barbariccia; ctt. Inf. XXI, 120. 

76. MAL nouo: sguardo crucciato e 
minacdoeo. 

V. 76-90. Vra Grnnita e MiehM 
Zanche, Sedata un poco la fbrla dei 
diavoli. Ciampolo, richiestone da Vir- 
gilio, parla de' snol compagni laggiù 
nelle pece, nominando frate Gomita e 
Michel Zanche. Il primo fti di nasione 
sardo, frate non si sa di qual ordine. Di 
Itti, d'accordo con Bamhgh, An, Sd., Toc. 



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[(»IC a. BOLO. 6] 



Ih», vai. 76-85 



[FBA GOMITA] 215 



Quand'olii no poco rappaciati foro, 
A liti, che ancor mirava sua ferita, 
Domandò il duca mio senza dimoro: 

« Chi fu colui, da coi mala partita 
Di' che facesti per venire a proda? » 
Ed ei rispose : < Fa frate Gomita, 

Qael di Ghillura, vasel d'ogni froda, 
Oh' ebbe i nimici di sao donno in mano, 
E fé' si lor, che ciascun se ne loda. 

Donar si tolse, e lasciolli di piano. 



OU., Pttr. JkmL, Bewf, e 
fli atei MitidiJ, il YeU^' « Fq «ppreMo 
M HiDO ViMonti di Ftea (U quaU Unné 
U fkmMtmto ài OaUwm dal i27S al i296) 
• dfnora del giadUsato di Ganan In Sftr- 
dlfiadl gnade Mrtorità. E beiiehè di lid 
tane» ft Hino referti e dimostrati molti 
▼ili, e le baratterie ohe maya nel go- 
Tano, nondimeno poteTa tanto nna in- 
TWTlitata impreeiione ohe arerà di Ini, 
flbe iMee Vqobo e giusto nomo, ohe a 
iieaenno Totera in qaeeto preetar oree- 
«Uè, gi u d ic ando ohe tutto fosse detto per 
inridia, fino a tanto ohe, arendo frate 
Gomita lasciato andare per denari al- 
enai nesoici di Nino ohe gli erano Te- 
nati nelle mani, fa fktto chiaro del tatto, 
e Ibeelo appiccar per la gola. » - « Fu 
eaoeellieve del Giudice di Gallura, e fii 
molto mallatoso e grande trabakUere per 
danari »; An. Al. 

Michele Zanche ta siniscalco di Buso 
re e gorematore di Logodoro, una del* 
le quattro Gindioature della Sardegna. 
Morto Saao, Michele Zanche si foce 
signore di Logodoro, spoeando Bianca 
Laasa, madre di Suso (Benv., Land., 
Tea., ecc.), o, come pare veramente, la 
▼sdora di Suso, Adelasia, marcheeana 
di Massa (Petr. Dani,, ecc.). < Don Mi- 
ebde Zanche, essendo cancelliere di Giu- 
dice Nino di Gallura, subitamente si co- 
mindA a recare per le mani le tenute 
e Ave rirenderle peggio ohe Don Go- 
mita. K al suo tempo mori Giudice Nino, 
eod*egli si tenne tutte le tenute che potè 
per sé, e Taltre rivendè a' Pisani, e ac- 
enaciossi con T erede di Giudice Nino, e 
a loro niente rispose. X in quello tempo 
mori il Giudice de Logodorì, onde Don 
Mldiele prese moglie, la moglie che fti 
del Giudice, e ebbe da lei una figlino- 
la ^, An, 8tL'* Essendo fattore della 



madre del re Buso, figliolo dello 'mpe- 
radore Federigo, per sua rivenderla in 
tanta ricchesxa divenne, che dietro alla 
morte della detta donna Giudice, dee si- 
gnoredd detto paese si flsoe »{ JocDont- 
« Mortuo rege Buso, eins nxorem cepit in 
ooniugem, et ludicatum Gallur» aoeepit 
sua fidlada et baratteria ; et ex ea habuit 
flliam, quam postea maritavi t domino 
Branche Auriie de Genua, qui ad men- 
sam post eum proditorie interemitti 
Petr. Dani. - Fu ucciso nel 1275 \ ctt. 
Jnf. XXXUJ. 137 e seg. 

70. SLU : eglino. - rappaciati : che- 
tati. -FOBO: fàrono. 

78. DIMORO : indugio ; in questo senso 
anticamente anche in prosa. 

79. MALA partita: partcusa in mal 
punto, per tua sventura. 

82. Gallura: nomedeiruno de*qoattro 
Giudicati di Sardegna, nella pule nord- 
est dell' isola. Quando i Pisani nel 1117 
ebbero conquistata la Sardegna dai Sara- 
ceni, la divisero in quattro Gindioature : 
di Logodorot o delle Torri ; di Oaluri, o 
Cagliari ; di OcMura e di Arborea, Cft*. 
Ifuroe., Script. XV, 077 e seg. - vaskl : 
vaso. « Brat totus confiatus ex omui 
genere fhradium, armarìum omnia ma- 
liti» »; Btnv, 

83. DOMNO: signore, cioè Ugolino o 
Nino di Giovanni de' Visconti di PIm, 
signore della Gallura dal 1238 al 1276. 
« Per (hradulentlam et pecnnlam quam 
accepit, inimicos Indiois, quoe carcera* 
toe habebat in partibus Sardine relasea- 
vit »; BamJbgl. 

84. fr' sì LOR: Al. FR* LOR SÌ ; li trat- 
te in maniera, che dascun di loro se ne 
chiama contento, avendoli lasdatl fàg- 
glre. 

86.DI PiAHO' pianamente, occultamente. 
Al.: Bensa proceeeo (f). Bene./ «ex paolo 



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Si6 tcrBC. 8. BOLO, si Inf. xiii. 86-102 



tllrCHELE ZANCHK] 



88 



91 



04 



97 



100 



Si com'ei dice; e negli altri uffici anche 
Barattier fu non picoiol, ma sovrano. 

Usa con esso donno Michel Zanche 
Di Logodoro ; e a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

Ornò! vedete l'altro che digrigna: 
Io direi anco; ma io temo ch'elio 
Non s'apparecchi a grattarmi la tigna. » 

E il gran proposto, volto a Farfarello, 
Che stralunava gli occhi per ferire, 
Disse : « Fatti in costà, malvagio uccello ! » 

« Se voi volete vedere o udire » 
Ricominciò lo spaurato appresso, 
€ Toschi Lombardi, io ne farò venire. 

Ma stien le male branche un poco in cesso. 
Si eh' e' non teman delle lor vendette; 
Ed io, sedendo in questo loco stesso. 



facto; nò oredas qaod isti aliter evaae- 
rint rampendo caroerem yel oorrampen- 
do oostodes, sioat solet aliqaando oon- 
tingeT«. » 

86. oom'ki DICK : « ciò ai riferifloe al di 
piano, frase sarda. B qui Dante l' ba po- 
sta per oaouliare frate Gomita in una 
espressione sarda. Sì eom' ei dice, doè 
come ò osato dire nel sao dialetto»; 
Beffi. -ALTRI: non solo nell' afbre della 
liberazione del prigionieri. 

88. UBA: pratica, conversa. - donno : 
Don, Messere. 

89. A DIB: non si stancano mai di par- 
lare della Sardegna, e ciò naturalmente 
non per amor di patria, ma per raccon- 
tarsi le baratterie e ribalderie colà fatte, 
« qoia qoilibet libenter confort de arte 
sna »; Benv. Ma come mai facevano a 
parlare laggih sotto la bollente pece! O 
parlavano soltanto quando riusciva loro 
di star pur eoi muto fuori, v. 26f 

V. 91-132. JcUarol^ ingannaH. Par- 
lando al Poeti, l'astuto Navarrese ha 
stndiato tra so e so 11 modo di liberarsi 
dai demoni. Purché si scostino un poco, 
el promette di far nsdre molti dannati 

ola a nn sognale convenuto. 

'opposizione di Cagna uo, 
r astuzia, i diavoli si ap- 

lampolo snello salta gih e 

l lago, lasciando i diavoli 

rarlati. 



91. L'ALTRO: demonio; Farfiareno, v. M. 

92. ANCO: ancora; oontinaerei a par- 
lare. - BLLO : egli, doè VàUro. 

93. GRATTARKi: a maltrattarmi. Orai- 
tare la tigna, modo basso, anche nell' aso 
vivente, significa peronotere, battere 
sensa misericordia. - tigna : ofr. Ir^f. 
XV, 111. 

94. PROPOSTO : pra^poiihtM ; diavol Bar- 
bariccia, capo della dedna. 

96. UCCELLO: avendo ali; ofir. v. 115, 
127, 144; XXIII, 85. 

08. SPAURATO : Impaurito. Al.: Tolto di 
panra, rassicnrato. Ma Ciampolo non era 
rattictirato, nò tpaurare significa rassi- 
curare. 

100. LK MALR BRANCHB: i diaVoU dagli 

uncini nelle branche. Al. scrivono Male- 
branche, nome collettivo di quel diavoli. 
Ma quando Dante usa Malebranche col* 
lettivamente, il termine si fk di genere 
mascolino, e qui è invece femminino. ~ 
IN CESSO: in disparte. 

101. E' : quei Toschi e Lombardi che 
Ciampolo vnol (ài venire, -non tbman: 
sperino, non vedendo i diavoli, di poter 
venir impunemente a proda. AI. st ch' io 
NON TEMA, lezione evidentemente errata. 
Cfr. Moore, Orìt., 838. 

102. SEDENDO: promessa ingannevole 
per indurre i diavoli ad appiattarsi, af- 
flnchò egli possa liberarsi da* loro un- 
cini. 

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BOLO. 6] InP. XXII, 103-118 tl>IAVOLI INGANNATI] 217 



1&3 



IM 



180 



113 



115 



113 



Per un ch'io son, ne farò venir sette, 
Quando snfolerò, com'è nostr'nso 
Di fare, allor che fuori alcun si mette. » 

Cagnazzo a cotal motto levò il muso, 
Crollando il capo, e disse : € Odi malizia 
Ch' egli ha pensata per gettarsi giuso I » 

Ond'ei, ohe avea laocinoli a gran divizia, 
Rispose: € Malizioso son io troppo, 
Quand'io procuro a' miei maggior tristizia! » 

Alichin non si tenne, e, di rintoppo 
Agli altri, disse a lui : « Se tu ti cali. 
Io non ti verrò dietro di galoppo. 

Ma batterò sovra la pece l'aU: 
Lascisi il colle, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali. » 

O tu che leggi, udirai nuovo ludo I 



m. SKnm: nMdtì; U numero detonni- 
Bsto per rindetenninAto. « Vnlt dioere 
|iro uno hiwiMino tentaiio sani 
tMcl et lombMdi, et ha de aliis 



IM. mo: I pili eredoBO ohe CUunpdo 
perii sol eerlo, e ohe yemnente, qnendo 
alooDodiqneeti eonunenl nellA peoe met- 
teoèo fiMrl fi muso si aoeorge ohe non yi 
■Otte éeoMml h vietno, arreria gà altri 
umpBfnì eon mi fiaohio, affinohè poetano 
nàtm aneh*eeei a pnodere nn po' di aol- 
Hero. Ko(B aembraohe tale amor del proa- 
itBo abbia hiogo nel basso Inferno. Piat- 
toato (Saaspolo dke qni nna mensoicna 
per tegannare i diaroU e liberarti dalle 
bro maì€ branche. 

100. LAC»uou: astoaie, flrodi. 

110. MAuaoeo: la rooe malirioto ha 
dapplo etneo, astuto e maUagio, Cagnaa- 
10 ha detto flMoKMa per astuzia; Ciam- 
poi» fiage di aver inteso per soMeratetza, 
mtUas^là, e risponde: « JS Toro, sono 
troppo Budisioso {malvagio), quando per 
dare spasso a toì mi CmcÌo traditore dei 
«M eempagni di pena. » 

liL MAOOIOB: ebe non hanno laggiù 
Ootte la pegola. Al. a mia maooiob tbi- 
RiziA, contro la regola: Solatium ut mi- 
teris «ecios hab$ro p<Bnarum. Del resto 
tA ma del eodd. fior. Ta letto a' mia, 
|i ebe non ynol dire né pib né meno ohe 

aiM. - TBionaA: tormento. 

U2. Tiarys : non resse alla tentaaione 



di veder venire ftiori altri per avere la 
gioia fsrooe di tormentarli. - di biictop- 
PO: oppoetamente agli altri diavoli ohe 
non volevano dare assolto alle parole di 
Cfampob. Ott. Eneiel,, 1078 e seg. 

116. BATTBBÒ: seta ti getti gibnella 
peoe, io non ti verrò dietro oorrendo, ma 
volando, onde ti raggiongerò sansa fiUlo, 
prima ciie tu sia tnflbto. Dunque non 
procurar di fuggire, ohe nnlla ti giova. 

116. IL OOLLB: la sommità dell'argine. 
Al. IL COLLO, ohe vuol dire lo stesso. 
Parlando a' suoi degni compagni, diavol 
Aliohino dice: « Abbandoniamo la som- 
mila dell' argine e scendiamo alquanto 
daU* altra parte, si che la ripa ci na- 
sconda ai chiamati dal Kavarrese. » - 
« Supponete il lago di peoe starsi in mezeo 
alla bolgia, di modo che rimangano due 
larghi margini di qua e di là al passaggio 
de* diavoli ohe vi girano. Sopponete ch'ai 
due lati s'alxino due alti orli di pietra, 
affinchè la pece rimanga in messo; la 
sommità di ciascun rilievo chiamatela 
coUo, e il pendìo chiamatelo ripa ; subito 
allora comprenderete che vuol dire : La- 
tetti U eolio, e la ripa ei Ha di scudo, 
A che olii sorge dal lago non veda noi 
che ci acquattiamo al pendio estemo. » 
Boss. Lo stesso ripete il Tomm, 

117. A VEDBB: per vedere se tu vali 
più di noi altri e nelle astnale e nella 
velocità. 

118. LUDO: lat. Utd%iS, soherso, gioooo. 

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218 [CBRC. 8. BOLO. 6] InF. XXII. 119-186 [DIAVOLI IHOÀNNÀTl] 



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Oiascon dall'altra costa gli occhi volse; 
Quel prima, che a ciò fare era più crudo. 

Lo Navarrese ben suo tempo colse; 
Fermò le piante a terra, e in un punto 
Saltò, e dal proposto lor si sciolse. 

Di che ciascun di colpa fu compunto, 
Ma quei più, che cagion fu del difetto; 
Però si mosse, e gridò: € Tu se' giunto ! » 

Ma poco i valse; chò l'ale al sospetto 
Non poterò avanzar: quegli andò sotto, 
E quei drizzò, volando suso, il petto: 

Non altrimenti l'anitra di botto. 

Quando il falcon s'appressa, giù s'attuffa, 
Ed ei ritoma su crucciato e rotto. 

Irato Oalcabrina della bu£h. 
Volando dietro gli tenne, invaghito 
Ohe quei campasse, per aver la zu£b; 

E come il barattier fìi disparito, 



119. voLBi : per ritirarai e oMoooderai. 
Avrebbero anche pototo maoyersi » mo' 
del gambero, ma pare ehe non d abbiano 
pensato. 

120. QUEL : Cagnaszo, cflr. t. 106 e seg. 
-CBUDO! reetìo, ritroso. 

123. PROPOSTO : proposito, disegno ohe 
i diavoli avevano di Carne strasio. Al.: Dal 
loro o^^ìif^ propotto, v. 94, cioè da Barba- 
riccia. Ma questi si era senxa dubbio ri- 
tirato oogli altri demoni. - si sciolbb : si 
liberò. AI. si tolse, che vale lo stesso. 

124. DI COLPA : oiasoano si accasò col- 
pevole di averlo lasciato scappare. Al. 
DI OOLPO, cioè, oiasonno fa compreso da 
sabito dolore. Ctr, Z. F., 133. 

126. QUSI : Allchino, v. 112 e seg. -Più : 
Al più companto. - dìrtto: maooa- 
meoto, Callo. Aliohlno Uì cagione che i 
demoni avessero oramai difetto, cioè man- 
canaa di ona vittima da lacerare. 

126. SI MOSSK: volando ; egli primo, co- 
me fa il primo a ritirarsi, -oeidò: trop- 
po presto. - GIUNTO : raggionto. 

127. I VALSE: gli giovò. Al. MA POCO 

VALSE. -SOSPETTO : paora. La panra rese 
Ciampolo più veloce che non AUchIno il 
sao volare. « Pedlbos Umor addidit alas »; 
Viry., A«i. Vili, 224. 
139. QUEI : Allchino volse il petto al- 
asti, volando verso l'argine. 



180. di dotto : di colpo, in un sabito. 
Paragona Ciampolo all' anitra ohe sta 
naotando e vagando a fior d'aoqoa, Ali- 
chino al Calcone. 

132. EI : il Calcone. - botto t scornato e 
perciò di mal talento. Al.: Stanco, spoa- 
sato. Per ana piccola volatati « Qaam 
Caolle aodpitor sazo sacer alee ab alto 
Conseqaitar pinnis sablimem in nabe 
coiambam »; Virg,, Aen, XI, 721 e seg. 
Cflr. Inf. XVII, 127 e seg. 

V. 133-161. Zuffa del demonL Caloa- 
brina vola dietro ad Allchloo per assof» 
Carsi secolo! ; vengono alle mani e cadono 
ambedue nella p«ce boUeote. Appena ca- 
dati, si lasciano andare, e dasoan pro- 
cara di ri volare io sa, ma non possono, 
essendosi invischiate le ali nella pegola. 
Gli altri demoni vanno giù a proonrar 
di liberare co'. loro ancini i compagni. 
Comica diabolica, degna del luogo e dei 
personaggi. 

183. irato: contro Allchino. - buffa : 
baruiTa. Al.: Burla, gioco ; cfr. Mot-Tot., 
Voci e patti, 86, 87. Oavtmi. 86 e seg. 

136. qUEi; Ciampolo. - aveb: con Ali- 
chino. « I malvagi si volgono l'uno con- 
tro l'altro, quando non hanno più deboli 
da danneggiare » ; Tom, 

136. ooMEt non appena Clamp<do tu 
•otto la pegola. 

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[osto. «. BOLO. 6j IHF. XXIL 187-151 [ZtJm DEI DKMONl] 219 



139 



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151 



Cosi volse gli artigli al sao compagno, 
E fa con lai sovra il fosso ghermito; 

Ma l'altro fa bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lai, ed ambedae 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo sghermitor sabito fae; 
Ma però di levarsi era niente, 
SI aveano inviscate l'ale sae. 

Barbariccia, con gli altri saoi dolente, 
Qaattro ne fé' volar dall'altra costa 
Con tatti i raffi, ed assai prestamente 

Di qaa, di là discesero alla posta: 
Porser gli ancini verso gì' impaniati, 
Gh'eran già cotti dentro dalla crosta; 

E noi lasciammo lor cosi impacciati. 



137. così: torto OAloabrlna toIm le 
grimfle ad Alieliliio. 

138. ¥U,... OBKBMITO : fti aggmiflAto 
, fl fooso; e tnttf e dae si 

. Fu ghermito, oome fa nato, 
a limili; ett. Nannuc., YerH, p. 163. 

138. L*ALTBO : Allohino. - BANI : Tora- 
Mmte. - OBIFAGSO : Atto ad allbmre. 
«ChiaiBWio opanrlere nidiace, quando 
f4fitfif*fiK* è preoo nel nido, die ancora 
BOB può volare. Bt ramingo, quando co- 
Mìaeia a Telare, et sta sa i rami. St yri- 
fégmo, poi elie è mutato in selya, et qoe- 
sti aitimi, beneliè oon più diAeolU si 
eeadiio, nondimeno sono piii animosi 
silo Beeellare »; Land, Cosi pare Benv., 
QeOi, eoo. 
148. AxnoLUB : prender cogli artigU. 
141. soHKRMiTOR: verbale da egher* 
mire, efae è li contrario di ghermire, t. 
138, dimqae partitore della rissa, sepa- 
ratore della soflk. Senso: Il caldo della 
pece eghermH, separò sobito qae' dne dia* 
ToU che 8* erano ghermiti. Al. bcbkbmi* 
TOB; Seh trw t it i t re è chi fli o insegna Tarte 
della seherma, ed il caldo nò schermi 
qae' due diayoli, nò Insegnò loro la scher- 
ma. Cfr. Moore, OriL, 883 e seg. 



148. KTEKTEi Tano era ogni loro sfbrto 
di lerarti e Tolar soao. 

144. SUB: loro, come JnA Z, 13. Pwrg. 
Vili. 27, ecc. 

145. ALTRI: sette diaroli, spettatori 
della zafib. - dolemtb : forse più della 
foga del Kavarrese, che della syentora 
dei compagni. 

145. QUATTRO : de* saoi ottri sette, ai 
qnali ordina di rolsre all'altra ripa della 
bolgia, mentre egli cogli altri tre rimane 
di qoa. 

147. OOK TUTTI: armati tatti de' loro 
ancini. 

143. ALLA POSTA: al posto assegnato 
a ciasoono. 

149. IMPAHIATI: impiastricciati nella 
pegola. 

150. CROSTA : pelle ; erano gii cotti non 
solo alla superficie, ma entro. I più : Den- 
tro dalla crosta che fsceva la densa pece. 
Che la pece fiusesse ona crosta, Dante non 
dice : dalla soa descrislone sembra Inve- 
oe risaltare ohe la crosta non esLstera, 
giacchò la pece bolliva continnamente. 

151. IMPAOCIATI: imbaraasati, gli oni 
procurando di liberare so stessi, ^ altri 
l compagni. 



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220 [CKBG. 8. BOLG. 8] InF. XXIII. 1-4 



[FUGA DBI POETI] 



CANTO VENTESIMOTERZO 



OEBOHIO OTTAVO 

BOLGIA SESTA : IPOCRITI 
(Oppressi da pesanti cappa di piombo, dorate all' esterno) 



FRATI GODENTI, OAIFA880, FRA CATALAKO 



Tacitii soli, 6 senza compagnia 
N'andavam, l'un dinanzi e l'altro dopo, 
Come frati minor vanno per via. 

Volto era in sa la favola d'Isopo 



V. 1-67. rttga dei PoeU, Mentre i 
diavoli sono intenti ai loro due compagni 
invescati nella pece, Dante e Virgilio si 
allontanano da essi e oontinnano a cam- 
minare sa per l'argine. Dante, tatto paa» 
roso, prega Virgilio ohe trovi modo di 
sottrarsi ai demoni, e Virgilio lo prende 
e si cala sopino per la pendente ripa giù 
nella sesta bolgia. Vi sono appena giunti, 
ohe i diavoli arrivano a qael panto del- 
l'argine dove si sono calati ; ma, non es- 
sendo concesso ai demoni di abbandonare 
il loro posto, restano scornati, ed i Poeti 
sono salvi. 

1. TACITI : ambedue essendo assorti in 
gravi pensieri. - boli: Ì demoni sono ri- 
masti indietro, dannati non se ne vedono. 
- comuGNiA : dei dieci diavoli. « Dante 
per £ar vedere che non eran più con quei 
maligni pei qaali gridò : ahiflera compa- 
gnia ! non contento di dir toH, vi aggiun- 
ge tema eompoffnia »; Bott, Alla comica 
infernale del precedente canto segae su- 
bito la solenne serietà colla quale Dante 
e Virgilio continaano il loro cammino sa 
per lo scoglio che divide la quinta dalla 
sesta bolgia. 

2. l'un DmAifZi: come sogliono an* 
dare, Virgilio primo e Dante secondo; 

'^. If^. I, IM; II, 189} IV, 16; X, 8; 



XT, 112 ; XIV, 140; XV,»7eteg.; XVI, 
91; XVIII, 21, ecc. 

8. COMB : così raccolti e a capo chino. 
AL: « È nsansa de' Frati minori.... an- 
dare l'uno innanai, quello di più anto- 
rìtÀ, l'altro dirletro et seguitarlo »; An, 
Fior. - « Il qaale costarne ei dovevano 
avere in qnel tempi, perchè oggi osono 
eglino di andare al pari »; Otiti, 

4. d' Isopo : la favola non ò di Esopo, 
ma passava per tale in quei tempi. BiiH 
e Benv. affermano che si leggeva « In un 
libello ohe si legge a' fiuicialli che Impa- 
rano Grammatica. » La favola è questa : 
« Quando colloquebantur animalia bruta, 
mns rane amlcus fikctus ad cosnam eam 
invitavit, et, abdncta in penarium diritis 
ubi molta comestibillaerant, Oom$de,in' 
quit, amica rana. Post epulationem et 
rana mnrem in snam invitavit ocenatio- 
nem ; 8»d ne d^atigcre, inquit, notando, 
filo Unui tuumpedemmtc aUigaJbo, Atquo 
hoc facto saltavi t in paludem. Eam an- 
tem minata In (f) proftindum, mnssuffooa- 
batur, et moriens alt : Ego qxddem per te 
nunrior, ted me vindicabU maior. Super- 
natante igitur mure in palude mortao, 
devolans aquila huno arripnit, cum eo 
aatem appensam una etiam ranam, et 
sic amboe devoravit. » Questa fkvola al 



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[OEBC. 8. BOLO. 8] 



iNF. XXIII. 5-25 [FUGA DEI POETI] 221 



Lo mìo pensier per la presente rissa. 
Dovrei parlò della rana e del topo ; 

Ohe più non si pareggia 'mo' ed Mssa', 
Che Pnn con l'altro fa, se ben s'accoppia 
Principio e fine con la mente fissa. 

£ come l'nn pensier dell'altro scoppia, 
Cosi nacque di quello un altro poi. 
Che la prima paura mi fé' doppia. 

Io pensava cosi: € Questi per noi 

Sono scherniti, e con danno e con beffa 
Si £Bitta, ch'assai credo che lor nòL 

Se l'ira sovra il mal voler s'aggueflfa, 
Ei ne verranno dietro più crudeli 
Che il cane a quella lievre ch'egli acceffa. » 

Olà mi sentia tutti arricciar li peli 
Della paura, e stava indietro intento, 
Quand'io dissi: € Maestro, se non celi 

Te e me tostamente, i' ho pavento 
Di Malebranche: noi gli avem già dietro ; 
Io gl'imagino si, che già li sento. » 

E quei: < S'io fossi d'impiombato vetro, 



I«Sge nelU VUa di Btopo, dettata dal 
"MUCO Uaasimo Planade il quale tìb- 
>B a Coetaotinopoli nel secolo XIV. Una 
&7oIft eonalmile, Mut et rana, ai trova 
tra quelle di Fedro, e forse Dante ac- 
<*BBa a qoeet*. 

5' PBB8XXTI : « non vuol glk dire la 
Titta poc'anzi vedata, ma benal quella 
^'efa attente al ano animo, mentre 
^to ivi pensava » (f) ; Son. - bissa : 
^ diavoli; ofr. Itkf. XXII, 188 e seg. 

7.PAKBoaiA: rassomiglia.-MO : adesso ; 
tfoneamento di modo. - issa: adesso; 
^<>M popolare dell* uso, dal lat. hoc ipta 
Ws. 

8. 8' ACCOPPIA : SÌ oonfironta il caso della 
'«OS e del topo con quello di Aliohino e 
Cdcsbrina. 

9. ntiaofPio : la rana macchinò contro 
u topo, come Caloabrina contro Aliohino. 
'tos: rana e topo preda del nibbio, Cai- 
^f^niùM ed AUchino preda della pegola. - 
»»a: attenta. 

^«ooppu: vlen fuori, nasoe. Un pen- 
••'» »e produce un altro. 

ILquiLLo : dal pensiero alla Csvola ed 
ma OiictasU dei due dUvoli. 



12, paiMA: ofr. Iikf. XXI, 127-182.« Pen- 
sa Dante a una cosa paurosa avvenuta, e 
corre col pensiero ad altra, paurosa non 
meno, ohe poteva avvenire»; L. Yent., 
8im, 325. 

13. PER KOI : per cagion nostra, avendo 
aspettato ohe fosse appagata la nostra 
curiositi. Al . intendono da noi; ma Dan te 
e Virgilio non pensarono di schernire 1 
diavoli. 

15. MÒI : rechi noia, offenda ; da noiare. 

le.s'AGOUKFFA: SÌ aggiunge; ofr. Iv/. 
XXXI, 56. Purg, V, 112. •Aggueffare 
è filo a filo aggiagnere, come si Cs po- 
nendo lo filo d^ gomito alla mano, o in* 
naspando con V aspo » ; Buti. Senso : 
Se alla natarale nu^gnità dei demoni si 
aggiunge V ira di essere stati gabbati e 
danneggiati per causa nostra. 

18. ACCEFFA : afferra col ceffo e coi 
denti; abbocca. 

1». TUTTI: Al. TUTTO. 

20. INTENTO : attento se mai quei dia- 
voli ci corressero dietro. 

22. PAVENTO : paura, spavento. Al. io 
PAVENTO— «io temo. 

25. d' IMPIOMBATO VETBO : uno speo- 



222 [ciBC. 8. BOLG. 6] Inp. xiiii. 26-44 



[FUGA DBl POETI 3 



28 



31 



U 



87 



40 



43 



L'imagìne di faor toa non trarrei 

Più tosto a me, che quella dentro impetro. 

Par mo venlan li tuoi pensier tra i miei 
Con simile atto e con simile faccia, 
Si che d' entrambi nn sol consiglio fei. 

8' egli è che si la destra costa giaccia, 

Che noi possiam nelF altra bolgia scendere, 
Noi faggirem Immaginata caccia. » 

Già non compiè di tal consiglio rendere. 
Ch'io li vidi venir con l'ali tese. 
Non molto lungi, per volerne prendere. 

Lo duca mio di subito mi prese, 

Come la madre che al remore è desta, 
E vede presso a sé le fiamme accese. 

Che prende il figlio e fugge e non s'arresta, 
Avendo più di lui che di sé cura, 
Tanto che solo una camicia vesta; 

E giù dal colle della ripa dura 

Snpin si diede alla pendente roccia, 



Ohio, ohe è « Tetro terminato con piom- 
bo», Cfonv. Ili, 0. S* io fM0i uno specchio 
non riceverei l'immagine toa eeteriore 
piti presto di quello ohe io ritragj^ ed 
imprima nell* animo mio 1* immagine del- 
l' animo tno, i tuoi pensieri. « Qnomodo 
in aqois reeplendent vnltos prospicien- 
tiom, sic corda hominum manifesta sont 
pmdentibns »; Prov. XXVII, 10. 
20. TBARRli: riflessa. 

27. impietro: «attraggo e stampo in 
me qaasi in pietra >; Br. B. 

28. PUK MO : in questo stesso momento, 
Io andava per l' appunto pensando quello 
stesso che tu pensi e mi dici. 

29. ATTO : dì paura, temendo come te. 
- rACCiA: essendo del tuo avviso, cioè di 
celarci ambedue tostamente. 

80. D'nmuMBi: i tuoi pensieri com- 
binandosi perfettamente coi miei, si sono 
tutti risoluti in una medesima determi- 
nasione, cioè di ftagglre. 

81. s'bgli è: se è vero. - giaccta: 
penda d, che possiamo sdrucciolare già; 
cfr. Inf. XIX, 86. 

83. CACCIA: la caccia che ambedue im- 
maginiamo e temiamo non siano per dard 
i diavoli. « Et disse caccia per aver detto 
di sopra Cane et Lepre»; Dan, 



34. GIÀ : non aveva ancora fluito di ma- 
nifestarmi questo suo consiglio. 

35. LI : i demoni Malebranche. - tesr : 
correndo e volando come gli strussi. 

36. LUNGI : da noi. - frkitdkiue: come i 
Poeti temevano. Il loro timore era dun- 
que pur troppo fbndato. 

88. COME LA MADRE: VlrgiUo mi preee 
e ftigg^ meco come quella madre ohe, 
scossa dal rumore e destatasi, si vede vi- 
cine le fiamme di un incendio, e prende il 
figliuoletto tra le braccia, e, avendo cura 
plh di lui che del proprio pudore, aen 
fogge via con esso senza indugiare nep- 
pur tanto tempo che basti a mettersi 
indosso il vestimento. -AL ROMORB: dal 
crepitar delle fiamme o dalle grida della 
gente. Al. A romorb. 

40. PRENDE : cfr. Yitg., Aen, XI, 544 
e seg. 

48. COLLE : Al. COLLO { Ofr. If\f. XXII, 

116 nt. Intende della sommità dell' ar> 
gì ne, dura, perchè di pietra. 

44. 81 DIEDE: locuEione latina e Virgi- 
liana, M dédUf ofr. Virg., Am, XI, 566 ; 
XII, 227, ecc. Virgilio « si adattò con 
tutta la deretana parte del corpo, alUi 
pendente roccia, rupe (cfir. Tnf. VII, 6), 
per scendere sdnicololando a quel modo 



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[CRC. 8. BOLO. 6] 



IHP. XXIII. 45-57 [FUGA dbi pobti] 



Che Pan dei lati all' altra bolgia tnra. 

Non corse mai si tosto aoqoa per doccia 
A volger rota di molin terragno, 
Quand'olia pib verso le pale approccia, 

Come il maestro mio per quel vivagno. 
Portandosene me sovra il sao petto 
Come suo figlio, non come compagno. 

Appena far li piò suoi giunti al letto 
Del fondo giù, ch'ei furono in sul colle 
Sovresso noi; ma non gli era sospetto; 

Che l' alta Provvidenza, che lor volle 
Porre ministri della fossa quinta, 
Poder di partirs'indi a tutti tolle. 



wAtaoào, portendo me aopnfl petto»; 
Lmb. 

45. l' UH : il snperiore. -àltba : M«ta. - 
TUIA: «biade. Bm9^ ch'è l' uh dh* lati 

ALL'aLT&A ]IOljOlATUBA.IIOt«Ildoohe « frol- 

fù a holffiaiura idem eet. » Potrebbe for- 
■• ftTer ragione. 
«. DOCCIA : oaoftle ; cfr. Jt\f. XIV, 117. 

47. MOLiH TKBKAGHO : ooIIa doooia al di 
«pia ed una plooola mota aotto, pian- 
tato sulla pla&a terra e meeeo in moto 
àaBt aeqne che cadono dall* alto, a dlfllb- 
icata del eoel detto muliTio /ranceico, 
^ ba la mota grande e da Iato, e quindi 
b gora in fondo. 

48. APPBOoaA: si arviclna; ofr. Tr^f. 
ni, 46. > Per la peodensa, la Telocità 
^' aoqoa ereeoe a mieara che easa si 
srvidna alle pale della mota. 

49. TiTAOsfO : orlo o ripa della seetabol- 
S^ « VÌ9«ffno ò propriamente la estre* 
■Ita o cimosa della tela ; similmente le 
rtpe aon le oimoae della bolgia, e però 
dice qui Tiracrno » ; Barg. Cfr. Ir^f. XIV, 
m. Purg. XXIV, 127. Par IX. 136. 

Si. HOH OOm : Al. ■ HOH 00MB ; « SoOÌOS 

mia in tali timore non iorat sooium in 
bga Bill Terbis.... Vel si invat eom, non 
levai ipenm anpm se neo cmn tanta af- 
fcstiooe»; Benv, 

93. roHDO: deUa sesta bolgia. - u: 1 
^«■raBÌ.-BUL OOLLB: solla sommità del- 
Fngiae. Qni la les. colli ò indiscati- 
bOs; dmiqne s* ba da legger collb e non 
COLLO aoobe r. 48 e W^ XXII. 116. 

94. soTBBseo : per V appunto sopra noi. 
- 8U: avverbio — vi ; ma non vi era più 
nìhàM^otpettare, oeaia da temere.B0nv. 



legge addirittara : hoh vi bra. Alconl in- 
tendono : Non era a Virgilio più sospetto 
e oagion di tema. 11 Betti: «Non era loro 
vemn sospetto » ; interpretasione più 
oecnra del verso da interpretarsi. 

57. PODBK : potere, faooltà. - indi : dal- 
l' argine che separa la qolnta dalla sesta 
bolgia. -TOLLi: toglie, vieta; dal lat. 
toìUre, La divina prowidensa. ohe pose 
quel diavoli a guardia della qointa boi- 
già, non permette loro di lasciare il pro- 
prio poeto. 

V. 68 72. P9Ha degU ipocriH. Lag- 
giù nella sesta bolgia sono gì* ipocriti, 
gente dipinta, che vanno attorno lenti 
lenti e tristamente piangendo, oppressi 
da pesantissime cappe e cappnod di piom- 
bo, che di ftiori è dorato. Pittura stupenda 
dell' ipocrisia. H passo lento e misurato, 
a capo chino, è appunto quello degl' ipo- 
criti ; onde si vedono qui costretti ad an- 
dare come amarono di andare nel mondo. 
La doratura di ftiori ò l' apparenza di 
virtù e santità; il piombo, il vìkIo ohe 
coltivano di dentro ; il peso enorme è la 
gran ISftticaohe durano a conservarsi Tap- 
parensa di virtù, di pietà e di religiosità, 
mentre appunto questa genìa suol essere 
più avida che non altra gente dei godi- 
menti peccaminosi del mondo. Il quadro 
rammenta quello che Cristo Ca dei Fa- 
risei; Matt, XXIII, 27 e seg.: « Simfles 
ostia sepnlchris dealbatls, qn» aforis pa- 
rent hominibus speciosa, in tua vero piena 
sunt ossibns mortuoram et omni spur- 
dtia. Sic et vos aforis qnidem paretis 
hominlbuB insti, intns autem pieni ostia 
hypocriai et Iniqultate. » 

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224 [CERO. 8. BOLO. 6] Inp. xxin. 58-6 



[PENA DEGLI IPOCRITI] 



61 



64 



67 



Laggiù trovammo una gente dipinta, 
Che giva intorno assai con lenti passi, 
Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta. 

Egli avean cappe con cappucci bassi 
Dinanzi agli occhi, fatte della taglia 
Che per li monaci in Cologna fassi. 

Di fuor dorate son, si ch'egli abbaglia; 
Ma dentro tatte piombo, e gravi tanto 
Che Federigo le mettea di paglia. 

in etemo faticoso manto I 
Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
Con loro insieme, intenti al ti*isto pianto ; 



58. DirufTÀ : dal viso dipinto, lisciato 
come nsayano in qaei tompt a Firenze 
non pure le donne, ma anche gli nomini ; 
cfr. Far. XV, 114. Al. : DagU abiti di- 
pinti. Ma gli abiti non erano dipinti, 
erano dorati. 

60. riANOiHDO : amando di stralonar 
gli occhi e mostrarsi piagnolenti. « Cam 
aatem ieionatis, nolite fieri siont hypo- 
critfB trlstes, exterminant enim facies 
saas nt appareant bominibos ieionan- 
tes » ; Mail. VI, 16. - stanca : per il gra- 
vo peso che sono costretti a portare in 
etemo, cfr. v. 67. - vimta : per l' ango- 
scia intema; cfr. Inf. Ili, 83. 

61. BASSI: tirati sogli occhi. 

62. taglia: taglio, foggia; dal lat. to- 
lta, onde nel medio eyo si disse taleare 
per ahicinderé. 

63. CoLOONA: città d*Alemagna sul 
Reno. Cosà tatti quanti gli antichi senza 
eccezione. Tra* moderni chi pensa a Co- 
logna sai Veronese, e chi legge Cluomi, 
che sarebbe la rinomata abbazia dei Be- 
nedettini nella Borgogna. Cfr. Com.Lipi. 
1", 331 e seg. « A Cologna è ana Badia di 
monaci molto ricchi e nobili. £ montare 
in tanta snperbia, che il loro Abate con 
baona compagnia di monaci farono al 
Papa, e ohiesono di potere portare di 
scarlatto 1 cappacci orati ; e 'I Conoestoro 
de' Cardinali col Papa, vedendo questa 
arroganza, comandaro ohe portassero 
sempre cappe di panno non gualcato, 
vilisslmo, albagie, e sì corti, che non 
toccassono terra. S tanto panno per uno 
in cappuccio, quanto coprìsse il capo di 
quello medesimo panno. E cosi fu loro 
fatto per la loro Ipocrcsia. » An. Sei. Su 
per gih lo stesso raccontano pure Lan., 



Buti, An. Fior., eoe. Invece l' Ott.: «Dice 
eh' erano della taglia delle cappe òhe ai 
fanno In Cologna per li monad, le qaali 
sono smlsoratisslme di larghezza e di lun- 
ghezza, e qnasi nel cappnodo ha ona 
gonnella; questo fanno per onestade. * 
Cf^. Encicl., 898 e seg. 

6i. KOLi: l'oro della parte esteriore. 
Al.: Il eolore dell'oro. Al. vogliono ohe egli 
sia qui impersonale. AI.: L'essere dorate. 

66. CHB Fbdbbigo : in paragone di que- 
ste, le cappe che Federico II imperatore 
metteva agi' incolpati di lesa maestà, sa- 
rebbero parse leggiere come di paglia. 
Di Federico II : « Faciebat fieri nnam 
tonicam ex piombo grossieri quasi unins 
unoiie, qua faciebat illnm indnl, ita qnod 
ad modum cappao tegebat totom corpus' 
a capite usque ad pedes ; deinde fkoiebat 
ipsnm poni in unum vas, sicnt in calda- 
riam, et ignem subUoi, ita qood ealor 11- 
quefftoiebat plombum, et homo ftmdeba- 
tur simnl oum piombo, carne fhistatim 
cadente » ; Benv. Circa lo stesso, con qual- 
che variazione, raccontano An. 8él., lae, 
Dani., Lan., Ott., Fetr. DanL, Oasi., 
Falso Boec., Buti, An. Fior., Sérrav., eco. 
Sembra però non essere questa che una 
calunnia inventata dai nemici dell'Im- 
peratore. Ctr. Vigo, D.ela SieUia, Pa- 
lermo, 1870, p. 10 e seg. La concordia dei 
commentatori antichi potrebbe sembrare 
prova che il fittto era generalmente cre- 
duto; ma le non poche variazioni mo- 
strano, che lo si raooontava in diverse 
maniere, onde il tetto stesso ridiventa 
alquanto buio. 

68. ANCOB ruBK : anche questa voltai 
come di solito. 

69. uisiiME: nella modosima dircsioDe 



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;;i — ^m »-■— 



[CnO. S. BOLO. 6] 



Ik?, mn. 70-82 [fbiti godenti] 



76 



79 



& 



Ha per lo peso quella gente stanca 
Venia si pian, che noi eravam nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d'anca. 

Per ch'io al dnca mio : e Fa' che tu trovi 
Àlcon ch'ai fatto o al nome si conosca, 
E gli occhi, si andando, intomo muovi. » 

£d nn, che intese la parola tosca, 
Diretro a noi gridò : « Tenete i piedi, 
Voi che correte si per V aura fosca I 

Forse ch'avrai da me qnel ohe tu chiedi, » 
Onde il dnca si volse, e disse: € Aspetta; 
E poi secondo il suo passo procedi. » 

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta 



> gli kypoorUiB tritteSf come 
GUrto U chiama. MaU. VI. 16. 

7L VUOTI: ad ogni paaao d Toderamo 
a Iato persone nuove, poiché gli ipooritl 
andavano tanto lentamente. 

V. 79-108. I>ue froH Godenti. 8' im- 
httloBo in due che si meravigliano di ve* 
dete on vivo laggih e chiedono a Dante 
dd egli aia. Dato loro conto di aè, chiede 
di loto, i quali ai nominano. Sono Cata- 
lano de* Malavolti e Loderingo degli An- 
dato, Botogneal. il primo gnelfo, l'altro 
gUbiellino. eletti nel 1266 per podeatà di 
llreii£e.«l8ti doofaemnt fratreaganden- 
tea de magnia domibnacivitatiaBononiae, 
Tiri ntiqoe magne adentie et indoatrie, 
qniVas attributa foit potoataa pacificare 
popolani et Clvitotom Florence. Cam 
aoiam norentiam perveniaaent, ibidem 
neepti ciun honore maxime nt per eoa 
tamqoam per Ibreoaea et mediatores re- 
oMtoa diaoordie Civiam aedarentur.... in 
dvitate Jlorentie non concordiam aed 
^Boordiam tractavemnt »; Bambgl. - 
• Qoeati dna frati per Io popolo di Sl- 
reiuBe faremo Catti venire, e miaongli nel 
palagio del popolo d' incontro alla Badia, 
(^adendo che per l' oneatà dell'abito foa- 
Moe oomnni iimparzialS), e gnardaaaono 
flComonedaaoperchleapeae; i quaU, tat- 
to^è d'animo di parto foaeon diviai . aotto 
coverta di iUaa ipooriaia furono in con* 
eordia più al goadagno loro proprio che al 
baae eoiaaiie » ; O, ViU. VII, 13. Cfr. Am» 
mirtao,lMt^Fior., 1. II. Machiav,j9LFior. 
n, 8. Fed4TÌei, ItUria dt* Cavalieri Gau- 
àmid, t voL Ven., 1787. Manrd, Otterva- 
2ÌMa «opra » fidisi. Fir..l7i6. XVn.9-38. 

15. — Dio, ikmum., 4f^ edia. 



74. AL FATTO : di eoi aia noto il nome 
o qualche azione famosa. Al. al fatto 
IL NOME. Cfr. Z. F., 188 e aeg. Coal leg- 
gendo il aenao aarebbe : e Fa' ohe tn trovi 
alcuno, il nome del qoale aia oonoednto 
per qualche opera fiunoaa tetto da Ini. » 
E potrebbe atare, ae la lezione foeae me- 
no aprowiato di autorità. 

75. sì AH DAHDO : mentre proseguiamo 
il nostro cammino come facciamo adesso. 

Al. R l/OCCHIO, si IN ANDANDO. Cfr. Jf^. 

XXVn, 129. Virg,, Edog. IX, 24. 

76. PABOLA TOSCA : il parlare, o I* ac- 
cento toscano di Danto. Toioa per Toteck- 
na, come Ir\f. X. 22; XXII. 00, ecc. 

77. TKNETX: fermatovi, non cerreto 
tanto. 

78. COBBETK: cfr. V. 71 e sog. Gl'ipo- 
* oriti andavano ai lentamento, che ad eaai, 

avvezid a vedere aol questo lento moto, 
pareva ohe Danto e Virgilio corressero 
veloci. - FOSCA : 9eìua tempo Hntat come 
la chiama altrove, Ir\f. HI, 20. 

70. AVBAI : volge la parola al aolo Dan- 
to, perchò ei aolo aveva eapreaao il desi- 
derio ohe gli fossero mostrato persone di 
fama. 

80. 81 VOLSE: perchè andava dinanzi. - 
ASPETTA: formati; e poi, quando colui 
ohe ha parlato ti aarà giunto al fianco, 
cammina aeoolui a pari pasao. 

81. SECONDO IL suo PASSO: con passo 
pari al suo. 

82. MOSTRAB: atteggiare 11 sembianto 
in modo da rivelare il desiderio intenso 
di raggiungermi. Cfr. Petrarca, In Vita, 
San. 186 (167) : « Ma apeaao nella fronto 
il cor ai legge.» 

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226 [CERO. 8. BOLO. 6] Inf. xxut. 83-99 



[FBÀTI OODBHTI] 



85 



01 



04 



07 



Dell' animo, col viso, d'esser meco; 

Ma tardavagli il carco e la via stretta. 
Quando far giunti, assai con l'occhio bieco 

Mi rimiraron senza far parola ; 

Poi si volsero in sé, e dicean seco : 
€ Costui par vivo all'atto della gola; 

E s'ei son morti, per qual privilegio 

Vanno scoverti della grave stola? > 
Poi disser me : « Tosco, che al collegio 

Degl'ipocriti tristi se' venuto. 

Dir chi tu sei, non avere in dispregio. » 
Ed io a loro : € Io fui nato e cresciuto 

Sovra il bel fiume d'Amo alla gran villa, 

E son col corpo ch'i' ho sempre avuto. 
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla, 

Qaant'io veggio, dolor giù per le guance? 

E che pena è in voi, che si sfavilla? » 



83. DSLL' ANIMO, COL VISO: OOA ì più; 
salle diverse altre lez. ofr. Moore, Orit,, 
386 e seg. - COL viso : « cam appftrentU 
faciei »; Beìiv. ~ « Che altrimenti non la 
poteano mostrare, ohe non poteano uscire 
dal passo concednto loro »; BuH. 

84. STBBTTA : perohè lar/g^be le oappe e 
grande la moltitudine degl'ipocriti. «Ma 
se la cosa è così, come Virgilio e Dante 
camminavano senzarìoever i mpedi mento 
dalla via stretta? »; Catt. Non è detto in 
verun luogo ohe non ne ricevessero im- 
pedimento, ed inoltre Dante e Virgilio, 
non avevano quelle tali cappe. 

85. BUCO : storto, come sogliono guar- 
dare gli ipocriti, e, fors' anche, dolenti 
ed invidiosi vedendo ohi va seusa cappa 
per la loro bolgia. Al.: Perohè i cappucci 
abbassati impedivauo loro di guardare 
dirittamente. - R più ancora di guardare 
stortamente. 

87. w afe: l'uno verso l'altro. Al. nr- 
siBME, cioè ad un tempo ; ofir. Z. F., 139. 

88. all' atto : al moto della gola pro- 
dotto dalla respirazione! cflr. Purg. II, 
«7 e seg. Al.: Al deglntire, atto della vita 
orgaiUca <t). « Bt allegorioe qnia autor 
non «rat mortnus in isto vitlo, nec lo-^ 
qnebator ad modum hypocrit», imo aa- 
daoter, ita qnod s»pe in vita fiiit repu- 
tatus nimis rigidns »; Benv. 

00. STOLA! cappa di piombo. Stola per 
veste in generale, dissero sovente gli 



antichi ; cfr. Voc. Or, Qui la voce è per 
avventura scelta con intensione, volendo 
alludere all'abito fhitesoo. 

91. MB: a me. Al. DISSKBMI: Al. MI 
DiBSEB. Nei codd. dwtertn^. -oollboio: 
adunanza, luogo dove sono raccolti (eoj- 
leeti) gli ipocriti. 

93. NON AVBEB : uou disdegnare di diro] 
chi tu sei. Al. DI' CHI tu 8B' ; BOB b'a VK- 
BB ne DISPREGIO. Dante risponde soltanto 
di esser Fiorentino e vivo ; quindi, Inveoe 
di dire chi egli è, domanda loro chi es«i 
sono. 

94. Fin NATO : « nel dolcissimo seno di 
Fiorenza fbi nato e nndrito Ano al colmo 
di mia vita »; Oonv. I, 8. 

95. VILLA! città; grande, perchè la mag> 
giore delle cittA sull'Amo. 

98. dolob: lagrime. Andavano pian* 
gendo. 

99. CHB PBNA : anche ammesso ohe e' ai 
fosKO già accorto che le cappe erano di 
piombo, non poteva ancora saper nulla 
dell'enorme peso delle mede^e. ìdM 
probabilmente non si era ancora accorto 
della natura di quelle oappe, come sem- 
bra risultare dai presenti verd. Bidioolo 
è r opporre i versi 04 e seg. pei qnali le 
oappe si descrivono; quel versi Dsntenoa 
gli scrisse nella sesta bolgia. Raccontando 
la cosa, era naturale ohe facesse suo prò 
delle cognizioni acquistate non a prima 
vista, ma pur dopo. - sfavilla : « si mo» 



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[aiG. t. BOLe. 6] 



INP. XXIII. 100-108 [FBATI GODBIITI] 227 



IM 



2<3 



IM 



£ l'an rispose a me : € Le cappe rance 
Son di piombo si grosse, che li pesi 
Fan cosi cigolar le lor bilance. 

Frati Godenti fummo, e Bolognesi; 
Io Catalano e questi Loderingo 
Nomati, e da tua terra insieme presi, 

Come saole esser tolto on nom soUngo, 
Per conservar sua pace ; e fummo tali. 
Che ancor si pare intomo dal Gardingo. » 



Iti» per U oeehi likTilUuitl e le fiMwe 
roH» »; BmK. - « Che ai Ik rodere ootan- 
te»; XÓai6. -«Che mand* tante flkTille, 
teak» Inee »; Bfg. — Si riiiBriece »! v. 04 
ìb die. parlandosi delle cappe di costoro, 
il dice : Di fuor dorate ton ti, eh'egK<ib- 
iogUm, Pare che lo indichi ancora la ri- 
■poeta, ohe fk qui Catalano, quasi Togtta 
din, ebe le cappe sono ftiori sfiiTiUanti 
d*eco (rone^ ; ma dentro son di piombo. 
B eerto dorea Dante maraTigliarsl non 
paco di vedere per V Inferno tatto quel- 
Fero »; Betti, 

IM. EiJKCS: di color d'arando, essen- 
do éi.Mor doraU, t. M. 

101. rmsi : « agguaglia qaesU peccatori 
sBe bOanoe, et i pesi, i qoati si adoprono 
di contro a qoalche merce che si pesa, 
aOe cappe di piombo »; Rumarmi. 

103. cioOLAB : gemere, sospirare i pec- 
catori ebe portano tali pesi. 

103. FBATI OoDBim : caralieri dell' or- 
dàie di Santa Maria, istitoito da Urba- 
no !▼ in Bologna nel 12<n. per com- 
battere contee gì' infedeli ed i violatori 
della giasysia. Fnrono soprannominati 
Q^dmH, perchò intendevano più a go- 
dere die ad altro. « Le robe aveano bian- 
ebe e imo mantello bigio, e l'arme il 
campo bianco e la croce Termiglia con 
dae stelle, e doveaoo difendere le vedove 
e* papim, e intramettersi di pad ; e altri 
ocdiBi, come religiod, aveano »; O. VUl. 
▼n. 18. CCr. I^nUri^, op. dt. Qozzadini, 
Oro», di Ronzano e mem. di Loderingo 
é^ Andato fraU godente, Bologna, 1861. 
Yemon, Jnf. voi. Ili, p. 161 e seg. ed 
ivi la toT. LXVm. 

104. Catalano : deUa femiglia guelfe 
dd Ifalavdtì da Bologna, nato verso il 
1210; nd 1343 podestà in Milano, nd 1250 
in Parma, nd 1280 in Piacenza, ecc. Fa 
ad 1305 capo del governo di Bologna, nel 
1200 di qadlo di Jlrense, nel 1267 nuova- 



mente di qadlo di Bdogna. Mori nd 1385. 

-■ QUESTI: Al. B COSTUI. -LODKBOIOO: 
deUa femigUa ghibdlina degU Anddò di 
Bologna, nato verso il 1315, fti podestà 
in parecchie dttà dell' Emilia e di To- 
scana, collega di Catdano nd governo 
di Bologna e di llrense, fondatore del- 
rOrdinedei frati Godenti, morto nd 1203. 
Cfr. Benv, II, 176-78. Gozzadini, Delle 
Torri gentUieie di Bologna e delle Fami- 
glie alle qualiprima appartennero, Bolo- 
gna, 1875, p. 76 e seg. 

105. TKBRA : Fircnsc. - Piuui : detti ad 
on tempo ali* ntfisio di podestà. 

106. SOUMGO: solo; i Fiorentini sole- 
vano eleggere un solo podestà, questa 
volta ne dessero due. Al.: Solitario, 
seosa compagnia, perchè forestiero. Al.: 
Bitirato daUo strepito de' partitt. Al.: 
Un frate, un uomo religioso. Al.: Un 
uomo singolare ed eccellente. 

107. COHSKBVAB: d podcstà di Firenze 
d dava il titolo di Ooneervatorpacie, eoa 
cura principde dovendo essere di man- 
tenere la pace ndla città. - tali : con- 
servatori ddla pace. 

108. 81 PARK: appare, d vede. -Gau- 
DINGO: contrada di Fireose in vidnansa 
del Palasse Vecchio, dove erano le case 
degli Uberti, ohe i due podestà, corrotti 
dd Gndfl, fecero ardere e disfere. Cfr. 
e, ViU. I, 38. 

T. 100-123. Caif<UBO ed il tuo buo- 
cero. La parola che il Poeta incominda 
a rivolgere d frati Godenti , parola di rim- 
provero o di duolo, gli muore sulle lab- 
bra dia vista di uno, che con tre pali 
è crodflsso in terra, su cui tutto quanto 
il popolo deve passare e ohe porta quindi 
tutta ripocrisia dd mondo. È Cdfesso, il 
grande ipocrita, che condgliò a' Giudei 
r ncdsione di Cristo. Fra Catalano lo no- 
mina, aggiungendo che nello stesso modo 
sono puniti in quella bolgia e Anna, aco- 



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228 [CBBC. 8. BOLO. «] Inf. XXIll. 109-122 



[CAIPÀS80] 



109 



112 



115 



118 



121 



Io cominoiai : « frati, i vostri mali.... » 
Ma pih non dissi; ohe all' occhio mi corse 
Un, crocifisso in terra con tre pali. 

Quando mi vide, tatto si distorse, 
Soffiando nella barba co' sospiri : 
E il frate Gatalan, che a ciò s'accorse, 

Mi disse : « Quel confitto che tu miri, 
Consigliò i Farisei, che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo ò nella via. 
Come tu vedi, ed è mestier eh' e' senta 
Qualunque passa, com'ei pesa, pria: 

Ed a tal modo il suocero sì stenta 
In questa fossa, e gli altri del concilio 



cero di CalAMso, e gli altri saoi ooUeghi 
del gran sinedrio giudaico. 

100. MALI: si può sopplire: « vi stanno 
bene; sono ben meritati »; oppnre, pren- 
dendo mali nel sodso di colpe: « fbron 
causa della rovina della mia patria ». - 
Buti, Land., eoo. si avvisano che Dante 
volesse esprimere la sua compassione. No- 
nostante Ifkf, XX, 27-30?! -n Cait^'^lSon 
veggo ohe cosa volesse dir Dante. I ft-ati 
avevano sotto ipocrisia ingannati i Fio- 
rentini ed nocellati i ghibellini e distrutte 
lo case intorno del Guardingo, e d'averlo 
fìttto sotto ipocrisia qui l'avevano confes- 
sato. Adunque Dante, come fiorentino ed 
nomo leale, non può dire che gli rincre- 
sca e doglia de' loro mali ; nò sta bene 
che dica, che ne prenda piacere, usando 
essi cortesia verso lui. » 

110. MI COBSR: mi si presentò; mi 
venne veduto. 

111. CROCIFISSO: egli ed 1 suol degni col- 
leghi, che fecero crocifiggere Cristo, qui 
sono crocifissi. - trb: mani, e i due piedi 
insieme, -pali : invece de' chiodi, che nel 
terreno non possono fare ninna forea. 

112. SI DISTOBSS: per il dolore di esser 
veduto in tal situazione da un vivente 
ohe poteva riportarne novelle su nel 
mondo. Oppnre : « perobò vedea Dante 
cristiano, salvato per la passione di Cri- 
sto, per la quale e^ era dannato»; BuH, 

114. s'accossb: del motivo per onl 
aveva interrotto il parlar seco. 

116. coNSiOLiò : « Bxpedit vobis ut nnus 
moriatnr homo prò popnlo et non tota 
gens pereat »; loh. XI, 50. « Brat aatem 



Caiphas qnl oonsiliom dederat Iiid»ÌB, 
quia expedit unum hominem mori prò 
popolo >; ibid. XVUI, li. 

118. ATTUA VERSATO : posto a tniTerso, 
un intoppo agli altri. < Posnisti ut ter- 
ram oorpus tuum, et quasi viam tran- 
senntibus »; Itaia LI, 28. -mudo : di so- 
lito Dante dice nude le anime, qiuuido 
vuol porre in evidenaa la miseria di loro 
condizione. Ma in questo luogo le altro 
anime non sono nude. Ognuna ha la sna 
cappa I soltanto Caifìuso ed i snoi ooUe- 
ghi non hanno cappe proprie, ma de- 
vono sentire senza cessa il peso di tutto 
quante le altre. 

120. QUALUNQUE: chiunquo passa di 
qua, deve calpestarlo. 

121. suocKUO: Anna, sommo ponte- 
fice ; Cfr. OÌ€fV. XVIII, 18. - 81 8TEHTA : 

ò tormentato. 

122. CONCILIO: de' Pontefloi e Farisei, 
ohe condannò Cristo; ctr, loh. XI, 47. 
Costoro, che dovevano essere i primi ar- 
chitetti del tempio spirituale, dispren*- 
rono quella pietra destinata ad essere il 
capo del cantone' (cfr. Faàtm. CXVII, 
22. Matth. XXI, 42. Act. Ap. IV. 11. I 
Petr. II, 7) ; e perciò essi médesinii sono 
rigettati e disprezzati. S'intopparono «in 
lapidem offansionis et petram scandali » 
{ad Rom. IX, 83), e perciò sono qnl essi 
medesimi un intoppo agli altri. Vollero at- 
traversare il progresso della verità ; onde 
essi medesimi sono qui attraversati n^la 
via. Fecero spogliare Gesh Cristo delle sne 
vestimenta {MaU. XXVII, 28); e perdo 
essi medesimi sono qui spogliati e nodi. 



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ICEBC. 8. BOLO. 6] 



iNF. xxin. 123-140 



[USCITA] 229 



134 



m 



m 



133 



Ì3S 



1» 



Che fu per li Giudei mala sementa. » 

Allor vid' io maravigliar Virgilio 
Sopra colai ch'era disteso in croce 
Tanto vilmente nell' etemo esilio. 

Poscia drizzò al frate cotal voce : 
« Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci, 
Se alla man destra giace alcuna foce, 

Onde noi ambedae possiamo uscirci 
Senza costrìnger degli angeli nerì, 
Che vegnan d'esto fondo a dipartirci. » 

Rispose adunque: «Più che tu non sperì, 
S'appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
Si muove, e varca tutti i vallon ferì. 

Salvo che a questo è rotto, e noi coperchia : 
Montar potrete sa per la mina, 
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. » 

Lo duca stette un poco a testa china; 
Poi disse : < Mal contava la bisogna 



133. maImà,: il Mmgne di Criito ricadde 
is di loro e fratto U loro rovina ; cfr. 
ìùm. XXVU. 26. Luca, XI. 60-61. 

V. 124-148. tr9eUa dotta Besta bolgia. 
Kichteslone d» Virgilio, Catalano rispon- 
de ai dn^ Poeti, essere 11 vicina la mina 
A uno dei ponU, sa per la quale potranno 
umtaxe per uscire dalla bolgia degl'ipo- 
ciitL Virgilio ai accorge dell' inganno del 
Halebranobe. 

124. MARAV1GLLAB: « ex 00 quod iste 
taa mirabiliterqaam Ignoranter prophe- 
tarit, non intelligens se ipsam »; Benv. O 
p« arer parlato in alcnn laogo sa per gì h 
eome Cai£ueo, dicendo : « Unam prò mal- 
tìs dabitor capat »; Aen. V, 815 f O per 
la novità del supplizio, da lai l'altra volta 
MB veduto t - « Omnes, qnì viderint te in 
gntnms, obstopescent saper te »; Ezeeh. 
XXVm, 19. 

126. vtLMBMTB: calpestato da tatti 
«loanti i peccatori della bolgia. «Ego 
aatem snm verrnis, et non homo ; oppro- 
brinn bominmn, et abiectio plebis»; 
PtàL XXI, 7. 1 S. Padri videro in queste 
parole nn» profesia di Cristo dinansi ai 
sod gindiei. CaifiAsso ò divenuto lai in 
eterno dò che volle fhre di Cristo. - sai- 
uo: rinlbmo, dove le anime sono di- 
■fwiate in eterno dalU patria celeste ; 
cfr. Pwg. XXI, 18. 



120. destba: vanno a sinistra, t. 68; 
hanno dunque l'argine tra la sesta e la 
settima bolgia a destra. - foci: varco. 

131. C08TUIN0KB: ricordando loro il 
voler supremo. Ma dopo il timore avuto 
testé degli angeli néri, preferisce di far- 
ne senza. 

133. RI8P08R: Catalano. - aduhque: 
allora; )at. ad tune. «, 

134. 8A680: uno di quegli scogli che 
rioidono gli argini e le bolge. - cerchia : 
che circonda tutto Malebolge, cfr. Inf, 
XVIII, 8 e seg. - Sopra questi versi cfr. 
Dioniii, Anedd. V, 61 e seg. JBlane, Ver- 
tuek, I, 21416. 

130. A QUK8T0: vallon fbro. Al. cnx 
QUR8T0 rma era forse il vaUone che era 
rotto? ! - È ROTTO : il sasso, cioè Io sco- 
glio; tutto ipetzato al /ondo, come l'al- 
tro ; cft*. It\f. XXI, 106 e seg. - coper- 
chia: non vi fJA ponte sopra. 

138. che: la qoal ruina. Al.: Perchè 
essa mina giace. - in costa t su per la 
ripa dell'argine i sassi giacciono rovinati, 
e gih nel fondo della bolgia essi formano 
nn rialzo, quasi scala a salire. 

189. CHINA: accorgendosi dell'inganno 
i3»ttogli; cfir. In/, XXI, 109 e seg., 125 
e seg. 

140. CONTAVA : raccontava, esponeva. 
- LA BISOGNA : la cosa. 

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280 [CBBC. 8. B. 6] Int. xxiii. 141-148 -xxit. 1-2 [soomxhto] 



142 



145 



Colai che i peccator di là uncina. » 
E il frate : « Io ndi' già dire a Bologna 

Del diavol vizi assai, tra i quali udi\ 

Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna. » 
Appresso, il duca a gran passi sen gì, 

Turbato un poco d'ira nel sembiante; 

Ond'io dagl'inoarcati mi parti' 
Dietro alle poste delle care piante. 



»LUi : Malaooda. Cft>. It\f. XXI, 
|[. - DI LÀ: nell'altra, quinta 

>i' : ndii. - À Bologna : ofr. ▼. 
gamentam est a loco, qoia Bo- 
Italia est mater stadi!, et na- 
iiam soientiamm »; Bénv. 
roiARDO : sentensa tolta di peso 
Viti, 44: « Il diavolo ò men- 
Adre della menson^a. » 



145. APPRK880: dò detto, dopo dò. - 
A ORAH PASSI: dopo essore andato un 
poEso con Dante secondo il passo lentla- 
simo dd due frati; efr. v. 81 e seg. 

146. d'ira t per l'inganno fattogli. 

147. iNGAROATi : caricati delle cappe di 

piombo. Al. INCAPPATI. 

148. POSTB: orme, pedate; Al. PRSTS. 
- PIANTI: de' piedi di Virgilio, il « caro 
duca mio ^; Jnf. VIII, 97. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 

CERCHIO OTTAVO 

BOLGIA settima: LADEI 

(Morsi da serpenti inceneriscono e ridirentano nomini, 
poi tornano a tramntarsi) 



VANNI PUCCI 



parte del giovinetto anno, 

sole i crin sotto l'Acquario tempra, 

onforto, Aven- i>ol bestiame, che, desto nn bel mattino 

;are a tosta ohi- di febbraio, vede la campagna tutta bian- 

mbiante, Dante cbeggiare e si sconforta assai, credendo 

de apprendono, il snolo coperto di neve. Ma ben presto 

sento di Virgilio la brina, che il rillanello credeva fosse 

Don poter nsdre neve, si sdoglie, e, tntto racconsolato, 

lo però Virgilio egli gnida le pecordle al pascolo, 

sguardo, riprese 1. aiovmRTTO: ancor novdlo; Terso 

osse da questo la metà di febbraio, 

in nn magnifico 2. crin: raggi; « Crinitns Apollo»; 

tanca il foraggio Virg., Aen. IX, 638. - tbmpra : dà la tem- 



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[GRC. 8. BOLO. 6] 



Inf. XXIY. 3-21 



[CONFORTO] 231 



U 



If 



19 



E già le notti al mezzo di sen vanno; 

Quando la brina in su la terra assempra 
L'imagine di soa sorella bianca, 
Ma poco dura alla eoa penna tempra; 

Lo villanello, a cni la robEi manca, 
Si leva e guarda, e vede la campagna 
Biancheggiar tatta, ond'ei si batte Tanca; 

Bitoma in casa, e qua e là si lagna. 
Come il tapin che non sa che si faccia; 
Poi riede, e la speranza ringavagna, 

Veggendo il mondo aver cangiata faccia 
In poco d'ora; e prende sno vincastro, 
E fuor le pecorelle a pascer caccia; 

Cosi mi fece sbigottir lo mastro, 
Qaand'io gli vidi si turbar la fronte, 
E cosi tosto al mal giunse l' empiastro. 

Che, come noi venimmo al guasto ponte, 
Lo duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, eh' io vidi prima a piò del monte. 



pfm. ùkpitt tepidi, rìwaldA. Al.: Hod«ra, 
Bitigm ; mm dò STviene in aatimno, non 
in priflMTerm. « Ciinem temperai »; 8UU., 
mu. Ub. I. Oarm. II, 14 e wt>%. 

S. AL HBZZO DÌ: Tanno diventando 
■^BaU al giorno nella durata; si procede 
Terso l' eqoinosio di primavera. 

4. aamcMPHA : ritrae, rioopia. riproduce 
l'imagiDe della nere, cioè sembra neve. 

t. POCO: non può ritrarre a lungo, 
e sM S non si pnò scrivere o disegnare 
Imgo tempo, se la tempera della penna 
non dura. La brina presto si liquefa al 
raf^ del sole. « Urebant montana ni* 
ves, campoeqne iacea tes Kon dumtar» 
eoospecto sole pruin» »; Lucan., Phar», 
IV, 52-68. - PKITHA : « personificando la 
brina. Il Poeta le attribnitoe nna penna 
eoQ cni ricopia, e dà alla penna nna 
Umpra, temperatora, che poco resiste »; 
Z, Temi., Sim, 289 Al. ■ LA bua pkna 
TtMFKk^ che Land, spiega: « Struggen- 
dosi, diminaisee il freddo, il qnale qaiuido 
è eeeessivo per le gran brine, è p*na a 
ogni cosa ebe ba anima vegetativa. » 

7. LA SOBA : il foraggio, ofr. v. 14 e seg. 

9, mAJtCBMOQlAB : « Kec prata oanis al- 
bieant pminjs »; Horat., Od. I, iv, 4. - 
XATTB: per dolore, credendo che sia ne* 



12. RiNOAVAGNA: ripiglia; propHa- 
mente Rimette nel gavagno, cioè nella 
eetta o nel paniere. Qavagno o Oawagno 
è deli' uso vivente, non soltanto in qual- 
che dialetto toscano, come dicono Tom., 
Far^. ed altri, ma anche nell' alta Lom- 
bardia e nella Sviszera italiana. Al. bik- 
CAVAGNA; ofr. Z.F., 142. Blane, Yenwh 
I, 219. Eneiel., 1671 e seg. 

18. CANGIATA: non più bisDCo, già es- 
sendosi disoiolta la brina. 

14. VINCA8TB0 : scudiscio, bacchetta. 

16. MASTRO: maestro; Virgilio. 

18. così TOSTO : come al villanello. - 
L'KMPiAS^rRO : il rimedio, il conforto ; oft*. 
Petr., Trionfo della/ama, II, 129. Ariottc, 
Ori. VI, 46. La voce non aveva nel Tre- 
cento il senso materiale che ha adesso. 
« Traslasione presa da' ripari che si fan- 
no a' luoghi dove sia dolore, per ciò che 
impiattro significa propriamente quei ri- 
pari lenitivi, che si usano porre ne' luo- 
ghi ov* è dolore *; Oelli, 

19. GUASTO: rotto. - FONTE: Io scoglio 

meneionato XXIII, 133 e seg. 

21. A Pia: prima di entrare nell'In- 
ferno ; lu/. I, 61 e seg.; cfr. III, 20. 

V. 22-6J. iSalllasuU'ar^rine. Virgilio 
osserva la rovina dello scoglio, e medita 
fra sé circa il modo di salire per essa; 



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BOLO. 8] iNF. xinr. 22-88 



[8ALITA3 



raccìa aperse, dopo alcun conaiglio 

etto seco, rìgoardando prima 

m la raina; e dìedemi di piglio. 

me quei che adopera ed estima, 

LO sempre par che innanzi si provveggia; 

»sl, levando me su vèr la cima 

i ronchion, avvisava un'altra scheggia, 

cendo: « Sovra quella poi t'aggrappa; 

\ tenta pria s'è tal, ch'ella ti reggia. » 

era via da vestito di cappa, 

lè noi a pena, èi lieve ed io sospinto, 

itevam su montar di chiappa in chiappa. 

non fosse che da quel precinto, 

h che dall'altro, era la costa corta, 

>n so di lui, ma io sarei ben vinto ; 

lerchè Malebolge invér la porta 

)1 bassissimo pozzo tutta pende. 



il anno, ambedue s' ar- 
ia rovina dell' argine 
li ponte, e, per meglio 
Boir argine ottavo. 
. Riguardando prima 
eletto Beco alcun con- 
raceia e diedemi di pi- 

> di peso. Virgilio os- 
atamente la mina per 
Bsere ingannato da Ca- 
i Malebranche ; qnindi 
'ca 11 modo di montar 
Qo partito, abbraccia 

> per sospingerselo in- 
È la terza volta che 
, lo braccia, cfr. Ir^. 
XXm, 87 e seg. Per 
laci, barattieri ed ipo- 
gli * ammaestramenti 
i. Ili, 15, ma ci vDolo 
dell'aatorità secolare, 
«pera con le mani. - 
ignisce u n lavoro volge 
dopo. « Sclt praeterita, 
at »; Sapient. Vili, 8. 
re che non badi a ciò 
) dovrà fare in seguito, 
ccrescitivo di rocchio, 
JCXVI, 17 ; un grande 
pozRo di pietra spor- 
>N ; ma nel v. 62 quasi 
HI060. Senso : Mentre 
in alto per posarmi su 



di un prominente e grosso macigno, egli 
poneva mente ad un altro grosso sasso, 
dicendomi : < Prova prima colle mani, «e 
quel sasso è s\ fermo da sostenerti, e poi 
afferrati ad esso e montavi su». 

30. REGGIA: regga, sostenga; come 
provveggia per provvegga, v. 26. 

31. cappa: degl* Ipocriti, XXIII, 61 e 
seg. « Allegoricamente vuol dimostrare 
che li ostinati non si possono partire dal 
peccato, e litteralmente dimostra che, 
benché olii e Virgilio n'uscissono, non 
era possibile alli ipocriti d' osdme »; PuM. 

32. lirvk: perchè spirito. - BoenKTO : 
da Virgilio. 

33. DI CHIAPPA: di pietra in pietra, 
ovvero di scheggia in scheggia. « OAioppa 
est pars tegulas oulmse, qua tegnntnr 
tecta domomm. Sicut enim qui vadlt i)er 
tecta domorum, vadit valde lente et mo- 
rose, quia de facili poaset cadere et fnxa- 
gore albi collum, ita hic autor Ibat valde 
piane et commode, quia fkoiliter i>oto- 
rat mere deorsum propter asperitatem 
loci »; Benv. 

34. PRECINTO: argine che cin^^e le bol- 
ge sesta e settima. 

36. VINTO : dalla fatica, onde non avrei 
potuto salire. Sarei vinto per tarei ttato 
vinto, come nel v. Zi fotte ^r fotte ttato, 

87. PORTA: apertura, buca; cfr. If\f. 
XXXIV, 85. 

•38. TUTTA: AI. TUTTO. 



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[OE&C. 6. BOLO. 6] 



IHF. xxnr. 89-55 



[SALITA] 233 



52 



55 



Lo sito di ciascuna valle porta 

Che l'nna costa sarge e l'altra scende: 
Noi pur venimmo alfine in sn la punta, 
Onde V ultima pietra si scoscende. 

La lena m'era del polmon si munta, 

Quando fui su, ch'io non potea più oltre; 
Anzi mi assisi nella prima giunta. 

« Omai convien che tu cosi ti spoltre, » 
Disse il maestro ; « che, seggendo in piuma, 
In fama non si vien, nò sotto coltre; 

Senza la qual chi sua vita consuma, 
Cotal vestigio in terra di sé lascia, 
Qual fummo in aere ed in acqua la schiuma. 

E però leva su! Vinci l'ambascia 

Con l'animo che vince ogni battaglia. 
Se col suo grave corpo non s'accascia! 

Più lunga scala convien che si saglia; 



39. FOBTA CHS: richiede, ò di tal na- 
tara die, eoe. ; lat. feri tif. Se il terreno 
pende, la costa inferiore di ogni bolgia è 
tanto meno alta della «nperiore, quanta 
i la pendenza. Cfr. Oom. Lipt. 1*. 407 
« eeg. Venum, Irtf., toI. Ili, p. 168 e 
iri tar. IiXIX. Fiammatzo, Sul Piano 
diMaiapotge,Jjonìgo, 1890. Alcuni el av- 
Tiaano ébe gU argini delle bolge radano 
naBO mano scemando d* altezza, nel qaal 
caao andie le bolge andrebbero di ne- 
eearità mano mano scemando di profon- 
dità. Ma Dante di qaesto andar sceman- 
do nen l!a il menomo cenno. 

49. L* UVA : l' estema. - subos : è pili 
&lta.>L*ALTBA: l'interna. -SCENDE: è 
ptà baasa. 

41. PUB: malgrado la grare difficoltà 
deOa aaUta. > fuhta: sommità dell* ar- 
gine settimo, di eoi r ultima pietra dello 
aeogtto o ponte roTinato si sporge in ftiorl , 

43. MUBTA: esausta; non avoTO quasi 
piallato. 

45. orovTA: appena giunto sulla som- 
■Uà deU* argine. 

49. 8P0LTBV: spoltronisca, vinca la pi- 
grizia. 

47. noamsDO: rlTondo nell^ozio. Al. 
ouiaoDO, buona lesi<me, ma troppo 
sproTTista di autorità. Cfr. Z. F„ U2 45. 

48. BOTTO COLTRE: dormendo. Costr.: 
Saggtndo in piuma non ti vieruim fama, 



né (d viene in fama stando o giacendo) 
toUo eoUre. Cosi i più. Al. per coltre in- 
tendono baldacchino e spiegano : Non si 
viene in fama né sotto baldacchino ; non 
si può acquistare nò £ama nò ricchezza. 
Cfr. Horat., Ars poet., 412 e seg. 

49. LA QUAL: fama. 

50. COTAL: nessuno. 

51. FUMMO: « Deficientes quemadmo- 
dumftimnsdeficlent»; P«a<. XXXVI, 20. 
- « Sicut de6cit ftamus, deflciant»; ibid. 
LXVII, 3. - « Tamqnam fomns, qui a 
vento diffasuR est »; SapierU, V, 15. - 
SCHIUMA : « Tamquaro epuma gracili^, 
qn» a procella dlspergitur » ; Sapient. 
V, 15. - « Quasi spumam super fadem 
aqu» » ; Otee X, 7. 

52. AMBASCIA: difficoltà di respirare, 
unita a un senso di oppressione. Buti : 
« La fiitioa ». 

53. ANIMO: volontà energica che su- 
pera ogni difficoltà; - BATFAOLIA: osta- 
colo, contrasto; cfr. Purg. XVI, 75-78. 

64. s' ACCASCIA : «s* accuflk et lascia an- 
dar giti insieme col suo gravo corpo * ; 
Dan.- «Chiamasi una persona cucateia- 
ta, quando per vecchiezza o infermità ò 
molto mài condotta e quasi non si reg- 
ge»; Borghini. 

55. scala: su per 1 bald del Pnrgn- 
torio. « Scala Pargatorii longissima, quia 
pertingit a terra usque ad coalnm > ;Bm«. 



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234 [CKBC. 8. BOLO. 7] iNf . XXIY. 56-66 [SUL PONTI DBLLÀ 7* BOL.] 



68 



61 



64 



Non basta da costoro esser partito : 

Se tn m'intendi, or fa' si che ti vaglia. » 

Leva' mi allor, mostrandomi fornito 
Meglio di lena ch'io non mi sentia; 
E dissi: € Va', ch'io son forte ed ardito! » 

Sa per lo scoglio prendemmo la via, 
Ch'era ronchioso, stretto e malagevole, 
Ed erto più assai che quel di pria. 

Parlando andava per non parer fievole ; 
Onde una voce ascio dall'altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 



67. M*nmifDi: m tu vooi arrivare a 
veder Beatrioe, non basta pattini da co- 
storo e percorrere l' Inferno. Non basta 
lasciare il male, bisogna par fbr il bene. 
- TI vaglia: ti giovi qaesto avverti- 
mento. 

68. LSVA*Ml: mi levai da sedere, v. 45. 
60. FOBTR! a sostener la fìfttioa.-AB- 

DITO : per afrh>ntarla : « Formolache com- 
prende la forza del corpo e la flnuioheasa 
dell' animo » j Biag. 

V. 61-96. iMdri e loro pmia. Usciti 
ftaor della sesta bolgia, i Poeti riprendono 
la via per lo scoglio e vengono sulla bol- 
gia settima, che è dei ladri, i qnali laggiù 
bestemmiano e parlano o safolano, se- 
condo la loro forma. Sono morsi da orri- 
bili serpenti ; si inceneriscono e ripren- 
dono quindi la figura umana ; si tramu- 
tano in serpenti e ridiventano nomini 
per tornar di nuovo a tramutarsi. « La 
serpe è astuta, e cod il ladro. La serpe 
strisciando entra per ogni buco, il ladro 
s' assottiglia per entrare per ogni luogo. 
La serpe è in odio a ognuno, il ladro il 
simile, l^ serpe ascosa tra 1* erbe pugne, 
il ladro di nascoso nuoce » ; Land. - « Poi- 
ché 1 ladri disconobbero i vincoli di quella 
proprietà su cui si regge 1* edificio sociale, 
sembra che in pena sentano venir loro 
sottraendosi ogni proprietà, perfino la 
pia intima a noi, quella del nostro corpo, 
e corrano In disperate fhghe con la paura 
di perdere la radice stessa della proprietà, ' 
cioè la personalità umana, eh' ò il vero 
fondamento del me e del aè, del mù> e del 
»%io, e perciò d'ogni proprietà, il cui di- 
ritto non ai può concepire là dove non 
è individualità e persona intelligente»; 
Perez. Cflr. Mauro, Concètto e forma della 
Div, Oom. Napoli, 1862, pag. 186 e seg. 

62. BOKCHIOSO: pieno di ronchi, sterpi 



e spini ; scabroso, aspro ed inegoale. Al. 
Boocmoeo. 

63. QUBL DI PBIA: per il quale i due 
Poeti erano venuti sino alla sesta bolgia. 
Dunque pi ti ordini di ponti, ma non eguali. 
Al . CHK QUII DI PRIA. Ma iooglio non è nn 
sol ponte, è un ordine di ponti. 

64. AH DAVA : io. - FncvoLE X abbattuto, 
debole, timido. 

66. OMDB UNA : Al. ED UNA. - F0860 : 
settima bolgia. 

66. dibconvknbvolk: inabile, disadat- 
ta. « Bo quia latrones cnm sunt ad fqran- 
dnm, sibilant ut non cognoscantur ad vo- 
cem, et eodem modo isti hio sibilabant, et 
ideo non videbatur vox aota ad loqaen- 
dum » ; Poitil. Oa$. - « Inhonesta, qaalia 
decent vimm infamem »;B0n9. -« Non 
conveniente a formar parole, ohe ai pò- 
tessono intendere » ; BuH. - « Fu la voce 
si alta che a formare parole ftt ftiori 
d' uso et non convenevole » ; An. Fior. 
-«Adverba formandnm disconvenevo- 
lis, idest inepta. Vox ista, ita turpis, 
fùit vox nnias magni latronls, soilicet 
Vannis Fuoci de Pistorio. qui blaaphe- 
mabat Deos et Sanctos vite eteme »; 
Serrav. - « Parole di dolore e di bestem- 
mia, tali che io non le intendeva > ; Barg, 
- « Non conveniente, et non atta a for- 
mar parole, perchò era confusa et mal 
distinta, come interviene a quelli, ohe 
sono accesi d' ira > ; Land. - « Sconvene- 
voli a uomo » ; Qelli. - « Voce sconvene- 
vole a formar parole è quella, di ohe 
parla Aristotele nella Poetica, come è 
quella delle fiere » ; Oa»L {Arittot., Poet, 
IH, 22: « Siementum est vox indivisa» 
non tamen omnis. sed ex qua poteat 
intelligibilis fieri vox; nam bestiarum 
sunt indiviste vocee, quarum nnllam dioo 
elementum >). 



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[CXBC. 8. BOLO. 7] 



In?. XXIY. 67-^ [PBHÀ DEI LlDBl] 285 



(7 Non 80 che disse, ancor che sovra il dosso 

Fossi dell'arco già ohe varca quivi; 
Ma ohi parlava, ad ira parca mosso. 

19 Io era vòlto in giù, ma gli occhi vivi 

Non potean ire al fondo per T escare; 
Per ch4o: «Maestro, fa' che tu arrivi 

73 Dall'altro cinghio, e dismontiam lo moro; 

Che, com'i' odo quinci e non intendo, 
Cosi giù veggio, e niente affigaro. » 

76 « Altra risposta » disse, < non ti rendo. 

Se non lo far ; che la dimanda onesta 
Si dee seguir con l' opera tacendo. » 

7» Noi discendemmo il ponte dalla testa. 

Dove s'aggiunge con l'ottava ripa, 
E poi mi fu la holgia manifesta; 

n E vidivi entro terribile stipa 

Di serpenti, e di si diversa mena, 

Che la memoria il sangue ancor mi scipa. 



67. DOSSO : sommità dell* «reo che fi» 
peate BOpra qoella bolgU. 

O. MOSSO : a parlare ; j^areva un grido 
f ira, anaiehè di dolore o d' altro. Al. 
às> BK, les. accettata e difesa da Fate. 
ni, 245 e aeg.). Z, F. (145 e seg.) e da al- 
tri, ma «die il Betti chiama «lezione stolta, 
■ i* *n mh^ quella eh* è contraria a ciò ohe in 
•agoìto al dice. » E il Bettih». ragione da 



7é. TÒLTO : gnardaro giù nella bolgia. 
-Tin : c or porali. Gli occhi di persona vi- 
vcttta non diseemevMionoUa laggiù. Al.: 
69 eeehl non poitevano andar viri al fon- 
do; efr. Inf, XXIX, 64. 

73. djlIX'altbo: air altro. -aNomo: 
argine efa« separa la settima dall' ottava 
Mgja, più basso del ponte sa cai stanno 
i Poeti. - MUBO : r arco oponte. Al.:L'ar- 
rae. Ma i Poeti non discesero giù per 
Inglae neU* settima bolgia. 

75. xFTXGtJUO: rafflgoro, disoemo. Odo 
T9CÌ, ism non intendo parola ; vedo goar- 
4« giù, ma non distìnguo gli oggetti. 

Tt . altka: non rispondo cho fluendo ciò 
die Tooi, perchè, qaando la dimanda è 
g»sÉiB, ottBTìensi rispondere co' fktti pio t- 
teeto A« con parole, operando come ò ri- 



78. n DKK 816U1B: «forse si dk' esk- 
Kna»; Beiti, ft chiaro cho qai i oodd. 



non deddoito. I più, o veramente qoaai 
tottl, leggono SI drr skguib. 

79. TKSTA: estremità. « Da quella parte 
del ponte che si aggiunge con V ottava 
ripa, ctoò con quella che cinge intomo 
l'ottava bolgia»; Dan. 

81. K roi: quando fummo giunti sul- 
l'orlo dell'argine. Al.: E poi scendendo 
per queir argine. Ma i Poeti non disce- 
sero in questa bolgia, la quale brulicava 
tutta di serpenti ; rimasero ansi a guar^ 
dare sotto il capo del ponte, in uno spor- 
gimento del muro su cui discendono, per 
messo di alcune pietre prominenti, chia- 
mate più tardi (XXVI, li) borni. Essi 
discesero nella sesta bolgia, perchè vi 
furono costretti dall' essere spesaati al 
fondo tutti gli scogli che la traversa- 
vano. 

82. STIPA ; congerie, folla. < <SKtpa edotta 
ogni cosa che ò calcata et ristretta insie- 
me, et questo è detto stipato » ; An. Fior. 
- « Caveam si ve gabiam, quse alibi dici- 
tur ttia » ; (!) Bénv. 

83. BRRPRMTi : « Caput aspidum suget, 
et ocoidet eum lingua viperse »; Job XX, 
16. - « Serpentes ad vindictsm creati 
sant » ; EceL XXXIX, 85-36. - mkna : 
specie, razta, qualità; cfr. Inf. XYII, 
30. Eneid., 1220. 

84. 801PA : agghiaoda. « La ricord ansa 



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236 [CEBO. 8. BOLO. 7] Inf. xiiy. 85-94 



tPB»A DEI LÀDBll 



85 



88 



01 



04 



Più non si vanti Libia con sua rena; 
Ohe, se chelidri, iaculi e farèe 
Produce, e ceneri con amfisibena, 

Né tante pestilenze, nò si ree 
Mostrò giammai con tutta F Etiopia, 
Nò con ciò che disopra il Mar Rosso ée. 

Tra questa cruda e tristissima copia 
Correvan genti nude e spaventate, 
Senza sperar pertugio o elitropia. 

Con serpi le man dietro avean legate; 



di quelli serpenti ancora mi divide il san- 
gue da' luoghi snoi, e fallo tornare al 
onore come tà la paura » ; BttH. 

85. Libia: provincia dell* A flHca al po- 
nente dell' Egitto, con deserti arenosi in- 
festati da serpenti ; cfr. Lucan., Phart, I, 
867; U, 417 ; IX, 705 e seg. Della Libia 
Ovid.,Met. rv, 617 e seg.: « Cnmqne sa- 
per Libycasyiotorpenderetartftuit, GOT- 
gonei oapitis gnttte oeoidere omentn, 
Qaas hnmos exoeptas rarios animavit 
in angnes: Unde ft«qnens illa est info- 
staqne terra oolnbris. » 

86. CHE, SB: oos) la gran maggioranaa 
dei oodd. e oom. ant. Al. chebsi, che- 

LIUai, lACUU B FARÈB PBODUCSR, CKN- 

CEi, ecc. Ma nna sintassi tanto barbara 
non è certo roba di Dante. Cfr. IHoniti, 
Blandim. funebri, Pad., 1704, p. 74 e seg. 
Blane, Vértuch, I, 224 e seg. Barlmo, 
CorUribtOiont, 146 e seg. Z, F„ 146-49. 
CUKLIDBI, serpenti velenosi che stanno 
in terra ed in aoqna. « Sed qnis erit no- 
bis Incri pndort inde petnntnr Hoc Li- 
byofe mortes, et feclmas aspidameroem. 
At non stare snam miserie passnra cmo- 
rem, Sqnamiferos ingens Bcemorrhois 
explioat orbes; Natnset arobignfe cole- 
ret qni Syrtidos arva Cher^dros, trao- 
tiqne via fumante Chelydri ; Bt soraper 
recto lapsnrns lìmite Cenchris; Plarìbns 
ille notis variatam pingitnr alvnm, Qaam 
parvis tinctns macolis Thebanae Ophi- 
tes ; Concolor exnstis atqne indiscretns 
arenis Hammodytes; spinaqne vagi tor- 
qnenteCerastfe; EtSoytalesparsis etiam 
none sola pminis Eznvias positara snas; 
et torrida Dipsas; Et gravis in gemi- 
nnm snrgens capnt Amphisbiena ; Et Na- 
trìx violator aqn», lacnliqne volncres ; 
Et contentns iter oanda snlcare Pha- 
reas»; i>uean., Phar». IX, 708-721. - ia- 
culi: «lacollserpenteesubeantarbores, 



e qnibns se vibrant et qaad missili evo- 
lant tormento» ; Bolina, 40. PUn, VIU, 
23.-PABÀB: serpenti ohe trasdnandoai 
Csnno nn solco per terra colla coda; ofir. 
Bneicl., 754. 

87. CBBCEi : serpenti di vario colore del 
qnalisidioe ohe vanno sempre torcendosi 
nò mai camminano diritto. - amfisibk- 
NA: da dfi<p{^ e Batvco, serpente con due 
teste. « Amphisbcana consargit in capnt 
geminnm, qaorom altemm in loco ano 
est, altemm in ea parte qua canda » ; 
Solino, 40. Plin. Vin, 23. 

88. PBSTILRHZE : qnali erano in quella 
bolgia; « Sed malora parant Libyco ape- 
stacnlapestes» ; Lucan., Phart. JX, 805. 
« Koxia serpentnm est, admixfo aaa- 
gnine, pestis »; ibid,, 614. 

90. DiBorBA : meneiona i tre deserti 
ohe circondano V Egitto : quello della Li- 
bia alla sinistra del Kilo; quello del- 
l' ^t'opta al meseod) dell' Egitto ; e quello 
AeW Arabia alla destra del Nilo disopra 
il Mar Bono'. *■ èb : per i usarono sovente 
gli antichi anche in prosa. Ctr, Nannue., 
Verbi, 43i e seg. Tav. Bit. ed. Polidori, 
II, 73. 

01. COFIA : di orribili serpenti di varie 
specie. 

03. pebtuoio : foro, bnoo, da nasoon- 
dervisi. - klftbopia : pietra presioea di 
color verde, simile a quello dello sme- 
raldo, ma cbiarj'^ita e tempestata di goc- 
ciole rosse, alla qaale si attribuivano 
virth miracolose contro ogni sorte di ve- 
leno, e specialmente contro il morso dei 
serpenti, come pure la virtù di rendere 
invisibile chiunque la portasse. « Entro- 
pia, pietra di troppo gran virtù, per ciò 
che qualunque persona la porta sopra di 
sò.mentrelatiencnonèdaalcnnapersona 
veduto, dove non ò » ; Booe., Dee. Vili, 8. 

94. LROATE: perchò non selelasciaron 



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[C1£C. 8. BOLO. 7] 



Inp. iiiy. 95-108 [vanni fucci] 237 



97 



100 



103 



IM 



Qaelle ficcavan per le ren la coda 
E il capo, ed eran dinanzi aggroppate. 

Ed ecco ad on, ch'era da nostra proda, 
S'avventò on serpente, che il trafisse 
Là dove il collo alle spalle s'annoda. 

Né 'o' si tosto mai, nò 4' si scrisse, 
Com'ei s'accese ed arse, e cener tutto 
Convenne che cascando divenisse ; 

E poi che fa a terra si distratto, 
La polver si raccolse per so stessa, 
E in quel medesmo ritornò di butto. 

Cosi per li gran savi si confessa 
Che la Fenice more e poi rinasce. 
Quando al cinquecentesimo anno appressa : 



legare dal preeeUo dlTino : Nonfwrtuv^ 
fa9i€9, né dalle leggi amane. O. Mazzoni: 
« PrattoaU), perchè le tennero troppo fa- 
cOmente sciolte Terso la roba altrui. » 
1^ tennero gdoUe apponto perehò non 
M le laMlaron legare dalle leggi divine 
ed amane. 

05. QDXLLB : serpi ; non legano par le 
mani, stnunenti del peccato, ma vanno 
alla radice di esso, al caoie. - kkn : reni ; 
troDcamento deU*aso. Ctr, Nann., Nomi, 
US e tatto il oap. XVII. 

V. 97-18». Vmnni Pued. Ad ano si 
avventa on serpente, Io traflgge^ed egli 
■'inoeserlsce, qoindi riprende sabito la 
Agora umana. È Vanni Facci, figlio na- 
torale di Faccio de' Lasxeri, nobile Pi- 
•toieee. Si ani verso il 1203 con Vanni 
della Honna e Vanni Mironne pistoiesi, 
per rubare il tesoro di San Iacopo. Ma 
i ladri non riasdrono pienamente, fagati 
da qoalelie rumore che intesero. Diverse 
persone Itarooo arrestate come sospette 
del dritto, tra altri Bampino di Ranoo- 
eio, che Ita h lì per perdere la testa. Fi- 
nalmente Vanni confessò la verità del 
&tto e scoperse i complici dell'impresa. 
Cfr. aav^. Notizie ined, ddUk Sagri- 
ttia pistoiése de* Betti Arredi, Vìr, 1810, e 
Lettera euU'itUerpretaz, d'un verso di D, 
nOaOmntieaXXlVdM'Jn/. Pisa, 18U. 
Pr^essione, Nuovi documenti su Vanni 
Fucci, nella OuUura del 21 febbr. 1801. 
CkioppéQi, Dante e Pistoia» ivi, 20 mar- 
te 1803. Bae<i, Dante e Vanni Fucei 
utonds una tradizions ignota, Pistoia, 

lan. 



07. N06TKÀ: « dalla ripa et costa della 
bolgia dove noi eravamo»; Dan, 
00. lJL: nella gola. 

100. ME ' o ' : « queste dae lettere * o ' et 
* i* ai scrivono a ano tratto di penna ; et 
pertanto si scrivono più velocemente che 
l'altre, ohe con più tratti di penna è dato 
loro forma »; An, Fior. - « Mostra la cele- 
rità del fstto con ano del modi schietta- 
mente proverbiali della Ungaa»; L,Vent., 
Sim., 401. 

101. s'aocbsk: come ladro delle cose 
di Dio; e « Dominas Deus ignls oonsa- 
mene est »; DeiOer. IV, 24. 

108. DISTHUTTO: disfktto. 

105. MKDBSMO : ohe era prima di es^re 
trafitto dal serpente: riprese l'emana 
forma. - di butto : di botto, sabito. Virg., 
Georg, lY, 440 e seg.: «Ille (Proteus) 
sasD centra non immemor artis Omnia 
transfbrmat sese in miracnla rerom, 
Ignemqne horribUemqae feram fiavium- 
qae liqaentem. Veram obi nalla fbgam 
reperit fUlada, viotas In sese redit atqae 
hominis tandem ore locatos » ecc. 

106. SAVI: Erodoto, li, 76; Filoetrato, 
Vit. ApoU.Tyan. Ili, 14; Pomponio Mela, 
Dese. Orbis, III. 8 ; Achille Tazio, Amo- 
ree Leueippeset Olitoph. III, 25; Olaudia- 
no, BidyU,, 42; Plinio, HUt. nat. X. 2; 
Seneca, Epiet, 42; Oìfidio, Metam, XV, 
802-402 ; Brun. Latini, Tee. volg. da Bo- 
no Oiam,, VI, 26 ; e forse Dante allode 
ad altri ancora. - si coirirBSSA: si asseri- 
sce. La descrizione ò tolta da Ovidio 1. e. 

108. CUfQUBCKHTKSUlO: « HiBC obi qoln- 
qae soie oomplevit s»cala vite [Uloet] in 

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238 [CKBC. 8. BOLO. 7] InP. XXIV. 109-125 



[VAKia PUCCI] 



109 



U2 



115 



118 



121 



124 



Erba nò biado in sua vita non pasce, 
Ma sol d'incenso lagrime ed amomo; 
E nardo e mirra son l'ultime fasce. 

E qnal ò quei che cade, e non sa comO| 
Per forza di demon eh' a terra il tira, 
d'altra oppilazion che lega l'uomo, 

Quando si leva, che intomo si mira 
Tutto smarrito dalla grande angoscia 
Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 

Tal era il peccator levato poscia. 
potenza di Dio, quanto se' vera ! 
Che cotai colpi per vendetta croscia. 

Lo duca il dimandò poi chi egli era : 
Per eh' ei rispose : « Io piovvi di Toscana, 
Poco tempo ò, in questa gola fera. 

Vita bestiai mi piacque, e non umana, 
Si come a mul ch'io fui; son Vanni Facci 



ramis tremalieqae oacomine palm» Un- 
gaibaset paro nldnm albi oonttrult ore»; 
OHd„ Met. XV, 395 e seg. 

110. L AGRI MB : gocce dell' inoenso. - SD 
AMOMO: Al. K d' AMOMO. Ma T amomo 
non lagrima. È l' O^idiano : e Sed turis 
lacrimls et succo vivit amomi •; Met, 
XV« 394. Questo loogo di Ovidio ò de- 
cisivo, ad onta di Z. F., 140 e seg. 

111. PASCE: nido. « Accenna alla vita 
novella a coi la Fenice rinasce »; Tom, 

112. COMO: come, lat. quomodo; forma 
usitatissima presso gli antichi. Dante 
r osa soltanto dae volte In rima, qui e 
Furg. XXIII, 86. 

118. DI DBMOMr 80 ossosso; cfr. Mare. I, 
so ; «Et discerpens enm spiritns imman- 
das.... » - Lue. IV, 35: « Et com proie- 
cisset illad dwmoniam in medium.... » 

114. OPPILAZION: ri taramento e riser- 
ramento de' meati del corpo. « Oppilare 
ò ano verbo latino, ohe significa serrare 
e chiedere. Laonde son chiamati dai me- 
dici qoegli che hanno di sorte chiuse e 
serrate, per essere ripiene di vapori gros- 
si, le vene, ohe gli spiriti e la virtù nu- 
tritiva non posson passare e andare per 
le parti del corpo dove fs di bisogno 
loro. E se si fa per sorte tale oppilazione 
in quelle vie che hanno a passare gli spi- 
riti ohe vanno dal cuore al cervello, l'uo- 
mo cade subitamente senza sentirsi in 
terrai e da questo nasce 11 mal caduoo e 



le sincope, chiamate da noi venirti tneno, 
e altri accidenti simili »; OeUi, - uega : 
« parola solenne, trattandosi di magÌA o 
d' altra forca straordinaria »; Tom. 

119. POTENZA: Al. GIUSTIZIA. - 8E*VK- 
BA: Al. QUANT* È SEVERA. Cft. Z. F., 150 

e seg. La subita trasfbrmasione di quel 
dannato mostra sì la giutUzia di Dio. ma 
forse più ancora la Sua potenza, mentre 
la divida gituiizia appare in tutte quante 
le pene dell'Inferno dantesco. E questa 
potenza di Dio ò certo tevera, ma, quel che 
più monta, ò anche vera, cioè giusta, ca- 
stigando ognuno secondo i suoi meriti. 

120. PER VENDETTA : per gastigo. - CBO- 
BCIA : scarica, vibra, « con empito per- 
cuote » ; Dan. - « Metafora tolta da le 
ploggie e da r acque, che si dicono ero- 
tciare, quando piovono e si versano ab- 
bondantissimamente »; OelU. 

122. PIOVVI: caddi, piombai; ofir. Inf. 
Vili. 83; XXX, 96. 

123. i*oco : da circa cinque anni. - go- 
la: bolgia. 

125. mul: perchè bastardo. Al.: Perchè 
ostinato come il mulo. Di costui An. Sei.: 
« Fu uomo molto arrogante e superbo 
e dileggiato[re]. E rannate con altri di sua 
compagnia, in una chiesa che si chiana 
s. Iacopo, imbolarono tutt* i paramenti, 
calici, reliquie, e dò ohe vi trovare; e 
poi le impegnarono per le mani di un 
prete di loro, e poi l'aposono a uno no- 



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[esse. 8. BOLO. 7] 



Inp. xxiy. 126-188 [tanni pucci] 289 



1X7 



lao 



133 



13« 



Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. > 

£d io al daca : « Digli che non mucci, 
E dimanda qual colpa quaggiù il pinse ; 
Ch'io il vidi uomo di sangue e di cniccL > 

E il peccator, che intese, non s* infinse, 
Ma drizzò verso me l'animo e il volto, 
E di trista vergogna si dipinse ; 

Poi disse: « Pia mi duol che tu m'hai còlto 
Nella miseria dove ta mi vedi, 
Che qaando fai dall'altra vita tolto. 

Io non posso negar quel che tu chiedi: 
In già son messo tanto, perch' io fui 
Ladro alla sacrestia de' belli arredi ; 



tak», e maBdarono nelt* o«n sii» a Aure 
oereare, dioendo e iafamandolo ch'egli 
TaTte ftirate. » - An. Fior.: « Et perchè 
9^ era bestiale, fo chiamato Vanoi 
hertia. » Secondo il Baed (o. e, 16) la 
« torir^iite prima ore attlnaero totti i 
chkieatori di Dante» è il aegnente rac- 
conto ebe ai legge in on antico codice: 
«Vaa«eePoccÌ Della Dolce, Vanne* Della 
Monna et Vannee Mlronne pistorlenMO, 
dvee Dophandi et hominee male conrer- 
aationla et rito, contraete vemnt Inter ae, 
deUberatione habiu et iottlgatione dia- 
bolica, theeaaram beati lacobi demba- 
re; qniboa de caoeis et enormitatibaa 
AoHl et attqoi ftieront male Infamati et 
iaealpaU. laier qooe tr^ Bampinut Alias 
domisi Ranoeci de Forensibaa porteGui- 
donia, et Senna oorregiarins et Paooloa 
Giawiua Tectarine fberont agguati per 
mnlta genera tormentorom. tjnns de 
eia Karnupinus Alias domini Ranoeci ad 
I dicebator dapmnari et tandem 
I equi Tel mali et ad (tarcas 
Orationibas faoiis ex parte et 
prò parte ipsins, et Vannes Della Monna 
predietiie ex delieto predicto ftdt captos 
ia sacra septa maioris ecclesie qnadam 
die prima quadragesima tune temporis et 
hi fertia potestetis, tridelioet Giani Della 
Bella de jnorentia, et eommonis Pistori, 
qni iioaiinaTitmalelbotores,qai ad dictam 
fartom eonsenseront; et flMere intende- 
baat ezoepto AUo dlctl domini Rannooi 
exeasando eandem qaod incolpabiUs ftie- 
rat de p eoca t ts dietis, onde gratia Dei et 
Virglais eztiterat Uberatas. » La les. è, 
^eete eolia fine, scorretta ed escara. 
126. TÀMÀ. : àMtadone. La chiama cosi, 



avendo chiamato so stesso bestia, la col 
abitazione è ana tana. E la dice degna, 
perchè albergo di aomini egnalmente be- 
stiali : cfr. In/. XXV. 10 e seg. 

127. MUCCI : scappi. « Dicesi tmueeiare 
di una cosa ohe per la liscexsa esce di 
mano, e ohe non si pad teiere forte, ansi 
quanto più si stringe, più sguscia e scap- 
pa, e fogge di mano »; Buonanni. 

128. DIMANDA: Al. DIMAX DAL. - QUAL 

COLPA : la domanda soppone ohe il fìirto 
commesso dal Facci non fosse notorio ; 
onde non sembra probabile che fosse im- 
piccato, come affermano alcuni antichi. 

129. DI CRUCCI: sanguinario e rissoso, 
onde dovrebbe trovarsi non qui, ma nella 
settima bolgia. Fu Vanni Facci parti- 
giano furibondo di parte Nera, congiurò 
contro Focaccia Cancellieri, uccise il ca- 
valier Bertino e commise molte altre rio- 
lenze. Al. UOM Qlk DI SAMOUK K DI COR- 
BUCCI: cfr. Z. F., 151 e seg. 

130. icoic s'iMFiHSi: non si dette ve- 
mna cura di celare la cosa, né fa lento a 
dirla senxa veran riguardo. Al.: Non Anse 
di non aver bene inteso la mia domanda(f). 

131. DKizasò : mi guardò attentamente. 
« Con vertere animos acris oculosqoe tu- 
lere Cnncti ad reglnam »; Tirg., Aen. 
XI, 800 e seg. 

132. TRISTA : diversa da quella « che Ik 
l'uom di perdon talvolta degno », Purg. 
V, 21. Non 8Ì vergogna del male, ma sol- 
tanto di essere scoperto. 

186. TOLTO : accenna per arventora a 
morte violoita. 

138. ROM POSSO: avendomi tu vedoto 
qai nella bolgia dei ladri. 

188. db' bblu t chiama la sagrestia di 

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240 [CEBO. 8. BOLO. 7] InF. XXIV. 139-149 



[VANNI PUCCI] 



180 



142 



145 



148 



E falsamente già fa apposto altrui. 

Ma, perchè di tal vista ta non godi, 

Se mai sarai di fuor de' lochi bui, 
Apri gli orecchi al mio annunzio, e odi : 

Pistoia in pria di Neri si dimagra. 

Poi Fiorenza rinnova genti e modi. 
Traggo Marte vapor di Val di Magra 

Gh' è di torbidi nuvoli involuto ; 

E con tempesta impetuosa ed agra 
Sopra Campo Picen fia combattuto ; 

Ond'ei repente spezzerà la nebbia, 



San Iacopo di Pistola, doTo si onstodir 
▼ano 1 predoai arredi, ioeretHa de' beUi 
arridi, oirooaorivendo con questa frase il 
nome di Tetoro ohe essa sagrestia aveva. 
Al. oostmisoono : J^ ladro é$'hiUi ar- 
redi aUa mureetia. Cfr. Ciampi, loo. oit. 

139. ALT&ui: a Rampino di Banacdo 
Foresi. 

V. 140-151. Sventura del Bianchi» 
A sfogo della saa rabbia, Vanni Fncoi pre- 
dice a Dante le calamità dei Blandii di 
Firenze dal 1800 al 1302, o 1306. e dò 
nell'intento maligno, e malignamente 
espresso, di addolorare il Poeta. 

140. TU : Bianco, oo' taci correligionari 
politici. - GODI : goda ; cfr. Nannue., Ver- 
bi, 289 e seg. 

141. LOCHI: luoghi infernali; cfr. If\f. 
Vin,93; XU, 86; XVI, 82. 

143. DIMÀGBA: spoglia, spopola. Kd 
1300 ayrenne ta divisione di Pistoia in 
Bianchi e Keri; cfr. <?. ViU, VUI, 38. 
Quindi nel maggio 1301 « la parte bianca 
di Pistoia coli' aiuto e favore de' Bianchi 
ohe governavano la città di Firense, nò 
cacciarono la parte nera, e disfedono le lo- 
ro case »; Q. ViU. VIU, 45. Cfr. Del Lungo, 
Dino Oomp, 1, 190 e seg.; II, 115 e seg. 

144. POI : nel maggio 1301 i Neri furono 
discacciati da Pistoia ed il di d'Ognissanti 
dello stesso anno Carlo di Valois entrò in 
Firenze ; G. ViU. Vili, 49. - uinnova : 
Corso Donati, sbandito, ritornò a Firen- 
se, con alquanto seguito di certi suoi 
amid e masnadieri a piò ; la parte bianca 
ta invece cacciata da Firenze; O. ViU. 
Vm, 49-50. Cfr. Del Luìigo, Dino Oomp. 
I, 268 e seg.; II, 103 e seg. - modi : il go- 
verno passò dalle mani dd Bianchi a 
queUe dei Neri; O. VUI. Vili, 49. 

146. Mabte : ca«o retto. - vatou : quar- 
to caso. Moroello Malaspina, marchese di 



GiovagaUo in Lnniglana, detto capitano 
e duce dd Neri ^ Firenze nella loro 
guerra contro Pistoia. - Vjll di Magra. : 
ndla Lunigiana; d estende dalle valli 
della Vasa sino al fiume Serohio. 

140. CHI : qud vapore ; Moroello. - nu- 
You : soldati Neri, turbolenti, da lai ca- 
pitanati. - ihvoluto : droondato. 

147. agra: orudde. « Chinnqneera pre- 
so.... all'uomo era tagliato il piò, e Alla 
donna il naso »; O. ViU, Vm, 82. 

148. Campo Picbm: l'a^r^rPiMnia men- 
zionato da Sallustio {OatU. o. 67), ohe 
Dante, con altri suoi contemporanei, 
identificò erroneamente coll'agro pistoie- 
se. Cfr. Ba$i., 55-69 e nel Oiom. Dant. U, 
390-94. Allude probabilmente aUa spe- 
dizione dd Neri Fiorentini e Lnocbesi 
contro Pistoia nel maggio del 1302. ohe 
finì colla presa di SerravaUe, Q. ViU, VII l. 
52. Baes., 159 e seg. Altri riferiscono 
questi verd all' assedio ed alla presa di 
Pistoia nel 1305 e 1306 ; Q. ViU. Vili, 82. 
Altri affermano che nel 1302 Moroello 
combatto contro i Bianchi e li disfece nel 
campo Piceno o Pitoenu, - « Campo Pi- 
ceno si ò luogo, ov' ò ora Firenze, ohe 
cod d solia chiamare, e fiftceavid il mer« 
cato e anche d dioea campo di Marte. B i vi 
combatto messer Carlo con messer Coreo 
Donati, e cacdonne ftaori i Cerchi oorae 
Bianchi » (t); An. Sei. - « Picenns appel- 
latus est campus apnd Pistorium, in quo 
olim fuit debellatus Catilina » ; Benv. 
Cfr., oltre i lavori dt. dal Base., Ola- 
ricini Dornpaeher, A che /atto aUude 
DanU nei vern 142 Bi dd 0. XXIV 
deU'Inf., Padova, 1894. 

149. Ki : il vapore ; Moroello. - bpkz- 
ZRBÀ : romperà dalle sue nuvole awen- 
tandod sopra i nemici in modo, che tutti 
quanti i Bianchi ne avranno gran danno. 



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[CBBC. 8. BOLO. 7] InP. XXIV. 150-151 -XXV. 1-7 [BESTEMMIA] 241 

Si ch'ogni Bianco ne sarà forato. 
151 E detto l'ho, perchè doler ti debbia ! » 

160. FXBUTO: forlto; forma dell' oso 151. drbbia: debba, «quia ta es Al- 

1^ antichi. Cfr. Nannue., Verbi, boa »; Ben». Al. tbn dkbbia. Cfr. Z. F„ 



383 e seg. 153. Nannue., Terbi, 598. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 



OEBOHIO OTTAVO 
BOLGIA SETTIMA: LADRI 



CACO, CXHQUE LADRI FIORENTINI E LORO TRASMUTAZIONI 



Al fine delle sue parole il ladro 
Le mani alzò con ambedue le fiche, 
Ondando: « Togli, Iddio, eh' a te le squadro ! » 

4 Da indi in qua mi fur le serpi amiche, 

Perch' una gli s' avvolse allora al collo. 
Come dicesse : « Io non vo' che pia diche > ; 

7 Ed un'altra alle braccia, e rilegoUo 

Y. 1-0. Bestemmia punita. Appena 3. lk squadbo : le pongo in isqoadra, 

tormifiato il maligno ano Tatioinio, Vanni le indirizzo, le fo a te. « Et aperait os 

Faed et volge contro Dio stesso con un sanm in blaspberoias ad Denm, blasphe- 

atto dlaoneeto di soherao, acoompagnato mare nomen elns » ; Apocal. XIU, 6. - 

da parole sacrileghe. Immantinente an « Nello statato di Prato ohianqne fteas 

serpente gli si avvinghia al collo e nn al- /ecerit tei montlraverit notes versus eoe- 

tro alle braccia; quello gì' impedisce di lum vel versus figutam Dei o della Ver- 

parlare. questo di tsx gesti si sconci. gine, paga dieci lire per ogni Tolta; se 

2. FiCHS: atto sconcio e villano che si no. i^'ostato * ; Tom. 

fs in dispregio altrui, ponendo il dito i. amiche: avendo prontamente pa- 

groiso tra T indice e il medio piegati, e nito il sacrìlego bestemmiatore. «Idem 

sporgendo il pngno ooA chioso verso chi velie atqne idem nolle, ea demnm firma 

si vnd ingiariare. « In sa la rocca di amicitìa est », dice CatUina; in SaXhist,, 

Carmignaoo {eatUOo dei territorio Pisto- De eoniur. OcitU., 20. 

iese) avea una torre alta settanta brac- 6. dicbk; dica; forma antica, usata 

da, e Ivi sa dna braccia di marmo, che anche in prosa, Cfr. Nannue,, Verbi, 577. 

fiMeaoo le mani le fiche a Firenze » ; (7. 7. RiucaoLLO : lo legò di nnovo, come 

FiB.yi, 5. Ctr.Narmue.fVerbi, 134 nt.4. ora giA legato prima di incenerirsi per 

m.,Ver$.,230.Mazz.'Tos.,Voelepassi,12B. ridiventar uomo; cfir. Ir^. XXIV, 94. 



^. — iXo. Oomm., 4» 9^, 



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242 [CEBO. 8. BOLO. 7] Inf. XIV. 8-21 



[CACO] 



10 



13 



16 



19 



Eibadendo so stessa si dinanzi, 

Che non potea con esse dare un crollo. 

Ahi, Pistoia, Pistoia, che non stanzi 
D'incenerarti, si che pid non duri, 
Poi che in mal far lo seme tuo avanzi? 

Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri 
Non vidi spirto in Dio tanto superbo, 
Non quel che cadde a Tebe giù da' muri. 

Ei si fuggi, che non parlò più verbo : 
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia 
Venir chiamando: « Ov'è, ov'è l'acerbo? » 

Maremma non cred' io che tante n'abbia, 
Quante bisce egli avea su per la groppa, 
Infin dove comincia nostra labbia. 



8.KIBADKND0 : fonuido attraversando 
le reni colla coda e col capo (ofr. Jf|A 
XXIV, 05 e seg.) è aggruppando ooda 
e capo dinanzi. Al. bibattbndo ; ofr. Z. 
F., 153. Moore, Orit., 336 e seg. Una serpe 
gli stringe il collo, peroliò pib non erotti 
insolti; un'altra gli rilega le braooiat 
perchè più non faccia le fiche. 

9. ESSE: braccia, -dabb: fkre il me* 
nomo movimento. 

V. 10-15. Int>etHva contro Pistoia, 
L' orrendo sacrilegio del Facci trae Dan- 
te ad inveire contro Pistoia, patria di 
esso Facci, esortandola a ridarsi in ce- 
nere, piuttosto che produrre uomini sì 
bestiali, che nemmeno nell' Inferno non 
hanno pari. 

10. CHE: perchè. -STANZI: determini, 
risolvi. Cosi tutti, o quasi tutti i codd. 
e oom. ant. La lez. che nok stai anzi 
D'iMOBNBBARR (—perchè non cessi di 
propagarti, condannandoti a perpetuo 
celibato?), è inattendibile. Vedi però Fer- 
rari, neir J5<rttria, febbr. 1851, p. 70. 

12. SBMB: secondo la tradizione, Pistoia 
fu fondata dagli avanzi dell' esercito di 
Gatilina. Cfr. G. Vili. I, 82. Benv. Land., 
ed altri osservano, questa non essere che 
una fftvola. Sta bene. Ma ai tempi di 
Dante alla favola si prestava fede. - 
AVANZI : superi, vinci. « ^tasparentum, 
peior avis, tulit Nos nequiores, mox da- 
tnros Progeniem vltiosiorem » ; Horat,, 
Od, ni, VI, 46 e seg. 

14. IN Dio: contro Dio. -TANTO: quan- 
to Vanni Pucci. 

15. NON quBL: è U lat. n« ilU <ruidem, 



nemmeno colui, cioè Capaneo; cfr. Jt^. 
XIV, 46 e seg. 

V. 16-83. Caco, Beco un Centauro mo- 
stro, tutto coperto di serpenti, che corre 
dietro al Focoi, affocando chiunque in lui 
si abbatte. È Caco, il figlio di Vulcaao, 
l' uomo-satiro che abitava in una grotta 
del monte Aventino e che con astuzia 
rubò quattro buoi e quattro vacche della 
greggia di Ercole. I muggiti delle vacche 
rubate fìirono guida ad Ercole, il quale 
andò alla grotta ed uccise il brutto la- 
drone ; cfr. Virg., Aen. Vm, 193-267. 
Questo Caco figura il ladroneggio ese- 
guito colla forza e coli' astuzia. Virgilio 
lo disse mezzo uomo; Dante ne fa un 
orrido Centauro. 

16. Bi: egli; Vanni Fncd. Al. quri. - 
fuggì: vedendo da lungi venir corren- 
do l'arrabbiato Centauro. Alcuni met- 
tono r accento sul ti e spiegano : Quegli 
se ne fuggi coA malconcio dai due ser- 
penti, che non ebbe più modo di dir 
parola. 

18. L* ACERBO : r indomabile e superbo 
nemico di Dio. Vanni Fuod e fa acerbo 
et duro et salvatioo nomo » ; An. Fior. 
« Tunc pater .Sneas procedere longius 
iras Et scevire animis Entellum band pas- 
sns acerbis » ; Ftr^., Aen, Y, 461 e seg. 

19. MAREMMA: cfr. Jnf, XIII« 9 nt. 
« Questa è una contrada di Pisa (0, po- 
sta presso al mare, ove abbondano molte 
serpi, intanto che aVadaè un monasterio 
bellissimo, lo quale per le serpi si dice es- 
sere disabitato » ; Buti. 

21. iNFur : fino al basso delle reni, dov^ 



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[CSBC. 8. BOLG. 7] InF. XXY. 22-41 [LADRI FIORENTINI] 243 

S3 Sopra le spalle, dietro dalla coppa, 

Con Tale aperte gli giacea un draco; 

E quello affoca qualunque s'intoppa. 
35 Lo mìo maestro disse : « Quegli è Caco, 

Che sotto il sasso di monte Aventino 

Di sangue fece spesse volte laco. 
28 Non va co' suoi fratei per un cammino, 

Per lo furar frodolente eh' e' fece 

Del grande armento, ch'egli ebbe a vicino; 
SI Onde cessar le sue opere biece 

Sotto la mazza d'Ercole, che forse 

Gliene dio cento, e non senti le diece. > 
u Mentre che si parlava, ed ei trascorse, 

E tre spiriti venner sotto noi. 

De' quai né io né il duca mio s'accorse, 
37 Se non quando gridar: « Chi siete voi?» 

Per che nostra novella si ristette. 

Ed intendemmo pure ad essi poi. 
40 Io non li conoscea; ma ei seguette, 

Come suol seguitar per alcun caso, 

flniMe U fomiA di ostaUo ed inoomincia lo. - bikck: bieche ; prave, ingiuste. Cfr. 

qoello di noma- LABBIA: la forma umana. Nannuó., Verbi, 280, nt. 1. 

23. COPPA : occipite, nnca. 33. CKNTO : percosse. - non sentì : es- 

24. QUELLO : drago. > affoca : abbra- sondo forse già morto sotto i oolpi tre- 
da. - s'intoppa : s'imbatte nel Centauro. mondi prima di averne ricevuti pur dieci. 
-«Saper omnia Caci Spelnnoamadicinnt V. 3Ì-151. iMdri PiorenHni o ioro 
■pi rantemqae ignibus ipsum»; Virg.,Aen. traaìnuttuHoni, Vengono tre «piriti Fio- 
Vili» 803 e seg. routini : Agnello Brunelleschi, Buono de- 

27. LAGO: sparse spesso tanto sangue gli Abati e Puccio Sciancato. Viene quindi 
(degli armenti che rubava d'intorno e un quarto, Ciaufik Donati, in forma di ser- 
quindi scannava) da formarne un lago. penteasei piedi, e s'incorpora in Agnello. 

28. FBATEi : Centauri nel girone de' ti- Viene finalmente Guercio Cavalcante in 
ranni; cfr. I/^. XII, 55 e seg. forma di serpentello, e trasmota natnra 

29. FUBAB: Al. FUjrro. Per avere m- con Booso degli Abati. Cinque ladri Fio- 
bato con astuzia le vacche ed i tori di routini, io cui trasformasloni sono incom- 
Rrooie. Gli altri Centauri, mai /ratei, parabilmente mirabili ; ctr. v. 94 e seg. 
Bon osarono astusia, ma soltanto forsa 81. parlava : Virgilio. - n : Caco. - 
e violenaa. ~ frodolente : tirando il be- teascobsb : passò oltre. 



I rubato per la coda, lo fsce oam- 35. tre : Agnello, Buoso e Puccio. - 

asinare all' indiètro, aflincliè Ercole non sotto noi : sotto quel punto dell'argine, 

polease aeguime le orme e scoprire il ove eravamo Virgilio ed io. 

fiirto. Al. CHE FSODOLENTE FECE; cf^. 36. s'accobbb: non avendo ihtto at- 

Z. F., 154 e seg. tensione che a Caco. 

30. ARMENTO: che EroolecondusoedaUa 38. novella: il discorso tra noi due 

Spagna dopo avere ucciso G^rione. - a cessò ; tacemmo per llsr attenzione agli 

YicisO: in vidnansa. spiriti laggiù nella bolgia. 

31. ONDE: per U qual ftirto fh>dolente, 40. bbguettk: segui, avrenne. 

ebe indusse Sroole a oereario ed nodder- 41. sequttaìi: avveniro. 



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244 [GEBC. 8. BOLG. 7] InF. XXV. 42-63 [LÀDBI FIOBENTINI] 

Che r un nomare un altro convenette, 
43 Dicendo : « Gianfa dove fia rìmaso ? > 

Per ch'io, acciò ohe il duca stesse attento. 

Mi posi il dito su dal mento al naso. 
46 Se tu se' or, lettore, a creder lento 

Ciò eh' io dirò, non sarà maraviglia. 

Che io ohe il vidi, appena il mi consento. 
49 Com'io tenea levate in lor le ciglia. 

Ed un serpente con sei piò si lancia 

Dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia: 
52 Coi piò di mezzo gli avvinse la pancia, 

E con gli anterior le braccia prese ; 

Poi gli addentò e l'una e l'altra guancia; 
55 Gli diretani alle cosce distese, 

E misegli la coda tra ambedue, 

E dietro per le ren su la ritese. 
58 EUera abbarbicata mai non fue 

Ad arbor si, come l' orribil fiera 

Per l'altrui membra avviticchiò le sue. 
61 Poi s'appiccar, come di calda cera 

Fossero stati, e mischi&r lor colore ; 

Nò l'un nò l'altro già parca quel ch'era; 

42. UN ALTRO : Al. ALL* ALTRO. Al. l'uh 55. DiRKTANi : i piedi di dietro, Ticini 
MOMUfAR l'altro. alla coda. 

43. CiAiiTA: della nobile famiglia del 56. ambidue: le oosoe di Agnolo. 
Donati (Petr. DarU. Io dice degli Abati). 58. bllrra : non vi ta mai oliera al te- 
« Fa grande ladro di bestiame, e rompla naoemonte abbarbicata ad albero, come 
botteghe e vaotava le camette > ; An. Sei. qaell' orribile serpente avvitiochiò le 
Secondo 11 F«U., Cianfa ed i saoi compa- eoe membra a quelle dello spirito» « Ar- 
gni, avendo in mano il governo della re- tins, atqne hedera procera adstringitar 
pubblica, convertirono in nso privato le ilex, Lentie adhierens braohiis »; Horat., 
pabbliche entrate, onde qaesti Fioren- Epod. XV, 5. Cfr. Petr., 8on. 277 (li, 
tini non sarebbero ladri ooranni. Cianfa 50). 7 e seg. Ariotto, Ori. VII, 29. 

s* era trasformato in serpente a sei piedi. 59. fibra: «Omnia transformat seee 

44.PBRcn'io:adendocbiederedi Cianfa in miracnla rerum, Ignemque horribi- 

argomentò costoro essere Fiorentini, on- lemque feram »; Virg , Georg, IV, 441 

de desidera di saperne di più. e seg. 

45. su : atto naturale di chi chiede si- 61. s'appiocIr: s'attaccarono, sMnoor- 

lensio. « Premit vocem digitoque silentia porarono come due pesci di cera riscal- 

snadet » ; Ovid,, Mei. IX, 692. data. « Colla capntqoe flunnt ; oalido non 

48. oomiBNTO: possa appena crederlo octus Austro Nix resolntacadit, nec so- 
lo ohe r ho veduto. lem cera sequetur » ; Lncan,, Phan. IX, 

49. OOM* IO t mentre io era tutto attento 781 e seg. 

a riguardare quegli spiriti. 63. l'altro : colore. Dante dà agli splri- 

^0. serpbntb : il trasformato CianCs. ti dannati non pur la /orma, ma anohe il 

51. all' imo : ad Agnolo Brunelleschi, colore del corpo umano. « Bgliono si mi- 

V. 08. sokiarono si 1 colori, il serpente collo api- 



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[cna 8. BOLe. 7] 



INF. XXV. 64-78 [LADRI FIORENTINI] 245 



n 



Come procede innanzi dall'ardore 
Per lo papiro suso un color bruno, 
Che non è nero ancora, e il bianco more. 

Gli altri due riguardavano, e ciascuno 
Gridava : « Ornò, Agnèl, come ti muti I 
Vedi che già non se' né due né uno. » 

Già eran li due capi un divenuti. 
Quando n' apparver due figure miste 
Li una faccia, ov'eran due perduti. 

Fèrsi le braccia due di quattro liste ; 

Le cosce con le gambe, il ventre e il casso 
Divenner membra che non fur mai viste. 

Ogni primaio aspetto ivi era casso : 
Due e nessun Pimagine perversa 
Parca; e tal sen già con lento passo. 



zito • lo s^rito ool aerpente, ohe feoiono 
QB tonu> colore » ; An, Fior. 

64. rsocBOB: non altrimenti sa per la 
carta eoi aiaai applooato il foooo, nn co- 
lor brano precede man mano la fiamma. 

6S.PAFIBO : oarta bambagina. Al.: IllO' 
d^Mlo. Coil Ott., BuU, Land.,yeU., eco. 
Ta^o fli^nifioa 1* ano e V altro {pavèr, 
fmfèr per lucignolo yive tattora nei dia- 
letti dèU* alta Lombardia). La aimiUta- 
dàae aembra qui più evidente, prendendo 
Tapiro nel aenao di carta.y edi però Mazz. 
- Tm., Vod • poifi, 26 e aeg. Orete§mi, 
AgrieoUura, 1. VI, o. 05. Oom. Lipt. 1', 
431. n Mo9t.: « O oarta o Incignoio, la 
iiaiiiitadlne va sempre bene. » Cfr. Ovid., 
3UL IV, 390 e aeg. 

60. MOBX : aranisce, ai perde; non ò più 
Umeo e non è ancor nero. 

68. OMÈ: <rfmè.- Agnèl : Agnolo, Agno- 
Mie. Dicono cbeoostai foaae Agnolo Bro- 
■eaeeehi, di nobile famiglia fiorentina, il 
quale, aalito ai primi onori della repnb- 
Uica, ne distrasse le rendite a proprio 
yvtttmgi^. UAn, 8eL ba alcane partico- 
btfltà ohe non saranno di sna invensio- 
ne: « Qoesto Agnello fU de' Branelleschi 
di rinate i e inilno picciolo rotava la 
bocsn al padre e a la madre, poi votava 
la fnanntta a la bottega, e imbolava. Poi 
da graade entrava per le case altrui, e 
v«stiaai » modo di povero, e faciasl la 
barba di Toochio, e però il & Dante così 
tratfonDnre per H morsi di qaelio ser- 
pente come fece per ftirare. » 

69. Kft DUB: « oon dae, perchè on sol 



oorpo ; né ano, perchè non avente figura 
e individoalità o di solo serpente o di 
solo nomo »; Di Siena, 

72. PEBDun : misti, oonfbsi insieme in 
modo da aver perdato la propria som- 
biansa. Al.: Due dannati. Sra proprio 
necessario di dirlo I 

78. VÉB8I : si fecero, divennero. - di 
QUATTBO: delle due bracda di Agnolo e 
dei dae piedi anteriori del serpente. La 
oonfbsionedei dae in ano incomincia dal 
capo e si continoa giù per il corpo. lA' 
tta, propriamente Inngo e stretto peaxo 
di checchessia, chiama le braccia del- 
l'aomo ed i i^edi del serpente. 

76. PBiMAio: di prima, amano e ser^ 
pontino. - 0A86O : cassato, cancellato. 

77. DUB: si scorgevano e non si scor- 
gevano le due nature, dell' nomo e del 
serpente. - pbbvkbsa : tramutata. 

78. TAL : oofli orribilmente trasformata. 
- D Diritto Bomano distingue tre specie 
di ferto : in prima esso stabilisce una dif- 
ferenaa tra le cose divine ed umane ; 
quindi suddivide le cose umane in pubbli- 
che e private. « Somma reram divisio in 
doos artioulos dedudtur : nam ali» sunt 
divini inris, alia» humani.... Qu»dam 
naturali iure oommunia sunt omnium, 
qusedam univerdtatis, qusedam nnllius, 
pleraque singulorum.» Sembra che Dante 
si sia tenuto a questa triplice pariisione. 
Vanni Fucd, il ladro alla sagrestia, rubò 
oose divine. Cianfa ed Agnolo occuparono 
a quel che pare cariche pubbliche a li- 
rense, rubarono quindi negli uflloi, cioè 



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246 [CEEC. 8. BOLO. 7] Inf. XXV. 79-98 



[LADRI FIOBBNTIKI] 



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91 



Come il ramarro sotto la gran fersa 
De' di canicalar, caDgiando siepe, 
Folgore par, se la via attraversa; 

Cosi parea, venendo verso l' epe 
Degli altri due, un serpentello acceso, 
Livido e nero come gran di pepe. 

E quella parte, donde prima è preso 
Nostro alimento, all'un di lor trafisse; 
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 

Lo trafitto il mirò, ma nulla disse; 
Anzi coi piò fermati sbadigliava. 
Par come sonno o febbre l'assalisse. 

Egli il serpente, e quei lui riguardava ; 
L'un per la piaga, e l'altro per là bocca 
Fumraavan forte, e il fummo si scontrava. 



cose pabbliobe. GH altri tre Fiorentini, 
ricordati in questo canto, ftirono, per 
quanto ne sappiamo, ladri di cose pri- 
vate. Qnindi la diversità della pena. 
Vanni Facci arde al morso del serpente, 
s' incenerisce e ridiventa nomo per su- 
bire di nuovo il medesimo supplizio. La 
sua pena ò per cosi dire un olocausto 
etemo, ma senza espiazione. Cianfa ed 
Agnolo si uniscono, si abbracciano, si 
fanno uno in due ; figura stupenda degli 
impiegati infedeli che si uniscono per de- 
rubare lo stato. Oli altri rubano l'un 
r altro r unica cosa che posseggono an- 
cora, r umana figura ; ecco i ladri di cose 
private, che rubano dove e ciò che pos- 
sono ! Altri diversamente. Classe 1^ : La- 
dri abituali, che rubano dove possono e 
tutto ciò che capita loro nelle mani, nò 
lasciano mai V abito di rubare. Classe 2^ : 
Ladri « che eleggono quando donno fare 
alcuno flirto, e alcuna fiata dubitano, 
perchò distinguono lo male a che elli in- 
corrono 9 : Lan., OU. e Classe 8^ : Ladri 
che non sono abituati e non eleggono, ma 
senza distinzione alcuna rubano quando 
capita loro il destro, e non si pentono mai, 
mai del ftarto commesso (f). 

70. RAMABBO : specie di lucertola. « Ba- 
marms est serpens communis in Italia, 
qui alibi dicitur marro. alibi ragano: Bo- 
noniffl vero dicitur liguoro, qui serpens 
secandom quosdam appellatur stellio, a 
quo denominatur orimen stellionatns in 
iure oiTili, idest eztraordinarinm ; ideo 
bene oompetit Airi » ; Benv, - fbbsa : dal 



lai. ferveo, ardore. AL: Dal ]ai.fenUa, 
fersa, o sferza. 

80. CANTCULAB: giomi d' ostato, drca 
dal 21 luglio al 21 agosto, nei quali la 
costellazione australe detta Canicola, o 
Cane maggiore, nasce col sole. - cah- 
GiANDO: saltando da una in altra siepe. 

81. PAB: attraversa la via con tanta 
velocità che sembra una folgore. « Rum- 
pat et serpens iter institutum; Si per 
obliquum similis sagitt» Termlt man- 
nos » ; Horat., Od. Ili, xxvn, 5 e seg. 

82. L' BPR : le pance. 

83. BREPBKTBLLO : Francosco Qneroio 
Cavalcanti, v. 151. - acceso : d* ira, in- 
furiato. 

85. PABTR : 1* ombelioo ; per cui il feto 
riceve alimento nel seno materno. 

80. ALL* UN : a Buoso degli Abati { cfir. 
V. 140. 

87. CADDE : il serpentello cadde giù di- 
steso davanti al trafitto. 

89. FERiiATi: fermo sui piedi. - sbadi- 
gliava: dioesi che il morso dell' aspide 
addormenti prima di uccidere. Cfr. A»- 
son negli Atti dell* Imp, Jt. litit. Veneto 
di Scienze, ecc., tom. VI, sor. Ili, p. 864 
e seg. 

92. l' UK : il trafitto. - l' ALTBO : Il 
serpente. 

93. FUM MAVAN : « quod didt de fumo, 
significat obscnritatem teraporis, qnam 
ut noctem appetunt»; Petr, Dant, Ma 
questo fumare potrebbe anche alludere 
airincendio intemo della cupidigia, come 
il riguardarsi vieendevolmente potrebbe 



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tCBBO. 8. BOLO. 7] 



InF. XXV. 94-108 [LADRI PIOBBNTINI] 247 



9i Taccia Lacano ornai, là dove tocca 

Del misero Sabello e di Nassidio ; 
Ed attenda a udir qael eh' or si scocca. 

97 Taccia di Cadmo e d' Aretnsa Ovidio ; 

Che, se quello in serpente, e quella in fonte 
Converte poetando, io non lo invidio ; 

100 Che dae nature mai a fronte a fronte 

Non trasmutò, si ch'amendue le forme 
A cambiar lor materia fosser pronte. 

103 Insieme si risposero a tai norme, 

Che il serpente la coda in forca fesse, 
E il feruto ristrinse insieme l'orme. 

io« Le gambe con le cosce seco stesse 

S'appicc&r si, che in poco la giuntura 
Non facea segno alcun che si paresse. 



•nodere allo sgnardo cupido del ladro 
alla roba alimi. Inflitti il ladro Inco- 
mineia dal trasfn^dire 11 precetto Non 
e^mcnpUeeM e continua trasgredendo an- 
che l'altro Furtum non/aeiea. - si scon- 
trava : passando scambievolmente dal- 
l' ano nell* altro ed operando così la tra- 
■formasione delle dae natore. 

04. LÀ. : Phar». IX, 761 e seg., dove 
Locano racconta dei due soldati dell'eser- 
cito di Catone, che nei deserti della Libia 
farono morsi da serpenti : Sabello dal 
serpente Sep$, il coi morso lo ridnsse in 
cenere (1. e. 701-788) : Ksssidio dal ser- 
pente Preater, il cai veleno gli gonfiò il 
eorpo in modo, ohe gli scoppiò la cerasta 
tUnd., 780 804). 

96. SI BCOOCA : si racconta, si espone. 
- « Quello che manda ftiori del sao arco, 
parlando metaforicamente, lo ing^no e 
Tarte saa»; GtUi. 

07. Cadmo: cangiato in serpente; cfr. 
09Ì<i.,JIM. IV, 563-603. -Abktuba: tra- 
sformata in fontana ; <Md. Y, 572-661. 

00. ROlC LO IHVIDIO: la metamorfosi che 
io sto per descrivere, essendo di gran 
Innga più stopenda che non qnelle da 
lai descritte. ITn confÉ^nto accorato mo- 
stra però, che Dante si giovò, e non poco, 
di Lacano e di Ovidio. 

100. DUK : r nmana e la serpentina. 
« Oià s' intende che /orma nel llnygaaggio 
scolastieo non significa l'esteriore con- 
tomo e rilievo e apparenza de* corpi, ma 
l'intima sostansa che tik essere gli oggetti 
materiali e gli oggetti spirituali oiasche- 



dano nella sna specie, quello appunto 
eh* egli è. Intende dunque il Poeta: nelle 
trasformasioni cantate da altri, l'una 
forma, per esempio l' anima vìyente del- 
l' nomo, prende la materia d' animale o 
di pianta ; ma qui la forma del serpente 
piglia il corpo dell' nomo, e a vicenda la 
forma dell' nomo piglia il corpo della 
serpe. Cotesto baratto subitaneo, cote- 
sta concisione dalla quale riesce un di- 
stacco si nuovo, è la terribilità del mi- 
rabile che qui vuoisi notare »; Tom. 

103. SI RISPOSRBO: si inflairono reci- 
procamente, corrisposero l'una all'altra. 
-A tai kobmb: nell'ordine seguente. 

104. FR8BB: divise In due parti che 
dovevano diventare le gambe e i piedi 
d' un nomo. La confusione di Clanfo e di 
Agnolo incomincia dal capo ; la trasfor- 
mazione di questi due qui dalla coda e 
dai piedi. 

105. FRRUTO : forlto nell'ombelico, v.85. 
e seg. DI/ctiUo per ferito cfr. Nannxtc.p 
Terbi, 807.-l'obme: i piedi, l'effetto per 
la causa, come i Lat. diÌBsero vettìgia per 
pedet. Prima si uniscono 1 piedi, quindi 
r anione si continua nelle gambe e nelle 
cosce, in breve l' unione è compiuta; 
piedi, gambe e cosce hanno preso la figu- 
ra delia coda del serpente, la giuntura 
delle gambe non si distingue più, nò ò 
più possibile discemere ohe quella coda 
ò formata da dne liste. 

107. IK POCO: tempo; in un momento. 

108. SI PARKSSS: apparisse, si potesse 
discemere. 



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248 [CBBC. 8. BOLO. 7] InF. XXV. 109-125 [LADRI FIORENTINI] 



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Togliea la coda fessa la fignra 
Che si perdeva là, e la sua pelle 
Si faoea molle, e quella di là dora. 

Io vidi entrar le braccia per T ascelle, 
£ i due piò della fiera, eh' eran corti. 
Tanto allongar, quanto accorciavan quelle. 

Poscia li piò diretro, insieme attorti, 
Diventaron lo membro che Puom cela, 
E il misero del suo n'avea due pòrti. 

Mentre che il fummo l'uno e l'altro vela 
Di color nuovo, e genera il pel suso 
Per l'una parte, e dall'altra il dipela, 

L'un si levò, e l'altro cadde giuso. 
Non torcendo però le lucerne empie. 
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 

Quel eh' era dritto, il trasse vèr le tempie, 
E di troppa materia che in là venne. 



109. naURÀ : di piedi, gambe e ooeoe 
d* nomo. 

110. 81 PBRDBVA: 80omp*rÌY« per dar 
luogo alla coda serpentiiia. - LÀ : nel- 
r nomo. - SUA : del serpentello. 

IH. MOLLK: oomo romana. - quella 
DI Llt la pelle dell'uomo. - duea: sca- 
gliosa, come quella de' serpenti. 

112. BRACCIA: dell* nomo ; si accor- 
dano entrando dentro le ascelle di lui» 
e ne resta fuori solo quanta è la lun- 
ghesxa de* piedi anteriori del rettile. Dal- 
l' altro canto i piedi del serpente si allun- 
gano alla misura delle braccia dell'uomo. 
« Combibit 08 maculas, et qua modobra- 
chia gessit, Crura gerit ; oauda est mu- 
tatis addita membris »; Ovid., Met. V, 
455 e seg. 

115. PIE: del serpente. Continuando 
la reciproca metamorfosi, 1 piodi di die- 
tro del serpente si attorcono e prendono 
la figura del membro virile ; nello stesso 
tempo il membro virile dell' uomo si fen- 
de in due parti, le quali pigliano la figura 
dei piedi di dietro del rettile. 

117. DUB : due membra, per formarne 
le gambe di dietro serpentine. - pòrti : 
sporti. 

118. FUMMO: cfr. V. 03. «Il fumo, ema- 
naxione dell* una e dell' altra natura, dà 
U colore del serpe all' uomo, dell' uomo 
al serpe •! Tom. 

119. PEL: umano; capelli, barba, ecc. 



121. L* UN : il serpente divenuto aomo. 

- l' ALTRO : r uomo divenuta serpe. 

122. NON TORCENDO : nou oosoando tut- 
tavia di riguardar fissamente l'im l'al- 
tro, Cfir. V. 01. - LUCERNE: OCOhl; «I«U- 
oema oorporis est oonlus » ; Jfott. VI, 
22. Degli occhi intendono tutti quanti 
gli antichi sensa eccezione. Invece Bo$m^ 
« L' immagine è tratta da quelle laoeme 
di cui valgonsi gli orefici nel saldar me- 
talli, dalle quali traggono solchi di vam- 
pa fbmosa di grande attività, come le 
già descritte. Tutti intendono per lucer- 
ne empie gli occhi empi ; ma a che prò 
dire che nessuno di que' due torceva gli 
occhi dall' altro f Indispensabile era però 
r esprimere che nel loro duplice moto, 
di cadere e sorgere, le correnti ftimose 
non aveano perduto il preso cammino; 
perchè sotto la loro attività ciascun de' 
due cambiava muso; il quale muso, o 
sia volto, resta solo in esso a cangiarsi. » 

- EMPIE 1 « gli occhi crudeli del serpente 
e scellerati del peccatore »; Barg. 

128. MUSO : aspetto. « La faccia del- 
l' uomo diveuìa muso di serpente, e '1 
muso del serpente diveuìa fncoia d'uo- 
mo » ; An, Fior. 

124. QUBL : il serpente divenuto uomo. 
-IL: il muso; ritirò il muso serpentino 
verso le tempie, riducendolo alla fignra 
del capo dell'uomo. 

125. IN LÀ: verso le tempie. 



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[CEBC. 8. BOLO. 7] 



IHF. XXV. 126-141 [LADBI FIORENTINI] 249 



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1^ 



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Uscir gli orecchi delle gote scempie : 

Ciò che non corse indietro e si ritenne 
Di qnel soverchio, fé' naso alla faccia, 
E le labbra ingrossò quanto convenne. 

Qael che giacea, il mnso innanzi caccia, 
E gli orecchi ritira per la testa. 
Come face le coma la lomacoia; 

E la lingoa, ohe avea unita e presta 
Prima a parlar, si fende, e la forcuta 
Nell'altro si richiude, e il fummo resta. 

L'anima ch'era fiera divenuta. 
Si fogge Bufolando per la valle, 
E l'altro dietro a lui parlando sputa. 

Poscia gli volse le novelle spalle, 

E disse all' altro: « Io vo' che Buoso corra, 
Com'ho fatt'io, carpon per questo calle. > 



126. «J ORECCHI: AL LB OBBOOHIA. - 

■csMPis : le gote serpentine non ayeyaao 
oreechie. AL lilérràdo totmpie a ortc- 
tkié iatendono: divise dalle gote, sporte 
in toaA, come sono le ornane. 

127. cab : la materia del mnso serpen- 
ttoo 4die non al raooolse indietro a for- 
mare le orecchie, si fé' naso umano. 

128. ALLA FACCIA : Al. LA FACCIA. Ma 

te/oma non fece il naso, ansi ciò eh* 
non certe indUtro foce il naso dell' oma- 
na ftoeia. JX r. seg. è prora provata che 
qaeeto è l'intendimento del Poeta; che 
non la faeda, A la maUria, ciò che non 
oorm imdittro, ingrossò le labbra quanto 
li csnTenne per prender figura di lab- 
bra di nomo. 
130. QX7B. : r nomo trasformato in ser- 



122. FACS : fii. Cfr. Nannuo.» Terbi, 005 
e aeg. -ujmaocia: lumaca; anticamente 
andie in proea. 

133. avba: l'uomo trasformato in serpe. 

134. FOBCUTA : secondo le opinioni del 
tempo. «lUe quidem rult plura loqoi, 
sed lingua repente In partee «et fissa 
daaa, nee verba yolenti Suflidunt, qno- 
tiesque aUquoe parat edere questua, 8i- 
bilat j hanc illi yocem natura reUquit »; 
Oeid,, UéL rv, 680 e seg. 

135. ALTBO: nel serpente trasformato 
in nomo. > uchjudb! riunisce. - bista : 
cessa, la duplice metamorfosi essendo 
ormai compiuta. 



187. SUFOLAHDO : fischiando a mo' di 
serpe che ò diTcntato. B snfolando i la- 
dri sogliono darsi Ticenderolmente il 
Mgno. 

188. SPUTA : atto proprio dell' uomo. 
Al.: Manda bava dalla bocca, sputa la 
▼elenosa bava di serpente oh' ei fo. 
« Dante col contenersi alia proprietà del 
serpente che wffÀanào JuQge, e a quella 
dell'uomo chepar<<»fido epvJLa caratteris- 
sa e dipinge con due semplicissimi tocchi 
la natura dell' uno e dell' altro » ; Jfonti. 

130. GU : al nuovo serpente. - hovel- 
LB: testé formate. 

140. all' ALTBO: al teno de' tre, Poe- 
ciò Sciancato, che non era ancora tra* 
sformato. - Buoeo : gli uni lo dicono de- 
gU Abati Un. M., Lan„ Petr. Dnnt., 
<70lK, ecc.), gli altri dei Donati (Ott., FoZtfo 
Boec.,Benv„Buli,An,Fior.,sèrrav,, ecc.) 
da Tirense. Alcuni antichi non ne di- 
cono nulla (Banthgl., Jae. Dant,, Ckut., 
Bwrg., ecc.), mentre i moderni Io cre- 
dono degli Abati, supponendo che gli 
antichi scambiassero questo Buoso cou 
quel Buoso de' Donati, che Ai folsato da 
Gianni Schicchi; cfr. Jt^, XXX, 82 nt. 
Ma se Buoeo Donati era un ladrof - « In 
ufficio et altrove, ayendo fatto dell'altrui 
suo, non possendo più adoperare, o forse 
compiuto r ufilolo, misse in suo luogo.... 
meeser Francesco, chiamato Ouerdo, 
de' Gayalcanti » ; An. Fior. 

141. CARPON : da serpente. « Super pe- 



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250 [CBRC. 8. BOLO. 7] INF. IXV. 142-151 iLkDUl PIOBBNTINl] 



142 



145 



148 



151 



Cosi vid^o la settima zavorra 
Matare e trasmutare; e qui mi scusi 
La novità, se fior la penna abborra. 

Ed awegna ohe gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto, e V animo smagato. 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 

Ch'io non scorgessi ben Puccio Sciancato; 
Ed era quei che sol, de' tre compagni 
Che venner prima, non era mutato ; 

L'altro era quel, che tu, Gaville, piagni. 



otom tnnm gradleris »; Oen. Ili, 14. - 
CALLB: bolgia. 

142. ZAVOBBA: ghiaU meaoolata con 
rena, ed anche altra materia pesante 
ohe d mette nella sentina àella nave per 
farla immergere quanto è necessario nèl- 
r acqna, e renderla più stabile. Qui per 
bolgia. Cosi Toc, Or. col pih. Ma la bol- 
gia non si mata e trasmuta. Meglio Buo- 
nanfU: « Dice zavorra il contenuto, cioè 
gli spiriti ed i serpenti. » £ il GeJU: « La 
tettima zavorra, cioò quegli spiriti che 
sono in questa settima bolgia ; i quali ei 
chiama zavorra, perchò ei sono il ripieno 
del fondo di questa settima bolgia, e per- 
chò la savorra di ohe si riempiono le na- 
vi, ò sempre quella mercanzia, della quale 
non è fistto mai troppa stima, e i ladri 
sono sempre in obrobrio a ciascuno ». 

144 PIOB: un poco; oft'. Purg. Ili, 
185. -ABBOBaA: mette borra, una super- 
fluità di parole. Al.: , Se il mio stile non 
è fiorito; lo stile ò fiorito anche qui co- 
me altrove. Al.: Se il mio linguaggio al- 
cun poco erra; contro ▼. 94 e seg. Al.: 
Se la penna abborre gli allettamenti 
della fantasia. Sogni I Ha parlato di que- 
sta bolgia assai più a lungo che non 
delle altre; qui scusa la prolissitA colla 
novità della cosa. La nuova Or. (Oloa., 
7b) : « Abobbabb e abbobb&br, Neutr. 
Aberrare, Errare, Smarrì re,Confondersi. 
Dal lat. abhorreré, ohe trovasi presso Ca- 
tullo e Cicerone in un significato simi- 
gliantissimo. » E il Betti : « Il Monti vuo- 
le ohe abborra, o aborra, stia per aberra. 
Ed ha ragione. Eccone un esempio nel 
IHUamondo, Uh. V, cap. 12 : Loda U bat- 
Ufmo, ed odi e' egli abobba: JHoe che 
quatto V uomo /a peccato. Oh' al fiume 
per lavarti toHo eorra. » Cfr. Blanc, Ter' 
tueh, I, 233 e seg. 



145. CONFUSI: per la vista di cose al 
strane e spaventevoli. 

146. SMAGATO : Smarrito, scemato dalla 
sua attività ; cfr. Purg. X, 106 ; XZVII, 
104. 

147. QUEI: due rimasti. - CHiUBi : oc- 
culti, nascosti. 

148. Puccio Sciancato: de' Oaligai 
da Firenze. « Fu cortese fhro.... 1 suoi 
farti erano di die e non di notte, e se 
era veduto, si si gabbava » ; Ood. Ma- 
gliab. I, 30. - « Non erat bene aptns ad 
fagiendum quando ibat cum aliis ad fti- 
randum, quia erat dandus»; Benv.- 
« Questi fh cavalieri e fu fiorentino co- 
me li altri » ; BuH. Cfr. Vemon, Inf. II, 
p. 478. 

161. l*altbo: il serpentello che ferì 
Bnoso e gli rubò la figura umana. Gner- 
oio de' Cavalcanti « il quale dagli uomini 
d* un castello di Firenae, nominato 6a- 
ville, finalmente fu morto. Per la cui 
vendetta molti del detto castello da quelli 
di casa sua procedendo poi ne sono morti, 
onde cotale pianto procede » ; lae. Dani. 
- «Gaville è uno castello nel contado di 
Firenze : or avenne che passando per 
quelle contrade lo predetto messer Fran- 
oesoo Cavalcanti di Firenee, ed avendo 
odio verso quelli di quello luogo, elli tras- 
seno a lui, e si r anciseno ; per la qual 
morte tutti i Cavalcanti hanno odio a 
tutti li Gavillesi, cioò quei di quello luo- 
go, e funne morti infiniti, ed ancora non 
ò stagnata tale onta » ; Lan. - « Questi 
ò il detto messer Franoesco Cavalcanti, 
che fa morto da certi uomini da Gaville, 
ob'ò una villa nel Val d'Amo di sopra nel 
contado di Firense, per la qual morte i 
consorti di messer Francesco motti di 
quelli da Gaville uccisone et disfbciono ; 
et però dice TAnttore che per lui quella 



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lesto. 8. BOLO. 8] 



IKF. Ìr?T. 1-7 [CONTRO fibbnzb] 251 



TQla «neor ne pUgne, et per le acoiue et 
tee tiuMud aiige et oondannAgioiii et acoi- 
wmi di loro, che per qn«lla cagione ne 
aegnitoTono, ohe bene piangono «noor» 
ianorte di measer Francesoo » ; An,Fior, 



Le Btease cose ripetooo altri oomm. antj- 
^chi ; ofr. 3twiel. 874« -PlAONl! « non per 
bene ohe ta gli volesti, ma per cagione 
di tanti de' tool nomini, ohe ftirono morti 
per Tendetta sna » { OMi. 



CANTO VENTESIMOSESTO 



CEKCraO OTTAVO 

BOLGIA OTTAVA : CONSIGLIEBI PRODOLENTI 
(Ciroonvoltl da nna fiamma) 



ULISSE E DIOMEDE, VIAGGI E MORTE DI ULISSE 



Godi, Fiorenza, poi che se' si grande, 
Che per mare e per terra batti V ali, 
E per lo Inferno il tuo nome si spande I 

Tra li ladron trovai cinque cotali 

Taci cittadini, onde mi vien vergogna, 
E tn in grande onranza non ne sali. 

Ma, se presso al mattin del ver si sogna, 



T. 1-12. Invettiva contro JPirerufe, 
Con amarissima ironia} Dante apostrolk 
FI remxa, predicendole grave sventara ed 
aogarandole che il male le piombi ben 
presto addosso. 

2. BATTI : voli famosa per mare e per 
terra. « Erano allora i Fiorentini sparti 
metto fìior di norenxa per diverse parti 
del mondo, et erano in mare et in terra, 
A che forse li Fiorentini se ne gloria- 
vano • ; BuH. 

3. n spjJTDK: Fiorentini se ne trovano 
in qoasi totti i oerehi dell' Inferno I 

4. cnrQUS: dei quali parlò nel C. an- 
tecedente. Tre ne apparvero da prima : 
Agnello Bmnelleschi, Baoso degli Abati 
e dei Donati, e Pooolo Sciancato, dei quali 
H solo che non fa cangiato di forma, era 
PBoeio Sciancato. Gli altri due sono 



Cianfì» Donati e Guercio Cavalcanti. I 
Donati e Brunellesohi erano dei Neri, 
gii Abati e Cavalcanti de* Bianchi ; efr. 
O. ViU. VIU, 89; onde Dante mostra 
anche qui, come tante volte altrove, di 
aversi flktta parte per so stesso. 

5. VKBGOOiCA : essendo lo pure Fioren- 
tino. Cfr. Oonv. IV, 27. 

6. ovBAifZA: orransa, onoranza. 

7. DSL VRB: credettero gli antichi che 
i sogni prMso al mattino annunciassero 
infallibilmente l'avveniro. «Kamque sub 
auroram iam dormitante Lucina, Tem- 
pora quo cerni soronia vera solent » ; 
Ovid., Heroid. XIX, 196 e seg. « Venit 
ad me tali voce Quirinus, Post mediam 
noctem visus, quum somnia vera»; Ho* 
rat.. Sol l, X, 82 e sog. Cfr. Purg. IX, 
19 e seg. Sembra ohe Dante finga qui 



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252 [CEBO. 8. BOLG. 8] InF. XXVI. 8-16 



[CONTRO FIBBNZEl 



10 



13 



16 



Tu sentirai di qua da piociol tempo 

Di quel ohe Prato, non oh' altri, t'agogna: 

E se già fosse, non saria per tempo ; 
Cosi foss'ei, da che pur esser dee! 
Che più mi graverà, oom' più m'attempo. 

Noi ci partimmo, e su per le scalèe 

Che n'avean fatte i borni a scender pria. 
Rimontò il daoa mio, e trasse mee; 

E proseguendo la solinga via 



di arer veduto In sogno sai mattino le 
calamità da Ini vatioinate alla patria. 

8. BXirmui: prorerai. «Celestum vis 
magna inbet. Bez ipee Latinns, Ni dare 
ooningiom et dioto parere Attetnr, Sen- 
tiat et tandem Tnmnm experiator in 
armls »; Virg,, Am, YII, 482 e s^. - 
DI QUA: in breve, tra non molto. 

9. QUBL: male. - Prato : 1 più inten- 
dono dei Pratesi, allora sndditi dei Fio- 
rentini e malcontenti del loro governo ; 
altri del cardinale Kiooolò di Prato che 
nel 1304 scomunicò e maledisse 1 Fioren- 
tini { ofr. <?.7<I{.VIII, 69. - ALTBI : i tuoi 
nemici, « dcnt pisani, aretini, et alU mol- 
ti »; Benv. Al. intendono del cardinale 
Kapoleone degli Orsini, il quale nel 1800 
scomunicò e maledisse da capo i Fioren- 
tini; cfr. G. Vm. Vni, 86. 

10. SB Oli : se le sventure ti avessero 
sin d' ora colpita non sarebbe troppo pre- 
sto. Allude forse alla micidiale rovina del 
ponte alla Carraia, O. YiU. Vili, 70 ; al 
terribile incendio del 1304, O. VOI. YIU, 
71, e ad altre sciagure che colpirono Fi- 
rense dopo il 1800. 

11. così: fosse già avvenuto, essendo 
inevitabUe! 

12. m' attempo : invecchio ; « quia peo- 
oatum impnnitum multiplioatur et au- 
getur » ; Benv. - « Certo mi graverà mag- 
giormente col crescer de' miei anni ! Per- 
chò, crescendo ancora le mie disgrasie, io 
mi troverò più inabile d'ora a sopportare 
questadisgrasia grandissima, essendo già 
abbattuto fieramente dalle altre » ; Betti, 
Cfr. Blane, V^rnteh I, 236 e seg. 

y. 18-^8. Za pena dei consiglieri 
frodoìenH* Per )a medesima via onde 
discesero, i Poeti risalgono sullo scoglio, 
lungo il quale proseguendo il cammino 
giungono all' ottava bolgia che tutta ri- 
splende di fiamme, ciascuna delle quali 
diiude un peccatore, ohe fta malvagio 



consigliere. I loro consigli ftarono scin- 
tine che produssero più o meno grandi 
incendi. Le fiamme sono aoate in punta, 
figurando quelle loro lingue ohe prodoa- 
sero scintille, le quali si feoero poi in- 
cendi. «Bcce qoantus ignis qnam ma- 
gnam silvam inoendit f Et lingua ignis 
est»; Bp. S. lac IH, 6-6. 

18. PARTIMMO ; dalla riva dell'argine 
ottavo, dove eravamo discesi per poter 
discemere gli abitatori della settfana bol- 
gia, cfir. I^f, XXrV, 70-81, e dove ave- 
vamo le ombre »oUo noi, XXV, 86. -sga- 
LÈB : ordine di scale. Rimontammo sa per 
quelle sporgense di scoglio che ci ave- 
vano servito di scala a scender giù. 

14. 1 BOBNi : le sporgense, i rilievi dello 
scoglio. Così i più. «Borni propriamente 
sono cose sporte in fuori, A come erano 
quelle pietre sporte flxori della ripa » ; 
Cast. Alcuni diversamente. Leggendo 
raoBNi Lan. e Coti, spiegano: Freddi e 
stanchi; l'An. Fior,: Gombi e chinati, 
come va chi a tentone scende. Leg- 
gendo BORNI, Benv.: Abludnatos; Land., 
FeU.: AbbagUati et di cattiva vUta ; per- 
ciocchò borni in Bolognese significa que- 
sto (f). Secondo lo Stigliano la voce fromfo 
vale bemoeeolo, bitorzolo ; e Dante vuol 
dire ohe nello scendere si era ftttto dei 
bitorsoli e dei bernoccoli per le mani e 
per li piedi e per altre parti del corpo. 
Butif Barg. Br. B., ecc. leggono: chi 
IL BUIOB (il gran buio, ctr. XXIV, 70 e 
seg.) m'avrà fatto bckmder pria. Cfr. 
ParenH, EteràJUu. fiiol. XII, 28. Z. F„ 
159 e seg. Tiani, Lettere filol. e erit., Bo- 
logna, 1874, p. 812 e seg. 

15. MBK: me; forma antica e dell' uso 
poetico. Cfr. Nannue., Yoei, 66 e seg. - 
« Mehe quoque prò me apud antiquos, 
tragedlarum precipue scriptores, in ve- 
teribus libris invenimus »; Quintiliano, 
I, 6. 



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[CBEC. 8. BOLO. 8] 



iNF. XXVI. 17-82 [C0N8. FRODOLBNTI] 253 



Tra le schegge e tra' rocchi dello scoglìO| 
Lo pie senza la man non si spedia. 

19 Allor mi dolsi, ed ora mi rìdoglio, 

Qoand'io drizzo la mente a ciò ch'io vidi ; 
E pi& lo ingegno affireno ch'io non soglio, 

a Perchè non corra che yirt& noi gnidi : 

Si che, se stella buona o miglior cosa 
M'ha dato il ben, ch'io stesso noi m' invidi 

25 Quante il yillan che al poggio si riposa, 

Nel tempo che colui che il^ mondo schiara. 
La faccia sua a noi tien meno ascosa,^ 

38 Come la mosca cede alla zanzara. 

Vede lucciole giù per la vallea, 
Forse colà, dove vendemmia ed ara; 

n Di tante fiamme tutta risplendea 

L'ottava bolgia, si com'io m'accorsi. 



efr. Fwrg, IV, 88. - hon bi 
1 ai ttoòvm pMso senuT Aiuto 
. Sempre più «rti e malagevoli 
gH aeog:!! quanto più Tieini al oentroi ' 
efr. In/. XVIU, 70; XTX, 180 e a^.j 
XXIV, 81 e seg. 

18. MI DOLSI : alla vista. - MI BIDOOLIO : 

rfeordmiifdomfliie. - < Fa attento il lettore 
eoa queste parole della novità e della 
paadecaa della pena, che dee dire d*aver 
veduto in questa ottava bolgia, dicendo 
cbe egli feee e fi» profitto ano dell' altra! 
male» in utmr maU la bontà dello 'nge- 
g»9 infiiao in lai dalle stelle o da Dio »; 
OuC I>oveva, e probabilmente voleva 
dtre in moh tMor nuUé. 

21. AFnuENO : tengo in freno più del 
soBto, avendo veduto come sono puniti 
eo l o r o ebe, dando astuti e mali consigli, 
feeetro àbneo dell'ingegno. « Fatto esper- 
to dal male altrui, mi studio di volgere 
r ingegno al bene »; Pom. 

2S. STKLLA : influenza de* pianeti. - mi- 
oooK: la grasia divina. 

24. BEM : ingegno. ~ mvmi : abusan- 
« Qui sfbi invidet, nihil est ilio 

et base redditlo est maUti» il- 
i>;JBM. XIV, 6. 

25. QUABTS: Al. QUALI, QUANDO; ofr. 

Moon, OrU., 837 e seg. « H sentimento 
q«i es pre sso è il seguente: Quante luo- 
cteie vede il villano in tempo di state, 
e sai far della sera, dal eolie in cui si 
riposa, giù nella valle ove ha forse la 



sua vigna e il suo eampo; tante fiam- 
me io vidi splendere in tutta l' ottava 
bolgia, siooome io mi accorsi, tosto ohe 
fai alla sommità del ponte, da dove il 
fondo era visibile. Ha per dir ciò si vale 
il Poeta di vaghe perifrasL Seco le sosti- 
tosioni; in tempo di state: nàl tèmpo 
eks eolui ehé U numdo iohiaru (il sole) 
la faceia ttta a noi Hen meno anosa. - 
Come fa sera : Cfome la motea cedo alla 
zanzara; perchò in quell'ora quest'in- 
setto sbuca e quello si ritira. - Ove ha 
forse la sua vigna e il suo campo :/or«0 
oolà dove vondommia ed araj perohò dai 
residui della trebbia e della vendemmia, 
impinguati di umidità, sogliono svilop- 
parsi molte lucciole »; Roet. 

23. TEMPO : solstlsio estivo. - COLUI : 
il sole; efr. Purg. XXUI, 120. 

28. COMB: sull'imbrauire, quando le 
mosche si ritirano e vengono le «an- 
sare. 

29. YXDB: CkMtr.: Quante.... vede.... Di 
tante.,.. "YALLtULi vallata. 

80. FOBSB : ooiA tutti. Z. F. aSO e seg.), 
deridendo questa les., vuol leggere far- 
si. - vendemmia ED ARA: le due princi- 
pali opere del contadino; oonfr. I^f, 
XX, 47. 

81. BiBFLENDEA: lucova. « Cetcra con- 
fnsieqne ingentem dedis aoervum Keo 
numero nec honore cremanti tunc un- 
diqne vasti Certatim crebris oonluoent 
ignibus agri »; Virg., Acn, XI, 207 e sog. 



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254 [CEBO. 8. BOLG. 8] INF. XXVI. 83-48 [PENA DEI C0N8. FROD.] 



34 



37 



IO 



43 



40 



Tosto ch'io fai là 've il fondo parea. 

E qual colui che si vengiò con gli orsi. 
Vide il carro d'Elia al dipartire, 
Quando ì cavalli al cielo erti levòrsi, 

Ohe noi potea si con gli occhi segaire, 
Che vedesse altro ohe la fiamma sola, 
Si come nuvoletta, in su salire ; 

Tal si movea ciascuna per la gola 
Del fosso, che nessuna mostra il furto. 
Ed ogni fiamma un peccatore invola. 

Io stava sovra il ponte a veder surto 

Si, ohe s'io non avessi un ronohion preso, 
Caduto sarei giù senza esser urto; 

E il duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse : « Dentro dai fochi son gli spirti : 
Ciascun si fascia di quel ch'egli è inceso. » 



33. Li : tair arco del ponte. - fondo : 
dell' ottava bolgia. - paria : appariva. 

84. COLUI : il profeta Eliseo. « Camqae 
aaoenderet per viam, paeii parvi egreesi 
sont de oivitate, et illndebant ei, diceo- 
toa: Asoende calve, aaoende calve. Qui 
oom re«pexi8aet, vidit eoe, et maledixit 
eis in nomine Domini: egressiqae snnt 
dao urei de salto, et laceravenmt ex eis 
qaadraginta daos paeros »; IV Reg. II, 
23-24. -VBNQIÒ: vendicò. 

85. CABRO: « Ecce oorros Ignens, et eqni 
ignei divisemnt atmmqne : et ascendit 
Elias per torbinem in ooelam. Blisens aa- 
tem vldebat et clamabat: Pater mi, pa- 
ter mi, cnrms Israel et aariga eins»; 
IV Beg. IT, 11-12. 

36. LBVÒB8I: si levarono. 

37.8BauiBB: « Ooalisqaeseqanntnr Pai- 
veream nnbem »; Virg., Aen, VIII, 592 e 
seg. « Perlegere anlmis ooaliaqne seqaa- 
cibna aoras »; Stat., Theb. Ili, 500. 

89. iruvoLETTA: ofr. VUaK., 23. Oam, 
II, 57 e seg. 

40. TAL: qual Eliseo vide il carro. - 
CIASCUNA: di quelle fiamme, y. 81. 

41. IL FUBTO : il peccatore che vi ò 
dentro. Colla prima simili tadine vnol mo- 
strare quanto grande fosse il nomerò 
delle fiamme ; colla seconda come gli ap- 
parivano. Come Eliseo non vedeva altro 
che la JUamma Boia, v. 88, così il Poeta 
non vedeva che fiamme ; e come qnella 
fiamma veduta da Eliseo nascondeva il 



profeta Elia, cosi le fiamme ohe Baule 
vedeva nascondevano ognuna un pecca- 
tore. « L'esser nascosti gli spiriti, Tea- 
ser profonda la bolgia, talché Dante do- 
vette porsi al sommo dell'arco per ve- 
derne il fondo, esprime il solito oonoetto 
di fh>de cupa e celata »; Rou. 

48. 8UBT0 : ritto sul piedi e sporto col- 
la persona In su la bolgiaf onde, se non 
mi fossi tenuto ad un masso dello sco- 
glio, sarei cascato gih, sensa esser urto, 
cioè urtato, spinto da altri ; cftr. v. 69. 

46. ATTESO: attento a mirare quelle 
fiamme, o fochi, 

48. SI FASCIA t « ciascuno di quegli spi- 
riti ò fasciato da quella fiamma che l'arde, 
fa. ohe ciascuno ha una fiamma che il cir- 
conda, separata dalle altre »; Barg. - 
QUEL: fuoco. - iNClfiSO ; acceso. 

V. 49-75. xnU8€ IHomede, Ecco 
una fiamma a due punte! Là dentro 
sono puniti due eroi greci della guerra 
di Troia: Ulisse, re d'Itaca, e Diomede, 
figlinolo di Tideo. Sono in nna fiamma 
medesima « perchè uniti all'agguato e 
alla strage di Reso (Virg,, Aen, I), e al 
furto del Palladio, violento insieme e sa- 
crilego e fìrodolento (ibid. H). Ma la 
fiamma va divisa in due punte, siccome 
quella che arse i cadaveri de' due fra- 
telli per il regno nemici ; e questo per- 
chè gli uomini acuti al male si dividono 
tosto o tardi in so stessi, e, se forsaU 
a star pure insieme, cotesto è oonttnno 

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[CRC. 8. BOL0. 8] 



Inf. xxyi. 49-62 [ulibsb e Diomede] 255 



56 



58 



« Maostro mio, » rìspos'ìo, « per udirti 
SoD io più certo ; ma già m' era avviso 
Che cosi fosse; e già volea dirti : 

Chi è in quel fuoco, che vien si diviso 
Di sopra, che par surger della pira, 
v' Eteòcle col fratel fu miso ? » 

Bisposemi : « Là entro si martira 
Ulisse e Diomede, e cosi insieme 
Alla vendetta vanno come all'ira; 

E dentro dalla lor fiamma si geme 
L' agnato del cavai, che fé' la porta 
Ond'usci de' Romani il gentil seme. 

Piangevisi entro V arte, per che morta 
Deidamla ancor si duol d' Achille, 



toniMBto. Il «omo della iUunma ove gd- 
me UliMe è maggiore, perehò Diomede 
più violento partecipò a Udane delle 
trame di qv^lo ; ma Ulisee, ohe da Virgi- 
lio è por ehiamato diru$ e itumu, ordiva 
le trame : e altre ne ha di ene proprie, co- 
me la morte di Palamede ( Virg.. Aen. Il), 
e l'ingaano con coi scoperse Achille, ve- 
stito da donna, e lo tolse ali* amore di Dei- 
damla per oondnrlo alla guerra»; Tom. 

49. PKB UDIRTI: dopo aver ndito le 
tue parole. 

50. M*KBA AVVISO: lat. miM v(»um 
enUi m'era già immaginato. 

58. DIVISO : « Eooe iteram tntrea : pri- 
mo* at conUgit artos Ignis edax, tre- 
moere rogi, et novos advena bnstis Pel- 
Btar; eznndaat diviso vertice fiamme, 
iUtemoaqae apioes ahrapta luce ocra- 
■eaat -, Btat., Theb, XII, 43i) e seg. - 
« Seinditar te partes, geminoqne caca- 
mia» sargit, Thebanos imitata rogo* »; 
Luean,, Phars. I, 551 e seg. 

63. DI SOPILA: in cima. -piRi: rogo. 

64. pbatbl: Polinice. Fratelli gemelli, 
Agii di Sdipo e di Oiooasta. Costrinsero 
Edipo ad esiliare da Tebe, onde qaesti li 
m siedi ime, augurando loro nimidsia eter* 
na iApoUod, III. 5, 9. Paut. IX. 5). I dne 
geneUi si accordarono di regnare cla- 
■oiuM alla sua volta per nn anno; ma. 
soorao H primo anno, Eteòcle non volle 
cedere regno al fratello (ApoUod, III, 
«. 1. FoMf. IX, 6. £urip,, Phaen., 71). 
Polteiee si recò qnindi nell*A.rgolÌde, vi 
spofld Ar^, Hglia del re Adrasto, i itomò 



oon dnqne re Argivi ad assediar Tebe, 
s'incontrò col fratello e si acdBero 1* nn 
l'altro. Posti i cadaveri snllo stesso rogo, 
la fiamma si divise in dae. Cfir. Diod. 8ie. 
IV, 6, l.EuHp., Phcm,, 65-80 e 1368-1433. 
8t4U„ Theb. XII, 439 e seg. -uibO: mesAo, 
posto, collocato. MUo per imito osarono 
gli antichi anche in prosa; otr. Nannuc., 
Terbi, 391 nt. 7. Yoei, 67 e seg. 

57. vbnubtta: divina; alla pena.- al- 
l'ira: divina. Furono oniti a provocate 
l'ira di Dio, sono uniti ad esperimentarne 
gli effetti. Al. intendono della propria 
ira dei due, a sfogare la qnale corsero 
insieme. -« Vanno insieme alla pena, co- 
me insieme corsero alla colpa, poiché la 
vendetta divina non divide coloro che da 
ira dolorosa furono congiunti a danno al- 
trui •; Rose. 

58. SI OBMB : si piange. « Amyci casum 
gemit»; Virg., Aen. I. 221. 

59. GAYAL: di legno, per cui i Greci 
entrarono in Troia ed Enea co' suoi com- 
pagni ne uscì per recarsi poi nel Laido e 
fondarvi Boma; cfr. Virg., Aen. II. Dante 
sembra supporre, ciò che Virgilio non 
dice, che Enea uscisse da Troia per la 
medesima apertura per la quale fta intro- 
dotto il cavallo di legno. Comunque siasi, 
l'astuzia del cavallo di legno fu la cansa 
ohe Enea lasciò Troia e venne in Italia. 

02. Dbidamìa: eglia di Llcomede re 
di Sciro, sposa di Achille, che grazie alle 
astuzie di Ulisse e Diomede, la abban- 
donò per prender parto alla guerra di 
Troia, Cfr, Par^. XXir 114. 

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256 [CEBC. 8. BOLO. 8] InP. XXVI. 63-76 [ULISSE E DIOMEDE] 



64 



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70 



78 



76 



E del Palladio pena vi si porta. » 

« S' ei posson dentro da quelle faville 
Parlar, » diss'io, € maestro, assai ten prìego 
E ripriego, che il prìego vaglia mille, 

Che non mi facci dell'attender niego, 
Fin che la fiamma cornuta qaa vegna: 
Vedi che del desio vèr lei mi piego. » 

Ed egli a me : « La tua preghiera è degna 
Di molta lode, ed io però l'accetto; 
Ma fa' che la tua lingua si sostegna. 

Lascia parlare a me, ch'io ho concetto 
Ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi, 
Perch'ei fur Greci, forse del tuo detto. » 

Poi che la fiamma fu venuta quivi. 



68. Palladio : nctXXdbtov, statoa di 
Pallade Atena oonserrsU a Troia, dalla 
coi custodia ti credeva che dipendesse 
la salate della dttà, rapita poi con asta- 
sia da Ulisse e Diomede; ofr. QuirUui 
Sm^m, X, 855 e seg. Virg., Aen. n, 166 
oseg. 

66. BIPBIKOO: lat. etiam atqué etiam 
rogo. Al. psboo - bipbbgo - hbgo ; cfr. 
Z. F.f 162. -VAGLIA: mi valga presso te 
per mille prieghi. 

67. Niioo: negativa} ohe noQminle- 
ghi di aspettare. 

69. VEDI: come ta vedi, il gran desi- 
derio dì udirla parlare mi spinge a pie- 
garmi verso quella fiamma. Dai versi 
seguenti risalta ohe Dante aveva il de- 
siderio di interrogare Ulisse sulle ultime 
sue vicende. 

70. dkoma: perchè nata dal naturai 
desiderio di sapere; Oonv. I, 1. 

72. SI BOSTKOif A : si astenga dal par- 
lare; doè, taci. 

78. HO CONCBTTO : ha già compreso ciò 
che ta desideri da loro. 

74. SCHIVI I sdegnerebbero per avven- 
tura di ascoltarti e di risponderti. Cau- 
sa t Perch*éi /ur Gredl « E come Greci 
superbi, e come nemici ddla città da cui 
sorse r impero che il Ghibellino vagheg- 
già »; Tom. Ma allora avrebbero dato 
molto meno ascolto a Virgilio, non Greco 
e cantore per l'appunto di quell'impero. 
OU., Beno., An. Fior., ecc.: Perchè Vir- 
gilio sapeva di greco, Dante no. Ma Vir- 
gilio parlò lombar4o, non greco; ofr. Inf. 



XXVII, 20-21. Lan.: « Sili furono per- 
sone di grande stato nel mondo; Ibrse 
che dlspregerebbeno te, però mai non 
ebbene ragione alcuna d'esserti dome- 
stici; ma io che scrissi nel mio volame 
di loro, meritai per quello sua amlsta- 
de. » Interpretazione confermata dalle 
parole che Virgilio dirige ai due Greci, 
V. 79 e seg. - Serrav.: « Isti erant obli- 
gati Virgilio, quia ipso scripserat de ipeis, 
et dederat eis perpetuam flunam.»~F«tit.: 
« perchè, siccome greci dotti ed altieri, 
avrebbero forse sdegnato di rispondere 
e soddisfare all' interrogaadoni fitte da 
Dante, uomo allora né per letteratura 
né per altro pregio ftamoso. » CoflI pure 
Lomb. e parecchi altri moderni. 

V. 76-142. Vioffgi « morte di ÌTlUse. 
Avendo indovinato V ardente desiderio 
di Dante, Virgilio scongiura l'ombra di 
Ulisse, nascosta dentro dalla fiamma, di 
narrare la storia della sua morte. Segue 
qnindi il relativo racconto, diverso assai 
dalla tradisione omerica; cfir. Hom., Od. 
XI, 121 e seg. Sembra che Dante attin- 
gesse ad un'altra tradisione, accettata 
da Plinio e da Solino ed accennata già 
nell' 0<2i«#sa (XI, 110 e seg.), seoondo la 
quale Ulisse intraprese un seoondo viag- 
gio e fondò la città di Lisbona, detta per 
ciò CnUtipo. I particolari poi del via^j^io 
e della misera fine di Ulisse sono proba- 
bilmente propria invenslone del Poeta. 
Cfr. Blane, Vertuch, 241 e seg. Orion nel 
Propugnatore III, i (1870), p. 67 e seg. 
Sopra alcune idee moderne cfr. Qrmxia- 

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[ODO. 8. BOLe. 8] 



Inf. xivi. 77-94 



[ULI88E] 257 



SS 



88 



91 



Dove parve al mio duca tempo e loco, 
In questa forma lui parlare anelivi: 

« O voi ohe siete dne dentro ad un foco, 
S'io meritai di voi, mentre ch'io vissi, 
S'io meritai di voi assai o poco, 

Qnando nel mondo gli alti versi scrissi. 
Non vi movete; ma l'nn di voi dica, 
Dove per Ini perdnto a morir gissi » 

Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi, mormorando, 
Pur come quella cui vento affatica; 

Indi, la cima qua e là menando. 
Come fosse la lingua che parlasse, 
GKttò voce di fuori, e disse : « Quando 

Mi diparti' da Circe, che sottrasse 
He più d' un anno là presso a Qt^ta, 
Prima che si Enea la nominasse ; 

Né dolcezza di figlio, nò la piòta 



ni. Allégoria, 238 e Mg. PorUa, Nuovo 
ttferimento, 131 e aeg. Oomrn. Lipt. I', 
451. 

77. Dovx: bastantemente vioina. 

78. AUDiTi: adii; forma antica del- 
r oso. Cfr. Ifannue., Terbi, 161 e seg. 

81. MBftiTAi: mi acquistai qualche me- 
rito mppo voi. È il Virgiliano: « Si be- 
ne qoid de te memi »( Aen, IV, 317. - 
FOCO : « loqnitar yereconde, cnm tamen 
maltum memerit »; Bent. - « Kon sem- 
pre Vir:gilio parla odiosamente di loro ; 
ad ogni modo li rese immortali »; Tom. 

82. TBB8I: VBneide, detta altroye aita 
tragedia, XX, 118. H Tàego : « Credo io 
ebe Virgilio inganni qni Ulisse fingendo 
di essere Omero. » Ha Virgilio non parlò 
greeo, parlò lombardo ; XXVII, 20-21. 

83. L*inr: inisse. La dimanda non am- 
metterà eqnlYOCo. 

84. PES LUI : come Iikf, 1,126. Do7*egli, 
SBoarritosi, andò a finire 1 saoi giorni. 

86. MAoaiOB : Ulisse, più fismoso di Dio- 
mede. - AHTICA : 1 due ai troTayano là da 
oltre ventiquattro secoli. 

86. CBOLLABai : « qola Hngna latens in- 
tednfl primo morebatar sed non Tideba- 
tar , et ibciebat animi confosom sonom »; 
Beno, 

87. AnrATiOA: agita e combatte; come 
se soffiando e risoffiando la aflktioaase. 

17. — iXf . Oomm., 4» ediz. 



«Aqoilonibos Querceta Qargani labo- 
rant »; Horat., Od. II, ix, 6 e seg. 

91. CiBCH : Kt'pxn» figUa del Sole e di 
Persa, la ftunosa maga, presso la qaale 
Ulisse ai formò an anno intiero; cfr. Hom., 
Od, X. 210 e seg. Virg.,Aen. VII, 10 e seg. 
Horat., Epod. XVII, 15 eseg. Purg. XIV, 
42. - S0TTBAB8B; mi celò, mi nascose. 

92. Li: presso il monte Gircelo, tra 
Gaeta e Capo d'Anzio. 

93. FRIMA : Enea la cbiamò Gaeta dalla 
saa nndrice Oaieta, qaivi morta e sepolta. 
« Tu qaoqae litorlbas nostrìs iBneia nn- 
trix, ^temam moriens fomam, Caleta, 
dedisti; Et nnncserratbonos sedem toas 
oasaqoe nomen Hesperia in magna, si qoa 
est ea gloria, signant »; Virg,, J^n. VII, 
1 eseg. 

94. DOLCEZZA : il desiderio di acquistar 
esperlensa del mondo la vinse sai tre più 
forti affetti di natara: amor figliale, amor 
coniogale, amor paterno. « Kec mihi iftm 
patriam antiqaam spes nUa videndi Neo 
dnloes natos exoptatamqae parentom »; 
Virg., Aen. II, 187 e seg. Cfr. ibid. IV, 82. 
Secondo la tradizione omerica, Ulisse rim- 
patriò, ma lasciò poi di nuovo Itaca per 
intraprendere nuovi viaggi; cfr. Hom., 
Od, XI, 119 e seg. - piìta : la pieta. 
« Quid est pietas, nisi voluntas grata in 
parentes? » Oieer., Pro Planeio. 



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258 [CBBC. 8. BOLO. 8] l5F. IIYI. 95-109 



[ULISSE] 



97 



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106 



109 



Del vecchio padre, nò il debito amore 
Lo qoal dovea Penelope far lieta, 

Vincer poter dentro da me l'ardore 
Ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, 
E degli vizi nmani e del valore : 

Ma misi me per l' alto mare aperto 

Sol con nn legno, e con qaella compagna 
Picciola, dalla qoal non fni deserto. 

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna, 
Fin nel Morrocco, e l'isola de' Sardi, 
E l'altre che quel mare intomo bagna. 

Io e i compagni eravam vecchi e tardi. 
Quando venimmo a quella foce stretta, 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 

Acciò che l'uom più oltre non si metta: 



OS. DEBITO: la pietà Ogliale e TaiDor 
paterno sono natarali ; l'amor ooniogale 
d nn dovere. « Ha^ps filiis, inde patri, 
post«a uxori inclinamnr»; Petr. Dani. 

96. LIKTA : « liete vivono le donne, 
quando vivono con li loro mariti »; ButL 
" « Pone tre amori : uno, che scende in 
giti, che è del padre verso il Ofclioolo, ed 
uno, che monta in so, che è quello del 
figliuolo verso il padre, ed un altro, che 
va pari, che è quello del marito verso 
la moglie »; Ouf. 

97. l'ardobb : rardent« brama di oo- 
nofloere per propria esperienza il mondo, 
gli nomini, i loro vizi e le loro virtù. 

100. MARK: il Mediterraneo, più <xper- 

to, cioè più spazioso del mare Ionio ; cflr. 

Virg., Georg. IV, 527 e seg. « Qnforis, 

TJlixes ubi erra veri t, potiua qnam effi- 

elafi, ne noe semper erremns? Non vacat 

rum inter Italiam et Sicillam 

lit, an extra nntnra nobis or- 

nee., Ep. LXXXVIII, « e seg. 

etiara scriptum Aiit... Utrum 

ire mari Ulixes erraverit iaxta 

lum, aut in exteriore inxta Cra- 

OHl, Noct. AU. XIV, 6. Con- 

ìndi. IV, 1. Ewitat., In Odyt. 

CPAONA: compagnia ; forma an- 
tiseima; oonft*. Purg. Ili, 4; 
127. « Compagna significava 
gli antichi propriamente l'a- 
li quei soldati che taglieggia- 
movano in contribuzione i pae- 
per traslato passò a signifl- 



care qualunque oompagnia »; Kanmae., 
Voci, 58. 

102. DB8KBT0 : abbandonato. Non oo- 
noeoendo la tradizione omerica che di se- 
conda o tersa mano, Dante suppone che 
Ulisse non fosse mai abbandonato da 
tutti i suoi compagni. 

103. l'uh : l'Europeo. - l'altbo : T Af- 
fricano. - iNFnr: dall'una parte fin nella 
Spagna, dall'altra sino al Marocco. 

104. MORBOCCO : forma antica. AL Ma- 
BOcco, forma moderna. - l'isola. : Sar- 
degna. 

105. ALTBB: isole; Sicilia, Corsica, le 
Baleari, eco. 

106. VBCCHi: erano in età avanxata, 
quando Intrapresero 11 viaggio, ed inol- 
tre vuol forse accennare che impiega- 
rono più anni nel viaggio pel Mediter- 
raneo. « Steterantenimper Wginti annoe, 
decem in bello troiano et decem in pere- 
grinatione»; Benv. - « Lungo tempo met- 
temmo in cercare questi luoghi mediter- 
ranei, sicché già eravamo vecchi di età e 
tardi neir operar nostro »; Barg, > « Pre- 
suppone che passassero molti anni in cer- 
care ohe fecero i liti e V isole del mare 
mediterragoo •; Ocuit. - tardi : negli atti, 
per eflfotto dell'età attempata. Al.: Tardi 
d'anni. Ma l'eaeer MoeAio e tardo d'anni 
è lo stesso. 

107. pocb: lo stretto di Gibiltenm. 

108. riguardi : segni ; le colonne d'Er- 
cole : Calpe in Europa, Abila in AflHca, 
col Nec pltu uUra, avviso al naviganti 
di non avanzarsi più dtie. 

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[CnC. 8. BOLO. 8] 



Ikp. XXVI. 110-126 



[ULI88B] 259 



112 



115 



118 



m 



124 



Dalla man destra mi lasciai Sibilla, 
Dall'altra già m'avea lasciata Setta. 

*' O frati, „ dissi, '' che per cento milia 
Perìgli siete giunti all'occidente, 
A questa tanto picciola vigilia 

De' vostri sensi, eh' è del rimanente, 
Non vogliate negar l'esperienza, 
Diretro al sol, del mondo senza gente I 

Considerate la vostra semenza : 
Fatti non foste a viver come bruti, 
Ma per seguir virtute e conoscenza. „ 

Li miei compagni fec'io si acuti, 

Con questa orazion picciola, al cammino. 
Che appena poscia gli avrei ritenuti. 

E, vòlta nostra poppa nel mattino. 
De' remi fSeu^emmo ale al folle volo. 
Sempre acquistando dal lato mancino. 



UO. SmuA: SlTigUa; oonfr. Ji|A XZ, 
128. 

111. Svita : U 8epta dei Rom«nl, oggi 
Gmtey «iOà e fortozM d'Afric*, dirim- 
petto » OiMltorr». Dice ohe ayer» già 
toKlAto SeU« priiBA di lasdare Siviglia, 
pec^è Sette Ò meno oooidentale. 

113. FRATI: fratelli; qui per Corapa- 
gfà. Cfr. Virg., Aéti. 1, 108 e seg. lAtean., 
Phan. I, J09 e aeg. Hwrat., Od. I, vii, 25 
e Mg. - muA : lat. millia ; fonna antioa ; 
aggi mila. Cfr. NannucYtriti, 376 nt. 1. 
Dùz, Gratn, U*, 459. 

113. all'occidbhtie: all' eeIremitÀ 00- 
cUeatala déL mondo allora oonoaoiato. 
« E qoanto all' età loro, ohe erano già 
Toecfai »; VOL 

Ili. nsiUA : il pooo Tivere che an- 
cata Ti resta; la vita senaitiva; confir. 
(km», m, 3. 

115. CB* t DEL RiMANKim: che ancor 
▼1 rimane ; ^a de réliquo 4$t. Al. CH* È 
IH EOUkSKm; ctr. Z. F., 263. Blane, 
YermuA, 241. 

117. DtBSTBO : aegnitando il Sole ; pro- 
cedendo da oriente ad ooddente. AI.: 
Oltre a dorè Sol cade. Benv.i « ad 
aliad Iwiiiiaperiiim infarina, ad qnod eoi 
aeeedit quando reoedii a nobis. » - bxziza 
eorrs: aeeondo V opinione del tempo. I 
g eo giafl dioerano l'altro emiafero easere 
tatto ecvperto d'aoqna. 

118. SBfBHZA: la dignità dell'umana 



natura; ofr. Cbnv. III. 2. Al.t Penaate 
che voi siete Greci. 

120. CONOSCENZA : aolensa, ohe è « l'ol- 
tima perfezione della noatra anima, nella 
quale età la nostra nltima felicità » ; 
(hn9. 1, 1. - « Homo, oom in honore ce- 
set, non intellexit: comparatns est in- 
mentis insipientibas, et similia (kctos 
est illis »; P9<U. XLVIII, 21. 

121. ACUTI : inrogUati, bramosi di con* 
tinoare il yiaggio. 

124. NBL MATTINO : a leranto; donqne 
la prora a ponente, -viaggiando Terso oc- 
cidente, come ha detto y. 117. « Il Poeta 
accenna la diresione ^tW^poppa» ansichò 
della prora, sapendo qael che si lascia, 
ed ignorando in quali luoghi sarà per es- 
ser condotto dalla fortuna »; Di Siena. 

125. ALE: movemmo i remi yelooemen- 
te come ali al volo. Virg., Aen. Ili, 520 : 
« Temptamusque viam et velorum pan- 
dimus alas. »- P^op^r. lY, 6: * Clasais 
oentenis remlget alis. » - al folle volo : 
allo sconsigliato viaggio. FolU, perohò 
ebbe esito infelice.; volo, per aver chia- 
mato ale i remi. Cfir. Par. XXVU, 83. 

120. ACQUISTANDO : piegando sempre a 
sinistra, dalla parte del polo antartico. 
« n Poeta facendo giungere Ulisse alle 
viste del monte del Purgatorio, supposto 
sotto il meridiano di Gerusalemme, biso- 
gnava sempre tener la sinistra, chi mo- 
ò da Gibilterra, doè appoggiar som- 



260 [CBBC. 8. BOLG. 8] Inp. ixvi. 127-189 



[ULI8SS] 



127 



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136 



139 



Tutte le stelle già dell'altro polo 
Vedea la notte, e il nostro tanto basso, 
Che non sorgeva fuor del marin snolo. 

Cinque volte racceso, e tante casso 
Lo lame era di sotto dalla luna, 
Poi ch'entrati eravam nell'alto passo. 

Quando n' apparve una montagna, bruna 
Per la distanza, e parvemi alta tanto. 
Quanto veduta non n' avea alcuna. 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto ; 
Che della nuova terra un turbo nacque, 
E percosse del legno il primo canto. 

Tre volte il fé' girar con tutte l'acque; 



pre a lerante, quanto oomportavano le 
ooBte oooldentali dell' AfHoa, per rigua- 
dagnar la distansa che separa le colonne 
d' Ercole da Genualemnie. B ooei viene 
a dirci anco la diresione di ostro leyante, 
che dovevano aver quelle coste, accioc- 
ché, secondandole, si avanzasse sempre 
a mancina. Quante cose in on verso I »; 
ArUonàUi. 

127. ALTBO POLO: antartico. 

128. VKDBA: io. - LA KOTTB: di notte. 

Al. LÀ MOTTX VBDKA. > NOBTBO : il polo ar- 
tico era sceeo tanto, ohe non sorgeva più 
faori del mare nò più si vedeva. Erano 
pertanto arrivati all' Equatore. « Viene 
a dirci con mirabile esattessa astrono- 
mica, che Ulisse era giunto alla linea 
equinoziale, cioò all'Equatore; ove al- 
cuno trovandosi, avrebbe ambedue i poli 
della sfera sull'orluonte. Cosi ci descrive 
le parvenze astronomiche che dovrebbe 
incontrare chi da' nostri paesi s' indiriz- 
zasse agli antipodi nostri, in virtù di 
quella situazione della sfera che appel- 
lasi retta *\ AfUoneUi. 
120. SUOLO: la superficie del mare. 

130. BACCKSO : cinque volte erasi fatto 
il plenilunio, e cinque il novilunio ; erano 
cioè trascorsi già cinque mesi, dacchò, 
partendo da Gades, efavamo entrati nel- 
l'oceano. - CASSO : cassato, mancato. 

131. DI SOTTO: «a denotare i cinque 
mesi di navigazione d'Ulisse dopo uscito 
dal nostro mare, ricorre alla fase del ple- 
nilunio; e, da vero astronomo, accenna 
alla parte lunare ove ha luogo il raccen- 
dlmento, cioè la parte che il nostro Sa- 
tellite tien sempre volta alla terra. Sen«a 



tale determfaiasione non poteva stare 
r imagine del rince«ìid»rti, giacché ri- 
spetto al Sole che sempre la illomina, 
la luna ò sempre acoesa, tranne i oasi 
d' ecdissi lunare »; An/UmeUi, 

182. PASSO: « cfr. JnA XII, 126 »(?): 
Beta. 

138. MONTAGHA: 1 più intendono di 
quella ove Dante colloca il Purgatorio. 
Altri di una montagna dell'Atlantico, 
menzionata da Platone e dai geografi 
antichi. Altri di una montagna sempli- 
cemente finta dal Poeta. Cfr. DMa Val- 
le, Seneo, 16 e seg. Suppl., 28 e aeg. - 
BBUNA : ci appariva oscura a motivo della 
gran distanza ; cfr. Virg., Atn. IH, 205 e 
seg., 521 e seg. 

13i. ALTA: cfir. Purg, III, 14 e seg.; 
IV, 40 e seg., 85 e seg. ecc. 

130. CI ALLEGRAMMO : « sicut cst de mo- 
re, qnod terra primo visa pnustat Isoti- 
tiam marinariis, qui din navigaveront »; 
Benv. - TOBNÒ : la nostra allegrezza. 

137. NUOVA : scoperta recentemente. - 
TUBBO : turbine, sùbito vento impetuoso 
e vorticoso; cftr. I^f. Ili, 30, 133. 

138. CANTO : la prora della nave. « Fran- 
guntnr remi, tnm prora avertit et undis 
Dat latus »; Virg., Aen. 1, 104. 

139. CON TUTTE: la violenza del tur- 
bine tu. tale, che esso non pur fece girar 
tre volte la nave, ma anche le aoqne in 
modo da generare un vortice. « Ingms a 
vertice pontns In puppim ferit: excutltor 
pronnsque magis^r Volvitur in oi^at; 
ast illam ter flnotus ibidem Torqnet 
agens circum et rapldus vorat a^qaore 
yortex »; Virg., Aen. 1, 114 e seg. 



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[oxBC. s. BOL0. 8] Int. xxYi. 140-142 -xxYii. 1-6 [coks. fbod.] 261 

Alla quarta levar la poppa in suso, 
E la prora ire in giò, com' Altroi piacque, 
142 Infin che il mar tu. sopra noi richinso. > 



140. ALLA quabta: tUA qxurta TottA. 
- LiTAB: 1« quarto volto il turbine iboe 
lerar I» poppa in ra e fé' Ire la prora 
in giù nel pTofimdo delle aoqae. 

141. Altbot : a Dio, il qnale non vuole 
che nom Tiro ponga fl piò nel regno della 



morto gente ; oonfir. Pvrg. J, 131 e seg. 
Ulisse pagano non profferisce per rive- 
renza il nome di Dio; il oristiano Vanni 
Facci Io proflSBrisoe irrirerentemento, 
aggiongendori le JUket cfr. If^. XXV, 
1 e seg. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 



CERCHIO OTTAVO 
BOLGIA ottava: CONSIGLIERI PRODOLENTI 



GUIDO DA MONTEPELTRO 



Già era dritta in sn la fiamma e quota 
Per non dir più, e già da noi sen già, 
Con la licenza del dolce poeta ; 

Quando un'altra, che dietro a lei venia, 
Ne fece volger gli occhi alla sua cima, 
Per un confuso suon che fuor n'uscla. 



V. 1-30. Guido dm KontefèUro. Ulis- 
se ha appena terminato il «no racconto, 
ed eceo neoiTe da nn* altra fiamma nna 
Toee che dimanda di Romagna. Quella 
fiamma imwòla Guido da Hontelbltro, no- 
mo d* anni, « il piti sagace e più sottile 
nomo cho a qnei tempi fDSse in Italia #; 
6, ym. VII, 80. Per maggiori notizie 
sa Goido da KontofDltro cftr. y. 67 nt. 

1. qawTki arendo cessato di parlare. 
Parlando si eroUaya, Inf. XXVI, 86 e 
seg.; il quotarsi era l'eAtto del tacere. 



ATendo risposto pienamento alla diman- 
da di Virgilio, Ulisse non aveva più ohe 
dire, nò Virgilio dimandò altro. 

3. ucxhza: qnesto licenza non ò an- 
cora meosionato; si menziona più sotto. 
Terso 21. 

5. KR FiCB: cfr. I^f, VITI, 3-4. 

6. PKR : a ntotivo di nn suono oonAiso. 
La Tooe umana delle ombre rinchiuse 
nelle fiamme ò sulle prime simile al 
mormorto delle fiamme agitoto dal ven- 
to; poi, come il moto della lingua nma- 



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[CKBC. 8. BOLG. 8] INF. IXVII. 7-21 [GUIDO DA MONTKFELTBO] 



10 



13 



16 



19 



Come il bue cìcilian, ohe mugghiò prima 
Col pianto di colui, e ciò fu dritto, 
Che Pavea temperato con sua lima, 

Mugghiava con la voce delP afflitto, 
Si che, con tutto eh' e' fosse di rame. 
Pure e' pareva dal dolor trafitto; 

Cosi, per non aver via né forame 
Dal principio del foco, in suo liuguaggio 
Si coDvertivan le parole grame. 

Ma poscia eh' ebber colto lor viaggio 
Su per la punta, dandole quel guizzo 
Che dato avea la lingua in lor passaggio, 

Udimmo dire : € ta, a cui io drizzo 
La voce e che parlavi mo lombardo. 
Dicendo: " Issa ten va', più non t' adizzo „ ; 



na 8Ì è oomnnioato alla punta defla fiam- 
ma, quel monnorìo ai converte in parole 
articolate. 

7. BUB: il toro di rame coetmito da 
Perillo d'Atene e regalato a Falaride, 
tiranno di Agrigenti in Sicilia, o deilia, 
come dicevano gli antichi. Era costrutto 
in modo, ohe, essendo arroventato, le 
grida degl' infelici, postivi dentro ad es- 
sere arrostiti, si convertivano in mug- 
giti di toro vivent«^F^aride vi ibce en- 
trare primo Perillo stesso a fame Tespe- 
riensa, onde il toro mugghiò la prima 
volta, e ben a diritto, col pianto di colui 
che lo aveva costruito coll'arte sua ; cfr. 
Plin. XXXIV, 8, Val Max,, Memorabil, 
1. IX, e. 2. Oicer., In Verr. 5. 

8. FU DRITTO : ta giusto ; gli stette be- 
ne. « Neque enim lez sqnior uUa, Qnam 
necia arti ficee arte perire sua »; Ovid., 
Art. am. I, 655 e seg. 

10. MUGGHIAVA: PeHllo a Falaride: 
« Protinus indosum lentie oarbonibns 
nre: Mugiet, et veri vox erit Illa bo- 
vis »; Ovid., TrUt. XI, III, 47 e seg. 

11. E* : il bue. Al. SL, troncamento di 
elio -» egli. 

13. via: onde uscire. 

14. DAL PRDfciPio: dall'elemento del 
fhoco; Lan., Veli., Dan., Ce:, ecc. Da 
principio che proferivansi dall'anima; 
Biag., De Rom , ecc. Dalla cima, o lin- 
gua ; Tom. Là dove prima le parole in- 
contravano il fuoco (t); Cfreff. AI. leggo- 
no: DAL PBUCCIPIO NEL FUOCO — COSÌ le 



parole grame non trovando da prima nel 
fioco via nò forame, si convertivano nel 
linguaggio di esso flxooo, - interpretaz. 
che trova appoggio nel v. 16. Ma la lea. 
HSL FUOCO è troppo sprovvista di auto- 
rità. « Non avendo le parole del dannato 
nò via, nò foro per uscire, pigliavano dal 
principio, dalla sommità della fiamma la 
forma del suo linguaggio, doò del naor- 
morìo eh' essa suol fkre agitata dal ven- 
to »; L, Veni., 8im. 575. -« Le parole del- 
l'anima che era racchiusa in questa fiam- 
ma, non trovando alcuna uscita nel fbooo, 
parvero, sulle prime, muggiti •{ Pass, 

15. GRAME: meste, dolenti. 

16. COLTO : trovato la loro via sa per 
la punta della fiamma, imprimendole 
quel gnisEO dat-Me dalla lingua umana 
nel proferirle. 

20. MO: or ora. - lombardo: tale es- 
sendo Virgilio ed avendo usato il lom- 
bardismo ista per adesso; cfr. Inf. I, 68. 
Al. prendono lombardo per italiano. 
Parlò Virgilio italiano con Ulisse f « La 
differensa tra* dialetti italiani ò radicata 
neir antichità, per avventura più die 
spesso non si crede »; Filai. 

21. I88A: ora, adesso; cfr. In^.XXIlI, 
7. Purg. XXIV, 65. EnHd., 1085 e seg. 
Assuefatti sin dall' infianzia a udir sem- 
pre dire issa per ora, adesso, mal sap- 
piamo comprendere le dispute sn questo 
verso. Il senso ò chiaro. Virgilio aveva 
detto ad Ulisse : « Vattene ora, cbò non ti 
stimolo più a parlare. > Viv. dice ohe issa 



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[ente. 8. BOLO. 8] 



Inf. XXVII. 22-38 [Romagna nel laoo] 26S 



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37 



Perch' io sia giunto forse alquanto tardo. 
Non t' incresca restare a parlar meco: 
Vedi che non incresce a me, ed ardo I 

Se tu pnr mo in questo mondo cieco 
Caduto sei di quella dolce terra 
Latina, onde mia colpa tutta reco, 

Dimmi se i Bomagnuoli han pace o guerra ; 
Ch'io fui de' monti là intra Urbino 
E il giogo, di che Tever si disserra. » 

Io era in giuso ancor attento e chino, 
Quando il mio duca mi tentò di costa, 
Dicendo : « Parla tu ; questi è Latino. » 

Ed io, che avea già pronta la risposta. 
Senza indugio a parlare incomiuciai : 
< anima che se' laggiù nascosta, 

Romagna tua non è e non fu mai 
Senza guerra ne' cor de' suoi tiranni ; 



non è lombardo. MiUnese no, lombardo 
A; secondo il BuH anche laccbese; se- 
condo il Ocut. anche napoletano. Cfr. Z. 
F., 163-69. BUme, Vertueh I, 244 e seg. 
Uoor^, Orit., 388 e seg. - t'adizzo : ti 
•edto, «tiniolo a parlare. Al. t'aizzo. 

23. RWTARB: AI. DI 8TABB; di fermarti. 

34. ABDO: benché io braci in qnesta 
fiamma. « Crndor in bao fiamma •; Luca 
XVI. 21. 

26. PUB MO: pnr ora; otr. Ir^. X, 21; 
XXni, 28; XXXIII, 186. Purg. Vili, 
28; XXI, 68. Crede di parlare ad nno 
■pMto che ar^Ti dal mondo de' viventi 
e se ne rada più giù nel basso Inferno. 
- CUOO : otr. Inf. IV, 18 ; X, 58, eco. 

27. UkTUfA: italiana. Altri intendono 
del Laaio. Si parla forse nel Lazio lom- 
bardo (▼. 20)? -TUTTA t nnlla essendomi 
giovato il pentin^ento, nnlla la oonfes- 
«lono (▼. 83), nnlla V assoluzione papale 
(V. 10) e sog.), perchò ricaduto nel vec- 
diìo vizio. 

26. cn* IO FUI: ti chiedo nnove de' Bo- 
magnooli, perchè io fhi Bomagnnolo. - 
nrnuk Ubbiho : tra Urbino e le sorgenti 
del Tevere, che scaturisce appiè del Mon- 
te Coronaro, è situata la città e contea 
di Montelbltro, posta sopra un monto. 

80. GIOGO : dell'Appennino. - 81 DI8- 
bkbba: scaturisce. 

y. 81-64. Za Jiomoffna nel 1900. 
JdSottAto da Virgilio a rispondere lui, 



Dante espone all'ombra del Montefel- 
trano lo stato di cose nella Romagna. 
Guerre palesi non ve ne sono attual- 
mente, ma covano sotto, come di solito 
in quelle regioni. Parla di Bavenna, di 
Forlì, dei Malatesta, di Maghioardo Pa- 
gano da Susinana, e di Cesena. In pochi 
versi un quadro magistrale della Bo- 
magna all'epoca della visione. 

81. m GiUBO: verso la sottostante bol- 
gia; Jr\f, XXVI, 48 e seg. 

82. TKNTÒ: toccò col gomito legger- 
mente nel fianco; cfr. 1»^. XII, 67. - 
« - Nonne videe - aliquis cubito stantem 
prope tangens Inquiet >; Horat., Sat. 
U, V, 42. 

33. Latiìio: italiano. 

8 i. PBOM TA : appena udita la dimanda, 
V. 28, aveva subito pensato alle condì- 
sioni della Bomagna, e alla risposta. 

86. LAGGIÙ : sotto il ponte della bolgia. 

- NASCOSTA : nella fiamma. 

87. TUA : patria. Secondo alcuni, la dice 
tua, perchè Guido da M ontefeltro (b capo 
della lega de' Lambertazsi. Ma Dante 
non sa ancora con chi parla, cfr. v. 66 
e seg.; quindi non può aver detto tua 
in questo senso. - B mok : AI. me non. 

- MAI : « postquam coepit habere tyran- 
nos>; Benv. 

88. nb' cor : sempre ebbero ed hanno 
guerra nel cuore, sempre si odiarono e 
si odiano. In ogni città per lo meno due 



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264 [CEBC. 8. BOLO. 8] Inf. xxyii. 89-47 



[ROMAOHÀ NBL 1800] 



40 



43 



46 



Ma 'n palese nessuna or vi lasciai. 

Ravenna sta, come stata è molti anni: 
L'aqnila da Polenta la si cova 
Si, che Cervia ricopre co' suoi vanni. 

La terra che fé' già la lunga prova 
E di Franceschi sanguinoso mucchio, 
Sotto le branche verdi si ritrova. 

E '1 Mastin vecchio e '1 nuovo da Verrucchio, 
Che fecer di Montagna il mal governo, 



partiti : m Bologna Lambertazsl e (Hre- 
mei ; a Forlì Ordelaffl e Calboli ; a Imola 
Alidosi e NordoU ; a Faensa Zambraai e 
Manfredi; a BImini Farcitati e Malate- 
ata, e coai Tla ; ofr. MwrtU,, Script. XXII, 
140 e seg. Veramente nel 1800, epoca 
della visione, guerre palesi nella Roma- 
gna non c'erano. Ha c'erano gli odii, 
e' erano le dissensioni ed inimidzie ohe 
oovayano sotto, onde il Poeta dice che la 
guerra ò nei coori, ma non palese. 

40. MOLTI ANMi : venuta in potere dei 
signori di Polenta nel 1270, questi ne ri- 
masero signori sino ài 1441. 

41. l'aquila : V arme dei Polentanl era 
un'aquila vermiglia in campo giallo. Si- 
gnore di Bavenna era nel 1300 Guido il 
Vecchio da Polenta, figlio di Ostasio e pa- 
dre di Francesca da Bimini, il quale se 
n' era insignorito nel 1276 ; cfr. Mumt., 
SeHpt. XIV, 1104; XXn, 139, 163, 166. 
« Uli de Polenta portant prò insignio aqui- 
lam, cnius medietas est alba in campo 
axsnrro, et alia medietas est rubea in 
campo aureo >; Benv. - la si cova: se 
la cova, se la tiene sotto la saa prote- 
ssione, e cara, come la gallina le nova 
che cova. Al. hk si cova; tiene colà il 
suo nido, n Betti ; « Là ha messo cosi la 
sua cova l' aquila da Polenta, che rico- 
pre anche Cervia colle sue ali. > 

42. CxBVLà : borgata sulla costa del- 
l'Adriatico, a mecsogiomo di Bavenna, 
importante nel medio evo per la produ- 
sìone del sale, sotto la giurisdizione dei 
Polentani; ofr. Murat., SeHpt. XXII, 161. 
- VAKin : ale. 

48. TKRBA : Forll, della quale poco pri- 
ma del 1800 s'insignorirono gli Orde- 
lai& i cfr. Mwrat., Seript, XIV, 1 16. - pro- 
va: sostenne il lungo assedio nel 1282, 
quando Martino IV papa spedì contro i 
ghibellini della Bomagna un esercito di 
francesi ed italiani, comandato da Gio- 



vanni d*Appia e pienanente sconfitto 
da Guido da Kontefeltro; ofr. Murai,, 
SeHpt. XXIT, 149 e seg.; XTV, 1105. 
VOL VH, 80 e seg. B^ei, H tangui- 
noto mucchio (Estratto dal Giornale Let- 
tere e Arti, TS. 49-50, anno H). 

44. MUCCHIO :«nam.... cornea Johan- 
nes habuit in isto proelio droa ootingen- 
toe equites, de quibus fttota est miseranda 
strages » ; Bonv. - « Dante fingendo di 
ricordare quel iktto a Guido àk Monte- 
féltro, mette ne* versi suoi un senao di 
complimento e d' ammiratone ohe vale 
una lusinga per l'anima del celebre ca- 
pitano chiusa dentro la fiamma »; Ried, 
1. e, 6. Come poteva Dante fsr questo, 
se non sapeva ancora quale anima fosae 
chiusa dentro la fiamma? La stessa do- 
manda vale pure per le altre pardoola- 
rità, che il i2ioci crede di avere sooperte 
in questi versi. 

45. BBAUCHB VEBDI : gli OrdeUffi por- 
tavano per insegna « leonem viridem a 
medio supra in campo aureo, oum qui- 
busdam Ustis a medio infra, quarum tres 
sunt virides, et tres aurece »; Benv. Sin 
dal 1206 era signore di Forlì Scarpetta 
degli Ordelaffl (cfr. Murat., SeHpt. XTV, 
116), presso cui dicono che Dante si fer- 
masse nei primi anni del suo esigilo in 
qualità di segretario. 

46. Mastdi VECCHIO: Malatosta da 
Verrucchio, padre di Paolo e di Gian- 
dotto, fatto signore di Bimini nel 1895, 
dopo esseme stati soacdati 1 ghibelttni, 
morto nel 1312. - nuovo : Malateetino, 
figlio primogenito e successore di Ha- 
latesta. - Vebbuccìuo t castello donato 
dai Bimineai al padre del moHin vecchio» 
onde i Malatesta si ebbero poi il titolo. 

47. Montagna : « nobllis miles de Par- 
ti tatis de Arimino, prinoeps partis gbi* 
beUlnsB ; quem oaptom cum quibusdam 
aliis Malatesta tradidit cnstodiendam 



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[CBC. S. tOLO. 8] 



INP. XXVII. 48-62 [COKVIBSIOHB] 265 



Là, dove soglion, fan de' denti succhio. 

Le città di Lamone e di Santerno 
Conduce il leoncel dal nido bianco, 
Che muta parte dalla state al verno ; 

E quella a cui il Savio bagna il fianco, 
Cosi com' ella sie' tra il piano e il monte, 
Tra tirannia si vive e stato franco. 

Ora ohi sei, ti prego che ne conte: 
Non esser duro più ch'altri sia stato, 
Se il nome tuo nel mondo tegna fronte. > 

Poscia che il foco alquanto ebbe rugghiato 
Al modo suo, Faguta punta mosse 
Di qua, di là, e poi die cotal fiato: 

€ S'io credessi che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo. 



^CalatetUno flUo. Poeto* pettrit ab eo, 
^ hetam eoNt de Montegnft. Cui iste 
^**paMlik: Domine, eet snb fida onstodim; 
^qood 4 TeHet se snflbcare, non posset, 
Vnn^M dt ioxta mare. Bt dom itonun 
•tftinimpetoxel, etreplloaret, dlxitt Cor- 
te Wto, qood neeeies Ipenm oastodire. 
^(*l«tottfauit, notalo verbo, fecit Mon- 
tigaam msetari com qnibnsdam aliis »; 
^tw- Ott. Mwrat., Seript, XV, 894 e seg. 

^U : a Bimini e nelle terre loro sog- 
S*^.-FiB: adoperano i denti come 
">NtikOo, dilaniando secondo il solito. 

tt* arri : Vaensa, snl Lamone ; Imola, 
f»w» il Santerno. 

St. ooiDUCB : governa. -LBONCIL : Ha- 
sUottdo Pagano da Sosinana, la oni ar* 
■9 era un leone aszorro in campo bianco. 
«ort nel 1802. Cfir. Murai,, 8eri0, XIV, 
1111. G. Fili. VH, 14». 

SI. wju,: in Bomi^a ghibellino, in 
^^■mugoelfo, come raccontano O.VUl., 
'■ e, Afw., Bufi, eoe. - dalla statb : ai 
Poè Intendere in senso geografico: ttaJte 
*J^J««iia{ verno — Romagna (oorà Lan., 
^*^; Me.); oin senso temporale— da nna 
*■«*«• ill'altr» {BuH, An. Fior., eoo.). 

n. quiLLA: Cesoia, bagnata dal fin- 

»»8STlo. 

^MB': siede; ofr. Nannue.j Verbi, 798. 
'^ «Qa è sitnaU tra n monte ed il 
^*"». cosi aneora parte vive sotto ti- 
!fi^ et parto libera »; Dan. Nel 1800 
^'•'•"^ «i reggeva in forma di libero co- 
J*^ ed STeva ogni anno nn nuovo po- 
^*^ BOB di rado due nello stesso anno. 



Chi si rendeva sospetto di voglie tiran- 
niche, eradiscaooiato. Cfr. Murat.,8eript. 
XIV, 1121. 

y. 55-84. CXonverKone nella vee- 
chiaiiM» Avendo risposto {rfenamento alia 
domanda di Guido, Danto, ohe non Io 
conosce ancora, lo prega di manifestorsi. 
Credendo di parlare i^ ano spirito dan- 
nato, Guido non esita a soddisforio, rac- 
contando come, già vecchio, si fosse riti- 
rato dal mondo e convertito, e come la 
conversione, benché tarda, gli sarebbe 
giovata, se U gran préts non lo avesse 
sedotto e rimenato sull'abbandonata via 
del peccato. 

65. COHTS: conti, racconti; ofr. Nan- 
nue.. Verbi, 284 e seg. 

68. ALTRI: spiriti da me intorrogaii 
quaggiù nell'Inferno. 

57. TSGNA VBONTE: faocia contrasto 
air oblio; duri lungamento. 

58. BUGGHIATO : fatto il solito romore 
di quelle fiamme, dimenando la punta 
qua e là, segno della voce ohe doveva 
uscire; cfr. v. 18-18; Ir\f. XXVI, 85-90. 

60. DIE: espresse cotali parole. « Lin- 
guaque viz talee icto dedit aere voces »; 
Ovid., Met. IX, 684. 

61. CRBDI88I: avvolti nelle fiamme, 
queeti spiriti non possono vedere, onde 
Guido da Montofeltro non si accorge, 
come si accorsero altri dannati (cfr. Ir^. 
VI, 40, 88 ; Vni, 88 ; X, 68 ; XV, 24, 46 j 
XVI, 82; XVn, 67; XXin, 88), che 
Danto ò tnttor vivo. Questi versi suppon- 
gono però che gliene naecesee il sospetto. 



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266 [CKBC. 8. BOLO. 8] InF. XXVII. 63-72 



[CONYERSIONE] 



64 



67 



70 



Questa fiamma starla senza più scosse ; 
Ma però che giammai di questo fondo 

Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero, 

Senza tema d'infamia ti rispondo. 
Io fui uom d'arme e poi fui cordigliero, 

Credendomi, si cinto, fare ammenda; 

E certo il creder mio veniva intero, 
Se non fosse il gran prete (a cui mal prenda !), 

Che mi rimise nelle prime colpe ; 

E come e quare, voglio che m'intenda. 



63. PIÒ : oltre quelle gi4 datole, y. 10 
e seg.; non parlerei di più. 

66 VIVO : morti tà, poiché al tempi di 
Danto si credeva ad apparizioni di anime 
dannato. - odo : da compagni ohe abita- 
vano già da secoli quella bolgia in oni 
Gnido era piovuto dne anni prima. 

66. TEMA : panra di procacciarmi in- 
fàmia sa nd mondo, confessando a to 
le mie colpe. Pare che fossero poco noto 
nel mondo. 

67. d'abicb: gnerriero. È qnesti, come 
dicemmo, il ghibellino Gnido. conto di 
Montofeltro, « invictas Capitonens Com- 
mnuis Forlivii, et generalis gnerrse prò 
parto dicti Comnnis • (Murai., Set^, 
XXII, 141). Lo dicono nato nel 1250 (cfr. 
Arrivabene, 8ec. di D., 86 1 ); ma se nel 1296 
era già vecchio, v. 70 e seg., era nato pa' 
recohi anni prima del 1250. Nel 1274 fa 
fatto capitano del Ghibellini o Lamber- 
tazxi di Romagna (Murat., o. e. XXII, 
137). n 18 giugno 1275 sconfisse al ponto 
a San Procolo i Guelfi e Bolognesi ((7. Vili, 
VII, 48. Murai., o. e. IX, 140, 718, 788; 
XVIII, 125; XXII, 136, ecc.), e di nuovo 
nel settombre dello stesso anno a Re- 
versano (Murai,, o. e. XXII, 138), e s'im- 
padronidi Cesena (Jlfurat.o. C.XI V,1104) . 
Nel 1275 assediò e conquistò Bagnaca- 
vallo {Murai., o. e. XXH, 139). Nel 1282 
sconfisse Giovanni de Appia, detto Gian- 
ni de'Pà, presso Forlì {Murai , o. e. XIV, 
151, 152, 1105; XXII. 149 e seg. Q. VUL 
VII, 81), ed occupò la Romagna « centra 
voluntatoro Ecclesiss » (Murai., o. e. XI, 
1204). Si riconciliò colla Chiesa nel 1263 
(Murai., o. o. XIV, 1106; XXII, 153), o, 
secondo altri, noi I2fi6 (O. Via.Yll, 108), e 
ta confinato ad Asti. Eletto dai Pisani a 
loro capitano noi 1288 (Murat, o. o. XI, 
1297 e seg.), ol280 {Murat., o. e. XV, 080), 
« ruppe i confini che avea per la Chiesa, 



e partissi di Piemonte e venne a Pisa » 
(Q. yiU. VII, 128), onde s'inimicò di nnovo 
col papa, il qnale lo scomunicò con tntta 
la sua fluniglia ed interdisse Pisa (Murai,, 
o. e. XV, 080). Nel 1200 difese Pisa contro 
i Gaelfl, « che i'arebbono avnta, se la 
bontà del detto conto non fosse ohe la 
liberò • (Murai., o. e. XI. 200. 080 e seg. 
G. vai. VII, 128). Nel 1202 s'impadronì 
d'Urbino (Muural., o, e. XXII, 162), eh© 
nel 1204 egli difese contro Vesercito di 
Malatestino, podestà di Cesena (Murai., 
o. e. XIV, 1 1 00) . Nello stesso anno 129 4 fti 
scacciato da Pisa (Murat., o. e. XI, 200 ; 
XV, 083. G. ViU. VIU, 2) e si riconciliò di 
nuovo colla Chiesa (jliural., o, o. XIV, 
Ilio). Entrò neir Ordine de' Francescani 
nel 1296 {Murat, o. e, IX, 144. 743 e sej^.; 
XI.180. XIV.1114: XV,083. 0. Vitt.VIII, 
23) e mori nel 1208, alcuni dicono a Ve- 
nezia (Murat, o. e. XI. 180). altri ad An- 
cona (Murat, o. e. XIV. 1114). ed altri in 
Assisi (WitU). Nel Oonv. IV, 28 Danto lo 
loda, qui lo condanna. Cf^. Encicl., 975 
e seg. -COODIGLIBRO : fk*ato dell'ordine di 
San Francesco. I itancesoani fhrono chia- 
mati eordelien, cordiglieri, dalla corda, 
onde andavano cinti. 

68. PAEB ammrnda: espiare le mie 
colpe, cingendomi del cordone di S. Fran- 
cesco. 

69. VKNiVA DI TESO : sarebbe stoto in- 
teramento attuato ; avrei fatto penitenxa 
ed espiato le mie colpe. 

70. PBETE: Bonifacio Vili, che gli 
venga il malanno ! Solle relazioni tra 
Guido e Bonifacio Vili cfr. ToHi, Stor, 
di Boni/. Vili, II, 268 e sog. 

71. RIMISE: fece ricadere ne' vecchi 
peccati, de' quali mt ero pentito; confi*. 
V. 83. 

72. QUABE : latinismo : perchè; in qnal 
modo e per qnal motivo. 



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. ik BOLO, q 



LfF. xxrn. 78-89 [cohtersioni] 267 



7« 



» 



& 



Mentre ch^io forma fui d'ossa e di polpe, 
Che la madre mi dio, l' opere mie 
Non fnron leonine, ma di volpe. 

Oli aocorgimenti e le coperte vie 
Io seppi tatto ; e si menai lor arte, 
Ch'ai £ne della terra il snono nscie. 

Quando mi vidi giunto in quella parte 
Di mia etade, ove ciascun dovrebbe 
Calar le vele e raccoglier le sarte, 

Ciò che pria mi piaceva, allor m' increbbe; 
E pentuto e confesso mi rendei, 
Ahi miser lasso!, e giovato sarebbe. 

Lo principe de' nuovi Farisei, 

Avendo guerra presso a Laterano, 
E non con Saracin, nò con Oiùdei, 

Chò ciascun suo nimico era Cristiano, 
E nessuno era stato a vincer Acri, . 



73. IO: è r anima ohe parla. -FORMA: 
%A mtH aenao aoolaatioo; ioformai 11 cor- 
p* rieeTnto dalla madre mia. Secondo la 
ÈDobmtàai V anima umana è il principio 
tafematiTD del corpo. 

75. DI TOLPB: non d'nom forte, ma di 
•oBO frodolento. Gnido fu però nno dei 
^ valenti ^oerrlerl del sno tempo; ve- 
4aà qaéi ehe s* è detto di lui nella nota 
•1 T. 67, a inoltre cfr. il Oomm. Lipt. 
P, 470. 

77. SKFn: eonobbi ogni sorta di tnàe 
e d'inganno, e ne feci tal uao da rendermi 
ktaotÈO in tutto il mondo. 

7é, AL FIBB: Al. AL7INB, cÌoè : Che final- 
Beate 1a Cuna delle mie aetuxie, de* miei 
■aneggi, nacì delle provincie d* Italia. 
Ott, Z. F., 108 -TKREA : latina; cfr. y. 26 
• aeg. - uscìk : uscì ; eh. Murai., /Script. 
XI, 188. Sahn. XVIU, 4. 

79. PABTB: qoarta età dell' uomo ; cfr. 
Co«#, IV, 24. 

81. CAL.AB : « la naturale morte è quasi 
porto a noi di lunga navigaslone e ri- 
poaD. S eoe! come il buono marinaro,' 
eene caso appropinqua al porto, cala lo 
ne relè, e aoaremente con debile con- 
iodmento entra In quello; eoA noi do- 
Ttao ealare le Tele delle nostre mon- 
dane operazioni, e tornare a Dio con 
tinto nostro intendimento e cuore; sic- 
ché a quello porto ai vegna con tutta 
sosritA e con tutta pace»; Conv. IV, 28, 



dove tra coloro che «calaron le Tele delle 
mondane operaslonl » è per V appunto ri- 
cordato « 11 nobilissimo nostro Latino 
Gnido Montefeltrano. »-BABTE: corde 
delle vele; cfr. Jnf. XXI. 14. 

83. PBNTUTO : pentito ; mi penili e con- 
fessai i miei peccati. Così Tav. Rit. ed. 
Polidori, 1, 537: « Ma io me ne rendo bene 
pentuto. * Secondo altri mi rendei vale : 
mi feci frate, dò che ha già detto t. 67 
e seg. Di pentuto per péntUo etr. Nan- 
nw.. Verbi, 883 e sog. - MI rendei : mi 
feci cordigliero. 

V. 85 111. Unpapageduttore. Guido 
racconta come, sedotto con parole men- 
sognerò da papa Bonifazio VIII, rica- 
desse nel vecchio peccato, dando al pon- 
tefice il malvagio consiglio come gettare 
a terra Preneetino : promettendo e non 
mantenendo la promessa. Il Setti s* avvi- 
sa che tutto ciò sia una mera invenzione 
di Dante, il che non sembra in verun 
modo ammissibile. 

85. PHmciPK: Bonifkzio Vili. -Fari- 
BBT, cardinali e cherid cristiani. 

86. GUBBRA : coi Colònnesi nel 1297, che 
abitavano presso San Giovanni in Late- 
rano; cfr. Murai., SeHpt. IX, 144, 069; 
XI, 1218 e seg.; XIV, 1115; XV, 3U; 
XVIII, 801; XXn, m.G.ViU, VIII, 21. 

87. Saracix: Saraceni; non guerreg- 
giava per zelo di religione. 

89. Acri: San Giovanni d'Acri, dttà 



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[CBBO. 8. BOLO. 8] INF. XXVIl. 90-104 



[PIPI 8BDUTT0BE3 



91 



94 



07 



100 



103 



Né mercatante in terra di Soldano; 
Nò sommo ufficio, né ordini sacri 

Guardò in so, nò in me quel capestro, 

Che solca far li suoi cinti più macri : 
Ma come Costantin chiese Silvestro 

Dentro Siratti a guarir della lebbre; 

Cosi mi chiese questi per maestro 
A guarir della sua superba febbre : 

Domandommi consiglio, ed io tacetti, 

Perchò le sue parole parver ebbre. 
E poi mi disse : '* Tuo cor non sospetti; 

Fin or ti assolvo, e tu m'insegna fare 

Si come Penestrino in terra getti. 
Lo ciel poss'io serrare e disserrare. 

Come tu sai; però son due le chiavi. 



dellaSiriA,iiltimapo88e88ionedei Oristiaiii 
in PAlestina, oadata in mano ai Saraceni 
nel 1291. Benso: neasono dei nemici di 
Bonifazio VJJUL era dei Saraceni conqui- 
statori di Acri, o dei Giudei mercanteg- 
glanti nei paesi d'Oriente; erano ansi 
tutti amici della religione di Cristo. 

92. GUARDÒ : non ebbe riguardo né alla 
propria dignità di Sommo Pontefice, nò 
alla sua qualità di Sacerdote cristiano, 
né all'abito di San Francesco che lo ave- 
Ta yestito.- CAPESTRO : cfr. Par. XI, 87. 

93. BOLSA: ne' tempi anteriori i Fran- 
cescani erano più estenuati per digiuni 
ed astinente; cfr. Par. XU, 112 e seg. 

94. COME: aJlude alla notissima fovola, 
creduta allora storia, della guarigione e 
conversione di Costantino imperatore per 
opera di papa Silrestro I; ett. Erueb., 
VU. Oofut. IV, 24. Graf, Roma nella mem. 
é fuUó immaginaz. del medio evo, II, 81 
e seg. 

95. Siratti : Monte Soratte, oggi San- 
t' Oreste, nella Sabina, non molto lungi 
da Boma, dove Silvestro, secondo la &- 
Tola, si teneva nascosto. - lebbre : leb- 
bra, come ale, fortune, tempre, ecc. per 
a>la, fortuna, tempra. Cfr. Nannue.,Voci, 
69 e seg. Nomi, 54 e seg. Monti, Prop. 
III. I, 24. Blano, Versueh 1, 249. 

90. MAESTRO: anticamente questo ti- 
tolo si dava ad ogni medico ; qui la voce 
sembra scelta a bella poeta per il suo du- 
plice senso. 

97. FEBBRE: brama superba di abbas- 
sare l Colonnesi. Di Bonifazio Vni O. 



Vm. Vm, 64 : « Molto ta altiero, e sa- 
perbo, e crudele contro a' suoi nomici 
e avversari. » 

99. EBBRE : da nomo ebbro di superba 
brama e di desiderio di vendetta. 

100. MI DISSE! Al. RIDISSE.- NON SO- 
SPETTI : non tema di cadere in peccato. 

101. FIN OR: fin da ora; anticipata- 
mente. -m'insegna: come maettro, t. 

96. Al. M'INSEGNI. 

102. Penestrino: Al. Pellestriho. 
Penbstino, ecc.; Paleatrina nel territo- 
rio dell'antica Premette, ai tempi di 
Dante fbrteesa dei ColonnesL « Nel 1298 
nel mese di settembre, essendo trattato 
d' accordo da Papa Bonifìazio a' Colon- 
nesi, i detti Colonnesi cherid e laici 
vennero a Bieti ov' era la corte, e git- 
lArsl a piò del detto papa alla miserioor- 
dia, il quale perdonò loro, e assolvettegli 
della scomunicajsione, e volle gli rendes- 
sono la città di Pilestrino ; e cosi fedono, 
promettendo loro di restituirgli in loro 
etato e dignità, la qual cosa non attenne 
loro, ma fece disfare la detta città di Pi- 
lestrino del poggio e fortesza ov' era, e 
focene rifare una terra al piano.alla quale 
pnose nome Civita Papale ; e tutto que- 
sto trattato faàèo e frodolente fboe il papa 
per consiglio del conte da Monteibltrò, 
allora frate minore, ove gli disse la mala 
parola: lunga promessa ooll'attkn- 
DBR corto » ; Q.VUl. Vin, 23 ; cfr-. Mu- 
rat., Script. IX, 741, 969 e seg. 

108. SERRARE : cfr. MoU. XVT, 19. If\f. 
XIX, 92. 



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[CBEC. 8. BOL0. 8] IKF. XXYII. 105-121 [LOGICI DIABOLICI] 269 



IM 



1«9 



112 



115 



118 



in 




Che il mio antecessor non ebbe care. „ 

Allor mi pinser gli argomenti gravi 
Là Ve il tacer mi fa avviso il pcj 
E dissi : '' Padre, da che tu mi la^ 

Di quel peccato ove mo cader deggii 
Lunga promessa con l'attender corti 
Ti farà trionfar nell'alto seggio. „ 

Francesco venne poi, com'io fni morto, 
Per me; ma un de' neri cherubini 
Oli disse: '' Noi portar; non mi far torto ! 

Venir se ne dee giù tra' miei meschini, 
Perchè diede il consiglio frodolente. 
Dal quale in qua stato gli sono a' crini ; 

Ch'assolver non si può chi non si pente, 
Né pentére e volere insieme puossi. 
Per la contradizion che noi consente. „ 

O me dolente ! Come mi riscossi. 



Cele0ttnoV,o£r.Jf^. 



105. 
m. 59 ut. 

100 FomiB: m<M8ero.-oBAVi: perchè 
• tiittm^ ll. Le ragi<mi del p»p* mi Iìmwto 
credere, il disabbidii^ euer peggio ohe 
•OD il dwgii un mal oondglio. 

107. MI FU ATTUO : mi paTTO; lai mihi 

108. DA CHB : poiohò. - LATI : « amplios 
Ut» me ab inlqoitate mea, et a peooato 
meo nranda me. LaTabla me, et saper 
aiTem dealbabor»; PtiU. L, 4, 9. 

100. PSOCATO: ohe M troppo bene di 
oiwni<tttare,dando 11 oonsIgUo frodolento. 

110. unroA ; promettendo molto e man- 
«^■yt**^*" poco, trionferai de* tuoi nemiol. 
Alciml dubitano della storicità di qneato 
raeeonto. Tatto sta, che Bonifludo Vm 
agi preelsamente secondo il fraodolente 
Consilio, rinnovato piti tardi dal Segre- 
tario iWentino ; cfr. Maeh., Prine. 18. 
G. YOL Vni, 23. Jrtirot., SeHpt, IX, 
741, 009 e seg., ecc. 

111. smaaio : nel pontìAoato. « Guido 
porge qui a Bonilkiio un ammaestra- 
mento, non solo per goremarsi nel ro- 
tiaare i GoUmnesi, ma per esser Tind- 
tofe in tutte le imprese del suo ponti- 
ficato»; BttU, 

V. 112-183. nUoriadèlMavoio, Con- 
tlwnando,Qnido racconta che,al momento 
ddla sua morte, San Francesco venne 
per prenderne l'anima e condurla in Pa- 



radiso. Ha nello stesso tempo venne un 
diavolo, pretese quell'anima esser sua, 
lo provò logicamente, e se la portò giù 
a Minosse, ohe la condannò all'ottava 
bolgia. Un contrasto simUe Purg. Y, 
103 e seg. Cfr. Orqf, Demonologia di !>.« 
p. 37 e seg. 

112. TKinnc : le anime sogliono andare 
da so al luogo loro, confr. Ir^. UE, 123. 
Purg. V, 108. Le anime dei due Mon- 
tefeltranl vengono angeli e diavoli per 
prenderle, forse perchè al momento della 
loro morte il loro destino etemo non era 
ancora definitivamente deciso. 

113. CHXBUBnn: « gli ordini degli angio- 
li sono nove, et di ciascuno ordine cadde 
in Inferno ; et ciascuno ordine ha la sua 
proprietà. Questi cherubini, che tengono 
il seoondo grado degli angioli, sanno per 
natura tutto '1 senso delle Scritture, ben • 
ch'egli abbino perduta la scienza, onde 
non sensa cagione l'Auttore tolse uno 
cherubino a disputasione » ; An, Fior. 

115. MsscHnri : servi; cfr. Tt\f. IX, 43. 

117. DAL QUALI: dacchò lo ebbe dato, 
r ho tenuto, per così dire, pei capelli, af- 
flnohò non mi scappasse. 

110. PBNTÉBB : pentirsi ; cfr. Nantwc., 
Yerld, 836, 341 e seg. Non si può pen- 
tirsi di un peccato e nello stesso tempo 
Tolerio commettere. Logica stringente. 

121. MI RISCOSSI: tremai di spavento 
all' udire quella logica terribile, al ve- 

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270 [CKBC. 8. BOLO. 8] INP. XXYII. 122-136 [TITTOBU DEL DIAT0I.O] 

Qaando mi prese, dicendomi : " Forse 
• . Ta non pensavi ch'io loioo fossi I „ 

A Minos mi portò ; e quegli attorse 

Otto volte la coda al dosso duro ; 

E poi che per gran rabbia la si morse, 
Disse: " Questi è de' rei del foco foro „ ; 

Per ch'io là dove vedi, son perduto, 

E, si vestito, andando mi rancure. » 
Quand' egli ebbe il suo dir cosi compiuto. 

La fiamma dolorando si partio. 

Torcendo e dibattendo il corno acuto. 
Noi passammo oltre, ed io e il duca mio, 

Su per lo scoglio infino in su Paltr'arco 

Che copre il fosso, in che si paga il fio 
A quei che Scommettendo acquistan carco. 



124 



127 



130 



133 



136 



dermi sobernlto, preso e portoto tU da 
quel diavolo. 

123. LOico: logioo, capace di ragio- 
nare fllosoAcamente ana questione. 

125. OTTO : ofr. Itif. V, 4 e seg. - dubo : 
non piegandosi mai per alcano. 

126. MOBSB: Minosse ò il simbolo della 
coscienza; il mordersi la coda simboleg- 
gia i rimorsi della coscienza, tormento 
principale dei dannati; la rabbia di Mi- 
nosse simboleggia 1* ira dei dannati con- 
tro chi, sedacendoli, fa canea della loro 
dannazione. Il Tom.: •rabbia, di tale 
reità. » Ai demoni la reitÀ non ò cagione 
di rabbia, ma di malvagia gioia. 

127. DI88B : coirattorcersi otto volte la 
coda al dorso lo condannò all'ottavo cer- 
chio, colle parole all'ottava bolgia del 
cerchio. - fubo : ladro, involando e na- 
scondendo gli spiriti, ctr. Inf. XXVI, 
41-42. 

128. PBB ch' 10 : per la colpa che ti ho 
narrata. 

129. VESTITO: avvolto in qnesta fiam- 
ma che gira senza posa, cfir. v. 2 e seg. 
- MI BAiccuBO : mi lamento e rammarico; 
cfr. Purg. X, 133. 

131. DOLOBANDO: dolendosi ed espri* 
mondo il suo dolore non più con parole, 
ma col torcere e dibattere il corno acuto, 
cioè la punta di essa fiamma; ctr. v. 16 e 



seg. ; Inf. XXVI, 86-88. - 81 PiJiTÌo : si 
parti, se ne andò; ofir. 2f annue,, Verbi, 
176 e seg. 

182. IL COBNO: la pnnta; oonflr. Jtif. 
XXVI, 85-88; XXVII, 16 e seg. 

V . 133- 1 36. PasBOffffio atta nona bol- 
gia» Terminato il colloqnio oon Guido, 
i dne Poeti continnano il loro viaggio sa 
per lo scoglio, finché si trovano sol ponte 
che attraversa la nona bolgia, ove sono 
paniti i seminatori di discordie civili e 
religiose, pabblicho e private. 

133. PASSAMMO: andammo avanti. 

135. no: fendo, trlbnto. Pagare Ufio 
di alcuna cosa, vale anche nel lingua^ 
gio del popolo, soffHre il danno o la pen« 
meritata; cfr. Purg. XI, 88. 

136. A QUBi: Al. DA QUEI, les. difea* 
da Z. F. (170) il quale chiede : « fi la già- 
stizia divina che paga tributo ai pece»- 
tori, e non questi a quella? » Risposta: 
« Nella nona bolgia sì dà la pena {ti pa- 
ga il fio) a coloro che, dividendo gli animi 
(scommeUendo) con far nascere dissen» 
sioni e scismi, acquistan maggior carico 
di peccato de' precedenti, per cui sono 
alquanto più giù ». - bcommeitbndo : di- 
videndo, separando. Seemmettere ò il 
contrario di eomnMtters — unire, oon- 
ginngere; ott.Voe. Or. ad, v. - OABCO: 
carico di colpa e di pena. 



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[CSEC. B. BOLO. •] 



INP. XIVIII. 1-8 



[SCISMATICI] 271 



CANTO VENTESIMOTTAVO 



CERCHIO D'ATAVO 

BOLGIA NONA : SEMINATORI DI DISCORDIE 
(Di ooBtliioo tagUlti dalle spade dei demoni In ogni parte del eorpo) 



MAOMETTO, PEA DOLCINO, PIEE DA MEDICINA, CURIO, 
MOSCA, BEBTBAM DAL BORNIO 



Chi poria mai pur con parole sciolte 
Dicer del sangue e delle piaghe appieno, 
Ch* i' ora vidi, per narrar più volte ? 

Ogni lingua per certo verrla meno 
Per lo nostro sermone e per la mente, 
C hanno a tanto comprender poco seno. 

S' ei s'adunasse ancor totta la gente, 
Che già in su la fortunata terra 



y. 1-21. Za pena dei Btminaiori 
ài diteordie. Dal ponte delia nona bol- 
gia i dae Poeti oeserrano lo strazio de- 
gli scisoiatloi e seminatori di scandali, 
i quali Tengono motìlati e fessi dalla 
spada di an diavolo, clascnno In relasione 
al eoo speciale peoeato, avendo flato al- 
trettantodei membri della sodetà umana. 
Cfìr. a. Galvani, Lez. aead. Modena, 1840, 
p. 3 e aeg. del toI. II. 

1. fobLl; potrebbe.- pur: anche in 
prosa, noncfaò in rima. - sciolti : non 
obbligate alle leggi del metro e della 
rima. « Yerba soluta modis > ; Ovid., TriaL 
IV, 0. - « Qois oladem ilUns nootls, qois 
Ansia tmdo Explioet ant posslt lacrimis 
fleqoare laboies f »; yirg.,Aen.llfi%l eseg. 

3. FIB KABBAB : per qosnto rinnorasse 
n raeeonto, tentando di migliorarlo e 
snperare la difficoltà della materia. 

4. oom ldtoua: « Non, mihi si lingain 
oeatiim sint oraqae oentnm, Ferrea toz, 

óomprendere fonnas, 



Omnia pcenamm percnrrere nomina pos- 
slm »j Yvrg., Aen. VI, 625 e seg. 

6. BBBMOXB ! a motivo del nostro ama- 
no lingaaggio insnffioiente a descrivere 
adegnatamente lacoea. -hbntb: ragione, 
intelletto, incapace, come il lingaaggio, 
di rappresentare tale spettacolo ; confr. 
Oonv, III, a. 

6. BKNO : « la capacità o tasca formata 
dalle vesti e specialmente dalla camicia 
dalla cintola in sn avanti il petto »; Oa- 
temi. Qai per capacità mentale. 

7. 8* Ki 8' ADUHASSB : SO tatti gli nomini 
cadati nell'Italia meridionale dai tempi 
delle guerre sannitiohe e paniche ai tem- 
pi delle gnerre normanne ed angioine, si 
radunassero insieme a tàv mostra delle 
loro ferite e mutilasioni, non offrirebbero 
ano spettacolo da agguagliarsi a quello 
ohe mi si offerse nella nona bolgia. 

8. CHB GIÀ: Al. CHB oiACB, leggendo 
poi nel V. seg. b fu invece di ru : ofr. Z. 
F„ 171. - fobtuhata: fortunosa, soggetta 

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272 [CXBC. 8. BOLO. 9] Inf. xxyiii. 9-22 



[SCISMÀTICI] 



10 



13 



Itf 



19 



Di Puglia fu del suo sangue dolente 

Per li Troiani e per la lunga guerra, 
Che dell' anella fé' si alte spoglie, 
Come Livio scrive, che non erra; 

Con quella che senti di colpi doglie 
Per contrastare a fioberto Quiscardo, 
E V altra il cui ossame ancor s' accoglie 

A Ceperan, là dove fu bugiardo 
Ciascun Pagliose, e là da Tagliacozzo, 
Ove senz' arme vinse il vecchio Àlardo ; 

E qual forato suo membro, e qual mozzo 
Mostrasse, da equar sarebbe nulla 
Al modo della nona bolgia sozzo. 

Già veggia, per mezzul perdere o lulla. 



alle Tioende della fortonA; cfr. Ir\f.JUL3Li, 
115. Dion., Aned. n, Verona, 1786, p. 12. 

9. FU : senti il dolore delle ferite per lo 
sparso suo sangue. 

10. Troiani : venati in Italia con Bnea. 
Al. BOMAMI, ohe pare oorredone di co- 
pisti. Coi suoi coetanei Dante credeya 
ohe i Bomani disoendessero dai Troiani 
che Tennero con Enea in Italia, onde 
anche nelle sae opere in prosa chiama 
alonne Tolte Troiani ì Bomani; confr. 
Moort, Orit., 840-33. Siane, Vertueh, 250 
e seg. Allade alle guerre sannitiche e 
alle paniche, nelle qaali perirono mi- 
gliaia d'uomini ; cfr. TU. Idv. X, e seg. 
- LUHOA : la seconda guerra punica durò 
quindici anni, dal 218 al 202 a. C. 2W. 
Liv, XXII e XXm. 

11. ANSLLÀ : tratte dalle dita de' Ro- 
mani, uccisi nella battaglia di Canne, 
delle quali Annibale fece un cumulo di più 
moggia ; cfr. TU, Liv. XXII, 6 ; XXUI, 7. 
Folib. Ili, 255 e seg. Oonv. IV, 5. 

12. NOH SBRA : dò SÌ credcTa ai tempi 
di Dante; oggi no. 

18. QUSLLA: con quella gente, doò coi 
saraceni uccisi nelle guerre sostenute 
contro Boberto Guls<»rdo, fratello di 
Ricciardo duca di Kormandia; cfr. O. 
ViU. IV, 18. 19. H. Leo, Qeeeh. der Ual. 
Staaten I, 448 e seg. 

15. l'altba : l' altra gente, cioè le rit- 
ti me delle guerre angioine dal 1266 al 1268. 

16. A Ckpbbah : aUude alla battaglia di 
BeneTcnto, conseguensa del tradimento 
dei Pugliesi che erano alla guardia di 
Ceperano e lasdarono libero il passo a 



Carlo I d'Angiò; cfr. Q. Via. VII, 5, 9. 
Murai., Seripl. IX, 185 ; XÌ, 158 e 1284. 
jSlattmb., Ofcron., 246 e seg.Dante non igno- 
raTa che Manfredi cadde a Benevento ; 
cfr. Purg. in, 128. Forse egli nomina 
qui Ceperano con intensione di aUndere 
al tradimento del conte di Caserta. 

17. Taouaoozzo: castello néll'Abroaso 
Aquilano, presso il quale a di 23 agosto 
1268 Corradino fu sconfitto e distrutta 
la potensa degli Stctì. 

18. Alardo : di Valéry, consigUeze di 
Carlo d'Angiò ; cfr. Q. ViU. VU, 26 e 27. 
Saba Malaep. IV, 8 e seg. Salimb,, 248 
e seg. 

20. DA BQUAB: cfr. Virg., Aen. II, 862. 
Al. D'AEquAB. Al. d'adiquab. Al. d'ao- 
OUAOLIAB. Cfr. Z. F., 171 e seg. Senso: 
Tutte quelle genti e le loro ferite sareb- 
bero nulla accanto alle genti e aUe fb- 
rite della nona bolgia. 

21. sozzo : « rare, e non osiose, inlHnte 
le traspoaixioni. Questa è delle più po- 
tenti; che l'epiteto eozxo separato da 
modo e posto alla fine del Terso chiude 
r immagine, raccogliendo quasi in un sol 
tratto a pennello tutte le deformità del- 
l' orribile scena »; L. Vent., SimU., 468. 

V. 22-51. JfoomeMo. Beco uno che è 
spaccato dal mento sino al basso. È Mao> 
metto, fondatore dell'Islamismo. Lo pre- 
cede Ali col capo fosso. Maometto espone | 
la ragione delle spaTentcToli foiite e mo* 
tìlazioni; quindi chiede a Dante ohi egli 
sia, alla qual dimanda risponde Virgilio. 

22. olì: costr.: Una TCggla, per per- 
dere messule o luUa, non si pertugia i 



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[€S2C. 8. BOLO. 9] 



iNF. XXVIII. 23-37 



[UAOMXTTO] 273 



ComMo vidi tm, cosi non si pertugia, 
Rotto dal mento infin dove bì trulla : 

Tra le gambe pendevan le mìnagia; 
La corata pareva, e il tristo sacco, 
Che merda fa di qnel cbe si trangugia. 

Mentre che tutto in lui veder m' attacco, 
Guardommi, e con le man s'aperse il petto, 
Dicendo : « Or vedi come io mi dilacco ! 

Vedi come storpiato è Maometto I 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali, 
Fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 

E tutti gli altri che tu vedi qui, 
Seminator di scandalo e di scisma 
Pur vivi, e però son fessi cosi. 

Un diavolo è qua dietro, ohe n' accisma 



eail eome lo ridi uno rotto, eoo. - yeo- 
&A: botto; Toco d'orìgine Ignota; efr. 
Dia, W9rL !!•, 78. Vezza e veMxia per 
toctf rircno nel Bergamasoo. - hkzzul : 
«fi tmdi deDe botti fono di tre pessi : 
^«eOo di mesco ò detto mezuU, e li 
«atcenl hanno nome tutte * ; Lan. Se- 
eondo Benv., v%€zxul è la parto media 
4d fimdo daD* botto, dorè essa si apre, 
e Mia « para fondi vegetie inxto extre- 
esa ad raodnm lane. » 

34. BOTTO : pertugiato, fbseo.- trulla : 
Beit9^ « Sde«t ab ore nsqne ad anam >. 
Cfr. O^mm, XApt. P, 482. 

3$. lavuoLA: interiora, budella; da 
■Mtffss; cfr. IHét., WdrL II*, 47. Nan- 
«K.. jr^ni, 318e757. 

M. COSATA : onore, fegato e milza. - 
tASMVAi apparirà, si vedeva. - tbisto : 
ìorte, Mente. « Distilnit stringens nto- 
nm m embra na, flaontqne Viscere ; noe, 
qmatom tato de oorpore del>et, EflBoit 
k tflcns; a s pwo m led membra venenum 
Deooqnlt : In minimum mora pontrahit 
^»fa Tiroa. Vlneula nervoram, et la- 
lenim testura.... efBuunt »; Lutan., 
F%mr9. XK, 773 e aeg. - bacco : dello sto- 
aaao • d.^ intestino. 

27. TBASOUGIA: 8i manda giù, man- 
giaado • bevendo. 

28. m'aitacoo: m'affisso, sto miran- 
4oto att»itam«nto. « Dnm stnpet, obtn- 
tafue bmret deilzns in uno »; Virg., 
Am,l, 495. 

m. DCLAOOO : propr. mi tagUo le lacche; 
q«i per estena. mi lacero, mi smembro. 

1$. — Dip. <kmm., 4* edi9. 



81. STORPIATO : guasto nelle membre. • 

ÀI. SCOPPIATO, SCBMPUTO 8CIPAT0. 

Cfr. Z. F., 172. -Maoiotto: il fonda- 
tore dell'Islamismo n. a Mecca 6<K), m. a 
Medina 683. Al. Maoomktio. Ha 11 corpo 
fesso, per aver seminato scisma nel po- 
poli. Cfr. EneM., 1108. 

82. Alì : Ali Bbn AH Talid, cognomi- 
nato Atiad Ollah èl AJuUib, oioò Leone 
del Dio vincitore, e Murtadhi, doè Greto 
a Dio, cugino e genero di Maometto, ed 
uno de' primi suoi seguaci, n. 697, ucci- 
so 060. Discordando in alcuni punti dalla 
dottrini di Maometto, tdot una setto da 
sé, onde egli ha fessa appunto quella 
parto del corpo che Maometto ha ancora 
intiera. 

83. FISSO: Al. BOTTO. - CIUFPBTTO: 

ciocca di capelli sulla fronto; qui per 
firorUe, 

85. SCARDALO: discordie cidli, scissu- 
re, inimicizie. - scisma : separazione dal 
corpo e dalla comunione della Chiesa cat- 
tolica ; da ox^fia (divisione), e questo da 
oX^'CetY (scindere, dividere). 

36. VIVI: mentre vivevano su nel 
mondo. 

87. QUA DIETRO: in uu punto della 
bolgia, il quale, essendo essa circolare,, 
resto di dietro dal luogo, ove si trovano 
Danto e Virgilio, onde non possono ve- 
dervi. - accisma : acconcia; cfr. BUz, 
Wórt. I", 164. Ocdvani, Ltz, Aecadem. 
n. 81-60. Nannuc., Verbi, 81, ut. 8. Al.: 
Adoma, abbiglia; Al.: Divide e toglia; 
Al.: Piaga. 

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274 [CEBO. 8. BOLG. »] INP. XXVIII. 88-52 



[MIOMSTTO] 



40 



43 



46 



49 



S2 



Si crudelmente, al taglio della spada 

Bimettendo GÌascnn di questa risma, 
Qaando avem vòlta la dolente strada ; 

Però che le ferite Bon richiase, 

Prima ch'altri dinanzi gli rivada. 
Ma tu chi se', che in su lo scoglio muse, 

Porse per indugiar d'ire alla pena, 

Ch'è giudicata in su le tue accuse? > 
« Né morte il giunse ancor, né colpa il mena » 

Rispose il mia maestro, « a tormentarlo ; 

Ma per dar lui esperienza piena, 
A me, che morto son, convien menarlo 

Per lo Inferno quaggiù di giro in giro; 

E questo é ver cosi, com'io ti parlo. » 
Più fur di cento, che, quando l' udirò, 



80. BiHBTTENDO: Sottoponendo di nuo- 
vo oiasoono di noi al taglio della spada, 
ogni qaal volta abbiamo oompinto il giro 
circolare della bolgia. - bibma : qai per 
eiurma, turba, ecc. Si nsa tuttora è della 
stetta ritma per è della ttetsa indole, 
Ctr. Eneiel., 1680. « Angelos Dei, aooepta 
sententia ab eo. soindet te medinm »; 
Daniele Xin, 55. 

40. VÒLTA : aggirata a tondo, -btrada: 
giro della bolgia. 

41. BiCHiusK: rimarginate. Dnrante il 
giro della /o«9a le ferite si rimarginano ; 
ma poi il diavolo le riapre ; onde il tor- 
mento ò etemo. 

43. MUSE: masi, da miiMr»— tenere il 
muso (per viso, cfr. Purg. XIV, 48) fisso 
verso nn luogo, appunto come faceva 
Dante, confronta v. 28. Nannue., Verbi, 
63 e seguenti. Maometto non si è accorto 
che Dante è ancor vivo ; confronta lt\f. 
XXVUI, 61. 

45. GIUDICATA : che ti ò stata data per 
sentensa del giudice Minosse, secondo le 
colpe delle quali ti confessasti reo dinan- 
si al suo tribunale, cfr. If\f, Y, 7 e seg. 

46. IL oiuiiBi: lo colse. Non è ancor 
morto né va ad ona pena. 

48. DAB LUI: dargli piena conosoensa 
delle pene che aspettano nell'Inferno chi 
vive nel peccato. 

50. DI oiBO : di cerchio in cerchio ; cfr. 
Inr. X,4;XVI, 2. 

51. COM'IO! è la verità, com'io ti dico, 
y. 62-63. :Fra DoMno, All'udire che 

Dante ò ancor vivo, più di cento restano 



lì a guardarlo Incantati. Maometto parla 
di nuovo in prò di un par suo, non per 
carità, che laggiù non ha luogo, ma per 
la gioia infernale di veder continoato lo 
scisma. Parla dunque in prò di Doldno 
Tomielli di Novara, discepolo di Gerardo 
Segarelli di Parma, ohe sin dal 1260 aveva 
fondato la setta degli Apottoli ofrateUi 
apottoliei, della quale Doloino divenne il 
capo, dopo che il Segarelli iti arso vivo 
nel 1296. Dolcino si spacciava per apo- 
stolo e profeta, predicava la carità e la 
comunansa di tutte le cose, anche delie 
donne; cfr. Murai., Script. IX, 434-435, 
457. A Trento si guadagnò a compagna 
una Tridentina, giovane, bella e ricca, 
di nome Margherita, che fece sua con- 
cubina, chiamandola torcila in Oritto; 
Murai., ibid., 459. Nel 1305 o 1806 ai ri- 
dusse con cinquemila seguaci sopra il 
monte Zebello nel Vercellese e vi «t for- 
tificò in modo, che la crociata, bandita- 
gli contro daClementeV, sarebbe andata 
a vuoto, se la fame non lo avesse costretto 
ad arrendersi (13 marzo 1807). lì 2 giu- 
gno 1307 fu arso vivo a Novara con Mar- 
gherita e più altri della sua setta. Cfr. 
Murat.,Seript.lX,436ea»g. <7.F<tt.VIII, 
84. Baggiolini, Doleino eiPatartni, No- 
vara, 1838. Krone, Fra Dolcino Und die 
Patarener, Lipsia, 1844. Oallenga, Pra 
Doleino and hit Hmet, Lond., 1853. Bmw. 
II. 358-62. Taliee I. 882 e seg. Com. lApt. 
V, 485 e seg. Eneiel., 629-82. 

62. PIÙ : cfr. Ir{f. XII, 80 e seg. Purg. 
n, 67-75. Non avevano fino «d ora vedo tp 



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[CSEC. 8. BOLG. 9] 



Inp. iXYm. 53-69 [pba dolcino] 275 



Sd 



61 



e? 



S'arrestaron nel fosso a rìgnardarmi 
Per maraviglia, obbliando il martiro. 

< Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi, 
Tu che forse vedrai lo sole in breve, 
S' egli non vuol qui tosto seguitarmi, 

Si di vivanda, che stretta di neve 
Non rechi la vittoria al Noarese, 
Ch'altrimenti acquistar non saria lieve. » 

Poi che l'un pie per girsene sospese. 
Maometto mi disse està parola ; 
Indi a partirsi in terra lo distese. 

Un altro, che forata avea la gola 
E tronco il naso infin sotto^ le ciglia, 
£ non avea ma' che un'orecchia sola, 

Restato a riguardar per maravigUa 

Con gli altri, innanzi agli altri apri la canna, 
Ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia; 



m iiMDO Tivente e non dannato peroor* 
nre qaelle regioni. 

56. VOBSB: aembraohe non prestasae 
4el tatto fede a dò ohe Virgilio gli disse. 
Oppvire il fm§e ò da oonglnogerai con 
w hTe€4, onde Maometto sarebbe « sol»- 
BMnta dabbloao del tosto o del tardi »; 



56. N yrrAiTDA: ti armi di vivanda, 
doè si provregga di TettovagHa. -stret- 
ta : nemta, gran cadata di neve. 

59. AL KoAKisc : ai KoTaresi e ai loro 
eompagnl della crociata. 

60. ALTBOCBNTi : « a nomine expagnari 
poteraat, nec aliqoem hominem timebant, 
dammodo tamen faaberent Tiotoalia »; 
Mwat., Script. IX, 432. 

61. soapESB; disse le ultime parole, 
ATendo già alsato un piede per andar- 
sene oltre, ed appena Unito, compio l'in- 
comlndato passo. 

62. BTA : questa t qui il singolare per 
fl plonUe. 

V. 6Ì-90. P<er da Medieina. Parla 
sa altro, <die ba la gola forata, reciso il na- 
so ed on orecchio, e predice il tradimen* 
to di Kalatestfaio. Ècostoi Pietro dei Cat- 
tasi da Medicina, grossa terra matildioa 
nel piano tra Bologna e la bassa Boma- 
gaa, nomo « valde maledicna » {PoiHl, 
Oau.) e « morditor » (Pttr, Dafd.), « Fa 
étl contado di Bologna, e commise la 
goena da Slorenza a Bologna, e da Bo- 



logna agli Ubaldini; poi per sne male 
opere fu cacciato, e stette in Fano, e 
commise la guerra tra qne' di Fano e i 
Malatosti » ; An, JM, - « Fa molto cor- 
rotto in qael vizio, A di seminare scan- 
dalo tra li nobili bolognesi, come ezian- 
dio tra li romagnoli e' bolognesi » ; Lan. 
-« Fait pessimas seminator scandali, in 
tentam qnod se aliqaandla magniflcavit 
et ditavit dolose iste arto infami *; Benv., 
il quale illnstra la sna sentenza con esem- 
pi parlantissimi, tradotti poi e ripetati 
daUMn. Fior, Ctt. Oozzadini, Torri gerir 
tilizie, 874 e seg. Bneieh, 1223-25. 

64. GOLA : per la quale mentì, rirendo. 
Virg., Aen. VI, 494 e seg. parlando di 
Deifobo: « AtqnebicPrlamlden lanista m 
oorpore toto Deiphobam vidlt, lacerum 
crudelitor ora, Ora manosqae ambas, 
populataque tempora raptis Auribas et 
truncas inlionesto volnere naris, » 

65. MABO: che amava in vite ficcare 
ne' segreti idtmi. 

66. MA' cai ! non pih che ; ofr. Ji^. IV, 
26. ITna gli ò mozza. 

67. RISTATO : con quei pia di eerUo del 
T. 52. « Kec vidisse semel satis est i iavat 
usqne morari £t conferre gradum et ve- 
niendi discere cansas »; Virg,, Am, VI, 
487 e seg. 

68. OAHNA: della gola; parlò. 

69. vsEMiauA : sangoinanto per le fe- 
rite. 



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276 [CBBC. 8. BOLO. 9] Inf. xiviii. 70-84 



[PIER DÀ MEDICINA] 



70 



73 



7« 



7» 



E disse: « Ta, cui colpa non condanna, 
E cui io vidi sa in terra latina, 
Se troppa simiglianza non m'inganna, 

fiiinembriti di Pier da Medicina, 
Se mai torni a veder lo dolce piano, 
Che da Vercelli a Marcabò dichina. 

E fa' saper a' due miglior di Fano, 
À messer Quido e anco ad Àngiolello, 
Che, se l'antiveder qui non è vano, 

Gittati saran faor di lor vasello, 
E mazzerati presso alla Cattolica, 
Per tradimento d'un tiranno fello. 

Tra l'isola di C^pri e di Maiolica 
Non vide mai si gran fallo Nettano, 
Non da pirati, non da gente argolica. 



71. VIDI : « Ad domnrn istoram perrenit 
Mmel Dantee, ubi ftiitegregie honormina. 
Et intorrogaiaa qald sibi videretnr de 
oorfa iUa, reapondit. ae non vidisae pnl- 
oriorem in Komandlola, ai ibi eaaet mo< 
dioom ordinia »; Bmiv. -tkrra: Italia; 
ofr. IfiT. XXVII, 2«-27. 

72. TBOPPA : ae to non aomigli troppo 
ad altra persona da me rodata nn dì an 
in terra latina. « Si nnroqoam fallit ima- 
go »i Yirg., Edog. II, 27. 

74. BR MAI: non è pienamente per- 
snaao neanche Ini della veritÀ di qoanto 
ha detto Virgilio, v. 46 e aeg. Proprio di 
qneata gente, per cni il linguaggio è 
principalmente nno stromento d' ingan- 
no. - PiAKO: la Lombardia; dolce, para- 
gonata col luogo dove adeaso ai trova. 

75. Mabcabò: oaatello ooatmito dai 
Veneslani ani territorio di Bavenna, non 
langi dalle foci del Po. distrutto da Ram- 
berto da Polenta il 28 settembre 1300, 
non risorse pib, nò al luogo rimase il 
nome. Cfr. Ricci, Rifugio, 12. SMntende 
però che il nome non si spense ad un 
tratto, onde Dante poteva menzionare 
Marcabò anche alcnni anni dopo il 1809. 
InfotU BcM,, BiUi ed altri antichi pai^ 
lane di Marcabò in modo da renderci 
sicari ohe il nome non era ancora spen- 
to nei tempi loro. Ckmf^. Endcl., \\W 
e seg. 

76. inouoB: più nobili e valoroai. - 
Faho : città aoU' Adriatleo, distante nove 
miglia da Peaaro e trenta da Rimini. 

77. Guido : del Caaaero. - Anqiolello : 



da Carignano. Ambedue nobili di Fano* 
Invitati da Malateatino Malatesta a ve- 
nire a parlamento con lui alla Cattolica, 
borgo suir Adriatico tra Bimini e Pe- 
saro, furono annegati da' marinari, per 
ordine di Malateatino. Ciò avvenne poco 
dopo il 1812 ; cfr. Tonini neirJSeettemen- 
to, 1858, p. 681 e aeg. Dunque Dantedettò 
questi versi dopo quell'epoca. 

78. QUI : come suol eaaere su nel mondo. 
-VANO: fallace. Cfr. I^f. X, 100 e aeg. 
Tirg., Aen. 1, 802 : « Ni firustra anguiiom 
vani docuere parentes. » 

70. VASELLO: nave; ofr. Purg, II, 41. 
Al., Land., VeU., ecc.: il corpo, vasello 
dell'anima. Voi.: Città, patria. Farono 
gittati fuor del lor naviglio, e Purg, II, 
41 mostra che Dante diaae vasello per 
nave, naviglio. 

80. MAZZERATI: •mazzorore è gittare 
l'uomo in mare In nno aaoco legato con 
una pietra grande ; o legate le mani et i 
piedi, et uno grande aaaso al collo »; BuH, 

81. FELLO: iniquo, aleale. Cfr. però 
Murai., Script. XV, 896, dove ai dice ohe 
Malatestino « tanto fti aavio et ardito e 
da bene, quanto mai fosse nomo. » 

82. TEA! in tutto il Mediterraneo, di 
cui Cipro ò r isola piti orientale e Maio- 
lica, o Maiorca, la più occidentale. Hot- 
tuno, H Dio del mare, non vide mai oom* 
mettere nn aimile delitto, né da ladri di 
mare, né da gente greca che anticamen- 
te aoleva corseggiare pel Mediterraneo. 

83. Kbttuko: Al. KBSBUaO; oonfr. 
Moore, Orit,, 343^ . 

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IKF. iXYiii. 85-98 



[cuBio] 277 



85 



88 



91 



»4 



97 



Qael tradì tor che vede pur con V xmOf 
E tien la terra, che tal è qui meco » 
Vorrebbe di veder esser digiunoi 

Farà venirli a parlamento seco; 
Poi farà si, che al vento di Focara 
Non farà lor mestier voto nò prece. > 

Ed io a lai: « Dimostrami e dichiara. 
Se vuoi eh' io porti su di te novella, 
Chi ò colui dalla veduta amara. > 

AUor pose la mano alla mascella 
D'un suo compagno, e la bocca gli aperse, 
Gridando : « Questi ò desso, e non favella. 

Questi, scacciato, il dubitar sommerse 
In Cesare, affermando ohe il fornito 



86. QUK.: Hitoteatiiio. «lilsaerKa- 

Itttosto ebbe tre donne: de la prima 
nacque Malateetino dell' Oeohio, perchè 
era Mance di on occhio.... De la accenda 
naeqoe Oianne Scianoado (€Haneioito, 
wmrito di Franeuca da Bimini) e Paolo. 
De la tersa, che Ita figlinola di MiMcr 
Biglietto, nacque Fandolfo, il qnale fti 
molto Tirtooco. B da Paolo predetto di- 
•cecero i conti da Ghiasdo »; Murat,, 
aoHpi. XV, 896. 

86. TiMH : signoreggia Rimini, che nn 
mk» compagno qui vorrebbe non avere 
mai rodata, arendoTi eommcMO il mi- 
elktto che lo oondniee qui. -tal: Cario, 
cfr. T. 01 e eeg. 

89. FocAKÀ : « monte altìBsimo appree- 
■o la Cattolice, onde Tenti terribili Bo- 
rimi lerani »; Dan, 

9Q.PSKG0: preghiera; ctr.Nannue.t F«r* 
N, 87 nt. 6 ; 294. Nomi, 146. Kon avranno 
Weogno di votarsi e pregare che I>io gli 
■campi dal vento di Vocara, perchè ac- 
ciai prima di arriTarvi. Passando presso 
Vocerà 1 naviganti si votavano e prega- 
vano. Si aveva pore il proverbio: «Ca- 
stodiat te Deas a vento Vocarieosi I > 

V. 91-102. CurUK Dante deriderà di 
■•fere ohi aia qael compagno che non 
vorrebbe mai aver vednto Bimini. Be- 
•olo qai : è Cario, o Catione, U tribano 
romano, partigiano prima di Pompeo, e 
poi vendatooi per denaro a Cesare. Cfr. 
YM. Paure, U, 46. Andò nel 705 di So- 
ma (40 a. Cr.) da Boma a Bavenna ad 
iaAnrmare Cesare dello stato di coae a 
Boma, dove ritornò con lettere di Ceaare 
•1 Senato. PabbUoato U decreto del Se- 



nato che diohiaraTa Cesare nemico della 
Bepabblica, qualora non lioensiaaae il 
ano eaeroito e sgombraaae la provincia, 
Carlone fttgg) cogli altri tribani a Ba- 
venna e, accendo Lncano, eaortò Ceaare 
a non indngiare. Sennonché all'arrivo 
di Curione, Ceaare aveva già paaaato il 
BaMcone, onde il racconto di Lncano, 
aegnito qai da Dante, pecca contro la 
atoria. 

01. DtMOflTRÀMi! iunmi vedere cohii 
di cai ta parli, e dimmi perchò vorrebbe 
non aver mai vedato Bimlai. 

06. N OM FAVSLLA : avendo tagliata nella 
itrotta quella ana llngoa venale ; cfr. v. 
101. « Aadaz venali oomitatar Curio lin- 
gua»; Luean., Phart. I, 260. 

07. SCACCIATO i da Boma, v. 102. «Pel- 
limar e patoiis larlboa, patimnrqne vo- 
lentea Bxailinm: tua noe fiMslet Victoria 
etwM»; Luean,, Phare. I, 278 e aeg. - 
BOMMSBflC: apenae in Ceaare ogni dub- 
bio che tenevalo irreaoluto, ae dovesse 
o no paaaare il Bublcone ed incominciar 
la guerra civile. 

08. AFrBBMAH do: « Dum trepldant nullo 
firmata robore partea, Tolle moras : sem- 
per nocuit differre paratls»; Luean., 
Pkar§, I, 280 e seg. IS^' Intelligenza, 
attribuita a Dino Compagni: 

A Rlmin« glagaendo i oaTallerl. 
Dipinto T*è ehe tae di notte Mura: 
Trombotto e ooral •onaTan lì fleti, 
Cho i Bimiowi tnmAr di paura. 
Curio tribano parlò piimiorl. 
B dlsM : « lo son por to di Roma fora ; 
Nostra fkanohigla è nella tua rperania: 
Cavalea, Cwsr, lonca diaoranza; 
I tao! nómioi bob avraano dora. 

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278 [CEBO. 8. BOLG. 9] IKF. XXYin. 99-111 [MOSCA DEI LAXBEBTl] 



100 



103 



106 



109 



Sempre con danno l'attender sofiPerse. » 

innante mi pareva sbigottito 
Con la lingua tagliata nella strozza 
Curio, eh' a dir fu cosi ardito I 

Ed un ch'avea l'una e l'altra man mozza, 
Levando i moncberin per l'aura fosca, 
SI che il sangue facea la faccia sozza. 

Gridò : « Ricorderà' ti anche del Mosca, 
Che dissi, lasso ! , '^ Capo ha cosa fatta „ , 
Che fu il mal seme per la gente tosca. » 

Ed io gli aggiunsi: « E morte di tua schiatta! »; 
Per ch'egli, accumulando duol con duolo, 
Sen gio come persona trista e matta. 



101. BTBOZZA, : gorgOBsnle, canna della 
gola. 

102. A DIB: Al. A DICEB. 

V. 103>111. Mo9ea dei Lamberti, 

£oco il Moeca, ohe Dante areva deside- 
rato di vedere, Ir^f. VI, 80, quegli ohe 
feoe risolvere gli Amidei ed i loro pa- 
renti ed amici a vendicarsi di Baondel- 
monte Decidendolo (ott. Par. XVI, 186 
e seg.), - « B stando tra loro in consiglio 
in che modo il dovessero offendere, o di 
batterlo o di ferirlo, il Mosca de' Lam- 
berti disse la mala parola: eo$a/aUa, 
capo ha, cioè che fosse morto : e cosi fa 
&tto»; O. Vm. V. 88; cflr. Mach., Ut. 
Fior. II, 3. TiUari, I primi due tecoM 
della Storia di Firenze, Fir., 1893 ; 1, 155 
e seg.; II, 283 e seg. Eneid., 1292 e seg. 

103. MOZZA: si servi non pare della 
lingua a seminare scandali, ma altresì 
delle mani, spargendo sangue, onde le 
ba mozze. 

104. l'auba: Al. l'abia. 

107. CAPO: « cosa fotta non può di- 
sfarsi ; riesce ad un capo, ad un fine, a 
un effetto ; e perciò si uccida addirittura 
Bqondelmonte, senza pensare troppo co- 
m' andrà a fluire; basta oh' e' muoia»; 
Del Lungo, Dino Oomp, II, 15. -« Qual- 
che volta non si trova chi voglia esser 
capo d' una cosa, che dee farsi ; ma il 
capo si trova sempre di una cosa, che 
già si è fotta » ; Betti. Gfr. Ammirato, 
Jet, Fior, lib. I, p. 56. Nannue., Man. 
11», 18, nt. 16. 

108. bkmb: tper la morte del detto messe- 
re Buondelmonte tutti i legnaggi de' no- 
bili e altri cittadini di Firense se ne par- 
tiro, e ohi tenne oo' Buondelmontl che 



presero la parte guelfo e fbronne oaiio, 
e chi con gli Uberti che fhrono capo de* 
ghibellini, onde alla nostra città segai 
molto di male e mina »; G.Via, V, 88. - 
« Di tal morte i cittadini se ne divisono, 
e trassonsi insieme i parentadi e l'ami- 
stà d' amendua le parte, per modo ohe la 
detta divisione mai non fin) ; onde nao- 
quero molti scandoli e incendi e batta- 
glie cittadinesche » ; Dino Oomp, I, 2. 

109. b mobtb: e quella tuapart^ito 
pure la rovina della tua schiatta. I Lam- 
berti fhrono cacciati da Firense nel 1258 ; 
otr. Q. ViU. VI, 65. Nel 1266 ftironodei pri- 
mi ohe cominciarono a levarsi contro i 
trentasei, ott.Q. ViU. VU, U. Nel 1268fa- 
rono tutti dichiarati ribelli, senza distin- 
zione di sesso e di età, il qual bando di 
ribellione fti confermato nel 1280. Quindi 
essi scompaiono quasi del tutto dalla 
storia fiorentina. L' ultima notizia che 
di essi si abbia nelle carte fiorentine, è 
che i Lamberti si posero sotto le hèse.- 
diere di Arrigo VII, quando venne a por- 
re assedio a Firenze, sperando potervi 
tornare per forza delle armi ; cfr. Far- 
non, In^. voi. II, p. 612. Questo verso 
non lascia verun dubbio che Dante scri- 
veva quando i Lamberti erano già spenti, 
dunque dopo la morte di Arrigo VII. 

110. duol: al dolore della sua pena si 
aggiungeva il dolore cagionatogli dal sa- 
pere spenta, o lì per ispegnersi, la sua 
stirpe. 

111. qìo: g^, andò ; cfr. ì{awMu„Yerhi, 
176 e seg. - TBI8TA: mesta e foori deX 
senno per l' eccesso del dolore. 

V. 112-142. :BeitiM^m, deU Bemio. 
A Dante si oflRre uno spettacolo spaven* 



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[CSEC. 8. BOLG. 9] tV¥. XXVUI. 112-124 [BBBTB. t>. BOBHIO] 270 



112 



U5 



118 



121 



194 



Ma io rimasi a rigaardar lo stuolo, 
E vidi cosa, ch'io avrei paura, 
Senza più prova, di contarla solo ; 

Se non che coscìensa mi assicura, 

La buona compagnia ohe Fuom francheggia 
Sotto l'osbergo del sentirsi pura. 

Io vidi certo, ed ancor par ch'io '1 veggia, 
TJnj3U8to senza capo andar si come 
Andavan gli altri della trista greggia* 

E il capo tronco tenea per le chiome. 
Pésci con mano, a guisa di lanterna, 
E quel mirava noi, e diceva: « mei > 

Di so faceva a sé stesso lucena, 



toTOÌ«^ Viene uno che ha redso n capo, 
e U» porte in nuuio, e U capo parla, e d 
BO■ljlu^ e diee qual peccato lo oonduase 
a tal martirio. Qaeeti ò il celebre trova- 
tore Bertrando de Bom, -rleoonte nel 
Perig o rd» eliniore del castello di Haate- 
fort(efr. /i^.XXIX, 29), lodato da Dante 
nel De Vvlg. SI. II, 2. Visse neUa seconda 
BsetA del secolo e fa « boon cavaliere, buon 
gaerriero, buon amante, buon trovatore ; 
bene istanito nell'arte dpi bel dire, sapera 
sopportare la buona e la malvskgia Tor- 
tona » ; Saifnouard, Ohokt d. Poét, orig. 
d. Troub. V, 7d. Istigò Enrico, detto U 
re giv9ane, primogenito di Snrieo II re 
d*Iagliiltem, a ribellarsi al padre. Morto 
ilfwpioMUM nel 1183, Enrico assediò Ber- 
trando a Hantefort; ma poi, presolo, gli 
restUnì castello e dominio. Seminò parec- 
chie altre discordie, e snl finir de' soci 
giorni si fece monaco. Cfr. Raynouard, 
L e MiOat, HUt. d. Troub. I, 210. DUz, 
Leben u. Werke der Troub. 1» ed., 179- 
233; 2* ed., 143-192; SHmming, Bertr, 
de Bom, 9. Leben u. $. Werke, Halle, 1879 ; 
jr. SeheriUù, Bertram dal Bornio, Bo- 
na, 1897. 
112. STUOLO : schiera dei seminatori di 



114. fbota: esperimento; senza eepe- 
rimentarla ulteriormente. Al.: Sens'altra 
oonferma ohe le mie parole. Ma qaal mai 
altra eot^ertna del sno racconto ha il 
Poeta, tranne le eoe parole f - bolo : avr. 
solamente; temerei soltanto di racoon- 
tarìa. AL: Io solo ; ma non è Dante pro- 
prio tutto solo soletto a raccontar la 
eosaf O è forse la sua ooicienza il se- 



condo? La ooscienxa non racconta nulla, 
né è un soggetto diverso dall'individuo 
che ad essa si riferisce. 

115. A88ICUBA : sapendosi pura, mi ren- 
de testimoniansa che io non ho nulla a 
temere di quelle pene che vidi e descrivo, 
checché ne dicano i miei nemici. 

118. FRANCHEGGLà: rende franco, di- 
chiarandolo scevro di colpa. « Conscia 
mens ut cuique sua est, ita conoipit in- 
tra Pectora prò fiMto spemqne metum- 
que suo» ; Ovid., Fast. 1, 486-6 « Hic mn- 
rus aheneus osto : Nil conscire slbi, nulla 
paUescere culpa»; Horal., Bpitt. I, i, 60 
e seg. 

118. CERTO: riprende qui il racconto 
poetico, interrotto dai w. 118-117. Aven- 
do detto che l'aura laggiù enk/otca, 
V. 104, ed essendo ciò che qui descrive 
cosa strana ed incredibile, il Poeta di- 
ce : Io vidi CBBTO, per acquistar fede al 
suo racconto, come se volesse dire: Non 
mi parve soltanto di vedere; vidi certa- 
mente, 

119. sì COME: nello stesso modo, colla 
medesima sicuressa degli altri seminato- 
ri di discordie, i quali avevano la testa 
sul busto. 

122. PÉSOL: sospeso, pendulo, a quel 
modo che, camminando nell' oscurità, 
un nomo tiene innansi a sé la lanterna 
per rischiararsi la via. 

123. QUEL: il capo tronco. Al quei. 
Cfr. Z. F., 176. - O ME: oimè. 

124. DI sÈ : di parte di sé, cioò del suo 
capo. - LUCERNA : « oogli oochi del capo, 
11 quale egli aveva in mano, guidava i 
suoi propri! passi»; Tom. 



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280 [CKEC. 8. BOLO. 9] IHF. XXYIII. 126-139 [BBETBAM DAL BORNIO] 



127 



130 



133 



136 



139 



Ed eran due in uno, e uno in due; 

Com' esser può, Quei sa che si governa. 
Quando diritto al pie del ponte fue, 

Levò il braccio alto con tutta la testa, 

Per appressarne le parole sue, 
Che furo: « Or vedi la pena molesta 

Tu che, spirando, vai veggendo i morti! 

Vedi se alcuna è grande come questa 1 
E perchè tu di me novella porti. 

Sappi ch'io son Bertram dal Bornio, quelli 

Che diedi al re Giovanni i mai conforti. 
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli: 

Achitòfel non fé' più d' Ansalone 

E di David co' malvagi pungelli. 
Perch'io partii cosi giunte persone, 



125. DUB: erano due, il capo essendo 
diviso dal busto; uno, le dee parti con- 
tinoando le loro ftinsioni organiche e vi- 
vendo nna sola e medesima vita. Un solo 
individuo in dae parti separate. 

126. Quei: Dio che così punisce; ofr. 
If\f, XIX, 10 e seg. 

127. DIRITTO : aw., precisamente a piò 
del ponte. Cft>. Itkf, XVni, 4. 

128. TUTTA: riempitivo, come Boee., 
Dee, X, 9: «Il letto con tatto messer 
Torello fu tolto via. » 

181« BPiBAifDO : respirando, essendo an- 
cor vivo; cfr. 2f^, XXm, 88,Par^. V, 
81 ; Xm, 182. 

132. VIDI : « O vos omnes, qui transitis 
per vi«n, attondito, et videto si est do- 
lor sioat dolor mens » ; LamerU. Jer, I, 
12; cfr. Vita N. VII, son. 20. 

188. POSTI: sa nel mondo. 

185. Giovanni : cosi si può dire tatti 1 
oodd. e tutti quanti i oomm. antichi (il 
Giovane di Benv. sta per Oiovannit che 
Johannet è nominato il re giovane nel 
Gomm. n, 376). Evldentomento tutti i 
commentatori antichi confusero Enrico 
primogenito con Giovanni quartogenito 
di Enrico II re d' Inghilterra, e sembra 
che anche Danto sia cadnto nel mede- 
simo errore. La lez. al re giovane sa- 
rebbe certo una correzione ottima ; ma 
r autorità dei codd. e dei comm. ant. non 
permetto di introdurla nel testo. Cfr. Z. 
F.» 176. BarUno, The Toung King and 
Bertrand de Born, Lond., 1862. Oontrihu- 



tiont, 158-57. Blane, Veriueh, I, 251 54. 
Moore, Orit,, 844-61. Vemon, Beadingm 
on the InS' H* 475 e seg. Vedi pure 1 
lavori citati dal De Bai, J, 865 e se^. 
Ferrar. IV, 896 e seg.; V. 288. Quando 
Danto avesse voluto scrivere giovane in- 
vece di Giovanni, gli sarebbe costato 
ben poco il dire: «Che diedi al giovan re 
i mai conforti. » - 1 mai conforti : cattivi 
suggerimenti ; suggerendogli di ribellarsi 
al proprio padre. Cfr. Com. Lipe. 1\ 408. 

136. FECI : « metia tot son senno en 
mesoiar guerras, e fes mesciar lo paire 
e '1 fllh de Englatorra »; Baynouard, 
Ohoim, V, 76 ; cfr. anche Stimming, Bertr. 
de Born, 104 e seg. - ne sÈ : T uno contro 
r altro. , . 

187. Achitòfel: 7^^nK <—^*»- 
• -I 
tono della stoltizia), da Gilo nelle regioni 
meridionali della tribù di Giuda, onde d 
detto U OUcnUa, fiuoaoso consigliere di 
Davide re d' Israele, &vorì la ribellione 
di Absalone, col detto il oonsiglio di ao- 
ddere il re Davide, suo padre; cfr. II, 
Reg. XV, 12 e seg.; XVI, 15 e seg.; XVII, 
1 e seg. - Ansalone : cosi, o Aeealone, 
dissero gli antichi per Absalone. Al. Ab- 
salone. 

138. pungelli : consigli malvagi. Aohi- 
tofele non seminò peggiore discordia tra 
padre e figlio, di quella che per me fti 
seminata. 

189. PARTO: divisi. - giunte t congiunte 
dal vincolo di natura. 



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[eiBC. 6. BOLO, d] InF. XITIII. 140-14^- XXlX. 1-8 [AlfMONIZ.] 281 

Partito porto il mio cerebrO| lasso ! , 
Dal suo principio, ch'ò in questo troncone. 
M2 Cosi s'osserva in me lo contrapasso. » 

140. CBBIBBO: eerrello; qui per capo, 142. cohtrapasbo : lat eontra puti; 
la pftrto per il tatto. la legge del taglione, Tigente in tatto 

141. PKUicino: dalla midolla spinale, di l' Inlbmo danteeoo. la qaale eelge che tal 
coi il eerreDoè oredatofda Aristotele, dal sia panito qaal fece t cfr. Efod. XXI, 24. 
GaUe e da Fisiologi moderni) essere ri- UvU. XXIV, 20. DtvUr, XIX, 21. Màtt. 
geaflaai«ato e arer origine da essa. Y, 88; VII, 2. 



CANTO VENTESIMONONO 



CEBCfllO OTTAVO 

BOLGIA nona: seminatosi di DISOOBDIA 



gerì del bello 



CEBcmo ottavo 

BOLGIA decima: FALSASI D'OGNI GENEBE 



1*" FALSATORI DI METALLI 

(Coperti di lebbre, paasolentì, si graffiano ibrooemente oon le angliie 

e sono morsicati da altri spiriti) 



OBIFFOLIHO E CAPOCCHIO 



La molta gente e le diverse piaghe 
Avean le laci mie si inebriate, 
Che dello stare a piangere eran vaghe; 

y. 1-12. Amm&nimione di VirgiUo. 2. LUCI: ocelli: of. Pwrg, XV, 84; XXXI, 

Dante ò ancora tatto intento a gaardare 79. Par. 1, 08; XVIII, 66; XXII, 126. eoe. 

gUi nella nona bolgia. Virgilio gliene fi» - DfEBRiATi; pregne di lagrime per il 

paterno rimproTero, ricor^uidogll esse- dolore cagionato cUk qaella rista miseran- 

reomai tempo di continuare il viaggio. da. « Inebriabo te laoryma mea »; Jbaia 

1. molta: dir. JV* XXVIII, 7-21. - XVI,9.-«Bbrietate*et dolore repleberis»} 

wrtam strane, inaodite. £feh, XXUI, 83. Cfr. Oont, lY, 27. 

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282 [CEBO. 8. BOLO. 0] INF. XXIX. 4-12 



[ÀMMONIZIONK] 



10 



Ma Virgilio mi disse : « Che pur gaate ? 
Perchè la vista tua par si soffblge 
Laggiù tra l'ombre triste smozzicate? 

Ta non hai fatto si all'altre bolge: 
Pensa, se tu annoverar le credi, 
Che miglia ventidne la valle volge, 

E già la lana è sotto i nostri piedi : 
Lo tempo è poco omai, che n' è concesso. 
Ed altro è da veder, che tu non vedi. » 



4. OHB: a ohe, a qaàl fine. Al.: Che 
ooMt Era ben neoesaario di chiederlo! 
- GUATB : guati, miri con attensione. Cflr. 
Nannue., Verbi, 68 e seg., 278 e seg. 

6. 81 BOFFOLGS : dal lat. aufuldre ; s'ap- 
poggia, 8i ferma, si posa; confr. Par. 
XXin, 180. 

6. SMOZZICAT E! mnt ilate, tagliate a 
pezzi ; cfr. InA XXVIII, 19, 108 e seg. 

7. sì: cosi; non hai mostrato rincre- 
scimento di allontanartene. 

8. SB TU : se tn credi di potere osser- 
rare tatte le ombre di qoesta bolgia. 

9. yoLOBt gira, ha nn cirooito di yen- 
tidae miglia, onde immenso è il nomerò 
delle ombre che vi sono dentro. 

10. E GIÀ : sono le ore 1 ^/s pom. Cfir. 
Agnelli, TopoOron., 109. -botto: ne'ple- 
nilani {ctr. Inf. XX, 127) la lana è a sera 
sali' orizzonte, a mezzanotte nello zenit, 
il mezzodì segaente al nadir, cioè per 
r appunto sotto i piedi di chi è posto nel 
mezzo della terra; oonfir. Della Valle, 
Seneo geogr. aetron,, 20 e seg. Ponta, 
Orolog. Dani., Novi, 1846, p. 217, ed. 
O. Gioia, CittÀ di CasteUo, 1892, p. 58 
e seg. Lanci, Spini, tre regni I, 24. No- 
citi. Orario, p. 7. 

11. POCO: dovendo compiere il viag- 
gio per 1* Inferno in 24 ore, quindi nsoir- 
ne la sera di questo stesso giorno (confr. 
Ir\f. XXXrV, 68), non gli rimanevano 
oramai pih che circa 6 ore per arrivare 
al fondo. 

12. VKDi : Al. CRKDi, lez. del tntto fkisa, 
non avendo Dante mai fotte tre rime con 
dne parole di agaal senso. Cfr. Quattro 
Fior. U, 113. Blane, Vereueh I, 256 e 
seg. Lomb. ad h. 1. 

V. 13-39. €Mr{ tM Bello, Dante si sca- 
sa a Virgilio dell'indagio, dicendo di aver 
guardato tanto attentamente giù nella 
bolgia, perchè crete che in essa ci aia 
nn suo parente. Virgilio gli risponde ohe 



quel tale ò già passato oltre sotto il pon- 
te, e che lo odi nominare €tori del BeOo. 
Questi fh figlio di Bello, che fti fratello 
éi Bellinoione, nonno di Dante. Cfr. 
PeUi, Mem., 88. Paeeerini in DatOe e 
U euo teooHo, 60. FraHAneUi, Vita di D., 
40. Rewnnonl nel DanU-J'ahrbueh U, 836. 
« La sua storia è variamente narrata da- 
gli antichi commentatori : bratta ad ogni 
modo. Uccisore a tradimento, e dopo avo- 
re con una menzogna fletto posar 1* ar- 
me al suo avversario, egli stesso è poi 
ucciso a Fncecchio da nn parente di que- 
sto : ohe fEuniglie fossero, non è ben chia- 
ro. E notisi ! Geri aveva acdso, dicendo 
all'altro: Meeeere, ecco la famiglia del 
Poteetà, ripone Varm»\ e l'nocisore 
suo fft la vendetta, essendo davvero nf- 
flciale di Potestà e mostrando di cercar- 
gli arme addosso »; Del Lungo, Arehir 
vio etor. ital, 1886; XVIII, 880.-«l deZ 
Bello sono consorti di Dante, ansi saoi 
stretti congiunti, perchè derivati dames- 
ser Bello giudice, figlio di Alighiero e fra- 
tello di Bellinoione suo avo. Questa Si- 
miglia fa gnelfk, e vien rammentata tra 
quelle che ebl>ero atterrate le case nel 
1260, dopo la disotta di Montaperti. 
Geri del Bello, che i commentatori di 
Dante ci dipingono come gran semina- 
tore di divisioni, fti nodso da uno dei 
Sacchetti; e la sua violenta morte non 
ancora vendicata, quando Dante finge 
discendere all'Inferno, lo fti più tardi 
da nn nipote dell'ucciso, ohe dell'onta 
era consorte. Quando Firenze si divise 
nelle fazioni Bianca e Nera, i del B0UO 
aderirono alla prima : laonde ftirono co- 
stretti ad abbandonare la patria. J\ loro 
esilio durava tuttavia nel 1311. e tn con- 
fermato per sempre nella famosa rifor- 
ma degli Ordinamenti di giustizia, fiotta 
per opera di Baldo d' Agnglione. Bra al- 
lora questa casa rappresentata da Lapo 



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[(ne 8. BOLO. 9] 



iNF. XXIX. 18-80 [OBBI DEL BBLLO] 288 



« Se tu avessi > rìspos'io appresso, 

< Atteso alla cagion per ch'io guardava, 
Forse m'avresti ancor lo star dimesso. » 

Parte sen già, ed io retro gli andava. 
Lo duca, già facendo la risposta, 
E soggiungendo: «Dentro a quella cava, 

Dov'io teneva gli occhi si a posta. 

Credo che on spirto del mio sangue pianga 
La colpa che laggiù cotanto costa. » 

Allor disse il maestro : < Non si franga 
Lo tuo pensier da qui innanzi so vr* elio: 
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; 

Ch'io vidi lui a piò del ponticello 
Mostrarti, e minacciar forte col dito. 
Ed udi'l nominar Gerì del Bello. 

Tu eri allor si del tatto impedito 
Sopra colui che già tenne Altaforte, 
Che non guardasti in là, si fu partito. » 



e^agU altri flgU di m«8Mr Cioiie, nei 
quU probAbUmente rimase eetlnta»; 
^«»«a, I^r,, Td. n, p. 225. Boriolan, 
^ M Baio, Ven., 18tl. Sanui, La 
''•endenM di GwH dd BeUo, Piatola, 
M». Bufi. II, 2, «5-70. 
U. Amiamo: adito il rimproyero di 

^' miiBso: dal lat. dimitUré, per- 
***•<> 41 fermarmi aneora un poco. 

!•• PAKTX : mentre, intanto elie ; men- 
"• ebe Virgilio ae ne and*Tn in atto di 
2*^1» boeem per riapondermi, lo gli 
ll^BeTa dietro aoggiongendo alle già dette 
f^yenti parole. Oppure : io lo aegair» 
^'^^dogli la riapoeta e aoggiongendo. 
^^^"^'V'IoDe non troppo ohiam. 

^' CATAt IbasA, bolgia. 

^' A PotTA: appostati, afflasati; efr. 

^- CBl un : AL CREDO UVO 8PIBT0 ; 
*• 2- K 17«. 

^- COLPA: dei aerainAtori di aoandaU. 

^- nAHOA: non ai ricetta; non pen- 
"*• Pi^ a InJ. AL: Non aMntenerisca e 
J2*^^a. AL: Non ai distragga ed in- 
•JJ**»?*. Probabilmente franger* ba 
'^nlore a ri^^wv**** — riflettere. 
«Prtide l'immagine dai raggi, i quali, 
^^ '^ frangono aopra una persona, 
**'» liillnmlnaiio. Dloe : non »i franga, 



doè non ai sparga sopra Ini »; BtiH. - 
«Kon te firangat ista rea»f II iZr^.XI, 25. 

23. bovb'kllo: sotts Ini. 

86. MOSTEABTi: agli altri spiriti, sco- 
tendo II dito, oome f)a chi, adirato, mi- 
naccia altml. 

27. UDI'L: Al. UDIL; Ofr. Z. F., 176. 

28. IMPEDITO t eri tntto intento alla 
▼Ista ed alle parole del signore di Han- 
tefort, o Altaforte, doè Bertram dal 
Bornio, né ad altro badayi. 

80. IH LÀ: Terso il luogo ore Geri pas- 
sara. - si fu : sino a che si fa allonta- 
nato ; chif Bertram dal Bornio, o Oerif 
Non è troppo chiaro. Dei commentatori 
1 pih tirano yia o si esprimono In modo 
da non lasciar intendere se riferiscano 
il-«i /tt parato a Bertramo o a Qtvcì 
(Banibgl., An, Sei., lae. Dani,, Lan,, 
Ott., Petr. Dani,, Oatt., Fal$o Boce., 
Benv,, An. Fior., Land., TaL, Veli., 
Port., Tom., Br. B., Oom., ecc.). Al- 
cuni invece, e noi slamo con loro, rifori- 
scono il H/u partUo a Bertramo (Andr., 
Poi., ecc.)} altri a Geri (BtUi, Serrav., 
Barg., Dan., Cast., Veni., Lomb., Biag., 
Oet., R/ou., FnU,, Oom., ecc.). Ma non 
pare ohe Geri si formasse poco o tanto, 
mentre invece Dante non cessò di tener 
fisso lo sguardo su Bertramo, finché que- 
sti /u partito. 



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284 [CBBC. 8. BOLO. 0] IKF. XXIX. 81-48 



[OBBI DSL BBLLO3 



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43 



< duca mio, la violenta morte 
Che non gli ò vendicata ancor » diss'io, 
€ Per alcon che delP onta sia consorte. 

Fece lai disdegnoso ; ond' ei sen gio 
Senza parlarmi, si com'io estimo: 
Ed in ciò m'ha e' fatto a sé più pio. » 

Cosi parlammo infino al loco primo, 
Che dello scoglio l'altra valle mostra. 
Se più lame vi fosse, tatto ad imo. 

Qaando noi fdmmo in sa l'oltima chiostra 
Di Malebolge, si che i saoi conversi 
Potean parere alla vedata nostra, 

Lamenti saettaron me diversi. 



82. VENDICATA : « oam omoes homines 
nataraliter tendant ad vindiotam, fio- 
rentini maxime ad lioo sont ardentiadmi 
et pnblioe et priyatim >; Benv, Geri del 
Bello «fti molto scismatioo, et per tal 
Visio ta nodflo da ano de' Saoohetti, né 
se ne fe' vendetta, se non dopo trent' an- 
ni, et allora nn flgUnolo di meeser Clone 
nodse ano de' Saoohetti sa la porta della 
oasa soa » (f); Land, 

88. PER: da alonno ohe, come parente, 
è parteoipe dell'ingiuria. La vendetta 
privata, permessa dalla legge moeaica 
(oe^. Num, XXXV, 19 e seg. II Bsg. 
XIV, 6 e seg.) e considerata dai Oreoi 
come nn diritto e insieme nn dovere 
(ofr. Hom., n. IX, 628 e seg.; XVIII, 
498 e seg. Paia., ercse. deicr. V, 1. FUU., 
De Leg, IX), era ai tempi di Dante au 
diritto legalmente rloonoscinto e si rite- 
neva dovere d' onore di tatti i conean- 
gninei dell'offeso. Brunetto Latini, Te- 
$oret„ 18 : « Lenta, o ratta. Sia la ven- 
detta fatta. » Cfr. Santini in Areh. $tor. 
iua,, 1886, XVIII, 162 e seg. 

85. OOM'IO ESTIMO: oome credo. Al. 
oom'io stimo. 

86. M* HA e' fatto : mi ha egli fatto. 

Al. M'HAE FATTO. Al. M'HA FATTO ELLI. 

C/ir. Z. F,, 177. « Qaasi dioat: in hoo ma- 
gis doleo et oompatior, quia puloram et 
piam videtar fsoere vindictam de pa- 
renttbos in isto mando »; Benv. Andan- 
dosene disdegnoso, sensa rivolgermi la 
parola, mi ha mosso a maggior compas- 
sione di lai, sapendolo non pure tormen- 
tato oome gli altri seminatori di scan- 
dali, ma altresì cracolato per non essere 



ancora vendicato da qualcuno del sao 
parentado. 

87. PARLAMMO : andammo parlando in- 
aino a quel primo luogo dello scoilo, 
donde, se vi fbsse maggior lume, si ve- 
drebbe sino al fondo della dedma ed ul- 
tima bolgia. 

89. TUTTO AD IMO : totalmente inaine 
al fimdo. 

V. 40-51. Za decima bolgia. Ani- 
vati sul ponte dell' ultima bolgia. Dante 
ode laggiù diversi lamenti, come di uba 
immensa quantità di ammalati, e dati* 
bolgia esce un puszo insoflHbile. Laggiù 
sono tormeotati 1 fUsatori di cooe, di 
persone, di monete e di parole, ogni 
schiera in modo diverso, oortispondente 
alla qualità del peccato. 

40. CHIOSTRA: luogo chloso, e tali erano 
le bolge chiuse tra gli argini ; tali tatti i 
oerohi infernali, Purg, VII, 21. 

41. ooicvEESi: claustrali. Chiama cosà 
gli abitanti della bolgia, per aver olìia- 
mato la bolgia ehiottra, olie vale anche 
monastero. Al.: OMioerfi — trasmutati; 
ma gli abitanti di questa bolgia non so- 
no trasmutati. Lan,: « 0(mverii, doà ter- 
mini, » interpretaaione accettata dal .BM- 
ti, il quale intende « ohe quando Dante 
e Virgilio ftirono pervenuti snll' ultima 
chiostra, poterono d' un'occhiata vedere 
i converti, cioò le girate de* cerchi, le vol- 
tate, i termini di tutta la Malebolge. » 

42. PAEEBE: apparire, essere veduti 
da noi che eravamo sul ponte. 

48. SAETTABOH : mi Colpirono, mi pun- 
sero le orecchie. Al.: Mi punsero U onoro 
di pietà. 



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[CSBC. 8. BOLO. 10] 



INP. XXIX. 44-58 [FAL8. DI METALLI] 285 



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58 



Che di pietà ferrati avean gli strali ; 

Ond'io gli orecchi con le man copersi. 
Qnal dolor fora, se degli spedali 

Di Valdìchiana, tra il luglio e il settembre, 

£ di Maremma e di Sardigna i mali 
Fossero in nna fossa tutti insembre; 

Tal era quivi; e tal puzzo n'usciva, 

Qual suol venir delle marcite membro. 
Noi discendemmo in su l'ultima riva 

Del lungo scoglio, pur da man sinistra ; 

Ed allor fu la mia vista più viva 
Gi& vèr lo fondo, là 've la ministra 

Dell'alto Sire, in&llibil Giustizia, 

Punisce i falsator che qui registra. 
Non credo che a veder maggior tristizia 



44. pnrrl: potrebbe qui Teiere dolora, 
«ade 11 aeoeo avrebbe, die qael lamenti 
eniio reepreMione di immenso dolore. 
Oppim Tool dire, ohe quei lamenti ave- 
▼an tanta fona da pongere il onore' a 
pietà ; « fai luogo di punta la qaal saol 
eeaer di ferro, arenano la pietà » i Om. 

45. COFBBSI: forse si tnrò le oreoolite 
per non essere commosso a troppa pietà 
e non meritarsi di nnovo i rimproTeri di 
VirgiUo, oome se gli era meritati altra 
TsHa; efr. Inf. XX, 27 e seg. 

40. DOLOB: doolo, lamento; la oansa 
per r effetto. - foka : sarebbe ; cfr . Nan- 
wmc^ Verbi, 475 e seg. Al. fuor moB, 
tBcm FUOR, eco.; cfr. Mocre, Orit., 851 
e seg. Il dolore qoiri raccolto era tale, 
qnale sarebbe, se in nn sol loogo fossero 
rioniti tatti quanti i morbi ohe infestano 
■ett'eetate le regioni palodose della Val- 
dkhiana, della Maremma e della Sarde- 
gna. Questo paragone è a ffine a qnello 
die si ba in In/, XXVIII, 7 e seg. 

47. VALDICHI4KA : la valle delle Chia- 
ne, t>a Areaso, Cortona, Chinai e Mon- 
tspoloiano, ai tempi di Dante paludosa e 
malsana. « luxta aotem rallem istam 
era! iOo tempore hospitale de Altopassu, 
ubi solebant esse multi pauperes infir- 
mantes, et per oonaeqoens magnus do- 
lor»; Bme. 

48. MiBianfA : la Maremma toscana 
(ofr. W. XTTT, 7 e seg.; XXV, 19. Purg, 
V, 184), in allora quasi spopolata ed as- 
sai insalubre; cfr. Loria, L'Italia nella 
Z>. 0., 434 e seg. - Sabdioha: Sardegna 



« isola molto inferma, oome sa dascuno 
ohe t' è stato »; Buti. 

49. niSEMBBB! insieme, dal pror. en- 
§emble, lat. in HmtU, anticamente anche 
fuor di rima; cfr. IHsz, Wdrt. I*, 238. 
Nannue., àùin, I*. 188. 

51. VENIE : Al. U8CIB. -DBLLB : Al. DAL- 

Lp. Cfr. Z. F., 178. - MBMBRB t membra. 
« Spirftns ore foras tietmm volvebat odo- 
rem. Bandda quo perolent proiecta ca- 
davera ritn »; Lucret., Ber. nat, VI, 1152 
e aeg. 

V. 52-72. JfaUatori di melaìU e loro 
pena. La prima classe è dei falsari in 
cose, in metalli (alchimisti). Sono rico- 
perti di lebbra, o tormentati dalla scab- 
bia o paralitici. La febbre arde loro il 
cervello, del quale abusarono, e puseano 
per l'immondessa del vizio. 

52. DncBif DEMMO : per poter beo di- 
stinguere il fondo della bolgia. - biva : 
argine; questo è l'ultimo, perchè confina 
col profondo pozzo, Inf. XVIII, 5, dove 
lo scoglio fluisce. 

54. VIVA : chiara ; cfr. Pwrg. XXIV, 70. 

56. BlBB: signore, Dio; cfr. Purg, XV, 
112; XIX, 125. Par. XIII, 54. eco. 

57. QUI: in questo mondo. Invece 
Beno,: « quos punit in ista bulgia de- 
cima; quando enlm sententia datur cen- 
tra reum, tunc registrari solet. » (?) - 
beoistea: nei libri delle colpe; cfr. Da- 
niele VII, 10. Apoeal. XX, 12. Al.: 0>n- 
flna in questa bolgia (f). 

58. NON CREDO: costr.: Nou credo che 
a vedere in Bgina n popolo tutto infor 



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286 [GBBC. 8. BOLO. 10] INF. XXtX. $9-72 [FAL8AT0BI DI METALLI] 



61 



64 



67 



70 



Fosse in Egina il popol tatto infermo, 
Qaando fu l'aer si pien di malizia, 

Che gli animali, infino al picoiol vermo, 
Oascaron tutti, e poi le gente antiche, 
Secondo che i poeti hanno per fermo, 

Si ristorar di seme di formiche ; 
Ch'era a veder per quella oscura valle 
Languir gli spirti per diverse biche. 

Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle 
L'un deir altro giacea, e qual carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle. 

Passo passo andavam senza sermone, 
Guardando ed ascoltando gli ammalati. 
Che non potean levar le lor persone. 



mo.... foMe maggiore trlstUlA ch'era a 
veder, ecc. La dmilitudine ò tolta da 
Ooid., Met. VII, 523-660; ofr. Lueret., 
Ber. noi. VT, 1118 e seg. 

59. Egiha: Jsoletta vicina ad Atene. 
La fiAvola in breve è qneeta: Uinnone, 
adirata perchè la ninfa Egina (ohe diede 
il nome all' isola) era giaciota con Giove, 
mandò nell'isola la peste, ohe fece morire 
gli animali prima, qoindi gli nomini. £a- 
00, figlio di Bgina e signore dell'isola, ri- 
masto solo vivo, essendo assiso sotto nna 
qaeroìa, pregò Giove di ridooare all'isola 
tanti abitanti, quante formiche vedeva 
a' snoi piedi. Giove Io esand), ed i nnovi 
abitanti dell'isola fbrono denominati dal- 
la loro origine i Mirmidoni. 

60. l'asb: « A6r inimicas serpere coe- 
plt »; Laeret., 1. e, 1117. - « Letiferis ca- 
lidi spiramnt flatibns Austri »; Ovid., 1. 
e, 582. - MALIZIA: germi di pestilensial 
corrasione; cfr. Ovid., ibid., 5i8. 

61. ANIMALI: cfr. Ovid.t ibid., 586 e 
•eg. - VBBMO: dei vermi Ovidio non fa 
menzione. 

62. CABCABON: morti ; cfìr. Inf, XXXIII, 
71. « Strage cannm primo volucmmqne 
OTinmqne bonmqae Inqne feria sabiti de- 
prensa potentia morbi est » ; Ovkf., I. o. , 
536 e seg. - oemtI: ofir. Ovid., ibid., 552 
e seg. - AMTiCHB : cosi chiama anche Ovi- 
dio gii abitanti di Bgina distrutti dalla 
peste, e r^enH le genti novellamente 
create, ibid., 652 e seg. 

68. I POETI: Ovidio non ta il solo a 
raccontare il fatto, o piuttosto la favola ; 
'^. par ea. ApoUod. III, 12, 0. Ma Dante 



non attinse che ad Ovidio, come ai vede 
dalla sua descrisione. 

64. 81 bibtobIb: si rinnovarono, ri- 
nacquero; ofk-. Ovid., ibid., 664 e seg. 

66. LANGUIR : cfr. Ocid., Ibid., 547. - Di- 
VBB8B : quattro classi o mucchi. - bichk : 
mucchi; propr. i covoni del grano } qal 
per Macchi di languenti, e £ide cater- 
vAlm morbo mortiqne dabantor »; Lt&- 
eret, l. e, 1142. « Omnia languor habet; 
silvisque agrisque viisqae Corpora foeda 
iacent »; Ovid., ibid., 547 e seg. 

67. quAL: gli alchimisti, tutti lebbrosi 
o scabbiosi o paralitici, sono distesi ool 
ventre a terra (cfir. Ovid., Met. VII, 669), 
o addossati l' uno alle spalle dell' altro, o 
vanno carponi. 

69. 81 TRASMUTAVA : 8i trascinava qua 
e là per quel tristo luogo. Al. ai tra* 
MUTAVA: cfr. Ovid,, ibid., 574. 

70. PASSO: noi andavamo lenti e tadtl 
su per l'argine, guardando ed ascoltando 
qne' peccatori laggiù, 1 quali, oppresai 
da ai gravi morbi, non potevano tenervi 
diritti sulla persona. 

V. 73-120. OTiffoUno d'Armvù. Dante 
vede due dannati seduti l' uno contro le 
spalle dell'altro, da capo a pie coperti di 
schianse e che si grattan la scabbia con 
le unghie. Virgilio chiede loro se vi ala 
alcun italiano laggih. Son italiani ambe- 
due, li primo che si manifesta, è Capoo- 
chic Aretino, 11 quale racconta le sne 
colpe. « Iste Aretinns vocabatnr Bai, ma- 
guus et subUlissimus arohimista. qui 
vero dum esset ilomosticas caiasdam flUi 
episcopi Senansis, qui vooabator Alber- 

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P»BC. a. BOLO. 10] 



INP. xxir. 73-89 



[OBIFFOLINO] 287 



73 



S 



& 



Io vidi dae sedere a so poggiati. 

Come a scaldar si poggia teggliia a tegghia, 
Dal capo al piò di schianze maculati ; 

E non vidi giammai menare stregghia 
Da ragazzo aspettato dal signorso, 
Né da colai che mal volentier vegghia; 

Come ciascun menava spesso il morso 
Dell'unghie sopra sé per la gran rabbia 
Del pizzicor, che non ha più soccorso; 

E si traevan gib l'unghie la scabbia, 
Come coltel di scàrdova le scaglie, 
d'altro pesce che più larghe l'abbia. 

« tu ohe colle dita ti dismaglie, » 
Cominciò il duca mio all'un di loro, 
« E che fai d'esse talvolta tanaglie, 

Dinne s' alcun Latino ò tra costoro 

Che son quinc' entro, se l'unghia ti basti 



tas, dixit dicto Alberto : Bgo tcirem vo- 
lare, n veUem. HI» Mitom Albertas ex fi^ 
ciU^td SII* hoe credens, rogarlt diotom 
de Aretìo u% dooeret ipeum Tolare; et 
eom non potniaeet hoo fkoere, aocnsavit 
eem episcopo Senenti patri «ao, ex quo 
dictos Bai combustaa fàit »; Bambgl. Sa 
per giù lo steeso racoontano pare gli al- 
tri anttchi. J/An.Sel. dice che Grlfifolino 
« motto fi»Iaò le monete, > e ohe Albero 
lo àeeoaò « a T inquisitore de'Paterini di 
certi peecati contro a Fede. » Secondo 
lae. DarU. « ripatandoei il detto Alberto 
da lai ingannato, a no certo inquisitore 
de'Paterini in Ftrense ardere lo foce, 
qnale inqniattore padre del detto Al- 
berto certamente da molti era tonato. > 
Si crede che il &tto sacoedesse al tempo 
di Bonflglio, che ta rescovo di Siena dal 
1216 al 1252. Ctr, AquaroM, DaiUe in 
Suna, 59 e seg. 

73. A sft: Tono a ridosso dell'altro. 

74. tbgghia: teglia. Taso di cocina. 
75.8CHIAHZB: macchie della scabbia. 

« Sckiame o ttianu chiamano a S. Gi- 
mignano le macchie del legno »; Oavemù 
Al.: Le croste delle piaghe disseccate. 

76. btbboohia: striglia, stromento 
composto di più lame di ferro dentate, 
eoi qoale si fregano e lipolisoono I ca- 
▼alU e simiU aoimaU. 

77. BAOAZZO ! qoi per mosxo, o fluni- 
glto di stali». - 8IQS0II80: siipore sno, 



Forma deirnso antico, cfr. Diez, Oram. 
Il*, 467. Al. DA stQNOBSO, cho sarebbe 
la forma regolare secondo Fofkf., Stud., 
71, 160. 

78. VKOOHIA: veglia; mena la striglia 
addosso al cavallo con impeto, sia per di- 
scacciare il sonno, eia per terminare il 
suo lavoro ed andarsene a letto. 

79. MOBSO : « qaasl i denti dell'unghie, 
cioè l'acota e trinciante loro panta »; 
Lomb. 

80. BABBIA: prorito della scabbia, tan- 
to acato da non trovare altro sollievo che 
tale graffiarsi. Al.; Smania feroce. 

81. Fiù SOCCORSO : vemn altro sollievo, 
che quello del graffiarsi. 

82. s sì: le unghie traevano glh le 
scbianxe della scabbia, come il coltello 
del cuoco leva via, raschiando, le squame 
della scàrdova o di altro pesce che le 
abbiaancor più larghe; cfr. Horat, EpitL 
I, xn, 12 e seg* 

83. bcAbdoya : pesce d'acqua dolce con 
molte scaglie, a levar le quali occorre il 
coltello, il Oyprinut latus del Linneo. 

85. TI DiBiiAOLlE : ti dlsmagli, scrosti 
colle unghie. Dismagliare — disunire, 
disfare le maglie. 

87. Vài : adoperi le dita come tanaglie, 
afferrando e tràendoti di dosso le croste. 

88. LATDfO: Italiano; cfr. Inf, XXII, 
66;XXVII. 27, 38. 

89. quiMo'KKTBO : dentro la bolgia ; cfr> 

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288 [CEBO. 8. BOLG. 10] InF. XXIX. 90-110 [GBIFFOLINOl 

Etemalmente a cotesto lavoro. » 
91 « Latin sem noi, che tu vedi si guasti 

Qui ambedae; » rispose l'nn piangendo: 

< Ma tu chi se', che di noi dimandasti ? » 
u E il duca disse: < Io son un che discendo 

Con questo vivo giù di balzo in balzo, 

E di mostrar lo Inferno a lui intendo. » 
97 Allor si ruppe lo comun rincalzo ; 

E tremando ciascuno a me si volse 

Con altri che l' udiron di rimbalzo. 
100 Lo buon maestro a me tutto s'accolse, 

Dicendo : < Di' a lor ciò che tu vnoli. » 

Ed io incominciai, poscia ch'ei volse: 
103 « Se la vostra memoria non s'imboli 

Nel primo mondo dall'umane menti. 

Ma s'ella viva sotto molti soli, 
106 Ditemi chi voi siete e di che genti: 

La vostra sconcia e fastidiosa pena 

Di palesarvi a me non vi spaventi. » 
109 < Io fui d' Ai*ezzo ; ed Àlbero da Siena > 

Rispose Tun, < mi fé' mettere al foco; 

If^. X, 17. -BB l'unghia.: se l'anghia ti rentora ▼«dere lo spAvento dd fiUtari 

serva in eterno a graffiarti, sensa mai aoopértl. 

spuntarsi. Deprecazione che ha del di- 99. di BilfBAT.zo : per riperonssione, 

leggio e della befb. Invece Benv.: « de- indirettamente, non avendo Virgilio par- 

leotabile enim vldetnr soabioso scalpore ; lato ad essi direttamente. 

ideo optat sibi instrumentum indefidens 100. s* accolse : attese con tutto Tani- 

quo possit semper delectari , quad dioat : mo a me, dopo aver fktto attendono ai due 

si Deus dot semper tibi ad laborandnm. dannati. Al.: S' accostò tutto verso me. 

Hoc enim snmme appetit Alchimista, 102. volsk: volle. * 

nnde totum et mundi consumerete ut 103. imboli: involi.Cod la vostra memo- 

satlsfoceret isti appetì toi canino. » ria non d cancelli dalle umane menti, eoo. 

94. 80N UK t ctr, It\f, XXVIII, 46 e seg. 104. pbimo : in terra, dove Tnomo vi v« 

95. DI BALZO : « di cerchio in cerchio e la sua prima vita, 

di ripa in ripa »; Buti, 105. sotto : per molti anni; ctt, Iitf, 

97. BUfCALZO : il vicendevole appoggio. VI, 68. 

I due stavano appoggiati l'uno all'altro, 106. dicrbobnti: di quali dttadlnaaxe, 

V. 73 ; ma, all'udire che l'uno dei due vi- o di quale tra' diverd popoli lati$U, r. 91. 

sitatori è ancor vivo, si scostano ciascuno 107. scorcia : qud' è la lebbra. - fa- 

dalle spalle ddl' altro, per movimento stidioba: molesta per il prurito, 

prodotto dalla gran maraviglia, e d voi- 109. Albebo : o Alberto, come leggono 

gono tremando verso Dante. altri ; forse quel mededmo di cui paria il 

98. tbbmakdo : « quia non poterat unus Sacchetti, Nov, XI-XTV ; secondo i più 
se substdnere dne adhtedone alterius so- figlio dd vescovo, secondo altri ben To- 
di »; Bénv. Fors'anche per lo spavento lato dd vescovo, ma figlio di un Bernar- 
di essere veduti da un vivente in € d dino del popolo di S. Martino. Di lui d 
sconcia e fiMtidioea pena, » v. 107 e seg. hanno notide dd 1288 d 1304. Aqtta- 
In 9uesto tremare ai potrebbe per av- rone, o. e, 01. 

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BOLO. 10] IlTF. XXIX. 111-127 [VANITÀ DEI 8ANB8I] 289 



U2 



115 



IIB 



in 



124 



127 



Ma quel per ch'io morii, qui non mi mena. 
Ver è ch'io dissi a lai, parlando a gioco : 

" Io mi saprei levar per V aere a volo „ ; 

E quei, che avea vaghezza e senno poco, 
Volle ch'io gli mostrassi l'arte; e solo 

Perch'io noi feci Dedalo, mi fece 

Ardere a tal, che l'avea per figlinolo. 
Ma nell'ultima bolgia delle diece 

Me per l'alchimia, che nel mondo usai, 

Dannò Minos, a cni ftdlar non lece. » 
Ed io dissi al poeta: < Or fu giammai 

Gente si vana come la Sanese? 

Certo non la Francesca si d' assai ! » 
Onde l'altro lebbroso, che m'intese, 

Bispose al detto mio : « Trammene Stricca, 

Che seppe far le temperate spese ; 
E Niccolò, che la costuma ricca 



111- QUKL: non sono diuinftto per quella 
edlp» òhe mi fti imputate, e per U quale 
fid ano, ma per altra, cioè come alchi- 
mista, ▼. 119. 

112. A GIOCO : « quia habebat solatinm 
de eiiis fittnitate »; Benv. 

114. VAGHEZZA: curiosità di cose nuove. 
« Dleesl ohe quello Alberto era molto va- 
go di ootali tmiTe, e avevavi consumato 
del suo, e però avea poco senno »; Ott, 

115. ABTS: di volare. 

116. Dedalo: ohe sapeva volare; efr. 
InA XVn, 109 e seg. Ovid., Met. VIU, 
203 eseg. 

117. A TAL : da tale, cioè dal vescovo di 
Siena, òhe lo tenea in luogo di figliuolo ; 
« Heet Ibrte non esset, quia genitus ex 
laeieiiiee ; et si erat, non audebat di- 
cere, quia sepe saoerdotes fllios dizere 
nepotes »; Bms. 

119. ALCHOfiA ; arte di tute oro, dal- 
l'arabo tO-Kimid, ott, Diez, Wdrt. I*. 13. 
Qui intende dell* alchimia illeoita, che 
iidaa I metani; ofr. Tkom. Aq., 9um, 
tÀsoL n, 8.. 77 e l'Ott. a questo verso. 

190. KOS LBCB: Minosso non può fal- 
lare, come ùàìò il vescovo di Siena. 

V. 121-182. VanUù del Arnesi. Il 
ricordo deUa Iktnità di Alberto da Sie- 
na tniuee Dante ad un'invettiva con- 
tro la vanità dei Sanesl, maggiore della 
vanità ftan oes e . Capocchio lo seconda 
con amara ironia, aominando alcuni 8a- 

19. — Dio. Oammu 4^ odia. 



ned che si resero (kmosi per la loro 
vanità. 

128. Fbamobbca: francese, ofr. Ii\f, 
XXXn. 115. « Galli sunt genus vanis- 
simum omnium ab antiquo, siout patet 
siepe apud Inlium Celsum (Cassaromf) 
et hodie patet de Cscto »; Ben». 

124. l'altbo: Capocchio, v. 180. 

126. TRAHMBNS: Al. TEAim E LO; parlare 
ironico, come Ii\f. XXI, 41.-Stoioga: 
probabflm. Stricca di GHovannl de* Sa- 
limbeoi, podestà di Bologna nel 1270 e 
1286; ofr. Mazz.-Tot., Voci « pa$H, 184. 
Secondo altri Stricca de' Tolomei ; e di 
nuovo, secondo altri, del Haresoottl. Cfr. 
Borgognoni in Propugnatore I, 97-824, 
678-592, 045-864. e LasdoUo Q padre ricco 
e ogni cosa distrusse in passie, e in selce- 
chesee cattive »; An. Sei. - « Homo de 
Curia »; Potr, Dant. 

120. TEMPERATE: Continua 1* ironia i 
temperato per: smoderate. 

127. Niccolò: secondo alcuni, de' Sa- 
Hmbeni, fratello di Stricca; secondo altri, 
de' Bonsignori. «Fnit primus qui docuit 
poni garofknos in saporibus »; Banibgl, 
Lo stesso ripetono altri, come An, Sei., 
Lan., Ott.» Petr. Dani., ecc. « Aliqui di- 
ount, qnod iste Kioolaus fkdebat fiunu- 
lum assistentem mundare sibi gariofllum, 
sed istud est vanios dioere, qnam fnerit 
ikcere. AUi dicunt qnod fisdebat poni ga- 
liofllos in assatis; sed ista non ftiisset 



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290 [CBBC. 8. BOLO. 10] INP. XXII. 128-136 



[CAPOCCHIO] 



130 



133 



180 



Del garofano prima discoperse 
NelPorto dove tal seme s'appicca; 

E tranne la brigata in che disperse 

Caccia d' Ascian la vigna e la gran fronda, 
E l' Abbagliato il suo senno proferse. 

Ma perchè sappi chi si ti seconda 

Centra i Sanesi, aguzza vèr me l'occhio, 
Si che la faccia mia ben ti risponda; 

Si vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, 



nova inventio, neo ezpenu magna. Alii 
dioant, qnod finoiebat aasari phasianos et 
capones ad pminas fMtas ex gariofllie; et 
hoc credo yeram, qaod iota ftiit expensa 
maxima vaniesima, noviasime adinven- 
to»; Benv. Nel 1311 Niccolò de' Salimbeni 
era In Lombardia tra' Grandi ohe fiuwTan 
corona ad Arrigo di Loseembargo; ett. 
Del Lungo, Dino Oomp., II, 696 e seg. 
Mcutellat Intorno a quel Nicolò a cui 
Folgore da 8. Cfemignano dedicò la co- 
rona dei Monetti d4i meei; Veo., 1898, 
Bull. II. 1, 31-35. 

120. nell' osto: « mise tale aso tra 11 
ghiotti e golosi »; Lan. Al.: A Siena. Al.: 
Nell'oriente, dove il garofano cresce in 
pianta indigena (?). 

130. BRIGATA : detta godereccia o tpen- 
dereccia, di dodici giovani Senesi ricchis- 
simi, formatasi in Siena nella seconda 
metà del secolo XIII nell' intento di vi- 
vere lietamente in conviti e feste. Cfr. 
Benv. II, 411 e seg. AqtMr, o. e, 45 e seg. 
Borgognoni, o. e, 306 e seg. - dispbbsk: 
dissipò, sprecò. « Habebat iste paloerri- 
mam et praeclaram possessionem, quam 
vendidit et consampsit in Ista brigata &• 
taa •; Benv. Lo stesso commentatore af- 
ferma ohe la brigata non darò pih di venti 
mesi, « nam cito devenerant ad inopiam, 
et fticti snnt fkbala gentiam. » 

131. Caccia: degli Soialenghi, del ramo 
dei Cacciaconti. «Consampsit omnes pos- 
sessiones et alia bona in dieta brigata »; 
Banibgl. - fronda : Al. fonda ; le sae 
ricche possessioni. 

182. l'Abbaqliato: Bartolommeo dei 
Folcaochieri, nel 1278 multato perchè 
trovato a bere In una taverna, ebbe in 
segoito nCBci onorevoli nella saa patria; 
cfr. Matti, Folcacehiero Folcaochieri, Fi- 
rense, 1878. 9 e seg., 21 e seg. Al. abba- 
gliato, attributo del senno di Cacda 
Sdalenghi. Cfr. Z. F., 180 eseg.-PRO- 



FKRSK: pioftise. Oli altri proftiaero gli 
averi; costai, « povero, ma saputa per- 
sona » (Lan., OtL), il senno. 

V. 1 88-180. Capocchio, Dopo aver par- 
lato della brigata spendereoda, il dannato 
si nomina. S costai Capocchio da Siena, 
come dioono gli uni (Lan,, Buti, Land., 
Veli., Dan., eoo.), o da Firenee, come af- 
fermano altri (lac. Dani., An. Sei., OU„ 
Petr. Dant., eco.), arso vivo a Siena nel 
1293. «Fnit magnos alchimista, et sobtì- 
lissimos inventioois et immagbiationis 
artifex »; Bambgl. - « Questo Capooohio 
fh fiorentino, e molto fklsò i metalli con 
alchimia, e però ta arso in Siena; e an- 
che intendia in arte magica »; An. Sei. 
" « Per eccellente operacione d' alchimia 
finalmente in Siena ftae arso»; lac. Dant. 
-«Semel die qaodam Veneris sancU oam 
staret solus abstractns in qaodam olan- 
stro, effigiavit sibi totum prooessum pas- 
sionis Domini in unguibus mira artificio- 
sitate ; et com Dantes supervenlens qnie- 
reret : * Quid est hoc qnod fecisU f * iste 
subito cum lingua delevit quidquid com 
tanto labore ingenii fabricaverat. De quo 
Dantes multum arguit eum, eoe.»; Bene." 
«Fu sanese e Ai di grande ingegno, e studiò 
con Dante in ano studio in filosofia natu- 
rale e valsevi molto » ; BuH. - « Fu oono- 
scente delPAuttore, et insieme studio- 
rono; et fu uno che, a modo d'uno uomo 
di corte, seppe eontraflkre ogni nomo 
che volea, et ogni oosa, tanto ch'egli 
parca propriamente la cosa o l'uomo 
ch'egli contrafl!àoea in ciascuno atto; 
diessi nell' ultimo a oontrafiC&re i metalli, 
come egli facea gli uomini »; An. Fior. 
Cfr. Aquar. 1. e. FerroMgi, TV, 898. 

188. seconda: nell' inveire contro la 
Tanit4 dei Sanesi. 

184. AGUZZA : guardami attentamente, 
tà ohe il mio volto, da te riconosdnto, ri- 
sponda alla dimanda fittami da te, v. 100. 



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" W' - ■ — ^^ ' 

[CBIC S, BOI.e. 10] iNF. XXIX. 137-189 - XXX. 1-2 [àtàmantk] 291 

Che falsai li metalli con alchimia; 
E te dee ricordar, se ben t'adocchio, 
1» Oom'io fili di natura buona' scimia. » 

138. BB BEH : 06 rooohio nùn m' ingaon» 189. bodoa : oontraflkttore perfètto di 

t ta ni Tgnrm meata oolol ohe mi eembri, nomini e di ooee. «SnbtUia et nnivenalis 

efr. JV- 3LX.VJL11, 72. Dante lo avoya magiiter, rioat eet aoimia, qoe flM)ere ge- 

iuqne eonoaoiato personalmente. stlt qnoe (qood f) fÌMere Tldit » ; Bambgl. 



CANTO TRENTESIMO 



OEEOHIO OTTAVO 

BOLGIA decima: falsabi D'ogni genebe 



2*» FAL8AT0BI DI PEB80NB 

(Corrono disperati e rabbiosi, mordendo gli altri) 

GIANNI SCHICCHI, MIBRÀ 



3' FALSA TOBI DI MONETE 

(Patiscono d'idropisia ed hanno sete continoa) 

MAESTRO ADAMO, CONTI DI ROMENA 



4* FALSATOSI DI PAROLE 

(Sono consumati da oontinna acuta fèbbre) 

8IN0NE DA TROIA 



Nel tempo ohe Gionone era crucciata 
Per Semelò centra il sangue tebano, 

T. 1-13. jUanumie fttrioao. Volendo dere la moglie co' dne figlioletti, oome 

dare un'idea adeguata del fbrore e del- fossero la leonessa ed i leoncini} quindi, 

rtnnanis deUa seconda classe di fUsarl, preso il figlio Learco, lo sbattè contro un 

dee dei fiilsatori di persone, IHCnte rioor- sasso, onde Ino sua moglie si gettò dispe- 

xe aOa mitologia, prendendo due esempi rata coli' altro flgUo Melieerta nel mare 

da Ovidio, n primo è di Atamante, re di vidno. Ote. Ovid,, Met. IV, 416-662. 

Tebe, ehe, divenuto furibondo per opera Rom., Od, Y, 883. ApoUod. I, 9, 1-2. 

di Qìnnoiie, léce tendere le reti per pren- 2. Sbmblè : figlia di Cadmo, primo re 



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[CEBO. 8. BOLO. 10] IKF. XXX. 8-21 



[BCUBÀ] 



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Come mostrò una ed altra fiata, 
Àtamante divenne tanto insano, 

Che, veggendo la moglie con due figli 

Andar carcata da ciascuna mano, 
Gridò: < Tendiam le reti, si ch'io pigli 

La leonessa e i leoncini al varco ! »; 

E poi distese i dispietati artigli. 
Prendendo Fan ch'avea nome Learoo, 

E roteilo, e percosselo ad nn sasso; 

E qaella s'annegò con l'altro carco. 
E quando la Fortuna volse in basso 

L'altezza de' Troian, che tutto ardiva. 

Si che insieme col regno il re fu ccusso. 
Ecuba, trista, misera e cattiva. 

Poscia ohe vide Polissena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta, 

Forsennata latrò si come cane; 

Tanto il dolor le fé' la mente torta. 



di Tebe, amata da Giove ; cfr. Ovid., Met, 
III, 263-815. Scriviamo ooi più SmntHèt 
qnantanqae, come osserva il BetU, « il 
verso corra egregiamente con Semde ». 
Ma l' aso medievale era di accentare si- 
mili parole snll* ultima sillaba. - sanqub : 
stirpe, progenie. 

8. UNA SD ALTEA FIATA : ptù volte. In- 
gannò Semelò, per farla uccidere dallo 
splendore di Giove ; fece lacerar dai cani 
Atteone, nnloo figlio d' ona sorella di Se- 
mole; fece che Agave, altra sorella di 
Bemelò, nccidesse U figlio, credendolo un 
cinghiale I che Ino, sorella anch' essa di 
Semelò, si gettasse nel mare, ecc. 

5. CON DUE: Al. CO* DUS; Learoo e 
Helioerta. 

6. AKDAB: Al. VENIE; cfr. Z. F., 181. - 
cabcata: condacendoli, l'ano a destra, 
l'altro a sinistra. Al.: Portandoli in collo. 
Porta forse la Uonetta i ìeoncini in collo f! 

0. AETiou: le mani che egli adopra 
colla fleressa di sparviere grifftgno. 

12. QUELLA : Ino. - l'alteo : Helioer- 
ta; ctr. Ovid., Mtt. IV, 622-630. 

V. 13-21. J^ouda foraenna*a, H se- 
condo esempio ò quello di Ecnba, moglie 
di Priamo re di Troia, che, fatta schiava 
dai Greci, dopo aver veduto uooideie sua 



figlia Polissena sulla tomba d'Achille e 
trovato il cadavere di suo figlio Polidoro 
sui lidi della Tracia, usd di senno, e, 
convertita in cagna, empì tutta la Traci» 
de' suoi latrati. Cfr. Ovid., Met. XIII, 
899-675. 

18. VOLSE: cfr. If^, VII, 96. 

14. l'altezza: potenza superba; ofk>. 
If^. I, 75. - TUTTO : anche soelleratosse, 
come lo spergiuro di Laomedonte ed il 
ratto di Elena. 

16. INBISMK: « Troia simul Priamn- 
sque cadunt »; Ovid,, Met, XIII, 404. - 
BB: Priamo. - casso: spento, nooiso; 
« Nullum cum victis oertamen et ethere 
oassis »; Virg., Am. XI, 104. 

16. cattiva: prigioniera dei Greci. 
« Tatti tre epiteti convenienti ad espri- 
mere e il dolore e l'infelicità resa pth. 
grave dalla cattività, in cui Souba ve- 
niva condotta»; L, Yent., Sim. 581. 

18. E DEL SUO: Al. B 'L BBL SUO; ofr. 
Moore, OrU., 352 e seg. 

20. latbò : « latravit cenata loqui »; 
Ooid., MeL XHI, 669. - « Sed torva Oft- 
nino Latravit rictn, qu» post hono vi- 
xerat nxor »; luven., 8<U. X, 271. 

21. TANTO IL DOLCE : Al. TANTO DOLOB. 

- TOSTA: le travolse la mente. 



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te. «. BOLG. 10] 



Iifv. XXX. 22-32 [oiAKKi scmcoHi] 298 



» 



Ma né di Tebe fdrie, nò troiane 
Si vider mai in alcun tanto cmde, 
Non punger bestie, non che membra umane, 

Qnanf io vidi in dne ombre smorte e nude, 
Che mordendo correvan di quel modo, 
Che il porco, quando del poroil si schiude. 

L'una giunse a Capocchio, ed in sul nodo 
Del collo Tassannò sì, che, tirando. 
Grattar gli fece il Tentre al fondo sodo. 

E FAretin, che rimase tremando. 
Hi disse : « Quel folletto è Gianni Schicchi, 



Y. 23-45. FùìtmHri dK 
«iMMti SdUeeM e J«rrik Più fonea- 
B«ti e fluiboiidi ehe non AUmante ed 
Bcnbn, i fiklMri in atti, ofUaatorideU* 
pfTfi?"^^t eorrono laggiii neUn bolgU e ■! 
srmiteno fkiribondam«nte gli uni ragli 
tttxi^ eari tteni ùUaati in eterno, per 
srer nel mondo ftlasto U propri* e l'ml- 
tnd penonn. Dante Tede dne di costoro 
eonere Mnortienndi; e rnnoaaaannaCa- 
M€^o ani nodo del collo e lo fo cadere. 
X l'orabra di Gianni Schicchi che falsò nn 
testaoMnto; l'altra è l'ombra di Mirra, 
Viaceetooaa figlia del re di Cipro. 

23. MA VÈ: ma non d videro mai fti> 
reri, né in Atamante né in Benha, nò 
ìb helm nò in nomo, coca omdeli come 
io Tidi in dne ombre, eoe. 

25. a DUX : Gianni Schicchi e Hirra. 
AL TIPI DUS ; ma « il quanto del t. 25 
i aasolntamente, e deve easere relativo 
éel tornio del t. 23. Sicché avendo detto 
teato emdo in aUttno, ragion Tn<^ ohe 
qni d dica quanto crude in duo ombre » ; 
Betti, CCr. Z. F„ 182. 

2t. IM QUKL: come il maiale affiunato, 
al qnale aia aperto il porcile, ai getta 
fimi aaaannando ogni ooaa ohe trova. 
« Similitadine agginnta, degna del Inogo 
e di quei dannati »; L, Veni., Sim., 581. 

28. L*UHA: Tombradi Gianni Schicchi. 
-Capocchio : tir. InJ, XXIX, 136. - mo- 
do: Tertebre oerTicali, per le qnali il 
capo d congionge al busto. Cfr. Oavetid» 
lode modi, 80. 

29. L'AflSAHHÒ : « lo prese sol nodo del 
eoOo con le sanno, stando ne la dmiUtn* 
dine dd porco, del qoale le sanno sono » ; 

80. ou FSCK: ttraodok» e trascinan- 
dolo per SI dnro fondo della bolgia. - 



SODO : dnro, essendo tutto di pietra ; efr. 
JV- XVJLU, 2. 

31. L'AsmH: GrifbUno; confr. JV. 
XXIX, 109. - TBKMJjrDO : oonfr. Inf. 
XXIX, 98. 

82. FOLLETTO : propriamente nome di 
oerti spiriti maligni, ehe la raperetisione 
eredoTae crede Tadanoerrando per l'aria, 
e inquietando le abitasioni degli nomini. 
Qni chiama per similitodine/oUdfo l' om- 
bra irasvolante dello Schicchi. - GLUiin 
SCHiocHi : forse Bticcki come scrive T An. 
JPior., il quale racconta: «Questo Gianni 
Stioehi fu de' Cavalcanti da Firense, et 
diced di Ini che, essendo messer Buoeo 
Donati (cfr. Inf, XXV, 140) aggravato 
d* una InfermitA mortale, vdea fare te- 
stamento, però che gli parca avere a ren- 
dere assai dell'altrui. Simone suo flgliaolo 
[o piuttosto fhitello, figli ambedue di Fo- 
rese il vecchio] il tenea a parole, per- 
ch' egli noi fM)esse; e tanto il tenne a pa- 
role, ch'olii morì. Morto che fh, Simone 
il tenea celato, et avea paura eh' elli non 
avesse fatto testamento mentre eh' egli 
era sano; et ogni vicino dicea eh' egli 
r avea fatto. Simone, non sappiendo pi- 
gliare oondglio, d dolse con Gianni Stìo- 
ohi et chiesegU condglio. Sapea Gianni 
oontraflGare ogni uomo, et coUa voce et 
eogli atti, et masdmamente messer Buo- 
so, ch'era uso con lui. Disse a Simone: 
Fa' venire uno notaio, et di' ehe metser 
Buoeo voglia/are teetamento: io enterrò 
nel letto tuo, et eaceeremo lui dirietro, et 
io mi/aeeerò bene, et metterommi la cap- 
pellina tua in capo, et/<urò U teetamento 
come tu vorrai; è vero che io ne voglio 
guadagnare. Simone fh in concordia con 
lui: Gianni entra nd letto, et mostrad 
appenato, et contrafllk la voce di messo' 



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294 [CBBC. ^ BOLO. 10] iNF. XXX. 33-44 



[XIBBA] 



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£ va rabbioso altra! oosi conciando. » 

« Oh, > diss'io lui, « se P altro non ti ficchi 
Li denti addosso, non ti sia fatica 
A dir chi è, pria che di qni si spicchi ! » 

Ed egli a me: « Qaell'ò l'anima antica 
Di Mirra scellerata, che divenne 
Al padre, fuor del dritto amor, amica. 

Questa a peccar con esso cosi venne. 
Falsificando sé in altrui forma. 
Come l'altro, che là sen va, sostenne. 

Per guadagnar la donna della torma. 
Falsificar in so Buoso Donati, 



Baoao ohe pare» tatto lai, ot oominoiA 
a testare et dire : Io lateio ioidi XX al- 
l' opera di Santa Rqtarata, et lire einqus 
a' Frati Minori, et einqtie a' Predicatori, 
et ooBÌ viene distribaendo per Dio, ma 
pooliisflimi danari. A Simone giovava del 
fatto. Et lascio, soggianBO, cinquecento 
fiorini a Gianni SHcehi. Dice Simone a 
messer Baoso : Questo non bisogna met- 
tere in testamento; io gliel darò come voi 
lascerete. - Simone, lascerai /are del mio 
a mio senno : io ti lascio H bene, che tu 
dèi essere contenfo.- Simone per panra si 
stava cheto. Qaesti segae: Et lascio a 
Gianni Stiochi la mula mia-, chò avea 
messer Baoso la migliore mala di To- 
scana. Oh, 9ii««Mr fuofo, dioea Simone, 
di eoteHa mula si cura egli poco et poco 
Vavea cara. - Io so ciò che Qianni Sticehi 
vuole meglio di te. Simone ai comincia 
adirare et a consumarsi ; ma per paara si 
stava. Gianni Sticohi segno ; Et lascio a 
(Hanni Stiechi fiorini cento, che io debbo 
avere da tale mio vicino ; et nel rimanente 
lascio Simone mia reda universale, con 
qnesta olaasola, oh' egli dovesse mettere 
ad esecasione ogni lascio fra quindici dì ; 
se non, che tatto il reditaggio venisse 
a' Frati Minori del Convento di Santa 
Croce; et fatto il testamento, ogni nomo 
si partì. Gianni esce del letto, et rimet- 
tonvi messer Baoso, et Hevono il pianto 
et dicono oh' egli è morto. » Lo stesso rao« 
contano iln. Set., lae. Dani., Lan., Ott., 
Benv., Buti, eoo. Aloani {Oass., Petr. 
Dant.) dicono che Simone e Io Schicchi 
stroxzassero messer Baoso ; ma tal mi- 
sflktto era Ignoto a Dante e agli altri snol 
commentatori. Ctt. Encid., 896 e seg. 



88. coNCUirDO: maltrattando. 

84. BE: partio. depreoativa— eoA. - 
L* ALTRO : fblletto, dei dae mensionati al 
V. 16. 

86. spicchi: si allontani. 

87. ANTICA: vissuta molti secoli prima 
degli altri attori comparsi sin qol so qae- 
sta spaventevole scena; etr. Ittf. XXVT, 
85. Pare che Dante non potesse nemmeno 
distinguere il sesso al quale appartene- 
vano le due ombre, essendo esse totte 
deformate dal gran furore. 

88. MmRA: figlia di Clnlra, re di Ci- 
pro, arse di violento amore per il pro- 
prio padre. Coli' aiuto della sua natrice 
e delle tenebre le riuscì di soddisfiare le 
sue voglie, fingendosi altra giovane don- 
na. Essendo stata scoperta, fhggì In Ara- 
bia e vi fu trasformata in pianta, cioè 
in mirra. Ctr. Ovid., Met. X, 298-502, 
Pind., Pyth. n, 15. Tae., HiH, U, 8. 

39. DRITTO: figliale. 

40. ESSO: padre. 

41. FALSIFICANDO : spacciandosi per al- 
tra donna ; ctr. Ovid. 1. o., 439. Per Dante 
la fiilalficazione ò colpa più grave del- 
l' amore pel padre. 

42. L' altro : lo Schicchi. -806TENNS : 
assunse. 

48. LA DONNA: la mala di Buoso Do- 
nati, il qaale dicono la chiamasse ma- 
donna Tontna. -TORMA: armento, bran- 
co. « Torma si dice propriamente la mol- 
titudine de' cavalli, donna significa fiia- 
dre, però cavalla da figliare » ; Buo- 
nanni. 

44. FALSIFICAR : Al. FALSIFICANDO ; ofr. 
Moore, OrU„ 854. - IN SÈ : Mirra potè 
fingersi altra donna qualunque ; lo Schio- 

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[CIBO. 8. BOLO. 10] 



InF. XXX. 45-58 [MASflTRO ADAMO] 295 



58 



Testando e dando al testamento norma. » 

£ poi che i dne rabbiosi far passati, 
Sovra cu' io avea T occhio tenuto, 
Bivolsilo a guardar gli altri mal nati. 

Io vidi un, fatto a guisa di liuto, 
Pur ch'egli avesse avuta l'anguinaia 
Tronca dal lato che l'uomo ha forcuto. 

La grave idropisia, che si dispaia 
Le membra con l' umor che mal converte, 
Che il viso non risponde alla ventraia, 

Faceva a lui tener le labbra aperte. 
Come l' etico fa, che per la sete 
L'un verso il mento, e l'altro in su riverte. 

€ voi che senza alcuna pena siete, 



thì iaveee, dorendo spaodarei per Boo- 
■o DoiMiti, fo oostretto a tramatare, per 
eoil dire, in sé l' identità di omo Bnoeo. 
45. DAKDO: sapendo fare ai bene la 
parte di Bnoeo, che II notaio ne fti in- 
gannato, ed il testamento fti dettato a 
nonnA delle leggi ed approvato dopo 



V. 46-90. PalsaUyri di moneta: Mao- 
afro Adaimo ed i eonti di Romena. 

Perchè immisero immondisla nella mo- 
neta, qneeti fiilsarl hanno i'immondiaia 
nella propria persona, essendo gravati 
dall' idropisia. Bd lianno recato la loro 
insasiabile sete anche nel mondo di là, 
onde la loro immondizia e la loro sete 
sono loro tremendo ed insoffHbile tor- 
mento. Tipo di questa classe di ftUaari è 
Maestro Adamo da Brescia, l'idropico 
fatto a goisa di liato, che maledice I 
eonti di Romena, snoi seduttori. 

46.DUB : Gianni Sohioohi e Mirra, i dne 
rap p ree en tanti del falsatori di persona, 
che corrono furibondi per la bolgia. 

47. 80TBA CUI: Al. SOVBl I QUALI. - 

TE9UTO: gnardandoll attentamente. 

48. MAL HATI: cfr. II^. V, 7 ; XVm, 
76. Al. AMMALATI; Ofr. Z. F., 182. 

49. UH : Maestro Adamo, ▼. 61. -fatto: 
dal ventre rigonfiato in modo ohe, pur 
che gU fosse stata troncata V anguinaia 
(le eoeee nel solco ingninale), sarebbe 
parso on Unto, poiohè la ventraia sa- 
rebbe stata oome la cassa dello strumen- 
to ; e la testa, il collo e il petto come il 
manico di esso. 

66. rum CHB: Mio che. - ahouihaia : - 



«qnella parte del corpo umano ohe ò tra 
la cesoia e il ventre, allato alle parti 
vergognose»; Or. Il Barg. legge la ih- 
ouiNAiA. les. difesa da Z. F., 182 e seg. 
il quale vuole che languinaia s'abbia 
da leggere la'nguinaiaf perchè dal lat. 
inguen. Gli esempi addotti dalla Or. mo- 
strano che gli antichi dissero anguinaia, 
e b«i8ta. 

51. LATO: dove si biforcano le gambe. 

52. OBAVK : « quia reddit hominem gra- 
veni, ita ut mover! non possit » ; Benv. - 
DISPAIA : disforma con la linfa non ela- 
borata le membra in tal modo, che alcune 
intumidiscono ed altre dimagrano, onde 
il volto dimagrato non ò plh proporzio- 
nato alla gonfi ezsa del ventre; cfr.^t^on, 
AUideWUlif. Ven., v. VI, ees. Ili, p. 851. 

56. A LUI: Al. LUI.-APKRTB: «per be- 
vere l' aria che rinfreschi e ristori le ar- 
denti sue fauci * ; Anon, 1. e. 

57. l' UN : labbro. - kivertb : rivolge ; 
r un labbro in su, l'altro In giù. Al. Biif- 
VERTE; cfr. Z. F., 183 e seg. 

58. o voi : cfr. Qerem,, Lament. 1, 12. 
If\f. XXVIII, 132. - SKifZA : « viderat 
enim ille spiritas, quod Isti duo non la- 
borabant allqno morbo, siout cietorl de 
bulgla Illa, non lepra, sicut duo primi 
sodi, non furia, sicut alii duo sooii, non 
siti, sicut ipso, non febre, sicut alii duo 
sodi.... et.... nesoiebat quod Dantes vi- 
vus Iret ex gratta per Infemum sub du- 
catu Virgilii » ; Benv. Sembra ohe Mae- 
stro Adamo non avesse udito dò che 
Virgilio aveva detto a Grufolino, It^f. 
XXIX, 94 e seg. 



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296 [OBBC. 8. BOLO. 10] Inf. XXX. 59-77 



[MABBTBO ADAMO] 



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E non so io perohè, nel mondo gramo, » 
Diss' egli a noi, < guardate e attendete 

Alla miseria del maestro Adamo ! 
Io ebbi, vivo, assai di quel ch'io volli, 
Ed ora, lasso !, un gocciol d'acqua bramo. 

Li ruscelletti che de' verdi colli 
Del Casentin discendon giuso in Amo, 
Facendo i lor canali freddi e molli. 

Sempre mi stanno innanzi, e non indamo ; 
Che l'imagine lor vie più m'asciuga 
Che il male, ond'io nel volto mi discamo. 

La rigida giustizia che mi fruga. 
Traggo cagion del loco ov' io peccai, 
A metter più li miei sospiri in fuga. 

Ivi è Romena, là dov'io falsai 
La lega suggellata del Battista,* 
Per ch'io il corpo su arso lasciai. 

Ma s'io vedessi qui l'anima trista 
Dì Guido, d'Alessandro, o di lor frate, 



69. ORÀMO: dolente, cioè rinfarno, il 
moDdo del dolore. 

61. Adamo : « Iste magieter Adamns 
ftiit de CMentìno et stabat in loco qui 
dioitar Bomena, et ibi IMaiflcavit fiori- 
noe et aliam monetam, et propter banc 
(klaitatem monete bio ponitor » ; Banibgl, 
Falslfloò il fiorino d' oro fiorentino, bat- 
tendone « sotto il oonlo del comune di 
Firenze, cb' erono baoni di peso ma non 
di lega.... Di qnestl fiorini se ne spesone 
assai » ; An* Fior. - « Già Tiniqna moneta 
lordava la Toscana, qnando T incendio 
della casa degli Anchioni a Borgo San 
Lorenzo In Mngello fece scoprire grosso 
numero di qnei fiorini. Conosciato l'an- J 
toro fb arso tìto sulla ria cbe di Firenze 
conduce a Bomena » ; Traya, Veltro cMeg» 
di D., 25. n fktto accadde nel 1281. Cfr. 
EncUH., 26. 

63. UN oocaoL: una gocciola; oonfr. 
Luca XVI, 2324. 

64. BUSCBLLBTTI: « magis conqueritur 
et punitnr de memoria qnorundam rl- 
Yolorum aque discurren