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Full text of "La Divina Commedia"

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DIVINA COMMEDIA 



DI DANTE 



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LA DIVINA 

(GOMMIEBIA 



DI 

BÀRTS iilLIK&HltlEllI 

coli COMEHTO 

DEL P. BALDASSARRE LOMBARDI 

ORA NUOVAMENTE ARBICCHITO 

DI MOLTE ILLUSTRAZIONI 

EDITE ED INEDITE 



VOLUME m. 



FIRENZE 

PER LEONARDO CIARDETTI 

1850 



fÀlABI 




CANTO I. 



ARGOMENTO 

TriUta il nostro Poeta in questo canto come egli 
ascese verso il primo cielo; ed essendogli nati al- 
cuni dubbj , essi gli furono da Beatrice dichiarati. 



L 



la gloria di Colui che lutto muove i 

Per r universo penetra e risplende 
In una parte più , e meno altrove • 

I al 3 •-► Errano grandemente! per ciò che penia il sig. Bia- 

g'oli, coloro che riguardano quest'ultima parte della olivina 
ommedia come on tessuto informe di teologiche quistioni , 
sparse qua e là di alcune poetiche scintille , troppo scarso com-* 

Co alla lunfi[a noia del rimanente. A svellere dagli animi 
cotal pregiudizio , il lodato Comentatore, nella sua prefa- 
sione a questa cantica , ^ fa a disvelare quale, in sua creden- 
sa, sia stata la vera intenzione di Dante nell' ordinare e com- 
porre quest'ultima parte dell* ammirabile suo poema. Tiene 
egli impertanto opinione che il nostro Poeta, siccome nell* In- 
fiemo de' morti quello de' vivi intese a ritrarci , cosi in questo 
suo Paradiso abbia voluto figurarci quella terrena beatitudine 
che l'uomo può finire mediante lo studio della filosofia, la 
quale, come dice lo stesso Dante nel Coniamo , non è altro 
che un amoroso uso della sapienza . 

Perduta Beatrice , in tanto affanno Dante si rimase, che 
nulla cosa terrena gli potè valere alcun conforto. Trovò sollievo 
alla fioe nello studio della filosofia, e in lei pose si forte V af. 

Fot. III. i 



PARADISO 

fello , che » per lei lemperato il suo fiero dolore > yi atlinse quel 

fà^ao conleaio che vi a vera immaginalo. Volendo poscia al- 
'nomo insegnare cotale beatiludincy e fare nel lempo slesso 
elerno il nome di colei che fa in lerra il primo ditello dell'ani- 
ma sua 9 figaro in lei qaella figlia di Dio^ regina di tallo i no- 
bilissima e felicissima filosofia. Né ceno si poleva in modo 
più degno e più convenerole la divina scienza adombrare. Il 
desiderio della bealiludine è in noi da nalura ingeneralo, e 
da ragione ed aulorìtà avveralo ; qaello della scienza coU' acque 
sollanlo» che dal divino fonie si schindonOi si pnò saziare: in 
Paradiso si gode il più nobile de' piaceri, che è il conlentarsii 
e qneslo si è essere bealo: nella scienza in ogni condizione di 
tempo trova l'inlelletlo noslro conleolamenlo: l'anima si dei- 
fica nella visione di Dio , ullima noslra perfezioue; l' uomo in 
lerra s'imparadisa nel dolcissimo sgnardo di quella miracolosa 
doona di virtù, nel qual solo l'umana perfezione si acquista; 
e come Dio è eterno, così eterna è costei • 

Progredendo dal centro alla circonferenza, rappresentano 
i cieli i varj gradi della beatitudine celeste , e la scala onde 
sino air ultimo si monta; cosi quelle scienze, nelle quali, come 
dice lo slesso Dante, più ferventemente la filosofia termina la 
sua vista, sono la scala che ali* intero essere bealo della pre- 
sente vita ne conduce, e i diversi gradi o salite che può la 
mente noslra della beatitudine slessa salire . 

Tale, al parere del sig. Biagioli , si è il vero intendimento 
che dal Poeta si nasconde sotto il velame dei versi in questa 
ultima cantica, il quale, non essendo stalo sinora da alcun sa- 

{»ente dischiuso, non è meraviglia se alia maggior pane dei 
eltori sono cosi infinite bellezze sfuggite. In quanto poi al 
merito di questo dantesco Paradiso, il predetto Sposilore è di 
parere che, siccome Dante vinse so stesso nella seconda can- 
tica, rispello alla prima, cosi abbia fallo in questa terza per 
riguardo alle due precedenti. Al qual ultimo proposito noi la- 
sceremo che ognun tenga la projma opinione , e solo verrem 
Sui concludendo che il pensamento del sig. Biagioli, inrìguardo 
[l'occulta dottrina di questa cantica, eh* egli sopra si ò inteso 
di far manifesta, viene confortato da molti passi del Coiwwio [a]. 



[a] Udo de* quali, « forse il pia coocladeote» si h quello che ab- 
bia m riportato alla fac. ^{o. e i^g. voi. a. di questa edtsione , nel qua- 
la Da alt dice aperto: per cielo intendo la scienza^ e per li cieli im 
scienze . 



CANTO I. 3 

Nei ciel che pia della sua luce prende 4 

Fu* io, e vidi cose che ridire 
Né sa né può qual di lassù discende ; 

e che noi dobbiamo essergli conoscenti di quesie sue riflessio- 
ni, le qoali, se non altro , serviranno a togliere una £ilsa pre- 
renzione dall'animo di coloro cbe si daranno a leggere ed a 
meditare qnest' ultimo sforzo del sovrumano ingegno di Dante* 
Or veniamo al Cemento. — La gloria di Colui ec. La gran- 
dezza e magnificenza di questo principio premostra tutta quella 
del soggetto, ch'è la condizione del celeste regno, esaltando 
insieme Tanima di chi legge , perchè possa andar dietro stretta 
alle meraviglie che è per dispiegargli dinanzi il Poeta. Biagio- 
;ui. m^ Per devenir Dante a giustificatamente dire , ciò che in 
àppiesso dice , che fu egli nel cielo che piii della divina luce 
|Mitecipa , premette che La gloria di Colui che tutto muo^' 
voy di lAòlo^ penetra e risplende httìsìper l'unii^erso^ cioè 
in <^ni parte dell* universo , in cielo ed in teiTa ( giusta il 
detto dell'Ecclesiastico: gloria Domini plenum est opus 
eius [a\); ma che però non risplend'ella dappertutto ugual- 
mente . m^ Chiarisce assai bene il senso vero di questa terzina 
ciò die Dante stesso dice nella sua Dedicatoria a Can Gran- 
de, da Paiet ergo quotnodo ratio manifestata sino a illa 
yero corruptU>ilia sunt, 4hì II signor prof. Portiielli riporta 
qui acconciamente un passo di Boezio, lib. 3. ( »♦ ricordato 
anche dal Landino e dal Daniello • ^hb ) 

O qui perpetua mundum ratione gubemas 

Terrarum caelique sator^ qui tempus aò aevo 

Ire iubes^ stabilisque manens das cuncta moderi. E. R. 

4 al 6 Wel ciel che più della sua luce prende ^^ nel cielo 

empireo, il quale, come sede creduto de' beati, piii di luce 

della divina gloria partecipa, che non gli altri cieli sotto di 

esso, od altra cosa. -* jPii'per fui, apocope, -—e uidi cose 

che ridire ec; ad imitazione di quel riferire di s. Paolo, rap- 

pcnrto alle cose da lui in Paradiso vedute : audivit arcana i^er- 

ha j quae non lieet honùni loqui [&] • — quid per chi o qua* 

lunque [cj. «-^Gosì anche il Torelli. «-« Il rapporto che ha 

[a] Capo 4s. [h] Corinth, npo is. [e] Vedi Cinoaio, Partii 108.9. 

e. lOt 



4 PARADISO 

Perchè, appressando sé al suo disire , 7 

Nostro intelletto si profonda tanto , 
Che retro la memoria non può ire. 

Veramente quant'io del regno santo io 

Nella mia mente potei far tesoro 
Sarà ora materia del mio canto , 

questo teraetto col precedente oe obbliga a intendere come se 
incominciasse questo colla particella ory o somigliante , per 
ellissi taciuta, m^chi di lassù , legge la Nidob. , a differenza 
di tutte le altre edisioni . Nota del sig. Portìrclli y cbe poi se- 
gue la comune. — Vedi ancbe qui la precitata pistola a Cau 
Grande : Dicit quod fuit in cacio ec. ; come pure, per la ter- 
zina che segue 9 quell'altre parole della pistola siessà tjiidhue 
et posset adduci quod dicit Apostolus ec, 4-« 

7 al 9 a/ suo disire y metonimia y per al somntQ bene da 
lui desiderato. — si profonda tanto y entra tanto addentro, 
— - Che retro la memoria ec. : cbe non potendo al pari del-^ 
l'intelletto internarsi la memoria, rimane addietro, e perciò 
non può essa rilèrìre quanto l'intelletto vede. •-> Non yuoI 
dir questo, dice il sig. Biagioli, ma si bene, come lo stesso 
Dante nella sua pistola a Can Grande ci dà a capire , cbe la me- 
moria post reditum non può andar dietro alle cose cedute 
dair intelletto • E la ragione cbe di questo fenomeno oggi si 
darebbe si è cbe parte della memoria sta nel senso, e cbe 
quelle sensazioni essendo tutte intellettuali-, niun vestigio in 
nessun senso poteva rimanere. — Che dietro y la Nidob., co-<^ 
me attesta il sig. Portirelli, cbe segue la vulgata. <-• 

IO al la fieramente dee qui valere come il latino i^nm- 
tameny contuttociò; e manca il Vocabolario della Crusca non 
dando a veramente altro significato cbe di con verità , certa* 
mente* •^ Ma il Toltili pensa cbe questo fieramente abbia 
qui la stessa forza del verum dei Latini. Vedine la sua nota, 
da noi aggiunta al 1^. 61. del e. viL di questa cantica, ^-m re- 
gno santo y il r^;no de' beati con Dio, supposto, com'è detto, 
nell'empireo- -^ mente per memoria adopera il Poeta qui ed 
altrove [a] . — potei far tesoro per potei adunare , metaforsi 

[a] Yedi| tra gli altri luoghi, laf. u. 8. , e uu i3a. 



CANTO I. 5 

O buono Apollo, all' ultimo lavoro i3 

Fammi del tuo valor si fatto vaso, 
Come dimandi a dar l'amato alloro. 

fondata su Tessete il tesoro adonamento di ricchezze. a-^Vedi 
£p. cjt.: Postea dicit se dicturum ec. ^rm 

i3 Apollo 9 Dio della poesia. »^ Vedi Ep. cit. : Deinde cwn 
dicity o bone Apollo-, ec. ««-a * Il buoa Poggiali fa qui tino 
spiritual soliloquio $ cioè : Ma qual com^enienza j dirà ta* 
lunoy del ricorso ad un falso Jjìtme d'un poeta cristiano ^ 
e per un argomento, quale è questo , per la fede cristiana 
sì importante? Noi vorremmo poter trovar qui in Apollo una 
qualche intelligenza > o spirito angelico , o simile ^ ma il 
contesto noi permette. Convien dunque anche qui condo" 
nare al cattivo gusto del dantesco secolo una tanta incon* 
gruenza. E. R. «-^Ma il Po^iali doveva prima ricordarsi 9 
rispondono gli Editori della E. B. , che Dante nel Convivio 
dice che il senso allegorico si nasconde sotto belle menzogne , 
qoali sono le favole greche. Apollo qui significa , nel senso al- 
fegoricOy il maggior nerbo, la maggior virtii del poetare .«-s 

i4 Fmnmi del tuo valor sì fatto vaso e riempimi della taa 
virtù sì Attamente. 

i5 Come dimandi a dar Carnato alloro^ come tu lo ri- 
chiedi per dar corona d'alloro, albero da te amato per la con- 
versione in quello della diletta tua Dafne [a] . L' edizioni di- 
yerse dalla Midob. leggono invece Come dimanda dar rama* 
to alloro; la Nidob. però, oltre del lampante buon senso, 
ha compagni eziandio parecchi mss. veduti dagli Accademici 
della Crusca, e due altri della biblioteca Corsini [6]. — * 
Dobbiamo aggiungere a questi l'autorità del cod. Cass. ed an- 
che del Caet. E. R. s-xi Lombardi ( dice il sig. Biagioli ) legge 
» Come dimanda a dar; ma piacemi piii assai come porta il 
a> nostro testo, Come dimanda dar. » Ma ci dica di grazia, 
in quale edizione del Lombardi trova egli cotale lezione? La 
prima del '791 » la ristampa del sig. De-Romanis 1817, ed il 
sig. Ponirelli, che segue pure la Nidob., leggono come il no- 
stro testo, Come dimandi a dar^ lezione riscontrata anche 
dal eh. sig. Prof. Parenti in un testo antichissimo, e da lui 
alla comune preferita , rimanendo per essa tolta la cacofo- 

[«] Vedi Ovidio, Mei, 1. p. 4^3. [h\ Segnati 61 1. e 1365. 



6 PARADISO 

Infino a qui Tun giogo di Parnaso i6 

Assai mi fu ; ma or eoa amendue 
M'è uopo entrar uelF aringo rimaso. 

nìa del Terso , regolato il costmtto» e chiarito il senso* — Co^ 
me dinumdif a dar legge la E. B. ; ma y sponendo poi come 
il Lombardi , forza è concludere che sia questo un errore di 
stampa. 4-« 

i6 al i8 Inftno a qui fan giogo ec. A questo passo chi 
degli Espositori ci dice di piii, e chi di meno; ma tutti infine 
ci lasciano al buio. Il Venturi se la sbriga dicendo che forse 
il Poeta per i due gioghi intende la filosofia e teologia. 
Stendesi alquanto piii il Daniello ; ma solo a provare che ha 
il monte Parnaso due sommità. Piii di tutti esteso è il co- 
mento del Landino, seguito appuntino dal Vellutello. Par' 
naso ( dice ) è monte in Beozia , ovvero in Focide , il quale 
è altissimo f ed ha due gioghi j Fune dedicato ad apolli-- 
nOf e r altro a Bacco j il quale similmente gli antichi i^o- 
levano esser Iddio de* poeti; onde si cororiavano ancora di 
edera f la quale è dedicata a Bacco • •• questi due gioghi 
afferma Senno essere nominati Helicone e Citerone . • • J? 
pare che ponga (Dante) il giogo Citerone^ consacrato a 

Bacco y per le scienze inferiori ed Helicone ponga 

per la teologia. »♦ Il Boccaccio in nn suo sonetto che leggesi 
nella raccolta delle sue poesie liriche: 

Mentre sperai e Vuno e r altro eolle 
Trascender di Parnaso . 
E qui cementa, come annotasi nella E. F.: « Il monte Par* 
u naso avea due coma, cioè due colli: nell' uno era il tempio 
» d'Apollo, e questa cima di monte si chiamava Cirra; Tal- 
» tra cima si chiamava Nisa^ ed eravi su il tempio di Bacco . » 
— - Ad egual modo chiosa Pietro di Dante, citando i seguenti 
passi, Tuno di Ovidio, e l'altro di Lucano; Mons tibi verti^ 
cihus petit arduus astra duobus , - Nomine Parnassus ec*i 
e poscia: Mons Phoeboj Bromioque sacery ee.4-« 

Ma qui , dico io , non lascia a noi il Poeta la briga di cer« 
care quale cosa per amendue i gioghi intenda, facendoci egli 
stesso bastantemente chiaro capire che pel secondo giogo, che 
abbisognagli perla presente cantica , intende il di fresco invo* 
cato A polline; e pel primo , non Bacco, che mai non ha egli 
invocato, ma le Muse. 



CANTO I. 7 

Eatra nel petto mio, e spira tue, 19 

Sì come quando Marsia traesti 
Della vagina delle membra sue . 



iUb qui la morta poesia risorga , 
O sante Muse f poi che mostro sono , 
E, qui Calliopea alquanto surga [a]. 

Solo looca a noi d'investigare su di qtial fiMidamento se- 
pari Dante le Muse da Apolline , e pongale sai giogo dedt* 
calo a Bacco « 

Compirà adonone rintelltgema del presente passo ciò 
che «crìve Probo al libro teno delia Georgica di Virgilio » 
1^. 43*» Cithaeron mons est Beotiae . Ri areana Liberi pa* 
tris saera eelebrantnr tertio quoque anno , quae trieterica 
dicuntur^Existimaturautem Liberesse cumMusis;et ideo 
ex hedera fronde eius corona poetis datur. 

RiUenepoi (v^aggiiinteretno per ultimo) Taiuto già in 
addietro invocato delle Muse, per esaere queste credute Pani* 
ina e l'amionia delle celesti stere, alle quali ò ora per p«ssa* 
refe diiede inoltre Paiolo d' Apolline , perchè presidente delie 
Mnse,e moderatore universale di tutti i lumi Gde8ti[6J.»-»Sin 
qui gli è bastato il soccorso ddle sole Muse; ora dice essergli 
d'uopo ancbe quello di Apollo^ con cbe ci vuol far capire , 
come annoiasi nella E. B, , che per le cose che gli restatio a 
narrare gli è neeessarìa maggiore alacrità d'ingegno e maggior 
aite di poeta. ^^neW aringo rimase , laconica metafora , in- 
vece di dire : nelV impresa difficile, ohe mi rimane , d!i de* 
scrìn^ere il Paradiso . 

igal ai ^ira tue (per tu , paraeoge de'Toseani antichi [e]): 
manda fuori tu dal mio petto eataì dolce ^nono.^^ spirare al 
senso di cantare f mandarfuori la uocOf V usò Dante anche 
al y. a5. xix.» e al i^. 8a. xxv. di quesu cantica g e come ao* 
notasi néi\BK>F.^^ quando Marsia eer*< quando, vinto il sa- 
tiro Marsia (eh' ebbe t' ardimento di sCdarti a chi suonava me- 

^li la cornamusa 9 o tu la cetra ), lo sc(Mticasti vivo [d]. 



[a] Pnrg. e. i. v. 7. e segg. [b] Vedi, tra sii altri, Macrobio in Somm. 
Scip. lib. 9. cap. 3.9 e nata! Conti , Mytk, lib. 7. cap. i5. [c\ Vedi 1 
Vocabolario deUa Crusca alla voce Tu, [d] VediNatal Conti , BiytL 
Itb. 6. csp. r5. 



8 PARADISO 

O divina viriù , se mi ti presti 22 

Tanto, che T ombra del beato regno 
Segnata nel mio capo io manifesti, 

Venir vedràmi al tuo diletto legno - i5 

£ coronarmi allor di quelle foglie , 

Ed è Teramente la pelle come la vagina j la gaaioa, il fodero 
delle membra. 

2 a al 24 se mi ti presti, se mi ti commiichi, mi ìì doni . 
— * si mi ti presti hanno coluto nella loro edisione leggere gli 
Accademici della Cmsca per V autorità di soli quindici mss.^ 
contro ad un* ottantina d'altri non solamente 9 ma contro le 
antiche edizioni, a quanto veggo , tutte, e contro al buon sen- 
so 9 il quale ridiieoe che attacchi questo col seguente ter- 
zetto , e rimuovasi perciò quel punto fermo eh' essi Accade- 
mici vi hanno frammesso.»^ Anche il sig. Biagiolì ha qui se- 
guita la Nidob.y convalidata eziandio dall'autorità del ms. 
Stuardiano e del Dionisio confessando che dalla lezione di Gru* 
sca non si può cavar senso se |ion a forza di tira e stira . — 
Q)nforteremo questa lezione anche coli' autorità degli Editori 
fiorentini e del chiariss. Torelli, il quale, leggendo come noi, 
sotto questi versi ha notato: « Altri legge :sl in luogo di se , 
» e termina il sentimento col terzetto ; malamente , si quid 
a> %ddeOf e contro la mente di Dante . » E ne rimandava a quel 
passo, O bone jé pollo, ec» della Dedicatoria di questa can« 
tica a Gin Grande. Bla quest' uluma parte della nota è stata 
in seguito con inchiostro cassata . Questa emendazione fu pure 
proposta dal Perazzini , notando anch' egli che sic legit et 
interpungit Josephus Torelltis [al • ^-m V ombra ; Y adombra- 
mento, il disegno;»-^o meglio colla E. B.: quella debile im- 
magine che del beato r^no ò rimasta nella mia memoria. ♦-• 
nel mio capo^ nella memoria mia. — *Nel v. sif. il cod. Gaef. 
sopprime quel!' io avanti manifesti^ ma gli Accademici ve 
l' introdussero, con l' autorità di varj testi, e ad ogni modo 
giova a togliere ogni equivoco. E. fi. 

25 al 27 vedràmi f sincope per vedraimi^ — ^ diletto legno ^ 
V alloro , per la conversione ip quello di Dafne, Ninfa amata 

[a] Correct. et Jdnol. iit Dantis Comoed. p. 74. Veronae «77S. 



CANTO I. 9 

Che la materia e tu mi farai degno ; 

Si rade volte, Padre , se ne coglie, a8 

Per trionfare o Cesare, o poeta, 
Colpa e vergogna dell'umane voglie. 

Che partorir letizia in su la lieta 3i 

Delfica deità dovria la fronda 
Penea , quando alcun di sé asseta . 

Poca favilla gran fiamma seconda: 34 

da Apollo. — Che vale qui delle quali \a\. — la materia^ 
per r intrìnseca sua eccellenta. ^^ e tu, pel tuo aiuto — mi 
f turai invece di mi farete ^ seuma di numero. 

28 Padre, o padre Apollo. Pater proprie omnium Deo-^ 
rum est epitheton^ dice Servio. \h\. 

39 Per trionfare j per onorar del trionfo [e], per coronare. 
— Cesare per ogni Imperatore. Volpi. — o poeta. A prova 
dd costume dì coronarsi d* alloro Imperatori e poeti , ottima* 
mente reca il Daniello la testimonianza di Stazio: Cui gemi" 
noe florent %^atumque ducumque * Certatim laurus; e quella 
del Petrarca : Arhor vittoriosa e trionfale y - Onor d^tmpe^ 
rotori e di poeti . 

3o Colpa e i^ergogna ec. vale quanto: e ciò per colpa e 
disfioro delle umane voglie p tutte (intendi ) a/ vizio rivol' 
te, ed affatto traviate dal sentiero della virtù . 

3i al 33 Che partorir ec. Costruzione: Che la fronda pe^ 
nea ( patronimico invece di dafnea, per essere Dafne ^ la con- 
vertita in alloro y stata figlia del fiume Penco [d] ) quando as* 
seta, invoglia 9 alcuno di sèj stessa » dovria y cotale avveni- 
mento per la sua rarezza 9 ^ar^orire, cagionare , letizia in su, 
alla [e], lieta, beata , delfica deità y intendi d'Apollo 9 peroc» 
che in Delfo specialmente venerato . 

34 Poca favilla ec. Parlare ellittico, e come se detto aves- 

la] Vedi Cinon. Partic. 44. 5. [b] Citato da Roberto Stefano nel The* 
saur. iing. latin, art. Pater. [c\ Vedi 11 Vocabolario deJla Crusca sotto 
il verbo Trionfare ^ $. 3. Id] Tedi i Mitologi, [e] In su al senso d'alio 
•doperà Dante nel Purgatorio, b.zx. in quel verso i44-' Tornate già 
in Su tosato pianto ; ed altri simili esempj d'altri scrittori ne arre- 
cano a colai preposizione il Ciuouio e il Vocabolario della Crusca. 



IO PARADISO 

Forse diretro a me con miglior voci 
Si pregherà perchè Girra risponda . 

ae: accadendo però tali^Ua che apicciola favilla consie^ 
gue grande fiamma. 

35 36 Forse ditetro a me ec.»- forse dal nuo esempio 
mossi altri piìi di me eloquenti 9 pregheranno perchè , ac- 
ciò f risponda Cirra ( città alle radici del Parnaso 9 divota 
d'Apollo 9 per lo stesso Apollo); scrivendo cioè dei poemi, 
faranno la stessa 9 aoliu a farsi da ogni poeta 9 invocazione da 
me fiitta. 

»-► Prima di passar oltre stimiamo opportuno di sofferà 
marci alquanto a dare al nostro lettore un'idea possibilmente 
precisa del luogo nel quale il Poeta intende ora di seco con- 
durci a spaziare. —Dante 9 come abbiamo in altri luoghi av- 
vertito 9 segue le dottrine astronomiche di Tolommeo. Perciò 
suppone la Terra immobile 9 e centro del nostro sistema pla- 
netario. Attorno ad essa in orbite circolari e concentriche 9 e a 
mano a mano piii ampj e piii veloci 9 pone aggirarsi i cieli della 
Luna, di Mercurio 9 di Venere, del Sole 9 di Marte, di Giove, 
di Saturno 9 dell'ottava Sfera e del primo Mobile, al quale 
poi sovrasta l'Empireo immobile, ed abitazione di Dio. Tenne 
egli pure cogli antichi filosofi la fidsa opinione che il fuoco 
fosse imponderabile 9 e che perciò di sua natura tendesse alla 
sua afera, da loro supposta al di sopra dell'aere. Queste pre- 
messe 9 inutili certo per molti 9 verranno a tutti appianando 
la intelligenza della descrizione di quest'ultimo beato regno , 
immaginato dall' altissimo ingegno del Poeta nostro. 

Quella forza che, secondo i Tolemaici 9 volge in giro i 
deli, sarà quella stessa che io vien trasportando da cielo in 
cielo 9 accompagnato sempre dalla soa Beatrice. Dal terrestre 
Paradiso viene egli primieramente alla regione del fuoco aol- 
levato 9 dove un gran lume il circonda 9 e l'armonia delle ce- 
lesti sfere il rapisce (e. i.). Passa indi al cielo della Luna. 
Ammettendo egli 9 cogli antichi , piovere dai pianeti in su la 
aerra l' influsso di quelle virtù che furon proprie di quelle Divi- 
nità, da cui essi prendono il nome, finge stanziare in ogni stel- 
la 9 da lui visitata 9 l'anime di coloro che dall' influenza di quel- 
le furono aitati e tratti a quel grado di beatitudine . Cosi nella 
Luna, in cui gli antichi posero Diana casta e religiosa, in for- 
nu di lucidi fuochi pone l'anime di quelle donne , le quali , 



CANTO I. .11 

per tenersi in Tii^nità, cercarono il chiostro , e ruppero il 
voto per aperta violenza dei loro congiunti ( e. ii- sino a parte 
del ▼. )• TrasYoIa al cielo di Mercurio , Nume attivo e mes- 
salerò di Giove , e trova stanziarvi T anime di quelli cbe, per 
conseguire onore e nominanza, sperano nella vita attiva eser- 
citati, ben meritando della patria ( II resto del v. ed il vi. ) . 
Giunge alla stella di Venere, Dea cne gli animi rende all'amo- 
re incniDevoli , e vi trova T anime di coloro che, dati in prima 
vita a lussuria, vinto con virtii l'appetito, a santi e casti af- 
fetti indi si volsero (e. vm. e ix. ). Rapito alla sfera del Sole, 
Nume che gli animi inclina allo studio delle divine scienze , 
v'incontra coloro che , professando le sacre lettere, alla cono- 
scenza pervennero delle cose divine (ex. sino a parte del ziv. ). 
Sale al pianeta di Marte , Dio della guerra, e dove in una lu- 
minosissima croce , che da ogni lato duo alla circonferenza di 
quella sfera si estende, ravvisa mirabilmente raffigurata la Pas* 
sione di G. G, e lui trionfante della colpa e della morte, se- 
guito dalle anime di coloro che valorosamente militarono per 
la Fede • Ivi trattiensi a lungo col suo tritavo Cacciaguida , il 
quale in fine gli addita altri Forti degni di eterna fama ( Il re- 
sto del xiy. sino a parte del xviii, ). Tratto alla stella di Gio- 
ve, Nume sovrano e rigoroso servator di giustizia, disposte in 
forma di un'aquila immensa, folgoreggianti vi ammira l'anime 
di qne* principi e magistrati che governarono con giustizia ( Il 
resto del xviu. a tutto il zz. ). Sollevato al cielo di Saturno , 
Nume che, secondo Macrobio [a], influisce le virtii della men- 
te, dai Greci deità theocriton y cioè potenza di contemplare f 
vi scorge una scala d' oro , per cui ascendono e discendono le 
anime di coloro che amarono il ritiro e la vita contemplativa 
( e XXI. e parte del xxii. ) . Passato all' ottava sfera, ossia al 
cido delle Fisse , ed entrato nella costellazione di Gemini , gli si 
affaccia il meraviglioso trionfo di G. G. , dal corteggio di Maria 
e d'infinite schiere di Angeli e Beati abbellito , ed altre letizie 
di Paradiso. Ivi soffermasi a parlare con s. Iacopo, con s. Gio* 
vanni e con Adamo (Il resto del xxii. e sino a parte del xxvii.). 
Arriva alla nona sfera, o primo Mobile, e vi ammirala divina 
essenza nelle tre gerarchie dei nove angelici cori • Ivi altamen- 
te ragiona della creazione e di altre altissime cose ( Il resto 
del xxvir. e parte del xxx. ). Giunge finalmente all'Empireo, 
dove in lucidissimo fiume , che gli appare , riguardando, pren- 

[a] In Somm. Scip, lib. i. cap. la. 



la PARADISO 

Surge ammortali per diverse foci 87 

La lucerna del mondo; nia da quella , 
Che quattro cerchi giugne con tre croci, 

Con miglior corso e con migliore stella 4^ 

Esce congiunta , e la mondana cera 
Più a suo modo tempera e suggella . 

de tal virtù da poter mirare il trionfo degli Angeli e de* Bea- 
ti, che poi descrive • Ivi , levatasi^Beatrìce al suo glorioso seg' 
£Ìo y manda a Dante s. Beroando a mostrargli la gloria della 
Vergine, i seggi de'Beati dell' antico e nuovo Testamento, a 
chiarirgli un dubbio, e ad impetrargli da Maria di potere nel- 
Tabisso dell'eterna luce contemplare l' essenza divina , e di ve- 
dere l'Umanità colla Divinità congiunta. All'aspetto di un tan- 
to mistero si profonda la mente m lui , vinta la memoria noi 
può seguire, cesta Tiufinito lume che gli fu scorta a tanto ve- 
dere , spegnesi in lui l'idea di quanto ha veduto , e cessa la 
visione . ^-m 

3^ al 4^ Surge à* mortali ec» »♦ da diifersefoci f il ms. 
Stuardiano .BiAGioLi. ^^ lucerna del mondo appella il Sole [a]; 
e con lo stesso traslativo stile, col quale dicesi il Sole sbucare 
dall'orizzonte, appella diverse foci ^ cioè sboccature diverse , 
le varie parti d'esso orizzonte , onde il Sole in varj tempi sbu- 
car suole.»-» Al Casa, a cui questo vocabolo lucerna sembra 
sconveniente, risv^liandogli l'idea del puzzo dell'olio sfu- 
mante, il sig. Biagioli risponde: i.^ che ai tempi di Dante, ed 
anche piii in qua, lucerna significava semplicemente luce ; 
^P che il qualificativo di mondo toglie ogni disformità ; 3.^ che 
Dante imitò \ì Posterà Phoebea lustrabat lampade terraSfCd 
il Phoebeae lampadis instar di Virgilio j e 4«^ finalmente, che 
lampada trovasi pure nelle rime del gran Buonarroti. •«-■^tte/- 
/a, - Che quattro cerchi giugne y congiunge insieme, con tre 
croci y il punto cioò dell* orizzonte , ove s' intersecano con esso 
e tra essi tre altri massimi circoli della sfera , il zodiaco , l'equa* 
tore e il coluro equinoziale . iVd/ /Ttnci^pio delV Ariete j chio* 
sa il Volpi , e della Libra , che sono i due segnCfiquinozialij 

\a\ Dì colai metaforica appellazioae vedi (ammonisce il Volpi) il Sai" 
vini a carie i83. delia a. Centuria de* suoi Discorsi Jccademici , 



CAWTOI. ,3 

quattro eerchj della sfera , intersecandosi ira di loro , uen» 
gono a formar tre croci . // coloro degli equinozj igiene a 
tagliar C equatore j e forma una croce. Il zodiaco taglia 
lo stesso equatore , e ne forma un'altra . L* orizzonte ab" 
braccia il zodiaco j e forma la terza. •-> Ed il Torelli: qui 
il Poeta intende f Ariete ; ma la descrizione conviene anco 
alla Idbra . ^-« Con miglior corso , con corso che rende il 
giorno ugnale a tutti li terrestri abitatori . — con migliore 
stella • Sorgendo il Sole nella medesima detta foce tanto nel* 
i'ecpiinozio di primavera y onand'è nel principio d'Ariete, quan- 
to neirequinozio autunnale , quand* è nel principio di Libra , 
conviene con miglior stella intendere dello invece di con mi' 
gliori stelloy colle stelle cioè d'Ariete e diLibra, migliori delle 
altre stelle, perciocché piii vicine airequatore; insegnando Dan- 
te nel Convivio » che le stelle sono più piene di virtù qu€ui^ 
topiù sono presso a questo cerchio [aj. •-►Gosi sponesi an«* 
die dal Poggiali e nella E. B. Gli altri Spositori antichi e mo^ 
demi da noi consultati , tutti sì accordano nell'|intendere per 
questa stella migliore esclusivamente la costellazione del« 
TAriete. E bene, a parer nostro; sembrandoci che propria- 
mente dubitar non si possa essere la primavera la migliore é 
la piii bella di tutte le stagioni . Al suo apparire tutto cangia 
di aspetto; cessa di natura il sonno e V inei*zia; tutto ò vita , 
energia , movimento ; tutto spira amore e giocondità ; laddo- 
ve, giunto il Sole alla Libra, la vegetazione in parte è ces-> 
sata, e in parte ccmincia a languire j tutto annunzia che na- 
tura a vecchiezza declina; si abbreviano i giorni, e le nebbie 
e le piogge autunnali cominciano a farci sentire che va il bel 
tempo cessando I e che si avvicinano i tristi giorni dell' inver- 
no. Oltre a ciò, la comune intelligenza esclude il bisogno di 
supporre che il Poeta abbia qui usurpato il numero del meno 
pel numero del piii con una troppo ardita licenza. Accordia- 
mo benissimo ohe il detto nei w. 87. al H9. egualmente con- 
venga ad ambo i punti equinoziali ; e appunto per questo il 
Poeta , che vuol esser chiaro e preciso , nei versi che seguono 
4o. al 43-9 ^SS^Q^qC particolarità e circostanze tali da togliere 
ogni equivoco, e da precisare quello dei due punti al quale 
vuol richiamare la nostra attenzione. In fine, tuttociò che il 
Poeta dice dal v. i'j. al 46. a cos'altro mira mai, se non che 
a (arci intendere che il Sole era in quel tempo in Ariete , • 

[a^] Tratt. -a, oap. 4* 



i4 PARADISO 

Fatto avea di là mane e di qua sera 43 

Tal foce quasi , e tutto era là bianco 
Quello emisperiOy e l'altra parte nera, 

Quando Beatrice in sul sinistro fianco 46 

Vidi rivolta , e riguardar nel Sole : 

che erasi di già alzato sopra l'orizsoiite del terrestre Paradi- 
so? ^-c * Il PosuU. Caet. simbolicamente spiega questo passo 
cosi: F^ult dicere de sole iustitiae , scilicet de gratia Dei , 
(juae diì^rsimode venit super honUneSy habente tres virtutes 
theologicasj quae figurantur per illas tres Cruces , qaoe 
crux est signum Fidei , et habente quatuor Cardinales j 
quae figuraniur per quatuor circulosj et tunc quis hab^, 
est bene dispositus ad recipìendam gratiam Dei. E. R. — e 
la numdanacera - Più a suo modo tempera e suggella e e, 
da* buoni influssi delle compagne stelle aiutato il Sole , pia a 
suo modo j più secondo sua natura , la mondana cera , la 
mondana materia, penetra , e di vaghe forme fa impressa. 

43 al 4^ fatto a%fea tal foce ec. invece di dire fauo are- 
ica per tal foce uscendo il Sole; come, per esempio , dire- 
mo fatto allagamento da un canale j invece di dirlo fatto dal- 
Tacqua pel canale passata: spezie di metonimia. — quasi. Li- 
mita questa particella solamente il di qua sera , e non il di 
là mane; imperocché, come nel terzetto seguente accenna, 
era di là alzato già il Sole, e però nume affatto , e non qua* 
si. E bene cotaf limitazione vi sta; perciocché quantunque 
sia il piano dell'orizzonte nostro sensibile da quello degli an* 
tipodi nostri distante l'intiero diametro della terra, è nondi- 
meno tanta la distanza del Sole dalla terra, che, svanendo , 
rapporto ad essa, la lunghezza del terrestre diametro, men- 
tre , appena tramontato alPocchio nostro il Sole , prosiegue 
ad illuminare l'alto dell'atmosfera nostra , già agli occhi de- 
gli antipodi dee il Sole essere scoverto . — nera per fosca • 
Il Venturi chiosa, ch'era là bianco quello emisperio per 
Talba. Ma s'era già nato il Sole, e Beatrice riguardava in es- 
so , come nel seguente terzetto dìcesi , già vi era finita e Talba 
e Taurora, e quanti mai distingnonsi tempi anteriori al nascer 
del Sole. 

4tì 47 sul sinistro fianco ^F^idi rivolta , ec. Essendo il 



CANTO I. i5 

Aquila SI non gli s'affisse unquanco. 

£ sì come secondo raggio suole 49 

Uscir del primo, e risalire insuso. 
Pur come peregrin che tornar vuole ; 

Così dell' atto suo , per gli occhi infuso 5^ 

Nell'immagine mia, il mio si fece, 
£ fìssi gli occhi al Sole oltre a nostr' uso . 

moQte del Pm^atorio antipodo a Gerusalemme [a] y città po- 
sta al di qua oel tropico di Cancro 9 doveva essere il monte 
al di la del tropico di Gaprìcomo; e conseguentemente» come 
noi al di qua del tropico di Cancro 9 stando vólti a levante, 
abbiamo il Sol nascente al lato destro, cosi quella compagnia 
posta al di là del tropico di Capricorno, e vòlta a levante, 
doreva avere il Sole nascente al lato sinistro . 

48 jiquila sì non ec. Dicuntur ( scrìve s. Agostino ) pìdli 
aquUarunh a parentibus sic probari : patris scilicet ungue 
sospendi f et radiis Solis opponi. Qui firme contemplatus 
fuerit filius agnosciturc si aciepalpitm^erity tamquam adul" 
terinus ab ungue dimiltitur [bj, — unquanco ed unquanche 
composti , dice il Cinouio, da unqua ed ancoy anche 9 quasi 
mai ancora ( o mai finora ), e i accompagnarono gii scrii' 
lori sempre col tempo passato [e] • 

49 al 54 £ si come ec* Vuol dire che , come il raggio di- 
retto cagiona il riflesso, cosi l'atto da lui veduto, che faceva 
Beatrice , di rìguaixiar nel Sole , mosselo a far egli pure lo 
stesso • Il raggio riflesso elegantemente sl^^ìÌsl secondo; e per 
la circostanza che al medesimo unisce di risalire insusOj^Pur 
come peregrin che, pervenuto là dove vuol pervenire, tor^ 
nar vuole verso la patria, fa bastantemente intendere che pel 
primo , ossia diretto raggio, intende raggio venuto dal cielo , 
cioè dal Sole , o da altro celeste luminare* Chiosa il Vellutel- 
lo parlar Dante di raggio del Sole che scenda già neW acqua 
o nello specchio • Ma io direi piuttosto neir acqua o nella 
terra ( che la terra pure i celesti raggi verso il cielo rimanda, 
né rìdbiede il paragone che rimandili ordinatamente ), e lasce- 
rei da parte lo specchio; che tenendosi lo specchio d' ordina* 

[a] Purj^ IV. 67. e segg. [b] Tratt 36. in loan. [e] Partic. a55. 4* 



I 



i6 PARADISO 

Molto è licito là , che qui dod lece 55 

Alle nostre virtù, mercè del loco 
Fatto per proprio dell' umana spece • 

Io noi soffersi molto, né si poco, 58 

Gh* io Qol vedessi sfavillar dintorno , 
Qual ferro che bollente esce del fuoco. 

rio perpendicolamieiite appeso, i raggi àà alto vegaenti doo 
ùl risalire insusOf ma calare ingioso» — /^er gli occhi infu- 
so • Neil* immagine mia vale: entrato per la via degli occhi 
alla mia immaginativa potenza» — oltre a nostr'uso , olu*e 
a nostro potere ; •-> di là da quello che siamo noi usi fare 
di qua , spiega il sig. Biagioli . 4-« 

55 non lece adopralo il Petrarca anche fuor di rima: 

Ne mi lece ascoltar chi non ragiona [a]. 

56 nostre virtù per nostre potenze j nostre forze • 

5j fatto per proprio ec: fatto apposta da Dio per abita» 
xione propria della spezie umana t e però assai piii conferente 
al buon tempcrameato e vigore del nostro corpo e delle no- 
stre potenze . Parla di nuovo del Paradiso terresti-e , dove ri- 
trovavasi allora. Veittubi. — spece per specie, sincope in gra- 
zia della rima. s-^La generazione dell'umana specie fu nata 
in quel luogo; adunque nella terra clie abita essa è come 
pianta fuori del suo natio cielo. Biagioli. ^-m 

58 al 6o Io noi soffersi molto ^ né ec. Il Landino e il Vel- 
lutello, i due soli , a quanto veggo, che questa espressione 
prendono a considerare , intendono che non potesse Dante mol- 
to a lungo soffrire ia vista del Sole, ma che soffrissela nondi- 
meno tanto da poter discemere che s&villava dintorno Qual 
ferro che bollente esce del fuoco . A me però , e per ciò che 
il Poeta stesso ha detto nel terminar del Purgatorio, d'essere 
uscito Puro e disposto a stdire tdle stelle [^J » ^ per quello 
ancora che in questo medesimo canto avvisa , Molto è licito 
làj che qui non lece [cj, non pare che cotal patimento di 
vista possa qui ragionevolmente supporsi; e m'appiglierei piii 
volentieri a mtendere che voglia il Poeta con tale espressione 
accennarci nel tempo stesso e la grande velocità colla quale 

[a] Sonetto 76. [b] Canio ultimo^ verso ultimo, [r] Verso 55« 



CANTO I. 17 

E dì subito parve giorno a giorao 61 

Essere aggiunto, come Quei che puoie 
Avesse '1 ciel d'un altro Sole adorno. 



veniva esso> senz'accoi^ersene, Irasferìtó versoi! cielo [a], e 
]a grande distanza del Sole dalla terra, onde alzavasi j e che 
noi soffersi molto (molto 9 cioè, noi guardai) accenni '1 velo- 
ce innalzarsi che faceva verso il Sole ; e il né sì poco indichi 
la distanza del Sole dalla terra tanto grande, che, per quanto 
fosse veloce il di lui innalzamento, vi abbisognava però un 
tempo congruente per giungere a portata di scoprire nel Sole 
la novità eh' è per dire. — sfavillar dintorno j ec. : spargere 
intomo faville in quella guisa che fa il ferro tratto bollente 
dal fuoco . 

61 al 63 E di subito ec. Questo (dice il Venturi) , che a 
Dante sembrava un nuovo Sole, era la Luna veduta da vici- 
no. Della Luna però parla il Poeta nel seguente canto [hi] in 
maniera da farne chiaramente capire che allora solamente , e 
non prima, gli venisse quel pianeta a vista. Il Vellutello, che 
al presente passo non cerca altro senso che l'allegorico (nulla 
cioè di più di quello che altri Gomentatorì fanno), nella De^ 
scrizione del Paradiso ^ che a questa cantica premette, dice 
che la prima salita di Dante verso il Paradiso fosse fino al 
concavo de la sfera del fuoco j e non fino ci cielo della 
Luna, come altri hanno detto* Non aggiungendo esso però 
di tale sua asserzione altra prova , la convaliderem noi colle 
tie seguenti osservazioni . 

L Che il Poeta difatti riconosce cotale sfera del fuoco 
sotto il cielo della Luna nel verso 1 15. del presente canto, 
ove degl'istinti divini dati alle cose parlando. 

Questi (dice) ne porta *l fuoco im^er la Luna, 

U. Perchè non ad altro meglio che a cotale sfera adat- 
tare si possono i tre versi 79. e segg. pur del presente canto . 
Parvenu tanto allor del cielo acceso 

Dalla fiamma del Sol, che pioggia o fiume 
Lago non fece mai tanto disteso . 

IIL Perchè nel presente cauto altresì nei tre versi 91. e 
»ogg. 



.• • 



^aj Vedi V.9B. e segg. del pressale esulo. [0] Verso a5. e sogg. 
rol. IIL a 



i8 PARADISO 

Beatrice tutta neil' eterne ruote C4 

Fissa con gli occhi stava; ed io, iu lei 
Le luci iisse di lassù ri mote, 

Tu non se* in terra ^ sì come tu credi ; 
Ma folgore j fuggendo 7 proprio sito , 
Jfon corse come tu eh* ad esso riedi . 
Noa §i può bene in altra maniera spiegare quel ch*ad esso 
riedi se non inteso riedi detto in grazia della rima per sali , 
chiosando che movessesi Dante verso la sfera stessa del fuoco, 
ond'è appunto sistema del Poeta [a] che i fulmini caschino. 
— come Quei che puote ec. O assolutamente Quei che puote 
per antonomasia dice in luogo d'Iddio , perocché il solo che 
di propria virtii puote; ovvero per ellissi par]a cosi invece di 
dire: come se Quel che puote adomare il àielo d» un altro 
Sole , avcsselo di fatto adomato . 

64 al 66 Beatrice tutta , totalmente. — etetne ruote appella 
i cieli, perocché incorruttibili e'sempre iu gii*o . — ed io y in 
lei - Le luci fisse ec. Leggendo l'Aldina ed alcune a quella 
posteriori edizioni [ij, ed io in lei ^ Le luci fissi f gli Acca- 
demici della Crusca, per l'autorità di quasi tutti i manoscritti 
da essi confrontati, hanno nel loro testo invece scritto : ed io 
in lei -Ze luci fisse f postillandovi in margine*- Per maggiore 
autorità , e perchè pare meglio corrispondere a quel di so^ 
pra , ed esprimere con pia magnificenza , unità e chiarezza, 

Airantorita de' manoscritti veduti dagli Accademici ag« 
giungendosi quella della Nidobeatina, d'altre amiche edizio- 
ni [cj, e di tutti i manoscritti della Corsiniana, ammetto io 
vie più volentieri cotal variante lezione ; ma non però tautu 
perchè pare meglio corrispondere a quel di sopra , quanto 
perchè può in cotal modo elegantemente attaccar questo col 
teraetto di sotto t intendendo cioè che le parole in lei -^ Le 
luci fisse di lassù ri/note sieno una interiezione , e come se 
scritto fosse : ed io ( in lei fisse adendo le luci rimote [</] di 
lassila rimosse, ritirate dal Sole, a cui disse nel i^. 54* di averle 
dirette) net suo aspetto ec, m^ La lezione aldina piacque più 

[a] Vedi Purg. zxxii. 109. e segg.i e queUa iioi<i. j^] Vedi , per cAgioa 
cl'ei>ein|)io, quelle di Vcoezia 1S68 « 157A. ic] Vedi Tedizioiie di Fuli- 
guu 147^* L^j ^^*^ invece di remote leggo cuo parecchi ms|« 



CAWTO I. ,9 

Nel suo aspetto tal dentro mi fei, G7 

Qual si fé' Glauco nel gustar dell'erba 
Che 1 fé' consorto in mar degli ^Itri Dei. 

Trasumanar significar per verba 70 

Non si poria^ però l'esempio basti 
A cui esperienza grazia serba. 

d' ogni altra al Perazsini , notando ohe cosi puv leggono i testi 
del Vellutello e del Daniello» e che il fissi è qui ueròum ne- 
cessarium ad novam Poetae actionemexprimendamj et ad 
contextum ^ quidquid dicant ^cadenUci • In mezzo a siffatti 
dispareri ci sembra di poter concludere che Tuna e l'altra 
di qoesCe lezioni può aversi io conto di buona , e che si ab- 
bia a preferire la comune y se non altro ad oggetto di delerire 
al maggior numero de' testi manoscritti e stampati. 

&j Nel suo aspetto^ nel per al, come trovasi adoprato in 
per a [a]. 

68 69 Qual si fe^ Glauco ec. Glauco, figliuolo di Polibo, 
pescatore nell* isola Eubea . Costui , avendo una volta posali 
sovra un prato i pesci presi , e veggendoli air improvviso risai* 
tar iu mare, desideroso di saperla cagion di ciò, diedesi a 
mangiar dell'erbe , nelle quali erano giaciuti i pesci. Non si 
tosto ebbe ciò fatto, che, non potendo piii vivere iu terra, get« 
tossi anch'esso nel mare, e quivi fu cangiato in un Dio ma« 
rino. Vedi Ovidio nelle i3. delle Trasformazioni [&j .Volfu 
— Vuol dire che per mirare in Beatrice divinizzossi . — con-^ 
sorto y compagno. 

70 al 72 Trasumanare e transumanare (spiega il Vocabola« 
rio della Crusca ), passare dall'umanità a grado di natura 
più a//o. Costruzione.* iVbn si porla ^ non si potrebbe [c^yper 
yerba , per parole , significare , dar a capire 9 trasumanare (la- 
sciato l'arti colo) il trasumanare. — Per ^^erba sono voci Ialine ^ 
chiosa il Volpi ; e parole latine prette , chiosa il Venturi . Tro- 
vando noi però uerbo e inerbi per parola e parole essersi an- 
ticamente in versi ed in prosa adoprato da parecchi [^d] , non 

'a] Cinon. PartU. iS8. 3. [6] Verso 93 1. e spgg. [e] Vedi Mastrofiui , 
Teoria e Prospetto ile* ^erbiitaiianì , huHo il v«rbo Poli/ra, n. ig. 
^ii] Vedi il Vocabolario della Crusca. 



ao PARADISO 

S'io era sol di me quel che creasti 7 i 

Novellamente, Amor, che 1 ciel governi , 
Tu 1 sai , che col tuo lume mi levasti . 



che dal soavissimo LodoTÌco, e troraudo inoltre scritto da Fra 
lacopone : 

O mia yita maUidena , 



Che sprezzò leggi e statuti y 

E di Dio le sante uerba [a]/ 
credo io perciò che uerbi e uerba italiaaameate si dicessero 
come si dicono peccati e peccata , corni e corna , sacchi e 
sacca ec; ed ho per questo motivo tolto il carattere corsivo , 
col quale redizioni moderne hanno voluto che le parole per 
l'erba j come latine, dalle altre si distinguessero. m->verba fu 
usato anche in singolare femminino, come annotasi nella E. F:, 
al senso di parola da Folgore da s. Gemignano: E non è uir* 
tuosa ogni inerba [b]. ^-mperò l'esempio ec: ; ellissi, il di cui 
piano sarebbe : però basti per ora l* esempio di Glauco; che 
la sola esperienza y a chi la divina grazia concederalla , po'^ 
tra farlo chiaramente capire . 

73 al 75 S^io era sol ec. Se io era di me , non già piii quel 
ch'era prima, con tutte l'umane miserie addosso, ma so- 
lamente quello , in che di nuovo per tua virtù era trasforma- 
to, trasumanato con inestimabil vantaggio ec« Cosi il Yenluri, 
seguendo il sentimento , a quanto veggo , comune degli altri 
Interpreti. •->£ il Torelli: « Vuol dire» s'io era di me solo 
» quello che tu creasti da principio, uomo giusto e retto: Ao<^ 
» mo nouus. n4-« Mio sentimento però, heu da cotale diverso, 
è che voglia qui Dante dirne Io stesso che disse s« Paolo , par* 
laudo delsuo rapimento al terzo cielo: siue in corpore nescio^ 
siue extra corpus nescioy Deus scit [e] ; che voglia cioè espri- 
mersi dubbioso se fosse ivi solamente coli' ani ma quella por- 
zione dell'uomo che intende [d] per nuove ripetute azioni 
crearsi da Dio di mano in mano che l'uomo si genera; ovvero 



[a] Citato oel Vocabolario dell» Crusca alla voce f^erbo, [b] Rime an* 
tic he ^ toro. a. /ac. 170. [e] a. ad Cotiitlh. la. \d\ Vedi Daule nel e. xxv. 
d«l Furg. y. 73., ove spirito nuovo perciò a^ipclla l'auima che iiifuudo 
Dio u^ll'orj^anìzzato uinau feto. 



CANTO I. 21 

Qdando la ruota, che tu sempiterni 76 

Desiderato, a sé mi fece atteso 
Con r armonia che temperi e discerni ^ 

se coll'aniina fosse anche il corpo, quello che non di materia 
bOTellamente , ma dal principio del mondo creata si compone. 
Ecco la costruzione mia: Amore ^ Dio, che got^erni V cielo, 
tu che col tuo lume mi Iettasti j m'innalzasti 6n lassila il sai 
se io era solo quello , solamente quella parte , che di me 
creasti noi^ellamente , se io era solo anima • Vedi il medesimo 
dubbio toccato anche nel canto scg* 1^. 37. *- * È veramente 
mirabile che il P. Lombardi , senza aver contezza del cod. Cass. 
e del suo antico Postillatore ( come la comune degli altri In- 
terpreti ) , abbia fatto la presente chiosa , tanto a quella con- 
corde. Ecco quanto si legge nel detto prezioso cod. Cass. Ol- 
tre la nota interlineare su la parola quel e scilicet anima 9 e 
su l'altra Amor •* o Deus , vi è la seguente glossa marginale : 
quasi dicerets si eram ibi corporaliterj %^l cum anima tan- 
tum y tu Deus scisy qui me levasti ^ alludendo verbi s Apo^ 
stoli dicentis .* si spiritu , pel corpore , nescio ; Deus scit, 
E.R. 

76 al 78 la ruota per rotare , girare , intendi, de'* cieli . 
— che tu sempiterni ''Desiderato^ che tu coll'essere deside- 
rato rendi sempiterno, fai essere perpetuo. •-> Iddio, per opi- 
nione di Aristotile, move come amato e desiderato. E. F. 4rm 
Tra gli Espositori il solo Daniello , toccando giustamente nel 
segno , riferisce la sentenza di Platone: che i cieli si muovon 
sempre cercando V anima del mondo, che essi tanto di ritro" 
vare disiano , perchè non è in luogo determinato y-ma spar* 
sa per tutto; la quale anima del mondo non è altro che Id- 
dio • Senza però dilungarsi dagli scritti del medesimo nostro 
Poeta, egli nel suo Convivio dice essere sentenza de* Cattoli- 
ci, che sopra tutti i cieli sia l'empireo, cielo immobile , e 
luogo di quella somma Deità che sé sola compiutamente 
vede; ed essere il medesimo cagione al cielo, eh' è sotto di 
esso, appellato il primo mobile y che muovasi velocissima- 
mente, per lo ferventissimo appetito che ha ciascuna parte 
di questo di unirsi a ciascuna parte di quello [a] . — a sé mi 
fece atteso^ fece che, togliendo lo sguardo mio da Beatrice , 

[a] Vedi il tntt. a. cap. f. 



17^ PARADISO 

Parvcini lanlo allor del cielo acceso 79 

Dalla fiamma del Sol, che pioggia o fiume 
Lago non fece mai tanto disteso. 



Io affissarsi alla detta ruota « al cielo . — Con V armonia che ec. 
llisaltando Tarinonia dalla varietà e giusta proporzione de'tuo- 
ni, abbisogna perciò che si discernano , si scompartano , e si 
temperino , si accomodino 1 alla giusta proporzione i tuoni ; e 
per meloni mia dice H Poeta cotal discernimento e temperamento 
deirarmouia invece di asserirlo dei tuoni. Produrre i cieli nei 
loro movimenti un dolce ed armonico suono la fu sentenza di 
Platone, ammessa anche da Cicerone [a]. «-^ Anche Varrone, 
come riferisce il sig. Biagioli , parla dell'armonia delle sfere 
in questi versi : 

Vidit et aetherio mundum torquerier axe , 
Et septem aeternis sonituni dare vocibus orbes 
Nitentes aliis alios , quae maxima dii^is 
Laetiiia stai ; tunc longe gratissima Phoebi , 
Dextera consimiles meditatur reddere voces . 
Prima poi di Platone, Orfeo nelPInnoad Apolline cantò: Tu 
sphaeram totam cjthara resonante. E. F. — Qui Dante , se- 
guendo la dottrina di Pitagora e di Platone, si scosta dal suo 
Aristotile, il quale nel suo libro de ^Caelo et Mundo sostiene 
che i cieli col loro moto non causano alcun suono. <r^ 

79 airSi Pandemi tanto ec. Quanto la di lui vista esten- 
devasi, vedeva dappertutto il cielo acceso; vedeva cioè la so- 
praddetta sfera del fuoco. Questa ( toma il Venturi a dir qui) 
era la Luna , veduta di li molto da vicino , discernendosi 
molto bene che la luce veniva in lei dal Sole, Ma della Lu- 
na (ripeto io pure ) parlerà Dante nel canto seguente come di 
cosa non prima d'allora veduta; ma anche l'accensione della 
sfera del fuoco suppone Dante cagionarsi dallo sfavillare, co- 
me esso vide, il Sole in tomo Qual ferro che bollente esce del 
fuoco; ma lo stesso cielo dice qui Dante acceso, e non un 
corpo dal cielo distinto, come bene dal cielo distingue la Luna 
nel seguente canto; ma Dante finalmente, accostandosi a quel- 
l'acceso cielo, dice di accostarsi al sito onde fogge il fui mi* 

fa] Vedi il Somnium Scipionis, e la chiosa che vi fa Macrohio, ne'prt - 
mi capi del libro a. 



CANTO L ^3 

La novità del suono e '1 grande lume Ì5s 

Di lor cagion m'accesero un disio 
Mai non sentito di cotanto acume. 

Ond'ella, che vedea me si com'io, 85 

Ad acquetarmi l'animo commosso, 
Pria ch'io a dimandar, la bocca aprìo; 

£ cominciò: tu stesso ti fai grosso 88 

Col falso immaginar^ si che non vedi 
Ciò che vedresti, se l'avessi scosso* 

Tu non se' in terra, sì come tu credi : 91 

Ma folgore, fuggendo '1 proprio sito, 
Non corse come tu eh' ad esso riedi. 

ne [a] , che non dal cielo della Luna , ma dalla sfera del ino- 
co £1 egli discendere [A]. 

83 Disio di lor cagioni ellissi , invece di disio di sapere 
di lor cagione» 

84 acume per stimolo j ansietà, m-¥ Può essere sinonimo di 
forzaj dice il sig. Biagioli, considerando gli effeUi che dal- 
racoitày come dalla forza d'un corpo in altro introdoUo, ri- 
sultano • «-« 

85 m^ yedea me j intendi , per entro i miei pensieri , sicco- 
me spone il Biagioli . <-m sì com'ioj intendi, i^edeua me stesso. 

96 commosso y agitato dal desiderio di sapere le cagioni 
delle nuove cose. 

88 grosso per sciocco , goffo • 9h¥ ti fai grosso y cioè otte- 
nebri e rendi ottuso il tuo intendimento . Poggiali. <-« 

90 se V avessi scosso , se il falso immaginare avessi depostò. 

9^ folgore y fuggendo *l proprio sito; scendendo cioè dal- 
la creduta sfera del fuoco [cj , luogo proprio del fuoco e del 
fulmine . 

9) ad esso riedi. Il verbo redire ^ come già ho di sopra 
avvisato, dee qui in grazia della rima, ed in contrapposto a 
fuggire ( detto del fulmiue ) , intendersi adoprato in luogo di 

f«] Yerai 9*. e 93. del presenie cauto, [b] Vedi Parg. e. xxxiu 109. e 
Mgg., t quella nota, [e] Vedi la nota al canto xzxii. del Purg. e loy.' 



!?4 PARADISO 

S'io fui del primo dubbio disvesiiio, 94 

Per le sorrise paroletle brevi, 
Denrro ad un nuovo più fui irretito, 

£ dissi : già contenlo requievi 97 

salire o di avificinarsi. Adunque ad esso riedi vale il me- 
desimo che sedi tu al medesimo sito ^ alla medesima sfera 
del fuoco , che il fulmine j a terra scagliandosi , abbando^ 
va. m^ Cosi il Petnirca adoperò tornare per andare : O tomi 
giù neir amorosa selva ; considerando 1* uno e Taltro poeta 
razione nel solo riguardo del fine . Biaoiolk ^-m Viene cosi a 
cessare il bisogno di capire col Venturi che fuggir folgore il 
proprio sito valga quanto fuggire dal cielo ; e che conse- 
guentemente dica Dante ad esso riedi invece di al cielo ri* 
torni ^ valendosi anch'egli della fantasia poetica , forse nata 
da quelV errore d^ Origene^ troppo platonico 9 che l'anime 
umane y creale tutte dal princìpio del mondo , abitassero 
in cielo e nelle stelle, m^ riedi y secondo cbe sponesi nella 
E. B., non è qui detto in grazia della rima 9 siccome crede 
il Lombardi , ma per significare il salire di Dante dalla terra 
in cielo opposto al fuggire del fulmine, che è di cielo in terra . 
Intendi adunque come se il Poeta dicesse : ma fulmine, fug- 
gendo la propria sede ( la sfera del fuoco), non corse si veloce 
come tu, che ad essa sfera riedi ^ cioè che tieni , relativamente 
^1 fulmine , retrogrado cammino . <-• 

g4 S' io fui vaie quanto essendo io . — disvestito per sciol- 
to y liberato . 

g5 Per le sorrise parolctte brevi: per la breve fattami ri- 
sposta y accompagnata da un sonnso . 

96 Dentro ad un nuovo , intendi , dubbio ( Dentro a un, 
r edizioni diverse dalla Nidobeatina , »-► colla quale si accorda 
il codice Poggiali 4-« ). — irre/iVo, inviluppato, intrigato. Volpi. 

97 requievi - Di grande ammirazion .• requiai , cessai dallo 
stupore grande che le predette novità mi cagionarono. 

Requievi ( chiosa il Venturi ) per requiai , da requiarcy 
con desinenza latina non ricevuta dalla Crusca . 

Requievi ( risponde al Venturi il Rosa Morando ) , giac- 
ché si dee discendere ai primi rudimenti della grammatica , vie- 
ne dal verbo requie s care y ed è pure voce latina. Se si fo.^'^o 
detto requiavi y oh allora si che poteasi asserire 9 Dante con da* 



CANTO L 7S 

Dì grande ammirazion ; ma ora ammiro 
Com' io trascenda questi corpi lievi . 

Ond' ella , appresso d' un pio sospiro , i oo 

Gli occhi drizzò ver me con quel sembiante 
Che madre fa sopra iìgliuol deliro ; 

£ cominciò : le cose tutte quante i o3 

Hann' ordine tra loro; e questo è forma 
Che l'universo a Dio fa simigHante* 

jinenza latina averlo usato da reauiare .* Fa meraTiglia che il 
Gomentatore ignori ciò che i fanciulli non ignorano • 

Per giustificazione poi di colai mistione di linguaggi , agli 
esempi d'altri Italiani, divisati già dal Volpi al canto i. del- 
rinf. V. 65.| ^* aggiunge qui il Rosa il costume pur de*Latini 
d'inserire ne* loro componimenti voci greche. 

99 Comio trascenda questi corpi liet^i» Accenna la sfera 
dell'aria e del fuoco, sopra delle quali « salendo al cielo 9 do- 
veva innalzarsi ; e non intende come, essendo l'aria e il fuoco 
o positivamente leggieri , certamente piii leggieri del di lui 
corpo , potess' egli 1 contro le fisiche leggi » sollevarsi al di sopra 
di quelli • 

ioa deliro , che vaneggia , fuor di senno: voce latina. Veh- 
nmi. — Ma se non vogliam dire latine stupido , attonito j iror 
condo y e cento mille altre voci simili alle latine, non dovrem 
dire voce latina neppur deliro ,* imperocché , siccome quelle , 
così questa troppo dagP Italiani scrittori in verso e in prosa 
trovasi adoprata [a] . 

io3 al io5 «-^Questo profondo ragionamento di Beatrice 
ha per iscopo di far cessare l'altra cagione dello ammirare di 
Dante per trascendere quei lievi corpi . Breve , vuol dire che 
Ogni creato ha un ultimo fine, a cui tende : questo nell'uomo 
è il cielo; adunque è naturale , perchè conforme al suo fine , 
che, dispogliato d'ogni impedimento che a teiTail costringa, 
ei s'alzi al cielo come fa vivo fuoco. Cosili sìg. Biagioli , am- 
monendo poi il discente a seguir stretto stretto la parola, onde 
il diletto sia eguale alla fatica • 4-« e questo è forma - Che 

[«] Vedi il Vocabolario della Crusca. 



a6 PARADISO 

Qui Teggion l'alte creature l'orma io6 

Dell'eterno valore, il quale è fine 
Al quale è fatta la toccata norma . 

Nell'ordine eh' io dico sono accline 109 

Tutte nature, per diverse sorti 

ruìiwerso ec>c e quest'ordine è quello che dona all'universo 
forma di unità , e perciò di somiglianza a Dio . 

1 06 al 1 08 Qui , in quest'ordine •-> G>sl anche il ToreIli.4-« 
Palte creature j le ci*ealure di ragion dotate, vegglono forma ^ 
il segnale , dett eterno valore , dell' eterna infinita sapienza e 
potenza- di Dio , il quale è fine -^Al quale , per cui , è fatta la 
toccata norma , il divisato ordine che hanno tra loro tutte quan- 
te le cose. •-» Isiessamente chiosa il Torelli. 4^ Iddio (dice qui 
ottimamente il Landino) è fine d'ogni cosa, perchè ogni cosd, 
siccome ha principio da lui , cosi a lui si riferisce. •-► Molto op- 
portunamente Pietro dì Dante, come annotasi nella E. F., cita 
qui a spiegazione del teslo i seguenti noti versi di Boezio: 

, . . . Th cuncta superno 

Ducis ab exemplo ^ pulcrum pulcherrimus ipse 
Mundum mente gerens , similique in imagine formans.^^ 
109 accline ( chiosa il Venturi) i^oce antica y dice la Cru- 
sca , epotea dire ancora antichissimaj perchè ¥*era ai tempi 
di Pacuvio e di Novnio . 

Che la voce acclino ( risponde il Rosa Morando ) sia chia- 
mata i^oce antica dalla Crusca è pretta immaginazioii del Co-* 
menta tore; ma, se fosse anche vero, Topposizionenon resterebbe 
per questo d' esser puerile e ridicola. Gran fatto che per que- 
sta benedetta Crusca si debba sempre parlare di frivolezze ! 

Acclino y che propriamente significa ^le^a^o e pendente, 
s'usa qui per inclinato e propenso 9 con quella traslazione 
stessa, con che disse Orazio : 

Acclinis falsis animus [a] . 
II resto, che qui il Rosa dottamente soggiunge, vedilo ri- 
ferito «-^ nel voi. V. fac. 391 e seg. di questa nostra ediz . -<-• 
sotto il titolo: Dello stile di Dante , Elogio ecm^ Tutte na- 
ture , tutti gli enti di qualsivoglia natura . Biagioli. <-« 
I IO III per diverse sorti ^Pià al principio ecc pel vario 

[a] Lib. 1. tat. 9. 



CANTO I. ^7 

Più al priocipio loro e ineii vicine; 
Onde Sì muovono a diversi porti 1 1 '^ 

Per lo gran mar dell'essere, e ciascuna 

Con istinto a lei dato che la porti . 
Questi ne porta 1 fuoco in ver la Luna^ 1 15 

Questi ne* cuor mortali è pennotore; 

loro assortimento y per la vaiiante loro essenza , alcuna più so* 
miglianti a Dio, altre meno • 

Ila al ii4 Onde qaesle nature si muovono a c{iVerji^or£/f 
a varj finì ; e per aver detto porti , soggì unge : per lo gran mar 
deir essere; e ciascuna si muove con istinto naturale i conce- 
datole a fine d* esser portata al suo fine. DkviKLhO. ^^ Istinto 
significa propriamente stimolo dentro o intemo ,* però i ma- 
terialisti intendono per esso l'aggregato delle impressioni sen- 
tite per mezzo degli organi interni. Ma il Poeta qui l'adopera 
nel suo comun senso • Biagioli . ^-m 

1 15 Questi f cioè questo naturale istinto» ne porta *l fuoco 
inver la Luna ^ cioè alla propria sfera già detta i da Dante a 
da tutta la filosofia de' di lui tempi ammessa sopra dell'aria . 

f i6 Questi ne* cuor mortali è permotore^Così la Nidob. t 
e l'edizione di Foligno i47^» e quattro mss. della biblioteca 
G>rsini [a]f meglio che non leggono tutte l'altre edizioni /irò* 
motore. Il Landino | e tutti gli Espositori dopo di lui y quan- 
tunque discordi nello intendere ^*€uor mortali^ chi l'uman 
cuore» e chi quello de'bruti» convengono poi nello spiegare» pel 
moto in essi cagionato» non un moto reale» ma metaforico» un 
eccitamento d' inclinazioni • Ma » oltre chela non sembra questa 
per coule sentimento un' espressione bastevole » come poi bene 
a* movimenti realmente tali » dei quali si parla qui ( e del sol- 
levarsi del fuoco verso il cielo, e del cadere e adunarsi della 
terra alla terra)» mischierebbesi e metterebbesi di mezzo un mo* 
vimento afiatto metaforico 7 Mainò: meglio 1* intende il Comen- 
tatore della Nidobeatina nostra parlarsi qui del principio di 
vita d' ogni animale » cioè del maraviglioso reale movimento del 
cuore » che», quantunque non nella specificata maniera deirHar- 

[a] Segasti 609 9610, e 1217» 1 a65. 



28 PARADISO 

Questi la terra in sé stringe ed aduna t 
Ne pur le creature , che son fuore i f 8 

D'intelligenzia, quest'arco saetta, 

Ma quelle ch'hanno intelletto ed amore: 
La providenzia , che cotanto assetta , 121 

Del suo lume fa 1 ciel sempre quieto, 

veOy fu sempre mai conosciuto [a] e riputato tra i mara viglio s 
effetti che nel mondo abbiamo [b] ; e perciò dal latino ^e/nio* 
t^ercf che importa ifehementer movere [c\j meglio cotale 
istinto dicesi ne* cuor mortali permotore , che non direbbesi 
promotore y dal latino promovere ^ che signi6ca ultra move- 
re [</]. Vero è ^e permotore non trovasi da altri adoprato ; 
ma è altresì vero che promotore V adoperano altri in signiB- 
cato al caso non confacevole; ed è meglio che resti adoprato 
solamente dal Poeta nostro un termine atto j che uno mala- 
mente accomunato. — * Nel cod. Cass. non solo si legge eguaK 
menle permotore f ma nel seguente verso, Questi la terra in 
sé ec,, il Postillatore j quasi prevenendo le teorie neutoniane, 
aggiunge: idest conglutinat in globunij et penduto sustinet. 
E. JR» »-► Questo istinto , del quale qui si disputa , secondo il 
Biagioli) nei bruti è la vita, e negli uomini si è il princi* 
pio loro» ossia il fine vero della loro beatitudine, che è il 
Cielo. 4~c 

1 17 Questi la terra ect questo istinto, che noi appelliamo 
gravità y fa che tutte le terrestri parti intorno al comun centro 
s'ammucchino • 

118 119 fuore ^D* intelligenzia y cstlacresì , per priVe d'in*' 
telligenza. — quest^arco saetta per quest^ ordine tocca; 
espressione metaforica, allusiva probabilmente alle amorose 
inclinazioni che , secondo le favole , l' arco di Cupido saettan- 
do insinua. 

1 2 1 che cotanto assetta , ordina , intendi , le dette cose 
tutte quante. 

122 123 Del suo lume , del suo divino splendore , — fa 

[a] Yeggasi Harveo nel proemio alla saa Esercitazione De mota cordis 
et sanguinis, [b] Vedi, tra gli allrì Fracastorio , citato dall' Harveo nel 
capo 1. dell'Esercitazione suddetta. [c]Tedi Roberto Stefano nei 7*Ae- 
sauruM linguaelatinae. [d] Vedi il medesimo Roberto Stefano. 



CANTO L ag 

Nel qual si volge quel eh' ha maggior fretta : 
£d ora li , com' a sito decreto, 124 

Gea' porta la virtù di quella corda 
Che ciò che scocca drizza in segno lieto • 
Vero è che, come forma uon s'accorda 127 
Molte fiate alla 'ntenzioo dell'arte, 
Perchè a risponder la materia è sorda j 
Cosi da questo corso si diparte 1 3o 

Talor la creatura , eh' ha podere 
i piegar, così pinta, in altra parte, 



sempre quieto » fa sempre essere contento 1 e perciò quieto 
*- 7 del * Nel guai si uolge quel eh* ha ac« y il cielo empireo ^ 
sotto e dentro del quale si aggira il primo mobile [a]^ quello 
chei movendo seco in ugual tempo gli altri cieli sotto di séy 
vien esso nella maggiore sua circonfereaza a muoversi con mag* 
gior fretta. »-^Cosi nel Com^ivio^ dell'Empireo parlando » di- 
ce, come annota il Biagioli : e pongono gli Cattolici esso essere 
immobile j per aver in sé i secondo ciascuna parte, ciò che 
la sua materia vuole, E in riguaixlo al primo Mobile : il quale 
per lo suo ferventissimo appetito d'essere congiunto col di- 
i^inissimo cielo e quieto , in quello si rivolge con tanto de 
siderio^ che la sua velocità è quasi incomprensibile, 4-« 

1 24 /' 9 al medesimo cielo empireo . — decreto per decretato • 

125 Cen* porta ec: ci spinge e porta la virtù di quell'or- 
dine e istinto : dice corda per continuare la metafora dell'arco • 
Vehtubi. 

126 Che ciò che scocca ec»i che tutto ciò che muove l'in- 
dirizza al suo fine conveniente, in cui goda la sua quiete. Ybk- 

TUBI. 

127 al i32 f^ero è che ec. Intendendo che tale istinto 
verso il cielo dato sia a tutti gli uomini , viene a dichiarare 
come non ostante molti uomini vadano in perdizione; e dice 
ciò accadere pel mal uso della libertà dataci da Dio^ per cui 
resistiamo a] divino istinto; in quella guisa che molte fiate la 
materia cattiva fa che la forma che si vorrebbe in essa dall' ar« 

J Vedi la chiosa al v. 76, e segg. 



3o PARADISO 

( E si come veder si può cadere 1 33 

Fuoco di nube) se l'impeto primo 
A terra è torlo da falso piacere . 



tefioe; non coitisponda alla di lui intenzione. — Perche a in- 
vece del dui*o PercV a^ che leggono tuUe Tedizioniy inseri- 
sco io, senz' altronde cercare autorità y per la sola di un anti- 
chissimo manoscritto in pergamena , dalla incomparabile gen- 
tilezza dell' eminentissimo sig. Cardiual Gararopi pe'miei con- 
fronti, non ha gran tempo, favoritomi ; Tunico, tra i moltis- 
simi veduti dagli Accademici della Crusca e da me , in cui ho 
il contento di rinvenire confermata la importantissima lezione 
della Nidobeatina di Livio invece di Lino. Inf. iv. i4n 

1 33 al 1 35 £ si come veder ec. ( i»-^ Così come ee. , il cod. 
Poggiali. ♦-•) Qaesta E in principio del v. i33. giudicai! Ven- 
turi particella del verso riempitiva , al sentimento impor* 
luna. 

Questa superfluità però ed importunità apparir doveva 
al Venturi e ad ogni alti-o per vìa del pmito fermo eh* era po- 
sto nel fine del precedente tei-zetto, che io perciò senza ve- 
runo scrupolo ho levato, e posto invece nel fondo del teixetto 
pixìsente. Ma non tanto per riguardo alla particella E ho io 
tolto quel punto fermo , quanto per riguardo a ciò che segue: 
se r impeto primo - jÌ terra è torto da falso piacere ; pezzo 
che non può assolutamente legare col cadere del fuoco, ma che 
dee neeessarianiente connettere col dipartirsi la creatura libera 
dal corso da Dio ordinatole, come precedentemente è detto. 

Ecco dunque come senza quel punto face* io la costruzio- 
ne ; Così talor la creatura^ che così pinta ^ stimolata, Aa/7o- 
dere di piegare in altra parte , se da falso piacere è torto 
a terra V impeto primo , datole da Dio vei'so al cielo , si di^ 
parte da questo corso; e sì e in quel modo , come si può l'e- 
der fuoco di nube cadere e esao pure, intendi, contro l'istinto 
suo naturale che ha inver la Luna, verso 1 16« «-^ Cosi spiega 
anche il Biagioli dichiarando che l'interpunzione seguita dagli 
Accademici dà a conoscere eh' essi non hanno inteso il senti- 
mento di tutto questo periodo. — Ma sappiasi ora che questa 
sì importante emendazione del testo non è punto del 'Lombardi , 
ma Sì bene del nostro Torelli, il quale sotto ai w. i33. al iSg. 
ha notato : ce Forse questo terzetto va congiunto con gli antect^- 
» denti, e non col seguente, a questo modo. » £ qui riporta 



CANTO I. 3i 

Non dèi più ammirar, se bene slimo, i i6 

Lo tao salir, se non come d'un rivo, 
Se d'aito monte scende giuso ad imo • 

Maraviglia sarebbe in te, se privo i3g 

D'impedimento giù ti fossi assiso, 
Gom'a terra qnieto fuoco vivo. 

i yy. lay. al i35. inclusiTei interpungendoli come ha poi fatto 
il Lombai'diy colla sola differenza di porre una sol virgola , in- 
vece di punto e virgola, alla fine del i^. iSa., soggiungendo : 
ce Le parole E sì come i^eder si può cadere * Foco di nube 
» vanno lette come fra parentesi , e spiegano quel pinta in al': 
» tra parte. 9i E ira parentesi appunto le ha poste il sig* Bia- 
gioii, die ci conforta a fare Io stesso i a maggior cLiare%za , 
scolpendosi cosi a colpo d'occhio il legame immediato delle 
parole se t impeto primo ec. coirantecedente terzina. — An- 
che il Perazzini riporta i vv. 127. al i35.9 interpungendoli 
come il Torelli» e colla seguente premessa: Totius autem loci 
interpunctio {Joseph Torellus) naec est. 4-« 

i'i6 al i38 JVon dèi più ammirar ^ ec. Essendo (eccoti 
ramìco Venturi) questo un salire poetico e fantastico, potrà 
deporsene ogni ammirazione» per altro fuor di poesia sarebbe 
vano lo sperare die i nostri corpi saliranno ali* Empireo per 
virtii di questo istinto, dovendosi ciò sperare per quel che 
dice san Paolo, 1. Cor. i5..* Seminatur in ìnflrmitate , sur^ 
get in virtute; cioè con quella soprannaturale agilità, di cui 
saranno dotati i corpi degli eletti nella risurrezione, come in- 
degna la dottrina cristiana . 

Tanto però è lontano questo salire dall' opporsi alla cri- 
stiana dottrina, che anzi si uniforma a quel cristianissimo prin-* 
cipio , che Tuomo (anima e corpo) fu da Dio creato pel cielo, 
e non per la terra , se non in quanto servisse questa al cielo 
come di scala. Nò s. Paolo ci specifica che la Wrrà, che avran-» 
ao i corpi degli eletti dopo la risurrezione , abbia a consistere 
Ju una nuova positiva qualità , piuttosto che nel toglimento 
della gravità; dalla quale essendo, come ora dirà, Dante li-* 
bero , ottiene perciò in lui tutto il suo effetto V istinto al cic- 
lo . — ad imo, al fondo . 

1 3<j al 1 4 1 se priuo -^D'impedimento , della gravità. »-»Ma 



3i PARADISO 

Quinci rìfolse inveì* Io cielo il viso. 



col Venturi per questo impedimento il Big* Biagioli intende, 
piuttosto I terreni affetti j appoggiandosi ai i^. 95. e seg. 
e. xii.y e i4B* e segg. del xiv. dei Purgatorio. 4~« giù ti fossi 
assiso 9 te ne stessi attaccato alla terra. ^^ConCa terra ec. El- 
lissi I il cui pieno dee intendersi : come maraviglia sarebbe se 
stesse a terra quieto il i^iuo Jiioco , cbe j come ha detto , ha 
istinto incerta Luna. o-^Al %^> i^i^ìl Torelli nota: «Aris tot. 
Ignìs , i/ui surswn secundum naturam j deorsum propter nO" 
turam. ^-m — Parecchi codici osservati , compreso il Caet., di- 
scordano tra loro nella lezione di questo verso i4i*9 ^^^ può 
esser sembrato scarso di suono agli scrittori , e perciò Thanno 
vibrato con aggiunta di particelle , altri in , altri i7, e prima 
e dopo a lor talento. Ma, siccome ninna lezione ci soddisfa 
punto 9 non crediamo di farne qui una stucchevole rassegna • 
k. R. 



CANTO II 



ARGOMENTO 

Sale il nostro Poeta nel corpo della Luna, dove, co- 
me fu giunto, muove a Beatrice un dubbio; e que- 
sto è intorno alla cagione delle ombre che dalla 
Terra in essa si veggono: il qual dubbio ella gli 
risolve pienamente . 

\J voi, che siete ìd piccioletta barca, i 

Desiderosi d' ascoltar , seguiti 
Dietro ai mio legno che cantando varca , 

Tornate a riveder li vostri liti: 4 

Non vi mettete in pelago, che forse, 
Perdendo me , rimarreste smarriti . 

I al 6 O voi ) che siete ec« Rassembrando qin pare , oome 
nel principio del Purgatorio ha fatto » il comporre ano all'ini-* 
presa di viaggiar per mare , e aopponendo conseguentemente 
che, per mare viaggiando , lo seguano gli ascoltatori, passa ad 
ammonire quelli cne sono inpiccioletta barca , cbe hanno cioè 
picdolo capiule di teologia , a non innoltrarsi seco nel vastis* 
ùmo pelago, pericolo essendo di perdere la di lui traccia e di 
andarne smarriti , d* intendere cioè le cose malamente. m-¥ Ma 
ooicrediamo che quest'apostrofe non sia diretta soltanto a quelli 
che non sentono molto avanti in Teologìa , ma si bene , e più 
generalmente, a tutti coloro cbe non hanno quel corredo di co- 
gnizioni di scienze naturali ed astratte che si richieggono alla 
intelligenza di quest'ultima cantica. 4-« La costruzione è: O 
m,chej desiderosidi ascoltare fsieteinpiccioletta barcase-» 

Fol. IH. 3 



34 PARADISO 

L ' acqua eh' io prendo , giammai non si corse ; 7 
Minerva spira, e conducemi Apollo, 
£ nove Muse mi dimostran l'Orse. 

guìtij venati ia seguito [a], dietro al mio legno che cantando 
inarca ( così l'allegorìa seguendo » invece di dire: impresso al 
mio poema , che verseggiando s* innalza ) y tornate a riseder 
li vostri liti , lasciate il troppo alto mare y e riaccostatevi a 
terra ec 

Ad un errore di stampa in alcuna delle meno antiche 
edizioni occorso nel principio della lunga chiosa che fa il Lan* 
dino a questo passo fermatosi il Venturi » crede e fassi le ma<« 
raviglie che spieghi esso G>mentatore : Seguitate pure il mio 
legno 9 come se segidti detto avesse in luogo di seguite. 

Non solo però l'edizioni' più antiche [6] sono da cotal er« 
rore esenti, ma le stesse meno antiche » le cpialisul principio 
della chiosa errano* fanno nel progresso Terrore manifesta-- 
mente conoscere • »-» /tetro al prìnci[NO del v. 3. legge , testi- 
monio il sig. Portirelliy il testo della Nidobeatina. <-• 

y V acqua cV io prendo » intendi , a varcare 1 a solcare • 
— giammai non si corse. La materia 9 della quale io intra- 
prendo di voler trattare y non s' intraprese mai . Ma bisogna in- 
tendere poetando, perchè nessuno innanzi nò dopo lui ha in 
tal facultà delle divine cose, secondo la sacra teologia, trattato, 
y BLLVTELLO. •-► Dante Y come annota il sig. Biagioli , trascorrerà 
nell'ultimo cielo, il quale, come scrive Platone, nessun poeta 
cantò o canterà mai degnamente • 4-« * Il sig, Portirelli , vero 
professor di belle lettere, filologo sempre, e ben di rado 
grammatico , opportunamente qui ci ricorda il passo parallelo 
di Lucrezio : Avia Pier iduxn per agro loca^ radliusante^Tri^ 
ta solo ec. E. R.»-» Ma questo passo di Lucrezio, a questo 
luogo opportunamente citato , potevasi dal sig. De-Romanis 
inscontrare assai prima , ove data si fosse la pena di esaminare 
anche il Q>mento del P. Venturi , «hi 

8 9 Minerva spira , ee. Avendo parlato del suo comporre, 
come d* un intrapreso nuovo viaggio per l'alto mare , ooeren* 
temente specifica gli aiuti che riceve da Minerva , da Apolline 

[a] Seguire f andare^ o venir dietro • spiega il Vocabolario delle Cru- 
fc« [b] Vedi l'cdisìoDcdiFireote del i^St. 



CANTO li. 3j 

e dalle Muse; come, cioè, se Minerva servisse lui di vento , 
ApolIiDe di piloto, e le Muse di bussola , ad iodìcarglì rOrs.'t 
maggiore e miaore , stelle vicine al nostro polo , e regolaliici 
della navigazione ne' mari al di qua deirEquatore. 

Agli Accademici della Crusca è piaciuto di leggere nuo' 
ve Muse con soli cinque mss. , piuttosto che nove Muse cua 
pili dì novaut' altri mss. , e con tutte le anteriori edizioui , 
essendo parso loro che questa lezione guasti 1 concetto al 
Poeta. 

Egli non pare che pel concetto del Poeta non possano 
gli Accademici avere inteso altro che lo scopo di far meglio 
spiccare la novità del suo tema . Ma se avesse Dante perciò ri- 
cnieste nuove Muse y perchè non avrebbe eziandio ricercato 
ana naova Minerva e un nuovo Apollo? 

M^Iio adunque , Ospel maggior numero de* testi e per 
raccorda mento della sentenza, leggerem nove , e intenderemo 
insinuar Dante la difficoltà del suo lavoro per ciò solamente 
che, ove agli altri poeti per l'opere loro basta alcuno, per lui 
abbisognano tutti insieme i Numi che alle scienze presieggono. 
— *I1 cod. Cass. porta anch' esso , come i cinque mss. dei si- 
gnori Accademici , nuove invece di nove ; ma il P. Abate di 
Costanzo opportunamente riflette essere stato scritto cosi per 
errore del copista, mentre nella corrispondente chiosa sì nota: 
idest novem virtutes et scientiae ec. Concorda anche il Po- 
stili, del cod. Caet., che spiega : Stellae septemtrionales , idest 
Orsa maior et minor ^ ostendunt mihi novem Muscuy idest 
novem conditiones , quae faciunt poetam ; ed il Canonico 
Dionisì non legge altrimenti . Il sig. Poggiali però ritiene nuo* 
PCf e pone a limbicco questo passo come un'allegoria da trar* 
nespirito sublimato. iUc/zer^a dunque ci*ede egli che sia lascien- 
za delle dif ine cose ; apollo un celeste genio presidente ai sacri 
canti; e le nuove ^ cioè novelle, Muse, non le solite mentite 
Dee, ma novelle celesti benefiche grazie ec. Sia ringraziato il 
Gelo che qaell'tt di nuove ha risparmiato a Dante un rimbrotto 
come quello che il sig. Poggiali gli ha fatto nel canto i .1^. i3, 
di questa cantica • E. R. •-► Il sig. Biagioli preferisce nondime- 
no la lezione della Cr. , e chiosa: ce nuove Muse, non quelle che 
» dì caduchi allori circondano la fronte in Elicona , ma altre di- 
» vine , eterne .... Le nove Muse le ha invocate nel Purgatorio 
» O sante muse , poi che vostro sono ; qui magno nunc ore 
4> sonandum. » — Non ci dispiace questa sposìzione, che s* ac- 
corda colla suddetta del Poggiali , e troviamo che anche il Pe- 



36 PARADISO 

Voi altri pochi, che drizzaste 'l collo io 

Per tempo ai pan degli Aogeh*, del quale 
Vivesi qui, ma non si vien satollo, 

Mei ter potete ben per Talto sale i3 

razziai inclinò a siffatta intelligenza. Egli ciò non pertanto ame* 
rebbe che si leggesse noue al senso di nuove , ritenendo che 
Dante originalmente così scrìvesse, e come dice riscontrarsi 
nelle antiche scrìttare, e come usasi anche oggidì , scrìvendo- 
si y ad es. , indifferentemente nove cose e nove denari j lascian-^ 
do poi la cura agli aggiunti di togliere qualunque equivoco; indi 
conclude che, se il Poeta avesse qui col nove voluto significar 
numero 9 avrebbevi apposto l'articolo , scrìvendo: E le nove 
Muse [a] . <-« 

I o al I a drizzaste V collo per drizzaste il capo ( cioè ap- 
plicaste la mente) 9 detto per metonimia, per essere quello di 
questo un atto necessariamente consecutivo. -^ al pan degli 
Angeli^ alla cognizione e contemplazione di Dio, che degli An- 
geli e di tutti i beati è il vero pane, la vera ambrosia, -^del 
quale '^f^ivesi qui^ di cui qai 'n tèrra viviamo bensì spiritual- 
mente , — ma non si vien satollo; imperocché solo a' beati in 
Paradiso è dato di saziarsene , giusta il davidico detto : Satia- 
bor cum apparuerit gloria tua [pi] . •-► Dante n^ Convivio 9 
t€ O beati quei pochi che seggono a quella mensa , ove il pane 
» degli Angeli si mangia! e miseri quelli che con le pecore 
» hanuo comune il cibo ! » E. F. 4-« Gli Accademici della Cru- 
sca, ad imitazione di alcuni mss., hanno scelto di leggere jen 
vien in luogo di si vien y che leggevano tutte redizioni anti- 
che , parendo loro che sen vien aggradisca e particolareggi 
più • Sembra nondimeno che i tre vicini monosillabi , tutti 
terminanti in n, non sen vien^ altro non facciano che appor- 
tare al verso durezza . 

i3 Metter potete ben. Corrisponde questo ben\^Vutique 
de' Latini, e come se fosse detto: Bensì voi metter potete ec* 
— <dto sale per alto mare, ad imitazione de' Latini, che noD 
pur salumy ma anche sai e sale hanno il mare appellalo [e]. 
»-^Così Virgilio, Aeneid. lib. i. v. 35.: Fela daoant laeti j^ 
et spumas salis aere ruehant. 4-« 

\n\ Correct. et Adnot. in Danth Comoda. Veronac 1775, pagina 74» 
[b^ Pàat. 16. ic] Vedi Rob. Slcl. Thegwr, ling. lai. art. Si^L 



CANTO II. 37 

Vostro navigio, servando mio solco 
Dinanzi ali* acqua che ritorna eguale. 

Que' gloriosi , che passaro a Coleo, 16 

Non s'ammiraron, come voi farete, 
Quando lason vider fatto bifolco. 

La concreata e perpetua sete 19 

Del deiforme regno cen porta v«i 

i4 iS servando mio solco ec* conservando 1 continuando 
a tener aperto dinanzi j cìoò con la prora vostra » il solco mio, 
il solco &tto dalla mia barca , alV acqua ^ nell'acqua [n], che 
ritoma eguale y che, senza cLi la tenga aperta, si riunisce e 
8* aggnaglia. •-♦Questo mostra, come ha notato il Bìagioli, 
quanto fosse il Poeta impressionato della difficolta di quello 
me scriveva • 4-« 

16 Que* gloriosi ec.f gli Argonauti, Greci campioni che 
passarono a Coleo nell'Asia a rapirne il famoso vello d'oro. 

17 •-♦ Non s*ammiraron , non si maravigliarono , dice Al- 
fieri, e come annota il sig. Biagioli. ^hi 

18 Quando lason ec; quando videro il compagno loro la- 
sone, domati i tori spiranti fiamme dalle narici, arare con quel- 
li il terreno, e seminando denti di serpente, nascere uomini 
annati . Favola d'Ovidio [&] . 

19 20 La concreata ec. Per questa sete ( chiosa il Venturi ) 
concreata e perpetua non intendo col Landino e Daniello il 
desiderio connaturale, che sempre, da che fummo creali , abbia- 
mo della celeste beatitudine ; ma intendo col VeIlutello( »-♦ col 
quale pure si accorda anche il Dionisi^-c ) quella virtii e im- 
peto connaturale alle sfere celesti. di muoversi ) come si muo- 
vono ; perchè il Poeta vuol dire come dalla s&ra del fuoco 
passò piii in su al cielo della Luna ; e ciò dice essersi fatto 
non per via di salire da sé , come aveva fatto fin li , ma per 
via d' esser portato e rapito dal moto del primo mobile , e ra- 
pito in giro di modo da trovarsi a piombo sotto la Luna , dove 
ora con questo ratto passano Dante e Beatrice . Pertanto a spie- 
gare questo moto e rapimento locale in giro , non era al caso 

[a] Della particella al per nel vedi il Ciaon. Par tic. a. 5. [b] 'Meta- 
morph. mu v. loo. e leg^. 



38 PARADISO 

il nostro desiderio dVsser beati, ma sì bene la \ìviìx che muo- 
ve i cieli y i quali se si muovono ab intrinseco , ben può essa 
virtù chiamarsi per metafora sete concreata e perpetua ; quan* 
tunque, per verità, il Poeta poco sotto in questo canto mede- 
simo porti opinione che si muovano piuttosto ab extrinseco. 

Ab extrinseco certamente , cioè per le motrici assistenti 
angeliche Intelligenze , ammette Dante muoversi i cieli [a] ; e 
ne Io conferma in questo medesimo canto in que' versi; 
Lo moto e la uirtù de" santi giri , 

Come dal fabbro Carte ad martello , 
Da* beati motor cons^ien che spiri [&]• 
Ma, se perciò la concreata e perpetua sete male ai cieli si con* 
fa , tolgasi pure da essi , ed ascrìvasi , come il Landino e '1 Da- 
niello vogliono, a Dante stesso e a Beatrice , che il trovamento 
del Vellutello non è che un mero paralogismo. 

Il primo mobile non la sola sfera del fuoco seco in giro 
rapisce, ma contemporaneamente tutte quante le sfere a lui 
soggette, e la stessa Lima. G)me adunque potuto avrebbero 
Dante e Beatrice per cotale rapimento accostarsi e trovarsi a 
piombo sotto la Luna? La sarebbe questa simile alla stortura 
di quello sciocco che tenta , correndo , dì superare la propria 
umbra. 

Gie non possa Dante per la concreata e perpetua sete 
avere inteso il desiderio in essolui ed in Beatrice della celeste 
beatitudine , ecco la ragione per cui se lo persuade il Vellu- 
tello. 4$e.( dice ) di questa sete axfesse inteso di parlare j non 
r averla fatta perpetua j ma naturale ; perchè le cose perpe- 
tue non mutan mai essere, conte le naturali fanno. Onde 
al principio del xxi. del Purgatorio j di questa tal cupidità 
parlando , disse .- 

La sete naturai y che mai non sazia 
Se non con C acqua onde la femminetta 
Sammaritana dimandò la grazia j 
Mi travagliaci ec. 
Potendosi adunque questa tal sete saziar con V acqua 
che dice , non è da esser domandata perpetua , ma zia- 
turale in noi, fin tanto che con questa tal acqua la estin* 
guiamo . 

Manca però il Vellutello di ricordarsi che già Dante , pri* 
ma di qui , la dottrina de' santi Padri e teologi seguendo , ha 

[a] Vedi Dante nel Convivio , tratt. 9. cap. a. \ìf\ Verso 197. e segg. 



CANTO li. 39 

Veloci quasi come '1 ciel vedete. 
Beatrice 'a suso, ed io ìq lei guardava; 22 

£ forse in tanto, in tqpaoto un quadrel posa, 

£ vola y e dalla noce si dischiava , 
Giunto mi vidi ove mirabil cosa 25 



ins^psito essere lo spiritoale godimento tale , Che saziando 
ili sé f di sé asseta [a], che oaturitas { riferii ia conferma di 
tale dottrina il detto di s. Gregorio ) appetì tum parit. •-» Ri- 
Gatando noi l'opinione del Vellntello, qui seguita dal Ven- 
turi e dal Dionisi, coi piii« col sig. Biagioli e colla E. B. per 
questa sete concreata e perpetua intenderemo unicamente 
(raeir istinto ( di cui ha parlato il Poeta nel canto precedente ) y 
il quale nell'uomo consiste in una innata e perpetua brama 
del r^o de'beati ; col sig* Biagioli rispondendo al Vellutello 
che uà accidentale interrompimento è nullo a petto al perpe- 
tuo» siccome il temporale ali* etemo, ^-c deiforme regno ap« 
pdla Dante la celeste beatitudine, per essere di essa Iddio me- 
desimo il costitutivo, e quasi forma . 

ai Veloci quasi come 7 ciel uedetOy cioè come quasi ve- 
dete essere U cielo stellato, che in 24 ore si compie l' immenso 
suo giro* 

aJ a4 in tanto , intendi , tempo . — - in quanto un quadrel ec* 
Siochisi in grazia della rima, m luogo di direi in quanto un 
quadrello si dischioda dalla noce^ e %^ola^ e posa^ eh' è come 
a dire: in quanto tempo partendosi lo strale dalC arco , giù» 
gne a posarsi nello scopo* — » Noccy spiega il Vocab. della 
Crusca [&], e istessamente il Volpi ed il Venturi , quella parte 
deUa balestra j dove s* appicca la corda quando si carica» 
Diversamente il Daniello: Noccj chiosa , si chiama queir osso 
della balestra f ove esso quadrello si pone. »-»Al v* a3. il To- 
relli ha notato: « posa , cioè si ferma dal moto che fa esso qua- 
» drelloy tirandosi la corda fino a quel segno , ove poi si ab- 
n bandona . E vuol esprimere con ciò quel momento nel quale 
» il quadrello si spicca dalla noce. » Troviamo dello stesso in- 
tendimento il Landino, il Vellutello ed il Venturi ; noi col Pog- 
giali e coi sigg. Portirelli e Biagioli non ammettiamo che la 

[«] Parg. xzzt. 199. \h\ Sotto il vocabolo Hoee, S- >• 



4o PARADISO 

Mi torse 1 viso a sa: e^rò quella, 
Cui non potea mia cura esser ascosa , 

Volta ver me si lieta come bella : 38 

Drizza la mente in Dio grata, mi disse, 
Che n' ha congiunti con la prima stella . 

Pareva a me che nube ne coprisse 3 1 

Lucida , spessa , solida e pulita , 

spoaizione del Lombardi > riteaendo però che simili figure , ar- 
recando confusione nel costmtto e nel sentimento > non s'ab* 
biano ad imiure . ♦« 

a6 27 quella j Beatrice. — Cui non potea mia cura; così 
la Nidobeatina e qualche altra edizione [a] ; Cui non potea 
mi* Qìfra^ l'altre edizioni tutte. Potendosi però afi[evolmente 
per cura intendere curiosità j né troppo bene> dall' altro can* 
to« convenendo l'appellazione d'oi^ra ad una passione , qual è 
la curiosità di sapete:, meglio ▼! sta cura che ovra* 

3o Che n*ha congiunti con la prima stellai che ne ha fatti 
giungere alla prima ( a quella che da terra al ciel salendo in- 
contrasi primieramente) stella , alla Luna. Nel numero delle 
stelle computa la Luna anche Cicerone: Erant autem eae stel- 
lae .... ex quibus erat ea minima^ quae ultima caelo^ ci^ 
tima terris luce lucebat aliena [&]. 

3i «-^II Torelli sotto questo verso uoUnnPare^amej cosi 
» nell'edizione aldina, e così va letto, non già Pareva a me* » 
Anche il Perazzini opinò da prima doversi leggere come vuole 
il Torelli, notando: Legendum puto Pareva me. Ar calce • 
citando poi moltissimi esempj di Dante, ne* quali la preposi- 
zione a è taciuta e sottiotesa. Ma poscia, osservando che i testi 
del Vellutello e del Daniello leggono Pareuame , ed altrove 
trarrotCj miseme, menarte, e simili, pensa che PareuamesxH, 
la lezione da preferirsi , come originale , ed equivalente al pa- 
recami de' moderni. 4-« ne coprisse ^ sì stendesse sopra di noi. 

3a spessa^ densa. «— solidaAl Vocabolario della Cr. spiega 
solido , sodo f saldo , contrario di liquido o di fluido , e ne 
arreca per esemjHO questo stesso verso di Dante; e solido t 
sodOf cniosa qui pure il Volpi. Alla nube però non pare che 

[a] Qatlle , se non altre, di Yenetia dei i544* ^ <S7^- V"] «fornii. Scip^ 



I 



CANTO II. 4t 

Quasi adamante che lo Sol ferisse . 

Per entro sé l' eterna margherita 34 

Ne ricevette, com' acqua ricepe 
Raggio di luce, permanendo um'ta. 

S io era corpo, e qui non si concepe 37 

Gom'una dimensione altra patio, 
Ch' esser convien se corpo in corpo repe , 

Accender ne dovria più il disio 4o 

Sì convenga il cosi inteso epiteto di solido. L'intenderei io 
puttosto adoprato qui alla maniera de' Latini 9 per plenum , 
iniegrumf nihil concauij aut uacui habens [a}j il perchè, 
anche al tempo trasferendo lo stesso epiteto, annus solidus 
disse Livio [b] . — • pulita y liscia, d'uguagliata superficie. 

33 Quasi adamante ec: si riferisce questo a lucida e 
pulita » — adamante fer diamante 9 dal latino adamas^ ado- 
prarono pure altri italiani scrittori [e]. 

34 etema appella la Lana, cioè eternamente durevole, pe- 
ròcclkè una delle celesti cose, tutte incorruttibili. s-^Istessa- 
mente annota il Torelli , aggiungendovi che Dante chiama la 
Luna incorruttibile, secondo Topinione peripatetica, e che 
etemi disse pure i Gemelli nel xmi. di questa cantica. ♦« 
margherita. Invece di appellare per semplice metafora la Lu- 
na , a cagione di sua bellezza e lucidità , col termine generico 
di gioia o gemma y v'aggiunge anche la sineddoche, e F ap- 
pella collo specifico Qome di margherita j cioè di perla. 

35 36 com' acqua ricepe - Raggio di luce^ ec: come sen- 
za vemna separazione delle sue parti riceve T acqua dentro di 
sé la lace • — recepe , leggono V edizioni diverse dalla Nidob. , 
le quali però nel xxix. ai questa medesima cantica, if, 137., 
leggono tutte concordemente: 

Per tanti modi in essa si ricepe. 
37 al 4^ ^*«> ^^^ corpo ec: che fosse ivi Dante in anJma 
e corpo ne ha dubitato nel precedente canto, i^. 73. e segg. 
Coerentemente a cotal dubbio parla qui condizionatamente, e 

fa] Bob. Stef. T^es, ling, iat. «rt. Solidus. [b] Gitalo dal predetto Ro1>. 
Sief. ivi . [e] Vedine gli esempj riferiti dal Vocabolario della Crasca . 



/ 



4i PARADISO 

Di veder queli'essenzia, in che si vedo 
Come nostra natura e Dio s' unio . 

dice: «S* io colassù era corpo ( quasi aggianga , come v'è dub^ 
bio che fossi) j e qui non ec. (questo coi dae versi segg. è 
una interiezioue): e qui in terra ( •-» ma, secondo il Tordi! ^ 
e qui vale e in questo caso 4-« ) non si concepisce [a] , Qom^una 
dimensione ( l'aggiunto pel subbietto, la dimensione y ossia 
estensione 9 pel corpo, metonimia ) altra patio , altra dimen» 
sione ammise, sofferae con sé nel medesimo luogo. ^^ patio 
per patì , paragoge in grazia delia rima . — - Ch^ esser convien 
se corpo in corpo repe vale quanto : // che \h\ conviene die 
accada , se corpo in corpo ^ insinua ^ si compenetra ^ ed es- 
sendo questo verso una interiezione , o parentesi , i due prece^ 
denti versi non legano con esso , ma co' seguenti , Accender 
ne dovria ec, , cioè : se noi qui 'n terra non capiamo come 
una dimensione si penetri con altra , vie piii dovremmo desi- 
derare di ved^% alla scoperta quella divina essenza, in cui 
non solo comprenderemo come corpo con corpo penetrare per 
divino volere si possa, ma ogni altra piii mirabile cosa, e per- 
fino ^me si uniscano in Cristo in unità di persona la divina 
natura e Fumana. 

Repere ( chiosa qui il Venturi ) dice la Crusca , a//e- 
gando il Butiy significar propriamente entrar sotto , cioè 
sottentrare ^ quando sottentrare non è entrar sotto , ma en* 
trare nel luogo abbandonato e lasciato libero già da un 
altro ^ e propriamente repere in latino significa andar car^ 
pone, brancolando , o strisciandosi per terra» 

Il G)mentatore ( risponde lui il Rosa Morando ) aduna qui 
malizie e spropositi per pure opporre a questa sgraziata Cru- 
sca. Del significato di repere in quel Vocabolario non s'bft 
parola ; si cita il verso di Dante, e vi si suppone la sposizione 
del Buti : se corpo in corpo repe , cioè se corpo entra laten» 
temente in un altro corpo. Mirabil tratto d* accortezza è poi 
quel cangiare Ventrar sotto in sottentrare , che significa alcuna 
volta per traslazione l'entrar in luogo lasciato prima da altri 
vóto ; e mirabile sproposito si è pur l' affermare che il verbo 

fa] Di coneepe per concepisce , du concipiOf vedi Maitrofini, Teoria e 
Prospetto de' verbi Hai., sotto il verbo Concepire, wu a. [b] Del cAr 
per il che vedi Cìdod. Partic* 44* > >• 



CANTO II. 43 

Lì Sì vedrà ciò che tenem per fede, 4^ 

Non dimostrato, ma fia per sé noto, 
A guisa del ver primo che i'uom crede. 

sotientrare significar doq possa entrar sotto , mentre questa 
è la sua propria significazione , e il negar questo è lo slcsso 
che negare che soprapporre e sottomettere significhino mst* 
ter sotto e por sopra; e cosi dicasi di tutti i re Ai composti 
di due dizioni. Quanto poi alia Yoce repere j ch'è derivata dal 
greco efT» per metatesi, si usava, è vero 9 presso i Latini , 
quando di quegli animali si parlava , che o cortissime gambe 
hanno, o striscian la pancia per terra , come la lucerta e la 
vipera, e quindi rettili fur chiamati. Ma è vero altresì che 
dai Latini si osava parlando anche delle radici degli arbori , 
che si diffondon sotterra e propagano. Spatium autem radi* 
cibusjqua rcpant, lapidas praebent j si ha inG>lumella [a]: 
e cosi con somigliante significato usò qui questa voce il Poeta 
nostro per esprimere il penetrare d' un corpo in un altro cor- 
po. »-»Il Perazzini, coll'autorità del Tornaseli i , del i^. 4^* 
propone la lesione seguente s Come nostra natura in Dio 

43 al 45 Liy nella detta divina essenza. •^*Hic credimusi 
hic videbimus ec, dice s. Agostino, da cui Dante sembra che 
abbia tratto il senso, secondo che annota il sig. Portirelli. E. R* 
— IVon dimostrato , non per via di raziocinio deducendo, come 
fiicciam qui, una verità da un'altra, -^ ma /la perso notOj ma 
per sé stesso, immediatamente, indipendentemente da altre 
preconosciute verità , sarà a noi palese. — j^ guisa del *ùer 
primo che Vuom crede. Non potendo V uomo la prima verità 
che ammette, dedurla da altra preconosciuta y perchè la non 
sarebbe piii la prima , conviene ch'essa prima verità si faccia 
all'uomo nota, non per via di raziocinio, ma per sé medesi- 
ma. Addimandansi cotali prime verità da' filosofi massime^ 
assiomi. Il Vellutello pel uer primo intende Iddio; imperoc* 
chèj dice, ogni fedele ed infedele tien per fermo che sia una 
prima cagione; e questo per gli effetti ^ che sono le creature 
prodotte e create da quella . Non si avvede egli però che a 
questo modo non è Idaio per sé noto^ ma per raziocinio , per 
gli effètti y perle creature. »-»Sotto questa terzina il Torelli 

[«] Uh. 8. 



44 PARADISO 

Io risposi: madonna, sì devoto, 4^ 

Com' esser posso più, ringrazio Lui, 
Lo qual dal mortai mondo m'ha ri moto. 

Ma ditemi, che sono i segni bui 4^ 

Di questo corpo , che laggiuso in terra 

ha notato : « Non dimostrato va congianlo con le parole Lì 
» si vedrà , non con le seguenti , ciò che tefiem per fede i 
o onde bisogna distinguere con una virgola àoifo fede • E vuol 
» dire che quel mistero sarà compreso nel cielo non per yia 
» di raziocinio » ma intuitivamente y come i veri primi, ex. gr., 
» che il tutto è maggior d*una sua parte , e simili. » E questa 
virgola y dal Torelli voluta alla fiae del v* 4^*» ^^ troviamo ne' 
testi del sig. Biagioli e della E. B., per cui non abbiamo esi- 
tato ad introdurla anche nel nostro, «hi 

45 al 48 sì devoto , - Contesser posso più y vale lo stesso 
che colla maggior divozione possibile . — Quant'^ esser posso 
più , leggono l'edizioni diverse dalla Nidobeatina ; ma la par- 
ticella Si con la come fa miglior lega [a\ . «-^Anche il codice 
Poggiali legge come la Nidobeatina ; ma bisogna però accor- 
dare al sig. Biagioli che nella forma della lezion comune si 
sente un'enfasi tale, che in quella della Nìdob. svanisce affat- 
to; e, meditando egli sulla discordanza dell'antecedente sì colla 
conseguente quanto , conclude che nella forma della vulgata 
havvi ellissi di due proposizioni , cioè la correlativa del sì 
devoto, ch'è compio debbo essere y o l'autecedeute della Quan» 
t'esser posso più j che è son devoto tanto . Che se questo ri- 
piego non quadrasse, noi , a favore della lezione comune, di- 
remmo che ne' grandi autori certe negligenze grammaticali 
saranno sempre scusabili, ove si guadagni dalla parte del 
sentimento e della poesia. ♦-• ringrazio Luif Dio." dal mor* 
tal mondo m'ha rimoto f rimosso e dilungato, facendomi 
quassii giungere. Risponde a ciò che sopra detto gli avea Bea- 
trice : 

Drizza la mente in Dio grata , mi disse , 
Che n*ha congiunti con la prima stella . 
VevTuai. — rimoto per rimosso, detto in grazia della rima • 
49 So <^^^ sono i segni bui - Di questo corpo .- qual cosa 

[a] Vedi il Cìnon. Pariic. 56. 17. 



CANTO li. 43 

Faa di Gain favoleggiare altrui? 

Elia sorrise alqnaato; e poi : s'egli erra 52 

L'opinion, mi disse, de' mortali, 
Dove chiave di senso non disserra^ 

Certo non ti dovrien punger gii strali 55 

D'ammirazione ornai ^ poi, dietro a' sensi 
Vedi che la ragione ha corte l'ali . 

souo le nere macchie di questo lunare corpo. — cAe son li 
segni bìiij leggono Pedizioui diverse dalla Nidobeatina . 

ò 1 Fan di Cain ec,9 danno occasione al volgo di dire fin 
volosameute esservi Olino con una forcata di pruni . Vedi il 
canto XX. i^. 125. dell'Inferno: e tocca Ponda^Soito Sibilla y 
Caino e le spine . VxMTuai. 

5a 53 »♦ **egli erra - U opinion , ec. La voce egli non è 
qui pronome , ma un'elegante pai'ticella riempitiva, Simigliare 
aucLe oggidì a'Toscani, specialmente Fiorentini , come ai mi* 
gliorì scrittori. Poggiali. ♦-• 

54 Doi^e chiai^e di senso non disserrai dove i sensi non 
giungono a disserrare ^ ad aprh'e , a discoprire la natura del* 
la cosa. 

55 al 57 non ti doprien punger gli strali '^D^ammiraziones 
non dovresti esser tocco da maraviglia;' non ti dovresti mara- 
vigliare .-poi I dietro assensi ^f^edi che ec* poicbè vedi tu 
Lene che la ragione, seguendo i sensi , poco nella cognizione 
del vero può stendersi . Della particella poi per poiché vedi 
la nota al primo verso del e. x. del Purga Iorio; e ben di mez- 
zogiorno vuole il Venturi farci notte , chiosando che poi non 
e qui -per poiché f ma per oltreché, di sopra più, »-► 11 Volpi 
conforta V intendimento del Lombardi ; anclie il Poggiali pensa 
che poi sia qui apocope di poiché y esprimente per altro tanto 
più che. Ma col Veutmi stanno la E. B. ed il sig. Biagioli, il 
quale pretende che la sposiaione del Lombardi guasti il senti- 
mento 9 volendo dire il Poeta , che piìmierameute i sensi non 
v'arrivano; e secondamente che, quando vi arrivassero, si sa 
che la ragione, che non ha altra guida che i sensi, ha coite 
Tali. Noi propendiamo a quest'ultima interpretazione ^ per cui, 
a maggior chiarezza , e dietro l'esempio della E. B. e del sigt 
Biagioli, scgnamo una virgola dopo il poi in quistione. «-« 



46 PARADISO 

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi, 58 

Ed io; ciò che a'appar quassù divergo ^ 
Credo che 'i fanno i corpi rari e densi . 

58 al 6o Ma dimmi ec. Somministra il passo presente un 
invincìbile argomento cbe scrivesse Dante il suo Convito pri- 
ma di questa Ck>mmedìa . Imperocché confessa qui , e per le 
ragioni che fa da Beatrice allegarsi , depone Topinione nel Con- 
vito sostenuta, che le macchie della Luna non sieno altro che 
rarità del suo corpo , alla quale non possono terminare i 
raggi del Sole , e ripercuotersi così come nelValtre parti [a]. 
Né dall'essere il Convito opera imperfetta \b\ altro si può de- 
darre se non che , lasciato il Convito imperfetto , si applicasse 
tutto alia Commedia. Se Fautore delle Memorie per la vita 
di Dante unita avesse alle altre questa osservazione, avrebbe, 
credo, deposto il suo sospetto, che componesse Dante il Con- 
vito dopo Oliver egli terminata y se non tutta ^ almeno una 
buona parte della Commedia [e] . Stendendo noi anzi le ri- 
flessioni sovra Tuna e Taltra opera, paiono cose che ne deter- 
minino affatto al contrario . 

Dante nel Convito dassi chiaramente a conoscere igno- 
rante del greco idioma; imperocché, della Galassia parlando; 
Quello (scrive) che Aristotile si dicesse non si può bene sal- 
però j perchè la sua sentenza non si trova cotale nelVuna 
traslazione^ come nell* altra. E credo che fosse V errore de^ 
traslatori ec. Il testo greco di Aristotile esisteva ; e però in- 
tendendosi del greco linguaggio, avrebbe Dante potuto vedere 
in esso ciò cbe Aristotile dicesse. 

All'opposto nella Commedia ne dà il Poeta moltissimi 
contrassegni di peritia del greco linguaggio, massimamente , 
come già avvisai In£ xiv. i34* e segg., ove fa da Virgilio pre- 
tendersi che dal greco nome /?6>^e£o7z te dovesse Dante di per 
sé intendere che il cosi appellato fiume fosse appunto quel 
medesimo in cui vedeva il boiler deW acqua rossa [</J. 

Or per verificare ambe queste due notizie, egli non sem- 
bra possibile altro mezzo se nou se che Dante, dopo scritta 

[a] Tratt. a. cap. 14. \b] Ciò ri«aviisi da! medesimo Coni»iio nel priti- 
cipìoy ove proroelte il conienlodi quattordici cauzoiii, cioè di andict 
altre, «Itre lo tre comeoUle. [e] 5. xvni. [<^] hivcgga^i qael pas^o • 
queUii uota . 



CANTO II. 47 

f{aaiito ha scrìtto nel Convito, si applicasse allo studio della 
lingua greca , e perizia della medesima acquistasse prima di 
scrivere la Commedia • 

Vero è che questa conseguenza, aggiunta a quello ne 
manifesta Dante nel medesimo Convito, di averlo cioè scritto 
dopo provate le miserie del suo esilio [a]j ci obbliga a credere 
che molto tardi scrivess'egli la Commedia; ma ciò appunto si 
richiede dall'epoca dei fatti, de' quali per entro ad essa mo- 
strasi il Poeta notizioso [6 j . 

»♦ Si è disputato assai fra gli eruditi se debbasi a Dante 
la perìzia del greco idioma concedere o negare ; e mentre al- 
cuni vogliono eh' egli non solo quella lingua sapesse , ma che 
ancor la insegnasse , altri apertamente gli negano una tal lo- 
de. Il Dionisi, nel cap. xii. n. 5 ^ de* snoì ^neadoti ^ con buoni 
argomenti, tratti da sdtri autori, negò al Poeta nostro le gre- 
che lettere; ma nel cap. xni. dell'Opera stessa intese a prò** 
var tutto il contrario; e a quest' ultima opinione si sono di pre- 
ferenza accostati i signm*! De-fiomauis [e] e Biagioli [dj^ , 
malgrado la poca critica , la scipitezza ed inconcludenza de- 
gli argomenti , con cui dessa è difesa dal lodato filologo ve- 
inmese. 

La quistione darebbe luogo piii presto ad una disserta- 
zione che ad una nota. Noi non faremo che accennar di sfug* 
gita le ragioni che fanno per l'una e per l'altra delle predette 
opinioni , per venire in pit>posito pronunciando il nostro qual- 
siasi parere. 

Gli argomenti che si accampano a difesa della greca let- 
teratura di Dante sono i seguenti, i.^ Ch'egli usò parole e 
proverbi greci nell'Opere sue. a.^ Ch'egli parlò con onore di 
Omero, ed ebbe notizia d'altri poeti della Grecia. 3.^ Che al- 
cuni letterati contemporanei dell'Alighieri furono grecisti. 4*^ 
Che egli nelle seguenti parole della sua Vita Nuova, non pa» 
ret^a figliuola d'uom mortale j ma di Dio^ tradusse esatta- 
mente un passo dell'Iliade . 5.^ Che s'allegrò in un sonetto con 
Bosone da Gubbio, perchè il figliuolo di lui s*auvacciava nello 

fa] Tratt. 3. ««p. i5. [b] La elezione ( per aa esempio tra ì molti ) di 
Cao Grande , Siguor di Verona , in Capitano della lega ghibeilina , 
avf enula nel i3i8 solamente « e nondimeno dal Poeta nostro nel bel 
primo canto accennata, e perciò o successa gib, o prossima a succede- 
re • Vedi Inf. i . loi. e seg.» e quella nota . [e] Nota ( G) face. loo. e see. 
del voi. 5. di questa edizione. \d] Nota ai vv* i34* e seg. dei e. xiv. del- 
l' Inferuo. 



48 PARADISO 

Stile greco e francesco. 6P Qie insegnò il giieco. yP Final 
menie > che i bravi grecisti sanno riscontrare nella divina Com- 
media le altiche maniere e figure • 

Si oppone: 1.^ Che le parole e le sentenze greche osate 
da Dante nell* Opere sne sono pochissime, e che egli le appre* 
se da altri scrittori. A ciò potè bastare ad esempio il Grecsc* 
smo di EberardO) Operetta del secolo XII., di cui si valsero 
altri autori di que' tempi per far pompa di gi*eca erudizione. 
!àP Che Dante conobbe per fama i poeti Greci | cotanto dai La- 
tini in verso ed in prosa encomiati ed imitati . iP Che occu- 
pato egli tra gli stuuj della filosofia e le Opere da lui compo* 
stc, e in mezzo alle gravi distrazioni della povertà e deiresi- 
lio, non potè applicarsi allo studio di una lingua a que' tempi 
in Italia quasi al tutto perduta. 4*^ Che il ciuto passo dell'Ilia- 
de, che riscontrasi nella F^ita JVuouaj non è che traduzione 
di traduzione, ti-ovandosi nel lib. vii- cap. i. dell' £rica di 
Aristotile sin d' allora nella versione di Gian Comaro cosà 
vòlto di greco in latino: 

Aec iam hominis sioie morialis fiUus ille 
Esse uidebatur^ sed dìuo semine nalus. 
E questo passo di Aristotile trovasi appunto citato dal Poeta 
nel suo Convivio [a] dicendo : E non paia troppo alto dire 
ad alcuno y quando si dice e Perchè son quasi Dei^ die • • . . 
come uomini sono vilissimi e bestiali^ così uomini sono no' 
buissimi e divini; e ciò prova Aristotile nel settimo etel^ 
t Etica per lo testo di Omero poeta .11 qual testo è appunto 
il sopraccitato. 5.^ Che Tessersi allegrato con Bosone pei nix)- 
gressi del figUo di lui nel greco e nel francesco , devesi ri- 
guardare come un atto della sua magnanimità, spregiando 
egli il tristo ed inurbano esempio di que* tardi ed invidiosi in- 
gegni che tengono in altri a vile quelle doti ch'essi non pos- 
seggono. Al t>.^ poi , che ardi produne e spacciare per cosa 
evidente il Dionisi, non è d'uopo £ir lunga risposta. Vegga 
il lettore nel cap. xiii. dell'Aneddoto citato il modo con cui 
quel fu Monsignore tratta un si sgraziato argomento, e s'av- 
vedi'à di leggieri che una fantasia riscaldata , piii che la cri- 
tica e la ragione, gli resse allora la penna, e che le prove soa 
nulle o poco degne di un uomo enidito . In quanto al jP ed 
ultimo, che è pure del Dionisi, e che vuoisi da lui confortare 
coH'autorità del Sai vini e del Mehus, rispondei^mo: che il 

[aj 'frate iv.cap. 20. 



CANTO II. 4.) 

ììsGOntrare nelle Opere di Dante le maniere de' Greci , non 
prova ch'egli le togliesse da quelli. Anzi il Salvini il n<*ga 
•petto; e nel luogo stesso dal Dionisi citato, scorrendolo per 
intiero, troviam ch'egli disse: douersi tanto più ammirare la 
dignità del suo cervello (cioè di Dante), am^un^o perchè egli 
non ebbe [*erudizion greca per lo capo [a], E un po' più 
sotto, parlando del dipingere che fa Dante e porre sotto gli 
orchi le cose con tanta verità e con tante similitudini ora no- 
bili ed alte, ed ora basse ed evidenti, soggiunge: pregio di 
quella greca poesia eh* egli non i^ide , ma immaginò . In 
quanto al Mehus , sussiste benissimo che, parlando de' pochi 
eruditi nel greco dei tempi di Dante , disse : e chi sa che tra 
questi rari coltivatori non vi fosse il grande j^lighieri? 
Ma, oltre clic questa congliiettura è lievissima, sappiamo poi 
anche die il Mehus, scoperte eh' egli ebbe le Vite de' tre primi 
luminari di nostra lingua , scritte da Giannozzo Manctti , nel 
pubblicarle ch'ei fece in Firenze nel 1743 alla pag. xxxiv. 
ebbe a concludei*e; quamobrem graecas literas ignorabat 
Danies • 

A convalidar maggiormente l'opinione per noi seguita 
giova l'aggiungere: i.^Chc fra gli antichi scrittori delle cose 
di Dante, a lui contemporanei poco discosti, ninno havvene 
per avventura che di questa sua pretesa erudizione nel greco 
faccia parola. Si è ci^eduto che Benvenuto da Imola in una 
sua iàmigliare al Petrarca gli scrìvesse: ma io lo faccio per 
mostrare ai posteri di aver suscitalo i tre principi de* poeti 
dei fàostri tempi , i tre chiarissimi lumi della greca , della 
latina e della lingua volgare. Dante cioè , te medesimo, 
e Gio. Boccaccio [b]; ma è ripi*ovata tale asserzione dal Me- 
hus , il quale il suo discorso conclude col dire : o che Benve^ 
nuto fu un ignorante adulatore , o che la supposta lettera è 
falsa ed apocrifa. 2.^ Che il Manetti, autore di autorità gra- 
vissima , nella Vita del Boccaccio preferisce al sapere di lui 
quello di Dante , ma in questi termini : Caeterum Boccaccio 
ita pene in omnibus praestat , ut in paucis admodnm ac le'* 
vibus in graecarum scili cet literarum cognitione , qua Dar- 
TEs oMHiiro CABUiT* 3.^ Che, se Dante avesse letto nel testo 
g r eto Omero, siccome il Fontanini ha preteso , avrebbe di 

'«] Prosa xzxii. delle sue fiorentine, [b] Vedila riportata nella Vita 
4Ì4 Gio. Boccaccio di Giuseppe Beltozzi di Bassaoo , uremcMa alla sua 
tr^dasicme della Genealogia degli Dei, edìiionc dì \enexia 1S64. 



5o PARADISO 

lai profittato, siccome fa di Virgilio e di tant* altri poeti lati- 
ni ; ma dai confronti che se ne sono istituiti non risolta che 
r Omero italico profittasse in alcun lui^o del greco [ai]. 4*^ Che 
sarebbe troppo a Dante ingiurioso il sospettare che per mali- 
zia volesse egli ai posteri tacere la memoria de' suoi veri e 
sommi maestri j mentre nella sua grande Opera piegò più 
d'una volta l'ingegno a lodare tanti mediocri non più vivi alla 
fama che nelle sacre pagine della divina Commedia. 5.^ Glie 
se egli avesse il greco saputo i avrebbe avuta la destrezza di 
farcelo in qualche modo sapere» se non altro» greci versi in- 
quartando in quella sua canzone» Ahi faulx risj da lui com- 
posta, come ei dice» in lingua tritia^ in versi cioè proven- 
zali , latini ed italiani • 6.^ Finalmente » che il passo del Con- 
^'iyioj dal Lombardi sovraccitato » chiaro dimostra che ignorò 
egli la greca lingua ; che il di^e di non potersi sapere la sen- 
tenza di Aristotile intorno alla via lattea » perchè diversamente 
parlavano la traslazion vecchia e la nuova, è precisamente 
lo stesso che confessare di non esser atto a chiarirsene nel- 
r originale. Né giova punto il dire ch'egli potesse avere il 
greco appreso dopo scritto il Conwio. Ha già detto egli 
stesso » e come annota sopra il Lombardi, di averio scrìtto 
dopo provate le miserie dell'esilio; e la cosa è pur confer- 
mata da Gio. Villani» suo contemporaneo» il quale nel lib. 9. 
cap. i34* ci dice che in esilio cominciò Dante un comento 
volgare sopra quattordici delle sue canzoni morali» il quale j 
per la soproi/i^nuta morte , non perfetto si ritrova. 

Concludasi adunque che Dante non seppe punto di gre- 
co ; dalla qual conclusione noi crediamo che a lui più bella 
ne tomi anzi la lode, per aver saputo co' suoi modi toscani» 
colle sue inarrivabili similitudini» e colle sue immagini or di* 
ligate e care » ed ora forti e terribili » cotanto avvicinarsi e 
superar fora* anche a più d'un luogo que' sommi fina' Greci 
ch'ei non conobbe se non per fama. «-« 

quassù y nella Luna» — diverso y lucente ed oscuro, — 
Credo che *l fanno i corpi rari e densi. Supponendo essere 



[al ce Per dire cho Dante sapesse di greco* ed m greco avesse lelio 
>' Omero, bisogoa non aver letto lui;pereliè egli né nel Pceana né 
» aeir altra Opere dà mai iodìzio alcuno dì aver tentato il greco . » 
Cosi li march. Scipione Maffei nrl suo Ksaroe sul libro dell' Eioguem- 
ut italiana dtlPoutauÌDÌ> ioscritlo nel tom. a. delle sue Ossertmuoni 
letterarie . 



CANTO IL 5r 

Ed ella: certo assai vedrai sommerso Gì 

Nel falso il creder tuo, se bene ascolti 
L'argomentar ch'io gli farò avverso . 



la Luna > siccom* è la Terra , un adanamento di molti corpi , 
dice di credere che i corpi rari fanno nella Lana l'oscuro, e 
i densi il lucido ; per, cioè , non potere ( secondo Tallegato 
sistema } i l'aggi solari terminare e ripercuotersi dal corpo 
raro cosi come dal denso . 

6i al (y'ò m^ Dante adunque ha ritenuto sino ad ora che il 
raro e il denso sieno la cagione delle macchie lunari . Ora , 
mal contento di siffatta comune sentenza , qui la riporta ad 
unico fine di (aria dl| Beatrice confutare. Nel suo ragionamen- 
to ella intende pcrtal^to a mostrare al Poeta l'erroneità della 
surriferita opinione, ed a persuadergliene un'altra al tutto nuo- 
va, la quale per avventuri si scosta le mille miglia dal vero, 
e vai tanto meno della prima. Il suo discorso è tutto nelle 
forme filosofiche e di sua natura oscuro anzi che no ; né senza 
pena potrà al certo piii d'uno tener dietro al sottile argomen- 
tare della nostra Teologhessa. Riduciamo a breve tutto ciò 
ch'ella intende a provare cogli argomenti die mette in campo 
onde riuscire al suo fine. 

A mostrar falsa l'opinione di Dante circa le macchie lu- 
nari ella prova : i .^ Che il raro e il denso non possono esser 
cagione della diversità di mole e di splendore che si osserva 
negli astri . ^P Che le macchie lunari non sono prodotte da 
un ammasso di strati densi e di strati rari , uè tampoco da 
vani attraversanti da parte a parte il corpo lunare . 3.^ Final- 
mente, che le dette macchie esser non possono l'effetto della 
riflessione de'raggi solari in punti cavernosi e remoti dalla sfe- 
rica superficie della Luna. Resa vana così T opinione comune , 
passa quindi a risolvere con diversi principj fa quistione, sta- 
bilendo: i.^ Che l'Empireo piove la virtù sua nel primo Mo- 
bile; questo in quello delle Fisse, e cosi via via. ^P Che que- 
sta virtù ed il moto sono a ciascun cielo spirati da una par- 
ticolare Intelligenza motrice e dii*etti*ice di esso . 'iP Che TAii- 
gclo motore dell'ottavo cielo, ricevuta la emanazione della 
virtù divina, la comunica alla sua sfera , la quale se ne fa sug- 
gello onde ritenerla in se, ed imprimerla ne' cieli inferiori. 
4^ Finalmente, che questa virtù, sebbene discenda da unica 



V 



52 PARADISO 

La spera oliava vi diinoslra molli 64 

Lumi , li quali e nel quale e nel quaDio 
Nolar si possoQ di diversi volli. 

Se raro e denso ciò facesser tanio, 6^ 

Una sola virili sarebbe in luiii 
Pia e men disiribula, ed aliretlanio. 

origine , non è ana virili sola più e meno distribuita , ma una 
virlii diversa» cioè differeuiemeiile proporzionata alla natura 
ed al fiue de* corpi celesti , e quindi produttrice di effetti di- 
versi andie nell* esteriore apparenza. Cosi viene ella conclu- 
dendo che il torbido ed il chiaix) non sono un effetto della 
materia rara e densa, ma bensì della speciale virtù Ira&fnsa 
nell' astro I la quale agisce come principio formale, cioè come 
causa intrinseca, onde la cosa La il proprio essere piuttosto in 
un modo che in un altro • Questi estremi serviranno al discente 
di utilissima scorta alla piena intelligenza di questo cauto. 
Rileggendolo ^li da capo, proverà diletto pari alla durata 
fatica ; scorgerà molte bellezze di poesia e di stile non prima 
avvertite, ed ammirerà più di tutto come Dante, in una di- 
scussione di sua natura si complicata ed astrusa , abbia saputo 
sbrigarsi in si pochi versi , e con tanta precisione e chiarezza • ^^m 
certo assai cedrai sommerso - JVel falso , vale : conoscerai 
certamente molto falso • — £' argomentar ch'io gli farò av- 
ì^erso , gli argomenti ch'io farò contrarj al tuo credere , »-» a%^ 
verso è preposizione significante contro ^ come talora Vfidver^ 
sus o adi^ersum dei Latini . Poggiali* <-« 

64 al 66 La spera ottava ^ la sfera, il cielo delle stelle 
fisse, — 1^1 dimostra f vi espone alla vista, — nel quale ^ cioè 
•-►nella qualità sua 4-« nel più e men lucido , e nel quanta , 
•-►nella quantità 4-« nel più e meno grande. -— » // quali y noi 
quale e nel quanto y leggono l' edizioni diverse dalla Nidobeu- 
tina . -^ Notar si posson di diversi tKilfi^ veder si possono ti*» 
loro diversi . m^da diuersi volti j leg4;e la Nidob. Pobtibb&IìI. ^^m 

6y al 69 m-^Se raro e denso ec. Intendi : se solamente la 
rarità e la densità producessero cotale effetto* E. B. ^-m tanto 
per solamente y lat. tantum. Volpi . — Una sola virtù sareòhti 
intatti^ non sarebbe, cioè, in essi quella spceiGca varietà di 
virtudi , onde iMartc, per cagiou d'esempio, influisce ardijre e 



CANTO li. 53 

Virtù diverse esser convengon frutti -jio 

Di prìncipi formali j e quei, fuor ch'uno^ 
Seguiteriaao a tua ragion distrutti . 



non amore I Venere amore e non ardimento ec., ma influireb- 
bero tatti o amore, o ardire , o ec. -« Più è men ec. i ellissi 
insieme e sinchisi, come se fosse invece detto: Ej secondo il 
più e men denso j altrettanto più e men distribuita , e perciò 
senza esservi alcuna specifica variazione ^ imperocché , giusta 
lo scolastico assioma, plus et minus non variant speciem. 
•-^Torelli sotto il v. 69 nota: altrettanto^ cioè egualmente.^-m 
Ammetter Dante Y influenza degli astri eziandio sopra di noi, 
manifestasi per ciò che fa dire a Marco Veneziano : 

Lo Cielo i "vostri movimenti inizia [a^; 
e la specifica varietà degl* influssi dà abbastanza a divedere 
nel far che il bisavolo suo Gacciaguìda , valoroso soldato, na- 
scesse nella congiunzione di Marte col Leone [ft]. 

70 al 72 esser coni^engon frutti ^Di principi formali: deb- 
bon essere effetto di forme sostanziali diverse. La scolastica 
filosofia , ch'era la sola al tempo del Poeta nostro , insegnava 
essere dne i pf incipj di tutti i corpi , uno materiale , cioè la 
materia prima , in tutti i corpi la stessa, e Taltro formale , 
cioè la sostanziale forma, costituente le varie specie e virtù 
de* corpi . — e tjuei , pior ch*uno , - Seguiteriano ec» .• ed essi 
principj formali a tua ragion (al tuo ragionare, a seconda del 
tao stabilimento) veiTebbero distrutti tutti, fuorché uno; im- 
perocché una sola forma sostanziale in tutti i corpi , con so- 
lamente il più denso il pili raro (che non esigono forma cU- 
vejnsa), basterebbe a tutta la varietà che hnssi nei corpi . 

// raziocinio di Beatrice (avverte il Venturi) affnchè 
riesca air intento y deue supporre per pera questa falsa opi* 
nione , che le stelle fisse non abbiano luce propria , ma la 
ricadano dal Sole, come la Luna e gli altri pianeti; altri^ 
menti a supporre che abbiano la specifica luce propria pei** 
che non potrebbono avere %'irtù diverse in spezie con avere 
insieme la medesima rarità o densità? 

La supposizione, dico io, che anche le stelle fisse non ab- 
biglio luce propria, rendesi necessaria per poter concludere, 

[•] Parg. zu. 73. \h] Par. ivi. 37. e segg. 



54 PARADISO 

Ancor, se raro fosse di quel bruno 73 

Gagion che tu dimaudi, od oltre ìa parte 
Fora di sua materia sì digiuno 

Esto pianeta, o sì come comparte 76 

Lo grasso e '1 magro un corpo, cosi questo 
Nel suo volume cangerebbe carte. 

clie I se il raro e il denso nelle diverse parti del corpo lunare 
fossero la cagione del loro chiaro ed oscuro, sarebbe la stessa 
cagione ancbe nelle stelle dei loro diversi volti y pia e meno 
chiari . 

Cotal supposizione però non cade qui non avvertita dal 
Poeta , come sembra che il Venturi s* immagini ; ma è una con- 
seguenza di quel generale suo sistema» per cui, come ho detto 
altrove [a], appella il Soie specchio f e specchj parimente gli 
Angeli [&J; che il primo agente, cioè Dio, pinge la sua 
virtù in cose per modo di diritto raggio, e in cose per modo 
di splendore rinif^rberatoc onde nelP Intelligenze raggia 
la divina luce sanza mezzo ; neW altre si ripercuote da 
queste Intelligenze prima illuminate [ci: e nella Luna, ag* 
giungerem noi , e nei pianeti ripercuotesi dal Sole per le In- 
telligenze illuminato . 

73 al 78 m^yfncor^ se raro fosse di quel bruno ec* Sotto 
i w, 74 ^ 7^ 'I Torelli annota : « Ordina le parole a qaesto 
» modo: Questo pianeta sarebbe in parte (cioè dove appar chia* 
» ro) digiuno di sua materia oltre , cioè da banda a banda.a»4-« 
Cagion che tu dimandi» Omettendo Vartìcoìo^ dice cosi invece 
di dire: la cagion che tu dimandi, che tu cerchi di sapere. 
— od oltre in parte ^Fora ec. Costruzione: O esto pianeta, 
la Luna , fora in parte , in alcuna parte della sua estensione, 
di sua materia sì digiuno , scarso , mancante di materia, sicco- 
me tu pensi. — oltre vale qui lo stesso che da banda a banda, 
come il latino trans, onde si formano transverberare ^ tran^ 
slucere ec; equivale perciò tutta la proposizione a quest'altra; 
o passerebbe il raro in alcuna parte tutto il corpo lunare 
da banda a bandaf-^ o si come ec.i o veramente» a quel modo 
che un corpo d'animale sovrappone il grasso al magro, cosà il 

[a] Pupg. IV. 6a. [b] Par. iz. 6i. [e] Convito, tratt 3. cap. 14. 



CANTO II. 55 

Se 'I primo fosse, fora maDifesto 79 

Nell'ecclisse del Sol, per trasparere 
Lo lume, come in altro raro ingesto. 

Questo non è; però è da vedere 82 

Dell' aliro : e s' egli a v vien eh' io l' altro cassi , 
Falsificato lia lo tuo parere • 

S'egli è che questo raro non trapassi, 85 

Esser conviene un termine, da onde 
Lo suo contrario pia passar non lassi j 

£ indi l'altrui raggio si rifonde 88 

lunare corpo cangerebbe carte nel suo volume , ammucchie* 
rebbe strali densi e rari ; metafora presa dai libri , de^quali le 
ammaccbiate carte» a guisa di strati , ne formano il corpo . 

8081 NelCecclisse del Soly quando la Luna è sotto al 
Sole. — trasparere ^r trasparire j oltre dello stesso Poeta 
nostro qui ed altrove, adoprano altri pure. Vedi il Vocabola- 
rio della Crusca . — come in altro raro ingesto; ellissi: come 
fii il lame ingesto 9 intromesso in altro corpo raro , talmente 
che la mancanza di materia trapassi tutto il di lui volume da 
banda a banda • 

8a Questo non è; altra ellissi , per cui tace la particella 
fiM, o simile y cbe andrebbe premessa. 

83 Deltaltroj dell'altro membro della premessa disgiun- 
tiva. VBHTURf. — > cassi f annulli • 

84 Falsificato fia, sarà dimostrato falso • 

85 non trapassi , da banda a banda . Vbvtvbi. 

86 87 un termine j un limite , un confine. — da onde , dal 
quale» pel quale [a], — Lo suo contrario j il contrario del 
raro j cioè il denso • — più passar non lassi ^ intendi 1/ lume . 

88 Caltrui raggio > il raggio vegnente a quello da altro cor- 
po lucido, «^ si rifonde , antitesi m grazia della rima» per si 
n/bm/i (ribattasi ) 9 che nella terza persona del congiuutivo 
presente dir si poteva in luogo di rifonda^ come dicevasi metiij 
*^g8^^9 ^^SS^i ^^* invece di metta ^ ^^gg^ì l^ggf^ ^^* [^] - 

f«] Della particella dal invece di per vedi Cìdoo. Partic* ;o. 8. [b] Ve- 
di il Prospetto de*verbi toscani negli acctanati verbi . 



y 



56 PARADISO 

Così, come color torna per- vetro, 

Lo qual di retro a sé piombo aasconde. 

Or dirai tu ch'ei si dimostra tetro 91 

Quivi io raggio pia che ia altre parti, 
Per esser li rifratto più a retro. 

Da questa instanzia può diliberarti 94 

Esperienza , se giammai la pruovi , 
Ch'es§er suol fonte a' rivi di vostr'arti. 

Tre specchi prenderai, e due rimuovi 97 

Da te d'un modo, e l'altro più rimosso 
Tr ambo li primi gli occhi tuoi ritruovi: 

Rivolto ad essi fa* che dopol dosso 100 

89 90 come color torna per vetro , -^Lo qual ec^: come i 
colorali raggi, formauti rimmaginc d'alcun obbietto, pene- 
trano la grossezza del vetro dello specchio fino al piombo che 
gli sta dietro , e sol dal piombo vengono ribattuti indietro . 

91 al 93 ch'el si dimostra tetro -^Quivi lo raggio ecc che 
nella Luna, nella parte dov'è la macchia, il raggio della luce 
SI fa vedere oscuro, perocché ivi è rifratto, ribattuto [a], piii 
a retro y in parte piii dalla superficie risguardante il Sole ri- 



mota. 



9Ì a| 96 Da questa instanzia ec. Costruzione: Esperienza, 
1 esperienza , che suol esser fonte aerivi di vostr^arti eh' è 
quella onde solete dedun-e i sistemi vostri filosofici, può , se 
giammai la pruoui, la fai, dilìberarti da questa instanzia. 
— instanzia appellasi nelle scuole il replicai-e che si fa con- 
tro alla risposta data all'obbiezione. ■-►Aristotile dice nella 
Metafisica, che dal senso nasce la memoria, e da molte me- 
mone rcspericnza, e da molte esperienze l'arte [A]. E. F.4^ 

99 gli occhi tuoi ritruoi^i per agli occhi tuoi si presenti. 

1 00 dopo 7 dosso y dietro alla schiena . 

[fl)Vedi raggcuivori/ralto.1 medesimo seofo di rifraf/iito anche Pure 
e. XV. sa.j e, quantunque ia moderna fisica altro intenda per rifratione 
ed altro ^^r riflessione , ossia ripercoasionc, in realtà nondimeno Unto' 
fraiigesi la direzione del raggio io passando per una lente, quanto da uno 
specchio nhatten Josi. [h] Vedi T. Tasso, Dial. llFicino, tom. iv. fac. 7. 



CANTO II. 57 

TI stea UQ lame che i tre specchi acccDda , 

E tomi a te da tatti ripercosso : 
Beochè nel quanto tanto non si stenda io3 

La vista più lontana, li vedrai ^ 

Come convien ch'egualmente risplenda. 
Or come ai colpi degli caldi rai 1 ò6 

Della neve riman nudo '1 saggetto , 

E dal colore e dal freddo primai ; 
Cosi rimaso te nello 'ntelletto 109 

Voglio informar di luce si vivace, 

Che ti tremolerà nel suo aspetto . 
Dentro dal ciel della divina pace 1 1 2 

101 stea per stia [a]. *— accenda per illumini. 

io3 al io5 Benché nel quanto ec. Costruzione t Lì , in co« 
tale esperìmentOy vedrai come convien ch'egu^Umenie risplen- 
da la vista (per Tobbietto, per la iIluimiiazione)|iiii lontana^ 
benché nel quanto y nella grandezza , tanto non si stenda , 
inieudi quanto le vicine illuminazioni. Dunqae (tacitamente 
condude), sebbene in alcune porzioni della Luna sì ribattes- 
se la solare luce da parti più dalla superficie rìmote, ciò non 
basterebbe a £aur di luce buio, come apparisce . 

107 7 suggetto ^Della neve appella la materia della stes- 
sa neve . 

108 £ dtd colore ec. Aggiunge la conseguenza del rima- 
nere il suggetto nudo » spogliato 9 della neve , ch'è di rima- 
nere eziandio spogliato del bianco colore e del freddo che la 
neve ba in sé stessa, m^dal candore e da freddi f legge la 
Kidob. Poeti AELLi. <-« 

109 al III rimasD te nello intelletto ^ intendi spogliato 
del primiero errore • — informar per illuminare . — sì vi- 
vace ^ * Che ti tremolerà nel suo aspetto : che ti si renderà 
scintillante al paro de' piìi vìvaci celesti Inmi . 

1 12 al 1 14 Denudo dal ciel della divina pace ^ dentro del- 
Tempireo cielo, dove nella contemplazione d* Iddio godono ì 

[a] Vedi Blastroiìni , Teoria e Prosp. de'verbiitml. al verbo Stare, n. ìCk 



58 PARADISO 

Si gira un corpo, oella cui virtute 
L'esser di tutto suo contento giace. 

Lo ciel seguente ch'ha tante vedute, 1 15 

Quell' esser parte per diverse essenze 
Da lui distinte, e da lui contenute. 

Gli altri giron per varie differenze 1 1 8 

Le dìstinzion , che dentro da sé hanno , 
Dispongono a lor fini e lor semenze . 

beati eterna pace — Si gira un corpo j il ciclo dello primo Mo^ 
bile [a]; ed essendo questo immediatamente sotto deirempireo, 
bene è detto che giri denti*o di qnello • — nella cui viriate^ in* 
tendi| dall'Empireo ad esso comunicata , — L^ esser di tutto suo 
contento giace, ha fondamento l'essere d^ogni cosa dentro di 
lui contenuta, de' cieli e della terra, e di tutto ciò eh* è in 
essi . — contento per contenuto , ad imitnione de' Latini , 
adopera Dante ancne altrove [6] . 

1 15 al 1 17 £o ciel seguente j P ottavo cielo , quello delle 
stelle fisse 9 «^ cVha tante vedute e vedute per le stelle fisse, 
che sono come tanti occhi del cielo. Catullo negli endecassiUabi: 
jiut quam sidera multa ^ cum tacet nox , 
Furtivos hominum vident amores . 
Volpi. — QuelPesser , quella virtù che riceve dal nono cielo, 
— parte per diverse ec^ scompartisce per le stelle di essenza 
tra di loro varie , contenute in quel cielo bensì , ma dal mede* 
simo distinte. m^Da lui distratte al v. 117. la Nidob. 4-« 

1 18 al lao Gli altri giron y gli altri cieli ( i sette cieli in- 
feriori , cioè di Satpmo , di Giove, di Marte, del Sole, di Ve- 
nere, di Mercurio e della Luna [<?])>— per varie differenze ec. 
Costruzione: Z^iJ/'ong'ono, impiegano, aVor/f/it e lor semenze , 
a* loro effetti, le distinzion che dentro da sé hanno j che hanno 
tra di loro, per varie differenze ^ per virtii varie a ciascuno da- 
te.»-^ E vuol dire che ognuno degli altri cieli spande la diversa 
sua virtuosa influenza al diverso sno fine, al quale dal Crea- 
tore fu ordinata • Dice per varie differenze j perchè variate o 
diverse sono le distinzioni , cioè le distinte virtii che hanno , 

fa] Vedi ciò ch'è detto nel canto precedente» v, 77. [b] Vedi per un 
«setti pio Inf. II. 77. [e] Cosi Dante ttesfto nel Convito, tratt. b. cap. 4« 



CANTO II. 59 

Questi organi del mondo così vanno, 1 2 1 

Come tu vedi ornai , di grado in grado , 
Che di su prendono , e di sotto fanno . 

Aiguarda bene a me sì com'io vado 1 a 4 

Per questo loco al ver che tu disiri , 
Sì che poi sappi sol tener io guado . 

Lo moto e la virtù de* santi giri , 17'j 

Come dal fabbro l' arte del martello , 

varj i fini ai quali intendono , e varj gKejBeUi che producono. 
BuGiou . <-« 

131 Questi organi del mondo e questi cieli adunque ^ che 
sonocome gli organi e le principali membra del mondo. Vehturi. 

123 di su prendono ec? ognuno dal suo superiore cielo 
prende virtii , e l'esercita nel suo inferiore. — Fare^ chiosa il 
Volpi ottimamente, per operare , agire y contrario di patire. 

124 >^^ '' compio t^ado ^ Per questo loco al ver che tu 
disiri i in qual modo per questa materia io procedo ad isco* 
prire la venta che tu desideri di conoscere • — * Un codice in 
lingua volgar fiorentina , scrìtto , per quanto crede il eh. sig. 
Professor Ciampi , sulla fine del secolo XIV. , per essere su 
pergamena vecchia raschiata, posseduto ora dall'onorevole Lord 
Glenbervìe, eruditissimo delle italiane lettere , e dal medesimo 
gentilmente prestatoci per gli opportuni confronti , legge nel 



è stata veduta in quattro codici dai sigg. Accademici; ma forse 
pel picciolo lor numero è stata rifiutata. Ogni qustl volta ci 
verrà fatto di citare il codice suddetto , lo chiameremo dal no** 
me dell'illustre suo proprietario codice Glenberuie^ E. R. 

ia6 sol, tu solo , da per te stesso, seoz' altra guida. ^^ tener 
lo guado e guado propriamente è quella parte del fiume , dove 
può passarsi a guazzo senza perìcolo ; e però metaforicamente 
dice il Poeta : Sì che poi sappi sol tener lo guado invece 
di direi Sì che poi sappi da per te stesso in questa materia 
sicuramente filosofare . 

1 37 al 1 39 £0 UMto e la virtù ec. — ^iW pone qui per 
sfere , per cieli; e santi gli appella , pcrcliù, come dice , dai 



6o PARADISO 

Da' beali motor convien che spiri. 
E 'i cìel, cui tanti lumi fanno bello, iSo 

Dalla mente profonda che lui voi ve, 
Prende Timage, e fassene suggello. 

beati motori j dagli Angeli , ricevoQO ogni lor movimento e virtù 
d* influire 9 iu quella guisa die il martello riceve dal falibro e 
la forma di martello e la forza di operare • — che spiri vale 
quanto che esca. »-^cc I mòvitori dei cieli ( dice Dante stesso 
u nel Convivio ) sono sostanze separate da materia , cioè lutei- 
» ligenze 9 che la volgar gente chiama Angeli ( fac. 1 09 )• E fauno 
» (fac. 1 14) 1& loro operazione connaturale ad essi , cioè Io mo- 
39 vimento del loro cielo ( secondo la i^irtù di cui sono natura^ 
Hi ti). Questi mòvitori f fac. 1 15 ) muovono , solo intendendo 
» la circnlazione di quel sugi^etto proprio che ciascuno muo- 
39 ve; e la forma nobilissima del cielo 9 che ha in sé principio 
a» di questa natura passiva , gira toccata da virtii matrice clie 
» questo intende. E dico toccata non corporalmente , ma per 
» tanto di virtù, la quale si drizza in quello. E saper si vuo- 
» le ( fac. 118) die li raggi di ciascun cielo sono la via j per 
J9 la quale discende la loro virtii in queste cose di quaggiù. » 
Questi passi del Convivio si riportano dalla E. F. come a chic* 
sa di questi versi . 4-« 

]3o al \Zik E 7 cielj cui tanti lumi fanno hello y il cielo 
delle stelle fisse . — Dalla mente profonda che lui i^ohe^ da 

3 nella Intelligenza da quelPAngelo, da cui è mosso, — Pren^ 
e /* imago , e fassene suggello . Dee questa intendersi espres- 
sione metaforica presa dal metallo, che, ricevendo T immagine 
ossia r incisione , diventa sigillo, atto a far esso alu^e immagini, 
^ e come se «fosse invece detto ; Riceve dalla motrice sua In'- 
telligenza forma e uirtù per agire esso sopra gli altri cieli 
inferiori . ^ imago per immagitie , alla francese . 

Il Venturi, materialmente intendendo, /^/mafi^ ( chiosa ) 
improntato deUV immagine . Finzione poetica , se non piut" 
tosto grossa fantasia di questa teologhessa . m~^ In questo 
luogo Dante ebbe in vista quei versi di Severino Boezio , che 
contengono la più sublime platonica filosofia : 

Tu triplicis mediam naturae cuncta moventem 
Connectens aninuun per consona membra resolvis •* 
Quae cum secta duos motum glomerauit in orbes > 



CANTO IL 6i 

In semel rediiura meat, mentemque profundam 
Circuita et simili corwertit imagine caelum . 
Dice Dante : il moto e la virtù di ciascun cielo procede dalla 
sua lutélligeuza motrice o angelica , come l'arte fabrile proce- 
de dal &bro. Ma il complesso de' cieli e degli astri, cioè rUui- 
TersOy prende l' immagine dalla niente profonda che Io muo- 
Te in giro, e se ne ]uipix)nta. Questa mente, secondo i Plato- 
nici, è Tanima del mondo. E dice /;ro/bn^a , perchè ha, per 
cosi dire, le sue radici in seno alla Divinità. L'anima del 
mondo si risolve per le sue mcml>ra, o per i suoi organi y che 
sono i cìeìiy per consona membra resolvis , come l'anima no- 
stra si risolve per le membra corporali confoiinate a diverse 
potenze. E cosi moltiplicandosi perle stelle, cioè riflettendosi 
e diffondendosi per i corpi celesti , gira sé sopra sua unita^ 
<e.* In semel rediiura meat ( Vid. Piai, in Timaeo et Nolas 
Renati frollini ad tib. ni. Consolai. Philos. ). Ma con piii 
sana esposizione può dirsi che Dante , il quale suppone anche 
nel Conviìfio chele sostanze angeliche, o Intelligenze, muo- 
vano ciascun cielo , intenda poi che una suprema Intelligenza 
motrice, che è Dio, ordini e diriga il movimento generale 
dell'Universo; e chiami mente profonda questa sovrana In<* 
telligenza, di cui sono ministre le Intelligenze angclidie motrici 
dei corpi celesti. Tutta questa sposizione è tolta dalla £. F* 
Or D'oviamo che anche il Landino ed il Vellutello per questa 
mente profonda ìntemlono la infinita mente di%fina , e ricoi"- 
daiìo entrambi il mentemque profundam dei sovraccitati ver- 
si di Boezio. -^ Ma a difesa della piìi comune intelligenza var- 
ranno certo le seguenti riflessioni del eh. sig. professor Pa- 
renti, che ci giova di qui riportare quali appunto, a nosti*a 
inchiesta, in ima gentilissima sua si compiacque di comuni- 
carci. = E fuor di dubbio che Dante qui parla dell'ottava spe- 
ra, cioè del óiAo fallo bello dalle stelle fisse. Per la regola ge- 
nerale che questi organi, oppure ordini del mondo ( come leg- 
ge il ms. Estense ) prendono l'essere da' superiori, e lo comu- 
nicano agl'inferiori, non può la spera ottava ricevere imme- 
diatamente la sua virtù dal decimo cielo, ossia dall'Empireo, 
dove Dio è il vero ordinatore d'ogni movimento, e il principio 
di ogni bontà ; ma bensi dalla nona spera, ossia dal cielo cri- 
stallino , che è il primo mobile , nel quale è ri^iosto T essere 
di tutto ciò che è contenuto inferiormente. Questo nono cie- 
lo ha il suo amor che il volge j prendendo dal ciclo superio-* 
re, e operando nel susseggueute , cioè accendendosi nella 



6i PARADISO 

£ come l'alma dentro a vostra polve , 1 33 

Per differenti membra, e conformate 

A diverse potenzie, si risolve; 
Cosi rintelligenzia sua bontate : 36 

Moltiplicata per le stelle spiega , 

Girando sé sovra sua unitate . 
Virtù diversa fa diversa lega 139 

mente divina^ e piovendo la sua virtù neiriaferìore spera ot- 
tava (Par. xxvii ). Quindi mi pare che, senza invertei*e il si- 
stema de' moti e delle influenze celesti, non s'abbia a supporre 
preso dal decimo cielo ciò che si opera nell' ottavo . Ora que- 
sto cielo ottavo , che trasfonde e parte per diverse essenze 
T essere ricevuto dalla spera superiore , aebbe avere immedia- 
tamente la sua intelligenza motrice . Ma se appunto la mente 
profonda volve per suo ufficio non già tutta la macchina mon- 
diale , ma soltanto il cielo , cui tanti lumi fanno bello j pos- 
siam conchiudere che per questa mente è abbastanza indicata 
l'Intelligenza motrice della propria spera. Forse il Poeta la 
disse profonda ( e notisi che questa qualificazione è sastan- 
zialmente diversa dalla divina del e. zxvu. ) peixhè volle si- 
gnificare l'unità di lei interna e nascosta, quantunque este- 
riormente la sua immagine venga ritratta, e la suh bontà 
moltiplicata in quante stelle adornano siffatto cielo. Se questa 
sentenza non è la vera, o almeno la più verisimile ( moaesta- 
mente conchiude il lodato Filologo modenese ) mi resta solo 
da ritirarmi fira coloro ai quali dall' ardiu sua nave grida il 
Poeta in questo medesimo canto : 

Tornate a riveder li vostri liti . = 4-« 

i33 al i38 a vostra polve ^ al vostro corpo fatto di polvere, 
di terra, si risolve , si scomparte , Per membra differenti e 
conformate , atte a diverse potenzie , cioè al vedere , ndire 
ec. Così Vlntelligenzia, la motrice, intendi, dello stellato 
cielo. Girando sé sovra sua unitate , non si dipartendo dal- 
l'unità di sua natura, continuando essa nella sua unità, spie» 
ga sua bontate moltiplicata per le stelle j diffonde la bontà 
sua, e nella moltiplicità delle stelle rendela m'olliplice. 

i39 al i4i flirta diversa ec.c adopera essa motrice Intel- 
ligenza in ciascuno di qne* preziosi corpi y in ciascuna stella , 



CANTO II. 63 

Col prezioso corpo ch'elFavviva, 
Nel qual, sì come vita in voi , si lega. 
Per la uà tara lieta onde deriva, 142 

La virtù mista per lo corpo luce 

a cai quasi a darle TÌta si lega, varia virtù , dando a chi una 
influenia^ed a chi un'altra. — cV eir awiuay legge la Nido- 
beatina; che ravifiuaj l^gono l'altre edizioni. Ma giacché 
spiega U Volpi che in questa comune lezione la pongasi per 
ellay e di necessità così dee spiegarsi , gioverà la Nidobeatina 
lezione a rimoveme ogni dubbiezza • m-^ Anche il Torelli , ri- 
portata la lezione di Crusca, sotto vi nota: « Leggi meglio: 
» Col prezioso corpo y eh* ella an^viva. Vedi le antiche edi- 
M zioni. 3» — Cosi, e non altrimenti, vuol pure che si legga il 
Peiazzini, il quale riporta questa terzina, notandovi sotto e 
a losephus Torellus: Haeclectio extra dubitationis aleam pò- 
» sita est; ut mirandum sit, quomodo adhucusque tot eruditi 
» legerint che C ai^ffiva. Virtus enim, de qua loquitur Dan- 
u tes , ìpsa est, quae caeli corpus vivificai, ut docet Vellutel- 
» los, cuius haec sunt verba: che ella avvita, cioè il quale 
a» ella y mediante il moto che da lei li viene j vivificata. Anche 
nella El. F. si nota che il sentimento , appoggiato all' autorità di 
buoni mss* , richiede che si legga cV ella avviva . «- L'Ano- 
nimo poi, conformemente ad altri molti codici veduti dagli Ac- 
cademici, al V. \^\. legge; siccome vita in lui^ come anno- 
tasi nella El. F. sovraccitata . <-« 

14^ 1 4^ '^ /la/Kra lieta della motrice Intelligenza , delPAn- 
gelo motore. — La virtù mista per lo corpo . Tolgo una virgola 
comunemente situata m mista e per ^ e mista per lo corpo in- 
tendo che vaglia quanto diffusa pel corpo della stella . »-► Ma 
il sig. Biagioii pretende che debba togliersi anche l'altra dal 
Lombardi lasciata tra corpo e luce, e che s'abbia ad inten- 
dere non mista per lo corpo f ma si luce per lo corpo ^ a fare 
che sia giusto il termine comparato. — Alla sentenza del sig. 
Biagioli soscrivesi anche il eli. sig. Professor Parenti, da noi 
in proposito ricercato, sembrandogli che la corrispondenza dei 
due termini del paragone importi naturalmente questo senso: 
La viriti luce pel corpo j come la letizia per la pupilla. Avvi 
inoltre, secondo lui, una ragione di costrutto, trovando egli 
ben conforme all'indole della nostra lingua il dire luce per un 



64 PARADISO 

Come letizia per pupilla viva. 
Da essa vien ciò che da luce a luce 1 45 

Par differente, uon da deoso e raro; 

Essa è formai principio che produce, 
Conforme a sua bontà, lo turbo e *1 chiaro. 

corpo 9 ma non così forse mista per un corpo in luogo di mista 
con un corpo f e conchiode osservando che il Vellutello non 
Tintese diversamente, dichiarando: luce per esso prezioso 
corpo • • . • Luce e si dimostra per te sue stette. 4-« 

i44 Co^ne letizia eci come la letizia dell'animo nel vivace 
brillare delle papille. Vevtvii. 

145 146 CIÒ ette da tuce a tace - Par differente z la diffe- 
renza che apparisce tra lace e luce . Chiosando il Landino , 
Vellutello ed altri , che da luce a luce dicasi per da stella a 
stella j riflette il Venturi esser meglio il prendere da luce a 
luce in generale , acciò si possa applicare ad una medesima 
stella , o pianeta, che in diverse parti del suo corpo apparisce 
più e meno lucida, e quasi macchiata come la Luna, le cui 
macchie sono il subietto della presente quistione • 

Quasi poi a scioglimento di questa me<]esima quistione 
aggiunge il Venturi: Dopo trovato il canocchiale^ scoperà 
tosi che la Luna è cotne la Terra , vedendosi nel suo globo 
monti y valli y pianure ^ laghi ^ fiumi, mari, isole ee., non reca 
più maraviglia se mentre il Sole co* suoi raggi batte nella 
Luna, non riflette la luce da ogni sua parte atris tesso me 
do ; anzi abbia tant^ombre , o macchie . 

Laghi però, fiumi, man ed isole non ammette nella Luna 
neppure chi moltissimo il canocchiale verso della medesima 
Luna dirizzò. Cristiano Ugenio (Cosmotheoros , lib. 3.). 

i47 i48 formai principio , cagione intrìnseca. — * Confor» 
me a sua bontà, conforme il ripartimento e V impressione della 
sua energia. Veutuei. ^ turbo, addiettivo, per oscuro , tor^^ 
bido* Volpi. 



CANTO III. 



ARGOMENTO 

Jn questo terzo canto pone Dante, che nel cerchio 
della Luna si trovano Vanirne di quelle Donne y 
che han fatto voto e profession di verginità e reli- 
gione^ ma che violentemente n'erano state tratte 
fuori; delle quali gli vien dato contezza da Pie- 
carda, sorella di Forese* 

y^neì Sol , che pria d' amor mi scaldò '1 petto , i 
Di bella verità m'avea scoverto ^ 
Provando e riprovando, il dolce aspetto; 

Ed io, per confessar corretto e certo 4 

I Quel Solj Beatrice. •-» Cosi intenderai in quanto alla let- 
tera ; e nel senso morale ed anagorico : la Teologia ^ che a sé 
lo tenne, e come sponesi nella E. B. — E dello stesso inten- 
dimento si mostrò pure l'Anonimo, citato dalla E, F., chio- 
sando: « Quel Solj che ec.y Beatrice: ella fue il suo primo 
a amore in carne; e la Teologia è il primo amore dello spi- 
»rito. »4-« che pria, mentre nel mondo vivcTa, d'amor mi 
scaldò ^l petto [a]. 

a 3 Di bella ec. G>struzione: Provando (la vera sua sen- 
tenza ) e riproi^ando ( la falsa opinione mia ) , m^avea scoverto 
il dolce aspetto di bella verità j la vera cagione delle mac- 
chie lanari, m^ Di bella {ferità . . . . lY dolce aspetto • Questa 
espressione, dice il sig. BiagioH, dimostra quanto al Poeta fu 
cara la yerità, della quale fu tanto l'anima sua passionata . 4-« 

4 al 6 Ed io j per ec. Costruzione: Ed io j per confessar 

[a] Tedi la nota al aaoto li. deiriuferno^ y. 70. 

r«L IH. 5 



66 PARADISO 

Me stesso, tanto, quanto si convenne, 
Levai il capo a profferer più erto . 

Ma visione apparve, che ritenne 7^ 

A sé me tanto stretto , per vedersi , 
Che di mia oonfession non mi sovvenne . 

Quali per vetri trasparenti e tersi, 10 

O ver per acque nitide e tranquille , 
Non sì profonde che ì fondi sien persi , 

me stesso corretto (emendato dalla primiera falsa opinioue ) y 
e certo ( della nnova scopertami cagioue ), lev^ai il capo ( die 
prima meditabondo teneva abbassato ) tanto quanto si con* 
ffenne (abbisognò ) a profferer ^ a proferii'e [a], ialendi,^* 
rote f a parlare . 

7 al 9 visione per oggetto* »^Ma dice visione ^ come an- 
nota il Biagioliy ad indicare di avere da prima veduti quegli 
oggetti j e come dice nei w. io. e scgg. 4^ che ritenne ec. 
Costruzione: che per vedersi (che acciò fosse da me veduta 
bene ) ritenne me a sé tanto stretto ( tanto applicato) , che 
ìion mi sovvenne di ma confessione, di confessarmi corretto 
e certo, m^ corretto dell' error mio; certo della scopertami 
verità. BiAGioi.i.4-« 

IO •-♦A dimostrare come tenui tenui venivangli ali* occhio 
ì lineamenti di quell'anime apparitegli , adopera queste simi- 
litudiniy espresse con si cara grazia , che piii Dante stesso non 
potrebbe. Buoiou. «^ Per vetri trasparenti e tersi 9 traspa- 
renti da banda a banda 9 e cosi non specchj ; perchè gli spec- 
chi riflettono l'immagine ben espressa, e nou con quella te* 
nuità che Dante qui vuol esprimere • Vbntuai. 

1 3 Non sì profonde che ec* perchè j se l'acqua è mollo 
profonda 1 già fa specchio y e ci si vede l'immagine molto ben 
espressai e non debole ed evanida, come vuole che s'intenda 
il Poeta. Vellutelloe Daniello comentano al rovescio, dicendo 
che la profondità dell'acqua impedisce la riflessione dell* im- 
magine. Vbvtuii. 

fa] Di profferere^tT profferire ^itàmt allri CMmp) acl VocahoUrìo 
dttla Crmsca, 



CANTO HI. Cyj 

Tornan de' nostri visi le postille 1 3 

Debili si, che perla in bianca fronte 
Non vien men tosto alle nostre pupille j 

i3 dè'nostrìyisi le postille. Esponendo i Compilalon del 
Vocabolario della Crusca che postille si dicono guelle palmole 
brevi e succinte che si pongono in ntargine a* libri , in di" 
chiarazion del testo, e non potendo una tale spiegazione adat- 
tarsi al presente passo di Dante , sonosi perciò trovati sforzati 
a seguii*e 1" insegnamento del Buli e d'altri Sposi tori , e a dare 
a postilla j oltre al detto senso, quello ancora d'immagine^ 
figura j rappresentazione. 

Non fondando però essi Comentatori cotale spiegazione 
su d'altro esempio che di questo stesso di Dante, io piuttosto 
direi postille essere state ai tempi del Poeta appellate, come 
panni che anche a' di nostri si appellino, non le marginali di- 
chiarazioni solamente, ma eziandio quelle semplici linee, o se- 
gni qualsi vogliano , che a qualche porzione di scrittura si ap- 
pongono o per indicare parole altrove prese, o per richiamar 
ivi chi legge a maggior attenzione ? e che trasferisca Dante 
perciò postille^ cioè couli linee, a significare i lineamenti 
deiruman volto. 

i5 Non wcn men forte y legge la Nidobeatina bene, e ma- 
lamente l'altre edizioni, Non men men tosto. Ad esprimere 
la debole appariscenza delle immagini riflesse da* vetri traspa- 
renti (non cioè, com'è detto, aggiustati a specchio), o dal- 
l'acque nitide e poco alte , vuole il Poeta , e dee , giusta il buon 
ordine, dire che ugualmente od anche piii di tsdi immagini , 
discemasi perla in bianca fronte , quantunque disceriiasi po- 
chissimo. Che ha dunque a far qui '1 tosto? Se avverbio di 
tempo avesse qui luogo, tardi ve lo avrebbe, e non tosto ; 
tutto il contrario. — manforte hanno pur trovato gli Accade- 
mici della Crusca in mss. parecchi , e fallarono certamente a 
non valersene per la loro edizione . »-► Così leggeva e interpre- 
tava il Lombardi, fors'anche appoggiato ad una nota del Pe- 
itzzini a questo luogo, nella qua! vuol che si legga men for* 
<e, contro la lezione di Crusca notando: Quaestio enim est , 
non de celeritate visionis y sed de quantitate [a]; ma il sig. 

(«] Corraci, et. Adnot, in Dantis Comocd. Teronae 1775, fac. 75. 



08 PARADISO 

Tali vid' io piti facce a parlar pronte : iG 

Per ch'io dentro all'error contrario corsi 
A quel eh' accese amor tra V uomo e '1 fonte . 

Biagioli con più di filosofico acume approfondando la cosa > 
cava dalla lezion comune senso migliore • Eccone la sua chio- 
sa: «Il Poeta suppone che le postille dei nostri visi vengano 
» air occhio j per quei mezzi che ha detto , poco tosto »* e sic« 
» come la celerità ò proporzionata alla forza , egli paragona 
» la poca forza delle une colla non maggiore della perla in 
» bianca fronte, accennando per la poca celerità la poca for* 
» za, dalla quale essa procede : e credo che questo costrutto 
» sia uno dei piìi ingegnosi del favellare ; e sono persuaso che 
» a volerlo ridurre *al suo pieno , s' ha a riordinare così : le 
» postille dei nostri visi tornano deboli sì , e tornano sì pò* 
u co tosto , che perla , posta in bianca fronte , non torna 
» meno debole e meno tosto* Adunque Dante confronta il 
•> venir debole delle postille col tornar poco tosto della per» 
» la, perocché il tornar debole procede dalla poca forza , sic- 
» come il tornar poco tosto dalla poca forza . Però si confron* 
M tano della cagione medesima due effetti cosi simiglìanti , che 
» sono proprio una stessa cosa, ec. » Queste ragioni e T esem- 
pio della E. B. ci han persuaso a preferire al forte della Ni* 
dob. il tosto della lezion comune . 4^ 

1 6 Tali ec. Cotal debole appariscenza di queste anime nella 
Luna dee accennare che ivi fossero , non per onore , ma per 
biasimo, per (secondo la frase del Poeta stesso [n]) tornare alla 
Luna il biasmo deir influenza ^ cioè della influita in esse in- 
stabilità, carattere alla Luna comunemente attribuito. - a par- 
lar pronte , mostrantisi vaghe di parlar con noi . Dassi a scor* 
gere il desiderio di parlare da una certa fissazione di sguai'do» 
unitovi un tale atteggiamento di labbra . 

1718 Per eh* io aentro aWerror corsi, incorsi neirerrore 
contrario "j^ quel cV accese amor tra l'uomo e *l fonte. Ac- 
cenna r errore che contano le favole preso da Narciso in cre- 
dere l'immagine propria , veduta nel fonte, un oggetto reale 
da sé diverso, ed il morirne per essa; e dice Dante di aver 
esso qui in contraria maniera errato, apprendendo che gli og-^ 
getti veri fossero immagini • 



[#*J Verpo !i8. e scj. del canto s gueale. 



CANTO 111. 69 

Sabito, sì com'io di lor m'accorsi, 19 

Quelle stimando specchiati sembianti, 
Per veder di cui fosser , gli occhi torsi j 

E nulla vidi, e ritorsili avanti $ 22 

Dritti nel lume della dolce guida , 
Che sorridendo ardea negli occhi santi . 

Non ti maravigliar perch'io sorrida, 2 5 

Mi disse, appresso 1 tuo pueril coto. 
Poi sopra 1 vero ancor lo pie non fida , 

Ma te rivolve, come suole, a voto. 28 

Vere sustanzie son ciò che tu vedi , 

» 

19 al 21 di lor , delle dette facce. -~ specchiati sembianti^ 
immagioi di volti in lucido corpo rappresentate • — torsi, vol- 
tai indietro 9 credendomi di avere dietro alle spalle coloro che 
quelle immagini cagionassero . 

23 24 Dritti nel lume ec: indirizzatili nel lume cbe la dol^ 
ce guida f Beatrice, ardendo negli occhi santi spandeva, ^^sor»^ 
ridendo > per Terrore in che vide Dante caduto , come ora dirà. 

25 26 appresso vale qui in seguito , per cagione, — al tuo 
pueril cotOj al tuo fanciullesco giudicare . Vedi ciò cbe della 
voce coto si é detto nel canto xxxi. 77. dell'Inferno, e vedi 
che, leggendo ivi Tedizioni tutte cotOy uniformemente alla Ni- 
dobeatina , qui diversamente dalla medesima leggono quoto . 
— * II Postili. Gaet. nota in margine cogitata; ed il sig. Por- 
tircUi nel passo soprallegato deirinfemo aveva interpretato rofo 
per una sincope di cogito , piuttosto cbe proveniente da quo' 
tarej cioè giudicare , come pensa il nostro P. Lombardi. Non 
sarebbe forse una sincope di computo , da computare , calco" 
lare? E. R. »-► Noi non ammettiamo propriamente cha la spo* 
sizione del Lombardi, la quale è confortata anche dalP auto- 
rità del Lami che spiega , come annotasi nella E. F. : pueril 
(fuoto (come legge la Crusca) , óo^ giudizio da fanciullo, «é-* 

27 Poi ^T poiché qui pure^ come altrove. Vedi la nota al 
^' I. del canto x. del Purgatorio . — * Il end. Caet. legge Che, 
avvicinandosi meglio la cosa . E. IL *- sopra 7 vero ec. .* an* 
Cora il tuo giudizio non s'appoggia al vero . 

28 Ma te riyolycy ec* ma invano ti fa ghiribizzare. Bichicdc 



no PARADISO 

Qui rilegate per manco di volo . 

Però parla con esse, ed odi e credi 3i 

fllie la verace luce , che le appaga , 
Da sé aoQ lascia lor torcer li piedi • 

Ed io all'ombra, che parea più vaga 34 

Di ragionar, drizzammi, e cominciai. 
Quasi com'uom cui troppa voglia smaga: 

O ben crealo spirilo, che a*rai * 87 

il scaso che in fiae del presente verso sia punto fisso 9 e non 
punto e virgola 9 come le moderne edizioni vi segnano • 

3o Qui rilegate ec^ rese presenti a questo dall' Empireo 
lontano ed incostante pianeta ^ in segno del manco 9 del man- 
camento a' voti fatti ; ma però nel medesimo tempo aventi esse 
pure in compagnia di tutti i beati i loro scanni nell* Empi- 
reo [ajy secondo la possibile a Dio replicazione di una mede- 
sima sostanza in quanti luoghi a lui piace, m^ Ma pare al sig. 
Biagioli che a questa interpretazione si opponga evidentemeu* 
te ciò che dice Beatrice nel seguente canto y tf. ij. e aeg.; e 
per quello che si dichiara dal Poeta nel detto canto dal t^. 28. 
sino al 4^9 gli sembra che quelle anime si facciano veder 
quivi a Dante momentaneamente; il che si conferma dallo 
svanirsi che fanno poi y come dal seguirle via via coli' occhio 
il Poeta, finché il fungo tratto del mezzo gliele celi del lutto 
come Icggesi sul fine di questo canto . <4-« 

32 33 Che la verace ea che quella somma verità , Iddio, 
che le beatifica , non lasciale mai mentire • 

34 35 che parea più vaga * Di ragionar .* che con an co- 
tale maggior fissamento d'occhi ed atteggiamento delle labbrm 
fiicevasi scorgere piii vogliosa di ragionare con noi. — #/riii« 
zammi, la Nidobeatina; drizzami^ Tal tre edizioni . 

36 cui troppa %^oglia smaga y cioè smarrisce, confonde, dis- 
sesta. Vedi la nota all' Inf. xxv. i46., edagli altri passi che ivi 
si allegano. Dee ciò intendersi detto coerentemente a quanto 
della (retta (che appunto dalla troppo voglia nasce) disse nel x. 
del Porg. V. 11., Che Conestade ad ogni atto dismaga - 

37 38 ben creato per beato , eletto dei Dio alTetema glorijt« 

[a] Vedi il canto seguente, v. 99. e segg. 



CANTO m. 71 

Df vita eteraa la dolcezza senti, 

Che non gustata noa s' intende mai y 
Grazioso mi (ìa, se mi contenti 4<> 

Del nome tuo, e della vostra sorte; 

Ond'ella pronta e con occhi ridenti: 
La nostra carità non serra porte 4^ 

A giusta voglia, se non come quella 

Che vuol simile a sé tutta sua corte. 
Io fin nel mondo vergine sorella ; 4^ 

E se la mente tua ben si riguarda, 

Volpi. Ma potrebb* anche spiegarsi per gentile , garbato . 
m^ Questa seconda sposizione si rifiata dal Biagioli ,* ed anche 
il sig. fortirelli e la E. B. non ammettono che quella del Voi-» 
pi.^«-« rat per raggi j sincope molto da'Poeti adoprata. — rai 
- Di tata etema appella il lame del divino beatifico aspetto , 
appellato da' teologi lume della gloria • 

4o Grazioso per grato f gradatole * 

4a con occhi ridenti ^ con piaccToie sguardo | metafora. 

43 al 45 J^ nostra carità non serra porte ec. G>stru- 
zicne: La nostra carità y se non come quella ( vale quanto. 
non iUtrimenti fatta se non come quella , come cioè la di- 
vita carità) che 9Uol tutta sua corte (tuUo suo corteggio ^ 
taìta sua famiglia ) simile a sé j non serra porte ( non con- 
trasta) a gituta i^oglia • 

46 "vergine sorella ^ monaca di s. Chiara. — sorella per bifo- 
ra, titolo delle sacre vergini velate . Venturi. 

47 se la mente tua ben si riguarda^ cosi la Nidobeatina 
e parecchi mss. vedati dagli Accademici della Crusca ( — * ed 
il cod. Cass.) invece di ben mi riguarda y che leggono l'altre 
edzioni* Il riguardare altrui non è della mente ^ ma degli oc** 
cki. Bensì intesa per mente la memoria (come certamente in- 
Ccndela Dante anche altrove , e segnatamente in quel verso ^ O 
mente y che scriuesti ciò ch'io vidi \a\y e come diciam tutti 
«xmunemente tener a mente per tenere a memoria)y sarà della 
mente il riguardare sé medesima , il cercare cioè dentro di 

a] Inf. II. 6. 



TI PARADISO 

NoQ mi ti celerà l' esser più bella ; 
Ma riconoscerai eh' io son Piccarda , 49 

Che, posta qui eoo questi altri beati, 
Beata soq nella spera più tarda. 

sé le specie degli oggetti altra volta vedati. »♦ Anche il co- 
dice Staardiano legge se riguarda; ma con tutto questo il si- 
gnor Biagioli vuol preferita la comune ^ osservando , contro al 
Lombardi, che si può avergli occhi fissi iu un oggetto, e non 
vederlo afiatto , se la mente è altrove . Ma ci persuade assai 
di più la chiosa del Lombardi i trovando poi anche che TAno- 
nimo, contemporaneo di Dante, legge come la Nidoleatina , 
e spiega (come annotasi nella E. F. )r seta ti rechi bene la 
niente al petto . 4-« 

48 ^on mi ti celerà Pesser ecc riconoscerai in me, quan- 
tunque piii bella divenuta mi sia, i lineamenti che uaa volta 
conoscesti < 

49 Piccarda , sorella di M. Corso e di M. Forese, dell' il* 
lustre famiglia fiorentina de'Donati, fattasi monaca di s. Chiara 
con aversi assunto il nome di Gostanza, fu dal fratello M. Corso 
per forza tratta dal monastero. E sbagliano, come altrove ar- 
visai, lutti gli Espositori in crederla sorella d* Accursio gini?- 
consulto [a]. •-►•( Questa (Piccarda) entrò nell'Ordine de*M]- 
» non, e funne tratta per Mess. Corso per forza $ ond^elli ic 
n ricevette danno , vergogna ed onta a satisfare alla ingiunta 
» penitenza , che sì eccellente quasi Barone stette in camicia .n 
Cosi rAiionimo citato dalla E. F., la quale ci fa pur sape*e 
che Pietro di Dante ed il Boccaccio si accordano nelraffermae 
che Piccatala fu figliuola di Mess. Simone de* Donati, e tratto 
per forza dal monastero di s. Chiara . 4-« 

5 1 spera più tarda appella il ciel della Luna , imperoc- 
ché, siccom' è piii di tutti gli altri cieli vicino alla Terra , vien^ 
conseguentemente nel comune diurno rivolgimento da levant; 
in ponente, dal Poeta con Tolommeo supposto, ad esser ^I 
il piii tardo. 



r^] ^edi Ctonacci , Istoria della S. UmilìanapP, iv. cap. i.; e Rodolfi 
da Tossignano, HisL Seraph, Relig.^ P. i. pag. iSK., ove però falla o li 
stampa o T autore dicendala al secolo nomata Riccarda invece di Pie- 
catdu. 



CANTO III. 73 

Li nostri affeltì, che solo ìnfìammati 5:2 

Son nel piacer dello Spirito santo, 
Letìzian del suo ordine formati; 

E questa sorte, che par giù cotanto, 55 

Però n'è data, perchè fur negletti 
Li nostri voti, e voti in alcun canto. 

Ond' io a lei ; ne mirabili aspetti 5 8 

Sa 53 li nostri affetti ec.c i desiderj nostri, che unica* 
meote aspirano ad unirormarsi al divino beneplacito. - 

54 Leùziany godono , si rallegrano. — Letiziare ad ugnai 
senso adopera Dante anche nel ix. della presente cantica : 

Per letiziar lassù pdgor s^ acquista [a]. 
— formati del suo ordine^ detto traslativamente dagli ordini 
religiosi t e vale introdotti e stabiliti nella di lui società . — 
del su^ordine jàiyeTsatsiente dalla Nidobeatina ed altre antiche, 
leggono le moderne edizioni, in seguito a quella della Cruson. 
m^ Noi col Poggiali e colla E. B. interpretiamo più volentieri 
questo verso come segue : « Godono^ si rallegrano ( i nostri 
» affetti ) per essere noi poste a godere Dio in quel l'ordine che 
» a lui è piaciuto. » O veramente , come col Lami sponesi nella 
E. F.: « Li nostri affetti hanno forma dalla disposizione dello 
» Spìrito santo , ossia hanno forma da' decreti suoi, ossia si uni- 
3t formano a* suoi voleri . » <-m 

56 par giù , par bassa . 

57 voti in alcun canto vale inosservati in alcuna parte , 
Vi è però (brontola il Venturi ) uno scherzo di parole in quel 
voto voto f che potrebbe forse perdonarsi a Piccarda se detto 
r avesse nell' uscire del monistero ; ma in un tal luogo mi pare 
poco dicevole . 

Domine ! manco se la fosse una proposizionaccia da donne 
del Boccaccio, jégnominazione anzi bellissima dicela il Da* 
niello I siccome quelPaltra pur di Dante: 

CA* l' fui per ritornar più volte volto \b\ . 
E certamente la è tale quale da'rettorici si desidera , innata , 
non accersita \c\ E, a dispetto di chi non vuole, anche i Santi 
del Paradiso possono far uso di cotali figure; e Tusò difatti 

[a] Verso 7o.[//] Inf. i. 36. [e] Q^intil. lib. 9. 



74 PARADISO 

Vostri risplende non so che divino, 
Che vi trasmuta da' primi concetti: 
Però noQ fui a rimembrar festino; 6i 

Ma or m* aiuta ciò che tu mi dici, 
Sì che '1 raffigurar m'è più latino. 
Ma dimmi: voi, che siete qui felici, 64 

Desiderate voi più alto loco , 

sant'Agnese , dicendo a Costanza, figlia di Oostantino Impe- 
ratore: canstanter age f Constaniiai crede ec. [a]. 

6o dà* primi concetti ^ àMe primiere immagini vostre ntU 
Taltrui fantasia concepnte. 

6i festino y presto, sollecito. 

6a ciò che tu mi dici^ intende degl'infranti uoti. m^ II sig. 
Biagioli vuole che il ciò che tu mi dici non s'abbia a riferire 
che all'aver Piccarda manifestato il proprio nome al Poeta • 
Noi crediamo che questa espressione all'una cosa ed all'altra 
si riferisca , come ha pensato i! Poggiali ; e sponiamo colla E^ B.: 
ce ciò che tu mi dici , cioè il manifestarmi il nome tuo, e il far 
» menzione di alcuni casi della tua vita. » 4-« 

63 Si che 7 raffigurar y legge la Nidobeatina meglio che 
non l'altre edizioni, Si che raffgurar. *— più latino: più fa- 
cile ed agevole , vocabolo lombardo , che quando vogliono di- 
mostrar una cosa esser agevole e fiicile da maneggiare y dicono 
(la f nella d cangiata) è ladina. Dahibllo. — Avendo però 
noi dai Latini detto latine loqui per parlar chiaramente [6 j, 
ed avendo ad egual senso Dante stesso detto nel suo Convito, 
A più latinamente veder la sentenza [e], da' Latini medesimi 
dee credersi che apprendesse anche il lettino per chiaro .«-^An- 
che Gio. Villani (lib. zi. e. a o.), parlando di Papa Giovanni XXI I.y 
dice : assai era latino (fiicile ) di dare audienza , e assai to^ 
sto spedii^a . Bonagiunta nelle Rime disse: parlerei più lati'^ 
no (cioè più chiaro). Nei secoli XIII. e XIV. latino valera 
italiano . Ciò che oggi diciamo latino chiamavasi allora gram^ 
matica ; onde scrivere o parlare per grammatica valeva scri'^ 
vere o parlare latino • Nota della E. F. 4-« 

[a] Yiu di sant'Agnese, creduta scrìtta da sant'Ambrogio, [b] Tedi 
à card. Adriano, De modis latine loquendi, [e] Tralt. a. cap. $• 



CANTO HI. 75 

Per più vedere, o per più farvi amici? 
Con queir altr' ombre pria sorrise un pocoj 67 

Da indi mi rispose tanto lieta, 

Ch'arder parea d'amor nel primo foco: 
Frate, la nostra volontà quieta 70 

Virtù di carità, che fa volerne 

Sol quel ch'avemo , e d'altro non ci asseta . 
Se disiassimo esser più superne , 7 3 

Foran discordi gli nostri disirì 

Dal voler di Colui che qui ne cerne; 
Che vedrai non capere in questi giri, 7G 

S'essere in caritate é qui Decesse, 

£ se la sua natura ben rimiri ; 

66 Pmr più vedere , ec e per più conoscere Iddio , e pii es* 
sergli in grazia . DanibIi&o. m^ o per più forici amici ^ È detto 
amici t e non amiche 1 benché si parli di sole donne , in quel 
globo lunare esistenti, riferendo qnell' addiettivo al sostantivo 
spiriti f come appunto è da dirsi dell' addiettivo beati al u. 5o. 
Poggiali . «-• 

67 Con queir altr* ombre ec: essa Piccarda pria un poco 
sorrise e con lei sorrisero le altr* ombre compagne. 

68 tanto lieta, per la gran carità ch'era in lei di rimover 
r iffuoransa di Dante . Lasdivo . 

69 primo focot dee intendere Iddio > perocché quello da 
cui è ogni altro fuoco , ogni altro lume , o per diritto raggio 
o per rinverberato. Vedi ciò ch*è detto nel canto preceden- 
te , 1^. 70». 

70 al 72 Frate , oc.»* Gostruz. .• O frate , wrtó di carità 
la quale ci fa uolere solo quello cheabbiamo 9 e non ciasseta 
d'altro oggetto di fuori ^ quieta la volontà nostra, ^-m quieta 
acquieta . — non ci asseta, non ci Ùl sitibondi , desiderosi . 

75 cerne j separa. 

76 al 78 Che, lo che 9 il qual discordamento dal voler di 
Dio, se ò qui necessario essere in carità , e la natura della ca- 
rità bene risguardi {m^ che è l' uniformità perfetta, come spone 
il Biagioliy di tutti I vtJeri col primo <-«); vedrai non potere 



76 PARADISO 

Anzi è formale ad esto beato esse 79 

Tenersi dentro alla divina voglia , 
Per ch'una fansl nostre voglie stesse. 

Sì che, come noi siam di soglia in soglia 8a 
Per questo regno , a tutto 'I regno piace , 
Gom' allo Re che 'n suo voler ne 'nvoglia : 

In la sua volontade è nostra pace; 85 

Ella è quel mare, al qual tutto si muove 
Ciò eh' ella cria , o che natura face . 

aver luogo quassù. Di questo innestamento di voci latine vedi 
la nota del Volpi > Inf. i. 65. 

79 formale^ termine delle scuole , per essenziale, ^^ad esto 
beato esse^ leggono parecchi mss. veduti dagli Accademici del- 
la Crusca, e tre della biblioteca Corsini [a] — * come altresì 
il codice Cass. ; e credo per errore di stampa legga la Nido- 
beatina ad sta tutte le altre edizioni leggono col mal suono, 
ad esso beato esse — esse,, latino, per essere^ per %^iuerem 

8 1 Per ch\ pel quale tenersi dentro alla divina voglia m^ o 
semplicemente /7er la qualcosa, come spone il Torelli 4-« una 
fansi nostre voglie stesse ,* giusta cioè quell' assioma: tjuae sunt 
eadem uni tertio sunt eadem Inter se . 

82 air 84 Si che , come ec.c onde il ripartimento cbe in 
questo regno fassi di noi di soglia in soglia {dì cielo in cie- 
lo ), come piace a Dio, cosi piace a tutti noi, latti da esso vo- 
gliosi del di lui volere, m^in suo uoler legge anche il ms. 
Stuardiano, a suo voler la comune; e sembra al sig. Biagiolt 
che la prima forma abbia piii forza , ma più di leggiadria la 
seconda. — cK* a suo voler ne ^nvoglia^ l^gg^ ^^ Torelli , e 
chiosa: ce Vuol dire che ci fa volere ciò eh* egli vuole • » ^-« 

85 In la sua , legge la Nidobeatina ; E la sua , leggono 
l'altre edizioni. 

86 87 Ella è quel mare , ec. Paragona tacitamente l'acquie- 
tarsi delle creature tutte ( tanto le da Dio immediatamente prò- 
dotte, quanto le fatte per mezzo d'altre cause da lui institnite ) 
nella divina ordinazione , al muoversi di tutti i 6umi ad aver 

[a] Seganti lai^, 5o8, 6 io. 



CANTO HI. 77 

Chiaro mi fu allor cotn'ogni dove 88 

In cielo è Paradiso, e sì lai grazia 
Del sommo Ben d'un modo non vi piove. 

Ma sì com'egli avvien, s'un cibo sazia , ^i 

R d' un altro rimane ancor la gola j 
Che quel si chiere, e di quel si ringrazia, 

pace, quiete nel mare. — o che natura- face . Ck)$i leggono 
tutte le edizioni ; eppure agli Accademici della Crusca è pia- 
ciuto di piuttosto leggere con alcuni manoscritti , e che naiU'- 
ra face. Questa lezione però non fa cosi chiaramente , come 
l'altra y capira che l'opere che natura face^ non sono le me- 
desime che Dio crea. 

88 ogni dove ^ ogni qualunque luogo ^ alto o basso che sia. 

8o e jì , legge 1a Nidobeatina , uno de* piii antichi mss. della 
biblioteca G>rsini [a] (ed il cod, Glenbenfie) in luogo di et- 
jiy come leggono tutte le altre edizioni, e specialmente le mo- 
derne, che per indicarla voce latina la scrivono in divei*so ca- 
rattere. Non v'è qui bisogno del latino; Ve sì italiano vale il 
medesimo che il latino etsi. Il tate, diciam noi pure comune- 
mente , veste alla ricca y e si ha corte entrate ; il tal altro 
fa il Ganimede , e sì ha degli anni parecchi su la gobba • 
»-» La forma e sì della Nidob. anche al sig. Biagioli sembra 
più leggiadra , piii nostra, e usata pure nel domestico parlare ; 
ma crede che Dante abbia originalmente scritto etri , ovvero 
et si% fbrmola dotata di doppia virtii, affermativa e avversa- 
tiva. 4-C 

93 la gola vale qui la brama. 

93 Che per laonde [i] , guel , a cui rimane gola , si chie^^ 
re.^^ si chiede , legge la Nidobeatina ; ma signiucano e Y uno 
e r altro Io stesso. — e di quel si ringraziai e di quell^al- 
XvOy che ha già di se reso sazio, si ringrazia chi l' offre. »> Il 
Poeta, osserva il sig. Biagioli , accenna l' uno e T altro (cibo) 
coiraddiettivo quello, non perchè s'affranchi dal freno del- 
r arte , ma per essere la mente sua , nell'atto ohe scrive affissa 
a quegli oggetti veduti , dal presente luogo e tempo lontani 
a un modo. <-« 

[u] Segnalo 1117. [6] Vedi Giiionio. Pariic. 44* 9^« 



78 PARADISO 

Cosi fec' io eoa ateo e con parola , q4 

Per apprender da lei qual fu la tela , 
Onde non trasse insino al co la spola . 

Perfetta vita ed alto merto inciela 97 

Donna più su , mi disse , alla cui norma 
Nel vostro mondo giù si veste e vela ; 

Perchè 'n fìno al morir si vegghi e dorma 1 00 
Con quello Sposo eh' ogni voto accetta , 
Che carità le a suo piacer conforma «^ 

Dal mondo, per seguirb, giovinetta io3 

Fuggimmi, e nel su' abito mi chiusi , 
E promisi la via della sua setta . 

94 al g6 Così fec* io ee. : cosi io con atti e con parole me 
le feci capire grato dello scioltomi quesito , ed insieme br^ 
moso di risapere ({ual fu la tela che non fini di tessere , detto 
metaforicamente per quale fu ii uoto ch'ella non compi . — 
co per capo^ per termine j alla lombarda, adopera il Poeta 
anche altrove [oj; e trarre j ossia dimenarci la spola infino al 
capo, al termine y della telai Tale lo stesso che terminarla di 
tessere. 

97 Perfetta ulta ec. , nna vita condotta nella cristiana per- 
fezione. — ^ inciela y xeuma , invece d' incielano 1 cioè allogano 
in cielo I oome , per cagion d'esempio , dicesi ingabbiare , in- 
guainare ec. per collocare nella gabbia y nella guaina ec. 

£8 90 Donna più su ec, santa Chiara , conforme alla re* 
^ i della quale si veste l'abito religioso e si porta il velo mo- 
nacale. VBrroBi. 

100 al 102 Perchè *n fino ec. : acciocché giorno e notte fino 
alla morte stiasi in compagnia di quello Sposo j di Gesii Cristo y 
il quale aggradisce ogni voto , ogni promessa , che la carità (la 
sola cantàl e non altra motrice causa) rende al medesimo pia- 
cevole . 

io3 per seguirla , la predetta donna j cioè santa Chiara. 

io5 setta j dal latino secta a sectandoy per seguito com* 
pagnia . 

[a] Inf. zx. 76. xzi. 64. Purg. iii. laS. 



CANTO in. - 79 

Uomini poi a mal più che a bene usi , 1 06 

Fuor mi rapiron della dolce chiostra : 
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi . 

1 06 Uomini poi a nud ec. È saggia riflessione del Gionao- 
ci [a] che alluda , cosi de' Donati parlando , al motto di Ma- 
le fammi, col quale (testimonio Gio. Vìllaui [i]) erano essi Do- 
nati comunemente appellati. 

108 Dio io si sa qual ec. Corsus prtUer (scrite di questa 
beata femmina Rodolfo da Tossignano) ad%fersus sororem uir^ 
ginem ira percitus , assumpto secum farinata sicario forno* 
so f et alUs duodecim perditissimis sjrcophantis f admotisqu0 
parietibus schaiis, ingressus est septa monfisterii: captami 
que per vim sororem ad patemam domum secum adduxit , 
et saeris discissis vestibus^ mundanis indutam, adnuptias 
coegà» Antequam sponsa Christicumviroconveniretjonte 
ìmaginem Cruciftxi uirginitatem suam sponso Christo com* 
mendauit, Mox totum corpus eius lepra percussumfuit , ut 
cementibtts dolorem incuteret , et horrorem e itaque j Deo di^ 
sponente j post aliquot dies cum palma virginitatis migrat^it 
ad Dominum [e] . Forse però non potendo il Poeta certificarsi 
onninamente di cotal esito , scelse prudentemente di passarsela 
con far dire a Piccarda: Dio lo si sa qual poi mia vita fusi. 
— fusi per si fu , in rima. Vedi anche il Varchi nell'iSrco/ano j 
a carte ao^. Volpi . »-> Se il racconto suddetto di Rodolfo da 
Tossignano fosse vero, dice il sig.Biagioli» Beatrice verrebbe 
a mentire per la gola dicendo nel seguente canto > i^* 80. e 8 !•, 
che Piccaraa potè tornare alla dolce chiostra . Confessa il loda* 
to Contenta tore esser difficile l'affermare il vero senso di que« 
sto verso; ma inclina a credere che le nuove nozze finissero 
con alienarla dal uelo del cuore y e forse a piacerle a segno 
l'altra vita, che j Potendo ritornare al santo iocoy pur sì ri- 
tenne in quella . Questa conghiettura , che 9 stando aUa lettera 
dei versi sopraccitati , sembra giustissima, viene ad infermarsi 

fa] Storia della B, Umiliana, P. iv. cap. 4» [b] Croniche, lib. 8. cap. 38. 
IcjHisi. SeropK Relig, V. i. pag. i38. Questo medesimo fatto rappor- 
tando il YaddÌDgo. lo colloca mala mente sotto Tanno iSao; ìmperoe. 
ebè Dante, che fa al fatto con temporaneo , sapponelo accaduto pr2« 
mo del iSoo, anno in cui, come più volte è dctto^ finge di aver fatto 
quc;ito sao viaggio • 



8o PARADISO 

E quest'altro splendor, che ti si mostra i og 
Dalla inia destra parte , e che s' accende 
Di tutto il lume della spera nostra, 

Ciò ch'io dico di me di sé inttiode: i ii 

Sorella fu, e così le fu tolta 
Di capo r ombra delle sacre bende . 

Ma , poi che pur al mondo fu rivolta 1 1 5 

GoQtra suo grado e contra buona usanza , 

dalla seguente chiosa deirAnonimo , a questo luogo riportata 
dalla E. F. : ce Dio lo si sa ec. Dice qual fu la sua vita, che 
» fu poca , ed a lei noiosa ; ma tosto y lei orante 9 e condotta in 
» languente infenmtatCy a sé la trasse quello Sposo, al quale 
» ella avea professa la sua vei^nitade. » ^ Traspira perentro 
queste paroie una bonarietà e una semplicità storica 1 che ispira 
confidenza; e tanto più esse si meritan fède t in quanto che 
sappiamo che questo Spositore fu contemporaneo di Dante e 
di Piccarda . Lasciando quindi le malizie da parte , noi con più 
vera sposizione , e tratta dai vif. yS. all' 88. del canto che se* 
gue 9 diremo che Piccarda con fu alienata dal v^elo del cuore 
dalle nuove nozze , né fu dai piaceri del secolo impedita al ri- 
torno allo stato religioso, ma si bene che non tornovvi per 
manco di quella /a/i/a i^oglia che V avria ripinta per la stra* 
da oìuTera tratta; cioè a dire, per non aver saputo resistere 
alle violenze de'suoi con quella fermezza d animo che trionfa 
de' tormenti, e non vacilla all'aspetto stesso di morte. Il suo 
i^olere , in somma , non fu intero , cioè assoluto, e spinto a quel 
grado di eroismo che fece Muzio salerò alla sua manoj e che 
tenne Lorenzo in su la grada . •4-« 

Ito 111 che s* accende ec»c che ha tutto il lume che può 
uno splendore del nostro cielo avere . 

112 di sé intende .* intende detto di sé pure . 

1 13 Sorella qui pure, come nel verso ^6.^ fer suora jper 
monaca . — e cosi , intende , come a me . 

1 14 1 1 5 r ombra delle sacre bende , la copertura del sa- 
cro monacale velo. »-> fu rivolta. Qui riv^olta per voltata di 
nuovo . Torelli . <-« 

1 16 contra buona usanza , contro l'antico buon uso di noa 
mai tornar al secolo monache professe . 



CANTO Uh 8i 

Non fa dal vel del cuor giammai discioha . 

Questue la luce della gran Gostanza , 1 18 

Che del secondo vento di Soave 
Generò 1 terzo, e l'ultima possanza*, 

Cosi parlommi; e poi cominciò: y^t^e, 121 

1 17 Ifon fu ilal vel del cuor ec.c non is vestì mai il suo 
caore dell* amore allo stato monacale. 

118 al 120 Oostanzafic.&gìiuoìaL di Ruggieri; He di Pa- 
glia e di Sicilia , la quale si fece monaca in Palermo ; poi, tratta 
per forza del monasterio , fu data per moglie ad Arrigo V. s ve vo 
Imperatore , che fu figliuolo diFederigo(Barbarossa): e perchè 
ella d^Arrigo generò Federigo IL » chiama esso Federigo , suo 
figliuolo, terzo ifentOj terza superbia , perchè furon superbi ed 
alter}; onde sì dice i^entosa gloria , ventosa lingua j come disse 
Virgilio : /)e£ /i6er/a<ei7i fandi^ flatusque remittat [a]; onde 
deponere flatus è deponere ralterezsa e superbia. Dahiello. 
•^ Anche Pietro di Dante 9 come annotasi nella E. F., a questo 
luogo spone: ce Lo chiama vento ^ avuto rispetto al flusso della 
» potenza e della gloria temporale. » E in quanto al fatto ci fa 
sapere che, morto Guglielmo Ae di Sicilia, fratello di Gostan- 
za, senza successione , fu occupato il regno da un Barone chia- 
mato Tancredi ; e perchè costui non obbediva alla Chiesa ro- 
mana , l'Arcivescovo di Palermo fece trarre del monastero la 
detta Gostanza , e la die in moglie ad Arrigo, figliuolo di Fe- 
derigo L Imperatore di Soave , ec. — Nella E. B. s' intende qui 
dal Poeta detto vento per venuto , come contento per conte- 
nuto , e sponesi: che del secondo regnante venuto dalla casa 
di Svevia generò ec. — Il eh. sig. prof. Parenti , a questo pro- 
posito da noi ricercato , ci ha tostamente , e colla solita sua gen- 
tilezza | risposto: R Non mi allontanerei dalla comune sposi- 
*» zione. Ma^ se non fossi avverso alle variazioni arbiti-arìe , e 
» ae un testo solo, a me noto , soccorresse alla mia congettu- 
» ra j leggerei vanto invece di vento . Mi si concederà che 
» vanto si va ponendo come sinonimo di onore , lume , glo" 
» ria j pregio . Ora qual si voglih di queste parole renderebbe 
» un senso molto più naturale che quello di vento . Si noti 

\a] Aanmdr zi« 346. Il Daniello aoa cita altre parole che et flatus^ ma 
àm€ essere occorso sbaglio . 

Fol. HI. 6 






82 PARADISO 

Maria , cantando ; e cantando vanìe, 
Come per acqua cupa cosa grave. 
La vista mia, che tanto la seguio 124 



1) come il Poeta adopera le quattro citate voci per uoa specie 
»> d* antonomasia ne*dae luoghi seguenti. Inf. e. i.: 

O degli altri poeti onore e lume , 
» e Purg. ▼!!• 

O gloria de* Latin y disse y per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra , 
O pregio eterno del loco ond* io fui , ec. 
M È chiaro che, se a ciascuna di queste si potrebbe acconcia- 
mente sostituire la voce vanto ^ sarebbe dunque tanto buona 
locuzione il dire Franto di Suevia^ come il dire Gloria del 
M Lazio , ec. » 4-« ultima possanza appella esso Federigo II. , 
perchè fu T ultimo Imperatore di quella fiimiglia. Perchè di 
Soat^ (chiosa il Venturi) chiama la Casa di Svevia, non tro> 
vo chi sappia dirmelo , né a me basta l'animo d' indovinarlo . 

Da Suei^ia (risponde il Rosa Morando) gli antichi To- 
scani con qualche alterazione fecero Soa%fia .... e Soave da 
Soavia fece Dante , come quiv^e da quiui^ e sie da sia , e si- 
mili , per quella figura che V ultime sillabe delle dizioni 
muta, e metaplasmo chiamano i Greci. 

Tix)vando noi però la medesima regione appellata dai 
Francesi Souabe [a] , e sapendo il facile sempre occorso 
scambio tra la 6 e la ix , questa direi io la ragione di aver 
Dante appellata Soai^e la Svevia. — ^11 Soatfia, che, secon* 
do il Aosa Morando 9 usarono gli antichi Toscani , non era che 
un latinismo , poiché quel tratto di Germania si diceva pro- 
miscuamente Suevia e Suai^ia j giusta la testimonianza di 
diHto Baudrand ; e latinismo potrebbe altresì credersi il Soa- 
i^tf che ne fece Dante anche in grazia della rima. E. R. »-► Ma 
che non sia questo un latinismo in grazia della rima , co- 
me ha creduto anche il Poggiali , ce ne assicura un passo del 
Coni^ìv^io , nel quale sta scritto : Federigo di Soave ^ ultimo 
Imperatore delli Romani ec. <•-« 

122 vanìoj svanirsi tolse di vista. 

123 cupa , profonda. 



[^J Baudrand j Lcxic. ^rograph. 



CANTO III. 83 

Quanto possibil fu , poi che la perse y 
Volsesi al segno di maggior disio , 

Ed a Beatrice tutta si converse j 127 

Ma quella folgorò nello mio sguardo 
Si, che da prima il viso non sofferse; 

E ciò mi fece a dimandar più tardo. 

1 26 segno f scopo 9 obbietto, di maggior disio , maggiore 
cioè di qaello fossero Piccarda e Gostanza. Accenna ciò che 
espressamente nel seguente verso dice j d'essersi rivolto alla 
sua Beatrice . 

1 27 1 28 Ma quella folgorò ec. Accenna il divario grande, 
che sappone y tra lo splendore delle anime della Luna e qaello 
di Beatrice, com'è detto di sopra al i^. 16. — «Sì , che da pri- 
ma il viso f l'occhio, non sofferse i come chi dallo aver te* 
nato l'occhio fisso nella Luna, volgesselo nel Sole. Benché 
tatte l'edizioni leggano non sofferse , agli Accademici della 
Crusca fa più a grado leggere con alquanti mss. noi sofferse. 
Se però al non sì dovesse congiangere pronome , dovrebbe 
essere la^ e non lo. 



CANTO IV. 



ARGOiMENTO 

Sion eh Dante nel medesimo cielo , da Beatrice due 
verità gli si manifestano: Vana del luogo de* bah 
tif Inoltra della volontà mista e dell* assoluta . Ei 
propone una terza questione , la quale è del voto, 
se per quello si può satisfare • 



I 



nira due cibi distanti e moventi 
D*un modo, prima sì morria di fame, 
Che liber'uomo Tun recasse a' denti . 



I al 3 distanti e moi^enti^^D^un modo; agualmente dairao- 
mo discosti, ed ugualmente incitanti il di lui appetito. — pri^ 
ma si morria ec. G>strazione: Uomo libero si morria di fa* 
me prima che V un (uno di essi) recasse a' denti y si mangias- 
se . La è cjuesta una conseguenza del modo di operar nostro y 
che non scegliamo di pìii cose una se non o perchè biace di 
piii, o perchè è più comoda a pigliarsi. E però sopra dell' ìpo-> 
tesi medesima discorrendo anche s. Tommaso y non trova altra 
via di far uscire quelP uomo d'imbroglio, se non di fargli eoa* 
siderare in uno de' due cibi qualche condizione , per cui ren** 
dasi pili eleggibile , talché pieghi ad esso la volontà [a] ; eh' è 
poi come a dire che non v'è altro scampo che di rendere 
cjue'due cibi , di manenti d*un modo , moventi diversamente ; 
e che» restando di un modo moventi , l'uomo realmente si mor- 
ria di fame. - ^ Il cod. Giet, le^ge il f^. 3. , Che libero huon^ 
Vun sì recasse ai denti; ed il canonico Dionisi nella stessa 
guisa • Noi avremmo introdotto nel testo quel si^ se ci fbss« 

[a] Prima seeundae, q. 1 3. art. G. 



CANTO IV. 85 

Si SI starebbe un agno intra due brame 4 

Di fieri lupi, igualmente temendo; 
Sì si starebbe un cane intra due dame. 



sembrato necess&rìo . E. ft. »-> Questa lezione piacque anche 
più d'ogni altra al Perazzini, il quale, riportato avendo il 
▼erso secondo la lezione di Crusca, vi notò sotto: « Quanto 
i^melins Aldas, Veli u teli us et Daniellus: Che liber*uom 
n Pun si recasse addenti. »«-« 

Non capendo il Venturi la forza de IP ipotesi, e ad uso 
de* volgari uomini la sola pratica risguardando , passa a carat- 
terizzare questa similitudine di molta vaghezza poetica^ ma 
di poca sodezza da filosofo» 

^ S Si, istessamente. — si starebbe ^ intendi immobile [a]. 
— un agno, Agni per agnelli o pecore adoperasi in rima an- 
che nelle Stanze appellate Della rabbia di Macone [£] . — in* 
tra due brame - Di fieri lupi, metonimia per intra due fieri 
bramosi lupi. — * Il sig. Portirelli crede che questa similitu- 
dine sia tratta da Ovidio, lib. 5. delle Metamorfosi ^ 
Tigris ut auditis diuersa ^alle duorum 
Extimulata fame mugitibus armentorum 
Ifescit uàro potius ruat , et mere ardet utroque , 
Sic dubius Perseiis ec. E. R. 
m^ Ma sappia il sig. De-Romanis che questi versi di Ovidio 
trovansi a questo luogo citati anche nei Comenti del Daniello 
e del Venturi . <-• 

6 Sì si starebbe 9 ugualmente starebbesi immobile. — da» 
me per damme y^daini, al modo che scrivono i Latini dama - 
»-» damme converrebbe scrivere; ma getta una m. Cosi al con- 
trario poco pili sotto: felle per fele. Torelli. — Leibnìzio 
nella sua Teodicea riconobbe sotto nome di ragion sufficiente 

Zaesto principio, chiamato dai metafisici libertà di equili" 
rio. La comparazione nobilitata da Dante, applicandola ad 
un nomo , fu riferita ad nn asino dal celebre Buridano. È da 
dubitarsi però se 1* asino di Buridano avrebbe avuto la com- 

{liacenza di morir di fame per fiire onore a questa legge del- 
* equilibrio. NoU della E. F. <-« 

fai Del verbo ^^areal senso <1i star ferme vedi il Vocabolario della 
Cnuca» che ne reca aiirì esempi . [b\ Stanza i4* 



«6 PARADISO 

Per che, s'io mi tacea, me non riprendo, 7 
Dalli miei dubbj d' un modo sospinto , 
Poich' era necessario , né commendo . 

Io mi iacea j ma '1 mio disir dipinto i o 

M'era nel viso, e 1 dimandar con elio 
Più caldo assai che per parlar distinto . 

Fé' sì Beatrice, qual fé' Daniello , 1 3 

Nabucodònosor levando d' ira , 
Che r avea fatto ingiustamente fello . 

7 al 9 Per chef s^io ec. Costruzione 2 Per che (per la qaal 
cosa), s*io dalli miei dubbj (dai due; dubbj che nel u. 19. 
e segg. dirà ) sospinto d* un modo ( ugualmente spinto dal- 
l' uno e dair altro a dimandare, né però sapendo determinarmi 
di quale dimandassi primieramente)» mi iacea ^ me non ri- 
prendo f né commendo y poiché era ( cotal mio tacere in tale 
circostanza )nece<rjar/o; e non merita riprensione né commen* 
dazione se non ciò che liberamente si fa . 

1 1 con elloy con lui [a] • 

12 Più caldo assai y intendi dipinto y più vivamente figu- 
rato, — che per parlar distinto y che per espresso mio par- 
lare non sarebbe stato. 

i3 al i5 I^e^si Beatrice y ec. Fessi Beatrice y leggono tatti 
i mss. e tutte l'edizioni che ho potuto riscontrare; e strug- 
gonsi quindi il cervello gli Espositori ad accordarvi il resto 
del verso , qual fé* Daniello. Scorgendo io da un canto il co- 
stume della Nidobeatina e di parecchi mss. fli sovente attac- 
care una voce monosillaba a quella che le viene appiiesso , con 
raddoppiarvi la consonante colla quale questa incomincia ( scri- 
vendo, per cagion d'esempio, che sì [&J , chettu [e] , aliai [d^ , 
invece di che sìy che tUy a lui); e trovando dall'altro cauto 
adoprata dal Poeta nosti'o la particella qual al senso di conicy 
segnatamente in quel verso: 

Quale i fioretti , dal notturno gielo [e] , 
mi è parso di poter decidere che Fessi scritto siasi o per er- 

[a] Vedi Gioonio, Partic. 101. 18. [b] Inf. viu. 90. [e] luf. k 11 3. 
[d] Inf. I. i3o. [e] Inf. 11. 127. 



CANTO IV. 87 

rore, per ortografia di que' tempi; e che Fé' sì Beatrice ^ 
guai fé* Daniello y vaglia quanto: Fece Beatrice istessamen* 
tCy come fece Daniello . — * Questa lezione del bravo P. Lom- 
bardi viene confermata dal cod. Cass. , nel quale trovasi stac- 
cato Fé si. Anche il canonico Dionisi ha letto cosi dopo il 
il Lombardi. E. R.'»-^ Imbizzarrisce il sig. Biagioli coutro que- 
sta lesióne, la quale , a dir suo, guasta il senso y lagramma^ 
ticcj e tutto; anticipando poi, a chi non vede come lui, poco 
caritatevoli augnrj. Quindi egli pensa che la comune venga 
perfettamente a chiarirsi, costrnendo a questo modo : Beatrice 
fece sé tale quale Daniello fece sé . Ma , con questo modo 
di tira e stira, non v'ha si matto costrutto che non si possa 
ridarre a senso • Il Torelli , che fu dottissimo , scrittor casti- 
gato, e scrupoloso grammatico qnant' altri mai, nel suo ms» 
riporta questo verso secondo la comune, ad unico fine di no- 
tarvi sotto: = Leggi Fé* si ec. = ; ed il Perazzini , alti*o 
dotto filologo veronese, non sapendo cavar buon senso dalla 
comune lezione, ed avuto riguardo alla facilità con cui T ama- 
nuense può errare nello scrivere la ^ per. la ^, si avvisò giu- 
diziosamente di cangiate il verbo /'e' nel pronome ^è, notan- 
do; ce L^e sé Daniello , et subaudi fece . Gonstructio est: Sé 
nfece Beatrice j qual (^{ece) sé Daniello. Nusquam enim 
» inveni fé* prò fessi j ut ncque /'a'pro fammi j vel fassi ec. ; 
»quia reciprocum in detmncato verbo non includitur, cum 
» neqite in integro ipsum includatur ; v. g. fece eam vim non 
» habet, ut significet fessi ^ ergo neqnefe\ » Quindi conclu- 
de: <« Porro mBcipRocuM hoc ih loco necbssjlrtvm est [a]. » — 
La E. B. legge come la comune ; ma chiosando poi come il 
Lombardi , fece Beatrice istessamente come fece Daniello , 
mostra a tutta evidenza che si ebbe intenzione di leggere al- 
trimenti. Che se tutto questo non quadra al sig. Biagioli, 
tenga por egli la sua opinione; ma a persuaderla ad altrui gli 
converrà certo battere altra strada, che non già i motti amati 
e le gratuite sentenze, ma si bene la forza degli argomenti è 
quella sola che Tintelletto persuade, il quale , al dire del Poeta 
nostro, non si appaga che del vero, e gli occhi della sapienza 
50U0 le dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissima- 
mente [b] . Or torniamo al Comento. 4hì Fe^sì Beatrice ^ qual 
fé' Daniello . Siccome cioè Daniello intese , quello che gli altri 

>] Corrcct. et AdnoL in Dantis Comoed, Veronac 1775, fac. 7$. 
Jb\ >'cl Con\^ivio» 



88 PARADISO 

E disse: io veggio ben come ti tira i6 

Uno ed altro disio , si che tusr cura 
Sé stessa lega si , che fuor non spira « 

Tu argomenti : se 1 buon voler dura , i g 

La violenza altrui per qual ragione 
Di meritar mi scema la misura? 

Ancor di dubitar ti dà cagione a a 

Parer tornarsi T anime alle stelle , 
Secondo la sentenza di Platone , 

Queste son le question che nel tuo velie a5 

indovini non poterono 9 oual era slato il sogno del Re assiro 
Nabucodònosor 9 senza eh egli, cbe scordato se n*era , il dices- 
se f e gliene spiegò il significato y e in co tal modo j placandolo, 
fecegli sospendere l'ingiusta sentenza di morte fulminata con- 
tro tutti gì indovini; così Beatrice feccia Dante palesi i dobbj 
che lo agitavano 9 e glieli sciolse. *> fello per fiero, crudele. 

16 al 18 come ti tira >- Uno ed altro disio e come ugual- 
mente ti spinge a dimandare ciascuno de' due dubbj cbe tu 
bai . — si che tua cura - iSè stessa lega si , ec* onde il tuo 
desiderare sé stesso lega^ impedisce 9 in guisa , che fuor con 
parole non traspira. 

igal 2 E 7 buon voler , la buona volontà che avevano quelle 
monache di osservare i loro voti. — mi per ne 9 il singolare 
pel plurale. »^ Ma il Biagioli spiega invece: a me suppostomi 
in tal caso . «-« 

24 It^ sentenza di Platone , il quale insegnò che fossero le 
anime nostre fiitte prima dei corpi, e distribuite nelle stelle; 
e che* dalle stelle passando ai corpi , ritornino in 'morte alle 
medesime stelle , per ivi, secondo i meriti maggiori o minori 
quaggiii contratti , restarsene più o men lungamente [a]. 

20 velle^ voce latina, posta qui per volere f volontà j desi'- 
derio , e per bisogno della rima, e per l'uso de' poeti , ed 
anche de' prosatori , di spargere ne' loro italiani componimenti 
voci latine. V^edi la nota del Volpi, Inf. 1. 65. 

[a] Vedi Plaiooe nel Timeo ^ e ciò che insegnato da Platone riferisce 
s. Agostino, lib. i5. De Civit, Dei, cap. 19. 



CANTO IV. 89 

Fontano igualemente ; e però pria 
Tratterò quella che più ha di felle • 

De'SerafÌQ colui che più s' india, a8 

Moisè, Samuello, e quel Giovanni, 
Qual prender vuogli, io dico, non Maria , 

Non hanno in altro cielo i loro scanni, 3i 

Che questi spirti che mo t'apparirò, 
Né hanno all'esser lor più o men anni ; 

a6 Fontano igualemente j fanno uguale stimolo; il perchè 
nissana di loro tu poi manifestarmi. 

37 feliey epentesi imitante il latino per fele^ che pure ado- 
prasi mvece di fiele [a] • Qui però traslativamente sta per re- 
ieìtOf e veleno di £i]sa dottrina ; onde in seguito dirà: 
L'altra dubitazion che ti commuoue , 
Ha men velen^ [6]. 

a8 al 33 Dè*Sfra/tn ec. Sinchisi, di cui dee essere la co- 
struzione: Collii de^ Serafini che più s^ india (s'interna , si 
uQjsceaDio ) fMoisè ySamuello ^ e quel Giovanni ^ qualpren^ 
der vuogli(o il Battista o l'Evangelista j, non hanno f io di" 
coj i loro scanni in altro cielo ^ che questi spirti ^ che mo 
( ora ) t'apparirò ; non Maria ( la stessa gran Madre del Si- 
gnore, ha^ intendi I lo scanno suo in altro cielo , che ec. ),* 
ne hanno aW esser lor più o men anni . Il dire che tutti i 
beati sieno nel medesimo cielo , appartiene a rimovere l'error 
di Platone, che stanzino le anime in diverse stelle*, cioè" chi 
nella Luna, chi in Saturno, chi in Giove ec. ; e raggiungere 
che non hanno al loro beato essere prescritti pia o men annif 
ma che, come intende, tutti debbono ivi restare eteiiiamente, 
mila a distruggere l'erronea aggiuuta di Platone medesimo , 
che, ripassando T anime dai corpi alle stelle , ivi restino piii o 
men lungamente a misura dei riportati meriti • »->Sotto il v. 33. 
il Torelli nota: «Forse allude a questo passo di Platone nel 
» TiaieoiDenique cumunii^ersum constituisset y astris parem 
9 nunterum distribuitjonimarumy singulis singulas adhibens.>* 
» Salis autem et quasi sparsis animisper singula convenie n* 

[a] Vedi il Vocabolario della Crusea. [6] Verso 64. e seg. 



90 PARADISO 

Ma tutti fauno bello il primo giro , 34 

£ difFereutemeute bau dolce vita, 
Per sentir più e meu T eterno spiro . 

Qui si mostraro, non perchè sortita 87 

» Uà temporum instrumenta , fore ut animai nasceretur , quod 
39 omnium animcdium maxime esset divino cultui dedituinec, 
^ Al qual passo vedi ciò che nota Proclo nel quinto. libro dei 
» suoi Coment! sopra il Timeo . *» ^^ quegli spirti , l^gono qui 
r edizioni diverse dalla Nidobeatina ; ma poi nei Vn jS., de*me- 
desimi parlando, (juest'* alme leggono tutte . 

Non avvertendo il Landino e il Vellutello che nel xxxii. 
di questa cantica colloca Dante nel medesimo empireo cielo 
Maria Vergine in compagnia di tuui i beati^ sonosi indotti a 
ci-edere che le parole io aicoy non Maria ^ fossero un' ecce- 
zioue di Maria Vergine dal comun cielo • 

Nessun poi , a quanto veggo , degli Espositori fermando 
col Poeta la mira alla predetta eironea aggiunta platonica ( del 
restarseue l'anime dai corpi separate nelle stelle loro più o 
mcn auui y a misura dei riportati meriti ) , od hanno perciò l'ul- 
timo de*recitati versi , JVè hanno alC esser /or ec, saltato senza 
farvi chiosa, od han chiosato essere il di lui senso che tutti 
i beati saranno della medesima età dopo che sieno risorti, in 
i^irumperfectumy in fnensuram aetatisplenitudinis Chris ti [a] ; 
chiosa non solo incoerente ali* intrapresa confutazione del pla- 
tonico sistema, ma contraria eziandio all'incorporea natura dei 
nominati Serafini^ i quali appunto, perchè diversi dagli uo- 
mini, sceglie Dante ed accoppia agli uomini, e tuUi colloca 
nel medesimo cielo , in maggior contraddizione al platonico 
pensare . 

34 al 36 th^Ma tutti fanno bello ec. Intendi: tutù cre- 
scono ornamento al cielo empireo, ossia al Paradiso; e se piii 
meno di dolcezza, di beatitudine, ò in questo o in qnello 
spirito celeste, ciò avviene perchè ciascun sente piii o meno 
degli altri V eterno spiro, cioè Io spirare di Dio, la ineffabile 
felicita che Dio spira negli eletti. E. B.<«-s 

37 Qui si mostraro , non , legge meglio la Nidobeatina , 
r asprezza schivando del ron non che ammettono l' altre edi- 

[a] Eplies. 4. 



CANTO IV, 95 

Sia questa spera lor, ma per far segao 

Della celestial ch'ha mea salita. 
Cosi parlar coavìeDsi al vostro ingegno, 4^ 

Perocché solo da sensato apprende 

Ciò che £1 poscia d'intelletto degno. 
Per questo la Scrittura condiscende 4^ 

A vostra facultate, e piedi e mano 

Attribuisce a Dio , ed altro intende ; 
£ santa Chiesa con aspetto umano 4^ 

Gabbriell'e Michel vi rappresenta, 

E r altro che Tobbia rifece sano. 

zioai leggendo , Qui si mostrarono non. — sortita per asse^ 
guata in sorte . Volpi . 

38 39 ma per far segno ec: per della celestiale spera, cAe 
ha men salita ^ eh' è la più bassa di tutte, far segno ^ indìca- 
rct intendi, ch'eglino tra'beati sono gì' infimi ••-» £ il Torelli: 
« Vuol dire : per far segno del grado che tengono nel primo 
» cielo, nel veder Dio, che è meno prossimo degli altri . » 4-« 

4 1 da sensato , per da obbietto sensato , cioè sensibile [a] 
'^apprende j prende, piglia. »-> Apprende le cose intelligibili 
dalle cose prima conosciute per via di senso e di cognizione 
sensibile, conforme i dogmi peripatetici : Nihilest in intelle^ 
ctUj quinprius fuerit in sensu .* oportet intelligentem specua 
lari phantasmata; cosi dietro al Landino il Ventari . — Que- 
sta era la dottrina di Aristotile e di s. Tommaso , ed oggi è 
quella de' più dotti filosofi. E. B. <-• 

4^ Ciò che fa ec- ciò che fa essere materia dell' intelletto. 

43 la Scrittura la sacra Bibbia. 

44 ^ vostra fa/multate y alla materiale vostra capacità. 

45 ed qui per nui; di che vedine altri esempi presso il Ci- 
nooio [6j. a-» altro intende y da quello che suonano le parole, 
figurano le immagini sensibili. Biagiou.^hì 

48 raltro er., cioè l'Arcangelo Raffaello , che rendè la vi- 
sta al vecchio Tobbia. 

[à] m sensato per sensibile vedine allri esempj nel Vocabolario della 
Crosca [b] Par tic, loo. i8. 



9^ PARADISO 

Quel che Timeo dell' atiiine argomenta, 49 

NoD è simile a ciò che qui si vede, 
Perocché, come dice , par che senta . 

Dice che l'alma alla sua stella riede, 5a 

Credendo quella quindi esser decisa , 
Quando natura per forma la diede « 

E forse sua sentenza è d'altra guisa 55 

Che la voce non suona , ed esser puote 
Con intenzion da non esser derisa. 

S'egli intende tornare a queste ruote 58 

L'onor della 'nfluenza e '1 biasrao, forse 
In alcun vero suo arco percuote . 

Questo principio male inteso torse 6i 

Già tutto '1 mondo quasi, si che Giove, 

49 al 5 1 Timeo 9 il così da Platone intitolato Dialogo^ per 
Platone medesimo in qnel Dialogo. '^Non è simile ec.s non 
è 9 com' è questo, figuramento di nna cosa per fame capire 
nn* altra, ^die senta ^ per che creda, 

53 al 55 decisa y separata, tolta, -^per forma la diale e in 
diede per forma all'aman corpo. <— è d* altra guisa - Che la 
voce non suona : non dee intendersi letteralmente . 

57 intenzione^ intendimento, senso . 

58 al 60 S* egli intende ec.c s'egli è d' intendimenio , non 
che dalle stelle si dipartissero le anime ad informare nmani 
corpi, ma che create da Dio di mano in mano che debbonsi 
ne'corpi infondere, solo perchè dalle stelle ricevono degl' in- 
flussi , perciò partendo da' corpi vadano alle stelle per rendere 
loro o l'onore de' buoni influssi, ovvero il biasimo de* cattivi. 
— forse -/fi edcun pero^suo arco percuote , forse il di lui par- 
lare dice qualche cosa di vero. Cosi inteso, converrebbe Pia* 
tone col Poeta, il quale non per altro motivo fa vedersi quelle 
smonacate femmine nella Luna, che in segno della instabilità 
dal pianeta loro influita. 

61 al 63 Questo principiai , questa massima platonica, — imi- 
le inteso, intesa in diversa maniera da quella nella quale ora 



CANTO IV. 93 

Mercurio, e Marte a nomiaar trascorse. 

L'altra dubitazioo che ti commuove , 64 

Ha raen velen, però che sua malizia 
Non ti porìa menar da me altrove. 

Parere ingiusta la nostra giustizia 67 

ha detto potersi intendere y — torse ^ Già tutto 7 mondo quiMr 
sic disviollo dal retto, all' Idolatria facendolo, r licitare ^ vi 
aggiunge il Venturi, i vecchi Comentatori seguendo^ che spie- 
gano: mosse da ciò le genti ad adorare i pianeti come Dei. 
Ma ben diverso essendo credere i pianeti sedi delle anime , e 
il crederli Dei, ed essendosi inoltre adorati essi pianeti come 
Dei da quasi tutto il mondo prima di Platone, com'egli me- 
desimo, tra gli altri, nel suo Cratilo ne fa fede , Terrà perciò 
m^Iio Io spiegare che dietro al mal inteso Platone si cele- 
brassero i nomi de' pianeti come uniche sedi delle beali ani- 
me. •-» Attenendosi il Pera^zini all' intelligenza dei vecchi 
Spositori dal Lombardi sovraccitata, e riflettendo che ce nul- 
» jum crìmen est Jovem, Mercuri um, Martemque nominare 1» 
pensa che debba leggersi invece numinarj cioè far numi [a], 
Senza intendere di farci difensori di questa lezione al tutto 
nuova, noi diremo, che chi coniò i verbi immiare^ intuare^ 
Mudare > insemprare , indiare e simili , avrebbe potuto egual- 
mente creare anche l'altro numarcj sapendosi, per confes- 
sione di Dante stesso, ch'egli disse sempre quel eh' e' voleva 
dire, senza badare all'uso ricevuto delle parole. 4-« 

64 L^ altra dubitazione detta ne' versi 19 e segg., se 7 
buon yoler dura ec — ti commuove , ti agita . 

65 66 Ha men velen , è di men nociva conseguenza . — sua 
malizia^ sua tortura, sua pecca. -« Non ti porìa ec: non ti 
potrebbe allontanare da me , dalla dottrina teologica . -* * Il 
Postili. Caet* appunto chiosa: nonposset remoi^re te a me , 
et facere te errare infide. E^ R. 

67 al 69 la nostra giustizia*' nostra dice invece di divina 
per l'unione o comunione che hanno tutti gli eletti con Dio 
anche nel giudicare [&]. — è argomento « Di fede , e non di 
eretica nequizia •% argomento (chiosa il Venturi), ma assai 

[d\ Correeiwnes et Adnot. in Dantis Comoed, Veroose 1 776, pag.75. 
[b] Cosi tutti i sacri lalerprelì spiegauo quei dei Vangelo dello da Gè* 
9k Cristo »*sooi discepoli: sedebilisp et vos iudicantes, Mallb. 19, 



94 PARADISO 

Negli occhi de' mortali, è argoaienio 
DI fede, e non di eretica nequizia. 

difficile ; però Vellutello e Daniello saltano il fosso : il povero 
Laudino ci casca dentro con dire questo sproposito > cioè; che 
tal dubbio in Dante non era velenoso , e nonei*a tale da ri mo- 
verlo dalla Fede; perchè, dubitandosi che non sia giusta cosa 
quello che tiene la nostra Fede essere giusta cosa, s'aflerma 
la Fede essere. Dico dunque , per mitigare 1* asprezza di que- 
sta terzina : sant'Agostino insegna potersi senza peccare contra 
la Fede , anzi per affetto lodevole derivato da questa virtù , 
potersi y dico , esaminare y mettere in dubbio e in quistione le 
cose della Fede, purché si faccia adpiam deleclationcm , re- 
tenta iam Fide . Ciò supposto , daremo un senso ragionevole 
al testo con dire così : il parer ingiusta la giustizia di Dio per 

[mrere ch'egli rimeriti meno chi, non per difetto di sua vo- 
ontà, ma per altrui violenza, lascia di far bene , come le due 
monache suddette per forza smonacate , e per tal parere muo- 
versi, retenta iam Fidcy a cercare come s' accoppino queste 
due verità, tenute come rivelate , e che Dio é giusto, e che 
non si perde di merito senza difetto di propria volontà, questo 
è argomento di Fede . Questo pare che possa essere il senso.* 
altrimenti essendo di fede la giustizia di Dio non essere ingiu- 
sta, a chi paresse in contrario e aderisse a tal parere, non 
potrebbe difendersi da eretica nequizia . Chiama poi argomento 
di fede quel primo modo di s. Agostino lodato, perchè dimo- 
stra r affetto che un porta a quella, dando a vedere il pio de- 
siderio di bene intendere ciò cn'ella propone , per essere pron- 
to, come vuole s. Pietro, a render ragione della fede. Vi è 
chi piglia questa voce argomento in signiCcazione*di motivo , 
e dichiai*a il testo così : è motivo di credere, e non d'essere 
miscredente; ma pare a me durissimo a persuadere che T ap- 
parente ingiustizia sia motivo che spinga a credere esser Dio 
giusto , o non piuttosto tentazione ad opposto. Che se con ciò 
voglia dirsi che l'apparenza contraria alla verità ( come nel sa- 
gramcnto dell'Eucaristia addiviene) renda la divina giustizia 
obbietto materiale di Fede, mi comparisce una spiegazione 
pili ricercata e men naturale, ne molto conforme al presente 
contesto, e poco corrispondente air espressione medesima del 
nostro Poeta, laddove , pigliando ad imprestito la dottrina del- 
l'Apostolo delle genti, asserisce ed assevera . Fede è sustan^ 



CANTO IV. 95 

zia di cose sperate , -^lE argomento delle non parventi; ove 
per aTgomento di Fede intende tati 'altra cosa, come si può 
vedere nel canto xxiv. u. 65. del Paradiso. Fin qai il Venturi. 

Nel tomo 4* di tutte le Opere del Poeta nostro, stampate 
in Venezia l'anno 1760, part. i. pag. 64» viene prodotta una 
interpretazione del presente passo, fatta dall'avvocato sig. 
Giovanni Agostino Zevianl, in questi teniiini:ckTutti i G)men- 
» tatori hanno fatta in questi versi una difficoltà insolubile , 
» quando non ce n*è veruna : ecco la parafrasi per brevità e 
» chiaiesza insieme . Dice dunque a Dante Beatrice così : che 
» la giustizia nostra (cioè la divina) sembri talvolta ingiusta 
» agii occhi degli uomitii, egli è argomento di dover credere, 
» e non già di ereticamente dubitare; perciocché tanto pia 
» umile deve essere l'intelletto in ossequio della Fede, quan- 
a> to pia oscura e diflScil cosa gli si propone da credere: e 
» (jnesto bastar dovrebbe per acquietarti di tua domanda. Ma 
» perchè il dubbio, del qual tu cerchi, è di tal natura , che 
» fioche l'accorgimento vostro (cioè- l'umano) può penetrare 
» alfa verità dello scioglimento, voglio farti contento della 
» risposta. » 

Con queste spiegazioni però, o io non le intendo bene , 
o rimaniamo tuttavia nelle tenebre della difficoltà. Accordò al 
Venturi che ad piam delectationem , retenta Fide , possono 
questionarsi cose di Fede senza peccare contra la Fede ; ed 
accordo altresì al Zeviani che tanto più dee nostro intelletto 
in ossequio della Fede umiliarsi , quanto più difficil cosa gli 
propone da credere; ma non vedo poi come cavisi di qui ra- 
gione alcuna di ciò che Beatrice ha detto nel verso 27., e nel 
terzetto precedente ripete , che il dubbio circa la divina giu- 
stizia ,/ka men veleno dell'altro dubbio circa il platonico stan- 
ziare delle anime nelle stelle , e che solamente la malizia di 
Juesto potesse trar Dante fuor de'gangherì , e non di quello . 
orse che ad piam delectationem , retenta Fide, non si po- 
teva ugualmente discutere sì l'uno che l'altro dubbio? Pote- 
vasi certamente. Che differenza adunque poneci il Venturi? 
In ossequio poi della Fede (per ciò che spetta al Zeviani) era 
Dante ugualmente in obbligo di umiliarsi in tutti e due i dub- 
bj ; e, non fiicendolo, sarebbesi per qualunque di essi scostato 
dalla celeste dottrina di Beatrice. E perchè dunque del solo 
dubbio circa la divina giustizia si dice l' impotenza ad allon- 
Unar Dante da Beatrice? e perchè solo esso dicesi argomento 
di Fede ? 



06 PARADISO 

Alm vìa d' uscirne tenta il sìg. Bartolommeo Penusxiiii 
nelle sue Correzioni e note sopra Dante [a] , pretendendo 
rileTarsi dal contesto che parere ingiusta la divina giustisia 
vaglia il medesimo che parere troppo giusta; e come, dice, il 
credere alcuno troppo giusto è argomento 9 segno, di crederlo 
giusto, così il parere ingiusta la divina giustizia è argomen^ 
to di JFede^ è segno di crederla giusta • 

Il contesto però , cb'è il gastigarsi alcuno per ciò che 
contro al suo buon volere ha per altrui violenza operato [Aj, 
non acconsente che prendasi ingiusta in altro senso che nel 
suo naturale di non giusta • 

Quanto a me adunque, parrebbe la piii spedita il dire 
che parli Dante cosi, perocché airapparire delle anime nelle 
stelle favoriva il mal inteso Platone, ed era perciò piii facile 
Taderirvi; laddove al parere ingiusta la divina giustizia in 
quelle per forza smonacate femmine , ninna cosa prestava fa- 
vore; e y rettamente discorrendo, altro non poteva cavarsene 
che argomento , motivo, di Fede^ di credere cioè che Iddio 
vede più di noi, e che fosse a lui palese in quelle donne di- 
fetto tale, che non era apparso agli occhi de' mortali. Infatti 
simili apparenze mossero pure i santi Giobbe, Davide, Gere- 
mia , ed altri, né però trassero indi che argomento di Fedcy 
e non giammai d'eretica nequizia. «^Questa chiosa del Lom- 
bardi si accetta dalla E. B^ dove si trova per esteso riportata 
neirAppendice a questa cantica, senza alcuna osservazione • 
Il sig. Biagioli, dichiarandosi mal soddisfatto delle riportate 
interpretazioni, ne promette una tutta sua, la quale in so- 
stanza è la stessa che quella dello Zeviani di sopra trascritta. 
Il Lami, come annotasi nella E. F., spiega : «L'uomo fedele, 
» non arrivando a comprendere come Dio rimeriti certe ani- 
i> me , che agli occhi umani non sembrano meritarlo , sì ri* 
» volge agli abissi della sapienza di Dio, e si rimette a' suoi 
» giudizi ; onde la sua fede nella giustizia dì Dio tanto piii 
» cresce, quanto meno l'intende. » E 6nalmente il nostro To* 
relli a questi versi spone z « Il sentimento è chiaro. Parere 
» ingiusto ciò che Dio opera , ed è però giusto , è motivo di 
» fede, e non di eretica pravità , essendoché la Fede versa 
» intomo alle cose che non appariscono. Fides est argumen* 
» tum non apparemium , dice san Paolo . G>8i è del dognu , 

[a] Stampate in Vovona nell^auno 1775. [ir] Vedi v. 19. e segaeott del 
presente canto. 



i 



CANTO IV. 97 

Ma perchè puote vostro accorgi meo lo ^-o 

Ben penetrare a questa ventate, 

Come disiri , ti farò contento . 
Se violenza è quando quei che paté 7 3 

Niente conferisce a quel che sforza, 

Non fur quest* alme per essa scusate ; 
Che volontà, se non vuol, non s'ammorza, 76 



» che omnes in Adampeccaverint , e che Dio pnnisca giusta- 
» mente un bambino morto senza battesimo y per lo peccato 
u del primo Padre y e che negli occhi nostri sembra ingiusto 1 
» ed è però motivo di credere, e non di miscredere . » Dopo 
tutto questo noi crediamo, geueralizzando la proposizione 9 di 
potere colla E. F. interpretare ch'egli è sempre vero che le 
cose che in questo mondo ci sembrano eseguile con poca giu- 
stizia dalla Provvideuza, come le prosperità dei malvagi, le 
miserie e le avversità dei buoni ec., sono argomento di Fede^ 
poiché ci portano ad ammettere un'altra vita, un Dio premia- 
tor de'bnooi e punitor dei cattivi ec,, vale a dii*e i primi fon- 
damenti della credenza cristiana . <-« 

70 al 73 Ma perchè puote eci quasi dica: se si parlasse 
di cert'ahre verità, alle quali non può V accorgimento ^ T in- 
tendimento, nmano penetrare , io non farei altro che esortarti 
a credere; ma poiché la é questa una di quelle, alle quali può 
rumano intendimento penetrai*e, io soddisfarò al tuo deside- 
rio, e ti farò toccar con mano che non é in quelle smonacate 
femmine ingiusta la giustizia nostra. 

^3 paté fer patisce j soffre j adopralo Dante anche fuor di 
rima. Par. xx. oi. 

^4 Niente j la Nidob. ed alcun' altre ediz. [a]; JVeente, con 
alcune antiche, tutte le moderne. «^ Niente conferisce, cioè 
niente coopera, né aderisce , anzi ripugna con tutto il suo pos- 
sibile sforzo, e resiste a chi tenta farle violenza • Yemtubi.^^ 

75 Non pirec.c non furono quest'anime veramente violen- 
tate, e perciò degne totalmente di scusa. 

'f&non s^ ammorza f non cessa , non s'acquieta , detto tra- 

[a] Onalla , par cagion d' «sompio , di Venezia dal 1 5;8. 

FoL 



98 PARADISO 

Ma fa come natura face in foco, 

Se mille volte violenza il torza ; 
Per che, s'ella si pi^a assai o poco, 79 

Segue la forza ; e cosi queste fero , 

Potendo ritornare al santo loco . 
Se fosse stato il lor volere intero, 8 a 

Come tenne Lorenzo in su la grada , 

£ fece Muzio alla sua man severo , 
Così r avria ripinte per la strada 85 

Ond'erah tratte, come furo sciolte; 

Ma cosi salda voglia è troppo rada . 

si ali vamen te dal cessare che fii il fuoco ammorEandosi • m^ Els- 
sendo quasi assioma che voluntas nonpotestcogLYiLìirxmi.^^ 
'j'j ^8 Ma fa come ec: la costante voloutà contro la vio- 
lenza fa come nel fuoco ^ nella fiamma 1 l'ignea natura ; che, 
se mille volte estrinseca violenza pieghila in giù, mille volte 
raddrizzala • —« torza y antitesi per torca, forse dal veneto 
dialetto, che torzere invece di torcere pronunzia, 

79 Per che , il perchè; »-► per la qual cosa. Torelli. ♦-• 

80 Segue la forza : essa volontà asseconda in tal caso la 
violenza . 

8 1 m^ Polendo ritornare ec. E in qual modo V avrebbero 
potuto? Usando voglia assoluta contro la fatta loro violen* 
za [a].4-« al santo ìocOf al monastero onde furono tratte. 

S'A intero , in niente mancante , affatto costante nel suo pro- 
posito . 

83 Conte y intendi , esso <:ostante volere tenne Lorenzo « 
il santo martire, in su la grada , in su la graticola , sopra ac- 
cesi carboni • — grada lo stesso che grata, graticola. 

84 E fece Muzio ec* e rese il fiimoso Muzio Scevbla ine- 
sorabilmente severo a punir col fuoco la propria destra , che, 
invece di uccidere Poi-senna, il nimico Re tosco assediarne 
Roma, ucciso aveva per isbaglio un di lui Simigliare . 

85 86 Così, corrisponde al precedente Come tenne ec. — 
ripinte, dsL ripingere j lo stesso che respingere . — Onde per 

[a] Tedi U nota per noi aggiaota al v. loS. del passato caato . 



CANTO IV. 99 

E per queste parole, se ricolte 88 

L hai come dei, è l'argomento casso, 
Che t' avria fatto noia ancor più volte . 

Ma or ti s' attraversa un altro passo 9 1 

Dinanzi agli occhi tal, che per te stesso 
Non n'usciresti, pria saresti lasso. 

Io t' ho per certo nella mente messo, 94 

Ch'alma beata non poria mentire, 
Però eh' è sempre al primo Vero appresso : 

la quale fa]. — come, quando , /subito che [b]"^furo sciol- 
te f intendi y dalla violenza loro fatta. 

88 ricolie j ricevute j per intese • 

89 r argomento , V obbiezione che facevi contro la divina 
giustìzia. — casso 9 cassato y per distrutto • 

90 Che t^ avria ec: che avrebbe proseguito a darli in tua 
vita più volte agitazione. 

91 93 un altro passo - Dinanzi agli occhia un' altra dif- 
ficoltà air intelletto . 

93 Non n' usciresti y pria saresti lasso ^ avanti iJ pria sot- 
toiatendi che y al senso di perocchèy e come se avesse invece 
detto: non ne usciresti ; imperocché y tentando d'uscirne^ ti 
stancheresti prima che ti riuscisse l* intento . Della particella 
che 9 molte fiate a bello studio taciuta dagli scrittori, vedi Ci- 
Donio [c]« 

g^ slÌ^ Io i* ho per certo nella mente messo , ti ho per 
certa cosa insinuato, •^^Ch* alma beata non poria mentire y 
- Però ch^è sempre al primo F^ero appresso* Accenna Bea- 
trice ciò che nel precedente canto disse a Dante: 
• •*••. parla con esse , ed odi e credi 
Che la verace lucey che le ttppagay 
Da sé non laseta lor torcer li piedi [d] • 
»♦ Istessamente chiosa il Torelli. 4hì 

L* edizioni diverse dalla Nidobeatina leggono : Perocché sem^ 
pre al primo Vero è presso . 

[a] Vedi Cioonio , Partic, iga. io. [h] Lo stesso • Partic, 56. 1 5. [e] Par- 
tic. 44. 40. • segg. [à] Verso 3ii e segg. -^ 



loo PARADISO 

E poi potesti da Pìccarda udire 97 

Che raffezioo del vel Gostanza tenne, 
Sì ch'ella par qui meco contraddire. 

Molte fiate già, frate, addivenne 100 

Che, per fuggir periglio, contra grato 
Si fé' di quel che far non si convenne ; 

Come Almeone, che, di ciò pregato io3 

Dal padre suo, la propria madre spense, 
Per non perder pietà si fé' spietato . 

A questo punto voglio che tu pense 106 

Che la forza al voler si mischia, e fanno 

q^ 08 E poi potesti ec: e dopo cotal mia insiniiazione ti 
fu concesso di udire da Piccarda che Gostanza , violentemente 
svelata, ritenne l'affetto del monastico velo. Vedi nel prece- 
dente canto , i^. 1 1 5. e segg. 

99 e//a, iPiccarda. — par qui meco contraddire ^ avendo 
io detto che assecondarono queste smonacate femmine Ì9l forza 
che loro si fece [a] . 

lOi contra grato , la Nidobeatina; contro a grato , l'altre 
edizioni. — grato qui 9 come Purg. e. zxvi. 6a., vale grado j 
piacere, inclinazione; e però, avendo Dante nel canto prece- 
dente, u. t t6.y scritto contra suo grado y senza segno di caso, 
torna meglio qui pure che l'omissione medesima di segno si 
ritenga. »-»Così nelle JUime antiche, tom. i. fac. 4^5, ab- 
biamo: j4 sentir contra grato uomo a signore. E. F. ««-s 

io3 al io5 Come Almeonè, uccisore della madre Enfile a 
preghiera del padre Anfiarao . Vedine la cagione riferita al v. 
5o. del canto xn. del Purg. — Per non perder pietas rive- 
renza al padre. »^0 forse meglio, col Poggiali e colla E. B., 
{ìernon mancare neW amor filiale , e come significa talvolta 
a voce pietas dei Latini. 4-« si fé* spietato ^ contro la madre: 
espressione più energica di quella che al fatto medesimo ado- 
pera Ovidio: facto pius et sceleratus eodem [ij. 

106 loj^e/i^eper^/iiri antitesiingrazia della rima. — lafor^- 
za al voler si mischia: colla violenza si imisce in parte il volere. 

[a] Vano 79. t sagg. [b] Kciamorph, iz. 409. 



CANTO IV. loi 

Si j che scusar non si possoo l' offense • 
Voglia assoluta non consente al danno; 109 

Ma consentevi in tanto, quanto teme, 
Se si ritrae, cadere in più affanno. 
Però, quando Piccarda quello sprieme, 1 1 2, 

Della voglia assoluta intende, ed io 
Dell' altra , sì che ver diciamo insieme . 

« 

108 offense per offese^ peccati , adoprano antichi buoDÌ 
scrittori anche in prosa \a\. 

1 09 al III Voglia assoluta non ec. E questo come a dire 
che nel caso di cotale mistura di violenza e di volere non ac- 
consente la volontà all'opera illecita assolatamente , ma solo 
in tanto y quanto y solo perchè teme, se si ritira y di cadeì-e 
in piày in maggiore , affanno. — in tanto ^ quanto , legge la 
Nidobeatina qui e nel canto xzvi. 85. di questa cantica, ove 
Tal tre edizioni leggono, in tanto y in quanto. Si l'uno però 
che Talti^o significano il medesimo [ij , ed alla lindura del 
verso la Nidobeatina lezione si confa meglio. m^J^oglia assO' 
lulaj cioè senza alcun rispetto , col Buti spone la Crusca^ ma 9 
con piti aperta chiosa , il eh. sig. prof. Pai*enti intende per vo- 
lontà assoluta quella che è considerata indipendentemente 1 
senza riguardo alle altre circostanze 9 per opposto alla volontà 
relativa e condizionata . 4hì 

1 12 quello sprieme f esprìme 9 dice quello che di Gostanza 
dice, cioè che in mezzo alla violenza fu la volontà di lei per 
lo stato monacale. — spreme in luogo di sprieme leggono l'edi- 
zioni diverse dalla Nidobeatina -, ma olti*e che spriemere al 
senso di esprimere adoprasi anche da altri \c\ , per la somi- 
glianza che ha maggiore col verbo sprimere ne ottiene mag- 
gior chiai'ezza . 

1 1 3 1 1 4 Della voslia assoluta intende , ed io "DelValtra. 
Piccarda intende della volontà ritenente l'affetto al voto ; ed 
io intendo della volontà amante lo schifamento delle minaccia- 
te pene» piii che l'osservanza del voto. -^ uer diciamo insie^ 
me y ambo diciamo il vero • 

[a] Tedi il Vocabolario della Crnsca. [fr]yedi Cinonio 9 Partic. i4o.6. 
t 7, [e] Vedi il Yccabolario della Crnsca. 



I02 PARADISO 

Colai fu r ondeggiar del santo rio 1 15 

Gli' ascia del fonte ond'ogni ver deriva, 
Tal pose in pace uno ed altro disio. 

O amanza del primo Amante, o diva, 1 1 8 

Diss'io appresso, il cui parlar m'innonda 
E scalda sì, che più e più m'avviva. 

Non è Taffezion mia tanto profonda, 121 

1 15 116 Cotale questo che ho detto, — yii randeggiar ec. 
Metaforicamente appella Beatrice, rappresentante la teologìa, 
fonte omTogni ver deriva^ e coerentemente santo rio che 
di quel fonte esce appella il parlar della medesima, ed on- 
deggiare il modo di parlare. Con simile traslazione, dì Vir- 
gilio parlando , disse : 

Oh ! sehu (fuel Virgilio , e auella fonte 
Che spande di parlar sì largo fiume [a\ ? 

1 17 7a/, intendi ondeggiare ^ ossia modo di parlare, — po- 
se in pace , acquietò , — uno ed altro disio , tutti i miei de- 
sidei'j • 

1 1 8 amanza , voce adoprata anche da altri antichi buoni 
scrittori [6J, vale quanto la voce latina amasia y cioè donna 
amata . a-^ E incliniamo a credere col sig. Biagioli derìvive 
tal voce dal provenzale amance; gli antichi dicevano m^'a 
amanza per mio amore , mia donna amata. ^-^ primo y/mdn" 
tCj Dio, per ispezialità lo Spirito santo, che primo ^more 
appella [e]. — £?iVa, divina, epiteto solito attribuirsi alla sa- 
cra teologia , appellata perciò anche divinità [d] . 

1 19 Ì20 appresso y in seguito. — il cui parlar m* innonda 
-J? scalda sì , che ec. Applica al parlar di Beatrice , riguardo 
a sé medesimo, Tefficacia dell'acqua e del Sole ad avvivare 
piante ed erbe ; dell'acqua coìV innondare y coU' innaffiare , e 
del Sole col riscaldare . 

121 JVon è Vaffezion mia. Pone in luogo di tutto sé me-> 
desimo la sola affezione y causa del ringraziare, e dicela non 
tanto prof onda y ^ernon tanto capace y tanto abile y che ba- 
sti ec* ' 

[a] tuf. I. 79. f^l Vedi ti Vocabolario della Crusca, [e] Inf. ui. 6. 
[d] Vedi il Vocabolario delia Crusca sotto la voce Dit^initàt $. i. 



CANTO IV- io3 

Che basti a render voi grazia per grazia j 
Ma Quei , che vede e paote , a ciò risponda . 

Io veggio ben che giammai non si sazia 124 
Nostro intelletto, se 1 Ver non lo illustra, 
Di fuor dal qual nessun vero si spazia • 

Posasi in esso, come fera in lustra, 127 

Tosto che giunto Tha; e giunger puollo; 
Se non , ciascun disio sdSfthhe Jrustra . 

laa render uoi per rendere a i/oi . Volpi . — grazia per 
grazia j riograsiamento uguale al favore • 

ta3 Afa Quei $ che vedeec.^ ma rendavi il guiderdone quel 
Dio che solo veramente vede, perchè tutto vede, e solo vera- 
mente può j perchè tutto può . 

I2D 12& se "*/ vèr non ec. Costruzione: Se non lo illustra 
il Vero , quel vero Iddio , '■^Di fuor dal qual nessun vero si 
spazia j nessuna verità si spande, si diffonde . 

laj lustra per tana^ covile , non, come dice il Venturi 9 
dalla voce latina lustrum un po^ stravolta , ma dalla total- 
mente uguale lustra , lustrae , che adopera Plauto \a\ . 

128 •-» e giunger puollo . Intendi: e può giungere a sco- 
prire esso vero contro l'opinione degli Stoici, i quali diceva- 
no nessuna verità potersi sapere dall uomo . E. B. ^-s 

1 29 ciascun disio y^Ic disio di ciascun di noi . — sareb^ 
be frustra. Oltre il costume piii fiate ricordato d* inserire gli 
antichi voci latine ue'componimenti italiani, può qui Tavver' 
bio latino /ìru^lra aver riguardo all'assioma garante della pro- 
posizione del Poeta: Deus et natura nihil frustra operantur. 
•-^Se la \'oce frustra s'ha a riguardar come latina, e non già 
come sincope di frustrato , sarà bene far avvertire che le 
voci latine, sparse con parca mano nella lingua nostra, danno 
«Ile sentenze cert'aria di pellegrino che piace. Cosi facevano 
i Latini col greco. E dice il Salviati: e non pur nella fine e 
nei titoli y ma per entro l^opere ancora ^ pareva lor bella 
cosa il mescolarvi alcuna volta qualche parola in gromma- 
tica; cosi allora dicevano il latino* Biagioli.^^ 

[a] In lustra iacuistif 5. ego me in lustra? Asia, act 2, se. 3. v» 3 8. 



io4 PARADISO 

Nasce per quello, a guisa di rampollo, i3o 

Appiè del vero il dubbio; ed è natura 
Ch'ai sommo pioge noi di collo iu collo. 

i3o i32 per quello vale, secondo me 9 quanto per ciò ^ 
per tal motivo. Altri spiegano: da quel desio e curiosità di 
sapere. •* a guisa di rampollo , ec. Vuol dire che come ap- 
pena si è l'albero innalzato j gli nascono a' piedi dei rampolli» 
così 9 appena ci siam noi innalzati al conoscimento di una ve- 
rità , ci nasce dappiede un altro dubbio • — ec2 è natura ec.z 
ed è questo un saggio provvedimento della natura , per cosi 
di vero in vero spingerci al sommo ^ ch'è Iddio. »-^ Il Toi'elli 
aW. i3i. crede che debba leggersi: A pie del dubbio ili^e- 
ro; e spoue diversamente dagli altri : alVasce per quello j cioè 
» per lo primo vero . A pie del dubbio il vero , cioè il se- 
» condo vero ; --hiI sommo, cioè al sommo vero , o alla ci^ 
» ma. »«-«-* Il Postili. CaeU nota a questi ed agli antece- 
denti versi molto dottamente così :« Reprobai opinioncm Stoy- 
»corum, qui dicebaut, quod nulla veritas poterai sciri j imo 
» latebat sicut in profundo putei; quod est falsum, quia multa 
» possunt vera scirì : aliter quidquid homo desiderarci in in* 
» quireudo veritatem, et scire quod est naturale, esset fru- 
» stra, et repente una ventate uoscitur, aliud desiderium, et 
» declarato isto , nascitur aliud ec; itaque de una verìtate in 
» ajiam movet nos ad scieudum ec. » E. R. — di collo in collo 
spiando alcuni detto in gi*azia della rima per di colle in 
colle, direttamente si oppone loro il Venturi , atteso che 
( scrive ) dicendo di collo in collo , col primo collo la rima 
certamente nulla ha che partire. Il sig. Rosa Morando pre- 
tende che collo in questi luoghi sia figuratamente detto dal 
collo nostro, a significazione d*altezza , talché di collo in collo 
vaglia d*altezza in altezza. — * L'Espositore del cod. Cass, 
spiega le voci di collo in collo con la nota : addiscitur scien» 
tia gradiUim degrada in gradum. E. R. — Dovunque però 
derivisi , o dal collo nostro , o d'altronde , collo per cima o 
altezza adopralo certamente, e fuor di rima , il Poeta nosli*o 
medesimo e nel canto xzii. dell'Inferno, v. 1 16.: 
Lascisi V collo , e sia la ripa scudo , 
A veder se tu sol più di noi vali ,* 
e nel zxiii. 43. della medesima cantica t 

E giik dal collo della ripa dura. 



CANTO IV. io5 

Questo m'invita, questo m'assicura i33 

Con riverenza, Donna, a dimandarvi 
D' un'altra verità che m'è oscura. 

Io vo' saper se Fuom può soddisfarvi i36 

A voti manchi sì con altri beni 
Ch' alla vostra stadera non sien parvi . 

Beatrice mi guardò con gli occhi pieni 1 89 

Di^faville d'amor, con sì divini, 
Che, vinta mia virtti, diedi le reni, 

£ quasi mi perdei con gli occhi chini . 

t33 al i35 Questo m^inidta^ ec. Cìostnizione : o Donna j 
questo (il detto spignerci > che fa natura per Daovi sopranna- 
sceoti dubb) , al sommo vero )f m^ inibita j questo m^assicuray 
mi dà coraggio 9 a dimandanti con riverensia d^ un* altra ye* 
fila che tn* è oscura , nascosta . 

i36 al i38 /o uó* saper ec. Supponendo Beatrice un mem- 
bro della celeste giudizial Corte , come dì sopra [a] è dettOi 
addimanda Dante se a lei ed a 'congiudici possa l'uomo a ( in- 
vece di ^r [&] ) voti manchi j non adempiuti 9 soddisfare con 
altri bèni 9 con altre opere pie , si che non sien cotai voti alla 
stadera j alla esistimazione loro,pan^ij piccioli, mancanti del 
giusto essere. La comune degl'Interpreti mostra d'intendere 
che parui sia detto degli altri beni; a me però sembra che 
dicendosi dé*uoti manchi regga la sintassi meglio. 

i4o con si disfini j intendi occhi. — * Tanto il cod. Gaet. 
che il Glenbervie leggono così invece di con sì E. R. 

i4i diede le reni , legge la Nidobeatina e cinque mss. ve- 
duti dagli Accademici della Crusca : e virtute die' le renij leg- 
gono quante veggo altre anticbe edizioni ; né 9 se non inconsi- 
deratamente su l'esempio di soli sei testi, fra un centinaio che 
ebbero a confronto, è piaciuto agli Accademici stessi di sce- 
gliere diedi le reni. La sola virtù visiva di Dante dee inten- 
dersi che , chinando gli occhi, desse le reniy sfuggisse cioè l'af- 
fissamento negli sfavillanti occhi di Beatrice, e non già che 
Dante stesso se ne fuggisse. Veggasi in maggior prova il pri- 

[aj Al terso 67. [b] Vedi Cioonio t Partic. 1 . aa^ 



io6 PARADISO 

mo terzetto del seguente canto. m-¥ Così leggera e chiosava il 
Lombardi nella romana del 1791 ; ma qaesta chiosa venne in- 
teramente omessa dal sig. De-Romanis nella sua splendida edi- 
zione del 18 15- 17, in cui preferì la lezione degli Accademici 
giustificandola colla seguente nota : « La discordanza de* testi 
» in questo luogo essendo presso che generale, ragion vuole 
» che quella lezione si segua piii soddisfacente al buon senso. 
» Pertanto adoperiamo in questo verso la lezione e la punteg- 
» giatura de' signori Accademici , in luogo della Nidob., soste- 
92 nuta dal P. Lombardi : Che yinta mia virtù diede le reni • 
» Il cod. Cacti può servire per una nuota autorità in favore 
«a della lezione suddetta . — Il sig. Poggiali chiosa a questo 
» luogo, chcy oppressa restando la viriii visiva del Poeta dalla 
» divina luce, che sfolgorava dalle pupille di Beatrice , dovet- 
» te abbassar le sue, e rivolgersi indietro.»*- La lezione dal 
Lombardi seguita e difesa è disapprovata anche dal sig. Bia- 
gioii , a cui sembra cosa sconcia anzi che no quel dar corpo 
alla virtìi visiva ; e per lo contrario trova naturalissimo qne* 
st'atto di rivolgersi al subito assalto di forte splendore , come 
ognuno può aver provato piii d'una volta ; e bene a proposito 
qui ci ricorda \ uv* 142* al i44* d^l xxiv. del Purgatorio, nei 
quali Dante 9 abbagliato dal folgorante lume d'un Angelo, di- 
ce di essere stato costretto a volgersi indietro. Termineremo 
questa nota col soccorrere la lezione della Crusca coli' auto- 
rità del nostro Torelli, il quale, leggendo colle antiche ediz.. 
Che vinta mia viriate die' le reni , sotto vi nota : die* per 
diedi « citando ad esempio questo verso del Petrarca : T* son 
colei che ti die"* tanta guerra .^^-m 



CANTO V. 



ARGOMENTO 

Solve il dubbio d'intorno et voti mosso nel canto di 
sopra; poi sale al secondo cielo ^ che è quel di Mer- 
curio, dove trova infinite anime y una delle quali se 
gli offerisce a soddisfare ad ogni sua dimanda* 

O io ti fiaiDroeggio nel caldo d'amore i 

IH là dal modo che 'a terra si vede, 
Si che degli occhi tuoi vinco 1 valore , 

I al 6 »-^ Ecco il laogo ove oonviensi disporre chi studia 
alla parte più difina di questa terza canzone^ o, per meglio 
dire 9 a un Paradiso nuovo, creato da Dante , quello che ne* 
gli occhi e nella bocca di Beatrice da lui si figura; perocché 
(Jiiunque non intendesse come deve a questa paft*te , non sa- 
prebbe delle mille una di queste ineffabili delizie gustare , e 
il maggior miracolo dell' ingeguo del Poeta sommo sai'ebbe per 
Ini tale , quale agli orbi il lume del cielo. 

Adunque 9 dimostrandosi nel vino umano, negli occhi e 
nella bocca massimamente, ogni atto e reggimento dell'anima 
passionata, scelto ha il Poeta questi due luoghi , e gli occhi 
singularmente » a manìfestai*e la virtii della scienza nelPanima 
di lei innamorata, e il celeste lume, onde splende a piii a piìi 
la verità , a cui ella degna il suo divino sembiante disvelare. Ma 
come potrà mai Dante stesso differenziare una sostanza sola 
per tanti gradì mezzani dal primo sino all' ultimo ? Come va«» 
rìare ad ogni passo Tunica cagione , modificata pel solo acci* 
dente del quanto? Onde mai cavare on linguaggio del tutto 
nuovo, che sì alti intelletti compiutamente r]ti*agga?CiOme far 
ai Ogni volta che, nuovo apparendo il principio stesso, nuovi 



io8 PARADISO 

JNoD ti maravigliar ; che ciò procede 4 

Da perfetto veder che, come apprende, 
Cosi Dei ben appreso maoye '1 piede. 

sìeno gli effetti 9 nuOTO il diletto e la maravigliai finché , gianto 
al sommo, trovisi l'anima seguace del suo dire nell'inGnito 

Sorgo della beatitudine sommersa I e quivi tutta iuebbriala beva 
1 se medesima Tobblio e s'indii? Cosi fa il Poeta; cosi ognu- 
no che va dietro stretto al suo parlare. A volersi disporre y sì 
come conviene, lo studioso a cosi nobile cibo, debbe prima 
di tutto sapere qua! sia l'intendimento del Poeta nel far cre- 
scere di cielo in cielo il riso degli occhi e della bocca di Bea- 
trice, che si debba intendere per la bocca di questa donna , 
e che per gli occhi suoi. 

In riguardo alla prima parte, volle il Poeta, in quel pro- 
gressivo augumento di splendore e di beatitudine negli ocelli 
e nella bocca della sua diva , dimostrare. la luce via via mag- 
giore , e insieme la forza che acquista V intelletto nostro in- 
noltraudosi a piii a piìi nella scienza j dal qual principio , ch'è 
una delle piii maravigliose invenzioni dell' immortale poema, 
tante sovrumane bellezze e miracolosa adornamenti si dischiu- 
dono , che bastano a formare un Paratliso a parte , e tale quale 
dall'onnipossente ingegno del solo Dante si poteva figurare . 
Per quello che spetta ai due anzidetti luoghi della ce- 
leste Beatrice, nei quali il divin lume delFEnte sommo s'ac- 
cende , e si moltiplica in infinito, leggansi le sottoposte parole 
di Dante , tolte dal Concito , dove di questa Donna, simboleg- 
giante la divina scienza, così dice : « Beatrice figura la divina 
» scienza , risplendente di tutta la luce del suo suggetto i il 
» quale è Dio. » Di lei il Poeta : ce nella faccia di costei ap— 
3» paiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso, cioè ne- 
» gli occhi e nel riso. E qui si conviene sapere che gli occhi 
» della sapienzia sono le sue dimostrazioni , colle quali si vede 
» la verità certissimamente ; e 1 suo rìso sono le sue persuasio— 
» ni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienzia 
» sotto alcuno velamento ; e in queste due cose si sente qael 
» piacere altissimo di beatitudine, il quale ò massimo bene in. 
» Paradiso. Questo piacere in altra cosa di quaggiii esser non. 
» può, se non nel guardare in questi occhi e in questo riso. » 
Fin qui ilsig. Biagioli; or veniamo alla chiosa del Lombardi. 



CANTO V. lop 

lo veggio beo sì come già risplende 7 

S*io ti fUfmmeggio ec. Rende Beatrice, simboleggiante la teo- 
logìa y ragione a Dante perchè tanto sfavillassero qui di amore 
i di lei occhi , quanto nel fine del canto preceaente è stato 
detto, a segno cioè di essere il Poeta stato costretto ad abbas- 
sare lo sguardo, •-> ed a rivolgersi anche indietro , come spon- 
Sono i pìii , e come esige la lezione da noi preferita al i^. i4i* 
el passato canto. 4>« Dicegli adunque, che non si maravigli 
se, in cielo essendo, gli si mostra nel caldo d'amore ftanuneg* 
gianie , sfavillante, — Di là dal modo che *n terra si yede , 
oltre quel segno in cui si mostra la medesima agli occhi dei 
mortali in terra, imperocché uedej comprende, essa in cielo 
perfettamente; ed a misura che compi*endesi il bene, muo' 
yesi in esso il piede , va il comprendente avanti nell'amore 
del bene compreso. 

I Comentatori (avverte a questo passo il Venturi ) spie*' 
gano: S*io ti fiammeggio j se scaldo e infiammo te i ma, se si 
rifletta Tesser qui ora Dante rimasto abbarbagliato, ben na- 
sce dair apparire Beatrice fiammeggiante, non dall' infiam- 
marsi esso Dante ; come altresì a lei , e non a lui , conviene 
il perfetto vedere f cagione del fiammeggiare • 

Per dare però a tutti il giusto, bisogna da quelli che 
spiano ti fiammeggio per ti scaldo e infiammo j eccettuar- 
ne il Landino,- che iS* io ti fiammeggio spiega s^ io sono più 
splendente i e da quelli che attribuiscono \\ perfetto vedere 
a Dante, eccettuarne il Vellutello, che a Beatrice lo attribui- 
sce. »->Ncl senso morale e nell' anagorico intenderai: non ti 
maravigliare se la Teologia qui in cielo è più illuminata che 
in terra; perciocché essa in cielo cortipi'ende più perfettamente 
il bene, ed a misura che lo comprende, proe^redisce in quel- 
lo. E. B. •^ Il codice Stuardiano legge al v. i. vince il valore 
riferendo il vince al suggetto sottinteso il mio fiammeggiare ,* 
lesione da aversi in riguardo. Biagioli. ^-s 

7. al 9 /b veggio ben ec. Corrisponde questo di Beatrice 
al parlar che fece Dante poco innanzi : 

Io veggio ben che giammai non si sazia 
Nostro intelletto, se 7 F'er non lo illustra , 
Di fuor dal guai nessun vero si spazia , ec. [a] ; 

[a] Canto precedente , i^. i a4* e segg. 



no PARADISO 

Nello intelletto tuo T eterna luce. 

Che vista sola sempre amore accende; 
E s' altra cosa vostro amor 8educe|, io 

Non è se non di quella aleno vestigio 

Mal conosciuto che quivi traluce. 
Tu vuoi saper se con altro servigio 1 3 

Per manco voto si può render tanto , 

e vuol dire Beatrice di quindi ben conoscere che già nelPia* 
telletto di Dante risplende queiretema luce, Che teista sola 
sempre amore accende ^ quella luce, la quale, veduta che 
siasi una volta , accende di sé un perpetuo amore. — * Leg- 
gendosi in alcune antiche edizioni come nella Fulginatease ec, 
e trovandosi nel cod. Cass. Che teista sola et sempre 9 il P. A- 
bate di Costanzo [a] ed il sig. Portirelli inclinerebbero a pi*e- 
ferirla. Che anzi, poiché una chiosa al detto verso (sebbene 
di carattere piii recente del solito Postillatore cassinese) pro- 
pone di leggere i^i sta separatamente, sarebbero essi d'avviso 
di sostituirvi il seguente verso. Che ^i sta sola ^ et sempre 
amore accende . Per quanto ci sembri soddisfacente questa 
nuova lezione, privi di maggiori autorità, ci siamo contentali 
di qui riparla. E. R. 

10 al 12 j' altra cosa, diversa dall' eterna luce , — uostro 
fimor seduce j attirasi il vostro aOetto, — Non è se nonec.j 
non per altra forza ciò fa , che per alcun* orma , alcun raggio , 
della medesima etema luce che negli obbietti creali vi si mo- 
sti-a. •-►'Però nel Compito , come annota il sìg. Biagioli: ce e 
a> da sapere che *1 primo agente , cioè Dio , pinge la sua TÌrtii 
aa in cose per modo di diritto raggio e in cose per modo di 
M splendore rinverberato . Onde nelle intelligenze raggia la 
» divina luce senza mezzo ; nell'altre sì ripercuote da queste 
» intelligenze prima illuminate • ti 4-« 

i4 Per manco voto , per voto mancante , non adempiate; 
né veggo perchè il Venturi pretenda essere qui pure manco 
non addiettivo, ma sustantivo , come lo fu in quell'altro \erso > 
Qui rilegate per manco di ifoto \p\ • 

[a] Vedi la sua Lettera uel voi. v« di questa nostra ediz. fac. 1 39. e seg. 
\b\ Par. nu 3o. 



CANTO V. Ili 

Che raoima sicari, di litigio. 
Sì comiociò Beatrice questo canto; i6 

E, si com' uoni che suo parlar non spezza , 

CoQtiDUÒ cosi 1 processo santo. 
Lo maggior don che Dio per sua larghezza 1 9 

Fesse creando, e alla sua bontate 

Più conformato , e quel eh* ei più apprezza , 
Fu della volontà la lìbertate, 22 

Di che le creature intelligenti , 

£ tutte e sole furo e son dotate . 
Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 26 

L'alto valor dei voto, s'è si fatto, 

i5 sicuri j da sicurare 9 adoprato al medesimo senso di 
assicurare [a]. ~* di litigio f dì guai , di contrasto colla divi- 
na giustizia. 

16 Sì cominciò Beatrice questo canto j invece di dire 
Questo parlare j col quale io il canto incomincio y fecemi 
Beatrice^ 

17 non spezza , non tronca , né interrompe punto. VEvruai. 

18 processo per seguitamento di parlare. Volpi. 

19 »-» Lo maggior don ec. Dante nel suo libro De Mo* 
narchia .* Haec libertas y siue principium hoc totius nostrae 
lìbertatis , est maximum donum humanae naturae a Deo 
coliatum» Torelli, ^hì 

ao 21 Fesse , sincope di facesse . »-> creando y sottintendi 
lui. BiAoiou. 4-« conformato y conforme. 

a3 le creature intelligentiy gli Angeli e gli uomini . 

a4 furo (sincope di furono) risguarda le già create, e son 
risgoarda le anime degli uomini che si creano da Dio di mano 
in .mano che si hanno ad infondere ne' corpi , secondo ch^ è 
detto nella nota al canto i. della presente cantica, m. 7 3. 

a5 ti parrày ti si appaleserà. Wh¥ quinciy da questo prin- 
cipio . B1AGIOLI. 4-« 

26 27 s^ è si fatto y - Che Dio consenta ec. Accenna la 
[a\ Vedi il Vocabolario della Crusca, che ne reca \ar) altri esempj . 



Ila PARADISO 

Che Dio consenta quando tu consenti ; 
Che , nel fermar tra Dio e T uomo il patto , !iS 

Vittima fassi di questo tesoro , 

Tal, qual io dico, e fassi col suo atto. 
Dunque, che render puossi per ristoro? 3i 

Se credi bene usar quel ch'hai offerto, 
)ì mal tolletto vuoi far buon lavoro . 



condizione per comuQ parere de'teologi al voto necessaria, 
che sia di cosa a Dio accetta , talmente che acconsenta Iddio 
di accettar l*obbbVo che acconsente l'uomo di addossarsi . 

28 Che vale qui imperocché [aj. 

2g 3o eli questo tesoro j - Tcdj qual io dico.' del tesoro 
della libertà, tesoro di quella preziosità di cui lo dico, men- 
tre lo asserisco Lo maggior don che Dio ec. — e fassi col 
suo atto e e fassi cotal vittima colla spontanea dedizione della 
libertà stessa • 

3i ristoro per compensazione . 

3a 33 Se credi ec. .* se pretendi di potere adoprare come 
tua, ed impiegare in altro bene, quella libertà, dell§. quale 
con r offerta fatta a Dio te ne sei privato, egli è questo un 
pretendere dì far buon lauoro^ buona opera, di cosa mal tol- 
ta , di far meritevole limosina con roba rubata, di fondare spe- 
dali, dice a proposito il Venturi, da starci bene quelFiscrizione: 
Fondò questo spedai persona pia ; 
Ma i poderi da starci fece pria . 
tolletto da tollere , che per togliere non solo adopera il Poeta 
nostro in rima [i], ma usarono altri antichi buoni scrittori 
anche in prosa [e] ; ed è molto verisimile che il comunemen- 
te oggi usato tolto sia una sincope di tolletto , come lo sono 
assolto j rivolto ec. di assoluto ^ rivoltato ec* 

Trovando io però presso il Muratori [d] che maltole" 
tum y o malatoltaj appel lavasi anticamente F aggravio fatto 
al prossimo ne* contratti in altra occasione, piego a credere 
che makolletto , in una sola parola , scrivesse anche Dante. 

[a] Vedi il Vocabolario della Crusca sotto la particella Che avverbio S 3. 

[b] Inferno ii. Sg., zxiii. 57., ed altrove . [e] Vedine gli esempj nel Vo- 
cabolario della Crusca , e nei Prospetto de* verbi italiani sotto il ver- 
bo Togliere, [d^ DisserL 67. sulle Antichità italiane, J i4* 



CANTO V. ,i3 

Tu se* ornai del maggior punto certo ; 34 

Ma perchè santa Chiesa in ciò dispensa, 
Che par contrario al ver eh' io t' ho scoverto, 

Convienti ancor sedere un poco a mensa, 3n 
Perocché 1 dbo rìgido ch'hai preso, 
Richiede ancora aiuto a tua dispensa. 

Aprì la mente a quel eh' io ti paleso, 4o 

£ fermalvi entro ^ che non fa scienza. 
Senza lo ritenere, avere inteso. 

34 Tu se* ornai del maggior punto eerto: certo se' tu ora- 
mai che ciò che nel voto è il piii valutabile , cioè ( com' essa 
Beatrice dodici versi sotto dirà) la ùonpenenza^ la conren- 
zione della vc^ontà , non si cancella , se non servata . 

35 in ciò dispensa , suole ne* voti dispensare . 

36 Che par contrario al uer ch'io fho scoverto , dicendo : 
Dunque , che render puossi per ristoro ? - Se credi ec. L'ed i - 
zioni diverse dalla Nidob, leggono: Che par contra lo ver 
cA' «• r* ho scoverto . 

37 al 39 Convienti ancor sedere ec. Accenna il costume 
delle ben regolate mense , che dopo i cibi rigidi, duri a di- 
gerirsi, apprestinsi altri cibi o liquori che giovino alla digc- 
adone di anelli ; e 9 siccome nella guisa che un cibo per V al- 
tro si smaltisce, cosi Tuna per l'altra dottrina si rischiara, 
però (a Dante che Beatrice ^ in luogo di dire Convien che al- 
tro parlare ti rischiari il fin qui detto j traslativamente dica : 
Candenti ancor sedere ec. -— a tua dispensa dice pure con- 
venìeotemente invece di a tua digestione ^ alla digestione 
cAe dèi tu fare ^ imperocché non è la digestione se non una 
separasione e dispensa delle varie parti del cibo a'varj con- 
dotti die dal ventricolo si partono, e diramano per varie parti 
del corpo. »♦ Il Torelli pensa che starebbe meglio detto a 
sua ( in luogo di a tua ) dispensa . 4-« 

4o al 4^ jfprì la mente y per attendi j metaforicamente detto 
dal] 'aprire cne facciam gli occhi per vedere. — fermalvi en- 
tro j ve lo ferma entro . *- che non fa scienza ec. Costruzio- 
ne: che avere inteso senza lo ritenere non fa scienza. Dif- 
finendosi nelle scuole la scienza una cognizione acquistala per 

roi. ni. 8 



ii4 PARADISO 

Due cose si convengono ali' essenza 43 

Di questo sacrificio, Tona è quella 
Di che 81 & ) r altra è la convenenza • 

Quest'ultima giammai non si cancella , 4^ 

Se non servata, ed intorno di lei 
Si preciso di sopra si favella : 

Pejò necessitato fu agli Ebrei 49 

Pur l'offerire, ancor che alcuna offerta 
Si permutasse, come saper dèi. 

dimostrazione , ossia per consegaenza tirata da verità precono» 
scinte I non potendo^ clii delle premesse yerìtà si dimentica , ti- 
rar da esse conseguenza, non può certamente acquistare scienza. 
43 al 4S Due eose^ legge la Nidobeatina con tutte le anti- 
che edizioni ; Duo coscj legge Tedizione della Crusca e le se- 
guaci* -* contengono alT essenza -^ Di questo sacrìficio^ si 
uniscono nella formazione del voto. — Vuna è quella - Di 
che si fa; è la cosa della quale si fa voto, si fii a Dio prò* 
messa , la virginità , esempigrazia , il digiuno ec. y ed appel- 
lasi da' teologi e dal Poeta stesso materia del i^oto [a] ; ^^ Pai* 
tra è la contenenza , la convenzione , che forma del %K>to è 
appellata. --^ contenenza iper contfenzione trovasi adoprato da 
Toscani scrittori anche in prosa [&]. »-^Il Torelli sotto questa 
terzina ha notato : «Vuol dire: l'una è quello di che sicon- 
» viene o pattuisce^ l'altra la conuenenza , il patto stesso. s>4-« 

46 non si cancella 9 non si toglie dalla partita di debito. 

47 4^ ^^ ^^^ servata, se non osservala essendo» se non 
adempiuta. — ed intomo di lei , e per quanto alla medesima 
a ppartiene , — Sì preciso di sopra ( •-► cioè ai vi/. 3 f . al 3 3. ^^m ) 
si favella; così Beatrice invece di dire: Sì risolutamente ha 
di sopra pronunziato • 

49 al 5 1 Però necessitato fu ec. •-♦ Però necessità ec. « 
legge il codice Poggiali. ^hì Costruzione.* Però, ancorché agli 
Ebrei si permutasse , come dèi sapere , alcuna offerta , pur^ tut- 
tavia [cjy r offerire fu loro necessitato f reso necessario . « Fu 

f/i] Terso Si. [b] Vedi il Vocabolario della Crusca, [e] Della particella 
pur per tuttavìa vedi Ciaonio» Parile, 206. 8. 



CANTO V. ii5 

L'altra, che per materia t'è aperta , 52 

Puote bene esser tal, che non si falla, 
Se con altra materia si converta . 

Ma non trasmuti carco alla sua spalla 55 

Per suo arbitrio alcun , senza la volta 
E della chiave bianca e della gialla ; 

Ed ogni permutanza credi stolta , 58 

Se la cosa dimessa in la sorpresa , 
Come '1 quattro nel sei , non è raccolta . 

» (chiosa a questo passo il Venturi) ingiunto agli Ebrei per 
» necessità indispensabile l'obbligo d'offerire, ancorché in- 
» Tece di una cosa potessero offerirne un'altra ; per esempio, 
«due tortore ) o due colombe, invece di uu agnello, come 
a» &ceva la poTera gente. » Io però dubito molto se mirasse 
qui Dante alle offerte che comandò Iddio nel Levitico [a] alle 
partorienti Ebree > e non piuttosto alle altre offerte che per 
isponlaneo voto promettevano gli Ebrei stessi a Dio , delle 
quali nel medesimo Levitico [b] abbiamo che in alcuni capi 
non v*era luogo a permuta ; e che in altri capi, ove la per- 
muta aveva luogo, conveniva che la cosa sostituita eccedesse 
in valore la promessa di una quinta parte . — offèrere in luo- 
go d'offerire legge l'edizione della Crusca e le seguaci , con- 
trariamente alla Nidobeatina e ad altre antiche edizioni • 

5 a U altra ^ la cosa nel voto promessa , — che per materia 
€h aperto , ch'è a te cognita sotto il nome di materia del voto . 

53 f€dla dee intendersi il congiuntivo dal yeiho fallire ^ in 
senso di errare [e], cosi iu grazia della rima, detto per sinco- 
pe in luogo di fallisca . 

Sb al 5^ m^ Ma non trasmuti carco ec, riguardando qua! 

carico impostosi il legame del voto . Biagioli. 4-« senza la %^ol' 

ta ec^ aeuza l'autorità della Chiesa , rappresentata nelle chiavi 

date da Gesii Cristo a s. Pietro, delle quali ha detto il Poeta : 

L^ ungerà (Toro , e P altra era d* argento [d], 

59 60 Se la cosa dimessa in la sorpresa ec*: se la cosa 

[m] Capo ta. [h] Capo «llimo. [e] Vtdì il Tocabolario della Crusca, 
\d\ l'urg. IX. 118. 



ii6 PARADISO 

Però qualojQque cosa tanto pesa 61 

Per suo TaloFy che tragga ogni bilancia ^ 
Soddisfar non si pub con altra spesa . 

Non prendano i mortali il voto a ciancia ; 64 
Siate fedeli, ed a ciò far non bieci. 
Come fu lepte alla sua prima mancia; 

sorpresa» dice il Venturi, e sostituita^ non è di sua natura molto, 
piii eccellente e grata a Dio della cosa dimessa; per esempio» 
farsi religioso in cambio di dare in limosina ai poveri la metà 
delle sue entrate. Cbe delizia! Dante rigorista . 

Vuole il Poeta saviamente indicare il troppo grande pe- 
ricolo di perdersi tutto il merito del già fatto voto con simili 
permute j quando con istitichezasa si cammini ; e la proporzio- 
ne eh* egli determina del sei al quattro dee riceversi in luogo 
di indeterminata proporzione maggiore, come usualmente &- 
ciam mille per molti. E , se avesse il Venturi avuto presente 
l'ultimo sopraccitato capo del Levitico, dove comanda Iddio 
cbe, in caso di permutare la cosa promessa in altra, valesse 
questa il quinto di piti, non avrebbe avuto qui la delizia di 
tacciar Dante di rigorista . 

Per la cosa sorpresa ricbiede il senso che s' intenda la 
cosa prescelta , scelta, in appresso , in seguito ^ e la parti- 
cella iorj o sopra ^ ha di fatto, oltre varj altri significati, 
quello ancora di appresso y di in seguito \a] • 

61 62 tanto pesa ....,- che tragga ogni bilancia ; che , 
posta a bilancia, vinca sempre e tragga in alto ogni contrap- 
peso ; detto metaforicamente invece dì dire i cosa tanto eccel- 
lente, che non abbia che ragguagli, 

63 altra spesa pur traslativamente per altr* opera • 

64 a ciancia , a beffe . VoLf 1 . 

65 Siate fedeli f eseguite fedelmente la promessa nd vota 
fatta f -^ ed a ciò far non bieci: e prima di fiire il voto ba- 
date bene ciò che promettete, e non procedete da biecif da 
loschi , da inconsiderati . 

66 Come fu lepte alla sua prima mancia ^ come fu in-» 

[a] Vedi Ginonio , Parfic. aSi. 7., « quel passo nassime cha ivi si «r- 
reca del Villani : Da Reina morì sopra il parloriregclia e la creatmrtt, 



CANTO V. 117 

Cui più si conveoia dicer: mal feci, G7 

Che servando far peggio ; e così stolto 



considerato lepte , il Capitano del popolo ebreo , tUla sua pri- 
ma mancia^ a promettere a Dio che, se tornava vincitore de- 
gli Ammoniti y per primo regalo, per prima retribuzione, sa- 
crificato gli avrebbe la prima persona che di sua casa venuta 
gB fosse incontro; imperocché, fattasegli per caso incimtro pri- 
ma di tutti Tonica figliuola che aveva, strappossi d'indosso 
per doloie le vestimenta [a] . 

Il Daniello , seguitato dal Volpi e dal Venturi, vuole che 
moneta proprìamenle siaquell' augurio di buone feste e di buon 
anno che si dà in certi tempi dagl'inferiori a' superiori , e che 
passato siasi in oggi ad appellarsi mancia il regalo che nella 
medesima occasione rendono i superiori agi' inferiori. Secondo 
questo intendimento spiega egli: « che lepte fu bieco alla sua 
» prima mancia, cioè al primo scontro della figliuola, che sa- 
• lutandolo eli diede la mancia. >» 

Ma qua! altro esempio di mancia a questo senso trovia- 
mo noi ? Procurano bensi il Daniello ed il Venturi di garan- 
tifsicon ciò che Dante, dell'asta d*Achille favellando, dice, che 
soleva esser cagione - Prima di trista , e poi di buona man- 
cia [&]• Ma e perchè non ispiegherem noi ivi pure di tristo 
e di buon regalo , meglio che di tristo e buon augurio ? 
9^ mancia t dice il sig. Èiagioli , propriamente dono dato del 
beHe tarare; piglia sentimento dagli accidenti, e vale dono 
regalo , offerta , ec. 4-« 

67 al 70 Cui piti rì conuenìa ec. s-^ mal feci 9 intendi , a 
far voto sì folle, — Che servando ec, che &r peggio coli' osser- 
varlo* BuGioLi . 4Hi Segue Dante il parere di que' Padri che 
dicono aver jlepte peccato nel &re ed adempire cotal voto; 
Quidam Patrum (scrive all'accennato capo xi. del libro dei 
Giudici il Tirino ),!<< Tertullianus j Ambrosius^ Procopius» 
et sanctus Thomas censent peccasse hic lephte . — lo gran 
Duca de^ Greci ; - Ontie pianse Ifigenia il suo bel volto • Al 
sig. Rosa Morando pare che male a proposito qui, de' voti 
parlandosi, ricordi il Poeta il sacrifizio d'Ifigenia , accordato 
dal di lei padre Agamennone, condotliere della greca armata 

[«] Iiulie. XL [b] Inf. zxsi. 4« ® segg. 



ii8 . PARADISO 

Ritrovar puoi lo gran Duca de' Greci j 
Onde pianse Ifigenia il suo bel volto , 70 



navale» destinata all'assedio di Troia , <* non l'avendo (dic'egli ) 
» Agamennone sacrificata per voto fiitto^ ma pei vaticinj di 
» Calcante 1 indovino del campo greeo f ti <jQale affermava 
» che senza sacrificare Ifigenia era impossibile la navigatone 
»a Troia. 39 

Cosi veramente, secondo la comune narrativa de' Mito- 
logi f che dice voluto da Diana cotal sacrifisio in pena di avere 
Agamennone nella caccia ucciso una cerva sacra a quella Dea. 
Ma per&y secondo Euripide y fu veramente quello un libero 
voto di Agamennone. Ecco il parlare che pone Eurij^da latto 
da Calcante ad Agamennone : 

ce O Duce tu di questa greca armata, 
» Agamennone 9 fuor di questo porto 
» Le navi non trarrai prima che Diana 
» In vittima non abbia Ifigenia 
» Tua figlia; perocché ciò che in quest'anno 
» A te nascesse di più bel Io » voto 
» Facesti di donai*e in sacrifizio 
s> Airalma Dea che il bianco lume apporta: 
» Quindi tua moglie Ciitennestra in luce 
» Entro al tuo albergo la fanciulla pose 
» ( Per la beltà di cui le prime offerte 
» À me recasti ) che t'è d'uopo omai 
» Sagrificar . » [ai]. 
Ciò che segue Dante a dire. Onde pianse Ifigenia il suo bel 
inolio y vie più può persuaderci cne non seguisse egli su di 
questo fatto altri ch'Euripide; imperocchèi accennandoci ne*ri- 
feriti versi il tracco poeta d'essere la bellezza d'Ifigenia stata 
la cagione per cui divenisse ella l'oggetto del paterno votOi per 
questo riguardo più sensatamente che per ogni altro può un- 
gersi che piangesse Ifigenia la sua fatale bellezza. 

Affinchè però l'età bambina, supposta da Calcante in 
Ifigenia mentre cosi ad Agameunone favellava, non contrasti 
a questo piangere della medesima il suo bel %H>ltOj riflettasi 
che, secondo la storia, l'apparecchio della greca navale 



[a] Traduzione del celebre P.CarmeH, Ifigenia in Tauri, Atto i. se. #« 



CANTO V. 



^'9 



E fé' pianger di sé e i folli e i savi, 
Gh' ndir parlar di così fatto colto . 

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi; 78 

Non siate come penna ad ogni vento , 
£ non crediate eh' ogni acqua vi lavi . 

Avete 1 vecchio e 1 nuovo Testamento, 76 

. £ '1 Pastor della Chiesa che vi guida : 
Questo vi basti a vostro salvamento. 

Se mala cupidigia altro vi grida, 79 

Uomini siate, e non pecore matte, 
Si che '1 Giudeo tra voi di voi non rida . 

maU contro dì Troia durò degli anni molti ; e cbe Euripide 
stesso pone perciò effettuato il sacrifizio d' Ifigenia tanto a co- 
tal predizione di Calcante posteriormente ^ cne cresciuta fosse 
Ifigenia ali* età nubile. 

71 7 a di sé y aie per sé, per sua sciagura* — i folli e i 
savi credo voglia dire tanto quelli che le cose di religione 
non curano e dispregiano, guanto quelli che le apprezzano 
e ^^neranom — colto per culto, alio di Tcnerazione agli Dei, 
detto dai Latini Deorum cultus . 

j5 eh* ogni acqua vi laui, che ogni acqua lavi l'anima vo- 
stra da* peccati, come quella del santo Battesimo ; ciò dice per 
ana similitudine, invece di dire, eh* ogni offerta sia accetta 
a Dio , e M ineriti la di lui misericordia.' 

76 al 78 A\^ete 7 vecchio ec..- non vi fate altra guida al- 
r etema salute cbe le Scritture sacre^ e la voce di quelli che 
Dio vi ha dati per Pastori. 

70 altro vi grida, v' insinua. — * Leggasi nella Lettera del 
P« Abate di Costanzo [a] la speciosa nota cbe trovasi a questa 
terzina nel codice Cass., e T applicazione che fa il dotto P« 
Abate dei Fratres de campanellis ivi nominati a quei di s. 
Antonio Abate E. B. 

80 Uomini siate , ec* da nomini cbe siete resistete, e non 
vogliate, come i bruti animali fanno, ogni cupidigia seguire. 

8 I Si che 7 Giudeo ea talmente che i Giudei, che am- 

\à\ Tedila nel voi. v. dt questa nostra edizione, fac. ^t^o. e se^^ 



IV PARADISO 

JNfoQ fa le come agnel che lascia il latte Si 

Della sua madre, e semplice e lasdvo 
Seco medesmo a suo piacer combatte . 

messi sono nelle vostre ciuà, non si fiiccian beffe dell* openr 
vostro I tanto discorde dalla legge che professate. 

82 air 84 che lascia il latte Della sua madre f semptì" 
ce ec* che inesperto abbandona il materno latte y e dissoluto 
a piacer suo seco medesimo con salti e capriole quasi arm^- 
gia j giostra, —0 semplice e lascii^y leggono Tedizioni diver- 
se dalla Nidobeatina; «-^ e meglio certamente, esigendolo, 
come osserva il signor Biagioli , il sentimento e l'orecchio ^per 
cui, dietro l'esempio della E. B.« ridoniamo al nostro testo 
la congiuntiva e 9 ommessa nella Nidobeatina dinanzi Tag- 
giunto semplice. — La Crusca air articolo Lascivo, add.» 
spiega lascii^Of che ha lascii^ia^ lat. lascivusj e rìpoita in 
esempio questi versi di Dante . ci A me pare ( osserva il cb. 
» cav. Monti a questo proposito [a\) che qui la Crusca s'in- 
» ganni nel prendere questo aggiunto in senso vizioso, e che 
» quel passo dimandi paragrafo separato nella significazione 
» di esultante f allegro , gaio^ i^ivacef e le simili. Tenero 
M lascivior haedo disse Ovidio y Metam, xin. v. 791*9 parlan- 
>> do di Galatea, vispa si, ma non lasciva; e nel settimo » u. 
» 3ai.: Eanlit agnus - Lasciifitque fuga^ cioè scherza^ sai" 
M ta fuggendo; e direbbesi che qui Dante l'ebbe di mira. 
» Orazio, Sat. 3. lib. i., chiama lascivi i petulanti fanciulli 
» che strappano la barba allo Stoico vantatore , che tiensi da 
» pili che Re ; Rutilio, lib. 1. 1^. 8^9. , tasciuH pesci che gniz- 
» zano nelle peschiere ; e lasdi^o in generale presso i Latini 
» vale esultante. A questo senso adunque, non a quello di 
» libidinoso j infallibilmente deesi rivocare il dantesco esem* 
33 pio citato. Per la qual cosa , allorché ne' poeti leggiamo le la^ 
» sciuette chiome d' una fanciulla, 1 lasciuetti scherzi de'ven- 
i> ticelli, non è da pigliarsi in tali metafore la parola in sen- 
» so disonesto, ma in quello di vaga libertà. Ond*è che la 
a> Crusca, non avendo avvertito questa bella significazione dì 
n lasciuo alla maniera dei Latini , malamente nell' articolo 
» Lasciuetto (null'altro ivi dicendo se uoo che egli è diminu- 
» tivodi/orciVo), malamente, dico, ella pone il seguente esem» 

[a] Prop, voi. 3. P. I. fac. 18. % segg. 



CANTO V: i^i 

Cosi Beatrice a me com' io io scrivo ; 85 

Poi si rivolse tutta disiante 
A quella parte ove 1 mondo è più vivo. 

npiòdd Redi/Ditir. 24*: Ove le yiU in lascii^etti intrichi 
» - Sposate sonOf invece iPolmij ai fichi. Spicchi mo élla, 
Mie le day T animo 1 qndìto lasciveUi nell'unico disonesto 
» senso da lei posto a lascivo • 

«r E mi soccoyfe un altro significato di questa voce da 
»non preterirsi y ed è quello di facile f proclive ^ lubrico, 
» Frane* Barb. R^g* donn* e. 16. z È la natura umanay - Co«- 
3» me sapete^ più lasciva in male^ -»£ il bene è faticoso a chi 
n noi cale • « <-• 

85 Così , intendi parlò . — compio lo scrivo y legge la Ni- 
dobeaUna, OTe tutte T altre edizioni y facendo con singolare 
esempio essét io in messo al vèrso di due sillabe 9 leggono 
compio scrivo, m^ compio vi scrivo y il cod. Poggiali, 4-« 

86 87 Polsi rivolse ec.; cioò alla parte orientale y più In- 
cida e per molti ^spetti migliore di ogni altra parte del mon- 
doy indi incominciando i rivolgimenti delle sfere edesti: non 
manca però ch^ intenda piuttosto la parte equinoziale y per la 
Incé più egn^mente distribuita. Vestubi. «— A me nondi- 
mòio sembra che A quella parte ove 7 mondo è più %dpo deb* 
ba significare lo stesso che alVinsùy si perchè ali* insù pure 
guardò BÀtrìce, e non in altra parte, mentre verso la Luna 
saliva. 

Beatrice 'n suso y ed io in lei guardava \a] ; 
e sì perchè di fatto y quanto più il mondo stendesi all' insù, 
più nelle sue parti ha di movimento « che è quanto a dire di 
rivessa* m-^ Qui il Lombardi non ha fatto che seguire il Péktiz- 
ziniy il quale sotto questi- versi ha notato: « Pars mundi vivi- 
» dior est caelum propter lucem et armoniam; vel Quia ( Par. 
» e. xxiii. 1 1 3. e ség. ) più ferve e più s* avviva - NeW alito di 
» Z)«o • Beatrixitaqué a Luna ad Mercurium iamiam ascensura 
» caelum suspéxit. Sic Par. i. v. t^^.j Quinci rivolse in ver 
nlo cielo il viso 9 cum vellet nempe ad Limam ascendere; 
j» nam e. ii* v. 22., Beatrice 19 susoy ed io in lei guarda-^ 
» f^ ee. » [b] . — 11 Poggiali e la E. B. stanno col Venturi , ed il 
sig, Biagi<Ai con quelli che pensano doversi qui intendere la 

[a] Par. u. 33. [6] Correciiones ci Adnot, in Daniis Comoed. p«g* 77* 



1^1 PAHADISO 

Lo suo tacere e ì tramutar sembiante 88 

Poser sUenzio al mio cupido ingegno , 
Che già nuove quistioni avea (lavante. 

E sì come saetta che nel segno g i 

Percuote pria che sia la corda queta , 
Cosi corremmo nel secondo regno • 

parte equinoziale; e crede di.aTeme inTincibil prova nelle 
«eguenU parole del Concito i « dico ancora che , quanto il cielo 
» è più presso a] delo equatore , tanto è più mobile percom- 
» parazione alli suoi ; perocché ha più movimento 9 e più vita, 
» e più forma , e più tocca di quello che è sopra aè » e per 
» conseguente più virtuoso. » Noi propendiamociò nonpertanto 
allasposizione del Perazzini 9 seguita dal Lombardi ^pei seguenti 
riflessi : 1.^ peixhft il supporre che Beatrice» tutta disiante » 
nel suo rapidissimo salire tenesse gli occhi vAlti ali* insù y in 
quel suo tacere e tramutar sembiante del verso che segue , fa 
piùbella immagine i e raffaellescamente dipinge quel divo affetto 
che sospingevala verso Dio; iiP perchè troviamo naturalissimo 
in chi anela alla sua meta di tener gli occhi rivolti e fissi al 
punto a cui tende 9 e ciò tanto maggiormente 9 quanto il cam- 
minare è più veloce f e il desiderio più intenso ; 3.^ final- 
mente, perchè la luce è realmente più uiva più che si accosta 
alla sua origine ; e il Poeta dice chiaro in vai*) luoghi di que- 
sta cantica, che, verso l'Empireo salendo, la luce si fiiceva 
di cielo in cielo più lieta e maggiore • ««m 

88 89 Lo suo tacere ec. ; cosi la Nidobeatina e moltissimi 
manoscritti veduti dagli Accademici della Crusca, invece di 
Lo suo piacere j che leggono tutte l'altre edizioni ; ed ò trop- 
po naturai cosa che il fermar Beatrice il discorso e mutar 
sembiante cagionassero in Dante silenzio. »-> Anche agli Edi- 
tori bolognesi sembra più naturale che il tacere di Beatrice e 
il suo mutar sembiante inducessero Dante al silenzio, di qnello 
che il giacere col quale Beatrice anelava di appressarsi ali'Em- 
pireo.4-« 

92 pria che sia la corda queta ^ prima che la rilasciata 
corda dell'arco cessi da ogni vibrazione. 

93 Così corremmo ec. .- allo stesso modo noi , prima che si 
acquietasse in me ogni dubbio , arrivammo al secondo regno , al 



CANTO V. 123 

Quivi la Donna mia vid'io si lieta, g4 

Come nel Imne di quel ciel si mise , 
Che più lucente se ne fé' il pianeta.. 

E se la stella si cambiò e rise, 97 

Qual mi fec'io, che pur di mia natura 
Trasmutabile son per tutte guise ! 

Come in peschiera , eh' è tranquilla e pura , 1 00 
Traggono i pesci a ciò che vien di fuori 
Per modo che lo stimiu lor pastura; 



secondo cielo» al cielo di Mercurio [a]y regno di quelli che 
son siati attìuit * Perchè onore^e fama gli succeda [6J. E la 
ragione di fare che veggausi colali in Mercurio » sebbene aventi 
essi pare la sede loro nell' Empireo [ci » è, dice il Landino 1 
perchè Mercurio dà grande innuenza alla vita attiva • 

94 al 96 la Donna mia s^itVio sì lieta ^ ec- Che pia lu^ 
cenie ec^ Accenna che la teologìa » ossia la scienza delle divine 
cose, per Beatrice intesa, diviene tanto piii chiara e giocon- 
da, quanto piti s'Innalza la mente verso Dio; e che la mede- 
sima teologia accresce splendore alla vita attiva, in questo pia- 
neta rimunerata. »♦ Come nel lume ec. Come è qui elegante 
espressione per allorché. Poggiali. <-« 

97 si cambiò e rise^ si fece piii rilucente e lieta. 

98 99 Qual mi fec^ioj ec. DalFessersi la stella» natural- 
mente immutabile I resa in quell'incontro più rilucente e ri- 
dente, vuole ti Poeta che da noi s'argomenti quanto più bello 
e lieto si fiicess*egli| ch'era di sua natura mutabile. •-» Ma 
quel /l'Ili bello non è richiesto nò dalla lettera, nò dal senso; 
si sopprìma adunque, e spongasi colla Et.B*ts^ argomenti 
quanto più lieto mi facessi io ec. <-« per tutte guise , perche 
non solamente il Corpo è mutabile, ma ancora 1* animo per 
▼arie perturbazioni. Labdibo. 

100 al loa eh* è tranquilla e pura^ condizioni necessarie, 

\a\ Così dee ìoteodersi ; imperocché asceode il Poeta dì cielo in cielo« 
• sopra il cielo della Luna aounette immediatameiite quello di Mcrcu* 
rio. Vedi il di lui Convito , tralt. a. cap. 4- [^1 Caalo seg. v. 1 13. • seg. 
\c\ Vedi quanto avvisa Dante stesso nel canto preGcdente«v. a& e seg. 



i 



124 PARADISO 

Si vid'io beD |mii di mille splendori io3 

Trarsi ver noi, ed ia ciascun s'udia: 
Ecco chi crescerà li nostri amori . 

E sì come ciascuno a noi venia , 1 06 

Vedeasi l'ombra piena di letizia 
Nel fulgor chiaro che di lei ascia . 

Pensa, Lettor, se quel che qui s'inizia 109 

Non procedesse, come tu avresti 
Di pia savere angosciosa carizia ; 

E per te vedrai come da questi 1 1 2 

M'era 'n disio d'udir lor condizioni, 
Sì come agli occhi mi fur manifesti . 



he i pesci veder possano ciò che uien di fuori f edac- 
1: P intorbidamento dell'acqua non li lascia vedere , e 



acciocché 
corrervi 

Tagitazione li Tastare appiattati.— Trdg'gro'io pei^ accorrono. 
Volpi. 

io3 al io5 splendori per risplendenti anime* — Ecco chi 
crescerà ec. , aumentando con la sua compagnia il numero dei 
comprensori beati ^ accrescendone la compiacenza. Yestuju. 
»♦ Perocché 9 come leggesi nel Compito, gli atti di questa mi- 
racolosa donna di virtù , óve tutta la divina luce nsplende» 
per la loro soavità e per la loro misura fanno amore disve^ 
gliare e risentire. "Riaoiolì. 4-« * Il Postili, del cod. Glen^ 
ben^ie unanimemente dice : quia quanto plures animae stani 
in Paradiso j tanto maior illarum gloria. E. R. 

106 si come vale qui subito che. —> venia per giungeva. 

107 108 F^edeasi l ombra ec: faceva l'anima colla chia* 
rezza dello splendore conoscere il suo rallegramento. 

log al 1 14 Pensoj Lettor, ec^Dairangosciòsa carizia^ pri- 
vazione [a], di pia savere (•-♦ di più udire , il codice Pog- 
giali, ^-m) di ulteriori cognizioni che rimarrebbe nel lettore 
quando quel che qui s^inizia^ il racconto iucominciato di que* 
5le apparse anime » non procedesse j non si continuasse, vuole 

[a] Caritia (dal verbo latino carco, es, che sigoifica essere privo) voce 
adoprata anche da altri antichi scriUori. Vedi il Vocabolario delia Cr«. 



■>v 



CANTO V. 1x5 

O bene nato , a cui veder lì Troni 1 1 5 

Del trionfo eternai conceda grazia , 
Prima che la milizia s' abbandoni , 

Del lume che per tutto il ciel si spazia , 1 18 
Noi semo accesi ; e però se disii 
Di noi chiarirti y a tuo piacer ti sazia . 

Cosi da un di quelli spirti pii 121 

Detto mi fu j e da Beatrice: di' di' 
Sicuramente , e credi come a Dii . 

Io veggio ben sì come tu t'annidi 124 

Dante che il medesimo Lettore di per sé ai||ome&ti quanto, 
da cbe quelle anime gli si presentarono alla vista, foss*egli 
bramoso di sapere chi si fossero . 

1 1 5 al 1 1 7 O bene nato p ec. e o felice ( o ay Yentoratamente 
nato) a cni si ut la grasia di vedere i Troni della Chiesa trìon- 
&nte f prima di aver finito di combattere nella militante» conr 
tra il demonio, il mondo e la carne. Vbstvbx.»-»// 2}*o/ti ec. 
sono gli Angeli terminanti la terza gerarchia , e. xxviii. i^. io3. 
e seg., pei qaali accenna T etemo trionfo di quel regno • 4-« 

I ift Del lume che per tutto il ciel si spaziai del fuoco 
del divino amore , che per tutto il cielo ai diffonde . 

1 19 e però ec. Intende che all'amor di Dio congiungasi 
inseparabilmente Pamore verso del prossimo, e conseguente- 
mente il desiderio di compiacerlo in tutto ciò che desidera. 

1 20 Di noi chiarirti , legge la Nidobeatina »♦ e il codice 
Poggiali 4-« ove l'altre edizioni leggono Da noi chiarirti ^ ed 
accorda meglio col desiderio sovraesposto d'udir lor condi- 
zioni {v, 1 13.); e tale dee essere la varia lezione spettante a 
questo verso , accennata ed omessa dagli Accademici della 
Crusca. »♦ Anche il Torelli, leggendo colla comune, sotto 
il V» 120. ha notato: forse va letto Di noi; e resta così cou^ 
ibrtata da buona autorità la Nidobeatina lezione. 4-« 

ia3 come a Diij come ad in&Ilibili divinità. 
1 24 <d 136/0 veggio ben ec. Corrisponde questo di Dan* 
te al parlar dello spirito pochi versi prima t 
Del lume che per tutto il ciel si spazia , 
Noi semo accesi; 



ia6 PARADISO 

Nel proprio lume, e che dagli occhi II traggi , 
Per ch'ei corrusca, si come tu ridi; 
Ma noQ so chi tu se y né perchè aggi , IQ17 

Anima degna , il grado della spera 
Che si vela a* mortai con gli altrui raggi : 



e vnol dire: io veggio bensì che ta t^annidij ti riposi in pa- 
ce [ri], nel proprio lume^ nella porzione del divino lume che 
ti si comunica I e che dagli occhi il traggi j e che lo appalesi 
dagli occhi , — Per chcy pei quali [i] , sì come tu ridiy in quella 
misura che tu gioisci, ei corrusca, esso risplende. «-^PercA^et 
corruscali y legge il Dionisio lezione biasimata dal Biagioli, e 
che, a dir suo, tjutto stra^^olge; ma ch'egli s'inganni credia- 
mo che basti a provarlo la seguente chiosa del Torelli: «For^ 
» se va Ietto : Perch'e* corruscane si come tu ridi. Argomenta 
» Dante che quello spìrito tragga il proprio lume dagli oc- 
n chi , perciò ch'essi corruscano, secondo ch'esso spirito ride.» 
-« Questa lezione del Torelli fu difesa dal Perazzini colla se- 
guente nota: tt corruscane oculi se. illius Beati, quem Poeta 
» alloquebatur. losephus Torellus. N^m proprio lume est 
» Deus , qui lumen est a se , supra namque f^. 1 18. : Del lume^ 
» che per tutto 7 del si spazia j '-JVoi sento accesi , se. lumi- 
n ne Dei; alioquin Poeta dixisset: Nel tuo proprio lame; ut 
» alibi, suo proprio lume, suo proprio riso etcDantes igitur 
» Beati verba confirmat dicens: Pulchre video, qnod requie- 
» scis in lumine Dei» quodque id luminis ex oculis haurìs: 
» corruscant enim oculi, prout laetitiam novo fulgore signi- 
» ficas.tt Vegga dunque il sig. Biagioli quanto sia lungi dal 
vero la sua sentenza , e quanto gli occorra l'ìmdar piii a ri- 
lento nel pronunziare i suoi giudizj. 4-« 

127 m^chi tu sé^j in luogo di dii tu sia^ perchè il deside- 
rio procede da ignoranza attuale, e ch'egli non soffre indu- 
gio; e cosi dimostra aperto la fretta dell'animo. Biagioli .♦« 
aggi per abbi [c\. 

ia8 129 il grado della spera" Che ec.c il cielo di Mer- 

[a\ Allusivamente Metema requie^ etemo riposo ^ cbecomaoemente 
il Paradiso appellasi. [6] Vedi Ginonio, Pariie, 196. io. [e] Vedi il 
Prospetto dcverbiitaliani» soUo il verbo Avere, n. 1. 



CANTO V. ,27 

Questo diss'io diritto alla lumiera i3o 

Che pria m' avea parlato ; ond' ella fesii 
Lacente più assai di quel eh' eli' era . 

Si come '1 Sol, che si cela egli stessi i33 

Per troppa luce , quando 1 caldo ha rose 
Le temperanze de* vapori spessi - 

Per più letizia si mi si nascose i36 

Dentro al suo raggio la figura santa j 
E cosi chiusa chiusa mi rispose 

Nel modo che '1 seguente canto canta . 

cario» st^a che per la maggior vicinanza al Sole , più ( dice 
Dante stesso nel Compito) va velata de' raggi del Sole che 
nuiraltra stella [a] . 

i3o alla lumiera 9 alla risplendente anima, appellata an- 
che di sopra [h] col solo nome di splendore • 

1 3 1 1 3a ond^ella fessi - Lucente più assai ec. , a motivo 
del contento che provava nello esercitare Tamore verso il pros- 
simo » compiacendo a Dante • 

i33 al i35 ^1 cela egli stessi ^Per troppa luce^ proiben- 
do all'occhio di aiEssarvisi.-— ^tem ^er stesso ^ antitesi in 
grazia della rima . — quando V caldo ha ec^ quando il caldo 
ha distrutti gli spessi vapori che temperavano alFocchio la 
troppa vivezza de* raggi • 

1^6 liy Per più letizia sica cosi quella figura santa , 
eresoendo in lei coU'allegrezza lo splendore, abbagliando gli 
occhi miei rimasesi nel suo splendore nascosta . 

i38 chiusa chiusa f benissimo serrata, in forza di superla- 
tivo; così bruna bruna , quatto quatto ^ ed altre maniere si- 
mili . Volpi. »-^ Ma chiusa chiusa vai di piii che benissimo 
serrata i spiega adunque col Biagioli: chiusa affatto , al 
tutto nascosta, siccome sponesi nella E. B. 4-« 

[a] Tntt. a. cap. i4* [^J Terso io3. 



CANTO VI. 



ARGOMENTO 

V anima offertasi a Dante di soddisfare alle cU lui di- 
mande, dimostra essere Giustiniano Imperadorcy 
e raccontagli le sue azioni y e come egli corresse e 
riformò le leggi . 



I 



JL osciachè Gostaniin i'Aqaila volse 
Coatra il corso del ciel , che la seguio 
Dietro air antico che Lavinia tolse, 



I «1 3 »♦ L*ombra condente al desiderio di Dante, e lo fa 
pago di sé e di quanto l'ha richiesto; ma in modo che , rad- 
doppiando sin dalie prime parole il desiderio , tutta compren* 
de l'attenzione del Poeta, com'egli la nostra; ài si mirabile 
artificio è il loro principio, si come il processo con bel cor- 
redo di storici avvenimenti si continua , per li quali, e per piti 
altre cose di maggior rilievo , Taridezza e difficolta della ma- 
teria a maraviglia si tempera e s'abbella. Bugioli, ^-c Gostan^ 
fin , rimperator Costantino , il primo di tal nome. — CAquilay 
l'insegna del romano Impero per lo stesso Impero . — volse 
- Centra il corso del ciel^ malaugurosamente, in Bisanzio 
r imperiai sede trasportando, rivoltela centra il corso del cie^ 
lo , tacendola passare da occidente in oriente , contra il giro 
che quotidianamente fa il cielo da oriente in occidente. ^-cA^ 
la seguio ^ Dietro atf antico ec: il quale cielo accompagnò 
col suo corso la medesima Aquila, assecondando la venuta da 
Troia in Italia (da oriente in occidente) di quell'antico eroe 
Enea, che tolse a Turno e fece sua sposa Lavinia, figliuola 
del Re latino; matrimonio che diede sede ad Enea nel Lazio , 



CANTO VI. 1^9 

Cento e cent' anni e più V uccei di Dio 4 

Nello stremo d'Europa $1 ritenne, 
Vicino a' monti de'quai prima uscio; 

E sotto r ombra delle sacre penne 7 

e a' di lui discendenti la gloria della fondazione del romano 
Impero. »-» « Dietro all'antico che Lavinia tolse» Catul. 
» carm. 63. r^ ij3>: Accipiat coniux felici foedere divani. 
» Ubi Vulpius haec habet. Accipiat aivam ) quod Italìs est 
X» togliere j cum de coniugiis sermo est . Dantes Aligberìus 
» ( Paradisi canta ^i.) Dietro all'antico che Lavina tolse. 
» Aeneam significata qui Laviniam, latini Aborìginnm Regìs 
M filtam, matrimonio sibì iunzìt. » Nota del Torelli . «-• 

4 al 6 Cento e centanni ea Vuccel di Dioy l'Aquila (o 
perchè uccello sacro a Giove^ com' altri dicono 9 o perchè , 
direi ioy insegna di quell'Impero che Dante intende da Dio 
stabilito per la monarchia e pace universale del mondo \a\ ) 
si ritenne j fermossi , — Nello stremo d* Europa y in Bisanzio 9 
- Vicino ammonti de* quai prima uscio y ai monti della tro- 
iana regione, d' onde Enea portoUo in Italia , cento e cent* an" 
ni e più . 

Confondendo il Venturi Tanno in cui G>stantino passò a 
Bisanzio 9 coiranno in cui, aggrandita ed abbellita essa città, 
la dedicò ed appellò dal propnonome Costantinopoli^ e non 
trovando da cotal anno della dedicazione al principio del re* 
gno di Giustiniano scorsi che anni 197 , sbaglia, dice , Dan^ 
te, ma non di molto , dicendo cento e cent'anni e più. 

Dal non molto, aggiungo io, al niente ridurrassi lo sba- 
glioi se si avvertirà passato Costantino da Roma a Bisanzio non 
netraimo medesimo della dedicazione prefata, che fu neir an- 
no di Cristo 33o, ma sei anni innanzi, cioè nel 3a4- [&] ; im- 
perocché si trovano in cotal modo appunto cento e cent*an^ 
niy e più tre, cioè dugento e tre anni prima dell'impero di 
Giustiniano • 

7 sotto r ombra delle sacre penne ^ imita la frase del sal- 
fa] Tedi Dante oel lib. a. De If anarchia ,4-« ed anche nei Convivio * 
dova dica che lo stabilimento del romano Imperio fa non da forza, 
aoQ da umana ragiono , ma si da providoozia divina. 4-« [b] Vedi sopra 
dì ciò i sodissimi fondamontì che arreca Barouio al detto anno 3.i4> 

Voi. IIL c) 



i3o PARADISO 

Governò '1 moado li di mano in mano j 
E 6Ì cangiando in su la mia pervenne. 

Cesare fui, e son Giustiniano io 

Che, per voler del primo Amor eh' io sento, 
D'entro alle leggi trassi il troppo e '1 vano; 

E prima eh* io all'opra fossi attento, i3 

Una natura in Cristo esser, non piue, 
Credeva, e di tal fede era contento; 

mo sub umbra alarum tuarum [a] , solo ch« penne adopera 
invece d^alif le penne delle quali spandono i yolatili sopia 
de' loro pnlcini. 

8 //, in quella parte di mondo* 

Q E sì cangiando ea e così ^ di mano d'un Imperatore in 
mano d'un altro passando, pervenne in mano mia. 

10 Cesare fui ec..* passata essendo la cesarea dignità per 
la di lui morte in altri, e solo la propria persona ritenendo} 
però dice: Cesare fui^ a san Giustiniano^ 

1 1 per svoler del primo Amor^ per ispirazione dello Spirito 
santo, che primo Amore appella anche Inf. iii. 6« — cVio 
sento vale Mio ora attualmente gusto • -*- * 11 sentimento del* 
risplrasione divina per la riforma delle leggi è ripetuto anche 
pii chiaramente ai seguenti vv. 23. e 24. Avverte saggiamente 
il sig. Poggiali che ccl' espressione sembrerà ad alcuno troppo 
» inoltrata, ma che fa vedere in quanta venerazione fosse ai 
» tempi di Dante la collezione delle Leggi romane « stimale 
» allora il capo d'opera della prndenza e saviezza. » S. R. 

I a D* entro alle leggi , da entro , da mezzo alle leggi , — iras- 
sif levai, m^ il troppo e 7 uano, perchè a cinquanta si ridus- 
sero diecimila libri incirca di quelle leggi «Buoioli. — Pietro 
di Dante spone: superflua et vana in iure cibili resecavit^ e 
Matteo Ronto traduce: legibus estraxi. E. F. •«-« * Il Postilla* 
tore del cod. Glenbenne annota : superflua , colores , et flgmen* 
ta etfucatìones verborum^ non ad ueritatem facientes . E. R, 

i3 air opra ^ alla detta riforma delle leggi. 

i4 al 18 Una natura in Cristo ec. Confessa di essere statq 



CANTO VL i3i 

Ma il benedetto AgabUo, che fue 16 

Sommo Pastore, alia Fede sincera 

fegaaoe dell'eresia eutichìana) che ammette in Cristo mia 
soia natura, e di essere stato illuminato e rimesso nella vera 
credenza per opera dì s. Agapito Papa . 

ce II vero ai è ( dice qui a riprensione del Poeta no- 
li stro al Venturi), che Giustiniano « secondo Tempia pas- 
» sione di Teodora sua moglie^ parxiale di quella setta ( eu- 
» Uchi€ina)f faTori per imprudenza alcuni Eutichiani, e spe- 
» zialmente Antimo nella sua esaltazione al Patriarcato di 
» Costantinopoli : per altro quando Giustiniano trattò con 
» sani*Agapito« non era caduto nell'eresia, nella quale poi 
n cadde « morto già d'un pezzo quel glorioso Pontefice.» Ba- 
ron. tomo. 7. an. 564* 

L'eresia (sì risponde al Venturi ) in cui dice il Baronio 
essere caduto Giustiniano, morto già d' un pezzo sant'Agapito, 
cioè nell'anno 564» *^^^ ^^ '^ eutichiana, ma quella degl'In- 
corruttibili, appellati dal nome del loro Capo anche Gaianitij 
i quali sostennero che il corpo del nostro Signor Gesii Cristo 
fusse incorruttibile prima eziandio della gloriosa dì lui risur- 
rezione. 

Quanto poi all'affare tra l'Imperator Giustiniano e santo 
Agapito medesimo mentre viveva, dice vero il Venturi essere 
il Baronio d'intendimento che quel santo Pontefice non avesse 
briga con Giustiniano per altra cagione, quam quod (parole 
dello stesso Baronio [a] ) ob assensum adhibiium in creatione 
Anihitni haeretici^ ipse edam Imperator in suspicionem 
haeresis esset adductus* Ma però il Baronio (sia detto eoa 
tutto il rispetto) merita su di ciò quella critica che da nessu- 
no, che io mi trovi, viene lui fatta. Egli cioè intende mala* 
mente la narrativa di Anastagio Bibliotecario, su della quale 
fonda il suo detto. Io non farò altro che riportar qui le parole 
del medesimo Anastagio e quelle di Paolo Diacopo, scrittore 
vissuto nn secolo prima di Anastagio, e lasciare che il leggi- 
tore le confronti e giudichi. 

Ingressus Costantinopolìm et susceptus est Agapi tus 
» Episcopus cnm gloria. Et primum qaepit habere altercatio- 
» nem com piissimo Principe lustiniano Augusto de JReligio- 

'n\ Apao 536, 



rSa PARADISO 

Mi dirizzò con le parole sue. 

» ne. Cuiboatissimas Agapitus Episcopus constantisslmaefidei 
•> ApostoIorumrespoDsumreildiditdiceDS: Dominum nostrani 
a» lesam Cbristam Deam et hominem esse, hoc est dnas na» 
a» turas esse in uno Qiristo. Et dum conteiitio verteretur, ita 
M Domiiius aSuit ut Episcopum constantìnopolitanum, nomi* 
» ne Anthimum , inveairet haereticum. Et cum contentio ver- 
si teretur cum Augusto et Agapito Papa, hoc dixit ei lustinia* 
u (lus Imperatori aut consenti nobis, ant exilio te deportar! 
M faciam • Tunc beatissimus Agapitus Papa respondit cam 
» gaudio dicens ad Impei*atorem : ego quidem peccator ad lu* 
» stinianum Imperatore m christiauissimum venire desideravi; 
» nunc antem Diocletianum inveni ec.» Anast. Bibliot. De 
f^Uis Pontijtcum romanorum Vfwu in s, Agap. 

« Sentiens Theodatus sibi infensum babere Principem , 
» beatum Papam Agapitnm Constanti nopolim dirigit , quate- 
» nus apud lustiniaiinm ei factorum impunitatem impetrareU 
» Qui sanctus Pontifex dum lustinianum principem adisset , 
a> facta cum eodem de fide collatione , reperit eum in Enti- 
» chetìs dogma corruisse; a qao prìmìtus graves beatns An- 
» tisles minas perpessus est. Sed cum illius inconcussam in 
» fide cadiolica lustinianus constaiitiam cerneret; siqnideA 
9 ad hoc usque Terbis progressum fuerat, ut tab'a a Praesnie 
» andiret: ego ad lustinianum Imperatorem christianisaimum 
» venire desideravi, sed Diocletianum inveni; tandem ex vo- 
si luntate Dei eius monitis acquiescens , ad catliolica« fidei 
» confessionem cum multis panter, qui similiter desipiebant 
a» regressus est. Anthemium quoque eiasdem regiae civitatis 
j» episeopum, praefatae haereseos defensorem, couvictum pu- 
» blice communione privavit, ac, persuaso Principe, in exi- 
a> lium coegit ec. » Paul. Diac. Continuai. HisU Euiropii , 
lib. 17. 

Puossi egli dubitare della concordia d'ambedue questi 
storici aeirasserìre che da sant'Agapito trovato si fosse Gin* 
stiniano già caduto nell'eresia d'Eulicbe? 

— ^ACridrizzà lesse nel (^. 18. il P. Lombardi colla Ni- 
dobeat., ove Mi dirizzò leggono l'altre edizioni tutte , il cod. 
Caet. od il Glenbervie, Potendo supporre unerror di stampa 
nella Nidobeatina , e non ritraendo dal P. Lombarài alcuna 
ragione di tal legione, abbiam preferito di leggere colla 
laautt. E. R. 



CANTO VI. i3i3 

Io gli credetii; e ciò che suo dir era 19 

Veggio ora chiaro , si come tu vedi 
Ogni contraddizione e falsa e vera . 

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 22 

A Dio, per grazia, piacque d'inspirarmi 
L^alto lavoro^ e tutto in lui mi diedi; 

E al mio Bellfsar commendai Farmi , i5 

Cui la destra del Ciel fu sì congiunta. 
Che segno fu ch'io dovessi posarmi. 

Or qui alla quistion prima s'appunta 28 

19 — * Il cod. Caet. ed il Glenbeivie leggono Io H credetti j 
e ciò Ae *n sua fede era.* il die sembra più corrispoodente ai 
IV. 14. 17*9 ne' quali Giustiniano accenna la fede sua erronea, 
e quella sincera del santo Pontefice. E. R. 

30 al ma sì come fu i^edij - Ogni contraddizione e falsa e 
Pera e a quel modo che comprendi, tu chiarissimamente che 
delle contradditorie proposizioni una dee essei'e falsa , e 1' al« 
tra Tera. È questo un assioma dialettico > fondato su la natura 
della contraddizione.»-^ Aristotile nelle Categorie ^ e. 1 o.:ccIn 
» ìustantibus igitur ac praeterìtis affirmatio aut negatio vera sit 
» vel ùisa necesse est. dTobeui. *^con la Chiesa mossi ipic" 
diy metaforicamente per seguii la dottrina della Chiesa, 

a3 d'inspirarmi, la Nidob.; di spirarmi y l'altre edizioni. 

^4 Ualto lavoro y la suddetta riformazione delle leggi* 

a5 Bellisarj apocope in gi^azìa del metro, per Bellisario > 
nipote dell'Imperatore Giustiniano, e valoroso Capitano delle 
dì lui armi contro a' Goti [a] . 

26 27 «-^ Cui la destra ec. Intendi : nella cui impresa ap- 
parve manifesto l'aiuto che Iddio gli dava, e questo fu segno 
che io dovessi posar l'armi , aver pace , aver riposo nel mio Im- 
pero. — Così la E. B. , la quale poi nelle sue jippendici a que- 
sta cantica ci ha lasciato desiderare la promessa nota'giusiifi- 
cativa di questa sua dichiarazione. — posarmi y starmene nella 
mia reggia, lungi dagli eserciti , spiega il, nostro P. L. 4-« 

28 quistion prima y cioè chi tu 5e'[&J. — s"" appunta y dal 

[«jVedty Ira gli altri, il Villani , Croii. ]tb..*.'c.6. [b] Cuikto ^scad. f . i m;* 



i34 PARADISO 

La uiia risposta ^ ma sua condizione 
Mi stringe a seguitare alcuna giunta, 

Perchè tu veggi con quanta ragione 3 1 

Si muove contra '1 sacrosanto segno , 
E chi '1 s'appropria, e chi a lui s'oppone. 

Vedi quanta virtù l'ha fatto degno 34 

Di riverenza, e cominciò dall' ora 
Che Pallante morì per darli regno . 

■ 

punto che nello scrìvere si 'segna, terminato che sia il perìodo» 
y&ìe fa punto f si termina ^ detto avendo Cesare fui ^ e son 
Giustiniano . m^ Cosi anche il Torelli . <-« 

29 3o ma sua condizione j leggono dieci mss. veduti dagli 
Accademici della Crusca, ed un altro veduto da me nella bi- 
blioteca Corsini [a], e s'intende subito che parla Giustiniano 
della condizione , della qualità , di sua risposta ; ove tutte l' edi- 
zioni leggendo ma la condizione ^ lasciano in dubbio di obesi 
abbia cotal condizione a intendere. Queir aver poi Giustiniano 
alla dichiarazione del suo personaggio premesso l'assecondare 
che il cielo fece la venuta dell'Aquila da Troia in Italia ( ad 
effetto, come Dante intende, di qui stabilire la monarchia uni* 
versale [6j ), ciò dee essere la condizione cheastrìngelo a se* 
guitare alcuna giunta. 

3 1 con quanta ragione , con quanto poca ragione , con 
quanto torto. Vbhturi. 

32 contra U sacrosanto segno y contra l'Aquila imperiale. 

33 E chi 7 s* appropria, il Ghibellino; — e chi a lui s^ op^ 
pone, il Guelfo. Vedi più abbasso ai versi loo. e 101. •-♦ El 
Torelli: ex E chi s* appropria , cioè: e chi lo prende a parte 
» ( a parteggiare ) , come i Ghibellini ; e chi a lui si oppone^ 
» cioè chi lo combatte, come i Guelfi. Vorrebbe Dante che 
» tutti fossero Imperiali . s> <-« 

34 al 36»-^ Pone in campo la virtù dell'aquila, e la reve-> 
renza acquistatasi colle gloriose sue opere, a meglio mostrare 
i torti di quelli cheaccusa. Biagioli . «-• f^ediy osserva , — quan^ 
ta i^irtà rhafatto degno - Di riverenza , quante gloriose azioni 

[a\ Segnato 5fto. [b\ Vedi il libro a. della Monarchia di Danlt. 



CANTO vi: i35 

Tu sai ch'el fece in Alba raa dimora 37 

Per trecent* anni ed oltre , iniìno al fìne 
Che i tre a tre pugnar per lui ancora . 

Sai quel che fé dal mal delle Sabine 4^ 

Ai dolor di Lucrezia in sette regi , 
Vincendo *ntorno le genti vicine; 

Sai quel che fé' ^ portato dagli egregi 43 

Romani incontro a Brenno , incontro a Pirro , 

M*eroi gUhtnno eoneìliato il rispetV}.— i-e cominciò, intendi 
essa wtùj — dati* ora - Che Pollante ce- da quando , acciò 
in Enea ottenesse TAquila regno ^ mori combattendo Pallante, 
figlio d' Evandro y mandato dal padre in soccorso di Enea. 
•-♦Tutto ciò che è accennato qui di Fallante , è esposto no- 
bilmente da Virgilio nella Eneide y libri vni. ix. e z. 4-« 

37 al 39 Tu sai ch*el fece, cosi legge la Nidobeatina, ove 
tutte Taltre edizioni, Ih sai eh* e^ fece; edel, dice Cinonio, 
senza segno di apostrofo è voce tronca d'e//o o d'etfi, in luo* 
go d^egli [a]. — in Alba sua dimora - Per trecenfanni ed 
olire f ec. In ÀlbaXunga, fabbricata da Àscanio figlio di Enea, 
regnò la di lui discendenza per piii di trecento anni, fino a 
tanto che, fondata e cresciuta essendo Roma , la vittoria che 
riportarono i tre romani fratelli Orazj contro i tre albani 
fratelli Guriaz) , fece , secondo il pattuito , che cessasse la guer- 
ra fin i due popoli, e si desse Alba sotto il romano Impero • 
— > Che itre atre, legge pur la Nidobeatina, alquanto me- 
glio àìChiatre a tre, come l'altre ediz. I^gono. »^Ma pare 
al sig. Biagioli che scrivendosi 1 tre s'abbia a seguitare a'o m 
tre; e che, sottratto l'articolo, abbia pili polso la forma tre 
a tre della lezion comune. 4-« 

4o al 4^ Sai quel che ec*c sai quello che il medesimo se- 
gno fece ne* sette Regi che furono nelV intervallo di tempo 
scorso tra il rapimento delle Sabine e la violenza da Lucrezia 
sofferta, vincendo per essi le intomo vicine genti. 

44 Brenno , Capitan generale de^Galli Senoni , il quale , men- 
tr*era per impadronirsi del Campidoglio di Roma, fu rispinto 

[a] Partie» loi. i4« 



i36 PARADISO 

locoQtro agli altri prìncipi e collegi; 

e scacciato da Furio Cammillo. VoLri. — Pirro , Re degli Epi- 
roti y perpetuo nemico dei Romaui , avidisfimo d'imperio; per> 
sonaggio notissimo nelle storie. Di costui dee intendersi Dan- 
te i non di Pirro 6g1iuoIo d*Achille. Volpi. 

45 altri principi e collegi. Vep collegi intendono parecchi 
Spositorì le Repubbliche; a me però sembra più agevole Tin- 
tendere detto collegi in grazia della rima per colleghi^ per 
collegati y come in grazia pur della rima disse biece e bieci 
per bieche e biechi [a] . »-» La Crusca/ dopo di aver definito 
Collegio y congregazione , adunanze^ tT uomini tt autorità e 
di gos^emoy ne reca in esempio cjuesto verso di Dante j per 
cui il eh, cav. Monti nelia sua Proposta [6] ebbe occasione» 
di notare: « Parla [DaìUe) del vessillo romano. Lo spirito del 
» contesto e la convenienza relativa delle sue parti, seconda 
u le regole gramatìcali, richiedono che per collegi qui s*in- 
a> tenda colleghi ^ confederati. Lo scemamento della lettera 
» aspirativa non può fare alcun caso a chiunque sia pratico 
» della lettura di Dante 9 che mai non sofferse giogo di rima, 
u Alla fine di questo canto medesimo egli adopera biece per 
» bieche; nel zv, del Purgatorio /'logre per piaghe; nel xiii. 
» del Paradiso plage per plaghe. Ecco adunque in tre altri 
» luoghi gittata via l'aspirati va, a comodo della rima. E a 
» maggior licenza trascorse quando disse fono per fanno , 
» fumi ( verbo) per fummi^ Baco per Bacco , ed altri in buon 
i>' numero . 

« Ancora è da dirsi non essere fuori del verisimile che 
» Dante abbia usurpato dai Latini collegio nella semplice si- 
» gnificazione di compagno^ che in tal senso piii volte fu dai 
» medesimi adoperato. Tacito nel lu. degli Annali , e. 3 1 ., Con^^ 
» solatuspatrisatque fila coììegioinsignisytradoitodal Davan- 
j> zati cosi: Consolato notarle per tale compagnia di padre 
» e figliuolo. Livio X. 22., parlando della unione di due Con- 
a> soli : Nihil concordi collegio firmius ad rempublic€un tuen^- 
3> dam . ai — Questa nota è per esteso riportata anche nel Ce- 
mento del sig. Biagioli . Gli Editori fiorentini propendono an— 
ch'essi a siffatto intendimento, aggiungendo che una Lettera di 
Federico IL Imperatore, diretta ai Principi cristiani contro il 
Pontefice, comincia: Principes et collegae ec. La E. B. spo 



[a]Inf.zzv. Si.^cParad.v. 65.» VI. i36. [^JVoI. 1 . P. 11. fUce. i6\csc|(. 



CANTO VI. i37 

Onde Torquato e Quiotio, che dai cirro 4^ 
N^lelto fu nomato , e Deci e Fabi 

aoch'essa come il Lombardi ; ma nel gran Dizionario di Bo» 
logoa ai riporta questo istesso verso di Dante sotto la voce Col' 
U^ìoj presa al senso di congregazione^ adunanza ^C uomini 
di autorità e di go%^mo , e come la Crnsca. 4-« 

46 al 4^ Torquato . Tito Manlio Torquato > nobilissimo Ro- 
mano» il quale fece prima batter con verghe e poi decapitare 
il suo proprio figliuolo 1 perchè nella guerra de* Latini , contra 
il suo comando y molto pericolosamente avea combattuto » beu"" 
che avesse ottenuta vittoria. Volpi. »^ Di luì Dante stesso nel 
Convivio j come ha notato il Biagioli: « chi dirà di Torquato » 
» giudìcalore del suo figliuolo a morte per amore del pubbli- 
» co bene, sensa divino aiutorio ciò avere sofferto? »4-« Quin^ 
tiof die dal cirro ec. Quintio fu denominato Cincinnato; il 
che in lingua nostra potremo dire rabbaruffato • Cincinno e 
arro in latino significa capeUe torto i e questo alcuna volta 
dà ornamento 9 quando con ferro o con altro istrumento con 
molta arte si compongono i capelli , e fannosi inanellati e ric- 
ciuti : alcuna volta son torti i capelli in capo 9 quando non li 
pettiniamo y onde rimangono avviluppati ; ed allora il cincinno 
e il cerno non dà ornamento , ma il contrario; e per questo 
Quintio, uomo di dura vita, perchè teneva i capelli negletti 
ed incolti e senza pettine fu chiamato Cincinnato» Onde il Pe- 
trarca: E Cincinnato daWincuUa chioma. Fu costui povero 9 
e di sua mano coltivava le proprie , benché picciole, possessio- 
ni; creato Dittatore contra quelli che avevan rinchiuso Minuzio 
Console con l'esercito 9 ruppe i nemici, e liberò il Console e 
trionfò; ed il seslodecimo di riuuDziòalla Dittatura. Lardiko. 
— Essendo stati i Quindi Cincinnati piii d'uno, conviene av 
tertire che questo dal Landino descritto ebbe il prenome di 
Ludo [a]. 9h¥ Di costui Dante stesso nel Convivioctt chi dirà 
lidi Quinto Cincinnato y fatto Dittatore 9 e tolto dall'aratro , 
» dopo il tempo dell'ufficio, spontaneamente quello rifiutando, 
Mallo arare essere tornato, senza la divina istigazione? »«-« 
Ande, quanto alla voce cincinnato ^ intesa nel senso di rat' 
baruffato j gioverà di por mente all' origine | che dagli Etimo- 
logici pretendesi , di cincinnus da cinnus , che mistura e con- 

{«] Vedi Livio, lib. 3. cap. 3(S. 



i38 PARADISO 

Ebber la fama che volontìer mirro. 



fusione significa y e che anzi Plauto adopera cinnos in luogo 

di cincinnos \ 

« istosfictosj 

Cómpositos j crispoSf einnos tuos unguentaZos usque ex eerebro 
Expellam [a]. 

Deci. Questi fnrono tre citladini romani, padri;, figliuo- 
lo e nipote, di schiatta plebea, ma d* animo generoso, i quali^ 
per ottener vittoria ali* armi della Repubblica, consacrarono le 
proprie persone agli Dei infernali, cacciandosi nel mexzo dei 
nemici , dov*era maggiore il pericolo, e così rimanendo nccisi ; 
il padre nella guerra gallica, il figliuolo nella guerra etnisca, 
e il nipote «in quella che fece il Re Pirro contra i Romani per 
difendere i citudini di Taranto . Voi^i . »-^ Di loro nel Cort- 
viuios ce chi dirà dei Decj .... che posero la loro vita per la 
>» patria? u4-« Fabi , Romani . Di questa famiglia furono molti 
nomini segnalatissimi e in pace e in gueira ; ma nno de*piii 
famosi fu Q. Fabio Massimo, il quale colla sua destrezza e 
prudenza raddirizzò la Repubblica, già cadente per le conti- 
nue vittorie d* Annibale. Volpi. -— mirro , epentesi in grazia 
della rima, invece di mirOf cioè tengo presente, mi ricordo ; 
come il medesimo Dante scrisse uestigge per vestìge , viddi 
per vidiy strenne per sirene ec. [i] . — mirro spiegano alcu- 
ni detto qui da mirrare , ungere con mirra, che impedisce la 
corruzione, ed essere figura taoaente adoperato per conserto e 
consacro alP immortalità. Non si trovando però del verbo 
mirrare altro certo esempio, e né anche apparendo come per 
nn semplice commemorare cotali uomini potesse Giustiniano 
pretendere di consaci*are la loro fama all' immortalità, rendasi 
preferibile la primiera spiegazione. •-» Questa chiosa pare pro- 
priamente tolta dalla seguente del Torelli: ce mirro per miro, 
9> ammiro , aggiungendo una consonante , come altre volte la 
» leva. Altri deduce mirro da mirrare ^ malamente, si quid 
» i^ideo ; mirare per ammirare. Purg.xn.i'. 66. , xxv. p» 1 08. » 
— La Crusca al rerbo Mirrare nota: ce ==:V. A Condire colia 
» mirra, infonder mirra. Dante Par. vi., Ebber la fama che 
» uolentier mirro » ( Altri però spiegano diversamente questo 

[a] 7rucii/. act. a. se. a. [6] Inf. vu. ao., Purg. zxvii. 119.» sxxnt. 
108. 



CANTO IV. . 139 

9 luogo*) Bali ivi: volentier mirro ^ cioè miro, cioè lodo 

1^ io lustiaiano ; ma è scrìtto ptr due r per la consonanza del- 

» la rima. Yarclii ErcoL i3o. Il medesimo Dante: Ebber la 

Ti^ fama che poieniier mirro ^ per raro. = Al Buti e al Var- 

» chi vanno di costa (dice il chiarissimo cavalier Monti [a]) 

» il Lombardi , il Biagioli ed alti«i Comentatori . Mi separo da 

» tutti qaesti, e prego i lettori di udire, qual siasi, la mia 

» ragione* — Come aa balsamo , imbalsamare; da incenso , 

» incensare; da aromaio , aromatizzare; da ambra , ambra* 

n rey dar odore di ambra ec>; cosi da mirra si è fatto giù- 

«stamente mirrare 9 condir^ di mirra; la quale, essendo 

9 gomma balsamica, che presert a i corpi dalla putrefazione -, 

» si £1 voce che agevolmente per metafora può trasportarsi , 

»come tante altre, dalle cose corporee alle morali qualità, 

» Tuna delle quali è il buon nome e la fama. Né osti il dire 

» col Lombardi cbe di mifHtre non si ha altro esempio che 

» questo, perchè le voci nella nostra lìngua esistenti in forza 

» di un solo esempio son troppe ; e non vi fosse che questo , 

» la sola autorità di Dante è d'assai. Ma è egli poi vero che 

» di questo verbo, da Dante in fuori, non si abbia vcrun in- 

sdizio? Nelle laudi di Fra lacopone noi troviamo faceto 

» e il vino mirrato , e nella Meditazione sopra l'albero della 

» croce, I mirrati sospiri di M V^ ; la qual metafora è pro- 

» va di ciò che dianzi si disse. Ora mirrato può egli venire 

soda altra radice che da mirrare ^ di cui è manifèstissimo 

» principio? Puoi tu dubitare dell'esistenza di una pianta , 

» ancorché non 1* abbi mai vista , subito che ne abbi il frutto 

» davanti? Ma non è questa, quantunque non senza peso^ la 

» ragion principale della nostra opinione. Il suo forte sta nel- 

» l'improprio favellare che risulta dalla contraila, e che sa- 

» rebbe indegno del senno dell'Alighieri. Se egli avesse usa- 

» to qui mirro per miro , ammiro , non avrebbe detto £%- 

SE» ber la fama che volentier mirro j per la giusta considera- 

» zione che volentieri è avverbio che mal si accompagna 

» co*8entimenti dell'ammirazione; ma detto: Ebber la fama 

» che altamente mirro y o pure che altamente ammirroj o 

s> altro simile avverbio, perchè la fama dei Decj, de' Fabj e 

» dei Cincinnati non è fama da ammirarsi volentieri .^ quasi 

s» per gentilezza e per grazia, ma fama da rapirci in altissima 

1» ammirazione , e trarre l'animo nostro a consacrarla e farla 

[a] Frop. voi. 3. P. I. fac i3a. e sag|(* 



i4o PARADISO 

E.SSO atterrò l'orgoglio degli Arabi , ^9 

Che diretro ad Annibale passaro 
L'alpestre rocce , Pò, di che tu labi» 

» immortale colla mirra poetica , cooserratrtce di tatti i nomi 
» de* valorosi. 

ce Se questa chiosa otterrà il suffragio degl* illuminati let- 
» tori, ne verrà di conseguenza che mirrare 9 condir di mir~ 
a> ra, potrà riguardarsi come voce ancor viva, e degna di es- 
a» serio pili che ombrare f e quindi non meritevole di <{uel 
» brutto V. A. sulla faccia . » -^ Questa sposizione si conforta 
coirautorità dell'Anonimo e con quella di Pietro di Dante , 
sponendo il primo, come annotasi nella E. F.: «miella Cima, 
3» la quale volentieri corono e onoro con mirra , la quale dà 
» ottimo odore. Ed il secondo: 9» mirro 9 cioè conservo, pe- 
» rocche le gocce della mirra, albero d'Arabia, hanno virtii 
a> di conservare le cose col loro odore.» -^ Con tutto questo 
la E. F. riporta in nota le suddette chiose dell'Anonimo e di 
Pietro di Dante, e poscia le altre del Buti e del Varchi , ci- 
tate dalla Crusca , senza nulla decidere sul loro merito di pre- 
ferenza; e la E. B. sponendo = mirro, miro, mi reco al pen* 
siero = mostra di non ammettere la riportata interpretazio- 
ne del eh. cav. Monti, la quale per certo a noi sembi*a più 
filosofica, e più poetica delPaltra unicamente ammessa dai 
moderni Spositori. 4-c 

49 al 5i Arabi y colla seconda sillaba lunga, diastole in 
grazia della ri aia. Essendo gli Arabi popoli dell'Asia, e non 
leggendosi che il cartaginese Annibale conducesse altri soldati 
che i Cartaginesi suoi afft*icani , conviene intendere che appel- 
lasse Dante ^ra6f i cartaginesi, avuto riguardo alla loro ori- 
gine: a& Ifrico (scrive Leone Affricano) Aràbiae Felifxs 
Jtegey qui omnium primus hanc terram (l'Affrica) incoluissc 
fertur, Hic quum adversus Assyìte Regem bellum gereret , 
ab eodem tandem regno putsusf cum loto exercitu JVilunm 
transmisitf et Occidentem versus suas copias traducens nan 
prius quievitf quam in eampartem Cartilagini vicinamper^ 
ventum est \a\ . Degli Espositori , quant^osservo , chi di cot^I 
permutazion di vocaboli nulla dice, e chi non soddisfii. — L*€mì- 
pestre rocce. Roccia f rupe, ripa scoscesa, balzo di mont^* 

[«] Africae descriplio , lìb. i . eap. i . 



CANTO VL i4i 

Soli' esso giovanetti trionfaro Cìi 

Scipione e Pompeo, ed a quel colle, 
Sotto *1 qual tu nascesti, parve amaro. 

Poi , presso al tempo che tutto '1 Giel volle 55 

Ridar lo mondo a suo modo sereno , 

gna. Per t alpestre rocce intendi l'Alpi , d'onde nasce il Pò. 
Volpi. — di die tUy Pòj labi.* dalle quali [a] tu, o fiume 
Pò, caschi t e scorri per la Lombardia. Forma Dante in gra- 
zia della rima dal verbo latino labor ^ laberisj l'italiano yer» 
bo labere^ come ha l'uso comune dal latino labilis j labi/e 
formato V italiano labile • Cotal poi improvvisa e per salto 
conversion di parlare al Pò ò simile a quella di Ovid3o nel 
libro 5. delle Metamorfosi ^ ove, del soggiacente alla Sicilia 
Tifòo parlando, dice: 

Dextra sed Ausonio manus est subjecta Peloro, 
Lei^ay Pachine y libi ec. 

5a al b^ giovanetti trionfaro -* Scipione e Pompeo ^ quel* 
lo vincendo Annibale, e sottomettendo all'Impero romano 
rAflBricai onde riportò il glorioso titolo à^jiffricanoj e que- 
sto varie vittorie anch'esso riportando. -^ ed a quel colle ea 
e il trionfar di Pompeo parve amaro a quel colle ^ - Sotto 
7 qual tu nascesti y dispiacque a Fiesole, posta sul colle so- 
pra Fiienze, tua patria ; imperocché fu Pompeo uno dei di- 
struttori di Fiesole e degli edificatori di Firenze [&]. Il Ven- 
turi intende che il medesimo imperiai segno parve a Fiesole 
amaro; ed altri capiscono /la/ve amaro come assolutamente 
detto invece di ebbe rammarico» s-^Gol Venturi, e ragio- 
nevolmente, per quanto ci sembra, si accordano il sig. Bia- 
gioli e la E. B. , la quale spone : « e pel trionfar di Pompeo 
» quel segno parve amaro, funesto , a Fiesole. » <-• 

ó5 56 presso al tempo ec.s avvicinandosi il tempo della 
nascila del Kedentore , in cui volle il Cielo ridurre tutto il 
mondo in pace, e a quella tranquillità di cui esso Cielo gode. 
VsHTUBi. m-¥ Sotto questi versi il Torelli nota: tutto va con- 
giunto con mondo .-^ Suppone che la pace ch'ebbe allora il 

• 

r^j Del di per dalle, « del che per quali ^ huche oel caso obbliquo» 
▼eilì Cinoiiio, Parile. 344. t. , • 80. 5. [b] Vodi Giù. Yttluui, Ctonie, 
bfc. I. c»p. 36. e icgg. 



i42 P/\RADISO 

Cesare per voler di Roma il tolle; 

£ quel che fé' da Varo insino al Reno , 58 

Isara vide ed Era, e vide Senna, 
£d ogni valle onde '1 Rodano è pieno . 

Quel che fé', poi ch'egli usci di Ravenna, 6i 
E flaltò '1 Rubicon , fu di tal volo , 
Che noi seguiteria lingua uè penna . 

mondo, fu una preparaaione alla TenuCa del Figlinolo di Dio 
in terra ; ce perocché ( aono parole del Compito) nella sua ve- 
» nula al mondo» non solamente il cielo, ma la terra, conv«« 
a» ni va essere in ottima disposizione. » Biagioli. — Tutti i sa- 
cri scrittori ed istorici dei primi tempi del Cristianesimo no- 
tano che la nascita di G- C. accadde poco dopo a che Cesare 
Angusto, nipote del qui accennato Ginlio Cesare , chiuso il 
tempio di Giano , dichiarò solennemente essere allora tutto il 
mondo in pace . Poggiali . <-« 

57 Cesare ^ Giulio Cesare , per yoter di Roma , per ordine 
del Senato e del popolo romano, il tolle ^ io piglisi e porta 
contro agli Svizzeri e Tedeschi , invasori della Gallia. — Di 
tollere per togliere vedine esempj, anche de' prosatori, nel 
Vocabolario. della Crusca e nel Prospetto de' verbi italiani* 

5H da Varo (fiume che separa la Francia dall'Italia) in- 
aino al Reno ( fiume della Germania, non molto discosto dai 
confini della Francia ); e ciò come a dire: in tutta la Fran-^ 
eia ed in parte della Germania. 

59 60 Isara y fiume della Gallia che mette nel Rodano. 
Volpi. — Era, fiume che nasce nel monte Vogeso, e mette 
nel Rodano* in latino ^ror. Lo stesso. -* Senna, in latino 
Sequana, fiume di Francia che passa per Parigi. Lo stesso. 
«— Ed ogni valle onde 7 Rodano è pieno.* ed ogni valle che 
da' monti riceve acqua per tramandarla al Aodano, fiume del- 
la Francia. 

61 al 63 eh' egli j l'imperiai detto segno. •-» Non già : questo 
pronome egli deve riferirsi a Cesare ; e l* imperiai segno è il 
nome sottinteso che regola il verbo fe\ Intendi adunque col 
Biagio]! e colla E. B. « L'impresa che il detto sacrosanto se- 
» gno fece, poiché Giulio Cesare usci di Ravenna. »4-« Raven-^ 
na, città della Romagna ^ nella quale ritornando Giulio C^sar» 



CANTO VI. i43 

Io ver la Spagna rivolse lo stuolo, 64 

Poi ver Darazzo, e Farsaglia percosse 
Sì, che 1 Nil caldo sentissi del duolo. 

Antandro e Simoenta , onde sì mosse, 67 

dalla Gallia Terso Roma, substititj scrìve Svetonio [ci] sal^ 

tò '/ Rubicon f Bubicone, 6ume tra Ravenna e Rimini, termine 
anticamente della Gallia Cisalpina y passato da Giulio Cesare 
senza deporre il comando delle armi, con tra i severi divieti 
della Repubblica. Volpi. — Saltare y per trapassare da un 
laioair altro con gran preste zza , adoperano altri scrittori pa- 
rimente \h\ . »♦ Nel i/. 63. al non della Nidob. ci è piaciuto di 
preferire colla E. B. il noi della lezione comune. <-« 

64 In ver la Spagna , contro gli eserciti ivi lasciati da 
Pompeo sotto il comando di tre di lui Legati^ M. Petreio, L. 
Afranio eM. Varrone [e], rivolse lo stuolo y rivoltò TAquila 
i sminaci suoi • 

65 DurazzOf città di Macedonia, con porto, dove Giulio 
Cesare fa assediato dalle genti di Pompeo. Volpi. — Farsa- 
glia y luogo celebre di Tessaglia, dove Giulio Cesare diede la 
gran rotta all' esercito di Pompeo. Volpi. 

66 5i , che V Nil caldo sentissi del duolo , cosi la Nìdobea- 
tina, meglio cbe non leggano le altre edizioni, parte Sijch^id 
Jf il caldo si sentì del duolo [d]y e parte iSi, ch'ai Nil caldo 
fe^ sentir del duolo [e] ; e vuol dire che la vittoria, riportata 
da Giulio Cesare contra Pompeo in Farsaglia , fu cagione cbe 
anche il Nilo (fiume d'Egitto, preso qui per lo stesso Egitto ) 
si rammaricasse e per la proditoria morte data a Pompeo nel- 
r Egitto rìfoggitosi , e per prevedersi quella guerra che Cesare 
gli mosse [/].•-» Come laNidob. legge anche il cod. Stuar- 
diano , testimonio il Biagioli , al quale però sembra piii bello 
il costrutto del testo degli Accademici . — Anche Matteo Ron- 
co, come notasi nella E. F., legge istessamente che la Nidob., 
e traduce: Taliter ut Nilus calidum se fraude resensit,^^ 

67 al 69 Antandro 9 città marittima della Frigia minore , 

W e. lui. Caes. cap. So. [b] Tedi il Vocabolario della Crusca sotto il 
^ttbo Saltare, $. 4. [e] Sfoton. C. iuL Caes. cvp. 34. f^J Vedi 1* edizio- 
nt della Crasea € le segaaci. [e] Vedi l'ediiioui venete i56S e iS^S, 
X Vedi Svetonio , C lui, C^ej. ca|). 35. 



i44 PARADISO 

Rivide, e là dove Ettore si cuba, 
È mal per Tolommeo poi sì riscosse ; 
Da onde venne folgorando a Giuba : 70 

Poi si rivolse nei vostro occidente, 
Dove sentìa la pompeiana tuba. 

d' onde Enea fece vela per Tenire in Italia . Volm . — Simoen* 
ta y fiume che acorreva presso Troia , nato nel monte Ida. Voi.- 
ri. — là dove Ettore si cuba^ là dove riposa, giace sepolto , 
il &moso Ettore Troiano. Segue Dante il pensamento di Lu- 
cano \a\ die, avviandosi Cesare per seguire Pompeo, fuggito 
dopo la rotta Farsaiica in Egitto , ed attraversando rElIespoo- 
to, approdasse per poco la sua flotta ai lidi della Frigia mi- 
nore, e scendesse a vedere dove fu Troia ; e come di là ba 
detto venuta l'Aquila in Italia [6] , perciò dice che in tale oc- 
casione riidde con Giulio Cesare Antandro e Simoenta f onde 
ii mosse . — jE mal per Tolommeo poi si riscosse^ e ai danni 
poi di Tolommeo, Re d'Egitto, indi riparti ; imperocché , per* 
venuto nell'Egitto, spogliò Tolommeo del regno, ediedeloa 
Cleopatra [e] . 

yoDaonae lo stesso che dal guaio, dal qual Tolommeo [</J. 

— * Il cod. Caet ed il Glenbervie leggono J9a indi scese. E. R. 

— folgorando^ scorrendo qual folgore,*— a Gii^^a, Re della 
Mauritanianell'Affirica, il quale favoriva le reliquie dell'esercito 
di Pompeo dopo la rotta di Farsaglia; ma vinto in battaglia 
da Cesare, si uccise di propria mano. Volpi. 

7 1 m^ Poi si rivolse . Alfieri dice: Cesare coW Aquila ^ A 
meglio dir l'inverso. Biaoioli.^-c ne/ vostro occidente Tale 
come se dicesse: nella parte per voij Italiani , occidentale <; 
e bene dinota in cotal modo la Spagna che , riguardo all'Affri- 
ca onde Cesare si moveva ^non è occidentale» ma settentrionale» 

73 Dove sentia la pompeiana tubai tuba^ al latino modo 
per tromba f hanno pure altri celebri poeti adoperato [e] ; e 
Dove sentia ec. vale quanto do%^ accampava il pompeiano 
esercito j cioè presso Monda, città della Spagna, dove Giulio 

\a\PharsaL lìb. 9. y. gSS. e segg. [h] Vedi il princìpio del prestate caa* 
to. fc] STetooio, C. luL Caes. cap. 35. \d] Vedi CtnOBÌo, P«rlic. ty^. O. 
[«j Vedi il Vocabolario dtlla Grasce ella Toce Tuba, 



CANTO VI. i45 

Di quel che fé' col baiulo seguente, 73 

Bruto con Cassio nello 'nferno latra , 

Cesare vinse Labìeno e i due figliuoli di Pompeo , cosi iinpo- 
oeodo fine alla guerra civile, durata quattro anni. 

73 Di quel che fé'* col baiulo seguente ^ àei\e imprese che 
la medesima imperiale insegna fece col portatore di essa, 
sacceduto a Giulio Cesare, cioà con Ottaviano Augusto. Seb- 
bene la voce latina bmulus pare che dapprima significasse un 
vii portatore > un fiiccUino ; a' tempi però del nostro Poeta già 
si era nobilitata in guisa, che baiului appella vasi l'aio di 
qualche priocipe giovinetto: Regibus nostris maluros'^ ac 
prudentesy tUque sobrios baiulos singulis constituitej scrive 
Incmaroj autore del nono secolo [a]; e bmulivatus insogna 
il Vocabolario della Crusca essere stato appellato il baltaggioi 
grado nelle religioni militari [6]. fHi L'iuionimo citato dalla 
£• F. dice: « che erano dì que* tempi chiamati in Francia gli 
» ufficiali del Re baiulif o balU, iu ciò che portavano li pesi 
I» iiel Signore » » 4-« 

74 Bruto con Cassio nello ^nferno latra. Lodovico Ca« 
stelvetro (scrive a questo passo il £osa Morando) riprende il 
Poeta nostro di contraddizione, dicendo che Bruto nell'In- 
ferno, come seguitatore della setta stoica ^ quantunque foS" 
se tormentato più che niun altro 3 si fa tacito, e qui per ca* 
gione dello stesso tormento latrante e urlante come cane [cj. 
Ma questa opposizione quanto sia chimerica e falsa ognun da 
sé stesso lo può vedere, non dicendo qui il Poeta, come s'im- 
m^na quel Crìlico, che Bruto per cagione dello stesso tor* 
mento latri e urli a guisa di cane^ ma che Bruto con Cassio, 
di ciò che l'Aquila romana fece con Augusto, da cui fur ri« 
dotti a darsi disperatamente la morte di propria mano , latra^ 
cioè parla dispettosamente e rabbiosamente nell'Inferno ; il che 
né contraddice al detto , ah al carattere di Stoico non discon- 
tiene- Cosi il Rosa Morando. 

Vegga però il Lettore se mai, per rapporto a ciò che di 
Bruto dice Dante neirinfemo , $i storce , e non fa motto [d]^ 
pareaaegli piii agevole di oapire che il verbo latrare adoperi 
qui , ooQ traslazione a quel luogo conveniente , per parlare, , 

>] Epist. 11. cap. 1 1. [b] Vedi alU voce Baliaggio. [e] Poet. [d] Infer* 
DO, canto xxatv. p, 66, 

/V. ///. IO 



i4G PARADISO 

£ ModoDa e Perugia fa dolente • 
Piaogeoe aucor la trista Cleopatra, 76 

Che , fuggendc^li innanzi , dal colubro 

La morte prese sabitana ed atra. 
Con costui corse insino al lito rubro; 79 



ossia certificare col fatto; intendeDdo che l'easere Bmto e 
Cassio neir laferao taccia teslimoaìanza di quella disperata 
money che si diedero essi per sottrarsi alle vittorie d*Aiigiisio« 
Ad un somigliante senso adopera Dante il verbo abbinare , 
sìuooimo di latrare y in quell'altro verso: 

Astai la voce lor chiaro C abbaia [a] • 
m^Bruio con Cassio latra j cvA attestano e fanno fede ^^ spie- 
ga appunto Pietro di Dante, come annotasi nella E« F.^-a 

76 jj? Modena e Perugia ec..* per le stragi fatte da Aoffo- 
sto centra Marco Antonio presso la prima » e contra Lucio An« 
tonio, fratello <U Marco , assediato e preso prigioniere di guer- 
ra nella seconda. YBVTumi. — * Il cod. Gaet. ed il Glenverbie 
leggono fé* dolente in luogo di fu ec, E. R. 

76 ai 78 Piangene ancor ecf di ciò che fece l'imperiale 
segno in mano d'Augusto^ne piange altresì la trista reina di 
Egitto, Cleopatra, la quale, fuggendogli innanzi^ fuggendo la 
presenza del medesimo segno, cui portata in trionfo (come 
Angusto determinato aveva di portamela) avrebbe dovuta 
con estremo cordoglio soffrire , prese dal colubro , si fece da 
un serpente , da un aspide, dare morte subilana ed atra • Do- 
vrebbe atra stare per atroce, il derivante da atro [6j. — c€^ 
labro in grazia della rima adopera Dante in luogo dì s^Jjfer^ 
te , dal latino coluber^ ed in graxia pur della rima, ad imita • 
zione di alcuni poeti Latini , fa in essa voca uso della diastole, 
e vi allunga la sillaba di mezzo. 

79 Con costui i con Augusto, — corse insino al tuo rm^ 
bro , al mare rosso» perchè dopo la morte di Marc* Antonio 
occupò tutto l'Egitto insino al mar rosso. LAimiiro. 



[a] laf. TU. 43. f^l '^b atro atritmtem pre imtnamiiate dictam comstmt, 
et atratum lugubri hahiiu indutum , #1 mtrocem « ho€ est , rnspeTWàsm , 
c»'Hdélem\ quùd qui atro vullu sumt, asperitatem atque salviti 
prue se ferunln Niccolò Farolli, Cornucop* £figr* a. 



CANTO VI. i47 

CoD costui pose '1 mondo in tanta pace, 
Che fu serrato a Giano il suo delubro. 

Ma ciò che 1 segno che parlar mi face 82 

Fatto area prima, e poi era fatturo 
Per Io regno mortai eh* a lui soggiace, 

Diventa in apparenza poco e scuro ^ 85 

Se in roano al terzo (pesare si mira 
Con occhio chiaro e con affetto puro; 

Che la viva giustizia che mi spira, 88 

81 Che fu serrato ee.** che fecesi la cerimonia solita a farsi 
quando Boma era in pace» di serrare il tempio di Giano. 
'^delubro per tempio^ dal latino detubrwnj adoprato anche 
da allri italiani acrìuori [a] . 

83 prima f e poi, intendi rapporto al terzo Cesare 9 di cut 
è per dire. -*— era fatturo. Ad imitazione de' Latini ed in gra- 
zia della rima fomiscene del participio futuro il verbo fare , 
come altri piii comunemente ne forniscono i verbi venire , 
durare ec.^ dicendo venturo j duraturo ec. 

84 Per lo regno mortai ee. Intende il regno di tutta la 
terra [b] , in contrapposizione al solo celeste immortai regno. 

65 Diventa in apparenza vale diiàene in sua comparsa i 
•-» od appare , come spiega il Torelli ; «-• scuro per ignobile . 
•-» di scarsa apparenza j spiega il Biagiolii come ypermag^ 
gior lumCf fossi uno minore. 4-m 

86 87 Se in mano ec.*- se con occhio illuminato dalla Fede 
e con apparato affetto si mira esso imperiai segno in mano al 
terzo Cesare » cioè a Tiberio . 

88 al 90 m^Chè la vi^^a giustizia ec> Dante vuol dire che 
Cristo, essendo stato crocifisso e morto dagli Ebrei sotto Ti- 
berio» la ioa^na romana n'ebbe gran gloria , avendo per essa 
crocifissione vendicato il peccato del primo Padre. Tobblli.«-« 
la viva giustizia che mi spirai il giustissimo Iddio che m'in- 
spira, mi muove, a cosi parlarti. — Gli^concedette , in mano 
a qudecs al medesimo imperiai segno, posto in mano al terzo 
detto Cesare, conc^ette la gloria du fare colla crocifissione di 

[o] Vedi il Yocabolario dalla Crnsca. [^[Yedl Dante atesso nel libro a. 
Oe Mottarehia. 



i48 PARADISO 

Gli concedette, ia mano, a quel ch'io dico, 
Gloria di far veadctta alla sua ira . 
Or qui t'atumira in ciò ch'io ti replico: 91 

Poscia con Tito a far vendetta corse 
Della vendetta del [leccato antico . 

Gesù Cristo ia vendetta j T azione soddisfktorìa ali* ira tua 
contro déiruomo preTaricatore . Di fatto il Preside della Giu- 
dea, Pilato, che condannò Cristo a morte, operò per la pode- 
stà dell'Aquila da Tiberio a luì comunicata. £, sebbene iaces-t 
se egli in ciò dell'Aquila mal uso, condannando quello che 
conosccfYa innoct-nte « per la innocente Aquila nondimeoo fu 
cotale impiego gloriosissimo 9 e di gloria maggiore cerlamefite 
che fosse al legno e al ferro che vi 5* impiegarono per la citH 
ce é per gli altri stromenti da tatto Torbe cristiano perciò ve- 
nerati. Vedi, Lettore» quanto da questo senso» che pur non 
sembra molto nascosto, vanno lungi i Comentatori, segnata- 
mente il Landino, Vellutello e Venturi. Concedette (spie^ 
gano) (i Tiberio di potere y se osasse voluto^ vendicare tin^ 
giusta morte data a Cristo da^ Giudei j e di così soddisfare 
air ira divina contro di essi; mancando però d^avyiso^i.^ che 
di sole imprese dall'Aquila fatte parlasi qui, e non delle Git- 
tibili ; :iP che, per rapporto ad una impresa solamente possi* 
bile , non sarebbési detto diventa , ma diventerebbe poco e 
scuro ogni altro fatto; 3.^ che della vendetta contro de*Gia« 
dei parla il tàretto seguente; 4*ehe finalmente necessita la 
sintassi d'intendere che Gli concedette ee. significhi non 
concedette al terzo Cesare ^ b Tiberio ( e come mai in colai 
modo eoral>inerebbesì il Gli eoneedette col rimanente del 
Terso , in mano a quei- eh* io dico? ), ma concedette alt un- 
perial ^egno , in mano ec., atnnunistralo dal detto terzo 
Cesare . • 

91 Or ifui t^ ammira ec. Fa Tauditore attento; perchè pare 
che parli oscuro, dicendo che Tito prese a fare vendetta del" 
la vendetta delV antico peccato. LAimiiro. -* replico y colla 
seconda sillaba lunga , diastole in grazia della lima. 

92 93 vendetta . . . ^Della vendetta.- la malvagità de*Gi«« 
dei fece con la morte di Cristo la vendetta da Dio Toluta del 
peccato antico f del peccato di Adamo; e Tito fece la vendetta 
della malvAgità de* Giudei. »-» Cosi anche il Torelli, 



CANTO VI. i49 

E, quando '1 dente longobardo oiorse 94 

La santa Chiesa , sotto a le sue ali 
Carlo Magno vincendo la soccorse . 

Ornai puoi giudicar di que' cotali tjn 

Cb* io accusai di sopra , e de' lor falli 
Che son cagion di tutti i vostri mali . 

L' uno al pubblico segno i gigli gialli 1 00 

Oppone , e quel s' appropia V altro a parte , 

do: « vendetta della vendetta vuoi dire: veodetta della ero- 
» cifisaione di Cristo , eoa la disumzione di Gerusalemme one- 
» rata per mezzo di Tito. m4-« 

94 al g6 i? quando 7 dente longobardo ec. •* e quando i 
Longobardi vessarono l'Italia e la santa Chiesa, Tlmperator 
Carlo M^no sotto a le sue ali, sotto Tinscgua dell'Aquila , 
vincendo la soccorse . 

Pare però ( dice il Venturi ) che Dante confonda un po- 
co qui i lemiH, né segua una cronologia molto esatta; con- 
ciossiacosaché quando Carlo Magno nel 774 estinse il Regno 
de* Longobardi, era di già presso a tre secoli mancata in Oc- 
cidente la dignità imperiale » risorta poi Tanno 600 nella sua 
persona. 

Abbenchè (se gli risponde ) nelTanno 800, oppure, co- 
me altri dicono 9 601 [a] fosse Carlo Magno coronato Impe- 
ratore, nondimeno nei 778 Adrianus Papa (scrive Sige- 
berto nella sua Cronica ) cum universalt Synodo dedit ei ius 
eligendi Pontifcemf et ordinandi apostolicam sedente di'- 
j^itaeem quoque Principatus. Tanto potè a Dante bastare 
per dire eoe TÌncess^ Carlo Magno t Longobardi sotto l'ali del- 
rAqaila. 
98 Ch'io accusai di sopra, cioè Ael v. 33. 
100 101 Vuna al pubblico segno i gigli gialli - Oppone, 
e quel ec* Accenna, quo' chenei terzetti seguenti nomina espres - 
samente, i Guelfi e i Ghibellini , e lagnasi che i Guelfi contro 
Tìmperiale Aquila muovano i gigli gialli, cioè Carlo IL l\e 
di Paglia, della Casa di Francia [6]» avente per stemma co- 

'a] ChroM. Sigeherti et OUonis , Ftùing. [b] Tedi, tra gli alni loogbi^ 
Parg. e. XX. V. 67, 




■w ^A- 



i5o PARADISO 

Si cir è forte a veder qual più si falli • 
Faccian gli GhibelliD, faccian lor arte io3 

Sott' altro segno} che mal segue quello 
Sempre chi la giustizia e lui diparte: 
£ non r abbatta esto Carlo novello io6 

Co' Guelfi suoi , ma tema degli artigli 
Ch' a pili alto leon trasser lo vello . 
Molte iiate già pianser li figli 1 09 

Per la colpa del padre ; e non si creda 
Che Dio trasmuti V armi per suoi gigli : 

tali gigli) e che i Ghibellini, TAiiUndosi Imperiali, non pel 
comune vantaggio dell* Impero operino, ma per proprj ingiù- 
aù fini unicamente. •— e quel (cioè il pubblico segno ) s^ap* 
propia P altro a parte j legge la Nidobeatina, ove l'altre 
edixioni, il cod. Gaet. ed il Glenbervie leggono: e V^iliro 
appropria quello a parte • 

1 02 forte per disile . 

io3 al io5 Faccian gli Ghibellin ec.c prendansi i Obi* 
bellini, per venire a capo delle iniqne loro mire, altra inse* 
gna diversa dall'Aquila , che questa non vuole il Cielo che 
disgiungasi dal giusto. 

106 al 108 i? non Rabbatta esto Carlo ec.^ e questo no- 
uello Cor/o, Carlo IL Re di Puglia, figlio del vecchio Car» 
lo L, non tenti co' suoi Guelfi di abbattere l'imperiai segno; 
— ma tema degli artigli ( m-¥ della possanza del romano Im- 
pèro «-«) Ch*apiù ec..« che dipelarono più forte leone, chi 
aveva piii forza di lui. •-» La Crusca alla voce Lbovb nota; 
Lbohb, animai noto; e ne riporta ad esempio questo verso di 
Dante, per cui meritamente ne viene ripresa dal chiariss. cav. 
Monti [a], sendochè in questo esempio di Dante leone noa 
è V animai nato del tema, ma per figura uomo potente ^ ♦-• 

109 al III Moke fiate ec. Non sarebbe la prima volta che 
i figli han portato la pena de*peccati de' genitori ; onde non 
sarebbe maraviglia se in lui si punissero le ingiuste rapine del 
padre; e non si lusinghi che Dio, in grazia de'sucM giglio 

[à\ Prop. voi. 3. P. I. face 35. t scg. 



CANTO VI. i5i 

Questa picciola stella si correda 1 1 2 

De' buoni spirti che son stati attivi , 
Perchè onore e fama gli succeda ; 

E quando li disiri |K)gg]an quivi 

Sì disviando, pur convien che i raggi 
Del vero amore in su poggìn men vivi. 



ii5 



glia che si atterri il segno deirÀqnila, e riniADga per segno 
sovrano quello di Francia; o pare, che Dio voglia mutar ar- 
mi 9 e dimenticarsi della giustizia con cui punisce chi usurpa 
gli Stati altrui , come esso faceva, tenendo la Puglia, che, se- 
Gondo Dante, si aspettava all' Imperio. Vemtvri. m^e non si 
creda 9 cioè: e non si creda Carlo nos^elloy nota il Torelli. «-« 

1 12 al I r4 Questa picciola stella ec. Termina qui Glusti'- 
niano quanto disse [a] , che la condizione della risposta fatta 
alla prinu dimanda esigeva che aggiungesse, e passa a rispon- 
dete air altra dimanda , cioè perchè si trovasse egli in Mercu- 
rio [&]; e dice apparire [e] in quella stella, lontana dall'Em- 
pireo» coloro che nel buon impiego della loro attività hanno 
con leggier colpa mirato, non principalmente a piacere a Dio, 
ma ad acquistarsi quaggiii onore e fama . — Picciola stella 
del cielo appella Dante quella di Mercurio eziandio nel Con^ 
viio \d\. — gli per a loro [e]. •-» Il Poggiali spiega la voce 
gH per di là , significato che gli sembrò bene ammesso dal 
contesto > e del quale se ne hanno piii esempj , non avendo egli 
stimato bene d' intender ^/i pel dativo plurale a loro^ contro 
il parere dei piii dotti grammatici. — Questo gli^ dicono gli 
Editori fiorentini, è accusativo alla latina*, eos seguatur. E 
cosi non si fii sgrammaticar Dante, esattissimo e correttissimo 
scrittore. ^-« 

1 1 5 al 1 17 i? quando li disiri ec.c ed allorquando con di- 
visa mento cotale i desideri nostri poggian qui\fi^ s'affissano 
al] *onor» e fama ^ avviene insieme di necessità che 1 raggi ^ 
le fiamme, del vero amore ^ eh' è quel solo che ha riguardo 

[a] Tewi 19. • 3o. [b] Vndì il canto precedente, w, 197. e f 98. [r]Cos). 
dee intendersi, giusta )a dicbinrazione fattaci dallo slesso Dante, di 
quegli spiriti parlando che nella Lana gli apparvero. Canto iv. ver- 
so 98. e segff.fa] Tralt. s. cap. 14. [e] Vedine esempi moltissimi recati 
nel Vocabolario delU Crusca sotto la voce Gli pronome , %, v. 



i52 PARADISO 

Ma nel commensurar de' nostri gaggi 1 18 

Col merlo, è parte di nostra letizia, 
Perchè non li vedèm minor né uia^i . 
Quinci addolcisce la viva giustizia i s i 

In noi r aflfetto si , che non sì j)uot« 
Torcer giammai ad alcuna nequizia . 
Diverse voci fanno dolci notej i :^4 

Così diversi scanni iù nostra vita 
Rendon dolce armonia tra queste ruote. 

a DÌ0| poggino in su men yi^if •*iuQaIz!no verso Dio mede- 
simo cou minore vivezza. 

1 18 al 120 Ma nel commensurar ec: ma fassi una parie 
della beatitudine nostra nel confì*ontar noi » e vedei-e giusta- 
mente misurati i nostri gaggia i premj nostri fa] ( »-»e par 
certo derivato dal francese gagesy premio y guiderdone, crome 
annotano il Poggiali ed il sig. Biagioli <-« ) col nostiY) merito i 
imperocché non li vediamo né minori né maggiori, — vedètn 
leggo col prelodato mss. dell'emiuentissimo card. Gararopi, 
e con alcune edizioni [6], in luogo dello stravagante uedèn 
che leggesi nella maggior parte dei lesti mss. e stampati . — * 
i^edèm si legge ancora nel cod. Caet* E. R. •-» e nel testo del 
sig. Biagioliy dichiarando egli che non occorre per ciò altra 
autorità che la ragione. v« maggi j plurale dì maggio, apo- 
cope di maggiore f adoprata non solo dal Poeta nostro [cj, ma 
da molti altri antichi [^^J. 

lai al 1^3 Quinci ec.c per colale a noi appalesata ugaa- 

Ì^lianza di premio e di merito addolcisce y appaga , la viì^a^ 
'eterna, giustizia Taffetto nostro talmente i cne non ai può 
giammai torcere dal dritto. 

1 a4 ^1 I ^6 Diì^erse uoci ec. Come vQpì diverse j alte e bas- 
se, fanr^o dolci note f {ormano l'armonia del canto e del suo* 
no ì cosi in nostra vita di%^rsi^ alti e bassi, scanni <, alloga- 
menti, rendon tra queste ruote ^ tra questi celesti giri, dolce 

[a] Vedi II Vocabolario della Crusca satlo la voce Gaggio ^ 5 3* [^] ▼e- 
di » tra le altre , le veneta t £63 e 1 578. [e] laf. e. xxxu v. K4* Par. e 
xiT. i*. 9;. > e. xftvi. V. 99. ce. [d\ Vedi il Vocabolario della Crusca. 



CANTÒ VI. i53 

E dentro alla presente margherita i 2j 

Luce la luce di Bomèo, di cui 
Fu J' opra grande e bella mal gradila: 

armonia^ -^ * Il cod.Caet., leggìi ili'. 24*- Diverse voci fan 
(jui dolci note. E. R. 

I aj margherita » per lo corpo risplendente del pianeta di 
Mercario. Volpi « 

I a8 1 29 Luce la luce di JSomèo ? risplende la chiara «»• 
ma di Romèo, — di cui - JFu Vopra grande ec. Romèo fti 
un pellegrino, uomo di piccola nazione, che tornando darl 
viaggio di san Giacomo in Galizia, capitò in Provenza, ed ac- 
conciossi in casa del Conte Berlinghieri, dal quale ebbe il 
maneggio e il governo dell'entrale sue ; e sì bene e fedelmente 
le seppe augumentai^e, che fu cagione che quattro figliuole 
del Q>nte si maritassero a quattro Re e uno di Fitiucia, chia- 
mato Luigi, che fu poi santo ; V altro , Carlo I. d*Angiòy Re 
di Puglia, e fratello di esso Luigi ; il terzo, Arrigo Re d* In- 
ghilterra , il quai'to, un fratello del detto , che fu Re de' Ro- 
mani. Ma il Conte, ingratissimo, lasciatosi vincere alle istanze 
de* suoi Baroni, i quali per invidia perseguitavano Romèo, di- 
mandogli conto dell' amministi*azione, il quale puntualmente 
Romèo gli diede , facendogli vedei*e l'entrate raddoppiate ", e, 
non volendo piii servire al Conte, partissi povero, vecchio, e 
da indi in poi sostentò sua vita mendicando .Volpi- «-^ Lo stesso 
racconto hassi nel Comento dell'Anonimo, e vi si aggiugne 
che Romèo, condotto Raimondo al luogo de' tesori, gli tenne 
questo discorso : « Signore , quando io venni a te io ci menai 
» un palafreno, e questi drappi quasi recai nel Itoio dosso ; l'al- 
» tre cose aono tutte tue. Maritate hai per mia industria U*e 
» figliuole a tre Re, ed hai tutti questi tesori: questa sia la 
» ragione che io ti rendo.» Indi soggiugnesi che « con li detti 
» pauni e un palafreno, invito il Conte, si parti. » «-« * Rica- 
diamo inoltre dal Postili, cass. che il detto Romèo fu di Vil- 
ianova, territorio di Vence in Provenza (»-^ e concorda con 
Pietro di Dante , come annotasi nella E. F. «-«); e dal Postili, 
del cod. Glenbenàe abbiamo le seguenti particolarità : ce Mul* 
>» ta gessit bene et fideliter Romeus prò suo Domino Raymun- 
» do , et ita procuravit suum Dominum, quod dedit quatuor 
» filias Raymundi quatuor Regibus ; sed accusatus a Provenzar* 
» libus, coaclus quod redderet rationem, iudìgnatus quud sihi 



i54 PARADISO 

s> fidem non haberent^ relictis omnibus i praeter unam sciavi- 
1» nam [a] , qoam portaverat , et bacalo accepto y discessit , et 
» in summa paupertate vizit etc. » — Il sig. cav. Artaudi 
parecchie volte da noi citato i nell' opportuno cemento di qae- 
sto passo [i] , dopo avere esposto le notizie desuate da* Gomen- 
tatori italiani » reca un articolo di certo foglio periodico 9 nel 
quale a lungo si parla del nostro Romèo. Sembra dai docu- 
menti in tale articolo addotti che non fosse egli un uomo igno- 
bile e 'di piccola nazione^ come dice il Volpi, ma si bene 
discendesse dall'illustre famiglia dei Villeneuve^che vantale 
sue origini dai Conti di Barcellona e Re di Aragona » ^miglia 
stabilita in Provenza fin dal secolo xt. , e tuttora fiorente per 
uomini famosi in toga ed in armi. Riflettendo noi che» secon- 
do il costume di que* tempi , personaggi di molto splendore 
andavan pellegrinando spesso ai luoghi santi rozzamente ve- 
stiti e poveramente vivendo 9 non abbiamo ardire di opporre 
che dai Romèo di Villeneuve sia ben lungi il Romèo di cui 
parla Dante ec Riguardo poi alla fine di esso» che si ripo- 
nesse in pellegrinaggio e rindossasse la sua schiavina , come 
dicono il Postili. Glenberuie e i nostri Cementatori , abbiamo 
veduto con qualche compiacenza ripetuto il medesimo dallo 
scrittore dell'articolo sopraccitato. E. R. »-► Il Villani, lib.vi. 
cap. 92.1 racconta presso a poco questo fatto come Dante: 
« argomento infallibile (dice u sig. Biagioli), che quello che 
» dicesi istoria non è altro sovente che un ordito di v^tà e 
» di favolose tradizioni.» Quindi ci fa sapere che bassi dagli 
Storici provenzali che Romèo era ancora in favore Tanno 
1 245, quando mori il Conte Raimondo, poiché lo nominò quel 
Principe nel suo testamento per uno degli amministratori della 
Provenza; e ehe nella qualità sua di tutore di Romèo adoperò 
al matrimonio della qualrta figliuola « appellata Beatrice , erede 
dei patemi Stati , disposata a Carlo Conte d'Angiò , firatello di 
8. Luigi, che fu poi Re di Sicilia, e n*ebbe io dote la Pro- 
venza. 4HI 

Dee però in questo Eroe essere passato in proprio V ap« 
pellativo nome di Romèo ^ che, come d'accordo spiegano e 
Dnfresne ( Gloss. alla voce Romeus ) e il Vocab. della Gr. , si- 
gnifica il medesimo che7?o/iu^ela, o pellegrino che i^a aRmma. 

[a] Habitus pere^rinorum . Vedi Da-Cange, art. Sclavina, Schtaviua 
neir istciso significato vedi il Vocabolario della Cruica. [b] Le Para- 
dis du Danie^ traduit de l' italien , pag. 2^9 



CANTO VI. i55 

Ma i Provenzali, che fer contra lui, i 3o 

Noa hanno riso; e però mal cammina 
Qaal si £i danno del ben far d'altrui . 

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina , i33 

Ra mondo Berlinghieri , e ciò gli fece 
Romèo persona umile e peregrina ; 

£ poi il mosser le parole biece 1 36 

A dimandar ragione a questo giusto , 
Che gli assegnò sette e cinque per diece • 

i3o al i3a Ma i Provenzali^ ec. Perchè non passò mollo 
tempo die Dio^ in vendetta di luì| parve che permettesse che 
Carlo d'Angiò» genero d'esso Conte , per cagione della dote 
della mi^liC) vìvente ancora lnì| gli togliesse lo Stato, e di« 
sper]gesse li suoi provenzali Baroni , che di tanta ingratìtadine 
erano stati cagione • Vbllvtsllo . •-» Questo racconto sarà dun- 
que bugiardo , ove non vogliasi ammettere , conti'O i principj 
della buona crìtica, che questo Comenlatore si meriti piìi fede 
che gli Storici delle cose patrie. E in riguardo alle parole ilAi 
I Provenzali ••••'- Aon hanno risoj il lodato sig. Biagioli ci 
fa sapere che 1* autorevole testimonio dei Trovatori di quel 
tempo ci conferma che il reggimento di Carlo d'Angiò fece 
molti scontenti , e che il carattere ardente « imperioso e pronto, 
di quel Principe diede occasione ai Provenzali di desiderare 
il redìmento dolce e popolare di Raimondo Berlinghierì [a]«<-« 
e però nuU cammina ec. •* mal cammina e non è mai per giun- 
gere a lieto fine chi per invidia fa proprio danno dell' altrui 
ben fare, riputando suo discapito T altrui vantaggio . VEinrvai. 
" del ben far d^ altrui , legge la Nidobeatina , meglio che non 
leggono le altre edizioni , <2ff/ ben fare altrui ^ lasciando dub- 
bio se debba altrui intendersi del secondo o del tei*zo caso . 

i36 biece qui pure, come Inf. xxv. 3i., per bieche^ anti- 
tesi in grazia aella rima, ed a senso di storte ed inique. 

i38 Che gli assegnò sette e cinque ec,.* che^ mentre il so* 
spettoso Conte si credeva di ricever dieci , Romèo assegnò , 
contegno lui, dodici . 

[tf] Vedigli Storici proveoaslì , e sopra tutti Tiiponi lib. tv. «n.i a45 e sr^, 



i56 PARADISO 

ladi partissi povero e vetusto ; 1 89 

E se 1 nioodo sapesse 1 cuor eh' egli ebbe, 
Meudicaudo sua vita a frusto a frusto , 

Assai Io loda , e più lo loderebbe . 

i36 vetusto per ueechio adopranlo dltri buoni scrittori an- 
che ia prosa [a] . 

i4o i4i 9^ E se ^l mondo ec. Parla qui Giustiniano da 
beato , che 6 a parte de* giudìzj e della perspicacia stessa di 
Dio. Poggiali. 4-« 7 cuor ch'egli ebbe , ^Mendicando ec..*il 
coraggio e costanza ch'ebbe egli nella sua mendicità . — fm- 
sto } pezzo 9 boccone . 

[a] Vtdi il VocabolarilD della Crusca . 



CANTO VII 



ARGOMENTO 

Sparito Giustiniùno con le altre anime y a Dante na- 
cquero alcuni dubbf quanto alla redenzione uma- 
na, ed al modo di essa redenzione; i quali gli so- 
no risolti da Beatrice y e da lei provatagli appresso 
V immortalità delVatnma e la resurrezione de' corpi» 

(osanna sanctus Deus Sabaoth , i 

Superillustrans claritate tua 
FeUces ignef horum malahoth/ 

I al 3 Osanna sanctus Deus ec*^ cioè: salva, ti prego y o 
sanlo Dio degli eserciti, illnstrando di sopra colla tua chiarez- 
za i felici fuochi, cioè i beati spiriti di questi regni . Cosi il 
Volpi, di comune intendimento con gli altri Espositori , inter- 
pretando Tebcee voci Osanna : sait^af ti prego ; Sabaoth : eser-» 
citiy o degli eserciti 4 malabotli ; regni , o de* regni • A che 
però pregare Iddio che salvi quelli che sono già in Paradiso ? 
Asserisce Tirino chelfosanna erat solemnis formula gratu-^ 
lantùan ^ et fausta acdamantiwnj iUapud nos io trìumphe, 
nivat Bexec. [a]. Io piuttosto, a norma cu questo insegnamen- 
to, tradurrei: r iva il santo Dio degli eserciti ^ che sparge il 
lume tiella chiarezza sua sopra i beati spiriti di questi rer 
gni. m^ Questa sposizione è stata ricevuta da tutti gì' Inter* 
preti posteriori al Lombardi, e concorda colla seguente del- 
1 Anonimo, riportata dalia E. F.: Salt^e^ o santo Dio degli 
et erri fi , aUtuninantedi sopra con la tua chiarezza i bene av^ 
ipTi turati fuochi di questi regni, ^f^ Le yocì Sabaoth e mu" 

'n[ CoMimeni. in. Mntlh, c^p. %\. 



i58 PARADISO 

Gosìy ¥olgeodo$i alla ruota sua, 4 

Fu viso a me cantare essa sustanza , 
Sopra la qual doppio lume s'iudua; 

lahoìih debbono essere pronunziate! secondo l'nso ebreo, col- 
l'accento acuto su Tultima sillaba, dovendo cotale accento 
supplire alla mancanza, che que* due versi soffrono | dell* un- 
decima sillaba. 

Non discostandosi il Venturi nella traduzione di questi 
versi dagli altri Spositori, solo si distingue nel mordere. // 
costrutto f incomincia egli , €&* questi tre non dolcissimi persi 
è questo: Salva ^ ti prego ec. Rimettasi però il Venturi , o 
qual altro fosse di palato simile, al saggio parere del sig. Rosa 
Morando, Z)e//o stile di Dante , da me nel principio dell'Opera 
riportato, »-^ e da noi collocato nel voi 5. di questa nostra edi- 
zione [a] • 4HI 

4 alla ruota sua , cioè al suo circolar movimento . Questa 
lezione , trovata dagli Accademici della Crusca in alcuol 
testi manoscritti e stampati , e da me pure nel manoscritto 6 1 o 
della biblioteca Corsini riscontrata, dee preferirsi all'altra 
comune ( »-^ e della stessa Nidob. 4-a ) alla nota sua ,* impe- 
rocché non si può per la noia intendere se non il cauto ; e 
Dante aveva bensì anteriormente veduto Giustiniano colla sua 



comitiva 

lezione 

me 



nitiva muoversi [b] , e non già udito cantare • »-» Questa 
ione è preferita anche dal sig. Biagioli, notando che dà ln-> 
j ad intender questo luogo il settimo verso> onde si ricada 
che intende per la sua ruota il circolar moto del cielo 
che seguono i beati , e sempiterna desiderato il primo Amo- 
re. «-« 

5 Fu Pisa a me; cioè parve a me , latino tnsum est mihi . 
Volpi. — essa sustanza , esso parlante spirito , Giustiniano; 
•-»> Chiama DtLXìte sustanze le anime de' beati e degli Angeli, 
forse perchè uno spirito incorporeo è totalmente sostanza 
senza accidenti, né accessorj di colore, 6gura ec Poggia* 

LI . 4-« 

6 doppio lume s'indua; cosi la Nidob., ove l'altre edizioni 
invece d^indua leggono addua. Del verbo adduare però noa 
reca il Vocabolario della Crusca altro esempio che quest'unico 
di Dante; e d'induarene apporta esempj d* altri italiani scrii* 

[a] Alla fac. Sgi. e seg. [b] Par* caato t. v. 104. 



CANTO vn. j-Q 

Ed essa e T altre mossero a sua danza, n 

£, quasi ▼eiocissime faville, 

Mi si Telar di subita distanza, 
lo dubitava, e dicea: dille, dille, io 

Fra me, dille, diceva, alla mia Donna 

Che mi disseta con le dolci stille; 



tori pia d*ano; e tra essi quello di Fazio degli Uberti ha in* 
ditare al senso, che qui appunto si confà , di aggiungere j di 
accoppiare f 

Guarda quando fortuna corre al verso y 
Come V un ben dopo l* altro ^'indua [a]. 
m^g^indua disse Dante anche nella Canzone: Io miro i ere^ 
spi ed I biondi capelli , come annotasi nella E. F. <-• s^indua 
de^ qni intendersi per enallage detto invece di s'^indua^a; e 
dee cotale accrescimento di lume aver rapporto a ciò che il 
Poeta del medesimo Giustiniano 9 quando incominciò a compia- 
cerio di risposta ai quesiti , disse, che fessi '^Lucente più as-^ 
saidiauel ch'elfera [b], — * Il Postili, del cod. Glenbervie 
riguardo al doppio lume, chiosa: unum propter compositio" 
nem tegum^ ediud propter meritum OfficU imperialis. E piit 
precisamente il Postili. Caet. ( m^ col quale si accorda anche il 
boccaccio 4-« ) dice: propter gloriam ìegum et armorum, al* 
ludendo giudiziosamente a quanto Giustiniano , di gè stesso 
parlando, diase nel Proemio delle sue Insti tuzioni : Imperato* 
riam maiestatem non solwn armis decoratamj sea etiam 
legibus oporiet esse armatami E. B. 

7 al 9 mossero ec./si mossero [e], si rimisero al primiero 
lor girare colla stella ; m^ cominciarono il loro ballo spiega 
il Torelli . «-« Mi si i^elar di ec.s della distanza-, in che presto 
farono, fecero veloy nascondiglio, agli occhi miei ; presto di- 
lungandosi disparvero. 

10 al 12 /o dubiua^ay ec. Tntti» a quanto osservo , i Go- 
mentatori intendono che fosse Dante stimolato a manifestare il 
naoTO dubbio a Beatrice stessa . Ma come a questo modo con- 
Qcttesi il diUe con alla mia^ Donna! Anche se dille ^ dille^ si- 



y 



»_» 



«1 Dittam lìb. 1. cap. 7. \h] Par. ▼. iSa. [e] Vadì il Vocabolaria dcl- 
U Crasca sotto il vcroo Muovere, 5* >•« 



i6o PARADISO 

Ma quella revereaza, die s'indonna i3 

giiificasse lo stesso die ditlo , dillo y come il Veiiluri chiosa , 
non ctUa mia , ma alla tua Donna vorrebbe scrìtto la giusta 
sintassi. A me parrebbe meglio d* intendere che ^ sparendo Giu- 
stiniano mentre era a Dante nato il nuovo dubbio » pregasse 
Dante Beatrice a richiamar Giustiniano > ed a manifestai^: il 
nuovo dubbio al medesimo; e che dille i cioè di* a quella ab- 
bia rapporto ad essa sustanza^ detta di sopra in ln(^o di dire 
Giustiniano. Né perchè , alla nominata Donna j Beatrice , ag- 
giunga, Che ini disseta con le dolci stille ( cioè che mi cava 
la sete di sapere colle dolci stille dì sue parole) 9 perciò di* 
vien necessario che anche del presente dubbio chiedesse Dan- 
te a Beatrice lo scioglimento; ma può cotale aggiunto avco* ri- 
guardo e generalmente ai molti dubbj già dichiaratigli da Bea- 
trice, ed in particolare alla dichiarazione stessa del presente 
dubbio y chCf quantunque da Beatrice non la chiedesse y da Bea- 
trice per6 di fatto la ottiene. •-♦Il sig. Biagioli ordina cosi; e 
io diceva fra me a me medesimo^ ai a lei il tuo dubbio , 
dillo a leij diceva ( voleva dire; intendeva ) alla Donna 
mia. E spiega: « Era Dante da quel suo dubbio stimolato for- 
a» tei voleva esporlo alla sua Donna» e non ardiva; però, a 
M frrai animo, diceva a sé e in sé: dille y dille , dille ^ eoa le 
» quali ripetizioni ci spiega chiaro la forza del desiderio e la 
» bietta deli' animo; e perchè chi legge non intenda di altra 
a» persona y aggiunge : eliceva , cioè voleva dire; intendeva di^ 
ai re alla mia Donna . » -^ Istessamente spose anche prima 
del signor Biagioli il Poggiali, e crediamo che questa sia la 
intelligenza da preferirsi, sembrandoci troppo fuor di natui^a 
che Dante intendesse a pregar Beatrice di richiamare V aniaia 
di Giustiniano t di giè sparita colla rattezza del lampo» e voi-' 
gentesiaUa sua ruota con moto sommamente veloce. <-« 

i3 i4 quella reverenza; ec. Scherza qui Dante sul volgare 
accorcianiento dal nome di B^atri4,^ in quello di Bice [aj , e 

[a] Che non fossa Bice te non un folgare aecorciameDlo del Bone «ii 
Beatriee» ne lo attesta espressamente il Landino nelle Vita di Dsolc e 
Pente stesso bob qui toUraente ne lo eecenna » bm enohe nella yUa 
J^uoua, ove dicela chiamata da molti Beatrice ( da qatlli, cioè, che 
cotal corralteJa di lingaaggio Boa seguivano ); ne. se non ioavvedu- 
tiitaetilc, seri?e l'autor delle Memorie per la Vita di Dante ^ $. vi. . 
che il oomc della fencinlf a era Bice , benché il Poeta Beatrice /' ahbi€^ 
nominata ne* suoi versi , 



CANTO VII. i6i 

« 

Di luna me, pur per B e per ICE, 
Mi richinava come Y uom eh' assonna . 
Poco sofferse me colai Beatrice , 1 6 

E cominciò , raggiandomi d* un riso 
Tal che nel fuoco faria l'uom felice: 

vuol dire che non solamente alla presenza di Beatrice, o al 
di lei nome intieramente pronunziato, ma al solo pronunziarsi 
d* alcune lettere del medesimo nome, tanta riverenza s'impa- 
droniva di tutto lui , abbattevalo cioè e vincevalo sì fattameii- 
le, che perdeva ogni coraggio a proferire parola. 

Facendo il Venturi consistere tutta la chiosa de' versi 1 3. 
e i4- nel dirne Che s* insignorisce di tutto me per rispetto 
di Biccj sincope e abbrei^iatura di Beatrice, se n'esce quin- 
di a riprendere la espressione di poca felicità. Sarebbe la 
espressione sembrata piii felice, se meno infelice fosse stata 
la chiosa. »-► Anche airAlfieri, come annota il sig. Biagioli, 
non piacque la (orma pur per B e per ICE; « ma come po- 
u teva Dante ( risponde il lodato Cementatore ) esprimere al- 
M trimenti e meglio la gran possanza sopra sé della sua Dou- 
» uà, se non dimostrando l' affetto che in lui faceva non solo 
M la presenza di lei, ma il profferir pure, o sentirne proffe- 
» rire il nome? Forse Alfieri , travolto dalla generale opinione 
io dei Comentatorì , ha creduto che Dante abbia voluto scher- 
» zare sul nome di Beatrice ^ abbreviato in Bice; ma Dante 
» non vi pensò veramente . » *-m 

i5 Mi richinaya come ecc mi faceva riabbassare la già 
per difv alzata testa , come fa colui che dal sonno è vinto . 
— * Il cod. Caet. ed il Glenbervie , come altri testi veduti da- 
tali Accademici 9 leggono, invece di richinaya^ richiamala. 
É. R. »♦ Dantesca trovato altre volte a dover in sé reprimere 
il desiderio; e sarà bello compararlo con sé stesso. Purg. can- 
to xiL u. i45- e seg., e. «▼. i'. io. e seg. , e. zxziii. m. a5. e 
seg. Buoioi.1 . 4HI 

i6 Poco sofferse ec.t l'amore di Beatrice per poco tempo 
sofferte me cotaly lasciommi cosi ansioso. 

17 iS raggiandomi ec. .* facendomi dalla sua faccia rispleu- 
dere un rìso tanto consolante, che per esso lieto sarebbe un 
tj'jmo anche nel fuoco. 

roi. Ili 1 1 



i62 PARADISO 

Seoondo mio infallìbile avviso, 19 

Come giusta vendetta giustamente 
Punita fosse, t' iiai in pensier miso; 

Ma io ti solverò tosto la mente : 1 1 

E tu ascolta , che le mie parole 
Di gran sentenzia li faran presente. 

Per non soffrire alla virtù che vuole -^5 

Freno a suo prode, quell'uom che non nai'qne, 
Dannando sé, dannò tutta sua prole; 

19 9I ai Secondo mio infallibile avviso ^ ec- quaui'ìo 
certamente conosco y t' hai in pensier misoj tu nella tua nicu- 
te ricerchi I come giustamente punita fosse giusta vendetta; 
e ciò per avere inteso dettp da Giustiaiano che TAquila ro- 
mana 

con lìto a far vendetta corse 

Della vendetta del peccato antico [a] . 
Dell'uso da altri scrittori italiani fatto di miso per messo an- 
che fuor di rima, vedi Inf. xxvi. 54» 

24 presente per regalo ^ dono. Volpi. 

u5 al 27 Per non soffrire alla virtù che vuole ec, — virtù 
che vuole appella Dante la volontà anche Purg. xxi. v. io5. e 

Ma non può tutto la virtù che vuole; 
Che riso e pianto son tanto seguaci 
Alla passion , da che ciascun si spicca y 
Che man seguon voler ne^pià veraci • 
Mancando di questo avviso tutti gl'Interpreti da me veduti» 
intralciano qui il senso chiosando, che la virtù voglia a suo 
prode freno : spiegazione in cui non si sa con che connettasi 
il verbo soffrire. « L'appetito (dice il Volpi in corto quanto 
a» altri piii diffusamente dicono ) , il quale ricerca d'esser fj-e- 
» nato per sua utilità , viene da Dante chiamato virtù che vuo- 
» le ^ Freno a suo prode . » 

Ecco dunque come brevemente io spiego i^Que/rKom che 
non nacque ( Adamo , perciocché creato da Diofiimmediatamcn* 

[a' Canto precede lite , tv. 93. e qS. 



CANTO VII. iG3 

Oude r umaDa spezie inferma giacque ^8 

Giù per secoli molli ia grande errore, 
Fin eh' al Verbo di Dio di scender piacque , 

U* la natura , che dal suo Fattore 3 1 

S' era allungata, unio a sé in persona 
Con r atto sol del suo etemo Amore . 

le ) , per non soffrire alla virtù che vuole ( alla volontà ) //e- 
ìio ( posto 9 intendi , da Dio col comando di non mangiare del 
l'ruUu che disubbidientemente mangiò ) a suo prode ( a prò 
dcir uomo stesso ; perocché per quella leggiera obbedienza 
voleva Iddio confermarlo nella sua giazia, esso con tutta sua 
discendenza, rendendolo esente da morte e da ogni altro male 
qui io terni y e della etema gloria assicurandolo in cielo), 
Dannando sò^ dannò tutta sua prole • »-^ Ma questo errore, 
oomone sgF Interpreti antichi, fu notato prima dal Torelli , il 
qoaie, riportato il »'. 35. colla vìrgola dopo virtày vi notò sot- 
to: « Mala interpunzione ; il senso è questo ; Adamo , per non 
tt soffiare 9 a sao prò, freno alla virtù che vuole, cioè alla vo' 
tt Ionia • Dante altrove : Ma non può tutto la yirtìt che vuole . » 
La diiosa è breve, ma su£Bciente a farci conoscere che al To- 
relli, e non già al Lombardi, andiam debitori della vera spo- 
sizioae di questo passo. — Dante chiamò la volontà la virtù 
che vuole anche nella Canz. > Amorj da che convien pur eh' io 
mi doglia , dove disse : E signoreggia la virtù che vuole , 
cioè la Yolontà. Chiama poi Adamo queir uom cfie non na* 
c^tte, espressione equivalente al vir sinematrcj con cui T ap- 
pella nel lib. K De vulg. Elog. e. 6. E. F. «-« 

a8 39 Onde tunuma ec. Costruzione : Onde t umana 
spezie giù , nel mondo , giacque per molti secoli inferma in 
grande errore f malconcia in grande ignoranza. 

3i 32 V\ dove: si riferisce, al sopraddetto giù, cioè nel 
mondo. — la natura , che ec, la natura umana, m^ la quale 
pel peccato del primo uomo S*era allungata ^ allontanata , 
tlal suo Fattore j da Dio <-• unìo a sé in persona , fece a sé 
unita in nnità di persona . 

33 Con ratto sol ec: per virtù solo ed opera dello Spi- 
rilo santo nel purissimo seno di Maria , senza coopcrazione 
d uomo. Vsutuei. 



i64 PARADISO 

Or drizza 1 viso a quel che si ragiona : 34 

Questa natura al suo Fattore unita , 
Qual fu creata , fu sincera e buona y 

Ma per sé stessa pur fu isbandita 37 

Di Paradiso, perocché si torse 
Da via di verità e da sua vita. 

La pena dunque che la Croce porse , 4^ 

S' alla natura assunta si misura , 
^uila giamtQ^i ^i giustamente morse ^ 

E cosi nulla fu di tanta ingiura , 43 

34 '/ viso, pel lame dell* intelletto. 

35 Questa natura f la natura che ha detto dal suo Fattore 
allungata, e poscia unita al divin Verbo t la natura umana. 

37 al 39 Ma per sé stessa pur fu isbandita ^ Di Parodi-' 
so e ma , pur, solo, per sé stessa , per suo mal oprare , fu sban- 
diu dal Paradiso celeste e terrestre, — perocché si torse - Da 
via di verità e da sua vita e si ribellò da Dio, del quale è 
scritto: Ego sum via, veritas et vita \a\. Lahbivo. •— Cbi 
sa però che con maggior conformità alla riferita evangelica 
sentenza non scrivesse Dante Da via , da verità, e da sua 
vita? L'enunciata \ezioxitMaper sé stessa pur fu isb€uidUa 
è di due mss. della biblioteca Corsini [b] ; ed è affatto intol- 
lerabile r altra a tutte , quanto veggo , I' edizioni comune 
( B^ non esclusa la Nidob. <-«) Ma per se stessa pur fa ella 
sbandita. — * Il cod. Giet. legge come i due mss. Corsini, 
ricevuti dal P. Lombardi. E. R. »-^ Cosi lesse anche il Dionisio 
e* cosi colla E. B. leggeremo noi pure , malgrado 1* ess^ire que- 
sta lezione disapprovata dal sig. Biagioli . ^-a 

4o al 43 porse, diede. — Nulla, ninna. — morsa "per af- 
flisse . — E così, e similmente. — ingiura, sincope ìd gra- 
zia della rima, per ingiuria^ qui per ingiustizia, m^\niA 
dir breve in questi versi che la morte di G. C. fu pena giu- 
stissima per riguardo all'umana natura da lui assunta; ma, 
guardando alla persona in cui essa natura era unita, nulla pena^ 
fu mai così ingiusta^^-c 

[a] Joan, i4- [b] Segnati 6«8. e ia$5, 



CANTO VII. i65 

Guardando alla Persona che sofferse ^ 
In che era contratta tal natura • 

Però d'un atto uscir cose diverse; 46 

Ch'a Dio ed a' Giudei piacque una morte: 
Per lei tremò la Terra ^ e 1 Ciel s' aperse . 

Non ti dee oramai parer più forte, 49 

Quando si dice che giusta vendetta 
Poscia vengiata fu da giusta corte. 

44 4^ Guardando ec. •* avendosi riguardo alla persona del 
dinn Verbo I - tn che y a cui [a] y essendo contratta , ristret- 
u [6]) romana natura, riferi vasi quanto essa umana natura 
sosteneva. 

46 al 4B Peròy per cotale detto vario riguardo, — d^ un 
atto uscir cose dùferse^ li diversi effetti che ne' due seguenti 
versi dice . Il primo è , che la stessa morte di Gesù Cristo 
piacque a' Giudei per isfogo di loro malignità , e piacque a 
Dio per soddisfazione dell'offesa ricevuta dall'uomo primo* 
•-►Istesaamente spone il Torelli. «-« L'altro è , che per leij 
per la stessa morte del Redentore, si scosse per compassione 
del suo Fattore la terra, e per allegrezza . della soddisfazione 
data a Dio pel peccato dì Adamo si riapri all'uman genere la 
porta del Paradiso* Nel principio del verso* Per lei tremò ec. 
dea, per mio avviso , essere per asindeto taciuta la particella 
copulativa e. 

49 forte per difficile da capire» 

50 5 1 che giusta ifendetta - Poscia ec. E questo il secon- 
do dubbio che ne' versi 20. e 21. disse Beatrice di aver cono- 
sciuto insorto nell'animo di Dante. — uengiata da vengiare 
per mendicare , dal francese uenger^ di cui è detto Inf. ix. 54- 
— corte perforo , luogo dove si rende ragione. Volpi. —* * Noi 
non istentiamo però a supporre aver voluto qui Dante colla 
parola corte appellare alle falangi romane sotto Tito Impera- 
tore, dal latino cohors. E. R. «^ Il Venturi, col Vellutello e 

In] Della particflla in per a vedi Cinonioj Panie. iS8 3. [b] Il Vu- 
cabolario aella Crusca , seguendo iJ Bati che spiega contratta per con- 
ffìunta, forflM per qaeeto solo esempio di Dante un papsgpafo a parto 
del verbo contrarre al senso di unire, congiugnere. 



i66 PARADISO 

Ma io veggi' or la tua mente ristretta 5^ 

Di peosier i|||pensier dentro ad un nodo, 
Del qual con gran disio solver s aspetta . 

col Daniello, spiega : giusta corte , cioè €lal giusto e pio Tito , 
^— Il sig. Biagioli pensa che debbasi intendere della corte di 
verità e di giustizia, alla quale sola si aspettava giudicare e 
puniiv. Dello stesso intendimento si mostrò anche il Poggiali ; 
e la E. B. ha preferiu 1* interpretazione del Landino, che 
spiega: fli giusta corte y cioè da giusto giudice é ^-« 

jn ristretta f angustiata.»-^ Dante ha capito come una giu- 
sta vendetta fosse poi giustamente punita ; ma non sa per an- 
che vedere il motivo , per cui Dio quella forma volesse di 
umana redenzione. Beatrice si fa quindi a dimostrargli come 
il modo da Dio prescelto per redimerci sia stato il più grande 
e il pili degno. Tutto ciò, die' ella, che è creato da Dio im- 
mediatamente , vale a dire senza il concorso di cause secon- 
de, é incorruttibile ed immortale. L'amor divino raggia più 
vivo su quegli esseri che più gli somigliano. Fra questi lu 
l'uomo ; ma l'uomo peccò , e perdette le celesti sue prero- 
gative, l'amicizia di Dio, e fu dannato a ceru predizione. 
A riacquistare la grazia del suo Fattore e la propria dignità , 
si esigeva o che l'uomo riparasse al suo reato da sé, o che Iddio 
glielo condonasse per un atto della sua misericordia. L'enormi- 
tà del suo delitto metteva l'uomo nell'impossibilità di soddi- 
sfarvi da sé; la sua redenzione rimaneva dunque riposta nella 
divina misericordia. Ma, procedendo Iddio per quest'unica via, 
alla sua giustizia non avrebbe soddisfatto; volendo egli per- 
tanto procedere anche per questa via di giustizia, con esem- 
pio dMneifabile carità si umiliò egli stesso per noi, umana 
carne prendendo, onde abilitar l'uomo a rilevarsi poscia da 
se. Tutt' altro mezzo sarebbe stato insufficiente a soddis&re 
alla divina giustizia. Questa è la somma del seguente teolo- 
gico discorso di Beatrice. Vi rifletta un po' sopra il discente , 
indi prosegua la sua lettura , e gli riescirà cosi piana ed age- 
vole 1» intelligenza del testo dà questo verso sino al i oii. del 
presente canto. •<-• 

53 Dipensier in pensier vale per \^ia di riflessione sopra 
le cose intese. — nodoj difficoltà. 

54 soli^ers" aspetta y come se fosse scritto soher si aspetta y 
aspetta cioè essa mente di cssci-ne sciolta . 



CANTO VII. i6n 

Tu dici: ben discerao ciò ch'io odo; 55 

Ma perchè Dio volesse, m'è occulto, 
A nostra redeozion pur questo modo. 

Questo decreto, frate, sta sepulto 58 

Agli occhi di ciascuno, il cui ingegno 
Nella fiamma d'amor non è adulto. 

Veramente, però eh' a questo segno 6i 

Molto si mira e poco si discerne, 
Dirò perchè tal modo fu più degno . 

La divina bontà, che da sé speme G4 

Ogni livore, ardendo in sé sfavilla 

55 Tu dici: tu dentro di te stesso parli cosi. 

56 5y Ala perchè ec, Gosti*uzione : Ma mi è occulto , non 
so capire j perchè Dio a nostra redenzion volesse pur ^ sola- 
mente , questo modo . m-^pur detto qui per solamente spiega 
anche il Torelli. <-« 

58 decreto^ per la cagione di così decretare ^ di così aver 
Iddio voluto: metonimia. — sepulto vale qui occulto y nasco' 
sto. — * Il cod. del sig. Poggiali legge secreto in luogo di 
decreto j e previene cosi ogni comento. E. R. 

59 -^^^ jigli occhi di ciascuno. Il cod. Caet. legge y^gli 
occhi dei mortali f e sembra più bello . E. R. »^Ma dal pa^ 
rare alPesserOf gli risponde il sig. Biagioli y v*è smisurato in^ 
teruallo. Cìon tutto questo anche nella E. B* la lez. del Caet. 
si è giudicata migliore. <-« 

60 Nella fiamma d^amor non è adulto ^ non è nutrito e 
cresciuto nell'ardore della carità, sì che ne conosca la sua 
forza 9 e a quali eccessi conduca 1* amante; allude al propter 
nimiam charitatem , qua dilexit nos ec. Veutit&i. 

61 9^ Veramente j ec. Qui Veramente ha la stessa foraa 
che il verum de' Latini; come nel primo canto del Paradiso : 
Veramente quani'io del regno santo . Veramente però per 
yerumtamen non ha luogo . Tobelli. ^^c a questo segnoy a cu- 
noscser questa cagione del divino operare. 

6a si miray si dirìge rocchio. 

64 al 6^ La divina bontà y Iddio, che da sé speme y scaci* 



i68 PARADISO 

Si, che dispiega le bellezze eterne. 
Ciò che da lei seaza mezzo distilla , 67 

Non ha poi iìne, perchè non si muove 

La sua impreata quand'elici sigilla. 
Ciò che da essa sanza mezzo piove, 70 

Libero è tutto, perchè non soggiace 

Alla virtute delle cose nuove. 

eia e riinoTe,--*0^ni livore j il contrario della carità , pcrcliè^ 
essendo tutto carità, in lui non può esser. invidia, sfavilla in 
sé medesimo 9 ed arde di essa carità si fattamente , ói^ dispie ^ 
ga e comunica con esso noi le sue bellezze eterne; onde Boezio : 
Quem non externae pepulerunt fingere causae 
Afaleriae fluitantis opusj uerum insila summi 
Forma boni, livore carens; tu cuncta superno 
Ducis ab exemploj pulchrunij pulcherrimus ipse 
Mundum mente gerensy similique in ìmagine fortnansy 
Perfectasque iubens perfectum absolvere partes [a J > 
percioccnè non ei*a necessario alla grandezza ed onnipotenza 
di Dio fare il mondo, gli uomini, e tutte Taltre cose in esso 
contenute, per dimostrarne la sua grandezza, e far la sua glo* 
ria maggiore; la quale, essendo da se infinita, non ha bisogno 
che alcuno l'aggrandisca ; ma fecelo solamente per comuBÌcar 
la sua infinita bontà e carità verso di noi. Dahibllo. «-^L'espres- 
sione Ogni livore del v. 65. deve, secondo noi, prendersi in 
senso più lato di quello che faccia il Lombardi, e valere: tutti 
gli affetti contrari alla carità ; come spooesi nella E. B. 4-« 
67 al 69 Ciò che da lei ea ciò che dalla divina bontà 
immediatamente distilla j proviene, si fa, &ssi eternamente du- 
revole, imperocché quand'ella stessa ji^iY/a , fornisce l'opera , 
La sua imprenta non si muove ^ la sua fattura non perisce. 
Dee il Poeta così alludere al detto dell' Ecclesiaste: Didici quod 
omnia opera j quae fedi Deus, perseverent inperpetuum [b]. 
yo sanza mezzo j senza intervento e cooperazione di cause 
seconde. Vehtubi. — piove , ad ugual senso del distilla sud- 
detto, "per proviene , fassi. 

7172 Libero è tutto y ec: tutto è lìbero dalle cose nuovef 
da nuove combinazioni di cause secondarie , cagioni d'ogni al- 
ta] De Consolata Pkil. lib. 3. mecr. 9. [b] Gap. 3. 



CANTO VU. 169 

Più Tè conforme, e però più le piace; 78 

Che l'ardor santo, ch'ogni cosa raggia, 
Nella più sìmiglìante è più vivace • 

Di tutte queste cose s' a vvant^lggia 76 

L'umana creatura; e, s'una manca, 
Di sua nobilita convien che caggia. 

Solo il peccato è quei che la disfranca, 70 

terazìone e corruzione i perocché alle medesime colai opera 
di Dio non soggiace . 

73 Più rè conforme e maggiormente a lei (alla detta ^iVt- 
na bontà) si rassomiglia. «-^ Cosi nel Convivio :^ttanro la 
cosa è più diifina , è ^iii di Dio simigliante . E. F. 4-« 

74 7^ Che Cardar santo ec: che il divino amore, il quale 
in tutte le cose si diffonde » più vivacemente adopera in quelle 
che piii a lui si rassomigliano, m^ Qui raggiare j dice il To- 
relli 1 ha forza attiva. 4-« 

76 al 78 Di tutte. queste cose ec>c di tutte le fin qui dette 
prerogative (dell' immediata creazione da Dio, dell'incorrutti- 
bilità , della maggior somiglianza al Creatore 9 e della di lui 
predilezione) , di tutte , nessuna eccettuata » è fatto V uomo per 
avvantaggiarsene j per esserne arricchito # — ^U codice Caet. 
al V. 76 invece di queste cose legge queste dotCf che benis- 
simo si confà al contesto ed alle dichiarazioni. Sembra che al- 
cune lezioni soddisfino piii al buon senso e sien più facili ad 
intendersi|ma ciò|Secondo alcuni ^ò un difetto; e » poichò si cer^ 
ca da per tutto l'arcaismo, lo soffra in pace chi lo vuole. E.R. 

79 disfranca per scommuove ^ scomòussola. m^ Il Vocab. 
della Crusca spiega disfrancare , levar la franchezza , cioè la 
forza, ed infievolire. Ma questo verbo, per ciò che pensano il 
Landino , il Vellutello, il Daniello , il Volpi, il Venturi ed il 
Biagioli, qui significa piuttosto ;7nVar ili libertà ; far di libero 
servo e sposlzione che è confortata da ciò che Dante ha detto 
più sopra, 1^. 70. e seg. : Ciò che da essa sanza mezzo pio- 
ve y^ tubero è tutto. — Anche l'Anonimo citato dalla E. F. 
chiosa : ce II peccato la disfranca ^ cioè la fa servii, e disso- 
» migliante a Dio e tenebrosa; » e viene ad accordarsi così 
anche colla E. B., che spone: la disfranca ^ cioè fa manca 
la natura umana della sua perfezione • «-• 



( 



170 PARADISO 

£ falla dissimile al sommo Bene , 

Per che del lume suo poco s'imbianca; 

Ed in sua dignità mai non riviene, 82 

Se non riempie dove colpa vota , 
Gontra mal dilettar con giuste pene . 

Vostra natura quando peccò tota 8:) 

Nel seme suo, da queste dignìtadi, 
Come di Paradiso , fu remota ; 

Ne ricovrar poteasi , se tu badi 8S 

Ben sottilmente, per alcuna via , 
Senza passar per un di questi guadi : 

81 Ver che vale qui laonde, perla guai cosa^ il perchè 
[a]. — del lume suoj dell* amore del sommo Bene. — poco 
s^'dmhiancaj poco sMufiamma, è-^s* avviva j si rischiara, s'ab- 
bellisce, o simili. 4-« 

83 84 Se non riempie ec. Costruzione.* Se, contra mal di» 
Iettare^ in contrapposizione al pravo dilettamento , alla prava 
soddisfazione che s'è presa l' uomo nel peccare , non riempie 
con giuste j proporzionate, pene dove colpa, vota^ non risar- 
cisce ove la colpa ha guasto. — * Il dettato dei Moralisti ci 
vien qui ripetuto dal Postili, del cod. Glenbenàe e JVon re- 
mittitur peccatum nisi restituatur ablatum . E. B. 

85 air 87 quando peccò tota « JVel seme suo^ ea quando 
tutta nel suo semej nel suo primo padre Adamo, peccò {tota 
dice in grazia della rima per tutta ^ alla maniera latina uni- 
versalmente tenuta nell'avverbio totalmente) y da queste di- 
f'mfa^i, dall'incorruzione, dalla similitudine a Dio e predi- 
lezione (9h¥e Torelli: dall'immortalità, libertà e grazia divi- 
na 4-«) fii remota j fu rimossa , allontanata , - Come di Para- 
diso ^ nello stesso modo che allontanata fu dal Paradiso. 

88 ricoffrar lo stesso che ricuperare ; qui per rimettere in 
grado [t]. 

90 per un di questi guadi j per uno di questi due soKt- 
niente praticabili tragetti. Venturi. 

[a] Vedi Cinonio, Partic. 196. 5. [fr] Vedi il Vocabolario della Crusca. 



CANTO VII. 171 

O che Dio solo , per sua cortesia , 9 1 

Dimesso avesse, o che l'uom per sé isso 

Avesse soddisfatto a sua follia . 
Ficca mo l'occhio perentro l'abisso 94 

Dell' eterno consiglio , quanto puoi 

AI mio parlar distrettamente fisso. 
Non potea Y uomo ne' termini suoi e^ 

Mai soddisfar, per bon potere ir giuso 

Con umiltate, obbediendo poi, 
Quanto disubbidendo intese ir susoj ;co 

E questa è la ragion perchè l'uom fuc 

gì 92 w^. O che Dio solo , ec. — solo va congiunto con 
Dio, ed è nome, non avverbio^ e corrisponde a ;9er ^è, par- 
lando del 1 ' uomo , nel verso seguente . Torblli.4-« uso , dal latino 
pn>nome ipse , a , um , vai quanto esso , stesso ; come perciò 
altri buoni Italiani hanno pur scritto issofatto al senso del 
latino ipso facto [a]. »-^ per sé isso^ esso per sé 9 isso non è 
invece di stesso ^ come nota il Volpi« ma per esso, ToKBht^u^^ 

g4 al 96 Ficca mo ec. Costruzione: Moj ora, al parlar 
Udo quanto puoi distrettamente ( lo stesso che strettamente) 
fisso j appo^ato 9 /Ceca V occhio (P occhio della mente , la con* 
siderazione ) perentro F abisso. ^DelV etemo consiglio.^^ U 
Torelli colle antiche edizioni legge discretamente invece di £&- 
strettamente^ che preferirono ragionevolmente anche gli Acca- 
demici,* e cosi riportato il 9. 96. , sotto vi nota: ce ciò si dee 
» rifierìre al verso di sopra: Senzapassarper un di questi 
» guadile discretamente qui vale il discretam dei Latini.»^-* 

97 né* termini suoif rimanendo nel suo essere, ne' suoi cen- 
ci, nell'essere di puro uomo 9 rimanendo in persona propria . 
Vsirmf . *— Può aggiungersi , nel finito suo essere . »^ E il 
ToMxtLt i^nè^ termini suoi ec», quanto conveniva, abbassan- 
» dosi tanto, quanto s*era innalzato» » 4-« 

1 00 1 o t intese ir suso , credendo alla lusinghiera promes- 
sa del Demonio: eritis sicut Dii \h\ • — fue , paragoge to- 
scana molto negli antichi scritti adoprata , per fu . 
[a] Vedi il medesimo Vocabolario, [^j Gen, 3. 



1^1 PARADISO 

Da poter soddis&r per sé dischiuso . 

Dunque a Dio convenia con le vie sue ìo'\ 

Riparar T uomo a sua intera vita. 
Dico con l'una, o ver con ambedue. 

Ma, perchè Topra tanto è più gradita 106 

Dell'operante, quanto più appresenta 
Della bontà del cuore ond*è uscita, 

La divina bontà che '1 mondo impronta ^ 109 

loa dischiuso j al senso, che ottiene anche il Terbo dischiu- 
dere y di escludere, eccettuare [a]. »-^La pena ha andar pari 
col peccato; il primo uomo s'indusse a passare il segno , per- 
chè si figurò diventar un altro Dio. • . . come poteva abbas- 
sarsi altrettanto? Adunque egli fu di nìscessità escluso dal po- 
ter soddisfare . BiiaioLi. 4-« 

io3 io4 Dunque a Dio ec* dunque , supposto che Tolesse 
Iddio riparar l'uomo a sua intiera^ sempiterna, i/iYa, conve- 
niva che egli medesimo lo riparasse con le sue i^ie , le quali 
(dice il Venturi ottimamente m^ e così anche il Torelli <•-«) 
sono la via della misericordia e la via della giustizia. Univer- 
sae yiae Domini misericordia et veritas [6J. 

io5 Dico con runay cioè pei via di pura misericordia e 
condonaaione del peccato. Vbhtubi* — o i^r con ambedue , 
cioè unitamente per via di misericordia e di giustìzia: come 
in effetto procede il Signore y ordinando il mistero della reden- 
zione, per cui iustitia et pax osculatae sunt [cj. Vbvtvbi. — 
ambodue, legge l'edizione della Crusca e le moderne segna- 
ci , a differenza della Nidobeatina ed altre antiche edizioni che 
lagone ambedue . 

1 06 al f 08 Ma y perchè ec. Costruzione.* Ma » perchè Fopra 
deW operante tanto più è gradita, guanto più appresenta 
della bontà , quanto maggior copia appalesa di boatà» ilei 
cuore onde uscita, ond'è provenuta essa opera. 

109 che 7 mondo imprenta, impronta e imprime la sua 
immagine nel mondo e nelle sue creature. Vbstubi. 

{a\ Tedi il Vocabolario della Cmsca sotto il verbo Dischiudere^ J. a., 
e vedi che manea poscia di dare ali' aggettivo liùcAittJ^ il significalo 
di estluso, (6J Psaìm. a4. [e] Psalm, 84. 



CANTO VII. 173 

Di proceder per tutte le sue vie 

A rìievarTi suso fu contenta 5 
Né tra l'ultima notte e^'l primo die 112 

Si alto e si magnifico processo 

O per r una o per Y altro fue o fie . 
Che più largo fu Dio a dar sé stesso, 1 1 5 

In far l'uom sufliciente a rilevarsi, 

Cbe s'egli avesse sol da sé dimesso. 
£ tutti gli altri modi erano scarsi 1 18 

Alla giustizia , se '1 Figliuol di Dio 

Non fosse umiliato Bd incarnarsi . 

1 1O III Di proceder ec: elesse per redimervi e rialzarvi 
su, precipitati e cadati in quel profondo abisso, di procedere 
per totte insieme le due dette sue yie> cioè per la misericor- 
dia insieme e per la giustizia. 

1 1 a tra V ultima notte e 7 primo die vai quanto : tra 7 
principio e la ftne del mondo j ossia in tutto il tempo che 
dura m durerà il mondo. 

ii3 1x4 ^^ ^^^ ^ ^' ^^' — fi^ oftej fu sarà. — iSi alio 
e si magnifico processo , cosi sublime e gloriosa maniera di 
procedere f'^O per Tuna^ cioè per la nominata dis^ina bontày 
operPaltrOj cioè pel nominato uomo, — • L'ediz. diverse dalla 
Nidoliefttinay leggendb O per l^unoy o per P altro 9 apportano 
della oscurità, m-^lì Torelli nota: «Pare che debba leggersi; 
» O per Pana, oper l' altra ^ cioè via. » E intendi della mi- 
sericordia e della g^iustizia, come pììi sopra; e sarebbe ottimo 
senso e da preferirsi . 4-« 

Il 5 116 a dar sé stèsso , - In far Puom ecc ad unire sé 
stesso air uomo, per cosi abilitarlo a soddisfare alla divina giu- 
stizia, ed a rialzarsi dal profondo in cui era caduto. Della par- 
ticella in a senso di per , come qui si spiega, vedi Cinonio [a]. 

1 18 ^^ scarsi, difettivi, manchi , insufficienti, perchè nulla 
pena poteva equilibrare l'offesa. Btagioli- 4-« 

1 20 Non fosse umiliato lo stesso che non f ossesi umiliato, 
come diremmo in latino : nisi Filius Dei humiliatus esset* 

[a] Panie» i38. io. 



174 PARADISO 

Or, per empierti bene ogoi disio, 1 21 

Ritorno a dichiarare in alcun loco , 
Perchè tu veggi li cosi com' io . 

Tu dici: io veggio l'aere, io veggo 'I foco, 124 
L'acqua, e la terra, e tutte lor misture 
Venire a corruzione , e durar poco ; 

E queste cose pur fur creature ; i^i-] 

Per che , se ciò eh' ho detto è stato vero , 
Esser dovrian da corruzion sicure . 

Gii Angeli , frate , e ^1 paese sincero , 1 3o 

Nel qual tu se' , dir si posson creati , 
Si come sono, in loro essere intero; 

1 2 1 empierti i^x soddisfarti . «^ Il desiderio si può risguar- 
darecome un vuoto > empilo» e rimane soddisfatto. Biagioli.^-s 

129 dichiarare » intendi il detto mio . — in alcun loco , 
ove cioè disse : 

Ciò che ila lei senza mezzo distUla^ 
Non ha poi fine [ai] , 

1 23 Perchè tu veggi lì così ec. .* affinchè in colale mate- 
ria discemi tu bene ogni cosa al par di me. 

1 27 j? queste cose pur ^ e pnre 9 e nondimeno que3tc cose ec. 

i3o al i32e7 paese sincero 9 * Nel qual tu se^i intende 
le celesti sfere; e sincero vale paro j senza mistura di elementi. 
m^ I cieli y secondo Aristotile 9 sono ìncormttibili. Dante nel- 
lIBpistola a Can Grande: ut patet de cacio et elementis , quo- 
rum quidem illud incorruptibihy illa vero corruptibilia sunt. 
ToREii&i.4-cm loro essere intero f nel compiuto loro essere. 
ce Pone Dante ( critica il Venturi ) i cieli incorruttibili , se- 
» condo l'opinione comune di que* tempi sprovvisti di cannoc- 
M chiale» e inferisce che sono incorruttibili dall'essere creati; 
)• la quale è un' illazione che ne discende assai zoppicando . » 
Per le scoperte col cannocchiale a questo proposito fatte, 
uoQ può il Venturi intendere se non quelle medesime che disse 
nel canto n. di questa cantica, v. i4^. , dei monti, valli j pia- 
la] Vento 67. e aeg. 



CANTO VII. 175 

Ma gli elementi che tu hai nomati , i33 

£ quelle cose che di lor si fanno, 
Da creata virtù dono informati. 

nurc y laghi, -fiumi y mariy isole ec. nella Luna pretési. Fra 
però colali scoperte , comunque sienOi non v'è quella eerta- 
mente d* essersi manifestala nella Luna, od in alcun altro piaa 
iieUy sfendilura o guasto veruno . 

L*iUaztone poi della incorruttibilità de' cieli non è sem- 
plicemente da//' essere creati j ma dall' essere immediatamente 
e compiutamente in loro essere intero da Dio creati; come lo 
dimostra ne' poco anzi riferiti versi: 

Ciò che da lei senza mezjfo distilla , 
Non ha poi fine [a] ,• 
e ben può cotale illazione validai^icol surriferito detto del- 
l' Rcclesiasle: Didici i/aod omnia operaj guae fectt Deus, per- 
severent in perpetuum [^}- *^ A questa sentenza pare che si 
opponga ciò che agli occhi nostri presenta la quotidiana espe- 
rienza; sendochè vediamo tutte le umane cose col tempo cor- 
rompersi e mancare. Preveduta daBeati*ice questa obbiezione 
che il Poeta era forse per farle 9 la distrugge ne' versi che se- 
guono, e sino alla fine del canto, col dire.* Gli Angeli, i cieli 
e Tuomo sonoincorrutibili, perchè creati immediatamente da 
Dio ; gli elementi, le loro misture, e l'anima dei bruti e delle 
piante sono il prodotto di cause seconde ; ed è appunto per 
questo che devono necessariamente perire . Ghese anche Tuman 
corpo, immediata iattura di Dio, or si corrompe, cotal corru- 
zione non é che violenta, e dovrà un giorno cessare. Questo 
giorno sarà quello della resurrezione della carne, nel quale il 
nostro corpo tornerà ad unirsi all'anima nostra, onde seco lei 
incorruttibilmente vivere per tutta la eternità. 4rm 

i35 Da creata virtù sono informati: alla materia, eh' è in 
essi , comune a tutti i corpi, ed immediatamente da Dio crea- 
ta, dona sostanziai forma [e] , quella che nel loro specifico es* 

\a] Terso 67. e seg, [b\ Capo 9. [e] Foe4 èsentema cornane degli Sco- 
lastici che la forma per cui la tnalerìa, esempigrazia , del legno ej di- 
versifica da qoella del ferro . non sia nna mera variarne disoosizioDe 
di maleria, come diconla gliAtomìKÌ, ma sia «a« sostanza dalla stessa 
materia divci'<9 • 



176 PARADISO 

Creata fu la materia ch'egli hanno; i36 

Creata fu la virtù informante 
In queste stelle che 'ntorno a lor vanno . 

L' anima d' ogni bruto e delle piante 1 39 

Di complession potenziata tira 
Lo raggio e U moto delle luci sante . 

•er« conatituiscoli» non Dio medesimo» ma altra Tirtiida Dio 
creata. 

ii& Creata f mtendi » immediaiamente da Dioj e j^rdò ìd- 
coiruttibile . -^egU per eglino . Voi.n. [al. 

iiy i38 Ukidnà informante ^ ohe desse la forma e Tessere 
agli elementi. Dahiiuo. — che ^ntomo a lor vanno ^ cbe si 
aerano intorno ad essi elementi. 

flSg al f 4i «£* anima d^ogni bruto e delle pituite ee. Noa 
troTO tra gli Espositori , quantunque tra loro yarj , chiosa a 
questo pjsso che mi soddisfaccia . Ecco com' io diversamente da 
tutti r intendo. Essendo Tanime forme non della materia pri- 
ma , ma de' corpi organici , perciò j siccome le forme informanti 
la materia prima si tirano j si ricavano, dalla di lei potenza (edu- 
cuntUTf cosi gli Scolastici, ab agente de potentia materiae), 
istessaKìcnte l'am'me de' bruti e delle piante debbono trarsi da 
un corpo non qualunque, ma la di cui complessione ^ tempe* 
ratura, struttura, ritrovisi potenziata j dotata di potenza , di 
abilità (come autoristato dicesi chi d'autorità è fornito) a 
potersi per le agenti stelle esse anime tirare ^ trarre. — luci 
sante appella le stetle, perocché adomanti il Paradiso* »-»U 
Venturi sponcf: «Lk) raggio e il moto delle stelle colla sua 
a» energica fecondità tira, e tirando genera di materia elemen* 
4> tare, la quale nella sua complessione è quasi pura potenza 
» fisica; tira, dico, t^l ednce (eccovi qui quel misterìo peripate- 
» tico) le ani me scusiti ve e vegetative • v —Anche il sig. Biagioli 
intende che Tagente del verbo tira sia qui lo raggio e il wnotOy 
e che tira abbia detto il Poeta non perchò si possa porre nn 
singolare per un plurale, che h contro natura, ma perqliè le 
due cagioni sono mtese a un fine , e contemporaneamente ado- 
peranti; e intende che lo raggio e il moto delle stelle tiri le 

[a\ Vsdi Cinonio, Partic, loi. 7. 



CANTO VII. 177 

Ma nostra vita senza mezzo spira 1 ^2 

La somma beoignanza, e l' innamora 
Di se, sì che poi sempre la disira. 

E quincf puoi argomentare ancora 1 45 

Vostra resurrezion , se tu ripensi 



anime sensitive e 1« vegetative dalla materia elementare virtnata 
a cotal generazione per mezzo della pi*edetta causa . — La E. F., 
senza star tanto alla lettera, coirAnonìmo spiega.* a L'anima, 
u cioè la potenza sensitiva negli animali j e la potenza vegeta- 
» tiva che è negli arbori j è infusa in essi dal moto e influen- 
» zia delle stelle, alle quali Dio ha dato cotal potenza, m Ot- 
timamente, in quanto al senso^ ma, volendosi una sposizione 
che soddisfi egualmente al sentimento , e sia nel tempo stesso 
più d*(^riiì altra letterale , noi non dubiteremmo di preferire 
la seguente del Poggiali, che troviamo seguita anche dalla 
E. B.: « Dalle luci sante ^ dai pianeti e dalle stelle, tira^ trae, 
** f^gioj e moto, cioè essere ed azione, l'anima solo sensi- 
» tiva dei bruti, e la solo vegetativa delle piante, di coni'' 
»plession potenziata y cioè per mezzo di una sostanza eie- 
^ mentare comunicata loro dalle dette stelle » la quale ne* suoi 
» costitutivi contiene quelle facoltà e potenze che sono prò- 
^ prie delle dette anime. » <-• 

i^% al 144 mostra vita appella la nostr' anima , perocché 
qm*Ua onde viviamo, m^ L'Anonimo e molti buoni codici leg- 
gono, al f/. i42m come annotasi nella E. F., Ma vostra vita, 
spiccando; ma la vostr^ anima j che è razionale ec. 4-« senza 
ntezzoj intendi di creatura alcuna ^ -<- spira, inspira, influi- 
sce, — la somma benignanza, la somma bontà» Iddio (^- 
ninanza^ ledono 1* edizioni diverse dalla Nidob.), e P inna- 
mora di sèf si che ec. — Fecisti nosj Domine, ad te; et 
inquietum est cor nostrum donec requiescat in te; reca qui 
a proposito il Venturi le parole di s. Agostino. 

1 45 al 1 4^ quinci fdoò dalla medesima stabilita massima , che 
Ciò che da lei senza mezzo distilla , 
JVòn ha poi fine [a] . 
Se (a rifletti come immediatamente fu nella formazione di 

f«; ▼«rso 67. eacg. 

roL III. 12 



\ 



lyS PARADISO 

Come r nmana carne fe$si allora, 
Che li primi parenti intrambo feasi. 

Adamo ed Eva la carae nostra impastata dalle divine man!, 
e non per mezzo d'altra creata virtù, puoi argomentare che 
la presente di lei corruzione sia cosa violenta, e che debba un 
di cesaare, e redintegrarsi e riunirsi all'anima. 

Il Venturi , o perchè non avvertisse il fondamento che 
dovette in questa sua massima Dante avere sul detto dell' Ec- 
clesiaste: Didici quod omnia opera ^ quaefecitDeutj perse- 
i^erent in peqfctuum; o perchè bramasse qui , fuor di propo- 
sito , una compiuta dissertazione sul dogma della resurrezion 
della carne , finisce la chiosa del canto esclamando : Poveri 
noij se non avessimo altri argomenti da proi^arlapià con" 
vincenti e d^un ordine superiore !9^ fi. questa critica super- 
ficiale del Venturi , il Lami 9 come annotasi nella E. F. , ri- 
sponde: ce L'acutissimo Poeta, vedendo le obbiezioni che si 
» fanno dagl'increduli alla resurrezione, dice ; che non ostante 
M non se ne può dubitare , perchè avendo Iddio fiitti i corpi 
» dei primi padri di terra, non è meraviglia che possa .ifor- 
» mare i medesimi già ridotti in terra. Questa è una pix)v a gè- 
» nerale, tirata dall'onnipotenza di Dio: necessaria per ese* 
n guire la resurrezione; ed è prova fortissima^ e la maggiore 
» che apportar si possa, per rendere credibile la resnrrezio* 
» ne. Gli oracoli della Scrittura c'insegnano la verità della 
^ resurrezione; ma questa verità è puramente appoggiata sulla 
M onnipotenza di Dio, la quale messa in disparte, non vi è 
» pili luogo alla resurrezione . Ma l'onnipotenza operando, co- 
la me dì poca terra fece i corpi de' primi padri , cosi della no* 
» stra polvere gli potrà ri&re a suo piacimento . ^ 



CANTO Vili. 



ARGOMENTO 

Ascende il Poeta dal cielo di Mercurio a quel di F'e- 
a§rej nel quale tro^a Carlo Martello , Re d^ Unghe- 
ria ; dal cui parlare essendogli nato un dubbio 
come di buono e virtuoso padre possa nascere reo 
e vizioso figliuolo^ quello da esso Martello gli è ri- 
solto. 

Oolea creder lo mondo in suo periclo i 

Che la bella Ciprigna in folle amore 
Raggiasse , volta nel terzo epiciclo ; 

Per che non pure a lei faceano onore 4 

Di sacrificj e di votivo grido 

I al 9 Solea creder ec. Salendo Dante al cielo di Venere, 
dove fa vedersi coloro che da ouella stella ricevettero amorosi 
influssi, premette notizia della cagione per cui la medesima 
stella fosse Venere addimandata ; e ripetela dalla sciocchezza 
de* Gentili, i quali malamente intendendo l'amore , che Tastro- 
logia insegnava influirsi da quella stella , esser amor folle , 
impudico, arbitrarono perciò' non solamente che nella medesi- 
ma stella avesse Venere, la Dea de' folli amori , il suo seggio, 
ma passarono eziandio a tributare ad essa ed a Cupido figlio 
di lei, ed a Dione di lei madre, divini onori. — lo mondo ^ 
il mondo Gentile, il Gentilesimo. — in suo periclo (in per 
con [a], e periclo sincope dìpericolo), con pericolo dell' cter- 
ao suo danno . — Ciprigna , nome patronimico di Venere , per- 
nia] Vedi il Vocftbolarìo della Grafica sotto la paptìeeila In, 5< >• 



i 



i8o PARADISO 

Le geriti antiche nelF antico errore; 

Ma Dione onoravano e Cupido, y 

Quella per madre sua, questo per figlio, 
E dicean ch'ei sedette in grembo a Dido ; 

E da costei, ond' io principio piglio, io 

Pigliavano '1 vocabol della stella 
Glie 1 Sol vagheggia or da coppa or da ciglio « 

elle neir isola di Cipro allevata [a], ed ivi specialmente ado- 
rata • -^ raggiasse y inspirasse , iimuisse.-— f^oi^a nel terzo epi^^ 
ciclo • — * Epicicli si appellano nel mondano sistema di Tolom- 
meo, che Dante segue , que' piccioli cerchj, ne' quali panico^ 
larmente ciascun pianeta , toltone il Sole, di proprio moto si 
aggira da occidente in oriente , mentre rapito ne viene dal pri- 
mo mobile da oriente in occidente; e perchè Venere nel tratto 
dalla terra al cielo e il terzo pianeta, perciò l'epiciclo di essa 
appella Dante il terzo, — di votivo grido j di preghiere. — 
Quella per madre sua^ l^gg^ ^^ Nidobéatina, meglio che non 
leggono r altre edizioni, Questa per madre sua ém^ìAA anche 
la lezione comune può stare, sendochè gl'individui riferiti dai 
pronomi Questa e questo non sono, come osserva il sig. Bia- 
gioli , dello stesso genere .4-k di* ei sedette in grembo a Dido. 
Finge Virgilio, nel primo dL^iY Eneide j che Cupido sedesse in 

E'cmbo a Didone, presa la figura d'Àscanio, piccolo figlio di 
nea, e che in cotal modo facessela innamorare di quei capi- 
tano. Rapporto ai dispareri che vertono circa 1* innamoramento 
di questa Regina vedi ciò eh' è detto Inf. v. 6i. m^ Sotto que- 
st'ultimo verso Alfieri notò: verso cucito. È vero, risponde il 
sig. Biagioli ; ognuno lo vede ; ma vede ancora che piacque al 
Poeta d'onorare il maestro suo, traslatando la pai*ola: haec 
pectore toto -> Haeret , et interdum gremio fovet. 4-« 

IO II E da costei y da Venere, '•— ond^ io principio piglio , 
dalla menzione della quale io prendo incominciamcnto a que- 
sto mio canto . — Pigliavano '/ vocabol della stella , desume- 
vano essi Gentili il nome della stella, F'enere appellandola. 

1 2 Che '/ Sol vagheggiai che mira nel Sole , — or da cop" 
pa or da ciglio . Essendo la coppa parte del capo diretana , 

[n] Vedi , tra gli «Uri, Natal Conti , Afj-tholog. Itb. 4- cip. i3. 



^ 



CANTO VIIL i8i 

Io QOQ m'accorsi del salire in ella ; i3 

Ma d'esserv' entro mi fece assai fede 

e il ciglio parte anteriore , dice or da coppa or da ciglio in- 
Tcce di or di dietro , or davaniii di dietro vagheggia Venere 
il Sole quando va lui dietro ^ e dicesi E spero; e davanti va- 
gheggialo quando gli va dinanzi., e dicesi Lucifero . m^ Vene- 
re, quando è Perigea, precede il cosi detto levar del Sole , 
ed è però delta dai Greci Phosphoros , da' Latini Lucifer , e 
dal volgo italiano la stella diana y ossia apportatrice del dì ; 
quando è Apogea^ e si leva e tramonta dopo il cosi detto le- 
vare e tramoutai'e del Sole , fu detta dai Greci Hesperos , e 
dai Latini Vesper. Poggiali . — Un pianeta dicesi poi Perigeo 
quando trovasi alla minima sua distanza dalla terra , ed Apo- 

5^eo quando giunge a quel punto dell'orbita sua che è il piti 
ontano da noi . <-• 

i3 lo non ni* accorsi ecc per cagione, intende ,*d' essere 
il passaggio stato istantaneo [a j • m^ Si pronto è il trapasso da 

una verità conosciuta all' altra, Biàgioli del salire in ella . 

« Elli ( nota il Ginouio) leggesi ancora, e contro il regolato 
» uso, in obbliquoj non solamente questo elli, ma elio, ella 
»ed elle, però solo ne'verai. » Il Bembo poi nelle Prose, 
lib. III., portò la seguente osservazione: «Nel verso si leggono 
» ELLA nel numero del meno, ed elle in quello del piii, 
n molte volte poste in tutti gli altri casi, dal terzo in fuori ; e 
n massimamente nel sesto caso; operandolo la licenza de*poe- 
» ti, più che ragione alcuna che addurre vi si possa, m L'ern- 
ditissimo cav. Lamberti [6] mostrò con beli' esempio, che la 
regola sopra proposta dal Cinonio patisce eccezione, e//o leg- 
gendosi anche nelle prose in caso obbliquo , ed applicato a 
cosa materiale. Varchi, Stor* lib. iii.: La città di Firenze 
è divisa in auattro quartieri , il primo de* quali compren- 
de tutta quella parte cVoggi il di là di Arno si chiama 
e dalla chiesa che in elio è principale ^ il quartiere di 
santo Spirito si noma, ce L'osservazione poi del Bembo (ri- 
» piglia il lodato Filologo reggiano ) non è punto esatta. Elia 
»8Ì pose ancora nel dativo. Dante Farad, zxiil iv, 94* e 
»segg.: 

f«] Tedi Farad, s. 35. a segg. [b] Vadi Cìoodì. edìz.tlc'ClaMÌoi, voi 11. 
fjKC 197. a Mgf. Milano iSio. 



i82 PARADISO 

La donna mia eh' io vidi far più bella . 

E come in fiamma favilla si vede, i5 

E come in voce voce si discerne , 
Quando una è ferma, e T altra va e riede, 

Vid'io in essa luce altre lucerne ig 

Muoversi in giro più e men correnti , 
Al modo, credo y di lor viste eterne. 

» Per entro 7 cielo scese una facella 

» Formata in cerchio > a guisa di corona y 
M E cinselaj e girossi intorno ad ella. 
» E che lo stesso si d«bba dire anche di elle, si dimostra per 
M l'esempio dell'Ameto citato dal Ginonio .* Per caro cibo por- 
» go innanzi ad elle. Che finalmente elZib negli obbliquì non 
» sia solamente del verso 9 si prova con gli esempj di ottimi 
n scrittori. ( Varchi Stor> Kb. iv. ): Le lettere greche e latine ^ 
» delle quali era Alessemdro studiosissimo y e tanto in elle 
» esercitato . » — Questa nota si è qui volnta riportare per 
semplice erudizione degli studiosi, e non già perchè si estimi- 
no oggidì degni d* imitazione gli esempj surriferiti . '^-m 

i5 farfiù bella y neutro passivo, per farsi; cosi anche nel 
y, 46. del presente canto 9 e coti scrive il Lasca pure: qucmdo 
sono in casa non la lascio mai fare né a uscio né a fine- 
stre [a]. Del farsi Beatrice, di cielo in cielo salendo, più bel- 
la , vedine la cagione detta Par. v. 94* 

16 infiamma favilla si vede e la favilla piii lucente della 
fiamma vedesi scorrere per essa fiamma . 

1 7 1 8 £ come in voce ec. .* e come nella musica si discerné 
voce da voce quando, mentre unatiensi sa di una nota, scor- 
rendo l'altra, per varie armoniche note or da quella si scosta, 
or si avvicina. 

ig in essa, stella. — lucerne , splendori, cioè rìlttcenii 
spiriti . 

20 ai più e men correntia - Al modo^ credo j ec.c credo 
che più e meno velocemente tripudiando si aggirassero a mi- 
sura delle loro beate visioni , corrispondenti ai meriti maggiori 
o minori di ciascuno spirito. Troppo di lontano vanno altri 

[a] Sibili. I. 5. 



CANTO Vili. i83 

* 

Di fredda nube non disceser venti , 1 2 

O visibili o no, tanto festini, 
Che non paresser impediti e lenti 

A chi avesse quei lumi divini 25 

Veduto a noi venir, lasciando il giro 

questo modo cercando dal vario moto delle stelle fìsse y altre 
giranti piii velocemente ne* loro maggiori circoli vicini all'Equa- 
tore y ed altre piii tardamente ne' loro minori cerchj verso i Poli. 

22 Di fredda nube non disceser f^enfi. Mostra Aristotele', 
nella Meteora , che i vapori caldi e secchi, montando iufino 
air estremo della terza regione dell* aria, ripercossi da fredde 
nebbie (lo stesso che nuvole), si riflettono in lato, e commo- 
vono l'aria, e quella commossa fa vento. Livnnro. — - Il Poeta 
adunque , intesa cotal ripercuìssione, dalla fredda nuvola ope* 
rata, come cagione del vento, pone perciò ^ftVcenJere, gene- 
rarsi, il vento dalla medesima fredda nuvola. — * Alla parola 
ì^end il PostilL Gasi, nota; idest fulmina ; prendendo la cau* 
sa per l'effetto, secondo Lucano : 

Qualiter expresswn t^entis per nubila fulmen 

xEtheris impulsi soniiu 

Phars.Jib. i.^^. ì5. i. 
dove il Famabio chiosa: ex opinione Zenonisy qui fulmen 
voluit esse i>alidam incensionem e nubibus inter se yi ven* 
iorum collisis erumpentem j et %fehementi cum impetu adler- 
ras ruentem. Tale spiegazione forse piacerà più delle teorìe 
aristoteliche adottate dal Landino, e seguite dal P. Lombar- 
di, tanto piti che ci dà una più adeguata idea della rapidità 
che il Poeta vuole esprimerci . E. B. 

23 O visibili y per vapori spessi che seco traggano, — o 
no; quando altrimenti. — festini (dal ìaxìnofestinasyaywn) 
veloci. 

26 27 lasciando '/ giro •• Pria cominciato in gli alti Se^ 
ra/tnif lasciando di aggirarsi con Venere, il di cui circolare 
diamo movimento, come quello d'ogni altro cielo sotto al no- 
no, cioè sotto al primo mobile y viene da esso nono cielo ca- 
gionato; e, perocché ad esso nono cielo intende Dante [a] de- 
putati per intelligenze motrici gli Angeli più alti e nobili , 

[a] Vtdi il di lui Convito f trslt. a. cap. 6. 



]84 PARADISO 

Pria coininciato in gli ahi Serafitii ; 
E dietro a quei che più 'nnanzi apparirò, ^8 

Sonava Osanna, si che unque poi 

Di riudir non fui senza disiro . 
Indi si fece l'uo più presso a noi, Zi 

£ solo incominciò: lutti sem presti 

Al tuo piacer, perchè di noi ti gioì. 
Noi ci volgiam co' Principi celesti , 34 

.appellati Serafini, perciò dice il diurno circolar moto di Vene- 
i*e conUnciato , cioè avente prima cagione , in gli aliiSen^ni. 

28 — * E dietro ec. Il eoa. Caet., come altresì il can. Dioni- 
sì y ed altri testi vedati dai sigg. Accad., ìege^oao E dentro* £• R- 

29 Sonm^a Osanna: risonava , udivasi cantare Osanna^ voce 
ebrea, che, com*è detto al 1^. 1. del canto precedente , dee va* 
ler quanto l'italiano i^iVa. •— sì cosi (intendi) dolcemente. 

30 Al tuo piacer j a*tnoi voleri, — perchè di noi ti gioij 
alEndiè ti pigli di noi gioia, rimanghi di noi contento • — ^<oi 
percolici, in rima, chiosa il Volpi. Ma primieramente, es- 
sendo qui gioi congiuntivo , starebbcvi non per gioisci , ch*è 
indicativo, ma per gioiscki; poi, se il verbo gioire segne , 
come pare che seguir debba, il modo di declinare de* verbi 
ferire j nutrire ec, siccome questi hanno nel congiuntivo /^rì 
e f erischi , nutri e nutrischiy dee es&o gioire similmente avere 
per congiuntivo gioi e gioischi» •-♦ perchè di noi ti gioij ti 
gioisca. E vuol dire: perchè ti rallegri per nostra cagione. 
Quindi più sotto, f» Qi^i Inatto m'hai lieto. Tobblli.— » Il 
Poggiali nota che gioi non è qui del verbo gioire j ma dì un 
antico verho gioiarsif che appena è piii in uso.^-c 

34 co^ Principi celesti. Sapponendo Dante ciascun de' no- 
ve cieli essere mosso da alcuno de' nove angelici cori , e che 
al cielo di Venere toccato sia per motore il coro detto de^Priu- 
cipati [aj, perciò, movendosi quesu spiiiti con Venere, £1 loro 

[à\ Vedi Farad, xxvtii. 98. e scgg., ove sopra gli Angeli semplici poue 
gli Arcangeli, e sopra gli Arcangeli i Principati, ed accenna dt «Tere 
con san Gregorio erralo nel C^mt*iio suo, ammeUendo motori dì Ve- 
nere i Troni. Tratt. a. cap. 7. 



CANTO vili. i85 

D'un giro e d'un girare e d'una sete, 
A' quali tu nel mondo già dicesti : 

Voi , che intendendo il terzo del movete ^ 87 
£ Sem si pien d'amor, che, per piacerti, 
Non fia men dolce un poco di quiete . 

Poscia che gli occhi miei si faro offerti 4^ 

Alla mia Donna riverenti , ed essa 
Fatti gli avea di sé contenti e certi ^ 

Dante dire: ci tfolgiam co' Principi celesti f cioè col coro dei 
PrìncipaU angelici* 

35 D^un giro e d^un girare e d^una sete» Abbenchè que- 
sti spiriti tripudiassero dentro il pianeta di Venere y alcuni con 
maggior leua, ed altri con minore, com'è detto di sopra [a] , 
coututtodò couveuivano intanto tutti, a guisa di gente in na- 
ve , ugualmente dal pianeta trasportati; e D'un giro significa 
la medesimanza della via cbe quegli spiriti con Venere face- 
vano; ìT un girare, T uguaglianza del moversi, ossia perfezic^ 
nare cotale giro tutti in un medesimo tempo; e d^una sete la 
somiglianza indica dell'affetto alla divina abitazione 1 al cielo 
empireo; cagione per cui le motrici Intelligenze aggirano i 
cieli sotto di quello [£]. 

36»-^ Acquali j intendi , ai quali cori celesti , detti Prind- 
psti, tu, o Dante, nel principio d'una tua canzone dicesti ec. 
E. B.4-S nel mondo ^ mentre nel mondo scrivevi. 

37 Voi y che intendendo ecj primo verso della prima can- 
zone che Dante nel Convito suo cementa; ed è il terzo cielo , 
quello appunto di Venere, nel quale allora Dante trovavasi . 
— che intendendo dee valere che con intendimento . 

38 39 che, per piacerti," Non fta men ec. Ellissi , inve- 
ce di dire : che, sebbene ci sia dolce il girare , non fta , non 
sax^^^ però men dolce il fermarci iUquanto per compiacerti. 

4o al 4^ Poscia che ec. Vuol dire cbe , senza far parola , con 
un semplice riverente sguardo richiese Beatrice s'era contenta 
che parlasse egli a quegli spiriti; e che similmente Beatrice con 
un semplice lieto sguardo gli si mostrò accondiscendente. 

[à\ Yeno 19. • segg. [h] Vedi ciò ch'^ dìahisrstò al v. 7 7. del primo dì 
qucata caotica . 



i86 PARADISO 

RÌToIsersi alla luce, che promessa 4^ 

Taolo s'avea, e, di' chi se* tu, fue 

43 44 ■^ ^'^ ^^''^ 9 ^^ •^^^ anima lucente . E. B. 4-« rfi' , 
chi se* tu; così attesta il Daniello di aver trovato scritto in 
un antico testo, e così ragion vuole che si legga, e non di , 
chi siete , come leggesi comunemente, imperocché, se avesse 
Dante richiesto a questo spirito non solamente chi egli fosse , 
ma chi fgssero eziandio i di lui compagni ( unico buon senso 
che può avere il di^ , chi siete ), avrebbe questo spirito, che 
tanto compiacevasì di soddisfar Dante , manifestato a lui non 
solamente sé medesimo, ma gli altri ancora , senza bisogno che 
dopo di esso entrasse altro spirilo a fare a Dante esibizion si- 
mile a quella fatta dal primo , e senza perciò obbligarnelo a 
chiedere da Beatrice nuova facoltà di parlare [a] • — dity chi 
siete f hanno invece trovato in alcuni pochi testi gli Accade- 
mici della Crusca: lezione però che, oltre della predette diffi- 
coltà ; ha quella di non ben combinarsi col /ne - Zii %H>ce mia. 
— fue per /il, paragoge molto dagli antichi Toscani anche in 
prosa adoprata, siccom'ò ancora il piue per piùp dae versi 
sotto. — * Il canonico Dionisi legge qui col suo celebralo co- 
dice , e , deh chi siete , fue , invece di ; e , A* chi se' tu , fue^ 
maniera che dice dall'Autor praticata soltanto nelle botgie dì 
cadeldiauolo , Noi osserveremo che questa lezione dionìsiana , 
che si avvicina a quella degli Accademia , che consuona col co- 
dice Glenbennej e che è Bglia di una maggior naturalezza , 
merita qualche considerazione « E. B* «^ •« Possa non in- 
» gravidar mai la naturalezza ( risponde a! sig. De-£oma- 
» nis il Biagioli ) se sarà per partorir siffatti mostri ! Dan- 
» te vuol sapere chi è la presente luce , e non le altre ; 
» vegga il sig. De-Bomanis, versi' 4<>- ® 4** ^f' '"• della 
» presente canzone, come pai*la Dante a un'anima j qnan- 
» do le domanda di lei e delle compagne . » A fiivorc 
però della dionisiana lezione , dal sig. Biagioli derìsa , va- 
lerà certo la seguente nota , che alla gentilezza dobbiamo 
del chiarissimo sig. professore Parenti. « Due difficoltà (dice 
»» egli ) si presentarono al Daniello nel seguire il testo eomone: 
a» la prima, che Dante non poteva dir chi siete ^ parlando al 
13 solo Carlo Martello; la seconda, che sarebbe stato errore di 

[a] Vedi il canto seguente , i>. il. e segg. 



CANTO VUL 187 

La vocQ mìa di grande afìfetto impressa . 
quanta e quale Tid'io lei far piue 4^ 

» grammatica ad osare in un medesimo tempo il numero del 
» meno e quello del più, dicendo dV e siete. Alla prima rì- 
» spenderei che poteva dir siete per onorificenza ad una sola 
» persona ^ siccome disse al suo Cacciagnida nel e iti. y, 16. : 
»/o cominciai s voi siete il padre mio. Alla seconda non sir 
» potrebbe rispondere, quando si volesse ammettere quel di'. 
»Ma leggendo come ho trovato in un testo antichissimo, e 
» coma legge quello del Dionisii e, dehì ehi siete f scompa- 
» risce ogni assurdo grammaticale 1 e risalta egrtgiamenle 
» l'idea del Terso successivo: La voce mia di grande affetto 
n impressa. Il sig. Biagio!! non ha posto mente a questa evi- 
» densa, e si è perduto ne' suoi soliti scfaersi , a* quali si pò* 
» trebbe opporre il savio motto d'Aristofime: 

» Le Fomaie son use 

» Proverbiarsi , e non le sacre Muse . » 
Anche la E. B. nelle sue chiose marginali riporta la lezione 
del Oìonisi , e sotto vi nota : il qua! verso ha miglior suono . «hi 
43 di grande affetto impressa , grandemente affettuosa j 
da grande affetto accompaguata . 

46 a-^ O quanta e quale ce. Virgilio, Aeneid. lib. ii. : Qua» 
lisque videri^ Caelicolis, et quanta solet. Tobslli . ^-a II 
termine di quanto^ secondo le Scuole, rìsguarda la misura, 
o«5Ìa l'estensione, e il termine di quale rìsguarda la qualità. 
A questo senso disse già Dante nel secondo di questa cantica : 
La spera ottava vi dimostra molti 

Lumi f li quali e nel quale e nel quanto 

Notar si posson di diversi volti [aj; 
e qui dice O quanta e quale vid*io lei far piue, così per 
ellissi dicendo, invece di stucchevolmente dire: O quanto 
i'id* io lei ( la detta luce ) farsi più quanta e quale , cioè piii 
grande e piii risplendente. — far ^r farsi aaopera il Poeta 
anche nel verso i5« del presente canto , e lo hanno, com'ivi 
è detto, adoprato altri ottimi italiani scrittori. L'edizioni di* 
verse dalla Nidobeatina leggono qui tutte , E quanta e qua" 
le ec; e, per ottenere a cotal lezione qualche senso, tralascia- 
no di staccare con punto fermo nel. fine questo dal seguente 

Ut] Verso 64. e segg. 



i88 PARADISO 

Per allegrezza nuova che s' accrebbe ^ 
Quand'io parlai , ali* allegrezze suel 
Così &tta, mi disse: il mondo m' ebbe 49 

terzetto; senso però 9 pare a me» pieno di languidezza e me- 
lensaggine. •-►Ritiene il sig. Biagiolì la lezione della Cmsca; 
ma nota poi che la particella E ha qui sentimento e forza d'in- 
teriezione di maravigliosa commozione 9 prodotta dalla ricor- 
danza di quella trasformaziouc luminosa. E quanto a dir qual 
eruj legge la Crusca stessa al u. 4- e. i. dell' Inferno- 4-« 

47 4^ ^^^ allegrezza ec. G)struzioue r Per nuot^a alle- 
grezza y che sfocerebbe alle sue allegrezze quandi io parlai . 

49 al 5 1 •-► Così fatta y ec. Ordina le parole a questo mo- 
do: e mollo sarà di mal, che non sarebbe se più fosse sta* 
lo; la qual trasposizione non manca d'altri esempj in questo 
poema. ToBBLLi. 4-8 Così fatta, cosi mirabilmente cresciuu 
in grandezza ed inisplendore. — poco tempo invece di per 
poco tempo . •— e je pia fosse stato , intendi // tempo • — 
Molto sarà di mal. È questo y che profetizza, C^rlo Martello, 
primogenito di Carlo II. il Zoppo , Re di Napoli e Signor di 
Provenza [fl] . Fu egli, vivente suo padre , coronato Re d'Un- 
gheria ( »-^per esser figlio di Maria d'Ungheria , figlia di Stefà- 
mno V. 9 e sorella di Ladislao IV. , Re d'Ùoglicria , morto senza 
successione nel 1 290 4-«) ; e, se sopravvissuto fosse al padre , sa- 
rebbe, come primogenitoch'egli era, entrato ancora al possesso 
degli Stati paterni anzidetti; ma, premorto essendo al padre [^], 
vi s'intruse , ad esclusione de' figli di Carlo Martello» il fratello 
Roberto ; del cui mal governo « già effettuato quando Dante que- 
ste cose scrìveva [e], fa che il morto Carlo Qlartello parecchi 

[a] Il nom« di Carlo nel canto seguente, v. 1., la posseduta da Carlo 
Martello corona d'Ungheria, l'appartenenza a lai della corona di N«> 

Soli e di Sicilia , « l'essere morto prima del i3oo,anno in cui finge 
^anteqacslosuo viaggio, formano un copaplesso di circostanze che ih»o 
può convenire ad altri che a Cario Martello • [6] Carlo IL, detto ci 
Zoppo ^ mori nel i3og. (vedi Ciò. Villani , Jib. H. cap. 108. ) e 0«Ha 
Martello era in Paradiso nel iSoo (v-^ essendo morto nel i^9&«-« ^ . 
[e] NeUa nota al verso 101. dei canto 1. dell* Inferno s'è fatto vedere- 
che proseguiva Dante a faticare intorno a questo suo poema in ^icr- 
nanza dell'anno i3i8; e Roberto gii fino aairaiino iStg, in cui ^U 
morì il padre, incominciò a regnare . Vedi Gio. Villani , lib.-^. c*|w 1 a a. 



CANTO Vili. 189 

Giù poco tempo; e, se più fosse stato, 
Molto sarà di mal che non sarebbe , 

La mia letizia mi ti tien celato , 5:2 

Che mi raggia dintorno e mi nasconde, 
Quasi animai di sua seta fasciato . 

Assai m'amasti, ed avesti bene onde; 55 

Che, s'io fossi gii!k stato, io ti mostrava 
Di mio amor più oltre che le fronde • 

anni prima ne sia. profeta. Tra i mali cagionati dal governo 
di fioberto, dee il ghibellino Dante, per l'amicizia e spe- 
ranze che aveva nelP Imperatore An*igo VII. [a], intendere 
principalmente le gnerre e stragi dal medesimo fioberto ca- 
gionate coir opporsi alla coronazione ed ingrandimento di Ar« 
rigo fAJ. — * il Postili. Caet. nota a questo passo in bocca di 
Carlo Martello : gaia meliiis stetisset regnum de curìcUita^ 
te [c\ mea, quam de avaritia Roberti. E. II. 

53 La mia letizia ^ il lume di mia beatitudine, »-»>Dice il 
Boccaccio 9 come annotasi nella E. F.» che Dante pone Carlo 
Martello nel pianeta di Venere > perc/tè in costui regnò molta 
bellezza e assai innamoramento* <-« 

53 Che vale perchè. — mi raggia dintorno^ m' irradia , 
mi Teste intorno di splendore • 

54 Quasi animai e<?..« quasi nella guisa che si fascia e si 
asconde nella propria seta, nel bozzolo, il filugello. 

55 al 57 Assai m^ amasti j ec. Di questa amicizia del Poeta 
nostro col fie Carlo Martello non trovo chi ne favelli . Forse 
egli contrasse cotale amicizia o nell'occasione d'esser slato per 
due fiale ambasciatore a Napoli al fie di lui padre \d\ y ov- 
vero mentre lo stesso Re Carlo Martello, portatosi a Firenze 9 
i^i per piii dì venti giorni attese il ritorno di Francia del mede* 
cimo Re 9 suo genitore [e]. — *I1 Postili, del cod. Caet. ce ne 



[a] èf emorie per la vita di Dante ^ {. i3. [b] Tedi Gto. Yillani » lib. 9. 
eap. 38. e segg. [e] Curialitas paò esiere interpretato per liberalità , 
popotarilà , dimestichezza, X eòi il Gloss. di Du-Cange fotlo questo 
•ocalM>lo . [^J 3femorie per lavila di />r<»/e, (. ly. [ej Gto. Viltaui, 
ì«b. S. cap. lì. 



190 PARADISO 

Quella sinistra riva che si lava 58 

Di Rodano y poich'è misto eoa Sorge, 
Per suo signore a tempo m* aspettava ; 

E quel corno d'Ausonia , che s' imborga G i 

porge notìzia y e sembra che abbia a prestarglisi fede. Iste Ca- 
rolai ( dice ) uenit Fìorentiam iuuenculus , et redibat de cor» 
ceribus » ei bene receptus y et tunc coepit magnam amicitiam 
cune Dante. E. ft. '— ed avesti bene onde^ e ben ne avesti 
motivo. Accenna Dante, facendo cosi parlare Carlo Martello, 
di aver egli da quel Principe ricevuto qualche grande bene- 
fizio. — fossi giù stato y fossi restato gin nel mondo. — - più 
oltre che le fronde: ben altro che frondi di parole cortesi e 
laiche promesse » chiosa il Venturi; ma lo avesti ben onde , 
detto dallo stesso Carlo i dee supporre compartiti da esso Prin- 
cipe a Dante favorì segnalati ; e però chioserei io, che fronde 
appelli Carlo colali fiivorì per grandezza d'animo, e per ac- 
cennare che, se fosse vissuto, avrebbegli fatto favorì di tanto 
maggior peso, che sarebbero cucili, rispetto a questi i dive- 
nuti come le fixmdi ai frutti . 

58 al 6o Quella sinistra rivaec: il terreno che i fiumi 
Rodano e Soi^a, insieme misti scorrendo ri mare» bagnano 
nella sinistra sponda » era la porzione della jrrovenza [a J spet- 
tante allora ai Ae di Napoli, e che perciò a tempo ^ a suo 
tempo, cioè dopo la morte del Re Carlo il Zoppo, aspettava 
per suo Signore il primogenito di lui Carlo Martello, quando 
al padra fosse sopravvisuto. 

Malamente il Landino ripete la cagione del non aver 
Carlo Martello, mentre visse, posseduto i suddetti patemi do- 
mini, dair essere stato fatto Re d'Ungheria. Egli cioè falsa- 
mente suppone che morto fosse prima di lui il suo genitore 
Carlo il Zoppo, che n'era l'attuai Signore, il quale non morì 
che nel 1 3og [&] ; ed anche senza veruna ragione suppone in- 
compossibili nel medesimo soggetto i due regni d' Ungheria e 
di Napoli. 

6i al 63 £ ( sottintendi , per suo Signore m* aspetta%*a ] 

I a] Che non iateodesse Dant« coi moderai Geografi temioarai a po- 
nente la Provenza col Roéauo, s*è fatto vedere al Moto ss. del 1 ur« 
gaio rio « p. 61. [b] Tedi la noia al y. 9i. del canto presenta . 



CANTO Vili. ,9, 

Di Bari , di Gaeta , e di Grotona , 

Dd oade Tronto e Verde in mare sgorga. 

quel corno d^ Ausonia. Accenna il regno di Napoli per tre 
sue particolarità, i.^ Per essere la punta, l'estrema parte del- 
l'Italia; che è ciò che vuol dire appellandolo corno d^Auso^ 
nia^ trasferendo la voce corno a quel sìgiuficato a cui trasfe- 
rìronla i Latini ^ appellando cornua exercitus quelle che noi 
chiamiamo o/e, l'estreme laterali parti delFesercito , e cor-^ 
nua aniennarum l'estreme parti delle antenne [aj ; ed Au-» 
xonia l'Italia coir antico nome chiamando , che da Aosone, 
figliaolo d'Ulisse, le fu dato. 2.^ Per alcune città di esso regno: 
per j^ori, ch*è nella Puglia; per Gaeta^ ch'è nellaTerra diLa- 
voro ; e per Crotona, ossia Crotone, ch'è nella Calabria ulte- 
riore. 3.^ Pel sito ond^esso regno incomincia, ch'è Da onde 
Tronto e f^erde in mare sgorga* — // Verde (insegna il 
Landino al canto iii. del Purg. v. i3i., e concordemente al 
Iwiandino anche il Vellute! Io e il Volpi) mette nel Tronto t 
non lontano da Ascoli; e però non isgorga in mare separa- 
tamente dal Tronto [&]. — * A schiarimento e giusta intelli- 
genza di questa terzina convien ricorrere all' erudita nota del 
P. ab. di Costanzo nella sua Lettera ec. [e]. Besta ividimo*» 
strato che il fiume Verde è lo stesso che il Liri, il Mintumo 
ed il Garigliano, il quale passa per Sora e Ceprano, e sbocca 
i^I Mediterraneo , e che però non mette in Tronto e va a 
sgorgare nell'Adriatico, come hanno inteso il Landino, il 
Vellutello, il Volpi ed il Venturi, tratti in errore dal Boc- 
caccio, e seguiti dal nostro P. Lombardi, quantunque nella 
coolronota accenni i dispareri su la situazione e nome di que- 
sto fiume • Quindi ne risulta con quanta esattezza e poetica 
maestria abbia Dante descritto in questi versi l'intero confine del 
regno di Napoli dal mar Supero al mare Infero. E. B. — j'im* 
borga . Come imbiancare dicesi per far bianco , indurare 
per far duro ec* , cosi , preso qui borgo , spezie d'abitazione, 
pel genere, forma Dante imborgare al senso di fare abitato y 



[«] y<di Aobarto SltCìoo^ Th^saur^ iing, lat. art. eomu^ [h] I dispareri 
cfata vi sono circa la ntaazione ed odierno nome del fiume Verde vedi- 
li acceooati sotto il v. b3i. del caoto i«i. del Porgatorto. [e] Vedila nei 
«olitale 5« di questa aottra odi^ionc^ face. a4a* e segg. 



igi^ PARADISO 

Fulgeami già in fronte la corona 64 

Di quella terra che 1 Danubio riga , 
Poi che le ripe tedesche abbandona ; 

E la bella Trinacria , che caliga , 6 7 

Tra Pachino e Peloro, sopra *1 golfo 
Che riceve da Euro maggior briga , 

Non per Tifèo, ma per nascente solfo, 70 

e s^imborga dice invece di fassi abitato.'^ Da oue ioTecc 
di Da onde leggono redizionì diverse dalla Nidobeatina • 

64 al 66 Fidgeami già in fronte ecc già era coronato Re 
d'Ungheria, per la quale passa il Danubio, sccso dalla Gcr^ 
mania. — Fulgere per risplcndere^ al modo latino , adoprato 
da scrittori toscani anche in prosa, vedilo nel Vocabolario 
della Crusca. 

67 al 70 Trinacria y la Sicilia , cosi da* Greci denominata 

Sei tre promontorj Pachino, Peloro e Lilibeo, alle ti*e punte 
i essa, eh* è di forma triangolare. ^-^ che caliga^ - Tra ec. 
Costruzione: Che tra Pachino e Peloro ( vale il medesimo 
che nel lato orientale tra Siracusa e Messina), sopra ^l 
golfo ''Che riceve da Euro maggior briga (sopra il golfo di 
Catania, il quale, piii che da alti*o vento, è dominato da 
Euro, che spesso lo gonfia e vi fa tempesta . VENTcai) , caliga^ 
si ricopre di caligine, di fumo. •-►Virgilio nel m. AeWEuei^ 
de, uu. 572. e seg., e come notano il Daniello e il Biagioli: 
atram prorumpit ad aethera nubetn - Turbine fumantem pi- 
ceo.^^ Non per Tifèo {non perchè quivi, come le favole 
ammettono, stia subissato, e spiri fuoco e fumo , Tifèo , uno 
dei Giganti che ardirono di muover guen*a al Ciclo) , ma per 
nascente solfo f per le miniere di solfo , che somministrano 
materia al fumo e fuoco dell'Etna . 

Il Venturi non trova qui altro da dire se non, che do* 
veva Dante, toccando la favolosa cagione del fumar dell'Etna, 
seguire il suo maestro Virgilio, che ripetela dal subissato ivi 
Encelado, piuttosto che seguire Pindaro ed Ovidio, che pon- 
gono ivi invece inabissato Tileo. 

Dante però, se gli può rispondere, si prese Virgilio per 
generoso maestro, e non per ui& arcigno pedante, che s'adon- 
tasse e menasse la sferza ^d o^ni parola da lui non detta. 



CANTO Vili. 193 

Attesi avrebbe li suoi regi ancora 
Nati per me di Carlo e di Ridolfo, 

71 73 Attesi avrebbe ec. Riferisce Gio. Villani che il re- 
gno di Puglia , ossia di Napoli e di Sicilia , fosse da Urbano IV. 
coocistorìalmente concesso a Girlo I. d'Angiò » nonno del par- 
lante Carlo Martello, per Ini e suoi discendenti insino in 
quarta generazione [aj . Conciossia dunque che la quarta ge- 
nerazione di Carlo I. terminata sarebbe nei nipoti di Carlo 
Martello 9 perciò fa Dante ch'egli dica che avrebbe Sicilia 
ancora attesi ii suoi regi, i legittimi i^gi suoi 9 nati, per mez- 
xo di lai, <ii (per ^,[£1 ) Carlo e di nidolfo suoi figliuoli. 

Lo stemnutj ossia albero della Casa d^Angiò, ricavato dal 
Haiionarium temp, del Petavio, ed all'Opera medesima ag- 
^unto, Lttgd, Bat. 17 io, non pone di Carlo Martello alui 
ngliuoli che Carolus Robertus , Rex Hungariae , e Clemen^ 
tiOf nupia Lodovico Mutino Regi Galliae. L' asserzione però 
di Dante, die 9 conie contemporaneo e beneficato da Carlo 
Martello [ci, dovette certamente aver di lui conoscenza , può 
correggere l'asserzione di Petavio; e ben dimostra il Vellu- 
tello di non parlare in aria, ma di aver trovato scritto ciò che 
asserisce, eh* ebbe Carlo Martello due figliuoli t Carlo Um* 
berlo ( cosi l'appella anche Gio. Villani [oT], e non Carlo 
Roberto^ come lo appella Petavio), che regnò davo lui in 
Ungaria , e Ridolfo , che fu Duca dC Osterlic per la madre 
che in tal Ducèa succede per eredità , 

Il Landino ed il Venturi, contrariamente agli altri Spo- 
sitori, per Carlo intendono Carlo L d'Angiò, l'avolo di Cìar- 
h) Martello , e per Ridolfo l'Imperatore JRidolfo I., per es- 
sere la moglie di esso Carlo Martello stata una figlia di quel- 
la Imperatore. Oltre però che stucchevole circoscrizione sa- 
rebbe il dire I nati per me di Carlo e di Ridolfo , invece di 
dm t fgli miei; ed oltre che la voce nati meglio si confa 
a' figli, rapporto ai padri, che rapporto agli avi, bisavi e tri- 
tavi, massime materni , malamente ancora da Carlo medesimo 
sì porrebbe in tal modo a paro il padre della moslie col pro- 
prio paterno bisavolo. »-^ fiiferisce il sig. Biagioìi che Carlo 
Martello nel 1291 sposò Clemenza, figlinola di Ridolfo di 

>} Crom. lib.6. capo 90. [b] Vedi Cinonìo^ Partìc. 80. 4* [e] Vedi io- 
j^a 9. S5. esegg. [d\ Cren. lib. 9. cap. 175., ed ahrove sempre • 

/V. ///. i3 



T94 PARADISO 

Se mala signoria , che sempre accuora ^3 

AasbargOy Imperator d'Àlemagna, della qaale ebbe un figlio, 
Carlo Roberto , riconosciuto ed eletto Re d Ungheria nel i3o8, 
dove regnò sino all'anno 134^ •' e s'accorda cosi col Petairio^ 
meravigliandosi che il Lombardi siasi qui lasciato ahòagliare 
dair effimera autorità del Vellutello. Quindi pel Bidolfoim 
nominato vuole che s'intenda il suocero di Carlo Martello^ 
primo ceppo della Casa d'Austria; onde scnopresi unainten- 
zione segreta del Poeta, che è di mostrar^ la maggiore illu- 
strazione del ramo di sé, primogenito , sopra quello del fra- 
tello, aggiungendo il glorioso titolo d'esser genero di Ridolfo 
Imperatore. — Da tutti i libri, da noi consultati in proposi- 
to , decisamente risulta che questo Cai;)o Martello non ebbe 
altri figli che Carlo Ruberto , detto di sopra, e Clemenza, no- 
minata anche dal Poeta al princìpio del canto seguente. £a 
ha ben ragione il sig. BiagioH di prendersela qui col Lombar- 
di per avere in fatto di storia prestata piii fede al Vellutello 
che al Petavio. Ciò posto» la sposizione del Landino e del Ven- 
turi deve tenersi per l'imica vera, e senza aver riguardo alle 
obbiezioni del P. Lombardi , che a nulla montano. <-« 

73 mala signoria, mal governo, maniera cattiva di signo- 
reggiare . — accuora , affligge , mette in disperazione • A que- 
sto senso adopera il Poeta accorare anche Inf. xui. 84*;i^^> 
se non per voglia di ghiribizzare^ parmi che operino alcani 
Spositorl, che voglionlo trar qui al senso di dar coraggio' 
coraggio ad intraprendi menti contra del Principato . Troppe 
rivoluzioni avremmo, se la ma/a signoria, che sempre cer- 
tamente accuora i popoli soggetti, movesseli sempre a rivol* 
tarsi. s-^Il Buti fu quello che, avendo male interpretato ^pe- 
sto pas^o di Dante, trasse in errore gli Accademici della Cru- 
sca , i quali diedero al verbo accorare anche il significato <b 
rincorare, dare animo» Al qual proposito ben merita di es- 
ser letta una bella e graziosa nota del eh. cav* Monti [a], 
nella quale prova che accorare vale e valse mai sempre of' 
figgere , indispettire , tormentare, inasprire y e simili; che 
la Crusca, nell' accettar ciecamente la dichiarazione del Butit 
si è forte ingannata, e che il paragrafo accorare 'per rinconuTì 
non reggendo al martello uè della ragione, né della gramma- 

[«J Prop, voi. I .P, II. face. 1 2. e segg. ^ 



CANTO Vili. 195 

Li popoli suggetti, non avesse 
Mosso Palermo a gridar: mora, mora. 

fica, né degli esempj stessi di Dante, si debba affatto rimuo- 
vere dal Vocabolario. — Anche il Tassoni (come avverte il 
eh. sig. prof. Parenti nelle sne da noi più volte citate Anno- 
tazioni [aj ) due secoli fa notava a questo proposito contro la 
Crusca: Non è tale il significato dell* esempio di Dante 9 
anzi è il contrario, — L'errore si è corretto dai Compila- 
tori del nuovo gran Dizionario di Bologna » i quali al verbo 
accorare , in due paragrafi separati , han dato il senso di af'^ 
fiiggercj trafiggere j contristare y e T altro di toccare il cuo^ 
re. Per che il lodato sig. Parenti [6] ebbe occasione di nota- 
re che , ove sotto alla prima di queste dichiarazioni si tra- 
sferisse questo passo di Dante , perderebbe di sua forza l'es- 
pressione 9 se non ammettessimo il prossimo significato d' ina- 
sprire y indispettire j indicato pure dal cav. Monti, e coiTÌspou- 
dente nel caso nostro agli affetti che si dimostrano dal Poeta, 
i quali non sono di afflizione ed avvilimento, ma d'ira e di- 
sperato coraggio. Perciò ( ripiglia egli ) Benvenuto da Imola 
spiegò giudiziosamente: {tccendit ad iram; e il Muratori non 
tacque tal chiosa, riferendo la suddetta postilla nella Vita del 
l'assoni . ♦-• 

75 Mosso Palermo a er«, perchè in Palermo ebbe princi- 
^ io il famoso Vespro siciliano, per cui furono morti tutti t 
Francesi che trovavansi nella Sicilia; conseguentemente al 
qnal fiitto s* insignori di queir isola Pietro d'Aragona, rima- 
nendone esclusa la Casa d^Angiò [e]. »->La Sicilia si ribellò 
alla Francia nel i!)8a ; nel lagS, epoca della morte di Carlo 
Martello, per trattato di pace fra Carlo il Zoppo e Iacopo 
d'Aragona , tornò la Sicilia alla Casa d'Angiò ; ma, insospettiti 
i Siciliani, s* opposero all' esecuzione dei trattato; riconob- 
bero Re Federigo d'Aragona, fratello di Iacopo , e fu perduta 
irreparabilmente la Sicilia, malgrado i tentativi che nel corso 
del r^gno fece Roberto per riaverla. Adunque quello che dice 
Carlo Martello, v. 72., non si poteva avverare, se non sup- 
ponendo che fosse un dì tornata quella ten*a a' suoi legittimi 
Signori. Bug IOLI . <-• 

•tf ' Fase. 1 . fiic. 60. [*ì Ivi . [e] Vedi, ira gli altri , Gio. "Villani , Cion. 
l«b. 7. cap. 5«^. e segg. 



pio 



196 PARADISO 

£ se mio frate questo antivedesse , 76 

L' avara povertà di Catalogna 

Già fuggirla, perchè non gli offendesse^ 
Che veramente provveder bisogna 79 

Per lui, o per altrui, sì eh' a sua barca 

Carica più di carco non si pogna . 
La sua natura , che di larga parca 82 

76 mio frate j intencli Roberto • — questo y cioè che mala si- 
gnorìa sempre accuora - Li popoli soggetti ^ — antivedesse ^ 
iredessc presentemente 9 prima d* essere fiitto Re; che , come è 
detto di sopra [a] j non lo fu che del 1 3og9 cioè nove anni dopo 
di quello in cui finge Dante ouesta sua andata all'altro mondo. 

77 78 L'avara povertà ai Catalogna - Già fuggirla i già 
si allontanerebbe dagli affamati ed avidi Catalani. Mentre fu 
Roberto in Catalosua ostacr&io pel Re, suo padre • per ben set* 
te anni \b\ , contrasse amicizia e lanugliarita con molu jioven 
Catalani, che, conduceudoli poi seco in Italia, td agli offiq 
promovendoli, posponevano la giustizia al danaix>[c]. — per* 
che non gli o/fendesse. Si riferisce gli , pronome, ai soprad* 
detti popoli suggetti. 

do 81 Per luif o per altrui j per opera di lui medesimo» 
o per opera d'altri, cioè di parenti ed amici. — sì eh* a sua 
barca ec,c cosi metaforicamente invece di direi sì che alPin" 
dole sua avara non si accrescano da altrui avare insinua* 
zioni. •-►£ la E. B.; sì che il grave caricoy elisegli ha nel 
governare i popoli^ non divenga anche pia grave . — I piii 
intendono per questo carco le gravose pnlibliclie imposizioni. 
Il Landiuo ed il Vellutello pensano , come il Lombardi , cbe 
qui il Poeta miri a pungere l'avarizia del Re Roberto ; e prò- 

Bendiamo noi pure a siffatto intendimento, trattandosi di un 
rincipe odiato anzi cbe no dal ghibellino nostro Poeta. 4-« 
pogna per ponga , metatesi in grazia della rima , adoprata 
anche Purgat. e. xui. v, 64- 

82 air 84 di larga pat*ca - Discese , ec, — Parca malamen* 

[a] Vedi la nota al verso 5i. [b] Vedi Gìo. Vìllaoi, lib. 7. cap. 194.9 
e lib. 8. cap. i3. [e] Veili il Conoento latino di Benvenuto da Imola j 
nel tomo 1. delle Antichità italiane del Muralori ,a questo 



CANTO Vili. 197 

Discese, avria mestier di tal milizia 
Che noQ curasse di mettere ia arca . 
Perocch' io credo die Falla letizia 85 

Che '1 tuo parlar m'infonde, signor mio^ 
Ov'ogni ben si termina e s'inizia 

le DcDe edizioni degli Acead. della Griisca, e in tutte l'altre a 
norma di quella fatte » scrivesi con P grande; e malamente il 
Voljù la interpreta per una delle Dee che filano il tempo della 
Tita umana . — parca dee qui sicuramente iotendersi per l'ag- 
gettivo significante il contrario di larga ^ ossia liberale; altn- 
menti non si capisce più la ragione del dubbio cbe quindi na- 
sce al Poeta, e di cui ne dimanda lo scioglimento con quella 
figurata frase: Come uscir può di dolce seihe amaro [a\. La 
sentensa adunque è che, avendo Roberto, nato da padre li- 
beralci qnal fu Carlo II. [&J, sortita indole avara, abbisognava 
per compenso tal milizia (tali ministri , consiglieri ed ese- 
cutori),- C/te non curasse di mettere in arca , cbe affamata 
ed avara non fosse. — *La nuova e giusta interpretazione data 
dal P. L. a questo passo viene confermata dal Postili. Cass. , 
il quale nota: Roberti natura auara, quae (di larga natura) 
Domino Carolo Ciotto in Iwgiiate et liberalitate famoso ^ 
parca discese. £• R. •-► Ora sappia il sig. De*Romanis che 
questa s posizione non è nuova, trovandosi nei Comenti di 
Pietro di Dante, del Daniello e del Torelli. Il primo , come 
annotasi nella E. F. , chiosa : Dice del He Ruberto siccome 
è scarso (parcus est), e il padre suo fu largo; ed il secon- 
do : e /a sua natura , che di larga , cioè di liberale e magni'* 
fica^ discese parca , cioè dii^enne avara; e il tei*zo fidalmen- 
te, riportata la lezione di Crusca, che di larga Parca ^^ Di" 
scese ^ sotto vi nota: leggi che di larga parca - Discese, ed 
interpretai che di liberale si fece ai^€wa* ^— La lezione di 
Crusca trovasi disapprovata anche dal eh. cav. Monti nella 
sua Proposta [e], dove si afferma esser ^Mirca in questo esem« 
pio manifestamente un nddiettivo. <-« 

83 al 90 m^Perocch^io ec ce II senso è questo: Perchè io 
» mi persuado che la grande allegrezza che mi apportano le 

r«} Verso 93. [b] Vedi Gio. Villani , lib. 7. cap. 94. [e] Voh 3. P. ù 



198 PARADISO 

Per (0 si veggia, come la vegg'io, 

Grata m'è più; e anche questo ho caro, 
Perchè 'I discerai rimirando in Dio. 

Fatto m' hai lieto; e cosi mi fa' chiaro, 91 

Poiché parlando a dubitar m'hai mosso, 
Come uscir può di dolce seme amaro. 

M tue parole, da te si vegga in DÌ0| qaale io la sento dentro 
» di me, perciò ella m'è più grata; ed inoltre m*è caro ancor 
» questo y che tu conosca ciò, cioè essermi più grata, pure 
» rimirando in Dìo.m Tobblu-^-iì PerocMio ec. Siuchisi, Ji 
cui la costruzione: Perocché^ signor mio, io credo che ove 
ogni ben si termina e s* inizia, in questo luogo, ove ogni 
Lene ha orìgine e fine, per te si veggia^ come la vegg*ioj 
com' io la provo, l' interna alta letizia che 7 tao parlar fnin* 
fonde y grata m^è piùy maggiormente ; e anche questo ho 
caroj perchè 7 discerni ^ perocché ciò vedi, rimirando in 
Dio, — * II cod. Glenbeivie legge nel p- 88., come le yegsio* 
E. R. m^ Dispiace al Perazzini che gli Accademici, contro Van* 
tonta de'mss. e delle antiche edizioni, ahbiano al i'. 89. pre- 
scelto di leggere questo o caro , più piacendogli la lezione 
Graia m'è più , e anche questo caro , volendo che il verbo 
sia qui sottinteso, come lo è in tanti altri esemp) ch'egli ne 
riporta; e, parlandode Ha lezione di Crusca, dice: locutlohu" 
iusmodi triuialis est , non necessaria , et propter earufndetn 
uocalium concursum incommoda. — Sarà ^ ma con tutto que- 
sto incliniamo a credci'c cogli Accademici che il questo caro 
de'mss. sìa errore de^ copiatori j per mancanza iTortografi^ 
I quali j alla prima %^oce del verbo avere non mettendo 1^ 
Cospirazione né r apostrofo , scrissero questo caro invece di 
quest'o caro. Né la lezione preferita dal Perazziui può olirsi 
comune alFedizioui tutte anteriori a quella della Crusca ; cbè, 
se nou altre, la veneta del 1678, che abbiamo solt'occhio,e 
la Nidobeatina leggono ho caro^ siccome la Crusca.*-» 

93 Come uscir può ec, detto figurarameute iu ludico <ii| 
dire ! come discender può , <// natura latga , natura patxa ; 
cioè figlio avaro di padre liberale. m-¥ E rÀnoiiìmo citato dal- 
la E. F, ci fa auch'egli sapere che il Ke Carlo II. , padiv <lì| 
l^ubertOf fu Principe magnanimo e largo. *-m 1 



CANTO VllL 199 

Questo io a luij ed egli a me: s'io {K)sso 94 
Mostrarti uq vero, a quel che tu dimandi 
Terrai 'i viso come tieni '1 dosso . 

Lo Ben, che tutto 1 reguo che tu scandi 97 
Volge e contenta , fa esser virtute 

. Sua providenza in questi corpi grandi^ 

g4 al 96 s*io posso '^Mostrarti un veroy una verità ( in- 
cendi, fondamentale a quella che bramava Dante di sapere ). 
— come tieni ec. Costruzione: come tieni 7 dosso a quel che 
tu dimandi j terrai H uiso; cioè: ti verrà allora davanti agli 
occhi a fartisi vedere di per sé ciò che ora ti sta dietro alle 
spalle nascosto • Però 9 dopo mostrata essa verità fondameutalci 
conchioderà : 

Or quel y che fera dietro , f*è davanti \a\ . 

97 al 99 «-^ Il seguente i*agionamcnto di Carlo Martello è 
JnngOy ma ben condotto , e riesce ottimamente al suo fine . Con 
tutto questo, il passo non può dirsi il più facile pei discenti , 
per CUI , seguendo nostro stile , ne dai*em qui la somma , con- 
vinti di agevolarne cosi ad ognuno la intelligenza. — Iddio , che 
muove e fa lieti i cieli, conferi loro la virtù d'influire su la 
terra, e volle che questa loro attività tenesse luogo della im- 
mediata sua provvidenza. Per tal modo ei provvide non solo 
al ben essere , ma alla salute eziandio , alla stabilità e dure- 
volezza di tutte le cose teirestri. Qualunque influenza degli 
astri su di noi, è diretta ad un fine, determinato e voluto da 
Dio, cospirante al nostro ben essere. A questo era la società 
necessaria , la quale non può sussistere senza un certo rjpai*^ 
timento d*nffizj, di professioni ec. fi'a gì* individui che la com* 
pongono. Ciò rende indispensabile negli uomini diversità d'in- 
dole, di genio e di fisica costituzione • Iddio diede così alle 
stelle la virtù d'influire negP individui della nostra spezie tem* 
peramento, inclinazione ed attitudini differenti . Ma questa vir- 
tù piove dagli astri su di noi sapientemente e regolarmente 
bensì , ma senza aver riguardo alle diverse nostre condizioni . 
Quindi ispii'a animo regio a chi nacque in bassa fortuna, e vi- 
ceversa. Tolta questa celeste influenza, la natura sarebbe $em« 

[a\ Verso i36. 



aoo PARADISO 

£ DOD pur le nature provvedute loo 

SoQ nella mente eh* è da sé perfetta, 
Ma esse insieme con la lor salute. 



pre uniforme nei prodotti della nostra spezie» per cui il figlio 
nascerebbe sempre simìlissimo al padre suo» ove egli solo do- 
vesse influirvi; maiiiflueudovii ed in modo diverso , anche le 
stelle y ne viene che il figliuolo nasce cosi talvolta d' un'indole 
affatto dissomìgliante da quella del padre suo. — II dubbio è cosi 
risoluto; ma per corollario vi aggiunge che, se le individuali 
disposizioni che dalla natura sortiamo fossero studiate e secoo* 
date , la società avrebbe soggetti in ogni genere eccellenti; ma 
questo non si fa, che anzi si destina al chiostro chi nacque 
per Tarmiy al trono chi inclina alPapostolico ministero ec, e 
cosi per avversi accidenti le naturali nostre tendenze riescono 
a pessimo fine, come traligna quel seme che vuoisi coltivare » 
a dispetto della natura , fuori di quel clima e di quel terreno 
che gli sono proprj e connaturali. 4-« Lo Ben^ il sommo Bene, 
Iddio. — tutto '/ regno f il i^gno de' cieli. — die tu scandi 
( dal latino scandere)y che tu sali . -^ FolgCj per mezzo delle 
Intelligenze da lui a tale uffizio deputate [a], — e contenta. 
Accenna Dante la cagione del volgersi del primo mobile trasfu- 
sa in tutti i cieli inferiori , eh' è di accontentare il desiderio di 
unire ciascuna sua parte a ciascuna parte dell'Empireo; come 
suppone nel canto i . di questa cantica j y. 7Ò. e seg., ed espres- 
samente insegna nel Concito [b] . — fa esser yirtute ec. Co- 
sti*uzione:/a uìrtute (intendi, impressa) in questi corpi gran^ 
di essere sua proifidenza^ cioè fa che una virtù, un'efficacia 
impressa in queste celesti sfere, serva in luogo del suo ìmme* 
diato provvedei'e, intendi, alle nature ed indoli delle terrestri 
cose. »-^ Sotto questa temiia notasi dal Torelli, adichiarauo* 
ne del testo: ce Iddio fa che la .virtii in questi corpi grandi , 
» ovvero di questi corpi gi*andi, sia la sua pi*ovidenza. »4-« 
100 al 101 E non pur ec: e per cotale nelle sfei^ celesti 
impressa virtii non pur son nella mente eh* è perfetta da se, 
nella diviua mente per sé stessa ( non per virtii altrui ) perfet« 
tissima , prowedute le natm^e delle cose terrestri, ma provve* 
dute sono esse nature insieme con la lor salute j cioè con la 

[a] Inf. vn. 74* f « Psrad. xxvm. 78. [b] Tratt. 1, cap. 4- 



CANTO Vm. aoi 

Per che quantunque questo arco saetta i o3 

Disposto cade a provveduto fine, 
Sì come cocca in suo segno diretta. 

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammino 106 
Producerebbe si gli suoi effetti , 
Che non sarebber arti, ma ruine; 

£ ciò esser non può, se gl'intelletti 109 

Che muovon queste stelle non son manchi, 
£ manco '1 primo che non gli ha perfetti . 

loro subilitky durevolezza , onde non accada Che la natura^ 
in quel eh* è uopOf stanchi \a] • 

1 o3 io4 Per chcj il perchè , per la miai cosa. — quantun' 
quCf quanto mai, questo arco saetta ^ dello flgu ratamente in- 
fece di dire : questa celeste virtù influisce colaqgià . — cade 
ec.f viene dal Cielo , disposto a certo e provveduto fine. 

io5 Sì come cocca ec, Scocca (com'è detto luf. xiu 77.) 
appellasi quella tacca, quell'apertura, fatta in capo alla saetta 
nella parte opposta alla punta in cui entra la corda , che nel 
rilascianiento dell'arco spinge la saetta • Qui però prendesi per 
tutta la saetta. — * cosa invece di cocca leggono il cod. Giet. 
ed il Glenberuie, £• R. 

106 a-^iSe ciò non fosse j cioè che ogni celeste influsso 
scendesse a provveduto fine.4-« cammino per cammini , anti- 
tesi in grazia della rima. 

108 non s<irebber artij ma ruinec non sarebbero edifica- 
zioni, ma distribuzioni. 

109 1 10 ^e gr intelletti ^Che muovon queste stelle j le mo- 
trici Intelligenze , dette sotto l'I v. 97. e segg.,— non son man» 
duj non sono di mancante attività • 

mi? manco U primo ec. Regge qui pure, e intendesi ri- 
petuto il precedente se non , come se detto, fosse: e se non è 
manco il primo intelletto ^ Iddio («-^lo chiama il Primo an- 
die nella lettera a Can Grande. E. F.4-« ), che non abbia po^ 
tato perfezionare la ili loro attività; m^ che non gli ha per^ 
fettif che non gli ha perfezionati, nota anche il Torelli. 4-« 

(«] Vtrso i44* di questo caato«. 



ao2 PARADISO 

Vuo' tu che questo ver più ti s' imbianchi ? 112 
Ed io: non già; perchè ìmpossibii veggio 
Che la natura, in quel eh' è uopo, stanchi. 

Ond'egli ancora: or di', sarebbe il peggio 1 15 
Per Fuomo in terra se non fosse ci ve? 
Sì, rispos'io; e qui ragion non cheggio. 

E può egli esser, se giù non si vive 118 

Diversamente, per diversi ufici? 
No , se '1 maestro vostro ben vi scrive . 

I la ti s^ imbianchi j ti si schiarisca* —•* Il cod. Glenbervie 
legge questo verso in allegoria: F'uoi tu che questo nero più 
s^ imbianchi; ed il Postili, chiosa nell'interlinea sopra a nerOf 
obscurum; sopra s^ imbianchi^ melius declaretur. E. R. 

ii4 Che ec.c chela natura nella formazione delle opere 
sue stanchi j venga meno [a] f non giunga cioè a perfettamen- 
te provvederle dì ciò eh' è uopo. 

1 1 5 116 egli ancora j intendi , disse . »-^ se non fosse ciVe? 
cioè se non fosse cittadino congiunto agli altri uomini con so- 
cial legge? E. B.4-« cit^ej in grazia della rima y dal latino ci- 
wV, per com^iyentCj uii^ente in società ^^-^Civfitas (definisce 
sant'Isidoro) est hominum multitudo societatis t'inculo oda* 
nata [U] . 

117 m^Sìj risposto; intendi: io risposi: sarebbe peggio 
che un uomo non fosse cittadino. E. B.4-« e r/ui ragion non 
cheggio vale quanto : e di ciò ne conosco da me stesso la 
ragione y senza bisogno di chiederla ad altrui • 

1 18 al 120 E può egli esser ^ ec. È Carlo che rientra qui 
a parlare, e dice che, se il maestro y Aristotele [e], scrive il 
vero 9 non può egli esser j non può l'uomo eòsevciue, se non 
impiegando ciascuno individuo sua vita diversamente per di- 
persi uftcij cioè chi nell'uno e clii nell'altro dei tanti mestieri 
che alla società abbisognano. — ^ Il Postili. Caet. chiosa qui : 
Homo est animM sociale y disile; ety utposset civiliier yii^re^ 
fuit expediens div^r silos hominum et artùimc quia siomnes 

fa] Cosi il Dati , citato nel Vocabolario della Croscaal verbo Stancare 
{b\ Orig. lib. i5. cap. j. [e] NeU* Elica • nella Politica . 



\ 



CANTO VI». 2o3 

Si venne deducendo insino a qulci ; i ti i 

Poscia conchiuse : dunque esser diverse 
Convien de' vostri effetti le radici . 

Per che un nasce Solone, ed altro Serse, 124 
Altro Melchisedech , ed altro quello 
Che, volando per l'aere, il figlio perse. 

La circular natura, eh' è suggello 127 

Alla cera mortai, fa ben su' arte, 
Ma non distingue l'un dall'altro ostello: 

essent divites^ nullus esset dives4 si omnes essent sapientes 
nullus esset sapiens ec. E. B. 

lai iSi venne deducendo y cioè procedendo di proposizione 
in proposizione . Danibllo. -^ quid per qui^ paragoge in gra« 
zia delJa rima [a]. 

122 laS essere dii^erse" Com^ien de^ vostri effetti le ror 
dici: se da \oi per aiuto della società si debbon prestare di- 
versi effetti I conviene che sieno in voi diverse indoli, radicali 
cagioni di cotale diversità di effetti. 

124 al 126 Per che^ il perchè y per la qual cosa, -— un 
nasce Solone ^ ed altro ec.y uno inclinato ed atto a dar leggi, 
come Solone ; altro a comandare eserciti , come Serse ; altro ad 
esercitare il sacerdotal ministero , come Melchisedech ; altro a 
far da macchinista, come Dedalo , colui chci per isfuggirsene 
dalla prigionia in cui era tenuto da Minos He di Creta , com- 
poste per sé e per suo figlio Icaro con penne e cera delle ali , 
via se ne volava ; se non che j osando il figlio di U*oppo vicino 
al Sole innalzarsi, squagliatasi pel caler solare la cera che le 
penne delle ali conglutinava, precipitò nel sottoposto mare, ed 
affogò. Favola nota. 

127 aJ 129 La circular natura ^ ec. Entra ora a sciogliere 
la proposta questione, Come uscir può di dolce seme amaro; 
solo che, usando conciso stile, tralascia quella formula che 
altri, secondo Tuso ordinario, favellando avrebbe adoprata: 
oruy queste cose supposte ^ ec«, od altra simile. Dice adunque 
che la circolar natura , la natura, la virtii de' circolanti cieli 

V j I i f 4 1 te lo stesso , Purg. vii. 66» , e Farad. x\u 1 3o. 



ao4 PARADISO 

Qaiaci addivien eh' Esaù si diparte i3o 

Per seme da lacob ; e vien Quirino 
Da si vii padre, che si rende a Marte . 

ch*è quella che a guisa di sigillo imprime nella mortai cera i 
nel mortale umau corpOi i temperameuti , fa bensì VartCy , 
r ufficio SUO, d'influire ( intendi ) negli uomini le varietà 
de' temperamenti alla società necessarie; — Ma non distingue 
tun dair altro ostello, un albergo > una casa dalF altra; non 
bada, cioè, a formai-e d'indole liberale e regia quelli che na- 
scono in casa dei Re 9 piullosto che quelli che nascono in casa 
de* plebei y a far atti alla negoziazione i figli de' mercanti, piut- 
tosto che quelli de' fabbri ec. 

i3o al i3a Quinci addivien eh* Esaù ec, « Poteva bene 
» ( oppone qui il Ventuii ) il Poeta servirsi di un altro esem- 
» pio, essendo questo appunto idoneo a provai*e il contrario 
a» al suo intento, valendosi però sant'Agostino di questi doe 
» gemelli ( Esaù e Giacobbe ) , d'indole tanto contraria , a con- 
» futar gli astrologi genetliaci ; mentre, pure essendo gemelli , 
» pare che avrebbero dovuto avere il medesimo ascendente, e 
» con ciò una costituzione e ìndole conforme, e pur l'ebbero 
» sì contraria: non procede adunque la diversità dell'indole 
3» dalla diversità degl'influssi. » 

Se però avesse Dante tralasciato quest'esempio, avrebbe 
il Venturi potuto dire che ignora vaio, e che scioccamente se- 
guiva un sistema ripugnante all'esperienza ne'due gemelli Esaù 
e Giacobbe, adoprala da sant'Agostino contro i genetliaci. 

Gonvieneadunqueinprimo luogo avvertire che sant'Ago- 
stino, come anche san Gregorio Papa, ed altri Padri , e il 
Concilio primo di Braga, se la prendono contro de' Manichei 
Priscillianisti, e genìe simili, che asserivano esser noi nell'ope- 
rar nostro foraati dalle costellazioni sotto cui nasciamo • All'in- 
contro gli Scolastici, de' quali il comune sistema, né mai 
dalla Chiesa condannato , segue il Poeta nostro, dicevano che 
astra influiuitj sed non cogunt • Vedi Pnrgat. e. zvi. y. ^3. 

Poi deesi anche riflettere che gli eretici predetti bftdavano 

al tempo del nascere ; e però giustamente e ad hominem oh* 

biettavano loro i santi Padri le indoli e costumi diversi d'E^au 

e di Giacobbe , quantunque nati ad un medesimo tempo . Certe 

argomentava s. Gregorio Papa ) cum lacob de utero 



CANTO Vili. ao5 

Natura generata il suo cammino 1 33 

Simil farebbe sempre a' generanti, 
Se non vincesse il provveder divino. 

• 

diens , prioris prOris plantum teneret manu , prior perfecte 
nequaquam egredi potuU, nisi subsequens inchoasset; et 
tamen ctun uno tempore eodemque momento utrumque mater 
foderiti non una uùiusque intae quaUtas fuit [a\. Diveraa- 
mente gli Scolastici dicevano alla varietà clegl' influssi celesti 
bastare nna quantunque menomissima diversità di luogo in 
cui i nascenti op^getti si trovassero : ciò che bastava ]oi*o per 
divei-sificare le indoli anche ne' gemelli medesimi. Singuta 
puncta terrae (così il celebre matematico ed al Poeta nostro 
contemporaneo Fra Ruggero Bacone) sunt centra dii^ersorum 
horizontum , ad quae coni diversarum pyramidum virtutum 
caelestiiun venùmt^ ut possint producere herbas diversarum 
spederum in eadem particula terrae minima , et gemeUos im 
eadem matrice diuersifiawe in complexione et moribus , et in 
usa saentiarumj et linguarum, et negotiorum^e caeteris omni* 
bus [AJ. m^ L'espt*essione si diparte "Per seme al Torelli è 
sembrata oscnra. 4-« uien Quirino ^ nasce Quirino; sopranno* 
me è questo di Romolo, il fondatore di Roma. •— Da sì 1^1/ 
padre y che si rende a AIaìte e da padre tanto vile , the, non 
osando di appalesaroi d'aver egli ingravidata Rea Silvia 9 si 
crede perciò al detto della donna , e si f^ndcj si attribuisce 9 
a Marte , Dio della guerra , la generaaione di Romolo [e] • 
»-» Sotto il V. i3a. il Torelli ha nouto: « che è relativo di 
» Quirino f non già si congiunge con sì* » ^^ 

l'òi al i35 IVatura generata , la natura di ciò ch^è gene- 
rato. — // suo cammino - Simìl farebbe ec. , agirebbe seinpre 
d'una medesima maniem col suo generante 9 -* Se non %^in^ 
cesse il proiyeder divino y per mezzo 9 intendi, della virtii at- 
trìbaita alle celesti sfere, com'è detto di sopra \d\> »-^ « Di- 
» ce che non va per retaggio la bontà dell'uomo, e per qae- 
» sto tu vedrai nascere cruu cattivo padre nu bnon figliuolo, 
» e d*an fornaio e d'uno zappatore di terra un Papa, un Re, 
» un Signore 9 come fu Ugo Ciapetta beccaio, cbe ingenerò Fi- 



(«] HomU, IO. in E*fang,[b] Opus Maius, «diz. veneta i^Tig, rQl.187. 
icj Vedi , tra gh allri, Livio , tifo. 1. cap. 4* W Vedi al v. 98. e teg. 



2o6 PARADISO 

Or quel, che t'era dietro , t* è davanti ; 1 36 

Ma perchè sappi che di te mi giova , 
Un corallario voglio che t'ammanti. 

Sempre natura, se fortuna truova i3g 

Discorde a sé , come ogni altra semente 
Fuor di sua region , fa mala pruo va , 

£ se '1 mondo laggiù ponesse mente i ^i 

Al fondamento che natura pone. 
Seguendo lui, avria buona ia gente. 

Ma voi torcete alia religione 1 45 

Tal che fu nato a cingersi la spada , 

a» lippo e Luigi Re di Francia ; e ser Iacopo da Piano , Signor 
a> di Pisa, e Giovanni Bentivoglia, Signore di Bologna. i> JJioU 
del Boccaccio > riportata dalla E. F. «-• 

i36 Or quelj che fera dietro j ec. Corrisponde questa a 
qneiraUra espressione: TtirraìU \fiso come tieni 7 dosso [a\ ; 
e vuol dire : vedi ora ciò che prima non ueileui . 

l'òy sappi che di te mi giova: sappi che non solamente 
non m'annoio nell' erudirti, ma ho positivo piacere. 

i38 Un corollario i un'aggiunta [A], — voglio che f am- 
manti y che finisca di vestirti, metaforicamente detto per /(i?i* 
sca di erudirli. 

1^9 al 1^1 Sempre natura, se ec. Costruzione: Se natura 
trova fortuna (quell'altra Intelligenza messa da Dio nel mondo 
genercd ministra e duce , - Che permutasse a tempo li ben 
vani [e] ) discorde a sé , sempre fa mata pruova , fa mala riu- 
scita, co¥ne (intendila mala riuscita) ogni altra semente 
fuor di sua region , fuor del clima alla medesima convenevole. 

143 j41 fondamento che natura pone: all'indole che la na- 
tura a ciascun uomo attribuisce . 

i44 Seguendo lui, regolandosi a norma di esso fondamen- 
to j posto dalla natura. 

1 4tì — * Tal che fu nato ec. — Tal che jte nato y leggo- 

[a\ Verso 96. f^] CorollaHum • auctarium , additamentum super 
mensuram^ aggiuntn, spiega Giuseppe Laurent! nella sua Amaithea 
Onomastica , articolo Coroiiarium. [e} lof. vii. 78. e seg. 



CANTO Vili. ao7 

E fate Re di tal eh' è da sermone : 
Onde la traccia vostra è fuor di strada . 

no il cod. Glenheryie ed il Caet. con altri molti testi veduti 
dai signori Accademici • E. £• • 

ifyj eh* è da sermone^ eh' è nato pel pnlpito, e non pel 
trono. -^ * Sembra assai probabile cbe Dante voglia alludere 
al Re Roberto, del quale il Postili. Cass. nota a questo verso: 
Ut fidi iste Rex Bobertus delccUUus in sermocinando et stW' 
dendo j et sic magis Jteligiosus fruttificasset , quam in Re- 
gno tenendo* E. R. »-^ E l'Anonimo: ce Tocca il suo fratello 
» Re Ruberto 9 il quale non doveva essere Re, ma religioso ; 
» il quale fne motivo di questa quistione. » «-• 

148 la traccia vostra^ le vostre pedate» l'andamento vo- 
stro , il vostro regolamento I — è fuor di strada^ travia dal 
giusto metodo, m^ E in questo rovescio di natura avviene 
che optat ephippia bos pigerj optat arare cabaUus • Bia* 
oiou. «« 



CANTO IX. 



ARGOMENTO 

Introduce Dante in questo canto a parlar Cunizza, so^ 
rella d^Azzolino da Romano , ed a predirgli alcune 
calamità della Marca Trivigiana; e poi Folco da 
Marsiglia (altri il dicono da Genova), Uguale Ju 
Vescovo di Tolosa. 



D 



appoiche Carlo tuo, bella Clemenza , i 

M'ebbe chiarito, mi narrò gl'inganni 

1 Dappoiché Carlo ec. Volge qui Dante j per apostrofe, 
il parlare alla figlia di Carlo Martello, Clemenza, moglie di 
Lodovico X. Re di Francia , la quale era tra* vivi mentre Dan- 
te queste cose scriveva [a]. »-^ Pietro di Dante ed il Boccac- 
cio, come annotasi nella E. F. , dicono che T Autore fa qui 
apo5ti*ofe alla moglie di Carlo Martello 9 figliuola di Alberto 
d'Austria, la quale era si tenera del suo marito, che, giun- 
gendole novella della morte di lui , subito di dolore cadde 
morta. Ma gli altri Comcutatori da noi considtati spongono 
tutti come il Lombardi • 4-« 

2 3 chiarito , dei dubbj a lui proposti. — gl'inganni, per 
le fraudi 9 le defraudazioni ^ vale a dire, per T ingiusta in- 
trusione di Roberto, fratello di Carlo Martello^ nel regno di 
Napoli e di Sicilia, ad esclusione dei figli di esso Carlo, e fra- 
telli diClemenza, ai quali per ragione della primogenitura del 
padre era dovuta [&J; ciò cke, come di sopra [e] è stato det- 

[a] Vedi lo Stemma andegavense , aggiaoto al Rat, temp* del PeU- 
vio, edizione di Lejdeo 1710, e Gio. Tillani Cren, lib. io. cap, 107. 

[b] Vedi Io stesso Villaoi, lib- 9. cip. 17S. [e] Nel canto precedente 
al 9, 5i. 



CANTO IX. aoD 

Che ricever dovea la sua semenza ; 

Ma disse: taci, e lascia volger gli anni; 4 

Sì ch'io non posso dir, se non che pianto 
Giusto verrà dirietro a' vostri danni . 

E già la vita di quel lume santo 7 



to, successe nel 1809; che vale a dire nove auni dopo di que* 
sto mislerìoso viaggio. — sua semenza per sua discendenza. 

4 disse I il medesimo Girlo Martello: — taci > non istare a 
riferire specificatamente ad alcuno quanlMo ti svelo. 9^ lascia 
volger gli anni. Virg. voluentibus annisAÌ sig. can. Dionisi 
scrìve: muover gli anni, espressione da un quattrino appetto 
air altra di tanto pregio. Biagioli. <-« 

564$! eh* io ec- onde, dovendo io ubbidire a tal comando 
fattomi , altro non posso dire, se non che a* vostri danni ^ al 
danno recato alla vostra prosapia (intendi, coir ingiusta de- 
frandazione del regno a lei dovuto) verrà dirietro giusto pian- 
to ^ verrà in seguito il giusto gastigo a farne piangere lì dau- 
nificatori • »-^ Il Poggiali ritiene che vostri qui si riferisca a 
Clemenza y la quale 9 benché donna , aveva qualche diritto al- 
meno ani resno di Napoli» dalla successione al quale non era- 
no allora escluse le donne. 4-« 

7 al 9 £* già la vita di quel lume ec, -^ vita appellando 
Tanima qui ed altrove [a], perocché quella onde viviamo, dir 
vaole che l'anima di Carlo Martello, scesa a lui dentro in quel 
lame, lasciando (come nel precedente canto, v, 26. e seg. av* 
viso) il giro "Pria cominciato in gli alti Serafini^ ora, par- 
tendosi, - Rivolta s'aera al Sol che la riempie jaDio che riem- 
pietà di beatitudine, - Come quel ben, essendo Iddio quel he- 
ne, eh' ad ogni cosa è tanto j che a riempiere di sé ogni cosa 
è bastante [6j. ^^^ vista in luogo di vita, come altri testi ci* 
tati dai aigg. Accademici , leggono pure nel v* 7. i codd. Caet. 



[a] Paradiso zìi. 1 97.9X1 V. 6.,xx. loo.ec. f^] Esser tanto vale esser suf" 
fieiemte , bastare. Vedi il Vocabolario delia Crusca sotto Tania, nome , 
$. S. n M enzini neila Costruzione irregolare della lingua toscana , ca- 
po 91., ioteade in questo passo per ellissi detto laJtlo invece dì tanto 
quatttiù è bastevole • Ditenào noi però» per cagioa d'esempio, aver 
alcono roba tanta per roba molta % me la sbrigherei io volentieri eoa 
dire che tanto vagita qui lo stesso che molto o copioso. 



riio PARADISO 

Rivolta 5' era al Sol che la riempie , 
Come quel ben eh' ad ogni cosa è tanto . 

Ahi anime ingannate , fatue ed empie , io 

Che da si fatto ben torcete i cuori, 
Drizzando in vanità le vostre tempie! 

Ed ecco un altro di quegli splendori i3 

Ver me si fece, e '1 suo voler piacermi 
Significava nel chiarir di fuori . 

Gli occhi di Beatrice, eh' eran fermi 16 



e Glenbetvie , variante che potrebbe preferirsi. E. R. m^ ui- 
sta legge 1* Anonimo eziandio 1 chiosando: la veduta di Carlo 
s* era rivolta a Dio j come a quel bene che ha ciascuno j e 
ne più né meno di quanto bisogna • E. F. ^^ 

IO fi-^L' anima del Poeta vede ancora presente questa bea- 
titudine infinita, e quindi, volgendo im istante il pensiero alla 
falsa felicità che abbaglia i ciechi mortali y chiama a loro come 
porta il testo . Biagioli • 4-« Ahi anime ingannate^ fatue ed 
empie: altra apostrofe del Poeta ai mortali «L* edizioni diverse 
dalla Nidob. leggono invece f Ahi anime ingannate e fiutare 
empie . Questo fatture empie però dopo detto Ahi anime in^- 
gannatCf non farebbe altro che richiamare 1* empietà fino ml- 
r origine delle stesse anime , contro la cattolica verità che 
Dante medesimo n*espone, Purg. xvi. v. 85. e segg., ove, del* 
r orìgine della nostr' anima favellando , dice : 
Esce di mano a Lui che la vagheggia , 
Prima che siaj a guisa di fanciulla ^ 
Che piangendo e ridendo pargoleggia , 
Z* anima semplicetta , che sa nulla ^ ec. 

i a Drizzando ec. , rivolgendo alle mondane vanita te 1^0- 
stre tempie y i vostri capi , i pensieri vostri.»-» in, dice il To- 
relli , qui vale contro , verso. 4-« 

i3 ai quegli splendori y di que' risplendenti spiriti • 

1 4 '' suo voler piacermi , la sua volontà di compiacermi . 

X 5 Significava ec. Costruzione : Significava di fuori , faceva 
esteriormente apparire, nel chiarire y nel farsi pia dell' osato 
chiaro , risplendente . m-¥ Ha detto lo stesso delle altre anime 



CANTO IX. ali 

Sovra me, come pria /di caro assenso 
Al mio disio certificato fermi . 

Deh metti al mio voler tosto compenso, 19 
Beato spirto, dissi, e fammi pruova > 
Ch* io possa in le rifletter quel eh' io penso . 

Onde la luce, che m'era ancor nuova, 22 

Del suo profondo, ond'ella pria cantava, 
Seguette come a cui di ben far giova : 



;i^»paTÌtegU; ma Tedi come sempre con nuove forme, le quali, 
siccome a piii a più di maggior lame le anime, si di più lu- 
stro paiono via via sfavillanti . Biagioli. 4-« 

17 18 come pria y di caro ec. Gistmzione: Gli occhi ec. , 
fermio mi fero, mi fecero , certificato di caroj di grazioso , 
assenso al mio disio, conte pria y come cioè quando alla me- 
desima Beatrice chiese licenia di parlare a Carlo Mai-tello, 
nei canto precedente [a] • 

19 metti compenso 9 da' soddisfazione. 

ao a I fammi pruoua — - Cìiio possa ec. E dottrina teolo- 
gica, e del Poeta nostro qui, e piii chiaramente ne* versi j4' 
e segg. del presente canto, che, vedendo Iddio i pensieri di 
tutte le create menti, e vedendo i beati tutto ciò ch'è in Dio, 
v^ga conseguentemente ogni beato i pensieri d'ogni creata 
mente . Di cotale verità adunque chiede qui Dante che gliene 
sta fatta y resa, pruova da quel beato spirito. — fammi ^ dice, 
pruoua y certificami coll'esperienza , '^Ch*io possa ( intendi per 
mezzo di Dio) in te rifletter , quasi raggio per ispecchio, quel 
eh* io penso. 

aa a3 la lucoy che nCera ec. Sinchisi insieme ed ellissi , 
delle quali ecco, secondo me» l'ordinato intiero senso. Lari- 
splendente anima che, da quando era nel suo a quelPamoroso 
pianeta più intemo, e da me piii lontano luogo, onde prima 
fàcevasi sentire a cantare Osanna [6] , infino al momento in 
cui, resasi vicina a me, Taveva pregata a manifestarmisi , m'era 
tuttavia nuova y incognita. 

^4 Seguette y aggiunse in seguito al mio il suo parlare, ^co^ 

[a] VerM 4o. e segg. [6] Tedi il canto prsecdente, i>. att. e s«g. 



2!2 PARADISO 



2^ 



In quella parte della terra prava 
Italica , che siede intra Rialto 
E le fontane di Brenta e di Piava, 

Si leva un colle , e non surge molt'alto, 28 

Là onde scese già una facella 
Che fece alla contrada grande assalto . 

me a cui di ben far gioua , come chi compiaoesi di usar al- 
trui buona grazia. 

25 27 quella parte della terra prava ^ Italica y che ec. 
--oprava appella V italica terra ^ T Italia, per ciò che disse , 
Purg. VI. 124* e seg.: 

Che le terre d'Italia tutte piene 

Son di tiranni^ ed un Marcel diventa 
Ogni villan che parteggiando viene; 
e per la parte d*ItaUa^ che siede , che stendesi , intra Rialto 
(principale contrada di Venezia per la città stessa) -JE' /e fona- 
tane di Brenta e di Piava (due fiumi che scendono dalle Alpi 
dividenti l'Italia dalla Germania, e mettono nel golfo dì Ve- 
nezia), tutta intende quella lista di terra che tra essi divisati 
termini si estende; e male il Venturi ale. xx. v. 65. dell* Inf., 
intendendo che con gì' indicati termini voglia Dante segnare 
la situazione del solo castello di Romano bassanese, patria 
del tiranno Ezzelino, passa quindi a sentenziare che proceda 
il Poeta nostro per termini distanti assai , e con istite geo- 
grafico poco scrupoloso . Potrebbe il Venturi giustificarsi , 
quando non avesse Dante detto altro se non.* intra Rialto ^E 
le fontane di Brenta e di Piava -«Si leva un eolle , ec. ; ma, 
premettendo in quella parte della terra "Italica^ fa cono- 
scere che i termini che aggiunge appartengono a segnare non 
Romano pi'ecisamente, ma tutta la estensione di terreno ch'era 
sotto la gim-isdizione di Romano. 

28 Si leva ec, s* innalza, non però mol t'aito, un colle , 
sopra del quale è il castello di Romano • 

29 3o Là onde, per dal quale [a], scese già una facella 
ec.y nacque e si stese abbasso , a grand' esterminio di qnella 
ragione, una fiamma, cioè il fier tiranno Ezzelino, terzo di 

[a] Vedi Cinoaio , Parile. i5q. i. 



CANTO IX. :ìi3 

D' una radice nacqui ed io ed ella j 3 1 

Gunizza fui chiamata , e qui rifulgo 
Perchè mi vinse il lume d' està stella . 

Ma lietamente a me medesma indulgo 34 

ul nome nella famiglia d^Onàrai Conti di Bassano [a]. — * Il 
cod. Gaet. ed il Glenbeivie leggono con molto maggior forza 
un grande assalto; anche il canonico Dionigi aggiunge quel- 
rim.- ne l'eleganza non ci facesse schivi dal ripetere quel pro- 
nome dopo una facella , che sta nel verso immediatamente 
anteriore y e prima di una radice del posteriore , non esiteres- 
simo di porlo nel testo; tanta è la vibrazione che ci sembra 
opportuna. E. B. •-► Pietro di Dante al i/. 29, nota che il Poeta 
chiama Ezzelino facella , perchè sua madre 9 essendo vicina 
al parto, sognò di partorire una fiaccola accesa. E. F. — Ma 
crediamo che sia più sana sposizione quella di coloro che in- 
tendono dal Poeta così chiamato quel tiranno, come colui che 
menò per tutto fuoco e mina, e che usi il vocabolo facella 
in loogo di face non già per la rima, ma si bene ad indicare 
la di lai prima piccola potenza. 4-« 

3i D*una radice j dal medesimo padi'e Ezzelino IL» ap- 
pellato il Monaco [6]. — ella^ intendi la detUi facella j cioè 
il tiranno Ezzelino III. 

3a 33 Cunizzay sorella del tiranno Ezzelino, donna (dice 
il Volpi, concordemente a tutti gli Espositori) inclinata forte 
a* piaceri amorosi . — e qui rifulgo ^ Perchè mi uinse il lume 
J^esta stellai rìsplendo in questo basso grado di beatitudine, 
perchè mi è stato d'impedimento a poggiare ad un grado più 
sublime l'essere stata dedita a* folli amori. Ventubi. — * Ista 
fuit Cunitia , soror Ecerini de Romano Castro in Trit^izia" 
noy quae fuit magna meretriXj chiosa, senza tanti complimenti, 
il Postili. Gaet., e forse in vista di quel mii^inse. E. B. — jffx- 
fulgere per risplendere adopera anche il Petrarca [e]. 

34 ^ 3^ ^^ lietamente ea ma con santa allegrìa perdo- 
no a me stessa la cagione di questa sorte mia , uè punto per 
essa mi rammarico; cosa che al volgo vostro, non intendendo 

[d] ▼edi la Prefazione dì Cristiano Urstìsio alla Cronica del Monaco 
mdovaaov tra gli Storici delle cose di Germania , stampati in Fran- 
efori l'anno i585. [b] Vedi la Prefazione stessa or delta, [e] Snn. 3i4* 



ai4 PARADISO 

La cagioQ di mia sorte, e>non mi noia ; 

Che forse parria forte al vostro vulgo . 
Di questa luculenta e cara gioia 37 

Del nostro cielo, che più m' è propinqua, 

Grande fama rimase, e, pria che muoia, 
Questo centesìm'anno ancor s'incinqua . ^o 

come possa la memoria di perduto bene riuscire senza ramma- 
rico, parrà certamente strana. — Indulgere fer perdonare 
prende dai Latini Dante per cagione della rima, come, anche 
senza colai bisogno, hanno comunemente tatti preso indul* 
gente ed indulgenza dal latino indulgens e indulgentia • 

37 al 4o Di questa luculenta ec. Passa Gunizza a parlare 

delFanima, ch'era a lei vicina, di Folco di Marsiglia, celebre 

Provenzale, scrittore d'amorose rime a' tempi del Poeta nostro. 

Della costui patria dirò sotto i versi 89. e segg. m^ Di costui 

riferisce TAnonimo (chiamandolo Folchetto , e non Folco) che 

« fu dicitore in rima di cose leggiadre, care e belle, che fa- 

» rono e saranno per fama graziose al mondo » d'onde elli av^ 

» va lunga nominanza; e dice che prima che muoia, cioè passi 

a> quello centesimo dell'anno i3oo, che comincia allora, s'io- 

» cinqua la sua fama e la sua laude per le operazioni ch'egli 

» fece, fatto ch'egli fiie Vescovo di Marsiglia. Vuol dire FAu- 

» tore che in quel centesimo si palesarono le opere di santità 

» di lui, si che la fama molto ne multiplicava . » E. F. «hi /«• 

culenta e cara gioia leggono la Nidob. ed una trentina di mss. 

veduti dagli Accademici della Crusca invece di chiara gioia y 

che leggono tutte l'altre edizioni, le quali però tutte poi nel 

seguente canto, u> 70. e seg., concordemente leggono: 

Nella corte del Ciel^ d*ond*io ritegno , 

Si truouan molte gioie care e belle. 

luculenta e cara gioia varrà qui risplendente e dilettosa gefn^ 

ma • m^ Anche il Biagioli preferisce questa lezione a quella 

della Crusca, riflettendo che luculenta mostra plenitudine di 

luce, e non ha compenso , per cui raggiungere ad essa l'epi* 

teto chiara è affatto disconveniente. •«-« e, pria che muoia , 

prima che s'estingua, - Questo centesim^anno ancor s* in^ 

eingua. Siccome l'anno di questo poetico viaggio era, com'ò 

detto più fiate, il centesimo ed ultimo anno del secolo deci- 



CANTO IX. ai5 

Vedi se far si dee Fuomo eccelleate, 
Si eh* altra vita la prima relinqua : 
E ciò non pensa la turba presente 43 

Che Tagiiamento ed Adice richiude , 
Né per esser battuta ancor si pente . 

motencoy predice Cnnizza che avanti che s'estingua la &ma 
di Folco passeranno cinque altri simili centesim' ultimi anni 
de' secoli avvenire ; eh* è poi quanto adire, passeranno altri 
cinque secoli^ numero determinato per V indeterminato. •-►£ 
cosi r intendono tutti i Comentatori,' come annota il Poggiali, 
cosicché vengasi a dii^e da Cunìzza: io ben prevedo che in fama 
di quest'anima illustre durerà per molti secoli •^-^Incinquare 
al senso di quintuplicare prendete dal Poeta nostrc^aucbe il 
Davanzatiy ed adopralo nella traduzione degli annali di Ta- 
cito \a]; e nelle Postille ch'esso traduttore nel fine di iutta 
l'Opera aggiunge, del verbo medesimo riparlando, Omero j 
dice , Dante , e tutti i grandi formano nomi delle cose . Quin» 
tdiano e tutti i Grammatici r approvano y quando calzino, 
4i f^edi se far ec.f vedi se toraa conto all'uomo il farsi 
eccellente. Veuturi. — -E bene paragona questo di Dante a 
quel detto di Virgilio: Et dubitamus adhuc uirtutem exten- 
aere factis \b]? »-► E questo che dice Dante è il fine da^Plinio 
e da Cicerone messo in riguardo all'uomo; ma gloria e^riposo 
l'un Taltro distrugge. Biagioli • «-« 

42 Sì cK* altra nta ec.s si che la prima vita mortale del 
corpo lasci dopo di sé la vita quasi immortale della fama. 
— relinqua , voce latina usata ancor dal Petrarca . Venturi. 

43 44 lo, turba presente , F odierna in continue aspre guer- 
re mischiata e confusa gente. — Tagiiamento ed Adige j dne 
fiumi dello Stato veneto, ai quali la in allora piii estesa [c\ 
trivigiaoa Marca (ond^era Gunizza) faceasi terminare. 

45 battuta^ afilitu da calamità . Veutubi. — si pente , si rav- 
vede. 

[e] An. 3. pag. 4o. della fiorentina «dizioiie 1637. \h\ Jttneid, vi. 807. 
[e] Vedi Baudrand nel Lessico geografico del Ferrari, ari. Marchia 
Tarvisina , e Magini celle Notizie premesse alla sua geografica deli- 
neittooe dell' Italia . 



2i6 PARADISO 

Ma tosto fìa che Padova al palude 4^ 

Cangerà l'acqua che Vincenza bagna, 
Per esser al dover le genti crude . 

E dove Sile e Gagnan s'accompagna 4(J 

46 al 48 Ma tosto jla ec. Costruzione: Mof per essere le 
genti (inteadt padoi'ane) crude al do^ert darei ostinate 
contra il giusto (nella pretenzione d^impadrouirsi di Vicen- 
za), tosto fia che al palude ^ dove il Bacchiglione fii palude , 
presso a Vicenza i Padova^ le padovane genti , - Cangerà 
(intendi di colore ^ facendola col suo sangue rosseggiare) Ca^ 
equa che Vincenza basnaj T acqua del Bacchiglione. 

Chiosa il Vellutello, che vogliasi qui predire una gran 
rotta che Iacopo di Carrara j Signor di Padova, ricevè da 
Can C rande de la Scala ^ Signor di F'erona yné* borghi di 
Kicenza F anno i3i4, a dì 17 settembre; e rettamente de- 
duce quindi il Venturi che Dante scrisse queste cose dopo 
tal tempo . 

Tre volte però 9 nel termine d'anni sette 9 narrano gli 
Storici essere stati a Vicenza rotti i Padovani. Una del i3i i, 
ma senza effusion di sangue, quanto pare; perocché riferisce 
Gio. Villani che i Padovani per paura abbandonarono Vicen- 
za senza difenderla [a]. Un'altra volta con sangue , e con pri- 
gionia di Iacopo di Carrara (che non era però ancora Signor 
di Padova [b]) nel i3i4 [e], o i3i7 [^J. La terza finalmen* 
te con maggior sangue nel i3 18 [e]. Il parlare in generale^el 
Poeta può riferirsi a tutte e tre le rotte; e il farci Dante stesso 
nel Purg., canto xxxiii. 43. » capire che attendeva alla compo- 
sizione di questa sua Opera quando Can Grande della Scala 
fa. eletto Capitano della Lega ghibellina, che fu nel dicem- 
bre del i3io [^J, dà tutto l'adito a crederlo. 

4g So E dove Sile e Céignan ec, : e in Trevigi ^ dove si 

fa] Lìb. 9. cap. 14. [b] Fa lacépo da Carrara fatto Signor dì Padova 
nel i3i8. Vedi le due Cronologie de* Reggimenti di Padova, e Tag- 
giuDta alla Crcmica dil Monaco padovano nel Xomo 8. degli Scrittori 
d'Italia del Muratori, [e] Gio. Villani, lìb. 9. cap. 63. [d] Gorio, IslO' 
ria di Milano, P. 111. [è] Gio. Villani, lih. 9. cap. 87., e Corio nel ci- 
tato luogo. La Cronica però veronese, nel (omo 8 degli Scrittori d'Ita- 
lia del Muratori, dice essa terza rotta accaduta nel 1317. [/] Vedi la 
stessa Cronica veronese, ed il Corio nella citata P. 111. 



CANTO IX. 217 

Tal sigQoreggia e va con la testa alta, 
Che già per lui carpir si fa la ragna • 
Piangerà Feltro ancora la difialta 
Deir empio suo Pastor, che sarà sconcia 
Si, che per simil non s'entrò in Malta. 



5:i 



congmngono insieme questi d«e fiumi , Sile e Cagnano, vi è 
un ul Signore che domina ( intende di Ricciardo da Cammi- 
no) e ?a altiero. VuTuai. 

5i Che già dee valere mentre già [a]. — per lui carpir 
si fa la ragna j si compone la rete per prenderlo, detto me- 
taforicamente in luogo di dire # già si i^a facendo dai nemici 
di lui la congiura per ucciderlo . Fu Tempio disegno eseguito 
neiranno 1 3i2, mentre stava Ricciardo divertendosi al giuoco 
degli seacchi [£] • — * Dell'autore della congiura per cui fu 
ucciso Aicciardoi mentre tacciono tutti i Gomentatori, il Postili. 
Cass. scrìve: ocdsus proditorie per assassinos adpetitionem 
Dom. Altinerii de Calzonis de 7>*emo. E. R. ••^ L'Anonimo 
riferisce che Riccardo da Cammino fu fatto uccidere da Mes- 
cer Cane della Scala per mano d'uno %nllano col trattata di 
certi gentiluomini del paese. II Boccaccio dice che fu ucciso, 
mentre giuncava a tavole, da un pazzo y di cui si valsero i suoi 
confini (vicini) per torgli la signoria. E. F. — Il Muratori 
(Script, rer. ital. tom. x« nella nota al lib. 6. Rubr. io« delia 
Storia di -Albertino Mussato) riferisce che nel 1 3 1 a fìi tal con* 

Stara ordita in Trevigi 9 probabilmente dai Ghibellini , e con- 
otta con tant^arte e secretezza^ che, mentre Riccardo stava 
gìoocando in tutta quiete e fuori d* ogui sospetto, venne con 
aa ronco ucciso da un contadino che potè penetrare nelle 
iUnze di lui; che* l'uccisore fu subito messo in pezzi dalle 
guardie, e che non fu possibile sapere chi fosse 1 uè da chi 
mandato, ^-or 

Sa al 54 Piangerà Feltro ancora ^ piangerà altresì Feltro, 
città della Marca trìvigiana , che Feltre e Feltri oggi vien 
detto, — la diffalta^ il mancamento di fede data . — Pastore , 

W\ Della particella che par mentre o quando , vedi Giaooio, Par tic. 
ii' s8. m Tedi il Muratóri nella mota al lih. 6. Robr. 10. della Storia 
d'Ubertino Moasato* tra gU Scrittori delle cose d'Italia , lom. x. 



ai8 PARADISO 

Vescovo f Narrasi che, essendo rifuggiti molti Ferraresi per li 
guerra ch'essi avevano col Papa, credendo in Feltre esser 
sicuri, furono dal Vescovo di Feltre, allora cosi del tempo- 
rale come dello spirituale Signore 9 sotto fede fatti prigioni , 
e dati nelle forze del Governator di Ferrara; per la qual cosa 
furono fatti tutti crudelmente morire. Daniello. Altri Espo- 
sitori dichiarano 9 e conferma 1* Uglielli [a] , che fosse qaesto 
Vescovo un Alessandro Piacentino. Che poi, allorquando 
scriveva Dante queste cose, stato fosse già, o attualmente 
trovassesi, Feltre in guai ed in pianto» può conghietturarsi e 
dal tempo in cui Dante scriveva, in vicinanza cioè delTanno 
i3i8 [ì], e da quello che dello stesso Vescovo riferisce il 
citato Ughelli, che exsul tandem decessit in Poriu Gradano ^ 
anno i320. Imperocché essendo costui non solamente Ve* 
scovo, ma anche Signore di Feltro» non pare che si potesse 
la di lui cacciata effettuare senza che vi precedessero de*gran- 
di torbidi. — *I1 Postili. Gass. ci fa conoscere molto distioU- 
mente chi fosse questo Vescovo, ed alcuni delle vittime che 
egli sacrificò, notando : praenuntiat Auctor^ quomodo pre^ 
sbiter Gorza de Domo illorum de Luxia Feltrani distrine 
ctus Episcopus oUm feltrinus proditorie coepit Antoniolwn 
et Langiarottwn de la Fontana de Ferrarla 9 et captos mi- 
sit eos ad Dom* Pinum , tunc Rectorem ciuitatis Ferrariae 
prò Ecclesia^ tanquam rebelles eius^ ubi decapitati fuerunt 
et cum eis etiam^^ Prior «$. La . • . dictae Terrae » et certìs 
aliis. E. B* •-►Riferisce l'Anonimo, come rileviamo dalis 
E. F.» che questo Vescovo fu invece fratello di Mesi. Giu" 
liano NbyeÙo di Piagenza ^ che fu molto Guelfo ^ che fece 

f rendere in Feltro tre gentiluomini ferraresi , detti della 
ontana , e mandolli a Ferrara , oue furono tratti e tormen^ 
tati; e palesarono altri loro amici ^ d'onde in numero di 
trenta furono morti; e finalmente che tutti li toro complici 
e fautori si partirono , e fecero parte , chiamata li FonU* 
nesi, per quelli della Fontana. — Il Boccaccio concorda, ed 
aggiunge che in quel tempo era Podestà di Ferrara per il Re 
Ruberto Mess. Pino della Tosa , il quale fece loro tagliar la 
testa. — Pietro di Dante concorda , edice, come il Postili. Cass., 
che il detto Vescovo fu Gorza di nome^ e della casa di Lussii 
di Feltre, e che quei della Fontana presi in Feltre furono tre, 
cioè Lancillotto, Claruzio e Antoniolo. 4-«jarà sconcia ^ vita* 

[a] Feltrenses Episcopi, tomo 5. [b] Vedi la nota InT. e. i« «• toi. 



CANTO IX. iig 

Troppo sarebbe larga la bigoao'a 55 

Che ricevesse '1 sangue ferrarese , 

perevole, ^Sìy che per simil non sventrò in Malta, sì cb« 
nella torre 9 nell'ergastolo 9 di Malta [a]» in riva al Iago di 
Bolsena , in cui facevano i Papi rinserrare i pessimi cherici , 
non v'entrò mai alcuno per co^l enorme delitto . Goal, le tracce 
seguendo de*p)ii antichi Comentatori, parmi di spiegar me- 
glio che seguendo il Daniello» il quale "pev Malta intenda 
un'orrida prigione fatta dal tiranno Ezzelino suddetto costruire 
nel Padovano ( s-^e precisamente in Cittadella -^-c); imperoc- 
ché a questo modo la nota innocenza di quelli j contra de'quali 
incmdelÌTa il'tiranno» farebbe anzi, contrariamente allo scopo 
del Poeta, che la grandezza del delitto del Vescovo venisse 
piuttosto ad impicciolire, che ad aggrandirsi • -—* Non ci sem- 
bra inutile di recarle autorità de' due Postillatori , che abbiam 
tra le mani, su questo proposito. Il Caet. dice: in lacu F'ir 
terbii est turris , quae dicilur la Malta, in qua sacerdotes 
delinquentes mittebantur a Papa . Ed il Glenbervie meno ac- 
curatamente: Malta career asperum clenconim HomaCy ubi 
prò mommo delieto mittebantur , unde ostenditur maximum 
scelus Episcopi f citrini ce* E. R »-^ Anche il Boccaccio nota: 
«Malta sì è una torre in Roma, pessima e oscura prigione 
» dov'erano messi i chierici, quando fallavano , da dovere mo- 
» rire, e ivi stavano infino alla lor fine. » — Narra Fra Pipi- 
no nella sua Cronaca , cap. 89. [6] , che Papa Celestino , dete- 
nuto per ordine di Bonifazio VIIL in Monte Cassino sotto la 
custodia dell'Abate, poco dopo occultamente si fuggi; onde 
l'improvido Abate fu messo in carcere in Malta nel Lago di 
8. Cnstina, ove pochi di sopravvisse. E. F.^-c 

55 al 60 9-^ Troppo sarebbe larga ce* La bile del ghibel* 



[a\ Quanto osservo, in tatti ; descrittori d*)Italia non trovasifiolorno 
al lago di Bo!&ena altro che Harta , e sbaglia il Ve ni ari a dir certo che 
in tfueita riva v*é un castello che ora si chiama Malta» Ma ben , sic» 
come ai tempi di Dante appel lavasi Monte Maio ( Par. zv. 109.) il 
mootc vicino a Roma, detto oggi Monte Mario f dovette ne' medesimi 
t^mpi del Poeta appellarsi Malta il luogo dett'oggi Marta; e di tal 
anutazìooe da indizio il Claerio^ Ital. ant, lib. a., di cui parlando dice: 
ad hai US ostium putofuisse vicum quemdam, seu insigne aedificium 
nomine Martanum^ quod in Itinerario marittimo eorruptum est in 
Mfaltamunu [6] Marat, rer, ital. Script, tom. is. 



120 PARADISO 

£ stanco chi '1 pesasse ad oncia ad oncia. 
Che donerà questo prete cortese, jS 

Per mostrarsi di parte ^ e cotai doni 

Conformi fieno al viver del paese. 
Su sono specchi , voi dlcete Troni , G i 

Onde rifulge a noi Dio giudicante, 

lino Poeta si scalda a più a più, e, perché col delitto eterna 
sia l'infamia 9 1* imprime in parole da ogni oltraggio sicure . 
BiAOioLi. ••-« Chej relativo al detto sangue ferrarese • -^eor- 
tese , ironicamente ^eriscoriese e crudele ; — Per mostrarsi 
diparte^ per mostrarsi partigiano del Papa. Vbvtubi • — e co- 
tai doni'' Conformi fieno j saranno, al viuer del paese . Ac- 
cenna che fossero i Feltrini per divenire traditori e micidiali. 
•^ iAe fossero per divenire non già , ma si bene che lo fos- 
sero in effetto sino d' allora; che così, e non altrimenti, sao- 
nano le parole del testo ; e ognuno può ravvisare in quest'espres- 
sione r intenzione del Poeta di pungere i Feltrini, già Guelfi, 
come traditori e micidiali «4-« 

6i 62 «$tt sono specchi j uoi dicete Troni. Questo è il ter- 
xo ordine degli Angeli , pe* quali Iddio manda ad esecuzione 
tutti i suoigiudizj. Adunque, perchè in quelli, come in ispec- 
chj , rilucono i giudizj dei grande e magno Iddio, noi guar- 
dando in quelli gli veggiamo. Lavdiho. — Per fondamento di 
cotale supposto ministerio dell'angelico ordine appellato Tro- 
ni, tiene il Daniello quel detto del Salmo : Sedisti super thro- 
num qui iudicas aequitatem [a].«-^iSa sono specchi 4 i più 
intenaono: su neW Empireo; ma la E. B. ÓA Poggiali spiega: 
su nel cielo di Saturno» Riflettuto alquanto sulla diversità di 
queste due sposizioni, ci pare di dover ricevere di preferenza 
la prima . Eccone il motivo . Nel iv. di questa cantica Dante 
dice aperto che i Beati, nessuno eccettuato, hanno la loro 
sede unicamente nell'Empireo, dove alcuni piii, alcuni me- 
no, godono della etema emanazione di Dio, e che la loro 
esistenza ne* cieli materiali inferiori non è che di mera appa- 
renza ((V. 28. al 4o* ). Nel xxviii. di questa medesima «^ntic.-^ 
vede infatti aggirarsi d'intorno a Dio in nove cori distinti e 

[a] Psalm. 9. x 



CAWTO IX. 321 

Si che questi parlar ne paion buoni . 
Qui si tacette , e fecemì sembiante 64 

Che fosse ad altro volta, per la ruota 

In che si ooiise com'era davante. 
L'altra letizia, che m'era già nota, 67 

Preclara cosa mi si fece in vista , 

Qual fin balascio in che lo Sol percuota . 
Per letiziar lassù fulgor s'acquista, jo 

Sì come riso qui ; ma giù s' abbuia 

L'ombra di fuor, come la mente è trista. 

nella loro essenza gli Angeli tutti , ogni ordine de'quali dai 
suo Creatore riceve quella virtii ch'esso poi riflette e u*anian- f 

da in quel cielo materiale alla sua partìcolar cura affidato. At- 
tenendoci noi pertanto al sentimento dei piii, pensiamo che la 
>era dichiarazione di questo passo sia la seguente : NeWEm'^ 
pireo I giudi zj di Dio direttamente s* imprimono neWonline 
de'* Troni (che è l'ultimo della prima gerarchia) 9 e da esso 
riflessi vengono in noi beati, «m 

63 questi parlar ^ queste predizioni, — ne /poion buoni ^ 
noi li vediam certi . 

64 al 66 e fecemi sembiante eo. Costruzione: E per la 
ruota y pel giro 1 * In che si mise compera damante [a] , fece^ 
mi sernbiante che fosse %^olta ad altro , fece che mi sem- 
brasse ch'io m'accorgessi che più non attendeva a me. 

()7 letizia per anima beata . Volpi. — che nCera già no^ 
(a, di cai Cunizza m'aveva già manifestato la filma [b] . 

r>8 Preclara ecj al modo de' Latini 9 per molto chiara y 
fnolto risplendente: mi si fece vedere cresciuta molto nello 
splendore 9 significando cosi il desiderio di compiacer Dante 
«$a pure [e] . 

69 balascio y sorta di pietra preziosa. 

70 al 72 Per letiziar ec , per allegrare. Accennando la ca- 
gione d'essersi fatta qulelFanima più risplendente y dice che, 
siccome qui in terra si fa l'uomo esteriormente rideuie a mi- 

' * Vedi nel canto prcced., v. i6»esegg. [h] VersoS;. escgg. [e] Vcili 
^'pr» ne' versi i4- e >5. 



215 PARADISO 

Dio vede tulio, e tuo veder s'inluia^ ^3 

Diss'io, beato spirto, si che nulla 
Voglia di sé a te puote esser fuìa • 

Dunque la voce tua, che '1 Giel trastulla ^G 

fura deir allegrezza che intemameote gode, così in Paradiso 
li fa l'anima esteriormente più lucida a norma dell'interna ai- 
legi*ezza; ed al contrario , neìVliitémo s* abbuia '^ JL* ombra 
di fuor j si oscura esteriormente T anima, come la mente è 
trista j a misura dell' interna tristezza. 

y3 s^inluia. Ad imitazione de' verbi intanarsi y ingolfarsi^ 
incorporarsi ec^y significanti en/rarem tana^ in golfo ^ in cor^ 
pò ec, La il Poeta nostro 9 in grazia massime della rima, for- 
mato inluiarsi qui per entrare in luiy e nel f^. 81. di questo 
medesimo canto intuarsi ed immiarsi per entrare in te e in 
tncy e finalmente Parad. xxii. laj.inleictrsi per entrare in lei. 
A proposito di che sovvenga , a chi mai schizzinosetto fosse, il 
ricordo del Davanzati di sopra commemorato [a] , che tutti 1 
grandi formano nomi delle cose; e che Quintiliano e tutù 
i Grammatici P approdano y quando calzino • — illuia invece 
(Vinluia leggono qui 1* edizioni diverse dalla Nidob., le quali 
però tutte poi nel xxii. ì2y. di questa cantica leggono come 
la Nidob. inlei , e non illei . 

^4 di 76 nulla - Voglia disèy lo stesso che nissuna voglia 
di luij d* Iddio • — fuia^ oscura, traslativamente per nasco' 
sta [b].m-*K Torelli: cesi che nessuna voglia, ossia desiderio 
a» che alcuno abbia ( non che sia in Dio> com'altri spiega ) puci 
» esserti celata, m «-«^ Il cod. Cass. legge buia in luogo di 
fuia , ed il sig. Portirelli ha creduto di ricevere questa varianU 
anche nel testo , adducendo la ragione stessa del P. ab. di G> 
stanzo, che il primo vocabolo non ha una decisa significazici 
ne, mentre il secondo viene inteso chiaramente per oscuréM 
ascosa . La nota però Inf. xii. 90., qui pur citata dal nostB 
P. Lombardi , fa conoscere ladiiEcoUkdi preferire decisameli! 
un tal cambiamento . E. B. m^fur , nota TAnonimo, è detto! 
ladro che imbola di notte , da furvus y che è a dire oscura^ 
E. F.^-^ trastulla j diletta. Allo stesso senso adopera Dante 
medesimo verbo , Purg. xvi. 90. 

[al Al verso 4o. [b] Vedi U uota al v. 90* del e. zìi. dell' laroriM. 



CANTO IX. ii:i3 

Sempre col canto di que' fuochi pii 

Che di sei*ali fannosi cuculia. 
Perchè non soddisface a' miei disii? ^9 

Già noa atteDdere' io tua dimanda , 

S'io m'intuassi come tu t*immii. 
La maggior valle in che T acqua si spanda, Si 

locominciaro allor le sue parole, 

Fuor di quel mar che la terra inghirlanda, 

77 78 col canto di que' fuochi pii - C%e ec. Manifesta 
Daule V intendimento suo, che V Osanna cantatoda questi spi- 
riti (come avvisò nel precedente canto y m. 39.) cantato fosse 
da loro insieme coi Serafini, '^fuochi pii appella i Serafini dal- 
r etimologia del nome; imperocché ^era/^À, come spiega Sui* 
da [a]y significa urens. Aggiunge farsi i medesimi cuculia ( ve- 
ste monacale per peste ampia') di sei ali, per la descrizione 
che de'medesimi Serafini Ùl il profeta Isaia [£] . Cocolla , e 
non cuculia j avvisa il Venturi , scrive la Crusca; ma se non 
era diversa la Crusca ai tempi del Venturi dalla odierna 9 scri- 
ve questa Tuno e T altro. 

79 a' mici disiiy di saper chi tu sei • 

80 81 Già non ec.z se, come tu entri in me e vedi i de- 
sideri mieiy entrass'io pure in te a scorgere i desiderj tuoi 9 
certamente non aspetterei che tu me li manifestassi 1 ma pre- 
ventivamente ad ogni tua dimanda gli renderei subitamente 
paghi . m^ Questi verbi , dice i'Anodmo 9 sono fabbricati di 
nuovo suono , tali che la grammatica non li trasse più nuovi 
di soa fucina. E. F. «-« 

Della ragione di formarsi Dante i verbi intuarsì , immiar* 
n } ed altri cotali, è detto abbastanza poco anzi al m. 73. del 
presente canto • 

Sa air 84 La maggior palle ec. Supponendo il Poeta che 
dal mare, che la terra iniUi inghirlanda , circonda, cioè dal- 
rOceano» diffondendosi le acque ad allagare le piii basse valli 
ultra terra 9 formati siensi i mari particolari; perciò 1 come dei 

[a] Ciuio dal Laureali ntWJmalihaa Onomastica alla yo€9 S^rmphim. 
M Cap. 6. 



22/i PARADISO 

Tra discordanti liti coatra '1 Sole 85 

Tanto sen va , che fa meridiano 

Là dove l'orizzonte pria far suole* 
Di quella valle fu' io littorano 88 

Tra Ebro, e Macra che, per cammin corto, 

Lo Genovese parte dal Toscano. 
Ad un occaso quasi e ad un orto g i 

Buggea siede , e la terra ond* io fui , 



mari particolari il maggiore è il Mediterraneo j lo dice essere 
La maggior palle in eoe Inacqua si spanda • JPuor di quel 
mar che ec.j cioè faor dell'Oceano. 

85 air 87 Tra discordanti litij tra le coste europee e<] 
aiFricane^ discordanti di reliffioué e di costumi . ■->• Qui nota 
rAnouimo: ce discordanti, che dall' una parte sono Cristiani, 
M dall'altra Maomettani; ovvero seguita Virgilio che dice:sem- 
» pre siano nimici li nostri lidi ( cioè quelli di Cartagine ) ai 
a» vostri ( cioò alli romani). a>4-« contra 7 Sole, contra il 
corso del Sole, da occidente inverso oriente 1 dallo Stretto 
di Gibilterra , dove il Mediterraneo incomincia , verso la Pale- 
stina, dov'esso Mediterraneo ha termine. — Tanto sen va, clw 
ec..* tanto si stende y che il cerchio 9 il qual serve di meridiano 
ad un capo 9 serve il medesimo di orizzonte ali* altro capo. Que- 
sta differenza stessa di longitudine tra la Palestina, e il termine 
occidentale della Spagna ( dov'è Gibilterra) suppone Dantt 
ancora InC xx, 124. e segg. , e Purg. xxvii. ne*[Hrimi ver&i . 
ed essere il Poeta nostro in cotale geografica supposizione , con- 
forme agi' insegnamenti della geograna de* tempi suoii vedil. 
notato correlativamente alla chiosa Purg. ii. 5. 

88 Di quella valle ( intendi ripiena d* acqua ) , cioè di quei 
mare> ^fu^ io littorano , nacqui , ed abitai sul lido. 

og al ga Tra Ebro 9 e Macra ec. Chiosato avendo antt^ 
riormente al Vellutello tutti gli Espositori che necirconscri>a 
cosi Dante Marsiglia 9 d*onde fu comunemente detto il qui par- 
lante Folco, si oppone loro il Vellutello9 dicendo che Geno- 
va , e non Marsiglia 9 vengaci qui circonscritta , ìmperocctic . 
quantunque fosse Folco comunemente appellato di Alarsiglio . 
egli nonoimeuo era nato in Genova; e non per altra cagione 



CANTO IX. 225 

fu di Marsiglia appellato , se non perchè la sua abitazione , 
ilopo la morte del padre , fu sempre a Marsiglia. E questo 
(aggiunge) mosse il Petrarca y nel quarto del Trionfo d'Àmo- 
rcy a dir di lui: 

Folchetto f ch*a Marsiglia il nome ha dato , 

Ed a Genova tolto , ec 
Volendo adunque il prelodato Spositore che pel littorale tra 
Etra e Macra s'intenda il solo littorale del Genovesato, chio- 
sa che sia Ebro pieciol fiume che mette in mare tra Mona^ 
co {castello oue ha principio la riwera di Genova da la par^ 
te di Ponente) e Nizza ^ città in Provenza. 

Qnest'Ebro però tra Monaco e Nizza è tanto picciolo , 
ch'io non Io trovo in nissuna descrizione d'Italia, né deirAl- 
berti y né del Magini, né del Glnerio; e temo della di lui esi- 
stenza. Ma siavi pure. 

Folco non è altrimenti nato in Genova, ma in Marsiglia. 
Folchetto di Marsiglia (scrive nelle Vite de' Poeti provenzali 
Nostradamus [a], e conferma Moreri [6]) fu figliuolo (Tun 
alfonso f ricco mercante di Genova j abitante in Marsiglia ,- 
e ben per cotale accidentario nascimento di Folco in Marsiglia 
potè il Petrarca dire di lui , che dasse il nome a Marsiglia , 
ed a Genova togliesselo. 

Di Marsiglia appdla Folco anche il Poeta nostro nella 
sua Folgare Eloquenza [c]j e, se non di Marsiglia, puossi 
ragionevolmente intendere quanto dice qui della patria di 
Folco. »-» Di costui si hanno piii minute e piii interessanti 
notizie dall'Anonimo citato dalla E. F. « Fu Folco (dic'egll) 
» di Marsiglia, figliuolo di un mercatante genovese, di nome 
» Anfiiso {Alfonso); altri dice ch'elli fu pure di Liogua- 
» doco; il quale morendo il lasciò molto ricco . Costui istu- 
» dio in ciò che appartiene a valore umano e fama mondana, 
» segui li nobili uomini, e, come appare, trovò in Proven- 
» zale cobley seruentesi, ed altri diri per rima. Fu molto ono- 
» rato dal Re Riccardo d* Inghilterra , e dal Conte Ramondo di 
» Tolosa, e da Barale di Marsiglia, nella cui Corte conver- 
» sa va. Fne bello del corpo, ornato parladore, cortese dona- 
» tore, ed in amore acceso, ma coperto e savio. Amò per 
» amore Adalagia , moglie di Barale suo Signore , e per rico- 
3t9 prirsi iacea segno di amare Laura di s. Giulia, e Belina di 

«/i^ Num. %u [b'ìpiction, Hist. art. Fouques ou Fouquet de Marseille, 
< \ Lib. 1, cap. 6, 

r»i. jif. là 



:tia PARADISO 

Che fé del sangue suo già caldo il porlo . 

» Pontevese , sirocchie di Barale ; ma pia si copriva verso Lau- 
» ra: di che Barale li diede congio. Ma, morta la moglie di 
33 Barale , doglia maravigliosa ne prese , e rendè sé con la 
33 saa moglie e due suoi figliuoli nell'Ordine di Cestello: poi 
a» fu fatto Abate di Toronello ; poi Vescovo di Marsilia , 
33 d' onde cacciò molti eretici . » Queste notiiie si meritano 
tanta maggior fede, in quanto che dalla nota aggiunta dal sig. 
De-Bomanis ai f^. q5 e 96. che seguono 1 appariscono in gran 
parte confirmate dai Francese Grangier, cementatore e tradut- 
tore di Dante • a» 4-« 

Marsiglia è a un di presso nel mezzo tra la Macra e il 
certamente esistente e a tutti noto Ebro, uno de' principali 
fiumi della Spagna» che si scarica nel Mediterraneo aldi sotto 
di Tortosa nella Catalogna . 

Alla distanza tra Tispano Ebro e la Macra, pici del tri- 

Klo maggiore di quella tra il supposto genovese Ebro e la 
[aera, rendesi più necessaria , per istabilire la patria di Fol-- 
co, raggiunta che fa il Poeta du una più precisa determina- 
zione di luogo col rapporto a Buggea [a] , oggi Bugia , città 
suir affricana costa , ed insieme diviékie la distanza tra Bugia 
e l'europea costa alla distanza tra Tispano Ebro e la Macra 
più proporzionale. 

Di Marsiglia finalmente e di Bugia più veracemente si 
afferma che situate sieno ad un occaso qucui e ad un orlo 
(cioè sotto quasi ad un meridiano medesimo) più che di Bu- 

Sia e dì Genova, non essendo Marsiglia differente in longitu- 
ine da Bugia più di un grado, ove Genova n'è differente 
più di quattro. »-^B qui TAnonimo e Pietro di Dante con- 
cordano col nostro P. Lombardi. «-«^er cammùi corto f cioè 
per dritto canale scorre di fiitto la Macia. 

93 Che fé* del sangue suo già caldo il porto • Quelli che 
intendono parlar qui Dante di Marsiglia , dicono sparso questo 
sangue nel porto di essa città nell'assedio ed espugnazione 
della medesima , che fece Bruto di commissione di Cesare [fr]. 
»♦ L'Anonimo e Pietro di Dante , citati dalla E. F., si accor- 
dano con questi . <-« Quegli altri poi che intendono Genova « 

[a] Buggea invece di Bugia scrive «oche Gio Villani , lih, 13. ca p. 10 1. 

[b] Caesaris Commenta de bello cii^ lib, 9. 



CANTO IX, 227 

Folco mi disM quella gente, a cui tj^ 

Fu noto il nome mio ^ e questo cielo 
Di me s' imprenta coni' io fé' di lui ; 

Che più non arse la figlia di Belo, 97 

Noiando ed a Sicbeo ed a Creusa, 



dicono accennarsi un'orribile strage de' Genovesi fatta da' Sa- 
raceni nel 986 [a] . 

94 Folco ini disse j mi chiamò, quella ec. Forse, peroc- 
ché da alcuni appellato fosse Folchetto ( come dal Petrarca 
ne' riferiti versi ), vuole qui Dante indicato il pretto di lui 
nome. 

96 96 questo deloj il ciel di Venere > ^^"Di me s^ imprcn- 
tay s*impronta^ s'imprime, della mia figura e della mia luce. 
Kicordisi il leggitore di ciò che Dante nel iv. di questa can- 
tica, verso 28. e 6egg»> ha insegnato, che quantunque in varj 
cieli apparissero i beati , tutti però hanno i loro scanni nel- 
r Empireo. — cotnio fé* di luij com'io in terra m'impressi 
delle amorose di lui influenze. Narrasi che vìvesse Folco in- 
namorato di certa donna, e che, poeta essendo, molte rime in 
di lei lode in idioma provenzale componesse; ma che final- 
mente, morta essendo quella donna, sì fec'egli monaco, e che 
in progresso di tempo lu Vescovo di Marsiglia , e finalmente 
.Arcivescovo di Tolosa [&J . — * Gi*angìer, cementatore e tia- 
duttore di Dante, non ismentisce queste notizie, anzi vi ag.- 
gìunge alcune particolaiità ; cioè che la sua Laura fosse una 
tale Adalagia , moglie bellissima e castissima di un tal Barale 
marsigliese; la quale essendo morta, Folco fu preso da tanta 
malinconia, che, abbenchè ammogliato fosse, abbandonò il 
mondo, ed insieme con due de' suoi figli e la moglie vesti 
l'abito de'Cisterciensi; che fu quindi Abate di Cornelio, odi 
Torinelloy come altri dicono, ed in fine Vescovo di Marsiglia, 
quale pietosamente morì ce [e]. E. B. 

97 ^' 99 Che pia non arseec. Costruzione/ CAè, infinchè 
si contenne al pelo y finché pel giovanile primo pelo, per la 

[a] GìttSlinìaDÌ , Istoria di Genova ^ nportala dal Vcllutello'. [b] Vedi 
il Mpraccitato Nostrsdamus. [e] Grangier , Paradis, pag. 193 e 193. 
111. Aa cav. Ailaud, Paradis. pag. 2; 1. 



riS PARADISO 

Di me, iniia che sì convenne al pelo; 
JVè quella Rodopea che delusa i oo 

Fu da Demofbonte, nò Alcide, 

Quando Jole nel cuore ebbe richiusa . 
]Nou però qui si pente, ma, si ride, loi 

Non della colpa eh' a mente non torna, 

giovanile eia , fu convenevole co^a ( Che *n giovenil falUre è 
hien ifer gogna [a] ), non arse più di me la fi^iu tà Belo y Di- 
clone , innamorata di Enea [&], — Noiandò , lioia, tristezza, re- 
cando, ed a Sicheo ed a Creusa^ ed all'ombra diSicheo, di 
cui Didone era vedova , ed a quella di Grensa, di cui era ve- 
dovo Enea. »-^ccPare (dice l'Anonimo) ch'egli voglia inten- 
*3 dere che Folco amò maritate, e vergini, e vedove, e gealili, 
P e popolesche. » Forse la cosa passò cosi, e forse soltanto al 
cangiar pelo venne tal vezzo cangiando • Ma potrebbe anche 
voler qui alludei'e unicamente ali amore di*ei portò ad Ada* 
lagia , a quell'amore che, morta lei, ìù costrinse ad abbando- 
nare il mondo ; e gli esempj eh' egli adduce in comparazione 
confortalo anzi che no siffatto intendimento . 4-m 

looal I02 quella Rodopea ^ quella Filli, abitante presso 
al monte Rodope nella Tracia [Éhodopeia Phyllis l'appella 
perciò anche Ovidio [e] ) — cAe delusa'^ Fu da Demofoonte , 
non essendo costui ritornato a Filli , come aveva promesso [^J, 
mancanza per cui la inqamorata femmina si die morte. — Al- 
cide j cioè Ercole, cosi denominato perchè alce in greco signi- 
fica gagliardìa; o veramente fu nominato Alcide da Alceo , 
avolo materno . Landiito. — Quando Iole nel cuore ec.^ quando 
fu innamorato di Iole, figlia d'Eurito Re d*Etolia, a segno di 
fare, per compiacerla, delle pazzie. 

I oJ I o4 a-^ ^on però qui si pente e però , per questo , cioè 
per aver pazziato d'amore, non si pente y non si soffre pena 
di rimorso. Biagioli. •«-« ch^a mente non torna , la quale per 
|a bevuta acqua di Lete rimane affatto in obblio [ej . 



[a] Petrarca pelU cannone 35. [b] Dei varj pareri inlorno all'i 
ramento di Didone descrittoci da Virgilio, vedi ciò ch'è not 
Y. 6i. [e] Episl. Heroid. a. [d] Vedi la preciU^ e "^ ' ^'^ 
[p-J Vcdj Pi^rg. xxvm. 127.6 segg. 



lODasno- 

nolato fnf. 

|)istola d'OyidÌQi 



\ 



CANTO IX. 2^9 

Ma del valore eh' ordinò e provvide « 
Qdì si rimira nell'arte ch'adorna loG 

Cotanto effetto , e discernesi '1 bene ^ 
Per che '1 mondo di su quel di giù toma . 

io5 del calore y intendi dell'eterno calore y cioè della eter" 
na potenxa e sapienza di Dio, cosi appellata anche nel i. di 
questa cantica 9 f/. ìoy.*^ch^ordmò eprotn^idey intendi che 
per la stella di Venere s'influisce negli umani cuori amore. 

I o6 al 1 o8 Qui si rimira y si contempla, -^ VartCy la divi- 
na sapienza» — cK adoma y che dispone.-^ Cotanto effetto 
( cioè efletto di cosi grande importanza per là conservazione 
deiruman genere) , cosi parmi doversi leggere con undici mss. 
veduti dagli Accademici della Grusca, e non Con tanto af- 
fetto y come lèggono tutte Tedizioni, fuorché la Nidabeatìna 
che I^lge Cotanto effetto . — * Anche il canonico Dionisi 
legge cosi. E. R. — e discernesi 7 beney il buon fine. — Pe/- 
chè V mondo di su quel di giù toma; cosi io leggo colla 
INidob., e spiego: perchè y pel qual bene, il mondo di suy il 
cielo, toma (da tomiarci sincopato dell'i, a modo del corri- 
spondente latino tornare per fabbricare y formare ) quel di 
giàj il mondo terrestre. »-► Questa sposizione combina con 
quella di Frate Stefano , riportata dal Torelli nel suo ms., leg- 
gendosi in essa: PercK'el , ìdest propter quod bonumy e dan- 
dosi al verbo torna il medesimo significato che gli attribuisce 
il Lombardi •<-• Leggendo tutte T edizioni diverse dalla INi- 
dob., Perchè td mondo ec, vedi, se vuoi, lettore, per te 
stesso, ch'io non me la sento di trascrivere, le varie intei*pre- 
taziòni e baruffe che insorgono tra gì* Interpreti. •-►Il ms* 
Stuardiano legge come la Nidob., il sig. Biagioli segue il te- 
sto di Crusca, ma ripone effetto in luogo di affetto y e spiega: 
« si rimira nelTartCy che adoma (ordina e abbella il mondo) 
» con tanto effetto ( quanto è l' effetto di si possente e mira- 
» bile influsso) , e discernesi il bene , perchè ( per la quale ) 
» il mondo di già torna sé (si volge) in modo simigliante 
a> al mondo di su. Perocché tutte le cose di quaggiit ricevono 
» informazione dal mondo di lassù, e dice il Poeta nel Cbn- 
» w/o .* discendere la virtii di una cosa in altra non è altro che 
» ridurre quella in sua similitudine . i> L'anonimo deve aver 
letto il ^- io8. come la Nidobeatina, sponendo: ^cvc&è discer* 



23o PARADISO 

Ma perchè le me voglie tutte piene 1 09 

Ten porti , che son nate in questa spera , 
Procedere ancor oltre mi conviene . 

m'amo il bene per lo quale il mondo di sopra torna ^ gira e 
goi^crna il mondo di sotto . La nostra lezione si giudicò vera 
ed originale anche dal Tomaselli , come annota il Perazzini : 
re losephThomasellius (dice egli) Editionis vcronensìs lectio- 
» nem resti tuendam censet, quae habet: Perchè V Mondo di 
M su quel di giù torna. Muados enim superior ipse est , qoì 
» mundam inferìorem ducit, regit, expolit et exomat [a]. »<-« 
* Il codice Gasa, legge anch'esso con la Nidobeatina il mondo, 
ed il suo Postili, chiosa bravamente: facit conferii amorem 
mundanum adcoelestia, et sic ad mundum superiorem^ ut 
hic dicit. E. R. •-♦ Sposizione preferita anche dalla E. 6. «-« 

«-— * Il P. ab. di Costanzo poi non conviene col P. Lombai^ 
di suir etimologia della parola torna (da torniare, sincopato 
dellV), e vorrebbe piuttosto dedurla dal vocabolo francese 
tournevj volure. L'opinione del P. ab. ci sembra, per venta, 
preferibile , perchè concorda perfettamente col bellissimo con- 
inerti del detto Postillatore. Anche il Postili. Caet. per non 
molto dissimil via sembra che si approssimi a questa conghiet- 
tura, dicendo: Quia mundus inferior et corruptibilis redit 
in superiorem, et fit conformis sibiper consen^ationem et 
perpetuationem. E. R. ■-♦ tornare qui detto per volgere 1 spo- 
nesi anche nella E. F., giacché, preso qui toma nel signifi- 
cato ordinario 9 vi sarebbe ripetizione di rima, e non se ne 
trarrebbe buon senso. Il Rosa Morando al verbo tornare vuol 
qui attribuito o il senso di ridurre ( come spone anche Lodo- 
vico Salvi )y di polire e tornire^ veramente quello di can- 
giare; nel qual significato fu omesso» dic*egli| nella Crusca, 
benché V usasse il Poeta in quel verso.* O Jlomagnuoli ter* 
nati in bastardi! Noi preferiamo la sposizione del P. ab. 
di Costanzo 9 seguita da tutti gli Spositorì ve&uti dopo di 

lui •4-« 

109 no Ma perchè ec. Costruzione: Ma perchè y acci oc* 
che, ten porti y sieno in te, piene ^ soddisfatte, tutte le tue 1*0- 
glie , le tue brame , che son nate in questa spera , che den- 
tro di questa stella sonosi in te eccitate . 

[a] CorrecL et Adnot, in Dantis Comoed, Veronae 1775, pag« 7S. 



CANTO IX. ali 

Tu vuoi saper chi è 'n questa lumiera, 1 12 

Che qui appresso me così scintilla , 
Come raggio di Sole iu acqua mera • 

Or sappi che là entro si tranquilla 1 1 3 

Raaby ed a nostr' ordine congiunta 
Di lei nel sommo grado si sigilla • 

Da questo cielo ^ in cui l'ombra s'appunta i 18 

I la al I ì5 chi ò *n questa lumiera ^ qual anima è dentro 
di questo lume , di questo splendore • — mera y pura, limpida. 
— si tranquilla , ottiene perpetua tranquìllitade e pace . 

1 16 117 Baaby meretrice di Gerico , la quale > per aver sal- 
vate io sua casa alcune spie di Giosuè, Capitano del popolo 
eletto, fu da lui preservata ed accolta nel sacco di quella cit- 
tà ; ond' essa poi passò al culto del vero Dio d' Israele • Volpi [a ] . 
Raab ( riflette molto bene il Venturi ) vien lodata da s. Paolo , 
/feòr. 1 1., e perciò forse il Poeta la colloca in si alto grado 
di gloria. — a nosir" ordine ec> : V ordine y il coro nostro j a 
cui ella è congiunta , di lei si sigilla ^ s'impronta e si fregia 
dello splendore di lei, nel sommo grado , nel suo piii eminen- 
te luogo. Gli Accademici della Crusca hanno levato di leiy che 
leggono tutte l'edizioni antiche, e il maggior numero ancora 
de'mss. da loro confrontati, e sostituito di luiy non badando 
essi che, come poco ansi disse Folco imprentarsi il cielo di 
luij cosi può lo stesso dir qui sigillarsi V ordine suo di leiy 
di Raab. — * Il cod. Glenbervie legge di lui. E. JR. •-♦ Il sig. 
Biagioli segue qui la lezione di lei del Lombardi , giustifican- 
dola coUa seguente chiosa: a La Crusca legge di lui; Lombar- 
» di ha scorto quella svista, ha riposto la vera lezione > e lo 
» seguito volentieri, non si potendo dall'altra forma legittimo 
» sentimcntocavare. Non lascerò d'avvertire che il cod.Stuar- 
» diano le^e il v. 1 16., Aaa6, che ec. , e che il ms. attribuito 
» al Boccaccio porta anche di lei. » ^hi 

1 18 al lao Da questo cielo ^ ec. Costruzione: Da questo 

[a] Quantunque alcuni 8»crÌ Interpreti delle divine Scritture preten- 
dano che fosse Raab ostessa o locandiera, piuttosto clie meretrice , 
sDoho però plausibile è la sentenza degli ahri, ai quali si unisce il 
Poeta nostro . Vedi , tra gli altri » Tirino , Josue a* 



ti32 PARADISO 

Che 1 vostro mondo face, pria ch'altr alma 
Del trìoofo di Cristo fu assunta. 

Ben si convenne lei lasciar per palma ni 

In alcun cielo dell'alta vittoria 
Che s'acquistò con T una e Taltra palma, 

Perch^ella favorò la prima gloria 124 

Di Josuè in su la terra santa 
Che poco tocca al Papa la memoria. 

cielo i in cui s'appunta^ termina, V ombra che face il vostro 
mondo 9 il terl^sti'e globo y ostro , fuj Raab, assunta j ricevu- 
ta, pria ch^altr^alma'^Del trionfo di Cristo y prima d'al- 
tr' anima per Gesù Cristo salvata. -^ trionfo di Cristo appella 
le anime per lui salve anche Farad, xxiit. 19. e segg. Doven- 
do per cagione della maggior grandezza del Sole aver l'ombra 
della terra figura di cono , stabilisce Tolommeo nelF Almage- 
sto [a], e con esso anche il Poeta nostro, che la punta di co- 
tale ombroso cono cada nel ciel di Venere. 

121 al I a3 Ben si contienile ec.^ ben conveniente cosa fa 
che, volendosi da Cristo > salendo al cielo trionfante, lasciare 
in alcun cielo ^ al di sotto dell'Empireo , qualche anima di 
quelle che seco air Empireo conduceva, per palma j persegno, 
dell* alta y grande, i^ittoria «- Che s* acquistò con Cuna e Fai- 
tra palma ^ con ambe le mani, intendi, conficcate in croce 
( a fine, cioè, che, passando in seguito altre anime all'Empi* 
reo , incominciassero ne' cieli inferiori a scorgervi alcun segno 
della vittoria medesima), vi lasciasse /6<, Raab, piuttosto che 
altr'anima . m^ Vuole il Torelli che al v. i a3. si legga : Ch^é 
s^ acquistò , riferendosi a Cristo . — Forse Dante scrisse Ch^ e 
s^ acquistò , cangiata poi dai copisti nella lezion comune per 
mancanza d* ortografia . 4-« 

1 a4 1 3^ fai^orò , da favorare , "che f&c favorire adoprarono 

Imre altri ottimi scrittori [£]« — laprima gloria -> Di Josuè, 
a prima gloriosa impresa di Giosuè nella Terra promessa, che 
fu l'espugnazione di Gerico . 

1 26 i^ Che poco ec.j che poco tocca la memoria al Papa, 
ossìa del Papa . Torelli . 4hi Che poco tocca al Papa la me' 

[a] Cosi il Yellatello. {h\ Vedi ;1 Vocabolario della Crusca. 



CANTO IX. a33 

La ma città, che di colui è pianta 127 

Che pria volse le spalle al suo Fattore ^ 
E di cui è la 'n vidia tanto pianta , 

Produce e spande il maladetto fiore 1 3o 

Ch'ha disviate le pecore e gli agni^ 
Perocché fatto ha lupo del pastore . 

Per questo l'Evangelio e i Dottor magni i33 

moria , della quale poco il Papa si ricorda 9 che sta vitupero' 
sameote in mano de'Saraceni . A questo proposito ( avverte il 
Damello) sgridò anche il Petrarca: 
ItCy superbi e miseri Cristiani j 

Cannonando V un V altro j e non vi caglia 
Che *l sepolcro di Cristo è in man da' cani [aj . 
127 al i3o di colui è pianta y è stata piantata , fondata , da 
colai, "— Che pria volse le spalle al suo Fattore j che prima 
di tnui y che il primo » apostatò dal Creatore (accenna Sata- 
nasso)) -— i? di cui è la ^nvidia tanto pianta , perciocché per 
invidia di Satanasso è intrato il peccato nel mondo 9 e pel pec- 
cato la morte , con tutta l'altra comitiva di mali . — * Il cod. 
CaeL in luogo di t€aito pianta legge tutta quanta. ^.ìi. — Ad 
accennare la malvagità de'Fiorentini fa il Poeta che ricordisi 
qui nuovamente per Folco, ciò che per altri fece già ricoi^ 
darsi [i]. fondata Firenze sotto gli auspicj di Marte, pel qua- 
le, giusta il detto del salmo 96. ^ Dii gentiutn daemonia^ in- 
tenda Satanasso.*— Pro</iice , invece di conia, corrisponden* 
temente a fiore , che appella il fiorentino gigliato, pel fiore di 
gìglio che vi è improntato. *- maladetto , pe' tristi effetti che 
cagiona in discapito della giustizia . 

i3i i32 CVha disfate ec.^ jpevchè l'avara cupidigia d'ac- 
comolar quei fiorini, sempre insaziabile, ha fatti prevaricare 
non solo i laici , ma eziandio gli ecclesiastici , dappoiché ha 
^to divenire il sommo Pastore rapace lupo. Vbhtvbi. — Era 
ia tempo di questo poetico viaggio Papa Bonifazio Vili , già 
di simonia tacciato. Inf. xiz* 53. Vedi però quella nota. 

i33 r Evangelio j parte dellt* divine Scritture pel tutto. -* 
Dottor magni j i santi Padri. 

« 

[a] Trienfo dàlia Fama^ cap. 3. [h\ Inf. zni. i43. e scgg. 



234 PARADISO 

SoQ derelitti , e solo ai Decretali 

Si stadia sì , cbe pare a' lor vivagni . 
A questo intende 'l Papa e i Cardinali : 1 36 

Non vanno i lor pensieri a Nazzarelte, 

Là dove Gabbriello aperse Tali. 
Ma Vaticano e l'altre parti elette i39 

Di Roma , che son state cimitero 

Alla milizia che Pietro segaette, 

i34 i35 Son derelitti 9 perchè di nissan lacro • — solo ai 
Decretali', libri conteneuti le ecclesiastiche leggi, nelle quii 
Boaifazio VIIL era maestro, a segno di aggiunger ^U ai cin- 
que libri , in che tutte si contenevano , il sesto libro , — sl^ che 
pare nClor vivagìds talmente che cotale studio apparisce dai 
vivagni , dai nuumni di essi libri, ricoperti d'ontume dal so- 
vente applicarvi le dita. «-^«Sunt quos decretalistas vocsnt 
» suis decretalibus tota intentione innixos , de illarum pracTs- 
>» lentia speiantes . » (Dante De Monarchia) . Gregorio IX. fece 
compilare i primi cinque libri delle Decretali da Raimondo <£ 
Pennafort nel ia34; Bonifazio Vili, ve ne aggiunse nn sesto 
libro. — Le Decretali indussero nuovo sistema di disciplina, 
unite alla ignoranza e miseria de' tempi • Lami. E. F.4-«*I1 sig. 
Portirelli , uopo aver recato questa interpretazione del P. Lom* 
bardi, riporta il comento della Nidob., che dice: F'iyagno è 
l* esiremo orello del panno, e cognoscesi a quelli molto la 
fina drappatura^ sì che altro non vuol dire , che guadagna- 
no tanto f €he vanno vestiti dappiù fini panni ^ li quali vesti* 
menti sono diversi da quelli degli Apostoli. Il discreto let- 
tore saprà non lasciarsi appannar gli occhi dalla nebbia del 
secolo XIV. nello scorrere questa chiosa. R R. 

187 i38 Non vanno i lor pensieri a JYazzareUCy non si 
fanno premura veruna di riacquistar Nazaret, luogo della Ter- 
ra Santa , per tutta essa . — dove vale verso dove . — Gah* 
briello, l'Arcangelo. — aperse Ptdi, volò, intendi, adan- 
tiunziare'a Maria V'ergine C incarnazione elei divin f^eròo' 
m^ aperse Vali^ drizzò il volo , intese anche il Torelli. <-• 

i39]al t^i^ Praticano 9 uno de' sette colli di Roma , ào^t 
l'insigne basilica e sepolcro di s. Pietro. — elette, per le pia 
sante, --Alla milizia che Pietro seguettCj ai moltissimi sani 



CANTO IX. x35 

Tosto libere fica dalF adultero . 

clic , ad imitazione di s. Pietro , banuo per la Fede di Gesii 
Cristo dala la vita . •-► E la E. B.: ce Ai Pastori che seguitaro- 
» DOS. Pietro, dando al mondo esempj di nmiltk, di povertà 
» e di carità p cosa si rara ai tempi che vennero dopo. » 4-a 

i4a Tosto libere fien daW adultero . — adultero (sincope 
io grazia della rima, fev adulterio) appella l'attacco de' Pre* 
lati ecclesiastici alle ricchezze temporali, come a cose non del 
loro evado apostolico . Il Landino è di opinione che per qàe^ 
sta liberazione predicasi la morte di Bonifazio Vili., che segni 
nel 1 3o3. Il Vellutello intende Tagginstamento dellecose d'Itan 
lia, che aspettava Dante per Arrigo Imperatore; il Venturi 
attribuisce al Vellutello ropinione del Landino » e fa sua 
quella del Vellutello. Secondo me però» poco vale V una , e 
meno Tal tra ; perchè, quando Dante scriveva queste cose, Ar- 
rigo era già morto [a] ; e Bonifazio non fu certo T ultimo Papa 
che a Dante spiacesse [6] ; né tampoco finivano con esso lui i 
Cardinali, de* quali pure disse che non andavano i pensieri a 
Nazzarette . Meglio adunque parrebbe a me che s'intendesse 
l'evacuazione che di Roma fecero il Papa e i Cardinali nella 
traslazione della Sede pontificia in Avignone per Clemente V. 
soli cinque anni dopo questo poetico viaggio, e molti anni 
prima che compiesse Dante la presente Opera. •-♦La lezione 
adultero si giudica dal sig. prof. Parenti uno storpiamento 
de' copisti , giacché trova egli negli ottimi testi nel verso cor- 
rispondente cimiterio^e quindi in questo , senz' altra sincope , 
atùdierio; con che (dic'egli) sarebbe tolta l'occasione all'equi- 
voco , per cui da qualche Spositore , come dal Landino e dal 
Biagioli , si prende adultero cangiato per la diastole in adulte^ 

[a] Mori Arrigo, come tatti gì* Istorici riferiscono, del i3i3; e noi in 
qa«slo medesiiDO caoto ahbiam osservato che Dante scrisse tai cose 
cerlamenle dopo il i3i4. Vedi le note ai versi 4^* ^ '^S*» ^ ^^« [^1 Ve- 
di ciò che dice di Clemente V. nello stesso canto, dove parla di Boni- 
fazio Vili Inf. XII. 8s. e segg. [e] Jnnoiaùoni al gran Diz.di Bologna 
fase 11. ftc. IO a. 



CANTO X. 



» * 



ARGOMENTO 

Tratta dell'ordine che pose Dio in crear le cose del- 
r universo* Sale poi al quarto cielo , che è quello 
del Sole, dove trova san Tommaso d'Aquino* 

Vxuardando nel suo Figlio eoa l'Amore, \ 
Che l'uno e l'altro eternalraente spira, 
Lo primo ed ineffabile Valore, 

Quanto per mente o per occhio si gira , 4 

Con tanto ordine fé', ch'esser non puote 
Senza gustar di lui chi ciò rimira . 

I al 6 Guardando ec. Parla in questi due primi terzetti il 
Poeta della creazione del mondo > coerentemente a due note 
verità , a quella cioè teologica y che opera ad extra sunt te 
tius Trinitatis j ed a queiraltra evangelica, che per mezzo 
del divin Verbo omnia facta sunt [a] • Per rapporto alla pri- 
ma y fa che tutte e tre le divine Persone alla creazione concor- 
rano. Per rapporto alla seconda, fa che i\ primo Calore >, cioè 
la potenza del divin Padre» e \ Amore dello Spirito santo (che 
il padre e il Figlinolo insieme spirami ^ producono) risguar- 
dino^ cioè, quasi norma di operare prendano dalla sapienza 
del divin Verbo [A], E adunque la costruzione: Lo primo ed 
ineffabile F'alore^ guardando nel suo Figlio con P Amore che 
Puno e r altro etemalmente spira. — Quanto per mente o 
per occhio si gira vale: tutto ciò che di creato si vede o 

[a] Ioan. i. [b] La polenta al Padre, la sapienza al Figlio, e V amore 
allo Spirito santo attribuisce Dante anche In f. in. 5. e 6. Vedi qM^li^ 
nota • 



CANTO X. a37 

Leva dunque, Lettore, all'alte ruote 7 

Meco la vista dritto a quella parte, 
Dove r un moto all' altro si percuote ; 

E li comincia a vagheggiar nell' arte i o 

Di quel Maestro, che dentro a sé T ama 

s^ intende . — cV esser non puote - Senza gustar ^ che »oa 
poò non gustare, — di lui, del detto tanto ordine. — - * Il 
codice Gaet. l^ge nel v. a. Cuno alP altro invece di Cune e 
t olirò ; nel p, 4« P<>i invece di o per occhio si gira^ il Gaet., 
il Gtenòeruie ( m^ Matteo Konto e PAnonimo , come attesta la 
E. F.4-«) leggono o per loco ec.y ed il Postili, di quest'ul- 
timo chiosa : idest spiritualem et corporalem creaturam. Nel 
i^. 6. inoltre il Gaet. legge chi ben rimira , in luogo di c?ù ciò 
rimira. E R* 

7 al p Let^a dunque , Lettore , ec. Innalzandosi Dante con 
Beatrice yerso il Sole, che, come altrove piii volte è detto,, 
era allora in Ariete , ed ai capi d'Ariete e di Libra essendo i 
pnnti dove il Zodiaco s'incrocicchia coli HEquatore, invita per* 
ciò noi leggitori a levar seco gli occhi al capo dell'Ariete; e, 
siccome muovonsi le stelle fisse in circoli paralelli all'Equa* 
tore^ ed il Sole e i pianeti in circoli paralelli al Zodiaco, per- 
ciò dice che in quella parte di cielo Pun moto aW altro si 
percuote, il moto cioè delle stelle fisse s'incrocicchia , ed iu 
certo modo urta con quello del Sole e de' pianeti. — -^ /'ure 
moto e l* altro j leggono invece i codd. Gaet. e Glenhenne: 
combina con essi il can. Dionisi . E. R. 

IO al 12 9^ E ti comincia ec. ce Gomincia con dilettazione 
» (spiega l'Anonimo) a gustare nell'arte il corso della natura 
»di Dio, il quale l'ama tanto , che sempre tiene sopra essa 
» r occhio fisso ; altrimenti perirebbero i cieli, istrumenti del 
» divino Fabro , e la materia di tutto T universo . » Dante stesso 
oel libro De Monarchia^ « Natura est in mente primi Moto- 
» risy qui Deus est: inGaelo, tamquam in organo, quo me* 
» diaate shnilitudo bonitatis actemae in fluitantem msterlam 
» explicatur .... Gaelum est organum Artis diviiiae, quam 
» Natnram communiter appellant. » E. F. 4-« iHigheggiari 
rimirar con diletto [a], — nclTarte - Di quel Maestro t neU 

[a] Vedi il Vocabolario ciclU Cruscai 



i38 PARADISO 

Tanto, che mai da lei Y occhio noo parte. 
Vedi come da indi si dirama 1 3 

L'obbliquo cerchio che i pianeti porta. 

Per soddisfare al mondo che gli chiama; 
E se la strada lor non fosse torta , 1 6 

Molta virtù nel Ciel sarebbe invano, 

l'artificio di Dio , — che dentro a sé ec.j che nella «na idea e 
dentro la mente divina cotanto Tama » che non mai da lei parte 
l'occhio I sempre rimirandola con compiacenza . Vemtubi. 

li da indif dal cerchio , intendi, deirEqnatore, — si di* 
rama, si diparte. 

i4 Vobbiiquo cerchio che ec. appella il Zodiaco , in cui 
si muovono il Sole e i pianeti; perciocché il piano del diluì 
giro taglia obbliquamente (ad angolo di gradi a3, min* 3o. ) 
il piano dell'Equatore. — obbUco invece di obbliquo leggono 
r edizioni tutte ( quanto veggo ), fuor della Nidobeatiua.Noa 
si menzionando però affatto coul maniera di scrìvere nel Vo- 
cabolario della Crusca , segno è che non ha esempj , ed è per- 
ciò meglio che si abbandoni. 

1 5 che gli chiama , che se gli richiede per partecipare delle 

loro influenze. 

i6 la strada lor, il giro del Sole e de* pianeti. — torta ^ 

obbliqua, com'è detto. 

1 7 Molta virtù nel Ciel sarebbe invano , sarebbe super- 
flua. Per la descrìtta obbliquità del girare del Sole e de' pia- 
neti vengono essi ad avvicinarsi or ad una, or ad no' altra 
parte della terra, ed in tal guisa a ritrovar sempre nuovi camp 
dove spargere la loro virtù ^ la loro influenza, la quale, tolu 
questa obbliquità , verrebbe sovrabbondantemente al bisogno 
a spargersi tntta sopra di una sola parte della terra, e mou^ 
perciò sarebbe invano. »-^cc Lo cielo cristallino (dice Yhu\A 
» stesso nel Convivio ^ e come annotasi nella E. F. )f o primo 
» mobile, ordina col suo movimento la cotidiaaa rivoluzione 
» dì tutti gli altri; per la quale ognind) tutti quelli ricevono 
» quaggiii la virtìidi tutte le loro parti. Che se la rivoluzione 
M di questo non ordinasse ciò > poco di loro virtù qna^giii ver* 
» rebbe, o di loro vista. Onde ponemo che possibile rosse q»e- 
» sto nono cielo non movere; la terza parte del cielo sarebuc 



CAiMTO X. 23g 

E quasi ogni potenzia quaggiù morta • 
E se dal dritto più o meo lontano 1 9 

Fosse '1 partire , assai sarebbe manco 
£ giù e su deir ordine mondano. 
Or ti riman, Lettor ^ sovra '1 tuo banco^ 22 
Dietro pensando a ciò che si preliba , 
S'esser vuoi lieto assai prima che stanco. 
Messo t' ho innanzi : ornai per te ti ciba j 2 5 

» ancora non Tedata in ciascun luogo della terra; e Saturno 
» sarebbe quattordici anni e mezzo a ciascun luogo della terra 
M celato; e Giove sei anni quasi si celerebbe; e IMbrte un anno 

a quasi ; e il Sole cento ottantadue di e quattordici oie e 

n Venere e Mercurio quasi come il Sole si celerebbero e mo« 
M strereU>ero; e la Luna per tempo di quattordici di e mezzo 
M sardbbe ascosa a ogni gente. Di Tero non sarebbe quif^giii 
tf g[enerazione , nò vita d' animale e di piante ; notte non sareb- 
n hcy né dì 9 né settimana, nò mese, nò anno; ma tutto V uni- 
» Terso sarebbe disordinato, e il movimento degli altri ( cieli) 
a» sarebbe indamo. »4-a 

i%E quasi ogni potenzia ec.s e, siccome rimarrebbe la terra 
quasi tutta priva dei celesti influssi, cosi nella medesima tena 
quasi ogni potenzia^ ogni causale forza, rimarrebbe estinta. 

ig aJ 91 E se dal driuo ec.t e se il piano dell'orbita del 
Sole e dei pianeti facesse col piano dell'orbita delle stelle fisse 
un angolo maggiore o minore di quello che £ei , assai dell' or- 
dine mondano perderebbesi e su ne*cieli, e già in terra. 

sa a3 ti riman, LeUor^ sovra 7 tuo banco ^ ec* Suppone 
Dante che il leggitore del suo poema se ne stia seduto , e lo 
esorta cbe in quello stato , comodo per poter meditare, se ne 
resti, pensando dietro ^ consecutivamente, a ciò che si preti' 
ba , a quello di cui non òdato che un assaggio. *— * L' espres- 
sione s<pvra 7 tuo banco dal Postillatore Cass* ò spiegata me- 
taforicamente: idest super terminis tuis humanis non capaci' 
bus taiiapenitus intimandai E. fi. 

24 Stesser uuoi lieto ec« Promette che meditaziooe tale , 
prima die apporti stanchezza, apporterà grande e lungo piacere. 

s5 Messo fho innanzi ec.: ti ho apprestato di che cibarli 
la mente; cibati ornai di per te stesso. 



a4o PARADISO 

Che a sé ritorce tutta la mia cura 
Quella materia ond'io son fatto scriba. 

Lo Ministro maggior della natura, 2H 

Che del valor del Cielo il mondo impreota, 
E col suo lume il tempo ne misura , 

Con quella parte, che su si rammenta, 3i 

Congiunto si girava per le spire, 
In che più tosto ognora s' appresenta ; 

a6 ritorce y richiama, intendi, dalla digressione fatta. 

ay Quella materia omTiot di coi io, son fatto scriba^ho 
impreso a scrìvere. ^^ scriba per scrittore è voce presa dal 
latino r^] . 

a8 £0 Ministro maggior Mia naturai così appella il Sole 
perocché ira le cause seconde j delle quali la naturi^ y ossia Dio, 
si vale neir amministrazione del mondo 9 è lapin operosa. b-kiU 
a> Sole (dice ilPoeta stesso nel Con^i/o), discendendo lo n^'o 
9> suo quaggiù , reduce le cose a suasimilitudine di lame, quan* 
a> lo esse per loro disposizione possono dalla virtii lume rice- 
» vere. » Le 'stesso Dante nella canzone , Poxeia che amorec.^ 
disse del Sole: Con li bei raggi infonde ^f^ita e virtù ijuag- 
giuso" Nella materia ^ si com* è disposta; e in on altra can- 
zone» che gli viene attribuita, chiama il Sole stesso La bella 
stella che il tempo misura . E. F. 4hi 

20 Che del i^alor del Cielo ec* che la virtù, eh* esso à\ 
Cielo riceve, ùnprenta^ impronta, imprime , ne' mondani co^ 
pi a lui sottoposti . 

3 1 al 33 Con quellaparte , ei;:j congiunto oon quella parte . 
intendi, di cielo, che di sopra è stata rammentata , cioè con 
Ariete [A] . — si girava per le spire , - In che ec. Il aisicn» 
della terra immobile, eh' è quello del Poeta nostro » poruseco 
di necessita che muovasi il Sole da un tropico all'altro per ^ia 
di spire ( per via cioè che giri come le scale fatte a cfaioccioU)* 
e che le spire per cui viene dal tropico diGiprìcomoaqaello 
di Cancro . sieno diverse, e s* incrocicchino con quelle perle 

[a] Vedi il Thesaur. ling, lai, di Roberto Stefano, art. Scriba, [h] Io£ 
(!. I, V. 38. e seg.» ed altrove. 



CANTO X. a4i 

Ed io era con lui; ma del salire 34 

quali dal tropico di Cancro riedc a quello di Capricorno . Or 
siccome, dal tropico di Capricorno venendo il Sole a quel di 
Cancro, nasce a noi ogni giorno piii presto, perciò Dante, in- 
vece di dire che dal tropico di Capricorno veniva allora il 
Sole inverso quello di Cancro, dice che si girai^a per le spi* 
re, - In che ( nelle quali )pìà tosto ogni ora s^ appreseti la, 
E qui o pel soggetto che s^ appresenta vuole intendersi il detto 
Ministro maggior della natura , il Sole , e per ogni ora bi- 
soeruerà capire lo stesso che sempre j o (che mi par meglio) 
pel soggetto che s* appresenta intendesi ogni ora; e vorrà il 
Poeta dir che, siccome, per quelle spire aggirandosi il Sole, 
ogni di più presto airitalia nostra, dov'egli scriveva, si pre- 
senta, così più presto eziandio presentinsi le ore che dal na- 
scer del Sole si contano, l'un*ora di Sole, le due, le tre ec. 
•-^Qaest* ultima sposizione trovasi anche nelTAnonimo citato 
dalla E. F. ; ma il sig. Biagioli la giudica assurda , perocché si 
viene cosi a paragonare, dic^egli, uh* idea positii^a con una 
negatix^a. — « La parafrasi più chiara e propria di questo 
» passo ( a nostra inchiesta ci scrive il eh. sig. prof. Parenti ) 
» mi parrebbe la seguènte: Il Sole continuala ad aggirarsi 
» nel segno di Ariete , situato in mezzo a quello spazio ce* 
» leste , doi^e il Sole medesimo ad ogni grado della sua ri* 
» isolazione anticipa la comparsa nel nostro orizzonte. Così 
» ognora è propriamente avverbio, che viene a significare 
» ogni volta, o, come spiega il Vellutello, sempre più. Mi 
» sembra die questo Spositore abbia inteso benissimo il pre- 
» sente passo. Ma, per togliere l'equivoco, non bisogna sta m- 
«» pare ognora, ma congiuntamente ognora y come legge il 
n ms. Estense; per la qual maniera si affaccia tosto il signi- 
» licato più generico delTavvcrbio. » — E noi ben di buon 
gi-ado abbiamo accettata questa lezione, giovando essa a to- 
gliere ogni ambiguità, e confortandosi coìi'autorità di un fa- 
moso codice, che solo vale per mille [«]. <-« 

34 al 36 era con lui, era nel Sole, — del salire ^ intendi, 



\à] Abbiamo anche altrove acceanato che questo ms. Estense è assai 
lodato <lal Muratori y e che è 1' ariico lesto di Dante onorato di men* 
iiooe d^il Montfaucon» il quale nel suo Diario Italico lo dice Cotlex 
auctori pene aequalis, egregie descripius . 

roi. in. iG 



a43 PARADISO 

Non ni' accors' io , se non com* uom s'accorge, 
Anzi '1 primo pensier, del suo venire: 
L Beatrice quella cbe si scorge 3^ 

Di bene in meglio sì subiiamente 

che in esso aveì^a io fatto. — I^on m^ accors" io j se non ce. 
È questo come a dii*e: non m* accors^ io niente affatto; im- 
perocché , essendo T accorgimento un pensiere, è impossibile 
che avanti il primo pensiere vi sia accorgimento della di lui 
venuta. •-»•£ la dice il Venturi espressione assai ingegnosa, 
per significare che la velocità» colla quale fu rapito alla spera 
del Sole 9 fu impercettibile , e da non potersene avvedere,4-a 
È il Poeta d* intendimento che sì esso che Beatrice movessersi 
di moto istantaneo 9 proprietà che alcuni teologi ai corpi dei 
beati attribuiscono [a]. Come a questo passo s'impiccino gli 
altri Spositori, vedilo per te stesso, lettore, se vuoi. 

37 al 39 È Beatrice quella che ec. Cosi trovo nel ms. 607 
della biblioteca Corsini , e cosi dee aver Dante scrìtto, a ren- 
der ragione del riferito istantaneo fatto passaggio a quel nuovo 
cielo; e deesi intendere come se scritto (ossei Non rechi ma-' 
ra%figlia cotale istantaneo passaggio ^ che la è Beatrice quella 
che sì scorge j che cosi guida , di bene in meglio ^ di alto io 
più alto cielo, e così subitamente ^ che Vatto suo per tempo 
non si sporge , che il muover suo non si estende nel tempo^ 
ma istantaneamente si fa. 

m^ Di bene in meglio; imperocché quanto più si rag- 
guarda la santa Scritlara, tanto più si vede la sua altezza e la 
sua bontà. — si subitamente; questo dice , imperocché lo in- 
tendimento della bontà e dell' altezza della santa Scrittui-a è 
dono dello Spirito santo , e però è inspirato subitamente, e 
senza mezzo, e senza distanzia di tempo. Chiosa del fiuti, 
tolta dalla E. F. 4hi Malamente altri testi manoscritti e stam- 
pati, chi invece d'-E scrivono Et [A], e chi O od Oh [e]- 
Con questa intelligenza io stacco il presente dal seguente ter- 

fa] Vedi, tra gli altri, s. Tommaso, Addii, ad part. 3. summae q. 84- 
\b] Così r edizione aldina , ed Hltre a queliti posteriori. [c( Cosi pa- 
recchi ras. ed Mlcuoe edizioni anteriori all'aldina ( tra le quali aucbe U 
nidobewtioa y, e di |ioi quella degli Accademici della Cruaca. ed io se- 
guilo tutte le moderne ediuoni. 



CANTO X. !i43 

Che Tatto suo per lemfK) nou si sporge. 



setto con un paato fermo in fondo adesso , in laogo di quella 
vìrgola che vi segnano Talti'e edizioni, m^ Questa lezione del 
nostro P« Lombardi è dal sìg. Biagioli con motti acri e da tri- 
Wo criticata e derìsa ; consigliando poi chi non sente un tanto 
disordine a lasciar tosto il Poeta y che non è pasto da lui. 
Indi soggiunge : // sig. con. Dionisi , che rovinerebbe il Pa* 
radisoj s*è contentato di scrivere: Eh Beatrice, 
La lezÌGoe poi dal sig. Biagioli seguita è questa: 
E Beatrice, quella che si scorge 
Di bene in meglio si subitamente 
Che tatto suo per tempo non si sporge, 
Quant^ esser convenia da sé lucente/ 
e spiega: E Beatrice , quella Beatrice che scorge di bene in 
meglio subitamente sì che Patto suo non si sporge per tem* 
pò , quanto conveniva lei essere lucente per sèi Tal lezione 
poi non differisce da quella della Crusca in altro che nell'avere 
al principio del v. 3y. in luogo della interiezione Oh la co- 
pulativa E f e come leggono il Landino , il Vellutello^ il Da* 
niello ed il nostro Torelli, il quale chiosa: « Beatrice , salendo 
» di spera in spera, sempre si fa più bella', e tale Dante U 
» scorge • Vnol dunque dire : quanto mai doveva ella essere 
» lucente di sua intera luce! vale a dire per sua natura. — 
B Quel ch*era dentro al Sol, quello cne ella si mostrava 
» nel Sole. — IVon per color j ma per lume parvente , vuol 
» dire : paragonando di lei il solo suo lume col lume del Sole. » 

— Ma s* inganna il Torelli nel riferire il Quel eh* era dentro 
al Solf con ciò che segue , a Beatrice ; e mostrano aperto l' in* 
pnno suo i w, 49* e seg. : Tal era quivi la quarta fatniglia 

- DelV aito Padre ec. La censura qui fatta dal sig. Biagioli 
alla dlonisiana lezione, e l'aver egli trascurata al v» iy, quella 
dcila Cr., ci dà motivo di dover notare che sta contro di lui la 
venerabile autorità de' codici piii antichi e piii riputati, non 
che quella dei primi Spositori della divina Commedia, essen- 
dosi dal eh. sig. prof. Parenti riscontrata la lezione degli Ac- 
cademici nel celebre ms. Estense, e ne* testi di Benvenuto , del-^ 
l'Ottimo ( contemporaneo e fiimigliare di Dante), del Villani 
e del Bali, chiosando poi l'Ottimo (e come annotasi nella 
E. F. ): « Oh Beatrice j ec. Dice: se il Sole era cosi splen- 
» didoi oh Beatrice quanto convenia esser da sé lucente! 



I 



I 



a44 PARADISO 

Quant' esser con venia da sé lucente ^o 

Quel ch'era dentro al Sol dov'io entrami. 
Non per color, ma per lurae parvente, 

Perch' io lo 'ngegno e V arte e T uso chiami, 43 
Si noi direi che mai s'immaginasse; 
Ma creder puossi, e di veder si brami. 

99 quasi dica, infinitamente.» — E il Buti: ce O Beatrice ec,; 
» questo O è ora interiezione, che significa ammirazione, e 
» rendesi a quel verbo che seguita poi, cioè Quanf esser 
» conv^enìa da se lucente j cioè Beatrice, quasi dica, ecces- 
19 si va mente. 99 Né vogliam qui U^alasciaré ciò che a questo 
proposilo ottimamente, a parer nostro, ha notato il Veatu- 
ri . ce Oh particella ( die' egli ) fortemente espre$si\a del]aso^ 
>9 presa di maraviglia che in quell'istante strinse l'animo del 
39 Poeta : altri leggono E ; ma non ha quello spirito. 99 E direm 
finalmente che la lezione di Crusca Oh Beatrice ec. piace 
piii d' ogn' altra anche al lodato sig. Parenti, come quella che 
si ben esprime la subita estasi del Poeta nel distinguere la 
Donna sua sfolgorante di proprio lume fra la stessa loce del 
Sole . — Or dopo tutto questo che dovrem noi concludere? Che 
Taulorità de' testi più antichi manoscritti e stampati rendono 
rispettabile la lezione di Crusca; ma che quella del ms. Cor* 
sini, preferita dal P. Lombardi, oiTre un senso migliore, più 
chiaro, più naturale, e fors' anche più d'ogn' altro d^l contesto 
voluto, per cui nulla vogliamo immutare. Che se per questo 
vorrà pur crederci il sig. Biagioli buoi cestiti da uontini y iyte- 
mo sempre mai il conforto di di\idere un tal biasimo cogli 
egregi Editori bolognesi, i quali, senza essersi impegnati a se- 
guire più un testo che un altro , e sempre liberi nella scelta, 
nella loro edizione non han dubitalo di accordai*e la preferenza 
alla lezione del nostro P. Lombardi 4hì 

4o al 45 QuanV esser convenìa ec. Costrozione: Perchè 
Cinvece dì quantunque [rt] ) io chiami^ adoperi, V ingegno ^ 
r arte e V uso , noi direi mai sì che si immaginasse , che da^^li 
uomini se ne formasse idea, quanto conveniva essere da sh 
lucente quello che dentro al Solj dov io m^ entrai j era por' 
ventcj dal Sole distinto appariva, non per color, non per al- 

[a] Vocabolario della Crusca sotto la voce Perchè, $. 7. 



CANTO X. i45 

E se le fantasie nostre son basse 4^ 

A tanta altezza, non è maraviglia, 
Che sovra. '1 Sol non fu occhio eh' andasse . 

Tal era quivi la quarta famiglia 49 

Dell'alto Padre che sempre la sazia, 
Mostrando come spira e come figlia. 

£ Beatrice cominciò: ringrazia, 52 

Ringrazia il Sol degli Angeli, ch'a questo 
Sensibil t'ha levato per sua grazia . 

culi €olore che dal Sole il distinguesse , msLper lume , ma uni- 
camente per maggior lume. Allude , con attribuire questo 
grande splendore alle anime de^ Dottori teologi , che nel Sol^ 
se gli mostrano , al detto del Profeta Daniello : Qui dodi fue^ 
rintn fulgebunt quasi splendor firmamenti; et qui ad iusti" 
tiam erudiunt multos , quasi stellae in perpetuas aeternitor 
tes[à\. In fine del verso Quani* esser convenìa da sé lucente 
rediziooi moderne segnano un punto ammirativo, e redi- 
zioni, che vedoy del secolo decimosesto , un punto fermo. 
A me è sembrato che neppure una virgola possa aver qui 
luogo, e vi ho perciò levato ogni segno. — Ma creder puossi^ 
e di ec- ma , se non si può un lume maggiore di quello del 
Sole immaginare, si può almen credere y e bramare di poi un 
giorao vederlo. 

47 4^ ^of^ ^ marauiglia , -Ci^è ec* non ci dobbiam mara- 
vigliare, imperocché non può la fantasia formare immagine se 
Don di ciò che cade sotto i sensi ; e sovra il Sole T occhio no- 
stro non arrivò mai, non vide cioè mai lume maggiore del Sole. 

49 al 54 Ttil^ cioè 9 come ha detto, dentro al Sol ^^ Non 
per color y ma per lume partente , — la quarta famiglia-^Del-' 
Paltò Padre y la quarta adunata de' famigliari e domestici di 
Dio, — che sempre la sazia j la riempie di beatitudine.— co- 
me spira e come figlia dice in grazia della rima invece d^ 
come figlia e come spira , essendo T ordine che il divin Pa- 
dre figlia^ genera il divin Figlio, e che il Padre e il Figlio 
spirano lo Spirito santo. — il Sol degli Angeli^ Iddio. — a 
questo'^ Sensibile intendi, Sole» 
[a] Dan. i3. 



a46 PARADISO 

Cuor di mortai doq fu mai si digesto SS 

A divozioD y ed a rendersi a Dio 
Con tutto *i suo gradir cotanto presto , 

Gom'a quelle parole mi fec'ìo; &8 

£ sì tutto 1 mio amore in lui si mise. 
Che Beatrice ecclissò nell* obblio . 

Non le dispiacque; ma sì se ne rise, 6i 

Che lo splendor degli occhi suoi ridenti 
Mia mente unita in più cose divise . 

55 al 57 m-*Cuor di mortai non fit ec, n L'Autore mostra 
» la sua eccelleDUsstma disposizione a referìre grazie a Dio; e 
a* Dota che l'ufiBcio dello stomaco attribuisce al cuore , edi* 
a» ce che si devoto e fervente di amore si mise in Dìo, che 
» Beatrice ecclissò > cioè si velò , dimenticando sé ; quasi dicst 
» usci meravigliandosi di sé.» Così TAnonimo. E. F.^-a di' 
gesto f nel senso in che adoprasi il latino digestus , per dispo' 
sto . '^ed a rendersi ec. Costruzione: e cotanto presto a ren* 
derti a Dio con tutto il suo gradire^ con tutto il suo gradì- 
mento I con tutto il piacer suo. m^ presto , chiede il Torelli f 
vale qui pronto od apparecchiato ? Noi preferiamo il primo 
di questi due significati . «-« 

59 in lui si mise, s'affisse in Dio. 

60 ecclissò neir obblio f fu da me dimenticata • 

61 al 63 »-» Non le dispiacque ^ ma ec. « Non dispiacque 
» a Beatrice perchè Dante intrasse fra lei e Dio , anzi si mo- 
a» strò piti chiara ; e tanta grazia per lo suo ridere gli venne 
» nella mente, che ella il lece sufficiente a più cose che non 
» era . » L'Anonimo. E. F. «-a Di questo ridere di Beatrice t 
quanto veggo negli Espositori , chi nulla ne dice, e chi spìeg* 
ridersi per rallegrarsi. Io per me credo che intender si debba 
una gentile bensì, ma propria derisione di Beatrice, a diuoure 
che non era Dante per ancora disposto a perpetuarsi , come 
bramato avrebbe, nei gustalo totale assorbimento in Dio,ch*è 
l'ultimo fine della teologia; il quale ottenuto , ranimao^^'^^ 
non ha più riguardo alla teologia , né a vemno di que^meoi 
pe' quali la teolo;i;ia a cotale ultimo fine condace. A questo sol 
modo io intendo la cagione , per cui il ridente sguarao di Bea* 



CANTO X. 247 

Io vidi più fulgor vivi e vinceati 64 

Far di noi centro e di sé far corona, 
Pia dolci in voce, che 'n vista lucenti. 

Cosi cinger la figlia di Latona 67 

Vedèm tal volta , quando l'aere è pregno 



trìce trasse la mente del Poeta dall' assorbimento in Dio alla 
considerazione d'altri obbietti che, per disporlo a potersi in 
quel totale assorbime'nto perpetuare , dovevaqgli servire di 
mezzo. »-» Pare al sig. Bìagioli cbe la cagione di questo ridere 
di Beatrice sia la compiacenza sua , che Dante abbia si ben ri- 
sposto a quello che detto gli ha più su, ui^. 5a. e segg., e che 
la saddetta sposizlone del Lombardi sia cosa troppo indegna di 
Dante. 4-« Mia mente unita , intendi, a Dio totalmente y — in 
piti cose dit^sej fece che attendesse eziandio ad altri obbietti 
che erano in quel pianeta. 

64 vincenti j superanti, intènde, lo splendore del Sole ^ 
come ha detto, \^. 4o. e segg.»-» ce Certi corpi ( dice Dante 
» nel Conuii^io ) sono tanto vincènti nella purità del diafano, 
» che diventano si raggianti, che vincono l'armonia dell '00 
» chic, e non si lasciano vedere senza fatica del riso ( della 
» tasta ), siccome sono gli specchj .«» E. F. ♦-■ 

65 F'ar di noi centro ec, disposti in circolo che prendeva 
noi nel mezzo . 

66 Più dolci in voce^ ec. Se per la teologica dottrina no- 
bilitavasi l'aspetto di quelle anime con pregio all' aspetto con- 
veniente, com'è lo splendore, molto più doveva nobilitarsi la 
Toce , per cui la dottrina spargevasi , con pregio alla voce con- 
veniente, eh' è quello della soavità e dolcezza. 

67 al 69 Così cinger ec. Costruzione .* Così talvolta ve- 
dérne zonuj fascia ( la fiiscia intendi colorata , detta alone) cin^ 
gere la figlia di Latona , la Luna, quando l'aere è pregno 
* «Si, che ritenga il ftl che fa essa zona , quando l' aere è di 
amidi vapori carico a segno, che ritenga in sé i colorì che 
colale fascia compongono. — F'edèm per indiamo , come trovasi 
scrìtto solèmo per sogliamo y avèmo 'fw abbiamo ec. Falla 
però certamente T autore del Prospetto dei inerbi toscani di- 
cendoci che i^edemo per vediamo adoperi il Petrarca iu quel 
ternarìo del son . 180. 



^48 PARADISO 

Sì , che ritenga il iìl che fa la zona . 

Nella corte del Ciel, ond'ìo rivegno, 70 

Si truovan molte gioie care e belle 
Tanto, che non si posson trar del regno; 

E '1 canto di que'luroi era di quelle: 73 

Chi non s'impenna sì che lassù voli^ 
Dal muto aspetti quindi le novelle. 

Poi sì cantando quegli ardenti Soli 76 

Più l'altrui fallo che 7 mio mal mi dole; 
Che pietà i^it^a e 'l mio fido soccorso 
f^edem' arder nel foco^ e non m^aita [aj. 
f^ùdem^ìsik qui per x^edernij e non per i^ediamo, — *I1 nuo- 
vo autore del Prospetto de\erbi italiani j più volle da noi 
citato, 8Tg. abate Mastrofini, è perfettamente d'accordo col 
P. Lombardi; ed in qual maniera egli pensi sull'uso di uede- 
mo per spediamo , potrassi scorgere nella suddetta Opera sotto 
il verbo f^cdercj nota i. E. R. 

70 del Ciely ondalo ec» legge la Nidobeaiina , con maggior 
dolcezza del verso, ove, a quanto veggo, l'aitile edizioni tutte 
leggono invece del Ciel , dond^io, — ritegno pernVengo, 
ritorno, metatesi dagli antichi molto usata. 

71 gioie per delizie* 

72 non si posson trar del regno ^ invece di dire, non si 
possono fuor del Paradiso far capire; tolta la metafora da 
quei divieti, che sono nei ben regolati paesi, d^ estrarre gioie 
singolari, od altri insigni ornamenti de* medesimi. 

j'i £ *l canto di que'^lumi^ la dolcezza del canto di quelle 
risplendentissime anime. 

^4 s^ impenna j sì fornisce di penne, d'ali. 

76 76 Dal muto aspetti ec. Ciò è come a dire : non aspetti 
di qui novelle da chi non può cotali delizie esprimere. •-» È 
detto proverbiale, e come l'altro ricordato qui dalla E* F.: a 
Baccho poscis aquam.'^^^lì Postili. Caet. chiosa a quésto 
passo; (juìs posse t intelligere dieta Doctorum , nisi mediaìtie 
gratia Dei ? E. R. — Poi per poiché [A] . 

[a] Vedi il Prospettò* de* verbi toscani sotto il yerho F'edere m [b] Cosi 
aoche Purg. x. i., ed altrove molle fiale. 



CANTO X. Mo 

Sì fur girati intorno a noi tre volte, 

Come stelle vicine a' fermi poli, 
Donne mi parver non da ballo sciolte, 79 

Ma che s*arresiin tacite ascoltando, 

Fia che le nuove note hanno ricolte; 
£ dentro all'un sentii cominciar: quando 82 

Lo raggio della grazia, onde s'accende 

Verace amore, e che poi cresce auiaodo, 
Moltiplicato in te tanto risplende, 85 

Che ti conduce su per quella scala , 

U' senza risalir nessun discende; 

^8 Come bielle \ficine ec.s in vicinanza bensì , ma aempre 
da noi ugualmente distanti ; come le stelle vicine ai mondani 
poli s aggirano bensì coutinovamente intorno ai medesimi , ma 
sempre tenendosi da essi in uguale distanza. 

79 air 81 Donne mi parver ec. Con questo paragone il 
Poeta fa capire che solito fosse a que' tempi farsi dalle donne 
Dna danza, in cui tratto tratto si fermassero ad ascoltare il 
canto dì certi versi 9 ciresse poi cantando e danzando ripetes- 
sero. Ballata f definisce il Vocabolario della Crusca, canzone 
che si canta ballando • — non da ballo sciolte vale ferme 
bensì j ma in ballo tuttavia. 

82 ali* 87 E dentro air un , lo stesso che ad un , intendi 
di quei Soli > di quegli splendori , — cjuaìido per giacché , la- 
tino quando ^quandoquidem . Volpi, [a]. £ adunque il senso: 
poiché il raggio della grazia divina (quello solo per cui s'ac- 
cende in noi verace j non falso, amore , e tale che in progresso 
sempre s'accresce , a differenza del carnale amore, che in pro- 
gresso scema) in le moltiplicato , accresciuto, risplende tanto, 
che ti fa salire la scala del Paradiso, u^-p^r onde[b]^ per 
dalla qualelp]) nessun discende senza risalirvi. Accenna V im- 

[a] Vedine altri esfmpj, e di Dajile, Purg. xxxi. 67. ed altrove, e d'al- 
tri scriilori prodotti dui Clnonio, Parlic; aio. 3., e dai Vocabolario 
d«Ha Onsea» art. Qttando, $. 9. [b^ V«ti le annotazioni alle pHrlicelle 
del CiDonìo TalK- duiV Inlrfftidv^kanoU (io, ^c] Vedi la particella Onde 
Itti CÌDOuio, pArtiC» 19-2. S. 



aSo PARADISO 

Qual ti negasse 1 vin della sua fiala 88 

Per la tua sete, in libertà non fora, 
Se non com' acqua ch'ai mar non si cala. 

Tu vuoi saper di quai piante s' infiora 91 

Questa ghirlanda, che 'ntorno vagheggia 
La bella Donna eh* al Ciel t'avvalora: 



possibilità di riattaccarsi alla terra un cnore che ha assaggiate 
le delizie del Paradiso. -* * II Postili. Caet. non par che chiosi 
male dicendo: nunquam anima beata, v^elut yingelusj de^ 
scendit de caelo ad aliquid agendum ex parte Deiy quod 
non reascendat. E. R. v^Istessamen te spone l' Anonimo ci- 
tato dalla E. F., aggiungendovi , per generalizzare la proposi- 
zione: «quelli {jingioli) che non risalirò non discesono , anzi 
9» furono gittati col corpo dinanzi, cioè gli Angeli ribelli .a>«-« 

88 al 90 Qual ti negasse 7 vin ec. L* anima che favella » 
ch'è, come in appresso si manifesterà , s. Tommaso d'Aquino , 
fa capire a Dante di aver conosciuta in lui la quantunque 
nonmanifestatajefe, desiderio, di saper contezza delle beate 
anime che si celavano in quegli splendori ; e fii lui sapere es- 
sere tutte quelle anime tanto volonterose a prestargli del ti- 
no delta sua fiala » cioè a comunicargli quante cognizioni da 
esse brama , che qual, qualunque noi facesse , sarebbe in vio- 
lento stato ; non altrimenti che in violento stato convien essere 
acqua che al mare non iscorra . — fiala per guastada o ca- 
raffa { da phiala^ che i Latini dai Greci appi'esero ) adopera- 
no anche altri italiani scrittori [a]; solo che Dante in grazia 
della rima e dei verso restringe cotal voce per sineresi a due 
sillabe sole .»-► Sotto questi versi il Torelli ha notato: Non 
sarebbe libero se non come è libera l'acqua che non discende 
al basso. Vuol dire: sarebbe trattenuto da qualche impedi- 
mento. Così Parad. canto xxxii. i^i^. 52. e segg.: 
Dentr* aW ampiezza di questo reame 
Casual punto non puote auer sito, 
iSe non come tristizia, o sete , o fame . *~m 

91 al 9H di quai piante j* infiora - Questa ghirlanda j let- 
teralmente vale: di quali piante sieno i fiori componenti q 

[a] Vedi il Vocabolario della Crusca. 



CANTO X. aSi 

Io fui d^li agni della santa greggia 94 

Cile Domenico mena per cammino, 
U'ben s'impingua se non si vaneggia. 

Questi, che m'è a destra più vicino, gj 

Frate e maestro fummi; ed esso Alberto 
È di Gologna, ed io Thomas d'Aquino. 



sta ghirlimda; ed allegoricamente : da guati anùne siprodu" 
tono gli splendori che adornano questa corona, -^intorno 
^ogheggia , intorno aggirandosi mira con diletto , —Za belia 
Donna ^ Beatrice , rappresentante, eome più volte è detto, la 
teologìa, '^ ch'ai Ciel f avvalora ^ che ti presta forze di sa- 
lire aJ Cielo . 

94 ^*S^l P^P agnelli adopera Dante anche altrove [ai]. 

95 Domenico^ il santo fondatore dell'Ordine de' Predica- 
tori • .« * Il signor cav. Artaud ha fatto conoscere in una sua 
nota a questo luogo [&] quanta stima deggia aversi per siffatto 
Maestro di cattolica Fiiuso6a; e termina con quel detto del 
Luterano Martin Bucero: Tolle Thomam^ et Ecclesiani ro' 
manant subvertam. E. R<. 

96 IT per oi'e dee qui equivalere a nel quale [e] . Ripe- 
tendo il Poeta queste medesime parole anche nei versi 26. ed 
ultimo del seguente cauto, la solaNidob. legge costantemente 
dappertutto u', e l'altre edizioni qui e nell'ultimo verso del 
canto seguente leggono Du* , e nel 25. dello stesso canto leg- 
gono U^, •-» La lezione (/' della Nidob. è confortata anche dal 
ms. Stuardiano, ed è seguita dal BÌBgioli.4-« ben s*impingua 
se non si vaneggia.- si fa gran profitto nella virtii , se pur non 
accada che uno si dia a vanità , e venga predominato dairam* 
bizione; che in tal caso si gonfia, non s'ingrassa. Vmtvbi. 
*— Questa sentenza però dirà s. Tommaso nel cauto seguen- 
te [d\ non essere qui stata bene dal Poeta nostro inlesa, e 
perciò proseguirà egli a dichiarargliela maggiormente. 

98 99 Frate e maestro fummi , fu mio con*eligioso e pre- 
cettore. — * Padre e maestro y legge invece il cod. Caet. Il 
snllodato sig. cav. Artaud ci somministra nel suo comenio uua 

[a^ Par. IV. 4*t ><• *3i« \b] Le Parndis traduit enfranfois^ pig. a^S. 
[e] Tedi Cinouio , Par tic. 193. 8. [d^ Verso 2 j. e ^%%» 



252 PARADISO 

Se tu di tutti gli altri esser vuoi certo, loo 

Diretro ai mio parlar tea vien col viso, 
Girando su per Io beato serto , 

Quell* altro fiammeggiare esce del riso io3 

Di Graziaa, che Tuoo e l'altro Foro 

notizia che potrebbe far preferire la lezione Padre; fu, come 
egli dice, Provinciale de* Domenicani . E. R. — ed esso ec: 
ed è esso Alberto di Cologna . Dee Alberto Magno > il famoso 
maesU'O di s.Tommaso, essere stato appellato di Cologna j non 
perchè si credesse nato in quella città ( b(*n sapendosi nato in 
Lawingen nella Svevia \a])y ma perchè in Colonia lungamente 
y\sse e morì ; ragione per cui anche s. Antonio , quantunque 
nato in Lisbona, dicesi di Padova. — Cologna invece di Colonia 
(come oggi dagritaliani appellasi) scrive pure Gio. Villani [&]. 

101 102 Diretro al mio parlar ec, .* al mio parlare , che di 
ciascuno di questi spirili per ordine farò, tu vieni appresso co/ 
mo, collo sguardo, aggirandolo su per questa corona d' uno 
in altro spirito ordinatamente.^- jer/o s^Xacorona^ ghirlanda. 

\o6 fiammeggiare j sustanlivamente detto per isplendore • 
-— del riso, dal godimento, dalla beatifica visione* 

io4 io5 Grazianj Graziano di Chiusi , monaco di profes- 
sione , compilatore di quel libro che i Canonisti chiamano De^ 
creto» Volpi. — * Dice di Graziano il Postili. Cass.: Olim mO' 
naci classensis monasterii Ravennati s Dioecesis olim Epi" 
scopi ci US ini compositoris libri Decreti j coniinentis inter 
suos canones quamplures civiles leges; ed il P.ab. dì Costanzo 
osserva che questo Postillatore non è il solo ad asserire che 
Graziano sia stato monaco di Classe di Ravenna, e V^ escovo di 
Chiusi 9 quale ultima dignità certamente egli non ebbe [tf]*A 
schiai'imeuto poi della patria, Ordine religioso e monasterOjaì 

[aJYeiH, tra gli altri, Natale Aless., Histor, eccles. saecul. sin. etwri 
cap. 4- >i't* 4**~^dove ci fa sapere che Alberto Magno ìnsegaò eoo 
grau grido in varie delle primarie Università di quel tempo, ed in 
quelle di Colonia e di Parisi; che fu maestro di s. Tommaso, e Pro- 
iriuciale del jìuo Ordine; che , fnlto da Uil^ano IV. nel ia6i Vescovo 
di Halibhoua , riunoziò dopo pochi anni tal dignità, per esfrcilarsi di 
nuovo nelle Università e nel chiostro; e che tiiialmente morì in Colo- 
nia nel i989.«-« [b] Cron, lib. 5. cap. \.\c Vedi il W S<irliy lom. •. 
De claris Arch. ùonon, profess» pHg. 9&<), che ne ha parlalo più e^t* 
tamcute di tulli. 



CANTO X. 253 

Aiutò si , che piacque in Paradiso . 
L' altro eh* appresso adorna il nostro coro , i o& 
Quel Pietro fii che con la poverella 
Offerse a santa Chiesa il suo tesoro . 

quali Graziano appartenne i è da notarsi che in tre codici della 
\'aticana si legge i Dècretum Gratiani monachi sancii Feli^ 
cis Bononiensis j Ordinis s. Benedictij compilatum in di* 
do monasterio anno Domini 1 1 5 1 , tempore Eugenii Papae 
tertii. In altro codice poi deUa medesima biblioteca , intitolato 
Pomaerium Eeclesiae Ravennaiis , si legge : Anno Chr» ì 1 5 1 
Gratianus monadius y de Classa civittUe Tusoiae natus^ De- 
cretum camposuit apud Bononiam in monasterio s. Felicis. 
In Toscana però non vi fu città chiamata Classe j ma Clusium; 
l'enore dnnqae dello scrittore i indicato dalla situazione , ha 
potuto farlo credere nato in Classe, castello vicino a Ravenna; 
ed altro errore lo suppose Vescovo di quella città che gli ha 
dato soltanto la culla . E. R.n-»o Graziano ( dice T Anonimo) 
n fu frate dell'Ordine de* Predicatori ( alcuno diceche fu pure 
» monaco), e compuose libri circa il Foro , cioè la corte e già* 
» dicio divino, e circa il Foro ecclesiastico, e fece il Deci-eto, 
» e fae per nazione Lombardo. » Il Boccaccio dice che Gra- 
siano fn Lombardo, e monaco di s. Felice in Bologna . E Pie- 
tro di Dante : Gratianus composuit Dècretum ad utrumque 
FaruMn canonicati diale respiciensm E.F. 4-« Puno e l'altro 
ForO'^jiiutò ^ accordò Tuna e T altra giurisdizione, la seco- 
lare e r ecclesiastica . — li , che piacque in Paradiso j così la 
Nidobeatina ; sì, che piace in Paradiso , l' altre edizioni • 

107 108 Quel Pietro. Pietro Lombardo, il maestro delle 
sentenze, chiaro per i quattro famosi libri di teologia , che han- 
no servito di lesto in tante Università.»-» Fu detto Lombardo 
per esser nativo di Novara in Lombardia. Si distinse talmente 
io teologia nella Università di Parigi , che per rimunerare il 
suo merito fu fatto Vescovo di auella capitale. Vbntubi. 4-« 
^ che con la poverella ec. Allude al proemio dell' is tesso 
Pietro , che offerisce la sua opera alla Chiesa con tal modestia 
di formule; cupientes aliquid de tenuitate nostra cumpau* 
percula in gazophjrladum Domini mittere; la qual povera 
donna, secondo s. Luca al cap. ai,, offerì al tempio due pic- 
cioli, minuta duo. Vurvai. 



2?4 PARADISO 

La quinta luce, ch'è tra noi più bella, ioq 

Spira di tale amor, che tuito'l mondo 
Laggiù ne gola di saper novella. 

Entro v*è Talta luce, u'sì profondo i la 

Saver fu messo, che, sei vero è vero, 
A veder tanto non surse '1 secondo . 

tog la quinta luce , il sapientissimo Salomone. Vbhtusi • 
1 IO al Ila Spira di tal anwr, esce da [a] amor tale, come 
lieli^, io3.f Queir altro ftanuneggiareesoe del ri so '^ di Gra- 
ziati • E dee tale amore essere per metonimia detto inveire di 
tale amante , cosi richiedendo il seguente^ che tutto 7 mondo 
- Laggiù ne gola di saper novella; imperoeché gola , desi- 
dera, il mondo di sapere novella, non dell'amore di Salomo- 
ne, ma di Salomone stesso, se sia in Paradiso, onell' Inferno; 
e v*è sopra di ciò grande questione tra gli scrittori sacri. 
L' edizioni diverse dalla Nidobeatina leggono che tutto 7 
mondo - Laggiù ne ha gola • Il sentimento è lo stesso; im* 
perocché tanto signiBca golar^ che aver gola [ti] i solo che la 
nidobeatina lesione , oltre di essere convalidata da pin di nna 
trentina di manoscritti dagli Accademici della Crusca veduti 
( — * e dal cod* Cass. E. R. ) , meglio si confà allo stringato 
stile del Poeta nostro. ■-» Malgrado ciò, al sig. Biagioli più 
piace la forma della lezione cornane. <-• iBWro i^'è Vcata luce, 
i?e..* dentro all'istesso quinto splendore vi è rilluminatissiroa 
niente di questo savio Re. — i/ per oi^e. Vbiitvri. 

1 1 3 1 1 4 ^6 7 \fero è vero , se la parola di Dìo non può 
mentire. — A veder tanto, ^ per la sintassi qui, e per qnello 
che del medesimo soggetto riparlando dirà , Par. e. xiii.i^. io4«> 
JRegal prudenza è quel i^edere impari ^ - Che ee. , scorgesi 
adoprarsi vedere per nome, cioè per veduta , prudenza , prò* 
denza di governo , e come nel medesimo xn\. canto spiegherà 
Dante stesso. — non surse^ì secondo j l'ugnale mai non fa; 
imperocché disse Dio a Salomone: Dedi tibi cor sapiens et 
intelligens in tantum^ ut nullus ante te similis tui fuerit^ 
nec post te surrecturus sit \c] . 

[a\ IM di per c^a vedi Cinonto, Partìc, 80. 4- W Vedi il VocaboU^ 
rio dclU Crusca, [e] Reg. lib. 3. cap. S. 



CANTO X. a55 

Appresso vedi '1 lume dì quel cero i iS 

Che giuso in carne più addentro vide 
L'angelica natura e '1 ministero. 

KelFaltra piccioletta luce ride 1 18 

Quell'avvocato de' tempi cristiani, 

ìli di quel ceroj metaforicamente per di quello illuminane 
te scrittore » latende san Dionìgio Areopagita, •-» che scrisse 
(dice r Anonimo) del li Ordini degli Angioli e delle Jerarchie 
più a dentro che nullo che fosse diuanzi da lui. E. F. 4-« 

116 117 Che giuso in carne ^ che in terra tra gli uomini, 
— pià)pddentro uide^ V angelica natura e 7 ministero , più 
profondamente conobbe la natura e l'operare degli Angeli , 
come appare (v'ag^unge il Venturi) ne* misteriosi suoi libn 
de cadesti Hierarchia: benché , a vero dire^ que'* libri tuffai^ 
tro autore abbiano che s. Dionisio Areopagita , siccome da 
inaienti Critici si ò dimostrato. Uno però de' valenti Critici , 
Natale Alessandro , dice : Tot munita est praesidiis opinio 
contraria j quae libros laudatos s, Dionjsio Areopagitae i/e- 
lut legitimo parenti asserita et tanta nube testium defensay 
ut ipsam non minus probabilem existimem, atque cum Con* 
ciliis oecumenicis et sanctis Patribus illam propugnare ma» 
lim [a]. 

1 18 1 ig Neir altra piccioletta luce, nello splendore se- 
guente degli altri più picciolo , — ride^ si beatifica, — Quel'- 
i avocato de* tempi cristiani j quel difenditore della cristia- 
na religione, cioè (secondo la più comune degli Espositori) 
Paolo Orosìo, il quale scrisse sette libri di storie contra i Gen- 
tili calunniatori della cristiana i*elìgione, da lui dedicati a san- 
to Agostino. Di costui (chiosa il Daniello) fa esso Agostino 
menzione nel libi*o De ratione animae^ ove, scrivendo a s. 
Girolamo 9 dice: Ecce uenit ad me religiosus iuuenisj ca" 
ihoUca pace frater^ aetate filiusy honore compresbyter no* 
stery Orosiusy %^igil in genio ^ paratus eloquio, flagrans stU" 
dio , utile POS in domo Domini esse desiderans ad refel» 
tendas falsas perniciosasque doctrinas , quae animus Hi spa^' 
norum , multo infelicius quam carperà barbaricus gladius , 
trucidarunt. Fa il Poeta essei^ la luce di Paolo Orosio più^/c- 

[aj Mi4i. eccies* satretéi, i. Dits, 9 9. 



i56 PARADISO 

Del cui Ialino Agostin si provvide. 

cioletta delle altre, per essere scritlore di minor grido . AI- 
canì altri Spositori (dice il Landino) in luogo di Paolo Oro- 
sio intendono sant'Ambrogio; e di costoro seguace dichiarasi 
il Vellutello; ■-►e dello stesso parere si mostrarono Pietro di 
Dante ed il Postili, del cod. Cass. [a].4Hi Ma, come ben ri- 
flette il Venturi, non avrebbe Dante a s. Ambrogio data um 
luce piccioletta , »-^S. Agostino per mezzo di Giuliano Oar- 
taginese richiese^ Orosio che compilasse la Storia delle cala- 
mità e delle scelleratezze del mondo; e Orosio l'esegui . Il 
medesimo s. Agostino dice che ciò fece perchè non la poteva 
eseguire da sé stesso nell'Opera de civitate Dei^ che gli sa- 
rebbe stata troppo lunga digressione. Si valse quindi delle ra- 
gioni e degli esempi da Oi'osio allegati. E però dice Dante: 
Del cui latino Agostin si prot^ide . EL F. ♦« * 11 P. Lom- 
bardi nella sua prima edizione del 1791 aveva per equivoco 
seguita la lezione volgata de^ templi in luogo de*ten^i , come 
giustamente tt*ova$i nella stessa Niddbeatina, e ne' codici Cass. 
e Caet. Ma già egli si era ricredato nelVE^ame delle corre' 
zionì ec. [ir] G. R. •-» Anche l'Anonimo, il cod. Villani e Mat- 
teo Ronto leggono tempi y tradncendo quest' ultimo •• saecula 
Ckristiadum, G. F. -^ Leggasi a questo proposito la nota del 
P. ab. di Costanzo nel voi. v. di questa ediz., face. a4^* ^ ^^g*t 
nella quale viene egli concludendo doversi la comune lezione 
rifiutare. Il sig. Biagioli e la E. B. hanno seguila la volgata, 
sorpassandola però senza veruna chiosa. Noi crediamo ciò 
nulla ostante che si debba ritenere qual lezione originale la 
nosU*a, difesa ancora dal Dionisì ue'suoi Blandimenti fune- 
bri <f richiesta dalPargomento da Orosio trattalo» e confortata 
eziandio dai piii antichi ed autorevoli manoscritti. <-* 

lao Del cui latino Ago^iin si pro^^fide. Pone Dante qui 
per metonimia il latino stile adop'/ato da Paolo Orosio nello 
6crivere> per lo scritto, per la dottrina medesima: e vuole 
perciò dire Io stesso che se detto avesse: de^ cui scritti ser* 
vissi Agostino^ cioè (notano I>aniello, Volpi e Venturi) nel 
compilar esso i libri della città di Dio. ^^ latino per ragio- 
namento usò Dante anche nel cauto xii. vei'so i44* ^ c|uc* 
sta cantica. E. F. 4-« 

[«PVciliue la uola del F. ab. di Costanzo nel voi, *:. di questa nosfra 
cdiz. l'ac. 348. lb\ Vedilo nel voi. 5. di qucita uoslra ediz., tao. 3lS5. 



CANTO X. 357 

Or, se tii r occhio della mente trani 121 

Di luce iQ luce dietro alle mie lode. 
Già dell' ottava con sete rimani : 

Per veder ogni ben dentro vi gode i ^4 

L'anima santa, che '1 mondo fallace 
Fa manifesto a chi di lei ben ode ; 

lai lad Cocchio detta mente appella faUenzioue. — tra" 
iiiy dal Terbo latino trariare^ cbe vale passare a nuoto ^ pre- 
tendono deCto alcuni Spositori, e aegnatamente il Landino. 
Altri se la tengono col Vocabolario della Crusca, che spiega 
tranare detto per sincope da bramare i che 8Ìgni6ca tirare il 
traino i strascinar per terra [a]« Da qualunque dei due si 
pigli y sempre vi è bisogno della metatora ; piii però confa- 
cenle al quieto e geniale passare dell* attenzione dall'uno al« 
l'altro di c]ue*beati splendori sembrami il tranare^ dal latino 
tranoj as.^^ todoy plurale di loda j che invece di lode spesso 
Dante ed altri antichi adoperano. 

433 Qià delPottat^a con sete rimani ^ già delle anime ve* 
late sotto le sette luci precedenti reso essendone notizioso, rì« 
dacesi la tna brama alla seguente ottava luce. 

124 <^1 1^6 ^^'' veder ogni ben ed dentro di essa ottava 
luce, per la visione di Dio» cumulo d'ogni bene» %fi gode^ 
si b^ la sant'anima Y di Severino Boezio)» la quale a chi di 
tei ( per da tei [b] ) oen ode » ben gl'insegnamenti riceve» fa 
conoscere la vanità e fallacia del mondo. Una delle più cele- 
bri opere di questo illustre scrittore» e quella cui maasima- 
mente accenna qui Dante» è il libro De consotatione phito* 
sophiae. 9^ Dante » come annota il sig. Biagioli» nel suo Con* 
vivio chiama Severino Boezio il suo consolatore e dottore; e dal 
libro /7a consotatione philosophiae di lui trasse il Poeta nostro 



[a] Tedi esso Tocabolario alle voci Tranare • Traitiara. [b] Della 
psrtìcella di per da vedi Cioonioi Pariic, 80. 4* b^ Von cooseote il 
aignor Biagioli cbe di stia qui per da » sendochè la forma da lei ben 
eie non è italiana» ed ingenera oscarità nel sentimento ; quindi egli 
ordioa così: a chi ode bene la dottrina di tei .La E. B. ed il Poggiali 
spoogono come il Lombardi; ma a noi sembra preferibile riuteudi- 
Meato del sig. Biagioli. — da lei legge il aod. Poggiali •<-« 

rot. III. 17 



2j8 paradiso 

Lo corpo, ond* ella fu cacciata, giace 127 

GÌU80 in Cieidauro, ed essa da martiro 

£ da esigilo veane a questa pace. 
Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro i.io 

D' Isidoro, di Beda, e di Riccardo 

Che a considerar fu più che viro. 

molli (li que* concetti, i quali, quasi morti in quel poco me- 
no che barbaro stile, sfavillarono d'eterna luce nella divina 
Commedia . Severino Boezio fu Senatore romano e filosofo in* 
sìgne. Compose 1* opera sopraccitata in prigione, ovefurin- 
chìnso dal Re Teodorico, che poi lo fece morire . <-« 

127 onétella fu cacciata j ond'essa anima fu per violenta 
morte da Teodorico Re de 'Goti fatta uscire. 

138 Giuso vale giù in terra. •— Cieldauro appella Dante 
la chiesa di a. Pietro in Pavia, oggi detta in CielaureOy nella 
quale credesi riposare il corpo di Severino Boezio. •-» Le ce- 
neri sono rinchiuse in un' urna marmorea , la quale posa sopra 
({uattro colonne di marmo presso e davanti l'aitar maggiore. 
Làmi . e. F. 4-« 

i3o oltre y piii in là. '^fiammeggiar r ardente spiro ^ ri- 
splendere r igneo spiramento , lo spargimento di fuoco, di luce . 

i3i Isidoro y sant* Isidoro Ispalense, cioè di Siviglia. — - 
Beda , detto // Generabile . — Biccardo da san Vittore . •-► S. 
Isidoro di Siviglia scrisse le Etimologìe, e un libro de summo 
Bono ec. -** Beda, sacerdote inglese, detto il Venerabile ^ 
scrisse le Omelie . — Riccardo da s. Vittore, del Distretto di 
Parigi, fu gran teologo ( Pietro di Dante). Fu maestro in 
teologia, e fu nominato di s. Vittore, fratello carnale d'Ugo 
di s. Vittore, e fece un libro della Trinitade ( L* Anonimo ) . 
Compose anche un libro de contemplatione y citato da Dante 
nelP Epistola a Can Grande; e forse allude a quell'opera di- 
cendo.- Che a considerar fu più che \firo, E. F. — S. Isidoro 
fu Vescovo di Siviglia per anni 3!> ; sgombrò in parte l'eresia 
ariana introdottavi dai Vandali , e mori nel 636 . — Beda scris- 
se una Storia ecclesiastica dell*lnghilterra, dei plagiati Cu - 
menti sopra varj libri della sacra Scrittura , ed un Martirolo^ 
gio. Morì nell'anno 73 j . <4hì 

\i% a considerar fu più che vi/o, fu nelle sue cousidcra- 



CANTO X. a59 

Questi , onde a me ritoroa il tuo riguardo , 1 33 
È il lume d' uno spirto che 'a pensieri 
Gravi a morire gli parve esser tardo. 

Essa è la luce eterna di Sigieri 1 36 

Che, leggendo nel vico degli strami^ 

zioni più che uomo , fu angelico . Ricardus a sancto Victore 
(scrive Natale Alessandro ) vir pietate et erudilione conspi» 
cuuSf theotogiae mjrsticae periùssimus [al^-^viro per wo- 
/iio, dal latino iàr^ adopera Dante anche altrove [6] ; e ad imi- 
tazione di Dante ne hanno fatto uso altri celebri poeti , anche 
fuor di rima [e] . 

1 33 Questi y onde a me ritorna ec. : costui , al quale vengo 
io appresso 9 sicché proseguendo il tuo riguardo y il tuo sguar- 
do , ad aggirarsi per ordine , d' uno in altro , tornerebbe a me j 
cui già guardasti il -pvìmo . 9^ riguof^do per sguardo trovasi 
anche nelle ^Aime antiche, tomo i. fac. i85. Guido Giùdice 
dalle Colonne disse : Con gli riguardi degli occhi ridenti . 
F F ♦« 

i34 i35 É il lume d*uno spirto , è il lume che tramanda 
uno spirito , — che *n pensieri - Graui , che in mezzo alle serie 
meditazioni su le vanità e miserie della presente vita, —» a 
morire gli parve esser tardo f bramò , come s. Paolo J^d^y di 
esser disciolto dai corporei lacci, e di essere quanto prima con 
Gesii Cristo in Paradiso. 

i36 al i38 la luce eterna , la luce ch'eternamente rìsplen- 
derà. — di Sigieri ^Che, leggendo ec. Questo Sigieri dicono 
gli Espjositori che fosse uno che in Parigi leggesse logica nel 
yicoy nella contrada, appellato ^/e^/ij^rami. Io però temo che 
ciònoaa^seriscan essi per altro monumento che pel Sillogizzò 
che di lui dice Dante ; e piuttosto y per la comitiva a cui Dante 
lo accoppia, e per essere il sillogizzare , ossia l'argomentare, 
cosa cornane anche a' teologi, piegherei a dire che non logica, 
ma la morale teologia insegnando , e stretto attenendosi alla 
dottrina evangelica, stabilisse mi^i^iojriVer/ , verì^ odiose [e], 

\a] Misi, eccles. saecul, xi. et su. cap. 6. art. i5. [b] InF. e. iv. i^. 3n. , 
Par. e. XXIV- v» 34- M Vedi il Vocabolario della Crusca . [d] Philipp, i. 
le) lH%ndiosu$ per odiosus adoprasi dai Ij^itini. Vctli Roderlo Stefano 
Tuesaurus linguae latinae. 



26o PARADISO 

Sillogizzò invidiosi veri . 

Indi, come orologio che ne chiami 189 

Nell'ora che la sposa di Dio sui^e 
A mattinar lo sposo perchè Tami, 

Che Tana parte e l'altra tira ed urge, 142 

Tin lin sonando con si dolce nota , 
Che 1 ben disposto spirto d*amor taiige} 

Così vid' io la gloriosa mota 1 45 



ai segoaci della lassa morale. »-► L'Anonimo dice che Sigieri 
compuose e lesse Loica a Parigi; ma Pietro di Dante colla 
segaente chiosa in certo modo conforta la sposizione del Lom- 
bai*di : Sigierius ( die* egli } magnus philosophus pùt et iheo- 
logits y natione de Brabantio 9 et legit dia in i^ico stramùim 
Pansiis. C. F. 4-« * Nou qui il Postili, cass. : nel ^ico degli 
strami; Locus Parisiis , ubi sunt seholae philosophantium; 
ed il sig. cav. Artaad ci avverte che Dante per %^ieo degli 
strami ha Yolnto intendere la via così detta Rue de Fouarre^ 
vicino alla piazza Maubert, antico vocabolo che signi6ca Fia 
della paglia j denominazione presa dalia consumazione cbe 
ne faoeano i discepoli dell'Università posta una volta in quella 
contrada, i quali vi sedevano sopra nelle loro scuole; no» 
usandosi in quei tempi sedie o banchi nelle stease chiese , cbe 
si ingiuncavano al beli' uopo di paglia e di erbe odorose, par- 
ticolarmente nella notte di Natale 9 e nelle altre grandi feste. 
Cita egli a questo proposito un passo di Saint^-Foixy Esseis 
historique sur Paris . E. R* 

i3^ al 148 Indi , come orologio , ec. II nuovamente moo* 
versi in giro e cantare della gloriosa ruota ^ cerchio, di quei 
beati spiriti , paragona il Poeta al muoversi t* cagionar suono 
che fa la dentata ruota dell'orologio detto destatore ^ sve* 
gliarino , del quale dice il Landino che si valevano fin da 
que' tempi i Religiosi, e fors* anche i buoni secolari, per esser 
desti e andare ai notturno divino offizio. Tocca nel tempo 
stesso il modo col quale essa dentata ruota aggirandosi cagiooa 
il suono della campana; ed ellitticamente dice, Che tuna par* 
te e Caltra tira fìd urge, invece di piii largamente dire : che 
runa pane e r altra del bicipite battaglio alternatii^ameìil^ 



CANTO X. ^6i 

Muoversi , e render voce a voce io tempra 
Ed in dolcezza ch'esser non può nota 
Se non colà dove ^1 gioir s'insempra . 

tira à spigne contto della campana . m^ Che una parie e 
l'altra* Qui e (dice il Torelli ) vale ancora; Tuna parte tira 
aucor l'altra: considera, «hi la sposa di Dio appella la Ghie-* 
sa, che ne* fedeli suoi, massime congregati alle divine landi» 
6Ì rappresenta. — A mattinar lo sposo (detto dalle mattina* 
te, cioè canti e snoni che si fknno gli amanti in sul nuttino )» 
a ùre a Dio suo sposo mattinata /lerc&d V amij per meritarsi 
il di Ini amore. — Tìn tin sonando ^ facendo suonare fin 
tin^ onomatopeia. L'edizioni diverse dalla Nidoheatina leggo- 
no tutto in una parola Tìntine ma sembra che» staccate in 
cotal guisa le sillabe, esprimano meglio il suonare della cam* 
pana. -—7 ben disposto spirto ^ lo spirito di voto» — d^amor 
turge ( dal latino turgere)) riempiesi tutto di amore » — in 
t^npra - Ed in dolcezza eh* esser ec.» con tale accordatura e 
dolcezza, che non si può capire se non per prova colà do^e 
Y gioir s^insempra^ si etema [a] , colà dov*è etemo giubbilo* 

II Landino, che, a quanto veggo, tra i vecchi Comenta- 
tori è l'unico che di proposito ricerchi il senso del riferito 
verso i4^M Che Cuna parte e V altra tira ed urge , chiosa i 
che una parte delle ruote tira quella che le viene dietro , ed 
urge , cioè spigne , quella che le va innanzi; ed il piii recente 
Comeutatore, eh' è il Venturi, non & altro che ripetere la 
chiosa del Landino. 

Oltre però che una sola è la mota che propriamente for* 
nu neirorologio la parte dello svegliarino $ nò onesta dal ri- 
manente della maccnina altro riceve se non la libertà di ag- 
girarsi e Ùlt suonar la campana al prefisso tempo, quando bene 
tutte si volessero per lo svegliarino computare le mote che 
formano T intiero orologio» malamente anche in tal supposto 
direbbesi che una parte delle ruote tira quella che le vien 
dietro f e spigne quella che le uà innanzi; imperocché l'or- 
dine delle ruote in tutta la macchina è che dalla prima airul* 
tima una spinga l'altra, uè alcuna ve ne ha che da una parte 
tiri , e dair altra spinga . m^ Con tu|to questo 1 a sposizione del 

[a] Vedi il Vocabolario dslla Crusea al veibo Insempfure. 



*. 



/ 



a6a PARADISO 

Landino è preferita dal sig. Biagioli , dalla E. B. e dalla E. F. 
Aggìungesì per erudizione in quest* ultima che la scoperta 
degli orologi , di cui si trova qualche antichissimo indizio iu 
Vitruvio, in Boezio e in Gassiodoro , fa rinnovata e perfezio- 
nata nel secolo xiv., nel qual tempo troviamo descrìtti diffe- 
renti cronometri. Nel ix. secolo vi è l'orologio di Pacifico, 
Arcidiacono di Verona; e quello mandato a Carlo Magno nel- 
l'anno 807 da Aaron Raschild, Re di Persia, o Califfo degli 
Abassidi . Si ha notizia anche d* uno piii antico / dato dal Pon- 
tefice Paolo I. a Pipino Re di Francia verso Panno SSy [a].*-« 

[a] Vedi Race. Ferrar. ^ tom. i©. Diss, 1. suirepìtafHo di Pacìfico, 
AreldtRcono di Verona , dei P. D. Girolamo del Prato. 



CANTO XI. 



ARGOMENTO 

In questo conio racconta sim Tommaso tutta la ifita 
di san Francesco y dicendo prima a^r veduto in 
esso Dio due dubbj che in Dante erano nati. 

yj insensata cura de^ mortati 5 i 

Quanto son difettivi sillogismi 
Quei che ti fanno in basso batter Tali! 

Chi dietro a'jura, e chi ad aforismi 4 

Sen giva , e chi seguendo sacerdozio ^ 



1 al la O insensata ec. Gimpreadono questi primi quat^ 
Irò tenelti non altro che una digressione 9 colla quale com« 
fNange il Poeta la cecità de* mondani che si trovavano in oruct* 
ciose occupazioni circa le cose della terra 9 mentr*eglì godeva 
delle delizie celesti. Ed allegoricamente insinuar vuole il con** 
tento che anche qn^iggiù in terra gode un'anima unita a Dio^ 
e tutta dedita alla contemplazione delle celesti cose. — ^ O in^ 
sensata cura de^morudi. Pare che Dante si approfittasse qui 
di Lucrezio al 3. Suaue mari magno 6C.9 che in fine conclude 
la sua amplificazione esclamando : O miseras hominum men^ 
tesy et pectora caeca^ - Qualibus in tenebri s uitae ec. Vbh- 
Tvai. — * Quanto son difettivi ec. •* quanto sono corte e man* 
canti le ragioni che vi piegan gli animi a questi bassi oggetti! 
■-^Ma la parola del testo dipinge Tandar l' uomo cupido qua 
e là vagando d'uno in altro dei falsi beni di quaggiù, non tro- 
vando in alcuno quel riposo che sperava. Biagioli.4-«^I1 Po- 
stillatore del cod. Glenoersfie chiosa opportunamente riguardò 
k^difettiviec.i Quia non concludunt nisi lucrativam intentio* 



264 PARADISO 

£ clii regnar per forza e per sotisnil y 
£ chi rubare, e chi civil negozio, 7 

Ciii nel diletto della carne involto 
S'affaticava, e chi si dava all'ozio; 
Qaand'io, da tutte queste cose sciolto, ?• 

nem, E. R. — CKj dietro a*jura ec. »-» njura (dice il Pog- 
» giali ) è inflessioae affatto latina. Più italiana sarebbe la ytf 
» riante del nostro codice , giura ^ dicendosi senxa errore ^lu- 
» reconsulto , giurista , giuridico y ed anche giure , come Ber- 
» nardo Davanzali 9 Scisma d* Inghilterra ^ num. i3.M4-a Di 
questo e de* seguenti otto versi dee essere la costruzione: ^uan' 
dof allorché in quel tempo che [aj, ioy sciolto ila tutte que- 
ste cosCf terrene 9 rnera, mi stava, con Beatrice accolto ^ ri- 
cevuto, suso in Cielo cotanto gloriosamente f chi , parte de- 
gli altri uomini, sengit^a dietro a*jura (plurale di jurcj che 
mvece àìjus scrisse pure il Davanzali [£]), cioè all'jfiu ci- 
vile, criminale e canonico; e chi ad aforismi ^ agli aforismi 
d*Ippocrate, cioè all'arte medica; e chi seguendo sacerdth 
zioj intendi, con fine mondano di ottenere ricchezze ed ono- 
ri; (»-► Forse dal lat. sacerdotium^ che vuol dir anche £ene- 
•fizio ecclesiastico • Poggiali. •«-•) e chi regnar, intendi, pro- 
curava, per forza e per sofismi , per via d'imposture, d'in- 
ganni; e chi rubare, e chi di usurparsi Paltrui [e],- e chi ci' 
M negozio, intendi esercitare [i^; "^ Chi nel diletto deUa 
carne involto " S*€tffaticaua, intendi, per venire a capo dei 
pravi suoi desiderj; e chi si dan^a alVozio. »-^Sarà bene che 
del secondo periodo di sei versi si anouniri l'andar tumultuoso 
e ratto, Tirregolarìtà , e certa ordinata confusione, con che 
procede dal principio al fine, a far ritratto vero di quello che 
si rappresenta. Arte de' sommi maestri, che a noi basta pur 
di ammirare. Buoiou. ^-m 

[à\ Vedi Cinooioy Par tic. ito. i. [b] Scisma éTlaghilterra^ nam. il 
[e] m-^ « Molti souo li modi del rubare ( chiosa a questo luogo l'Ano* 
» nimo): quelli sono maggiori rubatori» che con pid forte braccia 
» rubano. Tutti li tiranni sono in questo numero. » E» F. — {d] Qoi 
per civil negozio et piace d'intendere coli* Anonimo precitato quel n$» 
goiio o eìttadinesea operazione che è in baratto nelli Offizj del Co- 
mune, — Jmminisirationi pubbliche mal eseguite, spiega il Pog- 
giali . ♦^ 



CANTO XI. i65 

Con Beatrice m'era suso in Cielo 
Cotanto gloriosamente accolto. 

Poi che ciascuno fu tornato ne Io 1 3 

Punto del cerchio, in che avanti s'era 
Fermo sì come a candellier candelo ; 

Ed io senti' dentro a quella lumiera, 16 

Che pria m*avea parlato, sorridendo 
Incominciar , facendosi più mera : 

i3 al i5 ciascuno f dei soprannominati beati spiriti» — fii 
iarnaio ec«^ si fa, coli' aggirarsi , restituito a quel medesimo 
Iq<^o, in cui avanti, per cagion di parlare a noi, erasi fot' 
9nOf fisrmatOy sìt così immobilmente, come s'affissa candelo 9 
«candela , a candelliere. L'edizioni diverse dalla Nidobeaiina» 
invece di in che astanti s" era '^ Fermo sì come ec.» leggono : 
in che opontì s* era » - Fennossi^ come ec, , lezione ripiena di 
coofosiooe • »-► n sig. Biagioli pretende che la nidobeatina le- 
sione renda invece irregolare il costrutto 9 ed imperfetto il sen- 
timento, e pensa che dalla comune ogni oscurità svanisca, ove 
al verbo era si sottointenda tenuto j i^dutOj o simile. L'una 
e Taltra lezione, a parer nostro 9 può starei ma nella nostra, 
ove alla fine del t^. i5. si faccia punto e virgola invece di pun- 
to fermo » sicché il senso di questo terzetto rimanga sospeso 1 
e si leghi con quello del seguente y il costrutto risnJta pieno e 
regolare, e chiarissimo il sentimento* 4-« 

1 6 al 18 Ed per allora [a] * »-► Preferendo il Biagioli , co- 
me abbiam detto, la lezione comune, spone: Ed vale quanto 
Ed ecco . «-• io senti* dentro ec, : dentro a quello splendore 
che prima m'aveva parlato, dentro cioè lo splendore in cui 
s. Tommaso d'Aquino celavasi , sentii incominciar somdendo 
darsi con sorriso principio a parlare, facendosi più mera, fa- 
cendosi intanto lo splendore medesimo piii rilucente . Appar- 
tiene il sorriso a vellicare la persuasione, in che Dante , ta-« 
cendo, si mostrava di essere, che que' beati spiriti non cono- 
scessero quanto si celava egli nell' interno delranimo.»-^ Ma 
i »^. 19. al 21., e 8o* e seg* del ix. di questa cantica ( otti- 

[mi 'Vtài Ciaouio, Parile, ioa la. 



a66 PARADISO 

Così com'io del suo raggio m'accendo, ig 

Sì, riguardando nella luce eterna , 
Li tuo' pensieri , onde cagioni, apprendo.' 

Tu dubbi, ed hai voler che si ricerna 12 

In sì aperta e si distesa lingua 
Lo dicer mio, ch'ai tuo sentir si sterna , 

Ove dinanzi dissi: u' ben s^ impingua , 2^ 

E là u' dissi : non sur se il secondo / 

inamente osserva il sìg. Biagioli } bastano a mostrar chiaro 
l'errore del Lombardi. Quindi con più sana sposizione egli 
dice che guel sorridere e farsi più mera y di più para , e però 
più viva face sfavillante, procede da novello impulso di cari- 
tè y la cui vampa di fuori spandesi col diletto di contentar gli 
altri desideri di Dante. Vedi e. mi. fv. 4S* e seg.^ eco. 
^^^/. f 4> e seg. di questa cantica. •«-« Ed io sentC dentro la lu" 
meray leggesi il u. 16. nel cod. Glenberuie. E* R. 

19 al ai Così com^ io ec.c a quel modo ch'io m'accendo 
del raggio della luce etema , della divina luce j cosi , riguai^ 
dando io nella medesima divina luce , apprendo 9 veggo , per 
mezzo di essa , onde cagioni ( lo stesso che onde in te si ca- 
gionino, si eccitino ) i tuoi pensieri f i tuoi dubbj. m^ ri- 
splendo in luogo di mf accendo leggono, attesta il Biagioli « 
il manoscritto Stuardiano e il Yat. 3 199. — Sotto il »^. 21. il 
PerazzininotaictVellutellus lefftj onde cagione . Hinc loseph 
» Thomasellius suspicaturlegendum esse : ond^ ècagionec€faoà 
n profecto contextui magis conveniret. Sicut ego aeternani lu- 
» cem intuensj eiusdem radio simul accender; ita oogitatìo* 
» nwn tuaruin causam dum intueor^ ipsas tuas cogitationes 
» comprehendo. Yideant Eruditi . Non enim cagionare ad id 
39 pertrahi potest, quod volunt Interpretes . » E questa noia , 
per ciò che Yioi sentiamo 9 non è certo da spregiarsi . «h» 

23 al a6 Tu dubbi , ed hai ec. Costruzione: Tu dubbi y ed 
haiuolerj brama y che lo dicermio y il mio parlare, owe, là dove^ 
dinanzi dissi.* u* ben s* impingua (sottointendi il rimanente di 
quel verso 9 cioè se non si {maneggia [a] ), e /a u' dissi j' non 
sorse il secondo { sottointendi il rimanente anche di questo 

[a] Canto precederne, v. 96. 



CANTO XI. 267 

E qui è uopo che ben sì distingua. 
La Previdenza , che governa il mondo 28 

Con quel consigh'o nel qual ogni aspetto 

Creato è vinto pria che vada al fondo, 
Perocché andasse ver Io suo diletto 3 1 

La sposa di Colui, eh' ad alte grida 

Disposò lei col sangue benedetto , 
In sé sicura e anche a lui più fida , 34 

verso, cioè a veder tanto [a] ), si rieerna, sì rischiari, m 
lingua si aperta e sì distesa , che si sterna j s'appiani, s'adat- 
ti, al tuo sentire ) al tao intendimento. — Cernere e ricer' 
nere ▼agliono propriamente purgare e ripurgof^e, e diconsi 
del grano; ma qui traslativamente ponesi ricernere per rischia- 
rare. II primo dubbio rischiarerallo in questo canto mede- 
simo dalt^. 123. fino all'ultimo; ed il secondo dubbio rischia- 
rerallo nel cauto ziii. dal u, 34- al 1 1 1. -^ * Il codice Caet, , 
come altri molti testi veduti dai signori Accademici , legge nel 
^. 22. discema invece di ricema* E. R. 

27 E quij e quanto appartiene a questo secondo dubbio , 
— è uopo che ben si distingua j intendi, in qual genere di 
perMMie siasi detto Salomone impareggiabile. Vedi il citato 
canto xiii . 

29 3o ogfd aspetto - Creato è yinto^ ogni creata vista si 
abbaglia e Confonde, w^ aspetto è vocabolo dedotto dal latino 
snstantivo aspectus, uno de' cui significati è la vista j il vede- 
re. Poggiali. •«-« pria che vada al fondo j prima che giunga 
a penetrar nelle ascose impenetrabili sue cagioni.^ VEirtnai. 

3 1 al 34 Perocché andasse ec Costruzione .'Perocché, ac- 
ciocché f&], m^' perocché per acciocché spone anche il To- 
relli, e cita quest'altro esempio di Dante, tratto dalle sue ri- 
me: E perocché V mio dir util vi fta - Discenderò del tutto 
in parte ec.; ed al contrario accenna usato da Dante stesso, nel- 
la F'ita IVuova j acciocché ftr perocché j ma ne trascura l'esem- 
pio. Or anche nel Convivio [e] sta scritto: ce Onde acciò che 
» la scienzia è ultima perfezione della nostra anima, tutti na-i 

[a] Canto preced.^t^. 1 1 4. [h] Vedi Ciu., Parlie. 198. 3. [e] Tratt. 1. e. i- 



!i66 PARADISO 

Due principi ordinò io suo favore, 
Che quinci e quindi le fosser per guida . 

L*un fu tutto serafico in ardore ; 3^ 

L' altro per sapienza in terra fue 
Di cherubica luce uno splendore . 

Dell' un dirò, perocché d'amendue 4^ 

Si dice r un pregiando, qual eh' uom prende , 

» taralmeate al suo desiderio siamo soggetti. » E nelle NoveUe 
antiche j noni. 75., leggesi.-cc Le balie de* fiincialli dicono , 
» quando elli piangono: ecco il Re Ricciardo ; acciocché come 
» la morte fa temuto .n-^^la sposa di Collii , la Chiesa 9 sposi 
di Gesù Cristo ) c&« disposò lei ad alte grida col sangue bc 
nedeUo 9 andasse ^ si accostasse ^ i^er lo suo diletto 1 Gesù Cri- 
sto 9 in so sicura f e anche alai più fida ^ con sicnreaza cam« 
minando 9 ^ con maggior fedeltà allo sposo. Agginnge ad alte 
grida e col sangue benedetto , allusivamente allo spirare chei 
secondo il Vangelo 9 fece Gesù Cristo in croce damans voce 
magna [a] , ed insieme al detto di san Paolo 9 che Gesù Cri- 
sto acifuisiynt Ecclesiam sanguine suo [£] • 
35 bue principi f due capi , due conduttori . 

37 serafico f che partecipa della carità de' Serafini , aggiBoio 
che vien dato a a. Francesco d'Assisi , fondatore dell Ordine 
de' Frati Minori. Volpi. 

38 L^ altro 9 s. Domenico , fondatore dell'Ordine de' Frali 
Predicatori. 

39 cherubica luce^ cioè de'Cherubini^ ordine d'Angeli» a^' 
quali riluce la divina sapienza. Volpi. -— * Per la differenza 
tra il serafico ardore del verso 37. e la cherubica luce del 
presente il Postillatore del codice Glenberuie nota : Serof^i- 
ni ardentes in amore Dei , Cherubini excetlentes in sapicn" 
tia. E. R. 

40 4^ DelPunf di s. Francesco. --^ perocché d*amendiie ec. 
Costruzione iperocc&è pregiando j lodando 9 un , uno de'dae^ 
guai eh* uom prende f qualunque dei due si prende alcuno a 
lodare 9 si dice d'amendue ^ si vengono a lodìar iosi^me tatù 
e dne-r 

[a] Malth. a-. W Acf. «o. 



CANTO XK !i69 

Perchè ad uq fine far l'opere soe. 

Intra Tupino, e l'acqua che discende 4^ 

Del colle eletto dal beato Ubaldo, 
Fertile costa d'alto monte pende, 

Onde Perugia sente freddo e caldo 4^ 

Da Porta Sole , e dirietro le piange 
Per greve giogo Nocera con Gualdo . 

4a Perchè ad un fin ec. : perchè operarono amendue al 
fiae medesimo di sostenere e guidare la Chiesa. 

43 44 Intra Jìipinoy ec. Circonscrìve la situazione della 
citta d'Assisi. ^ Tapini} f picciolo fiume vicino ad Assisi. Vbit- 
TUBi. — e Paógua che discende ec,^ ed il fiumicello Chiassi , 
che nasce da un monte che s. Ubaldo elesse per suo ritiro nel 
territorio d*w^obbio. Vbhtuei. 

45 al 4B ertile costa d*alto monte ea scende la fertile 
( d'olivi e viti ) £ilda di un alto monte . ^^Fertile manie d^tU* 
ta costa pende j preferisce di leggere il Torelli , chiosando ; 
<* monte d'alta costa vuol dire monte ratto ^ Gli Accademici 
» della Crusca leggono Fertile costa d*alto monte con dire 
s> che la parte dee dipender dal tutto. Non so se drìttamen- 
» te, perchè costa qui non è parte ^ ma tutto. Infatti Dante 
» poco sotto : Di quella costa là , doi^^ella frange - Più sua 
a> rattezza. Ecco quiro^fa per monte. n^^ Onde, dalla qual 
falda, Perugia ^ città dodici miglia da Assisi discosta )- Z>a 
Porta Sokf dalla parte ondVssa Perugia hsL Porta Sole (così 
chiamavasi quella porta che da Perugia apre la strada ad As^ 
sisi. VEVTtJEi.) sente 9 riceve , freddo , per le nevi delle quali 
caricasi quella costa nel verno, e caldo , pel riverbero de'raggi 
solari che la medesima costa fa nella state | e dirietro le ( ad 
essa costa) piange - Per grei^e giogo Nocera con Gualdo , 
terre nel tempo del Poeta suddite alla città di Perugia, ed 
oppresse da' Perugini ( dice il Daniello } con gravissime im- 
posizioni, e perciò piangenti la propria sciagura. — *I1 Po- 
stili. Casa, dà una spiegazione assai naturale a questo passo: 
Dieta costa dextra (ove è Ascesi , cioè Assisi ) frugifera est^ 
et sinistra sterilis propter grave giugum dicti montis oppo-^ 
situm directe septentrioni j in qua costa sinistra sunt Auce^ 
rium et Gualdum , plorantes metaforice loifuendo , quia ita 



a-To PARADISO 

Di quella costa là, dov'ella frange 49 

Più sua rattezza , nacque al moudo un Sole, 
Come fa questo tal volta di Gange. 

sunt posiiae in tam sterili loco et frigido, tion in fertili ^ui 
est alia costa ditti mentis, E. R. »-^ Riferita dal sig. Biagioli 
questa sposizioxie , soggiuoge : « Se è vero (juel proverbio , ex 
» ungula leo y basii que.sto saggio a dimostrare quanto poco 
i> conto s' ha a fare di quel Postillatore • » Ma sappia che Pie- 
tro di Dante [a]. Benvenuto da Imola ed il Vellutello, cbe 
stesero conienti da tenersi in buon conto y si accordano col 
Postilla tor cassinese; sappia che Benvenuto 9 riportata aocbe 
l'altra interpretazione > apertamente dichiara la prima mìglio- 
re \b]i sappia in fine che la E. B. ammette Tuna e T altra 
dichiarazione 9 e mostra cosi di averle entrambe in conio di 
buone. Con tutto questo confesseremo a parer nostro preferì- 
bile la intelligenza da lui, e prima di lui dal Lombardi, se- 
guita, trovandola ancora ooniortata dall'Anonimo, che spooe: 
jVócera e Gualdo sono due città sottoposte al Me Ruberto ^^ 
e per la sua supposizione dice che per grave giogo pian^or 
no. »- Vedi dunque che bella botta il Poeta nostro rinnova 
ad un Principe odiato da lui , e amaramente punto anche al- 
trove di avarizia , e. viii. i^. 83. e s^g. di questa cantica. ^ 

49 5 o Di quella costa ( la particella di per in [e] ) , in su 
la falda di quel monte, — là doy^ella frange * Più sua rat- 
tezza , là dove, più eh' altrove , piega , sminuisce , la sua is- 
pidezza, — un Sole, un gran luminare di virtti, s. Fran- 
cesco. 

5f Come fa questo tal incita di Gange, come in alcun 
tempo , cioè d*estate , nasce piti caldo e risplendente dal Gan- 
ge ( dalla parte dell'orizzonte che sovrasta al Gange, alPIo- 
die orientali ) questo , questo Sole , in cui ci troviamo a di- 
scorrerei. Notisi che il Cancro, nel quale, u vicino al quale» 
nasce nell'estate il Sole, attraversa sopra dell' Indie orieaU' 
li . »♦ Qui il nostro Torelli riporta la seguente noterella del 
Salvi: tu tal i^olta, cioè nella stagione del solstizio estivo, ia 
» cui il Sole passa sopra la foce del Gauge, ed a noi suol essere 
»3 più lucente il suo nascimento. » «hi 

{a] VeJÌDC la sua doU odia E. F. [b] Vedi la nota delP. ab. di Cosiamo 
uelvol.5. di questa nostra odiz.y lac. a49* [cj Vedi Ci nonio. Pari. 8o.)^- 



CANTO Xr. ^71 

Però chi d' esso loco fa parole 52 

Non dica Ascesi ^ che direbbe corto, 
Ma oriente, se proprio dir vuole. 

Non era ancor molto lontan dall'orto^ 55 

Che cominciò a far sentir la terra 

53 54 '^on dica discesi ( così gli antichi invece di jissi- 
sì [a] ) , che direbbe corto y che poco esprimerebbe il merito 
di quel loogo, - Ala oriente, — Concetto di tre quattrini ^ 
sbuffa qui il Veiitvei. IVIa se bene, come benissimo, appella 
Dante s. Francesco un Sole [&], se s. Bonaventura nella Vita 
del medesimo santo Patriarca appropria a lui quelle parole 
deirApocalisse: ridi alteruni jingelum ascendentem ab ortu 
òoiisy habentem signum Dei uiui [e], bene anche può ri- 
chiedere che non jiscesij ma oriente si appelli il luogo onde 
il medesimo santo Patriarca nacque. 

55 Pfon era ancor ec, e non si era per anche questo Sole 
di virtù molto innalzato, ed allontanato dall'orizzonte; vale 
a dire, non erasi ancora il Santo per l'età allontanato molto 
dal tempo del suo nascimento) non era ancor cresciuto molto 
in età . 

66 67 Che cominciò a far sentir in terra - DeUa sua ec. 
Cosi leggo colla Nidobeatina e coU* edizione veneta j568, e 



fa] TediaDche Giovanni Villani, Cronache ^ libro g» capo io34 [^] Il 
Comentatore dell'edizione nidobeatìoa» il Vellutello e il Daniello^ di 
cono che faccia Dante da s. Tommaso d'Aquino appellarsi Sole san 
Francesco coerentemente ad avere esso s. Tommaso scrìtto la di luì 
Vita, nel princìpio della quale dice: Quasi Sol oritns in mando hea- 
ius Pranciscus vita , doctrina et miracutis claruit . Ma non si rio > 
viene che mai s. Tommaso d'Aquino abbia scrino la Vita di s. Fran« 
Cesco } ed è nato lo sbaglio tra s* Tommaso d'Aquino e Fra Tommaso 
Celano Minorità , il primo che scrisse la Vita del santo Patriarca; il 
compendio della quale, fatto da Fra Bernardo da Bessa , incomincia 
appunto: Quasi Sol oriens . Vedi il Vaddingo, Annal, Min. anno ia44f 
num. XIII. Il Comentatore della Nidobeatina e il Vellutello aggiun;;o* 
no che scrÌTesse s. Tommaso d'Aquino la Vita di s. Francesco per ordine 
di Fap* Gregorio IX. Ciò fa maggiormente apparire il loro abbaglio. 
Imperocché solo Fra Tommaso Celano potè scrivere, come di fatto 
f testimonio il medesimo Vaddingo, ivi } scrisse pur ordine di Gregorio 
lX.,e non s. Tommaso d'Aquino, cbc iictl' anno ia4i i uel quale morì 
Gregorio I contava soli anni i6. [e] Nel Prologo, 



1-]% PARADISO 

Della sua gran virtude alcun conforto; 
Che [ìer tal donna giovinetto in guerra 58 

Del padre corse, a cui, com'alla morte , 

La porta del piacer nessun disserra : 
E dinanzi alla sua spiritai corte, 61 

Et coratn patre le si fece unito , 

intendo che la terra fiicesse già sentire, manifestasse già, al- 
cun conforto della sua gran inrtudcf dalla grande virtù di 
lui ricevuto [a]* Altri leggendo Ch^e'j Ch^ei cominciò a 
far ec.y sono costretti a cniosare che a far sentir la terra 
vaglia il medesimo che a fai' che la terra sentisse . m^ Poni 
fra questi il Poggiali ed il sig. Biagioli, il quale poscia sog- 
giunge che la uidobeatina lezione guasta troppo u testo e il 
sentimento . La E. B. sì è fatto sì poco carico di cotale senten- 
za, che non ha dubitato di attenersi esclusivamente al Lom- 
baitiiy sponendo: « CTie cominciò ec. Intendi: che la terra 
M cominciò a. manifestare di aver ricevuto alcun conforto dalla 
a» virtii di quel Sole. » *^ 

58 al 60 per tal donna y per la evangelica povertà, come 
il medesimo s. Tommaso nel verso 74* dichiara. <— in guerra 
'^ Del padre corse y tmesi invece di dire, incorse guerra del 
padre f cioè incontrò guai dal suo genitore 9 quando questi lo 
battè e carcerò pel getto che aveva fiitto del danaro ^ come 
leggiamo nella di lui vita. — a cuij com^alla morte ec»c alla 
qua! povertà, come appunto si fa alla morte 9 nessuno apre le 
porte del piacere; cioè, la quale tutti fuggono come la mor- 
te, ed odiano. Vbutuai. 

61 6a dinanzi alla sua spiritai corte ^ -* Et coram patre . 
— Leggendosi nella Vita di s. Francesco che rinunziò ad ogni 
terreno avere» e dispogliossi in presenza del Vescovo d'Assisi 
e del proprio genitore, diviene chiaro che per la sua spiritai 
corte dee intendersi il Vescovo d'Assisi coli' assistente suo cle- 
ro; e che ^e\ padre y il carnale, e non lo spiritual padre ^ 
cioè il Vescovo, come inavvedutamente, dietro ad altri, spie- 
ga il Venttiri, particolarizzandosi solo nel criticare le voci 
coratn patre y dicendole uoci dozzinali latine y perocché da 
lui non trovate tra V Eleganze del Manuzio. 

[a] Della parllcena deità per daiia vedi Cioooioa Pariie. 8o. la. 



CANTO XI. 273 

Poscia di di in dì Tamò più forte; 

Questa, privata del primo marito, 64 

Mille e cent' anni e più dispetta e scura 
Fino a costui si stette senza invito; 

Né valse udir che la trovò sicura 67 

Con Amiclate al suon della sua voce 
Colui eh* a tutto '1 mondo fé' paura ; 

64 al 66 Questa y priyata ec. Priva rìmaDendo questa don- 
na » la poTcrtày del suo primiero marito, Gesù Cristo, si 
stette senza invito , senza che alcuno la ricercasse, dispetta 
e scura f non corata e sconosciuta, più di mille e cent'anni, 
- fino a costui j finché fosse da s. Francesco risposata ,*che fu 
nel principio del secolo decimoterzo. 

67 al 69 Ne ualse udir ec: »-» Congiungi cosi : sicura al 
suono della sua voce, Tobblli. 4-« nò giovò , a far che gli uo- 
mini l'abbracciassero, udire che la povertà rendesse sicuro 
Amiclate , il povero pescatore , talmente che in mezzo alle 
»cannerìe degli eserciti di Cesare e di Pompeo se ne dormisse 
egli tnmquiliamente nella sua capanna, né punto sbigottisse 
sentendo al mal sicuro uscio battere e chiamarsi da colui j da 
Giallo Cesare, che fe^ paura a tutto 7 mondo. Vedi Lucano 
nel quinto libro della Farsaglia^ w. 5^8. e segg., ove fa che 
in lode della povertà esclami Cesare : o i^itae tuta facultas y 
* Paiqfens angustique lares! o munera nondum -> tntellecta 
Deumec. »-» Leggi le seguenti parole del Consilio i « e però 
» dice il Savio, se voto camminatore entrasse nel cammino, 
» dinanzi a* ladroni canterebbe. E ciò vuole dire Lucano nel 
» quinto libro, quando commenda la povertà di sicuranza, 
» dicendo : o sicura fiicultà della povera vita ! o stretti abita- 
m coli e masserizie ! o non ancora intese ricchezze delli Dei ! 
» A quali tempi e a quali muri poteo questo avvenire, cioè 
» non temere con alcuno tumulto, bussando la mano di Ce« 
» sare? E quello dice Lucano quando ritrae come Cesare di 
» notte alla casetta del pescatore Amiclas venne per passare 
» il mare Adriano. » — ce Cesare solo ( chiosa TAnoiiimo 
» citato dalla E. F. ), lasciata l'oste sua^ se ne venne ai mare 
» per andare per Antonio ; e qui , piacendogli solo la fortuna 
» per compagno , tix>vò una navicella legata alla riva del mare, 

FoL UL i8 



a74 PARADISO 

Ne valse esser costante né feroce, 70 

Si che dove Maria rimase giuso, 
Ella con Cristo salse in su la croce. 

Ma perch' io non proceda troppo chiuso, 7 i 
Francesco e povertà per questi amanti 
Prendi oramai nel mio parlar diffuso . 

La lor concordia e i lor lieti sembianti 76 

Amore e maraviglia e dolce sguardo 
Faceano esser cagion de'pensier santi; 

p il rettore e signore della quale una casa non molto di luogì 

V tenera, non guernita con alcuna forza ^ ma con sterile giuoco 
9> e canne di padule lessata . Cesare due volte e tre commosse 
3> con la mano l'uscio dimenante il tetto. Amiclas si levò dal 
» morbido letto, il quale li dava l'aliga , e li disse : qoal perico- 
» laute viene a casa mia? cui costrinse la fortuna di sperare 
>9 aiuto della mia casetta? E avendo cosi detto a Cesare j col fo* 
» cile il lume accese .Egli, sicuro della guerra, sa che la saa 
» casa non dee essere preda delle cittadine Battaglie . • • , La porta 
» aperta, Cesare disse: giovine, aspetta maggiori cose che li 

V tuoi temperati desiderj , e sciampiale tue speranze, se tu, se* 
» guitaodo i miei comandamenti , mi porti in Italia ec. » «-• 

70 al 72 Ne fraise ec: nò anche, per rendersi agli uomioi 
accetta, bastò l'essere stata la povertà costante e coraggiosa a 
segno di salire con Gesii Cristo fin su la croce , dove Maria 
Vergine, quantunque di Gesii Cristo amantissima, non sali. 
— feroce per coraggioso dissero altri pure. Vedi il Vocabo- 
lario della Crusca. E di salse per salì vedi il Prospetto dei 
inerbi italiani f sotto il verbo Salire^ num. 9. «^ * I codici 
Caet. e Glenbende , con altri trentasei testi veduti dai signori 
Accademici , leggono nel v, 72. pianse in luogo di salse; cosa 
che non solo impoverisce, ma adultera l'idea. E. R. 

73 chiuso per oscuro f coperto. Volpi. 

75 Prendi, intendi. — diffuso per esteso j o per lungo: 
pom'efiettivamente è fin qui stato nel circonscriveme essi due 
amanti . 

76 al 78 La lor concordia ec. Parla della povertà e di san 
Ir'raqpesco come di due novelli uniti sposi. — Faa^ano cs^ 



CANTO XI. 175 

Tanto che '1 venerabile Bernardo 79 

Si scalzò prima, e dietro a tanta pace 
Corse, e correndo gli parv' esser tardo» 

ignota ricchezza, o ben verace! 82 

Scalzasi Egidio, e scalzasi Silvestro, 
Dietro allo sposo; si la sposa piace! 

Iodi sen va quel padre e quel maestro 85 

Con la sua donna, e con quella famiglia 
Che già legava V umile capestro ; 

ser cagione ec, , davano altrui motivo di fare delle sante riso- 
luuoni. 

79 80 Bernardo da Quintavalle, il primo segiuice di san 
Francesco 9 — Sì scalzò^ ad esempio di san Francesco che 
voleva imitati gli Apostoli [a] anche nel particolare dello an« 
dare scalzo. 

81 gli pan/tesser tardo j pel gran desiderio che aveva da 
piangere al bramalo fine. 

8a wh¥ ben ferace , legge il sig. De-Romanis nella sua 
splendida edizione, chiosando: « Benché il P. Lombardi colli 
Nidobeatina s'accordasse alla comune leggendo o ben ve^ 
» raccj noi preferiamo la nuova lezione, tratta dai codici 
» CaeU e Glenben^ie^ tanto piii che anche i signori Accade- 
o mici la trovarono in altri testi ventuno. — /v?race può be* 
» nissimo alludere ai frutti che ne carpirono i primi seguaci di 
a s. Francesco , di cui segue a parlare . » — Il sig. Biagioli 
cbiama barbara una tale lezione ; e noi , dietro T esempio della 
E. B.9 la rifiutiamo, per seguir la comune. <-• 

83 Egidio e Silt^estrOf due altri dei primi seguaci di* san 
Francesco • 

84 allo sposo ^ della poveità , a san Francesco. -* si la 
sposa piace , per piaccica , enallage di tempo • 

85 sen ya^ intendi, a Roma da Innocenzo Uh Papa^ 
come in appresso farà capire. 

P»7 legaya rumile capestro, il sacro cordone; espressione, 

itf] la s. Luca, xui. 35. ,si legge che Gtsu Cristo mandasse pel mondo 
i 5UOÌ discepoli sine saeeulo, tt pera , et talccamentis » 



1176 PARADISO 

Né gli gfavò villa di cuor le ciglia 88 

Per esser fi' di Pietro Bernardone, 
Nò per parer dispetto a maraviglia; 

a dir vero, poco obbligante, essendo, a parlar con proprìcià, 
quella fané con cui o si legano gli animali, si appondoau 
gli uomini. Così il Venturi, non sapendo che asino appunto 
il maestro di quella famiglia , s. Francesco, appellava lo cor* 
pò suo , e come tale volevalo trattato \a\ . »-^ L'aggiunto unii" 
Isy dice il sig. Biagioli, basta per sé a rimuovere da questa 
voce l'idea cne comunemente porta seco, oltre che non il 
vocabolo, ma sì la cosa, porta seco onore o bassezza. 4-c 

88 89 Né gli grasso uiltà ec.c nò, per esser figlio di Pie- 
tro Bernardone, uomo ignobile, perciò fu in esso viltà di cuo- 
re , che gli aggravasse le ciglia , che gli facesse tener la fronte 
bassa, che timido il rendesse. Accenna la timidezza che d'or- 
dinario , per la educazione , hanno gli uomini di vii nascimento 
di trattar coi grandi ; e forse ancora risgnarda alla nobiltà di 
sangue, della quale andavano fregiati gli altri fondatori di Re- 
ligioni contemporanei a s, Francesco: s. Felice di Valois , fon- 
datore de' Trinitari, es. Domenico, fondatore de* Predicatori; 
il primo della real Casa di Francia, e l'altro della nobile fa- 
miglia de*Gusmani . Del ragionevolmente adoprar Dante /C^ per 
figlio^ vedi il Vocab. della Crusca alla voce Fi' m^ -Fi' per 
figlio , come pà* per padre ec, sono voci dello stile domesiì- 
Go, e s'adopera qui dal Poeta la prima, perchè ogni parte sia 
col tutto armonizzata. Biagioli. -«- FT per Figlio usarono gli 
antichi} cosi Firidolfi, Fighineldi, Figiovanni ec. Lami. — 
Guido Cavalcanti, nella canzone alla Fortuna, ohe comincia : 
F s* el non fosse il poco meno e 7 presso , disse ^ Ebbe a 
combattere co'fV della Terra ^ In Flegr a alla gran guerra^ 
Il Fontani ni afferma che non è voce toscana accorciata , ma 
intera friulana • Vero è che i nostri antichi (soggiungesi nella 
E. F.), quando veniva loro in acconcio, troncavano siffatte vo- 
ci; e dissero ca per casa^ co per capo^ sie* per siede jcrc^ per 
credi f me* ^ ^v meglio ec. <«-• 

90 dispetto a maraviglia j .dispregevole a segno da recar 
meraviglia • 

[a] Vedi s. BonsTeatura a^lla Yiia di s. Fmqc«sco, eap. 5, 



CANTO XL !i77 

Ma regalmente sua dura iotenzione 91 

Ad luDOceozio aperse, e da lui ebbe 
Primo sigiUo a sua religione . 

Poi che la gente poverella crebbe 94 

Dietro a costui, la cui mirabil vita 
Meglio in gloria del Giel si canterebbe , 

Di secónda corona redimita * 97 

Fu per Onorio dall'eterno Spiro 
La santa voglia d'esto archimandrita. 

91 al 93 regalmente y con generosità e animo da Re. Ver- 
Tvmi. '^ dura intenzione ^ arduo proposito. — Innocenzio, 
Papa Innocenzo III. — Primo sigillo » prima approvazione. 
»-^ & Francesco ebbe il primo sigillo > ossia la prima appro- 
Taziooe della sua regola y da Innocenzo III. » nativo di Campa- 
nia, nell'anno terzo di Federigo Imperatore, cioè nel 1214, 
secondo che dice Pietro di Dante. E. F. <-« 

95 96 la cui mirabil vita - Meglio ec. Accenna il costume 
ch'era de* Frati Minori di cantare in coro la Vita di s. Fran- 
cesco [a] ; e vuole inteso che i Frati la cantassero bensì , ma 
non intendessero cosi perfettamente il sublime pregio delle 
seniGche di lui virtù, come inteso Tavrebbero i Serafini del 
Cielo, ove colassii cantata fosse. 

97 al 99 ^' seconda ec. Costruzione: Fu la uoglia^ la 
brama e petizione santa , d'esto archimandrifa, di questo duce 
del minoritico gregge [i], daW eterno Spiro per Onorio y dallo 
Spirilo santo per mezzo di Papa Onorio III. , redimita di se-* 
conda corona, decorata di nuova e più ampia approvazione. 
— redimiia per decorata, adornata , dal verbo latino redimio, 
is . m^ Crede il sig. Biagioli che la frase redimita - Fu per 
Onorio ec, si spieghi male da tutti, e che non significhi per* 
ciò fu redimita dair etemo Spirito per mezzo di Onorio , 



[a] Y^ddlngo i AnnaL Min, ao. ia44» nam. zut., e sbaglia di largo il 
Daniello dicendo che al tempo del Foeta non era s. Francesco ancor 
canoniszato ; quando che» come attesta s. Bonavenlara nella di lai 
Vita» fa egli canooiuato del laaS, e Dante nacque nel ia6S. [b] Vedi 
il Biacri » Notitia d^ vocaboli ecclesiastici » art. Archimandrita . 



178 PARADISO 

E poi che per la sete del tnartiro 100 

Nella presenza del Soldaa superba 
Predicò Cristo , e gli altri che 1 seguirò , 

E per trovare a conversione acerba io3 

Troppo la gente , e per non stare indarno , 
Reddissi al frutto dell' Italica erba . 

Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno 106 

Da Cristo prese V ultimo sigillo y 
Che le sue membra du*anni portarno. 

Quando a Colui , eh* a tanto ben sortilio , 1 09 
Piacque di- trarlo suso alla mercede 

ma sì; fu redimila per Onorio spirato dalV eterno Spiro. 
La E. 6. ha ciò nulla ostante ammessa unicamente la comone 
sposizione. <4^ 

100 sete del mar tiro , brama di spargere il sangue per la 
santa Fede di Gesii Cristo . 

loi presenza superba per maestosa o terribile presenza. 
— Soldano cosi appellavasi il Principe dell'Egitto , avanti il 
quale predicò san Francesco. 

102 -Predicò Cristo , e gli altri che il seguirò , e gli Apo- 
steli che seguitarono Cristo; o pure egli e i Frati suoi| che 
là l'accompagnarono. Ventubi. 

io3 acerba^ indisposta , dura. 

io5 Reddissi j ritomossi, al frutto deW italica erba^ a 
coltivare e a trar frutto dall'erba italica^ metaforìcamente 
per r italica gente . 

106 Nel crudo sasso ^ nell'aspro monte, intra Tet^ere ed 
ArnOy cioè nel monte dell'Ai verna, realmente situato tra i 
noti fiumi Tevere ed Amo, vicino a Chiusi nel Casentino. 

107 Cultimo sieillo^ le sacre stimate , chefnr l'ultima con- 
ferma, dopo quella d'Innocenzo e di Onorio, della sua san- 
tità e religione; o pure (meglio) quel che vi mancava per as- 
somigliarsi del tutto a Cristo, e portarne iu sé ricopiata una 
viva immagine. Venturi. 

108 du'anni, anni due che, dopo ricevute le sacre stimate. 
sopi*av visse. 



CANTO XI. ^79 

Ch'el meritò nel suo farsi pusillo; 
A i frat} suoi, si com' a giuste erede, 1 1 1 

Raccomandò la sua donna più cara , 

E comandò che l'amassero a fede 3 
E del suo grembo T anima preclara 1 1 5 

Muover si volle, tornando al suo regno , 



1 1 1 Ch^el meritò legge la Nidobealina, ove Taltre edizioni 
leggono Ch^egli acquistò • Ma prima che s. Francesco fosse da 
Dio tratto in Paradiso , non aveva acquistata , ma solo meritata 
la mercede del suo farsi pusillo , cioè povero ed umile. «-^Do- 
vendosi cangiare (dice il sig. Biagioli ) preferirei scrivere collo 
StuardianOy Che meritò * — Ch^ei meritò , il cod. PoggiaIi.4-« 

1 13 erede^ plurale di ereda^ detto nel singolare in luogo 
di erede da buoni scrittoti anche in prosa [a\^ e non già per 
sola cagion della rima j come chiosa il Volpi • 

1 13 1 14 la sua donna y la povertà. — afedei^Tconfede[b]. 
•-►L'espressione amar a fede^ dice il sig. Biagioli , ha piii gra-^ 
zia che amar con fede^ amar fedelmente. ^- È un -modo 
antico di fayellare. Oltre Fesempio tratto dalle cento Novelle 
antiche^ e riportato nel Vocab., il Notaro da Lentino disse: Qual 
pia ti serue afòéK altrove: V^amo a buon cuore. E. F. 4-« 

1 15 del suo grembo^ cioè del suo corpo , chiosano il Vel- 
Intello e il Daniello. Dicendo però nello stesso periodo. Ed al 
suo corpo non uolle altra bara ^ conviene àie del suo grembo 
vaglia ilal grembo della sua donna , la povertà. th¥ Rifiuta il 
signor Biagioli questa sposizione, attenendosi alla più comune | 
a perocché (dic'egli) il corpo di lui visse bene in grembo alla 
» donna» ma non 1* anima certamente, la quale, quanto piii 
» povero era il corpo , tanto più ricca si faceva . >» — La E. B. 
sta ciò non ostante col Lombardi, sponendo : del suo grembo 
cioè del grembo di lei; e preferiamo noi pure questa inter* 
prelazione y la quale si conforta coll'autorità del nostro Torelli^ 
che spoue: E del suo grembo f cioè dal seno della povertà. <-• 

1 10 tornando al suo regno . Parla giusta la frase dell' Ec« 
desiaste: Spiritus redeat ad Deum^ qui dedit illum [e]. 

[a] Vedi il Yocabolario della Crusca alle voci Breda e Reda» [b] Vedi 
CiBoniov Partie. i. io. [e] Gap. la* 



*i 



'i8o PARADISO 

Ed al suo corpo qoq volle altra bara . 
Pensa oramai qual fu colui che deguo 1 16 

1 17 non uolle altra bara. Grinlerpretiy a quanto veggo , 
comuaemente intendono il pronome aura relativo alla poYer* 
tà) che nel saperiore terzetto disse raccomandata da s. Fran- 
cesco a' frati suoi. A questo modo non volle altra bara var- 
rebbe il medesimo che non volle altra bara se non la stessa 
povertà. A me però questa spiegazione par dura e per la lon- 
tananza della nominata povertà e molto pia per averle dato 
figura di donna, figura da quella della bara troppo disparata. 
Riferisce il Ginonio [a], che nel Convito di Dante i tratt. i. 
Gap. 6.y alcuni testi leggono: Dice Seneca che altra cosa più 
cara si conerà , che quella dove e* prieghi si spendono ; e 
nel trattato medesimo 9 cap. f 0. : Ed altra cosa fa tanto gran" 
de, quanto la grandezza della propria bontà. Ma perchè y 
cosi leggendosi , viene V aggettivo altra a significare il me- 
desimo che niuna^ e significato cotale sembragli stravagante, 
giudica migliori altri testi, che invece di altra leggono nulla. 
Temo io però che il Ginonio intorno a questa voce prenda 
uguale sbaglio, come in altro luogo (Inf* in. 9.) ho mostrato 
aver egli preso intomo alla voce alcuno. Egli almeno pare 
certo che il presente verso, Ed al suo corpo non volle altra 
bara^ non si possa meglio spiegare se non coli' intendere che 
vaglia quanto : Ed al morto suo corpo non volle bara nes' 
suna, nessuna funerea pompa; e dee con ciò Dante volere 
significato il comando che fece s. Francesco a' Frati snoi , men- 
tr*era moribondo, che fosse il corpo suo seppellito nelF infa- 
me luogo dove si giustiziavano e seppellivano i rei [6J. m^Non 
volle altra bara si costruisca : non volle altra bara , che quel- 
la che esibisce la terra ad ogni cor/fo morto, che è nna fos- 
sa. E perchè chi rifinta ogni altra bara non vuole sepoltura 
di sorte 9 però chi traduce potrà Tuna colFaltra forma barat- 
tare , senza altro discapito che quello di cert' aria pell^rìna 
che nella prima si sente. Biaoiojli. 4-« 

1 18 al lao Pensa oramai qual ec. Dalla santità di Fran- 
cesco fin qui dichiarata vuole s. Tommaso che si argomenti la 

[a] Parile, ao. ai. [h\ Vedi» tra gli altri, Benveuoto Rambaldì da rnob 
negli squarci storici che dal di lui comento latino sopra la Commedia H i 
Dante ricava e riferisce iltliurstori» tomo |« JMtiquit. Ual.mediiéLei.'i. 



CANTO XL 281 

Collega fu a mantener la barca 

Di Pietro in alto mar per dritto segno: 

E questi fu il nostro Patriarca ; 121 

Per che qual segue lui, com'ei comanda, 
Discerner puoi che buona merce carca . 

Ma il suo peduiio di nuova vivanda 1 24 

È £itto ghiotto si, ch'esser non puote 
Che per diversi salti non si spanda; 

santità di quello che, come ba detto di sopra [a], fu dalla di- 
vina Prot^idenza de8tinM}j:oltega ^ compagno, a s. France- 
SCO, a mantener in alto mar per dritto segno la barca di 
Pietro j a mantenere nel dritto cammino la Chiesa in mezzo 
a* burnscosi mondani flutti . . 

121 il nostro Patriarca appellasi s. Domenico da s. Tom- 
maso , perocché esso pure era del di lui Ordine. 

laa 123 Per che qual segue lui^ ec. Essendo s. Domenico 
di una santità compagna a quella di s. Francesco, puoi quindi 
discemere che qualj qualunque, segue lui y s. Domenico, 
carca buona merce j provvedesi molto bene per Petema vita. 
m^ Però qual segue al u- 1 22. il cod. Poggiali. ♦-• 

124 ^ 1^6 Ma il suo peculio ec.c ma la di lui greggia è 
divenata avida di nuoua i^iuanda^ cioè di prelature e di ono- 
ri, chiosa il Daniello, cV esser non puote che non si spanda 
per salti dif^ersi, che dee neoessanamente uscire dai campi 
dove il pastore vuole che si pascoli, e spandersi in campi di 
altra pastura, m^ Salto , dice rAnonimo, è il luogo dilettevole 
e di morbida pastura. E. F. -* Salto per selva, foresta, pa- 
scolo, luogo deserto. Volpi. — Secondo il Pc^giali, è presa 
questa voce interamente dal lat. saltus , che vale balza di mon^ 
le o di collina. Noi crediamo che debbasi qui prendere al- 
l'unico senso dì pastura. — diversi vale qui differenti contraria 
ToBXLLi . 4-« Nota , Lettore , che giudiziosamente , perocché nes- 
sonm^lio del domestico conosce i costumi de' condomestici, 
& Dante qui da s. Tommaso riprendersi i Domenicani , e nel 
canto seguente \h] da s. Bonaventura i Francescani ; e che al- 
l'opposto, perocché laus in ore proprio sordescitj fa s. Fran* 

[a] Terso 3 1 • e Kg. [b] Verso 1 1 2. e segg. 



/ 



i8si PARADISO 

E quanto le sue pecore ri mote 1 1^ 

£ vagabonde più da esso vanno , 
Più tornano all'ovil di latte vote. 

Ben son di quelle che temono 1 danno , 1 3o 
E strìngousi al pastor; ma son si poche, 
Che le cappe fornisce poco panno . 

Or, se le mie parole non son fioche, i33 

Se la tua audienza è stata attenta , 
Se ciò eh* ho detto alla mente ri voche , 

In parte fia la tua voglia contenta; i3G 

Perchè vedrai la pianta onde si scheggia, 

Cesco lodarsi da s» Tommaso qui , e s. Domenico da s. Bona- 
ventura nel canto che segue. 

129 Più tornano aU*oi^il di latte uote, meno in Religione 
Aiittano . 

i32 Che le cappe fornisce ec. Volendo il Poeta che in que- 
sta allegoria per le pecore intenda s. Tommaso i correi igìosi 
suoi, fa qui perciò che le vestimenta di cotali pecore non 
uelli dica j ma cappe, vesti cioè religiose; e fa che ne dinoli 
il piccciol numero de' buoni con dire che per far loro le cappe 
basta poco panno. 

1 33 non son fioche , non sono rauche , »-^anzi deboli \a\j «-« 
inteso però rauche figuratamente per oscure e mal capite . 

i34 «Se ^ tua audienza è stata attenta j se l'udito tuo m 
è prestato al parlar mio attentamente . 

1 35 riuoche per rivochi, antitesi in grazia della rima . »-» Il 
cod. Stuardiano legge: Se ciò che è detto in luogo di «Se cfò 
ch'ho detto, Biagiou. <-« 

i36 In parte fta ec.c rimarrà , quanto al primo de' due dub- 
bj [6]y soddisfatta la tua brama. 

137 ifcdrai la pianta onde si scheggia j capirai di quale 
pianta si fanno scneggie, figuratamente detto per eli quale og-^ 
getto si fr p^^ole , Così mi par meglio d'intendere, che col 
Venturi, il quale chiosa: vedrai quàl è la pianta, da cui sì 
Icifan le schegge ; cioè la religione domenicana , da cui ipiu 

[a\ Vedi la ootP «ggìuota al i^. 37. e. iii. dell'Iof. [b] Versi a5. e 36« 



CANTO XI. !i83 

E vedrà il Goreggièr che s'argomenta 
IT ben s impingua , se non si vaneggia . 

valenli uomini si distaccano per promoverli a cariche epre^ 
Iatture, m^ Col Ventali si accorda anche il Torelli, a questo 
verso chiosando : la pianta onde si scheggia y cioè , onde la 
religione di san Domenico si stoma dalla sua prima bontà . 
*-Noi però col Poggiali , col Pordrelli, col Biagioli e colla E. E , 
preferiamo l'intendimento del Lombardi. 4hì 

i38 189 Efedra il Coreggièr che s* argomenta - U' ben 
ec. Cosi leggono tre mss. della biblioteca Corsini [a]; ed im- 
portando questa lexione ( come ognun vede ) la necessità di 
Ì^ronanciarsi Coreggièr coir accento su T ultima sillaba > e 
a necessità medesima importando anche la Nidobeatina , leg- 
gendo Coreggieri [6] , vien necessariamente di doversi col 
Comento della Nidobeatina stessa supporre che Coreggieri 
appelli qui Dante i Domenicani, per l'istituto loro di cingersi 
dì corata [e] ; al modo che Inf. xxvii. 67. appella Cordi- 
^/iieni Francescani dal cingersi dicoi'da. Come mo facciano 
{ ecco le parole del Comento ) Coreggieri e Cordiglieri Dio 
lo sa f et il mondo lo vede. Solo però lezione e supposiziou 
^le possono trarci d* altissimo imbroglio , e fame capire che 
vedrà il Coreggièr che s* argomenta - U' ben ec. vaglia il 
medesimo che se detto fosse: appalesando tu nel mondo que- 
sto mio discorso ^ vedrà il Domenicano che si voglia signi* 
ficare dò che^ della Religione di lui parlando y dissi [d] : 
U* ben s'impingua, se non si vaneggia. 

Leggendo l'altre edizioni invece E vedrà il corregger 
cV argomenta j il Landino, Vellutello e Daniello, credo da 
oscurità trattenuti, non vi azzardano chiosa veruna: vi ci si 
mette il Venturi, ed approfittando dell'apostrofo dalle moder- 
ne edizioni segnato sopra V ultima sillaba di vedrà , sforzasi 
d'intendere che sia posto vedrei per vedrai ^ e corregger qual 



\a\ Segnati 5. 608. 1 a65. ]Jol\ Intendo coreggieri essere viziosamente 
scritto per coreggiere , come nelle Facezie del Piovano Arlotto Fio- 
renza 1 586, pag. 67 ^ 84 ec. , trovo scritto profumieri e cavalieri per 
profumiere t cavaliere, [e] Non debenl bursas vel scarsellas ad cor' 
rigias deferre g utfuit ordinatum Bononiae ia85. Cosi Delle Coslitu- 
cioni domenicane stampate in Roma oel 1 566. Annot,hi\ cap.io- distili- 
ctionia I. [^J Canio precedente, verso 69. 



a84 PARADISO 

nome verbale ^t correzione o riprensione f e che sia il seti" 
SO: intenderai la riprensione nascosta e inclusa in quel ra- 
ziocinio: U' ben s'impingua ec.m^E Torelli : E vedrai il 
modo di rifermarla y che è quello di tornare al primo insti' 
tutoi o correggere vuol forse dire riprendere? 4hì 

Io non aggiungerò qui altro se non, che invece di Cor^ 
regger e Correggieriy come leggono i prelodati testi ( forse ad 
imitazione del latino corn^^^a;, ho giudicato meglio di scri- 
vere, in conformitàdellostiìe presente, Coreggièr»^^*IÌ cod. 
Cass. legge il correggier, e la chiosa del suo Postili, coincide 
nell* opinione del P. Lombardi, che con tal voce il Poeta ab- 
bia voluto intendere l'Ordine di s. Domenico, che ha per re- 
fola di cinger di coreggia i suoi Frati [a] . Anche il cod. Glen- 
ervie legge nella stessa guisa ; porta però i^édrai ia luogo di 
vedrà. E. R. »-► « L'una e l'altra lezione (dice il Biagioli) può 
» stare,* maio mi attengo alla prima. Lo Stuardiano porta: »^ 
drai al corregger cV argomenta, s» La E. B. spone come il 
Lombardi. Il cod. Villani lee^ge esso pure coreggièr, e Mat- 
teo Ronto, come annotasi nella E. F., traduce: Coreggiere, 
cingala gestantem; e noi crediamo che questa sia Tunica in- 
telligenza da ammettersi , malgrado il contrario opinare del 
sig. Biagioli. 4Hi 

fa] Vedi la nota a questo luogo del P. ab. di Costanzo nel voi. 5. dì 
questa ediz.» face. 349 e seg. 



/ 



CANTO XIL 



ARGOMENTO 

in questo canto san Bonaventura racconta a Dante 
la vita di s. Domenico, e gli dà contezza dell' ani- 
me che in quel cielo si trovano . 



s 



ì tosto come i' ultima parola 

La beDedetta fiamma per dir tolse, 

A rotar oominciò la santa mola ; 



1 3 Puliima parola per dir tolse vale il medesimo che 
tolse , prese , a dire P ultima parola. La frane prendere a dire 
s adopera comuaemenle, e Io scambio della particella a nella 
per ba esemp j parecchi fa] . -*-Za benedetta ftttmma ^ lo splen- 
dore di cai ricoprì vasi ranima di s. Tommaso d' Aquino. 

3 j4 rotar ^ ad aggirarsi, ** santa mola appella metaforica- 
mente il cerchio che qael)eati splendori componevano.— mo/a 
per macina ^ o per ruota da arrotar ferri j diciam noi Lom- 
bardi. s-^La Crusca a questa parola nota: Mola, Macina y e 
riporta ad esempio questo verso di Dante , non accorgendosi 
che in esso è tal voce usata dal Poeta in senso non proprio 9 
ma figurato . Per che il eh. cav. Monti nella sua Proposta [&} 
ebbe occasione di stendere la seguente graziosissima nota. 
— «e La santa mola di questo verso è la stessa che su la 
» fine del canto decimo è detta la gloriosa ruota , una ruota 
» cioè di anime beate che di sé fanno cerchio al Poeta, e col 
» girarglìsi intorno manifestano la loro esultanza. Or vedi se 

[a] Tedi Cìnoniot Partic. 195.6.1 ed il Vocabolario delia Crusca sotto 
là particella Per, 5- 3. [b] Voi. 3, P. i. fac i4o. 



a86 PARADISO 

E Del suo giro tutta doq sì volse 4 

Prima eh' un'altra d'un cerchio la chiuse, 
£ moto a moto e cauto a canto colse ; 

» questa è propriamente uua macina come intende il Frullo* 
» ne , la macina che gli manda al buratto il fiore della farina. 

SD Parrà strana ad alcuni questa metafora, e strana la com- 
a> parazione di una schiera circoltire di Beati a una mola- Ma 
» prima di condannarla bisogna ben addentrarsi nello spinto 
» del Poeta ; e primieramente considerare che per mola qui 
M non altro deesi intendere che il giro che fa la mola; e cne 
13 su questo, e non mai sull'inerte sua massa, cade la compa- 
» razione; come in Omero la comparazione di Aiace coirAsi- 
» nello non cade sul corpo dell* ani male, ma su la pittoresca 
o lentezza , con cui egli, cacciato da lieto pascolo, si ritira. Mi 
» in Dante v*è di meglio. Ei voleva dipingere agli occhi dei 
M suoi lettori Torizzontalc rotazione di quella danza celeste, 
a> e, avendo già detto rota poc'anzi, né volendo intoppare nella 
» stucchevole ripetizione della stessa idea, da niun cno^i* 
n mento ei potea prender meglio la similitudine, che dalla 
» rotazione della mola, che orizzontalmente aggirandosi, gU 
» tornava adeguata al suo concetto meglio ancora che il voi- 
» gersì della rota che girasi, non al piano, ma all' insù. E 
» Dante stesso avvertì la differenza che corre im questi due 
>3 movimenti circolari , parlando del giro del Sole, e dicendo 
M che convien concepirlo non a modo di mola , ma ili rota 
» ( Coni/. 117.) 

ce Ho tocche queste cose a soddisfazione di qnei difficili 
9> che pigliano tanto scandalo dei pensati ardimenti di Dante, 
tt e niuno della cecità della Crusca che prende i rigoletU dei 
» Beati per macine da molino . » 4^ 

4 5 nel suo giro tutta non si {H>lse^ non fece un intiero giro ^ 

tal che ciascuno degli splendori componenti quella, tornasse al 

posto onde s*era mosso. -^Prima ch'un^ altra ec.f prima che 

un altro tripudio di beati spiriti facesse intomo a lei cerchio. 

() colse f \o slesso che accolse f per accoppiò ^ uni ^adunò \a\ 

[a\ Del verbo cogliere al sentimento di adunare vedine i molti csei»{«i 
che arreca il Vocabolario della Crusca sotto di esso verbo Cogliere , 
}. 3. , giacché nel 5* 3. del medesimo verbo al scuso di unire non *^ 
porla ai Uo esempio che il presente verso dì Dante . 



CAJNTO XII. a8y 

Canto che tanto vince nostre Muse^ 7 

Nostre Sirene, in quelle dolci tube, 
Quanto primo splendor qoef che rifuse. 

•-♦ Il sig. Biagioli a questo verso spoDv te accordò il moto e 
il canto al moto e al canto delle anime del cerchio inchiuso . 
Iodi soggiauge: <» Debbo far notare a chi studia che non v'è 
» equivalente ad esprìmere la precisa idèa del colse ; ma si 
» può immaginare pensando come i raggi d' un cerchio colgono 
» il suo centro, dove s* appuntano e s adunano) e non c'era 
u altro vocabolo che con tanta precisione l'unità del moto e 
» del canto esprimesse . m «-« 

7 al 9 ■-» Gli è rimasa dentro la dolcezza di quel canto , 
pa non ha immagine daritrarla, se non negativamente ^ e per 
quella similitudine della luce che Dante solo con quel siiggeUo 
poteva fiu* convenire. Biagioli.^^ Canto che tanto ec. Co- 
struzione: Canto che in quelle dolci tube^ in que' soavi spi- 
ntnali organi ( intendi, risonando ) tanto \fince nostre Muse 
nostri poeti, nostre Sirene y nostre cantanti innamorate don- 
ne [a], ( tralascia , per asindeto , d' interporre tra nostre Muse 
e Nostre Sirene la particella congiuntiva e ) - QuiUito pruno 
splendor quel che rifuse • In grazia della rima adopera , per 
enallage dìi tempo, rifuse in luogo di rifonde; e vuol dire; 
quanto la diretta luce ifince in chiarezza quella che dagli 
obbieUi ribatte, quanto, esempigrazia, la luce del Sole vince 
quella della Luna.n-^ Ma lasciando qui Tenaliage da parte , 
non osta pnnto al buon senso ed alla grammatica il lasciare il 
verbo in questione nel tempo passato . — rifuse deUo qui per 
nftettè spone infatti il Venturi i dello stesso intendimento si 
fu pure il nostro Torelli, il quale sotto questo verso notò: 
<K Forse va letto c&*e' rifuse , cioè cVei rifiettè. Par. 11. v. 86*, 
» E indi C altrui raggio si rifonde. » E il Lami , come anno- 
tasi nella E. F.: rifuse j sparse, diffuse, lat. refudit^ Final- 
mente il sig. Biagioli , scherzando su questa pretesa enallage 
di tempo, la rende chimerica cosi costruendo : canto cAe , 

fa] Può questa chiosa avvalorarsi dal v. i . del e. xxiz. del Parg. » Can- 
tando come donna innamorata . •-» Ma fra le donne innamorale ( cri- 
tica scherzando a questo luogo il sig* Biagioli) vene sono di quelle 
che paioDO rane raffreddate. —-Intendasi adunque per Nostre Sirene 
le DC»stre canlatrìcì » e conie sponesl dal Poggiali , dal sig. Fortirelli q 
J^iU E. B. «-« - 



a88 PARADISO 

Come si volgon per tenera nube i o 

Du archi paralleli e concolori, 
Quando Giunone a sua ancella jube , 

udito in quelle dolci tube; linee tanto le nostre muse 

e te nostre sirene ^ quanto primo splendore w/ixe sempre 
quello che rifuse . 4-0 

1 Jil ì2ah¥ Come si %^olgon ec. Non credo ( dice il sig. Bia- 
gio]! ) che si possa trovare in natura, né immaginare da oomo^ 
similitudine piii conveniente della presente , tanto le parti del* 
Ton termine con quelle dell'altro per ogni punto s* adegua- 
jio. ♦-• Come si ueggion. L'edizioni diverse dalla Nidob. leg- 
gono Come si uolgon. Ma come poco prima nel 1^. 4* » e poco 
dopo nel t^. 1 0. adoprasi il verbo uolgere nel proprio senso di 
moi^ersi in giro , e ciò non può dirsi degli archi delF Iride , 
merita perciò d'essere preferito Come si veggion . — * Tro- 
vando noi ne' codici Caet. e tii/era^eme scritto, conforme alla 
volgata, sì volgon invece dì si veggion ; ed osservando bene il 
contesto di quel che segue , non possiamo fare a meno di ri- 
cordsLTe ai dotti lettori , che la Midobeatina finalmente non è 
un Vangelo . E. R. »-^ Lombardi ( nota qui opportunamente il 
sig. Biagioli ) volendo leggere si veggion invece di si volgon , 
guasta una bellezza vera, che è la forma del muoversi che 
l'occhio siegiie dietro al pensiero così mossa; e distrugge la 
comparazione , non si potendo paragonare il muoversi d' un 
corpo collo star fermo d' un altro , ossia il moto colla quiete. 
•— Queste ragioni e V esempio della E. B. ci hanno persuasi a 
scostarci qui dalla Nidob. perseguire la comune lezione. — sì 
volgon leggono pure i codd. Vat. e Ang. E. R. <^mpcr tenera 
nube vale quanto in tenue e rugiadosa nuvola [a]. — Du' archi 
ec: due archi baleni tra di sé ugualmente distanti , e dei colori 
medesimi abbelliti, yBVTVKh-^ Quando Giunone a sua ancella 
jube. Insegnano le favole esser Iride la pri maria ance//a, ossia 
ministra, di Giunone; e come Giunone pongono essere nel- 
l'aria [b] ; ed Iride nelP arcobaleno, perciò dicono apparire nel- 
l' aria T arcobaleno allorquaudo Giunone chiama a se Iride per 
darle alcun comando. — /wAe,dallatinoy«&co, es , percomanrf/i. 



[a] Della particella per io laogo d'in Tedi Gin. , Far(/c. 195. i5.[^] >a- 
tal Conti, MfthologAih, a. cap. 4* 



\ 



CANTO XH. 389 

Nasceado di quel d' entro quel di fuori , 1 3 

A guisa del parlar di quella vaga 
Ch'Amor cousuuse come Sol vapori j 

E fanno qui la gente esser presaga, 1.6 

Per lo patto che Dio con Noè pose. 
Del mondo che giammai pili non s'allaga^ 

Così di quelle sempiterne rose 19 

Volgeansi circa noi le due ghirlande, 
E sì l'estrema all'intima rispose. 

• 

i3 al i5 Nascendo di quel ecc produceadoaì per via dì 
rìile8$ione di raggi Parco di fuori ^ il maggiore , di quel JVii- 
troy dal minore. — ^ guisa ec: come per riflessione di voce 
formasi il parlare dell'Eco, di quella or qua, or là vagante Nin- 
fa , coi l'amor di Narcbo consunse^ consumò» non altrimenti 
che il Sole i vapori» e ridusse all' invisibile della sola voce. . 

16 al 18 E fanno ec Costruzione : E per lo patto che pò* 
scy fece. Dio con Noè (Arcum meum ponam in nubibus , et 
erit siguum foederis ec. , et non erunt ultra aquae diluvii ad 
delendam universam camem [a]), fanno ^ ì detti archibale- 
ni » esser qui, qua^giii, la gente presaga , presciente, - Del 
mondo (la particella del sta qui per il de dei Latini [&J, e 
però vale del mondo come quanto al mondo f circa il mondo) 
che giammai più non s^ allaga . 

19 rose appella que' beati splendori e per la vivezza del 
color della rosa, e per rapporto alle ghirlande che compo- 
nevano. 

ao f^olgeansi circa noi le due ghirlande; cosi legge la 
2Vìdob. •-♦e il cod. Poggiali 4-« ove l'altre edizioni, e special* 
mente quella della Crusca e le seguaci, leggono F'olgènsi 
circa noi le duo ghirlande . 

%t E sì restrema ec- e siccome i colorì dell'estenor arco* 
baleno corrispondono ai colori dell' intimo » così il moto e il 
canto degli spiriti componenti il cerchio estremo j esteriore, cor- 
rispose appuntino al moto e al canto del cerchio interno. i^-*al- 
rtdiùnarisposey leggono i codd*Vat. , Ang. Caet. e Chig. E. R. «^ 

{a\ Gen. 9. [h] Vedi Cinonio, Pariic, 80. 6. 



i 



3go PARADISO 

Poiché 1 tripudio e l'altra festa grande, 22 

Si del cantare e sì del fiammeggiarsi 
Luce con luce gaudiose e blande^ 

Insieme a punto ed a voler quetàrsi , a5 

Pur come gli occhi ch'ai piacer che i mtiove 

s3 fiammeggiarsi j scambievolmente collo splendore il lu- 
strandosi iu segno di carità , o risplendendo T una a vista del- 
l'altra a gara. Vbuturi. 

24 Luce con luce gaudiose e olande. Per sintesi di numero 
adopera in plurale gli aggettivi gaudiose e Blande ( vagliono 
piene di gioia e di piacevolezza') per rapporto alle luci più 
d'una, che importa il senso di luce con luce, th* Non ha qui 
luogo, per ciò che pensa il sig. Biagioli, la sintesi di numero 
dal Lombardi supposta , e pensa che il Poeta a grande studio 
Io abbia fatto : « e non aveva (dic'egli) miglior mezzo di mo- 
3> strare il pensier suo, tutto assorto in quel tripudio di laute 
tt anime vedute insieme, e a un tempo fiammeggiarsi cosi fat- 
» tamentei disordine che dal grammatico del trivio si salva coi 
n soliti greci sutterfugj; ma che arte e natura vuole, e prooe- 
» de da testa ben organata . » 4^ 

a5 Insieme a punto ed a voler quetàrsi. Non potendo qui 
tranci ottenersi che molti uomini, insieme moventisi, tutti 
nello stesso punto di tempo si fermino , se non per riguardare 
ciascuno di essi ad un capo regolatore, e seguire la volontà di 
quello, vuole Dante inteso che, diversamente u*a quegli spi- 
riti accadendo, tutti in un punto si fermassero per propria 
armonica volontà ; e questo vuol dire Insieme a punto ed a 
%^oler^ insieme cioè e quanto al tempo e quanto alla volontà. 
B^quetàrsiy si fermarono . 4-« Per maggiore chiarezza prefe- 
risco di leggere con alcune edizioni \a\ a punto , piuttosto 
che appunto con altre [A]. — quetàrsi poi leggo colla Nido- 
beatina ed altre edizioni, e non quietarsi colla edizione della 
Crusca, perocché veggo che questa stessa altrove legge sem- 
pre auetarey e non quietare [e] . 

ao a^ come gli occhi ec. Appartiene questo esempio non 

[a] Vedi, Ira le altre, rediiionì di Veoezia 1 568 e i $78. [li] L'adixSone 
degli Accademici della Cr. , ed altre prima e dopo di quella, [e] Vedi» 
per cagton d'esempio 9 In£ zzsiii. 64*» Parg. v. JB-j Farad, zzx. Sa. 



CANTO Xll. agi 

Conviene insieme chiudere e levarsi ; 

Del cuor dell'una delle luci nuove 28 

Si mosse voce, che Tago alla stella 
Parer mi fece in volgermi al suo dove; 

E cominciò: l'amor che mi fa bella 3i 

Mi tragge a ragionar delF altro duca, 
Per cui del mio si ben ci si favella. 

Degno è che dov'è l'un T altro s'induca 34 

•d altro che a far capire il simultaneo moversi e fermarsi di 
quegli spiriti. — che i muove; vale in questo luogo pure la 
i^UogUt come in quell'altro verso: 

La sconoscente vita , che i fe^ sozzi [a]. 
^^édudere elevarsi dice, come perzeuma, invece di chiw 
dersi e levarsi t al modo che direbbesi in latino oportet claw 
aere et aperire se , invece di claudere se j et aperire se . 

38 Del cuor per dal [bj cuor, dall' interno dal mezzo. 
^ una delle luci nuove, una del nuovo piii grande apparso 
cerchio. È questa il serafico Dottor s. Bonaventura, come ma- 
nifesterassi nel v. 127, e segg. 

39 3o che r ago atta stella ec* che in volgermi al suo 
dove, al luogo dov'ella stava, - Parer mi fece ^ ago alla 
stella, fece che sembrassi l'ago calamitato volgentesi alla 
polare stella . »-»Da ciò si vede^. dice il Lami , che l'uso della 
bnssola era già comune nel secolo xrv. — - Guido Guinicelli, 
che fiori verso il 1220, parla anch^esso dell'ago della bussola. 
Vedi Rime ant, tom. 1. fac. 72-74 nella strofa che comincia: 
In quelle parti sotto tramontana - ^ono li monti della ca-- 
lanuta ec. E. F. «-« 

3r Camor che mi fa bella, il divino amore che m'infiam- 
ma e (a risplendere . 

32 33 deW altro duca, dell'altro capo e guida di religiosa 
famiglia , di s. Domenico , - Per cui del mio ec, , per con* 
eludere T eccellenza del quale [cj ha san Tommaso d'Aquino 
cosi ben favellato del duca mio , s. Francesco . 

34 dov^è Vun Pedtro s^ induca vale quanto.- dove si fa 
menzione di uno, facciasi menzione deW altro ancora . 

[a] Infl VII. 53. Vedi il Vocabolario della Crnsca sotto la lettera f, 5> S* 
[&] Vadi Cìdooìo, Parile. 8i» i a. [cj Cauto precedente, t^. 1 18; e seg^. 



i 



!^g2 PARADISO 

Si, che corn'elli ad una niilitàro, 

Così la gloria loro insieme iuca. 
L'eseiciio di Cristo, ebe sì caro 3^ 

Costò a riarmar, dietro alla 'nsegna 

Si movea tardo, sospeccioso e raro; 
Quando lo 'mperador che sempre regna, 4^ 

Provvide alla milizia ch'era io forse, 

Per sola grazia, non per esser degna; 
E, com'è detto, a sua sposa soccorse 43 

Con duo campioni, al cui fare, al cui dire 

Lo popol disviato si raccorse. 

35 elli per e^^i [a].^ad una^ uoiumente e d'accordo. 
Vebturi. 

37 al 39 V esercito di Cristo, ec- il popolo Cristiano , che 
a riarmarlo, contra il Demonio , della grazia perdala, costò a 
Cristo si caro, si moveva dietro alla propria insegna, cb'è la 
santa Croce, tardo per la pigrizia» raro per il numero , so» 
spettoso per tanti dubb j mossi da tanti Eretici . Y bvtubi. 

4o lo ^mperador che ee. , Dio . 

4i ^//a milizia f al deuo esercito ^ — ch'era in forse f 
che era in perìcolo di soccombere agrinfci*nali nemici. 

4a Per sola ecz mpsso unicamente dalla infinita sua boo» 
tà, e non da merito veruno che in essa pericolante milizia 
fosse. m^Per sola grazia j e non ec.y ì codd. Ang., Caet. e 
Cbig. E. R.4^ 

43 a sua sposa yM^i Chiesa sua . 

45 Lo popol disviato ecc lo popolo Cristiano, disviato da 
la dritta via de la fede, si raccorse , si ravvide del suo errore, 
e tornò alla via smarrita. Vellutello. —Tutti i moderni Espo- 
sitori , seguendo il Daniello e il Landino, intendono detto ra4> 
corse in grazia della rima per raccolse. Trovando noi però il 
verbo raccorgere al senso, che qui ottimamente si confà » di 
ravvedersi j adoprato anche da altri [6J, cessa il bisogno della 
pretesa antitesi. v-^-La E. B. spiega: si raccorse, sì raccolse, 

[à\ Vedi Cii>onio» Parlic. loi. 16. [b] Vedi il Vocabolario della Cra> 
sca al verbo Raccorgere. 



CANTO XIL ^93 

Iq quella parte , ove surge ad aprire 4^ 

Zeffiro dolce le novelle fronde, 

Dì che si vede Europa rivestire, 
Non molto lungi al percuoter dell'onde, 49 

Dietro alle quali per la lunga foga 

Lo Sol tal volta ad ogni uom si nasconde, 

si unì sotto r insegna della Croce; ma anche il Poggiali ed il 
sig. Biagioli stanno qui col VeI1uteIlo,fì sembra a noi pure 
tale intendimento migliore e da preferirsi . <«-« 

46 al 4^ •-♦/» quella parte •, ec. Descrìve la patria di san 
Domenico con versi così belli e con tanto sfoggio di poetica 
pompa y che è proprio una meraviglia. Biagioli. «-v In quella 
parte^ nella parte del mondo per rapporto airitalia, dove il 
Poeta scriveva, occidentale, o^e, in cui , surge il dolce zeff^ro 
( venticello occidentale così dai Greci, e dai Latini Favonio 
appellato ) ad aprire le novelle fronde ( dal singolare fron^ 
da), "Di che si vede Europa rivestire^ a fare in Europa pri- 
mavera. Zefiro (aggiunge il Venturi a proposito) vento fe- 
condo, giusta il dir de' poeti: Et reserata viget genitabilis 
aura Favoni . Lucrezio [a] . 

49 al 5 1 Non molto lungi al ( per dal [b^) percuoter ec. , 
non molto lontano dal percuoter che fanno i terreni lidi quelle 
maritlinie onde, - Dietro alle quali per la lunga foga ( anti- 
tesi in grazia della rima ferfuga^ e fuga per continuazione ^ 
tirata [e] ) , per la grande loro estensione , - Lo Sol tal volta 
ad ogni uom si nasconde. Dice tal volta, imperocché dietro 
alle accennate acque solamente nascondesi il Sole airemisfero 
nostro ( il solo che conosceva il Poeta abitato dall' umau gene- 
re ) nel solstizio estivo; ed in altri tempi dietro ad alir' ac- 
que nascondesi , troppo dagl'ispani liti rimote, m^ La seguente 
chiosa del Lami , che prendiamo dalla E. F. , chiarirà forse 
meglio la cosa, ce Essendo a Dante ignoti gli antipodi , pensa 
a che qualche volta il Sole si nasconda a tutti gli uomini , cioè 
» quando è nel Tropico del Capricorno, o lì vicino; perche 
» quando è nel Tropico del Cancro, benché tramontando a 
» noi si nasconda , pure non va sotto agli abitatori vicini alla 

[«I Lib. ì.v. «I. [b] Vedi Cinonio, Partie. a. 4. [a] Vedi il Vocabo- 
lario della Crusca sotto la voce Fuga , S* 4* 



7^i PARADISO 

Siede la fortunata Callaroga 5i 

Soito la protezioa del grande scudo, 
In che soggiace il leone e soggioga. 



» sfém parallela meridiana, perchè allora il suo detto non 
i> ivhbe vero . » 4-« 

Tutti, quali l'osservo, gli Espositori intomo alla notata 
yoce foga discoixlano dal mio parere doppiamente. Essi non 
solo intendono essere foga detto senz'antitesi , ma di più , in- 
tendendo che del «$o/e, e non delle oncUj sia detto, chiosano 
per la lunga foga significare il medesimo che per la lunga 
carriera ( spiegazione del Venturi , conforme a quella di tutti 
gii altri ) che fa il Sole quando abbiamo i giorni più lunghi. 
Oltre però che foga , come per la moltitudine degli 
esempi sotto di essa voce dal Vocabolario della Crusca recati 
si può vedere, altro non significa che impeto y furia , aggiun* 
gesi che nell'estate, quando cammina il Sole per cotale diur- 
na più lunga carriera , sempre si nasconde dietro alle descrìtte 
onde marittime , e non ial volta solamente. »-♦ L'espressione 
per la lunga foga, dice il sig. Biagioli , sì d(*gna di Dante e 
di essere ammirata , è stata sin ora malamente spiegata . Ma 
la sua spiegazione poi non è punto divei*sa dalla riportata 
del nostro P. Lombardi -, e solo vi aggiunge del proprio, che 
se Omero e Virgilio vi pensassero mille anni, non potreb-> 
bcro immaginare espressione più ardita, e più giusta, e di 
maggior effetto di questa di Dante . ^-m 

62 Callaroga^ così, testimonio Baudrand [a], latinamente 
appellata l'oggi detta Calarvega , oppirìulum dioecesis ojtO' 
mensis in Uispania y in Castella poteri y patria s. I}ominiciy 
Institutoris Òrdinis Praedicnloruni . — 11 Volpi la dice al- 
trimenti appellata Calahorra , m^Calaguris la dissero gli an- 
tichi Latini. 4-m 

53 54 Sotto la protezion del grande scudo , -/r» che er., 
invece di dire sotto la protezione del gran Re di Castiglia, 
nello scudo y ossia arme di famiglia, del quale il leone sog- 
giace e soggioga. Allude allo inquartarsi nell'arme del Re di 
Castiglia due castelli e due leoni , talmente in quattro caselle 
distribuiti , che da una banda sta un castello sopra di un leone» 

[aj iéexic, Gto^r, art. Caiaroga, 



CANTO XII. agS 

Dentro vi nacque T amoroso drudo 55 

Della Fede cristiana, il santo atleta, 
Benigno a' suoi , ed a' nimici crudo ; 

e questo è il leone che soggiace , e dalla banda opposta sta 
un leooe sopra un castello 9 e questo è il leone che soggioga . 
55 al 57 amoroso drudo - Della fede cristiana . Vale qui 
amoroso drudo quanto amoroso seguace o difensore ^ e della 
Yooe drudo f a questo o somigliante senso 9 ne reca esempj più 
d*anoil Vocabolario della Crusca. — drudo ( avverte il i^osa 
Morando ) é originalo dalla uoce germanica dreu ( treu^ seri* 
tono i lessici tedeschi ), che i^at fedele. Drudi sì chiamarono 
poscia i vassalli f per V obbligo che hanno di essere fedeli 
à* legiiiimi lor Signori [a\ ; «^ eDruidi furono detti i Filoso* 
fanti della Gallia, quasi uomini veritieri e leali, come a questo 
pfopositonotò 9 contro il Casa, in difesa di Dante , il Salvini [b]) 
— fieoedeUo Fioretti nel voi. iv. dfi suoi Proginnasmipoeticij 
al Proginnasma 69. chiama questa metafora di Dante stravagan* 
tissima » e contro ed decoro poetico e cristiano j e dice che per 
Questo Monsignor della Casa meritamente nel suo Galateo ne 
Kceromore. ccMa, se questo Critico (notò il chiarissimo Redi [e]) 
» e con lui Mons. della Casa avessero considerato in qual uso 
» oe* tempi di Dante era la voce dirado, non gli avrebbuu data 
» questa cosi poco erudita accusa. E degna a questo proposito 

• ai esser letta una delle Veglie toscane che T eruditissimo 
» sig. Carlo Dati lasciò compiiate 9 nella quale gentilmente di- 

• tende Dante dalle accuse di Mons. della Casa. » E con molti 
esemp) il Redi viene poi dimostrando che drudo si prese dagli 
aoticki Toscani in signiBcato onestissimo; che Dante stesso nel 
Contatto chiamò drudi gli amatori della filosofia ; che laco* 
pone da Todi ne* cantici sacri si valse del nome druderia e 
del verbo indrudire in sentimento pio e devoto ; che drudo 
in forza di addiettivo ed al senso di forte y i^alorosOj gentile^ 
di maniera graziosa , destro ec. U*ovasi usato dagli antichi 
Toscani, ed anche dagli autori del cinquecento; e fiualraente 
che in alcune scritture mss., citate da Mons. Vincenzo Bor- 

\a\ Otservazioof sopra il canto iz. del Purg. v. i. [b] Centuria ii. dei 
Discorsi accademici , fac. i84* [<^J Annotazione al verso Se la druda 
di TUome del suo Ditirambo • 



^96 



PARADISO 

E, come fu creata, fu repleta 58 

Sì la sua meate di viva virtute, 
Glie nella madre lei fece profeta • 



ghìni , intomo agli anni i a 1 4t si legge Drudo e Drudolo per 
nomi proprj d'uomini nobili. -4> li Menagio afferma cheipiii 
antìcbi Romanzi francesi si servirono della voce drudo sempre 
in buon senso -, e che cominciarono ad usarla io mala parte 
solo ai tempi di s. Luigi e di Filippo il Bello, applicandola 
agli amori disonesti. Ma dagli esempj cberecansi dal Redi ri* 
mane provato che i Provenzali si valsero di questa voce andie 
in significato osceno. Concludiamo adunque col Redi stesso, 
che drudo potrebbe cori'ispondere al procus de' Latini , e che 
si trova indifferentemente, secondoTordine de* tempi y inbuono 
ed in cattivo significato [a], ^-m atleta propriaménte dicesi il 
combattitore o lottatore nel P anfiteatro; qui adoprasi ferpro^ 
pugnatore o difensore semplicemente; al qual senso disse an- 
che il Pulci: Perchè tu se^ di Dio nel mondo atleta [A J. •-♦Ot- 
timamente ; ne in questo esempio può mai atleta per similitu- 
dine valere martire della Fede^ come dietro la Crusca spoo* 
gono i Compilatori del nuovo gran Diz. di Bologna. L'osser- 
vazione è del eh. sig. prof. Parenti [e] . «-• crudo , santamente 
implacabile. Veutùri. »-* Lo dice crudo , perchè messe a ferro 
e fuoco gli Albigesiy e ne procurò lo scempio; e inslituì il tri- 
bunale del r Inquisizione delegata, essendo per T innanzi inqui- 
sitori i soli Vescovi; ond'è che a principio furono inquisitori 
i soli Domenicani. Lami. E. F. -«-v 

58 repleta . Dono sforzato della rima^ dice di questa voce 
il Venturi; ma forse non abbisognava in que' tempi maggiore 
sforzo a dir repleta per riempiuta , che a dir oggi replezione 
per riempimento . 

6o Che nella madre ec. Ellissi, invece di i che essendo egli 
ancora neW utero della madre ^ feccia profetessa della fuiw 
ra sua santità . Allude al sogno ch'ella'ebbe, mentre di lui 
et*a gr?ivida , essendole parso che partorirebbe un cane bianco 
e nero con una fiaccola accesa in bocca, simbolo dell' abito 
deirOrdine e dell'ardente zelo del santo Patiiarca. VEiiTuai. 

[al Puoi vederne ^1i e^rmpj afich«n<*1 nuovo c^rnn Dizionario dì Bologna 
alla voce Uiudo, ^6] Murg. xivu. i34- [e] Atmotaz, idiSCn iv. iìic. 35g. 



CANTO XIT. 197 

Poiché le sponsallzie fur compiute 6i 

AI sacro fonte intra lui e la Fede, 

U*si dotar di niutna salute, 
La donna , che per lui T assenso diede, 64 

Vide nel aonno il mirabile frutto 

Ch'uscir dovea di lui e delle rede j 

»♦ Vedi Teodorico da Alipodia, il più antico scrittore della 
Vita di s. Domenico, ^-c 

6 i al 63 Porche le sponsalizie ec. Costruzione : Poiché fur 
lesponsalizie intra Une la Fede compiutegli sacro fonte^ ^U^j 
dove, si dotar di mutua salute > Appella sponsali zie tra l'uo- 
mo e la Fede il battesimo, per Tunirsi che T uomo nel batte- 
simo fa alla fede di Gesii Gnsto ; e dicendo che al sacro bat- 
tesimal ibote si dotarono la Fede e s. Domenico di mutua sa- 
bue^ vuol dille che s. Domenico promise difesa alla Fede, e 
che la Fede promise a s. Domenico la vita eterna , secondo le 
parole del Rituale : Fides quid libipraestat? R. Fitam aefer^ 
nam [aj. Sponsali zia, sposal-izia , sponsalizio e sposatizio 
sono ternuui ugualmente 8Ìgni€canti e indifferentemente ado-^ 
prati [6j. — ^ Non «ara ardire l'innoltrarsi alquanto più col Po- 
stili Caet«, ì4 qualei riguardo Mvl mutua salute, chiosa: ^tiia 
quando aecepit Fidemfuit salvus, et ipse posteasalx^ayit Fi- 
dem; espressione certamente un pocoazzai*data, se si volesse 
assolutamente ed a rigor di lettera intei'pretare ; ma, se riflettasi 
alle circostansBe delle famose eresie combattute e vinte dal 
santo Fondatore principalmente e da*snoi seguaci, si vedrà 
cbe non può esser meglio collocata . E. R. 

64 La donna , che per lui ec: la comare che pel bambino 
Domenico rispose e promise al sacerdote battezzante quanto il 
sacro rito im^pone . 

65 66 Fide nel sanno ect sognò che s. Domenico avesse 
nna stella in fronte, ed una nella nuca, onde rimaneva iIIu-< 
minato TOrieute e TOccidente . ViHTuai . — rede ( plurale di 
rer/iF , che significa lo stesso che erede ) appella i Religiosi do- 
menicani, come nel canto precedente appellò erede di s* Fran*' 

(^1 Oe savr^meulo Sapiismi, titul. s.cap. n. [b] Vedi il Vocabolario 
delia Crusca . 



398 PARADISO 

£ perchè fosse quale era in costrutto, 67 

Quinci si mosse Spirito a Domarlo 
Del possessivo di cui era tutto : 

Domenico fu detto ; ed io ne parlo 70 

Sì come deir agricola che Cristo 

Cesco i Francescani [a], m^e di me erede , il Caet.; e de le 
erede f il Val. e l'Ang. E. R. <-• 

67 al 69 E perchè fosse quale era in costrutto ec. Elssen* 
do costrutto e costruzione voci sinonime [6 j , ed essendo la 
grammatical costrazione ouella per cui si rende cbiaro on in- 
tralciato ed oscuro perìodo, parmi di poter decidere cbe in 
costrutto vaglia qui lo stesso che in chiaro f in palese 9 e che 
debba il contenuto nel terzetto presente ordinarsi cosi : Eper^ 
chèj acciocché f fosse in costrutto, in cbiaro, in palese » ^iio/e 
eray il neonato bambino, si mosse quinci , dal cielo, Spirito y 
Angelo , a nomarlo - Del ( per col [e] ) possessivo di cui^ di 
quello del qaale, era tutto ^ cioò a nomarlo col nome di Do* 
menicOi nome possessivo di Dominus \_d^% del Signore Iddìo 9 
del qoale quel Santo era tutto. 

Altri spiegano che in costrutto vaglia in effetto; ma, se- 
condo me, ne perturbano il buon senso. •-»> Il Lami, come an- 
notasi nella E. F. , spiega questa terzina cosi : ti Acciocché , par- 
» landosi di lui , o scrìvendosi, ancora il nome corrispondesse 
li a' suoi fatti , fu chiamato Domenico, m — La chiosa del Lom* 
bardi a questo luogo è stata universalmente ammessa da tuui 
gl'Interpreti a lui posteriori. <-• 

71 agricola^ agricoltore. — Cbisto, Abbenchè ad ugnai 
modo che ripete qui Dante in rima tre volte la voce stessa 
Cristo, ripeta ancne altrove \e] altra voce, è nondimeno os- 
servabile che, ove di altra voce non sempre, della voce Cri* 
sto sempre fa la rima colla voce medesima [f]; e però dee 
credersi fiitto in segno di venerazione: ciò che potrebbe edo- 



[d\ Verso i la. [b] Vedi il Vocabolario della Crusca, [e] TediCÌDonio 
Par tic, 61» 1 1. [^ Possessiva sani quae possessionem a ut proprieUk- 
tem aìiquam signi ficant-, ut regius a rex, patrius a pater yjratemus m 
Jrater , Ei^andrius ab Evandro . Vossio , Gram, /af . De genlilibais <€ 
possessivis. [e] lùein|>igrazii« » t'urg. xx. 65. e segg. , Par. xxz. 9^* e 
scgg. [/] Vedi Pur. xiv. 104*» xiz. io4*, xzzii. 83. 



CANTO XII. 199 

Elesse air orto suo per afutarlo. 

Ben parve messo e famigliar di Cbisto, 73 
Cbè 'I primo amor che 'd lui fu manifesto^ 
Fu ai primo consiglio che die Ckisto. 

Spesse fiate fu tacito e desto 76 

Trovato in terra dalla sua nutrice , 
Come dicesse: io son venuto a questo. 

O padre suo veramente Felice ! y q 

O madre sua veramente Giovanna, 

Tiebbe bastare per ud abbondante anpplimento a quella, che 
al dilieato gnsto del Venturi rasaembra in questa ripetixione f 
grazia minore che in quell'altra del nome di Mandricarito 
dairAriosto fatta [a]. 

73 orto per vigna, e l'uno e Taltro traslativamente per la 
santa Chiesa. — per aiutarlo y o fev aiutar V orto^ e varrà 
ripurgarlo; o per aiutar Cristo y e varrà cooperare con esso 
nella coltura dell'orto. 

y'i messo y nunzio. 

y 5 primo consiglio che die Caisvo, intendono gli Espositori 
comniieinente quello che die Cristo al giovanetto: Si visper^ 
fectus esscj uade^ vende quae habes. et da pauperibus [6]. 
E manìfestossi in s. Domenico il primo amore a cotale divino 
consìglio, perciocché ( dice il Landino ) essendo ancor giovai 
netto a studio, vendè i libri e ciò che avea, et in gran co* 
restia distribuì ai poveri» Il che intendendo il Vescoyo, lo 
fece Canonico regolare. 

76 al 78 Spesse fiate fu ec.9 spesse fiate la nutrice di lui 
trovato lo aveva disteso per terra tacito e desto ( segni che 
non vi fosse caduto, né che vi si fosse messo per dormire ) , 
- Come dicesse : io son venuto a questo , cioè ( chiosa il I)a* 
niello ) nato son per umiliarmi ; ( si può anche intendere ) 
io sono venuto nel mondo a praticare e pi^dicare T austerità 
e la penitenza • 

79 80 O padre suo veramente ec. Essendo Felice stato il 
nome del padre di s« Domenico , e Giovanna quello della ma- 
ta] Far. caoto zzvn. st. 4^ [b] Mattk. 19. 



3o3 PARADISO 

Ma per amor della verace roanoa , 
In picciol tempo gran dottor si feo , 85 

Tal che si mise a circuir la Tigna, 
Che tosto imbianca se *1 vignaio è reo; 
Ed alla sedia , che fu già benigna 88 

» ni [a]. a> Il Morerì lo dice di oscar! parenti , e Tissnio nel- 
roscurità e nell'ozio sino all'età di trent^anni , dopo i qnaii , 
datosi con fervore allo studio y divenne in breve uno de* pia 
Cimosi e ricchi medici de* suoi tempi. —Stese de' Conienti 
sopra gli Aforismi e sui Pronostici d*Ippocrate, sol modo di 
trattare le malattie acute dello stesso, sopra nu libro di Gio- 
annì^Oy intitolato Isagoge j sopra le Opere di Gio. Battista 
Niccoliniy e sopra YArs parva di Galieno. — Ma piit sicnre 
notizie della vita e dell'Opere di lui sì possono ricavare da 
una lunga ed erudita nota del benemerito dott. Biscioni alle 
seguenti parole del Convivio: come fece quegli che trasmutò 
il latino deW Etica {ciò fu Taddeo Fpocratista) j nella qn»- 
le, appoggiandosi ad autentici documenti, pruova che Taddeo 
fece testamento nel t^koì; che era morto nel 1296; ch'ebbe a 
parenti i Pulci, una delle più nobili famiglie di Firenze; che 
possedette beni stabili prima di essere Lettore in Bologna ; e 
termina col sospettarlo della famiglia degli Alderotti di Firen- 
ze» e col dubitar grandemente eh' egli vivesse 6no ai 3o anni 
sonnacchioso e pigro j come si riferisce dal Ctnelli nella sna 
Storia ms. degli Scrittori fiorentini, dietro la testimoniaiixa 
di Filippo Viflani, il quale ne scrisse la Vita in latino verso 
la fine del t3oo, insieme con altre d^alcuni illustri Fiorenti- 
ni, le Quali poco di poi forse da altri furono volgarizzate, ri- 
manendo inedite tuttora si le latine che le volgari . «-• 

84 della verace manna , della verità evangelica e teologi- 
ca, che è la verace manna dell'anima. VBHTirai. 

85 feo per/t?*, paragoge in grazia della rima. 

86 la vigna , la Chiesa • 

87 Che tosto imbianca ec. , che presto perde il verde e si 
secca, se il vignaiuolo è un birbone. Vbhturt. 

88 al 90 sedia pontificia . -^ che fu già benigna ec. y sin- 
chisi di cui la costruzione: che a* poveri giusti fu già pùk 

f«] Sior. lib. 6* e. 66. 



CANTO XII. 3o3 

I^ù a' poveri giusti, non per lei. 
Ma per colui che siede e cbe traligna, 
Non dispensare o due o tre per sei , 91 

Non la fortuna dì primo vacante, 
Non decimasy quae sunt pauperum Dei , 



nigna (intendi, cAe al preterite non è), e che traligna^ non 
per le£^ non per propria colpa , che in sé stessa è santa, -Afa 
per colui che siede ^ per colpa di chi la occupa. — * Il Po* 
stili. Glenberuiej parlando di quel tempo, dice a questo luo- 
go: Reprehendit modernos Episcopos et Pastores , qui non 
stth^niant nunc justis pauperibus , ut solebant eorum ante^ 
cessores^ quod aicit fieri non culpa Ecclesiocj sed Pasto* 
rum eius, E. R. 

91 Non dltpensare ec^ non chiese, dico, di potersi com- 
porre con dispensare in uso pio, per il male acquistato o pos- 
seduto, solamente la terza parte, o la metà. Vbhtvbi. •-►Odi 
il Poeta nel Convito e «ahi malestrui e malnati, che disertate 
» vedove e pupilli , che rapile alli men possenti , che furate 
jft ed occupate l'altrui ragioni; e di quello congedate conviti, 
» donate cavalli ed arme, robe e danari, portate le mirabili 
n vestimenta , edificate li mirabili edificj, e credetevi larghezza 
9 Urei E che è questo altro a fare, che levare il drappo d'in 
» sull'altare, e coprire il ladro e la sua mensa? » E vedi ivi 
il rimanente. Biagioli. 4^ 

ga IVon la fortuna ect uè il primo benefizio che vacasse, 
quale glie T offerisse la fortuna, o pingue scarso. Vehturi. 
^ * non petivitf chiosa il Postili. Caet., (intendi san Dome- 
nico) transferri de uno ordine in alium propter meliorare , 
pe/ primani t^acantem , quod est dare materiam quaerendi 
mortem illius, E. R. »-» Il Dionisi legge di prima ifocante (e 
cosi anche i codd. Vat., Ang., Gita, e Chig. E. R. ). Il senti- 
mento è lo stessei ma questa lezione è piii conforme a quella 
d^H antichi mss. che leggono de prima ynicante , parte di 
formula curiale, e vi si sottintende ecclesia, <-• 

93 Non decimas ec- né addimandò, come fan molti, le de- 
cime d*alcun paese, le quali s'appartengono a' poveri di Dio. 
Laudivo. — Verso (sfei*za il Venturi) ^er vero dire poco gra* 
ziosOf tutto composto di voci latine nulla eleganti» Ck>mun- 



1 



3o4 PARADISO 

Addimandò, ma coatra 1 moudo erraote gi 
Licenzia di combatter per lo seme, 
Dei qual ti fascìan ventiquattro piante. 

Poi con dottrina e con volere insieme, 97 

Con l' uiicio apostolico si mosse , 
Quasi torrente ch'aita vena preme; 

£ negli sterpi eretici percosse 100 

L'impeto suo più vivamente quivi. 
Dove le resistenze eran piti grosse. 

qne per6 siena al gusto del Venturi , sono elleno secondo lo 
stile de*CftQoni$ti che delle decime trattano, e tanto basta. 

94 errante y depravato dall'eresie. Vbitturi. — * NeH'inter- 
linea di sopra a questo verso scrisse il Postili. Caet.: Fuit 
primus Inquisitore El. R. 

9J seme, cioè la Fede 9 che è seme di grazia e di gloria. 
Vbhtvbi. 

96 Del guai ec,^ ellissii invece di dire: del guai san nate 
le ventiguattro piante che ti fasciano , cioè li veutiquaitra 
spiriti beati che compongono) dodici per dodici [oj, i due pu-^ 
lelli cerchj che ti circondano; piante tutte dal seme della rede 
prodotte . — ^lo/if e (notano bene gli Accademici della Crusca) 
ha Dante appellati qnesti medesimi spiriti poco di sopra: 
Tu uuoi saper di guai piante s^ infiora 
Questa ghirlanda [&} • 
»-^ L'edizione aldina con altre antiche leggono sifaseian in* 
vece di ti fascian; e cosi pure It^gge l' Anonimo^ il quale 
chiosa: Za feéky la guale è fasciata da yentigmatiro piante y 
cioè i XXIV. libri della Bibbia. E.. F. <-• 

07 al 102 Poi con dottrina oc, t con dottrina e con kaona 
volontà insieme (perchè tutte le scienze senza il buon volere 
SDII nulla), e con l'autorità pontificale, si mosse ^ quasi nn ra- 
pido torrente. La similitudine è tolta da Virgilio: mut rapidus 
montano fiumine torrens '^ÒLerrùt agros , sternit sata laetOf 

[a] I dodiei spìriti componeott il cerchio intimo vedili nooiiofttj nel 
caule z. V. 94* e ^%%'9 e I dodici coittponeati il circolo esteriore voiÌaIì 
annoverati io questo canto» v, 127. e segg. [b\ Canto x. v. |^i. e »eg. 



CANTO XII 3o5 

Di lui sì fecer poi diversi rivi, io3 

Onde Torto cattolico sì riga, 
Si che i suoi arbuscelli staa più vivi . 

Se tal fu l'uDa ruota della biga , io6 

houmque labores^ - Praecipitesque trahit sjrluas [a] ; eh* è 
quello che qui dice il Poeta : J7 negli sterpi eretici percosse 
'V impeto suo • Divibllo. »♦ « Li CaUolici (chiosa rAatì- 
» co) SODO arbori fruttuosi $ li Eretici sono sterpi pungenti e 
n Teoenosi ^ li quali sono da tagliare e da ardere , secondo il 
» Vangelo: omnis arbor , quae non fcicit fructus bonos , 
» excidetury et in ignem mittetur. » E. F. <-• 

^ quivi j '•^Doue vale là dovoy cioè nel distretto princi- 
palmente di Tolosa contro degli Àlbigesi^ come abbiamo nella 
Vita del santo Patriarca* 

io3 io4 ripi appella i Religiosi segnaci di s* Domenico , 
per i<(are su la metaforica appellazione data al Santo di tor^ 
rente, »» Di che Corto cattolico s^irriga^ legge il codice 
Poggiali. ♦« 

io5 arbuscetU appella i Cristiani inerentemente ad aver la 
Chiesa appellato orto catto/ico . — ^Studinsi queste allego- 
rie, seguansi pure e s'imitino, ma non si vada piii oltre : Quas 
ultra citraque nequit consistere rectum. Questa, secondo il 
nostro corto vedere, è una delle piìi belle che si ritrovino nei 
iàsti della poesia. E. R. 

106 biga^ chiosano il Volpi ed il Venturi, per carro di 
due ruote • Ma e perchà non piuttosto per carro carretta 
semplicffmenle» la specie pel genere? Due ruote (forse avranno 
essi detto) pone egli di fatto in questo suo carro , come di qui 
e dal canto xxix. 107. del Pni^. apparisce. Verissimo y rispon- 
do io; ma non ci dice Dante però che per questo riguardo 
lo appelli biga^nk confessa di non sapere ciò che il Volpi , e 
prìma di lui il Tassoni \b] e cento altri avvertirono, che biga^ 
^gaeguadriga furono denominasioni prese non dal numero 
delle mote, ma dal numero de'cavalli che il carro traevano. 

[»] Emeide, libro n, versi 3o5.a segoanti.[^] Il Muratori nella vita 
^1 Taaaoiù riferisce cbc»tra l'altre cose che disapprov«%a egli nel 
pnno Vocabolario delb Crusca j una fn ahe si defiuiise Biga , €ano 
^ du9 rmoi€. 

roi. in ao 



XS PARADISO 

In che la santa Chiesa si difese, 

E vinse in carapo la sua civil briga , 

Ben ti dovrebbe assai esser palese 1 09 

L'eccellenza dell'altra, di cai Tomaia 
Dinanzi al mio venir fu sì cortese . 

Ma l'orbita , che fé' la parte somma 1 1 2 

Di sua circonferenza, è' derelitta, 
Sì eh' è la muffa do v' era la gromma . 

La sua famiglia, che si mosse dritta i §5 

Co*|piedi alle su' orme, è tanto volta, 

107 In che ec, nella qnal biga campeggiando la Cbiesa, 
e co' nemici combattendo 9 si difese. 

108 E uinse in campo la sua ciuil briga ^ saa ci vìi gaer- 
]^; e disile ^ perocché insorta per T eresia tra'Cristiani mede* 
fsimi . »-► briga è parola derivata dal provenzale briga y qnere* 
la, contesa, lite ec 9 tolto dal celt. brig o briga f che tanto 
vale. BiAcioLi. 4-« 

1 1 o dell* altra j intendi , ruota. »-► di cui , cioè con pieno 
costrutto y nelle lodi di cuiec. Biagioli. •<-« Tomma per Tom-- 
masoj apocope in grazia della rima. 

ìli al mio uenir^ al mio apparirti. -— fu si cortese j in- 
tendi panegirista , lodatore . 

1 1 a al 1 14 Ma forbita j ec. : ma al presente i Religiosi di 
Ini non si tengono più in qnell' oriiVa, in qnella carreggiata , 
che fe\ che segnò > la parte somma della circonferenza di casa 
ruota; non seguono pi& le pedate del santo fondatore. — Si 
eh* è la muffa ec.: formula proverbiale che signiGca: è il ma- 
le doi^e prima era il bene;\pvesB, dalle botti ^ che, ben custodite 
col sno vino, fanno la grama, che le conserva, e trasandate 
fanno la muffa ; sebbene ciò talora proviene dalla qualità di- 
Tersa del vino,* ond'è nato il proverbio: buont^in fa gruma, 
e tristo uin fa muffa , Yzirruai. »-► Crede alcuno (chiosa l'A- 
nonimo ) che qui 1 Autore tocchi occultamente di quella setta 
che fu tra essi appellata Frati della povera vita; e vuol di- 
re che dove era in principio la gromma , cioè la fratemitade 
e onitade, e odore di buona fama, ora v'è la muffa, cioè di- 
scordia e divisione, e corruzione. E. F. ♦-• 



CAKTO XIL 307 

Che qael dinanzi a quel di retro gitta ; 

E tosto s'avvedrà della ricolta 1 18 

Della mala coltura , quando il loglio 
Sì lagnerà che Tarca gli sia tolta. 

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio lai 

Nostro volume , ancor troveria carta 
U' leggerebbe: i' mi son quel ch'io sogh'o. 

Ma non fia da Casal, né d'Acquasparta, 124 

117 Che quel dinanzi ec. : che pone essa le dita de' piedi 
a quella parte dove s. Francesco impresse le calcagna-: cam- 
mina al contrario. 

I 18 al 120 della ricolta vale il medesimo che dalla ^ oper 
Iti [a] ricalta. — quando il loglio y la zizzania , ( melai'oiica- 
mente pel catiiuo Religióso) '^ Si lagnerà che Inarca (pai 
granaio , o perchè arca nella sua etimologia significa luogo 
chiuso [6] y perchè unche nelle arche si conservi il grano da 
chi ne ha in poca quantità } gli sia tolta » gli sia negata , egit^ 
tato, intendi» nel fuoco y giusta il comando che farà un di il 
divìn Giudice: colligite primum zizania^ et alligate ea in 
faseiculos ad comburendum, triticum autem congregate in 
horreum meum [e] . m^ L'Anonimo diversamente dagli altri 
spone: Non che fermento nasca ^ ma il loglio si Uanenterd 
di piggior sementa j che verrà a impacciare V arca sum; e la 
E. F., non riportando sotto ques4i versi venm' altra chiosa s 
mostra di averla accettata. Io quanto a noi, non ammettiamo 
che la cornane sposizione > dichiarando fuori di allegoria colla 
E. B.s quando il traviato frate si lagnerà che gli sia tolto il 
Paradiso per essere sepolto neW Inferno .^^ 

lai al ia3 •-► Ben dico jCc.—Ben credoj legge invece il 
«id. Poggiai) . ♦< chi cercasse a foglio a foglio - Nostro, vo-^ 
lume j detto metaforicamente invece di chi riconoacesse .ad uno 
ad uno i Frati dell'Ordine nostro, — troveria carta - U'' leg-- 
gereò6e^ i* mi son «e* troverebbe Frate che si dajpebbe a soor- 
geve niente in peggio mutato • 

I 'i4 ^ *^^ ^^ ^^^ fi^ ^^'' ''^ ^^'^ ^^^ ff^ ^^^^^ buon 

\ii' Vcfli Ciò. Partic, «i. 14. 1 3. [b] Àrea dieta, quod ah €a dau*a 
atce^Htur/ures, Varrò De ling. iat, lib. 4 W àiatth. i3f 



3o8 PARADISO 

Là onde vegaon tali alla Scrittura, 
Ch'uuo la fugge, e Taliro la coarta. 



Religioso nò da Casale , nel Monferrato y né ^Acquasparta , 
nel contado di Todi, - Là onde^ dai qaali luoghi [a\ , uegnon 
tali alla Scrittura j escono tali ad interpretare la Regola scrìt- 
ta da s. Francesco, - Ch'uno la fugge ^ e Coltro la coarta , 
chenno ne fugge il rigore, e Taltro lo accresce airimporta- 
bpe. Chi fossero questi da Gasale e d^Acquasparta , e obi di 
loro allargasse e restringesse la Regola di san Francesco, non 
bisogna cercarlo dal Landino, né da qnei che il Landino ban- 
no seguito, il Volpi ed il Venturi, ma dal celebre minorìtìco 
annalista Luca Waddingo. Ecco com'egli sotto Tanno 1^89, 
num. a3. , dopo di avere narrato che Fra Matteo d'Acquaspar- 
ta, Cardinale insieme e Generale dell'Ordine, per la troppa 
sua condiscendensa e fiicilità, cagionasse il rilassamento, se* 
gue indi a scrìvere 1 Dantes Aligherius , ceM>ris poeta 
etruscusj qui paulo post notissima ilia edidit poemaia^ ab' 
strusis sensibus praegìiantia j nec salis a tot Commentatori* 
bus 9 qui illa inteppretan conati sunt , adhuc explicata , lajcio' 
ris habenae huius jéquaspm'tani , et corruptae sub eo disci' 
plinae meminit^ quam^is Chn'stophorus iandinus j po/issi* 
mus eiusdem Interpresj a contrario sensu eumdem intelligatj 
et nimium , quem ille corripit rigorem in Ubertino a Casali j 
hictribuit jéquaspartanoj lasdorem i^ero Regulaeinterpreta' 
tionemy quam Dantes reprehendit in j^quaspartano, Landinus 
itssignat Ubertino , qnem etiam ex errore ait JUinistrum Gè* 
neralem Ordinis fuisse . m^ Matteo d^Acqnasparla fu eletto 
duodecimo Generale deirOrdine francescano nell'anno 1287; 
e neiranno seguente fu fatto Cardinale da Papa Niocolò IV. 
— Secondo Pietro di Dante Frate Ubertino da Casale compo- 
se un libro intitolato Proloquium de potentia PapaCj coar- 
tando la santa Scrittura, e^dioendo cbe ancora il Papa dove» 
va avere ciò che ebbe san Pietro, primo PonteCce. E« F. 
-^Costui, in occasione del Capitolo generale dell'Ordine te* 
nuto neiranno i3io in Genova, si teoe Capo degli Zelanti , 
ehe presero il nome di Spirituali , e cagionò una specie di 
scisma nel suo Ordine [£], 4-« 

[n] Vedi Gin. Partk. i5o. i. [h] Wadding Àti. Min, 



CANTO XU. 3or) 

lo soo la vita di Bonaventura i l'j 

Da Bagnoregro, che ne'gk^aodi ufìci 
Sempre posposi la sinistra cura . 

lllamioato ed Agostid soq quici, i3p 

127 al 129 la vita per Vtmima qui ed altrove^ come si è 
detto nel tx. dì questa cantica , v. ^. «^Sotto questo verso il 
Torelli ha notato: «Nota modo di dire.* la vita di Bonauen^ 
a tura per Bonai^entura. Omero B/if WfXxXelvi per H^ax Aifc. 
» f^is Herculis per Hercules. Cosi nel canto xit. v»6.:La già* 
» riosa vita di Tommaso; e sopra ^ canto iz. v. 7..* <£* g'ia /a 
» vita di quel lume santo. n ^-a Bonaventura <» Z>a Bagno* 
regio ^ s. Bonaventura, Gardin. e DoL di santa Chiesa, stato 
Ministro Generale dell'Ordine minoritico per continui diciot* 
t*anni. m-* Nacque nel 1221, entrò in religione d'anni 22; fu 
Dottore neirUniverKÌtà di Parigi, e di poi Generale del suo 
Ordine. Nel 1272 fu fatto Cardinale e Vescovo di Albano da 
Gr^orio X. , che lo incaricò di assistere colla sua dottrina e 
prudenza al Concilio II. generale di Licme, ov'egli morì di 
anni 53. PoaoiAii.'^^ Bagnoregio ^ oggi voìsànnente Bagna* 
rea, nel territorio d'Orvieto* — posposi la sinistra cura. 
'-^ sinistra io credo <]ui detto oppositaménte a destra nel sen* 
so, in cui destra adoprasi nelle Scritture sacre, di prima* 
ria \a] , e che perciò sinistra cura vaglia il medesimo che 
cura secoFularia^ meno importante y la cura, cioè a dire, delle 
temporali cose, cura veramente da essere posposta a quella 
dello spirito. Degli altri Spositori chi per la sinistra cura in- 
tende la vita attiva [6J, e chi la cura stessa da me detta delle 
temporali cose [e]; nissuno però di essi ne spiega perchè sini- 
stra r appelli Dante. Il Vocabolario della Crusca, oltre la 
spiegazione di sinistro per ciò cA'è dalla parte sinistra y ag- 
giunge esempio del medesimo aggettivo adoperato in senso di 
cattivo j dannoso. Ma a questo modo male sarebbe detto che 
i> Bonaventura la sinistra cura posponesse ; imperocché pò* 
sporre aigoifica porre dopo , fare dopo , e le cattive cose non 
debbonsi fare né prima, né mai • 

i3o al i32 Illuminato ed Agostin ec. •— guici per qui 

la] Vedi 9 tra gli allriy Tirilo PsaL i5. v. alt., e Marc, 16. «». i9« 
i^j Vedi il Landioo. \c\ Vedi Vellutello 9 Daniello, Volpi e Venturi* 



3io PARADISO 

Che fur de' primi scalzi poverelli 
Che nel capestro a Dio si fero amici . 
Ugo da Sanvitiore è qai con elli, i33 

E Pietro Mangiadore, e Pietro Ispano, 
Lo qual giù luce in dodici libelli^ 



(paragoge in grafia della rima) sono Illuminato ed Agostino. 
Furono queslL due de'prìtni seguaci di 8. Francesco. ■-» E ti 
aggiunge T Anonimo che fece ciascun d'essi scritti in teolo- 
gia, e che furono di santa vita. Essi sono enumerati per due 
dei primi seguaci di s. Francesco anche dal Waddingo, Annoi. 
Minor, ad an. 1 209. «-« E ^ siccome per seguire s. Francesco 
conveniva professare povertà , andare scalzi e cingersi di cor- 
da , perciò dice Che fur de* primi scalzi ec. Di capestro j detto 
per la corda , ossia cordone minoritico 9 vedi nel canto pre- 
cedente, i'. 87. •-► si fsro amici j si resero accetti, e non già 
si resero fa%fore%foli , come intende la Crusca ; per la qual cosa 
questo addiettivo ionico merita nel Vocabolario della lingua 
nostra paragrafo a parte, e come ha notato il chiariss. sig. prof 
Parenti [a] . ^-m 

i33 Ugo da Samnttorey illustre teologico scrittore. Lan- 
dino, Vellutello e Volpi diconlo di Pavia ; il Venturi lo scrive 
Sassone. Hugo a sanato Vittore (corregge il Natele Alessan- 
dro), Canonicus regularis Ordinis s. Augustini in coeno- 
bio s. Victoris ad muros pcurisienses^ non ex Saxonia , sed 
ex Yprensi territorio oriundus eraty ut probat D. Mobìlio' 
nius [61. th¥ calonaco regolare ^ poi monaco in s. Vittore di 
Paris j lo dice anche TAnonimo , aggiungendo che fece i libri 
de' Sacramenti, e molte nobili Opere circa teologia, e che 
fiori anni Dom. 1 138. Di lui e dell* Opere da lui scrìtte vedi il 
preciuto Natale Aless. ffist. Eccles. saec. vl. cap. 6. art. 9-^^ 
1 34 al 1 35 Pietro Mangiadore , Pietro Gomestore, scrino* 
re deli' istoria scolastica . VEirruai. — * Nato in Lombardia t 
scrittore di storia ecclesiastica, e seppellito in Parigi nelladiiesa 
di s. Vittore, lo dice il cav. Artaud ; sul suo sepolcro era scrìt- 
to: Petrus eram , quem Petra tegit. E. R. »-»* E concorda coi* 

\a] AnnoL al gran Dh, di Bologna, fase ni. fsc. aoa. € scgg. [b] Hist* 
EccUs. saecuL xi. cap. 6. art. ^. 



CANTO XII. ^ 3m 

Natan profeta, e '1 metropolitano i36 

Crisostomo, ed Anselmo, e quel Donato 
Ch'alia prim'arte degnò pouer manoj 



^ l'AnonimOt che spone , come rileviamo dalla E. F.: ce Pietro 
» Mangiadore fu Lombardo, e fece il testo del libro delle Sen- 
» lenze, e fu gran maestro in teologia; il cui corpo si posa a 
» s. Vittore a Parigi • » E cosi anche Pietro di Dante. Il Pog- 
giali dice che costui si crede invece nativo di Troyes in Sciam* 
pagna, della cui Cattedrale egli fu Decano, e poi Gincelliere 
di quella di Parigi. Insegnò teologia nell'Università di Pa- 
rigi; ffAy ritiratosi nell'Abbadia di san Vittore, vi mori nel 
1 179. È noto per una sua Storia sacra dal prindpio del Ge- 
nesi sino alla fine degli Atti degli Apostoli. Vedi Flenry Hisi» 
Eccles. airanuo 1 1 70. 4-« Pietro Ispano , - £0 qual ec. Pie- 
tro Ispano, rinomato pe'dodici libri di logica. »-^Istessamente 
spongono l'Anonimo e Pietro di Dante, e come annotasi nella 
E. F. «— E , siccome ( dice il Poggiali ) tutto a que' tempi si 
riferiva alla teologia, perciò egli è qui collocato tra i teo- 

logi-^i 

. i36 al i38 Natan prof eia . Buon solfo y frizza il Venturi. 
Benvenuto però da Imola, per Tatto che Ifatan fece di cor- 
regger Davide adultero, lo fa cosi bene accostare agli altri sog- 
getti qui nominati , che non v' è bisogno di salto [a] • — fV me- 
tropolitano'' Crisostomo. Cosi appella s. Giovanni Crisosto- 
mo, perocché fu Arcivescovo di Costantinopoli ; e metropoli' 
tana ed Arciv^escovo vagliono il medesimo [&]. ^^ Anselmo 9 
il santo Arcivescovo di Conturbia , ossia Cantorbery • »^ ccAn- 
» selmo (riferisce l'Anonimo) fu monaco , nato di Normandia^ 
» poi fu Arcivescovo di Conturbia, gran maestro in teologia. 
Scrisse il libro del cadimento del Diavolo , il Monologion e 
3» Pronologion, e altre Opere.» E. F. — Si adoperò molto 
per riunire alla Chiesa cattolica i Greci Scismatici nel Conoi* 
lio di Bari del 1098. Mori nel 1 109, d'anni 77*'«-e Donato , 
amico scrittore di grammatica, che la prim* arte appella, per* 
che in quella s'incominciano ad instruire i fanciulli che si vo- 



[a] Vedi V Excerpta hisiorica dal Comento latino di Benvenuto Imo- 
lese nel tomo 1. At}X Antichità (t Italia del Muratori. [b\ Vedi M»gri, 
Notiùa de* vocaboli eccUs* ari. Metropolita. 



3i2 PARADISO 

RabaDo è qui, e iucemi da lato ]3g 

Il Galavrese abate Gio vacchino 



gliono far passare alle scienze | ed appunto per essere la grani* 
malica fatta pei fancialli j ed essere Donato slato nomo dot- 
tissimo y dice che alla prMarte degnò poner mano. — • *'por 
la mano j leggono i codici GaeL e Glenbervie ^ E. R« 9 ^-^ ed 
anche lo Stuardiano, siccome aTTerte il sig. BiagioH» il quale 
poi sul dello del Lombardi , che la grammatica sia fatta pe* 
fanciulli, trova di che dire • E nota che il Poeta nostro h 
chiama ^riin*ar<e, per essere la porta per cai pnossì solo nel 
tempio d'ogni scienza penetrare y la chiave che sgroppa ogni 
nodo piii duro> e lame tra il vero e rintelletto. E vi aggìange 
che tulio miesto Dante sapeva benissimo, il quale^ delia grani* 
malica parlando, scrisse queste memore voli parole.* la gramr 
tnatica che, per la sua inftnitadoj li raggi della ragione 
in essa non si terminano in parte. — Crediamo pertanto di 
poter noi concludere che Dante chiami qui la grammatica prr- 
m'artOy per essere ella la prima fra le sette arti liberali, e 
come spongono, dietro al Veli niello, il Daniello ed il Ven- 
turi ; e che dica poi degnò per aver Donato dato opera non 
già ad una grammatica filosofica e ragionata, ma si bene ad un 
tratlatello elementare, H Donatello , il quale (come molto 
bene al proposito nostro spone TAnonimo )è la prima porta 
alli rozzi a grammatica. Come Donato sia qui tra i teologi 
(dice il Poggiali) non sapremmo dirlo, se non forse perchè 
istruendo egli i giovanetti in questa ^ri/ita laboriosa arte^ si 
adoperò anche ad iniziarli nella retta fede e morale; e certa- 
mente vi riuscì con s. Girolamo , insigne Dottor della Chiesa, 
il quale di lui molto dipoi si lodò nelle sue Opere . ^-s 

189 al i4i Rabano èqui^ e Iucemi da lato; così la Ni* 
dob. , e piti di una trentina di testi veduti dagli Accademici 
della Crusca, ove tutte, a quanto veggo, l'altre edizioni leg* 
frano Jtaban è guiuij e Iucemi dal lato. Per Rabano intendo 
-col Venturi Rabano Mauro Tedesco, rinomato scrittore del 
nono secolo, e non, col Landino ed altri, certo Rabano In^ 
glese , fratello delì^enerabileBeda. B-^Anche TAnonimo dice 
che Rabano fu fratello di Beda , e vi aggiunge: « Fu Inglese, 
» d'una villa chiamata Ericlaut. Fece un libro ^epro/^nie/41- 
M libus lerraCf e scrisse sopra astronomia , e fu molto isciei»- 



CANTO Xir. 3i3 

Di spirito ppofeiico dotato . 

» zuto. » Ma ^li certo s' ingannò y come pnte dietro al Lan« 
dmosisono ingannati il Vellutello ed il Volpi , non risultando 
da Tenin autentico documento cbe questo Rabano Inglese ab- 
bia scritto di cose sacre 9 quantunque il Vellutello lo abbia 
creduto scrittore di Teologia. Al contrario Rabano Mauroscris* 
te molti libri sacri , tra i quali molti Comenti sopra la sacra 
Scrìttora, e fìi il primo Teologo de' suoi tempi , come puoi 
vedere nel Moreri e in altri autori da lui citati. -* Fu di no- 
bilissima fiimiglia, fiori nel secolo ix. 9 fu educato ne'primì suoi 
anni nel celebre monastero di Fulda» ove fu Abate di poi* 
Studiò le sdeoze a Tours sotto il celebre Alcuino^ e morì Ar- 
ci vescofo di Magonza neir856, in età d'anni 68.4-« lucemi 
da Uuo^B Calabrese abate Giovacchino. Avendo s. Bona- 
ventnn neirordinatan^ente nomare que'suoi beati compagni 
inooiw'nciato da uno cbe gli era a lato , doveva T ultimo» Già* 
i'ocehtnoi essergli parimente da lato* Calabrese appella l'aba^ 
te GiOTacchinOy perocché Calaura invece di Calabria scrive* 
vano gli antichi Toscani [a] , ed egli era di Calabria, m^ e na- 
tivo di un boi^o presso Cosenza , presso cui fondò il moui- 
stero di Flora. Morì nel 1202» di circa 72 anni. Poggiali. <-« 
Joachim (scrive di lui Natale Alessandro ) /7oren«r{> mona- 
iterii in Calabria ^ onde oriunduseratj jibbas Ordinis ei^ 
sUrdensis ^ virpius , et uaticiniisetiam suisprophetae famam 
fodam modo asseaOas [&]. — *I1 Postillatore del cod. Glen^ 
cervie giustifica in questo luogo Dante di aver collocato l' aba* 
te Giovacchino fira 1 teologi distinti e salvi in Paradiso, seb- 
bene la di lui Opera, in confutazione dell'opinione dì Pico 
Lombarda, sia stata condannata dalla Chiesa nel Gmcilio la- 
teranense IV. sotto Papa Innocenzo III.; e nota opportuna- 
mente che hic , quia ponit in divinitate non solum trinità* 
tem, sed quaternitatenif est ab Ecclesia damnattis , ut in pri^- 
mo Decretaiium , sed quia scripsit Sedi apostolicae, petens 
corrigenda esse quae tractasset , et quod circa ariiculos Fidei 
ipse tencbat quod Ecclesia catliolica , solus tractatus est 

[a] Tedi 9 tn gli altri, Gio. Vlllmii, Cron, llb. 3. cap. 4* » «-^ « vedi an - 
conia chioma questo passo dell*AnoDÌnio nella E. F. ,dove dice: 
« Joacbimo fa Abate di quel monasterio di Calavra chiamato fìorcH* 
a As. » ^i>m l^] BtsU Eccles. satc. xtu. cap. 3. art. 3. 



3i4 PARADISO 

Ad inveggiar cotanto paladioo i j 

Mi mosse la iDfiamniata cortesia 
Di Fra Tommaso, e '1 discreto latino^ 



damnatusj ipse vero CathoUcus abitus^^-^ Qaesla sposiziooc 
Cf3ncorda pienamente con quella dell'anonimo y che solo vi ag- 
giunge, come leggesi nella E. F.: « E perchè disse in quefii 
» trattati e scritti j che furono accettati per la Chiesa , tanto 
» perfettamente, che puote esser chiamato il suo spirito profe- 
» tico, quasi dotato di grazia di profezia ; ovvero perchè spuose 
» il Daniello, e li altri libri de' Profeti , dice: Dì spirito prc^ 
» f etico dotato . » <-«* La Decretale tratta dal Concilio latera- 
nense e il Cap. Damnatus a. de summa Drinitate , non che la 
lettera di sommissione scritta dall' abate Giovacchino, e l'altra 
del Pontefice Onorio III., successore d'Innocenzo , sull'ortodos- 
sia di detto Abate, furono pubblicate da Niccolò Emerìc nella 
P. t. Cap. 2. Director. Inquisii. E. R.»-^Vedi nel voi. v. , 
face. 25o. e seg. di questa nostra edizione, ciò che dica il P. 
ab. di Costanzo deirAbate Giovacchino. 

i4^ -^d im^ggiarj ad invidiare, per la ragione stessa che 
Purg. VI 20. disse inneggia per invidia. ( Vedi quella nota. ) 
Qui però ( quant'io intendo ) inneggiare è per metoniipia detto 
in luogo di commendare; e ciò su l'intendimento che la santa 
invidia, che 1* anime buone portano alle altrui virtù, sia loro 
cagione di commendarle; siccome all' opposto è nell'anime ree 
l'invidia cagione sempre di biasimare. »-» ce Prendi ( nota ap- 
» punto TAnonimo) questo mi^e^g^iare, cioè iWi£Ì<are, in buona 
» parte. Buona è l'invidia che procede in avanzare alcuno in 
» ben operare. » Il Buti spone: « inneggiare , cioè manifestare 
A e lodare ; ed è parlar lombardo. » E. F. «-• cotanto paladi- 
no. -^Paladino (insegna il Vocabolario della Crusca ) titolo 
d'onore dato da Carlo Magno a dodici uomini valorosi . 
de'' quali si serviva a combattere per la Fede insieme coti 
esso lui • Bene adunque, per essere s. Domenico stato valente 
difensore della cristiana Fede, Io £i Dante das. Bonaventura 
appellare paladino . 

143 x^^la infiammata cortesia'^ Di Fra Tommaso y l'ammi- 
revole cortese atto di s. Tommaso d'Aquino in lodare s. Frau- 
eesco; -—e H discreto latino (specie pel genere di parlare '^ , 
e il modellato suo parlare , ristretto assai nel lodare il proprio 



CANTO XII. 3i5 

£ mosse meco questa compagnia • 



santo Patriarca [a], e tutto diffuso nelle lodi di s. Francesco. 
B^il discreto latino j il distinto parlare. La lettera rimane 
discreta nella vista , disse Dante nel Convito ; lat. discretus. 
Latino è il parlare Romanzo ^ il vero Latino lo chiamavano 
Gramatica. Lami. E. F. [b] . — - Osserva il eh. cav. Monti che 
Dante, si nel verso che nella prosa« usa spessissimo discreto al 
senso di chiaro e distinto^ alla maniera de' Latini y e che nel 
e. VII. di questa cantica j v. 96., usò pnre discretamente per 
distintamente [c]y e nel e. xxzii. f^« 4'* discrezione per di- 
stinzione \d] • 4-9 

1^5 E mosse meco questa compagnia , al tripudio descritto 
in principio del canto . 

[a] Vedi canto preced. v. 34* e segg. [6] Vedi la noia aggiunta al v. 63. 
e. ni. della presente cantica, [e] Sembra adunque che il cav. Monti pre- 
ferisca di leggere con alcuni testi a pènna e molti degli stampati.^/ 
mio portar diicrtìBmenie^sso, Ma questa lesione , esclusa da tutte le 
moderne edizioni che ci sonnote> fu anche rifiutata dagli Accademici 
della Crusca, i quali, segnandola in margine del loro testo, notarono 
a difesa dell'altra distretiamenie , da loro preferita.* pare che signifi* 
chi più fissa Vattentione. \d] Prop, voL 1. P. u. fac. a3i. 



CANTO XIII. 



ARGOMENTO 

In questo canto induce il Poeta san Tommaso a sol- 
vergli il secondo de'dabbj mossigli di sopra nel 
decimo con to • 

Immagini chi bene intender cupe i 

Quel ch'io or vidi, e ritenga l'image. 
Mentre eh* io dico, come ferma rupe, 

Quindici stelle, che in diverse plage 4 

I al i5 »-^ Siccome ha detto in principio del passato canto: 
Sì tosto come V ultima parola 

La benedetta fiamma per dir tolse , 

A rotar cominciò la santa mola; 
cosi fa nel presente. Ma due sono circulanti corone di ouei 
TÌ¥Ì Soli , e si vanno aggirando in modo , che l'una va , e Taitra 
viene; il che fa piii giocondo vedere. Ora, volendo darci il 
Poeta di quel celeste tripudio, non dirò un'immagine , che nò 
intelletto né stile posson tanto comprendere 9 ma (ingombra al- 
meno» invita il lettore a figurarsi ventiquattro delle più lu- 
minose stelle, formanti due corone concentriche , e moventisi 
in giro parallelo alPorizzonte come quelle due, alle quali Dan* 
te e Beatrice (anno centro. Nota prima d'altro, come, noi po- 
tendo fare con similitudine conveniente, aggiunge in parte al- 
l'alto suo intendimento coir intreccio di questo lungo e si bene 
organizzato periodo, onde ti senti innalzato a veder quanto dai 
vivi occhi del Poeta si vide. Bugioli. •«-• Immagini ec. Questo 
verbo, che per maggior energìa e chiarezza rìpetesi, va ad at- 
taccare con j^i^er fatto di sé ec. nel quinto terzetto ; e però , 



CANTO XIIL 317 

Lo cielo avvivan di tanto sereno 
Che soverchia dell'aere ogni compage j 

Immagini quel carro, a cui il seno 7 

Basta de) nostro cielo e notte e giorno^ 
Si eh' al volger del temo non vien meno j 

Immagini la bocca di quel corno 1 o 

Che si comincia in punta dello stelo, 
A cui la prima ruota va dintorno, 

i 

togliendo io i patiti fermi , che le moderne edizioni segnano in 
fondo de*terzeui secondo e terzo, capisco come se detto fosse: 
Chi desidera intender bene quello che io t^idi quiui [a] , f/n« 
maeini che s^entiquaitro delle più lucenti stelle ( cioè le quin- 
dici che si numerano \h] di prima grandezza , le sette del carro, 
ossia Orsa maggiore, e le due che terminano l' Orsa minore 
dalla parte al vicino polo opposta ) compongano in cielo due 
segni 9 qual è quello che fecali Arianna y cioè due corone; 6 
questa immagine tengasi j mentrioparlo , fortemente impressa 
nella fanteria • — * Anche il Postili. Gass. l'intese *come il P. 
Lombardi , segnando sempre e ripetendo Aver fatto su le paro- 
le stelle del f. i^^ , Carro del ^« , e corno del 1 0. E. B. — cupe 
per desidera j dal latino cupere^ onde comunemente dicesi cii- 
pido per òr omaso y cupidità feròrama ec. — image alla fran* 
cese per immagine, '^ com^ ferma rupe per fermamente » 
•--plagej il plurale di plaga , preso dai Latini a significar 
parte di mondo [e] , e scritto senza h al modo appunto del 
Ialino plagae, in grazia della rima.*^ £&' tanto sereno - Che 
ecj di tanta luce» che supera ogni adunazione, ogni densità 
d'aria» tradacendo fuor d'essa. •-» Qui di tanto ( nota il To«* 

[a] Ora per quhl adopera Dante anche Inf. xxvin. 3. 

Chi porta mai » pur con parole sciotte » 

Dicer del sangue e delie piaghe appieno , 

eh' l' ora vidi ec. 
^.^ Crede però il sìg. Biagioli che or non istia qoi pen^iim') ma per* 
che riromaginazione del Poeta , avendo quelle cose presenti, così vuo- 
le che le abbU cbì legge. «-« [^j Vedi, tra gli «lin, Autonin Tomm.'isì « 
S/nopsis mathem.de astronomìa . [e] Plaga al medesimo senso, che 
sfm liaatei Tadoperano anche altri* Tedi il Vocabolario della Cruaca. 



3i8 PARADISO 

Aver fallo di sé duo segai in cielo, ]3 

Qual fece la figliuola di Minòi 
Allora che semi di morie il gielo; 

E r un neir altro aver gli raggi suoi , i G 

Ed amendue girarsi per maniera, 

relli ) lo stesso che tanto ^ intanto ^ e riporta in conferma di tal 
chiosa gli esempi stessi che sotto questo avverbio si rìferiscouu 
dalla Crusca, ^-m quel carro j l'Orsa maggiore, — a cui il seno 
( per campo ) - Basta del nostro cielo ( del cielo sempre da 
uoi veduto) e notte e giorno ^ che di e notte sempre trovasi 
aopra dell' orizzonte nostro, ne mai sotto di esso oascondesì . 
p-** £ il Torelli a questo verso.* %fUol dire , che mai non ci 
tramonta, ^-m Sì ch^al ì^olger del temo non uien meno , tal- 
meutechè mai, per rivoluzione che faccia, non si nasconde . 
w^Fin ch'hai ì^olger ec.y al f^. 9, i codd. VaL, Ang. e Chi^- 
£. R. 4-« la bocca di quel corno <- Che ec. Disponendosi le 
stelle neirOrsa minore in 6gura, come ognuno può vedere, 
di un corno, il di cui inoominciamento, ossia acume, sta vi* 
cino alla punta dello stelo j airestremità deirasae, «^ cui 
la prima ruota, il primo rotante, girante cielo ( detto primo 
mobile) ini dintorno , piace perciò a Dante di appellare essa 
costellazione comode conseguentemente &occa, ossia apertura 
del medesimo corno, le due stelle terminanti la costellazione 
nella parte al polo opposta, m^ Sotto i versi 10. al la. il To- 
ltili spone istessamente che qui il Lombardi .^-m di sé , con 
sé medissime. — QueU fece la figliuola di Minòi * Allora 
che sentì ec.s simili a quel segno celeste, a quella corona di 
alelle, in cui la figlia di Minos, Arianna, morendo fece, per 
opera di Baeco, che si convertisse la ghirlanda, della quale, 
vivendo, orna vasi il capo. — J!£>ioj, Minois^ ultima produ^ 
ctaj insegna Roberto Stefano nel suo latino Tesoro. A cotal 
genitivo latino fa Dante in grazia della rima accostarsi il ge- 
nitivo italiano 9 dicendo di Alinòi* 

16 E run neir altro as^ergli raggi suoij ed un segno ^una 
corona ) rlsplendere dentro dclKal tro .»-► Sotto questo verso nota 
il Torelli : cioè V uno essere dentro delValtro. — Ma l'espres- 
sione del Poeta, e come osserva anche il sig. Biagioli , importa 
non solo che Tnu circolo conlcnga l'altro, ma che sieno fra 
loro concentrici , vale a dire che abbiano un centro comune, «-« 



CANTO Xlf. 3(9 

Glie l'uno andasse al pria, e Taliro al poi; 

Ed avrà quasi l'ombra della vera j g 

Costellazione e della doppia danza , i 
Che circulava il punto dov'io era: 

Polch'è tanto di là da nostra usanza, ^i 

Quanto di là dal muover della Chiana 
Si muove '1 ciel che tutti gli altri avanza . 

i8 Che l*uno andasse al pria ^ e C altro al poi. Debbooo 
otpria ed al poi essere traslativamente detti per all' innanzi 
tà alt indietro . L'ediziooi diverse dalla Nidobeatiiia leggouo 
invece, Che Vano andasse al primo t e C altro al poi; ma il 
poi richiederne, o prima y come invece di pria leggono pa* 
recchi nisooscritli veduti dagli Accademici della Crusca e dal 
Daniello, »-» E questa lezione sembra al sig. Biagioii piii ori- 
gìnsle, e da preferirai, leggendosi nel Convivio: il tempo.... ò 
nomerò di moi^imento secondo prima e poi. — • Anche il cod. 
Villani, come annotasi nella E. F., legge a/ prima; e cosi 
consigliava di leggere « anche prima del Lombardi , il Peraz- 
zini \a\ notando : « Haec lectio non eget interprete, cum fa- 
» cile sit concipere, nt ait Vellntellus, che l*uno girasse ai con' 
^trarlo deir altro. Non ita si legas al primo f circuii enim 
»hoinsmodi «ibi invicem subsequentes, non contrailo, sed 
» simili motn. videientnr. s»^-» Esso Daniello però sembra di 
Qon intendere che importi cotale espressione l'aggirarsi delle 
due corone una in contrario verso dell' altra, ma che solamene 
^ la posteriore sbandasse accordando con la priore ^ e que^ 
^(a a quella corrispondesse egualmente . Ma il primiero sen* 
«0 non involve oontraddizione a quanto il Poeta ha fin qui det- 
to ? e meglio di gran lunga si adatta all'espressione di andar 
t*uno al priaj e l'altro al poi. 

19 20 quasi Fombra^ accenna con questi termini labelles* 
^a deì>eati incomparabilmente maggiore dì quella delle stelle 
^nche piii Incide, ^^della uera ^Costellazione , di quello era 
veramente la costellazione che que'beati splendori formavano. 

^2 al ^4 Poich*è tanto ec. Dispiega ciò che ka voluto di 
^pra accennare dicendo: Ed ai^rà quasi T ombra ec; e vuole 

ji] Correa, et Adnnt, in Dantis Comoedt pag. 79. Yeroiiac i;;5« 



Z20 PARADISO 

Lì si cantò non Bacco, non Peana, a 5 

Ma tre Persone in divina natura , 
£(1 in una persona essa e T umana . 



inteso che tanto l'atanza nostra d'Immaginare »ia inferiore al 
concepire la yera bellezza degli spiriti beati» qaant'è il Icoiu 
moto dell'acqua della Chiana (fiume in Toscana lentissimo), 
inferiore al yeloci^mo moto del più alto cielo. 

25 non Bacco y non Tinno in lode di quel Dio che appres- 
so gli antichi solea incominciare.* Io Boccile» Volpi. — Pea- 
na j inno in lode d'Apolline» il quale incominciava: loPaean, 
Volpi. 

2^ Ed in una persona essa e Fumana , ed io miità di per- 
sona unite essa divina natura e la natura umana . — perso- 
na ^ oltre della Nidobeatina ed altre edizioni, leggono più di 
trenU mss. veduti dagli Accad. della Crusca ( -* * ed anche il 
Cass. E. R.) ; ed il senso è chiaro , e secondo la fede y che in- 
segna essere in Gesù Cristo due nature, divina ed umana, ia 
unità di persona. All'opposto leggendosi con l'edizione degli 
Accademici della Crusca, e con le moderne seguaci» susian- 
zia la luogo Axpersona^ verremmo ad espressamente contrad- 
dire alle parole del simbolo volgarmente ascritto a s, Auna- 
gio: Unus omninoj non confusione substaniiaCf sed unitale 
personae. m-¥sustanzia legge però anche il Vat E. K*4-« 

So che il Volpi ed il Venturi spiegano susianxia per 
ipostasi j o persona; ma credo non abbiano essi per questa 
loro interpretazione altro fondamento che di sapere che Dante 
era Cattolico, e che loda Giustiniano Imperatore perchè si tol- 
se dall'enticfaiano errore, per cui credeva prima Una natura 
in Cristo esser y non piùe [a]. Furonvi bensì gli Ariani, che 
sotto il vocabolo d* ipostasi vollero inteso sostanza \b\; ma 
non trovo Cattolico che volesse detto sostanza per ipostasi^ o 
persona. »-» Anche TAnonimo ed il codice Villani l^gono co- 
me la Nidob. Ma può stara, notano gli Editori fiorentini, an- 
che sustamiaj perchè presso gli antichi valeva persona; ouA& 
Bonagiunta disse : Perchè saria fallire a dismisura^^Ua pin^ 
tura andare , •- Chi può mirare la propria sostanza [cj. Gli 

(a] Par. vi. i4* [b] YediNaUl.AlessaDdni Hisi. Eccl smecuL iv.diss. 3S 
l<rj Mimeattiickef toa. i. fiicc. 4S5. 



CANTO XIIL 3ii 

Compiè 'i cantare e '1 volger sua misura, 28 

Ed attesersi a noi que' santi lumi, 

Felicitando sé di cura in cura . 
Buppe^l silenzio ne' concordi numi 3 1 

Posda la luce , in che mirabil vita 

Del povere! di Dio narrata fumi , 

■Qtichi teologi ( osserva il Lami ) usarono talvolta la voce 
tubstanHa ( iiy postasi ) per sussistenza , o persona; onde san 
Paolo dice de) Verbo: qui est -figura substantìae eius. Quindi 
DOD è meraviglia se di poi ipostasi ha significato persona, «hi 
28 Compiè *l cantare e 7 uolger sua misura. Avendo colla 
predetta immagine fatto capire che que' beati e gli si aggira- 
vano intorno [a] e cantavano [&] , aggiunge ora che compie* 
i^no lagiasta loro misura , il giusto tempo loro> tanto il can- 
tane, quanto l'aggirarsi de' medesimi beati. 

39 attesersi a noi, s* affissarono in me ed in Beatrice. »-^E 
male a proposito sotto il verbo Attendere al significato neutro 
passivo di fermarsi hanno i Compilatori del gran Diz. di Bo- 
logna , dietro la Crusca 9 riportato questo verso di Dante. «Qui 
» f nota il eh. sig. professore Parenti nelle sue Annotazioni ) 
» t attendersi mostra il rivolgersi di qaegli spiriti a Dante ed 
» a Beatrice, poiché furono compiti ì cantici e le danze cele- 
» «tiali. Onde l'Alberti pose attendersi per fermarsi f ed an- 
>• che per guardare attentamente , riportando a proposito que« 
» «'altro passo del Parad.* e. xv. i/. 3 1 . e seg. : Così quel lume; 
^onéTio nè^ attesi a lui i" Poscia rii^olsi alla mia Donna 
•il viso. »4-« 

3o Felicitando se di cura in cura^ traendo felicità dal 
P^are d*una in altra cura, da uno in altro esercizio, cioè 
da] cantare e danzare in quello di prestarsi alla brama altrui. 
*^« Il sentimento èoscuro ( nota il Torelli ). Forse vuol dire»* 
» felidtando sé col passare da una cura air altra , riguardo al- 
vi' ìnstruzione che davano a Dante. *» 4-« 
il numi ferdiuif santi. 

3^ 33 la luce, in che ec. : la luce che spargeva T^nima 
di s. Tommaso d'Aquino, in che, dentro della quale, narrata 

[ai Verso ai# [h] Verso aS. e scgg. 

Fol. IIL ai 



322 PARADISO 

E disse: quando i'uDa paglia è trita , 34 

Quando la sua semenza è già riposta , 
A batter l'altra dolce amor m'invila. 

Tu credi che nel petto , onde la costa 3^ 

Si trasse per formar la bella guancia , 
Il cui palato a tutto '1 mondo costa, 

mi fu la mirabile vita del poverello di DÌ0| a. Francesco d'Aa* 
sisi; e dice in che ec.j imperocchò» non vedendo altro che 
splendore , udiva la voce dentro di quello : £ dentro aW un 
sentii cominciar ec* [a], Ed io senti* dentro a quella lumie* 
ra[b]. 

34 al 36 quando /* una paglia è trita • Dei due oscuri versi 
che nel canto xi. i/. 22. e segg, s'accinse s. Tommaso a dichia* 
rare a Dante, cioè di quello [P ben s^ impingua se non si pan- 
neggia [e], e di quell'altro ji veder tanto non surse Y xe- 
condo [d]y non avendo prima dell* intromettersi di s. Bona- 
ventura dichiarato altroché il primo [e] 1 vien ora, terminata 
l'interlocuzione di s. Bonaventura, a dichiarargli anche il se- 
condo. Parla di cotale già fatta dichiarazione come di grano 
di già battuto e riposto ; e della dichiarazione eh' è ora per 
fiurci come di grano ancor da battersi: e giudiziosamente; im* 
perocché, siccome per la battitura sciogliesi e traggesi il grano 
dalla scorza e paglia che lo nasconde , così per la dicniara* 
EÌone sciogliesi e traggesi il senso dairoscuro parlare che lo 
tiene celato. La particella quando vale qui in ameadneiloo- 
hi il medesimo che dappoiché [f]. — tuna paglia è trita , 
'una porzione di grano in paglia è battuta, -^amor^ intendi 9 
verso il dubbioso Poeta • 

37 al 39 »-^ Dante crede che in Adamo innocente e nd— 
rUomo Dio I quali immediate fatture dell* Ente supremo, fosso 
tutta quella scienza infusa , di cui può essere 1* umana natura 
suscettibile. Pertanto non sa capire come s, Tommaso ali^. 1 14* 
del X» di questa cantica potesse dire , di Salomone parlando r 
A veder tanto non surse '/ secondo. Il santo Dottore si £a 



[a] Farad, e. x. v, 83. [b] I?i e. si. v. 16. [e] Ivi e z. v. 96. [d] Ivi e. «. 
t^. 114. [e] Ivi e. XI. V. i36. e segg. [f\ Vedioe ftllri esempj ael Ciooaio 
Purtic, aio. 3. 



f. 



CANTO Xlir. 3^1 

quindi a mostrargli che un tal sao detto non è punto in con^ 
iraddizione colla credenza di lui. — Ogni creata cosa (dic*egli) 
non è che on raggio, un'immagine di quella idea preesistente 
in Dio 9 e che egli genera, amando che altri partecipi della in- 
finita sua bontà. Cosi Dio uno e trino, senza nulla perdere 
della sua integrità , a guisa di specchio comunicò la sua di- 
vina emanazione ai nove cieli incorruttibili [a] • Questa virtii 
piove da ano sull'altro cielo, e, come lume per reiterate ri- 
flessioni, va tanto debilitandosi , che, dal cielo della Luna in 
gin, piii non produce che enti coiTutlìbìli e di breve durata, 
tranne Tanima nostra • La materia passiva degli esseri sublu- 
nari non è poi tutta di una medesima tempera ne** diversi en- 
ti; né la causa adoperante alla loro generazione è d'una me- 
desima attualità . Quindi quanto quella ò piii nobile e questa 
piii virtuosa, tanto piii la cosa generata ha in sé della luce e 
bellezza dell'eterna idea ond'ella éTesempio; e viceversa. 
Ecco la causa produtti'ice di effetti diversi negl'individui della 
stessa specie» Se la virtii divina informasse senza mezzo (cioè 
direttamente) la materia, tutta la luce dell'esempio intenzio- 
nale, che é nella divina mente, apparirebbe nella materia 
esemplata, quale in cera spicca perfetta T impronta del sug- 
gello. Ma la natura, qua] causa seconda, comparte sempre 
:)carsa e mancante alla materia la divina perfezione , operando 
similmente a quello artista che ha bene la scienza e l'abito 
dell'arte, ma la mano che trema, e che l'intenzione sua non 
seconda. Cosi viene san Tommaso concludendo che in Ada- 
mo innocente e nell'Uomo Dio si trovò realmente ogni umana 
possibile perfezione. Come dunque si concilia questa verità 
colla sentenza di questo Santo, la quale è soggetto della pre- 
sente quistione? Prevenuta Tobbiezione dal santo Teologo, 
la risolve col dire: Pensa, o Dante, qual era Salomone, e 
quale impulso lo spinse a dimandai*e quando gli fu detto: po^ 
^tttla quid %ds» Ricordandosi soltanto di esser Re , non chiese 
a Dio r universale sapere, ma senno e prudenza per ben go* 
vernare. Poni a ciò mente, e ti avvedrai che il veder del mio 
detto non alluse alla scienza genericamente, ma si bene , ed 
unicamente, a quella regal prudenza, nella quale quel Prìn- 
cipe non ebbe pari ; e le altre mie parole, non surse '/ secon- 
do^ riguardano non gli uomini in genere, ma i Regnanti in 

\a] Cbe late fosse l'opioioae dì Dante vedilo «cccnuato nella uota ai 
^ersi i3o. esegg. del canto vu. di qacsla cautiea. 



3i4 PARADISO 

£(i io quei che, forato dalla lancia, 4^ 

£ poscia e prima tanto soddisfece, 
Che d'ogni colpa vinse la bilancia, 

Quantunque alla natura umana lece 43 

Aver di lume, tutto fosse infuso 
Da quel valor che Tuno e F altro fece; 

ispecie^ i quali furouo e soao moki di numero > ma pocbi i 
buoni e capaci di governare con senno e prudenasa. — Questo 
è quanto abbiam creduto di dover premettere onde facilitare 
al discente la intelligenza di questa teologica discussione . <«-• 
nel petto y onde la costa -«Si trasse er..* nel petto di Adamo, 
da cui Dio trasse la costa , per formar la bella guancia (par- 
te pel tutto) , la bella donna» Eva, - // cui palato y per aver 
essa la prima gustato del vietato pomo , ed indi stimolato 
Adamo ad assaggiarlo esso pure , costa a tutto V mondo t ba 
cagionato al mondo infiniti guai . 

4o al 4^ JSd in quel che^ forato ec^ ed in quel petto (di 
Gesù Cristo) che, dalla lancia forato, tanto per noi soddisfece 
e prima di morire e dopo, che uinse^ fece col suo maggior 
peso alzare, la bilancia dTogni colpa . -^ vince in luogo di 
vinse leggono l'ediiioni diverse dalla Nidobeatiua; vinse pero 
accorda meglio con soddisfece» m^ Quel poscia (nota il Lami) 
non si riferisce alla lanciata, ma vuol dire ohe Cristo tanto 
colle azioni prime, quanto colle seconde e susseguepti , diede 
soddisfazione infinita . E. F. <-« 

Non trova il Venturi in che Gesii Cristo dopo la morte 
soddisfacesse per noi, se non col sacrifizio incruento dell Al- 
tai*e. Ma la stessa lanciata^ che qui il Poeta commemora , e il 
rimanere del sacratissimo Corpo di Gesii Cristo in su la Cro- 
ce ^ e l'esserne indi seppellito , furono tutte umiliazioni del 
medesimo Salvatore nostro, sostenute a nostro prò. 

43 al 4^ Quantunque di lume lece alla natura umana 
auerj quanto mai fa] di scientifico lume può alla natura uma- 
na comunicarsi, ^Z)a quel valor y da quella potenza divina , 
che Vunq e CaJtro fece^ che creò Tun peUo e Taltro , cho 
creò la natura umana in Adamo ed in Gesù Cristo, 

[a] y^di Cinofilo, Parlicaia. 7t 



CANTO XIII. 32/J 

E però ammiri ciò ch'io dissi suso, 4^^ 

Quando narrai che non ebbe secondo 
Il ben che nella quinta luce è chiuso. 

Ora apri gli occhi a quel ch'io ti rispondo , 49 
E vedrai il tuo credere e '1 mio dire 
Nei vero farsi come centro in tondo. 

Ciò che non muore e ciò che può morire . 5 a 

^6 9^ E però miri a ciò ecj legge invece il Dionisi : ma 
il 8Ìg. Biagioli la dice forma sgraziata anzi che no. ^hi dissi 
susoy di sopra, canto x. t^, 1 14' 

47 ^' icn la Nidobeatina : Lo ben V altre edizioni . // bene 
per cota buona ^ fer buon'anima (l'astratto pel concreto) l'ani « 
ma doè di Salomone. — che nella quinta luce è chiuso y che 
celasi nello splendore dopo me il ouinto . 

49 ^ri gli occhi j gli occhi della mente, Tattenzìone . 

50 5 1 a-^ i? vedrai ec. Vedrai ciò che tu credi e ciò che 
10 dissi fiirsi UDO nel vero, come uno è il centro nel cerchio . 
Toi2Lu«4-a E vedrai il tuo credere f che in Adamo ed in Gesù 
(^to fosse tutta la scienza di che l'uomo è capace, — e '/ 
^ dire f che a Salomone non sùrse 7 secondo* — Nel vero 
forn come centro in tondo, Ipallage (chiosa il Venturi) come, 
per esempio, VAssiduus iactet nec Babjrlona labor [a], do* 
vendosi prendere a rovescio, cioè come tondo in centro; con- 
veoendo nel centro tutte le linee del tondo, come nel vero 
convenivano i sentimenti di s. Tommaso e di Dante. Il biso- 
£D0 però di cotal ricorso all' ipallage cesserà col solo intendere 
che, presa il Poeta idea dai tiri nel bersaglio ( de' quali il mi- 
i^lioresi giudica quello che ferisce il bersaglio nel giusto mez- 
zo) voglia da a. Tommaso significato che il dire di lui ed il 
proprio credere ^i facessero ( eh' è quanto a dire i^enissero , 
convenissero [b]) in mezzo al vero cosi appuntino comecen-^ 
^0 in tondo , come il centro è in mezzo al circolo ed alla 
sfera. »-» come in centro tondo, il cod. Poggiali . <-• 

02 Ciò die non muore ee., ogni creatura incorruttibile e 
corruttibile • 

(«' HartM. in amphiih. Caes. eptg. i. [b] Del verbo /are al senso di 
*^"ire fedi il Vocabolario deUa Crusca sotto qael verbo, J. 29. 



i 



325 PARADISO 

Non è se non splendor di quella idea 
Che partorisce, amando, il nostro Sire^ 

Che quella viva luce, che sì mea 55 

Dal suo lucente, che non si disuna 
Da lui, né dairAmor che 'n lor s'intrea, 

Per sua bontà te il suo raggiare aduna, 58 

Quasi specchiato, in nove sussistenze, 
Eternalmente rimanendosi una. 

53 54 Non è se non ecj nou è che atì*effettiiazione <ii 
quel l'esemplare disegno che ha Dio nella sua mente infiniti 
e che amandof amando che altri partecipino di sua infinita bon- 
tà y partorisce f mettelo faorì, mandalo ad esegai mento. •-►Dioe 
splendore y perchè le creature sono come tanti raggi uscenti 
dair infinito e lucidissimo fonte della luce» che è Dio. Ebb« 
Dante in questi versi a mente le parole di Boezio [a]: Til 
cuneta superno ^Duois ab exemplo ec, cioè da quello esem- 
plare» o idea archetipa, che è nella mente di Dio. t^ F. —Dice 
poi amando , perchè mosso fu dal solo amore il sommo A^ 
chitetto; e produsse a cagione e per benefizio dell'uomo tutte 
le cose che in questo mondo inferiore si trovano. Biaoiou-^ 

55 al 63 CAl| imperocché, quella ulva luce , che dal suo 
lucente mea si^ che non si disuna^ Da lui , né dalTÀmùr 
che *n lor sHtitrea^ quella divina Sapienza, quel di vin Verbo, 
che dall'eterno Padre deriva talmente, che da lui non sì ^* 
sunisce, né dallo Spirito santo, che al Padre etemo ed al 
di vin Verbo s'interza , s'aggiunge per terzo. — Hfeare jfx de^ 
riuare^ o uscire , prendelo Dante dal latino ; e intreare per in* 
terzare formaselo giudiziosamente in grazia della rima, come, 
credo, anche il disunare per disunire. — - Per sua bontaie^ 
non per necessità alcuna , ma per mero effetto di sua bontà , 
il suo raggiare ec. Costruzione: rimanendosi etemalmenf* 
una, indivisa (m^nihil propterea diminuUur^ chiosa il Posùll 
Caet. E. R.4-«) aduna j ristringe, in no%fe sussistenze \b]j n<i 

[a] Consolat. phil. Itb. 3. \h] Sussisterne appella Dante i cidi con g« 
Scolastici , imperocché per sé stessi sussistenti; a difierenia, per c^ 
gion d'esempio, delle qualità, che abbisogoano sempre d'ao soggeri 
in cui si sostengano. 



CANTO XIII. 3^7 

Quindi discende all'ultime potenze 6i 

Giù d'atto ìd atto tanto (divenendo, 
Che più non fa che brevi contingenze j 

nove cieli, il suo raggiare ^ il suo lume. — Quasi specchia'^ 
tOt enailagey ^r quasi specchiandosi y infondendo cioè ne' cie- 
li mede^mi la virtù informante j detta Par. e. vii. v. 1 3;. Inteso 
ii divin lime immenso , intendesi ben detto che nei non im-- 
menai cieli ristrìngasi . 

Abbenchè le opere ad extra j come le Scuole dicono j 
sint totius Trinitatis , e ciò supponga anòhe il Poeta nostro [a] , 
^ però park secondo V appropriare che la Scrittura [ij fa 
al di?in Verbo la creazione del mondo. 

nuove sussistenze malamente leggono la Nidobeatina ed 
alcuni pochi mis. veduti dagli Accad. della Crusca, invece di 
nove sussistenze f che legge l'Aldina ed altre edizioni 9 e quasi 
tutto il gran numero de' mss* veduti dagli Accademici ; e ma- 
lamente essi Accademici hanno preferito di leggere nuove sus- 
sutenze per quella loro ragione : Ci par che nuove abbracci 
^màfersità dtogni cosa. Imperocché se abbracciamo noi qui 
1 imiversità d^gni cosa , come resterà bene aggiunto che di'- 
scende quindi ( esso raggiare ) alV ultime potenze , a quelle , 
<^oè, che già neW università di ogni cosa incluse ed intese 
^arebbersi? Direbbesi egli bene che il lume del Sole, dopo di 

avere illaminato l'universo > scenda quindi ad illuminare la 
tetra? 

noi^ sussistenze adunque dee leggersi) e per cotali y non 
move cori degli Angeli, come alcuni chiosano , ma i nove cieli 
SI debbono intendere » per mezzo dei quali d^atto in atto 
(cioè dall' agire del primo piìi alto cielo nel secondo , e del 
secondo nel terzo ec. ) discendere la detta informante virtii 
^ultime potenze , agli elementi cioè ed altre cause inferiori» 
lo ha di già Dante insegnato altrove [e] , e lo conferma qui 
nuovamente ne' versi 64. 65. e 661 »-» novoy numero, invece 
di nuove f leggono coir Anonimo tutti i migliori codici , ed ò 
la vera lezione : In novem coetis , traduce Matteo Ronto . Del 
i^to, per nove sussistenze può intendersi e i nove cieli, co- 
lo] Vedi , tra gli altri luoghi , Inf. in. 3. e segg. [b] Omnia per ipsum 
facta suHif scrivesi del divin Verbo in s. Giovanni, cap. 1. [e] Farad* 
cu. V. ti a. e segg., e. viii. v. 97. e segg. 



3iS PARADISO 

E queste coDtingenze essere intendo G^ 

Le cose generate, che produce 

Con seme e senza seme il ciel movendo. 
La cera di costoro , e chi la duce , 67 

Non sta d' un modo , e però sotto 1 1^10 

Ideale poi più e men traluce; 

me l'intende il Ronto, e seco il Lombardi, e i nore cori an- 
gelici f come con TAnonimo altri Espositori ; peroschè gli An- 
geli sono i motori de' cieli, e la i^irtii dei cieli y/ene da loro, 
come disse altrove il Poeta; Lo moto e la virtù de' santi gi^ 
riy " Come dal fabbro Parte del martello^ - Pai beati mo- 
tor conuienche spiri. Vedi anche il Com/iVio , face* i la-i i5. 
E. F.^ 

tanto divenendo , tanto di cielo in cielo abbassandosi e, 
come lume per iterate riflessioni , debilitandosi, ^'Chèpiù non 
fa che breyi contingenze , che non produce se non cose im- 
perfette e di breve durata. »-»Qui divenire è dal lat. detieni' 
rcy ]per giungere j arrivare. T ovleliX'^^ contingenze j ossia 
contingenti cose , sono tutte le creature ; inperoQchè rn lin- 
guaggio delle Scuole contingente appellasi tutto ciò che può 
non esistere. Le terrene cose però dai cieli originate, okr«di 
essere contingenti, sono anche di breve durata, m^ch* a tor 
j*mf rea, includendo anche nella scrittura l'anfibologico dkW- 
/or, leggono nel m. Sj. i codd. Vat., Ang. e Chig. E. R.«-« 

64 al 66 E queste contingenze ec. Il cielo , col suo moto 
influendo, produce o col seme, come gli animali, l'erbe e le 
piante ; o senza seme, come quegl* insetti che nascono ex pu- 
tri; essendo a que* tempi comunissima tale opinione, in o^ 
non so se abbastanza mostrata universalmente falsa. VBSniai. 
A garantir però Dante, se anche mancassero gl'insetti , baste- 
rebbe la produzione, che certamente senza seme fassi, de' co- 
ralli, cristalli, funghi , e simili, m-* Ma in oggi, e come notasi 
nella E. 6., pare che l'esperienza mostri il contrario .^-a 

67 al 69 •-» e chi la duce, e chi la tempera , dal lat. du^ 
cere . Nota La cera di costoro , accordando costoro con con- 
tingenze. Torelli, '«hi La cera di costoro 9 gli elementi onde 
si compongono le dette cose generate . -*e chi la duce (dal 
latino ducere y adoprato anche per tirare y figurare y esimili) 



CANTO XIII. 3i9 

Ond'egli avviea eh' un medesimo legno , 70 
Secondo specie, meglio e peggio frutta, 
E voi nascete con diverso ingegno . 



cioè e le immediate cagioni 1 dalle quali gli elementi alla gè* 
nerazione delle cose si adattano • — Non sta d^un modo ( il 
Terbo sta per zeuma si riferisce anche a cera ) non sono sen^- 
pre d*un tenore; m^ non sempre producono i medesimi effetti. 
E. B. 4^ sotto 7 segno - Ideale poi più e men traluce* Aven- 
do detto di sopra che le cose tutte* sono splendori della divina 
idea [a]y allusivamente a cotale premessa parlando 9 qui dice 
che le cose» a misura della struttura loro materiale più o me- 
no atta, anche piii meno sotto lo splendore della medesima 
idea in loro segnata compariscono perfette. 9^ Nel Coniàvioi 
a È da sapere che la divina bontà in tutte le cose discende 9 e 
» altrimenti essere non potrebbono; ma, avvegnaché questa 
» bontà si mova da semplicissimo princìpio 9 diversamente si 
» riceve , secondo piti e meno delle cose ricevute. Onde è scrìt* 
» to nel libro delle Cagioni: la prima bontà manda le sue 
» boutadi sopra le cose con un discorrimento. Veramente cia- 
» scuna cosa riceve da qyesto discorrimento secondo il modo 
» della sua virtù e del suo t^ete. » Biagioi.1. — e chiPaddu" 
ce, al verso 67., leggono i codici Yat. , Chigiano e Gaetano. 
E. R.<M 

70 71 un medesimo legno ^ ^Secondo specie y un legno , 
non individualmente il medesimo, ma specificamente, com^è 
per esempio, quello di due meli, di due peri ec. »-» OniTegli 
ayuiene eh* un medesmo legno , legge il Vat. E. R. <-« 

72 uoi nascete con diverso ingegno . Accenna che F anima 
per sé stessa sia in tutti noi uguale , e che l'ingegno maggiore 
nell'uno che nell* altro uomo provenga dalla piìi perfetta oi"- 
ganizzazione del corpo, come piii atto istrumento all'anima • 
•-» Nel Convivio: « Noi veggiamo molti uomini tanto vili e di 
» si bassa condizione, che quasi non pare essere altro che he- 
tt stie; e cosi è da porre e da credere fermamente che sia al- 
ia cnno tanto nobile e di sì alta condizione, che quasi non sia 
» altro che Angelo; altrimenti non si continuerebbe la umana 
aa spezie da ogni parte, che esser non può* »Biagioli . «-« 

t«] Verso Si. t srgg. 



33o PARADISO 

Se fosse appanto la cera dedutta, ^3 

£ fosse ii cielo ia sua virtù suprema , 
La luce del suggel parrebbe tutta . 

Ma la natura la dà sempre scema, 76 

Sìmilemente operando all' artista , 
Ch'ha r abito dell'arte e man che trema. 

Però se 1 caldo amor la chiara vista 70 

Della prima virtù dispone e segna , 
Tutta la perfezion quivi s'acquista. 

73 Se fosse cppunto ec. j se sempre la materia fosse IbrmaU 
ed attuata di tutto pnnto.VBHTUBi.s-^ a /7iinfo, perfettameate 
legge e spiega il Torelli . 4-a 

']^ E fosse il cielo ec, e l'operante cielo fosse in soa a)u 
virtii , e non ( come ha detto ) cTatto in atto discesa alTulti- 
me potenze ^ e però infievolita. 

75 Za luce del sugeel parrebbe tutta, mostrerebbesi in 
tutta sua vivezza lo splendore dell' impressa divina idea sud- 
detta, m^ Per intendere come Dante dica il cielo essere in sua 
Vfirtù suprema allorché è immobile > vedi il Comnyio faccw 107 
e 1 08 , ed altrove. E. F. — La cera ilei suggel y legge il Cbig. 

76 Afa la natura ( intendi per natura una causa universale 
costituita da Dio ministra d*ogni generazione ) la dà sempre 
scema y rende sempre cotal luce in parte mancante. — * Cu- 
riosa è la lezione del cod.Caet, in cui troviamo scrìtto.- la 
Natura Lajda invece òÀludà. E. R. 

77 7 S Similemente operando ec; imperocché, sebbene sia 
essa in aè medesima bene instituita, dovendosi però nelle ge- 
nerazioni valere di cause imperfette, accade quindi a lei come 
all'artefice che Parte sua manuale sa benissimo, ma, perchè ha 
mano tremante , non può perfezionare i suoi lavori . 

70 all' 8] ^e '/ caldo amor ec. È saggio avviso del Daniel- 
lo che tocchi Dante qui brevemente la santissima Trinità, si- 
gnificando per la prima %drtà il Padre , per la chiara %ista U 
sapienza del Figliuolo , e pel caldo amore la carità dello Spi- 
rilo santo j e dir voglia che, quando Iddio immediaUmente 
per sé stesso dispone la materia , e v' imprime il proprio sng^ 



CANTO XIII. 33i 

Cosi fu fatta già la terra degna 8i 

Di tutta l'animai perfezione j 

Così fa £itta la Vergine pregna . 
Sì chMo commendo tua opinione: 85 

Che l'umana natura mai non fue, 

gello 9 quivi ( dee valere quanto allora [a] ) ^i acquista ( dalla 
cosay iD tendi ) tutta la perfezione . Allude (segue il Yen turi) a 
quel Dei perfecta sunt opera \l>\ 9 intendendolo in senso com- 
parativo tra l'opere fatte da Dio immediate y e le fatte per mez- 
zo delle cause naturali. »-» Il sig. Biagioli segue esso pure l'in* 
tendimento del Daniello; ma pare agli Editori bolognesi che 
in questi versi chiaramente si dica che il caldo amore dispo- 
ne la chiara insta ec, e che perciò non si possa intendere 
che essa chiara i^ista unitamente al caldo amore dispongano 
le cose mortali , e come pensano i lodati Comeutatori . Quindi 
spongono: « Però se il fervente amor divino dispone e segna 
» la chiara vista della prima virtù , cioè se dispone e segna 
» della sua luce il chiaro cielo, dandogli tutta la virili supre- 
» ma ( vedi cinque versi sopra ), le cose contingenti acquista- 
» no perfezione • » Il Torelli prende invece chiara vista per 
caso retto, e spiega; chiara vista della prima virtù vale divina 
sapienza. -^Jj^^ surriferita sposizione della E. B. piìi d'ogni 
altra soddisfa al eh. sig. profess. Parenti, il sunto della quale 
potrebbe corrispondei*e, secondo lui , a questa nota di Benve- 
nuto: Hic Thomas ex dictis arguit quodj quando Deus agii 
immediate in materiam , tunc imprimit formarti perfectam . <-« 

S29IV64C0SÌJ cioè per l'immediata divina operazione, —/if 
fatta già la terra elegna ec. ^ fu la terra , della quale formossi 
il corpo di Adamo, degnata di tutta la pei*fezione conveniente 
air animale natura • — Così , per l'immediata operazione stessa 
di Dio, -/b fatta la Vergine pregna ^ fu nel purissimo utero 
di Maria Vergine formato il sacratissimo umano corpo di Gesti 
Cristo, secondoche disse l'Arcangelo Gabriele alla stessa beata 
Vergine; Spiritus sanctus superveniet in te, et virtus Altis^ 
simi obumorabit tibi [e] • 

86 fue (e, due versi sotto, piùe ) paragoge volentieri ado- 
prata dagli antichi Toscani anche in prosa . 

[a\ Ttdi CinoDÌo , Parf ic. 919. 4- [h\ Deut. 33. [e] Lue. u 



33^ PARADISO 

Né fia, qual fu in quelle due persone. 

Or s'io non procedessi avanti piùe, 88 

Dunque come costui fu senza pare? 
Comincerebber le parole tue. 

Ma, perchè paia ben quelle non pare, 91 
Pensa chi era, e la cagio^che 1 mosse, 
Quando fu detto chiedi^ a^|imandare. 

Non ho parlato si , che lu non m^se 94 

Ben veder ch'el fu Re che chiS^^enno, 
Acciocché Re sufficiente fosse ; \ V^ 

Non per sapere il numero in che ennVi.'", 9^ 

Li motor di quassù , o se necesse ^ • 
Con contingente mai necesse fenno; 

89 al 91 Dunque ec> Costruzione: Comincerebber le pa^ 
rote tucy incorni oceresti a rìsponderaii : come dunque costui j 
Salomone, fu senza pare? non ebbe alcuno pari a sé? — /Mi- 
re per pari, antìtesi, in grazia della rima, usata pare dal Pe- 
trarca e da altri poeti [a] .9^ ciò invece di quel, al u. 91. , 
hanno i codd. Vat., Ang., Giet. e Ghig. E. R. <-« 

9*s al 96 Pensa chi era, cioè ch'egli era Re , -^ e /a eagion 
che ec.j e il desiderio di giustamente governare che , quando 
da Dio gli fu detto chiedi (^postula quod uis [&]), mosselo a 
far quella dimanda: Dabis servo tuo cor docile , utpopulum 
tuum judicare possit [e]. — posse per possi j antitesi in gra- 
zia della rìmsì. wh¥ acciocché Ite sufficiente fosse, — sufi^ 
cien^e, cioècbebastasseatal grado. Torelli. — Nel Convivioi 
ce Se ben si mira, della prudenza vengono i buoni consigli , i 
» quali conducono sé ed altri a buon fine nelle umane cose e 
» operazioni. E questo è quel dono che Salomone, Teggendosi 
» al governo del popolo essere posto, chiese a Dio, siccome nel 
» terzo libro delli Regi è scritto.» Biaoioli. <-« 

97 al 105 Non per sapere ec. Invece di dire in generale 
che non chiese Salomone da Dio di sapere quanto ricercano 
od insegnano tutte le arti e scienze, restrignesi, per sineddoche, 

[a] Tedi il Vocabolario della Crusc» [h] Reg, lib. 3. cap. 3. [e] Ivi. 



CAjNTO Xlll. 333 

Non sì est dare primum motum esse^ loo 

O se del mezzo cerchio far si puote 

ad alenili particolari quesiti ed insegnamenti delle medesime; 
e SODO: 1. // numero in che ennoj sono [a], -Zi molar di 
quassù y i motori, le Intelligenze moti*ici| di queste celesti 
sfere: ciò che cercava senza trovare l'asti*onomia di que'tem* 
pi [b] . a. se necesse -* Con contingente mai uecesse fenno ; 
se in un sillogismo, combinandosi il necesse j il necessario [cj, 
col contingente , cioè una premessa necessariamente vera (co- 
me sarebbe questa , Ogni uomo è vivente) con una non ne- 
cessariamente vera (come sarebbe quest'altra, jilcun uomo è 
bianco) fenno y fecero [^1, generarono mai conseguenza ne* 
cessarla [e]. Questione è la presente, che si risolve negativa- 
mente dalia dialettica, con quella sua regola generale , che 
conciusio sequitur semper debiliorem partem ; dalla quale 
coosiesae che y essendovi nel sillogismo una premessa o falsa 
u particolare o contingente , falsa o particolare o contingente 
dee essere la cons^uenza. 3. sì est dare primum moium esse^ 
se conviene ammettere, confessare [/], im moto primo, il 
quale cagionato non sia da altro moto; e risolve tal questione 
affermativamente la metafisica con quel principio, che repu'- 
gtuu in causis processus in inftnitum. 4« ^^ tlel (per nel [gj^ 
mezzo cerchio far si puote - Triangòl si eh* un retto non 



'«]Vedi MastrofiDÌ» Teoria e Prospetto de' verbi italiani, sotto il 
verbo Essere 9 n. 3.; e vedi en, accorciamento di enno, adoprato da 
I)«Dle, Par;;, e. xvi. lai., e Farad, e. xv. 77. [b] Vedi la questione me- 
•Icsiiiia trattata <lal Poeta nostro nel suo Convito^ tratt. a. cap. 5. [e] Ne- 
cesse sive necessum (insegna Niccolò Perotti» Cornueop, epigr. 1. )» ^ 
ftio necessarium f eiusdem signijicaiionis. [d]\edi il suddetto Pro* 
Umetto de'verbi italiani ^ sotto il verbo Fare, n. 6. [e] Errano , sembra 
a ne, il Vellutello e il Daniello chiosando che se necesse -Con con- 
fingente mai necesu Jenna vaglia quanto: se la cosa, la quale ha PeS" 
Sere suo necessario , aggiunta alla contingente , che può essere e non 
^^*ere,fBron mai esser necessario, [f] £$t prò eonvenit i»ei licei, e 
^ (il verbo latino ) prò concedo 9 Jateor, prova con esempj adoprato 
Hoberio Stefano nel suo Tesoro della lingua latina sotlo i verbi Sum 
^ Do, [g] Siccome la particella di equivale molte fiate alla in (vedi 
Cioonio» Parile, 80.8. ), cosi in questo luogo dee la particella del 
equivalere alla nel. •-♦Ma noi ne vorremmo gli esempj » la mancanza 
<le' quali forse fu quella che indusse il Torelli a notare sotto questo 
^erso ; ^ Fare debba leggersi : O se nel metAo cerchio ec.4-€ 



334 PARADISO 

Triaogol sì eh' un reno non avesse. 

auesse : se nella metà del circolo inscrìvere si possa un triait* 
gole rettilineo, un lato del quale sia il diametro dello stesso 
circolo > senza che formi cogli altri due lati un angolo retto; 
ciò che la geometria dimostra essere cosa impossibile. 

Apprendendo il Venturi stortamente che ponga Dante 
questi quattro quesiti non per un semplice qualunque saggio 
di quelle facoltà» nelle quali si trattano, ma come quattro 
delle piii ardue ed interessanti questioni del mondo, ecco come 
sopra dell'ultima importunamente ci garrisce. «E non chiese 
» (dice) a Dio lume di intendere se del mezzo cerchio si possa 
» fài'e un triangolo di modo, che non avesse un angolo retto; 
» la qual cosa certamente si può fare per quella via che addi- 
M tò Archimede, lìb. i. de dimens. circ., potendosi del mezzo 
M cerchio fare ogni sorta di triangolo. Ma pure non può farsi, 
a» salvo che postulando che una retta sia uguale ad una curva; 
» ciò che non può dimostrarsi, ed ha però tormentato Tinge- 
» gno de' Matematici, già da un pezzo disperati di trovare la 
» quadratura del circolo, che tanto è quanto del mezzo cei^ 
» chio. E di questo gran problema , da sciogliersi solo da Dio, 
» intende forse Dante che Salomone , siccome non curante dì 
M notizie inutili, benché curiosissime^ non ne richiese Dio. 
u Ma non doveva imbarazzarci con quelPaugolo retto , cosa 
» disparata alla quadratura del mezzo cerchio • Se poi intese, 
» come l'intendono Landino e Vellutello, che Salomone non 
M cercò di sapere se del mezzo cerchio ( meglio sarà dire nel 
n mezzo cerchio) far si puote triangolo si, che un retto noa 
M avesse, essendo evidente che non si può fare, non pare <:he 
» una cosa si risaputa e si dozzinale dovesse mettersi per esem- 
^ pio di un gran problema, e da interrogarne Dio; onde, per- 
ai che Salomone non curò di saperlo, fosse degno di molta 
A» lode, come non curante di notìzie per altro pellegrine, ma 
» non utili a governare . Ma costui fa in tutto questo passo , e 
M altrove, come quello Spagnuolo che per parere d*av^^e i 
» guanti, avendone un sol dito, se n'andava inferratolato, te- 
» nendo fuori dell'orlo affacciato solo quel dito. Per parere 
ai astronomo, dialettico, geometra, teologo, ne mette fuori il 
aa suo pezzettino, che talora di più è un po' sdrucito, aa 

Oh di mala chiosa pessima ed insolentissi ma conclusione! 
No che non si parla qui della quadratura del cìrcolo, né di 



CANTO XIII. 335 

Oode, se ciò eh* io dissi e questo note, io3 
Regal prudenza è quel vedere impari. 
In che lo strai di mia 'ntenzion percuote. 

(]uel triangolo che certamente si può fare^ ma non può dimo^ 
ttrarsi. Parlerà Dante della quadratura del circolo nel zicxiii. 
di questa cantica, (^. 1 33, e scgg., e parlerà senza immisciiiarvi 
rùìttarazzo di quell'angolo retto . Qui del triangolo parlasi, 
che nel semicircolo, nella divisata maniera inscritto, riesce 
sempre rettangolo» £, se il dimostrare questa mirabile [a] prò* 
prìetà del semicircolo è parte della Geometria, tanto basta 
acciocché possa per giusta sineddoche porsi in luogo di tutta 
la Geometria. 

Non mi faccio però tanta maraviglia che al criterio del 
Venturi nostro sfuggita sia questa riflessione, quanta me ne 
faccio che ricordato non siasi di quello protestò non piii in- 
dietro che di due canti ; Io non cedo ad alcuno nella stima 
di questo impareggiahil Poeta \b\ 

io3 al io5 Onde, se ciò chUo dissi ec. (^^ch^io dicoj i 
codd. Ang. e Caet. E. B.^hì) Per bene intendere questo ter- 
zetto, e non perdersi , come tutti gli Espositori fanno, è d*uopo 
che nelle parole del secondo verso e quel vedere impari so* 
prassegnisi la e, talché sia verbo, e non copula, ed impari 
intendasi non verbo, ma aggettivo, che vaglia Io stesso che 
non avente pari^ o (come già il Poeta del medesimo vedere 
ha detto [e]) non attente secondo • A questo modo eccone il 
«enso: Se note (per notiy antitesi in grazia della rima), se 
consideri , ciò cA'io dissi dapprima , cioè che A veder tanto 
non surse 7 secondo j e questo , che ho dett'ora, cVel fu Re 
che chiese senno j'^ Acciocché Re sufficiente fosse j conosce- 
rai che quel vedere impari ^ che sono intento a dichiararti, ò 
la regale pt*udenza. 

L'essersi qui inteso ed anche scritto [d] Ve per copula , 
dovette certamente provenire parte dal non essersi anticamente 



[o] MirabiUs proprìetas addimandala , tra gli altri, Biancanoi Aristo^ 
telis loca, matem. ex a. Poster, [b] Par. zi. S3. [e] Par. x. 1 14* [d] La 
^idot>eatioaf ed alcuoi de* più aoticbi mss., com'è quello della biblio- 
teca caaaaatcnse» segnato H. III. 5., scrivono la pura e; ma altri testi 
auooacritti e stani pali v'adopraao invece delle cifre esprimenti #/. 



336 PARADISO 

£ se al sur se drizzi gli occhi chiari , 1 06 

Vedrai aver solamente rispetto 
Ai Regi , che son molti , e i buon son rari . 

CoQ questa distiazion prendi 1 mio detto; log 
E così puote star con quel che credi 
Del primo padre e del nostro diletto . 

E questo ti fia sempre piombo a' piedi, 1 1 1 

osato di soprassegnare Ve verbo , come oggi si fa, e parte dal 
non capir convenevole all'aggettivo impari il significato d'im- 
pareggiabile j di non avente pari. Troviam noi però a qoast 
un medesimo significato certamente adoprato l'aggettivo sino- 
nimo dispari in quel verso , Letizia presi a tutt' altre dispa- 
ri \a\ ; e dall'esperienza siamo ammaestrati doversi nelle vo- 
ci in rima, piti che in altre 9 tollerare qualche novità di si- 
gnificato. Questa spiegazione dovrebbe, parmi, fare svanire 
qaella dorissima necessità apparsa al eh. Aatote degli Aned- 
doti recentemente in Verona pubblicati [ij di togliersi dal- 
l'autorità di tutti i testi manoscritti e stampati , e leggere: 

Regcd prudenza quel t^edere impari' 
-* ^ Non si è poi fatta una legge di questa necessità il sig. 
canonico Dionisi nella sua lezione [e] ; dal che sembra cbe col 
tempo maturasse meglio la cosa. Il Postili, del cod. Glenber- 
uie avvalora colla sua chiosa l'acuta spiegazione del P. Lom- 
bardi dicendo: non habere similem. E. R. m^ Quantunque le 
chiose deir Anonimo e del Buti salvino in certo qoal modo la 
lezione comune, pure anche nella E. F. si giudica ptiì age^ 
%^ole e da preferirsi la lezione del Lombardi, la quale è stata 
preferita nel suo testo anche dal sig. Biagioli . «-« 

\o& se td surse (una parola per tutta la sentenza) invece di 
ée al detto mio , "A %^eder tanto non surse V secondo. •-♦Cosi 
anche il Torelli^ aggiungendovi: ccjurjenon vuol Aire nacque % 
a» ma ascese , cioè al trono. 1» «hi drizzi gli occhi chiari , cìiia* 
ro rìsguardi, attentamente rifletti, 

I f o al 1 12 co/s quel che credi ^Del primo padre , Adamo. 
e del nostro diletto t Gesii Cristo ; i quaK cioè, perocché eb- 
bero loro corpi immediatamente da Dio, furono perciò d*inj^e- 

[^j lur^. xui. 120. [b] Ad. 1790, n.v. pag. 6S. [e] Edizione citata. 



CANTO XIII. 337 

Per farti muover lento, com'uom lasso, 
Ed al si ed al no che tu non vedi ; 

Che quegli è tra gli stolti bene abbasso , 1 1 5 
Che senza distinzion afferma o niega, 
Cosi neir un come nell* altro passo ; 

Perch' egU incontra che più volte piega 1 1 8 

L* opinion corrente in falsa parte , 

gno perfettissimo, m^ ti sia^ al f/. i la., i codd. Val., Cliig. e 
(jaet. E« R. «-■ 

ii3 cotnuom lasso , cui la stancbessa nou lascia essere 
veloce . 

1 14 che tu non vediy che ta non ben discemi. 

1 15 è tra gli stolii bene abbasso» Supponendo che i saggi 
uomini tengano Talto della stima , e gli stolti, ossia gì* igno- 
ranti, il basso del disonore, suppone consegaentemente che 
tra gli stolti li maggiori stiano in piii basso luogo, m^ più a 
basso t legge il codice Poggiali. <-• 

1 17 Così neWun come neWakro passo vale in qualunque 
passo f cioè in qualunque luogo, in qualunque parte di scrit- 
tura o di discorso, m^ NelVun così come ec. , i codd. Ang. e 
aig. E. R. 4^ 

1 19 corrente , corriva, precipitosa, m^ Ma il sig. Biagioli 
pretende che qui il Lombardi s* inganni , e che feri opinion 
corrente s* abbia ad intendere V opinione comune y quella cioè 
che corre per le lingue del maggior numero . Dello stesso av- 
viso si furono il Yellutello, il Daniello, il Venturi ed il Pog- 
giali. Il Landino appoggia la sposizione del nostro P. Lombar- 
di , la quale è pur seguita dalla E. B. Vero è che, in qualun- 
que modo si spieghi , la sentenza è vera egualmente ; ma la len- 
tezza nel giudicare da s. Tommaso a Dante consigliata nei versi 
1 1 2. al 1 14« 9 e ciò che dice quel Santo negli altri che seguo- 
no, 1 15. al 117-, rendono preferibile, a pai*er nostro, la s)K)- 
sizione dal Lombardi seguita . — E giovi , a conforto di tale in- 
telligenza, il sapere che anche il eh. sig. prof. Parenti giudica 
che V opinione corrente sta un chiarissimo contrapposto del 
ffifiot'ffrsi lento , consigliato nel i^. 1 13. , e che, spiegandola per 
^*pinion comune, si trasmuti un'espressione metaforica in un 
jM-dcstre concetto. ♦-• 

/ o/. ///. aa 



l 



33S PARADISO 

E poi raflfetto lo 'ntelletto l^a. 
Vie più che 'ndarno da riva sì parte, 121 

Perchè non toma tal qual ei si muove, 

Chi pesca per io vero, e non ha Tarte; 
E di ciò sono ai mondo aperte praove 124 

Parmenide, Melisso, e Brisso, e molti , 

lao t affetto lo intelletto legai T amore alU propria opi» 
pione lega C intelletto j non lo lascia attendere alle ragioni in 
coutrarìo, alle quali attendendo conoscerebbe Terrore •»-♦ Que* 
sto è uno dei più grandi ostacoli cbe la verità ha dovuto seni- 
re combattere per progredire ; e Dante , gran pensatore , non 
a mancato di sentirlo e di avvertirlo. E. F. «^ 

12 1 al I a3 Vie pia che ec. Paragona tacitamente colui cfae , 
sfornito d*arte di cercare la verità, s'azzarda di cercarlji, a 
colui che, d*arte pescatoria sfornito, staccasi dal lido per pe- 
scane ; e dice che rie più ec. tornisi dalla ricerca sua Tinesperto 
cerca tor del vero. Imperocché non solo ritorna vóto della verità, 
come l'inesperto pescatore vdto di pesce, ma carico d'errori. 

125 Parmenide Eleate filosofo sosteneva, tra gli altri eRt>* 
ri , che il Sole fosse composto di caldo e di freddo [a]- — <Afe- 
Usso , filosofo di Samo, erasi, tra gli altri errori, messo a sck 
s tenere che realmente moto veruno non si desse, ma che soia- 
monte sembrasse [b]. — Brissoj filosofo antichissimo, di cui 
fa menzione Aristotile nel i . libro posteriorum analjrticormnt ^ 
al capo 9. , dove si rapporta e si biasima la sua maniera di pro- 
vare la quadratura, I Comentatori del nostro Poeta passano 
costui sotto silenzio, VoLri. m^Parmenide e Melisso (moiM 
l'Anonimo) due filosofi confutati da Aristotile nel 1. della Z^- 
sica^ '^Parmenide affermava che tutte le cose ritornavano in 
una cosa, si come da una procedeano. E. F. — Di questi dne 
filosofi parla Diogene Laerzio, De F^itis philosophor. libro 9» 
— Brisso con false dimostrazioni (dice l'Anonimo sovracci tato . 
volle del circulo trarre proporzionalmente il quadro; del c|iiale 
tocca Aristotile nel libro delle Posteriora^ riprovando i suoi 
falsi argomenti . E. F. 4-t 

«^ Vedi Dloj». Laerzio, De yUis phìlosophor, lib. 9. Par««.iiiVc4. 
b} Y^cJi il inedesimo Laerzio ivi, Afciistus» 



CANTO XUI. ' 339 

Li quali andavaD, e non sapean dovej 
Sì fé' Sabellio, ed Arrio, e quegli stolti, \i^ 
Che furon come spade alle Scritture 
In render torti li diritti volti . 



126 andavanj e non sapean doue^ camminavano nel pen- 
sar loro alla cieca. »— sapèn , a differenza della Nidobeatina , 
9^ del cod. Poggiali 4-« ed altre edizioni 1 legge T edizione della 
Crusca e le seguaci. 

I a^ SabelUo , eresiarca , che pretese doversi negare in Dio 
la Trinità delle persone 9 ed essere una persona sola cognomi 
di Padre, Figlio e Spirito santo. »-» Visse nel secolo terzo 
delVera nosti^a; era nativo della Libia « e fu condannato in un 
Concilio di Alessandria nel 26 1 . <-• ^mo 1 altro eresiarca che 
predicava non esser il divin Verbo consustanziale e coetemo 
al divin Padre. «^ Anche costui fa della Libia, fu prete di 
Alessandria verso il principio del secolo quarto , e fu condan- 
nato nel celebre Concilio generale L di Nicea nel 3^5. «-« e 
guegii stolli, e que* deliranti frenetici. 

I a8 1 29 Che furon come spade ec. Gli eretici ( chiosa il 
V^enturi, ciecamente seguendo tutti gli antecedenti dpositori) 
furono spade f nelle quali gli oggetti che in si specchiano j 
torti si veggono e trasformati j perchè essi stirando le Scrit^ 
ture ai loro perverso intento ^ al falso ne scorrevano y stra* 
volgendo il senso vero. Ma che bann'egli, dico io, a fare le 
spade collo specchiare ? L' uso delle spade è di ferire e tron- 
care 9 e non di servire di specchi ; e, posto che Dante avessele 
volate tirare a quest'uso, avrebbe dovuto per lo meno aggiun- 
gervi 9 quella che vi aggiunge avvedutamente il Volpi, la for- 
bitezza , senza della quale non può un ferro servir di specchio. 
Mainò: abbisogna per la retta intelligenza di questo passo ac* 
cordare al Poeta nostro un altro sdrucito pezzettino di erudi- 
zione teologico-storica circa l'ardimento che racconta s. Giro- 
lamo [a] essersi i mentovati eresiarchi preso di mutilare i sa- 
cri testi, e spezialmente di togliere nel capo quinto dell'epi- 
stola prima di san Giovanni quelle parole : Tres sunt qui /e- 
stimonium dant in coeloj Pater ^ Kerhum et Spiritus san- 
ctus i et hi tres unum sunt; parole cioè diametralmente op- 

[aj Piolog. in septem epislolas canonica s. 



34p paradiso 

Non siea le genti ancor troppo sicure 1 3o 

A giudicar, si come quei che stima 
Le biade iu campo pria ctie sien mature; 

Ch'io ho veduto tutto '1 verno prima i33 

U prun mostrarsi rigido e feroce , 
Poscia portar la rosa in su la cima ; 

E legno vidi già dritto e veloce i36 

poste ai loro errori • A qaesto modo intenderemo voler Dante 
dire che si applicarono costoro alle Scrìttuie sacre y non come 
penne a comentarle e dichiararle, ma come spade a mutilarle y 
e con tale mulilazione farle apparire approvatrici di quegli er-> 
rori ch'esse condannano. •-» A rincalzo di questa sposizione 
varranno certo le seguenti parole tratte dal sig. Biagioli dalla 
conclusione del Decamerone: «quali libri, quali parole t quali 
93 lettere son più sante, piìi degne, più reverende che quelle 
9) della divina Scrittura? E si sono egli stati assai che, qnelle 
93 perversamente intendendo, sé e altrui a perdizione hanno 
99 tratto. 9> irm faccia torta per difformala adopera il Poeta no- 
stro anche Purg* xxin. 55. al Sj.; e ripetendo qui nel siguifr- 
cato medesimo torti ^ vi contrappone diritti nev hen formati. 

i3o r3i JYon sien le genti ancor ecm^Nè sian^ i codd. 
Vat. e Ang. C. R. 4hi Costruzione: ancora ( vale qui parimen- 
te [a\ ) m^ oltre a ciò , spone il Torelli «^ non sien le genti 
troppo sicure a giudicar • Rivolgesi qui Dante a riprendere 
coloro che il sapieutissimo Salomone, cui esso in Paradiso col- 
loca, giudicano per T idolatria dannato ••-» Ma noi crediamo 
che fuor d'ogni allusione appelli qui il Poeta a tutti gli uomini 
in generale , onde ammonire ognuno a guardarsi bene dal pre^ 
cipitare i propr) giudìzj . 4hi 

i34 i35 pruno appella giustamente la spinosa pianta della 
rosa [il . — » rigido e feroce , aspro e pungente • m^ Lo qualifica 
cosi dalla sua ispida e orrida salvatichezza . Biaoiom. ^^por^ 
far le rose , al i/. i35., ì codd. Aug« e Caet. E. R. «-« 

1 36 legno per nai^e « — dritto vale da niuna parte inclinar- 
tOjSLl contrario di quando, barcollando, pericola di sommeigersi. 

[di Vodi Cinonio Partic. ^5. 7. [h] Vedi la'defìoi»ooedel|avocefri«^ 
f)e| Vocabolario della Crusci . 



CANTO XIlL 34i 

Correr lo mar per tutto suo cammiao^ 
Perire al fine all' entrar della foce. 

Non creda mouna Berta e ser Martino, 189 
Per vedere un furare , altro offerère, 
Vedergli dentro al consiglio divino; 

Che quel può surger, e quel può cadere* 

i38 Perire ec. Tralascia, per ellissi, di premettere la par-» 
ticella e* — foce per qualunque imboccatura o di porto o di 
fiume , oy' entran navi • »-» II cod. Stuarda porta : Poscia peri-^ 
re air entrar ec. Biagioli. «hi 

1 39 monna Berta . L'edizioni diverse dalla Nidobeatina leg^ 
gODO donna Berta ( »-» e cosi anche i codd. Vat., Ang., Caet. 
e Cbig. E. R. 4-« ) ; ma donna in ragione di titolo non si trova 
dagli antichi usato mai t bensì madonna , monna , sere e mes^ 
sere; e come a Martino dà il titolo di sere^ eh 'è un accorcia- 
mento di messere , così a Berta sta meglio il titolo monna 1 
eh* è r accorciamento di madonna. <— Berta e Martino sono 
nomi (dice qui bene il Venturi) che servono di exempli gra^' 
tia di persone idiote e sciocche , cofne son te donnette e gli 
artigianelli, m^ Confermasi questo intendimento del Venturi 
colla seguente chiosa dell'Anonimo, tolta dalla E. F.tcciVb/» 
» creda ec; cioè queste due genti idiote e grosse, che guata-* 
» noe giudicano pure(jo/aiit«nte)secondo l'apparenza ec.»4-« 

i4o offerère per offerire, detto anche in prosa da ottimi 
italiani scrittori [a] , e vale &re offerte alla Chiesa o ài sacer*- 
doti in onor d'Iddio* 

1 4 1 f^edergli dentro alcoHsiglio dittino , Tederli se in men-* 
te d'Iddio sieno tra' predestinati o tra'reprobi. s-^Così Boezio» 
cocne annota il sig« Biagioli e de hoCf quem tu justissimum et 
aeéjid servantissimum putaSf omnia scienti proiùdentiae di" 
versum 9idetur . <-• 

[«] Vedi il Vocabolario della Crasea al verbo Offerire 4 



CANTO XIV. 



ARGOMENTO 

In questo canto Beatrice muove un dubbio ^ il quale 
le vien risoluto; poi ascendono al quinto cielo, che 
è quello di Marte ^ nel quale il Poeta vede te ani- 
me di quelli che ai*cv ano militato perla vera Fede- 

Usi centro al cerchio , e si dal cerchio al centro i 
Muovesi l'acqua m un ri tondo vaso, 
Secondo eh' è percossa fuori o dentro . 

Nella mia mente fé' subito caso 4 

I al 3 »-» Giunta l' anima di san Tommaso all' ultima pa- 
rola f prese a parlar Beatrice; il che porge occasione al Poeu 
di dar principio nuovo e bello al presente canto colla simili* 
tudine del diverso ond^giar T acqua, mossa dentro a un vaso ; 
perchè non perda di vista il lettore come stanno quelle anime, 
e Beatrice con Dante. Bxagioli. «hi Dal centro al cerchio , e 
si (e cosi, e istessameiite [a] ) dal cerchio al centro ec. Pone 

2 ni in astratto, per poi farne in seguito una similitudine » Tef- 
ato dell'acqua che in rotondo vaso stagnante si percuote ; che 
percossa dentro f cioè in mezzo al vaso , muovesi dal centro al 
cerchio, dal mezzo verso l'estremità; e percossa /lion', cioè 
nell'estremità, muovesi verso il centro .m^ fuori e dentro j i 
codd. Vat. e Chig. E. R. <^ 

4 air 8 Nella mìa mente ec. Costruzione: Questo eh* io di- 
co ^ìì detto effetto dell'acqua , fé'* subito caso nella mia mente f 

[a] Senso a cui si e&tende la sinoDÌma particeUa così. Vedi Cinon* Par* 

tic, 61. II. 



CANTO XIV. 343 

Questo eh' io dico ^ si come si tacque 
La gloriosa vita di Tommaso , 
Per la similitudine che nacque 7 

Del suo parlare e di quel di Beatrice ^ 

mi cadde subitamente in pensiero ^ sì coinè la gloriosa ulta 
di Tommaso si tacque , quando [aj la gloriosa anima [&J di 
s. Tommaso finì di parlare, -Per la similitudine che nacque 
"Del suo parlare e di quel di Beatrice [e], per rassomigliar^ 
si a cotale reciprocazione di moto nell' acqua il venir da pri-« 
ma la voce di s. Tommaso dal cerchio de' beati, di cui era 
esso parie) a me ed a Beatrice > che nel centro di quel cerchio 
Ktavamo ; ed in muoversi poscia la voce di Beatrice dal centro 
al cerchio in cui era s. Tommaso, m^ Il eh. cav. Monti nella 
ana Prmosta [d] afferma anch*egli che caso al v> 4* ^ ^^^O" 
pereto alla latina ^ e per similitudine vale caduta . E per ca^ 
duta in senso proprio pensa pure che fosse usato dal Tasso 
(il qpaà^ interpretò questo far caso di Dante per cadere) nel 
verso: Spinse il gran caso in questa orribil chiostra [<?], e 
dal Prezzi nel secondo del Quadriregio , e. i3« nell'altro: Rom- 
perà/Zi quel caso e Panche e tossa, et II Quadriregio (dic'egli) 
» non è opera canonizzata ; ma egli è certissimo che la Gru-» 
n sca nel suo sacro catalogo n'ha registrate delle peggiori , e 
» d'assai. Il Ck)rbinelliy il cui voto è gravissimo , lasciò acritto 
o che il Quadriregio non è punto indegno d'ir dietro a Dan^ 
» le,* e quando si sa che TAriosto di proprio pugno lo postillò^ 
» nessuno che abbia fior dì giudizio von*à, spero, con superbi 
» disprezzi beffarne rautorilà . » — Noi non crediamo a questo 
proposito affatto inutile Tavvertire che caso per caduta do* 
vette usarsi in Toscana anche assai dopo di Dante, sovveiien*' 
doci che nel comento al e. xv. del Purg. del Landino sta scrit- 
to: Jl caso della pietra y secondo Alberto j nel libro della 
Proprietà degli elementi^ ò detta per certa traslazione una 
lin&a indotta a piombo . Nel gran Dizionario di Bologna al 
S* XOL della voce Caso^ dove essa sta per caduta ^ riportansi 

la] Del come e sì come per quando vedi lo stesso Gin. Partic, S6. 1 5^ 
[b] P^ita per anima vedila ragionevolmente detta dal Poeta nostro aii- 
elle altrove « e segnatamente Far. ix. 7. [c\ m-¥ Sotto qaesto v, 8. il To' 
rclli ha notato: qui del per dal» e di per da* 4rm \d\ Voi. i. P. n« 
face. i44« ^ seg. [e\ GeiusuUmmc^ e. iv. st. y- 



J 



344 PARADISO 

A cui si cominciar, dopo lui, piacque: 
A costui fa mestieri, e noi vi dice io 

JVè con la voce, né pensando ancora, 

D'un altro vero andare alla radice. 
Diteli se la luce, onde s'infiora i3 

Vostra sustanzia , rimarrà con voi 

Eternalmente sì com' ella è oraj 
E se rimane, dite come, poi i6 

Che sarete visibili rifatti , 

Esser potrà eh' al veder non vi noi , 



ad esempio, dietro rautorità del eh. cav. Monti, i due surrife- 
riti passi della Gerasalemme e del Quadriregio. Ma in quello 
del Tasso la cosa non n(;ì parve sì evidente come neiraltro del 
Prezzi, sembrandoci che nel primo degli esempj citali cttso si- 
gnifichi avvenimento^ o simile, piìi presto che caduta. Intor- 
no al qual dubbio il eh. sig. prof. Parenti, da noi ricercato, sol- 
lecito ci ha riposto: a Quanto al luogo del Tasso» non pare 
i> certamente che il Poeta siasi valuto della frase ^ron caso in 
n quel senso materiale che verrebbe adoperata per esprìmere 
» la caduta di un grave. E non mi pare che fosse nel carat- 
» tere del primo superbo il rammentare positivamente l'atto 
» del precipizio, a* Rapporto poi alia sposizione di questo luogo 
ci avverte il lodato sig. Parenti che anche prima del Lombardi 
il Daniello con tutta naturalezza avea spiegato: ciò gli cadde 
in mente ^ e che nel secolo stesso di Dante, Benvenuto spch 
neva : Subito incidit menti meae, ^-« 

9 m^ dietro a lui^ piacque ^ il cod. Chig. E. R. 4hì 

10 1 1 »-»e noi vi dice^Nè con la voce, né pensando ec. 
Dice pensando f perchè que'beati spiriti avrebbero inteso anco 
il suo pensiero. Torelli. <-« 

I a D^un altro vero ec, andare al fondo di nn*aUra verità. 
i3 s^ infiora per s^adoma, catacresi. 

17 visibili rifatti y per riassunto corpo nella universa! ri- 
surrezione. 

18 ch^al veder non vi noi^ che non vi apporti noia, impe* 
dimentp, agli occhi, come il troppo splendore a noi là • 



CANTO XIV. 345 

Come da più letizia piuti e tratti 1 9 

Alcuna fiata quei che vanno a ruota , 
Levan la voce, e rallegrano gli atti ; 

Cosi all'orazioQ pronta e devota 22 

Li santi cerchi mostrar nuova gioia 
Nel torneare e nella mira nota . 

19 al 21 «-^L'occasione» che hanno quelle anime di nuovor 
sfogo alla Tampa d'amore che le riempie» accresce la loro ìe- 
liiia» e ne dan segno con nnovo tripudio» canto» ballo e più 
tìyo sfiitillare; ilclie per questa similitudine di lieta carola 
egregiamaite si esprime» la quale è la stessa che l'accennata 
nel X. V, jg, e seg.» benché in diversi gradi si accenna. Bii^ 
Giou.4^ Conte da più letizia ec. : come suole alcuna volta 
avvenire che quelli che danzano e cantano in giro , esprimen* 
do col canto cosa che Tallegrezza accresca , rinforzano la dan- 
za» e spingendo quei davanti» e tirando quei di dieti*o» che 
tengoo per mano » alzano più la voce, e si fanno negli atti e 
iie*gesti più gai. Yevtitbi. — jilla fiata invece à!j4lcuna fiala 
lagone l'edizioni diverse dalla Nidob., »-» e i codici Vat. e 
Cfaig. E. R. «^ Ma» sebbene trovisi scritto alle fiate ed alle 
volte ^er alcune fiate ^ tdcune uolte^ non mai però troviamo 
scrìtto alla v^olta per alcuna volta; e di alla fiata ^r alcuna 
fiata non si arreca nel Vocabolario della Crusca altro esem- 
pio, che quest'unico e mal sicuro dell'edizioni diverse dalla 
Nidobeatina. Né dee poi fkré ostacolo che» leggendosi alcuna 
/Iota» viene fiata ad avere il valore di sole due sillabe; impe- 
rocché di dae sillabe & Dante essere la medesima voce anche 
Inf* xxxii. i'. io2.y Purg. Tt.v. 1 1 1. m^Muouon la uoccj il cod. 
Vat; Levan le voci, 1 Ang.; La voce muovon e rallegran gli 
atti, il Chig. E. R.^ 

aa aliorazion, al pregar di Beatrice. «-^ Qui orazione per 
preghiera o dimanda. Torelli. ^-« pronto» prontamente fat* 
ta» appena cioè ch'ebbe s. Tommaso finito di parlare* 

24 Nel torneare j nel muoversi leggiadramente in giro» dan- 
zando* — » torneare significa propriamente giostrare» correrla 
lancia in giostra, e di qui tornèo appellasi quel cavalleresco 
spettacolo» ito ormai affatto in disuso. Venturi. —Ma o sia 
cosi| ovvero all'opposto fosse il giostrare detto torneare dal- 



346 PA-RADISO 

Qual si lamenta perchè qui si muoia 3j 

Per viver colassù, non vide qui ve 
Lq refrigerio deli' eterna ploia . 

Queir uno e due e tre che sempre vive , )8 

E regna sempre in tre e due ed uno , 
Non circonscritto e tutto circonscrive ^ 

raggirarsi che facevano i cavalieri in quello spettacolo , ^li 
è cferto che e tornèo per giro j e torneare per muouer in giro 
trovasi aaticamente detto anche in prosa [a] • — mira nota per 
cunto mirabile . Volvi. — AEro per maroi^igUoso adopralo an- 
che in prosa il Boccaccio [&]• — * II codice Caet. invece di e 
nella mira nota legge e nel volger la rota. E. R. 

25 al 27 Qual si lamenta ec.c chi [e] si lamenta che [d\ 
debbasi quaggiù in terra morire per vivere colassù. in cielo* 
costui si lamenta , perocché non vide guiye ( per quiyij cioè 
nel cielo y antitesi in grazia della rima) il refrigerio , il gla- 
dio y che reca a* beati retema pioggia , che Iddìo fa cadere so- 
pra di essi , del beatifico suo lume • -^Ploia per pioggia il 
Fontanini (dice il Venturi) nelT Aminta difeso non la passa 
per voce antica dei Toscani; e pigliandosela contro il gran 
f^ocabolario 9 che con sentenza definitiva ^ senza ammettere 
appello 9 così decide , la vuole voce friulana ;ene reca quid- 
che ragione non dispregevole. Il gran Vocabolario però noo 
dice altro che Ploia V/A. Pioggia; e, recandone la tcstimo- 
nianza del Buti che Ploia in lingua francesca è a direpiog- 
giaj dee capirsi che f^.AL{ voce antiquata) non per altro 1 ap- 
pelli, che per non essersi dopo Dante frequentata, e non già 
che intendala voce antica elei Toscani ^ Anche al verbo Giiig- 
giare, che pur col Bembo conosce preso dal provenzale » se» 
gna il Vocabolario medesimo /^. A. 

28 al 32 B-^E da notarsi l'Ingegnoso intrecciamcnto delle 
parole de' primi due versi, dove il mistero della Trinità e la 
divina e V umana natura in Cristo congiunte con si bello ed 



[a] Vedi il Vocabolario deìln Gmsca afie voci Torneare e Tornèi^ . 
[6] Vedi lo stesso Vocabolario alla yoce Jlfiro. [e] Vedi Cìood. Par 
tic» aoS. 9. [d] Della particella perchè in luogo del semplice e e vr<if 
Ci 000. Par tic. 196. 4* 



CANTO XIV. 347 

Tre volte era cantato da ciascuno 3 i 

Di qaelli spirti con tal melodia , 
Gh'ad ogni nierto saria giusto iiiuno: 

Ed io udii nella luce più dia 34 

annonizzato stile si esprìme. Bugioli.^-s Queir uno e due e 
tre ec. Panni di potere con sicorezza asserire che di quanti 
>eggo Spositori nissuno coglie nel giusto inCendimcnto del 
Poeta, eh' è dì volere che Vuno del primo verso del terzetto 
corrìspoDda ali* 1/1 tre del secondo verso , e il due del primo al 
due del secondo^ e il ire del primo ali* uno del secondo, co* 
me se detto avesse: QuelTuno che sempre ìdve e regna in 
tre ( cioè quell'uno Dio che vi vera e regnerà sempre in tre 
Persone); quel due che vive sempre e regna in due ( quello 
di due nature divina ed umana, Gesù Cristo , che nelle me- 
desime vìverà e regnerà eternamente }; quel tre che vive sem^ 
\)re e regna in uno ( quelle tre divine Persone che viveranno 
e regneranno sempre in unità di natura). Non però queste 
inedestme rifierìte parole dee intendersi che quegli Spiriti can* 
Ussero, ma Gloria Deo uni et trino j gloria Jesu Christo, o 
simili. -« * Seguendo la concisione del Poeta, il Postili, del 
cod. Glenbervie chiosa.- idest una essentia^ duae nafurae^ di'* 
nna ethtunanaf tres personae ^ Pater ^ et FiUus , et Spiritus 
Sanctus. E. R. — Non circonscritto ec. Dee la costruzione di 
peste parole essere: e non circonscritto tutto circonscrive ^ 
ùoé: e, non contenuto dalle create cose, tutte esso contiene; e 
lec la copula e connettere queste alle precedenti parole , che 
sempre vi%^e ec. m^ Cosi nel Convivio (come notasi nella E. F.) 
fisse :« E anche di costei (i&Z/amiftfra ifniVerja/!e)èlimitatore 
• Colui che da nulla ò limitato, cioè la prima Bontà, che & 
> Iddio, che solo colla infinita capacità infinito comprende .««hi 

33 Ch^ad ogni merto saria giusto muno^ che l'essere am- 
nesso a godere di melodia tale, saria giusta rimunerazione a 
[ualsivoglia grande merito che uomo quaggiii in teiTa possa 
olle buone operazioni essersi fatto presso a Dìo. — munOf vo- 
e latina, da munus , dice il Vocabolario della Crusca (e non 
oce antica, come il Venturi gli fa dire ) , e reca esempio della 
tessa voce adoprata anche da Franco Sacchetti . m^ Qui gìu^ 
to, dice il Torelli , vale con facente , adeguato . <«-« 

34 dia per risplendente adopera Dante qui e Par. e xnii. 



348 PARADISO 

Del niiaor cerchio una voce modesta , 
Forse qual fu dell'Angelo a Maria , 
Risponder: quanto fìa lunga la festa 3;f 

Di Paradiso, tanto il nostro amore 
Si raggerà dintorno cotal vesta • 



u. loj.^zxTi. IO», e perciò non tanto dair aggettivo latino d!iÌLr« 
che divino significa, dee esserselo derivato, quanto dal nome 
diesj a quo Vii dietim scrive Vairone [a], e per conseguenza 
anche il medesimo aggettivo dius. »-^ dia^ diva, divina, spone 
coi pili il sìg. Biagio! i ; ma il chiariss. cav. Monti ( senza però 
condannare questa comune dicliiarazione ) si accosta di pttfe- 
renza alla suddetta del nostro P* Lombaixli , e pensa che del 
suo avviso sarebbe pui'e il Marchetti , il qoale, traducendo «pe- 
sto passo di Lucrezio, lib. i. 23.; Nee sine te quidquam in 
dias tuminis auras ^ Exoritury fece: E senza te non rie 
eie" Del dì la luce desiata e bella. Dal quale esempio cbiaro 
apparisce che Dante qui adopera alla latina 1* addiettivo diù 
nel senso medesimo di Lucrezio [&]- <-• 

35 Del minor cerchio , di quello che pia da vicino circoo* 
davalo. 

Essendo di questo minor cerchio Salomone, e la di lui 
ìvLcepià bella degli altri beati del cerchio medesimo [e], noo 
si può per la voce udita nella luce pia dia - Del minor cer» 
chio intendere che la voce di Salomone ; contrariamente alla 
chiosa del Landino, che invece di Salomone vuole inteso il 
Maestro delle sentenze. — *G>nviene col P. Lombardi il Postili 
del cod. Glenbervie^ notando egli: Salomonis aninuun divit « 
de quo supra e. x.: La quinta luce, che tra noi è più bel* 
la. E. B. 

36 deW Angelo Gabriello a Maria Vergine, quando le ap- 
parve ad annunziarle T Incarnazione del divin Verbo, ^^dal- 
l'Angelo j coi codici Vat., Ang. e Cacti» legge la terza ronu- 
na« E. R. <-# 

37 al 39 quanto fia lunga la festa - Di Paradiso , quanto il 
Paradiso durerà, cioò in eterno, '^ il nostro amore ^ verso là- 

[a] De Lingua lai. lib. 4. [h] Prop. voi. 1. P. n. fac. !ia6. [e] Par. e i 
V. 109. e segg. 



CAJNTO XIV. 349 

La sua chiarezza seguita l'ardore, 4o 

L'ardor I9 visione; e quella è tanta, 
Quanta ha di grazia sovra suo valore. 

Come la carne gloriosa e santa 43 

Fia rivestita, la nostra persona 
Più grata fia per esser tuttaquanta ; 

diOy — Si raggerà dintorno cotal uesta^ mrgetk d'intorno 
questo lume che ne circonda. »-» Qui nota il Torelli: « Forse 
» «Sf raggerà per Si raggirerà? m <-• 

4o al 4^ Xa sua chiarezza seguita P ardore ^ la chìare^a 
di cotal yesta consiegne all'ardenza dell'amore. — * Il cod. 
Caet. «-^«e il Chig. 4-« invece di segui/ a leggono seguirà E. B. 
— L*ardor la visione^ V ardenza dell'amore consiegue alla vi- 
sione di Dio ; — e quella è tanta ec. .* e la visione è tutia 
dalla divina grazia, e perciò appunto tanta quant'è la grazia 
colla quale solleva Iddio la virtù nostra, di sua natura impo-* 
tente > a veder Ini. 

43 al 4^ Come la carne ec.j'quando [a] l'anima beata 
sarà. Della risuirezione de'morti^ rivestita della carne 9 non 
più, come una fiata, ignobile ed inclinante al male , ma san- 
tificata e glorificata , — la nostra persona^ Più grata fia per 
ec.y pi& allora nella persona nostra compiacerassi Iddio, per 
essere in lei anima e corpo , come da principio egli colle pro- 
le man' ^ ^.. . - 

condo : 

corpo, 

ma sola . Tokeui . <-« Non intendendo il Venturi che per ellissi 
dice Dante piii grata invece di piii grata a Dioj chiosa , che 
più grata sta in questo luogo per più perfetta ed intiera . 
m^ Hai veduto, Int. e. vi., che dall* esser la cosa piìi o meno 
perfetta nasce il sentire più o meno il bene, e cosi il dolore , 
e che, per esser dopo la gran sentenza più perfetta la perso- 
na, per esser tuttaquanta, maggior sarà la pena de' dannati . 
Cosi della beatitudine degli fletti , le cui persone ricongiunte 
che saranno le due parti, essendo perfetta, sarà più grata a 
Dio. BiàGioiii. «-a 

^a Della particella come a] scuso di quando %c(]iCiuon. Pattfc. 5^. i^ 



35o PARADISO 

Per che $ accrescerà ciò che iie dona 4^ 

Di gratuito lume il sommo Bene, 
Lume eh' a lui veder uè condiziona . 

Onde la vision crescer conviene, 49 

Crescer Tardor che di quella s'accende, 
Crescer lo raggio che da esso viene . 

^hl, sì come carbon che Mammà rende, Ji 

E per vivo caudor quella soverchia 
Sì , che la sua parvenza si difende ; 

Cosi questo fulgor che già ne cerchia, 5j 

Fia vinto in apparenza dalla carne 

46 47 ■P^'' ^^^> p^r la qual cosa \^a]y s^accrescerà eciòl 
sommo Bene , Iddio , si accrescerà alla persona nostra quel 
lume della gloria che per sua grazia ne dona. 

48 Lume eh* a lui ec. .* lume , per bellissima ripetizione , cl/e 
116* condiziona j cioè che ne fa capaci a vedere e conoscere /fi/, 
esso sommo Bene . Daniello . 

49 al 5 1 Onde la vision ec. Detto avendo poco anzi ciic 
la chiarezza del lume in que'beati nasceva dall' arcione « e Tar 
dorè dalla i^isione , convenientemente qui y facendo, per Te^p" 
sta cagione, accrescersi ne' beati medesimi ÌBo^isione di Di>* 
la in loro accrescersi e l'ar^/ore, «fletto della visione , ed iì 
raggio j ossia la chiarezza del lume, effetto dell'ardore. 

62 al 57 Ma^ sì come carbon ec. Viene ora coli' esempio 
degli accesi carboni a dichiarare come pel crescere del lume 
inquelle beate anime allorquando si congiungerà loro la carne. 
che tutto dì ( per tutta\fia [6J ) la terra ricoperchia ^ rìcopn^ 
non perciò si perderà essa carne di vista ; imperocché siccome 
i carboni rendono ed accrescono la fiamma, e nondimeno il lof 
candore , maggiore di quello della fiamma , difende la sua par- 
penzaj gli fa tra la fiamma /^o/^re [cj, essere visibili , così li 

[a] Tedi Cinoa. Pariic. 196. 5. [h] Al medesimo significato vedi od 
Vocabolario della Crusca sotto T aggettivo Tutlo^ $. i4-> adoprato 
iutlo giorno, ch'è lo stesso di tutto dì. [a] Da parere trae orìgine par- 
¥enza , voce adoprata da altri ottimi italiani Kriltort . Y adi il VocaL.* 
lario della Crusca . 



CANTO XiV. 35 1 

Che lutto dì la terra rìcoperchia ; 
Ne potrà tanta luce aflfaticarae, 58 

Che gli organi del corpo saran forti 

A tutto ciò che potrà dilettarne. 
Tanto mi parver subiti ed accorti 6 1 

E Funo e l'altro coro a dìcer àmme, 

Che ben mostrar disio de' corpi morti; 
Forse non pur per lor, ma per le mamme, 64 

Per gli padri, e per gli altri che fur cari, 

carne de' beati in apparenza j in ragion di apparire, di farsi 
vedere, vincerà il lume che la circonderà. 

fio m-¥poràj legge il Val. E. R. ♦-• 

6i sitòiti ed accorti,'^ accorti dice in grazia della rima 
invece di stagliati y ed in grazia pur della rima pospone ac* 
corti n subiti f aggettivo cne, come toccante più dappresso 
Fazione 9 dovrebbe essere l'ultimo. 

6a l^uno e Coltro coroy l'uno e l'altro de' due suddetti 
cercbj di beati spiriti . — amme , epentesi insieme ed apocope 
invece di amen , voce ebrea, al senso che . tra gli altri, ottiene 
di cosi sia; •-♦o piuttosto, come spone il sig. Biagioli: certo 
cosi è, ovvero certo così sarà .4-« 

64 al 66 Forse non pur per lor ec.c non solamente per 
loro (chiosa il Venturi), ma per i loro genitori e amici , che 
amarono prima di salire in cielo tra quel celeste etemo splen- 
dore in cui fiammeggiano I perchè allora finirà il Purgatorio, 
dove molte di quelle anime fino allora si troveranno a pur- 
garsi. Alcuni Comentatori (segue il medesimo) temendo va- 
namente di contraddir qui a ciò che altrove ha detto Piccar- 
da [a] , che ciascuno era contento della beatitudine che aveva, 
e non la desiderava maggiore, spiegano quel non pur per lor ^ 
non tanto per loro ; ma Piccarda dice che non la desiderano 
maggiore del loro merito ; e questa de* corpi non è tale, bra- 
mando riunirli a loro. 

Accordando io però al Venturi che non contraddica al 
detto di Piccarda il bramar le beate anime i proprj corpi , vor* 

[0\ Par III. 70, « «egg. 



352 PARADISO 

Anzi che fbsser sempiterne fiamme. 
Ed ecco intorno di chiarezza pari 67 

rei che il desiderio loro, rapporto alle mamme f padri ec.f 
noD si restringesse ai soliesisteati in Purgatorio, ma sì e$t€n- 
desse eziandio ai di già beati in Paradiso; niente ìncongrao 
srmbraadomi che, come per sé medesime bramano le beale 
anime la unione de* corpi, bramar anche la possano per le al- 
tre parimente beate. »-^E non solo Dante ci dimostra questo 
desiderio ne*beati ; che istessamente il Petrarca nel sonetto 
Ijeyommi il mio pensier ec. , ove la sus^ Laura già fatta im- 
mollale s Te solo aspetto , e quel che tanto amasti y ->£ lag- 
giuso è rimasoy il mio bel %^elo. — Così il sig. Biagioli, il 
quale, per rapporto al desio di queste anime , del quale sopra 
si disputa, ottimamente osserva che può essere giosti6csto 
dalla sentenza del Vi 4^*9 ^^^ ^^ giusto desiderio loro di farsi 
a Dio piii grati . 4-« 

*— mamme. =: Avverte il Lombardi : Congiungendo 
mamme con padri , e non con babbi , segno è che non vuole 
Dante qui cotal %foce per fanciullesca. Questa conseguenza 
sembra a noi non dipendere spontanea dalla premessa ^ e cre- 
diamo che Dante avrebbe potuto anco qui usar babbi per pa- 
dri, né per questo quegli spiriti sarebbero stati trattati da fan- 
ciulli. In Milano , soggiunge il Cementatore , volgarmente an- 
che ipiù adulti appellano mamma la madre ^ e prendersi ad 
Poeta nostro , massime in rima , voci non solo fuor di 7b- 
cana^ ma fuori anche d^ Italia, s^è detto altrove più /tate. 
Niun bisogno avea Dante, Fiorentino, di prender la mamma 
fuor di Toscana; giacché in Firenze l'uso comune di parlare 
ha sempre adoprato e mamma e babbo, per facilità di pronun- 
zia, senza distinzione fra* fanciulli e gli adulti. V. Fazio d^H 
liberti, Dittam. L 7. =5 {Gli Edit. fior.) 

67 68 Ed ecco intorno ee^ ed ecco sopra quel lustro , quel 
lume, che v*era , nascerne intomo un altro di chiarezza pari 
Perché il Poeta, continuando a parlare di questo nuovo Inoie, 
aggiunge che dal medesimo vinti i di lui occhi noi soffriro[a]\ 
ciò che del primiero lume non disse: il Vellutello perciò ^ ed 
il Venturi appresso al Vellutello, chiosa che dicalo qui di chia- 
rezza pari non per dirlo uguale al primiero lume, ma per 
esprimere l'uguaglianza di esso in tutte le sue partì, a difit> 
renza delle rilucenti dette due corone di beati , nelle quali al- 
Uj^Verso 78, 



CANTO XIV. 353 

Nascer ud lustro sopra quel che v' era , 

cuùa fiamma (quella^ esempigrazia, di Salomone) erapiù bella 
e più dia delle altre. Esprimendo però qui Dante il passar che 
faceva dal Sole in Marte, parmi che possa intendci*si die il 
Teduto lume in Marte, da principio, per cagione della lonta- 
nanza, sembrassegli pari ^ uguale, all'altro delle due vedute 
corone di beati ; ma poscia, per l'avvicinamento, tanto questo 
altro lume crescesse » che Io abbagliasse. — ^11 Postillatore 
Glenbervie in questo luogo è totalmente opposto al P. Lom- 
bardi , non intendendo egli che il Poeta parli del nuovo cbia- 
ror della spera di Marte, ma di altro in quella del Sole, poi- 
ché dice: supervenit no^a corona animarum sanctorum do-^ 
ctorum , qui multi fuerunt in ista spera , sed Auctor non fa» 

cii ntentionem nisi de quia nimis longum esset. E. R* 

•-^Questa sposizione è ricevuta dalla E. F., e viene preferita 
anche dal eh. sig. prof. Parenti, ce Nel e. z. (ci scrive egli) il 
» Poeta descrive un primo circolo di Beati veduto nella sfera 
» del Sole (i^. 64 al 66.) Nel e. zìi. sovraggiunge un altro 
» cerchio intomo al primo (i^v. 3 al 5 )• Ora in questo canto 
» apparisce un terzo cerchio precisamente intorno agli altri , 
» per mostrare che pur molti spiriti rimanevano ancora in quel- 
» la sfera: Ed ecco intomo ec. Se il Poeta parlasse soltanto 
» di un accrescimento di luce, si potrebbe credere che volesse 
» indicare con questi versi il momento del trapasso alla sfera 
» di Marte. Ma egli parla di novelle sussistenze che propria- 
» mente ybrano un giro ^Di fuor deWtdtre due circonferen-^ 
» ze^ il che toma Io stesso come dire tin terzo cerchio intomo 
» a'dne primi. E nella stella di Marte non vi sono giri, co- 
» rone, circonferenze, ma gemme, ra^gi, siusistenze moven- 
» tisi per una croce • Dunque parmi che il Poeta si trovasse 
» ancora nella sfera del Soie quando vide quel terzo lustro 
«circolare, e abbassò gli occhi vinti da tante luci. Nella 
» quale opinione più mi confermo, osservando che in quella 
» stanchezza di sguardo Beatrice gli si mostrò bella e ridente^ 
» il che non potè avVenire se non restando ancora nella sfera 
» del Sole ; imperciocché il Poeta dichiara espressamente nella 
» fine di questo canto, che nella stella di Marte non s'era ri- 
» ifoito a quegli occhi belli * In conclusione, il riprender yir^ 
» tute a rilevarsi^ e il cedersi traslato a più tuta salute fu 
m il vero punto del trapasso istantaneo $ ben conveniente aU 
M V ufficio di colei che scorge - Di bene in meglio sì subita* 

FoL HI. a3 



354 PARADISO 

A guisa d' orizzonte che rischiari . 

E sì come al salir di prima sera 70 

Gomincian per lo ciel nuove parvenze, 
Si che la vista pare e non par vera, 

Parvemi li novelle sussistenze ^) 

Cominciare a vedere, e fate un giro 
Di fvior dall'altre due circonferenze. 

» mente » -CAe Inatto suo per tempo non si sporge . Né di quel 
a* trapasso dice il Poeta di essersi accorto pel lustro sopnd- 
» detto, ma pel colore della stella di Marte» ch'era taU*altn 
» cosa: Ben m'iiccors* io , cfi^Cera più levato ^Per Paffoooio 
» riso della stelta^^Che mipareapiU roggio che Fusato.»*^ 
69 ji guisa d'orizzonte che ec.y come rischiarasi l'orizioo- 
te quando nasce il Sole .Vehtvh. -— Di rischiarare per divenir 
chiaro vedine esempj parecchi nel Vocabolario della Grnsci' 
' 70 al 75 •-» Ha detto come vide al primo istante quel nuo- 
vo lustro; appressatosi piii molto» pareli vedere alquante ani- 
me formare un nuovo giro» come le vedute poc'anzi » e di foon 
da esse » cioè di sopra. Ma il vederle cosi di lontano gii ^ 
occasione d'esprimerlo con la presente immagine skTaga.e 
che cade sotto al sen^o di ognuno. Buoioii.^-a E si comed 
salir ec. Paragona rincominciare ad apparirgli in Marte iloou 
di que' beati spiriti alle nuoi^e parvenze j alle prime apparir 
zioni di stelle in cielo» al salir di prima sera^ all'iocooiia' 
ciar della sera; la vista delle quali stelle tanto è tenue (pcf 
cagione dell'in parte superstite lume solare), che riesce dub- 
biosa, m-^pan^enze (dice il Lami ) corrisponde al greco phoeno^' 
mena^ con cui chiamano le stelle. Arato scrisse i FenomOii* 
E. F. 4-« Salir la sera dice con la stessa poetica intelligeotf 
con cui disse altrove la notte salire [a] » e cerchiare oppose 
al Sole [b]; e novelle sussistenze (che» come di sopra [c\ ^ 
detto» vale quanto nocelle sostanze) con generico tennine ap- 
pella gli spiriti che novellamente in Marte discuoprc—Z^f 
un girOf comporre un cerchio. •-» Cosi anche il Torelli; ^ ^ 
aggiunge: ce E di questo (cerchio) si dice che si fece subito^ 
99 candente. iè*-m Di fuordair altre due circonferenze, inloos^ 

[a] Purg. iz, 7. [b] If i ii. 4» [cj Par. xm. 5g, 



CANTO XI V, V 355 

?ero s£ivillar del santo Spiro, 76 

Come si fece subito e candente 
Agli occhi miei che vinti noi soffrirò ! 

Ma Beatrice si beila e ridente 79 

Mi si mostrò, che tra T altre vedute 
Si vuol lasciar che non seguir la mente . 

Quindi ripreser gli occhi miei virtute 82 

A rilevarsi , e vidimi translato 
Sol con mia Donna a più alta salute. 

separato dalle descrìtte due corone di beati. »♦ Si che la cosa 
ec., i codd. Vati, Caet e Chig. E. R.9 la Cr. e seguaci. <-• 

76 al ^8 »♦ Il volo del Poeta nel seguente cielo è compia- 
to; lo spIeDdore di quei gloriosi lumi lo ferisce 9 l'abbaglia : 
come mai esprimere quefio di cbe appena s'accorse allora , e 
poote appeoa rintracciarne T ombra la mente ? Seguita V impul- 
fo dell' esnltaate spinto del Poeta , e sentirai quello che nman 
sermone non può ritrarre. Biàoiou. ««-a O vero sfavillar ec: 
rero splendore dello Spirito santo > come repentinamente si 
fece STanti e come biancheggiante .ai miei occhi ! — Spiro è 
accorciamento di Spirito • Vuctu&i . — Che poi riconosca Dante 
tatto lo sdendole e degli Angeli e de* cieli come un riverbero 
del lame d'Iddio» lo accenna qui nel verso 96., ed espressa- 
meote ne Io insegna nel Convito [a], u^non soffrirò, al 1^.78., 
i codd. Vat. Cbig« , Ang. e (]aet. E. R. <-« 

79 all' 81 Ma Beatrice sì bella ec* Il solito accrescimento 
<iì bellexxa che pone Dante in Beatrice nel passare a più alto 
cielo [&]• «— tra F altre vedute ec. Si vuol ( per conviene [cj ) 
lasciare , senza commemorare , tra r altre vedute, tra gli altri 
redoli oggetti , che non seguir la mente y i quali , per la trop- 
pa loro eccellenza non potendo imprimersi adeguatamente nella 
nia memoria \^d] , restaronsi dal venire con essa. »-► tra quelle 
'edule, i codd. Ang. 9 Chig. e Gaet. E. R. ««-a 

8;k air84 Quindi ripreser ec* Detto avendo che airincomiu- 

tj TralL S. cap. i4- [^ Vedi Par. x. 37. e segg., t qaella nota, [ci Del 
ttho volere a cotale significato vedi il Vocab. della Crusca solto tsso 
erbo, $. a. [d] Menteper memoria adopem Dante anche alirove. Ye- 
i» per cagìon d' asenipio « luf. ii« 8. ^ •-♦ e mente qui dello per memo* 
le spoue anche il Torelli . 4^ 



3^6 PARADISO 

Ben in*accors' io eh' i' era più levato , 85 

Per l'affocato riso della stella , 
Che mi parea più roggio che l'usato. 

Con tutto '1 cuore, e con quella favella 88 

Ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto , 
Qual conveniasi alla grazia novella; 



i 



ciar a vedere quelle nofe//e sussistenze restarongli Yiati gli 
occhi dal lame, aggiange qai che dal guardare in Beatrice 
ìnteude dallo studio della teologia) presero gli occhi della di 
ui mente vigore d'ianalzarsi a que* pi il subii mi obbietti .a-^ftla 
Dante ( dice il sig. Biagioli ) qui parla degli occhi che piii non 
\eggoao. Quando disanimato il corpo giace j e intende però 
della forza Gsica che acquistarono realmente gli occhi suoi a 
sostener quella luce dopo averne una maggiore sofferta. E chi 
ne dubitasse 9 legga nel xxiii. i^. 46. e seg. | che lo dice chiaro 
il Poeta y senz^al tre ragioni che ai potrebbero produrre •*- Valga 
adunque questa sposizione per ciò che riguarda il senso lette- 
rale di questi versi ; e in quanto al senso anagorico si segua 
l'intendimento del Lombardi, ^-«^la alta salute fer più alta 
gloria y come diciam comunemente eterna salute invece di 
eterna gloria . m^ Nella E. F. sponesi : « a più alta salute f a 
» piti alta beatitudine, in piii alto cielo. E però chianaa Iddio 
» ultima salute , ultima beatitudine , e xxii. u. x a4* i ^ e. xxxiii. 
^ i*. a7« S9 — - in più alta salute f coi codd. Vat., Ghig« , Ang. 
e Caet.y legge la terza romana. 4-« 

86 avocato riso, l'intenso» veemente nWere , per risplen-- 
dere. m^ Marte ( dice lo stesso Dante nel Convix^io , e come 
annotasi nella E. F« } pare affocata di calore 4juando più e 
quando meno . <-« 

8y roggio per ro^^o fu anticamente adoprato anche in pro- 
sa [a] y m^ e scende , dice il siff. Biagioli » dal provenzale roge. ««-a 

88 al 90 con quella favella ^ Ch* è una in tutti, <^U in- 
terni sentimenti aell' animo, uguali in tutti gli uomini del mon- 
do f sebbene da varie nazioni con linguaggi varj si esprìmano. 
^'feci olocausto f sacrificio di ringraziamento [ij, per rin* 
graziamento « 

[a] Varli il Vocab. della Cntica . [h] Pareto offerito da Noè a Dìo dopa 
V unif «rtalt dilavio . Ceaex. 8. 



CANTO XIV. 357 

£ non er' anco del mio. petto esausto 91 

L' ardor del sacrifìcio , eh' io conobbi 
£sso litare stato accetto e fausto j 

Che con tanto lucore e tanto robbi 94 

M'apparvero splendor^dentro a due raggi, 
Ch'io dissi: o Eliòs che si gli addobbi! 

91 al q3 f non erroneo ec» Allusivamente ad avere appell- 
iate cotale nngraziameato olocausto y sacrificio in cui la vitti* 
ma tutta si abbruciava , dice che non era per anche esausto f 
cessato 9 del ( per ilal [a] ) suo petto Varaor del sacrificio j 
invece di dire che non era ancor compiuto l'interno suo di- 
voto rendimento di grazie ; ed aggiunge che conobbe essere 
stato accetto e fausto , d'esito felice , esso litare ^ esso sacrifi- 
care \ì>]y cioè ringraziare. 

94 Che y^Xe perchè j perocché. — lucore j luce, splendore. 
•-^Cosl nelle Rime antiche: Già per voi lo mio core^Alti'^ 
sce in tal ìucov che si ralluma.TotiELLì,<^ robbi j voce stra- 
na dantesca dicela il Venturi, e ci*ede1a dedutta da rob o 
robboj che appellasi certo sugo di frutti [e]. IVon è (risponde 
bene al Venturi il Rosa Morando) i^oce strana dantesca ^ ma 
latina f e v^ienda rubeus, o, per dir meglio^ «brobeus, che 
anche robeus» si disse j come si può vedere da un antica 
iscrizione riferita dal Vossio neir etimologia della voce ru- 
ber, e impresso lo Scaligero nelle note a Karrone; perchè 
I Latini usarono in alcune voci /'u e To indifferentemente; 
e però dicevano servum e servom, vultis e voltisi onde Plaur 
lo nel Prologo delV Anfitrione; 

Ut vos in vostris voltis mercimoniisy 
per lasciare infiniti altri esempj che si potrebbero addurre. 
•-» 11 sig. Biagioli crede derivar invece questa voce robbo , ros- 
so , dal provenzale rob, <-■ 

95 dentro a due raggi, due liste di splendore che, come 
dirà, formavano una croce. 

96 Eliòs j voce ebrea, che significa eccelso f ed è uno de! 
nomi d'Iddio. s-^Ma voce greca la dice il sig. Biagioli , la quale 
significa Sole. E si accorda così colla seguente chiosa del Lami: 

la] Tedi Cinon. Panie. 8i. ix [6] Liiare per sacrificare prtadtDskm' 
%m dal laltao idioma, [e] Vedi il Vocabolario dalla Crusca. 



358 PARADISO 

Come distinta da minori e maggi 97 

Lumi biancheggia tra i poli del mondo 
Galassia si, che fa dubbiar ben saggi, 

Elias j EI9 Elif sono nomi di Dio, onde i Greci formarooo 
Elios, che significa il Sole» stimato Deità. E. F.«-c che sì gli 
addobbi., che si quegli splendori fai belli • 

97 ^^ 99 *^^^ pennello di Dante dipinge a lunghi e vigorosi 
tratti, si che vince ogni vista minore. Gli splendori per entro 

Snelle luminose liste, gli estremi delle quali con gli opposti 
i quel cielo si confinano, non si possono se non per esempio 
comprendere , e lo truova il Poeta in quella biancheggiante &- 
scia che dall'artico alPantartico polo si distende, di maggiori 
e miuori stelle costellata; la quale Kia lattea da noi scappella, 
e con greco vocabolo Galassia» Biàgioli.^^ distinta dami' 
nori e maggia Questa lezione, trovata in otto m&s. dagli Ac- 
cademici della Crusca , merita d* essere preferita alla comune 
delle ediz* , (•-♦ e de^codd. Vat«, Ang., Chig. e Caet. E. R.4-a) 
distinta da minori in maggi; imperocché , o sia il sentimento 
che la Galassia (altrimenti appellata ^lia lattea) biancheggi di- 
stinta in sé medesima Ja (invece di per [a]) lumi ove minori 
edove maggiori, o veramente che biancheggi distinta dagli altri 
celesti lumi, minori e maggiori di essa (fuor di questi dne sensi 
altro non sembra reperibile ), sempre da minori e maggi det 
leggersi, e non da minori in maggi, »-^Il sig. Bia2Ìoli prefe- 
risce nullameno la lezfone comune , sembrandogli che per essa 
piii sensibile si renda il passar l' occhio in quel trascorrimenlo 
da maggiori in minori, e da minori in maggiori sino al fine. 
La E. B. ha però seguitala lezione del Lombardi; e cosi crede 
che debba leggersi anche il eh. sig. prof. Parenti , « per la ra- 
» rìone (dic*egli} piii naturale del sentimento, e per l'antorità 
» deirantichissimo ms. Estense, del Comento di Benvenato, del- 
» le edizioni del Nidobeato e del Cremonese, oltre gli otto co- 
» dici indicati dagli Accademici. Anche ilVellntelIo cosi rinte- 
» gra il suo testo. E dalle sposizioni del Landino e del Daniello 
» risulta ch'essi pure non lessero in diverso modo. »4^ maggio 
per maggiore la è apocope non solo dal Poeta nostro molte 
fiate adoprata[À], ma anche da altri antichi buoni scrittori per- 

[a] Vedi CìnoDio, Parile. 70. 3. [b] Vedi, tra gli altri luoghi, Int 
V. 84.» Pan VI. lao., zxvi., 39. ec. 



CANTO XIV. 359 

Sì costellati faceaD nel profondo 100 

Marte quei raggi il venera bil segno, 
Che fan giuùture di quadranti in tondo. 



fino in prosa [ai]. — tra ipoli del móndo ec. Dal polo artico 
airantardco «tendesi la Galassia di fatto, —/a dubbiar ben 
saggi ( lascia per ellissi di premettere a ^a^^/ l'articolo li ). 
Accenna i Yarj dnbbj, sieno opinioni , cn'^li medesimo 
narra nel sao Convito [&]/•-» Il sig. Biagioli dice che qui v'ha 
ellissi dell'addiettivo alcuni ^ e non già dell* articolo &'. sicco- 
me il P. Lombardi pretende, ce Poiché ( die' egli ) se cosi fosse. 
Dante vorrebbe dire: i.^ che tutti i ben saggi sono quelli che 
fa dubitare; ^P ch'essi sono i soli che fa dubitare; 3.^ che chi 
è solamente saggio j cioè dotto 9 e non dotto assai ^ non ha da 
dubitare. » — > Può anche in questa ellissi sottititendersi invece 
dell'addiettivo alcuni il sostantivo uominiy e come apparisce 
daUa s^^uente chiosa del Ventarì, ingiustamente dal sig. De- 
Romanis attribuita al sig. Portirelli : « fa dubitare uomini dot- 
» tissimi, non avendo ancor determinato da che provenga in 
» cielo quel biancheggiare che Dante, seguendo l'opinione co- 
» muncy stimò essere una quasi infinita moltitudine di minu- 
m tissime stelle fisse, come dice nel suo Convisno.ii» 4-« * Il Po- 
stili. Glenbervie poi dice : quia alii dicebant esse ifiani Phac 
iontis j alii Jacooi sancti. E. R. 

f 00 al ioa &ì costellati ec. Cosi colla stella compenetrati. 
•-» Ma la piena ed esatta corrispondenza che deve avere questo 
▼erse col primo della esposta similitudine , Come distinta ecy 
importa che si s^iegfn'pmliostot così ilistinti a guita di gran^ 
di e piccole stelle ec.y e come spongono i piii. Anche il sig. 
Biagioli si mostra avverso alla sposizioné del Lombardi y che è 
por seguita dalla E. B. ; ma nel nuovo gran Diz. alla voce Co^ 
stellaioadd. si spiega sparso di stelle , e se ne riporta ad esem- 
pio questo passo di Dante , con che si viene a convalidare la 
sposizione da noi preferita. 4-« quei raggi ( i detti due raggij 
cioè le dne splendide liste ) facean nel profondo - Marte ( per 
net profondo di Marte), dentro il corpo di quel pianeta 9 il 
^'erterabil segno ^ il semo della croce, - Che fan giunture di 
quadranti in tondo y che formano le giunture di quattro qua* 

'a] Vedi il Vocabolario della Crusca, [b] Tratt. a. cap. i5. 



36e PARADISO 

Qui vince la memoria mia lo 'ngegno; io3 

Che Q quella croce lampeggiava Cristo, 
Si eh' io non so trovare esemplo d#gDO ; 

Ma chi preode sua croce e segue Cristo, io6 
Ancor mi scuserà di quel eh' io lasso , 
Vedendo in quello albòr balenar Cristo . 

aranti ( di qoattro parti , nelle qaali dividono il circolo due 
diametri intersecaatisi ad angoli retti ) riuniti in tondo , in un 
circolo. Accenna che le due nel centro di Marte incrocicchian- 
tisi luminose striscie stendessero la loro lunghezza fino al- 
l' esti'emità del disco di quel pianeta; come fanno i lati della 
croce descrìtta dalle giunture di quadranti in tondo • »♦ guei 
raiy al M* lor., il cod. VaU — di quadrante ^ noi i/. 102., il 
cod. Caet. E. R. <-« 

Pone il Poeta ( chiosa il Venturi ) la croce in Marie , per- 
chè qui vuol mostrare la gloria di quei che combatterono nelle 
guerre sacre , o vogliam dire nelle Crociate , contrassegnandosi 
i soldati con questo venerabii segno. 

I o3 al I o5 Qui vince ec. Ricordandosi che in quella croce 
in Marte \ide lampeggiar Cristo, ma in modo di non sapere 
cotal lampeggiamento esprimere con altro degno esempio , però 
dice che resti qui il di lui ingegno vinto dalla mentoria^ cioè 
alla memoria inferiore. •-» 11 Torelli fa qui notare al discute 
che memoria è caso retto , e spiega: ce Dice che la sua memo- 
» ria vince T ingegno, perchè si ricorda quello che non basta 
» ad esprimere con un esempio. » — Che quella croce , coi 
codd. Vat., Ang.^ Caet. e Chig., al f^. 1 14*9 ^^SS^ ^^ terza ro- 
mana. — non so vedere, al-i^. loS», il Yat. E. R. •«-• 

Delle tre rime collo stesso nome di Cristo vedi ciò eh* è 
detto Parad. ni. 71. 

106 al 108 Ma chi prende ec. Ma colui che in questa vita 
prende la sua croce e segue Gesii Cristo [a], veggendo, come 
vedrà un dì y cogli occhi propri ìq quell'albore balenar ^ h 
peggiar, Cristo, ancor, insieme , scuserà me se non trovo 
pio degno che esso lampeggiare esprìqia. 

\à] Allude alle parolt* di Gesù Cristo stesso : Qui vult cernire p0MÌ me 
ioUat erueem suam, ei sequatur me. Mattb. i6* 



CANTO XIV. 36i 

Di corno in ooroo e tra la cima e' 1 basso 109 
Si movean lami, scintillando forte 
Nel congi ungersi insieme e nel trapasso: 

Così si veggion qui diritte e torte, 112 

Veloci e tarde, rinnovando vista, ^ 
Le minuzie de' corpi lunghe e corre 

Muoversi per lo raggio, onde si lista 1 1 5 

Tal volta T ombra che , per sua difesa , 
La genie con ingegno ed arte acquista. 

E come giga ed arpa in tempra tesa 1 1 S 

1097)1 corno in corno ec^ da una estremità all'altra delle 
braccia, e da capo a' piedi della croce • Ventuki. —Della voce 
corno al senso di braccio vedi il Vocabolario della Crusca 
$oUo essa voce Como^ $• 1 1. e i3. 

1 10 lumi d'amme beate. 

I II iVe/ congiungersi ec.c nel pnnto che l'ima coli' altra 
si univa, o che l' una vicino all'altra trapassava. 

1 13 al 1 17 •-►Tanto è piena di quella vista rimmagìua» 
aione del Poeta, che abbisogna di spaziarsi alquanto in quel 
miro gaudio ; e lo fa per esempio si col suggetto adeguato e 
si proprio, che non v'ò piti in natura; e ognuno può averlo 
sperimentato. Biagiou.4-« Così si veggion quiec. Costruzio* 
ne: Così qui, tra noi, per f vale nel [a] ) lo raggio, onde si 
lista, sì riga , si segna, - Tal ifolta Fornirà che la sente per 
sua difesa con ingegno ed arte acquista, l'ombra che gli uo- 
mini col loro ingegno ed arte acquistano , si procurano nelle 
case che fabbricano per difendersi dal freddo» caldo , pioggia, 
ladri ec.) si t^ggion muoversi le minuzie de^corpi (per rarìa 
sparse), rinnovando vista, continuamente diverse apparendoi 
diritte e torte, Feloci e tarile, lunghe e corte. 

Pone osservarsi cotale svolazzamento di minuzie nel rag- 
gio solare penetrante l'ombra delle case, perocché d'ordinano 
solamente nelle case osseryiam noi quel fenomeno • 

1 18 al I a3 £. come giga ed arpa ec. Accenna che i beati 
in quella croce cantassero, senza ch'egli intender potesse ciò 

[«j Vedi Ci non. Partie. 196. i5. 



362 PARADISO 

Di molte corde £ia dolce tintinno 
A tal da cui la nota non è intesa , 

Così da' lami che li m'apparìnno, 1 2 1 

S'accogliea per la croce ana melòde 
Chcyrni rapiva senza intender Tinno. 

Ben m^accors' io eh' elF era d' alte lode, 124 
Perocché a me venia : risurgi e vinci , 
Com' a colui che non intende ed ode . 

che si cantassero ; e paragona il piacere che noDdimeno esso 
canto recavagli , al piacere che ha taluno sentendo toccare io- 
sieme molte corde di musicali ben accordati instrumenti, muo- 
tunque non capisca distintamente, ma solo in confuso, le no* 
te . -^ * Da una postilla interlineata del Glenbeìvie sulla pa- 
rola nota^ cioè ars j sembra che non solo Dante voglia allu* 
dere all'indistinto capir delle note, ma si beite alP ignoranza 
dell'arte . Anche il sig. Poggiali, slontanandosi dall' interpreta- 
zione comune, dice: €Ut orecchio di chi nulla sa di nuuica. 
E. R. '^giga ed arpaj instrumenti da corde [a], m^ in tempra 
tesa, con più corde insieme armonizzate. -^ fa dolce tintinno^ 
in singolare , i codd. Vaticano e Ghig. E. R« — dolce tintinno^ 
dolce e soave armonia di suono. ^ la nota^ la nota sonata, il 
tenor del snono. BiAoiou. — E il Torelli: lanata^ cioè Za 
sinfonia^ il componimento musicale distinto. 4-c apparinno 
per apparirono \h] . »♦ S'accogliea per la croce ec, si adu- 
nava, si conteneva, per entro a quella croce ••«-a melòde per 
melodia ^dal basso latino melos ^ melodis [e]) adoprato dal 
Poeta ancne fuor di rima [^j. 

ia4 ella^ la detta melòde j era di' alte lode^ era cagionata 
dal cantarsi alte lode, plurale di loda . 

125 126 Perocché a me uenia ec* perocché , come a co* 
lui che ode alcune parole di un discorso , ma il discorso non 
intende, venivano alle mie orecchie le parole risurgi e lància 

[a] Vedi il Vocab. della Crusca. [6] Vedi i! Prospetto de verbi iulìani 
sotto il verbo Apparire^ nam. 9., e ciò che ne senta Taotore sig. Ma- 
strofini [e] Vedi il Glossario del Dafresn e, art. Metos. [d\ Farad. c.zxt%. 
w. 114.1 e e* xzviu. i'. 1 19. 



CANTO XIV. 363 

Io m* innamorava tanto quinci, 1:27 

Che 'alino a lì non fu alcuna cosa 
Che mi legasse con si dolci vinci . 

Forse la mia parola par tropp' osa , 1 3o 

Posponendo 1 piacer degli occhi belli , 
Ne' quai mirando mio disio ba posa . 

Ma chi s' avvede che i vivi suggelli 1 33 

trionfi; parole che debbono intendersi porzione d'inno in lode 
del trionfatore della morte , Gesù Cristo y che in quella croce 
lampeggian^a [a] . — ^ Di fatti abbiamo nel Prefazio della Mes- 
sa: qui mortem nostrani moriendo destruxit^ et vitam resur^ 
geììdo reparavit. Nel celebre fiitmo della Chiesa , Vicdmae 
paschali ec, si ha: mors et ulta duello cqnfUxere mirando ^ 
dux tdtae mortuus regnai ì^iuus ; e piii sotto; scimus Chri'* 
sium surrexisse a mortuis uere: tunobis Victor Rex misere^ 
rei ed in ciò Dante ha seguito suo stile. £• R. 

139 tdnci qui, in grazia dèlia rima , per vinchi, eh* è il plu- 
rale di vinco y specie di salcio , detto pi*obabilmente vinco, dal 
latino vinculumy per Tuso che se ne fa di legar viti, fasci ec, 
e che perciò anche per semplice legame adoprasi. 

i3o al i3a Forse la mia parola par ec.c forse che il mio 
parlare sembrerà troppo ardito; e come se dichiarasse che aves- 
sero pia forza sopra di me quegli obbietti veduti ed uditi in 
Marte , che non avessero gli occhi belli di Beatrice , da me an- 
tecedentemente contemplati. 

i33 al \3g Ma chi s* avvede, chi sa, che i vivi suggelli 
- Duerni bellezza ec. Gli Espositori, che ricercano qual cosa 
Dante intenda per cTuesti vivi suggelli -^D^ogni bellezza , tutti, 
a quanto veggo, dicono che intenda gli occhi di Beatrice poco 
ami nominati, e che ci voglia far capire di avere anteposto il 
piacer delle cose in Marte vedute e udite al piacer degli occhi 
dì Beatrice, per cagione di non aver per anche osservato in 
essi queir accrescimento di bellezza che vi si era fatto per quel- 
la ultima salita. A questo modo però, oltre che non rendereb- 
be Dante ragione alcuna perchè il piacere delle cose mirate 
ed udite in Marte superasse il piacere provato per lo innanzi 

[a] Verso 104. 



364 PARADISO 

Drogai bellezza più fanno più saso, 
E eh' io non ni' era li rivolto a quelli, 
Escusar puorami di quel eh' io m'accuso i36 



negli occhi di Beatrice» verrebbe poi anche ad istuccbevol- 
mente ridire nell'ultimo verso ciò che avrebbe detto nel k i 34-f 
l'accrescimento cioè maggiore di bellezza negli occhi di Bea^ 
trìce a misura del maggiore innalzamento. «-^ Ecco come il no- 
stro Torelli, dietro la corrente degli Spositori che il precedet- 
tero j sviluppa il senso di questi versi : a Vuol dii'e il Poeta 
» ( die' egli) in questi versi: Afa chi s" avvede ec* che gli oc- 
a» chi di Beatrice, quanto piii ella saliva, tanto si faceano più 
u belli , ed erano pia belli in Marte , che fossero nel Sole , e più 
» sarebbero in Giove, che fossero in Marte ec. E vuol dire inol- 
» tre, che in Marte erano piti belli d*ogn* altra cosa, ma noi 
M vedea per non essere lì rivolto ad essi • » <-« 

Trovando noi dal Poeta nostro in parecchi luoghi [a] ap- 
pellati i cieli suggelli j e segnatamente nell'viii. del Paradiso 
detto essendoci che la circular natura è suggello della cera 
mortai [6j, che è quanto a dire, che ogni forma e bellezza 
di quaggiii effetto sia dell'impressione de' cieli; essendo inoltre 
insegnamento del Poeta medesimo che i cieli quanto piii alti 
sono, più sieno nobili ed attivi [e] , istessamente, come asseri- 
sce qui di questi suggelli; ed anzi istessamente, siccome di que- 
sti suggelli f cosi de* cieli esprimendone col verbo ^re l'azio- 
ne, dicendo Che di su prendono , e di sotto fanno [d] ; e 
finalmente convenendo benissimo ai cieli , e pel loro perpetuo 
moto e per le vive intelligenze che loro si unbcono [ej, l'epi- 
teto di wVc, i cieli stessi per questi i^iW suggelli ^ D* ogni 
bellezza amo di capire, e chiosare essere intendimento del Poe- 
ta che, pel crescere della bellezza de' cieli a misura che soqo 
più alti, venivano le cose, che in Marte vedeva ed udiva, a 
recargli un maggior piacere di quello che prima di 11 recato 
lui avessero gli occhi di Beatrice, onde potesse con verità as- 
serire : *nfino a lì non fu alcuna cosa - Che mi legasse con 
sì dolci vinci ; ma che però non veniva per cotale proposi- 
zione, risguardante il passato solamente ^ a dichiaraisi assoln- 

[a] Par. ii. i3a. ziii. 'jS. [b] Verso 137.6 seg. [e] Vedi, Ira gli altri 
luoghi, Par. zzyiii. 04. a segg. [</] Ivi u. ia3. [e] Inf. vu. 74- 



CANTO ^ÌY. 365 

Per i^cusarmi, e veder*()i dir vero;. 
Che '1 piacer santo noii è qui dischiuso^ 

tameiite dischiuso y esclaso [a], intendi da maggioranza y il 
piacer santo degli occhi di Beatrice , perocché ancb* esso pia- 
cere, innalzandosi, diveniva /7iii sincero y più puro e nobile. 
A questo modo il pronome quelli nel verso i OS, non dovrà 
riferirsi ai t^iyi suggelli, ma agli occ&i belli, menzionati nel 
terzetto precedente. — * A confei*mar sempre più il sommo 
criterio del nostro P. Lombardi è da notarsi che il Postili. 
Cass. alle parole i^ii^i suggelli chiosa: idest coeli imprimenies 
tu sigilla . Onde concludiamo col P. abate di Costanzo che 
uno de' piii antichi Comentatori di Dante rincontrasi con Tul- 
timo recentissimo. E4 fi. s-^ Vogliamo però avvertire che an* 
chf il Buti nel suo Comento, e come annotasi nella E. F.« a 
questo luogo chiosa: chiama (l'Autore) li pianeti vivi sug- 
gelli.^-* * Abbiamo preferito nel v. i35. di leggere con la 
volgata e coi codici Caet. e Glenhen^ie: non ni era li rivolto 
iu%ece di non ni era piii rivolto^ adottato dal P. Lombardi, 
senza riflettere alia stucchevolissima^riplicazione del più in 
dae versi. In tal guisa anche per questa volta ci troveremo 
daccoi*do col sig. canonico l)ionisi. £• B. »->ll signor Bia- 
gio! i dà lode al Lombai'di per avere inteso pei wVi suggelli i 
cieli y ma non approva la lezione Escusar al v, i36., la qualci 
a parer suo , ha minor forza e grazia della comune E scusar; 
e niega poi risoluto che dischiuso al v. i38. abbia a prendersi 
in significato di escluso* — Alla prima obbiezione risponde- 
remo col seguente estratto di Lèttera, che dobbiamo alla cor- 
tese amicizia del eh. sig. prof. Parenti: ce Leggerei , senz'al- 
» cuna esitazione, Escusar , che è naturalmente l'intero dello 
» stroncato verbo Scusare. Con ciò riesce limpidissimo il co- 
9» strutto « senza cercare un ripiego negl'inutili riempitivi. 
» Conforme air cdiz. del Midobeato e a quella di Jesi, an- 
» che quelle di Venezia 149I9 i5i5y iSagec leggono £'a'c'<* 
a» sor. Né credo generalmente che si trovi antica stampa con 
1» diversa lezione. Nel comento di Benvenuto e in due codici 
» dell'Estense: 

Excusar /mommi iti quel ch^ io ni accuso 
Per excusarmi, e vedermi dir vero. 

\a] Dischiuso al leoso di esci uso adopera Daule anche nel vii. di ^i%«« 
sia caotica, V. toa. Vedi quella uota. 



3GG PARADISO 

Perchè si fa, moa lancio, più sincero. 

jo Ove fatto il debito scambio della x colla x ^ è da notare co- 
la me toma accoucissima la replica della maniera medesima nel 
» secondo verso > in luogo del \ez\oso iscusarnU , Ma procedo 
» più oltre. Il sig. Biagioli creda risoluto ch'abbia scritto Dan* 
M te E scusar. Ed io (salvo il rispetto dovuto a quel Talentno- 
» mo) non credo niente affatto che ueppnr la Crusca intendesse 
» darci quelle due dizioni. Anche l'Aldina del iSoa, seguita 
» dagli Accademici come loro testo ordinario» legge bello e lam- 
» u9nteExcusar;e5e que'doui avessero voluto mutare siffatta 
» lezione, non avrebbero omessa la solita avvertenza nel mar- 
M gine. Essi dunque non fecero che il cangiamento ortografico 
» à^Excusar ìa Escusar. L'edizione del i 5qS non rìes<u la piii 
« diligente; e bastò qui che ÌslE rimanesse alquanto scostata 
» dalle altre lettere (cosa usitata e facilissima ne*princip) d& 
M terzetti) perchè si ci^edesse poscia che fosse una particella se- 
a> parata. Tanto è vero che per le negligenze tipografiche .Mxxi- 
M ma de nihilo nascitur historiaf» — Né sarà forse affatto inu- 
tile l'aggiungere a questo proposito che anche il Perazzim 9 
lion piacendogli la lez. di Ci*u«ca , propose di leggere o Escur 
sor col Daniello (notando poi che l'edizione di Jesi porta jEjxir- 
sur) oppure £' scusar j prendendo E^ qual relativo dell'ante- 
cedente chi s* avvede. «— Per ciò poi che riguarda la seconda 
delle suddette obbiezioni , ci piace di notare che il nostro To- 
relli prese dischiuso al senso di aperto^ spiegato j latino re- 
seraius , expUcatus , osservando poi che Dante usò il verbo 
dischiudere al senso di aprire ^ svelare ^ al v. loo. del zxit. di 
questa cantica, e dischiuso al medesimo significato di sopra an- 
che al V. i32. del xxxni. d^l Purgatorio. E questo intendimen- 
to ci parve a primo aspetto migliore ; e lo avremmo fors*anche 
preferito , se non ci avessero persuasi a non iscostarci qui dal 
Lombardi le seguenti riflessioni del lodato signor Pareati.ctMi 
» pare che tutta la scusa di Dante si risolva in persuadere il 
» lettore che nell'encomio delle sovrane bellezze ceotemplate 
» in quell' astro era pure implicitamente compresa la lode di 
» Beatrice; sapendosi già che la sua sembianza tanto più sfii- 
n villava, quanto più s'appressava di grado in grado alla sor- 
>• gente d'ogni beltà.' Ora in questo intendimento sarebbe na- 
» turale il preaderedischiusoy come equivalente d*exc/iixo; del 
» qual senso non manca esempio del buon secolo anche in prosa. 



CANTO XIV. 367 

» Còsi lo dichiararono il Landino ed il Vellutello. Exclusum 
» disse precisamente anche Benvenuto , di cui non è inutile 
» soggiungere la semplice e chiara sposizione premessa alla 
» chiosa più minuta e letterale : In effectu utilt dicere j quod^ 
» (juamyis videatur postposuisse ptacibilitatem Beatiicis , 
» guia non fecit eommendationem expresse de superexaliata 
m pulchritudine eiuSf tamentadte hcuiq fecit mentionemj 
nnam describendo dulcedinem cantus illarum anùnarutn 
» prò nudori quein audii^erit haclenus , per consequens de^ 
o écripsii maiorem pulchritudinem Beatricis e quia unum 
» praesupponit alterum . Sicut enim toties dictum est, semper 
» quando Beatrix ascendit ad aliiorem speram , effcitur 
» pulchrior et clarior • » 4-« 



CANTO XV. 



ARGOMENTO 

Jn questo canto M. Cacciaguida, trisavolo del Poe- 
tay ragiona della genealogia della casa lotx> y e 
dello stato e costumi di Fiorenza y mostrando Come 
fu morto combattendo per la Fede di Cristo. 



B 



euigaa volontade, in che si liqua i 

Sempre Tanior che drittamente spira. 
Come cupidità fa nella iniqua , 
Silenzio pose a quella dolce lira, 4 

£ fece quietar le sante corde 
Che la destra del cielo allenta e tira. 



1 al 6 Benigna yolontade i ee. Narrato ayendo il Poeta prc- 
cedentetueate il canto che adiva de* beati in quella splendente 
croce, dice ora come que' beati medesimi per {spontanea loro 
benigna volontà , e non per esseme loro (atta preghiera , ces- 
sarono dal canto y per dar adito a lui d* interrogar li. Caratte- 
rizza nel tempo stesso V amor che drittamente spira ^ la vera 
carità , dicendo che si liqua (antitesi, credo, invece di si li" 

Jiue, dal latino liquetj liquere ) , si manifesta nella benigna ho- 
ontade^ come la cupidità j la cupidigia, lo sregolato amore , 
manifestasi nell* iniquo volere . Siccome poi ha precedentemente 
paragonato il cantare di que' beati al tintinno di molte corde 
di musicali istrumenti, con metafora coerente dice ch'essa Ar- 
mami volontade - Silenzio pose a quella dolce lira , - E fece 
quietar le sante cordo - Che la destra del Cielo , la divioa 
d^tra, allenta e tira^ cioè con is tirarne alcune, ed altre ti* 



CANTO XV. 369 

Come saranno a' giusti prieghi sorde 7 

Quelle sustanze che, per darmi voglia 
Ch' io le pregassi , a tacer fur concorde ? 

Ben è che senza termine si doglia io 

Chi , per amor di cosa che non duri 
Eternalmente, quell'amor si spoglia. 

Quale per li seren tranquilli e puri 1 3 

Diacorre ad ora ad or subito fuoco, 
Movendo gli occhi che stavan sicuri, 

£ pare stella che tramuti loco, 16 

lentame, rendele d'accordo. Prende il Poeta idea dal modo 
ch*adopriam noi per riduire le corde de' musicali istrumenti a 
|jerfetta accordatura. 

8 Quelle sustanze y que' beati spiriti. 
IO al I a 9^ Ben è che ec. L* anima del Poeta ridonda an- 
cora del diletto di quella vista maravigliosa, e però a tempo 
e opportuno ne riprende 1 aiEnchè^ per un piacere che nasce 
e muore appena nato » non siamo di quello eteiiio privati. Bia- 
Clou. 4-a cosa che non duri - Etemalmente , non caduca . 
— queir amor si spoglia, svestesi del detto amor che dritta^ 
mente spira, m-^un cotal ben > al i/. i a. , invece di queiramory 
porta il Chig. E- F. ♦« 

i3 seren tranquilli e puri j sottointendi notturni. 
1 5 Movendo gli occhi ec. Attribuisce agli occhi la sicurez- 
za dell'animo; e, supponendo che al primo istante apprendasi 
quel fuoco per un fulmine , intende che, per essere il cielo se- 
reno, sicuro tengasi lo spettatore di non vedere simii cosa. 
m^ La E. F. spone invece : « Facendo volgere e richiamando 
a sé gli occhi di colui che stavasi disattento. — sicuri y setìia 
m curai ìttVsecurus.^ — « L' idea che piii naturalmente si con- 
trappone al senso di movere ( ci avvisa in proposito il eh. 
sig. prof. Parenti ) è quella di star fermo. Perciò parrebbe 
che sicuri qui fosse posto per fermi o fissi y riflettendo che 
la sicurezza induce fermezza nello sguardo. Benvenuto rife- 
risce le parole del Poeta a quel moto subitaneo ed involon- 
tario che succede negli occhi nostri a certe viste improvvise : 
i^Honitun subitaneo motu et splendore terrefacit vidcntes • 

Poi. III. 24 ' 



370 PARADISO 

Se QOQ che dalla parte onde s'accende 
Nulla sen perde , ed es«o dura poco ; 

Tale dal corno, che 'n destro si stende, 19 

Al pie di quella croce corse un astro 
Della costellazion che lì risplende; 

]yè si partì la gemma dal suo nastro, 2% 

Ma per la lista radiai trascorse, 
Cile parve fqoco dietro ad alabastro . 

p Ma tqtuvia non è fuor di proposito anche ]a api^asionedi 
P cbi prende sicuri per disattenti . Securus tam parvao ohser* 
V i^ationiSf diceva Quintiliano di an Oratore che non aveta 
^ badato a certa minuzia . » «hi 

17 18 Se non che dalla parte ec. •-» Nulla sen perde , 
nulla stella cioè si perde, spone il Torelli. «-«Accenna doe ra- 
gioni) per le qnali si conosce che non sono qoe* fuochi, come 
i pìii volgari credono f stelle che di Inogo si mnovano: la pri- 
ma ragione è che , in quella parte di cielo onde scorgesi quel 
fuoco dipartirsi, non si vede poscia mancare alcuna stella; U 
seconda è che, se cotali fuochi fossero stelle, non si spegne^ 
rebbero , ma dove terminerebbero il moto, ivi resterebbero, ed 
accrescerebbero io quella parte di cielo il nnmero delle stelle* 
m^oncPel s^accende^ il Vat,; lezione preferita dalla terma ro- 
mana, a scanso d'anfibologia, a motivo dell'altro sustantiro 
stella i a cui potrebbe credersi che si riferisca il \erbo accen" 
dersi. «hi 

19 al a I Tale dal corno , ec. : in somigliante guisa dal biac- 
-4Ù0 destro di quella croce al piede di essa ( avvicinandosi cosi 
al Poeta ) corse uno di quei lumi che come stelle ivi risplen- 
devano. »-^ Qui dunque per similitudine è detta astro ranìma 
risplendente di Cacciaguida ; questo esempio di Dante non è 
dunque bene applicato nel nuovo gran Dis. di Bologna alla 
voce jéstro, presa nel suo legittimo e naturale significato [jaj*^^ 

23 al 24 •->^ La vista di quel lucentissimo splendore per quel- 
la lista radiale impressioDÒ'Dante;e, perchè meglio gioisca il 
lettore dì si bella vista , colla similitudine si confaoente del lena 

l (i] Y«4i il Fase. IT. delle Annolat, del eh. urof. Parerli , f«ic. ^•^. 



CANTO XV. Sti 



i 



Si pia l'ombra d'Anchise si porse ^ nS 

Se fede merta nostra maggior Musa, 
Quando in Elisio del iigliuol s'accorse. 

verso rìncalxa rimniBgiDe. Biaoioli. 4Hì Ne ti partì oc, e né 
quella eentma ( per isplendore\ nel passare dal braccio della 
croce al piede, usci daJla cruciforme lucente sUiscia, ma, den- 
tro ad essa tenendosi , fece quel passaggio; talmentechè , come 
movendosi lume dietro ad alabastro ( marmo trasparente } \e- 
desi nel lempo stesso tutto illuminarsi Talabasu^o, ed insieme 
disoemesi il lume che si muove, cosi nella cruciforme striscia, 
quantunque tutta illuminata fosse, discexnevasi il trascorrimen- 
to di quello splendore. m^Non si para ^ al i^. aa., il codice 
Ang. È. R. 4-« 

a5 al 2j Si pia ec.f con egual tenerezza d'affetto in i?/i- 
sio (luogo dell* Inferno, dove la Gentilità collocava T anime 
de'buoni, e i di cui ameni campi appellava perciò Elisi ) si 
prestò Ancbise quando s'accorse del figliuolo Ènea vivo colag- 
giù penetrato. — Se fede merta , se merita fede , nostra mag^ 
gior JAua , Virgilio [a] , il maggior italiano ( cioè latino ) 
poeta. »-» Sotto questo verso il Torelli ba notato: « Questo 
» verso neir edizione cominiana e in alti*e si legge scritto fra 
» parentesi; ma non è parentesi , secondo il Piccol omini. » 
— Trovasi quest'argomento delle parentesi a lungo discusso da 
M. Alessandro Piccolomini nella sua Annotazione alla Parti" 
cella 56. della Poetica di Aristotile, dove pretende cbe le in* 
terposizioni, che si fanno di parole dentro al corpo della locu- 
lioue, di due maniere si ritrovino. L'una è quando le cose 
che s'interpongono dentro ad un perìodo sono con le loro 
particelle congiuntive legate e connesse con le cose tra le quali 
5* interpongono «L'altra maniera è quando la cosa che s'inter- 
pone vi si pone in tutto sciolta e separata dall* altre cose, sen- 
za che con particella congiuntiva alcuna si leghi e si unisca 
con quelle; e questa appunto è quella che egli unicamente ri- 
l^arda per vera parentesi. Altra regola egli inoltre propone 
^ distinguere la semplice interposizione ai parole dalla vera 
parentesi, ed è questa: se quello che s* interpone, trasportato 
iel principio o nel fine del perìodo, potrà apertamente appa« 

a] Mnmid. VI. 68o« e segg. 



37^ PARADISO 

O sanguis meus, o super infusa 28 

Grafia Dei, sicut tibi^ cui 
Bis unquam Caeli janua reclusa ? 

lire congiunto con le altre parole 9 sarà aemplice incerpottsio- 
ne ; e sarà vera parentesi, se, in qualsivoglia luogo che si pou^ 
ga nel periodo, non potrà apparir legato e connesso con le al- 
tre parole, ma si conserverà separato . — E ciò basti aver detto 
schiari mento della surriferita chiosa del nostro Torelli. Chiu- 
derem questa nota colP avvertire che la terza romana, coi codd. 
Vat., Ang., Gaet. e Chig., cosi legge il v^ 2^.; Qu€mdo in 
Eliso del figlio s^ accorse, <rm 

28 al 3o O sanguis ec. •-► B una tenerezza di Gacciaguida 
verso Dante I suo pronipote, ad imitazione di Virgilio, il quale 
verso la fine del vi. della Eneide mette in bocca questa espres- 
sione ad Anchise, riguardo a Giulio Cesftre, il quale si glo- 
riava di essere di Anchise, benché remotissimo, discendente. 
Poggiali • ^-m Probabilmente fa Dante cosi parlar Gacciaguida 
per dinotare il parlare del di lui tempo[a].Costruz.: O san- 
guis meus , o gratia Dei super infusa y cui unquam ianua cadi 
^ bis reclusa sicut Ubi? O figlio mio , o soprabbondevole in te 
divina grazia, ed a chi mai fu due volte aperta , come sarà a 
te, la porta del Paradiso? Né é arroganza, dice il Landino 1 
che il Poeta pronostichi questo di sé, perchè consona con quel- 
lo che disse di sopra, d'onde non si scende senza ritornare [ij. 
Pel cui unquam sicut Ubi ec. credono il Vellutello ed il Veo- 
turi che intenda Dante non essere san Paolo prima di morire 
stato in Paradiso , come finge esso d^esservi stato, in corpo ed 
anima [ perchè s, Paolo \^i fu rapito in ispirito , dice il Vellu- 
tello; perché s. Paolo disse di sé ; si^ein corpore , sii^ extra 
corpus f nescioy chiosa il Venturi, Contrario però ad amendue 
questi Spositori evidentemente si dimostra il Poeta nostro , In- 
^mo n. i3. e segg., ove , dopo di aver detto che di Silvio lo 
parente j -^ Corruttibile ancora ^ ad immortale -Secolo andò , e 
fu sensibilmente f aggiunse: u4ndoi^i^i poi lo F'as (T elezione ec-t 
cioè anch'esso corruttibile , col suo corruttibile corpo, come 
Enea eìlV immortale -^ Secolo andò. Direi io adunque piuttosto 
che debba il cui unquam ec, intendersi nel senso cfaei teologi 

[a] Vedi nel canto seg. v. 33. [h] U* sema risalir nessun discende h ti 
TOfiO 87. del canto x. della presante cantica . 



CANTO }LV. 3^3 

Così quel lume -y onci' io m'attesi a lui : 3 1 

Poscia rivolsi alla mia Donna il viso , 
E quinci e quindi stupefatto fui ; 

Cbè dentro agli occhi suoi ardeva un riso ^4 
Tal, eh* io pensai co' miei toccar lo fondo 
Della mia grazia e del mio Paradiso « 

Indi 9 ad udire ed a veder giocondo, 37 

Giunse lo spirto al suo principio cose 
Ch' io non intesi , si parlò profoudo . 

Né per elezion mi si nascose , ^o 

Ma per necessità ; che *1 suo concetto 
Al s^o del mortai si soprappose . 



appellano accomodo , e come se fosse alla sentenza frapposto 
praeter Paulum. 
3i rn attesi', attendersi pei^ guardare atteotameute . Volpi. 

33 E quinci e quindi stupefatto fui^ e dalla parte della 
mia donna y e dalla parte di quel lume. 

34 un risoj un segno di allegro compiacimento; e questo 
<lee intendersi pel presentimento di quella soddisfazione gran- 
dissima ch'era Dante per provare in riconoscere e parlare col 
trisavolo suo Cacciaguida 9 ch'era in quél lume. 

35 36 pensai eó*miei toccar lo fondo ec. (sfondo per col- 
Mo, ossia per VuUimo segno) i pensai che non potessero gli 
Kchi miei essere graziati ed imparadisati maggiormente . 

iy al 39 Indif ad udire ec» Costruzione: Indi lo spinto 
Werm in quel lume)» giocondo ad udire ed a vedere y al- 
rndito ed alla vista ( all'udito pel parlare , alla vista pel lu- 
pe )« giunse^ aggiunse, al suo principio , al principio di suo 
prlare(a queirÓ sanguis meus) cose '•^CVio non intesi ^ si 
■r/ò profondo i con si alti e sublimi concetti. 
I 4o ^^ffè per elezion ec./ né si nascose a me ne* suoi con- 
ti 9 perchè gli piacesse ch'io non gV intendessi. BuGiOLi.^-tf 
4« 4^ per necessità , intendi per F ardente affetto , di cui 
fI terzetto seguente . »-»Di questa necessità fu cagione Tadc- 
ire i tuoi intelletti alPardente affetto ond^era mosso 9 come 



374 PARADISO 

E quando T arco dell' ardente affetto l\ 

Fu sì sfogato , che 1 parlar discese 
Inver lo segno del nostro intelletto, 



pruovaai dalla sentenza del v. jZ. e seg. '^chò 7 suo ronceUi 
ec«y perciocché il suo concetto, spirato da cosi ardente affetto 
si soprappose al segno del mortale intelletto. — Questa neces 
sita d'adeguare all'affetto il concetto è l^ge di natura. Lassi 
si conosce e si ama oltre l'uman termine; e però sono gì* io* 
telletti di la dal termi ae stesso. E questo principio etemo di 
natura y applicato al nostro Poeta, ci dimostra perchè sia piò 
d'ogni altro difficile, siccome il suo vedere e sentire troppo 
soprapposto al segno del mortale • Biagioli. <-• jll segno d^ 
mortai , cosi la Nidob.; e , intendendosi come se fosse detto che 
il suo concetto al segno del mortai concetto si soprappose, 
si fece superiore, otterremo un senso ugualmente chiaro ) se 
non fors*anche di piii, che leggendosi colle altre edizioni, ^^Z 
segno de^ mortai; ed inoltre schiveremo di qui attirarla voce 
mortai j che volentieri sta impiegata nel plurale di mortaio- 
»-» I codd. Vat., Caet. e Ghig. ( come annota V E. R.) I^odo 
però tutti mortai , siccome la comune • 4-a 

43 al 45 r arco deW ardente affètto , coerentemente a segno^. 
che ha detto ed è per ridire , appella l' impeto dello stesso af- 
fetto. »-»Dice figuratamente Carco delCardente affetto ^ a di- 
mostrare r intensità del sentimento stesso, secondata dalla ii>^ 
della sua espressione ^ e questo dire , siccome quello che pt^ 
cede e che seguita , è pieno di grandezza e di magoificentti 
ed è inarrivabile, perocché, benché sia Parte dall'arte Das<^ 
sa, con questo innalzar sì fattamente lo stile aggiooge airal? 
tezza che descrive. Biagiou. 4-41 Fu si sfogato , legge non soi^ 
la Nidob., ma anche la metà dei mss. consultati diagli Acc 
mici della Cr., meglio che non leggono l'altre edizioni (^ 
ilVaL E. R.^Hi) j/ocoTo; imperoccné signi fica j/o^otOy nU< 

tato dalla foga, dall'impeto, che solo é proprio dell'arco^ ^ 
già il fuoco, come richiederebbe che proprio {ossegli sfoci 
^SS^^^^^o (aggiungasi) di cui nel Vocabolario della Grascai 
si arreca altro esempio che questo stesso , perciò di poca w 
meritevole . — che *l parlar discese ec* che smontò il p^'^J 
da quella sublimità cne, com*é detto, l'ardenza d'affetto pi^ 
duceva, e si accostò al segno a cui giuuge l'umano inteJIetfj 



CANTO XV. 375 

La prima co6a che per me s intese , 4^ 

Benedetto sie Tu, fu, trino ed uno, 
Che nel mio seme se' tanto cortese. 

E seguitò: grato e lontan digiuno 49 

Tratto, leggendo nel magno volume, 
U' non si muta mai bianco uè bruno, 

• 

47 Benedetto sie et. — sie io luogo di sii adoperai il PoeU 
io moUissinii altri luoghi [a], ed ò perciò prelibile al sia 
che leggono qui l'edizioni dÌTene dalla Nidobeatina. 

48 ^^Che ìlei mio sangue i porta il cod. Ang. E. R. 4^ 

49 al 54 f seguitò : grato e6.Gostni2Ìone : E seguitò: figlio^ 
mercè di colei j di Beatrice» Ae ti pesti le piunie alValto uolof 
che ti prestò virtù di salire qoassti, hai soluto y sciolto» fatto 
terminare, dentro a questo lume^^Inch^io ti parlo j in me 
che sotto di questo lume nascosto ti favello, grato j gradevo- 
le, e lontan f lungo [6]» digiuno^ desiderio [e], tratto ^ at- 
tiratomi, leggendo nel magno i^olumey nei libro, eh* è a noi 
aperto, della divina prescienza » -CT non si muta mai bianco 
né bruno • Non rinvengo tra gli Espositori a questo passo altra 
chiosa se non quella che sembra il primo avere somministrata 
il Vellutello» cioè che alluda Dante con tal frase ai libri che 
a' tempi suoi usavansi scritti in cartapecora, de* quali ogni 
carta da Cuna parte è bianca , e da t altra è bruna. Se Dante 
ebbe veramente questa mira , bisognerà dire che le facciate dei 
fogli bianche e brune prendesse per quello che nelle medesime 
era scritto, e come se detto avesse t doi^e non si muta mai lo 
scritto in veruna facciata. Non essendo però generalmente 
vero che i fogli di cartapecora abbiano nelle facciate cotale 
varietà di colori, essendovene di bianchissimi da ambe le par-* 

fa] Tedi luf. zvihSi^ zxxum <o., Parg. v. 70. ec. [bì Lontano pei* 
iumgo vedilo adoprato sDche lof. 11. 60.» e vedi ivi quella nota^ che té 
lo mostrerà edoprato pure da altri buoni scrittori ; »-» come al contra- 
rio iuHgo per {ontano t e allungalo p«r allontanato disse Bona giunta 
{Rime ani, turo. 1. pag. Sali e Sog) E. F. ani Te] Digiuno per desiderici 
oltre del Poeta nostra anche nel Xix. aS.di questa cantica, dis»e eziandio 
il Petrarca nel son. 197. »-»ll digiuno, nota a questo proposito il sigw 
BiagioK, è mancanza e privazione; adunque non senza ragione •'•#« 
•enna per asso il desiderio. 4m 



376 PARADISO 

Soluto hai, figlio y dentro a questo lume 5^ 
In eh' io ti parlo ^ mercè di colei 
Ch'air alto volo ti vestì le piume. 

ti (come si accerterà chi si preoderà la hvìgst di osservarli ), 
non voglio tralasciare d^ag^uDgere che, anche senza del pre- 
fato rapporto, potè Dante dire che nel divino volarne non sì 
muta mai bianco né bruno ^ a significare che né mai nuova 
scrittura in quello si fa, la quale mufi, imbrunisca, il bianco^ 
quella porzione che suole ne' fogli lasciarsi bianca, né mai 
nel bruno ^ nello scrìtto, per alterazione, scancellatura, od 
abrasione, £sissi alcun mutamento. • 

"^ grato j cioè gradevole , pone Dante in quel suo trisa- 
volo il digiuno j ossia il desiderio di veder lui, per cosi ren- 
derlo convenevole ad anima beata, in cui non può cadere af- 
flizione ; e per la ragione medesima anche più sotto dirà : nCas- 
seta ^Di dolce desiar [a\ . 

— maggior volume ^ invece di magno volume ^ leggono, 
sembra a me con minore proprietà, 1 edizioni diverse dalla 
Nidob. 

Bozza copia ( squittisce il Venturi al passo che abbiam 
per le mani ) di quel bellissimo originale e 

F'enisfi tandem j tuaque expectaia parenti 
f^icit iter durum pietas ec. 
Sic equidem ducebam animo ec. [i] »* 
e rozza copia la dico^ perchè tale la credo ^ e quel che ho 
nel cuore ho nella lingua , non sequestrandomi né vano ti- 
more , né tnle rispetto le parole in gola ; non mi sapendo in- 
durre a pigliarmi a ricamar cenci e candir sorbe , per gru' 
dire a questa o a quella fazione de* letterati che hanno tra 
sé formato congiura o lega, 

O Catoni , o Marcelli , o Ponte Sisto , sclamerebbe altra 
fiata, se vivo fosse, quel della Rabbia diMacone [e] . loda- 
bito che il Venturi non sapesse che si vuol dir copia • Impe- 
rocché, tolto che Dante ritrova in Paradiso il suo trisavolo 
Gicciaguida , e fa lui esser grato ed aspettato il suo airivo 1 



[a] Verso 65. e seg. [h] VirgiL EneiéL vi. 687. e segg. [e] Sunae così 
appellate dal loro primo verso : /o conferò Ut ràbbia di àiacone^s^^' 
pata, se non altrove fin Yiceozo nel 1601 in fondo alla CompagMA 
della Lesina . 



^ 



CANTO XV. 377 

Tu credi che a me tuo pensier mei 55 

Da quel eh* è primo, cosi come raia 
Dall' un, se si conosce, il cinque e 1 sei. 

£ però eh' io mi sia , e perch' io paia 58 

Più gaudioso a te, non mi dimandi, 
Che alcun altro in questa turba gaia . 

come il TÌrgiliaiio Enea ritrova ne* campi Elisi il padre Anchi- 
se, presago pure ed ansioso di colai fausto avvenimento, nel 
rimanente, uno adopera delle espressioni 9 e 1* altro delle altre ; 
e , se quelle di Virgilio sono elegantissime, quelle del nostro 
Poeta conginngono coli* eleganza (che che si gracchi il Ventu« 
ri ) una maggiore profondità di sentimenti » 

55 al 57 7tt credi ec. Credi tu che mei ( dal latino meo,, 
OS j che significa pMsare, ma qui traslativamente si adopera per 
piusare a cognizione , per iscoprirsi ) a me il tuo pensiere , 
»-^e l'Anonimo spone invece : Tu credi che i tuoi pensieri 
xneinoy cioò entrino in me , e /accinsi miei ec.^^da quel cK*è 
primo ( m^ prima il Caet* E. R* «hi) dal primo divino pensiere, 
cioè dalla mente a me manifesta d'Iddio, cosi come ec. , a quel 
xaoào che, conoscendosi e il cinque e l sei ( per qualsivoglia 
numero ), raia ( lo stesso che raggia )» risulta cotal cognizio- 
ne , dalTuno j dal conoscerer unità , la quale col suo replicarsi 
compone orai numero, m^ I numeri ( si nota nella E. F.) de- 
rivano dall unità I e in quella sono come rappresentati e com- 
presi; e perciò, come avvertimmo > Dante nelP Epistola a Gan 
Grande dhiamò Iddio il Primo ^ cioè VUnOy a cui solo compe- 
te l'esistere necessariamente » ossia il Principio , che è causa 
di tutte le cose. ^^ Dell* un ^ invece àìDaWun, leggono l'edi- 
zioni diverse dalla Nidobeatina »-► e il VaL Sipg, — se 7 si 
conosce 9 al v. 57, la terza romana col Ghig. ^-m 

58 al 60 E però ec. »-► Dante desiderava certo saper chi 
fosse queir anima, e perchè gli si mostrava piii d'ogn^altni fe- 
stosa ; ma sapeva anche che i suoi desiderj vedevali scritti nel 
magno %H)lume detto di sopra, e però non dispiegava in parole 
il suo desiderio. Biagioli. ^hi Costruzione: È però non midi" 
mandi ( credendo superfluo di dimandarmi cosa ch'io già co- 
nosca da te bramarsi ) cV io mi sia ec. «- turba gaia^ allegra , 
appella quella beata comitiva . 



37-8 PARADISO 

Ta credi 1 vero j che i minori e i grandi f) t 
Di questa vita niiran nello speglio , 
In che, prima che pensi , il pensier pandi. 

Ma perchè 1 sacro amore, in che io veglio 64 
Con perpetua vista , e che m* asseta 
Di dolce desiar, s'adempia meglio. 

La voce tua sicura, balda e lieta 5; 

Suòni la volontà, suoni 1 desio, 
A che la mia risposta è già decreta . 



6i al 63 t minori e i grandi --Di questa iòta , gli «piriti 
tanto di maggiore , qaanto di minor gt^do di gloria in qnesu 
beata vita. VBiiTuai. -^ mirannello speglio^ contemplanoneila 
divina meate . '^ speglio per ispecchio adoptano spesso i poe- 
ti. — In chej ect, .* nella qoale divinamente) per la prescienza 
che ha delle fatare cose , pandi f fili tu palese [a] , ai beati 
contemplatori il tuo pensare jnima che pensi. 

64 al 66 Ma perchè ec.t affinchè però meglio s'adempia [i] 
in me quell'ardente carità che fiimmi sempre vallare e risgnar- 
dare in Dio, e che m'infonde il dolce desio che ho verso di 
te. »^ Il Torelli sotto questi versi ha notato ; « Si riferisce a 
» ciò che dice di sopra; grato e lontan digiuno ee. Gonside- 
» ra. »4Hi 

67 balda y baldanzosa, franca. Voftri.s-^E il sig. 
crede derivata questa voce dall' inglese btodf che significa 
dito . 4-m 

68 69 Suoni, Suonare per dire , proferire j numifestar con 
parole. Voi.pi. •-►Ma conviene avvertir lo studioso ch'ado- 
pera il Poeta questa forma y per riguardo ài suono indivisibile 

[a] Pandere al senso medesimo, che in latino ottiene di appmtesare, 
adopnilo volgarmente il Poeta anche Farad, xzv. ao. , ed istessamente 
trovasi adoprato da altri autori in verso ed in prosa . Vedi il Yocabo* 
lario della Crusca . [b] »-» In questo esempio il verbo adempiere pre- 
senta il significato di appagare ^ soddisfare, da aggian)>ersi alladictiu- 
razione portata sotto qaesto verbo dalla Crusca , o da collocarsi ìa oa 
paragrafo a parte. L' osservazione è tolta dal Fase ti. delle Amiotmtio* 
ni piit volte citate del eh. sig. prof. Parenti (lac. 94* ^ s^S-) ^^ 



CANTO XV. 379 

V mi volsi a Beatrice; e quella udk> 70 

Pria eh' io parlassi , e^arrìsemi uo cenno 
Che fece crescer V ali al voler mio j 

Poi cominciai così: Fa Setto e '1 senno, 73 

Come la prima egualità v' apparse , 
D* un peso per ciascun di voi si fenno^ 

della parola^ ch'esser^debbe respiessioae deldesio. BiAGiofii.4-« 
decreta per determinata , prefissa . Volpi. 

7 1 arrisemi (dal latino verbo arridere) vale quanto lieia- 
mente corrisposemi , m^ La terza romana ^ coi codd. VaL, Ghig^ 
e Caet^ ha restituita l'antica lezione arresemi^ pret. perf. in- 
dipatÌTO di arrogere fer aggiungere , usato dadi antichi, mtr' 
j> risemi un cenno ( vi uotan sotto gli Editori) ci parca cosa 
j> dura: aggiungersi un cenno y dopo Tatto di avere ascoltato , 
j» ci par bello e naturale, cirrose abbiamo nelle Novelle del 
« Sacchetti; arrogerò in Gioan Villani, non che arroto in al- 
» Uro testo. (Ved.Crusca). »— Questa lezione ò notata in mar- 
gine nel testo degli Accademici, come quella ch'era comune 
alle stampe da loro consultate; arrosemi leggono pure i testi 
del Landino e Vellutello 1678, e quello eziandio del DanieUoi 
ma tutti e tre spoogono poi in modo da confortare la lezion 
comune. — E ciò basti Pavere accennato, senza intendere di 
farci assettatori di questa antica lezione.— «a/ i^/or mioy al 
^. 73., leggono i codd. Ang. e Caet, E. B.4-«' 

73 al 75 m^Poi cominciai ec. Se porrai mente alla novità 
<£ questi concetti, e al dir sublime, e tutto del Poeta nostro, che 
li riveste, sentirai pur la possanza di quel cenno arriso da Bea- 
trice a Dante, che tanto lo solleva, cne lo & di sé stesso mag- 
giore. Il sentimento (èli tjuesti versi sino al y* 87.) in breve 
si è , che possono i beati esprimere adeguatamente ogni affet- 
to, per essersi in loro, come furono imparadisati, fatto pari il 
sapere al sentire; ma che ne' mortali non è cosi, essendo Tin- 
tendimento nostro minore assai del desiderio, il quale può es- 
sere anche senza misura. Bìagioli. 4-« Poi cominciai ^ l^gg^ 1^ 
Nidob., unitamente ad altre edizioni [a] ed a parecchi mss. ve- 
duti ds^li Accademici della Crusca, meglio che non leggono 

{«] Ytdi, s« non altre, l'edisione di Vanesia 1578. 



38o ' PARA1>1S0 

Perocché ai Sai, che v'allumò ed arse 7^ 

Gol caldo e eoa la luce, en sì iguali, 
Che tutte simiglianzè sono scarse . 

Ma voglia ed argomento ne' mortali , 79 

Per la cagiou eh' a voi è manifesta , 

Taltre ediz. E cominciai^ imperocché la particella Poi serve 
a far meglio capire che da Beatrice sì rivolgesse Dante a Gac- 
ciagaida. »-^Nel f^. 74* il cod. Vat legge ci apparse ^ e il Qiig- 
incappar se; e nel M. 76. di noi si ferino ambedue li mano- 
scritti. E. K.^^ raffètto e H senno ^ la gratitudine, ed il sa- 
perla esprimere y come sfi apparse^ quando vi si diede a vede- 
re 1 la prima egualità ^ la prima cagione d^ugnagliansa, di 
equilibrio nelle cose. Iddio. «^ Pensa il Venturi che Dante 
chiami Dio prima egualità in riguardo alla sua infinita giu- 
stizia, fonte di ogni giustìzia, la qualvirtii ha di miraregnai'- 
lità ; ed il sig. Biagioli lo crede cosi dal Poeta appellato , per- 
chè, essendo Iddio infinito , ogni cosa in lui^ potenza, sapienza 
e amore, è similmente. — Ma piii pienamente la E. F. a que- 
sto proposito spone: t^ prima egualità, cioè Iddio, in coi la 
»> somma di tutte le cose si rappresenta, come principio da 
3» cui derivano, e come' punto ove converge e s^ appunta ogni 
i> luogo e ogni tempo, e dove perciò si agguaglia V universa- 
» lità delle esistenze passate, presenti e future possibili. »4-« 
si fenno per ciascun di {H>id^un pesOf si fecero in [a] cia- 
scuno di voi dello stesso valore • 

76 al 78 al Sol, vale idla presenza del Sole ^ -"^che val^ 
lumò con la luce, ed arse "Col caldo. -^en sincope dienno, 
sono [&] , sonosi resi in voi V affetto e il senno uguali talmen- 
te, che simile uguaglianza non v^ è. m^ Perocché 7 Sole al 
verso 76., ed al seg. è sì i guidi, leggono i codici Vat. e Chig. 
E. R. ^ 

79 coglia per affetto. — argomento per senno , sapere [r]. 

80 a 9oi è manifesta, e per l'esperienza che già in voi stessi 
ne aveste y e molto più perchè la vedete in Dio. VEirruai. 

[a] Della particella p^r al senso d'x/i vedi Gin. Parile* 19$. 1 5. [b] Ve« 
di il Prosp. de* verbi italiani sotto il verbo Essere ^ n. 3. [e] Cosi anche 
Inferno zzxi. 55. e seg.; Che dove Vargomento della Meii/«-«r«^< 
giunge al mal volere • 



CANTO XV. 38i 

Diversa mente soo pennuti in ali • 
Ond' io, che son mortai, mi sento in questa 82 

Disagguaglianza; e però non ringrazio 

Se non col cuore alla paterna festa . 
Ben supplico io a te, vivo topazio , 85 

Che questa gioia preziosa ingemmi , 

Perchè mi facci dei tuo nome sazio . 
O fronda mia , in che io compiacemmi 88 

Pure aspettando, io fui la tua radice; 

Cotal principio, rispondendo, femmi. 
Poscia mi disse: quel, da cui si dice 91 

81 Diversiunente son pennuti in ali: non volano del pa- 
ri , la brama cioè stendesi ove non arriva il sapere. 

83 84 ^ però non ringrazio -iSe non col cuore: e per es- 
sere in ({uesta disugaaglianza , per non sapermi esprimere 
ugualmente airafiettOy ricgrazio solametite col cuore , e non 
eoa espresso parlare , — alla paterna festa ^ della [a] amorosa 
festa che mi fai, come se mi fossi padre. 

85 air 87 supplico io a te. Supplicare a chi che sia è co« 
slrozione latina. Tibullo nella 7. elegìa del 1. libro: 

Arida nec pluxào supplicai nerba Jovi. Volpx. 
— i^iVo topazio invece di yi%fa luce j ponendo per metonimia 
il topazio I gemma lucida, per la luce stessa, -^questa gioia 
preziosa ingemmi f questa preziosa croce adorni. '— del tuo 
nonte sazio y consapevole del bramato tuo nome. 

88 89 O fronda mia^ ec. Per rapporto agli alberi genealo- 

Sici appella Gacciaguida sé stesso radice ^ perocché trisavolo 
i Dante , e il pronipote Dante appella /ron^/a. Del compia- 
cersi anche aspettando , vedi ciò ch*è avvertito al grato digiuno 
del verso 49* ^^io son la tua radice 9 il Chig. E. R.4-* 

91 al 94 guelj da cui si dice * Tua cognazione 9 colui dal 
quale la tua schiatta ha preso il cognome di Alighieri. »-^Av- 
verti però chci secondo le leggi, cognazione è discendenza per 

[a] D«Ua particella a per di vedi il Cinoo. Parlic. 1. 15.; e gli eaenpi 
cV ivi arreca di cotale sostituzione possono vnlere anche per le particelle 
alla e della , che allro non sono se non i i^cdesimisegnia e (/i articolali. 



38i PARADISO 

Tua cognazione , e che cent' anni e piùe 
Girato ha '1 monte in la prima cornice, 
Mio figlio fu, e tuo bisavo fue; 04 



TÌa di femmine, e agnazione per via di maschi. Bugiou. ^ 
che cent* anni e piùe '^ Girato ec^ il qaale , da quando è roor* 
to fino al presente, già cento e pia anni [a] ha passati girando 
co' superbi ueììsk prima cornice, nei primo ceraùo del monte 
del Purgatorio . 

Per qual moUvo pongaDante questo ano hisavo Alighieri 
essere per Canto tempo stato in Purgatorio a purgar la supci^ 
bia, è aifficile il saperlo , dice TAutore delle Memorie per U 
f^ita di Dante [6]; ed aggiunge in generale che il Poeta 
nella sua divina Conmuùìia scrisse molte cose j delle qtudi 
difficile impresa sarebbe il ricercarne le cagioni. Forse però 
o seppe Dante che fosse di &tto questo suo antenato uomosa- 
perbo; volle cos) rifondere nel pnmo del ffuo cognome Forìgiiie 
di quella superbia , della quale accusa egli sé stesso 1 giunto nei 
girone secondo del Purgatorio ( dove purgansi e^l* invidiosi)) 
dicendo di temere assai più d'essere per superbia punito che 
per invidia : 

Troppa è più la paura, ond*ò sospesa 
L'anima mia, del tormento di sotto , 
Che già lo *ncarco di laggiù mi pesa [cj. 
Ma e perchè poi nel Purgatorio 1 e nel girone medesimo 
dove la superbia si purga , riconobbe Dante tutt' altri, e oon 
l'antenato suo Alighieri? Sembrami la ragione di questo più 
difficile a trovarsi che dell'altro fatto . Sarebbe forse (già che 
siamo a conghietture) stato il motivo per cosi schivare di iàrsi 

[a] L'Aatora delle Memorie per la Fita di Dante, $• 4<t p^' '^^^ 
inonumenti , ne*qaali8ifa questo Alighieri essere stato vivente ne' 
laoi» soli cioè 99 anai prima del i3oo ( anao, come cento volle si < 
avvisato, del misterioso viaggio ) iudacesi a credere che Dante io que- 
sto calcolo » in cai suppone morto Alighieri anteriormente al aicdesi- 
ino viaggio cent* anni e più , non fosse molto esaUo • Lo sba>;!io sareb- 
be di poco . I saggi però del rigoroso calcolare che ne d^ il Poeta no- 
stro altrove spesso» e segnatamente intorno al tempo del nsscimfolo 
di Cacciagnida , padre del medesimo Alighieri (vedi il canto seg. *'• ^^ 
^ segg* ) 9 >»> fa ano dnbilare che la mancanza di esaltessa fosse d'iiUi 
jiiuilosto che del Poeta. [h\ Ivi. [e] Purg. sm. v. i3G. e se^g. 



CANTO XV. 383 

Ben si coavien che la lunga fatica 
Ta gli raccorci con V opere tue • 
Fiorenza, dentro dalla cerchia antica g^ 

Ond'ella toglie ancora e terza e nona, 
Si stava in pace , sobria e pudica . 



da Alighieri in Purgatorio dare quella contessa della propria 
^ chiatta I che voleva gli si desse m Paradiso da Cacciaguida? 
»-» Ma la coDgbiettnra più probabile e piii ragionevole ci sem- 
bra la seguente del cb. sig. prof. Parenti. «Dante (die' egli ) 
» nel Purgatorio ha evitato rincontro del suobisavo Alignie- 
o ro» e ne fa qui menziona soltanto per bocca di Cacciaguida, 
*> perchè trattandosi di una figura spiacente e poco onorevole 
a» per lui stesso 9 l'abile artista, conciliandola coiiveniensa e 
M la verità, dovea preferire di mostrarla da lontano in iscorcio, 
9> piuttosto che da vicino in prospetto. » 4-« 

y5 lunga fatica^ di portar sopra della testa queirenorme 
peso che fa in quel girone del Purgatorio camminare i supei^ 
bi colla testa bassa • 

9600» l'opere tucy con le tue meritorie opere fatte in suf- 
fragio di lui ^m^ racconti, erronea lezione deir^ug. , rif<drìta 
dali'E.R.-^ 

97 al 99 »-► Fiorenza f ec. Questo luogo, cioè dal primo di 

Jnesti versi sino air ultimo del canto, dove il semplice e mo-« 
esto vivere de' Fiorentini del tempo di Cacciaguida si descri*« 
ve , è uno dei pivi belli della divina Commedia .... Stile di 
verità e natura, creazione di nuove forme e modi, schietti 
e vivi colori , immagini di costumi, ritratti di verità, natura, 
arte, ingegno, sapere, semplicità, innocenza; tutte queste cose 
vi scoile l'attento lettore , e ne cava non meno utile che di* 
letto • BiiGiOJLi. ^^ dentro dalla cerchia antica , dentro le pri-« 
me (più ristrette, intende ) sue mura. •— OndCella toglie an^ 
Cora e ter%a e nona, cioè, in mezzo alla qual cerchia antica 
(chiosa il Daniello, seguito dal Venturi ), siccome vediamo 
essere in Padova, ed in altre città circondate da due man di 
mura , è la torre che suona le ore, il palagio del Podestà e la 
piazza. Diviene però quest'aggiunto Ondella toglie ec. più 
significante, inteso che dalla stessa antica cerchia togliesse, 
ricevesse, udisse Fiorenza 1q ore* Sulle mura vecchie di Fio* 



384 PARADISO 

Non avea cateDella, non corona, " loo 

Non donne contigiate , non cintura 
Che fosse a veder più che la persona . 

Non faceva nascendo ancor paura h>3 

La figlia al padre, che il tempo e la dote 



rema (dice il coménto della Nidobeatinai e conferma ancbcil 
Vellutello) vi ò una chiesa chiamata Badia , la quale chiesa 
saona terza e nona e altre ore, alle quali li lavoranti delle 
arti entrano ed escono dal lavorìo, m^ sobria ^ cioò temperata 
in mangiare e bere; e pudica y cioè in abito e in atto onesto, 
cosi TAnonimo. Vedi Gio. Villani iScor. lib. vi. 0.70. E.F.4-« 

100 al 103 iVbn at^ea, essa Fiorenza^ catenella , non co- 
rana, ^JVon donne contigiate eCé Parlando qui il Poeta, come 
è facile lo scorgere, di donnesdii ornamenti, catenelle^ co* 
rone e cinture^ ed invece di contigie dicendo donne conti" 
giatCf dà, sembra y a divedere che le contigie fossero dappri- 
ma dei maschi, e che in allora solamente rendute si fossero 
comuni anche alle femmine ; come appunto succede in o^ 
del cappello. In cotale supposizione certamente non poteva 
Dante con verità dire che ai tempi di Cacciaguida non fossero 
in Fiorenza contigie, ma bensì che non vi fossero donne con- 
tigiate.— Cbnfi^ie (insegna il Buti, riferito nel Vocab. della 
Cr. a tal voce) si chiamano calze solate col cuoio » stampate 
intomo al pie. 9m> Ma si usa anche per ogni ornamento , ab- 
bellimento, e vaghezza, dal lat. comptus. È. F»4-« Che fosse 
a feeder più che la persona, che allettasse a guardare più su* 
cora che non allettava Tistessa persona. 

Aufefimur culla j gemmis , auroque teguntur 
Omnia: pars minima est ipsa puella sai. 
Ovid. de remed. amor. Venturi. »-► Dante stesso nel CbnW- 
MIO , e come notasi nella E. F.: « Gli adornamenti deirazzimare 
>3 e delle vesti menta la fanno {la donna) più annumerare che 
39 essa medesima : onde chi vuol ben giudicare di una donna 
i9 guardi quella quando solo sua naturai bellezza si sta con lei, 
» da tutto accidentale adornamento discompagnata, a (Vedi 
Gio. Villani, Slor, lib. x. e. i5a.)4-« 

io3 al io5 IVon faceva nascendo ec: non era giunto an* 
cora quel tempo , in cui una 6gHa nascendo facesse paura at 



CANTO XV. 385 

NoD fuggian quinci e quindi la misura. 
Non avea case di famiglia vote; io6 

Non v' era giunto ancor Sardanapàlo 
A mostra r ciò che 'n camera si puote . 

padre, come oggidì la fa; imperocché non fuggivano j non si 
allontanavano allora dalla giusta misura quinci e quindi | in 
cuQirarìe paiti, i7 tempo e la dote^ il tempo cioè di maritarsi. 
M'ostandosi dalla giusta misura coH'anticipare il matrimonio in 
anni troppo verdine la dote, dal giusto scostandosi con l'eccesso. 
106 JVon avea case di famiglia x^ote^ per le crudeli fazioni 
p guerre civili , come avea al tempo del Poeta. — * A questa 
interpretazione del P. Lombardi , benché sia la piii ricevuta 
dalla maggior parte degli Espositori , sembra doversi preferire 
ropìnionedel Postillatore Cass., il quale su le parole case %fote 
noia: idest vacuae habitatoribus y hoc est superfiuae, ut sunt 
hodie palatia ad pompam et superbiam. Dello stesso senti- 
mento si mostra Benvenuto da Imola con avvertirci che ne'tem- 
pi, de' quali parla Gacciaguida, Firenze era più abitata che non 
iu quando viveva lo stesso Cicciaguida ; quindi sembra chiaro 
volerci Dante indicare che le case, divenute troppo vaste per 
il lusso, non ni riempivano dalla famiglia. E. R. »-^L'Anoni» 
nioe Pietro di Dante concordano; il primo chiosando.* ce Qui 
» della continenza de' casamenti,' la quale fu tanta in quel 
''tempo, che pili casamenti, che bastasse ad un uomo, per 
» lui e sua famiglia non avea . Ora più palagi, e vuoti ancora 
* per lo soperchio, a sé edifica un uomo; e tale, che non avrà 
» figliuoli, fa palagio di Re. » Ed il secondo : ce Dice che ivi 
» Don erano allora palazzi supeiiiui ec. » La sposizione dei mo- 
derni I anche per sentimento del eh. sig. prof. Parenti , esce 
troppo del soggetto ; ce che si parli (dic*egli) di lusso e di su- 
» perfluita nelle abitazioni , apparisce per tutta analogia da' 
» versi che susseguono immediatamente. Benvenuto da Imola 
» non dissimulò la diversa dichiarazione , ch'era invalsa fino 
'^ dal suo tempo, e confutolla come fallace. » «-« 

«07 108 JVon v*era giunto ec: prende Sardanapàlo , 1* ul- 
timo Re degli Assiri, uomo libidinosissimo [a], per tipo delia 
studiau libidine. 

y Vedi, Ira gli altri ^ Giostiuo HìsL lib. 1. eap. 3. 

FoL III 25 



386 PARADISO 

Non era vinto ancora Montemalo log 

Dal vostro Uccella toio, che^ com'è vinto 
Nel montar su , cosi sarà nel calo . 

109 al III Non era yinto ancora ec. Montemalo appella- 
vasi a' tempi di Dante il monte a Roma contiguo , detto oggi 
Montemario [a] . — ( ^ Afons imminens Romae nota ancora il 
Postili. Giss. alla parola Montemalo, E. R.)* ^ dovette la via 
che da Viterbo conduce a Roma per Montemario ( la quale in 
oggi per la sua montaosità non si suole fare che nel caso di 
escrescenza del Tevere, che impedisca il passo per Ponte Mol- 
le) essere al tempo di Dante stata la piii battuta, e forse Tuoi- 
ca [b] ; ed essendo Montemario il luogo al quale gingmendo da 
Viterbo il viaggiatore vedesi schierata sott'occhio la sottopo- 
sta Roma, siccome è il monte Uccellatoioy al quale perrenendo 
da Bologna , il viaggiatore vedesi sott*occhio schierata Fiorea- 
za , prende Dante perciò essi due punti di veduta per le me* 
desime dette due città 1 ed invece di dire che non era ancor 
vinta Roma in magnificenza di fid>briche da Fiorensa, dice che 
lion era ancor Montemalo vinto àsM^ Uccellatoio - 

Che poi Fiorenza potesse al tempo di Dante superare in 
fabbriche Roma, come Dante qui suppone, facilmente crede- 
rassi da chi osserverà che tutte quasi le grandiose fabbriche 
di Roma (stolti i pochi avanzi degli antichi Romani ) non con- 
tano maggior tempo di due tre secoli . — * Il Postillatore del 
cod. Glenben^ie ecco come T intende chiosando : Monte Malo: 
Locus onde primo Roma uidetuTj in cuius similttudinem est 
in comitatu Fiorentiae locus , ^ui <£ciliir Uccellatoius , turri- 
bus et aedJftcUs munitus per superbiam Florentinorwn . ut 
yincerent Montem Malum Romae qìiondo erat bene munitus; 

^a] Così ne fanoo fede tutte le antiche carte de' poderi su di quel moa- 
te situati, come, per cagion d*esenipio, il Catastrum f^inearum od 
l'archivio deiriosigne Capitolo di s. Pietro in Vaticano , pag. 39* ed il 
libro a, degl' Istrumenti di Francesco Spina ^ pur nel medesimo arcbt- 
yio, pag. 39. A. coiai foatim'è convenuto ricorrere per accertaroai d. 
uaa notizia che il Nardinij e quant*altri veggo descrittori di Rama, 
parlando di Montemario e dell'orìgine di sua appellazione * mostrano 
di avere ignorato, [b] Il Nardini ed altri descrittori di Roma dicoDo rie* 
di ficaio Ponte Molle da Niccolò V. Chi sa che fino dai tempi di Da&te 
uon si trovasse quel ponte in ruina , e che perciò non rimanesse allr4 
via da Viterbo a Roma che quella che passa per Montemario? 



CANTO XV. 387 

BelliocioD Berti vid'io andar cinto 1 12 

nane vero talis locus est dirutus , et sic esset ille Florentiae . 
Che sul nostro Monte Mano solvessero ana volta fabbriche 
cospicue, giova il supporlo dalle rovine di una chiesa a tre 
navate, ornata di antichissime pitture, fondata, come la tra- 
dizion vuole, nel luogo in cui apparve la Croce all'Imperator 
Costantino ; e dalle memorie lasciateci dal Platina, dal Ciacco- 
nto e dal fiaronio, di essersi cioè riposato su quel monte Tlm- 
pcratore Enrico IV. , V. come altin vogliono , allorché venne 
in Roma sotto Pasquale IL È da notarsi al beli* uopo che, per 
quanto fosse la nostra Roma povera di grandi ediuzj a' tempi 
di Dante, non ostante dal 1* eminenza di quel luogo in isceua 
non tanto misera presentarsi dovea il prospetto della Vaticana 
Basilica e dei ponti6c] palazzi Vaticano e Lateranense, senza 
parlar di tanti e tanti tempj , grandi e magnifici per qne' tempi . 
Oltre di che il famoso ospedale di s. Spinto, da Innocenzo III. 
fabbricato, e l'altiera torre de' Conti dal medesimo innalzata, 
e il gran palazzo di Onorio IV. sull'Aventino 1 e le suburbane 
basiliche di s. Paolo, s. Lorenzo, ed altre parecchie, mentre 
conservavano gli avanzi delle antiche bellezze, prennnciavano 
le future nostre magnificenze. E. B. »-^Ciò che dell' Uccella- 
tolo riferisce il Postili, del cod. Glenbervie viene confirmato 
d;illa seguente chiosa dell'Anonimo : « Non era ancora (dic'egli ) 
>> Montemalo di bellezza di palazzi vinto dal vostro Uccella- 
» toìOf luogo evidente, e dal quale prima sì vede la città di 
» Firenze venendo da Bologna . » È cinque miglia lontano da 
Firenze . — Concordemente a ciò dice Gio. Villani [a] : ce In 
n somma ai stimava che intorno alla città sei miglia avea più 
» d^abituri ricchi e nobili , che recandoli insieme, due Firenze 
M avrebbono fatte. » E. F. «-« che , carnè vinto - Nel tnontar 
»Uj cosi sarà nel calo. Per cagione delle civili guerre pre- 
dice che, siccome r^/cce/Zutoio, cioè Fiorenza, montando in 
suj correndo ali* ingrandimento, vinse Montemalo y Roma, 
cosi vincerà anche con^ndo piii presto airingiii, correndo 
cioè alla rovina. 

Del modo finalmente d'aggiustarsi nel verso la parola 
Uccellatoio, vedi quant'è detto Inf<. vi. ^q. 

1 1 aal 1 1 é^ Belli ncion Berti ^ della nobile fiorentina famiglia 
dc'Ravignani, padre della famosa Gualdrada diconlo gli Espo* 
*itori. Vedi Inf. xvi. 3^. •-> « Bcllincionc Berli (dice TAnouì- 

•I Slot', lib. XI. c«p. 9S. 



388 PARADISO 

Di cuoio e d' osso , e venir dallo specchio 
La donna sua senza '1 viso dipinto j 

E vidi quel di Nerli e quel del Vecchio 1 1 J 
Esser contenti alla pelle scoverta j 
E le sue donne al fuso ed al pennecchio. 

O fortunate! e ciascuna era certa ii8 

Della sua sepoltura y ed ancor nulla 
Era per Francia nel letto deserta. 

» mo } fii cavaliere notabilissimo 9 e fu de'RaTignaiìi, acuì sue- 
» cedettono In redìtaggìo li Conti Guidi per Madonna Guil* 
» drada : » E. F. «-« cinto * Di cuoio e d* osso , d'ima casacca 
di cuoio j co' bottoni d' osso 1 chiosa il Venturi; ma meglio duo- 
serem col Landino 9 colla cintura di cuoio con la fibbia d'os- 
so. — senza '/ idso dipinto, senza belletto in volto. 

1 1 5 116 quel di Nerli e quel del Vecchio, Dee intendersi 
ìstessamente come se detto avesse: ciascun indii^iduo de^ ricchi 
e nobili fiorentini Casati Nerli e del Vecchio. •-► « Nerli e 
» Vecchietti ( dice l'Anonimo ) sono due antiche Case delh 
» città. E dice che vide li maggiori di quelle Case andare (ed 
n era speziai grazia e grande cosa ) contenti della pelle seo- 
» perta sanza alcuno drappo : chi la portasse oggi sarebbe scfaer* 
99 nito; e vide le donne loro 61are; quasi dica: oggi non vuol 
M filare la fante, non che la donna. » E. F. 4-« alla pelle sco^ 
^eria. Per questa pelle scoperta chi degli Espositori inteiHie 
una pelle liscia senza pelo [a] , e chi una pelle senza copri- 
tura di panno o d'altro drappo [i] ; ma io, piuttosto che di 
pelo, panno, o d'altro drappo, la intenderei senza copertara 
di ricamo o di gallone. Ad ogni modo però sembra che il p^- 
lar del Poeta supponga essere stato a que' tempi molto in uso 
il vestir di pelle. 

I ty pennecchio si appella ciascuno di que' manipoli ne' quali 
preparasi partito il lino da mettersi su la rocca. := TnFireozr 
però appellasi pennecchio la chioma o conocchia tratta alU 
rocca, e su di essa imposta e compilata; e ciascuno de* mani" 
poli^ ne^quali preparasi partito il /mo, chiamasi lucignolo.^=^ 
( Gli Editori fiorentini. ) 

1 18 al 120 ciascuna era certa ec. .* certa di morire e di 

[a] Cosi il Landino e il Volpi, [b] Cosi il Yelkitello, Daniello e YeaUiu 



CANTO XV. 389 

L'uaa veggbiava a studio della cuUa^ 1 a i 

£ consolando usava l' idioma 
Che pria li padri e le madri trastulla ; 

L'altra, traendo alla rocca la chioma, i ^4 

Favoleggiava con la sua famiglia 
De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma. 

Sana tenuta allor tal maraviglia i il^ 

Una Gianghella, un Lapo Salterello, 

esser sepolta nella sua patria, senza timore degli esigli^che erano 
ai tempi di Dante così frequenti, cacciando la parte prepotente 
le famìglie intiere dell'altra. VairruM. — nulla ^Era per Fran^ 
eia nel letto deserta e nessuna donna era abbandonata dal ma- 
nto che andasse a mercantare in Francia ; »-^a piuttosto (no- 
tasi nella terza romana) per la strage de^ Ghibellini fatta da 
que* del reame di Francia.'^ Ma noi preferiamo la comune 
intelligenza, come quella che meglio mira al fine qui propo- 
stosi dal Poeta , di contrapporre cioè al lusso smodato ed al- 
l'avidità de* suoi contemporanei Fiorentini la semplicità e par- 
simonia dei buoni anticbi.4-« deserta, Toce latina, lasciata in 
abbandono. Vbhtttbi. 

tai al 133 a studio della cullai al governo del bambino 
nella calla. ^^ E consolando usanza ed e per consolare il pian- 
gf^te pargoletto parlava lui a quel modo che parlano essi bam- 
bini , e parlando rallegrano i loro genitori. «-^T'innamora 
p^prio la schiettezza e purità di questo parlare , ritratto vero 
<b' qaetlo che si descrive. BuoioLi. 4hì 

1^4 traendo alla rocca la chioma f vaga perifrasi, ch'espri* 
ne gentilmente il filare. Vbntuei. 

ia5 ia6 Fai^oteggiava ec* discorreva colla famiglia sua 
delle £ivolo5e antichità di Trota, di Fiesole ( città antica vi- 
cina a Firenze , dalla distruzione della quale ebbe Fiorenza 
principio [a] ) e di Roma. 

■ 37 al 129 Saria tenuta allor ec. È il sentimento eh* era 
t qne' tempi si nni versale nrgli nomini la bontà de' costumi , 
:he avrebbero uomini scostumati cagionata tanta ammirazione^ 
pianta poscia nell'universale deprava mento apportata avreb- 

a] Vedi Gio. ViUani, Cfon, lib. i. cap. 38. 



390 FAKADISO 

. Qiial or saria GiacioDato e Ciorniglia . 

bero ammirazione uomini probi. — Cianghella^ donna fioren- 
tina della nobii famiglia di quelli della Tosa, maritata in Imola 
a Liio degli Alidosi; donna molto lasciva, la quale, rimasa 
vedova y menò una vita sommamente dissoluta. m^Delli Tu- 
singhif e donna piena di tutto disonesto abito e portiunento^ 
parlante sanza alcuna fronte ^ o abito ^ o atto pertinente a 
condizione di donna la dice TAnonimo ; ed una delle più su- 
perbe femmine del mondo la dicono Pietro di Dante ed il 
Boccaccio, come anuotasi nella E. F.^-c Lapo Salterello^ 
giureconsulto fiorentino, molto litigioso e maledico, e avver- 
sario del nostro Poeta. — * Oltre le qualità indicate dà Salie- 
rello , il Postili. Cass. un*altra ce ne aggiunge, che fa mix spic- 
care Topposi/ione tra lui é Cincinnato: Iste Lapus Salterei- 
lus , ludex de Salierellis , fuit comptor suae comae que* 
madmodum Cincinnatus portabat incomptam. E. R. •-♦Il 
cod. Stuardiano legge tinZa/70, un Salterello . et Se si pot«!$se 
n (dice il sig. Biagioli) avverare colla storia, s'avrebbe a cor- 
» reggere . x» Ma tutti i piii antichi Spositorì di Daate si ac- 
cordano nel dire che questo Lapo fu della famiglia Salterelli- 
L'Anonimo spone: ce Messer Lapo Salterelli fu di tanti vexxi 
M in vestire (e ben s'accorda cosi cc\ comptor suae comae ad 
aà Postili. Cass.) e in mangiare, e cavalli, e famìgli, che in fia 
» nullo termine di sua condizione si contenne j il quale mori 
» poi ribello deUa sua patria. » E Pietro di Danfe ed il Boc- 
caccio, come pur nota la E« F., lo dicono anch'essi de' Salte- 
relli, e Giudice fiorentino ^ superbo y d'ogni rea condizione 
e fama, — E qui ci sovviene di un altro piii sicuro ed anten- 
lico documento , il quale per avventura valer potrebbe a to- 
gliere su questo proposito il sig. Biagioli da ogni dubitatone. 
Vegga egli, se vuole, nella Vita dì Dante scritta dal Tirabo- 
schi , ed inserita nel voi. rr. della splendida romana edizione 
1815-17, e nel v. di questa nostra ( face. 76 e segg.}, la sen- 
tenza fulminata in Firenze nel 1 o Marzo 1 3oa contro Dante 
e piti altri, e fra i condannati ad esser arsi vivi, e citati in 
quell'Atto, vi scorgerà pel secondo Dominum LapumSali^ 
rolli ludicem. «-« Cincinnato (Quinzio) Dittatore de 'Romani r 
uomo di gran virtù e moderazione, così nominato dalla chio- 
ma rabbufiata. -^Cotitigliaf o Cornelia^ figliuola di Scipio- 
ne AiFricano il maggiore, e madre de' due Gracchi , uccisi per 
le sedizioni, donna prudentissima ed eloquente. VoLri* 



CANTO XV. 3t)t 

A cosi riposato , a cosi bello 1 3o 

Viver di cittadìoi, a cosi fida 
Cittadinanza , a così dolce ostello 

Ilaria mi diè^ chiamata in alte grida j i33 

E Dell' antico vostro Batisteo 
Insieme fui cristiano e Gacciaguida • 

Moronto fu mio frate ed Eliseo ; 1 36 

Mia donna venne a me di Val di Pado , 
£ quindi '1 soprannome tuo si feo • 

ìì% ostello albergo I magione. Volpi* 

xìì Maria mi die , chiamata ec. e la Vergine Maria » invo^ 
cala da mia madre ne' dolori del parto. Così ( dice il Venturi) 
era il pio costarne di que* tempi , e però nella cantica del Pur« 
gatorio al canto xc.: 

B per ventura adi* .* ilolce Maria , 
Dinanzi a noi chiamar così nel pianto f 
Come fa donna che Va partorir sia* 

i34 antico vostro Batisteo • Di questo Batisteo vedi ciò che 
è detto Infl xn. 17. e segg. 

i35 Insieme fui cristiano e Cacciaguida; perocché nel-* 
Tatto di battexzare s'impone anche il nome. 

i36 Moronto fu mio frate ed Eliseo. Di questi due fratelli 
di Gacciaguida vedi , se vuoi j le ulteriori notizie che procura di 
ripescare l'Autore delle Memorie per la Vita di Dante \à\ . 

137 i38 Mia donna venne ec. Essendo il soprannome di 
Dante Alighieri^ intendesi che fosse la donna ( la moglie) di 
Gacciaguida una Alighieri . Per la f^al di Pado poi , onde la 
dice venuta, chi vuole intesa Ferrara, chi Parma [ij^ e chi 
Verona [e]. Oltre però che per Ferrara fiivorisce Tantorìtà del 
Boccaccio , anche alla situazione del Ferrarese s'adatta V appel*" 
laiione di F^al di Pado ( di Pò ) meglio che al Parmigiano o al 
Veronese.»-» Anche l'Anonimo citato dalla E. F. appoggia que-* 
sta opinione chiosando: « di f^al di Pado , cioè di FeiTii*a ; 

(«] S* 3. € 4. [b] Vedi le precitale Memorie per ta t^ita dì Da/tiet i\ i« 
M Vedi la Serie itJnediiottt numero II., Mainpata in Verona nel i^bQ* 
c«y. ti, 



iij2 PARADISO 

Poi seguitai lo *mperador Carrado, i^q 

Ed el mi cinse della sua milizia , 
Tanto per bene oprar gli venni a grado. 

Dietro gli andai incontro alla nequizia 1^2 

Di quella legge, il cui popolo usurpa , 
Per colpa del Pastor, vostra giustizia . 

» ed ebbe nome Madonna Alleghiera, dalla quale la Casa dello 
» Autore fu denoniioata Allighteri. » — E il Postili. Caet. , come 
Sì riferisce nella terza romana: ce Sdrps istius domini Caccia' 
» guidae dicebatur Heliseus ; sed iste miles aecepit ìixorem 
» de Ferraria ex domo quae dicebatur PAldighieri , ex qua 
» uxore habuit filium^ cui ista Domina posuit namen Aldi^ 
» ghierìy ut suscitar et donmm paternam, unde dieta inpo^ 
)> sterùm Florentiae domus Dantis VAldighieri. »<-« 

1 39 Currado . Currado III. Imperadore , che guerreggiò con- 
tro i Turchi . Verturì. »-^ et Currado secondo / terzo ) imperò 
i> anni quindici; il quale poi circa li anni 1 148, al tempo di 
M Papa Eugenio III. , segnato di croce con Lodovico Redi Fran- 
» eia, con Tedeschi, Franceschi ed Inghilesi, ed altra molta 

M gente crociati passarono oltremare Currado, poi che 

» tornò d* oltremare, si morì; il quale, avvegna che regnasse 
» quindici anni l'imperio , non ebbe la benedizione imperiale.» 
L'AvoNiBfo . — » Fu questa la seconda Crociata per TemSui* 
ta, predicata da s. Bernardo . E. F. 4-« 

i4o mi cinse della sua milizia f m'adornò del titolo di ca- 
valleria . Ammirat. Ist. I. 1 . V bhtubi . m-¥ «e Ed ei mi cinse ec. ,* 
» cioè 1q fece cavaliere per sue valentie; e nel passaggio d*ol* 
» tremare col detto Imperatore per la fede cattolica fa morto » 
» anni Dom. 1 1 48* » Cosi T Anonimo E. F. 4hi 

i4 1 »^ gli venni in grado , hanno i codici Vat» , Ang- e 
Caet E. R. 4^ 

1 43 1 44 quella legge y maomettana , — il cui popolo , intendi 
seguace , — usurpa, - Per colpa ec. , per colpa del poco selo e 
dappocaggine del Papa, nsurpa i luoghi di Terra Santa, che 
di gìustiziasono vostri , cioè dei Cristiani. Vbutubi. »-^Inliiigua 
del medio evo si chiamavano justiiia i dritti, le ragioni» gH 
averi . Lami . E. F. — de^ Pastor, in plurale , hanno i codd. Vac^ 
Ang. e Caet. E. R* <-« 



CANTO XV. 393 

Quivi fu' io da quella gente turpa 1 4^ 

Disviluppato dal mondo fallace, 

11 cui amor molt' anime deturpa, 
E venni dal martirio a questa pace. 

145 tarpa , turpe , disonesta , in rima . Volvi • 
xlfi Disviluppato ec» E lo spirito di Cacciagaida creparla; 
e per la morte del corpo scioglìeai lo spirito, e separasi dal 
mondo. 

i^S dal martirio e cosi lo canonizza per eccesso di pietà; 
per altro non è martire chi coll'armi alla mano si difende 
dalla morte, anzi è ucciso, mentre pur egli & ogni sforzo di 
prevenire Tuccisore; e inoltre non è martire chi rimane uc- 
cìso nell^assalire, benché giustamente, un ingiusto possessore, 
il quale, non per altro che per difendere il suo quantunque 
ingiusto possesso, uccide l'assalitore; perchò, conforme Tas- 
sioma, martjrrem non facit poena^ sea causa. Vehtubi. 

Ma sebbene non sia martire chiunque muore coirarmi 
alJa mano, prese per discacciare un ingiusto possessore di cosa 
temporale, massime per proprio utile; martire però può dirsi 
chi muore coU'armi alla mano, prese per solo amore verso 
Gesii Cristo, per sottrarre al vilipendio ed alla profanazione i 
luoghi da Gesù Cristo santificati. E di tanto ne assicura l'as- 
sicHna stesso : miartjrrem non facit poena^ sed causa. 



CANTO XVI. 



ARGOMENTO 

Racconta Cacciaguida guai fossero i suoi antichi prò* 
genitori; in che tempo egli nacque ^ e quanto fosse 
ne* suoi tempi popolata la città di Fiorenza; e delle 
pia nobili famiglie di essa* 

\J poca nostra nobiltà di sangue^ i 

Se gloriar di te la gente fai 

Quaggiù dove Y aflfetto nostro langue , 
MirabiI cosa non mi sarà mai ; 4 

Che là dove appetito non si torce, 

Dico nel Cielo , io me ne ^oriai . 
Ben se' tu manto che tosto raccorce 7 

Si che, se non s'appon di die in die, 

I al 6 »-^ Fa sublime il priocipio del canto qaest'apostrofe 
alla nobiltà che si trae da' parenti, idolo vano della più parte 
de* mortali; e qui s^ha ad ammirare non meno il dire senten- 
zioso e grande, che l'immaginare poetico e lo stile che l'ador- 
na. BiAGioLf.4Hi O poca nostra nobiltà ec* o nobiltà di san- 
gue, ancora che tu sia picciola cosa, io non mi maFaviglierò 
mai , se fai che la gente di te si Tanti e glorii quaggiù , dovr 
raSetto nostro langue ^ è infermo, è firale ; poicnè nel Cielo « 
ove è sano e fermo , e dove sempre alla ragione obbedisce l'ap- 
petito, io mi gloriai di te. Daniello. 

7 al 9 Ben se* tu manto che ec. Prosiegue T apostrofe alU 
nobiltà stessa, e paragonandola ad un manto, veste talare, dice 
che, siccome cotal veste colFuso rodesi nella inferior parte cou- 



CANTO XVI. 395 

Lo tempo va dintorao con le force. 
Dal i^ai, che prima Roma sofferìe, 10 

In che la sua famiglia meo perserra, 
RicomìnciaroQ le parole mie; 

tiouamente ed accorciasi^ cosi va il tempo condnaainetite im* 
pìccìolendo, oscurando, la nobiltà , subito che si lascia di ac- 
crescerla di chiare gesta, -^raccorce per raccorci ( da raccor* 
ciarcj nel passivo significato di abbreviarsi) antitesi in grazia 
della rima. — di die in die per di di in dì. Die perifi, usato 
dagli antichi comunemente ( insegna il Vocabolario della Cru- 
sca ) per ischifar la duressa dell' accento grave 1 siccome /^e 9 e 
altri simili ; — e force per forbice 9 plurale óiforbicia > sincope 
in grazia della rima . Attribuisce cotale istnimento al distrutto- 
re tempOy corrispondentemente ad avere paragonata la nobiltà 
al manto ; e per ellissi dice: Lo tempo uà dintorno con le 
force ^ invece di dire: va con le force accorciando dintorno • 
IO al i5 Dal voi, ec. Prima di narrarci il Poeta la pre^ 
j^hìerachefeccaCacciagnida, conosciuto suo trisavolo, ne vuole 
accennata la cagione per cui egli solamente in essa prima pre^ 
ghiera adoprasse In segno di rispetto il pronome voi invece 
del Uij e di poi in altra preghiera ( nel seguente canto > v, i3. 
e s^g. ) ritornisi al tu; e dee intendersi che da tale incomin- 
ciata cerimonia di parlare si rimovesae per esseme stato da 
Beatrice deriso. Siccome poi| per dinotare che quel suo collo- 
quio con Cacciaguida niente alla teologia apparteneva , pone 
che trovassesi in tanto Beatrice da essi loro un poco scevra ^ al- 
quanto discosta [a] , viene quindi cotal deridere di Beatrice a 
ricordare al Poeta il tossire col quale narrasi nel libro della 
T'a%^la Rotonda [6] che la cameriera della reina Ginevra pur 
di lontano udisse e deridesse il primo fallo di essa Ginevra j 



fa] Così «igiiifies scevero p^x^ixx seetn'o è sincope. Vacli il Vocabolario 
Clelia Crusca, [b] Pone (dice il Landino ) similitudine che quel risoy 
di Beatrice «^tt così cenno a lui^ cornea Ginevra nel suo primo fallo 
ài tossire: della compagna sua , come prolissamente è scruto nelja- 
^'oloso e non molto elegante libro della Tavola Rotonda . •-> Nel 
Yol. 1. di <|ue5ta nostra edizioney aliu fac. i35 e seg. «abbiam gi^ avuta 
CMTcasioDe di riportare uno squarcio del Capitalo 66. di qacsto anti- 
cl*ùsioio e pressoché introvabile roinanso . ^-m 



3g(j PARADISO 

Oade Beatrice, ch'era un poco scevra, i3 

Ridendo , parve quella che tosaìo 
Al primo fallo scritto di Ginevra . 



che fu il lasciarsi da Lancillotto baciare. »*^/ian^ quella che 
tossìo. Dice che Beatrice, a ciò ponendo mente y rise, come 
fece la Dama di Malehanlt quando Ginevra fa baciata la pri- 
ma volta da Lancillotto. Pibtbo ]>r Daittb E. F. ^hi 

Intendendo il Venturi col Vellutello malamente che ri- 
desse Beatrice per animar Dante a proseguire con sicurezza a 
far dimande al suo trisavolo, e che la cameriera di Ginevra 
tossisse per animare la padrona alia dissolutezza » riprende con- 
seguentemente come irragionevole la predetta mutazione di 
5 pronomi , ed appella la similitudine di quella che tosslo simi^ 
itudine suergogmua. b^ Acutamente annota il Postili. Caet. : 
Beatrix habuit molesium istum modum location is adulati- 
vumy unde Dantes incaepit lot/uii la tosse è spesse volte nn 
segnale ironico e disprezzativo. E. R. ♦« 

Dal voi , che prima Roma so'fferìe , che Roma prima di 
ogni altra città sofferì j comportò detto. La comune de'Comen- 
tatori intende che il voi invece del tu incominciasse Roma ad 
usare con Giulio Cesare quando si fece Dittatore perpetuo; e 
ne adduce in prova que' due versi di Lucano nel quinto della 
Farsaglia^ risguardanti esso Giulio: 

JVamque omnes uoces » per quas jam tempore tanto 

Mentimur dominisy haecprimum reperii aetas . 
m^ Fazio degli liberti nel suo Dittamondo, e. i. , disse: E pen- 
sa ancor come perduto visse * Colla sua Cleopatra altre duo 
anni - Colui a cui Roman prima Voi disse . E. F. <«-« 

Non trovando però noi che Cicerone od altri , che con 
Cesare Dittatore parlarono^ usassero cotal plurale formula, re- 
sta che le voci adulatrici da Lucano intese sieno quelle che ri 
espone il Famabio , cioè il Divus semper Augustus , Pater Pa* 
triae, JFundator quietis j esimili; e che il voi in luogo del in 
incominciasse in più bassi tempi , dal parlare gì' Imperatori e 
Papi nelle constituzioni loro con que* termini di moltitudine, 
noij nostro ecj a fine forse d^ accennare intervenuto a quani*» 
stabilivasi il consiglio de'Savj. 

In che la sua famiglia men persevra : nel qual costume 
ad)p rare il voi invece del lu la romana famiglia ^ la ro- 



CANTO XVI. 397 

Io couiinciai: voi siete 1 padre mio; 16 

Voi mi date a parlar tutta Saldezza; 
Voi mi levate sì , eh' io soq più eh' io . 

Per taati rivi s'empie d allegrezza ig 

La mente mia che di sé fa letizia, 
Perchè può sostener che non si spezza . 

Ditemi dunque, cara mia primizia, 21 

Quai furo i vostri antichi , e quai fur gli anni 
Che si segnaro in vostra puerizia ? 

niana gente y meno delle altre nazioni perseura , persiste . Il 
Laudino, che scrisse prima del i5oo, chiosa : Quasi tutte lo 
nazioni dicono voi a uno y fuor che 1 Romani y che dicono tu 
a ogni uomo . Come cioè fanno oggi ì Napolitani convien che 
facessero anche i Romani al tempo del Poeta e del Landino . 
»•* persevera y scevera y Gineveraj legge il Caet. — £ Bea-' 
triccy nel u. 1 3., invece di Ondcy ponendo il monosillabo del 
Cbig.y conserva quadrisillabo il nome Beatrice y come fu più 
a Dante dì stile. — tanta baldezzay nel verso 17.9 il codice 
Cfaigiano .£.&.•«-• 

19 al 31 »-» Versi ridondanti di quel sentimento che tutta 
innonda la mente del Poeta, quasi simile a continente che il 
SQO contenuto per sovrabbondanza riversi . Biàgioli. 4hì che ili 
fé fa letizia, "Perchè ec- che si rallegra di sé medesima , 
che possa tanta letizia contenere senza spezzarsi ( a guisa di 
sacco in cui troppa roba vi si sforzi dentro) senza rimanerne 
oppressa . «-^ E Torelli : « Vuol dire che la mente s'empie cosi 
» di allegrezza, che in essa allegrezza tutta si converte: /'er- 
» che può sostener ec- » ♦-• 

^3 24 Quai furo i vostri antichi y legge la Nidobeatina ed 
oltre antiche edizioni [a], ove quella degli Accademici della 
Crusca e le seguaci ( »-» e il Vat. E. R. 4-« ) leggono : Quai son 
^lii^ostri ec. A ciò però che siegue, ed uniformemente tutte 
l'edizioni leggono, e guai fur gli anniy meglio la prima lezio- 
ne si confà. •-» Q^^i furo i maggior nostri y legge, testimonio 
^1 sig. Biagioli , il ms. Stuardiano . ««• e guai fur gli anni ec. , 

[«] Vedi , per est mpio, quelle di Veoecia 1 568 e 1 578. 



398 PARADISO 

Ditemi dell' ovil di san GiovaoDi, a5 

Quant' era allora , e chi eraa le genti 
Tra esso degne di più alti scanni ? 

Come s' avviva allo spirar de' venti ^8 

Carbone in fiamma , così vidi quella 
Luce risplendere a' miei blandimenti ; 

£ come agli occhi miei si fé' più bella , 3 1 

Cosi con voce più dolce e soave , 
Ma non con questa moderna favella , 

Dissemi : da quel dìiche fu detto As^e 34 

Al parto in che mia madre ^ eh' è or santa, 

e quali anni dell'era cristiana in puerìzia vostra si contavano , 
cosi invece di quando nasceste. 

!à5 0^1 di san Giovanni così appella Dante la città di Fio- 
renza, perocché ha per sao protettore s. Giovanni Battista. 

28 al 3o m~¥ Come s^aims^a ec. « In isplendore di luce ( chio- 
jt sa l'Anonimo ) e in dolcezza di parlare crebbe la detta ani- 
» ma j dovendo satisfare all'Autore ; e ciò fu perchè venne in 
13 esercizio di amore caritativo. » E. F. — così viàrio quella. 
al V. 29. y il cod. Poggiali. 4hì blandimenti j parole piacevoli di 
) ispetto e di lode. Vbvtvbi. m^ rispondere y invece di risplen- 
dere , il cod. Ang. E. R. 4^1 

33 non con questa moderna faldella. Spiega il Yellntello: 
non con favella mortale e umana , ma con angelica e divina. 
Meglio il Daniello: non con questo parlar fiorentino di oggi. 
ma in lingua latina , come usa vasi a que' tempi di Cacciagoida 
tra le persone meno rozze in cose di momento $ che così si rac- 
coglie da quelle parole: O sanguis meus , ec. [a] . Vevtuki* 
9^ Al tempo di Gacciaguida era già fatto il gergone toscano 9 
degenerato dal latino; ma pure il latino era in uso assai ira 
le persone di qualità, come si conosce dalle lettere di s. Umil- 
tà , che le scriveva latine, benché l'originale è perduto. Liii> • 
E. F.« 

34 al 39 da quel di ec. : dal giorno in cui dall'Arcangelo 

[a] Canto precedente , v. 38. e scgg. 



CANTO XVL 399 

S'alleviò dì me oud'era grave, 
Al suo Leon cìoqaecento cinquanta 37 

(Gabriele fu delCo^i^ a Maria Vergine » dal giorno cioè dell'In- 
carnazione del divin Verbo 9 al giorno di qael parto in cui la 
madre mia» che ora è in Paradiaoi s'alleggerì di me, di cui era 
gravida, questo pioco , questo pianeta di Marte, in cni mi ve* 
(li) yetme ciiiifuecenio cinquanta e trenta fiate ^ cinquecento 
ottanta volte 9 al suo Leone, allAostelIazione del Leone ^ suo 
domicilio [a]f a rinfiammarsi^ a riaccendersi y sotto la sua 
pianta y il singolare pel plurale , pcv sotto le sue piante j sotto 
i suoi piedi, sotto di ini. 

Per un meno esatto computo del tempo che mette la stel- 
la di Marte a compiere il suo giro periodico , fallirono quanti 
mai antichi e moderni posero mano a questo passo • 

Tatti i vecchi Comentatori, leggendo cinquecento cin* 
qaanta "E trenta fiate , e computando il tempo periodico di 
Marte anni due, fecero nato Gicciaguida del 1 160, non ba- 
llando a ciò che Gacciagnida medesimo nel precedente can- 
to [b] dice, di aver militato sotto l' Impera tor Currado contro 
ai Torchi; o non avvertendo che tale fu Currado III., il quale, 
come testimonia Ottone di Frisinga , di lui uterino fratello , 
mori nell'anno 1 iSs [e], o , come tutti i Cronichisti accor- 
dano, prima certamente del i i6o. 

Solo ad un tale sconcerto avvertì l'Autore dell'antico co- 
mento divolgato sotto il nome di Pietro, figliuolo del nostro 
l'oeta \d\ ; ma, conciossiachè riputasse anch'egli di due anni il 
giro periodico di Marte, non trovò altro scampo, se non di af- 
fermare che fosse nelle riferite parole incorso sbaglio, e scrit<« 
to trenta in Inc^o di tre. 

Il pensiero però di questo antico Comentatore , o non si 
dif olgasse , o non fesse tenuto per buono , non fu da veruno 
d(^li antichi seguitato. I primi a seguirlo furono gli Accade- 
mici della Crusca nella correzione che fecero di questo Poema ; 



a\ Tale asserisconlo il Vellutello ed il Volpi. [b\ Verso iSg. e se- 
guenti [e] Cronologia t lib. 7. cap. ultimo, [a] Parlo eoo tale piserba 
per non mi opporre sii' Autore della Serie di Jneddoti, oum. 11., stam- 
pali in Verona nel 1786, che pretende non esser Pietro, Ggliuul di 
i>antc , l'autore di quel cnmento. 



4oo PARADISO 

E treuta fiate venne questo fuoco 
A rinfiammarsi sotto la sua pianta . 

e pretesero col mutare il trenta in tre di provvedere non solo 
alla storia, ma anche al verso. Ecco la loro postilla: Prima 
leggala trenta fiate, // uerso ne patina , e si contraffaceva 
aMa storia; perciocché leggendo trentSLy Cacciaguiaa per* 
rebbe a esser prima morto che nato . E par marat^iglia die 
niuno de* testi stampati j o fti penna ^ si sieno accorti di tale 
errore y trascorso -fino attempi del figliuol di Dante; poiché 
egli nel suo contento dice in questo luogo ^ Licet reperiatur 
scriptum corrapte trigivta vicibvs, ubi debet dicere tbibts 
▼iciBvs isc. Dalla nascita di Cristo al tempo che nacque Cac 
daguida , il pianeta di Marte era tornato nel segno del Leo- 
ne cinquecento cinquantatrè yolte;che tornandovi 3farte 
quasi ogni due anni una volta ^ Cocciaguida veniva a esser 
nato intomo alVanno 1106, come si fa verisimile essendo 
morto intorno al 1 1 47* 

La risoluzione degli Accademici fu dipoi universalmente 
abbracciata , e segnatamente dal Volpi , dal Venturi, dall* Au- 
tore delle Memorie per la Vita di Dante [a] , e dal Rosa Mo- 
rando \b\ Solo che a qaest' ultimo , quanto par giusto che 
mutisi il trenta in tre^ altrettanto spiace di sentirsi dal Ven- 
turi ripetere che ciò richieggasi eziandio affinchè il verso non 
ne patisca, facendosi (come, letto trenta y ùlt deeai) /tate di 
dne sillabe; e , premesso che di tale opinione è autore il Ca- 
stel vetro nella Poetica s Esempjy dice , potrei recarne moltis- 
simi d* approvati autori ; ma quali , contro l'opinione del Ca-^ 
stelvetro\/s del Comentator nostro (intende il Venturi), si 
possono addurre più vigorosi e convincenti di quelli che 
dalla stessa divina Commedia ci son prestati? Se mille fiate 
in sul capo mi tomi, si ha nelV Inferno , canto xzzii.t/. loa.; 
Ma pria nel petto tre fiate mi diedi, si ha nel Purgatorio ^ 
canto IX. verso 1 1 1. ce. 

Or io ardisco di piii , e dico che col trenta non solamen- 
te non patisce il verso, ma regge meglio anche la storia. Mai- 
nò, signori miei; il computo fin qui comunemente fatto dft 
periodo di Marte in due annido in quasi due anni y è trop}>» 
air ingrosso . Compie Marte il suo periodico giro in gi orni (38t>, 

W S' 4* W Osservazioni sopra la presente Gomme dia , 1 questo paiso. 



CANTO XVI. . : 4oi 

ore 22, min. ag [a] , che vale a dire buoni 4^ giorni meno di 
due anni ; e non si dee credere che colui il quale conobbe che 
la ogni anno a' tempi suoi uegletla centesima parte di un di 
nel computo del moto solare doveva ammontare a segno di 
Ciré che svernasse ^ che uscisse fuor dell'Inverno, óenna^ 
ro [b] 9 dovesse non comprendere che un eccesso di 4^ gior- 
ni, ripetuto per un si grosso numero , qual è quello di cin- 
quecento cinquanta ^É trenta /fate, apportato avrebbe un 
troppo grande svario d'anni rapporto al nascimento del suo 
trisavolo. Moltiplichiam noi adunque giorni 686, oreaa, min. 
39 (il vero periodo di Marte), non cinquecento cinquanta 
"E tre fiate, come si è voluto emendare, ma cinquecento 
cinquanta -E trenta ftate^ come il Poeta scrisse, e da tutti 
andcamente si trascrisse , e troverem nato Cacciaguida tra il 
1090 e gì, a tempo di poter militare sotto Tlmperator Cur- 
rado III., e di poter , combattendo, premorire ad esso. — * Trat- 
tandosi qui di calcolo sopra fisse cagioni instituito, il sig. ca- 
nonico Dionisi [e] si compiace fuor del suo solito di dire: lodo 
ed approvo interamente che f Editore romano abbia qui ri- 
la prisca lezione ^ traendone la moderna E tre fiate . 
a è bella e chiara ec. ec. E. R. »-»> Nella E. F. si è pre- 
ièrita la lesione della Crusca, giustificandola colla seguente 
nota: «La rivoluzione periodica del pianeta Marte ( inesatta 
*> presso gli Arabi e PeripateUci del i3oo) era creduta com- 
» pitrsi prossimamente in due anni. E Dante stesso dà cenno 
''di si latta opinione nel Convito (pag* i36). Onde siamo 
» d avviso con Pietro di Dante e con gli Accademici della 
» Crusca che qui debba leggersi, invece di trenta fiale ^ tre 
^ fiate j com'ha l'antico e prezioso codice Cassinense, e come 
** 1a intende il suo Postillatore , che dice nato Cacciaguida 
^ verso il 1 1 06. s» — Anche gli Editori bolognesi hanno se- 
guita la lezione della Crusca notando: «L'anno di Marte è 
» quasi doppio dell'anno solare . Essendo Cacciaguida nato 
» nel 1106, non si troverà fuor di ragione che egli nel 1 i4>y 

'".' Coii nel secolo nostro tatti gii Astronomi; cosi due iccoli prima 
^ noi Pier Gregorio » Sjrntaxis artis mirab. lib. 9. cap. 4* £ so anche 
^on Vìtnivio avesse Dante creduto compiersi il periodo di Marte circi- 
^ sexcentesimo oclogesimotertio die (lib. 9. cap. 40> verrebbe Cac- 
;Hi;ttida eoo tale tennpo , ripetato cinquecento cinquanta ^ E trenta 
^te, ad esser nato circa il io85, anno pur congruente, [b] Par. xxtii. 
i>, esegg. \c] Edizione citata, tom. 2. pag. 3oi. 

rol. III. a6 



messa 
Ijacosa 



4o2 PARADISO 

p in età d*annì 4 > 9 seguitasse l'imperator Currado III. nella 
9» guerra contro i Turcliif perciò abbiamo preferita la lezione 
» degli Accademici.»— Il sig. Biagioli s'accorda invece col 
Lombardi , trovando fra l'altre cose iuor d'ogni ragione il sup- 
porre che Dante non abbia in tal materia avuto riguardo al- 
cuno ad una rigorosa esatteisza; ed avverte die il cod. Stiiar- 
diano ed il ms« attribuito al Boccaccio leggono /rerita. — Istes* 
samente l^gono ì quattro codici di questo Seminario tésco- 
vile , da noi consultati , il ms. di Benvenuto e l'anticliissimo 
della Estense (da noi piii volte menzionato}, e come à avvisa 
il eh, sig. prof. Parenti, il quale a questo proposito 5Ì è de- 
gnato di scriverci: ccLodo il Lombanli, e sono persuaso che 
» quel valentuomo abbia tratta la sua chiosa dal proprio cri- 
9> terio. Ma non si vuole defraudare del debito encomio Yefft^ 
» gio nostro critico Giulio Ottonelli, che quasi due secoli pri- 
» ma avea difesa la vera lettera di questo passo • Avendo mo- 
9» strato per esempj la fallacia della regola che faceva sempre 
» di tre sillabe la voce /fate, egli coucliiude il suo ngioQa* 
» mento con questa osservazione; =iSo che t signori Jc- 
» cademici in Dante Par» xvi* leggono Al suo Leon cinque* 
9> conto cinquanta -E tre fiate; e %»i fanno lunga postilla* 
>> fondati f oltre aquesto^ spezialmente su t opinione di fif- 
*> £/'o, ftgliwdo di Dante y per rispetto al corso di Marte^Mù^ 
^ se ìq potrò mai attendere alla pubblicazione dé'mieiBà' 
M gionamenti (Opera sgraziatamente perduta ) , "u giov^ ^ 
9> sperare che 1 belli ingegni vedranno che in quel luogo io 
» fo toccar con mano che male è stato fatto il conto da ^f^ 
4> Accademici degli anni di quei tanti corsi di Marte ^ che 
4> troppo monta in si Umgo tempo il convenir detrarre as 
p ogni rix'oluzione i giorni che mancano a compiere i "^\ 
» anni. Il che non fu saputo dal detto Pietro; e, credendo^ 
» di anvnendar bellamente il luogo del PcLdre-, -fteramentii 
» il guastò; e l*error suo è poi stato cagione deW errore à 
D più, altri. » = Quanto a noi ( sia detto col dovuto rispett^ 
agli Editori della E. B. e della E. F. ) non troviamo aiumiss^ 
bile la lezione degli Accademici. Un divario di 4^ giorni' 
mezzo per ogni rivoluzione troppo grande ci sembra per 
sere trascurato dagli Astronomi del iSoo* siccome affermai 
gli Editori fiorentini. Ai tempi di Benvenuto almeno la^' 
non era ocrto cosi , avvertendo egli nella sua chiosa a qo^- 
passo che : ad verificandam literam Auctoris est advtrif^ 
dum quod fltars non stat per biennium completum adf^r^ 



CANTO XVL 4o3 

Gli antichi miei ed io nacqui nel loco, 4^ 

Dove si truova pria l' ultimo sesto 
Da quel che corre il vostro anuual gioco « 

Basti de' miei maggiori udirne questo ; 43 

Chi ei si furo, ed onde venner quivi, 

gendum cursum suum^ imo aliquanto jnnnus ^ ec. Conchiude* 
remo pertanto col lodato $ig. Parenti «che fra una lezione che 
<> fa spropositare il Poeta, ed un'altra che s*aecorda co'ginsti 
nralcoli astronomici 9 non dee restar luogo ad esitare nella 
» scelta • » 4-« 

4o al 4^ •-> Segno d'antichità di famiglia fiorentina è l'ave- 
re abitato nel cuore dell'antica città, ed è segno di essere in- 
digena. Le famiglie \enute di fuori o si fermavano ne* borghi 
^erso quella parte d'onde venivano, o nell'estremità della cit- 
tà. Cosi i Buondelmonti si fermarono in Borgo s. impostolo , 
perche vengono da Montebnonì ; i Bardi in Boi^o Pidiglioso , 
perchè vengono da Ruhalla ; gli Albizi in Borgo s. Piero, per- 
chè vengono da Arezzo, o Cesena; ì Cerchia Por s. Piero» per- 
chè vengono da Acone ec L ami. E. F.«-« nacqui nel locOj ec. 
I^ città di Firenze, che ora è divisa in quartieri ^ come si 
spartisce Roma in rioni ^ anticamente si divideva in sesti o se- 
ntieri [a],- e dice Cacciaguida che nell'ultimo de sesti che toc- 
cavano i corritori del palio nella festa di s. Giovanni Battista, 
cioè nel sesto di Porta s. Pietro [&] > e là dove essi corritoii 
lecevano il primo toccare del medesimo sesto , ivi aveva sua 
casa. •-♦Chi non vuole perdonare all'amor proprio del Poeta 
questi particolari di sé e dei maggiori suoi, siagli almeno grato 
(l'insegnarci a dir bene tutto quello ch'altri possa voler esprì- 
mere. BÌAGioiii. — O^e invece diZ>ove al i^. 4 1 - il Vat. E. R.4-« 
44 4^ ^^' ^' ''* A'^ > ^ onde ec. Se per quello che dice 
Daote, Inf. xv. iv. 78. e segg», 

Faccian le bestie fiesolane strame 

Di lor medesme , e non tocchin la pianta , 

S*€dcuna surge ancor nel lor letame , 
In cui rii^ii^a la sementa santa 

Di quei Roman ^ che vi rimaser quando 

Fu fatto '/ nidio dijnalizia tanta, 

y^ Hctnorie per la Fita di Dante ,$, 3. \h] La Memorie stesse^ ivi» 



4o4 PARADISO 

Più è il tacer, che 1 ragionare, onesto. 
Tutti color, eh' a quel tempo eran ivi 4^ 

Da portar arme tra Marte e 1 Batista , 
Erano 1 quinto di quei che son vivi ; 

dee intendersi accennata la sua discendenza da que' Romani 
che concorsero ad edificare ed abitare Fiorenza [aj » conviene 
in tal caso intendere cbe parli qui degli antenati suoi ne' tempi 
alla fondazione di Fiorenza posteriori. Ben polendo essere* av- 
venuto che nell'intervallo di mille e piii anni, che fu tra 
Gacciaguida e la fondazione di Fiorenza , si partissero gli an- 
tenati di lui di Fiorenza; e, dopo di aver lungamente dimo- 
rato altrove , e vissuto ignobilmente 9 talché di loro si ver- 
gognasse Gacciaguida , ritornassero in Fiorenza , ed in Caccia- 
guida medesimo si rinobilitassero. "^Più è il tacer j die 7 
ragionare j onesto j legge la Nidobeatina •-♦ e il cod. Plagia- 
li *-m ove tutte l'altre edizioni leggono t Pili è tacer , che ra- 
gionar; m^ e cosi lì codd. Vat», Ang. e Caet. E. B« «-• 

46 al 48 '<^<« oeììa citta di Fiorenza. — Da portar arme^ 
legge la Nidob., con altre edizioni, e parecchi mss. vedati dagli 
Accademici della Crusca , ove la comune dell'edizioni legge Da 
poter arme; •-» e cosi i codd. Vat., Ang. e Caet. E. R.4-« Ctb 
Marte e *l Batista. Firenze (chiosa il Venturi) prima che 
si convertisse dall'idolatrìa alla santa Fede, era spezialmente 
di vota di Marte; e dopo la conversione fu ed è spezialmente 
divou di s. Giovanni Battista , cui però consecrò il tempio me- 
desimo di quell'idolo. Dice dunque Gacciaguida che in tutto 
quel decorso di tempo, si quando Firenze era stata pagana, si 
quando era stata cristiana fino alla sua età, avea £iito un quin- 
to di popolo, rispetto a quello che faceva al tempo di Dant^. 
Veliutello spiega ciò in modo come se fino al tempo di Gac- 
ciaguida de' Fiorenti ni parte fossero Pagani, e parte CristiaDÌ: 
sciocchezza. Il P. d'Aquino spiega: tra 3£iirte e 7 Balista , 
cioè tra il luogo dov'era la statua di Marte, situata a Pootr 
Vecchio (sopra Amo), e il Batisterio; ma pare che questo spa- 
lalo, compreso tra questi termini, non sia da poter capire tanto 
popolo. Fin qui il Venturi. Venendo però quanto asserisctf il 
Padre d'Aquino convalidato c^lla storia, la quale insegna cbo 

[a] Vedi Glo. VìllaDÌ Cron, l^b. i. cap. 38. 



CANTO xvr 4o5 

Ma la cittadinanza, eh' è or mista 49 

Di Campi e di Certaldo e di Figghine, 
Pura vedeasi nel!' ultimo artista . 



oltr^Amo non età della città antica [a], e che 11 tempio di 

>. Giovanni Battista ( eretto nel luogo dove esisteva prima il 

tempio di Marte [ft] ) rimane addosso alle mura deW antica 

città [e], non pare che le parole del Poeta tra Marte e 'lBa-> 

tuta possano indicar altro che appunto il largo di Firenze tra 

i delti dae limiti ; ed o la picciolezza ed ammucchiamento delle 

abitazioni, od una estensione lung^Arno» maggiore del detto 

largo, potè bastare a quel numero de' cittadini che non vi sa 

far capire il Venturi . -^ 7 quinto , la quinta parte , -^ di quei 

che son vivij intendi, dentilo le mura di Firenze, al tempo di 

Dante già di molto ampliate, m^ ctQui Dante ( nota il Lami ) 

» dà a conoscere la piccolezza della città di Firenze, e i po^ 

» chi abitanti che v'erano nel ix. o x. secolo. Poiché nel i3oo 

u Firenze facea da settantamila anime ; e al tempo de' maggiori 

» di Cacciaguida ne facea la quinta parte, cioè 14^ 000. Ma era- 

^ no allora tutti Fiorentini, vale a dire e famiglie della colo- 

» nia romana dedottavi , e famiglie longobarde quivi pianta- 

^ te, e &miglìe cittadinesche di Fiesole, senza alcun miscuglio 

»di famiglie di contado. Dice poltra Marte e '/ Batista per 

» unificar l'eatensionedella città ^ cioè tra la chiesa di s. Gioan- 

» ni e il Ponte Vecchio, dov'era la statua di Marte , da setten-' 

» trìone ji mezzodì; e da levante a ponente, da Porta s. Piero 

» a s. Pancrazio . E. F. » E viene cosi da buona autorità con* 

fortata la chiosa del nostro P. Loml>ardi . — viVi nel u. 4^. , 

ed iW nel i/. 48. legge il Chig. E. R. ^ 

49 »^ eh* ora è mista ^ il cod. Poggiali. 4-« . 

5o Campi y Certaldo e Figghine , luoghi del contado di Fi" 

i^Qze. VsRTUBi. »-» I Mazzinghi ( nota il Lami ) vengon da 

(^pi ; i Rena e i Boccaccio da Certaldo ; i Serristori da 

Figghine. E. F. ^ 

5i nelP ultimo artista, fino air ultimo artigianello > non che 
nelle £imiglie principali . VzlrTuat • 



(ajGio. YiOani Cron.lib. 4*cap* >3. [6] Gio* VilUni Cron. llb. i. càp.6o« 
(e] Borghìni Orig.di Fir. pag« 397 della prima ed iftion^, e 5o4 della 
pottariora . 



4o6 PARADISO 

O qua a lo fora meglio esser vicine 5i 

Quelle gemi eh' io dico , ed al Galluzzo 
Ed a Trespiaao aver vostro confine 

Che averle dentro , e sostener lo puzzo 55 

Del villan d'Aguglion, di quel da Sigua, 
Che già per barattare ha 1* occhio aguzzo! 

Se la gente eh* al mondo più traligna, 58 

JSon fosse stala a Cesare noverca, 

02 al 57 vicine t in contrapposto a domestiche , a concitta^ 
dine 9 e come se dicesse : giacché la natura vi diede cotali gen- 
ti solamente vicine, e non domestiche, quant'era m^lioaTer 
vostro confine al Galluzzo ed a Trespiano ( luoghi y dice il 
Venturi 9 vicini alla città e presso che su le porte^, che colb 
maggior estesa de' confini incorporarle con voi 9 e sostener la 
pozza Del yillan d^jégi^glion (eh* era messer Baldo d'Agnglio- 
ne }, di quel da Signa ( che fu messer Bonifacio da Signa /)i 
quali y chiosa il Landino» faceano molte baratterìe, veodcodo 
le grazie ed i benefici ; e però dice Che già per barattare ha 
rocdiio aguzzo» m-¥ esofferir lo puzzo j al i^. 55. , legge io^^ 
ce il cod. Poggiali. — Aguglioneera un castello in Valdipcsa 
Moriubaldini e Pandolflni vennero da Signa . Lami . — Booi&- 
ziO) detto Fazio, Giudice da Signa, era della Simiglia de Mo- 
riubaldini \a\ . E. F« ♦-• 

58 la gente cV al mondo più traligna. Siccome k dannose 
mutazioni che Dante , per bocca di Cacciaguida , va dicendo 
avvenute in Firenze, ebbero origine dalla dissensione tn 1 
Papi e gV Imperatori , c^li , come Ghibellino , dando il tott|) 
ai Papi, gli appella la gente cK*al mondo pia traligna^ piii 
cioè dal santo suo instituto degenera , che altra qualunque gen* 
te dal proprìo rispettivo instituto. 

59 noverca 9 madrigna ( è voce latina ) qui figoratamentejjcr 
contraria j aspersa; come sogliono essere le madrigne ai figlia 
stri. Volpi* •-> E così anche il eh. cav. Monti [&J, il quale 1 
in conferma di questo ti*aslato, tolto dall'odio che le màVnpd 
sogliono portare ai figliastri, riporta i due seguenti passilatio)» 
l'uno è di Petronio» sat. e. 2a.: mercedibus emptae^Jaf 

[m] Vedi Mem. per la Vita di Dante, \h\ Prop, voi. lu. P. i. &c- 1^*' 



CANTO XVI. 407 

Ma come madre a suo figiiuol benigna , 
Tal fatto è FiorentÌDO, e cambia e merca, 61 

Che si sarebbe volto a SimifoQti, 

Là dove andava l'avolo alla cerca. 
Sariesi Montemurlo ancor de' Conti ; 64 

Sarien i Cerchi nel pivier d^Acone, 

tes anùnaey quorum est nèea Roma noverca; l'altro ò di Vel- 
leÌ0| I. 2* e. 4- • Hostium armatorum toties clamore non terri-* 
ius , quipossum cestro moderi , quorum noverca est Italia .♦-• 
61 a] 63 Ted fatto è Fiorentino , ea tal, venuto da Simì- 
foQte ( castello in Toscana , detto per antitesi in grazia della 
vimh Simifonti)y 8*è accasato in Firenze , e vi esercita cambio 
e mercatura 9 che sarebbesi restituito a Simifonte, dove suo 
avolo viveva accattando.»-^ L'Anonimo spone invece: dove 
favolo suo andava alla guardia. E. F. <«-« Di chi intenda qui 
non Io trovo ( dice il Venturi ) da alcuno notato . •-» Forse iu-* 
tende ( dice il Lami ) dei Sera^ che erano di s. Donato in Fo- 
ci, ed erano assoldati da' Semifon tesi contro i Fiorentini. Si" 
mifontey lat* summus fons , castello in Valdelsa, da cui prò-' 
vengono i Pitti . E. F. — Fu un piccolo, ma forte castello , nei 
confini tra lo Stato fiorentino e il senese . I Fiorentini nel 1 202 
lo presero e lo distrussero . Vedi i Piaggi per la Toscana del 
Targioni . Poggiali . ♦-• 

64 Sariesi Montemurlo ec. ( m-¥ Sortasi , il Val. E. B* 4-a ) 
Narra Gio. Villani che nel 1 207 non potendo i Conti Guidi % 
padroni del castello di Montemurlo , ben difenderlo da'Pisto** 
iesi, perocch'era troppo vicino a Pistoia , il venderono al Co- 
mune di Firenze [a]; e vuole Dante dire che, se fosse l'Im- 
peratore stato padrone della Toscana , avrebbe tenuto i Pistoiesi 
in dovere^ né sarebbe stato bisogno ai Conti Guidi di vendere 
Moniemurlo. •-♦L'Anonimo dice che i Fiorentini il comperaro* 
DO nel iao8 per fiorini 5 000 di pisani; 5 000 libbre di fiorini 
piccioli, dice Gio. Villani ; e concorda anche il Comento attri- 
buito al Boccaccio. E. F. — Fu piccolo t ma ben fortificato ca- 
stello in uà ripiano di un monte tra Prato ePistoia. Poggi ali.<<-« 

65 Sarien 1 Cerchi nel pivier dAcone : sarebbero i Cerchi 

[ff] Cren, lib* S« cap. 3i« 



4o8 PARADISO 

£ forse ia Valdigrieve i Buoodclmonti . 

Sempre la confusioD delle persone 67 

Priacipio fu del mal della cittade, 
Come del corpo il cibo che s'appooe. 

£ cieco toro pia avaccio cade ^o 

restati nel pivier d'Acone, d'onde sono venati a Firense [a]. 
m-¥ bicone fu ai tempi di Dante una ricca e popolata Terra in 
Toscana tra Pistoia e Lacca. Poggiali. «-• Piviere appellasi ii 
contenuto della giurìsdizion della pieve [&] . m^ Sariensi leg- 
ge la Crusca e le seguaci , ecolVat.la 3. romana; Sarieno il 
ms, StuardiauOy come accenna il sig. Biagioli • -- Narra TAnO' 
nimo che i Cerchi erano al tempo di Dante in grande ricchez- 
za e stato di cittadinanza ; che pel castello di Monte di Cro' 
ce, nel piviere di Acone, ebbero molte guerre col Cornane di 
Firenze, e che i Fiorentini nel 1 153 presero e disfecero il det- 
to castello 9 per cui i Cerchi stessi recaronsi ad abitare a Fi- 
renze, dove si fecero Capi della Parte bianca y di cai fo Dante 
male avventuratamente. — piuier d^Acone^ cioè di s. Eusta- 
chio, titolo della Pieve in Valdìsieve. Lami. E. F. *-m 

G6 J^aldigriei^ y luogo nel Fiorentino 9 donde venne la fa- 
miglia dei Buondelmonti a Firenze 9 e doi^e vi possedeva terre 
e castella. Veutuei. m^ F^aldigrieue è na tratto della Toscana 
al Sud di Firenze 9 detto cosi dal fiame Grei^ inflneDle , come 
Y Enuif neirAmo. Poggiali. <-« 

67 al 69 Sempre la confusion ec, .- la confosione delle per- 
sone diverse in costumi fu sempre principio e prima cagione 
del mal de la Repubblica 9 come la contrarietà de' cibi ècagion 
del mal del corpo ; onde Egìd. de Regim. Princ : Extraneorum 
autemconuersatio corrumpit mores civium, Vbixijtello* — - Si 
dee adunque intendere che per ellissi dica il Poeta: Cóme del 
corpo il cibo che s* appone , invece di dire : Come del mal 
del corpo nostro è principio il dissimile cibo che si tmisce , 
che insieme s^ insacca • •-» Come del vostro , al r. 69., i codici 
Caet.y Ang. e Chig. E. R. 4^1 

70 al 72 £* cieco toro ec. Previene con questi due parago- 
ni la risposta che da taluno gli si potrebbe fare , che colla 

fa] Vedi Cionacci , Storia della beata Umiliana de' Cerchi, P. it. 
Ciip. 4* [^J Vedi il Vocabolario della Crusca alla voce Piviere. 



CANTO XVI. 409 

Cbe cieco aguello ; e molte volte taglia 
Più e meglio una che le cinque spade . 
Se tu riguardi L uni ed Urbisaglìa 78 

G>me soD ite , e conoie se ne vanno 
Diretro ad esse Chiusi e Sinigaglia ^ 
* Udir come le schiatte si disfanno, 7G 

tnoUiplicità del popolo» qualunque siasi , crescala fortezza 
della Repubblica . Dice adunque che un cieco loto pel suo 
furioso moversi cade più ai^accioj piii presto » che cieco man* 
sueto agnello I e che molte \^ìte una spada taglia più e me- 
glio che le cintjue spade^ cioè^ comMo intendo, fa molte 
volte pili prodezze un solo guerriero 9 che cinque^ che molti 
insieme, m^ Ma perchè Dante ha ani anteposto l'articolo le 
alle parole cinque spade? Fra gli opositori da noi consultati 
il solo Biagioli ò quello che siasi studila di renderne qualche 
ragione: « O il Poeta (die' egli) ha in vista un esempio parti- 
» colare, ch'io ignoro, ovvero la frase che le cinque spade è 
» un compendio di che le cinque spade eh* altri potesse me- 
3» nar^ e m tal caso poqsi il determinato numero per Tinde- 
» terminato , a solo aegno di pluralità . » — Ma il eh. sig, P»> 
tenti pensa che l'articolo sia forse anteposto a spade per sola 
ragione o leggiadria di lingua, prevenendoci poi che ottimi 
testi antichi leggono in simil modo nel verso precedente. Che 
il cieco agnello ; — e istessamente legge il Vat. , come rile^ 
viamo dalla 3. romana • 4hì 

^3 al 75 Lunij città già Capo della Lunigiana, decaduta a 
qne' tempi, e in oggi distrutta.— ^/*6iVag/ia, castelluccio in 
oggi della diocesi di Macerata, a que' tempi città grande , ma 
già disastrata, m^ Fu detta da Plinio Urbs Salirla , e fu anti- 
camente una popolata città del Piceno. Poggiali. <-« son ite , 
dedinando e mancando • *- Chiusi ^ in oggi picciola citta dello 
StaU> di Siena; ma anticamente assai nobile e potente. »-» Fu 
rinomata sede di uno dei dodici antichi Re , o Lucumoni, etru- 
schi. Poggiali. 4-a Sinigaglia , picciola città marittima nella 
spiaggia dell'Adriatico, della Legazione di Urbino, che in oggi 
non è così in declinazione, com'era a que' tempi. Veutubi. 
»-» Credesi fondata dai Galli Senoni , ed è molto nominata 
liei l'antica stona romana. Poggiali. ^^ 



4io PARADISO 

Non li parrà naova cosa né forte , 
Poscia che le cittadi termine hanno. 

Le vostre cose tutte hanno lor morte ^g 

Si come voi ; ma celasi in alcuna 
Che dura molto , e le vite son corte . 

£ come il volger del ciel della Luna 8 2 * 

Cuopre e discuopre i liti senza posa , 
Ck)sì fa di Fiorenza la fortuna; 

77 forte, difficile a credersi. VsHTirBt. 

80 81 nìa celasi in alcuna ea ma in alcuna cosa celasi a 
¥0Ì la morte, perocché le %dte ( intendi s^astré) sono corte 1 e 
quella cosa dura molto più di voi. 

83 Cuopre > discuopre i lid senza posas cagionando il 
flusso e riflosso del mare 9 fii che i di Ini lidi continoamcnie 
ora si cuoprano di acqua, ora si discuopnino. S^ae il Poeu 
(avvisa il Daniello) l'opinione d'Aristotele . »^Ma a questo prò* 
posito il sig. Pietro Ferroni [a] ha notato die il mare si alxs 
e si abbassa a seconda del ritardo periodico del principio del 
volgere giornaliero del ciel della Luna; a e quest'aggiunta di 
j> cielo (dic'egli ) indica appunto quel modo che neirantichis- 
» simo sistema astronomico ( e non già per opinion d^Arisio- 
^ tele^ come avvisano il Daniello e ilLombardi), descritto pò- 
» scia nel suo AUnagesto da Tolommeo, e da tutti gU seni- 
» tori d'Astronomia vissuti in seguito sino a Gopemìoo ed a 
» Ticoncy che ravvivarono le tradizioni di Pitagora, di Filo- 
» lao, d'Aristarco di Samo, di Niceta Siracusano» e pochi al- 
» tri, assegnava il perchè si muovessero gli astri, e special* 
» mente i pianeti, nel giro loro si annual che diamo, cioè 
» per mezzo di cieli altrimenti detti cicli y o epicicli y oompo- 
» sti di sopraffino e saldo cristallo, e, quanto mai fosse airnoia* 
j> na immaginazione permesso di concepirloi diafiino o traspa- 
» rente piii di un sottilissimo velo.as'^-c Cuopre ed iscuapf" 
Ic^ge l'edizione della Crusca, a differenza della Nidob. e dei* 
l'altre antiche edizioni. wh¥Ìscopre legge il VaL E. R.4-« 

84 Così fa di Fiorenza la fortuna e cosi la fortuna £1 con- 
fa] Vedi hi sua prima Lezione» insentM od volarne i. tiegli AttidcU*! e 1^ 
Accatlemia della Crusca, fac. 3. e seg. 






CANTO XVI. 4ii 

Pe; che non dee parer mirabil cosa 85 

tinuàmente di Fiorenza» ora coprendo il di lei suolo di citta- ^ 
diniy rendendola abitata, ed ora scoprendoglielo con iscemarle 
gli abitatori. »-> Questo verso sembra al prelodato sig. Ferro- 
ni [a] troppo di l^gieri dal Lombardi spiegato; avvisandosi 
egli> e ragionevolmente, chela similitudine dei due precedenti 
versi, tolta dalla giornaliera battigia del mare, appelli paten- 
temente alla leggerezza e volubilità antica de' Fiorentini» i anali, 
in ciò non diversi dagli Ateniesi , malcontenti sempre del loro 
ci vii reggimento» ora stretto, ora largo, passavano tumultuosi 
di partito in partito, di fazione in lazione; ora bandivano i 
Ghibellini, ed ora i Guelfi, ec. — Alcuni entusiasti del Poeta 
nostro, non paghi di lodare a cielo questa sensata ed ingegno- 
sa similitudine , spinger vorrebbero assai piii oltre la meravi- 
glia e la lode, cioè sino al punto d'asseverare che nei preci- 
tali due versi si comprenda indicata la vera causa del flusso 
e riflusso, ossia la naturale attrazione della Luna. Man il cen- 
» car lode ( a questi risponde il citato sig. Ferroni } e mendi- 
» caria dove non sia, né possa esservi per avventura rìmpetto 
» ad un tema astruso cotanto, come quello del flusso e riflus- 
» so, nella ricerca della cui vera causa, dopo decorsi più di tre 
9 secoli dalla morte di Dante, andarono brancolando e vennero 
M meno Descartes e Galileo, il primo col romanzo de* Vortici, 
» Taltro colla composizione non bene applicata dei due movi- 
» menti diurno e annuale terrestre , sarebbe lo stesso che ap- 
» palesare povertà , piuttosto che copia e ricchezza di preziosis- 
» simi meriti filosofici, oltre ai poetici della éfiVi/ia Commedia^ 
» e quel Gomentatore, che s'attentasse a far ciò, incorrerebbe 
» a ragione il pericolo di essere proverbiato, massimamente 
» dai iorestieri, o rivali o gelosi della gloria d^Italia , con quel 
s> mirabile endecasillabo della dantesca memoranda similitu- 
» dine: Come falso veder bestia quand* ombra. » — E cosi 
viene egli giustamente concludendo che non deesi storcere il 
Ietterai senso dei versi di Dante per rinvenirvi dottrine astru- 
se» e troppo lontane dal grado di coltura del secolo in cui vis- 
se ; che Dante è grande abbastanza per sé , senza bisogno di 
attribuirgli i singolari trovamenti dei moderni ; e che nell'ope- 
re volgari di lui tanto k il sapei*e che vi risplende, e ne ap- 

[a\ Vedi la precitata Leaìoae, face, a e *cgg. 



4i^ PARADISO 

Ciò ch'io dirò degli alti Fiorentini^ 
De' quai la fama nel tempo ò nascosa, 
lo vidi gli Ughi , e vidi i Catellini , 88 

Filippi y Greci , Ormanni , ed Alberichi , 
Già nel calare, illustri cittadini'; 



palesa la sublimiti e vastità del sao ingegno ^ che sarebbe prò* 
prìamente impresa di poco critico e meno avveduto Interprete 
quella di aggiungere false gioie alle vere. 4-« 

86 altif de* tempi alti , de* primi tem]^ • »♦ altri legge TAn^. 
Il Postili. Caet. difende la lezione a//i, nobiUbus ec, E. R.4-« 

87 De* quai^ la Nidobeatina >- Om/e» l'altre edÌKÌoniy»^ei 
codd. Vat. y Ang. e Caet. E. B. 4-« 

88 al 90 a-^cc Io uidi gli Ughiy ec. Gli Ughi furono nobili 
s> cittadini y da' quali si dice che è dinominata una chiesa che 
» è nella città ai Firenze , che è appellata s. Maria Ughi , la 
» quale dà il segno il sabato santo ad accendere il fuoco be- 
» nedetto nella cittade. E dicesi ch'ò dinominato da loro im 
» poggio presso alla cittade , nome Monte Ughi. *^ Catellini^ 
» Questi sono spenti al nome j salvo che di loro si dice che 
» son discesi certi citta^ni j detti figliuoli di Bernardo Manfire- 
j> di. — Filippi, Di qnesti è oggi quasi spenu ogni memorìs. 
M •— Greci. Di questi si dice che fu dinominato un boi^o dello 
» il Borgo d^óreciy e sono oggi abitatori di Bologna . -^Or- 
» marmi, G>storOy siccome dicono, son oggi appellati Fora- 
» boscolij e sono nel numero de* grandi della città. — j^lbe- 
» richi. Questa Casa è del tutto spenta; de' quali sì dinomino 
u una chiesa detta s. Maria Alberìchi . L'Avojtimo . E. F.»4-« 
Già nel calare, illustri cittadini s quando ancora stavano in 
declinazione e decadenza, illustri. Ybvtvbi. — Ciò però che 
segue y E vidi così grandi come antichi y eciy sembra sanare 
che parli qui non del veduto lustro delle nominate famiglie , 
ma del veduto loro impoverimento; e che con trasposizion di 
parole , in grazia della rima, dica vidi i Catellini ec.^Giò 
nel cidarey illustri cittadini y in luogo di dire: uidi i Catel- 
lini ecy illustri cittadini, ^ Già nel calare y allorquando im- 
poverivano; a diversificazione cioè di quelli che soggiungeix 
d'aver veduti nobili del pari e facoltosi, e nondimeno estimi 
poscia anch'essi , e posti in obblior 



CANTO XVI. 4i3 

E vidi cosi grandi come antichi , 9 1 

Cou quel della Sannella quel dell'Arca , 
£ Soldanieri ed Ardiogbi e Bostichi. 

Sovra la porta eh' al presente è carca 94 

Di nuova fellonia di tanto peso , 
Che tosto (la giattura della barca , 

EraDo i Ravignanì , ond' è disceso 97 

11 Conte Guido ^ e qualunque del nome 

91 al q3 e vidi cosi grandi ec. Gostruzione : E t^idi con 
quel delia Sannella quel deW Arca ^ e Soldanieri ed Ardine 
ghi eBostichif così grandi come antichi , mentre gareggiava- 
no ìq essi del pari la dovisia e rantìchità . — della Sannella 
e delTArea^ cognomi di famiglie fiorentine, come Soldanie* 
ri ec. B^ m della Sannella. Di questi ancora sono alcuni , ma 
» in Jslato assai popolesco. — dell'Arca. Questi furono nobili 
» e arroganti , e fecero di famose opere > de' quali è oggi pio- 
» cola fama : sono pochi in persona, e pochi m avere . — ool^ 
^danieri. Questi sono ancora; ma per parte ghibellina sono 
» fuori . — > Ardinghi. Questi sono al presente in bassissimo 
» stato, e pochi. — Bostichi. Sono al presente di poco valore 
'^ e di poca dignitade. L*Aiiohimo. E. F. » <-« 

94 al g8 Saura la porta ec. Gio. Villani , che mori neiran- 
Do i 348 [a] , scrive che abitassero i Ba vignani in su la porta di 
t* Pietro [6J , e che, passata essendo quella casa a Bellinciou 
Berti, e per esso ai Conti Guidi, in fine la comprassero ed 
a'sQoi tempi Fabitassero i Cerchi Neri [cj, cosi appellati dal 
parUto che seguivano [d\\ e però Dante, ch'era deir opposto 
partito de' Bianchi , felloni gli appella . -^ giattura della bar* 
ca, metaforicamente invece di perdizione della Repubblica* 
-^ I Hauignani , ond^ò disceso ^ // Conte Guido , ec. De Ra- 
vignani fu Bellincion Berti , e di Bellinciou Berti , per una di lui 
%i)aola, discesero e furono eredi [eji Conti Guidi, prendendo- 
ile, insieme colla eredità iinche del nomCf il nome di lui, ap- 
pel landosi ( dobbiam in tendere)£erli essi pure , Guidi Berti . 

[a] Yedi in fiae della di lui Cronica, [b] Cren. lib. 4-cap. io. [e] Ivi, e 
'ili. 3. cip. a.; e lib. 7. cap. 1 17. \d] Vedi Cionacci, Star, delia B. Unii- 
liana f P. iv., cap. 4- [e\ Gio. Villani Cron. nel precitato lib. 3. ^p. a. 



4i4 PARADISO 

m^ Le «adcke stampe, e come avvertirono gli Accade- 
mici della Crusca nelle loro marginali postille , nel verso 94. 
leggono poppa invece di portai e poppa vnole che si legga 
esclusivamente il Perazzini. Eccone la sua chiosa: =3 Aid. 
Veli. Danieli, et plus quam 65 mss. si enim Inferignus cea- 
tumetamplius codices consuluisse dicitur; subductis ratiooi- 
bus, cum 35 tantummodo legant^o/ta 9 reliquia ut puto, ba- 
hent poppa. Estque allegoria anavidesumta, cuios puppissi 
nimis oneretur, navis perìclitatur. Porro navicula est Floreo- 
tinornm respublica; qui sunt in pnppi, eiusdem Rectores . Da 
poppa stava il cdestial nocchiei*o » - Come ammiraglio che 
di poppa in prora * F'iene a veder ec. Ridiccde nimis Acade- 
micilegunt, portai qnisenim umquam dixity^ortofiiaiieran, 
proptereaque naivem demergi? Quia nempe invenemnt apad 
Petnim Dantis, Ravignanos habitasse /oco dieta Porta ce, et 
apud Villani , sopra porta s. Piero > pulcherrìmom Poetae 
locum deturpamnt. Non enim narrat Cacciaguida nbi habita- 
rent gli ahi Fiorentini; sed splendorem eomm et virtutem , 
raagistratusque per eos sua in civitate gestos , cum hic prae- 
cìpuus familiarum honos sit. Dicit itaque JRavigwuxnos olim 
fiorentinam rempublicam administrasse^ nam in sequenò- 
bus , Quel della Pressa sapeva già come - Regger si vuo* 
le. — già erano tratti '•' Alle curale Siziiedjérrigucci.^-e 
le palle dell* oro - Fiorian Fiorenza in tutti suoi gran fed- 
ii . Id ipsum quidem Poeta quaesierat bisce verbis ( v. a5. } • 
Ditemi deirovd di san Giovanni ^ 

Quant*era allora , e chi eran le genti 

Tra esso degne di piii alti scanni ? 
Omnis autem orationis proprìetas et venustas dep^t, si legas 
Sovra la porta ; quam enim banc tandem fuisse poitam pn- 
tas, cum id Cacciaguida non iudicct? Onde Perugia sente 
freildo e caldo -dà pobta sole. — IVel picciol cerchio sven- 
trava per POBTA , - Cile si nomava da quei della pesa. Simili 
modo heìc quoque illum loqueutem induxisset Dantesysi/^c/r- 
tamj vel locum aliquem monstrari voluisset, non vero pvp* 
pim , quam olim insedissent nobiles Ravignani, malonim {;(i- 
berfiatorum perfidia postea oneratam ita, ut navicala exin- 
de brevi esset peritura. Eamdem ferme allegoriam vide Fa- 
rad, vni.: 

Che veramente provveder bisogna 

Per lui, o per altrui <i si eh* a sua barca 

Corcata , più di carco non si pogna . 



CANTO Xri. 4i5 

Dell'alio Belliacione ha poscia preso. 

Quid obiicient illi, qui jadicaut Prima eh* arte o ragion 
per lor jWco/!^i?s= Comunicata al eh. sig* Pareuli siffatta 
sposizioue, la quale a primo aspetto non ci dispiacque ^ si è 
degnato di gentilmente risponderci: rs Non mi scostcfrei dalla 
lettera comune per le seguenti considerazioni: i. Qui la realtà 
del luogo è positivamente contrassegnata dalla menzione de*Ra- 
vignani e dall'allusione a^Cerchi; cioè dalla famiglia che vi 
abitava anticamente» e da quella che v'era al tempo dello Scrit- 
tore, a. Il Poeta va pure indicando , per situazioni effettive e 
Don allegoriche» altre famiglie nel Mercato vecchio ^ nella 
Porta Periizza, nel Borgo sant'Apostolo. Tanto piiiqui, dove 
ravversarìo de' Cerchi avea intei^esse che la sua coperta, ma 
fiera, sferzata colpisse infallibilmente l'oggetto determinato. 
3. Se noi leggiamo invece Sottra la poppa f ne risulta un idea 
allegorica sì generale » che non troviamo più ragione di cir- 
coscrìverla a'Aavignani» mentre l'essere nella nave era co- 
niane a tutte le altre fiimiglie nominate dal Poeta. Poi, quel 
ch'é più , diventa vaga ed incerta la menzione de* Cerchi; im- 
perciocchò la fellonia Soira la porta non si può applicare 
che a loro; ma la fellonia Sottra ia poppa si può riferire a 
quanti insigni malvagi conteneva la città di Firenze. 4* Quanto 
airobbiezioue del Perazzini t si vuol riflettere che la porta 
noQ entra direttamente nel linguaggio allegorico. È un og- 
getto vero che il Poeta non volle alterare, troppo rilevandogli 
quella speciale indicazione di domicilio per accertare l'allu- 
siooealla famiglia de* Cerchi. Del resto, la jattura della 6ar^ 
ca non dipende propriamente dalla porta^ ma dal tanto peso 
della nuo^a fellonìa. Questa è la sostanza del soggetto, e 
quel nome non è che un accidente . 5. È molto facile che la 
lezione So^ra la poppa sia un arbìtrio de' correttori , perchè, 
fermandosi alla superficie del senso, presentavasi come natu- 
rale quel cangiamento. Ma non credo che siffatta lezione si 
trovi in alcun manoscritto veramente antico , quando i copi- 
sti spropositavano per nescienza, ma non variavano per pre- 
sunzione. Il ms. Estense antichissimo legge ^orto, E Benve- 
nuto cosi pure leggeva , senza nemmeno far cenno della di- 
versa lettera, com era solito allorché ne' testi del suo tempo 
incontrava una differenza. Ecco la sua chiosa: ««Solerà laportcu 
D Haec fuit antiqua porta veteris civitatis, dieta Porta s. Pe- 
o irì . .. Di nova fellonìa: idest novis civibus, qui vencraut 



4i6 PARADISO 

Quel de la Pressa sapeva già come loo 

Regger si vuole , ed avea Caligaio 
l)orata in casa sua già Telsa e *1 pome. 

Grande era già la colonna del vaio, io3 

» ad habitandnm ibi, scilicet cmcaiy qui fnerant rustici , prò- 
M teryi .... Che tasto fia jattura . Cito erit damnam civitaùs 
» Florentiae, qaam regunt. » —Non dissimulo che questa idea 
di reggimento favorireobe l'altra lezione, poiché il nocchiere 
sta da poppa. Ma, se questo potrebbe convenire a'Cerchi, non 
so come sarebbe egualmente provato per rispetto a' Ravigna- 
ni. =3 Faremo fine a questa lunga (ma forse non affatto inu- 
tile) aggiunta col confortare la lezione comune eoll'antorìta dì 
quattro ottimi codici di questo Seminario , e con quella del« 
r Anonimo 9 il quale , come rileviamo dalla E. F., leggendo 
porla f a questo luogo spone: ^Raungnani; erano sulla posta 
» ove ora, quando l'Autore parla, sono li Cerchi, de' quali ha 
» parlato sopra in questo canto, ove dice; Sariensi i Cer- 
» chi ec, a» <-• 

TOO al 102 Quel de la Pressa, cioè quello della famiglia 
così nomata [a], sapeva già come ^Regger si vuole j sapeva 
come si dee governare , ed avea Galigaio ^Dorata in casa sua 
già Vetsa e 7 pomey intendi, della spada. — Elsa o elso ap> 
pellasi quel metallo intomo al manico che guarda la mano, e 
^Tciò guardia anche dicesi . -^Pome poi opomo nomaM quel 
pezzo rotondo in cima al manico , che serve di contrappeso ; 
e, come era cotale indoratura de' soli cavalieri, vuole Dante 
dire ch'erano i Caligai già cavalieri, già nobili. tt-^I Caligai 
(chiosa l'Anonimo) erano già in tale stato, che di loro erano 
cavalieri ; ora sono di popolo assai bassi . E. F. 4-« 

io3 Grande era già la colonna del vaio. Dividesì ancora 
(scrive Borghini) il campo dell'arme con bande , o sbarre, o 
listre , ch'elle si chiamino; e s'è una sola, e per diritto, alcu- 
ni la dicono colonna, forse seguendo Dante , che chiamò i Pi* 
gli la colonna del vaio [6]. Pigli scrive questa famiglia anche 
Gio. Villani [e] , »-^ e l'Anonimo, come l^gesi nella E. F. ♦-• 
£i7//, diversamente, l'appellano Landino,Volpi e Venturi. Qttf>- 

[a] Vedi Borghini, ^rme delU Fam, Jtor,^ prima ediz. pag. 76, edizio- 
ne moderna 80. [b\ DelVArme delle Fam, fior, della vecchia edisìona 
pag. S7, delk moderna pag. 58. [e] Cron. lib. is. cap. la. ed altrove. 



CANTO XVI. 417 

Sacchetti, Giuochi, Sifanti, e Barucci, 
£ Galli, e quei eh' arrossai! per lo staio. 
Lo ceppo , di che nacquero i Galfucci , 1 06 



sii, dice Landino al presente passo 9 sono ìBilli^ la cui arme 
è uno scudo rosso y entrovi una colonna di vaio. II Poeta 
adunane la colonna del vaio , la lista cioè dipinta a pelle dì 
vaio [a], che portavano i Pigli nella loro arme, prende per la 
famiglia medesima , ed a lei 1 invece della famiglia, at/rìboi* 
sce la grandezza. 

io4 (o5 Sacchetti, Giuochi j ec. L^aggettivo di grande j 

detto nel precedente verso della colonna del vaio , riducesi 

per zeuma di numero anche ai Sacchetti , Giuochi ec. m-^Fìj" 

fanti j legge il cod.Caet.E. K.^-nSacchetti. Di qaesti, che fu- 

s» roino nemici dell'Autore , ha tocco (Inf. xxix. ) • . . dentro a 

ai quella cava ec: furono e sono, giusta lor possa, disdegnosi 

» e superbi ; e sono Guelfi. -^GiiiocAi • Questi sono divenuti 

» al neente oggi dell'avere e delle persone, e sono Ghibellini. 

» — Si fanti. Oggi sono neente d'avere e di persone , e sono 

» Ghibellini, --barucci» Questi furono pieni di ricchezze e di 

a l^giadrìe: oggi sono pochi in numero, e senza stato d'onore 

» cittadini: sono Ghibellini. — Galli. Questi caddero al tem- 

» pò delFAutore in fino all' ultimo scaglione , né credo mai si 

a rilevino; sono Ghibellini. »> L'Anomuo.E. F.4-« queich^av' 

rossan per lo staio ^ che si arrossiscono per la memoria dello 

scaio da uno de' loro antenati falsato col trargliene una doga, 

come si è detto al e. xii. del Purgatorio , i^. io5. Furono co* 

storo , al dir del Landino, de*Gbiaramontesi. Il Daniello, se- 

guito dal Venturi , chiosa : Chi dice che costoro fossero i To* 

singhi, e chi i Chiaramontesi. Egli però al i/. 1 14» dice i To- 

singhi tra quelli che si fanno grassi stando a consistoro . 

m^De CIiermonLcòi li dice l'Anonimo, e vi aggiunge, come 

fiutasi nella E. F., che caddero quando i Cerchi furono cac-* 

ciati y siccome Bianchi. —-Vedi la nota per noi aggiunta ai 

«'V. ioo. al io5. del canto zìi. del Pui^atorio . 4-« 

1 06 al 1 08 Lo ceppo y di che nacquero i Calfucci , i Do- 
xiatj, de'quali discese un'altra ^miglia, detta Cialfucci.LAivDiiro. 

la] Cusi chiosa il Vocabolario dcIU Crusca a questo meilesinio passo di 
1>^ Il te, recalo alla voce Kaio. 

Fol. IH. a; 



4i8 PARADISO 

Era già grande, e già erano tratti 
Alle curale Sizii ed Arrigucoi . 
O qaali io vidi quei che sou disfatti 109 

Per lor superbia! e le palle dell'oro 
Fiorian Fiorenza in tutti suoi gran fatti . 

^^Alle curale^ iótendi sedie f cioè (chiosa il Vellatello) a'prì^ 
mi ed a' pili degni Magistrati; perchè curale appresso de*fto* 
inaai ^oo sedie, nelle quali nou era lecito sedere se non Dìn 
Utorì, Consoli e Pretori, m^ ccCalfacci» Donati e Uccelliai 
9> furono d*ua ceppo. Li Donati spensero li detti loro cou< 
9> sorti Galfucci. ^^Sizii^ Questi son quasi spenti, ^-^jirriguc^ 
9> et. Questi son quasi venuti meno, v L'Ahobrmo. E. F. «-• 

109 al Ili O quati^ in qual alto grado. m-^Quali io vi- 
di ec.j senza T esclamativa , il Vat. E. K.4-« quei che son di- 
sfatti '-Per lor superbia! Intende degli Abati , uomini certo 
savj j e riputati nel governo, ma troppo superbi, per quel.cL^ 
di lor si legge. Lavdixo. ^^ le palle delforo. V'è ( chiosa il 
Venturi ) chi dice esser questa l'arme della famiglia nobiU 
degli Abati, clie fioriva per azioni gloriose. (* Anche il Po* 
stili. Glenbende chiosa: de Abatibus. E. R.). L'arme pero 
degli Abati, che ci disegna il Borghinì, non ha palle; beoM 
quella de'Medici e de'Foraboschi [aj. -** Benvenuto da Imola 
uel suo Comento a questo passo nomina le famiglie degi* 
liberti e dei Lamberti , e fa però maraviglia che anche i più 
moderni Espositori, come il Venturi e l'accuratissimo P. Lom- 
bardi, abbiano trascurato di consultarlo. Il PostilL Cass. poi 
per quei che son disfatti "Per lor superbia accenna precisa- 
mente gli Uberei; e per quei delle palle dCoro^ i JLemberii* 
notando; illorum de iLankoertis , quiportfAant pallas aureok 
in armatura^ E. R. »-» Gol Postillatore cassinese trovasi per^ 
fettamente d'accordo l'Anonimo citato dalla E. F.^ e noi cre- 
diamo che in tal materia questi e l'Imolese si meritino maggior 
fede che tutti gli altri meno antichi Spositori . •«-« Fiorian Fi** 
renzaj abbellivano, adomavano Fiorenza. Il verbo ftaritt 
a cotal attivo senso trovasi adoprato anche da altri . Vedi il 
Vocabolai'io della Crusca. 

[a] Deltarme delle Fam.Jlor. dpXU vecchia edì^. [»ag. 5<ì e S| , 4lc!ti 



CANTO xvr. 419 

Cosi facièn ì padri di coloro 1 1 2 

Che, sempre che la vostra Chiesa vaca, 
Si fanno grassi stando a consistoro. 

L'oitracotata schiatta, che s*indraca 1 15 

Dietro a chi fu^e , ed a chi mostra *1 dente , 
ver la borsa , com' agnel si ^laca , 

Già venia su , ma di piccìola gente , 118 

Si che non piacque ad Ubertin Donato 

I la al 1 1 4 Così facièn ( m^facean ti padri j il cod. Pog- 
giali; Così eran ec, | il Chig. E. R. 4-« ), così Fiorenza adorna- 
ifaDO , — i padri j gli antenati . — coloro - Che , sempre che la 
ec. Questi soiioi Visdomini, Tosinghi e Cortigiani , i qnali tutti 
6on consorti, e discesi dal medesimo sangue e principio. Sono 
padroni e fondatori del Vescovado allora , e di poi Arcivesco- 
vado, di Firenze; e però ogni volta che vaca, sono economi e 
di^pensatori ^ e qaivi si ragonano a custodia del luogo , e vi 
mangiano e dormono infino a tanto che il nuovo Vescovo en- 
tri in possessione. LinDiiio* — Significando consistoro j come 
spiega il Buti [a]y e come la voce per sé medesima fa capire, 
luogo doye si sta insieme^ giustamente dice Dante si stessalo 
<]uegli economi a consistoro» 

1 15 al lao Voltracotata schiatta ec.j cioè la prosuntnosa 
e troppo ardita schiatta ; onde ancora neir viii. dell' Inferno ; 
Questa lor tracotanza non è nuoya [&]. Vellutbllo. »^o/- 
tracotatay s^no di presunzione diabolica , che genera sprezzo 
<* odio; (rane ant. ouìfrecuidè , insolente . Biagiou. 4hì ^ f codici 
^^eu e Glenberuie leggono oltracontata, E. R. — s'indraca 
^Dietro a chi fugge ^ diventa drago , perseguitando chi ha pau- 
ra . ^ ed{ per ma [e] ) a chi mostra l dente y - O ver laborsa , 
a chi minacciosamente resiste, od offre danaro. Questi ( dice il 
Ijndino) sono Gaviccioli ed Adimari, i anali il Poeta danna 
oome crudeli ; ma vili ed avari . •-> Secondo lAnonimo , il Poeta 
qui non intese di parlare che dei soli Adimari. — Costoro (se- 
tundo che nota il Lami ) vennero a Firenze di Mugello circa 
l'aodecimo secolo. E* F. <-• Era irato a questa famiglia il Poeta 

'a] Citato nel Vocab. della Crusca alla voce Consistoro. [b] YcriìO i'i4* 
/'] VkIì rinooio^ Panie, loo. 18. 



420 PARADISO 

« 

Che '1 suocero il facesse lor parente . 
Già era '1 Caponsacco Del mercato 

Disceso giù da Fiesole , e già era 1 2 1 

BuoQ cittadino Giuda, ed In&ngato. 

perchè Boccaccio Adimarì occupò i suoi beni poi che fa maih- 
dato in esilio; e sempre gli fu avversario acerrimo, che non 
fosse revocato nella patria. — Già i^enìasuj già veniva alzan- 
dosi. — ma di picciota gente 9 " Si che ec- Fu ( prosiegue il 
Laudino) il principio di questa famiglia vilissimo j in forma che, 
avendo messer Bellincione maritato una figliuola ad Ubertino 
Donati , fu molto molesto di poi ad Ubertino che desse l' al* 
tra figlia ad uno degli Adimari, e lo facesse suo cognato.»-^ E 
in questo il Landino si accorda pienamente coirAnonimo e col 
Postili. Caet. — Sotto il vf, 120. il Perazzini ha notato: Omm 
remota dubitatione ( favet enim codicum auctoritas , et stilus 
Poetae ) lege x Che poi 7 suocero il fesse lor parente [a]. «Il 
a» Perazzini ( ci scrive a questo proposito ilch.sig. Parenti ) così 
» leggendo non avrà lite dai Grammatici ; ma cnìunqne attende 
» al verseggiare di Dante , riscontrerà mutato il verso in dode- 
» casillabo. » — > Il ms. Estense, come ci avvisa il lodato Filo- 
logo, il Comento di benvenuto, ed altri ottimi testi leggono: 
Che poi il Socero il fé' lor parente; ed altri codici conbno^ 
na lezione, ma non fermata con tanta autorità come la prima, 
Che poi il Socer lo fé' lor parente. 4-« 

131 al 123 Già era 7 Caponsacco ec.c già in Firenze nel 
mercato vecchio abitava la umiglia de'Caponsacchi, discesa 
da Fiesole. •-»> L'Anonimo concorda, e vi aggiunge: sono Ghi' 
bellini y e al tempo della cacciata andarono ^ e sono fuori ^^-^ 
Giuda j ed Infangato* Giuda Guidi, e la famiglia Infangati. 
VEHTuai. m^nGuidi. Questi sono di alto animo, Ghibellini, e 
» molto abbassali d'onore, e di ricchezze, e di pedone; eqatù 
jft che v'erano al tempo deirAutore seguiron co' Cerchi laiu- 
M ga . •— Infangati, Questi sono bassi in onore, e pochi in nu* 
» mero; sono Ghibellini disdegnosi. »L'Aifoifiiio.E. F. — DelU 
famiglia Guidi ( dice il Poggiali) è un ramo la oggidì ancora 
nobile e facoltosa famiglia ^^i/^wnef^i , come consta da auteu- 
tici documenti esistenti presso di essi • 4-« 

[a] CorrecL et Adnot, in Dantis Comoed , pa^. 80. Veronae 1 ' 7 ^« 



CANTO XVI. A2t 

Io dirò cosa incredibile e vera : i ^4 

Nel picciol cerchio s'entrava per porta , 
Che si nomava da quei della Pera . 

Ciascun, che della bella insegna porta 1 27 

Del gran Barone , il cui nome e '1 cui pregio 
La festa di Tommaso riconforta , 

Da esso ebbe milizia e privilegio ; 1 3o 

Avvina che col popol si rauni 
O^ colui che la fascia col fregio. 

Già eran Gualterotti ed Importuni ^ 1 33 

ia4 al ia6 /o dirò cosa ec. .* io dirò cosa vera , ma incre* 
dibile; e qaesta si è che nel picciol cerchio delle mura di Fi« 
rensci prima che fosse accresciuta, sventrava per porta detta 
Porta Peruzza da quelli della Pera , che sodo spenti • •-> L'Ano-* 
nìmo concorda .«-e Volendo inferire che allora quel popolo 
era di tanta semplicità , che non avea per inconveniente ch^ 
una pubblica e mastra porta de la sua città fosse denominata 
da una de le sue private famiglie. Veli.vtbllo. 

127 al i3a Ciascun f che della &e//a ec. Accennar vuole le 
famiglie fiorentine Pulci, Nerli, Gangalandi, Giandonati , e 
quei della Bella ; le quali famiglie tutte nell'arme loro inquar- 
tavano quella del Barone imperiale Ugo > venuto e morto in 
Toscana Vicario per Ottone IIL Imperatore 9 e di cui ogni an* 
no nel giorno di s. Tommaso nella badìa di Settimo, dov'è se- 
polto , commemorasi il nome e il pregio con solenne anniver- 
sario. •-» L'Anonimo pienamente concorda . «-• E dice che tutte 
quelle (àmiglie ricevettero da Ugo militari onori, e privilegi di 
nobiltà ; abbenchè ai tempi del Poeta staccato fossesi dai no- 
bili, ed unito al popolo Giano della Bella , colui che fa V ala- 
rne sua quella d'Ugo, cinta all'intorno di un fregio d'oro. Ve* 
di Gio. V illani [a] e Borghini [&] . »-»> con popol , nel v* 1 3 1 ., 
leggono i codd. Vat. e (£ig. E. R. 4^ 

i33 al i35 Già eran óualterottì ed Importuni, In Borgo 
santo Apostolo ( scrive Gio. Villani, delle famiglie parlando che 

[a] Cron, lìb. 4* cap. 3. J^] jirme delle Famiglie Jior, , edizione pri* 
m;i, pago 98; edizione altra, pag. io3. 



4^2 PARADISO^ 

Ed ancor saria Borgo piò quieto, 

Se di nuovi vicin fosser digiuni . 
La casa, di che nacque il vostro fleto, i36 

Per lo giusto disdegno che v'ha morti, 

E posto line al vostro viver lieto, 
Era onorata essa e suoi consorti. iSg 

craao anticamente in Firenee ) erano grandi Gualterotti ed Im- 
portuni [a] ; erano adunque nel citato verso vale quanto erano 
grandi. •-♦Al sig. Biagioli pare più conveniente il sottintendere 
I/i Borgo al verbo eran; tanto piìi) die* egli , che il letterale co- 
strutto vi si conforma affatto . Ma la intelligenza del Lombardi 
è francheggiata dall* autorità di uno de' piii antichi Spositorì £ 
Dante. Benvenuto da Imola, come ci fa sapere il eli. sig. prof. 
Parenti , a questo luogo spone: « Già eran^ scilicet in uoniÌDe 
» et pi*etio in civitate Florentiae. » <-• saria Borgo più quieu>y 
&aria il Borgo sant'Apostolo senza le presenti gare e risse,- 5^ 
di nuovi i^icin fosser digiuni, se essi Gualterotti ed ImportuDÌ 
fossero stati senza i nuovi yìcini.m^ n Gualterotti • Questi sono 
9% pochi in numero, e meno in onore . — Importuni. Di costoro 
a» appena è alcuno. » E. F. 4-« Di questi nuota uncini cercando 
il Landino, alcuni (chiosa) dSficono che i Bardi furon mandati 
ad abitare Borgo santo Apostolo , acciò che reprimessero 
r empito di queste due gran famiglie ghibelline ; alcuni in- 
tendono della famiglia de^Buondelmonti. Gio. Villani, certi- 
mente appresso alle riferite parole de' Gualterotti ed Importa* 
ni, aggiunge la venuta nel Borgo medesimo de'BaondelmontL 
\'Ò6 al l'ig La casa, di che ec.c la famiglia degli Amidei, 
dalla quale ebbe origine i7 vostro fleto j il vostro pianto \h]^ 
per la giusta ira che ha recato morte a molti di voi , e posto 
fine al primiero lieto viver vostro ; quella famiglia ch'è ora y^ 
lipesa e sbandita [cj , era in allora si essa , che il di lei paren- 
tado, in onore .Mancato avendo Buondelmontede'Buondelmooù 
alla data promessa di prendersi per isposa una di casa Ami' 

fa] Cron. lib. 4* cap. la. [h] Che Dante qui e Par. xvTii. ^^.y e ^^ 
lacopoiie, lib. iv. caot. 3-» adoprìiio//<?/o prr pianto , non dee ciò re- 
care maraviglia piji di queUo arrechi il coniunemeote mào^nlo JltlnU 
per piagne* oie. c^ Voui Gio. Vili. Cron. Hb. 6. cap. 64. 



CANTO XVI. 4^3 

O BuondelmoDte , qaanto mal fumisti 
Le nozze sue per gli altrui conforti I 
Molti sarebber lieti, che son tristi, i4^ 

Se Dio t'avesse conceduto ad Ema 
La prima volta eh' a città venisti * 

det, e preso invace esaendosì unii de' Donati, il giusto sdegno 
degli Amidei crebbe fino a degenerare in furore , ed a far s) 
che Baondelmonte crudelmente e proditoriamente uccidessero! 
fatto che apportò alle fiorentine famìglie la fatai divisione in 
Guelfi e Ghibellini [«]. — * U Postili. Glenben'ie^ dopo 
d'aver raccontato più diffusamente il fatto, termina: ci et sic 
» facta est divisiogibellinoram, et guelforumi gibellinì enim 
» erant de parte imperiali a loco Alamaniae , qui dicitur gi-» 
» bellingwm guelfi opposi ti imperio» quod sonat theotonice 
o canis.» m-^E pose fine ec.j al i^. iSSé, leggono i codd« Ang.» 
Caet. e Chi£. E. R. 4-« 

i4o al 144 quanto mal^ quanto malamente, quanto danno- 
samente , fuggisti *£e nozze sue , della detta Casa y^^ per gii 
altrui conforti. Accenna gl'impulsi che a tal mancamento di 
parola ebbe Buondelmonte dalla madre della zittella Donati [b] 
— Molti sarebber lieti y che son tristi^ tutti cioè quelli che 
risentono danno per la divisione dal tuo fatai matrimonio ca-* 
gionata. — Se Dio t^ avesse conceduto ad Ema - La prima 
volta ec* Ema è un fiume che si passa venendosi a Firenze 
da Montebuono [e], ed è Montebuono un castello onde discese 
in Firenze il Casato dé'Buondel monti [d]. Essendo però quel 
Casato disceso in Firenze nel 1 135 [e] 9 che vale a dire ottanta 
anni prima del fatale matrimonio di Buondelment(5 colU Do* 
nati, che fu del iai5 [f]y intendono gli Espositori , segnata- 
mente Landino e Vellutello» che in Firenze, e non in Mon- 
tebuono f dovesse nascere il Buondelmonte che quel matri- 
monio contrasse, e che perciò al medesimo non possa conve^ 
nire la imprecazione che fa qui Dante, che il fiume Ema assor- 
bisselo ed afib^asselo la prima volta che da Montebuono passò 

fa] Vedi Gio. Yillaoi» lib. 5. cap. 38. [b] Lo stesso, ivi. [r] Cosi il Lao' 
dine Fioreotino, e tatti gli Espositori. [d]V9dì GtcVill. lib. 4* cap. I6< 
ie] Lo sleisot ivi. [/J Lo stesso , lib. 5. cap. 30. 



4^4 PARADISO 

Ma conveniasi a quella pietra scema i45 

Che guarda il ponte, che Fiorenza fesse 
Vittima nella sua pace postrema . 

Con queste genti , e con altre con esse , 1 4^ 
YId' io Fiorenza in sì fatto rii)oso9 



a FirenKe : parla ( chiosa concordemente al Landino il Vellih 
tello) non di costui , che era nato in Firenze^ ma di quelpri- 
ma dei Buondelmonti che venne ad abitare quella città. 

Non avendo però i Bnondelmonti con domiciliarsi in Fi- 
renze lasciate le possessioni che avevano in Montebuono, e per 
conseguenza ogni domenicale abitazione [a], chi sa cbenonsia 
accaduto che nascesse il fiuondelmonte nostro in Montebuono? 
Io per me la intenderei volentieri cosi; e v'aggiungerei 
che, scherzando il Poeta sulla somiglianza del nome £maa 
donnesco nome, ed ellissi adoprando, dica: Se Dio €aytstt 
conceduto ad Ema, invece d' intieramente dire: se Dio^ in 
cambio di concederti marito alla Donati ^ ai^esseti conceduto 
preda al fiume Ema. «-► L* Anonimo, e forse meglio d'eba- 
no, a questo luogo spone: « Quanto bene sarebbe uscito , se 
» la prìma volu ch'elli (i Buondelmonti) vennero a cittade, 
» fossero annegati in quel fiume detto Ema, là dov'elli pas- 
» sarono! Né si maravigli alcuno > se TAutore cosi esclama, 
9) considerando che la ricchissima e nobilissima città per h 
» divisione delle Parti ò essuta vedovata molte yolte d*ooori, 
)> di cittadini , e di sue facultadi, ripiena di vituperio di piall- 
ai ti , e di povertà e caccìamenti . » E. F. 4-« 

145 al i47 Ma conueniasi ec* G>struzione: 3fa concernasi 
che Fiorenza nella postrema sua pace (perocché dopo di 
quell'avvenimento fu Fiorenza sempre in disturbi} /^^^e 9 6' 
cesse, uittima^ sacrifizio, a quella pietra scema ^ che *ljH>nte 
guarda , a quella base della statua di Marte priva di essa sta* 
tua, che il Ponte Vecchio conserva. Ciò dice , perocché a pie 
di quella base appunto fu Bnondelmonte ucciso [&]* quasi io 
augurio di quella che d'allora incominciava perpetua goeirai 
di cui Marte n'é il Dio. 

[a] Vedi Giovanni Villani^^ib. 4. eap. 35. [b] Vedi lo slesso sci cilaia 
lib. 5. cap. 38. 



CANTO XVI 4^5 

Che non a?ea cagione onde piangesse . 

Con queste genti vid' io glorioso 1 5 1 

E giusto il popol suo tanto , che '1 giglio 
Non era ad asta mai posto a ritroso, 

Né per division fatto vermiglio . 

i5a 1 53 tanto f che *l giglio ec* che il gìglio, il quale è 
la sua arme non era posto mai a ritroso ad asta; che tanto 
Tien a dire che il popol suo non fu mai vinto in guerra , ne 
la quale avesse perduto le insegne, e che da* nemici ne fossero 
state l'aste vòlte sottosopra com'è usanza in tal caso (U far 
in guerra. Vellutello. •-> Il Postili. Caet. concorda. E. K. 4-« 

i54 ^è p^^ dii^ision fatto vermiglio* I Fiorentini misero 
per arme il giglio bianco, come si vede in alcuni luoghi anti- 
chissimi; ma dopo la divisione civile i Guelfi la mutarono, 
ponendo lo scudo bianco e il giglio vermiglio. Lavuiuo. 



CANTO XVII. 



ARGOMENTO 

Cacciaguida in questo canto predice a Dante il suo 
esilio y e le calamità eh* egli a^eva a paiire; utiimor 
mente lo esorta a scrii^ere la presente Commedia. 

l^uai venne a Climenè, per accertarsi i 

Di ciò ch'aveva incontro a sé udito ^ 

1 al 3 »♦ G)lpito dal parlar nemico di Farinata ( luf. x. ;9; 
6 segg.) e memore di quello che il savio dace gì* impose (i^i 
w. i3o. e segg.), aspettava Dante il momento opportano di sa- 
pere da Beatrice (Inf. xv. 88. e segg.) il corso di sua vita; dico 
da Beatrice , poicìiè cosi gli &* sperar Virgilio , e cosi ave^ 
egli in proposito di fare. Ma, non avendo sin ani trovata favo- 
revole Voccasione d*aprir siffatto desiderio alfa sua Donna, e 
vedendosi al presente in cospetto di quel suo dolcissimo padre, 
che gli spira tanta baldezza a parlare, si rinno velia in lai il 
desiderio di sapere qual sia per essere la sua fortuna; il (f^' 
le scorto da Cacciaguida e da Beatrice ^ e da questa inanimito 
a manifestarlo» cosi fa. Biagioli.<«-« Qual uenne ec. Come Fe- 
tonte (colui che , essendo stato da Giove fulminato per av<*re 
malamente esercitato l'impiego, dal padre Apollo con preghiera 
ottenuto, di guidare il carro dielSole, fa col proprio esempi<> ^^* 
vertitili genitori ad essere scarsi nel concedere licenzeaugliu"^ 
li) venne a Ciimenè, alla madre sua, per accertarsi^Di ^^^ 
cVaveva incontro a sé udito , per sapere se gli avev? Ep[' 
— verità negato che foss 'egli, quale per testimonianza di 0'* 
è si crede va di essere, figlio a Apollo [a]. Climenèt coir<^ 



con 
mene 



[a] Ovid. Miei, lib. i. v. 754* e segg. 



CANTO XVIL 427 

Quel di' aucor £à li padri a' figli scarsi., 

Tale era io, é tale era sentito 4 

E da Beatrice, e dalla santa lampa 
Che pria per me avea mutato sito. 

Per che mia Donna : manda fuor la vampa 7 
Dei tuo disio, mi disse^ sì cb' eli' esca 
Seguala bene dell' iuteraa stampa; 

Non perchè nostra conoscenza cre^sca 10 

Per tuo parlare, ma perchò t'ausi 
A dir la sete , sì che V uom ti mesca . 

O cara pianta mia , che sì t' insusi 1 3 

cento acuto sali' ultima e , rettamente scrivono le moderne edi- 
zioni, richiedendo il verso che pronunzisi questo nome, quai 
da' Greci e Latini pronnnziossi, colla media sillaba breve, e 
coU'ultima lunga. »^ Quei^ al u. 3o coi codd. Vat., Caet. e 
Chi^., la 3. i-omana, e cosi anche l'edizione della Crusca. «-« 
4 al 6 Tale era iOy ec.t ugualmente er'io ansioso, e per 
tale , senza ch'io palliassi , era sentito , conosciuto , daBeati*ice , e 
da quel santo lame di Gacciaguida , che dal corno destro della 
splendente croce portossi, per avvicinarmisi, a pie di essa [a]. 
7 al 9 manda fuor ec, manifesta pure la vampa dell* in* 
temo desiderio con un parlare che bene lo esprima • — ^ Me- 
ri ta di essere osservata in questo luogo la lezione del cod. Caet. 
e Glenben^ie - Invece di sì eliseli* esca - Segnata bene delCin" 
terna statnpa legge il primo : sì che Tesca - Segnata lievi del- 
r interna stampa. Il secondo poi: sì che Pesca - Segnala ven- 
iva iiair etema stampa. E. R. 

IO al la »♦ A chi sottilmente riguarda, pare che Beatrice 
ponga il timido volere di Dante, che non osò aprirsi a lei pri- 
na; che Tavrebbe soddisfatto. Biagiou. -^Per tuo parlar ^ ma 
?erchè tu t* ausij il cod. Poggiali. «-a ti mesca , ti versi liquor 
lel bicchiere, per ti dia a bere ^ appaghi, cioè , il tuo desiderio. 
i3 al i8 pianta mia. Cosi appella Dante Cacciagnida, pe« 
occhè stipite di sua famiglia. — t' insusi vale ti le\d insusOf 

a J Vedi caoto Jiv. v. t^.e scgg. 



428 PARADISO 

Che, come veggioa le terrene menii 
Non capere in triangol due ottusi, 

Così vedi le cose contingenti, i6 , 

Anzi che sieno, in sé, mirando '1 punto 
A cai tutti li tempi son presenti . 

Mentre ch'io era a Virgilio congiunto 19 

Su per lo monte che l'anime cura 
E discendendo nel mondo defunto. 

Dette mi fur di mia vita futura iì 

t'innalzi. — C7ie, come ec. Gostriiziotie : CAe, mirando ^l pun- 
to f - w^ cui tutti li tempi son presentii contemplando releroo 
Iddio, al quale i tempi, nguardo a noi passati e fatarì,soQO 
presenti, come sono quelli, che in cerchio girano a colui che 
nei centro sta, presenti ugualmente» abbencnè tra di loro si di- 
scostino, — uedi in sé medesime le cose contingenti^ li casaili 
avvenimenti 9 — Anzi che sienoy prima che avvengano, cosh 
come le terrene menti t^eggion - IVon capere due ottusi m 
triangolo j così chiaramente, come la mente nostra quaggiù in" 
tende che dei tre angoli di un triangolo non possono due es- 
sere ottusi [a] . — Non capere in triangol due ottusi^ legg^ 
laNidob.ediz.y ovequelIadellaCr. legge : JVon capere intrìan- 
golo du* ottusi; ed altre: Non capere in triangolo due ottusi- 
»-> Il cod. GaeL legge : Non capere un triangol ec. E. K- ^ 
ig a Virgilio congiunto vale in compagnia di Virgilio - 
ao monte che Inanime cura^ il monte del Purgatorio. Cu' 
rare chiosano quasi tutti gli Espositori adoprarsi qui metafo- 
ricamente ^T purgare j imbiancare j dal curare che dicesi della 
tela di lino greggia quando s'imbianca; ma potrebb'ancbe in- 
tendersi per guarire dalla lebbra de' peccati . 

21 mondo defunto appella l'Inferno per lo stesso molito 
che morta gente appella Tanime in quello condannate [£]• 

22 al 24 Dette mi fur ^c, come se invece detto avesse: 

[a] Dimostraci la Geometria che la somma di tutti e tre gli «sgoli di 
qualsivoglia triangolo rcltilÌDco 8*aggaaglia sempre alla somma ni du<* 
retti angoli: d'onde segae essere impossibile che in an triangolo sie»^ 
due angoli retti ,e perciò vieppid ìnapossibile che vi sieoo due oltu»>> 
cioè maggiori del retto . [b] Inf. vui. 85. < 



CANTO XVII. 4^9 

Parole gravi ; a wegua eh' io mi senta 
Bea tetragono ai colpi di ventura. 

Per che la voglia mia sarìa contenta i5 

D'intender qual fortuna mi s'appressa; 
Che saetta previsa vien più lenta . 

Cosi diss' io a quella luce stessa 'i8 

Che pria m'avea parlato; e, come volle 
Beatrice, fu la mia voglia confessa. 

udii intorno agli avvenimeati di mia vita parole, le qaali , quan - 
tunqae io mi senta ben tetragono y bene stabile, inatterrabile, 
ai colpi di fortuna, nondimeno grayiy aiflittive, mi furono. 
L* aggettivo tetragono per forte , inatterrabile , prendelo ra- 
gione voJmente dalla pili perfetta delle figure tetragone ^ cioè 
di quattro angoli , eh' è il cubo, corpo di quattro angoli solidi, 
V dì sei facce tutte quadrate e fra di loro uguali, e che per- 
ciò 9 comunque cada su di un piano, rimane sempre in piedi* 
— Al medesimo senso riferisce il Daniello detto da Aristote- 
le: %^irtuosus fortunas prosperas et aduersas fert ubique om- 
nino prudenter y ut bonus tetragonus (^Eihic. i.) »-♦ Ma gli 
Editori fiorentini sono invece d'avviso che Dante per tetragono 
intenda qui del solido detto tetraedro , la cui superficie è for- 
mata di quattro triangoli uguali ed equilateri , ed è il piìi fer- 
mo di tutti i corpi. La piramide è simbolo altresì della im- 
mutabilità di Dio. £ crediamo che sia questa la intelligenza da 
preferirsi | tanto piii che la definizione del cubo offertaci qui 
dal Lombardi è falsa ; sendochè otto e non quattro sono gli an- 

S^oli solidi di quel poliedro. — Buon tetragono , al v, a4*» 
et^ge il Gart. , e come annotasi nella 3. romana . <-« Per poi 
le parate gravi neìV Inferno e Purgatorio udite, intende quelle 
di Farinata degli liberti , Inf. e. x. v. 79. e segg. ; di ser Bru«- 
aetto Latini , Inf. xv. m. 6 1 . e segg, ; di Currado Malaspina , Purg. 
^iii. t^. i33. esegg.; e diOderisid*Agobbio,c.Y. u, ]4o. esegg* 
uy al 3o saetta prewauien più lenta. ^quelchedìsseOyì'' 
Ilo : IVam praevisa minus laedere tela solent ; e poi il Petrarca 2 
Che piagaanlivedutaassai men duole; ma nonSalomone, a cui 
lai Daniello (e dal Vellutello) s'affibbia il detto di san Gregorio 
:oii un poco d'alterazione cosi ;jfacii/£//7i/7raemi/m minus lae- 
Hi, Vejitub], — confessa lo stesso che confessata^ manifestata 



43'i PARADISO 

Della vostlra materia non si stende , 
Tutta è dipinta ael cospetto eterno • 
Necessità però quindi non prende , fy) 

Id falsum yidetur , cum in materia insensibili , et in bnitit 
nulla libertas sic. Ed ali* altra del Venturi: = Conirarium 
concludendum videbatur; quod nempe in ioli codice vd vo- 
lamine ( hoc enim quaderno est ) scripta sint futura contine 
gentiay quae, si minus a nobisy a Deo perspiciantur, Sed 
ncque ulta futui*a in intellectu signata sunt; ncque praete- 
rita, quae sedem in memoria 'ftxerunt; =3 e vi aggiacge, 
che sarebbe troppo improprio il chiamare quaderno della mar 
teria il libero arbitrio deli* uomo , detto altrove dal Poela la 
nobile yirtà . Quindi per quaderno - Della nostra materia 
crede doversi intendere piuttosto , col suo maestro Giuseppe 
Bonvieini 9 l'universalità degli uomini» esclusone ogn' altro 
essere materiale di questo nostro mondo. — Il Biagiolì su 
col Lombardi, abbandonandosi al solito a plateali vitoperj 
contro il Venturi , e chiaramente spone: a Chiancia quaden» 
» della materia nostra ^ di noi mortali, il mondo nostro; e 
» dice che le cose contingenti non possono aver luogo (ìion 
>3 di esso 9 perchè nel mondo de' beati tutto è per eterna legge 
» stabilito. M Questa precisa dichiarazione più d*ogn' altra sod* 
disfa al eh. sig. prof. Parenti ; ma se fosse vera la lezione Dd' 
la nostra materia y da lui riscontrata nel cel. ms* Estense, vor- 
rebbe arrischiarsi ad un'altra spiegazione, ce In bocca di Cic- 
» ciaguida ( ci scrive egli ) la nostra materia non potrebbero 
» essere che gli astri. Ora T antenato del Poeta darebbe ona 
smentita alle stolte predizioni dell'astrologia, osservando 
tt che le stelle nono un quaderno chiuso y vale a dire , che iu- 
u vano si cerca di leggere in esse V avvenire, che solo è mani* 
» festo a chi può mirare nel punto - jÌ cui tutti li tempi son 
» presenti y cioè nel divino cospetto. » —- La lezione del ms. 
Estense è confortata dal cod. Chig. , come rileviamo dalla 3. 
romana . E ciò basti aver notato intorno ad un passo cbe noo 
è certo uno de'piii facili e chiari della divina Commedia. «^ 

39 nel cospetto eterno y nel cospetto d'Iddio, m-^ I »v. 3;. 
38. e 39. mancano nel cod. VaL E. ft. 4^ 

40 ai 4^ •-♦Questa strepitosa quistione si discute largameute 
da Boezio nel V. della Consolazione. E tutto si riduce die 
leveutu falascieuza, non questa quello. Biagiolì .«-ciVecrii/^ 



CANTO XVII. 4^33 

Se Qoa come dal viso ìq che $i specchia 
Nave, che per corrente giù discende. 

Da indi, si come viene ad orecchia 43 

Dolce armonìa da organo, mi viene 
A vista 1 tempo che ti s'apparecchia. 

Qaai si parti Ipolito d'Atene 46 

Per la spietata e perfida noverca , 
Tal di Fiorenza partir ti conviene. 

p&rò ec. Risponde alla follìa d'alcuni filosofi ^ i quAli dicono 
che, se Iddio tutte le cose prevedessci la infallibilità d' Iddio 
renderebbe necessarìoravveuimentodellecoseprevistt*; epreu* 
de la riposta dall'esenipio di chi vede muoverai una nave ( non 
cioè un piccolo oggetto , in cui possa la vista prendere sbaglio , 
ma UDO de' corpi piii grossi che liberamente dagli uomini si 
muovono); e vuole dire chc) come la totale certezza di chi 
vede una nave muoversi non apporta veruna necessità al moto 
di essa nave , così V infallibile certezza con cui vede Iddio Tav* 
venimento delle contingenti cose j non apporta necessità veruna 
alle cose medesime . ^ aal viso in che si specchia "Nave , invece 
di dire: dair occhio in cui nave sua immagine imprime ; oy'^ 
vero»* dair occhio a cui nave si fa vedere . 9^ Nave che per 
torrenti , i codd. Vat. e Caet. E. B. 4-« 

43 al 4^ ^^ <^'^' 9 ^^I detto cospetto eterno . — organo y 
strumento musicale noto . — - 7 tempo che ti s* apparecchia , 
ciò che nel resto di tua vita dee succederti . 

46 al 4^ Qual si parti ec. m^partioj il cod. Poggiali. <-« 
Come partì Ipolito da Atene forzatamente 9 per non voler pie- 
garsi al furioso amore della matrigna Fedra, così partirai tu> 
costretto a ciò fare per non voler tu consentire alle inique vo- 
glie de' cittadini perversi e della patria tua, divenuta tua ma- 
ri igna. Vkittvbi. »-^ a e pone ( dice l'Anonimo ) che Firenze li 
» sarà matrigna , secondo quel detto di ser Brunetto : Ti si farà 
a» per tuo ben far nimico; e tacitamente vuole che s* intenda 
w che, cacciato messer Corso e i suoi Neri di Firenze, ci li se 
» ne andò a Corte a Papa Bonifazio, e conprieghi, e con amici , 
» e con moneta, e con senno fece sì, che il detto Papa mandò 
» per messer Carlo, fratello del Be di Francia, per lo cui vi* 

rol. IH. a8 



434 PARADISO 

Queslo si vuole, e questo già si cerca; 49 

£ tosto verrà fatto a chi ciò pensa 
dove Cristo tutto di si luerca , 



19 gore messer Coeso ritornò in Firenze, e caceioone TAatore 
%> a li Bianchi . a> <-« 

Prosiegae poi il medeaiiQO Venturi e ripete qui Duon* 
inente la taccia di smemoraggine già Inf. k. i3o. data al PoeU 
per essersi ivi fatto da Farinata predirei 

Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
Di quella j il cui bell'occhio tutto t^de^ 
Da lei saprai di tua ulta il yioggio ,* 
e facendo qui poi tale promessa adempiersi, non per Beatrice 
stessa y ma per Cacciagnida . 

Ripeterem perciò noi ancora quant'ivi per autorità del 
Cinouio e del Vocabolario della Crusca avvisammo, éiedaUi 
può e dee in quel passo valere il medesimo che appresso da 
leif in compagnia di lei. »-> II sis. Biagioli poi [a] a quesu 
taccia del Venturi risponde che Virgilio potè nel citato laogo 
deir Inferno dire da lei e i .^ perchè Beatrice fu la cagion prima 
dì quanto Dante seppe e vide nel Cielo | a.^ perchè Dante , per 
comando di lei , manifestò al suo trisavolo il desiderio di sapere 
il viaggio di sua vita, e gliel' aperse egli anche per assecooiki^ 
il piacere di Beatrice ; 3.^ perchè mentre Virgilio parlò a Dante 
potè volergli dire : quando sarai con Beatrice , se gliel chiedi . 
saprai il viaggio di tua vita da ]ei| 4*^ perchè il suo beli' oc- 
chio vede tutto; 5.^ in fine, perciocché Beatrice, siccome di»(^ 
Virgilio a Dante nel vi. del Purgatorio, è lume posto tra l 
V'ero e r intelletto j siccome sono 1 mezzi di pervenire ad no^ 
scienza, rispetto ad essa e a chi v'intende. 4-« 

49 al 5 1 Questo y il tuo partirtene, bhi Questo si votole, cioc 
Id Corte di Roma per Io Papa ; e questo già si cerca y e qaivi 
si cerca per messer Corso e li altri avversarj tuoi. Così TAiiooi' 
mo. E. F. — Questo si x^olvOy coU'Ang. legge la 3. romana- 
giustificandola colla seguente chiosa : ^si uolv^Cy sì medita, all| 
4> latina. Benché il Vocabolario ci sia scarso di esempj aDalogi» 
» nel buon secolo , pure la ragione comanda che invece del ti 
» i'uole finora Ietto , preferiamo il ^iVoA^a del cod. Ang., perrk 

Pai Nella fua nota ai pp. 127. al i39, del x, dell' loferao . 



CANTO XVIL 435 

La colpa seguirà la parte offeasa Si 

)n grido ^ come suol; ma la vendetta 

w uoo è bella progressione si vuole e si cerca y ma si bene 
a» prima si medUta un'impresa, poi si cercano i mezzi 'da con* 
j» darla, j» <-« tosto verrà fatto a chi ciò pensa j in breve ot- 
terran coloro che a ciò sono intenti. — Là dove ec. Gircon- 
SGrìve con gfaibellinesco stile Boma cosi dalle frequenti simo- 
nie che vi si commettevano, ed accenna il trattare che in Ro- 
ma fiicevasi con Bonifazio Vili, dì far passare a Firenze Carlo 
Sensaterra, fratello del Be di Francia, col pretesto di rifor- 
marla e rimetterla a sesto; ma, in verità, per cacciarne la 
parte bianca, della quale era, il nostro Poeta, siccome di fatto 
cacciata ne fu ufl gennaio del i3o2 [a]. 

5a al 54 Im colpa y il torto , — In grido y in ragion di po- 
polaiesoo grido, — j&^iiir^, come suolf la parie offènsa , 
Terrà, «econdo il solito, attribuita alla partcf soccombente. 
Parla Cacciaguida (dice il Venturi) secondo quella pazza opi- 
nione , che i duelli sono una prova della verità e della ragione; 
stimandosi stoltamente a quel tempo che in quel paragone ri- 
manesse infallibilmente superiore chi dalla sua avesse la verità 
e la ragione; per una confusa apprensione, che Dio per quel 
mesao la difendesse e la manifestasse • — ma la vendetta '-Fia 
testimonio al ver che la dispensa , cosi per ellissi , invece di 
dire : ma la vendetta ^ che il ver dispensa ^ fla testimonio al 
vero^ la vendetta cioè che il sommo vero Iddio dispensa ^ fa 
cadere sopra chi dee cadere , sarà quella che fera apparire chi 
sia veramente il colpevole . Accenna i disagj che , cacciati i 
Bianchi» soffrirono i Neri in Firenze; come furono: la rovina 
del ponte alla Girraia, mentr'era pieno zeppo di popolo con- 
c'orsovi a godere di uno spettacolo che si faceva in Amo nel 
di primo di maggio del i3o4; T incendio di pii di milleset- 
tecento case, seguito nel giugno del medesimo anno ec. \h\. 
— ^11 Postili, del cod. Gienoervie di fatti chiosa : vox sona" 
bilDantem et aliospulsos ilio tempore esse malos , et adver^ 
sarios sane tao romanae JScclesiae; sed Dei judicium cadet 
super tales executiones^ et ostendet veritatem. Non da alu-i 
finora sembra che sia stata interpretala quella voce colpa per 

[a] Vedi Memorie per la yUa di Dante, i. io. [b] Gio. TiUaai Cra». 
lib. 3.C8p. 70. e 71. 



436 PARADISO 

Fìa testimonio al ver che la dispensa. 

Tu lascerai ogni cosa diletta 55 

Più carainente^ e questo è quello strale 
Che r arco dell' esilio pria saetta . 

Tu proverai si come sa di sale 58 

11 pane altrui , e com'è duro calle 
Lo scendere e '1 salir per l'altrui scale. 

rimpatazione che suolsi dare dì miscredente ed irreligioso a 
chi serba opinioni diverse dalle comuni in affari sociali e fo* 
litici. E. R. 

55 al 57 ogni cosa diletta - Più caramente y più affettao- 
samente amata, cioè la paUria , i parenti, gli amici , le case, k 
possessioni ec. — e questo è queUo ec. Concepisce le afflixioni 
che l'esilio cagiona, a guisa di strali che V esilio stesso, qml 
persona d arco armata, inerti, vibri; e però dice che il do- 
lore di abbandonare ogni cosa piii caramente diletta è il primo 
strale che l'esilio avventa • 

58 Tu proverai sì conte ec. «-^ Questo è amaro e diUtro 
testo 9 nota sotto questa terzina l'Anonimo, E. F.4-« Tuprth 
iterai f sottintendi inoltre y particella simile, relativa kìpriù 
del precedente verso. — sì come, particella composta (dice 
il Ginonio [a]), che è quanto il come solo, -^sa di salef\A 
sapore di sale, ha sapore salso. Tutti gli Espositori, ed anche 
il Vocabolario della Crusca [&] , chiosano che saper di sale 
vaglia quanto saper d^ amaro s trovando noi però ebe coiUff 
salato dlcesi di cosa che si compri a caro prezzo [e] , nonpl^ 
rebbe assurdo l' intendere che si come sa di side vaglia qoauio 
a qual caro prezzo si mangi, a-^La E. B. spone; ji come sa 
di sale. Intendi come riesca fastidioso il mangiare il pan d'al- 
tri fuori della propria casa.<-« 

59 60 // pane altrui, legge la Nidobeatina; Lo pane al- 
trui j tutte l'altre edizioni, 9-»ei codd* Vat. e Caet. E. R*^ 
cornee duro calle, dura via, lo scendere ec, cosi per metakpi» 
in luogo di dire : quanto rincresce ad un galantuomo Ceuert 
costretto a ricoverarsi in casa altrui . 



\ 



a] Panie, 56. 9. [b] Sotto il vocabolo Sale, $. i. {é\ Vedi il prpciut« 
'ocabolario d«lla Crusea sotto la roto Salato , $. a. 



CANTO )Ì.VIL 437 

E quel che più ti graverà le spalle 6 i 

Sarà la compagnia malvagia e scempia^ 
Con b qual tu cadrai in questa vaile ; 

Che tutta ingrata , tutta matta ed empia 64 

Si farà con tra te; ma poco appresso 

61 al 69 E quel che più ec.) e ciò che ti riuscirà più in-» 
BopportabUe) stira la compagnia ec.y la compagnia de' citta* 
dini co' quali tu sarai cacciato; e caderai in questa valle y cioè 
in questa bassezza, la quale io ti predico 9 perchè questa com-* 
pagnìa malvagia e scempia ^ cioè divisa (metaforicamente per 
discorde [aj), si farà contra te. Fin qui il Landino felice^ 
mente* Non però con uguale felicità uè esso, né altri, co- 
mentando quello che segue: ma poco appresso ^Ella^ non 
iUf iCavrà rossa {rotta legge la Nidobeatina [&]) la tempia * 

# 

Jà] DeU'aggetiWo scempio a senso dì disunito e diviso^ al contrario 
[1 accoppialo ed unito y vedine esempj di Dante stesso e d* altri scrit- 
tori nel Vocabolario della Grasca; e tra il diviso di luogo e W divisoci 
parere» ossia il discorde ^ ne vede ognuno l'analogia. Wh¥ Ma pare al 
eh. stg. Dionigi Strocchi ( e dello slesso avviso si mostra pure il sig. 
BiagioU } che scempia abbia qui invece sentimento di scema ^ senta 
senno» scimunita, [hi] Il signor Biagioli preferisce la lezlon comune» 
pia piacendogli dì veder le guance di quella gente dipinte di trista 
vergogna, che grondanti di sangue. -—La fi. B. legge come la Nidob.^ 
ma chiosando: solo essa riporterà della mal tentata impresa vergo- 
gna e confusione 9 e non tu^ mostra 1* intenzione che ivi sì ebbe di 
bggere diversamente . In quanto a noi stimiamo che rotta &ia la le- 
EÌonc da preferirsi: i.^ perchè le tempia ^ propriamente parlando, non 
sono il luogo dove appar vergof^na ; 9.^ perchè la parola rotta rende 
più acerba e non men veritiera la profezia , alludendo alle rotte elet- 
tivamente sofferte dai Ghibellini nei molti infelici tentativi da rssi 
fatti» dopo la cacciata loro, sotto a Firenze» a Piano « a Pistoia» ed 
•Itrove.— Il eh. aig. prof. Parenti con noi si accorda nell* interpreta- 
zione , ma non cosi nella lettera , non sovvenendogli che alcuno fra i 
tanti codici da lui consultati conforti la nidob. lezione; ma nella voce 
rossa 9 più che il rossore della vergogna, intende egli quello del san* 
gue; il che torna ad uno col senso di rotta . ce I matti bestiali ( scrive 
» egli) possono facilmente aver infranta la testa nei loro cozzi ; ma sa- 
» rebbe un troppo onore il supporre capaci di erubescenza tali sver- 
» gognati. Al contrario il Poeta doveva pur sempre conservare un re- 
» sto di vergogna, se. non altro per la memoria della caduta con quel' 
i> la malvagia e scempia compagnia; onde perl'un verso e per l'altro 
te il concetto riescìrebbe falso. » Anche i codd. Ang* e CaeU leggono 
rossa, come accennali nella 3. romana, «na 



438 PARADISO 

Ella, non tu, n'avrà rotta la tempia « 
Di sua bestialitade il suo processo 67 

Farà la pruo va , sì eh' a te fia beilo 
Averli fatta parte per te stesso. 

^^Di sua bestialitade il suo processo - Farà la pruoua^ si 
cVa te ec. Ma poco tempo di poi ( ecco il Laudino ) essa , e 
non tu, ne riceverà vergogna e danno. E qui predice la cruda 
morte di messer Corso Donati. Il processo ne* loro gOTcnu 
sarà la pruova della loro bestialità, in forma che a te sarà 
bello ed onorevole partirti da loro. Questo intende pe*Cerchi; 
perciocché messer Vieri de' Cerchi fu molto ostinato neirini* 
micizie ch'avea con messer Corso ; né mai lo potè Papa Boni* 
fazio placare, e ridurlo in concordia con gli avversari'. Onde 
non passò tre anni che i Cerchi caddero io cran calamità. 
Adunque sarà savio consiglio di Dante lasciarli , e viver lon- 
tano d'ogni parte. Cosi il Landino . 

Ma, dico io 9 che hanno domin a (ar qui e la cruda morte 
di Corso Donati, e l'ostinazione di Vieri de' Cerchi contra le 
persuasioni di Papa Bonifiizio, e le calamità in cui i Cerchi 
medesimi conseguentemente caddero ? Corso Donati non sola- 
mente non fu della compagnia H Dante, cioè de*Bianchi, ma 
fu anzi il Capo di parte nera [a]. Vieri poi de* Cerchi fa del- 
la compagnia bensì , ma fa un solo, e non, come Dante dice, 
tutta la compagnia ; e la di lai durezza contro le persuasioni 
di Papa Bonifazio fu un fatto che avvenne nel i3oo [&] , due 
anni prima che la parte bianca , con insieme Dante , foase di 
Firenze cacciata; e finalmente, per quanto fosse grande la ca- 
lamità in cui i Cerchi cadessero, non pare che potesse ripa- 
tarsi Dante in miglior essere ; il quale di sé medesimo confessa 
di essere , dopo l'esilio , stato costretto di andar per V Italia 
peregrino quasi mendicando , e di esser stato l^no senza 
vela e senza goi^emo ^ portato a diversi porti j e foci ^ e Uti\c\ 

Della medesimaostinazionedi Vieri de'Cerehi contro Papa 
Boni&zio forma la sua chiosa a questo passo Benvenato da Imo- 
la [d] ; ed il Venturi, unendo allo stesso Vieri altri, senza istruir^ 
ci onde se li prenda, intende^ dice, de^ principali fuorusciti f 

[a] Gio. Villani Cron. lib. 8. cap. 4i. [b] Il medesimo Villaoi, ìih. S. 
cap. S8. [e] Convito, tratt i. cap. 3. [d] Comento latino nel t0flM> •- 
delle Antichità italiane del Muratori. 



CANTO XVir. 43g 



t 



md spegiaimenie di Wieri de^ Cerchi j uno de* più polenti fi 
ifnpegnaii della fazione ghibellina ; i quali usarono f pet* 
sostenersi f Una condotta da vergognarsene 4 e peggio final-* 
mente salta il G)meiito della Nidobeatina a ricercare la com-^ 
pagnia a Dante ingrata ed empia tra i cortigiani del gran 
Lomiardoy presso del quale era per ottenere n primo ostello é 

Io per me adunque, dicendoci il Landino 9 e conferman- 
doci l'antico Gnnento, che a Pietro figlinol di Dante ai aacrì-" 
ve, nome paaaaaae Dante a stanziare in Verona mentre signo- 
reggiava in quella città Bartolommeo della Scala [a] 9 <»'«^ 
quanto a dire» prima del mano« od al piii del maggio del 1 'òo4i 
anno in cni quel Principe mori [6] , entro in sospetto che fiili 
Lionardo Aretino nella Viu di Dante a credere che si trovas- 
se il Poeta, insieme cogli altri Bianchi esuli) nell* assalto che 
indarno e con molta loro mortalità diedero a Fii'euse nel ]u-< 
lio del medesimo anno i3o4 [c^^ e dubito che appunto per 
a dissensione, di cui qui favella > partito essendosi Dante da 
qaella sua compagnia prima del detto attentato, facciasi pei^ 
dò da Cacciaguida predirei Ella^ non tUi n^ai^rà rotta la 
tempia , n^anorà col capo rotto nella battagliava che Di sua 
bestiaiitade il suo processo - Farà la pruot^a vaglia lo stesso 
che: r esito della battaglia prouerà guanto fosse bestiale 
quM* attentato 4 

Biferìsce rAretino suddetto che T esercito de^fiianchi , 
prima di quell'attentato centra Firenze, appostatosi ad Arezzo^ 
Giìeò ano Capitano il conte Alessandro da Romena , e dodici 
Consiglieri^ del numero de'* quali fu Dante. Forse per averlo 
trovato scritto tra' Consiglieri credette l'Aretino restasse Dante 
in aneli' esercito fino alla Battaglia : ma forse ancóra , perchè coo« 
tmodetto ne* suoi consigli. Dante, di spirito presumente anzi 
che no [dì , erasi ritirato • m^ La seguente chiosa deirAnonimo 
a meraviglia confi>rta le cmgetture del nostro Padre Lombardi* 

fa] Vicende quod ibit ad itlos de ta Scala , dóminahte lune domino 
BMrthoiomeQ de dieta domo , portante aquitam super scalam in ar» 
tmmiura • Cosi nel suddetto Comentd, ai versi che ìmmedialanieiMe se- 
fanone a quelli che qui tnttiamo , riferisce scritto TAntore della Serie 
d'jimeddoti , stampati in Veroaa nel i7$6. can. 5. [b] Girolamo della 
Corte » Mpria di Ferola ^Mì, io* [e\ Gio- Villani» Cronolow ^Wh. 8« 
CSD. 73. [^ R noto quel parlare che riferìscè , tra gli altri, il LaodittO 
aeua Vita di Dante essersi inteso dalai fatto aotto Toce» dicendo allor* 
qoando dalla fiorentina repubblica fu destinato ambaaciatore di RiH 
naa : ^ io sto ehi va? e s' io vo ehi sia? 



44o PARADISO 

Lo primo tuo rifugio e 1 primo ostello ^o 

c( Che tutta ingrata ec> Ciò addivenne <pando ^li si oppose 
» die la parte bianca y cacciata di Firenze e già gueneggìaii- 
M te, non richiedesse di gente gli amici nel verno , mostrando 
M le ragioni del picciolo frutto; onde poi 9 venuta V estale, non 
» trovarono 1* amico com'egli era disposto il verno ; onde molto 
3» odio ed ira ne portarono a Dante ; di che egli si vaatì dà 
» LORO. E questo è quello che seguita, che essa parte della 
» sua bestialitade e del suo processo farà la pmova . E certo elli 
» ne furono morti e diserti in piti parti grossamente, sì quas- 

» DO EliLI VBZnrBBO ALLA CITTAOE OOK Lt BOICAOirUOLI , SÌ a Pis- 

» no, sì in piii luoghi , ed a Pistoia, ed altrove, a» — Nel i^. 69. 
il Caet. legge fatto parte; e il sig. De-Romanis nella sua mo- 
derna edizione crede che la vera lezione sia questa , fatto a 
parte. Non accemia egli un solo codice che la francheggi ; ma, 
quand'anche ve ne fossero mille, tal lesione rìescirebbe al no- 
stro gusto scipita. 4-« 

70 al 72 ostello , albergo. — Sarà la cortesia vale lo ayrai 
dalla cortesia. — del gran Lombardo ^ * Che *n su la Scala 
ec. Avendo fino a' di nostri gli Espositori tutti inteso che par- 
lisi qui di uno degli Scaligeri, Signori di Verona , diverso da 
Can Grande, e che di Gan Grande si avelli poscia nel »/. 76., 
Con lui vedrai colui che impresso fue ec. ; e discordi sola- 
mente tra di loro essendo nel deterniinare cotale Scaligero , (fi- 
cendo alcuni che fosse Alberto, il padre di Can Grande [a]; 
altri che fosse Bartolommeo il primogenito , figliuolo di Alber- 
to [&] ; ed altri che Alboino il secondogenito [e] $ se n' esce il 
chiaro Autore degli j4neddotiy stampati, pochi anni sono, in 
Verona^ a pretendere che tanto nel presente verso , quanto 
nel 76., non altro Scaligero se ne accenni , che il solo Can 
Grande [^^j. Io riporterò qui compendiate le molte di lui ra- 
gioni, e sottoporrò a ciascuna di mano in mano le riflessioni 
mie ; e per chiarezza maggiore differenzierò le ragioni di lui 
dalle mie riflessioni colla diversità de' caratteri. 

[a] Boccaccio nella Vita di Dante . m^ Ma s'inganoò certo a partilo ; 
che Alberto morì Dei i3oi ( Vedi Girol. della Corte, Istoria di Ve- 
rona, lib. 9. tom. I. ), e Dante non fu esiliato che nel gennaio del 
i3o3 , e come in piti luoghi si è accennato. *«-■ [h] 11 Comenlo attrilMiflo 
a Pietro figlio di Dante, e il Landino, [e] Vellntelio, Daniello, Volpi, 
ed altri • [d\ Aneddoti nuin. 11. 1 786. 



CANTO XVII. 44i 

Sarà la cortesia del gran Lombardo , 

Lo stemma degli Scaligeri non portò in so la scala il 
noto uccello se non dopo che gli Scaligeri furono fatti Vi^ 
earj imperiali ^ se non cioè dal tempo di Con Grande; e 
perciò un sigillo dH Alboino <, l* immediato predecessore di 
Cane nella signoria di Verona^ trottasi colla pura soala | 
senza l* imperiai aquila sopra di essa. 

Se l'aaaila sopra della scala posero nello stemma gli Sca* 
-Kgerì quando furono dichiarati Vicarj imperiali, dicendoci la 
storia essere Alboino con Can Grande stati da Arrigo di La- 
oembnrgo dichiarati Vicarj imperiali [a] , dee il sigillo d'Al- 
boino senz'aquila essere stato quello che adoperava prima d'es- 
sere fatto Vicario imperiale. Ma io ho qualche dubbio che 
nonauche prima dVssere gli Scaligeri dichiarati da Arrigo 
Vicarj imperiali, che fu del i3io [b] o i3i i [e], quelli di 
loro che attualmente signoreggiavano ponessero, almeno nel 
mode pubblico sigillo, la scala con l'aquila, in segno del- 
ralto dominio che riteneva sopra di quello Stato V Imperato- 
^[d]i e che perciò facesse Dante dirsi da Cacciaguida fino 
<lal i3oo (anno del misterioso viaggio): del gran Lombardo^ 
^Che'n su la Scala porta (non porterà^ il santo uccello. 
*^ Il Postili. Cass. pel gran Lombardo intende Bartolom- 
fneo della Scala j chiosando: Scilicet dom. Bartolomaei de 
Scala ftunc Domini Veronae j qui capitaneus Bartolomaeus 
dicebaturj qui soltts de illa domo portai in scuio aquilam 
super scalam \e]. — Le parole qui solus de illa domo ec. 
ài questo antico Postillatore, e le altra del Comento attribuito 
A Pietro di Dante , portante aquilam super scalam in arma- 
turay dal Lombardi sotto i i^i^.Gi. al 69. surriferite, ci fanno 
credere che Dante qui non siasi inteso di parlare dello stemma 
<legli Scaligeri, ma si bene di ima particolare insegna , portata 
Reamente da Bartolommeo sulla propria armatura. Se la 
cosa è cosi, che dovrem noi concludere? i.^ che Dante, s^iza 
tiominarlo, non poteva in altri termini meglio individuare il 

[a] Girolamo della Corte, Istoria di Verona^ lib. 10. [b] Lo stesso 
Girolamo della Cor te« ivi. [e] Giovanni Villa dì, Cronologia , 1/h. 9. 
cap. 19. [d] Vedi, tra gl'i altri, il fiisaccioni nelle sue Aggiunte a Luca 
di Linda y Descriùone del mondo, flap. Cottami de'yeroncsi. [e\ Vedi 
volane v. lacc. 124 di questa nostra ediiione. 



44i PARADISO 

Che *n su la Scala porta il santo uccello; 

suo Mecenate; a.^ che alcuni passi del Poeta nostro, per $è 
stessi chiarissimi , tali a prima visU non si presentano per 
colpa de'Gomentatori ; e 3.^ finalmente, che i moderni fomun 
talvolta soggetto di eteme inestricabili qniationi i pensamenti 
del sommo Alighieri, per non darsi la pena dì consultare i 
primi Spositori di luì, i quali, dove si tratta di fatti a* loro 
tempi, o poco prima, accadati , e sui quali muta è la storiai 
si meritano assai maggior £ede, che le ptii acute ed ingegnose 
congetture che far si possano presontemente. «-• 

JVò Alberto y né Bariolommeoj né Alboino furono per 
nome e per fatti sì illustri f che potesse alcun di loro dirsi 
il gran Lombardo . 

Grande insegna il Vocabolario della Crusca appellar»! 
ogni persona di qualsiasi città e regno , che ecceda gli al- 
tri in nobilita o ricchezza. Qualsivoglia adunque degli Sca- 
ligeri poteva per tal riguardo essere appellato Grande. 

Dante nel Convito (opera , come egli medesimo avvi* 
sa [a]j scritta trapassata la gioventii sua^ che in sistema di 
lui vuol dir lo stesso che passati gli anni 45 dell'età ^ sua [6], 
e che perciò dee essere scritta dopo il i3oo), parla d Al- 
boino della Scala in modo di far capire che non avesse da 
lui -fino allora ricevuto alcun beneficio; imperocché parago^ 
nandolo con Guido da Castello [e] ^ lo accenna più di Gui» 
ilo nominato bensì e conosciuto , ma non più nobile [d]» 

La conseguenza mi sembra ottima. Dal maggio però del- 
Tanno i3io, in cui compiva il Poeta nostro l'anno di soa 
età quarantacinquesimo , all'ottobre o dicembre del i3i i, in 
cui Alboino morì [e] , vi corsero di mezzo mesi 1 7^ o 19^ tem- 
po bastante da poter Dante scrivere nel Convito quanto scrìsse 
di Alboino prima di provarne la di lui beneficenza. Poi chi 
sa che il ricevitore di Dante non fosse Bartolommeo 9 come 
ne dicono il Comento attribuito a Pietro figliuol di Dante, ed 
il Landino [f] ; e che, dopo morto Bartolommeo, non prose- 
guendogli Alboino la stessa beneficenza, perciò in eotai modo 
noi pungesse nel suo Convito? 

[à] Tratt 1. cap* 1. [b] Tralt. 4* cap.4. [e] Nobile reggiano* che €od 
molta lode rammenta anche nel rurg. xvi. 1 a5. e sèg. (i^J Tratl. 4 
eap. 16. [e] Girolamo della Corte, lib. 10., e Pier Zagata Crenic, T- ■• 
if] Vedi la nota al v. 6i. e segg. m^ e ciò che noi abbiamo teste «f- 
gianto. 4-c 



CANTO XVII. 443 

Se non del solo Con Grande , ma d^ ediro Scalige^ 
ro unitamente a luiy offesse inteso Dante di parlare ^ non 
aurébhe poi detto nel verso 88. A lui t'aspetta > ma A l(Mr 
t'aspetta. 

Volendo il Poeta dire che, nell'atto che da uno d^li 
Scaligeri riceverebbe il primo rifugio 9 vedrebbe con lui un 
altro, da coi ì» progresso di tempo riceverebbe maggiori be' 
aeficj , non doveva dire A loro , ma A ha t'aspetta * 

Nella lettera a Can Grande , in cui dedica Dante a 
ijuel Signore la terza cantica della sua Commedia , parla 
della venuta sua a Can Grande in Verona , come se prima 
d'allora non in fosse stato maij dicendo tT esservisi portato 
per assicurarsi cogli occhi se la fama , che oltremodo gran* 
de spargevasi di luiy fosse vera e ciò che non può essere 
stato che nelVauge della fortuna di esso Cane , che fu quan" 
doy morti gU altri fratelli^, regnò solo. 

Per verìficasione di ciò che scrisse Dante a Can Grande, 
dedicandogli la terza cantica di sua Q>mmedia, basta ohe &- 
cesse Dante una nuova gita a Verona verso gli ultimi anni del 
river suo, che terminò nel iSai [a], in tempo cioè che soU 
signoreggiava Gin Grande» ed erasi per le gloriose imprese 
reoduto celebre il nome di lui. Imperocché altro in quella 
lettera non dice Dante , se non che portato si era a Verona per 
vedere presente co'proprj occhi ciò che di esso Cane aveva la 
uma dappertatto sparso • 

Aon facendo in essa lettera Dante menzione di verun 
'^bro Scaligero , non può credersi che da verun altro , che 
da Canof foss^egli beneficato ; imperocché non avrebbe , senr 
'A incorrer nota d^ ingratitudine^ potuto passare sotto silen* 
tio il beneficio ricevuto dai di lui predecessori. Anziy espo" 
wndo Dante nella medesima lettera raituale miseria in cui 
ritrovava ,.4u*get enim me rei familiaris angustia, segno è che 
prima dallora non foss*egli stato né da Alboino ^ né da ve' 
no» altro bastantemente soccorso • 

Per qualche ragione potè Dante nella medesima lettera 
tHm&vellare de' predecessori di Cane, abbenchè ricevuto ave»- 
*c da quelli alcun bene6zio; e, se non per altra ragione » per 
Quella stessa, per cui nel z. canto della presente cantica, dUd- 
<uo parlando , disse : E sì tutto '/ mio amore in lui si mise , 
'Cae Beatrice ecclissò neltobbUo [b] . 

[«J Lionardo Aretino, yUa di Dante» \/f\ Versi $9. e 60. 



44i PARADISO 

DjIU povertà poi, cte pare ia detta lettera espone il 
Poeta a Caa Graade, non si può dedarre che da altri Scali- 
geri non ricevesse alcun benefizio , ma solamente che non ri- 
cevesse an perpetuo o vitalizio provvedimento. 

L'antiche edizioni di Verona e di Mantova nel verso 76. 
invece di Con lui vedrai colui , leggono .* ChoUui vedrai co- 
lai. «-^Ma la diversa ortografia, con cui le dette voci sono in 
queste edizioni scritte , doveva bastare a rimuovere il Dionisi 
da ogni sospetto relativo alla pretesa loro identità. «-• 

Non solamente Tantiche edizioni di Verona e di Mantova 
leggono Cholluif ma anche cinque mss. della biblioteca Co^ 
sini leggono chi (7Ao///ci , e chi Òollui; anzi il ms. 609. legge 
Colui; ma ben Chollui e Collui potè in luogo di Con liù 
scriversi, per la ragione stessa che scrivesì oggi pure da al- 
cuni collo invece di con lo ; e ben potè in seguito un disat- 
tento amanuense con una / di meno scrivere Colui; ma l'edi- 
zione nidobeatina (quella che, per uno tra i molti esempit 
scrive Colici invece di Con lei [a] ) , e quella di Fob'giio 
>47'^t e tutte le posteriori edizioni,. e tutto il gran numero 
de* mss< veduti dagli Accademici della Crusca , e i tre più an- 
tichi della stessa biblioteca Corsini, segnati ia65, 1317, 608 
(•-►e i quattro da noi anche altrove citati [&], appartenenti 
alla Biblioteca di questo Seminario vescovile, il Caet ed il 
cel. mi. Estense, come ci comunica gentilmente il eh. sig. Pa- 
renti <-•) tutti concordemente leggono Con lui cedrai coUi;tj 
quel eh' è piii, il buon ordine di parlare richiede che W gran 
-Lombardo f da cui predice Cicciaguida che riceverebbe Dan- 
te benefizj , sia un soggt^tto diverso da colui , dal quale dice 
che per la sua minor età debba aspettarseli . •-► « Se Dante 
» (opportunamente ci soggiunge il eh. sig. Parenti) b^^^^ 
» parlato d* un solo Lombardo , non sarebbe un meschino 
«ritorno sulla medesima idea quel vedrai , dopo l'essersi 
« già posto a fronte ed a conversazione con esso ne*dne pre- 
» cedenti terzetti ? Convien pure nella spdsizione de*senit niol- 
» to accordare alla ragion poetica, «j— Pel ^gran Lomòardo VK' 
nonimo intende anch*egli qui dal Poeta indicato Bartolommeo 
Scaligero, primogenito di Alberto; e, spiegata la lettera dei 
versi 70. al 76., vi aggi unge: ce Onde Seneca nel libro de^Btne- 
M fizj(ìl quale il diHto Bartolommeo continuo praticava): gra- 
» ziosissimì sono li benefizj apparecchiatile che agevol/nente 

[a] lof. I. I i3. [b] Purg voi. 11. fac 610. di questa nosti-a ed.zioa«> 



CANTO XVII. 445 

» si fanno verso tdirui^nelli quali nulla dimoranza intervie» 
» ne jse non per la i^er gogna del ricevente»» Ma il Poggiali e 
gli Editori bolognesi pensano cbe lo Scaligero, presso cui Dante 
si rifugiò y fosse invece Alboino» secondogenito di Alberto , 
succedalo a Bartoloxnmeo , morto li 7 marzo i3o4 [a]. Se- 
guono essi il Pelli, il quale nelle sue Memorie per la J^ita 
di Dante ha credalo che il Poeta nostro non si recasse a Ve- 
rona prima del 1 3c8. — Ma qnesla sua congettura non s' ap- 
poggia ad alcun fatto certo ; anzi le si oppone l' autorità di Gi- 
rolamo della Corte , il quale nella sua Storia di Verona [h] , 
air anno i3o6, riferisce cbe ad istanza di Dante mandò Cau 
Grande molli dei suoi in favore de'Bianchi, espulsi di Fioi'en- 
za, sotto il comando di Scarpetta degli Cderlaffi. — Per cbe 
noi più volentieri seguiremo coloro, i quali pensano cbe Dan- 
te ^ appena esiliato , o poco dopo , si rifugiasse a Verona, e vi 
fosse cortesemente accolto da Bartolommeo Scaligero, in allo- 
ra Signore di quella città. Favorisce questa opinione: t.^ le 
parole dello stesso Dante : Lo primo /uo rifugio e 7 pbimo ostel" 
lo ec. [e]; rkP l'unanime consenso dei più anticbi ed autore-* 
voli Spositori [il]; 3P il sentimento del marchese Scipione 
Maflèi [e] e di Mons. Fontanini [f] ; 4'^ìa circostanza dall'Ano- 
nimo riferita, e da niun altro, che si sappia, notata, cioè che 
Bartolommeo continuo praticasse il libro dei Beneflzj di 
Seneca; con che il detto Sposìtore ci fa ragionévolmente sup- 
porre o eh* egli conobbe quel Principe da vicino, oche molte 
particolarità della vita di lui ebbe occasione di sapere da altri, 
e fors' anche dallo stesso Dante fg"]; 5.^ finalmente, Tavcr 
Dante nel suo Convivio giudicato Alboino Scaligero meno no^ 
bile di Guido da Castello ; il cbe mostra aperto ch'ei non ebbe 
a lodarsi gran fatto di quel principe, e cbe per conseguenza a 
Ini non può riferirsi il pomposo elogio dei versi 70. al j5« it>- 
clusive. — È per altro probabile cbe questa prima dimora di 

\a] Muratori airsnno i3o4. \J)] Tom. 11. lib. x. fac 87, [e] V«rsi 70. e 
71, \d\ L'Anoninio, Pietro di Dante, Incopo dalla Lana, BenveDUtoda 
Imola, il Po&till. cassinesc, il Boti ed il Landino, 'et Vegli Scrittoti 
veronesi f fac. 53. \f] Etoq. ital. lih. a.cap. i3. fg] Abhisimo già 
detto più volte che rAoonimo fu contemporaneo e ramigliiarr di Dan- 
te; ora. a rincakodel nostro assunto, aggiangcremo che questo Spo- 
sìtore trovatasi certamente in Padota verso d 1807 al iSoq, come ce 
ne assicura egli slesso nella sua chiosa al ». 55. del xsviii.dfli'Inf. , 
nella quale, dei seguaci dì Fra Dolcino parlando, notò: ed io scrittore 
ne vidi de' suoi ardere in Padova in numero di ventidue n^ una 
yoiia. 



446 PARADISO 

Cb'in te avrà si benigao riguardo, 'ji 

Che del fare e del chieder tra voi due 
Fia primo quel che tra gli altri è più tardo . 

Con lui vedrai colui che impresso fue, 76 

Nascendo, si da questa stella forte, 
Che notabili iien T opere sue. 

Dante iu Verona uon fosse molto lunga, e che di là si partisse, 
morto appena o vi vendo fora* anche il suo benefattore Bartolom- 
meO) per recarsi a varie parti d'Italia per affari della sua fa- 
zione. E probabile ancora che nel i3o6 facesse egli parte della 
suddetta spedizione, fatta da Cane contro i Guelfi fiorentini, 
e che, dopo 1* esito sfortunato di essa, come colui che Tavea 
consigliata e promossa, non osando di ritornare a quel Signo- 
re , passasse a ricovrarsi in Lunigiana presso Marcello Mala- 
spina , ed è probabile finalmente che dopo qualche tempo ri- 
tornasse a Verona , vivendo ancora Alboino , ma che Don visi 
fermasse a lungo se non dopo la morte di lui, che lasciò solo 
nel comando il magnanimo e glorioso Cane gran fautore dei 
Ghibellini e gran Mecenate del nostro Dante. 4-« 

73 Ch'airi te aura 9 '^gS^ ^^ Nidob.; CV avrà in te y Taltit 
edizioni »♦ e il Vat, E. R. 4-« 

74 7 5 del fof'e e del chieder vale quanto al fare ed d 
chiedere [a] . — - tra voi due - Fia primo ec. , cosi la Nidobea- 
tina e parecchi mss. veduti dagli Accademici della Crusca, ove 
r altre edizioni leggono Fia prima; e vuol dire ch^ essendo 
d'ordinario il bisogno il primo a chiedere, ed il benefattore 
il secondo a fare il benefizio, al contrario fira Dante e il gran 
Lombardo aarà piii presto il benefattore a fare il benefitiO) 
che il bisognoso a chiederlo. 

76 al 78 colui j Gan Grande, fratello di Bartolommeo e di 
Alboino, e tutti e tre figli d'Alberto della Scala. — che impres- 
so ec. Costruzione: che, nascendo f nell'atto del nascere, /ite 
( per fu , paragoge molto dagli antichi Toscani usata ) si impres- 
so y talmente inspirato, da questa forte y valorosa, inspirante 

[a] Della particella di al senso di a vedi il Gioonio, Patite. 80. a., e 
vedi ciò elle il medesimo iosegoa, essere la particella tiel fornata delle 
due di ed el, quando el fu in uso invece d'//, Partic. 81.1. 



•^ CANTO XVII. 44? 

Non se ne sono aDCor le genti accorte ^ 79 

Per la novella età , che pur nove anni 
Son queste ruote intorno di lui torte. 

Ma pria che 1 Guasco T alto Arrigo inganni , 8 2 
Parran faville della sua virtute 

valore 9 stella ( dalla stella di Marte ^ ne4Ia quale era Caccia* 
guida [fl] ), che/teriy saranno » notabili Tofftf^ sue . — * An- 
notiamo qui una volta, per quante fa di bisogno in questo can- 
to, che il Postili. Caet. suppone Can Grande figlio di Bario- 
lommeo della Scala, e non fratello. E. R. 

79 »-» Non se ne son le genti ancor accorte f i codd. Vai. , 
Caet. e Chig. E. R. «-« 

So Siche pur noue anni "Son aueste ruote ec. Mon v* ha 
dabhìo veruno che, come riflette il Venturi, errano di grosso 
il Landino e il Vellutello, e poteva aggiungervi anche il Da- 
iiicllof nel pensare che per anni intenaansi qui le periodiche 
rivohixioni di Marte, e che, facendo il periodico suo giro in 

amisi due anni , voglia perciò Dante insinuare che avesse Can 
irande circa anni 1 d. Neil' anno i3oo, in cui finge Dante aver 
queste cose da Gaccìaguida udite [6], aveva Cane nove anni 
solari [cj ; ed il Poeta, invece di far dire a Cacciaguida ch'era- 
no soli nove apni ch'era Can Grande al mondo , gli fa dire 
ch'erano soli nove anni che si volgevano intomo almedesinio 
le celesti ruote . ^- torte per indite ^ rivolte , aggirate.»^ stelle ^ 
invece di ruote , leggono i codd. Vat. , Caet. (in marg. al. rote ) 
e Chig. E. R. <M 

8'^ 83 pria che 7 Guasco ec. Prima che Papa Clemente V. 
di Guascogna inganni l'Imperadore Arrigo VII. , perchè, dopo 
averlo per i suoi fini promosso all' Imperio, si oppose poi sotto 
mano al la sua andata in Italia , e favori li suoi nemici . Veutvbi. 

[d] Vedi il cacto ziv. della presente cantica, y. ipi. [H] Essere stato 
il i3oo r anno in cui finge Dante questo suo viagi;io all'altro mondo, 
è già pia volte stato detto . [e] Vedi, tra gli altri monumenti, la Cro- 
nica di Verona nel tomo viii. degli Scrittori delle cose d* Italia del Mu- 
ratori 9 che dice nato Can Grande nell' anno 1 991. a-^ E nel tomo ix. 
dell'Opera stessa riferisce che il Pereto Vicentino, nel suo Poema ia 
lode di Can Grande, dice ch'egli aveva due lustri all'epoca della mosc- 
ie di Alberto suo padre, accaduta nel i3oi. E fiualmente Girolamo 
della Corte ( Sior. lib. si. ) con altri Storici aflerma che Cane morì 114 
Treviso li aa luglio iSay» in eia d' anni 3^ cominciali. 4-« 



448 PARADISO 

In non curar d'argento né d'affanni. 
Le sue magnificenze conosciute 85 

Saranno ancora sì, che i suoi nimici 

Non ne potran tener le lingue mute. 
A lui t'aspetta ed a' suoi benefici; * 88 

Per lui fìa trasmutata molta gente , 

— - alto per grande, — Parran faville della ec. La mossa di 
Arrigo VII. verso Italia fu nell'anno 1 3 io [a]; e bene perciò, 
dovendo ad un tal tempo essere Can Grande stato neiretà di 
anni 19 , potè anche anteriormente dare al mondo a conoscere 
il virtuoso suo animo. — Parran per apparireuino j sifaran 
vedere, m^ te Papa Clemente ( riferisce l'Anonimo ) £eoe pigliare 
» nell'anno 1807 per tutta la Cristianità i firierì dell* ordine 
» del Tempio ( i Tenmlarj ), e arrestare loro possessioni e 
» chiese . Nel 1 3o8 il detto Arrigo fu eletto e coronato Re 
» de' Romani 9 il quale era Conte di Luzimborgo, nomo di 
» buona conoscenza, valoroso in arme, Inrgo e cortese, pietoso 
»edoTce,edi vi rtude amico. Poi l'abbandonò del tutto il 
» detto Papa , perchè i devoti della Chiesa non gli ubbidiva- 
» no ai E. F. <-• 

84 In non curar ec. Il verbo curare , tra gli altri signifi- 
cati, ha quelli di apprezzare e di elarfi briga. Nel presente 
passo adunque col primo significato si riferisce b\V argento , 
cioè al danaro; e col secondo agli affanni, cioè alle £itiche e 
pericoli. Vedi le medesime lodi Int. loi. e segg. 

85 air87 »-^Ze sue magnificenze conosciute ^ Saranno ec, 
E magnifica e pomposa questa lode , non tanto pei coocetti , 
quanto per l'espressione e l'armonia. E nota che quando la 
virtù d'un mortale è trascesa sino a vincere T invidia , ovvero 
a far si che anche i nemici 1' ammirino, essa è giunta al som- 
mo. BfÀGlOLl. <-• 

88 ^ lui t* aspetta j a lui ti riserba, ti differisci, come nel 
e. XVIII. del Purgatorio disse : da indi in là i* aspetta -^ Pure 
a Beatrice [bjf. m^ ed a* suoi benefici. Nella lettera di dedica 
a Can Grande di questa terza cantica dice : f^idi beneficia si^ 
mul et tetigi. Bugioli . 4-« 

[a] Gio. Villani Crom. lib. 9. cap. 7. [b] Verso 47- e ^g- 



CANTO XVIL 449 

CambiaDdo coadizionr ricchi e mendici ; 
£ porteràne scritto nella mente 9 1 

Di lui j ma noi dirai ; e disse cose 
Incredibili a quei che iia presente. 



90 riechi malTUgi sataniio depressi. — mendici virtuosi sa- 
rsnno esaltati • — * Qui mutabit curiales malos domini Bar^ 
tholomaei frairis f chiosa il Postili. Glenbenie. E. R. 

91 al 93 £ porteràne ( iavece àiporteraine m^ com'lianno 
i codd. Vat. e Ang., e poriaiene il CaeL E. R. 4-« ) scritto ec. 
Ellissi 9 e come se avesse detto: E di lui ne porterai scritto 
nelia tua memoria 9 senza appalesare ad alcuno » queste cose 
eh* io ti predico. »♦ e noi dirai j coi codd. Giet. , Vat. e Gliig., 
la tersa romana y lesione rifiatata dagli Accademici, sembran- 
do Jora che l'altra abbia pih del grande , e meglio esprima 
U comandamento , e abbellisca il yerso • 4-« Incredibili a quei 
ec. Altra ellissi invece di dire ; incredibili perfino a colui che 
eo^proprj occhi vedralloj credendo di trm^dere.m^JìeììtL 
lettera sopra toccata, esponendo che, andato presso a quel Si- 
gnore a vedere se le cose che di Ini predicava la fiima eran ve- 
re , dice : audita ubique magnaUa vestra vidi ... .Et quemad" 
modumprius dictorum suspicabar excessum^ sic posterius fijt- 
aa eccessiva cogftoui. BiAoiohi.*^ quei ^ voce sincopata di 
quegli o quelli f per colui o quello^ Vadopera, tra gli altri , 
mche il Petrarca [a]. «-***! codd. Cass., GieL , Vat. e Ang. , 
ooocordemente agli antichi Gomentatorì Benvenuto, Landino « 
Vellntello, ed alle prime edizioni , leggono: a quei che fien 
presente. Al Volpi però, alVeiitnrì edai Lombanli, è piaciu- 
to di leggere fia in singolare, spiegando quei per sincope di 
qu^li o quelli. E. R. »♦ Anche il Torelli <;rede che debba leg- 
gersi fienj come legge anche l'Aldina, chiosando :n qui pre* 
a» sente ha forza di avverbio, e vale ^re^entamenle, di presene 
» £e. Frane. Barb. ai4e ìytLecorde a certi rotteson presen- 
j» te* E certo che questa è la vera lezione • » Anche il cel. nw. 
Estense ed altri buoni testi ( come ci avvisa il eh. sig. Parenti ) 
Icfggooo fien. ce Cosi quei (aggimige il lodato Filologo) diventa 
» plurale; mostra meglio la generalità de' contemporanei, e 
» salva i diritti della buona grammatica, tanto spesso roalme- 
>j nata dagli amanuensi e da* correttori. « — - E per vero dire 

[tf 1 Soo. 3oS. 

rol. HI. acj 



45o PARADISO 

Poi giunse : figlio , queste sod le chiose 94 

Di quel che ti fu detto j ecco l'insidie 
Che dietro a pochi giri son nascose • 

Non volperò eh* a' tuoi vicini invidie , 97 

Poscia che sMnfutura la tua vita 
Via più là che '1 punir di lor perfidie. 

Poi che tacendo si mostrò spedita 100 

L'anima santa di metter la trama 
In quella tela ch'io le porsi ordita , 

nel numero del meno quei in caso obblìquo non è da imitani. 
^on manca però di esempj anche in questo peema \a\ , per 
cui noo vogliamo immutare y sebbene per noi si creda che/ten 
sia qui la vera ed originale lezione • «-• 

94 al 96 /e chiose ^ Di quel che ti fìi deUoj le interpreU- 
sioni 9 che tu mi chiedi , delle parole grarì che intorno a toa 
vita futura dette ti furono mentre fosti nell'Inferno e nel Pin> 
gatorio [b] . ^- Che dietro a pochi giri son nascose^ che rio* 
tervallo di poche solari rivoluzioni ti allontana e nasconde sì, 
che non le vedi. 

97 al 99 tuoi vicini f gli abitanti vicino a te, i tuoi concit- 
tadini. — inindie fetinuiiliif antitesi in grazia della rima — s^ù^ 
futura la tua i4ta - F'iapià ec. : è la tua ^ita per dorare citrt 
quel tempo in cui sarà la loro perfidia punita; ed allora sarai 
contento della tuasorte* a-^^L'Àutoreimpertanto ( nota TAiio- 
s» nimo ) morì in esilio a Ravenna , dove alla sua sepoltura ebbe 
» singulare onore a nullo fatto da Ottaviano Cesare in qua; 
» però che a guisa di Poeta fu oiu>rato con libri, e con moitt- 
» tudine di dottori di scienzia ec E. F* » — fia paura f al 
V. 98., l'Ang. ; sia *n futuro^ il Chig, E. R. 4-« 

100 al ioa si mostrò spedita ec. G)me l' ordire, die pro- 
priamente dicesi della tela, suole trasferirsi anche al discono ; 
e come chi ricérca da altrui schiarimento di oscure seotenae 
somministra a costui in certo modo con Fendine stesso delle 

[a] Vedi g ad es. , Inf. ii. 104. » xix. 4^* ( ma m qaest* esempio la lettere 
Don h ben certa, molti testi leggendo ^uefj e non ^ciei )» Par^. in. i>o. 

[b] Vedi sopra , verso at. esegg. 



CANTO XVII. 45 1 

Io cominciai , come colui che brama , io3 

Dabitaodoy consiglio da persona 
Che vede, e vuol dirittamente, ed ama: 

Ben veggio, padre mio, sì come sprona 106 
Lo tempo verso me per colpo darmi 
Tal, eh' è più grave a chi più s'abbandona, 

Per che di provedenza è buon eh' io m'armi , 1 09 
Sì che, se luogo m'è tolto più caro, 
lo iìon perdessi gli altri per miei carmi . 

Giù per lo mondo senza fine amaro, 1 1 2 

E per Io monte, del cui bel cacume 

sentenze 9 che propone , Torditara del rispondere, perciò Dan- 
te 9 invece di dire che si era Qicciagaida spedito^ sbrigato dai 
dichiarargli quanto di oscuro era stato lui nell'Inferno e nel 
Parlatorio predetto , metaforicamente dice che si era Gaccia- 
goida spedito di metter la trama in quella tela 9 della quale 
esso gli aveva p6rto Forditura . ^ 

lo^ al io5 come colui che ec* Costruzione: come colui che 
dubitando brama consiglio da persona che dirittamente %fede^ 
Cintole, edama ,- da persona doò di buon dbcemimentO} acciò 
nel consigliare non travegga; di retta volontà, acciò non taccia 
il vero, né consigli perversamente; e sia amicatacelo volentieri si 
adoperi e prestisi ad ogni ricerca di colui che consiglio richiede 

f 06 al 1 08 ^i come sprona '-Lo tempo perso ma, come cor 
re il tempo verso di me a spron battuto , ^^per colpo darm 
^Taif cVò ec.f per avventarmi un colpo di tal natura, che eh 
pivi si sbigottisce, più ne rimane ferito, rn^e che più s*ab 
oandonuj leggono i codd. Vat. e Ang* E« R. «-« 

1 09 di proi^edenza è buon cK*io m*armis è bene eh* io mi 
tenga provvisto, che provvegga a' casi miei. 

110 III Sì chcj se luogo ec. (m^se 7 luogo , il cod. Pog- 
|[pali 4-«) talmente che, se mi venga tolta la più d'ogni altro 
ìaogo cara patria, non perda colla offensiva maniera di scri- 
vere ogni altro ricetto • 

1 1 9 mondo senza fine amaro ^ cioè etemalmentc penoso , 
appella 1* Inferno. 

I 1 3 114/0 monte ^ del cui bel ec* il monte del Purgatorio, 



45» PARADISO 

Gii occhi della mia Donna mi levaro , 
E poscia jìer lo ciel di lume in lume 1 1 5 

Ho io appreso quel che, s'io ridico , 
A molti iìa savor di forte agrume; 
E, s'io al vero son timido amico, 1 18 

Temo di perder vita tra coloro 
Che questo tempo chiameranno antico . 
La luce, in che rideva il mio tesoro 121 

Ch'io trovai lì, si fé' prima corrusca^ ' 
Quale a raggio di Sole specchio d'oro; 

dalla bella cima del quale, cioè dal Paradiso terrestre, mi sol^ 
levò al cielo la innamorantemi co*saoi b^li occhi Beauìce. 

ii5 di lume in lume^ dal lume 9 ossia cielo, di una stella 
passaudo iu quello di uu'altra, dal cielo della Luna in qnelk 
di Mercurio, da quello di Mercurio in quel di Venere ec. 

wj A malti fta sa%>qr ec. Satire (insegna il Vocab: delh 
Crusca) è anche una salsa fatta di noci peste , pane rinve* 
nuto , agresto premuto j e altri ingredienti* A questo modo 
dee qui Dante adoprare sapore j e voler dire che, se ridicesse 
le cose iatcse, riuscirebbero a molti una salsa di forte agru" 
mej di troppo forte agro. »♦£ fuor di metafora vuol dire ( e 
^ome sponesi nella E. B.) : a moki quello che io ridirò sarà 
spiacesH>le assai . «-« 

118 al 120 ^Vo al %^ro son timido anUco^ sMo temo di dire 
il \evo^^r^ perder yita per non aver fama; il perchè anche 
de'poltioni disse : Questi sciaurati, che mai non far vivi [a], 
invece di dire, che mai non ebberfama. — tra coloro * Che 
eci appresso a coloro che verrarmo molto tempo dono di me. 
materno di perder viver y i codd. Vat. Ang., GaeL e Cnig. E. R. 
— Questa terzina si può dir con ragione la Divisa di Dante } 
che uè parenti, nò amici ha anteposto alla verità; poiché (co- 
me ei dice nel Convito) se due sono gli amici y e uno è lave^ 
ritd , alla verità è da consentire . E. F. «« 

121 al 123 2)a /Ilice, in cA^rrV/iPi^aec.: il lume, nel qualna- 
SQOsto gioivasi il mio tesoro f Tamatissimo mio trisavolo, di' ivi 

[(;] Inf. III. 04. 



CANTO XVll- 453 

ludi rispose : coscienza fusca , i a4 

O della propria o dell' altrui vei^goa , 
Pur sentirà la tua parola brusca. 

Ma nondlmen, rimossa ogni menzogna, 127 
Tutta tua vision fa' manifesta, 
E lascia pur grattar dov'è la rogna; 

Che, se la voce tua sarà molesta 1 3o 

Nel primo gusto, vital nutrimento 
à poi quando sarà digesta • 



èbbi la sorte ài trovare , — si fe^ prima corrusca > ^Quaie ec.» 
s'accese in prima di maggiore splendore , tal quale sarebbe 
quello di specchio d'oro ai raggi del Sole : solito indizio di 
Tolentieri qne'])eati spiriti accondiscendere alle dimando loro 
fiate. Vedi Par» viii. 4^.j ix. 68., ed altrove. 

ia4 i^S coscienza fusca y -O della propria ec.c colai che 
sa essere macchiato il suo nome per [a] vergogna y vergognosa 
azione» o sua propria^ de' suoi congiunti. 

ia6 Pury rertameiite [&], sentirà brusca ec.y sentirà di 
brusco 9 d'aspro sapore 9 il tuo parlare. 

127 al 13Q »-► L'Alfieri y nei suo Estratto delle bcllezie di 
Dante 9 non ha notato die i due primi versi di questa terzina: 
« pmova certa (dice il sig. Biagioli) che non gli piacque con* 
» cetto si basso inliocca di un'anima celeste ^ e disconvenevole 
» anche al luogo.» Il principio ò vero; ma pure a salvare il 
Poeta nostro da questa crìticR pare al lodato sig. Biagioli che 
bastar possa il dire clie, parlando quell'anima di gente malva* 
già , scempia , matta ed empiay e però d^ogni disprezzo degna» 
a dimostrarla tale» e rinnovar con un sol tocco quanto detto 
ha di quella y adoperò questo vile provèrbio. «-• È lascia pur 
grattar ec.y cioè lascia pur dolersi a chi ha da dolersi. Lijrnivo. 

i3o al iSa •-►Questa terzina mancava interamente nel cod* 
VaU; ma vi fu supplita in carta di altra mano antica. E. R««-« 
Chèy se la voce tua ec*i conciossiachòi sebbene il tuo parlare 

[a] Dalla particella detta in luògo di per vedi Ciuonio, Pertica 8i. i3* 

[b] Aoche delia particella pur al senso di certamente yedi il roedesinio 
""' lio, Partie, aod. 3. 



454 Paradiso 

Quesito tuo grido farà come '1 vento i33 

Che le più aite cime più percuote j 
E ciò non iìa d'pnor )k>co ai^omento. 

Però ti soQ mostrate in queste ruote i36 

Nei monte e nella valle dolorosa 
Pur l'anime che son di fama note; 

Che r animo di quel eh' ode , non posa, 139 

-iVe/ (m^j4l f il cod. Poggiali *-m) primo gusto 9 nel primo as- 
saggiarsi, cioè ne) primo ascoltarsi, sarà disgustoso, qoando 
poi siirà digesto y sarà considerato, -^Lascerà uital murimene 
tOj gioverà a far abbandonare il vizio, e far seguire la virta. 
•^Dice JVel primo gusto , rìsguardando la sua parola quale 
alimento che adopera su Tanìma, confin'tandola a virtù , come 
gli amari il corpo a sanità ; luogo tolto da Boezio : talia suM 
quippe quae restante ut degustata quidem mordeant^ intc 
rius auiem recepta dulcescant. Biagiou. <-« 

i3i Questo tuo grido, questo tuo gridare, manifestare, le 
cose da te vedute ed udite, •scorna vento ^ coi codd. Val., 
Ang. e GaeL, la 3. romana. «-« 

liS E ciò non fia d*onor poco argomento , legge la Nido- 
bcatina ; E ciò non fa d^onor ec, l'altre edizioni , b^ e i codd. 
Vat., Caet e Chig. E. R. ^hi Non è (chiosa il Ventui*] ) pie- 
dolo argomento ili ofiimo onorato e grande (cioè insolente 
e temerario) il pigliarsela con gli uomini piti potenti^ e per 
grado di dignità più suolimi. Adagio ; un po' di distinzione: 
altrimenti bisognerà dire insolente e temeraiio anche s. Gio- 
Battista, che se la pigliò con Erode • 

i36 al i38 in queste ruote ^ in questi celesti giri. -* IM 
monte f nel Purgatorio. — iie^ i^a//e dolorosa , nelPInfemo. 
'■^Purf solamente. — di fama note, note per [aj £ima. 

i39 al 14^ Che Canùno ec. m-¥ L'animo degli uditori deve 
essere persuaso e corroborato con esempj granai e luminosi . 
Instruenda est enim (dice Seneca , ep. 83.) iàia exemplis illu- 
stribus. — La sua radice j cioè la prima posizione. L'Avoviito. 
E. F. «-• Due massime vuole qui insinuare, cioè che la predica 
per via d'esempj riesce piii finittuosa , che per altro argomento 

[a] Della particella di in luogo di per vedi Ciuoiiio, Pmriic. S«. 9» 



CANTO XVU. 455 

Né ferma fede per esempio eh' baia 
La sua radice incognita e nascosa , 
Né per altro argomento che non paia . 

che non paiay cioè che per Tia di semplice raziocinio , che 
niente ponga sotto i sensi; e che eli esempio acciò ottengano che 
ranimo sfrenato posif acquietisi, e fermi fede^ e yì presti 
ferma credenza , non debbono ayere '- Im sua radice incognita 
e nascosa , non debbono cioè appogdarsi a persone affatto agli 
occhi del mondo nascoste e conosciute. — haia^ sincope di 
abbia j in grazia della rima, e scritto con &, al modo che seri* 
vonsi ho , MI 9 hoy hanno , perchè non si confondesse con aiVif 
nome . »♦ che non paia , cioè che- non si mostrino assai mani* 
festi.EB. 4^ 



CANTO xvm 



ARGOMENTO 

Descrìve il Poeta com^egli ascese al sesto cielo y che 
è quel di Gioire; nel quale troica coloro che tti ritta- 
mente oi^evofio amministrato giustizia al mamlo- 



G 



là si godeva sólo del suo verbo ; 

Quello spirto beato , ed io gustava 
Lo mio^ temprando 1 dolce con T acerbo; 

I al 3 »-^TaoeYasi ranima santa ^ e pensala; e cosi Dante; 
ma il pensiero di lei ei*a, siccome quello continuo degli eletti, 
pensiero di beaUtudiue; e quello di Dante, delle cose testé det* 
tegli da lei ; però dice che quello spirito beato si godeva dd 
suo pensiero^ mentr*egli gustava il suo ch'era a un tempo dol- 
ce e acerbo per le cose udite y parte amiche , e parte aemiche. 
BiAGiOLK 4-« sisode\^a solo del suo verbo *- Quello spirto ec« 
Il Landino , Vellutcllo » Daniello e Volpi per suo verbo chiosano 
le cose dette da Gacciaguida a Dante. Malamente però; impe- 
rocché bisognerebbe iutt' udore che anche lo stesso Dante gustas- 
se il dolce con V acerbo dalle cose da lui risposte a Cacciagui- 
da, e non dalle cose da Gicciaguida intese. Meglio adunque, 
per mio avviso, il Venturi intende per verbo il pensiero , e 
chiosa che Gicciaguida godeva nel pensare fra sé stesso , fa' 
cendo , e non comunicando col parlare ad altri quelle cose 
che allora gli andavano per lo pensiero. Manca solunto d'av- 
vertire che verbo , per pensiero o concetto j è termine preso 
dalle scuole. Sciendum ( scrive Lirano ) quodvox sigmftoaiiva 
dicitur verbum ; sed hoc est tantummodo largo et denominar 
tivCf in quantum significat interioris mentis conceptum; sicut 



CANTO XVUL 457 

E quella Donna, eh* a Dio mi menava, 4 

Disse: muta pensier; })ensa ch'io sono 
Presso a Cìolui eh' ogni torto disgrava • 

Io mi rivolsi all'amoroso suono 7 

Del mio eonforio; e, quale lo allor vidi 
Negli oeehì santi amor, qui l'abbandono; 

urina dicitttrsana inquantumest sanitatis indicatila; et ideo 
sicut proprie dicitur saniias quodper urinamdesignatur ^iia 
illud proprie dicitur iferbunif quodper uocem significatura 
hoc autem est interior mentis conceptus » secundum quod di* 
cit Philosophus 1 . Perihermineias •< uoces sunt notae et signa 
earwn passionunij quae sunt in anima; et ideo conceptus 
mentis interior, etiam anlequam per vocem designetur^ prò* 
pricverbum dicitur [a] • m^ NoaTiutese diversamente il uostro 
Torelli, aveudo sotto questo verso notato: « Qai ^^erbo valepa- 
» rolainterua(t^er6a mentis) , cioè pensiero.» '-' Quello spec^ 
chioj invece di Quello spirto » al u. a. leggono i codd* Val. > 
Ang.y Caet. e Cbi^« ; e non è piccola variante y dice V E* R.y per 
la figura cbe luclade, sia riguardo al lume celeste che risplen^ 
deva in Gacciagnida , sia moralmente in lui, come specchio » 
esempio di antico e nobil costume, «-«tf^f io gustava - Lo mio: 
DOQ dice godep-aj come di Gacciagnida disse » ma gustava, cioè 
assaggiava quanto pel parlare fattomi da Gacciagnida mi si vol- 

Éeva in mente. — temprando 7 dolce con r acerbo y giacché 
i predizione era stata di cose parte avverse y e parte prospe- 
re- VsHTirBl** 

4 £ quella Donna y eh" a Dio ec.i e Beatrice, die conda- 
oeami ai Paradiso • 

5 6 muta pensior^ non pensar piii ai torti che riceverai. Veb- 
Tvu . — presso a Colui ec. , vicino a Dio , che disgrava ( ch'ai- 
Ie^erisce)ogni torto ed aggravio, vendicandolo nelP offensore, 
e premiandolo nelFoffesOy se lo soffre come si deve: allude al 
rmhi vindicta^ego retribuam [6]. VisTuai. — * H cod. Gasa., 
in luogo di Presso a Colai legge Pensa a Colui; »-^e l'Ang- 
sei verso stesso: cV ogni arto disgrava. E. B. ♦« 

7 al 9 air amoroso suono '^Del mio conforto j all'amorosa 

la] Io Joaiu cap. k p] ^ Eom. la. L. 



458 PARADISO 

Non {ìercb'io por del mio parlar diffidi , io 
Ma per la mente che non può reddire 
Sovra sé tanto ^ s'altri non la guidi. 

Tanto poss' io di quel punto ridire , 1 3 

Che, rimirando lei, lo mio affetto 
Libero fu da ogni altro disire. 

Fin che 1 piacere eterno, che diretto i6 

Raggiava in Beatrice , dal bel viso 

ifoce di colei che mi confortava. — e, ^juale ec.»- ellissi i iii?ece 
di pienamente dire : ed abbandono , tralascio > qui il dire quale 
io %'idi allor amore negli occhi santi , negli occhi di Beatrice. 
»-► Alfieri spiega: qui C abbandono ^ cioè desisto daldirlo;ìiA 
nell'espi'essionedel Poetai dice il sig. Biagioli, si vede dùiro 
la disperazione dell'impresa. <-« 

1 o al I a Non perch'io pur del mio parlar diffdi . Non 
purej non solamente ( •-> qui pure detto per solamente è no- 
tato anche dal Torelli <-« ) perchè disperi di trovar termini n* 
le voli ad esprimerlo j *«* lUaper la mente ec. > ma per cagioDe 
eziandio delia mente ^ della memoria [a] mia stessa, che non 
paò tornare a rappresentarselo qnal era, se noni' aiata qaelU 
grazia medesima che, sollevandola allora sopra delle snefcv- 
ze, fece che lo si rappresentasse. 

1 3 al ai Tanto j al senso dell* avverbio latino eaiilifi»|f^- 
tummodo , soltanto • — di quel punto , ellissi , per diciòdit^ 
quel punto yidi. — JFìn me 'l piacere etemo ee. La cooctte- 
nazione del parlare richiede che s' intenda per ellissi tralasciato 
di premettersi a questo terzetto nn così al senso di così andana 
la cosa ^ ed al terzetto seguente un ma doi , come se detto aves^ 
se: così libero da ogni altro disire fu il mio inetto , finche 
il piacere etemo , il divino beatifico lume , che diretto $ diret- 
tamente , raggiava in Beatrice , dal bel mo di essa riflettendo, 
miconientaua colsecondo aspetto jcolsecondmo venire a'mM) 
occhi, m^ Al u. i5. il VaL legge Libero fui, e dà buona sin- 
tassi, dice TE. 'R.^^JUàpoi con un sorriso vincendo i»«t di- 
stogliendomi da quel beato assorbimento, ^EUa mi disse: e^^ 



[a] La mente per la memoria ^ tedila Inf* o. «. 8., ed altvoyc. 



CAJSTO XVllI. 459 

MI coQteatava col secondo aspetto, 
Viocendo me coi lame d'uo sorriso, 1 9 

Ella mi dSsse : volgiti ed ascolta ; 
Che non pur ne' miei occhi è Paradiso. 

— Che non pur ne*mieiec., cbè non è il ParadUo solamente 
■egli occhi miei. — * Tutti i Gomentatori sembraci che vadaa 
coutenti di spiegare ia generale che Paradiso non è solamente 
negli occhi di Beatrice ; ma non han cura di avTisarci doTe sia 
faori di essi. Supplisce il Postili. Caet. dicendo: QEoa non so* 
Ima in contemplationetheologiae est felicitas et beatitudo y 
sedetiam in exeniplis yalentium inrorum^ la qnal chiosa ci 
soddisfa più di quella del sig. Poggiali , checomenta: P^olgiti 
a Cacciaguiday e, tornando a mirar iuiy dopo an^r sì goduto 
nel mirar ntOj s^edrai che non solamente ne* miei occhi j ma 
anche in quelli di lui , è Paradiso • Perciocché dobbiam riflet- 
tere in primo luogo che Beatrice disse al Poeta: volgiti ed 
ascolta^ non già volgiti e guarda; ed in secondo > che Dante 
nel principio del canto chiaro si esprìme che non gustava della 
vista dell avolo ) ma del verbo j cioè de' pensieri e concetti di 
Ini salle predisioni fauste ed infauste di sua vita. E. R. 4-« An- 
che la E. B. ha seguita la suddetta sposisione del Postili. Caet. 

— n sig.Biagioli leva il punto fermo alla fine dei iv. i5. e 18. 9 
ed ordina le parole come segue.- Di quel punto di tempo io 
posso ridire tanto $ quanto ora dirò , cioè cAe» io rimirando 
l^i} il mio affetto fu libero da ogni altro desire^ e fu coAftn 
che^ a piacere eterno^ che diretto raggiava inBeatricOy eche, 
riflettendosi dal bel viso di lei) mi contentava col secondo 
aspetto y vincendo me col lume tPun sorriso , ella mi disse .* 
digiti ed ascolta f perchè la beatitudine del Paradiso è non 
pure negli occhi miei. —Questo riordinamento ( die' egli ) di- 
mostra due <M)rrezioni da farsi a questo luogo: la prima) scri- 
vendo il V* 16. cosi : fin che, U piacere ec.; la seconda, ponen- 
do la congiuntiva e innanzi a dm bel viso. — Ma questo costrut- 
to, anche per sentenza del chiar. 8Ìg. prof. Parenti, èsi forzato , 
che non può trovar fede presso gì 'intelligenti . — Il Torelli sotto 
i versi i3. al i5. ha notato: « A me pare che questo^ terzetto 
n debba continuarsi eoi seguente fino alle parole col secondo 
» aspetto . » Parve a noi che, adottando siitatta interpunzione, 
il senso corresse a meraviglia, e senza bisogno d'intendere coi 



46o PARADISO 

Come si vede qui alcuna volta r^ 

L'affetto nella vista, s'ello è tanto 
Che da lui sia tutta V anima tolta , 

Così nel iiamme^iar del fulgor santo , i5 

Lombardi tralasciato per ellissi al principio del ^é i6. im c(h 
si. Ma consultato in proposito il Io<Iato sig. Parenti, ci ha gen- 
tilmente risposto: « Quanto piii considero questo passo, tan- 
» to minor ragione io ritrovo d'alterare TinterpuniioDe della 
aa Crusca e del Volpi. Togliendo il punto dopo il i^* iS., come 
» propone il Torelli, si viene a rendere affatto inutile ia frase 
» rimirando leij poiché tutto il concetto per quella espresso 
n è parafrasato nel terzetto susseguente. Mi pare cbe questa 
a> continuazione, anzi ripetizione d'idea in un solo perìodOf 
» ripugni air economia di Dante . Non cosi , ripigliando ilcoo- 
» cetto in un altro perio<lo, e facendolo servire come ditrao- 
i> sizionead un altro senso. Perchè questa transizione e questo 
» legame naturale di sentimento si verifichi nel restante del 
» suddetto passo, basta intendere quel I^in che per kkntrti 
» Intanto che y sigaificazionc che il Poeta attribuisce a tal 
3» particella aìiche nel verso 1 1 1. del e. xnc. dell* lufemos Fin 
» che iàrtute al suo ìnarito piacgue, » E cosi abbiam credato 
di ben operare, seguendo l'interpunzione della Crusca edd 
Volpi. —^Chiude egli poi la sua osservazione col farci sapere 
che il cel. ms. Elstense legge del bel 9Ìso; lezione cbe ad alea- 
no potrà per avventura sembrare piii limpida e naturale. ^ 
33 al 24 »-^ Ubbidiente alla sua guida, rìvolgesi Dante il 
beato spirito che pnma gli avea parlato; lo vede di nooTa e 
maggior luce fiammeggiante, e riconosce in lui la cagione di 
quel nuovo lampo di amore, cioè la voglia di parlargli ancora. 
Ma come dipingere questo sfavillante desiderio? La similitndioe 
che adopera a ciò, si vera esì leggiadramente espressa, lo mena 
dritto all' intento suo. Adunque, come vedesi talvolta qui fra noi 
l'affetto nel sembiante, quando egli sia tanto che comprendi 
tutta r anima, così ec. Però il Petrarca a Laura: Non vedde 
voi 7 cornegliocchi mieti Bugioi.i. ^hi Còme si vede quiec^ 
come qui tra noi alcuna volta nel solo sembiante \a\ scoi^| 
l'amore. — Che da lui sia tutta F anima tolta , cLe tutta tiri 

[a] Vista per sembiante adopera il Poeto Par||. zvni. 3. 



CANTO XVIH. 4Ci 

A eh' io mi volsi ^ conobbi la voglia 
In luì di ragionarmi ancora alquanto , 

£ cominciò: in questa quinta soglia . a8 

Dell'albero che vive della cìnia^ 
E frutta sempre, e mai non perde foglia, 

Spiriti son beati che giù, prima 3i 

Che venissero al Giel , fur di gran voce , 
Sì ch'ogui Musa ne sarebbe opima. 

mira ne' corni della Croce 34 



a sé ranima, che latta seco abbia impiegata TaDima. --del fuU 
gor sanioj del lume iu cui raaima diCacciagiiida nascondeasì. 

uS A cVio legge la Nidob.; A cui l'altre edizioni. 

a8 al 3o u^El cominciò , leggono i codd^Vat. e Aiig. E* R.; 
Ei cominciò j il cod. Pog|i;iaIì.4Hi in questa quinta soglia^Del- 
Volterò che ec^ in qnesto quinto cielo di Marte (cLiosa il Lau- 
dinoj, doT*è Talbeit) della Croce (la luminosa Ci^oce formata 
in Marte dagli spiriti beati [a]), cbe vive della cima, ch*èCrì* 
sto* Meglio però gli altri Spositori comnnemente per ra/&cro che 
%FÌpe della cima spiegano detto tatto il Paradiso » perocché vi- 
vente del divino lume, die viene a lui dal piii alto luogo; e 
come Vii^lio nella G<?or^ica appropria la voce tabulatum (che 
propriamente dicesi delle case , e vale solaio o palco) ai diversi 
ordini o gt*adi che compongono i rami di un albero » contem" 
nere yenios-^Assuesca^Uj summasque sequi tabulata per ul- 
mos [&],* oosì intendendo che appelli Dante soglie dell'albero 
del Parailiso i diversi gradi del medesimo , chiosano detto Mar- 
ie ^uiìUa soglia delTalbero , perocché il pianeta che forma il 
qaiiito grado del Paradiso. -^ frutta sempre ^ e nuli non per^- 
de foglia j sempre é adorno di frondi e di frutti. — * II Postili. 
Glenbenfie prende questo passo in allegoria dell'eternità del 
regno beato, ricordandoci in margine: Cuius regni non erit 
finis. EL £.; •-►sposiaioné che é ncevuta dalla £• B,4-« 

3a 33 ^^di gran uoce^ intendi di gran fama, di gran no- 
mioaioa ec.4-« c^ni Musa ne sarebbe opima j ogni Poeta ne 
avrebbe ricco ed abbondante soggetto pe'suoi carmi. 



[a] Vedi Farad, tif, 97. e segg. [ò] Georg. 11. 36o. e s9^. 



462 PARADISO 

Quel ch'io or nomerò; ti farà l'atto 
Che £à in nabe il suo fuoco veloce • 
Io vidi per la Croce un lume tratta 37 

Dal nomar Josuè, com'ei sì feo, 

35 36 // , intendi nei detti corni della Crocea '^farà Patto 
"Che fa in nube il suo fuoco veloce^ &ra qael medesimo 
fìammegsiare e trascorrere che fa nella niibe il suo fuoco ve- 
loce y il fuoco che nel suo seno nasconde allorché tbrmasi di 
quello il baleno . 

37 38 /o vidi per y per entro > la Croca un lume tratto^ 
spìnto, mosso f ''Dal nomar y com*ei (]peregli^ rìempitiTo) si 
feo^ dal nominarsi, com'egli si fece, Josuèy famoso capitano 
dell' ebreo popolo, m^ A questo passo il Torelli dichiara: «co- 
m m'ei si feo , cioè si tosto ch'ei si formò , cioò il lame die ap- 
91 parve. Quindi segue: JVè mi fu noto il dir prima che 7 
» fatto» 9 II eh. sig. prof. Parenti graziosamente ci avvisa che 
Benvenuto l'intese come il Torelli ,* ma gli sembra che in tal 
modo il costrutto resti irregolare ed impastoiato » e che il fcnso 
risulti falso ; poiché il lume era bello e formato come tatti gli 
altri che scintillavano per la croce, e solo si trattava di racco- 
gliere chi fosse, mediante il subito trascorso corrispondente 
alla chiamata. Ecco la sposizione che al lodato Filologo sem- 
bra la pili verisimile. Si accentui il sì del 1^. 38., e si rifi»wa 
il pronome ai dello stesso verso a Cacciaguida ; quindi , ordi- 
nando il costrutto, ne risulterà questo senso: Tosto che Cac- 
ciaguida fece cosi (cioò quello che avea detto di voler five), 
IO vidiunlume tratto per la Croce dalnomar Josuè. Né sì di- 
cesse (aggiunge ^li ) che questo nomar diverrebbe ona repli- 
cazione della medesima idea; poiché vedrassi, chi ben consi- 
dera, che il sì feo si riferisce in generale al divisamento di Cac- 
ciaguida; e il nomar torna necessario all'indicanone del sog- 
getto in ispecie. Seguendo questa intelligenza, converrebbe le- 
vare l'interrompimento dei due punti (come porta l'edizione 
degli Accademici), sostituendo una virgola innanzi alle parole 
com^ei sì feo; o piuttosto, a schiarir meglio il senso» gioverebbe 
includere fra parentesi le parole stesse. Questa sposisione, fra 
le tante da noi vedute, é quella che ci pare piii verisimile, e 
l'unica che soddisfi; ed abbiamo quindi scritto il si del v. 3^. 
coU'accento, sperando di esseme lodati dagl'intelligenti. 4-« 



CANTO Xvm. 4G3 

Ne mi fu noto il dir prima che '1 fatto . 
Ed al nome dalF alto Maccabeo 4^ 

Vidi muoversi uq altro roteando; 

E letizia era ferza dei palèo* 
Ck>sì per Carlo Magno e per Orlando ^'i 

'ig Né mi fu noto il dir prima ec*y nò prima udii dello Cai 
nome, che vedessi qael lume trascorrere per la Croce. 

4o deiralio Maccabeo y dell' inclito Giuda Maccabeo , li- 
beratore del popolo ebreo dalla tirannide d'Antiobo. 

4i <f* altro f intendi, lume •''^ roteando ^ volgersi in giro. 

4^ letizia era ferza del palèo vale: Tallegrezza era quella 
che (acevalo cosi roteare, --^palòo appellasi un pezzo di busso 
o d^allro pesante legno» di figura conica (in antico sferica) che si 
divertono! fanciulli di &r girare. Sono essi provveduti di una 
sfèrza, cioè di una velocitai dalla cui cima pende una nonlun- 
ga cordicella, o striscia disottil cuoio. Con questa cordicella, 
o cuoio, fiisciano a più giri il cono; indi con una mano rite- 
nendo la verghetta, coiraltra lanciano sul terreu piano, colla 
punta al piano vòlta , il usciata pezzo , che svolgendosi con- 
cepisce vorticoso moto, che poscia ritiene, anche sviluppato, 
sul suolo; ed affinchè non termini colai moto, vanno i fan* 
ciulli colla detta sferza percuotendo il cono, secondo la dire- 
sione del moto che già eseguisce. Questo fanciullesco trastul- 
lo , che ci dice il Venturi praticarsi tuttavia in qualche parte 
della Toscana [a] , e ch*io stesso ho con piacere osservato in al- 
cun paese della Lombardia (segnatamente in Desio, borse da 
Milano dieci miglia discosto),* è quello stesso che avvisa il 
Daniello , e ripete il Venturi , descrittoci elegantemente da 
Vii^ilio in que* versi della Eneide [&]: 

Ceu quondam torto yolitans sub gerbere turbo , 
Quem pueri magno in gjrro uacua atria circum 
Intenti ludo exercent: ille actus habena 
Curvalis fertur spatiisc stupet inscia turba , 
Impubesi/ue manus , mirata %folubile buxum , 
Dant animoi plagaem 

43 Carlo Magno j ImpeFatore e Re di Francia. — Qrlan- 

[a] z=i La trottola ( V. il Vocab. della Grasca ) da* faocìttlli fiorentini 
f asa lultora comuaemente.:^ (G/i Bdit.Jior,) [6]Lìb. vii. 3^8. cspgg. 



1 



464 PARAWSO 

Due ne segui lo mio attento sguardo, 
Com* occhio segue suo falcon volando. 
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo 4^ 

E '1 Duca Gotti fredi la mia vista , 
Per quella Croce , e Roberto Guiscardo . 

doj GoDte d'Anglante^ uno de' più valorosi Paladini di Gtrtc 
Mi^o. Volpi. m-^Bolando » legge il V at E. R. 4-« 

44 4^ ^^^ ^^ segui ec^ a dae altri lumi scorreati per la 
Crocè rocchio mio alleato teaae appresso, come rocchio del 
cacciatore tiene appresso al falcone che vola alla preda. 

46 al 4^ Poscia trasse ec. Poscia co' lumi suoi scorrenti si 
attirarono Io sguardo mio per entro di quella Croce Goigliel- 
mo, e Rinoardo , e il Duca Gottifredi , e Roberto Guiscarao.ll 
▼erbo trasse , detto del solo Guiglielmo, si riferisce per leam 
anche agli altri tre eroL Guiglielmo fu Conte d'Orìnga (od'Or- 
ì^engay come scrìve il Vellutello, o à!Ouuergne, comepcnsa 
il Venturi) , e figliuolo del Conte di Nari>ona* Rinoardo & 
parente del prefato Guiglielmo. ■-►Rinoardo (dice il sig. Bit- 
gioii) non fu certo parente di Guiglielmo» come dicono i Ce- 
mentatori y ma si nipote di Teborghe i moglie di Tebaldo lo 
schiavo, la quale fu rajuU da Guiglielmo, Signor d'Oron^* 
•— ce Guiglielmo (chiosa l'Anonimo) fu Conte d'Orioga io 
» Proenza, figliuolo di Amerigo Conte di Narbona; RinoarJo 
» fu uomo fortissimo; li quali con li S«'iracini venuti d'Africa, 
» e massimamente col Re Tedaldo » fecero grandissima bstt** 
» glia per la fede cristiana. Finalmente il detto Conte Gm* 
» glielmo, a Bertrando suo nipote lisciato il contado d'Oriii- 
» ga, abito di monaco prese, e sua vita santamente ni sem- 
» gio di Dio finì; ed è cniamato s. Guiglielmo del diserto* • 
E. F»4-« Gotti fix^di di Buglioni combattendo animosamente 
centra gl'Infedeli per zelo della religione cristiana, cooqaistp 
Jenisalem , e ne fu frtto Re Roberto Guiscardo , Re di Sid- 
lia, di cui altrove il Poeta medesimo.* Con quella, chesen» 
fio di colpi doglie f ^Per contrastare a Ruberto Guiscar- 
do [a]. DabublIiO. m^Roherto Guiscardo , valorosissimo Prin- 
cipe normanno, verso la metà del secolo zi. venne in Italia io 
aiuto de'suoi fratelli Unfredo Re di Puglia, e Ruggiero Redi 
Sicilia. A lui si deve il vanto di aver liberata in quei tempi U 
[a] Inf. Kxvui 1 13. e seg. 



CANTO XVIIL 465 

Indi tra T altre luci mota e mista 49 

Mostrommi Talma che m'avea parlato, 
Qual era tra i cantor dei Cielo artista. 

Io mi rivolsi dal mio destro lato, 52 

Per vedere in Beatrice il mio dovere, 
O per parole, o per atto segnato; 

E vidi le sue luci tanto mere, 55 

Tanto gioconde , che la sua sembianza 
Vinceva gli altri , e 1' ultimo solére . 

Sicilia dai Morì, e liberato parimente dairarmi dell* Impera- 
tore Arrign III. il Pontefice Gregorio VIL, assediato in (lastel 
s. Angelo. Pooouli. *-Gosi anche l'Anonimo , aggiungendovi 
che tal liberazione avvenne anni Dom. circa 1074* ^^ 

49 al 5 1 Indi tra Maitre luci ec. Ultimamente tra Taltre 
luci mescolatasi Tanima che gli avea parlato , che fu Caccia- 
guida , mostrossi al Poeta quale artista egli fosse tra i cantori 
dei Cielo ; perciocché, ritornato là onde partito s'era , e rimes- 
sosi tra l'altre anime, ricominciò a cantare. DjiiriBLLo. — mota^ 
èìVuso de' Latini, dee qui Dante aver scelto invece di mossa^ 
per evitare il mal suono che avrebbero fatto vicine le parole 
mossa e mista . 

52 al $7 •-♦ Benché assorto in profonda letizia e maraviglia, 
Dante non si dimentica della sua dolce guida ; volgesi a lei per 
saper quello che fare e dir dovesse. Beatrice folgora nel suo 
sguardo un nuovo lampo, e tanto basta a levarlo al seguente 
cielo; ne si accorge del velocissimo suo volo, se non pel nuovo 
accrescimento di bellezza nella sua Diva • E nota che il volar 
del Poeta dall'uno all'altro cielo è insensibile, non si sporgen* 
lo per tempo, a dimostrarci il facile trapasso dall'uno all'altro 
trero, sino al primo. Biagioii. 4hì Per vedere in Beatrice ec* 
>er attendere ciò che Beatrice mi dicesse o mi accennasse di 
lo ver fiire. — le sue luci tanto mere , gli occhi di lei tanto 
►uri, tanto sereni. — Vinceva glialtrif e t'ultimo solére. •-►Viu- 
eva gli altri aspetti , e l'ultimo, in che Beatrice mi si mostra- 
a . ToiBLU.^-a Adopera solere in forza di sustantivo per jo- 
<><><; e vuol dire che la serenità e giocondità che vide qui nel 
'.'fiibìaute della :iua Donna, superava il solito delle alti*e voi- 

l'ol. Ili 3o 



466 PARADISO 

£ couie , per sentir pia diletiaaza, 5H 

Bene operando i'uom, di giorno in giorno 
S* accorge che la sua virtute avanza ; 

Si m'accors'io che 1 mio girare intomo 6i 

Coi cielo 'nsieme avea cresciuto rarco^ 
Veggendo quel miracolo più adorno . 

£ quale è il trasmutare in picciol varco 64 

Dì tempo in bianca donna , quando 'i volto 
Suo si discarobi di vergógna il carco; 

Tal fu negli ocelli miai, quando fui volto, 67 
Per fo candor della temprata stella 

te, e peifioo dell* ultima; della quale disse nel princìpio di 
questo cauto di non aver termini nò concetti bastevoli per 
esprimerla. «-^E vedi come sempre riucalsa, e vedi se Dante 
non aveva proprio veduto il Paradiso» e formato ivi il solo lin- 
guacrgio che potesse quaggiù figurarlo. Bugioli.^** 

01 al 63 Sì inaccors^ìof ec, Ck>M), veggendo quel miracolot 
quel maraviglioso sembiante della miaDonna» reso {nùadoraot 
m'accorsi che il mio girare intorno insieme col cielo at^ca 
scialo rateo f erasi portato in più alta ed ampia circoufe 
Suppone quello che ha già più volte avvisato » che coirà van- 
sarsi verso l'Empireo divenisse Beatrice più bella [a]. «^Dante 
chiama Beatrice miracolo anche nella f^ita nuot^a ( fàc. 3 1. ) • 
e nel Contrito (fac. 162) dice ch'ella col sno mirabile aspetiu 
aiuta la nostra fede; cioè ch'ella è un cotidiano e visibile mi- 
racolo , ed ò eternalmente ordinata nella mente di Dio in testi- 
monio della fede a coloro che in questo tempo vivono- E. F. 
*— cAe V mio girar tTintornOf al i', 6i.| legge l'Ang. EL R«4hì 

64 al 66 E quale è il trasmutare ee.^ e come, ia picciolo 
spazio di tempoi donna, che la vergogna deponga, trasmatasi 
di rossa in bianca. 

67 al 69 Tal fu f intendi, Beatrice ^ negli occhi mici ec. : 
cosi, quando mi volsi a Beatrice [6] , vid*io lei mutar oolorL'. 
e di rossa ch'era prima nel rosso lume di Marte, divenir biMExai 
m;l candore della temprata stella sesta^ di Giove, nella qoalQ! 

[a] Vedi M tra gli aliri luoghi , Par. viu. i3. « scgf, [b] Verso 5 a. 



CAJVTo xvm. 4G7 

Sesia, che denlFO a sé ra'avea raccolto, 
lo vidi in quella gìovial facella 'jo 

Lo sfavillar deiramor, che lì era. 
Segnare agli occhi miei nostra avella. 

er* io entrato. Supponendo il Volpi che nel primo verso di que- 
llo tereetto scritto sia quando fu* inolio ^ cioè col segno d'cipo- 
Urofo sopra Vu del fu ^ spiega fu* per fui ; e il ginsto senso cosi 
lichiede. Legende però alcune edaioni fu 8ens*aposU*ofo, ed 
klue fui [a] , a queste ho volnt' io «niformanni . m^ fui^ legge 
incheil cod. Poggiali . 4-«lentpraCaftoiZa appella Gio^e, perchè 
dice il Venturi } in mesao a Saturno troppo fireddo , e Marte 
roppo caldo, e così partici pante della natura dell'uno e del- 
'aiiro pianeta^ La brevità finalmente del tempo, in cui fieatri- 
ie motossi di rossa in bianca 1 segna la velocità del moto colla 
pale da un cielo passavano all'altro ; della quale velocità altre 
rolte pare ha favellato [b] • •-► Odansi qui* nota il sig. Biagiolì , 
« pirole del Poeta nel suo Conì^ìvio .* <» E *1 cielo di Giove si 

* può comparare alla geometria per due proprietà: una si è . 

* che muove tra due cieli repugnanti alla sua buona temperan- 

* U) siccome quello di Marte e quello di Saturno ; onde Telo* 

> oifo dice, nello allegato libro, cheGiove è stella di temperata 
^ complessione in meezo della freddura di Saturno e del, calore 
» di Marte ; l'altra ai è , che intra tutte le stelle bianca si mo- 

> ^ e quasi ai^ntata. » ♦-• 

70 Gùmale appella qnesta stella, credo, a doppio riguardo, 
d al senso proprio di gioi^iale^ che vuol dir di Giove , ed al 
QUO traslato, che vuol dir lieto y allegro. -^ favella^ diminu- 
ivo A face, fiaccola, in grazia della rima. •-> Io vidi quella 
pMilCaet. E. R.4-« 

71 Lo sfavillar eleWamor ec^ lo splendore de' beati spiriti 
■wammati dì carità, che erano in quella stella. 

7^ Segnare agli occhi miei nostra favella vale quanto se^ 
"Are, rappresentare, agliocchimieiletiere del nostro alfabeto 
Bperocchè , se per favella si avessero a intendere delle paro- 
' 9 essendo le parole , che vide da cotali lettere formai:^i, sute, 
ome inappresso dirà , latine , e non italiane , malamente a v irebbe 
^nte detto ano quel parlare che a'suoi tempi non era iu uso. 

<|VfiU,tni|e altre, quella di Venezia i5;8. [frj Vedi, tra gli allri 
»o^h< , Fjir. 11. *i3. • segg. 



408 PARADISO 

K come augelli sunì di riviera, i] 

Quasi coograiulando a lor pasture/ 
Fauno di sé or tonda , or lunga schiera ^ 

Sì dentro a' lumi sante creature ^6 

Volitaqdo cantavano, e faciensi 
Or D, or I, or L in sue figure. 

y'i al 75 m^ come augelli ec. Chi può meglio per esempii 
esprìmere ouel lieto U*ipudìO) il roteare , fianunegeianìccaih 
tare di quelle anime beate? Biioioli. ^hi cofne augelli j gi*à, €&- 
ceri , e simili . LAiroiiro . »-► Checome ec. , legge TAog. E. Km 
surti di risolerà j alzatisi da fiome o da rt^a di fiame \a\. —a 
lor pasture j a loro pascoli , intendi , isolando* ■-♦ €td suepo^ 
sture y il CaeL E. R. 4-« Quasi congratulando • • . » '^I^annoec^ 
quasi per allegria volgendosi e rivolgendosi nel loro volo 9 com- 
pongono di sé or tonda, or lunga schiera. »-► Vedi se 1* occhio 
attento del Poeta ha veduto quanto può vedersi in nato»; e 
come opportuno esce con quello cb*era meno dal lettore p^^ 
veduto. BiAGioLi . — or altra schiera j coi codd. Vat,^ Ang., 
Caet. e Chìg. , al (^. 76.9 la 3. romana. 4-« 

76 «Sì dentro a* lunii ec. * cosi sante anime di lumi rioopefic. 

77 faciensi j come scrive il Boccaccio pare [6] 9 ha la Àidok 
qui , ed uniformemente nioviensi e taciensi nelle corrìspondeoiì 
rime ; ove l'edizione della Cr. e le seguaci ìeggonofacènsi ^vio' 
ì^iensi e tacènsi. — ' facènsi ( duolsi qui il \enlvai)incam6w 
difaceansi , movieilsi in luogo di mof eansi, e tacènsi incam 
bio di taceansiy con desinenze uiolentemenie sforzate y e non 
si sa poi perchè . Ma il perdhè avrebbelo rinvenuto se l'avesse 
cercato nel Trattato de^ verbi del Cinonio, cap. 6. ; ed èj cìm 
cosi costumavano gli antichi di fare qualunque volta loro pis- 
cesse ; come osiam noi a piacere amerebbero ed amerebbonc 
ed altre simili vanazioni . 

jS Or Dy or ec, •• cioè prima fiiceansi un D» poscia Ha I, 
poi un L) poi ( s' intende ) di mano in mano tutte l'altre lettere 
compone^ìti le sottoriferìte parole: Diligitejustitiam4fui/mdt 
catis^terram . «h^ Per le quali parole ci scuopre il Poeta cÌm 

[al Adoprato il ooiiie di risiera e Dell'ano e nell'altro «gaificalo %e 
iJilo nel Voc4il)ol«no della Gru%cii. [(J Am. Fis. cap. i3. 



CANTO XVIIL 4% 

Prima cantaodo a sua nota moviensi; 79 

Poi, diventando l'un dì questi segni, 
Un poco s* arrestavano e taciensi . 

O diva Pegasèa, che gl'ingegni Si 

Fai gloriosi, e rendigli longevi, 



la stella di Giove , ossia il sesto grado di beatitudine , è per 
eoloro che hanno avuto in cuoi*e ed esercitato la ^ostizia , fon- 
damento di ogni altra virili. Biagiou. — Il Venturi 1 col Lan- 
dino ed altri, intende che queste tre lettere D, I, L, sieuo le 
iniziali del motto Diligite justitiam legum ; ma il Perazziui 
rifiuta siffatta intelligenza, sostenendo che le ti*e lettere in 
quistione sono le tre prime del verbo dilig^e^ soggiungendo: 
«Sigillatim namque et ordinatim beatorum spirìtus ab hao 
» voce incipientes se confirmatos ostendebant in cinque po/te 
» sette ''Vocali e consonanti , ex quibus Poeta simul conta- 
» lit verbai Diligite justitiam qui judicatis terram. Ilinc non 
n jurisperiti beati praedicantur, sed insti [a].» 4-« 

79 airSi •-♦ Sforzali coir immaginazione di veder bene quel 
tripudio. Cantano prima, van roteando e fiammeggiando, e 
filisi poi in breve silenzio Tuna delle anzidette figure. Bia- 
GioLi. 4*« a sua nota mouiensij al suo canto accordavano il 
danzare. — Un poco s^ arrestavano , per cioè lasciar ben com- 
prendere la lettera ch*essi formavano . 

Sa m-¥ L*anima del Poeta rialzasi per forte immaginare a 
quella maraviglie vedute quivij ma sente che non ha lingua 
capace di poterle ritrarre. Però invoca la piii possente delle 
Muse 9 e con versi che già lo dimosti*ano del sacro suo fuoco 
ridondante. Biigioli. 4^ O dis^a Pegasèa. m^ O divina Po" 
gasea , l'Ang* E- R. «-• Pegasee appellansi tutte e nove le 
Mose dal cavallo Pegaso da loi*o educato: qui però Dante con 
tale appellazione invoca la Musa che già Purg. i. 9. accennò 
presidente al suo poema, cioè Calliope. •-» Secondo TÀnoni- 
mOf l'Autore invoca qui Pallade, Dea di sapienza, di-memo" 
ria e d'intelletto, che lo illumini a rilevare le figure che fa- 
cevano quelle anime. E. F.4-« 

83 m^ longevi esprime durata quasi senza fine. Bugioli. «hi 

'ja\ Correct. et JdnoL in Dantis Comoed. Veronae 1775, pag. 8a. 



470 PARADISO 

E(\ ossi teco le cittadi e i regni, 
Illustranii di te, si eh' io rilevi 85 

. Le lor figure com'io Tbo concette; 

Paia tua possa in questi versi brevi . 
Mostrarsi dunque cinque volte sette 88 

Vocali e consonanti; ed io notai 

Le parti sì come mi parver dette: 
Diligite justitiamy primai ^i 

Fur verbo e nome di tutto '1 dipinto; 

Qui j adi cuti s t errante fur sezzai. 



84 Edexsi tecff le cittadi ec. Ellissi 9 in luogo di dire : eti 
essi ingegni teco^ aiulali da te, fanno gloriose e longe%^ Ir 
cittadi e i regni. 

85 86 Illustrami di te y rischiarami c(J tao lame» — sì A^iù 
rilevi ^Le lor figure compio ec, talmente che esprima le figa* 
re, che quegli spiriti m^appresentarono, con lo stesso ordme 
che allora le concepii. m^Le tue figure^ al v. 86., i codd. Vat. 
e Cbig. E. R.4-« 

Sy Pmaj apparisca, mostrisi. »-» Al fieri scrive in nota a 
questo verso: verso posticcio ^ et ma parmi (dice il sig. Bia- 
» gioii) che, dicasi col debito rispetto, e* s'inganni; e credo 
tt che meglio non potesse chindere l'invocazione, e con piò 
« enfasi, dimostrando, fra le altre cose, che la sola possanza 
» deir invocata Dea paò aggiungere a si alte cose. » — Paia 
tua forza, \eg^ l'Ang. E. R.4-« 

88 al 90 Mostrarsi dunque ec> Si composero adunque que* 
eli spiriti successivamente in lettere , tra vocali e consonanti, 
in tutto cinque volte sette, cioè trentacinque; e trentacinqoe 
lettere di fatto contansi nelle parole che dirà da esse formate: 
Diligite Jusfitiam qui judicatis terranu •-> in cinque inJte ^ 
sette, ì codd. Vat., Caet., Ang. e Chig. E. R.«-« notai '-Le 
parti f mi ritenni a mente ciascuna parte» ciascuna lettera. 
*— si come, con quell'ordine medesimo. — mi parver dette . 
cataclasi in grazia della rima , per mi apparvero scritte . 
m-^ €K dette (chiosa il Torelli) cioè a dire espresse. E allndesi 
» a quel nostra fa^'ella che si ha di sopra. »4*« 

91 al g^ Diligite ìnsàiitkm primai ec. Cìostnisione : /Vv« 



CANTO XVIII. 47» 

poscia neirM del vocabolo qttinto 94 

Riniaser ordinate si; che Giove 

Pareva attento lì d'oro distinto. 
E vidi scender altre luci dove 97 

Era 1 colmo dell' M , e lì quetarsi 

Cantando^ credo^ il ben eh' a sé le muove. 

di tutto il dipinto fur inerbo e nome^ Dilìgile jastitiam; sez^» 
zaif nlttmi, far Qui judicalis terram. Ammonizione è questa, 
colla quale incomincia il libro della Sapienza di Salomone. 

94 neWMdel pocaòolo quinto^ la Nidob. ed altre edizio* 
ni [a]; neWMdel vocabol quinto y Tediz. della Cr. e le se* 
guaci ; credo per leggere emme in luogo d'em • Il quinto voca^ 
bolo èjtutitiam, •-♦Ma questa è una sirista del Lombardi, in- 
«Tvertentemente in ciò seguito dalla E. B.) che il quinto voca- 
bolo di quella scritta era terram ^ e non jusiitiam; e lo dicono 
chiaramente le parole del testo: DiligitejtistitiamfnmBÌ^''Qui 
judicatis terroni fur sezzai • 4-« 

95 g6 Rimaser ordinate accorda colle sante creature , dalle 
c|uali ha detto che queste lettere si componevano [6] . La cagio- 
ne di fare che nella formazione dell'ultima M si fermassero 
tutti quegli spiriti, è l'essere la 6gura dell'M confacevole ai 
primi lineamenti dell'aquila colleali aperte, stemma imperiale y 
che vuole in seguito^ coli' aggiunta d* altri luminosi spiriti, nella 
medesima stella figurarsi * — ^1 , che Gioue ed talmente che 
quella stella candida [cj^lì dov'era la M, pareva ar^ntofre-* 
giato d*oro. •-♦ E ciò per esser Giove bianco, e quelle anime 
accese in fuoco di carità. Biagioli. <«-« 

97 98 doife - Era 7 colmo delPM^ in cima all*M. ^^ e II 
quetarsi y formando all'M quasi corona di gigli; e perciò 9 di 
questi lumi riparlando, ne' versi t ta. e seg. dirai 
V altra beatitudo, che contenta 

Pare%^a in prima d^ ingigliarsi alT etnme , 
99 Cantando , credo , il ben ec. : lodando , credo , con canti 
che facevano il bene che a sèj nd unione , esse luci tira. Per 
questo bene la comune degl'Interpreti intende Iddio ; io però 

ja) Vedi, tra l* altre, la veneta 1578. \b] Verso 76. [<;[ Così Tha digili 
a% vinata nel y. 68.» ec) anche nel Convito ^ tratt. a. i4- 



47^ PARADISO 

Poi , come nel percuoter de' ciocchi arsi loo 
Surgooo ìnnuinerabili £iviUe , 
Onde gli stolli sogliono agurarsì, 

Bisurger parver quindi più di mille io3 

Luci, e salir qual assai e qoal poco, 
Si come 1 Sol , che l'accende, sortìUe; 

E, quietata ciascuna in suo loco, loG 

La testa e 1 collo d* un' aquila vidi 

• 

più volentieri intenderei il bene dell' unità dell' Impeno , ossU 
dell'universale monarchia, che sostiene Dante da Dio ordinata 
per la comune pace [a] . «-♦ Ilsig. Biagioli sta colla comune dr- 
gli Spositorì , e la E. B. ammette runa e l' altra interpretazione. 
*-Il eh. 8Ìg. prof. Parenti rispetta la chiosa del Lombardi, du 
trova assai naturale la seguente di Benvenuto: Laudanus di- 
pinamjustitìam , tfuae dirigit eas in caniemplatìonemsui,** 
100 al I oS »-► Una pioggia, per cosi dire , di quei vivi Soli 
sum)no j altri più , altri meno; e non può meglio rappreseutard 
quella vista, che per l' innumerevole sfavillamento Ae mantlann 
due stizzì ardenti insieme percossi. 6ugioli.4-« Onde gli stobi 
sogliono agurarsi • — oii^iirarji leggonoalcune ediz. [A]. Tro- 
vandosi però scrìtto frequentemente da buoni antichi agitino ftr 
augurio j agurato per augurato «e. [e] , puossi credere scntta 
e£\dLnd!\oagurarsi'}^v augurar si. Quanto poi al restante , e^<K 
fatto ancbea' dì nostri interviene che, vedendo alcuni rinnomerv- 
vole numero di scintille che scoppiano da^percos^ ardenti cioc> 
chi , sclamano : o tanti zecchini ! o tante dobble ! — Misurgerpar- 
yer quindi ^ alzarsi quindi si videro. — e salir quid assai , e 
qual pocoj e salire alcuna assai, alcuna poco. L'edizioni ili- 
verse dalla Nidob. leggono e quali assai , e qua* poco ^ coae 
quella della Crusca e tutte le moderne seguaci y ovvero quali 
assai e quaipoco^ come altre edizioni . —Sì come 7 Sdì ^-* 
sì come il divin Sole, Iddio, che ora lassù le & del suolami 
risplendere, sor lille y le distribuì (intendo) qui in tema più 
o meno alti gradi di giudicatura, m^e sortiUe , forse appoggiato 

[à\ Vedi la Monarchia dì Dante. \h\ Vedi , tra Talue» k vaoeteiS6$. 
e iS^S. [e] Vedi il Vocabolario della Craaca. 



CANTO XVIIk 473 

Rappresentare a quel distinto foco . 
Quei, che dipinge lì, non ha chi '1 guidi ; 109 
Ma esso guida , e da lui si rammenta 
Quella virtù eh' è forma per li nidi . 

di na apostrofo, che al soUto manca ne' codici , per fiir ei, leg« 
gono i codici Vat., Ang., CaeU e Chig. E. B.4-« 

108 Rapprcsemare a quel distinto foco: formarsi da quel 
fuoco che 9 più alto salendo 9 erasi distinto dall'altro rimaato a 
{oTmtirt le parti dell'aquila piii basse. Della particella a per 
da Tedi Gnonio [a]. »-» aNon è vero (dice il sig. Biagioli) che 
» a sia Io stesso che da; il Poeta adopera il primo segno come 
» termine della sua intesa .» — a quel distinto foco , a quello 
splendore distinto dall'altro, ch*era rimasto alle parti dell'aqui- 
la più basae, sponesi nella E. B. — Il eh. sig. prof. Parenti pen- 
sa anch'egli che nel costrutto di questo verso, a tutto vigore 
grammaticale, non si possa dire che a sia posta per ^a, poiché 
non sarebbe indifferente il porre l'una piuttosto che l'altra. Qui 
(dic*egli) suonerebbe male il da , come al contrario non si po- 
trebbe sostituire Ta, se il costrutto fosse: %àdi esser rappre» 
tentato» Pensa egli poi che il distinto foco sia appunto lo stesso 
che Vargento aistinto del ^. 96., volendo dinotarci il Poeta 
che la figura deirM passò in quella dell'aquila. «-• 

109 Quei (sincope di quegli ^ che dicesi invece di colui ^ o 
di quella persona [b\)ì cioè Iddio , •-» il quale ( dice PAuo- 
nimo) in qaeUa spera fa fare quelle figure, non ha chi a ciò 
ii conduca, ma esso è conducitore: Ipse est dux ec. dice Boe- 
zio, e da lui si rammenta Tordine naturale. E. F.4-« 
Itosi rammenta , si riconosce . 

1 1 1 Quella virtù ch^è forma per li nidi. Intendono per co- 
tale virtù gl'Interpreti tutti la virtù divina, formante i cieli 
e i pianeti , e distribuente in essi alle beate anime i proprj luo- 
ghi ; ed aggiungono appellarsi nidi questi luoghi pel servire 
che fanno alle anime stesse di riposo ; ed anche in coirispon- 
denza all'avere di sopra [e] assomigliate l'anime agli uccelli. 
Quantunque però si sforzino essi Interpreti di questo senso 
condirne, io non posso dissimulare che sempre al gusto mio 
rimane scipito ; e che nidi , cosi assolutamente detto, troppo è 

[a] Cioonio, Pai tic, 1. is. [b] Ivi, Partic, 31 4* <• [e] Verso 7 5. csrgg. 



4:i PARADISO 

L'altra beaiitudo, che oonienta in 

P<ireva in prima d'ingigliarsi airemme, 
Con jKxro moto seguitò la 'mprenta. 

dura ad intendersi tanto pe* cieli o pianeti , quanto perle sedi 

delle beate anime; né veg^o come una aimifitndine del moto 

degli nccelli al moto di quest'anime, già da un peno recata 

ed ita in obblio, possa fin qui influire convenienza al preteso 

traslato. Quanto a me dunque intenderei che, in prora di non 

abbisognar Dio di chi lo guidasse nel dipingere, nel formare 

esattamente quei l'aquila, dica riconoscersi creata dalai quella 

Wrf£i, quella natura, che per li (nelli [a] ) nidi non solo delle 

aquile, ma degli uccelli tutti, è la /orma, la formatrice de^pul- 

cini. Ovvero, se scostar mi dovessi affatto dal Ietterai sigoi- 

ficato della voce nidi, trovando dai Latini trasferita essa voce 

a significare incavati vasi (Nidus etiam vasis genusest^a 

mdorum similitudine ita appellatusc Varrò. Ljrmphaque e 

lacuna fontium aliata nidos implent [&])t intenderei che 

di simile traslazione, dalla rima astretto, valendosi waaAt il 

Poeta nostro, appelli nidi quelli che gli artefici gettatori di* 

cono caxfi o forme (appunto quasi nidi preparati hi gesso, o 

creta ec, per formarne statue o altri lavori di rilievo); e che 

invece di dire eh 'è da Dio negli artefici la gnidatrìee idea per 

la costruzione de' loro cavi, dica da Ini la uirtà ^ eh* è forma 

per li nidi. »^Questa seconda sposizione del Lombardi è lo* 

data e preferita dal sig. Biagioli, come l'unica che si accosti 

al vero sentimento di Dante; ma la E. B. non ammette che la 

prima . ^ Il passo è forte ( ci risponde in proposito il cb. sig« 

prof. Parenti), né convien rigettare alcuna sposizioue che alw 

bia del verisimile. Quindi trova egli molto semplice e sbn* 

gativa la chiosa di Benvenuto, che, prendendo Quella tnrtà per 

l'ordine naturale, riferisce il sentimento di questo luogo al» 

l'altro del canto i ., ove il Poeta dichiara informa ^^Cherani" 

verso a Dio fa simigliante, -4-a 

I r 2 al 114 L'altra beaiitudo, che ee, — beatitudo dice al 
modo de' Latini, invoce di beatitudine , per numero (avverte 
il Volpi saggiamente) d*anime beate ; come dieesi nobiltà per 

[a] Qiaoaio, Pariic. igS. i5. \b] Niccolò Faretti, Comucop, mdepifr 
lai., e lo stesso pi'pele aoche Roberto Stefano nel Thesaur. lìmg. Ut. 
art. Nidus\ e si Tuno che l'altro appoggiano sa la testimoniansa di E^ 
DIO Marcello. 



CANTO XVIII. 475 

dolce stdla, ^uali e qaante gemme 1 1 5 

Mi dimostraroQ che nostra giustizia 
Effetto sia del cielo che tu ingemme! 

Per ch'io prego la Mente, in che s* inizia 1 18 
Tuo moto e tua virtute, che rimiri 

numero di nobili, e gioventù per namei*o di giovaDi. Vaole 

«dunque intendersi : Caltra schiera di beate anime , che , di 

prima sul colmo deltM guieiatasi , parei^a contenta di foT" 

mare a quella una quasi corona di gigli • — Con poco moto 

seguitò la ^mprentat con breve trasferirsi e distribuirsi qua 

e la pi'osegnl fino al termine Tim^r^nfa gl'impronta, la figura 

dell'aquila imperiale. »-^E il Torelli: et vuol dire cbe andò 

» lentamente figurando e compiendo la fignra dell'aquila . » 

— et Farmi scoprire (nota a questo luogo il sig.Biagioli) essere 

» inieniioDe del Poeta nel &r concorrere a formar l'aqnila le 

» prime anime, e nella ilf, ultima lettera della sentenza figu- 

» rata prima, che l'Impero, del quale l'aquila è insegna , ha 

» per base la giustizia etema , su la quale egli è fondato ; e che 

» perciò nud segue quella sempre chi la giustizia e lui di' 

» parte* E certo è che immagina quell'aquila, la cui vista è 

» immensa in quel cielo dei giusti , a darci ad intendere che, 

» fuori di quel suo unico Impero da lui voluto, non ha luogo 

» giustizia.» — Pareva prima^ al v. 1 13., l'Ang. E. R.*^ 

r ró O dolce stella^ di Giove. — gemme appella le rilneenti 
in Giove beate anime • 

1 16 117 Mi dimostrarono^ ec.c fecermi conoscere ad evi- 
denza che la giustizia qui in terra ò un influs&o di quel cielo 
che tn adorni. Fa , credo, dal cielo di Giove influirsi la gin- 
stizia in terra, allusivamente alla Mitologia, che pone essere 
Giove stato l'institutore de' Regi, ed ayer loro prescritte le 
maniere di governare \a\ . Siccome poi suppone Dante che alle 
celesti ruote tomi Vonor della influenza e 7 biasmo[b]y per- 
ciò dal veder egli in Giove molte anime di coloro che nelram* 
ministrazione della giustizia nel mondo si segnalarono , argo- 
menta cbe dal cielo di Giove s'influisca la giustizia in terra, 
f 18 al itk'i Per eh* io prego la Mente, Iddio, in che sHni- 
zia - Juo moi^ e tua virtutej onde tu, giovial cielo, ricevi il 

[a] Vedi Nutnl Conti, BiftM. Tih. -». cap. i. [h] Parad. iv. 58. e teg. 



476 PARADISO 

Ond^esce il fummo che tuoi raggi vizia; 

Si che uu' altra fiata ornai s'adiri 111 

Del comperare e vender dentro al tempio 
Che si murò di segui e di martiri . 

O milizia del Giel, cu io contemplo , 1 2^ 

Adora per color che sono in terra 
Tutti sviati dietrp al malo esemplo • 

Già si ftolea con le spade far guerra ; 117 

Ma or si fa togliendo or qui or quivi 
Lo pan che 1 pio Padre a nessun serra. 

tuo moto e la Ina virtù d'inflaìre in terra giustizia, che rimi" 
ri ee,y che vedi da qual parte esce il fumo che i tuoi bei raggi 
offusca, m^che *l tuo raggio , al v. tao., leggono! codd.Vat.f 
Ang. e CaeL E. R.4-« Si che un'altra fiata ec. Intendendo pel 
detto yioitmo 9 della giustizia viziatore 9 l'avarizia; e, persuaso 
di quanto altrove , e specialmente nel xvk del Pui^. v. 97. 
e segg., ha detto, che il mal esempio degli ecclesiastici Pa- 
stori abbia influito un tal morbo nella cristiana greggia, passa 
a pregar Dio, acciò come ima fiata gastigò coloro che fiicevano 
mercimonio nel tempio materiale (Joan. 2«), voglia castigare 

Jl^li ecclesiastici Pastori, che comprano e vendono nel tempio 
ormale della Chiesa, rTUirofo , stabilito con segni ^ con prodigj 
operati da Gesù Cristo e dai Santi (signa appellansi i prodigj 
anche nelle scritture sacre), e col sangue j intendi , di Gesii 
Cristo e de'santi martiri. th¥di sangue e di martìri y al i^. ia3., 
coi codd. Vat., Caet. e Chig., la terza romana • 4-« 

1 25 wh^Adora per color ec. Qui Adora sta al senso di om, 
priegaf e come han notato il sig. Biagioli e la E. B.4-C 

1 26 9h¥Tutti sciati ec. Intendi : tutti traviati dal buon sen- 
tiero segnato da G* C. per lo malo esempio dei romani Pft* 
stori. E. F. <-• 

127 Già si solca ec, intendi, in Roma, 

i 28 1 29 Ma or si fa togliendo ec. Biawma l'abuso delle 
scomuniche ; ed invece di tutti i sacramenti , de' quali la sco- 
munica priva il cristiano, solo commemora Lo pan che Hp^o 
Padre a nessun serra , cioè l' eucaristico pane che Gesù Cri- 
sto offerisce a tutti. 



CANTO XVUI. 477 

Ma tu, cbe sol per cancellare scrivi ^ i3o 

Pensa cbe Piero e Paolo, che morirò 
Per la vigna che guasti , ancor son vivi . 

Ben puoi tu dire: io ho fermo il disiro i33 
Si a colui che volle viver solo, 
E che per salti fu tratto a martiro , 

Ch'io non conosco il Pescator, né Polo. 

i3o Ma tu. Chiosa il Venlari: Ma Utf o Papa Bonifazio 
VIIL ParlaDdo però Dante ad im Papa vivente mentre egli 
queste già vedute cose scrìveva 9 ed avendo accennato altro- 
ve [a] tinto della mala prefata pece Clemente V., creato Del- 
l' anno 1 3o5, a questo piuttosto > che a Bonifazio 9 direi doversi 
intendere cotal parlare diretto. «-^ E la E. B. segue appunto 
qoesto intendimento . ^-m sol per cancellare scrii^i , scrivi le cen- 
sore non per correggere e gastigare , ma per venderne poi le ri- 
vocazioni e la riconciliazione colla Chiesa , cassandole. Vutturi. 
i3a uigna con le scritture sacre appella la Chiesa . -^ «m* 
cor son yiuif in Cielo 9 e ti possono punire. Vebtvri. 

i33 al i36 Ben puoi tu dire* ec. Morde l'avidità dell'oro 
(lei prefàto Papa| e, come sui fiorini d'oro fiorentini eravi an- 
che a que' tempi l'effigie di s. Gio. Battista ( quel Santo che 
l'olle yi%fer solo , nella solitudine del deserto , ^ £* che per salii 
fu trailo a martiro (•-» al martiro y i codd. Vat., Caet« e Chig. 
£. R. 4-4 ) , che da Erode fu martirizzato in premio al leggiadio 
«altare della figlia d'Erodiade, come narra il Vangelo [p\)y in- 
tende pel Santo cotali della di lui effigie improntati fiorini; ed, 
ellissi adoprandoy vuole si capisca come se detto avesse: puoi 
tu bensì, de' Santi burlandoti, dire: talmente ho io fisse le mie 
brame al s. Gio. Battista d'oro 9 eh* io non conosco né il Pe^ 
scator 9 nò Polo ( i prefati apostoli Pietro e Paolo ) ; ma essi 9 che 
in Cielo ancor son vivi» ti si faranno tuo malgrado conoscere. 
-^ Polo per Paolo dee esser preso dal francese idioma, 

[*i\ Inf. Jiix. Sa, e seg. [h} Marc. 6. 



CANTO XIX- 



ARGOMENTO 

Introduce il Poeta in questo canto a parlar l*aquH a. 
Poi tnuove un dubbi o^ se alcuno senza la Fede cri- 
stiana si possa salsfare . 



p 



area dlaaozi a me con Tali aperte i 

La bella image, che nel dolce frui 
Liete faceva T anime conserte. 
Pared ciascuna rubinetto, in cui 4 

Raggio di Sole ardesse sì acceso, 

I a »-♦ Questo canto ( dice il sig. Biagioli )9 eh' è parso « tal 
uno una serie di teologiche e morali discussioni , è uno de* pi n 
belli della divina Commedia ; perocché » oltre la magni£cenza 
dei concetti, le sentenze , e l'altezza e squisitezza dello stile, 
tante poetiche bellezze in lui lampeggiano 9 che ben pnò dirsi» 
rispetto a tutto insieme , come a ogni particolare da sé, che qui 
Ci si risponde daW anello al dito» «-« Parea ^^ mosiroiuui : 
e cosi anche nel 1^. 4* — ^ bella iniage dell'aquila. — cimi" 
gè qui , come altrove [a] » adopera alla francese per i$Hmagi' 
ne. '^frui per fruire^ gioire , voce latina. Volti- •-♦^i/e» al 
u. ì.y il Val e. R. e la Crusca. ^-^ 

3 r anime conserte j intrecciate nella formazione di quel- 
l'aquila, come ha divisato nel precedente canto [b], 

4 al 6 Parea ciascuna rubinetto ^ ec* ciascuna di quelleani- 
me, come quelle ch'erano accese di zelo della giustizia , sem- 
brava rubino (pietra preziosa di fiammeggiante colore) percosso 
da raggio di Sole, e talmente acceso , eoe parea che negli 00 

[a] Vedi Parg. zxv. a6, ; Parad. ii. i3a. ^ xui. a. [b] Verso 97. e st^* 



CANTO XIX. 4:9 

Che ne' miei occhi rìfraogesse lui. 
£ quel che mi couvien riirar testeso , 7 

INou {x>rtò voce mai, né scrisse inchiostro, 

Ne fu per fantasia giammai compreso • 
Ch'io vidi, ed anche udii parlar lo rostro, 10 

£ sonar nella voce ed io e niio^ 

chi mi rifrangesse , mi ribattesse , luij cioè il medesimo Sole ; 
e 000 il medesimo raggio » come chiosano Vellatello e Veolu- 
tìì imperocchò, air uopo di riflettergli negli occhi solo esso 
raggio» non sarebbe stalo bisogno di avvertimelo .^ì acceso. 

7 al 9 riirar per descrivere. — testeso significa il medesi« 
nio che testò ^ ora^ in questo punto [a]. — Non pottò vale 
non annunziò. -^ Né fu per fantasia ec. , uè veruno giammai 
a* immaginò ••-♦Non è possibile, dice il signor Biagioiii leggere 
questi versi 9 che non s'alxi T immaginazione ali* altezza che dal 
PoeU si vuole. --* Né fu giammai per fantasia compreso 3 il 
cod. Chig. £. R. 4-« 

to io rostro i il becco dell'aquila descritta. 

II I a £ sonar nella iH>ce ed io e mio, - Quandi era ec. 
Ad accennai'e il concorde volere ed operare delle giuste anime 
beate y componenti quelPaq^aila , )e fa pronunziar tutte insieme 
i'istesse parole* talmentecnè nel concetto del Poeta, di cotal 
^ìmultaneità di parlate accorto [&]• V io e il mio^ che in un 
laedesimo tempo ciascuna di quelle anime pronunziava, face- 
ta senso di noi e di nostro» Malamente il Venturi per con- 
4^to va qui ad intendere T interno concetto delle medesime 
parlanti anime. Bene solamente si rivolge esso a riprendere il 
pensare di taluno ( che dee essei« il Volpi ) , che una sola di 
t^ nelle anime parlasse per tutta apparendo nel testo chiaro 
i7ie tutte concorrevano a formare una sola voce^ eh* era la 
%**jce deir aquila . •-* « Quand'era nel concetto ec., quando 
M aveva a essere oell' espressione del concetto ec, perocché il 
j0 suggetto era multiplo. Cosi credo che l' intenda il Poeta; e 
9» però» chi altrimeuti, s'inganna, »Cosi il sig. Uiagioli.— -E 
t Anonimo: «f Ecco la voce deir aquila che parla in singolare 
9» « il Goucetio è in plurale, che pertieue a tutti quelli che 

f é9] Vedi il Vocabolario delta Crusca, che arfcciiescmpj delU vncp inmlo. 
aduprataUii olii mi scrittori anobo io prosa. [6j VcJii'. i||, v.scg^^. 



48o PARADISO 

Quand' era nel concetto noi e nostro . 
£ cominciò: per esser giusto e pio i3 

Son io qui esaltato a quella gloria 
Che non si lascia vincer a disio ; 

» sono in quel posto. «> Spongasi adunque colla E. B. la let- 
tera di questi versi. E nella voce^ che uscwa dì quei rostro ^ 
udii suonare io e mio, come se fosse %^oce solamente dei* 
raquila, ma il concetto era noi e nostro, perciocché molte 
erano le anime che si univano a esprimere quella unica 
%>oce .♦-■ 

i4 Son io» Ricordati, lettore, che ciascun di que*beati cosi 
jMiriava. — a questa gloria , legge la Nidobeatina, meglio che 
tutte l'altre edizioni a quella gloria. •-►Ma ponga ben menie 
il Lombardi (dice il sig. Biagioli) alla proposisioue segnente, e 
▼edra ches* inganna. Anche il Dionisi rimprovera al Lombardi 
questa lezione, la quale noi pur rifiutiamo per seguir la comune, 
che verrà giustificata nella nota aggiunta al verso che segue .«-a 

1 5 Che non si lascia vincer a disioy che si stende più in U 
d'ogni desiderio nostro. Allude a ciò che del>eni celesti ne pre- 
dica santa Chiesa, i quali omne desiderium superane. m^^cQpi 
m già s'ingannano (dice il Dionisi) tutti iComentatori che spie- 
» gano come se il Poeta avesse detto : Che soperthia ed eccede 
» ogni disio •M.9LiiMx d'ogn'altro il vomtkno (infende il Lombare 
» di^ il quale colla sola suaNidob. legge a questa gloria^ quao- 
>» do. l'Autore parla di quella gloria che fu mostrata da Gesù 
M Cristo in s.MatteO) vii. 21.: Non ognuno che dirà ame^Si'^ 
» gnore^ Signore^ entrerà nel regno de^ cieli; ma chi fa la h)- 
» lontà del Padre mio, eh* è ne* cieli ^ esso entrerà nel regno 
» de* cieli» A conquistar la celeste Gerusalemme non basta il 
M nudo e sterile desiderio ; convien legittimamente combattere: 
M al che allude pur G. C. (M att. xf . i a.) dicendo: H regno de^cìeli 
» patisce la forza^ e i violenti lo rapiscono. »