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Full text of "La Divina commedia di Dante Alighieri"

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La Divina commedia di 
Dante Aligliieri 

Dante Alighieri, Gustave Dorè, Pietro 
Fraticelli, Eugenio Camerini , „,,, 



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LA 

DIVINA COMMEDIA. 



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RACCOLTA DANTESCA. 



VOLUMI PUBBLICATI. 

IL d^ÀNZONIERE, annotato e illastralo da TVeIro Fraticelli, aggiantovi le 
Rime Sacì-e e Ihesie latine. — Un voi. (9* ediz.) L. i. 

LA VITA NUOVA, i Trattati De Vulgati Eloquio, De Monarchia e la Que- 
stione De Aqua et Terra, con traduzione italiana delle Opere scritte 
latinamente, e note e illustrazioni di Pietro Fraticelli. — Un volume 
(8* edii.) A. 

IL CONVITO E LE EPISTOLE con illustrazioni e note di Pietro Frali- 
celli. — Un volume (2« ediz.) A. 

STORIA DELLA VITA DI DANTE ALIGHIERI, compilata da Pietro Frati- 
celli sui documenti in parte raccolti da Giuseppe Pelli, in parte ine- 
diti. — Un volume A. 

VOCABOLARIO DANTESCO, o Dizionario critico e ragionato della Divina 
Commedia di Dante Alighieri, di L. G. Blanc, ora per la prima volta 
recato in italiano da G. Carbone. — Un volume A. 



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LA 

^ DIVINA COMMEDIA 

DI 

DANTE ALIGHIERI 

COL COMENTO 

DI PIETRO FRATICELLI. 

KVOTA XDIKIONK COK GIUNTE E COBBBXIOMI 

AKBIOCHITA DEL KITBATTO E DE* CENNI STORICI IMTOBlfO AL POETA, 

DEL BIMABIO, D' VK INDICE E DI TBB TAYOLB. 



^""'/S 



FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1868. 



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Edizione Stereotipa. 




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AVVERTIMENTO 
DEL COMMENTATORE 

PKEKLSW AIX'kDIUOSE 0£LL' AMO 1800. 



Esaurita ìa prima edigùme dd mio eommentò aUa Comme- 
dia di Dante, ho ereduio bene, siccome già feci per le Opere 
minori, di riprodurlo in una forma pOi conveniente e piii ampia, 
In quale facesse anche questo volume, per ogni riguardo, degno 
compagno degli aUri tre. Ond'è che tutto ebbi V animo a miglio- 
rarlo {per quanto mi fosse dato) così fieC ordine come neUa so- 
stanza, sia ritoccando e ripulendo in molte parti U lavoro, sia ac- 
crescendolo, e anche notevolmente, là dove pareami non essere 
abbastanza. Nel che fare non avendo alterato né punto né poco 
il metodo, òhe dapprima mi prefissi seguire, stimo (opportuno U 
ripeter qui le poche parole, eh* io feci net 1852 néW avvertenza a 
queUa prima edizione ; e son le seguenti : 

Nel mandare atta luce questo commento atta Divina Gomme- 
«Ila, w^è d' uopo significare quale sia stato U mio divisamento 
nd compilarlo, e quali le norme, eh* io abbia seguito nd condurre 
il lavoro. Or dunque divisai di porre i$iSieme un commento, che 
servisse pia specialmente ai giovani, e du potesse generalmente 
essere ammesso ndU scuole: non troppo prolisso, ma neppur troppo 
breve; non troppo ricercato ed artificioso, ma neppur troppo sem- 
pliee e disadorno. 8e io poteva prendere il commento dfil Venturi 
ed abbreviarlo là dove è aìquanto prolisso, e correggerlo là dove 
i7a errato; se io poteva prendere quello dd Costa, e supplirlo 
né luoghi pareedU ne^ quali è manchevole, io non avrei fatto 
pressa poco, dte qudlo di>' egregiamente già fece Brunone Bianchi, 
jy altra parte io considerava, che, prendendo alcuno d^ vecchi com- 
menti, io mi sarei trovato ad ogni pagina a dover, per mezzo di 

i 



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6 AWEBTIMENTO DEL OOMMKNTATOllK. 

cantronoie, correggere, modificare, schiarire e ampliare le note 
dd commento preso a modello : mi sarei veduto bene spesso co^ 
stretto a dover entrare in discussione sia per le lezioni varianti, 
sia per le di/ferenti interpretazioni : e coA, quand' anche avessi 
scansato H mal vezzo di che i commentatori si piacciono, accapi- 
gliandosi Vun V altro, avrei^nientedimeno accresciuta di sover- 
chio la mole dei libro, cotalchè non avrebbe convenientemente ri- 
sposto al fine, eh* io mi prefiggeva nd compilarlo. Mi determinai 
dunque a far di nuovo, tanto pia che venti anni di studi in- 
torno aUe opere ddS Alighieri pareva me ne dessero un quald^e 
diritto. 

Ma questo s^ intenda coUa debita discrezione; poiché oggi in 
un nìwvo commento a Dante non moUo di nuovo è da mettere, 
quando pur non si volesse giuocare di fantasia. Siffatto lavoro 
è un edifizio, che fu già cominciato da cinque secoU, ed a cui 
ogni chiosatore ed illustratore ddla Divina Commedia ha por- 
tato la sua pietra ed U suo cemento. Adunque io ho profittato 
de^ lavori di tutti i chiosatori che mi han preceduto ; e piU par- 
ticclarmente ho avuto sot^ occhio i commenti del Venturi, del 
Lombardi, dd Costa e del Bianchi. Il dir poi, eh* io ho profit- 
tato assai d^ dotti lavori filologici dd Nannucci, è quasi un dir 
cosa inutile; poiché qual è f iOustratore di antiche scritture ita- 
liane, die aUe opere dd Nannueci non dd>ba ricorrere? 

Un commento, che non fosse in aleuna parte manchevole, sia 
per V interpretazione A ddla frase come dd concetto, sia per la 
dichiarazione storica e mitologica e ddP architettura e deW aUc- 
goria dd poema, e che al tempo stesso non fosse (T una mole e 
quindi d'una spesa soverchia, fu quello eh* io mi proposi di com- 
pilare. H perchè mi dovei studiare di esser breve e conciso ; ma 
fino a tal limite, che non recasse danno alla chiarezza ddS espo- 
sizione, che non lasciasse insoluta una parte, eziandio piccola, 
deUe difficoltà e dubbiezze, che àUa piena intelligenza dd testo 
fa di mestieri chiarire. Una cosa sda non ho toccata, ed è U 
notare le béttezze sia di modi e di forme, sia di concetti e d'im- 
magini; e ciò per due ragioni: la prima, che in un vero e pro- 
prio commento io non credo potere opportunamente aver luogo 
un lavoro estetico siffatto, pel quale si richiede un'opera speciale; 
la seconda, che tali e tante sono in questo poema le bdlezze, che 
a volerle notar tulle (e ti notarne aXcune servvrdiibe a poco) non 
sarebbono bastate altrettante pagine, quante comprendono queste 
chiose: onde U Ubro ne sardibe rtMCieo d* eccessiva grossezza. 

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ATTBBTIM^irrO DEL C0M3IENTAT0RE. 7 

Quanto aUa lesione, io ho preferito queUa, che mi è sembrata la 
più facile e la più naturate, e gueUa che più pieno e armonioso 
rendeva U verso : ma non per questo ho mancato di notare a 
quando a quando qudle varianti, che son degne d'una qualche 
eonsideragione, o che si prestano a variare, od anco solo a mo- 
difieare H concetto. 

Se io aerò fatto cosa utHe ai giovani lettori di questo maro- 
ti^so poema, io mi terrò ben pago della durata fatica. 

Queste sono le cose eh' io volli avvertire allora, e (per ciò che 
concerne il metodo) non ho nuUa da aggiungere ad esse. Ma 
coffaver io detto di sopra che il commento è ridotto ora jnò 
amplio, non ho però gignificaU) tutto quello che in questa edizione 
hami di più che nella prima. Or dunque dirò com' abbia pre- 
messo al poema alcuni Cenni storici intomo la vita di Dante, 
e cow^ abbia apposto tre tavole {una per cantica) rappresentanti 
i tre regni descritti dal Poeta : le quali, io spero, saranno tro- 
vate più esatte deW àUre, che comunemente si veggono nelle edi- 
zioni ddla Divina Commedia. Inoltre V Editore ha voluto arric- 
chire U volume di un ritratto di Dante fatto copiare daXP affresco 
di Giotto, e aggiungere non solo U Bimario, che riesce si comodo 
a (hi voglia ritrovare alcun passo deW Autore, ma anche un Li- 
dice d^ nomi propri contenuti nel poema, U quale può certo riu- 
fdre di non lieve utilità agU studiosi. Dirò finalmente, che la 
recisione essendo stata affidata alla cura e aW intelligenza del 
cóUo giovine signor Torquato Gargani, ho luogo di ritenere che, 
anco per questo titolo, la presente edizione sia riuscita migliore 
dOffOtra. 

Seilembre, 4860. 



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CENNI STORICI 

IKTOBNO JjX TITA 

DI DANTE ALIGHIEBI. 



Dante nacque In Firenze verso la metà di Maggio del 12Gd. 
Kno padre cbiamavasi Aldighiero, ed era di professione giure- 
consulto; sua madre donna Bella, la quale non sappiamo a qual 
fiimiglia appartenesse. Nobile e antica fu la sua stirpe, intanto 
che egli stesso tenessi discendere da uno di quei Romani, che 
negli ultimi tempi della Bepubblica fondarono o colonizzarono 
Firenze: pure non se ne hanno memorie anteriori al secolo XIT. 
La sua famiglia chiamossi dapprima degli EHsei; ma da donna 
Aldigbiera degli Aldighieri di Ferrara, moglie di Cacciaguida^ 
trìtavolo di Dante, i discendenti cbiamaronsi . Idighierì, cam« 
biato poi, per dolcezza di pronunzia, in Alighieri. 

Le case degli Alighieri rispondevano da una parte sulla 
piazzetta di san Martino, dall* altra sulla piazza de* Donati; e,, 
piegando ad angolo, si estendevano fino alla piazzetta de' Gino* 
chi. Se non possedevano niolte ricchezze, non erano però gli 
Alighieri da dirsi poveri, poiché Dante, oltre le case notate^ 
aveva delle possessioni in Camerata, a San Martino a Pagnolle,. 
o in Piano di Bipoli : luoghi tutti vicini Mia città. 

I maggiori di Dante furono guelfi, ed in modo siffatto, che 
Farinata degli liberti parlando di essi (Jnf., X, v. 46), dice: 

fieranente foro avversi 

A me ed a' miei primi ed a mia purte, 
Si clie per doo fìate li dispersi. • 

Infatti on Brunetto Aldighieri, zio di Dante, trovossi alla bat- 
taglia di Montaperti, ove tenne un posto assai distinto, poiché 
era una delle guardie del Carroccio. Doveron pertanto due volte 
esulare dalla patria ; la prima nel 1248, quando ne furon cac» 



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10 CENNI STORICI 

ciati da Federigo d'Antiochia, figlio dell* impera tor Federigo IT, 
e la seconda Del 1260 dopo la sconfitta di Montaperti. Ma 

• S'el Tur cacciati, ei toniAr d*ognI parte 
r ano e l' altra fiata, • 

risponde Dante all' liberti (luf , X, v. 49); ed infatti tornarono 
la prima volta nel 1251, la seconda nel 1266. Essendo per nitro 
nato Dante in Firenze, come si è detto, nel 1265, ò da credersi 
che il padre di lui fosse richiamato alla patria prima degli altri 
Guelfi. 

Aveva Dante poco più di dieci anni quand'egli perse il ge- 
nitore: nientedimeno, per cura della madre sua e de* parenti, 
fu fatto istruire in ogni liberal dìsciph'na*, e il celebre Brunetto 
Latini fu uno de* suoi maestri. Nò solo le lettere e le scienze 
studiò egli, ma pur la musica e il disegno: alla teologia poi 
non applicò, se non quand' ebbe varcato i cinque lustri. 

Non aveva che diciott*anni allorquando scrisse il prìiQO suo 
sonetto, che incoiniucia : 

• A ciascun' alma presa e geotil core ; • 

e r occasione di esso, come di tutte le altre sue poesie giova- 
nili, fu la seguente. II primo di Maggio del 1274 Dante, non 
compiuti interamente nove anni, fu condotto dal padre in casa 
di Folco Portinari (cittadino de* più ragguardevoli e provvisto 
di molte facoltà) ad una di quelle feste,' die nella stagione di 
primavera solevano allora i signori fiorentini dare ai parenti e 
agli amici. Or quivi trovandosi, s'imbattè in una piccola figlia 
di Folco, che contava poco più d'otto anni, e che chiamavaai 
Beatrice: l'immagine della quale ei s'accolse con tanto affetto 
nel cuore, che fin da quel giorno dee dirsi che incominciasse ad 
esser signoreggiato dalla passione d' amore. Passati altri nove 
anni, la rivide in mezzo a due gentili donne, e, salutandola, 
fu da essa cortesemente risalutato. Di che prese tanta dol- 
cczza, che ritrattosi nella sua camera a pensare di quella cor- 
tesia, fu sopraggiunto da un dolcissimo sonno, e in quello ebbe 
una visione. Svegliatosi, si propose di comporre un sonetto, nel 
quale significasse ciò che gli era parso vedere, e d'indirizzarlo 
ai fedeli d* amore, perchè gli dessero risposta in proposito. 

L* amore di Beatrice, che si contenne sempre dentro i limiti 
della più pura benevolenza, fu adunque quello che accese in 
Dante le prime scintille poetiche, e (come dice egli stesso) gli 
fu stimolo a vie più istruirsi e a ben fare. Infatti nel gran 
oocma ch'egli scrisse nella sua virilità, cioè quando Beatrice 



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su BAHTB AUOHIXBI. II 

era morte da più anni, disse di lei' quello che mai non fu detto 
d^aleuna, siccome erasi dapprima proposto. {Vita Nuova, § alt ) 

Ma s*egli era dato tutto agli stadi, non lasciava però le 
cure civili, né trascurava i doveri, che come a cittadino di li- 
bero reggimento gì' incombevano. I fuorusciti fiorentini, insiem 
con altri Glubellini di Toscana e di Romagna, avean fatto 
massa ad Arexio, e si apprestavano ad invadere il territorio 
della Repubblica: il percltò fu d'uopo a Firenze di provvedere 
alla sua difesa. 8' armarono dunque i Fiorentini, e fra questi 
Dante; il quale, siccome di famiglia nobile, iece parte delle 
genti d'arme a caTalIo. A Campaldino, luogo presso a Poppi, 
ove nell' 11 Giugno 1289 seguì la battaglia, si trovò Dante a 
combattere nella prima schiera, la quale da principio ributtata, 
potò poi, per l'aiuto de' pedoni, riprendere l'offensiva, tentocliò 
ì Fiorentini ottennero piena vittoria. Due mesi appresso andò 
air assedio del castello di Caprona, e colà stette finché i Pi- 
sani, che da qualche tempo se n'erano impadroniti, non ne 
fecero la restituxione si Lucchesi, allora in lega coi Fiorentini. 

Il 9 Giugno 1290 morì Beatrice, già maritata a Simone 
de* Bardi. Quant'ei ne rimanesse dolente non è a dirsi; ond'ò 
die, non dando egli sosta alle lacrime, i parenti e gli amici gli 
furono attorno, e tanto fecero, che lo indussero a t6r moglie. 
Adunque circa il 1291 s'unì con Gemma di Manette Donati, e 
da essa ebbe più figli, siccome sarà detto in seguito. £ poiché 
per conseguire i pubblici offici della Repubblica bisognava es* 
aere ascrìtto ad una delle Arti, egli si ascrisse nel 1295 a quella 
de* medici e speciali, ch'era la sesta ira le sette Arti maggiori. 
La molta sua virtù gli aprì la via degli onori, intsntoché, se 
prestiamo fede al Boccaccio, ninna importente deliberasione si 
prendeva s* egli non dava la sua sentenza. Fu più volCe am- 
basciatore della Repubblica, ed una fra le altre al Comune di 
san Geraignano nel 1299, col quale stabilì un accordo concer- 
nente la Taglia guelfa. Più volte fece parte del Consiglio di 
8Uto, detto il Consiglio Speciale, e finalmente nel 1300, il 15 
Giugno, ottenne l' ufficio del priorato, eh' era la suprema ma- 
gistratura della Repubblica. 

Ma, com' egli racconta in una sua lettera, veduta da Leo- 
iiardo Bruni, tutd li tnali e tutti gV inoofsvenienti miei dagV in- 
fausti eomi» del mio priorato ebbero cagione e principio : del 
quale priorato, benekè per prudenaa io non fossi degno, nien- 
tedimeno per fede e per età non ne era indegno ; perciocché 
dieci anni erano già passati dopo la battaglia di Campai- 
dino . » . , . dove mi trovai non fanciullo nelle armi^ e dove 

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12 OKNNI STOBIOI 

nel principio ebbi temenza molta, e nella fine grandmima aU 
legretza per li vari casi di quella battaglia. Dice dunque che 
tatti i suoi mali ebbero cagione dal suo priorato, perocché le 
fazioni de* Bianchi e de* Neri, trapiantatesi da Pistoia (ov* eb- 
bero r origine) in Firenze, e quivi unitisi i primi coi Cerchi e i 
secondi coi Donati, fecero pubbliche le private loro discordie. 
Né andò guarì che le due parti vennero alle mani ed al san- 
gue: onde i priori, fra i quali Dante, per sedar quei tumulti, 
che mettevano a pericolo lo Stato, confinarono Corso e Sini- 
baldo Donati, Gentile e Torrigiano e Carbone de' Cerchi, con 
altri principali delle due azioni. Di qui i risentimenti, gli odi 
e le vendette. 

Poco stettero costoro a' confini, e i Neri tornati a Firenze 
ad altro non pensavano, che a trovar modo da opprimere i 
propri avversari, e ben presto se ne presentò loro Y occasione. 
Carlo di Yalois, fratello del re dì Francia, transitando in quei 
dì per la Toscana, andava alla volta di Roma, donde poi in- 
tendeva muovere al conquisto della Sicilia; e di esso pensarono 
i Neri valersi per conseguire il loro intento. 11 perchè a lui e a 
papa Bonifazio rappresentarono, come i Bianchi non altro fos- 
sero che Ghibellini, nemici della Chiesa e della casa di Fran- 
cia: chiedeano pertanto che il prindpe, prima di far T impresa 
della Sicilia, venisse in Firenze col titolo di paciaro, e rifor- 
masse lo Stato in modo, che niun pericolo più coiTcsse la parte 
guelfa. I più savi del reggimento, vedendo bene a che vole- 
vano riuscire i Neri, mandarono a Koma ambasciatore al pon- 
tefice Dante Alighieri insieme con altri tre, affinchè, persuadendo 
a Bonifazio che la venuta di Carlo a Firenze sarebbe stata la 
distruzione della città, tentasse svolgerlo dall* infausto propo- 
sito. Ma il pontefice, eh* era già guadagnato alla causa di Corso 
Donati e consorti, tergiversando, tanto tenne a bada il fioren- 
tino ambasciatore, che il Yalois, già pervenuto in Firenze, diede 
agio ai turbolenti di manomettere la città in un modo, che 
(come raccontano tutti gli storici) non è paragonabile nemmeno 
a quello, a cui va sottoposta una città presa d* assalto. 

Udita Dante tanta rovina, e maledicendo in cuor suo la 
doppiezza e la perfidia della curia papale, si parti da Roma 
correndo verso Toscana. Ma giunto a Siena intese come i suoi 
nemici, accusatolo d* esser Ghibellino, e d'essersi opposto alla 
venuta del principe francese, gli aveano assalite e guastate le 
case e le altre possessioni : e come Caute de' Gabbrielli, allora 
podestà di Firenze, col falso pretesto d'aver egli commesso 
1)aratteri6j cioè estorsioni di denaro e vendite di offici pubblici. 



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su DASTS ALIOHIERI. 1^ 

arefllo citato in giudizio, e in contumacia condannato nel 27 
Gennaio 1302 alla mnlta di cinquemila lire di fiorini piccoli. £ 
quasiché il guasto delle possessioni e una così forte multa fosse 
poco, lo stesso podestà, non molti giorni appresso, (cioè nel 10 
Marzo) proferi altra sentenza, in cui, dicendo come il non aver 
Dante obbedito all'ingiunzione fattagli di comparire in giudi- 
aio, e '1 non aver pagato la multa impostagli era, secondo lui, 
un confessarsi reo di quelle baratterie, delle quali la fama pub- 
blica avealo accusato, egli il podestà condanna vaio ad esser 
arso vivo, quando nelle fòrze del Comune pervenisse. 

Bene s'intenderà che in una si grande perturbazione civile 
non iu il solo Dante condannato e perseguitato. Ptà di seicento, 
dice Dino Compagni, furono % condannati, i quali andarono 
stentando per lo mondo : chi qua e chi là. Ora vedendo gli 
esuli non esservi alcun modo di ridurre i loro avversari a sensi 
fnù miti, procurarono di accozzarsi insieme e far tutti causa 
c<Mnune. La prima loro riunione fu a Gargonza, castello della 
&mig1ia libertini, che restava a mezza strada tra Siena ed 
Arezzo : dove, trattate molte cose, stabilirono di collegnrsi coi 
Ghibellini dì Toscana e di Romagna, e di fermare la loro sede 
in Arezzo. Adunque qui radunarono le forze loro, fecero capi- 
tano della Tega Alessandro da Romena,^ e nominarono dodici 
consiglieri, uno de' quali fu Dante ; ed in quella città, di spe- 
ranza in bperanza, dimorarono fino all'anno 1304. 

Nd Settembre del 1303 era morto Bonifazio VITI, e nel 
mese appresso eragli succeduto Benedetto XI Questo buon 
pontefice, amando che alla Toscana tornasse la pace, inviò in 
Firenze il cardinal d' Ostia (Niccolò Albertini da Prato) col 
titolo di suo legato e paciarìo, affinchè cercasse di 'procurare 
nn accordo fra i Neri ed i Bianchi. Giunse egli in Firenze nel 
10 Marzo 1304, e ben tosto gli fu data balia di procurare la 
pace tra' cittadini ; a conseguir la quale scrisse a' fuorusciti in 
Arezzo che frattanto ch'egli stava trattando delle condizioni 
del loro ritorno, volessero astenersi da ogni assalto ed uso di 
guerra. Ed eglino lo promisono. Ma le sue benevole intenzioni 
non sortirono alcun effetto*, poiché i Neri, che volevano restaro 
1 padroni della città, ed escluderne i Bianchi, indussero il car* 
dìnale a portarsi a Pistoia, affine di ridurla a pace e concordia, 
prima del definitivo loro accordo co' Bianchi : ed essi, mentr* ei 
colà si trovava, sparsero la voce, e per mezzo di lettere false 
cercarono darle colore di verità, che egli (essendo già d'intesa 

I Qoesf AleMandro non è quello, che maestro Adamo [Inf., XXX, v. "7) 
vorrebbe veder seco neir Inferno : è un suo parente. 



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14 OXNin STORICI 

coi GhibélUni) volea mutare lo stato della BepubbUca con grave 
danno della parte guelfa. Onde tornato che fu in Firenze, non 
trovando più alcun favore, nel popolo, né vedendo che dai rei* 
tori del Comune 8i desse più ascolto alle sue parole, irritato 
abbandonò la città. 

Cosi venuta meno ne' fuorusciti ogni speranza di rientrare 
in patria per via d' accordi, ebbero ricorso alle armi. £ messo 
insieme un discreto esercito (160Q cavalli e 9000 pedoni), di 
cui facean parte i Ghibellini d' Arezzo, di Romagna, di Bo- 
logna e di Pistoia, venendo giù celeremente pel Casentino e 
pel Mugello, giunsero improvvisamente la sera del 21 Luglio 
alla Lastra, presso a Firenze a due miglia. Guidava quelle 
schiere Baschiera della Tosa, il quale, per impeto giovanile, 
commise due errori, che fecero fallire l'impresa : il primo, ch'egli 
giunse due giorni prima del convenuto \ ond' è che non gli ai 
potè unire Tolosatto degli liberti, che couduceva la schiera 
de* Pistoiesi : il secondo, eh' egli avrebbe dovuto irromper su- 
bito nella città, e non attendere il giorno dipoi. 8i mosse il 
di 22, ed in principio V impresa rìuscivagli felicemente, poiché, 
traversati i sobborghi senza contrasto, giunse fino alla porta 
degli Spadai,^ donde, tolto a forza uno sportello, poterono al* 
cuni inoltrarsi fino alla piazza di san Giovanni. Ma non tro- 
vando nella città alcun favore, siccome era stato loro fatto cre- 
dere, ed al contrario vedendo che i cittadini, riavutisi dal primo 
spavento, cominciavano ad afirontarli gagliardamente, tituba- 
rono, si disordinarono, ed alla fine si volsero in foga. Poco lungi 
dalla terra scontrossi in essi Tolosatto, che veniva coi Pistoie- 
si, ed egli volea farli rivolgere indietro, ma non fu possibile*, 
tanto erano scoraggiati. 

Dante, checché altri abbia detto in contrario, non trovosai 
a questo fatto : forse non confidava molto ne* capitani che gui- 
davano quelle schiere di fuorusciti. Probabilmente trovavasi 
ogli allora presso Scarpetta degli Ordelaffi in Forlì, donde poi 
portossi a Bologna : ove conversando coi dotti di quello Studio 
accrebbe il tesoro delle sue cognizioni. 

£ra morto Benedetto XI, e nella cattedra pontificale oragli 
succeduto Clemente V: il quale, a persuasione del cardmale 
Albertini, mandò in Toscana suo legato il cardinal Napoleone 
degli Orsini, per sedare, se fosse stato possibile, le fazioni di 
1-^irenze, e per liberare Pistoia dal feroce assedio, con cui i 
Kerì la stringevano. Ma in quel frattempo essendo avvenuta la 

t U porta dogli Spadai era al principio di Via de* Martelli presso 1' odierna 
chiesa di san GioTanoino. 



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su DAHTB AUOHIEBI. x5 

dediskme di quella città, portoesi il legato in Romagna e in 
Areno, ove diedesi a raganar gente per vendicani dei Fioren- 
tini, i qoali non avean volato prestargli ascolto. Novella spe- 
ninza arrise allora agli esali Bianchi, alcuni de* quali nel Giu- 
gno del 1906 convennero a consulta nella chiesa abbaziale di 
san Gbiadensio delle Alpi, e vi stipularono un atto, col quale 
ai obbligarono di ri£sre ad Ugolino di Feliccione degli Ubai- 
dim i danni, eh* egli fosse stato per risentire per causa della 
guerra, che dal suo castello di Montaccianico, posto in Val di 
Sieve, ayea incominciato a fare contro Firenze. Ed uno di que- 
sti fu Dante. Ma in nolla si risolveron ben tosto le minaccie 
del cardinale: e il castello di Montaccianico assediato da' Fio- 
rentini, dopo tre o quattro mesi d' ostinata difesa, s' arrese, 
attive le persone e le robe. E i Fiorentini, avutolo, lo fecero 
disCire da* fondamenti. 

Caduto il castello, Dante recossi a Padova, ove trovavaai 
nel 27 Agosto 1306; nel qual giorno, secondo che si Ita da un 
docmnento tottora esistente, egli fece da testimonio ad un con- 
tratto rogato in casa di donna Amata Papafava. Pochi giorni 
dopo si trasferì in Lunigiana, ove fu ospitato cortesemente da 
Mororilo di ViUafranca e da Franceschino di Mulazzo, Mar- 
ebesi Malaspina : coi quali o por questa cortesia, o per confor- 
mità di sentimenti, o per averli già avvicinati {amiliarmente in 
Firenze, strinse verace e affettuosa amicizia. Volendo essi ter- 
minar le contese, che da lungo tempo avevano con Antonio ve- 
scovo di Loni, elessero in loro procuratore a trattare la pace 
con Ini Dante Alighieri. Ed egli con sodisfiizione di ambe le 
parti la conchiuse, apponendo la firma (unitamente al vescovo) 
air atto solenne, che nel 6 Ottobre 1306 fa rogato in Castel- 
nnovo dal notare Parente Stnpio. 

Dalla Lunigiana portosi Dante nel Casentino, che tutto al- 
lora era posseduto da* conti Guidi, ed in vari di quei castelli 
dimorò; e più specialmente in quello di Poppi, o piuttosto di 
Pratovecehio, presso il conte Guido Salvatico. Credono alcuni 
che in questo tempo si portasse pure nel Montefeltro, ove si- 
gnoreggiavano i Faggi nolani; e facesse alcuna dimora nel mo- 
nastero di Fonte Avellana e nelle case de^Rafiaelli di Gubbio. 
Nella primavera del 1309 opinasi che nuovamente fosse in Lu- 
nigiana, e vuoisi che a frate Ilario, superiore del monastero 
del Corvo, posto presso la foco della Magra, consegnasse una 
copia della prima Cantica del suo poema, la quale intendeva 
egli inviare e dedicare ad Ugnccione della Faggiuola. Vuoisi 
pure che dalla Lunigiana muovesse alla volta di Parigi, ove 



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16 OXNNI STORICI 

(secondo il Boccaccio) sostenne in quella celebre UniTersittl' 
una disputa de quolibet, svolgendo a sensa metter tempo in 
mezzo quattordici questioni, proposte da diversi valent' uomini 
e di diverse materie, con loro argomenti prò e centra » 

Dopo lunga vacanza dell* impei'O, Arrigo conte di Lussem- 
burgo fu eletto imperatore, e incoronato in Aquisgrana il 5 Gen- 
naio 1309. Scese in Italia dalle Alpi eiveticbe nel Settembre 
del 1310, e dopo aver percorso il Piemonte venne a Milano, 
ove, come re de* Romani, si cinse la corona di ferro il 6 Gen- 
naio 1311, prendendo il nome d'Arrigo VII. Inteso Dante come 
Arrigo appresta vasi a scendere in Italia, pieno delle più grandi 
speranze, siccome ogni altro esule, e siccome tutto il partito 
ghibellino, abbandonò Parigi e corse in Italia : ed in Milano, 
inchinandolo, gli protestò la sua devozione. Di lÀ recosai di 
nuovo nel Casentino probabilmente per eccitare i conti Guidi, 
già devoti quasi tutti all'Impero, a prestare un valido aiuto ad 
Arrigo nelle imprese che meditava di fare. I primi prosperi 
successi deir imperatore tanto lo levarono in isperanza, e tanto 
lo esaltarono, che egli non si potè tenere dallo scrivere a' Fio- 
rentini nel 31 Marzo 1311 una lettera furibonda. Nella quale, 
dopo aver premesso che al bene dell' umana società è necessa- 
ria la monarchia, e che l'esercizio di essa appartiene di di- 
ritto al re de' Romani, li riroproVera acerbamente dell' essersi 
ribellati contro Cesare ; fa loro una viva pittura delle sciagure 
a cui anderebbero incontro, volendo resistere alle sue armi; e 
loro annunzia che, non volendosi sottomettere, l' imperatore, già 
si clemente e sì buono, nuli* altro avrebbe dato loro cbo il me- 
ritato castigo. 

Quasi tutta la superiore Italia avea riconosciuto T autorità 
dell'imperatore, ed egli era già in sulle mosse per calare Id 
Toscana, quando varie città, fra le quali Cremona, se gli ri- 
bellarono Titubava Arrigo, se non curando di queste minori 
città, dovesse irrompere alia volta dì Firenze e di Roma, ove 
dovea prendere la corona imperiale, o se dovesse in prima ca- 
stigar le città ribellate, per non lasciarsi alle spalle un nemico, 
che di giorno in giorno potea fai^si più forte, quando, pel con- 
siglio di frate Gualramo, appigliossi a questo secondo partito, 
e mosse tosto le ai*mi contro Cremona. Allora fu un gran gri- 
dare di tutti i Ghibellini e fuorusciti di Toscana, che 1' aspet- 
tavano in questa provincia, e che da lui speravano il poter 
trionfare della guelfa tirannide. Perciò Dante, di questa dimora 
impaziente, dal casentinese castello di Poppi, o, com* altri vo- 
gliono, di Porciauo, scrisse nel 16 Aprile 1811 una lettera ad 



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su DAHTS ÀUQHIKBI. 17 

Arrigo, nella quale dicetragli, che l* oppugnazione delle città 
lombarde guasterebbe affatto le coee dell' Impero ; che ad otte- 
ner la vittoria doveasi combattere non in Lombardia, ma in 
Toscana, 0Y*era Firenae volpe frodolenta, vipera ingrata, pe- 
cora inferma, che tutta la greggia contaminava ; Firenze non 
meno empia di Mirra, né meno pazza e furente d' Amata. 

Ma non si mosse 1* imperatore, e, fornita T impresa di Cre- 
mona, di Brescia e d'altre città, invece che a Firenze recossi 
a Genova e quindi a Pisa, donde andò a Roma: ove giunse 
il 7 Maggio 1312, ed ove il 29 Giugno prese la corona impe- 
riale. Poco appresso tornando indietro, mosse alla volta della 
Toscana, prendendo la via dell' Umbria. Venne a Cortona e poi 
ad Arezzo, ove fu ricevuto onorevolmente, ed ove riordinò le 
aae schiere per muovere contro Firenze. Strada facendo, inve- 
sti e prese vari castelli, fra i quali Montevarchi e Sangiovan- 
ni. Venne quindi all' Incisa, ove l' esercito fiorentino s' era ap- 
postato per impedirgli il passo, ed egli schierò le sue genti nel 
piano, invitando i Fiorentini a battaglia. Ma questi, non avendo 
cosi valente cavallerìa come quella d'Arrigo, né volendo la- 
sciare la fortezza del luogo che teneano, non vollero accet- 
tarla. Egli allora, piegando alquanto a sinistra, valicò i poggi, 
e si lasciò addietro i Fiorentini, tantoché il suo antiguardo e 
il retroguardo de* Fiorentini si scontrarono e s' attaccarono, 
restando il vantaggio ad Arrigo. Prosegui quindi il cammino, 
e nel giorno seguente (19 Settembre 1312} dalla sinistra del- 
l'Amo passato sulla destra, giunse sotto Firenze, e si attendò 
alla badia di san Salvi. Se appena giunto avesse Arrigo attac- 
cato la città, sprovvista quasi affatto di difensori, forse l'aveva : 
ma, o che le sue genti fossero stanche, o che volesse attendere 
le altre sue schiere, eh' eran restate in Valdamo e neirUmbria, 
egli credè dover diflèrìre; e ciò fu lo scampo di Fii'cnze. Pe- 
rocehè V esercito de' Fiorentini, rimasto all' Incisa, potò in due 
giorni alla spicciolata, e girando a sinistra, rientrare in Fi- 
renze: e in breve spazio di tempo tanti furono gli aiuti de'col- 
legati che vi pervennero, che l' esercito de' Fiorentini divenne 
il doppio superiore di quello d'Arrigo. Ond'egli, quantunque 
atesse per più d* un mese accampato sotto Firenze, non si ar- 
rischiò di darle V assalto; e veduto che a nulla poteva riuscire, ** 
il 1 di Novembre levò il campo, > e per la via di Poggibonsi 
toniossene a Pisa. Donde uell' estate dell' anno seguente parti- 
tosi per andare ad invadere il regno di Napoli, s' ammalò di 
febbre presso Siena: ma pur proseguendo il cammino, ed 
nulle aggravandosi, morì a Buonconveuto il 24 Agosto 1313. 



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18 ' CENNI 8T0BI0I 

Non è a dirsi quanto V esule immeritevole^ siccome chia* 
maya sé stesso T Alighieri, rimanesse scorato per quella morto 
inattesa, che troncava dalla radice ogni sua speranza. Ov*ei 
s'aggirasse in quel tempo, noi sappiamo: forse continuò a far 
dimora presso i conti Guidi : forse fu allora, com* altri credono, 
e non nel 1308, che si rifugiasse presso i Raffaelli di Gubbio, 
e dimorasse nel monastero di santa Croce di Fonte Avellana, 
situato II vicino. Comunque sia, si ravvivarono alquanto le sue 
speranze, quando il suo amico Uguccione della Faggiuola, stre- 
nuo guerriero e tutto dato al partito ghibellino, fiitto già nei 
primi mesi del 1314 signore di Pisa, s'impadronì eziandio di 
Lucca. Dimorò allora Dante in Pisa ed in Lucca, nella seconda 
delle quali città s' innamorò di quella Gentucca, eh* egli stesso 
ricorda nel XXIV, v. 37, del Purg Non è qui il luogo di de- 
scrivere le cose grandi operate da Uguccione, non la sua ce* 
lebre vittoria di Montecatini del 29 Agosto 1315, die prostrò le 
forze de'Guelfi ; e basterà solo il dire che per Dante, non meno che 
per tutti i Ghibellini, egli era diventato il capitano {U cinquecento, 
dieci e cinque ^), il messo di Dio, che avrebbe ucciso la /tua, 
cioè sterminato la potenza guelfa. Quasiché le sentenze di morte 
contro gli assenti possano avere una qualche efficacia, Zaccaria 
d' Orvieto, vicario del re Roberto in Firenze, nel 6 Novem^ 
bre 1315 condannò per la terza volta Dante Alighieri, proba* 
bilmente perchè amico e seguace d* Uguccione, a perder la te- 
sta per mano deWcamefice, ov* egli fosse venuto nelle forze del 
Comune. Ma la fortuna è femmina instabile, e poco fonda- 
mento è da fare sui &vori di lei. Per uno di quei subiti rivol- 
gimenti, che più frequentemente di oggi avvepivano in quei 
tempi, Uguccione fu cacciato nel 10 Aprile 1316 non solo da 
Lucca, ma pur anco da Pisa. 

Cane della Scala, signor di Verona, avea in quel tempo 
levato gran fama di sé, non solo come principe splendido, e 
guerriero valoroso, ma come uno de* primi sostegni della causa 
de* Ghibellini. Ad esso pertanto ebbe ricorso il profugo Uguc- 
cione, ed egli r accolse con tanto gradimento, che tosto il pire- 
pose al comando delle armi sue. Ella è quindi probabile con- 
gettura quella, per la quale si ritiene che Dante in sulla fine 
del 1316, in sul principio del 1317, fosse ricevuto in corte 
dello Scaligero, per opera non d* altri che d* Uguccione. Ed in 
Verona sembra veramente eh* egli trovasse quella delicata cor- 
tesia e affettuosa benevolenza, che di rado incontra agli esuli 

t Pnrg., canto XXXIII, v. 43. 

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su DAITTB ALIGHIERI. 19 

ed ai miseri di trovare, perciocchò egli stesso nel XVII, v. 70, 
del Farad, dice di so: 

« Lo primo tao refogio e 1 primo ostello 
Sari ki cortesia del grao Lombardo, 
Che 'a sa la seala porta il santo accello : 
Oi'aYrè io te si benigno riguardo, 
Che del fare e del chieder tra toi dae 
ria primo qaei, che fra gli altri è più tardo.» , 

Stava Dante allora scrìTendo la tersa Cantica del suo poema. 
Ora, avendo già dedicato la prima ad Uguccione della Fag- 
gioia e la seconda a Moroello Malaspina, roarcbese di Villa- 
franca, volle dedicar questa terza a Cane Scaligero: ed è no- 
tissima per le stampe la lettera dedicatoria eh* ei gì* inviò, 
nella qaale, dopo aver fatti i più alti encomi! della magnifi- 
coìza e generosità di lui, gli ofire in ricambio de* beneficii rice- 
vuti quella Cantica, gli dà sommariamente un cenno del subietto 
e del fine delV opera, e gli espone minutamente il prologo del 
primo canto. 

Per r abbassamento del Faggiuolano erano i Fiorentini con 
tatto il partito guelfo di Toscana rimasti liberi d* ogni timore. 
12 perchè, rimosso ser Landò da Gubbio, uomo d* indole troppo 
feroce, dall'officio di lor potestà, nell'Ottobre del 1316 elessero 
a quello il eonte Guido da BattifoUe : e due mesi appresso, 
■otto il reggimento di lui, fecero uno stanziamento, pel quale 
coneedeasi facoltà a quasi tutti i fuorusciti e banditi di po- 
tere, a certe condizioni, rientrare in Firenze. Da questi non 
venne eccettuato il nostro Alighieri*, ma le condizioni del ritorno 
eran per lui troppo gravose ed umilianti : dover egli pagare 
Qua certa quantità di denari, e quindi, a guisa di reo, portarsi 
processionalmente ad offerta alla chiesa di san Giovanni. Ma 
I)ante, intesa la cosa, non potè chinarsi si basso ; ed a colui 
ehe gli scrisse, pregandolo del ritomo, virilmente tra le altro 
cose rispose : È egli dunque questo il glorioso modo^ per cui 
Dante Alighieri si richiama alla patria, dopo l'affanno d'un 
uiUo quasi trUuetre f È questo il merito dell* innocenza sua 
od ognuno manifesta f Questo or gli fruttano il largo sudore 
^ le fatiche negU studi durate f Lungi dall' uomo della filo- 
^fia familiare questa bassezza propria (f uà cuor di fango, 
«*' egli,,,, patisca quasi prigioniero venir offerto al riscatto! 
Lìmgi daìW uomo handitor di giustizia^ eh* egli, d' ingiuria of 
Mo, a' suoi offensori, quasi a suoi benemerenti, paghi il tri- 
sto! Quindi, dopo aver detto non esser questa la via di ritor- 
lutre in Firenze, ma se un* altra gli se ne fosse trovata, che 



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20 OENKI 8T0BICI 

Tonor ano e la sua fama non isfregìasso, egli sarebbesi per 
quella messo prontamente, concbiude : Che se in Fiorenza per 
via onorata non s' entra, io non entrerovvi giammai. E che f 
non potrò io da qualunque angolo della terra mirare il sole e 
le stelle f non potrò io eotto ogni plaga del cielo meditare le 
dolcissime verità, se pria non mi renda uom senta gloria, anti 
<i* ignominia, in faccia al popolo e alla città di Fiorenza f 

Adunque piuttosto cbe avvilirsi, volle il magnanimo Alighieri 
lasciare ogni cosa più diletta, e continuare a provare 

come sa di sale 

Lo pane altrui, e com'è doro calle 

Lo scendere e M salir per I' altrui scale. • 

Frattanto la benevolenza dello Scaligero non gli venne meno» 
ed egli pare che dimorasse in Verona pel corso di tre anni 
quasi continuamente, sì perchè colà fece educare t suoi figli, 
particolarmente il maggiore, che chiamavasi Pietro, si perchè 
reggiamo clie il 20 Gennaio 1320, nel tempietto di sant*£lena 
o alla presenza di tutto il clero veronese, vi sostenne colle forme 
scolastiche di quel tempo una tesi de Aqua et Terra, 

Guido Novello da Polenta, signor di Ravenna, gentil cava- 
liere, e neMiberali studi ammaestrato, amando conversare cogli 
uomini dotti, avea con replicati inviti chiamato Dante alla sua 
corte. Accettò questi finalmente; e senza rinunziare ali* amicizia 
dello Scaligero, e probabilmente col: consenso di lui, si trasferì 
nel principio del 1320 a Ravenna, ove (secondo che porta la 
tradizione) die compimento alla terza Cantica del suo poema. 
Dicesi che nella primavera dell'anno seguente Dante si por- 
tasse a Venezia a trattare con quel governo di cose, delle quali > 
era stato incaricato dal Polentano. Tornato infermò: e tanto 
aggra vessi la malattia che il 14 Settembre 1321, in età d' anni 56 
« 4 mesi, si ricongiunse a Dio, andando in cielo a vedere la 
gloria della sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che 
gloriosamente mira nella faccia di Colui, qui est per omnia 
soscula henedictus.^ a Fece il magnifico cavaliere (dice il Boc- 
caccio) il morto corpo di Dante d' ornamenti poetici sopra un 
funebre letto adornare : e quello fatto portare sopra gli omeri 
^e* suoi cittadini più solenni insino al luogo de* frati minori di 
Ravenna, con queir onore che a sifiatto corpo degno estimava, 
insino quivi quasi con pubblico pianto il seguitò: e in un* arca 
lapidea il fece per allora riporre. £ tornato nella casa, nella 

t Ultime parole della Vii^ /^Tiiom. 

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su DANTE ALIOHIKRI. 21 

qtuile Dante era prima abitato (secondo il ravìgnano coetame), 
esao medesimo A a commendasione dell'alta sciénsa e della 
viltà del defunto, e rì a consolaxione de' suoi amidi li qaali 
egli area in amarissima vita lasciati, fece un ornato e lungo 
sermone: disposto, se lo stato e la vita gli fossero durati, di si 
egregia sepoltura onorarlo, che se mai alcun altro suo mento 
non lo avesse memorevolmente rendnto a' futuri, quella lo avrebbe 
fatto. 9 Ha ciò che il Polentano, per le fortunose vicende che 
gli sopravvennero, non potè fare, fecero poi nel 1483 Bernardo 
Bembo, nel 1691 il cardinal Domenico Corsi, e finalmente nel 1790 
il cardinal Luigi Talenti, il quale gì' inalzò quel monumento, 
che tuttora in Ravenna si vede. 

Sette figli ebbe Dante: cinque maschi e due femmine. Piero, 
il maggiore, fu laureato in legge a Bologna, e stabili la sua 
dimora in Verona; ove nel 1337 era già giudice del Comune, 
ed ove nel 1361 ebbe il titolo di Vicario del collegio de' mer- 
canti. Mori nel 1364. Di Jacopo, il secondogenito, nuli' altro 
sappiamo, se non che fu uomo di lettere e poeta non isprege- 
vele: trovavasi in Firenze nel 1332, ed era vivo tuttora nel 1342. 
Altri tre maschi, Gabbrìello, Alighiero ed Eliseo, morirono in 
tenera età. Una delle femmine, di cui non sappiamo il nome, 
si maritò ad nn Pantaleoni; l'altra, che chiamavasi Beatrice, 
i-i fece monaca nel monastero di santo Stefano dell' Uliva in 
Ilavenna : e ad essa nel 1350 recò il Boccaccio, per commis- 
sione della Repubblica di flrenze, un sussidio in denaro. Gemma 
Donati sopravvisse al marito, essendoché in un istrumento, che 
tuttora resta, vedesi nominata siccome vedova. La discendenza 
di Piero, poiché Jacopo non ne ebbe, si estinse Ib una femmina, 
chiamata Ginevra, la quale nel 1549 si maritò al conte Anto- 
nio Farego di Verona. 

Oltre la Divina Commedia, poema cui non sarà dato ad 
nomo d'eguagliare, non che di superare, lasciò scritto Dante in 
italiano il libretto della Vita Nuova, eh* é una storia de' gio- 
vanili suoi amori con Beatrice, e nel quale incluse alcune sue 
Bime; il Canzoniere^ che consta di canzoni, sonetti e ballate, 
le quali o trattano d'amore, o d'argomenti morali o filosofici, 
oltre ad alcune Rime di sacro argomento; il Convito, così da 
lui denominato quasi imbandimento di scienza, il quale può dirsi 
vn trattato (non peraltro compiuto) di tutta la filosofia di quei 
tempi, esposto eloquentemente in forma di cemento sopra tre 
delle sue canzoni morali In latino, un' operetta (eh* egli, so- 
praggiunte dalla morte, lasciò non finita) intomo il Vo'^^^^ 
Linguaggio; il Trattato della Monarchia, eh' è un* esposi zio n<$ 

9 



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22 CENNI 8T0BI0I 8U DANTE AUOHIEBt. 

de' diritti del re de' Romani e dello scopo civile deli' Imperò, e 
uoa confatazione delle pretese della curia papale; una tesi filo- 
sofica intorno la sfera dell' Acqua e della Terra; due Egloghe 
indirette a Giovanni Del Virgilio bolognese; e finalmente al- 
quante Epistole, che, se non altro, sono molto importanti per 
la storia di lui. 



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DELLA 
PRIMA E PRINCIPALE ALLEGORIA 

DEL POEMA DI DANTE.* 



Ia Divina Commedia dì Dante ò un quadro storico politico 
e morale del secolo decimoterzo. In quest* opera, piena ai tanta 
dottrina, qoanta potea solo versarne un ingegno meraviglioso, 
U Poeta rappresenta sé stesso e gli uomini dell' età sua. Nel 
sao concetto filosofico abbracciando l' universo tutto, egli sen 
va discorrendo sovra le azioni umane, pone in vista i fatti dei 
sooi contemporanei, né solo i più rilevanti e generali, ma al- 
tresì i più reconditi e minuti, perchè da questi eziandio il cuore 
dell'uomo si manifesta. Quell'officio, ch'oggi s'esercita dai 

Snbbliciflti, Dante, esule e povero, unico tra gli uomini di stato 
' allora, come unico tra i poeti di tutti i secoli, 1* esercitò in 
mezzo air intera nazione con questi canti divini, che dureranno 
quanto il mondo lontani. Egli non dee interrogarsi solo come 
poeta, ma come narratore e pittore di grandi memorie: so 
v' han poeti civili, egli è il poeta civile per eccellenza. Diffe- 
rentemente tiìV Iliade ed b,\V Eneide, nella Divina Commedia 
il Poetft stesso è quasi 1* eroe del poema : dal primo verso al- 
l' ultimo egli è sempre in iscena, e & sì continue allusioni alle 
sne vicende e a quelle de' suoi contemporanei, che a penetrarvi 
addentro {& d' uopo conoscere la vita di ìv^ e la storia de' tempi 

SDOi. 

Il primo canto dell'Inferno essendo, come chiaramente ap- 
parisce, una generale introduzione al poema, e racchiudendo 
una lunga e continuata allegorìa, è quello che fa d' uopo più 
diligentemente studiare, e più criticamente analizzare, a mio 
di trame fuori quel senso, che vi ha nascosto il Poeta, e che 
tanto interessa all'intelligenza sì del tutto, come dello parti 
della Divina Commedia. A rintracciare il quale, sarammi una 
scorta non fallace la stona di quel secolo e la biografia di 
Dante medesimo. 

i QoMto diteorso, ehe or ti riprodace ampliato ^e corrotto, fa la prima 
TilU foliblieato ael 1837. 



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24 dell' allegosia 

Conforme la dottrina, che V ìstesso Dnnte stabilì nel Con- 
vito, le scritture debbonsi esporre massimamente per quattro 
sensi, letterale, allegorico, morale ed anagogico: infatti egli segui 
questo metodo nella esposizione delle sue tre note canzoni filo- 
sofìcbei e questo metodo egli accenna doversi seguire nella 
esposizione della sua Commedia, quando scrìvendo^ Cane Sca- 
ligero e dedicandogli la Cantica terza, disse: « E da sapere 
che il senso di quest'opera non è semplice; che anzi ella può 
dirsi polisensa, vale a dire di pia sensi : dappoiché altro % il 
senso che si ha dalla lettera, altro è quello che si ha dalle cose 
per la lettera significate. Il primo si chiama letterale, il se- 
condo allegorico. Il qual modo d* adoperare affinchè meglio 
chiariscasi, può considerarsi in quelle parole In exitu ItraeX de 
JEgypto, n £ queste parole egli dispiega appunto secondo i 
quattro sensi sovraccennati. 

Per tal maniera di scrivere, velando gli avvenimenti e i 
costumi sotto figura d' allegoria. Dante non segui unicamente 
il proprio tiilento: le allusioni e le allegorie erano di moda in 
quel tempo, e lo erano state per molti secoli innanzi, di modo 
che, per questa parte, egli non fece che uniformarsi al gusto 
allor dominante. Questa maniera, di cui veggionsi le traccio 
pure in Omero e negli altri antichi poeti, moveva più partico- 
larmente dai libri profetici del Vecchio e Nuovo Testamento, i 
quali ofirono il più convincente esempio del parlare a due sensi, 
rertanto il parlare allegorico si fondava sulle idee allor domi- 
nanti, le quali erano di due specie, le profane e le sacre : 
quindi derivavano due serie di pitture mistiche, le mitologiche 
e le bibliche, per mezzo delle quali poteva dipingersi il mondo 
sotto due aspetti, qual era, e quale avrebbe dovuto essere. LiO 
mitologiche danno ingegnosi contrapposti, come V età del ferro 
e r età deir oro, la valle ima del vizio e V eccelso monte della 
virtù, r Averne e T Eliso, ed altre simili poetiche immagina- 
zioni. Le bibl ielle non ne danno meno : tale è lo stato dell' uo- 
mo innocente e dell* uomo peccatore, 1' uno nell* Eden delizioso 
sulla sommità d'un monte irradiato dal Sole, pieno di fiorì, 
frutti e miti animali ; V altro in questa valle di lagrime, orrida 
per fitte tenebre e triboli e spine e belve voraci: di là pace, 
abbondanza, vita, letizia, felicità; di qua guerra, povertà, morte, 
tristizia, miserìa. Tale è ancora la dolorosa schiavitù di Ba- 
bilonia e il lieto ritorno a Gerusalemme : quindi il ferreo tempo 
dell* una, e 1* aureo tempo dell* altro; nel che il Vecchio Testa- 
mento col Nuovo si conforma, poichò questo nell* Apocalisse ci 
presenta egualmente la viziosa Babilonia e la santa Gerusa- 
lemme coi due tempi d' opposiziouo. Tale è pure lo stato del- 
l'umanità sotto il dominio di Satanno, dopo il peccato origi- 
nale, posto a confronto dell' altro sotto il santo regno di Cristo, 
do^o la redenzione. Tale diremo altresì l' Inferno e il Purea- 
torio, con tutte le pitture che ne risultano, con tutte le ideo 
che ne derivano nelle due lunghe serie variate, e per isponta- 
nee antitesi distinte. Qual partito traesse il Poeta da questa 
due serie di pitture, per cui potea darò a' suoi subietti allego^ 



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DEL POSXA DI DANTE. 26 

liei una contrappoBÌrione particolare, che resultar facesse ne! 
poema un'armonia e una simmetria mirabile, lo vedremo fìra 
brcTe. 

Ma r idea, di questo mirabil poema la prese egli dalla vi- 
sione di firate Albóico, o da un' altra qualunque di quelle che 
andavano allora per le mani del popolo? No: Dante non fu 
ispirato che dal pensiero comune de suoi contemporanei: egli 
feee la «Qte|8i delle credenze religiose del secolo XIII, e dei 
principii politici del partito imperiale ; e col suo genio poetico, 
e col sussidio d* una dottrina enciclopedica, qual era quella 
eh* ei possedeva, ne fece un poema, in cui descrisse V umanità 
de* tempi suoi. 

Era allora 1* Italia agitata e sconvolta dalle note fazioni 
guel& e ghibellina, e da altre ancora, in cui quelle due prime 
e principali suddividevansi. Dante, sebbene da giovane avesse 
combattuto a Campaldino nelle file de* Guelfi (chò guelfa era 
allora Firenze), pure non erasi mai dichiarato per l' una parto 
o per r altra nelle frequenti e terrìbili contese cittadinesche: 
che anxi, come dice il Boccaccio, aveva sempre posto ogni suo 
ingegno a voler ridurre in unità il partito corpo della Repub- 
blica, dimostrando come le grandi cose, per la discordia, in 
breve torcano in niente, e le piccole, per la concordia, crescono 
in infinito. Le forti animosità delle parti non permisero a lui 
di riuscire in quel pietoso intento. Bonifazio Vili, di concerto 
eolia fazione de' Neri (Guelfi) fece venii-e in Firenze Carlo di 
Valois (fratello del re di Francia), a fine di riformare il go- 
verno, e di abbattere V avversaria fazione de* Bianchi (GhiM- 
lini). Dante si oppose, con animo a tale venuta, perchè pregiu- 
dicevole alla patria indipendenza : e andonne ambasciatore al 
papa, per dissuaderlo da questo malaugurato intervento. Ma il 
papa non retrocedè punto dal suo proposito : anzi tanto tenne 
a bada il fiorentino ambasciatore, che i nemici di lui ebbero 
r agio, sopraffatta la fazione de* Bianchi, di porgli a sacco la 
casa, e, sotto il falso pretesto d'appartenere alla fazione ab- 
battuta, bandirlo da Firenze. Bene ei perciò potè dire quelle 
•ne note espressioni : 

• L'eiilio che m'è dato, onor mi legno... 
Cader co' buoni è par di lode degno. • 

Canx, XVII, Slania V. 

La Divina Commedia, il capolavoro dell* Alighieri, è non 
tanto 1* opera d* un' immensa dottrina, quanto d' una bile alta 
e generosa. In questo poema pnrti col armento egli prende oc- 
casione d' esalare tutta 1* amarezza d* un cuore esulcerato : il 
suo risentimento, se alcune volte è velato sotto figura d'alle- 
goria, molte più volte vi comparisce senza alcun velo. Tutto 
ciò che il disordine e la barbarie, gli odi civili, 1' ambizione, 
r ostinata rivalità del trono e dell' altare, una politica falsa e- 
sanguinaria ebbero mai d'odioso e di detestabile, tutto entra 
nel piano che il Poeta si propose. Il colorito e la tinta di 
questi differenti oggetti è sempre proporzionato alla loro ne- 

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26 dell' alleoobia 

rezza : od il pennello di Dante non comparisce mai tanto va- 
blime, quanto allor che tratteggia fieramente quegli orrori. Or 
come Dante fu cacciato in esilio non solamente per opera della 
guelfa Firenze, ma ancora per secete maneggio di Roma, 
capo del Guelfismo, e per malefico intervento di Francia allor 
coi Guelfi legata; coei contro queste tre potenze, autrici prin- 
cipali del suo infortunio, e del disordine e sconvolgimento d'Ita- 
lia, egli rivolse le sue vendette, e quando pose in opera la spada 
e quando la viva voce e quando la penna. 

Ma se tra i fini, cui Dante mirava colla composizione del 
poema, era quello di prender vendetta sopra i suoi accaniti ne- 
mici, eravene un altro più liberale, piò virtuoso e più nobile. 
Egli voleva ricondurre gì* Italiani a queir ordine, che resulta 
dall' esercizio delle morali virtù ; voleva che l' Italia, gettate le 
armi fratricide, si ricomponesse a pace e a concordia, e che 
riunita tutta in un corpo sotto il supremo governo d' un solo, 
tornasse a diventar capo e centro dell'impero romano. Disse il 
Perticari, e molti lo ripeterono, il fine del gran poema essere 
la rettitudine : ma ciò non è tutto -, nò d' altra parte questo vo- 
cabolo presenta un* idea molto chiara della cosa voluta signi- 
ficare. Perocché, se la rettitudine può dirsi uno de' particolari 
del gran fine morale, eh' è la correzion d' ogni vizio, nella Di- 
vina Commedia v' ha più particolarmente il gran- fine politico, 
ch'ò la riforma delle istituzioni civili, delle leggi, del governo, 
e insomma di tutto quello, che col mezzo della forza tende a 
tener saldo ed in piedi l'edifizio dell'umana società. E come 
voleva Dante che la riforma morale coadiuvasse e spingesse la 
riforma politica, così egualmente voleva che la riforma politica 
procurasse e portasse (a riforma morale. Ostacolo, secondo lui, 
a questa doppia riforma, era per una parte il vizioso costume 
del secolo,^ come per 1' alu*a lo era il partito guelfo. Laonde per 
la malva^tà de' tempi e degli uomini, e per le intestine discor- 
die delle italiane repubbliche, sdegnando quella tumultuosa e 
sfrenata libertà de' Guelfi, sempre vdlta o ad anarchia o a popo- 
lare tirannide, egli si diede al partito monarchico : e penso che 
senza il pieno trionfo del Ghibellinismo non sarebbonsi potute 
sanare le piaghe, che avean morta l' Italia. 

All'apertura del poema. Dante ci si presenta in una selva 
oscura, eli' è in una valle. Ei vorrebbe elevarsi ad un monte 
illuminato dal Sole, ma tre fiere successivamente gli fanno op- 
posizione. La prima è una lonza (o pantera), che di pel fna- 
culaio era coperia, la quale, leggiera e presta ne* moti suoi, 
non ^ si togiiea mai dinanzi, ed impediva tanto il cammino 
di lui tendente al monte, che più volte lo respinse giù nella 
valle. La gaiezza di quella fiera gli era però cagione a bene 
sperare, quando comparvero insieme un leone con la U9t' alia 
e con rabbiosa fa le, ed ana lupa insidiosa e insaziabile, che 
molte centi fé già viver grame. Questa lupa, infesta più che le 
altre due fiere, fe gran paura al viaggiatore allegorico \ questa 
gli tolse la speranza di salire a quel monte, eh' e prineipio e 
eagion di tutta gioia, questa lo ricacciò nella valle oscura, e 

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BEL POKMA DI DANTE. 27 

fiJT liberarlo da questa venne poi Virgilio mandato da Beatrice. 
1 poeta latibo parla intanto al suo seguace della maligna na- 
tura di quella bestia uscita dair Inferno, e lo invita a seguir 
lai se vuole evitarla, e se vuol pervenire al fine dei suo via^- 
^io. Quindi andarono insieme ad osservare il luogo, onde quella 
lupa era uscita. 

In queste tre belve son figurate le tre principali potenze 
guelfe, allora insiem collegate nel tener vive ed in fermento le 
faxioni e le discordie italiane : Y invidiota Firenze, 1* avara Ro- 
ma e la superba Francia La selva oscura, che giace giù nella 
valle, è il disordine politico e morale dell' Italia, prodotto dallo 
spirito di divisione e dai vizi del secolo; il dilettoso monte, il- 
luminato dai raggi del Sole, è V ordine politico e morale, su cui 
risplendono i raggi della rettitudine e della giustizia. Dante 
rappresenta Vuomo colla sola ragion naturale*, Virgilio la scienza 
ddle cose umane ; Beatrice la scienza delle cose divine. Il vd- 
Irò è Teroe ghibellino che, colla forza delle armi, distruggerà 
quelle tre guelfe potenze, le quali impediscono il riordinamento e 
la felicità deU' Italia. 

Il tempo in cui finge Dante -d' aver incominciato il suo alle- 
gorico viaggio è la notte del giovedì al venerdì santo del 1300, 
allorachè trovavasi nell'età di 35 anni, termine medio (secon- 
d'esso e secondo Aristotile) della vita umana. Adunque to- 
gliendo il velo allegorico, e tenendo dietro al significato istorico 
(cfaé del morale sarà detto dappoi), il Poeta dà principio al suo 
poema dicendo: 

« Che quand* egli era nelV età, che suol essere il punto me- 
dio della vita unuina. si' ritrovò fira mezzo ad una tenebrosa 
anarchia, in cui non vedeasi più traccia del diritto e del giu- 
sto. Dice essergli duro il £atr parole di ciò, poiché rìnnovn vagli 
nd penriero la paura e il dolore. Ma, per trattare de* buoni 
ammaestramenti, che ne ritrasse a utilità sua e degli altri, par- 
lerà delle diverse cose da lui osservate. *> Versi 1-9. 

« Non sa ridire come si trovasse anch' egli involto nelle ci- 
vili contese: tanto la sua ragione era addormentata quando 
presevi parte, abbandonando la strada verace della morale e 
civile filosofia. Cercò dunque di rimettersi per .questa, e trattosi 
fiaorì di quel disordine, ehe tanto avealo angustiato (non altro 
questo essendo che barbarie, servitù e infelicità) volgeva pk la 
mente al suo contrapposto, cioè all'ordine, eh* è civiltà, hbertà 
e felicità, su cui risplende il raggio della giustizia. Allora que- 
toesi un poco la penosa sollecitudine dell'animo suo, il quale, 
pur tuttavia sbigottito, volgevasi indietro a meditare su quel- 
r anarchia, in che l' uomo entrato non vive che la vita delle 
bestie. ^ Versi 10-27. 

« Riposato^ alquanto, proseguiva Peperà, intendendo al rior- 
dinamento delle cose civili; ma quest'uomo allegorico, sorretto 
solo dalle proprie forze deboli e insufficenti, non avanzava che 
lentamente : pure pel suo buon volere avanzava : qnand' ecco 
frapporglisi un' agile e presta lonza, cioè la guelfa Firenze, mo- 
bfle ed incostante, e coperta di pelle a più colori, cioè piena 



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28 dell' ALLXGOBIA 

d' uomini di diversi partiti ; la guelfa Firenze, il cui vizio prìn* 
cipale era T invidia. E questa teneaio continuamente d'occhio, 
ed iropedivagli tanto il cammino) ch'ei fu più volte per tórsi 
giii dair impresa. « Versi 28-36. 

« Era la stagione di primavera, quella stagione in cui il 
mondo fu creato, e in cui per V incarnazione del Verbo 1' uma- 
nità fu redenta ; quella stagione ridente, che riconduce gli ani- 
mi a miti e afiettuosi pensieri, e che nella città veniva lietamente 
festeggiata : ond* egli ne prese cagione a bene sperare \ quando 
nuovo timore fu in lui prodotto dalla comparsa d* un leone, cioè 
di Carlo Valois de' Reali di Francia, simbolo della superbia. 
Questi parea che famelico e furente venisse più specialmente 
contro di lui, cioè contro coloro, che aborrenti dalla tirannide 
guelfa volevano la concordia de' cittadini e la libertà della pa- 
tria. E questo timore s'accrebbe; perchè ben tosto comparve 
una lupa, nella sua estenuatezza avida ed insaziabile, cioè la 
curia romana, simbolo dell* avarizia : la quale essendo capo del 
Quelfismo, e fomite all' ire di parte, fé la sventura di molte genti. 
Qnesta, più che lo altre, gli fu tale intoppo, che perde la spe- 
ranza di conseguire l' intento. E quale si attrista l' avaro, che 
perde in un momento le accumulate ricchezze, tale si fece egli 
per opera di colei, la quale, oste^^giandolo, lo ripigneva nell'anar- 
chi», ond' è escluso ogni principio di rettitudine e di giustizia. » 
Versi 37-60. 

« Conosciuta, per trista esperienza, la malica natura del 
Quelfismo, pose allora ogni sua speranza nel partito opposto, che 
la ragion naturale mostravagli migliore. Ed ecco che in quel- 
r abbandono gli si presenta Virgilio, simbolo della scienza uma- 
na e al tempo stesso della scienza politica, che, a procurare il 
bene dell'umana società, indica dover essere un capo supremo, 
r imperatore. Alla monarchia romana, che nacque sotto Qiulio 
Cesare, e visse sotto Augusto fino dai tempi del gentilesimo, 
adunque si volse Dante in tanto perìglio; e Virgilio, il cantore 
di essa, poeta sapiente e ministro di civiltà, gli dà conforti e 
eli porge aita. Gii fa considerare come a campar da quel luogo 
di oisordine e di barbane, e a pervenire al sommo del dilettose 
colle, gli convien^ tenere altra via : perciocché quella euelfa po- 
tenza (contro la quale ei gridava) non permetteva che alcuno 
1* attraversasse ne suoi disegni, ma tanto impedivalo, che il fa- 
cea venir meno. Era essa dipoi sì malvasia e si rea, che giam- 
mai non saziava le ingorde sue brame. Molti erano i potentati, 
coi quali essa collegavasi per sienoreggiare, e più ancora sa- 
rebbono stati infino a che venisse l' eroe ghibellino, che avrebbela 
annichilata. Questi non avrà sete d'argento e di possessioni, ma 
di sapienza, di carità e di virtù; questi sarà salute di quella 
misera Italia, per cui morirono Cammilla, Eurialo, Niso e Turno; 
Questi insomma anderà cacciandola di terra in terra fino a che 
1 avrà rimessa nell' Inferno, donde l' invidia di Lucifero l' avea 
suscitata a danno degli uomini. Onde conchiude Virgilio, che, 
pel suo meglio e perchè consegna l' intento, pensava eh' ei do- 
vesse sefiroirlo; ed egli avrebbegli fatto da guida. • Versi 91-111. 



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DEL POEMA DI DANTE. 29 

n nmanente del canto non ha d*uopo di dichiarazione, es- 
sendo bastantemente chiaro per sé Uìedesimo, né contenendo 
altre particolari e recondite allegorie. Adunque Virgilio, che qui 
è simbolo della scienza delle cose umane, viene ad istanza di 
Beatrice, figura della scienza delle cose divine (dalla quale la 
scienza umana procede), a porgere aiuto a Dante, smarrito e 
pericolante in mezzo al disordine politico e morale del suo se- 
colo. Egli pertanto si pone a guida e maestro di luì, che rap- 
presenta r uomo in genere, e che dal disordine e dalla barbarie 
agogna elevarsi ali* ordine e alla civiltà, e pervenire all' ultimo 
fine, eh* è la felicità pubblica e individuale. Ma Virgilio non 
può accompagnare il suo discepolo per infino al punto estremo 
dell* allegorico viaggio, e però fin dal principio (Inferno, I, v. 122) 
lo previene dicendogli, come 

• Anima fio a eiò di me più degna : 
Coa lei ti lascerò nel mio partire: • 

e qnest* anima più degna si ò Beatrice, la scienza delle cose 
divine, che può sola distaccar 1* uomo da questa terra ed al cielo 
inalzarlo. Cosi Virgilio, dopo aver condotto il suo discepolo ad 
osservare i tormenti de' rei, e le pene di quelli che stan pur- 
gando i lor falli (notandogli per tal modo gli scogli, che 1* uomo 
pel suo migliore dee cercar d' evitare), giunge alla sommità del 
Purgatorio: ed ò allora che, volgendosi a Dante, g)i annunzia 
essere ornai venuto ad un punto, si di là del quale non può più 
nulla per sé stesso discernere (Purg. XXVII, v. 129); e poco 
appresso, al comparire di Beatrice, s'allontana inosservato e 
sparisce, perchè 

• La nostra timana via dalia divina 
Dista cotanto, quanto si discosta 
Da terra il ciel, che più allo festina. • 
(Purg XXXiii, V. 88.) 

Allora non più la scienza umana, ma bensì la divina è quella 
che conduce e ammaestra T allegorico viaggiatore: e questi in- 
fine è per essa, di gaudio in gaudio, condotto a fruire della bea- 
tifica visione di Dio : 1* ultima e la più perfetta felicità promessa 
al figlio d'Adamo. 

Rifacendomi ora dal bel principio, anderò con novelle prove 
e novelli argomenti afforzando le dichiarazioni da me date. Io 
ho detto la selva rappresentare il disordine morale e politico 
dell' Italia, e V ho detto non solo perchè una tale allegoria spicca 
fuori dai éitti storici, ma perchè un simile significato allegorico 
emerge naturalmente dal valore del vocabolo selva. Nel linguag- 
gio scritto e nel linguaggio parlato noi siamo bene spesso soliti 
di manifestare le nostre idee^ per mezzo di vive, adeguate e 
uatarali similitudini. Qoal è pertanto quella figura di cui cia- 
scuno snol far uso per imprimere l* idea di disordine e confusio- 
ne, se non quella d un bosco o d*una selva? Di piò, con qual 
frase nel Convito, designa Dante istesso il tumulto del gran 
mondo? eon quella di selva erronea di questa vita» A che dice 



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30 i>kll' allegoria 

Bimlli gli uomini ignoranti, fieri e viziosi? li dice §imili aqU aU ' 
beri d* una selva. E §elva cliiainò nel Volgar ^^o^tito l' Italia, 
per rispetto a* molti e vari dialetti che vi si parlavano a' tempi 
suoi: e di qaeato vocabolo, a significare un luogo di disordine 
e d' anarchia, egli altresì fece uso, quando dì Firense, insangui* 
nata dalle civili discordie, disse partirsi messer Fulderi de'Calboli. 
La selva, secondo Giovanni Marchetti, e secondo altri, a cui 
è piaciuto ciecamente seguirlo, ò V esilio di Dante Ma qual ana- 
logia e qual corrispondenza di ficura può mai da alcun ravvi- 
sarsi fra una selva e V esilio t Quale armonia potrà mai fare 
r esilio di Dante in questo gran quadro allegorico, ove la po- 
tenza guelfa sta in campo ed in opposizione colla ghibellina, 
dalla quale un giorno verrà superata e distrutta : ed ove l'uomo, 
smarrito in mezzo alla confusione e al disordine, viene soccorso 
e guidato dalla scienza umana e quindi dalla divina, non solo 
a disbrigarsi da ogni impaccio, ma altresì ad ottenere la paco, 
r ordine e la libertà, a cui la civiltà fa centro, e da cui emana 
la felicità pubblica e privata? Il grande scopo, cui F Alighieri 
col suo poema mirava, era universale: era diretto al vantaggio 
ed al bene della intera umanità, non meno che alla pace e alla 
felicità dell' uomo individuo. Se la selva rappresentasse vera- 
mente l'esilio di Dante, oh quanto minorerebbe l'interesse ge- 
neral del poema! Allora lo scopo non sarebbe più universale; 
ed il Poeta, volendo per sé unicamente interessare il lettore, 
darebbe segno evidente di troppo egoismo. Ma la fallacia d'una 
simile interpretazione s'appalesa bene di per sé stessa; percioc- 
ché ammettendo che la selva rappresenti F esilio di Dante, e 
che il colle sia (siccome vuole il Marchetti) simbolo del suo ri- 
torno in Firenze, e della pace e consolazione eh' egli sperava un 
giorno godervi, s'anderebbe a cadere in questo assurdo: che 
Dante trovandosi fuori della patria, e bramando e tentando ri- 
tornare in Firenze, incontra per via la stessa Firenze, che gì' im- 
pedisce di poggiare alla vetta del colle, cioè a dire di rientrar 
nel suo seno. Oltredichè essendo Dante stato esiliato nel 1302, 
non potea sul principio del 1300 trovarsi smarrito nell'amara 
selva deir esilio : elio se contro di questa obiezione si premunisce 
il Marchetti, dicendo gratuitamente che così piacque al Poeta 
di fingere, noi potremo al Marchetti rispondere, che, facendoai 
più volte Dante annunziar ne' tre regni 1* esilio siccome futuro, 
e siccome da lui non ancora provato, apparisce all' ultima evi- 
denza che Quest'esilio non ò figurato nella selva, poiché l'or- 
dine, r unità e r Andamento del poema resterebbero allora brut- 
tamente rotti e alterati. 

Spingendo più avanti la tesi prodotta dal celebre Ugo Fo- 
scolo, il dotto Gabriele Boesetti non sa, nò può veder nel poe- 
ma altro che un acerbo spirito antipapale, Adunqne la riforma 
religiosa ssrebbe, secondo questo moderno scrittore, lo scopo anico 
e finale della Divina Commedia; scopo che avrebbe dovuto ot- 
tenerci, non tanto col mezzo delle armi ghibelline, quanto col- 
]' opera di una setta segreta, la anale servivasi nelle scritture 
d' un linguaggio convenzionale ed arcano. Questo linguaggio, 

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DKL POKKA DI DAITTS. 81 

ÓMÌ RoBaetti cliiamato anfibologico, furfantino e fatto a mosaico, 
come ai usa ne* logogrifi, ne* bisticci e negli acrostici, ò, secondo 
lui, posto in uso nella Divina Commedia e in tutte le altre 
opere dell* Alighieri. Io non farò parole d' un* idea sì stravagante 
e bizzarra, che ridurrebbe a piccola e meschina cosa il merito 
letterario di Dante, perciocché, sebbene presentata coli* apparato 
di molta dottrina e di copiosa erudizione, essa non ha potuto 
reggere alla severa crìtica. Dirò solo, che sebbene il Rossetti 
ritaiga e dimostri a meraviglia che le tre fiere non sono altro 
che le ire principali potenze guelfe, pure non ispiega conve- 
nientemente le altre parti della grandiosa allegorìa; anzi cade 
in molte inesattezze e contradizioni, le quali danno a conoscere 
che la sua ardita tesi posa in sul fantastico ed in sul falso. 

Varia altre interpretazioni sono state messe fuori dai com- 
mentatori moderni; ammettendo le quali, vessi a cadere in molte 
assurdità, nella guisa stessa che vasai a cadervi, ammettendo le 
interpretazioni dei chioftatorì antichi. Questi dissero, l' oscura e 
selvaggia selva per la quale si trovò Dante, essere 1* immagine 
de* molti vizi ed errori, fra i quali egli trovavasi avviluppato; 
il dilettoso monie^ che i raggi del Sol nascente illuminavano, si- 
gnificare la virtù; e la lonua^ il leone, la lupa, che il suo salire 
al monte impedivano, simboleggiare la libidine, l'ambizione e 
r avarizia di lui. Nella persona di Virgilio, che al suo scampo 
ai adoperò, offerendose^li a guida nel percorrere 1* Inferno e il 
Pnrgatorìo, credettero hgurata la morale filosofia; ed in Beatrice 
che a idò mosse Virgilio, e che quindi fu scorta a Dante nel 
Paradiso, ravvisarono la teologia. Laonde giudicarono che il 
senso riposto nell* allegorìa fosse il seguente: Dante pervenuto 
all'età di 35 anni si trovò avviluppato in molti vizi ed errori; 
desiderò levarsi alla virtù, ma ne lo impedivano libidine, ambi- 
zione ed avarizia. La miserìcordia divina mandò allora In suo 
soccorso la filosofia morale e la teologia: la prima delle quali 
col fiargli dair acerbità delle pene conoscere la turpitudine del 
vizio, 1 altra dalla beatitudine de* premi la bellezza della virtù, 
lo riconducessero ad una vita morigerata ed onesta. 

Bla qualche commentatore del secolo decorso, ed alcun altro 
del secolo presente, considerando quell'espressione di Virgilio 
nel casto III dell'Inferno, v. 137: 

• Quioei non passH mti anima boona; 
£ p«rò M Caron di le si lagna, 
Ben puoi saper ornai, die '1 suo dir soona : • 

la qnal contiene per Dante una lode, che male ad esso conver- 
re1>be se si fosse trovato ravvolto in tanta moltitudine di vizi, 
quanta ò figurata (secondo gli antiebi) nell' allegorico vocabolo 
•eltra, pensò che questa non rappresentasse già i vizi del Poeta, 
ma piuttosto i vizi e le passioni del secol suo. Ma nell' uno e 
nell'altro supposto, come mai per bandire dal mondo que*vizì^ 
abhis<^^va 1 opera d'un prìncipe ghibellino? Come mai questo 
valoroso capitano, un cinquecento dieci e cinque (DVX), potea 
distrugger U lupa, eh* è quanto dire (conforme la prìma Inter- 



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82 BKLL^ ALLEGORIA 

pretazione) 1* avarìzia di Dante, o (conforme la secondai V ava» 
rizia del suo secolo ? Oltredìchè, se la selva raffigurasse la mol* 
tìtudine de* vizi, faceva egli di mestieri rinnovare la stessa 
figara nella lonza, nel leone e nella lupa, che pur tre vizi rap- 
presentassero ? E Peroe vaticinato, piuttosto che la lupa sol- 
tanto, non avrebb* egli dovuto atterrare V intera selva? Né giova 
punto la distinzione di Gaspero Gozzi: che la selva sia 1* imma- 
gine de' vizi del Poeta, e le tre fiere rappresentino i vizi di 
Firenze e d'Italia, perciocché né più chiaro, né più congruo si- 
gnificato s* ottiene da una simile interpretazione. 

Il primo che nella lonza raffigurasse Firenze, nel leone la 
Francia, e nella lupa la secolar potenza de' papi, fu il sagace 
critico monsignor Gian Giacopo Dionisi veronese, benemerito 
illustratore di Dante. Delle fatiche di questo dotto filologo si 
valse accortamente il Marchetti, e fu così da molti creduto il 
discopritore di questa parte dell* allegoria del poema. Vero è che 
il Dionisi fermò più particolarmente le sue indagini intorno 
quelle tre belve, né fece molte parole sulle altre figure simbo- 
liche del canto primo, le quali altrettanto interessano alla piena 
intelligenza dell allegoria; vero è che. il Dionisi opinò cbq la 
selva rappresentasse la suprema magistratura di Firenze, nella 
quale si trovò Dante nel 1300 (Opinion falsa, di cui dirò più 
sotto): ma il Dionisi annunziando e comprovando pel primo 
quella bella e interessante scoperta, la quale è stata seme di 
altre non meno importanti, ò quegli solo, che dai cultori delle 
italiche lettere e dagli studiosi del divino Poeta meritar deve 
ogni lode ed ogni riconoscenza. 

La selva non può raffigurare (siccome volle il Dionisi) la su- 
prema magistratura della Repubblica fiorentina, perciocché di- 
cendo il Poeta, che le note tre- fiere lo respingevano in quella, 
dopo eh' egli era a fatica pervenuto là dove terminava, ne na- 
scerebbe questo sconcio ed inverosimil concetto: che affatican- 
dosi Dante d' usdre dal suo priorato, Firenze, Francia e Roma 
ve lo ricacciassero a suo malgrado. L' obiezione é giustissima, 
ed é del Lombardi. Ma il Lombardi, antagonista acerrimo del 
Dionisi, rilevando per quésta parte l'insussistenza di cotale di- 
chiarazione, tacque d'ogni restante: nel che peccò o di timo- 
rosa prudenza siccome ecclesiastico, o di riprovevol malizia sic- 
come filologo. 

Guelfo, come dice il Rossetti, é corruzione di Wolf; e come 
si ha dalla storia, Currado Guebeling e Lotario Wolf furono le 
maligne radici de' Ghibellini e de* Guelfi. Animosi rivali, si con- 
trastarono il trono imperiale, dopo la morte d' Enrico V seguita 
nel 1 120, e a' loro partigiani trasmisero tutta la propria rabbia, 
che si prolungò di generazione in generazione a desolare V Ale- 
magna e r Italia. Neil* alteniare dello vicende, i papi si posero 
alla testa de* Guelfi, e gì' imperatori a quella de' Ghibellmi. Or 
come wol/ nell' antico e moderno linguaggio tedesco significa 
lupOf ecco il perché i Guelfi tutti vennero figuratamente chia- 
mati lupi; e Firenze, divenuta nido di Guelfi, fu da Dante chia- 
mata la maladeUa e sventurata foua de' lupi (Purg. XIV, ▼. 51). 



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DEL POESIA DI DANTE. 33 

Molti sono i luoghi del poema, nei quali Dnnte chiama lupi co- 
loro del partito guelfo, come per esempio là nel XXXIII, v. 29, 
dell* Inferno, dove, narrando il tristo caso del guelfo conte Ugo- 
lino e de* suoi figli, dice che i Pisani andavano 

• Cacciando il lupo e i tubicini al monte: • 

e là od XXV, v. 6, del Paradbo, dove, parlando di sé medesimo, 
dioe che viveva in Firenze 

• Nemico ai lupi che gli davan guerra ; • 

e là nel XXVII, y. 25, della stessa Cantica, dove i sovrani di 
Boma, capi del Guelfismo, sono da lui cliinmati 

• In vesta di paator tapi rapaci: ec. • 

n re di Francia, Filippo il Bello, è da Sordello mantovano 
(Porg. VII, V. 109) chiamato il mal di Francia^ e da Ugo Cu- 
peto (Ivi, XX, V. 43) 

« la mala pianta, 

Che la terra erisliana tutu adoggia 

Si, che buon frutto rado ae ne schianta. • 

£ questo veniva detto da Dante, perciocché il monarca francese, 
per U vanità d' immischiarsi nesli affari ecclesiastici, e per il 
soperbo fine di dominare in Italia, sosteneva la signorìa tem- 
porale de' papi e le loro pretensioni, e fomentava le discordie 
delle italiane repubbliche. Di qui i lunghi e ripetuti lamenti 
del Poeta, Inf XIX, v. 86, 108; Purg. XVI, v. 106; Purg. XX, 
V. 91; Purg. XXXIII, V. 47 ec. Fratello del re Filippo era Carlo 
di Valois, che a petizione di Bonifazio Vili scese in Italia a 
danno de* Ghibellini ed a far la conquista del regno di Sicilia. 
La possanza di Francia era pur allora grande e temuta, ed ecco 
il ptTchè venne da Dante figurata sotto V imagine del più forte 
degli animali. Altro argomento positivo si è questo: che l'arme 
di Carlo era appunto un leone; anzi il Ilossetti asserisce e di- 
iQofitra, come ogni prìncipe della casa di Francia veniva figu- 
rato in un leone. Che il leone poi sia simbolo della possanza 
francese, lo manifesta Dante medesimo nel VI, v. 108, del Fa- 
ndiso, dicendo come gli artigli dell* aquila imperiale 

• A più alto leon trasser io vello : • 

Delle quali parole è indubbiamente fatta allusione al monarea 
di Francia, battuto più volte dalle armi de* Ghibellini. 

La lonza poi è Firenze, per più cose in essa fiera simboleg- 
siate. La prima è la gaietta pelle^ la quale indica una certa 
ttteriore politezza e leggiadiia di quella città. La seconda ò 
l epiteto di leggiera e fresia moUOf il quale accenna alla sua 
labilità ed ìneoBtanza, tacendo accordo con quanto il Poeta disse 
^ vari luoghi delle sue Opere e particolarmente nel Purg. VI, 
^; 139. La terza è il pel maculato o macchiato, il quale non 
Bgaificando altro che una varietà di colori, allude ai vari par*» 



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34 dsll' allegoria 

titi, che dentro le mora di Firen/e ayean il lor fìinesto covile. 
La lonza o pantera è un animale macchiato di bianco e di nero: 
e Dante avealo, se non altro, appreso dal Tesoro del suo pre- 
cettore Brunetto Latini, ove ai dice che la pantera ha taceho 
bianche e nere. Ecco il perchè a significare le fazioni dei Q Zi- 
bellini e dei Guelfi, detti con altro nome Bianchi e Neri, il Poeta 
si valse d* una simil figura. 

Dirò ora qualche parola intomo i vizi caratteitstici di quelle 
potenze guelfe figurate nelle tre belve. Firenze era invidiosa non 
tanto per la sua condizione di repubblica democratica, quanto 
per suo vizio particolare e distintivo. Tale ò'il carattere che ne 
fanno gli storici fiorentini, il Villani, il Compagni ed altri: e 
Dante medesimo ora la nominò pianta del superbo e invidioso 
Téucif^ro (Par. IX, v. 127), ora la disse nido di tanta malizia 
iìnt XV, V. 78), ora la chiamò piVna d' invidia si che ne tra- 
bocca il sacco (Inf. VI, v. 49). L' andare colla test* alta è in- 
dizio di superbia ; ed appunto colla test* alta procedeva il leone, 
immagine, com*ho detto, della possanza francese. E poiché la 
superbia nasce dalla troppa estimazione delle proprie forze, per- 
ciò la Francia, per tenersi più di quel eh* eli' era forte e po- 
tente, cadeva in quel vizio, con cui la va caratterizzando il Poeta. 
Perchè poi Dante chiami avara la lupa, cioè la secolar potenza 
de* papi, vedilo, se ti piace, nel XIX, y. 112, dell* Inf., nel XXVII. 
V. 52, del Par., ed m molti altri luoghi del suo poema. 

Grandissima influenza sull* invidiosa Firenze esercitavano la 
superba Francia e V avara Roma, talché ^utti e tre cotesti vizi 
venivano quivi a rendersi siccome indigeni e perpetui, e della 
misera repubblica facevano un campo tale di disordini e di mi- 
serie, quale vien dipinto dal Poeta nel VI, v. 127, del Purga- 
tone, e quale vien rappresentato dagl* istorici contemporanei i 
meno sospetti. Per questo il Poeta fa dal suo maestro Brunetta 
chiamare la cittadinanza fiorentina, Inferno, XV, v. 68: 

• Gente avara, invidiosa e superba. • 

£ nellMncontrare fra i golosi flnf., VI, v. 74) quel crapulone 
di Ciacco, domandagli qual è la cagione, che rende sì discordi 
fra loro i suoi concittadini, e fa rispondersi: 

« Superbia, invidia ed 9varitia ìoqo 
Le Ire favillf, e* liaruo i cuori accesi. • 

Adunque quando l' Alighieri avea 85 anni d* età, ed era uno 
de* primi magistrati della repubblica fiorentina, - conobbe per 
prova di essere in mezzo ad un ^ran disordine morale e politico^' 
in cut era smarrita la diritta via del ben pubblico e privato. 
Eeli allora, siccome buon cittadino e zelante magistrato, mirando 
alla prosperità della sua nazione, si adoperò a tutta possa nel 
sedare quelle feroci contenzioni cittadinesche, dalle quali prece* 
deva ogni male. Tutti i biografi di lui raccontano come nel 1800 
(epoca appunto della visione) fosse, per V avveduto suo consiglio 
e per r opera sua efficace, rimesso 1* ordine nella città di Fi- 
reose, tutta (come narra il Bruni) in iseompigUo e In travaglio» 



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BEL POZUA DI DANTE. 35 

per essere a fronte e in atto di venire alle mani le due fazioni 
de* Donati e de* Cerchi. A questo boono, ma precario resultato 
della sua sollecitudine, alludono evidentemente i versi 13 al 27 
del Canto I, come ai suoi novelli sferzi per ispegnere le rtna» 
seenti discordie, e per fermare la pubblica pace e prosperità* 
allad4Mio gli altri che seguono fino al 43. L' esser egli pieno di 
sonno alloraquando ìmmischiossi in tali faccende, significa che 
come i sogni sono illusioni e fantasie, così illusoria e fantastica 
era la sua fidanza di riuscir eolla forza nell* intento, essendo da 
lai stato lasciato il solo messo efficace, che come privato poteva 
celi mettere in uso. E questo mezzo era quello della parola. 
UtL perchè la parola dell* uomo, per essere appieno efiicace e 
valevole, abbisogna del soeeorso di tutte le scienze; così que- 
st* uomo, eh* intender voleva alla rigenerazione della sua patria, 
dovè farsi ammaestrare e condurre da Virgilio, la scienza delle 
cose umane, e da Beatrice, la scienza delle cose divine. Che 
ITirgilio sia in un tal simbolo rappresentato deducesi ancora da 
molti luoghi particolari del poema. Neil* Inf. , IV, v. 73, è chia* 
mato colui eh' onora ogni scienua ed arte ; nel VII, v. 3, ti éa- 
%io gentil che tutto seppe; nell* Vili, v. 7, il mar di tutto il 
senno; e nel Purg. XXI, v. 33, Virgilio egli stesso, parlando 
(Id suo discepolo, dice mostrerogli oltre quanto il potrà menar 
mia icuolaf cioè, come bene espongono i commentatori, « gli 
mostrerò qnanto 1* umana ragione potrà disceinere, o quanto il 
potrà la scienza umana, in cui soltanto io valgo. » Cosi con 
frasi chiare in modo eguale, se non maggiore, dice ivi, XVIII, 
V. 4B: 

« Qoanto ragion qai vede 

Dir ti poss' io : da indi in là t' aspetta 

Par a Beotrice, cb' è opra di fede. • , 

Le qnali parole se ci significano patentemente Virgilio esser 
fignra della scienza umana, ci significano altresì, Beatricp es- 
serlo della divina. 

Adunque il poema cosi concepito, diveniva il mezzo o Tistru* 
mento a condurre gli uomini dal disordine e dalla barbarie al- 
l' ordine ed alla civiltà. Ma perchè a procurare la doppia ri- 
forma (la morale e la politica) abbisognava non solo la po- 
tenza della parola, ma altresì quella dell' armi, il profetizzato 
veltro, ossia V eroe gliìbellino, è appunto l' altra necessaria po- 
tenza, la quale, procurando più specialmente la riforma politica, 
contribuir doveva ad ottenere V universale nobilissimo fine. 

m Come Tuomo (dice l'Alighieri nelle ultime pagine della 
sua Monarchia) solo fra tutti gli enti partecipa della corrutti- 
bilità e incorruttibilità, corì solo fra tutti gli enti a due ultimi 
fini è ordinato: de* quali l' uno è fine dell' uomo secondo ch'egli 
è oorrattibile, V altro è fine suo secondo eh* egli è incorruttìbile. 
Adunque quella provvidenza che non può errare, propose al- 
Toomo due fini: 1* uno la beatitudine di questa vita, che con- 
siste nelle operazioni della propria virtù, e pel terrestre para-' 
diso (la sommità dd Purgatorio) si figura; V altro la beatitudine- 

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36 DSLL* ALLEGORIA 

di vita eterna, la quale confiiste nella fruizione dell* aspetto di- 
vino (alla quale la proprìa virtù non può salire, se non ò dal 
divino lume aiutata), e questa pel paradiso celestiale «' intende, 
A queste due beatitudini, come a diverse conclusioni, bisogna 
per diversi mezzi veniie. Imperocché alla prima noi perveniamo 
per gli ammaestramenti filosofici (scienza delle cose umane — 
Virgilio), pure che quegli seguitiamo, secondo le virtù morali ed 
intellettuali operando. Alla seconda poi per gli ammaestramenti 
spirituali, che trascendono V umana ragione (scienza delle cose 
divine — Beatrice), purché quegli seguitiamo, operando secondo 
le virtù teologiche. Adunque queste due conclusioni e mezsì, 
benché ci sieno mostre, V una dall* umana ragione, la quale 
pe* filosofi e' é manifesta, V altra dal santo Spirito, la quale pei 
profeti e sacri scrittori, per V eterno Figliuol di Dio, Gesù Cri- 
sto, e pe*suoi discepoli, le verità soprannaturali e le cose a noi 
necessarie ci rivelò', nientedimeno la umana cupidità le pospor- 
rebbe, se gli uomini come cavalli, nella loro oestialità vaga- 
bondi, con &eno non fossero rattenuti. Onde e* fu bisogno al- 
l' uomo di due direzioni secondo i due fini, cioè del sommo pon- 
tefice (religione di Cristo), il quale, secondo le rivelazioni, dirizzasse 
r umana generazione alla felicità spirituale, e dello imperatore 
(Veltro — potenza dell* armi ghibelline), il quale, secondo gli 
ammaestramenti filosofici, alla temporale felicità dirizzasse gli 
uomini. 1» 

Queste parole dell' Alighieri, finora state neglette da ogni 
interpetre della Divina Commedia, spargono tanta luce sull'ar- 
gomento da me preso a trattare, che dommi a credere che 
non verrò, sì com' altri, tacciato d' essermi aggirato fra tenebre 
ed aver giucca to di fantasia. Per queste anzi pare a me rimuo- 
versi ogni dubbiezza, e troncarsi ogni controversia intorno al si- 
stema allegorico, come anche potersi spiegare tanti altri luoghi 
del sacro poema, che a taluno sembra van frutto del capriccio 
del Poeta. Giuda, Bruto e Cassio sono, a cagion d'esempio, posti 
da esso fra le zanne di Lucifero: e perché? Perché alla felicità 
dcir uomo essendo necessarie (secondo il concetto e il sistema 
di Dante qui sopra veduto) la religione cristiana e la monarchia 
imperiale, ne veniva che costoro fossero eli uomini i più degni 
di pena, dappoiché l' uno erasi opposto al fondatore del cristia- 
nesimo, gli altri al fondatore della monarchia. Così nella Epi- 
stola a Cane Scaligero noi troviamo parole, le quali validamente 
confortano le dichiarazioni che sono andato finora esponendo: 
« Il soggetto della Commedia (egli vi dice) secondo la sola let- 
tera considerata, é lo stato delle anime dopo la morte, preso 
Bomplicemcnte, perché di esso e intorno ad esso il processo di 
tutta l'opera si rivolge. Se poi si consideri l'opera secondo la 
sentenza allegorica, il soggetto é l' uomo, in quanto ohe per la 
libertà dell' arbitrio meritando e demeritando, alla giustizia del 
premio e della pena é sottoposto .... Il genere di filosofia, se- 
condo il quale qui si procede, é operazione morale ossia etica, 
perciocché non alla specolazione, ma alla pratica è stato il tutto 
oxdlaato....Il fine poi si é rimuovere coloro cbo in questa vita 



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DKL pcxka di dantk. 37 

vìvono, dallo stato di mìserm, e indirLuarli allo stato di fe- 
licità. » 

Ecco adunque in poche parole il nesso dell* allegorìa: La gra- 
zia preveniente (vale a dire la divina misericordia) avendo com- 
passione deir nomo smarrito e pericolante in mezzo al disordine 
politico e morale del secolo, lo degna d* un raggio della sua 
grazia illuminante. Allora quest* uomo, che, sebbene bramoso di 
pervenire all' ordine e alla felicità, non seguiva dapprima cbe il 
proprio naturale talento, è preso ad ammaestrare e condurre 
dalla scienza delle cose umane, che muove e trac orìgine da 
quella delle cose divine. Ma dalla scienza umana egli non vien 
condotto che per i due terrestri emisferi, limite della civile filo- 
sofia: e però ad aggirarsi su per le sfere celesti, e pervenire 
air ultimo fine, eh* è Dio, abbisogna d' altra e piò nobile guida, 
vale a dire della scienza divina. Questo è quanto alla parte mo- 
rale, ossia al fine della felicità dell* uomo individuo. Quanto alla 
parte politica, ossia al fine universale dell* umana civiltà, come 
il disordine era prodotto dal vizioso partito guelfo, cosi dal vir- 
tuoso eroe ghibellino, da questo profetizzato messo di Dio, verrà 
distrutta la guelfa potenza, e procurato il ritorno dell' ordine, a 
cui fa corona ogni gioia ed ogni felicità. 

Tutto è sinmietnco nel divino poema. Un genio d'antitesi 
continuato e costante circola, come spirito segreto, nella sua 

tran macchina, te cui parti con armonia mirabile si corrispon- 
:>no, sino al punto che, se tu scuoprì un lato solo delle sue con- 
trapposte figure, puoi tenere d*aver discoperto anche il Iato 
contrario. Quest'amore per la simmetria, che può agevolmente 
in Dante riconoscersi, è da lui per prindpii professato ; onde nel 
suo Convito Bcrivea: « Quella cosa 1* uomo dice esser bella, le 
cui parti debitamente rispondono, perchè dalla loro armonia ri- 
sulta piacimento (cioè bellezza).... L* ordine rende un piacere 
non so che d'armonia mirabile, n Questa simmetrica correla- 
zione diparti opposte, nel fargli mettere in contrasto la mac- 
china intemale colla celeste, produsse in sua mente altrettanti 
concetti, che la sua immaginasione cangiò in pitture. Ciò lo 
portò a fare il suo Lucifero trino ed uno, perchè Iddio è tale; 
U luogo dove r uomo peccò facendosi degno di morte, e l' altro 
dove fu redento e fatto degno di vita, antipodi fra di loro; 
dieci i gironi nell'Inferno, dieci i gironi nel Purgatorio; dieci 
i circoli nel pozzo di Miilebolge o Lucifero nel mezzo; dieci le 
sfere di qua e Iddio nel centro. 

Da questa particolarità, poco finora osservata, del poema 
di Dante, discende la conchiusione, che le spiegazioni degli an- 
tichi interpreti vanno assai dilungo dal vero*, poiché per esse 
non riscontrasi la voluta corrispondenza delle figure allegoriche. 
Se il veltro è (come tutti hanno inteso e dichiarato) un eroe 
ghibellino, conviene di necessità che la sua contrapposta figura, 
cioè la lupa, a cui s' affiliano la lonza e il leone, non altri sia 
che il Guelfismo. Infatti, e per la ragione medesima, noi ve- 
dremo in opposizione fra loro la selva nelvag^va e il culto giar* 
dino; V ona in una bassa valle, l' altro su di un eccelso monte; 

3 

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3S DXLL* ALLIBOOpiA 

r una priva d* ogni luce, 1* nitro rÌHoliiarato da* raggi del Sole. 
E come T amara selva è simbolo del disordine e della barbarie, 
a cui conseguita naturalmente V infelicità pubblica e privata ; 
così il dilettoso monte è simbolo dell* ordine e della civiltà, a 
cui naturalmente tien dietro la felicità pubblica e privata Che 
se la lonza, il leone e la luna, figurano per la parte politica le 
tre principali potenze guelfe (e collettivamente il Gnelfismo), 
ed hanno per contrapposto il veltro o V eroe ghibellino lor di- 
struttore futuro; per la parte morale fi^umr possono Tinvidia, 
la superbia e T avarìzia, vizi particolari di quelle tre potenze; 
ed il veltro cibandosi d* amore, di sapienza e di virtù, fìtrà 
egualmente perfetta l'antitesi per la parte morale. Infatti da- 
nlice dev ' esser nel poema l' allegoria, sì perchè Dante stesso 
lo significa nella lettera allo SealigerOj sì perchè la virtà mo- 
rale (secondo ciò che dice pur pel Convito) vuol essere fonda- 
mento della civile. Ora per tutti coloro, che trascurando af- 
fatto il senso politico, tennero unicamente dietro al senso mo- 
rale, l'allegoiia sarebbe press* a poco la seguente : 

Dante, cioè 1* uomo (l' umanità), nel quale è 1* anima ra- 
zionale, la potenza sensitiva e la vegetativa, ed il lìbero ar- 
bitrio, trovandosi nella selva delle passioni, ottenebrata dalla 
ignoranza, e sforzandosi di ascendere air erto colle della virtù, 
illuminato dalla sapienza, n*è impedito piò specialmente da tre 
vizii : invidia, avarizia e superbia. E questo impedimento è sì 
continuo e sì gagliardo, ch'egli è quasi tentato di lasciare af 
fatto r impresa, quando a suo scampo gli si presenta Virgilio. 
Questi, eh è figura dell* umana ragione, dirizzante il libero Ar- 
bitrio alla cognizione del vero e del retto, il conforta, e il sot- 
trae di quella ruiua, ov' egli tornava a cadere. Ma Virgilio, che 
a ciò ture è stato mosso da Beatrice, cioè dalla scienza teolo- 
gica, aiutata dalla grazia preveniente (la Donna gentile) e dalla 
grazia illuminante (Lucia), non solo il conforta e il sottrae di 
quel perìcolo, ma pur lo invita a seguirlo, gli si fa duce e mae- 
stro, e lo ffuida pel regno de* morti, affinchè veda quali sono i 
supplizi del vizio, e ne concepisca spavento. Lo conduce quindi 
pel Purgatorìo, eh* è la via dapprima, faticosa, poscia più age- 
vole ed in fine dilettosa, che Tuomo deve percorrere per giun- 
gere alla pace ed alla felicità, cioè mortificando le prave incli- 
nazioni, correggendosi degli errori, e convertendosi dal vizio alla 
virtù. Il timor della pena, il dolore dell* espiazione, la speranza 
del premio son dunque le tre scale per ascendere al sommo di 
quel colle, che è simbolo della virtù. Purgatosi d'ogni macola 
viziosa, e non altro più omai seguendo che il vero ed il retto, 
egli è fatto degno di salire al cielo. Oli si presenta allora Bea- 
trice, o ammaestratolo intomo alla fede, senza la quale non si 
dà salvazione, vel conduce inalzandolo di sfera in isfera *, gli h, 
conoscere e pregustare i gaudi ineffabili de* beati, che sono il 
premio delle virtù morali e teologiche; e lo guida infine al- 
r empireo, ov'egli, guardando in Dio, tocca il colmo dell'umana 
felicità. 

£ questa pure può stare e «ta, perchè dae ;lo ripetiamo anco 



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DEL POEMA DI DAIVTE. 39 

ima Tolta) sono più specialmente in questo poema le allegorie : 
la morale e la politica, altrimenti detta da Dante storica. Ben 
è Tero peraltro cbe talvolta predomina la prima pia che la se- 
conda, talaltra la seconda pia che la prima, e spesse volte poi 
s'intrecciano Tuna coli* altra e sì confondono: ond*è che il vo- 
ler sempre e tntto, secondo che molti fanno, spiegare per mezio 
d' mio solo di questi due sensi, riesce opera vana ; tantopià che 
alcune delle figure allegoriche, come il veltro e il dux, non si 
prestano se non per la parte politica ; altre, come Lucia e la 
bonoML pontile, non si prestano cne oer la morale. Adunque in 
questo insistiamo; cioè, che duplice e il senso allegorico: e poi- 
ché vi ebbe, e vi ha ancora, chi non vuol vedere nella Divina 
Commedia che un* allegoria morale, noi a dimostrare evidente- 
meote che vi si dee vedere pur la politica, abbiamo creduto do- 
ver £ire Q presente discorso. 



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c^pi.GGKTO DELL' mp£^^^ 




^l\K^^^=é^- 








Dir Cornm .Edii BABBERA 

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DELLA 

DIVINA COMMEDIA 

CANTICA PRIMA. 

FUn^ERNO. 



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DELL' INFEBNO. 



CANTO PMMO. 



Trontoii il Poeta marrito In una seUa intricata ed oscura, ri si aggira tutta una 
i>tt«, ed necitoiiA ini &r del giorno, comincia a salire sn per nn colle, qnando gli 
■i fknao incontro nna lonza, nn leone e naa lupa, elie lo ricacciano Terso la seWà. 
Gli appare allora Virgilio, che lo riconforta, e gli si offre a guida per trarlo di là, 
^r^fidolo passare per 1* Interno e pel Purgatorio, donde Beatrice V arrebbe poi gni- 
iiUi ul Paradiso. B Dante lo segno. 

Nel mezzo del cammin di nostra yita 

Mi ritrovai per una «elva oscura, 

Ohe la diritta via era smarrita. 
Ahi quanto, a dir qual era, è cosa dura, 

Questa selva selvaggia ed aspra e forte, ^ 

Che nel pensier rinnova la paura! 
Tanto è amara, che poco è più morte : 



1. Fioge il PoeU di «Ter avatn (pie- 
Ita risione, quando egli era perTonalo al 
lrint«siooq«ÌBU» dell* età laa. Il nono 
(!cl corso ordinario dell' omana vita, die« 
UanU nel Convito, trattato IV, eap. SS, 
Misere il detto anno trentesinoqaiDlo. Il 
momento in cui comincia V asion del Poe- 
ni, è la notte procodenta al Teoerdl santo, 
c!0« la Dolte del S4 al 98 Marzo: il no- 
tD«Bto in cni t«raiÌBa, è l' ottaTa di Pa- 
^aa ; eoiìccbè tutta l' asiono dora dieci 
l'orni. Questo 95 Mano del taOO (stilo 
coaoDea iVa<jeifa(«), la eoi mattina Dante 
QtciU) dalla telra si troTa appiè del colle, 
<' i) primo giorno del duoto secolo, cioè 
«Ifiraano iaoi. contando gli anni «è in- 
ftrntiaM, liccome osavano alcuni degli 
iflUcbi, e fra essi i Fiorentini. ìi che Oan- 
i«. parlo particolare, contasse gli anni ab 
/usrsalion«, lo dice egli stesso esplicita- 
•s'als al canto \V1, v.Sèe segg., del Par. 

i- Coir immagioe di qoesta oscura sei- 
'i il Poeta rappresenta nel senso morale 
• leolofico lo stato di un'anima imrilop- 
riUos* Tisi, e prira del lume della gra- 
^ celeste ; e nel senso storico e politico 
^ ciirria e la co&fusknie, nella quale era 



i' Itolia, afflitta dal parteggiare de' GoelQ 
e de' Ghibellini. Nella sua lettera a Cane 
Scaligero manifestò Dante che non un 
solo, ma pib sensi si aseonderano nelle 
allegorie di quest' opera. — Dante poi nel 
Poema è figura dell'uomo in genere, non 
per anco ammaestrato dalle scienie pro- 
fane e saere. 

9. Il cAs qui vale in eh; i% e%i ; come 
poro pib sotto al verso i3.Da altri questo 
eh9 spiegasi per ptrdoccAè. 

4. Costruisci : itèl qnmntQ è reso dnre. 
increscevole, e dir; narrare, fwel era 
qftnia Mlva ec. 

tf. ttlvaggUt incolta e disabitata; etpra, 
ispida di proni ; /(»f le, folta, intricala, dif- 
ficile a passare. — Nota ttl9a ss Ivomìo ; 
quasi nn superlativo dell' idea, come in 
Virgilio enea «aesma. (ifin.. II.) 

1. Alcuni intendono che l' epiteto «mo- 
ra si riferisca alla selva; altri alla dura 
impresa di favellarne; altri all' ultimo 
sostantivo paura. 11 retto andameoto vor> 
rebbe che si riferisse alla dora impresa ; 
ma poiché di costroùooi irregolari non 
V* ha negli antichi penuria, può riferirsi 
anco alla tcfeo ; non mai però alla poiNW. 



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44 DELL* INFERNO 

Ma per trattar del ben ch^ i* vi trovai. 

Dirò dell* altre cose chMo v*ho scorte. 
Pnon 80 ben ridir compio v'entrai; l<> 

Tant'era pien di sonno in su quel punto^ 

Che la verace via abbandonai 
lia poi eh* io fui appiè d*an colle giunto, 

Là ove terminava quella valle 

Che m* avea di paura il cuor compunto, i& 

(juardai in alto, e vidi le sue spalle 

Vestite già de* raggi del pianeta, 

Che mena dritto altrui per ogni calle. 
Allor fu la paura un poco queta, 

Che nel lago del cuor m*era durata 20 

La notte, eh* io passai con tanta pietà. 
E come quei, che con lena affannata 

Uscito fuor del pelago alla riva, 

Si volge ali* acqua perigliosa, e guata; 
Cosi l'animo mio, eh* ancor fuggiva, 25 

Si volse indietro a rimirar lo passo, 

Che non lasciò giammai persona viva. 
Poi, riposato un poco il corpo lasso. 

Ripresi via per la piaggia diserta. 

Si che*l piò fermo sempre ora*l più basso. ^ 

S. II h$n§ è la eognitiono del tìsìo, che Io sUbilimento dell'Impero latino 

acquistata per grioMf namenti di Virgilio, tara all' Italia come un nooro giorno. la- 

del quale narrerà in appresso. falli sotto qoetta figura egli presenta io 

9. altf ceti. Cioè del colle, delle tre nna lettera latina il Tenire d* Enrico in- 
fiere ee. peratoro in Italia. 

10. Non sa ben ridire eom* ei v' entras- 18. ptr ogni calle» per ogni e qoaloB* 
se, perchè, quasi sen sa accorgersene, par- qoe ria. 

teeipò, rispetto al senso morale, degli er- SO. Il latfo, cioè la eatità del cuor* 

rori del secolo, e, rispetto al senso poli- tempre abbondante di sangue, 

lieo, si troTÒ immischiato nelle faiioni 91. piito, affanno, dolore da indurr* 

dei Bianchi e dei Neri. pietà. 

i3. Per la cima di questo eolle, op- 9S. I#iui a/Taaiiate, respiratiooe affan- 

posto alla valle delle miserie, si deve in- nosa. 

tendere, secondo il senso morale, la con- 95. cà* atwr fugoiv, che tuttora era 

solatione e la pace, la quale si perviene spaTcntalo, locutione latina, «v/ngifuitM 

a godere da un'anima virtuosa, assistita animut. 

dalla grazia celesto; e nel senso politico, 97. Non lasciò viva alcuna pertona, 

)a paca e la felicità, la quale, Tìoti i vale a dire, dove non entrò alcano eh* 

Guelfi e fermata 1* autorità dell' Jm- non ?i restasse morto. 

poro latino, Danto sperava di vedere la 30. Con questa frase accenna la lea- 

Italia. tetta e la circotpetione, con eoi proce- 

iS, compiiafe di jM«r«, angottialo. deva tu por Torta. Andando in tal goita, 

16. MS. del colle. il piede fermo, e to cui gravita il cor- 

il. Sotto l'allegoria del nascere del pò, è tempre tentibilmento piti batto del- 

Solo intenderai i tegni che lo conforta- 1* altro che fratlaato t* avanta più il 

vano a tperara. E anche Immagina Dante alto. 



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0ÌJ7T0 pmxo. 

£d ecco, qoasi al cominciar dell' erta, 
Una lonza leggiera e presta molto, 
Che di pel maculato era coperta. 

£ non mi si partia dinanzi al volto; 
Anzi impediva tanto 1 mio cammino, 
Ch4o fni per ritornar più volte vólto. 

Temprerà dal principio del mattino, 
£1 Sol montava *n su con quelle stelle 
Gh* eran con lai, quando V Amor divino 

Mosse da prima quelle cose belle; 
Sì cb' a bene sperar m* era cagione 
Di quella fera alla gaietta pelle, 

L^ora del tempo, e la dolce stagione: 
Ma non si, che paura non mi desse 
La vista, che m' apparve, d* un leone. 

Questi parea che centra me venesse 
Con la test' alta, e con rabbiosa fame, 
Si che parea che Faer ne temesse: 

Ed una lupa, che di tutte brame 
Sembiava carca nella sua magrezza, 
E molte genti fé già viver grame. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura eh' uscia di sua vista. 
Oh' io perdei la speranza dell' altezza* 

E quale è quei, che volentieri acquista, 
£ giugne'l tempo che perder lo face, 



45 



85 



40 



4$ 



60 



55 



31 . Bd §ec9, qoando «Tea fatti pochi 
pani sa per V erU. — KrU e piag^ con 
quasi sinoaJDi, ma qoelia è pib ripida. 

39. La lonn o paotara, agile e di pelo 
nacebiato di più colori, il laona e la lupa 
(di che in appresto), significano nel sonso 
inorale l'inTÌdia, la soperbia e raTariiia, 
che s'oppongono all'oono nel eontegoi- 
meoto della virtb (Vedi Inf., Canto VI, 
T. 74, 75) ; e nel senso politico, le tre 
principali potente guelfe che tenevano 
l'Italia divisa, ed ostavano all'autorità 
imperiale, e per conseguenza al ristabi- 
Uaento dell'ordine e della pace. La tonta 
è Firente divisa in Bianchi e in Neri; il 
l«Mi«, la casa reale di Francia ; la lupm. 
Il Cnria romana, o la polenta temporale 
de' papi. Vedi 11 discorso suirAllegoria 
il principio del volume. 

S6. Pifi volte rivolto indietro per re- 
trocedere. 

96-40. n Sale m in ariete, tempo di 



primavera, in cui, secondo l'opinione 
degli antichi filosofi e di alcuni santi 
Padri, fu da Dio creato il mondo. — • 
Moi$9, creasi ooe è moto, e moto è crea- 
sione, secondo San Tommaso. 

41-43. SI che a bene sperare di qoell* 
fiera vestita di gaia pelle, mi era cagio- 
ne r ora mattutina, e la stagione di pri- 
mavera, tempo in cui la belletta della 
natura piti facilmente dispone gli animi 
alla dolcetta. E per btne tp^rart di f ««Ito 
fitta intendi r aeieia»«irto> - Alla gaietto, 
dalla, colla gaietta. 

46. ««««M«, dall' ant. veii/r«, per ««- 
niti9. 

53, 55. Questa mi cagionò si grave tur- 
bamento colla paura che altrui metlea 
eolla sua vista, col suo aspetto. 

54. La speranta di giungere alla som- 
mità del monte. 

55-58. E come colui eh' è desideroso 
di guadagnare e si attrista e piange, 



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^^ DcLL'lNTEBirO 

Ghe*n tatti i suoi pensier piange e 8* attrista; 
Tal mi fece la bestia senza pace, 

Che venendomi incontro, a poco a poco 

Mi ripingeva là doveU Sol tace. co 

Mentre ch'io roinava in basso loco, 

Dinanzi agli occhi mi si fii offerto 

Chi per lungo silenzio parca fioco. 
Qaand*ryidi costui nel gran diserto, 

Misererò di me, gridai a lui, C5 

Qua! che tu sii, od ombra, od uomo certo. 
Risposemi: Non nomo; uomo già tea, 

E li parenti miei furon lombardi, 

E mantovani per patria ambedui 
Nacqui sub JuUo, ancorchò fosse tardi, 70 

E vissi a Roma sotto '1 buono Augusto 

Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 
Poeta fui, e cantai di quel giusto 

Figliuol d*Anchise, che venne da Troia, 

P^i che il superbo lUon fii combusto. ^ 

Ma tu perchò ritomi a tanta noia? 

Perchè non sali il dilettoso monte, 

Ch* è principio e cagion di tutta gioia? 
Or se* tu quel Virgilio, e quella fonte, 

Che spande di parlar si largo fiume? ^ 

Risposi lui con vergognosa fronte. 
degli altri poeti onore e lume, 

Vagliami 1 lungo studio, e U grande amore, 

quando giunfe 11 tempo ehe gli fa per- gilio nacque 69 anni aranti Geih Cristo, 

dere le cote guadagnale; tal mi fece, quando Giulio Cosare eontara circa SI 

mi riduue, quella bestia prira di pace, anni ; ed ei ne arerà 98, quando Giulio 

Irrequieta. Cesare ta ucciso. 

60. iov9 'I M foce, cioè al fondo osco- T9. fatti t bugiardi. • Dire II falso per 

ro della ralle. Tacere è lo stesso che ingannare, è bugia. • 8. Agost. Adunquf 

cessare dalla consueta operasione, alme- può essere la falsità senta bugia, 

no figuratamente. 74. Enea, figlinolo d'Anehise. 

65. /loco, fiacco, debole per arer molto 75 superbo /(ro«, « Ceciditqne super* 
taciuto. Allegoricamente forse rnol signi- bum llium. • Mn., HI. -. tnnku$l9, Mb* 
fieare la noncuranza, in cui era fino ai bruciato. 

suoi tempi giaciuta l'opera di Virgilio. 76. noia, qui rale trìbolasione, aUànso, 

66. Chiunqae tu sii, o fantasma, od 81 . tupoti fui, risposi a luÌ,Gliuti« 
uomo rero e riro. chi tacerano spesso la preposisione « 

70, 71. Nacqui alquanto tardi percWlo aranti i pronomi di persona, —cen ter» 

possa dire d* esser rissuto sotto <iÌnlio Ce- Qognou frònUt reToreate, dimessa per 

sere; e però rissi sotto il buon Augusto.— rispetto. È Virgilio nel senso morale la 

Difatti ninno pone *Virgilio fra gli scrit- scisma umana, e nel senso politico il 

tori del tempo di Mulio Cesare, ma tra cantore della Monarchia, 

quelli ehe fiorirono soUo Augusto. « Vir- 83. fa^Hawl, mi valga, mi giovi. 

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CASTO PBIMO. 

Che m'han fatto cercar lo tao Tolame. 

Tu se* lo mio maestro e lo mio autore : 
Tu se* solo colai, da ca'io tolsi 
Lo bello stile, ^e m' ha fatto onore. 

Tedi la bestia, per ca*io mi volsi: 
Aiutami da lei, famoso saggio, 
Ch'ella mi fa tremar le Tene e i polsi. 

A te convien tenere altro viaggio, 
Rispose, poi che lacrimar mi vide. 
Se vuoi campar d'esto luogo selvaggio; 

Che questa bestia, per la qual tu gride, 
Non lascia altrui passar per la sua via, 
Ma tanto lo impedisce, che V uccide : 

Ed ha natura si malvagia e ria, 
Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopol pasto ha più fame che pria. 

Molti son gH animali a cui s'ammoglia, 
E più saranno ancora, infin che'l Veltro 
Terrà, che la farà morir di doglia. 

Questi non ciberà terra né peltro. 
Ma sapienza ed amore e vìrtute, 
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 

Di quell' umile Italia fia salute, 



47 

85 
Od 
OS 
100 

105 



S4. c9nmr, cioè atleDtuiaiito coMid«- 
nrv, ttodUre. 

S7. n bello stiU ebo avea fatto onora 
a Daal«, era qvello da loi osato nei tnoi 
SonaUi e nelle Ormoni. 

89. aafffe presto gli aotiebi taleva tal- 
volta fotta. Dante : « Amore e cor gentil 
ione «na eoia, Sieeone il saggio (Guido 
tìùnieelli) in ano dittato pone. • 

91. MiMffte • ria. JaWafia è meno 
di ria, e dieeTasi a tatti gli oggetti cor- 
porci, come il francese maavai». 

iOO. Intendi nel senso morale, tbe molli 
tono i viti, come la frode, il furto ec , 
cai volentieri si misce 1* avarizia; e nel 
•eneo politico, molti sono i potentati, 
eo'fnali Beau si collega per far più 
forte la san parte guelfa. 

«M. Il fclfre, molti credono significare 
Can Grande Scaligero, signor di Verona 
vicario imperiale; altri Ugoccione della 
sgginola, valoroso capitano gbibellino ; 
altri infine V imperatore. Ma in tutu e 
tre le supposizioni, egli è sempre un 
capitan ghibellino» virtuoso e prode, 



che dovrà fiaccare le corna al gueiflsma 
105, 104. Questi non farà suo ciho, su» 
delizia, né delle terre né del denaro, 
ma accoglierà in «è la sapienza, la bontà 
e la Tirtb. — P$ltro è «lagno raffinalo coiw 
argento vivo ; qui è preso per denaro in 
generale. 

iOS. Chi nel Veltro vede Can Grande, 
intende che fra Feltro • Feltro sia ac> 
cennata Verona, posta tra Feltro, città 
della Marca Trivigiana, e Monlefeltro, 
città della Romagna. Chi vi vede Cgoc- 
eie ne, intende significato il castello della 
Faggiuola, posto in mezzo alle città FeU 
triche di Macerata e di San Leo. 

406. Alcuni per umile Italia intendono 
quella parte marillima e bassa, che co- 
stituiva r antico Lazio. Ma perchè il Vel- 
tro avrebbe dovuto arrecar salute ad una 
parte sola d'Italia, e non a tutta? Non 
era tale il concetto del l*oeta ghibellino: 
dunque intende dell* Italia Intera, e la 
chiama «mifs, perchè decaduta dall' an« 
tica sua gloria, e ridotta in pessimo slato 
dal parteggiare. 



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48 BBI'I' INFERNO. 

Per cui morio la vergine GammìHa, 
Eurialo e Niso e Turno di ferute: 

Questi la caccerà per ogni villa, 
Fin che V avrà rimessa nell' Inferno, 
Là onde invidia prima dipartilla. 

OndMo per lo tuo me* penso e discemo, 
Che td mi segui; ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per luogo etemo, 

Ov' udirai le disperate strida 
Di quegli antichi spiriti dolenti, 
Che la seconda morte ciascun grida. 

E vederai color che son contenti 
Nel fuoco, perchè speran di venire, 
Quando che sia, alle beate genti: 

AUe qua' poi se tu vorrai salire, 
Anima fia a ciò di me più degna: 
Con lei ti lascerò nel mio partire; 

Che queir Imperador, che lassii regna, 
Perch'io fui ribellante alla sua legge. 
Non vuol che 'n sua città per me si vegna. 

In tutte parti impera, e quivi regge: 



110 



115 



120 



US 



i07. Per cui morie la vet^in$ Cammilta, 
figlia di Metabo re de* Vo1»ci ; e Turno, 
fildio di Dauno re dei Rutali, combat- 
tendo por la difesa; e morirono fi«rta(o 
e Nito, gioTani gaerrieri troiani, combat- 
tendo per la conquista: donde si ripete 
il principio dell' Impero latino. 

Ili. L'invidia, nel senso morale »> 
tendi del demonio, ioTidioso del bene 
dell'uomo; e nel senso politico, l'invidia 
dei Gaelfl contro l' autorità imperiale. — 
frina avr. prieiamciilf. 

113. per lo Ivo m«', tuo meglio, dal- 
l'antico «it/o, e per apocope mei\ am'; 
ftafo • dif cerno, giudico. 

Ì14. B trarrotti di qui, Tacendoti pas- 
sare per messo all' Inferno, luogo che 
dora eternamente. - Ripetiamo che Dante 
è figura dell' uomo in genere, non per 
anco ammaestrato dalle sciense, e che 
Virgilio nel senso morale è la scieosa 
umana, e nel senso politico il cantore • 
il sapiente dell' Impero. Onde nel senso 
morale intenderai, che 1* uomo non potea 
ricondursi all' ordine ed alla paco sen- 
<a prima educarlo per messo delia sden- 
ta morale (Virgilio), la quale gli avreb- 
be fatto aborrire i Tisi; e per messo 
della scienst teologica (Beatrice), cba 



avrebbe in lui ravviTato la fede d* usa 
Tita futura, dove si pagano tra poiM 
eterne i peccati della presente. 11 timor 
della pena, il dolore dell* espiasione, 1* 
speraosa del premio, sob perlaoto U tre 
scale per ritornare a virtù. E nel seae» 
politico intenderai, che in Italia dob po- 
tea eonsegnirsi ordine politico, aè eÌTiltà, 
né felicità pubblica e privata, ae i cit- 
tadini, considerando i disordini e i autli 
del parteggiare, non fossero dalla seienia 
politica e dall' esperiensa fatti persuasi, 
che alla felicità del tenere emaBo, ia 
qaanto è civilmente ordinato, è necessa- 
ria la monarchia. —Vedi il Trattato é$llm 
Monarchia dello stesso Dante. 

117. Cioè, ciascuno chiama e ioveca 
ad alte grida la morte dell' anima. 

118. E Tederai coloro ehe stanno eoo- 
tentl nel fuoco del Purgatorio. 

131. Alle qua% alle quali poi se vorrai 
salire, sarà a tal uopo necessaria an*anl- 
ma di me pth depna, cioè Beatrice, eho 
infatti gli si presenta a goidt nel XXI 
canto del Purgatorio. 

134. f «e(r Imperador, cioè Dio. 

136. per «e, per messo mio ; bob tvoIo 
cbe alcuno venga condotto da bm. 

191. Io lotte le altre parti stendo U 



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GAino PBixo. 49 

Qqìtì è la saa cittade, e Talto seggio: 
felice colui, cu' ivi elegge! 

Ed io a lui: Poeta, i'ti richieggìo ^30 

Per quello Iddio che tu non conoscesti, 
Acciocch' io fugga questo male, e peggio, 

Che tu mi meni là doY* or dicesti, 
Sì eh' io vegga la porta di san Pietro, 
E color che tu hi cotanto mesti. i^ 

Allor si mosse: ed io gli tenni dietro. 

no potere, ma qoÌTÌ propriamente risiede, ma qai tolto il coDlesto ruole che si 

i9. €be elegge per abitare ivi. prenda per la porta del t'orgalorio ; seb- 

HA. fveslo «ale, la selra, e ptggio, le bene questa, secondo V ediGxio dantesco, 

SM fiioette eoDseguense, i mali cbe roe è ancbe porla del l*aradiso. (Vedi Turg. 

•e verrebbero. canto IX.) 

134. ComoDemente per porta di sa» 135. E coloro, cioè ì dannati, cbe la 

?ie(re s* intende la porla dei Paradiso ; dici essere cotanto mesti. 



CANTO SECONDO. 

Dopo riBTOcazione alle Mnee, aolita ai poeti nel principio decloro poemi, narra Dauts 
cbs dubitò di non esser da tanto da poter fare il viaggio propostogli. Ma dicendogli 
firgilio di essere stato mandato a lui da Beatrice, egli riprende animo, si deter- 
mina seguirlo, e si mette con esso in cammino. 

Lo giorno se n* andava, e V aer bruno 

Toglieva gli animai, che sono in terra, 

Dalle fatiche loro; ed io sol uno 
^ W apparecchiava a sostener la guerra 

Sì del cammino e si della pietate, ^> 

Che ritrarrà la mente, che non erra. 
Muse, o alto ingegno, or m* aiutate : 

mente, che scrivesti ciò eh* io vidi, 

Qui si parrà la tua nobilitate. 
Io cominciai: Poeta, che mi guidi, 10 

Guarda la mia virtù, s* eli* è possente, 

I. Tra lo noie della selva e i discorsi 6- Cbe rappresenterà vivamente , (j 

con Virgilio il Poeta aveva passato qael msmU eh* aoa •rrUf la memoria cbe pone 

giemo. fedelmente dinanzi all' animo le cose ve* 

3. sol uno, per essere Virgilio, come date. 

spirito, sciolto da ogni qualità omana. 7, 8. ¥tts«, o nobili disciplino ; e alto 

4, 5. to gMfra, cioè la fatica, Tango- ingegno, o sublime genio inventivo; 
scia; ti dtl castmiao, del viaggio; « «i siea/t, o potenza intellettttalo. — cAeseH- 
itlU pisfal», del compassionevole spot- veid, cbe ritenesti, come si ritiene per 
taeelo delle infernali miserie. Il viaggio iscritto, tutto ciò cb' io ridi. 

afalica il corpo, la compassione l'animo^ 9. ti parrà, apparirà, si naaifcfterà. 



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50 DELL* INFEBKO 

Prima eh* all' alto passo tu mi fidi. 
Ta dici che di Silvio lo parente, 

Gorruttihile ancora, ad immortale 

Secolo andò, e fa sensihihnente: 15 

Però se r avversario d'ogni male 

Cortese i fu, pensando l'alto effetto 

Ch'uscir dovea di lai, e 1 chi, e'I quale; 
Non pare indegno ad uomo d'intelletto: 

Ch'ei fu dell' ahna Roma e di suo impero 20 

Nell'empireo ciel per padre eletto: 
La quale e '1 quale (a voler dir lo vero) 

Far stabiliti per lo loco santo, 

U' siede il successor del maggior Piero. 
Per questa andata, onde gli dai tu vanto, 25 

Intese cose che furon cagione 

Di sua vittoria e del papale ammanto. 
Andovvi poi lo Vas d' elezione. 

Per recarne conforto a quella fede, 

Ch' è principio alla via di salvazione. 80 

I Ma io perchè venirvi? o chii concede? 

Io non Enea, io non Paolo sono: 

Me degno a ciò nò io nò altri crede. 
Perchè, se del venire i' m' abbandono, 

Temo che la venuta non sia folle: 85 

Se' savio, e intendi me' eh* io non ragiono. 
E quale è quei che disvuol ciò eh' e' voUe, 

19. tu mi fidi, mi affidi, mi commelU perio, a voUr dir io vtf, a voler par- 
tir ardua impresa, al difflcile Tìaggio. lare eoo matoriià di senno, forooo sU- 

«. di Silvio lo parenU, Enea padre di bìliti per divenire qoel luogo santo, »• 

Silvio, che Io generò di Uvinia; e dal (dal lat. «»{), dove risedesse il saeeesso- 

quale fu poi edificaU Alba. re di san PieUo, il Viearìo di Cristo. — 

14, ««.TolUvia vivo, ed aliamone sog- maggior, forse perchè prescelto da Dio 

getto, andò all' Inferno, ove si pena eter- medesimo a rappresentarlo in terra. 

Mmenie{yeàìVEn9Ìdi};erui§%8ibilmou- a5-»7. Per questo viaggio, pel quale 

U, realmente col suo corpo, soKgelto ai tu gli dai il vanto di pio, intese da suo 

sensi, e non già in visione o in spirito, padre Anchise delle cose, che gli creb- 

16-90. P€rb s$ ravvoriario fogni malo, bero animo a combattere, e furon cagio- 

Iddio, sommo bene, Cortoio i f; gli fa ne di sua vittoria contro Turno e suoi 

cortese, ad Enea, permettendogli un tal alleati, e quindi della fondaiione di Ro- 

viaggio, ponooMéo V alto tffolto, eonsìde- ma, ove oggi risiede il pontefice, 

rande il glorioso fatto, elo« l'Impero SD. (o Vas, il vaso, ir«(esreiif, san Paolo 

latino, a» %icir dotta di lui. che da lui cosi chiamato nelle sacre pagine; il qualJ 

provenir doveva, e W chi, e il popolo ro- andò non air Inferno, ma al Paradiso* 

mano, o'I guato, e le sue qualità; ciò ma la frase immortalo toeoto eooTiene si 

non comparisce, a chi bene intende, cosa air uno che all' altro luogo, 

impropria deir infinita Bontà eSapiensa; 84. Il perchè, se m» abliandono cieca- 

poiché egli, Enea, fu nel cielo eletto ee. mento all'atto del venire, al Tonire, 

32-34. La «Mie Roma, e'I guaio In- temo ec. 



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CANTO SECONDO. 51 

E per nuovi pensier cangia proposta, 

Si die dal cominciar tatto si tollo; 
Tal mi fec*io in quella oscura costa: 40 

Per che, pensando, consumai T impresa. 

Che fu nel cominciar cotanto tosta. 
Se io ho ben la tua parola intesa, 

Rispose del magnanimo quell* ombra, 

L* anima tua è da viltate offesa: 45 

La qual molte fiate V uomo ingombra 

Si, che da onrata impresa lo rìvolve, 

Come fÌEdso yeder bestia quand'ombro. 
Da questa tema acciocché tu ti solve, 

Dirotti perch' io venni, e quel eh' io intesi 50 

Nel primo punto che di te mi dolve. 
Io era intra color che son sospesi, 

E donna mi chiamò beata e bella. 

Tal che di comandare i'ia richiesi. 
Lucevan gli occhi suoi più che la Stella: ^ 

£ cominciommi a dir aoave e piana, 

Con angelica voce in sua faveUa: 
anima cortese mantovana. 

Di cui la fama ancor nel mondo dura 

E durerà quanto ^1 mondo lontana, C) 

L* amico mio, e non della ventura, 

Nella deserta piaggia è impedito 

Si nel cammin, che vòlto è per paura; 

«9. A MU, si U>g1Ì«, ti ritrae dall' in- 55. Il Solo è da Dante chiamato qui, 

comìDciare. come altrove, la »Mla per antooomatia. 

41, 4S. P«r il eàt jMMMiiiet meglio con- • Chiaman la stella talor tenebrosa, • 

iideraiulo, comimmì <* <mjir«M, disfeci la Canzone 15. — i Come Tlrlù di stella 

preu risoloiione di seguitar Virgilio, la (prodoce) margherita. » Sonetto 35. 

q Ulte nel too principio fo cosi sabilanea. 51. in ìvm favilla, nel lingaaggio che 

M. Cioè, r ombri di qoel magnanimo, lo era proprio ; o prendasi come floren- 

per Mtatesl. imo oolarsi l' antitesi di lina o vero come beaU. 

•ayataitM eé aaima Cina da viltà, 60. E dtff-erà lunga quanto il mondo 

^T, 4S. le HmIvc, lo rivolge, lo fa dare stesso. Lontova signi6ca (««^.Altri legge 

>D<2ietre, come an oggetto falsamente ap- quanto il moto ; ma la nostra lesione 

(reso fa dare indietro una bostia quando meglio armooisza colla frase del verso 

idfjiQbra, che è ombrosa. antecedente 

^-H. fi svfvff, ti solva, ti sciolga, an- 61. Può intendersi in due modi : Tuo- 

tu^ Icnainasione del presente del con- mo amato da me e non dalla fortuna, 

Piativo.- ITI dotve, mi dolse. Deriva dal cioè il mio amico sfortunato; ovvero il 

''■■DO delvii, mutato 1* « in v, che>tal- mio amico fedele, e non variabile secnndo 

^"lia anco i Latini scambiavano, dicendo la fortuna; e questa ioterpretasione con- 

^^^ìi • selvif, $ilma e tilva ec. suona eolle parole di Brunetto: i L'amico 

^. Dice iotfui coloro cho stanno nel di ventura, come rota si gira. » 

>"«'>>o, perchè dos sodo oè dannali né 65. Che per pavra si è rivolto in 

i''^»'»ti. fuga. 



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C2 dell' iniosbno 

E temo che non sia già si smarrito, 

Gh^ io mi sia tardi al soccorso levata, <^ 

Per quel eh' V ho di lui nel cielo udito. 
Or muovi, e con la tua parola ornata, 

E con ciò eh' è mestieri al suo campare, 

L' aiuta sì, eh' io ne sia consolata. 
Pson Beatrice, che ti faccio andare: 70 

Vengo di loco, ove tornar disio: 

Amor mi mosse, che mi fa parlare. 
Quando sarò dinanzi al Signor mio, 

Di te mi loderò sovente a lui. 

Tacette allora; e poi comincia' io: «^ 

donna di virtù, sola per cui 

L'umana spezie eccede ogni contento 

Da quel ciel, e' ha minor li cerchi sui; 
Tanto m'aggrada il tuo comandamento. 

Che r ubbidir, se già fosse, m' è tardi : 80 

Più non t' è uopo aprirmi '1 tuo talento. 
Ma dimmi la cagion, che non ti guardi 

Dello scender quaggiuso, in questo centro, 

Dall' ampio loco, ove tornar tu ardi. 
Da che tu vuoi saper cotanto addentro, £7 

Dirotti brevemente, mi rispose, 

Perch' i' non temo di venir qua entro. 
Temer si dee di sole quelle cose, 

C hanno potenza di fare altrui male: 

Dell'altre no, che non son paurose. 90 

Io son fatta da Dio, sua mercè, tale. 

Che la vostra miseria non mi tango. 

Né fiamma d'esto incendio non m'assale. 

72. L* amore che porto a Danto, e in lui 84. Dall' empiroo, oto tu dosideri ar- 

* tutti gli uomini di buon volere, e che dentemenle di tornare. É l' ompiroo quel 

mi fa cosi parlare, mi moise dal cielo. cielo, che, secondo il aislema Tolenaieo 

76-78. Per cui V umana specie arania seguito da Dante, ha il cerchio pibo»- 

di perfezione, o vince in dignità [tecedi] ^o di tatti gli altri, 

ogni altra cosa contenuta (co«lcnto per 90. panroit, in sento atiivo, da metter 

conttnuto) sotto quel cielo, che ha il suo paura, come la voce latina /omUoletM. 

cerchio minore dettli altri ; cioè sotto il Cosi nella Vita nuova : « Io disceroeTa 

cielo lunare. -> Ri pelo che Beatrice è la flgura d' un nomo di pauroso aspetto. • 

figura della scienza teologica. 99. ton^f, dal lat. langit, tocca, of> 

00. Quantunque già fosse io- allo, mi fende, 

parrebbe tardo. 99. Fiamma e incendio son qui parola 

81. Pih non t' abbisogna manifestarmi metaforiche, e significano il eoeeota de* 

il tuo desio. siderio della visione divina, che hanno 

83. in quMto ttntrù, cioè nel Limbo, i condannati al Limbo, senta sperania di 

ov'era Virgilio. sodisfarlo. 



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CANTO SECONDO. 53 

Donila è gentii nel ciel, che si compiange 

Di questo impedimento, ov^io ti mando, ^ 

Si àie doro giudicio lassù frange. 
Qaesta cinese Lucia in suo dimando, 

£ disse: Ora abbisogna il tuo fedele 

Di te, ed io a te lo raccomando. 
Lucia, nimica di ciascun crudele, loo 

Si mosse, e venne al loco doV i' era, 

Che mi sedea con l'antica Rachele: 
Disse: Beatrice, loda di Dio vera. 

Che non soccorri quei che t' amò tanto, 

Ch'uscio per te della volgare schiera? ^^ 

Non odi tu la pietà del suo pianto? 

Non vedi tu la morte, che 1 combatte 

Su la fiumana, ondel mar non ha vanto? 
Al mondo non fur mai persone ratte 

A far lor prò, ed a fiiggir lor danno^ ilo 

Com'io, dopo cotai parole fatte, 
Venni quaggiù dal mio beato scanno. 

Fidandomi nel tuo parlare onesto, 

Ch' onora te e quei eh' udito 1' hanno. 
Poscia che m'ebbe ragionato questo, ii^ 

Gli occhi lucenti, lagrimando, volse: 

Per che mi fece del venir più presto. 
£ venni a te cosi, com'ella volse: 

94. U D9%9à9$%liU è figura della Mi- 106. Ut pietà, V angoicia. 

u-ricordìa divina, o» come dicono gli an- 108. Su la JliiMaiia : esprime con di- 

tichì, della Graiia preveniente. verta metafora la stessa idea della selva. 

!)4-96. Intendi : che si compiange, si Nel senso morale, la torbida fiumana 

duole di qaesto impediménto che le fiere delle passioni ; nel senso politico, l'im- 

diooo a Dante, laddove ti mando, tal- petaosa fiumana delle civili discordie, 

iceot« che frangi, piega, ammollisce la ond; della quale, sopra la quale, il mare 

t^^era giostìtia di Dio. non porta vanto, perchè meno tempestoso 

97. OMtfa, cioè la donna gentile, eAt«f«, di lei. Altri, pensando che ondt'i mar 

ricercò Lacla i» tuo dimando, colla sua non ha tanto debbasi intendere, perchè 

■:>[iuxida, colla tua preghiera. — Dtman- non dà al mare tributo di sue acque, 

ii. egualmente che dotnanda, dissero gli credono si parli qui d* Acheronte, che 

«Qticlii. non isbocca in niun mare, ma cado al- 

100. nimiea di Hatenn erodile, cioè tut- 1* Inferno. — E non già ohe Dante fosse 

ti rida. - L%eia è simbolo della Grazia nella selva alla riva del fiume, ma poco 

lioffiiaaate. lontano. 

m. Èaekik fu figlia di Labano e moglie f 09, 110. ratti A far lor prò, pretto 

>irl pitrìarca Giacobbe. Ella è nel Vecchio a far il loro utile, 

tfsumento figura della vita contemplativa. 111. dopo eotai parott fatti, dopo dio 

105. Usci della volgare schiera per Lucia ebbe fatto, detto, tali parole, 

^^iriee, perchè fa V amore per essa 113. omito, nobile. 

<^« io fece poeta, o lo fece darsi tutto 116. oo(i«, cioè nelì* atto del risalire 

HU fttudl ed alla virtb. al cielo. 

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54 dell'inferno 

Dinanzi a quella fiera ti levai, 

Che del bel monte il corto andar ti tolse. i^o 

Dunque che è? perchè, perchè ristai? 

Perchè tanta viltà nel cuore alletto? 

Perchè ardire e franchezza non hai? 
Poscia che tal tre donne benedette 

Curan di te nella corte d^ cielo, 125 

£ 1 mio parlar tanto ben t* impromette ? 
Quale i fioretti dal notturno gielo 

Chinati e chiusi, poi chel Sol gP imbianca, 

Si drizzan tutti aperti in loro stelo; * 
Tal mi fec*io di mia virtude stanca, 130 

£ tanto buono ardire al cor mi corse, 

Ch'io cominciai, come persona franca: 
pietosa colei che mi soccorse, 

£ tu cortese, eh' ubbidisti tosto 

Alle vere parole che ti porse I i35 

Tu m'hai con desiderio il cor disposto 

Si al venir con le parole tue, 

Ch' io son tornato nel primo proposto. 
Or va', che un sol volere è d'ambedue: 

Tu duca, tu signore, e tu maestro. uo 

Cosi gli dissi; e poiché mosso fue, 
£ntrai per lo cammino alto e Silvestro. 



118. polii per votlif termÌDaiione del- 
r Antico vogliTi per «olert. 

Ì90. Chi a tolu, la quale t* impedì» 
il corto andar, la via più spedila di 
pervenire al monte, cioè di consegni- 
re prestamente la pace e la consolasio- 
ne. 

431, 1«. rlitai, ti arresU. — AtUtti, 
alletti, accogli. 

i33. franchttta, forza d'animo libero 
e sciolto da ogni timore: come più sotto 
troveremo Taggett. franca, 

i96. '< mio parlar. Torno a ricordare 
che firnilio è li gara della scienia oma- 
na, e Bcairico della divina : onde Virgi- 
lio è guida alla felicità temporale, e 
Beatrice alla beatitadine eterna. 

ióO. Tal M< /iw' io, rialtaodomi dal mio 
avvili mento. 



i58. propoito, proposito. 

140, 141. duca, doce, guida — Fu9, as- 
tica terminazione, dal latino fuit, 

B qui noteremo, che tutte quello Toci, 
le quali, perchè rifiatate dall' uso mo- 
derno, perchè mal conosciute nella loro 
origine nel loro significato, furono dai 
cementatori e dal grammatici chiamate 
licenze poetiche idiotismi, non sono 
altrimenti tali, ma sibbene spontanac, 
natorali e usate comunemente nel toco- 
lo, in che Dante scriveva. Vedi Naoooeci, 
Analiii critica di' vorH italiani, ec. Fi- 
renze, 1843, e Teorica de* fio«< licite lin- 
gua ilaliana, ee. Fireote, 1847. Dante 
dunque per servire alla rima non ha mai 
usato d' alcuna licenza. 

149. alto iilvittro, difficile e selTag- 
gio, ovTero profondo ed impraticato. 



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65 



CANTO TERZO. 



10 



15 



Gisn^oM alU porU iéirinfinmo, snHa qule lem Dante ima spaTentosa ucriziono. 
Eairaa dentro, • mi vastiboio troraao miste agli Aagell, che non furono nbelU a 
Dio né fedeli, le anime dogi* ignavi. ArrlTano siili* Acheronte, dove si tragittano da 
Caronte le anime de' dannati. Trema la terra, Mena nna luce, e Dai^te cade assopito. 

PeB MB 81 'VA If£LLA GITtI DOLKNTB; 
Pxit MB SI TA HBLL' STEBKO DOLOSE ; 
PkB me 81 TA TEA lA FEBDVTA OEHTC. 

Giustizia mossb'l mio alto Fattobk: 
fsoemi la divina potbstate, ^ 

La somma Sa^xnza, b^l fbimo Amobe. 

DlNAKZI A ME non lUB COSE GBBATE, 
Se NON ETEBNE, ED IO ETEBKO DCBO: 

Lasciate ogni sfbbanza, yoi ch'bntbate. 
Queste parole di colore oscuro 

Yìd'io scritte al sommo d'una porta; 

Perch'io: Maestro, il senso lor m'è duro. 
£d egli a me, come persona accorta: 

Qui si conyien lasciare ogni sospetto; 

Ogni viltà couvien che qui sia morta. 
Noi sem venuti al luogo ov' io t' ho detto 

Che vedorai le genti dolorose, 

CThanno perduto! ben delT intelletto. 
£ poi che la sua mano aUa mia pose 

Con lieto volto, ond'io mi confortai, 20 

Mi mise dentro alle segrete cose. ^ 

Quivi sospiri, pianti, ed alti guai 

Bìsonavan per V aer senza stelle, 

Per eh' io sì cominciar ne lacrìmaL 

1. 1 Mw primi Ttrti fomaso od' iscri* 19. Per U qaal coia io dissi : Maestro, 

»«De. là quia sU wUa porto doli' In- i] loro senso mi è aspro, mi reca pena ; 

fine, • BeUa fonte è la posto stessa che perciocché, se entro nell' Inferno, corno 

?Arii. potrò oscirne? 

4-6. UiiHBlitia divina sa fu laeaglaoe i». Come quegli che airea tosto pene- 

•vale, e la SS. Trivilà ne f« la cagione trato il mio sbigottimento. 

ifleieote. — Mbiss *l erto mih Patiorf, 16. «em, maio, siamo. 

tU mHse in Dio l' idea di me, lo mosa» 4& Il heiie, la bealitadine deir Intel- 

« pensami. LadMaa Ht—taU, il Padre, Ietto, cioè Dio, eh* è somma terità. 

^ tmma Ispirai, il J'iglia, e il prfme f9. E poiché m* ebbe preso per mano...... 

imn, lo Spirito Santo. m' introdusse noi segreto recesso. 

1. U non slerae, cioè gli Angeli ittmer- 93. alti ^ a«l, aHe grida dolorose, eualo 

^H, ed i eielà iaoorrottibili ^soooodo la è proprianwiiteil grido del cane percosso. 

cenata d' illota) ; «I io doro thitn», «ter- 34. at com<«r<ar, ctoò tosto cbo comin- 
ciai a sentir qaelle grida. 

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56 dell' IKF£UN0 

Diverse lingue, orribili favelle, 23 

Parole di dolore, accenti d^ira, 

Voci alte e fioche, e suon di man con elle, 
Facevano un tumulto, il qual s'aggira 

Sempre in quell' aria senza tempo tinta, 

Come la rena quando 1 turbo spira. '^ 

Ed io, eh' avea d' error la testa cinta. 

Dissi: Maestro, che è quel chTodo? 

E che geht'è, che par nel duol si vinta? 
Ed egli a me: Questo misero modo 

Tengon V anime triste di coloro, ^5 

Che visser senza infamia e senza lodo. 
Mischiate sono a quel cattivo coro 

Degli angeli, che non furon ribelli. 

Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 
Cacciarli i Ciel per non esser men belli; ^^ 

Nò lo profondo inferno gli riceve, 

Ch' alcuna gloria i rei avrebber d' dli. 
Ed io: Maestro, che é tanto greve 

A lor, che lamentar gli fa si forte? 

Bispose: Dicerolti molto breve. ^5 

Questi non hanno speranza di morte; 

E la lor cieca vita é tanto bassa. 

Che invidiosi son d'ogni altra sorte. 
Fama di loro il mondo esser non lassa: 

SS-97. ATTorli come il poeta distiogue 39. Non si poterò, eomo booni vatMlli, 
la lingua, il discorso, il suono, la toco, e dalla parie di Dio, combattendo la ribel- 
li remore, divtrtt lingui, cioè lingue che, lion di Lucifero, ma stettero a sé, restan- 
discordi e varie, fan contrasto tra loro, do neutrali. ~ fsre, Iterono, Toce rima 

97. E insieme con esse parole un ro- sta soltanto alla poesia, 

more di batter di mano ; battendo palma 40-43. Gacciarongli i Cieli, perchè dalla 

a palma, percuotendosi il viso e il petto, loro presensa sarebbero stati deiorpati ; 

28-a). Facevano un fracasso, che sem- né il profondo Inferno li riceve, li rac- 

pre s' aggira in queir aria, ssam iempo^ chiude, perocché gli Angeli rib«IU tanti- 

eternamente, Itato, fosca, caliginosa; fra- rebbero una qualche sodisftsione nel ve- 

casso simile a quello che fa la rana, dere che i neutrali aveuero ineontrato 

quando sofBa il turbine. la puniiione loro medesima. 

51. cinto d*9rror; accerchiata, ingom- 43. grnt, grave, cioè aolacttf. 

bra d* errore ; non sapendo donde quel 45. l>i«erolfi «tolto èr«ve, tei dirò bre- 

fracasso procedesse. vernante. — JKctrt per àir$ usaTano apoato 

33. sa vinta, cosi abbatinta, cosi prò- gli antichi. 

strata dal dolore. 46-48. Questi non hanno sperania ài 

34. mifsro modo, dell' orlare e dell'-agi- morto, cioè di tornare al nnlla, a la loro 
tarsi. oscura vita è tanto abietta, che non solo 

36. lodo, lode. Vissero sensa far bene invidiano i beati del Cielo, ma altresì 

né male ; non furono né buoni aè catti- tutti i dannati dell* Inferno. 

Ti. — Son questi gì' ignavi. 40. U mondo non to cbo ratti alevaa 

SI. cattivo, abietto. memoria di loro. 

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CASTO TBB20. 57 

Misericordia e CKtutizia gli sdegna; so 

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 
Ed io, che riguardai, Tidi nna insegna, 

Che, girando, correva tanto ratta, 

Che d'ogni posa mi pareva indegna: 
E dietro le venia ai Innga tratta SS 

IM gente, ch'io non avrei mai creduto, 

Che morte tanta n'avesse disfatta. 
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, 

Guardai, e vidi V ombra di colui 

Che fece per viitate il gran rifiuto. «o 

Incontanente intesi, e certo fui. 

Che quest' era la setta de' cattivi, 

A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 
Questi sciaurati, che mai non fur vivi. 

Erano ignudi, e stimolati molto G5 

Da mosconi e da vespe, ch'eran ivi. 
Elle rìgavan lor di sangue il volto, 

Che^ mischiato di lagrime, a' lor piedi 

Da fastidiosi vermi era rìcolto. 
E poi eh' a riguardare oltre mi diedi, 70 

Vidi gente aUa riva d'un gran fiume; 

Per dli'io dissi: Maestro, or mi concedi 
Ch'io sappia quali sono, e qual costume 

Le fa parer di trapassar sì pronte, 

Gom'io discemo per lo fioco lume. 73 

Ed egli a me: Le cose ti fien conte 

80. iToD neriUndo qoesti Tìgliacehi De non per Tìllà, ma per somma umiltà 

" andito né r Inferno, tengono cosi ad diedo Inogo a Bonifazio VITI, cotanto in* 

>»(nrìgelUti dalla miserieordia e dalla festo a Dante ed ai Ghibellini. — ^raii 

P«»tì«i* dÌTÌna. rifiuto, cioè del papato. 

81 ««Mfiis, bandiera. 63. carnei, yìII, spiacenti a Dio e a* de- 

W. t igni ftu iniigna, indegnaU, sdd- monii. Bocc, Dee; • Il fante come catti to, 

l>^ d' ogni dimora. ninna cosa al ano aiolo adoperò. » Dante, 

«. H lungu trntla, cosi gran segnito, Conv,: t Gli abomìnetoll cattivi d'Italia 

^'^^' cbe banno a Tile questo prezioso volgare.* 

^•Mltf. Pietro Morene eremita, eletto 64. eh* mai non fur vivi. Chi visse al 

^*P^ col nome di Celestino V, fo con in- mondo senza dar segno di sé colle opere, 

|>ani indotto a rinunziare il papato, e mai non fn vivo relativamente agli altri 

^^asdo air eremo fa Incarcerato per nomini. 

^ioe di Bonifazio Vili suo successore, 69. vtrmi. Come la loro pigrizia viene 

I^ÌB urcere mori. Celestino fu un san- stimolata da insetti, cosi la loro viltà è 

^>o, e per Santo fu dalla Chiesa ca- simboleggiata nei vermini. — rteolfo, rac- 

"^"■oaio ; ma ciò non segui che appresso colto, succhiato. 

' °^rts di Dante, il quale fu forse In- 73. qual eosfuMe. cioè qual legge. 

pio dallo spirito di parte a cosi par- 7S. fioco lum$, languida luce. 

'"< di lai^pojebè eolla sua rìnnnzia fatta 76. conhj cognite, manifeste. 



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58 DSLL^ nVRBIIO 

Quando noi fermerem li nostri paasi 

Su la trista riviera d'Acheronte. 
Allor con gli occhi yergognosi e bassif 

Temendo che 1 mio dir gli fusae grave, ^o 

In fino al fiume di parlar mi trassi 
Ed ecco verso noi venir per nave 

Un vecdiio, bianco per antico pelo, 

Gridando: Guai a voi, anime prave: 
Non isperate mai veder lo cielo: ^ 

r vegno per menarvi aU* altra riva 

Nelle tenebre eterne, in caldo e in gido. 
£ tu, che se' costì, anima viva, 

Partiti da cotesti che son morti. 

Ma poi eh' e' vide eh' io non mi partiva, ^ 

Disse: Per altre vie, per altri porti 

Verrai a piaggia, non qui, per passare: 

Più lieve legno convien che ti portL 
E'I Duca a lui: Caron, non ti crucciare; 

Vuoisi cosi colà dove si puote ^ 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. 
Quinci fur quete le lanose gote 

Al nocchier della livida palude, 

Che intomo agli occhi avea di fiamme mote. 
Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, lOO 

Cangiar colore, e dibatterò i denti. 

Tosto che inteser le parole crude. 
Bestemmiavano Iddio, e i lor parenti, 

L' umana spezie, il luogo, il tempo, e 1 seme 

78. ÀehtronU è parola greca, che ti- tra Davo ed altro Mcchiero, ti fvéa eone 

gniflca fiumi dil dolor; e per esso ere- qaeste parola siano pieae d' ira e di 

derano i GenUli che i' anime passassero scherno. Dante infatti è poi pastaio al- 

per ire all'Inferno. Dante si Talse dei l'altra rifa da osa polenta saporiore, • 

miti antichi, perchò tale era il snsto senta pure eh' ei te &' acoorga* 

de* tempi suoi, perchò giovano all' orna- 9S. colà éov9, nel cielo dOTO il potora 

mento poetico, e perchè sotto il loro Telo è tenta limiti. 

stanno ascose molta ferità d' antichissima 97. Quindi cessarono di naotani lo 

tradizione. Inoltre questa mistura d'idee barbote goance. Assomiglia alla laaa la 

cristiane e pagane, di storia sacra e prò- bianca e molle barba del Tecchio. 

fana, è forse dal Toeta *jisata per dimo- 99. di fitmm$ ruote, cerchi di faoco. 

strare il doppio scopo del Poema, cioè, 400. JTa q»$lV animt. Notisi noa volta 

come dicemmo, morale e politico. per sempre, che le anime si manifestano 

81. mi fratti, mi ritrassi, mi ritenni di a Dante con tutti i fenomeni delle umane 

parlare. proprietà ; però caogian colora, dibatto- 

91. Ptr altre vi* ec, quasi dica: altri no i denti, patiscono il caldo ed il fred- 
ti passerà aU' opposta spiaggia, bob io : do, o in tutti i modi soiTrono nelle Barn- 
passerai in altro luogo, non qui. Non bra ee. 
essendoTi BeU' Acheronte altro passo, al- i05. partali, cioè ganitori. 



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CAUTO TIBZO* 59 

IH lor semensa e dì lor nascimenti. ^^ 

Poi si rìtrassar tutte quante insieme, 

Forte piangendo, i^ riva malvagia, 

Ch'attende dasenn nom ohe Dio non teme. 
Garon dimenio con occhi di bragia, 

Loro accennando, tutte le raccoglie: i^o 

Batte col remo qualunque s* adagia. 
Come d'autunno si levan le foglie 

L' una appresso dell^ altra, infin che 1 ramo 

Bende alla terra tutte le sue spoglie; 
Sinulemente il mal seme d'Adamo: ii& 

Gìttansi di quel lito ad una ad una, 

Per cenni, com' augel per suo richiamo. 
Cosi Bea Tanno su per Tonda bruna, 

£d avanti che sien di là discese. 

Anche di qua nuova schiera s' aduna. iso 

Figliuol mio, disse il Maestro cortese, 

Quelli che muoion nell'ira di Dio, 

Tutti convegnon qui d'ogni paese: 
£ pronti sono al trapassar del rio, 

Cbò la divina giustizia gli sprona ^^ 

Si, che la tema si volge in disio. 
Quinci non passa mai anima buona; 

E però se Caron di te si lagna. 

Ben puoi saper omai che'l suo dir suona. 
Finito questo, la buia campagna 130 

Tremò si forte, che dello spavento 

La mente di sudore ancor mi bagna. 

t08. li MHt JH ior tMMftM, la loro i9S. eénvtgn^n qui, si radinaa qui. 

•^bi3tta,la prowfaM « la loalaiia gene- 194. al trapat$ar M ri», al pastara 

'»iooe. di là dal fiume. 

109. eoa aedU H Òngia, cioè aceatl I9S. Il timor delle peae si cangia lo 
A' in eoa* ea? boat. desiderio di andarvi prestamente, pef 

110. là facee^lie, la rieoTe nella saa ìsfaggire een qaella prestexia un pib 
^rei. severo gattlgo Jella giustixia dÌTina. 

111. fiMl««t«e t* adagio, qaaloDqoo fai. oaiaui Aiieaa, anima seaxa colpa. 
A' ene Ta ad agio, ira lentamente. Donde paasiao le anime de' giosti, tedilo 

111 il inw» le fotti», li distaeeao dai ai Caato secondo del Porg. 

nsi dell* albero le foglie. 199. eht *l tao éir mtcnd che eosa ■!- 

US. ft «al seme d'idome, i malvagi . gaificailsoe dire ironleoeedegnoso;ci.è 

«^Hceodc ti d' Adamo, cioè le anima daa- che non sei da esser confuso eoi reprobi. 

C2t«. ìm. i$iio «poetaCo, per canta dello 

IH. Siflsael. Si riferisca i|oosto pio- spavento eh' n' ebbi, la «fsit, la me* 

'iU ftJ wml iMif, che qol è nome eoli, moria, il ricordarmene mi bagna tutta* 

in. Hr cMUrf, ai eaam di Caronte ; via di sudore. Paè asohe intendersi to 

(••' e«l»l, coma l' neaallo si getta nella meafe delle epaeeale, doè la mamaria di 

nu, lUettato dal rlafalaao, dal flscblo. quello tpanoto mi bagna «e. 

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60 dell'inferho 

La terra lagrimosa diede vesto. 

Che balenò una luce vermiglia, 

La qnal mi vinse ciascun sentimento; 13S 

£ caddi, come Tuom cui sonno piglia. 

iSS. lagrifMia^ o perchè bagnata dalle 134. Chi, il qaale tento, 

lacrime di quelle anime dolenti, o perchè 13tf. la twal mi vinte cìaìcu» atntiwunto^ 

sparta di tanto orrore, che movoTa le la- la quale mi abbattè ogni •«ntimeato, 

|TÌme.— d(fd« v«nio, mandò fuori an vento, m' istiipidi. 



CANTO QUARTO. 

Svaifliato Dante da un forte tuono, si trova auir orlo del |>rimo Corchio, portatoTi da 
forza eupema; entra quindi insiem con YÌr|rilÌo nel Limbo, oto ataaio i fanciulli 
che non ebber battesimo, e più avanti in un recinto luminoso trova i Sapienti del- 
r antichità, che, sebben non cristiani, vissero virtuosamente, e da essi tÌob* onore- 
volmente accolto. Discende quindi nel Cerchio secondo. 

Ruppemi V alto sonno nella testa 

Un greve tuono, si chM^mi riscossi, 

Come persona che per forza è desta: 
E r occhio riposato intorno mossi, 

Dritto levato, e fiso riguardai, ^ 

Per conoscer lo loco dov*io fossi. 
Vero è, che in su la proda mi trovai 

Della valle d^ahisso dolorosa. 

Che tuono accoglie d^ infiniti guai. 
Oscura, profond'era e nebulosa i^ 

Tanto, che, per ficcar lo viso al fondo, 

i, l'Alto tonno, il prorondo letargo, cerchi, che sono molto spaiiosi, stanno 

nel quale era caduto per 1* inprovvito le anime dannate. 1 Poeti, tonendoai i«m- 

iMlenare, di che ha fatto parola qui so- prò a sinistra, pereorrooo un eerto tratto 

pra, e dorante il quale fu trasportato d'ogni cerchio, tanto che vedano qoal 

per virth divina all' altra parte del Home sorta di peccatori vi stanai, e il nodo 

Acheronte. della pena, e v* abbiano aleono rieono- 

4, tt. Ed io, eaiendomi levato dritto, eeioto. Dopo ciò, piegano verso il eentro, 

mossi intorno l' occhio ripotato ec. e, trovato il balio, scendono per quello 

7. Fsro è, fatto ita che mi trovai ec. nel cerchio seguente. E di questo modo 

8. vile dolorose d'eèisto. L' Inferno di è il loro viaggio fino al fondo, salvo al* 
Dante è una grandissima voragine imhu- cooe particolarità che si notano A sno 
tiforme o di figura conica, la cui gran luogo. 

bocca rimaa coperta dalla corteccia o e. tmnnù, strepito prodotto dalle grida 

superficie terrestre, e la cui punta va a lamentevoli dei dannati, le quali in qaelU 

toccare il centro della terra. Questa vo- cavità ripercuotendosi rimbombavano, 

regine, oltre il ripiano in che stanno i il. per ficmr le effe •! /bude , per 

vigliacchi, e eh' è chiamato l' Antinfer- quanto ficcassi» spingessi la viltà al 

no, è divisa in nove grandi cerchi, l' uno fondo.— Cieco, e perchè qnasi aistto pri- 

dalV altro molto distanti, e di mano in vo di loce, e perchè privo 

mano restringsntisi. Soi riplani di questi della visiono di Dio. 



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CAÌJTO QUARTO. 61 

rnon vi discemea yerana cosa. 
Or discendìam quaggiù nel cieco mondo, 

Incominciò 1 Poeta tatto smorto: 

Io sarò primo, e tn sarai secondo. i^ 

Ed io, che del color mi fui accorto, 

Dissi: Come verrò, se tu paventi, 

Che suoli al mio dubbiare esser conforto? 
Ed egli a me: L* angoscia delle genti 

Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 20 

Quella pietà, che tu per téma senti. 
Andiam, che la via lunga ne sospigne. 

Cosi si mise, e cosi mi fé entrare 

Nel primo cerchio che l'abisso cigne. 
Quivi, secondo ch'io potè' ascoltare, 25 

Non avea pianto ma' che di sospiri, 

Che r aura etema facevan tremare. 
E ciò awenia di duol senza martiri, 

Ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, 

E d'infanti e di femmine e di viri. so 

Lo buon Maestro a me: Tu non dimandi 

Che spiriti son questi che tu vedi? 

Or vo' che sappi, innanzi che più andi, 
Ch'ei non peccaro: e s'egli hanno mercedi, 

Non basta, perch' e' non ebber battesmo, S5 

Ch' è porta della Fede che tu credi. 

16. ili color, della pallidem di Vir- te, A il mai f«« de* ProTcnzali, ch* essi 

Silio. fecero dal magii qmam de' Latioi, e Tale 

18. Ck$ aneli, che sei solito; al mìo piucchè. 

iMWan, a' timori che oaseoDO in me 98. B ciò, e questo sospirare, a^vinia 

blla dabbiezaa. di iuol, avvenira per solo dolore inter- 

SI. a* Iw 'tr Mm #••«, la cinale ta do dell' animo, ifta martfri, e non per 

•tini esser timore; OTrero: la qoale tn altro tormento prodotto da cagione este- 

per timore senti e prori. Notisi che Vir- riero. 

(ilio, il quale altrore dirà non doversi SO. vtr{, roce latina, nomini maturi, 
porur compaseione ai dannati, qui sente 35. andi, Tada. É legittima toco del 
pietà efli jiedesimo, perchè nel cerchio ToriM) andar», ma è tra le rigettate dal- 
ia cai si prepara a scendere non sono l'uso, che ti ha supplito con la corri - 
uime di malTagi, ma innocenti gene- spondente del Terbo vadtrt, 
nn spiriti, non d'altro rei che di non 54. Che eglino non peccarono; e se 
•TereaTuto battesimo. (Vedi anche Pnrg., eglino hanno fatto opere buone, non ha- 
ttrto ni. Terso AS.) sta ec. Dice wradi, cioè meriti, pren- 

«. «e sotpifM, ci spinge a far presto, dcndo 1' effetto per la eansa. 



.„ %nf. yvjM» iMiia rm», ports aeii» neii- 

». il «iae, s introdusse. gioco cristiana; e dice porlo, perchè il 

». Non avm fianU «a'cAe di totpiH, battesimo è quello per cui si entra nel 

■• ▼ era altro pianto, altro affanno, grembo di SanU Madre Chiesa, idiitia 

«;« sospiri; aloè, ìtì si sospirara so- &icra«ieaforvm è detto nella Somma il 



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E se foron dinanzi al Crìstianesino, 

Non adorar debitamente Dio: 

E di questi cotai son io medesmo* 
Per tai difetti, e non per altro rio, 4o 

Semo perduti, e sol di tanto offesi, 

Che sanza speme vivemo in disio. 
Gran duol mi prese ai cor quando lo intesi; 

Peroccliè gente di molto valore 

Conobbi che in quel Limbo eran sospesi, *^ 

Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, 

Comincia' io, per voler esser certo 

Di quella fede che vince ogni errore: 
Uscinne mai alcuno, o per suo merto, 

per altrui, che poi fosse beato? ^o 

E quei che intese 1 mio parlar coverto. 
Rispose: Io era nuovo in questo stato, 

Quando ci vidi venire un Possente, 

Con segno di vittoria incoronato. 
Trasseci V ombra del primo Parente, ^ 

D'Abel suo figlio, e quella di Noò, 

Di Moisè legista, e V ubbidiente 
Abra&m patriarca, e David Re; 

Israel con suo padre e co' suoi nati, 

E con Rachele per cui tanto fé; co 

Ed altri molti; e fecegli beati: 

E vo' che sappi che, dinanzi ad essi, 

Spiriti umani non eran salvati. 

40. altro rio, altro reato, reità. SS. un Ponente, G. C. trionfante. 

Ai, 43. E •olamenle in questo consìsta 65. Traffici, trasse dì qua, Pombn M 

La nostra pena, che TÌviamo in continuo primo Par«slf, l' anima del primo padr« 

desiderio di rodere Iddio, senza alcuna Adamo, 

speranza di ciò. tìT, 88. o Vubbtiitnti Abraàm patriarta. 

Aé. eotpeti. Dice sospesi coloro che Abramo, disponendosi a sacrificare tao 

stanno nel Limbo, perchè non sono nò figlio Isacco, fu esempio d* obbedienii 

dannali, né premiati- Limbo, dal latino ai voleri di Dio. 

iimfttif.ò propriamente r estremità d*nna 89. Jtract, tiiacolibe, con mo fMilro, 

cosa; ed è cosi detto il luogo di cai qui Isacco, o co* suoi nati, flgliaoli. Giaeob* 

si parla, perche ò 1* estremità o la som- be dopo la soa lotta coli* Angelo fo ehìa- 

mità dell' Inferno. malo hraeU, la qual parola significa ano 

48. vinco t§ni orrori, perchè rispondo che forUm oo gonit cnm Dìo. 

a ogni questione, e dilegua ogni dubbio. 60. per cui tanto fé. Per ater Rachele 

49. Uidnnc mai, usci mai del Limbo. in isposa, Giacobbe servi Labano padre 
81. Lo dice parlar cocerfo, poiché non di lei pel corso di 14 anni* 

esprime chiaramente, che egli interroga 69, 63. dinanzi ai cui, prima di loro, 

Virgilio circa la discesa di GesCi Cristo non era salvato alcuno spirito ornano, 

al Limbo. perchè il Paradiso ai aperse solo dopo 

8a. nuovo, arrivato di fresco nel Limbo. la Redenzione. 



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QAIIVO a«7AB»K 

Non lasdavam d* andar, percV e^ diesai. 

Ma passavam la selva tuttavìa, 

La selva, dico, di spiriti spessi. 
Non era lunga ancor la nostra via 

Di qua dai sommo, quand' io vidi un foco, 

Ch'onisp^no di tenebre vincia. 
Di lungi v' eravamo ancora un poco, 

Ma non sì, ch'io non dbcemessi in parte, 

Ch' orrevol gente possedea quel loco. 
tu, eh' onori ogni scienza ed arte, 

Questi chi son, e' hanno cotanta orranza, 

Che dal modo degli altri gli diparte? 
E quegli a me: L'onrata nominanza, 

Che di lor suona su nella tua vita, 

Chrazia acquista nel ciel, che si gli avanza.' 
Intanto voce fu per me udita: 

Onorate l'altissimo poeta; 

L' ombra sua toma, eh' era dipartita» 
Poiché la voce fu restata e quota, 

Vidi quattro grand' ombre a noi venire: 

Sembianza aveineui né trista né lieta. 
Lo buon maestro cominciommi a dire; 

Mira colui con quella spada in mano, 

Che vien dinanzi a' tre si come sire. 



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83 



64. ftrtV t^ iietiiif perqna&toehè, leb- 
lwB« «(li dìMMe, parlaste. IHtmi p«r 
iwnm: eociffatu desisema varbala era 
freqvtoto preuo «li aoticbi. 

a. MlM «e., folla éi nwltiMimi spiriti. 

ff7. JVm «ra Iliaca, lontana ; eioè non 
areraiM aifora folto lunga Tìaggio. 

68. JM fva, retpaUiTaoieota al Inogo 
"t' eriDo allora i Voeii ; dal tomaia» daUa 
»mnità della ralle d' aitlsao, dalla preda 
Vi cai Dante ti Xrotò quando m fé rin- 
^«oM, Tmo 1. 

&. Ch» »<«d«, eni eireondava il boia 
^nferio Infernale; dal retto lal.ei««fre. 
la loofo lomìnoso cireoadato di tenebra. 
^'trì iaterpretano elaefa, per vlaeea, ed 
nicndeao: Vidi va fooeo ebeper nn cerio 
inuo vlneera nn ratto enitfero di tene- 
^' dinipandele. Allegorieaaiente, quella 
Inct ilfBiflea la sapiensa di qnei tari, 
I» qrnle foga le tenebre dell' ignoraasa 
<i«lMeolo. 

^ 9nn § U i tineope d' eaofeeote, eoma 
^v«ii sotto erraaeavenenMM; a dopo 



altri dna rersi «arala, onorate. — poaedea 
fuel leeo, abitara qoel luogo. Braa quelli 
Gentili eroi, in armi ed in lettere famosi. 
IS. tu, Virgilio. 

75. Ck9 dal modo oc, che dalla condì- 
liane degli altri li distingue. 

77. t« nella tua vita» su nel mondo ore 
ttt riri. 

76. si gli avanza, li fa coel superiori 
agli altri, prìTilegiandoli cioè di quella 
luoe. 

79. psr eie. da ne. 

SU. o4lts«<«o poste, Virgilio. 

a4. SMiMaac a aesvaa né Mita ni iuta. 
Non eran né tristi ni listi. Non tristi, 
parcbè non affatto infelici; non lieti, 
percbè senta tperansa. Ed i propria 
della sapienza questa temperie d' affetti. 
Neir nomo giuste « nibii triste, aihil 
imaraniter Ictom, • 8. Ang., i)s Mettete 
Bei, XIV. 96. 

86. eoa f ««Ite spedo. La spada è ai»- 
bolo dalla guerre eantate da Ornato, 

S7. Hre, signore, principe. 



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64 DIELL' IKVflBMO 

Quegli è Omero poeta soTrano, 

L' altro è Orazio satiro che viene, 

Ovidio èl terzo, e l'ultimo è Lucano. ^ 

Perocché ciascun meco si conviene 

Nel nome che sonò la voce sola, 

Fannomi onore, e di ciò fanno bene. 
Cosi vidi adunar la hella scuola 

Di quel signor dell' altissimo canto, ^ 

Che sovra gli altri, com' aquila, vola. 
Da eh' ebher ragionato insieme alquanto, 

Yolsersi a me con salutevol cenno; 

E 1 mio maestro sorrise di tanto. 
E più d'onore ancora assai mi fenno; '^ 

Oh' essi mi fecer della loro schiera, 

Sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. 
Cosi n' andammo insino alla lumiera. 

Parlando cose che'l tacere è bello. 

Si com' era '1 parlar colà dov' era. ^^ 

Venimmo al pie d' un nobile castello, 

Sette volte cerchiato d' alte mura. 

Difeso intomo da un bel fiumicello. 
Questo passammo come terra dura: 

Per sette porte entrai con questi savi; 

(xiugnemmo in prato di fresca verdura: 
Genti v' eran con occhi tardi e gravi, 

89. L'altro eh€ vie*« tppretso, i Onb" del iatutevol erano, del loro salale, 

«io Mliro, satirico, scrittor di satira. KM, iOSL Ed anche mi fecero più assai 

91, 93. ti conviene N9I «omo, eioè ha d'oDore che di t^otarmi, poiché essi mi 

con me comune il nome di poeU; nome ammisero fra di loro, eosicchA io fai il 

che tulli ad una Toce [ta eoco oota) grì- testo tra persone di coUnlo sapere, 

darono; verso 80. 408. «ito InmUra, al lume, allo splen- 

93. Fanno bone, non perchè onorin me, dora detto di sopra, OTe'dimoraTano qoei 
ma in me V arte loro. Ed Insegna esser sapienti. 

debito offlelo di tatti gli nomini onora- «04-405. Parlando eose, di col è qnl 

re la sapienza che si spesso al monde eonTeniente il Ucere, come era cooto- 

è vilipesa e calcaU. Od anche meglio, niente il parlarne eoU dove io allora 

Tuol mostrare che tra qne' sommi, seb- stava. 

bene della medesima pr fessione, non 409. eeme forra dum, come se foste 

era invidia alcuna, ma si stimavano ed terreno asciatto. 

onoravano scambievolmente; e ciò era 4 IO. tolfo por<o ee. Per le sette mura 

appunto che il PoeU nputava degno di • le sette porle vuole il PoeU allegori- 

lode. eamento significare le selU virtb (le 

94. adunar f adunarsi, lasciato 1' affis- quattro morali e le tre specolatire), e le 
•0, come UlvolU facevano gli antichi. setto selenio (quelle detto dil TrivUt • d$i 

95. titncr dotr atfttoimo cento. Omero, Quadrivio), le quali danno l'accesso al 
principe dell'epica poesia. nobile castello, al Tempio della Fama, 

99. torrito, si compiacque, di tento, di difeso intorno da on bel flonieello, eh' è 
UnU lor degaatione verio di me, eioò qnel dell' eloqoenia. 

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110 



GA3IT0 QUABTO. 

Di grand* autorità neUor sembianti: 
Parlavan rado, con yoci soavi. 

Traemmoci cosà dall' un de' cauti, 
In luogo aperto, luminoso ed alto, 
Si che veder si potean tutti quanti. 

Colà diritto, sopra 1 verde smalto, 
Mi fur mostrati gli spiriti magni, 
Che di vederli in me stesso m' esalto. 

r vidi Elettra con molti compagni, 
Tra' quai conobbi ed Ettore ed Enea, 
Cesare armato, con gli occhi grifagni. 

Vidi Cammilla e la Pentesilea 
Dall' altra parte, e vidi '1 Re Latino, 
Che con Lavinia sua figlia sedea. 

Vidi qud Bruto che cacciò Tarquino, 
Lucrezia, Giulia, Marzia e Corniglia ; 
E solo in parte vidi '1 Saladino. 

Poi che innalzai un poco più le ciglia, 
Vidi il maestro di color che sanno, 



65 



115 



120 



Uò 



130 



tu. flirtavtfii rodo, come laDSO ordi* 
larìantato i veri lapienli, o con toei 
Mavì, con doleaiz» e dignità. 

Ili rwwmoci Uir un W eanK, ci ri- 
tiraBBO da un lato. 

116. H laoyo «ftrfo, eioè dove non era 
ìopedteeBlo al vedere. 

4». C»là éiritf, di eoBtro, in dirìttn< 
n, MjN« il «erd« taia{lo, so qael snolo 
inaltalo di verdura. 

i». Che dell' averli vedoti, ovvero ài 
*«d«rH ancora con l' immaginazione, mi 
compiaccio, mi sento ingrandir 1* ani- 
mi. 

m.Mkitfa, figlinola d'Atlante, la 
qul« di Giove generò Bardano fondato- 
re di Troia. 

ttt. ff teff, figlio di Priamo re di Troia. 
'mi» principe troiano» figlio d* Anchise 
idi Venere. 

IS. eecM fW/is^i, neri e Incidi come 
qBèlli dello sparviere grifagno. Svetonio 
dìM di Glnlia Cesare, che fn %igtit «•- 
iiHifM ocvlìt. indìsio di un' anima pe- 
•ttraote ed energica. » •rwiah, perchè 
<iiirtml ebbe gloria, e con esse fondò 
i'tiipero. 

ti4. CeeMnilto» nominata al canto I. 
Tene in. ftuUHUa, regina delle Amai- 
nei, che, venota in soccorso de* Troiani 
» i Greci, fto uccisa da Achille. 



Ì3S-196. Latino, re degli Aborigeni, 
padre di Lavinia, promessa per isposa 
a Turno, ma poi data ad Enea. 

191. Jmlo, Lucio Giunto, che cacciò 
di Roma T«rf«<ato il Superbo, e fondò 
la Repubblica. Tarqnino e tarqninio; 
materia e mattai '<n^'»Ha e inQinra, 
dicevano talvolta gli antichi. 

198. Liiersfito, moglie diColIalino, che, 
violate da Sesto Tarqninio, figlio dot 
Superbo, si uccise, ^inlia^ figliuola di 
Cesare e moglie di Pompeo il grande. 
Mattia, moglie di Catone Utieense. Cor- 
nxgha, Cornelia, figliuola di Scipione Af- 
frìcano, e madre de' Gracchi ; se pur non 
è r altra Cornelia, moglie di Pompeo. 
(Lue, fUr*., VIIL) 

H9. S «ole in fartt, in disparte, «idi 
il 8alaiin», Fn questi un maomettano, 
che di semplice soldato giunse col suo 
valore a farsi signore dell'Egitto e della 
Siria, e che riconquistò Gemsalemme 
contro Guido di Lnsignano che n' era re. 
11 Poeta lo dice starsene solo, poiché 
pochi di quella naiione furono eccellenti, 
e quei pochi non fùron da tanto da pa- 
reggiar Saladino, e quindi con lui con- 
versare. 

131. il matttn a coler cAe fcmno, cioè 
Aristotile di Stagira, il pih ftooto tra 
gli antichi tilosofl. 



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dell' immoio 

Seder tra filosofica fiunigUa. 
Tutti r aTìiTTìiran, tutti onor gli fanno : 

Quivi vid' io e Socrate e Platone, 

Che innanzi a^ altri più presso gli stanno. ^^ 

Democrito, che il mondo a caso pone, 

Diogenès, Anassagora, e Tale, 

£mpedodès, Eraclito e Zenone : 
E vidi il buono accoglitor del quale, 

Dioscoride dico; e vidi Orfeo, ho 

E TuUio, e Livio, e Seneca morale : 
Euclide geometra, e Tolomeo, 

Ippocrate, Avicenna, e Gallono : 

AverrolB, che U gran comento feo. 
Io non posso ritrar di tatti appieno, i^ 

Perocché si mi caccia il lungo tema, 

Che molte volte al fatto il dir vìen meno. 
La sesta compagnia in duo si scema; 

Per altra via mi mena il savio duca, 

Fuor della queta néll' aura che trema ; is^ 

E vengo in parte, ove non ò che luca. 



f 34. 809réi9 9 FM9n», fllotofi greci Miai 
celebri. 

136. Dmacrito di Abdera, op&»ò che il 
mondo fosse orÌKÌoato dal cafoala aecoi- 
sameoto degli atoBU. 

137. Diogtmt il cioieo fa di SÌDopa. 
Anattagora di GlatomeiM, filosofo dom- 
matico. T9l§, o Taleto, di llileto» «oo 
de' setto Sapienti. 

i38. Smp$doeU d'Agrigento» che scrisse 
un poema salla natura delle cose, fra- 
dito d'fiUeso, che pure scrisse sali' ar- 
gomento suddetto. fMioiie di Gittio in 
Cipro, che fu il principe degli stoici. 

139. il òvoiio ac90gliUn' iil ««eie. INo- 
teorid«, d' Anasarba io Cilicia, eccellente 
raccoglitore delle qualità o rirtù del- 
l' erbe e delle piante* di cui scrisse un 
famoso trattato. 

140. Orf90 di Tracia, divino poeta, ed 
egregio suonatore di lira. 

141. M Tullio, Marco Tullio Cicerone, 
famosissimo oratore e filosofo romano; 
e Livio, Tito Lirio padovano, esimio sto- 
rico latiao ; • S«ii«ea morale, Lucio Anoeo 
Seneca, di Cordova, che scrisse di vari 
argomenti di morale filosofla: di esso fu 
padre quell' altro Lido Aaaeo Seneca 
che scrisse tragedie. 



i4a. Muclid$, 4 il celebre astore degli 
Elementi di geometria. TslesMo (Uandie, 
è V autore del sistema del noido, eho 
da lui dicosi sistoma Tolemaico. 

443. Ippecwto, ivtcesaa « Cat<eM»seDO 
tre famosi medici; Ippooralo greco, di 
Coe ; Avicenna arabo; Oaiieao o Galeno 
di Pergamo nel Ponto. 

144. Avwrot, celebre filosofo arabo, 
detto il gran eoneolatore, per aver eo- 
mentate e dichiarato tatto lo opere di 
Aristotile. 

145-141. Io eoo posso raccoaUr diffu- 
samente i pregi di oiasoQiio di loro; 
ovvero, parlar di tutti, noTerarli tutti 
fino ad uno ; peroccbò il lungo argomen- 
to che ho fra mano, il soggetto del Poe- 
ma, ni fa fretta, m' incalsa cosi, ohe 
molto volto il dire è poco, rispetto alla 
copia delle eose da me Yedote. 

145. la t«f te eemjNifiMa, seaarla, di sei 
persone, ia d»o «i sceeio, si riduce a 
due. 

ItfO-ISI. Fuor dell* aria quieta del pri- 
mo cerchio, neir aria agitola del secoo- 
do ; e vengo in luogo nel <fnale non 4 cesa 
che riluca, ove non 4 looe. --> loco è il 
presenta del oonginntiTO del verbo <»• 



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CANTO QUINTO. 



SviriafTMM àtì MMndo Cerchio, ove 0011 discesi i Poeti, sta Minos che diidica le 
■niiae • eeiHgBa loro U pea*. E eoi ripi»BO d* eeeo Cerchio troTsasi i Insearioii, 
èhm aoa» contimuaente afpnti e tormentati da mn orribile tiurbine. Qui trova Dante 
FraacescA da Bimini, e da essa ode la storia del suo infelice amore. 

Cori discesi òbI cerchio prìmaio 
Giù nel secondo, che men loco cinghia* 
£ tanto più dolor, che pugne a guaio. 

Stavri Minòs orribilmente, e ringhia : 
■Eflamina le colpe nell'entrata; fi 

Giudica e manda, secondo ch'avvinghia. 

Dico, che quando V anima mal nata 
Gli vien dinanzi, tutta si confessa; 
E quel conoscitor delle peccata 

Tede qual luogo d'Inferno è da essa: *^ 

Gignesi con la. coda tante volte, 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte : 
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio : 
Dicono ed odono, e poi son giù vòlte. i^ 

tu, che vieni al doloroso ospizio. 
Gridò Minòs a me, quando mi vide, 
Lasciando l'atto di cotanto ufizio^ 

Guarda com' entri, e di cui tu ti fide ; 
Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare. 20 

I. f r immi 9, dal Ut. ftimariui, primo, ordina, dal latinomaiwlar», secondo ch'efili 
% 3. cAs m$n Ject einpiki, che cinge, •' avvinghia, secoodochè si cinge colla 
racchiod* ninor liogo, minore spailo, eoda. La voce eumdc può iotendersi an- 
sa racdliads tanto maggior dolore, pena che nel suo signiGcato ordinario d' in- 
dolorota, che punge, sforsa fino a guaire, viare ; e allora vuol dire : giudica e manda 
a trar guai, lamenti. — Rammentiamo il dannato tanti cerchi gib, quante voi- 
cha i cerchi, addandosi dal sommo al- te si cinge ec. 

r imo, debbono sempre ristringersi e farsi iO. è da «sta, i per essa, è cooveniente 

minori. Ora diremo che quanto più quo- ad essa. 

sti diveotas minori, taeto sono maggiori 13. Quantmnqut gradi, quaoti gradi, 

i toraenti che vi si patiscono. quanti cerchi. 

4. Vi sta Minos in atto orribile, e per 45. moife, anime. 

ira difrigsa i denti. — Minosse, figlio di i4. a vicenda, una dopo V altra. 

Giova • d* Earopa, re di CreU, lamoso i5. Dicono i lor peccati, ed odono la 

per la sua serera giustizia. Secondo la loro sentenza. 

psisaa Bìtologia, egli era giudice nel- i8. Interrompendo l' esercizio di si au- 

rinlerao, insieme ad £aco e Radamaoto. torevole e terribile ministero, cioè l' esa* 

5. aeir ealrala, nell' entrare che fa me e il giudizio de' rei. 

ciascui' anima nel secondo cerchio; 19. cui, chi; /U«, fidi; ffide, gridi, 
■egli», Buir ingresso d' esso cerchio. Frequenti negli antichi. 

6. Civdira e maada, giudica e comaoda, 90. ramptissa d$ltr9ntnr0, dell' eo« 

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G3 BISLL' IMF££N0. 

E '1 duca mio a lui : Perchè pur grido V 
Non impedir lo suo fatale andare : 

Vuoisi cosi colà dove si puote 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. 
Ora incomincian le dolenti note ^ 

A farmisi sentire : or son venuto ^ 

Là dove molto pianto mi percuote. 
Io venni in luogo d' ogni luce muto, 

Che mugghia come fa mar per tempesta, 

Se da contrari venti è combattuto. ^^ 

La bufera infornai, che mai non resta, 

Mena gli spirti con la sua rapina ; 

Voltando e percotendo gli molesta. 
Quando giungon davanti alla ruina. 

Quivi le strida, il compianto e 1 lamento ; ^ 

Bestemmian quiyi la Virtù divina. 
Litesi eh' a cosi fatto tormento 

Eran dannati i peccator carnali, 

Che la ragion sommettono al talento. 
E come gli stomei ne portan V ali, ^^ 

Nel freddo tempo, a schiera larga e piena ; 

Cosi quel fiato gli spiriti mali 
Di qua, di là, di giù, di su gli mena: 

Nulla speranza gli conforta mai, 

Non che di posa, ma di minor pena. ^^ 

£ come i gru van cantando lor lai, 

Facendo in aer di sé lunga riga ; 

Cosi vid'io venir, traendo guai, 

Irata. Allude al facilit detcwtut avtrni V oscurità è figura della luce dell' ìbIcI- 

di Virgilio, iS»., vi. letto appannata dalla passione. 

31. p»r* anche tu, come Caronte. 54. davanti alla ruina. Intendi, presto 

9S. fataltt Toluto dal fato. il dirupato e aUissimo balio, che torra- 

93, 9A. Si noti come Virgilio pone sta al cerchio seguente, 

sempre aranti questo decreto fatale a far 35. Quivi le «Irida ec. Qniri si che rin- 

cessare qnaluoque ostacolo gli si oppon- forzano le strida, Il compianto • il 1»- 

ga nel TÌaggio. (Vedi canto Ili, rerso 95, mento; quÌTl si che bestemmiano, ee. 

96.) 37. Miti, lidi da Virgilio, o intese 

25. U ioUnti noto, le grida lamento- da per so, argomentandolo dalla oatora 

voli. della pena. 

28. d* oi^ni (»ce mute, privo d' ogni luce. 39.1 lussuriosi; clie sottomettono la 

31. mai non retta, non eessa m«i. ragione al talento, cioè ali* appetito seo- 

53. rapina, rapidità, rapimento in giro, suale. 

La rapina dtl T'orno mobile, disse Dante 40-49. E come 1' ali portano gli stor- 

nel Convito. La vita molle, che coloro nellt; cosi quel flato, quel vento, porta 

menarono su nel mondo, è jonita qui dal quegli spiriti maf/, malvagi. — Sler- 

continuo dibattore, che pu^ anche ossero fi«f, storselli, come bei, cojwi, ballii ea- 

figura della tempesta dell'anima, come polli. 

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CANTO QUINTO. 

Ombre portate dalla detta briga; 
Perch'io dissi: Maestro, chi son quello 
Genti, che l'aer nero si gastiga? 

La prima di color, di cui novelle 
Tu Tuoi saper, mi disse quegli allotta, 
Fa imperadrice di molte favelle. 

A vizio di lussuria fu si rotta, 
Che libito fé lecito in sua legge, 
Per torre il biasmo in che era condotta. 

Eli' è Semiramis, di cui si legge, 
Che succedette a Nino, e fu sua sposa ; 
Tenne la terra che 1 Soldan corregge. 

L'altra è colei che s^andse amorosa, 
E ruppe fede al cener di Sicheo : 
Poi è Cleopatràs lussuriosa. 

Elena vidi, per cui tanto reo 
Tempo si volse ; e vidi '1 grande Achille, 
Che per amore al fine combatteo. 

Vidi Paris, Tristano. E più di mille 



G9 



50 



65 



65 



49 MUt éttta ftrifa. dalla detU Um- 
prsla, dalla dctu nolesU bufera. 

33. «Itolto, allora; eoBfl otta, ora; oggi . 
voc« del eootado. 

54. éi métU fav$tì§, di Boltd sazioni, 
che parlayano diTorte lisgiie. 

55. relfe, tfrenataBeote dedita. 

56. Che per legge, da lei promolgata, 
Uce licito, leeito, ogni libito, ogoi eota 
ckcaltmi pfaeeise in fatto di matrimoDÌ. 

SI. E ciò fisee per tórre il biasimo in ebe 
f *eracoDdotta, epotando il soo figlio Ninia. 
58. Ella è Semiramide, della (piale si 
teff e nelle storie, che snecesse nell'im- 
pero assiro a Nino, di eoi tn moglie.— 
Alenni testi leggono : eko fg$9r detto a 
Mimo; allorm intendi: ebe dette le mam- 
melle a saggerò a Ninia, detto aacbe 
Nino il gioTane, e poi fa soa sposa ; cioè 
a dire, che fn madre e sposa di Ninia. 
C qoesta variante è molto acconcia a 
caratterissar Semiramide per ineestoosa. 
fD. Tommo te forra, cioè regnò in Ba- 
bilenia, ebe oggi il Soldano, il prioci- 
ps dei ■oanlmani, corrtpgt, regge. Al- 
tri in vece di Babilonia ioteode il Cai- 
re, perdio al tempo di Dante era questa 
città la reggia del soldano: ma se il 
despota del Cairo cbiamaTasi allora sol- 
dano, cbiamavasi pnr soldano il de- 
spota di Babilonia« Non pnò donqne 



aver Inogo la seconda interpretaiione. 

€1. I*elfra ) eoM, cioè Didone, eht t'a^- 
cito ooierose, che, abbandonata da Enea, 
s'uccise per disperazione d'amore, cosi 
rompendo la fede data al soo defunto 
marito Sicheo, di non amare altr'oomo. 

68. Cfoopafra,regina d'Egitto, che dap- 
prima si diede a Giulio Cesare, e poi ad 
Antonio. 

64. Elona oidi, indicandomela Virgilio, 
por «»<, per cagion della quale, tanto no 
fMipe •< valso, tanti anni di sangui uosa 
guerra trascorsero, la guerra cioè tra i 
Greci e i Troiani, che durò dieci anni. 

66. Che per amore finalmente combat- 
tè. Achille, tolto che gli fu Briseide, si 
rifiotò ostinatamente di combattere, e 
non da altro fo indotto a riprendere le 
armi, se non dall' affette ebe portava a 
Patroclo, del quale, cosi facendo, si pro- 
pose di Teodlcare la morte. — Od anco 
pnò intendersi, che per 1* amore ond' era 
preso per Polissena perde la rito. Achil- 
le, neir atto di sposar Polissena, della 
quale era forte innamorato, fn a tradi- 
mento ucciso da Paride, fratollo'di lei. 

67. farit e TrittaM, dne antichi ca- 
Talieri erranti, famosi nei romani! della 
Tavola rotonda. L'uno, cioè Parit, fu 
amante di Vienna, e per lei mori : l'altro, 
cioè Triitano, amante della regina Isotto, 



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70 DIUi' INFEBNO 

Ombre mostronuni, e nominoUe, a dito, 
Gh*Amor di nostra vita dipartale. 

Poscia chMo ebbi il mio Dottore udito 
Nomar le donne antiche e i cavalieri, 
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 

Poi cominciai: Poeta, volentieri 
Parlerei a que' duo, che insieme vanno, 
E paion si al vento esser leggieri. 

Ed egli a me : Vedrai quando saranno 
Più presso a noi ; e tu allor gli prega 
Per quell* amor, che i mena ; ed ei verranno. 

Si tosto come '1 vento a noi gli piega, 
Muovo la voce : anime affannate. 
Venite a noi parlar, s* altri noi niega. 

Quali colombe dal disio chiamate. 
Con r ali aperte e ferme, al dolce nido 
Volan, per V aer dal voler portate ; 

Cotali uscir della schiera ov* è Dido, 
A noi venendo per V aer maligno ; 
Si forte fu r affettuoso grido. 



70 



75 



85 



donna del re Mirco di CorooTagUa, fii 
da Itti irafitlo con dardo aTroloaato.'od 
ella mori eoo lui. 

68. Cioè, mottrammi a dito, aceeaiiOB- 
mele col dito, « «omiiioKf. 

G9. Che incontrarono la morte per ca- 
gione d' amore. 

74. Q%«* duo, lono Francesca da Polen- 
ta, detta Tolgarmente Francesca da Rimi- 
ni, e ^aolo Malatesta eoo cognato. Ella 
era figlia di Guido da Polenta, signor di 
Ravenna, e fu centra il eoo rolere ma- 
ritata a Gianeiotto Malatesta, signore di 
Rimìni, nomo prode, ma deforme e ecian- 
calo, siccome accenna pure il eoo nome 
Gian, GioTanni, delto, coppo, sciancato. 
Però, innamoratasi di Paolo soo cognato, 
caraliere valoroso ed aTveoente, mentre 
era insieme con lui, fu dal marito sor- 
presa ed uccisa unitamente al soo drudo. 
Il tragico fatto segai ael Ì3S4 o i98tf , non 
nella città di Rimiai, come da molli si è 
creduto, ma sibbeae In quella di Pesaro. 

78. al Vinto, cioè alla èw/^a infinaU, 
the MM gU tplHH. Vedi t. 34-33. — 
paiono «Iter ti ùggUri, paiono essere piti 
leggieri dell' altre ombre ionanii al ven- 
to, quasi a dire, cbe quello le trasporta 
più speditamente. 

78. ch$ i tuna, che li mena, eondace. 



Dal latino UH Tengono gli, li, i, ehe olirà 
r officio d' arlieoli, preitan quello di 
pronomi. 

SI . FMi<f»« ad parlar, a parlare a noi, 
taciuta la prepoelsione a, come solammo 
al canto I, t. 81. — allH. Modo antico 
per tigoiOcare noa fona superiore e in- 
determinata. 

84. dal eoisr. Feisre sta qui per anrim. 
afellaoM, la coi Toemenia par cbe sola 
basti a portar per 1* aria le colombe, 
senia bisogno deir ali, cbe esse tengono 
ap$rU firms; come ee diceese: portate 
dal volere più cbe dall' ali. 

84-86 Altri leggono al dolce «Me Feiifea 
p*r l'a«ri; dal voler forUtt CoteK ee., eosl 
legando 1* ultima frase del tenaria eolla 
prima del sussegnenle. 

8tf. iNdo, Didone, ricordata di sopra. 
Gli anticbi prendevano alcona volta tale 
quale il nominativo dei nomi latini In- 
vece dell' ablativo, e eoel dieovano Vnrr*, 
fldpfo, termo. Dante nomina q«l Didone, 
percbè fra tutto queir anime la pih fa- 
mosa per il suo misero fino ; o aoebe pib 
specialmente, perchè eaolala dal eoo 
maestro Virgilio. 

87. Si efficace fo 1* affettuoso seongiaro, 
ebe Dante, obbedendo al maestro, mosso 
loro : voniU per ffveiramor cko ti m$nM, h» 



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, animai graaoso e benigno, 

Che visitando vai per V aer perso 

Noi che tignenuno 1 mondo di sanguigno^; 

Se fosse amico il Be dell^ oniverso, 
Noi pregheremmo lui per la tua pace, 
Poi c^hai pietà del nostro mal perverso. 

Di qnel eh' udire e che parlar vi piace 
Noi udiremo e parleremo a vui, 
Mentre che 1 vento, come fa, si tace. 

Siede la terra, dove nata fui, 
Su la nuurina dove 1 Po discende 
Per aver pace consegnaci sui. 

Amor, eh' a cor gentil ratto s' apprende. 
Prese costui della bella persona, 
Che mi fu tolta, e il modo ancor m' offendo. 

Amor, eh' a nuli' amato amar perdona, 
Mi prese del costui piacer si forte, 
Che, come vedi, ancor non m' abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte : 
Caina attende chi vita ci spense. 
Queste parole da lor ci fur pòrte. 



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90 



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88. Parole di FraopeiM è, DantQ: 
«•HMl, ta che tei eoo Mima lola, ma 
corpo animato, gratfo»o • Ht^ignOy pieno 
dì graxìa e beoignilà. t Seosibilit anima 
et eorpos est animai. • Volg. eloq. 

Uè. p9rto , torcbioo, e figaraiaraenie 
oicoro. • Perso è nn colore misto di 
corporeo e di nero, ma Tince il nero e 
(la loi si deoondna ; « definì Dante stesso 
nei Convito, trattato IV, cap. SD. 

90. Noi, che tingemmo la terra del no- 
Uro sangve. 

91. So fono amico, sottintendi « «d. 

95. fiwi. Gli antichi eamhiaTano l' o in 
e; e ticeTersa. Lo facciamo anche noi, 
■a solaoBente in poesia. Si noti pih sotto 
(r. 99) fi per t»ot : eh' i modo tutto 
UUao da owit, fi. 

96. corno fa «i tmeo, si tace come sool 
talrolta fare. E non si cont radice il detto 
dì sopra «JU mai no» reità, perchè ÌI ri- 
posarsi del Tento non i cosa impropria, 
ansi è accidente conlaceTole alla natura 
iì fnello. 

91-99. AmM la torta, deve «afo fui, 
fella marina, la città, ove nacqui, cioè 
Bavenna, sta sulla riva del mare, ove il 
re difccMU, ofe malte il ramo principale 
dal fiome Po, por attr face co' tegttaci 



fi, per liberarsi dall' impelo degli altri 
fiumi che si scaricano io lai; o meglio, 
per ivi finalmente riposarsi cogli altri 
fiumi suoi tributari. 

f 00-Ì03. Amore, che rattamente s' ap- 
piglia a core sensibile, innamorò costui 
del corpo avvenente, che da mio marito, 
Qceidendomi, mi fu tolto ; ed il harbaro 
modo, onde tolto mi fu, mi crucia e mi 
offende tuttora; perchè fu nel momento 
degli amorosi amplessi, e perchè una 
brutta macchia ne venne al mio nome. 
— Si noti il verbo prondorc per tanamo- 
raro, frequente negli antichi. 

105-105. Amore, che non consente che 
chi è amato non riami, mi prese, m' in- 
namorò si fortemente della vagheua e 
avvenenia di costui, che, come tu vedi, 
non m'abbandona ancora; poiché io tengo 
Paolo tuttora stretto al mio seno. — Pia- 
ctrc e piaetnta valsero talvolta presso 
gli antichi per nagkotta, aoofcnta. 

406. od una morte, ad un' istassa morte 
per nn i stosso colpo. 

107. Ma Cataa, luogo dell'Inferno dove 
con Caino si puniscono i fratricidi, at- 
tende r empio fratello e omdel marito, 
che ci tolse la vita. 

108. pòrto, cioè Mte, da perfeff* 



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12 dell' inverno 

Da chMo intesi quell* anime offense, 

Chinai '1 vìbo ; e tanto '1 tenni basso, "^ 

Fin che 1 Poeta mi disse: CShe penso? 
Quando risposi, cominciai : Oh lasso ! 

Quanti dolci pensier, quanto disio 

Menò costoro al doloroso passo! 
Poi mi rivolsi a loro, e parla* io, "5 

E cominciai: Francesca, i tuoi martiri 

A lagrìmar mi fanno tristo e pio. 
Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 

A che, e come concedette Amore 

Che conosceste i dubbiosi desiri? ^-^ 

Ed ella a me : Nessun maggior dolore, 

Che ricordarsi del tempo felice 

Nella miseria; e ciò sa 1 tuo dottore. 
Ma 8* a conoscer la prìma radice 

Del nostro amor tu hai cotanto affetto, i^ 

Farò come colui che piange e dice. 
Noi leggevamo un giorno, per diletto, 

Di Lancillotto, come amor lo strinse: 

Soli eravamo e senza alcun sospetto. 
Per più fiate gli occhi ci sospinse 130 

Quella lettura, e scolorocci 1 viso : 

Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
Quando leggemmo il disiato riso 

Esser baciato da cotanto amante, 

109. ojTmMi ftllamaDÌerftUtioa,offefe, timum genus infortanii est, fuisso feli 

trar agliate. Mm; > ma ooo contidarano ehe anco a 

1«3. OMindo, cioè dopo arar pensalo. t. 70 Dante ha chiamato Virgilio tuù 

HA» al doioroto pauo, cioè al punto Dottor», 

di lasciarli TÌneere dall'amore, che poi i34. la iMrima rodtcf, l'origine, 

fu ad essi cagione di grave dolore. «98. cotanto affatto, si gran desiderio. 

115. 9 itarlai io, perchè a Dante si 196. eom» colui ch$ fiango t dico, che 

spettava il parlare alla Francesca, come piango e parla, cioè che parla piangendo. 

quCKli che le avea motta la voto da prima. 197, 198. Noi leggevamo un giorno per 

117. Intendi : mi fanno dolente e com divertimento la storia di Lancillotto, ca- 

passionevole fino alle lacrime; mi fanno valiere famoso della Tavola rotonda, e 

piangere di dolore e di compassione. come Amore lo strinse, lo legò de* suoi 

119. A oh», « cotae, per qual segno, e lacci per GioeTra. 

per qual modo. <99. »o%ta alcun iotfotto di ciò che ne 

190. i dubbioti dtiirif lo scambievole poteva accadere, e ne accadde infatti, 

amore, non ancora ben manifestato. 120-189. Per Tarie volte quella lettura 

i93. « ciò ta il tuo dottoro, e ciò sa il ne incitò a riguardarci amorosamente e 

tuo maestro Virgilio, già felice nel mondo, ci fece impallidire; ma solo un punto, 

'ed ora infelice nel Limbo. ^ Altri inten- cioè il punto seguente di tale istoria, fti 

dono di Boesio Severino, che nel libro quello che ci vinse, 

della coosolasione della filosofia scrisse: 133. il dioiato rito, l'amata bocca, liso 

• Io omni adversitato fortuna infcUcis- per bocca, noichè io eau sta il lorriao. 



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CANTO QUIXTO. 

Questi, che mai da me non fia diviso, ' 
La bocca mi baciò tutto tremante : 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse : 
Quel giorno più non tì leggemmo avante. 
Mentre che V ano spirto questo disse, 
L'altro piangeva sì, che di pietade 
Io venni men, cosi com^ io morisse ; 
£ caddi come corpo morto cade. 



73 

135 



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137. Il mezzano fra LaDcilloUo e Gì- 
ttxn chiamavasi Galeotto, onde Galeotto 
cbiamossi poi Ogni lenone. Antore poi di 
Ule storia o romanzo era eomanemente 
tesato quei Galeotto medesimo, l'erciò il 
p-peU, valendosi del daplice signiflcato di 
Lii Qome, dice: Un lenone fa per no iil libro, 
fi^me an lenono fa quegli- che Io scrisse. 



158. avante, più oltre, piìi innanzi. 

i40. L' altro spirto, cioè Paolo, pian- 
gtvat perchè riconoscevasi autore prin- 
cipale della STentara dell' amata don- 
na. 

141. io moriug, io morissi. Anche que- 
sta terminazione della prima persona fa 
legittima aj,'li antichi. 



CANTO SESTO. 

5«l teno CercUo, ore ora troTansl 1 Poeti, stanno i ffoloei, la ctiì pena è d* eseoro 
esposti a una fteioea pioggia di aeqna, nOTO e grandine, e straziati dalle unghie e 
dù denti di Cerbero. Tra quei dannati trova Dante Ciacco tuo concittadino, col qnale 
■i trattiene a parlare dei mali della patria. 

Ai tornar deUa mente, che si chiose 

Dinanzi alla pietà de^ duo cognati, 

Che di tristizia tutto mi confuse, 
Nuovi tormenti e nuovi tormentati 

Mi veggio intomo, come eh' io mi muova, G 

£ come eh' io mi volga, e eh' io mi guati. 
Io sono al terzo cerchio della piova 

Eterna, maledetta, fredda e greve: 

Regola e qualità mai non V è nuova. 
Grandine grossa, ed acqua tinta, e neve io 

Per r aer tenebroso si riversa : 



I. Al foriMrecAl riaTOrai della mente, 
la qaale per la compassione de' dae co- 
gnati ti eki»9t, cioè si strinse in sé mo- 
desifls», pih non ricevendo l' impressione 
degli oggalti esterni.— JN«aas< alla fietà, 
può intendersi: innanzi alla scena pie- 
iosA ; orrero dalla tom diacasé poò farsi 
sn avverbio significante pee' anti^ peto (a. 

S» €. cMM cK ia mi ««età ec, ovunque 
mi «oava, ovnnqoa mi Tol;a, ed ovun- 
que mi riguardi. 



7. itrto etrchio della pieeu, della piog- 
gia. Dante 6 stato portato da Virgilio dal 
secondo al terzo cerchio, durante il suo 
svenimento. 

d.'Megola e qualità mai non V è ««èva; 
cioèi ò sempre d'uno stesso modo, ò 
sempre della stessa natura. 

40. ac^na (iato, acqua torba. 

li. Per V atr tenebroio. La Inssuria 6 
la gola sono vizi offuscaiori della r»« 
gione. 



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74 dell' inferno 

Paté la terra, che questo riceve. 
Cerbero, fiera crudele e diversa, 

Gou tre gole caninamente latra 

Sovra la gente, che quivi è sommersa. 15 

Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra, 

E '1 ventre largo, ed unghiate le mani ; 

Graffia gli spirti, gli scuoia ed isquatra. 
Urlar gli fa la pioggia come cani : 

Dell' un de' lati fanno all' altro schermo ; 20 

Volgonsi spesso i miseri profani. 
Quando ci scorse Cerbero, il gran verme, 
' Le bocche aperse, e mostrocci le saune : 

Non avea membro che tenesse fermo. 
E '1 Duca mio distese le sue spanne, 25 

Prese la terra, e con piene le pugna 

La gittò dentro alle bramose canne. 
Quale quel cane, ch'abbaiando agugna, 

E si racqueta poi che '1 pasto morde, 

Chò solo a divoralo intende e pugna ; ^ 

Cotai si fecer quelle facce lorde 

Dello demonio Cerbero, che introna 

L'anime sì, ch'esser vorrebber sorde. 
Noi passavam su per l' ombre, eh' adona 

La greve pioggia, e ponevam le piante 85 

Sopra lor vanità, che par persona. 
Elle giacean per terra tutte quante, 

49 Pvfe, pntM, la tirrOf ek$ fuetto corare eterno toppi izio «'danoftil. ADcba 

rtc<««t la terra, che rieeTe questo mtsca- Lucifero è da IXante ebiamato «erme, 

glio d' acqua tinta, graDdine e noTe. Cerbero con i tool latrati paò easer sin- 

' 43. iivrta, strana, di nuora foggia.— bolo della rea coscienia ; della quale dice 

Cerbero, cane a tre teste, che secondo la Isaia : 1 Vermit eomm non monetar. » 

mitologia pagana stara a guardia del- SS. Mime, tanno, gli acati denti da 

r lofern*. ferire. 

45. Son questi i golosi, immersi e am- 9S. iiiUi9 te iu$ tpaime, distese le tue 

melmati nel puxiolente fango, prodotto mani in forma di spanne, cioè quanto si 

dalla pioggia suddetta. distendono dal dito pollice al mignolo. 

47. nngkiatt le eiaiii, cioè le zampe. SH. èramo»$ maim, fameliche gole. 

48. gU temolM ed isftialra, gli scortica SS. «g«g«a, agogna, appetisce arida- 
e squarta. mente, sottintendi il pa$io. 

50. fsnfto eeAermo, fanno riparo. 80. « divormrto inUni$ e fug^a^ è in- 

51. Volgonii tp«ite, si Toltano sposso tento a di forarlo, e quasi pare fon- 
da una parte all' altra, i mittri profani, batta eoo esso per l' avidità del naa- 
quei Tìli peccatori, che altro dio non giare. 

riconobbero cbe il rentre. — Profani, co- 93. iefreiM, stordisce, co* suoi latrali. 

me quelli che s* erano fatti un culto M. «deiia, abbatte, doma, 

de* piaceri del corpo. 86. A>pra lor eeiillè, sopra il loro cor- 

SS. «enne. Verme dicesi nelle Scrittore pò Tane, la loro ombra, eie per p e rw e , 

ogni essere cbe sta giù sotterra a prò* cbo ha scmbiania di corpo «maso. 



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CAirro SISTO. 75 

Faor eh* una, eh' a seder si levò, ratio 

Ch'ella ci vide passarsi davante. 
tu, che se' per questo Inferno tratto, ^^ 

Mi disse, riconoscimi, se sai: 

Tu fosti, prima eh' io disfatto, fatto. 
£d io a lei : L' angoscia che tu hai, 

Forse ti tira fuor della mia mente 

Si, che non par ch'io ti vedessi mai. ^ 

Ma dimmi chi tu se', che in si dolente 

Luogo se' messa, ed a si fatta pena. 

Che s' altra ò maggio', nulla è si spiacente. 
Ed egli a me : La tua città, eh' è piena 

D' invidia sì, che già trahoeca il sacco, ^ 

Seco mi tenne in la vita serena. 
Voi, cittadini, mi chiamaste Ciacco : 

Per la dannosa colpa della gola. 

Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco : 
Ed io anima trista non son sola : ^ 

Chò tutte queste a simil pena stanno 

Per simil colpa; e più non fé parola. 
Io gli risposi: Ciacco, lo tuo affanno 

Mi pesa si, eh' a lagrimar m' invita : 

Ma dimmi, se tu sai, a che verranno ^ 

U cittadin della città partita; 

8' alcun v* è giusto ; e dimmi la cagione 

Perchè Y ha tanta discordia assalita. 



ss, 39. ratto CV «ria ci tiit pas»ar$i masti manente con quegli che tplendida- 
éamte, tosto eh* ella ci ride passare mente e delicatamente mangiavano e be- 
davanti a sé, a lei. Tetano. » Ora poiché egli erann paras- 
ta. Coatmisei : Tu fo»H fatto prima sito. Tari comentatori credono che gli 
ce' io fossi disfatto, cioè to nascesti pri- fosse apposto il nome di ciacco, che Tale 
ma eh* io morissi. porco. Ùa se Dante, mentre qoi Io ap« 

44. Il tira fuor iella mia mento, cioè pella per questo nome, Io compiange, e 
la ai eh* io non t* abbia in mente. non già lo dileggia, egli è certo che 

45. ma§gio* per wuiggiorf diceTano spet- quello era il suo nome proprie, e non 
so gli antichi, e tuttora chiamasi Via nn soprannome di scherno. Infatti Ti avoTa, 
Mania, Via maggiore, oiu strada di Fi- ti ha tuttora, in Firenze la famiglia 
resse. de 'Giacchi. 

Sì. in la pita terona, cioè in terra, e 89- Qui Dante da sé mostra una eerta 

dice iorena per far contrapposto alla Tita compassione, la quale a mano a mano 



dell* Inferno. eh' egli procede Terso il centro dslla valla 

53. Ciacco fu un distinto cittadino di d' aMito, Ta io lui diminuendosi, e final- 

Pìrtaie, pieno d* urbanità e di motti fa- mente estinguendosi affatto, 

reti, il quale (dice il Boccaccio, Com- GO. a che vorranno^ a qual termine si 

mnto alla Divina Commedia) e concios- ridurranno. 

siacbé poco aTcsse da spendere, usaTa 61. ci(fé partita, Fircnie, dlTisa in fa^ 

sempre eoo gentili nomini e ricchi, e lioni. 

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76 dell' infebno 

Ed egli a me : Dopo lunga tenzone 
Verranno al sangue, e la parte selvaggia 
Caccerà V altra con molta offensione. 

Poi appresso convien che questa caggia 
Infra tre Soli, e che V altra sormonti, 
Con la forza di tal, ohe testò piaggia. 

Alto terrà lungo tempo le fronti, 
Tenendo T altra sotto gravi pesi, 
Come che di ciò pianga, e che n' adonti. 

Giusti son duo, ma non vi sono intesi: 
Superbia, invidia ed avarizia sono 
Le tre faville, e' hanno i cuori accesi. 

Qui pose fine al lacrimabil suono. 
Ed io a lui : Ancor vo' che m' insegni, 
E che di più parlar mi facci dono. 

Farinata e '1 Tegghia', che fur sì degni, 



65 



70 



76 



64. Dopo Ivnga Unton9, dopo lunga 
contesa. — Danto ha immaginato che le 
anime Tedano le cote fatare. Vedilo piti 
chiaramente al canto X, Terso 100 al 105. 

65. la partt $9lvttggia. Cosi fn detta la 
parte Bianca, perchè di quella era capo 
la famiglia de' Cerchi, renata dai boschi 
di Val di SieTe in Uagello. 

66. Caearà F «lira, cioè la parte Nera, 
di «ni era capo la famiglia de' Donati ; 
con molta off$%ti9at, con grand* offesa, 
con molti danni. — Questa cacciata av- 
Tenne nel maggio 1301. 

67-69. Intendi : In appresso conTieno 
che la parte Bianca caggia, cada, e que- 
sto arverrà dentro tre anni, e che l'altra» 
cioè quella de' Neri, «ormone, preralga 
e trionfi, con la fona d* un tale, che at- 
tualmente piaggia.— La cacciata de'Bian- 
chi, cui allude qui Dante, aTTcnne nel- 
r aprile del 1303, vale a dire 25 mesi 
appresso la data della Tisione del Poema. 
Ma se quel /«le, per la cui forza la parte 
Nera prevalse, sia Carlo di Valois, o 
Bonifasio Vili, è molto controTerso fra 
I comentatorl. Bonifazio Vili area con 
grandi promesse iuTÌtato Carlo di Valois, 
fratello di Filippo il Bello re di Francia, 
a passare in Italia per far l* impresa di 
Sicilia contro 1' aragonese Federigo. Ma 
poiché il tempo non era ancora oppor- 
tuno air impresa, il Papa mandò il prin- 
cipe, da Roma ove allor si trovava, in 
Firenie, affinchè componesse le discor- 
die di qnesta città. l\ Francete peraltro, 



iuToce di adoperar da paciere, uni le sne 
forzo a quelle de' Neri, ed oppresse af- 
fatto il partilo contrario : quindi, carico 
dello spoglie della manomessa Firenze, 
andossene pe' fatti suoi. All' un perso- 
naggio egualmente che all' altro può 
dunque couTenire la frase dal Poeta usa- 
ta. Se e' intenderà di Bonifasio, allora 
la Toce Terbale piaggia significherà uta 
luaingk* «d arti, fa il piaggiatore; perchè 
Bonifazio, mentre si mostrara tenero 
della quiete di Firenze, cercava segreta- 
mente di scbiacciarri il partito de' Bian- 
chi. Se s' intenderà di Carlo, allora piag- 
gia significherà tta eoittggianda la piaggia 
del mare, ita navigando pretto ìa marina, 
perchè egli era allora sulle mosse per 
portarsi In Italia. 

70. Intendi : la fazione de' Neri terrà 
alto la fronte, si mostrerà orgogliosa e 
superba per motti anni. 

79. Come che, sebbene 1* altra, la parte 
Dianca, si dolga e si rechi ad onta una 
si Iniqua oppressione. — •' adonti, se ne 
adonti. 

73. Sono in Firenze due nomini giusti, 
ma nell'ira de' partiti non Ti sono ascol- 
tati. — Chi fossero questi due non può 
accertarsi : ma il PoeU ha probabilmente 
Toloto accennar sé stesso e i! suo primo 
amico Guido Cavalcanti. 

76. al lacrimabil tuono, intendi, dello 
parole sue, cioè di Ciacco. 

79, 80. Farinata degli Uberti , tedi 
caduto X, Tegghiaio Aldobraodi degli Adi" 



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CAKTO OTSTO. 77 

Iacopo Rnsticticci, Arrigo e U Mosca, so 

£ gli altri, cV a ben far poser gì' ingegni, 
Dimmi ove sono, e fa^ eh' io gli conosca. 

Che gran disio mi stringe di sapere 

Se 1 ciel gli addolcia, o Tlnferno gli attosca. 
£ quegli: Ei son tra T anime più nere: ^ 

Diversa colpa giù gli aggrava al fondo : 

Se tanto scendi, gli potrai vedere. 
Ma qnando ta sarai nel dolce mondo, 

Pregoti che alla mente altroi mi rechi : 

Più non ti dico, e più non ti rispondo. w 

Gli diritti occhi torse allora in biechi; 

Guardommi on poco, e poi chinò la testa; 

Cadde con essa a par degli altri ciechi. 
E 1 Duca disse a me : Più non si desta 

Di qna dal snon dell' angelica tromba, ^ 

Qnando verrà lor nimica podestà : 
Cìascnn ritroverà la trista tomba, 

Bipiglierà sua carne e sua figura, 

Udirà quel che in etemo rimbomba. 
Si trapassammo per sozza mistura loo 

Dell^ ombre e della pioggia, a passi lenti, 

Toccando un poco la vita futura; 
Perch' io dissi : Maestro, esti tormenti 

Cresceranno ei dopo la gi*an sentenza, 

O fien minori, o saran sì cocenti? 106 

Ed egli a me : Ritoma a tua scienza, 

nari • taefù Mmtieucrìt Tedi canto XVI, 95. ei$chi. Coti nel canto che segno ' 

Arr1§0 dn'Pifanti, e ¥o«ea degli liberti dice guerci delta mente gli avari. 

o Lamberti, Tedi canto XXVIII. — Le 94-96. Intendi: più non si rialza, più 

voci temlnanti io aio e io oio TeniTano non fa atto di maoTersi (piÀ non ti detta) 

talvolta dagli antichi troncato in a* e in prima che suoni l*aDgeìica tromba per 

«*; coti di ^maio, HStetio, Teggkiaio, l'universale gindizio, allora quando verrà 

fecero ftima*, $eztu\ Teoghia*, e di Ve- V eterno Giudice loro nemico» ai dannati 

celialeio, Pittata fecero Vceellato', Pi«(o'ec. contrario. 

— tifili. Li loda, non come peccatori, ma 97. tHtta lomto, perchò chinde un corpo 

eoaa Taleotoomini. dannato a penare. 

84. iBleodi: sa stanno fra le dolcezze 99. Cioè: udirà la sentenza di maledi- 
dal dolo, o fra le amarezse dell* Inferno, xione, che gii rimbomberà in eterno alle 

85. gif eglino; pi* nere, più malvage. orecchie. 

9L IHwrea colpa, nn4 colpa diversa da iOO. tos€a «ttl«ra, perchò composta di 

foella della gola. fango e d'anime abiette. 

9. mila «Mate altrui mi rechi^ tu mi ri- i03. Ragionando un poco delia vita 

cordi airaltroi memoria, cioè agli amici e futura. 

. Dante fa i non vili desiderosi Ì05. ti cocenti^ cosi dolorosi come sono 



di vìTtro nella memoria degli uomini. Vedi ora. 

loferao, canto XIII, XV, \VI e altrove. iOG 108. a fua tclema ee.,alla tua filo- 



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78 dell' INFKBNO 

Che vuol, quanto la cosa è più perfetta, 
Più senta '1 bene, e cosi la dogHenza. 

Tuttoché questa gente maledetta 
In vera perfezion giammai non vada, 
Di là, più che di qua, essere aspetta. 

Noi aggirammo a tondo quella strada, 
Parlando più assai eh* io non ridico: 
Yenìnmio al punto dove si digrada; 

Quivi trovammo Pluto il gran nemico. 



110 



115 



sofia aristotelica, la qaalo insegna, che 
quanto la cosa è nel suo essere pib per- 
fetta, tanto più è disposta a" sentire il 
piacere come il dolore. — de^ iietif a, do* . 
lore. 

410. giammai non vada, non Tenga mai. 

ili. Di là ec. Aspetta di essere più 
perfetta di là dal suono, dopo il snono, 
dell' angelica tromba,~ebo di qua da esso, 
che prima di esso. Intendi : che tornando 
lo anime ad unirsi ai corpi loro, e Te- 
nendo perciò i dannati a maggior perfe- 



sione, più sentiranno il dolore. « Cam 
fiet rcsurreclio camis, et bonorom gau* 
dium majus erit, et malomm tormenta 
majora, » disse sant'Agostino. 

114. iov9 ii digrada, doTo si discende 
per mezso di gradini o scalini; si discen- 
de cioò nell'altro cerchio. 

115. Plutp, figliuolo di Giasone e di 
Cerere, dio delle ricchesze, e quindi il 
gran nemico della pace del mondo, per- 
chè dalla passiono di esse derlrano i 
maggiori disordini neli' umana famiglia. 



CANTO SETTIMO. 



Plato, Dio infernale dolio ricchezze, che sta In guardia avlV ingresso deV quarto Cer- 
chio, tenta spaTentar Dant» eoa parole inse. Ha Virgilio lo fa tacere, e conduce il 
discepolo a Toder la punizione de* prodighi e degli aTari, eh* è di rotolar grari pesi 
col petto, e di dirsi villania. E dopo aver tenuto discorso Intorno alla Fortuna, aoen- 
dono nel quinto Cerchio, e. Tanno lungo la palude Stige, ore atiuiao impantanati 
^* iracondi, e sott'essi gli accidiosi. 

Pape Satan, pape Satan aleppe.^. 
Cominciò Pluto con la voce chioccia: 
E quel Savio gentil, che tutto seppe, 



1. Pape è interiesione greca e latina 
esprimente sorpresa ; aleppst Io slesso 
che aUpk (come louph loieppe) è voce 
ebraica, che tra gli altri significati ha 
quello di capo, principe oc La frase 
dunque, che per reticenza è tronca, signi- 
fica: Coney SatannOt come, o Satonno, 
principe delV Inferno /... un audace mor- 
tale osa penetrare qua entro? Le parole 
di l'Iato sono di minaccia, e un volgersi 
a Satana per aiuto contro l' invasione 
d' un vivo ne' regni della morte. 

É da aTTortirsi che Plnto non è qui il 
principe dell'Inferno (poiché il principe 
n* 6 Saraii4,«allrimenti detto lig^tro} , 



ma è il guardiano di queste quarto cer- 
chio, nel quale, siccome si puniscono gli 
aTari o I prodighi, cos'i sta a rappresen- 
tare il dio infernale delle ricehetse. Per 
ristossa ragione di conTenlenza, nel terso 
cerchio sta a guardia de* golosi 11 demo- 
nio Cerbero, che ha tre bocche, per d«< 
notare V eccesso del Tizio della gola. E 
nel quinto cerchio, per guardiano della 
palude Stigo, ore «tanno immersi gì' Ira- 
condi, Incontreremo l' iracondo riegiaa. 
S. voc$ ekioecla^ Toce rauca ed aspra 
8. ehi luffe seppe, eziandio il lingnag. 
gio de' dementi. Virgilio è simbolo del 
sapcro umano. Noi canto IV, Inferno, ha 



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CANTO SXTTIMO. 79 

Disse per eonfortamii : Non ti noccia 

La tua paura ; che, poder eh* egli abbia, ^ 

Non ti torrà lo scender questa roccia. 
Poi si rivolse a quella enfiata labbia, 

E disse : Taci, maledetto lupo ; 

Consuma dentro te, con la tua rabbia. 
Non è sanza cagion l' andare al cupo : ^^ 

Vuoisi cosi nell' alto, oyo Michele 

Fé la vendetta del superbo strupo. 
Quali dal vento le gonfiate vele 

Gaggiono avvolte, poiché V alber fiacca ; 

Tal cadde a terra la fiera crudele. i^ 

Cosi scendemmo nella quarta lacca, 

Prendendo più della dolente ripa, 

Che '1 mal dell* universo tutto insacca. 
Ahi giustizia di Dio ! tante chi stipa 

Nuove travaglie e pene, quante io viddi? 20 

£ perchè nostra colpa si ne scipa ? 
Come fa V onda là sovra Cariddi, 

Che si frange con quella in cui s* intoppa, 

Colà convien che qui la gente riddi. 
Qui vid' io gente, più eh' altrove troppa, -^ 

E d* una parte e d' altra, con grand* urli 

dftio: ■ O to ch*08ori ogni selenza ed rata dal latino barbaro. E a ragione sono 

arto: » • set canto Vili, ?. 7, lo chiama cosi chiamati da Dante i ripiani infcr- 

■ mar di lotto 'I senno. » nali, perciocehè a chi li riguardi dal pia- 

5, €. Che, per quanto potere egli ab- no superiore appaiono quasi altrettanto 

hi». BMi ti terrà, non V impedirà lo scen- caTerne, grandi pozsi. 

dere qvcsta balza. i7, 18. Prendendo ec, inoltrandoci vie- 

1. a fiMir enfiata toMa, a qoella fac- più oella dolente ripa, che tniacca, in kò 

eia eofiaU por V ira. Laèbia per fficeia, ncchìuàe. tutto il mal delVuniveno, tutlu 

aapttu, è «fato f ih Tolte da Dante. An- le mahagità, tutti i peccatori del mondo. 

che il Petrarca: • Le penne osate mntai 19, 90. Ahi I giuttizia di Dio (esclama - 

per tcopo, e la mia prima labbia. • sione di roeraTiglia). cAì, se non tu, etipa, 

t. n lopo è simbolo dell' avaritia. stiva, ammucchia, tanU travaglie, tanti 

10. al c»fe. cioè nel profondo Inferno, travagli, tormenti ec. 

n. 5«lloSerHtore la ribellione e ridO' 31. teipa, sciapa, strazia. 

latria del popolo ebreo è chiamata aduf- 33. Come fa V onda, tra Scilla e Cariddi, 

itrio • ^TMieasiamo; onde il Poeta usa nel Faro di Messina, ove le acque del 

qui la Toce s<nipo, stupro, in questo mare Jonio e del Tirreno s* incontrano 

seas*. Altri m traa l' etimologia dal la- e si frangono, 

tino barbaro slro^s, ebo vale Pratico di 94. riddi, giri in tondo; come nel ballo 



Fo Jc MudelfB. diede la pena, antico, detto la Eidda. 

U,paUkè r aiòer /Idcco, poiché esso 35. (roppa, numerosa. Intendi, che i rei 

Tcateitica l'albero: ovvero, poiché T al- d'avarizia erano molti pih che non i rei 

bero taccasi ; laadata 1' affisso, come di qualunque altro peccalo. 

talvolta li trova luato. 26. d' «no parte, i prodighi, s d* altra, 

16. IMM, eaviià, catema; roce derì- gli avari. 



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80 DELL* IKFEBVO 

Voltando pesi, per forza di poppa: 
Percotevansi incontro, e poscia por li 

Si rivolgea ciascun, voltando a retro, 

Gridando : Perchè tieni ? e : Perchè burli ? ^ 

Cosi tomavan per lo cerchio tetro, 

Da ogni mano all^opposito punto, 

Gridando sempre loro ontoso metro; 
Poi si Yolgea ciascun, quand^era giunto, 

Per lo suo mezzo cerchio, all^ altra giostra. ^ 

Ed io, eh* avea lo cuor quasi compunto, 
Dissi : Maestro mio, or mi dimostra 

Che gente è questa, e se tutti fur chercì 

Questi chercuti, alla sinistra nostra. 
Ed egli a me : Tutti quanti fur guerci *^ 

Si della mente, in la vita primaia, 

Che, con misura, nullo spendio fercL 
Assai la voce lor chiaro V abbaia, 

Quando vengono aMuo punti del cerchio, 

Ove colpa contraria gli dispaisi ^^ 

Questi fur cherci, che non haÀ coperchio 

Piloso al capo, e papi e cardine 

In cui usò avarìzia il suo soperchio. 
Ed io : Maestro, tra questf cotali 

Dovre'io ben riconoscere alcuni, ^ 

Che furo immondi di cotesti mali. 

37. p$r fvrta di poppa, per forza di ^Bnire alV altra gioitn, zìV fXlro Kontro, 

petto, col petto. 86. 91MIÌ compunto, cioè di pietà. 

98. pur U, nel luogo stesso, nel no- 58, 39. chirei, cberici; cktreuH, ch«« 

mento stesso che si urtafano. Non è ricali. 

l'unico esempio di cosiffatto rimo. Vedi 40, 41. fur gu§rei ti itila wituU, cioè 

anche Inferno XXX, v. 87. Neil* Ariosto si ciechi, si strarolti di menle. Nella 

aver da' s* accorda con vtrds: e molti Vito primaia, nella rita prima, so nel 

altri autori si potrebbero citare. mondo. 

30- Pnchè tieni? perchè ritieni arida- 4S. CA#, co» mitura ec. Intendi: Gb« 

mente 7 gridano i prodighi agli avari, non fecero spesa alcuna con debita mi- 

Pnekè burli? perchè getti ria? rispon- sora; cioè spesero, o troppo parcamente, 

dono gli avari ai prodighi. — Burli è o troppo profusamente. Fir9i, ei fecero ; 

dal Terbo prOTenzale burlar, che signi- ci, ivi, su nel mondo, 

fica -ff«r largo dtl «»o, e per estensione 45. r abbaia, lo grida, colla parole in- 

iclalaequare. giuriose dette di sopra. 

SS. Da ogni mano, da ogni parte. 45. U disputo, li disgiunge, ribatten- 

35. «Mipr», continuamente; loro ontotù doli in parti contrarie. 

metro, la loro ingiuriosa cantilena. 46, 47. coportkio Piloto, peloso, cioè ì 

54, 58. Poi ti volgea eiatcun, quand'era capelli. 

giunto oc. Costruisci : Poi ciascuno, qiian- 48. Cioè : in cui 1' aTarisia niò, ado- 

d' era giunto (intendi, al punto oppotito) si però, T eccesso di sua forza. 

oolgoa per lo tuo mezso cerchio, ossia rifa- 61. imwoiidi, macchiati, contaatAati. 

eeva indietro il medesimo semicerchio, per — maiit colpo. 



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GAITTO SETTIMO. 81 

Ed egli a me : Yano pensiero aduni : 

La sconoscente vita, cbe i fé sozzi, 

Ad ogni conoscenza or gli fa bmni. 
In etemo Terranno agli duo cozzi : fi5 

Onesti rìsurgeranno del sepnlcro 

Gol pngno chiuso, e quelli co^crin mozzi. 
Mal dare e mal tener lo mondo pnlcro 

Ha tolto loro, e posto a questa zuffa : 

Qual ella sia, parole non ci appulcro. «o 

Or puoi, fìgliuol, yeder la corta buffa 

De* ben, cbe son commessi alla Fortuna, 

Per cbe l'umana gente si rabbuffa. 
Che tutto r oro, eh' è sotto la luna, 

£ cbe già fu, di quest'anime stanche ^ 

Non poterebbe fame posar una. 
Maestro, dissi lui, or mi di' anche : 

Questa Fortuna, di che tu mi tocche, 

Che è, che i ben del mondo ha sì tra branche ? 
£ quegli a me : creature sciocche, 70 

Quanta ignoranza è quella che y' offendo ! 

Or Yo'che tu mia sentenza ne imbocche. 
Colui, lo cui saver tutto trascende, 

Fece li cieli, e die lor chi conduce, 

Si ch^ ogni parte ad ogni parte splende, 75 

«. •*«», accolli in meDt0. 63. Per cai gli uomini •* accapigliaDo 

^i»^U MoiiMM»(«, r ignobile ed e Tengono a safla. 

wc«nTita,c»f i/Mo»«i,chelifece soxsi 64. totto la luna, cioè in terra. 

«qMitÌTJii,ii rende ora oscari e scono- 65. E che già fu, e quello che, e dal 

Kiou a tatti. Dice Meonoietuté, perché tempo e dall' uso, è sUto consumato. 

«waroeil prodigo disconoscono il Talor 68. di ch$ tu ni (occA«, di cui. della 

^^ ««• quale, tu mi fai cenno. 

a HU dM coesi, cioè al cozzo che 69. Com' è, che tiene fra le mani, in 

tu ni e gli altri si datano scontran- sua balia, i beni di questo mondo? 

^- W. Or voglio che tu ne imbocchi la 

«•• W pugno cAtMo, gli ayari ; co'cH» mia sentenza, cioè, che tu ricoYa la mia 

■»:«i, 1 prodighi. Col fugno chiuto gli sentenza, come i fanciulli il cibo quando 

"*n. perchè de è segno d' avarizia ; con sono imboccati. 

• ^ «ossi i prodighi, perchè questi 13. Colui, Dio - tutto tratconit, sor- 

«.w uulaequano, come pur si dice, passa, è al di sopra di tutta. 

^*_J*P«"»- ^4. die lor ehi conduce, chi li conduce, 

ulL 1. ^''*' ^® «cialacquare.eiiMil cioè le Intelligenze motrici. Ogni cielo, 

j*^i • l aTidamente ritenere, ha tolto orrero sfera celeste, credevasi a* tempi 

l'araéLT^ P»'e«>. «1 «ondo bello, il di Dante che fosse mosso in giro da un 

2*|*|7Htero è voce latina. Angelo. Cosi uoa Intelligenza celeste 

liico t!»* ***' ** •W»»'**'**' °on abbel- credevano essere la Fortuna. Tali fanU- 

iittaDT 1*"'^''**^ *' racconto con istu- sie debbono condonarsi ad un secolo, in 

« u!lrf. *-* it u *^"' '* filosofia scolastica e V astrologia 

^niìiS'- ^^^* totÙo, la giodiciaria eran tenute quasi per dommi. 

^ ' 1^' Sicché por questo regolato moto 



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82 dell' INFEBirO 

Distribncudo egualmente la lace : 

Similemente agli splendor mondani 

Ordinò general ministra e duce, 
Che permutasse a tempo li ben vani 

Di gente in gente, e d' uno in altro sangue, eo 

Oltre la difension de* senni umani. 
Per eh' una gente impera ed altra langue, 

Segpiendo lo giudicio di costei, 

Ched è occulto, com' in erba V angue. 
Vostro sayer non ha contrasto a lei: ss 

Ella provvede, giudica, e persegue 

Suo regno, come il loro gli altri Dei. 
Le sue permutazion non hanno triegue: 

Necessità la fa esser veloce; 

Sì spesso vien chi vicenda consegue. ^ 

Quest' è colei, che tanto è posta in croce 

Pur da color, xhe le dovrian dar lode, 

Dandole biasmo a torto e mala voce. 
Ma ella s'è beata, e ciò non ode: 

Con r altre prime creature lieta S5 

Yolve sua spera, e beata si gode. 
Or discendiamo omai a maggior piòta: 

Già ogni stella cade, che saliva 

Quando mi mossi; e il troppo star si vieta. 
Noi ricidemmo '1 cerchio all' altra riva loo 

ogni cielo rìspteDda reno V »Uro ; e totli 90. Cosi è, ebe spesso haTTi al inondo 

riflettono la propria luce a riceoda in chi ricoTe mntamento di stalo, 

armonica proportione. 91. poita in eroe*, cioè sfillaneggiata 

77-81. Cosi pure alle ricchezze e digni- e bestemmiata. 

tà, che sono gli splendori del basso mon- 93. Anche da coloro, i qnall, poichò si 

do, diede nn' Intelligenza regolatrice, la dicono sapienti, lo dovr*bboro dar lodt, 

quale a tempo a tempo, of fero di quando aruto rispetto a com' ella proTTidamente 

in quando, trasferisse di nazione in na- goferni le cose umane, 

sione, e di famiglia in famiglia gl'imperii 93. «ia(« voce, fama di cattiva, 

e le ricchezze, senza che l' umano senno 94. Jfo ella «' è ^to, so ne sta beata, 

possa farvi difesa. 9S. Con V altro ^rimo eroaturt, con gli 

83. Stguendo lo ^udicto, fecondo il già- altri Angeli. 

disio, il volere. 96. Velv* oua $ptra, volge, rivolge, la 

84. CAcd, come ««d, ned, invece di eJU, saa sfera, la sua ruota. 

M, «•, usavano talvolta gli antichi per 97. a naggior fièta, a luogo degno di 
isf uggire r incontro di due vocali. maggior compassione, perchè pieno di 

85. non ha contratto, non può centra- maggior pena. 

slare. 98. Già ogni itolla ead$: Intendi, è 

8tf, 87. $ portegne Suo regno^ e procede passata la mezzanotte, 

all'esecuzione nelle cose a lei sabordi- iOO, i(H. Noi ricidewmo, noi tagliam- 

nate, come il loro gli altri M, come prò- mo, attraversammo, il cerchio quarto Del 

cedono nelle loro gli altri Angeli, le altra punto lasciato egombro, dopo il cosso, 

intelligenze celesti. da quelle animei fino a che giungemmo 

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CANTO SETTIMO. 83 

Sovr'mia fonte che bolle, e riversa 

Per un fossato, che da lei dema. 
L' acqua era boia molto più che persa : 

£ noi, in compagnia dell'onde bige, 

£ntrunmo giù per una via diversa. 105 

dna palade fa, e' ha nome Stige, 

Questo tristo ruscel, quand' è disceso 

Al pie delle maligne piagge grige. 
£d io, che a rimirar mi stava inteso, 

Vidi genti fangose in quel pantano, no 

Ignudo tutte, e con sembiante offeso. 
Queste si percotean, non pur con mano, 

Ma con la testa e col petto e co' piedi, 

Troncandosi co' denti a brano a brano. 
Lo buon Maestro disse: Figlio, or vedi n& 

L'anime di color cui vinse l'ira: 

Ed anche vo' che tu per certo credi 
Che sotto T acqua ha gente che sospira, 

E fanno pullular quest'acqua al summo, 

Come l' occhio ti dice u' che s' aggira. 120 

Fitti nel limo dicon: Tristi fummo 

Neil' aer dolce che dal sol s' aUegra, 

Portando dentro accidioso fummo; 
Or ci attrisiiam nella belletta negra. 

Quest'inno si gorgoglian nella strozza, 125 

Che dir noi posson con parola integra. 
Cosi girammo della lorda pozza 

mirmtin Hwa, eh*d confloe al qninto, 117. credi, creda. 

^3fr« «•• femtt, in loofo do?' è nna 118. Ch§ totto l\ acqua riha, y't h,g$nte 

fonte, €ké telle, che gorgoglia, « rittia tk0 toipira, son questi gli accidiosi. 

ftr »• ^Mfafo. e fi Tersa io nn fossato ec. 119. E coi sospiri fanno sorgere qne< 

109. L'«r«iia «ra ^ia, cioè oscura, si' acqua in bolle alla superficie. Con ciò 

vtòiu jrtjt ek9 ptrta, turchina. Era molto vuole il Poeta indicare le inquietezze 

più cupa, rispetto alla riflessione della dell* ira, e le nascoste smanie dell' invi- 

loee, di qaello che fosse eopa, rispetto dia e la Tiltà dell* orgoglio. 

alla queliti del colore. 130. «' che, OTecchò, ovunque. 

105. via Hv$r9af TÌa strana, inusitata. 435. aecidioto fummo. • Vaporatiooei 

f06. Stige, dal greco orOrof che tuoi tristes et melancholìcsB,* disse sanTom- 

iire «dio, trUiizza e anche orrort. maso, parlando dell* accidia. 

108* maU§u§ piaggU, per la malignità 134. Mlelta, fango, deposito che fa 

che ia aè chinderano ; cosi al Terso di l' acqua torbida. 

iopra hm dello fritro f] mscello. Ì3S. ii gorgoglian ntlìa itrotta^ man- 
ico. ^Uf, intento. dano dlilla canna della gola , piena 
111. «feaef cruccioso, iroso. d' acqua della palude ; gunV inno» le 
113. 0»«fffl •< ptrcofMn, TicendeTol- dette parole, a stento e con snono con- 

mento V ma Y altra, «o» fur con mano, Aiso, qual è quello che si fa gargarii- 

ftun Miaisento con lo mani, ma ee. laodosi. 



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84 DSLL' INFERNO 

Grand* arco tra la ripa secca e 1 mézzo, 
Con gli ocelli volti a chi del feingo ingozza: 
Venimmo appiè d* una torre al dassezzo. ^^ 

198. Grand'areo, gran parte del cerchio, U), tra la ripa asciatta e '1 terreno molle. 
il«lte (orda possa, della fangosa pozzanghe- 130. Al da9$itto, da ultimo, veDÙBmo 
ra : Ira la ripa teeca e W m^sso (coir e stret- appiè d' usa torre. 



CANTO OTTAVO. 

Flegias accoglie nella eoa barca i duo Poeti, e mentre li tn^itta air altra rira, eace 
dal fango Filippo Argenti fiorentino, beetialmente iracon&, che i* arrent» contro 
Dante, ma ò respinto da Virgilio. Sbarcati sotto la città di Dite, i demonii no ser- 
ran loro in faccia le porte. Ha Virgilio rassicara V alunno che Tincerà la prora, 
poichò non è lungi chi li soccorra. 

Io dico seguitando, eh* assai prima 
Che noi fossimo al pie dell* alta torre. 
Gli occhi nostri n* andar snso alla cima, 

Per duo fiammette, che i* vedemmo porre, 
Ed un* altra da lungi render cenno & 

Tanto, eh* appena *1 potea 1* occhio tórre. 

£d io, rivolto al mar di tutto *1 senno, 
Dissi: Questo che dice? e che risponde 
Quell'altro fuoco? e chi son que*che*l fenno? 

Ed egli a me: Su per le sucide onde io 

Già puoi scorgere quello che s* aspetta, 
Se*l fummo del pantan noi ti nasconde. 

Corda non pinse mai da sé saetta, 
Che sì corresse via, per Faer, snella, 
Com* io vidi una nave piccioletta i^ 

Venir per 1* acqua verso noi in quella, 
Sotto il governo d*un sol galeoto, 

i, ttguitandOf cioè continuando il rac- 7. al mar di tutto 'l inno, cioè a V'ir- 

conto intorno agi' iracondi, cominciato gilio, al sapiento che tutto upp$ ; can- 

nel canto precedente. to VII, ▼. s. 

4. eh$ i\ che iri. 8. Quetto che dia? questo che cosa si- 

$, 6. Ed un'altra vedemmo rendere il gnifica? 

cenno, la risposta, tanto da lungo, che il. quello che e* aepetta, quello che ha 

r occhio la poterà appena tórret acco- da venire. 

gliere in sé. — Dante tuoI signiflcare che 13. Corda d* arco ; pinee, scagliò, 

dalla torre si darà a Flegias il segnale 16. in quella, in queir ora, in quel 

d* ogni arrivo, accendendo tante fiamme mentre. 

quante eran le anime che quivi giunge- 17. galeoto, galeotto, barcaiuolo. Ga- 

vano. E l'altra torre, dell* estremità op- lento e galeotto dissero gli antichi come 

posta, con un' altra fiamma rispondeva Baco per Bacco, tana per «a«iia, e molte 

d' ETere inteso. altre parole similmonto. 

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CANTO OTTAVO. 85 

Che gridaya: Or se* giunta, anima fella! 
Flegiàs, Megiàs, tu gridi a voto, 

Disse lo mio* Signore, a questa volta: 20 

Più non ci avraif se non passando il loto. 
Quale colui, clie grande inganno ascolta 

Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca; 

Tal fii fé Flegiàs neU* ira accolta. 
Lo Duca mio discese nella barca, ^ 

£ poi mi fece entrare appresso lui, 

E sol, quandTfui dentro, parve carca. 
Tosto che *1 Duca ed io nel legno fui. 

Secando se ne va V antica prora 

Dell' acqua, più che non suol con altruL ^ 

Mentre noi correyam la morta gora, 

Dinanzi mi si fece un pien di fango, 

E disse: Chi se' tu che vieni anzi ora? 
Ed io a lui: S' i' vegno, non rimango: 

Ma tu chi se', che sì se* fatto brutto? ^ 

Rispose: Vedi che son un che piango. 
Ed io a lui: Con piangere e con lutto. 

Spirito maledetto, ti rimani; 

Òi'io ti conosco, ancor sie lordo tutto. 
Allora stese al legno ambe le mani ; ^ 

Per chel Maestro, accorto, lo sospinse, 

Dicendo: Via costà, con gli altri canL 
Lo collo poi con le braccia m' avvinse ; 

Baciommil volto, e disse: Alma sdegnosa, 

Benedetta colei, che in te s'incinse. ^ 

Quel fu al mondo persona orgogliosa; 

', ftlU. Pari» air Qoo; perchè 39. ch§ vtoat unti ora? che Tieni in- 

eoDMCs che V altro non era già ombra, naosi la tua ora? cioè prima di morire. 

•9. WUgUa, per ira contro d'Apollo 54. S*i'«fpiiOtiieiiri«iaiiao; seio Tengo 

(che aToagli Tiolata la figlia Coronide) qui, non Tengo per rimanerTi. 

gli bruciò il tempio di Delfo. Ucciso dal 86. YtiU Cioè, per sapere eh' io mi 

i. Al condannato all' Inferno. Fiegias, sia, ti hatlì il Tedermi : non tqoI dire 



dal greco 9^1^, ardere : e gli sta beoo il nome tao, come nom Tile e die petloeo 
I barcainolo della città roTonte. 39. ancor tU, ancor che ta sia. 



SI. né «e* ci avrai ec, non ci aTrai 40. at^ l§ mani, per ribaltarlo. E ci 

in Ino potere, te non pel tempo che ci dice il Boccaccio (Tedi NoTolla n») ch'egli 

paaaerai in barca. era nome franda $ Mrèernle e /erto. 

Sé. maiFira aetolta, nell'ira che area 41. caM, perchè rabbiosi e iracondi. 
iceolta in leao. 44. Alma fdffftOM. Virgilio loda Dante 

91. Parre carica, per lo peso del corpo pel suo nobile sdegno. £ qui si noti la 

di Dante, che non era aereo, come quello differensa fra ira e titgno. La prima ge- 

delle anime. neralmente è tìiìo; il secondo è bene 

30. co« alimi, cioè con le anime. spesso nobiltà d' animo. 

M . te morte §ora, la stagnante palude. 4tf . eèe t» to s'indnef, che fu graTtda di te* 

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Ob DELL IKFEENO 

Bontà non è, che sua memoria fregi: 

Così s' è r ombra sua qui furiosa. 
Quanti si tengono or lassù gran regi, 

Che qui staranno come porci in brago, 50 

Di sé lasciando orribili dispregi l 
Ed io : Maestro, molto sarei vago 

Di vederlo attujBFare in questa broda, 

Prima che noi uscissimo del lago. 
Ed egli a me: Avanti che la proda ^ 

Ti si lasci veder, tu sarai sazio; 

Di tal disio converrà che tu goda. 
Dopo ciò poco, vidi quello strazio 

Far di costui alle fongose genti, 

Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. ^^ 

Tutti gi'idavano: A Filippo Argenti; 

£*1 fiorentino spirito bizzarro 

In so medesmo si volgea cocenti. 
Quivi 1 lasciammo, che più non ne narro; 

Ma negli orecchi mi percosse un duolo, C3 

Per eh' io avanti intento Y occhio sbarro. 
E 1 buon Maestro disse : Omai, figliuolo, 

S'appressa la città, e' ha nome Dite, 

Co' gravi cittadin, col grande stuolo. 
Ed io: Maestro, già le sue meschito ^^ 

Là entro certo nella valle cerno 

Vermiglie, come se di fuoco uscite 
Fossero: ed ei mi disse: H fuooo etemo, 

Cli' entro V affoca, le dimostra rosse, 

Come tu vedi, in questo basso Inferno. '^ 

Al. Non è la bontà qaella che fregi, 6^. hittarr$, da Mf f». Muoio, tUz- 

adorai« la sna memoria; ma è Tira. coso. 

49. ti Ungon gran^ regi, si danoo aria 63. Cioè, ti morderà le mani, per rah* 

o si tengono in conto di grandi e di pò- bia di non poterti difendere contro tanti, 

tenti. — tofift, cioè nel mondo. 65. un duolOf on doloroso lamento. 

00. in brago, nel fango. 66. tbarro, «palanco. 

m. df fi Ini^ado, dopo la morte. 68. I>Ut è sopprannoroe di Pfnfe, oda 

05. altuffhréf esser tuffato. osto s* appella questa città infernale. 

ItS. Dopo eia poco, poco dopo di ciò; 69. Co* gravi cittadin, cogli abitatori 

ffutllo ttratio, tale, siffatto strazio. gravi di colpa e di pena. Altri Intende: 

09. allo fangote ginti, dagli altri dan- co'dcrooniì, primi abitatori doU'Infemo, 

nati, che starano in quel fangoso pan- gravi, graTosi, molesti, ai dannati, 

tano. TO. metehite, moschee, i templi nosnl - 

Gì. fVifK grOatano: diamo addosso « nani. Ma qoi intende lo loro sommUs* 

Pilippo Àrgonti. Pn costol della nobil simili alle qnali finge le torri di Ditr. 

famigHa GaTiecinli Adhnarl, ricco e pò- 7!. Là tntro «etto «alle, là dentro nM 

tento nomo, ma che per ogni mìnima testo cerchio; cerio cerao» ebiartmonle 

«osa montara in bestiai forore. diicorno, scorgo. 



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CANTO OTTAVO. 87 

Noi pur giongemmu dentro slT alte fosse, 

Che yallan quella terra sconsolata: 

Le mora mi parea che ferro fosse. 
Non senza prima far grande aggirata 

Venimmo in parte, dove 1 nocchier, forte, 80 

Uscite, ci gridò, qoi è V entrata. 
Io vidi più di mille in su le porte 

Dal ciel piovuti, che stizzosamente 

Dioean: Chi è costui, che senza morto 
Va per lo regno ddla morta gente? ^ 

El savio mio Maestro fece segno 

Di voler lor parlar segretamente. 
Allor chiusero un poco il gran disdegno, 

E disser: Vien tu solo, e quel san vaila, 

Che si ardito entrò per questo regno. ^^ 

Sol si ritomi per la folle strada : 

Pruovi, se sa; che tu qui rimarrai, 

Che scorto V hai per si huia contrade^. 
Pensa, lettor, s'io mi disconfortai 

Al suon delle parole maledette; ^^ 

Ch'io non credetti ritornarci mai. 
caro Duca mio, die più di sette 

Volte m' hai sicurtà renduta, e tratto 

D'alto periglio che incontra mi stette, 
Non mi lasciar, diss'io, cosi dis^&tto: ^^ 

£ se r andar più oltre e' è negato, 

Bitroviam Y orme nostre insieme ratto. 
£ quel Signor, che li m' avea menato, 

Mi disse: Non temer, chè^l nostro passo 

Non ci può torre alcun: da Tal n'è dato. ^^ 

16. «Ite fvtM, profonde fossa. follemente ha preso ; provi no poco t' egli 

71. ornila», cireooTallano, cingono. sa tornare indietro. 

T8. Nota eome Dante per proprietà é\ 96. Perocché io non credetti poter mai 

lisfiia accordi qoi foitt con ftrro, pid ritornare al mondo. 

leelo ehe /•«•ero con mura. 97. tett§ volti. È forse osato il namero 

80. /»rt» ai doe riferire a gridò. ?or- determinato per V indeterminato ; come 

itmruto irrido. Aleani 1' oniscono intece nei Proverbi, XXIV, i6: • sette volto 

a «eeeàiero: se eoa ragione^ sei ve^ga cadrà il giusto, e risorgerà: » ovvero dee 

chi stadia. intendersi i pericoli da Dante corsi per 

«5. Otti Hei pi09%1i, spirili precipitati ]o tre fiere, Caronte, Minosse, Cerl»ero, 

iai cielo. Piolo, Flegias, e Filippo Argenti. 

M. mnts «erto, senxa esser morto, lOO. cosi dit fatto» cosi smarrito e seo- 

priaa di morire. ragiJlato. 

n. dUssero, raffrenarono, repressero. i09. ratto, rattamente, tostamente ri- 

69. f««<, qaei cioè Dante. calchiamo insieme le nostre orme, cioè 

91, 93. Sol ti ritomi por la follo itra- torniamo addietro, 

da. Si ritomi soletto per la strada che 103. da Tal, cioè da Dio. 

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68 dell' inferno 

Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso 
Conforta e ciba di speranza buona, 
Ch'io non ti lascerò nel mondo basso. 

Cosi sen va, e quivi m' abbandona 
Lo dolce padre, ed io rimango in forse; 
Che '1 si e 1 no nel capo mi tenzona. 

Udir non potè' quello eh' a lor porse; 
Ma ei non stette là con essi guari, 
Che ciascun dentro a pruova si ricorse. 

Chiuser le porte que' nostri avversari 
Nel petto al mio Signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 
D'ogni baldanza, e dicea ne' sospiri: 
Chi m'ha negate le dolenti case? 

Ed a me disse: Tu, perch'io m'adiri, 
Non sbigottir, ch'io vincerò la pruova, 
Quai, eh' alla difension dentro s' aggiri. 

Questa lor tracotanza non è nuova; 
Che già r usaro a men segreta porta, 
Ls^ qual senza serrarne ancor si trova. 

Sovr'essa vedestù la scritta morta: 
E già di qua da lei discende l' erta, 
Passando per li cerchi senza scorta. 

Tal, che per lui ne fìa la terra aperta. 



no 



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120 



125 



130 



111. CheU iìj egli tornerà, ed il »o, 
egli non tornerà, nel capo mi tenzona^ 
contrastano nel mio pensiero. 

Ila cA'a lor porsf, che disse, rappre- 
sentò a* domonii. 

113. non tt9tt9 guari, non stette molto 
tempo. 

114. A pruova ti rieono, * gara ritor- 
nò indietro correndo. 

111. patii rari^ passi lenti. 

118, 119. le ciglia avta ratt» prÌTO, 
tf' ogni baldanzat cioè gli era sparita da- 
gli occhi quella franchesza che dapprima 
aveva. 

190. Chi m' ha negato l' entrata nella 
dolorosa città? 

133, 135. io vinetrò la pruova, il pre- 
so impegno, qualunque sia quegli che 
dentro Dite s' appresti a far difes» per 
impedirmelo. 

121. lor, cioè, dei demonii. 



135. a mtn tegrtta porta, cioè alla porta 
deir Inferno, eh' è in luogo pih aperto 
di questo. — Allude alla scesa trionfale 
di Cristo, quando, malgrado tutto V in- 
ferno, che invan gli s' oppose, liherò i 
santi Padri dal Limbo, dopo avere at- 
terrato le porte d'ahisso, le qaali da 
allora ti trovano tenta terrame, Tn- 
eoUtnza è da ultraeogitantia , prosan- 
sjone. 

137. vedettk, sincope non infrequente 
di vedetti tu: la teritta «torto, 1* iseri- 
sione nera, di color nero. Vedila ni 
canto III. 

138. E già di qua da lei, eioè entmto 
già dalla detta porta, discende V erta, il 
ciglione del primo cerchio, on tale, «n 
Angelo, per opera di cui la terra, cioè 
la città di Dite, ne fla, sarà, a noi aperta. 
— Senza scorto, cioè tenia biiogno di 
guida. 



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80 



CANTO NONO. 

rirpUo. ÌBlmogAto dft DamU. rmcconU corno altra TolUfacesM un viaggio giù per 
1 Infeimo. SnUa torre di mte si prwenUno le tre Furie, quindi Medusa, contro lo 
m irti flulefiche è Daate difeio da Yirgilio. Intanto ginngo nn messo celeste, che 
»p« loro le porto della contrartata città. Entrati, rodono penar© dentro tombe in- 
fodcata gU erenareU e gli increduli. 

Qael color che Tiltà di fuor mi pìnse, 
Yeggendo il Duca mio tornare in volta, 
Pia tosto dentro il suo nuovo ristrinae. 

Attento si fermò, com'nom ch'ascolta: 
Che r occhio noi potea menare a lunga ^ 

Per r aer nero e per la nebbia folta. 

Pure a noi converrà vincer la punga, 
Cominciò ei, se non.... tal ne s' offerse.... 
Oh quanto tarda a me, eh' altri qui giunga! 

Io vidi ben, si com'ei ricoperse 
Lo cominciar con l' altro die poi venne, 
Che fnr parole alle prime diverse. 

Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch'io traeva la parola tronca. 
Forse a peggìor sentenzia eh' ei non tenne. 

In questo fondo della trista conca 
Discende mai alcun del primo grado, 
Che sol per pena ha la speranza cionca? 

1-3. Qoel colore, qael pallore, che la ni ooo fooo frequenti in Dante, pare re 
^'lU ni tpÌDse sol Tolto, Teggendo Vir- ne ha. Vedi Inferno, canto XXUI,t.109; 
Hilio tonare indietro (tomarf in velia)» e Purgatorio, canto XXVII, r. 23. 
^ si che etso Virgilio ritrasse più pre- iO, il. lo ben conobbi com' egli rico- 
tto dentro di sé il sao dooto, insolito perse le prime parole pur a «oi eonv$rrà 
pallere. — Ileooeetto è questo: Virgilio, vincer la pugna, if non.,., le quali fu- 
^ per Io sdegno era pallido, cercò reno di sconforto, colle altre teine t'o/- 
preslanente di ricomporsi, per diminaire ^ert«, che furono di conforto, e cosi di- 
ìb Dante lo scoraggiamento. vorso dalle prime. 

S- e Imyn, a laoga disUnu, lonUoo. 43. ditnne, diede a noi, cioè o me : modo 

1- yaaH e pngna, come vegna e venga, frequente in latino. 

'^*<f«e e riiwiif* ee. i4, 15. Perché io tiraia la parola tron- 

8. M «0».... Questa reticensa accenna ca, cioè il te non, ad un signilìcato forse 

Ua leatenta tronca dal timore o dal peggiore di quello che Virgilio ne» Unno, 

'kbbio; e tale sembra essere il concet- non ebbe in mente. 

^'' ^fme eeneerrà a noi iU$ii entrare «6. della tritta conca, deirinferno, fatto 

^ fKsto contrasto, e vincer la fngna, a guisa di conca. 

**Ms.^. ei Tiene aiuto dal cielo. Ma il. del privut grado, cerchio, cioè del 

^ dicot Tot ne «* offeru,.,. che non può Limbo. 

Baiare. Oh «i èa miU* anni che altri qui 18. la iperanza cionca, la speranza del 

fj*^' B qnegli che giunger doTca era cielo troncata, inferno, canto IV, v. 41, 

Jj Ab|«Iq, die già Virgilio stesso avea 49: • Sol di tanto offesi, Che senza spome 

dsUo discender V erta. — Tali sospensio- 'vivemo in desio. • 



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90 DELL^ INFEBNO 

Questa qaestion fec'io; e quei: Di rado 

Incontra, mi rispose, che di nui 20 

Faccia alcuno U cammin, pel quale io yado. 
Ver è, eh' altra fiata quaggiù fui 

Congiurato da quella Eriton cruda, 

Che richiamava T ombre accorpi sui. 
Di poco era di me la carne nuda, 23 

Ch' ella mi fece entrar dentr' a quel muro, 

Per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 
Quell' è il più basso luogo, ed il più oscuro, 

E'I più lontan dal ciel, che tutto gira: 

Ben sol cammin; però ti fa' sicuro. so 

Questa palude, cheì gran pu2zo spira, 

Cinge d'intorno la città dolente, 

IT' non poterne entrare ornai senz' ira. 
Ed altro disse; ma non l'ho a mente; 

Perocché l' occhio m' avea tutto tratto S5 

Ver r alta torre alla cima rovente» 
Ove in un punto furon dritte ratto 

Tre furie infornai, di sangue tinte, 

Che membra femminili aveano ed atto, 
E con idre verdÌBsime eran cinte: 4o 

Serpentelli e ceraste avean per crine; 

Onde le fiere tempie erano avvinte. 

19. ^uettion, domanda. DI rado Iwon- 95. Cioè da poeo tempo la mia carne, 

tra, raramente avviene. il mio corpo, erasi separato dall' ani- 

33. Congiurato, scongiurato. Era Krih- m*. 

ne una ma^a tessala, di cui parla Lucano 96. a f««l muro, eioÌ al maro di Dita. 

net VI della Fanaglia. Si credeva che 97. Ì9l tirchio di Oinda, della sfera 

Tìcliiamasse kU spiriti ai corpi per saper detta te Oindteca, luogo il più profondo 

da loro il futuro ; e si racconta che una deirinferno, ove stanno i traditori de'Ior 

volta ella ciò facesse ad istanxa di Sesto benefattori. Chi sia l'anima che Virgilio. 

Toropeo figlio del Magno, per conoseor costretto daiili scongiuri d*Eritone, andò 

quale sarebbe per essere il (ine doHe a trarre dalla Gledecea, blssoD eomeii* 

guerre civili fra suo padre e Giulio Ce- talore lo ha finora indovinato, 

sarò La parola qnoUa vuole che debba 99. dal del ih$ tutto gir», dal «ielo 

essere cotesla bvn noia maga, e non detto il primo mobile, che chiude fa al, 

un* altra, come hanno creduto alcuni co- e muove in giro, tutti gli altri cieli. 

luentalori, erroneamente dicendo, che al- 35. IT, ove, omai non storne, possia- 

trixnenti avrebbe Dante commesso un ana- mo, entrare sens* Ira, setisa giusto sdegno 

crooismo. Ma anacronismo non v* è, per- per 1* opposisione or ora fattaci dai de- 

chi Virgilio non mori che soli 30 anni monii. 

dopo la battaglia farsalica. quando cioò SS. Perocché rocchio area rlrollo tatU 

la maga Erìtone poteva, sebben vecchia, la mia attentione verso V aita torre eolln 

esser viva tuttora, e cosi scongiarare cima infuocata. — Àila, dalla, eolla, 

r anima di Virgilio, morto da poco tempo. 37. raffo, tostamente, rapidamente. 

— Cruda- Da Locano è chiamata fera ed 89. affo, attitndine, mantem. 

oitra. Forse perchè viveva in caverne 6 40. idr«, serpenti iqnatiti. Cmottg ter* 

usava tra lo lepoltnre. pentelli cornuti. 

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CAITTO KONO. 

E quei, che ben conobbe le mesclùne 
Della regina deF eterno pianto, 
Guarda, mi disse, le feroci Erine. 

Quest'è Megera, dal sinistro canto: 
Quella, che piange dal destro, è Aletto: 
Tisifone è nel mezzo; e tacque a tanto. 

Con r unghie si fendea ciascuna il petto ; 
Bàtteansi a palme; e gridavan si alto, 
Ch'io mi strinsi al Poeta per sospetto. 

Venga Medusa, e si *1 farem di smalto, 
Gridavan tutte, riguardando in giuso: 
Mal non yengiammo in Teseo Y assalto. 

Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso: 
Che sei Gorgon si mostra, e tu il vedessi. 
Nulla sarebbe del tornar mai suso. 

Così disse*! Maestro; ed egli stessi 
Mi volse, e non si tenne alle mie mani. 
Che con le sue ancor non mi chiudessi 

voi, eh' avete gì* intelletti sani, 



91 



43 



60 



C3 



60 



43. fuéi, Virgilio; wuiekiw, ancella, 
ministre. È Tocabolo proreaul*. M§9iMa 
étir tUm9 fiantOt Proserpina, moglie di 
l'Io Une. 

45. Krius, Erinni, o le tra Furie Yen*' 
dicatrict dei peccatori, che i poeti fin- 
sero figlie deirErcbo b della Notte. EHn^r 
inrece dì £rinne o Erinni per soppres- 
sione d* una consonante, come in molte 
altre parole. 

48. e tacque a tanto, e Ciò detto, si 
tacqae. 

50. e fwlei^. colle palme delle mani. 

51. per $Q9pelto, per paura. 

53. •) il fartm, cosi lo faremo, di Mia^ 
le, di pietra. 

54. Hale facemmo a non Tendicare con- 
tro di Teseo r assalto dato a queste mura, 
cioè r ardila prora cb' ei fece di voler 
rapire i'roserpina; poiché l'egli fos^e 
slato pooito, non arrebbe costui avuto 
ardire di Tcnir qua. — tt«atam*o è dal 
verbo aolico «««^tarf, vendicare. 

55. Il GorgoM, la testa di Medusa, che 
eoDfertiva in pietra chiunque la rimira- 
va: perciò dice tien lo 9iio chimo, cioè 
gli occhi chinai. 

57. tion vi sarebbe pih nessun modo, 
nessoii» possibilità, di tornar su nei 
Bondo. Hulla tarebbe è frase ellittica. 

65. SttsMi e itetio, dicevano gli antichi, 



come Bili 6 filo, quelli e quello, questi e 
f««ffe. 

59. Hi voltò dalla parte opposta, a non 
si fidò tanto delle mie mani, che non mi 
coprisse gli occhi ancora con le suo. 
Forse che per le Furie viene significata 
il rimorso, che, più che V ira di Dio, 
tormenta i peccatori come in questa cosi 
neir altra vita. E per il volto di Medusa, 
che avea virtù d* impietrare la gente, si 
vuol rappresentare il piacer de* sensi, il 
quale, indurando il cuore dell'uomo, ne 
oscura l'intelletto. Perciò Virgilio d& 
al suo alunno il precetto di custodire gli 
occhi, ed egli stesso (figura della morale 
filosofia) Io aiata a ciò fare. 

61. Con questo avvertimento, rivolto 
agli uomini di acuto intelletto, vuole il 
Poeta farne accorti, che sotto il velo 
de* misteriosi versi che seguono, cioè 
nella descriiione della venuta dell* An- 
gelo e della sua entrata In Dite, sta na- 
scosa un* importante allegoria. Ma quale 
sia essa, non è stato finora dichiarato 
da alcuno. Forse vi è allusione alla spe- 
rata venuta del Veltro, il quale nel 
canto XXXUI del Pnrg. è da Dante chia- 
mato fMtio di DiOf come qui 1* Angelo è 
chiamato «ii«mo del cielo. Come qui 1* An- 
gelo reprime l' oltracotanza de* domonii, 
cosi Danto sperava che 1' imperatore 



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92 DELL' INTBRKO 

Mirate la dottrina, che s'ascondo 

Sotto 1 velame degli versi strani. 
E già venia su per le torbid' ondo 

Un fracasso d^on suon pien di spavento, ^^ 

Per cui tremavan ambedue le sponde; 
Non altrimenti fatto, che d* un vento 

Impetuoso per gli avversi ardori. 

Che fior la selva, e senza alcun rattento 
Gli rami schianta, abbatte, e porta fuori; '^ 

Dinanzi polveroso va superbo, 

E fa fuggir le fiere ed i pastori. 
Gli occhi mi sciolse, e disse: Or drizzai nerbo 

Del viso su per quella schiuma antica 

Per indi, ove quel fummo è più acerbo. '^ 

Come le rane innanzi alla nimica 

Biscia per Y acqua si dileguan tutte, 

Fin eh* alla terra ciascuna s'abbica; 
Yid'io più di mille anime distrutte 

Fuggir cosi dinanzi ad un, eh' al passo ^ 

Passava Stige con le piante asciutte. 
Dal volto rimovea queU' aer grasso, 

Menando la sinistra innanzi spesso; 

E sol di quella angoscia parea lasso. 
Ben m' accorsi eh' egli era del ciel messo, ^s 

ftTrebbe represso VoUraeoUnzade'gaelfl. liberi e sciolti gli occb! dallMmpedi- 

Come qui l* Angelo apre a* due l*oeti le mento, eh' egli area fatto loro delle sue 

porte di Dite, cosi Dante spera?a che mani. — il Mrbo D»l vite, il vigore delia 

r imperatore gli avrebbe aperto le porte vista, tu per qutUa tekiuma antica. Qoe- 

dl Firente. Ha è sempre nn tirare a in- sta schiuma è prodotta dal cootinao agi- 

dOTinare. tarsi dcgl' iracondi e degli accidiosi im- 

68. per gli avvtni ardori, per il calore morsi nella palude , e la dice antica, 

di paesi opposti. É nolo che l' aria in perchè iri esistente fln da quando vi 

un luogo scaldandosi, e per conseguenu entraroo quei peccatori, 

àomentando di volume, si riversa, per 75. Per indi» per di là, da qvella part«, 

equilibrarsi, salle parti contigue : i ca- ove ^nel fummo è piU acnho, Agaraia- 

lori quindi dcir ana parte del globo deb- mente più denso. 

' bono dare origine ai tenti che si senton 78. s* abbica, •' ammucchia, il racco- 

dall' altra. glie. 

09. flcr , ferisce, pereaote. MaH$à(o, 79. ditlruttf, diiratte a mal ridotte dai 

rattenimento. tormenti. 

70. porto fuori della selva. Altri legge 80, 81. al patto Pattava fffi^e, tragbet* 

f porto I /lori, e dice che dee leggersi tava Stige si patto, di passo, co* suoi 

cosi, perchè t rami il vento li schianta, pie, non sorvolandovi colle ali, non pas- 

i fiori li porta. Ed io leggo s porto /«oH, sandolo colla barca; e lo traghettava 

dicendo che i rami sono schiantati dal co* snoi pie, sema bagnarsi le piante, 

vento, e son portali fuori della selva da 89. a«r gratto^ aere caliginoso, denso, 

un vento impetuoso. 85. dtl citi metto, un messaggiero m- 

73, 74. OH occhi mi iciolff, mi laseiò lette, un Angolo. 



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CANTO NONO. . 93 

E Yolsìmi al Maestro; e quei fé segno 
Ch'io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 
Giunse alla porta, e con una verghetta 
L'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno! W) 

cacciati del ciel, gente dispetta, 
Cominciò egli in su l' orribil soglia, 
Ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? 

Perchò ricalcitrate a quella voglia, 

A cui non puote 1 fin mai esser mozzo, 03 

£ che più volte v'ha cresciuta dogHa? 

Che giova nelle fata dar di cozzo? 
Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 
N9 porta ancor pelato 1 mento e '1 gozzo. 

Poi si rivolse per la strada lorda, 100 

E non fé motto a noi; ma fé sembiante 
D'uomo, cui altra cura stringa e morda, 

Che quella di colui che gli è davante: 
E noi movemmo i piedi invér la terra 
Sicuri, appresso le parole sante. 105 

Dentro v'entrammo senza alcuna guerra: 
£d io, eh' avea di riguardar disio 
La condizion, che tal fortezza serra, 

S. AlcQDO lia creduto eha questo mi- mai esger troneo, inteirotto il tao fino. 

itmotopertooftffgìotiaEoea.UftBeeKli, 91. n$ll$ fata dar di cozzo, cozzare 

per venir* a soccorrere i dae Poeti, area contro il destino. Fata per fati ; come 

dovuto wcare la porta dell' laferno, e tottavia in Toscana lo prata e te tetta. 

disceoder V erU B già di tua da lei di- 99. pelato il mento $ il gozzo. Ciò gli 

ictndo r erfa.... Tal che per lai no (la la aTTenoa quando Tolle opporsi ali* entrata 

terra aporia^ conia poterà essere Enea, d'Ercole nell'Inferno, voluta dal fato ; 

cbe già ti trovava tal secondo ripiano cbò V eroe, afferratolo per la gola e in- 

tra gli opiriti magai,,^ Tra* guai coaoèèi cateoalo, lo trascinò sin fuor della porta. 

td Btioro od Enea? Allegoricamente può intendersi dello Spi- 

gfT. iaekiaaooi, m' inchinassi. rito infernale, che alla discesa di (Jesù • 

g9. Gli angeli venivano tpeito dagli Cristo all' Inferno pelossi per rabbia il 

antichi rappresentati eonnna verga d'oro mento, e fece oltraggio al volto, non pò- 

in nano, siccome vedesi in vari dipinti, tendo far fona contro la Divinità. 

IfoI Cavalca» Tifa di San Giowaani V EU- 109. L' angiolo non parla ai Poeti per 

«, cap. alt., ti legge: « Vide na ntcir lotto, come quegli che arde tor- 



angolo ia forma umana più risplendenta narsene in loogo miglioro. Cosi nel 
thè il Solo, con ana verga d' oro nella canto U, v. 7t, Beatrice a Dante : • Ve- 
rnano dritta. • gno di loco, ove tornar disio. > 

91. diMpotta, «pregevole, abieiU, dal iOé. invér la torra, cioè verso la città 

lat. doMpoetui. di Dite. 

99. OmT in eoi t* alUlta, per qaal ra- 10$. Sicari, dopo le taddette parole 

gioM ia voi t'accoglie? rerchè in voi dell'Angelo. 

ti BtttreT i06. L.0 stalo e i tormenti di coloro che 

91,96. a gaolla «ogHo, À eni non puo^ erano chiusi in tal fortesia. Qoel ehi è 

U et., cioè al teiere di Dio, a cai non può quarto ceto. " Condizionot nel liognaggie 



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94 DELL^ INFEUNO 

Coni' io fui dentro, V occhio intorno invio, 
E veggio ad ogni man grande campagna, 
Piena di duolo e di tormento rio. 

Sì com' ad Arli ove '1 Rodano stagna, 
Sì com' a Pola presso del Quarnaro, 
Ch' Italia cliiude e i suoi termini bagna, 

Fanno i sepolcri tutto 1 loco varo ; 
Così facevan quivi d'ogni parte, 
Salvo che '1 modo v' era più amaro : 

Che tra gli avelli fiamme erano sparte. 
Per le quali eran sì del tutto accesi. 
Che ferro più non chiede verun'arte. 

Tutti gli lor coperchi eran sospesi,^ 
£ fuor n' uscivan sì duri lamenti, 
Che ben parean di miseri e d' offesi. 

Ed io: Maestro, quai son quelle genti, 
Che seppellite dentro da quell'arche 
Si fan sentir con gli sospir dolenti? 

Ed egli a me: Qui son gli eresiarche 
Co' lor seguaci d' ogni setta, e molto 
Più che non credi, son le tombe carche. 

Simile qui con simile è sepolto ; 
E i monimenti son più e men caldi. 
E poi eh' alla man destra si fu vòlto, 

Passammo tra i martiri e gli alti spaldi. 



110 



115 



120 



125 



130 



delle scuole, era lo staio e la qualità 
dulie cose. 

419, 113. irK.cHlà della ProTenta ore 
il Some Rodano si dilata, e forma un 
lago. Poto, città dell'Istria. Quariuiro, 
golfo che bagna l' Istria, eh' è V nltìma 
parte d' Italia, confinante colla Groacia. 

115. varot vario, disegoale per la terra 
qua e là ammucchiata. V hanno colà 
de' sepolcreti antichi. Faro per vario, 
come domino per doMlnlo, malora per 
maforte, e altri pìh. 

116. ad ogni man, da ogni parte. 
177. pia •maro, flgaratamenle pib tpa- 

tentoso. 

i90. Intendi: Cosi accesi, che più in- 
fiammilo nen richiede il forre qaainn- 



que arte, sia di fabbro o di fonditore ee. 

121. ffo«p«H, alzati. 

197. «r««iarcJko e erraiarcàl, Mofafr» e 
idololri ec, dieOTano talTolla gli antichi, 
terminando al plurale in o i nomi ma- 
scolini terminati in a al singolare La 

cìltà di Dite, oto sono gli erotici e gì' in- 
creduli, forma il sesto cerchio. 

130. Simil$ ton timiU, cioè tette per 
tetta, gli Ariani da por loro, da per loro 
i Pelaviani ee. 

155. ff« I mart^W o gli alti ipaUK, eloft 
tra le tombe acceoa e le alte mura. Pren- 
de flgttratamente gli tpaUf, i ballatoi o 
tporti, per le mura; ia parte pel tutto. 
Nel canto seguente, t. 9, diee: • Fra *l 
nere della terra e Ji aartfri. • 



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95 



CANTO DECIMO. 

Dante manifesta a YìrgUio il suo desiderio di Tederò al<nino di quelli che stanno pe* 
catido dentro alle arche; e rispostogli Tirgilio che sarà tosto sodisfatto, ode ima 
Toce che lo chiama. Si fa avanti, o Tede Farinata defili liberti, ohe si è lerato in 
l-itrdi p«r parlargli. Mentre il Poeta parla con esso, si leva Cavaleanle Cavulcauti, 
rhe. fatte poche parole, ricado supino. Prosegue allora Danto il ano discorso con 
Farinata, dal quale sente predirsi oscwm«ie&t« roBilio, ed intendo altro cosa duUo 
rxLkìi dt^idera avere una spiegazione. 

Ora Ben va per uno stretto calle, 

Tra 1 muro della terra ed i martiri, 
Lo mio Maestro, ed io dopo le spalle. 
virtù somma che per gli empi giri 

Mi volvi, cominciai, com'a te piace, ^ ^ 

Parlami, e satisfammi armici desirL 
La gente, che per gli sepolcri giace, 

Potrebbesi veder? già son levati 

Tutti i coperchi; e nessun guardia faco. 
Ed egli a me : Tutti saran serrati, lO 

Quando di Giosafiat qui torneranno 

Coi corpi, che lassuso hanno lasciati. 
Suo cimitero da questa parte hanno 

Con Epicuro tutti i suoi seguaci, 

Che r anima col corpo morta fanno* ^^ 

Però alla dimanda, che mi faci, 

Quinc* entro satisfatto sarai tosto. 

Ed al disio ancor, che tu mi taci. 
Ed io: Buon Duca, non tengo nascosto 



i. té i «arfiW, cioè le tombe, come è onircrsalc, che avverrà nella Tallo di 

detto qai sopra; canto IX, verso i33. Giosaffatlo. 

3. iopo h ijKklU, dietro le suo spalle, 13. 5»o invece di {oro.— da quetta par- 
dietro le spalle di Virgilio. <«. cioè a destra; poiché a sinistra si vol- 

4. virtii iomwia ec, o viriaosissimo gono io appresso, come Tedremo alla fino 
Virgilio, clie mi meni attorno, secondo del canto. 

die piti ti piace, pei cerchi infernali, ove i4. Epicuro, filosofo ateniese, tra gU 
SODO puniti gli empi. -— «otvi. Si pensi altri errori insegnò che con la morte pe- 
di* eglino scendevano girando in tondo, risse tatto V uomo, anima e corpo, con< 
<La*fliùi i$tiri è forma ellittica, ed troTuniversalo pcrsaasìone degli uomini, 
i lo stesso che: rigaardo a* miei desiri, 15. eo< corpo morta fanno, stimano cbo 
se' miei desiri. muoia col corpo. 

8. Inali, elevati, aliati. 47. Quine' $%tro, qui dentro. 

9. fae$, fa, dall' antiquato faetn. — > 18. al disio, di vedere due aiti Fioren- 
Coti al verso 16 faci per fai, tini, cioè Farinata e Cavalcante. Si ri- 

10. Tatti taran arrati, forse perchè cordi che di Farinata chiese il l'oela nel 
dopo U giadisio anirersale non ne avrà canto VI a Ciacco. — taci. Virgilio in- 
a cadere altrL dovina i desidorii e i pensieri di Dante. 

il, iS. Vale a dire, dopo U giudixio Vedi anche Inferno, cauto XVI o XXllI. 

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96 dsll'infebko 

A te mio cor, se non per dìcer poco; -<^ 

E tu m' hai non pur ora a ciò disposto. 
Tosco, che per la città del foco 

Vivo ten vai così parlando onesto, 

Piacciati di ristare in questo loco. 
La tua loquela ti fa manifesto ^ 

Di quella nobil patria natio, 

Alla qual forse fui troppo molesto. 
Subitamente questo suono uscio 

D* una deU^ arche : però m^ accostai, 

Temendo, un poco più al Duca mio. so 

Ed ei mi disse: Volgiti; che fai? 

Vedi là Farinata che s' è dritto: 

Dalla cintola in su tutto *1 vedrai, 
r avea già '1 mio viso nel suo fitto : 

Ed ei s'ergea col petto exolla fronte, 35 

Come avesse T Inferno in gran dispitto: 
E r animose man del Duca e pronte, 

Mi pinser tra le sepolture a lui, 

Dicendo: Le parole tue sien conte. . 
Tosto oh' al pie della sua tomba fui, *o 

Gxuurdommi un poco, e poi quasi sdegnoso 



90. M %o% ptr dieer poco, se non per 
esser breve nel dire. 

%ì. B tu m* hai no» pur ora, non sola- 
mente ora, ma molle Tolte, a ciò disposto 
co* tuoi a?Terliroenli. — a ciò disposto : 
quando gli disse: « Non ragioniam di 
lor..«.» Inrerno, canto III, t. M. « Le cose 
ti Geo conto.... » Inferno, canto III, t 76: 
e quando gli fé cenno che steste cheto. 
Inferno, canto IX, t. 87. 

33. Dante, come la terrena inquisizio- 
ne, condanna al fuoco gli eresiarchi e i 
miscredenti. 

25. ouestot cioè onesUmente, reveren- 
temente, come pur dianzi faceta Dante 
parlando a Virgilio. 

a4. ristars, soffermarti. 

35. La tua locusta. Il modo detta tna 
pronunzia ti dà a conoscere per fiorentino. 

36. nobil patria. Il Compagni dice Fi- 
renze la pie noòiU città d$l mondo ; e Ìl 
Boce. : Ira Ualtrs città italian9 piU nobile. 

37. for$$ troppo molesto; cioè, nella 
rotta dei Guelfi, che ne morirono dieci- 
mila- E dice forti, quasi a significare il 
dubbio pensiero del l'oota circa 1' oppor- 
tunità delle guerre civili. 



83. Farinata fu della nobil famiglia de- 
gli liberti, uomo di grand' animo, e capo 
de' Ghibellini di Firenze. A Montaperti 
presso il fiume Arbia, che scorre vieino 
a Siena, disfece in una sanguinosa bat- 
taglia (SetUmbre 1360) l'esercito guelfo; 
e rientrato trionfante in Firenze, donde 
dapprima era stato espulso, ne cacciò 
tutti i Guelfi, tra i quali gli ascendenti 
di Dante. Ha quando i Ghibellini, Del- 
l'insolenza della vittoria, messere ad Em- 
poli il partito di distrugger Firenze, quel 
generoso vi s' oppose con una fermezza 
romana, e solo per lui Firenze fa sal- 
va. Dante rende giustizia al nEiagnanìmo 
cittadino, ma non fa grazia al miscre- 
dente. 

34. Io aveva già fisso II mio sguardo 
nel sno. 

S6. ditpittOt dispetto, disprezzo. ~ Lo 
dipinge animoso ed altero eziandio nel- 
r Inferno e per nulla affrauto da sven- 
ture, né da peno. 

58. Mi pinser, mi spinsero. 

59. U parols (ne, le parole Che tu farai 
con lui, iitn contt» siano manifeste e 
chiare. 



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CANTO DECIMO. 

Mi dimandò: Chi far gli maggior ini? 
Io, eh* era d' uhbidir desideroso, 

Non gliel celai, ma tatto glieP apersi; 

Ond'ei levò le ciglia un poco in soso; 
Poi disse: Fieramente furo avversi 

A me, ed a* miei primi, ed a mia parte; 

Si che per duo fiate gli dispersi. 
S* ei far cacciati, ei tornar d' ogni parte, 

Kisposi lui, runa e T altra fiata; 

Ma i vostri non appreser ben quell* arte. 
Allor surse alla vista, scoperchiata 

Un* ombra lungo questa infino al mento: 

Credo che s* era inginocchion levata. 
D'intorno mi guardò, come talento 

Avesse di veder s* altri era meco ; 

Ma poi che'l sospicar fu tutto spento, 
Piangendo disse: Se per questo cieco 

Carcere vai per altezza d'ingegno, 

Mio figlio ov'è? e perchè non è teco? 
£d io a lui: Da me stesso non vegno: 

Colui eh' attende là per qui mi mena, 

Forse cui Cruido vostro ebbe a disdegno. 



97 



45 



50 



53 



60 



45. Io eh' «im desideroso d* ubbidire al 
e'3Riaiido di Virgilio. 

44. ma tutto glUV «perti, Dt gli masi- 
feAt» iaUraiBeota ciò, di che mi riebiete. 

45. l/nb l« ciglia M m«o, alxò gli occhi 
in SOM, in sOf come in atto di richia- 
mar» alla memoria la famiglia Alighieri. 

4(7. «' miei primi, cioè a' miei anteoati, 
U m mie farle, alla parte ghibellioa. lo- 
fatii Branetto Alighieri* ilo di Dante, si 
trovò alla battaglia di MonUperti, ed era 
ono della guardie dei Carroccio. 

48. ano /Uf«. Doe Tolte i Ghibellini 
ricciarono i Goelfl da Firenie; la prima 
qriando Federico li destò tumulto in Fi- 
renn, eoatriogeado i Guelfl ad uscirne 
Del febbraio iS48: la seconda, com' ab- 
biam detto, nel settembre 1960. 

49L «f femdr d'egai parte. Dopo la eac- 
ciaU dal ia48, i Guelfi tornarono io Fi- 
reaio sol geunaio 1951 in seguito della 
rotu daU ai Ghibellini a Figline ai SO 
ottobre del SO. E dopo la seconda cac- 
ciaU ri tonarono nel 66 per la sconfllta 
e la aorte di re Manfredi. Ma a questo 
lor ovovo ritorso Farinata non si trovò, 
penhé Morto Bel 1964. 



51. Uà i «Offri Ghibellini no» opprt- 
f«ro b9% fiMir art» di tornare alla patria 
dopo cacciati. — Qui Dante risponde da 
Guelfo, e quasi con ironia ; ma è questo 
un bello arli0sio, perchè più ironico ed 
aspro riesca quello che in appresso gli 
Tisponde Farinata predicendogli 1* esilio. 

93, 65. Aliar tiir«« alla titta, allora si 
presentò alla nostra Tednla, ««'ornerà 
Itiago q%€9tay un* ombra accanto a questa 
dì Farinata, teop«rcAiala ia/lao al mtmto, 
discoperta per inflno al mento. - É que- 
sta r anima di Garalcante della nobil 
famiglia de' GaTalcanti, padre del cele- 
bre Guido. 

65. eo«« taU%tQ avfstf, come avesse 
Teglia, desiderio. 

51. Ma poi che si lerò pienamente di 
dubbio, e vide che nissun altro in carne 
e in ossa era meco. — 8o9fieaf9 vale te- 
tp«ltere, ma qui è usato figuratamente 
in senso di attikiw con una specie dMn- 
eertexza, o sospensione d' animo. 

60. • ptrehè non è tteo» dacché non ti 
è punto inferiore d* ingegno ed è tuo 
grande amico ? 

65. Guido Cavalcanti fo poeta Urico, • 



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98 dell'inferno 

Le sue parole e '1 modo della pena 
M'avevan di costui già detto il nome; 
Però fu la risposta così piena. 

Di subito drizzato gridò: Come 
Dicesti, Egli ebbe? non viv'egli ancora? 
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? 

Quando s* accorse d' alcuna dimora 
Ch' io faceva dinanzi alla risposta, 
Supin ricadde, e più non parve fuora. 

Ma quell'altro magnanimo, a cui posta 
Restato m'era, non mutò aspetto. 
Né mosse coUo, né piegò sua costa: 

E se, continuando al primo detto, 
Egli han quell'arte, disse, male appresa, 
Ciò mi tormenta più che questo letto. 

Ma non cinquanta volte fia raccesa 



G5 



filosofo, e di parte ghibellina. Non potea 
dunque disdegnare Virgilio, aia che lo 
considerasse un poeta, nn sapiente, od 
un cantore della monarchia de* Cesari. 
Ardua perciò riesce laspiegatione di que- 
sto passo. Dovendo dir qualche cosa, dirò 
che Guido non amava la lingna laUna, 
come quegli che non solo scrltse sempre 
in volgare, ma istigò il suo amico Dante 
a far anch' egli lo stesso. Abbiamo ciò dal 
medesimo Dante nella Vita Nuota, ove 
dice: • Conciossiacbé le parole che se- 
guitano a quelle, siano tutte latine, sa- 
rebbe fuori del mio intendimento, se io 
le scrivessi; e simile iotenilone so che 
- ebbe questo mio amico (Guido) a cui ciò 
scrivo, cioè ch* io gli scrivessi solamente 
in volgare. » 

64. Dalla pena lo seppe Incredulo, e 
dalle parof« padre di Guido e uom d'alto 
ingegno. 

65. già d9ttQ, già manifestato e fatto 
intendere. 

66. co«l piena, cosi adeguata e compiuta 
in ogni sua parte. 

67. 68. driztato; perchè fino allora era 
rimasta ginocchioni ; eonii Dieetti, perchè 
dicesti egli ebbe in tempo passato, come 
si fa quando si parla do' morti ? 

69. Il dolce lume del giorno non feri- 
sce pih gli occhi suoi? —• Urne per ft»m«, 
come omoff per ««or«, ec 

71. dittanti alla rftpotfa, Inoanti alla 
risposta, prima di rispondergli. Non già 
per noncaranii inverso il padre dell'ami- 
co sao Dante s' indugia a rispondere, ma 



si perchè, come più sotto dice preg.tnd.-) 
Pannala a scusamelo con lui (v. Il3-ii4>, 
questo non sapere Cavalcante della sorto 
di Guido e queir avere odilo da Ciacc-o 
(Inferno, canto VI. v. 6« e seg.) profezln 
del futuro, lo confondevano : finché in- 
tende pib avanti da Farinata come que- 
ste anime abbiane conoseenxa di ciò che 
accaderà, sema saper nulla di ciò che 
accade in presente. 

79. e più ttott parvif e pib non com- 
parve. 

73. Ma queir altro magnanimo^ cioè Fa- 
rinata, a e«< poeta, ad istanza del quale, 
io mi era soffermato. El gli avea detto 
poc* anzi: « Piacciati di ristare in qnestiv 
loco. » T. 24. 

76. continuando al primo detto, facendo 
continuazione al discorso cominciato po- 
e'anzi. (Vedi v. M.) 

77. Egli, eglino, cioè 1 Ghibellini. 

78. quetto tetto, questo infaocato se- 
polcro. Questo motto dà a conoscere l.i 
fierezza del parteggiare in quegli nomini 
e in quel secolo. 

79. Intendi : Ma non einqvanta lane, 
cinquanta mesi saranno trascorsi, che tu, 
Dante, saprai per prova quanto pesa, 
cioè sia dura e dolorosa quell'arte, male 
appresa, non imparata, di ritornare alla 
patria, dopo eKseme stati cacciati. Qoi 
s' allude all' ardito, ma inft-nttuoso ten- 
tativo che fecero i fuorasciH ghibellini 
(fra i quali Dante) nel loglio fS04 (cin- 
quanta mesi appunto dopo la data di que- 
sto colloquio con Parinata) per ritoma- 



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CAMTO DECIMO. 

La £MNSia della donna che qui regge, 
Che tu saprai quanto quali' arte pesa. 

C, se tu mai nel dolce mondo regge, 
Dimmi, perchè quel popolo è si empio 
Incontr' a' miei in ciascuna sua legge? 

Ond'io a lui: Lo strazio el grande scempio, 
Che fece V Arbia colorata in rosso, 
Tale orasiott fa far nel nostro tempio. 

Poi cV ebbe sospirando il capo scosso, 
A ciò non fu' io sol, disse; né certo 
Sanza cagìon sarei con gli altri mosso; 

Ma fu' io sol colà, dove sofferto 
Fu per ciascuno di tdr via Fiorenza, 
Colui, che la difese a viso aperto. 

Deh) se riposi mai vostra semenza^ 
Prega' io lui, solvetemi quel nodo, 



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05 



n sraata mano in Pireaie. Od aoeo alle 
■olté e inrratloote pratiche cbe il Car* 
diaal ia Prato, legato di Benedetto XI, 
fece ae* primi meti del 1S04, per rinet- 
lere la Pireaze gli esiliati Bianchi. 

SO. La faccia della Lana, cbe col nome 
di Proserpina regna aell* Inrerno. 

83. <, M (» mai mtlitk» mondo r§g§i. 
Cosi una Tolta tu rìeda nel dolce mondo, 
fir. BOB è qni formola eondiiionale, ma 
depreealrva, dal lai. eie, e vale eotl. La 
ÌDcooIrerrmo pib volle nel Poema, coma 
pvre iDConirasi io altri antichi. La par- 
ticella «ai non è qoi negatiTa; non è il 
awmfOT dei Ialini, ma iibhene ì'nn§mam, 
t vale uUmma ««Ite. La voce r$gg$, eioè 
raffio, fUóa^ è dali* ani. r«09er«, riÉgg$' 
ro, re^n^ cioè rtcdere, come feggigré, fioff" 
fer«, /Mere ; dbeg f iere, ekiegtUr$, cài ffd«r#. 
U' insieme del modo deprecativo ò preso 
da' latini : • Sic te diva potens Cypri — 
Sic Isa Cyraeas fisf iant esamina laxos. » 
— Dolce appella Farinata questo nostro 
monde riepello a quello amaro e tormen- 
toso ov* egli era. Cosi poco sopra GavaU 
caste ba dello lo dolce tome, e cosi altri 
daaaali Tan dicendo F eer doke, l* tur 
Mfwe, ec. 

». Dinni, perché quel popolo fioren- 
tmo è cesi empio, eioè crudele, in ciascu- 
na foa legge coatro a* miei discendenti, 
che li eecelUia sempre da oxni remissio> 
ne di pena o altro benefizio, che agli altri 
Ghfheltiai lalvoUa eoocede? t Qnando 
filèni aliqoa refonnalio da b^nailif ra- 



doeendìs, vel simtlo, sempcr pxrìpioban- 
tor Uberlì et Lamberti ; • cosi dice Ben- 
venuto da Imola. Piena di aflTetto è questa 
domanda sulla crudeltà di Firenze contro 
il sangue suo. B anche il ghibellino Fa- 
rinata, cbe con Dante por sempre guelfo 
si querela de' Cuelfi crudeli, è una scena 
di profonda bellezza. 

85-87. Onde io gli risposi: La grande 
disfatta che per opera vostra soffersero 
i Oaelfl a Moataperli, disfatu tale, che 
pel gran sangue versato fece diventiir 
r Arbia di color rosso, fa si cbe nella 
nostra curia sia sempre fatto un tale de- 
creto. —Le voci oresione e tempio, o sono 
•sete metaforicamente per Ucrrìo e cìtria^ 
ovvero dee intenderti, coni' altri dice, che 
i magistrati e i consigli di Firenze, al- 
lorachè non era stato edificato il palagio 
pabblico, si adonassero nelle chiese. 

8^98. i ciò, a quella battaglia, non fui 
soie te, né certamente mi sarei mosso con 
gli altri, se non ne avessi avuto forti ra- 
gioni ; ma bensì fui solo coU, ad Empoli, 
ove da ciascnno fu assentito alla propo- 
sta di %6r via a distrugger Firenze; fui 
solo io quegli che la difese a viso aperto. 
— Con gli altri ; cioè, coi Senesi, coi pi • 
sani e con altri. 

04. Deh t cosi aUbia una volta riposo e 
pace la vostra disoendensa. (Vedi la nota 
qui sopra al v. 83.) 

95, 96. «o/vff««iffiiffIaodoec., sciogliete- 
mi quel dubbio, che mi baconfusa la meato 
si, ch'io non posso rtlt^^ent^ giodicgroi 



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100 DlLL*Iinr£BNO 

Che qui ha inviluppata mia senieiua. 
E* par che voi reggiate, se ben odo, 

Dinanzi quisl che 1 tempo seco adduce, 

E nel presente tenete altro modo. 
Noi Y^gìam, come quei e* ha mala luce, loo 

Le cose, disse, che ne son lontano; 

Cotanto ancor ne splende *1 sommo Duce. 
Quando s' appressano, o son, tutto ò vano 

Nostro intelletto ; e, s* altri noi ci apporta. 

Nulla sapem di vostro stato umano. 10$ 

Però comprender puoi, che tutta morta 

Fia nostra conoscenza da quel punto, 

Che del futuro fia chiusa la porta. 
Allor, come di mia colpa compunto, 

Dissi: Or direte dunque a quel caduto, no 

Che U suo nato ò co^ vivi ancor congiunto. 
E s* io fui dianzi alla risposta muto. 

Fate i saper che il fei, perchMo pensava 

Già neU^error, che m* avete soluto. 
E già*l Maestro mio mi richiamava; ii5 

Per ch'io pregai lo spirito più avaccio, 

Che mi dicesse chi con lui si stava. 
Dissemi: Qui con più di mille giaccio: 

Qua entro è lo secondo Federico, 

97-99. Se bene intendo, e' pare ehe voi 111. Che il ino flgliaolo Goido i tol- 

teggiaU dinanzi, Tediate innanzi, prore- torà tra' Tiri. ~ Egli mori nel 180S. 

diate, ««allo cAi il tempo cMuee tteo, cioè 113, 114. Fategli sapere eh' io lo feci 

le cose che arrerraono nel tempo fntoro, perch' era distratto, pensando a quella 

VX circa al tempo presente roi Un$U al- difficoltà che roi mi arete ora sciolta. — 

irò •io<(o, poichò non le Todete. — Il «ei Fato 1, fate a Ini. fifK, |{, 1, che sopra 

non è qni riferibile a Farinata in parti- dicemmo derìTare dal lat. ««, non solo 

colare, ma bensì ai dannati in generale ; posson serrire da articoli, ma altresì ra- 

e 1* interrogasiono che fa Danto è in con- lere quoUi acc. plar.^ ed a M, dat. sing. 

segaensa della domanda da Caralcaate il6. 11 perchè io pregai piè^voccie, 

fattagli più sopra circa al sao figlio. pih speditamente. Farinata. 

iOO. e' ha mala late, che ha cattira vi- 118. ptii di mille : qni sta a significare 

sta, come il presbita. no numero indeterminato. cMolto Più che 

103. Di tanto lume ancora Iddio d Ca non eredi son le tombe carche.» Canto IX, 
graxia. t. 199. 

104. nal ei apporta, non ce lo riporta, 119. Federigo U, della casa di Sreria, 
non ce lo riferisce. fa figlio dell' Imperatore Arrigo VI e ni- 

405. mpi», sappiamo. potè del Barbarossa. Era re di Paglia e 

407. de qael pvnto ec, dal momento di Sicilia, e da l*apa Onorio fa coronato 

che non ci sarà più tempo fatoro; eSoè re de' Romani. l*rincipe raloroso e ma- 

dopo la fine del mondo. goanimo, protettore de* letterati e lette- 

109. compunto , pentito di non aver fato egli stesso, ma di sfrenati costumi, 
diansi risposto a Garalcaote. e poco curante in fatto di religione. Ebbe 

110. e quel eaiuto, a Garslcanta, che lunghe ed aspre contese colla Corte di 
mepim ricaddi, (?. ìs.) Roma, le quali eon note per lo iatorit. 

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CANTO DBCmO. 

E1 Cardinale; e degli altri mi taccio. 

Indi s'ascose: ed io invér F antico 
Poeta volsi i passi, ripensando 
A qnel parlar, che mi parea nemico. 

Egli si mosse; e poi, cosi andando, 
Mi disse: Perchè sei cosi smarrito? 
Ed io gli satisfeci al suo dimando. 

La mente tua conservi quel eh' udito 
Hai centra te, mi comandò quel Saggio, 
Ed ora attendi qui: e drizzò 1 dito. 

Quando sarai dinanzi al dolce raggio ' 
Di quella il cui beli' occhio tutto vede, 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 

Appresso volse a man sinistra il piede: 
Lasciammo '1 muro, e gimmo invèr lo mezzo 
Per un sentier, eh' ad una valle fiede. 

Che in fin lassù facea spiacer suo lezzo. 



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190. it Cariinalt OtiaTÌano degli Ubaldi- 
ni, sifDore di rarie castella nel Mogello, 
vroTiDcia toscana, ebbe grande aotorìtà 
h Corte di Eoma, e fu tanto devoto alla 
j<iTU ybibellioa, ebe raccontano ascisse 
eca Tolia in questa scandalosa sentenxa : 
« Se a&ifli» è, io 1* bo perduta pe' Gbi- 
beliioi. • 

ias. cU «li pam MMiee, poiché mi pre- 
ti^iTa delle sventare e la più dolorosa 
fra tutte, cioè l'esilio, in quel saprai 
fft^Ate fuesr arti pela. 

I'j6. In questo verso la locazione è si- 
isi le air altra eh* è sopra al t. 6, saffi- 
f^mmi «' «liei deiiri. 

139. Ed ora alffodi «ai, ed ora attendi 
s qaelio ch'io ti vo' dire: • dritto il dito^ 
come C»no coloro che vogliono le proprie 
pAfdle inprimere neirintelletto dell'odi- 
Iure. Forte quel dritta il dito si può spie- 
lire cosi: Allò il dito alla parte superna: 
e ule atto è conveniente a Virgilio, che, 
Tulendo parlare di Beatrice, addita il luo> 
|o celesta ov' ella ha sua sede. 

130. al defee rapate, al beatifico splen- 
dore. 



i31. fallo ««de, intendi in Dio, siicome 
quella eh* era beata. 

Ì33. Dti M iaprai ec. Dante apprende 
in Paradiso i casi della sua vita avvenire 
non dalla bocca di Beatrice, ma da quella 
di Gacciaguida. Dante dunque, dicono al- 
cuni cementatori, ha qui preso un abba- 
glio. Dante, dicon altri, ha qui usato la 
particella da in significato di con, e spie- 
gano, saprai con M, in oowpagnia di lei. 
Ma né vi è bisogno di tacciare il Poeta 
d' un abbaglio, nò fa d* uopo strasiar la 
grammatica spiegando il da Ui^ per in 
compagnia di lei ; poiché in Paradiso d 
Beatrice quella che a Gacciaguida co- 
manda di far a Dante la predizione. (Vedi 
Paradiso, XVII, T.99, 30.) Dunque è som-, 
pre da Beatrice che Dante deve ripetere 
la notizia de' suoi casi avvenire. 

134. inelr io «««so, verso il mezzo della 
città di Dite, avendo fin allora cammi- 
nato lungo le mura di essa. 

435. /Isds, sbocca, mette capo ad «na 
valli, che porta alla ripa, onde si scendo 
nel settimo cerchio. 

4S6. littOf puzzo, fetore. 



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102 Dxii'nnraBNO 



CANTO DECIMOPRIMO. 

Giunti i Pool! snir estremità della ripa, elie sovrasta al settimo Cerchio, ci soffermano 
presso un arello, che porta il nome di papa Anastasio. E mentre iVl indugiano la 
discesa, Virgilio istruisce Danto rispetto agli altri cerchi, che rimangono a Tisi tarai. 
Il primo di essi, in ordine il settimo, ò distinto in tre gironi, offnnno de* quali rac- 
chiude una specie di violenti; il secondo, eioÀ 1* ottavo, è diviso in dieci bolgia, 
ciascuna delle quali contiene una specie di firodolenti ; il terso, cioè il nono, è scom- 
partito in tre sfere, o cerchietti concentrici, ognuno dei quali ha in sé una specie 
di traditori. Quindi parlano d9gr incontinenti e degli usuieri, e fhittanio giungono 
al punto donde si scende. 

In SU V estremità d' un' alta ripa, 
Che facevan gran pietre rotte in cerchio, 
Venimmo sopra più crudele stipa: 

E qtiivi per T orribile soperchio 
Del puzzo, che 1 profondo abisso gitta, ^ 

Ci raccostammo dietro ad un coperchio 

D' un grand* avello, ov* io vidi una scritta, 
Che diceva: Anastasio papa guardo, 
Lo qual trasse Fotin della via dritta. 

Lo nostro scender convien esser tardo, io 

Si che s*ausi prima un poco il senso 
Al tristo fiato; e poi non fia riguardo. 

Cosil Maestro; ed io: Alcun compenso, 
Dissi lui, trova, che 1 tempo non passi 
Perduto: ed egli: Vedi, eh' a ciò penso* ^^ 

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, 
Cominciò poi a dir, son tre cerchietti 

1-3. GluDgemmo sull' orlo d' un' alta romano, ma l' Imperatore greco; a Dante 
ripa, ehe era' circolare, o tooda, e for- è scusabile se cadde in questo abbaglio, 
mata da una gran quantità di pietre poiché si fidò alla cronica di Martino Po- 
rotte, e che topraslava ad uo ammassa- lono ed alla voce, che comunemente cor- 
mento di spiriti più crudelmente tormen- reva a' suoi tempi. Lo qual, cui, accasa- 
tati. — Stipa, stiva, stipamento, aounuc- tivo. — L'eresia di Potino fa in questo: 
cbiamento. egli pose che Cristo fosse prima uomo 

4. orribiU toperckio , insoffribile ee- poro, e per merito della buona vita di- 
cesso. Tentaaao figliuolo di Dio. 

6. Ci raecottammo, ci riparammo. Qni il, id. SI che prima s' assoefaccia un 

il r« aggiunto al verbo aecoitart non im- poco il senso dell' odorato al iriito fiah, 

porta, come anche in altri verbi, ripeti- fetore, e poi non fia d' uopo di rigoardo, 

lion d* aiione, ma piuttosto una corta o precaniione al nostro discender laggiù, 

sollecitudine in eseguirla. Dice dt«(ro ad — autarti, avvezzarsi, assoefarsi. 

«« cofMfcAio, perocché essi tutti erano 14. '< fMipo, cioè delVaipettare. Ancho 

alzati. * s«l Purgatorio, canto XVII, v. 84. appro- 

8, 9. («lardo, custodisco, rinserro papa fitta d' un simile riposo per farsi spie- 
Anastasio 11, coi Fotioo ritrasse dalla via gare V ordine di quelle pene, 
diritta eondacendolo all'eresia.— L'Ana- i6. tfsufro da codtsti sosti, ti di là, al 
Biasio condotto all' eresia da Potino, dia- di sotto, di cotesU ripa sassosa. 
cono tessalonicense, non fa il Pontefice 17. ctrckiMttit non perchè piccoli in tò 



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CAliTO DIOIMOPRIMO. 

IH grado in grado, come quei che lassi 

Tatti soQ pien di spirti maladetti : 
Ma perchè poi ti hasti pur la vista, 
Intendi come, e perchè son constretti. 

D'ogni malizia, ch'odio in cielo acquista, 
Ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale 
con forza, o con frode altrui contrista. 

Ha perchè frode è dell' uom proprio male, 
Più spiace a Dio; e però stan di sutto 
Gli irodolenti, e più dolor gli assale. 

De' Tiolenti il primo cerchio è tutto ; 
Ma perchè si & forza a tre persone, 
In tre gironi è distinto e costrutto. 

A Dio, a sé, al prossimo si puone 
Far forza; dico in loro ed in lor coso: 
Gom' udirai con aperta ragione. 

Morte per forza, e ferute dogliose 
Nel prossimo si danno; e nel suo ayero 
Buine, incendi e toilette dannose: 

Onde omicidi, e ciascnn che mal fiere, 
Guastatori e predon, tutti tormenta 
Lo giron prìmp, por diverse schiere. 



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25 



85 



tlissi, mz in paragona de* gran cerchi 
celesti e del eerehi hifemali finora per- 
corsi, ck' erano nagfiori. 

18. Di frUo in grti», digradanti, doè 
riatring enfisi ; eht ImH, ohe lasci, che bai 
lascialo poe' ansi. 

90. fi èa$ti par te visto, ti basii solo 
il rednrli, leasa che ta me n'abbia ad 
urterTOgaro. 

91. fntir»tti,àSL9nm,HmmttttrÌ€U, cioè 
iaeiento stretti, rinserrati. 

9S-94. 11 fine d'ogni maliiia che si trae 
■ddoaao r odio del cielo, è l' ingioria ; ed 
ogni flae siffatto contrista, reude infelice 
attrai p«r messo o delU Tiolensa, o della 



tata 

letto I 



L' naare della fona é proprio di 
gli animali; l'abusare dell'Intel- 
per fa inganno altmi, è proprio 

I dell' nomo. 
, Mite, sotto, dal lai. ««Mus. 
. De' 9iélémH..., è Mio, è destinato 
' a' Tiolenti, è occupato tatto da essi. 
. « Ir» ptrseiM, a tre specie dì persone. 
. eeeirèllt.» formato a bella posta. Nel 
» XV, ▼. i% parU del «oftlro fab- 
takalon dairinférao. 



9f . «t p«oa« (coir largo), si pnò. Cosi 
nella Cani. XVI: t Cbè se beltà fra'mali 
Vogliamo^ annorerar. creder si puone. • 
Anche «ane, «faas , fané, per va, tta, fa, 
ma Oggi pih non s' nsano. 

85. eoa aperte rti{fion$, con aperto e 
chiaro ragionamento. 

54-86. Si osa riolenza contro la persona 
del prossimo, dandogli morte, o dolorose 
ferite; e si usa violenta contro la sua 
proprielJi, commettendo rovine, incendi 
ed estorsioni. — TolMta lo stesso che 
tolta, quindi dannoit toUettt o daniios* 
fo(fe, nel significato stesso di matetolti, 
voce venuta dalla latino-barbara nate- 
fotte, che vale rapina, utoniom. 

37. eht mal fiere, che ferisce a maliiia, 
non per propria difesa. 

38. ffnattatori, qne' che commettono 
raine ed incendi ; predosi, quelli che 
eommettono rapine ed estorsioni. Qaesta 
teriina corrisponde alla precedente. Orni' 
cidi a norte; mal fiera a f ernie; guaita- 
tori a mine, devattationi ed incendi ; o 
finalmente predoni a toilette. 

89. per diverte tchiere, in isebfore di- 
stinte, peccato per peccato. 



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104 dell' interno 

Fuote uomo avere in sé man violenta, 
E ne* suoi beni: e però nel secondo 
Giron convien che sanza prò si penta 

Qualunque priva sé del vostro mondo, 
Biscazza, e fonde la sua facultade, 
E piange là dove esser dee giocondo. 

PuoBsi far forza nella Deitade, . 
Col cuor negando e bestemmiando quella, 
E spregiando natura e sua boutade: 

E però lo minor giron suggella 
Del segno suo e Soddoma e Gaorsa, 
E chi, spregiando Dio, col cuor favella. 

La frode, ond'ogni coscienza è morsa, 
Può Tuomo usare in colui che si fida, 
E in quello che fidanza non imborsa. 

Questo modo di retro par ch'uccida 
Pur lo vincol d'amor, che fa natura: 
Onde nel cerchio secondo s'annida 

Ipocrisia, lusinghe, e chi affattura, 
Falsità, ladroneccio e simonia, 
BufQan, baratti, e simile lordura. 

Per r altro modo quell' amor s' obblia 
Che fa natura, e quel eh' è poi aggiunto, 



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co 



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40. Può Vqooqo afere mano tìoIobU 
contro di iè, uccidendosi, o coalro i saoi 
boni, dissipandoli. 

43. Cioè chionqae si procura la morte. 
Totiro mondo, dice Virgilio a Dante eh' è 
tìto. 

44. Httcaf M, ginoca in bische, dissipa 
al giuoco ; fondt, profonde, scialacqua in 
ispese pazze. 

45. làt nel mondo, dorè iuTOce per le 
sue ricchezze esser dorrebbe giocondo. 
Dante condanna le ingiurie commesse 
contro so, perchè ogni amore incomin- 
ciando da noi, chi non ama sé, non può 
amare altrui. E punisce i prodighi insiem 
coni suicidi, quantunque i prodighi abbia 
già posti con gli avari (Canto VII), per* 
che intende qui di quelli che per la matta 
prodigalità si ridussero o a darsi la morte, 
a Tirere una vita non dissimile dalla 
morte. 

46-48. Si può offendere Dio, o in sé 
stesso, rinnegandolo e bestemmiandolo, 
nelle cose da lui create, dispregiandola 
od abuandone. — fatila DHM§, contro 
Dio. 



49-$l. E però il girone minore bolla 
col suo fuoco i Sodomiti e i Caorsini (gli 
usurai), e ehi besleramia Dìo, non per 
impeto di cieca fra, ma per malisla. — 
Caorta [Cahora) capitale del Querci nella 
Gttienna, la quale, al tempo di Dante, 
era famosa pel numero degli usurai che 
racchindoTa, tanto che il nome di Cao^ 
sino era direnuto sinonimo d' usuraio. 

59. La frodt, ond' è «orsa, dalla qaale è 
rimorsa la coscienza di chiunque n' è reo. 

54. ehé fidanza non imbotta, che In sé 
non accoglie fidanza, cioè, che non si fida. 

55, 56. Quest'ultimo modo, cioè di usar 
la fVode in chi non si fida, par che rom- 
pa soltanto il tlneolo d* amore, formato 
dalla natura, che ci obbliga ad aiutarci 
r un r altro, e non ad ingannarci. 

68-60. Ipo€ritia: gli ipocriti. luHngh»; 
gli adulatori, f eAi affattura; i fatlocohie- 
ri. FaUit^; i falsarli, ladronteeio; I ladri, 
simonia; i simoniaci. Mufflan; ì tenoni, 
èaralli; i barattieri. 

61-65. Per 1' altro modo, cioè di tsar 
la frode in chi si fida, non solo al oIRsode 
queir amore uniTorsale, che la aatura 



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CANTO DECnrOPRTMO. 105 

Di che la fede speziai si cria: 
Onde nel cercliio minore, ov' è 1 pnnto 

Dell'universo, in sa che Dite siede, ^ 

Qualunque trade in etemo è consunto. 
Ed io:. Maestro, assai chiaro procede 

La tua ragione, ed assai ben distingue 

Questo baratro, el popol chel possiede. 
Ma dimmi: quei della palude pingue, <<^ 

Che menai vento, e che batte la pioggia, 

£ che s'incontran con si aspre lingue, 
Perchè non dentro della città roggia 

Son ei puniti, se Dio gli ha in ira? 

E se non gli ha, perchè sono a tal foggia? '3 

Ed egli a me: Perchè tanto delira, 

Disse, r ingegno tuo da quel eh' e' suole, 

Ower la mente tua altrove mira? 
Non ti rimembra di quelle parole, 

Con le quai la tua Etica pertratta ^^ 

Le tre disposizion, che'l Ciel non raole, 
Licontinenza, malizia, e la matta 

Bestialitade? e come incontinenza 

Men Dio offende, e men biasimo accatta? 
Se tu riguardi ben questa sentenza, ^ 

£ rechiti alla mente chi son quelli, 

vmI« eh« sta fra lutti gli nomini, ma 75. «oao a fa< fognia» tono tormentati 

altresì ptel eh' è pai aggiuntOf cioè il vin- in tale maniera? 
colo di parentela o d* amicisia, 4i eht H 76-78. Perchè il tuo ingegno travia o 

cHe, dal qnale ti crea e natce tra gli la mente tua ti iTaga? Le qaali dne cote 

«neiei oaa Adansa tpeeiale. tono cagioni di errore. 

64-G8. Onde netl' nltiroo cerchio, cb' è 79-S4. Non ti ricordi di quelle parole, 
il piò piccolo di tutti, là dove è il centro con le quali l' Etica d' Aristotile che ti 
d«lh terra, ed ore ha tuo teggio Luci- tei fatta tna collo ttodio, ovvero eh* è a 
fero, è in eterno tormentato chìonque te cara, tratta distintamente delle tre di- 
^disee COB tal frode. cereAle flifiierf, più tposizioni, che il Cielo abomina; cioè 
(^tto ptrehè V ultimo. l' incontinenta, la malizia e la matu be- 
te, la tMi m^oiM, il tuo ragionamento, stialità? — Il tetto d'Arittotile, Btica, 
O. U pepel e*«'l potaMe, la moltita- lib. VII, cap. I, è questo: « Dicendum 
^aa de* pecealorì che 1' abita. est rerum circa moret ftagiendarum tret 
%> 7t. fiMi i9lia palmd$ pingiu, o fan* species esse, incontinentiam, Titinm et 
V«a, lODo fi* iracondi e gli accidiosi: feritatem. » — GÌ' incontinenti ti lasciano 
^ MM il ««alo, i Insturioti ; cAe batU trasportare da un impeto di passiono ; i 
^ ^<*ffìa. i golosi ; t ck$ t'Iacoafran eoa maliziosi, non per impeto, ma a disegno, 
^ *»nt liaf *«« o con ti ingiuriote parole, commettono scelleraggini ; i bestiali, tatti 
1 prodighi e gli arari. Questi peccati si in preda alle brutali e feroci passioni, 
eonprendono sotto il nome generale d'in- danno in eccesti di maWagità. Perciò Tin- 
ctiltaeaia. continenza meno offende Dio. e minor 
13. foggia, rotta, iofaoeata; la città di biasimo accatta, s' acquista dagli uomini 
^^' alMfi. 

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106 PELL^niTlBBNO 

Che su di fuor sosiengon penitenza; 
Tu vedrai ben, perchè d& questi felli 

Sien dipartiti, e perchè men crucciata 

La divina giustizia gli martelli. ^ 

Sol, che sani ogni vista turbata, 

Tu mi contenti si quando tu solvi. 

Che, non men ohe saver, dubbiar m^aggrata. 
Ancora un poco indietro ti rivolvi, 

DissMo, là dove óì\ chiusura offende ^^ 

La divina boutade, el groppo svolvi. 
Filosofia, mi disse, a chi la intende, 

Nota non pure in una sola parte, 

Come natura lo suo corso prende 
Dal divino intelletto e da sua arte: loo 

£, se tu ben la tua Fisica note, 

Tu troverai, non dopo molte carte, 
Che Tarte vostra quella, quanto puote, 

Segue, come ^1 maestro fa il discente ; 

Sì che vostr* arte a Dio quasi è nipote. ^^ 

Da queste due, se tu ti rechi a mente 

Lo (Genesi dal principio, conviene 

Prender sua vita ed avanzar la gente. 
E perchè V usuriere altra via tiene. 

Per sé natura, e per la sua seguace, no 

87. t« a fnor, al di sopra della citlà earto, cioè qaasi al prineipio del libro, 
di Dite, nei cerchi soperiori. doro è detto: Àn imitatur Ml«f«ii <• 

88, 89. parchi da quetti filli 8ì»% dipar- quantwH patett, 

UH, perchè da qoeiti empi siano eeparati. iOS^fOS. L' arte Tostra, 1* arte umana, 

9Ì-9S. O Virgilio, lume di eapieosa.ehe segue per quanto poò quella, cioè la na* 

rischiari ogni offuscato intelletto, tu mi tura, come il discepolo segue il maestro ; 

contenti tanto, quando mi sciogli i dab- cosicché V arte umana può quasi, a modo 

hi, che, non meno che il sapere, m' ag- di simiglianta, ehiamarsi nipote di Dio; 

grada, m' è grato, il dubiUre; poiché ne poiché la natura procode da Dio, e Parie 

ho le ine saggio risposte. dalla natura. 

94-96. RiTolgili indietro ancora «n i06-i08. Da queste due, dalla MtQr« 

poco, là dorè dicesti che l' osora olTende e dall' arte, se io ti richiami alla aeaie 

la bontà divina, • scioglimi il nodo, la le parole della Genesi nel suo principio, 

diflleoltà. tedrai che 6onT;ene alla gente rioavare 

97-fOO. La Filosofia, mi disse Virgilio, il suo vitto, ed avancare ne'terreai acqoi- 

insegna in pih d* vn luogo, a chi la io- stl. Gostroisei : C^9i»mt te ge»<# pmé0r§ 

tende, come aatara proceda dairintelletto §d ^vantar (cioè, ohe la gente prenda ed 

dirtno e dal soo magistero» ovvero dallo avanzi) tua tifo.— Le parale eoa queale: 

leggi da Ini stabilite. Secondo 1 Fiatoni- « l*osuit Deus hominem Dt operarelor.... 

ci, r arte prima è nell' intelletto di Dio, Vescerisia sudore vnltas ini. ■ Dalla n*- 

poi nella natora, e qoindi nell' intelletto tura trae 11 vitto 1* agriooUora, dall' arto 

doli' uomo. le industrie ed il commsroio. 

iot. B se tu bene noti, consideri, U I09-I1i. E perché rusariere tiene nltrn 

Fisica d'Aristotile. via di gnadagoarsi il vitto o migliororo 

ioa. non dppo moUe corto, dopo poche il suo sUto, da quella proscritt* da Dio, 

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OAMTO DEOnCOSEOONDO. 

Dispregia ; poi che in altro pon la spene. 

Ma segnimi oramai, che '1 gir mi piace; 
Che i Pesci guizzan sn per V orizzonta, 
E 1 Carro tntto sovra '1 Coro giace : 

E U halzo via là oltre si dismonta. 



107 



116 



dispregia doppiamente U Datnra, e per 
ftè stessa, e per la toa segaace, cioè l'ar- 
te; poiché in altro che nelle sue fatiche 
ripone la soa sporania, volendo che il 
denaro, quasiché fosse grano, frutti de- 
naro. Il disprezzo che Dante mostra per 
cU asarai, e la compagnia eh* ei dà loro 
proTano, ciò eh' è confermato dalle me- 
morie del secolo, il molto mala che pura 
a qoe' tempi facera 1* usura. 

11^ tfs tignimi oramai. Si ricordi che 
finora eglino sono stati fermi presso la 
tomba di papa Anastasio. 

fl3, 414. Poiché le stelle, che formano 
il segno dei Pesci, splendono so per 



l'orinoDte; ed il Carro di Boote, o l'Orsa 
maggioro, trovasi tutto sopra quella parte 
donde spira il rento Coro {Caurm o po- 
nente maestro). — Con queste frasi Tiene 
a signiGcare, che cominciava l' aurora.— 
Orittonta, per orittonUt come i<Mia, 
Laeeiemonaj Penteeosta oc. Dante passò 
nella selva dieci ore; entrò neirinferno 
snir imbrunire; nel cerchio degli avari 
alla mezzanotte; entra in D.te sull'alba. 
Ed ecco che il primo giorno é compito. 
US, B*i balzo, l'alta ripa, ti diteioii- 
fa, si discende, via là ottr9, lontano di 
qui. Via là è modo tuttora vivo in To- 
scana. 



CANTO DECIMOSECONDO. 



A. gpnardia del aetiimo Cerchio sta il Minotauro, del quale attutata V ira bestiaio, Tir- 
ffilio e Dante scendono per un dirupo, e giungono presso una ririera di sangue bol- 
lente, ore etanno i violenti in altrui. I quali vengono saettati dai Centauri, se ten- 
tino naeir dal aangne più del dovuto. Parla Virgilio ad alcun d* essi, e, superata 
ogni difflcoltà, ottiene che Nesso passi Dante in groppa all'altra riva; e mentre oiò 
eefne, intendono i Poeti la condizione del luogo e il nome d'alquanti di quei dannatL 

Era lo loco, ove a scender la riva 
Venimmo, alpestro, e per qnel ch'ivi er'anco, 
Tal, eh' ogni vista ne sarehbe schiva. 

Qoal è qaella rnina, che nel fianco 
Di qua da Trento V Adice percosse, 5 

per tremoto, o per sostegno manco ; 

Che da cima del monte, onde si mosse, 
Al piano, è si la roccia discoscesa, 



f-3. n luogo, ove venimmo per iscender 
la balxa ed entrare nel settimo cerchio, 
era alpestro; e, per quello che pure vi 
lUva, era tale, cosi orribile, che ogni vista 
rifuggirebbe dal riguardarlo. 

4-6. Qua) é quella ruina, quella smotta, 
la quale, o per tremoto, o per mancanza 
di sostegno eadendo, percosse nel fianco 
r Adige di qua da Trento. — Alcuno in- 
tende qui la rovina di Monte Bar co pres- 
so Rovereto; la quale si vede tuttora. 
L' Adige, il qoalo correva allora forse di 



là, scalzò la montagna nel fianco. Altri 
invece crede si parli della rovina della 
Chiosa presso Rivoli, seguita nel iSiO; 
e lo scoglio allora cadde appunto nel- 
r Adige e lo percosse. L' Adige é un 
fiume che nasce nel Tirolo, e sceso iu 
Italia passa per mezzo di Verona, e tra- 
versala la pianura veneta,.va a scaricarsi 
nell'Adriatico. — Dice di ««a da Trento 
per indicare che la ruina resta al di 
sotto, e non al di sopra di Trento. 
8. Àt piano, cioè per iofioo al piano. 



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lOB DELL'^INPBBNO 

Ch' alcuna via darebbe a chi su fosso ; 
Coiai di quel burraio era la scesa : io 

E *n su la punia della roiia lacca 

L'infamia di Greti era distesa, 
Che fu concetta nella falsa vacca: 

E quando vide noi so stesso morse, 

Sì come quei, cui V ira dentro fiacca. 15 

Lo Savio mio in vèr lui gridò : Forse 

Tu credi che qui sia '1 duca d' Atene, 

Che su nel mondo la morte ti porse? 
Partiti, bestia: che questi non viene 

Ammaestrato dalla tua sorella, , £9 

Ma viensi per veder le vostre pene. 
Quale quel toro, che si slaccia in quella 

C'ha ricevuto lo colpo mortale, 

Che gir non jsia, ma qua e là saltella; 
Vid*io lo Minotauro far cotale: 25 

E quegli accorto gridò : Corri al varco : 

Mentre eh' è 'n furia, è buon che tu ti cale. 
Così prendemmo via giù per lo scarco 

dal commercio eh' ebbe Pasifae, mogli* 
del re di Ctela, ^n un loro; peruDÌrai 
al quale si collocò dentro una raeca ar- 
tificiale [falsa], cioè di legno, fabbricA- 
tale da Dedalo. — Il Minotoaro, secondo 
U farola, si pasceva di carne umana; 
dal che ben si palesa come Dante lo oieiiA 
sull'orlo di questo Iriparlilo cerchio, doro 
si pnniseono i Tiolenti e i brutali. Greti 
per Greta anche nel Villani. 

15. evi r ira dinlro fiacca, che dentro 
ti rode di rabbia. 

16. Lo Savio mio, cioè Virgilio^ 

17. Teseo, flgliuolo di Bf:co re di Alone, 
ammaestrato da Arianna, flglia di Pasìfae 
e di Minosse, e perciò sorella di esso Mi- 
notauro, del modo eh' egli avesse a te- 
nere per ucciderlo, gli diede la morte. Al 
Minotauro Virgilio rammenta Teseo, come 
a Fiuto Michele. Inf., canto VII, t.II, 19. 

91. tienti, se ne Tiene. 

33. in furHa.in quell'ora, in quel punto. 

35. far cotale, fare lo somigliante. 

96. i?9««0'<. Virgilio, accorto, accortosi 
del momento opportuno, gridò: Corri mi 
tarco, al iuogo ot* è il varco, che dap- 
prima veniva occupato dal Minotauro. 

97. ch$ tu ti cale, che tu ti cali, cioè 
discenda. 

S8,giit per lo tcarto, gih per quello 



9. Che darebbe a chi si trovasse lassù 
una qualche via, benché faticosa e mala- 
gevole, por discendere. — Alcuni comcn- 
tatori danno qui ad alcuna il signiGcato 
di fitttiia, ed interpretano, che ii««f«iia 
9ia per diBctndtrc darebbe a chi li trovane 
la$$1t. Ma oltreché la voce alcuna non è 
slata mai usata da Dante nel significato 
di niuna (sebbene negli antichi se n' in- 
contri qualche esempio) dico qui appresso 
il poeta, V. 98-30, che prese via gOt per lo 
ecarco Di quelle pietre, che epeeeo movienti 
Sotto i |uoi piedi. Dunque discese, dun- 
que il monte dirupato gli porse una qual- 
che via. Infatti se un' erta rupe non pre- 
senti nel suo stato primitivo alcuna ria per 
discendere, può però presentarla quando 
per tremoto, per altro sia ruinata; può 
presentarla cioè sulle sue mine medesi- 
me. Prendendo poi a/cima per ai«iia, do- 
rrà Intendersi neeeuna via ordinaria, 

10. burrato, burrone, balza scoscesa. 

11. '« eu la punta, sull' orlo, sull'e- 
stremiti, della rolla lacca, della scoscesa 
caverna. Della parola lacca vedi al can- 
to VII. T. 16. 

13. era dieteaa, sdraiata, l' infamia di 
Creti, V infamia dell* isola di Creta. Que- 
lla bestia è il Minotauro, mostro mez- 
l' uomo e meno bue, >he fu concepito 



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OANTO BXCHMOSXCOITDO. 

Di quelle pietre, che spesso moviensi 
Sotto ì miei piedi per lo niiOYO carco. 

Io già pensando ; ed ei disse : Tu pensi 
Forse a qnesta roina, eh' è guardata 
Da qnell' ira bestiai, eh' i' ora spensi. 

Or to' che sappi che l' altra fiata, 
Ch'io discesi quaggiù nel basso Inferno, 
Qnesta roccia non era ancor cascata. 

Ma certo poco pria, se ben discemo. 
Che venisse Colui, che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio supèrno, 

Da tutte parti 1' alta valle feda 
Tremò si, eh' io pensai che V Universo 
Sentisse amor; per lo quale è chi creda 

Fiù volte '1 mondo in caos converso : 
Ed in quel punto questa vecchia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a valle ; che s' approccia 
La riviera del sangue, in la qual bolle 
Qual che per violenza in altrui noccia. 

Oh cieca cupidigia, oh ira folle. 
Che si ci sproni neUa vita corta, 



109 

80 
83 
40 
45 



tcaiieaiseDto di pietre, aTTenato per la 
mios detta di folto. Scarico usasi ìd 
Firente per dire macchio di sassi e di ter- 
ra, ebe da pi5 Inogbi In uno si ammonta. 

SO. per fo nuoto carco, per il peso, 
BQOTO ed insolito, d*Doa persona vira. 

U. /• 0^, io me n' andava , peataado, 
pensieroio. 

SS. Dm quiir ira Itttial, dall* ira di 
qaella bestia, cioè del Uinotanro, cATers 
fpe«el, ebe io poco fa annichilai. 

M. r altra Hata, V altra volta ; quando 
ci Tanni per gì' incantesimi d' Eri Ione. 
Ve<!i eanto IX, t. 93. 

36. mmepr catcala. Virgilio scese ali* In- 
ferno poco dopo morto, cioè mezzo secolo 
pria eba* Ctwh Cristo scendesse al limbo. 

277-29. Ma eertamente, se io non m' in- 
ganno, poeo prima che venisse qui Colnf, 
Getb Cristo, ebe tolse all' Inferno la gran 
preda del cerchio superiore ; cioè le molto 
anime, ebe stavano nel Limbo. 

40-4ÌS. Da ogni parte la profonda e feti- 
da tallo iofemale tremò si forte, eb' io 
pestai ebo l'Universo sentisse amore, per 
lo qnale vi è chi crede essere stato il 
monda pib TOlt« conrertito io caoa. — 



Empedocle opinò che dalla discordia de- 
gli elementi fosse generato il mondo; ed 
air incontro, che per la concordia loro, 
ossia per l'unirsi delle particelle simili 
colle simili, si dissolvesse in caos: per- 
ciò Virgilio qui dice d' aver pensato ch$ 
V Univano ientit$9 amor«, cioè che gli 
elementi tornassero in concordia. È chi 
creda, É forma dei Latini, che spesso 
amano unire al pronome relativo II modo 
snbiontivo invoce dell' indicativo. Btt qui 
erida t. 

44. Bd {« 9«e( pilaf 0. Questo punto fa 
alla morte del Redéhtore, quando tremò 
la terra e si spaccarono le rupi. 

45. aifrove. Vedi lof. . canto XXIII, 
V. 43-45. e anche canto XXIV, v. i9 e 
leg. tal foce Hetrso, si rovesciò, rovinò 
in tal modo. Ateerso, rovescio, mina. 

46. a valle, laggih nella valle; ehè «'ap- 
pfocdo, poiché s' appressa, si fk vicina. 

48. Qualunque rechi danno ad altri, 
facendogli violenza. 

49. La cupidigia e l'ira sono infatti le 
passioni motrici della violenza. 

60. Ch$ fi ci sproni, che cosi ci illmoH 
a mal fare. 



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no dell' intebno 

E nell'eterna poi si mal c'immollo! 
Io vidi un^ ampia fossa in arco torta, 

Come quella, che tutto '1 piano abbraccia, 

Secondo cVavea detto la mia scorta: 
E tra 1 pie della ripa ed essa, in traccia 

Gorrean Centauri armati di saette, 

Come solean nel mondo andare a caccia. 
Vedendoci calar, ciascun ristette, 

E della schiera tre si dipartirò 
' Con archi ed asticciuole prima elette: 

E r un gridò da lungi : A qual martiro 

Venite voi, che scendete la costa? 

Ditel costinci; se non, l'arco tiro. 
Lo mio Maestro disse : La risposta 

Farem noi a Chiron costà da presso: 

Mal fu la voglia tua sempre si tosta. 
Poi mi tentò, e disse : Quegli ò Nesso, 

Che mori per la bella Deianira, 

E fé di sé la vendetta egli stesso. 
E quel di mezzo, eh* al petto si mira, 

È 1 gran Chirone, che nudrì Achille : 



C5 



60 



C3 



70 



51. f poi f) «al e ««moli*, e poi con 
Unto nostro danno e' immolli, ci loffi 
nella riviera del saogue bollente. 

03. «in* ampia tutta in arw forCa, cioè 
circolare ; è il primo girone del settimo 
cerchio, oto stanno i violenti contro il 
prossimo. 

54. Sfcondo cJk* aofa cTeifo, al canto XI, 
T. 30 ; ia mia ttarin,, Virgilio. 

55. K tra le falde della scoscesa ripa, 
ed essa fossa, correvano de' Centauri, ar- 
mati di saette, in traccia dei peccatori, 
che fossero usciti fuori della riviera. -> 
/n ìfw^é^ può anche intendersi per in 
i«cAt«ra, in Ala. — I Centauri foron ge< 
Derati da Issione e dalla nuvola, coi 
«ìiove avea dato le apparenti forme di 
Giunone; e sòn simbolo della vita ferina 
• sensa legge. Perciò stanno qui a guar- 
dia dei violenti. 

GO. «tl{ed«ol« prima el«(l#, freccie, tra* 
scelta fra le altre a meglio ferire, prima 
di sUecarsi da' compagni. 

61. k fnal marfiro, a qoal genero di 
•appliùo, tra qua! peccatori. 

63. Ditelo di costi, da cotesto luogo 
ove vi trovate ; e se non lo fate, tiro 
r arco, vi saetto. 

65. a CMro». A loi parlerà Virgilio, 



come al maggiore • meo forìoso di qoella 
schiera. 

66. Per tao male, per tuo danno, la toa 
voglia fo sempre cosi subita, precipitosa. 
Allude al subito amore, ond'egli fu preso, 
per la moglie di Ercole. 

67. mi UnXh col gomito, o colla mano 
per farmi attento. Cosi nel canto XXVII 
dell* Inferno, v. 39, dirà che Virgilio lo 
lealò di co*Ca. — Il cenlaoro Pfesso, tras- 
portata che ebbe all'altra riva del fiume 
Eveno Deianira moglie d'Ercole, tentò 
rapirla: ma ferito da Ercole con ona 
freccia, tinta del sangue doli* idra, mori. 
Morendo diede, per vendicarsi, a Deiani- 
ra la propria vesta insanguinata, dicco > 
dole che in quella era virtil di distorre 
il marito suo dall* amore di altre don* 
ne. Credello la semplice, e mandolla 
ad Ercole, allorché folleggiava per Jo- 
le : ed egli, messalasi indosso, infuriò e 
mori. 

70. cA' al ptffo 9\ mira, che sta col 
capo basso in atto d' nomo che medila, 
come dotto eh' egli era. 

71. CAtroM non fu, come gli altri Cen- 
tauri, figlio d* Issione e della novola, ma 
di Saturno e di Fillira, eolla quale si 
uni io forma di cavallo. £bb« nomo dj 



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CANTO DECIMOBEGOITDO. Ili 

Qn^* altro è Folo, che fd sì pien d'ira. 
Dintorno al fosso vanno a mille a mille, 

Saettando qnale anima si svelle 

Del sangue più, che sna colpa sortille. 75 

Noi ci appressammo a quelle fiere snelle : 

Chiron prese uno strale, e con la cocca 

Fece la barba indietro alle mascelle. 
Quando 8* ebbe scoperta la gran bocca. 

Disse accompagni: Siete voi accorti, so 

Che quel di retro muove ciò che tocca? 
Cosi non soglion fare i pie de' morti. 

£ 1 mìo buon Duca, che già gli era al petto. 

Ove le duo nature son consorti, 
Rispose: Ben è vivo, e sì soletto 83 

Mostrargli mi convien la vaUe buia : 

Necessità 1 e' induce, e non diletto. 
Tal si parti da cantare alleluia. 

Che mi commise quest' ufficio nuovo ; 

Non è ladron, né io anima fnia. ^ 

Ma per quella Virtù, per cuMo muovo 

Li passi miei per sì selvaggia strada, 

Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 
Che ne dimostri là, dove si guada, 

£ che porti costui in su la groppa, ^ 

Che non è spirto, che per V aer vada. 
Chiron si volse in su la destra poppa, 

£ disse a Nesso : Toma, e sì gli guida, 

praa tapUnto, • fa preeellore ed «lo 8S. •) tofeflo, a lai coti solo; perchè 

d' Ackillo. Nudrtf eioè ed»cò. non li concede de Dio ad altri che a lui 

Y3. fèto, altro CeDlauro, eke nelle questa graxia. 

Bon* 4i Pirltoo e Ippodamia fu il pri- 87. Nw9Uità di saa salate, 

no a BOBAr le mani contro i Lapiti. 88. Tal anima «( farti, cioè Beatrice, 

74, 7ff. SaeCtoado ogni anima, che sorge -tfa cantari all«l«ia, dal Paradiso ove si 

faorì del saagne bollente più di qaello, ^aata «l{«{«to, cioè lode a Dio. 

cke la graTÌlà di saa colpa aoo le con- 90. £gU aea * «» tadreae* qui mandato 

lento. -^ SorHUa, le torti, le diede in a Tederò ^aai pene lo aspettano, e aem- 

serte, la destinò. non io son anima di ladro. — Fate, tu- 

n, 78. K con la cocca, eh* è la parte race, ladra ; altri dicono rea, seelterata. 

eppoata alla poeta, si trasse )a barba in- 93. Da' a noi ano de* tuoi Gentaari, al 

distro tao alla auscelle per parlare più qiale noi andiamo appresso. — a pmoee, 

ehiaM. appresso, dal lat. od pfeps. Nel trecento 

80. Sisto «el> Ti siete voi. ai usò questa voce anche in prosa. 

SS, 84. Che già s* era mosso, e gli «ra 94. ti guada, cioè la ririera del sangue, 

presso al fttia, afe la natura, la forma Vedi più sotto a' Tersi 49S, 186. 

deir aosBa. al eoagionge con quella di 97. tutta itffra poppa, sol destro lato. 

caTtlla. Inteadi aflcba ebe Virgilio §11 E disse a Nesso : toma indietro. 

f ai psfle eoi eapo, eioè non gli arri- 98. e ti gli g«Ma, e gnidaH nel modo 

tara pi4 su : tanto Chiroae era grande, cho bao dotto. 



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11^ dell' nnrERNo 

E fa' cansar, s' altra schiera y' intoppa. 

Noi ci movemmo con la scorta fida 
Lungo la proda del boiler vermiglio, 
Ove i bolliti faceano alte strida. 

Io vidi gente sotto infino al ciglio : 
E 1 gran Centauro disse : Ei son tiranni. 
Che dier nel sangue e nelP aver di piglio. 

Quivi si piangon gli spietati danni : 
Quiv'è Alessandro, e Dionisio fero, 
Che fé Cicilia aver dolorosi anni: 

E quella fronte, e' ha '1 pel cosi nero, 
E Azzolino ; e quell' altro, eh' è biondo, 
É Obizzo da Esti, il qual per vero 

Fu spento dal figliastro su nel mondo. 
Allor mi volsi al Poeta ; e quei disse : 
Questi ti sia or primo, ed io secondo. 

Poco più oltre '1 Centauro s' affisse 
Sovr' una gente, che infino alla gola 
Parca che di quel bulicame uscisse. 

Mostrocci un'ombra dall' un canto sola, 



100 



103 



li:» 



113 



9d. Eh altra tchitra di Gontauri v' in- 
toppa, t' imbatte in voi, fa' ean$ar9, falla 
discostars. Si ricordi come il Poeta già 
abbia detto che Dintorno al fono vanno 
a milU a mili», — Intoppar* col quarto 
caso Tive pur tempre in Toscana. 

106. ipietati danni recati altmi. 

407. Àl9i9andro, crudelissimo tiranno 
di Fere in Tessaglia, le coi tirannie sono 
descritte particolarmente da Giustino. 
Altri credono Alessandro il Macedone: 
e nel vero egli distrusse Tebe, uccise i 
prigioni di Persia, e Menandro, ed Efe- 
tliooe, e con il condiscepolo Gallistene 
r amico dito. Nonostante la è opinione 
poco probabile ; non foss' altro per essere 
egli stato il primo a ^roler tradarre in 
fatto V idea, tanto ragbeggiata da Dante, 
d' una monarchia universale. — Di9nÌ9io 
(•rot feroce; tiranno di Siracusa, che fece 
soffrire lunghi affanni alla Sicilia. Si noti 
che due furono i Dionisii tiranni in quel- 
r isola : ma certo qui e* intende parlare 
del primo, che Teramente fu il solo ad 
essere crudele per animo. — C<d<ia, per 
Sicilia, il Boccaccio sempre. 

«io. k%%olinOtO Essellino, da Romano, 
Ticario imperiale nella Marca trivigiana, 
t tiraoao crudelissimo di PadoT»: fa oe- 
eUo Del iS09. 



Ili. Ohixzo da E$ti, da Este, marchese 
di Ferrara e della Marca d'Ancona, uomo 
crudele, che nel i393 fu soflbeato da 
Asso Vili suo figlio, dotto perciò del 
! oeta flgliattro nel senso metaforico di 
tìglio snaturato. Dice Dante jmt vero, a 
dimostrare che il fatto, sebbene per al- 
cuni si mettesse in dubbio, pure era ve- 
ramente aTTcnuto cosi. Etti, per Este, an- 
che nel Villani. 

ii3, ii4. Allora mi Tolsi a Virgilio per 
interrogarlo ; ed ei mi disse: Questi, cioè 
Nesso, ora, in questa parte di yrimggio, 
ti dev* essere primo maestro e fui4a, ed 
io ti sarò maestro secondo. 

iltt. «' affini, fissò gli occhi. 

il 6. una gonio. Fin qui i tiraasi ; ora 
gli omicidi meno fitti nel sangue. 

ili. di qu§l bnlieanto, di quol sangue 
bollente. Buiieaiif, è scainrigioo di acqoa 
bollente. Inferno, XIV, ▼. 79. 

ii8. «a'Mi^ra daiVun tanto eela. Guido 
di Monforte, per Tendicare la morte di 
Simone suo padre, gustisialo ia Loadra 
per ordine del re Odoardo, trucidò Ar- 
rigo cugino di quel re. Questo delitto io 
commise il i310 in Viterbo, ov* egli era 
Vicario pel re Carlo d* Aogiò» in chiesa, 
ionansi all' aitare, e ael momoalo che si 
aliaTt r ostia santa. -> Qual prlaalpe ia* 



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CANTO DXOIMOSECONDOi 

Dicendo : Colui fesse in grembo a Dio 
Lo caor, che *n sul Tamigi ancor si còla. 

Poi vidi gente, che di fuor del rio 

Tenean la testa, ed ancor tutto 1 casso : 
E di costoro assai riconobbMo. 

Cosi a più a più si fÌEtcea basso 
Quel sangue si, che copria pur li piedi: 
E quivi fu del fosso il nostro passo. 

Si come tu da questa parte vedi 

. Lo bulicame, che sempre si scema, 
Disse 't Centauro, voglio che tu credi 

Che da quest'altra più a più giù prema 
Lo fondo suo, infin eh' ei si congiunge 
Ove la tirannia convien che gema. 

La divina giustizia di qua punge 
Quell'Attila, che fu flagello in terra, 
E Pirro e Sesto : ed in etemo munge 

Le lagrime, che col boUor disserra, 
A Binier da Cometo, a Binier Pazzo, 



113 

120 
125 
ISO 
185 



f*;es«, percbA nomioato Anigo, è stato 
di il coni comentatori malameote confato 
tou Arrìg« III re d' iDgbiUerra. -- Qui il 
Poeta rappresenta l'anima di Guido foto 
de:*" «• M»lo, per la singolare empietà 
d«l §wù Bisfatto. Come già rappresentò 
(ìaf. casto IV, ▼. «99), il Saladioo «ole 
ta pcrf». per la lingolarità dell' uomo. 

119, i90. Cei«l f9i$t (da reitdfrff) tagliò, 
iqnuàb, eoo una stoccata, in grmte a 
Ih9, ia Àioea, il core che tuttora «i còla. 
Il cole, ai onora sai Tamigi. Gli antichi 
dusero celere t cetere, come epegnere e 
■ yg » Tf , • altri simili terbi. '— Il coro 
del mm%c principe fa portato a Londra 
dntro «as coppa, e collocato sopra ona 
colonsa a eapo del ponte sol Tamigi. 

ts. iwffo 'I cMse, tatto il petto. 

114. m fik afik «< ftm. tetto, si facoa 
Kaprt pie basso. 

1». eJU eeprie pur H fitii, cbe llnaU 
■tento OBOprita eoltaato 1 piedi. — Nel 
uofM basso itaoBO I rei di ferite e 
d' estorii«BÌ. 

«9S. il aetfre poeto, Il aoitro passag- 
fio; qaiTi eioè attraTorsammo II fosso. 
— Daala passò il fosso del sangoe in 
groppa a Nesso; Virgilio sorrolando. 

f»-iat. Voglio che ta eroda ebe dal- 
l' altra paru il eaagao prema più glb 
11 foado, cioè eba Iti sia maggiore la eo- 



pia del sangue, da cai è aggraTato il 
fondo» Infine a che si ricongiunge, cir- 
colarmente distendendoli, al luogo or' è 
decretalo che i tiranni penino. 

iSS. pvnge, tormenta. 

«54.^ il» la, re degli Unni, che nel quin- 
to secolo inrase l' Italia e distrusse Àqoi- 
leia. Per le tante stragi commesse fu so- 
prannominato flagtUum IM. 

135. firro, figlio d'Achille, che dorante 
r assedio di Troia, ed in appresso, si di- 
mostrò mollo crudele, come quegli che 
non perdonò né ad età, né a sesso, né 
ebbe rispetto alla religione. Altri inten- 
dono di Pirro re degli Epiroti, cbe fece 
lunga ed aspra guerra a' Romani. — Si- 
ito ; aleoni intendono che sia Sato Pom- 
pee, figliuolo del Magno, il quale dopo 
la morte del padre occupò la Sicilia e 
la Sardegna, ed in quei mari si fece capo 
di corsari. Altri intendono di Sfilo Tar- 
g«{»«o, figliuolo del Superbo, che riolentò 
Locresia. 

186. ed ia iUrno mungo Li ISgrlwe, ed 
eternamente spreme a forte di dolore la 
lacrime, eko dltierm, alle quali apre 
r uscita, col MlorOf per motto del bol- 
lore di quel sangue. 

131. Miniori da Ceratfo /Imc guerra elle 
iirado, infestando co' ladroneeci la spiag- 
gia marittima del Patrimoaio. Il Repetti 



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114 DSlL'lNFXBirO 

Che fecero alle strade tanta guerra: 
Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo. 



Io disse Rinìeri della Faggiuola, ma egli 
equivocò, confoDdeodo 1» Faggiuola di 
Marerana colla Faggiuola di Romagna. 
— Rinieri ftt«so, cioè dH Patti, di Val- 
d^rno, infestò anch' esso colle ruberie la 
prOTincia fiorentina; e perchè derubò e 
ammanò im Tetcoro e altri eccleaiastici, 



fu nel Ì9e9 scomunicato da Clemente IV. 
-- Da Attila a Sesto i tiranni : da Sesto 
a' due Rioieri i predatori. 

439. Ciò detto, il eentanro Nesso si 
Toltò indietro, e rlpauò da tè solo ti 
gmattót il guado, cioè la rìviora in qpe) 
punto OTO si f uadara. 



CANTO DECIMOTERZO. 

Nel secondo furono, eh* è quello de* TÌolonti in né siesri, eonvertiti in aspri troaclii, 
delle cai foglie li pasoon le Arpie, entrano i due Poeti. Parla Dante con Pier D«l]» 
Vigne, da cui intende la eagione per che •' neoiae. Poi redo Lano seneee e Jxnpo 
da Sant* Andrea padorano, che, come Tiolenti nelle proprie facoltà, sono insegniti a 
lacerati da fiere cagne; e finalmente da un suicida fiorentino ode la cagiODO de* mali 
della sua patria. 

Non era SACor di là Nesso arrivato, 

Quando noi ci mettemmo per un bosco, 

Che da nessun sentiero era segnato. 
Non frondi verdi, ma di color fosco; 

Non rami schietti, ma nodosi e involti ; 6 

Non pomi v* eran, ma stecchi con tosco. 
Non han si aspri sterpi, né si folti 

QaeUe fiere selvagge, che in odio hanno, 

Tra Cecina e Comete, i luoghi colti. 
Quivi le brutte Arpie lor nido fanno, io 

Che cacciar delle Strofade i Troiani, 

Con tristo annunzio di futuro danno. 



I. di l& del guado. Vedi canto precs- 
dente, t. 139. 

a. Ifon rami tekietti, non t* erano rami 
lisci e diritti. Purgatorio, canto 1, ▼. 9S, 
— ss gi%nc9 tehitlto. Anche il Poliziano: 
« L'abato schietto e senta nocchi. • 

6. SIS $Ueeki cos toteo, eoo tossico, cioè 
pruni e spine releoose. 

7-9. Quelle fiere selvagge che hanno io 
odio i luoghi aperti e coltiTati, s si an- 
nidano nelle macchio tra il fiume Cecina 
e la città di Gorneto* non hanno per loro 
dipiora sterpi cosi aspri, né cosi folli 
come questi.— C«ois«, fiume che scorre 
per la provincia volterrana. C9rnit0t pic- 
cola città . dell* ezdneato di Castro. Tra 
Cecina e.Conketo, che legnano preiao a 



poco I confini della llaromiia totaana, 
eranvi io passato grandi boeehi a Baschis 
popolato di daini, eapriuoli s dngUali. 

40. le irp<e erano occsUi favolosi eoo 
viso collo di donsella; si distarò igbe 
di Nettuno e della Terra, o ai ÈÈàtin ra« 
pacissimo. Una di esso, Goloto, prodisis 
ai Troiani, the, prima d' anivaro ia Ita- 
lia, avrebbero por fama divorato lo meaas. 
Vedi ITstidt, libro III, e 1' avvarameato 
dalla profsda nel VII. — èmlli, aoas. 

i I . /# Strpfad» sono itole dal asaro ienio, 
oggi chiamato Sfrissli. Vi approdarono 
i Troiani sotto la condotta d* fiata, ma 
ben tosto no furono oactiaU dalla Arpie, 
che rapiron loro lo Tifando t at iabiai- 
taroA la 



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OAKTO DICIXOTBBZO. 115 

Ale hanno late, e colli e visi umani, 

Pie con artigli, e pennuto '1 gran ventre; 

Fanno lamenti in su gli alberi strani. IB 

E 1 buon Maestro : Prima che più entre, 

Sappi che se* nel secondo girone, 

Mi cominciò a dire, e sarai, mentre 
Che tu verrai nell* orribii sabbione. 

Però riguarda bene ; e si vedrai 20 

Cose, che daran fede al mio sermone. 
Io sentia d*ogni parte tragger guai, 

E non vedea persona che 1 facesse ; 

Per ch'io tutto smarrito m'arrestai. 
r credo eh' ei credette eh' io credesse 25 

Che tante voci uscisser tra que' bronchi 

Da gente, che per noi si nascondesse. 
Però disse '1 Maestro : Se tu tronchi 

Qualche fraschetta d'una d'este piante, 

Li pensier e' hai si faran tutti monchi. 80 

AUor porsi la mano un poco avante, 

E colsi un ramiceUo da un gran pruno ; 

E '1 tronco suo gridò : Perchè mi schianto ? 
Da die fatto fu poi di sangue bruno, 

Bicominciò a gridar: Perchè mi scerpi? 35 

Non hai tu spirto di pietade alcuno ? 
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi : 

i3 kt§, cioè larghe. 23. traggir guai, trarre gaai« mandar 

^S- E ttaodo in ragli alberi, fanno, lamenti. 

">B<luK), strani lamenti. Altri credono si 35. Artifizio di parole ebe gti antichi 

^^ rìrerire «frani ad alberi. stimavano di qualche raghena. So ne 

}^i9. Frima eik« fii •ntre, pih entri, complacqaero anche il Petrarca e l'Ario- 

'ioè prJBi3 ehe t'inoltri daTrantaggio sto; ma in ciò non sono da imitarsi. 

*^^ lelra, sappi che sei nel secondo 97. p$r net, per timore, o per Tergo- 

l'fottt d} qoesto settimo cerchio, ove son gna di noi. 

pviii i TioleDti contro sé stessi e contro 99. d' etfe, di queste. 

'propri beni (vedi Inferno, canto XI, ZO. Intendi; Ti accorgerai che i tuoi 

^•tt-45); e seguiterai ad esservi mentre pensieri sono rani e mancanti, cioè ti ac- 

p fi>e1ie, camminerai per Tenire nel- corgerai che t' inganni, a credere che fra 

^iinl ia]>bione, nella rena infaocata quelle piante si nasconda gente. 

^' firoas terzo. SS. mi tchiante, mi rompi, mi smembri. 

^<S1. Però rigoarda bene, e cosi tu S4. di iangue bruno^ scuro pel sangue, 

^^rù cose, che acquisteranno fede al che ne spicciava. 

*^>^Ticcoolo.— Neir Bn9id0f lib. IH, rac- Vi. Perekk mi Borpi, perchè mi laceri f 

^^ Virgilio che sai corpo di Polidoro S7. ed or «m fatti tterpi, ed ora sia- 

^^ cresciate le vermene, le.quali, di- mo direnati tronchi di piante. — • Colui 

^^^ ds Enea, sanguinarono. Altri leg- che s' uccide, chiosa il Landino, pare 

raso: Cm eh$ torritn f^de al mio trreio- abbia perduto prima la parte rasionalo, 

"> ed ifttendono : cose che se te le di- la quale ci vieta che non cacciamo l'ani- 

CMii, SOS le eredereiti. ma dal corpo, il qual Dio ci ha dato in 



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116 dell' nmsBKo 

Ben do vrebb* esser la tua man più pia, 
Se stati fossìm' anime dì serpi. 

Come d'un tizzo verde, che arso sia 
Dall' un de' capi, che dall' altro geme, 
£ cigola per vento che va via ; 

Cosi di queUa scheggia usciva insieme 
Parole e sangue : ond' io lasciai la cima 
Cadere, e stetti come l'uom che teme. 

S'egli avesse potuto creder prima, 
Rispose '1 Savio mio, anima lesa. 
Ciò e' ha veduto pur con la mia rima, 

Non averehbe in te la man distesa; 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra, eh' a me stesso pesa. 

Ma digli chi tu fosti; si che, in vece 
D' alcuna ammenda, tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. 

E '1 tronco : Sì col dolce dir m' adeschi, 
Ch' i' non posso tacere ; e voi non gravi 
Perch' io un poco a ragionar m' inveschi. 

Pson colui, che tenni ambo le chiavi 

eoitodia, ma la rendiamo, quando è do- 
mandata, a chi la creò. Dopo ancora pare 
abbia perduto la tensitiTa, mediante la 
quale non solo 1' nomo, ma ogni tU ver* 
me, fugge la morte. Adunque non gli 
rimanendo se non la TegeUtiva, la quale 
è cosi nelle piante come negli uomini, è 
giusta cosa che (il suicida) si tramuti in 
pianta. E non pianta fruttifera, perchè 
tal morte non produce frutto nò di fama, 
come ai Decii e molti altri, né ancora 
di salute, come a innumerabil torba di 
martiri, ec. > 

40. Comi d* «• ii»*o «frdi, iottinteodi 
avvitai. 

41. gfmt, manda fuori umore. 

49. cigola, stride soffiando; parola imi- 
tativa del suono, che manda il legno 
verde posto sul fuoco. 

4S, 44. Coti di quella tehegoia^ da qnel 
ramo da me troncato : utciva Farole e 
tangut, per proprietà di lingua il singo- 
lare invece del plurale. 

46-49. anima da noi offesa, rispose 
il savio mio Virgilio, se egli, il mio com- 
pagno, avesse potuto dapprima creder 
vero quello, che avea veduto solamente 
descritto da'miei versi, non avrebbe stesa 
la mano contro di te. lima è dal greco 



40 



45 



50 



C5 



puAftòc : ed è accennato i\ meno del- 
l' esecuxione per la cosa eseguita. 

81. ovra, opera. 

«3-54. Ma digli chi tu fosti, cosicché, 
per ammenda, per compensaiione d«l 
male fatto, rinnuovi la tua fama su nel 
mondo, dove gli Uco, gli è lecito, gli ò 
permesso, tornare. 

58. «' adsfcAi, m* alletti. 

86. e 90i non gravi ec, ed a voi non 
sia grave e increscioso, che io m'at^ 
tacchi, mi trattenga un poco a ragio- 
nare. 

88. r ton colui. Pier delle Vigne, ca- 
puano, uomo di molto ingegno, e dotto 
giureconsulto, era cancelliere di Fede- 
rigo li imperatore e re di Sicilia e di 
Puglia, al quale fu caro per modo, che 
egli solo s' ebbe tutta la di lui conflden- 
sa. Va dagV invidiosi e malvagi corti- 
giani essendo poi accusato falsamente 
d* infedeltà, e di aver rivelati i segreti 
alla sua fede commessi, fu dal troppo 
credulo imperatore fatto accecare; la 
qual calamità non potendo egli soifrire, 
si uccise di por sé stesso, dando del capo 
nel muro. Di Pietro sono le lettere scritte 
in nome di Federigo; e abbiamo suoi 
versi italiani» citati anche da Dante. 



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CANTO BECIMOIKBZO. 117 

Dd cuor di Federigo, e che le volsi. 

Serrando e disserrando, si soavi ^^ 

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi. 

Fede portai al glorioso ufizio. 

Tanto, ch4o ne perdei le vene e i polsi. 
La meretrice, che mai dall* ospizio 

Di Cesare non torse gli occhi patti, ^ 

Morte eomnne, e delle corti vizio, 
Tnfi^mTìift contra me gli animi tutti, 

E gì' infiammati infiammar si Augusto, 

Che i lieti onor tornare in tristi lutti. 
L* animo mio, per disdegnoso gusto, <o 

Credendo col morir fuggir disdegno. 

Ingiusto fece me contra me giusto. 
Per le nuove radici d' osto legno 

Yi giuro, che giammai non ruppi fedo 

Al mio signor, che fu d' onor si degno. 7ó 

£ se di voi alcun nel mondo riede. 

Conforti la memoria mia, che giace 

Ancor del colpo che invidia le diede. 
Un poco attese ; e poi : Da eh' ei si tace, 

Disse il Poeta a me, non perder V ora ; 80 

Ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace. 

§ck§ le ««Iti.... ffl «oav<, le girai, 11. Credindo Mgir diidtgmo, erodeodo 

It Baacffgiai coti iMTemeDt«, eoo tanta soUranni a «piallo idegDO, ebe mi stra- 

iolcona; umaido, distoadaodo, dlfttr- liara, per Tedemi tacciato e ponito qoal 

r«fi4o, cioè ufremio, perioàdendo. Vuol traditore. 

dira iBaomma, che egli fa padrone del 79. Ingiutto ftee «m cernirà m$ gi%$to, 

cQort e della volontà di Federigo ; e lo fece me ingiiuto , nccidendomi , contro 

fa per modo che tolse qnaii ogni altro me innocente, 

dalla i«a conidenia. 75. Intendi : per questa mia nuova for- 

61. MJMTdef le««iiet«polf{,Talqoanto ma di essere. Giara come nom farebbe 

M f§rUi I» ¥iU, E Tool dire, che la gran per la propria vita, 

fede, ^' ei portava a Federigo, inflammò 78. d' onor si degne, perchè fa principe 

contro di Ini 1* in de' Gnelfl e l'invidia dei magnanimo, valoroso e potente. Nel Co«- 

cartlgiasl ; Io che fii poi eaosa della soa vivi; lo chiama l' oltimo imperatore de' 

■orto. Altri leggono le ioimo $ i peM; doè Romani, perchè tali non gli parevano né 

ti riposo por le vegliate notti e poi la vitn. Rodolfo, né Adolfo, né Alberto : e Arri- 

ei-SS. 1« «wrffricf, l' invidia cortigia- go VII non era ancora. 
D«tca, «erlf eenuMW e 4tUé torti vizio, 76-78. Cosi io desidero che alcnno di 
male Bttlvfrsalo, e vizio pid particolare Yoi, l' nno di voi, ritomi nel mondo, 
dello corti, eie «Mi ialV oipizio ài Cesar», com' io prego eh' esso ristori la mia me- 
la qsalo mai dal palaaio dell' Imperato- moria, che latterà giace depreisa pel 
re, ne» lerse §H eecAi ftH, non distac- colpo che le portò l' invidia. — È anche 
co gU oocfai losinghieri e sfacciati. questo an modo deprecativo simile a 

«8. IwfiMle, cioè Federigo II. quelli che abbiamo vedati nel canto X. 

69. fOmare, ai eambiarooo. - Vedi poro la rlspoala qai sotto. 

TO. per di sdi y ioso ^efe, per sodisla- 80. «oa perder 1* ero, cioè non perderò 

aioao del mio disdegno. il tempo e l'occasiono. 

6 
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118 DXLL^INIVRKO 

OndMo a Ini: Dimandai ta ancora 

Di quel che credi (^*a me satisfaccia; 

Gii' io non potrei ; tanta pietà m' accora. 
Però ricominciò : Se V uom ti faccia ^ 

Liberamente ciò che 1 tao dir prega. 

Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 
Di dime come V anima si lega 

In qnesti nocchi : e dinne, se ta paoi, 

S' alcuna mai da tal membra si spiega. ^ 

Allor soffiò lo tronca forte; e poi 

Si convertì quel vento in ootal voce : 

Brevemente sarà risposto a voL 
Quando si parte V anima feroce 

Dal corpo, ond'ella stessa 8*ò disvelta, M 

Minòs la manda alla settima foce. 
Cade in la selva, e non Tè parte scelta; 

Ma là dove fortuna la balestra. 

Quivi germoglia come gran di spelta. 
Surge in vermena, ed in pianta silvestra: ^^ 

L'Arpie, pascendo poi delle sue foglie, 

Fanno dolore, ed al dolor finestra. 
Come r altre verrem per nostre spo^e, 

Ma non però oh* alcuna sen rivesta ; 

Che non è giusto aver ciò eh* uom si toglie : ^^ 

' Qui le trascineremo ; e per la mesta 

Selva saranno i nostri corpi appesi. 

Ciascuno al prun dell' ombra sua molesta. 

85-88. Cosi io desidero, che I'uoido FortaBaUfc«flUylàdoTOilcaMUp»rte. 

eh* 4 naca, ti praiii libertnente, cod 99. eoiM gran di «jMfto, come un era- 

liberal Tolonià, quel «errigiOi di che neilodiipelta«Q«aeU4oiiaMrUdibia- 

l'hai col tuo parlare riehieito, eom* io da, il cui Mme, eh' è braso, mette Bolti 

ti prego, o apirito raoehioio io queato germofli. 

troseo, che ti piaccia ancora di direi loo. Naece giovano lUMtooUo, t poi 

come, 00. ^ Vedi qui sopra t. 76-78. si fa pianta silTostra. 

Virgilio risponde a Pier deUe Vigne per f oi. pesMada, cioè paaoettdMi : laciato 

nn egnal nodo deprecatiTo. Oom, dico T affisso. 

Virgilio, percbè parla di DanU ch'è tìto. 109. Bacano dolore, perchè la pianU è 

89. «eedU, per piante nodose. sensibile, e fanno ^Mflra, aperlara al 

90» ii «piefa* si discioglie, ai sprigiona, decoro, percbè da qaetle rottnre disfoga 

91. Allora 11 tronco soffiò fortemente, lo spirito coi lamenti il ano dolora. Vedi 

mandò nn forte sospiro, come chi s' no- pih sopra ai ?. 48, èè. 

cinge a narrare cosa doloroaa. 105. Come V «lire anime nel di del gk- 

96. «ito «ffflieia foc9, al Taroo del sol- disio onirersale. 
timo cerchio eh' è questo. iOS. 9i, a sé. 

97. «e* r è parte tc«{to, non V è aaan- i08. Ciascun corpo al prono, o troa- 
gnato alcun luogo. co apinoso, or* è rinchinan 1* animn saa 

98. ira le deve foriitna M., ma là dnvo che gli fu nolesla, odieoa. 



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CANTO DBCIMOTEBZO. 119 

Noi eravamo ancora al tronco attesi, 
Credendo ch'altro ne volesse dire; no 

Quando noi fdmmo d' un romor sorpresi, 

Similemente a colui, che venire 
Sente 1 porco e la caccia alla sua posta, 
Ch'ode le bestie, e le frasche stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa, ns 

Nudi e graffiati, fuggendo si forte, 
Che della selva rompieno ogni rosta. 

E quel dinanzi : Accorri, accorri, Morte ; 
E l'altro, a cui pareva tardar troppo, 
Gridava: Lano, si non furo accorte 120 

Le gambe tue alle giostre del Toppo. 
E poi che forse gli fallia la lena. 
Di sé e d'un cespuglio fece un groppo. 

Diretro a loro era la selva piena 
Di nere cagne, bramóse, e correnti, 123 

Come veltri, ch'uscisser di catena. 

In quel che s' appiattò miser li denti. 
E quel dilaceraro a brano a brano. 
Poi aen portar qudle membra dolenti. 

Presemi allor la mia Scorta per mana, I80 

E menommi al cespuglio, che piangea^ 
Per le rotture songuinenti, invano: 

f09. aff«fl, cioè inlentr. fra I nemlel ad incontrarvi la morte. 
f 13. il porco i la caccia, il cinghiale e il9. B P Altro, cioè Jacopo, a c«< pa- 
i caecialori coi cani ; alla ma poi to, al riva tardar troppo^ esser troppo tardo 
loofo OT* egli è appostato.' nel correre. — Jacopo Giacomo della 
ft4. $(orwlr$, far gran remore. Cappella di Sant'Andrea da Padova, ri- 
Ili. Rompevano ogni intralciamento di masto erede di maravigliosa rlcchezxa, 
rami di quella seira. ~ Questi che sono tutta la dissipò in breTÌi>simo tempo. Fra 
iasegviti lacerati da fiere cagne, sono le sue bestialità si racconta, che, per 
i sqjcjdi per iseialacquamento dei prò* vedere un grande e bel fuoco, facesse un 
priì beni. giorno ardere una sua villa. 

UH. «Mi Haaazù quegli cb' era In- iSl. olle olosfrt. Per modo burlevole 

fiaasi, cioè lano. Fu questi, dice il Doc- cbiama giottr* la tuffa della Pieve al 

raccioy ao giovane saaesei ricchissimo di Toppo, forse a dimostratlone del carat- 

patrioiontOf il quale in picciol tempo tere di Jacopo spensierato anco in meno 

CO8S8S6 tutto aio che aveva, e rimasa ai tormenti. 

poTerìssimo. Fu del numero di quei Sa- I3S, Ì9i. B polche g/l fallia la Iona, e 

cesi cbé nel ISSO andarono in aiuto de* poiehà gli veniva meno (a Jacopo) la 

FiorentiBÌ contro gli Aretini. Fornito il forsa per pib eorrere, fece db groppo di 

servigio, e tornaDdosene a Siena, caddero sé e d* no cespuglio, per nascondersi alle 

io uM agnato teso loro dagli Aretini cagne che lo inseguivano, 

pmao la Pieve al Toppo, ove molti ri- 4S5. ^rooiots, avide di sangue. Para- 

maaero «eeisi. Laoo, awegnaehè potesse gona te cagne ai veltri, perchè cagne 

ritrarsi a saivamanto, pare non sapendo non erano veramente, ma mostri iafer- 

Mpporlaf* di vivera in miieria, si gettò nali. 



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120 dbll' inferno 

Jacopo, dicea, da sani* Andrea, 

Che t^è giovato di me fare schermo? 

Che colpa ho io della tua vita rea? 185 

Quando 1 Maestro fu sovr* esso fermo, 

Disse: Chi fosti, che per tante punte 

Soffi col sangue doloroso sermo? 
E quegli a noi: anime, che giunte 

Siete a yeder lo strazio disonesto, ho 

G'ha le mie frondi si da me disgiunte, 
Raccoglietele al pie del tristo cesto. 

Io fui della città, che nel Battista 

Cangiò 1 primo padrone; ond'ei per questo 
Sempre con V arte sua la farà tiista. h^ 

E se non fosse che in sul passo d' Arno 

Rimane ancor di lui alcuna vista, 
Quei cittadin, che poi la rifondamo 

Sovra '1 cener, che d^ Attila rimase, 

Avrebber fatto lavorare indamo. 150 

Io fei gibetto a me delle mie case. 



133, i34. Jacopo da Sant'Andrea, 
dicea lo spirito racchioto in qoel rotlo 
eespaglio, che t* è gioTato far tua difeia 
di mot 

138. Mandi fbori insiom col sangue do- 
lorose parole. S§rmo, forma latina. 

140. to itratio iiionetto, lo strasio scon> 
ciò e lagrioievole. Cosi Virgilio: «traneaa 
inhonosto Tolnere nares. > 

ua. d«l frisfo etito, dell'infelice ce- 
spuglio. 

145145. Io fui della città di Firenze, 
che cangiò il primo suo protettore, ch'era 
Uarte, in san Giovan Battista ; ond' egli, 
Uarto. per essere stato dal suo tempio 
cacciato, renderà colla sua arte, cioè con 
la guerra, sempre desolata ed afflitta Fi- 
ronce. - Questi che parla, fu messer Roc- 
co de' Moni, il quale, consumate le sue 
molte riccheise, per fuggire gli stenU 
della porertà s' impiccò. Altri lo TOglio- 
iio messer Lotto degli Agli, che s* impic- 
cò per la povertà in cui s* era ridotto, 
e pel rimorso d' un* ingiusta 
eli* aiea dato per danari. 



Ì46-Ì90. E se non fosse che appiè del 
ponte (Vecchio) o?e si passa 1* Amo, ri- 
mane tuttora una qualche apparenza di 
lui, cioè una statua mutila di Marte, quei 
cittadini, che rifondarono Firenze sopra 
le rovine che rimasero dalla distrusiono 
di Attila, arrehbero fatto laTorare in- 
damo, poiché sarebbe nuoTamente perita. 
^ Correva allora nel popolo la voce che 
quella statua di Marte fosse per Firenze, 
come per Troia il Palladio. Che Attila poi 
fosse il distruttor di Firenze, non è vero; 
poiché egli non passò mai l'Appeonino: 
quegli che la straziò, benché aifatto non 
la distruggesse, fu Totila nelle guerre 
eh' ebbe a sostenere contro i generali di 
Giustiniano; ma gli antichi, nella penu- 
ria di libri storici, confusero spesso To- 
tila con Attila. La riedificazione inSne, 
meglio ampliamento di Firenze, aTren- 
ne quando Carlo Magno scese in Italia. 

i5l. Intendi: delle travi della mia casa 
feci forca a me stesso, tfiéfffe, dal fria- 
ceso $iM, significa fortm. Altri leggono 
§iubMto. 



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121 



CANTO DECIMOQUARTO. 

i Poeti nel Urzo ffirone, eh* è una campagna arenosa, ev cui piovono conti- 
■samente dilatate fiikldo di Aioeo; • itamoTi i violenti contro Dio, contro la natura 
e contro Varto. Fra i primi vedono Capaneo. Proieenondo a camminare snirorlo, 
tra la selva e T arena, riuigono a nn punto ov*è nn nnmicello eanruigno: e di que- 
sto e dogli altri fiaml infonuU descrive Vigilio U misteriosa origine. 

Poiché la carità del natio loco 

Mi sinnse, raonai le fronde sparte, 

E rondelle a colai chiara già fioco. 
Indi veninuno al fine, ove si parte 

Lo secondo giron dal terzo, ed ove ^ 

Si vede dì giustizia orribil arte. 
A ben manifestar le cose nuove 

r dico, che arrivammo ad una landa. 

Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 
La dolorosa selva le è ghirlanda io 

Intorno, come 1 fosso tristo ad essa: 

Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 
Lo spazzo era una rena arida e spessa, 

Non d' altra foggia fatta, che colei, 

Che dappiè di Caton fu già soppressa. i^ 

vendetta di Dio, quanto tu dèi 

Esser temuta da ciascun, che legge 

Ciò che fu manifesto agli occhi miei! 
D' anime nude vidi molte gregge, 

Che piangean tutte assai miseramente; so 

E parea posta lor diversa legge. 

1-8. Poiché r amore della patria (ch'io 13. Lo ipattOf il saolo, Tarea di quella 

tveva comune con quello spirito) m* in- landa. 

teMfl, ragonai le fronde sparte, e le 1-4, IS. Non dissimile da quella minuta 

rtsdei a colui (al cespuglio aoimato) , ed arida della Libia, che fu calcata (top- 

che dal tanto lamentarsi era gi& fioco, preisa) da* piedi di Catone, allorché gui- 

SparU, vedi canto precedente, v. 140-t43. dava le reliquie dell* esercito del già 

4. al /int, al termine della selva. estinto Pompeo. Vedi Lucano, lib. IX. Co- 

6. erriàii arte, spaventoso artifixio della M, intendi arena. I pronomi personali si 

glustiiìa divina — Nel terzo girono di trovano dagli antichi riferiti anche a cose, 

questo settimo cerchio, ove ora son giunti <6. ttndetttL, giustliia. 

S Poeti, stanno i violeoU contro Dio, la SI. E pareva che fossero loro imposte 

natarm e 1* arte. leggi diverse ; poiché alcuni giacevano 

a. laikla, é una pianura arenosa ed In- supini, e questi sono i violenti contro 

colla, dal gotico laiif. Dio; altri stavano seduti e in sé rannic- 

10, fi. le è géiflaiufo /«forilo, cioè 1t chlati, e sono i violenti contro I* arte; 

dreenda. Il fosso dei violenti gira in altri infine correvano continuamente, e 



la aelva ; quasta, r arena. questi sono i violenti contro la natura. 

ft. a randa, a randlo, rasente rasento In questo canto non si parla che dei già- 
■Uà rena, fira la Ml?a e la rena. centi supinamente: degli altri in tegnito. 

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122 DELL* IKFEBKO 

Supin giaceva in terra alctma gente, 

Alcuna si sedea tutta raccoltii, 

Ed altra andava continovamente. 
Qaella che giva intorno era più molta, 25 

£ qaella men, che giaceva al tormento; 

Ma più al duolo avea la linguii sciolta. 
Sovra tutto 1 sabbion, d' un cader lento, 

Piovean di fuoco dilatate falde, 

Come di neve in alpe senza vento. so 

Quali Alessandro, in quelle parti calde 

Dell'India, vide sovra lo suo stuolo 

Fiamme cadere infìno a terra salde; 
Perch' ei provvide a scalpitar lo suolo 

Con le sue schiere, perciocché 1 vapore 55 

Me' s' estingueva, mentre ch'era solo; 
Tale scendeva l' eternale ardore : 

Onde la rena s' accendea, com' esca 

Sotto '1 focile, a doppiar lo dolore. 
Sanza riposo mai era la tresca 40 

Delle misere mani, or quindi or quinci 

Iscotendo da sé l' arsura fì'esca. 
Io cominciai: Maestro, tu che vinci ' 

Tutte le cose, fuor che i dimon duri, 

Ch' all'entrar della porta incontro uscinci; <* 

Chi è quel grande, che non par che curi 

99. Supin, topino, sopinanante. Mca sotto la pietra focaia pereoua dal- 

35. tutta raccolta, lotta in tè Fannie- 1 ' aeciarino. 

ehiata. 40. truca e trescone, ora un ballo lostc 

96. m«i>, meno in nomerò, minore. e taltellante: qui è usalo motaforieaBoa* 

30. Come larghi fiocchi di neve sniral- te per celere movimento, 

pe, quando non tira vento. — Non tiran- 49. Vartura fretca, le falde di foo« 

do renio, i fiocchi non si sminuaaano. co roceuU, che Tìa Tia cadevano tu di 

31-36. Dicesi che Alessandro Uagoo loro, 

vide in India cadere falde di fuoco taid» 45. Cho atV entrar delta porfii, che tul 

infin/o a turra^ cioè che cadevano a terra limitare della porla di Dite <iieoii(re 

senta estinguersi, e che le facesse scal- ntcinei, oscinno. uscirono incontro a noi. 

pttort, cioò premere co' piedi da' suoi ~ Dicendo che Virgilio vince lotto fuor 

soldati, perocché il vapore meglio si spa- che i demoni! di Dite, voole il Poola aU 

gneva mentre eh' era solo, cioè prima logoricamente significare, che la scienca 

ohe eolio altre falde accese si congiun- umana non può vincere i dori ostinati 

gesso; ovvero prima che tene infuocatse increduli; ma a ciò fk d'uopo delln 

il terreno; ovvero si spegneva meglio di scienia teologica e della Fede, 

notte mentre eh' era solo, e non accom- 46. ^rand*, cioè 41 grande animo. Sta- 

pagnato daUo vampe del sole. Furli, qui yio, XI: MoQnanimue..,, Capantuf. Questi 

per contrade. è Gapaneo, nipote d'Adrasto, uno de'seUa 

34. ferck'ei provvide, il perchè, par la re che assediarono Tebe, per toglierla a 

qoal oosa ei provvide. fileocle e darla a Polinice. Per la sua 

98, 39. som* tota Sotto il fociU, flOino grande empietà fa da Giove folmioato. 

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OAHTO PICXXOQUABTO. 123 

L'inoondio, e giaco dispettoso e torto 

Sì, che la pioggia non par che 1 marturi? 
E qael medesmo, che si tae accorto 

Oi' io domandaya 1 mio Duca dì lui, ^ 

Gridò: Quale Tini vivo, tal son morto. 
Se Giove stanchi il suo fabbro, da coi 

Crocciato prese la folgore acuta, 

Onde r ultimo di percosso fai; 
£ s' egli stanchi gH altri, a mata a muta, ^ 

In Mongibello alla facina negra, 

Gridando: Baon Yalcano, aiata aiuta, 
Si eom*ei fece alla pugna di Flagra; 

E me saetti di tutta sua forza, 

N(xi ne potrebbe aver vendetta allegra. ^ 

Allora il Ihica mio parlò di forza 

Tanto, ch'io non l'avea si forte udito: 

Capaneo, in ciò che non s'ammorza 
La tua superbia, se' tu più punito: 

NuUo martirio, fuor che la tua rabbia, C5 

Sarebbe al tuo furor dolor compito. 
Poi si rivolse a me con miglior labbia, 

Dicendo: Quel fu l'un de' sette regi, 

Ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'egli abbia 
Dio in disdegno, e poco par che '1 pregi: 70 

Ha, com'io diasi lui, li suoi dispetti 

Sono al suo petto assai debiti fregi. 

41. ViMtmiitf ttoi U pioffgia dalle Mfai la paglia de' Giganti contro (ìlore. 
ittM.^ dtoftlteee e Ì9rtù, eoa aria al- SO. Nim m potnMe oc., poiché nella io- 

l«n a amàUmn larva, eoti ehe la piog- diafaiione della vittoria avrebbe il ramina- 

rù di fioco Mm pare che fé wmrimri, Id rico di vedermi aempre indomito ed altero, 
■tfterii. Altri iaveoi U matmri : ma la €1. d< /"erca, eioè con grande impeto e 

BB*^ Imioao ci paro ma da preferirsi, gagliardia. 

M. Cioè aopailM ed indomilo; • dopo- Oà. ti foriti Perchè mosso a sdegno dal- 

nn coBtempCor oi aqoi, • qnnt lo de- V empie parole di Capaneo. 
iBÌH Stuio. 65, 64. Capanno, per questo appunto 

tt- li tee fàièro, Vnleano. ehe la Ina superbia non si nmilia, ta sei 

<B. CntmUlù, adirato per le mie bo- pih punito, sentendo assai pib la pena ; 

rtanais. mentre per lo contrario « levine flt pa- 

Si rftmmmdì, sotlint, della mia vita- tientia qnidqoid corrtgere eet nefas. • 

n |K eiiri febbri, eioè i Ciclopi, • 61. eoa migHor loMto, eoa piò mito 

•»ii«Milft,% Ticenda, Tan dopo l'alCrol aspetto e pi6 miti parole. 

K. JMiièiUa o mnm, moale ignivomo 69. mèìut, assisero, assediarono, dal- 

MUsieiUt, dentro il quale finsero i poeti l'antico verbo atstferf o ossmImv. GH altri 

«aere la fucina di Vulcano, ove, insiem sei re, che aeeediaron Tebe, furono Adra- 

^' Ciclopi, fabbricava i falmiai. sto, Tideo, Ippomedonte, Anllarae, i^af^ 

^- Hsa, non a sifuifienre bontà» ma teoopoo e Polinice. 
**^ «alenMa. 18. it^H (ffi* canvenovoli omamenU : 

^ 'bffu. Tallo doUa Toisaglia, ovo dotto per iroma: dabite peno. 



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124 DELL^ unrsBNO 

Or mi vien dietro, e goarda che non metti 

Ancor li piedi nella rena arsiccia; 

Ma sempre al bosco gli ritieni stretti. 75 

Tacendo divenimmo là Ve spiccia 

Fuor della selva nn picco! fiomicello, 

Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 
Quale del Bulicame esce il ruscello, 

Che parton poi tra lor le peccatrici; 80 

Tal per la rena giù sen giva quello. 
Lo fondo suo ed ambo le pendici 

Fatt'eran pietra, e i margini da lato; 

Perch' io m* accorsi che 1 passo era licL 
Tra tutto V altro eh' io t* ho dimostrato, cs 

Posciachè noi entrammo per la porta. 

Lo cui sogliare a nessuno è negato, 
Cosa non fu dagli tuoi occhi scorta'' 

Notabile, com' è '1 presente rio. 

Che sopra sé tutte fiammelle ammorta. ^ 

Queste parole fur del Duca mio: 

Per eh' io 1 pregai, che mi largisse 1 pasto, 

Di cui largito m' aveva 1 disio. 
In mezzo 1 mar siede un paese guasto, 

Diss' egli allora, che s' appella Creta, ^5 

Sotto 1 cui rege fu già 1 mondo casto. 

76. divenimmo, Teoimmo , arriTammo, fra» pittn, erM diTeoUta pietra. ^ Qqo. 

tà *v§ tpiecia, Uddore sgorga. sto eflsUo «ra prodotto poro dalle aeqoa 

78. Lo coi colore rosso, saogaigno, an- del Bulicame di Viterbo, non ebe da altre, 
che adesso, rieordasdomene, mi fa rae- che haano Tlrtb pietrifloaate. 
capriccio. ~ Infatti orribile a Todere quel 84. liei, li ; come f nM, qui ; foH, là, ee. 
sangoè tra il fosco della seWa e il rosso M' accorsi che il passo era li, per eeserH 
del fooco e *1 gialliccio della ^eoa. pietra e boo resa liiAioeato. 

79. JlnKMoie cbiamaTasi an laghetto 87. Le ei|l ee^Ucrt, la evi eogKa; cioè 
d' acqua solforea bollente sitoato a doe lit porta dell* Inlsnio. ^ «sf Iteri, coma 
miglia da Viterbo. Da esso usciTa «n tillan, ceekltare, eMeterv, ec. 
roscello che dopo an certo tratto forma- 90. «ewierto, aamona, spegne. 

Ta un bagno medicinale, oto molti con- 99, 93. Il perchè, per la qaal eoe» io 

correrano per cnrarsi, e poi eontinoaodo lo pregai che mi desse la spiegasiono di 

il suo corso passaTa per nn Inogo oto qoel fraomeoo, di cai m* avea eoa quel 

sUTano Is ffcealrici, le donne pobbliche. suo conno fatto Tonire il desiderio. pib 

Bmlictmi si dicono in Toscana alcani la- brevemente: che mi desse qnol dbo di 

ghetti d*acqia minorale che bollo, levan- coi mi arava fatto venir voglia, 

do an forno che par da lontano ona nn- 9«. I» «eeco 'I mar. Dante pone Creta 

vola bianca. <n meuo del mare, conformandosi a qoel 

80. Cht parto!» pel fra lor, le cni aeqno di Virgilio, JBm. IH : • CraU lovis magni 
si dividon poi lira loro, da servirsene in medio jacet insnia ponto. » — fMtle, gna- 
proprio uo. *^^f rovinato. 

8S, 85. Le /onde «M ed Mèo le pradid, 96. Sotte il coi re Satono fi gii, aa- 
ed ambedoo le ripe, e i «orfial da telo, Ucameote, il mondo podice. Cori Giovo. 
9 gli argini, o le sponde, laterali, fmtu naie: « Credo podieitiam SatarM ngt 



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CAirrO DKCIMOQUABTO. 

Una montagna y' è, che già fu lieta 
D'acqne e di fronde, che sì chiamò Ida; 
Ora è diserta, come cosa vieta. 

Rea la scelse già per cuna fida 
Del suo figliuolo; e, per celarlo meglio, 
Quando piangea, vi facea far le grida. 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 
Che tien volte le spalle invèr Damiata, 
E Boma guarda tà come suo speglio. 

La sua testa è di fin' oro formata, 
E puro argento son le braccia e 1 petto,* 
Poi è di rame infino alla forcata: 

Da indi ingìuso è tutto ferro eletto. 
Salvo che 1 destro piede è terra cotta: 
E sta 'n su quel, più che *n su V altro, eretto. 

Ciascuna parte, fuor che l' oro, è rotta 
D'una fessura,#che lacrime goccia. 



125 



100 



106 



110 



monxim In torrit. » — C*$iù può anche 
prfod«rsi per rttto, inmoctnU, ••Uo di 
ctfipt, coBM UlToIU presso i Latini. 

iOO. iM, ehiamata anche Bereeiotia» 
Cib«le, Opi« ecr daU in moglie 4 Salar- 
DO, gli partorì GIotc, Gionone, Nettnno 
e Platone. E perchè il marito si dirora- 
tx ì Igliaoii che di lei aaseerano, fece 
natrìr GioTe tegretamente nel monte Ida, 
dora, affinchè non si sentissero i Tagitl del 
baaMne, faeea fare ai Cnreti grande stre- 
pito, e «andare alte roci, come d* alle- 
frtua e di festa. Satnmo che dlrora ì 
propri figli simboleggia il tempo, che 
corrompo e distrugge tolto ciò che da 
tiso medesimo si genera e si predace. 

105. •• gre» eigUe. Questo gran toc- 
chio è fignra dell' Impero, della monar- 
chia, e r Immagine è presa dal colosso 
vtéato te sogno da FTabaceodonosor. Nel* 
Vero, mìV argento, nel rame, nel ferro, 
• isUa ereta son fignrate le farle forme 
di goeeno. ffell' oro, il migliore di lotti 
i Bctalll, è flgnrata la monarchia impe- 
riale, la miglior forma (secondo Dante) 
d' ogni politleo reggimento, e la sola ca* 
pece il eoBeerrar nella ginstisia e nella 
felidtà 1' nmana generazione; neir ar- 
gento 4 eignlfloato il governo regio; nel 
rame V ariatoeratico ; nel ferro la tiran- 
nide ; neir argilla la democrasia. Qnesto 
oeloeso lo pone te Crete (Candla), per* 
che te te Crete il regno pih antico, che 
foco lèltei gU «amtei.Tlen Tolte te spalle 



a DandaU, città dell* Egitto, perchè in 
Egitto e neir oriente furono già gli anti- 
chi Imperi degli Egliiani, degli Assiri, 
de* l*ersianl, ec. ; guarda Roma si come 
suo specchio, perchè in Roma e in oc- 
cidente si trasferì, e si mantien tuttora 
di diritto r impero del mondo, la mo- 
narchia nniTCrsale. (La sede dell'impero 
latino è sempre 1* Italia e Roma, secondo 
Dante ; non la STevia. la BaTiera o TAn- 
stria.) Da tutti i metelli di quel colosso, 
fuor che dall' oro, dice che gocciano la» 
grimo, le quali discendeodo nel profondo 
della terra formano i fiumi infernali; a 
dimostrare, che da tatti i civili reggi- 
menti, fuor che dalla monarchia impe- 
rlate, derivano mali e miserie, che fenno 
air amanita versar dblte lagrime in que- 
sta vita e nell* altra. 

In qnesto colossale vecchio altri cre- 
dono esser figurato il Tempo ; ha volte 
le si>atle al passato, figurato in Damiate 
neir oriento; riguarda il fbtoro, figu- 
rato te Roma o in occidente. Ne'metelli, 
onde si compone la stotoa, son figurato 
le varie età del mondo, 1* età dell* oro, 
r età dell* argento, ec. Ciascuna parto, 
teori che 1* oro, goccia lacrime, perchè 
ogni età, tranne quella dell' oro. fu con- 
tamteato dai viti, 
lofi. •P'fflie, specchio ; veglie, veechid". 
108. te/tue alta foreete, infine al pun- 
to ove termina il husto e eomioeian le 



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196 DXLL^INVXBNO 

Le quali acoolte foran quella grotta. 
Lor corso in questa valle si diroccia: 1I5 

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; 

Poi sen van giù per questa stretta doccia 
Infin là, dove più non si dìsmonta: 

Fanno Oocito; e qual sia quello stagno, 

Tu 1 vedarai; però qui non si conta. 120 

Ed io a lui: Se 1 presente rigagno 

Si d^va cosi dal nostro mondo, 

Perchè ci appar pure a questo vivagno? 
Ed egli a me : Tu sai che '1 luogo è tondo, 

E tutto che tu sii venuto molto 1^ 

Pure a sinistra giù calando al fondo. 
Non se' ancor per tutto 1 cerchio v61to; 

Perchò, se cosa n'apparisce nuova, 

Non dee addur maraviglia al tuo volto. 
Ed io allor: Maestro, ove si trova i3o 

Flegetonte e Lete, che dell' un taci, 

E r altro di', che si fa d'està piova? 
In tutte tue question certo mi piaci. 

Rispose; ma '1 boUor dell'acqua rossa 

Dovea ben solver l' una che tu facL iss 

Lete vedrai, ma fuor di questa fossa, 

Là dove vanno l' anime a lavarsi, 

114. fiMtte grotia, cioè àtH monte Ida. ciò son potrà «ver girau tutu la eir- 

i 15. ti diroccia, teaode di roccia ia confarcoxa se non quando sarà perreonto 

roccia, di rupe in rape. all'altimo cerchio, cbe è il decimo. (Dico 

il7. doccia, canale, condotto. decimo, sebbene aia detto nono, perchò - 

ilS. imfi» làf iafioo al fondo dell' In- Va computato eziandio l' aaticerchio de' 

forno, OMia al centro della terra, ove piU Tigliacchi). 

•OH $i dimo9kta, cioè oto pid non si di- 199. Non dee produrre sol tao volto la 

scende, ma, proseguendo ad andare, si maravigUa. 

comincia invece a salire. 130-188. Oto si trorano Flegetonte e 

119. 190. Permana pure lo stagno di Lete? poiché dell' ono, cioè di Le be, non 

Goctto; e qoale esso sia, tu lo vedrai di Cai parola, e dell' altro, cioè di Flege 

per te ; però qui da me non si racconta, tonte, tu dici che si forma di questa 

eccito è voce greca, che significa pianto, pioggia di lagrime del vecchio. 

191. rifogfto, rigagnolo, piccolo rivo. IS5. f «cslio», domande. 

133. Frehk ci apfwr, perchè ci compa- 134, i3St. Ma sapendo tu che Flegetonte 

risce, ]N»f«, soltanto, « ftMto «iva^ao? vuol dire ardcato (dal greco 9Uru, ar- 

in quest'Iorio, in questa estremità (del dare}, il bollore dell' acqua sanguigna, 

settimo cerchio), e non altrove? che poc'anai hai vedato, doveva bene 

lSU-197. Tu sai che questo luogo è sciogliere V una delie quesLioqt che mi 

tondo; e sebbene, calando verso il fondo fai; poiché doveva farti accorto che es^a 

di fsso, tu abbia mollo proceduto sempre è il Flegetonte* 

m mano sinistra, nondimeno non hai an- 136-138. Tu vedrai Lete, ma fuori di 

c<«ra girato per tutta la circonferenta. — • questa fossa, di questa caverna infernale; 

Finge il Poeta che di ogni cerchio ne e lo vedrai U, nel Turgatorio, ove le 

percorra soltanto la decima parte: per- anime, prima di salire al cielo, vanno a 



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CANTO BlODfO^'UDiTO. 

Quando la colpa pentnta è xìmoMa. 

Poi disse: Ornai è tempo di scottarsi 
Dui bosco: fist'che dketro a me vegne: 
Li margini ÙJi via, che non son arsi, 

£ sopra loro ogni vapor si spegne. 



127 



HO 



liTini, quando la colpa loro è •eancaU 
bu dal peoliaMDlo. — lì Leto, cho sifoi- 
fia •Mù, Boo paò ossere nell* Inrerno, 
iojt la Bonoria dei peccati conBOtsi è 
no dei Bagfiori suppliai dei dannati. -^ 
fntmU, peotita, porgala per penitenxa, 
é participio dall' antiquato penferc. 



140. /la' chi dir$tr$ a «e «epae» fa' in 
nodo di Tcoiro dietro n ne. 

IM, Ì43. Le sponde, che non con arce co- 
me la rena, ci preieotano una comoda tira- 
da ; e aopra di eeae ogni T$mpa di fuoco ri- 
mane speata dall' umido fumo, che s' ioal- 
aa dal bollcule fiumicello. Vedi sopra t. 90. 



CANTO DECIMOQUINTO. 

fnttàaié i Poeti ani margine della piaanin areaeaa ineoninao una eebiera di tìo- 
kati eeatio natara. Brunetto Latini, eh* è uno di eaai, riconocciuto il discepolo, gli 
Tolgt la parola, e lo pre^ a Toler camminargli d* appresso sì che un poco ragionino 
ì mì wm. è parlano di Firenze e delle srontire a Dante riserhate. Poi Brunetto si 
figgs par raggiungere la sua schiera. ^ 

Ora cen porta Tnn de' dori margini; 
E '1 fommo del niscel di sopra aduggia 
Si, che dal fuoco salva l' acqua e gli argini. ' 

Quale i Fiamminghi tra Gkizzante e Bruggia, 

Temendo '1 fiotto, che invèr lor s' avventa, ^ 

Fanno lo schermo, perchè 1 mar si fuggia; 

E quale i Padovan lungo la Brenta, 
Per difender lor ville e lor castelli, 
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 

A tale imagine eran fatti quelH : 
Tuttoché né si alti, né si grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro féUL 

t.Oneem porta ec. Ecco che noi camml- 
i:aao sopra V un de' margini. —duri, por- 
cile pietrificati. Vedi canto XIV, ?. 8J, 83. 

9, 3. E il dento fumo del ruscello U 
Ul ombra al di sopra, che salra dalle 
CuBiae cadenti, poiché le spenge, l'acqua 
t gli argini. 

4. ^ttauU § Bruggia, o Bmtfst, dne 
ciiU di Fian'drn, dlslaati Tona dall'altra 
Cisqoe leghe. 

5, 6. Temendo il flotto, la marea, che 
coB Impeto tien loro addosso, fanno 1 ri- 
pari e le dighe, affinchè il mare si fugga, si 
ritiri.— fngg^a, è il lOggiaotÌTO di/iap^sn. 

8. titU, citU. 



10 



9. Innansi che la montagna di Ghia- 
renUna senta il caldo di primavera. — 
Chiarentana è quella parte delle Alpi, 
ore ha la sorgente il fiume Brenta, che 
traversa il territorio di Padova. Le nevi 
che per lo più vi stanno altissime, di- 
sciogliendosi alla primavera, fanno ol- 
tremodo ingrossare il detto fiume, sicché 
unta gli ar^al, dice l'Anonimo, ofen- 
4*r$bb§ gwui masso il conlade. 

10. f «ellf, cioè quegli argini d* Inferno. 

11. 13. Sebbene il maestro ingegnere, 
chiunque egli si fosse, non li fs si alti, 
né si grossi come queUi dei Fiamminghi 
de'Padorani. InferoOi canto XX^, v. etf. 



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128 DKLL^nrrsBKo 

Già erayam dalla selva rimossi 

Tanto, ch'io non avrei visto dov'era. 

Per ch'io indietro rivolto mi fossi, i5 

Quando incontrammo d' anime una schiera, 

Che venia lungo l'argine; e ciascuna 

Ci riguardava, come suol da sera 
Ghiardar l'un l'altro sotto nuova luna: 

E tà vèr noi aguzzavan le ciglia, 20 

Come vecchio sartor fa nella cruna. 
Cosi adocchiato da cotal famiglia, 

Fui conosciuto da un, che mi prese 

Per lo lembo, e gridò: Qual meraviglia! 
Ed io, quando 1 suo braccio a me distese, 25 

Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto 

Sì, che '1 viso abbruciato non difese 
La conoscenza sua al mio intelletto; 

E chinando la mia aUa sua faccia 

Risposi: Siete voi qui, ser Brunetto? 20 

E quegli: figliuol mio, non ti dispiaccia 

Se Brunetto Latini un poco teco 

Ritoma in dietro, e lascia andar la traccia. 
* Io dissi lui: Quanto posso ven preco: 

E se volete che con voi m'asseggìa, ^ 

Farol, se piace a costui; chò vo seco. 
Oh figliuol, disse, qual di questa greggia 

S' arresta punto, giace poi cent' anni 

i4. i9v* «r«t do?e la detu soIt» «ra. per qualche tempo a maestro. Era notaio 

18. f$rek' to, perqoaaloebè io. della Hepubblica, e di parte guelfa ; però 

i9. Mdo nuova I«m, do' primi giorni dopo )a disfatta di Mootaperti esalò a 

della Laoa, quando nos manda che una Parigi, oto compose in Hogna francMo 

scarsa loee. nn libro chiamato « T$ioro: in Firante 

91. fu Mila erwM.qnando vnole infilar ne area già composto vn altro in lingua 

r ago. toscana, intitolalo il TMortflto.Qoel laido 

S. ia eoiat fornitila, da cotale schiera, libro, che si chiama Fatafo, e che alcuni 

perchè quei peccatori son dlrisi in tante attribuirono al Latini, non è affatto dì 

schiere, come si dirà pifa sotto. 1ui,'poichè è una scrittura del secolo XV. 

S4. Per lo (Mito, per I* estremità della Nacque Terso il 1990, e mori nel 1994 in 

teste, perchè lo spirito era glh nella rena, Firense, or* era tornato dopo che i Uaelfi 

e Dante era snll* argine. — ««al eiarael- nnoTameute prevalsero. 

^Ito è per me eh* io ti Tcgga qui? S3. te trattia, cioè la eomltÌTa degli 

96. cerio, riarso dalle fiamme cadenti, altri, che andarano in fila. 

97, 98. non éif$99 te eonotetiiM al mio 84. prteo, secondo il latino precor, che 
inUlMto, Tale a dire, non m* impedì di poi si fece prffo. 

riconoscerlo. Ùiftné9r$, in questo senso 88. m* auiggia, m* assida, e figurala* 

fu osato nel trecento : ora è rimasto al mente mi soffermi. 

Francesi. 81, 8». qual di qunta 9r«ff<<* chiunque 

80. $9r fmatlto lalfnl, fiorentino, fu di questa compagnia, S'arrtita jnmiIo, li 

«omo di BOlta lelenxa, e Dante lo ebbe aofferma alcun poco. 



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0A2rro DEOIMOQUINTO. 

Senz'arrostarsi, quando 1 fdoco il feggia. 

Però va' oltre ; i' ti verrò a* panni, 
E poi rìgimigerò la mia masnada, 
Che va piangendo i suoi etemi dannL 

Io non osava scender della strada, 
Per andar i>ar di lui; ma *1 capo chino 
Tenea, com' uom ch^ riverente vada. 

£i cominciò: Qnal fortuna o destino 
Anzi l'ultimo di quaggiù ti mena? 
£ chi è quel che ti mostrai cammino? 

Lassù di sopra in la vita serena, 
Rispos' io lui, mi smarrii 'n una valle, 
Avanti che V età mia fosse piena. 

Pur ier mattina le volfii le spalle: 
Questi m'apparve, tomand'io in quella; 
E riducemi a ca'per questo calle. 

Ed egli a me: Se tu segui tua stella, 
Non puoi fallire a gloifoso porto, 
Se ben m'accorsi nella vita bella: 

E s' io non fossi si per tempo morto, 
Veggendo '1 cielo a te cosi benigno, 
Dato t' avrei all' opera conforto. 

39. Sms'crrMtarii, sesia sTOstoIarsi, 
wDu potarti sranfolare, f«Mifi4«'l fuoco 
« ftsm» fuodo il fuoco lo feriMa, gli 
Qiz addMM. Af fio è il preMBta tu- 
biouiiTo di fvffr*. 

*o. ti oorrè •' fmnni, tt Torrò rasrate 
alle retti, perchè pib basso. Si ricordi 
ci6 eh' k dotto alla soia del t. f 4. 

41. ri^flfffè, raffioogerò. te mia «•• 
M«U, la aia oonpagnia. Son qaosli i 
mkSobìU. — ypriMidfl ha oggi cattif o san- 
M, aa BOB fo oosl nel secolo XIY. 

M. yv di M, a coppia eoa lai. 

so. '• M» Mite, nella selvosa falle, 
il cai vsdi il eaBlo I. 

M. AvmU th§ r <M «le /)WM piSMi 
"uti che fosse conpito V anaoSSdi mia 
^u. -^ n eol«o della vita amaoa, dice 
L'ute Bel Cowtiwio essere ranno trotta* 
cioqvMiao, Qoando egli si troT6 smar- 
nto Bslla selva, ^e fn il S4 Marzo i300, 
f li aaacav BM ^«asi éw Bosi a compier 
queir sano. 

SL fnritr «lelliao» solanunte ier mat* 
iiD«, osa prina d* ier manina, l# vetoi 
<« folk, le voltai le spalle, per salire 



129 



40 



60 



65 



SS. 9hìU CYirgiUo) m* ep; ares, Isr- 



ie <« fiMite, mentre io, respinto 
dalie fiere, tornava in qoeUa. ippsree 
indica ohe gli è «n morto: e cosi Dante 
in qualche modo risponde alla domanda : 
ohi è f nftfi? 

84. E rieondocemi a casa per qaesta via. 
Al' è sincope dì enee, come eo' di eapo, e 
me* di flwde. Vive sempre In Toscana e 
altrove. Quanto al senso allegorico di 
qneste frasi, vedi il canto I, 

55. fi» (a tf^ai tita stolte, se ta segai 
le indinationi che avesti da natura per 
inilasso di beoigna sUtla. — Ciò è detto 
secondo le opinioni astrologiche allora 
professaU. La costellatione dei Gemi- 
ni, sotto la qaale nacqae Dante, è se- 
gno, dice l'Anonimo, di serilfara • di 

SdMfO. 

56. Ifon paci fallirò a f lerfese perle, 
non paoi mancare di giangere a glorioso 
Une, a conseguire oaorania e fama. 

87. So Hn m' eecersl» se io ben previdi, 
nolta «<fa bollat quando io era sa nel 
mondo, e foci il tao oroscopo, eolia : al 
V. 49 ha detto la «ita ooroaa* 

SS. psf fnape. Non rispetto a sé, ma 
rispstto a Dante, del quale nvrehbe via« 
luto poter compire 1* edncaiione. 



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130 DBLL^IHFBBKO 

Ma qaeQ' ingrato popolo maligno, 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno, 

Ti si farà, per tao ben far, nimico. 
Ed è ragion; chò tra gH lazzi sorbi 
Si disconvien frattar lo dolce fico. 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; 
Gente avara, invic^Tosa e superba: 
Da* lor eostmni fa* che tu ti forbii 

La tua fortnn» tanto onor ti serba. 
Che r una parte e V altra avranno fame 
Di te; ma lungi fia dal becco V erba. 

Faccian le bestie fieeolane strame 
Di lor medesme, e non tocchin la pianta, 
S* alcuna surge ancor nel lor letame, 

In cui riviva la sementa santa 
Di quei Boman, che vi rimaser, quando 
Fu fatto 1 nido di malizia tanta. 

Se fosse pieno tutto 'i mio dimando. 
Risposi lui, voi non sareste ancora 
Dell'umana natura posto in bando: 

69. FittoU, ADlica città etraiea, posta 
•opra «a colle a tre MrtgHa 4ft PirMta. 
Da «Ma traaaa origine 11 popolo fiorentiao. 

sa. B ffMf aiieer, e ritiene, naatfeno 
Uittor»,^! montt • M «loeifiio^deiraapro 
a del darò, a somigliansa del saieo,of'eb- 
b« l»orfglp«. 

ss; 66. Ed * Im rsgienetolt; polcM 
fra fU aspri forbi ttoa è «onreniooto eh* 
frattilehi il dolce fico. Vaol dire ohe 
air nomo TìrtaoM non coBTieno far di* 
nera tra genie maWegia. 

61. Oleoso aleont cbe i FiorettClal eb- 
bero il nonw di cleehi (erM), allorquando 
•coBsigHataiMBte accettarono dai Pisani 
doo eoloaae di porfido, guastate dal Aio- 
co, e coperte di scarlatto peréhè*non si 
▼Odesse tt giasto ; ma è «ruesta una fa- 
▼ola. I Fiorentini faron delti ciechi, per- 
chè si lasciarono malaasente ingannare 
daTelRa. «IPioreiitim malaf^edoH (dico 
il Villaal, libre II, eap. I), e però Airone 
sempre in ptoferbio chiamati ciechi, cre- 
dettero fttle ftilse lusinghe e ▼ano pro- 
ttissIOBi' di TeHIo, apereosfli le porte, 
o misoolo nella citte. • 

68. 8i ricordi ciò ohe altrote (Infenio, 
OMU Yl^m. IH)' disth Ciacco dei Fi«^ 
renti&i. 



ti 



69. fa* chi r» ti forbì» fa* che tn ti (ot 
bisca, procura di andarne iMCt»* 

11. r «M porle • r aMW, 1» bianca e 
la nera, aormiie /taf ài i», avmnBo hn- 
ma, desiderio di te, cioè di poseederU; 
ma inrano, perchè V erba aàrà langi dal 
becco, cioò il loro desiderio aon mtleri 
sodisfatto. Vedi Paradieo, eantd XVII, 
▼. 69. 

1S-18. U h99U9 iUuUm, i noreafìBi 
discesi da Fiesole, feeeieno sImom d( Hr 
Msdeteie, si maneggino e si goTortiiee frs 
di loro, e no» tocekim lo pitfi»«c, e la- 
scino stare la pianta, cioè qnelH Himigli^ 
(so poro alottna ne sorgo noHa costoro 
sordidessa), in cni ririfa la santa eemean 
di qvei Romani, che lì rinaseve «d abi- 
tare, quando 1^ fktto il nido éi uaU su- 
liaia, cioè qoando Firerne te ediicau. 
--B1 dice ohe Ftrence Ibiao edliealad» 
nna colonia di RoinaBi. ed «ereeeiou 
poi dai Fiesolani, e Danto tenevasi di- 
scendente da ava famiglia fOiMina, cM 
i suoi biografi dicono essere slata qeel^* 
de*FrangipanÌ. — S<fW««, chiamasi l'erha 
la pih Tilo, di che ei tk letto alle beifie, 
• che poi diventa eooelme. 

19-81. Se fossero esaudite totltlevi* 
preghiere, se fonerò adempiti tulli i ori*' 



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OAKTO DECIHOPBtlffO. 131 

Che in 1a mente m^ è fitta, ed or m* accnora 

La cara e buona imagine patema 

Di Toi, quando nel mondo ad ora ad ora 
M* insegnaTate come l' nom «' etema : ss 

E qaantMo Pabbo in grado, mentr'io vivo 

Convien che nella mia lingua si scerna. 
Ciò che narrate di mio corso scrìvo, 

£ serbolo a cbiosar con altro testo 

A donna, che 1 saprà, s' a lei arrivo. ^ 

Tanto vogVio cbe vi sia manifesto, 

Pw che mia coscienza non nd garra. 

Ch'alia Fortuna, come vuoF, son presto. 
Non è nuova agli orecchi miei tale arra: 

Però giri Fortuna la sua ruota, ^ 

Come le piace, e 1 villan la sua marra. 
Lo mio Maestro allora in su la gota 

Destra si volse indietro, e riguardommi; 

Pei disse: Bene ascolta, chi la nota. 
Né per tanto di men parlando vommi ^^ 

Con se? Brunetto, e dimando chi sono 

Li suoi compagni più noti e più sommi. 
Ed egli a me : Saper d* alcuno è buono ; 

Degli altri fia laudabile il tacerei, 

Che 1 tempo saria corto a tanto suono. 103 

In somma sappi che tutti fur ohercit 

▼oU, mi MM MretU Aiieora morto. Qne- -^garrù, garrhca, dall* aniiqaalo gàrrir$ 

su dichianarat d' aT«rgli pregato più ioTece di garrin, sgridare, rimproToraré. 

laog» vita, Begoita a quel ebe gli ha 9A. arra propriamente significa capar- 

detto il Latlef al t. SS. — riMfoti M, cioè ra; qui doTe Intendersi dgaratamente per 

a isi. frtdiaiont, essendo la preditione caparra 

81. AC or «l'Meiiom, ed or m* addolora, del fotoro. 

Tcdos4o eotl Itti eooda la tostra cara 9S, 96. Modo proverbiate cbe significa: 

e booa» fasagiM patema. Faccia ognàno il suo offtcio, faccia ognu- 

SS. r oCema ptr l' ingegno. no a sqo senno, e ne anenga poi quel 

ftf, rr. & qBaato io 1* bo in grado, cbe Iddio mole. 

qunio nd è grato, questo tostro inse- 96. gota Dutra, perebè TirgiHo eam- 

guacDlo, è doToro ebe si conosca dal minava alla sinfstra di Dante, preceden- 

miò farìaro, lodandomi di voi fincb' i« dolo d' alean poco : ed è perciò cbe t( 

Tiro. -— «M», aggio, ho, dai lat. Aateo. «olg« liid<«lre per parlargli. 

SS-90. Ciò the mi avete predetto in- 99. Bimtateoltacki te «eia. Tale a dire, 

tomo al eorso della mia vita, lo scrivo, utilmente ascolta colai che ben nota la 

io imprimo nella mia mente, e Io serbo aentensa de* savi, 

con altro letto, cioè eoli* altra prediùo- 400. B nondimeno, non mi rimango di 

ne fattMsl da Farinata, por farmelo spio- parlare eoo se^ Brunetto. Né le tristo 

gare n Beatrice ee. predixioni del Latini, né l'intorrompi- 

91-9B. <^ieelo soltanto Toglio che voi mento di Virgilio, lo distolgono dal pro- 

sap^alo, che io sono pronto a ciò che seguire nelle domande, 

la Fortnnn vnol fhre di me, pnrcbft la lOS. a tonfo sneiio, a cosi Inngo parlare, 

aiin MfciMia aoa mi riprenda di nulla. i06. c*«rc<, eherid. Qui non vuol diro 



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132 dell'inverno 

£S letterati grandi e di gran fasaa^ 

D' un medesmo peccato al mondo lerci. 
Priscian sen ya con quella torba grama, 

E Francesco d'Accorso; e ancor vedervi, no 

S* avessi avuto di tal tigna brama, 
Colui potei, che dal Servo de' servi 

Fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione, 

Ove lasciò li mal protesi nervi. 
Di più direi; ma '1 venire e '1 sermone ii5 

Più lungo esser non può, però eh' io veggio 

Là surger nuovo fummo dal sabbione. 
Grente vien con la quale esser non deggio: 

Sieti raccomandato il mio Tesoro, 

Nel quale i'vivo ancora; e più non chieggio. i>o 
Poi si rivolse, e parve di coloro 

Che corrono a Verona 1 drappo verde 

Per la campagna; e parve di costoro 
Quegli che vince, e non colui ohe perde. 



eecIesiasUei ; mt come gli antichi eliia- 
marono laici gli nonioi ignoranti, coti 
chiamarono eUHH gli uomini dotti. Gio- 
ranni Villani chiama m«<6 ektricù Pier 
delle Vigne. 

107. Utttrati: in questa parola si mb- 
prenderano anco gli sciensiati. 

i08. Urei, lordi, imbrattati. 

109. Priteitfo di Cesarea, grammatico 
latino celebre, che fiori nel sesto secolo. 
— tfraeiA, misera, infelice. 

110 Francisco à^ Accorto, fiorentino, 
giarecoDSulto Talento, figlio del celebre 
Accursio, tenne caltedra in Bologna, e 
mori nel 1299. 

111-114. i; tt tn avetti avuto brama éi 
tal tignar e se tu avessi avuto desiderio 
di conoscere tali laide persone, poteri 
ancora redenri colui (Andrea de* Mossi, 
vescovo di Firense), che dal pontefice 
[Scrout tcrvoram Dei) fu dal vescovado 
di Firense (città per dove passa TAmo) 
trasferito al Tescovado di Vicenza (città 



per dove passa il Bacchiglione), ore la- 
sciò eolla vita i nerri peccamiiiofaBanta 
protesi. 

117. nuovo fummo, per la rena mossa 
dalle scalpitar di nuova gente. 

119. Il mio Tctoro, il mio libro intito- 
lato il Tesoro, nel quale io rivo ancora, 
per fama, fe questo una specie d'enciclo- 
pedìa, in cui il suo autori volle racco- 
gliere tutto lo scibile dei suoi tempi. È 
scritto, come dissi pih sopra, io francese, 
e ne abbiamo a stampa una tradoiione 
italiana, latta per Bono Giamboni. 

131. ti rivolte. Parlando guardava al 
PoeU. Ora si volge per raggioogere la 
sua schiera ; non si rivolge già indietro. 

123-194. Nella campagna di Verona, la 
prima domenica di Quaresima si oorreva 
da uomini a piedi il pallio di drappo 
verde.— Dante qui dice che ser Brunetto 
correva si forte, che di costoro, cioè di 
quei corridori, pareva noa già quegli ohe 
perdo, ma quegli che vince. 



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183 



CANTO DECIMOSESTO. 



TióQo s qiifil pvato albi tento ad idtimo glroiiA del settimo Corcbio, donde Flegetonto 
»i prMìpita neU* oUsto, incontn Dente «a* eltn eehier» di Tiolenti contro natnn ; 
tre de' quali gli fi fenno dappreeao. Bd egli ii trattiene un poco con esei a parlare 
dello stato di Firenxe. Poi gfnnge alla cateratta del fiume, OT*egli, dopo nn cenno 
di TirgUio, Tede Tealr aa, notando per V aria, vna atrana e spaTentoea flgvra. 

Già era in loco, oto s* ndia 1 rimbombo 
Dell' acqua, che cadea nell' altro giro, 
Simile a quel, che l'amie fanno, rombo; 

Quando tre ombre insieme si partirò, 
Correndo, d' una torma, che passava ^ 

Sotto la pioggia dell' aspro martiro. 

Yenian vèr noi; e ciascuna gridava: 
Sostati tu, che all' abito ne sembri 
Esser alcun di nostra terra prava. 

Ahimè, che piaghe vidi ne'lor membri, io 

Beccuti e vecchie, dalle fiamme incese! 
Ancor men duol, pur ch'io me ne rimembri 

Alle lor grida il mio Dottor s'attese; 
Tolse *1 viso vèr me, ed: Ora aspetta, 
Disse; a costor si vuole esser cortese: i' 

E se non fosse il fàooo, che sa^ta 
La natura del luogo, i' dicerei 
Che meglio stesse a te, eh' a lor, la fretta. 

Bicomindàr, come ristemmo, quei 

i. Mir «Uro flf», O0II* altro cerchio, d* lnctiuUf* a fi&mm$ ; e quel 4a(I« tk 

cioè «eir ottsro, ove staono i frodolenti. preposisioDe di einua, equiTalntc a ftr 

5. SivIU » qnel rombo, a qoel ramore le: e spiega la friite : ahimè ekt pia^ftt.... 

coafoio, ehe tenno le amie, le api. — «tf< «ei itr w e a i dH, per le fiamme «eceee, 

Le armta aen le easectte, ove ttaoDO lo o prodotte dalle /lamaie accese. Tire, che 

api: qai fgnmtmBeiite per le api stesso. ploTetDC sopr'essi. Altri anche riferendo 

k, S. QoaDdo tre ombre, correndo in- ineta, che spiega bradate; a pisfftt, in- 

iwse, si partirono da ana moltitodine di tende, che le ilamme apriTan lo piaghe 

Miriti, che passnvano ec. Sono tre non poi !• bniciaTaao. 

dHtì, MM grandi cittadini. 13. pur eh* iom»9§ rlmsmt rt , solo che 

«, % Stosisfi, fermati, arrestati tn, che io tne ne ricordi. 
ai vertsi» ci sembri essere alenno dell» IS. a' alteM, si fermò. 
eostra rnslragia città di Fironso. — L'abli- 16^8. Intendi : e se non ti fosse impe- 
to degli matlchl PiorentiDi distiagnerasi dimento il fteco, che la natora di qnesto 
pel liceo a poi dappMcio. Fraoa, cosi loogo inrernale, per decreto di Die, sca- 
PAradiso, «iato IX, t. S(: ffrrs yniM gliaii^ih oon Tiolensa, io direi che meglio 
luiim, stosse a te la fretta di andar loro iocon- 



li. fflosos, teelse, scolpite, e si riferì- tro, che ad essi di tenlre incontro a te. 

tee a piapfte. K Toci latina da in e cmnm — Per qaeste parole si comprendo, che 

rapino di esde. imeatà chiamasi poro la i tre che Tenivano, orano personaggi assai 

cottvm dal castorio fatta con nn bottone ' ragguardcToli. 

di fnoe». Altri riferisce incua cerne part. i9, 90. Appéna, éhe nel ci Armammo, 

a 

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134 BELL* INFXRNO 

L* antico verso ; e quando a noi fur giunti, 
Fenno una mota di sé tntti e treL 

Qual soleno i campion far nudi ed unti. 
Avvisando lor presa e lor vantaggio, 
Prima che sien tra lor battuti e punti; 

Così, rotando, oiascuno il visaggio 
Drizzava a me, si che *n contrario il collo 
Faceva a' piò cimtinuo viaggio. 

Deh, se miseria d* esto loco soUo 
Rende in dispetto noi e i nostri preghi, 
Cominciò Tuno, e 1 tinto aspetto e brollo; 

La fama nostra il tuo animo pieghi 
A dime chi tu se\ che i vivi piedi 
Così sicuro per l'Inferno freghi 

Questi, r orme di cui pestar mi vedi, 
Tutto che nudo e Spelato vada, 
Fu di grado maggior che tu non <»redi. 

Nepote fu della buona Ghialdrada; 
Guidoguerra ebbe nome : ed in sua vita 



20 



80 



S5 



qnecHAO ricomiocUroDO 1* antico loro 
Terso, r tDtieo loro lamento, le lolite 
loro grida lamenteveli. 

91. Tutu e tre fecero di jè staici nia 
mota, e cominciarono a girare* — Tr<<, 
tre, come 4«oi, doo. 

33-94. Come cogliono fisre I Campioni, 
i lottatori, nudi ed unti, avvitoftdo, men- 
tre Tanno guardando, appostando, dorè 
1* uno prender 1* altro con Taatafgio, pri- 
ma d* aMMéarsi poreootèrsi, cosi ee. 
^ SMflM, sogliono, è il presente di co- 
Un, — «Nili. I lottatori, entrando nelia 
palestra, si nngoTano per dar pili dilB- 
Cile preaa air aTversario. Sin b9iiuH § 
pwftM, cioè si tiattano e pungano. 

95. retendeiy girando in cerchio, mentre 
girsTano in cerchio. — eiaoggio per ti» 
troTasi spesso negli antichi. 

96. ti cftf '• coafrorioecEssando Danto 
fermo suir argine, e i ire spiriti girando 
in cerchio gita nella rena, erano costretti 
nella girtrolta, per dristare il tìso Terso 
di Ini, a piegare il collo in senso, eon- 
trnrio ai piedi. B giraTano, perchè sof- 
fermandosi giacerebbero eoàt'ànni immo- 
bili sotto il fooco (canto KV, Vl-ae), ondo 
non potendo oammtoare ianansi por par- 
lare col l*o«ta, il CsnnaQO e par si tooo^ 
Tono in tondo. 

> DoftfMlaateriaéi qtasto luo- 



go co({e(8orfice,cedeTole, perchè areaoso), 
e il nostro aspetto fuligginoso e scorti- 
cato [bflh, Dodo della pelle) rondo di- 
epregcTOli noi e i nostri pteghi, la fama 
almeno del nostro nomo pieghi II tao 
animo ec. 

3S. I o<el fUa /NgM, tale a diro tIto 
cammini. E forse ha detto ft^gli a signi- 
ficare eh* egli, essendo tIto, caleaTa più 
sol terreno. Lo dtfforenao tra 1* easof* di 
corpo tIto o d' ombra, le Todeato» md 
canto vili, T. 96-80, o XII, t. 99, Wè, dal- 
l' Infèrno, e le Tedremo aoreiito. 

aet. TnHo eèf , banche, Tada dipelalo, 
spelacchialo, e ««de, spellalo dal fooco* 

91, 98. ««oldrada,belliBsimadlforiDo. 
soTia dooaa, fn figlia di S. Bellinciaa 
Berti (Paradiso, canto XV, t. 419, can- 
to XVI, T. 99) della nobU fiuaiglia fio- 
rentina de' BaTignaai. Si morite ai ooata 
Gnido il Tccchio, disceso da famiglia f or- 
manica, dal qoale originarosM i conti 
Gnidi, signori del Gaaeatiao. IH Onldo 
e di Goaldrtda naqoo, tn gU altri. Mar- 
cotaMp; di JÉareoTàldo gi rirf egna ria , 
che perciò Tenne ad essere nipote di 
Gaaldrada. Costai Ai eocoHeatieeisao nol- 
r arto militare, o neUa baita|lia com- 
mossa a BonoTonto tra Carlo o Manfredi, 
fo repntato prindpal OaglOBO dalla fìl- 
toiia di Culo. 



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50 



CASTO DECDfOSESTO. 135 

Fece col senno assai e colla spada. 
L' altro, eh' appresso me la rena trita, *o 

È Tegghiaio Aldobrandi, la coi voce 

Nel mondo sn dorrebbe esser gradita. 
£d io che posto son con loro in croce, 

Jacopo Rnsticiicdi fai; e certo 

La fiera moglie, più eh' altro, mi nuoce. ** 

S*io fossi stato dal fuoco coverto, 

Gittato mi sarei tra lor disotto; 

E credo cbe 1 Dottor l' avria sofferto. 
Ma perdi' io mi sarei brueiato e cotto, 

Vinse paura la mia buona voglia, 

Cbe di loro abbracciar mi fskcen ghiotto. 
Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia 

La vostra condizion dentro mi fisse 

Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 
Tosto che questo mio Signor mi disse ^ 

Parole, per le quali io mi pensai. 

Che, qual voi siete, tal gente venisse. 
Di vostra terra sono; e sempre mai 

L*ovra di voi ó gii onorati noAn 

Con affezion ritrassi ed ascoltai. ^^ 

Lascio lo fele, e vo pei dolci pomi, 

Promessi a me per lo verace Duca: 

Ma fino al centro pria convien eh' io tomi. 

40. Mta rar»M, eatea cò'p2edì l'arena. 89-81^ la misera presente ros'lra eoo- 

41. Tffgktafù Àtéobrandi fiorentino, era dizione impresse dentro di me non dis- 
dilla Dobil faoìiflia degli Adnaari. Fu nn prezzo, ma dolore cotanto, che tardi paò 
prode Capitano, e sconfortò i Fiorentini tatto dileguarsi e cessare ; e lo impresse 
libila neditata Impresa contro i Sanesi ; appena clie questo mio Maestro mi disse 
!sa non eaiendo stata ascoltata la tua tali parole (cioè, a eoitoro ti vuoh eutr 
r»rff, il suo ta?io consiglio, ne segni a eortae), per le quali io mi pebsai, che 
H-DUpert! la piena disfatta e quindi Teoissero persone cosi illustri e nobili 
r eiilio àài Guelfi. quali roi siete. 

43. ek0 fOÈto fon eoa loro ih et9c$, che 88-60. IO sono della stessa tostra città 
isaji tormeolato con loro'. Croe», diceti in [tffra) , e le opere tostre e i rostri ono- 
lùKtn^ per qualsiasi tormento. rati nomi tempre raccontai ed ascoltai 

44. Uteùpo Muttieuecif fa on ricco a con attenzione. — La voce riìrù$$i è da 
taJmtc osTalier fiorentino. Atendo nna altri spiegata por rittnni fu nu. 
aoilte alrafagante e orgogliosa, fh co- 61, 63. Intendilo lascio le amareno 
■tretto a Mparattene; il che fu cagione dell'Inferno, e tado alle dolcezze del 
rbd cadde nel vizio, del quale è qui pu- Paradiso, a me promesse dalla tùia guida 
Eito. Perciò egli dice cbe ptb d*ogni altro veritiera, che non inganna. — p*i dolci 
gh ùdoct la fiera moglie. poeif, allude al mistico tnonte e ft' sdoi 

46. MM /^Mce eo««rro,TÌparato dal Aioeo. benefici effetti, che deono estete II frutto 

47. M ter iUotto, cioè scendendo dal- del duro viaggio por V Inferno. 

r argise. 85. imi, cada, flgurat. discedii. Cosi 

51 . Cbe mi faeev» adiioiaitaeiitò deli- il Petrarca, Sestina, 1: • tomi giii nel- 
dtroto di abbracciarli. V amorosa selva. • 



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136 DELL' INFERNO 

Se lungamente P anima conduca 

Le membra tue, rispose quegli allora^ <>3 

E se la fama tua dopo te luca, 
Cortesia e valor, di', se dimora 

Nella nostra città, si come suole, 

se del tutto se n' ò gito fuora? 
Che Guglielmo Borsiere, il qual si duole «o 

Con noi per poco, e ya là coi compagni, 

Assai ne crucia con le sue parole. 
La gente nuova e i subiti guadagni 

Orgoglio e dismisura han generata, 

Fiorenza, in te; sì che tu già ten piagni '^ 

Così gridai colla faccia levata: 

E i tre, che ciò inteser per risposta, 

Guat&r r un V altro, come al ver si guata. 
Se r altre volte sì poco ti costa, 

Risposer tutti, il satisfare altrui, 80 

Felice te, che sì parli a tua posta! 
Però, se campi d* esti luoghi bui, 

E tomi a riveder le belle stelle. 

Quando ti gioverà dioere: Tini; 
Fa' che di noi alla gente favelle. ^ 

Indi rupper la ruota; ed a fuggirsi 

64, ss. S» InngamtnU r a»<flia eonduea 74. Orgoglio • iitmitun tono la oppo- 

L$ mmbra Im, coti 1* anima tua lia unita iltiooe a eorfMte o «clor dal t. 67. Htmi- 

al corpo per lango tempo; B it la fam» tura è propr. il eontrario di mod^niaiaai, 

tua dopo U lue», e cosi la fama del noma e signillca iultmptrau^a, traectauut e& 

tuo coDtinoi a risplendere dopo la taa 76. colla ftucia UvaU, alzata; perchè 

morte. Modi anche questi deprecatiri, co- Firenxe, eoi apostrofaTa, era sopra il soo 

me qaelli notati al e. X, t. 94e altrore. capo, ovvero per dar segno maggiora 

67. Cortttia è gentilciia; e valere è della sua indignasione. 

prodezza, Pargatorio, canto XVI, t. 116» 78. eowi§ al vr ti guata, cioè facendo 

1f6: «In sul paese ch'Adige e Po riga— eoi tìso quei segni d' approvasione che 

Solca valore e cortesia trovarsi. » si sogliono faro, quando si odono cose 

70, 71. Suglitlmo Bortltrt fta nn Talo- che tengonsi per vere, 

roso e gentil cavaliero. Di lai parla il 79-81. Se anco altre volte Q eosta si 

lloccaccio nella Nov. 8, giorn. prima. — poco, come al presente (che non ne hai 

il qual ti iuolt Con aol ptr poco, il quale avuto alcun danno) il sodisfare altrui, 

soffre pena con noi da poco tempo in qua, dicendo la verità, felice te che parli sic- 

perchè morto da poco tempo. come la sentii — Lodano la sincerità del 

79. Assai ci tormenta, ci addolora eolle l'oeU, ma non gliela predicono sempre 

sne parole, dicendo che in Firenze noa altrettanto fortunata, 

regna più eoriesia e valore. 64. iiuando ti giovtrh ee. Quando, doè, 

73. La gtntt nuova, la gente Tenuta di ti gioverà il ricordare ci6 che ora vedi 

fresco ad abitar Firenze, e i tubiti gua- e odi, e il poter dire, io vidi e ndii que- 

iagni, e le ricchezze in brevissimo tempo ste cose. Cosi Virgilio : t forsan et hae 

accumulate colle usure e altri mezzi ille- olim meminisse juvabit. • 

citi. ^ gtntt nova. In questo senso i La* 86. mppvr la mote, sciolsero la mota, 

tini: kone «eotit. che, andando in giro, facevano 41 «è. 

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CANTO DXCmOSKSTO. 

Ale sembiaron le lor gambe snelle. 

Un amen non sarìa potuto dirsi 
Tosto così, com'ei fiiro spariti: 
Per che al Maestro parve di partirsi. 

Io lo segniva, e poco eravam iti, 
Che 1 snon dell' acqna n' era si vicino. 
Che per parlar saremmo appena uditi. 

Come quel fiume, e' ha proprio cammino 
Prima da monte Veso invèr levante, 
Dalla sinistra costa d'Appennino, 

Che si chiama Acquacheta suso, avante 
Che si divalli giù nel basso letto. 
Ed a Forlì di quel nome è vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
Dall'Alpe, per cadere ad una scesa, 
Ove dovria per mille esser ricetto; 

Così, giù d'una ripa discoscesa, 
Trovammo risuonar quell' acqua tinta, 
Si che in poca ora avrìa l' orecchia offesa. 

Io aveva una corda intomo cinta; 



137 



00 



05 



100 



105 



S7. t m Ha n Uj tembrarono. 
88, 99. Non si farebbe potuto dire on 
imn in fi brere fpaxio di tempo in qa an- 
te cifi fnrono eparìti dalla nostra rista. 
SS. Chtptr parlar, che per quanto aree- 
iiae parlato forte. 

94-99. Come qael fiume, il qoale ha 
iBo proprio cammino (non unendosi ad 
titrì Comi) primieramente da monte Veso 
isTerse leraate dalla costa sinistra del- 
UppeaaiBo; il qnal fiume sn (nella 
prima parte del suo eorso) si chiama 
AcqnaebeU, avanti che si precipiti giù 
Iti basso letto; e poi, gianto a Forlì, è 
t««iilc, eioè priTo di qael nome (aven* 
iole eambiato in quello di Montone) ec. 
ta Bssso Ielle, nel piano di Romagna. 
UN>-103. Cono qoesto flame rimbomba 
li lem r Alpe di San Benedetto per la 
cabla di* egli fa ad una seesa, ad an 
Ivcgo pib basso, ore dorrebb* essere no 
heettaeolo per mille persone ; cosi ec. - 
ittwtketo è vn fiome di Homagna, che 
bi la sergente neir Alpi sopra Forlì. É 
il prisM» de* finmì che, scendendo dalla 
liiisira eotta dell* Appennino, e dirigen- 
doft^rerao lerante, abbia proprio cam- 
niao fino al mare, e non immetta nel Po ; 
ticoome teano tatti gli altri che maofono 
di Bonte Teso in poi, fino al punto onde 



mnora rAeqnaeheta. Cbiamasi cosi fino 
a che unitosi coi torrenti Riodestro e 
Troncai osso non cambia il nome in quello 
di Montone, che conserva fino al suo 
sbocco in mare presso Ravenna. Poco 
lungi dal ponto onde questo fiume si pre- 
cipita, rimbombando, al basso, è la badia 
di San Benedetto in Alpe; Op«, dice il 
Poeta, dovrta ptr milU itter ricetto^ ri- 
cettacolo, abitaxione; mentre invece di 
mille, vi stanno pochi monaci. Altri leg- 
gono Ove dooM, e intendono, ove dovea 
essere un castello capace di mille abi- 
tanti, che aveano In animo di edificarvi 
i conti Guidi, signori di quel paese. 

104. Trovammo queir acqua tinta in 
rosso, queir acqua sanguigna di Flege- 
tonte, romoreggiar cosi forte, che ec. 

i06. ««a corda. Che cosa significhi que- 
sta eorda non è facile indorinare. Con 
essa dice il Poeta aver pensato alcuna 
volta di prender la Ionia colla {alia) pelle 
a pih colori [dipinta) , che già dicemmo 
esser simbolo della faziosa Firenxe; con 
essa fa ora Virgilio venire a sé mansue- 
fatto un mostro, cioè Gerione; eh' è sim^ 
bolo della frode, come significa piti sotto 
lo stesso Poeta. Farmi dunque che la 
eorda debba significare quella virtù che 
è opposta al vitio della frode, o meglio 



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130 



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138 D£LL' IN JEBKlf 

E con eBsa penaai alcuna volta 

Prender la lonza alla pelle dipinta. 
Poscia che V ebbi tutta da me sciolta, 

Si come 1 Duca m' ayea comandato, 

Persila a lui aggroppata e ravvolta. 
Ond' ei si volse invèr lo destro lato, 

Ed alquanto di lungi dalla sponda, 

La gittò giuso in quell' alto burraio. 
E pur convien che novità risponda, 

Dicea fra me medesmo, al nuovo cenno, 

Che '1 Maestro con V occhio sì seconda. 
Ahi quanto cauti gli uomini esser denno 

Presso a color, che non veggon pur V opra. 

Ma per entro i pensìer miran col senno t 
Ei disse a me: Tosto verrà di sopra 

Ciò eh* io attendo ; e che 1 tuo pensier 90gna, 

Tosto convien eh' al tuo viso si scuopra. 
Sempre a quel ver, e' ha faccia di menzogna. 

Dee r nom chiuder le labbra quant* ei puote, 

Però che sanza colpa fa vergogna: 
Ma qui tacer noi posso; e per le note 

Di questa commed^ lettor, ti giuro, 

corrìspoDda qualche naort ed ìdmIìu 
cosa al DUOTO ed iotolito cenno, fatto 
col gettar la corda ; cenno che il Maeatro 
cosi attentamente tegae coli* occhio. 

il9. ch$ fioA vtgoQ% pur l'opra, che noa 
solamente Teggono le opere, le axioni, 
ma ec. Vedi Inf. canto X, t. 18. 

123. i eh$ il pcMier fuo «Ofjia tCm • 
qaeUo che il tao pensiero Tede qoaai per 
sogno, cioè con in eer tessa, aabitamtnU 
conTiene che si disouopra, ai &ccù pa- 
lese agli occhi tuoi. 

i34. Sempre a qu$l «<r ee. Dante tv. 
▼erte qui, che non si derono narrare le 
cose incredibili, sebbene elle siano vera, 
perchè la Yerità, che ha faceia di kagia, 
genera vergogna al ^aarratore, facendolo 
apparire bugiardo aensa sua eolpa. fi 
questo dice, per acquistar fede alla cosa 
incredibile eh* è per narrare, aapende egli 
che non è maraTigliosa la Aoaiose poe- 
tica, sa prima non è fatta Teriaiinile. 

197, 138. ptr u mU, per le rime o 
canti, di quétta eoouMdi^ cioè li fiero 
per questa mia opera. CommeMé^ celi' ae> 
cento sali' i, alla maniera «recai Cesi al 
▼. 3 del canto XXI, e eoe! «mgeM» aJ 
T. 113 del canto XX. 



quella Tirtfa eolla quale si previene e si 
sventa la frode ; e questa sarà allora la 
vigilanza, per la qual^ pensò Dante tal- 
volta di prevenire i tradimenti delle fa- 
sioni di Firenze, come ora Virgilio pensa 
dì trarre a sé mansuefatto il frodoleoto 
Gerione. Di qoest' allegoria può il l*oeta 
aver preso V idea da qnei passi della 
Scrittura, nei quali il portar cinti i flan- 
chi è simbolo di vigilansa: « Sint lumbi 
vostri prsBcinti, et locern» ardentes in 
manìbus vestris, • Lue, i9, 38. « Neque 
dormiet, neque solvelor cìngulum reoom 
ejns, > Is., 5, 31, ed altrove. Alcuno crede 
la corda simbolo della fortetsa, altri 
della giutiizia e f«d«, altri dell' uniltà. 
— tifila intorno ai fianchi. 

111. aggroppata $ ravvolta, perchè la 
potesse gettar lontano. 

113. ti vol$9 invér lo dsttro lato, come 
quegli che si pone in atto di scagliar 
qualche cosa. 

113. <ttii0i dalla tpondat cioè nel largo 
del burrone, perchè la non desse in un 
masso. 

114. alto burraio» profondo burrone, 
profondo precipizio. 

115-117. Intendi : eppur conviene che 



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CANTO racmoBSTTiMo. 139 

S^ elle non sien di lunga grazia vote, 
Cli* io vidi per quell^ aer grosso e scuro ^^^ 

Venir, notando una figura in suso, 

MeravigUosa ad ogni onor sicuro ; 
Si come toma colui, che va giuso 

Talora a solver àncora, eh* aggrappa 

scoglio od altro, che nel msae è chiuso, ^^ 

Che in su si stende, e da* piò si rattrappa. 

12). 5* #lto, anche questo è ub mode fondo del mere, fa torà a iolvtr àncora, 

depr«catiTO, od il M vale eeei. Coti elle taWolU s tciotliere on* àncora oc. 

non vadano prire per lungo tempo di 435. ehUto, ascoso. 

«Urna tt lande fra gli uoniini. i36. Ch$ in tu, cioè nella parte sope- 

i». AraviglieM, da recar nersfiglia: rfore, nel easso e nelle braccia, »i itende^ 

ìoteodi quella meraviglia che pnò dare si distende; • da* pik, cioè nella parte 

(parento, ad ogni cor tituro, ad animo iaferiore, nelle cosce e nelle gambe, ii 

ferno ed intrepido. rattrappa, si raccorcia, si ristringe ; oggi 

133, §34. colai cibe va gMMO» eioè al plh oomoiemente t< ratrappitct. 



CANTO DECIMOSETTIMO. 

e^ite n neefaneee Oerione, eV è immagine della firode, Virgilio si trattenne eon esso 
per diaporlo a pieaderli la groppa e ealarli In fendo della ripa; e Dante Ta frat- 
tanto a Tisitare i violenti contro V arte, che stan seduti presso al baratro. Ali* arme 
dtil lor casate, ehe ad essi pende snl petto, ne riconosce alquanti, e ne ode alcune 
puola. Toma qnindl a Tirgilio, phe troTSi già salito salle spalle del mostro : e, sa- 
litovi aach*esso, mnoTesi Oerione lento lento; ruota e discende, e li pone al fondo 
del baratro. 

Ecco la fiera con la coda aguzza, 
Che passa monti, e rompe muri ed armi: 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza. 

Si cominciò lo mio Duca a parlarmi; 
Ed aoeennolle ohe venisse a proda» ^ 

Ticino al fin de* passeggiati marmi 

E quella sozza imagine di froda 
Ben venne, ed arrivò kb te«ta e *1 busto; 
Ma in 0u la riva non trasse la coda. 

La faccia sua era faccia d* uom giusto, ^0 

14. Acoli/israeoalf eed«ag««Mee. tlolenli era tinto d^iin orlo di pietra: 

La frodo è tale, ohe si fa strada ovwi'» vedi anche v. 34. 
qne, od tfnnorha e eorrompo tatto il 7. CfoÒ quel sosao nostro eh* è imagine 

mondo. Però dica il Poeta che ha la co* della frode. 

da ocvte, fossa momH, $ remps «ori ei 8. orrieè /a fette t *t biufo, pose a riva, 

armi, potò solla rifa I» tesU e !Ì Busto, affln- 

5, d. o prsie, cioè alP asIreBità del- ehè I PoeU potessero moBlargli sopra, 
l'argloo, ok*era fallo di pietra odi iO. AMcfa d'oom givtre, perohè la frodo, 

maraio dalla asterà dell' acqua (Infimio, a nogllo iftsinnarsi nel!' animo altrui e 

caste UV, r. Sft, WS), e ote Baste e Vir> eoopriré V inganno, vesle N lembianse 

gilio STeas palleggialo. Il cerchio del delki gioititia. 



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140 

Tanto benigna avea di fuor la pelle; 

E d* un serpente tutto V altro fusto. 
Duo branche avea pilose infin V ascelle ; 

Lo dosso e 1 petto ed anibe4ue le coste 

Dipinte avea di nodi e di rotelle. ^^ 

Con più color sommesse e soprapposte 

Non fér mai in dri^po Tartari nò Turchi, 

Né fìir tai tele per Aracne imposte. 
Come talvolta stanno a riva i burchi. 

Che parte sono in acqua e parte in terra; so 

E come là tra li Tedeschi lurchi 
Lo bevero s'assetta a far sua guerra; 

Così la fiera pessima si stava 

Su r orlo che di pietra il sabbion serra. 
Nel vano tutta sua coda gniszava, -^ 

Torcendo in su la venenosa forca^ 

Gh* a guisa di scorpion la punta armava. 
Lo Duca disse: Or convien che si torca 

La nostra via un poco infino a quella 

Bestia malvagia, che colà si corca. 30 

Però scendemmo alla destra mammella, 

E dieci passi femmo in su lo stremo, 

Per ben causar la rena e la fiammella: 
E quando noi a lei venuti semo, 

49. r alfro finto, il restante del corpo. 49. hureki e inrckUlH, pieeole iMtrebe 

Siecome U frode poi T^eDe agi* inganni, a remi. 

cosi Dante la Ofura eon futh di frp$mt$. Stk, trm H TMefdki» laago il Danubio. 

— Vnolsi per alcuno, che in Gerione eia — Imrehi, golosi a be?i tori, dal lat lurco, 

figurato quel Guglielmo, mandato da Carlo Imreoui», 

di Vaiola ambasciatore in Firenie : di cai 99. le bttoro^ il castoro, t*«tfef te • far 

tedi il Compagni, Croii<ea, lib. II. tiM guerra, si accomoda e si atteggia por 

43. filùte in/I» VoictlU, pelose fino alle dar la caccia ai pesci ; stando col corpo 

ascelle, fino alla carità sotto la parte sulla riva, e colla coda nell' acqu». — 

superiore delle branche, o sampe. fttvero, voce antiquata. 

45. di nodi, a&oodamenti di tane, « di 34. Costruisci e intendi: Bull' orlo, od 
rollili, e di scudi rotondi. I nodi signi- argine di pietra, il quale serra, o cir- 
ficano gì* iuTiluppi e gì* inganni, con che conda, il sabbione, la landa arenosa, 
la frode stringe altrui; gli scudi signi- Vedi canto XVIil, ▼. S. 

ficano le difese, con che ella coopre le 96. te ceaenoM /orca, la Telaaasa coda 

triste opere sue. biforcata. 

46. 41. Ni i Tarteri, né i Turchi, che 98, 9». or coavisa ch$ ti torto, U ao- 
sono si abili nel far drappi, fecero mai otra via «a poco, ora cooTiene che tor* 
in nn drappo sommesse e soprapposte ciamo un poco il cammino, andando al- 
ena tanti colori. — Sapropyos te è il ri* cani pasti a destra ec. 

salto, rilievo del drappo; toeiaiMsa ne 34. aitedst<ra«iaMUM<te,al destro lato, 

è il contrario, cioè la parte che soggiace. 29, 33. E facemmo dieci passi sali* e- 

48. por iracae imfotio, cioè, poste sul strcmità dell' argine suddetto, per iscan* 

telaio da Aracne, celeitre tesiitdce di U- sar bene la rena infuocata e le Hamme 

dia, che Al da Pallade cangiata in ragno, cadenti. 

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40 



OAKTO DKdMOBBTTIMO. 141 

Poco più oltre veggio in sa la rena ^ 

Oente seder, propinqua al luogo scemo. 
Quivi *1 Maestro: Accioccbè tutta piena 

Esperienza d* esto giron porti, 

Mi disse, or va*, e vedi la lor mena. 
Li tuoi ragionamenti sien là corti: 

Mentre che tomi, parlerò con questa, 

Che ne conceda i suoi omeri forti. 
Cosi ancor sa per la strema testa 

Di quel settimo cerdiio, tutto solo 

Andai, ove sedea la gente mesta. ^^ 

Per gli occhi foori scoppiava lor duolo: 

Di qua, di là soecorrean con le mani 

Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 
Non altrimenti fan di state i cani 

Or col ceffo, or col piò, quando son morsi ^ 

da pulci, o da mosche, o da tafani. 
Poi che nel viso a' detti gli occhi porsi, 

Ne* quali il doloroso fuoco casca, 

Non ne conobbi alcun; ma io m' accorsi 
Che dal collo a ciascun pendea una tasca, ^ 

Ch*avea certo colore e certo segno; 

£ quindi par che '1 loro occhio si pasca. 
E com* io riguardando fra lor vegno. 

In una borsa gialla vidi azzurro, 

Che di lione avea faccia e contegno. co 

Poi procedendo di mio sguardo il curro, 

tfL fN^ffhif«a al Inogo f«Mio, prosilma 41. ioeeoman, correTtn fotto per ftr 

alla Toragiae inferDale, al luogo Tooto riparo. 

coat va potso. GII Qiurai stanno oUiml 48. a' vapori, allo fiamme eadooil, 

do' Tiolenti e eontlfiii alla frode, perchè teooiODdolo ; al caldo mòlo, alla rena 

fi qwlla ti aeoottaoo nella natura del hifnocata, iDdovendola. 
loro poeeato. ASI. gU oecM porti, driiui gli occhi. 

WB. la lor mtaa, la loro eondiiione 8 85. una ia$ea oc. Intendi V arne della 

qnalità. Coti al canto XXIV : t. 85, • IH loro famiglia eoi colori e i legni propri 

lerpmiti di ti diverta mena. • di eua, fatta In forma non di nno tendo, 

4f » 4i. parlerò eoa f Mtta, ek§ m con- ma di ona borea. Ingegnoso modo per 

ctift i mei ooierl ftrfl. Parlerò con qne* dare a conoteere quei dannati tenia lungo 

Ita imetia, affinché ci conceda di talire ditcorto. 
•opra le me forti ipalle. VI, ti patta, prenda diletto. Mirando 

MB. amtor ta por la itroma fttfe, cioA eon diletto le borse, moitraao tuttora 

fair estfeau, ultima, parte di quel atUccamento al denaro. 
•ettfmo eerehio, Dice eator per mottra- 89, CO. É quetU 1* arme della famiglia 

re Al t?er già Tititate le altre parti di fiorentina de' Gianagliassi, che portata 

•teo. un leone assurto in campo giallo.— toa- 

48. la ttaft«Mfii.8ottq«eiei gli «tarai, fitgao, atto. 
TMeill eoBlro l'irte. 61. di mfe t^uardo il «wro, do* lo 



48. ler daele, Il lofo piaste. toorrioMBlo de' miei occhi. 

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142 PflIiL*nifKRMO 

Yìdine un* altra, più ohe sangae, tornai 

Mostrare un* oca bìanoa più che borro. 
Ed uii) che d* una scrofa azzurra e grossa 

Segnato avea lo suo sacchetto bianco, ^ 

Mi disse: Che fai tu in questa fossa? 
Or te ne va* : e perchò se* yìto anco, 

Sappi che 1 mio vicin YitaUano 

Sederà qui dal mio sinistro fianco. 
Con questi Fiorentin son Padovano, «o 

Che spesse fiate m*intronan gli oreochi, 

Gridando: Yegna il cavalier sovrano, 
Che recherà la tasca co' tre becchi: 

Quindi storse la bocca, e di fuor trasse 

La lingua, come boa diie il naso lecchi '^ 

Ed io, temendo noi più star cmooiasse 

Lui, che di poco star m* avea ammonito. 

Tomaimi indietro dall' anime lasse. 
Trovai lo Duca mio, oh* era salito 

Già sulla groppa del fiero animale; ^ 

E disse a me: Or sii forte ed ardito; 
Omai si scende per sìffiiitte scale: 

Monta dinanzi; ch'io voglio esser messo. 

Si che la coda non possa far male. 
Quale colui eh* è si presso al rìprezio ^ 

ea, 65. QoesU è l'Anne della florentlia celli e eapri, altri erade che eapri >ia 

famiglia degli Ubbriachi, che porUra qoi il signiScato di detU ?oce. Ma il fallo 

un' oca bianca in campo rosso. si è che negli antichi nostri Prioristi 

64, 65. Una tcrofa grossa, ossia ana V arme de* Bniamonti Tedesi eoa tre leste 

troia gravida, di colore aisurro, in campo (rostri) di aquila, 

bianoo, formava Tarme della famiglia 74, 7S. Lo storcer la bocca, •trarfoori 

ScroTigoi di Paflova. la lingua come per leccare, è nn volgare 

66. CA« fai tu? ch« hai to che fare? atto irrisorio di colui, che loda per ironia. 

<n. • pprcM se* «ivp caco, e perchè es- 76. iMMiide noi, non il, pia «ter cmc* 

seado tu ancora vivo, puoi raccontare al cioeie L»i, cioè temendo che il tratle- 

mondo eie eh' io ti narro. * nermi di pid non irritasse Virf ilio, ec 

66, 69. Sappi che Vitaliano del Denta. 78. Me ne tornai indietro, alloataaaa- 

che stava di casa vicino a me, sederà, domi da f nell' anime affaticate dal een- 

morto che sia, qai presso al mio4at« tinno agitar delle mani, 

sinistro. 68. Ornai ti ictndé ftr ti faiU tfi»% 

70. Io che so» Padovano sto eoo qoe- cioè Gerione ora, poi Anteo (canto XXII* 

sU Fiorentini. Lo spirita che parla è Ai* v. |30 e seg.) , e finalmente LocUiire 

Baldo Scrovigni. (canto XXXIV, ▼. 70-84.) 



Ti. il fv^ì^ «evraiio, detto ironica- 83, 84. Perchè io voglio esser di i 

' mente. Questi è a. Giovanni BuiamonU, cosicché la coda della bestia non pesM 

cavalìer fiorentino, il pih grande usuraio far male a te. — Tra l' uomo e la frede 

di qoe' tempi. La sua arme si oompone* si pone la sdensa moMle. 

la di Uè rostri di vceello. £ poiché la 86. Hpfeese, ribreaio, brivido!*, cke 

Toce hKtki pgi^ signìfie^e rostri d' no* produce l' acoesso della febbre quarUs** 



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CANTO DIOmOfllTriHO. 

Della qoartaaa, o*ba già Fanghie smorte, 
E triema tutto, pur guardando il rezso; 

Tal diTeim'ìo alle parole pòrte: 
Ma Teigogua mi fèr le eoe minacce. 
Che innanzi a buon signor fa servo forte. 

Io m' assettai in sn quelle spallacoe: 
Si ToUi dir, ma la Toce non Tenne, 
Gom' io credetti: Fa* che in m' abbraece. 

Ha esso, die altra v<^ta mi sorrenne 
Ad altro forte, tosto eh* io montai, 
Con le braccia m* avvinse e mi sostenne: 

E disse: Qerion, muoviti ornai: 
Le ruote lar^e, e lo scender sia poco; 
Pensa la nuova soma che tu hai. 

Come la navicella esce di loco 
In dietro in dietro, rii quindi si tolse: 
E poi ch'ai tutto si sentì a giuoco, 

Dov* era *1 petto, la coda rivolse; 
£ quella tesa, com* anguilla, mosse, 
E con le branche Taere a so raocolse. 

Maggior paura non credo che fosse, 
Qaando Fetonte abbandonò gli freni, 



143 



co 



C5 



100 



105 



97. f»r gmsrdmndo <l r9zto, solamente 
(aardàado, ài solo fiianUre la fresca 
ombra. — W»*%9 o ansso, dal lat. bart». 
•vriHnM, sifBilea lo spirar de'TSDtieelM 
fra l'ombra delle piante, e per estensio- 
u Y ombra stessa rinfrescate dal Tento. 

%». ftrUy participio da for^f, cbo 
UjTolte signfflea d<r«. 

89. MS ««rf09«o te. Qoi Dante tnol Hrt 
latendere ebe da Virgilio era rtmprOTO- 
nto del preso timore, e ebe di ciò ebbe 
qBella Terfogoa, ebe suol rendere forte 
n wrro tonanti a franco e valoroso si- 
(sors. 

9S, 98. InloDdi : TolH dire eosl; Fa* ebe 
ts ffl' abbracci ; na la voce nella paura 
BOB Tenne intera, eom* io credetti che 
t«iiiie. 

9S La frase «f sovvmiie od 9l9ro forU, 
« Mioina interpretarla mi «o«««ii«f od 
litro fortnnoso, periglioto incontro (e 
ftrU per /orCvnoio, fwri^Hete, non manca 
i'tiempi), oTToro prenderla voce f»rl# 
per tnerUo, e conginngerla alle parole 
•'«fvtaei: ma ancbe in qnesto modo 
biiOfBa sottintendere ptrfyNotd <«cofifr«, 
ed «nirlo alla toco olirò. 

W. U noU teff**, i giri sieDO largbi, 



• lo teMd«r« Ite poco, e la discesa sia 
lente. — Geriooe, re di Spagna, fingono 
i Pooli aTer avoto tre eorpl, ed essere 
steto astotissimo; il percbd, fatto si«* 
bolo della frodo, è poste dal Peote a 
guardia dell'ottavo cerebio dei fnido- 
lenti. Danto, tra i tìoIodU in altrui pone 
i Gentenri, tra i soieidi lo Arpie, o qnasi 
passaggio tra l'alte BnlsmoeDite Plegioa; 
dagli eretici ai Tlolontl 11 Minotauro: o 
qni dai Tiolenti ai frodolonti Gerlone. 

99. Pensa cbo tu bai io sulla soblon» 
una *«ova tomo, eioè «n corpo tìto^ 

fOO. Compio là ftimllttMdiM dei v. s, 
9e i9. 

109. 9i Seuil • plueee. DIeosi che T nò- 
cello è • ffwaeo, qnaodo è in luogo si 
aperto, cbo pmb bigetti ofvn^o toole, 
e liberamente spallare. 

401. eom' mn^milU, agitandola tpodlta- 
mente com' angoilla. 

108. E con le brancbo raoeolso a sé 
r aria, coma fa quegli ^o nuoto. Ha 
detto nell' altro tanto ▼. fM: • Venir 
notando una Sgura in suso. • 

406, 401. Costruisci: • NonoMdo obo 
maHior paura foife in P K — te , quando 
egli ee. • 



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144 ' dell' XNTXBVO 

Per che 1 ciei, com' appare ancor, si cosse; 
Né quando Icaro mìsero le reni 

Senti spennar per la scaldata cera, ii<^ 

Gridando 1 padre a lui: Mala via tieni; 
Che fd la mia, quando vidi eh* i' era 

Neil* aer d* ogni parte, e vidi spenta 

Ogni vednta, faor che della fiera. 
Ella sen va notando lenta lenta: ii& 

Raota e discende, ma non me n* accorgo, 

Se non eh' al tìso e di sotto mi venta. 
Tsentia già dalla man destra il gorgo 

Far sotto noi un orribile stroscio ; 

Per che con gli occhi in giù la testa sporgo. 130 

Allor fn4o più timido allo scoscio; 

Perocch' io vidi fuochi e sentii pianti, 

Ond'io tremando tutto mi racceselo. 
E vidi poi, che noi vedea davanti. 

Lo scender e 1 girar, per li gran mali i^ 

Che s' appressavan da diversi canti 
Come 1 fialcon, eh' è stato assai suU' ali, 

Che, senza veder logoro od uccello. 

Fa dire al falconiere: Oimò tu cali; 
Discende lasso, onde si mosse snello, iso 



408. Per la qoal coM il cielo, come 
apparisce tuttora» restò abbruciato dal- 
l' eeeessiTO calore. — É fa?ola cbe la via 
lattea si formasse quando il carro del 
iole, mal guidato da Fetonte, arse quella 
parte del cielo. 

«li. Gridando a lui il padre suo De- 
dalo : Tu tieni ana eattÌTa strada, poiché 
▼oli tropp' alto, troppo tìcìdo al sole. 
firMande, gridante, abl. assoluto. 

149. Ch§ f9 la mU, di quello che fu U 
mia. SI riferisee a ma§gior pawa del 
▼. 406. 

445, 444. 9i4i spento Ogni v«d»to eo., 
doè, ogni cosa cbe diansi mi era risi- 
bile, mi si fece in?isibile, fuori cbe la 
fiera. 

446. «• mh ne •* necoryo. Chi discende 
dall'alto per lo gran vano dell'aria, nÀi 
▼ade cosa aleana intomo a sé, e non si 
accorge di calare, se non perché sento 
di sotto la resistonia dell* aria, eh' egli 
▼iene a mano a mano rompendo. Ciò é 
comprovato dagli aereonauti. 

44Ì. mi nenia» mi sofia, ni vOe, per 
il raotare, e di solfo, per lo scendere. 



418. gorgo» é profondità d* acqua; ma 
qui figuratamento per Flegetonto cbe gib 
cadeva. 

419. itroioio, strepito che fa 1* acqua, 
cadento da alto. 

494. pi4 timido alto teoteto, piò pan- 
roso d' allargar le cosce, di non serrar 
bene le cosca, e cosi preci piUre. Scosdo, 
lo stesso che tcotefawMto, 

433. tutto mi roccoteto, mi ristringo 
serrando le cosce in totla la loro lon- 
ghesia. 

194-496. £ poi m' accorsi (poiché nr»n 
me n' era accorto prima) dello scendere 
e del rotoare eh' io faceva; e me n' ac- 
corsi, per li gran mali (le grida de* dan- 
nati, il fetore delle bolgie ec.) cbe s'av- 
vicinavano da vari lati. 

498. eanea voitr logoro od ntcollo, cioè 
a dire, sensa aspettare d* esser richia- 
mato, d* aver fatto preda. — 11 logoro 
é un richiamo del falcone venatorìv ; è 
fatto dì penne a modo d* un' ala, e col* 
l'aggirarlo suole il falconiere richiamafe 
il falcone. 

430-439. Discende stanco a quel luogo 



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CANTO DECDfOTTAVO. 

Per cento ruote, e da lungi si pone 

Dal suo maestro, dlBdegnoeo e fello; 
Cosi ne pose al fondo Gerione, 

A pie a piò della stagliata rocca; 

E, dìscarcate le nostre persone, 
Si dileguò, come da corda cocca. 



145 



185 



dooda ti motte loello, facenda cento gi- 
ravolte ; e eormeeitto e dolente ti pone 
longì dal falconiere, ohe lo ammaestrò. 
154. 1 pti • p<è é§lla tioa'tato rocca ec. 
U foado ia fondo, aU' estremità della 



•coscei a roccia, dello scosceso preeipislo. 

155. dicearcato, scaricate. 

156. come da tori* cecca, eome strale 
dair arco. Cocca per ifralc, la parte pel 
tutto; sineddoche. 



CANTO DECIMOTTAVO. 

TroT^oà i Poeti aell'ottoTO Cerchio, detto Maleholge, cVè diviso in dieci gironi eon- 
centrid; in eUecvao de* quii, chiamati Bolge, è punita una speele di firodolenti. 
Sella prima Bolgia eono da*demonii paniti a colpi di staffile 1 sednttori di donno 
per conto proprio od altni; e fra di eeei Tede Dante Yenedioo Gaoeianemico e Ola- 
aoae. Rolla eeconda giacciono nello sterco gli adulatori, e fira esd vede Alessio In- 
terainelU e Taide. 

Luogo ò in Inferno detto Malebolge, 

Tutto di pietra e di color ferrigno, 

Come la cerchia, che d' intomo 1 volge. 
Nel dritto mezzo del campo maligno 

Vaneggia un pozzo assai largo e profondo, ^ 

Di cui suo luogo dicerò 1* ordigno. 
Quel cinghio, che rimane, adunque è tondo, 

Tra 1 pozzo e 1 piò dell'alta ripa dura; 

Ed ha distinto in dieci valli il fondo. 



4. JfeleAoÌ|«, parola composta, bolge 
maio, eattÌTe, triste. 

3. Como la ripa che lo einge in cor* 
ehio d' ogni Intorno. Il moro di masso 
che ehiadoa il posso, poi qaaU discese 
basta aa tìerioM. Vedi canto aatee. ▼. 0, 
S4, 100 o SH. 

4. Nel gioeto meno del campo maligao, 
dd piano ripieno di a»imo maligne, per- 
eh* frodolesti. - oompo màligiie. Y. In* 
fera», canto VH, ▼. «OS. 

5. To acf fig ha qoi, comò il latino Aiof, 
il iigBiikato d' afrin il sim «omo, il eoo 



6. §m» laete éittr^ <' Ofdipfto, dirò, 
efp»n6, a sao luogo l' ordiiora, la iòr- 
■». — Sao inefo, modo latino, tao lece. 

ly f, Goitniisei: QmI cinghio adunque, 



qooU' area, che rimane tra il pozzo e il 
piede dell' alta e pietrosa ripa, 6 tondo. 
9. Ed ha il suo fondo scompartito in 
dieci Talli, luoghi chiosi da argini o ba- 
stioni, dal lat. oallwM. I! loogo qui da 
Dante immaginato, che forma 1* oliavo 
cerchio, è il fondo del largo e profondo 
pORo, pel quale egli è calato sulle spallo 
di Gerione. Onesto fondo, eh* è circolaro 
e inclinato, a guisa, dirò cosi per esser 
meglio lotoso, d'nn cappello cinese ri- 
Terso, ha nel suo bel mexzo un altro posio 
tondo, il cui diametro è la decima parte 
di quello del primo. Questo fondo inoltre 
è distinto in dieci fosse circolari argi- 
nate (quasi circooTallaiioni) e concentri- 
che, ohe fi Poeta chiama Bolg», quasi 
terse tmtUà; in ciascuna delle quali ' 



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146 BEIJi* INFBRKO 

Qaale, dove per goArdia delle mura 
Più e più fossi cingon li eastelU, 
La parte dovrei son, rende figura; 

Tale imagine quivi fistcean quelli: 
E come a tai fortezze, da*lor sogli 
Alla ripa di fuor son pontiodli; 

Cosi da imo della roccia scogli 
Hovien, che ricidean gli argini e i fossi 
Infino al pozao, oh* i tronea e racedglL 

In questo luogo, daìlA schièna scossi 
Di Gérion, troVammocì; e 1 Poeta 
Tenne a sinistra, ed io dietro mi mossi. 

Alla man destra vidi nuova pietà. 
Nuovi tormenti e nuovi frustatori^ 
Bi che la. prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erano ignudi i peccatori: 
Dal mezzo in qua ci venian verso 1 volto ; 
Di là con noi, ma con passi maggiori. 

Come i Boman, per V esercito molto, 
L* anno del giubbileo, su per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo tdtó; 

è puDÌU QDft specie di fredoleoti. La 
pietra, il color ferrigno, la profetkditk 
delle bolge rappresentano U dorexsa del 
cuore e le eope arti de' frodolenti, che 
profuniitaU» Utanm co0iiot«HHif (Apo* 
calisse). 

ia-ìz. Gostmitcl : Quale figura rende, 
presenta allo igQardo, quella parte di 
terreno, dove per eastodia delle mura 
son vari fossi che cingono li castelli ; 
tale imagine presentavano qnivi, in qnel 
luogo, qnei valli. I pid leggono, ta p^rU 
dov' ti tei» rtndon tictira, ma è lesione 
errata e falsa. Anche nel Convito^ Tr. IV, 
7, nsò Dante lo stesso modo, dioendo : 
■ Tutto cuopre la neve» e rende una figura 
in ogni parte, si che d' alcuno sentiero 
resUgio non ai vede.» 

14-18. Costruisci ed intendi: E come 
dalle soglie delle porte di uli fortesxe 
▼i sono dei ponti che vanno sino alla 
ripa esterna della fossata} cosi dal fondA 
della pietrosa balxa procadevano allineati 
scogliosi ponti, che attraversavano gli 
argini e le bolge insino al posso centrale, 
che li tronca e U raccoglie; come il 
mosso d* una mota raccoglie e tronca i 
razzi, che muovono dalla circenferenta. 
Inbroo, XMU, ▼. iU, 13:;: • Uni 



IO 



15 



20 



2» 



80 



che dalla gran cerchia Si muove e varca 
tnUi I vaHon feri.» •- Sògli per i^Ut, 
— Cht it che li ; come abbiamo altre volte 
notato. Raccògli, gli rateo', gli racooe, 
dair antico raecoere pet raccogliere. 

49i aeeiei, tmootali. 

91. a ÈiHiittu, Solita direzione dei 
Poeti ; perchè scondon sempre a rtiik e 
tormenti maggiori. 

93. ««eoi, di nuova «peeie. 

94. rtpUta^ voce latina, ripiina. 
96, 97. S'imaginì la prima boigfé «oae 

divisa in due parti pe# ima llnesr circo- 
lare: e in quelle due ^arli andavsiho 1 
peeeatsri, gli wi In terso «oM^riO igli 
alirt. Quelli ebe vanno imo ì PoelS, sono 
I wdiittorì di donne pe^ c«M« alimi, oioè 
i lenoni ; quelli che voltan loro U dorso, 
• procedono nellft stessa dlredoiè de' 
Toeti, ma oon pasti più eoleri, auso I 
sedflttori per eeato proprio. 

98. pM* V w«reife «oUb^ p9t II gita 
popoK) aeooriovi. 

98, 30. L'wmo M §i%bHU$, nel ISOD. 
Si» PM* to panU di Castel sani' Antéìo. 
ffaane mede folle, hanno preso i^ron«dl- 
mento. — Bonifasio VAI Um divide» 
per lo lungp il ponto di GaeCèl iMit'Aa<« 
K«lo em «no spattiiMBto, • in» quesl'of - 



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CAirro DscnioTTATo. 147 

Che dall*tm lato tatti hanno la fronte 

Verso 1 castello, e vanno a Santo Pietro, 

Dall^ altra sponda vanno verso 1 monte: 
Di qoa, di là, su per lo sasso tetro 

Vidi dimon cornuti con gran ferze, * 

Che U battean crudelmente di retro. 
Ahi come facean lor levar le berze ^ 

Alle prime percosse! e già nessuno 

Lo seconde aspettava, nò le terze. 
Mentr*io andava, gli occhi miei in uno ^ 

Furo scontrati; ed io si tosto dissi: 

Già di veder costui non son digiuno. 
Perciò a figurarlo gli occhi affissi: 

E 1 dolce Duca mio si si ristette, 

£d assenti di' alquanto indietro gìssL ^ 

E quel frustato celar si credette, 

Bassando 1 viso; ma poco gli valse, 

Ch'io dissi: tu, che l'oCdiio a terra gette. 
Se le fludon che porti non son fklse, 

Venedico se' tu Caccianimico : «^ 

Ma che ti mena a si pungenti salde? 
Ed egli a me: Mal volentìer lo dico; 

Ma sforzami la tua chiara favella. 

Che mi fii sovvenir del mondo antico. 
Io fui colui che la Ghisola bella ^ 

Condussi a. far la voglia del marchese, 

Come che suoni la sconcia novella. 

^', e%« dall' oDft parta del ponte paa^ Se. Yttuéico CaeHMiiailao Moflliafte, 

i^tMro quelli che aDdavano a San Pietro, per aTÌdità di denaro indusse uà raa 

'all'altra qoelli che ne toriia?aoo,aD- lorella, ek&amala la Mto Bhitùia, kà 

^do Terso il BODte Gianicolo, o con' al- appagare le vof He del Barcboee Obiaaoll 

^ dice, il ffloole Giordano. da Esle» tifnore di Ferrata. 

}^Hftrh M««o fefro,so per lo foada M. laleadi: ma qoal peeealo ti ha 

^roM di color nero. condotto ad un Inogo di ai aa^ tnp- 

3^- l*9mr to àffrs«. aliar le beroe, alta- pliti ? La fiaft» erano no luogo incolto 

*^l« berciare, gridare. Altri interpreta fuori Porta aao Mnaaiolo di Bologna^ 

^« per frate, e qnesto pnò itaro: altri ove ai frnataTaao i lenoni, ai punivann 

iiierpr«u per «fficicAe, ma questo non sta. altri naifattori, e ai goUaTano i corpi 

^> 41. im «no furo tconlrofi, cioè si degli acomitnicati. E parlnodo ad vn Bo«> 

'^irtroBo in ono di quei peccatori. legnose ben ai vaiae ii Poflla éà quatto 

^ Int.: non è la prima Tolta che redo tiamitudÌBe. 

^''*>: panni d'arerlo veduto altra Tolto. 83. Ma mi sforza il tuo orlare fhined 

.^ fir Hfmrarto, per raffigurarlo, per e tebiotto, — ckUira /"Mf Ito, iOAen e non 

^''^eerlo. floca ed esile come la nostra. Altri per 

^. 49. tn eh* r Qcthio a Urrà geitt, eAtara foeeito intenda to Hm$m ^toHoM. 

^ ^ tbe tbbassi gli occhi a torre, Se le 87. Comunque si raeoonli to tarpo no- 

'*>iM tU ptrti, se le fattotxe che haii velto. Da quatto tn»9 apparitnt ttho il 

^ *•• felfe, non tono fallaci. fatto raccontaTati in pid modi. 



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148 dell' INF£IIN0 

E non por io qui piango bolognese; 

Anzi n* è questo luogo tanto pieno. 

Che tante lingue non son ora apprese ^ 

A dicer sipa, tra Savena e 1 Beno: 

E se di ciò vuoi fede, o testimonio, 

Recati a mente il nostro avaro seno. 
Cori parlando il percosse un demonio 

Bella sua scurifada, e disse: Via, ^ 

Ruffian, qui non son femmine da conio. 

10 mi raggiunsi con la Scorta mia: 
Poscia con pochi passi divenimmo 
Dove uno scoglio della ripa uscia. 

Assai leggeramente quel salimmo; 70 

E, volti a destra sopra la sua scheggia, 
Ba quelle cerchie eteme ci partimmo. 

Quando noi fummo là, dov' ei vaneggia 
Di sotto, per dar passo agli sferzati, 
Lo Buca disse : Attendi, e fa* che foggia ?& 

Lo viso in te di quest' altri mal nati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia, 
Perocché son con noi insieme andati. 

Bai vecchio ponte guardavam la traccia, 
Che venia verso noi dall' altra banda, ^ 

£ che la forza similmente caccia. > 

11 buon Maestro, senza mia dimanda, 

Mi disse: Guarda quel grande, che viene, 

88. ir Mft pur io kologiM; e non solo 71. tehiggia, V ispido dono dello teo* 

io iwlogiiOM, ««< fiango, mi trOTO qvi a gllo. 

piaogaro. '73. Vaol dire ebe lasciarono il carn- 
eo, 61. Che tante lingve dod son ora mino elrcolare, ebe fin allora avean fatto, 
ofprtm, amiBaestrate a dir tipa in quel e presero a andare in linea retta» di 
paese (la profiaeia bolognese) ebe è pò- ponte in ponte, dalla eirconferensa al 
sto tra i flnmi Satena e Reno. Sipa o $ipò centro. 

(e lo prenvndano se pò, qnasi il e'Mt «e» 73. dov* ei vaneggia Di nth, dorè il 

de' Franeati) è la patrtlcella affermati? a ponte, il rosso scoglio, apre al di sotto 

de' Bolognesi. Insomma yqoI dire, ebe il suo racno. 

non son tanti i Bolognesi ebe oggi Titono 75, 76. i(/«ndi, soffermati ; # poniti ia 

o parlano il proprio dialetto nella loro modo, ebe ferisca in te, si scontri in te, 

eittà, quanti sono i Bolognesi in quella Io sguardo di questi altri mal nati. — 

bolfia dannsfti per lenodoio. Féggia^ da ftggtn, ftriu» lo abbiamo no- 

65. il Mf Irò ovaro Hno^ la nostra ati- tato anch* altrore. 

dite di dvriaro. 78. Peroccbè son finora andati nella 

68. settftada, itafllo di enoio, dal Ut. stessa direzione ebe noi. 

ttrimm. 79. vecchio poni*. Inferno, canto Xtl, 

66. fmmSm» da eento, femmine da mo- ▼. 44: ttcehia roeeia. La traccia, la Inafa 
nata, o da fonri sopra moneta. fila. 

♦ 68. ihm timm , peryenimaio, giungemmo. 81. caccia, pone io foga. 



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CANTO DECIMOTTAVO. 149 

E per dolor non par lagrima spanda: 
Quanto aspetto reale ancor ritiene! ^ 

Quegli è Giason, che per cuore e per senno 

Li Oolchi del monton privati fene. 
Egli passò per risola di Lenno, 

Poi che r ardite femmine spietate 

Tutti li maschi loro a morte dienno. ^o 

Ivi con segni e con parole ornate 

Isifile ingannò, la gioviaetta, 

Che prima T altre avea tutte ingannate. 
Lasciolla quivi gravida e soletta. 

Tal colpa a tal martirio lui condanna; ^ 

Ed andìe di Medea si fa vendetta. 
Con lui sen va, chi da tal parte inganna: 

E questo basti della prima valle 

Sapere, e. di color che in sé assanna. 
Già eravam là Ve lo stretto calle iw 

Con r argine secondo s^ incrocicchia, 

E fa di quello ad un altr'arco spalle. 
Quindi sentimmo gente, che si nicchia 

Neil* altra bolgia, e che col muso sbu£EÌA, 

E so medeama con le palme picchia. ^^ 

Le ripe eran grommate d'una muffa, 

84. E par quanto dolore lenU, non ap- ipietatt, perchè uccisero i padri e i mariti. 

pansMy noo (i Tede, cbe sparga una la- 93. La quale area dapprima ingannate 

^rima. — Vuol significare che 'egli era tutte le altre donne, dando loro a credere 

d animo invitto. d'a?oro ucciso il padre, mentre nascostolo 

86. fitosoM, principe greco, nella sua nel tempio di Bacco, 1' aiutò poi a fuggire. 
pivTiaeaza amò Isifile, figlia di Toante 96. Ed anche di Media, ed anche dei- 
re di L«onOy la quale per salvare la vita l' abbandono che Giasone fece di Medea, 
ai soo genitore area ingannato le donne 97. Con lui, cioè con Giasone, se ne 
di qnell* isola, congiurate di uccidere ?a ehi da tal pari» inganfuit chi inganna 
iMtti i maschi. Abbandonata Isifile, passò per tal modo, rale a dire per false pro- 
pri cofli Argonauti a Coleo per far la messe di uozse. 

c:>oqaiata del Vello d'oro. Medea, famosa 99. lattaniia, vale tlria^f co<(e itanne, 

i.ifa, di lui invaghitasi, gì' insegnò il qui per metafora serra, racchiude, tor- 

3 -40 ood' Decidere il drago, che vegliava roentando. 

a'u enatodia del Vello; lo che fatto, e 100-103. Già eravamo laddove V angu- 

npiiù il Vello, fuggi dalla Colcbide io- sto passaggio de' concatenati ponti s* in- 

s^f m eoo Medea. Passato a Corinto, e crocia col secondo argine, e di quello fa 

fastiditosi di Medea e delle sue crudeltà, tpa««, cioè appoggio, ad un altro arco, 

•posò Crousa figlia di Creonte, la quale cbe valica suir argine terso.. 

ira toato peri per le magiche arti della tm, geni* eh* ei nicchia può iìgni&c^Tù ita 

laa rivale. Finalmente mori Giasone sotto dti»lro, o ita gttMndo. Altri spiega «( rat»- 

Io rovine della nave Argo. «ariea. Cotesla gente sono gli adulatori. 

in. frfiMff fene, fé privati ,* privò. Fene, 104. cui muto ebuffa, perchè erano nello 

pnom, fune ec. si trovano negli antichi sterco, 

per f(V, jmè, fa ec. 106. grommate, incrostate, come fa la 

»9. ardils , perchè uccisero uomini : gruma belle bolli. 

10 



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no 



150 bell'inferno 

Per r alito di giù che vi s* appasta, 
Che con gli occhi e col naso facea zuffa. 

Lo fondo è capo si, che non ci basta 
L'occhio a veder, senza montare al dosso 
Dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffata in uno sterco, 
Che dagli uman privati parea mosso. 

E mentre ch'io laggiù con l'occhio cerco, n^ 

Vidi on col capo si di merda lordo. 
Che non parea s' era laico o cherco. 

Quei mi sgridò: Perchè se' tu si ingordo 
Di riguardar più me, che gli altri brutti? 
Ed io a lui: Perchè, se ben ricordo, 120 

Già t' ho veduto co' capelli asciutti, 
E se' Alessio Intermìnci da Lucca; 
Però t' adocchio più che gli altri tutti. 

Ed egli allor, battendosi la zucca: 
Quaggiù m'hanno sommerso le lusinghe, i^s 

Ond' io non ebbi mai la lingua stucca. 

Appresso dò lo Duca: Fa' che pinghe. 
Mi disse, 1 viso un poco più avante, 
Si che la feuicia ben con gli ocdii attingho 

Di quella sozza scapigliata fante, iso 

Che là si graffia con l' unghie merdose, 
Ed or s' accoscia, ed ora è ili piedi stólte. 

Taida è, la puttana, che rispose 

lOT. Ptr V alito d< fJè o^ vi f'«nNMte, miglia laoeheie, fa vii gioeoDdo esraKc- 

per U deBM eMltxiooe cha viene <lal re, me grandistimo adolatore. 

foodo» e ebe, quasi pasta, si attacca alle i94. 11 capo, per modo di spregio, ehia- 

ripe, argini laterali della bolgia. masi talvolta enee». 

108. Che colla trista esalaxione olTen- ISS. («tingAe, false lodi date alimi per 

deva il naso e gli occhi. secondi Ani. 

ffl. ees le sceglie fiU i99raiUt oyc lo -las. ttvcee, saiia. 

scoglioso ponte è più prominente. Sol- 497. Fa' th» pfuffJbe, fi' che ta spinga. 

Unto dal mesto del ponte 1* occhio potea tk' di spingere. 

giungere fin laggiù ; mentre riguardando 4S9, i80. Si che cogli occhi tuoi ta arrWi 

dall' na degli argini il raggio visnale a Todere bene la faccia di quella sosta e 

andare a ferire non il fondo, ma la scapigliata donnaccola. — atUngk$ è dal 

sponda opposta del fosso. lat. attingtrt, che Tale Idceort, •rritar». 

Ii4. Che degli «mail privati, cioè dal i3l, i89. Si graffia, ed ora si pone coli n 

cessi che sono nel nostro aondo, perse cosce in terra, ed ora sta in piedi. Atti 

«otto, parea calato laggiù. • d' inquieta e di sfacciata. 

117. Che non appariva, non potea ve- 433. La Toide qui nominata è la inero- 
dersi, se area la chierica, no. trice dell' Amuco di Tereosio, alla quale 

149. ¥nMi, imbrattati. Trasone suo drudo area, pel mestano 

4». ilsssie /afsrminsllli di nebìl fi- Gnatone, fktlo presenUre in dofto uu 



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CAHTO BSCItfONOVO. 



Al dmdo suo, qnando disse: Ho io grazie 
Grandi appo te? Anzi maravigliose. 
E quinci sien le nostre viste sazie. 



151 



135 



fcbiava. lotendendo Trasone che Taido 
avea molto gradito il dono, magnat V9rùf 
domanda al nazxaao, oQtn §ratiat Thai» 
miài? — tngmtu, risponde il moixaDO. 
Questa risposta suppone il Poeta essere 
suta CaiU da Taide medesima; si perchi è 
Ule, quale si sool fare da quelle femniM 
che in Taid« si figaraao, il perehè il mei- 



sano non rifcrÌTa che le parole di Taide. 
i36. E di quanto abbiam ?edalo in que- 
sto schifoso luogo, i nostri occhi sien 
sazi. — Se ad alcuno dispiacessero le 
▼od e le immagini usate qui da Dante, 
▼oglia considerare di quanta efficacia 
elle Siene a rappresentare i Tisi di qae« 
sta specie di peccatori. 



CANTO DECIMONONO. 



Nella tersa Bolgia, sul ponte della quale et ritroTan ora 1 Poeti, stanno i simoniaci, 
eapofttti in fori o poszetti, colle gambe la aria, le cui piante son involto da fiamme. 
Yèdeodo Dante che uno di quei dannati spingava più forto degli altri, desidera par- 
UrgU; il porche Tirgllio lo porU di peso laggiù. B udito ch'egli è Niccolò III di 
can Orsini, lo rimprovera aspramente del suo peccato ; e, quindi riportato da Vir- 
gili»» ritorna sul ponte. 

Simon mago, o miseri segnaci, , 

Che le cose di Dio, che di bontate 

Debbon essere spose, e toì rapaci 
Per oro e per argento adulterate ; 

Or convien che per voi snoni la tromba, ^ 

PeroQohè neUa terza bolgia state. 
Già eravamo alla seguente tomba. 

Montati dello scoglio m quella parte, 

Ch* appunto sovra mesBo 1 fosso piomba. 
somma Sapienza, quant*è Parte 

Che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 

£ quanto giusto tua virtù eompattet 
Io vì^ per le coste, e per lo^ fondo, 

i. Bimtm fMgo di Samaria, dopo essere 
stato baltotxato da Filippo, offerse danari 
a aaa Pietro per acquistare i doni dello 
Spirito Santo. Da indi in poi il eontrat- 
Ur« 1« cose sacre fa dotto $iwmia. - 
mi$tH i§g%Mi, sottintendi éi lui, 

% S. ek§ di lantaU Dibhcn tittrt tfots, 
cho debbon esser congiunte alla bontA 
OBSOs, coma quelle che Tengono dalla 
bontà dlrioa. 

S. eh* ftr v0{ tnofti la tnmH, ebe di 
Tol io parli AlUmente ne* miei versi, 

l-S. CMtnIsel ed intendi: Già erava- 
Bo trrifati alla tegnente bolgia, essendo 



10 



montati in quella parte dello MOglioso 
ponte, la quale resta preeisamenta a 
piombo sovra il metto del fosso. Vedi 
canto XVIII, t. <I09-IU. — tomàa, eoel 
chiama le bolge, perchè aen lapaltoro 
dei dannati. 

il. mal mowle, mondo malo, malvagio, 
cioè neir Inferno. 

«9. B quanto ginstameiito lftliNi«<rlà, 
la tua provrideata, eeeiparff, eioè distri- 
buisce il bene e il male, i premi e I ca^ 
stighi. 

45. per U ceffi. Di ^1 si deduce lAie 
gli argini delle bolgie non cadono a piom» 



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152 dell' inferno 

Piena la pietra lìvida di fori 

D'un largo tutti; e ciascuno era tondo, i^ 

Non mi parean meno ampi, né maggiori 

Che quei, che son nel mio bel San Giovanni, 

Fatti per luogo de' battezzatori 
L'un degli quali, ancor non è molt'anni, 

Rnpp'io per un che dentro v'annegava: 20 

E questo fia suggel, eh' ogni uomo sganni. 
Fuor della bocca a ciascun soverchiava , 

D'un peccator li piedi, e delle gambe 

In fino al grosso; e l'altro dentro stava. 
Le piante erano a tutti accese intrambe; 25 

Per che si forte guizzavan le giunte, 

Che spezzate averian ritorte e strambe. 
Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 

Muoversi pur su per l'estrema buccia; 

Tal era li da' calcagni alle punte. so 

Chi è colui. Maestro, che si cruccia. 

Guizzando più che gli altri suoi consorti, 

Diss'io, e cui più rossa fiamma succia? 



bo, ma SODO a scarpa, iDclinati per 
modo, che danno, sebbene malageTolmen- 
te, accesso al fondo. 

44. ^If tivùfai» pietra scara, nericcia. 
Canto XYIII, t. 3: • Tutto di pietra di 
color ferrigno. » 

45. D* »i» kir^o ììkiii, tatti d' ana stessa 
larghezsa. 

i8- Falli fwf lnoffo d«' taltef saloH, cioè 
per luogo da starvi i sacerdoti battetia» 
tori; quando nella solenne amministra- 
sione del battesimo (il qaale facetasi 
allora per immersione) entrarano con 
messa la Inngbessa della persona in quei 
posxetti, per esser piti prossimi a tuffare 
i bambini nella gran vasca, e non essere 
dalia calca del popolo oppressati. Altri 
leggono fwf IMO0O ii tel<«ssalòr{, cioè 
di battessatoi: e spiegano t^iii jwf lne^Ai 
da tellsf sart, poiché (dicono) in quei 
possetU stara acqua per amministrare il 
battesimo, se non altro, fuori de' tempi 
aolemiL — Che nel tempio di San Gio- 
vanni di Firenze, intorno la fonte bat- 
tesimale, fossero quattro pozzetti, lo di- 
cono 1 commentatori antichi. 

91. E questo ch'io dico, cioè ch'io 
ruppi il pozzetto per salvare un fanoioUo 
che dentro v'annegava, sia sigillo di 
testimonianza che disinganni ogni uooio, 



^e gli mostri eh' io noi feci per dispresso 
delle cose saere, per vana cagione. 

9S-34. Fuori della bocca di ciascun foro 
soverchiavano, avanzavano, i piedi d* no 
peccatore, e la parte delle gambe infiao 
alle polpe; e il rimanente del corpo re- 
sUva dentro. — Assai coaveoientomeate 
imagina capofilti in terra e sealciaoli 
all' aria, coloro che in viU non mira- 
rono che alla terra, nulla curando del 
cielo. 

95. a %%%%{ quei dannati «raao «CMse 
«alramòe, ambedue, U jHaal*. 

96. le ^ioafe, le giunture, i colli do* 
piedi. 

97. Hlorto, legami fatti di ramoteolli 
attortigliati, tirumkt^ legami Ihtti eoo 
erbe intrecciate. 

99. Muoversi solamente lungo la sn- 
perflcie. 

30. da' calcerai sino afls yuate delle 
dita, cioè per tutta la pianta de' piedi. 

39. dfaUsaMlo, agitando i piedi. Còa- 
forll, compagni nella stessa sorte, doè 
dannati allo stesso supplizio. 

85. E i coi piedi una pih ardente llan- 
ma MiMto, cioè ne attrae T umore, li dis- 
secca. Me rossa, perchè maggioro dogli 
altri in digniU, e perciò di tnlU pi* 



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CANTO DECTMOXONO. 

Ed egli a me: Se tu vuoi chMo ti porti 
Laggiù per quella ripa, che più giace, 
Da lui saprai di sé e de^ suoi torti. 

Ed io: Tauto m* è bel quanto a te piace: 
Tu se' signore, e sai eh* io non mi parto 
Dal tuo volere; e sai quel che si tace. 

Allor veninmio in su l'argine quarto: 
Volgemmo e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 

E 1 buon Maestro ancor dalla sua anca 
Non mi dipose, sin mi giunse al rotto 
Di quei, che si pingeva con la zanca. 

qual che se', che '1 di su tien di sotto. 
Anima trista, come pai commessa, 
Comincia* io a dir, se puoi, fa' motto. 

Io stava come '1 firate che confessa 
Lo perfido assassin, che, poi eh' è fìtto, 
Bichiama lui, per che la morte cessa. 

Ed eì gridò : Se' tu già costì ritto, 
Se' tu già costì ritto, Bonifazio? 



153 



35 



40 



50 



55. cU fih giacÉ, eh' è pib bassa del- 
] alira, perehò piii prostima al centro 
di Hatebolgo. Vedi eanto XXIV, t. 37. 

56. forti, torto -opere, peccati. 

57. m* i b9l,' mi è caro, mi è grato. 

39. # Mi f ««< ekt ti toc*, e conosci ogni 
mio peBsioro anche qaando non te Io 
manifesto con parole. Vedi eanto X, t. i8. 

40. r arfin* quarto è quello che sepa- 
ra la tersa bolgia dalla quarta. 

éU FeifemflM, ci Tolgemmo, a «aed 
itssM, a mano sinistra. La sinistra è detta 
«(a«M, perchè, qaasi sia stanca, opera 
BCBO della destra. 

49. fuuethiato, pieno di fori, di buchi, 
•d erto (dal latino ercfvt), stretto. Stretto 
è il fondo della bolgia, perchè il pendio 
dslle eoata lo rendo tale. 

JO, U. r enee è 1* osso cho sU tra il 
fianco e le cosce. Intendi : e il buon Mae- 
fttro non mi depose dal fianco, sul quale 
efW mi reggerà, 9im, sinché, «i gittnf 
»i rottù, mi ebbe appressato al foro, alla 
buca, di qnei ec. Qui si noti una Tolta 
per tutte le altre che Virgilio, il quale 
ha più spesso le qualità d' ombra, le ha 
pare talora di corpo: e ciò serfe alla 
imagini del Poeta. 

45. cfte ti yinpsve colto sanea^ che si 
ipiogeva, spiBgava,scal6iaTa eolla gamba. 



SI, cioè in quel modo singolare che ho 
già detto. — Sino al 4857, in cui notai 
Terrore degli amanuensi, tutti i testi 
leggevano fi piaa^tva. Ma la lezione «1 
pingtva, fin da quel tempo da me pro- 
posta, avendo oggi V sutorità di qualche 
codice e di qualche stampa, non ha piii 
d' uopo di difesa. 

46, 47. chiunque tu sei, anima tri- 
sta, piantata e fitta come palo, la quale 
tieni di sotto la parte di sopra del tuo 
corpo. 

49, tfO. C01M il fraU càe confitta lo 
porfido attattin ec. Fra i crudeli supplizi 
del r antichità era questo: si ficcava il 
malfattore in una buca col capo all'ingiù, 
a modo che si usa nel propagginare le 
viti : entro di quella gittavasi poscia a 
poco a poco la terra per soiTocarlo. £ 
r assassino, cosi fitto, soleva spesso ri- 
chiamare il frate confessore ; il ptrehèt i 
carnefici restando di gettar terra, la morie 
eottava, si ritardava, e intanto il frale 
appressava Torecchio alla buca, per udire 
il seguito della confessione. 

!f3-04. 11 dannato che qui parla con 
Dante è papa Niccolè IH, che fu di casa 
Orsini di Roma. Egli crede che chi le 
interroga sia 1' anima di papa Bonifa- 
aio Vili, perciò gli dice: > Se' lu già 



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154 dell' inferno 

Di parecchi anni mi menti lo scrii^. 
Se' tu sì tosto di qaell'aver sazio, 65 

Per lo qnal non temesti tórre a inganno 

La bella Donna, e dipoi farne strazio? 
Tal mi fec'io, quali color ohe stanno, 

Per non intender ciò eh' è lor risposto, 

Quasi scornati, e risponder non sanno. co 

Allor Virgilio disse : Digli tosto : 

Non son colui, non son colui che credL 

Ed io risposi com' a me fìi imposto. 
Per che lo spirto tutti storse i piedi: 

Poi sospirando, con voce di pianta c^ 

Mi disse : Dunque che a me richiedi ? 
Se di saper ch'io sia ti cai cotanto, 

Che tu abbi per ciò la ripa scorsa. 

Sappi, eh' io fui vestito del gran manto : 
E veramente fui figliuol dell' orsa, 70 

Cupido si, per avanzar gli orsatti. 

Che su l' avere, e qui me misi in boraa. 
Di sott' al capo mio son gli altri tratti, 

Che precedetter me simoneggiando, 

Per la fessura della pietra piatti. 75 

Laggiù cascherò io altresì, quando 

Verrà colui ch'io credea che tu fossi, 

Allor eh' io feci il subito dimando. 
Ma più è '1 tempo già che i piò mi cossi, 

coitti ritto, Bonìfaiio? » Poi soggiongo: bramoso d'ingrandirò i rai«i eovgiu&tì 

• Di parecchi anni mi menti lo scritto, • (gli orsaceliiotti), ebe m nel mondo io 

Tale a dire : il libro profetico, nel qaale misi in borsa le ricchone (r M$rt), • ouì 

noi dannati prereggiamo il futuro, mi fa misi «m nella baca, 

mendace di tari anni ; poiché, seooado 73-75. Gostroisci ed intendi : Di sotto 

quello, tu doveri morire nel 1305, e non al capo mio, tratti, tirati giù, stan gli 

nel 1300. altri papi, che fecero sioionta aTanii di 

5!t-S7. Sei io cosi presto saxio di f •«(- me, piaitif schiacciati, comprassi, longo 

r avere, di quelle ricchexie, per cai non lo stretto foro della pietra, 

temesti d' impossessarti eoo arti ingan> 77. colui, cioè Bonifatio Vili. 

neroli della Chiesa di Roma, e di poi 78. U tubito diwaiido, l' improvvisa do- 

farnestraiio. governandola iniquamente 7 manda: « se' ta già costi ritto, Dooifa- 

In queste opinioni dì Dante dice perai- sio?» 

tro la storia che vi ha esageraiione. 79. Ma più è il tempo da che io sto qui 

64. ttom, per dispetto d' essersi lo- sottosopra a bruciarmi i piedi, eho non 

gannato. sarà qael tempo che ci starà Bonifaiio 

67, 68. ti m(,U cale, ti preme, eeCenle, ro* file roui, co' piedi allocati. Vale a 

che per questo appunto tu abbia discésa dire : Booitaslo starà qui minor tempo 

la ripa, per venire a me. di quello ohe ci son slato io, poiché 

09 d$l gr»% maaro pontificalo. vorrà presto in suo luogo Clemonta V. 

70-7S. E vorsmonte fhl llglid di casa ^ Dalla morte infatti di Nicoofò IH a 

Orsini (la cui armo faceva od* orsaj, cosi quella di Boiiifado Vili oortero » aooi, 

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CASTO DlCIMOirOHO. 155 

£ ch'io Bon staio cosi sottosopra, ^ 

Cfa* eì non starà piantato co' pie rossi ; 
Che dopo Ini verrà, di più laid' opra, 

Di yér ponente un pastor senza legge, 

Tal che convien che Ini e me ricnopra. 
Nuovo Giason sarà, di cui si legge ^ 

Ne' Maccabei: e come a quel fu molle 

Suo re, così fia a lui chi Francia regge. 
Io non so s' io mi fui qui troppo folle, 

Ch' io pur risposi lui per questo metro : 

Deh or mi di' quanto tesoro volle ^ 

Nostro Signore in prima da san Pietro, 

Che ponesse le chiavi in sua balia ? 

Certo non chiese, se non : Vienimi dietro. 
Né Pier, né gli altri chiesero a Mattia 

Oro od argento, quando fu sortito ^ 

Nel luogo, che perde l'anima ria. 
Però ti sta', che tu se' ben punito : 

E guarda ben la mal tolta moneta, 

Ch'esser ti fece contra Carlo ardito. 
E se non fosse eh' ancor lo mi vieta ^^ 

La riverenzia delle somme chiavi, 

Che tu tenesti nella vita Heta, 
Io userei parole ancor più gravi; 

P^idté il primo mori Mi iVO, e il se- SS. trofpo ftll; o troppo Ardito, per- 

^B<lo ul fsoB. Da quella di Boniik- thè io riprendeva un papa; o troppo 

<>« Vin a quella di Clemente V corsero stollo» perchè la mia predica non era 

Ìiu}ol,potehèqoe8t'iiUlmomori DeH314. per profittar nolla. 

%. 85. Poiebè dopo Bonifaxio Terrà 89. per ^ue9to metro, di qaesto teoore. 

<^lle parti di ponente (cioè dalla Guasco- Pih sotto (t. US) dice: ccufava colai 

?u) 00 pontefice sciolto d' ogni legge, e note. 

reo di opere più laide. Villani: «Uomo di 90. ^naiifo fotof^, quante monete, che 

■»•« opere.» --Ihpo ; non subito dopo, per- preuo. 

^ dopo Bonifaxio Tenne Benedetto XI: 9S, 96. ^iiMde fu iortito, quando Mat- 

^D pontefice, che Tisse pochi mesi. tia fu eletto per sorte, mei Iwgo, nel- 

^' Gùioae, per grossa somma di de« )* apostolato, che V amima rea di Giuda 

uri, ottenne da Antioco re di Siria, che perde. 

^*n allora Gerusalemme, la dignità di 98, 99. E custodisci bene (detto con 

jru Sacerdote, che appartenoTa al suo sarcasmo] la moneta iniquamente estorta, 

iratelio Onia. Ciò leggesi nel lib. II de' la quale ti fece diTentare ardito contro 

'•*«*•<. Carlo. — Superbo Niccolò delle sue ric- 

^) n. E come a Giasone fu pieghe- chexse, richiese re Carlo I d'Angiò d'una 

^» il suo re Antioco, cosi sarà a Ole- figlia per un suo nipote. NegaUgliela, lo 

Beate Filippo il Bello, che regge la priTÒ della dignità di senatore di Roma, 

f rmìa. — Clemente infatti oUeone il e s' intese con GiOTsnni da Precida e 

pontificato pei farori del re Filippo, ed cogli Aragonesi per tdrgli la Sicilia. 
^ti> B6 lo ricambiò trasferendo la sedia lOO-f 09. Si noti il rispetto che Dante 

aif^^i^^^ in ATìgnone, e consentendo professa al pontefice, come sommo sa- 

"* diiirarion dei Templari. cerdole e Ticario di Cristo. 



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156 DELL^ INFEBKD 

Che la vostra avarizia il mondo attrista, 
Calcando i buoni, e sollevando i pravi. 

Di voi, Pastor, s* accorse '1 Yangelista, 
Quando colei, che siede sovra V acque, 
Puttaneggiar co* regi a lui fu vista ; 

Quella che con le sette teste nacque, 
E dalle diece coma ebbe argomento. 
Fin che virtude al suo marito piacque. 

Fatto v'avete Dio d*oro e d'argento: 
E che altro è da voi agl'idolatre, 
Se non eh' egli uno, e voi n' orate cento ? 



105 



113 



106-lti. Di Toi, Pontefici simooiaci 
e TÌziogi, •' accorte V Evangelista san 
Gioranni, quando (a da Ini vista prosti- 
tair^l ai re della terra colei, che ha im- 
pero sopra molte nazioni; colei, che sorse 
sovra i sette colli, e da'molti suoi dominii 
ebbe argomento di potenza e d* antorità 
fin che la virth piacque al suo reggitore. 
— Qui si parla di Roma, della caria pa« 
pale, della temperai potenza de* papi, e 
non già della Chiesa cattolica, come la 
maggior parte de' eomentatori intendono, 
ed alcuni si ostinano a voler intendere. 
11 concetto è preso dall' Apocalisse di 
san Giovanni, cap. XVII, come dice chia- 
ramente il medesimo Poeta, il quale ne 
riporta le stesse stessissime parole. Dun- 
que r interpretazione dev' essere quella 
che ne dà lo stesso san Giovanni non che 
gì' interpreti del sacro testo, e ogni altra 
interpreUzione ò arbitraria e capricciosa. 
Comincerò dal notare, che i relativi colti 
(v. f07) e quella (v. 109) non accennano 
a due soggetti (come taluno pretese), ma 
ad un solo. E se con ciò Dante prende 
la donna • la bestia, sulla quale era as- 
sisa, per una cosa medesima, non è per< 
che imbrogli il sacro testo, come dice il 
Venturi, ma • perchè san Giovanni spiega 
chiaramente- che la donna e la bestia non 
sono in sostanza che una cosa sola • 
(Bossuet, Sfùgationé i»lV kpoealitf). 
Schiarito questo punto, vediamo la con- 
formità delle parole del Poeta con quelle 
dell'Apocalisse: «Colei che siede sovra 
Tacque, Mnttrxst na^na qwB ttdet iup$r 
aqua§ mulUa, — Puttaneggiar co' regi a 
lui fu vista, C«« f«a fornicati «»«< rege$ 
t$rrm. — Quella che con le sette teste 
nacque, E dalle dìeco corna ebbe argo- 
mento , Vidi mulitrm udinUm iuptr 
(«tftam, Aa^MltM capito uptim 9t cor- 
*wi rf«c««. « Vodatano la confonnità, ve- 



diamone r interpretazione, ed udiamola 
dalla bocca slessa di san Ciovanni. Chi 
è la donna? É la città grande che regna 
sopra i re della terra: > Mulior, quam 
vidisti, est civitas magna, qua habet ro- 
gnum super reges terrae » (v. 18). Che si- 
gnificano le acque sulle quali ella siede? 
• Aquse, quas vidisti, ubi meretrix sedet, 
populi sunt et gentf>s et lingua» • (v. )5). 
Che sono le sette teste? « Seplem capita, 
septem monles sunt, super qoos mulier 
sedet» (v.9). E le dieci corna? « Et decem 
cornua, qua vidisti, decom reges sunt» 
(v. IS). Qui dunque dal Poeta è significata 
Roma, la quale nacque, cioè Tu edificaU, 
sui sette colli, e la quale dai molti regni 
e popoli, da cui riscuoteva obbedienza ed 
ossequio, ebbe e prosegui ad avere argo- 
mento d' autorità e di possanza, finché 
quegli che reggevano il freno, cioè il 
sovrano pontefice, ebbe in piacimento la 
virtù. E dice eh* ella ebbe autorità e 
possanza per solo quel tempo che al ret- 
tore di lei fu la virtù in piacimento, es- 
sendo che in progresso piacendosi la curia 
romana più che della virth, del Inargento 
e dell'oro, e prostituendosi ai re della 
terra, ella, considerata per sé stessa, e 
indipendentemente dalla santa cattolica 
religione, decadde nell'opinione, e perdo 
quella possanza e autorità, di che avea 
per tanto tempo meritamente goduto. Se 
io pertanto rifiuto quelle interpretazioni, 
le quali in questa meretrice veggono la 
Chiesa cattolica, e nelle sette toste e nelle 
dieci corna veggono i sette sacramenti e 
1 dieci comandamenti, parmi riputarlo 
con tutta ragione. 

413, 1i4. E che differenza vi è da voi 
agi' idolatri, se non che eglino adorano 
un idolo, e voi n' adorate cento? poiché 
vi fate idolo d' ogni moneta. — idolmtre, 
per idoUifri, come eruiareht per tret icr- 



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CANTO VIOESIMO. 157 

Ahi, Costantìn, dì quanto mal fa maire, ^^^ 

Non la tua conversion, ma quella dote, 

Che da te prese il primo ricco patrel 
E mentre io gli cantava cotai note, 

ira o coscienzia che 1 mordesse, 

Forte spingava con amho le piote. 120 

Io credo hen eh* al mio Duca piacesse; 

Con ai contenta labhia sempre attese 

Lo suon delle parole vere espresse. 
Però con ambo le braccia mi prese, 

E poi che tutto su mi s' ebbe al pefcto, 12^ 

Rimontò per la via, onde discese : 
Né si stancò d* avermi a sé ristretto, 

Sin mi portò sovra '1 colmo dell' arco, 

Che dal quarto al quinto argine è tragetto. 
Quivi soavemente spose il carco 130 

Soave per lo scoglio sconcio ed erto. 

Che sarebbe alle capre duro varco. 
Indi un altro vallon mi fu scoverto. 

rftt. Inf. e. IX, T. 137. Oraf«, per adorato. rimproTeri , delle Terità manifestate 

tt5-in. Abi GostaDtino (magno) , di chiramentef tchietlamente. 

quanto male fa sorgente non 1' esserti 19S. E poi che tutto mi s* ebbe recato 

(Alto cristiano, ma la donazione (creduta in eolio. 

a' tempi di Dante) che ta facesti a san 138. Sin , accorciamento di iinchè , 
SilTestro, il quale fu perciò il primo com' ho altrove notato. E talvolta pure, 
pontefice ricco. - Pensa il Poeta che la ioToce di s<». trovasi negli antichi si. 
ricchezxa sia stata la cagione della cor- 139. tragetto, traghetto, passaggio. 
rttzioo de' costumi de' cherici, trovandosi 130. Quivi, in quel luogo, cioè sul col- 
detto da G. C: • Vende qnod habes et da roo del ponte, «pose, depose, ioavenenfe 
paoperibns, et sequore me. • il carro Soav», il caro peso, la mia per- 

119. E mentre io gli diceva apertamen- sona a lui cara. 

te tali parole. 151 . per lo icoglio teoneio ed erto, per 

4^. PorUmeote guinava , scalciava eansa dello scoglio scabroso e ripido. E 

con ambe le fitte, le piante. la scabrosità e rlpidesia dello scoglio. 

193. Con il contenta faccia, contento che sarebbe stato un duro passaggio 

aspetto (loMia), sempre ascoltò. eziandio allo capre, fu la causa, per cui 

195. Mie fanti «ere itfrute, dei giusti Virgilio si portò Dante in collo. 



CANTO VIGESIMO. 

SaOa quarta Boiffia, eVò quella visitaU ora da* due viaggiatori, stanno g? indovini, 
i «ali haame fi viso • il collo itravolto. e camminando guardano dietro a sé, per* 
eh* pmteeero guardare inmuuL Da Virgilio sono mostrati a Dante alcuni de' piò 
fHBoal di eed, fra' quali la tebana ICanto, ond'ebbe origine ICantova; della quale si 
dSteorroao le vicende. 

Di nuova pena mi convien far versi, 
E dar materia al ventesimo canto 



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10 



158 1)KLL*INFEEII0 

Della prima canzon, eh* è de' sommerflì. 
Io era già disposto tutto quanto 

A risguardar nello scoverto fondo, 

Che si bagnava d'angoscioso pianto: 
E vidi gente per lo vallon tondo 

Venir, tacendo e lagrìmando, al passo 

Che fanno le letane in questo mondo. 
Come '1 viso mi scese in lor più basso, 

Mirabilmente apparve esser travolto 

Ciascun dal mento al principio del casso: * 
Che dalle reni era tornato 1 volto; 

Ed indietro venir gli convenia, 

Perchè 1 veder dinanzi era lor tolto. ^^ 

Forse per forza già di parlasia 

Si travolse cosi alcun del tutto ; 

Ma io noi vidi, né credo che sia. 
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto 

Di tua lezione, or pensa per te stesso 20 

Com' io potea tener lo viso asciutto, 
Quando la nostra imagine da presso 

Vidi si torta, che U pianto degli occhi 

Le natiche bagnava per lo fesso. 
Certo V piangea, poggiato ad un de* rocchi ^ 

Del duro scoglio ; sì che la mia Scorta 

Ifì disse : Ancor se* tu degli altri sciocchi ? 

8. Dolla prima canlica, che narra di i3. Dal mento fio U dOTe eomineia il 

coloro, che toso sommerii nell' ÌDfernale torace, 

voragine. 13. ternato, cioè Toltato. ^ daUe nii<i 

4. h tra ffià dUipotto ec. Io m' era già dalla parte delle reni. 

poito eoD tutta V attODiione. 14. gli, il der« riferire a etoie»» del 

5. ntllo $ew9rtù foudo, cioè oel fondo V. f 3. 

che, dal tommo dell'arco ot'ìo era, mi ti 46. parlaeia , paralisia , malattia che 

mostrava scoperto. produce storpiamento nelle membra. 

8, 9. al patto CAe fanno l» UtaM, con 48. né credo ehs ito al mondo, • che si 

quel passo lento, che fanno le processio- trovi nel mondo, 

ni : anticamente appellale Mane, cioè H- 19, 90. Cosi Iddio ti permetto, o letto- 

tania, voce greca che vale tupplicazioni. re, di trar profitto dalla lettura di qoetli 

40. Allorché il mio sguardo scese io versi» — Modo anche questo deprecativo, 

loro più basso. — Stondo Dante iu luogo — Il profitto poi da trarsone, si è il per- 

elevato, e tenendo gli occhi fisi in quella suadersi, che il voler predire il futoro è 

gente, la quato nel sottoposto vallone ve- vanità e pensiero peecamimso* 

Diva alla sua volta, è mahifesto che gli 9ft. la «osIra^uMgliiffrnmaDa figura in 

era bisogno di abbassarli a mano k mano quelle ombre. 

che quella avvieinarasi a lui ; perciò do- 95. poggiato ad «• dsVoeeAf , appoggiato 

vrai intendere questo verso cosi : quando ad uno degli sporgenti tcheggioni. 

essi furono più presso, pid sotto a me. S7. scioccai, chiama coloro che, ponendo 

11. KiraòilmgntB, in modo da cagionar mento ai soli effetti, non corcano loca* 

maraTìglia. gioni. 



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CAUTO vicnssuco. 

Qni viTe la pietà qoand^ è ben morta. 
Chi è più scellerato di colui, 
Chi al giudicio di Dio passion porta ? 

Drizza la testa, drizza, e vedi a cni 
S' aperse, agH occhi de* Teban, la terra ; 
Per che gridavan tutti : Dove mi, 

Anfiarao? perchè lasci la gnerra? 
£ non restò di minare a vaUe 
Fino a Minos, che ciascheduno afferra. 

Mira e' ha fatto petto delle spalle : 
Perchè volle veder troppo davante, 
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 

Vedi Tiresia, che mutò sembiante, 
Quando di maschio femmina divenne, 
Cfumbiandosi le membra tutte quante; 

£ prima, poi ribatter gli convenne 
li duo serpenti avvolti con la verga. 
Che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quei eh' al ventre gli s' atterga, 
Che ne' monti di Luni, dove ronca 
Lo Carrarese, che di sotto alberga, 

£bbe tra bianchi marmi la spelonca 



159 



30 



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40 



43 



tt Qti è ^elà il non avere aflatlo pie- 
ti Ha debbo notare che la vece pfotò ha 
ftii doe MDti ; dapprima dì rrtiifi»M, e 
poi di tmfutiom*. 

^, IO. Chi è pib eeellerato di eolni, 
cbe riguarda con pastioiie, é non con la 
uaaiMioDe debite, i giuditi di Dio? - 
Coloro ebe spiegano: « di colai ehe sente 
Mopassiene delle pene de' dannati, » 
tpieftiio mate, perchè la frase accenna 
la caau, i gi9di9i éi Di9, e non l'effetto, 

l'FMdf'dMlMXi. 

33. r iforff la Um davanti agli oteki 
'<' Tcte«j, veggenli, o eeeendo tpetutori 
i Tebui. 

K, U. DvM fi, iiiA«f«of Ini, mini, 
preciditi, dal Ut. r«l«. i«/Urao, fu uno 
^' sette re, ehe assediarono Tebe per 
^^"«Merri PoUniee. Essendo indorino, 
'*<^ preredato di derer morire a qael- 
l'ttMdio, pereiò si era nascosto; ma 
^ittopertoel il suo ritiro, tì fa condotto 
fMo mal grado. Mentr' egli dunque ra- 
joratoaienta combatloTa, gli s'aperse sotto 
* piedi la terra, e rimase ingbiettilo. — 
^«U (Old la ga&rra. Qneete paralo gli 
(''(Mao i aemici per iMberao. 



SS. a ea<f«, al fondo» 

86. eh» cia»ehtdiÈae affirra, metaforica- 
mente, che giudica tutti ; alla eni potestà 
nessuno può sottrarsi. 

se. fa ritroto eail$, fa cammino retro- 
grado. 

40. Hìreiia tebano, uno de* pih celebri 
indoTìni dell'antichità. Dicono i mitologi, 
che toccate con una verga due serpi in- 
sieme aTTiliccbiate, si cangiasse di ma- 
schio in femmina ; e che dopo sette anni, 
ritoccate le stesse serpi, riacquistasse il 
sesso prinitiTe. 

45. le fMtchili p§nn9, la barba, e per 
conseguenza il sesso maschile. — Il eht 
dipende dal prima del t. 45. 

46. Quei che si accosta col tergo al 
ventre di Tiresia è Aronte. Fu costui un 
celebre indovino toscane, che abitava 
ne' monti della Lonigiana. 

41-49. Costraisci ed intendi : che ebbe 
per soa dimora una spelonca tra' bianchi 
marmi ne' monti di Luni, dove le Car- 
rarese, il quale alberga di sotto a quelli, 
coltiva la terra.~Bofic«re è propriamente 
menare la ronca per aeCtare le biade 
dall' erbe nocive, ma qui è in seaso lato 



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leo dell' infebno 

Per sua dimora ; onde a guardar le stello 
E 1 mar non gli era la veduta tronca. 

E quella che ricopre le mammelle, 
Che tu non vedi, con le treccie sciolte. 
Ed ha di là ogni pilosa pelle, 

Manto fu, che cercò per terre molte; 
Poscia si pose là, dove nacqu' io : 
Onde un poco mi piace che m^ ascolte. 

Poscia che '1 padre suo di vita uscio, 
E venne serva la città di Baco, 
Questa gran tempo per lo móndo gio. 

Suso in Italia bella giace un laco 
Appio dell'Alpi, che serran Lamagna, 
Sovra Tiralli, ed ha nome Benaco. 

Per mille fonti e più, credo, si bagna, 
Tra Garda e Vsd Camonica, Pennino 
Dell'acqua, che nel detto lago stagna. 

Luogo è nel mezzo là, dove 1 trentino 
Pastore, e quel di Brescia e '1 veronese 
Segnar potria, se fesse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese 



&o 



per eoffivaff la Urrà. '- Luni, città di- 
stratta, eh' era posta alla foce dot la Ma- 
gra. - Carram, città della LunigiaDa. 

50, Hi. Intendi: laonde dall'alto luogo 
ot' egli abitara, non gli era impedito di 
osservare e stelle ed il mare. 

09, 83. ATeodo costei rivolta la naca 
dalla parte del petto, le sao chiome 
scendevano a cooprir le mammelle. Per- 
ciò Virgilio dice a Dante : « quella che 
con le treccie sciolte ricuopre le mam- 
melle, che tn non vedi. • 

nA. Bd ha di là, cioè dalla parte del 
petto, ogni pelosa pelU, tutte le parti 
pelose : e ciò a cagione dolio stravolgi- 
mento. 

55. Manto, famosa indoTÌna tebana, 
figlia di Tirosia. Dopoché fu uscito di 
vita suo padro, e dopoché Tebe, patria 
di Bacco, fn ridotta in sorvitb da Creonte, 
ella si diede a viaggiar per lo mondo, e 
finalmente fissò sna starna in Italia, non 
mollo lungi dal ponto, ove il Mincio cade 
Del To. Resa gravida dal fiume Tiberino, 
partorì Ocno, il quale fondò Mantova, 
cosi appellandola dal nome di sua madre, 
che quivi mori ed ebbe la tomba. — Cor- 
cò por molto torro, vagò per molti paesi. 

56. dO90 M«9ii*{o. É Virgilio che parla, 



e ninno ignora che Virgilio fu di Manlon. 

59. E divenne serva, cioè aoggetu s 
Creonte, la città di Bacco. Intorno a »oe$ 
per Bacco f vedi canto Vili, v. il. 

60. g<o, gì, andò. 

64. Suso. Tarla dall' Inferno. 

6SI. oorrun Lamaona, dividono l'Itali» 
dalla Germania. 

65. Tira{{i,Tirolo, cosi chiamato anche 
dal Villani. — Il lago anticamente detta 
Bonneo, oggi è detto Lago di Sarda, 

64-66. Il Pennino (Alpi pennino, ÀlfU 
panw), eh' è tra Garda e Valcamonica. 
si bagna, io credo, per mille e pih fonti» 
dell' acqua, che poi gib scendendo, va a 
stagnare nel detto lago. 

61-69. Nel messo della lunghtssa del 
lago è un luogo, ove potrebbero esfner*. 
benedire, cioè esercitar giarisdiaiooe. i 
vescovi di Trento, di Brescia e di Vero- 
na, se si portassero colà. -~ Il pento co- 
mune ove i tre vescovi possono benedire, 
stando ciascuno nella sua diogesi, è 
quello ove le aeqne del fiume Tignalga 
sboccano nel lago di Garda. La sinislrs 
di questo fiume è diogesi di Trento, la 
destra di Brescia, ed il Ugo tatto è delU 
diogesi di Verona. 

"iO'là, Costroisci ed intendi : Dove la 



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CANTO VIQESIMO. 161 

Pa fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 

Ove la riva intorno più discese. 
hi convien che tutto quanto caschi 

Ciò che 'n grembo a Benaco star non può; 

£ fassi fiume giù pe' verdi paschi '^ 

Tosto che r acqua a correr mette co", 

Non più Benaco, ma Mincio si chiama 

Fino a Governolo, ove cade in Po. 
Non molto ha corso, che trova una lama, 

Per la qual si distende, e la impaluda ; ^ 

E suol di state talora esser grama. 
Quindi passando la vergine cruda 

Vide terra nel mezzo del pantano 

Sanza coltura, e d'abitanti nuda, 
li, per fuggire ogni consorzio umano, 85 

Bistette co* suoi servi a far sue arti, 

E visse, e vi lasciò suo corpo vano. 
Gli uomini poi, che intomo erano sparti, 

S* accolsero a quel luogo, eh' era forte 

Per lo pantan, eh' avea da tutte parti. ^ 

Fér la città sovra quell' ossa morte ; 

£ per^ colei, che 1 luogo prima elesse, 

Muitova l'appellar senz' altra sorte. 
GKà far le genti sue dentro più spesse. 

Prima che la mattia di Casalodi o» 

rinek'è iiilonio al lago pii» dtfcfM, doè arti, ad esercitare le Me arti magieho. 

« pib bassa, •iti; è ailoata Pesehiera, 87. tuo corpo vano, mo eorpo privo 

btilo • forte castello da far fronte ai dell* aoina, cioè ri mori. 

Breieiaoi e ai Bergamaselii. 95. ttnt* altra torto, cioè sensa getta- 

'(3-75. M, cioè nel ponto or' b Pe- re le sorti, o trarre a sorte, o prendere 

tekien, cooTiene che sbocchi, prendendo altri auguri i, come solerano fare gli an- 

il pendio, tatta quanta 1* acqaa, che per tiehi, quando Tolevano dare il nome ad 

uprabbendansa non può resUre dentro una nnoTa eittà. 

ti lago; cosi fassi un fiume, il Mincio, 94. Intendi: i suoi abitanti furono già 

(^ gi& scorre po' verdi prati. più numerosi. 

76. mttt re*, mette capo, a e^rrort ; 9$. mattia qui Tale àaloriaggimt, — 

cioè eominda a correre. Pinamoato Buonaeossi, nobile di Mantova, 

7s. fievsraoto, castello del Mantovano, persuaso il conte Alberto Casalodi, il 

ove il Mincio imbocca nel Po. quale signoreggiava quella eittà, a rele< 

79. lama, bassa pianura. gare nelle vicine castella vari gentiloo- 

». • la impaUtia, e ne Hi una palude, mini, affermando esser questo il messo 

tt. fnHMi, misera, infelice agli abitan-»- di farsi il popolo benevolo ed ossequente. 

li, per cassa della mal' aria. Con questo consiglio Pioamonte, cho 

& erwb vale cnadtU, nel modo de' mirava a insignorirsi della città sbalsan- 

(soi incantesimi, o vale tohattea; come dono il Casalodi, non intendeva se non 

Virgilio disse di Camilla : Atptra virgo, che ad allontanare quei nobili, dal quali 

> >««Mt. IL) più temeva di essere impedito nella effet- 

b6. ti$Mt$ co' tuoi fervi a far mo toasione del eoo disegno. Allontanati co- 

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1B2 DELL^nms&NO 

Da Pinamonte inganno rìcevesso. 

Però t^ assenno che, se tu mai odi 
Originar la mia terra altrimenti, 
La verità nulla menzogna frodi. 

Ed io : Maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi son si certi, e prendon si mia fede, 
Che gli altri mi sarien carboni spcntL 

Ma dimmi deUa gente che procede. 
Se tu ne vedi alcun degno di nota; 
Che solo a ciò la mia mente rifiede. 

Allor mi disse : Quel che dalla gota 
Porge la barba in su le spalle brune, 
Fu, quando Grecia fu di maschi vota 

Si, cV appena rimaser per le cune, 
Augure; e diede 1 punto con Calcanta 
In Aulide, a ti^Uar la prima fune. 

Eurìpilo ebbe nome; e cosi canta 
L' alta mia tragedia in alcun loco : 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 

Queir altro, che ne* Banchi è cosi x>ooo, 
Michele Scotto fu, ohe veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 



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Storo, tolso infatli, col favore del popolo, 
la lignoria al Casalodi, o mise a A\ di 
spada quasi tolti gli altri nobili che eran 
rimasti nella città. Di qui Mantova ri- 
mase molto diminaita d* abitatori. 

97. U au9nn9, ti avvarto. 

98. Cioè, dare alla mi» citUk «b* altra 
origina. «- Aloono inistU diceva fondato- 
re di Vantora Tareaaa priadpa degli 
Etruschi. 

99. Intendi : nessuna mensogna A«di, 
cioè tradisca, la verità; quasi dica : fa' 
di non prenAira errore» par ie falsa pa 
role altrui. 

1(H. jNWdoa il mia fed», obbligano, 
atringoDO» eoa! la mia eradeoia. 

103. Intendi : die i ragtonameati altrui 
•arehbero por me senta loca, coma sono 
i oarbonl spenti; Tale a dire, sarebbero 
par ma sansa eficaela Teruna. 

J06. eàe procede, ohe va passando. 

405. H/M«, lo stesso che M»f Mine 
Haiifare lo stasso che «lérare. JU/lecIt Tale 
fwitm, a tgoratamenta rteiira. 

4<n. PofVf, stende, come la Tooe latina 
^errila, estende la Jkarba sotto fpalle, 
per fiaasa dal IraTolgimaato del capo. 



106-iiO. Fa..*. Awguff f^ indovino, 
quando la Grecia rimaae vuota di maschi 
cosi, che appena rimasero i bambini in 
calla. Ciò aTTenne quando i Greci an - 
daroBO ali* assedio di Troia. — Dapprima 
pone (v. ai e sag.) i falsi Taticinatori ; 
poi (t. 81 e sag.) Tiene ai sarlilegl: a 
finalmente agi* iadoTìni. 

f 10-ÌI9. JBariplJo e Caieaaff ftoroBO gli 
auguri, che disdero il puale, stabilirono 
il momento, in eoi la fotta graea, la 
quale trovavasi riunita nel porto d'Anlide, 
dova? a tagliar le funi e mettere alla vaia. 

f 13. inizia, eosi chiama l'Eneide, par- 
«hè scritta in verso eroico. £oripiIo vi 
è nominato nel liè. II, v. 114. -^ lV»p«. 
dia ooU'aceento sull'i alla masiara greca, 
come pupe ceflim«d<s, nel eaali XTl, 19», 
XXI, 9. 

418. eàe as'/taacM k aeei pece, abe è 
ooai umilio a sottile. 

116. Mieh»U Spello, seosseee, fti «n ce- 
lebra astrologo a mago, ina a' earvìgì 
dell' imperaUr Faderigo II, aai intitolò 
oa suo libro d* astrologia. 

417. Seppe l' arto delle nigiaha Aodi 
A Impoitaire. 



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OANTO 7IQ1EBIX0PBIM0. 163 

Vedi Qnìdo Bonatti : Tedi Asdente, 

Oh' avere atteso al cuoio ed allo spago 

Ora vorrebbe ; ma tardi ai pente. 120 

Vedi le triste che lascìaron V ago, 

La spola e *ì fuso, e fecersì indovine; 

Fecer malie con erbe e con imago. 
Ha Vienne onud, chò già tiene 1 confine 

D* ambedue gli emisperi, e tocca V onda, ^-^ 

Sotto Sibilla, Caino e le spne. 
E già iemotte fii la Luna tonda : 

Ben ten dee ricordar, cbè non ti nocqne 

Alcuna volta per la selva fonda. 
Si mi parlava, ed andavamo introcque. ^^^ 

«f 8. Guido Bonatti, Mtrologo famoso, al di là della Spagna. — Sivigliat come 

Fa florentÌDO» ma bandito dalla eittà si tutti sanno, è città tlella Spagna. — Le 

iece chiamare da Forlì, e fa molto ae- macchie della Lana crederà il rolgo es- 

cciio a Goido da Mostefeltro, signore di serCaino condannato a portar sulle spalle 

qvtlla città. Scrisse un' opera d' astro- una forcata di spine, in pona d' arer sa- 

iofia.— lsrfenf», ciabattino di Parma, seb- grificato a Dio le cose peggiori. 

beo scBU lettere, si diede a far l' indo- i9f7. te Luna tonda, la Luna piena. — 

▼ino, ed acquistò una qualche celebrità: Nel plenilunio e nel tempo dell' equino, 

visse al tempi del Barbarossa. tio, la Luna tramonta quando si lera il 

iai. fedi lo tritto, sottintendi fmmim. Sole. Si era dunque in terra fatto giorno» 

f S3. eoa orbt i con ìomqo. Le maliarde, ed era questa la mattina del sabato, 

o streghe adoperavano ne' loro incanto- 198, 199. aoa ti aocqa$, ma ansi ti glo- 

simi sughi d* erbe, imagini di cera ec. rò, rischiarandoti alcuna oolta, eioò di 

424-496. Ma Vienne ornai, perchè già tratto in tratto, la via per la selva pro- 
Caino e le spine, vale a dire la Luna, fonda ed oscura, in coi ti trovavi, 
occvpa il confine d' ambedue gli emisferi, i30. iatrocquo, voce fiorentina anttqua- 
cioè sta per tramontare, e tocca il mare ta, dal lat. infer Aoe, e vale frattanto. 



CANTO VIGESIMOPRIJiIO. 

SisIU quiaU Bolgia, dentro un kgo di pece bollente, stanno i barattieri, elea coloro 
che neer irafaco degli affici e delle cose pubbliche ; e attorno alla Bolgia vanno 
denonii annati d* uncini, per roncigUsre qualunque s* attenti d' uscir dalla pece. Ve- 
dono 1 due Poeti lo strado d' un barattiere lucchese, che un demonio conduco, o dal 
vento fetta nella Bolgia. Virgilio ammansa i diavoli, che venivangli addosso) (|1 
egli • I>nte, Mortati da éesi, prendon la via lungo T argine. 

Cosi di ponte in ponte altro parlando, 
Che la mia commedia cantar non cura, 
Yennnmo ; e tenevamo 1 colmo, quando 

Bistemmo, per veder l'altra fessura 

4. Coti a ponte in ponti ec. Cosl prò- 5, A. B ne occupavamo la sommità, 
eedesimo dal ponte della quarta bolgia qoando ci fermammo per veder 1' altra 
a qsello della quinta. fossa [fettura], V altra bolgia. 



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164 D£IiL^ INFERNO 

Di Malebolge, e gli altri pianti vani ; ^ 

E yidila mirabilmente oscura. 
Quale nell'arzanà de' Yiniziani 

Bolle r inverno la tenace pece, 

A rimpalmar li legni lor non sani, 
Che navicar non ponno; e 'n quella vece i'^ 

Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 

Le coste a quel che più viaggi fece ; 
Chi ribatte da proda e chi da poppa; 

Altri fa remi, ed altri volge sarte ; 

Chi terzeruolo ed artùnon rintoppa; i^ 

Tal, non per fuoco, ma per divina arte, 

Bollia laggiuso una pegola spessa, ' 

Che inviscava la ripa d' ogni parte. 
Io vedea lei, ma non vedeva in essa 

Ma' che le bolle che 1 boUor levava, 20 

E gonfiar tutta, e riseder compressa. 
Mentr'io laggiù fisamente mirava, 

Lo Duca mio, dicendo : Guarda, guarda, 

Mi trasse a sé del luogo, dov* io stava. 
AUor mi volsi come l' uom, cui tarda 25 

Di veder quel che gli convien fuggire, 

E cui paura subita sgagliarda. 
Che, per veder, non indugia '1 partire : 

E vidi dietro a noi un diavol nero 

Correndo su per lo scoglio venire. so 

Ahi quant' egli era nelP aspetto fiero ! 

E quanto mi parea nell'atto acerbo, 

Con Tale aperte, e sovra i pie leggiero! 

6. «{faMtiiieii<«.Canto precedente, T.il. sa. Pigola, éa\ lat. p<p»ta, dìmÌDOtiTO dì 

7. artanà, quella parte interiore del pim. 

fiorto che poi si chiamò, e pur oggi si 19. ««dea lei, cioè redeva la pece, 

rhlaira dartena, toce derirata dall'arabo 90. Ma' ehi U MI; se non che le bolle, 

Al $anat, il lavorio e il luogo ore si la- altro che le bolle. Ma' eh», è il ma» qa» 

rora. de* Provenuti i, fatto dal lat. ma$i9 quam. 

*9. Por rispalmare, rimpeciare le navi Vuol significare che vedea la pece a le 

loro malconce. bolle, ma non vi vedeva i dannati. 

fO. 9 in qwlla 99e$, e invece di navi- 31. r<«rd«r eampr*$»a, ricader gih, • 

gare. ritornare al luogo, in che era. 

18. Chi ribattt, ficcando nuovi chiodi. 3S, 96. cmi tarda Di v<d«r, coi sembra 

14. tolqe »art», attortiglia le corde, miir anni di vedere; vale a dire che é 

cioè la canapa di che le corde si fanno, ansioso di vedere. 

iS. Il terseruolOf è la vela minore 97. tgagliarda, priva di gagliardia, di 

della nave; l'arfimos* è la maggiore, coraggio. 

Xiftfoppa, rattoppa, rappeziji. 98. Che pel piacere di veder eoM nneva 

17. tMM pigola »p99»a, una pece don non indugia il partire. 

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CANTO TIOESmOPRtMO. 

L'om^o suo, ch'era acuto e superbo, 
Carcaya un peccator con ambo V anche, 
Ed ei tenea de^ piò ghermito il nerbo. 

Dal nostro ponte, disse: Malebranche, 
Ecc' un degli an^tan di santa Ziita : 
Mettetel sotto ; eh' io tomo per anche 

A quella terra, che n' è ben fornita : 
Ogni uom v' è barattier, fuor che Bonturo : 
Del no, per li donar, vi si & ita. 

Laggiù 1 buttò ; e per lo scoglio duro 
Si Tolse : e mai non fu mastino sciolto 
Con tanta fretta a seguitar lo furo. 

Quei s' atfcufifò, e tornò su convolto : 
Ha i demon, che del ponte ayean coverchio. 
Gridar : Qui non ha luogo il santo Volto : 

Qui si nuota altrimenti che nel Serchìo : 
Però, se tu non vuoi de' nostri grafO, 
Non &r sopra la pegola soverchio. 



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54-36. Gottniisei ed intoidi ; Ud pec- 
raLors con ambedue le coseie serrandoti 
al deflumio, earicara il doiso di lui, cbo 
era acamiiiato ed allo ; e il demonio teoca 
aìTerrati i (aretti del peccatore. 

S7. dMl nMtro fouff, dal ponte, ove 
eravamo io e Virgilio. — Pnò anche in- 
teodersi che siano tolte parole del de- 
mooio: Mahèrtatek», ncwi giit dal 
sottro fe»l« mie ec. — 11 Bali dice che 
costai fosse iriucchese Marlioo Bollai. 
— Màttèrameh^, voce composta, braneh» 
maU,mz\f»gi ghermitori, come MaMolg9, 
maMélUf ec. Questo nome dà il Poeta 
oca a tutti i demoni, ma a quelli che 
f^narduio e martoriano i barattieri, i quali 
««no 4M* peecalori, che sUnao in questa 
bolf ia quinta. 

38. Msla»< chiamaTansi in Locca qoelli 
disi sapremo magistrato. Da tanta Zita 
JeoefltÌAa la cillà di Locca, perchè spo- 
ùalnnla devota di qoeeta santa. 

39, 40. ie tomo nuovamente a qqella 
cillà, che abbonda di barattieri. — Ba- 
rsiffere propriamente è qoegli che fa 
mereato degli ofDzi, delle cariche e della 
ijiaslisia. Ib senso pifa lato significa truf» 
fAtwép mariolo, 

4i. faonkè Je»l»re Boolori della fa- 
miglia de* Dati. Fuorché è detto per gra- 
aioea Irraia, essendo egli stato il barat- 
tier» f#ggiefe di tolti gli altri. 



43. In quella città, per denaro, del no 
Ji fa ita, cioè si. Può prendersi o in 
senso lato, cioè, ptr denaro ti folta il 
vero ; e anche può intendersi, che del no 
si faccia ita^ facendo un i*o un ( delle 
doe aste dell' u, e facendo dell' o ou' a, 
aggiungendovi una linea corra. 

45. «copilo duro, aspro, ronchioso. 

44, 4S. E giammai un can mastino di- 
sciolto, non fu cosi veloce ad inseguire 
il ladro; sottintendi : come fu veloce quel 
demonio a tornare indietro. — Furo, la- 
dro, dal lai. /ur. 

46, 47. (^Mi, cioè il peccatore, t'eff«ifò, 
e tornò ta convolto, piegalo in arco, colla 
schiena in su e col capo e i piedi io gih; 
ma i demoni eh* erano coperti dal ponte, 
cioè slavano sotto il ponte, gridarono ec. 

48. qui non ha luogo, qoi non è il tanto 
Volle, l'imagine del Redentore; che si 
conserva e venera in Locca sotto il titolo 
di Follo Mate. — 11 barattiere era venoto 
a galla col capo all' in gih, atteggiamen- 
to eh* è proprio di ohi profóndamente 
adora: onde queste parole de' demoni 
vengono ad essere uno scherno atroce 
contro di lui. 

49. Strekio, fiume che passa poco lungi 
da Locca. 

50. M. Ptrb tt tu non vuoi esser graf- 
fialo da* nostri uncini, non far «oefreAie, 
non venire a galla sopra la pece. 

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16G 

Poi r addentar con più di cento raffi : 

Disser : Coverto convìen che qui balli ; 

Si che, se puoi, nascosamente accaffi. 
Non altrimenti i cuochi aUor vassalli ^ 

Fanno attoffare in mezzo la caldaia 

La carne con gli oncin, perchè non gallL 
Lo buon Maestro : Acciocché non si paia 

Che tu ci sii, mi disse, giù t' acquatta 

Dopo uno scheggio, eh* alcun schermo t'haia; ^ 
E per nulla offension, che a me sia fatta, 

Non temer tu; ch'io ho le cose conte, 

Perch' altra volta fui a tal baratta. 
Poscia passò di là dal co* del ponte, 

£ comici giunse in su la ripa sesta, ^ 

Mestier gli fu d'aver sicura fronte. 
Con quel furore e con quella tempesta 

Ch' escono i cani addosso al x>overello. 

Che di subito chiede ove s'arresta; 
£sciron quei di sotto! ponticello, ^ 

£ volser contra lui tutti i roncigli; 

Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 
Innanzi che l'uncin vostro mi pigli, 

Traggasi avanti uno di voi che m' oda ; 

£ poi di roncigliarmi si consigli ^ 

Tutti grìdaron: Vada Malacoda: 

Per eh' un si mosse, e gli altri stetter fermi, 

£ venne a Ita, dicendo: Che t'approda?. 
Credi tu, Malacoda, qui vedermi 

Esser venato, disse '1 mio Maestro, ^ 

Securo già da tutti i vostri schermi, 

Si. I«|l, rampini, itroaeDti di ferro eoDtrasto. Vedi Inf. «mio IX, t. fla^ss. 

QMiasti. 64. co*, troDcaiD«oto di tmpa, egat «Ib- 

53. Co9ért9, eioè Mito Ift pece. Maibo già notalo. 

54. MicotMM«l« «eca|ly tu arraffi, ta 66. d' a««f tieum ft—U, di BMCnre 
rabi Dttoosto, MUA aitar risto. tparUmenta intrapidatn. 

55. vatmlH è qui in senso di seMfrpotll. 69. ehitdi, sottinleodi r «ISMoelM. 

57. ftnkè ntm gt^Hi, non fnlleggi, non TS. fello, iniqne verso di «io, molesUa- 
venga a galla. — Balli da galìan per domi. 

Oailegftore. 78. Ck§ r approda, pn6 iatandorti in 

58. «e* ei paia, non apparitea, non si doe modi : Clie eosa ti condwe, ti fe 
veda. venir qna? ovvero : Che li fìs prò, che 

«k T' aeqnatU dietro un sasso apor- ti giova, eh* io sia venuto qna ad man^- 

gente, eosicchè tn abbia qualche riparo, tarli f 

-* Aaia par akkia, vooe anliqsata. SI. tekeraii, propriaaonlè vaia tff/'ier, 

69. eeAle« è sincope di cofails. ma qni per estensione è tanto a tifai- 

63. a tei haraUai a Ul contesa, a simil fieare epposi«<o«f, fmpedlaifftM. 

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CANTO 7I0MIM0PKIM0. 167 

Sansa Tdar divizu), e fato destro? 

Lasciami andar: che nel cielo è volato 

Gh^o mostri altmì questo cammin Silvestro. 
Allor gli fu r orgoglio si caduto, ^ 

Che si lasciò cascar V uncino a' piedi, 

E disse agli altri : Ornai non sia feruto. 
E '1 Duca mio a me : tu, che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 

Sicuramente ormai a me ti riedL oo 

Per eh' io mi mossi, ed a lui venni ratto : 

E i diavoli si fecer tutti avanti ; 

Si ch'io temetti non tenesser patto. 
£ cosi vid'io già temer li fanti, 

Gh'nscivan patteggiati di Caprona, ^^ 

Yeggendo sé tra nemici cotanti. 
Io m'accostai con tutta la persona 

Lungo 1 mio l>aca; e non torceva gli occhi 

Dalla sembianza lor,. eh' era non buona. 
£ì chinavan gli raffi ; e : Vuoi eh' io '1 tocchi, ^^ 

Diceva l' un coli' altro, in sul groppone ? 

E rispondean : Si, fa' che gliele accocchi. 
Ma qud demonio, che tenea sermone 

Gol Duca mio, si volse tutto presto, 

E disse : Posa, posa. Scarmiglione. ^^^ 

Poi disse a noi : Pia oltre andar per questo 

Scogiio non ad potrà, perocché giace 

Tutto spezzato al fondo l'arco sesto. 
E se r andare avanti pur vi piace, 

Andatevene su per questa grotta: iio 

ss. faU iulro, disposiiione faTorrrola Dell* agosto del 1390, ebbe parte Danto 

del delo. eome uno de' soldati a cavallo, ebe la 

99. f««<l0 quatto, appiattato, ranoie- Repobblica di Fìrenxe maadò ia aiuto 

ehiato. de* Lacchesi. 

n. M» fnMtwr fati9y DOn nastenea- 98. lungo, presso, rasente. InferDO, 

•ero il patto, la data fede. canto X, t. 99, 80: « però m* accostai, 

9S. maH9a» ^itfgiati di Capnna, ntcU Temendo, un poco pili al Dopa mio. • 

Taso AbI eaatello di Caprona sotto patto, 109. fa' eht glitlo aecocchif fa* d'aggia- 

per eonvenzione f!stta. ^ Eran questi i stargliene una, fa* di menargli, di affib- 

faod frieaoi ebe mancando d' acqua, re- biargli un colpo. — Qlitlt, cb* è di tolti 

sero n castello a' Loecbesi collegati i generi e numeri, qui sta per glitlo. 

to' Fioreattoi, ebe V assediavano, con los. Po$a, poia, sta' fermo, sta* fermo. 

patto ^ aver salva la vita. Mentre pas- 107» 108. Peroccbò il sesto ponte giace 

savaoo pof eondnrsi a* conGni di Pisa, lutto spezzato al fondo di questa bolgia, 

veggesdosl fra mezzo a tanti nemici, ebe ilo. grotta, vaio propriamente tptloa^ 

gridavaso {«piceo, <«ip<0ea, temerono cbo co; ma qui i usato in senso di argUto 

Booii Toloosoro oiservare le capitolazioni dimpafo : e per luogo dirupato, usasi tut- 

della reta. ▲ gnetlo fatto, ebe arreiuio torà in alcuna parte della Toscana. 



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1(^ DELL INFERNO 

Presso è un altro scoglio, che via face. 

ler, più oltre cinqu'ore che quest'otta, 
Mille dugento con sessanta sei 
Anni compier, che qui la via fu rotta. 

Io mando verso là di questi miei, 
A riguardar s' alcun se ne sciorina : 
Gite con lor; eh' e' non saranno rei 

Tratti avanti, Alichino e Calcabrina, 
Cominciò egli a dire, e tu, Gaguazzo; 
E Barbariccia guidi la decina. 

Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 
Ciriatto sannuto, e Graffìacane, 
E Farfarello, e Rubicante pazzo. 

Cercate intorno le bollenti pane : 
Costor sian salvi insino all' altro scheggio, 
Che tutto intero va sopra le tane. 

Omè, Maestro, che è quel ch'io veggio? 
Diss'io: deh sanza scorta andiamci soli, 
Se tu sa' ir : eh' io per me non la cheggio : 



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111. Qui presso è un altro poeto, che 
porge una strada per passare. — Notisi 
che questa è una bugia di Malacoda, 
poiché non solo quello, ma tatti gli altri 
ponti di questa bolgia erano spossati. Lo 
Tedremo al canto XX Ili. 

113-114. Ieri, venerdì, più tardi einquo 
ore deir ora presente (vale a dire alle 5 
pomeridiane, poiché 1' ora in cuKil dia- 
Tolo parta ò le 40 antimeridiane del sa- 
bato) si compierono 1966 anni dacché 
questo ponte rimase rotto. Vuol dire 
insomma che eran trascorsi 4966 anni o 
un giorno scarso, dacché mori Gesh Cri- 
sto, quando petrm teina tnnt, e che gli 
ofTetti di quel tremoto si risentirono 
ciiandio nell* Inferno. Gesù Cristo visse 
anni SS e S mesi ; ma gli antichi, e fra 
questi Dante [Convito, Tratt. IV, cap 25), 
gli attribuivano di viU 54 anni, perché 
computavano i 9 mesi dalla sua ineffabile 
concezione. Dunque al 4966 e un giorno 
aggiuogeadoneM, avremo il primo giorno 
dell' anno iSOi, e cosi la data della vi- 
sion del roema non é, com* é stato cre- 
duto, r anno 4300, ma bensì il primo 
giorno del 120) : e dico primo giorAo, 
poiché anticamente non al 4 gennaio, ma 
si cominciava l' anno al 95 di marzo. In- 
fatti la ragione allegorica del Poema, che 
accenna alla rinnovazione del secolo, 



vuole che sia V uno e non l' altro, il 
principio del secolo nuovo, e non la fine 
di quello trascorso. 

446. di q%e$H mi$i demonii, a ma sog- 
getU. 

416. «« alcufi ti nt teloriiui, sa alcun 
dannato esce di sotto ia pece, a viene 
air aria. Sciorinare é propriamente «pi«- 
gartf o tpanden alVari», 

417. no» iaranno rei verso di voi, non 
vi faranno alcun male. 

418. Tratti, tràggiti. 

490. la deeiiMf i dieci demonii qui no- 
minati. 

493. taasufo, zannuto, che ha grossi 
denti, quasi zanne. 

494. pan*, usato per fM«t« ; e cosi ehia 
ma quella bollente pece per esser viscosa 
come pania. — pane, Bocc. : « Invisc-ata 
in r amorose pane.» Vedi canto IV, v. 497. 

495, 196. Costoro sien condotti salii 
insino all'altro ponte seheggioso, il quale 
tutto intero, e non spossato come questo, 
varca sopra le bolgie.— Come nelle kot§ie 
si punisce la tnatta ^ttiatitàt cosi le 
chiama tane, cioè covili di ^etie. — An- 
che qui Malacoda mentisce, perchè tulli 
quei ponti eran rotti. 

499. Se tu ea* ir, intendi : Se lo, oom'al- 
tra volta mi dicesti (canto IX), sai il cam- 
minp. - Cheggio, chiodo. 



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CASTO VIGESIMOSECONDO. 

Se in se* sì accorto come suoli, 
Non vedi tu eh' e' digrignan li denti, 
E con le ciglia ne minaccian duoli? 

Ed egli a me : Non vo' che tu paventi : 
Lasciali digrignar pure a lor senno, 
Ch* e* fanno ciò per li lessi dolenti. 

Per r argine sinistro volta dienno ; 
Ma prima avea ciascun la lingua stretta 
Co' denti verso lor duca, per cenno : 

Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



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130 



1»5 



f33. Con quei segni maligni fattisi cogli 
otcìkì fra di loro, mostravano i diavoli 
d' avere inteso il fine delie parole ingan- 
ii«Toli di Malacoda. 

iSS. Virgilio, per quietare la paura di 
Dante, gli risponde: Lasciali digrignar 
pare a loro voglia, poiché essi fanno ciò 
p«r caasa di coloro che son tormentali 
(^imft) e bolliti (I«sfO nella pece. 

136. Ftr V trgiut si«<f (re, tra la quinta 
bolgia e la sesU. 

ióTì, 138. Ma prima ciascun diavolo 
area latto l'atto beifardo di stringer 



co* denti la lìnpua, per cenno verso il 
loro caporale Barbariccia, di voler fare 
un brutto tiro a' dae Poeti. 11 Landino 
spiega altrimenti, e dico, che con ciò 
imitavano artiGciosamente il suono na- 
turale del loro dura. 

i39. evM del cui fatto trombitta^ cioè 
spctexzando. Alcuni rimproveran Danio 
di queste sconcie espressioni ; ma i pre- 
cetti de' maestri, e 1' arte, vogliono che 
gli atti e le parole sian convenienti allo 
persone messe in iscena, e ritraggan fe- 
delmente della loro natura. 



CANTO VIGESIMOSECONDO. 



Befoilano I Poeti ad andare su per T argine, che divide la quinta dalla sesta Bolgia; 
e vedono ì barattieri, che vengono a galla per prendere un po' di refrigerio, e ri- 
faggon sotto appena vedono appressarsi i Malebranche. Un d'essi, troppo tardo a 
iiA*coad<n'8Ì, è afferrato dal rampino d' un diavolo ; e tratto a riva, quantunque mal- 
menato, dà conto di aè e d* altri suoi compagni. Usa poi una Una malizia per libe- 
rerai da^ diavoli ; due dei quali, inseguito invano il fuggitivo, s' accapigliano Ara loro, 
• cadono sella pece. 

Io vidi già cavalier muover campo, 
E cominciare stormo, e far lor mostra, 
E tal volta partir per loro scampo; 

Gorridor vidi per la terra vostra, 
Aretini; e vidi gir gualdane, ( ^ 

1-9. Io Tìdl altra volta squadre di ca» 
valiori araovero il campo, cioè gli ac- 
campamenti, e cominci aro la battaglia, 
e vidi f^re la loro rassegna, e talvolta 
partirò, far la ritirata, per la loro sai- 
▼osm. f tomo, dall' alemaano iturm, vale 
ataalto, battaglia. 

4. Ctrryer, scorridori, piccole squadre 



volanti di genti a eavallo, per sorpren- 
dere il nemico e far prigioni. — Volge la 
parola agli Aretini, perchè il loro paesu 
fu in quo' tempi assai molestalo dallo 
scorrerie nemiche alle quali prese parto 
due volto lo stesso Dante. 

8. ffuoMoiM, cavalcale per depredare e 
guastare il paese nemico. 



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170 dell'inferno 

Ferir tomeamenti, e correr giostra, 

Quando con trombe, e quando con campane. 
Con tamburi, e con cenni di castella, 
£ con cose nostrali e con istrane: 

Né già con si diversa cennamella io 

Cavalier vidi muover, nò pedoni, 
Né nave a segno di terra o di stella. 

Noi andavam con li dieci dimoni 
(Ahi fiera compagnia!); ma nella chiesa 
Co' santi, ed in taverna co' ghiottoni i^ 

Pure aUa pegola era la mia intesa, 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente, eh' entro v' era incesa. 

Come i delfini, quando fanno segno 
A' marinar con l' arco della schiena, 20 

Che s'argomentin di campar lor legno; 

Talor così ad alleggiar la pena 
Mostrava alcun de' peccatori '1 dosso, 
£ '1 nascondeva in men che non balena. 

E com' all' orlo delT acqua d'un fosso 2S 

Stan gli ranocchi pur col muso fuori, 
Si che celano i piedi e l'altro grosso; 

Si stavan d' ogni parte i peccatori : 
Ma come s'appressava Barbariccia, 
Così si ritraean sotto i bollori. 80 

Io vidi, ed anche '1 cuor mi s' accapriccia, 

6. Fitir tornMiMnHt combattere in tor- che secondo il Inogo, hassi la compagnia, 

nei, t eomr gioitra. La gioitra differisce Come nella chiesa si hanno compagni gli 

dal torneo in qnesto, che nell' una si nomini sanft, cioè dabbene» e nell'osteria 

combatte da un solo contro nn solo a flne i ghiotti, cosi nelP Inferno i demonii. 

di scayalcarlo, e nell' altro si combatte i6. tnfMa, attesa, attenzione, 

da squadra contro squadra fin che l' una il. €ont$gno, condisione, qualità; ed 

sia vinta. anche ogni cosa contenutan. 

8. cernili d{ ca«(«(la, cioè fumate di gior- 18. incesa, accesa, brociaU, e, per la 
no, e fuochi di notte. somiglianta dell' effetto, bollita. 

9. E con istrumenti nostrali e atra- 90. eolV arco d$Ua $ckitna, saltando e 
nieri. carolando a fior d' acqua. 

10. Ma giammai con si strano stm- 91 . Che rargomentin, si studino, a' in- 
mento (come quello di Barbariccia) vidi gegnino, di campar lor Ugno, di salvare 
innoTere ec. — Diverta, strana. -~ Cenna^ la loro nave dall' imminente burrasca. 
milla, ora un istrumento a fiato, forse 99. alif^giar, alleggerire, alleviare, 
quello che i Francesi dicon oggi ehalfh- 96. Stan,,., pur eoi rnueo fweri, stan 
meau. Qui peraltro è usalo in genere e fuori solamente col muso. 

non in ispecie. 97. e V altro gro$eo, e l'altra loro gros- 

19. a Hgno di terra di etella, per sexza, cioè 1' altra parte del loro corpo. 

segno di terra, che scuopraai, di stella, SO. Cceì, subito, in corrispoadonsa del 

che veggasi in cielo. coim, che sta per 9«aiido. — Ssllo i lei* 

ié, 10. Uodo proverbiale, a dinotare lori, sotto la pece bolleate. 



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CANTO VHaBSXXOSKOOlTDO. 171 

Uno aspettar cosi, com' egli incontra 

Gh* nna rana rimane, e l' altra spiccia. 
£ GrafBacan, che gli era più di contra, 

Gli arróncigliò le impegolate chiome, ^ 

£ trassel sa, che mi parve una lontra. 
Io sapea già di tutti quanti il nome ; 

Si li notai, quando furon eletti, 

£ poi che si chiamaroi attesi come. 
Buhicante, &' che tu gli metti ^o 

Gli unghioni addosso si, che tu lo scuoi : 

GridaTan tutti insieme i nuJadetti. 
£d io : Maestro mio, fa', se tu puoi, 

Che tu sappi chi è lo sciagurato 

Venuto a man degli avrersari suoi ^^ 

Lo Duca mio gli s'accostò dallato : 

DomandoUo ond' e' fosse ; e quei rispose : 

Io fui del regno di Navarra nato. 
Mia madre a serro d' un signor mi pose, 

Che m' avea generato d' un ribaldo, ^o 

Distmggitor di sé, e di sue cose. 
Poi fui fEuniglio del buon re Tebaldo: 

Quivi mi misi a far baratteria ; 

Di che rendo ragione in questo caldo. 
£ Ciriatto, a cui di bocca uscia ^ 

D'ogni parte una sauna, come a porco, 

Gli fé sentir come V una sdrucia. 
Tra male gatte era venuto '1 sorco : 

39, 35. Costrnitci ed ioteodi : Com'egli 4S. r<piiiil« • miii) temilo Dolle mtaì, 

accado cho uia ran» rimano salla riTa in poterò. 

del pantano, mentre ogni altra se ne di- é1. end* /(Mm, di ohe paeee fotso. 
tacca eoa «n tatto; cosi io Tìdi uno di ÀS. Io fui, eo. Costai chiamossl Ciaik' 
qaei dannati rimanersi colla testa fnor polo o Giampolo, e tu Aglio d* ono scia- 
fila pece, nonostante V appressarsi de' laeqiiatore, il qvale, coasomalo tatto il 
toioniL patrimonio, lasciollo porero; onde Ai da, 

34. H eomirm, per Uriaiptttò, Tire aa* sna madre posto in qualità di eenro eon' 

cera in Toecana. an barone, che stava alla corte di Te* 

W. SU «rreneif Uò, gli aggrappò eoi baldo il re di Nararra. L' iodnstria df 

nneiglio. Ciampolo fti tale» che in precesso di 

36. La lettim è on animalo qnadnipede tempo difonne Camlliare del re, il qnatf 
uifibio, di color nero: il qoale fa ne'flmni, lo ebbe el caro, che gli commetterà ogtt 
tt'laghi, negli itagni, e trorasi anco nelle grande faccenda; ma egli non sapeode 
>*l«di ostiensi, neir Anione e nel Tevere', raffrenare la soa enpldità, fece baratte- 

37. di tutti quanti ì demonii. ria, concedendo per denari le cariche e 
3S- fiNnide fìtron tMtif scelti dal loro gli uffizi del suo signore. 

ttpo lalaeoda. fi. Del quel peccato pago il fio in 

W. B quando Airon chiamati, posi men* questa pece bollente. 

!• il nome eoo che elasenno si chiamnra. 67. sdruci, sdrucirà, lacerava. 

41. uvei, leortiehi, da wi»otar«. SS. li sorcio era capitato tra cattira 



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172 diell' iMimiKO 

Ma Baibariccia il chiuse con le braccia, 
E disse: State in là, mentrMo lo inforco. 

Ed al Maestro mio volse la faccia : 
Dimandai, disse, ancor, se più disi! 
Saper da lui, prima eh' altri 1 disfftceia. 

Lo Duca : Dunque or di' degli altri rii : 
Conosci tu alcun che sia latino 
Sotto la pece? E quegli: Io mi partii 

Poco è da un, che fu di là vicino : 
Cosi foss' io ancor con lui coverto. 
Che io non temerei unghia nò uncino. 

E Libicocco: Troppo avem sofferto. 
Disse : e presegli 1 braccio col ronciglio. 
Si che, stracciando, ne portò un lacerto. 

Draghignazzo anch' ei volle dar di piglio 
Giuso alle gambe ; onde 1 decurio loro 
Si volse intomo intomo con mal piglio. 

Quand' elli un poco rappaciati foro, 
A lui, eh' ancor mirava sua ferita. 
Dimandò '1 Duca mio, sanza dimoro : 

Chi fu colui, da cui mala partita 
Di' che facesti, per venire a proda? 
Ed ei rispose : Fu frate Gomita, 



co 



65 



75 



gatto ; modo prov. che sigo. : qoel ditgra- 
tiato era Tonato in pessime mani. Soreoper 
tordo : nso degli antichi noUto più volte. 

60. «Mfr' io (0 In/òrco, mentr' io lo 
tengo^nforcato, serrato colle mie brac- 
cia. Dieeti medesimamente inf^rean «» 
envallOf appunto perchè chiudesi tra le 
due cosce, cfao formano come una forca. 

65. il iiifaecià, lo faccia in brani. 

64. or iV degli Altri rii, ora dimmi Ì 
nomi degli altri rei, tuoi compagni. 

6$. Ialino, qui significa ifoliaiio. Cosi 
nel Cenvjlo, Tratt. IV, eap. 38: «Il no- 
bilissimo nostro latino Guido Montefel- 
trano. • Inferno, canto XXVU, t. VS, e 
Purgatorio, canto XII, t. 99. 

61. ck§ r% a là «ieiiio, che fa di quelle 
Ticinanse, cioè dell* isola di Sardegna, 
che resta Ticino air Italia. 

68. mfrto. Vedi canto preeed. t. 8S. 

10. avem ioferto, abbiamo tollerato, 
aspettando. 

79. tacerlo, è la parte del braccio dalla 
spalla al gomito. Prendesi anche per 
muscolo io genero, o qui sta per èmiie 
dU4 



13. dar di piglio, afferrarlo coiruncino. 

74, 7S. Onde il decurione loro, il eapo 
della diecina, cioè Darbarieeia, si Tolse 
d* ogni intorno con mal viso, con minac- 
cioso sguardo. — decmrio, per dtc«rio««: 
vedi al Canto V, t. 85. 

76. «» poco rappaciati /"oro, furono «i 
poco acquetati. 

78. dimoro e dimora, corno dimmaié • 
diauiida, dissero gli antichi. Qoi uU per 
indugio, ri tordo. 

79, 80. Chi fu qnegli, da cai poe* an- 
ti dicosti (T. 68, 69) di esserti per toa 
mala ventura partito, per venire • proém, 
cioè alla riva della bolgia f 

81. frate Gomita, di naxiono tardo, di 
professione frate, ma non tappiamo di 
qnal ordihe, guadagnatasi la (raaia di 
Nino de* Visconti di Pisa (Purgatorio, 
canto Vili, V. 46 e seg.) govemaloro o 
presidente del giodicato di Gallar» la 
Sardef na, se ne abusò traneando lo ea- 
ricfae e gli uffici pubblici. Avati in maao 
alcuni nemici del suo signore, yii t9Cò 
evadere ; ma poi teoperla da Nino la ia- 
fedelU di lui, fa fatto impiecara. 



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CANTO VIOESIMOSECONDO. 

Quel di Gkdlora, vasel d* ogni froda, 
Ch' ebbe i nemici di suo donno in mano, 
E fé lor si, che ciascun se ne loda: 

Denar si tolse, e lasciolli di piano, 
Si com'è' dice: e negli altri uffici anche 
Barattier fu non picciol, ma sovrano. 

Usa con esso donno Michel Zanche 
Di Logodoro ; ed a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

Omè! vedete l'altro che digrigna: 
r direi anche, ma io temo ch'elio 
Non s' apparecchi a grattarmi la tigna. 

E '1 gran proposto, vòlto a Farfarello, 
Che stralunava gli occhi per ferire. 
Disse : Fatti in costà, malvagio uccello. 

Se voi volete o vedere o udire. 
Ricominciò lo spaurato appresso. 
Toschi o Lombardi, io ne farò venire. 

Ma stien li Malebranche un poco in cesso, 



173 



85 



90 



05 



100 



89. Calluraf era nno de* qoattro giu- 
dicati, in coi (a qael tempo) dÌTtdeTasi 
t iaola di Sardegna, sigooreggiata da4M- 
sani: Gallora, Logodoro, Cagliari e Ar- 
borea. — ToHl d' ogni froda» ricettacolo 
d 'ogni torta di frode. — Vasolt non è qni 
diflriBQtlTo com'è vanito, ma significa 
qnanto rajo. 

83. donno, signore, dal latino barbaro 
domani, sincope di dowUnHO, 

85. « iMeielli liberi di piano, alla buo- 
na, seaia formalità di processo, o sen- 
tenza. Dt plano è locotione del basso 
latino, opposta air altra do tribunali ; le 
quali tignificarano i due diversi modi 
di sbrigar le cause. 

86. 81 com* «i dico, ti come egli stesso 
racconta. 

81. aoii fietiol, flia tevrano, non pic- 
colo, na grande, in grado sopremo. 

88. oon esso Gomita, «m, conversa, 
donmot don, Miekolo tameko gOTomatore 
del giudicato di Logodoro. Alasia o Ade- 
lasia, figlia di Mariano IH di Logodoro, 
la quale in prime nozze avea sposato 
Baldo n di Gallara, dopo qualche anno 
di vvdovanta sposò Enzo, figlio naturate 
dell* imporator Federico 11, e a loi portò 
in 4ote il giudicato di Logodoro, che era 
la prorinela pia estesa di Sardegna. Mori 
Mi 1945; e oonottanto eh* ella nel suo 
aveste istitoito eredo papa 



Gregorio IX, Enzo, che dall'imperatore 
suo padre era stato nominato re di Sar- 
degna, occupò i giudicati di Logodoro e 
di Gallara, e li ritenne fino a che nel 1349, 
passato a guerreggiare in Italia, non restò 
prigioniero de' Bolognesi. Allora Jfic&c/« 
SSanehe suo siniscalco, prese a governa ro 
in nome di lui ; e sposata Bianca Lanza 
madre di Enzo, della quale era già drodo, 
colori meglio i suoi disegni ambiziosi: 
ed alla fine governò il paese iniquamente 
per conto proprio. Vedi canto XXXill, 
V. i34 e seg. 

89, 90. Ed a parlare delle cose di Sar- 
degna le lingue loro non si stancano mai. 

99. r dirH anche, io seguiterei a par- 
lare, e raccontarvi altre cose. 

93. a grattarmi la tigna,moào volgare, 
che vuol dire, a percuotermi, a fare stra- 
zio di me. 

94. E*l gran propooto, cioè Barbarie- 
eia capo della diecina, detto propotlo o 
prepoito, dal lat. prapotitnt. 

96. malvagio neeollo, lo chiama ueeoUo 
perchè aveva le ali. 

98. lo tpanrato, V impaurito Ciampolo. 

iOO. Ma li malibraneht» quo* demoni! 
chiamati Malebranche, t/ìMO «a poco in 
ettio, in recesso, in disparte. /• cesto, 
da reiso.dal lat.rectttiit. vale in disparte. 
Cosi il Prezzi nel Qneariregio: «lo vidi 
il tempio di Pluton da cesso. « 



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174 dell' INTKBNO 

Si ch'ei non teman delle lor vendette: 
Ed io, seggendo in qnesto luogo stesso. 

Per un eh' io son, ne farò venir sette, 

- Quando sufolerò, com' è nostr' uso 
Di fare allor che fuori alcun si mette. 

Cagnazzo a cotal motto levò 1 muso, 
Crollando il capo; e disse: Odi malizia 
Gh' egli ha pensato, per gittarsi giuso! 

Ond' ei, eh' avea lacciuoli a gran divìzia, 
Rispose : Malizioso son io troppo, 
Quando procuro a' mìei maggior tristìzia! 

AUchin non si tenne, e di rintoppo 
Agli altri, disse a lui: Se tu ti cali. 
Io non ti verrò dietro di galoppo, 

Ma batterò sovra la pece V ali : 
Lascisi il collo, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali. 

tu che leggi, udirai nuovo ludo. 
Ciascun dall'altra costa gli occhi volse; 
E quel pria, eh' a ciò fare era più crudo. 

Lo Navarrese ben suo tempo colse: 
Fermò le piante a terra, ed in un punto 
Saltò, e dal proposto lor si tolse. 



103 



110 



115 



130 



101. SI eV«l, i barattieri, noti Uimu 
dtlU lor 99nd$lt§, degli atti T«ndieatiTÌ 
di <oro, cioè dei Malebraoehe. 

405, 104. Ed io, invece d* sa solo ehe 
sono, ne forò Tenir ftaorì sette (numero 
determinato per l'indeterminato), ne farò 
Tenir fuori molti, quando fischieròf sic- 
come h nostra nsanxa di fare, allorquando 
alcuno leva foori il capo della pece. — 
LeTato foori il capo, e veduto che non 
e* erano i demonil, si daran avviso l' nn 
1* altro fischiando, di venir a galla a 
prender un pò* di refrigerio. ^ 

i06, 407. l9vbilmu90,Crolla»doilc<ipo, 
atto di chi s' accorge d* una malitiosa 
propotta. Infatti il barattiere prepara 
loro un inganno. 

409. tocd«o(l • grwi ii9ititkf ripieghi 
ed astoiie in gran quantità. 

440. Malistoto ton lo Iroppe ec, modo 
ironico, quasi dica: Veramente molto 
malisioso son io, che per contentare il 
desiderio vostro, vi do occasione, per la 
quale possiate strasiare molti de* miei 
compagni. — magriar tritU^ia, maggior 
dolore, maggior tormento. 



413-115. Àliehim non H Imum, non si 
contenne, non si frenò; e di rtole pp e m^U 
altri, e oppostamente agli altri, contro 
r avviso degli altri suoi compagni, dùM 
« fui, a Giampolo : S§ tu ti cuii. se tu ti 
getti nella pece, io non ti verrò dietro 
correndo, ma volando. E ti ragginacerò 
prima che tu ti sia gettato. 

446, 447. Latci9i dunque il celle, il ci- 
glione (quello che oggi diceei golena), 
e te ripa esterna (1* argine che divido 
r una bolgia dall' altra) «te sciid*, sia 
frapposta fra me e te, a vadgr^ per ve- 
dere, se tu solo vali pih di noi tatti. 

44S. Mftoee ludo, àk ludu* voce latina, 
nn nuovo giuoco, un» aida di 
genere. 

149. 490. Ciascun de*demonii, < 
il patto, si rivoltò per calar gih dal ci- 
glione noli* opposU falda, e il primo fo 
quegli, che a ciò fare arasi aoalrato pil 
renitente, cioè Cagnaaao. 

493. Fermò le ftenk • fsrra, ueaa ft 
chi è per ispioeare un inlt^ 

495. del prepoteo fr H t»:u, ti liheiò 
dal propmiimen lo, che avMM di iMararle. 



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CANTO VIOB8IM08EOONDO. 175 

Di cbe ciascun di colpo fd compunto, 
Ma quei più, che cagion fu del difetto : ^-^ 

Però si mosse, e gridò: Tu se' giunto. 

Ma poco i valse ; che V ale al sospetto 
Non poterò avanzar : quegli andò sotto, 
E quei drizzò, volando, suso il petto : 

Non altrimenti Y anitra di hotto, 130 

Quando *1 falcon s' appressa, giù s' attuffa ; 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 

Irato Calcabrina della buffa, 
Volando dietro gli tenne, invaghito 
Che quei campasse, per aver la zuffa. 1^5 

E c€»ne '1 barattier fu disparito, 
Cosi volse gli artigli al suo compagno, 
E fu con lui sovra *1 fosso ghermito. 

Ma r altro fu bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lui: ed ambedue i*o 

Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo sghermidor subito fue ; 
Ma però di levarsi era niente, 
Sì avieno inviscate V ale sue. 

Barbariccia con gli altri suoi dolente, i^s 

Quattro ne fé volar dall'altra costa 
Con tutti i raffi ; ed assai prestamente 

Di qua, di là discesero alla posta : 
Porser gli uncini verso gì' impaniati, 
Ch'eran già cotti dentro dalla crosta: ^^o 

E noi lasciammo lor cosi impacciati. 

194, I9S. D«1U qaal cosa ogni dlarolo Cianpolo icampasse, per avere occasiono 

rinuse di botto, ìmmaDlinente, contrista • di azza (Tarsi con Alicbino. 

to, ma pili contristato rimase quegli, cioè 138. S fu con lui.... ghermito, e si af- 

Aliebioo, il qaalo colla sua proposta fa ferrò, si attaccò con lai. 

cagioM deHo sbaglio. 189, i40. fu tene, fa yeramente, tpar- 

198. • ffidò: Tu $$'giuutOf e, facendo vi$r grifagno, sparviero de* più destri e 

del bravo, vantandosi Tanaoente, gridò: rapaci, ad artigliar, ià afferrar cogli 

To so' raggionto. artigli ben lui, cioè Calcabrina. 

137, 198. Ma quella bravala poco gli 149. Il caldo della pece fu sollecito 

piovo, poicbè le ali non poterono faro schermidore, cioè fa cagione che presta- 

Alicbino più veloce, di quello che i< mente si sghermissero, si lasciassero, per 

MtjMflo, la paura, facesse veloce Giam- il dolore che ne sentirono. Sghtrmin è il 

polo. Infatti questi si tuffò nel punto contrario di gk$nikir$^ afferrare. 

cho il diavolo sUva per afferrarlo. 143. Ma peraltro ogni sforzo per le- 

130. di tolto, di colpo, precipitoit- Tarsi era vano, 

mente. 148. alla posto, al luogo assegnato, al 

139. erueeiato e rotto, stizzito 9 Stanco : laogo opportuno a ritrarre i doe diavoli 

rotto dalla stanchezza. dalla pece bollente. 

133. Calcabrina adirato della bsrla, 15d. dentro dalla eroeta, dentro alla 

ToUodo gli tenne dietro, deiideroio ebe superficie di quello stagno. 



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176 dell' onriRiro 



CANTO VIGESIMOTERZO. 

Lasciandosi addietro i Malebranche impacciati, proseguono i Poeti il viaggio ; ma poco 
appresso, yedendoli tornare a corsa, Yirgilio prende Dante sai petto, e supino si 
lascia andare per T argine a scarpa nella Bolgia sesta. Laggiù trovano gì* ipocriti, 
coperti di pesanti cappe esternamente dorate, e parlano con Catalano e Loderingo 
bolognesi; dairnn de* quali si fanno insegnare il modo, onde salire BuU* argino doli» 
settima Bolgia. 

Taciti, soli, e sanza compagnia 

K'andavam Pan dinanzi e T altro dopo, 

Come i irati minor vanno per via. 
Vòlto era in su la favola d^Isopo 

Lo mio pensier, per la presente rissa, ^ 

Dov^ ei parlò della rana e del topo : 
Che più non si pareggia mo ed issa, 

Che r un colP altro fa, se ben s' accoppia 

Principio e fine con la mente fissa: 
£ come Tun pensier dall^ altro scoppia, >^ 

Cosi nacque da quello un altro poi. 

Che la prima paura mi fé doppia. 
Io pensava cosi: Questi per noi 

Sono scherniti; e con danno e con beffa 

Si fatta, eh* assai credo che lor nói. i^ 

Se Tira sovra 1 mal voler s* agguefia, 

Ei ne verranno dietro più crudeli. 

Che cane a quella levre, eh' egli acceffa. 
Cria mi sentia tutti arricciar li peli 

I. tanta compagnia, senza la eompa- accoppia, si coDfìroDta bene il prìneipio 

gnia de* domonii, che aveTamo avuta per e il fine de* due fatti. Primieramento la 

V ÌDDanti. rana macchinò contro iì topo, e cosi 

8. Con raccoglimento e col capo dimes- Calcabrina contro Alichino; -final mento la 

so, come procedono i frati minori, qaando rana e il topo capitarono mate, per can^a 

Tanno pel loro viaggio. del nibbio, e cosi Calcabrina e AUchino 

4. La favola del topo e della rana era capitarono male, per causa della pece 

a* tempi di Dante creduta d' Esopo, ma bollente. 

l' autore n* è incerto. La favola è qnosla. IO. teoppia, scaturisce, vien faori ra- 

Volendo una rana annegare un topo, gli pidamente. 

offri di trasportarlo sol proprio dosso iS. per noi, per cagione di noi. La 

dall'altra parto d* un fosso; ma mentre voglia che il Poeta ebbe di parlare a 

slava per eseguire il suo malvagio dise- Ciampolo fu occasione alla rissa, 

gno, fu da un nibbio afferrata insieme i6. nói, annoi, rechi noia e dispiacere, 

col topo, e divorata. i6. Se l' ira s* aggiunge al mal animo, 

7, S. Perchè non si agguaglia tanto me alla mala indole. Aggtuffarc, è propria- 

ed issa, quanto s' agguaglia 1* un fallo mente aggiungere filo a filo, come si U 

coir altro. Mo dal latino modo. signiGca annaspando: però qui vale metaforica- 

ora; <tsa, ellissi del lai. hoc ipta kora, monte il semplice aggiungerò, 

lignifica ora. 48. acceca, prende col ceffo, col muso, 

$, 9. Se con la mento /Uso, attenta, ti vale a dire, addenta. 

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CANTO >^GESmuTERZO. 177 

Dalia paura; e stava indietro intento, 20 

Qnand^io dissi: Maestro, se non celi 
Te e me tostamente, Tho pavento 

De' Malebranche ; noi gli avem già dietro : 

Io gP immagino sì, che già li sento. 
E quei: S'io fossi d'impiombato vetro, 25 

L'imagine di fuor tua non trarrei 

Più tosto a me, che quella dentro impetro. 
Por mo venieno i tuoi pensier tra i miei, 

Con simile atto, e con simile faccia, 

Si che d'entrambi un sol consiglio fei. ^0 

S' egli è, che sì la destra costa giaccia. 

Che noi possiam nell'altra bolgia scendere, 

Noi fuggirem l'immaginata caccia. 
Già non compio di tal consiglio rendere, 

Ch' io gli vidi venir con V ale tese 23 

Non molto lungi, per volerne prendere. 
Lo Duca mio di subito mi prese, 

Come la madre, ch'ai romore è desta, 

£ vede presso a sé le fiamme accese. 
Che prende il figlio, e fugge, e non s'arresta, ^^ 

Avendo più di lui che di sé cura, 

Tanto che solo una camicia vesta, 
£ già dal collo della ripa dura 

Supin si diede alla pendente roccia. 

Che r un de' lati all' altra bolgia tura. ^ 

Non corse mai sì tosto acqua per doccia 

A volger ruota di mulin terragno, 

90. 1 flava tiulif fro intento, e sUra con mo e torniamo poterci dare i demonii. 

itteoiione guardaodo dietro di noi. S4. Non avera ancora Anito di pale- 

^91. S' io fossi uno specchio, non ri- sarmi questo suo consiglio, 

^erei in me Timagine delle tue esterne 40-43. • non »' amtta ec. Costruisci ed 

Mmbiaase più presto di quello, eh' io intendi ; E non si trattiene neppur tanto, 

nc«Tsi*i]iiagjQ0lgl^fQ2 delia taa mente, che possa vestirsi solamente d'una ca- 

^ te}M(ro, imprimo e scolpisco in me micia, avendo più cura del Aglio, che di 

(<'»€ io pietra. sé stessa e del suo pudore. 

38-so. Intendi : ora appunto i tuoi pcn- 43-45. E giù dal eo(/o, dal ciglione, 

''*n Tonivano a confondersi co' miei, della dura ripa Virgilio si abbandonò su- 

^^CBdo simile atteggiamento e simile pino, cioè, col dosso a terra e la faccia 

^ianudi paura; sicché si risolverono al cielo, sdrucciolando per queir argine 

«ui insieme io una sola e medesima de- inclinato, che chiude e forma i'un de'lati 

"wirione. alla bolgia sesU. 

^-S5. S' egli è Teramente, che il de- 46. doccia, condotto, canale, dal lat. 

firo lato di qnest* argine giaccia, sia barbaro dnchia duct'a, derivato da d«- 

»wuaalo, come gli altri, cosi che noi cere. 

J«««iamo scendere nella bolgia sesia, noi 47. Mntln Urragno, mulino fabbricalo 

m^tm quella caccia, che immaginia- io terra, a difTcruoza di quolli cUo si co- 



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178 dell'infreno 

Quando ella più verso le pale approccia; 
Come '1 Maestro mio per quel vivagno, 

Portandosene me sovra 1 suo petto, co 

Come suo figlio, e non come compagno. 
Appena furo i pie suoi giunti al letto 

Del fondo giù, ch^ ei giunsero in sul collo 

Sovresso noi; ma non v^era sospetto: 
Che r alta Provvidenza, che lor volle C5 

Porre ministri della fossa quinta, 

Poder di partirs^indi a tutti toUe. 
Laggiù trovammo una gente dipinta, 

Che giva intorno assai con lenti passi. 

Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta. co 

Egli avean cappe, con cappucci bassi 

Dinanzi agli occhi, fatte dell^ taglia^ 

Che in Cologna per li monaci fassi. 
Di fuor dorate son, si che egli abbaglia, 

Ma dentro tutte piombo; e gravi tanto, C5 

Che Federigo le mettea di paglia. 
in etemo faticoso manto ! 

Noi ci volgemmo ancor puro a man manca 

Con loro insieme intenti al tristo pianto : 
Ma per lo peso quella gente stanca <0 

Venia si pian, che noi eravam nuovi 

Di compagnia ad ogni muover d' anca. 

straiieono sulle nati» sopra i ^ml, ove 89. Gho andata per la fossa circolare 

per la corrente non abbisogna docci» per con passi assai lenti, 

condor V acqua d' alto in basso ad urtar 60. ttamea per il grate peso, t vi«fo 

nelle pali, o ali delle mote. per l'angoscia dell'animo. Filila, abbat- 

48. Quando 1' acqua piò approccia, pib tuta. Cosi nelle liricbe: «Chi è està donna 
s'atticina alUpale: cioè, dov'è pib rapida, cbe giace si tinta ? • 

49. vivagno, è I' estremità, 1* orlo delle 61. Kgli, eglino, dal lat. illi, 

tele ; qui per similitudine è la ripa cbe 63, 63. fatU dolla taglia Cho en., fatte 

forma 1* orlo della bolgia. Inferno, can- a quella foggia, che si usa in Colonia, 

to XIT, 1. 135. città dell' Alemagna, dai monaci. Erano 

sa. a{ letto Dtl tonilo Qik,i\ piano della larghe e rosse, 
bolgia. 64. ti eU ogli aMaglia, si che quel color 

03^ 84. «t giunioro sul eolio, i demoni d' oro abbaglia la tisU. 
giunsero sulla sommità della ripa, to- 66. Che quelle che metteva Federigo, 

vrato noi, appunto sopra di noi, sol no- sarebbero, a paragone di queste, parate 

stro capo. di paglia. — A' rei di lesa maestà. Fede- 

87. Tolse a tutti costoro il potere di rigo II facea porre addosso una gran teste 
allontanarsi di là, cioè di oltrepassare di piombo, e cosi testili li faceta mettere 
quel termine. in un gran taso al fuoco. 

88. una gtntt Hpinta.Son qat&tt gVìpO' 71, 73. Che per la loro lenlessa, noi 
criti, e li dice dipinti, perchè col bel ad ogni muovor d'eiien, ad ogni nostro 
colore delU tirth ricuoprono 1 loro bruiti pauo, oravamo nuovi di eoonpagniOf ci 
tizi. trotatnmo a lato compagni nuoti. 



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CANTO VIGXSIMOTBTIZO. 170 

Per ch'io al Duca mio: Fa' che tu trovi 

Alcun, ch'ai fatto o al nome si conosca; 

E gli occhi, sì andando, intomo muovi. B 

Ed un, che intese la parola tosca, 

Diretro a noi gridò : Tenete i piedi, 

Voi, che correte si per l' aura fosca : 
Forse eh' avrai da me quel che tu chiedi. 

Onde il Duca si volse, e disse : Aspetta, so 

E poi secondo il suo passo procedi. 
Bistetti : e vidi duo mostrar gran fretta 

Dell' animo, col viso, d' esser meco ; 

Ma tardavagli '1 carco, e la vìa stretta. 
Quando fur giunti, assai con l' occhio hieco ^5 

Mi rimiraron senza for parola : 

Poi si volsero in sé, e dicean seco : 
Costui par vìvo all'atto della gola; 

E s^eì son morti, per qual privilegio 

Tanno scoverti della grave stola ? ^o 

Poi mi dissero : Tosco, eh' al collegio 

Degl' ipocriti tristi se' venuto. 

Dir ohi tu se' non avere in dispregio. 
Ed io a loro : T fai nato e cresciuto 

Sovra '1 bel fiume d' Arno alla gran villa ; ^ 

E son col corpo eh' i' ho sempre avuto. 
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla^ 

Quant' ì' veggio, dolor già per le guance ? 

E che pena è in voi, che sì sfavilla? 

T4l «t /(tf fé, ^r qualche celebre aiÌOD«. 87. fo4 ti ve litro i» tè, moè Tono 
78. «I unéùmio, coti cammioaBdo, coci reno V altro. 
itimda facesdo. 88. air atto d$Ha §ola, cioè a qoel molo 

Té. U ftnU tote*, la parlata tofleant. della fola, che fa l' nomo respirando. 
TT. ftMif i pMi, trallesete i piedi, l*arg. canto II, ?. 67, 68: « L'aume che 

si far di ne accorte, Per k> spirar, che 



78. Voi ohe eoal correte per qoeit'arla io era ancor tìto. • 

oieara. — Perchè Tanno ti lenti, par loro 90. dtlta gra»t ttokk, della cappa di 

eèe 1* «irfare de' dae Poeti sia vn cor- pfombo. La stola presse i Latini era nna 

rere. kioga reste talare. 

19. f«et fftf hi cMfM. Qaesle parole 95. Noa {sdegnare di dir chi tu sei. 

dell« spirito SOM diretU a Dante, che 9«S. alla gran e<lla, alla gT$n città di 

avaa cblesto di conosoerri alcnno. Firenie. • Nuae villa ingentes, oppida 

M, SS. Goslrvisci ed intendi : Hi fer- parrà prias, ■ disse RutiUo NuiBuiano, 

Bai, a vidi dae spiriti mostrare cogli scrittore del qointo secolo, osando cosi 

occhi o eegli atti del toUo gran fr$Ua 9Ula per eittk. 

i$ir Mi m ù , gran hrana, d'esser meco. 97, 98. A eoi distillano, gocciano, ca- 

6tf, 86. aeeai, lungamente, mi rimiraron dono giù per le guance tanta lagrime 

ce» l'eec*ée èieee per maraviglia, o forse quante io veggio f — Pone la cansa per 

aaeko par dispetto alta visla d' onoprl* V effetto; cioè, i< dolere per le iatfiwe. 

YiUffialo da' loro tomenlL 99. ch$ ti i/lseiila, che al TivaacaU si 

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180 DELL* nrFSBNO 

E r un rispose : Cime ! le cappe ranco 
Son di piombo si grosse, che li pesi 
Fan cosi cigolar le lor bilance. 

Frati godenti fummo, e bolognesi: 
Io Catalano, e costui Loderingo 
Nomati, e da tua terra insieme presi, 

Come suole esser tolto un uom solingo. 
Per conservar sua pace ; e fummo tali, 
Ch* ancor si pare intomo dal Gardingo. 

Io cominciai: frati, i vostri mali.... 
Ma più non dissi ; cb' agU occhi mi corso 
Un, crocifisso in terra con tre paU. 

Quando mi vide, tutto si distorse. 
Soffiando neUa barba co' sospiri: 
E 1 frate Catalan, eh' a ciò s' accorse, 

Mi disse : Quel confitto, che tu miri. 
Consigliò i Farisei, die convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri 

Attraversato e nudo è per la via. 
Come tu vedi; ed è mestier eh' e' senta 
Qualunque passa, com' ei pesa pria : 



100 



105 



100 



115 



mostra. ^ Non sft ancora che la cappa 
sia di piombo. 

Ì00-Ì03- Ohimè» le cappe rana, gialle, 
color d' oro, son di piombo e cosi grosse, 
che il peto loro fa cigolare, stridere, ge- 
mere, 1$ loro bilanei$y le nostre persone, 
che qoasi bilancio sostengon quel peso. 
— Quello cappe pareano d* oro a prima 
Tìsta e come un segno d' onore, ed erano 
dentro di piombo e un supplizio ; al modo 
che nel mondo le asioni e le parole di 
costoro paTToro mosse da virtù, e invece 
▼enirano da corruzione. 

104. Catalano, de* CaUlani o dei Mal- 
Tolli, e Lod*r\ngo degli Andalò o de'Lam- 
bertacci, furono bolognesi, e frati dell'or- 
dine caTalleresco di santa Maria; gli 
ascritti al quale furono, perchè menaTano 
Tìla agiata, Tolgarmente chiamati frati 
gaud$nti. Essendo Firenze agitaU dallo 
fazioni guelfa e ghibellina, fo da*primari 
citudini pensato d' eleggere due potestà, 
r uno guelfo e l' altro ghibellino, afGnchè 
le parli si bilanciassero, e Tuna l'altra 
non soTcrchiasse. Cosi nel 1966 il guelfo 
Catalano e il ghibellino Loderingo furo- 
no ad un tempo eletti polcslà di Firenze, 
CMM tuoi itur tolto nn nom iolingot cioè 
eona saol eiMr preso un nomo lolitario, 



che tìto a sé, ed è scorro da qualunque 
interesae di parte. Ma costoro inreco di 
procurare il bone comune, faToreggiaro- 
no ben tosto i Goelli, tantoché Guido 
NoTollo, Ticario in Firenze del re Man- 
fredi, dovè fuggirsene, e poco appresso 
tutti i Ghibellioi. Principali fra questi 
furono gli liberti, nobilissima famìglia 
fiorentina, le cui case, poste nella via del 
Gardingo, che era una contrada doT* è ora 
la dogana vecchia, furono arse e spiana- 
te. Perciò dice il Poete che essi fartmo 
tali, eh* ancor ti part intwno dal Gardin- 
go, che tuttora apparisce per la mine, 
the sono intorno al Gardingo. 

«09. frati, i «otfHmaU.... è una re- 
ticenza, e si può sottintendere se* «•• 
meritati, 

110, MI. agli 9uhi «{ corss, mi occorse, 
mi si presentò, uno, che era ered/ltso in 
terra ec. Con ragiono ha costui tra gl'ipo- 
criti quel medesimo supplizio, di che egli 
fu cagione all' Innocente oppresso. 

119. »i dittoru, forse per rabbia. 

116. Conaigliò i Fariaoi ec. Onesti è 
Caifasso, che nel Sinedrio disse : • Expo- 
dit unum hominem mori prò pepalo;» ma* 
scherando coli* amor del ben pafabUeo il 
suo odio contro Gesò Cristo. 



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CANTO YI6B8UC0TKBZ0. 181 

£d a tal modo il-Buocero si stenta 

In questa fossa, e gli altri del concilio, 

Che fa per li Giudei mala sementa. 
Allor yid* io maravigliar Virgilio 

Sovra colui, ch^ era disteso, in croce 123 

Tanto vilmente nell* etemo esilio. 
Poscia drizzò a' frati cotal voce: 

Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 

S'aUa man destra giace alcuna foce, 
Onde noi ambodui possiamo uscirci i»o 

Sanza costringer degli angeli neri, 

Che vegnan d' osto fondo a dipartirci. 
Rispose adunque: Più che tu non speri 

S* appressa un sasso, che dalla gran cerchia 

Si muove, e varca tutti i vallon feri, W 

Salvo che a questo è rotto, e noi coperchia: 

Montar potrete su per la ruina, 

Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 
Lo Duca stette un poco a testa china, 

Poi disse : Mal contava la bisogna i^o 

Colui, che i peccator di là uncina. 
£ 1 frate : Io udi' già dire a Bologna 

Del diavol vizi assai ; tra i quali udi', 

Ch* egH è bugiardo, e padre di menzogna. 

<S1. U s lai modo ti $t9%U, ed ìd tal altraTorsa tatti gli orribili Tallonf; ee- 

"■«^ è tormeotatOy il foeoro di lui, eioè, cetto che a questo Tallone, o?e Siam noi, 

>■ aeirdote Anna. Fort' anco ti «iMla è rotto, e però non lo eoopre, non tì fa 

'«le fitM iUUto, dal lat. ditttulart, arco sopra. Vedi canto XVIII, t. 14-48. 

^fi- Il eonàlio, nel quale si stabili — ^ran eercAia dove Gerione li pose. (Can- 

cbe Cristo oiorìsse, fw «aia tomfta, fu to XVIII, t. 19.) 

'^axa di mali per i Giudei, perchè iS7, 438. Voi potrete montar su per le 

ì^^ il loro estermìnio e la distrnsione mine, per le macerie, che nella falda 

<u Gsnualemme, per opera di Tito. giacciono in pendio [in eotta), e nel fondo 

ii4. Mostra Virgilio mara?igltarsi, per- rilerano, s* inalzano. 

che i|uro di qnei grandi fatti, arrenuti 140, 141. Malamente racconUrala fac- 

*^Po la na morte. tenda, rale a dire, male e* insegnaTa il 

iV. feafs 9ilmomU, con tanto suo ar- cammino, colui, cioè Halacoda, il quale 

^livM&io, perchè da tutti era ealpesUto. di là (nell* altra bolgia) afferra eoU'un. 

*tt- M vi (0M, se Ti è lecito, permesso, cine i peccatori. 

^S.^oei qui Tale apertura,Tareo, sbocco. 149. a BologfM, nell' nolTersttà di Bo- 

J^ iaa. d«f K ttMgoti mori, alcuno dei logna, oto InsegnaTasi teologia. 

^^^Mìi, che Tengano a farei da guida, 144. Vuoisi sottintendere, che se il dia- 

P*f Mcire da questo fondo. Àn^tU mori. toIo è padre di menzogna, Virgilio non 

uh meo la Scrittura li chiama. Inf. doTcra aspettarsi da lui altro che men- 

^nU) IKVII, li dice mori chormHni, sogno. Ha Virgilio gli area creduto, per- 

f3^l36. fcTieino,plh che to non speri, che quand'egli fu l'altra rolla (canto IX, 

no icofUo, il qoale muOTOsi dalla eir- t. 93) in fondo all' Inferno, quel ponte 

Mofereau di qucst' ottaTO cerchio, e non era rotto. 

13 



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182 



dell' inferno 



Appresso '1 Duca a gran paesi sen gì 
Turbato un poco d' ira nel sembiante : 
Ond^ io dagr incarcati mi parti' 

Dietro alle peste delle care piante. 



145 



145. »$% gif da gin, se n* andò. ^ 

146. Turbato» per essere lUto ingan- 
nato dai diavoli. 

147. dagV iuearealif cioè da eoloro, che 
erano caricati delle cappe di piombo. 

148. Dittro alU p99U, dietro alle pe- 
date, alle orme impresse da' piedi del 
mio caro Virgilio. — Tutte le moderne 
edixioni leggono fiotto ; ma non si hanno 
esempi che posi* significhi ptdaU^ onte. 



La lozione pettt trotasi nelle ediiioni 
del secolo XV ; e ^tf« lesse il Landioo, 
commentando, «et andai dietro alle pest«, 
cioè dietro alle restigia delle care piante 
di Virgilio. » PuU lesse it Vellotello. 
chiosando» • dietro alle pesta, cioè dielro 
alle Testigie et orme delle piante ec. • 
Ed anche l' istesso Dante disse. Inferno, 
canto XVI, T. S4, « Questi, 1* orme di tei 
pestar mi redi. « 



CANTO VIGESIMOQUARTO. 

Al tnrbarei di Virgilio si tnrba Dante, sì per alTetto, sì per timore di nnoTl pericoli ; 
ma al raeserenarsi del Maestro, si rasserena il discepolo. 8* arrampicano enlle rorine 
deir argine, e giungono snl ponte della Bolgia settima, e, di qai Tenuti smir argine, 
vedono tra orribili eerpl i ladri : tra i quali il pistoiese Vanni Fucci, indispettito 
deir esser riconosciuto da Dante, gli annnnaia che i Bianehi rioeToranno tra br«re 
una grande sconfitta. 

In quella parte del giovinetto anno, 
Che '1 Sole i cria sotto Y Aquario tempra, 
E già le notti a mezzo 1 di sen vanno ; 

Quando la brina in su la terra assempra 
U immagine di sua sorella bianca, '* 

Ma poco dura alla sua penna tempra; 

Lo vìllanello, a cui la roba manca, 
Si leva, e guarda, e vede la campagna 
Biancheggiar tutta, ond' ei si batte V anca : 

Ritorna a casa, e qua e là si lagna, '^ 

Come 1 tapin che non sa che si faccia : 



i-S. Intendi: in quella parte dell'anno 
(secondo lo stile romano) da poco inco- 
minciato, quando il Sole^ essendo in 
Aquario, rinforsa alquanto i suoi raggi, 
e qnando già le notti iuTece d' essere di 
14 ore, son di 13, cioè la metà d* nn 
giorno, ec. Vool dire insomma: nel mese 
di Febbraio, qnando l'aria comincia nn 
poco a temperarsi, e già da Innge s' ap- 
pressa la primaTora. — lerin, figurat. i 
raggi. Anche Virgilio disse: • crinitos 
Apollo. • JSaeid. IX. 

4-6. Quando la brinata, la rugiada. 



ricopia, imita sulla terra 1* imagine di 
sua sorella bianca, cioè dalln nere. ■* 
la sua imitasione dura poco, ec. Conti' 
nuando la metafora, ebe la brina «#*<"' 
pra, ricopia, la uoto, dice che alla peans, 
con che ella ricopia, poeo basta la tem- 
peratura, perchè la brina, stniggend^ 
presto, non può imitar Inof anente l'i^*' 
ginn della nere. 

9. ai «alfe ranca, «i batte U tuio, 
per disperssione, credendo che aia nevi- 
cato, e cosi di non pater ira a fare i f*^ 
suoi. 



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CANTO VIOKSmOQtJABTO. 

Poi riede, e la speranza ringavagna 

Veggendo 1 mondo aver cangiata faccia 
In poco d'ora; e prende suo vincastro, 
E fuor le pecorelle a pascer -caccia ; 

Così mi fece sbigottir lo Mastro, 
Quando io gli vidi si turbar la fronte, 
£ ood tosto al mal giunse Tempiastro. 

Che come noi venimmo al guasto ponte, 
Lo Duca a me si volse con quel pigliò 
Dolce, oh' io vidi in prima appiè del monte. 

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 
Eletto seco, riguardando prinja 
Ben la mina; e diedemi di piglio. 

£ come quei che adopera ed istima, 
Che sempre par che innanzi si proveggia; 
Corì, levando me su vèr la cima 

D' un ronchione, avvisava un' altra scheggia, 
Dicendo : Sovra quella poi t' aggrappa ; 
Ma tenta pria s' è tal, eh' eUa ti reggia. 

Non era via da vestito di cappa. 
Che noi appena, ei lieve, ed io sospinto, 
Potevam su montar di chiappa in chiappa. 



183 



15 



20 



SO 



f± F»< rUi9, ^ ritorna « guardare, 
« ta tf«ra«sa ringavagna^ e rimetta nel» 
i* antao la speraota, ripiglia la aperan- 
la. — S^tagmo diceii eseer Toee di Ro- 
aagBa, ohe vale eaMffro, qniodi riag*» 
9cgnmra tigaifleherebbe- rimt(t$rt nel 
rtracffr», • qui figQratanMnte rimttUr 
•èie amàmo. Altri erade eha Ha^vof «are 
ti a io ateeso ehe a^faaifiiore, che sigoi- 
ficò fmadÈT per U gavigne, otsia per il 
collo, dal proT. gavanhmri • qui Taiga 
riafarrara, rìpnmdtr$. 

43, 14. Tiggtndo il Mondo aver MUfiafo 
faceto la fweo d* era, poiché la brina, da 
la) eredvte nato, li è dilegnaU. 

46-40. Intendi: eome la brina fa sbi- 
gottirò il aemplieo-Tìllanello, ehe maaea 
del Miofvetole, eoil fece sbigottir me il 
mio luostro Virgilio, quando, per 1* in- 
ganno di Malaeoda, lo lo tidi cosi tur- 
barti; Ba eoflM presto il Tillanello si 
rieoaibrta, eosi presto egoahneiite mi ri» 
eonfertal io, perchè al mio mala gianse 
prestamente TMipiaetre, il rimedio. 

4f . «I gvosle pealf , al ponti f otinato. 

», ti. een fMl pifUe JMee oc., eoa 
qo^* appallo «aMferoIa, oh' io fidi la 



Ini, qoando mi eomparra la prima rolla 

appiè del monte a liberarmi dallo tre fiere. 

99, SS. dopo alemn eontiglio MUtto mco, 

dopo eesersi consigliato alquanto in sé 



94. e diademi di figliù. Arrerti che lo 
afferrò per di dietro, in modo da ararlo 
daranti a sé, a spingerlo ss par quella 
mania di sassi. 

9tt, 96. E come U quegli, eha opera 
colle mani, e pondera colla mente quello 
ehe fa, talmente ehe pare che sempre si 
ptorreda innansi da'meui opportnnt alla 
riuscita; cosi ec. 

98. foneMeae, grosso pesto di pietra, 
ieolfaea, noUra. Scheggia, passa di pie- 
tra sporgente in fuori. 

Si. Non era quella nna ria da potersi 
tara da quei dannati restiti della grara 
cappa, cioè, dagl' ipocriti. 

89. id io aoifinU da Virgilio. 

SS. chiappa dicono alcuni aigailcare 
cosa, e qui pietra, da potersi chiappare. 
Altri dicono signifleare un petto, un rot- 
tame di sasso di pietra. Chiappa, diee 
Banrenoto da Imola, ■ est pars Mgola 
colma, qaa tegontur teeto donornm* • 



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184 DELL* INFEBNO 

E 86 non fosse che da quel precinto, 

Più che dall' altro, era la costa corta, ss 

Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 
Ma perchò Maiebolge invér la porta 

Del bassissimo pozzo tutta pende, 

Lo sito di ciascona valle porta 
Che r una costa sorge, e V altra scende : ^o 

Noi por venimmo alfine in su la punta, 

Onde l'ultima pietra si scoscende. 
La lena m' era del polmon si munta 

Quando fui su, ch'i' non potea più oltre; 

Anzi m' assisi nella prima giunta. *^ 

Omai convien che tu cosi ti spoltre. 

Disse 1 Maestro ; che, seggendo in piuma, 
. Li fama non si vien, nò sotto coltre: 
Sanza la qual, chi sua vita consuma, 

Cotal vestigio in terra di sé lascia, ^ 

Qual fummo in aere, od in acqua la schiuma. 
E però leva su ; vinci l' ambascia 

Con r animo* che vince ogni battaglia, 

Se col suo grave corpo non s' accascia. 
Più lunga scala convien che si saglia ; ^ 



S4. prteiftfo, einU «stariote, argine ia- 
Usrno eiDgenta U fossa. 

86. NoD so thè cosa sarobbe stato di 
lai ; ma io beosl sarei rimasto Tìnto, 
spossato, né aTrei potato finir di salire. 
SI noti fard vinto, inreee di tàrH tUh 
v<«to; come il f^ttt di sopra nel Talora 
del f%iiHt latino, foiu flato, 

57, SS. Abbiamo già detto al ean- 
to XVIII, T. 9, che l' oltaro cerchio, 
detto Maiebolge, dalla sua circonferenza 
al centro, ot' è il posso de' giganti, pende 
e Tii Tia inclina, a modo d' un cappello 
cinese roresciato. 

ae. La ttrottnra di ciascona bolgia 
porta seco la necessità, è fatta di tal 
maniera, che ec. 

4), 41. JVM pur , noi pomonostanta 
tanta difllcoltà, to^immo alUno {% tu la 
pmifa, sulla sommità dell' argine, ondo, 
da cni, VnltiWM pteira del guasto ponto 
t( teeictiidf, si distacca sporgendo in 
Aiori. 

43. La lotta m* èra,... ti mwafa, il re- 
spiro m' era si esaoslo. 

45. Mita pHma giunta, al primo giun- 
gerò ab* io feci lasab. 



46. Il opoltro, ti spoltronisea, U api- 
grisca. 

47, 48. ooggondù in piuma. In fama Mm 
ti vitn, «è folto coltro, paò costrairsi, e 
quindi intendersi, in due modi. Seggen- 
do, poltroneggiando, sai le piume, e gia- 
cendo sotto la coltre, poltroneggiando a 
li»tU), non si Tiene in fama. OrToro; pol- 
troneggiando sulle piarne, non si tiene 
In fama, né sotto la coltre del baldac- 
chino ; cioè non si perviene alle grandi 
dignità (come quelle di re, imperatore, 
papa) che si onorano del baldacchino. 
Ma perchè non è sempre rero ohe alle 
grandi dignità si penrenga solo per opere 
egregie, cosi io credo pih rera l' intar- 
pretasione prima. 

49. SauMa la qual, cioè sema la qoal 
fama. 

tfS. E però alzati, rinei 1* affanno con 
r animo che tince ogni ostacolo , se 
(1* animo) non ti aecatcia, non si abban- 
dona, non si aTTÌllsce insieme col suo 
materiale e grate corpo. 

86. Intendi : per giungere al Paradiso, 
eh' è il termine del tuo riaggio, conTiene 
ohe da te si salga ona loala» una lalila 



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OAKTO VIOMMOQUAllTO. 185 

Non basta da costoro esser partito : 

Se tu m' intendi, or fa' sì che ti vaglia. 
Levaimi allor, mostrandomi fornito 

Meglio di lena, eh' T non mi sentia ; 

E dissi : Va', eh' io son forte ed ardito. ^ 

Sa per lo scoglio prendemmo la via, 

Gh' era ronchioso, stretto e malagevole. 

Ed erto più assai che quel di pria. 
Parlando andava per non parer fievole : 

Onde una voce uscio dall' altro fosso, ^ 

A parole formar disconvenevole. 
Kon so che disse, ancor che sovra '1 dosso 

Fossi dell' arco già, che varca quivi ; 

Ma chi parlava ad ira parca mtosso. 
Io era vólto in giù; ma gli occhi vivi '^^ 

Non potean ire al fondo per l' oscuro : 

Per eh' io : Maestro, fa' che tu arrivi 
Ball' altro cinghio, e dismontiam lo muro ; 

Che com' i' odo quinci e non intendo. 

Cosi giù veggio e niente raffiguro. ^^ 

Altra risposta, disse, non ti rendo. 

Se non lo far : che la dimanda onesta 

Si dee seguir con l' opera tacendo. 
Noi discendemmo '1 ponte dalla testa, 

Ove s' aggiunge con l' ottava ripa ; ^ 

E poi mi fu la bolgia manifesta : 

^ib iaoga di questa» vale a dire, il monte cosi: ma gli occhi miei non poteano, per 

del Pnrgalorio. ' I' otenrilà, andare al fondo vivi, cioè a 

SI. «r /•* •), ora opera in modo, eA« ti dire, nella loro piena attività. 

Mf Ite, che ravviso ti giovi, e li «ia rS,Dairaltr9 cinghia, cioè all'altro 

ttiaolo insieme e conforto. argine che diride la bolgia settima dal- 

«0. fottv ed ardita: il primo riguarda 1' oUava. — Siecome il ponte si leva pib 

piatioato il corpo, l' altro V animo. In- alto dell' argino, cosi per andarvi i Poeti 

feno, canto XVII, v. 81. debbono scendere: e la scesa non dovea 

61. S» per le Hoglio, che varca la boi- esser tanto corta, se, non vedendo nalla 

già saitima. dal ponte, dall' argine la bolgia si fa 

63. r9ti€kl»$9, scabro, rode, non appia- manifttta. 

aato. Altri tetti roeekiotc, e al v. 98 lk. CU com' io odo ec. Che come io odo 

rsccMoM invece di romehion», e possono il snono, e non intendo le parole ec. 

stare come derivanti da rocchio: • Tra' T7. Svuea (o far, so non focendo quello 

roedii dello acoglio, ■ Inferno, XXYI, il. a che tu m' inviti. 

6S, 66. Ondo, il perchè, essendo io stato 19. dalla teota, dalla sua estremità. Av- 
vito da chi stava di sotto, osci dalla vertl, che i Poeti non discendono nel fondò 
belfia nottima una voce, mal adatta per della bolgia, ch'era piena d'orribili ser- 
l' Ir» a fermar parole distinte. penti, ma beasi suir argine ; il quale, 

10. §U oeeki vM, può intendersi, gli essondo basso, permetteva loro di vedere, 

•edii corporali ; ovverorper quanto fos- sansa pericolo, gli oggetti nella bolgia 

tata Tivact ; ovvero costruire ed intender rinchiusi. 



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186 DXLI.'lN7XBM0 

£ vidivì entro terribile stipa 

Di serpenti, e di si diversa mena, 

Gbe la memoria il sangue ancor mi scipa. 
Più non si yanti Libia con sua rena : 85 

Gbè se cbelidrì, iaculi, e farce 

Produce, e ceneri con anfesibena ; 
Né tante pestilenzie, né si ree 

Mostrò giammai con tutta V Etiopia, 

Né con ciò cbe di sopra '1 mar rosso òe. ^ 

Tra questa cruda e tristissima copia 

Gorrevan genti nude e spaventate, 

Sanza sperar pertugio, od elitropia. 
Gon serpi le man dietro avean legate: 

Quelle fìccavan per le ren la coda ^^ 

E *1 capo ; ed eran dinanzi aggroppate. 
Ed ecco ad un, cb* era da nostra proda, 

S' avventò un serpente, cbe 1 trafisse 

Là, dove U collo alle spalle s' annoda. 
Né si tosto mai, nò I si scrisse, loo 

Gom' ei s* accese, ed arse, e oener tutto 

Gonvenne cbe cascando divenisse: 
E poi cbe fd a terra si distrutto, 

La cener si raccolse per sé stessa, 

E in quel medesmo ritomò-di butto. ^^ 

Gosi per li gran savi si confessa 

8S. ttipa, gtipamento.ammaecbiamoDto. paese eh* è di gopra il mar rotso, cioè 

83. di ti diverta imm, di ti ftraoa 1* Edilio. — Èé p«r è, corno mt$ per mt, 
qualità, speda. tret per tn, (•• per f* ee. 

84. Che la ricordanza mi «d|M, mi 9f. copto. Intendi : di serpeBlf.lHttìf - 
ioiapa, ni guasta ancora SI sangue per tì^a ha qui lo stesso senso che ti lat. 
lo spaTonto. /«(erHma. 

85. Likia co% f«M mM, la Libia con 95. Scasa speranza di trorare nn Iraeo 
qnel sdo santo arenoso ed ardente. La ore nascondersi, o un pesto d* elitropia 
Libia al tempo do* Romani era quella per rendersi invisibili. 8on questi i Isdrt. 
parto dell' Affrica, che giace a ponente Dal Tolge antico eredoTasi che la pietra 
dell* Egitto. terde con macchie rosse, chiamata elitro- 

86. 87. eUMrif serpenti anfibi, tacuM, pia, arasse Tirth di rendere invisibile chi 
the si laneian dagli arbori addoeso alla la portata indosso. Vedi nel Ilfr«m#rea« 
preda, (arn, ebe canuninan colla parte la novella di Calandrino, eh' è la 111 della 
saperiore del corpo elevata da terra, gior. VIH. 

Mucfi, macchiati di punti simili a grani 97. da «etfm proda, dalla parto ove 

di miglio, MifitiAeM, serpenti a dne teste, eravamo noi. 

ttoa ad ogni estremità, ft imitata la de- 405. E di botto, ad un tratto, ti rifoee 

•eriaion di Lneaao al Uh. YIIL qnel medesimo spirito di prima. 

80-90. Né tante pestileoxie, né si no- 106. il gra» •avi. Della feniot parla- 

civa, moslrò giammai la stessa Ubia in- rono Pomponio, Tacilo, Plinio, Solino, 

aiemo con tutta l'Eliopia (altra provincia Clandiano, ed Ovidio nel lib. XV dalle 

dell' Affrica) , né iosiome con tutto qnel IloUmorfosi. 6i xwkfttu, ti atteita. 

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CANTO VI0X8IH0QUABT0. 187 

Che la fenice muore, e poi rinasce, 

Quando al cinquecentesimo anno appressa. 
Erba né biada in sua TÌta non pasce, 

Ma sol d'incenso lagrime e d'amomo; i^o 

E nardo e mirra son T ultime fasce. 
E quale è quei che cade, e non sa comò, 

Per forza di demon eh' a terra il tira, 

d' altra oppilazion che lega V uomo. 
Quando si leva e che intomo si mira, i^s 

Tutto smarrito dalla grand' angoscia 

Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 
Tal era 1 peccator levato poscia. 

Oh giustizia di Dio, quanto è severa. 

Che cotai colpi per vendetta croscia! i^o 

Lo Duca il dimandò poi, chi egli era; 

Perch' ei rispose : T piovvi di Toscana, 

Poco tempo è, in questa gola fera. 
Vita bestiai mi piacque, e non umana. 

Si come a mid ch'io fui: son Vanni Fucci *23 

Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. 
£d io al Duca : Digli che non mucei ; 

E dimanda qual colpa quaggiù '1 pinse : 

Ch'io 1 vidi uom già di sangue e di corrucci. 
E '1 peocator che intese, non s' infinse, ^^^ 

Ma drizzò verso me l' animo e '1 volto, 

E di trista vergogna si dipinse. 
Poi disse: Più mi duol che tu m'hai coito 

Nella miseria, dove tu mi vedi, 

Qie quand'io fui dell'altra vita tolto. 133 

Io non posso negar quel che tu chiedi : 

fll. f «iltaM fète§, i prwiosi odori di eondo Ini, or* covile, o nido d' ttomiol 
c^e li circond» la feniee norento. nelaDdi e bosUtli. 

iil. e*M«,~eomé, troDeAmoato del lai. i97. eht «e* mucei» ohe non fugga, che 

noDselasTÌROi. 



UZ. Dn" férf di ima; «ose ai ore- i9d. Perocché io Io conobbi già nomo 

dera d«|ti oMoeai. rissoto e eangainario, ed ora, ÌDTeoe di 

114. •ppitatiùm, è riMerramanto delle Irorarlo tra i violeDti, lo troTo tra i ladri. 

▼io degli •piriti Tilali, eone in qoeili «he IM. ii Mita t0rgo§na, di rergogna 

■offrono di mal cadoeo. dispettoia, ttiisoea. 

1». per «Mdffte, per pvniiiooe.eretda, iS5. deU' altn vita tolto per man del 

naada gih con riolenta ; metalora presa carnefice. 11 ditpiaoere del Pucci non 

dtU'uqna, quando cade con impeto. poterà nascere da timore d'infamia, per- 

19$. Faimi Fucd fa bastardo di Meseer eiocebè oramai eraa noti al mondo il suo 

Pnccio de'taztarì nobile pisloiete; per- delitto e la tua pena, ma si dall' estere 

ciò i qsì detto muto. rodato in quello sUto da Dante, che poi 

198. mi fu d«f Mfona^porcbè Piitote,to* V arrebbe noeoatato ti nel wwdo* 



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188 dell'inferno 

In giù son messo tanto, perch'io fui 
Ladro alla sacrestia de'bdli arredi; 

E falsamente già fu apposto altruL 
Ma perchè di tal vista tu non godi, 
Se mai sarai di fuor deUuoghi bui, 

Apri gli orecchi al mio annunzio, ed odL 
Pistoia in pria di Neri si dimagra ; 
Poi Fiorento rinnuova genti e modi. 

Traggo Marte yapor di Yal di Magra, 
Ch' è di torbidi nuvoli involuto : 
E con tempesta impetuosa ed agra 

Sopra Campo picen fia combattuto ; 
Ond' ei repente spezzerà la nebbia. 
Si ch'ogni Bianco ne sarà feruto: 

E detto r ho, perchè doler ten debbia. 

Val di Magra, Ch' è 



140 



143 



150 



1S7. 1% giU 9on «mmo fanfo. Intendi : io 
•OD messo più giù do' Tìolenti, tra i quali 
tu crederi trOTarmi, perchè ee. 

i58. 11 riibamento alla tagreitia di 
san Jacopo di Pistoia, deCla de' belli ar- 
redi, fa commesso da Vanni Pucci unita- 
mente a Vanni della Mona e a Vanni di 
Mirone, nel li93. Quasi due anni era du- 
rato il processo infruttuosamente, e già 
un tal Rampino di Ranuccio, falsamente 
imputato di quel delitio (e perciò dice il 
Poeta, B faliamente già fu apf09h altrui) 
stara per esser condannato, quando il com- 
plice Vanni della Mona, presa Timpunità, 
rirelò i veri autori del furto. Rimesso al- 
lora Rampino in libertà, i due ladri Vanni 
Pucci e Vanni di Mirone furono impiccati 
e trascinati a coda di carallo (Documen- 
to sincrono pubblicato dal prof. Ciampi). 

140. Ma perchè tu non goda d' aTermi 
reduto a tal tormento. 

143. Nel 1301 i Bianchi pistoiesi eol- 
r aiuto de* Bianchi fiorentini cacciarono 
dalla loro città i Neri {PitMa in pria 
ii JVsH fi dimagra). I quali refugialisi 
in Pirente, ed unitisi eoi Fiorentini della 
loro parte, fecero si, che quivi r mentre 
la dna parti per l'innansi si bilaneiava- 
so, ora la nera preralse alla bianca (M 
Fior— za rinnova genti « modi). Onde 
la repubblica fiorentina, dominata da' 
Neri, deliberò di mnoter le armi contro 
Pistoia, perchè dominata da'" Bianchi;^ e 
per meglio ottener la Tittoria, si eollegò 
eolla repubblica di Locca. Capitano do' 
collegati fu eletto Moroello Malaspina, 
marchete di Gioragallo in Lunigiana nalla 
Val di Magra {frugg$ Misrfs vapor H 



di torbidi nuooH 
involuto). Il quale pensando, che a tìd- 
cer più ageTolmente Pistoia faceva d'uopo 
cominciare dal toglierle le castella, pose 
l'assedio a Seravalle. Conoscendo i Pi- 
stoiesi il pericolo che lor sorrastava se 
avessero perduto Seravalle, misero in 
armo quel maggior numero di gente che 
fu loro possibile, e mossero contro i col- 
legati. I quali animosamente uscendo 
dagli accampamenti, affrontarono i ne- 
mici, li respinsero e li misero in rotta, 
menandone molta strige: dal che Tenue 
ben tosto la rosa di Seravalle, quindi 
1* assedio e la dediiion di Pistoia stessa, 
e la rovina in generale della parte bianca 
[B con tempeita impetuosa ed agra^ So- 
vra Campo pieen fia combattuto ; Onf ei 
repente epetzerà la nebbia Sì eh' ogni 
Bianco ne earà feruto). La battaglia, co- 
me può vedersi nelle Sfori* pietoleei, av- 
venne l' anno 1303 nel piano eh' è tra 
Seravàllo e Montecatini, vale^ diroìiel- 
r agro campo pesciatiao, o pioeonoe^ 
dal lat. piicemli, chiamato dal Poeta 
Campo pteeno, quasi pitceao. — di Iferi si 
dimagra^ si spopola d'uomini di parte nera. 

444. rinnova genti, accogliendo i Neri 
di Pistoia invece de* Bianchi; rinnova 
«adi, cambiando la maniera di governarli. 

Ì4S, 146. Marte trae di Val di Magra 
un vapor distruttore, eh' è circondato di 
torbidi nuvoli, cioè, gravido di burrasca. 

149. Ood* ei, il vapore, spessorà ad un 
tratto la nebbia, che gli s' oppooo. 

150. B detto r Ao perchè In, che tei di 
parte bianca, ne debba sentir dolora. — 
Im doma, DO debba a te. 



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189 
CANTO VIGESIMOQUINTO. 

Cv>atinaando ad osserraro i ladri, confinati nella settima Bolgia, Tede Dante il cen- 
tauro Caco, tatto coperto di serpi, che oorre dietro al bestemmiator Vanni Facci. 
Tede quindi alcuni illnstri Fiorentini, che faron ladri del pubblico denaro, e di essi 
redo e descriro mararigliose ricenderoli trasforauucioni di nomini in serpi, e di serpi 
ia nomini. 

Al fine delle sae^ parole il ladro 
Le mani alzò con ambeduo le fiche, 
Gridando : Togli, Dio, eh' a te le squadro. 

Da indi in qua mi fur le serpi amiche ; 
Perch'una gli s'avvolse allora al collo, ^ 

Come dicesse : V non vo' che più diche : 

Ed nn' altra alle braccia; e rilegollo 
Ribadendo so stessa si dinanzi, 
Che non potea con esse dare un crollo. 

Ah Pistoia, Pistoia, che non stanzi io 

D'incenerarti, si che più non duri, 
Poi che 'n mal far lo seme tuo avanzi? 

Per tutti i cerchi dell'Inferno oscuri 
Spirto non vidi in Dio tanto superbo, 
Non quel che cadde a Tebe giù de' muri. ^^ 

£i si fuggì, che non parlò più verbo : 
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia 
Venir gridando : Ov' è, ov' è l' acerbo ? 

Maremma non cred' io che tante n' abbia, 

± Atto seoDCio eh* ti fa ii dispregio IO, il. cM non iUnti D' ine^ntmrti, 

timi, ponendo il dito grotsto fra 1* in- perchè non deliberi, non ritoWi di ridarti 

dtee • il medio. Pare ebe in aatieo fot- in cenere. — Stantiart dicevaii per d«- 

le Bollo niato, poiché soli* ròcca di Car- er*Ur§, come ttmnsiam»nto per <iecr«fo. 
Btgnaao tedoTanti, net sec. XIII, dne 1S. Poiché nel naie operare euperi gli 

nani, ehe facevan le flehe a Fireoie. tiessi toei malvagi antenati. — Gredevati 

9. Prendi, Dio, ehe a te le tqntderno, a* tempi di Dante che parie de' tatellìti 
le pongo daranti, le dirigo. Beetemmia di Catilina, fallito io scellerato loro di- 
degna d' nn ladro taerilego, preso dalla segno eoniro la patria, ti rifogiattero e 
rabbia di vederti rieonoteinto. ti ttabilittoro nel territorio di Pittoia. 

4. DIeo elle divenne amieo*alle tarpi, 14. in Dio, contro Dio. 
che eoo tanto in orrore air nomo, a di- 15. E nemmeno quello, cioè Gapaneo, 

Bottrare quanto fn il piacer tuo n^ veder che cadde giù dalle mora di Tebe, quando, 

daeaao ponilo quell'empio bestemmiatore, bestemmiando Giove, fa da lui fulminato. 

8. eie ^è iUkt, ehe tn dica d*awan- Vedi eanto XIV, v. 46 e seg. 

tagfio. 16. ehi ne» pnrlò pift verée, cho non 

•• lilcdMi^ ti tfMta, ritorcendoti in ditte pih parola. 

tè aletta. lUadirt tignifiea propriamente li. «• CMlsiire, é quatti Caco, come 

riferire la pnnCa d* un eJtiode in/ltte • dirà più tolto, 

riéatforla «tir •n$. 18. Oe* è l* mtrèOf V iroto e mordace 

9. Che non pdtea con ette braccia, le* bettemmiatore, cioè Vanni Focci. 

gale dalla serpi, fare il pih piccolo mo- 19. La MarfUMua è un vatto tratto di 
vimcnto. paese selvoso e palastre in Toscana pret- 

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190 dell' inferno 

Quante bisce egli avea su per la groppa, 
Infili dove comincia nostra labbia. 

Sopra le spalle, dietro dalla coppa, 
Con r ale aperte gli giaceva un draco ; 
E quello a^oca qualunque s'intoppa. 

Lo mio Maestro disse: Quegli è Caco, 
Che sotto 1 sasso di monte Aventino 
Di sangue fece spesse volt^laco. 

Non va co' suo' fratei per un cammino, 
Per lo furar frodolento ch'ei fece 
Del grande armento, ch'egli ebbe a vicino: 

Onde cessar le sue opere bieco 
Sotto la mazza d'Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non senti le diece. 

Mentre che si parlava, ed ei trascorse: 
E tre spiriti venner sotto noi. 
De' quai nò io né '1 Duca mio s' accorse, 

Se non quando gridar : Chi siete voi ? 
Per che nostra novella si ristette, 
Ed intendemmo pure ad essi poi. 



20 



25 



CO 



35 



•0 il mare, ove in antieo, pib eho io oggi, 
•i trovarano molte serpi. 

90. fu ptr la groppa di eaTallo;eMendo 
egli Cealaaro, cioè meu* nomo e mezzo 
cavallo. 

31. dov9 comincia fMttra ìabbia, la no- 
stra forma umana. Altri 1* intendono in 
senso proprio, cioè labbia per faccia, 

29. di«lro dalla eoppa^ dietro alla naea. 

34. B qool drago, aiaoca, abbrucia, 
cliinnqne s' imbatte in esso Centauro. 

35. Caco fu un feroce ladrone, cbe arerà 
In sua caToma nel monte Aventino, uno 
de' sette colli so' quali dappoi fn edifl- 
cataRoma.Non è detto da'mitoiogi ch'egli 
fosse Centauro, ma Dante cosi Io inge 
suir autorità di Virgilio, che nell' Vili 
dell' Eneide Io dice meu' «omo e mezzo 
bestia. 

38. Intendi : non vm in compagnia de- 
gli altri Gontavri ohe ataono nel eerebio 
de' violenti (XII, t. SS e seg), perchè 
nel mbare egli msò la frode, essi la 
forza. 

SO. eh* egli elèe a vieinoi in vicinanza. 
Era questo 1* armento che Ercole area 
tolto a Gerione re di Spagna, e Che, pas • 
sando per l' Italia, avea condotto in sul 
monte Aventino a paacolare. Caco glie ne 
rubè qaaUro tori e quattro vacche, e par 



occultare il furto, li condusse alla propria 
caverna per la coda all' indietro. Ma Er- 
cole andandone in cerca, ne riconobbe il 
muggito ; e cosi scopertone il ladro, lo 
uccise a colpi di clava. 

M. Onde cessarono, ebbero fine, le tue 
opere storte, cioè inique. — Le parole, 
che oggi finiscono io che e ght, in antico 
terminavano pure in e« e 0« : cosi òiccc 
per bi$ek$f piago per piaghe, fitico per 
iUieho. 

sa. Sotto {» maata d'Ercole. Secondo 
Ovidio, Caco fu acciso da Ercole a colpi 
di clava. 

35. Perchè mori alle prime percosse, 
mentre Ercole nel furore della vendetta 
seguitava a percuoterlo, benché morto. 

SSè. Nel mentre che Virgilio cosi par- 
lava, il Centauro passò oltre. Kd $i, qui 
vale ecco che egli. 

35. solfe noi, sotto \* argine, sol quale 
noi stavamo. I tre spiriti sono Agnolo 
Bruoelleschi, Buoso dogli Abati e Puccio 
Seiancato de' Caligai; I quali, trovandosi 
ne' primi offici d«lia Repubblica fioren- 
tina« ne distrassero a loro prò le reAdite, 
e s' arricchirono a.danoo pubblico. 

38, 39. Per lo cbe il nostro racconto di 
Caco si arrestò* cessò, e poscia badammo 
puroi solamente, ad essi. 



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CANTO TIOBSDCOQmHTO. 191 

Io non gli conoscea : ma e' segaette, 40 

Come suol seguitar per alcnn caso. 

Che r un nomare all' altro convenette, 
Dicendo : Gianfa dove fia rimaso ? 

Perch'io, acciocché 1 Duca stesse attento, 

Mi posi '1 dito sa dal mento al naso. ^S 

Se tu se' or, lettore, a creder lento 

Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia; 

Ghè io che 1 vidi, appena il mi consento. 
Gom' io tenea levate in lor le ciglia. 

Ed un serpente con sei pie si lancia ^ 

Dinanzi all' nno, e tatto a lui s' appiglia. 
Go' pie di mezzo gli avvinse la pancia, 

£ con gli anterìor le braccia prese; 

Poi gli addentò e Tana e l'altra guancia. 
Gli deretani alle cosce distese, 65 

E misegli la coda tr' ambedae, 

E dietro per le ren sa la ritese* 
Ellera abbarbicata mai non foe 

Ad alber sì, come l' orribil fiera 

Per l'altrui membra avviticchiò le sue. ^ 

Poi s'appico&r, come di calda cera 

Fossero stati, e mischiar lor colore : 

Nò r un nò l' altro già parea quel eh' era ; 
Come procede innanzi dall' ardore 

Per lo papiro suso nn color brano, ^^ 

Ghe non ò nero ancora, e '1 bianco muore. 

40-4S. Ma accadde, eome »iioI talofa 49. Com* io Un§a l99at$, mwW io too«- 

tefmitmn, accadere, per qualche caso, che ra rirolte. 

■U' ano di quegli spiriti Ite neeetsario 80. Ed «ii ttrptmU «o« aei pie, ecco die 

ooBinar I* altro. 8$g%9tt9 e eeiiv«iief(«, m terpeateasei piedi, fi qoesU il iras- 

come 9nutU e altre simili forae antiche. foriMto Ciaofa. 

4S. iov€ sarà rimatto Cianfa? Pa questi M. air «ne di attii cioè ad Agnolo 

della faniglia fioreotioa de* Donali, ma Bnioellesehi. 

Pietro Alighieri dice degli Abati. Col- 88. éu dmlonl* cioè, 1 piedi di dietro, 
rioterrogasione deee /lo rimato f tnole 86. Ir' amÒ€du*t tra le due eosoe. 
il Poeta indicare che egli era sparito 61. t*spptoedr, s'appiecafono^s'attao- 
dalla rista degli altri tre, trasfornandofli carono. 

nel serpente a tei piedi, che or ora dirà 64-#6. Non altiiaenti an per lo papiro, 

aTTitieehÌarsi,efDiiedesiniars!€onAgno- cai siasi appiccato il fuoco, va innansi 

lo Bruoel loschi. alia damma nn color bruno, che per an- 

48. Tale è 11 segno che noi Ihrsi per che non è nero, ed il color bianco si al- 

cbieder silenrio. Ura o a' estingne. ^ 11 i w pi re era una 

48. appMo U oH eeneenf», appena lo materia solita ardersi nelle Ineeme io 

credo a me stesso; appena eonvengo eon luogo della bambagia. Vedi Piey Creeoea- 

me medesimo, che il fatto da me veduto ilo. Altri erodono qai indiealo il f^ipi- 

sia vero: tanto era la cosa si nova, ohe re di ggitlo, arimelo di eha teovaei la 

inclinava a creder fallace la vista. oarta. 

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192 BVLL^XNmNO 

Gli altri due rigaardavano ; e ciascuno 

Gridava: Oìmèl Agnel, come ti mutil 

Vedi che già non se* nò dao né nno. 
Già eran li duo capi un divenati, 70 

Quando n* apparver duo figure miste 

In una faccia, ov' eran duo perduti. 
Fdrsi le braccia duo di quattro liste ; 

Le cosce con le gambe, il ventre e 1 casso 

Divenner membra, che non fur mai viste. '^ 

Ogni primaio aspetto ivi era casso : 

Due e nessun Fimagine perversa 

Parca; e tal sen già con lento passo. 
Come 1 ramarro sotto la gran fersa 

De* di canicular, cangiando siepe, ^ 

Folgore par, se la via attraversa; 
Cosi parca, venendo verso V epe 

Degli altri duo, un serpentello acceso, 

Livido e nero come gran di pepe. 
E quella parte, donde prima è preso ^ 

Nostro alimento, ali* un di lor trafisse : 

Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 
Lo trafitto il mirò, ma nulla disse : 

Anzi co* piò fermati sbadigliava, 

Pur come sonno o febbre 1* assalisse. ^ 

Egli il serpente, e quei lui riguardava : 

L* un per la piaga, e 1* altro per la bocca 

68. Ao%$l, AgMllOf vale AngiolOf come sta per iftrta, e noi infiliti dleUnOi»'^' 

Agnùlo, • il napoletano infetto. la f/'erc« d«l 8ok. 

"iS. perdvH, misti e confusi insieme, 80, SI. D**iì eamicuUr, de' giorni cbs 

cioè, l' uomo e il serpente. il Soie è nella costellaiione della m«ì* 

75. Intendi : le braccia, «U f «aflre Iftff , cola, cioè del ìoIUom, Sembra oii folsioe 
di quattro peizi, cb* eran dapprima, si per la Telociti, se, per passare da ou 
fecero, diventaron, doe.~ Eran di quattro siepe all' altra, attraTcrsa la strada, 
pesti, perebè constarano delle due brac- SS. V epe, le pancie. 

eia dell* nomo e de* due piedi anteriori 89. »« $irp§mUUù aeciw, sotUnteDdi 
del serpente. d' ira. É qneslOi come dirà alla fine d«l 
74. '( cosse, il potto, eom' abbiam no- Canto, 1* anima di Francesco Gnorcio Ca- 
uto più tolte. Talcanti, cittadino fiorentino. 

76. Ogni pri m a to otpslto i9i era cesso, US. B fuelto parto ec, cioè Vombiiieo, 
ogni primiero aspetto dell' nno e del- per cui il feto nel seno materno rieevs 
Taltro era l«l, in qoel mostro, cassato, alimento. 

cancellato. 86. air «a ii tor, cioè a Booso Donali. 

77. perversa, pervertita, trasformata. 89, 90. ilai^i co* pik firmati, fermo m' 

78. • tei sf« già, e in tal forma, com* io piedi, aensa maorersi, sbadigliava pv. 
1* ho descritta, se n' andara. appunto, eeois i*assai<ssf e f»èèf» e sssm- 

79. romarre, specie di lucertola. wtU — 11 sonno, cui poi succede la morto, i 
te gfoa fersa, sotto il grand'ardore. Ftna realmente prodotto dalla pnntara di esrli 
è forM darhato dal lat. f^rt^o; ovvero aspidi. 

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CANTÒ VIGE8IM0QUINT0. 

Fomavan forte ; e 1 fummo s' incontrava. 

Taccia Lucano ornai, là dove tocca 
Del misero Sabello e di Nassidio ; 
Ed attenda ad udir quel ch'or si scocca. 

Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio; 
Che se quello in serpente, e questa in fonte 
Converte poetando, io non lo invidio : 

Che duo nature mai a fronte a fronte 
Non trasmutò, si che ambedue le forme 
A cambiar lor materie fosser pronte. 

Insieme si risposero a tai norme, 
Che 1 serpente la coda in forca fesse, 
£ 1 feruto ristrinse insieme Y orme. 

Le gambe con le cosce seco stesse 
S* appiccar si, che *n poco la giuntura 
Non facea segno alcun che si paresse. 

Togliea la coda fessa la figura 
Che sì perdea di là : e la sua pelle 
Si iacea molle, e quella di là dura. 

Io vidi entrar le braccia per V ascelle, 



95 



100 



105 



no 



n. • 'I fumww I* ineomtrata, pusaodo 
<U11' nao nair altro, e cosi operandosi la 
traifomasiono; poiché il Poeta finge che 
in questo fammo l'accogliesse la sostania 
di quegli eati. 

9A. lucano nel lib. IX della Fanaglia 
racconta che Sabello^ soldato dell'eser- 
cito di Catone trarersanto la Libia, essen- 
do stato punto da nn serpe, tatto in brere 
spaaio di tempo si distrasse e direnna 
cenere. JVMtùifo, altro soldato, punto da 
sa aspide, si gonfiò per modo, che scop- 
piò agli insiem colla corazza. 

96. H acoccu, figuratamente si manda 
fuori, si manifesta. Allrore (Purgatorio 
canto XXV, t. i7, Ì8] dice: Scocca L'arto 
iti dir. 

9^. Nel lib. m delle Jr«tomor^oHOTÌdio 
racconta la trasformatione di Cadmo (figlio 
d'Afooore re di Fenicia, e fondatore di 
Tebo) in serpente. E nel lib. V racconta 
quella di Arttnta (figlia di Nereo e di 
Dori, e ninfa di Diana) in fonte. 

100-109. Perciocché Ovidio non trasmu- 
tò mai due diverse nature, l' una in pre- 
senxa dell' altra, sicché questo passasse 
in quella, e quella in questa, pronte es- 
sendo ambedue le form9 a cambiar tra 
loro le ■Mferie; ma trasmutò sempliee- 
nente no eeaere da una forma in un'altra. 



Nelle altre trasformaiioni, r una forma, 
per esempio 1* anima vivente dell'uomo, 
prende la materia d'animale o di pianta ; 
ma qui la forma del serpente piglia il 
corpo dell* uomo, e nell' atto stesso a vi- 
cenda la forma dell'uomo piglia il corpo 
del serpente. E in questo é il meraviglioso 
che vuoisi notare. 

409. Intendi : i successivi modi delle 
trasmotaxioni ti Htpotsro, corrisposero 
gli uni agli altri eoli' ordine seguente. 

i04. la coda in forca fono, fendè, diviso 
in due parti; le quali dovean diventerò 
piedi d'uomo. 

iOS. E l'uomo, già ferito nell'ombilico, 
ristrinse insieme renne, figuratomente i 
fitdit che dovean diventerò coda di ser- 
pente. 

106-ioe. Le gambe eolie cosce ti congiun- 
sero tra loro cosi fattamente, che in poco 
d' ora la giuntura, la linea in cui si con- 
giunsero, non lasciava più alcun segno che 
si vedesse: c(oé, divennero un solo fbsto. 

109, 110. La coda ftua^ divisa in due 
parti, toqlica, prendea, te /lf«fs delle 
gambe umane, la quale ti fcrdca, veniva 
meno, spariva di M, cioè nell' «omo. 

111. iMllt, vale a dire d* nomo ; dnre, 
di serpente. 

113. Io vidi le braccia dell* nomo rien- 



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194 BELL^IKfERKO 

E i duo pie della fiera, ch^ eran corti, 

Tanto allungar quanto accorciavan qnello. 
Poscia li pie dirietro insieme attorti ii^ 

Diventaron lo membro che V aom cela ; 

E 1 misero del suo n* avea dao pòrti. 
Mentre che '1 fummo V ano e V altro vela 

Di color nuovo, e genera 1 pel suso 

Per Tona parte, e dall'altra il dipela, i^o 

L' un si levò, e V altro cadde giuso ; 

Non torcendo però le lucerne empie, 

Sotto le quai ciascun cambiava muso. 
Quel eh* era dritto, il trasse *nvér le tempie; 

£ di troppa materia, che *n là venne, i^ 

Uscir gli orecchi dalle gote scempie : 
Ciò che non corse in dietro, e si ritenne, 

Di quel soverchio fé naso alla faccia, 

E le labbra ingrossò quanto convenne. 
Quel che giaceva, il muso innanzi caccia, iso 

E gli orecchi ritira per la testa. 

Come face le coma la lumaccia : 
E la lingua, eh* aveva unita e presta 

Prima al parlar, si fende ; e la forcuta 

Neil' altro si richiude ; e 1 fummo resta. us 

tnre ptr entro lo atcelle; per dìTenire ne danqne si operata non toto In forza 

gmmbe aoloriori di BerpenU. del fummo, ma eaiandio dello igiiard«. 

4i». Eiémófiè é§lU (Un eh' tram i pih 114-196. Quegli ch*era in piedi, ritraMe 

cor «, tale a dire i piedi anteriori, poiché il muto serpentino terso le tempie (per 

questi sono, o almeno appaiono piif eorti renderlo simile all'umano), e del goter- 

de' deretani. chio della materia, ood* era composto, e 

114. f M«<o flccerHaea* f «elle, cioè le che tenne in là, cioè terso le tempie, si 

braccia deir nomo. formarono ed usciron fuori gli orecchi 

lltf. ?Mete U ptt dirtelfo del serpente, dalle gote, che prima erano diritte e 

117. E il misero Bnoso, intece di un senza escrescenze, 
membro, ne atea sporti, messi fuori, due; 197-130. Ciò che di pul severe&to, di 

per formare le gambe serpentine deretane, quella materia sotercbia, non ti ritirò 

ilS-190. Mentre ebe il fummo e«to, ri- indietro, ma si restò nel mesto, fece il 

coopre, riteste d* un color nuoto e l' nno naso alla faccia, ed ingrossò la labbra, 

e r altro (cioè, dà air nomo il color di quanto fu necessario a dar loro la forma 



serpe, e al serpe il color d' uomo), e so 

per la e«te del serpe produce il pelo, e 1». fae$, fa. Canto X, t. 9. Come b 

M quella dall' uomo lo toglie. lumaecim, la lumacai /is, ritira dentro alla 

191 . L* »•» il serpe, che ditenita nomo, testa le coma. 

ti tevò, si alzò in piedi, e V alfro, 1* uomo, iU, 135. ti ftniM, si biforca. U lingus 

che ditenita eerpe, cadde giase distesa a de* serpi crede tansi dagli antichi bifor- 



cnle - • la forenUi Niir allro ti rithi9à9, 

199* 19B. Non torcando però l' uno dal- e quella che nell* altro, cioè nel serpente, 

1* altro gli sguardi maligni ed orrendi, era ditisa, si riunisce ;«'f/iiaMMr«tte, e 

sotto r inflaenza de* quali ciascuno oam- qui cessa il fummo ; euendosi compiota li 

Mata fàecia e natora, — La trasformasio- trasformazione. 



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CANTO YtOSSnCÒQUIHTO. 

L'anima, ch'era fiera divenuta, 
Si fugge Bufolando per la valle : 
E l'altro dietro a lui, parlando sputa. 

Poscia gli volse le novelle spalle, 
E disse all' altro : T vo' che Buoso corra, 
Gom'ho £fttt'io, carpon per questo calle. 

Coù vìd'io la settima zavorra 
Mutare e trasmutare : e qui mi scusi 
La novità, se fior la penna aborra. 

Ed avvegnaché gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto, ò l'animo smagato, 
Non poter quei Àiggirsi tanto chiusi. 

Ch'io non scorgessi ben Puccio Sciancato: 
Ed era quei che sol de' tre compagni. 
Che venner prima, non era mutato : 

L'altro era quel, che tu, Gaville, piagni. 



195 



140 



145 



150 



137. M/I»teaié, fischiando, come fanno 1 
urpcoU. 

138. Dice fftrtaMto fp«to a significare, 
tU per r ira area la bava alla bocca. 
£ parkrt e tftart è proprio deiraomo. 

138, 140. Poftcia gli rlToltò (cioè voltò 
dilU parte oppoeta al serpe) le spalle soe 
di friseo feraale, e disse all' altro. Tale 
» dire a Pacdo SciancaU : Io roglio ec. 

Iti. sevorra è propriaaeBU la ghiaia 
•laMiaehe snol porsi nella sentina delle 
UTi ; e 4|ti fignraUmente chiama uttimut 
tn9m la deforn* genia, che riempÌTa 
UieUiiea bolgia. 

143, 1U. «f «i mi feuH La neellè, ss /lor 
h^MM «terra; e qui mi sia scasa la ao- 
viU, le la penna, aliena da tracciar fiori 
^ eleg aase, scriT» eose mostmose ed or* 
nbili. Altri poi, prendendo /ler per 1' an« 
^■slo arrerhio significaole a(t«M(o. (e 
HlWk pere nel canto 111 del Purgatorio) 
« nteaendo •b^rta detto (come al can- 
|o ^XXl, S4) per oterrv, scambiaU V • 
io (eome in altre parole nsarono gli 
uUehi) spiegano: se alquanto la mia 
POS» sberra« distia, trasmoda, tratte- 
Beedosi troppo su questo subietto. 

145. Ed avvegnaché, e quantanque. 

146. •magato, smarrito, sbalordito, sta- 
pefiuio. 



147. tanto ckiutì, cioè, tanto nascosti 
a me. 

151 . Noti il lettore, che i primi tre ve- 
dnti da Dante erano Agnolo BronelleschI, 
Bnoso Donati e Puccio Sciaocato. Poi 
venne Cianfa in forma di serpente a sei 
piedi, che si gittò sopra del Brunellescbi; 
e divennero un solo mostro. Quindi gioD« 
se, in forma di serpentello livido e nero, 
Gnercio Cavalcante, il quale trasformò 
Buoso in serpente, venendo egli stesso 
trasformato in uomo. 11 mostro, composto 
di Cianfa e del Brunelleschi, di cui dice 
il Poeta dfu 9 MStiia V imagin$ perversa 
parta, se n' era andato eoa lento pano, 
Bhoso, appena trasformato io serpente, 
era pur cmo fuggito per la bolgia info- 
iando. Non vi rimasero dunque in forma 
d'uomo che Puccio Sciancato, e quell'al- 
tro per cui piange GavilU, Quest'ultimo, 
che il Poeta ci fa ora conoscere per cir- 
conlocnsione, era Francesco Guoreio,della 
nobil famiglia de'Cavalcaoti, il quale per 
le sne ruberie essendosi concitalo contro 
l'odio degli uomini di 0aoii<«, terra del 
Valdarno superiore, venne da essi ucciso. 
Onde i suoi congiunti, per vendicarne U 
morte, menarono strage di quegli abitanti, 
i quali per lungo tempo ebbero a pian» 
gere gli effetti di tale vendetta. 



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196 



Dxui' ransso 



CANTO VIGESIMOSESTO. 



Per s^li spors^enti massi, cKo poneio ni Poeti 11 modo di scenderot xiaalgono osai so] 
ponte; e, proseguendo il cammino, ginn«ono snir ottava Bolgia, oto stanno p«nando 
i consigliai firodolenti, fasciati d*nna fiamma, che'^on li lascia redere air altrui 
sgaardo, e che si mnore con essL In naa fiamma bipartita in snlla cima si ascon* 
dono TTlisse e Diomode; il primo de' quali narra a Virgilio la storia della sna ultima 
infelice navigasiono. 

Godi, Fiorenza, poi che se* si grande, 
Che per mare e per terra batti V ali, 
E per lo Inferno il nome tuo si spande. 

Tra gli ladron trovai cinque cotali 
Tuoi cittadini : onde mi vien yergogna, ^ 

E tu in grande onoranza ne sali. 

Ma, se presso al mattino il ver si sogna, 
Tu sentirai di qua da picciol tempo. 
Di quel che Prato, non eh* altri, t* agogna: 

E se già fosse, non saria per tempo. ^^ 

Cosi foss* ei, da che pur esser dee ! 
Che più mi graverà com* più m* attempo. 

Noi ci partimmo: e su per le scalee, 



i. 0odi, Fiof«ii«a. É qnosta un' ironia, 
piena di amaresza e di dispetto. 

9. batti V aiU tsì famosa -^ ali. Perchè 
mentre dice che il nome di Fi reme si 
spande per tatto il mondo, si spande 
eiiandio Dell'Inforno. 

3. B p«r lo Inftrno il noms tuo si tpand», 
perciocché in quasi tutti i cerchi di esso 
s' incontrano de' tuoi cittadini. 

4, 5. cinqw ectali Tuoi cittadini, cioè 
i cinque nominali nel canto precedente. 
Cotali, di tal eondiilone; non plebei, né 
oscuri, Dia nobili e famosi. 

tf , 6. onds, del che mentr ' io provo ver- 
gogna, tu per r opposto ne sali in gran- 
d'onoransa. Anche qui è un'amari ironia. 
— Vari testi leggono B tu iu grauia 
onram^a non no tali; ma cosi legiiendo 
si distraggo l' ironia, e 1' antitesi del mi 
tien vtrgogna^ a si rende languido e sner- 
Tato il concetto. 

7. Che snir aurora si sogni il rero, lo 
dicono i poeti. OTÌdio: «Sub aurora.... 
tempore quo cerni lomnia vera aolent. > 
Orasio : « Quirious, post mediam noctem 
Tisus, quum somnia vera. » E il Passa- 
Tanti: «Quegli sonni che si fanno all'alba 
del di, teoondo eh* o* dicono, sono i pih 



reri sogni che si facciano. • Vnol dir 
dunque: S' io ho sognato il Toro, com*io 
eredo, tn sentirai oc. 

8, 9. Da qui a picciol tempo, doè fra 
brere spasio di tempo, tn sentirai gli ef- 
fetti di quello, che non solo la piocola 
Trato, ma eziandio altre città più grandi 
ti desiderano. 

to. E se quel male, che ti desideranoi 
fosse oggi, non sarebbe presto abbasUn- 
sa, meritandolo to da gran tempo. 

11, 13. Cosi accadesse oggi, giacché 
deve pure un giorno accadere I pereioe-> 
che quanto pih sarò attempato, invecchia- 
to, tanto più mi sarà gravoso, e ne pro- 
verò maggiore affanno: perchè, se dalU 
sventura non sarai presto corretta e mi- 
gliorata, il numero de' tuoi delitti si farà 
maggiore, ed io, siccome amante di te, o 
patria, e del tuo onore, ne sarò maggior- 
mente addolorato.— ^m'apooope di coms, 
che frequentemente trovasi negli antichi 

18-15. Borni appella qui Dante Io scheg* 
gie sporgenti fra l' argine e il ponte, per 
le quali i due Poeti erano scesi per venir 
suir argine dell'altra bolgia. Intendi: 
noi ci partimmo : e su per quelle informi 
$cali$f scalo, cui i èorni, cioè le sporgenti 



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CANTO TIOEStMOSESTO. 197 

Che n'avean fatto i borni scender pria, 

Bimontò 1 Duca mio, e trasse mee. is 

£ proseguendo la solinga via 
Tra le schegge e tra' rocchi dello scoglio, 
Lo pie sanza la man non si spedia : 

Allor mi dolsi^ ed ora mi ridogUo, 
Quando drizzo la mente a ciò eh* io vidi ; % 

£ più r ingegno affreno, dh'io non soglio, 

Perchè non corra, che virtù noi guidi : 
Si che, se stella buona, o miglior cosa 
M' ha dato 1 ben, eh* io stesso noi m* invidi. 

Quante il villan, ch'ai poggio si riposa, 25 

Nel tempo che colui, che '1 mondo schiara. 
La fjacda sua a noi tien meno ascosa, 

Come la mosca cede alla zanzara, 
Vede lucciole giù per la vallea, 
Forse colà, dove vendemmia ed ara; 80 

IH tante fiamme tutta risplendea 
L* ottava bolgia; si com' io m' accorsi, 

. Tosto che fui là 've '1 fondo parca. 

£ qnal colui, che si vengìò con gli orsi, 
Vide 1 carro d'£lia al dipartire, 85 

Quando i cavalli al cielo erti levórsi, 

Gie noi potea si con gli occhi seguire, 

Kkmi6,aTMod dapprima pdrtoi traodo Sole, che ilIomiDa il mondo, resta pi h 

di disceadero, rimootò il Daea mio, e tempo sqII' oriuonto ; vale a dire nel- 

truse iBche me. A>ni<, dal francese ter- l' estate. 

•n iu ««reillta, elle sono quei sassi o 98. Quando la mosca cede il luogo alla 

uttoni, che sporgon dal maro, o per ad- sanxara; Tale a dire, al principiar della 

deotelUto, per difender nelle vie la mo- notte. 

nflia dall'urto dei carri, o simile. M00 9», SO. Gib per la Tallata, forse colà 

P<rat:parafOge. dorè ha la sua vigna e il sao campo. 

1^. l pi«4i non poteano disbrigarsi sen- 89. ià*v$'l /ende parte, laddove appa- 

ul'siote delle mani. riva il fondo, là donde si discerneva il 

i9. illor mi doM ec. Allor sentii do- fondo. 
I«rt e spavento in vedendo, ed or lo ri- 54. E nella stessa gaisa che eolvi, cioè 
Msto rieordandomene. Eliseo, il qnale si v—giò, si vendicò, do' 
9t, 9S. E tengo in hreno il mio ingegno, petulanti ragaui, che lo schernivano, per 
pih che non soglio fare, acciocché non meuo degli orsi, eh' egli fece uscire dalla 
^^m 11, ehe perda la guida della virtù, vicina foresta. — Si vingib è dairantiqaa- 
S, i4. Sicché, se influsso di stella he- to 9—giar9t simile al provensale eei^ar. 
Àfu, miglior cess, cioè la divina 35. Vide il carro d' Elia, al dipartire 
pnTTìdeBsa, mi ha dato il bene d'un alto che il profeta fece da questo mondo. 
'^Hao, io stesso non me lo invidi, abn- 86. al eieto trli l«vdr«l, levorosi, si lo- 
(ttdoiM in male ; siccome fecero coloro, vorno eretti al cielo. 
tae in questa bolgia stanno penando. VI. Poiché egli non lo potea seguitare 
V. qUmU li rìferisee a Ivceiole, qnat- con gli occhi cosi, ehe vedesse in su sa- 
tro reni pih sotto. lire altro che la sola flamma in forma di 
Vi 31. Intendi: nella stagione che il nuvoletta. 

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193 * dell' inferno 

Che vedesse altro che la fiamma sola, 
Si come nuvoletta, in su salire; 

Tal si movea ciascuna per la gola 
Del fosso: che nessuna mostra il furto. 
Ed ogni fiamma un peccatore invola. 

Io stava sovra '1 ponte a veder surto, 
Sì che, sMo non avessi un ronchion preso, 
Caduto sarei giù sanza esser urto. 

E '1 Duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse: Dentro da' fuochi son gii spirti: 
Ciascun si fascia di quel eh* egli è inceso. 

Maestro mio, risposi, per udirti 
Son io più certo : ma già m* era avviso, 
Che cosi fosse; e già voleva dirti: 

Chi è 'n quel fuoco, che vien si diviso 
Di sopra, che par surger della pira 
Ov'Eteòcle col fratel fii miso? 

Risposemi: Là entro si martira 
Ulisse e Diomede; e cosi insieme 
Alla vendetta corron com' all' ira: 

E dentro dalla lor fiamma si geme 
L' aguato del cavai, che fé la porta 
Ond' usci de' Romani 1 gentil seme. 

40-43. Tal. in coUl guisa ciaicttoa delle 
fiamme sopradetta »i movea per l' aper- 
tura della bolgia; pereioeohè neisuna di 
esse moitra il fwto, cioè palesa qvel che 
nasconde in sé, ed ogni fiamma invola, 
rapisce e racchiude un peccatore. 

43. a vtdir t«r(o, in punta di piedi, • 
sporgendomi colla persona, per Tederà. 

44. prMo, afferrato colle mani. 

45. «r(o, urtato ; participio tronco, co- 
me parecchi altri. 

46. aftofo, attento, intento. 

4S. Ciascuno spirito fi /'ateia, si circon- 
da, di quel fìioco> ond' egli è abbruciato. 
— Son questi i consiglieri frodolenti. 

49. per «dtrft, per ararti udito, per 
aver udito le tue parole. ' 

60. §ià m'era avviso, già m*eraaTTÌ- 
sato, immaginato. É il participio tronco 
del verbo avvisarsi. 

8a-54. Chi sta racchiuso in quel fuoco, 
che viene verso di noi, nella sua sommità 
diviso in dna ponto, cosi che sembra sor> 
gere dal rogo, ove fn mito, messo, Eteocle 
col suo fratello Polinice ? — I cadaveri 
de' due fratelli, che s* erano uccisi l' un 



40 



63 



r altro, essondo stoti messi nello stesso 
rogo, la fiamma si bipartì ; dando segno 
coma l'odio loro dorasse eiiaodio dopo U 
morte. 

86. Ulitu 9 Dtomode, famosi capiusi 
greci, che ai danni di Troia non solo 
usarono le armi, ma eaiandio gli artifizi 
e le frodi. 

S6, 87. E cosi corrono qui iosieae s 
subire la voiidotto, la punisione, cono 
insieme corsero a sfogar Tira loro cootro 
i Troiani. 

68-60. E dentro alla lor fiamma si pia»- 
ge, si sconta a lagrime il tradimento, 
eh' essi fecero del gran cavallo dì legac* 
il quale, per esser messo in Troia, feM 
che si aprisse (a porto, per la quale poi 
foggi Enea, il nobil seme, la nobile ori- 
gine de' Romani. Porto, per un* aperUrs 
qualsiasi. - Non potando i Croci aspa- 
gnar Troia per fona, si Tolsero agl'i»: 
gannì ; e eostruito un enorme cavallo di 
legno, fecero per artifiii credere a' Trois- 
ni che fosse in quello riposta la fortuas 
della guerra: il perchè Ai da assi intro- 
dotto nella loro città. Ha quel cavallo er« 



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CANTO TIGMIMOSESTO. 

Piang0VÌBÌ éhtro Parte, perchè morta 
Deidania ancor si dnol d'Achille, 
E del Palladio pena yì bì porta. 

S'ei posson dentro da quelle faville 
Parlar, diss' io, Maestro, assai ten prego 
E riprego, ohe 1 prego vaglia mille, 

Che non mi facci dell* attender niego, 
Fin che la fiamma cornuta qua vegna: 
Vedi, che dal desio vèr lei mi piego. 

Ed egli a me: La tua preghiera è degna 
Di molta lode, ed io però l'accetto; 
Ma fa' che la toa lingua si sostegna. 

Lascia parlare a me ; eh' io ho concetto 
Ciò che tu vuoi: eh' e' sarehhero schivi, 
Perch'ei far Greci, forse del tuo detto. 

Poiché la fiamma fu venuta quivi, 
Ove parve al mio Duca tempo e loco. 
In questa forma lui parlare audivi: 

voi, che siete duo dentro ad un fuoco, 
S' io meritai di voi mentre eh' io vissi, 
S'io meritai di voi assai o poco, 



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BelU ivft mtìU rìpÌ6D0 di scelti gaerrieri, 
i qaalì di sotle tempo aseendone fuori, 
poMro in fiamme Troia, e ne aperiero 
a' loro compagni le porte. 

€f, 69. Dentro alla delta fiamma tÌ ii 
pìaoge 1* astato artifizio, per cagion del 
qnile Deidamia, bencliè morta, si duole 
intiora d* Achille. — Era Deidamia figlia 
di Licomede re di Sciro, alla corte del 
quale troraTasi il gioTioetto Achille, te- 
iiito da donna, statovi mandato da Teti 
104 madre, per oeenltarlo ai Greci, che 
io esrcaTano per condurlo ali* assedio di 
Troia. Ulisse, fintosi mercante, presentò 
Sila famiglia di Licomede Tari arredi don- 
netcbi, fra' quali aTOTa a bello studio in- 
tromesso un asta e nno scudo. Alla Tista 
deirarmi. Achille non si tenne cosi che 
Bon si appalesasse; e tosto seguendo 
llisse ahhandonò Deidamia, eh* egli ave- 
^ già reso madre. 

A. E Ti si paga n fio dell* aver rapito 
B> Troiani il Palladio. Era questo un si- 
■uUero di Pallade MinerTa, e credetasi 
che Troia sarehbe staU sicura da'suoi ne- 
Bùci, finché esso fosse rimasto nella città. 

^ fwilU, cioè fiamme sfarinanti : a 
tigaificare che 1 trUti consigli son favilli 
diaceadi. 



66. vaglia mill9, cioò Taiga per mille 
preghi. 

67, 68. Che non minieghi d'aspettare 
finché la fiamma bipartita Tenga qua. ~ 
Far niego Tale dar negativa, come mètteni 
al niego, vuetterti tnlla negativa. Dante, 
Cani. fX : • d' ogni mercé par messo al 
niego. » 

70, 71. degna Di eMlta lode, perchè mot 
parlare a nomini tali, e udire i casi loro. 

79. f< fot(«iiga, si ritenga, si astenga 
dal parlare. 

73. eh' V ho concetto, poiché io ho con- 
cepito, capito. 

74, 7S. Perché eglino essendo, siccome 
Greci, alteri ed orgogliosi, arrebbero forse 
a sdegno il tuo parlare. — Lo aTrebbero 
forse disdegnalo, perché Dante non an- 
daTa allora famoso al pari di loro; e 
questa indusione é resa molto probabile 
dal modo, con che Virgilio si fa a inter- 
rogarli. 

77. Ove, come talToUa il latino «èi, ha 
qui il significato di gnando. 

78. hi{ parlare audivi, lo udii parlare. 
i»die< è tolto di pianU dal latino, ivdire, 
per udire, frequente negli antichi. 

80. 5* <o meritai di voi, cantando di toI 
nel mio poema. 



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200 dell' INFERMO 

Quando nel mondo gli alti versi scrìssi; 
Non vi movete : ma P un di voi dica 
Dove per lui perduto a morir gissi. 

Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi mormorando 
Pur come quella, cui vento affatica: 

Indi la cima qua e là menando, 
Come fosse la lingua che parlasse, 
Gittò voce di fuori, e disse: Quando 

Mi dipartr da Circe, che sottrasse 
Me più d'un anno là presso a Gaeta, 
Prima che si Enea la nominasse; 

Né dolcezza del figlio, né la pietà 
Del vecchio padre, né '1 debito amore, 
Lo qual dovea Penelope far lieta, 

Vincer poterò dentro a me V ardore 
Ch' r ebbi a divenir del mondo esperto, 
£ degli vizi umani e del valore: 

Ma misimi per l'alto mare aperto 
Sol con un legno, e con quella compagna 
Picciola, dalla qual non fui diserto. 

L' un lito e V altro vidi insin la Spagna, 



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89. gU aUi vwH, cioè t' BntUé, scritta 
ìd Tersi eroici e di stile alto e sublime : 
loferDO, canto XX, t. il3, la chiamò alta 
tragedia» 

84. Dorè da lui, esseodosi perduto,9<«<<, 
si gi» si andò a morire; dove egli, esseo- 
dosi perduto, andò a morire. — É detto 
secondo Plinio e Solino, i quali narrano 
che ritacense morisse narigando per 
r oceano. 

85. Finge che nella parte della fiamma, 
che più s' inalza, si nasconda Ulisse, per- 
eh' egli era il più reo di frode e il più 
celebre; e chiama antica la fiamma, per- 
cbò molto tempo era corso dacché quo* 
Croci morirono. 

87. Appunto come fa quella fiamma, 
che il Tento agita. 

88. Indi la cima ec. Quindi dimenando 
la cima, come se fosse la lingua stessa 
dello spirito, che parlasse ec. Vedi canto 
sug. T. 15. 

91. Cire$ era una famosa maga, assai 
bella della persona, che trasmutara gli 
uomini in bestie. Portatosi Ulisse ad as- 
salirla, per costringerla a render 1* uma- 
na sembianza ad alcuni suoi Greci da lei 



trasformati, ne rimase inTaghito, a con 
lei si trattenne per più d'un anno. — 
Sottrane me, mi tenne seco nascosto. 

93. là pnttù a 6a$ta, sol monte Cir- 
ceio, Gircello presso a Gaeta, prima che 
Enea la nominasse cosi, per arere in quel 
luogo dato sepoltura alla sua nutrice, no- 
minata Caiét^ 

94-96. del figlio, Telemaco, fitta, com- 
passione riTCrente. — Del vecchio padre, 
Laerte. — Penelope, moglie d' Ulisse, fa- 
mosa per la sua fedeltà. Notisi come in 
questi tre Tersi sian ben distinti dal Poeta, 
nella proprietà delle toc!, i santi affetti 
di natura. 

91. r anfore, r ardente brama. 

99. valore qui sta per virtii, eiaando 
opposto a viti. 

IC». Ma mi messi in Tiaggio per U Mare 
Mediterraneo, in qnella parte eh* è più 
ampia ed aperta del Mare ionio. 

IM, 109. E con quella piccola compa- 
gnia, dalla quale non fqi mai abbando- 
nato. Compagna per compagnia si troTa 
pure nel Villani e in altri antichi. Oeserfo, 
Toce Ialina, Tale abbandonate, 

105-105. lo Tidl r un Udo e l' altro, 



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CANTO VTGESIMOSESTO. 

Fin nel Marrocco; e l'isola de' Sardi, 
E r altre che quel mare intomo bagna. 

Io e i compagni eravam yecchi e tardi, 
Quando venimmo a quella foce stretta, 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 

Acciocché Tuom più oltre non si metta: 
Dalla man destra mi lasciai SibUia, 
Dall' altra già m' avea lasciata Setta. 

frati, dissi, che per cento milia 
PerigU siete giunti all'occidente, 
A questa tanto picciola vigilia 

De' vostri sensi, eh' è del rimanente. 
Non vogliate negar l' esperienza, 
Diretro al Sol, del mondo senza gente. 

Considerate la vostra semenza: 
Fatti non foste a viver come bruti, 
Ma per seguir virtude e conoscenza. 

Li mìei compagni fec' io sì acuti, 
Con quest' orazion picciola, al cammino. 
Ch'appena poscia gli averci tenuti. 

E vòlta nostra poppa nel mattino. 
De' remi facemmo ale al folle volo, 



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r earopeo e 1* alfricano, insino alla Spa- 
rna dall' ona parta, e insino al Marocco 
dall' altra. E Tìdi l' isola di Sardegna, 
e le altre iaole, che oc. 

106. Accenna d* ator coiìinmato molto 
tempo Del percorrere il Mediterraneo. 

101, ìf». afwetia^oce «(re Ka,ano stret- 
to ogfi chiamato di Gibilterra, Ov' Er- 
coU Mrnò (I ««oi riguardi, ore Ercole 
eoDtratiefnò, notò i laoi confini, i suoi 
tcrntioi a' naTtgaiiti. Son questi le cosi 
dette eotofiiM di KreoU, che nalV altro 
imo che doe monti, V ano io Affrica detto 
iMte, Tallro in Eoropa detto Calfte. L'ol- 
trepaasar qaei confini per entrare nel- 
V oceano, erederasi in antico assai pori- 
eolóio. - rifardi in Romagna chiamansi 
1 temini che diridono i eampi, e i pali 
e i pilastri che difendono le Tie. 

Ito. «Mito, Siriglia, città nell'estrema 
parte di Spagna. 

Ili. Stlte, in Ialino Stpto, città del 
regno di Marocco', oggi dotta Oifto. 

I1« 417. fratelli, io dissi, cho fra 
cesto mila pericoli siete giunti all' estre- 
mità occidentale del nostro emisfero, non 
vogUata • ffiMf te tanto ficeoto vigilia d^ 



voitri Mtntif eh* i del rimanenfe, a qncslo 
tanto breve spazio di Tila che vi rimane, 
negar Vetperienta del mondo Menta gente, 
negar di Tederò e conoscere V altro emi- 
sfero, eh' è Tuoto d' abitatori, diretro al 
S^ol, camminando secondo il corso del So- 
le, cioè da oriente in occidente.— Chiama 
vigilia de* unti la vita, a diiferensa del 
sonno della morte. Ch' k del rimanente, ò 
il modo lat. qua de religuo ett. L' altro 
emisfero lo dice mondo eenta gente, per- 
chè allora erederasi cosi. 

il 8. la voitra eenenta, la nobile umana 
vostra natura. 

190. virtnte e eonotcentat la virtii e la 
scienza. Coiio«c«iiea in significato di eden- 
za troTasi spesso negli antichi. 

431, 123. Con questo brere discorsoio 
feci i miei compagni cosi TOgliosi ed ar- 
denti a continuare il cammino, che ec. 

434. nel mattino, alla parte onde sorga 
il mattino, cioè a levante, 

13S, 136. Per fare lo sconsigliato viag- 
gio movemmo i remi si velocemente, che 
parevano ali, sempre piegando da mano 
manca, cioè dalla parte del polo antar- 
tico. 



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202 DELL* INFERNO 

Sempre acquistando del lato mancino. 

Tatte le stelle già dell* altro polo 
Yedea la notte, e '1 nostro tanto basso, 
Che non sorgeva faor del marin suolo. 

Cinque volte racceso, e tante casso i^o 

Lo lume era di sotto della Luna, 
Poi ch'entrati eravam nell'alto passo, 

Quando n'apparve una montagna, bruna 
Per la distanza; e parvenu alta tanto, 
Quanto veduta non n' aveva alcuna. i^^ 

Noi ci allegrammo ; e tosto tornò in pianto : 
Che dalla nuova terra un turbo nacque, 
£ percosse del legno il primo canto. 

Tre volte il fé girar con tutte Tacque; 
Alla quarta levar la poppa in suso, i^o 

£ la prora ire in giù, com' altrui piacque, 

Infin che '1 mar fu sopra noi richiuso. 

427-139. Tutt$ le ttelU già dilP altro che il PoeU chiama V alto jmmo, cioè 

polo ec. Nella Dotle io già tedea tutte ardao e periglioso, 

le stello dell'altro polo, cioò dell' an> 135, iZA. «uà montagna, bmnm Hr k 

tartico, e per consegaenxa vedea quelle Hitantaf che per la gran diitansa e. 

del polo nostro, cioè dell' artico, tanto apparìTa scora. — Secondo il concetto di 

basse, che non s' alzaTano al di sopra Dante, quantunque qui non lo dica espres 

della superflcie del mare. — Vuole con semente, è questa la gran montagna del 

ciò sigoiflcare eh' eran giunti alquanto Purgatorio, antipoda a Gerusalemme, 

al di là dell' Equatore. ** 136. tornò in pianto, aottinteodi te no- 

130, 131. Intendi: cinque tolte era at- giro alUgrtzta. 

Tenuto il plenilunio, e cinque il notiln- i38. del legno il primo canto, la parta 

dìo; eran trascorsi cinque mesi.— Cateo, anteriore della nave, Tale a dire la prora, 

cassato, e figuratamente <p«n(o. Io <«««.... 140. La Toce l«ear, e l' altra ir« del 

di totto d»lla luna. Quando la luna è il- Torselli son rette dal Terbo fé del t. 1». 

luminata sotto, dalla parte che guarda ikì.eom' altrui piaeqne, come piwoqaoi, 

la terra, allora è Tisibile a noi. dìo. Ma Ulisse ne Uce il nome, o parchi 

133. Miralo pesto, Tale adir nel- cosi richiede la sua condision di dannato, e 

l'oceano, in cui s'entra per lo stretto, perchè il reroDionon fu da lui conosciuto. 



CANTO VIGESIMOSETTIMO. 

Sottentra a parlar co* Poeti Qoido da Vontefeltro, a richiesta del quale gli 
Dante lo stato della Somagna : e Chiido, non si credendo di parlar con un tIto'. gli 
confessa il perchè egli è dannato; cioè, per un frodolento consiglio, che, richiesto 
da Bonifazio TOI, gli diede. 

Già era dritta in su la fiamma e quota. 
Per non dir più, e già da noi sen già 

4, 9 Bià era dritta in s» la fiamma e e silensiosa, perchè atea islle di par- 
quieta^ Già la fiamma era tornata diritta lare ; e già se n' afidara ee. 



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OANTO V1GBSIM08BTTIMO. 

Con la licenzia del dolce Poeta; 

Quando un'altra, ohe dietro a lei venia, 
Ne fece volger gli occhi alla sua cima, 
Per nn confdso suon che fuor n' nscia. 

Come 1 bue cidlian, che mugghiò prima 
Gol pianto di colui (e ciò fu dritto), 
Che r avea temperato con dna lima. 

Mugghiava con la voce dell^ afflitto. 
Si che, con tutto eh' e' fosse di rame, 
Pure ei pareva dal dolor trafitto; 

Cosi, per non aver via né forame 
Dal principio nel fdoeo, in suo linguaggio. 
Si convertivan le parole grame. 

Ma poscia eh' ebber colto lor viaggio 
Su per la punta, dandole quel guizzo 
Che dato avea la lingua in lor passaggio, 

Udimmo dire: tu, a cui io drizzo 
La voce, che parlavi mo lombardo. 
Dicendo: Issa ten va', più non t'adizzo; 

Perch' r sia giunto forse alquanto tardo. 
Non t' incresca restare a parlar meco : 
Vedi, che non incresce a me che ardo. 

Se tu pur mo in questo mondo cieco 



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3. e^ te lIcMM ee., con la licema 
del compUe«Dt6 Virgilio, che prima l'ara- 
ra ioTÌUto a parlare. Vedasi pib soilo 
T. M. 

1. li He efelliaite o tMlUtmù era an toro 
dì brooio, che dall' atenieee Portilo f« 
eottmito per Falaride, tiranno d' Agri- 
1 eoto in Sieilia. Ed era eoslrutto in nodo, 
ehe rlnehlnsovi dentro nn uomo, e nea- 
ftOTi sotto il faoco, per le grida del ter- 
meoUto, BiandaTa nogghi ainili a qnelli 
d' un Toro toro. La prima esperiensa che 
Palaride ne fece, si fu di rinchindervi 
ed arroftirri lo stesso suo arteBce. Perdo 
dice il PoeU dk fu drillo, ehe fa gineio, 
ehe prima mnggbiasse col fiantB, o por 
le grida, H eolmi Ch9 V neea fmpfrelo 
CM siM fimo, cioè di colui ehe n' era 
Italo l' artefice. 

to. dsirajtlire, dell'oomo tormenUtori 
dentro. 

19-45. Coslmisol ed intendi : Cosi, per 
«Oli over nel ffitocQ, per non essere nella 
fiamma, ni via ni /orarne dal prlnelple, 
né via framoKO toè fiorame alla sua cima, 
to parole grame, le parole doloroso del 



dannato, si couTertlrano In nio lla^eg- 
glo, nel linguaggio proprio della fiamma, 
cioè in quel mormorio che fa la fiamma 
agitaU dal Tento. Di qui s'intende eh' era 
la lingua del dannato, che comunicava 
alla fiamma quel moto. 

46-18. Ma posola ce* thbtr colle Iw elog- 
ilo oc. Ma poscia eh' ebhero preso il 
loro andamento (viaggio) su per la punta, 
dando ad essa punta quella vfbraiione 
stessa, ch'elle arean riceruto dalla lingua 
In lor pasfogglo, cioè, nel paMar dalla 
bocca. 

90. E ehe or ora, poe' ansi, parlavi 
lombardo (le parole Issa e adl«eo essendo 
lombarde); e Virgilio cosi parlava, per- 
ebè li porenfl t»oi fvren lomèardl. 

91. Oieendo ad Ulisse: Adesso vattene 
poro, eh* io più non ti stimolo a parlare. 
E ciò si riferiice alle parole di sopra: 
e già da «ei len glis Con là Metiisia d$l 
dolce fUf la. 

34. Preghiera piena di passione e di 
affetto. 

9S. pnr «IO, pw ora, solaaente ora. 
Citta, oseoro. 



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204 dell' ikfbuko 

Cadato se' di quella dolce terra 
Latina, onde mia colpa tatta reco; 

Dimmi se i Romagnoli han pace o guerra: 
Gh' io fui de' monti là intra Urbino 
E 1 giogo, di che Tever si disserra. 

Io era ingiuso ancora attento e chino, 
Quando 1 mio Duca mi tentò di costa, 
Dicendo: Parla tu; questi è latino. 

Ed io, eh' avea già pronta la risposta, 
Sanza indugio a parlare incominciai: 
anima che sei ^ggiù nascosta, 

Bomagna tua non è, e non fu mai 
Sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni ; 
Ma palese nessuna or ven lasciai. 

Rayenna sta, come stata è molt'anni: 
L' aquila da Polenta là si cova, 
Sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni. 

La terra che fé già la lunga pruova, 
E di Franceschi sangoinoso mucchio, 
Sotto le branche verdi si ritruova. 

E 1 mastin vecchio e '1 nuovo da Verrucchio, 



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96, 91. il «Mila dolc$ terra Latina, di 
quella cani Italia, ond§ mia colpa tatta 
rtcOf dalla quale, o per cagion della 
quale, bo portato qaaggiii tutte le colpe 
che commisi. — É peraltro da osserTarsi, 
che tatti coloro i quali da Dante eoa detti 
tattili appartengono alla parto inferiore 
d'iulia, cioè dal Po in gib; mentre 
quelli che da esso son detti lombardi f 
appartengono alla parte superiore, cioè 
dal Po in su. Di qui s' avrebbe il signi- 
ficato dell' «mito Italia» cioè l'IUlia in- 
feriore, per r»< «ort'o la vtrgiatCammilla, 
Inferno, canto I, v. f06, 407. 

98, 99. Ck*iù fui do*mo»ti là intra Ur- 
bino ec. Perocché io fui dì Montefeltro, 
posto sopra nn monte tra Urbino e la 
sommità dell* Appennino, dal quale il 
ToTere si dischiude, ha la sua sorgente. 
— Vuol significare d* essere stato roma- 
gnolo, e cosi giustifica la sua 'euriositi. 

Si. cMm.... ingluoo, chinato in gib, 
forso la bolgia. 

89. mi tontb 4i eotta, mi toeeÒ il flaneo 
col gomito. Vedi anche Inferno, canto XU, 

v.ei. 

85. qatoti è latino, questi è italiano ; 
non è gre«o corno gli altri duo (ean- 
to XXTI, ▼. 73 8«g.), che aono parlili, 



che forse a?rebbero disdegnato di parlar 
teco : dunque ora parta tu, 

88. no* cuor d«' $uoi tiranni, perchè in 
essi è sempre tempesta di odio, ambizione 
e vendetta. 

M. La famiglia da Polenta, che signo- 
reggiaTa Bavonna a Cervia, aTora per 
arme un* aquila meizo bianca in campo 
azzurro, e aieuo rossa in campo d'oro. 
Cervia^ terra poco lontana da RaTonna. 

43-48. U terra, la città di Forlì, eko 
fé già la lunga jfraooa di costanza e Ta- 
lora, nel sostenere l'assedio, che l' eser- 
cito pontificio e francese le area posto, 
e che fo aoii^iiliiete mucchio di Franeeecki, 
quand' essi, penetrali per una porta, fu- 
rono disfatti e distrutti da'Porliresi, che, 
guidati dal medesimo Guido, lor piomba- 
rono addosso (ciò aTrenne nel 4989); ai 
rifmoM eotto le branche verdi, sotto il 
dominip della famiglia degli Ordelafli, la 
cui arme faceta un leone Terde, dal mesto 
in su, in campo d* oro, e dal mezio in 
gih, con tre liste verdi e tre d* oro. 

46. B Malatesta da Verrucchio il vec- 
ehlo, e Malatestitto 11 giovine. Costoro, 
padre e figlio, li chiama «ctltsi cani, 
perchè fieri Uranni. Infano, XXVIH 
Y. 76 a sog. 



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CANTO TIGICSMOSETTIMO. 

Che fecer di Montagna il mal governo, 
Là, dove soglìon, fan de^ denti succhio. 

Le città di Lamone e di Santerno 
Conduce il leoncel dal nido hianco, 
Che muta parte dalla state al verno: 

E quella a cui il Savio bagna il fianco, 
Cosi com' ella ne' tra 1 piano e 1 monte, 
Tra tirannia si vive e stato franco. 

Ora chi se* ti prego che ne conte: 
Non esser duro più ch^ altri sia stato; 
Se 1 nome tuo nel mondo tègna fronte. 

Poscia che 1 fuoco alquanto ebbe rugghiato 
Al modo suo, Y agnta punta mosse 
Di qua, di là; e poi dio cotal fiato: 

S' io credessi che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo, 
Questa fiamma staria senza più scosse. 

Ma perciocché giammai di questo fondo 
Non tornò vivo alcun, s' T odo il vero. 
Senza tema d'infamia ti rispondo. 

Io fui uom d' arme e poi fui cordigliero, 



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47. Ch« feMro <l ««I governo, lo sirs^ 
no, di Monlagma de'PareiMti,Dob{li86imo 
cavmlier rìmÌDeM; da eisi eradei mente 
iiecifo, perebè ghibelliDO. 

48. GontinoaBdo la metafora dei «uitf(- 
«i, dice ehe /as dé'dfti iueckio, fanno 
•nechullo, trlTollo dei denti, a lacerare 
i loro infeliei soggetti, là ów togUoa, 
nelle terre del lolito loro dominio, cioè 
in Bimioi. 

49-51. Cottmieei ed intendi: Il Uonfl 
del «U» M«Mo, cioè Mainardo Pagani, la 
coi iapreta è un leoncello aunrro in 
campo bianco, Ck$ «afa parte dalla ttaU 
al vfr«a» ebe dlrenta goolfo, o gbibelli- 
■0 da ana ttagiooe all' altra, «oodaet, 
refsn, le titià éi La«o«« « H SanUrno, 
le città di Faonsa, posta presso il fiome 
, e d* Imola, posta sol Come San- 



■S-di. B quella, cioè Cesena, a eoi il 
fiome Sotìo scorre allato, in qoella gotsa 
^e sic*, siede, è sitoaU tra la pianura 
e il moBle Appennino ; cosi si tìto tra 
te tirannide e la libertà. 

M. eie «• ceol», ebe ci racconti. 

i8. pie a* mUH tia $taU>, pib ebe ste 
stalo alcon altro def li spiriti da me già 



87. Cosi ti desidero ebe il tao nome 
tinga front$^ contrasti all' oblio, cioè 
rada famoso nel mondo. — Ancbe qui il 
t$ è particella deprecativa. 

88t 89. rugghiato al modo tuo, cioè fatto 
il solito mormorio, ebe fa la fiamma agi- 
tata dal vento. 

60. die cotal fiato, mandò foori tal voce, 
tali parole. 

61, 61 Cosi dice lo spirito; peroccbè, 
essendo fasciato dalla fiamma, non avea 
potato conoscere ebe Dante fosse tattora 
Tìrente. 

65. Qoesta fitroma starebbe senza pib 
agitarsi, vale a dire, io non parlerei più. 
Crede ebe nessano eonosea la sna colpa. 

66. Senita tonta d* infamia, senta timore 
ebe tn mi possa infamare so nel mondo. 

67. Jo fui ec. Questi è Guido conte di 
Montefeltro, nomo valoroso in guerra, e 
d'ingegno sagacissimo. Tenne la signoria 
di varie eittà di Romagna: ma fotto vee- 
cbio, e stanco delle tempeste mondane, 
si vesti dei Frati minori neiranno 1997. 
Riebiesto da Bonifazio Vili del corno 
potesse togliere ai Colonoesi Prenesto, 
lo consigliò (secondo ebe dice Dante, ma 
ciò non si ba dalla storia né par proba* 
bile) a promettere assai » e mantener poco. 



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206 dell' INFEBlfO 

Credendomi, si cìnto, fiue ammenda: 
E certo il creder mio veniva intero; 

Se non fosse '1 gran Prete, a cui mal prenda, 
Che mi rimise nelle prime colpe: 
E comò e quare voglio che m* intenda. 

Mentre ch^io forma fui d'ossa e di polpe, 
Che la madre mi die, l'opere mie 
Non furon leonine, ma di volpe. 

Gli accorgimenti e le coperte vie 
Io seppi tutte; e si menai lor arte, 
Ch' al fine della terra il suono uscio. 

Quando mi vidi giunto in quella parte 
Di mia età, dove ciascun dovrebbe 
Calar le v^e e raccoglier le sarte; 

Ciò che pria mi piaceva, allor m' increbbe : 
E pentuto e confesso mi rendei, 
Ahi miser lasso ! e giovato sarebbe. 

Ma '1 principe de' nuovi feuisei. 
Avendo guerra presso a Laterano 



70 



75 



eo 



85 



Infatti BoDifaiio finse di rimetter nella 
eoa grazia Jacopo e Pietro Colonna car- 
dinali, e dando loro buone sperarne, 
gì' indusse a consegnargli Preneste. Atu- 
tala in mano, la fé demolire, e tosto pre- 
se a persegaitare i Golonnesi in modo, 
che parte in Sicilia, parte in Francia 
doverono rifugiarsi. Di Guido, che pochi 
anni risse nel chiostro, cosi dice TAngeli 
nella storia del conrento d'Assisi: • Guido 
Uontis Fellrii, Urbini comes ac princeps, 
in ordine pie ac humiliter vixit, errata 
lacrimis et jejuniis diluens; et (quidquid 
in eum mordax Dantes ceeinerit) religio- 
sissime in sacra Assisiensi domo obiit, 
ac in ea tnmulatus fnit. » Cordiglieri» per- 
chè cinti di eorda, si dioeTaoo i frati 
francescani. 

68. Crtdtttdùmi, il diito, ec. Dandomi 
a credere, che cinto di quella corda e 
in queir abito di penitensa, arrei espiato 
i miei peccati. 

G9. E certamente il eroder mio sarebbe 
renato interamente ad effètto. 

10. Sé ne» fo$H» se non foue stato 
(vedi canto XXIV, y. 54-26) il sommo 
ponteOce (Bonifasio Vili), a cui impreco 
ogni male. 

71. Intendi: che mi fece tornare agli 
antichi peccati. 

79. E cerno e f «art , lat ef e«e«ede ef 
««are, e io che modo e porche. 



73. FsreiA, è usato qui nel senso di 
aftima MvivanU il corpo. 

78. Non furon da uomo forte e gene- 
roso, ma da astuto e frodolento. 

77. $ ti mmuLi lor arfe, e cosi le eaer- 
ciUi. 

78 Che la fama loro (delle mie astusie) 
•»e€ì, usci, andò, «I /Im dtila terra, 
all' ullifflo confine della terra. 

79-81. Quando mi rìdi giunto in q—lU 
parU di mia età, alla recchietsa, do««, 
in cui ciascuno aorrebbe lasciar le coso 
del mondo ; a somigliania del marinaro, 
che, essendo per giungere io porto, cala 
le relè e raccoglie le corde della nave; ec. 
— Nel C9»9Ìto, tratt. IV, cap.9B, Dante 
parla di quest' istesso <r«ide Mùnt$ftltra- 
«o, e lodando il suo passaggio alla re- 
ligione, ripete la stessa similitodiae qui 
usata : • Come il buon marinare, com*eeeo 
appropinqua al porto, cala le sue vele,.... 
cosi noi doremo nella Teechieasa ealar 
le tele delle nostre mondane operasioBl, 
e tornare a Dio con tatto intendkMoto 
e euore.» 

83. féuiuio $ ceafieeo. pentito a eoa- 
fossato. — mi rendei alla religione, mi 
feci frate. 

88. Bonifasio Vili, principe dogi' ipo- 
criti eh* erano allora nella curia papale, 
deUi dal Poeta «novi fwiaBi, 

86. Arendo guerra in noma stessa eoi 



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CANTO VIGESmOSETTIMO. 

(£ non con Saracin né con Giudei: 

Che ciascun suo nimico era cristiano, 
E nessun era stato a vincer Acri, 
Né mercatante in terra dì Soldano); 

Né sommo ufficio né ordini sacri 
Gruardò in sé, ned in me quel capestro, 
Che solca far H suoi cinti più macri. 

Ma come Costantin chiese Silvestro, 
Dentro Siratti, a guarir della lebbre; 
Cosi mi chiese questi per maestro 

A guarir della sua superba febbre: 
Domandommi consiglio; ed io tacetti, 
Perché le sue parole parver ebbre. 

E poi mi disse: Tuo cuor non sospetti: 
Fin d'or t'assolvo; e tu m'insegna fare 
Si come Prenestina in terra getti: 

Lo ciel poss'io serrare e disserrare, 
Come tu sai; però son duo le chiavi, 
Che 'I mio antecessor non ebbe care. 

AUor mi pinser gli argomenti gravi. 
Onde '1 tacer mi fu avviso il peggio; 



207 



90 



03 



100 



103 



Colonnesì. che aTeano i loro palagi presso 
tan Giovanoi Laterano. 

88-90. roichè ogoi soo nemleo non era 
nn infedele, ma no cristiano catlolico, e 
nessuno, rinnegata la fede, era stato in 
coBpagnia do' Saraceni ad cspagnaro 
Acri, r antica Tolemaide; né, per aTìdilà 
di gaadafno, era andato a mercanteggiare 
D«i dominii del Soldano, recandovi armi 
TetloTaglie. — Nel 1991 Acri fa espa- 
gDstadal Soldano di Babilonia, malgrado 
ia difesa dei talorosi Templari : sessan- ' 
timila furono tra morti e presi. 

M-9B. Non ebbe rigoardo in sé stesso 
alla suprema dignità pontificale, né agli 
ordini sacri; né in me ebbe riguardo a 
iti Mpetiro, a quella corda, a quel se- 
gno d* asUnenta e di penitenza, che co- 
loro che ne van cinti solea una Tolta fare 
pid magri, di quel che siano adesso. Nel 
canto XI del Paradiso dice di san Fran- 
cesco: VvmiU capettro, 

94, 9S. Ma come l'imperetor Costantino 
Magno richiese papa SiWestìro, il quale 
dimorara nelle caTome del monte Soratte, 
(oggi monte Sant' Oreste) afSnchò lo goa* 
risse dalla lebbra; cosi ec. — lébbre per 
Mkn, come 9*tt$ per vetta, «Mifal» per 
imsafai ec. ^ Questo fatto di Costantino 



é oggi chiarito falso; ma lo si crederà 
aMeropi del Poeta. 

96, 97. Cosi questi (Bonifazio] mi ri- 
chiese per medico, affinchè lo guarissi 
della sua iuptrba febbre, dalla sua pas- 
sione della superbia; cioè dall' odio che 
portata a' Colonnesi. — Matttro in antico 
Talora eziandìo medico. 

99. parver ebbre, mi parrero da ubriaco, 
da uomo delirante per passione. 

103. Prenestina, V antica Premetfe, oggi 
Paltstrina, terra del Patrimonio. — Bo- 
nifazio 1* assediara ed inrano : poi, arn- 
tala per inganno con il consiglio di Guido, 
la distrusse, e fece nel piano ricostruirne 
una nuora. 

104, lOS. Is chiavi Che il mio antecsssor 
non sbbs ears, le chiari che io tengo in 
roano, e che il mio antecessore, cioè Ce- 
lestino Y non ebbe care, perchè rinunziò 
al pontificato. Inferno, canto in, r. 89. 
— Le due chiari sono la potesti di le- 
gare e di sciogliere. 

106, IpT. Allora quegli argomenti gra- 
ri, aotoreroli, non in sé, ma in quanto 
renirano dalla bocca del papa, mi spin- 
sero a parlare, perchè il tacere mi sem- 
brò il partito peggiore. Tacendo, egli 
arrcbbc disubbidito al sommo pontefice. 



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208 dell'infeudo 

E dissi: Padre, da che tu mi lavi 
Di quel peccato, ove mo cader deggio; 

Lunga promessa coli* attender corto ut 

Ti farà trionfar nell' alto seggio. 
Francesco venne poi, com' i' fai morto, 

Per me; ma un de' neri cherabini 

Gli disse: Noi portar; non mi far torto. 
Venir sen deve giù tra' miei meschini, ns 

Perchè diede '1 consiglio frodolente. 

Dal quale in qua stato gli sono a' crini: 
Ch'assolver non si può chi non si pente; 

Nò pentere e volere insieme puossi. 

Per la contradizìon, che noi consente. 12 

me dolente! come mi riscossi 

Quando mi prese, dicendomi: Forse 

Tu non pensavi* eh' io loico fossi! 
A Mìnòs mi portò : e quegli attorse 

Otto volte la coda al dosso duro; 125 

£ poi che per gran rabbia la si morse. 
Disse : Questi è de' rei del fuoco furo : 

Per ch'io là, dove vedi, son perduto, 

E si vestito andando mi rancuro. 
Quand'egli ebbe il suo dir così compiuto, i3o 

La fiamma dolorando si partfo. 

Torcendo e dibattendo '1 corno aguto. 
Noi passammo oltre, ed io e '1 Duca mio, 

Su per lo scoglio infino in su 1' altr' arco. 

Che cuopre 1 fosso, in che si paga il fio isò 

Da quei che sconmiettendo acquistan carco. 

410. Il promeltflr molto col mantener 12S. Lo danna all'oliava boIgift,eiiigeQ. 

poco.- Attendete, pMatt$Mrtt mantenere, dosi otto folte al dosso la coda, la quale 

ilS. n*ri ehernbini: Forse cosi U chia- si morde; irato anch' egli di tale reìii. 

ma in opposiiiono a quelli del cielo. iSn. del /Woco furo, del fuoco che inTo- 

flS. «McMiiI, serri, schiari, come al la, nasconde agli occhi altrui gli spirili 

canto IX, T. 43. cRe tormenta. Vedi e. prec, t. 41, 42. 

117. ttefo qU tono a* cHni, Tbo sempre iSO. E andando ti e«tfifo. cosi fasciau 

tenoio per i capelli, siccome mia preda, di questa flamma, mi rancure, eloè an 

119. Né si può al tempo stesso pentirsi rattristo e dolgo, 

del peccato e ?oler peccare. 133- patioeiflio olire, andammo «Tanti. 

191. coflM mi ritcotti, come restai so- 135, 136. Che cnopre il foeto, che cno- 

praffatto e pieno di paura. pre la nona bolgia, 1« cA« ti pn^ il /lo. 

f SS. eh' io loiee /otti, eh* lo fossi tal in cui si pena, Oa tiM< che eeommettendo, 

logico, che conoscessi la feria della con- da quei che, mettendo dÌTisioni e ditcor- 

tradiiione, e sapessi che una cosa non può die negli animi eongionli per Tìneolo t 

al tempo stesso essere e non essere. di parentela, d* amìcitia, d' altro af- 

iS4. A Minoe mi portò, ae. Conforme fette, ac^ntitan earco, si caricano la eo- 

ciò eh* è detto al canto V. sciensa d' un grare peso di colpa. 



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209 



CANTO VIGESIMOTTAVO. 

De«rir6 rorriMle BpofcUcolo dellornoiiR Bolgia, ove laceri, mutili e fessi nelle mem- 
bra iUano coloro, che seminaron discordie cìtìU o religiose neU' umana famiglia 
L aJqoanti di essi danno a Dante contezza di se. *»""Kii». 

Chi porla mai pur con parole sciolte 

Dicer del sangue e delle piaghe appieno, 

Ch'io ora vidi, per narrar più volte? 
Ogni lingua per certo verria meno 

Per lo nostro sermone e per la mente, 5 

C hanno a tanto comprender poco seno. 
Se s' adunasse ancor tutta la gente, 

Che già in su la fortunata terra 

IH Puglia fu del suo sangue dolente 
Per H Romani, e per la lunga guerra io 

Che dell' anella fé si alte spoglie. 

Siccome Livio scrive, che non erra; 
Con quella, che sentio di colpi doglie, 

Per contrastare a Ruberto Guiscardo; 

£ l'altra, il cui ossame ancor s'accoglip 15 

A Ceperan, là dove fu bugiardo 

1 ^. Chi jwrte «lai, chi mai potrebbe, 
r^ eea jnrele tdolUf toco con parole 
uiolte da metro, cioè io prosa, diew 
•nnno, dire, raccontar pienamente. d$l 
las^M e diitt jwaa*«. eh* io <n-a vidi nella 
nona bolgia, p«r narrar piò «olfs, per 
qQiDto lo narrasse pia tolte, por qaaato 
" rifacesse più rolte a narrarlo? 

€• Ckamao poco «tno, che hanno poca 
capacità,* tallio comprender», a compren- 
dere li Tatto fQbietto. Non è sufQeiente 
io BMlro s«r«eii«, V umano linguaggio, 
perchè non ha segni e roci bastanti a 
»ifDiSearlo; non è safOciente te nwtè, 
'2 iBcnoria dell' uomo, perchè non ha 
baunte capacità per ritenerlo. 

^' S9 f'odvMfsf ancor. S' anco si mot- 
^eiie losieme. 

". fortunata qui Tale fortnnoca , tog- 
jetU alle Ticende della fortuna. E la 
>ȓ;Iu (anticamente Apulia, nella pro- 
TiDcia dì Napoli) fo sposso teatro di san- 
SuiDoii combattimenti. 

»• /adtlmo $angat doUntc, cioè, ebbo 
* PUfigere del ano sangue Tersalo. 

10. Hr li Mmani, per opera de'Romani. 
w lowre fra questi e i Pugliesi comìn- 
ciaroao nell' anno di Roma 499. e dara- 
f*ao iiagaiiioia per luogo tempo, sino a 



cbe non aTTcnoe la totale sommissiono 
di quella proTincia. 

11. La seconda guerra punica durò più 
di ìH anni, e nel corso di essa fu da An- 
nibale data ai Romani la famosa sconfitta 
di Canne in Puglia; nella quale tanti 
furono i romani cavalieri rimasti morti, 
cbe degli anelli tratti dalle loro diu, ne 
furono empite tre moggia e meixo, sic- 
come scriTO Tito LiTio, che non erra, cbe 
non commette errore, li quale anco sog- 
giunge : • la fama cb* è più prossima al 
vero tenne non fossero più d' un mog- 
gio. » Di questo Dante parla anche nel 
Convito» 

13. Se si aifunasse con quella gente, 
che Mftlt'o di colpi doglie, cbe senti il do- 
lore di aspre percosse. — Per questa 
gente debbonsi intendere gli eserciti greci, 
cbe Alessio imperatore di Costantinopoli 
mandò per riconquistare la Calabria e la 
Puglia, e cbe dal normanno Bnberto 
GuiecardOf noTcllo signore di quelle Pro- 
vincie, rimasero sconfitti e distrutti. Ciò 
aTToone nella seconda metà del lecoloXI. 

15-17. A Ceperano, luogo presso monte 
Cassino, avvenne nel i965 la prima bat- 
Uglìa tra Manfredi re di Puglia e Sicilia, 
Carlo d' Angiò. La teria schiera, ch'era 



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210 dell' inferno 

Ciaflcmi Pugliese; e là da Tagliacozzo, 
Ove senz'arme vinse il veccliio Alardo; 

E qual forato suo membro, e qual mozzo 
Mostrasse; ad agguagliar sai^ebbe nnlla 
n modo della nona bolgia sozzo. 

Già veggia, per mezzul perdere o lolla, 
Gom'io vidi un, cosi non si pertugia, 
Rotto dal mento in sin dove si trulla. 

Tra le gambe pendevan le minugia; 
La corata pareva, e 1 tristo sacco, 
Che merda fa di quel che si trangugia. 

Mentre che tutto in lui veder m'attacco, 
Gkiardommi, e con le man s'aperse il petto, 
Dicendo: Or vedi come i'mi dilacco; 

Vedi come storpiato è Macometto. 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali 
Fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 

E tutti gli altri, che tu vedi qui, 
Seminator di scandalo e di scisma 
Fur, vivi; e però son fessi cosi. 



20 



30 



tatù di Puglieii, al Tedere sconfitte le 
altre due, mancò della fede promessa a 
Manfredi, e passò a Carlo. Dice ancor, per- 
chè anche di qne! tempo, cioè trontacinqne 
anni dopo la rotla, trovaTano in arando 
le ossa dei morti in quella battaglia. 

17, 48. Presso Ta0<taco2co, castello nel- 
r Abrosio ulteriore, successe la baUaglia 
fra Carlo d'Aogiò, già diTonuto re di Pu- 
glia e Sicilia, e Corradino, nipote del- 
r estinto Manfredi, Tenuto dì Germania. 
Il vKchio AlardOf di Valleri, cavaliere 
francese, consigliato re Carlo a combatter 
con soli due tersi delle sue genti, riser- 
hando r altro terzo per piombar sul ne- 
mico, quando alla fine della battaglia si 
fosse qna e là disperso, fu cagione che 
Carlo, seguendo il consiglio di Ini, ri- 
portasse (quantunque dapprima perdente) 
una compiuta Tittoria. Ciò fu noi 1968. 

19-31. Se si adunasse insieme tutta 
questa gente straziata, e chi mostrasse 
nn suo membro forato, e ehi lo mostrasse 
mozzalo; tutto ciò sarebbe un nulla a 
confronto del modo orribile e ributtante, 
che Tederasi nella nona bolgia. 

93-94. Costruisci ed intendi: Oih, certo, 
cosi non ti p^tMgia, non si trafora, non 
si spacca, una veffgia, una botte, per per- 
dere cb*es8a faccia il mexzule, o la lulla. 



cioè, la tamia di meno, o 1' una delle 
due tavole laterali del sno fondo, come 
io vidi uno rotto, spaccato, dal m$%fo 
ln$i% dove ti frutto, si spetezza. 

38. U minugia, le budella. 

96. partva, appariva, si vedeva, la co- 
rata, la coratella, e *l fritto tocco, e il 
sozzo ventricolo. 

98. «' attacco, mi fisso, pongo tutta la 
mia attenzione. 

SO. coflM <* mi dilacco, come io mi apro, 
come sono aperto, spaccato. 

31. fedi comi ttorpiato oc, come guasto 
nelle membra è Maometto. JfaoiMfCo fu un 
famoso impostore, il quale fondò una 
nuova religione, che da lui si disse mao- 
mettani smo : nacque alla Mecca nel 860, 
e mori a Medina nel 633. 

39. Ali, genero e discepolo di Maomet- 
to, fece dei cambiamenti nel Korano, ch*è 
il codice religioso dei Maomettani, e cosi 
divenne capo di una setta, segnila in Per- 
sia specialmente. 

35. al ciuffetto, sino al ciuffo di capelli 
ehe,come maomettano, porta soprala testa. 

38. tcandato. sta qui per iitcordia, o 
tcompiglio. — tcitma è dal greco, e vale 
scissura, dittidio, ma per Io più in coso 
di religione. 

36. Fur^ vi9i, foroa da vivi, cioè mcntro 



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CAHTO ViaMIMOTTAVO. 

Un diavolo è qua dietro, che n^accisma 
SI cmdelmenie, al taglio della spada 
Bimettendo dascnn di questa risma, 

Quando avem volta la dolente strada; 
Perocché le ferite son richiuse, 
Prima eh* altri dinanzi gli rivada. 

Ha tu chi se*, che 'n su lo scoglio muse. 
Forse per indugiar d'ire alla pena, 
Gh* è giudicata in su le tue accuse? 

Nò morte 1 giunse ancor, nò colpa 1 mena. 
Rispose 1 mio Maestro, a tormentarlo ; 
Ma, per dar luì esperienza piena, 

A me, che morto son, convien menarlo 
Per rinjfemo quaggiù di giro in giro: 
£ quest* ò ver così, com* io ti parlo. 

Più fur di cento che, quando V udirò, 
8* arrestaron nel fosso a riguardarmi 
Per maraviglia, ohliando 1 martiro. 

Or di* a Fra Dolcin dunque che s* anni. 
Tu, che forse vedrai il Sole in breve, 
S* egli non vuol qui tosto seguitarmi. 

Si di vivanda, che stretta dì neve 
Non rechi la vittoria al Novarese, 
Ch' altrimenti acquistar non saria lieve. 



211 



40 



45 



GO 



G5 



00 



intero: f ftrhf per «Tir diviso gli ftiiioii 
•rotto rvniu relifioM, «•» eoti f€$H, 
ipaceau ot 1)« loro mombn. 

^1 SS. cA<«i'Mc<fl««8icnid«i«Mti,eho 
M ucoBcift, no mg giaflU ti eradeloiMto. 
^^"^or» aeeoBciaro, mffiattaro, è toco 
protenia^ qoj gg^u iroDieomonlo. E 
^ ÌDhtti diciamo •eeometan f9l (por il) 

39-40. mmettndo miUivlio dilla tftàa 
l^unt di f MI te Hffwo, tonwodo a meU 
'^^ a il di apada ciaaeano di qootio m»- 
**'^i OTTero di qoosU wnài%ion$ (che 
' «no t Viltro può oster sirnifieato dalla 
|oce ritma), 0wi«4o oo«» volto te dotos- 
!* '''Bdt, ofBi TolU che abbiam eonpito 
"ProdaldolonMo Tallone e che le bo- 
t^neabraaisoorianite. 

.^ l^ma ebe aUH, aloimo di noi, f li 
"^ ««Mici, tomi a poMaro datanti a 
^wldiafoio. 

.«• «Mf, Bigi, dai di mnso, cioè stai 
ncaardaado fiMBente.MMor^ « dal verbo 
ProTeualei 



4S. Che ti è tUU deeroUU da Mìdos, 
conforme le colpe di che ti tei confettato 
e accasato. Inferno, canto V, t. 7, 8. 

SS. Fra DoMmù fo no romito eretico, il 
quale predicava esser conveniente tra i 
Cristiani la comunanza di tutte le cose, 
e per fino delle mogli. Seguitato da pib 
di S.OOO persone andò intorno robando per 
molto tempo, finché ridotto ne' monti fra 
Novara e Vercelli, sprovvisto di viveri, 
e impedito dalle nevi, fo dai Novaresi 
preso, e con MargheriU soa compagna, 
secondo il barbaro costarne di quei tempi, 
fotte abbruciare. Ciò avvenne nel 4307. 

88, S9. 5) Ai eivaiida oniseilo allo pa- 
role eh» <' armi del v. 88, ed intendi : cho 
si provveda talmente di vettovaglia, ebe 
•frtfto di Mvf, un accerchiamento, un 
assedio di neve, non rechi la vittoria al 
Novarese. 

SO. La qual vittoria non sareblM facile 
ad esso popolo novarese 1* acquistare in 
altro modo. Perchè Fra Dolcino ti difoa 
deva bravameate. 



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212 'DELL* INFISBNO 

Poi che Tun pie per girsene sospese, 

Macometto mi disse està parola: 

Indi, a partirsi, in terra lo distese. 
Un altro, che forata avea la gola, 

E tronco *1 naso infin sotto le ciglia, C5 

£ non avea ma* che un* orecchia sola, 
Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri, innanzi agli altri apri la canna, 

Ch'era di fuor d*ogni parte vermiglia; 
£ disse: tu, coi colpa non condanna, «o 

£ coi già vidi su *n terra latina, 

Se troppa simiglianza non m'inganna; 
Rimembriti di Pier da Medicina, 

Se mai tomi a veder lo dolce piano, 

Che da Yercello a Marcabò dichina. ^^ 

£ fa* sapere a* duo miglior dì Fano, 

A messer Guido, ed anche ad AngiolcUo, 

Che, se 1* antiveder qui non è vano, 
Gittati saran fuor di lor vassello« 

£ mazzerati, presso alla Cattolica, ^ 

Per tradimento d* un tiranno fello. 
Tra risola di Cipri e di Maiolica 

Non vide mai si gran fallo Nettuno, 

Non da pirati, non da gente argolica. 

64. forata avm ia gola. Perchè peccò CAgn^nOi orano dae onoretiuinl genti- 
più speeìalmanto in parole, però nella luominì della città di FaLO. Infitati da 
gola è ferito. — Il Poeta passa a vedere Malalestioo, cradel tiranno di Rimini 
gli autori di divisioni politiche, (dal Poeta nel canto precedente chiamato 

66. ma' eA#, più chCi se non che. & mattinò), a venire a parlamento con Ini, 

stato notato altre volte. si posero in viaggio per mare, e qnando 

68, 69. innanai agli altri, prima degli furono giunti in vista del castello detto 

altri, apri la canna della gola, eh' era la Cattolica, dai conduttori della nave, 

di fuori insanguinata d' ogni parte. secondo che il tiranno avea ordinato, ven- 

71. '» tèrra latina, in Italia. Vedi can- nero gettati nell' onde. Il fatto cródesi 

to XXVII. T. 96, 37. avvenuto nel i304. 

15. Fior da MoAieina, della famiglia 79. di lor vattollo, del loro Tascello, 

Cattaui, seminò discordie fra i cittadini della loro nave, 

di Bologna e tra Guido da Polenta e Ma- SO. E atazoorati. Maazorarc, fattp da 

latestino da Himini, onde a quei paesi mataora che è un masso di pietre che 

ne vennero molti mali. Medicina è una si atUcca al di sotto della tonnara, vale 

terra posta nella provincia bolognese. gettare alcuno in mare con sassi al eolio, 

74, 75. io dolco piano, la bolla pianura od anche chioso in un sacco, 

di Lombardia, che dal distretto di Ver- 83-84. Costruisci ed intendi: Non vide 

celli, pel tratto di dugonlo e più miglia, mai Nettuno commettere H gran fallo, uà 

dUhina, si estende abbassandosi, inOno a si atroce delitto, né da pirati né da cor- 

Marcabò, castello presso Havenna, oggi sali greci, in tutto quel tratto del Me- 

distrutto. dilerraneo, che è da oriente a oceidenfo^ 

77. «nido del Cassero e AngioloUo da tra l' isoU di Cipro e lisoU di Maiorìca. 



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CAHTO TIGESIM0TTA70. 213 

Quel traditor, che vede pur con V uno, ^ 

E tien la terra, che tal, ch^ò qui meco, 

Vorrebbe di vederla esser digiuno, 
Farà venirgli a parlamento seco: 

Poi farà sì, oh^ al vento di Fooara 

Non sarà lor mestier voto né preoo. 00 

Ed io a lui: Dimostrami e dichiara, 

Se vuoi eh' io porti su di te novellA, 

Chi è colui dalla veduta amara. 
Allor pose la mano alla mascella 

W un suo compagno, e la bocca gli aporse, 05 

Gridando: Questi è desso, e non favella. 
Onesti, scacciato, il dubitar sommerse 

In Cesare, afifermando che '1 fornito 

Sempre con danno V attender sofferse. 
Oh quanto mi pareva sbigottito loo 

Con la lìngua tagliata nella strozza 

Curio, eh' a dicer fu cosi ardito! 
Ed un, eh' avea V una e V altra man mozza, 

Levando i moncherin per Paria fosca. 

Si che '1 sangue facea la f&ccia sozza, 105 

Gridò: Sicord^a'ti anche del Mosca, 



88. eJk# ««df f%r con V «no, che Tede 
loUmento d« no occhio. Perchè Malate- 
ittDo era cieco dall' altro. 

86. 87. E signoreggia la città di Rimi* 
ai, la qaale boo Torrebbe aTor mai rista 
ano spirito eh* è qni meco. Il nome di 
questo spirito si dice tn appresso. 

89, 90. Foeàra è on allo monte in rira 
al aure presso la Cattolica, dalla cai 
foce sbocca un vento pericoloso per ehi 
Ti passa d* appresso : onde i naviganti 
(uao voti e preghi a Dio per iscampare. 
bice donqve dia il tiranno farà si, nc- 
cid«Bdolì, elle non sarà lor di bisogno 
di lar voti e preghi, perchè non giun- 
geranno a qael ponto, ove soffia il vento 
di Poeara. 

9s. Chi è colnl, al quale sa d' amaro, 
dispiace, d* aver vedoto Rimini. 

96. e M* favella, e non pnò faTcUare. 
Hii avanti n' è detto il perchè. 

97, 9S. Intendi : questi, essendo scac- 
ciato, asole da Roma, estinse in Cesare 
U dabbio, la perplessità, che aveva, se 
dovesse no moover 1* armi contro la 
patria, affermando che chi ha tutto in 
piente per compiere on' impresa, risenti 



sempre danno dall' aspettare. — É preso 
dai versi 380, S81 del lib. I della Pana- 
glia di Locano : « Dum trepidant nullo 
firmata robore partes, Tolle moras ; som- 
per nocoit differre paratie. • 

401. nella atntui, nella gola. 

103. Cwri9, Gorione, che Ai cosi ardito 
nel parlare a Cesare, dandogli il mal 
consiglio. Cmri9 per CnHooe, come Sd^o 
per Scipione, Mdo per DidHi4,9 mill'aUri. 

105. Egli è cosi ferito, perchè peccò 
di consiglio 6 di mano. 

iOi, 108. Aliando per qoeir aria tene- 
brosa le braccia monche, sicché il san- 
gue» che nt grondava, imhrattavagU la 
faccia. 

406. JTofca degli Uberii (0 com* altri 
vogliono dei Lamberti), nel consiglio cbo 
si tenne dagli Amidei e loro parenti per 
trovar modo di vendicar V offesa fatta 
loro da Buondelmonte, col rifiutare la 
fanciulla coi avea dato la sua fede, pro- 
pose d' occiderlo, conchiudendo : Cosa 
fatta capo ha. 11 qoal detto significa : 
eota fatta è compiuta ; ceso fatta ha avutQ 
il »no compimento, e perciò non può farsi 
che non sia. Questo fatto aTreonenel 1315. 



44 



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214 DiLL'nmsBKO 

Che dissi, lasso!: Capo ha cosa fatta; 

Che fd 1 mal seme per la gente tosca. 
Ed io Y* aggiunsi : E morte di tua schiatta. 

Per eh' egli, accumulando dnol con duolo, ii^ 

Sen gio come persona trista e matta. 
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, 

E yidi cosa, chMo avrei paura 

Senza più pruoya di contarla solo : 
Se non che cosdenzìa m' assicura, ^^^ 

La buona compagnia che Tuom francheggia 

Sotto l'usbergo del sentirsi pura. 
Io vidi certo, ed ancor par eh' io '1 veggia, 

Un busto senza capo andar, si come 

Andayan gli altri delia trista greggia. ^^ 

E '1 capo tronco tenea per le chiome 

Pesol con mano, a guisa di lanterna: 

E quei miraya noi, e dicea: mei 
Di sé faceva a sé stesso lucerna; 

Ed eran due in uno, ed uno in due: i^ 

Gom' esser può, Quei sa che si governa. 
Quando diritto appiè del ponte fue. 

Levò '1 braccio alto con tutta la testa 

Per appressarne le parole sue, 
Che foro: Or vedi la pena molesta ^^ 

Tu che, spirando, vai veggendo i morti: 



107. Il qaal detto, arendo prodotto la conta, fraiuXtgpH, rendo franco» V\ 

morto di Baondolmonte, fa la mala ori- US. far tk*i9 il veggia^ ti Pbo ia 

fine delle discordie e delle guerre cìtìU mente. « Viene, dice )* Anonimo, a qvelli 

fra i popoli di Toscana. che commisero discordia tra stretti coa- 

i09. E morU H ttM «cMafta, e fo an- gionti. » 

che la causa della distmxione della taa 129. IVtol, pendalo, pendente. 

famigUa. Poiché tutti gli Uberti, dice 49S. Om«, oimè. 

l'Ottimo, «nomini e femmine, ne hanno 434. Cogli occhi della taa testa, che 

sofferta pena, chi di morte, chi d'esilio, portata in mano, faceragnidae lacerna 

e di distmsione di beni. • a' snoi passi. 

Ilo, III. Per la qoal risposta, egli 195. Sd fra» 4u$ ee. Intendi: ed eraa 

Mosca, accamulando il dolore delle pone dae parti d' an solo e medeeimo corpo , - 

infernali col dolore da ossa prodottogli, cioi il capo e'I basto itaccati Tane 

se ne gì, se n* andò, come persona do- dall' altro, 

lente e fuori di sé. i36. Come ciò poisa esiere, tallo Iddio, 

113, Uà. eh* fo avrei pa«ra oc, che io che cosi dispone e gattiga i peeeateri. 

arrei timore di passar per bugiardo, rac- 197. diritto tpflè d$l foàfe, totto nei 

contandola io solo, tenta recarne altra appunto. 

prova. 199- Cioè, apprettò la tetta a noi, per- 
ii 5-1 11. 9t aea eht eoteTtntat ee. Se non che venissero a noi più da ▼ieiao le pa- 
che mi assicura la cosclenta, quella buona role, che da quella nscivano. 
compagnia, ek§ Sotto r— borgo dot tonHrti IM. fa tko, ipirttndo, la, «ha tatter» 
fmn, che ripotindo nella propria inno- respirmodo, tuttora esseiido tif«. 

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OAirro TZGSsncoKOKO.- 215 

« Vedi 8* alcuna è grave come questa. 

£ perchè tu di me novella porti, 
Sappi eh' io Bon Bertram dal Bornio, quelli 
Che al re giovane diedi i mai confortL ^^ 

Io feci 1 padre e 1 figlio in eè ribelli: 
Achitòfel non fé più d'Absalone 
£ di David, coi malvagi pungelli. 

Perch'io partii cosi giunte persone, 
Pai-tito porto il mio cerebro, lasso! ^^ 

Dal suo principio, eh' ò 'n questo troncone. 

Cosi s^ osserva in me lo contrappasso. 

1S4. Bvtnm, o Bertrudo, dal Somio. I3S. I mai conforti, ì m$M, malTifl, 

nlesta po«la e prode giierriero, fu Ti- toggerìmenU. 

tonta del eatUllo d*AlUfort« nelU dio- i36. in «è riètlli, V m contro 1* altro 

eeti di Perìgueu in Gnucogna. Instigò nomici. 

il tao «ignoro a ribellarti contro del iS7, 158. Achitòfel eo' tnoi malTagi 
padre; ma in brere il gioranetto mori, pungoli non fé d'Assalonne e di Davidde 
e Bertramo ne pianse la morte in noa due nemici maggiori, di quello che fa- 
■estissima elegia o eansone, io ogni cessi io del re gioTine e del re vecchio, 
starna della quale, al quinto Terso, pose 429-441. Pereh' io dirisi persone cosi 
la frase e* r/oes rti tugUt (e 'I gioTÌne eongionte, porto, ahi misero I il mio capo 
re inglese). Ora Dante, cui non potoTa separato dal suo principio, cioè dal cuore, 
essere ignota quella cantone, perchè nel il quale è in questo tronco. — Chiama 
fol^n Elofio pone Bertramo fra gì' il- prind^o il cuore, perchè, secondo Ari- 
lustri poeti Tolgari, non gli aTrebbe fatto stotile, è il primo a TiTore e 1* ultimo a 
dire diedi al rt ffiovaiuii, siccome Toglio- morire. 

no alcuni che si legga, mentre questi lo 143. lo eonlrapiMSM, cioè il contrao- 

ebiama sempre il ro giavin: Ed infatti cambio. Intendi : cosi si eseguisce in me 

quel principe, che fn incoronato in età di la legge del taglione, che Tuole simile il 

15 anni, aTon nome Enrico e non OioTannt, castigo al delitto commesso; onde qui 

e chiamaTasi il rt fioviae per distinguerlo porto il capo diviso dal tronco, come in 

da no padre, che pur Enrico aToa nome, terra dirisi il figlio dal padre. 



CANTO VIGESIMONONO. 

Perla Dante con Virilio d* un suo congiunto, che troravasi tn i seminatori di sean- 
diU. Quindi i Poeti perrengono sopra la decima ed ultima Bolgia, nella quale stanno 
Mando tre specie di fUsatorì ; doè, in cose, in atti e in parole. 6 yedono quelli 
della piima specie, cioè i Iklsatort di metalli, i quali giacciono per terra squallidi 
e guasti da achiCMe malatUOb Parla Dante con Qriffolino d*Aresso e con Capocchio 
ttSieaa. 

La molta gente e le diverse piaghe 
Avean le luci mie si inehrìate, 
Che dello stare a piangere eran vaghe* 

Ma Virgilio mi disse: Che pur guate? 

t. l aeè ri a fs , figuraUmeote, pregoe di la- deroto di restare tottaria a piangere, 
grimo. 4. CJU pur guale? che cosa guati, guar- 

9. de i$ii$ iUn ec. Che ermo desi- di, tuturia? 

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216 " «DSLL^INFKBirO 

Perchè la vista tua pur si soffolge 
Laggiù tra l' ombre triste smozzicate? 

Ta non hai fatto si all' altre bolge. 
Pensa, se tu annoverar le credi, 
Che miglia ventiduo la valle volge; 

E già la Lnna è sotto i nostri piedi: - 
Lo tempo è poco ornai, che n*è concesso, 
Ed altro è da veder, che ta non vedi. 

Se tu avessi, rispos* io appresso, 
Atteso alla cagion per chMo gaardava. 
Forse m'avresti ancor lo star dimesso. 

Parte sen già, ed io retro gli andava. 
Lo Duca, già facendo la risposta, 
E soggiungendo: Dentro a quella cava, 

Dov'io teneva gH occhi si a posta, 
Credo eh' un spirto del mio sangue pianga 
La colpa che laggiù cotanto costa. 

Allor disse '1 Maestro: Non si franga 
Lo tuo pensier da qui innanzi sovr' elio : 
Attendi ad altro; ed ei là si rimanga. 

Ch' io vidi lui appiè del ponticello 
Mostrarti, e minacciar forte col dito. 
Ed udiil nominar (zeri del Bello. 



10 



15 



23 



S- ti 9off9lt9, ti poM, si affigge. Dal 
• lat. fl«/r«lc<re. La tìsU, fermandoti in an 
oggetto, quati ri ti appoggia. 

S, 9. Se ta credi poter nomerare tatto 
quelle ombrOp penta che la bolgia gira 
▼entidae miglia, ha Tentidoe miglia di 
cireonferenxa. 

iO. Vnol direeb'erameiiogiomo: poi- 
ebè ne' plenilani la Lnna è. a lera tal- 
r orixionte, nello senit a mexianotte, e 
coDtegnentemente nel nadir a mexsogior- 
no, cioè, per 1* appunto totto i piedi di 
obi è posto nel meno della terra. 

il. Dice ebe retUra loro poco tempo, 
poiché, essendo allora mesxogiorno, do- 
Tejano ater percorso tutto il resto del- 
l' fnfemo, prima che si facesse notte. 

49. Ed altre cose pib maratiglioso • 
tpaventeToli sono ancora da federe, che 
to non Tedi qni. 

U. ifiMo, fatto attentione. 

iS. Forse m'avresti perdonato e eoa- 
eeiso il restar qui anche un poco. 

16, i7. Gostmisoi ed intendi : Lo Duca, 
Virgilio, jwrle $•% g^, frattanto te n'an- 
dara, ed io gii aniav, tenoTa, M$tr9, già 



facendogli to rispotta. » Hrt§ è nn ar- 
Terbio antiquato, che tigniflca fmiimmto, 
«ealff. 

18. oaea, catità, fossa* 

19. $ì a posto, ti fittamente. 

90. «a spirto d$l mfo taafiM, uno ipi- 
rito mio contaogaineo. 

91. La colpa di teminar diteordie, che 
laggih con ti gravi pene ti tconta. 

39. Non ii franga^ non ti rift^nga, non 
ti rifletta, non ti ripieghi il tao pentiero 
topra di lai; Tale a dire, da qui inoanti 
non pentar più a lai. — Gli antichi, par> 
landò di luce, confondoTano il riftnngoro 
col H/lef («r#, e di qai è tolta la metafora. 
Un modo timile a qnetto Tedemmo al 
canto XX, t. 108: • Che tolo a eiò la mia 
mente ritiede. » 

96. Mostrarti agli altri spiriti, e forte- 
mente minacciarti, agitando il dito indice, 
come tool fare cU minaccia. 

97. E lo adii dagli altri tpiriU nomi- 
nare Geri del Bello. — Fa qaetti figlio 
di metter Bello Alighieri, e eogino dei 
padre di Dante. Era nomo rittoto e ae- 
oenditora di litigi; onde fenato a con- 



L 



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CANTO VIOBSTMONONO. 

Tu eri aìlor si del tutto impedito 
Sovra colui, che già tenne Altaforte, 
Che non guardasti in là, sin fu partito. 

Duca mio, la violenta morte, 
Che non gli ò vendicata ancor, diss^io. 
Per alcun che dell* onta sia consorte, 

Fece lui disdegnoso; onde sen gio 
Senza parlarmi, così com* io stimo : 
Ed in ciò m* ha fatt' egli a so più pio. 

Cosi parlammo insiao al luogo primo. 
Che dallo scoglio l' altra valle mostra. 
Se più lume vi fosse, tutta ad imo. 

Quando noi fummo in su V ultima chiostra 
Di Malebolge, si che i suoi conversi 
Potean parere aUa veduta nostra; 

Lamenti saettaron me diversi, 
Che di pietà ferrati avean gli strali; 
Ond' io gli orecchi con le man copersi. 

Qual dolor fora, se degli spedali 
Di Yaldichiana, tra '1 luglio el settembre. 



217 



ìiO 



85 



40 



45 



l«n eoo ODO de* Sacchetti, restò da lui 
acciso. 

SB-ZO. Tq «ri allora ti fattananta in- 
tento aopra coloi, che già fa tigoore del 
castello d' Altafbrts, cioè sopra Bertram 
dal Bornio, che oon guardasti in li, sia- 
che Con non fa partito. Inferno, can- 
to XX Vili, T. 118 e seg. — «in è sincopo 

di ti%€hi, 

35. ckt i§lV osto Mia contwrU, che sia 
partecipe deir ingiuria come parente. 

54. At tempo di Dante, le cosi dette 
leggi d'onoro Tolevano che il parente 
Tendieasse le ingiorie dell' altro parente. 
Perciò dice Dante che Geri era indigna- 
to, perchè nissuno dalla soa famiglia ave- 
va per anco Tondicata la sua riolenta 
aorte. 

36. E per questo, di non esser egli stato 
tendicato, m* ha fatto pih pietoso» com- 
fissioaevolo, terso di sé. 

SI -30. CjsI parlammo insin che giun- 
gemmo al limitare (al Iuoqq primo) dello 
aeoglioso p^nte, doado l' altra Talle, la 
decima bolgia, si mostrerebbe tutta sino 
al fondo, le ti fosse pih luce. 

40. La toco ehiottn signiGcata' e si- 
gaifiea in Toscana »ii luo^e thimo da 
«ere, e i eortili delle case si chiaman 
dk*esfrr. T^on signiflca, come alcuni ban 



creduto, il luogo ore stanno i monaci; 
poiché quello sì dice eAìoslro {elautirum) 
e non ehio$tra. E il Poeta cosi chiama 
figuratamente la bolgia, perchè luogo 
ehiuto da argini, — Ultima^ perchè dopo 
tiene il pouo dei giganti. 

41. eo9V9rii qui tale riversi <<i«i«fli«, 
rovesciali « giaciuti V %n tulV altro. In- 
fatti il Poeta li dice poco appresso lae- 
guinti per divirté bieht — (taal tovra il 
neutro e 91MI sovra le $pallo L'i»e deirallro. 
L' interpretare eonvtrti per frati laici per 
far corrispondere la metafora con cMotIra, 
preso in senso di cAioslro, non mi piace. 
' — Che bisogno ateta Dante (dice il Costa) 
di usare un si ridicolo scherso di parole, 
col dare il nome di frati agli spiriti pu- 
niti in quella bolgia? 

43. Potevano apparire [paroro] alla no- 
stra tista, cioè potetan esser da noi te- 
doti. 

43, 44. Mi ferirono nell* udito eerti 
strani lamenti, che, quasi strali armati 
di ferrea punta, penetratane al cuore ad 
eccitar ti sensi di pietà. — Metafora ar- 
dita, ma di gran forse. 

4«. Oliai dolor fora, qual sarebbe il 
lamento; oppure, quale quanto sarebbe 
il cumulo di miseria e il dolore. 

47. La faldlcAleiic, protincia tra Taro- 



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218 BILL* INFERITO 

E di Maremma e dì Sardigna i mali 

Fossero in ima fossa tatti insembre; 
Tal era quivi: e tal pozzo n* usciva 
Qaal suole uscir daUe marcite membro. 

Noi discendemmo in su T ultima riva 
Del lungo scoglio, pur da man sinistra; 
Ed allor fu la mia vista più viva 

Giù vèr lo fondo, dove la ministra 
Deiralto Sire, infallibil giustizia, 
Punisce i falsator che qui registra. 

Non credo eh* a veder maggior tristizia 
Fosse in Egina il popol tutto infermo, 
Quando fu V aer sì pien dì malizia, 

Che gli animali infino al picciol vermo 
Cascaron tutti; e poi le genti antiche, 
Secondo che i poeti hanno per fermo. 

Si ristorar di seme di formiche; 
Oh* era a veder per quella oscura valle 
Languir gli spirti per diverse biche. 

Qual sovra il ventre e qual sovra le spalle 
L*un dell* altro giaceva; e qual carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle. 

Passo passo andavam senza sermone, 



60 



65 



60 



tino e il peragino, che la teienia idrao- 
lica ba oggi resa una delle più belle e 
pib fertili di Toscana, non preienUva 
a' tempi di Dante ehe loogbi paludosi e 
da mar aria infetti. La Marmma, tranne 
quei luoghi, che sono stoti bonificati, è 
paese anch' oggi insalubre. L* isola di 
Sardigna lo era in parte ne' tempi andati. 
— Ira'l luglio e*! fl«(f«fli^e, ne* quali 
mesi pib infierisce la mal* aria. 

49. t%tH intmbrt, tutti insieme rac- 
colti. i»$9mbr9 dal lat. iiitimiit. 

M. mareit9 mmbn, putrefatte membra. 

09. Koi diietnimmo dal ponte Vultima 
riva, r ultima ripa, 1* ultimo argine. 

ISS, Iht lungo teoglio, lo dice Iviige» 
perchè trarersante le dieci bolgie. Fnr 
da «Mm tinittra, tempre da man sinistra ; 
come atean fatto le altre Tolte. 

54. iri4 «{ea, perchè, aTTicinatoti pib, 
distingueva meglio. 

87. i faltator, cioè gli alchimisti, co- 
loro che a danno del prossimo falsifi- 
cano metalli e moneto. ~ Mtglttrttro è 
porre • ngiitr&i a libro ; qui Tale il sem- 
plice porre, collocare. 



88-64. Intendi: non credo che fosse 
maggior tristetsa o compassione n vede- 
re in Egina tutto il popolo infermo, quan- 
do r aria fa cosi piena di malignità pe- 
8tilenxiale,che morirono tutti gli animali, 
infino al pib piccolo Tenne.— E poi le 
genti antiche si riprodussero di loctansa 
di formiche, secondo che I poeti tengono 
per certo. — Kgina è nn* isoletta prossi- 
ma al Peloponneso, otc per vna flerissìma 
pestilenta morirono tutti gli nomini e gli 
animali. Ma, alle preghiere di Eaeo suo 
re, GioTc (dice la faTola) ripopoli risola, 
facendo uomini delle formicolo; i quali 
fbron detti tttrmUoni, perchè pvppt^ in 
greco significa formica, 

68. eh* tra a veder ec, cioè : non eredo 
che fosse maggior tristem, di qnello 
cb* era a Toder ec. 

66. per diveree Mefte, in dlrorsl ttvcchl. 
— Bica Tale mvecMo H eevenl di frane, 
ma qui il semplice ««ceèle. 

69. 8i frateinteec, si trasdntTa • av- 
taTa di luogo. 

70. senta sennone, lonin Ut parola, 
senia parlare 



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GAlìITO YIQSSIMOKONO. 219 

Ghiardando ed ascoltando gli ammalati, 
Che non potean levar le lor persone. 

Io Yidì duo sedere a sé appoggiati, 
Come a scaldar s'appoggia tegghia a tegghia, 
Dal capo a* piò di schianze maculati : 7<^ 

E non yidi giammai menare stregghia 
A ragazzo aspettato dal signorso, 
Nò a colui che mal yolentier vegghia; 

Come ciascun menava spesso il morso 
Dell'unghie sovra sé, per la gran rabbia ^ 

Del pizzicor, che non ha più soccorso. 

Cosi traevan giù l'unghie la scabbia, 
Come coltel di scardova le scaglie, 
d' altro pesce che più larghe V abbia. 

O tu, che con le dita ti dismaglie, ® 

Cominciò il Duca mio ad un di loro, 
E che fai d' esse talvolta tanaglie ; 

Dinne s' alcun Latino è tra costoro^ 

Che son quinc' entro; se l'unghia ti basti 
Eternalmente a cotesto lavoro. oo 

Latin Sem noi, che tu vedi si guasti 
Qui ambedue; rispose l'un piangendo: 
Ha tu chi se', che di' noi dimandasti ? 

El Duca disse: Io son un che discendo 
Con questo vivo giù di balzo in balzo, o» 

E di mostrar l' Inferno a lui intendo. 

71. Itvar U ìor ptiont, alzare il loro 81. e^e non ha p<& «oceorio, che non ha, 

corpo, alzarsi ìd piede. dò paò avere, altro soccoreo. 

73. a tè affoggiati, o fianco con fianco, 89, 83. Cosi le unghie traeran gih lo 
Mbiena con schiena. croste, come il coltello, raschiando, trae 

74. Come presso al fuoco, affine di ri- le scaglie del pesce chiamato scardoTa. 
lesidarle, si appoggiano due teglie l'una 85. ti dinnagU$, ti dismagli, figorat. ti 
contro deir altra. discrosti, ti raschi Io croste. La metafora 

75. H tehlanz$ fiaenlali, macchiati di è tolta dalle antiche armatore, che aveaa 
croste di piaghe. le maglie a gaisa di squame dì pesce. 

76-78. E giammai non vidi striglia es- 86. Cominciò a dire. 

ter menata eon pib prestezza da serro, 87. E che d' esse dita fai talvolta ta< 

che sia aspettato dal tuo signore, nò da naglie, stringendole insieme, per istrap- 

coiai che Teglia mal Tolentieri, e perciò parti quello croste, 

mena la strìglia con prestezza, per an- 88. Lafino, italiano. Cosi tre Tersi sotto, 

darsene prima a Ietto, come oc. — Ma- 89, 90. te l* nnghia ti batti ec. Cosi 

Msse, dal lat barbaro ragatintt Tal sor- V unghia ti basti in eterno a cotesta fa^ 

To, mozzo di stalla. — tignorto, signor tica del grattarti. >~ Modo, anche questo, 

too, come si^aorfo, signor tuo, mogliemaj depreeatìTo, come tanti altri che ho no- 

moglie mia, fratelmo, fratel mio ee. tati, e come pure cinque ternari pita sotto. 

79. (( morso DtW unghie^ il tagliente 95. di batto in balzo. Rappresenta i 

graffio dell' unghie, che, a simiglianza di gironi d'Inferno corno balzo digradanti 

denti, lacerarano le carni loro. di un monte. 



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220 DELL* HTFEBKO 

AUor si ruppe lo comun rincalzo; 

£ tremando ciascuno a me si volse 

Con altri, che V udiron di rimbalzo. 
Lo buon Maestro a me tutto s'accolse loo 

Dicendo: Di* a lor ciò che, tu vuoli. 

Ed io incominciai, poscia eh* ei volse : 
Se la vostra memoria non s'imboli 

Nel primo mondo dall'umane menti, 

Ma s' ella viva sotto molti soli ; 105 

Ditemi chi voi siete e di che genti: 

La vostra sconcia e fastidiosa pena 

Di palesarvi a me non vi spaventi. 
Io fui d* Arezzo; ed Alberto da Siena, 

Rispose l'un, mi fé metter al fuoco: no 

Ma quel, per eh* io mori*, qui non mi mena. 
Ter è eh* io dissi a lui, parlando a giuoco: 

Io mi saprei levar per l' aere a volo : 

£ quei, eh* avea vaghezza e senno poco, 
YoUe eh* io gli mostrassi 1* arte : e solo ii5 

Perch'io noi feci Dedalo, mi fece 

Arder a tal, che 1* avea per figliuolo. 
Ma nell' ultima bolgia delle diece 

Me per l' alchimia, che nel mondo usai, 

Dannò Minòs, a cui fallir non lece. i^ 

£d io dissi al Poeta: Or fu giammai 

Gente si vana come la sanese? 

97. Allora cesto il vieondoTole loro ap- ? o di Siena, che si teneva Alberto per 

poggio; Tale a dire, si distaccarono l'uno figlio: ed egli lo condannò qoal negro- 

dair altro- mante ad esser arso. 

99. di rlmòaUo, per ripercassione, in- 111. Ma la cagione, per la quale lo mo- 
direttamente ; perciocché le parole di rii, non è qaella che mi mena qai ai- 
Virgilio non erano state dirette a loro. V Inferno. 

100. « me tutto $' aceolu, %* accostò e 114. vaoKettM, molla carìosità. 

s! strinse a mo, o anche s'attese con 116. noi f$ei Dtdato, non lo feci nn to- 

totto 1* animo a me. latore, come Dedalo; il qaale con ali da 

101. vuolit Tooi; e nel t. teg. voltt, sé scomposte faggi, volando, dal laberinto 
per volle. dì Greta. Inferno, canto XVII, t. 109-111. 

105 Cosi la vostra memoria non s*in- 117. Mi fece ardere per comandamento 

▼oli, non si dilegni, dalle menti degli d*nn tale, cioè del vescovo di Siena, 

nomini so nel mondo, ove foste da prima, che lo teneva per figlio, 

ma cosi ella dori pel corso di molti anni 119. Vatekimia era la sopposta arte di 

[tutto fmolti loK).-- Modo deprecativo. cambiare i metalli in oro; sdenta va- 

109, 110. Griffolino i^ Anito fa alchi- na. o piottosto impostura dei passati se- 

mista; e ad on eerto Sanese, chiamato coli. 

Àlborto, diede ad intendere che sapeva 190. « eni fallir «e» Ifce, a col, eon- 

r arte di volare. Ondo questi, vago d'im- dannando i rei, non avviene, come av- 

pararla, diede a Griffolino denari; ma venne al vescovo, d' ingannarsi, 

pot rimastone deluso, lo accusò al vesce- 49S. «1 eaM, si vanitosa e di poco saaoo. 



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CANTO VIOESIMONOKO. 

Certo non la francesca sì d'assai. 

Onde r altro lebbroso, che m' intese, 
Kispose al detto mio: Tranne lo Stricca, 
Che seppe far le temperate spese; 

E Niccolò, che la costuma ricca 
Del garofano prima discoperse 
Nell'orto, dove tal seme s'appicca; 

£ tranne la brigata, in che disperse 

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda, 
E l'Abbagliato il suo senno profferse. 

Ma perchè sappi chi si ti seconda 
Centra i Sanesi, aguzza vèr me l' occhio. 
Si che la faccia mia ben ti risponda; 

E vedrai eh' io son l' ombra di Capocchio, 
Che falsai li metalli con alchimia. 
E ti dee ricordar, se ben t' adocchio, 

Com'io fui di natura buona scimia. 



221 



125 



ISO 



1C5 



135. Certamente che non è a gran pena 
si Tana, la gente francete. 

IM. r cifro, cioè Capocchio, come ti 
oomiDerà pib aranti, ehe era appoggiato 
a Uriffolino. 

Id5. TffwiiM le SIHfca, A detto per iro- 
nia, eona per ironia U temp^ratt ipe*$ 
del T. aeg. — Al tempo di Dante fa in 
Siena nna brigata di riecliittimi giorani, 
che, Teadote tutte le loro tettante, fe- 
cero va eomnìo di 900 mila fiorini; e 
qoflli nel termine di 90 meii, lantaraenta 
TfTendo • prodigamente tpendendo, li 
ebl>ero tolti eoninmati; onde riroatero 
poteri. Lo Strieca, dice il Pottill. eatt. 
che fa howM <fc Curia, «t ordinalor bri* 
jAtm §fenéaritia itntntit. Alcuno dice 
essere eoftui ttato de'Maretcotti, e Strie- 
ca non essere che accorciamento di Bal- 
isairief. Wiccclò, anch' etto tanete, di- 
ccoo alcani che fotte de* Salimbeni, altri 
de'BooitgDori. Della brigata «ptaderfccto, 
o fcderweeU, fa egli il pih famoto, ogni 
foo ftodio avendo petto in trorar nuore 
foggia di delìcatittime Tirando : tra lo 
qnali troTÒ quella di metter ne* fagiani 
ed altri arrotti garofani, con direrte torte 
di tpesiarie; lo che fa detto to coifnoui, 
r Qtania, Hcca. Coccia, tanete, dico il 
Landino, ebbe belli e grandi rignaiai ad 
Atebno castello nel sanese. L'Abbagliato, 



sanate anch'esso, dice Jacopo della Lana, 
fu saputa persona : ed altri aggiunge, et- 
ter toprannome di Meo di Ranieri de'Fol- 
eacchieri. 

199. Chiama orlo la città di Siena, o 
in eorritpondensa della metafora dice 
ffiii« V utanza di Niccolò, or' ella t' ap- 
picca, t* attacca, ti fa comune a tutti. 

IM. la vigna • ta gran fronda, le grandi 
toe pottettioni di rigne e di botchi. 

139. il iuo unno proffono ; ò detto per 
ironia: mette fuori il tuo gran tapere, 
il tuo beir ingegno, profondendo tutto il 
tao. 

133. chi ti ti tteoodo, ti nnltce teco a 
dir male, ee. 

13tt. Sicché la faccia mia riiponda ai 
tuoi occhi in modo, che tu mi potta raf- 
figurare. Ti ritpootfa, quati interrogala 
dagli occhi di Dante. 

136. CapoceAio, dice il Landino, fu ta- 
nese, e iniieme con Dante ttodiò in filo- 
tofia oatorale, e direnae dottissimo: e 
p0r mesto di quella molto si affaticò In 
▼olar troTare la rara alchimia. Ma non 
potendo trorarla, si dette alla sofistica, 
e falsò sottilmente i metalli. 

438. «e bon V adoerAio, so bon ti raffi* 
goro, e riconosco per Dante Alighieri. 

139. bnona icimia, buono imitatore, o 
braro oontralfallore. 



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223 siLL'iiiraBHO 



CANTO TRIGESIMO. 

ProBena Dante a ofierTaro i dannati nella decima Bolgia; due de* anali (e eon di eo- 
loro, elie in 8è eontraffeeero altri) eorrono furibondi aTrentandoal in ehi e' intop- 
pano. Parla poi eon maestro Adamo da Breaeia, il qnale gli narra clie ad istigasione 
de* conti Gnidi falsò 11 fiorino di Firenxe. B postosi ad ascoltare le villanie, che 
maestro Adamo col greco Sinone (falsatore in parole) si scagliano a vicenda, n* è 
ripreso da TirgUio. 

Nel tempo che Giunone era cracoiata 

Per Semelè contra 1 sangue tebano, 

Come mostrò ed una ed altra fiata, 
Atamante divenne tanto insano, 

Che veggendo la moglie co' due figli ^ 

Andar carcata da ciascuna mano, 
Gridò: Tendiam le reti, si ch'io pigli 

La lionessa e i lioncini al varco: 

E poi distese i dispietati artigli, 
Prendendo V un, eh' avea nome Learco, ^^ 

£ rotollo, e percosselo ad un sasso: 

E quella si annegò con l'altro incarco. 
E quando la Fortuna volse in basso 

L' altezza de' Troian, che tutto ardiva. 

Si che insieme col regno il re fu casso; ^ 

Ecuba trista, misera e captiva. 

Poscia che vide Polissena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta. 

Forsennata latrò si come cane; ^ 

9. fiimstc, figlia di Cadmo, fondatore di r altro ineareo, coli* altro figlio Hotieerta, 

Tebe, fo amala da Giove, che di lei gè- cbe aveva in collo.— Vedasi Ovidio, JTsIam. 

iicrò Baeco. Per lo che la gelosa Gionone lib. IV, e anche Fatti, VI, v. 479. 

non solo ebbe io odio Semole, na per- i4. che tutto ardiva, cioè, che ardiva 

roguitò tutta la stirpo tebana, come «e- di fare tatto ciò, che le era io piacerò. 

ttrb sd «M #d altra /lato, come foce pa- iS. /« Msto, cassato, cancellato; figurat. 

lese più volte. eiKiito, dUtrntto, — il r$ casto, Priamo 

4. iteoMiils, re di Tebe, per vendetu ucciso da Pirro, 
di GiQDODe, diveoM tanto insano, cosi 16. ffMto.mogliedetreslinto rePriamo, 
fortenoalo, che vedendosi venire ineoii- veniva da'Greci condotu in cattività in- 
(ro Ino sua moglie e sorella di Semole, sieme colla sua figlia FolUuna ; quando 
portante un per braccio i suoi due figlio* vedendosi primierameotrscannare la det- 
oni, e credendola follemente una liones- u sua figlia lo sacrifizio solla tomba 
ba, gridò: Tendiam i# refi, si cVfo ]ii0i4 ec. d'Acbille, ed incontrandosi poscia, sui 
Quindi distese i d<sp<«to(i arli^ii, le vio- tracii lidi, nel cadavere del suo figlio 
lente mani, prendendo rnn d'essi, eb'avea j^ftdoro, cb'era sUto morto da Peline- 
nome Leareo ; e a guisA di sasso in fion- store, mandò per disperazione grida cosi 
da, aggirollo, e lo scagliò contro un mas- convulse, eh' eran quasi simili a latrati 
so. Alla vista dell* orribile colpo dispe- di cane. I.a<raeil conato loqui, Ovid. 
rsta U madre» corse ad annegarsi co» Vet. X*il, 070. 



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OASTO VBIGXSDCO* 223 

Tanto 3 dolor le fé la mente iotU, 
Ma nò di Tebe ione né troiane 

Si yider mai in alcun tanto cmde, 

Non pnnger bestie, non che membra nmane, 
Qoant'io Yidi due ombre smorte e nude, ^ 

Che mordendo correrano a quel modo 

Che 1 porco, qnahdo del porcìl si schiade. 
L* una gìnnse a Capocchio, ed in snl nodo 

Del collo Tassannò rì, che, tirando, 

Grattar gli fece il ventre al fondo sodo. 80 

E TAretin, che rimase tremando, 

Hi disse: Qael folletto è Gianni Schicchi, 

E Ya rabbioso altrui cosi conciando. 
Oh, diss* io lui, se l' altro non ti ficchi 

Li denti addosso, non ti sia &tica ^ 

A dir chi è, pria che di qui si spicchL 
Ed egli a me: Quell' è l' anima antica 

Di Mirra scellerata, che divenne 

Al padre, fuor del dritto amore, amica. 
Questa a peccar con esso corà venne, ^ 

Falsificando so in altrui forma; 

Come r altro, che in là sen va, sostenne, 
Per guadagnar la donna della torma, 

Falsificare in sé Buoso Donati, 

Testando, e dando al testamento norma. ^ 

91. If /^ to m$»U lorte, le tr»T0lt6 la Ai, Fingendo di enere on* altri per- 
nenie. 



93-SS. Ha né in Tebe né in Troia ti 49-44. Nella gnisa stessa che 1* altro, 

rìderò mai forte tanto erndeli in alcuno, cioè il saddetto Gianni Sehieehi, il qnalo 

contro di alenno, né si videro straxiar se ne Ta ih là, flo«(«iiii«, tenne l' impegno 

bestie, non che oonini ; quanto furibonde di contraffare la persona di S«oioI»ofMf<, 

e crodeli io tldi due ombre pallide e affine di guadagnare la signora della 

nude, ehe eo. — Sono esse le anime di mandra. — Siannl Schicchi della famiglia 

cbi ha falsalo, o eontraffatto le persone, fiorentina de* CaTalcantl, Ai abilissimo 

99, SO. rataaiMi. lo anannò, lo adden- nel contraffar le persone. Morto Baoso 

tò ai fAktlamente, che, trascinandolo, gli Donati, nomo assai ricco, Simone Donati 

face grattare il Tentre al duro terreno. suo lontano parente, per carpire l' ere- 

M. X r ÀrcHn, cioè Griffollno. dita ai parenti più prossimi, cui ab {»• 

sa. /eilHCe. è nome di quegli spiriti tettato penreniTa, fece entrar Gianni nel 

che ti ereéetano Taganti per l'aria; ma letto del morto. Ed egli contraffacendo 

qui sta per ispirito inquieto e molesto, benìssimo Buoso, dettò il testamento, e 

•a. coti eeadcMde, eosl malmenando. — lasciò erede Simone. Onde da Simone ebbe 

Vedi canto XXVIII, t. S7. in dono la più bella cavalla della sua 

M. ee, è pur qui particella deprecati- mandra, la quale, secondo un antico co- 
va: cosi li deciderò che l'altro folletto montatore, chiamavasi madonna Tonina, 
non ti ficchi i denti addosso ec. — Toreia, per armento di caoalH. 

M, se. Jnrro, figlia di Glairo re di 45. Facendo tesUmento, e dettando le 

Cipro, divenvla amante del padre, contro norme di esso; cioè riithnaion deirerede, 

la loffi '•U' oaMto o pennesio amoro. 1 legati ec. 



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224 dxll'infbbvo 

E poi che i dao rabbiosi far passati, 
Sovra i qaali io avea V occhio tenuto, 
Mi volsi a riguardar gli altri mal nati. 

Io vidi un fatto a guisa di liuto, 
Pur eh* egli avesse avuta 1* anguinaia ^ 

Tronca dal lato, onde V uomo è forcuto. 

La grave idropisia, che si dispaia 
Le membra con V umor che mal converte, 
Che 1 viso non risponde alla ventraia, 

Faceva a lui tener le labbra aperte, ^ 

Come V etico fa, che per la sete 
L* un verso 1 mento, e V altro in su riverto. 

voi, che senza alcuna pena siete 
(E non so lo perchè) nel mondo gramo, 
Diss' egli a noi, guardate, ed attendete ^'^ 

Alla miseria del maestro Adamo: 
Io ebbi, vivo, assai di quel eh' i' volli ; 
Ed ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo. 

li ruscelletti, che de' verdi colli 
Del Casentin discendon giuso in Arno, €? 

Facendo i lor canali e freddi e molli, 

Sempre mi stanno innanzi, e non indamo; 
Che l'imagine lor vie più m'asciuga, 
Ghe'l male, ond'io nel volto mi discarno. 

La rigida giustizia, che mi fruga, 70 

Traggo cagion dal luogo ov'io peccai, 
A metter più gli miei sospiri in fuga. 

48. gli altri mal nati» sciagarati. — dA* conti di Romena, catlallo oggi dwlrot- 

Son etti i faltiBcatori di monete. to, faltificò il fiorino d' oro. Proso • pro- 

49-M. Intendi: io Tidi uno, che, arendo settato dal goTemo di Firenu, fo arto 

il collo tcamo e il Tentre grotto, arrebbe enlla ria pubblica in faccia al detto ca- 

arolo tembianxa di queir ittmmento a etello. Nella cronaca di l'aolino Pieri ti 

corde, che chiamati liuto; te il tuo corpo ha cbe il fiorino faltato ti conobbe in 

fotte ttato tronco pretto l'inforcatura Firenxe nel 1981. Dunque dopo qoett*aB- 

dello cotce. no dovè maetlro Adamo ettere ttato arto. 

59, 85. cA« «I dtfpaia le w^tmbra, la 69. Da tìto lo ebbi abboedania di tutte 

quale coti ditproporsiona le membra, le cote che bramai, 

alcune ingrottandole, ed altre dimagran- 67. Sempre mi stanno innaasi agli oc- 

dole, con V umor eh§ «al coneerle, per ehi, e non invano, percbè mi addoppiano 

cauta dell' umore, eh' otta idropitia non il tnpplitio. 

atiimila. ma converte in mala tottanxa. 69. Che V idropitia, per U quale io mi 

84. Che il volto non corrisponde in dimagro net volto, 

proporxione col ventre. 70. mi /"mge, mi cerca saTtn, ni ca- 

81. L'«a labbro rivtrtif rivolta ec. sUga. 

89. Mi wutndo gramo, nel mondo info- 71, 79. Dal luogo stesso ov'io peccai, 

lice, neir Inferno. luogo copioso di firescbe acqve, trae oa 

61. «oMfre Adamo da Brescia era abile meuo a mett$r fik ia fitga, % rtadere 

nel fondere e lavorare i metalli, btigato più flrequentl i miei sospiri. 

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CANTO TBiaESIMO. 225 

Ivi è Romena, là dov'io falsai 

La lega suggellata del Battista; 

Per chMo il corpo saso arso lasciai. 76 

Ma s' io vedessi qui V anima trista 

•Di Guido, d'Alessandro, o di lor frate. 

Per Fonte Branda non darei la vista. 
Dentro e' è V una già, se V arrabbiate 

Ombre, che vanno intorno, dicon vero: 80 

Ma che mi vai, e' ho le membra legate? 
S'io fossi pur di tanto ancor leggiero, 

Ch'i' potessi in cent'anni andare un'ì>ncia, 

Io sarei mosso già per lo sentiero, 
Cercando lui tra questa gente sconcia, 85 



1*. Lm Uga, Ift eompofitiooe metailiea, 
smggtllaU M Mattitto, col suggello, eol- 
rimpronU, di tan GioTan BaltitU.— Tal 
era il fiorino d' oro, ehi tu cosi DomiDato 
dal fiore, o figlio, che aroTa dall' altra 
parte. 

Ti. Di Guido, d'Alessandro, o del 
loro fraUllo Agbinolfo, conti di Romeoa. 
L' Alessandro compianto da Dante nella 
ina lotterà a Gaido ed Oberto, non è 
qoesto che maestro Adamo vorrebhe teder 
•eco ali' Inferno; come il Guido, che par 
Meo Torrebbe Tedere, non è il fratello 
d Oberto. B p6r torre ogni dabbio, do qni 
Bn brano dell* albero dei conti Gnidi. (•) 

li. Per Fonte branda ec. Sarebbe a me 
BUffior piacere a Teder qui, presso a 
me, i conti Gnidi, che non il veder fon- 
tebranda. Percbò in Siena è una fonte, 
usai copiosa d* aeque, chiamata fontt- 
bramii, tutti i comenlalori bao creduto 
rhe dì essa Tolesse intendere il Poeta. 
Ma an' altra fontebranda era pure presso 
le Bora di Romena; e poicbè maestro 
Aduno dico, che, a tormentarlo maggior- 
meote, la ginstisia dirina traggo cagione 
c&I luogo ot' egli peccò, ponendogli in* 
Danzi alln mente le fresche acque del Ca< 
i«otiiio; cosi nessuno rorrà più credere 
cLe qni sì parli della fontebranda di Sie- 



na. Nei CafiiùH Mìa eWBUftgnUL i$lU glo- 
rioiQt9rgint Maria $t di tanVBgidio, edeo- 
eati tt proUetoH MH k%9mini d9l eattilla 
di Romina, iMovamentt fatti at ordinati 
ptr gli prudinti hnomini Franetieo ee. ec. 
ranno d»l Signori MDXXlll, Terso la fine 
del libro ove sono stati presi' vari ricordi, 
si legge : « Si fa memoria che V anno 1899 
a di i6 di novembre el terremoto a molte 
Chase in Romena et altrove fece gran 
guasto. Lo spedale di santa Maria Mad- 
dalena penitente da la parte verso FONTE 
RRANDA, eh' è il suo vestibolo, et chasa 
de lo spedalingo rovinò, et la chiesa 
s' apri ee. ec. » (MS. presso il signore 
cap. Francesco Brooke Esq.). Che poi in 
Romena fosse il detto spedale di santa 
Maria Maddalena penitente, vedi 1' Odi- 
forieo dil Catintlno del Bandini (MS. della 
Biblioteca marocelliana). 

79. r «un, l' anima di uno de* conti di 
Romena. £ questi è Aghinolfo. 

81. («flM«i&ral«9a(«, impedite dall'idro- 
pisia. 

89. Uggiirot abile a muovermi. 

83. «A* oncia, la duodecima parte d' un 
braccio. Qui sta per quantità di misura, 
non già di peso. 

SA. Io tarii motto, io mi sarei mosso. 

88. sconcia, deforme e schifosa. 



(*) Gnldo n t dopo il 1300, Alessandro I f dopo il 1316, Aghinolfo II f 1300. 
falsificatori del fiorino* 



Aghinolfo in f dopo il 138S 

Guido Ili. — Oberto, 
cnt Danto Krivo la lettera. 



Alessandro II f 1308; 
r amico di Danto. 



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DELL* XNFEBHO 

Con tutto eh* ella yolge undici miglia, 
£ men d' un mezzo di traverso non ci ha. 

Io son per lor tra sì fatta famiglia: 
Ei m* indussero a batter i fiorini, 
Ch'avean ben tre carati di mondiglia. 

Ed io a lui: Chi son li duo tapini, 
Che fuman come man bagnata il verno, 
Giacendo stretti a* tuoi destri confini? 

Qui li trovai, e poi volta non diemo. 
Rispose, quand'io piovvi in questo greppo; 
E non credo che diano in sempiterno. 

L*ima è la falsa, che accusò Giuseppe: 
L* altro èl falso Sinon greco da Troia: 
Per febbre acuta gittan tanto leppo. 

E r.un di lor, che sì recò a noia 
Forse d'esser nomato sì oscuro, 
Gol pugno gli percosse Pepa croia. 

Quella sonò, come fosse un tamburo: 
E mastro Adamo gli percosse '1 volto 
Col pugno suo, che non parve men duro, 

Dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto 
Lo muover, per le membra che son gravi, 
Ho io il braccio a tal mestier disciolto. 



00 



05 



100 



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ss, S7. NonotUntachè la bolgia volge 
lo giro ondici miglia, o oon ci ha meno 
d' 00 meno miglio per andar di traTorso 
da OD lato air altro, — Non ci ha rima 
con iconeU, come ptr li con mmrH nel can- 
to XV, Porg. Vedi anche canto VII, t. SS. 

89. tn H /klto famiglie, tra simil geoto 
dannata. 

90. Il earato è la Tentiqaattrei ima parta 
dell' oncia, e utasi propriamente parlando 
dell' oro : wkoniigliu vale /«ceto, ma qoÌ 
significa la parte del rame o altro me- 
tallo, che diceti I«ga, e eh* era mescolata 
nell'oro di qaei fiorini : della quale mae- 
stro Adamo metteta tre carati, mentre 
eh' e' doTcano essere tott' oro paro. 

91-95. Chi sono i due miseri, che dalla 
SQperflcie del corpo fomano come una 
mano bagnata neir ioTemo, e che giac- 
eiono stretti 1* vno accanto all' altro al 
tao destro latot 

94-96. Costrnisd ed intendi .* Qai li 
trovai, egli rispose, quando yieevi. eaddi, 
la quatto groppo, dimpo, e fignrat. fossa, 
• da allora in poi «sito mm Homo, non 
ti BoiMro ponto, e credo che non di$%o 



volta, non sieno per muoTerd la tteipf- 
temo, in eterno. 

97. L' noa è la moglie di Pntifar, che 
falsamente accasò a sno marito il casto 
Ginseppe ebreo, d'avere attentato alla 
Boa onesti. Viene a' falsificatori ael par- 
lare; bogiardi, o calanniatori. 

98. Siiioae greco, fingendosi pertegai- 
tato da* snoi, si rifugiò in Troia presso 
il re Priamo, al qaale eoa arte frodo- 
lenta fé persoaso d* introdorre in città 
il gran cavallo di legno, eottroito da' 
Greci. Il Poeta lo dice da IVota, non per- 
chè fosse troiano, ma perchè da IVoto egli 
ebbe la soa mala rinomansa. 

99. tanto leppo, tanto fammo pnnolenle. 
101^ ti oocuro, ffi oscnramente, con di- 
spregio. 

409. r epa erete, la paacia laeroiata, 
iaerostata e dora. Croie è detto dal p<^ 
polo il sndiciome ontooso, che •* addensa 
e s' indora sovra qualche oggetto. 

105. men dare, meno forte del pugno 
di Sinone. 

i06. a lai meetier diteiolto, libero a tal 
aopOt cioè atto a dar pagai. 



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CANTO TBTOESIMO. 227 

Ond'ei rispose: Qnando tu andavi 

Al fuoco, non Tavei tu così presto; i^o 

Ma si e più 1* avei quando coniaTi. 
E l'idropico: Tu di* ver di questo; 

Ma tu non fosti si Ter testimonio, 

Là Ve del yer fosti a Troia richiesto. 
S'io dissi 1 falso, e tu falsasti! conio, ii5 

Disse Sinone, e son qui per un fallo; 

E tu per più eh' alcun altro dimenio. 
Ricorditi, spergiuro, del cavallo, 

Rispose quei ch'aveva enfiata l'epa; 

E sieti reo, che tutto '1 mondo Ballo. ^^ 

A te sia rea la sete, onde ti crepa. 

Disse '1 Greco, la lingua, e l' acqua marcia 

Che 1 ventre innanzi gli occhi si t' assiepa. 
Allora il monetier: Cosi si squarcia 

La bocca tua per dir mal, come suole ; ^^ 

Chò s' i' ho sete, e l' umor mi rinfarcia, 
Tu hai r arsura, e il capo che ti duole; 

E per leccar lo specchio di Narcisso, 

Non vorresti a invitar molte parole. 
Ad ascoltarli er'io del tutto fisso, ^^ 

Quando 1 Maestro mi disse: Or pur mira; 

Chò per poco è che teco non mi risso. 
Quand' io 1 senti' a me parlar con ira, 

Volgimi verso lui con tal vergogna, 

Oh' ancor per la memoria mi si gira. 185 

E quale è quei che suo dannaggio sogna, 

fOS*lil. Allora ebe tu andari al rap- te replicò : eoti ii spalanca la èocf 

piiaio dal ftaoco to bob avevi il braecio <«mi ec. 

eoal ipedito, poiebè eri legato ; ma cosi 196. Poiebè te Io bo lete, e 1* umor 

fpadito, ed ancbe pib, lo aTCvi allora cbe putrido mi riempie. — Minfartia è dal 

cooiavi lo monete false. Ialino infarHrt. 

tu. Qaaado, eeeendo to in Troia, fosti 137« e il capo eh$ H iuoU, per la feb* 

dal ra Priamo ricbiesto del vero; cioè, bre, com'ba dotto al ▼. 99. 

a qnal ine 1 Greci aTesiero eostratto il 138. ìteear, a modo di bestia: e lo dico 

eavallo di legno, e per opera di cbi. per diepreiio. ^ io tficehio di JVordSM, 

111. E im f$r fiik falli, delilU, cbe ec. cioè l' acqna, otc Narciso ti speccbiò, 

f5». B eiati tormentoso, e ti sappia vagheggiando la propria imagine. 

amaro eba tatto il noodo conosce il tao 199. Non ti sarebbe di bisogno di molti 

doluto. InviU; non ti faretti molto pregare. 

«9t-iSS. A t«, disco Sinone, sia tor- IM, «39. Or pur «ira ec. SégaiU, sé-^ 



la sete, per coi ti si crepa la gnita pnre a gnardare colesta gente rie- 

llBg«a;oiiatoraiaBtoso il potrido amore, sosa; cbò poco manca cb'io non faeeia 

il qaale, gonSandoti il ventre, ti fa di rissa con te. 

fiala «sa fltepe iaaansi egli occhi. IW. mi $i gin^ mi si reTvolge. 

iSI. Allors il falsiflcalor di moiM- 136. danaa^ie, dasnOi tvealwa. 



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228 dell'inferno 

Che sognando desidera sognare, 

Si che quel eh' è, come non fosse, agogna; 
Tal mi fec'io, non potendo parlare; 

Che disiava scusarmi, e scasava i^o 

Me tuttavia, e noi mi credea fare. 
Maggior difetto men vergogna lava. 

Disse *1 Maestro, che *1 tuo non è stato ; 

Però d' ogni tristizia ti disgrava. 
E fa' ragion eh' io ti sia sempre allato, ^^^ 

Se più awien che fortuna t' acooglia 

Dove sien genti in simigUante piato; 
Che voler ciò udire è bassa voglia. 

i38. Cosi che brama quello che è, dall'animo ogni tristosta, • ti ricoDiola. 
quasiché DOD fosio;eioè, brama che sia 14S-447. E se altra Tolta avvenga che 

sogno, mentre realmente è sogno. fortuna V aeeitgUa, 11 caso ti faccia ea> 

i40, 141. • ieutava M4 tnttaoia^ e tot- pitare là dove eituo persone t» 9imiglian{0 

tavia mi scasava col sileniio e eolla con- piato, in simile litigio, fs^ro^ioii, fa'eonto, 

fusione. eh' io ti sia sempre allato. 

i49, ìJa. Kaggior difttto ee. Una minor 148. Poiché il voler udire UH vitapo- 

vergogna porga nn maggior difetto, o tra- rosi litigi, é una bassa voglia, é un gnsto 

scorso, che non é stato il tuo ; però lérati indegno d' una mente elevala. 



CANTO TRIGESIMOPBIMO. 



Date le epalle air ultima Bolgia dell* ottavo Cerchio, precedono i Poeti Terso il oentro, 
ove vaneggia nn posso, per coi el cala nel nono. Attorno di esso pone etanno i gi- 

ntl, dM quali Bon qni deeeritte le ligure immani e spaTentoee. Ed Anteo, rnn 
rai, pregato da Virgilio, prende in nano i dne Poeti, e leffermente li poaa aul- 
r orlo dcd ripiano, formante il nono ed ultimo Cerchio. 



Una medesma lingua pria mi morse, 
SI che mi tinse V una e l' altra guancia, 
E poi la medicina mi riporse. 

Così od' io, che soleva la lancia 
D' Achille e del suo padre esser cagione <> 

Prima di trista, e poi di buona mancia. 

Noi demmo 1 dosso al misero vallone 
Su per la ripa, che '1 cinge dintorno, 
Attraversando senza alcun sermone. 

«-8. La medesima lingua di Virgilio mi prima di cattìTO» • poi di boon rogalo; 

ponee dapprima eoi rimproTero, cosicché doé, aveva virtù di sanar le ferit6,«h'e8sa 

mi tinse di rostors ambedue le guan- aveva dapprima prodotto. 

M, e poi tti porta U modidna del eoa- 1. Noi dtmmo *l desio, noi volgemmo le 



tpalle, «1 «ieero tallono, alla decima ed 
^6. Cosi io odo raecontaro che la nltinia bolgia.- 
lancia d* Achille, eh' egli ereditò da suo 9. Facendo la traversata sema far pa- 
padN HUo, soleva esser cagiono dap< rola. 



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OANTO ZBI0B6IM0FBIM0. 229 

Quivi era men che notte e man che giorno, ^o 

Si che 1 viso m' andava innanzi poco : 

Ma io senti' sonare nn alto corno 
Tanto, che avrebbe ogni tuon fatto fioco; 

Che, centra so la sua via seguitando, 

Dirizzò gli occhi miei tutti ad un loco. i5 

Dopo la dolorosa rotta, quando 

Carlo Magno perde la santa gesta, 

Non sonò ti terribilmente Orlando. 
Poco portai in là volta la testa. 

Che mi parve veder molte alte torri; 29 

Ond'io: Maestro, di', che terra è questa? 
Ed egli a me : Però che tu trascorri 

Per le tenebre troppo dalla lungi, 

Awien che poi nd maginare aborri: 
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, ^ 

Quanto 1 senso s'inganna di lontano: 

Però alquanto più te stesso pungi. 
Poi caramente mi prese per mano, 

£ disse: Pria che noi siam più avanti, 

Acciocché '1 fatto men ti paia strano, ^ 

Sappi che non son torri, ma giganti; 

E son nel pozzo intomo dalla ripa, 

Dall' umbilico in giuso, tutti quanti. 
Come quando la nebbia si dissipa, 

Lo sguardo a poco a poco rs^gnra ^ 

Ciò che cela'l vapor, che l'aere stipa; 

io. Qui9i, w\ centro dell' ottaro cer- SS, SS. f§rh ek$ l« ira«9rriy Del Toler 

chio, «re wun th§ nott$ $ mtn eh$ f terM, federe più ehe l' occhio non tira. — dalki 

era come il creposcolo della sera. <««0i, da lontaoo. 

il. « vi»ù, la vista. S4. n$l maginart aborri; aberri, ot- 

i% 13. Ma io sentii sonare nn corno Tero erri oell' immaginare. - Aborri è da 

Uoto fortemente, che arrebbe fatto parer aborraro per eftfrrare. Mafitutro è aferesi 

l«fo, languido di Toce, qualunque tuono, d' imtM§inar$, e troTasi pure in altri an- 

i4, IS. Il qnal suono rivolse totalmente ticbi scrittori. ^ Inferno, canto XXV, 

ili occhi miei al luogo donde veniva, v. i44. 

t^soitandolo in direxione opposta; cioè, S5. s« l« le ti eongiungi, se io ti ae- 
di contro alla parte dalla quale usciva, eosti là, se tu ti appressi. 

16-18 Dopo la dolorosa disfatta di S6. QuMto it emeo, sottinlendi, della 

Roacisvalle, dove pel tradimento di Gano vista. 

furono trucidati 30 mila cristiani, quando S7. U $U$to pungi, t' affìreita nel eam- 

Urlo Magno f9rdè la santo getta, cioè, minare. 

i' impresa di cacciare gli Arabi dalla SS. caraniMito, con dimostrasione d'af- 

Spagna, non sonò tanto terribilmente il fette, quasi per togliergli V amarena del 

paladino Orlando. Narra Turpino che quel rimprovero fatto. 

><>nno fosse udito alla disianza di otto 36. eh$ V «ere sHpe, che stringe e con- 

luivlia. densa V aria. 

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230 I>ELL^ INFBBKO 

Cosi forando V aer grossa e scura, 

Più e più appressando invér la sponda, 

Fuggiami errore, e giogneami paura. 
Perocché, come vt su la cerchia tonda *^ 

Montereggion di torri si corona; 

Così 'n la proda, che 1 pozzo circonda, 
Torreggiayan di mezza la persona 

Gli orribili giganti, cui minaccia 

Giove dal cielo ancora, quando tuona. ^ 

Ed io scorgeva già d' alcun la faccia, 

Le spalle e 1 petto e del ventre gran parte, 

E, per le coste giù, ambo le braccia. 
Natura certo, quando lasciò l' arte 

Di si fatti animali, assai fé bene, 

Per tòr via tali esecutori a Marte. 
E s* ella d^ elefanti e di balene 

Non si pente, chi guarda sottilmente. 

Più giusta e più discreta ne la tiene ; 
Che dove V argomento della mente ^ 

S* aggiunge al mal volere ed alla possa. 

Nessun riparo vi può far la gente. 
La faccia sua mi parea lunga e grossa. 

Come la pina di San Pietro a Roma; 

Ed a sua proporzione eran V altr* ossa. ^ 

Si che la ripa, ch^era perizoma 

Dal mezzo in giù, ne mostrava *ben tanto 
^ Di sopra, che di giungere alla chioma 

SI. ^oftiMlo. loUndi : lo $pmtrdo (r. 8tf). cioè, lasciò di creare sifTatti gifaoti- 

se. L* 9rTor$ d' arerle eredote torri si S3. Non fi pentii noD lascia la proda- 

dilegnava, e Tenita ioTeee ìd lai to paiftra tiono. 

di qaei nostri. 54. n$ la Hin$, la stima per ciò. 

41. MouUrtggioni, piccolo castello vi- SS. l* argomento itila wunto, la fon» 

eino a Siena. Conserva tuttora, Bebbone intellettuale, il rssiocinio. 

alcun poco diroccate, le sue mura quasi 89. Una gran pina di bronxo, eh' e^ 

circolari, a le soe torri posto a una cin- prima sulla Mole Adriana, troTarasi al 

qnantina di braccia le une dalle altre, tempo di Dante sulla piana dell' satics 

— 8i eoronat ai g«emisce in giro. basilica di san Pietro in Vaticano; ed ori 

43. di mtzza la ftwna^ con messa la è nel giardino, che mena al palazxctlo 

loro persona; posando i piedi sul lago d'Innocenso Vili. 

gelato. eo. e /« altrt otta, le altro parti del 

4è« 4S. faifUMeto.... ^iMindo fuena, per- corpo erano a proporsiono della farcu- 

che il tuono di Giove ricorda loro il fui- 61. jveHsoflM, voce greca, che propria- 

Dine, che in Flegra li colse. mente vale vestimento, che dalla ciolora 

48. B ambedue le braccia distese gih discende alle ginocchia. 

per le coste; perchè le aveano legato 63, (>4. Che tre Priso«l, nomini della 
alla vita, coma dirà in appresso. Frisia (che erano di alta statura) soprap- 

49, 80. UMÌk V arto Di $ifaÌH animali, posti V ono all' altro, mal i^attrioM ^ 

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CANTO TEIOE8IM0PBIM0. 

Tre Frìson s'ayerian dato mal vanto; 
Perocch'io ne yedea trenta gran palmi 
Dal luogo in giù dov^ nom s' affibbia 1 manto. 

Baphel mai amech zabi almi, 
Cominciò a gridar la fiera bocca, 
Coi non si conrenien più dolci salmi 

£1 Duca mio vèr lai: Anima sciocca, 
Tienti col corno, e con qnel ti disfoga, 
Quand'irà od altra passSon ti tocca. 

Cercati al collo, e troverai la soga, 
Chel tien legato, o anima oonfasa; 
£ vedi Ini, che 1 gran petto ti doga. 

Poi disse a me: £gli stesso s'accusa: 
Questi ò Nembrotto, per lo cui mal coto, 
Pure un linguaggio nel mondo non s* usa. 

Lasciamlo stare, e non parliamo a voto; 
Chò cosi ò a lai ciascun linguaggio, 
Comel sao ad altroi; ék^& nuÙo è noto. 

Facemmo adonqua più lungo viaggio, 
Vòlti a sinistra; ed al trar d' un balestro 



231 



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70 



75 



•««16, DOD si Mrebbero potati Tantare di 
fìoogera alla chioma di quel gigante. 

66. ComiDCiando a misurarli dal eolio, 
dorè r nomo s* affibbia il manto, per ìb- 
fino a quel ponto, ove rimaneva coperto 
dalla ripa. 

67. Tra le Tarie opinioni Intono al si- 
gnificato di queste strane parole, parmi la 
più probabile questa: che le cinque voci 
siano ciascuna d* un diverso linguaggio ; 
la prima dell'ebradeo, le altre de' quattro 
prineipali dialetti, che si vogliono da quel* 
lo derivati nella eonfìisione di Babef. Che 
il verso compongasi di voci di dialetti ba- 
baliel, par che lo accenni il Poeta mede- 
siao, dieoftdo poco appresso : XqH ttstse 
9'me€u§a: Qitttti èlVemlroffo ec. In questa 
Spotoai II significato ne sarebbe: FoUr di 
M»/ p$nM $omioi% «netto prafonào ? Tor- 
«« imdhiro; fmtctndi: come, tradaceo- 
dofi nello spagauolo-latino- tedesco- fran- 
ceto-italtano, si direbbe : AirdiM I — e«f 
ego — kitr f — va-l-M ; — V tuetndi. 

m. pi* dólci Mimi, più dolci suoni, 
pife dolci vocaboli. 

7f . T<Mf< coi corno, prosegui a tratte- 
urli eoi corno, pivllosto che parlare 
cosi insonsatamente. 

T». la ie^ il logasM di sogatlo, la 
correggia. 



75. E vedi (»i, lo stesso corno, che H 
ioga, ti fascia il gran petto. — Il verbo 
4og^r9 è fatto da doga^ che è una di quelle 
curve liste di legno, che formano le coste 
della botte; perciò dogar$ significa ein- 
g9r9, fateiart ài dogl$,di liiU,^ Parlando 
a Nembrot, che in pena^di sua follia ebbo 
cosi confusa la mente, che dimonticò il 
proprio linguaggio, Virgilio usa tali frasi 
ironiche, come se il gigante per isme- 
morataggine non si ricordasse ove teneva 
il corno, che poc* anzi sonava. 

76. Egli stesso e' acctfsa, si manifesta, 
per Nembrotto, con quel suo strano e 
confuso linguaggio. 

77. mal eoio, malvagio pensiero. Dal 
latino eogitatio si fece in italiano cofo, e 
In provenzale cut. Può anche esser sin- 
cope di colato, che vale cogitamtnto. Il 
malvagio pensiero, o cogitamento, fu poi, 
come ognun sa, quello di aliare una torre 
fino al cielo, per non aver da temerò 
d' un altro diluvio. 

78. Non si usa nel mondo un solo lin- 
guaggio, come si usava ne* primi tempi. 

SO, 81. Intendi: che come il suo lin- 
guaggio non è noto ad alcuno ; cosi a ini 
non è noto il linguaggio degli altri. 

85. od Al irar d* un MottrOf e lontano 
im tiro di balestra. 



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232 PSLL'lMirERNO 

Trovammo l' altro assai più fiero e mag^o. 
A cinger lui, qual clie fosse il maestro, ^ 

Non so io dir; ma ei tenea succinto 

Dinanzi V altro, e dietro '1 braccio destro, 
D* una catena che 1 tenea avvinto 

Dal collo in giù, si che *n su lo scoperto 

Si ravvolgeva infino al giro quinto. ^ 

Questo superbo voli' essere sporto 

Di sua potenza contrai sommo Oiove, 

Disse 1 mio Duca; ond* egli ha cotal merto. 
Fialte ha nome; e fece le gran pruove 

Quando i giganti fér paura ai Dei: ^ 

Le braccia, eh* ei menò, giammai non muovo. 
Ed io a lui: S'esser puote, i* vorrei, 

Che dello smisurato firiareo 

Esperienza avesser gli occhi mieL 
Ondaci rispose: Tu vedrai Anteo ^^ 

Presso di qui^ che parla, ed ò disciolto; 

Che ne porrà nel fondo d'ogni reo. 
Quel, ohe tu vuoi veder, più là ò molto; 

Ed è legato, e fatto come questo; 

Salvo che più feroce par nd volto. ^^ 

Non fu tremuoto mai tanto rubesto. 

Che Bcotesse una torre cosi forte. 

Come Fialte a scuotersi fu presto. 
Allor temetti più che mai la morte; 

E non v' era mestier più che la dotta, ^^^ 

84. TroTammo V altro gigante assai più BrtétM (t. 105), altro di quei f igaati, 

fiero e pih grande. Maggio vaia maggior$ : che Dante desidera federe forse por la 

cosi Via Maggio, Rio maggio, ee. stopenda descrizione che ne fk Virgilio 

85-87. Costruisci ed intoDdl : Io non so nel lib. X, t. 865 e seg. dell' J 



dire chi fosse il mae$tro, V artefice, che AnUo (v. 100 e seg.)i par eeso fifanto, 

lo cinse, lo legò ; ma egli tenera davanti che renne a singoiar temono «on Brcole, 

il braccio sinistro, e di dietro il braccio o rinase da Ini ncciso. 

destro, tuccinto, cinto sotto da una ca- 96. non iiii»oo«, perché ora legato. 

teoa ec. iOì, id k diteiodo, com'nno do* meno 

89, 90. si ek§ in su lo scopsrto oc, co- rei, perchè non pugnò contro Giovo. 

sicché so quella parte del corpo che re- 409. mi fondo d' ogni reo, d' ogni reato, 

stara discoperta fuori del posso, la cate- cioè nel fondo dell' Inforno. Beo por reale, 

na gli s'arrolgera attorno per cinque giri, trorui in Dante altro Tolto. 



9i. eoir moro spirto, rollo faro espo- 105. par mI eolio, appariaeo, ti i 

rimento. in rolto. 

93. colai fRtrlo, cotal rimerito, tal pena i06. méeslo, forte, inpotooto. 

di essere strettomente legato. 408. Eflalte si scnote forso per ira dello 

94. Ftollf, Efialte, uno de' giganti, parole dette a Dante da Virgilio. 
figlinoli di Titano, che mossera guerra 440, 444. Bd a formi morirò dob tì era 
a Giore, e Airono da lai fulnùnati. — più bisogno che della della, dotlaasa, 

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CANTO TBIOBSIMOPIUMO. 

S'io non avessi viste le ritorte. 

Noi procedemmo più avanti allotta, 
£ venimmo ad Anteo, 'che ben cinqu* alle, 
Senza la testa, nscia fuor della grotta. 

tu, che nella fortunata valle. 
Che fece Scipion di gloria reda, 
Qoand* Annibàl co' suoi diede le spalle, 

Recasti già mille lion per preda; 
£ che, se fossi stato all'alta guerra 
De' tuoi fratelli, ancor par eh' e' si creda 

Ch'avrebbon vinto i figli della terra; 
Mettine giuso (e non ten venga schifo) 
Dove Oocito la freddura serra. 

Non ci far ire a Tizio nò a Tifo : 
Questi può dar di quel che qui si brama: 
Però ti china, e non torcer lo grifo. 

Ancor ti può nel mondo render fama; 
Ch' ei vive, e lunga vita ancora aspetta, 
Se innanzi tempo grazia a sé noi chiama. 

Cosi disse '1 Maestro; e quegli in fretta 
Le man distese, e prese il Duca mio, 
Ond'£rcole sentì già grande stretta. 



233 



113 



120 



123 



130 



ptnra ; noo t' abbisognaTa che U pasra ; 
te io non aTetsi Tigto le ealeae, eoo che 
il gigante era legato. 

4i3. eiu^*àll0. L'alto è ana misura 
ìngleM di circa db metro e Ì6S millime" 
tri, pari a 9 braccia fiorentine. Un brac- 
cio è 3 palmi, oDde S alU formano ap- 
p«Ate SO palmi accennati sopra al t. 65. 

414. 8$u9m la tnta, senta computare la 
tetta. — fnor itila grotta, fuori del pono. 

418. forti^nata qai Tale fortuMta, sog- 
gntta alle tieende della fortuoa, come 
al canto XWIll, t. 8. — La Tallo, per 
la quale scorre il flome Bagrada, ed otc 
Scipione sconfisse il cartaginese esereito, 
dice Locano (dirersamente da altri) che 
f« il paese sol qnale regnò Anteo : esso 
è parte del V odierno regno di Tunisi. 

11€. Cbe fece Scipione rtia, creda, 
erede, di gloria ; cioè, cbe fece a Scipio- 
ne ereditare, acquistare, gloria, e il nomo 
d'Africana, 

417. diede le spalle, si Tolse in ftaga. Ciò 
arrenne alla battaglia di Zama. 

Il», milla, moltissimi; numero deter- 
aainato per l' indeterminato. Cbe Anteo 
fosse m brafo eaooiator di leoni, lo dice 
lo 



119, 190. air alfa gutTra, alla grande 
e terribile guerra, d«' tuoi fratolli giganti, 
eontra Gìotc. -- ancor par cht ti creda, 
ancor si mostra, ancora appare esser 
creduto dalla gente. 

431. 1 figli dtUa terra, ì giganti, figli 
di Titano e della Terra. Per disporre il 
iQperbo gigante ad essergli compiacente, 
gli fa Virgilio queste parole di lode. 

493-Ì34. Calaci gib al fondo (e non le 
n' isdegnare) , ove la freddura, il freddo, 
tiffa, agghiaccia il fiume Cocito; e non 
ei fare andare a chieder questo faTore 
né a Tizio né a Tifeo, o ad altro gigante. 

4SS. Questi, eh' è meco, può dar di 
quello che qui da toì si brama ; cioè, può 
ricordarTi su nel mondo. 

496. • non torcer lo grifo, e non torcere 
il BUSO ; atto di chi superbamente alti ai 
disdegna. 

198, 499. e luai^a vita ancor aepetta, e 
aspetta ancora di TiTer lungamente, se 
la gratin diTina, cioè Iddio, noi chiama 
a sé innanii il tempo da natura prescrit- 
togli. 

nSL Quelle mani, ondo, dalle quali, 
ITreole già, quando lottò con lui, stali 
grande ttrefta. Vuol dire: quelle mani 



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234 DXLL* nnriBiro x 

Virgilio, quando prender si sentio, 
Disse a me : Fatti ^n qua si eh* io ti prenda. 
Poi fece si, eh' un fascio er* egli ed io. 1S5 

Qual pare a rigoardar la Garisenda 
Sotto 1 chinato, quando un nuyol vada 
Sovr'essa si, ch'ella in contrario penda; 

Tal parve Anteo a me, che stava a bada 
Di vederlo chinare: e fu tal ora, ho 

Oh' r avrei voluto gir per altra strada. 

Ma lievemente al fondo, che divora 
Lucifero con Giuda, ci posò: 
Né si chinato li fece dimora, 

2fa come albero in nave si levò. i^& 

eli' eran Unto forti, che Io stesso fortis- tioDe, pare che la torre dochini e cada, 

timo Ercole proto fatica ad atcirne. Cosi parte a Dante che Anteo, il qoale 

i35. l'oi Virgilio fece si, abbracciando- si chioaTa per potarli, fosse per cader 

mi, che insieme formammo di noi un fascio, loro addosso. 

456. La Carit$nda o Gariunda, cosi detta i 39. eh» itava a teda, che stara attento, 

dalla famiglia Garisondi che la edificò, che badata. 

è una torre di Bologna molto pendente: i40. $ fu tal era, o fa qneUo per me 

oggi è chiamata la iorrt «ossa per di- nn tal momento di terrore, 

slingaerla dall' altra intera ed altissima i43. eJU divora, metaforicamente che 

degli Asinelli. A chi sta tolto il ekiuato, racchiude in tè, e tormenta. Altrote, 

tolto il lato donde pende, guardando in canto Vili, ditte oiraiifia. 

alto quando patta totr' otta nn natolo ìM. E ti aitò, ti rifece dritto ed alto 

in direzione contraria alla tua inclina- com* nn albero in nate. 



CANTO TRIGESIMOSECONDO. 

Ben gii i duo ?oeti nel nono Cerchio, U eoi patimento è di dariailmo «hlaedo (orò 
•tan fitti 1 dannati), e scompartito in quattro liete circolari, o ofére, chiaaate Cai- 
na, Antenora, Tolomea e Gindecca. Vedo Dante e parla con alenni (traditoti de* loro 
congiunti), che etanno nella prima, e con altri (traditori deUa patria), che ataano 
neUa eeeonda. Poi trota un dannato, che età dietro ad un altro rodendogli il craaiow 

S*io avessi le rime ed aspre e chiocce, 
Come si converrebbe al tristo buco, 
Sovra 1 qual pontan tutte T altre rocce, 

Io premerei di mio concetto il suco 
Più pienamente; ma perch'io non Tabbo, 5 

Non senza tema a dicer mi conduco. 

f . ;P io M«tf i In pronto ; te mi fotte come tu loro centro, tutte V altre recre, 

dato di ueare. atprt $ ehiocf, aoerbe e ripe tcoteet« de* oerehi infernali, 

rauche, cioè di eaiti to tapora e di eat- 4-6. Io esprimerei, tlgnificberei, più 

tito tuono. pienamente la tententa del mio concetto; 

9. al tritio Imc9, al tritio polio, o fondo ma perchè io non U abbo, non le ho. non 

infernale. n' induco • dlcart a dire, tenia timori. 

9. Sa cai appoggiano e gratiiano, tie- — ÀbH è dal Ut. hoHo» 

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OANTO TBIOlBgIMOSEGOHDO. 285 

Che non è impresa da pigHare a gabbo 

Descrìver fondo a tntto raniverso, 

Né da lìngua che chiami mamma e babbo. 
Ma qaelle Donne aiatino'l mio verso, io 

Ch' aiatomo Anfione a chiuder Tebe ; 

Sì che dal fatto il dir non sia diverso. 
Oh sovra tutte mal oleata plebe, 

Che stai nel loco onde parlar m* è duro, 

Me* foste state qui pecore o zebe! 15 

Come noi fummo giù nel pozzo scuro 

Sotto ì piò del gigante, assai più bassi, 

Ed io mirava ancora aU* alto muro, 
Dicere udirmi: Guarda come passi; 

Fa* si che tu non calchi con le piante 20 

Le teste dei fratei miseri lassi. 
Per eh' io mi volsi, e vidimi davante 

£ sotto ì piedi un lago, che per gielo 

Avea di vetro, e non d' acqua, sembiante. 
Non fece al corso suo si grosso velo 25 

Dì verno la Danoia in Austericch, 

Né il Tanai là sotto lo freddo cielo, 



7. ia pigliart a gabbo, da pigliarsi per 
fìnoco o per ìsctaerzo, ma ò cosa seria 
• di f rande di/G colta. 

8. Descrivere il fondo, cioè il centro 
di totto r aniverso. Ciò ò detto secondo 
il •isteraa tolemaico, seguita allora go- 
neralmeoto. 

9. Può intendersi in dae modi : né da 
liogna da fanciulli ; ovvero : né da quella 
specie di linguaggio, eh' è proprio dello 
stile comico, fM< quat$ ancora U /«mwi- 
««</• comunicano (Bpist. a Cane). 

40. Ma qu9ll§ Donnt» cioè le Muse. -* 
ìhaué, quasi signore e dominatrici degli 
affetti umani. 

II. i»/Coii«, figlio di Giove e d'Antiope, 
col dolce suono della cetra (per lo che 
Dante lo dice aiutato dalle Muse) fece 
dal monte Citerone discender le pietre, 
ed esse di per loro unitesi formarono le 
vara di Tebe. 

iS. Si ebe il mio Un, la mia descri- 
aione, non $ia diverso, non sia disforme, 
del fatia, dal fubietto, che ho da trat- 
tare. 

Ì3. Oh fonte sciagurata più di tutte le 
altre (enti dannate 1 

H, onde parlar «* ) duro, del quale mi 
è difScile il parlare convenientemonto, 



poiché la condizione di quelle anime è 
dura e spaventosa sopra ogni altra. 

ÌS. Meglio por voi, se qui, in questo 
mondo, foste state pecore o zebe, capre. 

i7. Yale a dire: più al basso di quello 
che fossefp i piedi del gigante. Anche in 
questo nono cerchio il suolo va sempre 
decbioando verso il centro. 

18. all'alto maro del pozzo, ond'era 
disceso per messo d' Anteo. Guardava al 
moro, considerando il pericolo del quale 
era uscito felicemente. 

ai. L$ Uttc dÉ' fratti, de' fratelli; cosi 
dice queir anima a Dante, perché, non 
conoscendolo per tuttora vivo, lo crede 
un dannato alla stessa pena, or ora II 
giunto. £ gli dioe: gnarda com$ paui, 
avvertondolo di guadare ove mettesse I 
piedi. 

S9. Ftr eh* <e, per lo che io. 

SS. un lago, ck§ por gUlo ee., un lago, 
che per esser gelato ee. 

3C(-97. Alle sue acque non fece mai 
neir inverno si grotto «sto, si grossa 
crosta di ghiaccio, la Danoia in Aueterieck^ 
il Danubio in Austria, né il Tanai, la 
Tana o il Don, là to(fo lo frtddo cielo, 
sotto il gelato clima della Moseoviai oo- 
me ec. 



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236 dell' infbbho 

Com' era quivi : che se Tabemicch 
Vi fosse su caduto, o Pietrapana, 
Non avria pur dall' orlo fatto cricch. 

E come a gracidar si sta la rana 
Gol muso fuor dell'acqua, quando sogna 
Dì spigolar sovente la villana; 

Livide insin là dove appar vergogna, 
Eran l' ombre dolenti nella ghiaccia. 
Mettendo indenti in nota di cicogna. 

Ognuna in giù tenea volta la faccia : 
Da bocca '1 freddo, e dagli occhi '1 cuor tristo 
Tra lor testimonianza si procaccia. 

Quand' io ebbi d' intorno alquanto visto, 
Yolsimi a' piedi; e vidi duo si stretti, 
Che '1 pel del capo aveano insieme misto. 

Ditemi voi, che si stringete i petti, 
Diss'io, chi siete? E quei piegaro ì colli; 
E poi ch'ebber li visi a me eretti, 

Gli occhi lor, eh' eran pria pur dentro molli, 
Gocciar su per le labbra: e'I gielo strìnse 



80 



35 



40 



45 



38*30. Che se 1' alto monte di Schiaro- 
Ria, detto Tabernieehf o 1' altro di Gar- 
fagnana, dotto Pietra apuana^ ri fosse 
caduto sopra, qael ghiaccio, neppur dal- 
l' orlo, ote suol essere pib sottile, avnb- 
b9 fatto crieehf avrebbe scricchiolato, o 
fatto il plh iniDimo rooTimento. 

53, V5. Quando nelle notti diesiate la 
Tillana sogna sovente di spigolare, com'ba 
fatto nella giornata. 

&I. Questo nono cerchio, in cui stanno 
{ traditori, è diviso in quattro sfere, o 
liste : nella prima, detta Caina, da Caino 
uccisore del proprio fratello, stanno i 
traditori de' loro congiunti: nella secon- 
da, delta Ant^nora, da Antenore vendi- 
tore, secondo alcuni antichi scrittori, di 
Troia a* Greci, stanno i traditori della 
patria: nella tersa, detta Tofomea, da 
Tolomeo re d' Egitto , che assassinò 
Pompeo, stanno i traditori de* loro ami- 
ci : nella quarta, detta tft«d««ea, dal tri* 
sto Giuda, traditore di Gesù Cristo, stan- 
no i traditori do' loro benefattori. Ora la 
fraso Ìi9id$ imi» là dove appar vergogna 
può interpretarsi in due modi: livide 
insino al volto, dove per rossore appa- 
risce, si mostra la vergogna; ovvero: 
livide insin là dove si roostran lo parti 
padoode. Coloro che stanno per questa 



seconda interpretazione, osservando eha 
i traditori delia quarta sfera, a differensa 
di quelli della terza che han fuori il 
capo, restano dal ghiaccio totalroento 
coperti [Là dove V ombre tutte eran eo- 
verte, E traeparean come feetuea in vetro. 
Inferno, XX XIV, 41, 13), ne deducono, 
che nna gradazione nella immersione nel 
ghiaccio debba essere altresì per i tra- 
ditori della seconda e della prima sfera ; 
quindi quelli della seconda sian fitti in- 
sino alle spalle, e quelli della prima sino 
all' ombilieo. 

86. Facendo co' denti quel suono, cho 
suol fare la cicogna quando batte la parte 
superiore del becco coli* inferiore. 

37. in già tenea volta la /iseeta, perchè 
raggomitolata dal freddo. 

38, 30. Ha tra quella gente ti proeaeeiei 
tettimonianzaf si manifesta il freddo per 
la bocca, col batter dei denti, e si ma- 
nifesta il cor fritto^ V intema aflliziono 
per gli occhi, collo sgorgar delle lagrime. 

44. e gnei piegaro i colli air indietro, 
per poter guardare in su. 

46. pur dentro moi«, umidi, pregni di 
lagrime, solo internamente. 

4T, 48. Intendi: le labbra degli occhi, 
eioè, le palpebre; poiché pel gran freddo 
non avrebbero le lagrime avuto il tempo 



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CANTO TBIOESmOSECONDO. 237 

Le lacrime tra essi, e riserrolli. 
Legno con legno spranga mai non cinse 

Forte cosi: ondaci, come duo becchi, ^ 

Cozzare insieme: tanVira gli vinse. 
Ed un, eh* avea perduti ambo gli orecchi 

Per la freddura, pur col viso in giue, 

Disse: Perchè cotanto in noi ti specchi? 
Se vuoi saper chi son cotesti due, 63 

La valle, onde Bisenzio si dichina, 

Bel padre loro Alberto e di lor fue. 
D*un corpo uscirò: e tutta la Caina 

Potrai cercare, e non troverai ombra 

Degna più d'esser fitta in gelatina; «o 

Non quegli a cui fu rotto il petto e V ombra 

Con esso un colpo, per la man d'Artù; 

Non Focaccia; non questi che m'ingombra 
Col capo sì, ch'i' non veggi' oltre più; 

E fu nomato Sassol Mascheroni: ^ 

Se tosco se', ben dèi saper chi e' fu. 



éi sMDdere fino alla boeca. — • 'I gitlo 
itrinMf af ghiacciò le laf rime Ira di it$i 
occhi, e li liserrò. 

49. tfrumgd, lista di legno o ferro, che 
ai conficca attraTerio, per tenere insieme 
lo commessure. 8pf*o^, caso retto. 

89. Md ««, ed nn altro dannato. 

83. fmr col wiio fu §iu§, stando an- 
^* ef li col viso in gib, col capo basso, 
Bontro parlò. 

84. in Mi a $p$eeki, in nei t* affissi, 
e rimiri. Il dannato Tcderalo pure stando 
«ol Tìao in giù, perchè il ghiaccio riflette 
r inunagine come il vttro (t. 34). 

86, 87. La talle, per la quale il flame 
BisoDsio discende e scorre, fa proprietà 
4ol loro padre Alberto, e di essi. il»er(o 
dagli Alberti, nobile fiorentino, ebbe snoi 
possoui signorili nella valle di Bisen- 
sio. I doe SDoi figli Alessandro e Napo- 
l«oio, morto il padre, tennero tra loro 
isi discordia a cagione dell* eredità pa- 
toma, Tane ammassò T altro a tradi- 

88. D'uà corpo «sdro, cioè, nacquero 
d* noa stessa madre. 

80. GhiamagetofiiM quel ghiaccio, forse 
perché fatto d* acqua fangosa, o forse 
1* naa giocosamente. 

81, ai. Mordrec, figlio d* Arth re della 
Orma Brettagna, secondo il romanso di 



Lancillotto d»l lago, ribellossi contro il 
padre. Ha fattogUsi incontro por ucci- 
derlo, fn da lai prerenoto con un colpo 
di lancia, in mesto al petto, tale, che 
(dice r istoria) « dietro 1' apertura della 
lancia passò, per meno la piaga, un rag- 
gio di sole si manifestamente, che Girflet 
lo tide. > l'erciò dice il Poeta a cui Con 
Cito un colpo f con nn solo colpo, fn rotto 
il potto 9 r om^a, cioè fn rotta insieme 
col petto queir ombra, che il petto cen- 
tra il sole faceva sul suolo. 

63. Foeoecta de' Cancellieri, nobile pi- 
stoiese, giovane audacissimo, dice il Lan- 
dino, e di pessimi costumi. Mosso ona 
mano ad nn giovinetto suo cugino per 
un' impertinensa fanciullesca da lai com- 
messa; e non contento di tale atroce 
vendetta, corse a casa il padre dell* am« 
potato giovinetto, che pur era suo sio 
paterno, e lo uccise. Del qual parricidio, 
seguita il Landino, segui tanto scandalo, 
che tutta Toscana ne fu molti anni tri- 
bolata, perchè di qui ne derivarono le 
parti dei Bianchi e del Neri, che dap- 
prima divisero Pistoia e poi Firenxe. 

65. Stissfie(oJra«cà«re«<di Firente,dice 
il Landino che ammassò un suo sio. Di* 
versamento dice r Anonimo che, essendo 
costui tutore d' un sao nipote, lo uccise, 
per averne l' eredità. 



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238 , dell' interno 

E perchè non mi metti in più sermoni,' 

Sappi ch'io sono il Camicion de' Pazzi; 

Ed aspetto Carlin, che mi scagioni. 
Poscia vid'io mille visi cagnazzi TO 

Fatti per freddo; onde mi vien ribrezzo, 

E verrà sempre, de' gelati guazzi. 
E mentre che andavamo invér lo mezzo. 

Al quale ogni gravezza sì raguna, 

Ed io tremava nell'eterno rezzo; «5 

Se voler fu, o destino, o fortuna. 

Non so; ma passeggiando tra le teste, 

Forte percossi '1 pie nel viso ad una. 
Piangendo mi sgridò: Perchè mi peste? 

Se tu non vieni a crescer la vendetta so 

Di Montaperti, perchè mi moleste ? 
Ed io : Maestro mio, or qui m' aspetta, 

Si ch'io m'esca d'un dubbio per costui: 

Poi mi farai, quantunque vorrai, fretta. 
Lo Duca stette; ed io dissi a colui, 63 

Che bestemmiava duramente ancora: 

Qual se' tu, che così rampogni altrui? 
Or tu chi Be', che vai per V Antenora 

Percotendo, rispose, altrui le gote. 

Si che, se vivo fossi, troppo fora? w 

67. E perchè ta ooo mi faccia fare altre Terso il centro della terra, al quale tatti 

p&role. 1 Sr&vi tendono per loro natura. 

69. Àlb$rto Camieio*9 d«' Patti di Val- 75. nelV eterno retto, in quoti* ombre 

damo uccise a tradimento Ubertino suo eterne, ove non penetra mai raggio di 

parente. Sole. 

69. CSsritiio, parimente d«'Pa«»< di Val- 76. Se toler fu, se fu voler di Dio. 
damo, cede nel 1305 per denari a' Neri 79. P«rcAèHi<péff«,roi pesti,mlca1pe$ti? 
Castel di Piano di Trevigne, cb' egli te- 80. 81. Se tu non vieni ad aecreieermi 
oeva pe' Bianchi, non già patteggiando il castigo, che soffro pel tradimento che 
salvo le Tìte, ma ponendo in balia de' foci a Montaperti, perchè mi moleslit — 
nemici tutti quelli della sua fasione, che Costui è Bocca degli Abati floreotioo. Il 
nel castello trovavansi. — Cèe mi soa^toni, quale, per denari corrotto da*GhlbellÌBÌ, 
che mi discolpi, facendo scomparire il essendo alla battaglia di Montaperti nel* 
mio tradimento col suo tanto pih iniquo, l' esercito guelfo, si fece presso a Iacopo 

70, 71. «iJle visi fatti cagnatti per de' Passi, che portava il principale tton- 
frsddo, mille visi falli paonazxi, quasi dardo, e a tradimento troncògli il brac- 
neri, dal gran freddo.— Dal la Gain a passa ciò. Cadalo quello stendardo, T esercito 
air Antenora. Tradire la patria è pih che guelfo si scompigliò, e in breve diessi 
i congiunti. alla fuga, lasciando sul campo quattro 

"•l, 7S Onde mi vien ribresso ed or- mila uomini, 

rore, e sempre mi verrà de'$elati guattii 83. Sicché per messo di costui io esca 

stagni, perchè mi richiamano alla me- d' un dubbio; ovvero: sicché io esca d*DQ 

moria quello stagno infernale. dubbio venutomi per le parole di costui. 

73. E mentre che, entrando nella se- 84. quantunque, quanto, 

conda sfora, dotta Antenora, andavamo 90. Si che, so anche tn fossi rivo, U 



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CANTO TBiaSSIUOSSOONDO. 

Yìyo son io; e caro esser ti puote, 
Fa mia risposta, se domandi fama, 
Ch' io metta '1 nome tuo tra V altre note. 

Ed egli a me: Del contrario ho io brama: 
Levati qoinci, e non mi dar più lagna; 
Che mal sai lusingar per questa lama. 

Allor lo presi per la cuticagna, 
E dissi: E^ converrà che tu ti nomi, 
che capei qui su non ti rimagna. 

Ond' egli a me : Perchè tu mi dischiomi, 
Ne ti dirò ch'io sia, nò mostrerolti. 
Se mille> fiate in sul capo mi tomi 

Io aveva già i capeUi in mano avvolti, 
E tratti glien avea più d' una ciocca, 
Latrando lui con gU occhi in giù raccolti; 

Quando un altro gridò: Che hai tu, Bocca? 
Non ti basta sonar con le mascelle, 
Se tu non latri ? qual diavol ti tocca ? 

Ornai, diss' io, non vo' che più favelle, 
Malvagio traditor ; eh' alla tua onta 
Io porterò di te vere novelle. 

Va' via, rispose; e ciò, che tu vuoi, conta: 
Ma non tacer, se tu di qua entr* eschi. 
Di quel eh' ebbe or cosi la lingua pronta. 

Ei piange qui V argento de' Francesdd : 



239 



05 



100 



105 



no 



113 



percossa sarebbe stata troppo forte. — 
Acche Bocca, come l'uno dei fratelli 
Alborti (t. 9fl;, noo ha coDosoiato che 
Daoto è tuttora Tiro. 

99w trm Valin aofe» tra l'altre cose da me 
notate qoaggita, e ch'io no giorno narrerò. 

95. Imgnmt cagion di lagnarmi, fignrat. 
noia, molestia. 

96. Poiché ftr fueito lamm, io questo 
basto Inogo, le tee parole Insioghiere 
sono naie spese, e riescooo inefOcaoi. ^ 
Qoel traditori non braman fama, ma di- 
mentìcansa. 

97. per te «««co^aa, cioè, pei capelli 
della fUeagnot eh' è la parte concara e 
deretana del capo. Si rammenti il lettore 
che qaei dannati ttaT^no colto faoHa volta 
ts ^4. (T. VI.) 

fOO. Nrtkè U mi ditchiomi, perqoan- 
toehi tn mi strappi la chioma. 

401. •è mo$tr$roltit ai le lo mostrerò, 
atiaado Terso te la faccia. 

109. So Bilie Tolte tu mi cada o pre- 



cipiti sol capo; Tale a dire, se mille 
Tolte tn Qsi Tiolenza contro il mio capo. 
•— Toeiare ral eader$, prtcipitart, Petrar- 
ca : • tomi gib neir amorosa soWa. » 

405. ta gi^ raceolti. Tòlti In gih, Tòlti 
in basso. 

107. «oaar con 1$ «iateA#(I«, fare stre- 
pito colle mascelle, battendole insieme 
pel freddo. 

Ì09. eht pia fat$H$y Che ta parli pih. 

414. Di colai ehe testé fn si pronto a 
manifestarti il nome mio. 

4i5. Costai, ehe noli' Inferno piange 
l'argento dei Francesi, é Booso da Onera 
cremonese, H qnale dai Ghibellini di 
Lombardia e dal re Manfk'edi posto con 
buone milizie nel distretto di Parma, af- 
fine di opporsi a Carlo d' Angiò, che scen- 
dcTa in Italia alla conquista del reame di 
Napoli, per denaro offertogli dal genera- 
le francese Guido di Honforte, lasciò li- 
bero il passo air esercito ìoTasore. Donde 
par Tenne la distruzione di Cremona, 



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240 BKXìL' INFERNO 

Io vidi, potrai dir, quel da Dnera 

Là dove i peccatori stanno freschi 
Se fossi dimandato altri chi v^era, 

Tu hai dallato quel di Beccheria, 

Di cni segò Fiorenza la gorgiera. i-o 

Gianni del Soldanier credo che sia 

Più là con Ganellone e Tebaldello, 

Ch*apri Faenza, qaando si dormia. 
Noi eravam partiti già da elio, 

Ch'io vidi duo ghiacciati in una buca, 125 

Si che r un capo ali* altro era cappello : 
E come 1 pan per fame si manduca, 

Gosi'l sopran gli denti all'altro pose, 

Là Ve 1 cervel s' aggiunge con la nuca. 
Non altrimenti Tidéo si rosé 130 

Le tempie a Menalippo per disdegno. 

Che quei faceva '1 teschio e V altre cOse. 
tu, che mostri per sì bestiai segno 

Odio sovra colui che tu ti mangi, 

Dimmi! perchè, diss'io, per tal convegno; i^^ 

Che se tu a ragion di lui ti piangi, 

Sappiendo chi voi siete e la sua pecca. 



117. «lamio frHcki, fUooo nel gliue- 
do. 

il8. altri. Per dispetto d'essere eUto 
noiDÌDato indica a Dante altri, che gli 
sono compagni nella pena. 

4i9. Don Tesaaro di Beccberia pavese, 
abate vallombrosano, e cardinal legato 
in Firence per papa Alessandro IV, di- 
cesi che tramasse di toglier lo stato a* 
Guelfi e darlo a' Ghibellini. Il perchè i 
Gnelfi, a furor di popolo, gli tagliaron 
la testa sulla piazxa di sant' Apolli- 
nare. 

i90. la gorgitra, figurai. ìa goìa. 

i3i. GioTanni Soldanieri, nobile fioren- 
tino, era di parte ghibellina. Le due parti 
Tenute in Firense insieme alle mani, il 
Soldanieri abbandonò i Ghibellini, e pas- 
sò ai Guelfi, che poi rimasero Tittoriosl. 
Ciò Uk nel i9G6. 

i93. OaMltoM 00110, il traditore del- 
l' esercito di Carlo Magno. Vedi la nota 
al ▼« i6 del canto precedente. — T0M- 
dtfllo de* Manfredi era cittadino di Faen- 
sa, la qoal città tenoTatl per il eonta 
Caldo da Montefoltro. Costai per tradi- 
mento ne aperse di notte una porla a 



m. GiOTanni de Apia francese, che da 
papa Martino IV era stato nominato eonte 
di Romagna. 

195. fiMiido ti dormia^ tale a dire, di 
notte. 

iSS. Ch* <o vidi, qnand' io vidi. >- ia 
«aa hua. Stanno quei doe sol confine 
della seconda alla tersa sfera, perchè 
r uno tradi la patria e 1* altro la patria 
prima e poi V amiciiia. 

196. lo modo che il capo dell* uno sta- 
va sopra il capo dell' altro, quasi fosse 
un cappello. 

i91. ti naniiua, dal Ialino «umdscar», 
si mangia. 

138. il «opra», 11 superiore, quegli che 
stafa di sopra. 

130. ndlO calidoQlo, e MtnaHppt teha- 
no, combattendo insieme aspramente sol- 
to le mura di Tebe, si feriron l'un l'al- 
tro mortalmente. Tideo sopraTTìTendo 
a Menalippo, focosi recare la toata di 
lui, e per gran rabbia la si mise a ro- 
dere. 

IStf. por tei eoftoo^ao, por tal eooTen- 
lione, a tal patto. 

136. tt piangi. Il laménti e duoli. 



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CANTO TUOISIMOTESZO. 241 

Nel mondo suso ancoic io te ne cangi, 
Se quella, con eh' io parlo, non si secca. 

Ì57. te $%a pteca, il suo peeeato con- tua cortatia del rispODdermi ; se quella 

tro di te. liogaa, colla qoale ora parlo, e colla quale 

138, ise. Anch' io sa nel mondo te ne mi propongo infamare il tuo nemico, non 

ricaiMbi, ricompensi ; cioè ricompensi la divenga secca e muta per la mia morte. 



CANl'O TBIGESIMOTERZO. 

Dil ooKto V^Uao, cKe trOTa neIl*Antenora, ode Dante il racconto della tragica sua 
Borte. Passa qalndi nella Tolomea, ore imbatteei in Alberigo de' JUnf^edi, che 
gii dà conto di sé, e gli narra come la divina giustizia faccia, por modo insolito, 
piombare nel fondo dell'Inferno il traditore, che appare tuttora vivo sulla terra. 

La bocca soUevò dal fiero pasto 
Quel peccator, forbendola a' capelli 
Del capo, ch'egli avea diretro guasto. 

Poi cominpiò: Tu vuoi eh' io rinnovelli 
Disperato dolor chel cuor mi preme, ^ 

Già pur pensando, pria eh' io ne favelli. 

Ma se le mie parole esser den seme, 
Che frutti infamia al traditor eh' io rodo, 
Parlare e lagrimar mi vedrà' insieme. 

Io non so chi tu sie, nò per che modo io 

Venuto se' quaggiù; ma fiorentino 
Mi sembri veramente quand' io t' odo. 

Tu dèi saper ch'io MI conte Ugolino, 

9. forkniùla, netUndola. nato d' una sua figlia, il qoalo sa n'era 

Z. J>f f «ape. Vedi eanto praeed. t. 496 fatto signore, e si pose in luogo di lui. 

e aeg. Ma l' arciTeseovo, o par invidia, o per 

e. Bià pur féiuanio, già solo poasan- odio di parte, o per vendicarsi dell* uc- 

Ioti, al solo pensarvi. eisione d' nii suo nipote da Ugolino eom- 

7. tfM, donno, debbono. messa, alzata la croce, con molto popolo 

9 flarfere • làgHmar mi ««dm* intiMie. ibribondo, e eoa T aiuto de' Gualandi, de' 

Ef aal ooaeetto nel eanto V, v.lS4. • Farò Sismondi e de* Lànf^ancbi, nobili famiglie 

cotDe eohii che piange e dice. > Ma si pisano, attaccò lo caso del conto, o feeo 

osservi come il l^oeta sappia adattar l'ar- prigioniero Ini intiem con dne suoi figli 

Boaia alla natura degli affetti o dello Ooddo e rg»eetoiifi e eon dne suoi nipoti, 

persone che rappresenta. Ugolino detto il l/^sis» «d A«t«<««eeio. 

i% fumd* io r odo parlare, come face- E facendo credere al popolo, che per 

iti poe* and. Vedi in fine del canto prò- denaro (il che non è ben eerto nella sto- . 

cedenlo. — Anohe Farinata nel eanto X, ria) avesse vendute a* Fiorentini e a'Luo- 

V. SS, lo eonosoo per fiorentino «Ito lo- ehesl alenne castella, lo feoe, sieoomo 

f««ls. traditore, insiem eoi figli e nipoti sm- 

f 9. Oi^lfne della Gherardesea» conto di nominali,rinehiudere nella torre dei Goa- 

Dottoratieo, nobile pisano e di pwte laudi, e dopo sette mesi feee gettar lo 

foelfa, di Concordia coir arcivescovo chiavi di essa torre nell'Arno, perchè 

tuffferl degli Ubaldini, oaeciò di Pisa non fosse loro recato alcun cibo, e eosl si 

Nino de* Visconti, giudice di Gallura, morissero, oom' infatti fflorirano, dì Duna* 



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242 dell' IliPEBNO 

E questi V arcivescovo Kuggieri . 
Or ti dirò perch'i son tal vicino. 

Che per l' efietto de' suoi ma' pensieri, 
Fidandomi di lai, io fossi preso 
E poscia morto, dir non è mestieri. 

Però quel che non puoi avere inteso. 
Cioè, come la morte mia fu cruda, 
Udirai; e saprai se m*ha offeso. 

Breve pertugio dentro dalla muda, 
La qual per me ha'l titol della fame, 
E'n che conviene ancor ch'altri si chiuda, 

M'avea mostrato per lo suo forame 
Più lune già; quand'io feci'l mal sonno. 
Che del futuro mi squarciò 1 velame. 

Questi pareva a me maestro e donno, 
Cacciando '1 lupo e i lupicini al monte, 
Per che i- Pisan veder Lucca non ponno. 

Con cagne magre, studiose e conte, 
Gualandi con Sìsmondi e con Lanfranchi 
S' avea messi dinanzi dalla fronte. 

Li picciol corso mi pareano stanchi 



20 



15. ptrch* i ion tal vicino, perchè gli 
fODO UD vicino cosi nomico. La ragiooo 
di questa vicinania è detta al t. 1 SS del 
canto precedente. — /, com* abbiamo no- 
tato altrove, vale pure gli, a Ivi. 

16. de'fuoi ma' ptmiBrif de' suoi mali, 
malvagi, pensieri; cioè, i pensieri del- 
r invidia e della vendetta. 

il. Pidaniomi di (»i. fidando incauto 
nelPamieisia di Ivi, sensa pensare com'io 
una volta l* avessi offeso. Vedi sopra al 
V. 13. 

18. dir no* è mttUtri, perchè lotto il 
mondo lo sa. 

i9. qntl ek$ «o* ptioi avere inteio, per- 
chè avvenuto nel segreto della mia car- 
cere. 

93. Brmffrtngio* od piccolo foro, una 
piccola finestra : denfre dèlta mnda, den- 
tro alla torre. Jr«da è propriamente qaelU 
osenra sUnsa, ove si metlono gli oecelli 
qaando sUnno per mndart, o miifare 1$ 
fMSM. Qui vai lerff per traslato. 

9S. La qvale, a cagione della mia tra- 
gica morte, ha acquistato il nome di torre 
dilla fam9. 

%k, eonviom eh* altri ti thinda, se con- 
tinnaoD In Pie» le civili discordie. 



95, 96. Dal suo fineslrnolo m' avea gii 
mostrato che la Luna crasi rinnovata più 
volte. Cioè a dire, erano trascorsi piti 
mesi dalla prigionia d' Ugolino, e ciò fa 
dair agosto al marxo 1988, secondo che 
narra il Villani. 

97. Che mi rivelò il fotaro. «- Qaetlo 
sogno è immaginato dal Poeta eon mol- 
t' arte, perchè per esso il conte Ugolioo 
apprende le sne sventure imminenti, e gli 
si dilegua ogni sperania. 

98-ao. Questi, oh* io rodo, pareva a ne 
che fosse euieslro « donno^ capo e signore 
di molta gente, e stesse in atto di cac- 
ciare no lupo e i suoi lupicini al monte 
san Giuliano, per cagion del quale i Pi- 
sani non possono veder Lucca, essendo 
esso frapposto tra le due città. 

31-35. Goslrnisci ed intendi: Qaes^ 
e' avea «eeei dinanzi dalla front*, spio- 
geodoli per primi alla detta caccia, i 
(iualandi, i Sismoadi e i Lanfranchi, io- 
steme co» coffoe mo^re, ef«Mlieee e ««•<«» 
fameliche, sollecite e nmmaestraU. - 
conU può anche significar cofnifi- - 
Nel lupo e lupicini è figurato il ceste 
co* suoi figli; nelle cagna la turba pi- 
sane. 



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CANTO TRIQESIMOTERZO. 

Lo padre e i figli ; e con V agate sane 
Mi parea lor veder fender li fianchi. 

Quando fui desto innanzi la dimane, 
Pianger senti' fra 1 sonno i miei figliuoli, 
Ch' erano meco, e dimandar del pane. 

Ben sei crudel, se tu già non ti duoli, 
Pensando ciò che 1 mio cor s' annunziava; 
E se non piangi, di che pianger suoli? 

Già eran desti; e V ora s' appressava 
Che 1 cibo ne soleva essere addotto, 
E per suo sogno ciascun dubitava; 

Ed io senti' chiovar V uscio di sotto 
All'orribile torre; ond'io guardai 
Nel viso a' miei figliuoi senza far motto. 

Io non piangeva; si dentro impietrai. 
Piangevan elli; ed Anselmuccio mio 
Disse: Tu guardi si, padre: che hai? 

Perciò non lacrimai, né rispos' io 
Tutto quel giorno, nò la notte appresso, 
Infin che V altro Sol nel mondo uscio. 

Gom' un poco di raggio si fii messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 
Per quattro visi lo mio aspetto stesso ; 

Ambo le mani per dolor mi morsi. 
E quei, pensando ch'iol fessi per voglia 
Di manicar, di subito levórsi, 

E disser: Padre, assai ci fia men doglia, 
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti 
Queste misere carni, e tu ne spoglia. 

Quetaimi allor, por non fargli più tristi: 
Quel dì e T altro stemmo tutti muti. 
Ahi dura terra, perchè non t' apristi ? 

Posciachò fummo al quarto di venuti, 



243 

35 



40 



50 



Gj 



CO 



65 



1$. U fdn $ i Hfli, cioè il lupo e i 
lapieini. — mh», sane, unne ; i denti pih 
Iiiiitfbi ed agnzii del eane, ehe ehiamaosi 
Je pr«f«. 

97. maoniii la Hmtmt, innanzi il mal- 
lino, inoansl V aarora. 1 BOfni aTTeooti 
io queir on eredevansr presagi del vero, 
loforno, eaalo XXVI, t. 1. 

U, edUelle» recalo. 

4ft. tAieu» dubitava, poiché ! flgliaoli 
STeaoo anch' eaai avvio un sogto timllo 
a quello del padre. Vedi lopra ▼. 88. 



46. Sd io ienH\ od ecco ehe io sentii, 
ehiùvar, chiodare, inchiodare, sprangare. 

49. Io non piangova, perchè l' eccesso 
dell* affanno mi serrò il cuore, ma sib- 
bene indurai, impietrii, fallo quasi sla- 
pido. 

51. 7f» guardi si, la guardi cosi fiso. 

87. re Olio atp9tto istotto, e per la na- 
turai somiglianza de* figli col padre, e 
per esser tutti similmente pallidi, maci- 
lenti e spauriti. 

60. Isvdril, si loTarooo, si aliaroDO. 



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244 dell' infxbno 

Oaddo mi si gettò disteso appiedi, 
Dicendo: Padre mio, chò non m'aiuti? 

Quivi mori. £? come tu me vedi, 
Yid'io li tre cascar ad uno ad uno 
Tra'l quinto dì el sesto: ond*io mi diedi 

Già cieco a brancolar sovra ciascuno, 
£ tre di gli chiamai, poich' e' fnr morti: 
Poscia, più che il dolor, potò il digiuno. 

69. Padre mio, perchè ti stai moto? 
perchè nell'ultima mia agonia non mi 
conforti di tue care parole? 

10, 71. E nel laogo, ove cadde, mori. 
E come ta redi me, cosi io ridi gli altri 
tre cadere ad ano ad ano ec. 

TO. 0tò dMO, poiché per la maneania 
doli* alimento erategli intorbidata la 
vista. — a brancolar f per conoscer s'erano 
tuttora viri. 

16. Finalmente il digiuno fu quello che, 
più del dolore, produsse la mia morte. 
Vuol dire che il dolore e il digiuno con- 
correrano a procurargli la morte, ma il 
lungo digiuno ne potè più del dolore. 
Non era talso il dolore ad ucciderlo, 
poiché un tanto orribile caso avealo fatto 
impietrire, ma ralse poi, come natural- 
mente Taler doTeva» il lungo digiune. 
Che con quella frase abbia il PoeU to- 
luto accennare che Ugolino addentasse 
e mangiasse le carni de' propri figli (come 
taluno ha Toloto credere) , è supposto 
cosi strano ed assurdo, che non merite- 
rebbe confutaxione. Pure dirò che tal cosa 
non è vera, né verisimile; non possibile, 
né probabile. I cronisti di queir età ci 
dicono che la prigione fu aperta dopo 
otto giorni, e che tutti e cinque quegli 
infelici furono trovati morti; né dioon 
punto che i cadaveri fossero mutili, o 
addentati. Manca dunque la storica ve- 
rità, e il Poeta non avrebbe ardito ac- 
cennare un fatto, che tutti sapevano non 
essere avvenuto. Non è verisimile, perchè 
il Poeta, quando pur per ipotesi avesse 
voluto finger cosi, non avrebbe assegnato 
al pasto ferino l' ottavo giorno, il giorno 
steuo della morte d' Ugolino, e il giorno 
in cui dalla torre ne fu tratto il cada- 
vere. >'on è possibile, poiché dalla scien- 
ta fisiologica e dai fatti apprendiamo 
che un uomo, specialmente di grave età, 
il quale per otto interi giorni non abbia 
preso alcun alimento, è del tutto impo- 
tente ad addentare e deglutirò lo car^; 



70 



oltredichè egli ha affatto perduto 11 sen- 
so dell'appetito e della fame, essendo 
questo r effetto solito dell* inedia, pro- 
lungata soli tre, non che otto, giorni. 
Non è probabile, poiché 1* intensione del 
Poeta, come apparisce da tutto il con- 
testo, si è quella d' eccitare lo sdegno o 
r avversione contro il vescovo e i Pisani, 
e più particolarmente di muovere la pietà 
e la compassione verso Ugolino, verso un 
si misero padre. Che sebbene il Poeta 
non dissimuli, esser corsa voce come Ugo- 
lino avesse tradito la patria, e mostri di 
credervi ponendo lui nell* Inferno fra I 
traditori, pure in tatta la narraaione non 
e' è una parola che non tenda ad ecci- 
tare a favore di lui la compassione. Ora, 
se il lettore dopo aver percorso tutta 
quella patetica e commovente narratione; 
dopo aver inteso come, spenti i figli, il 
genitore brancolando amoroso sopra 1 loro 
cadaveri, li aveva chiamati a nome per 
tre di ; e dopo essersi commosso fino allo 
lagrima all' aspetto d' una scena cosi de- 
solante; egli, il lettore, potesse mai in- 
tendere neir ultimo verso racchiuso il 
concetto che un padre cosi affettuoso, 
diventato a un tratto peggiore d'un bruto, 
addentaue i cadaveri de* propri figli, e 
ne facesse pasto esecrando, rivolgerebbe 
inorridito lo sguardo, e reprimerebbe in 
sé qualunque benevolo sentimento inverso 
Ugolino. Cosi la compassione si cambie- 
rebbe in orrore, e il Poeta avrebbe ot- 
tenuto un effetto del tutto contrario a 
quello che si aveva proposto. Ma se tale 
assurda interpretaiiooe è rifiutata dalla 
ragion logica, è rifiutata altresì dalla 
ragion filologica; poiché Dante dicendo 
petcie, più ek§ il deior, pett il iigiumò, e 
r effetto d' un digiuno, prolungato per 
otto giorni, non essendo te non la morte, 
i cootradiltori alla interpretaslone co- 
mune si trovao costretti a dare alla voce 
éitinno il significato di famt, e intendono 
come se Dante avesse detto foeeie, pi* 



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CANTO TSIGXSIMOTKBZO. 

Qoànd* ebbe detto ciò, con gli occhi torti 
Riprese 1 teschio misero condenti, 
Che furo all'osso, come d'un can, forti. 

Ahi Pisa, vituperio delle genti 
Del bel paese là doye il si suona; 
Poiché i vicini a te punir son lenti, 

Muovansi la Capraia e la Gorgona, 
£ faccian siepe ad Amo in su la foce, 
81 eh' egli annieghi in te ogni persona. 

Che sei conte Ugolino aveva voce 
D' aver tradita te delle castella, 
Non dovei tu i flgliuoi porre a tal croce. 

Innocenti iacea V età novella^ 
Novella Tebe!, Ugucoione el Brigata, 
E gli altri duo che 1 canto suso appella. 

Noi passanun' oltre, dove la gelata 
Ruvidamente un'altra gente fascia, 
Non volta in giù, ma tutta riversata. 

Lo pianto stesso 11 pianger non lascia; 
El duol, che truova'n su gli occhi rintoppo, 



245 



03 



00 



05 



tk» il dolor, foU U fam$. Ha ehi dà ad 
essi il diritto di fcambiare una toco per 
1' altra, e di attribuire al gran Foeta aa 
concetto, che non emerge dal Talor na* 
tarale delle tee parole? 

80. Nel eoo libro della Vita «Moea di- 
ttÌDffne Danto le diverse lingae dalla par- 
ticella affomatiTa, e ehtaDa ««anod* oill 
la franceee, Hn^iui d* oe la proreosale, e 
Omgua di ti r iUliana : dunque il M faoto 
le devo U ti fona sulle bocche degli abi- 
tanti, ò r/telte. Altri intendono to To- 
ee«n«, dove il ol suona pih dolcemente, 
a r idioBa è plh poro che nelle altre 
parti d'Italia. 

81. { oidal. cioè, i Lnceheti, I fioren- 
tini a i Sanasi, popoli confinanti colla 
repubblica di Pisa. 

93L te Capraia t la fforgoaa, tono due 
iiolette del mar toccano, ridne allafbce 
dell'Amo. 

89. tiopo, riparo, intoppo, tanto che 
l'Amo, ritorcendosi indietro contro Pisa, 
▼i sommergesse ogni persona. 

88. «nova «oe», aTcra fama.— Si ricordi 
dò eh' « detto al ▼. 13 in nota. 

88. a ial eroety a tal tormento, dal lat. 
ermeittft che tale tormtntart, 

8». lfov€lla Ttfto. Dà a Pisa il nome di 
onora TdM, peroeehè Tebe ebbe fama 



di città crudelissima per molU atroci 
fatti de' suoi cittadini. 

90. È ornai certo che questi quattro 
infelici non eran tatti figli d' Ugolino, 
ma lo erano soli due, e gli altri due eran 
nipoti. 11 Poeta peraltro li chiama tutti 
indistintameate figlinoli, perchè (come 
notò anche l' antico commentatore) nel- 
l'appellasiotte di figlinoli si comprendono 
Ismiliarmento anche i nipoti per lìnea 
mascolina. Si Tuole inoltre che non tatti 
fossero di età «oeolto, cioè gioTanile, e 
che nno particolarmente fosse in età vi- 
rile. Por nooostaato, la generala espres- 
sione del Poeta poterà essere aotorisxata 
dalla ragione della mafgior parto, cioè 
dalla gioranile età degli altri tre. I ni- 
poti Airone Anseimncdo e Nino detto il 
Brigata; i figli Gaddo e Ugaccione, e 
questi erano i snoi minori. 

SM-95. Uri patsamm' o<fr«, doè alla 
tersa sfera, detta Tolomea, doto te gtlata, 
il gelo, il ghiaccio, l«9ida«M«f# fattia, 
aspramento cinge, «a* «tira gonio, non 
eolia feccia rolta io già, come quelli 
della Gaina e dell' An tenera, ma rore- 
sdato supina, per maggior pena. 

94. piaagir no» loocia, non permetto 
di piangere. 

95, 96. B il dnolo» il doloroso umore, 

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246 dell' inferno 

Si volve in entro a far crescer T ambascia: 

Che le lagrime prime fanno groppo, 
E, sì come yisiere di cristallo, 
Riempion, sotto '1 ciglio, tatto il coppo. 

Ed avvegna che, si come d' un callo, 
Per la freddura ciascun sentimento 
Cessato avesse del mio viso stallo, 

Già mi parea sentire alquanto vento; 
Per ch'io: Maestro mio, questo chi muove? 
Non è quaggiuso ogni vapore spento ? 

Ond' egli a me : Avaccio sarai dove 
Di ciò ti £arà V occhio la risposta, 
Veggendo la cagion, che 1 fiato piove. 

Ed un de' tristi della fredda crosta 
Gridò a noi: anime crudeli 
Tanto, che data v'ò l'ultima posta. 

Levatemi dal viso i duri veli, 
Si ch'io sfoghi 1 dolor, chel cor m'impregna. 
Un poco, pria che '1 pianto si raggeli. 

Per ch'io a lui: So vuoi ch'io ti sowegna, 
Dimmi chi se'; e s'io non ti disbrigo. 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegna. 



100 



105 



110 



115 



eh« troTa sugli occhi qb intoppo, an ini' 
pedimento d' Altre Ugrime gelato, ritorna 
indietro a far crescerò il tormenlo al 
dannato. 

91. fanno troppo, fanno un grappo, un 
ioTiloppo: cioè, agghiacciandosi impe- 
disoono alle allre lagrime l' ascila. 

98. 9i9ltrn è la parto dell' elmo, che, 
essendo forala, lascia al gnerrioro lihero 
il vedere. — Quei ghiaceiaoU li assomi- 
glia a oitioro di eristefto. 

99. tutto il toppo, tutta la eaTìtà del- 
l' occhio. 

lOO-IOS. Gostntisct ed intendi : Ed ««- 
vogna eke ptr In frtddnnf e nonostonto 
che per eaosa dal gran freddo, eiatenn 
iontimonto ùvutt wuato «telto d$l mio 
9ltOf ogni sensihilità atesse cessato di 
ttore svi mio Tolto, si coms d'uà Mito, 
siccome avviene che ogni sensibili là cessa 
sopra una parto callosa; poro mi parea 
sentire «n po' di vento. 

ICS. n vento proviene da colonne 
d* aria, che per calore crosciato si ro- 
vescian solte altre. B in qnesto fatto, 
prodotto dall' astone de' raggi solari, gli 
antichi facevano entrare pih dirottamento 
i vapori, che si aliano dalla torra. Onde 



intondi : Non arrivando qnagglh l' aslono 
4e' raggi solari, non dovrebbe qni tacere 
qaalnnqne vento? — pioot, perchè viene 
dall' alto ; cioè, dalle ali di LnciCéro. In- 
ferno, canto XXXIV, v. 49-». 

106-106. Àoaocio, prestomento, bon to- 
sto, sarai «loos, tu sarai, tu giangerai ad un 
luogo, dove ti farà la risposta il tuo stosso 
occhio, vedendo la cagione ek« 'I fiato 
piovi, che produce e manda questo vento. 

410, 111. anime, che su nel mondo 
fosto tanto crudeli, che vi è assegnata 
neir Inferno l' ultima starna. ^ Noppur 
questo dannato ha conoaeiuto che Danto 
è vivo. 

419. dal oifo, dagli ocehl.^l dnH voli, 
i ghiaeciuoli. 

il8. fli'i«pr«^iia, figurai, mi empie, mi 
gonlia. 

114. %n poco va riferito a«. tfotki del 
verso avanti. 

116, 111. $ 9* io non ti ditiriao^o se io 
non ti traggo l' impaccio de' ghiaeciuoli, 
ch'io possa andare al fondo di questa 
ghi»cciaia.-~Con tale imprecaiione Dan- 
to gabba il dannato, fkcendogli credere 
d' aver In orrore d' andar là, ove egli 
andava per sua eledone. 



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CANTO TBiassncoTBEzo. 247 

Sispose adunque: Io son frate Alberigo; 

Io son qnel dalle fratta del mal orto, 

Che qui riprendo dattero per figo. 120 

Oh, dissi Ini, or se^ tu ancor morto ? 

Ed egli a me : Come il mìo corpo stea 

Nel mondo su, nulla scienzia porto. 
Cotal vantaggio ha questa Tolomea, 

Che spesse volte V anima ci cade 125 

Innanzi ch^Atropòs mossa le dea. 
E perchè tu più yolentier mi rade 

L'invetriate lagrime dal volto, 

Sappi che tosto che Y anima trade, 
Come feo' io, lo corpo suo l' è tolto 120 

Da un dimonio, che poscia il governa, 

Mentre che 1 tempo suo tutto sia vòlto. 
Ella mina in si £ait& cisterna : 

E forse pare ancor lo corpo suso 

Dell* ombra, che di qua dietro mi verna. 13^ 

Tal dèi saper, se tu vien pur mo giuso. 

E^H è ser Branca d*Oria; e son più anni 

Poscia passati eh* ei fu si racchiuso. 
Io credo, dissi lui, che tu m* inganni; 

Che Branca d*Oria non mori unquanche, i^^ 

418. i<i«ri0« d«* Manfredi, signori di 496. Iunau*i oht Àtropot, la Inarca, l» 

Facflxa, era frate gaudente. Essendo in dia la motia, cioè la spinga fiiori del 

diseordia con Manfredo e eoi figlio di Ini corpo. 

Albergbetio,eTolendo lerarli dal mondo, 191. mi rode, mi rada, mi tolga. 

floM di Tolerti eoo loro rieoneiliare, e i99. trad$, tradisce, commette il tradì* 

li convitò magnificamente. Al recarsi delle mento. 

fratta, saeoodo eh* egli aveva ordinato, 439. Finché sia trascorso tatto il tempo 
Btcirono alcQoi ticarii che li uccisero prescritto al viver suo. 
ambedae. Ciò avvenne nel 4989. 154, 435. £ forse su nel mondo appa- 
llo. tUfr$%4«r datttro ptr fico, ò modo risce tattora, e si vede, il corpo di qnel- 
proverbiale, che significa, riaver con usa- V altr' anima, che sta soffrendo i rigori 
ra, eoa loprabboodania, il male che si è del gelo di qua dietro a me. 
fitto. FI|o per jleo in oso presso gli antichi. 436. $$ ta «t«n pwr «0 ^mo, se ta vieni 

191. er s/ 1« ee., or se* anche ta morto, quaggiii par ora, in questo momento, 

comò qvesti altri? 431. Branca d* Oria, genovese, nel 49r75 

199, 4913. Come il mio corpo stia sa nel accise a tradimento Michele Zanche suo 

■ondo, «Hilto Bcfcaaia forio, io Pignoro suocero, per torgli il giudicato di Logo* 

affatto. — Con queste parole vuol fare doro in Sardegna; ma poco nissun 

iatoodero, che costui era vivo corporal- frutto trasse dal suo misfatto, poiehò dì 

mento sa in terra, ma che 1* anima si tre* quello stato parte ne occupò Pisa, parte 

▼ava gth air Inferno. Cosi piacque al Genova.DiJrtcA«(«2àiieJkevedieantoXXII, 

Poeta di fingere, per collocare in que- ▼. 88. 

st' aitino cerchio alcnni pochi sceilerali, 438. eh' ci fa ti rtcckiuto, che 1* anima 

cho nel 4800 eran tuttora viventi. ina fu racchiusa in questo ghiaccio. 

MA. Mai fontaftfo, sifl^tU dittinsio- i40. «0» «ori maquanckc^ non mori per 

ne: forte ditto con ironia. anche. 

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248 DELIi^INFKANO 

E mangia e bee e dorme e yeste panui. 
Nel fosso su, dìss* eì, di Malebranche^ 

Là doye bolle la tenace pece, 

Non era giunto ancora Michel Zanche, 
Che quegli lasciò un diavol in sua vece 1^5 

Nel corpo suo, e d*un suo prossimano, 

Chel tradimento insieme con lui fece. 
Ma distendi oramai in qua la mano; 

Aprimi gli occhi Ed io non glieli apersi; 

E cortesia fu lui esser villano. IM 

Ahi Genovesi, uomini diversi 

D'ogni costume, e pien d*ogni magagna, 

Perchò non siete voi del mondo spersi V 
Che col peggiore spirto di Romagna 

Trovai un tcrl di voi, che per sua opra ^^ 

In anima in Cocito già si bagna, 
Ed in corpo par vivo ancor di sopra. 

i45. Ch9 quegli, cioè Branca d'Oria. ogni costume, e pieni d*ogiii torpitadine. 

i46. Questo prottimmo, o congiunto, iSS. »pmrH, dispersi, stermiDati. 

che fece il tradimento insieme con Brao- i04. coi peggiore ipirlo ài MommgM, 

ca d' Oria, di cesi che fosse un suo ni- cioò con frate Alberigo faentino, 

potè. 1S8-I87. «a tal di voi, un tal ▼ostro 

ISO. E Tessere stato fillano o scor- concittadino, cioè Branca d'Oria, cJk«p«f 

tese inverso di lui, fu cortesia; poiché eua op«ra, il quale per la sua operaie- 

UDO scellerato di quella fatta non meri- fame, per il suo parricidio, in anima f\i 

tava gentilezze. ^ì bagna nel ghiaccio dell* Inferno, ed io 

iSl, 153. Ahi tienovesi, uomini strani in corpo pare ancora Tiro so nel mondo. 



CANl'O TRIGESIMOQUARTO. 

Stanno nella Gludocca, tutti ricoperti dal ffhlaocio, qne* che tradirono i loro benefat- 
tori. Lucifero sta fitto nel eentro, uscendo fuori del lago gelato da meno *l petto is 
■u; e il Poeta ne deeorlre la moetrmosa ed orrtUl irara. Virgilio, al collo del quia 
ei arringhia Dante, a' appiglia àUe Tellnte ooete di Lucifero, o paaea U oeaire ter- 
nutre : donde i due Poeti tenendo dietro al mormorio d* nn nweella, aalgone sU* 
auporAcle dell'altro emisfero. 

VexiUa regia prodeunt Inferni 
Verso di noi: però dinanzi mira, 
Disse 1 Maestro mio, se tul discerni. 

1. 1 TOMilU del re dell' Inferno com- per far rie piii risaltare l' afrilimeBls 

pariscoBO, cominciano a comparire. — di Lucifero, che commisa il svperbo al* 

Lo prime tre parole sono il principio tentato di volersi ugoagliaro a Die. - ( 

d'un inno, col quale la santa Chiesa vessilli di Luoifero sono le sae grandi ale* 
esalU il trionfai Tessillo della croce, e S. se f w 'i discerai, oioè» sa ta disceni 

il Poeta la adoQ/'a, forse ironicamento, Lucifero. 



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CANTO TBIOESIMOQUAIITO. 249 

Come quando tma grossa nebbia spira, 
quando remisperio nostro annotta, 5 

Par da lungi un mulìn, che il vento gira; 

Veder mi parve un tal dificìo allotta: 
Poi, per lo vento, mi ristrìnsi retro 
Al Duca mio; che non v' era altra grotta. 

Già era (e con paura il metto in metro) io 

Là, dove l'ombre tutte eran coverte, 
E trasparean come festuca in vetro. 

Altre stanno a giacere, altre stanno erte. 
Quella col capo, e quella con le piante; 
Altra, com'arco, il volto a' piedi inverte. '5 

Quando noi fummo fatti tanto avante, 
Ch' al mio Maestro piacque di mostrarmi 
La creatura eh' ebbe il bel sembiante. 

Dinanzi mi si tolse, e fé ristarmi; 
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco, 20 

Ove convien che di fortezza t' armi. 

Gom'io divenni allor gelato e fioco. 
Noi domandar, lettor; eh' io non lo scrivo, 
Però ch'ogni parlar sarebbe poco. 

Io non mori', e non rimasi vivo : ^^ 

Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno, 
Qual io divenni, d' uno e d' altro privo. 

L'imperador del doloroso regno 
Da mezzo '1 petto uscia fuor della ghiaccia: 
E più con un gigante io mi convegno, ^^ 

4. f««iiio una 9rotM ««Mia f pira, qnan- 15. iuvtrtt, rivolge* ripiega, 

do Mffia, qaando t* alsa, on Tento Deb- i8. La ereatera ec. Lacifero, che pri- 

bioso. ma della saa ribellione era bellisùmo. 

6. Qual sode da lungi apparire nn mu- i9. Virgilio, dietro a eoi io mi sUva 
lino a vento. per riparami dal Tento, mi ti tolte di- 

7. Un tale edilhio mi parve allora di nanii, e feee fermarmi. 

Tederò. — dijlefo alarono tpesio gli an- 90. I>l<e» nome mitologieo del re del- 

urbi per erdigse, maeekina, V Inferno. 

9. eoa e*#r« elfra grotta, non T*era SN. 4i fwUaita l'areil, poiché qoit'ó 

altro loego da ripararmi. Qrotta antica- necessità Tincere l' oltima e la più dif- 

meute TsleTa anche argifu, Hparo. fieile prova. 

fi. V vaAn Ì%tt9, eoo tutto il corpo. SS. Indica quella qoasi sospensione 

— Pift graTO il delitto, pfb grsTe la pena, d' eslstensa, che aTviene per una forte 

fa. E trasparlTano, eome trasparisce sabita paura, 

nel eorpd del vetro ne ftisoello, che Ti 96. «' h^ far d' iogegiie, se hai pan io 

sia raeehhiso. — Costoro, che resuno d* ingegno. Vedi Inferno, canto XXV, 

idiU eoperfi dal gbiaeeio, sono qoei che v. 144. 

tradirono i loro beneikttori. 9T. d'iMO « decifro prie», priTo di morte 

14. Qoella col capo ali* insb, e quella di viu. 

air tnsb coi piedi. 80, 51. E pib mi aggnaglio io con un 



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250 DELL^ INFBBNO 

Che i giganti non fan con le sne bracciia. 

Vedi oggimai qoant' esser dee quel tutto, 

Oh' a cosi fatta parte si confaccia. 
S* ei fìi si bel com* egli è ora brutto, 

E contrari suo Fattore alzò le ciglia, 3^ 

Ben dee da lui procedere ogni lutto. 
Oh quanto parve a me gran meraviglia. 

Quando vidi tre facce alla sua testa! 

L* una dinanzi, e quella era vermiglia : 
Dell'altre due, che s* aggiungeano a questa ^o 

Sovresso il mezzo di ciascuna spalla, 

E si giungeano al sommo della cresta, 
La destra mi parca tra bianca e gialla ; 

La sinistra a vedere era tal, quali 

Yengon di lÀ, ove '1 Nilo s^ avvalla. ^3 

Sotto ciascuna uscivan duo grand^ ali. 

Quanto si conveniva a tant' uccello : 

Vele di mar non vidMo mai cotali. 
Non avean penne, ma di vipistrello 

Era lor modo ; e quelle svolazzava, ^ 

Si che tre venti si movean da elio. 
Quindi Oocito tutto s'aggelava: 

Oon sei occhi piangeva, e per tre monti 

Gocciava! pianto e sanguinosa bava. 
Da ogni bocca dirompea co* denti ^ 

Un peccatore, a guisa di maciulla; 

Si che tre ne fstcea cosi dolenti. 
A quel dinanzi il mordere era nulla 

Verso 1 graffiar, che tal volta la schiena 

gigaoto, di qaeUo che s' agguaglino i dalle quali le aoime piovono senia eeasa 

giganti eolie braeeia di Lucifero. laggiù nel baio regno, ond* egli è signore. 

89, «Mi lutto, tutta la iteiura^od alletta. Vermigli di tolto son gli Europei, tra 

86. 8* ei tn Unto ingrato a ehi Io creò bianchi e gialli gli Asiatici, e neri gli 

' coti bello eome ora è brutto, ben è ra> Affrleani. 

gione che da lui proceda ogni sale. SO. «eolaecaea, cioè agitata, dibattOTa. 

41. Sovrttto'l tM3£ù, sopra il mosso 8I. tn wnti. Forte son simbolo dei tre 

appunto. Tisi generatori d' ogni male, cioè, Soper- 

43. E si congiongOTano, si uniTano in- bia, Invidia e Avaritia. 

sieme al sommo del capo. 03. (^^adi, per cagione de* quali venti. 

44, 48. La sinistra era tale a vedere, 86. fMciulla, è quell' ordigno di due 
quali sono gli uomini, che vengono di là petti di legno, congegnati quasi a foggia 
ove il Nilo ei avvalla, discende a valle; di mascella, col quale si dirompe il lino 
cioè, quali sono gli uomini che vengono e la canapa. 

dall' Etiopia, vale a dire, di color nero. 88, 89. A quel peccatore, che gli stava 

— Le tre facce di diverso colore, dal nella bocca dinanti, i morsi eraa quasi 

Poeta attribuite a Lucifero, signiUcano un nulla a confronto dei grafO, che gli 

te tre parti, allora cognite, della terra, facoa cogli artigli. 



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CAKTO TRIOKSmOQUABTO. 

Bimanea della pelle taiia brulla. 
Qnell* anima lassù, e' ha maggior pena, 

Disse 1 Maestro, è Giuda Scariotto, 

Chel capo ha dentro, e fdor le gambe mena. 
Degli altri duo, e' hanno! capo di sotto, 

Quei che pende dal nero cefifo, è Bruto; 

Vedi come si storce, e non fa motto : 
E V altro ò Cassio, che par si membruto. 

Ma la notte risurge ; ed oramai 

È da partir, che tutto avem veduto. 
Gom^a lui piacque, il collo gli arvinghiai: 

Ed ei prese di tempo e luogo poste: 

E quando Pale furo aperte assai, 
Appigliò so alle vellute coste : 

Di vello in vello giù discese poscia 

Tra 1 folto pelo e le gelate croste. 



251 

60 



65 



70 



75 



60. Mia krulla, toite inidt, tatU ipo< 
gUalA. 

&. Uttà. Taot' alto è Lacifero, qaiD- 
taoque elea dal ghiacelo solo cod meno 
il petto, ebe Virgilio, additandone a 
Danto la bocca, dice lattit, 

€9. Giwàa Beariotto, che tradì Gesù 
Cristo, ^00 benefattore e maestro. Br»fe 
GwHe, ebe stanno nelle altre dae boc- 
cbe, necisero a tradimento Ginllo Cesare, 
loro benefattore e principe. - Era eon- 
TcnienU (dice il Landino) ebe, come 
Laeifero tormentata tìioda, traditore dello 
Imperatore dirlno, cosi ancora ponisse 
cbiaTOTa tradito lo Imperatore e Monarca 
umano. Percbè di cornane consenso del 
nome cristiano è isti tu ito, ebe il romano 
Imperatore sia cosi capo dell' ammini- 
slrailone temporale di tntta la cristiana 
rvpabbllca, come il Papa deirammini- 
siraifoiie spirituale. •— E Dante stes- 
te nel tao libro Mia Momatckia dice: 
• Cono r nomo, solo fra tutti gli enti, 
partecipa della corrottibiliti e incorrat- 
fiMlità, coti solo fra tatti gli enti a due 
nltìmi fini è ordinato, del qaali Tano 

è...... la beatitadine di questa vita, 

]' altro la beatitudine della rita etema 

Onde, secondo i dae fini, e' fu bisogno 
air nomo di dna diresioni, cioè del sommo 
pontefice, il qoale secondo le rirelasloni 
diristasse l'umana generasione alla feli- 
cità tpfrìtoale, e dello Imperatore, il qoale 
seeoado gif ammaettramenti fliotoflci alla 
temporale feliciU dirixzasse gli uomini. • 



— Alla felicità degli nomini è dunque 
necessaria la religion cristiana e la mo- 
narcbia imperiale: però nelle tre bocche 
di Lucifero stanno Giuda, Bruto e Cassio, 
perchè il primo tradì il dirino fondatore 
del cristianesimo, e gli altri due uccisero 
il fondatore della imperiai monarchia. 

64. é*l capo di Mito, fuor della bocca 
tpenzolone. 

01. fi m§mhruÌOf cioè molto complesso 
selle membra. N$e L. Cattit adipnn per- 
Hmtteeadvmf scrìsse Cicerone nella terza 
Catilinaria ; ma Dante equivocò attribuen- 
do quella fisica qualità di Lucio Cassio 
a Caio Cassio. 

68. Jfa ta noit$ riturg$. É questa 1^ 
notte del sabato. Nel percorrer T Inferno 
hanno dunque i Poeti impiegato S4 oro. 
Vedi la nota ultima al Paradiso. 

li. pot(«, cioè, il punto farorerote, 
r opportunità. 

73. £ quando 1* ale di Lucifero furono 
assai aperte, sicché non ci potessero dare 
impaccio. — Essendo lento il moto delle 
ali, ben poterà Virgilio discender prima 
ebe elle si richiudessero. 

75. v0lM$ coj<«, costole pelose. 

73. Tra il folto peto di Lucifero, $ ti 
golato cTOitt del lago ghiacciato. ~ Il 
ghiaccio, or' era fitto Lucifero, non era 
ovunque adeso alla sua persona; onde 
Virgilio, discendendo gih per le coste del 
demonio, potè traforare il lago, passando 
per la fessura, che i bordi alquanto di- 
ttaecali lasciavano aperta. 



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252 dell' INFXBKO 

Quando noi ftumno là, dove la coscia 

Si volge appunto in sai grosso dell* anche, 

Lo Daca con fatica e con angoscia 
Volse la testa ov'egli avea le zanche; 

Ed aggrappossi al pel, come uom che sale, oo 

Si che in Inferno io credea tornar anche. 
Attìenti ben: che per cotali scale, 

Disse 1 Maestro ansando com* nom lasso, 

Conviensi dipartir da tanto nude. 
Poi usci fuor per lo foro d* un sasso, ^ 

£ pose me in su Torlo a sedere. 

Appresso porse a me l'accorto passo. 
Io levai gli occhi, e credetti vedere 

Lucifero com' io V avea lasciato ; 

E vidigli le gambe in su tenere. oo 

E 3* io divenni allora travagliato, 

7 A gente grossa il pensi, che non vedo 

Qual è quel punto eh' io avea passato. 
Levati su, disse 1 Maestro, in piede: 

La via è lunga, e 1 cammino è malvagio ; % 

87. L* interpreUzioDe di qaMto ▼ano 
è molto contrasUU. Poiché Fui, «topo, 
p«rò, cppr«ffo, tro?anti ipatio adoporati 
Aàglì antichi per poicM, dopoché, poroechè, 
apfrotioekè ; 9 V apprtMO qui può Talora 
appuDto apprMtociU, intaudi: Poi osci 
fuori per lo foro d' uo lasao, a pota ma 
a tederà in luir orlo del sasso madasimo, 
posciachè mi porse, posciacbè mi avea 
porto il modo di asaguira quali' accorto 
a sagace passaggio, cioè, di uscir dal- 
l' Inferno. Può anco intendersi : Appresso 
mostrò, fece coooscara a ma il passaggio 
che aecortamenta aTevamo fatto. 

88. crodotti vodoro, perchè, coma sopra 
è detto, avea creduto (eraorf to Inforno. 

90. Etsasdo Lucifero fitto nel centro 
dalla terra, la metà del suo smisurato 
corpo (la tasta a il patto) sta aretta verso 
il nostro emisfero, e l' altra metà (le 
coscia a le gambo) Tarso l' emisfero op> 
posto. Ood* è cha per guardarlo dica 
£«vai gli occhi. 

91. Traoagliato, disturbato. 
9SL Lo pensi la gente ^rotea, Idiota, 

che, ignara delle leggi JUicba, «OH vale, 
non conosco, qual 6 quel punto w» 

95. La 9ia k tonfa, perchè doTono 
trascorrerà tutto il samidiamatro dalla 
terra. 



76, 77. Costruisci: quando noi fummo 
in sul grosso dell' anche, cioè de'fiaochi, 
là dove appunto si Tolge a sporge la 
coscia. 

78, 79. Dica che Virgilio volse la tasta 
ov' egli avea U «aacàe, le gambe, cioè 
a dira si capovolse, con fatica $ con «a- 
goteia; poiché il punto in cui si rivoltò, 
essendo il centro della terra, si riteneva, 
secondo la fisica di qoe* tempi, che la 
forza attrattiva e xentripeta fosse li nel 
suo massimo grado ; Io che opponeva una 
rosislensa al rivoltarsi. 

80. come nom che taU. Passato il cen- 
tro dalla terra, e capovoltatosi, Virgilio, 
per incamminarsi all' emisfero opposto, 
dovea salire a non discendere; ma Dante, 
r uomo allegorico, supponendo che per 
giungere all' altro emisfero si dovesse 
sempre discendere, veggendo il suo Duca 
salire, e non pib pensando all'essersi 
egli rivoltato, credea tornar nnovamonto 
in Infimo. 

83. AitUna hon al mio collo. 

84. da tanto malo, da un luogo di tanti 
mali, qual è 1* Inforno. 

85. Dico che usci per lo foro d* un 
sasso, poiché suppone il fondo del lago 
ghiacciato esser petroso, ma avara in sé 
aicuu furo. 



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OANTO TBI6B8UC0QUABT0. 

E già il Sole a mezza terza riede, 

lioxi era camminata di palagio, 
Là Veravam; ma naturai burella, 
Ch'ayea mal suolo, e di lume disagio. 

Prima ch4o dell'abisso mi divella, 
Maestro mio, disagio quando fui dritto, 
A trarmi d* erro un poco mi favella. 

Ov*ò la ghiaccia? e questi com'è fitto 
Si sottosopra? e come in si poc'ora 
Da sera a mane ha £fttto il Sol tragitto? 

Ed egli a me: Tu immagini ancora 
D'esser di là dal centro, ov'io m'apprer.ì 
Al pel del vermo reo chel mondo fora. 

Di là fosti cotanto, quant'io scesi: 
Quando mi volsi, tu passasti il punto. 
Al qual si traggon d'ogni parte i pesi: 

E se' or sotto V emisperio giunto, 
Gh'ò opposito a quel, che la gran secca 
Coverchia, e sotto 1 cui colmo consunto 

Fa l'Uom òhe nacque e visse sanza pecca. 
Tu hai li piedi in su piociola spera. 



£53 



100 



103 



110 



115 



Ml DÌTÌd«TUÌ il giorno in qoatlro parti 
«guati : lem, sosta, nona e Tospro. IH- 
eeado dnnqno elie il Sole volge a mena 
tana, tvoI dire eb' era quasi un' ora e 
■esso di giorno. Da altri dieesi ebe il 
giorno diTiderati in sole tre parti, Tersa, 
Sesta • Nona, non essendo il Vespero 
ebe la seconda metà di Nona. Sarebbero 
altora dn« ore di Sole. 

97. Ifon era una sala, o una galleria 
di palagio. CisflMiiMra, dal basso Ut. 
CmmhmU, era la sala della casa, cosi 
detta perebè ordinariamente ri staTt il 



9S. J«r«<te, si disse in antico nn*oscQra 
catorna, deritando la toco da hnro per 
kmi9, come puro per pai: Vi ba tuttora 
in firense la «fa d#lla htrtìla^ ove in 
sorragli eaVemosl tenoTansi le fiere, cbo 
sorriTano pel prouimo anfiteatro. 

9». Cbe aTea cattivo e scabroso svolo, 
e scarsessa di Inmo. 

400. iair aHfffe mi iiwlia, mi STClla, 
o dlataccbi da questo fondo. 

101. ««asde f^i drillo, quando mi fai 
aitato in piede. 

lOi. i trarmi rtrr^, per togliermi 
d' oRore, di dobbio. 

104, 108. E come in si poco tempo, cioè, 



in un* ora e mezzo fo, com' altri dico, 
dne ore) ebe noi abbiamo traversato que- 
sto foro, di sera si ò fatto mattina, sic- 
come tu mi bai poc' ansi significato t Ciò 
avveniva, perebè passando il centro ter- 
restre, e venendo nell' emisfero opposto, 
se il Sole di là tramontava, di qna sor- 
geva. 

407. «l'ap^ftH, m'appigliai, m'attaccai. 

406. Al pelo di Lucifero, cbe come no 
reo verme lungo lungo trafora e traversa 
il centro della terra. ~ Ytrmo. Ancbe fra 
Guittooe cbiama il diavolo ftro ««me. In* 
femo, canto VI, v. 9S. 

109. cotoato, sottintendi iMipo. 

111. Al qual punto tendono da ogni 
parte tatti i corpi pesanti ; essendo quello 
il centro della gravitazione. 

149-4IS. Ed ora sei giunto sotto l'emi- 
sfero eeleste, cb* è opposto a quello no* 
atro, il quale a guisa di coperebio sta 
•sopra alla gran itera, cioè alla terra 
(obiamata arida nella Scrittura) , e sotto 
il pìb alto ponto del quale (nostro emi- 
sfero) f« coMnalo, ucciso, f wmo Dio, 
cioè Gesù Cristo, ek$ aa«9«« « vi$t$ $tnza 
jMcco, peccato. — Imagina Dante cbe (;e- 
rusalemme sia posta nel messo dell' emi- 
sfero boreale. 



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254 DELL*INFSBNO. 

Che r altra faccia fa della Giudeoca. 

Qui è da man, quando di là è sera: 
E questi, che ne fé scala col pelo, 
Fitt^ è ancora, si come prim* era. 

Da questa parte cadde giù dal cielo; 
E la terra, che pria di qua si sporse, 
Per paura di lui fé del mar velo, 

E venne all' emisperio nostro: e forse 
Per fuggir lui, lasciò qui il luogo yoto 
Quella eh' appar di qua, e su ricorse. 

Luogo è laggiù da Belzebù rimoto 
Tanto, quanto la tomba si distende, 
Che non per vista, ma per suono ò noto 

D'un ruscelletto, che quivi discende 
Per la buca d' un sasso, oh' egli ha roso 
Gol corso ch'egli avvolge; e poco pende. 

Lo Duca ed io per quel cammino ascoso 
Entrammo, per tornar nel chiaro mondo; 
E senza cura aver d'alcun riposo 

Salimmo su, ai primo ed io secondo, 
Tanto ch'io vidi delle cose belle. 
Che porta '1 ciel, per un pertugio tondo: 

E quindi uscimmo a riveder le stelle. 



120 



125 



130 



185 



Ii7. Gho forma il lato opposto doUa 
sfera infernale detta la Giadecca. Vedasi 
aTanti al t. Sfi. 

ii8. da Maa, da mattina. 

129, 195. E la terra che dapprima ora 
di qua, sporgente fuori dell'acqua, si 
fece velo del mare, si nascose nel mare, 
per ispaTento ed orrore di Lucifero, che, 
cadendo dal cielo» reniTa a precipitare 
sopra di lei. 

194-196. E forse, per ischÌTar esso Lu- 
cifero, lasciò qui il luogo Tooto a guisa 
di eaverna, quella terra, che ricorse in 
su a formare il monte del Purgatorio, e 
che appare e si vede di qua. 
« iSn-iVà. ATendo Virgilio terminato il 
suo discorso, comincia qui Dante a par- 
lare al leUore, e dice: Uggih, passato 
il eentro della terra, tÌ è un luogo ca- . 
Tcrnoso, disgiunto da Lucifero, e tanto 



esteso quanto si estende la caTena in- 
fernale; il qnal luogo, essendo oscuro, 
non si fa noto altrui per roesao della 
tista, ma solo per messo del mormorio 
d' un ruscello, che colà discendo per la 
buca d' un sasso, eh' egli ha roso ool suo 
perenne corso, il qual corso egli mona 
tortuoso e un poco pendente. 

iV6. p$r qf$$l cammino cMOie, costeg- 
giando il serpeggiante ruscello» por le 
che la salita ci si rendeva agevole, en- 
trammo ec. 

1S7-129. Tanto che per un portagio 
tondo, posto alla sommità della eaveraa, 
vidi alcune delle belle cose, che il elelo 
nel suo corso porta seco, e di là per il 
pertugio medesimo uscimmo a rivedere le 
stelle. -* CoM *•!<«, Inforno, canto I, v. 40. 
« Mosse da prima quelle cose belle. • 
Inforno, canto XVI, v. 85, U Mit •MI*. 



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Y^OSPETTO DEL PVRGATORjo 



Drv. ConiDi Ei- ' 

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DELLA 

DIVINA COMMEDIA 

CANTICA SECONDA 

IL PURGATOBIO. 



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I 

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DEL PUEGATOBIO. 



CANTO PRIMO. 

Uieìto Daate dal!» ■ottemaM c»T6XBft, Mnte rioreani dalTaar puro e dalla Titta di 
Mgf-ìiAarìm» itella. Catone utleeiue, che sta a ipiardia dell* isola, si Ik inoontro ai 
dne Poeti, e domanda ragione del lor eammiao; ed intesala, gristnUsee di ciò ebs 
far debbano, prima di mettersi su pel monte. 

Per correr miglior acqua alza le vele 

Ornai la navicella del mìo ingegno, 

Che lascia dietro a sé mar si crudele: 
E canterò di qnel secondo regno, 

Ove Fumano spirito si purga, S 

E di salire al cìel diventa degno. 
Ma qui la morta poesia risurga, 

sante Muse, poi che vostro sono; 

E qui Galliopea alquanto surga, 
Seguitando il mio canto con quel suono, io 

Di cui le Piche misere sentirò 

Lo colpo tal, che disperar perdono. 
Dolce color d* orientai zaffiro, 

f-3. Come per «uir erudeff dee inteo* vostra, son dedito a Toi, sieeoine tutto 
dirti 1* Inferno, coti per miglior acqua cootaerato alla poeiia. 
dee intenderti il Purgatorio; non perchè 9. Calliopta o CàlltojM è quella dello 
qaetto presenti materia meno difBeile a doto Hate, che presiede allo stile eroico 
trattarsi, ma perchè sia un sabietlo meno -~ Alquanto iurga, alquanto sollevi e nò- 
terribile e spaventoso dell* altro. bilìti II mio stile; e dice alquanto, perchè 

6. Il Porgatorio è nel senso proprio, il grado massimo della soblimità si ri- 
eoma ognun sa, il luogo, ove le anime serba ad invocarlo pel Paradiso, 
porgano le reliquie de* lor peccati, finché lO-iS. Accompagnando (la detta Cai- 
direntin degne di salire al cielo. Nel Uopo) il mio canto con quel suono soave, 
«eoso allagori co significa la via, dapprima onde lo misero Piche restarono si fatta- 
raticosa, poscia pih agevole, ed in fine niente colpite, che disperarono il perdono 
dilettosa, che l'uomo deve percorrere per della loro prosuniione. — Picho furon 
fiovgora alla pace ed alla felicità; cioè, dette nove sorelle, figlie di Pierio pelleo, 
mortificando le prave incUnaiioni, cor- le quali ebbero ardire di provocar le Muse 
reggendosi degli errori, e convertendosi a cantar seco; ma vinte, furono, in pena 
dal Visio alla virlh. della loro prosuniione, cangiate in piche, 

7. Ma la morta po««Ìa, la lugubre poe- o gasse. 

sia, elio cantò de' morti alla graxia, qui 18-16. Un dolce colore axsorro, qua! 
riseria, qui ritorni lieta, e canti de' vivi, d'un xafliro orientale, che si conteneva 

8. foUM votlro tono, poiché son cosa noli* aspetto sereno, cioè sgombro di va- 

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SSDO DEL PUBOATOSIO 

Cho B* accoglieva nel sereno aspetto 

DeU^aer puro infino al primo giro, 15 

Agli occhi miei ricominciò diletto, 

Tosto eh* io faori osci* dell* aura morta, 

Che m'ayea contristato gli occhi e^l petto. 
Lo bel pianeta, eh' ad amar conforta. 

Faceva tutto rider V oriente, 20 

Velando i Pesci, eh' erano in sua scorta. 
Io mi volsi a man destra, e posi mente 

All' altro polo, e vidi quattro stelle 

Non viste mai, fuor eh' alla prima gente. 
Goder pareva 1 ciel di lor fianunelle. 25 

settentrìonal vedovo sito, 

Poiché privato se' di mirar quelle! 
Com' io dal loro sguardo fui partito, 

Un poco me volgendo all'altro polo 

Là, onde 1 Carro già era sparito, 80 

Vidi presso di me un veglio solo, 

Degno di tanta reverenza in vista, 

Che più non dee a padre alcun figliuolo. 
Lunga la barba e di pel bianco mista 

Portava, a' suoi capegli simigliante, 85 

De'quai cadeva al petto doppia lista. 
Li raggi delle quattro luci sante 

Fregìavan si la sua faccia di lume, 

pori, dell'Mn poro insioo al primo eielo, eonneDUtori opinano eho ia qaetto 

cioè al cielo della Lnna, riapparre di- qoattro stelle abbia il l*oeU finbolef- 

letto e grato agli occhi miei, tostocbè ee. fiato le quattro Tirtb cardinali ; e ciò 

i9. Lo M ptoiMto» cioè la stella di può ben essere, poiché $otto U velme 

Venere. (Inferno, IX, t. es) della parole ha il 

SI. Golia sua maggior lace velando le Poeta nascosto più sensi, 
stelle, che formano la costellasione de* 96, 97. regione settontrionato coni* 

Pesci, e che d' alquanto la procedeTtno eoi povera, misera, poiché sai prifa della 

so per la Tolla del cielo. loro Tednta I 

94. Non mai vedate, se non che atta, 98. dal loro oi^ario, dal rignardarle. 
dalla, ^ma g««f«, cioè Adamo ed Eva SO. <t corre di Boote, ossia la eostol- 

progenitori dell* aman genere, i qnali di- Iasione dell' Orsa maggiore. Lo dieo tpa- 

morando nel paradiso terrestre (sitnato, rito, perchè dal luogo ot' egli ara noi 

secondo la finzion del Poeta, in cima al potea tederò, rimanendo quello sotto 

moDte del Purgatorio) vedevano di colà rorlssonte. 

le stelle del polo antartico. — Dne gruppi M. «« ttgllo tote, nn vecchio tatto so- 
di quattro stelle si trovano vicini al polo letto, cioè, non accompagnato da alcair 
antartico: dell* uno di essi potè Dante altro. -^ft questi^ Catone T Uticanse : 
aver noliiia dal catalogo di Tolomeo ; lo chiama oegNo'; ma e' mori di eia* 
dell' altro potè forse aver contessa dal qnant' anni, 
celebre viaggiatore veneiiano Marco Polo, S9. in «Ctlo, ali* upetto. 
che oltrepassò la linea equinosialo, e che VI. delle f«affr« l«e< emf», dalla ^mI- 
^ di ritorno in patria nel i99S. — Alenai tro stello saddetla. ^ 

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CANTO PMMO. 259 

Cb' io 1 Yedea, come 1 Sol fosse davantc. 
Chi siete voi, che contrai cieco fiume ^o 

Fuggito avete la prigione etema ? 

Diss* ei^ movendo quell^ oneste piume. 
Chi v^ha guidati? o chi vi fii lucerna, 

Uscendo fuor della profonda notte, 

Che sempre nera fa la valle inforna? ^5 

Son le leggi d* abisso cosi rotte ? 

è mutato in ciel nuovo consiglio, 

Che dannati venite alle mie grotte? 
Lo Duca mio aUor mi dio di piglio ; 

E con parole e con mani e con cenni, ^ 

Reverenti mi fé le gambe e '1 ciglio. 
Poscia rispose lui: Da me non venni: 

Donna scese dal ciel, per IL cui preghi 

Della mia compagnia costui sovvenni. 
Ha da ch^ ò tao voler che pia si spieghi ^ 

Di nostra condizion, com* ella è vera, 

Esser non può che '1 mio a te si nieghi. 
Questi non vide mai l' ultima sera ; 

Ma, per la sua follia, le fu sì presso, 

Che molto poco tempo a volger era. ^^ 

Si com4o dissi, fui mandato ad esso 

Per lui campare; e non c'era altra via 

Che questa, per la quale io mi son messo. 

9. Ch* io lo Todea quasi eome no Sole 9^ Da m§ «oii vnM, non taodì por 

diuBu ai miei oechi. mia deliberaiione. 

40. eU eontra il ei§eo /lume, che veoen- 06. ckt p<A H $p(9gkU che fi dia mag- 
do contro il corso del fiume tenebroso; giore spiegaxione. 

vale a dire, del finme che resta nello 56. com* $11* è vara, eom' eli' è nella sua 

tenebre della gran caverna al Fnrgatorìo 'TerìtA; tal quale eli' è. 

sottoposta, che i Poeti aveano risalito. IH. cAe '< «io, sottintendi wUn. 

49. ^n$lt§ eaetls piwae, quella vene- 88. no* eide «ai V ultima iéra, eioò 

randa eanvta barba. Ham» per barba è Bon è morto. Allegoricamente: la vita 

traelato d' indole latina. rasionale non fo mai in lai speoU del 

48. e cM «i /W lactruaf o ehi vi fece totto. 

IsBo, vi fu guida f ({9. le fa fi prsteo, cioè, tu si vicino a 

41, 48. forse si è fatto in cielo un morire. Ciò va inteso nel significato aU 
nuovo decreto, poiché, essendo voi dan- legorico. • Chi dalla ragiono si parlo 
nali, venite alle grotte di questo monte? (dico lo stesso Danto nel Ceiivito) non 
-^ Avendoli Gatope veduti uscir dal foro vive uomo, ma bestia ;.... poiché vivere 
della gran caverna, ohe comonlca eoi- é ragione usare. • 

r Inlino, crede che essi sleno dannati. 60. Che assai poco tempo restava a 

00. Dipinge in questo verso la premora trascorrere ; ohe restava un' assai breve 

di Virgilio, porch' egli fiieeeso onore a rivolusioae di tempo. — Accenna all'ai- 

Catono. legorico smarrimento di lui nella selva. 

M. Mi fs piegar le ginocchia ed ab- 63. Fh* lai eemjMre, per iscamparlo 

hassara gU ocehi in atto di riTeronsa. dalla morte. 

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2G0 DSIi PURGATOBIO 

Mostrat'ho Ini tutta la gente ria; 
Ed ora intendo mostrar quegli spirti, 
Che porgan sé sotto la tna balia. 

Com' io r ho tratto, sana longo a dirti : 
Dall^ alto scende virtù, che m' aiuta 
Gonducerlo a yederti ed a udirtL 

Or ti piaccia gradir la sua venuta: 
Libertà va cercando, oh' ò si cara, 
Come sa chi per lei vita rifiuta. 

Tu'l sai; che non ti fu per lei amara 
In litica la morte, ove lasciasti 
La veste, ch'ai gran di sarà si chiara. 

Non son gli editti etemi per noi guasti: 
Ghè questi vive, e Minos me non lega; 
Ma son del cerchio, ove son gli occhi casti 

Di Marzia tua, che 'n vista ancor ti prega, 
santo petto, che per tua la tegni: 
Per lo suo amore adunque a noi ti piega. 

Lasciane andar per li tuoi sette regni: 



C5 



70 



80 



66. tutu te ina Mùi, lotto U tot gim- 
riadisiono. Secondo la finxione poetica è 
Catone il castode del Purgatorio. 

69. a fedirli ed a udirti, per intendere 
qnel che dee fare per contegnire il eoo 
gran fine. 

li. libtrtà M etrcttiido. Anche qni il 
tento è allegorico. Libertà (dice lo etetio 
Dante nel C9w»ii9) è il corto libero della 
Tolontà ad etegnire la legge: il libero 
arbitrio è il libero gindiiio della Tolon- 
tà; ed il gindisio è libero« te egli pel 
primo move V appetito» e nallamenla tia 
dall' appetito prevenuto. 

73-75. E to, Catone, lo tal per pro- 
ra ; poiehè per la libertà non ti fa rìn- 
cresceYole la morte, che di per te tteeto 
ti procuratti in litica città dell' Africa, 
affin di tottrarti alla territb della pa- 
tria; nella qnal città lateiatti la tna 
Tette corporea, la qnale nel gran di del 
gindiiio nniYertale tara ti laminosa. •> 
Alcuni commentatori centanno il Poeta, 
perchè abbia poeto il taiclda Catone cu- 
stode del Purgatorio, cioè, d* un luogo 
di salute e non di dannazione. Ma co- 
ttoro non han pensato che Catone non 
è qui altro che una figura allegorica; la 
quale rappresenta l' anima fatta libera 
^i sensuali appetiti per l'erangelica 
annìchilaxione del corpo. 



77. • Jfiiiof «e non ttga, e me dob tiene 
Minosse in sua potestà. 

78-80. Ma io sono del Limbo, io ap- 
partengo al Limbo, oto pure ha starna 
la tua moglie, Marcia dagli occhi easti, 
la quale sembra ancora pregarti, o tanto 
petto, che per tua tempre la tenga. Mar- 
cia , quantunque da Catone ceduta da 
prima ad Ortensio, tornè poi, morto 
questo, pregando Gatono che la ripi- 
gliasse: il che fece. 

8S. per li r«ei tétU reff«{, eloè, per i 
sette gironi del Purgatorio, di eui tu sei 
il custode. — Il monte del Purgatorio, 
che il Poeta immagina antìpodo a Cera 
salemme« e colloca nel centro doti* ami - 
sfero australe, In messo alle aeque, è 
altittimo, tanto che giunge air ultimo 
confine dello ttrato dell* atmosfera, ossii 
della sfera dell' etere, sleeone allora di- 
cevano. Avendo sulla sua sommità uà 
ripiano, ove il Poeta pone il paradise 
terrettre, presenU la figura di un eouw 
troncato alla sua dma. Non eomprss» 
il suolo dell' isola su oui è poeto, ha il 
monte died gironi, o eorviei, o baisi, e 
riplani, come TOgliansi chiamare;! primi 
tre do* quali eostitaiseono 1* Antipurga- 
torio, ove giacciono I negligenti ; gli altri 
sette formano 11 Purgatorio, • vi si pur- 
gano 1 setto peccati capitali, eoa quo* 



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CA^TTO PBDCO. 261 

Grazie riporterò di te a lei, . 

Se d' esser mentovato laggiù degni. 
Marzia piacqne tanto agli occhi miei, ^ 

Mentre eh' io fai di là, diss^ egli allora, 

Che quante grazie volle da me, fei. 
Or che di là dal mal fiume dimora, 

Più muover non mi può, per quella legge 

Che fatta fu quand' io me n' usci' fuora. ^ 

Ma se donna del ciel ti muove e regge. 

Come tu di\ non c'è mestier lusinga: 

Basta ben che per lei tu mi richegge. 
Va' dunque, e fa' che tu costui ricinga 

D' un giunco schietto, e che gli lavi '1 viso, ®^ 

Si ch'ogni sucidume quindi stinga: 
Che non si converria, l' occhio sorpriso 

D'alcuna nebbia, andar davanti al primo 

Ministro, eh* è di quei di Paradiso. 
Questa isoletta intomo ad imo ad^imo ^^^ 

Laggiù, colà dove la batte l' onda, 

Porta de' giunchi sovra 1 molle limo. 
Nuli' altra pianta, che facesse fronda, 

che indurasse, vi puote aver vita, 

Perocché alle percosse non seconda. ^^ 

Poscia non sia di qua vostra redita: 

il'ordlA*: I Soperbia. 9 iDTÌdia. 3 Ira. 93. ckt p$r M fu mi HekiQg*^ cho tii 

4 Accidia. ATarizia. 6 Gola. 7 LuMoria. mi ricbiegga, o preghi per lei, cioè, per 

I Poeti salgono di girone in girone per quella donna celeste che qua ti manda, 

certe leale teaTate nel tasto, le quali 96. D*%n giunco iehiétto^ d'an giunco 

direnfon loro men faticose, quanto piìi pulito e senza foglie. — Questo giunco 

l'atasiano Terso la cima. alcuni credono esser simbolo della sin- 

O. Mi loderò di te innanzi a lei, cioè cerila, altri dell' umiltà, 

s Vania. 96. quindi $ting9, di 11 dal yìso tu Iotì 

88. di là 4al mal fiwM, di là dal cat- tia. 

tiro flame dell' Acheronte. 97, 98. V occhio iorpriio D' alcuna neh* 

89, 90. Non mi può pih muoTere per »ia, al modo latino d' ablativo assoluto : 
quella legge, che fu fatta da Cristo quando coli' occhio sorpreso, offuscato, d' alcuna 
trionfanto mi liberò, insiero con molti nebbia. 

altri, dal Limbo, e al PnrgaCorio mi con- 99. cVl di quei di Paradito, che non è 
dssia, vietandomi di pih serbare affetto nn' anima di peccatore come me, ma si 
per ehi era escluso dal numero degli un angelo di Paradiso. — Accenna ai- 
eletti, • conseguentemente neppur per 1' angelo che Tedremo all' ingresso del 
Uania eh' è tra gli esclusi. — GredoTaoo Purgatorio. 

gli antichi che Iddio qualche Tolta li- 100. ^««sriiolsfto, su cui posa il monte; 

beratta alcoli dannato, gli desse tre- ad imo ad imo» in fondo in fondo, all' e- 

goa. atremo lembo. 

91. fi rnuwo, cioè, ti diede il primo 105. Perocché non cede e si piega, 

impililo, e ti rtggt» eloi guida. come il giunco, alle percosse dell' ondo- 

99. Hi«<ii^, preghiera mista di lode, 106. vottra rtdùa, il Tostro ritomo, dal 

di earasta* latino rsdi(«t. 

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Ilo 



2bS2 DEL PURGATORIO 

Lo Sol vi mostrerà, che sorge ornai, 

Prendere '1 monte a più lieve salita. 
Così sparì. Ed io su mi levai 

Sanza parlare; e tutto mi ritrassi 

Al Duca mio, e gli occhi a lai drizzai. 
Ei cominciò: Figliuol, segai i miei passi: 

Yolgiamci indietro; che di qua dichina 

Questa pianura a* suoi termini bassi. 
L* fdba vinceva V óra mattutina ^^ 

Che foggia innanzi, si che di lontano 

Conobbi il tremolar della marina. 
Noi andavam per lo solingo piano, 

Com* uom che torna alla smarrita strada, 

Che infìno ad essa gli pare ire invano. ^^ 

Quando noi fummo dove la rugiada 

Pugna col Sole, e, per essere in parte 

Ove adorezza, poco si dirada; 
Ambo le mani in su V erbetta sparte 

Soavemente '1 mio Maestro pose: ^^ 

Ondalo che fui accorto di sua arte, 
Pòrsi vèr lui le guancie lagrimose: 

Quivi mi fece tutto discoverto 

Quel color, che V Inferno mi nascose. 
Venimmo poi in sul lito diserto», ^^ 

Che mai non vide navigar sue acque 

Uom, che di ritornar sia poscia esperto. 

107, 108. Il Sole, che ornai sorge, tì 125. Ov* adorezts, ove è retto, cioè, 

mostrerà il modo di aodar tu pel monte ombra e frescura, foco fi diradt, poco li 

per la pib agevole salita. — Con questo strugge, si dilegna, 

gli avverte che devono girare il monte, i34. f^rls, cioè distese, ambedoe le 

secondo che lo gira il Sole, da levante mani, 

a ponente. i96. di iua arte, della tua iatea- 

109. in mi Uvaif mi alzai su in piedi, tiene. 

Egli era stato fin allora in ginocchio. 1S7. Dice la0ri«ioM,o per la pietà verso 

113, 114. Volgiamoci indietro; poiché tante anime, che avea vitto tomeauts 

questa pianura soltanto di qua declina, nell* Inferno, o pel pentimento de* sooi 

e va dolcamente abbassandosi lino alla trascorsi, necessario m ricaverò quella 

ina estremità. misteriosa lavanda. 

41S. La voce óra^ qui, come talvolta 198, 139. Quivi mi rendè, lavandoDÌ, 

altrove, significa aura. L* alba vinceva quel color naturale, che fin allora era 

'l'aura mattutina, che le foggia davanti, rimasto coperto sotto la iofemale folif- 

— Spira quest' aura dall* oriente la mat- gine. 

tina al primo albore, e cessa alla levala 123. Alcun uomo, che poscia abbia sa- 

del Sole. Altri per óra intendono ombra, puto e potuto ritornare indietro. — Il 

190. Ch9 in/lfto ad Mia, che fin a che solo Ulisse infatti, che, secondo il Poeta, 

Aon è giunto ad essa. giunse presso alla montagna del Purga- 

Ì99. hugaa col Sale, resiste al calor del torio, peri nell* oceano, né più potè ri- 
sole, tornare in Europa. Inf., XIYI. 



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CANTO SECONDO. 



Quivi mi cinse, si com* altrui piacque. 
maraviglia! che qual egli scelse 
L* umile pianta, cotal si rinacque 

Subitamente là, ond' ei la svelse. 



2C3 



185 



133. A cMi* altrui viaequ$ , ticeome 
piMqvo m CfttoDO, che coti ordinò. 

136. Danto ha qui imiUto Virgilio, 
FmM#, vi, 143, doT8 narra, che iotto- 
chè Enea spiccò on ramo d* oro dalla 
uWa, ne rinacque rabito un altro simile. 



>- Con ciò Tool significare che i meni 
alla nostra salate, datici dalla divina 
clemenza, non Tengon mai meno. Può in- 
tendersi anche dei beni morali, che non 
scemano per quanti pih sieno a posse- 
derli. 



CANTO SECONDO. 



Sa per la raperilde del mare Tenone Teair correndo naa barchetta goremata da un 
aagelo, dalla quale, giunta a nra, sbarcano una quantità di anime. Una di esse, il 
musico Casella, riconosce Dante e gli H festa; ed egli la prega a cantargli alcuna 
coM. Alla doleexsa di quel canto s* arrestano le anime; ma sopraggiunte il severo 
Catone a sgridarle, figgono Terso il monte. 

Già era! Sole all^ orizzonte giunto, 

Lo cui merìdian cercbio coverchia 

Gernsalem col suo più alto punto : 
E la notte, eh' opposita a lui cerchia, 

Uscia di Gange fuor con le bilance, ^ 

Che le caggion di man quando soverchia; 
8à che le bianche e le yermiglie guance, 

Là doY* io era, della bella Aurora 

inTernale al solstisio estiro, cioè, finché 
le notti Tanno accorciando; e rimano 
priva del dotto segno celeste dal scisti- 
sio estiro all' inrernale, cioè, finché le 
notti ranno allungando. — Col ritenere 
che i due meridiani delle foci del Gango 
e dell' Ibero sieno fra loro distanti per 
gradi 180, commise Dante on errore, 
poiché non lo sono che di gradi 191. Ed 
un errore eziandio pih grare commise, 
col supporre che il meridiano di Geru- 
salemme fosse equidistante da' due me- 
ridiani or nominati, poiché invece di gra- 
di SIC, il primo lo è di soli gradi 39 1/S, 
il secondo di 48 1/3. Ila se nel 1900 non 
areansi di geografia che idee imperfet- 
tissime, è èa incolparsi Dante di tali 
errori? 

7-9. SI che là nel luogo dov' Io ora, 
il color bianco, e poi il color vermiglio 
della bella Aurora cominciava, pel suo 
crescere, e quindi per l' appressarsi del 



1-3. Già il Sole era giunto all' oris- 
lonta, il cerchio meridiano del qual» 
cuopra col suo pih alto punto Gerusa- 
lemme. Ogni luogo ha il suo oriffonto 
il suo meridiano, il quale é un cerchio, 
che Uglia 1* equatore e passa per i poli ; 
quando il Sole giungo alla metà del suo 
corso, passa allo seoit [al pi& alto pmnto) 
di esso luogo. Siccome il Poeta pone il 
l*nrgatorio antipode a Gerusalemme , 
vuole per queste frasi dire, che, mentre 
11 dov'era sorgeva il Sole, a Gerusalem- 
3se tramonUva. 

4-6. E la nott^ che dlametralmento 
opposta al Sole gira in cerchio, sorgeva 
fuori del fiume Gange, accompagnata col 
MgBO della Libra, il qual segno cessa 
d* accompagnarla, quand' ella soverchia 
il giorno; cioè, si fa pih lunga del gior- 
no. — La notte tiene sotto il suo tooe- 
hroeo emisfero il segno della Libra per 
lo ipaiio dal tmpo, oh' è dal aoìstitic 



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264 DEL PUBGATOBIO 

Per troppa etade divenivan rance. 

Noi erayam lunghesso U mflu:e ancora, 
Come gente che pensa a suo cammino, 
Che va col cuore, e col corpo dimora: 

Ed ecco qual, sul presso del mattino, 
Per gli grossi vapor Marte rosseggia 
Giù nel ponente sovra 1 suol maiùno; 

Cotal m'apparve, sì ancor lo veggia, 
Un lume per lo mar venir si ratto, 
Che'l muover suo nessun volar pareggia. 

Dal qual com' io un poco ebbi ritratto 
L' occhio, per dimandar lo Duca mio, 
Kividil più lucente e maggior fatto. 

Poi d' ogni lato ad esso m' appario 
Un non sapea che bianco; ed al di sotto 
A poco a poco un altro a lui n' uscio. 

Lo mio Maestro ancor non fece motto 
Mentre che i primi bianchi apparser ali: 
Ma allor che ben conobbe'! galeotto, 

Gridò : Fa' fa' che le ginocchia cali : 
Ecco l'angel di Dio; piega le mani: 
Oma' vedrai di si Datti officiali. 



10 



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80 



Sola, a divenir giallo. — Bane* signi flca 
gialle eolor d*oro, quasi aurantim da 
auriim. 

13. «a eoi cuori, va eolia mente, col 
desiderio. 

13. iul prttto vale niirapprtttarfi, per- 
ciocché l'avverbio pruto fa qai le veci di 
sostaniivo, come tal volta lo fa pare l'av- 
verbio m$ntr§f ec, dicendosi iul ««filr« ec. 

i4 -15. Che il pianeta Marte rosseggi 
più e meno inondo la ipuazta < rarità 
de' vapori ehi '{ m^hoho, lo dice Dante 
anche nel suo Convito, Qui però al mag- 
gior rosseggiare di lui unisce tre circo- 
stante ; r appressarsi del mattino, tempo, 
in cui la spirante frescura rende i vapori 
pib densi; il trovarsi Marte sovra il sool 
marino, ov'è maggiore abbondansa di 
vapori ; e V essere a ponente, cioè dal 
lato opposto al levante, ove, se fosse, il 
chiaror dell'alba noi lascerebbe appena 
discernere. 

16. Cotal m* apparvi, ìli egnal modo ros- 
seggiante m* apparve. — t) ancor (o veg- 
gia, cosi io abbia la sorte di vederlo 
un' altra volta ; cioè, quando io morirò ; 
poiché so lo rivedrò, sarò dogli eletti. 



— Modo anche questo deprecativo, < 
tanti altri che ho notati -neirinferBO. 

90. por diméndar lo Dncm mie, por farà 
al mio Duca una domanda sopra di ci6. 

31. fatto ptÀ (MCMfe i maggioro, par 1m 
meravigliosa rapidità, con che s' ara av- 
vicinato io un voltar d' occhio. 

93-34. Poi dall' uno e dall' altro tato 
d' esso lume m' appari nn non so che di 
bianco, e al di sotto di lui, cioè di que- 
sto bianco, ne osci appoco appoco uà 
altro. — Il lume era un angelo colla fac- 
cia raggiante di luce, i due bianchi la- 
terali erano le sue ali, il bianco di aotto 
era il suo vestimento. 

95-37. Lo mio Maestro non fece per 
anche parola, quando i primi bianchi da 
me veduti apparvero esser ali ; ma quan- 
do poi ben conobbe chi era il condottiero 
della galea, gridò ec. — Salootto, ««m«- 
ditro, drudo ed altri, che oggi hanno un 
signiflcato malo ed avvilitivo, non lo 
avevan tale cinque, od anco tra, taaolì 
indietro. 

^. eho li ginocohia tali, cha ta matta a 
terra le ginocchia. 

80. officiali, ministri di Dio. 



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OAKTO SBOOKDO. 2Gd 

Vedi che sdegna gli argomenti umani, 

Si che remo non vuol, nò altro veiu 

Che r ali sue, tra liti si lontani. 
Vedi come V ha dritte verso '1 cielo, 

Trattando 1* aere con V eteme penne, 35 

Che non si matan come mortai pelo. 
Poi, come più e più verso noi venne 

L'nccel divino, più chiaro appariva: 

Per che V occhio da presso noi sostenne ; 
Ma chinali giuso. £ quei sen venne a riva ^o 

Con un vassello sn^etto e leggiero. 

Tanto che T acqua nulla ne inghiottiva. 
Da poppa stava '1 celestial nocchiero, 

Tal che'parea heato per iscritto; 

£ più di cento spirti entro sediero. ^5 

In exitu Israel de JEgypto 

Cantavan tutti insieme ad una voce. 

Con quanto di quel salmo è poscia scrìtto. 
Poi fecel segno lor di santa croce; 

Ond'ei si gittàr tutti in su la piaggia: óo 

£d ei sen glo, come venne, veloce. 
La turba, che rimase li, selvaggia 

Parca del loco, rimirando intorno, 

Come colui che nuove cose assaggia. 
Da tutte parti saettava il giorno ^ 

Lo Sol, eh* avea con le saette conte 

Di mezzo 1 ciel cacciatoci Capricorno; 

M. §H •rgomijtH umani ; gli strumenti, peccato risorgono alla graxia, perchè per 

I Beni umani. eteo $p(ritual9i$nt$ t* int9nd$, (dice Danto 

M. né altro 9$lo, né altra Tela, dal nel Convito) t che nell'uscita dell'anima 

latino ««!•«. dal peccato, essa si è fatta santa, e li- 

VS. tra Mi ti lontani. Tale a dire, per bora in sna potestato. • 

andare dall' qdo all' altro emisfero, che 0S, S5. ulvaggia faroa dal loco, parca 

soa tra loro si distanti. inesperta e mal pratica di quel luogo. 
84. drilti, alzaie, eleTato. CU. ch$ nnov9 coi« auagffia^ che comin- 

ZS. Trattando, agitando, moTendo. eia a Tedere e sentir cose nooTo. 
86. L* ncool 4i9ino, assomiglia V angelo SH-SI. Il Sole, ohe co' suoi lucidi dardi 

ad nn neoello, perchè alato. {ioétto eont$) area cacciato il segno del 
89. Por tko, per la qoal cosa. Capricorno dal mezzo del cielo, irradia- 
ci. MJielto , Taieollo. Goti Inferno Ta da ogni parte il giorno. — Essendo il 

XXVIli, T. 79. Capricorno passato tutto di là dal meri- 
ni, beato por iaoritto ; cioè, beato come diano, e V Ariete essendo venuto tutto 

te lo avesse scritto io fronte. fuori dell' oriente, tuoI dire eh' eran due 

48. ioàiorOf aleoni dicono raler adiono, ore di sole. — Dice che il SoU iaettava 

cioè tedeano; altri sederono. <l giorno, conforme al faroleggiar dei 

46. Salmo di ringraziamento a Dio per poeti, che il Sole sia Apollo, e che esso 

r uscita del popolo d'Israele dall' Egitto; si armi d' arco e di iogtto. Lucida tota 

U quale è bea adattato a coloro che dal di§i, chiamò Lucrezio i raggi solari. 

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266 PXL FUB6AT0BI0 

Qoando la nuova gente alzò la fronte 

Yér noi^ dicendo a noi : Se vo* sapete, 

Mostratene la via di gire al monte. 60 

E Virgilio rispose: Voi credete 

Forse che siamo sporti d*esto loco; 

Ma noi siam peregrin, come voi siete. 
Dianzi venimmo innanzi a voi un poco 

Per altra via, che fu si aspra e forte, 65 

Che lo salire omai ne parrà giuoco. 
L'anime, che si fur di me accorte, 

Per lo spirar, eh' T era ancora vivo, 

Maravigliando diventare smorte. 
E come a messaggier, che porta olivo, <o 

Traggo la gente per udir novelle, 

E di calcar nessun si mostra schivo; 
Cosi al viso mio s' affissar quelle 

Anime fortunate tutte quante. 

Quasi ohbliando d'ire a farsi belle. «^ 

Io vidi una di lor traggersi avante. 

Per abbracciarmi, con si grande affetto^ 

Che mosse me a far lo somigliante. 
Oh ombre vane, fuor che nell' aspetto ! 

Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, ^ 

E tante mi tomai con esse al petto. 
Di maraviglia, credo, mi dipinsi: 

Per che V ombra sorrise, e si ritrasse ; 

Ed io seguendo lei, oltre mi pinsi. 
Soavemente disse ch'io posasse: ^ 

Allor conobbi chi era, e pregai 

Che per parlarmi un poco s'arrestasse. 

Eisposemi: Cosi com'io t'amai 

es. tpnii, pratici, coDOteenti, che fa 71. Tnggé, trae, accorr*, 

an ti tosi con ^r$grini, cioè, nnOTÌ, YOnnti 79. B di calcar, e di far calca, dì affol- 

d* ora. larsi. — ti mùHn «dkfoo, non ti trattiooo, 

65. Nr altra «to, per nna via dirersa non ha rifaardo. 

da quella per coi siete Tonati voi, cioè, 75. a farti MUt a purificarti, afOiio di 

per r Inferno. -^ atpra t fortt: cosi disse tornar belle e degne di salire al l*andiso. 

anche della selra nel canto I dell' In- 79. Oh ombre, che all' alimi senso non 

forno, T. 5. presentate noli' altro che l' esterna sem- 

66. giuoco, flgnrat. un diporto. bianta ! 

68. ter lo ffpfrcf, per t'affo della ^la 86. Cioè, abbraeciandol», 

(Inferno, canto XXni, t. B8], eh' lo fa- 84. ol<r« «l pinti, mi spinsi aranti. 

coTa respirando. 85. Socvononlf , con dolce modo ; ck* io 

70. E cùmt a mtttaggitr di pace, che potatto, eh' io mi posassi, eh* io mi fer- 

porto in mano o in testa rami d'elite, massi dall' abbracciarla; poiché era ciò 

—Cosi eostnmayano di fare gli aobaacia- nn vano sforto. — potattt: antica e prl- 

tori di pace. mitira torminaiiono. 

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CANTO SECONDO. 267 

Nel mortai corpo, cosi t*amo sciolta; 

Però m' arresto : ma tu perchè vai ? ^o 

Casella mio, per tornare altra volta 

Là dove Tsoii, fo io questo viaggio, 

Diss*io; ma a te come tanta ora è tolta? 
£d egli a me: Nessrm m^è fatto oltraggio, 

Se quei, che leva e quando e cui gli piace, ^^ 

Più volte m*ha negato esto passaggio: 
Che. di giusto voler lo suo si face. 

Veramente da tre mesi egli ha tolto 

Chi ha voluto entrar con tutta pace^ 
Ond' io, che or era aUa marina vòlto, loo 

Dove r acqua di Tevere s* insala, 

Benignamente fui da lui raccolto. 
A quella foce ha egli or dritta V ala; 

Perocchò sempre quivi si raccoglie 

Qual verso d'Acheronte non si cala. ^^ 

Ed io: Se nuova legge non ti toglie 

Memoria, od uso ali* amoroso canto. 

Che mi solea quotar tutte mie voglie. 
Di ciò ti piaccia consolare alquanto 

L'anima mia, che con la sua persona i^o 

Venendo qui, è affannata tanto. 
Amor, che neUa r.ìerUe mi ragiona, 

89. (Oli Tafto ieìolta, coti t* amo ora 101. Dorè l'acq a a del Terere, entrando 
che sono sciolta, dhita dal corpo. nel mare, si fa salata. Vuol dire, dorè il 

90. firekè vai? perchè fai ta questo Terere imbocca nel mare. 

viaggio t 105. A qaella foce del Terere egli ha 

91. 93. CoittU «Ilo, io fo questo Tiag- rirolto nuOTamente il sao corso. 

gio non per restare qui dove or sono, ma 10$. Qual, qualunque anima , no» ti 

per tornarci un' altra rolla, cioè, quando cala, non discende, ««rto dell' ÀehironU, 

sarò morto. — Coitila fu un eccellente cioè a dire, all' Inferno. — Fiogendo il 

musico fiorentino, dal canto del quale Poeta l'imbarco per il Purgatorio alla 

traeva sommo diletto il Poeta, amicissi- foco del Tevere, vuoi significare, che non 

mo di lai. si dà salute fuori- del grembo della santa 

99. Ma a te come è stato fatto perdere Chiesa. Il dir poi, che l' angelo destinato 

tan l'ora, tanto tempo? chi ti ha fatto a trasportar le anime, ne prenda alcune* 

perderò tanto tempo? poiché, essendo ed altro ne lasci per altro tempo, è una 

morto già da un posso, tu giungi ora. mera Inventione poetica; poiché, secondo 

9S. 8$ f««i, cioè l' angelo nocchiero. la credenxa cattolica, non è posto alle 

91. Perciocché il suo volere si confor- anime alcun ritardo per ire al luogo da 

ma al volerò di Dio. esse meritato. 

9i, 99. Veramente da tre mesi in qua 106. cht mi soIm ftielar, che mi ioloa 

ch'è cominciato il glubbileo, egli ha preso acquetare, mettere in calma l' animo agi- 

eon tolta pace, e senza alcuna opposislo- tato. 

se, chiunque ha voluto entrare nella sua 110. con la ina persoM, cioè, col loo 

nave. ^ II giohbileo era cominciato a Na- corpo. 

tale del 1299; onde erano scorsi tre mesi 119. Amor ec. Cosi comincia una dello 

e tre giorni. pih nobili cansoni di Danto, eh' egli pot« 

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2GS D£L FunaATonio 

Cominciò egli allor si dolcemente, 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

Lo mio Maestro, ed io, e quella gente n^ 

Ch* eran con lui, parevan si coutenti, 
Com*a nessun toccasse altro la mente. 

Noi eravam tutti fìssi ed attenti 
Alle sue note : ed ecco 1 veglio onesto 
Gridando: Che è ciò, spiriti lenti? i^ 

Qual negligenza, quale stare è questo? 
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio 
Ch* esser non lascia a voi Dio manifesto. 

Come, quando cogliendo biada o loglio, 
Gli colombi adunati alla pastura, i^ 

Queti, senza mostrar V usato orgoglio, 

Se cosa avviene ond^egli abbian paura, 
Subitamente lasciano star Pesca, 
Perchè assaliti son da maggior cura; 

Cosi vid^io quella masnada fresca i^ 

Lasciare il canto, e fuggir vèr la costa, 
Gom'uom che va, nò sa dove riesca: 

Né la nostra partita fu men tosta. 

Del Contilo, od i?i dichiarò, e che fora' an- che altro antico scrittore. 

che fo meita in moiica da Casella. L' a* ii4. Com9, qìtando eoglUndOf ee. come, 

more, di che in ossa si parla, è tutto in- quando stanno cogliendo ec. 

tellettaalo e dÌTino. 196. V «tato orgoglio, figaratanente il 

il7. Come se nuli' altro che il canto mugolio che asano fare i colombi, oó 

di Casella occupasse la mente di tutti co- anche quella viTacità, che d' ordinario 

storo. mosti^no cotesti animali. 

Ì19. il voglio onoitOf cioè Catone. 130. matnada frtoea, nuova eompasnia, 

i99, 133. Correte al monte del Porga* compagnia venuta di fresco. -* In antico 

torio a spogliarvi la scaglia, la scorsa, «osnoda non aveva il senso malo che ha 

Ja buccia, che, velandovi gli occhi, non oggi. 

lascia che Dio sia a voi manifesto. — 435. ffà ««a toota, iti meno spedita • 

Scoglio in tal significato si trova in qual- presta. 



CANTO TERZO. 

S'inc&mmlnaao 1 due Poeti verso U monte, e giungono appiè di qneUo: ma non trovaade 
strada per ove saUre, ne interrogano una schiera d* anime, eh' è in distanta, e enl 
Tann* essi ad Incontrare. Una di quelle d dà a conoscere a Dante* per Vanf^vdl re di 
Sicilia; e, narratogli le partioolarità della sua morie, gU significa ehe a^piè del meato 
deggionai lungamente trattenere quei che morirono In eontnraada di santa CMeea. 

Avvegnaché la subitana fuga 
Dispergesse color per la campagna 

fl. coler, oioè gli spiriti sgridati da Catone. Vedi canto preo. v. ii8 e log, 

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CANTO TERZO. 269 

Rivolti al monte, ove ragion ne fruga; 
Io mi ristrinsi alla fida compagna. 

£ come sare* io senza lui corso ? ^ 

Chi m' avria tratto su per la montagna ? 
Ei mi parea da sé stesso rimorso: 

dignitosa cosci'enzia e netta, 

Come t' è picciol fallo amaro morso 1 
Quando li piedi suoi lasciar la fretta, io 

Che r onestade ad ogni atto dismaga, 

La mente mia, che prima era ristretta, 
L* intento rallargò, si come vaga: 

E diedi 1 viso mio incontra '1 poggio, 

Che inverso '1 ciel più alto si dislaga. ^3 

Lo Sol, che dietro fiammeggiava roggio. 

Rotto m'era dinanzi alla figura; 

Che aveva in me, de' suoi raggi l'appoggio. 
Io mi volsi da lato, con paura 

D'esser abbandonato, quando io vidi . 20 

Solo dinanzi a me la terra oscura. 
E'I mio Conforto: Perchè pur diffidi? 

A dir mi cominciò tutto rivolto; 

Non credi tu mQ teco, e ch'io ti guidi? 
Yespero è già colà, dove sepolto 23 

Z. EsMDdosi rivolti Terso ii monte del di conoscere le nnoYe cose che colà erano. 

Parlatorio, ove la giustitia divina fa i4, iS. E indiriuai il mio sguardo rer- 

tcontare alle anime le pene de' loro falli ; ao il monte, il quale s' innalza più alto di 

OTTero: ove la ragione guidata dalla di- qualunque altro al di sopra del mare in- 

Tioa giostixia vinge e stimola lo anime verso il cielo. — Diilagarti, vale alzarsi 

ad andare. — 11 verbo frugare può avere sulle acque del lago. Nel Paradiso, XXVI, 

il doppio significato e di cattigan e di v. 139, il Purgatorio è detto il «o»f« cA« 

iUmùUre, fi tsva piò iatV onda, 

4. mi riiirinii, mi accostai maggior- i6-f8. Il raggio del Sole, che dietro a 

Beote. — amfogna per compagnia, l' usa- me fiammeggiava roggio, rosso, era rotto 

roDo anche il Petrarca, il Villani ed altri dinanzi alla mia figura, cioè, dinanzi al 

ulicbi. corpo mio ; perocché il Sole aveva in me 

7. Eì, Virgilio, mi pareva di per sÒ l* appoggio de' suoi raggi, cioè, trovava 

stesso pentito del lieve fallo commesso in me l' ostacolo al trapassamento di essi, 

eoi trattenersi ad ascoltare il canto di Vuol dire che 11 Solo disegnava con l'om- 

Casella; e dice da ih tinto, di per sé bra in terra, dinanzi da lui, la figura d'un 

•tesso, perchè egli, non essendo in istato corpo umano. 

di purgarsi, non poteva esser rimasto i9-91. Costruisci ed intendi : quando io 

ponto dal rimprovero di Catone. vidi la terra oscura soltanto dinanzi a mo, 

il. La qual fretta dìsmaga, cioè scema Io mi volsi da lato, con paura d'essere 

toglie r onestà ad ogni atto, cioè, to- stato abbandonato da Virgilio, poiché in 

glie il decoro alle movenze dello membra, terra non ne vedeva 1* ombra. 

i% 13. La mente mia, che prima era 93. E *i mio Con/òrfo, cioè Virgilio. P»r, 

Hsfrslto, tutu raccolta nel pensiero di ancora, dopo tante sicurtà che ti ho date. 

quel che poc* ansi era avvenuto, rallargò S5. tutto rivolto verso di me. 

la soa attenzione, siccome vaga, bramosa» 95. Vttptro, cioè sera. Si ricordi il let- 



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270 BBL PtTBGATOBIO 

Èl corpo, dentro al quale io facev^ ombra: 

Napoli rha; e da Brandizìo è tolto. 
^ Ora, se innanzi a me nuDa s^ adombra, 

Non ti maravigliar, più che de' cieli, 

Che r uno all' altro '1 raggio non ingombra. M 

A Bofiferir tormenti e caldi e gieli 

Simili corpi la Virtù dispone, 

Che, come fa, non vuol eh' a noi si sveli. 
Matto è chi spera che nostra ragione 

Possa trascorrer l'infinita via, £5 

Che tiene una sustanzia in tre persone. 
State contenti, umana gente, al quia: 

Che se potuto aveste veder tutto, 

Mestier non era partorir Maria. 
E disiar vedeste senza frutto 40 

Tai, che sarebbe il lor disio quietato, 

Ch' eternalmente è dato lor per lutto: 
Io dico d'Aristotile e di Plato, 

£ di molti altri. E qui chinò la fronto, 

E più non disse; e rimase turbato. 45 



tore cho il Purgatorio è antipode a Ge- 
rnialemme: onde estendo li due ore di 
sole» era di là dae ore di notte; ed a 
Napoli, perchè posta, secondo Dante, ad 
oltre 45 gradi all'occidente di Gerosalem- 
me, mancava un' ora circa a far notte. 

97. BrandUlo, Brindisi, città della Ca- 
labria. Da Brindisi, ove mori Virgilio, fa 
tolto il suo corpo, e portato e seppellito 
a Napoli. 

39, 30. Non ti maravigliare , più di 
quello che ti maravigli de* cieli, l'ano 
do* qaali non ingombrat non impedisce 
air altro il trapassare del raggio lumino- 
so. — Secondo Ìl sistema d' allora ritiene 
i cieli diafani, o trasparenti, quasi di 
cristallo. 

51-33. La virth divina, che non vuole 
che a noi si sveli il modo del suo ope- 
rare, dispone, rende atti, i corpi simili 
al mio a sofferire tormenti e caldi e 
geli. 

54-36. Matto è chi spera che V umana 
raiiione possa conoscere l'incomprensibile 
modo, che un Dio trino ed uno tiene nel- 
r operare. — Bada, lettore, di non cadere 
nel grave errore, in che sono caduti al- 
cuni cementatori, sopponendo the Dante 
abbia qui volato significare, che matto è 
chi presame conoscerò come una medesima 



tostania sassista in tre distinto partoiie. 

37-39. Secondo Aristotile la diiDoilra. 
alone è di due sorto ; l' una è detta propfar 
q»od^ ed è quando dimostrasi « rriari, 
cioè, quando gli effetti si deducono dalla 
cause; l'altra è detta futo, ed è • p». 
it9riorif cioè, quando le caose dlmo- 
stransi dagli effetti. Intendi dunque: atate 
contenti, limitatevi, o uomini, al tuia, 
cioè a quelle dimostrationl che ai posto- 
DO ricavare dagli effetti, e non preiiuDete 
d' intondere più là di quello che 1 fkttl tì 
mostrano ; poiché circa le cote laperiorì 
alle forze del senso e della ragiona el 
ammaestra la fede. Se colle potènia sa- 
torali aveste potuto veder taUo, bob era 
d' uopo che Uaria partorisse II Redento- 
re, poiché Adamo non avrebbe peccato. 

40-49. E voi, nomini, vedeato pare 
nel mondo desiderare invano tali aobUmi 
intelletti, in cui sarebbesl quotato (se 
colle forse della ragione foste pottibile) 
quel desiderio di conoscer tutto, il quale 
ora è dato loro etornamento per pana ad 
Limbo. 

45. iurbaht perchè fermatoti eoi pan» 
siero sopra di sé, si ricordò attere ai- 
ch'egli di coloro che stanno nel Limbo, 
ove senza speranza tìtosI pel doilderie 
di conoscere Iddio. 



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CANTO TERZO. 271 

Noi divenimmo intanto appiè del monto: 

Quivi trovammo la roccia si erta, 

Che indamo vi sarien le gambe pronte. 
Tra Lerici e Tnrbia, la più diserta, 

La più minata vìa è una scala, '" 

Verso di quella, agevole ed aperta. 
Or chi sa da qual man la costa cala, 

Disse *1 Maestro mio, fermando 1 passo. 

Si che possa salir chi va senz^ala? 
£ mentre eh' ei teneva *1 viso basso, ^ 

Esaminando del cammin la mente. 

Ed io mirava suso intorno al sasso, 
Da man sinistra m' appari una gente 

D'anime, che movieno i piò vèr noi, 

E non pareva; si venivan lente. co 

Leva, diBs'io al Maestro, gli occhi tuoi: 

Ecco di qua chi ne darà consiglio. 

Se tu da te medesmo aver noi puoi. 
Guardò allora, e con libero piglio 

Rispose: Andiamo in là, oh'ei vegnon piano: ^ 

E tu ferma la speme, dolce figlio. 
Ancora era quel popol di lontano. 

Io dico dopo i nostri mille passi, 

Quant' un buon gittator trarrla con mano ; 
Quando si strinser tutti a' duri massi 

Dell'alta ripa, e stetter fermi e stretti, 



70 



46 «vMiIflHMi perrsoimmo. 8S, 89. ««a §t%t$ IT Aii{m«, aoa frotta, 

4S. Che la proDteua delle gambe sa- una mollitodÌDe di aoime. Le aDÌme, che 

rebbe ivi Tana. qui ti aggirano» aon di coloro, cbe, seb- 

49. Ltriei e TurMi aODO Inogbi posti beoe in ponto di morte pentiti, morirono 

alle doe aatrenità della riviera di Geno- in contumacia di santa Gbiesa. 
Ta, la quale è piena di monti aspri e 60. £«ioiifMr««ciehesimoTessoro.— I«ii. 

scoiceai : V «no a lerante Terso Sariana, U, a simbolo della loro lentezza al pentirsi, 
r altro a ponente Ticino a Uonaco. 64. co» libtro piglio^ con aria franca, 

M. ffreo di f ««(te, a paragone di quella libera d* ogni dabbiesza. 
rocda. 65. eh' ti vigno* piano, per il che troppo 

fla. Ora ehi sa da qnal parte, cioè, te tempo si perderebbe ad aspettarli qui. 
a destra o a sinistra, la roccia 4 meno 66. /imna te «pmm, conferma la speranza, 
ripidat In questa parole si Tede l'uomo 67-69. Poicbè Virgilio ebbe detto a»- 

tvlUTia conturbato. V\h Tolte nel Purga- diamo <« li, i due Poeti si mossero, • 

torio Virgilio rimane incerto del cammino, fecero circa mille passi Terso quelle ani- 

perchè la ragione non sempre può guidar me, che lentamente si morevano; ma 

con certezza ali* esplasion delle colpe. quelle, dopo i detti mille passi, erano 

56. Bttminanio la SUA monti, cioè, 1 con- sempre lontane da loro, quanto un buon 

sigli della sua mante, sul cammino, circa gittatore lancerebbe lungi colla nano una 

il cammino eh' era d^ tenersi. pietra. 

tn. intorno al tono, alla roccia, spiando 70, 71 . ai duri matti Ihir alta rifa, 

H prtMalMM qualche ria per falirri. agli sporgenti scogli dal monte. 



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272 DEL PURGATOmO. 

Gom*a guardar, chi ra dubbiando, stassi. 

ben finiti, o già spiriti eletti, 
Virgilio incominciò, per quella pace, 
Ch' io credo che per voi tutti s' aspetti, ^ j 

Ditene dove la montagna giace, 

Si che possibil sia T andare in suso: 
^ Che '1 perder tempo^ a chi più sa, pi ù spiaco.^ 
' Come le pecorelle escon^el chiuso 

Ad una, a due, a tre, e l' altre stanno co 

Timidette atterrando P occhio e *1 muso; 

£ ciò che fa la prima, e V altre fanno, 
Addossandosi a lei, s' ella s' arresta, 
Semplici e quete, e lo perchè non sanno; 

Si vid'io muovere, a venir, la testa ^ 

Di quella mandra fortunata allotta, 
Pudica in faccia e noli' andare onesta. 

Come color dinanzi vider rotta 
La luce in terra dal mio destro canto, 
Si che r ombr' era da me alla grotta, ^ 

Ristarò, e trasser sé indietro alquanto ; 
£ tutti gli altri, che venieno appresso. 
Non sapendo '1 perchè, fero altrettanto. 

Senza vostra dimanda io vi confesso 
Che questo è corpo uman che voi vedete; ^j 

Per che 1 lume -del Sole in terra è fesso. 

Non vi maravigliate ; ma credete, 

Che non sanza virtù, che dal ciel vegna. 
Cerca di soverchiar questa parete. 

Così '1 Maestro : e quella gente degna : ^^ 

13. Il dubbio di quelle anime nasceTa coloro che son davanti. — Manin ebìami 

dal vedere che i due roeti andavano in quella moltitudine, per corritpopdeBX4 

un senso contrario al loro, e che si al- alla similitudine delle pecore, 

lontanavano dall'ingresso del Purgatorio, S8. Om» color che erano ditMusl. 

come apparirà più sotto. 89. dal mio destro canto ec. Vuol sifni- 

73. 09% finiti, ben morti, o morti fieare che egli aveva il Sole a mano li^ 

in grasia di Dio. nistra, e che perciò V ombra del sqo cor- 

1k. fMf qìMlla paet. Scongioro degno di pò restava da mano destra, stendendosi 

un luogo di speranza beata. fino alla dirupata falda del mont«. 

76. giaco, dochina. 9é. Senta voitra dimanda ec. Qoesta 

78. Quanto pib l' uomo avana nella co- son parole di Virgilio a queir animo osa* 

gnisione delle cose, tanto pih fa stima ravigliate. 

del tempo. 96. /mso, diviso, intermeixato dall'om* 

85, 86. Cosi, in tal modo, vid* io allora bra. 

muoversi por venir verso noi le prime 99. di totorckiar qnnta paroto, di sor« 

anime di quella fortunata moltitudine. — montar qnesta costa, eh* è quasi uà arerò: 

fotta fronto chiamansi negli eserciti tanto è scogliosa e ripida. 



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CANTO TERZO. 

Tornate, disse, e intrate innanzi dnnqno, 
Co* dossi delle man facendo insegna. 

Ed un di loro incominciò : Chiunque 
Tu se\ cosi andando volgi il viso : 
Fon mente se di là mi vedesti unque. 

Io mi volsi vèr lui. e guardail fiso : 
Biondo era e bello e di geùtile aspetto, 
Ma r un de' cigli un colpo avea diviso. 

Quand' io mi fui umilmente disdetto 
D'averlo visto mai, ei disse: Or vedi; 
E mostrommi una piaga a sommo '1 petto. 

Poi sorridendo disse: Io son Manfredi 
Nipote dì Gostanza imperadrice : 
Ond'io ti priego, che quando tu riedi, 

Vadi a mia bella figlia, genitrice 
Dell' onor di Cicilia e d'Aragona, 
£ dichi a lei il ver, s' altro si dice. 

Poscia eh' io ebbi rotta la persona 
Di duo punte mortali, io mi rendei 
Piangendo a Quei che volentier perdona. 

Orribil furon li peccati miei ; 
Ma la bontà infinita ha si gran braccia. 



273 



103 



110 



115 



120 



101, 103. Dtin: du%q%9 tornate indie- 
Irò, e andato innanzi a noi, co' dotiti 
co' rofcsci detU mani facendoci insegna^ 
rioè segno, come suol farti ad alcuno per 
addiurgli la via. 

104. coti andando, seguitando ad andare 
cosi come fai. 

105. nnque, mai, dal latino «h^mw. — 
Non arendo per la molta distanza cono- 
scialo Manfredi che Dante era uomo di 
35 aoni di età, lo crede pih Tecchio, e 
\nii tale, che possa di là nei mondo 
averlo di persona conosciuto: ma s*in- 
fannaTa, poiché quand'irgli mori. Dante 
DOD era nato che da un anno. 

109. «1 fifi ditietto, ebbi detto di no. 
i>ttdirti qui non vale ridirti d* una coea 
9ià ietta, ma dinegare» dir di «o. Cosi lo 
«lesso Dante nella Ball. Vili: « Che 
Don gli fu in piaeere alcun disdetto. » 

Ili. a SMimoW pelle, nella sommità 
del petto, doTe il petto eomineia. 

Ili, 11S. torridfiHlo in atto di com> 
piacena. — Manfredi, re di Puglia e di 
Sicilia, naeque dall' iroperator Federi- 
co li, e questi dall' imperator Arrigo VI 
• di Cotanta tua moglie: onde Manfre- 



di TeniTa ad esser nipote di Costanza. 

115, il6. La figlia di Manfredi chia- 
mossi anch' essa Costanza, e fu moftlie di 
Pietro re d* Aragona, di cui generò Fe- 
derigo, il quale fa re di Sicilia, ed Jacopo, 
il quale successe a suo padre nel regno 
d' Aragona. Dice che Federigo ed Jacopo 
furono r onore di quei due reami, o per- 
chè ne procurarono lo splendore, o piut- 
tosto perchè, discendendo dal sangue im- 
perlale, ne nobilitarono il trono. 

t17. E dica a lei il Tero, cioè, che io 
sono in luogo di salvaiione, so altro si 
dice, so si dice II contrario, cioè, ch'Io 
sia dannato. 

419. Di duo punte eiorlciK, da due feri- 
te mortali. Ciò avvenne a Ceperano l' an- 
no 4966 nella seconda battaglia contro 
l'invasore del tuo reame, Carlo d'Angiò. 

i91 . i peceaii mUi furono «rriftill, non 
perchè, come dicono alcuni cementatori, 
egli avesse per ambizione di regno ucciso 
Il padre e il fjratello (che queste son fa- 
vole invenute dalla malignità de' suoi 
avversarli), ma perchè egli mostroasi fiero 
nemico della Chiesa, onde ne tn scomu- 
nicato. 



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274 D1SL PUBOATOBIO 

Che prende ciò che si rivolge a lei 

Se 1 Pastor di Cosenza, eh' alla caccia 
Di me fu messo per Clemente, allora 
Avesse in Dio ben letta questa faccia, 

L* ossa del corpo mio sarieno ancora 
In co^ del ponte, presso a Benevento, 
Sotto la guardia della grave mora. 

Or le bagna la pioggia e muove *1 vento 
Di fuor del regno, quasi lungo *1 Verde, 
Ove le trasmutò a lume spento. 

Per lor maledizion si non si perde. 
Che non possa tornar V eterno amore, 
Mentre che la speranza ha fior del verde. 

Ver è, che quale in contumacia muore 
Di santa Chiesa, ancor ch'ai fin si penta, 
Star gli convien da questa ripa in fuore. 

Per ogni tempo eh' egli è stato, trenta, 
In sua presunzi'on, se tal decreto 
Più corto per buon prieghi non diventa. 

Vedi oramai se tu mi puoi far lieto, 
Rivelando alla mia buona Costanza 



Ì2ò 



130 



135 



HO 



1S4. St *l PM<of H Coitnta, se V arei- 
Teseovo di Gosenta, ckt alla eaeeia di «m 
fu «iMto ftr ClmsnU, che a darmi la 
caccia fu inviato da papa Clemente IV, 
avMu allora btn lètta in DiOt nella aacra 
Scrittura eh' è opera di Dio,t«iMfci faccia, 
questa pagina, ot' è detto « Dio è sem- 
pre pronto a perdonare al peccatore che 
a lui si converte » r ot$a d9l corpo mio 
oaritno, giacerebbero, ancora in co* del 
pontOf in capo del ponte, pretto BtntvontOt 
tolto la guardia dtlla gravt mora, sotto 
la custodia della grave macia di sassi, 
che furon gettati sulla mia sepoltura. — 
11 morto Manfredi, dice il Villani, « per- 
chè era scomunicato, non volle il re Carlo 
che fosse recato in luogo sacro, ma a pie 
del ponte di Benevento fn seppellito; e 
sopra la sua fossa per ciascuno dell' oste 
gettato una pietra, onde si fece una grande 
mora di sassi. Ma per alcun si disse, che 
poi per mondato del papa, il vescovo di 
Gosenca il trasse di quella sepoltura, 
perchè era terra della Chiesa, e fu sep- 
pe'lito lungo il fiume del Verde. > — 
mora di aatti per macia di tatti trova- 
si pure in Matteo Villani e nel Davan- 
iati. 

f 90. Or to bagna ec. Pare che II corpo 



di Manfredi fosse dall' arcivescovo fatto 
lasciare insepolto. 

4SI. Di fuor dtl rtgno^ fuor de* confini 
del regno di Puglia. — 'i Vtrd*. Il P. 
Ab. di Costanzo ed il Blanc dimostrarono 
con molte autorità che il Verde, citato 
qui da Dante, non è altro che il Uri, 
Garigliano, 

133. a lumt tptniOf cioè, coi ceri spenti 
e capovolti, come si praticava nel tra- 
sporto di coloro, che fossero morti sco- 
municati. 

133-ÌS5. Per la scomunica loro (cioè 
dc'papi o de' vescovi) non si perde l'amor 
di Dio cosi, che non si possa ricuperare, 
finché nello scomunicato la speranza ha 
un po' del verde, cioè, finché in lui è un 
po' di vita. — Fior è avverbio che signi- 
fica un poco. La tpcranta è qui assomi- 
gliala a una pianta, in cui il verde è se- 
gno di vegetazione e di vita. 

i38-lè0. sur gli conviene fuor! del 
Purgatorio uno spazio di tempo trenta 
volte maggiore di quello, eh' egli è vis- 
suto presuntuosamente in contumacia di 
santa Chiesa, se tal decreto non diven- 
ta pih corto per meuo di efficaci pre- 
ghiere. 

445. alla mia Hona figliuola Cesfanta. 



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CANTO QUABTO. S76 

Como m' hai visto, ed anco osto divieto : 
Che qm, per quei di là, molto s' avanza. i*5 

144. rato iMtto, U proibizione di cu- iA6. Imperoechò qui. per le proghiere 
Irare nel Purgatorio, se non trascorso il di quelli che tono di là nel mondo, molto 
tempo per gli seomnnieati stabilito. si guadagna di grazia. 



CANTO QUARTO. 



Por 



)T m erto ed angusto calle, indicato loro dallo anime, salgono ì dno Poeti con ffran' 
fatica enl primo balzo; ore sodatisi, Virgilio spiega a Danto porche il Sole lo fo- 
ruea da manca, mentreohè, se fosse nel nostro emisfero, lo ferirebbe da destra. Trova 
pante alcuna deUe anime, che colà aspettano d'ire a purgarsi, perchè per pigrizia 
differirono la eouTeraione aU' estremo di lor Tita. ' » » *' ^ ' K™*» 

Qaando per dilettanze, ower per doglie, 
Ched alcnna virtù nostra comprenda, 
L^ anima bene ad essa si raccoglie. 

Par eh' a nulla potenzia più intenda : 
E questo è contra quello error, che crede ^ 

Ch' un' anima sovr'cdtra in noi s'accenda. 

E però, quando s' ode cosa, o vede. 
Che tenga forte a so l' anima volta, 
Vassene *1 tempo, e l' uom non se n' avvede ? 

Ch' altra potenzia è quella che l' ascolta, io 

Ed altra ò quella o'ha l'anima intera: 
Questa è quasi legata e quella è sciolta. 

Di dò ebb'io esperienza vera, 

i-4. Costruisci : Qnando V énima $i rae- Uva nel cuore, V intelUUita nel cervello. 
eogKs *«a«, si stringe, si attua bene, £ nella S^eia si legge: « L' una opera- 
od alewM aesfra virtit, potenza, facoltà, lione dell* anima, quand' è inUsa, impe- 
dir Mttsft di diUtlanf ovvero di do- disco l' altra : il che non potrebbe acca- 
9lii, ck0, cui, uim virtà eowprsiida, senta dere se il principio delle azioni non fosso 
fortemente, in tutu la forza loro, pare per essenza uno. » -~ S* accenda ; con 
cà' tiia, V anima, «e» intenda pia ad al- questa metafora 1* anima è considerata 
fan* altra potcnta sua. E ruol dire : Qoan- quasi una ilamma virificante il corpo, 
do il piacere o il dolore fa impreuione 10-19. Poiché altra è la potenza del- 
»11* aaima nostra di guisa, che essa in- l' anima, che Tede ed aseolu le cose, ed 
(soda fortemente all' esercizio d' alcuna altra ò quella, che sulle cose vedute e 
laa potenza, pare ehe abbandoni V eser- udite riflette, e che rimane intera, cioò i 
tizio d* ogni altra. intatta : questa, per la forte impressione 
' S, C K questo fa prova contro l' errore d' un oggetto esterno, ne addiTiene quasi 
di coloro, ehe pensano essere neiruomo legala; e quella è tutta libera in dispie- 
pih anime. Imperocché se la costoro sen- gare la sua alliTÌtà. 
teau fosse vera, aceaderebbe che, mentre 13-16. Di ciò ebb* io una riprova di 
nn'atiima é intesa adon concetto, un'altra fatto stando a udire e ad ammirare lo 
sarebbe inteia ad un altro. Platone in- spirito di Manfredi; poiché il Sole* era 
fitti opini che fossero nell' nomo tre salito suU' oriuonte Uno a 00 gradi, ed 
uina; U fifslaAva nel fegato, la stasi- io non me n' er» accorto. — > Vuol diro 

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276 . DEL PURGATORIO 

Udendo quello spirto ed ammirando : 

Che ben cinquanta gradi salit^era 15 

Lo Sole, ed io non m^ era accorto ; quando 
Venimmo dove queir anime ad una 
Gridare a noi: Qui è vostro dimando. 

Maggiore aperta molte volte impruna, 
Con una forcatella di sue spine, 20 

L^ uom della villa, quando V uva imbruna, 

Che non era la calla, onde saline 
Lo Duca mio ed io appresso, soli, 
Come da noi la schiera si partine. 

Yassi in Sanleo, e discendesi in Noli: So 

Montasi su Bismantova in cacume 
Con esso i pie ; ma qui convien eh' uom voli : 

Dico con r ale snelle e con le piume 
Del gran disio, diretro a Quel condotto, 
Che speranza mi dava e facea lume. so 

Noi salivam per entro 1 sasso rotto; 
E d'ogni lato ne stringea lo stremo, 
£ piedi e man voleva 1 suol di sotto. 

Quando noi fummo in su Torlo supremo 

ebe voli. E nel senso morale significa, 
che faticoso e difGcile ò a purgarsi dello 
passioDÌ, ma non impossibile a chi il to- 
glìa con fermena ed abbia aiaio di grazia. 
-^ SanUo, fortezza sopra qd monto nella 
provincia d'Urbino; JVo«, città del genove- 
sato, posta in basso luogo ; BiMiaiilo««, al- 
ta mon tafana, che trovasi nel ducato di Alo* 
dena. -> MontaH tu Biamantova i% cwwaic. 
Tale, montasi su in cima a Bismantova. 
Cacume è voce latina, e vale eimm,99mmità. 

38-SO. Dico esser conveniente choroomo 
voli con le ale e piume snello del gran 
desiderio, siccome volava io, condotto dal 
desiderio dietro a quello, cioè a Virgilio, 
che avvalorava la mia speranza e mi fa- 
ceva da goida.~ Alcuni prendono )ji voce 
condotto per un sostantiro, e la interpre- 
tano per condotti$ro: non però troppo bene. 

31. per enfro il fatto rotto, per entro 
il viottolo scavato nel sasso. 

59 (0 ttrtmo, 1* estremità. Vnol dire 
che il viottolo era al stretto, che un ombo 
ri passava appena. 

33. E il suolo di sotto, essendo eoel 
erto scabro, richiedeva l'opera non solo 
do' piedi, ma delle mani. 

34. $ulV orlo tnprtmo. cioè, ral ripiano 
della base del monte (effe rifa). 



che si oran fatte ire ore e un terzo del 
giorno; ma non si creda che tutte le aves- 
se passate in udir Manfredi, poiché quan- 
do egli vide giunger l' angelo condottiero 
delle anime, erano già due ore: si era poi 
trattenuto con Casella, avea quindi fatto 
mille pascti : onde^ un' ora appena poteva 
essersi con Manfredi trattenuto. — Am- 
mirando. L'attenzione, con che stava uden- 
do Manfredi, fa causa che il tempo gli 
passasse senz* avvedersene. 

17. ad uM, ad una voce, unitamente. 

ÌB. Qui h vottro dimando, cioè, qui ò 
il luogo per salire, di che ci domanda- 
ste. Vedi Canto III. v. 76. 

49. aptrte, apertura. — Impruna, chiude 
con pruni. 

ai. f «andò futa imbruna, diventa nera, 
cioè arriva alla sua matarilà. 

33. Di quello che non era la calla, la 
callaia, l'apertura, la viuzza, per la quale 
sali il mio Duca. -^ Saline, partine, vane, 
ttane, ec, come talie, parlic, vae, itae ec. 
per tati, partì, va e età, 

34. Appena che la schiera di qnollo 
anime si parti da noi. 

SS-37. Vuol diro: va puro l'uomo o 
monta su per molti luoghi di difQcile ae- 
cesso con soli 1 piò'; ma qui conviene 



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CANTO QUABTO. 

Dell'alta ripa, alla scoverta piaggia. 
Maestro mio, dissMo, che via faremo? 

Ed egli a me : Nessun tao passo caggla. 
Pur suso al monte dietro a me acquista, 
Fin che n' appaia alcnna scorta saggia. 

Lo sommo er' alto, che vincea la vista, 
£ la costa superba più assai. 
Che da mezzo quadrante a centro lista. 

Io era lasso, quando cominciai : 
dolce padre, volgiti e rimira 
Gom'io rimango sol, se non ristai. 

figHuol, disse, insin quivi ti tira, 
Additandomi un balzo poco in sue, 
Che da quel lato il poggio tutto gira. 

SI mi spronaron le parole sue, 
Ch'io mi sforzai, carpando appresso lui, 
Tanto che 1 cinghio sotto ì pie mi fue. 

A seder ci ponemmo ivi ambodui 
Vólti a levante, ond'eravam saliti; 
Che suole a riguardar giovare altrui. 

Oli occhi prima drizzai a' bassi liti, 
Poscia gli alzai al Sole; ed ammirava 
Che da sinistra n' eravam feriti. 

Ben s'avvide '1 Poeta ch'io mi stava 



277 

85 



40 



45 



60 



65 



85. «Itefco^M-to piante, cioè, allo seo- 
pcrto dono dal moDte. 

W-aa. «k9 «to fwmof anderemo doì a 
destra, o a sinistra? Ed egli mi rispose: 
Bo, BOB dori andare nò a destra né a 
sìDistrs, ma devi continoare a salire; 
perdo naeinn ino passo sia Tolto all' in- 
gih, ma sompre dietro a me guadagna 
terreno sa per il monte. — caggi». Nel 
senso morale: ehi naoTamente si è dato 
alla virtù non dea loraare indietro ne* 
»iill. 

se. eoffto, eioè, obe sappia guidarci. 

40-49. La sommità di qoel monte era 
cosi alta, che Tinceva la Tista, che la 
▼ista non poteva arrìTarri; e la costa era 
usai pih eaperto, più ripida di quello 
che sia la lista nubile, passate dal mesto 
qnadraato al eentro. Si tiri sopra un'orii* 
sentale nna perpendicolare : tra le dae 
linoe no arco, e dal meno dell' arco una 
linea all' angolo delle due prime : que- 
il' nltima linea, eh' ò detU luta meMto o 
(regaeria, vorrà ad esser media tra la 



perpendicolare e V orissontale, ossia ad 
avere un' acclività dì 45 gradi. 

46. inHn f»<«i, fino a qoel punto. 

47. dsUo qui vale proeiineasa, tporgi- 
mealo di jHefre f%ori M /leaeo éél monU. 

48. U poggio tallo gira, gira tutto il 
monte a guisa di cornicione. 

50. eerpeiide appresto lai, andando car- 
poni dietro a lui. 

51 . Tanto che giunsi a posare i piedi so- 
pra quel balso, che a gelsa di cornicione 
(siccome è detto disopra) cinge il monto. 

54. Perocché a rigaerdar», riguardando, 
onde siasi salito, suole gievars, recar con- 
tento, allral, cioè al viaggiatore, che vede 
soperata la difllcoUà. 

56, 57. Sedendo il Poeta voltato a le- 
vante, si maravigliava nel vedere che 1 
raggi del Sole lo ferivano da man sini- 
stra, mentre noi in Europa, stando rivolti 
a levante, nella stagione ora già detta, 
ne siamo feriti a diritta. Cié avveniva, 
perchè Dante trovavasi neU'emisCsro op- 
posto, come gli spiega Virgilio. 



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278 DSL PUBGÀTOBIO 

Stupido tutto al carro della luce, 
Ove tra noi ed Aquilone intrava. 

Ond* egli a me : Se Castore e Polluce 
Fossero in compagnia di quello specchio, 
Che su e giù del suo lume conduce, 

Tu vedresti 1 Zodiaco rubecchio 
Ancora ali* Orse più stretto rotare, 
Se non uscisse fuor del cammin vecchio. 

Come ciò sia, se 1 vuoi poter pensare, 
Dentro raccolto immagina Sion 
Con questo monte in su la terra stare 

Si, ch^ambodue hann^un solo orizzòn 
£ diversi emisperì: onde la strada, 
Che mal non seppe carreggiar Feton, 

Vedrai com* a costui convien che vada 
Dall' un, quando a colui dall'altro fianco, 
Se r intelletto tuo ben chiaro bada. 

Certo, Maestro mio, diss' io, unquanoo ' 
Non vidi chiaro, si com' or discemo 
Là, dove lo mio ingegno parea manco. 

Che 1 mezzo cerchio del moto superno. 
Che si chiama Equatore in alcun' arte, 
E che sempre riman tra 1 Sole e '1 verno, 

Per la ragioni che di', quinci si parte 



60 



65 



73 



SO. Keotre il detto carro della luce, 
doè il Sole, «Uva di metio tra noi e tra- 
montana. Ali* opposto di ciò che accada 
qni, dofo il Sole sta tra noi ed anstro. 

(H-66. Ond' egli rispose a me : S» Ca- 
$tar9 9 Pellncf, cioè, se il celeste segno 
de'Gemelli, e non quello dell'Ariete, fos- 
sero in compagnia di ^««lio ipteeki^ di 
qaeli' astro splendeoU, che porla a tì- 
cenda il suo lame iu 9 fiè, nell'emisfero 
superiore e neir inferiore; tu Tcdresti lo 
Zodiaco mèeceAio, rosseggiante, rofare, 
girare, ancora pie itr9tto alV0rt9t anche 
pih Ticino alla tramontana, se non uscisse 
foori iil cooMiia «teeJkio, del suo consueto 
cammino, cioè dell' Eclittica. 

6ir-74. Tutto raccolto la te stesso Im- 
maginati il mente Sion (sul quale è Gè- 
rusalemme) e questo monte del Purgato- 
torio stare sulla terra cosi, in tal modo, 
che ambedue hanno un solo orisxonto e 
dirersi emisferi ; vale a dire, in tal modo 
«he r uso è diamelralmenta opposto al- 
r altro. -^ oHasè» e F»tQn ed altri non 
tos troncameiiU, ma oarole fornata sul 



caso retto de' medesimi nomi in greco. 

7f -74. Onde TOdrai come la strada, cioè 
r Eclittica, che mal per lui non seppe 
Fetonte carrt^^taff , percorrerò col carro, 
conviene che vada a eecfni, a quanto monte 
del Purgatorio, dall* un flaneo, qvando a 
eelMi, al monta Sion, va dall' altro fiasco. 
— I pronomi personali Joi, eecl«l, coivi 
si trovano talvolta dagli anliahi riferiti 
a cose inanimate.Infemo, canto IIV,t. ìL 

76-78. Gertamento, o mio llaaatro, dis- 
s* io, giammai («MMiise} m» Hdl cosi 
chiaro com'ora discerno quello, che il siio 
ingegno pareva manehevola e iBiuflcieate 
a comprenderà. ' 

79-84, Poiché, per la ragloiia ohe ta 
mi dici (cioè, di esser i due meati per- 
rettamente antipodi) il uiesea eerdUe» il 
cerchio intermedio, dsl uiele t u p s r ae , del 
pih alto cielo girante, il qaal aorohìo 
cAiamasi in •!€••* mrf (coma in quella 
dell* astronomia e cosmografia) Egaalefc 
f dte sMiprf resta fra l' estate e l' invane 
(perchè resta tra i Tropici) t«4ac<e< porUb 
si allontana di qui «erra scllfsfriaae per 



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CASTO QUARTO. 279 

Verso seitoiiirion, quanto gli Ebrei 

VedoTan lui Terso la calda parte. 
Ma, s' a te piace, Yolentier saprei 83 

Quanto avemo ad andar; chèl poggio sale 

Più che salir non posson gli oodii miei. 
Ed egli a me: Questa montagna è tale, 

Che sempre al cominciar di sotto è grave; 

E quanto più va su, e men fa male. oo 

Però quand' ella ti parrà soave 

Tanto, chel suso andar ti sia leggiero, 

Com' a seconda in giuso andar per nave ; 
AUor sarai al fin d^esto sentiero: 

Quivi di riposar PafiElBamo aspetta. 03 

Più non rispondo; e questo so per vero. 
E com' egli ebbe sua parola detta. 

Una voce di presso sonò : Forse 

Che di sedere in prima avrai distretta. 
Al suon di lei ciascun di noi si .torse; loo 

E vedemmo a mancina un gran petrone, 

Del qual ned io ned ei prima s* accorse. 
Là ci traenmio: ed ivi eran persone 

Che si stavano all'ombra dietro al sasso, 

Gom*uom che per negghiezza a star si pone. ^^^ 
Ed un di lor, che mi sembrava lasso, 

Sedeva ed abbracciava le ginocchia. 

Tenendo*! viso giù tra esse basso. 
dolce Signor mio, disagio, adocchia 

Colui, che jnostra so più negligente, iio 

Che se pigrizia fosse sua sirocchia. 
Allor si volse a noi, e pose mente, 

Movendo 1 viso pur su per la coscia, 

tasto tpAifo, fiNMilo 9li Bòni da GeroM- una Tolta presa la via di perfeitone, non 

leaiiM lo sedavano lontano rano la Mlda si dee l'uomo riposare che al termine, 

parfff, il Meaof iomo.Ioteodi ebe i dae meo- 96. Pfè non nt pondo, perchè la mia na- 

ti« por oaaare (ooa'è detto sopra) perfetta- tarale solenta non ra pih oltre, 

monto antipodi, il Sole, a ehi io rìgnardi or M. Forso avrerrà che prima di ginn- 

dall' «no or dall'altro, sembra avere un gore alla cima In avrai dtefrsffo, neces- 

moto oppoelo.^ Dice lo ««devono, riferen- sita, di sedere, 

dosi a ^ol tempo, in eni gli Ebrei oYOTano a 10S. per oeg^MeoM, per pigriiia.— Bon 



» il loro regno.— La Toce Sol§ le anime dì coloro che per pigritia, In- 
do! vorao 91 significa affate per metonimia, dngiarono a pentirsi al fin della vita. 

SO. «M» fa «alt, polehè è meno rìpida. Iti. tiroeeAto, sorella, dal latino so- 

— Cosi noi senso morale, la Tìa della nrenla. 

virtà è dapprima ardua o fatioosa, e poi 148. MoTondo I* occhio, cioè, scorrendo 

diventa faeilo e plaecTolo. Altri leggono: eolio sgnardo, soltanto so par la coscia ; 

M ffoonr «om pM «o to. per non prendersi la fatica di levar so la 

95. Qmi9i di Hpotor ce. cioè a dire, che testa. 



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280 BKL PUBGATOBIO 

E disse : Va' su tu, che se' Tulente. 
Conobbi allor chi era; e quell'angoscia, i^<^ 

Che m' ayacciava un poco ancor la lena, 

Non m' impedì T andare a lui : e poscia 
Gh' a lui fui giunto, alzò la testa appena, 

Dicendo : Hai ben veduto come 1 Sole 

Ball' omero sinistro il carro mena? ^^ 

Gli atti suoi pigri e le corte parole 

Mosson le labbra mie un poco a liso; 

Poi cominciai: Belacqua, a me non duole 
Di te ornai : ma dimmi perchè assiso 

Quiritta se'; attendi tu iscorta, i-^ 

pur lo modo usato t'hai ripriso? 
Ed ei: Frate, l'andare in su che porta? 

Che non mi lascerebbe ire a' martiri 

L' angel di Dio, che siede in su la porta. 
Prima convien che tanto '1 ciel m' aggiri ^^o 

Di fuor da essa, quanto, fece in vita, 

Perchè indugiai al fin H buon sospiri; 
Se orastone in prima non m' aita, 

Che surga su di cuor che in grazia viva: 

L'altra che vai, che in ciel non è udita? ^^ 

E già il Poeta innanzi mi saliva, 

E dicea: Vienne omai; vedi eh' è tocco 

Lo Meridian dal Sole; ed alla riva 
Cuopre la notte già col pie Marrocco. 

iH. ekt M* vaUntt^ che sei bravo e le- intorno ft me per tanto tempo, quanto mi 

sto, e non poltrone come ta dici esser io. girò intorno finché fai in vita. Vuol dire. 

Risposta ironica. ho da aspettar tanto tempo quanto tìssì. 

il5, i16. « «««(r angoteio, e la fatica Ì33. U buon èoipiri di penitensa. 

durata, che ancora un poco w' avaeciava, 134, i38. La quale oraiione si airi da 

mi affrettava, mi faceva affannosa, la Una, im cuori, da un' anima, tk$ oìm, che sia, 

la respirazione. in gnsia di Dio; poiché 1* altra, Torà- 

190. Delacqua beffa Dante della soa rasioned' un poccatoro, che varrebbe, bob 

semplicità, nel non aver tosto coDosciuto essendo nel dolo ascoltata f 

perché il Solo lo ferisse dal lato sinistro. «37, i38. ««di eh* è leeeo £e Mtriiian 

135, 134. a m4 non dnol§ ec, poiché li ini Sol», vale a dire, vedi che é meno- 

veggo in luogo di salvazione. Fu Belacqua giorno ; ed ulta riva, ed alla astromiti 

un eccellente fabbricatore di cetre e d'altri dell'altro eroisferio, ove confina col oiare, 

strumenti musicali, ma uomo pigrissiroo. la notte cuopre già col suo piede il regno 

13S.0»irilto, voce antiche valervi, come di Marrooco, cioè, comincia a ataBéersi 

liviriita, li. Anche Purg., e. XVII, v. 88. sul regno di Marroco. — Se al toonlB del 

135, 196. Attendi tu qualche guida, ov- P«rgatorlo era menofiomo,a6anisalaB- 

vero tu hai ripreso V usato tuo contegno, me doveva essere messa notte; ma nel 

r osata tua pigrizia? regno di Marrooco, posto, secondo il eoo- 

137. eie porte? che imporuf che fiova? cetto del PoeU, al confine oeddentaie del 

lao, IM. Prima eh' io possa entrar su nostro emisfero, la notte doveva cornine 

nel Purgatorio, conviene che il ciclo girl eiare allora. 



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281 



CANTO QUINTO. 



PioiegBoao i Poeti lor TÌaggio re pel Iwlso, ed ineontruio nut Beltlhidiiie di anime, 
dte i^effelleae intorno a Dante, pr^;andolo che, tornato nel mondo, Toglia raccoToan- 
dirle a* loro eonfpvntL Son esse di coloro, che neciron di yita per morte violenta; 
fra i quali Jaeopo del Canoro, Bnonoonte da Xontefeltroi • la Pia de' Tolomei rae- 
coitaiM 1 partieolarì della loro morte. 

Io era già da quell'ombre partito, 

£ seguitava V onne del mio Duca, 

Quando diretro a me, drizzando 1 dito, 
Una gridò: Ve', che non par che luca 

Lo raggio da sinistra a quel disotto, (> 

£ come yìto par che si conduca! 
Gli occhi rivolsi al suon di questo motto, 

£ vidOe guardar per maraviglia 

Pur me, pur me, e 1 lume eh' era rotto. 
Perchè T animo tuo tanto s* impiglia, io 

Disse 1 Maestro, che l'andare allenti? 

Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 
Vien dietro a me, e lascia dir le genti; 

Sta, come torre, fermo, che non croUa 

Giammai la cima per soffiar de' venti. i^ 

Che sempre l'uomo, in cui pensier rampolla 

Sovra pensier, da sé dilunga il segno. 

Perchè la foga l' un dell' altro insolla. 
Che potev'io più dir, se non: l'vegno? 

Dissilo, alquanto del color consperso, 20 

Che fa l'uom di perdon talvolta degno. 
Intanto per la cost ) di traverso 

Yenivan genti, innanzi a noi un poco, 

Cantando Miserere a verso a verso. 

4, 5. Vedi che non pare ebe il raggio 17. da tè dilunga il ««9110, vale a dire, 

del Sole riloea, rlsplenda, al sinistro ti allontana dal fine, dal proposilo, a coi 

Ufo di qaello eh* è di sotto, cb' è pib al mirava; peroechè pluribug intentvi minor 

^0 dell' altro. -> da tinittra. 11 Sole ut ad fingula ttnfg. 

Io ferisce ora da destra percbè, per salire 18. Percbè V an pensiero soprarrenien- 

al Monte, •* è Toltalo a ponente. — di foN te insella, ammollisce, debilita, la foga, 

t«. Salivano; e Dante era dietro più in bas- V impeto, dtlV altro. 

i> — Ts*, apocope non infrequente di ved<. 90. Diesilo, tinto alquanto del rossore 

6. E pare che proceda in quella guisa, della vergogna, 

^e farebbe nn nomo in carne e in osso. 91 . talvolta. Dice talvolta^ perchè la 

9. Solamente me, e il lume ch'era rotlo vergogna non sempre fa scusa al fallo, 

dall' ombra del mio corpo. 93. ffii<«aii genti. Son essi coloro, che, 

40. t' impiglia, s' intriga, s* impaccia. sopragirianti da morte violenU, si con- 

19. si ^pi^lia, si bisbiglia, si mormora, verlirono in quel punlo a Dio. 

16. rampolla, sorge e germoglia. 94. a «erto a 9tr$o, cioè, a versetti. 

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282 DSL FUBOATOBIO 

Quando s* accorser eh* io non dava loco " ^ 

Per lo mio corpo al trapassar de' raggi, 

Mutar lor canto in un lungo e roco; 
E duo di loro in forma di meBsaggi 

Corsero incontra noi, e dimand&me: 

I)i vostra condizion fatene saggi ^ 

E*l mio Maestro: Voi potete andarne, 

E ritrarre a color che vi mandare, 

Ghel corpo di costui ò vera carne. 
Se per veder la sua ombra ristaro. 

Compio avviso, assai ò lor risposto: ^ 

Facciangli onore; ed esser può lor caro. 
Vapori accesi non vid'io si tosto 

Di prima notte mai fender sereno, 

Né, Sol calando, nuvole d^ agosto, 
Che color non tornasser suso in meno: ^^ 

E giunti là, con gli altri a noi diér volta, 

Come schiera che corre senza freno. 
Questa gente, che preme a noi, è molta, 

E vengonti a pregar, disse 1 Poeta; 

Però pur va\ ed in andando ascolta. ^3 

anima, che vai, per esser lieta. 

Con quelle membia con le quai nascesti, 

Venian gridando, un poco 1 passo quota. 
Guarda s* alcun di noi unque vedesti; 

Si che di lui di là novelle porti. 60 

Deh perchè vai*? deh perchè non t'arresti? 
Noi fummo tutti già per forza morti, 

£ peccatori infino ^' ultim' ora: 

97. <ii un lungù « foco, iDleriezione sereno cosi prestamente, né cosi pretta* 

di itrao maraviglia. — roeo, perchè tale mente nel!' agosto li ridi (cioè, vidi gli 

è il giion della voce nell' atto del tigni- slessi vapori, che qui stanno a significare 

flcare la maraviglia. qne* lampi, che il Tolgo chiama èa<«iii 

S9 e dimQHiddm0, e ci fecero questa d»l caldo) fender le nuvole sol tramontare 

domanda. dei Sole, che quelli spiriti non tornasser 

SO. faUn9 Maggi, fatene consapevoli. su in meno spasio di tampo. ~ Sol Mia». 

^. ritrarrti rappresentare, riferire. do, a modo d' ablativo assoluto come Poe- 

54. Se por 9ed#r, se per aver veduto la eidenlt ioU de' Latini. StioOi a' compagni. 

ina ombra, per aver veduto com' egli Ài. a noi àiir volte, tornarono indiotro 

faceva ombra. - Httero, si fermarono. verso noi. 

35. Com' io avvito, com' io penso. 49. corro» Per la Boriti della wwt* 

S6. td ottcr pub lor caro, perchè egli ij^. oAo |»r««« a noi. che s' «flbUa o ■' in- 

riporterà le loro nuove ai parenti e agli ealsa Terso di noi. 

amici, aftinché preghino Dio per etti. 45. Nientedimeno continua aandarat^e 

51-40 lo non vidi mai vapori accesi ascoltali mentre cammini, 

icioè rani, che il Tolgo chiama stollo 4h. «a foco il fono 9««tai ferma un poto 

eadtnti) fenderò di prima notte V aere il passo. 

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OAKTO QUINTO. 283 

Quivi lume del ciel ne fece accorti, 

SI che, pentendo e perdonando, fuora W 

Di vita uscimmo a Dio pacificati, 
Che del disio di sé veder n'accnora. 

Ed io: Per che ne' vostri visi gnati. 
Non riconosco alcun: ma s' a voi piace 
Cosa ch'io possa, spiriti ben nati, ^ 

Voi dite ; ed io '1 farò per quella pace, 
Che dietro a' passi di si fatta guida 
Di mondo in mondo cercar mi si face. 

Ed uno incominciò: Ciascun si fida 
Del benefizio tuo senza giurarlo, ^ 

Pur che'l voler nonpossa non ridda. 

Ond'io, che solo innanzi agli altri parlo, 
Ti prego, se mai vedi quel paese 
Che siede tra Romagna e quel di Carlo, 

Che tu mi sic de' tuoi prieghi cortese 70 

In Fano sì, che ben per me s'adori, 
Perch'io possa purgar le gravi offese. 

Quindi fu' io : ma gli profondi fori, 
Ond' usci '1 sangue, in sul quale io sedea. 
Fatti mi furo in grembo agli Antenori, ^^ 

Là dov'io più sicuro esser credea: 

M. Qm^^t <B quel posto di morto, <imim 66. Parche l' tnpoteiitt Bon renda Taao 

iel cUl, la f raiia Mlesto, m fte$ Mcorli. il tao buon Yolare. E qnMt* lopolaaia 

ci foca ravradere. polaa aTer loogo quando Dio doI perMel- 

85. ptmtvndo, paotendoci. tesse. ~- If^npottat in noa tol& parola, 

57. Che ci afBigge col gran desiderio vale imp^Umsa, come •ùuewfnta Tale 
che abbiamo di vederlo. Leggesi nel Con- incuria, 

tito : • Perocché Iddio è principio delle 68. Qoel paese, cioè la Marca d' An- 

aostre anime,... l' anima desidera massi- cena, che resta fra la Romagna e la Pn- 

Bamenke tornare a quello. > glia, signoreggiata da Carlo II d'Angiò. 

58. Per ck§ guati, per qoanto ch'io lì, te» fr «e s'odori, che dai buoni, 
faardi attentamente. da coloro che sono in istato di graiia« 

61, 6i. Voi diteoMlo; ed io lo farò, to ei fsedano a Dio preghiere per me. Pnr- 

lo gioro per quella pace che mi si fa eer- gatorio, canto III, t. 145: • Che qui per 

care, di mondo in mondo, dietro ai passi quel di là molto s' avaoia. » 

di quesU guida. — Quella pace è Dio, in 13. Qmimdi fW to, io fai di Ik, di quel, 

coi si quota ogni desiderio. paese. — feri, ferite. 

64. U «ne imeomintih. Costui è Jacopo 74. ia svi faaie <o sedfo, vale a dire, 

del Gasserò, cittadino di Fano, il quale, nel quale io, ohe ora sono spirito ed om* 

essendo potestà di Bologna, si concitò bra, avoYa sede.— Opinarono alcuni, e fra 

l'odio di Asso Vili da Este, facendo op- qoestl Empedocle, che V anima aresse la 

posiiione a' suoi tentativi d* insignorirsi sua sede nel sangue. B se la frase non 

di quella città, e di lui dicendo ogni male, allude a ciò, allora non è altro che una 

Onde Ano per Teodicarsi lo foce assas- espressione poetica, 

sìoare ad Oriago tra Veoesia e Padova, 75. i% grmbo agli Aatfori, nel terrì- 

meatre egli, terminato il suo officio a torio de* Padovani, discendenti d'Antono- 

Bologna, andava potestà a Milano. re, che fu il fondatore di Padova. 



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284 DEL PimaATORio 

Qael da Esti il fé fer, che m^ ayea in ira 

Assai più là, che il dritto non volea. 
Ma s'io fossi fuggito in vèr la Mira, 

Quand'io fui sovraggionto ad Oriaco, ^ 

Ancor sarei di là dove si spira. 
Corsi al padule; e le cannucce e'I hraco 

M'impigliar sì, ch'io caddi; e li vid'io 

Delle mie vene farsi in terra laco. 
Poi disse un altro: Deh se quel disio ^ 

Si compia che ti traggo all' alto monte, 

Con buona pietade aiuta '1 mio. 
Io fui di Montefeltro; io son fiuonconte: 

Giovanna ed altri non han di me cura; 

Per eh' io vo tra costor con bassa fronte. ^ 

Ed io a lui: Qual forza, o qual ventura 

Ti traviò sì fuor di Campaldino, 

Che non si seppe mai tua sepoltura ? 
Oh, rispos' egli, appiè del Casentino 

Traversa un'acqua e' ha nome l'Archiano, ^ 

Che sovra l'JBSrmo nasce in Appennino. 
Là, dove il nome suo diventa vano, 

Arriva' io, forato nella gola. 

Fuggendo a piede e insanguinando '1 piano. 

n, 18. E eiò foee fare, per meuo di onde ciò «he qui narra il Poeta è imina- 

eiearii» il marebeso d' Este, che mi avea ginato seeODdo la Terotimiglianta. Qoelìa 

in odio assai pih di quello eh' io mi me- battaglia tra i foonuciti ghibeliisi aiolati 

rìtasei. Siti per BtU. dalla gente d' Aresto, e i Gnelfi di Firen- 

79. in vèr to Mira, inverso il Inogo se, avvenne agli li di giugno 4989 nel 
detto la Mira. Esso è posto sopra nn ea- piano di Campaldino sottoposto a Poppi, 
naie, cbe esce dal fiome Brenta. castello del Casentino. Gli Aretini erano 

80. seprcg9i«M»lo ; intendi, da'sicarii del eomaodati da Gnglielmino libertini loro 
marchese d' Bsto. vescovo, e da Boonconte da Hontefeltro. 

81. Sarei tuttora nel mondo de' vivi, I Fiorentini, ai quali restò la vittoria, 
poicbòfoggendo là non mi sarei impigliato avevano a capo Amerigo di Nerbona; • 
nel pantano d' Oriago, e cosi rimasto pre- trai soldati a cavallo trovossi pure il 
da de' sicarii. nostro Alighieri. — Dice /tei di UwUftl- 

83. Ma invece di fuggir verso la Mira, trù, come vivo : seii BuoMoiUf , perchè 1* 

.eorsi al padole; e le cannucce e il 6ra«o, persona rimane, 

brago, fango, m* impigliaron cosi, che ec. 89. OioeaMM, mia moglie, ed «Ifri miei 

85. Quésto se, come tanti altri cbe ne congiunti, 

notai noli' Inferno, non è condisionale, 90. een batté ftontt^ quasi vergognoso, 

ma deprecativo : Deh cosi si compia quel perchè i parenti non euran di lui. 

tuo desiderio ec. 98, 96. Traversa un torrente, che ha 

87. Con opere di cristiana pietà ainta nome Archiano (oggi Archiana), il qaale 
il desiderio mio. < nasce nell'Appennino, oh' è sopra il sacro 

88. Buoneont$ era figlio di Guido da Eremo di Camaldoli. 

Montefeltro (Inferno, canto XXVII) : egli 97. Là, i»tt ii nom tuo ii9t%la mm. 
mori nella batUglia di Campaldino, e mai Là dove perde il tuo nome, perchè ìm- 
Don si seppe che avvenisse del suo corpo : bocca nell' Arno. 



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CANTO QUINTO. 283 

Qniyi perdei la vista; e la parola lot 

Nel nome di Maria finio, e quivi 

Caddi, e rimase la mia carne sola. 
Io dirò 1 vero, e tu 1 ridi' tra i vivi : 

L'angel di Dio mi prese, e quel d'Inferno 

(jrìdava: tu dal ciel, perchè mi privi? 105 

Tu te ne porti di costui V etemo, 

Per una lagrimetta che^l mi toglie; 

Ma io farò dell' altro altro governo. 
Ben sai come neU' aere si raccoglie 

Quell'umido vapor, che in acqua riede iio 

Tosto che sale dovei freddo il coglie: 
Giunto quel mal voler, che pur mal chiede, 

Con lo intelletto, e' mosse '1 fumo e '1 vento 

Per la virtù che sua natura diede. 
Indi la valle, come '1 di fu spento, ii& 

Da Pratomagno al gran giogo coperse 

Di nebbia; e'I ciel di sopra fece intento 
Si, che '1 pregno aere in acqua si converse. 

La pioggia cadde; ed affossati venne 

Di lei ciò che la terra non sofferse: 120 

E come a' rivi grandi si convenne, 

Vèr lo fiume real tanto veloce 

Si minò, che nulla la ritenne. 
Lo corpo mio gelato in su la foce 

Trovò FArchian mbesto; e quel sospinse 126 

Nell'Amo, e sciolse al mio petto la croce 

100, IDI. • ta parola, ed il mio parlare malvagio Tolere, cho cerca soltanto il 

fisi iafoeaodo il tanto nome di Maria. male deili aemini, il demonio, per la 

ICO. to «te e«nM tela, cioè, il mio cor- potenta che l' angelica sua natura gli die- 

po iena l' anima. de, mosse il Tepore e 11 Tento per soici- 

104. f f«el i* infimo, cioè, 1' angelo tare on temporale. 

dell' Inferno, il demonio. 115. la valU: è quarto caso. 

«08. tu daleiel, o ta che tei del cielo, 116. Dal monte di Pratomagno (che di- 

o apirlto eelette, pereAè mi privi del- Tide il Casentino dal Valdamo) Ano al 

r anima di cotto!? gran giogo dell' Appennino. 

10$. retome, U parte eterna, cioè 117. inltnfe, alcuni spiegano preparato, 

r anima. dttposio ; altri spiegano dinto, eoatfipafo : 

108. Ma io farò diTorso trattamento del- anche Virgilio: o6ftiifa deneaiiliir «ecfe 

r altra parte, cioè del corpo. tenébrm. 

10IM11. Tu ben sai come neirariasi 118, 119. E Tenne a'fossali quella parte 

condensa queir umido Tepore, il quale, di essa pioggia, che la terra non assorbì, 

tosfoebè è salito nella seconda regione 191, 1SS. E quando queir acqua si 

dell* aria, doTe Tien cólto dal freddo, ri- Tenne riunendo a' grandi torrenti, si pre- 

cade sulla terra in forma di atqoa. — È cipitò Terso il fiume reale dell'Amo tanto 

detto secondo Aristotile. velocemente, che ec. 

1 19-414. Costniisei ed intendi: Congiun- 49S. mèetfe, qui vale Impetuoso e gon- 

to, accoppiato, con V intelletto quel suo fio. 



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Go.ogle 



286 DSL FUBGÀTOBIO 

Ch'io fei di me quando '1 dolor mi Yinso: 
Voltommi per le ripe e per lo fondo; 
Poi di sua preda mi coperse e cìnse. 

Deh quando tu sarai tornato al mondo, 
E riposato della lunga via, 
Seguitò *1 terzo spirito al secondo, 

Ricordati di me, che son la Pia. 
Siena mi fé; disfecemi Maremma: 
Salsi colui, che, inanellata pria, 

Disposato m' avea colla sua gemma. 



130 



135 



197. Ch* io fei di 9u, eh' io feei delle 
mie braccia. incrociaDdomele sul pello, 
quando il dolor, il pentimento de' miei 
peccati, mi vinse. 

129. di ma prtda, di soa ghiaia e d'erba, 
predata ne* monti e nella pianura. 

135. la Pia, gentildonna sanete, fa de* 
Guastelloni. Si maritò ad nn Tolomei, e, 
rimasta vedova di lui, fu sposata da un 
Nello Paganello de* Pannocbieschi, si- 
gnore del castello dell» Pietra. Condot- 
tala in Maremma, il marito la fece da un 
famiglio prendere per le gambe e gettare 
dalla finestra. Alcuno disse che Nello 
fosse spinto a quost' atto barbaro dal so- 



spetto della infedeltà di lei ; ma altri in- 
vece asserisce eh' ei lo facesse per torta 
di messo, affine di poter prendere in mo- 
glie (il che non gli venne poi fatto) una 
conlessaMargheritaAldobrandescbi.bella 
ed erede di molte ricchesze. 11 tragico 
fatto avvenne circa il I3d5. 

iS4. Intendi : nacqui In Siena, e morii 
in Maremma. 

138, 136. Se Io sa bene colui, cioè Nello, 
il quale eolia sua gemma avea sposato 
me, inanellata prima da un altro, cioè 
sposata prima da un altro, di cui era ri- 
masta vedova. — Inanellaro vale 4mr 
rancico, nutUr Van$Uù eoniu^alo. 



CANTO SESTO. 



Parecchie altre anime pregan Dante perchè fscda pregare per esse, od egli pone un 
dubbio a Virgilio snU* efficacia della preghiera. Continuando il lor cammino, incon- 
trano il poeta Bordello, il quale, al nome di Mantova eua patria, abbraccia il man- 
tovano Virgilio: donde trae Dante ooeaeione a afogar^ il euo magnanimo sdegno 
contro le divisioni e le guerre fraterne degP Italiani, 

Quando si parte il giuoco della zara, 

Colui che perde si riman dolente, 

Ripetendo le volte, e tristo impara; 
Con r altro se ne va tutta la gente: 

Qual va dinanzi, e qual diretro 1 prende, ^ 

E qual da lato gli si reca a mente. 



4. Qoando, finito il giuoco della tara, 
l'nn ginocatore si parte dall'altro. E 
questo tti» giuoco che si faceva con Ut 
dadi, e dicevasi tara il Csr soli tr« o 
quattro punti. 

3. Ripetendo nel sno pensiero le vol- 
tato, i rivolgimenti de' dadi, a impara 



con suo dolore, impara a ma tpeie, elio 
cosa sia il giuoco. Ovvoro, riprovandoli 
a gettar» i dadi e far nuovi tiri. 

4. CMS P altro, cioè, con quello elio ba 
vinto. 

6. §11 ti rota a «Mft, gli rieorda tè 
•lesso, per aver la mancia. 



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CAUTO BKTO. 

£i non s'arresta, e questo e quello intende; 

A cui porge la man, più non fa pressa: 

£ coai dalla calca si difende. 
Tal era io in qnella turba spessa, 

Volgendo a loro e qua e là la faccia, 

E promettendo mi sciogliea da essa. 
Quivi ei*a FAretin, che dalle braccia 

Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte; 

£ r altro eh* annegò correndo in caccia. 
Quivi pregava con le mani sporte 

Federigo Novello, e quel da Pisa, 

Che fé parer lo buon Marzucco forte. 
Vidi oont^Orso; e T anima divisa 

Dal corpo suo per astio e per inveggia. 

Comici dicea, non per colpa commisa; 
Pier dalla Broccia dico. £ -qui provveggia, 

Mentr' è di qua, la donna di Brabante, 



287 



10 



15 



20 



7. Mi, cioè, qaello ebe ha tinto- 

8. 0«ef li • fi por9$ la «kiho, daodo- 
rli OM sbroffetto, imi» gli fa j»iè prtita 
d' attorno. 

13, li. M.BenineaM aretino, dotto gln- 
rf consalto, estendo potestà in Siena, eon« 
dannò a morte Tacco e Tarrino da Tor- 
rìta nipote di lui, perchè areano mbato 
alla strada: e non molto dopo, laseSata 
Siena, andò g indice a Roma. Qoìtì allora 
portoisi Gbioo, fratello di Tacco, e Ini 
sdente in tribonale, per Tendetta del 
fratello, accise, portandosene seco la te- 
Ma redsa. Di qnesto Ghino di Tacco, che 
fa un terrihil ladrone, ed era d'Asinalnn- 
fa. parla il Boccaccio nella norella SSL 

15. E r altro aretino. Fa qaesti an 
Clone Goccio Tarlati di Tietramala, il 
quale, dopo la rotta cbe ebbero gli Are- 
tini a Bibbiena, fogiiendo da* nemici, che 
lo toiegoif ano, entrò col catal lo nel l 'Amo, 
credendo potorio gnadare, ma qaivi an- 
neiò. — Correndo <« eoeeia. Tale fuggendo 
per la caccia, che gli davano i nemici. Il 
CoBptgnì : ■ Faron rotti gli Aretini non 
per Tìità, né per poca prodexia, ma per 
lo soperchio dei nemici romoi messi in 
CkCQk nccideodoli. • 

17 . Foitrigo No9il (o fa figi iaolo del conto 
Ooido da BattifòUe, e tn ucciso da ano 
de' Bostoli, detto il Fomaioolo. 

il, 18. • 9mI da Pise, e qael pisano, 
€io^ Farinata degli Scomigiani, che fece 
tpparir forte il baon Marsacco soo geni- 



tore. — Farinata fo ucciso da Beccio da 
Caprona, e a Marsncco suo padre, che già 
era frate minore, diede occasione di mo- 
strarsi forte; poiché Marsncco, rassegnato 
al volere di Dio. andò cogli altri frati 
air eseqnie del figlio, ed esortò il paren- 
tado ad aTor pace coli* omicida. Alcnni 
aggiongono che spingesse quella soavi rth 
lino al ponto di andare a baciar la mano 
dell' nccisore. 

19. eont* OrtOf credono aleoni che fosse 
degli Alberti di vai di Bisonsio, o fosse 
accise da' snoi consorti. Altri il vogliono 
figlinolo del conte Napoleone da Gerbaia, 
che fosse morto dal conto Alberto da 
Mangooa sno aio. 

19-S9. E r anima di Pier dalla Broc- 
cia, divisa dal sno corpo per astio e p«r 
invtggiaf per iovidia, siccom' egli diceva, 
e non per alcnna colpa da lai conoitM, 
commessa. — invoggia, dal prov. ««vir/a, 
convertito 1'/ io doppio g. •> Pietro de 
la Brosse era segretario del re di Fran- 
cia Filippo III, e mollo poteva appreuo 
dì lai: il perchè non solo i cortigiani 
presero ad invidiarlo, ma altresì Maria 
di Brabante, seconda moglie di qool re. 
Unitisi costoro, lo accasarono di avor ri- 
velato al re di Gastiglia i segreti di stato, 
e il troppo credalo Filippo lo foce con- 
dannare a morte: ciò avvenne nel 1916. 

93-34. • fui jn'ovviggia, e a questo de- 
litto di calannia e d' omicidio provveda 
e rimedi la brabaotoso regina, mentre è 



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288 DSL PUROATORIO 

Si che però non sia dì peggior greggia. 
Come libero fui da tutte quante s** 

Quell^ ombre, che pregar pur ch'altri preghi, 

Si che Bravacci 1 lor divenir sante, 
Incominciai: E' par che tu mi nìeghi, 

luce mia, espresso in alcun testo, * 

Che decreto del cielo orazion pieghi: ^ 

E queste genti pregan pur di questo. 

Sarebbe dunque loro speme vana? 

non m'è'l detto tuo ben manifesto? 
Ed egli a me: La mia scrittura è piana; 

£ la speranza di costor non falla, 35 

Se ben si guarda con la mente sana; 
Che cima di giudìcio non s'avvalla, 

Perchè fuoco d' amor compia in un punto 

Ciò che dee soddisfar chi qui s' astalla. 
E là, dov'io fermai cotesto punto, 40 

Non s'ammendava, per pregar, difetto. 

Perchè '1 prego da Dio era disgiunto. 
Veramente a cosi alto sospetto 

Non ti fermar, se quella noi ti dice, 

Che lume fia tra 1 vero e Y intelletto. ^ 

Non so se intendi; io dico di Beatrice: 

lottors di qos nel moodOf cosi che, por S7-S9. Poiebi l'alio gindicio divioo «os 

esso delitto, non rada a staro in ona com- •* avvalla, non s' abbaaia, né rinette del 

pafttis peniore di qoella del Purgatorio, ano rigore, perchè, perqoanloebè. fuoev 

cioA nella compagnia de' dannati. — d' amor, 1* ardore di carità de' Tiri cew^is 

Jffiifr' è di qua, ò detto in riipetlo al luo- in un punto, iodisfaccia in brere tempo, 

go. doT'era il Poeta dettando questi canti, ciò ehi df tatiifar chi qui «* Mia Ite, 

96. che pregar pur, che pregarono an- quello che dee in un lungo tempo todi- 
eh' esse come le altre, che allri prieghi, sfare ogni anima, che qui ha sullo o sUn- 
che i Tiri preghino hio per loro. sa. — La giustizia ditina non perde se in 

97. 81 che s' affretti il loro purgarsi, poco tempo 1' anima espia le sue colpe, 
e eosi farsi degne del cielo. 40-49. E U, neirinfemo, dov'io fermai, 

98-ao. Fpare che tu, o Virgilio, luce stabilii, posi quella massima, noa potava 

che rischiari ogni mio dubbio, «< nieghi farsi ammenda del pecealo,per quanto «om 

eipreeeo, espressamente, in alcun teeto pregasse, perchè quegli che profava era 

(nel lib. VI óeW Eneide) che pregando si disgiunto da Dio. 

pieghi, si cangi, il decreto del cielo. Deeine 45. Veramente, è nel senso del Ut.««ni«i, 

fata Deém (tetti eperare precando; quando e Tale «m. - alto «espelle, profosdo d«b- 

Palinuro cbiede passare lo Stige innansi bio, difflcii questione. 



45. Che luene /la, che ti sarà lame, 
si. E queste genti del Purgatorio pur quando ti guiderà pel Paradiso. — Vir- 
nonostante pregano di questo, cioè, che gilio, simbolo della scienxa anana, ri- 
si faccia orasione per loro. manda per siffatta questione, pih teolo- 
85. Oppure non ho io bene inteso il giea che naturale, il discepolo a Baatriee, 
Ino detto f simbolo della scienu divina, al lume 
S4. è ptoaa, à facile a intendersi. della quale V uomo ritrova qnd Ttrì, che 
80. aoa falla, non erra. altronde cercherebbe iaTano. 



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OAlfTO SESTO. 289 

Ta la vedrai di sopra, in su la vetta 
Di questo monte, ridente e felice. 

Ed io: Buon Duca, andiamo a maggior fretta; 
Ghè già non m'affatico come dianzi: ^ 

£ vedi omai che 1 poggio V ombra getta. 

Noi anderem con qnesto giorno innanzi, 
Rispose, quanto più potremo omai: 
Ma 1 fatto è d* altra forma che non stanzi. 

Prima che siam lassù, tornar vedrai ^^ 

Colui che già si cuopre della costa. 
Si che i suoi raggi tu romper non fai. 

Ma vedi là un* anima, eh* a posta 
Sola soletta verso noi riguarda: 
Quella ne insegnerà la via più ix>sta. *o 

Venimmo a lei anima lombarda, 
Come ti stavi altera e disdegnosa, 
£ nel muover degli occhi onesta e tarda! 

£lla non ci diceva alcuna cosa; 
Ma lasciavano gir, solo guardando ^ 

A guisa di leon, quando si posa. 

Pur Virgilio si trasse a lei pregando 
Che ne mostrasse la miglior salita: 
£ quella non rispose al suo dimando ; 

Ma di nostro paese, e della vita ''^ 

Ci chiese. £ 1 dolce Duca incominciava: 
Mantova... £ V ombra, tutta in sé romita, 

kl, 48. i% f» ìa Vétta f1d§nté $ f$lic§ tU. • — QnarU specie di Degligenti : co- 

Si «««f fo «onte» ore il PoeU colloca il loro che occupati in armi, in lettere o in 

Pandiflo torreatre. politica, trascurarono la propria conTer- 

M. Vedi ohe omai il monte getta Tom- lione fino agli estremi della nta. 
bra doTO noi siamo. Siccome il Sole avea GO. ^ft iotla, più spedi U, più lesta, 
dato Tòlta verio ponente, e i Poeti sali- 61. mnima lombarda ee. Queste non 

TUO il monte dalla parte orientale, è son parole che Virgilio Tolgesse a qael- 

ehiaro che il monte doTea gettar l'ombra V anima, ma è un' eselamaiion del Poeta, 

Bei ioogo ot' essi camminaTano. a cui nello scrirere tornano a memoria 

54. Vale a dire : ma la salita è pib lunga il nobile aspetto e le dignilote moTenxe 
e difBcile di quello che tn non giudichi di quello spirito. 

itabiliid in pensiero. — Stanaiaré Tale 89. Chi per altessa d' animo dispregia 

propriamente itaiairt, dtUòérari, ma qnì le cose tìIì, può chiamarsi alttro • di- 

è in significato metaforico. idsgiiefo. In questo senso il i>etrarea chia- 

55. ìoMik, in vetta del monto del Por- mò Laura altera « difdftfnoM, no» iaptrba 
gatorio. e Hlreta. 

56. Calmi, cioè il Sole. 67. Pur, nonostante quella ma conte- 
Si. ta romftr aoa (aiy come fiiceTi sta- 



mani, quando il Sole era a loTante. 70. • delta «<te, Tale a dire, della no* 

55. a fta, fisamente, quasi appostan- stra condisione. 

doei. Anello neir Inferno, canto XXIX, 79. Ifantova, incominciò Virgilio a dire, 

T. i9: > Dot' lo tenera gli occhi si a pò- Tolendo conchiodere fa la mia puArte. B 



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290 DEIi PUBOATOBIO 

Sorse vèr Ini del luogo ove pria stava, 
Dicendo: mantovano, io son Sordello 
Della toa terra. E V un V altro abbracciava. 

Ahi serva Italia, di dolore ostello. 
Nave senza nocchiero in gran tempesta, 
Non donna di provincie, ma bordello! 

Qnell* anima gentil fu cosi presta, 
Sol per lo dolce suon della sua terra, 
Di fare al cittadin suo quivi festa ; 

Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vivi tuoi, e r un r altro si rode 
Di quei ch^un muro ed una fossa serra. 

Cerca, misera, intomo dalle prode 
Le tue marine, e poi ti guarda in seno, 
S' alcuna parte in te di pace gode. 

Che vai, perchè ti racconciasse U freno 
Giustiniano, se la sella è vota? 
Senz* esso fora la vergogna meno. 

Ahi gente, che dovresti esser devota, 
E lasciar seder Cesar nella sella, 
Se bene intendi ciò che Dio ti nota; 

Guarda com' està fiera ò fatta fella, 



80 



C5 



00 



r ombra, che dapprima era imita i» iè 
romite» tutta in sé stessa raccolta, ec. 

74. Sorde no d«' Yiteonti di Mantofa fa 
«n eccellente poeta e an dotto letterato 
del secolo XIII, e BenTenulo da Imola lo 
dice pura nobilii $l pmdoat milM et c»- 
rialii. Dante iatesso lo ricorda nel sno 
Volgare Eloquio, lib. I, cap. 18. 

16. Ahi oérta Italia ee. Dalla ricordane 
za della festosa aecogliensa di Sordello 
al suo compatriotla Virgilio, ritolge il 
Poeta il pensiero alle dirisioni, ond' ora 
la saa patria lacerala; il perchè, sen- 
tendosi da nobile disdegno compreso, 
prorompe nella seguente teementissima 
e magni flea apostrofe all' Italia. 

71. Chiama V Italia «avo itnta aocckU^ 
ro, poiché, abbandonata dall'imperatore, 
era da molti signorotti tribolata e dalle 
eirili discordie sconvolta. 

18. Non signora di proTincie» ma ricet- 
tacolo d' ogni mal costume. 

80. {0 do(e« «W01I, il dolce nome. 

8S-81 Considera, o misera, i paesi che 
stanno lungo le rito de' due mari (medi- 
terraneo e adriatico), e poi guarda quelli 
oh* MB dentro terra, e cosi vedi te yì 



ha in te alcuna parte che goda pace. 

88. 89. Che vai ec. Il Poeta qui rappre- 
senta r Italia sotto la figura d' un indo- 
mito cavallo ; e dice : Che Tale, che Giu- 
stiniano, per messo del suo celebre codice, 
ti racconciaue il freno, se la tua sella è 
Tuota, cioè, se non ti sieda sopra l'impe- 
ratore affine di guidarti seeondo lo vie di 
giustiiiat — L' imperatore Giustiniano, 
llberaU nel VI secolo V Italia dal Goti, ri 
ordinò un nuovo gotemo, e le diede un 
codice di leggi, che ehlamò dal suo nome 

90. Stus'etto freno raceonciato, cioè 
senta il oodlee giustinianeo, la vergogna 
sarebbe minore; poiché minor vergogna 
é il non aver leggi, di quello che averla 
e non osservarle. Pnrg., canto IVI, v, 97 : 
« Le leggi son ; ma chi pon mano ad essaf • 

91-96. Ahi goaU ee. Qui il PoeU ripren- 
de i Guelfi, e partleolarmenfe quelli della 
romana Curia. Ahi gente, che dovreetl 
essere consacrata soltanto a Dio e alle 
cose della religione, lasciando all' impe- 
ratore il governo delle cose temporali, se 
bene intendi ciò ohe Cristo disse, fu* 
seni CSvierit Camri, $t qnm turni JM Uso ; 
guarda come questa fiera (l'Italia sotto U 



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CAirro SKSTO. . 291 

Per non esser corretta dagli sproni, ^ 

Poi che ponesti mano alla bridella! 
Alberto tedesco, eh* abbandoni 

Costei eh* è fatta indomita e selvaggia, 

E dovresti inforcar gli suoi arcioni. 
Giusto gìudicio dalle stelle caggia lOO 

Sovra 1 tuo sangue, e sia nuovo ed aperto, 

Tal chel tuo successor temenza n'aggia: 
Gh* avete, tu e 1 tuo padre, sofferto, 

Per cupidigia di costà distretti, 

Ghel gìardin dell'imperio sia diserto. ^^^ 



detta figura d* an caTSÌIo) tia fatta sel- 
vatica e ealeilrante, per non esser cor- 
retta dagli sproni dell' imperatore, pò* 
Kiachè tu tolesti por mano alla sua briijlia, 
cioè, por mano al suo goternol — Bridella 
è lo stesso che briglia, e si feeo dal lati- 
no barbaro Arida. Bd alcuni dicono essere 
quella parte della briglia, cbe posa sulla 
rilancia del carallo, per la quale suol 
quello pigliarsi da ehi lo conduce a mano. 
Ora i Guelfi areano preso per la bridella 
il earallo [V Italia) , quasi volendo impe- 
dire che il earaliere (1* imperatore) lo 
monUsse. Altri tetti leggono predilla, ma 
io ritengo qnesta roce corruzione del- 
l'altra. 

97. Àlbtrto, figlio dell' imperatore Ri- 
dolfo, fa il secondo della casa d'Absburg, 
che aresse il titolo di re de' Romani. Fu 
eletto nel 1998, e sebben confermata la sua 
elezione nel 1303 da papa Bonifazio Vili, 
BOQ ToUe mai venire in Italia. -> Coloro 
che lensa eogniiion dì causa sogliono 
pronantiar sentenze, tacciano il Poota 
sostro d'ingeneroso, percbè rolesse (dicon 
essi) sottomettere la patria ad uno stra- 
niero; ma la nobilissima anima di Dante 
DOQ poterà esser capace di tanta bassez- 
u< Volerà Dante cbe l' impero latino, il 
quale non era a suo tempo cba un pal- 
lido simnlacro di quello de' Cesari, tor- 
nasse al suo antico splendore ; e, tornata 
>1 100 antico splendore T Italia, Riardili 
àeiv impero^ non serra sarebbe stata, ma 
regina delle nazioni. E se 1* autorità di 
sapremo imperante poteta cadere, poicbò 
facerasi per elezione, in uno sverò, in va 
baTaro, io nn austriaco, ciò non alterava 
il concetto di Dante, poiché la sede del- 
l' impero doveva esser sempre Roma e 
r Italia ; e l' imperatore, sebbene non 
STGsse qui sortito i natali, non era da' 



nostri rihibellini tenuto per islranirro, 
come per istraniero non si teneva dai no- 
stri Guelfi nn pontefice, che fosse vonulo 
di Spagna, di Francia o d'Alemagna. A 
riunire insieme le cento e più parti in 
che allora era sminuzzata 1* Italia, e che 
si straziavano a vicenda, la gran mente 
sintetica dell' Alighieri pensava essere 
r autorità dell' impero il solo mezzo ef- 
ficace. Il ghibellinismo valeva per Dante 
ordine, concordia, felicità, mentre il gnel- 
flsmo (e qui la storia non pare smentirlo) 
Talora disordine, discordia, infelicità. Il 
goalfismo infatti, col pretosto d' una fit- 
tizia libertà, che ognora cadeva in licenza 
popolare o in tirannide, tenne sempre 
divise e discordi le città e repubbliche 
italiane del ntedio evo. cosicchò se 1* im- 
provida politica de'tioelfi non fosse staU, 
r Italia, già da più tempo riunita sotto il 
governo d'un solo, non avrebbe oggi (186o) 
da invidiare ad altre nazioni la politica 
e civile nazionalità. 

400. Giusto castigo cada dal cielo so- 
pra il tuo sangue. •— Accenna, a mo- 
do di profeiia, alla morte violenta, che 
nel 4308 ebbe Alberto dal suo nipote Gio- 
vanni. 

i03. Tal che il tuo successore (cbe fu 
Arrigo VII di Lussemburgo) ne pigli pau- 
ra; e cosi non lasci in abbandono l'Italia, 
come hai fatto tu. 

104. dittretti, stretti, stimolati, dalla 
cupidigia di estendere il vostro dominio 
in Germania. « Rodolfo (dice il Villani) 
sempre intese ad accrescer suo stato • 
signoria in Aiemagna, lasciandole imprese 
d'Italia. > Sossant'anni stettero gl'impe- 
ratori senza calare in Italia. 

10:$. il Qiardin dtlV impero, cioè l'IUlia. 
— DsMrfo vale abbandonato^ ma qui può 
eziandio valere dittrtato, malwunato. 



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202 DH" PUBGATOBIO 

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippeschi, uom senza cara; 
Color già tristi, e costor con sospetti. 

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 
De' tuoi gentili, e cura lor magagne ; 
E vedrai Santa^or come si cura. 

Vieni a veder la tua Roma che piagne, 
Vedova, sola, e di e notte chiama: 
Cesare mio, perchè non m'accompagno? 

Vieni a veder la gente quanto s' ama : 
E se nulla di noi pietà ti muove, 
A vergognar ti vien della tua fama. 

£ se lecito m'ò, o sommo Giove 
Che fosti in terra per noi crocifisso, 
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 

è preparazion, che nell'abisso 
Del tuo consiglio fai, per alcun bene 
In tutto dall' accorger nostro scisso? 

Che le terre d' Italia tutte piene 
Son di tiranni; ed un Marcel diventa 
Ogni viUan che parteggiando viene. 

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 
Di questa digression, che non ti tocca. 



Ito 



115 



120 



1S5 



406. MwtUcehi $ CapftlUtU, bobili 6 
potooti ramiglie di Verona. 

tm. Monaldi • FiUfpeicki, altre nobili 
famiglie d' OrTieto. — Sinza e»r«, inca- 
rante, indolente. 

108. Gli nni già dolenti pei danni ri- 
cevnti nelle contenxiont ciTìli; gli altri 
lospettosi di rieeTerne. 

i09, 140. Vieni, e Tedi l' oppressione 
de' tool gentilaoroini ghibellini, e porta 
rimedio a* lor mali. — gntiU significa 
noMto. 

ili. E Tedrai Santafiora eome barba- 
ramente si gotema. -* Santafiora, al- 
tra Tolta eontea o feudo imperiale, è 
sa' eonfini della proTincia sanese. Al- 
tri legge : eom* è ticnra ; e spiega : come 
ci si tìto bene; detto ironicamente, 
perchè quel paese, per il mal goTomo 
de* suoi conti, era tatto infestato di la- 
trocinii. 

1 13. Vsrfova, perchè abbandonata da te, 
iola, perchè priTa d' ogni aiolo. ChUma 
Tale grida, dal latino clamat. Cosi nella 
Caos. Il: t Angelo chiama in dirino in- 
tellotto. • 



415. quanto t'ama, ironia, e però signi- 
fica, quanto s* odia. 

448, il9. E se, sommo Iddio, che fosti 
in terra por noi crocifisso, m' è lecito farti 
questa domanda, dimmi, ee. La voce pa- 
gana ffiovf è, secondo gli antichi, dal- 
l' ebraica Jthova, per cai nelle Seiittore 
è nominato Dio. La Toce Gi99t io questo 
significato 1' usò pure il Petrarca. 

Ì31-4S. con questi mali, che ci Ikl 
solTrire, prepari tu nella profondità de* 
tuoi consigli alcun bene in Utto tcisso. 
affatto separato e lontano dal nostro in- 
tendere f 

195. di firaani, perchè anco In derao- 
craiia può tornare in tirannide. » «a 
Uarcol, cioè, un uomo illustre e potente. 
— Varii furono In Roma con tal nome i 
personaggi illustri e potenti. 

196. Ogni uomo di villa, cioè di eoo* 
tado, OTToro ogni uomo di ril condiaìone, 
che prende parte nelle fadonl.Ciò è detto 
contro la gtnto nuota. 

497. Questo, e gli altri tre ternari che 
Tengono appresso, sono na* aaan ironia 
contro Firente. 



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CANTO 8£ST0. 293 

Mercè del popol tao che s'argomenta. 

Molti han giustizia in cnor; ma tardi scocca, ^^ 

Per non venir senza consiglio all'arco: 
Ma 1 popol tao F ha in sommo della bocca. 

Molti rifìntan lo comune incarco; 
Mal popol tao sollecito risponde 
Senza chiamare, e grida: Io mi sobbarco. ^^ 

Or ti fa' lieta, chò tu hai ben onde : 
Tu ricca; tu con pace; tu con senno; 
S' io dico ver, V effetto noi nasconde. 

Atene e Lacedemone, che fenno 
L'antiche leggi, e furon A dvili, i^o 

Fecero al viver bene un picciol cenno 

Verso di te, che fai tanto sottili 
Provvedimenti, eh' a mezzo Novembre 
Non giunge quel che tu d' Ottobre fili. 

Quante volte, nel tempo che rimembro, ^^^ 

Legge, moneta ed ufficio e costume 
Hai tu mutato, e rinnovato membra? 

£ se ben ti ricordi e vedi lume, 
Vedrai te somigliante a quella inferma, 
Che non può trovar posa in su le piume, 160 

Ma con dar volta suo dolore scherma. 

ff». $k9 «' «rgMMAfa, eho si fiadla o lo dimostra. — PerViroDÌa tqoI diro, eho 

s* iBC«gM di issor diterso dagli altri pò- il fatto dimostrata tatto il contrario, 

poli d'iulia. - Safoita l' ironia, a tqoI i40. furo» ti civili, ebboro cosi occel- 

dire ebe il popolo fiorentino era peggio- lenti modi di governo, 

re degli altri. Altri leggono «I ar^MMuto, i41. Nel loro ordinarsi a vita citile 

cioè, si ben ragiona, si ben prorrede nelle fecero assai poco a paragone di te, che 

sue deliberaxioni. fai tanto sottili proTTedimenti, cbe quello, 

«SO-IM. Molti popoli banno la giasti- che ordini nelP Ottobre, resta appena in 

sia nel coore ; ma sen lenti e timidi nel Tigore fino a messo NoTcmbre. — Qni la- 

maadarla ad effetto, per non scagliare scia V ironia, e rampogna Firenie aper- 

sconsigliatamente ano strale, cbe non può tamente. — Si noti il doppio senso della 

più rerocarsi ; ma il popolo too 1' ba voce «olliK, cbe, significando omfi e d»- 

tempre in bocca, ne ba sempre piena la hoH , rende mordace il grasioso eqni- 

bocea. ~~ Continua V ironia, e tuoI dire toco. 

cbe il popolo di Firense ba la giastisia i48. mI fmpe e*«H«MiArt, rimembri; 

sotUnto in parole e non in fatti. cioè, nello sgasio di tempo, del quale 

m. lo coflittM incércQ, ì caricbi, gli bai memoria; in gnest'oitimi anni, 

offici pobblici. 447. • rinnovmto msm^e, membri; cioè, 

134. 5t»M eAfMMft, senia esser ebia- rinnovato cittadini e magistrati, or questi 

mato, e grida: lo mi toibarco.m lOttO' or quelli cacciando in esilio, secondo il 

pongo al carico, son pronto ad esercitare prevalere dell' nna fasione, o deir altra. 

V officio. — L' ironia significa cbe tutti 448. E a b4% ti ricordi, e se ben «sdì 

erao avidi, pel proprio interesse, di af- Itim*, cioè, se bai ben chiara la vista 

forare le pnbbliebe mi«istratnre. dall' intelletto. 

136. Or ti rallegra, poiché tu bai bene 4M. Ma col voltarsi or da nna parte 

di cbe rallegrarti. ' or dall' altra, cerca di fare schermo o 

IW. r 9f$ÌtQ noi Muconie, cioè, il fatto riparo al sao dolore. 

4ft 

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294 DSL PVBQATOBtO 



CANTO SETTIMO. 

Inteso !!^rdelIo elte quegli elio seco parU è Virgilio, sii dà nuore e più grandi dimo- 
•traxi^ d* affetto; e gli B*oinre a guida per condurlo alcun tratto an per il balxo. 
Ha essendo per tramontare il Sole, né potendosi di notte andar su pel monte. Bor- 
dello conduce i Poeti in una prossima amena ralletta, oto tu. dimora illustri perso- 
naggi, che, tutti occupati deUe mondane grandezze, liserbarono all'ultimo il pensiero 
di Dio. 

Posciachè V accoglienze oneste e liete 

Foro iterate tre e quattro volte, 

Sordel si trasse, e disse: Voi chi siete? 
Prima eh* a questo monte fosser vòlte 

L* anime degne di salire a Dìo, <» 

Fur r ossa mie per Ottavian sepolte. 
Io son Virgilio ; e per nuli* altro rio 

Lo del perdei, che per non aver fé. 

Cosi rispose sdlora il Duca mio. 
Qual è colui che cosa innanzi a sé . ^^ 

Sùbita vede, ond* ei si maraviglia, 

Che crede e no, dicendo: Eli* è, non è; 
Tal parve quegli; e poi chinò le ciglia, 

£d umilmente ritonrà ver lui. 

Ed abbracdollo ove *1 minor s* appiglia. ^^ 

gloria de* Latin, disse, per cui 

Mostrò ciò che potea la lingua nostra; 

pregio etemo del luogo ond*i*fui; 
Qual merito, o qual grazia mi ti mostra ? 

S* io son d* udir le tue parole degno, so 

f-S. Poseiaehè le accogliente oneste • detto, se n'-era scostato dopo gli aU>rac- 

liete, cioè gli abbracciamenti fra Virgilio ciamenti. 

e Bordello, furono ripetute tre e quattro 10. o«« U minor s' appiglia, cioè, oto 

volte, Sordello si trasse indietro, e disse, una persona di coDdizione inferiore suole 

4-6. Prima che le anime degli eletti appigliarsi negli abbracciamenli; Tale a 
Tonissero a purificarsi in questo luogo, dire.alleginocchia.GosinelXXIil Poeta 
prima che questo luogo difenisse la Tia dirà come Stazio si chinasse ad abbrac- 
di salire al cielo (cioè, prima della ri- ciare i piedi allo stesso Virgilio. Si noti 
sorresiono di Cristo, quandp non esistoTa che prima d' aTorlo conosciuto Sordello 
il Purgatorio, ma il Limbo de' santi Pa- l' ha abbracciato familiarmente e coam 
dri) , il mio corpo fb fatto seppellire da eguale: ora lo Tenera come sommo poeta. 
Ottaviano Augusto , mio protettore. — 17. la lingua noitm, cioè la lingua la- 
Donato: «Furono per comando d'Augusto tioa, che nessuno più di Virgilio fece 
le ossa di Virgilio traslate a Napoli. • comparire maestosa e gentile. La dice 
Purgatorio, canto III, t. 97. nottra, perchè nuvasi tattavia da' dotti 

7. per «mlV adro rio, per nisson altro del suo tempo, o perchè appartonente ai- 
reato, peccato. r Italia, o anche perchè del latino e del- 

8. per non aesr fé, per non aver ere- 1* italiano fa come totta una liogoa. 
dulo nel Tonturo Redentore. i8. del Inogo end* io /M» cioè, di flfaii- 

14. rilornò vir lui, perchè, corno ha tova nia patria. 



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CAUTO flSRIMO. 295 

Dimmi se vien d'Inferno, e di qual cbìostra. 
Per tntti i cerchi del dolente regno, 

Rispose lui, son io di qua venato: 

Virtù del cìel mi mosse, e con lei yegno. 
Non per far, ma per non fare ho perduto 25 

Di Teder V alto Sol, ohe tu diairi, 

£ che fu tardi da me conosciuto. 
Luogo è laggiù non tristo da martiri, 

Ma di tenebre solo, ove i lamenti 

Non suonan come guai, ma son sospiri. «> 

Quivi sto io co' parvoli innocenti. 

Da' denti morsi della morte, avante 

Che foBser dall'umana colpa esenti: 
Quivi sto io con quei, che le tre sante 

Virtù non si vestirò, e senza vizio S5 

Conobber l' altre, e seguir tutte quante. 
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio 

Da' noi, perchè venir possiam più tosto 

Là, dove 1 Purgatorio ha dritto inizio. 
Rispose : Luogo certo non e' è posto; *^ 

Licito m' è andar suso ed intomo: 

Per quanto ir posso, a guida mi t'accosto. 
. Ma vedi già come dichina '1 giorno. 

Ed andar su di notte non si puote: 

Però è buon pensar d'un bel soggiorno. ^ 

Anime sono a destra qua remote : 

Se '1 mi consenti, ntenerotti ad esse, 

91. « A t«al ekioiirm, e di qaftl cor- ptecavirunt, ^ $t$nti, dal Torbo latino 

eliio, stanza, di esso. $9Ìmo, quasi a dire, Ubtrati, 

94. i co» tot 9$gn0f e Tengo accompa- S4-26. Qqìtì io sto con quelli che non 

IBito da aisA. ebbero le tre sante Tìrlh teologali, e cbe 

H-il. Intendi : Non per arer commesso puri d' ogni Tìzio conobbero tutte quante 

Kellerftggini, ma per non aTere aTuto le l0 altre Tirtb e le praticarono. — U lr$ 

We unte Tirtù, fede, speranza e cariti, *anU Virth non «i veitiro : Eccl., XVII, 

^ perduto di Tederò il sommo Iddio, cbe 9. vativU . . . virtut$, 

k desideri, e cbe troppo tardi, cioè dopo 38. Da' a noi. ~ pii totto, pifa presta- 

BoTte, fa da me conosclnto. mente. 

98. «M trUto da marfiH, non fatto tri- 39. diritto initio^ Toro principio. Dice 

tto da pene di senso. — É quello il Limbo, questo, poicbi fin allora si erano aggirati 

^. a Itntbri Sebbene Virgilio, com'è nell'Antipurgatorio, oto si trattengono 

detto nel IV dell* Inferno, con altri spiriti le anime non per anco ammesse a pur- 

illnstri dimori in luogo luminoso, pure in garzi. 

qaetto punto, dopo accennalo alle tene- 40. Rispose : a noi non è assegnato mi 

bre, dice: f»ipi sto io, porcbè intende luogo certo, fisso, 

pzrizre del Limbo in generale. ASt. Fin dove mi è permesso inoltrarmi, 

H, SS. Afferrati dalla morte prima che, mi accompagno teco per guida. 

per r acqua del battesimo, fossero pur- 45. Però è bene pensare a troTar on 

liti dal peccato originale. Omnot in Ai4M bel laogo oTe fermarci. 

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296 ^ DEL PUBGATOBIO 

£ non senza diletto ti fien note. 
Com'è ciò? fii risposto; chi Tolesse 

Salir di notte, fora egli impedito so 

D'altrui? ower saria eh' e' non potesse? 
E '1 buon Bordello in terra fregò 1 dito, 
, Dicendo : Vedi, sola questa riga 

Non varcheresti dopo 1 Sol partito : 
Non però eh' altra cosa desse briga, 5S 

Che la notturna tenebra, ad ir suso : 

Quella col non poter la voglia intriga. 
Ben si poria con lei tornare in giuso, 

£ passeggiar la costa intorno errando, 

Mentre che l' orizzonte il di tien chiuso. ^^ 

Allora '1 mio Signor, quasi ammirando, 

Menane, disse, dunque là 've dici 

Ch'aver si può diletto dimorando. 
Foco allungati e' eravam di liei, 

Quand' io m' accorsi che '1 monte era scemo, 05 

A guisa che i valloni sceman quici. 
Colà, disse quell'ombra, n'anderemo, 

Dove la costa face di sé grembo ; 

£ colà il nuovo giorno attenderemo. 
Tra erto e piano er'un sentiero sghembo, 70 

Che ne condusse in fianco d^a lacca 

Là, dove più eh' a mezzo muore il lembo. 

40. f» ritpoito, sottinUndi da Virgilio, iciman i valloni, sono iDcavate U Talli. 

51. invece sarebbe, ch'egli non Io 68. face di «è grmÒQ, fa di sé od «ano, 

potesse di per sé stesso ? Cioè, che l' im- una canta. v 

pedimento fosse in lai stesso. Altri leg- 70. Tra V erta costa e la strada pia- 

gono: w>n tarriacko ntm potetti? cioè, na, per la quale camminaTano, era an 

o non ealiria, o ne» ealirebke per non pò- sentiero tortuoso ; OYTero : era colà un 

iere? Da eaUr focosi in antico taire e sentiero tortuoso, parte ripido e parte 

poi Barre, piano. 

54. dopo il Sol partito. H Sole è sim- 71. in fianco della iacea, all'orlo di 

bolo della grasia, la quale mancando, non quella caTità, o Talletta. 

può r uomo Care un passo nella tia di 73. Là dora il lembo, cbe circonda 

perfeiione, eh' è figurata nel monte. quella Talletta, muore piò eh* a metto, 

57. Intendi: Quella tenebra, coir impo- scema d'altezta pid della metà; cioè, 
lenza di cui è cagione, rende sensa effetto non è alto nemmen la metà dì quello cbe 
la Toglia, che ciascuno arrebbe di salire, sia negli altri punti: dimodoché da quel 

58. co» Ifi, eolla notturna tenebra. punto la discesa nella Talletta rimane 
eo. Mentre che rorizsonte tiene il Sole ageTole. S' imagini cbe il suolo del giro- 
sotto di sé. ne in che troTansi i Poeti, a un certo 

04. allnngatit allontanati. — liei, li, ponto e per una piccola estensione, s* av- 

come filici, qui, e lati, là. Talli formando una cavità, della quale il 

65, 66. Qnand*io m'accorti ee. Quando fondo declini passo passo al monte, e Ti 

a' accorsi che il ripiano (e il flaaoo) del s' intomi facendo quasi una gran nicchia: 

monte «ra eeeme, incaTato nella guisa e s' intenderà come venga a formarti que- 

•tessa cbe f «ict, qui nel nostro emisfero, ita Talletta. 



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Ok-STO SBTTDIO. 

Oro ed argento fino e cocco e biacca, 
Indico legno lucido e sereno, 
Fresco smeraldo allorachà si fiacca, 

Dall'erba e dalli fior, dentro a quel seno 
Posti, ciascun saria di color vinto, 
Come dal suo maggiore è vinto 1 meno. 

Non avea pnr natura ivi dipinto, 
Ma di soavità di nulle odori 
Vi faceva un incognito indistinto. 

Salve, Begma, in sul verde, e in su' fiori 
Quivi seder, cantando, anime vidi, 
Che per la valle non parean di fuori. 

Prima che 1 poco Sole omai s' annidi, 
Cominciò '1 Mantovan, che ci avea vólti, 
Tra color non vogliate eh' io vi guidi. 

Da questo balzo meglio gli atti e i volti 
Conoscerete voi di tutti quanti, 
Che nella lama giù .tra essi accolti. 

Colui che più sied' alto, e fa sembianti 
D'aver negletto ciò che far dovea, 
E che 9on muove bocca agli altrui canti, 

Ridolfo imperador fu, che potea 



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13. tocco, eoeeola d' no f nitie«, da eoi 
rii aotiebi traetano un bel colore rotto. 
BiacM, materia d' an color biaDcbittimo, 
cbe, per oieno d' una preparasiODe ebl- 
nica, t'oUieoe dal piombo calcinato. 

1A. indice icgnOf legno Indiano, cioè 
l'ebano, Incido ed atcintto. Soia tndia 
migrwm feri hcHium, ditte Virgilio, ator- 
gickc, lib. U. 

15. Smeraldo della pie firetea o recente 
toperileie, eom*è appunto olIoroeM fi 
/Tacca, ti rompe e ti ttacca petto da peno. 
Lo ameraldo meglio moitra allora 11 tuo 
bel verde. 

76,77. Dairerba e da'flori, cb*eran poeti 
dentro a qnel teno, cioè dentro a qoella 
Talleita, datemio de'detti oggetti tarebbe 
tute vinto in bellena di colore, come ee. 

79-81. La natura non avea telo dipinto 
qtal termo d' un* infinita varietà di co- 
lori, ma della toave fragransa di mille 
odori vi fMova «e laditfiiife incc^nito, un 
mieto, un miteaglio qaì fra noi teono- 
teioto; od ancbe «« non eo che d' indi- 
$nnU e d' incùQnih ee. — Quella valletta 
è flfvrata da Dante coti leggiadra e amena, 
perebè dettiaata ad accogliere le anime 
d' iUuttri e nobilisiimi uomini. 



89. Dante fa cbe quelle anime cantino 
la 5b(v« Beffila, perchè si recita a com. 
pietà, ossia infin dell' ufilsio : e tiam già 
mila lera. 

84. Che per cagione della cavità della 
valle non comparivan di fuori, cioè, non 
ti potevao vedere da chi stesse fuori 
d' està valle. — Son quelle le anime d' il • 
lustri perionaggi, cbe, tutti occupati de* 
mondani ingrandimenti, riserbarono al- 
l' ultimo il rivolgersi a Dio. 

89-87. Costruisci ed intendi: II man- 
tovano Sordello, cbe per quella via tor- 
tuosa, cbe qua e là volgevati, ci avea 
li condotti [vólti), cominciò a dire: non 
vogliate cb' io vi guidi tra coloro, prima 
che quel poco giorno cbe rimane, finisca. 

90. nella tema, nella vallette. Poiché 
le anime cbe prime s' offrissero davanti 
a voi, v' impedirebbero di veder le altre, 
che loro tten dietro. 

91. pia ti«d$ alto, perchè imperatore 
romano.— /b icmkianti mottrando di itero 
sopra pensiero. 

93. Cioè, di venire a ricomporre 1* Ite- 
lia, come n' era in dovere, estendo re 
de' Romani. 

94. Aidef/'od'Abtburg, imperatore^ mori 



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296 DEIi PUBOATOBIO 

Sanar le piaghe, o* hanno Italia morta, ^ 

Si che tardi per altri si ricrea. 
L'altro che nella vista Ini conforta, 

Resse la terra dove V acqua nasce. 

Che Molta in Albia, ed Albia in mar ne porta. 
Ottachero ebbe nome; e nelle fiuce loo 

Fu meglio assai che Vincislao suo figlio 

Barbato, coi lussuria ed ozio pasce. 
E quel Nasetto, che stretto a consiglio 

Par con colui c^ha si benigno aspetto, 

Mori fuggendo e disfiorando 1 giglio : 103 

Guardate là, come si batte '1 petto. 

L' altro vedete, e' ha fatto alla guancia 

Della sua palma, sospirando, letto. 
Padre e suocero son del mal di Francia: 

Sanno la vita sua viziata e lorda; no 

E quindi viene '1 duol, che si gli lancia. 
Quel che par si membruto, e che s'accorda 

Cantando con colui dal maschio naso. 



V aDDO 1990. — folM, perehè dice il Vil- 
lani : > Sa aresse Yoloto passare in lUliai 
senza contrasto n' era signore. • 

96. Si che tardi pnò essere per messo 
di altro principe riordinata. Orrero: si 
ehe il rierdinamenlo, che altri tolesse 
procurare all' Italia, sarebbe tardo. For- 
s*ancbe allude aWani sfoni d'Arrigo VII, 
del quale dice altrove (Paradiso, XXX) 
che Terrà a salrare V Halia prima che 
sia disposta. — A rier», forse sta per fi 
rierfffè, come nel canto seg., t. 183, Or 
tm ck§ *l Sol «OH f < ricTM, per «mi fi 
rieorekorà. 

97. L' altro ehe, a lui mostrandosi, gli 
è cagione di conforto. OTrero : 1' altro 
ehe mostra di confortarlo. 

98. 99. Resse la Boemia, ore Jia la sor- 
gente il finme Jfolte, MoldaTa, il quale 
entra nel Home ilMa, Elba, e questo va 
poi a sboccare nell* oceano settentriona- 
le, mar germanico. 

iOO. Oitaehtrù Ottoearo, re di Boe- 
mia, mori in battaglia contro Ridolfo 
nel Itn. 

100-iOi. K Mlle fatc9, ed anche gioTi- 
netto, fu anai miglior principe, che VÌn-> 
cislao suo Aglio barbmtù, fatto adulto. 

i05. B q%il Noittto; è costui Filip- 
po III l'Ardilo, re di Francia: lo chia- 
ma NàmllQt perchè avta piecol naso. 



ÌOk. colui «' ha fa honigtM aifoiu, A 
Arrigo III conte di Sciampagnn e rn di 
NaTarra, detto il Grasso. 

iOK. Filippo III, sconfitto in batUglia 
oaTale da Roggeri Doria, ammiraclio del 
re Pietro Ili d' Aragona, sì ritirò a l*er- 
pignano, ove mori di dolore : Hofltr^mdo 
il gifliù, macchiando per quella scoofitta 
r onore delia Francia, che ha per Arme 
i figli. 

«07, «OS. Vedete 1' altra, cioè Arri- 
go III, che, sospirando, ha fatto letto 
della sua palma alla guancia, eloè, bn 
appoggiato il Tolto ad una mano. 

109. Filippo 111 era il padre, e Arri- 
go III il suocero di Filippo il Bello, ^i 
chiamato dal Poeta il mal di Fronew, 
perchè fu on cattivo principe. 

Ili. «1 gH tonde, Agnrat. eoe! gU Ua- 
figge quasi a modo di laneia. 

i 19. Quegli che apparisoe si 
cioè, di si belle e robosto membra, è il 
sopradotto Pietro III d' Aragona, il q«ale 
oecopè la Sicilia dopo i famosi vespri, 
pel diritto ehe credea veoIrglleDO da a«a 
moglie Gostanta, figlu diUaafiredi, nltimo 
re di casa svoTa. 

ffS. eelei dal Moteèie «eee, è Carlo I 
eonte di ProTonsa e re di Foglia, U quale 
d* «dei valor porle cinfe la eeria» cioè fu 
rireslito d' ogni Tirlh. 



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CANTO SXTTItfO. 

D'ogni yalor portò cinta la corda. 
E se re dopo lui fosse rimaso 

Lo giovinetto, che retro a lai siede, 

Bene andava 1 valor di vaso in vaso ; 
Che non si pnote dir dell'altre rede. 

Jacomo e Federigo hanno i reami; 

Ma 1 retaggio miglior nesson possiede. 
Bade volte risarge per li rami 

L'nmana probitade: e questo vuole 

Quei che la dà, perchè da lui si chiami. 
Anche al nasuto vanno mie parole. 

Non men eh' all' altro, Pier, che con lui canta; 

Onde Puglia e Provenza già si duole. 
Tant' è del seme suo minor la pianta, 

Quanto più che Beatrice e IkÉurgherita, 

Gostanza di marito ancor si vanta. 
Vedete il re della semplice vita 

Seder là solo, Arrigo d' Inghilterra : 

Questi ha ne' rami suoi migliore uscita. 
Quel che più basso tra costor s' atterra, 



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120 



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Ì16. Lo giùvimUo. Alfonso, Giacomo, 
Federigo e Pietro, furono i figli di l'ie- 
tro IH. AUoDio, il primogenito, snccesse 
al padre nel regno d' Aragona, e dopo sei 
anni, cioè nel 1991 , mori giotane e senia 
Agli. Egli è il giOYÌDetto qui nominato 
dal Poeta, e la fraio i$ n foi$$ rimato, 
significa^ M fOiM Hmatto rt pie lungo 
Umpo, 

il7. di tato i» «4fo« cioè, di padre in 
figlio, di re in re. 

f i8. II ebe non fi può dire essere av- 
Tenoto degli altri eredi. 

i19, 190. Giacomo e Federigo tengono 
bensì i reami, cioè il primo il reame d*Ara- 
gona, il secondo di Sicilia, ma l'eredità 
migliore, cioè la virtù patema, nissnoo 
d* ossi la possiede. 

i« -135. Intendi: rare volta la tirtù 
umana trapassa dagli avi ai nipoti; e 
quegli ebe solo la dà, cioè Iddio, per- 
mette YQolo «inesto, afflnebé la si do- 
mandi a lai. Infatti se cosi non fosse, 
diremmo la virtù venire dal sangue, e a 
Dio non la chiederemmo- 

1S4-196. Aneo al nasoto, cioè a Car- 
lo I, vanno le mie parole, non meno che 
air altro ebe eoo Ini canta la Salvi Bo- 
giuù, eieè a Pietro III : per cagione del 
qoal nasuto la Puglia e la Provenza già 
ai dolfooo, pel mal governo ohe ne fa 



Carlo II figlio di lui. — con lui eantot 
qoaatunque nel mondo fosse stato suo ne- 
mico: a significare che, in luogo di salu- 
te, le anime sono spogliate e immemori 
d' ogni avversione e tutte accese di carità. 
Ì3f7-199. Tanto è minore, men virtuoso. 
Carlo II (inteso per la pianta) del padre 
-suo Carlo I (inteso per Io seme), quanto 
Costanta (sempre vira nel 1300) si vanta 
di suo marito Pietro III più di quello, 
che Beatrice e Margherita si vantino del 
marito loro Carlo I.— Beatrice, figlia del 
conte Raimondo di Provensa, fu la prima 
moglie di Carlo I; Margherita, figlia 
d* Eode duca di Borgogna, fu la seconda. 

— Vuol- dire : Tanto Carlo II è inferiore 
in virtù a Carlo I, quanto a Carlo I fu 
superiore in virtù domestiche Pietro III. 

131, 1S9. ÀrHgo II! re d'Inghilterra, fu 
nn nomo di buona fede e di semplici co- 
stumi. I suoi baroni, aventi alla testa il 
conte di Leicester, gli si ribellarono, lo 
vinsero, e lo fecero prigioniero. Ma il suo 
figlio Eduardo, vincendo i ribelli, lo li- 
berò, e lo fece rimontare sul trono. Per- 
ciò dice il Poeta ebe no' rami suoi ebbe 
miglior uicita, cioè miglior dlscendensa, 
di quello che avessero Carlo I e Pietro 111. 

— foto, come principe raro, perchè di 
semplici costumi e di buona fede. 

iS5. c*« piìt batto..,. t'atUrra, che giaco 



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300 



D1SL FUBOATOBIO 



GKiardando in suso, è Ghiglielmo marchese, 
Per coi ed Alessandria e la sua guerra 
Fa pianger Monfbrrato e 1 Ganavese. 



135 



siede più basso, porchò dod è di san- 
gue reale. 

Ì34-1S6. k QuglMmo marek$n ee. Go- 
•glielmo marchese di Monferrato, preso 
a tradimento da quelli d'Alessandria della 



Paglia, fa chioso in nna gabbia di ferro, 
e dopo i7 mesi mori di dolore iiel 1992. 
Per lo che fra qoei del Monferrato e 
Canarese e gli Alessandrini fo langa ed 
aspra guerra. 



CANTO OTTAVO. 



Sul cominciar della notte icendon dal delo due angeli per eacdar dalla Tallo il maligno 
serpente, ohe tenta introdnnriai. Dopo di che i dne Poeti >* inoltrano, e Dante t* in- 
contra Nino de* Yiaconti pisano, col qnalo si trattiene a colloquio. Ad esso quindi si 
TÌTol|e Corrado marchese Malupina, ehiedendof^li nnoTa della Lnnlgiana: e Dante 
gli risponde facendo un alto encomio della famiglia di lui. 

Era già V ora che volge 1 disio 
A* naviganti e intenerisce il cuore, 
Lo di e* han detto a* dolci amici addio ; 

E che lo nuovo peregrin d* amore 
Punge, se ode squilla di lontano, ^ 

Che paial giorno pianger che si muore: 

Quand* io incominciai a render vano 
L* udire, ed a mirar una dell^ ahne 
Surta, che l'ascoltar chiedea con mano. 

Ella giunse e levò amhe le palme. 
Ficcando gli occhi verso V oriente. 
Come dicesse a Dio: D'altro non calme. 

Te 1uci8 ante si devotamente 



10 



1-3. Era già sera, la quale nel coro 
de* naviganti, il primo giorno che hanno 
lasciato la patria e salutato i dolci amici, 
ridesta il pietoso desiderio di rirederli. 

4-6. E la quale pua^e d' amor*, ridesta 
gli affetti nel noTollo peregrino, nel pe* 
regriuo di reeente postosi in Tiaggio, s'egli 
ode di lontano alcuna campana, che, suo- 
nando r Àv$ Mariat paia piangere il gior- 
no che Ta a finire. — Il cessar della loco, 
e il silensio del ereato, fa si che le im- 
magini delle cose dilette ritornino pih 
Tire air animo. 

7-9. Quando il mio stare a ndire co- 
minciò ad esser Tano, poiché i canti era- 
no cessati, a cominciai a guardare nna 
di queir anime sòrta, levata in piedi, la 
quale, facendo cenno colla mano, chiedea 



che le altre V aseolUssero. > Snrte. Quel- 
r anime, com' è detto, sederano in «al 
«ffds, • in su' fiori, (VII, t. SS.) 

IO. ElUi gittiMs e levò, ella conginnsa 
ed alsò. 

il. verte rorfenCe.Gli antichi cristiani, 
orando la notte, TolgeTano la faccia alla 
parte donde nasee il Sole, poiché consi- 
deravano il Sole orienta coma simbolo di 
Gesù Cristo, ristoratore dell' «mann na- 
tura, dal peccato corrotta. 

19. D* altro non c«law, non calmi, non 
mi -cale d' altro, che di questo mia lieo 
oriente. 

13. Ti Indi nnte, é V inno eho dalla 
Chiesa si canta nella compiota, dia, eomo 
abbiam detto altrove, é l' ailiflia p«rl« 
dell' ofCsio divino. 



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CAirrO OTTAVO. 

Le Uflcì di bocca, e con si dolci notO; 
Che fece me a me uscir di mente. 

E r altre poi dolcemente e devote 
Seguitar lei per tutto V inno intero, 
Avendo gli occhi alle superne ruote. 

Aguzza qui, lettor, ben gli occhi al vero; 
Che '1 velo è ora ben tanto sottile, 
Certo che 1 trapassar den^o è leggiero. 

Io vidi queUo esercito gentile 
Tacito poscia riguardare in sue, 
Quasi aspettando, pavido ed umile: 

E vidi uscir dall^alto, e scender giùe 
Due angeli con due spade affocate, 
Tronche e private delle punte sue. 

Verdi, come foglietto pur mo nate. 
Erano in veste, che da verdi penne 
Percosse traeàn dietro e ventilate. 

laxin poco sovra noi a star si venne, 
E r altro scese aU'opposita sponda: 
Si che la gente in mezzo si contenne. 

Ben discemeva in lor la testa bionda; 
Ma nelle facce V occhio si smarria, 




301 



15 



20 



25 



80 



15.Cbefec8ini uscir fuor di meda) piacere. 

47. ]wr lutto V i%%o intero. Hoit0mq*$ 
nù9trum comprimi. Vedremo teDÌro l'an- 
tico avvortario (▼. 95 e seg.), eioè il itr- 
ftntOf eb' è simbolo del male, ebe le ani- 
me porganti dovoTano in lor vita eviiare, 
e non sempre tollero. 

18. adetwjyemt mole, alle eelesti sfare, 
al eielo. 

19-91. Due tono le Interpretasioni di 
questo ternario. Affossa qui, o lettore, 
bene gli ocebi al Tero significato della 
presente visione; pereioeebè il telo allo- 
lorieo è ora tanto liete o sottile, cbe eerto 
egli i facile il penetrarvi dentro e arrer- 
tirlo. — Agnxxa qoÌ, o lettore, bene gli 
oecbi al vero signifieato della presente 
Ttstooe; porelooebè ora il Telo allegorico 
è tanto aento e arduo, ebe certo egli è 
facile il passar oltre sens' avTertirlo. — 
Ha il PoeU ba detto trafas$ar dintro, e 
non frapotisr olfre: onde io proferisco la 
interpretasione prima. — V allegoria poi 
qoìTl raecbiusa è questa : Le pregbiere, 
contenute nelt' inno Te l«de, non conre- 
nendos! a quello anime, ornai libere dalla 
eorruiODe della luterie, sono de esse 
fatte per i Tlrenti, e speeialflieote pei 



grandi, che, stando tra gli agi e le delizie, 
sono pib esposti agli stimoli del senso. 

94. Quoti atptttando, cioè aspettando 
oroiIment^,gli angioli, cbe scendessero dal 
cielo a difenderlo dagli assalti delia <e- 
ftmaU ki9eia. 

97. Le spade spuntate signifloano cbe 
la diTina giostisia è mitigaU dalla de- 
menta, Tero sono spuntate percbè la 
tentasionesi può fugare, ma non spegnere. 

98,99. ffrtfi.... «retto in vMfe, bel modo 
poetico per dire vtrdi avtau l» «««fa. — > 
Ynh è il plorale di vM/e. — Come fogtittU 
pur mo, por^ ora, «afe, cioè, eom' è quel 
Torde chiaro delle piccole foglie poc'anzi 
nate. — Il Terde, com' ognun sa, è sim- 
bolo della speransa, di cbe gli angeli to- 
BÌTano a confortar quelle anime. 

99, 80. eho de verdi pouuo ec. Costruisci 
ed intendi : le quali Testi tracTansi dietro, 
battute e agitate per Tarla dalle loro 
Tordi ale. 

83. Sicché quella gente renne ad essere 
in mesto fra V uno angelo e l'altro. Stan- 
no da' due lati come per difendere quel- 
r anime da' due eccessi. 

81 La faccia, come parte pie nobile, 
splendeva più. 



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S02 DSL PUBGÀTOBIO 

Come virtù, eh' a troppo si confonda. 
Ambo vegnon del grembo di Maria, 

Disse Sordello, a guardia della valle, 

Per lo serpente, che verrà via via. 
Ond'io, che non sapeva per qnal calle, ^o 

Mi volsi intomo, e stretto m' accostai 

Tutto gelato alle fidate spalle. 
Sordello allor: Ora avvalliamo omai 

Tra le grandi ombre, e parleremo ad esse : 

Grazioso fia lor vedervi assai. ^ 

Soli tre passi credo chMo scendesse, 

E fui di sotto; e vidi un che mirava 

Pur me, come conoscer mi volesse. 
Temprerà già che Taer s'annerava. 

Ma non si, che tra gli occhi suoi e' miei ^ 

Non dichiarasse ciò che pria serrava. 
Ver me si fece, ed io vSr lui mi fei. 

(Hudice Nin gentil, quanto mi piacque, 

Quando te vidi non esser tra i rei! 
Nullo bel salutar tra noi si tacque : ^5 

Poi dimandò: Quant'ò che tu venisti 

Appiè del monte per le lontan' acque? 
Oh, dissi lui, per entro i luoghi tristi 

Venni stamane; e sono in prima vita, 

Ancor che P altra, si andando, acquisti. ^ 

36. Coma ogni facoltà lensitiTa si con- abbastanu ebiaro qnello» ebo prìsa par 
fonde e scoDcerta per V eccesslra impras- la distanza oecolUva, cioè, la raipaUira 
sione, cba sa lei faccia un oggetto. — nostre serobiansa. 

Omni» 9iUiikiHt isumptnntia eormmpit SS, Nlmo da* Visconti di risa, nipote 

teatum, disse Aristotile. del conta Ugolino, era governatore del 

37. M gr§mbo di MariOt da qnal luogo Giadieato di Gallura io Sardegna. Cae- 
del cielo oto siede Maria. Vedi Paradiso, ciato da Pisa nel i3t»8, mori non molto 
canto XXXI. dopo, guerreggiando contro i Pisani. — 

39. Per eansa del serpante, che Terrà Dante l'atea conosciuto ali* assedio del 
or ora, presto presto. castello di Caprona nel 1990. — §9»tiL 

40. per qual ealU, sottintendi, v$nUu. Di lui un antico: « Fu bello del corpo e 
49. alto /Idafe tfNi(l«. cioè, alla spalla magnanimo. • 

di Virgilio, in cui confidaTa. Si. in I rei, tra i dannati. 

45. Allora Sordello disse : Omai aaan- Sì. per 1$ tonfo»* acf «e, par il Inngo 

diamo nella valle. tratto di mare, che è dalla foca del Te- 

45. Assai grato sarà loro il Tedervl, vere fino al monta dal Purgatorio. Vedi 

perchè vi potranno interrogare di cose, oanto II, ▼. 100 a seg. 

che a lor piace sapere. SS-OO. Oh, dissi a lui, non par Io mare, 

47. fui ài tede, dalla proda della vai- come tu eredi, ma passando par i tristi 
litta. luoghi d* Inferno, giunsi qui stamani ; e 

48. Pur m$, solamente me. sono tuttora nella vita mortale, ancorché 
49-St. Era il momento in eni 1* aera $ì andandOt facendo questo viaggio, fCfvi- 

s* oscurava; ma non ara tanto seuro, che, sii l' altn, mi abiliti ad acquistar la vita 
tra gli occhi suoi a i miei, non facossa inmortala. 



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' CASTO OTTAVO. 303 

E come fa la mìa risposta udita, 

Bordello ed egli indietro si raccolse, 

Come gente di subito smarrita. 
L* imo a Virgilio, e V altro ad un si Tolse 

Che sedea lì, gridando : Su, Currado, ^ 

Tieni a veder che Dio per grazia volse. 
Poi vòlto a me: Per quel singular grado, 

Che tu dèi a Colai, che si nasconde 

Lo suo primo perchè, che non ha guado ; 
Quando sarai di là dalle larghe onde, 70 

Di* a Griovanna mia, che per me chiami 

Là, dove agP innocenti si risponde. 
Non credo che la sua madre più m' ami, 

Poscia che trasmutò le bianche bende. 

Le quai convien che misera ancor brami ^^ 

Per lei assai di lieve si comprende 

Quanto in femmina fuoco d^amor dura, 

Se r occhio 1 tatto spasso noi raccende. 
Non le farà si bella sepoltura 

La vipera, che il Melanese accampa, ^ 

Com* avria fatto il gallo di Gallura. 



09. Sordello dod erasi per anco accor- 
to ebt Dante tra rito, e però, ODitamente 
a Nino, dà un passo iodieiro, come fa 
r nomo eh' è preso da subita maratiglìa. 

64. Bordèllo si rivolse a Virgilio, e Nino 
si rivolse ad «do, die sedea li presso. 

66. Vieni a vedere che cosa Dio volle 
p«r soa frasia concedere ad nn nomo, 
cioè, ebe vivo venisse tra 1' ombre dei 
morti. 

91-$è. Poi vólto a me disse: Per qneìla 
siogolar gratitadioe, che ta devi a Dio, 
il qnale nasconde agli nomini lo $uo fri' 
«o ftrthk, la sna cagione movente, cosi 
che non vi ba modo di penetrarla ee. 
Dico ebo «0» ha oiMule, togliendo la me> 
tafora dal flnme, che qnando è profondo 
uùn si pnò goadare. Nel Paradiso XI, 
▼. ii8-i90 « ....per gratta ebe da si pro- 
fonda Fontana stilla, che mai creatura 
Non pinso Tocebio infino alla prlm'onda.» 

70. éi là é$lU larghe etide, di là dal 
vasto mare ebe ne circonda, cioè, nel- 
l' emlsfecio abitato da* vivi. 

11, 73. Di' a Giovanna mia figlia (ebé 
fo moglie a Riccardo da Camino trivi giano) 
ebe per me pregbi (chiami) lassh nel cielo, 
dove si esaudì scono le preghiere de'booni. 
Bifiveniilo da Imola alia parola iànanati 



chiosa: poieM 9lla.»ra fanciulla. Anche 
r Ottimo la dice piccola. 

73. la tua madre Beatrice marchesana 
d' Esle, che fo dapprima moglie di que- 
sto Nino, e poi di Galeasio Visconti di 
Milano : il qnal matrimonio accadde 
nel 1200. — La dice ma madre e non 
maglia mia, perchè passata a seconde 
nozze. 

74, 7«. h Hnueh» ondi. Al tempo di 
Dante le vedove, vestendosi a nero, si 
coprivano il capo di veli bianchi. Intendi: 
posciachè, passando a seconde none, 
trasmutò l' abito vedovile, il quale con- 
viene alla misera tuttora desiderare, poi- 
ché non sta troppo bene col suo nuovo 
marito. 

76. Per I* esempio di lei si comprende 
assai facilmente. 

7»-81. L'arme de* YiseonU di Milano 
aveva una vipera; quella de'Viscenti di 
Gallura, un gillo. Intendi : Non le farà 
una si onorifica sepoltura la Damiglia de' 
Visconti milanese, come le avrebbe fatto 
la famiglia de' Visconti di Gallura; ov* 
vero meglio sarebbe a Beatrice 1' avere 
scolpito sul suo sepolcro il gallo di Gal- 
lura che non la vipera di Milano: perchè 
qnesta attestando il soo poco amore al 



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304 * DKL PUBOATOnO 

Cosi dìcea, segnato della stampa 

Nel sao aspetto di quel dritto zelo, 

Che misnratamente in caore avvampa. 
Gli occhi miei ghiotti andavan pnre sd dolo, 85 

Por là dove le stelle son più tarde, 

Si come mota più presso allo stelo. 
E '1 Daca mio: Figliuol, che lassù goarde? 

Ed io a Ini: A quelle tre fiscelle, 

Di che 1 polo di qua tutto quanto arde. ^ 

Ed egli a me: Le quattro chiare stelle, 

Che vedemmo staman, son di là hasse; 

E queste son salite ov'eran quelle. 
Com* ei parlava, e Sordello a so '1 trasse, 

Dicendo: Vedi là il nostr'awersaro: «5 

E drizzò 1 dito, perchè in là guatasse. 
Da quella parte, onde non ha riparo 

La picciola valletta, era una hiscia. 

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro. 
Tra r erba e i fior venia la mala striscia, ^^o 

Volgendo ad or ad or la testa, e *1 dosso 

Leccando, come bestia che si liscia. 
Io noi vidi, e però dicer noi posso. 

Come mosser gli astor celestiali; 

primo marito sareblio men liello orna- lo che deDOta clie lo virtù cardinali ap • 

mento eha '1 gallo, che n' avrebbe cantato partengono alla vita attiva, coi meglio si 

la vedovilo modestia e fedeltà. - la «<- confà il giorno ; e lo virtù toologali ap- 

fn tk$ il M9lan$»§ accampa, la vìpera parteofonoallacontemplaiiva^esiiicoBA 

che il Visconti di Milano porU noi campo aoglio la notte, 

del sao scodo. 94. Cem'H, mentr'egli. 

8Ì-84. Cosi diceva, mostrando stampata 98. aveertaro per aeversaWe, come «are 

Bell'aspetto qaeirimpronU di santo solo» per earte nel IX dell' Inferno, idecrea* 

che eoa mlsnra e moderaslone avvampa rim$ t$it§r diaÒQlnt.,.. citfiL Anco quo- 

nel caore d' an giusto. — «{f«rafa«Mafe, sta è antifona della compieta, 

percbè non isdegno lo mnove, ma diritto 97, 96. Da quella parte, dalla quale la 

amore della moglie immemore, e pietà piccola valletta non ba riparo, ripa o 

dei mail di lei. sponda,cioè dalla parte opposta al monte. 

88. ghiotti, avidi. — 11 serpe tentatore s* insinua pel lato 

86, bl. Solamente là, cioè verso il polo cbe non ba riparo, o cbe è il pia debole. 

(antartico) dove le stelle appariscono nel 99. Fer«« f«al iitd§, forse tale quale 

loro giro pih tarde, come più tarde nel fu quella, cbe diede ad Eva 11 ; 



loro giro appariscono le parti della mota, amaro, percbà produsse tanti guai, 

cbe sUnoo più vicino all' asse. iOO. te mate «fnecte, per IraaUto, U 

89. tn faeeite, tre stelle. Letteralmente malvagia serpe, 

tono le Alfe dell* firidano, della Nave e 101, i09. Costruisci: ad or ad or vol- 

del Pesce d'oro; allegoricameole sono le geodo la tosta, e leccandosi il dosso. Nel 

tre virtù teologali. Le quattro stelle del senso morale: il tentatore, Il eeduttore* 

primo canto, v. SS, fecole il Poeta com- cerca insinuarsi oeir animo eoo atti • 

perire al principio del giorno; queste tre modi lusingbieri. 

le Ca comparire al principio della notte: iM« gii oslef MtetlTaii. Chiama Mlerf 

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CANTO OTTAVO. 305 

Ma vidi bene rane e l'altro mosso. 105 

Sentendo fender Faere alle verdi ali. 

Faggio *1 serpente; e gli angeli dier volta 

Suso alle poste rìvolando egroaU. 
L* ombra, che s* era al giudice raccolta, 

Quando chiamò, per tutto quell'assalto 110 

Punto non fu da me guardare sciolta. 
Se la lucerna, che ti mena in alto, 

Truovi nel tuo arbitrio tanta cera, 

Quant'ò mestiere insino al sommo smalto. 
Cominciò ella; se novella vera ii5 

Di Yaldimagra, o di parte vicina- 

Sai, dilla a me, che già grande là era* 
Chiamato fui Currado Malaspina: 

Non son T antico; ma di lui discesi: 

A' miei portai Pamor che qui raffina. i-o 

Oh, dissi lui, per li vostri paesi 

Giammai non fui: ma dove si dimora 

Per tutta Europa, ch*ei non sien palesi? 
La fama, che la vostra casa onora, 

Grida i eignori e grida la contrada, 123 

Si che ne sa chi non vi fìi ancora. 
Ed io vi giuro, s'io di sopra vada. 

Che vostra gente onrata non si sfregia 

i dM iDgeli suddetti parche alati, a per- 116. faldimatn, distratto dalla Lani- 

che rapidi eoaia gli astori (che sodo oecal - giana. 

li di rapina) nal gatUrsi contro del serpe. 111. ck» già grande là «rs, eba già in 

i05. Con questo verso esprime mirabii- quel paese io ara polente. 

■ante la velocità dai dna angeli. il 8, 119. Da Corrodo l'aaliee, marchese 

406. Con aguale velocità rivolendo sn di Lnnigiana, che mori nel ISSO, nacque- 

al Isogo, ove dapprima orano postati. ro quattro figli, l' ano de* qoali chiamato 

106-111. L'ombra di Corrado che s*era Fiiirig» generò questo Corrado, che qui 

accostata al giudice Nino quand' ei la parla con Dante, il quale fu marchese di 

chiamò, non mi levò mal gli occhi da Villafraaca e mori nel 1994. Vedi la mia 

dosso finche dorò 1' assalto degli angeli Utttra od i. Torri sopra i Mstospiua, 

contro la serpe. . Fir. 1846. 

119. A, particella deprecativa; cosi ta 190. ehé fui rajrua, che qui si purifica, 

teceriM, la divina grazia illuminante. e di sensoale diriene spirituale, ritol- 

113, 114. lauto «fra, figurat. tanta cor- gendosi solamente a Dio. 
rispondania, tanta cooperasione, quanta 199. tfiaoiaiai no» /ni, intendi fino al- 
ti là d'uopo per giungere al «omaio smalto, 1 ' anno 1300. 
Per som mo amailo alcuni intendono il cielo 195. paloti, cioè, chiari famosi. 
cristallioo» altri la sommila dal i>urgato- 19S. «rida 00. Celebra i marchesi Ma- 
rio souUtoto di fiori. • lupina» e celebra la Luoigiaaa. 

116. ae «ovelto «ero 00. Anahe qui, come 191. s' io 4i sopra «oda, fomola dopra- 



0, fingo il Poeta ohe le anime cativa : cosi io possa salire in eima di 
igaoriao i fatti di rooanlo avvenuti nel questo monte. 



»: dò par avoro oeoaaiono di par- 196, 199. Che la vostra onoraU fami- 
Itr a6U staiao de* suoi contemporaDoi. glia non va punto perdendo dell' antico 



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306 SIL FDBOATOBIO 

Del pregio della borsa e della spada. 

Uso e natnra si la priyìlegia, 
Che, perchè 1 capo reo lo mondo torca, 
Sola va dritta, e '1 mal cammìn dispregia. 

Ed egli : Or va' ; che 1 Sol non si ricorca 
Sette volte nel letto, che 1 Montone 
Con tutti e quattro i pie coopre ed inforca, 

Che cotesta cortese opinione 
Ti fia chiovata in mezzo della testa 
Con maggior chiovi, che d' altnii sermone. 

Se corso di giadicio non s' arresta. 



130 



135 



pregio dì liberalità e di Valore Ruerriero. 
— òortft. La fìtik eoDtnria ali* ayaritia 
è sempre onorata da Dante, non per vili 
cupidigie, ma perchè dall' ararixia ei de- 
daceva tntta le miserie del mondo. 

130. UtOt cioè la buona coosoetodine 
anlica; natura, cioè l' eccellente dispo- 
sizione sortita da natura. 

Ì3I, 433. Che, quantunque Roma, reo 
capo del Guelfismo, torca il mondo dalla 
Tìa di giostixia, ella sola procede retta, 
e dispregia il cattiTO cammino. 

i33-i3tf. Il Sole %òn «i rieorcé, cioè 
no% fi ricoreiberi, setto Tolte nel segno 
dell' Ariete : vale a dire, non passeranno 
sette anni, che ec. — ««< Utto e)U il 
Montoni eonfnlH cC, in quella parte dello 
zodiaco, doT* è situata la costellasioo 



del Montone, o yero dell* Ariete. 

Ise^ISS. Che cotesta cortese opinione, 
che tu hai della famiglia Malaspina, fi 
/la chiovata, ti sarà inchiodaU, impressa, 
scolpita, in mezzo della testa, con mag- 
gior ehiovi, con pih forti chiodi, con mi- 
gliori argomenti, eh$ d* altrui ttnaont, 
che i racconti altrui. — Vuol Corrado si- 
gnificare a Dante, che prorerà egli stesso 
col fatto proprio la liberalità di casa 
Malaspina, e cosi gli predice che, innanzi 
che passino sette anni, sarà ospitato dal 
suo cugino Franceschino di Mnlaizo, e 
dal Mo nipote Moroello di Villafranca. 
Vedi la mia L$tt$ra sopra citata. 

ise. Se non si arresta, o si mota il 
cono degli OTenti già disposti dalla di- 
Tina ProTTidensa. 



CANTO NONO. 



Al eemtneiar dell* aurora Dante ■* addormenta, e, mentre egli dome, TÌen Lnda, lo 
prende e lo porta ni terso balco, ore pur «ale Vircilio. Dopo tre ore di eonno ito- 
fliatoei, si troTa presso la porta del Pnrgatorio, snUa quale sta un angelo; o questi, 
all^unile preghiera di Dante, lo fa entnure nel Purgatorio insiem con Virgilio. 

La concubina di Titone antico 
Già s'imbiancava al balzo d'oriente 
Fuor delle braccia del suo dolce amico: 

Di gemme la eoa fronte era lucente, 
Poste in figura del freddo animale ^ 



i. £• eeneiiMfiA, o sposa, del Tocchio 
Titooe è r aurora. ^eoMwMiia, ha qui 
QB senso non tristo da oiMle, corno fnjum 
dayn^Mi. 

S. Già cominciaTa a bianeboggiaro al- 
l'estremila oriantde dell* emUfeto, in coi 
Dante troTatail. 



3. Distaccatasi dalle braeda del tuo 
dolce sposo. 

4. Di gommo. Tale a dire di stelle. 

8, 6. Posto In modo da formar la Sgura 
del fk-eddo aainale, cioè del PMot, ani- 
male « eaagve freddo» cbt poreiolo la 
Siato coUa coda» avendo ia ona la eoa 



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OANTO KOKO. 

Che con la coda percuote li| gente: 

E la notte de* passi, con che sale, 
Fatti area duo nel luogo oV eravamo, 
£ 1 terzo già chinava in gìoso Tale: 

Qnand'io, che meco avea di qnel d'Adamo, 
Vinto dal sonno, in sa T erba inchinai 
Là, Ve già tutti e cinque sedevamo. 

Nell'ora, che comincia i tristi lai 
La rondinella presso alla mattina, 
Forse a memoria de' suoi primi guai; 

E che la mente nostra, pellegrina 
Più dalla carne, e men da' pensier presa, 
Alle sue vision quasi è divina; 

In sogno mi parca veder sospesa 
Un' aquila nel del con penne d' oro. 
Con l'ale aperte, ed a calare intesa: 



307 



10 



13 



20 



■agsior forza. -^ Quando il So!e è In 
AheU, U costelUiione da' Potei Tedasi 
iù orienta ani far deiraoror». Anche 
Dall' Inf. canto XI, t. 113 ai annanzia 
r narora con dire : • Che i Peaci guinan 
an per 1* orìiconto. • 

7. 1 paati con che la notte tale, ere- 
detono alcuni interpreti easere le 19 ore 
(dico 19 perchè tante tono negli equinosii), 
altri crederono eaaere le A rigilie. Ma nel 
prino concetto, mancherebbero 9 ore al 
far del giorno, e nel aecoodo manchereb- 
bero 4 ore e mesto, mentre il Poeto ba 
detto qni aopra, che in oriento Todeyaai 
già il crepnacolo dell' aurora. Dunque tali 
intorpretotioni debbono rifiuterai, perchè 
non corrìapondono al eonteato. L' intor- 
proiasione che appieno Ti corrieponde, è 
quella datone dal prof. Moaaotii. Se la 
sotto aale con tre paati, con tre dere 
djaccndere: ora qneati aei paaii non lon 
altro cbe le aei coatellasioni, che nella 
notte aalgono e diacendono aulla volto 
eeloato. Tramonto il Sole coli' Ariete, e 
U Dotto aorge colla Libra; aorge quindi 
lo Scorpione, il Sagittario, Il Capricorno, 
r Aquario, e finalmente i Peaci, quando 
il crepoacolo dell' aurora eomincia. L' oa- 
aervatore che atia allora nel metto del- 
l' emiafero, come atsTa il Poeto (e lo ai- 
rnlfiea eoi dire ««I luogo o«' aravaaio), 
Tcdrà le due coatol Iasioni della Libra e 
dello Scorpione, che tono i due primi 
fa$H eo« cAe te notU talo tuli' orisso^to, 
avor pattato il meridiano, e troTarti dalla 
tarto oecideatole; redrà la tona, cioè il 



Sagittario, già ekinaro in gi%90 ralt, vale 
a dire averlo pattato almeno della metà ; 
e vedrà infine le altre tre cottollaaioni, 
cioè 11 Capricorno, 1* Aquario e i Pesci, 
trovarsi tuli* orissonte dalla parto orien- 
tole. Cosi t' intonde che mancava un' ora 
al far del giorno, e coti l' intorpretasione 
di questo ternario corrisponde pienamen- 
to a quella de' due ternari precedenti. 

10. di f Mi d' idamo, cioè, il corpo co* 
tuoi naturali bisogni. 

19. lufK e ciuf**, cioè Danto, IHrgiUo, 
Sordello, Nino o Currado. 

15. JVfirera ee., poco prima del levar 
del Sole • Etmatutini volucrum... cantoa ; • 
EMid$, VUl. ~ Tra l' addormentarai e il 
aogoare corre intervallo; e ae queato non 
foase e' non descriverebbe di nuovo l' ora. 

15. ù mraerto de'snoi primi 91MÌ. Alludo 
alla favola di Filomela che, secondo Pro- 
bo, Libanio e Strabene, fa mutata in 
rondine. Purgatorio, canto XVII, v. 19, 90. 

16-18. E che la mento nostra, pie pai- 
itgriiM daila eariM, pih sciolta e libera 
dalle corporee impressioni, e m$» da'pei»- 
»i9r presa, e meno occupata • svagata da* 
pensieri, fuori è die ina, quasi è indovina, 
aiif sue 9i$Umi, ne' sogni tuoi. (Riguarda 
anco i pentierì come impedimento alle 
vitioni della topratentibile verita.) -- 
Coti bonamente credevano gli antichi, e 
coti ditte altrove (luf., canto XXVI, v. 7) 
lo ttosso Poeta: « Ma se proteo al mal- 
tino il ver ai aogna. • Goal Oraiio : • Qui- 
rinus post mediam noetem visus, com aom- 
nia vera. • 



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306 DEL PI7BGÀT0BI0 

Ed esser mi parea là, dove fòro 

Abbandonati i suoi da Ganimede, 

Quando fu ratto al sommo concistoro. 
Fra me pensava: Forse questa fiede ^ 

Pur qui per uso ; e forse d* altro loco 

Disdegna di portarne buso in piede. 
Poi mi parea che, più rotata un poco, 

Terribil come folgor discendesse, 

E me rapisse suso infino al foco. 80 

Ivi pareva eh* ella ed io ardesse : 

£ si r incendio immaginato cosse, 

Che convenne che 1 sonno si rompesse. 
Non altrimenti Achille si riscosse. 

Gli occhi svegliati rivolgendo in giro, ^ 

E non sapendo là dove si fosse, 
Quando la madre da Ghirone a Sdro 

Trafugò lui dormendo in le sue braccia 

Là, onde i Greci poi lo dipartirò; 
^Ghe mi scossalo, siccome dalla faccia ^ 

Mi fugglo 1 sonno; e diventai smorto, 

Come fa Tuom che spaventato agghiacciai 
Dallato m^era solo il mio Conforto; 

El Sole er'alto già più di ducere; 

E 1 viso m*era alla marina torto. ^ 

S-i4. Ed tuer mi parerà sai monte 80. in/tuo al /Ipce, ìbsìm mlU sfera del 

Ida, là dove farODO da Ganimede abban* lìioeo, ehe, teeondo le dottrine eocmofrm- 

donati i svoi parenti, quando da Giove, fiehe d' allora, reetaTa in meiio alla ffera 

frasformato in aquila, lìi rapito, e por^ dell* aria, e al cielo della Lana, eoi quale 



tato all' alto consesso de* Numi. — Nel finge il l^oeta (canto I, t. SS) che 
ratto di Ganimede la sapienca antica sim- la cima del Pnrf atorio 
boleggiò quel rapimento, con che il primo ai. B l' incendio sognato cosi mi par- 
Vero innalxa taWolta gli animi nostri alla re che mi sebttaise. — Arde la luce della 
contemplasione di sé. — Neil* aquila ve- grasia nel cuore e l' infiamma, 
data in sogno dal Poeta, è rappresentata OT^SO. Quando sua madre Teti, sot- 
Lncia, come pih sotto dirà egli stesso, la traendolo alla custodia del suo aio Chi- 
quale è simbolo della grasia illuminante, rone, lo portò dormiente sulle sue brae- 
e sensa la quale non è possibile all' ani- eia all' isola di Sciro, donde i greci Clis- 
ma di soUeTarsi a Dio. fi il monte Ida se e Diomede lo trassero poi» por non- 
può essere simbolo della contemplasione. dorlo alla guerra di Troia. 

95-41. Forse costei per uso antico si 40. Di quello che mi riseotessi io, si 

scaglia solamente qui su questo monto, tosto, appena che oc. Le parole Ck§ m^ 

e forse da altro loco, eccetto che da quo- seoai' le si riportano ai v. 54, JTea «Uri. 

sto, disdegna di porUre io alto col pie, manti ÀckilU ec. — dalle /àceta, poreh* 



cogli artigli, la sua preda. Pititf Tale ivi più che altroTc si mostra il 

ftHr$ : ma qui dal foeU è usato meU- 43. Il mfo CSn/lN-le, cioè Virgilio, 

foricameote nel senso di fimbar giU. 44. due ore. Brasi addormenUlo drea 

38. eh$, pie folate «« po«e, cioè, che un' ora ionanii il far del giorno e si de- 

fstte poche pih rote, pochi più giri, per sU a due ore di Sole, 

r aria. 45. alU marina. Il trorarsi Toltalo al 

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OAHTO NOKO. 80^ 

Non syer tema, disse il mio Signore: 

Fatti siciir, che noi siamo a buon punto: 

Non stringer, ma rallarga ogni vigore. 
Tu se' omai al Purgatorio ginnto : 

Vedi là il balzo, ohe T chiude d'intorno; ^o 

Vedi r entrata là Ve par disginnto. 
Dianzi, nell' alba che precede al giorno, 

Qnando l'anima tua dentro dormia 

Sopra li fiori, onde laggiùr è adomo. 
Venne una donna, e disse: Io son Lucia. 63 

Lasciatemi pigliar colui che dorme; 

Si r agevolerò per la sua via. 
Sordel rimase, e V altre gentil forme : 

Ella ti tolse ; e come 1 di fu chiaro, 

Sen venne suso, ed io per le su' orme. 00 

Qui ti posò : e pria mi dimostraro 

Gli occhi suoi belli quell' entrata aperta ; 

Poi ella e '1 sonno ad una se n' andare. 
A guisa d' uom, che in dubbio si raccerta» 

E che muta in conforto sua paura, 05 

Poi che la verità gli è discoverta. 
Mi cambia' io: e come saoza cura 

Videmi '1 Duca mio, su per lo balzo 

Si mosse, ed io diretro invér l' altura. 
Lettor, tu vedi ben com'io mnalzo 70 

La mia materia ; e però con più arte 

Non ti maravigliar s'io la rinoalzo. 
Noi ci appressammo ; ed eravamo in parte, 

Che là, dove pareami in prima un rotto. 

Pur oom'un fssso eh' un muro diparte, 7^ 

mre, facmido cb« non potestt federe dae nobili mime. — Forma corporie fa 

cb0 ci«lo • acqna, gli accresce la tema, ebianata l' anima nel concilio di Vien- 

— Urlùt qoi non vaie dUtorto, ma eem- na di Francia. 

pUecmente «o/telo. 61. mi iitMitnro, mi accennarono. 

48. Non Toler diminnire, ma aaxi ac- 65. ad una, insieme, a nn tempo stet- 

cretcere ogni tao vigore. so. 

Bl. Ià*p4 par dUgiuato, U ore il deUo 64. cAe in dubbia Mi raecerfa» cbe dal 

balio par diviso da un' aperlara. dubbio passa alla cortesia. 

65. d«»lre il tuo corpo.— dor«Ìa.Psal.: 61. tanta eara, sensa apprensione o 

Darmitncit dnUaa «m. inqnietadine. 

Sé. onda laggiit b adorno, dei quali il 11, 73. E però non ti maraviglie s* io 

Isofo iMgib è adomo. la fortifico ed abbellisco con ano stile 

68. Loda. È quella medesima che il più artificioso. 

Po«ta nomina al canto U dell' Inferno. 74, 75. Che colà, dove dapprima mi 

07. 61, cosi adoperando : o è particella parea essere nna rottura, nn' apertnra, 

riempitiva e vale coti. appunto come una fessura cbe divide un 

96. e r altro gentil formo, e le altre muro, vidi essere una porta. 

60 

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810 DKL PUnOATOBlO 

Vidi una porta, e tre gradi di sotto, 
Per gire ad essa, di color diversi, 
Ed un portier, eh' ancor non fieusea motto. 

E come l'occhio più e più y' apersi, 
Vidil seder sopra '1 grado soprano, «> 

Tal nella faccia ch'io non lo soffersi: 

Ed una spada nuda aveva in mano, 
Che rifletteva i raggi ti vèr noi, 
Ch' io dirizzava spesso il viso invano. 

Ditel costinci, che volete voi? ^ 

Cominciò egli a dire: Ov'è la scorta? 
Guardate che '1 venir su non vi nói. 

Donna del del, di queste cose accorta, 
Rispose 1 mio Maestro a lui, pur dianzi 
Ne disse: Andate là, quivi ò la porta. ^ 

Ed ella i passi vostri in bene avanzi, 
Bicomindò'l cortese portinaio: 
Venite dunque a' nostri gradi innanzi. 

Là ne venimmo: e lo scaglion primaio 
Bianco marmo era si pulito e terso, ^ 

Ch*io mi specchiava in esso quale i'paio. 

Era 1 secondo, tinto più che perso, 
D' una petrìna ruvida ed arsìccia. 
Crepata per lo lungo e per traverso. 

Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, ^^ 

Porfido mi parca si fiammeggiante. 
Come sangue che fuor di vena spicda. 

so. «oprano, saperiore, cioè il pib alto. 99. Vtnité..., a' nottri gradi innanzi, 

Si.TalmeDteritpleodente Della faeeia, fatoti pretto a questi noitri gradini, 

eht io M« lo •oif«frt. non potai fiatare 94. Laportatiml)o1eg|ia1ataoranieDta1 

in loi gli oeehi. Vedi canto Vili, t. SS. eonfettione, e i gradini le ditpotiiioni 

84. éirisMva il Vito, cioè, indiriisaTa neeettarie a eonaegnire 1* utolozione. t.o 

▼erto quella parte il vite, la Titta ; o tcallno primato, cioè primo, bianehistimo 

anche, ▼' aitava gli occhi.-- lavano, per- come marmo, tigniflca il candore e la 

che dallo ipleodore rimane?» abbagliato, sincerità, con cai debbonti confettare i 

SS. eotffiielf di costi, dal loogo ove peccati; il secondo, (info pie eht perso, 

siete. cioè, scaro piattottochè torchino, e d'una 

SS. Ov'è te scorto f ot* è l'angelo che pttriua, cioè pietra, per lo Inngo e per 

snol ettero scorta alle anime cb« Ten- traverto crepata, tigniflca la eontriilone, 

fon qnif per cai viene a tpeitartl 1* antica dares- 

87. «0» vi «41, non vi apporti noia e sa del cuore ; 11 terso, rosso come porldo, 

danno. e che di sopra agli altri «* aoMia««<ceto, 

69. di f ««fff «Off accorto, pratica e cioè s' ammana, o è soprapposto a guisa 

bene informata delle leggi e consoetadini di matto, tigniflca 1* amore verso Dio, 

41 questo loogo. che come fiamma deve nel ponllanta ac- 

91. i possi vostri i« èooo avaasi, vi cendersi. 

tinti a prosaguiro felieemento il vostro 96. foalsi* paio, qnala apparisco, qvala 



sono. 



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OAHTO NONO. 311 

Sopra questo teneva ambo le piante 
L' angel di Dio, sedendo in sa la soglia, 
Che mi sembiava pietra di diamante. i05 

Per li tre gradi su di buona voglia 
Hi trasse 1 Duca mìo, dicendo: Chiedi 
Unulemente che 1 serrame scioglia. 

Divoto mi gittai a' santi piedi; 
Misericordia chiesi, e di' e' m' aprisse : no 

Ma pria nel petto tre fiate mi diedi. 

Sette P nella fronte mi descrisse 
Col pnnton della spada; e: Fa' che lavi. 
Quando se' dentro, queste piaghe, disse. 

Genere, o terra, che secca si cavi, 115 

D'un color fora col suo vestimento: 
E di sotto da quel trasse duo chiavi 

Uuna era d'oro, e l'altra era d'argento: 
Pria con la bianca, e poscia con la gialla 
Fece alla porta si eh' io fui contento. 120 

Quandunque l' una d' oste chiavi Badia, 
Che non si volga dritta per la toppa, 
Diss' egli a noi, non s' apre questa calla. 

Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa 
D' arte e d' ingegno, avanti che disserri, I86 

Perch' eli' è quella che '1 nodo disgroppa. 

4O4-10S. ìa 100 Ha.... di dUmnntt, si- rità del confef boto ; quella d* arfeDto ti- 

fDifica il saldo foDdamento sa cai è sta* tnìùci la saa scleoia. 
biliU la Chiesa cattolica. i90. Intendi : fece alla porta quello 

106. di Hoka t9gHa , da riferirsi a eh* io desiderara ; vale a dire, 1* aperse. 
Dante. 4SI. Quandunqm, ognirolU che, dal 

ics. ck§ *l Mrram$ fcioflte, cioè, che lat. quandoeumqm, 
apra la serratara. i9S. Ch§ «0» si volga dritta ptr la toppa, 

III. Atto di chi si accasa peccatore. serratara; cioè, che il confessore u- 

119. I sette P significano i sette pec- solra indebitamente chi non è disposto, 
cali capitali, de* qaali il penitente è stato manchi della necessaria soiensa e di- 
assoluto, e de* qaali le reliquie, piagho screxione per dirigere il penitente. 
come le chiama il Poeta, debbon esser 135. calla, porta, passaggio. E anche 
lavata colle opere satisfattorie dal sacro qai accenna a strettezza e difficoltà di 
ministro impostegli. passo. 

US, 114. /a* chi lavi oc, cioè, adopera 124-196. M tara h V «aa, vale a dir 

in gnisa che siano da te larate queste quella d* oro, perchè è frutto della pas- 

piaghe. sione e morte del Redentore; aia i*a(lra, 

116. Sarebbe del colore {stesso che 11 vale a dire quella d' argento, richiede 

rao Tostimento. — Il colore di cenere o molt* arte ed ingegno, perchè la scienza 

terra secca significa la mestizia e com- non s' acquista cha con fatica; e di essa 

passione, di che è preso il sacro mini- Tunisi far uso STanti d' assolrere, porokk 

stro alla vista dell' umana firalesza, che è qwUa ek§ il nodo iitgroppa, iosegua al 

gli ricorda esser 1* uomo t$rn «f cinti. penitente I modi opportoni a •doglierai 

118. La cbiaTO d*oro significa Vanto- da* lacci del peccato. 



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312 BBL PUBOATOBIO 

Da Pier le tengo : e dissemi chT erri 
Anzi ad aprir eh* a tenerla serrata, 
Porche la gente a' piedi mi s* atterri 

Poi pinse r uscio alia porta sacrata, 
Dicendo: Intrate; ma facciovi accorti, 
Che di fnor torna chi indietro si guata. 

E quando fur ne' cardini distorti 
Gir spigoli di quella regge sacra, 
Che di metallo son sonanti e forti, 

Non ruggio sì, nò si mostrò si aera 
Tarpeia, come tolto le fu 1 buono 
Metello, per che poi rimase macra. 

Io mi rivolsi attento al primo tuono, 
E Te Deum laudamus mi parca 
Udire in voce mista al dolce suono. 

Tale imagine appunto mi rendea 
Ciò chT udiva, qual prender sì suole 
Quando a cantar con organi si stea; 

Ch' or si or no s* intendon le parole. 

i27, 198. Le tengo da tao Pietro, il 
qiiftle mi dissa eh' io erri anti, piuttosto, 
in aprir la detta porta, che in tenerla 
serrata; Tale a dire, eh* io sia piuttosto 
miserieordioso che serero. Accenna il 
atptuagUt uptiti di Cristo. (Matt. XVIII, 
93.) 

139. Intendi secondo il significato mo- 
rale, che torna in disgrazia di Dio chi 
pecca naOTamente. 

i3S, iZk. E quando si atTolsero, o gi- 
raron sui cardini gli ipigoli, cioè i pon- 
toni di quella sacra uggt, cioè porta. Le 
grandi porte antiche non si tenerano 
colle bandelle agli arpioni, ma si bilica- 
Tano sugli spigoli, che sono punte di ferro 
posanti in terra sui cardini. 

136-138. JToii rngg<o ti, non stridè si 
forte, «è $i moitrò t\ aera, né si mostrò 
si dura ad aprirsi, la porta della rupe 
tarpeia,ove stara 1* erario di Roma, quan- 
do da Giulio Cesare ritornato da Brindisi, 
dopo STer fugato Pompeo, le fa tolto il 



130 



183 



HO 



145 



suo buon )cu8tode Metello ; il perchè ri- 
mase poi «aera, spolpata, de' suoi tesori, 
coi quali Cesare pagò 1 soldati. Lucano, 
rarioglUi, III. — Stride irrogginiu la 
porta, perchè pauei.,,. il^cti, Matt. XX, 
16. Vedi canto sag., t. 9. - »«eM. Nel 
senso latino di taUnU, pieno d' ogni va- 
lore. 

i39. al primo tnono, ti primo firagor» 
della porta che si apriva. 

140. Air aprirsi della porta le anline 
purganti intoonano il T$ Dsiiei, per ren- 
der grazie a Dio deli* anima giunta a sal- 
Tazione. 

141. Udir la voce ec. Forse tuoI dir«: 
Udir r« Jhmm in parole onite a malo- 
dia. 

149-144. Quello eh' io udiva facora ia 
me tale impressione, quale si lool rice- 
Tere dove stia gente, che canti al saono 
dell* organo; o più brevemente: mi darà 
r idea di canto a suoa d* organo. — $tm, 
stia, dair antiq. s f«r«. 



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313 



CANTO DECIMO. 



Per «SA strott» • tortnoia tU salgono i due Poeti sul primo girone, o ripiuio circo- 
lare del Purgatorio, la cai ripa interna è di marmo, ore sono egregiamente intagliate 
rarie storie ad esempio d'nmiltà. Mentre ei le Tanno considerando, yeggono renir 
lentamente Terso di loro nna quantità d* anime, che, grarate le spalle d' enormi sassi, 
procedoB enrre, purgando il peooato dell» superbia. 

Poi fammo dentro al soglio delk porta, 
Ghel malo amor dell'anime disusa, 
Perchò fa parer dritta la via torta, 

Sonando la senti' esser richiusa: 
E s' io avessi gli occhi vòlti ad essa, & 

Qual fora stata al fallo degna scusa? 

Noi salivam per una pietra fessa. 
Che si moveva d' una e d' altra parte, 
Siccom'onda che fugge e che s'appressa. 

Qui si convien usare un poco d'arte, ^^ 

Cominciò 1 Duca mio, in accostarsi 
Or quinci or quindi al lato che si parte. 

E ciò fece li nostri passi scarsi 
Tanto, che pria lo stremo della Luna 
Rigiunse al letto suo per ricorcarsi, ^^ 

Che noi fossimo fuor di quella cruna. 
Ma quando fummo Uberi ed aperti 

4. rM, poiché, come dopo, dopoché ec. da una parte e dall' altra. La forma di 
— Soglio, soglia. questa Tia ripida, stretla e tortuosa, In- 

5. lotendi: che il «a(o amore d«({« «•<' dica i disagi del primo maoTere apeni- 
«e, il cattiro appetito degli uomini, o?- troza. 

reto r amore dell' anime allo cose non- 9. «* appr9»$a al lido. 

daoe, d<f «la, rende poco usata, poco ado- li, 13. <a o^eoslarsi Or f «iad or f «ludi, 

prata. -^ Vuol dire, che la porta del accostandoci ora di qua ora di là, a< lato 

Purgatorio non si apre di frequente, per- chi si part9, al lato che dà Tolta, secondo 

che pib di frequento gli noroini Tanno eh' esigoTa la natura della Tita. 

air Inferno. - *l «mìo amor. Nel XVII i3-15. B ciò, Tale a dire la dlffleoltà e 

del Purgatorio, eanta come amore sta in scabrosità della Tia, fece che i nostri 

noi temo d' ogni buona e mala opera- passi furono tanto ieartit lenti e pochi, 

siona. che lo sfrsmo, 1* estremità, dsila Iimia 

3. B ciò aTTiene, perché quel cattiTO Bigin^to al lotto tao ftr coricarti, ritornò 
appetito fa parere un bene quello eh* è a ponente per tramontare, prima che ec. 
un male. — £ssendo questo il quinto giorno dopo 

4. Sonando, oloé dal suonar ch'ella fece H plenilunio, la Luna doTea tramontare 
m* aecorsi che si era richiusa. quasi quattr* ore dopo la loTata del Sole. 

6. Sottintendi: arendomi arTertlto l'an- Dante si era sTogllato alle ore due; erui 
gelo càs di fuor toma ckiiniiotro cigno- nn poco trattenuto alla porto: sicché in 
te. (t. i3S del canto preeed.) ^ Pentito quella tortuosa Tiusaa doTè spenderà 
1* iueammina a Tirtfa. un* ora o meno. 

T, s. Noi saliTamo per il fesso, o spao- 16. enMa, Uguratom. quel folto o spac- 
co d' «u pietra, 11 qiate andaTa tortuoso co, detto di sopra. 



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3U DBL PUSaATO&IO 

Sa, dove 1 monte indietro si ranna, 
Io stancato, ed ambedue incerti 

Di nostra via, ristemmo sa in an piano ^^ 

Solingo più che strade per diserti. 
Dalla saa sponda, ove confina il vano, 

A* pie dell'alta ripa che par sale, 

Misarrebbe in tre volte on corpo amano: 
E qaanto V occhio mio potea trar d' ale, ^ 

Or dal sinistro ed or dal destro fianco, 

Onesta cornice mi parea cotale. 
Lassù non eran mossi i pie nostri anco, 

Qaand'io conobbi qaella ripa intomo, 

Che dritto di salita aveva manco, 80 

Esser di marmo candido, ed adomo 

D'intagli tai, che non pur Policleto, 

Ma la natnra lì avrebbe scorno. 
L'angel, che venne in terra col decreto 

Della molt' anni lagrìmata pace, 35 

Ch'aperse il del dal sao lango divieto. 
Dinanzi a noi pareva si verace, 

Qaìvi intagliato in an atto soave, 

Che non sembiava immagine che tace. 
Giarato si saria ch'ei dicesse Ave; 40 

Però ch'ivi era inmiaginata qaella, 

Ch' ad aprir l' alto amor volse la chiave. 

18. indUtrù ii raiiM, si ritira indietro, costa del monte, ebe fianebeggia?a qsella 

si riitrioga io so, lasciando oo ripiano, strada, non poteva esser salita perchè era 

che forma il primo girone del Porgatorio. affatto verticale, e non ponto inclinata. 

90. ittrti di nostra via, perchè non 23, VS. D* intagli tai, di tali intagli o 

sapevano sa dovean prendere a destra o bassirilievi, che non solo il celebre seni- 

a sinistra. tore Policleto (nato in Sicione) , ma la 

33. il vcM, il Tooto ; cioè, la proda natnra stessa, lì» in qoel loogo, al con- 
esterna del ripiano, dalla qoale si poò fronto di qoe* divini intagli, si vedrebbe 
cadere. (Porgatorio, XIII, 80.) soperata e vinta. — Qoest* intagli sono 

34. Mi$nrr$bb9, misorerebbe, come for- esempi d* omiltà atti a sviare dal vìaio 
nbb§ per toglitrtòb€, ed altri. — Vool dire contrario. 

che la larghessa di qoel ripiano era tale, 34-96. L'angelo Gabriello, che, recando 

qoal è r alteisa di tre nomini, l' nno so- Tannnnsio a Maria vergine, venne in terra 

Trapposto air altro. col decreto della pace da molti secoli 

35. trar 4' ate, volare, trucorrere. sospirata, la qoal pace, o riconciliaiioae 
37. Qn§tta comics, qoesto ripiano che con Dio, apri agli uomini il cielo, dopo 

a modo di cornie* girava il monte, mi essere stato longamente vietato loro, cioè, 

pofM cotalt, mi parea sempre eguale. dopo 11 peccato d* Adamo. 

38-30. Lassù, su quel ripiano, non ave- 41. Q—lla, cioè Maria vergine, 

vamo ancora fatto on passo, qoando io 43. Ckt «olfs la ckia9$ od aprir falle 



conobbi che la ripa intema, la qoale amor$, vale, che apri o diichinse 1* i 

•vfta «anco, mancava, di ogni dritto di divino; cioè a dire, lo mossa ad avw 

' salito, possibilità di esser salita, era di misericordia dell' nman genere, che p«l 

■armo a«. — La ripa iataraa» Mela la primo peccato aToa perduto il oiolo. 



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OAHTO DB3DI0. 815 

Ed ayea in atto impressa està &YeDa: 

Ecoe JneSla Dei, sì proprìamente 

Come figura in cera si suggella. ^ 

Non tener pure ad un luogo la mente, 

Disse *1 dolce Maestro, che m' area 

Da quella parte, onde 1 cuore ha la gente. 
Per eh* io mi mossi col viso; e vedea 

Diretro da Maria, per quella costa ^ 

Onde m* era colui che mi movea, 
Un' altra storia nella roccia imposta: 

Per eh* io varcai Virgilio, e femmi presso, 

Acdocchò fosse agli occhi miei disposta. 
£ra intagliato II nel marmo stesso ^ 

Lo carro e i buoi traendo l'Arca santa, 

Per che si teme ufficio non commesso. 
Dinanzi parea gente; e tutta quanta, 

Partita in sette cori, a' duo miei sensi 

Faceva dir T un No, V altro Si canta. «3 

Similemente al fummo degl' incensi. 

Che v'era imaginato, e gli occhi el naso 

Ed al si ed al no discordi fensi 
li precedeva al benedetto vaso. 



CI-45. Ed era Ìb Ule umile atteggia- 
nento, ebe, come Agora in cera per tog- 
gello apparisce, coti chiaramente appa- 
riva dirai da lei qoeUe parole : lece a«- 
dite Jtofliiiil. 

i6. Non tener la mente intentiueolo ad 
DB loogo. 

4B. Da quella parte, da cai l' nomo ha 
il esore ; Tale a dire a sinistra. 

49. mi fliefri eel eiee, eftoè con gli occhi. 

00, Si. JKrWro da IfaHa, di là dall' in- 
taglio rappresenUnte Haria.— p«r qutllm 
cotte, da qoel lato, Onds «'«ra colui eh$ 
«i movM, da eoi mi sUTa appresso que- 
gli, eh' era mia gnida, cioè Virgilio. 

n, utile recete teipette, scolpito nella 
ripa. 

55. n perchè pasaai dall* altro lato di 
Virgilio, doè dal lato sinistro al destro, 
e mi feci pih presso air altra sealtora. 

84. disposte a meglio esser vedaU. 

56. Questo scultura rappresento il tra- 
sporto dell' Arca da Cariatiarim a Geru- 
salemme, ordinato dal re DaTid— Iroende, 
in atto di trarre. 

SI. Pel qoal fatto dee ognuno temere 
di eeereitare un uCQciOi che non gli è 



commesso. — Minacciando TArea di et* 
dare, accoree il levito Osa a sostenerU; 
ma spettando ciò ai soli sacerdoti. Ita 
Osa, per castigo dirino, da improTriia 
morto colpito. Lib. a de* Se, cap. 6. 

S8-G0. Dioansi ali* Arca apparita una 
moltitadine; e tutto quanta, diviia in 
ietto cori, per essere scolpito si aataral- 
mente, faceva dire ali* uno de* miei senei, 
cioè all'udito: JTo, «Ito «e» eaate; ed 
all' altro, cioè alla visto, IkecTa diro: 
SI, «Ite tante.— Ad accompagnare l'Arca 
erano col re Darid setto cori. — Foce*» 
dir r w», facea che V uno dicesse. 

S3. /'•«#<, si fenno, si fecero discordi, 
poiché gii occhi diceran «I, e il naso 
dicera «e. — Parerà Itammo, ma non d 
sentita l'odore. 

64, 68. Il precwicea, andava innansi,al 
Hw€Mt9 eoeo, all' Arca santo, l' umile 
salmisto David, frcccando, dentando, ai^ 
tato da terra, cioè, nell* atto del salto. 
Altri spiega a(Mto per suecinto le resti. 
— Trescare è dal prorensale (rcseer, che 
▼ale dautarOf e nel popolo è tattora ri- 
masto la voce Irctcene, danxa contadi- 



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816 DSL PDBOATOBXO 

Trescando alzato l'imiile Sabnìsta: 
E più e men ohe re era in quel caso. 

Di contra effigiCata, ad una vista 
D'un gran palazzo, Micol ammirava, 
Si come donna dispettosa e trista. 

Io mossi i piò dal luogo dov' io stava, 
Per avvisar da presso un' altra storia, 
Che diretro a Mìcòì mi biancheggiava. 

Qoiv* era storiata V alta gloria 
Del roman prinoe, lo coi gran valore 
Mosse Gregorio alla sna gran vittoria; 

Io dico di Traiano imperatore: 
Ed una vedovella gli era al freno, 
Di lagrime atteggiata e di dolore. 

Dintorno a lui parca calcato e pieno 
Di cavalieri: e T aquile dell'oro 
Sovr' esso in vista al vento si movieno. 

La nùserella infra tutti costoro 
Pareva dir: Signor, fammi vendetta 
Del mio fìgliuol, eh' è morto; ond' io m' accoro. 

Ed egli a lei rispondere: Ora aspetta 
Tanto, ch'io tomi. Ed ella: Signor i^io, 
Come persona, in cui dolor s' affretta, 



65 



70 



80 



85 



06. Pib eh* rt, per e$s«r lotto utorto 
in Dio, e da loi bouo; men che re. por 
Utare in atto non dieeyole alla maestà 
regale. Ovvero : pifa che re, agli occhi 
di Dio; men che re, agli occhi del mondo. 

61. aà ««• «iffa, ad ana tedota, ad 
nna Aneetra. 

66, e». Mieol, figlia di Sani e moglie di 
Darid, ammirataf tUTa mirando, ti e«m§ 
doiiaa, In semhiania di donna, dif pelfoen 
• iHtfa, adirata e dolente, per i' affili- 
mento fn coi ella credeTa caduto il tao 
marito danzando in pnhblico. 

71. Nr avvitar, per gnardaro. 

13. mi èiunekéniavm, mi appariva blan* 
eheggianto, pel marmo in cai era scolpita. 

14, 75. Del romano principe, la cui in- 
tigna virtù motte san Gregorio alla tna 
gran Tittoria contro il demonio, ritoglien- 
do a Ini r anima di quel principe. — Al- 
coni antichi scrittori raccontano che tan 
Gregorio Magno, eoi|sideraado 1* insigne 
virtù di Traiano, tanto pregò Iddio a 
perdonargli l' eterna pena, che finalmente 
Ih dalla divina demensa etandito. Ma ella 
è questa nna favola. — Priuct è detto 



dal lat. prifMopt, come altrove ditte ttrmo. 

77. Bd «na «tdeet/fa ee. Dna vedova, 
alla quale era stato ucciso il figliuolo, 
si fece incontro a Traiano, che moveva 
alla testa del suo esercito, per doman- 
dargli giustizia. L* imperatore, fermato 
l' esercito, mandò per iscoprire V omici- 
da ; e trovato eh* era il suo proprio figlio, 
eblese alla vedova te voleva la morte di 
loi, ovvero riceverlo in luogo dell* ucciso. 
Ed ella accettò la teconda propotta. Ma 
anche questo fatto è assai dubbio.— gli tra 
al fttnùp eioè, davanti la testa del cavallo. 

79^i. Dintorno a lui parta eaU^to § 
pfone, appariva una calca e una folla di 
cavatitH, e sopra di loi Va^uiU itlVoro, 
d* oro, in «ttfa, a vederle, $i mo9itnù al 
«silfo, parca che si movessero al vento. 
— I Romani usavano per insegna aquile 
di solido oro, e tulle aste le usavan 
d* argento. 

85. fammi e tndtMa, fammi giustizia, ov 
vero, fa' eh' io sia vendicata. 

86. chHo torni, sotti oteodi, dalVim^nm 
a cai vado. 

07. in eni dolor t' affretta, In cai il do- 



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CANTO DECIMO. 317 

Se ta non torni? Ed ei: Chi fia dov'io, 

La ti farà. Ed ella: L'altrui bene 

A te che fìa, se 1 tuo metti in obblio ? ^ 

Ond*elli: Or ti conforta: che conviene, 

Ch'io solya il mio dovere anzi ch'io muova: 

Giustizia il vuole, e pietà mi ritiene. 
Colui, che mai non vide cosa nuova, 

Produsse esto visibile parlare, ^ 

Novello a noi, perchè qui non si truova. 
Mentr'io mi dilettava di gpiardare 

L' imagini di tante umitìtadi, 

E per lo fabbro loro a veder care; 
Ecco di qua, ma fanno i passi radi, ^^ 

Mormorava'! Poeta, molte genti: 

Questi ne invieranno agU alti gradi. 
Gli occhi miei, eh' a mirar erano ijKtenti 

Per veder novitade, ond'ei son vaghi, 

Volgendosi vèr lui non ùfion lenti. ^^ 

Non vo' però, lettor, che tu ti sma^ 

Di buon proponimento, per udire 

Come Dio vuol che '1 debito si paghL 
Non attender la forma del martire: 

Pensa la succession; pensa che, a peggio, m 

Oltre la gran sentenzia non può gire. 

Io cominciai: Maestro, quel ch'io veggio 

lor« renda l' tnimo iopaxiaote del con- 98, 99. Le storie di tasto insigni nmil- 

forto che spera. ik, e ohe, oltre la loro bel lena, mi erane 

88, S8. Chi Ha do9* fo, qnegli ebe soc- grate a rederle, perebè opera del divine 
cederà nel mio posto, cbe sarà impera- . artefice. 

toro dopo me, te fi farà, ti farà la yen- iOO. di qaa, dalla parte di Virgilio, 

d«tU ebe domandi. ossia dalla sinistra. — radi, lenti. 

89, 90. l'altrui hnt À t$ ckt /la, l'ai- 401. iror«iof««a U Poeto, dieoTa som- 
trai adempimento de' propri doTeri a te mossamente Virgilio. 

cbo gioverà, ee'l tao metti in oblio, se 403. a^M alti aradi, ai gironi superiori, 
metti in non cale e traseuri il dover tuo ? 406-106. Non voglio peraltro, o lettore, 

9S. amai eh' io «lova. innanzi eh' io cbe, per intendere come Dio vnole che 

Boova col mio esercito. siano nel Purgatorio scontate le pene, tu 

9S. Ginstiaia vuole eh* io adempia il ti smarrisca e perda di coraggio circa 1 

dover mio, e anche la compassione, che tuoi buoni proponimenti..— Teme il Poeta 

io sento di te, mi fa restar qui, mi sforza che le pene cosi gravi dell' espiasione 

n trattenermi finché tu sia sodisfatta. non faedano parere la virth troppo dura. 

94-96. Intendi: Iddio, a cui nulla è 409 414. Non por mente alla forma di 

nnovo, perchè tutto ab eterno previde, queste pene; ma pensa a quello cbe ad 

fu ]' astore di queste figure, in eni si vede esse succederà» cioè, alla beatitudine del 

espresso un parlare affatto nuovo a noi Paradiso ; pensa che al peggio che possa 

viventi, percbÀ qui in terra non può tre* andare, queste pene non doreranno oltre 

varsi,non essendo da tanto V arte umana, il giorno della gran sentente, cioè non 

Ànebe : otto aitiMo par laro, queste figuro pifa in là del giudizio universale. - olirò 

Tisibilmente parlanti. la gran tenftntia. loferoo VI, ?. 404. 



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818 DXL PUBOATOBIO 

MaoTor a noi, non mi sembran persone, 
E non so che; si nel yeder vaneggio. 

Ed egli a me: La graye condizione 
Di lor tormento a terra gli rannicchia 
Si, che i mie' occhi pria n' ebber tenzione. 

Ma guarda fisso là, e disviticchia 
Gol viso quel che vien sotto a qnei sassi: 
Già scorger puoi come ciascnn si nicchia. 

superbi Cristian, miseri, lassi, 
Che, della vista della mente infermi, 
Fidanza avete ne* ritrosi passi, 

Non v'accorgete voi, che noi siam vermi 
Nati a formar V angelica farfalla, 
Che vola alla giustizia senza schermi? 

Di che l'animo vostro. in alto galla? 
Voi siete quasi entomata in difetto. 
Si come verme, in cui formazion falla? 

Come, per sostentar solaio o tetto. 
Per mensola talvolta una figura 
Si vede giunger le ginocchia al petto, 

La qual fa del non ver vera rancura 
Nascere in chi la vede; cosi fatti 



115 



120 



123 



ISO 



lU. V «Mfi fo eAf, e non $o nemmon io 
che coM mi lembrino, ovvero a che cosa 
rassomigli&re quegli oggetti, che mi ap- 
pariscono da lontano. — t) ntl V€d9r va- 
ntggio, cotanto la mia vista è vana e in- 
certa nel raffigurarli. La voce vaneggiò 
è usata propriamente trattandosi di sa- 
perti, dalla lor vanità tramutati quasi 
fuor della forma umana. 

i 16. gli rannicchia, gl'inchina e ripiega. 

117. Sicché anche gli occhi miei, tanto 
più perfetti de* tuoi, ne ebbero dapprima 
contentionè o contrasto ; cioè, provarono 
difficoltà a ravvisarli. - Unzione Io stesso 
che Unz9n$ oggi più comunemente usato. 

118. ditviticchia, figuraUmonte, dictin- 
fui, ragignra: quasi ad esprimere lo 
iforxo, che doveano far gli occhi per ri- 
conoscer quelle pcrtonc nel loro estere. 

190. ti nicchia^ s* affanna e geme, sotto 
quel peso. -~ Son le anime che purgano 
il peccato della superbia. Lue. XIV, 41 : 
Qni f« cxaltat knmiliabitur. — Altri testi 
leggono ti picchia, tia picchiato, e figurai, 
sto tormentato. 

iSa. ne*ritroti pMti, neirandare a ritro- 
so dalla retta ragione. Voi credete avanta* 
rt retrocedett per la Tìltà doirorgoglio. 



42S. V angelica farfalla, I* antica spiri- 
tuale—Negli antichi monumenti sovente 
s' incontra rappresentata l' anima dalla 
farfalla. — La similitudine è presa dal 
verme, che, svolgendosi dalla crisalide, si 
fa farfalla, e spiega libero il volo nell'aria. 

1S6. Che vola davanti alla giosUsia di- 
vina, cioè al tribanal di Dio, senta poter 
fare difesa alcuna alle sue eolpe. 

197. in alto galla, in alto galleggia, 
cioè, si leva in superbia. 

138, 199. Siete quasi entvmata in di- 
fetto, insetti difettosi, siccome è nn ver- 
me, la cai formatione è manchevole, per- 
chè non .anche fatto farfalla. ~ Bntmata 
è voce greco -latina. Tà Srrofxa oeutra 
plur. grec. — Altri leggono : Foi tiete, 
poiché siete. 

1S1. Per «eMoto, invece df mentola. — 
jrfMoIe, in architettura é tottegoo di tra- 
ve, cornice o d'altri oggetti. — «M/lg»n 
umana; cioè, una cariatide. 

133, 134. La quale, benché non sit vera 
pertona, l!a nascere in chi la vede una 
vera rancura, pena. Chi la guarda, e vede 
quella tua sforsata e dolorosa positora, 
ne sente pesa, come te ella fotao iia ?ero 



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oAxrro BSODCOPBIMO. 319 

Vid' io color, quando posi ben cura, 185 

Ver è che più e meno eran contratti^ 

Secondo ch^ayean più e meno addosso: 

E qual più pazienza avea negli atti 
Piangendo parca dicer: Più non posso. 

438. poti b*% cura, posi bene attan- 458. E qual pik fatUnta avta %»qIì 

Itone. atti ec, ed anche quegli, il quale ino* 

136. contratti, rattratti, ripiegati. slrarasi pib paiioate e meno grarato de- 

137. avM» jKè Mene, tottiot. ii p$to, gli altri ec. 



CANTO DECmOPRIMO. 

DomaBdane alle anime or* è la via per salire al seeondo girone, ed esse rispondon loro, 
che Tolgsno e procedano alquanto a destra. Frattanto Omberto Aldobruideschi si dà 
a eonoscere a Dante ; e questi rayrisa in appresso Odorisi da Gabbie eccellente mi- 
niatore, il quale gli tien discorso sulla yamtà deUa fama mondana, e gli dà contessa 
di Proyenzano SslTani, cbe gli è poco innanzi. 

Padre nostro, che ne* cieli stai, 

Non circoscritto, ma per più amore 

Ch'ai primi effetti di l&ssù tu hai; 
Laudato sia 1 tuo nome e 1 tuo valore 

Da ogni creatura, com'è degno ( 

Di render grazie al tuo dolce vapore. 
Yegna vèr noi la pace del tuo regno; 

Che noi ad essa non potem da noi, 

S'ella non vien, con tuttofi nostro ingegno. 
Come del suo voler gli angeli tuoi io 

Fan sacrificio a te, cantando Osanna, 

Cosi fjEtcciano gli uomini de' suoi 
Da' oggi a noi la cotidiana manna, 

Sanza la qual per questo aspro diserto 

l-S. ftufrs «Offro ec. Parafrasi del t. 44S : chiama vatort la ritìb dirina. 

hiftr notttr. Preghiera cooTeniente a 6. al f»o doics «apors, alle dolci ema- 

pnrgar la saperbia, poiehft si riconosce Barioni della toa bontà. — Se con altri 

in essa I* altetta di Dio, a lui si reca testi si legga al tao alto oapors, allora 

ogni gloria, e (il cbe più pesa all'ergo- s' intenda, all'alta toa sapienta. 

flio) si perdona il male sofferto por opera 8, 9. Perciocché, s* ella per tua beni- 

d' altri, ifen eJreotcHrio, non limitato, gnità non Tiene a noi, noi con tatto il 

essendoché I* infinito non ha limiti ; ma nostro ingegno non possiamo Yenire ad 

Ti stai, perché ivi l' amor tao maggior- essa. 

mente si diffonde Terso i primi ejfefli 11. 0$a»na, toce ebraica di festiTa ae- 

Aella tua ereatione, cioè, Terso i cieli e clamaiione. 

gli angeli.— pr{«i «fsfff. Somma : L*$tttr 13. de' saof, de' loro Tolerì. 

STMie i proprio «jffffo di iNo. 18. la eolidiaaa «laiMia, il pane qnotf- 

4. «afofs, figurai. potensa,onnipotensa. diano; che per le anime purganti è l' ap- 

Analdo w\ canto XXVI del Purgatorio, plieaiion de* suffragi. 



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S20 DEL PUBOATOBIO 

A retro va chi più di gir s* affanna. 

E come noi lo mal, eh* avem sofferto, 
Perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 
Benigno; e non guardare al nostro merto. 

Nostra virtù, che di leggier s* adona, 
Non spermentar con V antico avversare, 
Ma libera da lui, che si la sprona. 

Quest'ultima preghiera, Signor caro. 
Già non si fa per noi, che non bisogna; 
Ma per color che dietro a noi restaro. 

Cosi a 8Ò e a noi buona ramogna 
QueU* ombre orando, andavan sotto '1 pondo, 
Simile a quel che tal volta si sogna, 

Disparmente angosciate, tutte a tondo, 
E lasse, su per la prima cornice. 
Purgando la caligine del mondo. 

Se di là sempre ben per noi si dice. 
Di qua che dire e &r per lor si puote 
Da quei e* hanno al voler buona radice? 

Ben si decloro aitar lavar le note, 
Che portar quinci, si che mondi e lievi 
Possan uscire alle stellate ruote. 

Deh, se giustizia e pietà vi disgrevì 
Tosto, si che possiate muover V ala. 



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f7. f t%, anco to. 

19. f*adoiia, si fiacca, retta abbattuta. 

90. Nou ip9rm$ntar, non iiparìmanlare, 
non mettere a cimento, coli' antico at- 
Tenario, cioè col demonio. 

ai , ek$ ti la iprona, che per tanti modi 
la instiga al male. 

9S. Signor caro; parole di famigliarità 
affettuosa. 

93. Alle anime parganti non bisogna 
qnell' altima preghiera, perchè elle doq 
possono pia esser tentate, né peccare. 

94. Ma p0r color, cioè per i Tiri. — 
diitf a noi, dopo la nostra partita dal 
mondo, dopo la nostra morte. 

98, 96. Cosi qoeir ombre, orando, pre- 
gando, a fé • a «oi ènofia raoioffiia, buon 
Tiaggio. Èamogna significò anticamente 
viaggio, ed anco augurio di buon viaggio, 
da coi Pn fatto il terbo ramo^iiar*, che 
per estensione Talse ftlicitaro, bontdirt, 

97. Simile a qoell' oppressiooe, che 
talvolta si proTa, quando si sogna di aver 
tal peto addosso, che ci tolga il respiro. 

98-80. angoioiati $ (oesi dif^oroMiilf, ia 



dispari modo, cioè chi pih, chi meno, se- 
condo la gravita del suo peccato, andaTaao 
tutte a tondo su per il primo girone, par- 
gando la caligine del «oodo, il fummo mon- 
dano, cioè la superbia. Sant'Agostino di- 
ce : « Vidit fumum superbias simileo. « 

81 . Se di là nel Purgatorio si fa sem- 
pre da quelle animo oraàone per noi. 

35. Da quelli, che al loro buon volere 
hanno unita la grazia di Dio? eh* è la 
Tadie4 buona, dalla quale sola può sor- 
gere efficace orazione. Vedi Purgatorio, 
canto IV, T. 134. 

34, 35. Ben si deve aiutar quelli spi' 
riti a lavar lo noto, le macchie de' pec- 
cati, che le portar quinci, portarono di 
qui dal mondo. — lievi, alUggeriti del 
peso delle colpe. 

86. ttéllaU mote, celesti sfere, cieli. 

87, 38. Deh che la giustizia di Dio e 
la pietà de' fedeli vi dicgrtvi tooto, vi 
sgravi tosto del peso che v* opprime. " 
11 ti è pur qui deprecativo. — Queste e 
le seguenti sono parole di Virgilio a 
Quello anime. 



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CANTO DXGIMOPBDIO. 321 

Che secondo 1 disio vostro vi levi; 
Mostrate da qaal mano invér la scala 40 

Si va più corto: e se e* è più d'nn varco, 

Quel ne insegnate che men erto cala : 
Che questi che vien meco, per F incarco 

Della carne d'Adamo, onde si veste. 

Al montar sn, centra sua voglia, è parco. ^5 

Le lor parole, eh* ei renderò a queste 

Che dette avea colui cu' io seguiva, 

Non fur da cui venisser manifeste; 
Ma fu detto : A man destra per la riva 

Con noi venite, e troverete 1 passo co 

Possibile a salir persona viva. 
£ s' io non fossi impedito dal sasso, 

Che la cervice mia superba doma. 

Onde portar convienmi'l viso basso, 
Cotesti, eh' ancor vive e non si noma, C3 

Guarderò' io, per veder s' io '1 conosco, 

E per £bu'1o pietoso a questa soma. 
Ffìii latino, e nato d'un gran Tosco: 

Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre : 

Non so se '1 nome suo giammai fu vosco. 60< 

L'antico sangue, e l'opere leggiadre 

De' miei maggior mi fér si arrogante. 

Che, non pensando alla comune madre, 
Ogni uomo ebbi in dispetto tanto avante, 

Ch' io ne morì', come i Sanesi sanno, 65 

39. vi U9i, ?' innalzi al cielo. remroa lenese. — Qoegti insuperbisca di 

40. ia tua! mano^ da qaal parte; se nobiltà; Oderigi {^.19) d'ingegno; Pro- 
da destra o da sinistra. venzano (t. 109) di signoria. Nel primo 

43. che wun erto cala, ebe icende meno è arroganza, nel secondo ranagloria, nei 

rìpido. terso presanzione.— laKiio. Vedi Inferno, 

45. pareo, lento e tardo. canto XXVII, t. 97. 

48. Non ci fa manifesto da quale di SO. voteo, con voi; cioè: se il nome 

quelle aaime ci Tenissero, poiché esse soo fa giammai adito in messo a toì, o 

stATano giù a terra carrate. nei Tostri luoghi. — Egli, cosi superbo 

51. Possibile ad esser salito da persona in vita dell* antico sao sangue, ora raii- 

fireote. mi I iato (dopo detto chi era) dubita so 

55. $ m ti «MM, e da te non è stato chi l'ode abbia mai sentito il sao cogno- 

nominato. me. 

SI' • qntita «oeia, Terso di me, oppres- 61. r optrt Uggioàn, V opere nobili, o 

so da questo peso. geoerose. Leggiadro non solo ralera bel- 

58. lo fui italiano, e nacqai d* un gran lo, avvenente, ma anche Tirtnoso, nobile, 

aignore toscano. Costai fu Omberto, fi- 63. alla comune madre, alla cornano 

gliaolo di Guglielmo Aldobrandeschi, de* origine, per cui gli uomini sono eguali 

conti di Santafiora. Da'Senesi. che Tedia- tra loro. 

vano per la sua arroganza, fa fatto oc- 64. in diepetto, in diapreuo. — fsnre 

eidere ìa Campagnatico, luogo della ma> avante^ tant' oltre. 

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OZa DSL PUBGATOBIO 

E Ballo in Campagnatico ogni fante. 

l'sono Omberto. £ non pure a me danno 
Superbia fé; che tutti i miei consorti 
Ha ella tratti seco nel malanno. 

E qui con^ien ch^io questo peso porti 
Per lei, tanto eh* a Dio si satisfaccia, 
Poi eh* io noi fei tra* yìvì, qui tra* morti. 

Ascoltando chinai in giù la faccia; 
Ed un di lor, non questi che parlava, 
Si torse sotto 1 peso che lo impaccia: 7^ 

E videmi e conobbemi; e chiamava, 
Tenendo gli occhi con fatica fisi 
A me, che tutto chin con loro andava. 

Oh, dissi lui, non se* tu Oderìsi, 
L' onor d* Agobbio, e 1* onor di quell* arto,* ^ 

Gh* alluminare è chiamata in Parisi? 

Frate, diss* egli, più ridon le carte, 
Che penneUeggia Franco Bolognese: 
L* onore è tutto or suo, e mio in parte. 

Ben non sare'io stato si cortese 85 

Mentre eh* io vissi, per lo gran disio 
Dell'eccellenza, ove mio core intese. 

Di tal superbia qui si paga*l fio: 
Ed ancor non sarei qui, se non fosse. 
Che, pOBsendo peccar, mi volsi a Dio. ^ 

vanagloria dell* umane posse, 

06. og»i fomU, ogoi nomo parlante, cioè diletteToli a Tedeni le earte, eba col peii- 

ogni persona. — B perciò i bambini, cbe nello dipinge, cioè minia, Franeeteo Bo- 

ancor non parlano, son detti infanti. lognete. — Fa questi scolaro d'Oderitl, e 

68. 1 miei consorti, i miei congiunti e divenne miniatore cosi eccellente che su- 
parenti. però il maestro- — Xidoii. D' ogni cosa 

69. Mi matoano, nella sTcntura. cbe induce gioia si può dir cb* ella ride. 
TO. Per meglio ascoltare V incurrato 84. L' onore del primate è ora tatto 

spirito, cbinai in giù la faccia. suo; e mio non è cbe In parte, poiebè 

78. io iMpoecto, enallage per lo impue- io fui il suo maestro. 

efova. 88-87. K dir vero, mentre eh' io tìssì 

79. Odorisi dMgoèèio, da Gubbio, città non sarei steto si generoso di dirmi is« 
del ducato d' Urbino, Ai della scuola di feriore a Franco, per il gran desiderio 
Cimabue, e miniatore eccellente. Pare es- cb* io ebbi d' essere il primo, al che fti 
eer morto poco prima del 1300: e proba- sempre intento il mio amor proprio, 
bìlmente Dante, cbe le arti del disegno 89, 90. Ed anco non sarei qni nel Par- 
amava, lo conobbe nello studio di Cima- gatorio, ma nell* Inferno, se non fosso 
bue. iffoèèio per 6%bbio^ frequente negli cbe, quando io era in vite e poterà tai- 
anticbi. tovia peccare, mi riTolsi a Dio. 

Si, allMMiiiart, in francese folumluer, 91-95. gloria Toramente Tana dello 

e in iteliano miniar: L* arte della mi- forze dell' umano ingegno, quanto pooo 

niatora. tempo si mantien verde ed in flore, so noa 

83, 8S. fratello, pib delle mie son è sopraggiunta da tempi dMgooransal 



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OAKTO DSOIMOPBItfO. 

Com* poco verde su la cima dorr, 

Se non è giunta dall' eiati grosse ! 
Credette Cimabue nella pintura 

Tener lo campo, ed ora ha Giotto il grido, 

Si che la £Eima di colui oscura. 
Cosi ha tolto l*uno all'altro Guido 

La gloria della lingua: e forse è nato 

Chi Tuno e l'altro caccerà di nido. 
Non è il mondan romore altro eh' un fiato 

Di yento, eh' or vien quinci ed or vien quindi, 

E muta nome, perchè muta lato. 
Che fama avrai tu più, se vecchia scindi 

Da te la carne, che se fossi morto 

Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi, 
Pria che passin mill' anni? eh' è più corto 

Spazio all'eterno, eh' un muover di ciglia 

Al cerchio, che più tardi in cielo è torto. 
Di lui, che del cammin si poco piglia 

Dinanzi a me, Toscana sonò tutta, - 



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no 



^ VdoI dire eha io t«opi cìtìU U gloria 
d«* primi artisti resta osearata da quelli 
che Tengon dopo : eosl la gloria di Ode- 
risi fo oscarala da Franco, la gloria di 
Cimaboe da Giotto. — Coei' è apocope di 
ۥǥ, e lo abbiamo incontrato altre Tolte. 

94, M. Nella pittura credette Cimaboe 
ffMT U e^mpOt rimaner padrone del cam- 
pò, essere il yittorìoso, cioè arar la pre- 
minenta.— Cimaboe fo fiorentino, ed uno 
de* primi restaoratori dell* arte della pit- 
tora. Mori nel 4a08. — Ed ora ba Giotto 
41 irUo, la fama di primo pittore. — Giotto 
pura fa fiorentino; il quale, portando a 
maggior perfetione la pittora, oscorò la 
fama di Cimaboe soo maestro. Vasari: 
• Fa Giotto amico grandissimo di Dante; 
e il ritrasse —Ila cappelto dtl palagio 
del Podestà di Firense. » Si dice morto 
nel 1336. 

97-99. Cosi r no Goido, cioè il Caval- 
canti, poeta fiorentino, ha tolto all' altro 
Goido, cioè al Gninicelli, poeU bolognese, 
la gloria delta lingua iuliana, o anco 
del dir poetico. -^ 11 Goinieelli mori 
nel «916 e nel laoi il GoTalcaoti. — Al- 
eoni commentatori credono che colle pa- 
role fftt è nsto Chi r «fio f r altro eoe- 
etra 4i «Uè, cioè, escorerà la fama del- 
l' UBO e dell* altro, Dante abbia inteso 
parlare di sé stesso. Ciò p«ò estere; ma 



poò essere altresì che il Poeta Io abbia 
detto in genere, fondandosi soli* accen- 
nata Ticenda della fama. 

iOO. il eioffdaii r»Mor«, la roce della 
fama nel mondo. 

«OSL p9rekè mnta lato, perchè mota la 
parte donde spira. Come il yento, mo- 
tando la parte donde spira, mota il nome; 
cosi la fama celebra ora il nome di uno, 
ora quello d'on altro. 

40&-406. Qoal maggior fama errai tu, 
99 v9cehia 9eindi da U la carne, se da te 
separi il corpo già recchio, di quello 
che se tu fossi morto innanzi che lasciassi 
il pappo 9 *l dindi. Tale a dire, il balbet- 
tar faneiollesco? — Pappo, pane; dindi, 
denari, son tocì da bamboli. ~ Che fama 
avrai maggiore se muori recchio, o se 
muori giOTane, pria càe posti» milVannif 
da qui a quasi mill' anni? 

106-108. Il quale spasio di qoasi mil- 
r anni è, rispetto all' eternità, più corto, 
di quello che sia un batter di ciglia, ri- 
spetto al giro di quel cielo, eh' è il più 
tardo a compiere la sua rotatioue. — 11 
cielo più tardo è quello delle stelle fisse 
che gli antichi credevano compiesse il 
soo giro In 36 mila anni. 

109, 410. Di colui, che a si lento passo 
cammina dioanai a me, risoonò Toscana 
tutu. 



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824 PEL PtJBaATOBIO 

Ed ora appena in Siena sen pispiglia, 

Ond'era sire, quando fu distratta 
Ila rabbia fiorentina, che superba 
£ra in quel tempo, si com* ora. è putta, 

La vostra nominanza è color d' erba, 
Che viene e va; e quei la discolora, 
Per cui eli' esce della terra acerba. 

Ed io a lui: Lo tuo ver dir m* incuora 
Buona umiltà, e gran tumor m'appiani: 
Ma chi è quei, di cui tu parlavi ora? 

Quepfli è, rispose, Provenzan Sai vani: 
Ed è qui, perchè fu presuntuoso 
A recar Siena tutta alle sue mani 

Ito è cosi, e va senza riposo, 
Poi che mori: cotal moneta rende 
A satisfar chi è di là tropp'oso. 

Ed io : Se quello spirito, eh' attende. 
Pria che si penta, V orlo della vita, 
Laggiù dimora, e quassù non ascendo. 

Se buona orazion lui non aita. 
Prima che passi tempo quanto visse; 
Come fu la venuta a lui largita? 



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411-414. Ed ora se na fa parola appesa 
ifi SioDa, dèlia qnal eiUà era signore, 
qnaodo (a Montapertt nel 4960) fa di- 
strutta la f aelfa rabbia di Firense, ebe 
in quel tempo era superba, si com' ora 
è Tile e sfacciata. 

415-147. U Tostra fama è simile al 
color d* erba, ebe Tiene e va ; e la di- 
stogge il tempo, in quella guisa ebe il 
Sole discolora l' erba, che tenera e Tarde 
{ae§rba) fece uscir dalla terra. — f««l. 
Pron. personale ebe si riferisce «I Sete. 
Cosi Purg., canto XXilI, t. 191 e seg. 
« ...fncndo fonda — Vi ti mottrò la mor» 
di eetel. {E il Sol mttni). » 

118. «' incuora, va' insinua nel cuore. 

419. 9 gran tmmor m'appiani, e tu 
m'abbassi la gran gon§essa della su- 
perbia. 

191. Provonaano fiBÌva«ii,principal cit- 
tadino di Siena, Talento in pace ed in 
guerra. Sconfisse i Guelfi fiorentini a 
Montaperti, ma poscia (nel 4900) rimase 
ucciso presso Colle di Valdelsa, nella 
battaglia datagli da Giambertoldo, rica- 
rio di Carlo 1 re di Pvglia, e capitano 
di parte guelfa. 



195. A recar tutto a sé il gOTomo di 
Siena, e farsene signore. ^ E per Toro 
anche a' Senesi spiacoTa la aisnoria del 
Sahani. 

495, 196. eela< meaela rende A talts/iM-, 
fa un tal pagamento, sopporta tal pena, 
per giusU sodisfasione, eM k di là trop- 
pa oso, ehi nel mondo ò stato troppo ar- 
dito, presuntuoso. 

191-1S9. Costruisci ed intendi : Se le 
anime che aspettano a pentirsi all' estre- 
mo della TiU (f erto delta «<ta) , quando 
non siano aiutate dalle orasiont de'bnoni, 
non salgono qua sopra, ma dimorano lag- 
giù neir Antipurgatorio, per na tempo 
eguale a quello che Tissero; come fa 
concesso a lui, a ProToasano, di Tcnir 
qui? Nel ili de! Purgatorio, t. 180-lil* 
il PoeU fa dire a Manfredi che l'anima 
di chi, scomunicato dalla santa Chiesa, 
indugiò a pentirsi al fine rimane nell'An- 
tipurgatorio trenta Tolte tanto di tempo 
quanto dorò nella sua presunsioae: e qui 
dice egli che l'anima di chi, aTcade 
peccato, aspetta a pentirsi alla morte, fi 
rimane tanto di tempo quanto ebbe od 
mondo di tìu. 



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CANTO BSODfOflEOOHDO. 

Quando TÌvea più glorioso, disse, 
Liberalmente nel Campo di Siena, 
Ogni vergogna deposta, s'afi^se: 

E li, per trar V amico suo di pena, 
Che Bostenea nella prigion di Carlo, 
Si condusse a tremar per ogni vena. 

Più non dirò; e scuro so ch'io parlo: 
Ma poco tempo andrà, che i tuoi vicini 
Faranno si che tu pofxaì chiosarlo. 

Quest' opera gli tolse quei confini. 



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433-138. II fatto ehfi qui ■! accenna ft 
quello. Un amico di ProfonsaBO, eha di- 
eesi essere stato un tal Vigna, era pri- 
KioBìero di gaerra di Carlo I re di Paglia, 
il quie minacciafa ucciderlo, se pel siio 
riicatlo non gli Tonissero sborsati 10 mila 
fiorioi d' oro. Prorenxano danqne fnajido 
mca fiit gloriùtOf nel tempo della sua 
■afgior gloria e potestà, d^potta ogni 
wryegna, Tincendo la ripugnania che 
l'aoD prora nel renire ad atto umile, 
HknlmMt* 9' a^tif ti Campo di S'una, 
fraocamente ti piantò fermo nella gran 
piasu di Siena, detta la piazza del Cam- 
po ; • lì, su quella piazza, per trarre 
r smieo suo dall' angoscia che sos feiiM, 
•offriva, nella prigione di re Carlo, si 



condusse a tronar per ogni eeiw, tutto sup* 
plichevole e tremante a chiedere V elemo- 
sina per lui. — Altri leggcno litoramonto. 

140, Uf. Ma passerà poco tempo, che 
i tuoi vitinif ì tuoi cittadini, caceikndoti 
in esilio e confiscandoti i beni, faranno 
si che tu potrai conTeneTolmente inter- 
pretare le mie parole; poiché allora co- 
noscerai por prova quanta sia la pena di 
chi è costretto a domandare altrui la 
cariti, e questo merito sia farlo per 
altri. 

443. Questa sua buona opera (e cosi 
Odorisi compie di rispondere alla domanda 
di Dante) lo liberò dall' estere confinato 
per parecchi anni laggih nell' Antipur- 
gatorio. 



CANTO DECmOSECONDO. 



Kittecatoti Dante da Oderìti, proeegne il suo via^o; e firatianto Tede eoi patimento 
di quel primo girone disegnati Tan aeempi di auperUa punita. Un angelo muore ia 
appreeso incontro a* Poeti, e gli guida al Tarco,per cui s'atoende al gboneeeeondo: 
gr immetto in quello, e al tempo etosso, col mnorer dell'ale, cancella dalla fronte di 
Dante il primo P, macchia del peccato della superbia, ch'egli ha eepiato. 

Di pari, come buoi che vanno a giogo, 
M* andava io con quell* anima carca, 
Fin che 1 sofferse il dolce Pedagogo. 

Uà quando disse: Lascia lui, e varca. 

Che qui è buon con la vela e co* remi, ^ 

4i 9. A «oppia ed a testa china, come Si paragona quasi a faneiallo sotto il 

ytMo ì Inoi aggiogati, me n* andava io maestro, 

insiemo eoa quell'anima caricata del peso. 4. $ wrea. e tira innanzi. 

Odoriti andara a testa china pel peso 5, 6, La metafora significa: che qui è 

eh' avea addosso; Dante andava cosi, per bene che ciascuno si adoperi quanto può 

poter meglio parlare con lui. a andare innanzi, per guadagnar tempo 

3. foéagogo, conduttore e maestro. — • e merito. 



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826 DEL PT7B0AT0BI0 

Quantunque pnò ciascnn, pinge): sna barca; 
Dritto, si com* andar vuoisi, rife^mi 

Con la persona, avregna che i pensieri 

Mi rimanessero e chinati e scemi. 
Io m* era mosso, e seguia volentieri ^^ 

Del mio Maestro i passi; ed ambedue 

Già mosiravam, com^eravam leggieri; 
Quando mi disse: Tolgi gli occhi in ^ue: 

Buon ti sarà, per alleggiar la via, 

Veder lo letto delle piante tue. '5 

Come, perchè di lor memoria sia, 

Sovr* a* sepolti .le tombe terragne 

Portan segnato quel eh* egli eran {)ria; 
Onde lì molte volte se ne piagne, 

Per la puntura della rimembranza, 20 

Che solo a*pii dà delle calcagno; 
Sì vidMo li, ma di miglior sembianza 

Secondo T artificio, figurato 

Quanto per via di fuor dal monte avanza. 
Yedea colui, che fu nobil creato ^ 

Più eh* altra creatura, giù dal cielo 

Folgoreggiando scandere, da un lato. 
Vedeva Briareo, fitto dal tèlo 

Gelestial, giacer dall* altra parte, 

Grave alla terra per lo mortai gelo. ^ 

7-9. Diritto, si come conTieosi all'uomo as-Si. Cosi io ridi 11. ma di maoiera 

d'andare, ni rifeci colla persona, sob- assai migliore dell* umana (parelio l'ar- 

bene i pensieri mi rimanessero non pib teflce n' è Iddio), ornato di figura e isto- 

alti e targidi, ma bassi e umiliati, per liato tutto quanto il ripiano, che sporgo 

il castigo della superbia da ma veduto, fuori del monte per via, cioè, per fomxro 

44, 45. Ti sarà buono, per alUgpiar, al- >a strada. — Queste istorie dimostrano lo 

loggariro, render men faticoso il cammino, pene ancbe nel mondo serbate a* superlù: 

Tederò <o Mh itUt pianti, il parimen- la mitologia tì s' intromette al vero, 

to, su cui Tal ponendo le piante de* piedi, percbè a Dante la mitologia è simbolo o 

16. ^rchè di lor eifMOrU sia, attncbè vestigio di storia. 

resti memoria di loro. 9tf, 96. ffdM col«i, cioè Lucifero, cAe /» 

17. Sovf ' a' itpolti, sopra i morti, U tomò$ mobil ertalo Pia eh*altra er tafura, cbe fu il 
ttrrag—, le tombe fatte in terra, nel pa- pib nobile fra tutti gli spiriti creati da Dio. 
vimento : opposto di tombe alte, elevato. 97. Folgor9niaaéo te«fid«r«. eadara a 

18. Porteft ffaaafo, porUno solla lapide guisa di folgore. • Videbam Satanaas si- 
scolpito in lettera in emblemi, quol cutfulgur decolocadentem.* Lue. X, 18. 
eh' ogli tra» pria, quel cbe furono, a quel 9B-S0. Dairaltra parte vedeva il gif aste 
cbe fecero in vita. Briareo, trafitto dal Mie c$lt$iiaU, cioè 

90, 91. Per la puntura, cbe la loro ri- dal fulmine, giacere per to «Mrfel feto, 

membransa dà, a guisa di sprone, sola- gelato da morte, gravo alla torro^ fra- 

mente a coloro, cbe sono pietosi e com- titaodo sulla terra colla smisurata saa 

passionevoli. — La metafora è tolta dal mole. (Vedi Inferno, canto XX Xi, v. 94.) 

cavalcatore, cbe dà delle calcagna al ca- Dice grave, percbè i corpi morti pare cbe 

▼allo, t coti lo paogt. fraritino talla terri^ pib ebe i vìtì. 



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OAirrO DEOIMOSECONBO. 

Tedea Timbreo, vedea Pallade e Marie, 
Armati ancora, intomo al padre loro, 
Mirar le membra de* giganti sparte. 

Yedea Nembrotte appio del gran lavoro, 
Tutto smarrito riguardar le genti, 
Che in Sennaar con lai superbe fóro. 

Niobe, con che occhi dolenti 
YedevUo te segnata in su la strada 
Tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! 

Saul, come in su la propria spada 
Quivi parevi morto in Gelboè, 
Che poi non senti pioggia né rugiada 1 

folle Aragne, si vedeva io te 
Già mezza aragna, trista in su gli stracci 
Dell* opera, che mal per te si fé. 

Boboam, già non piur che minacci 
Quivi il tuo segno; ma pien di spavento 
Nel porta un carro prima eh* altri *1 cacci. 

Mostrava ancor lo duro pavimento, 
Come Almeone a sua madre fé caro 



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45 



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M. Timbno, doè Apollo, oosl cbianiato 
da an tempio edifleatogli in Timbria, città 
della Troade. 

35. Mirar le membra laeerate e ipex- 
sate de' giganti che oiarono maoTer guer- 
ra a Giove. 

54. ey^a del gnm latore, appiè della 
gran torre. 

96. Che nella pianura di Senoaar si 
miron con Ini nel raperbo e stolto di- 
•ogBO di ergere una torre 'sino al eielo. 

m. Niobe, moglie d' Anflone re di ttìse, 
latoperbita di eoa ieoonditi, porebè ma- 
dre di eetU masebi e di sette femmine, 
•eft tpregiar Latona, perebè madre d' on 
solo maseUo e d' una sola fémmina. Il 
perehè Apollo e Diana, per rendieare 
r Ingioria falla alla madre loro, nceisero 
a Niobe eolle freeeie latta qnanta la prole. 

M. sefMto, effigiato. -^ Com ek$ otehi 
éU»mH non lo riferire a Danto, ma a Niobe. 

41 , 49. in Btiòoè ee. Sol monto Gelboò, 
aopra il ^nale, dopo questo fatto, non 
eadde più pioggia, né rugiada: e eiò per 
la malediiione ebe gli mandò David, nel 
dolore della morto di Sani. — t»<«<, in 
fvell' iataglio. 

45. fi eeieea io ft. Intendi : eoa pari 
etidma tbo il precedente fato. 

44. fttà messa ar^gwa, già metu trae* 



formato in ragno, fHsla la sa gli ttraeci 
d$lV optra, dulento su i pezzi straccisti 
del drappo, eht nat ptr tt ti /«, ebe fu 
da te lavorato io too danno. » iracM, 
celebre tossitriee di Lidia, osò sfidar L'i- 
nerva a cbi meglio tesseva. Vinte dalla 
dea, fu convertite in ragno in sul suo 
medesimo drsppo stracciatole tn facete. 

46. Robùomo, figlio di Salomone, re su- 
perbo e tiranno. II popolo lo pregò a voler 
diminuire le gravesie imposte da Salo*- 
mone : ed egli : « 11 padre mio vi battè con 
flagelli, ma io vi batterò con gli scorpio- 
ni. » (De* fi», HI.) Il popolo si mosse a 
remore, e delle dodici tribfa del suo regno, 
gli se ne ribellarono undici. Ond' egli, 
per porsi in salvo dal loro fìirore, se ne 
Ibggi sopra un carro a Gerasalemme. 

47. ilmi9i il fao fsffne, la toa figura 
quivi effigiate. 

49. le duro pavieiMfe, la via di dura 
materte, istoriate. 

80, M. EHflle, vinto da Polinice eoi 
regalo d' una prexiosa collana, gli diseno- 
pri ove' Anflarao suo marito s' era nasco- 
sto, per non andare alla guerra di Tebe, 
ov' ei sapea dover restar morto. Per ven- 
dicare la morto del padre, Almeone uc- 
cise la madre, fatto plut si ttolimtnt 
eedsai. Inferno, canto XX, ▼. 53. 



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828 DZI. PUBGATOBIO 

Parer lo sventurato adornamento. 
Mo9traya come i figli si gettaro 

Sopra Sennacberib dentro dal tempio, 

£ come morto lui quivi lasciare. 
Mostrava la ruina e 1 crudo scempio ^ 

GIi6 fé Tamiri, quando disse a Giro : 

Sangue sitisti, ed io di i^angue t* empio. 
Mostrava come in rotta si fuggirò 

Gli Assiri, poi che fu morto Oloferne; 

Ed anche le reliquie del martire. 6o 

Vedeva Troia in cenere e in caverne. 

nion, come te basso e vile 

Ifostraval segno, che lì si disceme! 
Qual di pennel fu maestro o di stile, 

Che ritraesse V ombre e gli atti, eh' ivi ^ 

Mirar farieno ogn' ingegno sottile? 
Morti li morti, e i vivi parean vivi: 

Non vide me* di me chi vide '1 vero, 

Quant'io calcai fin che chinato givi 
Or superbite, e via col viso altiero, 70 

Figliuoli d* Eva, e non chinate 1 volto. 

Si che veggìate il vostro mal sentiero. 
Più era già per noi del monte vòlto, 

E del cammiTì del Sole assai più speso, 

Che non stimava V animo non sciolto ; 76 

59-tf4. Due figli di Sennacherib, re tn- itraTa teadato dalU raperiM toa alletta I 
perbistimo degli Attiri, ti gettarono to- 64. tHU, ttito,ttromeDto per ditegnare. 
pra di lai mentre era donUo ad na tem- 65. l' ombn « $H «m, l' ombreggiature 
pio, e, latciatolo qaifi morto, ti fuggirono e gli atteggiamenti, 
nell* Armenia. 66. Farebbero maraTigliare ogni Inge- 
55-Sl. MoitraTala ditfatta, e il erodale gno il più tottile, orrero eapaee, per la 
ttratio, ebe face di Ciro, taperbo re de' tna acntexia, di faro ttima delle bellei- 
rertiani, la regina degli Sciti Tamiri, se di quella diffloile imitatione. 
quando, pretolo prigioniero al patto del- 68, 6». Gottraitci ed intendi : in^è 
r Araste, e, in vendetta d^l figlio ebe le giti, andai, ebinato, non Tide megiie di 
area nccito, fattolo decapitare, ne potè me i latti, de* qnali le immagini ieealcai 
la tetta in nn tato pieno di tangue, di- eolle piante, ebi ad etti ti trorò pratente. 
. cendo: Di tangoe avetti tote (ti«tn), ed — Stanno qvelle tenitore tal ttolo, per- 
le V empio di tangne. cbè pottano vederti dalle anime de* tn- 

60. l» nìiguU d$l «arllro, il retto di perbi renatee&lelt a ttnm telfe e* tetti. 
quella tconfltta ; cioè, la gran ttrage ebe (Purgatorio, canto X, ▼. 116 e teg.) 

gli Ebrei fecero degli Attiri quando, mor- 70. LeTatevi ora In tnperbla, e andate 

to il superbo Oloferne, ne trucidaron 1* e- a tetta alta. 

terelto igominato. — Ifarllro, martirio. 7f . t ne» thinaU H eelto, a eontlderare 

61. <n«ae«rM,incaterainateeinformi; la Tostra condiiioBe. 

flgnrat. in rollami. 73-15. ATOTamo già, ceti andando, g1- 

6i, 63. liroM, o Troia, come il ttgito rata pib parte della eoraiee del monte, 

cAt lì H diffciret, il battoriliero ebe 11 e tpete aatal pik tempo, di quelle eÌM 

ti vede, meilraoa t$ testo e viU, ti ino- non ti peniaYa 1* animo notlra «ea tefoift, 



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CAXTO ©ECIMOSECOHDO. 329 

Quando colnì, che innanzi sempre atteso 

Andava, cominciò: Drizza la testa; 

Non è più tempo da gir sì sospeso. 
Tedi colà nn angel, che s* appresta 

Per venir verso noi: vedi che toma co 

Dal servigio del di V ancella sesta. 
Di riverenza 1 viso e gli atti adoma, 

Si che i diletti lo inviarci *n suso: 

Pensa che questo dì mai non raggiorna. 
Io era hen del suo ammonir uso 85 

Pur di non perder tempo; si che in quella 

Materia non potea parlarmi chiuso. 
A noi Venia la creatura hella, 

Bianco vestita, e nella faccia quale 

Par tremolando mattutina stella. ^ 

Le braccia aperse, ed indi aperse 1* ale: 

Disse: Venite; qui son presso i gradi, 

Ed agevolemente ornai si sale. 
A questo annunzio vengon molto radi: 

gente umana, per volar su nata, ^ 

Perchè a poco vento cosi cadi? 
Henocci ove la roccia era tagliata: 

Quivi mi batteo Tale per la fronte; 

Poi mi permise sicura F andata. 
Come a man destra per salire al monte, 

Dove siede la chiesa, che soggioga 

La ben guidata sopra Kubaconte, 

cioè tatto intento a eonsiderare quelle 90. Si mostra scintillando fttl mattino 

litorìe. Purgatorio, canto IV, t. 9. una stella. 

76. att$io, attento a ciò che eonTeniTa 94- A sentir qoest* annnniio sono assai 

Csre. poelii quelli che tengono; perchè pochi 

7S. ifo» i piit tempo et. Intendi : non sono gli nmili e molti i superbi. 

eoDTiene che, per considerare più a lungo 98, 96. O gente umana, nata per salire 

«otestl eiempii, tu indogi il cammino. al cielo, perchè, per un po' di Tento di 

tH. Vedi che ha compito il suo serTìgio gloria mondana, cosi cadi e il attacchi 

la sesta ancella del giorno. Era dunque alla terra? 

»euodi, perchè erano scorse sei ore. 97. 99$ la roccia ora fo^Heto, oto il 

65. Si che {, a lui, iiUUi, sia in pia- Itaneo del monte avera un* apertura, che 

cere, in grado. formava la scala. 

ai. «o« nv0<er«a, non toma a splea- 99. pormioo ; altri leggono proeiif*. 

4ere, non ritorna. 400-109. Como a man dMfrs, por aattro 

88. dfl tao aflMioair. di non perder al moato alle croci, dooo è posta la okiooa 
leippo. — H%.,.. «so, ben assuefatto, ben di san Miniato, che domina le boa (fmidata 
pratico. (per ironia) città di Firenie al di topre 

87. parlarmi cMuto, parlarmi oscuro. del ponte Rabaeoato ec. — Il ponte X«- 

89. Jtieeco vatila, Tostita di bianco. S. èaeoaio, oggi allo Graaio^ ebbe il nome de 
Vatt. XXVlll, 3 : • £ra l'aspetto suo come un potestà di Firense Rubacoote da Ma» 
fòlgore e le sne Tostimenta come noTe. • dello milanese, U quale lo fece fabbricare 



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DXL PUSOATOBtO 

Sì rompe del montar 1* ardita foga 
Per le scalèe, che si fero ad etado, 
Ch'era sicuro 1 quaderno e la doga; 

Così s* allenta la ripa, che cade 
Quivi ben ratta dall'altro girone: 
Ma quinci e quindi Paita pietra rade. 

Noi Yolgend' ivi le nostre persone, 
Beati pawperea spiritu, voci 
Cantaron sì, che noi diria sermone. 

Ahi quanto son diverse quelle foci 
Dall' infernali 1 che quivi per canti 
S' entra, e laggiù per lamenti feroci 

Già montavam su per li scaglion santi ; 
Ed esser mi parea troppo più lieve, 
Che per lo pian non mi parea davanti. 

Ond' io : Maestro, di', qual cosa greve 
Levata si è da me, che nulla quasi 
Per me fatica andando si riceve? 

Rispose: Quando i P, che son rimasi 
Ancor nel volto tuo presso che stinti. 
Saranno, come l' un, del tutto rasi, 

Fien li tuoi pie dal buon voler sì vinti, 
Che non pur non fatica sentiranno. 



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115 



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m 



ael 1SS7. — Soggioga per domina. Si di- 
eoDo gioghi le tomiDiti delle rupi» forse 
perchè dominano le campagne soggette. 

105-105. 91 rompe, si modera, 1* ardita 
foga del montare, cioè la troppo ripida 
salita, por lo tealoOf per mesto delle scale 
a cordonata, che si fecero in un'età, in 
quel boon tempo antico, in oui era sicuro 
11 quaderno del libro e la doga dello 
staio: Tale a dire, in cui non si eonunet- 
tevano, come oggi, frodi e furfanterie! — 
Allude a due fatti seguiti a suo tempo: 
1* uno, che m. Niceola Aceiaiuoli d* ac- 
cordo con m. Baldo d'Agnglione (di cui 
Del canto XVl del Paradiso) staccO una 
carta dal libro pubblico, per distruggere 
la prora d* una sua ingiostiiia : l' altro, 
che serDorasta de'GhermoBteai, doganiere 
• camarlingo alla camera del sale, trasse 
ona doga dallo staio, per appropriarsi il 
cale il denaro che, per la misura coti 
ridotta pih piccola, gli aTaniava. 

f06, 107. Ceti, per una simile scala a 
cordonata, ti aileate, si la pih agerole 
quella coeta, che dal girMe di sopra 
' I «Ih assai ripida. 



f 06. Jfa quinci ec. Ma, essendo la scala 
assai stretta, V altra pietra rade, rasenta 
e quasi tocca, quinci o quindi, dall' una 
parte e dall' altra, i fianchi di colui che 
sale. 

109-111. Mentre e' incamminaramo per 
quella Tinxia, alcune roci cantarono il 
rersetto Boati pa«p«ret opiritu (rale a dire, 
boati gli umili] con tal dolcezza, che non 
si potrebbe significar con parole. — Quel- 
r anime purganti il peccato della super- 
bia, canuno le lodi dell'umiltà. 

113. foci, aperture, aditi. 

112. por canti e nel seg. per lamenfi: 
por, fra, per mezzo a. 

il7. Che tanto non mi parea poco in- 
nanzi quando eamminara in piano, cioè 
pel girone di sotto. 

lai -135. Quando i P impresi dall* an- 
gelo sulla tua fronte (i quali, come s' è 
detto, son simbolo delle reliquie de' pec- 
cati, e che per la soppressione di quello 
della superbia, radice di tutti gli altri, 
sono restati quasi estinti , ) saranno , 
com' esso, del tutto caDcdlati. — $on, 
saranno ec. 



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CAHTo pianfomio. 



Ma fia diletto loro esser sa pintL 

Allor fecMo come color che yanno 
Con cosa in capo non da lor saputa, 
Se non che i cenni alimi sospicar fknno; 

Per che la mano ad accertar spaiata, 
£ cerca e tmova, e qnell' ufficio adempie, 
Che non si può fornir per la veduta: 

E con le dita deUa destra scempie 
Trovai pur sei le lettere, che incise 
Quel dalle chiavi a me sopra le tempie: 

A che guardando il mio Dottor sorrìse. 



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130 



185 



196. M fintii soipiDtì, Boui lo trulli. 

199. Se noB ehe i c6b»ì d»lU gaota lo 

fuino sospetUrfi d*aT6r qiuklcbe cosa 



i^, 138. E earea • trota, • te por 

meuo del tatto quello, che bob si paò 
bn per messo della ?ista. 
135. MMipfo, separate, allargate sei- 



r atto, ebe BataralBseote fa chi tboI cer- 
care eoa cosa al tasto. 

134. pur ui, solamente lei. 

15S. Qntl dalli chiavi, V angelo porti- 
naio del Porgalorio, ehe tenoTa le doe 
chiaTÌ. 

136. Al qoal atto dì cercar colle dita, 
il mio maestro Virgilio sorrise. 



CANTO DECIMOTERZO. 



Soli ffiimti 1 Poeti eopra il girone eeeondo, il cui ripiano e il eni lato eoa di pietra 
linda. ItI staa penando glMaridieei, endti le palpebre con 111 di ferro, coperti di tìI 
cflieio, appoggiati V uno alla apalla dell* altro, e tatti al monte. Odonai in aria voci 
d*ÌBViaibili epiriti, confortanti ad aauure. Dante i^pieseatoal a inaile anime le Inter- 
roga^ a 1» sanaae Sepia gli si di a eoaoeeen. 

Noi eravamo al sommo della scak, 
Ove secondamente si risega 
Lo monte, che, salendo, altrui dismala. 

Ivi oosi una cornice lega 
Dintorno 1 poggio, come la primaia; ^ 

Se non che Y arco suo più tosto piega. 

Omhra non v'è, né segno cho si paia: 
Par sì la ripa, e par sì la via schietta, 
Gol lìvido color della petraia. 



9. Ore par la seconda rolla si ristrin- 
ge, si ritira io dentro, lasciando intorno 
a sé nn ripiaao. — Mitt^a chiamasi io 
arte qnel ponto ore la Krossezia delle mn- 
raglie si ristringe andando in alto. 

3. Il monte, cho, mentre rien salito, 
ditmate, parga dal male de' peccati, colui 
che sale. 

4-6. Iti nna cornice fascia attorno quel 
monte» cosi come Io fascia la prima, sa 



non che l'arco ano piega pib presto ; 
perchè quel secondo cornicione ha minor 
circonferenxa del primo. 

7-9. Iti non sono scolpite o disegnate 
figure ed immagini ; roa si la ripa, e si 
la strada liscia [tehietta], si mostra una 
cosa stessa col livido colore della pietra. 
— ichietta. II pavimento non aveva ima- 
gini, perchè gV invidi essendo ciechi non 
potrebbero vedere scolpiti gli esempi del 



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BEL PUBOATOBIO 

Se qui per dimandar, gente s* aspetta^ 
Ragionava 1 Poeta, i*temo forse 
Che troppo avrà d' indugio nostra eletta. 

Poi fisamente al Sole gli occhi porse; 
Fece del destro lato al muover centro, 
E la sinistra parte di so torse. 

dolce lume, a cui fidanza i* entro 
Per lo nuovo cammin, tu ne conduci, 
Dicea, come condur si vuol quinc' entro. 

Tu scaldi 1 mondo, tu sovr'esso luci; 
Scaltra cagione in contrario non ponta. 
Esser den sempre li tuoi raggi duci. 

Quanto di qua per un miglia* si conta, 
Tanto di là eravam noi già iti 
Con poco tempo, per la vog^a. pronta: 

E verso noi volar fìiron sentiti, 
Non però visti, spiriti, parlando 
Alla mensa d* amor cortesi inviti. 

La prima voce, che passò volando, 
VinuM non hàben^, altamente disse; 
E dietro a noi 1* andò reiterando. 

E prima che del tutto non s' udisse 
Per allungarsi, un'altra: Io sono Oreste, 



10 



15 



20 



bene contrario al loro peeeato. .- eoi. 
Potrebbe anco significare mnm il. — Il 
color lÌYido ben li conTiene all' inTidia, 
peccato che si punisce in qoeito girono. 

43. iiof Ira tUtta, la nostra scelta della 
strada, cioè l' eleg gore d' andare a destra 
a sinistra. — Il che Virgilio dice, per- 
chè quasi prerede che le anime qui con- 
dannate non debbano girare. 

i3. «1 Sol*. I Poeti son fermi in capo 
della scala: e Virgilio, incerto della Tia, 
si Tolge pregando al Sole perchè gli sìa 
goida: poi piega a destra, come sempre 
farà. Neil* Inferno sempre a sinistra. 

i4, IS. Tonno fermo il destro piede fa- 
cendone centro, e girò il piede sinistro; 
eloè, fece vn metto giro a destra. 

16. dolce liiiM. Suppone Dante che 
il lume del Sole sia un rirerbero della 
luce diTina raggiante nelle intelligente; e 
perciò fa che Virgilio gli rirolga questa 
preghiera. ~ a c»{ /lda«M, in cui fidando. 

17. lu M conduci, (ottatiTO) condncine, 
ti preghiamo che ci conduca. 

48. f ulne* cufro, per entro a questo 
luogo. 



19. fu fovr* CSM l«d,tu risplendl lopr» 
di esso. 

90. <» coAffurle «oh ponto, non si op- 
pone in contrario, iion fa ostacolo. 

S. miglia*, apocope di «ifltoie, come 
ffima', cessa* ec. Un migliaio, sottinten- 
di, di passi, e ciò tuoI dire un miglio. 

34. per te «ogite preata, a cagione della 
TOglia, che ci facera affrettare il passo. 

96, 97. $firiH, forse angelici. Non il 
Toggooo, perchè gì* ioTidiosl già son do- 
ehi. -^ partendo corlOfl foelfi àllm leme 
d* aeiore, profferendo cortesi Inritl alla 
mensa di carità e d' ogni altra virth, eoo* 
traria all' inridia. 

99. Fiawn «o» àaleaf, parole di Maria 
santissima, dette per carità alle oosse di 
Cana, affine d* impetrare dal suo dlrino 
Figliuolo la mutaiiooe dell* acqua in 
Tino. 

8f , 89. E prima che quella Toee del 
tutto STAoisse, per 1* altengartl, ditaa- 
farsi, allontanarsi da noi. 

SS. lo tooo Oreile. Queste parole sono 
di Pilade, il quale per salrare 1* tatuo, 
prosentotoi ad Egisto, che iUTacondw- 



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oAirro BioiMomm). 333 

Passò gridando; ed anche non 8* affisse. 
0, disagio, padre, che voci son qnetrte? 

E com' io dimaTidai, ecco la terza, 83 

Dicendo: Amate da cui male aveste. 
El hnon Maestro: Questo cinghio sferza 

La colpa dell'invidia; e però sono 

Tratte da amor le corde della ferza. 
Lo fren vuol esser del contrario suono: ^^ 

Credo che l'udirai, per mio avviso, 

Prima che ginnghi al passo del perdono. 
Ma ficca gli occhi per V aer ben fiso, 

E vedrai gente innanzi a noi sedersi, 

E ciaschedun lungo la grotta assiso. 4' 

Allora più che prima gU occhi apersi: 

Guardaimi innanzi, e vidi ombre con manti 

Al color della pietra non diversi. 
E poi che fummo un poco più avanti, 

Udi' gridar: Maria, óra per noi: 60 

Óra, Michele, e Pietro, e tutti i SantL 
Non credo che per terra vada anooi 

Uomo si duro, che non fosse punto 



> a morta Oretta tenia conotcerlo, 
a gli gridò: Orttf* m» fo. (Vedi Cicerone 
é» AmMtià) — ATtertìrò cbe qiieite Tod 
BOB Tengono né da Maria taniittima nò 
da Pilade, come quella qui appretto 
AmaU da c«l iiiar« avutt^ non Tiene da 
Getb Crltto, che non ton eerto in quel 
lungo: ma Tengono proferite forte da 
angeli» tieeome altrettanti tetti, a ricor- 
dare a qaelle anime etempi contrari al- 
l' Inridia ohe ette là porgano. (Vedati 
anche la nota al t. 135 del Canto te- 
gnente.) 

S5. «d «aeAe iumi t'afiut, ed anche 
questa non ti soffermò. 

35. E tom* to éinandai, appena ebbi 
latta questa domanda. 

36. Amat9 da ctt< «wl* avtU : • Diligit$ 
Mmieoi tutroi, > parole di Geth Cristo 
nel Tangelo di san Matteo, V,U. — Dante 
distingue qui tre gradi di cariti: Dare 
alato a coloro cbe ne son priri ; di cbe 
l»orse un beli' esempio Maria alle noxsa 
di Cana, quando si volse al figliuolo dl- 
eando Yinum «e» kaktni: Vorrt sé, an- 
«ha con pericolo di morte, per l' altrui 
Mlvesia; come fece Oreste : Render ben 
p«r male; e questo e* ò insegnato dalle 
parole di Cristo. 



37. Quttto cinghio tftrta, questo eer* 
ebio girone gastiga. 

SS, 39. s jMfò le eorde ditta firta te» 
tréttt do aaior», intendi : e però gli ar- 
gomenti di che si compone la ferza, cioò 
i detti gli esempi, coi quali si pungono 
questi penitenti, sono mossi da amore 
snonano amore. 

40-43. Intendi: il freno per rattenere 
grinridioti dal correre in quel tìzio, 
vuol tttirt dil contrari» $nono, cioè, bi- 
sogna cbe sia di minaccia e non d'amore, 
OTtero de' danni a' quali porta l'inTidia 
f XIV, T. 130 e seg.) : e credo, per quanto 
io penso, secondo quel cbe ho Tedoto nel- 
l' altro girone, che l' udirai prima che ta 
giunga alla scala che dal secondo balio 
ascende al terso, oto sta l' angelo ohe 
perdona questo peccato. 

48. twnfo te grotta, lungo la rape, longo 
il monte. 

4S. Cioè» di color lirido» com* era qoe) 
della pietra. 

80, 8f . griiar, recitare a Toee alta. Sono 
le liUnie de* Santi. 

8S, 83. Non eredo che oggi sfa ralla 
terra un nomo st duro, che ec. — incoi 
(dal latino barbaro kane kodio) è toco 
del Tirolo iuiiano, e vale pMf elfi 



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334 DSL PUBGATOBIO 

Per compassìon di quel eh* T vidi poi: 
Che quando fui si presso di lor giunto, ^ 

Che gli atti loro a me Yenivan certi, 

Per gli occhi fui di grave dolor munto. 
Di vii cilicio mi parean coperti; 

E Tun sofferìa l'altro con la spalla, 

E tutti dalla ripa eran soffertL co 

Cosi li ciechi, a cui la roba falla, 

Stanno a' perdoni a chieder lor bisogna; 

E r uno '1 capo sovra V altro avvalla. 
Perchè in altrui pietà tosto si pogna^ 

Non pur per lo sonar delle parole, C5 

Ma per la vista che non meno agogna, 
E come agli orbi non approda '1 Sole, 

Cosi all' ombre, di eh' io parlava ora, 

Luce del del di sé largir non vuole; 
Gh' a tutte un fil di ferro il ciglio fora «^ 

E cuce si, come a sparTier selvaggio 

Si &, però che quoto non dimora. 
A me pareva andando fieure oltraggio. 

Vedendo altrui, non essendo veduto: 

Perch'io mi volsi al mio Consiglio saggio. «^ 

Ben sapev'ei, che volea dir lo muto; 

E però non attese mia dimanda, 

Ma disse: Parla, e sii breve ed arguto. 



57. Ptr qH occhi fui di grave dolor munto» 
catacresi, ioTece di dire : dal grave dolore 
mi furooo spremute le lagrime 

58. cilicio. Veste aspra e pnogente. 

59. iofferia, reggeTa, sosteneva. — Al 
contrario di ciò che fanno nel mondo 
gì* invidiosi, che si gettano a terra 1* un 
l'altro e soppiantano. 

eo. E tutti erano retti dalla ripa, cioò 
tatti si appoggiavano alla ripa. 
* 61. falla, figurat. manca. 

63. a' perdoni, alle chiese ov' è il por- 
dono r indulgenza, e perciò concorso 
di gente. 

65. avvalUf abhassa. 

ea. sonariUfte^reic di mesta preghiera. 

66. Ma per ì* aspetto, per l' aria del 
volto, che non domanda meno ansiosa- 
mente di quello, che domandino le pa- 
role. ^«000110. Dice non solo brama viva, 
ma tormentosa. 

67. K come a* ciechi non arriva, non 
giunge, la luco del Solo. 



69. di ti largir no» VfMÌe» cioè, bob 
vuole esser loro liberale di sé, mostran- 
dosi loro. 

70. il ciglio fora, fora le palpebre. — 
Imagina che le anime degV invidi abbìan 
cuciti d* un /Il di ferro gli occhi, perchè 
in vita non poteron vedere il bene altroi 
senza attristarsene. 

71 . Agli sparvieri selvatichf, o presi di 
fresco, solevano i cacciatori cucire per 
qualche tempo le palpebre, afOne di po- 
terli pih agevolmente addomesticare. 

75. Contiguo per comiglicrc: metoni- 
mia. 

76. Sapeva ben egli qual fosse il mio 
pensiero, benché io mi stessi nato, e non 
lo manifestassi con parole. - Virgilio in- 
dovina le voglie e I pensieri dì Danto. 
Inferno, canto X, v. 18; XVI. t. 119, 190. 

78. E nel parlare $ii breve od arguU, 
perché con brevità ed aeutena coovieno 
parlare ai ciechi, essendo essi di i 
meno distratta do* reggenti* 



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CASTO DSOmOTSIIO. 385 

Virgilio mi yenia da qnella banda 

Della cornice, onde cader sì pnote, 80 

Perchè da nulla sponda s'inghirlanda: 
DaU* altra parte m' eran le devote 

Ombre, die per 1* orribile costura 

Premevan si, che bagnavan le got«. 
Yolsimi a loro, ed: gente sicura, 85 

Incominciai, di veder l'alto lume, 

Chel disio vostro solo bave in sua cura; 
Se tosto grazia risolva le schiume 

Di vostra coscienza, si che chiaro 

Per essa scenda della mente il fiume, 90 

Ditemi (che mi fia grazioso e caro) 

S'anima è qui tra voi, che sia latina: 

E forse a lei sarà buon, s' io l' apparo. 
firatel mio, ciascuna è cittadina 

D'una vera città: ma tu vuoi dire, 93 

Che vivesse in Italia peregrina. 
Questo mi parve per risposta udire 

Più: innanzi alquanto, che là dov' io stava: 

Ond' io mi feci ancor più là sentire. 
Tra 1' altre vidi un' ombra, eh' aspettava 100 

In vista; e se volesse alcun dir: Come? 

Lo mento, a guisa d'orbo, in su levava. 

Spirto, diss' io, che per salir ti dome, 

79f so. Intosdi che Virgilio gli sUTa è tigniflcato lotto l' allegoria d* od largo 
ora a destra. finme. ~ Per /Iihm d«l/a m$»t$ altri in- 
ai, e* inghirkMda, è eireondaU. tende U Hmwu d«' ptn9i$ri $ d$gli aff$tti ; 
S5. pw V artikiU ewtmra, per la enei- ma non corrisponde troppo bene al con- 
tsra del (il di f0rro, la qaale a vedersi testo. 
deeUTa orrore. 93. to«M, italiana. 

ai. SpremeTaoo le lagriiae contai foru, 99. E forse a lei gioterà, se io la im* 

che, por le eadle palpebre, ? eniTano a paro a conoscere, perchè pregherò e farò 

bagnare le gote. pregare per lei. 

96, 97. O gente eertaesicora di Todere 94-96. fratel mio, ciascuna di noi è 
Iddio, a eoi solamente il desiderio Tostro cittadina del cielo, che è la vera patria 
anela.-' Taile Imm. Purgatorio, canto VII, nostra; ma ta hai Toloto dire, se fra noi 
T. 98: • r aito Sol che to desiri: » Nella è anima alcana, che abbia Tìssnto pelle- 
Somma : • Nelle Scrittore Dio è chiamato grina in Italia. — La tìU presente ò nn 
Sole, perch' è principio della lita spi- pellegrinaggio verso il cielo. 
jiUmle, come il Sole è della corpo- 100-109. Tra l'altre io ridi un'ombra, 
ralo. » che facoTa segno d' aspettare da me quel- 
98-90. 89, particella deprecativa: cosi che risposU; e se alcuno volesse doman- 
la gratin divina tolga prestamente le im- darmi : E come ne poteva far segno, meo- 
pwttà della vostra coscienia, di modo tre avea le palpebre cucite? io gli rispon- 
ehe il /lume dt<te «Mfilf, il lume inlellet- dereì, che Uneva aliato in su il mento, 
toale, dieoenda poro e chiaro in essa vo- a guisa di cieeo. 
•tra eoseioMa, e vi renda beati. Anche 109. ek$ ptr uHr al cielo, H dom$, ti 
nelle Scrittore questo lume intoilettnale domi, li morliiichi e pesi. 



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336 DEL PUEGATOBIO 

Se tu se' quegli che mi rispondesti, 
Fammiti conto o per luogo o per nome. 

Io fui sanese, rispose ; e con questi 
Altri rimondo qui la vita ria, 
Lagrimando a Colui, che sé ne presti. 

Savia non fiod, awegna clie Sapia 
Fossi chiamata; e fui degli altrui danni 
Più lieta assai, che di ventura mia. 

E perchò tu non credi eh' io t' inganni, 
Odi se fui, com'fti dico, folle, 
Già discendendo V arco de* miei anni. 

Eran i cittadin miei, presso a Colle, 
In campo giunti co' loro avversari; 
Ed io pregava Dio di quel eh' e' volle. 

Rotti fnr quivi, e vólti negli amari 
Passi di fuga; e veggendo la caccia, 
Letizia presi ad ogni altra dispari ; 

Tanto eh' io levai 'n su l' ardita faccia. 
Gridando a Dio: Omai più non ti temo; 
Come fé il merlo per poca bonaccia. 

Pace volli con Dio in sullo stremo 
Della mia vita: ed ancor non sarebbe 
Lo mio dover per penitenzia scemo. 



lOà 



110 



tl5 



120 



125 



40S. Fammili cognito eoi dirmi o il Ino 
paese, o il tuo nome. 

407. rimondo f purifico. 

iOO. Chiedendo con lagrime a Dio, che 
a noi conceda tè ttesio.Par., can. I, t.99: 
• diTina Tirth, se mi ti presti Tanto. • 

409. Sapia fa nna gentildonna sanese, 
la qoale bandita da Siena risse a Colle, 
OTe poi essendo i Sanesi sconfitti da'Pio- 
rentini (Canto XI, t. 191), ella, che for- 
temente odiava i cittadini soni, ebbe di 
ciò grandissimo contento. Fa moglie di 
(fbinibaldo Saraeini, nobile famiglia se- 
nese, a eoi appartenne GasUglloncello di 
UoDtereggioni. (Vedi il Diiionario storico 
toscano del Repelli all'art. Cctf<fHoiic«tto.) 
— Dicendo il Poeta che no» f^ Mvto, 
èitkè f09i§ cAluMte SafCa, vsa ono di 
qoe*gioochi di parole, che agli antichi 
non dispiaeetano. 

444. A?endo già passata la metà della 
vita ordinaria, cioè, qnando io aveva piA 
di 58 anni. - farce et mM amai. Nel 
C^fiita, Tratt. IV, eap. 95: • Procede la 
vostra Tita ad imagine d' areo, montando 
discendendo. • 



447. di 9M( cV H «elle, cioè, della i 
fitu de' Sanesi, che Dio infatti volle. 

449. In cMcto, che i Fiorentini davano 
ai Sanesi. 

490. Ne sentii nn piacere, che non no 
aveva mai sentito l' eguale. 

493. Omai jHè ne» « Ime, poiché ho 
avuto quello eh* io desiderava. Qaalcho 
istorìco dice che le parole di eottei Ibi- 
sero qoeste: t Fammi ora. Dio, il peggio 
che pool; eh* io viverò • morirò eoo- 
tenta. > 

495. Un* antica novella popolare dicevo 
che nn merlo, sentondo noi fonnaio mi- 
tigato il fk-eddo, credè finito 1* ioveroo, o 
foggissi dal padrone cantando: « DonUoo« 
pih non ti coro, che uscito soo dal Tono ; • 
ma presto se ne penti, perchè il llrod^ 
ricominciò, e cosi conobbe che qool pò* 
di bonaecia noo era la primattm. 

495, 496. Bd ancora le «le deoore, il 
mio debito, non sarebbe s ce me, comiadato 
a diminuire, per pmUtos», per la paol* 
tenia ohe ho già fhtta in quetlo leeoado 
cerchio, e mi troverei totlofo oaU* AotÌ> 
porgatorio tra i negligenti, se eo. 



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OAinro DXoiMOTiBSo. 837 

Se dò non fosse, eh* a memoria m* ebbe 

Pier Petiinagno in sae sante orazioni, 

A cui di me per caritade increbbe. 
Ma tu chi Be\ che nostre condizioni I30 

Vai dimandando, e porti gli occhi sciolti, 

Si compio credo, e spirando ragioni? 
Gli occhi, diss' io, mi fieno ancor qui tolti, 

Ma piccol tempo; che poc' è V offesa 

Fatta, per esser con invidia vòlti. 185 

Troppa è più la paura, ond'ò sospesa 

L'anima mìa, del tormento di sotto; 

Ghè già lo carco di laggiù mi pesa. 
Ed ella a me : Chi t' ha dunque condotto 

Quassù tra noi, se giù ritornar credi? 140 

Ed io : Costui eh' è meco, e non fa motto. 
£ vivo sono: e però mi richiedi. 

Spirito eletto, se tu vuoi eh* io muova 

Di là per te ancor li mortai piedi. 
Oh quest* è ad udir si cosa nuova, 145 

Rispose, che gran segno è che Dio t*ami; 

Però col prego tuo talor mi giova. 
E chieggoti per quel che tu più brami. 

Se mai calchi la terra di Toscana, 

Ch*a*miei propinqui tu ben mi rinfiimi IBO 

Tu gli vedrai tra quella gente vana, 

Cfhe spera in Talamone; e perd eràgli 

137, 498. Se non foste trrenttto che mondo faceU de* paui tDCO per te ; cioè, 
Milo eoe sante oraiioni si ricordò di me eh' io Tada a raccomandarti a* taoi pa- 
li beato eremita tanese Pier Pettinalo. renti ed amici. 

191. icioUi, cioè non cnciti, come li tb* itfO. Che appresso ai miei eonfinnti to 

biamo noi. mi rimetta in bnoaa fama; poiché essi mi 

133. e afirmnio rafflemi, e parli rospi- credono dannata. 
raodo, come fanno i tìtì. — Sapfa sente 151. tra q—lla gtnti mm, la gente sa- 
li respiro dall' aria mossa. nese. — Inferno, canto XXIX, t. ISI-ISS. 

ISI-13tf. Intendi : Anche qni purgherò Itti. Ck$ spera in Talamoiie, che per 

ilpeccatodell'intidia eolla cucitura degli arar comprato il porto e castello dfTa- 

•cebi, ma per poco tempo, poiché poca 1 amone spera di poterlo ri popolare e 

è r offesa da me fatta a Dio col mirare farne un emporio, per cui ella ditenti 

iavidioeamenle V altrui bene. potente sul mare. 

«86-136. Ma pih assai è in me la paura 15S, 1S3. sptrdtràgU, e perderaTrl (nota 

del tormento di sotto, cioò della pena gli per ei) più di speranza, che a trorar 

delU saperbia; end* è sespssa, per coi è 1* acqua Diana : cioè, sarà per lei un'im- 

In tal apprensione 1* anima mia, che già presa pih disperata che il troTare l'acqua 

mi pare d' arare addosso i gravi pesi di Diana. Talamone essendo posto nella Ma- 

laggib. — L' inridia è il tìxìo de' rili e remma ed in uno de* peggiori punti della 

dappochi ; la superbia lo è de' sapienti e malaria, era impossibile ripopolarlo (e 

de' grandi. spopolalo e abbandonato è inflitti tuttora); 

i43, iU. Se ttt vuoi eh' io di là nel onde i Saneii ti misero Teramento ad im- 



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D1BL PTTSaATOBIO 



Più di speranza, cVa trovar la Diana $ 
Ma più vi perderanno gli ammiragli. 



présa ftiori d' ogni speranaa L* acqua 
Diana poi era una polla sotterranea e 
profondissima, cbe dal Coamne di Siena 
fa fatta cercare *per lunghi anni, e con 
grande dispendio. Alla fine fu irotata, ed 
il posso di essa, cbe tuttora •* appella 
posf Diana, è cosi copioso d* acqua cbe 
reca meraTÌglia, come reca meraTiglia la 
tua grandissima profondità. Esso resta 



nel contento del Carmine (chiesa san Nic- 
colò), uno de* punti più elevati della città 
di Siena. 

Ì6A. Ha più Ti perderanno gli ammi- 
ragli ; poiché se i cittadini di Siena ri 
perderanno la moneta e la sperania, i 
capitani dell* armata navale, e direttori 
de' lavori del porto, vi perderanno per 
causa della malaria la vita. 



qnind 
riti,< 



CANTO DECIMOQUAUTO. 

Parla Dante oon altre di quell'anime del girone secondo. Rloieri de'CalboU gli fa 
iin*Ìnterrogaiione, alla quale ateado egli risposto, Guido del Duca (che air altro sU 
presso) prende motivo d'inveire contro le città di Toscana bagnate dairArno; e 
quindi lamenta il degenerare delle nobili schiatte romagnuole. Partitisi da quelli spi- 
'", odono i Poeti alte voci, che ricordano esempi di castighi incontrati dagrinvidioeL 

Chi è costai chel nostro monte cerchia, 

Prima che morte gli abbia dato il volo, 

Ed apre gli occhi a sua voglia e coperchia? 
Non Bo chi sia; ma so ch'ei non è solo: 

Dimandai tu, che più gli t* avvicini, & 

E dolcemente, si che parli, accòlo. 
Così duo spirti, r uno all' altro chini, 

Ragionavan di me ivi a man dritta: 

Poi fér li visi, per dirmi, supini; 
E disse Tnno: anima, che fitta io 

Nel corpo ancora, invér lo ciel ten vai, 

Per carità ne consola e ne ditta 
Onde vieni, e chi se' : che tu ne fai 

Tanto maravigliar della tua grazia, 

Quanto vuol cosa che non fu più mai. u 

Atto che fanno i ciechi qnindo T6f liono 
parlare altrui. Nel canto XIII, y. 103: 
« Lo mento, in guisa d'orbo, in tu levava. • 

IO. fitta, figorat. ehidsa. 

19. psr carità. In anima già iOTÌdfoaa 
questa è parola d' espiasione e ha doppia 
efficacia. — %• ditta, ne di', dinne. DiUmra 
per din V osò anche il Petrarea: • Mi la- 
scia in dubbio ; si confuto ditta. • 

44. dtlla tua graato, della graaia «ho 
Dio t' ha concessa. 

15. Quanto poò Csr maravigtiara «na 
eosa che non fu vista mai; doè, tb.9 na 
nomo tiTO tenga quassù. 



4. CUh cottai, domanda Guido del Duca 
a Rinieri de' Galboli, ck$ etrekia, il quale 
gira attorno il nostro monte? 

a. gli akbia dato il volo, sciogliendolo 
da' lacci del corpo. 

3. Sd apro,^» $ eopoixkiaf ed apre e 
chiude. 

4. JYoa so chi sia, gli risponde Rinieri. 

6. Ed aeedlo, accoglilo con dolcessa af- 
finchè parli. — aeeólo, imperativo, del- 
l' antiq. aecdrre o aeeoeré. 

1. r «ne «ir altro cMai, 1* ono Cbinlito 
Terso dell' altro. 
9. Poi, por parlarmi, aluroao il Tolto. 



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OAIVTO DldMOQUABTO. 

Ed io: Per mezzo Toscana si spazia 
Un finmicel, che nasce in Falterona, 
E cento miglia di corso noi sazia. 

Di so vr' esso rech'io questa persona: 
Dirvi eh' io sia, saria parlare indamo : 
Ghò il nome mio ancor molto non suona. 

Se ben lo intendimento- tuo accamo 
Con lo intelletto, allora mi rispose 
Quei che prima dicea, tu parli d'Amo. 

E r altro disse a lui: Perchè nascosa 
Questi '1 Yocabol di quella riviera, 
Pur com'uom fa dell'orrìbili cose? 

E r ombra, che di ciò dimandata era, 
Si sdebitò cosi: Non so; ma degno 
Ben è che 1 nome di tal valle péra: 

Che dal principio suo (dov' è si pregno 
U alpestre monte, ond'è tronco Pelerò, 
Che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno), 

Infin là 've si rende per ristoro 
Di quel che '1 del della marina ascinga, 
Ond' hanno i fiumi ciò ohe va con loro, 



339 



so 



25 



83 



16. ?9r wMtto, per mano a. — H tpa- 
sto, ti distende e scorra. — Spazim. Òt- 
timo: Hrocekk no* «« a àititta linea. 

17. ìfw limmifl, eioè l'Amo, eha nuca 
io qMila parte dell* Apponoliio, eh* è 
chiaaata Falterona. 

te. Dica eka oob li eontenta di canto 
miglia, perchè il sno eorso colla raa 
tortaotità è qnasi di miglia canto do- 
qvaota. 

19. IN ttvf' etto, da no Inofo poeto eolia 
riva di eseo fiiune. loremo, canto XXIIl, 
▼. 94, 9S : « Io fai nato e ereeoiato Sopra 
U bel fiamo d* Arno. • 

91. aMor «elio non Mena, ancori non 
é molto noto alla gente. 

99. aoc«r«o, vale propriamanta ptnefro 
4f»lre te emm»; qni Tale famplicamanta 
fwiMira dm fra. 

34. Omì dW 9Haw Htm, cioè Goido 
dal Doca. 

99. E Valtn, eioè Riniari de'Calbali. 

29. Si adtMfè» pagò il debito cba aTava 
di riapoadero. 

80. Chiama vali» il fiume, totf dalla 
«al/e per la qoala aeorre. 

M-S6. Ooetraisei ed intondi : Poiché dal 
no principio, doè, dal ponto ora l'Amo 
ka la ioa torgaiite, nel quale ralpattq) 



moDta dell'Appennino, da cui resta poi 
distaccato Peloro, è si pregno è copioso 
d'aeqne, che in pochi altri luoghi lo è 
di pih : dal suo principio, infino là dare 
r Arno si renda al mare, per ristorarlo 
di quel vapore, cbe il Sola fa aliare dalla 
marina, per effetto dal qua! vapora i 
fiumi hanno ciò che va con loro, cioè 
r aeqoa cba in esci scorre; la virtù oc. 
•—Dice che in quel ponto 1* Appannino 
è molto gravido d'acque (pregne), poiché 
11 ha la sorgente non solo l' Ano, ma 
altresì il Tevere. ~ Altri ialende prkgao 
per $min$nt$ : come in latino fueieat vaia 
alfe, ende tumuliti, B legue: in pochi 
luoghi péiia oUr^ futi «egao, nella Cam- 
pania TAppennino è pih alto. 11 Ferrano 
dice di qaeato monta: « Exeeleos maxime 
Inter agrum parmensem et Inceneam. • — 
B^ dicendo che dall' Appennino è tronco 
Peloro, vQol significare che Palerò, pro- 
montorio della Sicilia, reità distaccato 
e quasi tronco dall' Appennino per lo 
ftretle di Messina; e credeei che an tempo 
faceeee con loi tutto un monta, quando 
la Sicilia era atUccaU all'IUlia. MmUL, 
Ili: • Haso loca vi qaondam....D4Miiaisee 
lénmt: com protinot otraqne lallnt Una 
foret. > 



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3^10 DSL FOSGATO&IO 

Virtù cosi per nimica si fuga 

Da tutti come biscia, o per sventura 

Del luogo, per mal uso che gli fruga. 
Ond' hanno si mutata lor natura ^ 

Gli abitator della misera valle, 

Che par che Circe gU avesse in pastura. 
Tra brutti porci, più degni di galle 

Che d* altro cibo fatto in uman uso, 

Dirizza prima il suo povero calle. ^ 

Botoli truova poi, venendo giuso, 

Ringhiosi più che non chiede lor possa, 

E da lor disdegnosa torce il muso : 
Vassi caggendo; e quanto ella più ingrossa. 

Tanto più truova di can farsi lupi, ^ 

La maladetta e sventurata fossa. 
Discesa poi per più pelaghi cupi, 

Truova le volpi si piene di froda, 

Che non temono ingegno che le ocoùpi. 
Né lascerò di dir per ch'altri m'oda: ^ 

E buon sarà costui, s' ancor s'ammenta 

Di ciò che vero spirto mi disnoda. 
Io veggio tuo nipote che diventa 

Cacciator di quei lupi in sulla riva 

SV-se. La Tirili, quasi sia nostra Demi* 50. Vool dira, che, laidalo 11 dlalnlto 

ca, ti eacda da tatti cosi, coma fossa aratino ad ankrato 1* Aroo Balla praviacU 

una sarpa; a ciò, o par israntnrata si- florantina, non troTa pik cani, aa la|^: 

toasiona dal luogo, eha disponga gli ani- cioè, trora i Piorantini, Quali avidi a 

mi al Visio, o par cattivo abito, cha li rapaci. 

stimoli a mala opsrara. Intandi : la virtù 81 . /òtta, floma, par dispragio. 

è odiata dalla sorganta dell'Arno alla «3-84. Oltrepassata Piranse; a pareorto 

foce. il Valdnnio infariora, trova inflna i Pisani, 

42. Che para eha Circa (famosa ma- volpi si piene di froda, che non tamana 

liarda, cba convertiva gli nomini in ba<- ordigno* o trappola cba le chiappi ; ov- 

stie) gli pascasss di cibi ferini. Toro, che non temano qualsivoglia sottlla 

4»-4B. Tra brutti porci (cioè i Casan- argomento, che possa sopraffarla, 

tinasi), pih degni di ghiande, che d'altro 05-81. Né lascerò di dira qaatta variU, 

cibo fatto per oso degli uomini, comin- parquantoahè mi ascolti an toscano, tot> 

eia r Arno il suo corto, dapprima poToro torà vivanta ; ad a eostai sarà altraal 

d' acqua. buono e gioTorà, te, tornato al nMndo, 

4ft-4g. Vanendo giù. trova poi de' pie- «iicert'aaMn«ala,tirammenlarà di qaallo 

coli cani, ringhioti e rabbiosi più di che ora un verace spirito di profaiia mi 

quello che parmetUno le loro forse (cioè rivela. — »«o» sarà costai. Molla altra 

gli Aretini), e da loro in atto dì sdegno volta abbiam veduto taciata la prapaai- 

toroa il suo corso, e si volga a destra, siane avanti al pronomi di paraana. 

non volendo né traversare né ratentara 88-60. fo aeggla tif iHpalc (aontinna a 

la loro città. dire m. Guido rivolgendo la parola a ■. 

4». Vtti oaMcade, ta na va cadendo, Rinieri) il ftMle él9t%U caecfaiera di furi 

abbassandosi gih pai piano dal Valdamo topi. Cosini fa m. Kulderi da* Cai ball, 

topariora. ùpala dal dallo m. aialaHi II qaala aal 

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CANTO DECIMOQUABTO. 341 

Del fiero fiume, e tutti gU sgomenta: ^ 

Vende la carne loro, essendo viva; 

Poscia gU ancide come antica belva: 

Molti dì vita, e sé di pregio priva. 
Sanguinoso esce della trista selva: 

Lasciala tal, che di qui a mìll* anni d5 

Nello stato prima' non si rinselva. * 

Gom' all' annunzio de' futuri danni 

Si turbai viso dì colui che ascolta. 

Da qualche parte il periglio l'assanni; 
Cosi vìd' io l' altr' anima, che vòlta 70 

Stava ad udir, turbarsi e farsi trista, 

Poi ch'ebbe la parola a sé raccolta. 
Lo dir dell'una, e dell'altra la vista 

Mi fé voglioso di saper lor nomi; 

£ dimanda ne fei con prieghi mista. 76 

Per che lo spirto, che di pria parlòmi, ' 

Ricominciò: Tu vuoi ch'io mi deduca 

Nel fare a te ciò che tu far non vuo'mL 
Ma da che Dio in te vuol che traluca 

Tanta sua grazia, non ti sarò scarso: 80 

Però sappi ch'io son Guido del Duca. 
Fui sangue mio d'invidia si riarso, 

Che, se veduto avessi uom farsi lieto, 

Visto m'avresti di livore sparso: 

4305, latto per doe Tolta potestà di Fi- tafora usata, cbiamaDdo Firense col nomo 

roDie, fa da* Neri per denari indotto a di ulva. ^ Prima' ò apocope di primato, 

porsegoitare e malmenare i Bianchi. «Od- primiero, com' abbiamo arTortito altro 

do (dice il Villani) grande torbaziooe n'eb- volte. 

boia dttado, e poi ne seguirò molti mali e 69. J)a qvaleht porte il periglio V at- 

■casdali. » — • Dt i [Uro /I««m ; fiero perchè ianai : Da qualunque parto, da qual cho 

abiuto da uomini quasi fiere in loro be- siasi la parte onde il pericolo lo afferri, 

■lialità. Infatti ei li ha chiamati or porci, o assalga. ' 

or tomi, or («pi e volpi. 10. r altr* anima, cioè m. Rinieri. 

M. Yomi* to eoms loro, perchè per de- IS. Poiché ebbe inteso e considerato 



) si è detto, diede molti Bian- quelle parole di predizione. 

ehi io mano de* loro nemici. IS. parlimi, iuTeco di parlommi. 

ea. Poscia li uccide come si uccide un T7. eh* io mi dtdnca, eh' lo m' induca, 

Toeebio bue non pih atto al lavoro. condiscenda. 

A. Molti priva di viu, e sé stesso pri- ^78. non vuo'mi, non vuoimi, non mi 

▼a di buona fama, per essersi dato a co- vuoi ; cioè, manifestare il nomo. 

nosooro uomo venale e crudele. 80. Tanta ina gratta, quanta è quella 

64. della (ritte ioloa, della malvagia, d'averli concesso di venir vivo quassù; 

ovvero dolente, Firenie. Aon ti tarò scarto, cioè, avaro nel darti 

68, 66. Lasciala tale, cioè, si spopolata la risposu. 

# saofoioosa, che di qui a mill' anni non Si. 6uido à§l Duca da Bertlnoro. 

ai rimetto nello sUlo primiero. — Dice 83. riarto. A Ibertaoo: « L' invidia colai 

•i riMf Ivo por G^rr^poAdeaM deli» mo« cho la porta moo, arde. » 

11 

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842 DBL PT7B0AT0BI0 

Di mia semenza cotal paglia mieto. 
gente umana, perchè poni il cuore 
Là Ve mestier di consorto divieto? 

Quest' è Einier ; quest^ è 1 pregio e V onore 
Della casa da Galboli, ove nullo 
Fatto 8*ò reda poi del suo valore. 

E non pur lo suo sangue è fatto brullo 
Tra 1 Po e 1 monte e la marina e 1 Reno 
Del ben richiesto al vero ed al trastullo: 

Che dentro a questi termini è ripieno 
Di venenosi sterpi, si che tardi 
Per coltivare ornai verrebber meno. 

Ov' ò 1 buon Lizio ed Arrigo Manardi, 
Pier Traversare, e Ouido di Garpigna? 
Romagnuoli tornati in bastardi! 
. Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? 
Quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 
Verga gentil di picciola gramigna? 

Non ti maravigliar s' io piango, o Tosco, 
Quando rimembro con Ouido da Praia 



85 



» 



100 



M. Metafora : delle male mìe opere rac- 
colgo cotal fratto, quale tu Tedi. Qwb m- 
mlnavsrit homo, kap vut$t; San Paolo. 

86, S7. gente umana, perchè poni il 
cupido affetto nelle cose, in cui è mestieri 
divieto a cùntorto, cioè esclusione di com- 
pagno? Vuol dire che non potendosi i 
beni terreni possedere da tutti (lo che 
in chi n* è priTo, o scarsamente prorri- 
sto, dà luogo air inridia), deve V uomo 
porre il cuore nei beni spirituali. 

88. Riniiri da Galboli di Forlì. 

91-99. Il Po, il monte Appennino, il 
mare Adriatico e il Reno circoscriTono 
la Rom^ina. Intendi: Bd in Romagna 
non la sola dtscendenia di Rinierì è fatu 
èmita, è direnuta nuda e prlta del bene 
morale e del bene scientifico, li èeiie H- 
€hi$tiù al «ero è il retto pensare e Teser- 
cisio delle morali ?irtù ; il *#«« rieXiuto 
al trattullo, cioè al tolliero deiranimo, 
è l'arte e la scienia. — Il Petrarca: 
t Virgilio ridi : e parmi intorno aresse 
Compagni d' alto ingegno e da trastollo, • 
(Trionf. d' Am., IV, i9, 90) . — E nel Tcro 
e nel bello Dante roleva il bene. 

94-96. Poiché il paese compreso dentro 
quoiti termini è ripUno di ttntnùH tUrpi, 
a malragi costumi, cosicché per qoalsi- 
Toglia cura di legislatori e filosofi troppo 
lardi onaaS li gimigortbbe » matarti. 



97. Messer iÀ^io da Valbona, eavalieri 
assai dabbene e rirtuoso.— Arrigo Manar- 
iif secondo alcuni da Faenia, secondo al- 
tri da Bertinoro, fu uomo prudente, ma- 
ghanimo e liberale. 

98. ?i<r Travn-taro fu signor di Ra- 
▼eona, molto splendido ed amatore d*ogni 
Tirth ; il quale dicono che maritaste una 
sua figlinola al re d' Ungheria. — «vUo 
«K Carpigna fu da Montefeltro, nobilisat- 
mo uomo, e sopra ogni altro dal eoo tempo 
libéralissimo. 

99. Romagnuoli Teramento tralignati, 
e di buoni e gentili eh* erarato, fatti ori 
cattiri e barbari! 

400-409. Quando sarà mai eh« la Bolo- 
gna ralligni, rinasca, «» Faèèrt, o qmndo 
in Paenia rallignerà •• Btmarél» éi f^ 
seo, che di piccola gramigna^ di uiiU ori- 
gine, dirennero verga gonUlo, dkfamum 
grandi per opero egregie? -* Éouer Aè- 
bro de' Lambertaiti» da basso stato ti alte 
tanto per le sue Tirth, che poeo mascè 
non divenisse signore di Bologna ma pa» 
tria. — Messer Biraardtoe, di ornilo sciat- 
ta, e figlio di Focee o Folco, divoaao per 
le sue Tirtuose opere tanto ohiaitt, «ho 
Faensa sua patria ne riooTOtta iplMiétro. 

404. ff»ldo da Frola, eaatoUo In FàM- 
la Forlì, ta ralonta • libonlot • aig son 
del dotto eastoilo. 



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CANTO DKOmpQUABTO. 

UgoUn d'Azzo, che yìvette nosco, 

Federigo Tignoso, e sua brigata, 
La casa Trayersara, e gli Anastagì, 
(£ r una gente e V altra è direde^) , 

Le donne e i cavalìer, gli affanni e gli agi, 
Che ne invog^va amore e cortesia, 
Là dove i cuor son fatti si malvagi. 

Brettinoro, chò non ^gi via, 
Poiohò gita se n' è la tua famiglia, 
E molta gente, per non esser ria? 

Ben fa Bagnaoaval, che non rifiglia; 
E mal fa Castroearo, e peggio Conio, 
Che di figliar tai conti più s'impiglia. 

Ben faranno i Pagan, da che 1 Demonio 
Lor sen gira; ma non però, che puro 
Giammai rimanga d* essi testimonio. 

TJgolin de'Fantoli, sicuro 
É il nome tao, da che più non s' aspetta 
Chi far lo possa, tralignando, oscnro. 

Ma va* via. Tosco, cmaì; ch'or mi diletta 



843 

105 



HO 



115 



lao 



408. ETfoK* d'isso, che, tebben nato 
In Totean», viutte «otco, Titse con noi 
Romagnnoli. — E* fu degli Ubaldini, fa- 
miglia toscana ; e perciò dere leggerti 
•Meo, non 00*00, come hanno molto 
edizioni; poicbò Guido del Duca non 
avrebbe aToto motÌTO di commemorare 
tra i Boaagnooli illustri Ugolìn d'Asso, 
nomo nato io Toscana, se egli non fosso 
▼issato in Romagna. 

406. Fedorigo Tigiiofo, gentilaomo di 
Binóiii pien di virth. — tua òrigatat la 
•sa parentela e consorteria, ovvero la 
scelta compagnia da' saoi amici. 

iffì. I TrMoriaH» e gli iiio«(agi furono 
MèilissÙQO famiglie di Ravenna. 

i06. E r ona famiglia e l' altra è dir$' 
Mia, diseredata, fatta priva del valore, 
della liberalità e delle al ire virtù de'sooi 
maggiori. 

109-111. Intendi: Non ti maravigliare, 
o Tosco, s' io piango, quando rimembro 
le gentili donne, i valorosi cavalieri, gH 
agamai gU egi. le onorate fatiche, e 1 
comodi altrui procurati, eh$ m invoglio* 
9a amor^ • €orU$Ìa, delle quali cose un 
Bobile e virtuoso amore, e un vivo senso 
di cortegia, Caceva invogliare colà, doè 
la Romagna, ov' oggi i caori lon divenuti 
coti malvagi. 



lia-lU. Br$Hi%oro: parla Guido del 
Duca alla propria patria, (oggi Btrtinoro) 
paese di Romagna, e gli dice : perchè non 
ti dilegni, dappoiché, per non divenire mal 
vagia, se n' è andata rantica famiglia che 
ti reggeva, iosieme con moli' altra gente? 

115-117. Immagina poeticamente che 
siano i paesi stessi, che sf dan pensiero 
della procreazione de' loro signori. In- 
tendi : Fanno bene i conti di Bagnaca- 
vallo(illalabocca)a non procrear flgliuo- 
li ; e fanno male quei di Gastrocaro, e 
peggio quelli di Conio, che sempre piii 
si brigano di procrear figliuoli siffatti. — 
Gonio, Gastrocaro e Bagnacavallo son ca- 
stelli di Romagna. 

118-190. fienosi condorranno i Pagani, 
signori di Faenia e d' Imola, dopoché 
l^ainardo loro padre (Inferno, canto XXVI, 
V. 48-51), per le sue malvagità sopranno- 
minato il Demonio, sarà morto; ma pei 
la trista fama del padre non sarà peral- 
tro, che rimanga d* ossi una memoria pura 
e senza macchia. 

131. Ugolino do' FantoH fti un virtuoso 
gentiluomo di Faenza, che non ebbe prole 
maschile; però dice il Poeta, che si' 
cura è la buona fama del suo nome, poi- 
ché, non avendo figli, non vi è ehi trali- 
gnando la possa oscurare* 



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344 BEL PTmGATOBIO 

Troppo di pianger più che di parlare: 
SI m' ha nostra ragion la mente stretta. 

Noi sapeyam che quell^ anime care 
Ci sentivano andar; però tacendo 
Faceyan noi del cammin confidare. 

Poi fummo fatti soli procedendo,^ 
Folgore parve, quando V aer fende, 
Voce che giunse di contra, dicendo: 

Ancideranmii qualunque m'apprende: 
E fuggia come tuon, che si dilegna, 
Se subito la nuvola scoscende. 

Come da lei l*udir nostro ebbe tregua, 
Ed ecco r altra con si gran fracasso, 
Che somigliò tonar che tosto segua: 

Io sono Aglauro, che divenni sasso. 
Ed aUor, per ìstringermi al Poeta, 
Indietro feci, e non innanzi, il passo. 

Qià era Taura d'ogni parte queta; 
Ed ei mi disse: Quel fu il duro camo, 
Che dovria V uom tener dentro a sua meta. 

Ma voi prendete l'esca, si che l'amo 
Dell' antico avversario a sé vi tira; 
E però poco vai freno o richiamo. 



125 



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426. Cotanto il nostro ragionamento 
[nottra ragion) mi ha angaiUata la mente. 
~ Altri leggono noitra r$fiont ed allora 
intendi: la coadislone itila nottra Roma- 
gna. — Anche nel XXII del Purgatorio 
al T. 130: <« doM ragioni petidoki ra- 



i38, 139. Sentirano il romore de*no8tri 
passi ; però dal loro tacere e dal non a?- 
▼ertirei che sbagliassimo strada, ei fisca- 
van credere di andar bene. 

430. ?oi, poiché, posciachè. 

433. Una voce che Tenne incontro a noi, 
dicendo. 

433. Uceiderammi ehianqne m' incon- 
tra. Onmts qui invtniot ««, oecidtt ««. 
Son le parole dette da Caino dopoché per 
invidia uccise il fratello Abele. — Anche 
di qni apparisce (come notammo al Canto 
preced. t. 83) che queste tocÌ, che sono 
esempi rappresentanti i funesti effetti 
deir inTidia, Tengon proferite da angeli, 
e non dalle persone a cui il fatto si ri* 
ferisce. Caino infatti, che il Poeta stesso 
non solo ritiene dannato, ma per cai ap- 
pella Caina la prima sfera de' traditori, 
BOA poldTa certamento trovarsi nei Pur- 



gatorio a proferir quello parole. Altret- 
tonto dicasi delle altre del t. 480: • Io 
sono Aglauro che divenni sasso. • 

135. tcoieond; squarcia. 

436. Appena il nostro udito ùduò di 
sentire il romore di quella Toce. 

438. Che somigliò un tuono eho tosto 
segua dopo il lampo. 

439. Àgtanro, secondo lafavola,0glioo1a 
d'Eretteo re d'Atene, ebbe invidia ad 
Erse sua sorella, perché amata da Mar- 
curio : onde il Nume convertilla in sasso. 

444. Indiètro foci ec Per ripararsi, coma 
altre volte, dietro le spalle di Virgilio. 

445, 444. Quel fracasso, che ora hai 
udito, fu il duro e forte f^no (mam, da 
X^Efiof voce greca, che significa frona) di 
cui ti parlai poo* ansi (canto preced. 
T. 40) , e che dovrebbe contoner V «omo 
dentro i termini di ginstiifa. 

445, 446. Ma Toi vi lasciato adeiearo 
dall' antico avversario, cioè dal demonio, 
si che coir amo, che sotto l' esca naaeoD* 
de, vi piglia e vi tira a sé. Intendi: Pnto 
dei beni torreni fa cupidi e tuTidi. 

447. /trino appella le mlnseoie contro il 
Tixio; rickiamo gli allettamenti alla Ylrt4. 



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OAirro DiBODroQtJiHTO. 345 

Chiamavi 1 delo, e intomo vi d gira, 

Mostrandovi le sue beUezze eteme, 

£ rocchio vostro pure a terra mira; ^so 

Onde vi batte Chi tatto discerné. 

i51. Oode Iddio, a eoi niente è naseofto, tì gutiga. 



10 



CANTO DEdMOQUINTO. 

Sii prineipiAr dell» sera Kinngono 1 Poeti al punto, donde bì sale il tene fironfe, e su 
per eoo sono iuTiati dall* angelo. Frattanto clie salgono, Dante chiede a Virgilio spie- 
gasione d'alenne parole dette da Qnido del Dnea; e quando il Kaestro ha Unito di 
rispondergli, gii stanno snl balzo. Itì Dante trorasi rapito in estasi, nella quale gli 
si fanno presenti alquanti esempi di mansuetudine e di miserieordia. Tornato assensi, 
li trora in Vrore arrolto da un denso forno, che non gli laida il Tederò. 

•Quanto tra V ultimar dell' ora terza 

E 1 principio del di par della spera, 

Che sempre, a guisa di fanciullo, scherza; 
Tanto pareva già in ver la sera 

Essere al Sol del suo corso rimase: ^ 

Yespero là, e qui mezza notte era. 
E i raggi ne ferian per mezzo il naso, 

Perchè per noi girato era si il monte, 

Che già dritti andavamo in vèr T occaso; 
Quando io sentii a me gravar la fronte 

Allo splendore assai più che di prima; 

E stupor m*eran le cose non conte: 
Ond' io levai le mani in vèr la cima 

Delle mie ciglia, e fecimi 1 solecchio, 

1, S. Quanto apparisce essere il trat- 7. per «esce il na$o, in meno alla fae- 

to della sfera celeste dal ponto, oto il eia; perchè TenÌTano orissontalmenle. 

Sole compie 1* ora tersa e quello or* esso 8. Ptrehè per noi ec. Non tanto per il 

naiee, tanto ee. — par$, apparisce. cono del Sole, ma anche per 1* arere i 

3. Dice che la sfera celeste ich§r*a. Poeti girato attorno del monte, n' areTa- 
cioè è instabile, a guisa di fanciollo, per- no i raggi non più alle spalle, ma in 
eìocehè anch' essa (secondo il sistema io-» faccia. 

lemaieo) non sta mai ferma, e sempre 9. Che già andaramo per diritta linea 

Buoresi in giro. tono occidente. 

4, 5. Altrettanto spaxio da pereorrere iO, il. Quando io mi sentii dallo splen- 
appariTa essere resUto al Sole per ginn- dorè abbarbagliare la tìsU assai pib di 
sere aUa lera: cioè 45 gradi, poiché ii quello, che sentissi dapprima. 

Sole corre itf gradi per ora. 1S. E mi prodncoTa stupore questo ae- 

6. Intendi : là al Purgatorio era Tespro, creMimento di luce, di coi non m' era 

ire ore dopo meisodi; al monte Sion, ad cognita la canea. — La causa n* era lo 

esso antipode, era tre ore dopo messa- splendore dell* angiolo, e lo dirà in ap- 

notte; e qni in Italia (che il l'oetapone presso. 

a 4S gradi ali* occidente della Palestina) 14, i6. e fteimi iliolteckio, e delle mani 

era mesxanotte. mi feci riparo, il che è Urna, attenuamen- 

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346 DSL PUBOATOmO 

Ch* ò del BOTerohio TÌsìbile lims. ^ 

Come quando dall'acqua o dallo apeodiio 

Salta lo raggio all' opposita parte, 

Salendo su per lo modo parecchio 
A quel che scende; e tanto si diparte 

Dal cader della pietra in ^gnal tratta, ^ 

Si come mostra esperienza ed arte; 
Così mi parve da lace, rifiratta ^ 

Ivi dinanzi a me, esser percosso; 

Per eh' a fuggir la vista mia fu ratta. 
Che è quel, dolce padre, a che non posso ^ 

Schermir lo viso, tanto che mi vaglia, 

Diss'io, e pare in vèr noi esser mosso? 
Non ti maravigliar, s' ancor t' abbaglia 

La famiglia del cielo, a me rispose : 

Messo è, che viene ad invitar eh' uom saglio. ^ 
Tosto sarà eh' a veder queste cose 

Non ti fia grave, ma fieti diletto, 

Quanto natura a sentir ti dispose. 
Poi giunti fummo all' angel benedetto. 

Con lieta voce disse: Intrate quinci V 

Ad un scaleo vie men che gli altri eretto. 
Noi montavamo, già partiti linci, 

E Beati misericordes fiie 

Cantato retro; e: Grodi tu che vinci. 

to, diminniion*, del tovtreibjo viiibiU, del- mani, U laee dell' angiolo bod gli todìti 

r ecceMiTa laee. — toUcchio, sinonimo di pib diretta, ma H/hifCa, riflessa da terra, 

parasole, di ombrello ; è nsato qui per 34. Perloehò i miei ocelli faren presti 

•imilìtodine. * eoilrarsi a quello splendore. 

16-90. Intendi: come quando dall'aeqoa SS, 96. Che è qnello innanii a coi non 

dallo specchio il raggio riflesso rimbal- posso fare schermo tanto che mi glori t 

la in «odo par$eehi9, in modo pari, a so. eh* mom soglia, che si salga, 

quello con cui discende, cioè, formando 81. Tosto sarà, fra brereaTrerrà; cioè, 

l'angolo di riflessione aguale a quello quando sarai purgato dalle reliquie de' 

d' incidenza, s ti diparUf ed esso raggio peccati. 

riflesso si allontana, dal cader della pie- 89. Quanto pib l' nomo si purifica sello 

tra, dalla linea perpendicolare all'orit- spirito, tanto è a lui più diletlorole 1* 

zonUle, depressa fra il raggio riflesso e contemplaiione del vero. 

rincÌdente,tanto quanto dalla detta linea, 85. ÒiMiafo, tanto quanto. 

i» i0«al tratta, per uguale tpasio, si al- 54. Pel, poiché, 

lontana u raggio incidente; cosi ee. — 85. faiad, di qui; eoneappreMO Nacf» 

Si noti che la legge della riflessione della di II. 

luce ta già dimostrata da Buelide. — Im 86. Ad una teala meno ripida delle al* 

jierpeadieo/are fu chiamata II cader della tre due, che ayete già salito. 

fUtra da Alberto Magno. 88. leali «iteHcerdet, parole di Gesb 

91. Siccome ne insegna quella parte Cristo in san Matteo, eap. 6, che ti prof- 
deli' ottica {art$)f che dicesi catottrica feriscono dall' angelo per lodare 1* amore 
• ne comproTa l' etpeHeaea. del prossimo, Tirtù contraria all'intidia. 

99. Essendosi Dante fatto schermo dello 39. Godi l« eàe vinci, parole anche quo- 



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CANTO DlCDfOQTJINTO. 847 

Lo mio Maestro ed io soli ambodne ^ 

Suso andayamo; ed io pensava andando 
Prode acquistar nelle parole sue: 
E dirìzzaimi a Itd si dimandando: 
Che volle dir lo spirto di Romagna, 
E divieto e consorto menzionando? ^ 

Per ch'egli a me: Di sua maggior magagna 
Conosce '1 danno; e però non si' ammiri 
Se ne riprende, perchè men sen piagna. 
Perchè s' appuntano i vostri desìri 
Dove per compagnia parte si scema, ^ 

Invidia muove il mantaco a' sospiri. 
Ma se r amor della spera suprema 
Torcesse in suso 1 desiderio vostro, 
Non vi sarebbe al petto quella tema: 
Perchè quanto si dice più li nostro, ^ 

Tanto possiede più di ben ciascuno, 
E più di caritate arde in quel chiostro. 
Io son d'esser contento più digiuno, 
Diss' io, che se mi fossi pria taciuto; 
E più di dubbio nella mente aduno. ^ 

Com' esser puote eh' un ben, distribnto 
In più posseditor, faccia più ricchi 
Di sé, che se da pochi è posseduto? 
Ed egli a me: Perocché tu ri£cchi 
tte sertUnrali, con che •* intlU ad egnl- Si. d«<to iptra iufr$m; eioè del clo- 
Ure Della speranza dell* eterno godimento lo. 

chi avrà Tinto le proprie passioni, e amato «5. ItorcMM. rìTolgesse, piegasse, 
il prossimo come sé slesso. »*■ Non avreste in cuore quel timore; 

Ó. froÌ9, prò, giovamento. — Fred» cioè di perdere di quei beni, perchè altri 
MnuitlttT, rìcarar vanUggio; —11$ parole uè partecipino. 

«»« facendolo pariare. «, «6. Pweb* " i» «»lo da quanti pifc 

U. totiKrtodiloMfMiiilromagnuolo beati si dice btnt «oefro, Unto pih Ai 

Guido del Duca. ^^^^ possiede ciascuno in particolare.^ 

45. B divieto § coMorle. Vedi il y. SI Quanto maggiore è il numero de' beali, 

del Canto precedente. tanto maggior è lo splendore e il gaudio 

46-48. Del suo maggiore peccato {ma- del celeste soggiorno. 
mmm) che fu l'intidia, conosce oraJl «8, 99. Io «o» pie d<g<»Md*Mfir ee«- 
danno: e però non si prenda da voi ma- Unto, cioè, io son ora meno sodisfatto, 
raTiglia, se Ti rimprowa: il che egli fa, di quello che sarei se dapprima mi fossi 
perchè da tol men si pecchi in quella e Ucinto, e non ti avessi fatte queste do- 
si abbia poi da pianger meno in Purga- manda. 
lor{o, 60. E un maggior dubbio accolgo ora 

49-81. Per queste eagioM, che i Yostrì in mente, 
deslderii fappuuteM, si dirigono e si 61. Com' esser può che un bene diviso 
Sssano, in quei beni, de* quali scemasi il in parecchi, che lo posseggono, li faccia 
godimento per la compartecipasione degli più ricchi, di quello che se fosse posse- 
altri, di qui è che l' invidia muove il doto da pochi ? 

, il mantice, a* vostri sospiri. 64, 63. fiacchi pure, torni sempre, tul- 



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348 DXIi VUBOATOBIO 

La mente pure alle cose terrene, ^ 

Di vera luce tenebre dispicchi. 
Quell^ infinito ed ineffabil bene, 

Che lassù è, cosi corre ad amore, 

Com* a lucido corpo raggio viene. 
Tanto si dà, quanto trova d^ ardore; 70 

' Si che quantunque carità si stende. 

Cresce sovr' essa V etemo valore. 
E quanta gente più lassuso intende, 

Più v'è da bene amare, e più vi scarna; 

E come specchio Fune all^ altro rende. ?& 

E se la mia ragion non ti disfama, 

Vedrai Beatrice; ed ella pienamente 

Ti terrà questa e ciascun^ altra brama. 
Procaccia pur che tosto sieno spente, 

Come son già le due, le cinque piaghe, ^ 

Che si richiudon per esser dolente. 
Gom^o voleva dicer: Tu m^appaghe; 

Vidimi giunto in su V altro girone, 

Si che tacer mi fór le luci vaghe. 
Quivi mi parve in una visione ® 

Estatica di subito esser tratto, 

E vedere in un tempio più persone: 
Ed una donna in su V entrar, con atto 

Dolce di madre, dicer: Figliuol mio. 

Perchè hai tu cosi verso noi fatto? ^ 

Uvia, col pensiero alle cose della terra. 79. «ptnf», tolte e eancellate. 

66. Dalle mie parole, che sod luce di 80. 1$ dut, cioè, quelle della rapeilila 

Terità, ta ne cavi oicnrità ed errore. e dell' invidia. 

67-7S. Intendi: Iddio, bene infinito ed 80, 81. {« ein^ne ptepJU, eio«, le reli- 

ineffabile, eotl eorr« ad aaior«, cosi corre qaie degli altri cinque peccati, le quali 

ad iuTestire le anime innamorate de'beati, si tolgono per meaxo di contrilione e 

come il raggio del Sole i corpi luddi, penitensa. 

cioè che riiletton la luce; e le beatifica 83. Mentr* io voleva dire: tu m*appagbi. 

a proporxione della carità che arde in 84. U luci vagK», gli occhi miei qua e 

es8e,si che e c(«r«o valore, retema virlh là vaganti per desiderio di veder cose 

beatrice, cresce secondo eh' è maggiore nuove. 

la detta carità : laonde quanta pih gente 88. i% «m oitioM. Qui non sono scoi* 

laisufo inUndi, è intenta nella visione di ture, perchè il fumo ne torrebbe la vista. 

Dio, Unto pih «' è da ètoe amare. Ti è 87. in u% tmpip, nel tempio^di Geni* 

della detu virth beatrice, e più vi si salemme. — p<À persone, cioè, 'dottori • 

ama ; e K amore dall' una air altra anima popolo. — Qui il Poeta vede alcuni e- 

beata si riflette, come dall' uno specchio sempi di mansuetudine, virth contraria 

air altro la loco. al vizio dell' ira, eh' è il peccato oh« al 

76. E se il mio ragionamento non ti sconta in questo terso girono, 

sodisfa appieno.— ditAima : risponde alla 88-93. Sd «na dOMM. Queste è Mari» 

neufora di digiuno usate da Dante al tergine, che, avendo smarrito il ino diWft 

▼• S8. figlinolo, ritrovatolo dopo tre di nel ìtm* 



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OANTo DsomoQtTurro. 349 

Ecco, dolenti lo tuo padre ed io 

Ti cercavamo. E come qui si tacqne, 

Ciò, che pareva prima, dispario. 
Indi m* apparve un' altra con quell' acque 

Giù per le gote, che '1 dolor distilla, 95 

Quando per gran dispetto in altrui nacque; 
E dir: Se tu se' sire della villa, 

Del cui nome fra i Dei fu tanta lite, 

Ed onde ogni sdtenza disfavilla, 
Vendica te di quelle braccia ardite lOO 

Ch' abbracci&r nostra figlia, o Pisistràto. 

E 1 signor mi parca benigno e mite 
Risponder lei con viso temperato: 

Che farem noi a chi mal ne desira, 

Se quei che ci ama è per noi condannato? 105 

Poi vidi genti accese in foco d'ira, 

Con pietre un giovinetto ancider, forte 

Gridando a sé pur: Martira, martira: 
E lui vedea chinarsi, per la morte 

Che l'aggravava gìk^ in vèr la terra; no 

Ma degli occhi facea sempre al ciel porte, 
Orando all' alto Sire in tanta guerra, 

Che perdonasse a* suoi persecutori, 

Con quell'aspetto che pietà disserra. 
Quando l'anima mia tornò di fuori ii5 

Alle cose, che son fuor di lei vere, 

Io riconobbi i miei non falsi errori. 

pio, kIì lUsse eoD tatu dolceui: «Fili, gridando anche fortemente l'ano airiltro: 

qnid fecistt nobii tic? Eece pater taos et ego Ammazia, ammana. 

doientet qasrebamas te. » San Lnea, e 9. 411. Ma teneva sempre gli occhi aperti 

94. un'ultra, sottintendi domila. Questa e riTolti al cielo, 
è la moglie di Pitistrato, principe d'Ate- il9. Pregando a Dio in si crudele mar- 
ne, la qnale domandò al marito Tendetta tirio. 

contro quel giorine, che, acceso d*amore ii4. eA« fitta ditMrra^ che i enori apre 

Terso la figlinola di lei, pubblicamente alla pietà, che trae dai cnori la pietà. 

baeìoUa. ilS-llT. L' nomo che sogna crede le 

94-96. co* q%$lV aeq%$ ee. Intendi r con sne Tisioni essere di cose Teramente esi- 

qnelle lacrime, che spreme dagli occhi stenti, finché risregliato si accorge del- 

il dolore, quando nacque per gran di* 1* inganno, per paragonare ch'eitfa, per 

spetto od ira contro di alcuno. mezzo dei sensi, l' imagini del sogno, che 

91-99. Se tu sei signore della città di gli restano nella memoria, con l'appren- 

Atene, per dar nome alla quale fu gran sione degli obietti presenti. Ora intendi: ' 

lite tra Nettuno e Minerra, e dalla quale quando V anima mia (che netl' estasi era 

ebbero grande incremento le scienze. tutta in sé ristretta) forno di fuori, cioè, 

i05. litpowUr M, rispondere a lei , tornò sotto il ministerio de* sensi a rtce- 

doè alla moglie. rere V impressione delie cose di fuori, le 

101, i08. Uccidere eolle pietre un gio • quali Teramente sono, io riconobbi che le 

fine, eioò santo Stefano protomartire, coie da ne Yedote erano wrrori, logoi, 

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650 PEL PtnEUJATOBIO 

Lo Dnca mio, che mi potea vedere 

Far si com'uom, che dal sonno si slega, 

Disse: Che hai, che non ti puoi tenere? 120 

Ma se' venuto più che mezza lega 

Velando gli occhi, e con le gambe avvolte, 

A guisa di cui vino sonno piega? 
dolce padre mio, se tu m^ ascolte. 

Io ti dirò, diss^ io, dò che m' apparve 1S5 

Quando le gambe mi furon si tolte. 
Ed ei: Se tu avessi cento larve 

Sopra la faccia, non mi Ktrien chiuse 

Le tue cogitazion quantunque parve. 
Ciò che vedesti fu, perchè non scuse 130 

D' aprir lo cuore ali* acque della pace, 

Che dall'eterno fonte son diffuse. 
Non dimandai. Che hai? per quel che face 

Chi guarda pur con V occhio che non vede, 

Quando disanimato il corpo giace; I35 

Ma dimandai per darti forza al piede: 

Cosi frugar conviensi i pigri lenti 

Ad usar lor vigilia, quando riede. 
Koi andavam per lo vespero attenti 

Oltre, quanto potean gli occhi allungarsi, i^ 

Contro i raggi serotini e lucenti: 

«a non falfi, ma non fantastici, ma dod bai? dod ie lo domandai eome domaa- 

chimere, poiché rispondeTano a' fatti, che derebbelo ehi guarda solamente eoa l*oe- 

la storia racconta. cbio corporale, il quale, non penetrando 

119. dal «oiifio c< tl$ga. Aristotile: « Il nell'interno dell'uomo, non può pihnnlla 

sonno è nn Tìneolo, che rende immobile Tederò quando il corpo è morto, o è 80> 

la parte sensitÌTa. > pito ; ma, poiché il mio occhio é ben 

i90. Che non ti puoi fenert, reggere in direrso e Tede gì' intemi pensieri, te lo 

piedi ? domandai per incitarti a camminare. In- 

193. T$lnnio gli oeeki con le palpebre, fatti a scuoter dal sonno un uomo appena 

tenendo socchiusi gli occhi, • con U fomée sregliato, gioTa parlargli. — E questo dice 

aevol/e, ed incrociando le gambe. Virgilio, perché Dante aTrebhe potuto 

196. t) tolti, cosi impedite nel loro of- domandargli : E a che, se tu Tedi anche il 

flcio ; cosi Tacillanti. pib piccolo de* miei pensieri, mi chiedesti 

i97. torve, maschere. or ora la cagione del mio andar Tacillaate? 

198, 499. Non mi resterebbero nascosti 487, 438. Cosi si eouTiene stimolare i 

i tuoi pensieri, esiandio i pih piccoli, lenti e pigri, affinché usino lor oigilia, 

Virgilio é de* saggi, « che non Teggon pur delle loro facoltà, fuoiido rUd$f tostoché 

r opre. Ma per entro i pensier iniran col si risregliano dal sonno : anche, quando 

senno. > Inferno, canto XVI, t. 449, 490. riede l' ora dello star desti. Può anche in* 

480-439. Intendi : ciò che Todesti ti fu tendersi : Cosi si conviene stimolare» i pi- 
mostrato, acciocché con iseuse non ti sot- fri, lenti ad usar lor Tigilia ee. 
tragga dall' aprire il cuore ai sentimenti 489-444. per le ouptro» per euereonal 
di perdono e di pace, che da Dio, eterno sera, e Ticino a finire il giorno, noi pro- 
fonte dì carità, son dilfosi nei cuori umani, cedevamo oltre attinti^ guardando inoan- 

i38-45(». laloodi : Domandandotii efae xi , quanto poteva estenderti la vista. 

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CAino DKcmosisTo. 851 

Ed ecco a poco a poco tm fdmmo faflsi 

Verso di noi come la notte oscuro; 

Nò da quello era luogo da cassarsi: 
Questo ne tolse gli occhi e V aer puro. i^ 

tODtro i raggi del Sole, ««roltel, yeiper- i43. farti vtrto M noi, tppreiiarsi a 

tini, perchè era sera, e <«eMl<, abba- noi. 

elianiì, perchè, essendo bassi, TeDivaDO 145. Qaesto e* impedì l'oso degli occhi, 

orissonlalmente nel yÌso. e ci tolse la pnresia dell' aria. 



10 



CANTO DECIMOSESTO. 

Dietro la scorta di YirgiUo prosene Dante il Ti&ggio in meno si denso ftimov in che 
vtanno aTTolti griracondi, quando uno spirito (ed è K&rco lombardo) gli Tolge la pa- 
rola, e fa lamento de' tempi mntati, non essendo nel mondo più virtù. Dubitando 
Dante donde quella corruttela proceda, se dall'influsso de'pisaeti, o da' sociali ordi- 
namenti, ne lo interroga; e Varco gU dà piena risposta. 

B^io d'Inferno, e di notte privata 

D' ogni pianeta sotto pover cielo, 

Quant' esser può di nuvol tenebrata, 
Non fece al viso mio si grosso velo, 

Come quel fummo ch'ivi ci coperse, ^ 

Nò al sentir di così aspro pelo; 
Chò rocchio stare aperto non sofferse: 

Onde la Scolta mia saputa e fida 

Mi s' accostò, e V omero m' offerse. 
Si come cieco va dietro a sua guida 

Per non smarrirsi, e per non dar di cozzo 

In cosa che 1 molesti o forse ancida; 
M' andava io per V aere amaro e sozzo, 

Ascoltando '1 mio Duca, che diceva 

Pur: Ghiarda, che da me tu non sie mozzo. ^^ 

Io sentia voci; e ciascuna pareva 

Pregar, per pace e per misericordia, 

L' agnel di Dio, che le peccata leva. 

«. l«loirj«/<r«o,bvioqQal è nell'In- pnage |U occhi eoel che li fa lagri- 

teao. ii^'^- 

9. sofie fovcr dslo, cioè sotto nn cielo 7. Per la quale molesta impressiona 

•earso di laao o di stelle. Altri intende : 1* occhio no* tofsrse, non potè, itaro 

sotto nn broYO tratto di cielo, sotto nn aperto, 

piccolo oritsonte. 8. saputo, sapiente. 

4. ire» /«s al 9Ìto «te, a' miei occhi. «. ••wo, perchè aere a respirarsi ; 

« Né un Yslo di pelo coei aspro al m*€o, perchè annerito dal ftiaaa. 

téoiir. al senso. - Chiama psto le par- i*, «• cAs dic«. F»r, che solamenta 

ticello piugeoti di qnel (onio. per se- mi andaya dicendo. - 1» ao» sti «esae, 

giitare U metafora del vtlo. - U forno t» no» '««ti disgiunto, o steccato. 

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352 DEL PUBGATOBIO 

Pnre Affnus Dei eran le loro esordia: 

Una parola in tutte era ed un modo, ^^ 

Sì che parea tra esse ogni concordia. 
Quei sono spirti, Maestro, eh* i' odo? 

Diss'ìo. Ed egli a me: Tu vero apprendi; 

Ei d* iracondia van solvendo 1 nodo. 
Or tu chi se', che 1 nostro fommo fendi, <5 

E di noi parli por, come se tue 

Partissi ancor lo tempo per calendi? 
Così per una voce detto fue. 

Onde 1 Maestro mi disse: Rispondi, 

E dimanda se quinci si va sue. ^ 

Ed io: creatura, che ti mondi, 

Per tornar bella a Colui che ti fece, 

Maraviglia udirai, se mi secondi. 
Io ti seguiterò quanto mi lece, 

Rispose; e se veder fummo non lascia, ^ 

L'udir ci terrà giunti in quella vece. 
Allora incominciai: Con quella fascia. 

Che la morte dissolve, io men vo suso, 

E venni qui per la infernale ambascia. 
E se Dio m'ha in sua grazia richiuso ^ 

Tanto, eh' e' vuol eh' io veggia la sua corte 
^ Per modo tutto fuor del mqdem'uso, 

19. NoD litro che ifniM DH erano i pria- SO. «« f «{nei ti vé ««<, te di qui si y& 

eipii delle loro preghiere : « Agnns Dei qai sa. ~ Iw e «««, per f» e tu, com' è detto 

tollis peccata muDdi, dona oobis pacem.» altre Tolte. 

~ Vagmllo di Dio, eh* è figura di Gesù 81. eh* ti mondi. Nella Somma è detto: 

Cristo. 8* invoca da queste anime per la « La graiia è il nitore dell' anima, e4»ie 

sua maosnetndine, Tirtb contraria al yì- la bellesta del corpo. > 

aio dell' ira. 85. tt mi 9$condit se mi vieni appresso. 

90. modo di cantare, cantilena nel senso 34. quanto mi leet, quanto mi è lecito 

latino: «odof facero. o permesso; poiché non mi è dato di 

93. Quegli che odo cosi cantare, sono potere andar oltre il tratto ingombrato 

eglino spiriti? dal fammo. 

34. Essi Tan sciogliendo il nodo deirira* 8tf, 36. E se il fummo non permetto che 

eondia; cioè, Tan purgandosi dall'ira, che ei Tediamo, in quella Toce il parlarci • 

qual nodo li lega si che non posson to- l' udirci ei terrà congiunti, 

lare al cielo. Altri leggono : K d'iraeendla. VI. Con qnolla fateia, doè col corpo; 

3tf. che *l mottro fummo ftndi, che, cam- e lo dice fatdm, perchè quasi legamo, eho 

minando, rompi con la tua persona il arrolge l' anima, 

fbmmo, io che siamo. 39. per to infirnalt omlueto, passiamo 

96, 91. Come se tu fossi ancora nel per l' angoscioso Inferno, 

mondo de' tìtì, oto il tempo si misura per 40. HcAinso, accolto e custodito, 

calende, mentre qui, essendo nell'eter- 41. to tua eortt. Nel Coiioifo: « alla 

Dita, il tempo non si dìTide?— SoIOTano corte del Paradiso. • 

gli antichi diTìdere il mese in tre parti» 49. Per un modo tntt* alhtto itraordl- 

cbo ehiamaTano ealende, none o idi. nario. ftiori del modo, con ebt di pra» 

Ì8. per «M voce, da una toco. sente Ti Tanno le animo dopo noria. 



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CANTO DEOiMosierro. 353 

Non mi celar chi fosti anzi la morte. 

Ma dQmi; e dimmi b*ìo vo bene al varco: 

£ tue parole fien le nostre scorte. ^ 

Lombardo fui, e fìi' chiamato Marco: 

Del mondo seppi; e quel valore amai, 

Al qnale ha or ciascun disteso Tarco: 
Per montar su, dirittamente vai 

Così rispose;- ed aggiunse: Io ti prego ^ 

Che per me preghi, quando su saraL 
Ed io a lui: Per fede mi ti lego 

Di far ciò che mi chiedi: ma io scoppio 

Dentro da un dubbio, s* io non me ne spiego. 
Prima era scempio, ed ora è fatto doppio ^ 

Nella sentenzia tua; che mi fa certo 

Qui ed altrove quello ov'io l'accoppio. 
Lo mondo è ben cosi tutto diserto 

D' ogni virtute, come tu mi suono, 

E di malizia gravido e coverto: ^ 

Ha prego che m' additi la cagione. 

Si eh* io la vegga, e eh* io la mostri altrui; 

Che nel cielo uno, ed un quaggiù la pone. 
Alto sospir, che il duolo strinse in bui, 

Mise fuor prima; e poi cominciò: Frate, ^ 

Lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. 



45. msi te «orli, iooanii U tua morte, 
prima di morire. 

44. Ma diimif ma dimmelo. -* •< pareo, 
verso il passaggio, Terso 1* ingresso del- 
l' altro cerchio. 

46. Jter«o. Qoesto Maree Lombardo di- 
cono che fosse no nobile Tenesiano, uomo 
di molta esperienia, pratico delle corti 
e de' grandi aifari, ma facile all' ira. Il 
Boccaccio dice cbe fn di Casa Umòatdi 
àa Jia$gia; ma altri credono che la Toce 
(•Mtafdo sia qoi sinonimo d' italiano. Ve- 
dasi U nota al t. 496. 

4n, 4B. Fni pratico de'negoxi del mon- 
do : ed amai quella Tirtù, alla qnale cia- 
icono ha ora cessato di volger la mira; 
ovvero non ha rivolto l'animo. — Ditteio 
i qni fi contrario di l«fo, come disgiunte, 
iUfatto è il contrario di giunto, fatto, 
L'arco Isso accenna di» prender la mira; 
l'arco dif fftoaeeenna il cessar dell'asione. 

51. quando tu tarai, quando sarai sa 
nel Paradiso, al quale t' invìi. 

89. Nr ftdt mi U ttgo, per promessa 
ni U obbligo. 



SS, 6A. Ma io scoppio internamente per 
nn dubbio che ho nell'animOyisenonme 
ne sciolgo e libero. 

55-51. Dapprima questo dubbio per le 
parole di Guido del Duca era scempio, 
ma ora è divenuto doppio per le parole 
tue ; poiché del fatto mi dà certezza quello 
che odo qui e quello che ho udito altro- 
ve, ov' io l'accoppi insieme. — Quale sia 
poi quel dubbio, lo dice al t. 63. 

58. dissrfo, privo, spogliato. 

5d. mi tuoiM, mi suoni, mi dici. 

60. gravido ' dice il seme nascosto del 
male; coverto il suo estemo rampollare, 
adombrando la terra. 

63. Poiché taluno la soppone negl' in- 
flussi celesti, e tal altro la crede esistere 
quaggiù in terra, cioè, nella libertà umana. 

64. à«i, interiezione di dolore, ohimè. 

66. Dice il mondo è cifco, perché l'uma- 
no intelletto poco disceme, se 'I lume del 
cielo non 1* aiuti, nella oognisione della 
virtù. — € tu eie» ken da Ini, e tu, con 
questa meschina domanda, mostri bene 
di Tenire da on mondo cieco. 



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854 DEL PUBQATOUO 

Voi che vivete, ogni cagion recate 

Pur suso al cielo, tà come se tatto 

Movesse seco di necessitate. 
Se così fosse, in voi fora distratto 70 

Libero arbitrio; e non fora giustizia 

Per ben letizia, e per male aver latto. 
Lo cielo i vostri movimenti inizia; 

Non dico tatti; ma posto eh' io 1 dica, 

Lame v*ò dato a bene ed a malizia, 7ft 

£ libero voler, che, se fatica 

NeUe prime battaglie col ciel dwra, 

Poi vince tatto, se ben si notrica. 
A maggior forza ed a miglior natura 

Liberi soggiacete; e quella crìa ^ 

La mente in voi, che 1 ciel non ha in sua cura. 
Però sei mondo presente disvia, 

In voi ò la cagione, in voi si cheggia: 

Ed io te ne sarò or vera spia. 
Esce di mano a Lui, che la vagheggia ^ 

Prima che sia, a guisa di fanciidla, 

Che piangendo e ridendo pargoleggia, 



e7-69. Voi, TiTonti, riportata tempre 
ogni cagione al cielo, quasi ebe lotto 
qoello che accade teniue da esso per 
oecesiità. 

71, 7S. e «en fSn §iutiitia ee., e non 
earebbo fiosto, cbe per il bene operato 
si aresie nel!' altro mondo letisia, e per 
il male si avesse pianto. 

IS-IS. latondi : il cielo co' tool influssi 
dà principio ai vostri movimenti; cioè, 
ai primi innocenti moti dell'appetito; e 
né anche a tatti questi, perchè alcuni 
hanno origine dalle occaaioni e dalle ahi- 
todini ; ma posto ancora eh' io affermassi, 
che tutti questi primi moti dn' detti in- 
flussi proveniasaro, ti è dato il lome della 
ragione, noi quale potete diicemare il 
bene e U asale, e inaiem con questo lume 
vi è dato il libero arbitrio, da poter far 
oleaione di quello che pih vi piace: il 
qual libero arbitrio se dura fatica com- 
battendo I primi moti di quello pauiooi, 
ebe hanno origine dagrinflnui celesti, 
▼ince poi fadlmento tutti gli altri, se 
persovera nel buon proposito, e ci nutre 
di bnoal -eeempi, • di anvi insegnamenti. 
— É questa la dottrina di san Tommaso 
e di sanV Agostino, e nache degli scola- 
lUd; SMMdo i qttU,fliMlriinA«tico- 



•0, aia non itforMno, Nel Paradiso ne 
parla più largamente. 

79-Sl. Ad una fona maggiore e ad ona 
natura migliore, che non è quella degl'in- 
flussi celesti, voi siete soggetti, restando 
peraltro sempre liberi ; e questa è la on- 
nipotensn di Dio, la quale cren in voi la 
mente, che gi' iaflossi celesti non possono 
domioare. Dice nel VII del l'aj-adiso che 
la bontà divina spira scum aieseo Tani- 
ma nostra. 

89. diseie, travia dal retto sentiero. . 

S3. in eoi si càsggie» in ? oi ai chieda 
e si cerchi. 

aè. otre spie, verace dimostratore, — 
La voce spìa non aveva in antico qvel 
brutto significato che ha oggi. 

65-90. Costruisci ed intendi: t'emieie 
SfupKcsIte ek§ M Mftita, V anima tutta 
semplice che per anco nulla sa e nulla 
fa, salvo cAs, mosea da li$io ft^ttort, tornm 
«•li«fi«H a dò thè la trttulU, se non 
che mossa dal fonte della letisia, ella ai 
rivolge volentieri a ciò che la fa lieta 
$§e$ di oiaae a Lui, esce dalle mani dei 
Creatore, ekt la «e^JUgf <c pnew cAs sia, 
che nella sua etema idea la riguarda eoa 
compiaceosa, innanzi pure eh* ella esista, 
esce a Vn<M di fanciulla, ck$ pargolifgin 



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OIXTO DldVOflMlO. 

L'snima sempliceita, che sa ntdk, 
Salyo che, mossa da lieto fattore, 
Yolentier toma a ciò che la trastulla. 

Di picciol bene in pria sente sapore: 
Quivi s'inganna; e dietro ad esso corre. 
Se gnida o fren non torce lo suo amore. 

Però convenne legge per fren porre: 
Convenne rege aver, che discemesse 
Della vera dttade almen la torre. 

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 
Nullo: però che 1 pastor che preceda 
Bominar può, ma non ha V nng^e fesse. 

Per che la gente, che soa goida vede 
Pare a qnel ben ferire, ond' eli' è ghiotta, 
Di qnel si pasce, e più oltre non chiede. 

Ben puoi veder che la mala condotta 
£ la cagion che 1 mondo ha ffttto reo, 
E non natura, che in voi sia corrotta. 

Soleva Roma, che 1 buon mondo feo, 



855 



90 



loe 



105 



Himiù • flmm§09d§, ehs Motira la toa 
MMtenut iBfaiitile or col piangere or eoi 
ridere. ~ Dieeodo 11 Poeta che la novella 
aaina non ea aalla, laottra togafre Vopi- 
niooe da' Peripatetici, i quali dissero che 
r aDioHi umana, alloraehè tien creata da 
Dio, è b«De atta e disposta ad impren- 
dere tolte le cose, ma non pereto ha 
scieoia alenna o eognltione, o, cono vo- 
gliasi dire, idea innata. E qnesta è l'opi- 
Bione più probabile e più comune. 1 Pla- 
tonici sentivano il contrario, ritenendo 
che r aaima al momento della saa erea- 
tione abbia in sé i germi delle eogni- 
tieni, che poi eoi tempo, o pel proprio 
stadio o per 1* alimi integiiamento, si 
Tanno in lei discoprendo e STiloppando. 

91-^. Dapprima sente diletto del bene 
Bssebino e eadooo del mondo, e quivi, 
credendo trovar la islicità, s' inganna; e 
corre dietro ad esso, se l' edooasione o 
il freno della legge non rivolge il suo 
tmoro al vero obietto. Nel C&nviio si 
legge: « L' anima nostra, incontanente 
che nel bqovo, e mai non fatto cammino 
di qnesta vita entra, dirissa gli occhi al 
termine del sno sommo bene ; e però qna- 
Innqne cosa vede, ohe paia avere in sé 
•lena bene, erede che sia esso. • 

94-M. Però, essendo gli nomini incli- 
nati al base Meo, convenne «jtabilir leggi 
pir fteiarll e gaidarli al bene vero; e 



convenne avere nn re, che disceroesse, 
e agli altri additasse, della ben ordinata 
società ataMii la torrv, almeno la parte 
principale, cioè la giostisia. 

97. Le leggi esistono; ma ehi è ehe le 
fhccia osservare T ovvero : chi è che le 
osservi T 

96, 99. Nissnno le esserva; perocché 
a pesfer sfte prsesdf , l' nomo che va in- 
nansi a tatti, eloé il capo del popolo, 
ruminar p«ò, poò beae insegnare, «m ae« 
ha r ««f hto f$i$9, ma non dà alimi bnon 
esempio col bene operare. -^ La carne 
degli animali, Ae non aveano le qualità 
del raminare e dell' unghia fessa, era 
agli Ebrei proibiU: e gì' interpreti del 
mistico signiSeailo diceao, che per lo ra- ' 
minare el viole inteodem il sapere, per 
r unghia fessa l' operare. Di questa im- 
magine sorittorale si è vako il Poeta per 
signiUcare il suo concetto. 

«09, 101. 11 perchè la gente, che vede 
il suo capo f§rir$f arirare ed intendere, 
pars a «««I *#ae, eolameato a quel falso 
bene, oad' «Ite è gkiotu, di eni ella stessa 
è avida, si pasce ec. 

105. te mate coMlefCa, sottintendi dei 
capi cesi 9i9ÌH ehi eeelsttesfid. 

406-109. Soleva Roma, che 'lèneaaMflde 
fto, che fece bnoae il BM»do, diffonden- 
dovi la fede crisUana, avr d«o SsU, aver 
duo topreme autorità (rinptrhtwo • U 



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356 DXL PUBGATOBIO 

Duo Soli aver, che V una e V altra strada 
Facean vedere, e del mondo e dì Deo. 

L' un r altro ha spento, ed è giunta la spada 
Gol pastorale: e l'un coli* altro insieme 
Per viva forza mal convien che vada; 

Perocché, giunti, V on V altro non teme. 
Se non mi credi, pon mente alla spiga; 
Ch'ogni erba si conosce per lo seme. 

In sol paese, ch'Adige e Po riga, 
' Solca yafore e cortesia trovarsi 
Prima che Federigo avesse briga: 

Or può sicuramente indi passarsi 
Per qualunque lasciasse, per vergogna 
Di ragionar co' buoni, d'appressarsi 

Ben v' èn tre vecchi ancora, in cui rampogna 
L' antica età la nuova; e par lor tardo 
Che Dio a miglior vita li ripogna: 

Currado da Palazzo, e 1 buon Gherardo, 
E Guido da CasteJ, che me' si noma 



110 



115 



li» 



125 



pai»), ehi fwMii ««Uff» che mottraTaao 
ailroi, r ««a $ V altn ttradaj • d§l monio 
$ a D$Ot la strada del ben Tìter eivile, 
quella del beo river erlitiano. 

109-113. L* an Sole (il papa) ha ipento 
l' altro (r imperatile), e la spada, cioè 
la podestà temporale, è congiaata col 
pastorale, cioè colla podestà splritnale : 
e r QD potere congianto coli' altro, fa- 
ceodo ■!! gorerno misto e eoofuso, con- 
TÌenejMr viva forM,eioènecessariamonte, 
ehi vada mal$, che proceda male ; peroc- 
ché cosi cooginnti 1' ud potere uon più 
teme V altro, e può trascorrere sensa che 
r altro lo Areni. *- Non inteode il Poeta, 
ehe Del poDteflce romano non possano 
unirsi la podestà spiritoale. e la tempo- 
rale, sicché possa esser sofrano ne' pro- 
pri stati, ma si bene esclade l' autorità 
generale sopra gli stali altrni. Egli tiene 
secondo 1* opinione vera e cattolica, e 
secondo il detto di san Paolo, o«ii<« po- 
Ifttaf a Dto viait, che ogni principe tem- 
porale abbia, in quanto all' esser di prin- 
cipe, ana podestà iounediata da Dio, non 
mediata per ponH/lcm, com* era l' opi- 
nione erronea di qne' tempi. 

il3. Poni mente alla spiga, e redrai 
ehe non è grano, ma segala: eh' è qnanto 
dire: Se Tuoi conoscere che la cagione, 
per la qoale il mondo disvia, è la con- 
fusion dalle dae potestà, guarda a* pes- 



simi costumi, fratto del disordinalo reg- 
gimento citile. 

iì6. Nella Lombardia, irrigaU dal Po, 
e nella Marea Trifigiana dall'Adige. 

117. Prima che Federigo U imperatore 
avesse briga col pontefice, e comincias- 
sero le animose cdntensiooi fra il saeer- 
dosio e r impero; le quali furono accom- 
pagnate da TìtoperoToIi eeeessi per l* un» 
parte e per l' altra, e per le quali si ali- 
mentarono le dirisioni e gli odi fra i 
popoli italiani. 

118-190. Gostraisei ed intendi: Ora p$r 
qìtalmaqitt, da chiunque, lasciasse d'ap- 
pressarsi a quelle contrade per vergogna 
di ragionare co' buoni, fa foimrH iodi 
9i9uram§nUf si può passare di là «on 
tutta sico ressa, perchè de' buoni non ne 
incontrerebbe pur uno. 

lai. «' èn, V* enno, vi sono. — in evi, 
nella coi virtù. 

IS, IS. t par ìar tarda, e par loro 
nili'anni, che Dio i< Hpegiui» li rìpoofa 
e li richiami a miglior vita. 

1S4-196. Currado da fiatasse, gentiluo- 
mo bresciano che fu capitano del popolo 
in Firenze nel Ifll ; Qkararda da Trevigi, 
signor di Camino, per le sue virtù chia- 
mato il M%9%o; e 0«Me da CSasItlle, gen- 
tiluomo reggiano, ek$ me* H noma ftaa- 
e$ieamint9, che meglio si nomina alla 
maniera francese il tamptiet, lo schietto 



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OANTO DBOIM08SSTO. 

Francescamente il semplice lombardo. 
Di' oggimai che la chiesa di Roma, 

Per confondere in sé duo reggimenti, 

Cade nel hngOy e so bratta e la soma. 
Marco mio, diss'io, bene argomenti: 

Ed or discemo perchè dal retaggio 

Li figli di Levi forono esenti. 
Ma qnal Gherardo è quel, che tu per saggio 

Di' eh* è rimaso della gente spenta. 

Li rimproverio del secol selvaggio? 
tuo parlar m' inganna, od e' mi tenta. 

Rispose a me; che, parlandomi tosco. 

Par che del bnon Gherardo nnlla senta: 
Per altro soprannome io noi conosco, 

Se noi togliessi da sna figlia Gaia. 

Dio sia con voi, chò più non vegno vosco. 
Vedi l'albòr, che per lo fummo raia, 

Già biancheggiare; e a me convien partirmi 

(L' angelo è ivi) prima eh' egli paia. 
Così parlò; e più non volle udirmi. 



357 



ISO 



135 



HO 



145 



IcmboHiù, • ebe seeondo aleani ospitò 
r Alighieri. -> Dice franc9ieam§%t§, per- 
chè ì Franeeti soleran chiamar lombardi 
tatti gl'lUliani: ed è tottora a Parigi la 
B«« 40i lombardi, 

i37. DV oggiimaiy ma ora mai di' pure. 

i98. d»9r9ggitMnti^àfkt gOTemi, lo spi- 
ritaale e il temporale. 

199. e tè èr%tta • to foma, ed imbratta 
tè eteua e il sao carico. 

431, i89. Ed ora comprendo per qnal 
ragione i Agli di Leri, oisia i leriti, o 
sacerdoti, farono esclusi dal rtioggi^y 
dair eredità; cioè, dal repartimeato della 
terra di Canaan fttto da Dio alle dodici 
tribh d* Israele. ^ Le terre date ai leriti 
farono, dice il tirano, solamente od J»a- 
kitmmii&m, «e» od post idMdum, perchè da' 
terreni possedimenti non aressero distra- 
lione nel dìrino ministerio. 

135. In rimprotero del presente secolo 



barbaro e bestiale? — selvaggie, contra- 
rio di ordinato e eiviU. 

13C. il tuo parlare m' inganna, to- 
lendomi far credere che Gherardo ti sia 
sconoscioto, mole far prova di me, 
cercando se io bene il conosca. 

i97, 138. Foiehè, essendo tu toscano, 
come dal tao parlare apparisce, mostri 
di non arer nessuna noliiia del buon 
Gherardo, che in Toscana è notissimo. 

i40. «aio, fu la figlia di Gherardo: 
alcuni la dicono famosa per la sua' beltà 
e pudiciiia, altri per la sua beltà e dis- 
soluteisa. E veramente a questo seeondo 
concetto pare che miri la frase di Dante, 
che probabilmente è ironica. 

441. «osco, con voi. 

449. cà« per to fiàmmo raia, che raggia 
in meno al fumo. 

444. Prima che l' angelo, eh' è ivi, cioè 
al confine del fumo, apparisca ai miei occhi. 



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su. pmaATOBio 



CANTO DPCIMOSETTIMO. 

Usdti del denso funino, troTasi Dante nnerunente rapito in «sUaì, e Tede eeenpl 
d'ira pnnita. Lo splendore dell'angelo, che sta presso la scala onde s'ascende al 
qnarto girone, lo risreglia : ed ei comincia a salire insiem con Tirfl^io. Oinnti sol 
ripiano, e sopraggìnnta la notte, si fermano; e frattanto YirgiUo spiega al discepolo 
come amore sia principio d' ogni Tirtù e d' ogni tìsìo. 

Ricorditi, lettor, se mai nell^alpe 

Ti colse nebbia, per la qual vedessi 

Non altrimenti che per pelle talpe; 
Come, quando i vapori imiidi e spessi 

A diradar cominciansi, la spera ^ 

Del Sol debilemente entra per essi; 
E fia la tua imagine leggiera 

In giugnere a veder, com* io rividi 

Lo Sole in pria, che già nel corcare era. 
Si, pareggiando i miei compassi fidi ^^ 

Del mio Maestro, usci* fuor di tal nube 

A* raggi, morti già nerbassi lidi. 
immaginativa, che ne rubo 

Talvolta si di fuor, ch'uom non s'accorgo. 

Perchè d* intomo suonin mille tube, , ^^ 

Chi muove te, se 1 senso non ti porge? 

Muoveti lume, che nel ciel s* informa, 

Per sé, o per voler che giù lo scorge. 

l-e. Gostmisci ed intendi : o lettore, del Sole, spenti già nella ÌMssa piurara, 

se mai oell* Alpe ti colse nebbia, per ca- non feriTaoo che la cima del monte. Pib 

gioa della qaale to non potessi vedere, il Sole va sotto e pih tadoo in alto i sooi 

so non in qnel modo che redo la talpa raggi. 

attraverso la pellicola che ha angli oc- 18-16. potenia immaginativa, o fu- 
chi; ricordati come la spera del Sole en- tasia, che talvolta «e rmè» si H /^mt, d 
tra débolmenU per gli spessi ed amidi trasporti cosi fnor di noi steasi, ohe non 
vapori, quando osai cominciano a dira- ci aecorgiano di (faello che accade in* 
darsi. — Talpe o lalpa al siog., come e<- torno a noi, por qnaatochi ci stropitio* 
iU e «Mto, («Mff e (sMfw. — per p*H$. attorno mille trombe; chi ti maovo o U 
Gredeltoro gli antichi coperto d' nna pel- fa agire, quando 1 sensi non faoM m ta 
licola l'occhio della talpa: ora si crede alcona impressione, o non ti 



qoella pellicola non sia che la cornea. l'obbietto che tu contempli? 

7-9. £ la toa immaginasione, aintaU i7, i8. Non altro certamente ti maove, 

dalla ricordania dell' osservato fenome- se non no lame che «' <a/'onna, é formato 

no, /la ltggi$ra in pinapsrs a v$d$r, leg- e disposto nel cielo, e ti muove o per si, 

germente, agevolmente giungerà a figa- cioè naturalmente, scendendo dalle sfera 

rarti,com'io primieramente rividi il Sole, celesti, o per «o<«r di Dio che leseorp'» 

che già sUva coricandosi e nasconden- lo invia quaggiù. — Dice che le imag lai 

dosi sotto r orisionte. vengono alla mente o dal sonso, o da Dio. 

10-19. Cosi danqne procedendo di pari Se da Dio, o per grafia gratuita, o por 

passo col mio fido lùestro, uscii fiiori merito d* umano volere, che a sé la traa; 

di quella nuvola di fonimo, quando i raggi o per volere di spirili mediatori. 

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OAMTO DSOIMOSBTTIMO. 

DéQ'empiezza di lei, che matò forma 
Nell'accel che a cantar più si diletta, 
Nell'immagine mia apparve Torma: 

E qui ftt la mia mente si ristretta 
Dentro da sé, che di fuor non venia 
Cosa, che fosse allor da lei recetta. 

Poi piovve dentro all' alta fantasia 
Un crocifisso dispettoso e fiero 
Nella soa vista; e cotal si moria. 

IntcMmo ad esso era 1 grande Assuero, 
Ester sua sposa, e *1 giusto Mardocheo, 
Che fd al dire e al far cosi intero. 

E come questa immagine rompeo 
So per so stessa, a guisa d' una bulla 
Cui manca P acqua, sotto qual si feo; 

Surse in mia visione una fanciulla. 
Piangendo forte, e diceva: regina. 
Perchè per ira hai voluto esser nulla? 

Ancisa t' hai per non perder Lavina; 
Or m'hai perduta: i'sono essa che lutto. 
Madre, alla tua, pria eh' all' altrui ruina. 

Come si frange il sonno, ove di butto 



20 



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19-91. Deir empietà di colei, eioè di 
Progne, che mutò forma eooTerlendosi in 
queir uccello, che pib degli altri ti di- 
letta a cantare, cioè nell' osignolo, ap- 
panre nella mia immaginatiTa l'impronta 
o la rappresentania. — Progne moglie di 
Torco e corolla di Filomela (Purgatorio, 
canto IX, Y. 15), per vendicarsi d' un' in- 
ginria ricoTuta da tuo marito, foce in 
peni il figlio Iti, e lo diede a maogiare 
a Tereo ; il perchè fu dagli Dei trasfor« 
aiata in usignolo. 

99, B. ti rutnita Dentro da ik, cosi 
ebioM • raccolta in tè. Purgatorio, Can- 
io 111, ▼. 19, 13. « La mente mia, che 
prima era rittrelU, L' intento rallargò. » 

94. recelta ; latioitmo, ricevuta. 

95. Pei piovve ec. discete nella mia fan- 
tasia, aita, cioè levata in alto, distaccata 
dai sensi e dalle terrene cose. 

96. Un eroeifittOf un uomo crocifisso. 
Coetui è Amanno, primo ministro d' As • 
snero re di Persia, fatto da lui crocifig- 
gere perchè reo di crudeltà contro la 
Baaione ebrea, • contro il buon Hardo- 
eheo, fio della regina Ester. 

91.e cotal et morta, cioè,dtip«lloio i fltro. 



ZO. Che ne' detti o ne* fstti fa cosi in- 
tegro e giusto. 

Sl-83. B tosto che questa immagine si 
ruppe e svanì di per sé stessa, come si 
rompe nna bolla d'aria quando vien meno 
il velo d* acqua, sotto la quale si fece, 
surse oc. 

34. una fanciulla. Questa è Lavinia 
figlia del re Latino e della regina Amata. 

3ff, 36. pioiiffiide forUf che piangeva 
disperatamente. regina mia madre, per- 
chè per ira contro d' Enea bai voluto uc- 
ciderti? — Avendo creduto che Torno, il 
promesso sposo di Lavinia, fosse stato 
ucciso dal suo rivale Enea, Amata, che 
non voleva il vincitore per genero, per 
disperata rabbia s' impiccò. 

37-30. Ti sei uccisa per non perde- 
re la tua Lavinia, che sarebbe andata 
sposa ad Enea ; ma essendoti uccisa, tu 
m' bai perduta davvero : vedimi, o ma- 
dre, sono io stessa eàe lutto, che pian- 
go amaramente, alto tua ruina, alla 
morte tua, prima che all' altrui, cioè 
a quella di Turno, che non è ancora av- 
venuta. 

40, 41. Come si rompe il sonno, qaando 



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àW DEL FUBGATOKIO 

Nuova luce percuote 1 viso chiuso, 

Che fratto guizza, pria che muoia tutto; 
Cosi r immaginar mio cadde giuso, 

Tosto eh* un lume il volto mi percosse, 

Maggiore assai che quello eh' è in nostr^uso. ^ 

T mi yolgea per veder ov* io fosse, 

Quand'una voce disse: Qui si monta: 

Che da ogni altro intento mi rimosse; 
E fece la mia voglia tanto pronta 

Di riguardar chi era che parlava, ^ 

Che mai non posa, se non si raffronta. 
Ma come al Sol, che nostra vista grava, 

£ per soverchio sua figura vela. 

Cosi la mia virtù quivi mancava. 
Questi è divino spirito, che ne la ^ 

Via d'andar su ne drizza senza prego, 

E col suo lume se medesmo cela. 
Sì fa con noi, come Tuom si fa sego: 

Che quale aspetta prego, e V uopo vedo, 

Malignamente già si mette al nego. ^ 

Ora accordiamo a tanto invito il piede: 

Procacciam di salir pria che s'abhui; 

Che poi non si porla, se '1 <U non riedc. 
Coid disse 1 mio Duca; ed io con lui 

Volgemmo ì nostri passi ad una scala: ^ 

E tosto ch'io al primo grado fui, 
Sentirmi presso quasi un muover d' ala, 

di botto, cioè repenUDimente, una im- mia Tìrtb o ftieoltà TiiWa YoniTa meno, 

provtìsa Inee ferisco gli occhi chiati. 56. «mm pr«ffo, tenia che altri glieno 

49. 11 qual tonno, rotto che tia all'in- faccia preghiera. 

proTTiio, induce moti e tforii, qaaii 59. Egli adopera con Doi nomini, come 

gniizamenti, prima che deUntto tranitca. r nomo fa leco ttetio ; il qaale per gio- 

43. eadd9 giuto. Tenne meno, e cesto. Tare a tè non atpetta che altri gliel dica. 

45. Maggiore aitai di quello che suol — S§go per Meo, ti troTa pure in altri 

vederti da noi. antichi, ed ò dal frequente scambio del 

48. La qual Toce mi rimotse da ogni e e del g : pr^cù e fr$g9, tece e l§§9, 

altro intendimento, o pontiere. draeo e dro^o ec. 

49-M. £ fece la mia Toglia Untotol- 59, eo. Perciocché guaU r«o|Pe otdt, 

lecita di Tederò chi era quegli che par- quegli che Tede 1' altmi bitogno , e 

lara, che, quando la è tiffatu, non ha aip9tta prtg^, ed a aoTTonirlo atpetta 

pota, M «01» fi rajfroAfa, te non Tiene a d' etter pregato, MaligiuuMuU già ti «wftì 

fronte colla portone bramala. al n»go, con mala Tolontà già ti mette 

59-54. Ma come al SoU ec. Ha come la sulla negatiTa. - Sentenza tolU da Se- 

nottra TitU Tien meno incontro al Sole, neca (Ben. U, 1): • Tarde Tello nolentit 

il qnale TaggraTa e l' opprime, od il qua- est : qui distulit din, nolnit. » 

le pel toTorchio tplendore Tela altrui 61. Ora muoTiamoil piedeiecODdoeb« 

la tua figura, cioè, per 1% troppa luce si r angelo e' iuTita. 

rende altra! ÌATifibile; coti quivi la 67-69. Hi sentii dappresso coim oa no- 

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CANTO BBomosimMo. 361 

E Tentarmi nel volto, e dir: Beati 

Pactfiei, che son sanza ira mala. 
Già eran sopra noi tanto levati 70 

Gli ultimi raggi che la notte segno, 

Che le stelle apparivan da più latL 
virtù mia, perchè si ti dileguo? 

Fra me stesso dicea; che mi sentiva 

La possa delle gambe posta in tregue. 73 

Noi eravam dove più non saliva 

La scala su; ed eravamo af&ssi, 

Pur come nave eh' alla piaggia arriva. 
Ed io attesi un poco s'io udissi 

Alcuna cosa nel nuovo girone; ^ 

Poi mi rivolsi al mio Maestro, e dissi: 
Dolce mio Padre, di*, quale offensione 

Si purga qui nel giron, dove semo? 

Se i piò si stanno, non stea tuo sermone. 
Ed egli a me: L* amor del bene, scemo ^ 

Di suo dover, quiritta si ristora; 

Qui si ribatte 1 mal tardato remo. 
Ma perchè più aperto intenda ancora, 

Volgi la mente a me, e prenderai 

Alcun buon frutto di nostra dimora. ^ 

Né Creator, né creatura mai, 

Cominciò ei, figliuol, fu sanz' amore, 

naturale, o d'animo; e tu 1 sai. 

Timrnto di ale, e farmi vento n«1 viso, e 76, T7. dove pie no» iaHtn La tcala f». 

senili dire : « Beati paciGci, qnoniam filli doTe la scala non anda?» più sa, perchè 

Dei Tocabootor > (san Matt.), i qaali sono li finiva ; ed eravamo aJUsi, restati fermi 

■eni* Ira peccaminosa. — Il movimento ed immobili. 

dell* ala denota che r angelo gli cancellò 83, 89. ««al* offif^ion$, qnale offesa 

dalla fronte il segno dell'ira. Dicendo fatta a Dio, quale peccato si porga in 

poi «ala, distingne 1* ira peccaminosa da questo quarto girone, dove siamo? 

qoella che non è tale, non altro essendo 84. Se non possiam camminare, almeno 

che nn giasto xelo : t Irascimini et nolite tu parla. 

peccare. > Salmo À. 85, 86. L' amor del bene, teemù IH tuo 

10. tanto Uoati, tanto aliati, cioè fé- dover, mancante del debito fervore, f«<- 

rivano in alto 1* oltimo strato dell' at- ritta ti rittora, qni si rintegra del man> 

Bosfera: il che accade qaando il Sole camento. — 0ii<rilto, qui; voce antica, eo> 

è tramonUto or ora. me liviritta, 11. Porg., IV, v. 198 e altrove. 

li, ek$ U nùtt$ tegn$, al quali vien 87. Vale a dire: qui si percuote o pu- 

dietro la notte. ntsce il tardo rematore, cioè, colui che 

73. mia facoltà di movermi, perchè fo tardo nelle opere di carità, 

eosl ti dilegai ? — L' impotenza di muo- 91-95. Né il Creatore (perchè Dio è 

versi era prodotta dalla notte. Vedi can- amore, Dtnt earita$ mI), né créatura, fu 

to VII, V. 43 e seg. mai sema amore, o naturale, od" animo, 

78. pesta in trtgnt, posta in tregua, o animale : e tu lo sai per avere studiato 

quasi forzata a non potere agire. filosofia. GooT., Tratt. Ili, 8 : • É da sa- 



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DSL PUBOÀTOBIO 

Lo naturale è sempre senza errore : 
■ Ma r altro puote errar per malo obietto, 
per troppo o per poco di yi^re. 

Mentre eh* egli è ne* primi ben diretto, 
E ne* secondi so stesso misura, 
Esser non può cagion di mal diletto: 

Ma quando al mal si torce, o con più cura, 
con men che non dee, corre nel bene. 
Centra 1 Fattore adopra sua fattura. 

Quinci comprender puoi ch'esser conviene 
Amor sementa in voi d* ogni virtute, 
E d*ogni operazion che morta pene. 

Or perchè mai non può dalla salute 
Ainor del suo subietto volger viso. 
Dall'odio proprio son le cose tute: 

£ perchè intender non si può diviso, 
Nò per sé stante, alcuno esser dal primo, 
Da quello odiare ogni affetto è deciso. 

Besta, se divìdendo bene stimo, 
Che 1 mal che s'ama è del prossimo; ed esso 
Amor nasce in tre modi in vostro limo. 



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105 



no 



pare che eiucuDa cosa ha il soo speciale 
amore. • 

94-96. Il Datarale (eh'è qaello pel quale 
appetiamo i beni necessari aUa nostra 
conserTasione) non erra mai ; ma l' altro, 
cioè r animale, o raiionale, può errare 
in