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Full text of "La divina commedia"

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nell'intero testo di questo libro da http : / /books . qooqle . 



coiti 






/. 2. ^ ** «fi- 
fi 




garbarti College Librarg. 

«EC^'f-ATIICO BV 

CHARLES DUDLEY MARCH, 



OF GREENLAND, N. H. 

(Clu* of iMol. 



Rccclvttl Sept. 9, 18S9. 




v \ . 






■/.ViV^.'-M.? , 



ri 




IVINA COMMETTA 



ni 



DANTE ALIGHIERI 



POI. O "MENTII 

DI PIETRO FRATICELLI. 

1IIIM « il" Vi fi Sr I*»\ li I I' S I t K i'»HKF/l» , H 

<: itimi t r\ iti. ulTittTTu k iT.*ct.Nyi •nnniri intonso ti. ì'tn t%- 
i-ri niMUiiM. u'vs ixhhf:. » hi thi- fAVftLf 



* n ■ ■ *. 



FIRENZE, 
II. HARUÈUA. K1HTOKK. 

1881. 



s 



« 



LA 



DIVINA COMMEDIA. 




RACCOLTA DANTESCA. 



Collazione d' opere io suo iltau formale. 

AL1UH1ERI, Il Ca-ibomerr, annotato « illustrilo da Pietro Kratioi 
aggiuntovi la tlimt Sacre e le /Wi« fatue dallo «tasso Autore 
Tertn editiou.. — Un volimi.' 4. . 

Opera tti Inori, volume I. 

U Vita Nuova, I trattati V* Valgati Stomaio, V. Monarchia e 1» 

Questiona /'• .Iona et Terra; con traduzione italiana delle opere 
scritte latinamente, e nota e illustrazioni di Fimo Fbaticelli. — 
Tmn «rfiVa—, — Un rolnme 4. — 

Opera minori, volume 11. 

Il Comyito e le Kpistolk, con illoatrazioui e note di Piano Fra- 

tiOklli a d'altri. — V«i»i« rdimion*. — Vn toIqom 4. — 

Opera minori. volarne 111. 

BLANC, Vocabolario Daxtesco o Dizionario critico e ragionato della 
Divina Commedia di Dante Alighieri, ora per la prima volta recato 
in italiano da il. Cabro**. — .Seconda edizione. — Un volume. 4. — 

FRATICELLI, Storia dklla Vita ni Daxtk Aliohibri, compilata sui 
documenti in parte raccolti da (Siusrpfr Pelli, in parte inediti. — 
Un volume 4. — 

MAKIOTTI, Daste b la Statistica dellr Lixqcr, con la raccolta dei versi 
della Divina Commedia messi in musica da 0. Hoetini, G. Doniietti, 
F. Marchetti e H. .Scalmana. — Un voi. con una fotografìa . 3. — 



1 



CalUilaaa Dlaataata. 

ALKiHIEKI, La Ditixa Gobhkdia. — Un volume con ritratto. L. 2. 25. 

La Vita Nuova b il Cabzoxieeb, commentati da 6. B. Uioliani. 

— Un volume .... 2. 25. 



OeUeaieae aealaatlaa. 

ALIOHIBRI, La Divisa Coxxrdia, col Comento di R. Asobeoli. — Un 
rolnme L. 2. — 



I i 



K 






L8R1. 



ffl 



LA 



DIVINA COMMEDIA 



DI 



DANTE ALIGHIERI 

COL Ol'MKNTO 

DI PIETRO FRATICELLI. 

Il'OVA CD1ZIUHE CON «Ill'ìlTl K CUHRR1IONI 

AhKhVlllTA ni'.l. KlTHATTO K UE'CCXMI STOUl* I ISTOBNO Al. VOK1A. 

JtL ftlM»U|'\ !>' l'S !*T»llt, K |t1 THF TAVOLE. 






1 



sr «? r - * 



^FIRENZE. 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1881. 



^XS.SI.T- 



LÌ l 









AVVI-UT! MOTO 
DEL I E NT A TORE 

rillMM lU'tlutuu dul' mo ISSO. 



Euurita la prima editi fa commento alia Conime- 

li* Ji Dante, ho credulo iene, ficcarne già feci per U Open 
mi uori, di riprodufiu in ma (orna, più conveniente i . 
*• 1*** facesse anche questo volume, per ogni riguardo, degno 
em fagno degli altri tre. Onde die tulio ebbi Tmumo a miglio- 
"rio (per quanto mi fotte dato) cosi iieff ordine coinè nella so- 
- ***, tia ritoccando e ripulendo in molle parti il lavoro, sia oc- 
a **e*uìaU>, e anche notevolmente, là dove pareami non estere 
'Costuma. Xct che fare non arendo alterato ni punto ni poco 
* *«*rfo, che dapprima mi prefitti seguire, stimo opportuno il 
itfttet qui U poche parole, eh' io feci nei 1&52 neh* avver tenta a 

'a prima editione; « ton le seguenti ■ 



„ 






mandare alla luce quetto commento alla Divina Comme- 
*■• ■'è d'uopo significare quale tia stato il mio divisamente 
** eonyilarto, e quali le norme, ch'io abbia seguito nei condurre 
" totere. Or dunque divisai di porre insieme un commento, che 
più specialmente ai giovani, e che potette generalmente 
ammetto nelle tettole: non troppo prolùso, ma neppur troppo 
*^«*; aon troppo ricercalo ed artificioso, ma neppur troppo sem- 
iiiadonto. Se io poteva prendere il commento del Venturi 
•* *Ure*iarìo là dove è alquanto proluto, e correggerlo là dove 
•• errato; tt io poteva prendere quello del Cotta, e supplirlo 
**" luoghi parecchi ne* quali e manchevole, io non avrei fatto 
fifa poco, che quello ch'egregiamente già fece Krunone Bianchi, 
io considerava, che, prendendo alcuno de" vecchi com- 
sarei trovato ad ogni pagina a dover, per metto d> 




6 ArmrmirvTo prt, comjjestatok. 

contronote, correggere, modificare, schiarire e ampliare le note 
del commento preso a modello : mi sarei veduto bene spesso co- 
tiretto a dover entrare in discussione ria per le lezioni varianti, 
eia per le differenti interpretazioni : e cari, quand' anche 
toa nsa to il mal vezzo di che i commentatori ti piacciono, i 
aitandoti V un F altro, avrei nientedimeno accresciuta di tote 
chio la mole del libro, COtalehi non avrebbe convenientemente 
«porto ai fine, eh' io mi prefiggeva nel compilarlo. Mi 
dunque a far di nuovo, tanto pia che venti anni di rtudi 
tomo atte opere deW Alighieri pareva BM M desterò un 
diritto. 

l questo i intenda eotta del/ita discrezione. ; poiché oggi 
un nuovo commento a Dante non molto di nuovo è da 
quando pur non ti volesse giuoeare di fantasia. Siffatto 
i un edifisio, che fu già cominciato da cinque secoli, ed a 
ogni chiosatore ed illustratore detta Divina Commedia ha 
tato la tua pietra ed il suo cemento. Adunque io ho 
delatori di tutti i chiosatori che mi kan preceduto; e . 

Tmentc ho acuto soft? occhio i commenti del Venturi, 
I/imbardi, del Costa e del Bianchi. Il dir poi, di io ho profi 
tato assai de" dotti lavori filologici del Xannurci, e. quasi un di. 
cosa inutile ; poichb quél e V illustratore di antiche scritture ita- 
che alle opere del Nannucci non debba ricorrere? 

Un commento, che non fosse in alcuna parte manchevole, 
per f interprctasione s\ detta frase come del eoneetta, sia per 
dichiarazione storica e mitologica e d'IT architettura e deW i 
goria del poema, e che al tempo stesso non fosse d 1 una mole 

/ .2' una spesa soverchia, fu quello ch'io mi proposi di . 
pUare. Il perchl mi dovei studiare di esser breve e concito ; 
fino a tal limite, che non recasse danno alla chiarezza dell' espo- 
sizione, o che non lasciaste insoluta una parte, eziandio piccola, 
delle difficoltà e dubbiate, eh* atta piena intelligenza del testo 
fa di mestieri chiarire. Una cosa sola non ho toccata, ed ì il 
notare le hetteiu sia di modi e di forme, sia di concetti e d'im- 
magini ; e ciò per due ragioni : la prima, che in un vero e prò- 
jtrio commento io non credo potere opportunamente aver luogo 
un lavoro estetico si/fatto, ptl quale si richiede un'opera speciale; 
la seconda, che. tali e tante sono in questo poema le bellezze, che 
a volerle notar tutte (e U notarne alcune servirebbe a poco) non 
tarc'tbono bastate altrettante pagine, quante comprendono queste 
chiose: onde il libro ne sarebbe riuscito d'eccessiva 



avtsbumksto dm. ootaaxuxou. 7 

guaito atta lezione, io ho preferito quitta, che mi i sembrata la 
più focile e la più naturate, e quella che più pieno e armonioso 
raixt il verta: ma no» per questo ho mancato di notare a 
putta quando ((ielle cariatiti, che son degne d'una gì 
amiùUratione, o che ti prestano a cariare, od anco solo a mo- 
mjeare il concetto. 
St io avrò fatto cota utile ai giovani lettori di quettù iimru- 
poema, io mi Urrà ben pago detta durata fr 






Questo tono le tose eh' io cotti avvertir* allora, e [per ciò che 
il metodo) non ho nulla da aggiungere ad esse. Ma 
*ittcr io detto di topra che il commento i ridotto ora più 
tapi», im ho però significato tutto quello che in questa edizione 
Uni di più che netta prima. Or Ampia dirà eowfaVbia prc- 
meno al poema alcuni (Vani rtorici intorno la vita di Dante, 
< «m'abbia apposto tre tavole (una per cantica) rappresenta ni i 

• Ut retiti descritti dal Parta : le. quali, io spero, saranno tro- 
ia* più esatte d'IT altre, che comunemente si veggono netti 
■Mi detta DiTina Commedia, inoltre V Editore ha votolo 

ii*rt 3 volume di un ritratto di Danto fatto copi" < dall' «//Vriro 
H Giotto, e aggiungere non solo il Rimario, che riesce H comodo 

• (hi cogita ritrotare alcun passo deW Autore, ma anche, mi In- 
aia de' nomi propri contenuti nel poema, il quale può certa riu- 
Ktpf di non lieve utilità «gli studiosi. Dirò finalmente, e) 
m il io n e essendo stata affidata atta cura e all' intelligensa del 
Mio giovine signor Torquato Gorgoni, ha luogo di ritenere che, 
eneo per questo titolo, la prestate edizione sia riuscita migliore 

■ 



tema I -. I«0. 




CENNI STORICI 

IXTORSO la V1TV 

DI DANTE ALKiHIEBI. 






Dante nacque in Firenze rorso la metà di Maggio M 
Ito pére chiamatasi Aldighiero, ed era di profraiilone giure- 
«otolto-, ma madre donna Bolla, la quale don lappiamo n qual 
£icir,lia appartcncMe. Nobile e antica t'n la sua stirpe, intanto 
rie egli (teaao tentati! tt da «no di quei Romani, eli. 

oajD ultimi tempi della Repubblica fondarono o colon Ir, 
Firenze: pure non se ne hanno memorie anteriori al secolo XII. 
La eoa famìglia*, chiantossl dapprima degli Elise!; ma da donna 
Alcrigniera degli Aldighieri di Ferrara, moglie di Caccia guida, 
triterete di fante, I ditcendettii elilamnronsi . IdighlerS, cam- 
bialo poi, per dolce-zia rìi i. in A'igliicii. 

Lo eaae degli Alighieri rispondevano da una pnrto sulla 
■azzitta di san Martino, dall'altra nulla plana do' l 'oliati; e, 
pregando ad angolo, ri estendevano tino alla piazzetta de'tjiuo- 
?e non possedevano molto ricchezze, non orano però gli 
Alighieri da dirai poteri, poiché Dante, oltre lo case notate, 
•vera «Ielle poeaew r - .orata, a San Martino a Pagnollo, 

n in Piano ili Ripoli: luoghi tut'.i ricini :.lla città. 

I maggiori di I irono guelfi, ed in modo siffatto, che 

Farinata dog!! I «riandò di eaai (Inf., X, v. 16), dice: 

• BaraneaU furo «troni 

A Dr ni i>' "iiri primi ed a ni 1.1 pi ili-, 
SI ek* per duo fiale li dispersi. • 

latriti un Brunetto Aldighieri, zio di Dante, trorossi alla bat- 
taglia di Mnotaportl, ote tenne un posto ansiti distinto, poiché 
ava aua delle guardie del Carroccio Doreron pertanto due rolla 
■■■are dalla patria -, la prima nel 1248, quando ne fuion C*t> 



10 crasi storici 

dati d» Federigo d'Antiochi», figlio dell' impcrator Federigo II 
la seconda nel 1200 dopo U sconfina di MontsportL Ma 

• S'el for cacri.iii, ri tornir d'ogni putta 
I' una e l' alita I . i 



risponde Dante all'Ubcrti (Inf, X, v 49); od infatti tomarot 
In prima tolta nel 1251, la seconda nel 1266. Emendo per alt 
nato Danto In Firenze, corno, bì ò detto, nel 1266, ò da crede 
che il padre di lui fosso richiamato alla patria prima degli alt 
Guelfi. 

Arerà Dante poco più di dieci anni quand'egli perse il ge- 
nitore: nientedimeno, per cura della madre sua e do' parenti, 
fu fatto istruire In ogni liberal disciplina; e il celebre Brunetto 
Latini fu uno de' suoi maestri. Nò solo le lettere o lo scienze 
studiò egli, ma pur la musica e il diseguo : alla teologia poi 
non applicò, »e non quand' ebbe varcato i cinque lustri. 

Noi aveva elio diciott'anni allorquando scrisse il primo suo 
sonetto, che incomincia : 



fiiuuuu ; 

A cistcua' «Ima prr»a o gculil cor* ; • 



l' occasione di esso, come di tutte le altre sue poesie giova- 
nili, fu la seguente. 11 plinto di Maggio del 1271 Dante, non 
s'ouipiuti interamente nere anni, fu condotto dal padre in casa 
di Folco Portinuri (cittadino de' più ragguardevoli e provvisto 
di molte facoltà) ad una di quelle feste, che nella stagione di 
prima vira sulovauo allora i signori fiorentini darò ai parenti e 
agli amici. Or quivi trovando»!, s'imbattè in una piccola figlia 
di Folco, che contava poco più d' otto anni, e che cbiamavasi 
Beatrice: l'immagino della quale ci s'accolse con tonto affetto 
noi cuore, che fin du quel giorno dee dirsi che incominciasse ad 
«sor signoreggiato dalla passione d'amore. Passati nitri non 
anni, la riride in mezzo a due gentili donne, e, salutandola, 
fu da essa cortesemente risalutato. Di che prese tanta dol- 
cezza, che ritrattosi nella sua cumcrn u pensare di quella cor- 
tesia, fu sopraggiunte da un dolcissimo sonno, o iu quello ebbe 
Boa Svogliatosi, ri propose di comporre un sonetto, nel 

quale significasse ciò che gli era parso vedere, e d'indirizzarlo 
ai fedeli d' amore, perche' gli dessero risposta in proposito. 

L'amore di Beatrice, che ri contenne sempre dentro i 
delia più pura benevolenza, fu adunque quello che acceso in 
Dante le prime scintille poetiche, e (come dice egli stesso) 
fu stimolo a vie più istruirsi e a ben fare. Infatti nel grò 
poema ch'egli scrisse nella sua virilità, cioè quando Bcatrii 



so DA.H7E xuaiurtu 1] 

era morta da più anni, ditte di lei quello ekt mai non fu dello 
d'alcuna, siccome crasi dapprima proposto. (Vita A uova, § ult ■ 

Ma «'«gli era dato tutto agli sludi, non lasciava però In 
coire tirili, ne trascurava i doveri, che come a cittadino di li- 
baro reg giraento gì' incombevano. I fuorusciti fiorentini, Inriem 
eoa alti; ai di Toscana e di Roinagua, nvcnn fatto 

mw ad Arcuo, a li approntano ad invadere il territorio 
della Repubblica: il perdio fa d'uopo a Fironzo di prorvedere 
alla tua difesa- S' armarono dunque i Fiorentini, e fra questi 
Dante; il quale, siccome di famiglia nobile, fece parto delle 
genti d'arin« a cavallo. A Campaldiuo, luogo presso a Poppi, 
ore nell'I ! Giugno 1280 segui la battaglia, si trovò Dnnt* a 
rabbattere nella prima schiera, la quule da principio ributtata, 
potè poi, per l'aiuto de" pedoni, riprendere l'offensira, tantoché 
i 1 i Trotini ottennero piena vittoria. Due meri appresso andò 
all' assedio del castello di Caproua, o colà stette finche i l'I- 
nani, ebe da qualche tempo se n' erano impadroniti, non ne 
fecero la restituzione al Lucchesi, allora in lega coi Fiorentini. 

Il 9 Giugno 1390 morì Beatrice, già maritata a Simone 
de' Bardi Qonnt' ci ne rimanesse dolente non è a dirsi-, ond'e 
che, no» uando egli «osta alle lacrime, I parenti e gli amici gli 
furono attorno, e tanto fecero, che lo indussero a tur moglio. 
Adunque circa il 1291 •'ani con Gemma di Manetta Donati, e 
da ema «bbe pia figli, siccome sarà detto in seguito. E poiché 
per rwweguiro i pubblici offici dell» Repubblica bisognava ca- 
vare ascritto ad una delle Arti, egli si ascritte nel 1295 a quella 
«•'■tedici e speziali, ch'era la sesta fra le sette Arti maggiori 
La molta su» virtù gli aprì la via dogli onori, intantochè, se 
instiamo fede al Boccaccio, ninna importante deliberazione si 
prenderà s' egli non dava la sua sentenza. Fu più volte ani- 
baacisttoro della Repubblica, ed una fra le oltre al Comune di 
•a» (incignano nel 1299, col quale stabilì un accordo concer- 
nente la Taglia guelfa. Più volte foce parte del Consiglio di 

:.■», detto il Consiglio Speciale, e finalmente nel 1300, il 15 
no, ottona* l'ufficio del priorato, ch'era la suprema ma- 
iler» della Repubblica. 

Ma. com'egli racconta in una sua lotterà, veduta da Leo- 
nardo Bruni, (urei li mali e tulli gì' inconvenienti miei dagFin- 
; «sviti corniti del mio priorato ebbero cagione e principio: del 
«atte priorato, benché per prudermi io non fotti degno, nien- 
iràìmeno per fede e per età non ne era indegno ; perciocché 
iteci anni erano già pattali dopo la battaglia di Campai- 
dove mi (rotai >wn fanciullo nelle armi, < dovt 



12 CESSI STORICI 

n<l principio ebbi («menta molta, e ntUa fln« granilitrima a 
UgrttKt per li vari cari di quella battaglia. Dico dunque e! 
tutti i nuoi mali ebbero cagiono dal suo priorato, perocché I 
fusioni do' Biancld <■■ to' Neri, trapiantateci du Pistoia (ov' eb- 
bero l' origine) in Firenze, a ' ( 1 1 i i i Ululisi i frinii COI C'ctvlù '• 

: Donati, fecero pubbliche lo privato loro di 
Nò andò guari che lo duo purti vennero allo munì ed I san 
gue : onda i priori, fra i quali Dante, per sedar qncl tumulti, 
che mettevano a pericolo lo Stato, confinarono ('orso o Sini- 
baldo Donati. (Inutile e Torrigiano e Carbone de' Corchi, eoo 
altii principali dello due. fazioni. Di qui i risentimenti, gli ©di 
e le vendette. 

Poco l l t ti WO costoro a' confini, e i Neri tornati a Fìrenrc- 
ad nitro non pensavano, che a trovar modo da opprimere i 
propri avversari, o ben presto so ne presentò loro V occasione. 
Carlo di Valois. fratello del ro di Francia, transitando in quei 
di pur la Toscana, andava alla volta di Ruma, dondo poi 
tendeva muovere al conquisto della Sicilia; e di esso pensarci 
i Neri valersi per conseguirò il loro intento. Il perchè a lui e 
papa Bonifazio rapprcsentarr.no, corno i Bianchi non altro fi 
sero che Ghibellini, nemici della Chiesa o della casa di Fran 
eia: chiedeano pertanto cho il principe, prima di far l'impresa 
della Sioilia, venisse in Firenso col titolo di paciaro, e rifor. 
muse lo Stato in modo, che nlun pericolo più corresse la parto 
guelfa. I più savi del reggimento, vedendo bene a che vole- 
vano riuscirò i Neri, mandarono a Koma ambasciatore al pon- 
tefice Dante Alighieri insieme con altri tre, aftinché-, perni 
a Bonifazio cho la venuta di Carlo a Flrenso sarobbo stata la 
distruttone della città, tentasse svolgerlo dall'infausto propo- 
rla il pontefice, cb'on già guadagnato alla causa di Corso 
Donati e couaorli, tergiversando, tanto tenne a bada il I 
tino ambasciatore, che II Vaiola, già pervenuto in Firenze, diede 
agio ai turbolenti di manometterò la città in un modo, che 
(come raccontano tutti gli storici) non ò paragonabile nemmeno 
a quello, a cui va sottoposta nna città presa d'assalto. 

Udita Danto tanta rovina, e maledicendo in cuor n 
doppiezza e la perfidia della euria papale, si parti da Roma 
lo verso Toscana. Ma giunto a Siena inteso come i suoi 
nemici, accusatolo d'esser Ghibellino, o d'essersi opposto alla 
venata del principe francese, gli aveano assalito e guastato le 
case e lo altro possessioni : e come Cante de"Gabbriolli, allora 
podestà di Firenze, col falso protesto d' aver egli commesso 
baratterie, cioè estorsioni di denaro e vendite di offici pubblici, 



i.i- 
nei 

I 






80 PASTE AMOUTBiI. 13 

arcalo citato in giudizio, e in contumacia condannato nel 27 
Gennaio 1302 alla multa ili cinquemila Uro di fiorini piccoli, li 
quasiché il guasto dell* possessioni e una cosi forte multa foeao 
poco, lo stesso podestà, non molti giorni appresso, (cioè mi [0 

») proferì altra sentenza, in cui, dicendo come il non aver 
Danto obbedito all'ingiunzione fattogli di comparirò in gin 
rio, e 1 non stct pagnto In multa imputagli era, secondo lui, 
no contessersi reo di quello baratterie, della quali la fama pub- 
blica svealo accuaato, egli il podestà condannatalo ad esser 
arso tìto, quando nello forse del Comune pervenisse. 

Beno s'ilitcuderà elio in una a) grande pcrtirrbnziono eMfc 
non fu il aolo Dante condannato e perseguitato. Piti di seicento, 
dico Dino Compagni, furono i condannati, i quali andarono 
Untando per lo mondo: chi qua t chi ìà. Ora vedendo 
esali min esservi alcun modo di ridurre i loro avversari a sensi 
più miti, procurarono dì accozzarsi inaiemo e far tutti causa 
tocnnnn. La prima loro riunione fu n (ìiirgouzn, castello d 
famigli* Uberi catara a mezza istrada Ira Blesa ed 

Arezzo : dove, Imitato molto coso, stabilirono ili crillogarsi eoi 
Ghibellini di Toscana o di Romagna, e di fermare In loro sedo 
in Arcuo. Adnnqac qui radunatone lo forse loro, fecero capi- 
tatto della lega Alessandro dn Eomena,' e uominnrono dodici 
consiglieri, ano do' quali fu Dante; ed m quella cittì, di spe- 
ra (speranza, dimoratone tino all' anno 1304. 

•ttembre del 1303 era morto Bonifacio Vili, e nel 
appresso eragli succeduto Benedetto XI. Questo buon 

~.6ce, amando che alla Toscana tornasse la pace, inviò in 
Firenze il cardinal d'Ostia (Niccolò Albcrtini da idrato) co' 

> di suo legalo e pacinrio, allineilo cercasse di procuraro 
un accordo fra 1 Neri ed i Bianchi. Giunse egli in Firenze nel 
10 Marzo 1301, e ben tosto gli fu date balia di procurare la 
pace tra' cittadini ; a conseguir la quale scrisse a' fuoruscili in 
Arezzo che frattanto eli' egli stava trattando dello coudizioni 
del loro ritorno, volessero astenersi da ogni assalto ed uso di 
guerra. ] lo protnisono. Ma le sue benevolo intenzioni 

non sortirono alcun effetto; poiché i Neri, che volevano restilo 
I padroni óVlla citta, ed escluderne i Bianchi, indussero il or- 
finale e portarsi a Pistoia, affino ili riderla a pace e concordie, 
presa oV i > loro accordo co' Bianchi : od cesi, men 

colà si trovava, sparsero la voce, e per mezzo di Ietterò falsu 
ter ce ro no darlo colore di verità, che egli (essendo già d'intese 

• QmiI' Alesuodr» s«n * i|ucllo. cbt mattini Adamo laf . XXX, '■ '■') 
Ktrcfab* '•lift seco wll' Inferno: » un tuo parca!*- 



14 CKMtl iTOlXCt 

coi Ghibellini) rotea mauro lo stalo dell* Repubblica con grave 
damo della parte guelfa. Onde tornato che fu in Firenze, non 
trorando più alcun favore nel popolo, né vedendo die dai ret- 
ile! Coniane ai deste più ascolto alle aae parole, irritato 
abbandonò la citta, 

venata meno uè' fuorusciti ogni speranza di rientrare 
in patria per ti* d'accordi, ebbero ricorso alle armi. E messo 
insieme un discreto esercito (1600 cavalli e 9000 pedoni), di 
cui faccan parte i Ghibellini d' Arezzo, di Romagna, dì Bo- 
logna e di Pistoia, venendo giù cclurcmcnto pel Casentino e 
pel Mugello, giunsero improvvisamente la Bora del 21 Luglio 
alla Lastra, presso a Firenze a due miglia. Guidata quelle 
seniore Baschicra della Tona, il quale, pur impeto giovanile, 
commise due errori, ebe fecero fallire 1'impiesa : il primo, eli 'egli 
giunse due giorni prima del convenuto ; ond' è che non gli si 
poto unire Tolosa! te degli Uberti, che conduceia la schiera 
de' Pistoiesi : il secondo, eh' egli avrebbe dovuto irromper su- 
bito nella citta, e non attendere il giorno dipoi. Si mosse il 
di 28, ed in principio l' impresa riuscivngli felicemente, poiché, 
traversati i sobborghi senza contrasto, giunse fin: alla porta 
Àcgli Spadai," donde, tolto a forza uno sportello, poterono al- 
in. il trarsi fino alla piazza di san Giovanni. Ma non tro- 
vando nella città alcun favore, siccome eia stato loro fatto cre- 
dere, ed al contrario vedendo che i cittadini, riavutisi dal primo 
«pavento, cominciavano ad affrontarli gagliardamente, tituba- 
nino, si disordinarono, ed alla fine si volsero in fuga. Poco lungi 
■ terra scontrossi tu osai Tolosatto, che veniva coi Pistoie- 
i. ad egli volta farli rivolgere indietro, ma non fu possibile-, 
tanto erano scoraggia ti. 

Danto, checche altri abbia detto in contrario, non trovassi 
a questo fatto: foise non confidava molto no'capiUni che gui- 
davano quelle schiero di fuorusciti. Probabilmente trovava*! 
egli allora presso Scarpetta degli Ordelaflì in Forlì, donde poi 
pertossi a Bologna : ove conversando coi dotti dì quello Stadio 
accrebbe il tesoro dello sue cognizioni. 

Era morto Benedetto XI, e nella cattedra pontificale eragli 
succeduto Clomente V: il quale, a persuasione del cardinale 
Albertiui, mandò in Toscana suo legato il cardinal Napoleone 

li Orsini, per sedare, so fosse stato possibile, le fnzioni di 
Firenze, e per libororc Pistoia dal feroce assedio, con cai i 
Neri la stringevano. Ma in quel frattempo essendo avvenuta la 

• I.» porti Jr jli Simln cri al principio ai Vi» OS' Mstlrlli msM V osisras 

sldsss di su Giani 



tB DANTE ALIfiaiEBL l5 

dedizione dì quella città, portoni il Romagna e in 

to, otq dicdcsi a ragunur gcato per vendicarsi dei Fi 
i quii liou areali volalo prestargli MBoUo. Novella (pa- 
ranza arrisa allora agli cauli BfaUMhl, alcuni do' quali nel Gin 
g»« del 1306 convennero • consulta nella chiesa nbbaxialo di 
san Gaudenzio dello Alpi, e vi stipularono un atto, cui quale 
li obbligarono di rifare ad Ugolino di Pelicciona degli Ubal- 
dini 1 danni, oh' egli fosse »tato per risentire per causa della 
guerra, che dal tuo castello di Montnccinnico, posto in Vài ili 
•.', ave* incominciato u fare contro Firenze. Ed uno di que- 
sti fu Dante. Ma in nulla si riaolvcron ben tosto le minacele 
del cardinale: e il castello di Muuiucciiiiiicu assediato da' Fio- 
rentini, dopo tre o quattro mc*i d'ostinata difesa, a'am , 
salve te persone o le robe. E i Fiorentini, avutolo, lo fecero 
disfare da' fondamenti. 

Cadalo il castello, Dante recoui a Pudova, ove trovnvnsi 
Del 27 Agosto 1306-, nel qual giorno, secondo clic si ha da un 
documento tuttora esistente, egli fece da testimonio ad tm con- 
tratte rogato in casa di donna Amata Papafava. Fochi giorni 
dopo si trasferì in Lunigiana, ove fu ospitato cortesemente da 
Moroello di Villufranca e d» Frauceschino di Mulatto, M:u- 
eheei Malaspina : coi quali o per questa cortesia, o per contor- 
nata di sentimenti, o per averli già avvicinati fa 

me, strinse veraci- e n ti ot tuona amicizia. Volendo casi ter- 
minar le contese, che da lungo tempo avevano con Antouio ve* 
acoro di Luni, elessero in loro procuratore a trattare la paco 
eoa lui Danto Alighieri. Ed egli con sodisfattone di ambe le 
parti la conchjnse, apponendo la firma (unitamente al vescovo) 
all'atto solenne, che nel 6 Ottobre 1306 fu rogato in 0a 
■novo dal notato Parente Btupio. 

Dalla Lunigiana porto*» Dante nel Casentino, che tutto al- 
iar» era posseduto da' conti Gnidi, ed in vini di qua) cartelli 
dimorò; e più specialmente in quello di l'oppi, o piuttosto di 
Pratovecchio, presso il conte Guido Salvatico. Credono Blenni 
che in questo tempo si portasse puro nel Moutcteltro, ove si- 
gnoreggiavaDO I Faggi nolani; e faceste alcuna dimora nel mo- 
nastero di Fonte Avellana e nelle case de' Kaffnelli di Gubbio. 
a primavera del 1309 opinasi che nuovamente fosso iu Ln- 
eàgiana, e vuoisi che a frate Ilario, superiore del monastero 
•lai Corvo, posto presso la foco della Magra, consegnasse una 
copia della prima Cantica del suo poema, la quale intendeva 
-.e e dedicare ad Uguccione della Faggiuola. Vuoisi 
para che dalla Lunigiana muovesse alla volta di l'uri- i, ove 



10 



Mi r 



uomini 

i.UKKTO- 

i&Gen- 
t (ombro 



(secondo il Boccaccio) sosfenuo iti quella colubro l'ciTeraiti 
una di.-.pnta tir. fMCUbtt, svolgendo « «unta metter tempo in 
mezzo quattordici gOflaUonf, proposto du diterbi vulenf uomini 
a 'li dira , con loro argomenti pio e contra 

Dopo lunga vacanti .1.11' impero, Arrigo conte «li I.u 
burgo fu eletto imperatore! B Incoronato in Aqutograna il 
nnio 1309. Scene In Italia dalle Alpi elvetiche» nel Set (ombro 
il I 1310, e dopo aver percorso il Piomonte venne * Milano. 
0*0, nome ro do' Romani, ai cinso la corona di ferro il G Gen- 
naio 1311, prendendo H non* d'Arrigo VII. Inteso Dante- corno 
lavasi a scendere in Italia, pieno delle più grandi 
♦paranze, siccome ogni altro esule, e siccome tutto il partito 

bellino, abbandonò Parigi o corso in Italia: ed in Milano, 
inchinandolo, gli protestò la sua devozione. Di là reco«ai di 
nuovo nel Casentino probabOnunto pw eccitare, i conti Guidi, 
gii devoti qunsi tutti all'Impeto, > prestare un valido aiuto ad 
;o nelle impreso clic meditava di fare. I primi prosperi 
sacce»! dell' imperatore tanto lo levarono in iapwang», e tanto 
lo esaltarono, elio egli non si potò tenere dallo scrivere a" Fio- 
rii nel 'M Mano l'IM una lettera furibonda. Nella quale, 
dopo aver premesso che al bene dell' umana società e necessa- 
ria In monarchia. ■ cho l'esercizio di wn appartiene di di- 

■ ■ al re do' Montani, li rimprovera acerbamente dell' essersi 
ribaltati contro Ccsaro; f* loro una viva pittura delle sciagure 
a cui nuderebbero incontro, volendo resistere allo sue armi : e 
loro annuncia die. non volendoti sottomettere, l'imperatore, gii 
hi «.lem. nte o al buono, nuli' altro avrebbe dato loro che il 
ritato castigo 

Quabi tutta la superiore Italia avea riconosciuto l'aatorit 
dell' imperatore, ed egli era già in sullo mosse per ealare in 
Toscana, quando varie città, fra le quali Cremona, se gli ri- 
bellarono Titubava Arrigo, se non curando dì queste min 
città, dovesse irrompere alla volta di Firenze di Momn, oro 
dovea prendere la corona imperiale, o se dovesse in prima ca- 
stigar le città ribellato, per non lasciarsi alle spalle un nemico, 
che di giorno in giorno potea farsi più forte, quando, pel con- 
siglio di frate Gualramo, appigliossi a questo secondo partilo, 
e mone tosto le armi contro Cremona. Allora fu un gran gri- 
dare di tutti i Ghibellini e fuorusciti di Toscana, cho 1' aspet- 
tavano in questa provincia, e che da lui speravano il poter 
trionfare della guelfa tirannide. Perdo Dante, di questa dimeni 
impaziente, dal casentiuese castello di Poppi, o, com' altri 
gliene, di Porciano, scrisse nei 16 Aprilo 1311 una lotterai 




Uri vo- 
cia ad 



u. 17 

nella quale diccragli, cbc l'oppugnazione delle citti 
lombarde guasterebbe affatto le eoe* d ad otte- 

ner la vittoria dovessi combattere nou in Lombardia, ma iu 
Tojtam, ov'era Firenze volpe frodolenta, rata, pe- 

cora inferma, clic tutta la greggia contaminarli: Hi 
mano empia di Mirra, uè meno puzza e furente d'Amata. 

Ha nou si mosse l' imperatore, e, fornita l'impreca di Oro- 
nona, di Brescia e d' altra atti, invece che a Firenze recosai 
a Genova e quindi a Pisa, donde sudò a Roma : ove giunse 
il 7 Ma;:. ed ore il 20 Giugno preou la eoi- 

riale- Poco appresso tornando indietro, mosse alla volta della 
Toscana, prendendo la ria dell' Umbria. Venne a Cortona e poi 
\ rezzo, ove fu ricevuto onorevolmente, ed ove riardine lo 
•uè Bcbicre per muovere contro Firenze. Strada facendo, r 
•ti e presa tari cu:: i quali UoaterarebJ a Saogrorao- 

ni. Venne quindi all'Incula, ove l'esercito E l'era ap- 

postato per impedirgli il passo, ed egli schierò le suo genti nel 
piano, invitando i Fiorentini a battagliai Uà quooli, BCO avendo 
ossi valente cavalleria come quellu d'Arrigo, nò volendo la- 
sssue la fortezza del luogo ohe teueauo, non vollero accet- 
tarla. Egli allora, piegando alquanto a siuiatra, valicò i poggi, 
ili Uscio addietro i : I, tantoché il suo nuli -nardo e 

tctroguazdo de' Fiorentini si scontrarono e s'attaccai 
restando il vantaggio ad Arrigo, l'i idi il cammino, 

• usi giorno seguente (19 Settembre VM2i dulia sinistra del- 
l'imo pasaato sulla destra, giunse sotto Firenze, e ti attendò 
•11» badia di san Salvi. Se appena giunto avesse Arrigo attac- 
cato la citta, sprovvista qua^i affatto di difensori, forse l'uTcva: 
ni», oche le ano genti fossero stanche, o che volesse atte) 
le altre ine schiere, eh' eran restale iu Valdarno e nell'Umbria, 
le dover differire; e ciò fu lo scampo di Firenzi 
I aeerclto de' Fiorentini, rimasto all'Incisa, potc in due 
'lamio a sinistra, rientrato i 
«: e iu breve spazio di tempo lauti furono gli aiuti de'eol- 
sii che »i per» cunei o, che l'esercito de' Fiorentini divenne 
I doppio superiore di quello d'Arrigo. Oud' egli, quuntuiujue 
•teste per più il' un mese accampato sotto Firenze, non si nr- 
ristino di dalie l'assalto; e veduto cbc u nulla poteva riusi 
Il 1 di Novembre I . pò, e per la via di Poggibonsi 

ta ra oes ene a Piaa. Donile ucll' estate dell' anno seguente parti- 
tosi per andare ad invadere il regno di Napoli, a' ammalò di 
Urbre presso Siena : ma pur proseguendo il cammino, ed il 
cale aggravandosi, mori a Buoucoiiveuto il 24 Agosto 1 





18 

Non 4 a dirti quanto 1' emie immeritevole, siccome chia- 
mava sé stcjuio l'Ali li. m lifiianesse scorato per queliti morto» 
inatteM, che troncava dulia railicc ogni sua speranza. Ov' ei 
s'aggirasso io quel tempo, do! tappiamo: forse continuò a far 
dimora presso i conti Guidi: fona fu allora, com'altri credono, 
e non nel 1308, che ri rifugiasse preeso i RafTaelli di Gubbio» 
dimorasse noi monastero di santa Croce di Fonte Avellana, 
sto li vicino. Comunque sia, ri ravvivarono alquanto lo «ce 
speranze, quando il suo amico Uguccione della Faggiuola, stre- 
nuo guerriero e tutto dato ni partito ghibellino, fntto già nei 
primi masi 'l'I 1314 signore di Pisa, s' impadronì eziandio di 
Locca. Dimoro allora Danto in Pisa ed in Lucca, nella seconda 
dello quali città l'innamorò di quella Oontucca, ch'egli stesso 
ricorda noi XXIV. v. 37, del Purg. Non è qui il luogo di de- 
scrivere le cose grandi operate da Uguccione, non la sua ee- 
lobro vittoria di Montecatini del 39 Agosto 131. r >, che prostrò le 
fono de'Gunlfi ; e basterà solo il dire cho per Dante, non meno elio 
per tutti i Ghibellini, egli era diventato il capitano (il cinquecento, 
dieci e ciiiqiif. '}, il mMBO di Dio, che avrebbe ucciso la fuia, 
cioè sterminato la potenza guelfa. Quasiché le sentenze di morto 
Doatro gli aventi possano avero una qualche efficacia, Zaccaria 
l' Orvieto, vicario del re Roberto in Fironzo, nel 6 Novem- 
bre 1316 condannò per la terza volta Dante Alighieri, proba- 
bilmente perchè amico e seguace d' Uguccione, a perder la to- 
sta pei mu i del carnefice-, ov'egli fosso venuto nelle forze del 
Comune. Ma la fortunn è femmina instabile, e poco fonda- 
io ò da faro sui favori 'li hi. Per imo di quei subiti rivo 
frinenti, ORO più frequentemente di oggi avvenivano in qu« 
tempi, Uguccione fii cacciato nel 10 Aprilo 1316 non solo 
Lucca, ma pur anco da Pisa. 

('ino della Scala, signor di Verona, avea in quel teme 
levato gran fama di se, non solo come principe splene 1 
guerriero valorojo, ma corno nno de' primi sostegni 'Iella causa 
de' Ghibellini. Ad esso pertanto chbo ricorso il profugo Uguc- 
ciono, ed egli l' accolse con tanto gradimento, cho tosto il pre- 
pose al comando dello armi sue. Ella è quindi probabile con- 
gettura quella, per la quale si ritiene cho Danto in sulla fino 
I31C, o In sul primi pb> dal 1817, IhsW ricevuto in corte 
lo Scaligero, per opera nou d'altri elio d' Uguccione- Ed in 
Verona sembra veramente ch'egli trovasse quella dclicatn cor- 
tesia o affettuosa benevolenza, che di rado incontra agli cauli 



< Por... esulo XXXtll. ». «3. 






SO DXXTX AlICKIf I IO 

ri li miseri di trovare, perciocché egli stinto nel XVII, v. 70, 
M Parad. «oe di se: 

• U firlao tao rtfagio e "I primo olitilo 
Sari la eerl*»ia del gran Lossbardo, 
Che 'a •■ Il Mali porta II noto uccello: 

Ch'iTr» ii i» m twaigvo rlgoirde, 

Cb« i-'-l fare e del chieder Ira voi duo 

Fi» pria* i]ii4 ". (In- (ri gli litri I pU tardo. • 

Stata Dante allora sentendo la terzo Cantica dui ino poema. 
"n. neodo già dedicato I* prima ad Ugocctone della Pag. 
n'di e la acconda a Morocllo Mulaspina, mnrclirao di Villa- 
Aaiea, rolla dedicar questa teria a Cane Scaligero : od è no- 
ft ai n a per le «lampo la lotterà dedicatoria oli .-i j] 
«sfi» o/ssle, dopo aver fitti i piò alti et» Ila magnili- 

«aza a saporosità di lui, gli offro in ricambio de benefieti rice- 
nli quella Cantica, gli dà aonimarinmcnto un ronno del subietto 
*W fina dell'opera, e gli espon nenie il prologo do) 

friso canto. 

Per I" abbassamento del Faggiuolano ersno i Fioranti»! con 
tatti II partito guelfo di Toscana rimasti liberi d' ogni timore. 
Q perche, rimosso sex Landò da Gubbio, uomo d' indolo troppo 
feroce, dall' ofiVio di lor potestà, noli' Ottobre del 131C elessero 
I qoeflo il conte Guido da listtifollc : e duo mesi appresso, 
: reggimento di Ini, {■-■con', uno stanziamento, pel anali 
Wftfrdraai facoltà a qaisi tatti i faorusciti e banditi ili pO- 
tsrs. a certe eotvì ntrare In Prretne. Da quosti non 

•Una eccettuato il nostro Alighieri ; ma lo ilei ritorno 

ma per lai troppo gravose od oiuiliauti : dover egli pagaro 
«sa carta quantità di |aindi, a guisa di reo, portarsi 

sneesBÌOBalmentc ad offerta alla chiesa di san (Giovanni, Ma 
Usate, intesa la cesa, non potè chinimi si basso ; ed n colui 
de gli senese, pregandolo del ritorno, virilmente tra le altre 
esse rispose : È egli dunque questo il glorioso modo, per cui 
&>*te Alighieri »i" richiama alla patria, dopo l'affanno d'un 
-ire.t P". questo il merito dell' innocenti* tua 
«i ognuno manifesta t Questo or gli /ruttano il largo sudore 
« le fatiche negli studi duratet Lungi dall'uomo della filo- 
wjta familiare questa bassetto propria d' un cuor di fango, 
yatisea quasi prigioniero venir offerto al riscatto! 
l.smgi doK uomo banditor di giustizia, eh' egli, d' ingiuria «f- 
ftto, o' suoi offensori, quasi a tuoi benemerenti, paghi il tri- 
' uiiodi, dopo arer detto non esser questa la via di titoi- 
tare in Firenie, ma se un'altra gli se na fono trovata, ebo 



20 

l'onor »uo e la sua fama «ou iafregiasae, egli snrebbesi pw 

quelle meato preotaneate, eonotfode: Che te in Fiamma per 

onorata non s'entra, io uo.» aUttrow* giammai. K clic! 

potrò io da qualunque angolo della terra mirare il iole e 

le. ttelU t non potrò io aotto ogni plaga del cielo meditare le 

le verità, te pria non mi renda uom tema gloria, ami 

d' ignomìnia, in /accia al popolo e alla città di f'iorcnta t 

Adunque piuttosto clic avvilir»!, volle il magnanimo Alighieri 
lanciare o^iii cosa più diletta, e continuare a proverò 

• coitili t« fli nule 

La pone olimi, e coni* e duro calle 

Li. tri-mirre e 'I tilir per I' ninni «cale. • 

Frattanto la benevolenza dello Scaligero non gli venne meno, 
egli pare che dimorasse in Varani pel corso di tre unni 
■ 1 1 1 ; i - ì .'imiinu.'iiiirni.-, :i porcile colà foco educare i cuoi figli, 
particolarmente il maggiore, clic chiamava.-'! Pietro, « perchè 
reggiamo clic il 20 Gennaio 1320, nel tempietto dì fesut' Eleni 

e alla presenza di tutto il clero veronese, vi sostenne colle forma 

scolasti' li', ii rpiel tempo uua tosi de Aqua et Terra. 

Caldo Novello da Polenta, atgnor di Kavcuna, gentil caia- 
'i i.tli «.ludi ammaestrato, amando convcniarc cogli 
uomini dotti, avea con replicati inviti chiamato Dante alla sua 
corte. Accettò ipriti finalmente; e senza rinunziare all'amicizia 
dello Scaligero, o probabilmente col consenso di lui, *i trasferì 
in I principio del 1320 a Ravenna, ove (secondo die porta U 

Urlone) die compimento alla terra Cantica del buo pOiina. 
i e in: nella primavera dell' anno seguente Dante si por- 
tuose a Venezia a trattare con quel governo di cose, delle quali 
era «tato incaricato dal Potentino. Tornato inferno: e tanto 
OggraToeai la malattia che il 14 Settembri' l;iL'l. in età d'anni 56 
e '1 mesi, si ricongium-c n Dio, andando in ciclo a vedere la 
gloria della tua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che 
gloriatamente mira nella /accia di Colui, qui etl per omnia 
taicula benedictut.' » Fece il magnifico cavaliere (dice il Boc- 
caccio) il morto corpo di Danio d'ornamenti pootici «opri un 
funebre lettu adornare : e quello fatto portare «opra gli omeri 
de' suoi cittadini più solenni inaino il luogo de' frati minori di 
lUrenna, con quell'onore elio a siffatto corpo degno estimava, 
maino quivi quasi coti pubblico pianto il seguitò: e iu un'urea 
lapidea il fece per allora riporrò. E tornato nella casa, nella 



* Ultime jurolc dvlU rial ■**•*. 



tO DANTI ALIGHIKB!. 



21 



ironie Dania or* primi» «Liuto (mcocm • ■»tume), 

«•o medesimo «1 a commendazione dell' alta scienza e '. 

into, e ai * consolazione de' tuoi amici, li quali 
ainnrissiina vita lanciati, fece un ornato « In 
sermone: disposto, nu lo alalo e la vidi gli (oMOO duriti, di »i 
egregia sepoltura onorarlo, dio se mai «lenii «Uro suo ma 
con lo arcuo mcmornvulinoule rendalo a' futuri, quella lo avrebbe 
- Ila • 14 ohe II Potei k che 

opi«TTcnncio, non poti I i nel 1483 Bernardo 

Bembo, del 1691 il cardinal 1 matte n. .1 1790 

iiri Valenti, il quale gì' inolio quel monumento, 
clic tuttora in Ravenna si vedo, 

■ due foinn 
il maggiore, fa laureato in logge a Bologna, a allibili la sua 
dimora In Verona; ove nel 1337 ora già gi Comune. 

i be il (itolo di Vicario del collegio du'mcr- 
«luti. Muri nel 1301. Di Jacopo, il secondogenito, null'alii., 
sappiamo, se non che fu uomo ili lettera e poeta non ùprege- 
role: trovata*! in Firenze nel 1332, ed era vivo tuttora nel 1342 
Alni tic maschi, Uabbricllo. Alighiero ed Eliseo, morirono in 
tenera età. Ona delie femmine, di cui non sappiamo il nomai 
si maritò ad un Panlaleoni ; l'altra, ■ vasi Beatrice, 

ti tVcO monaca nei monastero di santo Stofuno dell' Uliva in 
Ramo» : e ad essa nel 1350 recò il Boccaccio, per connina* 
«Jone della Ut pubblica dì Firenze, un sussidio in domini. G>-nnn:i 
Dottati SOprarvissO al marito, essendoché, in un istrumento, che 
tuttora resta, votimi nominata siccome vedova. La discendenza 
ìiè Jacopo non ne ebbe, si cotinoo in una femmina. 
ctùV nel 16-49 si maritò al conte Anto- 

nio £arrgo di Wroon. 

■ la Divina Commedia, poema cui non sarà dato ad 
nonni d'eguagliare, non che di superare, lasciò scritto Dante in 
itallnDO il libretto della Vita Snova, ch'ò una storia de' gio- 
ii suoi amori con Beatrice, e nel quale incluse alcune sue 
j; il Canzoniere, elio consta di canzoni, Bonetti e ballate. 
1* quali o trattano d'amore, o d'argomenti morali o filo*. 
oltre ad alcano Kitne di sacro argomento ; il Convito, cosi 'In 
lei deu. minato qua»! imbandiinento di scienza, il qualo può dirsi 
ai trinalo muri peraltro compiuto) di tutta la filosofìa di q 
tempi, esposto eloquentemente in forma di cemento sopra tre 
delle ene canzoni morali. In latino, un' operetta (di' egli, 80- 
praggiunio dalla morte, lasciò non finita) intorno il Va''" 
Uayuaagio; il Trattalo dtlla Monarchia, eh' è un" esposi riOM 



22 CESNI STOBICI 80 DANTE ALIGHIERI. 

de' diritti del re de' Romani e dello scopo civile dell'Impero, 
una confutazione delle pretese della caria papale; una tesi fìl 
eofica intorno la sfera dell'Acqua e della Terra; due Eglog . 
indirette a Giovanni Del Virgilio bolognese; e finalmente e 
quanto Epittole, che, se non altro, sono molto importanti p« 
la storia di lui. 




DEI 

E PRINCIPALE ALLEGORIA 
DHL POEMA IH DANTE. 1 



Commedia di Dantn j on quadro storico politico 
neccio decime-terzo. In queat' opera, plana >ii tanta 
■,qtiii' irne un Ingegno BWnvigBoaOj 

i PmU ncpresenU fi stesso e gli nomini dal! . Nel 

"»«XPtto filosofico abbracciando l' univcrao mito, orIì m 
** ióewrendo sotra I ■ ■ pone in vista i fatti dei 

"wraoierr; i pia rilevanti e generali, ma al- 

j**^i pia reconditi « min:-. eziandio il cuore 

enT/Mui ai manifesti. Queir officio, cri' oggi s'esercita dai 
Mietati, Dant' aro, unico tra gli uomini di stato 

d'ibfj, pcnir- mi lo© tra i poeti di tutti i secoli, l' esercito in 
**M all' intera I I Q questi cauli divini, che dureranno 

latito g mondo lontani- Egli non dee interrogarsi solo come 
pwta, ma come narratore e pittore ili granai memorie: sa 
'imi ■. civile pei occellenu, DÌfi- 

vatmr ÌUUU ed ali Eneide, nella Divina Comi: 

Po*a stesso è qua*! l'eroe de) poema: dal primo verno al- 
idtnw egli A sempre in [scena, e fu si continuo allusioni alle 
" tiofodo e a quelle do' s 

sdlwtro £a d' uopo conoscere la »iu al lui e la storia do' tempi 
Mi 

i dell' Iuferno essendo, comò chiaramente 
pariate, ima generalo introduzione al poema, o racchiudendo 
ma I«nga e ' a alidori 

.re studiare, :nto analizzare, a ime 

ri ha nascosto il Poeta, e cho 
tot» interessa ali ! tutto, come dello parti 

asQa Divina Commedia. A rintracciare il quale, aaramml una 
•carta non fallace la storia di quel secolo o la biografia di 
Dania mòVrfoso. 



urta, fin er ti riproduca impilalo t «-mito, fu U priaa 

■•I MK. 




u 



dell' allegoria 






sforine la dottrino, che L'tsteiM tubili nel Co*> 

h.i:ì capono inafsiiiiamcilttf pi 
ivnt.i, I-Iterate, aUtgorUo, 'iinr.ilr ed m • infatti egli segui 

questo metodo nella esponicene «Ielle *ue tre note caiuon 
•• li. ho, e questo metodo e#li accenna doveri seguite 
c»po*i. il mia Commedia, quando scrivendo a Can 

ligcro e dedicandogli la Cantica terra, dlaMi - È da sa 

. senso Oi quest'opera DM è MmfiUQOi ah* u i 
lini polisensa, »al« a dira di ptt sensi: dappoiché altro 
.1 daJU lettera, altro i quello che -i ha dalle 
per I* latti II primo ni chiama letterale, il i 



rondo Allegorico. 11 qual modo «V adoperare affinchè meriti 
zliiuriscuai, può Considerai I in nuda limolo Ih exilu tirati d 
JScyyto. « E questo pardo ogli dispiega appunto secondo 



!n> sensi sovracci'iinati. 
Per tal maniera ili torivere, velando gli avvenimenti 
costimi sotto figura ria, Dante non segni 

il proprio talento; la «llasfonl a la orano di moda in 

quel tempo, e lo erano alata per imi, di mi 

ch<, per qnc*ta parte, egli non (eco cho uniformarsi al gu 
allor dominante. Questa maniera, di cut veggion 

Euri! in Omero e ai [li altri antichi poeti, morava più parti 
innante dai libri profetici del Vecchio e Nuoro Teatamcnl 

? [trono il più eOnrÌBeenle t I parlare a due Sfusi, 

«tanto il parlare nlh ullc idee 

nami. lo ■l'uili erano di la Mere: 

quindi derivavano duo serie di piti "logiche 

o lo bibliche, per masso igersi Uni": 

sotto due aspetti, Oliai er.i, a quale avrebbo donilo essere- L« 
mitologiche danno ingegnosi contrapposti, come l'età del r 
e 1' età dell' "i Ima 'i' 1 visio e l'eccelso :uonte di 

«Irto, l'Aver l'Eliso, ed altro simili poetkho immagina- 

lioiii. La I miche non ne danno meno: talo o lo »tato dell'uo- 
mo innocente e dell' oetno peccatore, l'uno nell'Eden delizioso 
sulla sommità d'un monte irradiato dal Sole, pieno di G 
frutti e miti animali; l'altre iu questu talli! di lagrime, on 
per fitte tenebre e triboli e spine e belve voraci: di 14 pa 
abbondanza, «ita, Iettata, (felicita; di qua guerra, poveri 

l i ancora la dolorosa schiavitù di Ba- 
bilonia o il lieto ritorno a Gerusalemme: quindi il ferreo tempo 
dell' una, e. l'amen tempo dell'altro; nel che il Vecchio Testa- 
ito col Nuoro m colubrina, poiché questo nell'Apocalissi 

I 1 egualmente la viziosa Babilonia e la santa Gcru*«- 
> • eoi <Uic tempi d' opposiriooo. Talo è pure lo stato 
l'umanità sotto il dominio di Satanno, dopo il peccato ori 
naie, p» B (o a eoufronto dell'altro sotto 
dopo w redeiuione. Tal ■ altresì l'Inferno o il Purga- 

• istillano, con tutte lo 
che serie variate, e per {sponta- 

neo antitesi distìnta. Qual panilo traesse il Poeta da queste 
ine serio di ; : cui ootco dare a' suol subictti -" 



i. rt -(i.' «*•. 



">M\ ri DANTE. 



23 



una cootmpposizi •■: lur faoor • 

neina un' armonia e una simmetria mirabile, lo vedremo fra 

I poem* li preso egli dalla vi- 
ionc di frale Alberico, n e'.-» un' «lira qaalOMfii già 

ivano alter» per le mani del popolo? No: Danti' non fu 
.'«I pensiero comuni- da ntpormaj; 

intO*i «Ielle credenze religione del secolo XIII, e 
lei del partito ! suo genio poeti 

i Miuldin d' nnn dottrina enektópedtea, qualora qui 
di' ci possedeva, ne feci descrisse 1' n.-n.-miia 

npi suo:". 

allora l'Italia agliata e sconvolta dallo note fazioni 
re ancora, in otti qui Ile due primo 
.• pi nei, Dante, eeblieni- 

i ;ial'iino nelle Bla de'Gndfl (che 
allora Firenze*, pure non orasi mai dichiarili' pei ! una parto 
r l'altra nelle frequenti e terriliili contese citta' 
arni, corno dico il Bocca» Mmpr poeto ogni suo 

ingegno a voler ridurre in un tato BOTpO della Ucpnb- 

», dimostrando pome In grandi cose, per la discordia, in 
re tornano in n concordia, c r eaco n o 

■ \jt forti animosità delle parti non DM 

Bonifazio Vili, ili e. mecrto 
la fazione i Carlo di 

Val. ! re di Francia), a 6no ili riformar* il go- 

verno, e di abbattere l'avversaria fazione de'Biituelii (OW 
lini). Dai rie con animo a tale venuta, perche' pregiu- 

dicevola alla patria itidipondeiiza : e andonne ambasciatore iJ 
jmpa, per diawadarlo da : mia usurato interventi!. Ma il 

pepa non retrocedè, pori proposito: anzi tanto team 

a bada il fiorentino ambasciatore, clic i nemici di lui ebbero 
l'agio, sopraffatta In fazione do' Bianca!, di porgli a sacco la 
«aaa, e, sotto il falso pretetto d'appari l fattone, ab- 

ballai- il, Firenze. Bone ci perciò potè diro 

■a» tante capresi. : 

• I.' riilio dir m'i asta, mot mi lagoe.. 
Cidcr ea* limai * par Jl lod« degno. • 

Onu 1X9 V. 

fai Diritta Commedia, il capolavoro dell' Alighieri. * non 
t *»lo I' .spera d'i laa dottrina, quanto d' una bile alta 

'ix. In questo poema particolarmente egli prendo oc- 
"•aoe d' esalare tutta 1" amarezza d'un cuoro enilccrato : il 
**» risentimento, se nlcane volte è volato sotto figura d' alle- 
ane, molte più ■ unta alea 
?• dir i -. gli odi civili. 1 
'"«■nla rivalità del : U' altare, una polìtica falsa « 
"ojaiuaria ebbero mai d'odioso o di detestabile, lutto entra 
•» piano elio il Poeta ai propoeo. 11 colorito e la tinta di 
^*a>tà iliUVcìsaatl Oggetti è leaapM proporzionato alla loro ne- 



28 




dell' ALLEGORU 



rezza: ed il pennello di Danto non comparisci! mai I-.. 
blitnt. aleggia fieramente quegli 01 

eo ' cicciuto in aiuta iìou solamente per i 

:na iiuccr.i per segreto maneggio di Itoina, 

capo >'.' lieo intervento ili Fiauein allor 

col Quexfi togati j ■■ atro eroe <■■ Un pota I prin- 

cipali dal mio infortunio, e del dUordi: diti* 

lia, «gli rivolse le sue vendette, e quando pose in opeia la spada 
la »ira voce e quando la penna. 
Ma sa tra i lini, cui Dante mirava colla compoM.-ione del 
poema, era quello di prender rendette «opra i «noi accaniti De- 
litto pili liberata piò virtuoso e 'ile. 
Egli voleva ricondurre gl'Italiani a queir ordine. ulta 
dall' esercizio delle morali virtù; volevn che l'Italia, gettate le 
anni fratricide, il rltompOBMBO a pace e a concoidi», e che 
riunita tutta in un corpo «otte II governo d'un solo, 
ti.rnawo a diventar capo e centro dell'impero romano. Dista il 
•Iti lo ripeterono, il Ette del gran poema eascrc 
la rettitudine: mt ciò DOS ì tutto; mi d' altra parte questo vo 

cebolo presentii im'idea molto chiara dalla ooaa voluta sigiti- 
ficaie Perocché, m lare uno do" particolari 

del gran Su moniti eli' ò In eorrczion d'ogni tizio, ni 
vina Commedia v' ha più particolarmente il gran fitte politico, 
eh' è la riforma delle istituzioni citili, delle leggi, del got> 9 
e insomma di tutto quello, che col mezzo della forza tende a 
tener saldo ed in piedi 1' edificio dell' umana società. E come 
voleva Dante che la riforma morale coadiuviate spingeste la 
rifornì politica, cosi egualmente voleva che la riforma politica 
procurasse e portasse la riforma morale. Ostacolo, secondo lui, 
a questa doppia riforma, era per una parte il vizioso costume 
del secolo, come per l'altra lo era il partito guelfo. Laonde per 
la malvagità do' tempi e degli aominf, e por le intestine discor- 
die dello italiane repubbliche, sdegnando quella tumultuosa e 
sfrenata libertà da' Guelfi, sempre tolta o ad anarchia a popo- 
lare tirannide, egli ei diede ul partito monarchico : e penso che 
senta il pieno trionfo del Ghibellinismo non sarebbousi potute 
sanare le piaghe, ebo aveau morta l' Italia. 

All'apertura del poema, Danto ci si presenta In una selva 
oscura, eh' è in una vallo. Ei terrebbe elevarsi od un monte 
illuminato dal Sole, ma tre riero succcssiiamcntc gli fanno op- 
posizione. La prima una lonza (o pantera), afte di pel ma- 
culato era coperta, la quale,' leggiera e presta ne' moti suoi, 
tiun gli si toglie* mai dinanzi, od Impediva Unto il cammino 
di lui tendente al monte, che più volte lo respinse giù nella 
valle. La gaiezza di quella fiera gli era pero cagione a bene 
sperare, quando comparvero insieme un leouc oon la Ini' alta 
e con rallioxa fa te, ed una lupa insidiosa e insaziabile, che 
«tette aenti fé già viver grame. Questa lupa, infesta pia che la 
altre due fiere, fo gran paura al viaggiatore allegorico ; questa 
gli tolse la speranza di aulire a quel monte, ch'i principio e 
eagito di tutta gioia, quatta lo ricacciò nella ralle C-iCura, e 




HEL rOExU I>I DANTE. 27 

re lilterarlu ila i| Irgilìo mandato da Beatrice. 

poeta latitio parla intanto >il atto ««guaco della mali", 
tara di qarfla bcatia uscita rial! a seguir 

lai «e vaolft evitarla, e in tuoi pcrveni del suo tinjr- 

gio. Quindi audartuo inaiente lui omeri aro il luogo, onde quella 
lupa era lucila. 

10 quMto tre belre fon figurate le tre priDCJpnli potente 
Ire, allora inaiai) collegato nel tener vivo od in fermento lo 

fanoni © lo discordie italiane : l' in vùttoM 1'. cara Bo- 

bbi e la superiti Francia La «cita oscura, clic pace giù n 
valla, è il disordino politico e inwale dell'Italia, prodotto di 
• [•irito dì divatione e dai vlai del secolo-, il dilettoso monr. 
Imninato dai raggi del Sole, è l'ordine politico e uorale, su cui 
riaplendum i raggi della rettitudine e della giugtixi*. Patite 
rappresenta l'uomo culla noia ragion naturale; Virgilio la scienza 
dalla oom umane; BMtdoe la sdama delle cose divine Il 

■ ro# ghibellino ohe, colla foraa delle armi, distruggerà 
■urlic tra puri le potenze, le quali impediscono il riordinauieuto e 
ita dell' Italia. 

11 tempo ia cui finge Dante d' «ver incominciato il ano 
sorko viaggio è la notte del giovedì al veuerdl eanto del 1800, 
tllarachè trovava»! nril'otà di Ilo anni medio (M 

4' esso • aooondo Aristotile) della vita umana. A<liiui|iiu to- 
gutudn il velo allegoti. irò ni significato lata 

tele del morale tara detto dappoi;, il l'oc t a da principio ni ina 
«*M direnilo : 

« qiittiid' egli ora nell'età, clic suol eetare il p iato ino- 
lio della vita umana, ai ritrovò fra mezzo ad uni tinobrosa 
-lurrLia, In cui non vedessi più traccia del diritto o del gin- 
ice csaergli duro il far parole di ciò, poiché rinnovatogli 
«*i penderò la paura e il dolore. Ma, per Iralture de' buoni 
•anoaeairanienti, die ne ritratti* a milita sua, e dotili altri, par- 
ici ó>lle diverso cose da lui osservata a Versi 1-9. 

• Non « ridite ©omo ai trovano aneli" culi involto nello ci- 
ataee: tanto la bub ragione era ai ita quando 

■rrieri parte, abbono. race della morale e 

riiil* filoeofia. Cereo dunque di rimetterti per queeta, e trattosi 
faari di quel disordine, che unto areale angustiato (non altri 
Itasato essendo che barbarie, servitù e infelicità) volgara già la 
•Mule al ano contrapposto, cioè all'ordine, eh' è civiltà, libertà 
•u il raggi ;iu»tizie. Allora quo- 

tasti un poco la peno** sollecitudino dell' animo suo, il quale, 
pur tuttavia sbigottito, volgeva a meditara su < t M.-u 

l' anarchia, in che 1' uomo entrato non vive clic la vita dell*. 
•Mie. • Versi 1 

:;ioaatoei alquanto, proseguiva l'opera, intendendo al 
dattnaento delle oom citili ; ma quest' uomo allegorico, sorretto 
salo dalle proprie fono deboli a iueumeenti, non avanzava che 
lentamente : pare pel suo buon volere avanzava : quand' ecco 
frappargli»! no' agita e presta lonza, cioè la guelfa Firenze, mo- 
•ue ed incottami-, e coperta di pelle a più colori, cioè piena 



28 't\ 

d' uomini di diversi partiti ; In guelfa Firenze, il cui vixio prin- 
cipilo (tu l'invidia. E questa tenealo eontinnameate trecci 
ed impedivagli tanto il camminn, eh ci l'u più volto per tèrsi 
giù dall' impresa. » Ver»! 28-36. 

i la stagiono di primavera, quella Magione in cui il 
mondo fu creato, e in cui per I' incarnazione del Verbo l'uma- 
nità fu redolita ; quella stagione ridente, che riconduce gli :. 
mi u miti e affettuosi pensieri, v che nella città veniva lietamente 
festeggiata : ond' egli ne prose cagione a bene sperare -, quando 

ro timore Po la lui prodotto dalla oon • io* 

dj Culo Valois Ir' i; ili di Francia, simbolo della superbis. 
Questi pana ebfl Gunelioo a furente venisse più specialnKi 

N di lui, cioè contro coloro, che aborrenti dalla tirannide 
guelfa volevano la concordia de' cittadini a la libertà della pa- 
tria. E questo timore s'accrebbe; perchè be'» tosto comparve 
una lupa, nella sua estenuatela avida ed insaziabile, cioè In 
runa romana, simbolo dell' avarili*: la quale essendo capo del 
Guelfisino. e fomite all' ire di parte, fé la mutar* di molte genti. 
Questa, più che lo altre, gli fu talo intoppo, eht perde la spe- 
ranza di conseguire l'intento. K quale si attrista l'avaro, eh* 
perde in un momento le accumulate ricchezze, tuie si fece egli 
per opera di colei, la quale, osteggiandolo, lo ripignevn nell'anar- 
chie, ond 1 è escluso ogni principio di rettitudine e di giustizia. • 
Tersi 87-60. 

■ Conosciuta, por trista esperienza, la maligna natura del 
Gue.lfismo, poso allora ogni sua speranza nel pernio opposto, eli» 
la ragion muntale mostrnvugli miglioro. Kd ecco che in qoi 
l'abbandono gli si presenta Virgilio, simbolo della scienza uma- 
na e al tempo stesso della scianca politica, che, a procurare il 

bene dell'umana Società, indica dover e:;:u-n: un capo supremo, 

r imperatore. Alla monarchia romana, ohe cacane eotto Giallo 
Cesare, e vinse sotto Augnato fino dai tempi del gentilesimo, 
adunque ti volse Dante in tanto periglio; e Virgilio, il cantore 
di essa, poeta sapiente e ministro ffl ■ •im'iù. gli dà conforti e 

Sii porge aita. Gli fa considerare cornea campili da quel Ino 
i disordine e di barbarie, o a pervenire al sommo del dilettoso 
'•oli' . gli convien tenere altra via: perciocché quella guelfa po- 
tente (contro, la quale ei gridava) uon permetteva clic alcuno 
l'attraversasse ne snoi disegni, ma tanto impedivate, eh'' il ta- 
cca venir meno. Era essa dipoi si malvagia e si rea, che giam- 
mai non saziava lo ingorde sue brume M. -Iti i .ino i potentati, 
coi quali essa collcgavasi per siguoreggiaro, e più ancora sa- 
rebbono stati infino a ebo venisse l'eroe ghibellino, che avrebbe!» 
annichilata. Questi non avrà sete d'argento e di possessioni, ma 
di notanti di carità e di virtù; questi sarà salute di quella 

ca Italia, per cui morirono I emanila, Kurialo, Niso e Tu.n 
questi insomma onderà cacciandola di temi in terra fino a che 
I avrà rimessa nell' Inferno, donde l' invidia di Lucifero l' avea 
suscitata a danno degli uomini. Onde concilimi* Virgilio, che, 
pel suo meglio e porcile consegua l'Intento, pensava ch'ei do- 
vesse scouirlo; ed egli avrcbbcgli fatto da guida, » Versi 01-111. 



DEt POEMA !>1 BAH 2!» 

Il liman.'nto del Gal U) IMMl III d'uopo di dichintaziono, es- 
Mado baatantcroontc chiaro y*t se tnedeauno, ne contenendo 
altre particolari « recondite allegOI 

♦ «imbolo della «denta delle oo uu di 

Beatrice, figura della scienza delle con ili. ine ile U 

scienza «intana procede), a porgerò aiuto a Dante, smaltito e 
pericolante in iwr.&i al disordina polìtico e morato del suo ec- 
colo. Kgli pertanto sì polio a guida e l tap- 
presami* 1' nomo in gcn 
agogna elevarsi al" 
Sue, eV i la felicita pobbliea e individuale Uà Virgilio non 

C< mpagnaro il suo discepolo per infine al punto Mi 
'allegorico viaggio, • perù fin dal principio (tanno, I, ». 122} 

lo UIBVWM dicwdogtl, OODM 

• Anima tifi a eu'i ili mi* più ilrgna: 
Con ki tt Incero nel mio parure: . 

♦ quert' anima più degna si è Beatrice, In scienza delle comi 
; e, che imo sola distai tao da questa terni ed al ciclo 

miliario. C«*\ Virgilio, dotto a»*i l ino discepolo ad 

■•servare 1 tormenti de' rei, e le pene 'li quelli obfl Man pur- 
piada i lor falli (notandogli per tal modo gli scogli, ci"' I DODO 
sei no migliore dee cercar d'evitare), giungo nlln k 
Purgatorio : od è allora che, volgendosi a Dante, pli annunzia 
•SMrO canai Temilo ad un punto, al di là del qualo non può più 
nalla per te stesso diseernere (Purg. XXVJ1, v. 129)-, e poco 
sagra», ai comparire di Itootrico, »' allontana inosservato e 
«parisce, perdio 



Alloca 



• tm nostra Murimi fi.i dalla duina 
Dilli rotatila, intanili il iliicoila 
Di tetri il cui. die DIO alto 6 

|Pur| wmii i 



Allora non piò la scienza iitnnna. imi bensì la divina è quella 
che conduce o ammanirà l'allegorico viaggiatore: li tu- 

lio* e per essa, di gnudio in gaudio, condotto a fruirò della bon- 
D i ola più perfetta felicita promossa 

1' A da «no. 

ra dal bel principio, onderò con novello provo 
s Bovelli argomenti afforzando lo dichiara tìoui da litri date Io 
ho dello la solva rappr tentare 11 di ordini morato e p 
dell' Italia, e 1' ho deli'.' non solo perchè una tate allegoria apicca 
fixtri dai falli storici, ma perchè un simile significato allegorico 
osergo naturi : valore del vocabolo ttfoa. Nel linguag- 

r scritto e ggio parlato noi siano beno spesso 

mani mesto 'li '.ivo. adeguato e 

«sturali similitudini. Qual è pertanto qu Ila fi| ura di et 

•con t di disordini' " COnf 

no, sn non quella d un betco o d'una te Iva t Di più, con qnal 
frase nel designa Dante iste! otto del «rati 

asari nella di «eira erronea di quuta vita. A che dico 



■alia 



Si) DELL' ALLEGORIA 

simili gli uomini ignorai, -lice limili 

//tri ti' ani teina. E tc.lv.. /uio 

per rispetto a' molti e rari dialetti che ti ni parlari 
«noi: e di q >l>olo, a significare un luogo di di 

joando 'V. F ungui- 

« 'lie, dine partir. <\»lboll. 

i. secondo * Ma r chetti, e: locondo altri, a «-ni 

i! piaciuto ti sognarlo, è L' esilio di Danto Mu qua] aita- 

B QjOal ..- .11 ii..[i pinl'.'iixa di figura può mal da alcun ravvi- 
sarsi Era DI tclva e V etiliot Quale armonia potrà mai fare 
l'esilio di Danio io DjnMto pan quadro allegorici, on la po- 
tenta guelfa sia In campo ed in opposizione colla ghibellina, 
dalla quale un giorno verrà superata o diatrutta : ed ove l'uomo, 
■Muffito in luC810 alla cunt'uaiuuc u al disordine, viene soccorso 
ddatO dalla scienza umana e quindi dalla divina, non solo 
a disbrigarsi da ogni impanai •, mi aJtree) ad ottenere la pace, 
l'ordine e la liberta, a cui la civiltà fa ceutro, e da cai «avana 
la feliciti pubblica <• privatai H grandi seopo, cui l'Alighieri 
col ano poema mirava, ■ .ile: era diretto al vantaggio 

od ni bona della inlcru umanità, nou meno clic alla pace e alla 
felieilà dell' ui .:>luo. Se la selva rappresentasse teca- 

i lenta l' esilio di Dante, oli quanto minorerebbe l'iuterease ge- 
I de) poema! Allora lo scopo non sarebbe pU un renata); 
ed il Poeta, volendo per ai unicamente LotereMare il lettore, 
darebbe segno evidente di troppo egoismo. Ma la fallacia d'una 
g interpretazione s'appalesa bene di por eò stessa; percioo- 
chè odo che la aclva rappreaonti l'ctilio di Dante, e 

che il colui ii.i (eiecome vuole il Marchetti) aimbolo del suo ri- 
nsO, e della pace e consolazione eh' egli «peravn un 
. i , »' nuderebbe a cadere in questo assurdo ; che 
Dn patria, e bramando e tan 

tornare in Firenze, ine . ia la atcaaa l'irenze, che gl'ini- 

pediecc di pò 1 ecillc, cioè a dire di rientrar 

iu'1 «no ceno. Oltrediclie eèsemlo Dante etato esiliato nel 1302, 
nen polca sul principio del 1300 trovarti amarrilo nell'ameni 
i dell' aetlioi obi accentro dì questa oUatione si premunisce 
il_ Marchetti, ratuitamenta che cosi placano al Poeta 

ili fingere, noi pi<tromo al .Marchetti rispondere, eoe, facendosi 
pia rotte Denta ennnnilnr ne' tre regni I* esìlio eiecome futuro, 
e siccome da lui uni ancora provato, apparisce all'ultima ori- 
denza ohe quoat' esilio non e figurato nella aelva, poiché l'or- 
dine, l'unita e 1' andamento del poema resterebbero allora brut- 
tamente rotti e alterati. 

igearlo pio nvnnti la tesi prodotta dal celebre Ugo Fo- 
scolo, il dotto Gabriele Rossetti non aa, nò può veder nel poe- 
ma altro clic mi acerbo spirito antipapale. Adunane la riforma 
religiosa sarebbe, secondo questo moderno scrittore, lo scoi» 
e tinaie della ZWoAm Commedia; scopo elio avrebbe dovuto ot- 
tenersi, non tanto col mezzo delle armi ghibelline, quanto col- 
l'opera di una setta segreta, la quale servir»*! uelle scritture 
d' un linguaggio ooavcnBoualo od arcano. Questo linguaggio. 



DEL POEMA IH BASTE. 81 

dal Bassetti chiamai 

efsg ai osa no' lo;:- gli acrostici, è, aecondo 

lm, . no Bella n\m*Jia e io tutto le altro 

opere dell' Alighieri, lo nou fs; i 'na'idon si «travagli 

'lina ce*u il munto 

apparato 

di molta dottrina o • erudizione, «su noti lift potuto 

re alla «cvora critica. Dirò solo, elio I Rwsetti 

... ««tri a metavigl 

che le tre principali potenze guelfe, puro non upitga oonTe- 

nientemente le altro par :iii; anzi cado 

in molte ine*- .ere 

-. boa ardita tesi posa in sul fantastico ed in «ni i 

» altro interpretazioni sono «tate messe com- 

Dentatori moderni ; ammettendo lo quali, vaisi a cadere in molte 

uwii. I i guisa *te«ss che vasai a cadervi, ammettendo le 

nterpre fazioni òli i chi. Quoti dissero. 1' otoura e 

i «elea per la quale si trovo Dante, essere l' immagine 

de' " i-d errori, fra i quali egli trovava»! avviluppato; 

il di elle i raggi del Sol nascente Ul o, si- 

giuncare la virtù-, e la /ditti, il leont, la lupa, che il suo salire 

il tu» te impr. . mboleggiare fu libidine, l'ambizione e 

.risia di lui Nella persona di Virgilio, che ni suo scampo 

«i fciupei. liiia nel pei I' Inferno a il 

l'srgatorio, credettero bg Iloatrice 

die a eie moasc Virgilio, e che quindi fu (corta a Dante noi 
Paradiso, ravvisarono lu teologia. Laonde giudicarono elio il 
m*, riposto neir ulte^orin fosse il seguente: Dante pervenuto 
sD «là di 35 t in molli vizi vii mori-, 

«nitro levarsi ali ■ ta no lo impedivano hhidino, amlii- 

*kn» ad avarizia- La misericordia divina inandò allora in suo 
extntso la filosofia inoiale o la teologia: la prima delle quali 
e«i hrgli deli' acerbità «Ielle pene conoscere la turpitudine del 
vis», | altra dalla beatitudine de' premi la bellezza della virtù, 
W riconducessero ad odi vita morigerala ed onesta. 

Ma qualche commenta tot e del *e<-. od alcun altro 

**1 secolo pr>- ne di Virgilio 

sai canto 111 d . v. li.»7: 

• H ' SO'MOI buoiu; 

F. f*tù »r ll-iun ili l.- .1 . 

Beo puoi »aiici ornai, ehi 'I .uu dir mena: • 

la rpxal contiene por Dante una lodo, elio male ad caso conver- 
rebbe so si fosse borato ravvolto in tanta moltitudine di vizi. 
•Unta è figurata (secondo gli autiehi) nell'allegorico vocabolo 
«tire, pensò ebe questa non rappresentane già i vizi dal Poeta, 
ma piuttosto i viri e lo passioni del socol suo. Ma nell'uno e 
sali' altro supposto, comò mai per bandire dal mondo quo' vizi. 
abbisognava 1 opera d' un principe ghibellino ? Como mai questo 
valoroso capitano, un cinquecento aitcì e ciuf uè (DVX), polca 
distrugger la lupa, eh' è quanto dire (conforme la prima Inter- 




DI! 

tastate) l'avarizia di Danto, o (conforme la secondai l'ara» 

t M suo n lift, se la solva raffigurasse la irmi 

litui' . Iti, beoni i-Ma 

figura nella lonza, nel icone e noli» Inpn, clic jmr tre lixi rap- 
presentassero ? E l'eroe vaticinar te clic In lupa sol- 
tanto, non ivrebb'egl! dot ite atterrare l'iatara selva? Ne kì"»» 
i di Oasporo Gozzi; elio la selva sìa l'imma- 
gine do" vii del Poeta, e le tre fiore i di 
in m. • b d'Italia, peréiooclié nj pie. chiara, oc pH congruo al- 
riiìiì. ine da mia simile interpretazione. 

Il primo clic nella lonza raffigurasse Firenze, nel leone la 
Pianola, a nella luna la incoiar potenza de' papi, fa il sagace 

cono Diesisi ittoneée, bonet lerlto 
illustrato:.- c'i Dante Delle (nache ili questo dotto filologo ti 
valse accortamente il Marchetti, e fu coti da molti creduto il 
discopritele di questa parie dell' allegoria del poema. Vero è clic 

'■ 'tonisi fermò pW pertkoiataente le »ao indagini intorno 
• tre belve, nò foco molta parole lolle altre figuro simbo- 
lici» to primo, le quali altrettanto tnteroseano alla piena 
intelligenza dell allegorìa) vero e elio il Dioniai opinò el>c la 
eeira rappresentasse la suprema mngistxatura di Firenze, nella 
quale si trovo Dant<- nel 1300 (opinion ratta, ili eoi >1ìtò più 

aotlf'i: DIB I Diesiti enniiiiziaiiiln e comprovando pel primo 

quella bella e interessante scoperta, la quale ò stata tenie di 
altro non meno Importanti, 1 megli solo, che dai enitori delle 
italici e dagli studiosi drl difine l'oc.ta meritar dote 

ogni lodo ed ogni riconoscenza. 

La sclvn non può raffigurare (siccome volle II Dioniei> In su- 
prema nieejatralam della Repubblica li loecU di. 
cende D Poeta, che 1« noto tre fiero lo respingevano in quella, 
dopo eh' egli era a fatica pervenuto li dorè terminava, ne na- 
scerebbe onesto leoneie ed InreroainrU concetto: che nflatican- 
dosi Dante d' uscire dal s'io priorato, Firenze. Francia e lìoraa 
re lo ricacciassero a suo malgrado L'oHesJoM e giustissima, 
ed ò dol Lombardi Ma il Lombardi, antagonista aéorrlmo del 
Pi. ■ni::i. rilevando per rraosta parie IMatmatùtenia di cotale di- 
ehlaraaione, tacque d'Ogni restante: liei che peccò o di timo- 
rosa prudenza siccome ecclesiastico, o di riprovevol malizia sic- 

i., .-omo dice il Rossetti, ft corruzione ili Wolfj e come 
»i ha dalla storia, Corrado QuebeÙng e Iyotnrio Wcilf furono le 
maligne radici de Ghibellini e de' Guelfi Animosi ritali, si 0OD> 
Instarono il trono imperiale, dopo la morte d'Enrico V segnila 
USO, e a'Ioro partigiani trasmisero latta la propria rabbia, 
èi prolungò di generi ;eriexazinno n desolare l' Ale- 

magna o l' Italie, «eli' alternare delle rieendo, i pupi si posero 
alla testa de' Guelfi, o gV imperatori a quella de' Ghibellini, Or 
come ire// nell' mitico e moderno llog "fica 

lupo, ecco il perchè i Guelfi tatti vennero fignratamento cl.ia- 
rnati lupi; e e Ivennta aldo di Guelfi, fu da Dante chia- 

mata Io naladelta t tvrnturata/a**a de' lupi (Plug. XIV. r !>i). 



del poesia ut t>\mt. 33 

Molti tm ; quali [) 

p« ee-eiu, 

ilio Ugo- 
lino e ùVaaoi figli, dive cb.i i ,„o 

• CsmIbmiU. il lup» * i lapidai al non 
« li poi XXV, v. 6. del Parodi*?, dove, parlaudo di si medesimo. 

li lupi tilt gli iiaw.1 guerra; i 

« li nel XX IU tt**a Cantica, doro i tornili i. 

— -.api dei Gai :io da lui chiamati 

Ih vasta di f ;.-.:i: «. . 

il Bello, e da Bordello mantoraiio 
iPttrg. VD, r. 100) chiamato il stai a, « da L" 

Il Olili pi 

III 

SW.c! -,i , - 

I questo veniva i il munnrea francese, 

7»t U vaniti d' laoi rli affali eccleaiaatiei, a pai il 

saperlo fino di il noi* la t>i. 

parale do' papi o lo turo pretensioni, a fomentar» le discordie 

ibWiche. IH qui i lunghi o I Denti 

od Po. l'urte. XVI, v. 106; Pura XX. 

Purg. XXXUI.v « ec, l'r .( Ilo dui re Filippo era 

In Italia ■ 
flaaao ! a far la eonqi ragno ili Sicilia 

La poaeanzn • ora pui .li otb grande e temuta, ed 

,'iirata sotto l' imagino del più forte 

dagli animali. Altro argomento positivo ci è questo: che l'arme 

> era appunto un Icone; anzi il Roaaettì asserisce e di- 

noma, come ogni principe della caan di Francia veniva figa- 

un leone. Clio il leone poi «la simbolo della put 
fraacesc, lo manifesta Danto nwuVsimo nel VI, v. 108, del Pa- 
dicetulo Como gli artigli dell'aquila imperialo 

• k pia alta fon Irnsxr lo ««Ilo: • 

e quali parole è Indubbiamente fatta, allusione al monnrea 

• olle dalla l ililbellini. 

La Ionia poi A l'irenro, per più coso in casa fiera simboleg- 
fisti'. !_» pai Ha pei/.?, la quale indien una 

l e leggiadria di quella città. La seconda « 

ra e orata vtoUo, il quale accenna alla sua, 

itiis, tacendo accorilo con quanto il Poeta disio 

ia tari luoghi d- ; [armento nel Purg. VI, 

•■^rea o il pel i. i macchiato, il qualo non 

.ndo altrn elio una varietà di colui i, allude ni veri por» 





ra- 



te '■'■•■ 

lo. nr.n-« di Ffavnra 

Io di bianco r. i 
:ic liscilo, re non altro, appreso dal Tetoro del suo ji 

ve ti dico che la pantera iia 
bo v nero. E i Ghv 

ne Bianchi e rfcrl, il Poeta 
ti valse d' oot ibnfl Bgors. 

Din) ora qualche parola intorno i viri caratteristici di i 
potenze guelfe figurale nelle tre ' Ivo i iran ri nvidiosa non 
imito per li ina condixionc li repubblica democratica, quanto 

£fr buo vizio particolare « distintivo. Tale d il carattere i 
UBO gli BtOrtol ini, il Villnni. il Compagni ed altri: e 

Danto i ma la nominò pianta dtl superbo e im 

Par. IX, v. V>1\. ora la ditte nido di tanta matii 
(Inf.'XV, v. ìé>\ ora la chiamo pfena tf fa ioVa ti afte ne In 
tot VI, ». 49). 1/ andare eot/o Ut? alta è in- 
■ ili taperbia; od appunto colla test' alta procedeva il Icone, 
irmnnginc, corn' ho dello, della possanza francese. E poiché la 
superbia nasco dalla bri ppa i itSmaiione delle proprio forze, per- 
ciò lu Franchi, pei tenerti pia di quel eh' eli' era forte e pò 
tante, cadeva a quel rido, oon eoi la va caratteristando il Poeta. 
P 'ho poi Danto chiami avara la lupa, cioè la tecolar potatasi 
da' papi, vedilo, «e ti : XIX, v. 119. dall' fari, nel XXVII. 

v. pS, del l'ar. , ed in molti altri luoghi del suo poema. 

Effluente va\Y invidiosa Firenze esercitavano la 
inveri a Francia e V avara Roma, talché tutti e tre cotteti . 
vanivano quivi u ronderei tiocome Indigi ai e perpetui, e i 
misera repubblica facevano un cninpo tal.- ili ilimmliui e di 
serie, quale tien dipinti" daj Poeta nel VI. v 127, del Purse- 
o, ■ quale ileo rappieeantato dagl'itterici coni 

meno Sospetti. !'■ i' ipi.--.ii. il l'.via fa dal BUO maestro RrUD 
chili maro la cittadinanza fiorentina, Inferno. XV, v. 68: 

• Crnlr avarn. in\nlio..i r lepCfbS. • 

E nell' incontrare fra i golosi fluf., VI, v. I-i) quel e a palone 
di Ciacco, domandagli qua! ò la cagione, che rende ti di», 
fra loro i auoi concittadini, e fa rispondersi: 

• Rtperblt, Invidia ad •> u tela iene 

Le tre l.nillf. e' liorno I cuori areni. • 

Adaaqoc quando l'AUgk 88 anni d'età, c<I era uno 

de' primi magittrati della repubh salina, conobbe 

(irova di essere in mezzo ad un gran disordine morale e politico, 
ii cui era smarrita la diritta na del ben pubblico a 

li allora, siccome buon cittadino e zelante magistrato, mirando 
alla ' t, sua nazione, si adi latta posta nel 

sedare quelle feroci contenzioni cittadinesche, dalle quali proce- 
deva ogni male. Tutti i biografi di lui raccontano come nel 13<X) 
(epoca appunto della visione) fntwc, per l'avveduto buo 
e per l'opera tua efficace, rimesso l'ordine nella città di 
renze, tutta (come narra il Urani) in {scompiglio e in (rata 



I>n. roCMA DI MITO. S6 

r estere a fronte e in alto di 
.ri e de' Cerchi. i». ma pwc io I aitato 

«uà sollecitudine, alludi mente i ■ 27 

■ .iota I. coma al noi novelli afoni pei 
■centi ■ ■■ •■ DM l'i Ut h pnbbnea pace e prosperiti. 

• •«> gli ali fino al 48. 10 di 
eoono aUoraqnando immitchioi 

«o«n« i «osili sono illuMoni a rkotaaio, co»l illusoi ii 
era la »ua fidanza eli riunir collii forza uell' intento, e. 
Ini «tato lanciato il privato poteva 

.1 era quello della parola. 
'Ore appi^i 1 1 
valevole abbiiagiui del soccorso <li tutto le ie1«D: ||ue> 

ler voleva alla rigenerazione della im 
maeetrara o condurre da Virgilio, la Kìeaza de 
coso umane, e eoe divine. Che 

1 11 -i tnl simbolo rapprt'jriilato ded u da 

molti luoghi particolari V il' Inf , IV. •.. ',.. 

nmt> - '■ ; Del VII, v. Il, i.' 

«V» gentil eie lutto tepve ; nell' Vili. v. 7, il mar di tnl! 
•r»no; e nel Purg. XXI. lio egli stesso, parlali 

iti ano db lice noilrtrogli oltre <jiw\to il potrà MI 

■ia temolo, eoi;, come boi e e pongono i cornine gli 

narrerò quanto l' timorati potrà duccinerc, q 

£ii ?izu unum, in ito io valgo 

*l chiare in modo eguale, so non magici i, XVUI, 

• Quanto rasi 

I>ir li ro>«' in: ile indi in 11 1 

l'or 1 Rmltitr. eh' e Opri ili fcilr. • 

l* quali parola *« ci iteetemeote Virgilio c**cr 

firor» dell* wienzn uinan», ci ::o e»- 

. divina. 

il poema eoa! concepito, diveniva il mezzo o l'istra- 
1 condurrò gli uomini dal disordini: e dalla barbano al- 
l' Online ed alla civiltà. Ma perchè a procurare la doppia ri- 
forma ila morale la politica) Abbisognava non solo la po- 
*♦"'« della parola, ma altre*! quella 

*So», «est* l' eroe ghibellino, e appunto l'ultra nnecsaaria pò- 
taz», U quale, procurando più specialmente, la riforma politica, 
«ni, nere l' mi-: remalo nobiliMimo Ime. 

• Come I' nomo (dico 1' Alighieri nelle ultimo pagine della 
■a Jtfbaarc. fra tutti gli enti partecipa della e 

gli enti a dun ultimi 
™ e ordinato: de' quali 1' m\o i: finn dell' uomo secondo < li 
v OcvTtr ,ltro è lino suo secondo eli' egli è incorni'. 

Dania provriden:: m poi errare, propose al- 

l'nan, [' ano la b 1 vita, cho con- 

mt* nello api razioni della propria ritto, t j ri terrtitn par*- 
dio (la sommiti del Purgatorio) ti figura; l'altro la beati 



3G l'i: 

•li rito ctonia, i» quale en >•- dell'aspi'' 

illa quale li propria ritta non pad salire, ne non è dal 
tUrlno ita . •• wa»*l* pil paratifo oeleMiak tfàittBde. 

A ijih.i,- iIm ! > • - : 1 1 1 1 1 1 < l i 1 1 ■ , coma :i diverso conclusioni, b! 
[versi nirzii rcnii rocche alla prima noi pervo 

cimimi' tiramenti filoiofioi (scienza dello COM umane — 

Virgilio), pura alia Quegli * ■• locando la virtù morali ti 

iululli ■: ■ nulo. Alla feconda poi per ijii ammaestramenti 

spirituali, ohe trascendono l'umana ragione i Ila bmc 

- l',i':iiiii-.", purché quegli leguitli i, operando secondo 

Ih virtù teologiche Adunque quotto dua conclusioni < 
benché ci siano mostre, V unii dall' mnuuii ragione, la 
po' Illusoli e' v in l'altra <Jnl santi la quale p*i 

■ '. pai l'oioruo Figlino! >ii Dio, Qi 

rarità soprannaturali a la comi a noi 
necessarie ci rìralo; aiontedlmeno la umana cupidità hi poepor- 
[li uomini come cavalli, nella loro bestialità »ag«- 
. umili, con freno i" 'ii ressero rattenuti, Ondo o'tu bisogi 
I" uomo <ii due li ecoudo i due fini, cioè del sommo pon- 

letico i io), il quale, «econdo li 'ni, dirizzasse 

dono alla felicita spirituale e dello impei 
(Veltro — potoria» dell'acmi ghiboll il .pialo, secco 

i uioiai-lramcnti MoSofioi, alla felicità ilii i.'..'..'ls*C gli 

uomini " 

Queste parole dell' Alighieri, finora state neglette 
intcìp Divina Commedia, spargono (aula lucesull'a 

gomcnto da me preso a trattare, che dotami a erede 
noii verrò, ai com' altri, tacciato d' astenni aggirato fra 
ed :i fantasia, l'or queste anzi puro a me ria 

verni ogni dubbicxx.i, o troneursi ogni eontroversia intorno si 
Stoma allegorico, come anche poterai spiegale tanti altri Ino 
■lei sacro poema, elio a taluno sembrarmi frutto del capri 
del Poeta- Giada, Bruto o Caseio sono, a engion d'osompio, posti 
da asso fra le xnnne di Lucifero: e perche. Y l'èrebi alla feliciti 
dell'uomo «scudo necessarie (secondo il coucetto o il sistema 

'Mote qui sopra veduto) la religione cristiana e la monarchi* 
, uè veniva che costoro Fossero gli uomini i | 
.li pena, dap|ii.icii.'; I' uno nasi opposto al fondatore dal cri 
nctimo, (eli altri ni fondatore della monnrehia. Coni nella Epi- 
stola a Cane Scaliatro noi troviamo parole, le quali validamc 

•rtuno lo dichiarazioni che sono andato linoni eapOneudo: 
« Il «oggi Commedia (egli ri dice) secondo la sola lot- 

terà considerata, è lo stato delle anime dopo la morte, preso 
perone di omo o Intorno ad esso il processo d; 
tutta l'opera poi ai consideri l'opera secondo U 

Dia allegorica, il soggetto & l'uomo, in q • per " 

là dell'arbitrio maritando a domerii nulo, alla .u'iuetìeia f 

premio o della pena i sotto] . Il genero di filosofisi,^ 

condii II ' . ò operazione morale ossi» et" 

pcrclocchfl non alla specolaxiourv ma alla pratica ò stato il t: 
ordinato.... Il fino poi si e rimuovere coloro che in questa vi 



sfarà 




DKL POEMA DI DAltTZ. 



: : ;7 



tiiooo, dallo etato di mi«ria, e Indirizzarli allo stato dì re- 
Eòli. . 

Lceo adunque in poche pnrulo il nesso Ut-li allegoria: La gra- 
di oie-venientc (vaio a dire la ilivinii misericordia) avendo cotn- 
Y<Miiooe dell' uomo «nari ilo e pericolante iu metto ul di. i 

• inoralo del ««colo, lo d>.'gnu d' uu raggio doli* sua 
paria ìQaii: : I ira quoti' nomo, che, sebbene brumoso di 

pt m a ir e all' ordine e alla felicità, non seguiva dapprima che il 
talento, è preso ad ammaestrare e combine 
alla KÌtaxa delle cose umane, che muovo e trae origine da 
■rulla delle coso diviuo. Ma dulia scienza umana egli non vien 
(«•dotto «he per i dna terrestri limile della cirilo filo- 

Mia; e però ad • i pei le sfere celesti, open 

all' alluso fino, eh' è 1 >irn« d'altea a pia nobile guida, 

tilt n dire della scienza divina. Quo:: : patte mo- 

raV, ocna al fine della felicita dall' uomo individuo, Quanto alla 
farle politica, ossia al renale dell' umana civiltà, come 

a rWfliue era prodo:i tioao partito guelfo, cosi dal rfa 

lieto eroe ghibellino, da questo ptofctixznto inciso di Mio. rarri 
distretta la guelfa potenza, e procurato il ritorno dell' ordine, a 
eoi & corona ogni gioia ed ogni felicità. 

lo è simmetrico nel divino poema. Un genio d' antitesi 
continuato e costante circola, come spìrito segreto, nella sua 
ina macchina, le cui parti con armonia mirabile si corrispoii- 
MCM, sino al punto che, su tu acuopri un luto solo delle eoi 
tappaste figure, può; tenere d'aver discoperto anche il lato 
contrario. Quest'amore per la simmetria eoa può agevolmente 
in Dante riconoscersi, è da lui per principi] professato; ondi- nel 
«a» Convito scrive*: • Quella cosa 1' uomo dice eaicr bella, lo 
Cai parti debitamente rispondono, perche dalla loro armonia ri- 
salta piacimento (cioè bellezza)... L'ordine rende un piacer* 
eoa io ohe d" armonia mirabile. • Questa simmetrica correla- 
ste, noi fargli mettere in contrasto la mac- 
ini' 



ale colla celeste, produsse in sua mente altre! 
che la sua immaginazione cangiò in pitturo. Ciò lo 
Berto a faro il suo Lucifero trino ed uno, perchè Iddio è tale; 
i luogo dove 1' nomo peccò fecondo*! degno di morte, e 1' altro 
!o e futto degno di «ita, antipodi fra di loro; 
dicci I gironi nell'Inferno, dieci i gironi nel Purgatorio; dieci 
i circoli nel pax» ibolge e Lu ..o; dicci le 

Da questa particolarità, poco finora osservata, del pncim. 
sS Danto, discende la eonchiusi<>uo, eh* le spiegazioni degli an- 
ali iuterpreti vanno assai dilungo dui vero; poiché per case 
■ea riscontrasi la voluta corrispondenza dalla ligure allegoriche. 
8» B reltro è (conte tutti hanno inteso o dichiarato) un eroe 
elnWliim. conri- -.ita che la sua contrapposta figura, 

rise la lupa, a cui s'affiliano la lonza e il leone, non altri eia 
«ie il Guclfiamo. Infatti, e per la ragione medesima, noi _vc- 
■roto In opposizione fra loro In «fitto tlvaggia e il rullo giar- 
Uè; Y nna in una bassa valle, 1' altro su di un eccelso monte; 



"w parte morale nciir 
"superbia o l'avarizia, » ìli particolari di 
ti il veltro citandosi d'umore, dì a:i; 1 

■ fotti I' urtiti -i i"-r la parie 

fiiii-i- ii'-i <■. .■-■■< ìi! poema 1'auegoria, al peti 
d significa nella Irtltra otto S ■ ■ . ri pi 

-iccondo ciò chi! dice pur nel Con L'i (ol t| 
milito della civile. Ora per tutti coloro. I 

fatto il Benso politico, tennero unicamente diJ 
tale, l'allcgoii» sarebbe, press' a poco la aeguf 

Dante (A T umanità i, 

rionale, la potenza sensitiva e la vegetativa! 

trovandosi nella selva delle passioni, 
ignoranza, sforzandosi di ascenderò all' erto 

listo dalla anpienzn, n'e impellilo pia speJ 
Ila, avarizia e superbia. E questo Iti 
continuo e si gagliardo, ch'egli è quasi I 
fiilto l' Impresa, quando a sno scampo gli ai pr 
Questi, eh è figura dell' umana ragiono, d 

alla cognizione dal tare e del retto, il co 
trae di quella mina, or" egli tornava a cadere. I 
ciò foro A stato mono da Beatrice, cioè dall 
Igica, aiutata dalla grazia preveniente (la Di DM 
I grada illuminante (Li I conforta 

(quel pericolo, ma pur lo invita a seguirlo, gli si 
stro, e lo snida pel regno do' morti, affili 
JHipplizi del vizio, o no concepisca «pavento. Lo 
MI l'iirgatorio, ch'i la ria dappiimn faticosa, 
Jole ed in fine diletlo-a. che l'uomo deve pera 
Vere alla pace ed alla felicità, cioè mori 
natati, correggendosi degli errori, o cositi i 

Ji'tù. Il timor della pena, il <!■ 'lo. 



DM. POEMA DI PASTC. 39 

m tolta) tono più «pccialmcnte in questo pa«na Io allegorie: 
I» morale e la politica, altrimenti detta da [lauto «lorica. Ben 
t tcro peraltro che talvolta predomina la prima piò elio la sc- 
aada, ulaltra la «coonda più che la prima, e npawe Tolte p- i 
intrecciano l'atta coU' altra e si confondono : ond'4 ohe il io- 
li» Koiure e tutto, ««coudo die molti fauno, «piegare per mezzo 
•'no »ti due «crai, ricaco opera rana; lauto;- 

■km dtJUt figure allegoriche, come il veltro e il dux, non ti 
Molano ae non per la parte politica ; altre, come Lucia e la 
Dona gentile, non ai prestano ebe per In morule. Adunque in 
nmll ohìaIìbuiO; cioè, elio duplice è LI oeuoo allegorico : e poi- 
dà >1 ebbe, e >i li* ancora, chi non vuol vedere nella Divina 
C*wmtiia che un' allegoria morale, noi a dlmoetnn evidontc- 
•eote ebe ri li deo redero pur la politica, abbiamo creduto do- 
•tr (uè il presente diacono. 



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DELLA 

DIVINA COMMEDIA 

CANTICA PRIMA. 



1/ INFERNO. 



DELL' NO. 



CANTO PRIMO. 



TtaYalau U r«U ttaarrito U uà Min latrieaU ti stenta, ti «I arsirà lutti so» 
a r al i. «J Kacttoaa nlb'M tini», c«ntinoU a tallio tu per un colle. guada |U 
un lionltv ih Iota, a leor* • ani lupa. rat l« rleacltno Ter» li Mita. 
CU ..j »f itlin TligiL*. «le le tleonfoiu. » «li ti offro a gnidi pe» trtrlo ti li. 
lUfiil» tuia mi r Intera* • H l'urfilorlo, donde DeatrUo 1' iuoIiU- poi rul- 
lata. .1 rUkU» t D»U lo MCM. 



Nel mezxo del emumiu di nostra vita 
Mi ritrovai per un» iclva oscura, 
la diritta ria oro amarrila. 

Ahi quanto, a dir qual era, è cosa dura. 
Quésta taira selvaggia, ed aspra e forte, 
Cfao aul pcnsicr rinuova la paura ! 

Tanto è amara, che poco b più morte : 



I (taf a il farla ■ - qot- 

. .»«, i[«jud.xt1l era •H'inuM al 

lialiileii 1 ' ■'<» 

a.1 «ara» «VaMawaa *«!l tuia» alla, di» 

ip. 2J. 
■iil»q'JÌelo II 
«ila ÌB «ni ™nu I' a:n.ti Ali Ve*- 
te proeM» i 
U tu.;- .Ini il al 2* Man»: 
la oil li in.in- i fa- 

ille) 

:. d.< neo 

•tappi» A'I 
• i dal '. ciò* 

■no» (li iaal 
.tao malato alcuni dagli 
■ 
par la psf.it olir», coauue |1| UH «I 

al tatai M i'sr. 

[aU* laaaaa|UM «a «aeila aitar a ael- 
hotta T-i - «Dotalo 

.tato di aa'Mitai i 

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ut. Utili l|UXlt Oli 






)' Italia, .limita dal pirltjjij.ro il 

I IL> mi lettera a Cut 
Scaliamo maliifi-lti'i Danlr i!ir udii un 
Mio, ma pili senti ti unoaiui. 
alligano di quell'opera. — l'ani 

I figura dell'uomo lo tenero. uoo 
per anco annuitati-aio dallo intuì» pro- 
fine e nere. 
I II <*« qui tilo in lat, io flM ; come 
l tedio al terto 13. 1» altri quello 
tlt apici; i»i pur orrcioctAi. 

4. Ooltnlad : À>i< «natili > tua dati. 
increiciiole, a die», narrale, «noi ere 
fatila atlea ce. 
3. tttttOBio. menila a diitliiltli; aspra. 
M, folla. Intricala, dif- 
lieti* a panare Nola arleo titoaotie ; 
quasi un luprrlalnn di'lr uìi-x. corno In 
cor» tarerà». (.F.O., II.', 
1. Aironi Intendono che l' epiloin ama- 
ra ti riferii» alla tale»; altri illidara 
iii|iriiadi raralsarse : alni ili' ultimo 
: i o sovra. Il rollo andamento «or- 
rcblio chi ii ni. finn alla dura imprtta. 
ma poicli' ili I mrntlonl Irretii 
.h latlebl potatati, può 
■BWalta idea; non mal peri ali» patirà. 




41 






Ma 



trattar del bon eh 



i P. 



(rovai, 

Dirò dell' altre coso ch'io v'ho acorte. 

l'nou so ben ridir com' io v* entrai; 
Tant' era picn di sonno in su quel punto, 
Che la verace via abbandonai. 

Ma poi eh' io fui appio d' un collo giunto, 
La ove terminava quella vallo 
Cho m'avea di paura il cuor compunto, 

Guardai in alto, e vidi le sue spalle 
Vestite già de' raggi del pianeta, 
Cbe mena dritto altrui per ogni calle. 

Allor fu la paura un poco queta, 
Che nel lago del cuor m'era durata 
La notte, ch'io passai con tanta pietà. 

E come quei, che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva, 
8i volge all'acqua perigliosa, o goti ; 

Così l' animo mio, eh' ancor fuggiva, 
Si volse indietro a rimirar lo passo, 
Che non lasciò giammai persona viva. 

Poi, riposato un poco il corpo buso, 
Ripresi via per la piaggia diserta, 
SI che'l pie fermo sempre ora'l più basso. 



»o 



». 11 Wm * 1» eocnliiODe del «Lio. 
acquistala por itl'lniok'nirrx riti Ji Viriilio, 
del quale narrerà in appresso. 

9. allrt coi», l'.io* del cullo, della Ir* 

(li. Non u bla ridir» com' «i »' entras- 
se, ptreb», i|u»i scoia accorgersene, par- 
tecipò, rispetto al senso morale, degli er- 

i secolo, », rispetto al senio poll- 
lico, si trovo immischiato Dello fallimi 
dei inanelli « •!«' Neri. 

13 l'or la cima di qn'slo colle, op- 
posto alla valle dilli levo in- 

. locando il senso morale, la coo- 
solatlooe o la pace, la quale si perrleno 
a soderò da un'anima virino,». 
dalla grazia celaste; • Del sensi) politico, 
la paco a I* felicita, la quale. Tinti 1 
Quelli o fermata I' anioni» doli' Im 
puro Ialino, Danto sperava di vedere in 
Italia. 

Tievufo di tour*, angustialo. 
I*. ne. del 

illtjori» dui nascer» dal 
Sole ■nlrriilcrji : >.,m •.ho lo conforla- 
sano a sperare. E anebe Immagina Hauti 



* 



elio lo ilatdUmtnto dell' Impero la 1 

sarà all'Italia come us no 

falla SOUO qneila llgura egli presoci»» •• 

nna lolUra Ialina il rwlr» d'Enrico "°* 

peratoro In Italia. 
(». per ogni citte, per ogni » ijaaja»- 

(ai ,ii 
SO. 11 taf», cloò U civili sci canST** 

icrapr» abbondarne di saldar- 
si, pitia, affanna, doloro da indurr» 

pi.a. 

SI lino a/T'ieeafo, respiratone affi*-' 
nosa. 

SS. **' oacop ragoiri. eh» laU/ira ara- 
spaventalo, locuiiooo latina, ««f««i' • J »> 
a«imwr. 

•n Non lasciò viva alcuni penosa. 
vale a dire, doso non cnlrc, aleuto cbe 
non ii restosi» mori' 

50. Con questa frase accenna la le»- 
Iona la cirenposiniir, eoa cui proer- 
dosa su per l'erta. Andando in tal lata, 
il piede formo, o su cui gravita II cor- 
po, o sempre aensiliilnitntii più liana dsl- 
1' altro che frattanto s' avassa 
allo. 




CAXTO PMMO. 

Ed ceco, quasi al cominciar d.'l' 
Una lonza leggiera o presta molto, 
Che di pel maculato era coperta. 

E non mi si partili dinanzi al voi I 
Anzi impediva tanto '1 mio carominn. 
Ch'io fui per ritornar più volte vòlto. 

Temp'era dal principio del mattino, 

■ E'I Sol montava 'n sa con quelle stelle 
Cb'eran con lui, quando l'Amor divino 

Homo da prima quello coso bolle; 
SI eh' a bene sperar m' era cagiono 
Di quella fera alla gaietta pi 

L'ora del tempo, e la dolco stagione: 
Ma non à, che paura non mi desse 
La rista, ohe m' apparve, d' un leone. 

Questi parca che contra me venesse 
Con la test* alto, o con rabbiosa fame, 
SI che par» che l'oer ne temesse: 

Ed una hip», cho di tutto brame 
Sembiava carca nella sua magrezza, 
E molte genti fo già viver gramo. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura eh' uscia di sua vista, 
Ch' So perdei la speranza dell' Altezza. 

E quale 6 quei, che volentieri acquista, 
tigne 'I tempo cho perder lo face, 



45 



«0 



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» 



» 



ìtm, rr&ind» atea fjtli pofhi 
!** te a'rfn o pu;tia ioti 

l'ai ùntimi, ma fiutila è più ripida. 

"• La lieta o paniera, aglio o di pelo 
' ' di piò colon, il leone e la lupa 
!* Ut lo appretto). tiitniQcino mi tento 
"••a» riaridia, la toporbia o 1'atarliii, 
*» l'tfacaiono all' nomo nel conterul- 
•■••«•ila >IMò [Vedi Inf.. Cimo VI 
' Mainili Htm pol'lici, In Ir- 
li potesse tuelfa ebe leoeruo 

™*a ftnu. «d mutuo all' autohi'. 
■JJpalt, » per wnifcorMi al ristaili 
■Ma iaH'oraln» • dtila peee. U Ini» 
1 tarasi ditlaa la B 
**• I» eaaa reale il Francia; la lesa. 
* l " wi » rottala. • la pc-Unta lerapMale 
»r«K T.dl II liiieorte auH'Allaioru 
« rtBHi.lo del tclusM. 

*■ Kq tolto ruoli* intuirà per re 

•Va». Il $,U ara in arl-l». lampo di 



priraatera, in eoi, fecondo l'oplalon* 
d«|ll antichi Oloio'i e di alenai unti 
l'sdri, fu ili Die ertalo il tri • 
Vette, creaziono 6 moto, e moto è erea- 
iiona. fecondo San Tommaso. 

*!-«. SI che a bone «pcrare di quella 
fiera rettila ili gaia pelle, mi sta carlo- 
na l'ora matlutina, o la ttagione di pri- 
matera, tempo In cui la belletta dell» 
natura più facilmente dispone (li animi 
alla dolcetta. K per Irne latrare d'I <*>lfa 
riera intendi l'ammattrte. — Alla («ietta, 
dalla, colla pi 

M. tentile, dall'ani, rea/re, par tr- 
ame. 

8J, SS. (.infila mi cagiono ti grate ror- 
lomenlo colla paor» cb« altrui melica 
colla ina Titta, col tao aapalio. 

lata di ciungero sili toro- 
mi li del moote. 

SS-W. E come colui eh' e dttlderot* 
di (osdaiaare e il attuila e pluf*. 



4i> i'Ell'iskebnu 

Ci» n tutti i suoi pcnsier punge e s'attrista; 

Tal mi fece la bestia senza pace, 
Om venendomi incontro, » poco a poco 
Mi ripiugeva là dove '1 Sol tace. 

Mentre ch'io minava in basso loco, 
Dinanzi agli ocelli ini si fu offerto 
("hi per lungo silenzio parca fioco. 

Qnand" i' vidi costui uel gran diserto, 
Misererei di ne, gridai a lai, 
Qua! che tu sii, od ombra, od uomo certo. 

Riaposeini: Non uomo; uomo già fui. 
V. li parenti mici faron lombardi, 
E mantovani por patria ambedui. 

Nacqui sito Julia, ancorché fosso tardi, 
K vissi a Roma sotto '1 buono Augusto 
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 

Poeta fui, e cantai di quel giusto 
Figliuol d 1 Anchise, che venne da Troia, 
Poi che il superbo Ih'on fu combusto. 

Ma tu perchè ritorni a tanta noia? 
Parchi non soli il dilettoso monte, 
Ch'ó principio e cagion di tutta gioia? 

Or so' tu quel Virgilio, e quella fonte, 
Che spande di parlar si largo fiume? 
Kixposi lui con vergognosa front*. 

degli altri poeti onoro o lume, 

Vagliami 1 lungo studio, e 1 grande amora, 



quando giunge 11 tempo «he (Il fa per 
dee» io cou guadilo JU; Ut mi foce, 
ini ridane, quelli |.,<iia prua di paca, 

CO. do» 'I Sol lari, ciò* il fondo oicu 
ro della «alle. Tattri e lo delio <be 
cenare dalla coniuota speranno!, alme- 
o« aisnUmenl*. 

Sa. /lece, falco, debole per eter mollo 

.MleforleuMOto fora* tuoI Mf»i- 

Ocare la noncurante, lo (ai ora fino ai 

•poi lampi giaciuta I' «pera di Virgilio. 

OS. Chiunque tu ali, o fantaima, od 
verno Tiro a tiro, 

*SQ. 11. Nacqui alquanto lardi , 
(•Mia dire d'cietr «aiuto »olt> i.iulioCe- 
aar»; • poro ili» «olio II buon Augurio- — 
.eno pone Virgilio fra fll (crii- 
Uri dai laoipu <li mi' i OSOI», ina Ira 
Il eoa fiorirono tono Augnalo.— Vir- 



gilio oieqiio O) anni aranti Uot4 I 
quando Giulio Coaarr coutara i 
anni; ed al ne sieri iS. quudo I 
Creare fu nt,- 

1J, f*IH e «■riardi. • DltS il fllao | 
incannare, • lui. la. . nV A; OH. Aduni 
pub aiaaro la filma unta bugia. 

14. Enea, figliuolo d'Anchiie. 

1S mprrle Ulti*, • Cecìdilqna eap 
barn Illuni. • «Sa., 111. — roatoairo. , 
bruriatn. 

16. noia, qui tal* trilioliiiont, affa* 

SI. Bdpoil lai. rlipou * lai, Gli ai 
chi tarsiano apeno I* prepouilom 
atanli i pronomi di poriona. — e** « 
eoeMM feSSli, tornente, dimeaaa | 
rupollo. K Virgilio nel (omo morata 
«nenia emana. » nel aauau polii, :i 
cantore dalli llnnarrhia, 

•:.. iag..ami, ini Yalta, mi (lori. 



CANTO I-BUIO. 

tu m' ltan fatto corcar lo tuo volume 

Tn Be' lo mio maestro e lo mio autore : 
Tu se' solo colui, da cu" io tolsi 
I-o bello alilo, dio m'ha fatto onore. 

Todi la bestia, peor cu' io mi Tolsi : 
Aiutami da lei, famoso saggio, 
Ch'ella mi fa tremar lo vene e i polsi. 

A te convien tenere altro viaggio, 
Rispose, poi elio lacrimar mi vide, 
So vuoi campar d'usto luogo selvaggio; 

Che questa bestia, per la qual tu g 

ii Usci* altrui panar pw la su* via, 
Ma Unto lo impedisce, che 1' uccide : 

Ed ha natura sì malvagia e 

Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo'l patto ha più fame che 

Molti non gli animali a cui s'ammoglia. 
E più saranno ancora, influ -.li-.-'l Veltro 
Verrà, ebe la farà morir di doglia. 

Questi dod ciberà terra nò p«l 
Ma sapienza ed amore e virtute, 
E sua naation *nra tra Féltro • Feltro. 

Di queir umile Italia Ha salute, 



47 



» 



11)0 



104 



tot allcoUnienU codiIJc- 
•"•i «Murt. 

"• n Ulin kìu ci» atta Lilio onoro 
• *•***. n.qotlU «a lui uaato nel tuoi 
•*eHi I iella iasioni 

*• •arfla prole (1 1 antichi Talea. 
"*• •!«*» Pini* : • attor* • cor 
•■•■■a Ceti. 
M *»^ll| io lue Aiti 

"-•eiMeil e ri*, 'dalia;!* . 

•*. • <t mu l a ì- ■ HI cor- 

***!, reato il fruitale Mal 

100 limi, M l tante morale. <bo molti 
m * I «il, tomi U frode. Il Iorio ce- , 
•Mttlniiati it unite* l'ai 
•"* bìlico, natili «ano i p. 
"[««Il Beau »i col! 0f « pai I 
■■lui pule i 

**l. Il r«lt>«, ■old ertrtii 
''■** Glandi gealirai ijton» 

' Italie ijipm 

•faieiU. TlIorotO Capitano filli' 

illn Uà» |- imperatore. Ma ir. tutu a 

a ieiu|irc un 

Btttaa fini»:' no a fto&t. 



crii iloerà decere lo coma al ror-liiimo. 

103, 10*. ijioi'i non I»' 
duini», ni della torre ne del d 
ma accoglier* lo te la upicuia, U booti 
e la tirili. Ptllto f augno lafilnaio eoe, 
ar.onlo uro ; qui * preio por dentro lo 
leoerala. 

103 Chi noi Valico ini.- i • '. 
intende (he fra l'elico e ««Uro tu ac- 
cennata Verona, polla tra Felli 
dolla Marea Tniigi.ua. . 

nafta. Chi ri «ed/ 
alamde dgatsatlo il stetti! 

.'.o io iridi! 
ti Macerala e di i u 
HC alcuni per armili irai. a iutandonu 
fatila |iaile nurllllna* e lima, elio eo- 
M Latlt Mi porci)* Il Vel 
Irò irreliln donilo arrecar ulule ad nna 
pirli aula d' Italia, e non a lui: 
era tale II concello del l-oola ruitwlllno: 
Hilcndf d r '. I ' llali.. Mata, e la 
lliimii aaalla, pereti» deeaduLi dall' an 
Ilaria, e ildolta la penino alalo 
dal pariegiurc. 



"antichi spiriti dolenti, 
Chi» la seconda morte ciascun grida. 

E Tederai color che son contenti 
Nel fuoco, perchè speran di venire, 
Quando che sia, alle boato gmri: 

Allo qua' poi eo tu vorrai salire. 
Anima fi» a ciò di me più degna: 
Con lei ti lucerò nel mio partire; 

Chi qnr.ll' Impnrador, che lassù regna, 
Pareli' io fui ribellante alla sua legge, 
Non vuol cho 'n sua citta per me ri 

In tutte parti impera, e quivi regge : 



. tir fai «:rM fa MTffM Osatateli, 

f di Ketabo re de" Volici ; o Turno, 
di Danno ro del Botoli, comlial- 
> pir 11 difrea; I morirono ffariar» 
e, (Ianni tnerrlcrl trolosi. comb» - .- 
per li condolala: dond» • 
! Il' Impero latino. 
. IVtatidla, nel «omo monta iri- 
dai demonio, intldloio 1 
omo; • sai colo politico. l'Invidia 

IalA toni! j l MUMfU Imperialo. - 
»Tt. a»(nOTM«l«. 
*ar lo Ito ■<", Ino nnilio, dal 
o BJeJfc « prf apeepfl «irl'. me' \ 
i deaerar, (iodico. 
ci Irt'TilU ti (al, facendoli pM- 
Éf nvim fj I I nfi rnn, hmjo che 
LruiMnlr.— Ripeliamo che Dani" 
L dell' «omo In jonere, non per 



arrobbe In lol rmìt 
Tila fi] tura, dove li | 
alaroa i peccati dalla p 
dalla pana, il dolor* J- 
iperania del premio, io 
•calo par ritornare a «I 
pMilico intenderai, cha 
tal comesuini ordina pi 
ni felici'.! pubblica a 
Udini, conuderiodo I ■ 
del pirlajilara. non fon 
politica o di II' (sparlar 
cho alla l'elicili rial , 
i|uanlu e enilmenlo ori 
ria la monarchia. — Vod 
Vea*rfala dello itesso 
111. Ciò), ciaacuno 
Ad alta (rida la morto 






US E < 



rdcra^^^BM 



10 FKDIO. 

Quivi è la aun cittade, e l' alto Roggio: 

O felice r ivi eleggo! 

RI io a lui: Poeta, i'ti richieggio 

Per quello Iddio che tu uou conoscesti, 
fugga questo malo, e peggio, 
dio ts ni meni là dov' or dicesti, 

Si cli'iu vegga la porta di san Pietro, 

E color che tu fai cotanto mesti. 
Allur si mone: ed io gli tenni dietro. 



M 



Ut 



:;:. 



■**• poiert. *■* qeltl propriianolo rititdr. 
fa». Ch« «!»«• aer lattai' 
«*i. «arai» «MI*, U Min. « a**!». Ir 

«a» fascila Mwpnn, ( bjI. che mt 

",m «arrabberà 

f&4. CcamHUtU per «arra A Ma 
le palli ilei l'iladuo; 



n» qui tali* Il («(clic ruote eli* li 
premia per li fori» d.l l'urcjlorio; eob- 
Imdc ;uiU, teOJu&i l' edificio il.mU.-aeo, 
è alla* pei!» del l'Uadiio. (Vedi l'ore. 
IX J 
IW. « «Uro, cioè i dannali, elio la 
dici tucit colatilo ccaiU. 



CANTO SECONDO. 



M» r laracmitaw alia Mmm. aelila al ft«U n.l prliiialo da' Ino panel, asm Culi 
«a» datili 43 Ma taan da lui* da »iWr far. Il ila**' 

YlxjUio 41 aaaa» (tato «iMW a lai da Beatrice, irli rifonde aalBO, al aeter- 
aalaaa aaarmiria, • il Balle eoa eata la ratinila. 

J.o giorno ai! n' andar», e l'acr bruno 

ieva gli animai, che sono in terra. 

Dalle fatiche loro; ed io sol uno 
M'apparecchiava a sostener la guerra 

Sì del cammino e si della pici * 

Che ritrarrà la mente, che non erra. 
Muse, o alto ingegno, or m'aiutati:: 

monto, cl.p scrircsti ciò ch'io ridi, 

Qui ai parrà la tua nobilitate. 
Io cominciai: Poeto, cho mi guidi, «° 

Guarda la mia virtù, s' eli' è possente, 



, T : , I - no. a dilla tetra * . ■■ 

; ro«l» nera pillilo qoll 
pana. 

a. «si ■», p" ""'< vinili», eoo» 
i da igni aaallU urwm. 

S. la ;«fa. Ck-» Il ialiu, l'aafO- 
M ranelle», dal Tlajjlo; ■ ■ ' 
Mia palla'*, dal rnopaellitfanule l|it1- 

afalau 11 tùtf, U COatf alliou I anco. 



6 Che ri|fiei:iiK'i'i tirata»*!», t* 
noria ehi poti* 
(cdalmeaM dilatici all' animo le con te- 
dilla. 

-, 8. ■»•». o nohili diicipliao;salN 

ialite», o itililint r«olo Intentilo; • 

aiata, o calcala UKilrMul». — c»i •«•• 

i tulli, coma al fitlooi par 

ta' m »idi. 
? ii serra, sjaaitrif ti «unl'iitere. 






- .»,-.! rlUplico Liei per 

La qu.'l e B 1 quale (a voler dir lo 
Fnr «(abiliti per lo loco santo, 
U' siede il succossor de! mappior Pioro. 

Per questa nndata. onde gli dai tu vanto, 
Inteso cose che fiiron cagione 
Di «ti» vittoria e del papale ammanto. 

Andorvi poi lo Vas d'ole/ionr. 
Por recarne conforto a quella fede, 
Ch'è principio alla via di salvatone. 

ila io pei . i? o chi '1 concedo? 

Io non Eneo, io non Paolo sono: 
Me degno a ciò uà io ne altri crede 

Perche, «e del venire i' in' abbandono, 
Temo ebo la venuta non ria follo: 
Se' savio, e intendi me' eh' io non ragiono 

E quale b quei cho disvuoi ciò eh' e' volle, 

fa ■< /MI, mi tdldl. mi connetti perlo. a soler tir i> etri 

dm improi». >l .Murila ih;;m, lira con miturll.'i di uni 

di Siiti» lo ran*lt, Enea padre di blhli pfr ilnrnirc qatl I 

, eie lo fenerò di l.nlnu; o dal (dal Ul. *bt\, doto riirj» 

hi poi «dlStata Alba. re di san Pietro, Il Vletf 

3. TuIUi.i tito, «d alla «orti toc- eupgior, fono perche pr 

sdo all'Inferno, ota il pena etcr. Bedealno i rnpprraentafl 

B|Vedtri - «»ii , i);«/*MMlli'«f«- «-«.Per quello «in 

|UmoU col mi corpo, aSSftlM li In pli dil It Tanlo di pir 

non ili in liiionc o In Ipirll». padre Aocbiae dell* eoa* 

Per» te ré»t"e»«arfo«"»»ai "Ufe. brm animn » ennilutlri*, 

JiOBtt» bone, r*rC«M I , r ». «ti fu n* di ina iltlorl a con 

*A 9nm% n **m,iu,wln-li un lai ^u^jì^b^hbbbmjbbbbbbbbJ 



casto BOMBO. 

E per nuovi pensier canprin proportn. 
Si che (l-.l cominciar tatto fi tolle; 

Tal mi fec'io i» quella i ♦•: 

Per che, pensando, conxnmni l'impresa, 
Che fa nel cominciar cotanto torta. 

So io ho ben In tan parola inteso, 
Rispose del magnanimo queir ombra, 
L' anima tu* è ila viltate offesa: 

La qual molte fiate V tua mbra 

Si, che da onrntn iffipNM lo rivolve, 
Come falso veder bestia quand' ombra. 

Da questi tema MCtOCcU tu 
Dirotti perch' io venni, e quel eh' io intesi 
H«| primo punto ehe 'li te mi dolvo. 

Io era Intra color che son sospesi. 
E donna mi chiamò beata <• beli», 
Tal che di comandare l'I» rietdMf. 

Laccvnn gli occhi *uoi più che In Stella: 
E comincionimi a dir soave e piana, 
Con anjrrlicn voce in mia favella : 

anima cortese mantovana, 
Di cui la fama ancor nel mondo dura 
E durerà quanto 1 mondo lontana, 

L'amico mio, C non della ventura, 
Nella deserta piaggia è impedito 
Si nel cammin, che vólto è per pnura; 



61 



M 



13 



» 



» 



00 



*- • UU». ri Dille, ri ritrae dall' in- 

*• H ) tf |) (|t ffinMi mr |1"0 con- 
"•aatt, («ukmI r tmfrtmj. di*'. 
Jjj|'l»itllliow di «fiaiUr Virgilio, Il 
•"■Mito; iti mintine». 

u - liei. I' w.bn di rji-cl niifrilllmo. 
•* VUl.il. r«t noi, ni 

•''"■•i ti «»f«« »T«« i* ma. 

•j. •. li rltolrr, lo riiolfe, lo f» diro 
"■"•re, udì te tiretto finimento ap- 

*»ù tir* loditi™ un» tottla quando 
""■Ora, eàt • omUon 

••« H mi», li lolr», II Mlal| 
*• bntffii.40» dtl pirinlf d«l con- 
frln*.- KUelM. mi . i rial 

■•flattWtil. aulico I' ■ in ». eh" Ul- 
"** n*e I Lauti uitibiiiiio. dicendo 
ofctft mìtìI, MIM e MfM et. 

-r ratti! tataro ibi 
«Mt. peto» ion uni ti dannati ni 

JTOII»ll 



SJ. Il Solo i di Danio chiamilo qni, 
con» altrove, la ililln per antonomuii. 
. i Uaaua I» strila lalor ttnebroia, • 
CtSIOOl 1.1. — • Come «itili di «Mila 
io| mariherlti. • Sonetto ». 
SI (• ita [tulli, nrl linguaiolo ebo 
le »r» proprio ; o premiali come Dorm- 
imi o fero come beala, 
fin. K durerà lumi quanto il mond* 
t. intana lignifica Iwefffl. Altri legge 
il molo; ma I» nostra 
--rmnini/a colla frani del TrMO 
antecedenti 

di. Pu6 iBlendeni in da e modi : l'oo- 
mo imito da me e non dalla Cortona, 
nlo amico irorlonaio: ovvero il 
min amico fedele, * non variabile itenritto 
la liirlunl.e quella inlcrprcliiK 
inooa colle parole di Uroneli»' • I 
di ventura, come roti il (ira. ■ 
63. Che per paura >i è Urtila ta 



VI 




*£*£ 



DELI, ISIi-EBXO 

E turno che non si» già si smarrito, 

in mi si» tardi al «occorso forata. 
Per quel eh' V ho di lui nel cielo udito. 

Or muovi, e con la tua parai» ornata, 
E con ciò eh' è mestieri al ano campare, 
L'aiuta si, ch'io ne sia consolato. 

I'aon Beatrice, che ti faccio andare: 
Tengo di loco, ove tornar disio: 
Amor mi mosse, che mi fa parlare 

Quando sarò dinanzi al Signor mio, 
Di te mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora; poi comincia' io : 

donna di virtù, sola per cui 

li umana spezie eccede ogni contento 
Da quel cii-l, <' lu minor li cerchi ani; 

Tanto m'aggrada il tuo comaudaniento. 
Che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi: 
Più non t'ò uopo aprirmi '1 tuo talenta 

Ma dimmi la cagion, che non ti guardi 
Dello scender quaggiuso, in questo centro, 
Dall' ampio loco, ove tornar tu ardi. 

Da che tu vuoi saper cotanto addentro. 
Dirotti brevemente, mi rispose, 
Porch' i' non tomo di venir qua entro. 

Temer si dee di solo quelle coae, 

l" I. Minio pntrnza (il '.:.::■ :ihnii nule: 

Dell' altre no, che uon aon paurose. 
Io son fatto da Dio, tua mercè, tale, 
Che la vostra miseria non mi tango, 

iamma d'està inrrndio non m'assale. 



ti. V «moro eki porlo » Durile. • la lai 

|U Malal ili buon toltrc. * ebo 

mi b Mtl parlai*, mi moia» d»l dolo. 

7i»-1.t. fu cui 1 umana iptcit nani» 
di perfcllooe. o flOOS I» difaiU [»cc#d/| 
■lini altra CAM COOttBUU .(««(«lo por 
contenuto) tolto quel ciclo, che 1)4 il suo 
cerchio minoro dejli iMrlj cu-» 

tonar*. — Ilipoui che boilnco * 
U»"ra doli.» Rtionta lOOlaj 

SO. Qiiinluni|uo gli fon* ia silo, mi 

pirnMic lardo. 

»1. Ptk non l' ililiiioiDi manifoiUjml 
Il tuo detto 
» i> »» UN cralro. tìoi sol Limbo, 
I' «ri Tiratilo. 




Si. Dall' empirro, oro lo drtldrrl I 
denloment» di tomaio. K I' «rapimi <_ 
ciolo. che, tecoodo II iliU-ma Tolcnuk 
inulto da llanto. ha II cerchio pitta 
pia di tolti cu altri. 

90. pauruu. in ntnin allivp, da natii 
pauia. comi la (tei Ialina rcrahkri 
Coli colla rifa Rkorii ; • lo ducerai- 
la fifiira d' un uomo di pauroio aipitto. • 

9*. lem;!, dal lai. loajir. loce*, 
fondo. 

3$. riorniM e mc«Mlf» lon col pa 
meufuru hr, | iliallcaao il ncotr i 
■Mario iioiia riiloDi «Urlaa, e|»i ha 
I condannali al Limbo, tonu astratta i 
•odiUarlo. 



Donna è gentil nel ciò], elio si compiango 
to Impedimento, ov'io li mando, 
che dnro giudicio lassù frange. 
Questa chiese Lucìa in duo dimando, 
E disse: Ora abbisogna il tuo fedele 
Di te, ed io a te lo raccomunilo. 
tacio, nimica di ciascun crini 

■Mae, e tanna al loco dov'i'era, 
Che mi sederi con l' antica Rachele: 
Dine: Beatrice, loda di Dio vera, 
Che non soccorri quei che t'amò tali 
Ch'ancia per te della volgare schiera? 

odi tu la pietà del suo pianto? 
Non vedi tu la morte, che'l combatte 

la fiumana, onde '1 mar non ha vanto V 
Al mondo non far inai peritone ratte 

prò, ed a fuggir lor danno, 
Com'io, dopo ...ile fatte, 

i quaggiù dal mio beato scanno, 
lmdoini nel tuo parlare onosto, 
Ch' onora te e qu«i eh' udito 1' hanno. 
Poscia che m'ebbe ragionato quinto, 
i*chi lucenti, lacrimando, volse: 
Per oba DJ foce del venir più prcato. 
-ai a te cosi, coin'ell.i volse: 



106 la pirla, l'ancoicia 
iOK Su lù (lupuai; «iprimn eoo di 
ter» nielalor.» I» Iti • Mita. 

Ital ■■ i mirale. U torbidi 1 

. uri imi.i puhinù, l'im- 
fiuraani della dilli discordie. 
»»d«, dell» quale, «opri U quale, il mar» 
Min puri! toni ■ 

nJO che ««de "I «tee 
»<i» la mulo debbiti lolaodore. 

al mare li. xcque, 

■ ii parli qui d Maemat*, che 

non iibocea in uiun mare, ma cado al- 
I In/rmo. — K nuli sii clic Hai. 
nella salra alla lira del (lume, ma poco 
lontano 

Mi). raUkl a tir lor fri. prtiu 
a (at il w. in ..ili. 

HI, diao corni parole /alfa, dopo CO* 
Lucia ol.po fallo, dallo, tali parola. 

«l« isla», cioè ni-irailo ie\ rlialir» 
al cielo. 



« 

»i 

100 
10Ì 
110 
US 



**• ta *aaaa anni, a |f*n Iella Ni- 

™*» , *a fatlu. e.. co»e ditone (h in. 
"*Jim Orai 

^"yat hrlaailì : ebe il I 
*** *i citili) irapadtiMM* «hi 
*»»»» Iliade, lindo, Ut 

*"« (U /'ttf. [■»«». aiamolliice la 
""ri 

*■ lv.iai.ti.,, la d..ua rei.ii . .cdlaw. 
**■»• Una la «»a dime*, calla ma 
**«Wj. 'dia ini pf-i«H.ra. - t>i~«. 
*. •aulra.nle ci.» diaaaade, dixero |U 
BM 

•d*. ahaaea ài eiaerva rrudtb, (io. lai. 
-a » ilmUiloéillaflmàa 

fat tarde» fa i ;Ha di Uldraa « noilir 
•rifainirf i Piallarli, tlla * ». I '. 
•atnan4aBr«radi<la iilaevaUmptjtna. 

MS. I . Icire Kb-era. par 

•"bài, prrrh» fu I arcare »*r em 
A» li fica p**la. o lo fece darti tolto 
HlMW, <d alla .Irla.. 



Dinanzi • quella fiera ti levai. 

Che del bel monte il corto andar ti tolse. 
Dunque cho è? perche, perchè ri ' 

Perche tanti viltà nel cuore alJV 

Perchè ardire o franchezza non hai? 
Poscia che tai tre donne benedette 

Curan di te nella corte do! ciclo, 

ET mio parlar tanto ben t'impromette? 
Quale i fioretti dal notturno gi 

Chinati e chiusi, poi che'l Sol gì* imbianca, 

Si drizzan tutti aperti in loro stelo; 
Tal mi fec'io di mia virtudo stanca, 

E tanto buono ardire al cor mi corse, 

Ch'io cominciai, corno persona franca: 
pietosa colei che mi soccorse, 

E tu cortese, eh' ubbidisti tosto 

Alle vere parole cho ti porse 1 
Tu m'hai con desiderio il cor disposto 

Si al venir con lo parole tue, 

Ch' io son tornato nel primo proposto. 
Or va', che un sol volere è d'ambedue: 

Tu duca, tu signore, e tu maestro. 

Cosi gli dissi; e poiché mosso fue, 
Entrai per Io cammino alto o Silvestro. 



MS. tcllt p«r toW'. larminatìone del 
I' •atte* »»(|H»t» p«r ccltrt. 

ISO. CU ti I*Ih, la quii* t 
Il «ri» *fidtr. I» lt* pili apodila ili 
prr«»oir» al monta, eioò di cooio'ul- 
I* pntUsrnU li pace » Il «mollilo 
H. 

1*1, l*-ì rulli, li arrrtli. — ÀlUltt, 
allrlll. accogli. 

10. ftgsièeSW, fona d' salmo UbtM 
• niella da ftjnl llnwe: coro» pib «otto 
•amo fgffSU. Imi: 

Itì 'I «alo tarlar. Tom» s ricordar» 
ebe t'i'jiiio • 1(01 dilla menu ums- 
M, • Snlrlr» d«lla duina: ondi Vir|.- 
Ho * snida alla folklU tempora!», » 
Bialrtcf alla beatitudine «teioa. 
130. r«l al /♦»• I». rialuodomi dal mio 

«> sito. 



IJS, proporr», proponilo. 

140. 141. Ctwa, dui», nida.- r 
Ire» Urniinaiione. .■ 

G qui nolrramn, cho t«IU i)iull 
lo CjMll, porcili' t iliulaU dall' oi 

1 l'ir.ii. i eoMittoIs n»i 

origino o Del loro H/niGcalo, furi 
fomentatori » dai graoìoutiti ri 
litania postici mi. no 

stirisstau tsiti '»* iMmds »p»' 

iu turali » usai» cotaiiuaiuonl* m 
io, lo cho Manu »cri>. .. » adi \. 
Amanti rrilic* di" nrM Italia»!, 
r»ai«. 1845. • TwrlM di' arai éaì 
iu ir«iio«a. re. Firma 
daiDqao por icmro alla rima m 
stato d' alcuna tlcams. 

Iti. a.'lo • IllNtlr», dimoi» • 
(Io, «turo profondo ni inp 



r» » 



65 



CANTO TERZO. 



Bmt» il» p»rU aall" tafano. «Il» i«l» le«e Dui* rat ipi'inH» Urriiiooo. 
btrulutr», • ni t«.iìWÌ> troiuo nix* «sii Angoli, rt» non furono iQ 

Mail. la aaiaM 4>fV Vja»Tt. lrrlTUO «ull" A-licrotilc. dot* ti tnftUMO d» 
ODNMb u'ax éV&iault. tnm U Itera, bàita» un» iute, « Pini» rado »ttopilo 



Per xe ai va velia enti boleto; 

PaiaiiT' iiolose; 

Più xe si va tba la pebimjta 01: 
GrcrnziA uoRT.'r. mm uso Patto»: 

FeCEXI LA MTBA P0TE8TATE, 

La soxxa SArirs/iv, y. '1, miMO Axons. 
Dtxaszi a xe Kox nm cose cbeatb, 
Se kox ; )N ktbbso dciio: 

Lasciate MMl spebaxza, voi ch'estratb. 

ito parole di coloro oncnro 
Vid'io scritte al sommo d'una porta; 

"-stro, il Benno lor m' !■■ duro. 
.•li a me, corno persona accorta: 
Qui si convien ladciaro ogni sospetto; 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 
Noi s*m ventiti al luogo ov'io t'ho detto 
• Tederai le genti dolorose, 
C hanno perduto! hen dall' intelletto. 
E poi che la sua mano alla mia pose 
Con lieto volto, ond' io mi confortai, 
Mi mue dentro alle segrete cose. 
Quivi Bospiri, pianti, od alti guai 
ruma per l'acr senza stelle. 
Per eh' io al cominciar no lacrimai. 



io 



15 



20 



.1 trial imi fnrn»no an' litri- 
j fati* ti* «ili» p--rla dall' In- 
I a»J1a qoxl» * la p«U lima eb* 

ut» nr fi li ritlono 
li ti» U la <>t Ione 
- ah... 1 an» alfo nitori. 

1 la Dio I' idra di Bw, I 

'1 l"»dr-, 
*■* Sari"''. Il 'Ilio, e II prime- 
, la Starilo Siali.. 
ui «faraa, tio* (li A»|rll minor- 

uUiblli 1»«~ 
4* «Ilo») ; ai r« imt» itene, «u*. 



It- Per la f|u»I eoi» io dilli : Haiiir», 
il lo» temo mi aspro, mi rou peni; 
perelocelie. le "litro orli' Inferno, come 

13. Como iiiKfli eh» a<ra Itolo p"0-- 
Ualo il mio ibtfoUintnl». 

16 leu. Mao, filmo. 

19. Il l»nr. la boaUtadlB*, i)«H"lnUI- 
Clol III», ri, ' .ninni:. Tenti. 

IO. E polf.be in' ebbe preio por mino, ... 
m' Iblroduise nel ««(reto rueeuo. 

4». «l'i ewal. alte icrld» dolorose. Guaio 
.tneolo II nido del <»n« pereoin. 

S». al ro»l»fl«r, ciò. Intlo ebi caaiC* 
dal a «oli» lineile f rida- 



5C dell' ixrEoao 

Diverse lingue, orribili favelle, 
Pari tarai accenti d'ira, 

Voci mite e fioche, e xuon di man con elle. 

Facevano nn tumulto, il qual s'aggira 
Sempre in quell'aria •OHM tempo tinta, 
Come la rena quando 1 turbo spini. 

Ed io, ch'avua d' urror la testa cinta. 
Dissi: Maestro, che è quel ch'i' odo? 
E che gent'è, che par nel duol ri vi:' 

Ed egli a me: Questo misero modo 
Tengon 1' anime triste di coloro, 
Che visser senza infamia e senza lodo. 

Mischiate sono a quel cattivo coro 
Degli angoli, elio non furon ribelli, 
Nò far fedeli a Dio, ma per se foro. 

Cacciarli i Ciel per non esser men belli ; 
Ré Io profondo interno gli riceve, 
Ch' alcuna gloria i roi avrebber d' ellL 

Ed io: Maestro, che è tanto greve 
A lor, che lamentar gli fa eì forte? 
Kuiposc: Dimoiti nn Ito breve. 

Questi non hanno speranza di morte; 
E la lor cioca vita è tanto bassa, 
Clic invidioiii son d'ogni altra so: 

Fama di loro il mondo cuor non Lassa: 



»-*1 Aiterti eoo» Il i ■• 
U tirigli*, il ducorin. il lame, 1 1 

"iti, direna lingue, fio* lingue ebe, 

d Be —edì e ufi», ha ooDtfittc ff - loro. 

91. t Intiero* fin mie parola «n ro- 
More di batter di mano ; o ballcndo palma 
a palma, percuotendoli II tito e II petto. 

SS 30. l'accano un fra<* 

■ lira m queir ina. Mae* (n»p>. 
Meenaaienle, fiata, .' 

(iato lln.lle a quello che f» la rena, 
qou-lo ipfn» il taiblM 

3l.<iate d'errare, arefrehiala, ingom- 
bri d'errore: non lapeodu donde quel 
fracaiio procedette. 

». al eiala. ectt abballini. | 
tirata dal .'. 

54. «urrà mt-tt. dell' orlar* • .1 

SC (odi, lod*. V utero trnia far bene 
»* «al», non furono ne buoni 0( talli 
ti - Son q»*ili fi' iftari 

91. filiti, abi. : 



X>. Non ti poterò, eoo* teloni rj. 

dalla pari* di Dio, innib.itl.-iHl.i la 
l> l.ucifaru. ma ati'llore a te, ri 
do neutrali ; ■ i, (nrono, toe* 
ila ir.llanto alta pò 
40-41 

ii'IiIhto alali lirici 

ni il in ifondo Inferno li nere, li 
(biade, perocché gli Annoti ribolli 

ni uot qual b ne e 

dei* eli» I neutrali avellerò iueoi 
la ponlatoBi loro mrdetlroa. 
43. ortf». (rate, cioè ni 
15. 0..-. rolli malia Ir.t». lai dire 
. -Dicert ptrdire uuiaaei 
fll ani 

i in har.no «j-»ra.t> 
nari*, ri r* al nulla, e li 

> ulti tanl» abietta, «h* noi 

I beali del Ciclo, aia t 

> dannali dell' Interno. 
49. Il moni)* eoo fa (he r*«U i 

memui.i II I ta, 




CASTO TEMO. 57 

o Giustizia gli sdegna; M 

Non ragioniara di lor, ma guarda e pasta. 
Ed io, cho riguardai, vidi una insegna, 

Che, girando, correrà tanto ratta, 

Che d'ogni posa mi pareva indigna: 
E dietro lo tenia ri lunga tratta (6 

Di gente, ch'io non avrei mai creduto, 

CI» morto tanta n'avesse didatta. 
Potei» ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, 

Guardai, a vidi l'ombra di culai 

Cho foce per viltate il gran rifiuto. ' 

Incontanente intesi, e certo fui. 

Cho qnett' era la tetta dn* eri 

A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 
Questi sciauratt, che mai non far .ivi. 

Erano ignudi, e stimolati molto 9 

Da mosconi e da vetpc, eh'eran ivi 
Elle rigavan lor di sangue il volto, 

Che, mÌKclii:ito di lagrime, a' lor piedi 
liosi vermi era ricolto. 
E poi eh' a rignardaro oltro mi diedi, '0 

Vidi gente alla riva d' un gran fi : 

Por ch'io dissi: Maestro, or mi concedi 
Gb' io sappia quali tono, e quid costumo 

Lo fa parer di trapassar si pronte, 

Com' io discerno per lo fioco lume. •* 

Ed egli a me: Le cose ti flati conte 



* Xt« atriUMiU qiiMli fijlij. 
■"■UlMai I Infermo. t<9(*oocoiI id 
■"•"«tuo sili» asiurlcordU » dalla 

•**■» dltlDl. 

* tanta*, k»" 

** ' lai aaaa IU'ih, indi {nati, ulr 
•Nif^ni auaora 

■ « r.»,-. ircira, «mi pan irfolW. 
MiU 

*■«%!. Milla Monne ifen.lt 
"imliKM di Cii«ijn •, Tu eoo in- 
vai lattali* • risultar* il pipalo, • 
Stilai ali* «resto tv letamil i 
•tei l io taeceuorr. 

•1 « iu»r» nw!l. Criniti J f« »» Un- 

■ a*»*, • , ir Saatofa talli China ra- 
•tanu : a» *b MB anol «ha appr*«*» 

■ tort. i -pala fa forni In- 
tea da II pula a «il 

•*» 6 lai. aokk» colla sa* r tannila fall» 



non [.rr till.S. ma per leonina umillì, 
diede tonto i ili, cotanlo in- 

foio a Dania ad ai BHbtlUM - erta 
'tf*lo, ttoè dol pipilo. 

listati a Dio e a'dr 
MaH |oc*.,0a • • Il finto romi 
niuna (OH al mei nulo adopero. ■ Dania, 
Oli.: • (ili abomiticiol) fattivi 
che ninno i ilio quello prenoto rollar*.. 

Ck «la «al aea /»» rial CU 'ine il 
ninnilo irosa ilaf l*{no di i» collr trarr* 
mai inn fu tìio rcluirimcnto i«li alni 
BBBlBl 

«. raraal. Coma la loro pieriili Tiara 
atlmolata Ha inulti, coi! la lor. 

, ;ial» nei ita mini. — ricaJf». ra*- 
colto, incrinilo. 

T». raal «tifane, ciò* qnt] loft*. 

14. finr* Imi». Immillili lu«. 

\t cult, tornite, mio- 



68 dm.!.' wmm 

Quando noi fennerem li nostri pasti 
Su la trista riviera d'Acheronte. 

Allor con gli occhi vergognosi e bassi. 
Temendo che '1 mio dir gli ftuuo grave, 
In fino al liuiuo di parlar mi traisi. 

Ed ecco verso noi venir per nave 
Un vecchio, bianco per antico pelo, 
Gridando: Guai a voi, anime prave: 

N'.m Upcrate mai veder lo cielo: 
l'veguo por menarvi all'altra riva 

le tenebre eterne, in caldo o in giolo. 

E tu, cho se' costi, anima viva, 
Partiti da cotesti che son morti. 
Ma poi eh' e' vide eh' io non mi partiva, 

Duse: Per altre vie, per altri pc 
Verrai a piaggia, non qui, per passare: 
Più lieve legno convieu che ti i 

E'1 Duca a lui: Caroo, non ti crucciare; 
Vuoici coli cola dove kì puote 
Ciò cho ai vuole, e più non dimandate. 

Quinci far qacte lo lanoso goto 
Al nocchier della livida palude, 
Ohe intorno agli occhi avoa di fiamme ruote 

Ma queir anime, eh' eran lasse e nude, 
Cangiar colore, e dibatterò i denti, 
Tosto che inteser le parole crude. 

Bestemmiavano Iddio, e i lor parenti, 
L' umana spezie, il luogo, il tempo, e 1 seme 



1S. ttttttnti t parola (reca, die > - 

''.«»« dil dolora, a per cito era- 
dvraao i C'Alia elio I anima pi 
por ir» ali Interni). DaiiU ai vaia* d*i 
siili aadtlii, pfircbt Caio era il ruilu 
ila' Kaiiii tuoi, perchè fiorano all' orna- 
mento poetico, e portai tetta il loro ?«lo 
• lamio aicoao molle tenia d' aoticbliiluia 
Indinomi. Inoltro guasta D 
friulane • parane, ili Ilaria nera 
fina, « (orto dal l'otta '.tata per diaw- 
•trare II doppio ac-opo del Pocuj 
Cumo alMSUBS, inorala u potiti 

Si. mi traiti, mi ritraici, mi rilt-noi di 

pirla.-*. 

M. ttr olire »■» et., qoul dico: altri 
ti patterà all'oppotla tplaifii, uoo lo; 
paaxrn in altro luogo, non qui .Non 
Svi nll'Acbcrooto altro pano, al- 



tra ruw rd alito iioccbifro, »i i- 
quello parole llooo SlUt d'i 
•(hrrno Dialo indili e poi pan 
)' altra uri ila una potatila top 
Mura puro eli li M s" accori*. 

8S. «ala (foce, noi cielo dot* 
* tona 

91- Quindi co»<j 
barbuto juauco. Aaiomlsli* alla 
bulica < molle barba del icccb 

IO. di rlaaaai» roalr, cerrbi di 

IU0 Ita fu»' ani.». .Non li 
per teapra, elio lo anime ai i 
a Diala con Ulti i fenomeni ( 
proprietà ; pero casella > 
si 1 drilli, i 
d». a in Ulti I Saldi aod 
tra «e. 

103. panali, dot (Malori. 



TO 7EBZO. 

Di lor aera 'tuta o di lor DI 

Poi si ritrosscr tutto quanto insieme, 
Forte piangendo, alla riva malvagia, 

lUcndo ciascun aom cho Dio non teme. 

Gsrou «limonio con occhi di bragia, 
I/oro accennando, tutto lo raccoglie: 
Batte col remo qualunque a' adagia. 

Come d'autunno si levan Io foglio 
L* una appresso dell' altra, infili che '1 ramo 
Renda alla terra tutto lo suo spoglio; 

Sùnilemente il mal seme d'Adamo: 

inai di quel iito ad una ad una, 

. Per cenni, com' auge! por suo , richiamo. 

Cosi con ranno su per l'onda bruna, 
Ed aranti che aien di la discese, 
Anche di qua nuova schiera s'aduna. 

uno il Maestro cortese, 
Quelli che muoion nelT ira di Dio, 
Tutti ooovcgnon qui d'ogni paese: 

E pronti sono al trapassar del rio, 
Che la divina giustizia gli sprona 
SI, ohe la tema si volge in disio. 

Quinci non passa mai anima buona; 
E però sa Caron di te si lagna, 
Bea puoi saper ornai che ì suo dir suona. 

Finito questo, U buia campagna 
Tremo si j'nrte, cho dello spavento 
La mente di sudoro ancor mi bagna. 






i ■ 



no 



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120 



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■t.y. 



• mnu, li loro 
""».U proli*» f 11 Iodio» jcdo- 

.**«" »«»l 'I *r»t*t, «lo* iceeil 
**> nmi «ari 

"* Il mettili, l« ricaie nella IO) 
fcrrj 

"I . ,iii|fci. joilunquo 

<HH ti ld ij». u 1-nlaroeDle 

Il Imi !• .'«;!". al diiUecin Jli 
<M Itir aLWro li I 

mirili 

•watt ii u aììk.:. cioi la acini» din ■ 

<lf f .['[lice questo plu- 

-••I •«••. chi' qui * unni» coli, 

irootn; 

.. «un* l'uccello ti full 

tUats óiS n uri, o. 



«». f*rit*<m fai, il ndunin qui. 

IJ4. il Impanar del rio, il putirò 
di li dal Olimi. 

1*5. Il timor dello peno il «inula in 
•fonderlo di indirti prettamente, por 
ùfiiffir* con quella prriti'iia 
MfWO gaalixo .lolla floiQliS ili-, un 

l'ai, am'ia-t iuona. animi Irma Colpa, 
Ilood" : .ino dr' fluii, «edili 

al i.anlo «conilo dal l'uri 

I». e»e 'I ino ifir wm, «no coti ii- 
fnlrlci il tuo dir* Ironico « ideinolo ; ci .# 
fin doo ni da olir confuto coi reprobi. 

«51. dillo fon l'info, por cauti dolio 
ipirento Ch~ n' oblìi, la arali, lame- 

Boriai il rleerdaitssM mi bap* batti- 

iia di mdoro. Può inebo lutei, ' 
■mali dello iforealo, Cloe 11 memoria il 
quello ipiTooto mi bifin oc. 



CO dèli," isrr.HXO 

La terra lacrimosa (lied • v. 
Cho balenò una loco vermiulia. 
La qual mi vinse ciascun sci'.iiimiito; 

E emidi, come l'uom cui sonno piglia. 



m 



IS5. latrinola, o porche bagnala dalle 
lagrime di quitto animo ilolenii, o prrebi 
•pan* di Itolo aironi, dm moro»» lo la- 
grime.- (li«J« f««fo. mandò fuori un volilo. 



134. VU, H quii «ni». 

IT»», tatuai mi v\ntt (tmitvit tiHtim+nto. 

li gatta mi .bruno spi] icuiimoato, 

m' istupidì. 



CANTO QUARTO. 






Urinato Panie d» un forte tuono, al trora eult'orlo del primo Cerchio. porUlori à% 
forca imponi!.; mira o.nln<ll ln-loin con Virgilio Bai Limbo, or* eUnno l f. 
ebo non obbar batWalnio, o più araotl in un ; loto Irò* a i - 

l'.u.iirnita, ohe, atboen non oriatiaoi. «Iwro virtQoaaraenU, • da a«*t ritae onorai 
«olmonU accolto. I)iac«nd» quindi nel Cerchio etcondo. 

Riipporai l'alto sonno nolh testa 

Un greve tuono, «1 eli' i' mi riscossi. 

Come persona c!ie por fonia o destri: 
E l'occhio riposato intorno mossi, 

Dritto levato, e fiso riguardai, 

Per conoscer lo loco dov'io fossi. 
Vero è, che in su la prrnla mi trovai 

Della valle d'abisso dolorosa, 

Che tuono accogli* H' infiniti guai. 
Oscura, profond' era e nebulosa 

Tanto, che, per ficcar lo viso al fondo, 



1. I' alta 1011*0. Il profondo lei arto, 
noi qualo or» cadulo pur I' imprimili, 
balenare, di che ha fallo parola qui ao- 
pra, » durante II quulo fu Imponilo 
per virtù duina all' altra parto del tiumo 
Aeheroolc. 

*, t, Kit io. riavnilnrfli Imi 

ninni" P otehlO ripouto OC. 

V (Vro ». fitto ita che mi Iroral oc, 

k. ralla doloro» dotlnn. 1. Inforno di 
Danto un-, grandmimi! «oragine imbu- 
urornio n >li Giura conica, la cai gran 
feOCOi rinmn «porta dalla corloccll o 
•uporOcio lemure. « la cui punì» ta a 
toccare il centro dilla lem Quello to- 
ragino, oltre II ripiano, in eh" itanno i 
ti(l .acctii. » 'li ' s duomilo P Aolinfor- 
00, * diri»» in noto Brandi corchi, f uni 
«all' litro multo di. noli, i di mano in 
alano reairlngonllti. Sui ripiani di quoiii 



cerchi, cho aono mollo spatloil. IL 
lo anime dannilo. 1 PooU, tenendoti »«ro 
prò a tinnirà, percorrono un "rio traiti 
d'ogni cerchio, Unto cho ir Uno qual 
aorta di pcecitori ri itami, o II nodo 
doli» pena, o t'abbiano alcuno ncooo- 
iclnto Uopi do, pto||»no «omo il contro. 
e, trovato il balzo, IC ' qurllu 

noi torchio «eguente. 1-: di quello ondo 
o II loro «ii(|1o lino al fondo, «alt» al- 
cuno particolarità cb» li notano * i 
luogo. 

9. (nono, alrapito piodolto dallo |_ 
lamentatoli del dannai li qoill» 

carila ripercuotendo»! rirabonbanae. 

1t pi' fittar lo rito ai fottio . per 
qninio Decani, iplngeul la mi» ti 
fonilo— Cicco, e perche quali aav 
to di loco, t parchi priva iltroamcole 
della tiaione di Dio. 



ItooJ. 




■rra 




'.ItlO. 

l' non vi disccrnca veroni» coso- 
Or diaccndiam qua gir, tu nel cieco mondi.', 
Incominciò '1 Poeta tatto «morto: 
Io «arò primo, e tu «trai fecondo. 
Ed io, che del color mi fui accorto, 
Diari: Come verrò, se tu paventi, 
Che suoli al mio dubbiaro esser conforto? 
Ed egli a me: L'Angoscia delle Mi 
Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 
Quella pietà, che tu pe r téma s enti. 
Andiam, che la via lunga ne soxpigu*. 
Coti si mise, e cosi mi fé entrare 
primo cerchio che l'abisso cigno. 
Quivi, secondo eh' io poto' ascoltare. 
Non avea pianto ma' ebe di sospiri, 
Che l'aura eterna facovan tremare. 
E ciò avventa di duol sonza man I 
Ch'avean lo turbe, ch'ermo multe o grandi, 
E d'infanti o di femmine o di vili. 
Lo buon Maestro a me: Tu non « 1 1 ti . •. i i ■ li 
Che spiriti son questi che tu vedi? 
Or vo'clte sappi, innanzi che più andi, 
Ch'ei non peccaro: o s'egli hanno mercedi. 
Non basta, perch' e' non ebber battolano, 
Ch'è porta della Fede cho tu credL 



CI 



» 



N 



--. 



16 Jil n'M, dilla pillldeua 
Itile. 

». reali. <bt mì «olii»; «l - ' 
taMtem. a' laseri ab* intono la do 

talli >r»M» I 

il .1. r. ir e/ne waH 

Uaal aitar finora; witj: la inala la 

MT Ueaor» Senti ■ proti. "Mail «Ha Vir- 

rflio, Il quUi alluna Siri »oo 4M ir il 

IMI canpaiiloM si damali, qni nata 

Mino, partii* Pil taratila 

inni pttiiat i a accaditi uà Mao 

aane Al attirili, ni liaotenti e ttae- 

•eri alleiti, naa 4 allrn ni eba di non 

«••tirata Militino. |VtJi «(do l'uri., 

nn» IH. rari* «8 ) 

» «a rat-par »«. ti ipiaf* a tir predo, 
lia> 
S li ani, t' Introitila. 
* '■.■% atea piatii ntite 41 nepiri, 
*a • ira allra filata, altro alteono, 
**« «Mairi ; eia*, lei al «espirata io- 
Issntt. Ha' da, roto pia rade da Dis- 



ia, a il aui r*a do »'»nl 

tarara dal napli ivan da' Lalint, a vaio 
fBMtla. 

•a- t ria, • quello eniplrara, inim 
di aWI, meniti par mio dolore Mar- 
ti ■ !< Il' mimo, ansa narrivi, e I 
|HrS '"mento prodotto di ci|looo MH- 
flore. 

SO. tiri, tare Ialina, nomini maturi. 

SS i«Jl, rada. £ tallitimi foco del 
"ilari, ma 6 tri lo ricettata dal- 
l'aio, eh» ti ha supplito rai la URI 
• pondinta d'I torlio tallir: 

5*. Cho eglino non peccarono; o so 
kjHaa hanno fallo opere buono, non ba- 
lli ec. Dire nrrverfl, cinù monti, preu- 
deado r sflsUs SSI bì cauta. 

JS. perla dilla radi, porla delti Holl- 
jiooi cristiani a dica parla, perch* il 
battutalo * qin-llu psi lai li antri tal 
irretito di miU Madre Cbieu. Jaeae 
«errennljr.n * dello nella Senna II 
bellnin». 



02 ' iNrriixo 

IO sci furon dinanzi al CristinncRmo, 
Non adorar debitamente Dio: 
E di quatti colai non io mcdogmo. 
P«T tai difetti, e non per altro rio, 
DO perduti, e sol di tanto offori. 
Che san/a speme vivcmo in disio. 
Orati duol ini prete ni cor quando lo intesi; 
Pi i occhi gente di molto valore 

nibbi che in quel Limbo cran sospesi. 
Diami, maestro mio, dimmi, signore, 
Comincia' io, per voler esser certo 
III li» .l.i fedo che vince ogni errore: 
Uscinue mai alcuno, o per suo morto, 
(i par alimi, che poi fosse beato? 
K quei che intese '1 mio parlar coverto. 
Rispose: Io era nuovo in quatto stato, 
Quando ci vidi venire un Possente, 
Con segno di vittoria incoronato. 
Trasseci 1" ombra del primo Parente, 
D'Abel tuo figlio, e quella di Noè, 
Di Moisè legista, o l' ubbidiente 
Abraàm patriarca, e David Re; 
Israel con suo padre e co' suoi nati. 
E con Rachele per cui tanto t. ; 
Ed altri molti; e fecegli beati: 
E vo'cho sappi che, dinanzi ad essi, 
Spiriti umani non eran salvati. 



40. altro ria. altro ratto, ralla. 

41, Ai. E «oljir.iote io quatto omisi» 
li nostra peoa. eoo rifittM In l 

l.'.nl. -io ili , -il.rc lUJiu, scasa tlcana 
«pormi» di db. 

4*. tee***»'. Diro inspesi coloro elio 
noi Limbo, perdi* non sono nò 
daanali, nr. premiali Liuto, dal Ialino 
ISasaSi « propritmtoU I' estremità 4' un» 
eoi»; ed e coti dillo II luogo di 0(1 'I 11 ' 
(I parla. parsisi I I' eilreiniU la «orn- 
ili il» ilitr lofaro». 

»• unii <«■( arron. perefat rliponda 
• ogni qoe-ilioor, a dilegua ogni dubbio, 

48, OictiM «al mei mal del l.iinb.i. 

SI. Lo dire fartar cocirlo, poltM SOS 
esprime chiarimento, clic afU lotSttap 
Ninilin circa la diaccia di Geiù Crlito 
ti Lleabo. 

M. •aura.»'»'»'" di freiro uni Limbo 



SS- «» rVjiial». G. C. trionfante. 

SS. TraiMct, trailo di ({ila, l'c 
praw ftirrofc, l'anima dui primo ; 
Adamo. 

57. SS. l l'uttidieolc Alesasi pafrtar 
Àbramo, disponendosi a tvcrldcare 

i ureo, fu eiempio d obbediao 
ti eoleri di Dio. 

KJ. tarasti Giacobbe, eoa ino padri 
litcco, t to' «wl olii, figliuoli. Glao 
be dopo la tua lolla coli' Aoiel 
malo tirarla H ijiiuI parola lignifica i 
elio ferirei n ocm( mai Dee. 

€o. per '»• tarsio li- Per tre: ; 
in lineiti Giacobbe aerei Labuo pad 
di lei poi cono di 14 anni. 

ili, i.'. dioaaii ad chi, prima di lo 
ooo ora stirato alcuno spirilo urna 
percht II Paradiso si aperte solo 
la Rodemioo». 



CAMICI QUARTO. 

Non Lssciavani d' andar, perch' e' dicessi, 
Ma pauavam la solva tuttavia, 
La selva, dico, di spiriti api 

(fa) era lunga ancor hi nostra via 
Di qua dal sommo, qaaud' io vidi uu foco. 
t'Ii'emispcrio di tenebro vincia. 

Di lungi v'eravamo ancora uu poco, 
Ma non si, ch'io non discorncwi in parte, 
Ch'orrevol gente possedè» mei loco. 

tu, ch'onori ogni scicoxa od arto, 
Questi chi aoii, e' hanno cotanta < 
Che dal modo dogli altri gli diparte? 

E quegli a me: L' ourala nuiiiiii.. 
Che di lor enona su nella tua vita, 
Grazia acquista nel del, che ai gli avanza. 

Intanto Toce fu per me udita: 
■» Onorate i' altissimo poota; 

L' ombra *ua torna, eh' era dipartita. 

Poiché la voco fu restata e quota, 
Vidi quattro grand' ombre a noi veuiro: 
Sembianza avevan nò trista né lieta. 

Lo buon maestro cominciomini a diro: 
Mira colui con quella spada in mano, 
Che Tien dinanzi a' tre si conio aire. 



a 



;c 



» 



** awitVrtceeil, pe/rquanlodn 
*•• eejl tiretti, parila**. Diritti per 

*»«■•: otllfatu Jeiincma «ertale tra 

o»«*etu pio» ili *oii' 

« "In ee., folla.:, i "ili 

ft.Jha tra Iute*, lontani; «co» non 
unta» iKon fall» lunio yIijiìo. 

•• M («a, tnpt Mirimcale al looio 
"'mai allora l reati; «I «»«■.>, dilla 
'■umilila tallo d 'tiiiua, «Ij>i : 
" HI Dui* ti Irate, fttnio In ti rio- 
«»a». «m 7. 

<»• fa» iiinn, (al circondila il 
•"•eVn li/<rialf ;Jil rerto lal.rUetri. 
l « l*f> liKibMO circondilo di teuclue. 
"*l itteeprelaoo «i«<i«, per eitee», ed 
'«Si im i : Vili «a fuoco eli» per un cerio 
UU* >bu<l »» IllU» (salifero di !•»♦• 
•riaMpudolo. Alleioricaaunle, quella 

'•a afilla i* **pl - uri. 

« tute nifi U Uaeire dell' If noi ami 

t eterei», tincopo d' wiidi, come 
*»ii»n iella ir'on.Hiria.-i; • dopo 



illn due «crii »«•(«. entrala . — foiiei/eo 
«uri toro, lliilm qua] lnopo. trio quelli 
Gemili eroi, in irmi ed in lellire limoli. 

TJ o '». o viriiiio. 

*9. Cile dui rt-a» re , che dalli emidi 
itosi <!> ; n lllrl li dii lisftl. 

IT. m rullìi Ino e.l«. tu nel mondo 0«e 
In uri. 

Ti, il oli area», h I» | 
• ili allri, ptnili/i-mloli cioè di quelli 
lue*. 

79. ter *w. di me. 

SO. tlltmtm» porla. Vlr, 

SA. Sreaelanraseerea ni Ir. ila ti lieta. 
Non cria ni i 11 Kos unii. 

porchr non affilio Infelici , i Uri i. 

perche tenta tprrxnia. t'd s propria 
della aapienra quelli temperie il 
Neil' uomo (ioilo • nlhil triti 
liuuiunller laHuni. • S. Aug , Ile Cernati 

tv. «J. 

Mi ns |«rl,'a favla. La spada * ita- 
bolo dello rum» canute da Deaero. 
MI. rlrr. lifuine, principe. 







4**rV~ 



Quegli 4 Omero poeta sovrano, 
L'altro ò Orazio satiro che tiene, 
Ovidio 6 *1 terso, e l' ultimo è Lucano. 

Perocché ciascun meco si conviene 
Nel nonio che sonò la voce sola, 
Funnomi onore, e di dò fanno bene. 

Cosi vidi adunar la bella scuola 
Di quel signor dell' altiarimo conto. 
Che sovra gli altri, com' aquila, vola. 

Da eh' ebber ragionato insieme alquante, 
Volserei a me con salutevol cenno; 
E '1 mio maestro sorrise di tanto. 

E più d'onore ancora ansai mijjymo.; 
Ch'essi mi fecer della loro tettai 
SI ch'io fui ***to tra cotanto senno. 

Cosi n' andammo «nsino alla lumiera. 
Parlando cose chel tacere è bello, 
SI com' era 'I pnrlar eola dov'era. 

Venimmo al piò d'un nobile castello, 
Setta volto cerchiato d'alte mnra, 
Difcao intorno da un bel fiumicello. 

. passammo come terra dura: 
Per «ette porte entrai con questi savi; 
Giufrnemmo in prato di fresca verdura: 
v'eran con occhi tardi e grovi, 



10» 



». l'alleo rie »!«»» appretto. * Ori- 
li* eafir», illirico. KfiUor di «al ire. 

91, 94. il conrlfM iVei «orni, ciò* ha 
con m* comuno il noum di porta; nome 
| ti una toco (la e«« »/■) (ri - 
«"irono, 1*1*0 no. 

93. Finmi bea*, non perrb* onnrin me. 
H in me I' «rio loro. E« bjiafi 
debito oflleio di liiin fli lumini onor»- 
r* I* llploota che il iptIIO il RI0D40 
• iilipei.i e calcala. Od indio merli... 
«al moiri»* che tri o,«*' tM» 
bea* Urli» moderna* pr faiiione, non 

•n midi» alma, mi al athatmao <4 

euormnn iraiiihirrolnienU; e (16 era 
elio II I-otti reputar» degno di 
lode. 
M. *i***T, aliatimi, lncilln I' iflil- 

M tiltolli (leoitiu ili ami. In. 
SS. **|iiir dcirallimao nula. Onici*. 
pnnnpi. ,1. ir, i 1,1 potila. 

99. «errili, n compiar.|iir. 4t '■■ 
UM» lor Jrjaatioua «crw di ne, tlo* 



del M (arerei inno, del loro fittili. 

10Ì, 101. Kd inebe mi fecero pia ami 
4' onoro che di mlotirmi. poiché Mti al 

IM n fra di loro. coietti* io fui il 

•ttta Ira ptrton* di cotanto iipere. 

I0S. al.'* lamiera, al lame, «Ilo >»lia- 
don, ,1, .[io di aopra, or* dimoravano qaei 
•«pienti. 

ii'. li).'.. Parlando (Ole, di eoi * •/•) 
coorcoU-nlii il tacere, rome «r» coart- 
ili, mo Il parlarne coli dot» lo allora 
«Uri. 

109. roaie frrr* dar*, com* ■• fon* 
terreno uelottO. 

110. ielle perle et. Per le ielle «ari 
« l« ielle porle euol* Il Poeti allr(«ri- 
camente ilaaMcaH lo MlU rirtii ile 
i|iillllrii murali n le Ir» iprcnlalln), * 1* 
•etto leltatl (ausila dille atei Trial* « *>j 
OaadrleieJ, lo quali danno l'uteno al 
nobile entello, il Tempio dell» l'ani. 
dlfatO lalofaa da un bel llomicello, di'! 
quel dui: 



CA.XTO OCARTO. 

Di grand' autorità no'lor scmbu- 
FarUvan rodo, con voci uosvi. 
Traemmoci co*! dall' nn de canti, 

o aperto, luminoso ed allo, 
ìio veder ai potean tutti quanti. 
Cola diritto, «opra '1 verdo «malto, 
Mi fur mostrati gli spiriti magni, 
Ch* di vodcrli in roo itmo m'wslto. 
Fridi Elettra con molti compagni, 
Tra' qua: ad Ettore od Eneo», 

Coare armato, con gli ocelli gri 
Vidi Cammilla « la Puutosilca 
Dall'altra parte, e ridi '1 Re Latino, 
Che con Lavinia sua figlia «xies. 
Vidi quel Oralo eli* cacciò Tarqu: 
Locreaia, Giulia, Mania e CornigKa : 
E solo in pai lino. 

n« innalzai un poco più le ciglia, 
i il maestro di color clic aanno, 



65 



US 



UH 



JiJ 



130 



111. Fotoono rodi, con* rn.no orti- 
wrMarola I refi natali, • co* foci 
«■ri, eoo Wwin r di. 

Ili T'aaanowl naif ■«•Ve»! 
■•cantoni li n» Ma. 

IM !■ i..t- onora», fio* otro Dcm»c » 
■Banfi»*» u «I mirro. 

ri opro il m<i onMtlt, u ijuol nolo 

il wrdun. 

I». Cor 4tlV averli nMI, onoro ili 

■■d n a saton eoa I' lomn-.n ijone, mi 

«■piaccio, tu iroLi iuiraiidir l'ani- 

MI I 

. • fragro bardano fondilo- 

13. Cllft. fillodi Pthhh u 

I irooooo. Bailo d' Ancata 

..li coni, 
oaili dolio loomirr (r.r.mo. - 
Ara al. •'.'• i». 

i.ria,»» amili, ioinio di in. anima pò 
iMnolo té mutiti. — «rotalo 
•aV'anal fbbo (Iorio. * t» tu 
Ira?, 

.■•..ila Donatala ai unto I. 
•ano UT». rValftllo . rotini dilla Amat- 
asi, tao, TormU io louoru de 

■ lo ucci» CU AcbIM 



141-1*. loAftO, io dogli Ab. i 

li l.ci'.min, proinou» per lipoia 

o l'urini, ma poi dota i-i . 

141 1 ' : i GÌ !.. 

di Roma Toroalalo .1 Superbii, a fondu 
la Uà-pubblica. Tarando e Ta-vnn... 
melma • naorra : ingiuria a inaura, 
dientono ulvulta |li ar.i. 

lai. i.. Ha AaCoilatli 

violali do Scilo Tiripiniii., ti 

Suprrbo. il ucci». M*M«, flati 

Coiaro i 

JVurria 

Corolla, Ojiiuoia ti 

lucono, o madre do' i. caccili . le pur oon 

.'• i ohm Corootla, mogi. 

(Inc., «un . 

149. B mio In nar/c. in .li.j irta, nidi 

Il Saladino Fa quelli in. 

ebo di Mmpl.ce toldalo l'ii.riio col ino 

valir» o farii «i.n.i . a della 

.li.lò <; •-- r il 

«coleo Un. il., .li l.uncnano clic n' oro re. 

ti vocio lo dico itirteno iole, pafaaé 

pochi di quella ninonr furono occcll-nll, 
■'kIu aofl futon da Unti iU pa- 
Saladino. o quindi BM ' 

IM ir maniero di color rAr tanno, cloò 

io di SUflra, Il pia fi.-DMo irò 

eli oollcc.1 flloioO. 




Seder tra filosofica famiglio. 

Tutti r mumrra, tutti onar sii fanno: 
ì' io e Socrate e Fitti 
('in- innanzi agli altri più presso gli stanno. 

Democrito, che il mondo a caso pone, 
Db | tattMagata, o Tale, 

Empedocle», Eraclito e Zenone: 

E vidi il buono accoglitor del quale, 
Dioscoride dico; e vidi Orfeo, 
E Tullio, e Livio, e Seneca morale : 

Euclide geometra, e Tolomeo, 
Ippocratc, Avicenna, e Gallono -' 
Averroì», che "1 gran contento tao. 

Io non posso ritrnr di tutti appieno, 
Perocché «ì mi coccia il lungo tema, 
Qu molto volto al fatto il dir vie» meno. 
Vi0K44US-f-'!&, I.o sesta compagnia iti duo ai scema; 
Por altra via mi menu il p.ivin .In ■... 
Fuor della queta nell' auro che trnma ; 

E tengo in parte, oto non è che lue». 



149 



15». Sacrali «Platone, OlosoU croci ataal 
tali t ■ ri - 

'■raiaerlfo di Al"l. ru. .ipini. elle il 
mondo foaio originai-! ibi CMOàlt acco». 
«inolilo detti al> 

ISJ, Siogeaa il cinico fu di Sinopo. 
iuntrirt di datomene, lilotofo cium 
■ottico, Taf», o Talele. di Mitri". KM 
da' aatl*. Sapienti. 

IM. £r>»rd«l« 1' Affittato, Clio ICrlllc 
un poema tulli natura dello rote- tra- 
ttilo d'Lfcto, elio par» aerine •ull'ar- 
romenlo niddullo. Zoom 

: «4*0*0 4CCO0Jifor del quali. Din- 
icone*, d' Anaiirli» in i IH 
ricetflitore dolio q il -■ 1 1 1 '■ o tirtil del- 
I' db* e dell* pianta, di cui iciiue un 
famoio trillati. 

140. Or.'M di Traci», dluno porta, ad 
«grifi* HOOllm di lira 

Idi. B Tullio, Varco Tullio Cicerone, 
faa>atlititno oratole t Gloiofo romano ; 
« Ulto, Tito Lino padovano, "imi" Me- 
rico Ialino; « Ima «orale. Lucio Anu»o 
«•«oca, di Cordo. a, eho lettali di rari 
argomenti di morali filoiolla: di tuo fu 
padre rimir altra Lodo Aooco Scocca 
ah* acrile* Iraiedio 



lift, IWflMtv ♦ il eolebre autor* dagli 

F.limii-nli di geometria. Tolomeo Claudio. 
<' l' ìutora del tittema dol mondo, che 
da lui dic.-ii utlrnia Toli g 

145. Ippocali. itirenaa « Calumi, inno 
irr finiK.i sadici j Ippocrato (reco, di 
Coo ; Avicenna arabo; tialieoo o l. aleno 
di Pergamo nel Ponto. 

U». aierro». celebra Eloiofn arabo, 
dello il tran fomentatore, por II 
manlala a diehu.-.iln Milla lo opera di 

:.lo. 

145 -UT. Io noo potio raccontar diir*- 
ramentc i presi di ci atomo di 
onero, parlar di tutti, notcìaili li ili 
in» il luna; o argoman- 
to cho ho fu mano. Il aotgatto dal Poe- 
ma, mi fi frotta, m' locali* coti, eh* 
molta rolta 11 dira è poco, rlipttlo ali* 
copia ilxlU eoi* d* ma redole. 

1*9. La aita» ceataaaala, tenari*, di tea 
pcrtooa, <• duo a» are»*, al riduca a 
duo. 

Imi-111. Fuor dell'ari» qoi»t*d«l pri- 
mo cerchio, nell'aria stilala del teeaa- 
do; a rango in luogo n«l quale non è eoa* 
•ti riluca, ota non a luca. — dm 
provola dal congiuntilo dal torba *»• 
tiri. 




67 



CANTO QUINTO. 



m* <W1 —tfi» Ccnkl». oro un diacci! I Ponti, «ti Mino» ohi dindi.» U 
■• • ■—■ . il» Un U p-oa. t >ul ripiano d - - ■ •unoji. 

< tei» ««tinMBcat* •(■» irati o totminUU da un ortil.ll» loroin.. gal trota DauW 
r rnm ii da HI» Ut, « CU na ci» la iImU del no inftlie» «moro. 



Coti discesi dal cerchio primnio 

i nel secondo, che mcn loco nmglii»^ 

E Unto pia dolor, che pugne a giui... 
Stawi Minò* orribilmente, e ring li 

Ftumiiìa le colpe nell' entrata ; 

Giudica « manda, fecondo eh' avvint-ltia. 
Dico, che quando l' anima mal unta 

Gh' vien dinanzi, tutta si confessa; 

E quel oonoscitor delle peccata 
Vede qual laogo d'Inforno ò da essa: 

Cignesi con la coda tante volti», 

Quantonqne gradi vuol che gii» sia messa. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno mol 

Vanno a vicenda ciateuna al giudi 

Dicono ed odono, e poi son giù vi 
tu, che vieni al doloroso ospl 

Gridò Minò» a tue, quando mi . 

Lasciando l'atto di Cotanto i 
Guarda con»' entri, e di cui tu ti fide: 

t'inganni l'ampiezza dell'entrare. 



io 



ì» 



» 



I. •*«■»»». tal lab primari—, primi.. 

,iè rat* Un finii». eh» cin*'. 
aortite* ansar rtw(». minore 
ci nerUntt Unto «Uf|Mr dolor», poni 
ètbreM, et* pan-*, t'orii 6n« a goair-, 
i B»r inai. latacvi - Bmih 
-*» I ri rea i. ladi-id-ti !>I «omino il- 
. aa». d»fcOoa-i»a--pr»»H!rin(t'r>l« fini 
fcMct «Va Urto» 'ho qniDio plh qur- 
CAmlin raia-rl. Unto «ooo manloil 
i tar-atau ih. 

i, • per 
r» (i-np-a t diati. — HI*»». Olilo di 
{atta » 4' Haiti», r« di 
t*r li ma M'rni ; 

Nw -»ltx**fla. «rli "> fini 

f II Unii, taira» id Cito « Radar-unto. 
I tali* tal-ala i h» (i 

*a>at-ta' nlan net itcundn -rrrhin : o 
I iitr»» «'-• 

manta, (loiitl i comaodi 



ordì oa. dal latino ma ailarr.ip. fondo -h'-«li 
%' airiritfhia. iccondooho il cinzii colli 
coda. La Toro menila può intenderli ori 
che nel in» ilgnincala ordinarlo d' li»' 
rlir»; e allori noi duo: (Iodici i Biada 
Il dannalo Moti cerchi giti, quali'- 1*1 

lo. 1 da «ita. » par ma, * continuili, 
ad e-iia. 

13. {»-■(»»-«« «rodi, qointl Bra.li. 
qoanli l 

13. molte. IDtOM . 

1». a etetada. lini dopo I' (ali 

<<l. Diroio I lor peccati, ni adi» la 
loro mt mi 

1». InUrroinpendn 1' ciciciiio di ti au- 
tnrtiolo e tcrrilulo minuterò, dui I" «li- 
mo t A (lodino di 

19. cui. rln : fili. (Idi: -ridi. (ridi. 
tatti, 

sto. i'«-apit-ld «-«irtalrara. d»ll" «a- 



39 




1 duca mio a lui: Perchè pur gride? 
Non impedir lo suo fatale un! 

Vuoisi eoa) i:oli"i ii,i v -i ] >iioto 

Ciò che ti vuole, o più non dimandare. 
Ora i -a le dolenti note 

A fiirmiii sentire : or son venuto 

LI dove molto pianto mi percuote. 
lo venni in luogo d'ogni luco muto, 

Che mugghili come fa m ir per tempesta, 

Se da contrari vanti i combattuto. 
La bufera infornai, che mai non resta, 

Mena, gli spirti con la sua rapina ; 

Voltando e percotendo gli molesta. 
Quando giungon davanti alla mina, 

Quivi lu strida, il compianto e "1 lomento ; 

Beatemmian quivi 1.» Virrù divina. 
ii eh' a cosi fatto tormento 

Erau dannati i poccator carnali, 

Che la ragion aommettouo al talento. 
K come gli stornei ne portati l'ali, 

Nel freddo tempo, a schiera larga e piena ; 

Così quel fiato gli spiriti mali 
Di qua, di la, di giù, di sn gli mena : 

Nulla sporanza gli conforta mai, 

Non che di posa, ma di minor pena. 
K come i gru van cantando Iot lai, 

Facendo in aer di se lunga riga ; 

Cosi vid'io venir, traendo g 



ss 



luti Alluda al fanm (torturai artril 
Mm . VI. 
_l jmr. ificljo l". /Die. 

91. filtll, tcluln fili filo. 

S5, Ili. *i noli cinm Vir;ilio ponr 

mail quello aceraia dialo a tu 

tru*f qualunque otUcolo (li n 

o nel tlijiio. Vedi cinio 111. iena 9», 

*S. U alitati «1., Ir jriJi unitala 

*. o"»>«i l»« «.ii.pnio a - orni lue». 

^11 aoa r/ila, non fili ». i 
Sri. f«»iiii. ni'uliti. r ,r.i minio in giro. 
L» rapita Ut fimo «ohlc. dina lutile 
Dal Contilo Li vili atolli-. <bt coloro 
infintone ni uni mondo, 1 unii' 
cealiouo dibillett 
flfuti (Stili Um|«iti Jall mimi, come 



l'oicunl» * litoti drlli lue» dilli' in 
latto sapaossU dilli ululoni. 

11. duellili allo ruma ■ 
Il duupitu e «lumino bill», Cbe tot 
Iti il roteino «e»'-' 

>lrl I* »tr... . ti» | 

fonino Ir itfidi. il compialo o SI ' 
minio; quiii il (ho b.'llouimllBO, 

41. iakil. o odi di N irfilic.. o 
d.i p<t iti. irgomenlindolo dilli 
dnlU pass, 

S9- I lulioriùki; eba lotlonidloso 
r j;ioDt si ulcDio. dot all' appetito i 
imlo. 

*0-iS E coma I' ali pollino gli 
tirili . coii quel Jlalt, ooel «amo, 
qao(l| .pulii tuli, miltin — 
•et, ilotutlli, conia lei, capti '■ 



(USTO QCTSTO. 

Ombre portata dalla detta briga; 

Perch' io diui : minestro, olii .io» quelle 

Genti, che l' aer nero «1 gastiga ? 
La prima di color, di cui novelli: 

Tu vuoi saper, mi disse quagli allotta, 
i iilrice di molte favelle. 
A vìzio di lussuria fa si rotta, 

Che libito fo lecito in min legge, 

" il biav-mo in che era condotta. 
Suonai*, di cui ai legge, 

Che s«n Nino, e fa sua sposa; 

Tenne la tcrr.i ldan corregge. 

L'altra è colei che s'ancise amorosa, 

E ruppi! fede al ceuer di Sicheo: 

Poi è Cleopatra* lussuriosa. 
Elvna vidi, per cui tanto reo 

Tempo si volso; • vidi 'I grande Achille, 

Che per amore al fine eombutteo. 
Vidi Paris, Tristano. E più 



n 



:.'■ 



N 



* Ali. fella trito, dalli dotti lim- 
*•"•. «alla dilla «Alati trafori 

*• >lWU.allofi , con* oda, ora; offi 
'"• M amo 

di medio io 

* Urini», inute l.o»»t. 

* «t», tirimi»' i 

* Ut per Un; di lei promulgali. 
4,1 fcut. lecito, «sui Miro, ori" 

""*!*• »|K«»»* in flltl ' 

I «iHtftUrrt il Inumi" 

"■' « ■dc w .ipomd» li tu" ".' ■■ 'N ni! 

*BU t Sminai**, dtlla q. 
"■•Si leu» «ari*, cW ta nni» Bl 
t°» tttt a Nino, d- coi fu in .-.- 
**• IMI Iciioiiu tU ntotr oVlfe * 
**; illin intridi: ti» diiu I» mam- 
J* i •»««« » N 

*•» ' liKlt.1. 1 fOi [UH, 

-te fu Mdr* • tpni di 

• flati urliate » salto atonici > 1 
«ttWrimr rUmrimidi en incettati» 

KM U lirra. io Bl- 

"•ii, ri.i ohi il Soldino. 1 1 ■ 
h te Maralanai, rorrrtf*. rej 
tU» di tUailoau u 

>i il un-i-i di DatU tri 

sol ti restii del t»)4ar» ni u il 
te»*u dal Cura thiaaratl allori tol- 
ta*, «liiimniai par tolduu 
•Mi di Biiiloin. Kob |iei donqui 



IH( iuoco U «tonili lei 
Gl.l'aiiri e MMjSM MaOBS, tln firn. 

rlii amorfi r. tilt, iljuindunala ili Ktici, 

per diipciulooe d'iaor. 
rompendo li lode data il luo difunio 
■trita tte**», di mio amate allr'aoroo. 

a. Clfpain, regina d't:itt-i, ri 
prima il diede 1 Giulio Court, • pel id 

Ct. Simo oidi, indicandomela Nitsilio, 

r" ni, per camion dilli quii*, ciuco ti* 

traipo K vo'M, I10II inni di tanfaimi 

■nm lr*iror»"ro, Il (uern cioè tri i 

I b dieci inai. 

di Cb» pur amor- Oiiilinriile combat 

olu che .li h B 

niiul,, ottiniumonle di cocnbilucc, • 
non 11 alici, fu indi.llo a rlSfttrd le 

ir mi. 10 non dall' iltniio eh» portiti 1 
Patroclo, del quale, coli f , 
poie di temlirire la motte — Od loco 
può inUuidiirii, clic puf l'amore ood cri 
proto per Poliiicna perdi li «ita. Attui 
1», noli' allo di iposar l'oliawoi, dolla 
qaile era (orto Innamoralo, fa 1 Iridi- 
tnenlo ^ride, fratello di lei. 

ti. fari! Trillano, dui! ani. 
Talleri errimi, famoil nel roniinn dulia 
Inoli rotondi, L'uno, cioi f 
tmicitc di V ionna, par Ili muri : l' altro, 
rnue Trillano, imaale della HflM liotU, 



*D hki.i.' Dormo 

Ombre mostrommi, e nominoli?, a dito, 
Ch'Amor di nostra vita dipartale 

Poscia eh' io chiù il mio Dottoro udito 
N"inar Io donne antiche e i cava!' 
Piota mi Tinse, e fui quasi smarrito. 

Poi cominciai: Poeta, volentieri 
Parlerei a que' duo, che insieme Tanno, 
ion ri id vento «MI 

Ed egli a me: Vedrai e] 

l'in premio a noi ; I tu alloi- jyli prega 

Per quell'amor, che i mena: i rranno. 

Si torio come "1 vento a noi gli piega, 
Muovo la voce : anime all'annate, 
Yeniti: I noi parlar, l'altri noi niegn. 

Quali colombo dal disfo chiamato, 
Con l'ali aperte e ferme, al dolce nido 
Volan, por 1' a«r dal voler portate ; 

Colali uscir della r'é Dido, 

A noi venendo per l'acr maligno; 
SI forte fa l' affettuoso grido. 



donni dui re Marco di i:ornoragli>, fu 

da lui imitio <on dardo avvelenato; od 
Illa mori Don 

OD Cioè, moitrnmmi a dito, areannom. 
B»U coi dito. * eesiaotie. 

0* lihe incontrarono la morto per ca- 
gione il arnorta. 

"t ('»«' due. tono Francesca da Poter»- 
Fraocetca d 
Mio Malilr-la «un eefatte, Bftt 
ma tulli ni Snido da l'olenti, tiiinor di 
Rarrnm, e (u Melfi II ion volere mi- 
nili i a Qlaactou i bHiatoet», ilgoort di 

Itimmi. nono pTOoo, ma deforme o aeian- 
calo, ili iia (turo il luo nomo 

Si»». Biondi, 'i Nt, boto, inlinmln 

•.ntmoralin di Paolo |M cornalo. 
Cavaliere nlerOH ti ivtmrnl- 
fra miirmr con Ini, la dal mirilo lor- 
preta i'ì ic-m» unitkrDcftttf al tuo drudo. 
I i««ui nt I l**t o IMS. doo 

ma libitene '» ajoella di ' 
"S al •«(«. do* alla *•/"« tnfrr*ak, 
eie tM (l. • I SS. — 

nirr ti lincei, palese ettere piti 

le«p«rl dall' lille ombre itminli al ve». 
air*, cbi quello le Import* 
-ni». 
1*. ile I ani, che. li natia, eeadace. 



Dal latin.. UH NefoaofK M, *, cbeajy 
l'i' I 4" arliCOll, prctUn quelle 

Broaoail 
•I. tea iti a nel parlar, a parlale ai 

taciuta la prr|i<i,iimiir a, fama nnlaava 

al rantA I. r. M. altri. Modo aoti 

prr >icniiir.irii una Iona superiore, e I 

Itala 

ai dot eolrr . l'olir* ila qui prr «■ 
afitit*<n*. la cui vecrocnri par elio 
bull a portar p-r I' aria la colon 
■foia MoOfM dell' ali, eli» tua troj» 
■ferii t /«>-e. crne ic dicctse: porli 
dal rotare piò elio dall' ali. 

«■•■ -nu ■liete* mata rei 

per corca: l'ai «e-rr portile retali ce, i 

me del Itrnaii» . 
primi ,1. I mi-,, .nenie. 

95. Dillo, Didose, ricordata di aopr 
Oli aalichi premurano alcuna volt* I 
qotle II nominativo dei nomi latini 
.1' alilaliio, e roti dicevano rer 
. trrwo liante nomina qui I 
pereti! fra tolto queir anime la più : 
moia per li tuo rimerò Une ; o anche | 
apecialmenl/i. picche cantila dal 
maeuco Viriilio. 

ice lo l' aiTetlnoto tec«(l« 
et.1 ti .lo al mir-tlro, t 

loro : ertiti par f wn tener eia ri ■aree, a 



CASTO 0C1XTO. 

animai grazioso o benigno, 

Che visitando vai per l' aer perso 

Noi che tignemmo 'l mondo di sanguigno ; 
So fosse amico il Re dell' universo, 

Noi pregheremmo lui per la tua paco. 

Poi e'hai pietà del lustro mal perverso. 
Di quel eh' udirò e cho parlar vi piace 

Noi adiremo e parleremo a vni. 

Mentre che '1 reato, corno fa, si tace 
Siede la terra, dove ntia fui. 

Sa la marina dove 'l Po discendo 

Per aver pace co' seguaci sui. 
Amor, eh' a cor gentil jratto *' apprende, 

Prese costui della bella persona, 

Che mi fu tolta, o il modo ancor m'offendo. 
Amor, eh' a nuli' amato amar perdona, 

Mi prese del costui piacer sì forte, 

Che, come vedi, ancoi non m'abbandona. 
Amor condusse noi ad una morto: 

Dama attendo chi vita ci spense. 

Queste parolo da lor ci far pòri* 



I 



H 



r.t *éfa 



SS. P«nI« 41 fnvena a fiatila: 
n»4i o la càci i»i non anima «ola, ma 
tarpa aaiaulo, triilim Iriiene. pieno 
1» pula • knKDlU. • Sonni. il > mima 
al tMf»i ni an»l. • Valg. «lori. 

*. fu . tannimi, • GpllalimtoU 
tact'e. « Peno ò no color* mitio di 
raeiireo • di Boro, ni «tao» il o»o e 
uiiiiidw ., Dui* attuo 

•a* f»a»ltf. Intuì-: IV. cip 3) 

I. <&• Uafcamo la terra JH no 

*• «ans- 
ili U font aaair-a, enUinUndi a noi. 
* »•• GII aallcr, 

■irata. Lo rateilo» incl 

* cattavate rinvìi Si miti pia lotto 
''■*, M . th' « modo tutto 

1 o«t ,'* ti Uri, <i i iot come tool 

■•llUrtr» K nem n tot li ■ 

*"fi| ria nei •*• rtiri. patch! 

"■« td unto • in » f. ■ I 

"s* ie<-l«M« conràcaioU alla natura 

■ Miai 

*-*}. tWa U le "a. I 
•«1 "l'i «a. I. 

« Un i '1 drl naia, n< il 

**Men/a, aia noli incitala 

M lui. |i Bi f,, uif pan <*■ K-j.iti 



/ui, ji.t I li.-rarii dall' impelo il. 
Suini che ti «caricano in lui; o BafHo, 
por Irl rjnilinniit" ripoiaril cocli altri 
gol Inliiilari 

HKMOi Amoro, cho ratUmanta l'ap- 
piglia a coro temibile. Innamorò SSSM 
del corpo itienente. che da mio inirito, 

! mi, ni <■> '.olio; od II I 
nOdft, SI I In, mi CfodS a mi 

olTende tuttora, perche fu nel momento 
dorll imoroii aropleni, l 
l> rulli mirrili» no tenne al mio nomo. 
— Si noti il wrtio prri.lrr* per Uaamo- 
•ore. frequinlo nejll tal 

IOJ-I0S Amore, che non contenta cb» 
chi a amato non riimi, mi prosi 
Dimorò il fortemente della timbra» a 

ma di rollili, tlir. ron„. in «di. 

non m':.i io Icnco 

Pialo tuttora tirano al mi.i imo. — Pia- 
cer» • placcai* tallero Uieolta prm» 
sii amichi pnr iDfVcro. oereaeaio. 
106. ad au morii, ad iin'Kteil» mwte 

101 «a Caia*. Iooko dell ■ 
no li piini-ono | > 
laida 1 Ilo a candii niarilu, 

Chi ci tolva II 

IOS.' firU. do* iletfe, da Barare. 



72 Dm.' isreBKO 

Da eli' io intesi quell' anime oflonse, 
Chinai '1 tuo; o tanto '1 tonni bosso, 
Fin che '1 Poeta mi di**o : Che penso ? 

Quando risposi, cominciai : Oh lasso ! 
Quanti dolci pender, quanto disio 
Modo costoro al <1 isjo! 

Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 

E cominciai : Francesca, i tuoi martiri 
A lacrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo do' dolci Mal 
A che, e come concedette Amoro 
Cho conosceste i dubbiosi d«siri? 

Ma a mo : Xcaiun maggior doloro, 
Ohe rioovdani di! lìce 

Nella miseria ; o ciò sa 1 tuo dottore. 

Ma «'a conoscer la prima radico 
Del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
Farò come colui chi piango dico. 

leggevamo un giorno, per SU 
f>i Lancillotto, come amor lo stri: 
Soli eravamo e senza alcun sospetto- 
Por ) li bechi ci sospinse 
Quella lettura, e scolorocci '1 viso : 
Ma solo un punto fu quel clic ci vinse. 

Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante. 



ite 



IJS 



IO*. >J*»m. alla maniera laiioa.oHeic. 

tonfila»*. 

I1J QatatV, atei dopo aior penili». 
ili. ti Mnai faaita «lo* al punto 
lini rtwn dall' amor*, di « poi 
fu ad fili calicò* di grivo dulora 

{' * parlai li a Danto ti 

»p*llava 11 parlar* alla Innceio. corno 

li* lo arca aoiM (* toc#>ii priva* 

ni. lattali! mi i • lei «un 

puilooo'ol* Ano allo lacrimo; I 

i di dolor* • di compii. inni 
ivi .1 tkt. i comi, per quii ut"'. * 
per fi 

ISO. I taMia*) tatari, lo (cambiatole 
amore, min ancori 'ili. 

. tu ia il l.o tallirà, o ciò n il 
toc maestro Virgilio, gli [clic* noi mondo, 
:nf» lieo ticl l.imli'i ~ Altri inlon 
dono di Boeno Scierlno. dm Hi litici 
della cooiolailon* dulia llloiolla scrlue: 
• la omni illimitate fortuna lo 



■Imum sfinii infili '.unii .il, furata 
rem; • mi non considerano cut aoroi 

> in l'.il; l.i . ■ninii'.o NiriillO 

124. I* prima radice, l' origini. 

I». corani» o/jrlr-, il gran de 

IW. reme Mal i\< piante • 4 
piange • pirli. Cloe dir parla piinr*o 

157, l'Jv Noi leggevamo un giornu | 
dirrrtiiui'iilii li Ilaria di I ■" 'illoCla, I 

ratiere fornata driu Tivoli rotonda, i 
corno Amor* lo Urlali, lo legò da' i 

Uteri i 

ItO ataia alraa «iwlle di dò ebe ■ 

dar*, o n« accaddi infili 
150 151 Per urlo \olta qooli 
ne incitò a riguardarci amoroaimcoli 
ci fece Laptlltdtr* Bl 10I0 a» pa 
cine il (iimlu MfBtaM di Ule i.' 
quello elio ci viole. 

... pila, l'amala bocca, i 
P«c *occ«. coicb* in tata ita il 



Qoeeti, che mai citi nw non ila <livùo, 
I.» bocca mi baciò lutto tremante: 

Galeotto fu il libro e chi Io scrisse: 

Quel giorno più :i ■ ■ 
Mentre che l' ano spirto questo disse-, 

V nitro piange?» si, che di pietade 

Io venni meo, coni coni' io mortaso ; 
E eaddi come corpo morto cade. 



73 

US 



li* 



CI H nn> o >•>■ 

Km csUaaaTaai r.alcotto, osdo GtUollo 
•'"Min poi Of.nl lenone, A'itarn poi ili 
111» ihu o romamo ira comun. un nir 
to«ii^i.i nalrgiio i relò II 

»»•■.«, falitJoii dil Jofllco ilgoillfito di 
Ul »»•*,*•»: Co lenoo» fu por noi il li Ito, 
ranni Iim*o fu iu>[li clu lo icrtut. 



IS8. it>a»r>, più olir», pili innanii. 

140. tVlIrr» •[urlo, Cloe Piale, oiai- 
nrra. prrrlió ntonoicciail aulore prin- 
cipilo doli» ironlar» dell' amata don- 
na. 

141 lo «or-ri*, io moriitl. Arni 
•U terroiiiniooo doli» prima pcrion» fu 
li-pilima ir 1 ' antichi. 



V\\ TO. 

U lo» Corcalo, ito m Iterimi I Podi, itai.no 1 aoloil. I» cui pana i d' laaita 

Ka «M fVTloaa rWf (•> 41 arqna, »•« • r.r»nJlm\ o attuili! dàlie Bornie • 
•1 ti CnWro. Vr. «iti daanili troia Danio Citerò oso condtUdloo, col .inali 
» tnttka* ■ j«Ui« del «ili d.ll» palali. 

Al tornar della mente, che si chiuse 

Dinanzi alla pietà de' duo cognati, 

Qw di tristizia tutto mi co: I 
e nuovi tonni i 

Mi veggio intorno, carne: eh' io mi muova, 5 

E come eh' io mi volga, e eh' io mi guati. 
Io sono al terzo cerchio della piova 

Eterna, maledetta, fredda e greve: 

Regola e qualità mai non l'è nuova. 
Grandine grossa, ed acqua tinta, e neve "■> 

Per l'acr tenebroso si riversa: 



-.. arie. Al rlamil dilla mente. 
' par la ecaipiaaiine do' due co- 
.*■•», ««+ M itrinie in lo oli- 
rlo MS rie«i»ado l'impraiiioiio 
Lini.- Woansi Elia pilli, 
n» Ioli ulani laoatul «Pi K'i 

-< l'Inali può (ini 
-arasti poc'aa:!. fon fu 
l S. ro«o eV t* »i *«ot> re , I 
• bsiii. aiuajjpr mi ulja. ci oiua- 
«i ■-- 



1. fino cirraio dillo pio», dell» plot- 
ria. limito 4 itala punito da Vir, 

il lotto cerchia, duranti il tao 
iicnnnonlo. 

V, Sieoaa o f aoJirj noi aon I' » mota , 
dati o tonipro d' uoo ileiw moda, A 
icmpro della stona natura, 

IO. orina Hata, acqua lorlu. 

||, r»r l'air finiamo. Il limimi » 

la (ola tono mi ofTuscilori dell 

giOÙO. 



dell' aaemat 

Puto U terra, dio questo rione. 

Cerbero, fiera erudii.: ■ diversa, 
Con tre gole caninamente latra 
Sovra la gente, che quivi « pammerta. 

Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra, 
E '1 ventre largo, ed unghiate le mani ; 
Graffia gli spirti, gli «cuoia ed inquatr*. 

Urlar gli fa la pioggia come cu ni : 
- Dell' un de' lati fanno all' altro schermo ; 
Volgonsi spesso i niisori prof 

Quando ci scorno Cerbero, il gran Termo, 
Le bocche aperse, e mostrocci le sanno : 
Nlu aveu membro che tenesse fermo. 

E '1 Duca mio distese le sue spanne, 
Prese la terra, e con pieno lo pugna 
La Ritto dentro alle bramoso canne. 

Quale quel cane, eh' abbaiando agugua, 
E si racqueta poi cho '1 poeto morde, 
Che solo a di .oi mio intende e pugna ; 

Cotoi si fcccr quello facce lorde 
Dello demonio Cerbero, clic introna 
L'anime sì, ch'esser vorrebber sordo. 

Noi paasavain su per l' ombre, eh' adona 
La greve pioggia, e ponevate lo piante 
Sopra lor «IH par persona. 

Elle giacean per Urrà tutte quante, 



19 fìat*. |>u<u, (a Uff*, (hi fwit* 
PMBMi I» terra, che riceve quii! 
pilo .1 irijua tinU, emuline « neve. 

15. ittttia. Unni, di nuovi foglH- - 
Ceriere. cine a tre Ielle, che leeondo U 
il pumi flava i «oardia del- 
l' Inumo. 

IS. Bob quelli I foloil. immcnl • am- 
avviami ori pniioleote fioro, prodotto 
dalla plnfcia fod.lrlU 

tt. «-ijAi.lv Ir «uni, Cioè lo nmpe. 

IS. «Il «noi* ed li|»etra, |li | 
• (quarta 

*o. péaoe ir art», fanno riparo. 

91. V»l)w4ii itene, fi roltino spetto 
da una parte all' allra. < «noi pce/eal, 
quel vili peccatori, che alirn 
riconobbero che II venire — fro/aal. fu 
ma quelli ebe •' orano falli un colto 
de' piaceri dal eorjiu. 

'M. Mfatt. Verme dlcetl nelle S 
ujni more che ita giù loturra a pro- 



curare eterno tupplirlo a* dannali. A» 
Lucifero è da Dani» chiamalo 
Cerbero con I inni talliti può cuor ari 
bolo della rea coicioo» ; della quale i 
l»iu : • Vrrmii curimi non morieiur. 

23. tenne, fanne, gli scali d 
fante. 

95. diifeei f« nw i».tai>e, divieto le I 
mani in forma di ipanne, cioè quanti 
distendono dal dito pollice al aais 

91 aronote eaar.». fameliche (alt. 

». epaoaa f petite* av 

mente. aoltinUndi il perle 

70. m tfleore'le iefrede e puf**, è i 
lento a divorarlo, e quau para 
lulU con euo per l' avidità del 
(lire. 

J*. UfreM. ilonl.»c». corsa) latri 

M- adoea, abbuio, dona. 

36. Sjpra Ur Malli, fopra il loro < 
pò vano, la loro ombra, fi* par peri 
che ha irmbiaiiia di corpo nouao. 



curro sesto. 

Pnor ch'una, eh' a seder si levò, ratto 
Ch'eli» ci vide passarsi (lavante. 

111, che se' pnr qu. no tratto, 

Mi disse, riconoscimi, ne sai: 
Tu forti, prima eh' io disfatto, fatto. 

Ed io a lei : L' angosci» che tu hai, 
Forte '.i Uri luur dell» mia mente 
ha non par eh' io ti vedessi mai. 

Ma dimmi chi tu se', che in si dolente 
Luogo «e mossa, rd ani fatta pena, 
Cbo s' altra è maggio', nulla è si «piacente. 

Ed egli a me: La tua città, eh' è piena 
vidi» si, che già trabocca il sacco, 
Seco mi tenue in la vita serena. 

Voi, cittadini, mi chiamaste Ciacco: 
Per la dannosa colpa della gola, 
Como ta vedi, «Ila pioggia mi fiacco : 

Ed io anima trista non son sola: 
Che tutte queste a simil pena stanno 
Per fimi! cólpa; e più non fé parola. 

Io gli risposi: Ciacco, lo tuo affanno 
Mi posa SÌ, eh' a lagrimar m' invita : 
Ma dimmi, se tu sai, a che verranno 

Li cdttadin della città partita; 

Iran v'è giusto; e dimmi la cagione 
Perchè l'ha tanta discordia assalita. 



75 



40 



li 



JO 



». 5» ratte Cirilla ri lidi punirti 

i Uiil» ch'alia et tidc putire 

t si, a lei. 

fi Cottru. n fèllo r'Iiu 

..'ifjj, ciò* la naicaili [tri 

■a e» i 

u. u un ftm «V's Mi mnti, alo* 

h"lo un l'iUlt l» mmi« 
■a wuttttf per ■araurt di «uni. ipot 
- ili Hot» cbitnu.il la 

. > la m«t lore, udì (traila ili l'i 






•a la alta urna, (io* la Urrà, < 
atrsppMWalli riti 

H. Claam fa m dniii lo ' Il "lino di 

piana il' «binili e di Bi 

■*. Il cj*alr i. Com- 

•«Si «Ila frìelaa CraaaJl* • caotloi- 

MIJ> |.-r« unir ili . | . .- 1 1 .' - r 

■UH MO.II.I t tirchi. « 



miiiini.iimr-i. con ((uniti r.lie splendidi. 
nienla o dclicitimoiilo nianci»Tin« • bt- 
retano • Ori poloni egli eri un 
■ ilo, tari cnniiuitalori credono I 
folle apposto il nomo di elacco, che tata 
pareo. Ha »e Diala, Matri (al lo sp- 
ptll» per quello nomo, lo compungo, « 
uan (il lu dileggia, «(li or 
quello era il »uo nomo proprio. * non 
un ,o prj rinomo di tebemo. lDfalti si au-ii, 
* li ha Infiora, in l'iruute li l 
do 'Ciuchi. 

69 giti Danto da »* mostra on« certa 
compassione. Il quala a mino a mano 
cli'tfli procedo Terso il cenlrn dilla ra.'la 
d' aitilo, ti iu Ini Martin IBdosI, ■ unal- 
oimlo citlnnueriiti.il ifTi'.lo. 

(». a <»» ii'iixi, a quii termina ti 
ridurranno. 

CI. ulti porterà, Flrcnio, dirli» la fa- 



Ed egli a me : Dopo lunga tenzone 
Verranno al sangue, e La parte selvaggia 
Caccerà l'altra con molta r>i 

Poi appreso convien che questa caggia 
Infra tre Soli, e che l' altra sormonti, 
Con la forza di tal, che toste piaggia. 

Alto terra lungo tempo le ir 
Tenendo l' altra ?otto gravi pesi. 
Come che di ciò pianga, e clic n' adonti. 

Giusti son duo, ma non vi sono intesi: 
Superbia, invidia ed avarizia sono 
Le tre faville, e* hanno i cnori accesi. 

Qui pose fino al larximahil suono. 
Ed io a lai: Ancor to' che m'insegni, 
E cho di più pul.ir mi facci dono. 

Farinata e '1 Tegcrhia', che fur si degni, 



64 Dcpa 1**1* leatoae, dopo Inni* 
cometa — Dante ha Immaginalo r.ln- It 
anima Tfilano Ir coie fulutn. Veihl,» |nìi 
rhiaranirnl* al Canio X, tomo 100 al 103. 

83. la ratti itleagoi*. Coli fu delta la 
(latto Bianca, perche di quella era KM 
la 'imlt'ha da I '..• r.-|,i . .muli .l»i bui. In 
U \ .il ili Siene io Mugello. 

W, Carcere l'altro, cioè la pai' 
di cui era eapo la famiglia de' DaDSlfl ; 
co» molta o/T«»ilo«». con grand' offiiii 
con molti danni— fucila cacciata a«- 
Toane nel maggio ISOI. 

in i*> Inteinli: In appreiM coailene 
eh* la parta Bianca r*e>ofa, Statai 
ito afferra dentro tre anni, a che l'alita. 
Cloe quella da' Neri, eerea**lf. pretllgl 
a trionfi, con la fona (I un tale, che at- 
tualmente piaggia.— La cacciala de'Bian- 
rtii. mi allude qui Dante, Htnini nel- 
dcl 1SOJ. Tale a diro SS inni 
appretto la data della filino* di I . 
Ma a* qsil fai*, per la cui torta la palle 
Nera pretalie. ila Carlo dt Vaioli, o 
lo Vili, A molto cootroierao tra 
I comeotitcrl. Boolfailo Vili area .-un 
Krandi promette inviuiu Carlo ili I 
fratello di Filippo il Bello re di Francia, 
a panare In Italia per far l' imputa di 
coatta I' ararono»! Federigo. Ma 
polche il ti lupi imo era ancora oppor- 
tuno all' impresa, il Papa mandò il prin- 
cipe, da Itotna o»e allor il troni», in 
Firenze, aftinché, componete* la ditror- 
ilo di quitta citta. 11 Francete peraltro. 



Intoea di adoperar di parmrr. • 
fona a quello do' Neri, ed opprette 
fatto 11 partito eoolririo : qum.i 
della «poplin della manometta Firente. 
indottene pe' fitti inni. All' un perto- 
oaggio egualmente cho all' altro f»ò 
dunque convenire la trite dal l'otta aia 
la. Se t' intenderà Hi llnnifatin, altera 
la TOC* terbalu piaggia lignificherà me* 
loitaeae ni arti, /-* il ei*»»(*r*<e; pere*» 
, mentre il moitrara tenero 
della quieto di Firame. unni irireU- 
mentc di tchlacclarrl 11 partito de'BlaaY 
chi. Se a' Intenderà di Carlo, allora pie* - 
,-i,i . ii-riiiriii ri ita coiCfoeiaode I* p,a* | i* 
ari mari, ita aeeiocaili» pretto la etariaa. 
perche egli era allora tuli* Betti* par 
portarti io Italia. 

70. InUmli: la faiiotte da' Neri terra 
alto la fronte, li inoltrerà orgoglio** * 
superba per molti anni, 

au rè*, «ihlionn I' sfera, la part* 
Bianca, il dolga e al rechi aJ onta m 
-,i iinijua oppreulon*. — n'admli, t* ne 
adonti. 

75. Sono In l'Iremo due uomini grami, 
ma m 1 1 ira da' partili non ri uno atcel- 
tati— Chi fotaero quelli due io* pò» 
accertirti : ma il Poeta ha proUbili»»!* 
Toluto accennar to iteiio • lì tuo pria» 
amico Guido Cavalcatili. 

16. al lacrima»!! meno. Il 
parole tue, cioO di Ciacco. 

7)1, HO. »'jn»ol« degli L berli . tedi 
cani,' S, fregAlaio Aldobraodi de 






CASTO SESTO. 

Iacopo Rusticucci, Arrigo e '1 Afona, 

E gli altri, eh' • ben far poeer gì' ingegni, 

Dimmi ove sono, o fa' eh' io gli conosca, 
Cbè gran disio mi stringe ili <apore 

i-li addolcia, o l' Inferno gli attosca. 

E quegli: Ei son tra l'animo più u 
Diversa colpa giù gli aggrava al fondo : 
Se tanto scendi, gli potrai raion 

Ma quando tn sarai noi dolo* mondo, 
Pregoti che alla mente altrui mi rechi : 
Più non ti dico, e più non ti rispondo. 

Gli diritti occhi torse allora in bi-. 
Gnardommi un poco, e poi chinò la testa ; 
Cadde con essa a par degù' altri cicchi. 

E 1 Duca diMo a me : Più non si desta 
Di qua dal «non dell' angelica tromba, 
Quando verrà lor nimica podestà: 

Ciascun ritroverà, la trista tomba, 
Ripagherà sua camo e sua figura, 
Udirà quel che in eterno rimbomba. 

Si trapassammo per sozza mi 
Dell'ombre e della pioggia, a posai lenti, 
Toccando on poco la vita futura; 

Perch'io diasi: Maestro, enti tormenti 
Cresceranno ci dopo la gran sentenza, 
fien minori, o saran al cocenti? 

Ed egli a me : Ritorna a tua scienza, 



ss 



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bri « l*f S*ir*wrf. »cll onlo XVI. 
1"** da' rifuti. • »«« d-fli llbtrli 

• Ltafcarti. redi tuie XXVIII. _ Le 
'«1 IfTalntati In ali » lo co iinlrui 
tMU «af II antichi troor.au in a' • in 
■*.' eaal ai frimai*, lesraU. Trapalalo. 
tnn frlma'. «!:«', Ttiiaia'. a di Ue- 
«alMa./ubni f««ro Ice. (iato'. Nalo'cc. 

• Sarai. LI loda. M3 «si peccatori, ma 
nat •altstoavini. 

ti. laupdi- a* itanw fra U dolerne 
Morte, e fra U anvareno «all'Inferno 

B. «vi, Cfllao: Sia miri, più malra««. 

sl Seaarea Hit», uà* colpa di mi» da 
fla.U «alla (ola. 

tì. aalsaacaaa «.'Irai iti r< 
•ail all'allnil n*i*oria, cibi ajli amici o 
•BMtnU. Dania fa I tori - 
«•-tara taliaBBfOWfla Otfll oeoilbl.Vcdi 
kfcra., tinto «TI, XV. \V| , 



PS. iìmMi i: .li cui canlo che incuci 
UH guerci dilla mini! gli ioli. 

91-96. bandi: l'.ii non -I rulli, pia 
non fa allo di rnuoteni Iriiù non lì 
prima cho iuodi l' angelica tromba por 
I iiniTiirialo f indino, allora quando torri 
I' elenio diadico lem nemico, ai 
contrarlo. 

91. Imin (»»»«, perebo chiudo un corpo 
dannalo i pi ; 

99. Ciò»: udiri la Melassi di Baiarli' 
ilooo. cho alt rimbomberà in eterno allo 
orecchio 

100. io; :c miiara. perchè corapftiU di 
fango « d'animo «bielle. 

le*, ftajlooaodo on poco dell» t|u 
futura. 

103. il colali, coi! doloroil comatosa 
ora. 

10* IO» a Iuj IcdsM oc. alla Ina Dio» 







Cbe vuol, quanto la cosa è più perfetto, 
.ni.-. I bete*, o co*l la doglienza. 

Tuttoché questa gente maledetta 

In vera p .'inmmai non rada, 

Di là, più elio di qua, essere aspetta. 

Noi aj,'i[inuiinio a tondo quella strini.», 
Parlando più assai eh' io non ridico : 
Venimmo al punto dove ri digrada; 

Quivi trovammo Flato il gran nemico. 



ili 



•0(1» irlllolelira, Il quale imr.i 

la coaa e uri gao 
fella, liuto i la a telline II 

piacerò comò II dolor*. — doolieata, do 
I ur- 
lio, otaavaval eoa vada, non vcngl mal 
III. ni U «0. Ai|«'<U di M 
perfetta di là dal taODo, dopo il luuilu, 
dell' anirolica tromba, chi- ili qua da elio, 
cu» prima di tuo lnleudl elio tornando 
U anime ad unirli ai corpi l.-to, o »0- 
DODdo perciò I dannati a mi;,ior BOrlt- 



lione, più ■ultimino il dolore. • Cura 
tiet rttamotls eamls, ai bonomia geo- 
dlum roejui orli, «I idoIoiuui | 
major», • dime lant Agallino. 

Ili. doee il digrada. dove ti riaccade 
per meno di gradini o iciliui, ai ducea- 
d< ciò* nell'altro < I 

MS. fiuto. Sfatatilo di liia.cn» odi 
Cererò, dio dello rkcbeiic. e quindi il 
tran nemico della pace dol mondo, per 
cbe dalla paaooae di e*ae derivano I 
maggiori ùitordiiii deli' umana famigli* 



CANTO SETTIMO. 

Piale, Dio Infernale dolio riccheue. eb» »ta la taardia aoH'ioereeeo del QuarU i 
ehi», tenia .pmr.iar Panie co» panie Ina», afa Virgilio lo fa taoen, • ec-ndti 
dieeepolo a itdor la raoìaaOM do' prodighi o degli arali, eb'* di ruUIai (rati 
c«l petto, » di ilirn rblaala. i: .lopo a»r teanio diacono intono alla Fortuna, i 
dono aol quinto Cerchio. • ialino lungo 1» palude Sllg», uto • tanno 
fi' UwouJI . e eoli' Mei (Il eccidio*!. 

l'ape Satan, pape Satau aleppe.... 
(Viiuiiició l'Itilo con U voce chioccia: 
E quel Savio gentil, che tutto seppe, 



I. fape inferir.- « Ialini 

ula >orp<cai ; ol«»r«. lo eleuo 

cbe ale/* (CSM lieep» /Vi'pw! e voce 

tri fii altri Nplfcatl ba 

quello di e4f»i, priecipe OC. I.a frair 
dunque. clic prr reticenti r leunr I 
lira: Ceeae, o Se tu «no. e.eie, e Sataaae, 
priecipe dei!" fererae.'... un audace mor- 
ula Oli penetrare qua entro T t,« parole 
di Mulo toao di minaccia, a un tulpeeil 
al par alato contro r invatiooo 
d' od ilio no' regni d<dia morte. 

f. da aiiortirn ehi Plulo non a qui il 
r incipe dell'Inferno (polche il principe 
l'i oolaae. a'.lrnnrnli dello aUaa/<roj , 



mi e 11 guardiano di quello quarto I 
chlo, oel quale, nceome et pooiicooo | 
avari e I prodighi. CO*' «Ila rapprei 
lare il dio infornile dello ricebriie. 
I ulema ra|iuno di eonveulonia. nel t 
cerebio ila a guardia de' votoli il dei 
■ilo Cerbero, elio ha tre lioccbe, per i 
notar» I' eccemo del villo della gola. 
nel folata cerchio, per fondiario dell! 
palude Slise, ore itaono Musarti gì' ira- 
codi, incontreremo l' iraoearje Plegiie. 
3. fece calicela, roto lauta ed 
a. rA> fair» teppe, atiindio 11 linguag- 
gio do' doiuonii. Virgilio * «aoibolo elfi 
tipere umano, .fol canto IV, Infera*, ha 



castro serralo. 

Ditae per confortarmi : Non li nocda 
tua paur. 
ti torri lo aecuder questa roccia. 
-i rivolse a quella enfiata lab! 
E dine : Taci, tuulcdetto lupo ; 
Consuma dentro te, con la tua rabbia. 
Non è aanza cagion l' andare al cupo: 
■i co»! nell'alto, ow 
Fé la vendetta del superbo strupo. 
Quali dui vanto le gonfiato volo 
Caggiouo avvolte, poiché l'alber fiacca; 
Tal cadde a terra la Urrà crudele. 
Goal scendemmo nella quarta lacca, 
Prendendo più della dolente ripa, 
Ctie 1 mal dell' universo tutto insacca. 
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa 

vi: travaglk a pone, quante io viddi? 
K perche nostra colpa si ne scipaV 
Come fa l' onda la sovra C.iriddi, 
Che ti frange con quella in cui s" intoppa, 
Con convicn che qui la gente riddi. 
Qui vid'io gante, pia ch'altrove troppa, 
E d' tuia parte e d' altra, con grand' urli 



Ti 



io 



20 



sa 



tu»: • la ikOMil «DI «eienri ed 
mt: . * Mi mito Vili. ' 7, 1» 
'nr A i*- • 

», (. ut». I ■' quuu poltra «fll ab- 
ili, aaa U lena, con l Uiptdlri lo imo • 

*>• i ' 

: • v . iU». t «.utili fio- 

ru tal., i i iWi prr farti». 

■tane, è alalo più «ulti 

. : ti» p.llln utile moUi 
ter usjie, • li Bui 1411 

l**V C«*l-I f inficilo Intel li'j 

. ilthealVlo 
larkiìt' • -«-e cbianjli id«l 

tn. t /iniMiim , cade il Poti* un 
ta I* tot» (Ima*, «inprc. in 

«Jt 1 ' dll 11 

laWki» iitipn. «li e lale Irowodl 
~ il — // u iWdu, inde li pani. 

• lucra. p»«eM eilu 

l«.JUUl !>!•! 1*1 11 

>-» wuil ; Unciale I aiuti*, come 
«Mtt ii irei» uni» 
al Im. citili, urna»; t*«» cVl- 



oli dll lilinu birturo. E l riji..- 
Cosi chiamili iti ffjiit* i ripum nifi-r- 
ulli perciocché a ehi li numidi dal pia- 
■riera ippaiuoo quasi iniettante 
I, o (lindi | 
i~, 14. fV'ulcadu «fì.,inultrinn<i 

111 tetaoN ripa. <*■ auunw la il 

racchiude, tu/li- U aaal JalCwItm ae, lulta 

la milìiiii... tulli i ic.lini dil I 

19. SU. MIJ giviii. "i .li Dio IpkI. Oli- 
none di m»r»i|ita;.r.ii. » non ui.tliaa. 
Iti», i«»r< rraraglir. unii 
ce. 

SI. ■rir-i. tciupa, ilntii. 

W. («i/i I o«*i. Ira Solili oCar Iddi. 
nal raro di «ruma. o»o ta acq 
mare ionio o del Tlirtae l'In 
e il (rinfonn. 

t». ri* udo; come ai l balbi 

aaUea, detta u bm*. 

SS. 'rapa* Dll 

clic min 1 rei 
eli eailnnquo altro peccalo. 

96 CSM farli, 1 pridillln. • d" «iCa, 

(Il 1' 



SO DBX' INI-KR-fO 

Voltando pesi, per forza di poppa: 

PercotcvrtnM incontro, e poscia pur li 
Si rivolge* ciascun, voltando a retro, 

Lindo: PcrchiS (inni? • : Paratie burli? 

Cosi tornav.in per lo cerchio tetro, 
Da ogni mano all' apposito punto, 
Gridando sempre loro ontoso metro ; 

Poi si volgca ciascun, quand'era giunto. 
Per lo suo mozzo cerchio, all'altra gì 
Ivi io, eh' ovea lo cuor inpunto, 

Dissi : Maestro mio, or mi dimostra 
Che gente ò questa, e se tutti fur chorcà 
Questi chercuti, alla -ini-ira nostra. 

Ed ''gli a me: Tutti quanti fur guerci 
Si della mente, in la vita primula, 
Oh*, con misura, nullo spnndio forci. 

Assai la voce lor chiaro l' abbaia, 

Quando vengono a' duo punti del cerchio, 
Ove colpa contraria i^-lì dispaia. 

Questi fur chcrci, rho non han coperchio 
Piloto al capo, e papi e cardinali, 
In cui usò avarizia il suo soperchio. 

Ed io : Maestro, tra questi cotnli 
Dovre' io btD riconoscere alcuni. 
Che furo immondi di cotesti mali. 



«7. ft /wn di refi"». p«r ton* 'I 
i<tw. tol petto. 

93 f»r 11, noi loofo timo, nel me- 
minio iIcho ebo il urtavano. Non ♦ 
l'unico riempio di ceiifiilla riniti. Vr.li 
anebo Inforno XXX, t. ti. Neil' Arlotto 
■Mr «v a' accorda con rrrdt. o Bolli 
litri inlon il polrrbbrro «lire. 

SO- frcrAi Hi»lf »rS4«- 

rnrntr? pillane l prodlrhi adi jiiif. 
IVreA» tarli? prreb* Itili 'UT ritto*- 
dono |U avari al predichi. — ler-li ' 
dal mt» pimentala tarlar, eba tirm- 
Ic* rat» Urea ilrl ne. t por Mtonaiono 
erutlar«etri. 

3t. 0* opal ateo, da opti p | 

XV. araarr. continuamele; aero oacoio 
Pirro. *a l( ' ■ oritilnna. 

M, Zi. rea al «altea ritira*, |eaae~rr« 
lineiate. Coatrnh I 
i' tra jlinlo ; (attedi, al punto appetirei al 
relfM err la iti attfeetrcAit. oiiit rifa 
cria Indir tre II picdetiniowroicercbio.pcT 



vanire tir mitra ouirre. all' altre Kcartr». 
36. «ami recasele, tini di pltlA. 
58, S9. «Aerei, eborici; ricreali, rlie- 

rtaril 

W, ti. far jarrrt il dilla arar- 
al citelli, il itravolti di mona» 
«Ila prfaole. mila ula iriaia, in ni-' 
monde. 

A4. rA», rea alluri re. Intrn.ll- Che 
non botro ipeo alcuna eoo d'bita mi- 
niti: Ciò* «peltro, o troppo parrxnrale. 
troppo pro'atim.iile. Perei, «I '«Ceto; 
ri. iti. »n n.'l il. ondo. 

■Mita, io irida, tori» parole ta- 
ciurioie dille di lofe*. 

U. <l dlieelo. li dlirlonp, ribatte» 
doli io pani contraria. 

te, «1. roetrcAio Pilato, ptlot», dot i 
capelli. 

Ut. Cioè: In cui I' artriti» o»4. ado- 
però, I" eccetto di ma (urta. 

SI. tMeadi. macellati, coniai 
— a>t». colpo. 



CAXTO MTTUTO. 

Ed egli a me: Vailo pensiero adi;; 

La sconoecci. io sozzi, 

Ad ogni conoscenza or gli fa bruiti. 
In «torno verranno agli duo cozzi : 

Questi rjjurjj-oraimo del stipulerò 

Col pugno chiuso, e quelli co' cria mozzi. 
Mal darò e mal tener lo mondo palerò 

Ha tolto loro, e porto a questa «affa : 

Qual ella aia, parole non ci appi- 
Or puoi, figlino!, roder la corta buffa 

.oa commessi alla Fortuna, 

Per che l'umana gente si rabbuffa. 
Che tutto l' oro, eh' è sotto la luna, 

E che già fu, di qncst" animo Bianche 

Non poterebbe farne posar una. 
Maestro, dissi lui, or mi di' anche : 

Questa Fortuna, di che tu a 

e, che i ben del mondo ha si tra branche? 
legli a me : O creature sciocche, 

Quanta ignoranza è quella che v'offo 

Or to' che tu mia sentenza ne imbocchc 
Colai, lo cai «ver tutto trascende, 

Fece li cieli, e die lor chi conduce, 

81 eh' ogni parto ad ogni parte splendo, 



81 



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B| odasi, %ut/t\> ls «uni* 
A. U. U «"«"ili, ì u nobile ed 
tatara mi. i- •-- toni 

«.{!».. - U>00- 

mui • uni IH«s ««uinii, perche 
I min • il srodit* d.w.-oB.niuM il talor 
Mi. usa. 

B H li tuo aiti, eli* Si 
UHI t (Il *IUI il «IllM HVMIU' 

tal 
li. ci r«ruiii* 

■ 

MVt. f «r=ii* e 

Ima »j»fi I prM'i». | 

Idia ulilxqaw, estua sur ti die». 

Ui • fap-lll. 

tv. a». I.ili'i !■> i<nlK*p<are.ee»al 
■n. « l' >ril»itiU rius.rr . Aa tali» 

Ti/Ulte. — w*Hri » i K < I 
W persie aaa « iip^q. sai 

Usa, ms assJidco U liceali., eoa lllu 

CSM sitala. 
O. la **r«S *»/«, Il bttia Mi 

km «sBUk. 



GJ l'or coi (li «omisi l'aeaspI(HaM 

a .anfano a tulli 

I K /a l«w. ciò) In Imm, 
«Vi. £ cA. yid /«. a quello eli, 

tuo, 6 nata 

«M di et» In mi tSMif, di cui. della 
ipialr. tu il,; li p unii. 

09. Cam' o, (Ila tiene fra li' mini, ni 
tua balta. I lem li d adof 

TI • i.- esali 
mia w.iUhii. cioè, chi In ri'-.ia li u,u 
lentcDia. come i kadatll .1 elio u,uiiid« 
tono Imboscati 

"3. Ceiul. Ilio — tulio AftJSMaél 
cuina, è al di «opra di lutto. 

■H. die (or CAI co.il.ee. chi li conduce, 
cioè lo InUlliioni* motrici. Ugni cielo, 
onoro «fera celali*, eredetiei a loitipi 
di [laute che 'une mouo in «irò da uà 
An«clo Culi uni Inteliiconiu 

no c-weie la Fsttaaa, TsU finta 
•ie dahoeoo coodoDani >•! 
cui la Motosa teol.iii -a » l' asti 
fiuilieu.ii etto Uuule .1 liu per donimi 

J5, Micelio por rpicelo resola' 



82 Dn.t* iwnso 

Distribuendo egualmente la luce: 

" nt« agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce, 

Cho permutasse a tempo li ben vani 
Di geute in gente, e d' uno in altro sangue, 
Oltre- la difensiou de' senni umani. 

Per eh' una genio impera ed altra bugne. 
Seguendo lo giudicio di co 

1 è occulto, com'in erba l'angue. 

Vostro saver non ha contrasto n ' 
KILi provvede, giudica, e persegue 
Suo regno, corno il loro gli altri D A 

Le sue pennutozion non hanno triegue: 
Necessiti la fa esser veloce; 
SI spesso vien ehi vicenda consegue. 

Quert' & colei, che tanto e posta in croce 
Pur da color, che le dovrian dar lode. 
Dandole biwnjo a torto e mula voce. 

Ila ella s'è beata, e ciò non ode: 
Oca l'altro prime croaturo lieta 
Vulve sua spera, e beata si gode. 

Or discendiamo ornai a maggior pietà: 
Già ogni stella cade, cho saliv.i 
Quando mi mossi; e il troppo star si vieta. 

Ni i ricidemmo"! cerchio all'altra riva 



ai* 






le rlipUnd* «f i io I" litro : a tulli 
TlAetlOOO la propria luci X ricemla ili 
irmoniea prr>portióQ*. 
71-»t Coilpurt ill« rle<ooiit e dijnl- 
:. ; basso imin- 
it.-. tteftaa'lsl lussala rrtolatiit*. la 
quale i Wnpo a ter,: putido 

In quii ' io m- 

llotte, r ili rimigli» is umilila jrimprrii 
■ì'tti, .mia «ho I' inumo »<nn> 
poni fini 4ifm. 
SS. -Vj.r*^ .'• jla.llrlt.wraa.lo il pi- 
li rotar». 
*l. ri.d, con* irW, a*4. Ione* di taf, 
ir, «i. m i ■ "■ ' ilsall • |l ' "''hi per 
ir* l' Intono di du» tociM, 
S 1» rcilntlt, non può contri- 
ti* r». 

. i «trarfx Sao rri»», « pro ra ** 
alreteriinnnr orili* coi* i Ira ■ 
fiat*, CMW Il <c-> 1,1 alfrl Un. tuoi» («a- 
Md,»„ txlU UfO |ll Siili AOjoll . I 
DM «ile 111. 



SO. Coti a, tao «petto bini il i 
té umtaininta di Mito. 

91. fot il •• tro». ciai trilli. 
• brilrmmliU. 

Cri. Arichu ila roterò. 1 full, poirU i 
dicono upteati. 1» inrrtfcri W 

irutn lupetto 1 tota" «111 pru.riill 

CD. mata iow, fimi di (attiri. 

91. Vi ili. .1 anta, li m ili 

9». Ctn V élttf tr-ra» crmlara, c*a i 
altri Antri. 

StL. Tolti ini »t*r«, to1|», moire, i 
tua Etera, U mi ruoti. 

97. • m*tt*r pili*, s lotfe AtSB* i 
marci, ,r rouipmioo», parche pie 
mlfrinr prm. 

SS dia «sai alarli fi»: InUeli, 
pillila la m«-rnnMU. 

100. 101. .Voi iMivm, nm Ufli 
mo, lUii'ciummo, il rrrrAl* ctMarl* I 
puolo latslilo ifoinbro, dopa il , 
da qorll* mito*. Odo s eba f> 




SoTr'una fonte che bolle, e rìroraft 

Per an fosnato, che da i 
L'acqua era buia molto piò, oba ptl 
ii, in compagnia dell'onde M 

Entrammo gii im, 

Un» pai mie fa, c'ba nome Stige, 

Queato trìvio nuca] a disceso 

Al pie delle maligne piagno priifp. 
Ed io, cho » rimir 1 to. 

Vidi genti fangose b aitai pantano, 

Ignudo tutte, o con sembiante offeso. 
Quatte si percoteen, non pur con n 

Ha con la torta e col petto o co 1 1 

Troncandoti co". irmi a brano ■ bi 
Lo buon Maestro disse: Figlio, or vedi 

L'anime di color cui vinso l'ira: 

Ed anche to' che tu per certo credi 
Cbe sotto l'acqua ha pento > li- «u'-nii .1. 

E tanno pullular qnàefacqna al tummo, 

Como l'occhio 'i dica i' in 
no dicon: Tristi fu 
iaer dolco dia dal «ol «'allegra, 

Portando dentro accidioso I 
Or ci attristiam Bolla belletta negra. 

Qner gorgoglino nella itroxia, 

Che dir noi posson con parola integra. 
Coa) girammo della lorda possa 



83 



103 



110 



II» 



I. ' 



:» 



1 nc«, (VI effB»M al qnlnto, 
*in aM /«(•. ir. 

IBS». ali riama 

«M^mri. e li uri* 11 ufi; 

101. I «ri», ir* Iti», rio! oKm, 

I aia tl# arrM lurr * ir.l l!r» mollo 

limine del l.i 

fOSM f»JJ 

iti «olore. 
a. rat «afra*, m urta», limitala. 
IH. fr>f». dal frr<» »**r»S the tuoi 
ftn a/i«. fruir; » r artchr irr o 't. 

■ «aatela, «cr la n.i'liniii 
sai b» ti ltla<(lla> ; ««Il il Tarp» ili 

•m U .ette ir.m II rei 

e» 'atra*, latecto. 

.«, lfa«ò. 

Kr (taaife (I amale*», liwnarrol- 
•*»•. I' ni 1' allr*. a» a»r rea nato. 
wm aaltawai* eoo la ■ani. ai* rt 



in. mai, 

IK, Cai ,;i(, l'ifaaa tì tu. ti I. grill 

eaa tupira. len q .li accidioil. 

119 i, .-,1, lorpiri (amo tergi 

rt* arqin *n boli* *lli iii|"rlìn»>. I.i n Si I 

Fa • 1 laiflear* 1» ino/. 
dell' In, e l« laMOlM imanlo dell' inu- 
dia la »ili> dell' 0Tf0|Ua 

193. a* ala 

ID- arcali»» Zanna. • Vaporallonc* 
trillai fi ii" laoahollaa, • .Imo un Tom- 
maio, perlai ridia. 

■UtKai hBfO, denotilo du '•■ 
I' acqua torbida. 

143. >i aorjij.'ia» alala «fruirà, mio- 
dino dilla 1 ci- . piata 

l'aaftt Mal l-llilil- : ama" <a*e. U 

dalli riarrlr. a ••.«pio « MS 

fon. «.lai I quello the li 11 gir t »ril 



nr.il. IKTEBXO 



Orand'arco tra la ripa «ceca o'I m<zzo, 
Con gli •> faiifjo ingozza: 

Venimmo appio il' uiu (OTTA al dimezzo. 



118, frana ano, (rao parie de) ( 
frjla l-.rrln pai M il il., fu.. 
il: tntar.ya nt<ai'l»fin.,to\ì «ilrel- 



' i « o "I Urtano Boll*. 

4X1 *'■ *"«::«, di ultimo, naia 
appiè d una lorra. 



IO OTTAVO. 



p IcaioiM 



VkfUi accorile Bilia tu Birci i dito Fotti, o moulri 11 Imitili» all'altra tir», 
tal f»oio Filippo Arginll noraatlao, VaatUlmaU Iracondo, elio •' i- 
Dani., ma « rapini» da Viicill» Sbarcati lolto II Ditti Ji Int.,, j d.»onli ai 
ran loro la faecli 1» porta. Ma Virgilio raailcuri 1 alunno «ha rincara la » 

non « lungi " 



Ir porta, 
chi 11 a» 



-■- ita 
■t tf»- 



Io dico seguitando, ch'assai prima 
Cbe noi fossimo al pio dell' alta torre, 
Gli occhi nostri n' andar toso alla cima, 

Per duo flammelte, che i' redemmo porre, 
Ed un'altra da lungi render conno 
Tanto, eh' appena 1 potea l' occhio tóme. 

Ed io, rivolto ni nvir di tutto '1 senno, 
Di mi: Questo clw dice? e che risponde 
Quell'altro fuoco? e chi son que'chel fenno? 

Ed egli a me: Su per le Pitti» onde 
Già puoi scorgerò quello che ■' aspetta, 
Se'l fummo del pautan noi li nascondi'. 

Corda non pinse mai da bù saetta, 
Che si correttile via, per l'acr, «iella, 
Cora' io ridi una nave piccioletta 

Venir pur l'acqua verso noi in «lucila, 
Sotto il governo d'un sol galeoto, 



1» 



1. irjaitaad», ciò» continuando il rae- 
conlo Intorno agi' iracondi, cominciato 
nel culo precedenti. 

a. iti l'i cko iti. 

B, 6. Ed un' altra re demmo renderò II 
reoDo, la rUpoita, lauto da lungi, cbe 
l'occhio la poterà appena torri. |M>> 
a-'tìer* in »ò. — Dania ruol lignificare cbe 
Alili torri li (tali a r'iijiai il Minalo 
C ojnl arrlio, ueendeedo Unte liiinaio 
aiuto tra» )> animi cbe qum »iunf r.- 
raoo. E I' altra torre, il. Il' .ilreruila op- 
tilla. oli un' altra tjanuiu riipuudcia 
« lieti Inteio. 



». il mar di talto't uw. cioè t ' 
■«lo. il «apionla cAe latte «pai 
i> fai,». 5. 

». Curilo tir due? quello cbi< 
«ni Dea* 

II, furilo «A* ('cifrila, quillo i 
da lenii.'. 

ii. (.orilo d' arco; piai». icajliò. 

16. la f valla, la queir ora. In 

il. tatttlo. galeotto, barealoolo. 
ieolo « galletto dmoro gli 
fu* per tlacro. una per aaaai, a I 
altra parola liruiluionte. 



curro onwo. 

b' giunta, attinia fella! 

Flegias, Fiegia»,- ta gridi a voto, 
Dio* lo : ito, -t questa volta: 

Più non < M non passando il loto. 

Quale colui, dia gru no aaoolta 

Che gli sin fitto, e poi so ne ramnmrca; 
Tal ri fé .11' ira accolta. 

1/j Itaca mio disewe nella barca, 
E poi mi fece entrare appresso lui, 
E sol, quand' i' fui dentro, parve carca. 

Tosto che 'I Itaca ed io nel legno fui, 
Secando se ne va Y antica prora 
Dell'acqua, più che non suol con altrui. 

Mentre i un la mo:- 

Dinanzi mi si fece un pien di fango, 
£ disse: fini ne' tu che vieni bob ora? 

Ed io alai ,,'no, non rimango: 

Ma tu chi su', che ai se' fatto bri 

■so: Vedi che son un che piango. 

Ed io a 1.: ngerc e con lo 

Spirito maledetto, ti riinani; 

I conosco, ancor «io lordo tatto. 

Allora stese al legno ambe lo mani ; 
Per chel Maestro, accorto, lo sospinse, 
Dicendo: Via costa, con gli altri cani. 

ilo poi con le braccia m'avvii 
Usciolami 'l volto, e disse: Alma sdegnosa, 
Benedetta colei, cho in te s'incinse. 

Quel fu al mondo persona orgogliosa; 



85 



ss 



se 



4M 



u 



I» HM f"«l«l l'I? li «II' IH; l-tlthi 

mnmu :t« I' «llr* io* «ri ili 

ri. r*ii«i, per ir. Apollo 

USt »««j(Ii floUlt la I. 

. 
■M,|tcMdaaulo(irutirt.9 I 
Mi tre*© tUfu, trtore - f [li iti bino 
co* Iridinolo *•!!> fitti roteili» 

. km n tiro ce, no* ci awii 
u tur paura. M MB pil Utteo ebo ci 
ttatrti in bufa 

accolte, aill'irs d.t airi 

un. 

; trW>i«Md. 
t<Ult. i»fl DM tr» trite, come quello 

U. co aline», eie» (Od I* li 

-ij rera, U tUfkula pilud*. 




SS. t\r rimi uaM ora* rlir llss 
lumi U lui .; i.i di morir*. 

**.. S r trono, no» rtVanjo; te lo tinjo 
qui, oon «cn«o poi 

36. tui. i.ioò, por nprn cb' io mi 
«la. ti bull il redenti: non vuol dir» 
il nome fuo, corno iioui «ilo e dui 

Se), aerar ile, incor ebo tu su. 

40. aule tè mani, pur ni illirici. E ci 
dico II Boccaccio (v«o.i Ni itili ■-.; cli'efli 
era ur«t frante I «ertomi. • fotte. 

SI. «al, porche r. judl. 

41 liana edeoacua. \ irfìiio loda IkioUf 
prl ino nobile sdesuo. E qui n DOtl li 
differenti (ri Ira e tòtano. Li primi ge- 
nerili»' ut. I itolo; il fecondo 6 bcOf 
■ peno iKilnlti J animo. 

4S. eie i» le» iaclaic.clu fu frivididIU. 



so 




Bontà non ò, elio sud memori» fregi: 
Cosi s'è l'ombra sua qui furiosa. 

Quanti si tengono or lassù gran regi, 
Che qui staranno come- porci ÌB brago», 
l'i -ò lasciando orribili dispregi! 

Ed io: Maestro, molto sarei vago 
Di vederlo attuffare in questa bri 
Prima che noi uscissimo del lago. 

Ed egli a me: Av.-mti ohe la proda 
Ti si lasci veder, tu sarai sazio; 
Di tal disio converrà che tu goda. 

Dopo ciò poco, vidi quello strazio 
Far di costui alle fangose ^ 
Che Dio nucor ne lodo e ne dogi 

Tutti gridavano: A Filippi-. Argenti; 
E'1 fiorentino spirito bizzarro 
In se modesmo si volgea co* denti. 

Quivi '1 lasciammo, che più non no narro; 
Ma negli orecchi mi percosse un duolo, 
I'cr ch'io avanti intanto l'occhio sbarro. 

E'1 buou Maestro diese: Ornai, figlinolo, 
S'appressa la città, e' ha nomi' Dite, 
Co' gravi cittaditi, col grande stillilo. 

Ed io: Maestro, già le tue meschite- 
I.ii entro certo nella valle cenni 
Vermiglie, come so di fuoco uscite 

Fossero: ed ei mi disse: 11 fuoco eterno, 
Ch'entro l'affoca, le dimostra rosse, 
Come tu vedi, in questo basso Inferno. 



M 



ti. Non * Il Imnls quelli, dir frrfi, 

Il rat miniarli; mi t I' .ti. 
VI >i In*» l'f r«i. 1 1 

i> ti linju.n ir. r tu., .). trinili • ili pò- 
Usti, fui'' "ci tuonilo, 
ai. i« irojo. mi fanjo. 

B1. ti I* lIMlaadn, dopo 11 mrirlc. 
|S «fra/ari, mar tuffilo. 
SS. JWaa ri* paro, poco dopo di «io; 
Onr.'ll llrailo. Ul". iteli 

- 'i fatteti orili. di,'li aliti .1. in- 
tuii, tUt tlaiano in H'irl fintolo lan- 
uti.,. 

CI r«'li (tiiiriu: disino addotto a 

'l«aao granii, ft t-i.lui il. Ili noi- il 

'annuii» C*ti< Ioli A di miti, tur.) a pò- 

minina 

(oh muntiti Ui titillai Infoio. 



C». »l::irw, di Ulta, Munto, iln- 
leu. 
«S. Ciò*, il mordrra Ir mini, pt» rah 

■ , udii. 

!•) M duolo, un doloroto linarnlo. 
66 itarrv. tptilanrn. 
CS. Piti o t'ippfiniiiimr, di r.'ali. t 
UH ■ -li «Illa it.lrrnil», 

<< W/n fi ril'nil.s, cogli abita' 

nii. | rimi ibllalori drll i 
orari, tintoti, rr»lottt. al dinmlt. 

70. mrirlifr. mntrhr». i Urapll mnml 
mini. Ma qui mundi I* loro i.->nmili. 
tlll tjualt fmre In Ioni di Dita, 
H. U rarro Mila MlM. Il d.alro »H 
■otto .'; cerna, ciliari 

diicarno, «torto. 



nh- 
mli. 

;- 

Uri 

,1r ■ 




N OTTAVO. 

pur giungemmo dentro all'alio fosse, 
Che vallati quella terra sconsolata: 
La mura mi pare» che (Viro fosso. 

Non senza prima far grande aggirata 
Venimmo in | r, Rn te, 

Uscite, ci gridò, qui è l'entrata. 

Io ridi più di mille in su lo porte 
Dal «ci piovuti, che stizzosamente 
Dioean: Chi è costui, elio senza morto 

Vu per lo regno della morta gente? 
ET savio mio Maestro foco segno 
Di voler lor parlar segrotamenU). 

Allor chiusero un poco il gran disdegno, 
E disser: Vien tu solo, e quel sen rada, 
Che si ardito entrò per questo regno. 

Sol si ritonti i^er lu folle strada: 
Pinovi, se sa; che lu qui rimarrai. 
Che scorto 1' hai per si buiu contrada. 

Pensa, lettor, s'io mi diKOoJòrtai 
Al sboh delle parole maledette; 
Ch'io non credetti ritornarci m:ii. 

caro Duca mio. che più di sotte 

i ni' hai sicurtà rendufn, e tratto 
D'alto periglio che incontra mi stette, 

:iti lasciar, dL-.i' io, coni disfatto: 
E se l'andar più oltre c'è negato, 
Rilroviam Torme nostre insieme ratto. 
i 1 Signor, che lì ni' uvea menato, 

t: Non temer, ohèl nostro posso 
Non ci pad tórre alcun: da Tal u'e i 



ei 



u 



♦1 



M 



lOf 



io: 



total* («tu- 
i 1 •'!!>%, elrcsataltiao, iiofemo. 
le sei proi i 
*** ictardl qui /hh eoa fitto, piti 
*■» *r /tn.ro tea Bar*. 

* ititi. Tot- 
*•"•» frlM. Air. ini l'aolKono inite» 

rirl fittoti. irhil> arseii 

■ alla. 

• :• matti, imi» nui morto, 

ratresarao, tt\mt*it. 

Sci ii risarai »r- 

►>!«!.:■ ad 11 Urici» iì,f 



i-rori un poco »" »jV 

• . « i. ni rrr.lclli p il 

ritornar* »i si 

91. wir« eol/f. E Ione malo II HMK 

ut ì lsdslernrta>lo 

Wiv. IBI 

orgarl: » ossei 
ietcadml < pericoli il» n»nif coni pf 

FltflM, r Filippo Arroti. 

.inarrll» t ito 
r»ril»lo. 

-.ite». r»llimpn|p. Ini'imtnli r|. 
estthlM ' ' notlr* oisic, fio! 

a Til, ciò* di IHo. 




63 dell' isrcnsto 

Ma qui m'attendi, e lo «pirite lasso 

Conforta e ciba di spcraii7.» buono, 

n ti lascerò nel moudo buso. 
Così sen va, o quiri m' abbandona 

Lo dolce padre, ed io rimango iu fonie; 

Chè'l b'ì I capo mi tenzona. 

Udir non potè' quello eh'* lor pome; 

Ma ci non stette là con essi guari. 

Che ciascun dentro * pruova ni ricorse. 
Chiuder lo porte que' nostri avversari 

Nel petto al mio Signor, chi mass, 

.-ol»cB a me con passi rari. 
Gli occhi alla terra, e le ciglia avrà rase 

D'ogni baldanza, e dicea ne'sos] 
ni' ha negate le Solasti case? 
Ed a me disse: IV m'adiri, 

Non sbigottir, ch'io TÌneerò hi pruova. 

Qua], ch'ali. ro s'aggiri. 

Questa lor tracotanza non è nuova; 

Che già l' usaro n mcn segreta porta, 

La qual scnxn serrarne ancor si trova. 
Sovr'csta vedestù la scritta morta: 

V. già di qua da lei discendo l'erta, 

Passando per li cerchi senza scorto. 
Tal, che peT Ini ne fio La terra operili. 



no 




m 



i:o 



. 



ita 



111 Oc'l »l. ffll lori-ri, ed li »t, 
.■il ttf »l fnttnm, 
cootraiUno noi Olla pendere. 

Ili e»' a (»r fttu, clic bTSW» tsppft- 
ionio »' dsfl ' 

li:., m ililli |Mrl, non lUIlt mollo 

IU. a proci * jirotHw- 

corrcndo. 

in. r*» 1 ""■ pasÉ i 

II*. IIP. U Ufi* atra r«K. prica. 

ir «{«! huii.-a dot (li it» •parili da- 
gli ufi' !iì qurlU francliccia ebe dapprima 

ISO f.Li m'iil Drillo 1' unlrala nulla 
dolorala eilU? 

I a. U> riawr* la f<"ta. Il pic- 
co Impegno, qinl mqiio il) .;u 

leprotti i (ir dite»* per 
. 
li» ter. dot del dcroonil. 



wa Mfrila feria, noi ali* forti 

dall' Inforno, tht in lno«o pia sparti 

di sassi iliade <iii ««a tronfile 

.jimniii., nalgnde Ulta ria- 

coppola, licere i 
: ilrl dal LimliO, dopo ai 
■Strato lo porlo d' ctuio, I* quali da 
allora «I Ooroao ecaro cercane. Tra- 
tilttsa • .1» »ltracc(ltant-a , prona- 
liono. 

IJ7. «*lei(U. clncopo non Infrequeole 
di niati r«: la imlh noria. 

•I ra, dì color nrro. Vallila al 
III. 
13S. *' (lo di |«a da le.', dot mirale 
(il dalla della porla, ditecnde l'erta. I' 
Cilliooe dol primo cerchio, un ttlr, m 
Anioio. por opera di ni la lerr», rial 
la culi di Pilo, w /la, uri. a noi «foci» 
— Scaca irorla. cioc canta bit0[O0 di 

laida. 




W 



CANTO NONO. 



(Uhi ttfancM* 4» Uni-, racent* coma altri Tolti Ckmm nn rinculo fi» pi 
I ll'-rr.". J-. ' A-. «i jrraentnliO ]« Ire fui*. oolo.II *.>l' 

OS liti ^IliYhl • P»»'» dir-*» ^J Virgilio. IiiUnlo fiimjrc no nuu celesta, eho 
«ilmli Mft* iella mlmtilt cittì. EuUjU. r«looo penir» limito tanto li- 
i |U «hUkU • {11 inerziali. 

Quel eulor cho villi di fuor mi pina», 

Vergendo il Duca mio tornare in volta. 

Più tosto dentro il suo nuovo ristn':. 
Attento si fermò, com'nom ch'ascolta: 

Chi l' occhio uol potè» nietiiir» a lunga 

Per l'aer nero e ;> bbia folta. 

Poro a noi converrà vincer la pan 

Cominciò ci, so non— tal no a* onerar.... 

Oh quanto tarda x me, ch'altri qui giungiti 
Io ridi ben, si com'ri ricoperse 

Lo cominciar con 1' altro dio poi vcune, 

Che fur parole alle primo diverse. 
Ma nondùncn paura il sai ano, 

Perch'io traeva la parola tronca, 

Forse a pcs^'ior soutenzia eh' ei non ter.no. 
In questo fondo della trista conca 

Discende mai alcun del primo grado, 

Cho sol per pena ha la speranza cionca? 



io 



il 



«SI Bl »pin>« r»l i 

(■Ili Ur ir» In co.'Io'. 

tal al ehi osse TirflUo ritraile 
uj intra ili i-i II io» nuoio, 
raTJW» . tio: Virgili". 

«V» f" ''' »i»f»« STI pallido, carco 

rWivili di lieo:: 

• Ruta lo lOonijUro.- ■ 

. dlitjou, lontano 

t r«'f« • p»»»«, eoa» NT— * "* 

estri. • 'iw.|« «*. 

- tfa«U rcllreni» ite 
a, walrsu Itone» -il litoor« o dil 
■teli ; ■ tilt Kn'-n ri 
i» ree.re eeaunré « ad aCeael 
acuito ecotruto, * unire la >«j«j. 
!al cielo, V» 

ila doro» Tal m «"•/rr»« eh» n 

Biacar*. "\ mt m ■amili dinin taf 
pana* K qoegli che p>»|tr dora» er» 
ruieic. (fa . av<» 

«ma diK«o<hr 1' arto. — Tali aoipensio- 



maas, 



ol non tono frequenti In Danto, para ta 
nn ha. Vedi inferno. unto XXIII. .. 109: 
• ITU, i. M. 

10, 11. IO Ino eonulihi curii' ruli riem- 
pano la prima (cuoia pur a nui eanvarrt 

i.nrir io antan, le non..,, lo quali fu- 
mili! ih .c.nifofi,-.. roiin illra fa; «e !■!/■ 

[trit, eh'- fai m ,h i «torto, ii .■oli di- 
reno dalle pi b 

17. (tirane, diodo a noi. dot ■ ne: modi> 
i. mi Ulloo. 

Il parola troo- 
e», cioè il m non. iil tiu ligniflcato forw 
portieri di quello cho Viriclliu non fanne, 
non et'ìm in meni*. 

I*. delta Irtrla coati, dellloforno, fatto 
4 f uli» di eonta. 

IT. d»l prime orarlo, e-ittaio, eloò dal 

11. fa fprranjo cionca, l:i iperinra del 

dolo lieai • lofarno, tutto lt 

«J: • Sol di nulo olTiil, Che santi trema 

Titanio iu Ji'.i" ■ 




90 " nmuo 

Questa question fio'] i; ■ j-iei : Di rado 
Incoili r.i, mi rispose, cho di nui 
Faccia alcuno '1 cuuunin, pel ijuidu io vado. 

Ver 6, ch'altra Atta qanggii 
Congiurato da quella | mia, 

Che richiamava l'ombro a' corpi *ui. 

Di poco itu di me la MUrM nuda, 
Ch' I ì. una quel muro, 

Per tiarnu un spirto di.d eerchlo di Giuda. 

Quell' ù il più basso luogo, ed il più oscuro, 
E'1 più luutan dal eiel, die tatto Lilia: 
Ben ao'l cammin; però ti fa' sicuro. 

Questa palude, elio i gran puzzo spira, 
Cingi; d'intorno la città dolente, 
U' non potemo entrare ornai sena' ira. 

Ed altro dine; ini i l'ho a mi 

Perocché 1" occhio m' avea tutto tratto 
Vèr l'alta torre alla cima rovente, 

Ove in un punto furou dritte ratto 
IV' fatte infinti, di sangue tinte, 
Che membra femminili arcano ed atto, 

E con idre verdissime tran cinte: 
Serpentelli e canuto avean por crine; 
Ondo lo fiere tempie erano avvinte. 



IO. faeiloii. domanda. Di rado incori- 
fri, rariin/nla attiene. 

A i"o»il»ralo. icooilorito. Eri «vico- 
m un* min Ululi, ili cui patii 

Il « I VI dilli farmeli». Si Crederi (he 

nchiainiic (li spirili al corpi per «per 
di loro il futuro; « •• ricconU the uni 
Ila ciò Ni.in id utioii di Se*to 
l'ooipio tiglio dtl Maino, per • 
cjual* urtbbo pir iuwii il BOI delle 
Cucir» citili fra tuo pidre e Bis 
air*. La caroli fucila moli che debbi 
•iure coltili beo noli mi*,». » non 
•a litri, come tuono credula illuni eo- 

■Mkiaiuci, irreeeuMste dicendo, cho si- 
li nrcbbo Diuto eoiameuo uo mi- 
>>o, 111 iiicroniimo noni», pit- 
ch». Vlrgllk ooq mori che ioli 10 iniii 
dopo li bAlLi|lii firulic», quando elei 
li a.Jfi tritono penti, tebbeo tc«hi». 
mtr t.i» (ultori, « con icnociurir* 
I" mito» di Virr.il io. morto di poco Umpo. 
Bradi li» bacala • chiamala /era ti 
•fera, Forti perché inon io umu a 
«.ma tri le lepullure. 



SS. Ciò» d» poco tempo I* aia i 
il mio corpo, enti taCm f aM tali < 

m». 

46. a f nel rciaro, ciò» al muro di Dite 

47. del icreAio di Ola* 

dell» I* ClWtw*. Iuobo II più profondi 
dall'Inferno, uto itaono I traditori 
benefattori, r.hi li» I 

toiletti.! dagH icooiiori J' l.i itone, andò 
a Irirro dilli Glodecc», ninna comia- 
Utora lo hi Onori Indonnilo. 

■£3 Aal net tal rullo «ira. dal ciati 
dello il pruno mobile, die chiude .nei, 
efcuoto in |iro. tulli ili altri cieli. 
vafe U", ore, ornai non polena, pernii- 
mo.antnro Me»' In, Man stolto ideino 
per l'oppoiiiiono or ora fittaci dal it- 
monll. 

5J. Perocché, l'occhio irei rlt ilio tutti 
la mia allenciooa lerio 1' alta teeeo colli 
cimi infuocata. — ll.'a, dalli, coli. 

SI- ratio, loitimiMe, ripidimenu. 

39 oi''. itliludiDt. maniera. 

10. idre, nrpenll aquatici- Cernie, »-r- 
pcDlelll con 




ro SOXO. 

E! quei, elio ben conobbe le meschino 
Dell* regina dell' eterno pianto, 

i «e, le fer. « 

Megera, dal sinistro canto: 
Quella, dio piange dal destro, e Aletto: 
Tiuifou>) . i! ! netto; e tacque » tanto. 
Con l' litighio ai fondea ciascuna il petto; 
Batteanni a palino; e gridavan si alto, ** 

Ch'io mi strinsi al Poeta per sospetto. 
Venga Medusa, e sì '1 l'arem di smalto, 
, riguardando iti giuao: 
Mal non vcugiamnio in Teseo 1' assalto. 
Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso: 
Che ce '1 Gorgon si mostro, e tu il vedessi, 
■ '■in sarebbe del tornar mai «tao. 
Coti disse 1 Maestro; ed egli stessi 

Mi Tolse, e non si tenne alle mie mani, 
Cito con le sue ancor non mi chiudessi 
voi, eh' avete gì' intelletti sani, 



U taei. Yir|ill*; «ae«e»la». Il 
■«Ufi. t «oratolo proirnt>lr Irtiio 
ini eterai pulir. l'rowrpin». nniili* di 

non*. 

•:•*, bini, • It lio Fari* <en- 
«sirici dtl peccatati, cho I porli lln- 
mtlt,Uii,\ì Ltrl. Cri», 

atta» 41 blu. ò Urlati per topprr.- 
W 6' max tOMflnU, «*«.e Il 
•Ut parole, 
li • t*e*«e a Mito. • ci» .(«Ilo. il 



»J « pn.'mr. e-.llr filare del le 
11- per i.caeUe. pir piar». 
H. (I II H'im, c.l U lumao, di mi- 
ti li §1 

•.i «ji» faraona * HO rendirsN con- 
■sliTnetl' matto tu > » noeta» murj, 

•a.ia ptrara A' ri lieo Jl 
nj'Ja ItesMI ■»; poichi • i ;li fono 
: in aneto» ewlul «mio 
enti» ->olnwM » dal 

orto a< 

«ortoar. la testa 'Il «"I 
as>nlira la pietra rlnumii» Li 
n tncVo «ice ita» la eie» atan.. ciuù 

,o pia Minn modo. 
anuria pelaiikiiill. di lenar 
—■li «.Ila creale è fri» etili 

nettino »! i amichi, 



toma citi ■ «(lo, facili «alilo, carili e 
«acero. 

69. HI rolli dilla parlo oppoila, » non 
»l fnU> lini'» tirila li i non mi 

coprino (li occhi ancora cou In ino, 
fono cho por lo Porlo ilcno tifi 
il rmiureo, eh», pili elio l'ira di Ilio, 
torneala I peccatori coma in mula cast 
ii li iftM Mia. I. paf il lollo di il 
e In- ItM urlìi d' impietrato II , 
tuoi npproientaro il piacer de' ' I, i 
Indaraada II cuore dell' uomo, ni' 
acari I* lalallUle. Perciò Virgilio il.. 
•I tuo iluunu il piccono di cuttodlro «Ti 
r.rrhi. od egli ilonn illgura della inorilo 
iia} lo aiuta a ciò faro. 

1(1 ...M-Mni'cMo, rifai 1 
aall 'iMinini di acuto inlollctlo, ruolo il 
inno accorti, cho «olio il t«I.j 
do' tnletorloti Torti cho loguono, e imi 
arila deecriiiono della «mula dell'An- 
golo e della tua entrata In luto, et» na> 
icori uo' Importante allegoria. Ma rjualo 
ila ma. min ò itilo fiimra di.! 
da alcuno. Form ri 4 allutiono alla lat- 
rata Tenui» del S'oltro, Il qualo noi 
canto XXXIII del Purs è da Danti 'hn- 
Inato «ietto a"! filo, cernie qui I' Angolo • 
rrmo del culo. Come qui l'An- 
(eia repiltno l'ollrarolanu de" di- 
coil llaoU tporaia cho l" laipecaUit* 









93 deh.' Ecrxaxo 

Mirate U dottrina, che a* asconde 
Sotto! velame degli verri strani. 

E già veufa sa por lo torbid'onde 

Un fracasso d'un suon pien di xp»vonto, 
IVr .-ni tremavan ambedue le sponde; 

No» altrimenti fatto, elio d' un vento 
Impetuoso per gli avverai ardori, 
Che fier la selva, e senza alcun rattcnto 

Gli rami schianta, abbatte, e porta fuori; 
Dinanzi polveroso va superbo, 
E fa fuggir le fiere ed i pastori. 

Gli occhi mi sciolse, e disse: Or drizxa '1 nerbo 
Del viso su per quella schiuma antica 
Per indi, ovo quel fummo o più acerbo. 

Come le rane innanzi alla nimica 
Biscia per l' acqua si dileguan tutte, 
Fin ch'alia terra ciascuna e' abbica; 

Yid'io più ili mille anime distrutto 
Fuggir cosi dinanzi ad un, di' al posso 
Passava Stige con le piante asciutte. 

Dal volto rimovoa quell'aor grasso, 
Menando la sinistra innanzi spesso; 
E sol di quella angoscia parea lasso. 

Ben m' accorsi eh! egli era del del messo, 



>iff l.bi rtproato l' oltracolanu dc'guolfl. 
Coro» (al l' aSfl*!o «prò »' doe l'ooU Is 

li Dito, coi! Pani» ipcrava ebo 
I" impcratoro gli »»r»bbi sparto U porlo 

tuo. Ha A mmpre un liiire a in- 
detinaro. 

fi», fi |ll «»»ff »l «rieri, por il calerò 
di putì oppoin. fi nolo ebo l' tri* in 
■a lao|o icoldtndoii, o per conicfuoiu» 
ado di lolumo. li rlrtru, p<r 
ci|inlitirartl. sullo pulì conlirn 
lori quindi doli' un» parlo del glnbu •!«■!> 
bnnn dare origine li lenti ebo li untoli 

69. fitr. teline, pircaot*. Solfrnfo. 
[oralo. 

-,ù. porla fuori .Irli» irrita. Altri logge 
• porta i fori, o dice eh» dea lofgcrti 
coti. ptteM i io 11 lohliati, 

I tori li porla. Ed io leggo • porla fiuti. 
dicondo ebo i rami lonn «chiamati dal 
«Dio, o iod pollali fuori doli* ioli* .1* 
un Tfolo impilitelo. 

T», 74. Oli ><f»l mi aneto*, mi UkIo 



Muri o ÉtMU ili occhi dati' 
tutolo, eb'ei'i ut. fallo loro i 

mini. — il «rr lo IVI ci»o, Il ligi 

II. Il I, pif (Wll.'l .[li.M l|l| 

ala Kbimna •'. prodotto di 
Uni deal' iracondi o disti *ccii 
nella palude . o la Jk« 
perche ni r intento fin da qi 
rnlramn quei p*er ' 

••• «<a. por di la, d» rimi 
o»a fui /«mulo r «I» acoro», 
monte più damo. 
D. ■' ottico, «ammucchia, ■ 

*,9. diif-.fi». diifailt o mal ri 
lormcnii 
so, H. «i po«o roiMo» Uff*, 

loia Stila ol pano, di patta, 
piò, non linciandoli eolio ali, 
•andolo colla bar»: lo In 
co' tuoi piò, tona bagnini lo 
•S. orr ero»», uro caligine*. 

SS- d'I COI ■«•►>, DO I 

leale, uo Asgflo. 



ito, un tMiiagi 



CANTO XONO. 93 

E Yobimi al Maestro: e quei fo sogno 

Ch'io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 
Ahi quanto mi pare» pieu di disdegno! 
riso alla porto, o con una verghe-Ma 

L'aperse, che uon v'ebbe alcun ripggi *> 

cacciati del eie!, gente die)" 

Cominciò egli iu su l' orribal so 

Ond' està ni tracotanza in voi n' alletta? 
Perche ricalcitrate a quella voglia, 

A coi non pnoto'l iin mai esser mozzo, » 

E che più volte v' ha cresciuta doglia . 
Che giova nelle fata dar di cozzo? 

Cerbero vostro, se ben vi ricorda. 

Ne porta ancor pelato *1 mento e '1 gozzo. 
Foi ri rivolse per la strada loi «<0 

E non fé motto a noi; ma fu sembiante 

D'uomo, cai altra cura stringa o morda, 
Che quella di colui elio gli è davanto: 

E noi movemmo i piedi invite la terra 

Sicuri, appresso le parole sante. l -'- 1 

Dentro v'entrammo senza alcuna guerra: 

Ed io, eh'avea di riguardar disio 

La condizion, cho tal fortezza serra, 



.nlBt lì {redolo rhe l]OMl 

■vis» psnoasn» »'» Knna.lla isaill, 

- 
affata tirar* U pitti Atti' Infimo, e 
: irli C|>I4I fu 4* fri di- 
iitWr r tri» . . T*i lU t" '»• *» <« '« 
»»»a aprii, ma* 

ni tal itetailo 
Barisi— Tri' i»ai ««olii 
t sa.rt «I IUNf 

lilliSMH, ■*tKtlil»»Ì. 

fili u. ' «fette dilli 

SMMinsymniUti 
■ «a*, atout* nini In «ri 

tittu *<>* di -*•» Btmnmt r tu- 
j cip. «ti., » l»rt* - • vidi sa 

I hi fwas ««>« irt riiplcnili-nf.il 

t*a U ini*, co» «si nrt* d'oro nel!» 
sua irida. • 

M. • tuffi, •steiernl», «»i*ll». dal 
■Lear, 

SS. 4W la rei CaJbrté, pi t quii ri- 
essa ic rwhò lo toI 
asstssT 

UH. « imita ngfia. 4 («I ho» ano- 
■ t si «olir» di Hi:, i cui noa può 



mal cuor trattoti, inr.rnUM il «io fìat. 

91. tilt [ti* dar ili rotti-. 
Maire II i Hloe MS si i fkN ; som 

in TaticSM '< proltt li frfla. 
99. filalo il aliala e il por:», i i | | 
atrenno quando follo opponi ili 

lofi ri-,,. , fai , ., 

eh* V eroe, Sflarrelola »n U vola e in- 
. lo Uncinò «in Ibol Stila porti. 
ibhoIs p'k, lattodorsl dilloépl- 
rilo Inf .Ila dlic*« , ; 
fritte ali lufrino f Mila il 
sicnlo, a fece oltraggio il volto, non po- 
tendo far forti ninlrn la I il r 

i.' IBflole non parla ai fogli per 
nacir ionio, SOBM | US|H cho .,rde tor- 
ninone In luogo migliore. Cesi ri, l 
cinto II. » 71, Ucalrico a Dtaltl • Vi- 
gno ili loro, orn tnrnar ,li 

104. isti* la (irr-o, cini «ano II «itti 

- 

(OS. Sicuri, dopo la suddetto parole 
dell'Angele. 

(OS. Lo flato e I l'inumi 
arano chimi In tal forum. Quel sfa - 
quatto caie. - CoscKioaa. nel lingaitgi» 



91 dell' INFUSO 

r ii> fui dentro, l' occhio intorno invio, 
l'I veggio ad ogni min grande campagna, 
Piena ili iluolri i- .li tormento rio. 

Si rom'itd Arli ove'l Rodano «taglia, 
Si com'a Poi» presso del Quaruaro, 
Oli" luli.i ohiad* 'i i cuoi termini bagna, 

Fauno i npolsri tutto '1 loco varo; 
Cori facovan quivi d'ogni parte, 
l.o che'l modo v'era più amaro: 

Che tra gli amili fiamme erano sparto, 
[\-r le quali erati si del tutto aerosi, 
Che ferro pi il non chiede verun' arie. 

Tutti gli lor coperchi erau Noripcsi, 
E fuor n'uscivan ri duri iam 
Che ben purea» di miseri e d' offesi. 

Ed io: Maestro, quai son quelle genti. 
Che seppellite dentro da qucll'an!:i 
Si fan Kcntir con gli sospir dolenti? 

VA egli a me: Qui son gli •rwSndu 
Co' lor seguaci d' ogni setta, e molto 
l'ili elio non credi, non le lombo cardie. 

Simile qui con simile è sepolto ; 

i m l'in o men calili. 
E poi eh' alla man destra si fu vólto, 

Passammo tra i martiri • gli alti spalili. 



115 



IM 



dalla teooln, ara lo itila o I» paliti 
Olle co*. 

Ili II». Jrli.eUU dell» l'rovema oro 
il Uumii Rodano al dilala, forai un 
lato. Ma. tilU dall' hlria. Oaarao.ro. 
golfo eoe ba/na 1' liltu. eh' ò I 
nari* il II3I11. MaflotAMl colla Croana. 

ila. MNb . . u Urrà 

3 Ua a U JlliUii.r- l.i.l.i. V lurido cola 
«' aepolcrrti aatlakl, 'ni. sa Tarlo, 
coma deano per d»a.l»lo, aiufrra per 
mtti'U. e ali ' 
IIC ad eoal mi, da o:ni parla, 
i" più aitare, iiguraunionlo pio ipi- 
NMMe. 

r». loltodi: Coi) aerati , rba pili m- 
fanaaato non riiliieda 11 farro qualoD- 



qua aria, lia di fabbro di fondi lare I 

IM. >v>r*tl. aitali. 

1*7. naturili a irt ti t t l M , Holatrt a 
Idolatri et . dlcaraoo laholla ili io In hi. 
Icnninamlu j| |iliirxl(. in a i nomi aM- 
• •'••Iiiii terminali in a al tinfolaro. — La 
.-Hit di Dito, oto tono «Il crauti «IT ia- 
forma 11 italo c«r 

iso. Stalla bm nauta, rio» Mita par 
■Mia, (li Ariani da par loro, da j-r lori 
I Pclailaoi ec. 

I». Ira l «lorli» « ali alti ir* Wi, eiod 
ira In tombe attuta • la alla mora l'ren 
da ilmiraiimaiiia sii ipaUi, i ballatoi • 
•porli, por le mura; la parlo p<l un» 
.Val canlo lefuenlt, >. % dke: • Fri 
li, uni tirila Urrà a li martiri. • 



Db 



CANTO DECIMO. 



Duli awaif..U a TlrjlUi □ MS II iodi!» alcuno 41 anelli olio Hanno pò. 

Bada Jnln «II* «rc»»t • rloporlojli Tir. ■>.!• un» 

*•«« <k< U> «aitati. XI fa amili, o aedo Fiiiniti dafll UWrtl. ehi il * Irato In 
! |«t pailugli Menu* il FoiU pilli ("n un, il I»»i l'-iTalrao»» Caitlcanll. 



..Ito pMlo parel», ricadi rapino. l'roKtuo »llora Dialo il «un dbjcorat con 
r»rlaiU. «al natte Mite frolliti o-:ui.uiii,t» I'.iIMo. l'I intonilo litio uno dolio 
«di dotlacn al*» IH ipi.fiilono- 



Ora ian va por «no «trotto cali?, 
Trai muro dell* terra ed i mari 
Lo mio Maestro, ci la «palle. 

virtù nomai» elio per j-li 
Ili volsi, cominci.: 
Parlami, a sai a' miei di 

la i ri giace, 

Potrebbe»! veder? già aou 1> 
Tutti i coperchi; o newun guardia face. 
Ed egli a me: Tutti sarai) aeri 

Quando di GiosivtTat qui torneranno 
Coi corpi, che Luauao hanno lasciali. 
Suo cimitero da questa parte hanno 
Kpicuro tutti i cuoi «egli 
Clio l'anima col corpo morta l'anno. 

• olla dimanda, chi! mi l'.ici, 
Quitte' entro satisfatto sarai tosto, 
ncor, elio tu mi taci, 
i: Buon Duca, non letico ria«:o»ln 



io 



i> 



1 ad i narliVi. do* la Mini.*, (omo 6 
taU» «>il topri. 'tali IX, T«r*> I» 

& dopa U ipa-li, djolru io iuo ipille, 

•atta la laall 

» ci»»* ummé «.. • li r tuonili mi 

. cai ail n ..tondo 

i infuoill. o<o 

aaai llaili (li «Ufi. — Mlol. SI (4001 

ii tondo. 

A. •' «al ifilri turni tlli'. 1 . 

ihd> 
■ ■»' alai & 
i Knti. (letali, aliali 

», fa, dall' tatiqualo fowr». — 
Cari i .'ti. 

■ma witll, forn portilo 
X- U fiuJuiu tallonala aoa a* atri 

II. li V*W a dire, «jjo U (iciii!; 



nlramle, (hn morra mila lilla di 

1.V amo mvr. >1 > lor».— da tanta par- 
ti, cioè j iltiir». asiani i : 
|ooo lo appretto, Como roilrcoio alla lino 
dol CSI 

Il «piloro. filosofo alonicir. Ira ili 
all/i cuoi i iii.^iio . lOrM pa- 

rino lutto r uomo, anima o corpo, con- 
mrtaln pmnicono doa.ll uonili 

1S. col corpo mori» /atao, Omino chi- 
Diuoij col corpo. 

|- (Mar taira, noi drrilro. 

la. al dillo, di videro do 

i Cataletti! s, n 

cordi cito di Farinata chine il I 
canto si > Ciacco. lavi. 

I dnidmi o i praiUri di Un,:- 
Vedi incito Mi- no. cinta XVI I XoVltb 



DG 




A te mio cor, 50 non por (Boat poco; 
E tu in' hai non pur ora a dò disposto. 

To»co, ohu por L» tittri do! foco 
Vivo tei, i parlando onesto, 

Piacciati di ristoro in questo loco. 

1 luiiutìla ti fa manifesto 
Di qn il patria natio, 

Alla qual forse fui troppo molesto. 

Subitamente questo tuono uscio 
D'una dell'arche: però m'accostai, 
Temendo, un poco più al Duca mio. 

Ed ei mi disse: Volgiti; che fai? 
late cho s'è dritto: 
Dalla ciutola iu su tutto! vedrai. 

Parco giiVl mio viso nel suo fitto: 
Ed ei s' ergea col petto colla fronte, 
Como avesso l'Interno in gran disptUo: 

E l'animose man del Duca e pronte, 
Mi pinscr tra lo sepolture a lui, 
Dicendo: Le parole tue sien conte. 

Tosto eh' al più della sua tomba ini, 
Guardommi un poco, e poi quasi sdegnoso 



" 



V0> « «0* P* r attor fato, so non per 
turr breie nel dir». 

H, I tu «• «ai no» pur ora, nnn mU- 
miiiIii ara, mi molto lolle, o ti 
to' tuoi anerlnnnnli. - a eie Olfnttl 
i.-li dine: • Non rsgiooiani di 

Jur • Inforno, cinto 111, » St • Le tot* 

U Gon conto. . • liif.-iiui, canto 111, r 10: 
quando ili f* cenno ohe itone cheto. 
■ IX, ». #1. 
tt- Dante, tomo 1» terrena iniiiniirlo- 
n., condanna al (SOM k>« croi In 
tniicrr.lcntl. 
». oneile, cioè onoilamente, r«T«rrn- 
neiile. come pur diinti tatti» Dania 
■riandò a flrfHlo. 
li. rtifare, lolTrrmarli. 
*S U liti Invilii II ■ 

ila (Ida a coaoteer* per fiorentino. 
10. m>!:l pilrid. Il Compagni dice l'I- 
ronie li più MlM tilt» del moti 

:-i ll.lf'tiilfl I(jm1«i pi» aoalfr. 
" '"ift* metal 
rotta .ili : 11 .■ 1 11. cb» ne un 
mila t. dita fera», i|uiii 1 rigali 

locu circo 1' oppor- 
tunità delle gnorri titilli 



'1. Farinata fu dalla aobH '..miglia de. 
gli L : bort>. uomo di grand' animo, tipo 

de' Ghibellini di l'Irsuto, a Munbpnti 

proto il liumn Arbi». che icori- 
a Blesa, diifpco In una «anguinoia hai- 
UgliatSellen-.br* IMO) 1' «aeralo gnlfo: 
• rimirato trionfante lo Flreoi», dead* 
dapprima ora alato eepulio. no carilo 
tulli I linciti, tra I qu.ili ;li uscitali 
.Il Dilato. Ma quando I Ghibellini, ael- 
l..\ nitori», menerò ad La- 
pilli il parlilo di ditirugf tr l'iremt. qeei 
genero» ri l'oppoae con una formella 
romana, e 10I0 per Ini Firnuo fu «ai- 
ri. Danio rende gioitili» al magnanimo 
cittadino, ma non fa grana al mfieri* 
dente. 
Sa. lo arerà già lino il mio igu 

30. dleplfl». Jiapulto, ditpreiio. - 
dipinge animoio ed alloro niandio 1 
l' Inforno e per nulla affranta 4» 1 
Iure, né da peno. 

M pinne, mi inintero. 

». U ratti lue. le parola eb» la | 
con lui, iwn ro»f», alano maaifi 
chiare. 





CISTO DECISO. 

Ili dimandò: Clù far gli maggior lui? 
, 'ubidir dtóid'.'roso, 

Non gliol colai, rao tatto glicl' «perai; 

Ond'ei levò le ciglia uu poco in «oso; 
Poi dime: Fieramente furo a-, 

A me, ed a' miei primi, ed a mia parto; 
.10 per duo fiato gli dNpcrni. 

i tornar d'ogni parte, 

Risposi lui, l' una e l' altra G 

Ma i rositi non «pproaer ben quell'arte. 
Attor sarge alla vieta, scoperchiata 

Un'ombra lutilo ■ ino ni mento: 

Credo che «'era ingiuocchiou levata, 
i torno mi guardò, corno talento 

Aveste di veder a' altri era meco; 

Ma poi chc'l Kospicar fu tutto «pento, 
Piangendo disse: Se per questo cieco 

Carcere vai per altezza d' ingegno, 

Mìo figlio ov'è? e perchè noe 
Ed io a lai: Da me stesso non regno: 

Colui ch'attende la per qui mi mena, 

Fono cui Guido vostro ebbe a disdegno. 



97 



w 



» 



ttliirm dr.l4.rato d'uMmlirr il 
i ani i 

U «• falla tO$T aper». mi ili nanl- 
Ità, laaaraaacate c.6. ci cb» im rtcbicic. 

a Ml< nella la im. alir {li e- chi 
» W. IH M, Ma» ta MI 

. ,i trtmà, da» »' vi< i mimiti. 

•' * • >» fari*, alt* parte g bìUlìiiii In- 

•ifii druDtlo Alighieri, aio li hinte, «I 
i Maatiprrtl, c4 tra 
«a calte «al'd.e 4*1 Carnxo» 

ut. tclte i Ghibellini 

oenvaan t iJualH dilireote: 
•atjab fissiti, Il dot* limoli* Iti Ki- 
>«•». coaulnirado i GoeSo n! 
M Mani» ttt* U iKon.li im' ali- 
ata* «tua, nel ■• lleabra tM». 

ea et ut,tr far»! ftU. Uopo la oc- 
òsa 4/i in l'i- 

na» sari 

n«a atta al <;kil-r : lini a ri.llne al «0 
•Matta e.l SO K duo li a-rrndi «le- 
ali «I Unirlo» od « par U ■ 
• la and «i i» Manfredi. Ma a ouiito 
Waanta ritorno faiiaila oca al Irati, 
tanti auru nal tota. 



M t- i iM.'n Ghibellini Ma appel- 
lerò tea Miti 1 Off* ili Ior0a.ro alla 
dpjio «acculi. - (.mi (Mali risponde da 
Guelfo, o ijoiii con ironia . mi li 
un ballo irtuiiio, porelir piti Irai 
Miro ri. •■•■ i I appieno (li 

fiiiuala pridietodotli l'enlio 

SS. ». Hi--" »n« alfa alita, -V 
prenoto alla umica i/.luii «»" evira 
Inaio fluita, un' ombri accanto . 
di farinata, i ,'«o «I mate, 

discoperti per 

Ila I anima di lai il -mie della liobll 
fiuiirlia de' Citaliioti, padro ool tele- 
lire Cuido. 

SS. eoa» liliale omie. km urne 

IT. Ma pei elie il leiò piinimcnto di 
Addilo, e n.le clic riunir) altro In carne 
e in ona ora rocco. — fciMVar* rale io- 
ilHltarr. ma ijui e uiatn : 
ia ipnio di alOaoYr. enn imi lpt1 
cirtoua, o totpemiiini d' animo. 

60. « pere*» aoa t lece, dacci* non ti 
i [.iiiiin inlcri.irc d incrino ed e tuo 
(taode amicai 

«&. Untilo Ciralcinli fa poeti l 



98 



Max' arano 

Le sae parole e '1 modo <lelln pona 



M' 



'avevnn di costui già detto il nome; 
Poro fu li risposi* oasi piena. 

Di rabito drissato gridò: Conni 
Dicn.ili, Egli elilio? non viv'egli ancora'.' 
Non fiere gli ocelli suoi lo doler- Ionie? 

Quando n'accorse d' ninnila dimora 
Oh' Ì0 Guerra diiianxi nlla risposta, 
Supin ricadde, più non parve fuor». 

Ma quel!' altro magnanimo, a cui posta 

Rei-tato in' art i aspetto, 

Nò mosse collo, ah piegò sua costa: 

E ne, iimiinii.iiido al primo detto, 
Egli hall quell'art./, dita*, mule appresa. 
Ciò mi tormenta più elio questo letto. 

Ma non cinquanta volte Ca raccesa 



Stetafo, • di pari* fluì" limi Non polca 
dunque disdijrnarr Vir.-ilm, «i . 

"ii polla, un lapieala, "'I 
un cantore della monarchi* dc'Cciari. 
Ardua perciò riesco laspicfailono di quo- 
ala pana Dataato il i r atjalebi iota* dirò 
Chi Udita inni motta la Imma Itlina, 
conio gasali elio Don 
In «olirare, ma liltfO il suo amico Dante 
a f»t uch'ofll In «i.-.m Milmmo dò dal 
oc Dania nall i rata .\»or«, ov» 
die»- ■ Cenoloaalaobt le paralo rlio »«. 
cullino a quelle, attuo tulle Ialine. sa- 
rebbe fuori del mio intendimento, aa lo 
■ umile Interinane io dir 

lutato mio umico [Guido) a cui ciò 
seriro. do» rli'iu (Il latrata 

in voli- 
di. Dalla r"' lo seppe bufatala, e 

dille fafala padre di Guido e uom d'alio 

■■fan 

> d'ilo, eia manifestala » fallo 
i. re. 

ii pi/no. eoli adeguata a compiuta 

ni» parie. 

- frlacafa; parchi fino allora era 
■ ilneeehloal . ros»» Creili, porche 
■r in lampo pattato, coma 
il fa ij" I parla do' morti ? 

OD. Il dolce lume del florno non fori- 
ili occhi «uni* — latuper lume, 
come amor' por umor*, ce 

II. (fanti .11/.1 •n;.iio, laaaail alia 
riipn.ii | rima ili rltpoi Jan II 

io il padra dall'ami' 

co tao t< ,i a risponderà, ma 



• i parchi, COtM piò tolto ditr pregando 

Karlnala a seni limi.-, ri.n i.u * nini. 

non tipere Cavalcante della strio 

nido i ipu ii iTon odila ti 

(Inforno, canto VI, a 

dol lui'iro. lo eonroatavafta 

itati più nauti ti 'armai » ««- 

ilo animo abbiano eoi . i ■ ■ «ho 

accader!, ionia saper nulla di ciò che 
accado in presento. 

18. i plh Sion pori», o pili non com- 
parsa. 

li. Va furti' olirò ssaastoetsso, cioè Fa- 
rinata, a cu' finita, ad manra del quale, 
io rnl ora soffermalo. Ki |ii asta delio 
poe' ami: • l'Iacelatl di ristare la «stala 
loro. • • 91 

111 continuando al primo rfrlfo, facendo 
conlinuailone al discorso comincialo pò- 
e' ami (Vati r. si | 

;-. i 

-,* cucilo «eri», quello infuocato at- 
Qanu mono di a conosoct» la 
lierena dal parlati laro in quelli uon 

| n B||| KCOlO. 

in. lattati Ma non clnquanla lu 
Cinquanta meli saranno trascorsi, che I 

aaprii per prosa quanta pesa, 
cioa aia dura a dolorosa queir arie, culo 
appresa, non Imparata, di ritornile 

DODO e'ierne stil 
s'alludo all'ardilo, mi infiniti" 
' ::mi i lir- (iirrru i funriiscili t' 
(fr» I quali Dania) noi Infilo al- 
quanta mesi appunto dopo la data di «pia* 
ito colloquio con t'armai») por ritorsi 



in la 

■ 

culo 

:S 




ra DECIMO. 

La faccia della donna che qui 

Che ta saprai quanto qnell' arie pesa. 
E, te tu mai nel dolco mondo roger, 

Dimmi, parchi quel popolo •:■ 

uà Ugge? 
Ond'io a lui: Lo strazio e'I grande scempio, 

Che fece l' Arliia colorata in rotso, 

Tal» orazion fa far npio. 

Poi eh' ebbe sospirando il capo scono, 

A dò non fu s»; né corto 

Sani* cagion earoi eoo I mono; 

Ma fu' io *ol i «offerto 

Fu per ciascun i >!i tor ria Fioronia, 

Colai, che la difese a viso spi 
Deh, «e ri] rottiti Heinenza, 

Prcg: • ini quel nodo, 



so 



» 



n araaia buo In Tluatt <M anco ali» 
atta • iifraUani* pratici» clic : I 
lui! i. r»»l», lc*al» <■ BVMdiUn SI, 
ha» •» trial Baal del Uil. !■«' un. ri 
Im u Btkoi bi 

■ U tarclJ dilli limi chi col nomn 
li Piatali m n 

« ( . » la sali Mi aolra anni» reati. 
Cui tu >*'.!• Ir tlnla mi date mon.1i 
I», B*B t q«è fftrnol» uinilun.itala, su 

1*1 111. Mit. » ••IO (••!. Li 

• IM «I Tocro». romr 
unalraii In stai i ptr- 

'•rfii «oh »!■ * qui Btfatirt; nuu - il 
mm lil laliai, ma ubata* laotiani, 
i nu »••< palla. La iore »« 
•oboi, naia, ' aall'aa». "ff"- '*•">•• 

Bn. laBri ; cai »;>»'», cintai"', eiiafart. 

Laww 4*1 nudo IfnNcattf* 

'. !Hm: • Sic U ili. I rprl 

wtucirw uain luti • 

•Mh appalta Fartaal* q 

aaaaa naaatt» a aaill* uoiro « untici. 

■■«•'teli in. l.oilH(cn.|'iCaul 

«afe »« dati* l* tUUt Ini 

•Ball »»■ di«**da f or dalet, r err 

al limi, i«ftb» «Mi paiolo torm 
«• Iw. n»r>J. om mi.ltii.iii ciana- 
•j •»> ifr* nnlr* •' ni'. 
••-• Il «ccrUu arapre da **ol rei" 

Il all<l 

'Iti KO'l' 

■tifai Mlurnulio A* h-M., 






I, «I limile, sompcr cici|iiel>aii- 

lai liti. | : ... n.t. Mi, . f.iii dico Ileo- 

•(.uni'» J ■.. ili ifivti.i 

I . lilla tradilii ili l 
Il ungile »uo. K anche II iblutlllno Pa- 
rlati*, dir firn Dania pur ■•BprtfaaHa 

ni qnrrrli il.' i. urlìi crudeli, a una «rana 
Ji profano 1 1 ballai i. 

SS »" Hnlc in (li riapotl : La crindc 
dlafalla ri., ptl pptTI vnilra «oITcrioro 
i i.ui.lh i «nnU|iiTli, iliifalli lilr. dir 
pai tran aiutilo Tonilo foca dimoiar 
l'aroli di color rouo, fi il Obi Mita 
noalra curia m Manti Mi 
rrclo — 1.0 turi ora rioni n amati, 

unie ■ttaferlcanUBut par iteriti i om, 

oiaarodee ini 

I muitlrall * I tosai i dm, al- 

.ibi il paliyio 

ptbbKco, «i alnaiMre salii <i 

À ciò, * quoti.) butani n. ni» [ut 
colo lo. I ■ i 

ili lllr. ! : Il T I- 

|loal; ini brini fui ìolo coli, ad Kmfif.il. 
ove di ciainiDn f.i ■ Il prona 

Pil un; fui 
|0#|ll ilir la .'.ifiio a liafl 
— Co» oh aliti ; cioè, col Senni, eoi PI 
«ani e tir. 
IH. Ptt ili uni tolti rlpeH I 

laM li ■ ira dlactndonU. (Vedi la atta 
. 
M. fri inlifinnl filando ce . »<iojtlialA- 
• i menta 
min pttM rellamenlc giudicar» 



100 PELI,' IVFERXO 

Che qui ha inviluppata mia sentenza. 
par che voi vergiate, se ben odo, 
Dinanzi quel che! tempo ncco adduco, 
E nel prosout* tenoto altro modo. 
Noi reggiani, come ijuci e' ha mala luco, 
Le coso, disse, che ne son lontano; 
Cotanto ancor ne splende '1 nomino Duce. 
Quando s'appressano, o son, tutto è vano 
Nostro intelletto; e, a' altri noi ci apporta, 
ili sapcin di vostro stato umano. 
Però comprender puoi, che tutta morta 
Fia nostra conoscenza da quel punto, 
Che del futuro fia chiuso la porta. 
Allor, come di mia colpa compunto, 

: Or direte dunque a quol caduto, 
"1 suo nato è co' vivi ancor congiunto. 
E s'io fui dianzi alla ri.spo.ita muto, 

t i saper che il fei, perch'io pensar» 
Gii nell' error, che in' avolo soluto. 
E già '1 Maestro mio mi richiamava; 
Per ch'io pregai lo spirito più avaccio, 
('in- mi dicosse chi con lui si stava. 
ini: Qui con più di mille giaccio: 
Qui entro è lo aecondo Federico, 



10S 



>» 



n< 



Pl-09. Sa belio inl-mlo, <•' paro eho toi 
ttwlatr rfr no i» : i. t.'iliilr innami. j rrvr - 
in p» addaci Ufi), fio* 
la cpv* eh.- LTIfnSBBO noi lempo fnlurn, 
ne* al lompo pressata »oi limitai- 
ira muto, pnirliA nini Ir vndelc. — Il imi 
pi riferibili • Parlasti lo parti- 
mi beoti al dannili in generale; 
i V LaUrrocaitnnr eln' ivi- 
Hjamill della domanda da Cavalcami: 
fallarli più aopra circa al mo Osilo. 

100. e* li mala lutt, ebo ba calli» >!• 
ala. n Ita 

10S Di Itolo Inani ancora Iddio ci la 
trarla. 

104. noi fi apparta, oon co lo riporla, 
ooa ce lo rlC 
tos. uffa, oppiamo 

m: .'a curi jnmio «e., dal momento 
eli non ii uri più tempo foturo, cioè 
topo la I.do del in. 

109, compunto , piiilili di oon a»or 

io a Cavalcante. 

110. a tari radar*, a Caricante, che 
itala rintii. (». "B | 



111. Clic II tuo figliuolo r.nldn i 
l'atti. - K»ll mori 

113, Ili Fateti! opera ch'Io I 
perch'eri oliiralto, ponzando a quella 
liMceltà ohi 'in mi atelo ora tosila. - 
fall i. fata -> lai 0(1, Il i. ilio aeora 
dicemmo deritaro dal Ut. un. aon telo 
poiion lenire da irliseli, ma alimi u- 
.1 acc plur.. oda (»i, dal nof. 

1IC. Il parchi i" pr»fii fH atuiia, 
pio ipedltamoote, Parlotti 

1IS. pia SI mlllr: qol ita a lirtillrare 

nr, lilllll. r ' ll:.:i 1.IIIIIH..I i «Molt. ! 

min eridi ionie lombi carcli«.> Canto IX, 

N. IV. 

119. r«l«rloo II, della cui di 
fu fillio nVII lu.piTalore Arrijo Vl.al- 
i il- ili i Barbarotaa. I.ra r« di PagHa* 
di Sicilia, e da l'apa Onorio fu cornuto 
rr de' Itomani Principe laloroio e mi» 
inanimii. proiettore di' litUrall e letle- 
ll Steno, ma di ifreiiiti emoni. 
e poco corani* In fallo di rcli.ioLt. Ebo» 
luofhs ad aipri Coniasi eolia Corta di 
Itom». lo qua!' >oo sol* par la iatoria 





101 

Uri lui tv >-° 

Indi t'ascose: «1 io iuvèr l'antico 
Poeta volci i passi, i.do 

A quel parlar, che mi parca nemico. 
Egli si ino i. cosi andando, 

chi sei cosi smarrito? '-'■ 

Ed io gli satisfeci al SUO dim nido. 
La mento tna conservi quel eh' udito 
Hai ooui ::w, 

ora attendi qui : e drizzò '1 <i 
Quando «arai dinanzi al dolca raggio '*> 

I odi bell'occhio tutto vede, 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 
Appresilo volse a man sinistra il piede: 
Lasciammo '1 muro, a gimmo Sorte lo mozzo 

un eentier, eh' ad una valle Bade, 13s 

Che in un lassù facea spiacer suo lezzo. 



«gi.<.-r«Afii«iiiiia>UM<i< .:. i. imIj. 

Hwr. di nrts cullili DM Must! le. 
rr>i 

di IMU. » fO Ult4 dui 

riiWHui. ebr raCMBUuu i 

il ^««.U iodAiI-iu M i 

l' So p.ldull po' in. 

IO. da al per» arpi e », j. il«W mi pra- 
•Htf» .: 

*l HU«, tM la qui! «iprn 

ranli tutti al* ftt: 

t* Il qsrCo ierw 11 locmioni 6 al- 
■tedi .min 

«■la' aiti A 

I». Cd •' < iUhI. 
HWlv diri: t trizi» I 

MIMillaa e*:. 

MMUImiriBiire I..H -Liei, i' dtH Idi' 

un Fané q-i. I '■> •! puòlple- 

i parsi: 

• tali alla a ceaitnàiuU i Virgilio, chi. 

ju/Urc di l»«tri:«. iddìi i .1 loo- 

•i illa ai ni lede 



Un al étttt iff I», al ktiliuco «plfO- 



IM. ludo r/J>, .nlrndl io Dio, ticcoma 
ii eri basii. 

4M. Sa M inorai ce Duolo apprando 
in l'andito I cali della mi fili I 
fiondili mi di .lucili 

.. Diala dutiijue, dicono si- 
foni (OiDonlilorl, hi qui prato un abili- 
tili.. DUI*, dlron altri, 111 qui Olilo ti 
IflCSÌIS di eoa, t «pili- 
(.110,1.; 

Mi ot ti liliojno di Ucclirc U 
d' on illudilo, nò la d' uopo il 
pssssialii 1 tpistsado il da u., par ia 
compir/aia di 1(1; poichò in Pai 

.- quella <bs a CacelaguicU co- 
iiundi di fu 1 Dalile li predinone. (Vodl 
i'aridiio. XML t. 30,30.) Dunque* tem- 
pro di Htilriu cb* Dani* doto ripetere 
li DolUn dii' tuoi ASSI SffTSI 

IM. titcvioian fO,ier»o il oiastu dalla 
citta di Dile, ìrendo fin ilio» e istmi 
mio isjifd in siart di fui. 

135. l«'t. ihonsa, uiotir capo ad me 
Tali», ebr porti illa rlpl, oodo ti ternde 
Del icilimo cerchio 

I3<i. Ulte, puno, Mora. 




DELL' rXTEBHO 



CANTO DECIMOPRIMO. 

OIbbII I Porti nll'MtrMmU dolla ripa, che iottboU »l oottlrao Cordilo, «i 
nrooio bd atollo, che porta II nomo .li pipa AnaiUtlo. E rnnntra Ili ind 
diaccia. Virgilio latratore- Danto riaprilo «eli «Uri cerchi, che rimangono a t . . 
Il primo di tal, la ordinn 11 »»ltimo, » dUtiato la Ito gironi, ecuono do'qaaU ravr- 
thinilo una tpvio 'li Mulinili: Il facondo, dot rollalo, * dliiao In dieci Mari». 
cloacali» delle qaall connina uni ipnole. di l"rodol«»1l ; Il tono, rio» 11 sono, * a-ona- 

rll Irt «foro, o cerchiali coBcentrici, ornano dai quali ha lo M «ab apaKI» 
traditori. Quindi parlano degl'incontinenti o dogli uurWi, o frattanto giugo**» 
al ponto dond» al acmde. 

In su l'estremità d'un' alta ripa, 
Che facevan gran pietre rotte in cerclii", 
>imo sopra più crudele stipa: 

E quivi per 1' orribili! soperchio 
Del puzzo, chel profondo abisso gatte, 
Ci raccontammo dietro ad un l'api-ivhio 

D'un grand' avello, ov'io vidi una scritta, 
Che diceva: Anastasio pupa guardo. 
Lo qual trasse Fotin dilli via dritti. 

Lo nostro «condor rama esser tardo. 
Sì che s'ansi prima un poco il senso 
Al tristo fiato; o poi non fia riguardo. 

Cotìl Maestro; ed io: Alcun compenso, 
Dissi Ini, trova, chaj'l tempo non passi 
Perduto: ed egli: Vedi, eh' a ciò penso. 

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, 
Cominciò poi a dir, non tre cerchietti 



1-5. Ciuncommo ioli' orlo d'un' ilu 
ripi. che ora circolar*, o tonda, • for- 
mala da un* gran quantità di pietre 
roti», o (ho lopruUn ad un ammali»- 

mento di iptrtu pll cmoV la* Mi Iona»»- 

UH. — Slifa, itila, ilipamrnto, irninue- 
cblamento. 

4. orrieifo loptrchl» , ImolTrilillo »(• 

e«»o. 

6. Ci racroifanimo, ri rl| 
Il r« attintilo al «orbo dccoifarr i 

lOtbl in litri «orbi, ripeti, 
tion d' itlOOS, ma platlotto una (orli 
nilUoiiudiBO In stafrirli. Mei «tiro or) 
• a ruririAio. perocché cui tutti orano 
almi 

5, 9. guardo. cniloitiKo. rinirrro pipi 
Aonilailo II. cai l'olimi ritroso! dalla lia 
difilla, condnrrnjtili) all'irci.— I.'toa- 
lUilo eoodollo all' ertila da rotino, dia- 
cono lOaaalOBlCCOIC, non fa II l'onlclicc 



roaiino, ma l' Imperatore (reco: • I 
• koi il. il.. .. caddi m quello i 

poicllO li lido alla erOOlca rll Marlinn I 
lono ed alla meo. cho comuoeme nu ( 
rcr» o' inoi tempi. J.o «noi, col, i 
tifo. — l.'rreii» di FoUoo hi in i 
(gli poi* (he Criito foia* pria» I 
puro, e per minio dilla buona ini I 

VOglitM Bgi|l ' "■ di Pio. 

ti, t; Si che prima l'annifaceia i 
poco II icdio dell'odorato al fruii / 
fetore, e poi non Ila d' uopo di l 
o prrf nirinnn al noilro diirrndrr I 
— «troni, i. •riunì, murfaral. 

14. 'i frwoo, cioè dell'ali' 
Mi Porgilorlo. raoin Xtll. « SA. ap 
(Illa d un rimili ripeta p 
M di quello pene. 

tS. dxlre do cedrili ««ni, al 11 II 
di cotto, di eolnita ripa aauni». 

IT. rorcAUIfl, non torch' 




Di grado in grado, come quei cho lassi. 

Tutti son pien di spirti mata! 
Ma perebi; poi ti bnsti pur In vista, 
ichò son consti 

D'ogni malizia, ch'odio in ciclo acquista, 
Ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale 
con forza, o con frode altrui contrista. 

Ma perchè frode 6 dell' uora proprio male, 
Più «piace a Dio; o pcTO stnn di ratto 
Gli frodolcnti, e più dolor gli assidi;. 

De' Violatiti il primo cerchio o tutto; 
porche ai fa forza a tre persone, 
In tre gironi è distinto e costrutto. 

A Dio, a se, al prossimo si puono 
Far fon»; dico in loro ed in lor cobo: 
Com' udirai con aperta ragione. 

Morto por forza, o feruta dogliose 

:ro*aimo si danno; e nel suo avere 
Boia*, incendi e toilette dannose: 

Onde omicidi, e ciascun chv. mal liere, 
Guastatori e predon, tutti tormenta 
Lo giron primo, por diverse schiere. 



108 



28 



25 



SO 



31 



ami, ai li » «mi nt« 4." rran cerchi 

fini, e 1.1 cerchi infirmi! Onori per 

•ani, tà'rraao min 

» 1 fra*» in frate, diradimi, dei 
nwatniiil ; < u tini, the laici, <ho bui 
•"Hat» r°*' *■» 

■ Il anfl par U > 'i 10I0 

li •►«•ili. aiuta ehi tu mo n'abbia ad 

Hnpn. 

il t—tlrtlti l,hn> llB.J.lfriell 
"■ara*» iirr-tu, rinmiU. 

t» M. Il Sai d'orai mitili* ehi 
•Mas» r od." d< I (lit*. * V ios lurlt : ed 
•m lue ■itT*u«c*-<'.< 
•**) m tatuo O.I1» .lol.n.a, a dilla 

«Kb. 

O L'alare «Villa f»m » proprio di 
•e» SD Intel - 

hoa pai tar Inclino almi, i proprio 
f lant [ 4tl)' hi. no. 

•-. tati». SU Ut ia»fa». 

* S»' ritti- ' 
Ma» ■* ritirali, è acefalo 

patata*, » IH t petit di tenoni. 
MI ma afra, tarmato a belli roi' 
f'!> -«««re fab- 

dtll' laferoo. 



St. >i paone (coli' o lar|o|, il poo. Coil 
noli» Cani. XVI: • Che te botti riamili 
Vogliamo annoverar, creder il paOflff- • 
Anche tane, tieni. fant, per ra, ira, fa, 
ma o*'gl più non l" uuno. 

(9, rea opf la reoloat, con aperto e 
..iinniminl-i 

M-S6. Si ma riolenu conno la ; 
iltl proiilmo, dandogli morie, o doloro»* 
ferite : e il oia violenta contro la ina 
Min rotino, inrrnili 
ed eetorilonl-— nutrita lo Itti 
fetta, quindi danniti fel/iffi o daanoi* 
lolli. nel tigninolo ilciio di m. 
toc* remila gatta Itllae-barbara mota- 
!o(ta, |bl late rapina, ritorno*!. 

:,'. tir ami fiitt. olio forile* a malnia, 
non per propria di'eia. 

38, Savctitori, qa*' 1*1 coromettnne 
1 iiii'.riidi ; predoni, quelli che 
tomiuoltono uploe ed eitonionl 
L-riina corriiponde alla prtredintt 0«i- 
ildi a merli; mal firn a prate; gaaila- 
!n'i .1 fulae, dnatftcieal ed la: 

BatlBtata predoni .■> itili 

». per .li-rtit irA.irr, in i. tinti» cU- 
ilinle. peccalo pir peccalo. 



du.l' inferno 

Puote nomo ihh in "è man violenta, 
E ne' suoi beni: e perù nel secondo 
Giron conricn che iinut prò ni peata 

Qualunque priva sé del vostro mondo, 
Biscazza, e fonde la tua fucili Li 
E piange la dove esser doo giocondo. 

Pilotisi far forza nella Deitade, 
Col cuor negando e bestemmiando quella, 
E spregiando natura e «uà boutade: 

E però lo minor giron suggolla 
Del segno buo e Soddoma e Caoma, 
E chi, spregiando Dio, col cuor favella. 

La frode, ond' ogni coscienza è morsa, 
Può l'uomo osare in colui che si fida, 
E in quello che fidanza non imborsa. 

Questo modo di retro par eh' uccida 
Pur \j viucol d'amor, che fa natura: 
Onde nel cerchio secondo s'annida 

Ipocrisia, lusinghe, e chi affattura. 
Falsità, ladroneccio e simonia, 
Unni. m, !p:.t.U'ì, i *imilo lordura. 

Per l'altro modo quell'amor s'obblia 
Che f» natura, e quel eh' e poi aggiunto, 




40. Può I' uomo JTor» mano tiolcnLa 
Il i*. uccidendoli, 9 contro i »uui 
beni, dmipandoli. 

a i.iuà di, unque i, procuri li morte 
Tutto mtmtt. dico * irgilio * Dani* eh" e 

11. intatti, giù,, . dissipi 

«I (Inaio: Ande, profonde, icul. 
tipe** pitto, 

43- là, otl manda, da» intoio par la 
io* ritentile tsicr doirobb» giocondo 
Binte eondinn» le lattari* • 
eonlro il, pereti» Oftn amore incomin- 
ciami. i da noi, chi non ima ftl, nuo può 
(Bare altrui, t punite* I prodighi lotico] 
: e i d I . quabluniiuo i prodighi ebbi* 
fla patii eoo gli »T»r. ;cini.i VII;, ptr- 
,ji cjui ili oselll tbi pel li Basila 
prodlgilliiilriduiteroo idi ni b morie, 
o i mei* uo> ni* non dittimi!* dilli 
aorta. 

MI*. Si può arrendere Dia, in ti 
•luto, rinnegandolo • beitommiiDdolo, 
o nollo cote di lui creila, dliprcgiindolo 
ed abusandone. — nella OeiUJe, contro 
Me, 



aU-Si. K por6 ti girane minar* 
eoi MS (atee i Sodomiti a i Ciortiot 
murai;, « ebi bcalommia Illa, doo 
Impeto di eloia li», mi per malina 
l'iiru \Cekor i) rapitalo dol guerci I 
li qDile. al tempo di Di 
■rS bunOIS psl BSBaerO desìi unirai 
racchiudi'! a, tirilo Cho il Bd 
liso «ri diienalo tlnoniioo d' un 

8* I" frtil. t-W e mori*, dilli qi 
rimani la coecieou «li dnuuque n'e 

Si. die Allinei «od imi leu- ebe in M 
non iceogllo Odiata, ciao, che non il Idi 

SS. « uueil ultimo mudo, eia* di cur 
U frodai in ilii unii ti Cidi, pie ehi r*a 
pi toluolo il Untolo d" emore, firmilo 
dalli natura, ebo ci obbliga ad aia-urei 
1 un l'altro. * ooo ad iigasoai 

(Rl-60. Ipoerieio: gli ipocnii («nafte; 
gli adulitene ,'lu,'«i:«n, i utwceblc 
n. ieleiil; I fallirli. eedrgaeoew,! I ladri 
ciaoau; i nmoniici. SiafU*; I li 
tariffi; i barattieri. 

6lf5. l'or I alno modo, eia* di 
li frode lo cbi il lidi. DM tolo il egeo** 
quali' amore uoirertaìo, cbi li 




CANTO PECDfOPRIlCO. 

I -i cri»: 

Onde nel cerchio minore, ov' è 1 punto 
Dell' universo, in «u che Dito siede. 
Qualunque trade in eterno è consunto. 

Ed io: Maestro, astai chiaro prò© 
La tua regione, ed issai ben distinguo 
Qnc.it a lxirntro, r'1 popol chcl ponaiede. 

il* dimmi: quei della palude pingue, 
Cbe menni vento, e che batto la pioggia, 
E che s' incontrali con al aspre lingue, 

Perdio non dentro della citta roggia 
Son ei puniti, bc Dio gli ha in ira? 
E ne non gli ha, perchè sono « tal foggia? 

Ed egli a me: Perché tanto del 
Diete, l' ingegno tuo da quel eh' e' snoie, 
Orver la mente tua altrove mira? 

Non ti rimembrn di alleile parole, 
Con le quai la tua Etica pertratt;i 
Le tre disporizion, cheT Ciel non vuole, 

Incontinenza, malizia, e la matta 
Bwtialitade? e come incontinenza 
Men Dio offende, e men biasimo accatta? 

Se tu riguardi ben questa sentenza, 
E rechiti alla mente chi son quelli, 



[I 9 



:o 



- 



e» 



"•* tU In .ni, mi 

•ftmiiwlfA'i pai t* itaare. slot il rin- 
ati 41 Barratela o 4' «n-llll,». di e»» Il 

•w. «al orai» il crea • onci Ir* ili 
tmai ni Muu aereiala. 

** « OUe hII' aitino cerchio, eh' i 
•> ria pl«*l* ti luti, la don * il antro 
WU Ima, »t vr* sa fin Metta 
tee, * la »l»tm liirmrnliln chiun'|iwi 
trafitte fio ta< frode renali nnin pili 

■NOf ivrcbi I nltlm*. 

è» 1À fatarar»». illio raa-ioosmi-nln. 
0. Il rvf.l rari yxiiMr. li mollila- 
<n» tv' r"fl | "'l '»« ■' itti*. 

fui ««il* poi»/. ■*•« m, o fin 
pu, ani» r> i«»'u»a • r» x- 

O. Mi li • I Ulti 

* frr*- ■ r:l>". *<»» l'taemitraaeaa 
r4«r»»r llarai, » <t« il mintine parole. 
I rrttiiki » (Il avari. QmcII peccati n 
Kit* Il Soa* (carraio il'ln- 

». «mia, "*», lataaeala; la tini di 




tv «i>«o a Mi fnoolo. iooo torminUll 
in Ul* maniorat 

10-18. tornai il tuo ingegno traila 
la monto tua ti ivaja? Lo quali duo colo 
tono rapinili di rrrurp. 

19-M. Non ti ricordi di quello parolo, 
con lo quali I ' litici d'Arliloillo oho II 
in fitta tua collo «Indio, ovvero r.li'ó a 
la cara, tratta diilintamcinUt dnllo tra di- 
■Boaiataol, eh» Il Ciclo abomina; ciò* 
I' baflontlBCOtt, la maliila o la matta bo- 
' — Il luto d' Arulntilii, «rtea. 
Iih VII. elfi I, il quieto: . Diecodum 
•si rerum circa morci fuglendirum lr»i 
ipte l ei HM, Inconlincnli.im, viiuim ri 
foritalem • - Gi'bOMUaV I 
Bntpertsn da un impoto di paitiono;! 
■al .rimi, non por impoto, ma a diurno, 
connrartlono iccllcraccml : i 
lo preda allo brutali • foraci ptMiaol, 

dunnn inHcaaal ih malTif ila. l'orcio l'In. 

coniinrnta mimo offendo Dio, • minor 
bliiimo accanii, •' «cquijla dalli nomiti 

li.UI 




10S 

Che su di fuor soatengou penitenza; 

Tu vedrai ben, perdi* da questi felli 

dipartiti, o perchè meu crucciata 
La divina giustizili gli martelli. 

Sol, che soni ogni vista turbata, 
Tu mi contenti si quando tu «ohi, 
Che, non meu che un ver, dubbiar m'aggrata. 

Ancora un poco indietro ti rivolvi, 
Diss'io, li dove di', ch'usura offende 
La divina bontade, o'I groppo BTolri 

Filosofia, mi disse, a chi la intende, 
Nota non pure in una sola parte, 
Come natura lo suo corso prendo 

Dal divino intelletto e da sua arto: 
E, ee tu ben la tua Fisica note, 
Tu troverai, non dopo molte carte, 

Che l'arto vostra quella, quanto puotc. 
Segue, corno '1 maestro fa il discente; 
SI che vostr' arto a Dio quasi è nipote. 

Da queste due, se tu ti rechi a mento 
Lo Genesi dal principio, conviene 
Prender »ua vita ed avanzar la gente. 

E perche l' usimele altra via tiene, 
Per sé natura, e per la sua seguace, 



SI. m di t»*r. al di topra d«lla cilli 

di DiU, ICl tettai (Min: 

88, 89. filn do tu cil. /il II Sin dipar- 
tili, pireb* da quoati empi >liao separali. 

PI-US. Virgilio, lume di npitais.eht 
mediar! ogni offuscalo intelletto, lu mi 
contenti Unto, iju.mdo mi sciogli I dub- 
. uou meno che II sapere, io' ag- 
gradi, m' e gralo. il dululara; poieb* st 
ho lo lu* uggir rnp">l«. 

M-Vii lìitoUiu ladlttn anfora no 
poco, là do*o dicesti ebe 1' usura offende 
la bonll diruta, • scioglimi il nodo, la 

oiu, 

in- ioo. La Filosofia, mi disse Virgilio, 
i ni pid d' no luogo, a ebi la In- 
trudo, corno natura proceda dairintollello 
I dal suo naglslero, nvrnro ilallw 
leggi da lui stabilita Secondo 1 fiatoni- 
ri, f art» prima e uni) intelletto al Die, 
poi nella nitura, e quindi Dell* lai 
doli' nomo. 
101. L' se tu I-eoe ooU. consideri, la 

Pitia A' Arsitoti U. 

Kt «o» dopo nelle rari», dopo poebe 



cari*, cioè quasi al principio del li! 
dote • detto- A-t IniUl.r Hl.rc. >• 
gaaafam putrit 

105-IOiL L'arie Netta, l'arte omini, 
segue per quanto può quella, cioè la Da- 
tura, come il discepolo segno 11 ssatilro ; 
cosiceli* l' arte umana può quasi, a asodo 
di tlmlgllania, chiamarsi Dipoi* di Doti 
poiché la natura procede da Dio, 
dalla natura. 

loG-lOH. Da notti* due, dalla salari 
o dall'arie, se iu li minimi alla stenle 
Ir parolt della ticoetl noi suo prlscifU, 
vedrai ebe coni. tot alta groU r lenire 
■ I tuo siilo. ed anulare oe terreni atqal 
MI. Costi uisri : Otet trae la t*a\4t proosilo» 
ed «rader (eleo, ebe la gcntt pruda tal 
nst «tt*.— Le parole soo qottlf : 
• l'usuit Deus li ii mi li fui ol optrirttor.... 
Vescorls lo sudore snltus tal. • Dalli sa- 
tura trae ti ritto l' agricoltura, dall'arti 
le inJunlr iu ed il commercio. 

109111 E perche l'osunire tlootalln 
ria di guadagnarsi II otto • migliorar* 
il 100 stato, da quella prescritta da Dio, 



casto Dicixoncomo. 107 

Dispregia ; poi che in altro pon In «pene. 
Ma seguimi oramai, chi; '1 gir «ili piace; 

Che i Pesci guizsaa bu per l' orizzonta, 

E '1 Corro tutto cotta 'I Coro giace : 
E '1 balzo via là oltre ai disuiontii. «8 



•apragli «oppiavate U Mkm, « p«r 
i* «Ma. » per li ih Mcaic*. do* l' ir- 
li: pattki la altre che nel'-» tur : 
riaea» U ms l»a)M (be il 

«Mi», fsaelcn» Ima» crino, frulli da- 
tai D «iipretee <b* Ululi moilra por 
ib nini. « li «mpignla cb' ri dk loro 
arerà*», «lo e»' * confermilo dille mo- 
aer» tal wmIo, Il noli» ouli chi puro 
in»' ««api ficen I' muri 

<lt a» •*,«;«. inani, Si mordi cin- 
tura eglino MB» sUU fumi prwio la 
«aaia 41 papa AauUilo. 

ili. Ila. *>■<•• U dill«. ih» 'ormino 
U K|i0 dai Pud, iiUndano iu per 



l'orluonte , ni il Carro <li Boote. o l'Oria 
maggiore, notati tallo lopra quelli OHM 
donde iplri ti rento Coro (taurino pu- 
nente maestro). — Con quelle frali ileo» 
a lignificare, eb» cominciar! l'aurora, 
Orla reale, por erijfoalr. comi* Alma. 
tn»4moae. fralrreita ec Danto panò 
nella aelra dieci or»; entrò noli* Inforno 
Hill' imbrunire: nel t*l !.. dagli arari 
alla ruoiianolto. entra io Die Hill libi. 
M ecco rh- il primo giorno è compilo. 
HA. JT * I c-olso. l'alta ripa, ji ditmon- 
lo. il ducendo, via lo olire, lontano d) 
qui. ri» là è modo tuttora «no id lo- 
tema. 



CANTO DECIMOSECONDO. 

a gaerdS» di! mliìmo Cerchio et» il Minotauro, del qnale attuUla l' ira beatial*. Vlr- 
pbe e Diat» eoiajoao per un dirupo, e giungono proteo una ri «lori di eanguo boi- 
naie, e»* etano I eiolioti in altra!. 1 qnili tengono elettiti dil Centauri, a* Un- 
ti» tatir Ail aamne fio del dorote, Pirla Virgilio ad alcun d' oui, e, euporaU 
ftl «Jft.-eita, otllea* eie Xoaao pini UanU In groppa ali" altri rln , e niw 
•la», lalidina i P*»ti la roaditiono del luogo e il nonio d' alquanti di quei daoaatl. 

. lo loco, ove a scender la riva 
Tenimmo, alpestre, e per quel eh' ivi er' anco, 
Tal, eh' ogni visi* no darebbe schiva. 
Qoal è quella mina, che nel fianco 

I' Adioo percosse, * 

per tremoto, o per sostegno manco; 
Cbo da cima dui monte, ondo ai mosse, 
Al piano, è si la roccia discoscesa, 



1 1 laejo.oro lenimmo par ltc«nder 
» luti »d entrare Dal Mtiiao 
cri il| {Hallo ehi 

. . tal*, coil orribile, che Agni <uu 
«aatlaaa» dai riguardarlo. 

1* 'Jual* v . lucili «umili. 

le fieli, ■ j-i ii.3.it>. o por m. 
ai ueaeinu enUado, per cene nel fianco 
• «Age di iroa da Treni) Alcuno in- 
«tata qui U rotta» di Moni» Uarco prei- 
e* Binili', . la «tale li «rei» lullora. 
, il falle correrà allora fora* di 



II, «calao la montagna noi Banco. Altri 
iniec* erode il parli della rorina della 
Chiusi premi diruti, ii-guiu n. I imo, 
e lo icuglio allure cadde appunto ncl- 
l' Adlgo I lo percome. L' Adipe <• un 
i l'ini, cbo naico uel Tirolo, o iceso lo 
liiln (imi prr meno di Verona, • tra- 
voltili la pianura renoli, ri 1 m 
Dell'Adriatico. — Dico di o»j da Jtml, 
per Indicare che I» mina rrsti al di 
IOIW, « non al ili topi* SI 1 : 
>. il piane, cioi per indno al plano. 



108 nxLi/iftrntso 

di' alcuna viri darnbbe a chi ira fosse; 

Cot-fil di quel barrato era la «cesa : 
E 'n «i in punta della rotta lacca 
L'infamia di Creti era distesa, 

Che fu concotta nella fatta vacca: 
E quando vide noi so stesso morse, 
SI comò quei, cui l' ira dentro fiacca. 

Lo Savio mio in vèr lui gridò : I 1 

Tu credi che qui sia '1 duci ci' Atono, 
Cho tra noi mondo In morte ti porse? 

Partiti, bestia: che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua scrolla, 
Ma viensi per veder le vostre pene. 

Quale quel toro, cho si «Incoia in quella 
C'ha ricevuto lo colpo mortale, 
Cho gir non *», ma qua e là saltella; 

Vid'io io Minotauro far cotale: 
E quegli accorto gridò : Corri al varco : 
Mentro oh' ò 'n furia, ò buon che tu ti calo. 

Cosi prendemmo via giù por lo ecarco 



9 C.ho Jarabbo a chi »1 treraat* lasso 
ani qualche il», benché fatieoia " mala- 
ferole, per diteendrr». — Alcuni eomm- 
i.itnn danno qui ad »I(»M il >i<nili<j|.» 
di Hlmia. ed Interpretano, rl« «rnvaa 
ria per di«rf»J«r» darriti a 'hi ■> rratflee* 
Idi*». Ma nllrrcliìt la ine» elrvao min ò 
Hill» mal mala ila Dante nel sifnlficito 
di nisna. | sebbene negli antichi io n' in- 
inulti qualche riempie dir* qui ' 
il pool». ». WS-30, eh» prue ti» eia per lo 
•carco l>< futile pietre, eAe epeaio *»o»i»*el 
Sodo l auol pioli. Dunque duco», dan- 
,|in' il Beata dirupai" |ll per** una ajatl. 
cho li». Infatti •• nn' erta cupo non pre- 
senti noi lun italo primlllio alciinaTi» per 
:'i però pcimUrla quando 
noto, o por altro sia minali; puh 
presentarla cioè aulir luo rulno medesi- 
me. Prendendo poi alcuna per «m*a, do- 
rrà intenderli nrnuaa 9l4 ordtaaria. 

10. eurrolo. barrane, balta seose»ea. 

11. '• i» la punii, itili' orlo, aull'o- 

, della rolla lana, della scoscesa 
i Della parola fere» redi al Can- 
io MI. r. 16. 

IS ara diiùia. idraiau, I* fa/aala di 
(.Veli. I" Infamia dell" Uola di Creta. Oim- 
il» belila e Il Minotauro, mostro rnci- 
s' temo « merro boa. eh* fu eoaecplto 



dal commercio eh' «liba Patita», 

del re di Creta, con un loro ; | 

al quale al collocò dentro una ti 

Ii8eial« l/aleei, cine di leino. fabbrica- 

late da Dedalo. - Il Min»' 

la fatola. al pastora di earna Battati 

bi n il paini rum» Dante lo 
inll'crlo di quoiio tripartita 
si puniscono I ilolentl o I bruirli, rm, 
per Creta anche ntl Villani. 

IS cui r i»a destro «area, «he drolre 
li roda di rabbia. 

16. i* Serio «ria. elo» Vinilica. 

IT. Ttteo. figlinolo di Keeo re di Atei 
. Arianna, fijli» di I 
* di alinoli», • perdo sorella di eaan | 
notauro, del modo eh' eili inni a l 
nera per Deriderlo, |li diede la meele. . 
Minolsnro \ i 'iiiTr-iee»! 

a Plulo Michele. In/., tanto VII, t. Il, l 

41. eireii. «e no slenr. 

J8. I» jo/.Mi.in q-iill'iir».in -polf 

». far retate, tare lo aomijlianta. 

SS. aTt»f»lf.Vlr|lllo. ••t»rf». i 
del momenlo opporlono. «rie - *: 
racco, al luojo ni" è il rarto, eto i 
prima renlra occupalo dal Minuti 

il »A» ri» U tele, cho tu II cali, 
discinda. 

SS. ai» per lo etereo, fife p«r i 



• TO DBCTJIWitCOJflKt. 

DI qneD' ho spesso moti 

Sotto i miei piedi per lo nuovo «arco. 

Ji> già pensando ; ed d dix*e : Tu prosi 
Forse a questa mina, eh' è guardata 
Da «raolTini bestiai, ch'i' ora spemi. 

Or to' che sappi che l' altra ffata, 
Cb'io discesi quaggiù nel basso Inforno, 
Questa roccia non era ancor cascata. 

ila certo poco pria, se ben ducerne, 
Che venisse Colui, che la gran preda 
Lctò a Dito del cerchio superno, 

Da tutte parti l' alta valle feda 
Tremò »3, eh' io pemni che 1' Universo 
Sentisse amor; per lo quale è chi creda 

Più volte '1 mondo in caos converso : 
Ed in quel punto questa vecchia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a vallo; che B'apmooeia 
La riviera del sangue, in la qaal : 
Qoal che per violenza in altrui no 

Oh cieca cupidigia, oh ira folle, 
Che al ed sproni nella vita corta, 



40 



00 



ntaiita di pietre, m*aota pai li 

itti dftU di «110. Uttit* Dilli ID 

rirRuptrdtrt Bacchio di uni e di ler- 
ci, ci» d* pik laoiX ia taci 

50 »»• té iwr* eartt, por II paio. 
«•*•• ed loiohlo, d'i» perioni iItj 

SI. te /vi, io me »' inditi, priMiido, 



» U («Il ira Ir. rial, clill' in di 
t «III tenti f io». lei Mlooliiro, rt'fer* 
•m*. eh* lo loto u «rmic 

H. T «Jtro /ali. I* litri tolti : 
Unni per «T Ine mietici d' tritone 
f»0 aito IX. r, ffl 

U aitr curati. Virgilio iceir all' In 
few hh dopa Borio, aloe metto «Nulo 
ira e» Mtndfiu il Imiti". 

IMO. Ma «rUmcil», » io ru- 
ma*, poco primi tbi'nliH qui Colui, 
9nt Crliro, rht Ioli* all' lifurno li grin 
pili dei errebh» aoaarior* ; dot lo molle 
•sia*, che uituo nel Limbo, 

f-is. Da orni parte li profondi e roti 
ii talli tafanili* limi il loru, eh" in 

r; | ITairorio unitile inai 
rule «I e cai crr-J* t—n lUto II 
li redi» cinitrlilo in cai*. — 



Empcdodo opinò ohe dilla diieordla do- 
(II elementi Ioti* generilo 11 mondo; rd 
all' Ineonlro, eho per li roncordii loro. 

odi» pei Pasini MI*. partloeD* dmBI 

collo limili, si dliiolrtm in casi Dal 

Maio e*, 

I' Cniitriu "«t'"' amnn , flol che gli 
elementi tornatimi iu rnnrordli, t eli 
credo. É forma del Latini, ehr 
tartan unire il prottOBS rc'Hno 
■ n bissili ii :n •.',-. ili i.- in ui-iilto. Eil tal 
credo I. 

4*. Cd >■ furi pnilo. (tacita punì.) fu 
alto muriti 1. 1 IleJentor», quindo tremò 
Il lem * ai «piccinino In rmj 

4.1. iiirroi, Vedi Inf. . cinto XXIII, 
». «-4S. e inrlie tinln XXIV, r. 19 . 
Mf, lui fece riterrò, n rovi 
in lil modo. Sirene, rovricio. ruini. 

MI. a tati», liff ili nella falbi eli Cip» 
patcM l'appretti, il fi iloiDS. 

♦a. Qa i litri, 

tacendogli iiolenn. 

40. La cupulii il e l'in tono Infidi le 
jjiiìomì motrici dulia llolsm. 

Si). CU il ci (proni, cb* ceti ci itlmoll 
a mal Iu*. 





DtLL IXNOUfl) 

E iicll' eterna poi si mal e' immollo ! 

Io vidi un'ampia fossa in arco torta, 
Come quello, che tutto '1 piano abbraccia. 
Secondo eh' avoa detto la mia acorta : 

E tra '1 piò della ripa ed ossa, in traccia 
Coni. in Castrai armati di saette, 
Come soleau nel mondo andare a caccia. 

Volendoci calar, ciascun ristette, 
E della schieru tata m dipartirò 

: archi ed asticciuolo prima elette : 

E 1' un gridò da lungi : A qual niartiro 
lite voi, che scendete- la costa? 
Dito! costinci; se non, l'aroo tiro. 

Lo mio Maestro disso : La risposta 
Karcm noi » Cliiron corta da presso: 
Mal fu la voglia tua sempre si tosta. 

Poi mi tentò, e disso: Quegli e Nesso, 
Che inori per la bella Deianira, 
E fé di «è la vendetta egli stesso. 

E quel di mezzo, eh' al petto si mira, 
È '1 gran Chirone, che nudrl Achille : 



I 



SI. t foi ti noi e' Immolli, o |>ol con 
timo noitro danno C immolli, ci tulli 
cella riviera dui unguo bollimi». 

SS. «a* ampia fona la atta Iurta, cioe 
circolare a il piiino (Irono del tollimo 
cerchio, oto tlinno I violenti contro il 
protsino. 

Si. attonito cV area delta, il culo XI, 
v. SO ; In mia ■Sfrati 1 irg ilio. 

I In lo fildo doli» icoio | 
ed «Mi fona, corranno da' Ccntiurl. ar- 
mili di ìmH«, in tracci.» del peccatori. 
Chi fatarti luciti luori ilnlli mini. - 
I» Iracela pu6 anche inlondorti per la 
<it»l«ra, la /Ila. — I Centauri furon ge- 
nerili di I»iono e dalli tiutoli. cui 
• •love arci dato le apparenti formo di 
i.lonooe: o loo imibolo doli» vita ferina 
<• hhu lucila, l'ardo Hanno qui a guar- 
dia oW Molanti 

a>. ail»ee»uoU pr#oM tlttlt, freccio, tra* 
«celle fra In litro i rnejlio fonre, prima 
di «"laccarti di* cotti 

61. i «Mi martire, a qual («acro di 
tuppliilo, o Ira irati peccilon. 

63. Iillelo di coiti, da coletto luogo 
ora ti troni» ; a u non lo di». Uro 
l'ire», il nello. 

6* a HUrta. A lui parlerà Viratilo. 



corno al maggiore e meo furioso di q« 
acbiera. 

66. Per tuo male, per tuo danno, la i 
loglia fa tempro eo.l tubiti, pi 
Alludo al tubilo amore, ond'cgli fu Bfg 
ptr la DMCll'l A Ircole. 

61. mi Irato col gomito, o colli 
per farmi attento. Coti nel stai 
dell' Inferno, T. SS, dira che Virgilio I 
fiatò di coita. — Il ccolaaro \<t«o, I 
portala che ebbe all'altra riiS M t 
Dtlanlra mwl io d' Ercole, i 
rapirla ; ma forilo d» Ertolo eoa I 
bietta, liuti del lingue doli' Idra, i 
Morendo diodo, par vendicarli, a t*aii 
ra la propria retto lntangninata, dia 
dolo ebo lo quella era «ir 
il marito ino dall' amoro di stiro i 
ne. Credello la templic*. * 
ad Ercole, allorché follcgiiaia par 
la : ed egli, mettalatl Indotto, infuria i 
mori. 

10. cVal pillo » mira, (ha ala i 
capo batto in alto d' uomo eoa i 
come dotto eh' egli era, 

11. CalrBM non In, conio gli 
lauri, (filo 4' liiinnii n dilla wolt, I 

.'uno adi Fillira, colla quia i 
udì in forma di ««Tallo, fcbbe . 



I " IiEGDIOeXCOMX). 

Quell'altro è Eolo, che fi; ù pica d'ira. 

Dintorno al fosso vanno a milk a mille, 
Saettando quale anima ni n 
Del «angue più, che sua colpa gortille. 

ii appressammo a quelle ùem sm-l. 
Chirou prece uno «trolo, e con la cocca 
Foco la barba indietro alle mascelle. 

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 
Disse a' compagni: Siete voi accorti, 
Che quel di retro muovo ciò che tocca? 

Cosi non SOgliou iure i pi<": ilu" morti. 
E 1 mio buon Duca, che gii gli era al petto. 
Ove le duo nature non consorti, 

Risposo : Ben e vivo, e ai soletto 
Mostrargli mi couvicn la vallo buia: 
Necessita '1 e' induco, e nou dilètto. 

Tal ai parti da cantaro alleluia, 
Cbo mi commise quost' ufficio nuovo ; 
Xou è ladron, né io anima fuia. 

Ma per quella Virtù, per cu' io muovo 
Li passi miei per si selvaggia strada, 
Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 

Che ne dimostri là, dovo ai guada, 
E che porti costui in su la groppa, 
Che non e spirto, che per l'acr vado. 

Cbiron ai Tolse in su la destra poppa, 
E di**» a N'osso: Torna, e ai gli guida, 



111 



JJ 



89 



W 



W 



u 



ira» «aHcBla. t fa i<r«c«iuir« «4 aio 
lux ati cJort 

« M», litro Centauro, C«» scilo 

usasi risile» « Ippvdaaia ti il pri- 
vi i aaaar la blu tonno I Li pili. 

Sxllintjoru iniiw. cociori» 
tati iti unio» l-,Hinl« pia di elusilo, 

4> b |r • e*ip» DOS In teli- 

•Ma _ s*riuii. li sotti, I* dndo m 
«sic la deiUoo. 

t. eoa 1» coeci, eh" « la psrU 
•Mata liti puiiU. •■ triix Is 1t!i 
àsin tea l'I» duigoII* pel parlare più 

O. SI I 'Ti uiutio, • gli «tj 

HM9 u ptri.. oh ti mini, li formi 

Mk'sMiu. •> ceo|iun»a too qo» li di 

Illa sii 

sa ||| arri. 

i •» . Lui* CbiraM m [rande. 



SI. il rSMK, 11 lui COll SOlO. p. filli 

dob il concedo il l'Io ìd altri elio a lui 
questa traila. 

a". Ae.-rjula di mi saluto 

SS. Tal anima ai parli, cloo licitino, 
da «sfare alleluia, dal l'iridilo ovi il 
onta sUaislf, (tsl I •!(• j lini. 

: | li sua I uà ladro», qui inaridito 
N qua! pene lo iipellano. o oem- 
cdcd lo ioo mina di ladro. — Fato, fu- 
rate, ladri; altri dicono «a, m lUraf l 

95 Ha' a noi «do de" tuoi Centiuri. »l 
quale ooi indurmi ippreuo. — a pruovo. 
appretto, dal lai. od p-ope. Noi trecento 
si ino questi ioco anco» lo prosa 

5». il oosila. dot la rleler» dal tanfo*. 
., 138. 

97. olia drilra pippa. lui destro lato. 
E dine a Nano : tei l 

9». • si oli ««Ida, a guidali uri modo 
eho Dio dello. 



112 PELI.' rXFEESO 

E fa' coniar, a' ultra schier* v' intoppa. 

nato con la scorta fid.i 
Lungo In proda drl bnllor vermiglio, 
Oft i bolliti faceano alte strìdo. 

Ih .idi gonto «otto infino al ciglio: 
K '1 gran Centauro disse : Ei non tiranni, 
Che dier noi sangue o neh" aver di piglio. 

Quivi ;i piangon gli spietati danni: 
Quiv' 6 Alns.iarulro, e Dionisio fero, 
Cbe le Cicilia aver dolorosi anni: 

E quella fronte, e" ha '1 pel cosi nero, 
E Azsolino ; e quel!' altro, eh' è biondo, 
È Obiz/ i. il qual per vero 

Fu spento dal figliastro su nel mondo. 
Allor mi volai al Poeta; e quei disse: 
Questi ti si» or primo, ed io secondo. 

Poco più oltre '1 Centauro s' affisse 
Sovr' una gente, che iulìiio alla gola 
Parsa cho di qncl bulicame uscisse. 

Mostrocci un' umbra dall'uri canto sola, 



W, It » anni ttktrra di Centauri »' !•• 
Uff», »' Imballa in toi. fa' raaiarr. falla 
diseoslaro. Si ricordi comò II l'oiU *ia 
abbia dello ebe Dlaforao al (Km eaano 
a «l'I. « siili, — /aloppari cui quarto 
Ola ìifn pur »cni|ito in Toscana. 

106. >pir(<i li dotai reciti altrui. 

tOT. aleiitadn», erudì limino (iranno 
di l'ari in Tonatila, lo cui tirannie Mao 
descritti particolarmente ti Mattino 

ìndrn il Mi. 
• ad raro t«li diilrn»* Tebe, ucci» I 
pt.«ionl di Piftla. t Monandro, ed Kfc- 
stlooo, e con il condiscepolo CsJibtoM 
l'amico 'JlilO. NoOSOtBBtO la è opta]OBI 
da! ilo; non fon - tllro por «loro 
»fll stalo II primo a folor tradurrò In 
Callo I' idea, tanto «ajheogiala da Hanle, 
d' una monarchia unireraaln. - Moniti! 

foro, ttrooo; linmo di siiacast, chofteo 

lolTiirt lunghi affinni alla Sicilia. SI noli 
ebo doe hrooo .ranni in quoi- 

l' itola: ma rarto qui f falsario parlare 
dil primo, cho Tcramcnic M il «olo ad 
tturt ciudolo per animo. — Cicilia, por 
: «caccio semprt. 
Ilei. ij:ifl»i,o Emllinn, da llomano. 
titano imperialo nella Varca Uin.'iaua, 
a tiranno crndclliilmo di l'adot». fa oc- 
etto nel IM9. 



tll. Old to da ri II. di Rato, marci 
di Ptrrara e della Varca d'Ancona, i 

iroitala, oht noi tair. fa ioitaciio 

I MI mio fillio, dello pi 
I oli /teiiasir» nel ionio mtlaforico i 
liflio «[«turalo. Dico Danto air i 
ilirnnitrarr rhe li fallo, sebbtoo por I 
cuoi li mottetti in dabbte, puro orsi 
rainont* inenulo coti, fili, por Est», I 
cho nel Villini 

itr,, in Allora ni t.,1 

i mi dita»: Qoi 
.Nesso, ora. In questa parto J 
li dot' mero primo maestro o | 
in li saio maestro tironii. 

lift, l'aliar, fis.ò ili ocelli. 

il 6. »«a orafe. l'In qui I tiranni ; < 
eli omicidi meno fitti nel latfuo. 

111. di imi tatuami, di 
bolloulo. Bulicame, i sralnrigiot di I 
bollonto. Inferno, XIV, r. 19. 

118. sin'omAra (foU'aoeaoto ttft. Cn 
di JHonfnrio, por lendicaro la i 
Simona tao padre, ftiitirislo fa 
por ordino del ro Odoardo, trrriM i 
riso cugino di quel re. ".tarsio diiitUl 
commist il irò lo Viterbo, ot'rrli i 
lo poi ro Orlo d'Aoii*. la efek 
Innanil all' aliar», a Btl moraratoi 
aliata I' ostia itoti. — lieti principe i 



CASTO DECIltOSKCOSriM. 

\àc: Colui fessa: in Dio 

Lo cuor, che 'n sul Tsniife'i ancor ai còla. 

Poi vidi gente, che *ii fuor del rio 
Tcaeoo la lesta, ed ancor tutto 1 casso : 
E di costoro assai ricanobb'io. 

Co« a più a l'in l-ì facea basso 
Quel «taglie ci, dio coprii pur li piedi : 
E quivi fa dot fosso il nostro passo. 

Si coma tu da questa parti: vedi 
Lo bulicame, che sempre si scema, 
Dino 'l Centauro, voglio che tu credi 

Che da quest'altra più a più già prema 
Lo fondo suo, infìu eli' ei ri congiuugc 
Ore 1» tirannia convicn che gema. 

La divina giuitisia di qua punge 
Queir Attila, che fu flagello in terra, 
E Pirro o Sesto : od in eterno munge 

Le lagrime, che col bollor disserra, 
A Itinier da Corncto. n Riitier Pazzo, 



m 



130 



l» 



«a*-, aewU aoakiaita Anito, * tino 
riakaiat cibki <al« confuto 

•» in||» Iti r« d' laghillefra. - 
hota rappteaiau I' . io tufo 

fcU •• »>fe. pef I* flirtino «rapitlA 
Mm» Bittallo. Coite ili ripprtitato 
Un*, «iato IV. r. I» , il j.il.,1100 «oro 
" «•»«. pit U liasel 

->. fri.. r«<M d. /<»J.r, ; 
•furti*. Ma *m iiiiau. in (»»>» a 
aia la clini, il con ria uitun n 
« tu,, ,i aaora tul Tira n GII muchi 

■■■■» c»ltT» • «.or», cscbt ip<i»ir, e 
<■!«»«. a ,u„ , m ,ih .-ilu- Il coro 
•H oocu punita f» scruto i l 
aB»tn su coppi. • collocata copri uni 
•data» a capo «VI ponto «ti 7iaigi. 

•at «ore 'i un,, ivito il piuo. 

»(* ri /.eoo «.«e, ri facci 
«■prò piò lom 

tS ci* Mrm par M plori, eh* final 
Do CMpe-ira ni Ulto i Biodi. - IVI 
-■*■»• batM «Unno I rtj di focito o 
*■«■».* tùaei. 

iaX il mtiiré «uh. ii n-ilr* putte 
<». fit'l dai aiiriieitaauti» il 'mio 

-U-aU pitti Il fott-» ilo) Un 

•■fa» »:rtj|indo. 

«a> ISi Voti» eia la eicJi cb« dil- 
I «Ho i .«a* picaii più (la 

• «"Ai, («M ci* ni tu migliore la co- 



: uogoe. da cui e aggi. 

1 1 .' i u o t u- , clr - 
colarmi »u ditliiodcedoti, il luogo oy'ò 
; ateo, 
tra, puoge, loraan 

IH iiiiMi, co digli Coni, dir nel .ìuiri 
'<> iati** l'Italia e iluliutti' t,qaii- 
Ioli. Por lo Uni* tiravi ueuaetM (u tu- 
pranooroioalo |to«<llam I' 

135. Pirro, l. 
l'attedi , >i ili- 

moitrò inolio crudele, eoan qoagU Hat 
non perdonò né ad eia, nò a tetto, ne 

putto alla rtiliioo*, Aiti > 

'i'iiin ili flrro ri di-jli Kpiroli, elio («ce 

lumi al i*pn inatta « rumini — a«- 

..ondono che tia Set le l'un- 
te*, aitinolo del Magno, il quale ilojiu 
la morU dal padre occupò la Sicilia e 
la Sardista, od in quei mari ti tre* capo 
di Battavi. Altri intendono di getto Tar- 
t»i»ii). Iigliuoio dal Superbo, elio liolonlò 

tid. «1 la «/imo mungi la lopriaie, od 
eternamente «premo i forti di I 
lacrimo, cAc di«j«rra, allo quali apro 
rateila, eoi tetro», por mono dol boi* 
lari di -pati Itaca*. 

1S1 Suini da l'ornerò />.*« guerra oli» 
rirade, infotlando co Udroooccl lo ipiig- 
gii aitrltliaia del Pati -imiinu. Il Repelli 



114 rsrrnxo 

Che fecero alle strado tonta guerra: 
Poi ai rivolse, e ripassossi il guazzo. 



Io diti» TlinirrI della Fsfiiiinla. ma egli 
i'i|inv"rà .-r.ndindrniln U Faggiuola di 
Maremma 0011* Pattinola di Romagna. 
— «lalerl Pano, «loOiKi Patii. 
d-rno, u.Vito anch' orto collo riibrriii la 
provincia fiorentina; e porcili d ntM I 
m u ni to OD veicolo • altri ecclriiuticl. 



(n nel ist?9 scomunicalo da elencate IT. 
— Da Aitila » Solo I tir. imi: da Sei!» 
a' duo Riluci i predatori. 

159. Ciò d«to, il ceniamo R 
Tolto Indietro, e ripauo da ti atea IX 
p«nrro. il guado, ciò* la riiiir- 
punto oi* al goadara. 



CANTO DECIMOTERZO. 

Noi «rondo girone, rVl iodio do* ridenti In e* iUmì, eotjTrrtltl In aspri tmcU, 

'ni foglio »i pucon lo Arplo, entrano 1 duo Poeti. Parla Dante con Pier Della 

- .-ho f-Mclaa. Poi Tede Leno aentee e Jacopo 

■ni' Andrea padorano, che. come riolenti nelle proprio facoltà, nono leaegilU e 

lacerati da Gero cagne; e finelmonto da un rolclds fiorentino ode la cartone de' reali 

dilla ina patria. 

Non era ancor di Ifi Nesso arrivato, 

Quando noi ci mettemmo per un bosco, 

Clio da nosaun sentiero era segnato. 
Non fiondi verdi, ma di color fosco; 

Non liicltì, ma nodosi e involti; 

Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. 
Non h.in si aspri sterpi, nò sì folti 

Quelle fiere selvagge, che in odio hanno, 

Tra Cecina e Cornato, i luoghi colti. 
Quivi le brutte Arpie lor nido fanno, 

Cho cacciar delle Sfrofade i Troiani, 

Con tristo annunzio di futuro danno. 



I. di U d'I pnido. Vedi canto preci- 
denti. < i | 

B. Iti» ro«l irW-di. non t' maO (sari 

canto I, ?. PS, 

— eri pluteo r.-Awffo. A urini il IVdiriano: 

• L'almo achielto e acmi nocchi. • 

tV tao liceeSi eoa losco, con tonico, do* 
proni a spine relè" 

1 9. Minilo fiero lei ratte cho hanno In 
odio I luorhi ayerU e coltivili, o il m 
niihno nello marchio Ira II fiume I 

• la citta di Corono, non bum ai i lata 
dhnora stirpi cosi aspri, n* ««I folli 
rome tjneitl. m cho «coire 
per la prostncia mi'rrrana. recarlo, pic- 
cola cittì dell' (sdoralo di Cai Irò Tra 
Cecia* • Corano, cho s.coins prono a 



poco i confini della Maremma laai 
•rami In pinato triodi hoichi e mai 
popolate di duini, caprluoll e cinihl 

10. l< d»pfe erano uccelli farci 

'ilio di din-itl.-l; li di. reto figlie 

.li Nettane o della Terra, a ai Smrro ra- 
pietitlnie 1'na di esse. Coleo», predi*** 
al Troiani, che, prima d' armare la Ita- 
lia, atrebbero per farro dir -rat» le mesrae. 
ride libro Ut, e I' arrer**»*-**» 
della profeiia nrl vii. — »r»ir», seti*. 

11. :t *ff..r,i<«sonoimled«lroar# Ionie, 

ornale .iryire'l. Vi approdar*»* 
i Troiani 10110 la condotta d' Cara, ree 
beo tono ne fnr«io cacciali dallo Arpie, 
che rapiron loro I* sitando • a* iahrat- 
uron le meo»». 



CACTO DECIMOTBMO. 

Ale hanno late, e colli e visi umani. 

Pie con artigli, e pennuto 'I gran ventre : 

Panno lamenti in sa gli alberi strani. 
E 1 buon Marat ro: Prima che più entro, 

Sappi che se' nel secondo girone, 

Mi cominciò » diro, e sarai, mentre 
die te Terrai nell'orribil sabbione. 

Però riguarda bene ; e si roditi 

Cose, che daran frclr ni mio sermone. 
Io senti» d' ogni parte tragger guai, 

E non vede-;» persona elio '1 facesse ; 

Per ch'io tutto smarrito m'arrestai. 
T erodo eh' ci credette eli' io eredest* 

Che Unte voci nscUser tra qu«' bronchi 

Da gente, che per noi si nascondesse. 
Però disse 1 Maestro : Se tu tronchi 

Qualche fraschetta d' una d' ente piante, 

Li pensior e' hai si faran tutti monchi 
Allor porsi la mano nn poco avanti, 

E colsi nn ramicello da un k''"'» pruno; 

E 1 tronco suo gridò: Perchè mi echi ■ 
Da che (atto fu poi di sangue bruno, 

Ricominciò a gridar : Perchè mi scerpi ? 

Non hai tu spirto di pietado alcuno? 
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi : 



115 



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•} lata, ri»! Urtb*. 

>'Ulii la «eli albori, finn». 
— ha ». Mrut listali. Altri credono ti 
bSaartttrlr» il'aai ad attiri 
1*1». rrm« aW jm. «afra, più 

trai eh* l'inoliti ■lx>> jdlagf lo 

■ affi dia Mi nel fecondo 

i i> qnito vtltlrr» e t.'iim OTSton 

i I tlolmll i«itrn a* «Uni . 

i |nm tirai iTr.ti latrrnn. (mio XI, 

■i ad «ferii 
■a», la elio, carnai wr il a«r renir» nel- 
'•foll uU.H(, orila ma infaoraU 
« «Ima» Uno 

* V. *>ro rifiuto» brnr, a 
•**! rote. ■' "lao Ma al 

"statssolo. — NriraVi.1». Ili III. ne- 
ido» 
I (raaaMIo I» tbmm, Ir quali, di- 
I Sa Ita*», aiai-iimr-in*. Altri lei- 
n <■»» Hrtin flit «I • <'■« arran- 
«o.lcrt>o: co» eli io le le di- 
avi, aaa la crtSmatl. 



SJ. Irajjrr «uni. trarrr tosi, mandar 

Usuali 

SS. Aitillilo di parola «he (li 
ttimatano di qualche tijhcn». Se ne 
eompiarqucm aurini II ivir.irra e l'Arlo- 
tto; ina in ciò non inno di imitarti. 

17. per ael, per Umore, o por rcrjro- 
(n> di noi. 

— i. d' nit, di enssis. 

30. Iniandi: Ti accorcerai che i inni 
pemlerl tono nnl e mancanti, dot II ac- 
corcerai ebe 1' inganni, a credere chi fra 
qiirllp punì' «i nairninU (rata. 

33. mi lellaale. mi rùnipi, ini imuinhri. 

34. di Marna orano, tcoro pei 
che ri- 
Sci, ftrtht mi ararsi. p»r- 1 

:7 'il or r/m /Varia iarrp<, ad ora tia- 

Iiv,miti macai di pianta. — «Colui 

che l' uccide, cliioii 11 l.indiiio. pire 
iMii perdnlo prima la parlo nstoosl*, 
la quato (1 rida ebe non raceiamo l'ani- 
ma dal corpo, il erosi l>ie ci L» «ale lo 



116 

Ben dovrebb' esser la tu» min più pia, 
Se stati fossini' animo di serpi. 

Come; il' un tizzo Tardo, clip arso sia 
Dall' un de' capi, che dall'altro geme, 
i, r ola por vento elio va vi»; 

Dosi di quella scheggia usciva insieme 
Parole « sangue: rad' io lasciai la cima 
Cadere, e etetti come l' uom che teme. 

S'egli avesse potuto creder prima, 
Rispose '1 Savio mio, anima lesa, 
Ciò e' ha veduto pur con la mia ri 

Non avorebbe in to la man distesa; 
Ma la coaa incredibile mi fece 
Indurlo ad ora, ch'u me stosso pesa. 

Ma digli chi tu fosti; si che, in vece 
D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. 

E '1 tronco : Sì col dolce dir m' adeschi, 
Cb' i' non posso tacere ; e voi non gt 
Perch' io un poco a ragionar m' inveschi. 

l'son colui, che tenni ambo le chiavi 



itMtodla, ma la radiamo, quando • «o- 

mandata, a chi la creò. Dopo ai»' 
tjatll perdalo la «umilila, mediamo la 
«inaiti limi loia l' uomo, mi Oi'ii «il *ot- 
.o la morto. Adunqun DOS vii 
rimanendo su non l.i tckoUIìii. ia quale 
•■ coli n.'llo pianto rome i 
tiuiU con ebo (Il •incida; li tramuti in 
(fiinu ; perabé 

tal uuirl.1 DM pi oduco frullo uè ■ 
conio al liccll o molti itti 

|U, Como a Innuiuerahil lui ha di 
ce • 

40. Coiai i un luco venir, aollinlcndi 
avvimi. 

41. (im. manda fuori umore. 

i ,oia, itiiiit Hflurloi parola Min- 
utila dot mono, «hi mauda il ItlM 
verde pollo mi fuoco, 

a:., U tuli ili •Mita' iiArooii, da quol 
ramo da un troncalo: mciia Ittiolr « 

»r»«. per proprietà di liniuail nnjo- 
IMI del pi" 

404°. O anima da noi oflria, riapoio 
Il taiio mio virailio, te ujli, il imo com- 
pagno, jioiu potuto dapprima creder 
vero quello, che liei veduto colamento 
detenlio damici «mi. non ntreiiuu tuia 
Va mino contro ili te. «ima ù dil jrar.0 



mito 11 mono del . 
I' aiecimi in' per la cena eiefuita. 

11. erro, opera. 

«34. Ma figli chi tu foni, colloca». 

per ammenda , milione dal 

male fallo, rinnuoti la tua fama tu nal 

nomilo, dora eli ita, gli i lecito, fli i 

Ita, tornare. 

5». IV sottrae, m'alleiti. 

SC « voi aoa graei oc, ed a voi Ma 
i- e locraacioao, che lo a' al. 
UecLi, mi trallcuxt un pò 
Dare. 

4*. f un colui, l'ier delle Vi,-: 
poano, uomo di molto incetto, 

Danilo, era cancelline 41 Feje- 
ri(0 II imperatore a ro di 
l'usili, al qualo Tu caro por nodo, cave 
cjll tolo «' olili» tutta la di lai «aldeo- 
i.i. M.i dall' inii.lio«i « malusi eertl- 
luio essendo poi accusilo 'altaaaole 
d' infedeltà, e di aver rivelali i taf reti 
alla tua fedo commetti, fu dal troppo 
credilo imperati»* fallo aeoec , 
qual fialaralla non potcndu efli eo4rirt, 
ti accite di per «e ttetto, dando del capo 
nel muro. Hi Pietro tono le lettera erriti* 
in nome di Federico; « abbiati 
seni Italiani, Citati anche da Dante. 



a Dante. 




CASTO DICUiOTEBZO. 



I cdcrigo, e die le Tobi, 
Serrando « disserrando, si soavi 

Gi« dal segreto suo quasi ogni uom tolsi. 
Fede portai al glorioso ufizio. 
Tanto, ch'io ne perdei lo vodo o i polsi 

La m : he mai dall'oc 

Di Casaro non torse gli occhi putti, 
Morte comune, e dello corti vizio, 

Infiammò contra me gli animi tutti, 
E gì' infiammati infiammar si Augnato, 
Che i r tornaro in tristi ludi. 

L' animo mio, per disdegnoso gusto, 
Credendo col morir fuggir disdegno, 

Ingiusto fece ine r...ntru me giusto. 

Per le nuore radici d'eato legno 
Vi giuro, che giammai non ruppi fedo 
Al mio signor, che fu d'onci- ni degno. 

E se di voi alcun ni mondo ri 
Conforti la memoria mia, ohe giaco 
Ancor del colpo che invidia lo diede. 

poco attese ; o poi : Da eh' ci si tace, 
Disse Q Poeta a me, non perder l' ora ; 
Ila parla, o chiedi a lui, so più li piace. 



IH 



30 



ìb 



•■u 



JM». . ili fertili ..il < 
U »l« m UI etti acavenver.tr, con linU 
fcllrtr»; eerraade. dinuidtsJo, dn»ri- 
*ndi t titi «(irridi. ; irwiiid<ailo Vuol 
tn lOMlH, Che • #'' fa I l'imnr dol 
ilari r dilli lolmLi d- Federigo ; u lo 
U par nubi ili» IiIm quali ojol albo 
Ma tu covi Arnia 

O M fri In li mi > I ; ' 
Ir vrkl i* , ila ì'. luci dirr, elif li h'r..u 
Wr. li li pilU-a . animi. 

«■MeHol!' IndVCMMel in 
■Mdul. lo the t» poi cimi della mi 
■«r A' 'j man I poli 

lapaao f*t >• • 

IMI. I» natrilrire. I' in 
«■tra. fai'ir ammm r drfii 

«a catti), i*i «ai dall' unsi} 4- ferali, 
etnia Bai ••il piUim d»H' Imperito 
H, e** ferir eh acril radi, min ililUc- 
atiQ ceilii loiliii IMI 

*. J>t*ilc, ripe Pediniti », 

■ leraare, ri ci 

». per J .Jfj«ere pula, per lodiifa- 
Ob tal alar tMidri». 



~l Ordendo fuggir rfllrfrgao, r 

:i i i|in-i io adejrjo, etti mi Mia- 

■r ledermi taccino I pitali 
L/adilora. 

72 rapinilo /ree air coacra air piallo, 
face Din in..- i il . L.) . iiixidrnituiui . contro 
Un- innocuità. 

1S. iDlendi : per quella mia nuora for- 
ma di mm, Giura corno uom farebbe 
par la propria mi. 

13. d'oeer il dreno, pi n-lir fu principi 

migliammo, luloroso o polente Sei Con* 

eulo. lo chiama I' ultimo Imperatore do' 

I ••rrln' lili rum gli paratasi ni 

Rodolfo, ni Adolfo, ai albarla: « .irri- 
to V II non ora ancuia. 

Coti lo dctldero che jlcuno di 
TOl, I' uno ili voi, ritorni nel monda, 
toro' lo preso eh' otto rlttsl 

lettori giaco doprctia pel 

colpo che lo porlo l' Imitila. — É asebv 

quello un modo deprecativo limilo a 

he abbiamo veduti nel canta X. 

li poro la risposta qui tolto. 

SO. eoa perder i' era, cioo non perdala 

il lampe o 1' occaaioui 



119 MB&'ncnHo 

Ond' io a lui : Dimandai tu ancor.-» 
Di quel cho erodi eh' a mo satisfacci» ; 
Ch' io non potrei ; tanta pietà ni' accora. 

Però ricominciò : Se 1* uora ti faccia 
Liberamente ciò che'l tuo dir prega. 
Spirito incarcerato, aHOOI ti pil 

Di dirne come l'anima si leppi 
In questi nocchi : n dinne, se tu puoi, 
S' alcuna mai da tai membra si spiega, 

Allor soffiò lo tronco forto ; e poi 
Si converti quel vento in cotal vooe: 
Brevemente sarà risposto a voi. 

Quando si parte l'anima feroce. 
Dal corpo, ond' ella stessa s'è disvelU». 
Minta la manda' alla settima foco. 

Cado in la selva, e non l' e parto scelta ; 
Ma là dove fortuna la balestra, 
Quivi germoglia come gran di spelta, 

Surgo in vermena, ed in pianta silvcstra: 
L'Arpie, pascendo poi delle sue foglie, 
Fanno dolore, ed al dolor finestra. 

Come l'altre vcrrem per nortro spoglie, 
Ma non però ch'alcuna sen rivesta; 
Chi non ò giunto aver ciò eh' noin si toglici : 

Qui le trascineremo; o por la metta 
Solva rarnnno i nostri corpi appesi, 
Qajcuno al prun dell'ombra sua molestai. 



tS-CI. Coti io ilxiidrro, ehc l'uomo 

eh' e iiit-co. ti preiti liberamente, (on 

«olonli. quel itnlci». 'li efcs 

r ti ai eoi in" parlari rffMuftr. coni' io 

., o IpIrllO rarehiuio io 
irrifico, ebo il piaccia ancora 
f»n>. ff - Velli qui «opra r. 1t-1l 
> riipondo x l'irr dalle. V 
j| modo diprecjlit.i. Ctm. dico 
", perche* parla di Dante, b 
10. aw»l. per plani» nodoio. 
8*. »l itole, ti diicmslir. ti ipriflona. 
SI. Alluri il Ironia lofio fui 
raondo un furio ioapiro, coma chi a' ac- 
OBf» a narrare cola diloron 

9* «li» Bituma fan, al Tareo del Mi- 
timo Cercato eh' f quella. 

91. ■»• l' è porle «re ira, Don I" * asie- 
joato alcun luogo. 
Ut. Ha IO iure /or(»M oc, ni la doti 



Portoni li icif Ila, la dote il caio la j 

09. come uro» di i/ella. con. 
nello di aprila. Quella è un» urla «V I 
da, il cui lomo, f.h'O bruno, natia i 

|i mofli, 

«00. Naieo cintano ramorcello, • | 
ti fj plaai > ulv.-ilra. 

lei. taaraaifo, ciò* paacri: 
l'afta»», 

IO*. Iterano dolore, pe'ch* la pi» 

ile, o fanno panica, ap 

dolri •' rotlteo I 

lo ipirilo cai limri.li il luo dolore. ' 

ipro ai t. \i. «a. 

ICS. fv«« l' olire anima noi di dal I 
ditta unn.-rtal*. 

ICS. il. a là. 

IO*, f.iaicun corpo al p 
<• tpiooio, o>" ♦ ri 

fu inulrna, odiata. 



CASTO DECIMOTUUO. 

ravamo ancor» al tronco attesi, 
Credendo eh' altro no volesse diro ; 
Quando noi fummo d' nn romor sorpresi, 

Similementc a colui, cho venire 
Sente '1 porco e la caccia alla sua porta. 
Ch'odo U> bestie, e lo frasche stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa, 
Nodi e graffiati, fuggendo si forte, 
Che dell* .idra rompicno ogni rosta. 

E qoel dinanzi : Accorri, accorri, Morte ; 
Uro, a cai parerà tardar troppo, 
Gridava: Lano. si non furo orco 

Le gambe tue alle giostro del Toppo. 
E poi che forse gli follia la lena. 
Di nò e d' un cespuglio foco nn groppo. 

Diretro a loro era la selva pi 
Di nere cagne, bramose e correnti. 
Como veltri, oh'uccsanr di catena. 

In quel ebe s'appiattò miser li «lenii. 
E quel dilacerare a brano a brano, 
Poi aen portar quelle membra dolenti. 

Presemi ollur la mi.i Scorta per mano, 
E menommi al cespuglio, dio piungea, 
lo rotture sangninonti, invano: 



ISO 



SS almi, ti** intorU. 

pane • u onu, il ringhialo t 
tì ed tasi; alia •»> pi-ito. ■>> 
«■g» et' »»'i * ipjoiuio. 
Mi. Mmil«. fir n» ronore 
tri. &ie»r*ran* orti talrileiaairnta di 
n» il «xllt nln — Qnitl ih» »odo 

» Irti (J|M, «on.-i 
«til »rr Utialaeqour 

■ ImL 

!!• fMl diaaacl. Olirgli ctV 

trio* U— fa e >• »!«• 

n (ù'ui i 
nani*, il qul« la picei I 
Mia* tallo CIA r»e irai 

mo. Fa d.l trtaatro di qui 
X et. ari i«» andiror» li ili» •!«' 

««iti CMItO |1l il» il 

r»»3*.« Uint»lt—t' > Sbaa, e.ddcro 
■ *f%*U Uni loro di|ll I 
I» la firn il Tappo, ni» r ; 
no orcin. Lag», «riffnici* patene 

KiolrfWlo, fan tao alpine»} 
■I («IO 



fra i ninnici ad Inroniririi la moti». 

119. e f altra, rio» Jacopo, • «al po- 
nto lardar Iroupo, Mler troppo Ufdl> 
noi correrò. Jicopo o Giacomo iloti* 
m'Andrei di l'adora, li- 
matili prudi- di marailgliou ncclimi, 
tulli li iliuipo i" lirriimmo Inmpo. Fra 
l« ino beiiialiia li raccosto, ehi. per 
rudero no grand* o boi faoeo, faeou nn 
giorno arder* noi ina lilla. 

Idi. alto aloirr-f. IVr modo burlatole 
cblimi gloiirt la rodi dolio Fiato al 
Toppo, torto a dlmoitraiIc.no del carat- 
ura di Jacopo tpccnlerato anco In mino 

ti lem 

IB a" politi oli /olilo Io lino, o 
polche, (li reniti rocoo fa Ji. 
fon* prr ;.ili ,-orrere. few on gruppo di 
l* e il' un crtpuflln, pi r uatcundiril olir 
cigno rno lo inseguitali». 

lUL aVantie. alide di lingue l'ira - 
tona lo cagne li rellrl, pitch* ugna 
dm arato terieeenl». ma moilrl lofie- 
Bili. 



130 prll' inferito 

Jacopo, dicco, da sant'Andre», 
Che t'è giovato di ne fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita ree ì 

Quando '1 Maestro fu *ovr' esso fermo, 
Disse: Chi foiti, che per Unte punto 
Saffi >■"! ragne doloroso scrino? 

E quegli a noi: anime, che giunte 
Siete a veder lo strasio disonesto, 

I • mi fondi si da me disgiunte, 

Raccoglietele al piò del tristo cesto. 
Io fui M, chfi nel Bai: 

Cangiò 1 primo padrone; ond'ei per questo 

Beinpre con l'arte fO> In farà tristi. 
E se non fosse che in sul passo d'Arno 
Rimane ancor di lui alcuna rista, 

Quei cittadin, che poi lu rifoudarno 
Sovra '1 cencr, che 1 Attila rimase, 
Avrebher fatto lavorare indarno. 

Io fei gihetto a mo dello mie case. 



ni 



1M 



I», tu. Jacopo J> Sant'Andrei. 
die** lo «lutilo r*ccbiu>o io quel rolla 

CeipUgllO, Clio fé glorilo tir lui dlfeU 

di mo? 

IH. Minili fuori ■ .con do- 

lorate parale. Sciato, (orina lai 

1*0. lo tirarlo Jitiartlo, lo tlraiioteon 
do* lagrimeTOlc, Coti Virgilio: •dune n 
lobonciLi minare niret. • 

143 *'l (.--ilo reno, dell" infelice et- 
•pogllo. 

1*3 «W. la fm dilla dUi di rlrentc. 
.io il primo tuo proiettore, ch'*r* 
Mir'.r. in un (Meni UitltiU; ond'cgli, 
Marte, por attero listo dal iuo Umpio 
«celilo, render* catta in* »rl», . 
la guerra, tempre duolete ed traini I- 1- 
mu. - Quelli che parli, fu metter Hoc 
co de' Moni, il aa*J*i tnumtli le »uo 
molte ricche***, pur IY|fff* t%[ «lenii 
d*IU poterli l' impiccò. Aldi lu r&fUo- 
no metter Lollo degli Adi, cb* t'impic- 
cò per I» poteri* la cui t era ridotto, 
» pel rimorto d' un' ingiutt* irnienti 
eh' «e* d*lo per dinari. 



' o. i: >« non fon» eh» appi* del 
poni*. (Vaccaio) o»i «i pana I' ìi 

mane lullor* una qualche appanni di 
lui, rio* una ttalui ramili di Miete, quel 

rilUtlifii. i'In' i il 

le rovina ebe numero dilli di., 
di Attila, avrebbero fino laiafar) in- 
darno, poich'i farebbe nuoraminl. 
— Correr* illun noi popolo li • 
quelli tlifua di Marie fune pur t'ircene, 
c>>mr per Troia II l'iltadio.Che Aitila poi 

aiatrutlor di I 
poiché agli oon patto mai rArpconlao: 
quegli che li tlratio, benché affane oo* 
la distruggono, fu Tolti* nelln gogff* 
eh' ebbe a totlenere contro I generali di 
Giagtiotiao; ma ili antichi, nella peno* 
ili di litui notici, confuterò gaatti To 
Illa con Aitila. La t I loia*, 

meglio ampi : irta**, meo 

n* quando Carlo Magno iena in Italia 

IBI. Intendi : dell* trael dell* i, 
feci forca a me tteiio. Citelli, dal fran- 
cale gl*«f, tigniGc* /or.*. Al Ir 
atoMafg*. 





CANIO HKCIMOQUARTO. 



latria» I resti diI terrò (ira», «b'a nn» campaio» Irene»». «n col piorono ronll- 
aaasenU iiUUU f»ldt II flOCOI * ilannirrl I violenti toi 
• «talro l'»rie- Fr» 1 tirimi ridono Capaoeo. Proaecaerido a camminare sai 
Ir» la «Ita « l'area.!. flan(ono » 0.0 pulito or 6 on florale' Ilo oiBCttiifuo: o di «lut- 
ee « itili litri Sani Infernali deaeri™ Virgilio I» mieterlo.» ori- 

Poiché 1* cariti del natio loco 

Mi strinse, raunai lo fronde «parti'. 

E rendeilc a colui eh' era già fioco. 
Indi venimmo al fine, ove si parte 

Lo secondo giron dal terso, ed ove 
ode di giustizi» orribil urlo. 
A ben manifestar lo coso nuovo 

Tdico, che arrivammo ad una laml.i, 

Clie dal ano letto ogni pianta rimuove. 
La dolorosa selva le è ghirlanda 10 

mo, corno *1 fosso tristo ad essa: 

Quivi fermammo i piedi n randa a randa. 
Lo spazzo era una rena arida e spessa, 
i d' altra foggia fatta, che colei. 

Che da' pie di Catou fu già soppresso. " 

vendetta di Dio, quanto tu dèi 

Esser ternata da ciascun, che legge 

Ciò che fu manifesto agli occhi mici! 
D'anime nude vidi molte gregge, 

Che piangean tutte assai miseramente; 

E parea posta lor diversa legge. 



I-X Pelea* l' iraore dVlla Battìi 
«tri msni <n irteli* spirilo) m' Id- 
Weit. n»..ii !» frnndt iparte, • If 
'tede! ■ Mimi (al («pelili .mimalo . 

*» dal lui» UatenUnl tra til Eneo. 

♦>■*, udì t « lo precedei i«. r. uo-uì. 

«»r. .1 IrmiM delta si : 

irtiCtio della 
fresia.» di ut» — Nel iene (irono di 
{aait* MlliaM cerche», ore oraaoo fiumi 

i . . I eMira Dio, i . 
astata e I' arai. 

« «Mita, » usa plinur» arruoli ed lo- 
lata, «si «oiini leaf. 

Sf, II. la » ,tif.Ma/a referto, ciol la 
arraala 11 folti, del tlolroil |uì in 
•*4j U leli»; S»Wll| I' arem, 

nasata, * r»»Ji. ranni, risente 
ala risa, fra 1: ii'ri • ti rata. 



15, lo tour re, il molo, l'aria di osi III 
landa 

II, 13. Meo diiiimiln da quella minuta 
ad arida della Libia, i In i: 
priiia] da' piedi di Catone, illor, 
dira In rcliiiniti Jijll" cm-r.ito dal gli 

lompoo. Vedi LoCsso ■ r 
Ili, Intendi aien». 1 pietas»! pensato 1 ti 
Ironoo darli arliclu riferiti india a (dio. 

16. errufrira. inulina. 

ìt. E parerà che fiitiuro loro impelle 
leni ditene ; polchò alcuni yiseerano 
tapini, e 'juetll tono i t iota-ri ti contro 
Dm; altri alatano lodutl o io •« rannic- 
chiti, uno i viulinii rimilo l'ari»; 

>'ino correvano continua" 
questi anno I riolenti contro la natura. 
In ij'ir ilo cinto non ti parla rhp dei fia- 
cent) lupinamente dei-li altri in «egiiilo. 



123 DELL' IXTEUXO 

Supin giaceva in terra altana gente. 
Alcuna ci «edea tutta raccolta. 
Ed altra andava continovauu-iilc 

Quella che giva intorno era più molta, 
E quella men, che giaceva al tormento; 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

Sovra tutto '1 sabbion, d' un cader lento, 
Piovean di fuoco dilatate falde. 
Come di neve in alpe senza vei, 

Quali Alessandro, in quelle parti caldo 
Dall' Indù, vide sovra lo suo stuolo 
Fiamme cadere infine- a terra «aldo; 

Perei»' ci provvide a scalpitar lo suolo 
Con le sue schiere, perciocché '1 vaporo 
Me' »' estingueva, mentre eli' era solo; 

Tale scendeva l'eternale ardore: 
Onde la rena s'accendea, com'e-sca 
Sotto 1 focile, a doppiar lo dolore. 

Sansa riposo mai era la tresca 
Delle misere mani, or quindi or quinci 
Iscotendo da nò l'amara fresca. 

Io cominciai: Maestro, tu eie vinci 
Tutte le cose, fuor che i dimon duri, 
Ch' all' entrar della porta incontro uscinci ; 

Chi è quel grande, che non par che curi 




JJ. tari», lupino, lupinamanl*. 

«3 «.ria roccoli*, tulli In «6 rannic- 
chiala 

SS. mi», meno In numero, minor* 

SO, Come larghi fiocchi di nere tull'al- 
p». quando non lira renio. — Non tiran- 
do renio, i bocchi non ai aminuttano. 

ff-SI Diceal rha Alnuanilro Manno 
rido in Indù cad-re falde di fuoco «Me 
■ aitaci a «erre, ciò* elio cadono a terra 
ItlOgBtTai, I elio le- farone arai- 
SttaVf, U' *uoi 

soldati, perocché il vaporo meglio ai ape- 
»nota mentre eli' ora lolo, do* prima 
ohe collo altro falde acce»» il congiun- 
ceaae; otrerù prima che in na infuocamo 
Il torrone: ovroro li lp«|B#fft ntfllo di 
notu mentre eh' era tolo, e non accora 
pignitu dalla rau.po del «ole, eMrlì, qui 
ir ade. 

34 rVrrA" ri arare-*', 11 porche, per li 
q*al «ci* ci pr..nid». 
18, ». «•■' cica itilo il lotili. come 



cica «otto la plolia focaia r-treoaa* < 
I' acciarino. 

*n. rr«ro n I cercone, ara on tallo la 
e saltellante: qui ò unto molaforlc 

M fu c»icr« atnhtnle. 

*ì Ferrara f'ei-ra, lo falda di 
co recanti, che ria ria cadevano sa 
loro. 

45. «e aire-lira' della tml.ca.1 
limitare della porta di Pilo <• 
ardaci, lucinn-i, utrirono incontro a 1 

I inondo che Vii 
cho I demonti di Ulto, ruole II PotUI 
legorlcamente significare, cho ta irlo 
umana DM POI riatti* I deiii 
Inondali; ma a ciò fi d'oopo 
acieotA teologica della Fede. 

*sS. groaufe. no* di grand» mino ì 
alo, XI: afagaaalmua .. C*p«str»e. 1 
* Captnco, nipoto d'Adrasto, uno d«'sei 
re che attediarono Tehe. per to|llr 
KUocle « darla a l'olinie*. l-rr II 
grande empirli fu da Ció'c fulmia 






CACTO DECIMOQPAttTO. 

L'incendio, e giaco dispettoso e torto 
Si, clic U pioggia non par che '1 inarturi ! 

E qnol roedwmo, che si fue accorto 
Ch'io domandava '1 mio Duca di lui, 
Gridò : Quale i' fai viro, tal son morto. 

Se Giove Blandii il suo fabbro, da cui 
Crucciato preso la folgoro acuta, 
Onde l'ultimo di percosso lui; 

E s'egli stanchi gli altri, a muta a muta, 
In Mongibello alla fucina negra, 
Gridando: Buon Vulcano, aiuta aiuta, 

Si com'ei fece olla pugna di Flegra; 
E me saetti di tutta sua forza, 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 

Allora il Duca mio parlò di forza 
Tanto, ch'io non l'avea si forte udito: 
Caponoo, in ciò cho non s'ammorza 

La tu* superbia, se' tu j • i u punito: 
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. 

; rivolse a me con miglior labbia, 
Dicendo: Quel fu l'un de' sette regi, 
Ch'aasiwr Tebe; ed ebbe e par ch'egli abbia 

Dio in disdegno, o poco par che '1 pregi: 
Ma, com' io diasi lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai dubiti fregi. 



123 



M 



se 



<a 



70 



<*anti>. «lo» I» piojiii dilli 
tatute. — i.tftiitit < feri*, MS ini sl- 
um • (air &il«r» torti, «il che li pio| 

la narl.ri. la 
i»»fl~rji Altri l»<c« U mIum ■ .. I. 

muti* Iiiiod» d fan ni dt preterirli 

SI. ClO* »»|>«lbo t d indonnici • Mipc 
rra conl»njlor «t «qui, • qui lo di- 
urna ftuii>. 

SI II l»« /"t-Uro, VlllClOO. 

» Craniali, «dilato per le mio U- 



•.llina 4"1, I ' murila 

sa sii '"■ 

■ala • •>!•, a «.cinii. l'un dopo l'altro. 

16 »j«ji*«Iì« • (fu. ironie irniir.mo 

' «biro il quii* Gutcro I porti 

«atra la tona di Vstcsao, ore, iiiucu. 

n Buoi, son I «unicità bunli, ni» 

ti», 
sa. n*trs, lilla iella Tanaglia, ore 




intuì la pugni di' (ligniti conlro llicire. 

I m n» pofratteac., poicbi nella w- 

duriiiooa doli» Tlttorla arrrbte 11 ramini 

ne. ili \> il. Tini irinpri' milini.il.i ril altero. 

Hi ili fitta, cioè con grandi impala « 
gagliardi». 

01 al furti, l'nrchó mono a ideino dal 
l'empia parola di Capatilo. 

63. 6*. O Capanoo. por que ilo spennili 
che la Ina luperhia non li umili», tu ioi 
pio punito, aanlando ausi più li pina; 
menila per lo contraria • lo m. lii in- 
timili quidquid rorrigero Mi m ■■■ 

61 «0» «Ifllor laoHo, (on pia imi. 
lipplla r pIO unii pirolc 

€Ù. aiiiiir, aiilioro, aiiedlirono, dal' 
l'antico icrho omoVi o axuiliri l.h altri 
: i io, sta attediatoli Tebe, turano Adn- 
• la. Ticino, IppOfMdODlt, Amili I 

19. MiU fttgl, «nteneioli orniinedU: 
dillo pu IrODiat debito pene. 



DKi.t." ormttA 

Or mi vien dietro, e guarda che non mclU 

Ancor li piedi nella rena arsiccia; 

Mu sempre al bosco gli ritieni stretti. 
Tacendo divenimmo la 've gpirH.i 

Fuor della selva un piccol tiumieello, 

Lo cui rossoro ancor mi raccapriccia. 
Quale del Bulicame esco il ruscello, 

Che parton poi tra lor lo peccatrici; 

Tal per la rena giù xen giva quello. 
Lo fondo suo ed ambo le pendivi 

Fatt'eron pietra, e i margini da lato; 

Perch' io m' accorsi che '1 posso era UcL 
Tra tutto 1' altro eh' io t' ho dimontrato, 

Posciachè noi entrammo per la porta, 

Lo cui sogliaro a nessuno ò negato, 
Cosa non fu «lugli tuoi occhi scorta 

Notabile, com' è ì presento rio, 

Che sopra sa tutte fiammelle ammorta. 
Queste parole fur del Duca mio: 

Per eh' io '1 pregai, cho mi largisse 1 patto, 

Di cui largito m' aveva '1 disio. 
In mezzo '1 mar siede un pacso guasto, 

Din»' egli allora, che s'appella Creta, 

Sotto '1 cui rege fu già 'I mondo casto. 



16. itirtnimmo, venimmo, arrtianimn. 
là 'ri ipitun, laddnvo igorga. 

•s. 1.» cui coloro rosso, sanguigno, an- 
che adesto, ricordandomene), mi la rac- 
capriccio - Infidi orribile a vederr ipi. I 
aanfno Ira il Io-m della «eira e il rosso 
del fuoco e 'I gialliccio della rena. 

19. Bulicane chiamatasi un l*gb«lto 
d' arqna sulfurea bollenlo situilo a dne 
nn.lia da Vilerbo. Da esso incisa un 
micelio che dopo un corto trailo forma- 
va un bagno medicinale, ove molti con- 
correvano per curarsi, e poi continuando 
il ano cono passava per un lungo ove 
alavano le precorrici, lo donno pubblicho. 
«■([comi ti dicono In Toscana alcuni la 
thelii d'acqua minerale che bolle, levan- 
do un fumo ebo par da lontano una nu- 
vola bianca. 

KO. Chi torfe* pel f>a lor, le col acque 
Il dlvldon poi fr* loro, da servirsene in 

proprio mo- 
gi; &>. Lo fondo mo ed osnoo le penditi, 
ed ambrdoe le ripe, e I maroui do (oro, 
« (li argini, o l« sponde, laWrall, /al» 



tran putta, orlo diventate pietra — Qte- 
slo elfolto era prodotto puro dalle acque 
del Bulicamo di ViUrlm noi ske da altre, 
ebe hanno «ino pietrificante, 

«4 «ci. li ; BOOM fSVtX, qui; lari. li. e*. 
M - accorai ebo il pasto era II, per entrn 
pietra e non rena Infuocata 

fl f.o riti Mollare, la cui sorlla-eioe 
la porla dell' Inforno. — Soeiiire, («ne 
vittore, cesfellare, rotolare, rr. 

Di», omeiorfi, ammorsa, tprgoe. 

»3, SU. Il parchi, pi'r la nual cosa li» 
lo pregai cho mi delio la spiegai min , li 
quel fenomeno, di cui m' area e 
•no cenno fallo toniro il desideri 
brevemente: che mi desi" 
. in mi irata f-iui vanir eojlia, 

»», I» mirre'! vane, Dani 
In in. mi a, i mare, conformande 
■li Virgilio, JSm. Ili: • Cri-la Jovis raainl 
medio jacet Insula ponto. • — e ■> , 
italo, rovinato. 

S6. Sono il mi re Saturno fa gii. ». 
tleamente. Il mondo pudico. Oli Giove- 
nale: • Credo pudlciUan Saturno 




■ TO DECIMOQCATITO. 

Un» montagna v' è, ehe rìì fu lieta 

D' ac<|ue e di fronde, cho ai chiamò Idn; 

Ora « diserto, come eoa» viete. 
FU» la scelse già per cuna fida 

Del «no figliuolo; e, per celarlo meg! 

Quando piange», vi face» f*r le grida. 
Dentro dal monto sta dritto un gran teglia, 

Che tien volto le spalle inver Damiate, 
: ima guarda ai come Mio speglio. 
I.a ma test» è di fin' oro formata, 

E puro argento aon le braccia o '1 petto, 

Poi fc di rame infino alla forcata: 
Da indi ingiuso ò tutto ferro eletto, 

Salvo che'l destro piede è terra cotta: 

E sta 'n sa quel, più clic 'u tu l' altro, eretto. 
CSaacan» parte, fuor cho l' oro, è rotta 

D' una fessura, che lacrime goccia. 



123 



10» 



l» 



ne 



ih lari ' : p»» >«i>» 

par «II», l«»»<e«te, aedi <l 
■«>, eoa* laliolt» preaso ti" 
M. Sa*, (Vinili pache tU«> 
iatle. Vfi.tt.. .l»i» sa asnflio a 8»lor- 
». rli partati CUi«. f.iunone, Nettano 
• n*ot E jxttkà il mirilo ti dlror» 
« I ttUtall ebp DI Iti m 
■e» Gb*t« inrrtxmnU ori moni» Ida, 
am.aSae** aoo lì lenissero I »»81ll del 
a»aa«B». boa» fir* al Curili jraode atre 
pa». t aaaadar* alt* nei. coni* il' alle- 
Wa • ai arata- Saturno the attera i 
■«fri < ( li tiabclrfii» il tcn90. che 
■ u t i ■ distrane latto ciò tbo ó» 
W» «vdesrtao il r«i* r» e li produrr. 

HO, •> fra* .riJis. Qaaslo «r»n tee- 
ttlpP Ifar* dall' In può. della roonsr- 
*>. • I' latasaf io« 4 prtu dal 
••«a» IP aoarao fi» Nibotcodi.no 
fata, wir arf mio, ari raaM. n.1 farro. 
•Mila cr«U tao lenire le uri* fornir 
• »>irr»o. Nili oro. Il al 
i «Mta.Hl. • niaril» la aomrehia iaipe- 
■ad*. la a>i|linr forma (atcondo Dania) 
r arai politilo reni nenia. • la loia ra- 
pa** di coasrrrar ««Ila cinititia a natia 
attirili I' sauna a-eapraitaa* : nell'ar- 
ea»**) * «(««ideate II fortr*» r«f lo : nel 
raaM I" arlataeraiko: n-1 farro la lino- 
Ut*: a*H° affilia la ilnorruii. Osanti 
n'rnr lo r°«>« (a Crati (Cudl>|. per- 
eM fa io Ciao» il rerop flb aaliro. the 
fata fatui (Il mul Ih» rolla I* «pali* 



x Dimiai», tilt» dall' T.t ilio, pari 

orli' orioni* furono ti» {li adi- 
rti imperi dcgl i Bfillall, drrli V-in 
ilo' feniani, ir ; ;mrda Unir.» •■ 
ano iparrliio. perrhi in Roma • in OC* 
ridcnl* ai trasferì, e ti maalirn luiior» 
di dirillo l' impero del mondo, la roo- 
Sarchia (inumale {La icdr dell'lmpcrn 

ininn , Malta e Homi, spanda 

(Mala; non 1» Storia, la Batlera o l'An- 
atri» J D> tatti i nn'ialll di quel rotano, 
fuor ebo dall'ara, dire chr jneriann la- 
rrime, li qn;ì nd profondo 

dalla terra formano i Dumi infernali. » 
dimostrare, che da tolti I tinti rern 
menti, f'ior elio dilla monarchia Impe- 
rnio, A ' nostri-, rhe fanno 

all' limimi» urtar molli l.'.Tr. • in f[nr 

ala tìu * noli' allea- 
ta qursto colossale «eecblo altri rr*. 
dono niir Usuralo il Tempo : ha tolte 
le apall* al panato, Sfarete in liamiata 
o ntll' orirnle; rifUataa il futuro, liti). 
rata In lloma o In fendente. Nr'melilli. 
onda ai rompono li atatna, «on figurale 
la tari» ria del mondo, l'eli dell'oro, 
I* eli dell' argento, eo. Ciascuna parie, 
fuori che l'oro, tofria lacrime, pajafct 
ogni eli, tranne quella dell' oro. foeSO- 
Unainiti dai sili. 
IM. »pr*lie. apecehlo: rejfao. rreehio. 
IO*. la'no «Ila [orni». laDno al pilli- 
lo ot» lemmi» .1 | «tU e -ou.uiclan la 

■tata. 




' JNFEBKO 

Lo quali accolto fonin quella grott». 
Lur corno in questa vallo si diroccia: 

i Adunato, Stage © Flegetonta; 

Poi MB fin giù per quest* stretta doccia 
Infin lo, dove più non si dismonta: 

Fanno Oocito; o quul sia quello stagno. 
In 1 vederai; però qui non si conta. 
Ed io a lui: Se '1 presente rigagno 

Si deriva cosi dal nostro mondo, 

Perchè ci uppur pure a questo vivagno? 
Ed agli a me: Tu sai che 1 luogo ù tondo, 

E tutto die tu sii venuto molto 

Pure a sinistra giù calando al fondo, 
Kou se' ancor per tutto '1 cerchio vòlto; 

Perche, se cosa n'apparisce nuova, 

Non dee addur maraviglia al tuo volto» 
Ivi io ullor: Maestro, ove ti trova 

l-'Ji'gctonto e Lete, che dell' un taci, 

E l'altro di', clic si fa d'osta piova? 
I tutte tue question certo mi piaci, 

••.se; ma '1 bollor dell'acqua rossa 

Dovea ben solver 1' una che tu faci. 
Lete vedrai, ma fuor di questa fossa, 

La dove vanno l' anime a lavarsi, 



Ut 



ia 



tu. fatilo volti, «lo* del monto Ida 
Ili. rt diroccia, scendo ili roccia in 

rupe. 
111. diecii, canale, condotto. 

Il», la/la la, inlinu al fondo dell' lu- 
ì.ia al Contro della Ima, dea pi* 
aim li aUiasiaru. Cioè- o*c pi'i non u di- 
ma, proiefuoodo ad andare, il 
• inracr a aalira. 
Il9i I*>. Formano poro lo stagno di 
(Jntno. e quale «no il*, tu lo icdral di 
per li ; però qui di me nnn ai racconta. 
l'Oria» è foca (ric-a, ebo tigniiici piaalo 
HI. fic-oiao, il(«nolo, piccolo tiro. 
10. Feerie ci ostar, porcile ci compa- 
risca, p»re, iettatilo, a «Malto tiraolio ? 
IO queir orlo, lu quella eilromlla (dol 
a. Unno torcalo], a noti allroro? 

. .*. Tu ut che quello luoso * 
tondo; o sebbene, c-ilandn reno il fbodO 
, la abbia uiollo proceduto sempre 
a oiano ■ nutra, nondimeno non bai as- 
caro (irato par tutta la ciiconfcmnra. — 
t'iage II Poeta elio di osul cerchio M 
percorro loluolo U decima parto: pcr- 



rli non potrà arar (irata lotta la i 
confcrmia io non jiiaiulo tara pervenuto 
all'ultimo <«rcli:«. ehi eflcVacasM in.-o 
decimo, lebbene no detto nono, perchè 
•a computata mandici I' anlicerchio da' 
ii<lia< !.. 

1i9. Non dee produrre tul tuo ioIio la 
maraiiflia. 

130-1- J Oie ii troiano KloretouU « 
l.alot polcbe dell' uno, cioè di Lete, non 
fai p itola. « dell altro, ciò* di Flej» 
tonte, tu dici che ai forma di quella 
pl»ffla di l-t'ilnc del Ticchio. 

IS3. ««ulna, domanda. 

tM. WS. Ma iip.nrtolach«FU|«icoU 
«uni dire ordente |d*l (reco elsTW, ar- 
derei. Il bollore dell' acqua sanraifBS, 
imi hai i-dulo, darci* IfM 
srioglitre 1' una delle questioni taa mi 
l.i. potsM doma tarli accorto eia essi 
e il Fleialonte. 

IM ir*. T« tadrai Ute. ma I 
quella fona, di quella esterna Infamale; 
e lo ladral li. nel l'urtateci», o<a la 
aulme, puma di ulne al cielo, rasa* a 




cisto DXGmoqrano. 



Quando la colpa puntuta è rimossa. 
'line: Ornai è Ibiii])o di «costarsi 
Dal bosco: fa'cho dirotro a me veglie: 
I.i Diargiui fan via, che uun aon arsi, 
E «opra loro ogni vapor si spegne. 



127 



!M 



lirsrtl, rfosado 1» colpi loro * teinccl 
: .«allattalo. - Il L*U, cb* tigni- 
la Mi», ao» poò **tttt i:ii laforoo 
.l.«c 11 aieauria da peccali tonimeli! i> 
ma eWi a>aC(iori iuppUn do dar 
tmlmU DCltl («r penltcrus. 

« participio «all' latiquxlu pater*. 



140. |V <** rttMirs « ne >>)>>, U in 
modo i iMM » m» 

HI,!., 'lir non lini xnt co- 

rno U rena, ci presentano una cornod j lin- 
da ;o sopra di est* ogni tampa di fuoco ri- 
inane iptall d'Il umido funio.cho t'inai 
udaI!...ll.'U. hiiiinfflio XtdliopriT.90. 



CANTO DEC1M0QUINTO. 

tnctitmiù 1 Pulì rei BU(lw 4»lli pUtnn u.i4i< Ineoulrtno un» icbiora di «lo- 
ttali min salar*- Biokiu Laliil. eh'* aio di **ii, rlconoiciulo 11 discepolo, (li 
rtlf* U parala, e lo pi«» » wle-r camminargli f «iiprtMi A .-liu un poco ragionino 
luutK. E 1*1 Uai 41 > litoti » dillo •itc.turt 4 l>*nlo risaie**. Poi Bruì. 
tsn* far natuim 1* *•• acUit*. 

Ora cen porta l' un de' duri margini ; 

B 1 fniamo del rusccl di «opra aduggia 

Sa, che dal fuoco salva l'acqua a gli argini 
Quale i Fiamminghi tra Guzxantc e Bruggia, 

Temendo 'i fiotto, elio invvr lor s' avventa, 
no lo schermo, perche I mar si fuggia; 
E iruale i Padovan luogo la Brenta, 

l'or difender lor ville o lor castelli, 

An. -rcntana il caldo senta; 

A tale imigine erau fatti qui 

Tuttoché dò si alti, do sì grossi, 

Qual che ai fosso, lo maestro fèlli. 

1 Orinar. 

MMitMtrnii'i 

es.pntrit.fii 

i ua (ano i.-l mietilo Ix 

U taar* si J. som, clic i.»l<*»dall« 

si— n caiinll. polcb* l< ip'».'. l'ar.iua 

'Cisti . 

l Casi»!. • j-.jjm. Blu, ti, dui 

ma 4> Fissar*, dittanti I una Aail'altra 

1. 4. T<Sf nd :• II dillo, li miro», eh. 
a*eaa*l* ?.. i ri 

li* Il Dar* ti futili, il 



M 



». Innsr.il ci.o la monlajna di Chia- 
rentana im.Li il caldo di primaim-a. — 
una •' (turila parlo dillo Alpi. 
«t* bs la 101(101* Il liuicio Urenti. NH 
trincia il territorio di l'adora l 
elio per lo piti ri «Unno sltiaaimn, di- 
fCiuglitudoii alla priiruTirs, fanno ol- 
ir cmodo intronar* Il doli* llumt, turbi. 
Htiio (li d.fial, die* l'Anonimo, ofltn- 
ttrraal. ihoiI muso fi roassdo. 

10. ouft... cui. r|ni Infimo. 

11, lì Sibilati* il uiactl.ru inst-.uori. 
cI.iun.juo ti'i ti fon*, nou li fo ti ahi. 
ni' ti (rotti corse quelli d.i Pisa 
< iln'l'a -io, Canio XXX, • ■»*» 





Già eravam dalla selva rimossi 
Tanto, ch'io non avrei visto dov'era, 
Per ch'io indietro rivolto mi fossi, 

Quando incontrammo d'anime una schiera. 
Clic venia lungo l' argine; o ciascuna 
Ci riguardava, corno suoi da sera 

Gunrdiir 1' un 1' nitro sotto nuovn luna: 
E si vèr noi aguzzavan lo ciglia. 
Come vecchio snrtor fa nella cruna. 

Cori adocchiato da cotftl famiglia, 
Fui conosciuto da un, che mi prese 
Per lo lembo, o gridò: Qoal meravi'i/lin! 

Ed io, quando '1 suo braccio a me distese. 
Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto 
SI, che '1 viso abbruciato non difese 

La conoscenza san al mio intelletto; 
E chinando la mia alla sua faccia 
Risposi: Siete voi qui, scr Brunetto? 

E quegli: figliuol mio, non ti dispiaccia 
So Brunetto Latini un poco teco 
Ritorna in dietro, e lascia andar la traccia. 

Io dissi lui: Quanto posso ven preco: 
E so volete die con voi m' asteggia, 
Faro), so piace a costui; chò vo seco. 

Oh figliuol, di***, qual di questa greggia 
S'arresta punto, giace poi cent'anni 



li, .Co»' ira., dote U dell» iti. a Ita. 

IS. hrrfi», perquantoche. lo. 

M, MHl eaor* Ihm. n*' primi (inrni 
della l.nn:> .]■! ,::,!n uun manda Clio BM 
lur» I 

*l. I* itila erano, quando rimiri infilar 

l'afa. 

£1. U retai fanialla. da (alale ichlora. 
parche (|Oel peccatori ic>o dittai io Unte 
Killer*, come il diri piti tallo. 

9.1. rir lo limia. por I' rtlromilà della 
Iflll perche le •pinti, ili ji.'i Sella reti», 
• Diala era ioli' argine. — ««al «niraei. 
(Hs * per te» ch'Io ti trita qui? 

AC. ratio, riarto dalla flammn Menti, 

ti, *. •»• iiftta la ronolcrmaal mio 
f*fwirr\ tala a dire, non m' In.p'dl di 
rlconotccrln. tilfeattra, in qoeito une 
fa malo nel Iruconlo : ora e rimaalo ai 

flUt'M. 

SO. tir £tf»«eUo Latiti, (lorenlloo, fi 
Domo di molla tcieni), o tlanlo lo i'.l>c 



per qualche tempo a maestro. Fra i 
della llopiibblir.a, I di parta rutila ; | 
dopa la diafana di Monlaparli nata 
l'arici, ore eompote in liotn» fri 
un lll.ro chiamalo il fuoco, in l'i' 
oo atra fi* compotlo on ali 
toicana, iotilolalo II Treorrllo.t^nel laido 
lil.ro, che ti chiama tata/a. a età alenai 
attribuirono al Latini, non 4 affali» di 
lui, polche i una icrillur» del leccio XV. 
Nacque torto 11 IMO, a Bori ori I9M lo 
Kireràe, ut era tornalo dopo che 1 t.calS 
nuotainnnle pretaltero. 
SA la Irattia. Cloe la comilita drr.ll 

altri, che an.latano in fila. 
>l pr«o. tfcoodo il latino prrear, che 

poi ai frea prrja. 
Sa »' «iiejj.*, to' atilda, a oparaU- 

roeole mi «offerirli. 
SI, sa. tao.' di tarila errtj.a. cDiatrtvS 

di quettt corr.pajt.1». y arrrrta paalt, ti 

tofferroa alcun poco. 



casto DKctxoernrro. 129 

Sena' arrostarsi, quando 'I fuoco il fcggia. 
Però ta' oltre; iti verrò »';.;;• 
E poi rigiungerò U mia masnada. 
Che vi piangendo i suoi eterni danni. 
Io non osata scender della strado, 
Per andar par di lui ; ina '1 capo chino 
iota che riverente vada. 
Ei cominciò: Qual fortuna o d 

Anzi l'ultimo di quaggiù ti mena? 
E chi è quel che ti mostra '1 cammino? 
Lassù di sopra in la vita sci' 
Risposici lui, mi smarrii 'n una valle. 
Avanti elio l'età mia fosse piena 
Pur icr mattina le volsi lo spalle: 
Questi m'apparve, tornand'i e la anftQ»; 
E riducenti a ca' por questo 
Ed egli a me: Se tu segui tua etclla, 
(.noi fallire a glorioso porto, 
ben m'accorsi nella Tita helln: 
io non fossi si per tempo morto, 
:tfendo '1 cielo a te cosi benigno, 
Dato f avrei all' opera conforto. 

aoado lo <» ousrJd, nirnlra io, respinto 
dallo 11 i ui ijiiulU Appara* 

indirà che (li ò un morto: e cosi Dalla 
in quilrlir modo rispondi Illa domini)». 
cJl e IMSNf 

M E riconducimi a cai» per qur 
Ca'i sincopo di roso, conio e*' ili test, 
no' Ji modo. Vito tempre in Toscani e 
• llrose. Duilio al sto» alleyonco di 
quello frasi, sodi il asotO I. 

IX. Se tu hquì fti'i ittita, se tu segui 

I fidili dir Sitati di lì' .. M| 

Influsso di beni»"» stolli. —Ciò è dolio 
lecondo le opinioni astrologiche illuni 
prorottalo. l.a cuttellwunn dal Unni 
ni. tolto la quali nacquo Danto, a ta- 
tuo, dice l'Anonimo, di iinUmi > di 



M 



li 



H 



B 



N 



SS anu oeratiKii. m*u urninlirti. 
nata paletti treatolaro, «naulo'i ,'snm 
h iWfta. tttuado il fuoo lo farisei, gl< 
catta fcUoiao. /rafia » Il r r "">>* »"• 
InMi» di Inf" 

V. li terrt a' poi risente 

»« ritti, feteb» (il batto, ili ricordi 
•sebi delio tlla aola dal « 

ma no- 
■ade, la saia (ospitila. Sol questi i 
•Staili. - JSai w ats bio;.-i citino »«o- 
•e, stata fa coti ad mcsIcì \IV. 
mi li lai, a coppia con lui. 

». 'a atta rafie, nella icisou ralle. 
l(t l 

Il Itatall tU r iti tata fot» pieaa. 
traiti rne fotta compili I inno» di mia 

li coiaio drila Tita unni 
l'aio ari Cerici» Mitre l' inno lre»U- 
iS tfSi rl aii. tjMiBdo cili ti (rotò «mir- 

Iti hIh, etili il fa Man 
(li aucjiuo eaa>i due mesi a compio! 
CMU ansa 

■ Par itr nafl,ie. «dimenio iir mil- 
Uaa, M« pritua d ter muiui, te tolti 
• rrail». la fallai I» spallo, per salili 
H man 

K. tarili ,1 S| or»», eoe- 



srfaiia, 

flij. ATon puoi fiith'C d ol.'rfvjo por/o, 
non pool mancaro di rlunirero a iluriiiiu 
l.m\ a r.omniuire onoranr» e fama. 

61. Se te» m' aeeoril, te io ben provvidi, 
arila rito Iella, quando io era io nel 
mondo, e feci il tuo oroiropo. sV'fa . al 
t. t$ ba dello la ella sansa. 

5-t. per tempo. Non risesHj i te, nil 
rltpetto a Dinto, del qmlo airelibc to- 
luto poter compire l' idue-iilone. 



130 dell' rari' 

Mn queir ingrato popolo Bttil 
Cho discese di atieo, 

E tiene ancor del monte e del macigno, 

Ti si farii, per tuo ben far, nimico. 
Ed è ragion; che tra gli lazzi sorbi 
Si disconvien fruttar lo dolce fico. 

Vecchia (ama nel mondo li chiama orbi: 
Gente avara, invidiosa e superila: 
Da' lor costumi fa' che tu ti forbi. 

La tua fortuna tanto onor ti sorba, 
i in- l'unii (iurte e P altra amarao bmo 
Di te; ma lungi fia dal becco l'erba. 

iaa It boatta ricuoiano strame 
Di lor medesme, e non tocchili la pianta, 
S' alcuna surge ancor nel lor lutarne, 

In cui riviva la mana t a santa 

Di quei Rumali, ohfi vi rimaser, quando 
Imi fatto "I ni'lo di iimli/ii tnnta. 

Se fosso pieno tutto 1 mio dimando, 
Risposi lui, voi non sareste ancora 
Dui!' umana natura posto in bando: 



si. r,,, w». lotico ciuv «troica, po«ta 

(Opra un rullo a Ire minila ili I 

Di ma trailo orlflne II popolo Oorrmlinn. 

«3. B tieni oaror, o rilienc, attutirai 
tuttora, rlri. monti t d*l macigno, Ai'\\'&i\>ro 
:io,a lomiytiama del inio.oT'cb- 
be l'orinine, 

SS. liC. Ed • h«n ritionetolt: polche 
fra irli aipri ioiM non » MOTtSltOtO rhe 
frullinoti II dolco fico. Vuol diro chn 
ri lirtuoio non condono far di- 
mori. Ira |tata Mtl 

GÌ. Dicono aironi rhe i Fiorentini rli- 

btrn il oobi di doelkl orti . alloreotodo 
K n ii; li alimento iccetlirono di) Pluoi 
due colonno di porfido. imitale dal Lio 
co, o coperto di icariano perdi» tea 'i 
fedeltà il lutila; ma * quelli una fa- 
volt. I Fiorentini furon detti Ottoni, per 
eh» il Iticiirono malamente Ingannare 
daTotiia. il Fiorentini mtlemdotl (din 

il Villani, libro II, Otp.l . < però furono 
tempre lo ibi, tré- 

Vie ftlio lutinone o «ano pro- 
li t rifa pi ■ .n(ll le porte. 
e itiiiùnlo Milo Città. • 

e». Si ricordi «io che altro»* [Inferno, 
carilo M. ». 14) dina Ciacco del Fio- 
rentini. 



09. (*' ehi /• (I forti, fa' eba la ti for 
buca, procura ili tederai oelto 

71. I' una farti i V altra, la butta t 
la nera. o»r««»o/«i»eili Ir. atraaoo bra- 
ma, diiiderio .li l«, .adirti; 
ma Intano, perche I' riha uri lo 
becco, cloo II loro I 
■odiifallo. Vedi l'andito, canto Xtll 
t. «9 

18-ia. I> l'iti f.mlait. I fiorettili 
diieeil Ji l'ieiole. facciano ilraaw ài tir 
midiimi, li maneggino e il totemica fra 
ili loro, i non lochino lo aitala, e la- 
trino ilare la pilota, cioè quella fioritili 
;io puro «Icona ne «urta orili 
ioriliJein).ln cui rlilto Il unta taowna 
di quel Uomini, eh" ti rimaiartad ibó- 
tare, quando fu fallo il nido di Unti m 
lina, non quando Pirantc fa Cd 'letti. 
— Si dice che Pireo» font tdil 
una colonia di Homim. ..' 
poi rlai ; . Imito Ita-.-' 

icendoiito dt una famuli» roouni. rW 
i tuoi biografi dicono onera ititi 
do'Frinjipinl — Slronrr, chiamati l'eibi 
la pia ti lo. di chi il fi leti 
« rho poi dittalo concime 

19-01. . ila tatti li rei» 

preghlero, io fonerò 




>■'• 



.-.v 






CANTO MCTaMQClSTO. 131 

Chi in la mente m'è Btta, ed or m'accnora 

La cara e buona imagine patema 

Di voi, quando nel mondo ad ora nd ora 
M'insegnavate corno l'uom ti 

E quant'io l'abbo in grado, DMotr 1 io vivo 

Convien che uell» mia lingua si «cerna. 
Ciò cha narrato di mio corso scrivo, 

E aerbolo a chiosar con altro testo 

A donna, cb.e'1 sapra, e 1 a lei arrivo. 
Tanto vogl' io che vi sia manifesto. 

Pur che mia coscienti non mi garra. 

Ch'alia Fortuna, come vuol, son presto. 
Non e nuova agli orecchi miei tale arra: 

Però giri Fortuna la sua ruota, 

Come le piace, o '1 villan la sua marra. 
Lo mio Maestro allora in su la gota 

Delira si voi» indiètro, o riguardommi; 

Poi disse: Bene ascolta, chi la noto. 
Ne per tanto di mon parlando vommi 

Con ser Brunetto, o dimando chi sono 

Li suoi compagni più noti e più sommi. 
Ed egli ini d'alcuno •'• buono; 

Degli altri fia laudabile il tacerci, 

Che 1 tempo saria corto a tanto suono. 
In somma sappi che tatti fur cherci, 

1 inesca notte. Quo- — farro, firme», dall' intiquilii garrirt 
flfSVriri) ter-dirc. rum 

M nrrt pmprlamcnlo «Ijnlllr» capar- 
ra; qui diro rsusdani OtnriUnitnlo per 
jirr.ii non», ninnilo li prmliliimr i 
■ li-I Muto. 

93. 96. Modo proterblale eh* ila nlfica: 
l nlllrin, f»e- . 

DO » 1UO trono, * 11* luti : 
ebo Iddio ruolo. 

PS. 0«'J I>"!r,i. prrcV' Virgilio ram- 
miniTi ali» tinnir» «li Ilinlr. pri 
dolo i' alcun poco : od • ptreiò elio ti 
•olo» lndi'a'ro per parlanti. 

PP- Sratda'olf-lrA' la « n la. T» lo » illr". 
Illllmrlllr ,i,r 

ttnUnu do' itti. 

100. K nondimeno. Don mi tlm 
f.trl.Tn con wr Brasilie, Né ! 
preditioni del Latini, mi l'ini : 
meni» di Virgilio, lo dulolcono dal prò- 
»»iulr« orilo dnminda. 

10S. a tonfo tuono, a coti luneo |)»il»rt. 

108. tìntili cbtricl. ijul non < 



in 



103 



«u «iraiaranone d' ixi ili prtjaio piu 
'■Si t.u. irroiii i quii the (lì In 
atta al Latici al t. SS. - ritinti ini, cioè 

• hi. 
« H ** a'awvira. ti N n'addolora, 

tin ta ««il oul cssctl Is twin tira 

• aaai bautta* pi 
trioni ». 
». »7. E gnu» Va I" »o In rrado, 

■••ata al è gnl*, qvnla toalro inu- 
mana», è iu<»n eia ti essai 
■M aarlir», lodandomi di ni lindi' lo 
•Ha. aisio. ho, dal bl. »«a»». 
•V*) Ciò tua al atrio pr.ótUo in- 
atta» il urne Stila at» tlla. In icrira, 
■ aaniaw mila ala orali, a lo i*rbo 
na m eoll'allra pradlilo 

« fallimi d» fumili, per («molo lpt1- 
Sa» a BnUIrt K. 

" SS. "sriio- tstl <h» toi 

aaj un , ah* io imo presta a ciò <bo 
. o»l laro ili a»t. i : 

■a al nprrada di ni la 




132 Dir.».' ISTKRXO 

E letterati grandi e eli gran fama, 

D' un medc;mo peccato al mondo lerci. 

PrLtciiui sen va con quella turba grama, 
K Francesco d' Accorso ; e ancor ved'. 
S' avessi avuto di lui tigna brama, 

Colui potei, elio dal Servo do' «e ivi 

Fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione, 
Ove lasciò li mal protesi nervi. 

tia 1 venire e '1 net-mono 
Più lungo esser non può, però eh' io veggio 
La «urger nuovo fummo dil aabli: 

Gente vicn con la quale esser non deggio: 
Sufi ra -.■comandato il mio Tesoro, 
Hai quale Prive ancora; e più non chieggio. 

Poi si rivolse, e parve di coloro 

corrono a Verona '1 drappo verde 
Per la campagna; e parve di costoro 

Quegli che vince, e non colui cho perde. 



i:e^ 



eecletiaiiid ; m» come jil antichi ehi»- 
mirona laici (li «omini ljiior»i>; 

li uomini doUI. Già- 
rasai viiuui ebiaau teeio (Urite I-ter 
Jellc \ 

101. ItlftfsHl in riunii» pirol» i. coni- 

li ideoiIaU. 
408. Urei, lardi, imlmMatl. 
Mi prltataM Ji Catare*, iraamaUoo 
lei"*, aht Jori Mi ma» saetta, 

— v'iamn. nuora, infelice 

110 franine e" avorio, noronlino. 
Mallo ninni». BfliO dal celebre 

Accorti», leone eanadn in liolojn», e 

111 11* V li Io ocelli orwli; trama n; 
lai li, «e. e ir lu ai*M nulo di 

.li cesai ira Oli l'ili» pertonc, polon 
ancori redem colui [Andre» di' Moni, 

, che dil | 
(Senni ii'iorn» J>ri| fu I 
di r°ircni< ciui p.r Jui» patta I u«« 
. o il icicoiad» di Vicini* (cili.'i 



per dote pili» il Hacchi(lione), arai 
imo coli» «il» i nrrvi pece-amlooi. 
protcìl 

ili. nuoto fomno, per le reo» 
Asili Kalplftst ili nuora genie. 

Il», ir aie fuor..., il mici libra lati 

I Teioro, nel quale io moine 
per fami. I' quoilo uoa ipccic d 

, uteri rollo ra 

latta lo iciiiiln del eoa! Waii.i. I 
i sopra, la t 
e ne abbiamo a itamp* ani 
■ Ulian», fall» pur Unno Giaaabeal. 

Idi. li r.rolie. Parlando fondar» i 
l'oda. Ori il lolfe per ri»rinnr«re I 
tua •■■' ritolta gì» loditi 

ttt-tt*. Nella rampala» di Vtreaa, 
prima domenica di yuareilma al ean 
da uomini a piedi il pali 
rerde — lianlu qui dica rbi tari 

. A forte, che di coltura, dadi 
quel corridori, parer» non (fa qoi(li I 
ptrda, ma quelli che rinca. 



isa 



CANTO DECIMOSESTO. 



tdwt qaat anta 4*1 Ureo *t ultimo giro» dol n ti I», donili PlrgalonU 

i 1 tnerlu aail'ol-. t* Danio an'alira icblc» Ji lioknii nastra calura: 

tnai'qaali (li ti baat li^imo Kd fftl il tritìi*» un poco fon aaal * parlar* 
atta ataw 41 l*lr*ai» Poi granfi alla raloratla del dumo, or* egli, dopo no cono 
a. tìrfÙa, «ola raalr mi, notando por l' aria, tu «rana * ipaiontoa* figuri. 

Già era in loco, ove b' udia '1 rimbombo 
acqua, che cadrà ni'll" -altro giro, 

Simile a quel, che 1" arnie fauno, rombo; 
Quando tre ombro insieme si partii «, 

Correndo, d' una torma, che planava ' 

Sotto la pioggia dell' aspro martiro. 
Venian % ciaacuna gridava: 

Sostati tu, che ali* abito ne «ombri 

Eancr alcun di nostra terra prava. 
Ahimè, che piagli* ridi no' lor membri, l0 

Recenti e recchre, dalle Camme incese! 

Ancor rocn duol, pur eli' io me no rimembri. 
Alle lor grida il uno Dottor s'attese; 

• '1 riso vèr ma, ed: Ora aspetta, 

Disse; a costar ai vuole esser cortosc: u 

E se Don fosse il fuoco, che inetta 

La natura del luogo, i' dicerei 

Che meglio «to&M a te, di' a lor, la fretta. 
Eioominciar, come rìslctnmo, qnoi 



lir*, a<H altro cerchio, 
no i frodolanti. 
X ìaala» * a*«l rollo, a quii : 
■***», ci* fuso U arala, 1» api. — 
Un» uà li oatelio, oio «Unno lo 
fi «m ifuralaaanJi p«r la api itati*. 
mora, (errando bi- 
ava*, I. f ari. roto da uni anolliludioo di 
u. a*W avuaaiam «r Sino Irò non 
Ina, «a jraadi rlit- 

■natali. Inaiali. mettali la. (ha 

ai natilo ci maini .iwrr. akaoo dilla 

Fil.nta - l.'alii- 

■ »'|li aalickJ Fiorentini diilli 

a* ber» a pai cappuccio. Piata, coti 

«ilo IX, «.«3: trrro arata 



'«, Indi». «Colpite, f II 
Mi • laanie. lì toc* Ulna da la » mia 
■aia* L. rara», lana* tlimm pura la 
■ama ini canteri., falla eoo aa bollono 
ai tana. Alili riferite* latrai cono pari 



d <»<»•«"<" a Hnmmi; « quel dalli fa 
anpoaialeai di cimi, •qatTalanla a p*r 
tu o >pii'«a la (raio: aAiaii età piagni ... 
ridi ni. lir nrmtn. prf lo flammi atcaio, 
prodotto dalli /Ianni aerilo, viro, (ha 
I iin aneba rifaraaén 
mrrtr. iIk >|.i.-. , bracata*, a pioali, in- 
tondo, (bo lo (limai* apri iati la piaghe 
a poi la brnriatano. 

If . pur CaV io ni «l r.mratorl, iolo (he 
lo me no no 

15. i' afilli, ai fame. 

nVM, liiirinli: o «a non ti fono Impe- 
diiurnl.j 11 fuoco, dio \» natura di quoti» 
luogo infornalo, per decroio di Ino. ita- 
. ."lima, io ilirri chi miglio 
•imo a la la fretta di andar loro locon 
irò, eh* »l «in di ronlro Incontro a u. 
— Por quatto parola il comprindo. tha 
i in eoa latina*, «rano perionaffl «mi 

I», IO. Appoo» che noi (i firmimmo. 



VM Pitti-' ismnso 

L'antico verso; e quando a noi far giunti, 
Fcnno uni» ruota di sa tutti e trei. 

Qual soleno i carapion far nudi ed unti, 
Avvisando lor presa e lor vantaggio, 
Prima cho sien tra lor battuti e punti; 

Cosi, rotando, ciascuno il visaggio 
Drizzava a me, sì che 'n contrario il collo 
Faceva a' pie continuo viaggio. 

Deh, se miseria d' esto loco sollo 
Rende in dispetto noi e i nostri pret-bi. 
Cominciò l'uno, e '1 tinto aspetto e brollo; 

La fama nostra il tuo animo pieghi 
A dirne chi tu se', cho i rivi piedi 
Cosi sicuro per 1" Inferno freghi. 

Questi, l' ormo di cui pestar mi vedi, 
Tutto che nudo e deputato vada, 
Fu di grado maggior che tu non erodi 

Nepote fu della buona Gualdrada; 
Guidoguerra ebbe nomo: ed in sua vita 



qaeglino ilcominciarono V antico loro 
mio, l'amico loro lantanio, le solile 
loro (rida laaicntoioll. 

il. Tulli o tre fecero di ti «lori una 
ruota, e cominciarono a firam. — Trrl, 
Ire. rome duo!, tluo. 

tì-is. Como togliono faro i cani) ri Mi, 
i lottatori, nudi ed unti, aerliindo, men- 
Ire vntnn guardando, annottando, dote 
r i prender 1' altro con vantaggio, pri- 
ma d'attaccarti « pfrcaoUrri, ''"" "• 
— Suina, tngliono, e II preterii* di «e- 
hr*. — «ufi. I lolUtorl, entrando nella 
palestra, ti ungevano per dar più dilli- 
eli* preia all' avvertano. Sun ealfufi e 
piia li, ale* ti binano e puntano. 

M. rotaarfo, girando In Untalo, mentre 
giravano ih cerchio. — efioooio par Vito 
trovati ipctto negli antietai. 

-Jt>. f) thi 'n rùfii-jriocc Kiiendol'anle 
f.imo Hill' «rjlne. e 1 tre spiriti girando 
In cerchio gita nella rena, erano coilrelli 
Della (travolta, per Iriiaara il vivo eerto 
di lai, a piotare il collo in tento con- 
trarlo al piedi. E giravano, perche sof- 
ftrinandoii giacerebbero ritiil' inni immo- 
bili Mito il fuoco (cinto XV. 31.591, onde 
non potendo cimmlnare innanti per par- 
lar* col l'urla, u formino a pur ti inno- 
iuimi in tondo. 
USI. Deh, io la miierla di quello luo- 



go ielle ItofTie» .eedavole, porche irewWi 
e il nostro aspetto fuligginose e tcorli- 
calo (erollo, nudo della pelle) rende di- 
IpNfftoU noi • i nottri preghi, lift»» 
almeno del uutlro nume pieghi il II* 
animo oc. 
SS. I Wi'f piedi [rifM, tale 1 1 

I. I. Inno ha dello fregai a «<•■- 
Bcaro ch'egli, emendo rivo, calcava 
sul terreno. Le differente ir:. ! 
corpo vivo e d' ombra, le vedemmo 

cani" Vili, v.«i-50,e XII, T. 0, JO.M 

I' Inferno, a le vedremo eovtriii*. 

M. Tuffo rie, bendi*, vada iieclil». 
spelacchiato, e nudo, spellato dal fuoco, 

TI, SS, 6«««fr*.v. li foi 

• tivia dnnna. fu figlia di M. Belli 
llcrii (l'andito, canto XV, v II:, 
lo XVI, r. 09) della nobll famij'it 
reniina de' lìavignani. Si maritò al cealr 
r.uido il vecchio, diteeao da famiglia 
manica, dal quale originarono 
Guidi, signori del Cascolino IH 1 
e di Gualdrada naque, fra gli altri, 
cotaldo; e di Mareovaldn (fai 
cho porci* venne a-1 estere ni 

Qoaldrada. Celiai fa «««ilei 

I' arto militare, e nella ha 
messa a Benevento tra Culo e >i 
m n pniiio pnncipil ctjlone dilla 
Uria di Carlo. 



■M ■ ' 
•1,«tl- 

[noce. 

= 

aie- 




CANTO DECTM08OTT0. 

Foco col «cimo assai e colla spada. 

L'altro, ch'appresso me 1* rena trita, 
f. Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 
, io eh* ponto «on con loro in croco, 
Jacopo Rusticuoei fui; e certo 
La fiera moglie, più ch'altro, mi nuoce. 

ttmà stato dal fuoco coverto, 
(iirtato mi «arci tra lor disotto; 
E credo che 1 Dottor l' avria sofFerto. 

Ma perch'io mi sarei bruciato e cotto, 
Via» paura la mia buona voglia, 
Che di loro abbracciar mi face» ghiotto. 

Poi cominciai: Non dispetto, mn doglia 

La vostra com'.mon dentro mi fisso 

Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 

Tonto che questo mio Signor mi disse 
Parole, per le quali io mi pensai, 
Che, quii voi siete, tal gente venisse. 

Di vostra terra sono; e sempre mai 
L'ovra di voi e gli onorati Tifimi 
Coa affezion ritrassi ed ascoltai. 
lo fclc, e vo pei dolci pomi, 
Promessi a me per lo verace Duca: 
àia fino al centro pria convien ch'io tomi. 



188 



40 



M 



60 



li 



OS 



li'inai.utu co'pìiili l'ucoi. 
■. Tinlm iUiJrctHi flurnilino, «1 
Hiaièil (immillatili Adirmi lumi 
Mi »asitn». » Koaforto 
■l ■MVUU Wftr . imi ; 

i Ma «mairi iliu «toltiti I* ma 
i, Uni ■-. io ne usai i 

■Unni li pian «itlilU -oir.,!. 
Mk» «X Gratti 

a ci* ■ut» io» m Itr» (■ eroe», (ha 
• UrroraUi ;•. dicali in 

Mai pa gl'uni loriHl*. 

là Aarer* ■ ll l lmcrt. fn un ricco • 
■■M nulier tarmino. Arando nn» 

£.-i»u • «(rjrliiii. fu co- 
iimm; Il eke fu 
aAtt m\ ■ 

t-rwtttafllAe* chi pk dafni Diro 
mmtm U Ut* a»;ll*. 
I èml f—r» errar Cr.rlpinlo dal ft 

Ut imito, ilo* iconieodo JjI- 



I. Ci» mi (■(«• ihumiumiU dm 
km di iktinwiull. 



M-57. Li BlMT* praiiol* TOH 
disiano iffjprma dentro di mn min dii- 
prono, mi doloro eolinlo, ella tarili par) 
lotta diloiumi e cattare, a lo trrjprotia 
ippmi thr quatto min Micttro mi disia 
I li i iri'lo (cine, a foriero ji tvolrrrirr 
MrtMf), per le quali io mi peni 
rOO UOM O p>rif.no «il llloilri e nulnli 
quili «ai lilla. 

58-60. lo lonn dilli limi roiln ritti 

(firra) , a la opera TOilfo I i loilri ima- 

"i tempro Tacconili ed ncolui 

eou ilUntinoa. — l-i toc» ri Iran, e di 

il'n iplogiti ptr nfrail in mi 

«I, »i. Intendi ; le lueio lo iininiia 
drll' Inferno, o udo ilio dolco 
l'aridi», 1 mi pruine ti' dilli rou falda 

rariilera, tao Ma incanna. — r«i dotti 
pomi, illudo il colitico monle o l' tuoi 
■•onorici offolli. elio doono oliere li frullo 
del doro lincio per I" lail 

«5 forai, odi. Iliinri'.. diieandi. Coli 
il Penna, Sellini, I : . O tomi (lù oil- 
l' amorali «olii.. 




136 ' inttmco 

Se lungamente l'anima conduca 
Le membra tuo. rispose quegli allora, 
E se la faui.-» tua dopo te luca, 

Cortesia e valor, di', se dimora 
Nella nostra città, ni come ituole, 
se del tutto se n'è gito fuora? 

Cile Guglielmo Boruiere, il quo] si dnole 
Con noi per poco, e va là coi compagni, 
Assiti ni; cruda con li! sue parali». 

La gento nuova e i subiti guadagni 
Orgoglio o dismisura han generata, 
Fiorenzu, in le; si che tu i»ià ten piagni. 

(Jori gridai colla faccia levata: 
E i tre, che ciò intcser per risposta, 
Guatar l*un l' nitro, comò al ver si gu 

So l'altre Tolte sì poco ti corta, 
Risposcr tutti. ,r, ,il;,-,ii, 

Felice te, che si parli a tua posta! 

Però, se campi d' nati luoghi boi, 
E torni a riveder le bello *tel]e. 
Quando ti gioverà dicere: I'fui; 

Fa' che di noi alla gente favelle, 
indi r upper la ruota; ed a fuggirsi 



61, OS. Se Janc-arnealt r daino (Oiuivra 
ti mimtra lui, coti l'anima tn.i tia unita 
il rnrpo ptf lungo lampo; Jt ir la fatta 
ina dopo U lata, e. coti la faina del nomo 
tuo continui a riiplend«re dopo la tua 
morto. Modi ascia q Qlfi ce- 

i .li al e. X. ». 91 ó allroie. 

Ci fo'lriio e geni lena: * aalore « 
jirnilrin l'urgalorlo. cji.Io \VI, t. 115. 
tifi «la lui puri. ih'A.liiio o Po riga — 
Solta valore o cortesia trovarsi • 

70. "I. 6ujll«l«n n.irn<ri fu U 

roto a centi) cavai imi DI 
Hoeeaecio nella NftT. a, cium, prima. — 
tt f tu' il duole Con noi par foco, il nial 
«oltre prna con ool da poco tempo io qua, 
pareti} motto da poto Uinim 

i»ici tormenta, ci addolora collo 

tue parole, dicendo che In Fiieaic loa 

nrteila « calore 

'.>. La finti niior. I nula di 

fresco ad at'ilar Fircnsr, e I «utili gita- 

/•gal. a U ria 

accumulalo cullo unire a altri macai ilio- 
jrttr tota In questo senso i La- 
tini: ktm» «oc ni. 



14- Orgoglio e dirmlmra anno la 
linone a toltili* e riloi del %. 

mm r prepr U 

a umilici taratswrarttta. 1 

76. colla {'Mia Unta, i 

.i.l apimlrnlaT». f ri, Mfat1 
Capo, in turo prr dar i.-cdo 
della tua indigninone. 

1S. ioni ol far ri guata, cioè 
col ilio quei leuni d' apprav. 
ai togllono faro, quando al i 
elio longoni! per ti 

IB-itl Se anco altro rolla II 
'lia 0' 

aiulo alcun danno) il sodisfarà 
dicendo la irriti, (elico lo cha. 
coma la tenti I — Lodano 1 
l'orla, ina non (lieta predicono 
altrettanti Menata 

Sa. piando ri aioorra m 

li gioì i'i i retar* i i4 Che 

e odi. e II poter dire. Io «idi e 
■le hi» Coil Vigilio: • fortaa 

ululi nuiniiiitto juvaliil. 

•6. ruppe» la mota, sciolsero 
che, andando in giro, ficetuio 



c-jkXTO vr.cntotztro. 

Ale semhinron Io lor gambe «nello. 

Un amen non stirili potuto dirai 
Tosto cori, com'oi furo spnriti: 
Por che ni Maestro parvo di partirei. 

Io lo sogttiva, o poco eravam ili. 
Cu* 1 «non dell' acqua n' era si vicino, 
Che por parlar saremmo appena uditi. 

Como qnel fiume, e' ha proprio cammino 
Prima da monto Vcso invcr levante, 
Dalla sinistra costa d'Appennino, 

Che «i chiama Acqnachat» «no, «vanto 
Che si divalli giù nel basso letto, 
a Folli di quel nomo e vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
Dall'Alpe, por cadere- tul una scota. 
Oro dovria per mille esser ricetto; 

Cosi, giù d' una ripa discoscesa, 
Trovammo risuonar quell'acqua tinta, 
81 che in poca ora avria l'orecchia o) 

Io aveva una corda intorno cintu; 



137 



IO 



ss 



100 



105 



•> MKfM, |*nbfir*!IO. 

V. ** Sta il urcbtx pololo dir* no 

■n lt U bear* «parie di tartpu in quin- 

I» «i» tirato ipmli dilla noilr» «Itti. 

B tirar- parli', fbe per quinto atti 

•a* awliu fori*. 

•* ». Coen* fui Dorar, il quilo ha 
•* trepri* «aratala* (oon unendoti ad 
irMiaaui [inWnnfiK da noni* V«o 
altrui* dilla coita etolatra d*l- 
II qaal Barn* io Incili 
pari* del ih coi' 

anali cbf ai precipiti ph 
ni tana l«ll»; • p*l, linaio a l'orli, 6 
■niii e,.,, prlro di ^'jol borio (at*n- 
*Me caaaklato in qa.llo di Montoni) «e. 
M aaaaa taf». Hai plana di [temimi. 

W-M9 Cora* {aralo fiume rimbomba 
• «atra r Alp* ti Sao tìcnrdrtlo per la 
•aiau ea' rati fa ad uni iena, ni un 
•Mfa pili a»ii*. era Bimbi"' miro un 
«■maialo par tali» pinone; coti »c - 
lajaaitata I «« Onta* ili Botaajaa, ihn 
ta la t*r?eatr tuli' Alpi aapn Perii, t. 
■ rr.au 4*' Basi eW, ««adendo dalla 
«trincetti 1*11' Appennino, e dirljcn- 
*»■ »tT»» IrrMl*. aahia proprio Cam- 
■a» tao al aair», a noe immilla nnl l'n ; 
aaaatM fuso uth (11 altri ebr muovono 
il aaavu Vaio ka poi, ino al paolo ondo 



muore r Acquietigli, chi. iman ootl Dno 
a IDI unitoli coi torrenti Itioilrilro « 
Tronealoiio non cimbii 11 noma in quello 
di Montone, ebo contorti Uno al iuo 
«borro io maro prono llivcnoa l'oro 
lnngi dal punto onda quello Bum* ai pre- 
cipita, rimbombando, al buio, 6 la bidia 
di San Benedetto in Alpe; On. dice II 
rotta, iovrln par mflt* rlur rifatto, ri- 
crtticolo, iliitaiione; montro Imoce di 
mille, ai itinno pochi monaci. Aliti log- 
Itono Obi dopro. e intendono, ore do«ea 
eaaero on caatello capace di mill> ahi 
Unti, che nomo lo mimo di edificarti 
I conti Oliati livnorl di qu*l pueir. 

104. Tronmroo queir acqua tinta in 
ro»w, quel!' acqua unniigna di Fleje- 
iimoreggiar coti forte, cha «e. 
106. va* cerda Cho cosa lignifichi quo- 
.ti pardi non • facile Indoilnaro. Con 
•ma dico il Poeta aver jinuiti ilruiia 
rolla di prender li Ionia eolla (alto) peli : 
a pib colori (dipinta), cho gli dicemmo 
ru»r iimbaln della fatiota Firenie; con 
nata fa ora Virgilio teolr» a io manine- 
fallo un moair Iona; tir* «im- 

bolo della frode, corno lignifica più tolto 
lo iteiio Poeta, l'armi dunque che la 
corda iliibba lignificare quella virtù che 
* opposta al siilo della frodo, o meglio 



138 dell' rarem» 

E con essa pensai alcuna volta 
Prender la lonza alla pelle dipinta. 

Poscia che l'ebbi tutta da me sciolta, 
Si come '1 Duca m' ove» comandato, 
Persila a lui aggroppala e ravvolto. 

Ond'ci si volse invér lo destro lato, 
Ed alquanto di lungi dalla sponda, 
La gittò giuso in quell'alto burrato. 

E pur couvien che novità risponda, 
Dicea fra me medesmo, al nuovo coatto, 
Che '1 Maestro con l' occhio ni seconda. 

Ahi quanto cauti gli uomini esser deano 
Presso a color, che non veggou pur l' opra, 
Ma per entro i pensier miron col senno! 

Ei disse a me: Tosto verrà di aopra 
Ciò ch'io attendo; e cito "1 tuo pensier sogna, 
Tosto couvien eh' al tuo viso ai ecuopra. 

Sempre a quel ver, e' Ito faccia di menzogna. 
Dee l' nom chiuder lo labbra quant' ei puote, 
Però che «ausa colpa fa vergogna: 

Ma qui tacer noi posso; e por le note 
Di questa commedia, lettor, ti giuro, 

(lucila urlìi culi.' quale ti protion* ti 
iiidU 1» frode ; • questa «uri allora la 
■MlMM, por I» quale pensò Hauti tal- 
volta di protenlro I tradimenti doli* fa- 
doni 'I» I i!> B*t| etimo ora Virgilio pensa 
il: trarr* a se mansuefatto il frodoleolo 
borione DI queit' allegoria può II Poeta 
aver preio l'Idea da quei pam della 
Scrittura, nei quali il portar cinti i lian 
Chi * simbolo di villania: • Nint lutnlu 
veltri precinti, et lucerna ardrniet in 
BaSAibu »i".!ii'. • l.ur , 13. 15. • Ncque 
dormii!, o»|ui> lulvclur cint ilinn renum 
ojus, • li., 5, 97, ed altroie. Alcuno credo 
la rorda ilmbolo della /offessa, altri 
tirila oi»il.ila • Itti, altri d.ll' mi»*. 
— cinta lalorno al fìancbl. 

1(1, uooreppala • rorcoKo, perclié la 
polene gettar lontano. 

tll. ti **U* Uè/' fo •'«Uro luto, corno 
quelli che ai pone In allo di scagliar 
qualche con. 

tir. .'iteti «tali* iftrnta. cioè nel largo 
dfl blrVOM, parche la non deste in un 
roano. 

Iti allo ferrate, profondo burrone, 
protendo j.r».- 

113-111 Intendi: eppur contiene cha 



corrisponda qualche nuota «d In 
«*a al nuoto ed insolito cenno, : 
col sellar la corda ; cenno eh* Il J 
cosi allentamento segue coli' occhio. 

119 cat aoa eeoooa pur t'opra, che I 
solamente seggono lo opere, lo aait 
ma ec. Vedi Inf canto X, i. 18. 

ftt e ca* U pianar lavo ioga* i 
quello the il tuo pensiero «ed* quasi i 
sogno, cioè con incorteisa, subitami 
.olinone eh* si dlscuopra, si faccia | 
lese agli occhi tuoi. 

tt4. aetnpre a ou«l ucr ec. Dante i 
torte qui, eh* non li detono narrare 1 
coso Incredibili, sebben* eli* si. 
perche la torlti. che ha faccia da I 
(•nera rergngna al narratore, faci 
apparir* bugiardo senta sua 
questo dico, per acquistar feda alla i 
incredibile eh' « per narrare, aspettala • 
ii ri maraiigliosa la iutasao |. 
lira, s* prima non • falla ««risiali*. 

lati, 1». p*' le alfe, per lo r, 
nuli, di entità coataaMlhS, ciò* ti 
per queata mia opera Castatedu 

lOeVl, ali* maniera frtea. Odi 
t. t dal canto XXI, • cosi 
t. 113 del canto XX. 




casto DKcmosmuo. 

S'elle non «icn di lunga grazia vote, 
Ch'io vidi pur queir aer grosso e scoro 
Venir notando una figura in suso, 
Meravigliosa ad ogni cuor «curo; 
Si come torna colui, che va giuso 
Talora a solver àncora, ch'aggrappa 
scoglio od altro, che nel mare è chiuso, 
Che in »u ai mende, e da' più si rattrappa. 



139 



W 



1» 



■a f Mt. ikW quello t no modo 

•vnaln». «d II M nl« roti. Coi *ll« 

M ufi** prue fi Ini-jo tempo di 

i-n • ludi fra ili «. 

IX Sentiti l e**, da recar hmuufIu i 

■ oliala «matitlia ch« può ilart 

, ad orai cor iicuro. x 1 animo 

• ed nlrcfaio. 

Ila, tu calsi «** m «iato, ciò* al 



fondo dot irure, talora a loitrr attor*, 
Ulrolt* a icloffllerc un'Ancora ce. 

IM. calalo, aicuio. 

liti. C.\t i» n. cioè nella pai: 
riore. nel ciato e Della braccia, ri iliadi, 
li ditUndii ; e da' pie, eia» m IU parli* 
inferiore, nello eoieo e nelle «ambe, «i 
rai'rapp*, ti rj«orcle. il rittringo . o(|i 
:.tinein<ule al rattoppile . 



CANTO DECIMOSK'ITIMO. 



Oarlaew, di') Lmina*;ini della frodo. Virgilio al trattenne con «ota 
»* dateria • p ieadeTlI 1* troppa • catull la fondo dalia ripa: a Dante «a frit- 
ta**) a «lattar* i TiaUnli cintrc l' art*, che etan «eduli petalo al baratro. Air arme 
•d Ite eaa*io, e** ad oaaa paride eoi j*tto. uè rlconoeo* alquanti, a ne oda alcune 
landa. Ter** vilaci a Virgilio, enti trota gì* ealilo tulio rpallo del mostro* *, *»■ 
bni aneli' a***, atteraal Ocriose lento lento; ruou o dltcende, o 11 pone al fondo 
«alami*. 

Ecco la fiere con la coda aguzza, 
Che itasela monti, e rompo muri ed armi: 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza. 

Sì cominciò lo mio Duca a parlarmi; 

i accennollo che venisse a pruda, 

Vicino al fin de' passeggiati marmi. 

E quella cozza iinagiue di froda 
Sen venne, ed arrivò la testa e '1 busto; 
Ma in su la riva non traggo la coda. 

La faccia sua era faccia d'uom giusto, *0 

l-V Ice* 1* Jara «a* I* Mei* a»»r <* oc. 

la frane » tale, cu n fa tararla orno- 
fa», «4 aanaanriM • correrne-* lutto il 
■***• l'art dot* Il l-orta ebe ha la co 
a* mio, « *•!•* *»afi, e rteipe omii ed 



■ «rad*, cioè all' eitwmlta Jol- 
l'ariliiw. eh' era latin di pietra odi 
•ausa dalla naturi 4*11' aerai llnferno, 
teate XI». t. Sa, SS), i of laanl» • V ir- 
aute ina niiiet. li lo. Il ecrebio 6ti 



noi coli ora tinto d'un orlo di pialn: 
tedi anche t, SI, 

ì. Cina quel torio inoltro ci' * iuia,in« 
della frodo. 

a, arritb I* tuta e 'l omlu, poto a riro, 
noi* eolia rifa I* tetta a il butto, iflia- 
cha I l'unii potettero montargli lopn. 

10. farcia d'aom oiuilo. parchi la froda, 
* meelio insinuarli urli aniuiu altrui * 
cuoprire l' Inganno, ritte la icmbianr* 



no 






Tanto benigna avea di fuor la pelle; 
E d' un serpente tutto l' altro fu.ito. 



Duo branchi; 



pile 



'«celli: ; 
JjO dosso e 1 petto ed ambedue le costo 
Dipinte avea di nodi o di roteilo. 

Con più color sommesse e soprapporito 
Non fèr mai in drappo Tartari né Turchi, 
Né fur tai tele per Aracne imposte. 

Come talvolta stanno a riva i burchi, 
Che parte sono in acqua e parte in forra; 
E come la tra li Tedeschi lnnhi 

Lo bevoro s'assetta a far sua guerra; 
Cosi la fiera pessima si stava 
Su l' orlo che di pietra il sabbion serra. 

Nel vano tutta sua coda guizzava. 
Torcendo in su In venenosa forca, 
Ch'a guisa di scorpion la punta armava. 

Lo Duca disse: Or convien che si torca 
La nostra via un poco infino a quella 
Destia malvagia, che cola si corca. 

Però scendemmo alla destra mammella, 
E dieci passi femmo in su lo stremo, 
Per ben causar In rena e In fiammella: 

E quando noi a lei venuti senio, 



13. I' altro /■«lo, Il rollante del corpo. 
Siccome la frodo poi rleno ufi' Inganni, 
coil Dani* I* (ìf lira con fuito di urpimtt- 
— Vuoili per alcuno, «ho in Ucriono ni 
figurilo quel Goti lolmo, mandilo da Carlo 
di Vaio» ainbaieialorain Fimnir • ih mi 
• fili il Compitai, Cronica, lib. II. 

1}. piloti in /■■ l'amili, peloso Uno allo 
MCello, fino alla carili «olio la parlo 
■upiirioro delle branche, o lampa. 

18. di «odi, annodamenti di fune, e ili 
rotell». e di leudl rotondi. I nodi «Igni - 
deano li'' totlloppl ii kI' inganni, con clm 
la frodo atr ■■■>'•• altrui; gli teudi «uni- 
ficano lo difeso, con che ella cuopro lo 
trial* opero lue. 

«6, VI. Nò I Tartari, Di i Turchi, cho 
tono il abili noi far drappi, fecero mai 
In un drappo tommoiio o loprappoito 
tini lauti ciliari. — Sojirappoifa o il ri- 
fllto, Tilloio dol drappo ; ivnimrrja nu 
e il contrario, cioè 11 parte ebe soggiace. 

18. per Arami Impelli, cine, prudi lui 
telalo da Aracne. celebre letiltrlco di Li- 
dia, che fu da l'iliade cangiala lo ragno. 




49 »«k»i o r.rcAielli. piccola 1 
a remi 

11, Ira II mirica!, lungo il 
— IvrcAI, golotiobaiilori, dal lai lari». 

tintiti. 

•SI. lo fivim, il niinrn, l'aiiwra a fir 
tuo ourrra. li accomoda ■ il atteggia tur 
dar la «accia ai peicl ; tlamlo coi carpo 
•ulla ma, « colla coda nell'i, 
(ri-ero, inni antiquata. 

24. Collimici o intendi: Soli" orlo, «4 
argine di pietra, il qualo terra, a cir- 
conda, Il tahitana, la landa amato. 
Vedi cinto XVIII, ■ 

80. la tim™ (ori*, la «lanosa cada 
hif.irc.ila. 

SU, 33. or eoaele» r»e il rerca la •»■ 
lira via «a poto, ora convieni! chi tic* 
ciiimo un poco il cammino, ftodioio al- 
cuni patti a delira oc. 

SI. iilladrilrananaiiila.il deliro 1U« 

33, SS. E facemmo dieci patti MIT*- 
•tremiti dr 11' argina loddelto. par ipraav 
aar Inni la rana infuocala • la risina 
cadi-nli. 




canto prcraorerrtHO. 

Poco più oltre roggio in cn li rena 
Genia seder, propinqua al luogo Boemo. 

Quivi '1 Maestro: Àeeiocchò tutta piena 
Esperienza d'esto giron porli. 
Mi disse, or va', e vedi la lor mena. 

Li tuoi ragionamenti sien la orli: 
Mentre ebo tomi, parlerò con questa. 
Che no conceda i suoi omeri forti. 

Cosi ancor su per U strema testa 
Di quel settimo cerchio, tutto solo 
Andai, ove sede* la gente mesto. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: 
Di qua, di li soccorresti con le mani 
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di «tato i cani 
Or col ceffo, or col pie, quando son morsi 
da pulci, o da mosche, o da tafani. 

Poi che nel viso a' dotti gli occhi porsi, 
Ne' quali il doloroso fuoco casca, 
Non ne conobbi -alcun ; ma io m' accorsi 

Qm dal collo a ciascun pendea una tasca, 
Ch'area certo colore e certo segno; 
E quindi par die '1 loro occhio si pasca. 

E com' io riguardando fra lor regno, 
In un» borsa gialla vidi azzurro, 
Che di lione avea faccia e contegno. 

Poi procedendo di mio sguardo il curro, 



;; 



> pnyfaf M *l '«ero unte, proiilma 

i ftraf.aa iftfirtalf., al inoro mulo 

«*• *• patto. Gli sussi iUr.no nlllml 

-il • rotila, ni sii > frod». perebt 

'sulla d atcMUao scila salar* d.l 

*» i nert i. 

■.UH» mr*s. I* toro (omJiiIos* t 
Salai- Cosi al esalo HIT ■ . io, . Di 
«sjraal ti il divaria smm. • 
M, H parlar» r*% (aula, ria « reo- 
■Si I nM li ailll ferii, l'arido r. | 
MtSMtts, a/torbl d eooctda di salirà 
Ritmimi spallo 

SI Oarar n f*r U ifrmi l'ili, cine 
•sTsMnaa. alitata, pitta Ai 
asÉa» «arrhlo. PI» «arar pe* moitra- 
• ■ tira fll tintalo la altra parli Ji 
•ss. 

* u arala •wla.Soa quia I «il murai, 
**aaU coatro I" ari.. 
hi lor aaaia. Il Iota pUala. 



VI. leecorrco», rorraoo lolla pir far 
riparo. 

48. «' topori. alla fiamma OSOSstf, 
icualoadol* ; al caldo naia, ali 
inftior.au. imiinTitndnla 

S». «Il oceai porri, driual ili c .r, M 

SS. »«o tali* co. intonili I' m, 
loro famitlia col colon o I IS|al 
rli un, falla in formi non ili uno «erodo, 
ms di una boria. Ingagnot» modo per 
dir* a e onoiccro quei dannali unii Ionio 
discorso, 

JJ. ri pitico, prenda .1 i I .■ 1 1 .. . Mirando 
con diletto lo borio, moiirano Inltora 
iiucrsmcnlo al dinaro. 

se, 0: I armo della famiglia 

fiorentina da' GlanDjliiiii, ebo porlaia 
un Itone arnirrn In campo sullo. — eoa- 
araao. allo. 

61. di «la ijuardo II carro, dot lo 
KOrriBMDlo do' miei occhi. 



149 




Vidinc un'altro, più cho sangue, rossa 
Mostraro mi' oca bianca più che burro. 
ni, che d'una scrofa azzurra o grossa 
Segnato avea lo suo sacchetto bianco, 
Mi disse: Clio l'ai tu in questa fossa? 

Or t« ne va' : e perchè sa' vivo auco, 
Sappi che 1 mio vicin Vitaliano 
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 

Con questi Fiorenti» so» Padovano, 
Che spesse fiate ni' intronali gli orecchi, 
Gridando: Veglia il cavalier sovrano, 

Cho recherà la tasca co' tre becchi : 
Quindi storse la bocca, o di fuor traggo 
La lingua, come bue che il naso lecchi. 

Ed io, temendo noi più star crucciasse 
Lui, che di poco star m' avea ammonito, 
Tornaiini indietro dall' animo lasse. 

Trovai lo Duca mio, eh' era «alito 
Già sulla groppa del fiero animale; 
E disse a me: Or sii forte ed ardito; 

Ornai si scende per siffatte scalo: 
Monta dinanzi; ch'io voglio esser mezzo, 
Sì che la coda non possa far male. 

Quale colui eh' è si prosso al riprezzo 



Gì, GJ. Quella * l'arme dell* fiorentina 
Il desìi Ubbriaci», che portata 
uu' oca bianca io campo rouu. 

lina ii-rufa cruna. Olili una 

troia (randa, di colore anurro, in campo 

bianco, (ormata l'aro» deli» famiglia 

Scrolloni di Padova. 

«6. C»« fi l»? che bai lu che tal 

©?. e perca» »»' "«' ««ce. e perche e»- 

tendo lu ancora tuo, puoi raccontar» al 

iu i h in li narro. 

ta, a». Sappi che Vitaliano del Dente. 

che alata di «aia «Icloo a mo, lederà, 

merlo ebe eia, qui preno al mio lato 

■tolsi» 

lu le ebe eoo Padovano ito con quo. 
•ti fiorentini . I « ipir ito chi parla e III- 
lialiln Simulai. 

ti. H ceealur «oofeao, dolio Ironica- 
nette. Quelli e m Giovanni BuiemonU, 
catalier fiurvnlinD, il più grande murali) 
di quo" tempi La tua arme il compone- 
va di tre rotici di uccello, K poiché la 
fece irceli può algoillcar» roiln d' uc- 



celli o capri, altri crrdo che capri i 
qui il lignificato di della eoe». Ma il I 
ai » ebe ne|ll antichi DOitri Trio 
1' armo di; lluiainonli vtdpil con tre I 
(rostri) di aquila. 

li. 13. Lo ilorcer la bocca.» tra.- 1 
la lingua rum. pur leccare, é un i 
alt" ini).. no di colui, cho loda p»r inala 

76. Itmlnio noi. 000 il. pi* star »»*»- 
cianf t»(, cioè temendo ebe II tratle- 
ii. lini di pib non irritati» Virgilio, M. 

1». Me ne tornai indietro, alloalaus- 
doml da quel)' anime adalleaU dal eoa 
linuo agitar drlJ* mani. 

«a. Ornai ri iceae» ser il fair» mi», 
ciò» Gerlooe ora, poi Anteo cardo XXXI. 
». tao • t'g.) , e finalmente Loclfcf» 
(canto XXXIV, ». TO-M.) 

10. 84. Perchè lo toglio eater di l 
cosicché la coda della betlta Don | 
far male a te. — Tra l' uomo • la i 
ci pone la acii-nxa morale. 

SS. rler«»«e, ribreuo, britidon, 
produco r acccuo della febbre quarta 



CASTO DEGMOSCTTIUO. 

Dell* quartana, e' ha già l' unghie smorte, 

Y. triciua lutto, pur guardando il rezzo; 
Tal divcnn'io allo parole pòrto: 

Ma vergogna mi fèr lo sue minacce, 

Che innanzi a buon signor fa «erro forte. 
Io m'assettai iu su quelle spallucce: 
'■olii dir, ma In voce non Tenne, 

Coin'io credati la che tu in'abbracce. 
Ma caso, ebo altra volta mi sovvenne 

Ad altro forte, torto cb' io montai, 

Con le braccia m'avvinse e ini sostenne: 
E diane: Gerion, muoriti ornai: 

Le ruote larghe, o lo scender tisi poco; 

Penìa 1* nuova soma che tu bai. 
Come hi navicella esce di loco 

lo dietro in dietro, ai quindi ai tolse: 

E poi ch'ai tutto si senti a giuoco, 
Dov'era '1 petto, la coda rivolse; 

E quella tei», coni" anguilla, mosse, 
u le branche l'aere a sé raccolae. 
Maggior paura non credo che fosse, 

Quando Fetonte abbandonò gli freni, 



US 



v> 



100 



105 



fi »er jwnUWi il rtttt. solamente 
fnriìafe. il mio guardar» li fretta 
*»sti. — lese» o frisse, dal lai. tarli. 
*•«*•«». limile* I. istlealli 

<n • atri dille t lanta, « per ritmilo 
»» r mira iinu rinftvKaU dal r»ntn. 

ai ffté. participio d* purjrrr. r.liu 
•*•»» ticaifo di'». 

W. Ib *»r**fu *«. (jai lutilo mol faro 
tmlmt <*• di Virgiliu rea runprorn 
n» M |«*o tintore, « clic di ciò ubi» 
fOt Trrfo g na, eli» tuoi renderà forte 
' arrr» itami a frano • raloruto al- 

H. n UUnal : »rfll diro coti- IV ebo 
kt'ibinni ; au U toc* n'Ha paura 
InUra. com' io credetti dir 



* La (rase al nmni ad olir* forni. 
' I» « rn Interpretarla «. i»h«m od 
•Ho farla»»», p«s~.|lÌMo incontro (e 
iWw s#r /*rla*«M. «m* Iih». non manca 
« MM i ij. oirrro prender la foce (aiti 
X atirfbio, « coD|iu(>rU alla parole 
■'axalaat.' ma aotbr la quello rnodn 
stM(B aoUlnUbiere *rtijll»o mcoulro, 
ti turi* alla toc* «li" 
* U ratto Ur<a<, I firi ii«uj larghi, 



* lo ittarfe» 111 «eco, • la di». 
Ionia. - Oriooo. re di Spagna, fingono 
i Ini '.i aicr mule, Ire corpi, ed retar* 
alalo aalulittimo; il porebo, fui; 

bols» della frodo, • pollo dal Poeti a 
guardia dell' oliato «renio dai frodo- 
Unti. iJalit.i, Iva 1 fiiilmlli in altrui punr 
I Centauri, tra i tmcidl le Arpie, a qnaai 
patiagglotra l'alto Inforno* Dito Fleclat; 
dalli erotici ai rklenli il JlinolaorO! e 
qui dai riolr.nLi ai frodoltinli Corion*. 

99. Poma ebe Iu bai In tulli nbltM 
una «moro tomo, do* un corpo viro. 

100 Compie la tltnililudin* dei v. », 
9*1» 

IO) «i fili o «1*0(0. Diteti ebo l'oc- 
oello è ■ fluoro, quando e in luogo il 
aporto, cb* può tol|nrii otunqua tuoi*, 

• liberaiuenlo «parlari. 

tot. <«■' aagm'lla. stilandola tpediti 
mente com' aniuilla, 

10.1. K Ma U branebo rattalti a •• 
l'aria, comò fa quelli cbt nuota Ila 
dello nell'altro canto r. Ul: • Venir 
ii. .t. ni. io una l'unirà in iumi « 

le*,, I0T. I.mlruixi • M It CtodO Cb* 

maggior paura fotte In Feloni*, quando 
egli te. • 



144 dell' istebso 

Por cho '1 cicl, com' appare ancor, si cosse; 

Ne quando Icaro misero le reni 
Seni! spennar MT U scaldata cera, 
laidando 1 padro a lui: Mala via tieni; 

Clic fu la mia, quando vidi eh' i' era 
Noll'acr d'ogni parti--, r vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della fiera. 

Ella sen va notando lenta In 
Ruota • i . ina non me n' accorgo, 

Se non eh' al riso e di sotto mi venta. 

I'sentia già dalla man destra il gorgo 
Far sotto noi un orribile stroscio; 
Per che con gli occhi in giù La testa sporgo. 

Allor fa' io più timido allo scoscio; 
Perocch' io vidi fuochi e sentii pianti, 
Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 

E vidi poi, che noi vedea davanti. 
Lo scender e '1 girar, per li gran mali 
Che 8' appressavan da diversi canti. 

Como 'l falcon, eh' è stato assai sull' ali, 
Che, senza veder logoro od uccello, 
F* diro al falconiere: Oimò tu cali; 

Discende lasso, ondo si mosse snello. 



119 






1!» 



108. l'or la qual coti 11 ciclo, comò 
apparite* tuttora, retto abbruciato dal- 
l' «ccetiivo calore. — E Involi elio I* Ti* 
liti» il formati* quando 11 carro del 
iolo. mal guidilo ,ji fellonie, arie quelli 
pari* del cielo. 

ih. i.nJ.mJo ■ lui il padre iuo Do- 
dalo : Tu tieni uni cattiva nudi, poiché 
voli tropp' .ilio. u.>ppo vicino il iole. 
Gridando, gridante, obi. anoloto- 

113. C»e f <•> «'•■ di quello eh" tu li 
Il riferiteli i mailer paura del 
v. 106. 

113, Ili. «Idi incuta 00*1 veduta ce , 
Cloe, ogni con elio dittili mi Sri vixi- 
liilc, mi li loco iniiiibllo, fuoil che U 

■in 

HC>. ma noi me l'accorgo. Chi «Il verniti» 
J— 1 1 ilio per lo ittin mi» dell'ina, non 
vedo coti alcuni Intorno a ti, o non ti 
accorse di calare, io non perche tento 
di tollo la reuiUota doli' aria, eli' «gli 
viene a mano i mino rompendo. Ciò è 
cani piatita digli aoreooaotl. 

Iti. avi ©tela, mi toflia, él efeo, per 
il ruotare. < di ielle, per la «rendere. 



US. «orno, A profondili d' acqua; « 
qui fium lUiui'iilu per r logelonle elle gif 
cadeva. 

119. tiroide, ttrcpiio che fa I' acqua, 
«dente da allo. 

111. piti Umide afta «coinè, pici pti. 
roto d' allargar la coim, di non «tirar 
beno lo coico. o coti precipitare. aVome, 
la licito che iioi<lu*e»lo, 

1JS. furio eil rnreeeeio, mi rlttriafa 
terrando lo cotco in tulli la loro aaa- 
gbeira. 

Iti IStf. E poi m' accorti .'solete atta 
ino n' «ri accorta prima) dalla go n fi c i 
e dol rotearo eh" lo faceva; • iti n' le- 
eoni, per li gran mali (lo grida de' to- 
nili, il fi loro dell» bolgia e<.) che in 
vicinavano da vari lati. 

12*. tiara vi.lrr lejoeo ed •cetile, ci»* 
i due. tenta aipi Ilare J et ter nchu- 
malo, o il' aver fallo preda — Il Joger* 
* un richiamo del falcona venatoria: a 
fitto di penno a modo d* oo' ala. o •al- 
l' aggirarlo mole il falconiere rieVimr* 
il falcone. 

150-139 DUecndo tUnco i qne) lo»g- 




CASTO MCMOTTAVO. 

r cento raot«\ o da lungi ri poni» 
Dal mio maestro, disdegnoso e fello; 
Cosi do pone al fondo Gerlone, 
A pie a piò della «tagliata rocca; 
-«arcati? I DUO, 

Si dileguò, come da corda cocca. 






m 



*■*» il mh u*V*. tuttofo cento gi- 
nra>>; tcotrtccialo • oatcnu il 
lag. «al IiIhmi", eh* 1« in.mieilr tì. 
Hi l pi • »il *"* téafltota rorr* oc. 
« Sai) M fatile, all'citrtaiU drll» 



koicci» roccia, dello iriiKoio proclpiflo. 

IM óitiattaU. <f ■-, . 

iStì come da corda ree: .. 
dall' ar- l tirali, \i pule pel 

lisaddocli*, 



CANTO DECIMOTTAYO. 



INetl aelT ettaro Cercalo, detto «aloloi**. eV» diri» In dieci gironi een- 
•Mrid: b ibKW «Vacali, coltrai» Bolge, * riunite hi ipeele 

*■» MtBa telgU Meo dl'demonii lineiti • colpi di .Ululo i • dulluii di .lumi i 

■r atte restio W «Urei : e fri di *e*l wde Unto Toncdloo C«« unilnko e Gia- 
re». Xab ee»i»ie giacciono nelle elerco gli addatorl, * (re eeei redo Aleni v tn- 
• Talàe. 



Luogo i in Inferno dotto Maleliolge, 
Tutto di pietra o di color ferrigno, 

iiiit, che d' intorno '1 volge. 

Nel dritto mezzo del campo maligno 
Vaneggia nn ponzo assai largo e profondo, 
Di coi suo luogo diccrò l' ordigno. 

Quel cinghio, ohe rimane, adunque è tondo, 
Tra'l pozzo o '1 piò dall'alta ripa dura; 
Ed La distinto in dieci valli il fondo. 



M| 



I. aeiik.'ve. parola eeaipoiU. 
Baie. <„• 
V Coen U ripa che lo 

i efal intimi, Il miri d 
jj« Il peno, 5-1 ij. il 
Baci i . li Canio aolec ». lì, 

k lev • tt(. 

r&eueiel cinipi n 



• nodi itine arali. -: 
I h. dol 



•ni. unto 

1 l.u it :i Ui II latino Ilei. 

* aipUluL» d ninfe il rei rane, il inu 



. e*e l.ofj dicrri I er<»je.j. dir». 
«Pan*. » «io lue.'" la for- 

6i - hi Icego. naodt lallao, eoo loco. 

'. » CoeUn.ui IJuel c»i(bloadon<iiie . 



tu rimino tri il pone • il 
piede dell' illi e pletroia ripa, è lamio, 
.ndo «computilo In 
d.ocl itili, luoihi chimi de irritai o ba- 
iai lai. tjll.m. Il looco fai Si 
bantu iitnuaginaln, elio IVina I ulliro 

. I il randa fi i largo i arefataa 

! I ìu.-. le «(Il o (alalo tulio «pollo 
ir. i.iureio /ondo, di' « circolar* 

i laonc diro coti i ■ 

meglio Ialite, AV un cappello ime» ri» 
... Mi ino li r I meno uo allro peno 
oro è la decima parte 
di quei Uooteo fondo inoltre 

* difilato in dieci fona circolari argi- 
nale l|U»ii circonrallaiionl; o foncealn- 
clic, che il Porla chiama iioloc. quali 
•in» o «telai; lo ciascuna delle quali 



1(6 "isrjrnxo 

Quale, dove per guardia delle mura 
Più e più fossi cingon li castelli. 
La parte dov'ei son, rende figura; 

Tuie iiiiagÌM ijiiivi EUMB fjtulli: 

E come a tai fortezze, da'lor sogli 
Alla ripa di fuor son ponticelli; 

Cosi da imo della roccia scogli 

Mnvien, che ricidean gli argini o i fossi 
Infino al pozzo, eh' i tronca • raccògli. 

In questo luogo, dalla schiena scossi 
Dì Gerita, trovammoei; e 'l Poeta 
Tenne a sinistra, ed io dietro mi mosto. 

Alla man destra vidi nuova piòta, 
Nuovi tormenti e nuovi l'nnlatori, 
Di che la prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erano ignudi i peccatori: 
Dal mezzo in qua ci venian verso 1 volto ; 
Di là con noi, ma con passi maggiori. 

Come i Roman, por l'esercito molto, 
L'anno del giubbileo, su per lo ponto 
Hanno a passar la gcnto modo tolto; 

è ponila un» «porlo di froilnlenti l.a 
pietra, il color forrlrno, I» profonditi 
delle holgt rapprotenlano la dnrerra del 
cnorr o lo cupo arti de' frodolcnu, tki 
frofumditatH Satama rooaoterukf (Apo- 
eali»te|. 

-muri- Onale flror» rende, 
pretonla allo amianto, quella parlo di 
tcrreoo, doro por cuilorila dell 
lon rari foni eho oioioac N nielli; 

UU iniapnn preicnlafami quiii. m r|Ml 
luogo, quei valli. I piti Irtjono, la poef* 
dot' ri io« rendo» aiV»m, ma | 
errili I Mt» «.nehe nel Conni», Tr. IV. 
f, lift Danto lo aleno modo, dicendo : 
• Tolto cuopro la novo, e rrndr una finora 
pari*, il ebt d'alcuno tennero 

trattelo non l) vnl • 

14-18. Coilrulicl od Intendi: K corno 
dallo »o»lio dolio porlo ili I di 
ti ionn etri ponti rho tanno tino alla 
ripa eatarna dilla foiaata; coi! dal tatto 
della plolroia balia procederino i 
«o(ii"H ponti, ehi Mtnr«ruTU<) f H 
ar|lni • U Imito inaino al poitn centralo, 
cu» Il tronca e li rateatilo; comò II 
motto d'una moti raecoelie I trnnri i 
rolli, iho Biiotono dalla orrinfrrrnta. 
interno. XXIII, r ir.,, 08: .Un iiaao 



che dalla gran cercliia Si muore * rare» 
tutti I lattai fori. • — Soffi per foglie. 
- C'è i. | abbiamo altro Tolto 

notato. Barelli, ili racco', fli racco*, 
dall' antico raccorrò per raccogliere. 

IO. eroeii, (monlill. 

il. a il. nere. Solili dlrtilon dei 

Posti wesete» Otto n i o m roH» t 

tormenti mai. 

C onori, di nooia tpeeie. 

:i r,p!,t.i. rsCS '-.'.'». rlfOtM. 

taì, -iT. S Irfttflral la prima bolgia I 
dulia In duo parli por una lima i 
lare o In quello due parli udita 
ri, ri ■ sol hi .rio J 

altri Quelli dir 'annn imo i}S*4i, aereo 
i ceduttorl di donno por conto attrai, ciao 
i lenoni; quelli rbo tolti» loro II dora*, 
e procedono nella iteiaa direno** da' 
rotti, ma con patii piti coltri, atavo i 
■(dottori per ronlo proprio. 

*•- per I' «renio tacila, por il (TU 
popolo accortovi. 

». IO V e««« del «Io/Uree, nel 1300. 
*y per lo poatr ili Cattai tasi" Angelo, 
ifaoao nede Iella, hanno provi troTtotà- 
rnento. — Bonif.mo Vili foco di 
prr In lunio il punte di Coito! itavi' Aa* 
l«lo eoa uno ipartimtnlo.o con «jnetl'l 



M dai 

reni. 

rio 1(11 



CASTO DECTMOTTAVO. 147 

Che dall' un lato tutti hanno In fronte 

Verso 1 castello, o vanno a Sauto Pietro, 

Dall'altra sponda vanno verso '1 monte: 
Dì qua, di là, su per lo sasso tetro 

Vidi dimon cornuti con (Tran forze, * 

Cbe li battean crudelmente di retro. 
Ali come fàccan lor levar lo berne 

Alle prime percosse! e giù nessuno 

Le seconde aspettava, né le terze. 
Mentr io andava, gli ocelli miei i ** 

Faro scontrali; ed io si tosto dissi: 

Già di veder costui non son digiuno. 
Perciò a figurarlo gli occhi affìssi: 

E '1 dolco Duca mio si si ristette, 

Ed assenti ch'alquanto indietro <.•-. ** 

E <|acl frustato colar si credette, 

Bastando '1 viso ; ma poco gli valse. 

Ch'io diasi: tu, die l'occhio a terra gette, 
Se le faxion che porti non son filse, 

Venedico se' tu Cacriauirnieo : ■* 

Uà che ti mena a *i pungenti salsa? 
Ed egli a me: Mal volcntier lo dico; 

Ma sforzami la tua chiara favella. 

Che mi fa sovvenir del mondo antico. 
Io fai colui che la Girinola bella 

Condussi a far la voglia del marchese, 

Come che suoni la sconcia novella. 



j y* * *' dall'una parto del ponlo pat- 

"•"IKlli cho aadartaVM i Sm Pitta 

1 Mll ilin quelli eoe ne tornatano. SD- 

*•*•': lo.ocoo'al' 

"•fa, I! • lino. 

.** •• Ut Io Milo biro, au pur lo fonda 

r**u» di «olor o»ro. 

"• W«r le ttrtt elrar lo bare», «Jla- 
m "* armar*, i inlrrprol» 

'•'">•»*•■»«. • quoto può tur*: altri 
***|e»ta per Mfoirlr, n>> quello non ita. 
' la ■ *• fiir» tCVStaM, doé ti 
"■Varno la ano di quii peee.il 

* !•!.: aoa * U prl Ile redo 

"•«*; pariti d iiir'.i nàuta allr.i rolla. 

O. art i-iararl», per raffirurarlo, per 

•Man 

•«.»(. <»r Canal» a Urr* triti, 

'•trUaba-ani «li acati a t«ra. fa la 
*•»»» rie par», te) la (aliali» eli. lui. 
*■> rat (un, mi hdo fallaci. 



50. ftmftl farrlaaleiire bolORneio, 
per aridi* di denaro indirne una iu> 
sorella, chiamati la Mia Giliola, ad 
appagare le rotilo .IH nrcbaM ubinoli 

Il Ferrara. 

51. Intendi: ma quii peccato U ha 
condotto ad un Inoro di n tipi 
pilli? Lo Sali» erano un liioso Incoile 
fuori Porla tan jl.vumolo <lt linlugna, 
ote al fruitarano i lenoni. >i pai 
altri malfattori, • n jetlaaaoo 

itogli tCOBUlcell K pirlaiulo -ì : 
Ingo»»» ben li >il«o il Poeta Ji quella 
timiliiudinc. 

SS. JI., I tuo pirlarr frinr • 

!•>. — rauira 'aer.'.'a. lonon o ooo 

fiora ni alilo come la neutri Altri r»' % r 

eAiara lavilla Intendo la ira,;»* irofiaaa. 

57. Comunque «i tMCttttl li turpe 00- 
■» fri»* apparite» eh» B 
fitto raccoutaiail in pi» modi. 



11S Diti.' IKFKRXO 

1'". non pur io qui piango bolognese; 
Anzi n' è questo luogo tanto pieno. 
Che tonte lingue non son ora appreso 

A dicor sipa, tra Savona e '1 Reno: 
E se di ciò vuoi fede, o testimonio, 
Recati a mente il nostro avaro seno. 

Così parlando il percosse un demonio 
Di ' sua Kcuriadn, e disse: Via, 
Ruflian. qui non son femmine da conio. 

10 mi raggiunsi con la Scorta mia: 
Poscia con pochi passi divenimmo 
Dovo uno scoglio della ripa uscio. 

Assai leggeramente quel salimmo; 
E, volti a destra sopra la sua scheggia, 
1>;i quelle cerchie eterno ci partimmo. 

Quando noi fummo la, dov'ei vaneggi* 
Di sotto, per dar passo agli sferzati. 
Lo Duca disse: Attendi, e fa' che feggia 

Lo viso in te di quest' altri mul nati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia, 
Perocché son con noi insieme andati. 

Dal vecchio ponte guardavara la traccia, 
Che venia verso noi dall' altra banda, 
E che la ferza fiimilnvjute caccio. 

11 buon Maestro, senza mia dimanda, 
Ali disse: Guarda quel grande, che Tiene» 



St- S non »»' lo tologarw, non mi» 
»o bol0|B0O< , gnl piango, lui LfttVQ <|Ui a 

ira, 

CO. 01. Cbo Unto linjiro non son ora 
mtfriH, ammar-slrale a dir »lpa in qurl 
paese ila provincia bolognese) che i- po- 
llo tra I fiumi Savena e Nono. Sina o ttptj 
,« lo pronuoiiano «i no, numi il crii So» 
DCOtl) « 1* parlicnlia affermativa 
iln'lli.loirni'.i. Insonnia iuoI diro, che 
non iod unii I bolognesi che oggi vivono 
r parlami il proprio dialetto nolla laro 
citta, quanti tono 1 Bolognesi ia quella 
bulti» dannali por lenocinlo. 

03 U nonni ai-aro imo, la notlra tvi- 
diii di dinaro. 

GS. «c.'ioJa. sudilo di cuoio, dal lat. 

(hi /rm«iin« ila codio, fciiimiiir ili ino 
OiU, o da farvi sopra moncU. 
«a. d-i;.-.i"»o. per icniinruo, giungemmo. 



a. nkoffto, I ispido dono dello sof 
flio. 

79. ^ool diro elio lasciarono il tao»' 
mino circolare, cb» fin allora av.m filler- - 
• preocro a andare Lo lineai 
ponto in poulo, dalla cireooferco» »' 
contro. 

15. do»' «I ooneoghs Pi ..Ilo, doro I» 
[.oiii.-. il rotto «ciglio, apro al di MUO** 
il ano vacuo. 

;S, 16 Alititi. solTermati ; panili ut» 
modo, elio ferisco In te, si scontri lo W • 
In sguardo di questi «Uri mal nati. ■""" 
frogia, da reggere, 'rrlr», lo abbila» o* _ 
lalo anch' altrove 

74. ivri.rc.lij son finora anditi ooll * 
•lotta dirottano dir B | 

.9. tecclio posi». Infoino, culo XI' • 
». 44: OKrAia rivelo. U 'faceta, la *»*(-• 
fila. 

«I. coccio, pone In fuga. 




...' DEC1M0TTAT0. 

E per dolor non pn a xpanda: 

Quanto aspetto reale ancor ritiene! 
Quegli è Giruon, elio per cuore e per «enno 
Li Coki mton privati fene. 

Egli panò per l' isola di Le imo, 
Poi che l'ardite fam&ma spi at a la 
Tutti li nascili loro a morte dieitno. 

oon parola ornato 
bufile ingannò, la giovinetta, 
Che prima l'altro arca tutte ingannate. 

Luciolln quivi gravida e toletta. 
Tal colpa a tal Ini condanna; 

Ed anche di Medea ai fa vendetta. 

Con lui »en va. chi d:i tal parta inganna: 
E questo basti della prima valle 
Sa]:- ' che in ai axsamia. 

va lo «trotto calle 
Coi. secondo a'!ttoroe!oeUa, 

E fa di quello ad on nltr'arco spalle. 

Quindi sentimmo gente, clic si nicchia 

altra bolgia, e che col muso sbuffa, 
E se medesima con 1« palme picchia. 

Lo ripe eran grommate d'una muffa, 



119 



M 



100 






Il t [n qu«1o 4l(m i 
firn, i <u ipiT<» una li 

!"•«. - Tosi ttf «Idear» c!i« ( 

* twi%t, «rtaript irete. Bel 
**aa »s« l«m I jioK 

•Un», li«ni ! i ni.. 

Sa* feaitorft «re» li-suoilo lo 6iniio 



* culi 
N««fi 



■0. di 






<M(iuril« oi u 
kkjndoaaU luti' i, fi-inft 
. ileo ptt tir In 
Ito d'oro. 

. il' mirino 11 
MltBd'iicri.t -w il 4- *.'., r;„- i,\. Imi 
.ilo. o 

l*fSh» a v 

ìm uà Uri.» i*j 

MttMl di ll.Jrj • or' Ir wt eri 

•M Orni* : ile, U quile 

blMla |«rl [<-r Ir «usici» »,r II del li 

.IUPl«BO'l<iU»>» MllQ 

lauto» étlìi vxr» \ 

• ■ iroiàB* aeill ' 

I* " 

, fitta «cauri «omini : 



ijuWarr, |irrtlii ueeiwro I putrì « i Bariti. 

9> La quila «>ei dapprima immollo 

I lima, dando loro a er«d»re 

V.i.i liiMinloto 

pia <Ji lliceo. I" «iuli. ; 
96. tv a«r«t di 1/r.lM. ed inebo dot- 

ii -in' lii.Honij foco ni Urica, 

•7. Con lui. cioè con GÌUOOI li M 
li rAi iiu hi r«'lc 1»;mm, chi Inganna 
por lai u.odo, Mio a dire por (ilio pro- 
ut». 
:".i. ninnili fall iirl«g« eol(« unii, 
qui pur i iciifor» urrà, raccbiode. lor- 
■CTilam 
ino -I (ri. Già cr«««mo liddove i 

i'l poni! a' io 
•judo argino, o di quello I» 
i poi t lo. ad un »ln 
lirn iuli' argino Ureo. 
1UJ.jfnl«.-SriinicrAiil|>uilll£nlDr»rolt« 
drah* o ilo t/rminit. Altri «piega «I r««- 
laar.r» Coletta «#•(> lono (li aduliloii. 
loi. col man i6»j;«. perdio imi Dilli 
altra*. 

106 granato, incrnUte, nm U U 
frullìi nullo bulli. 

IO 




150 pii.i.'isriauM) 

Per l' alito di giù eho tì a' appasta, 
Chfl con gli occhi o col nato fiacca zuffa. 

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta 

L' occliio a veder, senza montare ul dosso 
Dell' arco, ovo lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffata in uno sterco, 
Che dagli uman privati parca mosso. 

E ni' "'"• 'I' io laggiù con l'occhio cerco, 
Vidi un col capo si di merda lordo. 
Che dod parea s' era laico o cherco. 

Quei mi sgridò : Perchè Be' tu si ingordo 
Di riguardar più me, che gli altri brutti? 
Ed io a lui: Perche, se ben ricordo, 

Già t'ho veduto co' capelli asciutti, 
E «e' Alessio Iuterminci ila Lucca; 
Però t'adocchio più che gli altri I 

Ed egli allor, battendosi la nuca: 

Quaggiù m' hanno sommerso lo lusinghe, 
Ond' io non ebbi mai la lingua stucca. 

Appresso ciò lo Duca: Fa' che pingbe. 
Mi disse, '1 viso un poco più avaute, 
SI che la faccia ben con gli occhi attingila 

Di quella sozza sci; 
Che là si graffia con l'unghie merdose, 
Ed or s' accoscia, ed ora ò in piedi stante. 

Tania è, la puttana, che risposo 



101, Pir r alilo iti flè t*l pi f' appaili. 
prr li dimi otalaiiooe che ilono J.l 
rondo. • elio, quii! ratta, ti allacci alla 
ripa, o argini latrili Julia liulaia). 

IO» Che rolla trial* rialaaiooo offen- 
Attx il naio • (Il occbl. 

III. ora lo inolio pi* «ornila, oi» lo 
■o ponte * pili prominente. Sol- 
tanto dal metta dal ponto 1' occhio potrà 
rinntrra fin larjiù; nienti* rlitoarjando 
MI' mi dodi arimi il rifilo limale 
andai» s ferirà non i! fondo, ma la 

■ponila nppmU tiri fono. 
III. (.'Ho talli ama» prirefi. ciò* dal 

cani ebo tono nel nostro mondo, pari*. 
atta», parca calalo lascio. 

in. I nr non ipiiriii, non poto» le- 
derai, io a-r» li eludici, o no. 

1». trulli. Imbrattali. 

491 Sfurio ia r et» l MOM, di nnliil fa 



mirlia liiri-h'ic. fn un rioeiodo tati 
re, ma Grandinino adulatore. 

!.. Il capo, per raodadi iprrcie. < 
min laholla IMI 

ICJ. fuiiao»», fal.o lodi data altra* | 
i lai 

I9G. (Urea, una. 

MI. /V cai p.r.>l*. fa' eia la i 
li di tplnsera. 

«2». ISO. 91 cha co;' 
i Mdrr« bono 1* lardi di quella I 
•capir HiU donnaccola. — alf.tal* * 4 
lai. alflaoire, cht «alo Merare. < 

151. IM. Si (lafrja.edoraiiporjai 
coite In terra, od ora iU in pitti. , 
il [panatala f di ifatrtala. 

155. I.a filili •]•!■ n mila * la I 

Irle* dell' diluito di Tenuto, alla < 
Truooe ino drudo aita, pai 
■ir, fall» pniinura la 



CASTO DECHIOKOXO. 



Al drudo suo, quando disse: Ilo io grasir 
Grandi appo te? Ansi maravigliose. 
E qninci sicin le nostre vinti? sazio. 



151 



1» 



itala», '■tendendo Tritona cbe Taidn 
!••■ mollo tradito II dono, «agliai ttro. 
lonaanda al molano, start 5rari.11 Tini» 
• i»i» — ratta li il menino. 

Qa*iU nipMU wppmi) Il l'orti limi 
•lata fatti cUTaidantitViima: il 1 
Ulf. quii* li imi farà da qnnlln animine 
tbe la Taida ti Sturami, il prrchft il min- 



iano non riferirà chi la parole di Taida. 
IS6. E di quinto abblam raduto In qua- 
•lo lenitalo loojo. i noitrj acci 
«ari — Su ad alcuno diipian . 
tucl « lo Immagini unto qui di IUnte. 
»oill» coniMenre di quanla africani» 
• Un .inno a rappreaanlara i rlli di qua- 
tta ipteil di peccatori 



CANTO DECIMONONO. 

WS» tana Bolgia, tal porrla dilla qmle- ai rìtroran ora I Ponti, itinno 1 aimnnlari, 
eaootttl Sa feti Attieni, tallo gamba in aria, lo «ni piante «on In-rolle da Damme. 
Tal ta te Diala ck. ano di qoel dannati aplogna pio fnrto dnjli .Uri. dxldet» par- 
itari U »t*t^ Vl^Ue Io peata di p«ao l^riu. I [lidi 
eaaa Oraini, lo rtarpraYar» afpnmonte del no peccato; a. quindi riportato da Vir- 
pila, ritoraa ad pania. 

Simon mago, o miseri seguaci. 

Che le coso di Dio, dio di boriiti! a 

Debbon essere «pose, « voi rapaci 
Per oro 6 per argento adulterate; 

Or eonvien ebo per voi suoni la tromba, s 

Perocché nella terza bolgia state. 
Già eravamo alla seguente toa 

Montati dello scoglio in quella parte, 

Ch' appunto sovra mezzo '1 fosso piomba. 
somma Sapienza, qusnt' e l' arte 10 

Cho mostri in cielo, io terra o noi mal mondo, 

£ quanto giusto tua Tirlù coraparte ! 
Io vidi per le coste, per lo fondo, 

montili In quella pirlc Mie aWflIM* 
li q'ialn ralla preeitamtnta a 
piombo lem il meno dal fino. Vetll 
canto XV11I. ». 109-111.— ra-' 
chiami I» boljt. perdio lon lopoluira 
dai dannati. 

11. «al «ondo, mondo malo, miliario, 
cioi arll' Inferno. 

19. ti quanto similmente li tua airlù. 
I Illa, eomjMf /», Ila 
bulica il bono a 11 malo, 1 pre^i a i ea- 
Hffhl 

15. »»• l« colf» Di qui •! d(l 
(Il arclnl dolio bolsi' I P' 01 »" 




*"• tea» »i<re fu detto inno»*. - O 
"intatta, lottlnttndt di lai. 
1 i- lU di «tarata IMI** nette ipott. 

•• «ateo nm conciante sili bontà 
*•»> tata» quello ek* tasjonn i 

por rat r.sal fa fro-M. che di 

H Citmi. fi té lnUt,i I 
■» ■tirali alla le; leitt bollii, mende 



US DSU.' ISTKTtSO 

Piena la piote* livida ài fui 

IV un largo tutti; e ciascuno era tondo. 
Non mi parean meno ampi, nò maggiori 

Che quei, elio son nel mio bel San Giovanni, 

IV.ii por luogo de' Lati 
L'un degli quali, ancor non 6 molt'anni, 

Rupp'io per un che dentro ••' annegava: 
tia suggcl, ch'ogni uomo sganni. 
Fuor dulia bocca a ciascun soverchiava 

IV un peccator li piedi, e delle gambe 

In fino al grosso ; e l' alt ro dentro slava. 
!.. piante erano a tutti acceso intrambe; 

Per che ol forto gutezavan le giunte, 

CI. : ian ritorto o strambe. 

Qual suole il fiammeggiar dello cose unto 

Muoversi pur su per PeetnzM buccia; 

Tal era li da' calcagni alle punte. 
Chi è colui, Maestro, che si cruccia, 

Guizzando più cho gli «Uri suoi consorti, 

DW IO, o cui più rossa fiamma succia? 



ho, ma inno a letteti <> Infialili) per 
modo, di» danno, «ebbene mille 
le, accosto ti rondo. 
ti. filtra MlMfcjdl 

Osale w\u. i I • ■lui!» di pioti» di 

color ferrigno. » 

15. />' uà largo tulli, tulli dona itasi» 
Urtimi». 

Ig. Falli ftr luogo di' talli: : ittrt, citi 
por luogo d» iljnl ) neerdoii bì 

.nodo noli» lolcnn» anmiiiiilii- 
iÌodo dui battesimo (il quale facciasi 
allora por immersione) coiranno con 
mena la lunghezza della persona in quei 
pozzetti, per esser plft piusiiuu » lulTare 
i Btmblal nlllt pari Mita, o non onero 

d..lla fiatai dd popolo opprmati. Altri 
leggono prr luojo di lattai 
di ballettalo!: o ipiogano falli per luoghi 
fa talli: tari. póleU Idicunci in quel 
pontili liti» aequj | 
p»lletlnio. so non altro, fuori do' tempi 
solenni. — Clio nil tempio di San tiiu- 
;- Itlorto I» follie bal- 
taiimile. fossero qujil.-o potzaUl, lodi 
cono i commentili" 

31. ti quatto eh' so dico, do* <h io 
ruppi il poltrito per talraia un fanciullo 
eh» dentro t' anneriva, uà llaUlo ui 
laslimooiinii che disinganni ogni uomo, 



■ eli imitili ch'io noi feci f«r diip 

dello cote ittK, o por itu cacio 

«3-31. I Itti della bum di catctul.. 

biataao. aiamivano, i pitta 4*1 

peccatore, e la parlo doli» gami» tal 

allo polpi', o il rimanente del corpo I 

slata dmlro, — Atiai conte uentemei 

ni terra o 

all' aria, coloro ebe lo tlU na i 
• Uo alla terra, nulla curaselo i 

dolo. 

03 a toril quei dannati erano i 
infranti, ambedue, te pitali. 
96. r< jivnfr. lo giunture, i Colli I 

..torti. lattati falli ili 
ail0ltl|liéli. stranie, l«[aau fatti 

eibe iDlr«clalo. 

SD. Muovimi ioli ni rota Ionio la i 
prtrlitio. 

IO. ila'<ei(ij«i sino olii fauste 
dita, cioè por tutta la pianta de' | 

31. t?uU:a»io, sjilando 1 pirdl. 
sorii, compilai uè Ila sitasi lori», 
dannali allo iUim iU|.|ili:io. 

SS. t l cui pltdi ini pili udtoU I 
ma nuda, ciò* n« altri» l' itraor». Il i 
lotta, fi- reni, perche rufiiur» i 
alni in dlgnili. • perdo di UHI 
reo. 



onero nra«i>xoso. 

Ed egli a me: Se tu vuoi eh' io ti porti 
Laggiù per quella ripa, che pia giace, 
D» lai saprai di nò o do' «noi ta 

Ed io: Tanto m'ò bel quanto a te piace: 
Tu eo' signore, e «ai eh' io non mi parto 
Dal tuo volere; e sai quel che si tace. 

Allor venimmo in cu l'argino quarto: 
Volgemmo e discendemmo a mano stanca 
Lagj gracchiato ed arto. 

E 1 buon Maestro ancor dalla sua anca 
mi dipose, (in mi giunse al rotto 
Di quei, che rì pingeva con la Sta 

qusl che se', eh* 'I <li su ticn di Rotto, 
Anima tristo, come pai commessa, 
Comincia' io a dir, so puoi, fa' motto. 

In stara conio '1 frate che confessa 
Lo perfido ossaasin, che, poi eh' è fitto, 
Richiama lui, per che la morto cessa. 

Ed ei gridò : So' tu già • 
Se' ta gi* costi ritto, Bonifazio? 



163 



ss 



40 



M 



40 



Ictrpi» fior*, tfh più bum del- 
'***, i«rci* pio, prowma al e«olro 

* n»«. torto ♦jer», peccali. 

•> > i w, w « cito, ni e irato. 

*• • wl tari fi» i. In i . i conoidi oini 
a* mtino aaKb* fumila no» t« la 
—■ V a l i eoa fi ' i ila \. •. i v 

A r«-f «< ■•«ria » qm! lo che lepl- 
* » irti» bolgia dalli quarta. 

*t VlffrMO, Ci volsrtnmo, a mciq 
*"i»im tinnir». Li tfBtltn è doti* 
"••*, porche, 1*»it ti» ilari r», opor» 
■•■dalla ginn. 

» ftratctiata. pieno di (ori, ili hurl.i. 
«•rtaiJil latino «'Clm:. Urlilo. Strillo 
'(lui» Mia tolfla. r.Tcl.f II predio 
afa tatto lo mU tal». 

r «aro * l' otto eh* iti ira il 
tata e lo coite. Inlcndi : « Il i.iion Slao- 
** tn al ««poir tal Basco, mlqualo 

•M al ntr.'", il», lincb», >i gmtii 
•troia, ni ebtx appronto il foro, alla 
1*0. ti (oli te. -.lui al ioli ani rolla 

t'ilio lo altre elio Vlreibo. Il follo 
fi «retto lo q»alna 
•*» valer» «ti corpo: • ciò t«rr« alla 
•ara* dal rotta. 
■ ala il !■!»;<»• (..'li fura, che ti 
i, ipu*ii a," itt in a colla ramU. 



SI. do* In quol modo llaiolan ebo bo 
|ii dello. — Sino al 1*57, la cui nulli 
l'errore a*|tl trattateti! tuli* I Ioli 
losBCCjno il ploaprro. Ma la lenoni il 
piagno, ti il qua] lompo da g 

pinti, in-niii. «ni i aalonia di qualche 

codlco O di quilcbo itauipa, nun da piii 
d' uopo di difesa. 

*8. 4T chiunque tu sei. ani: 
ala, piantala o fitta come palo. 
tieni di tolto la parta di lopra del tuo 
corpo. 

i!9. SO. comi li (rait et» eoa/Vita ta 
ptrtrfe aliami* «e. Kri I rrudell nppllal 
dnlt anlirhiU era OJUOitO: il ficcali il 
in.-.luiioro la una buca col capo ali 
a nodo cho il ui» ool propagginare Ir 
• ili : tlilio di quella (inaiali poma a 
poco a poco la torra per aeDocarln, K 
i' aiianinn. coi! fino, telava tpetto ri- 
chiamare il frito eonfotioro; Il pttelii, i 
carnefici rctlaodo di gclLar lem. la morra 
renava, Il ritardava, n lattata il frali 
il I .-il i Un. alili Imca. per udire 
il tecuilo della confeiilooo. 

04-34. Il dannalo che qui parli enu 
Danto o papa Niccolo Hi, dir in 

(Mal i'i it' 

Inttrtosa sia l'anlaw di papa Bonifa- 

no Vili, e perciò (Il die" : • So tu ni 



154 dkll' interno 

Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 

Se' tu si tosto di queir aver sazio. 
Per lo qual non temesti torre a iugulino 
1..l 1» Ha DoaUi o dipoi farne strazio? 

Tal mi feo'io, quali color che stanno, 
Per non intender ciò eh' è lor risposto, 
Quasi scornati, e risponder non sonno. 

Ailor Virgilio disse : Digli tosto : 
Non son colui, non son colui che credi. 
Ed io risposi com' a mo fu imposto. 

Per che lo spirto tutti storie i piedi: 
Poi cospirando, con voce di pianto 
Sii disse : Dunque che a me richiedi ? 

So di super eh' io sia ti col cotanto, 
Cho tu abbi per ciò la ripa scorsa, 
Suppi, eh' io fui vestito del gran manto : 

E veramente fui fiyliuul dell'orsa, 
Cupido si, per avanzar gli orutti, 
Che su 1' avere, e qui me misi in bori». 

Di sott'al capo mio son gli altri tratti, 
Che precedetter me simoneggiando, 
Por lo fessura della pietra pi.it ti. 

Laggiù cascherò io altresì, quando 
Verro colui ch'io credeu che tu foni, 
Allor eh 1 io feci il subito dimando. 

M.i jiii'i i 1 triuiiu tfiù che i più mi coni. 



coni ritto, UonifaiinT • imi incriuniir : 
• Di pArrcclii anni mi munii lo aerino, • 

•ilo > air*: il libra probttae, Mi ijotli 

imii proteggiamo ti futuro, mi fu 
mendace <li vari anni ; polche, fecondo 
quello, tu doreti morirt ni IM, ■ min 
Bel IMO. 

.'..'■ .'.". Sei tu coti pretto tino di tuel 
l'attere, di quelle riceberto, per mi n.n, 
temetti d' Impoiteatarli con arti Injan- 
notoli titilla r.timaa di Hoina. I <li pel 
farmi ilratlo.gotcrnandol.. 
In quette opinioni di lianlo dico poral- 
itori* eh» ti h* MagBmdeM 

£4 fiorir, («cr ditpcltu d'estfrSl in- 
«aaaato. 

61, li» li cai. li calr. li preme, cornuto. 
eoe per quitta appunto la abbia d 
li ripa, per lenir* a mo. 

69 «VI ira* Mate ponticello. 

"JO-ii. Y. r. rantolilo fui figlio di c-au 
Oriiol (la cui arate facci» un' or' 



n d' ingrandire I miti 
ili oraaeebiolUli che tu nel miai* i 
Bili ni lmria In rterhrti» ^r muri . • <; 
miil me nella buca. 

■ Coltrataci ed inlradi : Di i 
al capo mio, (raifi, tirati (ih. ttai 
altri papi, che fecero limona naoti I 
me, pialli, ichlacrl ili, eoraprwii, I 
lo (trotto foro dolla pietra, 
rt rotai, cioè Ronifaiio Vili. 
1». II falliti cinaade. l' tapi ' 

manda: • io' tu già coni tilt*, f 
iìdT. 

19. Ha piti » il tempo da ebp io do ■ 
lotlitiopra a bruciarmi I f-ìiili, eòa I 

: ni Uopo cito d tuia ! 
re- pi» coni, co' pioli a (••«Mi. 
dire : lltmifanj tiara fai ■ 
ih nurllo chi' ci .un itiLi il. p*M 
latri prrito in tuo luoca Clrauale I 
- Dalla morte Infatti di etici 
quella.'. Ili CMKiiSl 



CASTO DKCIMOSOJCO. 

E ch'io soli stato cosi sottosopra, 
Ch'ci con stani prunaio co' piò TOSSÌ; 

Ct« dopo lui vorrà, di più laid'opra, 
Di ver ponente un pnstor senza leggo-, 
Tal che convien che lui e me ricuopra. 

à'iiovo Giason sarà, di cui si legge 
Ne' Maccabei : e come a quel fu molle 
Suo re, cosi fia a lui chi Francia regge. 

Io non so a' io mi fui qui troppo fi 

Cli* io pur risposi lui per questo metro : 
Deh or mi di' quanto tesoro volle 

Signore in prima ila san Pietro, 

i !. i, mi • ..,• !,- -hiavi in mia balli . 

Certo non cinese, se non : Viemmi dietro. 
Js'è Pier, né gli altri chiesero a Mattia 

Oro od argento, quando fu sortito 

Nel luogo, che perde l' anima ria. 
[farò ti <*•", ohi tu se 1 ben punito: 

£ guarda ben la mal tolta moneto, 

Ch'esser ti fece eontra Carlo ardito, 
se non fosse eh' ancor lo mi vieta 

La riverenzia delle somme chiavi, 

Che tu tenesti nella vita lieta. 
Io userei parole ancor più gravi; 



166 



90 



«o 



100 



cVe il priiao »orl nel 1*0, e il la- 
ido Mi IMO. Di quella di Bontli- 

VIII ì quella di dementa V conerò 
iMl.pMtbequMVuhi <» nari Dell!He. 
S. 83 Pawb* dopo Hoalbiio rmà 
I» farli di lonrnU 'cioè dati» Clinico- 
,'| u poatrSee «cullo d' orni lente, 

di ofxre più laida % Hl»ni : • tomo di 
Itsfxre • —"**?*,-- 

i drap; =«« llenedelto XI: 

n tttUllu, «he line p 
k. «uhi, per fiat» tomoli di 'Ir- 
li c-IU&m da Anlioe* ro di Siria, cor» 
m alluri i.iruulranx, la diluiti ili 
» Suerdole, ck« apparUniTi al iuo 
lilla Uni. Ciò lesini s«l Hb. Il di' 



►e, ti. E uhm a Giuono fo pierhe- 

o. «.il «ari a tlo- 

Ma I blb, cbi rtu* la 

taat'u - Cbrauai osa il 

Mttealo pai Filippo, ed 

Mia lo i«iB.lri6 Iraifcriodo li «odi i 

..nota, a «ani* Blindo 

•ita dai T .«.ilari. 



SS. troppo folk, o (roppo ardilo, per- 
eht lo riprenderà a ti papa; o troppo 
libilo, perche la mia predica non ara 
per profittar nulla 

89. per «arilo nutro, di quello tenore 
Pio. «olio (t. Il») dico: «atara rotai 
«or». 

90. «aiiate Inoro, quanta monete, che 
(irriso. 

Oì, 96. oaoade [u «orUio, quando Mal- 
li,» fo eletto prr aorta, nel luogo, nal- 
I' apoi.lvil.ilo, cA« Conialo '« di Illudi 

però. 

98, 99. E cuttodltcl bene idillio IH 
«irtjimo) la moneta iniquarooM* ealorta. 

i.\ quale n Issi diisaists ordito tos 

Osfid — Supr-lm N'iccilo dello «uè rio- 
. ricini»» re Carlo I d'Arivi io A uni 
■fila per un >uu nipote. Nera', a 

'Iella diluiti di senilun ài *pVMMi 
• l'Inleae con ("•lovaimi eU PTOeJsfsV*. 
coill Arajoneii per liVryll |, Cicilia. 

10010*. si oU il rì«p,i lo c no ' 
praftaia al ponUtflen. cora» »oioi«»« i 
cerdole e «icario di Cristo. 



IM dell' rarsaxu 

Che In vostra avarizia il mondo attrista. 
Calcando i buoni, o sollevando i pravi. 

Di voi, Pnstor, »' accorse '1 Vangelista, 
Quando colei, che siedo sovra l'acque, 
Puttanoggiar co' regi a lui fu vista ; 

Quella che con lo setto tosto nacque, 
I'. dalle dieoe corna ebbe argomento, 
Fin che virtude al suo m.iriti> piacque. 

Fatto v' avete Dio d' oro o d' argento : 
E che altro è da voi agl'idolatre, 
So non eh' egli uno, o voi n' orate cento ? 



" 



106-111. DI ni, o Pomerio limonaci 

e 'iiioii. l'aMWH l'KtMlaHtU san 

(«inviami, ijlimiilii fu (la lui «iti» prosti- 
tuii, i ui ro della forra colei, elio ha im- 
pero aopra molto nailon I; colei, oh 
sovra i sette colli, e da'mnlli suoi domini! 
nlilici ir|oaMMe di polenti o d' autorità 
So dio la virtù pi.Kqoo al soo roditore. 
- Osi 51 parli di Boat, Atri» coi 

pale, ili'l il polenra de' papi, e, 

non gl'i della Lincia cattolica, come la 
maggior parto de' comentalori intendono, 
fd alcuni si ostinano a voler Intendere, 
Il concetto ò premi dall' Apneali»»» 41 
san (tiovinni, cap. XVII, corno dice chia- 
rairionta il medesimo l'oota, il quale M 
riporla lo stoiso stessissimo parole. Don 
quo l' interpretaiiono dev'essere quella 
ebo no da lo slesso san Qiovnaal non ebo 
gl'interpreti del sacro lesto, o ogni altra 
ioierpretniooo o arbitraria o capricciosa. 
Comincerò dal notava, dui i velati ri Mi*! 
(». 107) • ««ilo (v. 109) non acconnano 
a dot soggetti (come taluno protosa), nix 
ad un solo. K se con ciò Danto premio 
la ioni f la bestia, sulla quale era II» 
ti»a, per una cosa medesima, non è per- 
chè Imbrodi II siero teslo. corno dice il 
Venturi. ma • perchè san Giovanni spiega 
vrnto dio la donna e la bestia non 
sonò in soslanu che una con sola • 
(Bossuel, Spuf/oiioM tiW apoeellan ). 
Schiarilo questo punto, vrdiamo la cou- 
liirmi'A delle parola dtl l'oda con quella 
doli' Apocalisse: «Colei che siedo ioni 
l'acquo. Jlf retri jr sugsa qua sedei iitptr 
aouor ■■Ita», - l'uitinegg i.ir ro' regi a 
lui (ti Mila, Cum quo fornicai* m»r reges 
Urrm. — Ijueha cho con le ietto sesto 
nacque, K dalle diee» corna ebbi argo- 
mento , l'Idi mu/iv-m irirslm super 
esiliasi. hafitrtUm copila ttyttn il cor- 
•m «leena • Vodutauo la conformità. <c- 



iirpretiilono, ed odiltaols 
dalla bocca lUtM di san Gian 

è la dannai I Urigii 

sopra l re della terra: • ì|j!ivr, o/iim 
ridilli, ni rifilai magna, qoa-habe! re- 
gnimi super reres terra) • ' lei. Kb* si- 
gninrann I' acque, viille rvii.il i ella siedi? 

• «.qua», quii tidisti. ubi inoratili 
popull sont Bl lingua? • (v. UI 
1 ihi l'iio lo sotto testo? • Srptem capila, 

■ | «uni, »up,-r quos snulisr 
sedei» (T.91.K II dlMl corna? • Kl dcceo 
cornai, qui) «idilli, decem reges mls 
l». IS). Qui dunque dal l'orla * si 
Homa, la quali nacqui', ci 
sui aulte culli, o la quale dal n> 
e popoli, da cui riscuoteva obbedieosaed 
ossequio, ebbi « prosegui ad iti i 
mentii il autoril. n di ponania, lo'»' 
qnoiill che rcagovanc il 
sovrano pontefice, obbo In placioicolo li 

e die* eh' ella ilvs 
posaania per solo quel tempo dio il let- 
tori di lei fu la virili in piacimento, •*- 
nodo ohi In protrailo piacendosi la cari* 
romana più dio della virtù, dell'ari»*»» 

• dell' oro, o prostituendosi ai ro della 
terra, ella, considerata per se ile«ia. » 
indipendentemente dalla santa i 
religione, decadde ni e perei 
quelli poisiDta e autorità, di che ars* 
per laolo tempo moritaroeolo e 

io pertanto Minilo quali* iiiIrrprrtaiiM'- 
lo quali In questi meretrice vejiote u 
Chiesa cattolica, e nello setto teste e ael' 1 
dieci coma I0g|0ao i sello sacratoceli' 
i dien csmaadamiall, parrai rifiou* 
eoli latta facloM, 

MS. III. E cho dlfTorenia Ti è si '* 
1(1° idolatri, le non cho orlino ali'»*; 
un idolo, e voi o' adirate cento? | 
vi fai* idolo d' ogni muixla. — i 
per (dola In, corno erri Uvei» per | 









;-o vaiamo. 

Ahi, Costantin. di quanto mal fu matre-, 
ii la tu» convcrsion, ma quella dote, 
Che da te prese il primo ricco patro! 

E mentre io gli cantava cotoi noto, 
ira o coscseuzia che '1 mordesse. 
Porto spingava con jimbo lo pioto. 

Io credo ben ch'ai mio Duca piacesse; 
Con si contenta labbia sempre attese 
Lo suon dello parole vere espresse. 

Però con ambo le braccia mi prese, 
E poi che tatto su mi a' ebbe al petto, 
Rimontò per la ria, onde discese : 

Ne si stanco < ■ ti ristretto, 

rtò sovra '1 colmo dell'arco, 
Che dal quarto al quinto urline è tragetto. 

Quivi soavemente sposo il carco 
Soave per lo scoglio mo ndo ed erto, 
Qui sarebbe allo capre duro varco. 

Indi un altro vallali mi fu «coverto. 



Ut? 

115 



US 



m 



i» 



Hi. Iti e. IX, T. t«1 . Orti», per attenti. 
Irs-UT. Ali CosUatUo 
lesto ul< fa t*r(<a'-: bùv 1 «Mirti 
Uè miUiu. tu li oeatiiOM [«rsdals 
l'Ievei di Ditlel «he U i>c««ii a -in 
UmM. Il qui* fa pr- 
f U il u litro. - Penta il Poti» 
fattati us iuta I» MiUaetlci... 
•mime* (Mini di' durici, Iroi 
Matti G.C. . Vanda araodSaboi «Ida 
Wm Ui. al MriUort IM. • 

■ ini>I» W «Il «leni tpeilamcn- 

l» Ferua»nte ininaai . icalcti-ra 
m tabe la ptoft, t» piute. 

en Cara al coaUau faccia, esaltate 
tataat (Meliti, iraipr» anello. 

tB eVila parala a»r» at p raaaa, dia riatti 



rimprorerl , o dello Tariti rninlfotUto 
EliaUscStaitL 

I 
In colli*). 

iss. si» . seeotrtiBtutu ili MmM, 

fini lui tlUAM Sette». I'. lattatll par . 

inatto di a'». trOTStl aSfll mticlii >). 
1S». Iroorir li jio. 

130. (UH. Ili i|ili I rSOfO n..- sul col- 

mo.dol ponte, ipeM, depoia, mrmnf» 
il cerco Sxa». il Ciro po»o, la ini» per- 
sona » ini stia, 

131. par lo icaorfo amene td rrfe, per 
cauta dalle ito elio itabtoni n ripida) I. 
U tcatirotii) e rlplde-m dtllo icc-lii.. 
che taribbe alalo un dare piatiselo 
aaixnilio alln capra, fu tieniti, per coi 

IO li porte titilli Incoile. 



CAUTO Vie. ESIMO. 



» 



teista, «V» etalu Tlcllitt ere de'doe tianlaleri. .Unno jf todorlad, 
buse D «la* il collo eira-folto, o camminando fitritono dialre a te. per- 
prelceart parlare Intani De Vlra;llLo .uno meatrati a Dante alcuni 
1 ali eaari, fra' a. tali U Ialina Manto, ond'eboe orljlna Maniera; della enei* al 
la «leiaia. 

Di nuoTa pena mi convien far versi, 
E dar materia al ventesimo canto 







Della prima canzon, eh' è do' sommerà. 

lo era già disposto tutto quanto 
A risguardar Dello scovarto fondo, 
Che 8t bagnava d'angoscioso pianto: 

£ vidi gente per lo vallon tondo 

Venir, tacendo e lagriraando, si pano 
Che fanno le lettine in questo mondo. 

Come '1 vii., mi scese in lor più bajao, 
M!r.tbiImonte apparvo esser travolto 
Ciascun dal mento al principio del casso: 

Che dallo reni ora tornato '1 volto ; 
Ed indietro venir gli convenia, 
Porche '1 veder dinanzi era lor tolto. 

Forse per forza gii di parlasi* 
Si trovoUo cosi alcun del tutto; 
Ma io noi vidi, né credo che sia. 

>io ti Lisci, lettor, prender frutto 
Hi tua lezione, or pensa per te »t*s*o 
Coni" io potè» tener lo viso asciutto, 

Quando la nostra iniagiue da presso 
Vidi s5 torta, che r l pianto degli occhi 
IiC naticho bagnava por lo forno. 

Certo i' piange», poggiato ad un de' rocchi 
Dol duro scoglio; si cho la mia Scorta 
Mi disse : Ancor se' tu degli altri sciocchi ? 






a. Della pria» eantlei. ella tura di 

(.loto, cho tono ioruroe.ru orli' infermi» 

stola*. 

t. lo e-a eia dilanilo ce. Io m «ri (lì 
patta con luti* I ili. alleai 

3. mUi iriririo fondo, cioò nel fondo 
the, .111 lumino dell'arco orlo eri, un li 
CDOtlra* i Mt| 

S. e. ai poiu Cht ^taae le urea*, con 
(inai pili» lento, cho fanno la preconio- 
ui i anticamente appellati Illa* e, ciò» li- 
liale, vose pefll SBS vaio iwppfictffioat. 
IO. Allorché il min ifnardo ***** ia 
loro più Invio. — Stando O-inla in lune" 
Oloillu. e ItUMItn .'li BOtkl Iti in quella 
Ceolo, la quale oel sottoposto valloni ve- 
ntri alla tua toIU, e mtnlfeilo cho |ll 
rra btto(tt dì tpbttaarlf * mio* * sua* 
che quella avvicinatati a lui \ perein do- 
vrai intenderò quetto torto coli : quando 
r..i I irono pili pretto, pili lotto a tat- 
ti. Mirali laialc, tt, modo da cagionar 

■■mitili 



lì. Dal mento St là don eteoinria il 
torace. 

15. fornata, ciò* tolta»*. — 4aUi net, 

dalla paria dèli rtoL 

14. eli. il dare riferii* a riama del 

» m. 

16. parlano, iiiriliiit. ataUttU et* 
produce itorpuiDrnto Dell* tuttora. 

IS »» t'rt» eie i-j al mende, • ca* ai 
trovi nel mondo. 

19, SU. Coai Iddio ti permetta, o letto- 
re, di trar profitto dalla lettori di qteiti 
reni. — Modo anche quetto deprecative 
- Il profilili poi da traitene, ti a il per- 
tuidertl, cht il voler predire 11 fuiui.j i 
vinili a pcntiero pecommoio. 

31. I« aoilro Involtiti, l' umani fifnn ia 
quelle ombre. 

93. potatale tal ■■«e'ree«M.ippo|f tilt 
■ d un., d. |ll •pnrc.rali tetioctioal. 

*J. icieccti, chiami coloro ebe.pii in» É* 
mento il toh (ffeiu, oca teruao I* et- 
ileni. 



CASIO TIOESDJO. 

Qui vive la pietà quand'ò ben morta. 
CJii è più scellerato di colui, 
CU" al giudizio di Dio posaTou porta ? 

Drizza la testo, drizza, o vedi ■ età 
S' aperse, agli occhi de' Teban, la terrò ; 
..li; gridava!! tutti: Dove rui, 

Aufiarao? perchè lasci la guerra? 
Ma rcntò di minoro a vallo 
Fino a Mino*, che ciascheduno afferra. 

Mira e' ha fatto petto dello «polle : 
Perchè volle veder troppo davante, 
iJirictro guarda, o fa ritroso collo. 

Vedi Tiresia, che mutò sembiante, 
Quando di maschio femmina divenne. 
Cambiandosi lo membra tutte quanto ; 

E primo, poi ribatter gli coi)'. 
Li duo serpenti awolti con la verga, 
Che riavesse le maschili penno. 

Aronta e quei eh' al ventre gli s' atterga, 
Che do' monti di Luui, dove ronca 
Lo Carrarese, ohe di sotto alberga, 
chi marmi la «peloncu 



i:,.i 



■M 



«0 



*i 



ti («I * » Itti 11 DO* JltlO adatto pi" 
U li Culo llbla €»» la toc* pula In 
fu ea* ««ami; dapjir.ui» di rcitatene. e 
Nènaauimt. 

» » UH * »<u utili > 
<*• "fsaré* con pattioni, • non 



i (U «pirtiia: • di colui etto unto 
dello pene do' dannali, • 
•Jtifiao anale, [urta* la frani iceanna 
Ucaatj. i e... 

• mtYaiiiMli. 

ifffx la l»fr« dirami acJi occni 
«ililaU. t«u<ì:i, e •••• 

• TAai. 

3, 54. »•« rt.1. i*«4'*i f U- 
paoplU, dal in. rut», imfana, fu un.. 
at'aaau rr, càa attediatomi Teba par 
inviami Palmiti» Kauudo Indonno, 
wt arredato di dorer awrira a quel- 
r unta i, perciò li ara na«co«lo; ina 
«■•capirle*! il ho t. indotto 

a aa« aul (rado. Netdr' celi dunque ?». 
■la caiaklUrra. |ll «iieru lotto 
I II Una, « riiiau insinuiti!.!. — 
la fsem .lo (li 

I UlllùO. 




:..', a salii, al fondo. 

atì. t»« ciaieaedmto «ferra, meuforiea- 
diodU, elio (indica lutti, alla coi potei» 
onaiuno può loUraril 

.v.i. fa Ninno calli, fa caminino ralro- 
irado. 

40. limai t.l.jno. uno do' più celebri 
Indonni dell munita. Dicono I niltolosi, 
eh* toccalo con una «orsa duo n 
aicmv «ti itir.ctiiaU, «i cangiai»» ili nix 
. ritiutninj ; ■ eh* dopn «i tu anni, 
ritoccate lo «lene «erpl, rlacquiilaaaa. il 
•omo prlmitiro. 

4> li malfalli riniti, la barba, e per 
eonialuioiii il iruo niaachiU. — Il e tu 
dipendo dal primo dol ». 43. 

4(1 Quel cho il accolla col torco al 

■antri di Tirella • Areale, l'u Mela) ut 
celebre Ladevlne lottanti, eba abitava 

ni' monti della l.uniciana. 

«•49.toi(rui«<i ed intendi : che ebbe 
per ina dimora una apolooca Ira 
marini ne' monti di l.uni, BOTI lo i;»r- 
rareie. Il filali albtrfj di «ilio a gailli, 
colliri la terra. - Bvntnrt ó proprlameoie 
vaeajare la roani pff nrtUrn lo biada 
dall' erbe nome, ma qui o in Moto labj 



1150 DEI- 

Por «un dimori ; ondo a guardar lo stollo 
E '1 mar non gli or* la rodata tronco. 

E quella clic ricopre le mammelle, 
Che tu non vedi, con le traccio sciolte, 
Ed ha di là ogni pilosa pelle, 

Minto fu, elio carco per terre molte; 
Poscia «i po9e là, dove nacqu' io : 
Onde un poco mi piace cho m'ascolto. 

Poscia che '1 padre suo di vita uscio, 
E venne serva la città di Baco, 
Questa gran tempo per lo mondo gio. 

Suso in Italia bella giaco un laco 

Appiè dell'Alpi, che serran Lamagna, 
Sovra Tiralli, ed ha nome Benaco. 

Por mille fonti e più, credo, si bagna, 
Tra Garda o Val Giunonica, Pennino 
Dell'acqua, che nel detto lago stagna. 

Luogo è nel mezzo Ih, dove '1 trentino 
Pastore, e quel di Brescia e '1 vuroneao 
Segnar potria, so fesso quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese 



per collleilrt In ttrra— Inni, citta di- 
strutta, eh' era poiU alla foco il 
in, - Cnrr.irn. ,-|ll,i dtlll l.tm.ffian». 
SO, il Intrudi: laonde dall'alta luogo 

or' egli abilara, non vii ertimi. 
onerrare e nello ed II maro. 

Si, SS. Arando emiri rivr.Ha l:i mira 
dalla parta dol pollo, lo tuo chioma 
: It mammelle. Per- 
di Virgilio ilirn a Dani"- . «OOlll li" 
con lo treccio sciolto ric.uc.pro le mam- 
mallo, che Ih non irdl. • 

SI SVI Aa di (*, ciciii dalla parto del 
pcllo, ogni pilota r>»r/«, tutto le parli 
t ciò » cagiono dolio tlrarolsl- 
■MlO. 

85. Vot/o, famo» Indovina tebana. 
djlia di Tirriia. Iinpncho fu 
vii» ino padre, e dopoché Tetti, palria 
di Dicco, fu ridalli m ic-r.itii Ai Creonte, 
ella ii Madri a vi.vji ir per lo mondo, o 
finalmente dna tu- Ita, ma 

molta turili dal punto, oro il Mincio cado 
n«l l'o. Urta gravida dal fiume Tiberino, 
partorì Orno, il quale fondo Minima, 
coti appellandola dal Beat ili rm madri-, 
eh* (julii mori tal chbo la lomha. — Cer- 
ri ftr molti ti"/. \ igo pai molti pacii 

SU dora aar«V(o. R Virgilio ebo parli. 



e ninno Ignora che Virgilio fu di Mule' 

SO I. durnne vena, no* tassella 
Creonte, la cittì di Bacco, Intoni i •*■» 
per Bacco, rodi canta Vili, r. |- 

00, gi'o. gì. ondi, 

CI. Suio. Parla dall' Inferno. 

62. arrra* lamajao. diridot» I' 
dalla Germania. 

05. Tirnlll, Tirolo, coli chiamale 
dal Villani. — Il lago inticaneali 
Bffmro, oggi è detto lago di Gara*. 

64-66. Il Pennino [Al| I 
pceiioj). ch'i tr» Garda a Val, 
ti bagna, lo credo, per mille o piti f< 
dall'acqua, che pili giti «condendo, 
stagnare noi dotto lafO, 

67-69. Sii nirit) di-Ila lnngktgaa 
lago an luogo. Ole potrebbero trrur'. 
benedire, cioè eirrcltar giariiditieee, > 
veicovi di Trtnln, di Arrida a di T«r»* 
na, le ti porlanera fola. — Il patta c*- 
moDO oro 1 Ire regesti pottoBo) brerdsrf* 
itando ciaicono nella ma di. 
o,ucllo ovo lo acquo del linaio Trgtalf* 
iboeeano noi lago di Garda, Li 
di quello flumo A diorati di Tri 
deitra di Uccida, ed II lago U!l« » itila 
dlogoii di Verona. 

io-li. Cotti ui«ci rd ialtndlt Dargli 



ape** 

; 

:• Ha** 
lari 




UEttXO. 

Da fronteggiar Bresciani e Bnrgan»n 

Ore la riva intorna più disceso. 
Ivi oonvien che tutto quanto caschi 

che 'n grembo a Benaco star non può; 

E tassi fiume giù pe" verdi paschi. 
Tosto cho l'acqua a correr mette cu', 

Non più Benaco, ina Alincio ni citi 

Fino a Gorernolo, oto cade in Po. 
molto ha conio, che trova una lama, 

Per la qual ai distende, e In impaluda; 

E suol di state talora esser grama. 
Quindi passando la vergine cruda 

Vide terra nel tncr.xo dal pai 

Sanza coltura, o d'abitanti nuda. 
Li, per fuggire Ogni cunsiurvi i 

Ristette co' suoi servi a far sue uiii. 

E visse, o vi lascio suo corpo «U 
Gli uomini j>oi, che intorni erano aparli, 

S'accolsero a quel luogo, ch'era l'orto 

Per lo psntan, cb'avca da tutte parti 
itti sovra quell'ossa mori 

E per coki, che 1 luogo prima elosse, 

Mantova P appellar acni' altra sorte. 
Già fiir lo cinti sue dentro più spesse. 

Prima che la mattia dì Cuàalodi 



MI 



76 



M 



■r, 



*na iitlartioal li|a r<> Hit—, (100 
•M busa. Stati. ' 

»u» i Sarti «aiUHo da tu Inaia u 
ftiniua • ai Htrtuiaacl.i. 
5-T» hi, cu* ori putito ot - ò Po- 
khan, etano** ci* »bie< b 

• Madia, tulli filai» l si 
HSléS— Jl III MB più : 

• ctai fini ai lux, il Mincio, 
eW III 10OCT1 r»' ' 

iMi io - , «un» c*jm, • cirrere; 
'uè nimi a comic 

«MS» dal Maotorario. 
«iku imbacca mi l'o. 
tS ioma. baua fiim.ii 

• lafliWl. e te la un 

si. ruu. salava. Iafetico ajli abiuo- 
l.p»t Bau 041;* Bai 

SL ir» Si * tal» <•-!'.< 
aaat uwoCinai, ralt uitmlua; cernie 
Ttrpb» dia*) Ji Ualil». aian* itrao. 
IfeM 
■a. f i i»ftl • (tr ivi 



orli, ad cirirciUri la nin ani ni 
81. mi corpo rami, lue corpo 

dilli' aulir», otol i muri 
9J. Ha:' iiin NTéSj ciò* «con colla • 

ro U ioiIì. o narri a i"ito, o proodoro 

»iiii salarli, cerni i ilssss 

| «olerano diro il nùuio ad 

imi OM I • ' . I Là. . 

laudi ■ tuoi akilanli (hi 

itreil 

Dv. moii.a qui «alo foloritoooi»». — 
ItMSMaM liiitnufuni il,» ni, 1 .li M.irtlova, 

il tonto AlbOTU i-a.- 
iimlr ii(norf|,ia>a rjnolla olii, a Mio 
(ari nollv ricini caitrlla vari rrniilno- 
nclo cuor filmilo 11 inolio 
di farsi II popolo lioncTolo od oisoquonl- . 
Con cu. talO tentigli!) l'tniiiimili , chi* 
iiiii.im j. illuminili.' .i dulia eiltl sbslaH 
dono il Caitlodi, non inienilova co ooo 
Clio id allontanaro ijuol MbllI, dal ovali 
pio temeva di more impuditu soUs S8W 
tuaiior.» del tuo diuiao. Allontanati co- 



1C2 dell' jvtkxso 

Da Pinamonte inganno riccTQflW. 

Però t'assenno che, se tu mai o lì 
Originar In mia terra xltrimriil.i. 
La veritìl nulla men/.uL'iia frodi. 

Ed io; Maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi so» si certi, e prendon ni mia feda, 
l;1ì altri ini saricn carboni .«penti. 

Ma dimmi della gente che procede, 
Ba tu ne vedi alcun degno di nota; 
Che solo a ciò la mia B loda. 

Allor mi disse : Quel che dalla gota 
Porge la barba in sa le spalle brune, 
Fu, quando Grecia fu ili aunbJ vota 

SI, ch'appena rimaser per le SOM, 
Auguro; e diede '1 punto con Cai 
In Aulide, a tagliar la prima fune. 

Euripilo LÌ'bi; nomo; e cosi canta 
L'alta min tragedia in nienti loco: 
Ben Io sai tu, che la sai tutta quanta. 

Quell'altro, che ne' fianchi è coni poco. 
Michele Beotto fu, die veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 



•loro. Ioli* infatti, col fatore del popolo, 
la titnorla al Casatodi, o mise l N 41 
ipathi i|ua,i lutti gli nitri nobili elio orari 
inoliti noli* ritti. In i|in 11 inloia ri- 
mato molto diminuita d' abitatori. 
91. fi OMiirtno, ti avverto 

i in*, darò alla mia citi» un'altra 
•Tirino. — Alcuno Infatti diceva fondalo- 
r» di Mantova Tarcono principe detli 
Elruirhi 

■-•?. Intendi : netiuna menrojna /rodi, 
cloo tradì. ci, la «etiti; qnetl dica: fa' 
di non prenderò errore, per le falte pa- 
lmi. 
101. prenda* il miu r«!c, obbligano, 
■ triafono. coi! la mia era 

IO*. Intendi: che I ragionamenti altrui 
»arotiboro per mo irnia luco, corno tono 
mi ■punti ; t.iIo a diro, tarobboro 
MbM .-frisaci» verona. 
Ito, rat •rottile, che la panando. 

le itcssn eh» /ttdt, corno 

rimirar» lo il. .mi .-Mei miror». Ai/levi* vaio 

. e LuvuriUmmi: rialti 

401. f«r#t. ilemle, corno li "irò litui* 

ITTifil. Stendo la barba tulio «palla, 

par cauta del iravolgimentu del capo. 



IOSM0 fltv- ^«ciirr, fa iodwir», 
renando l.i Gtvdt ninne tuota di sanai 
coti, che apponi, numero 1 lanata» ■ 
culla. Ciò attenne quando I Grata ad- 
darono all' attedio di Troia. — Darf ■* 
pone (t. M e Df.| I falsi vali. 
poi |i. » o *cr.) viene al tortiteli:' 
ilntlmenle acl' Ind" 

MO liti ■vrlpiei o t-4 iea.it faranlll 
.infuri, cho dirdrrs (I pv.re, tul>rlro» s 
il momento, In eoi la flotta irte». •» 
quale troiata»! riunita nel porto t 
doveri iis-lmr le funi e mentre alla t*tt- 

113. froordii.enil chiama VSmiUt.f' 
chi lentia in «erto troice.. Euri|»H '' 
o nominato nel llb. Il, v. II*. — frel*" 
■l'i CoU'aoeonto min allananleratreC*- 
nono pare retanrdfo, sei canti XVI, !**■ 

xxi. a. 

US eli «i/latr», I coti per*, cM ' 

eo«| imilm • ■ 

nd. ■tekib Sco/io. iena 

lituo j>irolo«o e ai|e i 
dell' Imperator Fedri 
un tao libro àV Mlrol 

in. Seppi l'aita delle auglcke 
o imposture. 




■ ni VICtaiMOPBIMO. 

Vedi Guido Bonatti : vedi Addento. 

Ch' avere atteso al cuoio ed allo spago 
vorrebbe; ma tardi *i pota 
Tedi le triste che lanciaron 1' oro, 

La spola e '1 fuso, e fecersi indovine; 

Fecer malie con erbe e con imago. 
Ha Vienne ornai, chi già tiene '1 confine 

D'ambedue gli emispcri, ■ tocca Pi 

Sotto Sibiiia, Caino e le spi 
E gii icrnotte fu la Luna tonda : 

Ben ten dco ricordar, chi non ti nocuuts 

Alcuna volta per la selva fonda. 
Si mi parlavo, ni andavamo introcque. 



1G3 



m 



ì» 



no 



iMMfti, lllrolo(.i forni-,,!) 
, tu biodu* dilli cliU il 
r» di Forlì. ■ 
imita da llootefcllro, il.i> 
tuk. Serlm ■■' open d'aiim- 
•deal. 

WUm*, li duilt a fir I" Indo- 
I fualehd (rl>! 
d'I Ualhirotll 

.tendi Immite. 

trU i ro» Iomo». Lo H 

aAj»<-r»rinn o»' lom ìnr-inle- 

i d >tbc. mulini 11 «n «o. 

Mi iicui* orni.', perche già 

apro*, Tilt i Àn li Limi. 

• d'amlir.1 ìi 
triBMUrt, e locci il aura 



il di li delta Spago». — Sleijlio, con* 
tulli unno, i- ritti -lilla Spuli». — Lo 
inocchio drila l.am 0Odan il .i.l-.-ofi- 
MfCalno ciiiiil.nn.il. i .1 |hii Urinile «palio 
una foretti di iota», in poni d' iter sa- 

• i Dio lo omo ii'ciHon. 

1117. la tana food», li l.uni piena. — 
o o nel lampo Al il minimi 
xi», li Lotto tramunta ijiiuudu ti loro 11 
Sole. SI or» dunqoo in lem fitto giorno, 
ed or» quella li mitlui.i Io] i 

199, 1*£>. «o» fi Morgue, ina ami li icio- 
rfi, riichiarandoil alluni eolia, otol u 
i ritto In tritio, la ila por la solva prò 
fondi td mruri. in rui ti bjan.il. 

130. iafrerewe, tur.f fiurontina U 
la. dil Ut. loler noe, o iota /rolìaofo. 



!'0 VIGESIMOPRIMO. 



Mela, Olir* tra Ugo di per» Minto, «Unno I barattieri, rio» coloro 
' trofie» degli «f9ri « doli* con pubbliche : « atlorno alla lloljf in ranno 
d" «orlai . per ronelgllare .iniliniiuf •' allenti d'oocll dilla peee. Ve- 
lo atraxio d'*n biniti,™ torchia*, rho un demonio conduca, o dal 
Melo. Virgilio amnoaoo i ili.iroli.ehe reninogli oddoiiojod 
"l da aool, grondo* lo ria tango l'argine. 

Cori di ponte in ponte altro parlando, 
Che la mi* commedia cantar non cium. 
• immo ; e tenevamo '1 colmo, quando 
Ristemmo, per veder l'altra fessura 



I jk«1» la poal» 00. I 

ol Boato dalli fuiU bolgia 

■Ila qutnU. 



3. a K H occupinolo la lomrolth, 
qoindo ci fermammo per roder I' illra 
lom Ifcn.-j . I altri bolgia. 



164 

Di Malebolge. e gli altri pianti vani ; 
E vidihi mirabilmente oscura. 

Quale lidi' alzana de' Viuiziani 
Dulie 1* inverno la tenace pece, 
A l'impalmar li legnai lor non nani. 

Che navicar non ponno; o *n quella vece 
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 
Le costo a quel cho più viaggi fi» 

tU 'la proda o chi di poppa; 
Altri fa remi, ed altri volge sarte; 
Clii tcrzoruolo ed artimon rintoppa; 

Tal, non per fuoco, ma per divina n 
Hollia laggiu.to una pegola «possa, 
Cho inviacava la ripa d'ogni parte. 

lo vede» lei, ma non vedeva in ossa 
Ma' cho lo bollo cho '1 bollor levava, 
E gonlìur tutta, o riseder compressa. 

Munir' io laggiù fisamente mirava, 
Lo Duca mio, dicaselo; Gronda, guarda, 
Mi trasse a su del luogo, dov' io «Uva. 

Allu r mi volsi come l'uom, cui tarda 
Di veder quel che gli convini fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda, 

ih, |„ ■:• rodar, non indugiai partire: 
E vidi dietro a noi un diavol nero 
Correndo su per lo scoglio venire. 

Ahi quanf egli era nell'aspetto fiero! 
E quanto mi parca nell'atto acerbo. 
Con l'ale aperte, e sovra i pie leggi, 



C. ■tfaMUuafcJGaala prfcedonlo.T.ii. 

1. ariani), quelli furio intrriore dol 

■ ii" poi •! aliai! a pai 

I hlilail dirima. TOOO dcilllla dall allbu 
al •anal. Il Urorlo o il luogo oro li la- 
vora. 

0, p»r riipalniare, rimprciarn In navi 
loro malconcc. 

(0. 4 la f«illa im, o Inveco di Dui- 
«ir». 

B. iti ritmllt, ficcando noovl chiudi. 

ti. oiif uri». allonimi» le corde. 
Cito II tinaia ,!i fin Ir cordi n (inno 

13. Il ltrzrruulo, e U irla minoro 
doli* mio: l'orlino*» ò U maggioro. 
Ciafopso, rallofija, rappoua. 

ti. »»■ paiola ifin. uni poco duo 



il. Filila. (Ili IH. pi|»l«. diroit 

pia 

l'J. Titta Irl. rio* rodo»» la | 
90. Ma cht U t*IU. vi non cbf 
•Uro «ho lo bollo afa ti 

de' ITOVI ni 111. flIIO di'. 111. 0I*| 

Vool «ignilicar» ebo todoo 11 p 
bollo, ina non ti lodoia i dosa 

*. riinj-rr naia-mao. riesoot 
nlorniro «I luogo, la ella ttx. 

SS. «. cai laro* PI —trt. 
mill anni di ««dori,- tale a 
annoto di Kdero. 

3T. igoofiardt, prlr» cu fallii 
coraggio. 

S» Ckl poi plaooro di «odor eoi 
ooo Indugia II parUco. 






CASTO THiKMMMMJJO. 

L'omero BOO, ch'ora acuto e saporito. 
Csrc.vra un | ">q nmbo l'anche, 

Ed «i tonea de' pie ghermito il nerbo. 
Dal nostro ponte, disae: O Malebranche, 
Eco' un degli aoztan di «.anta /.ita : 

otto; ch'io torno per anche 
A quella terra, che n' e ben fornite: 

. fuor che Bonturo : 
D*l no, per li dciiar, vi ri fa ita. 
Laggiù '1 buttò ; e per lo scoglio duro 
Si volie: i ino xciolto 

Con tanta fretta a seguitar lo furo. 
Quei a' attuilo, o tornò su convolto : 

Ma i demon, che del ponto avean corerchio, 
Grillar: Qui d I santo Volto: 

Qui ai nuota altrimenti ohe ik-1 Smoliio: 
. so tu ri ■' nostri graffi, 

i far sopra la pegola soverchio. 



165 



<o 



W 



JM» CwtrrtKi «4 int--r.ii Da pie- 
Mn «a aiti imitai 

tf inani», tuxitk il Amio di In 
«i n — t u li ed «Ita : « Il douon io tcnea 
«t-nU I girelli drl pedalare. 

& US nitro fti. 4i I 

ti • Virgili*, — PM ii. 

cLc timo tniu pirati* d 
Baaa; . lini 

mlt f»lt «t Itali iirr dio 

kaki few* il lordine Hai 
- M ai n a r t i , ala, grewai 

•aa.anlrigi itomi :< «Vile», 

aaaub. te. ■ 

a» I UtU I «muti, I 

■animi ■ immillili i in mi ii i quali 

■aa «*e pc<;al"Ti. ita Maura in qu>,u 

K taiuaieti!lt>a< 
4* nprru.i ■ I ilio 

fc f ii . 

», Mi M !.'•> 

■ 

leali Uttti, dille (iiidin o dell* 
la arato pia lato n 

malata tienimi calta fa- 

aajbi da' hall. ra« 

aau Inaia, MKtó. il darai- 

lari fa""» ai uui |U altri. 



■aaaaaal 



4-J. In (Dalli citli. p«r denaro, dal a* 
ti fa Ita, ciò* al. Pai prenderai o In 
Ile, «io*. •*• dranre li Cali» II 
atro; • anche pai inlcndcni. ehi drl "» 
li faccia Ha. far-indo un i • un / dulie 
doli' a, • facondo dell' o un' a, 
: i.n j llaei cuna 
A. itc-;lio darò, aspro, ronenioao. 
44, U. K giammai un OH 
Idollo, : Iliaca id lnii;-ulro 

iM qool 
. .li-.-Iro. — Tufo, la- 
I lai r»r. 

I.ro. rolla/Te, 

t loia© tts coavoUa. plefaco la aroa, aolla 

ii tu e col capo o i piedi io pù : 

i erano coperti dal poni», 

ponto, rndaroiio ec. 

« oui aon Aa lanuti, qui non ò II ionio 

fair». I' Imagini dal : elio ai 

. % nora "> tocca «olio il iiinlo 

. )■ la — Il baratlltre in I 

a i.ilia col tapi) jII in pò, >n..esiAmen- 

I proprio di cbl profondamente 

ondo quitta parola da' demoni 

ttnrono ad otto» uno «diurno atroci 

centro .!» lai. 

na. aarcMa, fiumo ohe pana poco luag: 
da Lucca 

50, VI r»rò u lu noa cuoi aitar (raf- 
filiti ili in, non far l0|ifr«A<», 
oou temro a galla «opra la poea» 
U 



160 DELL* IX7TBS0 

Poi l' addentar con più di conto raffi : 
Dìuer : Coverto convirn che qui balli ; 
Sì che, se puoi, nascosamente accaffi. 

Non altrimenti i cuochi a'ior vassnlli 
Fanno attufTaro in mezzo la caldaia 
La carne con gli uncin, perchè non galli. 

Lo buon Maestro : Acciocché non si paia 
Che tu ci sii, mi disse, giù t' acquatta 
Dopo ano scheggio, eh' alcun schermo t' hai* ; 

E per nulla offenaiou, che a me tua fatta, 
Non temer tu ; eh' io ho le cose conto, 
Perdi* altra volta fui a tal baratta. 

Poscia passò di là dal co' del ponte, 
E com'ei giunse in sa la ripa sesta, 
Mestiur gli fu d'aver Mi'cura fronte. 

Con quel furore o con quella tempesta 
Ch' escono i cani addosso al poverello, 
Che di subito chiede ove s'arresta; 

Esciron quei di sotto '1 ponticello, 
E volsor contra lui tutti i roncigli; 
Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 

Innanzi che l' uncin vostro mi pi 
Traggasi avanti uno di voi che m' oda ; 
E poi di roncigliarmi si consigli. 

Tutti gridaron: Vada Malacoda: 
Per eh' un si mosse, e gli altri stetter fermi, 
E venne a lui, dicendo: Che t'approda? 

Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
Esser venuto, disse '1 mio Maestro, 
Sccuro già da tutti i vostri schermi. 



Sì. taf. rampini, tiramenti di ferra 
nnclnnli 
gy. K'oìirta. cioè tolto U pece. 
tU. HKMianli atea*, la arraffi, tu 

«Mie, udii otier ritto. 

US. taiM/ll è qui in tanto di infropoili. 
Sì. pere*» «e* pilli, non «ti! | 
tenta a talli. — Calli da oa.l«-« per 

ss. »■ ti r*i«. non apparii», doo li 
ttd». 
•0. T' acquatta dietro un uno apor- 

lil abbi» rjii .ktv, 

~ tali per a*»i«, toc* antiquati. 
tt. «usi, è uneopo di <•)•<!». 
SS. • fai franili, alai (onte la, a >lml 



contrailo. Vedi Inf. canto IX. r. 1 
Gì. co', troncamento di e«r», eoa 

biamo i-ì "olito. 
06. d' aree iinra fr*»tt. di BOI 

apcrtimrnU Inlrei .1 : 
Ci. € »!«!<. lollinle odi r • 
n /filo, iniquo torto di i 

domi. 
-.*. rx. r approda, può 

duo modi : (.no eoi» li coftdaeo, 

lenir qa»t onero : Cbo li la | 

Il (iota, eh' lo ila tenuto l 

al. irlfniL pmpria»»«nU 
ma qui per «lenitone i 
ncarc oppatUtaM, i 




CASTO YIOESTMOriUMO. 

Yoler divino, o fitto destro ? 

Lasciami andar : che nel cielo è voluto 

Ch'io inori ri altrui questo camini n Silvestro. 
Attor gli fu l'orgoglio si caduto. 

Che si lasciò cascar 1* uncino %' piedi, 

E disse agli altri : Ornai non sia forato. 
E'1 Duca mio a me: tu, che siedi 

Tra gli sebeggion del ponte quatto quatto, 

Sicuramente ormai a me ti riedi. 
Per eh' io mi mossi, ed a lui venni ratto : 

E i diavoli si fcccr tutti avanti ; 

Si eh' io temetti non teneaser patto. 
£ cori vid'io già temer li fati, 

Ch'uacivan patteggiati di Caprona, 

Vaggtado si tra nemici cotanti. 
Io m'accostai con tutta la persona 

Lungo '1 mio Duca; e non torceva gli occhi 

Dalla sembianza lor, ch'era non buona. 
Ei chinavmn gli raffi ; e : Vuoi eh' io '1 tocchi, 

Diceva l' un coli' altro, in bu! groppone ? 

E rispondean : Sì, fa' che gliele accocchi. 
Mo quel demonio, che tenea sermone 

Col Due* mio, si volse tutto presto, 

E disse: Poso, posa, Scarmiglione. 
Poi disse a noi : Più oltre nudar per questo 

Scoglio non si potrà, perocché giaco 

Tutto spezzato al fondo 1' arco sesto. 
E se P andare avanti pur vi piace, 

Andatevene su per questa grotta : 



167 



Si 



00 



Vi 



1(111 



I i 



110 



' i ittlr*. iiiposulooe f»tor«Tole 
«miti:, appiattito, rannlc- 



■. aaa mrtwr ftrii. non roinUncs- 

* ■ patte, la Asta tede 

K. «ama* p«U«pf«(l<ll Capra»*. Otti- 
H tal entello di Cayrtni («ne patto, 
rwKuttw fatu. - Krin qua' Il I 
■ pinot et» Buaeand» d" icjiri, r«- 
a II mirila a - Lnccftni «ali 
fanastiai, eh» I' lurliirin, 
■a a anr aalra la «ita. ■«otre pai 
sa* f** «*Janl a' contai di l'I»*, 
■aMvn D» rame a tasti Drmiri, eh» 
tarisi imputi, ItapsVcrj. letarrme chr 
ti ta|a«aati> ohm • no le ( aplU lanoni 

• rram. A quii» bit*, cbf artrant 



Ball" igoito dol 1290. ebbe patti! Danio 
tao d"' Militi i sanilo, cbs la 
BcpubMIea di firma mando, in alato 
de' Lucchesi. 

OS lunjo. pretto, rateate, Inforno. 
«anlo X, ». *». 30: • pero m' accollai, 
le, un poco più al duca min. . 
104. fa" e»* oliiU accorrai, fa' il 
«larjllcne ani, fa' di inenarcll. di affib- 
Uarill un colpo.- cucii, eh' e di latti 
• aaaurli qui ita per 1 1 
l'uri], pale, ita' fermo, 11- 
107. lui. l'orocche il sello ponto giaco 
tutto spettilo al fondo di quest-s bolgia. 
110. grotta. Tilo propriamente «prlon- 
c* ; mi qui t> usai, Al argine 

diruti:, I .(impani, u 

torà la alcuna parte della Tokio». 



168 dell' rxnrexo 

Presso è un altro scoglio, che yì& foca. 
Icr. più oltre cinq "-a, 

Mille ilugnnto con gessanta nei 

Anni campite, cho qui In via fu rotta. 

Io mando verso là di questi miei, 
A riguardar a' alcun se ne sciorina: 
Gito con lor; eh' e' non unranno rei. 

Tratti avanti, ÀlioUno e Calcabrina, 
Comincio egli o diro, e tu, Cugoazzo; 
1 l.irbariccia guidi la deci 

Libicocco vegna oltre, Draghignazzo, 
Ciriutto eaunuto, o Grafh'acano, 
E Farfarello, e Rubicuiile {MtflOi 

Cercalo intorno lo bollenti pano: 

Costor siau salvi bufato all'altro scheggio, 
Che tutto intero va sopra le tane. 

Omo, Maestro, che è quel ch'io veggio? 
Disa'io: deh sanza scorta andiainci soli. 
Se tu sa' ir : eh' io per me non la cheggio : 



111 



:.'.- 






HI. Qui prono > un altro pesi 

porgo un» ilrada per punto. — Notiti 

l|U A una busi» di Malacodi, 

non solo quello, ma tulli ili altri 

ponti di quoila bolgia erano ipotiali. I.o 

Tcdrrmn al ranto XMII. 

li:-tn. loti, leneidl, più lardi cinque 
ori dell'ora preicnl» |ialo a dira «Ibi V 

.-.un, poiché l'ora in cui lidia* 

rolo parla a lo 10 antimeridiane del u- 
bllol II compierono IM anni dac.rhò 
quello ponto rimaio rotto. Vuol diro 
in. munta cho oraa lrk#C0TSl ISCii anni o 

no irjrin, (lacche mori ti. 
ito. ipunilo pilrtr lenta mnf. o cho gli 

• Uriti di quel tremolo il rlMDflronO 

• liandio noli' Inferno, tieni i.n. 

, | r. tonti , nu eli Mitdll, (ri 

quelli Danto |r«netre, Triti IV. cip 951, 

no di «ila 51 anni, parchi 

' .uno I 9 meli dilli Ma ineffabile 

OODMltOOV I pie Jl IWd o un giorno 

aggionjitadonoa*. aircmo il prhno porno 
dell' anno IMI, e coli ti data della rl- 
llon del Poemi non t.CWo'i »t»W ere- 
dolo, l'anno 1300, ma beni il BfrgM 

giorno del 1301 : e dico primo giorno, 
polche anticamente non al l crnnaio, ma 
il cumtnctiia I' anno al C3 di mino. In- 
fatti li rapane lllefOrll I del i'oeml, elio 

accenni alla rtaooiattona del loculo, 



Tonio eba ila l'uno e eoo V - 
principio del aecolo nuoto, «non li*» 
orlo. 

115 di «urlìi ulti demonll. 1HUI 
getti. 

IIC «r off»» «« «e incrina, il «le» 
dannalo cito di itilo la pica, a «e» 
all'aru &ic*lMr« * pr<priaa«il»if» 
par», ijM«it«r» all'aria. 

UT non unni r#| reni di «ai.»* 
ii fimno ilcun mala. 

li». 7ro«r, tran 

«90. li dKina, i dieci domoelIqiSi» 
lineali. 

193. Mentite, Jinnuto. rie ka tram 
...Mi ranno. 

ISI. pow, u>i(n per pano; acati 
mi quella bollenti poca par turr ri: 
I pania. — *m*«. Bore : • 1 

IM. CoatOfO ilan constiti 
Innno all'altro ponto «chrjjioi- 
lullo inlaro, e non ipciuti coni «atatt 
apra lo bolgia . — Coone ielle »<i|< 
li punlico la «tu Ni 

lana, do» cetili di entii 
i lie qui Uab i E*, pereSHit* 

quel pònti i un rotti 

«99 Si In fa' ir. intendi: Sola, cacai' 
tra «olla mi d 

CArgolo. chiedo. 



con C^i 

. Uqtt* 



I il em- 




oun oioatoojcBo. 

Se ta et' si accorto corno suoli, 
Kon vedi tu ci»' e' digrignati li denti, 
E con le ciglia ne minacciati dnoli? 

Ed egli a me: N'ori vo'cliu lu DAI ••nli: 
Lasciali digrignar puro a Sor «enno, 
Cb' «'fanno ciò per li lessi dolo; 

Por l'argino sinistro volta dienno; 
Sia prima avea ciascun la lingua strett* 
Co' denti verso lor duca, por canno: 

Ed egli arca del cui fatto trombetta. 



ICS 

199 



US 



13 Ciò qeil*Mt.l tallirai filli-. 
m fra di l«-TO, aratri. 

Maio il i«e ieltt parole msjio- 
ami a. miImwu. 

01 Tufllio, pte <wbn la pai 
bau. ili rupndt: > 
»r« a fero «oc 'la. polca* rtn tal 
H» tana di colora e t • ioa tormentati 
nella paco. 

ix trr r or-fiat ««HI», ira la quinti 
Min la anta. 

in. 11». Ma pri»» ciaicin diavolo 
ma (ilio l' alt» beffardo di atiiaciit 



co' danti U lini-ua, par eennn verio II 
ilac (ara 

■a bratto Uro a" duo Patti, li Landino 

Hot, ebo con oli 
imilaiano tfUJlclojajBtDlal il aurino na- 
turalo del loro duca. 

lòti arm del cui /allo (rombilo, cloò 
tpolraundo. Alcuni rimproverati Danto 
di quiate aconcio eiproaiioni ; ma i pre- 
Batti ilu' macatri, u l'arto. Togli 
t il atll o lo parolo clan convenienti allo 
periono meno in iscena, o ritraggati fc- 
dclrornlo della loro natura. 



CANTO VIGESIMOSECONDO. 

(■fatiate I Paoli ad tede» n par l'argine, eba dlv-IJo la ooinl» dilla tetta Bolg-St: 
■ •Mtao* I tarattlrri, the «rarafono a rilli t-r prender» in po' al nfrìgcrln, o rl- 
BagpB attlo appena ««blu twnoailll I iUleWncba. Un d' mi. troppo lardo a 
laral. • aà>fTBSo-lal runplao d'un diavola t « tratto a riva, quantunque mal- 
. la coito Hata a* altri cuoi compagni, n«a poi nni fi a » r liao- 

a' dindi : die 111 quali. Lai :f ulto Invano li fuggitivo, e' accapigliano fra loro, 
i n aiai aa Uà foco. 

Io ridi già cavai icr muover campo, 
E cominciare stormo, e far lor mostra, 
E tal volta partir pr-r toro «campo; 

Corridor i terra vostra, 

Aretini; o vidi gir gualdane, 6 



f-a. lo ti*, altra volta afudrt di ci 
«aliti onMtrrr il campo, eie* (li 10- 
OBaatMiiu, a cetiinciare la bau 
iridi (ara U loro taiir.-na, t talvolta 
.r la mirala, per la loro «al 
Ha rat», dall' alta «di» ilurin, ralo 
I, lai!< 
*. Camior, atorTlfloii, piccole iquidro 



•n tenti a cavallo, por lorprcn- 
ilerr il nrnnfn n far prigioni — S 
parola atll Anita!, perdi» il loto paci» 
In m quo' tempi aitai moloilalo dallo 
KOryarrt wmrehfl alla quali preit parte 
due volto lo itoio Danto. 
^ tuMeat, cnvalrato per depredar* e 



170 DELL* «rcXSO 

Ferir tornoamonti, e correr giostra, 

Quando con trombe, e quando con campane, 
Con tamburi, e con cenni di castella, 
E con coso nostrali e con Latrane : 

Né già con si diversa cennamella 
Cavalicr vidi muover, nò pedoni, 
Ne naTe a segno di terra o di «teli*. 

Noi andavam con li dieci dimoni 
(Ahi Cera compagnia!); ma nella chiosa 
Co' ganti, ed in taverna co' ghiottoni. 

Pare alla pegola era la mia intesa, 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente, ch'entro v'era incesa. 

Come i deliini, quando fanno Regno 
A' marinar con l' arco della schiena, 
Che a' argomentiti di campar lor legno ; 

Talor cosi ad alleggiar la pena 
Mostrava alcun de' peccatori '1 dosso, 
E '1 nascondeva in men che non balena. 

E coni' all' cirlo dell'acqua d'un fosso 
Stan gli ranocchi pur col muso fuori, 
Si che celano i piedi o 1' altro grosso ', 

Si stavan d' ogni parte i peccatori : 
Ma come s'appressava Barbariccia, 
Cosi si ritraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anche '1 cuor mi s' accapriocia, 






C Tirtr torntamcnU, combinat iti lot- 
tili, * cvrrtr giostra. La giostra differisca 
dal lortro io quoto, eli» nuli' una li 
cornimi!» da do lolo codio un iole « Dna 
di smaltarlo, o Doli' »llro li combatto 
da squadra contro squadra II ebo l'usa 
aia nati 

* craM di ra>(tlia, dot fumato di gior- 
no, o fuochi di notlo 

V. E con iitcumauli nostrali o stra- 
niati. 

10. Ma giammai eoa li strano tini, 
roaoto (comò quello di Barbine 
tnunvnra oc. - DiTtrta. strana. — cV*m- 
fiwlfa, ora un islrumonto a Dato, forse 
quello ebe I Cnnceii dlcon oggi «taf* 
naa». Uni peraltro è asalo iu ginero a 
■OS lo iipccia. 

11 . • tega* da lt"* di «trita, per 
ugno di Urrà, ebe scuoprasi, o ui aitili, 
eba seggali in Cirio. 

14, il. Modo proicrbia'.e, a dmolire 



cho secondo il luogo, baiai 1* eM 
Come nella chiesa si hanno con 
uomini santi, cioè dabbene, e ne' 
1 (biotti, cosi noli' lufnrno i da 
1«. (alesa, attesa, attcntione. 
11. raaleaao, rondinone, qsi 
anche ogni cola cooli-nulati. 

<S. tonta, accesa, bruciala, i 
somiglianti dell' affollo, ••listo. 
90. roti' arco della scatta*, ti 
carolando a fior il' acqua. 

11. Mi l'argMMuri*, li ttodii 

regnino, di raaitter Ut f atala, 

la loro nara dall' iramimoU 

99. alleggiar, alleggerirà, i 

tC. «re»,,., «ite (ti «ih 

fuori solamente col «anso 

21. e 1" al In eroso, a l' altra ] 

aona. Cloe I" altra parto ilei lai 

U). Cesi, tubilo, la corrtsnea<! 

cero*, eba ila per «Mode. - Sai 

lari sotto la poco balletti*. 



e smurata. 



CISTO YIOKSDCOSBCOXDO. 

Uno aspettar cosi, coni' egli incontra 
ma rana rimano, e l'altra spiccia, 

E Graffiatati, che gli era più eli contra, 
.irroDcigliò le impegolate chiome, 
E trasscl su, che mi parva una lontra. 

la sape* già di tutti quanti il nome ; 
Si li notai, quando furon eletti, 
E poi ebe ri chiamaro, attesi come. - 

Rabicante, fa' elio tu gli inetti 
Gli unghioni addosso ri, che tu lo scuoi : 
Gridavan tutti insieme i maledetti. 

Ed io: Maestro mio, fa', se tn puoi, 
Che tu sappi chi 6 lo sciagurato 
Venuto a man degli arversari suoi. 

Lo Duca mio gli s'accostò dallato : 
Domandollo ond' o' fosse; e quei rispose: 
Io fai del regno di Navarra nato. 

Mia madre a servo d'un signor mi pose, 
Che m'avea generato d'un ribaldo, 
Distruggitor di se, o di suo cose. 

ii famiglio del buon re Tebaldo : 
Quivi mi miri a far baratteria; 
Di che rendo ragione in quanto caldo. 

K (.'inatto, a cui di bocca uscia 
D'ogni parte una sau n a, coma a purco, 
Gli le sentir comò Cuna sdruci*. 

Tra male gatte era venuto '1 sorco : 



171 



::■: 



40 



«8 



IO 



u 



i«d tauodi: Com'egli 
iti aa» naa nono* iulla rtrs 
■ patos, Bini» cf ni altra u ne di- 
■au tea aa ulta; coti io lidi un 'li 
*» distali Itmxitrii nlla IMU fuor 
SU reca, assoMaaSe t' appianarti do' 



V a> ceafra, far Svinatila, tira an- 
aSTmuu. 

SII arrmciali*, fll SCIiappù col 



K. La laairsa aaaiumkU >|ii^ìrii|ii'ilH 
Saae.diculor uro.il ijutte fine 'duini, 
1«<al. r«(ii itami « trorau anco stilo 
Mi Mitrati, «Il Animi « in! Turno. 

IT- il UHI email l dimoliil. 

K. iniIi fona latin, SMUI dal loto 
l> MiUcoSa. 

• li taiacj foroe esumili, noli Bea- 
li Mate top cai ciaacuo •■ thumiu 
*. mal. unrtMbl, Sa lentia». 



SS. l'raulo a aiaa, venuto Dolio roani. 

In poltra. 
47. oao> foni, di the pioto fon» 
«8. la fui, oc- Codili rhiamoiil Ciim- 
polo o fininijiulo, • fu Aglio d'uno «la 
laciuiloro, Il qualo. commini. • latta il 
patrimonio, lattlollo poterò; on<! 
ma madre peto in qualità di Iorio eoo 
un barone ebe ilaia ali* corta di Te- 
baldo Il r« di Ninna. I,' indolirli di 
Clampolo fa tela, che in procowo di 
tempo divenne familiare dal re, il qu:.l<' 
lo obbo il caro, ebo (Il ««ninniteli o(oi 
erande 'accodi, ni tili non npaats 

m li ma ronidili, fi'Ct l 
ria, concedendo per denari le eariebe • 
gli ulllil del ino ugnerò. 
Sa Del qual peccalo pkgo il Id b 

pStS bolienlii. 
SI. «trucia, idraclra, lacerna 
5». U lordo or» capitato Ir» caline 






172 pell' nrrHRHO 

Ma Barbariccia il chiuse con la l'r.n-oia, 
E diwo: State: in là, nv-ntr'io lo inforco. 

Rd ni Maestro mio volse la faccia: 
Dimandai, disse, ancor, se più ili-ii 
Saper d:t lui, D] -ima eh' nitri '1 disfaccia. 

Lo Duca: Dunque or di' dagli altri ti 
Conosci tu alcun che sia Utino 
Sotto la poco? E quegli: Io mi ] 

Poco è da un, che fu di la ricino : 
Coal foss' io ancor con lui coverto, 
Che io non temerei unghia nò ur.rino. 

E Libicocco: Troppo avem sofferto, 

Disse: e presegli '1 braccio col rOBCtgBo, 
Sì che, stracciando, no portò un lacerto. 

Draghignazzo anch' ei volle dar di piglio 
Giuso alle gambe ; ondo '1 decurio loro 
Si volse intorno intorno con mal piglio. 

Quand' olii un poco rappaciati foro, 
A lui, eh' ancor miruvu sua feritn. 
Dimandò '1 Duca mio, ganza dimoro: 

Chi fu colui, da cui mala partita 
Di' che facesti, per venire a proda? 
Ed ci rispose: Imi frate Goti 



(atto : modo pror. r.ho tign. : quel ditio- 
nato or» remilo io potilroo mini. Sorropor 
terne : ino desìi muchi notalo piti ioli». 

CO. meitr" lo Io inforco, munir' io lo 
torio inforcalo, termo collo mio brac- 
ci» Dicati medctlmamonlo («Corcare «• 
cavallo, appunto perdi* cliiudoii Ira l.i 
duo eoico, elio formano corno una fnrta. 

i;:.. il ducatela, lo faccia in brani. 
• di' rfealf altri HI. ora dimoi i 
■orni dogli altri rei, tuoi compagni. 

Cj Ialino, ipil tlgnilici Italiano. Coti 
nel Convilo, Triti. IV, cap 38 : • Il no. 

. noalrO l limo Guido VI 
HHJ » Infurilo, eanlo XXVII, ». 33, n 
l'iirualorio, canto XII, t. M. 

CTI. «A.» /» di li vicino, ebo fu di quello 
■ tu, cioè dell' itola di Sardegna, 
eh* ritta Ticino all' Italia. 

d*. cooirfe. Vedi canto preced. ». 53. 

70. otri» Kitftrio, abbiamo tolleralo, 
aipellaluln. 

73. (attero, i li pirte del braccio dalla 
tpalla il gomito. Prendcii anebo per 
mintolo in tenere, • qui ita per erano 
di tara». 



73. dardi plolio. afferrarlo eoU'ucii*. 

74, 73. Ondo il decurione loro, Il ut» 
dolla diecina, cioo Rsrbwicala, »1 »ol« 
d' ogni intorno con ni.il rito, eoo mina! 
Cioio tumido. — d'icario, per «arenati: 
tedi al Canto V, ». SS. 

7tl. «n poto raffinati far», fare*» • 
poco acquetiti. 

78. dinoto ditterà. Mine fra n ti ' 
dimanda, dittero gli antichi. Qai ita r* 
(•duole, rfior-tfe, 

::•. mi i.hi f.i quegli, da cut pec'it- 
U ». di. W) di utwrU pi» t» 
mali renliiri putito, per veatre a •rtot. 
ciò» alta ri» della bolgia} 

ti frati Gomita, di nulono tardi, ai 
profuttlono frate, ma non tappi*»* * 
quii ordino. guadagnatati la traili * 
Nino do" Vuennti di fila (Partal**. 
tanto Vili, ». 46 e •«(.) goranaban • 
piondento del giudicalo di llillor»» 
Sardegna, te i irritando Ut** 

riche e gli uffici pubblici. Arnia in mu* 
alcuni nemici del 100 tignore, gli h** 
oiaderoi mi poi scoperta da i N'inoliar 
fedeli» di Ini. fu fatto impiccare. 




VIGKCTTIonXCHnX». 

Qwl di Galluri», vaacl d'ogni froda, 
Ch' ebbe i nemici di uno donno in mano, 
E fé lor sì, d B se na loda: 

Denar si tolse, e UtaciolU '!i pi 
SI com'e'dioe: e negli aliti ailci un 
Iiaratticr fu non pire-io!, ma tornato 

Usa con esso donno Michel Zanono 
Inodoro; ed ■ dir di 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

Ornò! vedete l'altro .-na: 

rei anche, ma io trino ch'elio 
m s' apparecchi a grattai mi I. Ugaa. 

E '1 gran proisosto, vólto a Farfarello, 
Che stralunava gli occhi per ferire, 
Di»o : Fatti in costa, ranlvngio uccello. 

Se voi Toleto o vedere o udirò, 
Ricominciò lo «paurato appresso, 
Toschi o Lombardi, io ne furò venire. 

Ma etico li Malchrancho un poco in cosso, 



173 



a 



M 



05 



M) 



•■ Mava, rt» no de' (attiro un 
**>'•«. u pai (a quel (Capti 

'»U ii »itdi,-u. eicaoeogf lata da'i'l- 
•aitaltara, l»fBdlio. Cagliati o Ar- 
••««.- Tori d'oaai fui: ricettacolo 
'♦sai 101U di freda. — l'eMi. Beo 

•stanile COB'ti tiU'do. ma significa 

ta tu i, 

C dna*. littore, dal 'nino barbaro 
:£tip* di desia». 

a. i lutuw liberi di pua*. alla l.no- 
» nata ferir . >kd 

sia. IV piate 4 attutati)* del basto 
Itist, etpotla all' altra de tritata 
art wg»lOca«ano I du« 
*dri|n l« caute. 

«L B tes'M 4xt. al carati egli stesso 



fi. era aieneC sa Mara*», non pie- 
aV ma giaadr. la grado suprema. 
». re* era» Catania . aae. cooirru, 

■s, Ceo. Mietile bacie gfllt 
ti*l|l*s>eaU> di Lojudofo. Alan, 
stila. Iella di Ultimo III di logodoro, 
a e&aia la prime nei» atea ipoaato 
■sia II di i.alUra, dtipe ottiche titillo 
à «edenica aptitò Ku*. Dillo naturalo 
«Wrisfxraler redento II. i a lui porlo 
Iti dada i Al l*f«dor*. i 

Iti preettititia paà ealcaa di Sardegna. Mori 
■al tao; • aooMitau ch'alia noi suo 
aititiM lailtailo *rede papa 




Gregorio IX. Emo. che dall' Imprr.itoro 
ano padre r ia gitilo nominato re dj 9ag> 
dogna, occupò i giudiciii di Logodoro « 
.., e li ni 'ime flnoacho nel 1249, 
pillato aguerrcriti.irc Ir, Italia, non reihì 
prigioniero do'Uniognoii. Allora aìckele 
tinche ano itoiaealco, prato a fi 
in nome di lui: e ipoul.» Uianca Lami 
tnadro di Emo, della <|ua!o era eia drudo, 
colori mojllo I suoi disegni arni 
ed alla lino coiornò il patititi Isi^uaoflntti 
alti proprio. VtidJ canto XXXIII, 
t. IM o teg. 

' I . t a pirl.ire dolio CON 
degna lu litifati l<ro non ,i stancano mai. 

93. r dirti «ne»», lo leguilerei a par- 
laro, e raccontarvi altro cose. 

aX a gratta/mi la tiene, modo rolgare, 
elio suol dire, » petcuuletiui, a fate • tra- 
ilo di me. 

94. B'I ema propelle. Cloe Batharle- 

i« della diecina, detto propello o 
prrpeilo, dal lai. preponi». 
96. naleagie ««ilio, lo chiama nettilo 

9rl. lo ipaarato. l' impaurit'i Cititi polo. 

11K). JCl (i r.a'r^rirnr.1r quei' Bastali 

Il tlilobrinche, i/irte va poco la 

patio, in reo irta, f* «tee, 

de cruo.dal laL raffilai, • :i Ir in dis porto. 
Cosi il Frali nei (titidrlntie • lo udì 
(I tempia di Platon 




174 DELL' ISTKENO 

SI eh' oi non t«man delle lor vendette : 
Ed io, seggendo in quarto luogo stesso. 

Per uu eh' io son, ne forò venir sette, 
Quando suiblerò, coni' è noatr' oso 
Di fare ullor che fuori alcun si motte. 

Cagnazzo a cotal motto levò 1 muso, 
Crollando il capo ; e disse : Odi malizia 
Ch'egli ha pensato, per gittersi gjuso! 

Ond' oi, eh' avea lacciuoli a grnn divizia. 
Rispose : Malizioso son io troppo, 
Quando procuro a' miei maggior tristizia ! 

Alichin non si tenne, e di rintoppo 
Agli altri, disse a lui: Se tu ti coli, 
1 o non ti verrò dietro di galoppo, 

Ma butterò sovra la pece 1' ali : 
Lascisi il collo, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali. 

tu che leggi, udirai nuovo ludo. 
Ciascun dall' altra costa gli occhi volse ; 
E quel pria, eh' a ciò fare era più erodo. 

Lo Navarreee ben suo tempo colse: 
Formò lo piante a terra, ed in un ponto 
Saltò, e dal proposto lor si tolse. 



Hi 



1M. si e»'«(, i bumUUrt. Mi 

itili lor vihdttli, (Irgli atti «indicativi 
■li loro, ciò» del Malibraiiehv. 

105, 104. Ed lo, Invoco d' uo tolo che 
tono, no farò vonlr fuori ielle (Domerò 
.mio pur l'irnl. Itrii.Ln.ilvi, nu f;irò 
venir fuori molli, quando llschiorò, lio- 
corno 6 nostra mania di fare, allorquando 
alcuno lova fuori il capo della pece. — 
Levalo fuori il capo, o veduto elio non 
e' erano i demoni!, al davan avviso 1' un 
l' litro Oichiando, di venir a galla a 
prender un po' di refrigerio. 

106, 101. levi llmato.Crolfaadoi'Irdpo. 

atto di chi i' accorgo d' una maliziosa 
proposta. Infatti il baratiiero prepari 
loro un Inganno. 

10». lacciuoli a r/ran difilla, ripieghi 
ed astuilo In gran quan' 

110. Uollstono non io troppo oc., modo 
ironico, funi dici: Veramente mollo 
son lo, «ho por contentare il 
desiderio rostro, ri do occnionr. per la 
quii» poniate itranarr molti do' miai 
compagni. — majjlor trillili*, maggior 
dolore, maggior torraiolo. 



115-115 alliii* ne* X trai», mal 
contenne, non si frenò; e di rialrjsw affi 
ulrri, a oppostamente agli litri, coeteo 
l'avviso degli altri suoi «.uopi, 
o («I, a Ciaropolo: Si I» ti Mi. 
golii nella pece, lo non It verro diati» 
correndo, ma volando. E ti raggttagm 
prima che tu ti sia gettalo. 

Itti, 117. falcili dunqcf u «lts.il •" 
glioni (quello che oggi dicrei goleaK. 
« la ripa esterni (l' argina chi din* 1 
l'uni bolgia adi' altra] •■« ama»." 
frapposta fra ma a la, a arder, per *•* 
doro, te tu solo vali pih di MI latti. 

118. avoco ludo, da ladai vaca Uno, 
un nuovo giuoco, una afida di non 

ci ri. ri- . 

119. 1J0. CUscnn do'demonii, tetti» 
Il patto, si rivolli per calar glb dalti- 
gllona urli' nppoila falda, a ti prie» fi 
quegli, che a ciò faro ora*! mostrata tèa 
renitente, cioè Cagnauo. 

t -*J feraiù li «laati • Imi, turno R 
chi 6 per iiplecire un alilo. 

US. dal propelle far n Sala*, ai liberi 
dal proponimento, eh* avaiaa di 



no di lacerar)*- I 



CO TKttSUOOCOXDO. 175 

Di elle ciascun di colpo fu compunto, 

Ha quei più, eh© cagion fu del diletto : i" 

Però si mosse, e gridò: Tu so' giunto. 
Uà poco i valse; che Tale al sospetto 

Non poterò avanzar: quegli andò sotto, 

E quei drizzò, volando, suso il petto : 
Non altrimenti 1* anitra di botto, *» 

Quando 1 falcon s'approssa. giù s'altufla; 

Ed ci ritorna su crucciato e rotto. 
Irato Calcabrina della buffa. 

.indo dietro gli tenne, invaghito 

Cbc quei campano, per aver la zuffa. 1» 

E come '1 barattier fu disparito, 

Cosi volse gli artigli al suo compagno, 

E fa con lui sovra '1 fosso ghermiti.. 
Uà T altro fu bene sporvier grifagno 

Ad artigliar ben lui: ed arabcdno IW 

Cadder nel mezzo del bollente stagnu. 
Lo caldo sghermidor subito fuc; 

Ma però di levarsi era niente, 

Si avicno invUcato l' ale sue. 
fiarbarìccia con gli altri suoi dolente, "° 

Quattro ne fo volar dall'altra eosta 

Con tutti i raffi ; ed assai prestamente 
Di qua, di la discesero alla posta: 

Power gli uncini verso gì' impaniati, 

Ch'erari già cotti dentro dalla crosta: 1B0 

E noi lasciammo lor così impacciati. 



m. tulli quii co» «tei diavolo 
lai» di tolto, la mm U ML l», totilruu 
... nuu quegli, eioò 
l .lo tulli tua propoli* fu 
Ilo iojiIw. 
t* i fili : T. •>' i<»»fo. ». : 
*il braio, t*»u*«1".i uDimmU, gridò: 
fi H 'raffinato 

poco «li 
U—t, p»l<b» lo ili non poloror. 

>Wh pi» tiI:«. di quella dio II 
■■» Iti , U piar*, ficaia» «loto Cum- 
•U*. utilU .|iiiill il lutto noi potilo 
*• U dlaiolo lUT» prr «flirt. ■ 
W. ili tufo, di eclpu, |.r«. piloti- 

ni «ruttala • rei*», limito e tttocor 

•irti «.Ila lllllliltll. 

lUikrtea aditalo dilli litri», 
tàmh |U ita»» dioico, dttldcroio eh* 



Clarnpolo IIIIBUI USI, pur »t*r« occatiooe 
di allunarti eoo Allcttino. 

13*. * /• fon tot.,, «nirmifo. a il if. 
fori, ti altaico con lui 

tJ9, 1*0 t* ''»». fu ictarocnlo, ipnr- 
*l»r grifagno, ipartioro do' piti deliri e 
rapaci, ed artigliar, ad af/urrar cogli 
artici) beo lui. Cloe Calcabrina. 

II'J. Il caldo dulia pcco fu «oHccllo 
echarmidoro, Cloe fu cagiono din prcala. 
memo li tgbonnlitoro, il Inclinerò, pai 
Il doloro ebo no tcnllrono. SoAtrmirt è i. 
(oiilririu di «*«n»<r«, alti""" 

1*3. Uà peraltro ogni afono per lo. 
tarli or» «no. 

14». allo poiln. tt luogo Mista 
loogn opportuno a ritrarr* i ilor 
dalla p/ca bollrnl*. 

1S0. d«»r-o itali» crollo;, drolrù ili» 
tupullclo di quello itagou. 



170 



uni Dm no 



CANTO VIGESIMOTERZO. 



Laaclandnel addir!™ ! MiMiranelio Impacciati. Broerpioiie i Poeti il viaggio; nK* 
apprneu. t«4Qft4oU tornir» a corta, Vlffl 

luci» andiro p.r l'argine a icarpi tata*. Lijglu trovino f l'I Malli, 

Il cappe ««ternamente dorate, • pillano eoo Catalano e Loitrtic* 

bologool: ilill'nn de'qnuli ai tanno iuaoguam il modo, ondo ultra «ir »r,lM iella 

•attinia liolgla. 

Taciti, soli, e sansa compagnia 
N'andavam l'iin dinanzi o l'altro dopo, 
Come i frati minor vanno per via. 

Or* in =u la favola d'Isopo 
Lo mio ponsier, per la presente rissa, 
Dov'ei parlò della rana e del topo: 

Che più non si pareggia mo ed issa, 
Che l'un coli' altro fa, te ben s'accoppi» 
IMiicipio e liiu- con la mente fissa: 

E corno l'un peneier dall'altro scoppia, 
Co*ì nacque da quello un nitro poi, 
Che la prima paura mi fé doppio. 

Io ponsava cosi: Questi per noi 
Sono scherniti; e con danno o con beffa 
Si fatta, ch'omini credo che lor nói. 

So l'ira sovra '1 mal voler s' ogguefla, 
Ri ii' vrnvinnn dietro più crudeli. 
Che cane a quella levre, eh' egli accofTa, 

Già mi sentìa tutti arricciar li poli 



1. tanni compagnia, ionia la compa- 
gnia do' domonii, ebo avovamo arnia per 

l limanti. 

Su Con raccoglimento o col rapo dimoi- 
lo, tomo prMtdOM i (riti minori, quando 
vanno poi loro viaggio. 

a La favola dal lupo o della una ora 
a* tempi di Danio creduta d' Ktopo. ma 
V tu toro n' * Ineorlo. Iji (avola è qur.1.1 
Volendo una rana annotare un topo. gli 
offri di trasportarlo tul proprio dotto 
dall' altra parlo d'un fono; in» mcnlro 
.lavi per rm-iuiri' il tuo malvagio ili»*- 
irmi, (u da un nibbio afferrata iatiomo 
col topo, o divorata, 

7, ». Porchó non ti agguaglia lanto no 
ni Mata, quanto »' tgguai lu l'un [allo 
coli' altro. ,Vt dal Ialino nodo, ilgnilira 
ori; 11 ., I limi del lai tao ipia «or». 

s, 9. So eoa la mentii /Um. attenta, li 



accoppia, il confronta bono il 1 

o il Ime ile' l'.ue falli. l'rimier!Bf*M ' 

rana macellino centro il lopo, 
Calcabnn.i contro .niellino; finalmente' 
rana il lopo capitarono malo, per B** 
ilei nibbio, 1- coti Caleabrio» • Alic»'"' 
capitarono male, per cauta della aera» 
bollente. 
IO. «'oppia, icaliimce, tlcn fuori I»" 

pi,!aii;.'l>!i'. 

13. per noi, per cagiono di noi. I* 
voglia die il Pool a oblio di parlari * 
Ciampolo fa oecttione alla ritta. 

IS. adi, annoi, rotbi noia diipitMre- 

18. Sr 1' ira • ' aggiunga al mal ani»», 

ila Itidolo. Àtiuiftrt. a praprlt- 

mor.tc ooomajere (tlo • f\t. oso* ti •> 

annatpaiulo peto qui vai* nilafulca- 

moolo II lomplico ii/oiunoeve. 

IR. omja, prende col ceffo, col 1 
vaio a dire, addenta. 




CASTO TIQBIIIOTKBZO. 

Dal!* paura; o stara ind ito, 

Quand'io dissi: Maestro, se non dell 

me tostamente, i'ho pavento 
De' Malebranche ; noi gli sveni già dietro : 
lo gì* immagino ci, che gi.'i li sento. 

E quei: S'io t'osai il ito vetro, 

1/ imagine di fuor tua non trarrei 
Più tobio a me, che quella deatra impetro. 

Pur do venicno i tuoi pensi' .liei, 

Con simile atto, e con Minili; faccia, 
SI che d' entrambi un eoi consiglio fei. 

S'egli è, che sì la destra costa giaccia, 
Che noi pouiam nell'altra bolgia scendere, 
fuggirem l'immai-; io. 

Gii non compio di tal consiglio rendere, 
Ch' ridi venir con L'eia tese 

p molto lungi, per volerne prendere. 

Lo Duca mio di subito mi prese, 
Como la madre, ch'ai romore è desta, 
E vede presso a so le Gommo acce 

Che prende il figlio, e fugge, e non s' arresta, 
Aver Ite di s* cura, 

Tanto che solo una camicia vesta. 

E giù dal collo della ripa dura 
Supin si diede alla pendente roccia, 
Che l'un de' Iati all'altra bolgia tua. 
i corse mai sì tosto acqua per doccia 
A volger ruota di mulin terragno. 



177 



CO 



«0 



li 



■ • iteti iUUtrt Mirai», e lUia con 
•■imi purdxid» .' 

■ ri - . » iptwhio, non ri- 
stai NMl tn«Vin. dulia tur , 

"sla m pili pceM* di quello, eh' lo 
'««i I' lenirne interna del; > tua nonio. 
-HfiUt, loaprioM « icslpiico io m* 
Ss» la pietra. 

* W Istradi - ora appunto I luoi pori 
lei Toainaw a tnfnndrrii < 
mot tiB.1. nlo • limi le 

■ionia di pian . . .irrono 

«i iuxsm lo ona tata • mode: 



M-3S. S' «|ll le, chi il do- 

lo lai* di queil'aifioe (iaccia, aia 
rimalo . or* cosi ilio obi 

■usa» «tendere Mila bolgia Mila, noi 
((Uc»> cftedl* caccia, cko ininaagioia- 



mo e UBuUOd pelei nonll. 

■era nulo di pile- 

*0-*;. • non i.iidiii M. Coilrulici od 

Intendi : K DO U laolo, 

■ .Umonlo d' una ea- 

uiicia. a r.ura ócl figlio, Cbo di 

Il Mimi i dol >'.m pudore. 

45 *1. L |lfl J.il collo, dal ciglioni!. 
della dura ripa VilflUo t> aliliiiidiinu le< 
a UrrS o lo faccia 
si dolo, idrutciulando per quoti' arsine 
Inclinalo, elio chiude o forma l'uri do lati 
alla bolgia Mita. 

ali. doccia, condotto, canaio, dal lai. 
tettare «lucAia o due.*, dori, alo da du- 
rare 

al. 1/tiiVfi lllUSSI. mulino faliìiiicalu 
la (erra, a dnToresu di qnulli eoo il co- 



178 VKufvrritaxn 

Quando ella più verso le pale approccia; 

Come T Maestro mio per qoel vivagno, 
Portandosene me sovra 1 suo pel 
Come suo figlio, e non come compagno. 

Appena furo i pie suoi giunti al letto 
Del fondo giù, eh' ci giunsero in sul coUo 
Sovresso noi; ma non v'era sospetto : 

Ch6 l'alta Provvidenza, che lor volle 
Porre ministri della fossa quinta, 
Poder di partire indi a tutti foOft 

Laggiù trovammo una gente dipinta, 
fi, e giva intorno assai con Unti passi. 
Piangendo, e nel sembiante stanca o vinta. 

Egli avean cappe, con cappucci bassi 
Dinanzi agli occhi, fatto della taglia, 
Che in Cologna per li monaci fossi. 

Di fuor dorate son, si che egli abbaglia, 
Ma dentro tutte piombo ; e gravi tanto, 
Che Federigo le mettea di paglia. 

iu eterno faticoso manto I 
Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
Con loro insieme intenti al tristo pianto : 

Ma per lo peso quella gente stanca 
Venia si pian, elio noi eraram nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d'anca. 



Itrulieono tulio nati, fopra l fiumi, ntn 
per II cotrento non abbimi:» doeela per 
condur 1' acqui o" the là timo ad urtar 
collo palt. o ali dolio ruoto. 

49. t,ltiandn I' ICqU pi* npprorrto. pia 
t'inleiniallepalc cine, do»* è pia rapida. 

•49. ficoono. a 1' direnili!. I' orlo «lolle 
tele; qui par ilmiliiinlinc 6 la ripa Al 
forma I" ori» della bollila. Inforno, can- 
to XIV. MD. 

SS. ul folto »«: /ondo sii, al plano della 

8», Si. >l elwiiero mi col/», i Imesl 
numero mila aotnmiti della ripa, 10- 
rrrjio mot, appunto mpra di noi, aul no- 
stre capo. 

S7. Tolte a tolti cottoro fi poterò di 
allontanarli 'li li, non di Olirti 
quel termino. 

jk. uu s<»'« «"lenii. Son quarti sl'lpo- 

Il dico «"(fiali, pcrrhe cai tiri 

celo» dalla Tino nciiopron» i loro brulli 



SD. Cho andaxa per la ta elrwta"» 
Con pasti aitai Imi i . 

GO. traara per il jrlTO p«0, • •** 
per l' infoiti» di Minimo, viali, iteli' 
tol». Coti nel lo I irlcbo : .Chi 1 «iti di*** 
che giace il Tinta J • 

61. foli, orlino, dal lat. «li. 

fla. 65. falli de.'la foglia CU e*- M» 
a quella fofrla. rhe n un in Cil»"- 
citli dell' Alemagoa, dal monaci. Kiaao 
larghe o ro;. 

04, il <*e «oli ao6a0(la,il ehi (ad I 
il oni abbaglia la ruta. 

68. Che quiillu rlic metteva Poderi 
farebbero, a pungono di quelle. piM 
di pailia. -- .V rei ili lena mariti, t* 
rigo II facci porro addotto una irai i 
di piombo, o coti iettiti II faceta t 
in un grill ino al fuoco. 

TI, "!.' Che per la laro leetataa, I 
od ooal viaoerr d'aura, td apri i 
pano, er.ieoaio iwil di roapaia't, al 
lro»i»linu a Illa coaapajsi ne 



l(ii noni. 




T0 TIOESDtOTEBZO. 

Per ch'io al Duca mio: Fa' che tu troTi' 
Alcun, ch'ai fatto o al nome si cono 
E gli occhi, si nndnndo, intomo muori. 

Ed un, che intese la parola tosca, 
Dirotro a noi gridò: Tendo i jii 
Voi, che correte ni per l' aura fu 

Forse eh' a\Tiii da ran quel che tu 

Onde il Duca si volse, e disse : Aspetta, 
lo il suo passo procedi. 
Ristetti: e vidi duo mostrar gran fretta 

Dell'animo, col viso, d'esser meco; 

Ma tarda vagli '1 carco, e la via stretta. 
Quando Air giunti, assai con 1' occhio bieco 

Mi rimiraron senza far parola: 

Poi si volsero in sé, e dicean seco : 
Costai par vivo all' atto della gol* ; 

E s'ei son morti, per qiial privilegio 

Vanno scoverti della grave stola? 
Poi mi dissero: Tosco, ch'ai collegio 

Degl'ipocriti tri-.ti se' venuto, 

Dir chi tu se' non avere in dispregio. 
Ed io a loro : T fui nato e cresciuto 

Sovra '1 bel fiume d'Arno alla gran villa; 

E non cpl corpo eh' i' ho sempre avuto. 
Ma voi chi siete, a cui i Ila, 

Quanl' i' veggio, dolor giù per le gun 

B che pena è in voi, che si sfavilla? 



•j 



n 



Mia, per quieti» e» li-lire atmnr. 
eedeaate, coti culminami», coli 

•sul*. 

•M, U parlate toecan». 
I Urti. iralleo-te 
1 

Si aee essi oserai» per qat il' kris 
nono il lenti, [.ir loto 
«tari 6V da* HoeU ili un cer- 
ei eie I* e\irtl. QneiU parole 
e-SirrUe a 1>joU, cka 
Immurai alennn 
« «d issassi: nikr- 
■osimi coi II 
i art evito fra* frttc* 
p». tran Irxnu, d'oi'r torco, 
«ilei, luiuiiale, al rtealraro», 
ke Km per ■sneatlia, a fora» 
|rr diip.ii» j'.U ,.,u d' uh pri- 
lli' Ice» tarmali. 



K7. ro< il eofirro i» i». Cloe 1' «no 
torio I' altro. 

SS. dir alto ihrfla «oli. rio! » q«el "'"'" 
della »ola. (he t> 

l'eri cinto II, t. 81. OS: • l/inum- KM 
il fur di me leeorte, l'er In ipirar, che 
lo eri inror • 

90 iella ereie rotta, JtltS 'Jpp> di 
ITI un» 
lenta ette!» telar». 

93. Son Itssfaaf* ili ili' 'I" ' 

PS. ali* «rea ritta, alla rrin I 
Furor» . NUn.- lilla i ioti ■. Opplda 

pirra prin«. • dine Rullilo Son 

«cnl'.r.r.. .Ir I quinto lOCOlo, OSI 

I 
dono fi . ivnre uni» 

quante lo tertioT - Poe li l 
I' editili; ri.,» e; <!><> : 
W. de il l'entte. «ho »1 H'amonu U 



180 




E l'im rispose: Oime! lo cappe noce 
Son di piombo ni grosse, clic li pesi 
l'in cosi cigolar lo lor bilance. 

godenti fummo, e bolognesi: 
Io Catalano, e costui Loderiugo 
Nomati, e da tua terra insieme presi, 
suole esser tolto un noni solingo, 
l'or conservar sua pace ; e fummo tali, 
CI»' ancor ni paro intorno dal G&rditigo. 

lo cominciai: frati, i vostri mali.... 
Ma più non dissi ; eh" agli occhi mi corsa 
Un, crocifisso in terra con tre pali. 

Quando mi vide, tutto ti distorse. 
Soffiando nella barba co' sospiri : 
E '1 froto Catalan, eh' a ciò s' accorse, 

Mi disse: Quel confitto, che tu miri. 
Consiglia i Farisei, che conv. 
Pom un uom per Io popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo è por la via. 

Come tu vedi; ed è niestier eh' e 1 senta 
Qualunque passa, com'oi pesa pria: 



Rimira. — Non sa meor» eli» la cappi 
lombo. 
100- uri Oliim*. le cippo raswe. giallo, 
color il' oro. fon di piatoli 
(ho II peso lw« fi risolar», «Indoro, to- 
ner*, I» loro lilonel», le nostre persone, 
.i bilanci* lostencon quel peso. 

— Quello cappe panami A uro a prima 
ilsù • corno un segno J' onoro, od erano 
cloniro di piumini < un supplirlo, il modo 
che nel mondo le suoni e lo parolo di 
colloro panerò mosse da «irla, o invoco 
lion*. 
101. alalo**, do' Catalani dei Mal- 
tolti. » t*dir<tf> degli Andai* de'Lam- 
barlacci, furono bolocoosl, r frali dell'or- 
'alltrctco di santa Munì; |ll 
aactillial qualr furono, perdio monatino 
stia aiiau, tolfannsnta ctriaosatl frati 
«ostanti Basendo I iremo «ciiaia dallo 
faileni patini e KMbaltloi, fu daprimsri 

fllladlm prn. 

i.-lfo o |" allro ghibellino, affinché 
le parli si bilanciassero, e l' una l' altra 
non lorcrchusso Ceti noi 131W II inelfo 
Caratano o il ghlUtHlM /.&<l/rm/jo furo- 
no ad 01 patMlt 'li I 
rome suol esser (elfo u* Sion so'leoo. Cloe 
cerne tuoi esser proso un uomo solitario. 



dm tìm a s*, ed * «cerro da q 
i «toro 
irò II Iji-no eomum 
no In n tOttO I Gatti, I 

Kattllb, mi trio in Firtai 
fredl. dorè fuvjrirscn», o poco 
tatti i Cblbollinl. Priaeti 
furono gli liberti, nobili- 
fiorentina, le essi cast, poste ansi 
Gn'dmoo, che «ra nnt coni 
la dogana icrcliia. furono arto I 
ir. Ptrclt iiii-o il l'oda cb* tti 
tali, rV ancor s< toro lattea* sta 
oo, elio lullora apparisco per 
Clio sono Inlorno al t.srdtago, 

109 o frali, i Tttfrfilf ...i 
ticensi, e ai pud loltiateadari 
tasti lati. 

110. HI egli ocra* ssslr*rft,« 
mi si presento, une. olir era <-r< 
rcrra oc Con ragiono li» coitati li 
enti quel inoili'simo luppllllo.si 

lont all' Inni'. 
119, e( HiUru, forte per ral 
111; Consiglio s Tutti <K. 
r.iifi.so, dir noi .Sinedrio Sila* 

Sii >i li «I sta moti sto posa 

icherando eoli' amor del bea fi 
•no odio contro Getti Cristo. 




CASIO YIOESOtOTEOTO. 181 

Ed • tal modo il suocero si stonta 
In questa fossa, e gli altri del concilio, 
Clio fa por li Giudei mala sementa. 

vid'io maravigliar Virgilio 
Sovra colai, ch'ora disteso in croce '» 

Tanto vilmente nell'eterno ««ilio. 
Poscia drizzò a' frati cotal voco: 

■piaccia, se vi lece, dirci 
S'alia man destra giaco alcuna foce, 
Onde noi ambodni possiamo uscirci J*> 

Sanzu costringer degli angeli neri, 
Che vegnan d'esto fondo a dipartlroi 
Rispose adunque : Più che tu non speri 
S'appressa un sasso, che dalla gran cerchi. i 
Si muove, e varca tutti i vallon feri, >M 

ohe a questo ò rotto, e noi coperchia : 
Montar potrete su per la in 
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 
l/j Due* stette un poco a testa china, 
Poi disse : Mal contava la bisogna HO 

he i poccator di là uncina, 
irate: lo udi' già dire a Bologna 
Del diavol vizi assai; tra i quali udi', 
Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna. 



I a HI aedi li Mosto, r.l in L»l 
timwaialo, i.'i»i<cr» di lì 
i"«riit« Ato*. Fort' meo il trenta 
*"> (wm duino, dal li! dlltoatorv. 

•B. Il conti. hi. Oli rjiu'.r li 

«• Cifiij aorinr. ;• «.i'j Mania, fu 
■smi li t porche 

•ni ii laro ttUtmmla e la ilitn 
Ittnulrmw, ?*r ai 
Hi lotlr* Virgilio aariiiiliarsl.por- 
I* armo di «Mi srudi luu. itvoi.all 
tot li mi Borio. 

«SI U*U «limato, :nt tute «.o »t- 
11 — 1 » . r-arcS* ti tulli in cai portalo. 
HL M il te*, u •• • licita, permeilo 
im./tf fti riU apertura, ureo, iboceo. 
Di, 131. ttfU tifili turi, •teaoo di > 
■naii, ella vrapmo i Ititi da snidi, 
I «idre di «-itilo tale, Àtgili mn 
li la» li Scrittura li ctiiimi. lof. 
)U XX* II. Il d«. HH eacr.M.I. 

ii ipeii, 
■ insilo, il «,eil< ■wicii dilla clr 
di cjii.sl' oliata cuculo, t 



altriTcrn lutti (li omini i talloni; ce- 
cino che i quello tilloiic, STS il.iin uà, 
e rollo, o però non lo etiopi ■ dm ri <■> 
arco lopra Vedi (salo XVIII, », : 
- ora» crrchta dolo (icriooc 11 poto. (Can- 
io XMI1, t. Iti) 

01, 15». Voi polroln mnriUr «u por lo 
rumo, por lo micorlo, cho aitili (Udì 
giacciono lo pendio (In coito,, o nel fosso 
r Iniliino. 

140, 141. Malinicnto raccontatala f»e- 
randa, rato a diro, malo e IBMSI 
i miMiiii, mini, ciò* Malacudj, Il quale 
di li ;nrll' altri bolgia) itTarri culi un- 
cino i peccatori. 

I«l « Bolooaa, ne II unttorilla di Ilo. 
logna, imi iiiu(niTiii Uologii. 

144 Vocili louinleodero, cho • 
tolo è pidro di mcoiogoi. Virgilio mia 
•loiori iipoliirn di lui altro cho mon- 
logna. Ili Virgilio rli ami cmlulo, per- 
t4'*(|| fu I ili!» li. Il i unto IX, 
T. «| io fondo all' Inferno, quel poni» 
non ira rollo. 




182 bill' inferno 

Appresso 1 Duca a gran passi sen gì 
Turbato un poco d'ira noi sembiante: 
Oud'io dagl' incarcati mi parti' 

Dietro nlle pesto dello coro piante. 



143. in «I, da tiri. io n' andò. 

146. rurtafo. pnr filerò italo ingin- 
Olla dai diiTnli. 

ui. da'jC intaniti, dot da coloro, cho 
•rano caricati dello cippo di piombo. 

■ tri. Jiurro alli pilli, dietro .ilio pe- 
dalo, «Ilo ormo imprimo di' piedi dol 
mio Ciro Virgilio — Tutto lo moderno 
tdlglnal Irpgnnn polli; mi non ti hanno 
«tempi cho poi!» lignifichi (ledili», armi 



La Iciiono perle troiail noli* 
dol lecolo XV; o petti Ione il 

rulli ni. ni. in ilo. . ri nudi I dIOtrO I 

ciò* dietro allo fttlifia i 
di Virgilio. • futi loia il V 
cbioiando, • dietro allo potè, t: 
ilio Tiiiiirin et orna drll* pia 
EJ anebo l' iitteeo Dani.' 
cinto XVI. t 5». ■ ■.•sesti. I' mi 
pollar mi iodi • 



CANTO VIGESIMOQUARTO. 

Al turbini di Virgilio ti torba Dani*, «1 por all'otto, «1 por ti roti* 41 naoii 
mi a] ruinr«mnl dol lUealro, ai raiaorona il dlac-polo. 3' arraatpieaao e*J 
doli" affino, o giungono aul ponto doUa Bolgia «Itimi, o, di <i«i renati tal 
«odono tra orribili Mrpl i ladri i tra I quali 11 piatole** Vinai ricci, la 
dall' «««or rta oIPMil tO da Danto, gli annanxia cho 1 Bianchi riformano 
alta grandi «confitta. 

In quella pnrto del giovinetto anno, 
Che '1 Sole i cria sotto l' Aquario tempra, 
E già le notti a mezzo '1 di seti ranno ; 

Quaudo la brina in su la terra assempr» 
L" immagino di sua sorolla bianca, 
Ma poco dura alla «uà penna tempra; 

Lo villancllo, a cui 1.» roba manca, 
Si leva, e guarda, e vedo la campagna 
Biancheggiar tutta, ond' ri ni balte l' anca : 

Ritorna a casa, e qua e l\ si lagna, 
Comi: '1 lapin cho non sa cho «i faccia : 

ricopia, imita mila terra l' in 
ma aorella bianca, ciò* dalla 
la ioa Imitaiiono dura poco, • 
nuando la metafora, ebo ' 

firn, riMpla, la B»»«, dice C 

cimi cho ella ricopia, poco bui 
peritura, pereti» la brina, «Ire 
presto, non può Imitar lungarni* 
liso della set*. 

9. tt rafia r Mnts. li halle 
por diiporaiiooo, (rodono» caa 
cito, e coti di non pot»r ir* a U 
auoi 



1-3. Intendi: la quella pari» dell'anno 
(fecondo lo alilo romano) da poco loco* 
■Diodato, quando 11 Solo, ninnilo In 
Aquario, rinfona alquanta I anoi raggi, 
« quando gii la nulli inioe* t'MMTI ili 
14 oro, inn di Ili. cioè la mela A' nn 
giorno, re. Vuol dire intonimi: nil mese 
'aio. quando l'aria comincia un 
poco a temperini, « già da Inoro» ip- 
j.rem li primarora. — /eri». Agorai. I 
raggi. Ancho Virgilio din*: • crloliui 
Apollo.* Mute, IX. 

4 * Ijoando la brinila, la rugiada. 






IO VlQE8IM0QCAi:T0. 

Po! riede, e I» speranza ringavagna 

reggendo 1 mondo avor cangiata faccia 
In poco d'ora; e premio 3uo vincastro, 
lor lo pncorello a pascer caccia; 

Cosi mi foco sbigottir lo Mastro, 
Quando io gli vidi sì turbar Li fronte, 
E cosi tosto al mal giuristi l'empiostro. 

Che come noi venimmo al guasto ponte, 
Lo Duca a me si volse con quel piglio 
Dolco, di' io vidi in prima appio del munte. 

Le bracci* aporse, dopo alcun consiglio 

t'.o seco, riguardando prima 

Ben la mina; e diademi di pigb'o. 

E corno quei elio adopera ed istima, 
Che sempre par che innanzi sì proveggla; 
Cosi, levando tao su ver I» cima 
' un ronchione, avvisava un' altra scheggia. 
Dicendo: Sovra quella poi t'aggrappi; 
Ma tenta pria s'è tal, eh' ella ti roggio. 

Non ora via da vestito di nappa, 
Clii noi appena, ex lieve, ed io sospinto, 
Potevam su montar di cliiuppn in chiappa. 



183 



li 



» 



so 



» M riti; poi ritorti * gaardar*, 
.tre r.i*«»»j»t. e nmclt.. nrl- 
r »»eli (pena». ripiglia la •: 
*- fci eaw iieril >mr toc» ili Ilo- 
ami. ti« tal« Martiri, THo.1l rinja- 
»|a»"« Iirtd5«l.erfbbe ritulU" «»I 
aeMlfi. fl qui flgaTattmrtilo rxmrttir 
*f mwn. Altri erede «he nnoaraiMre 
U li ittita e)>« aitaoir*<rr. ci» ligni- 
ti t—éf per Ir »•>•;»•. cui» prr il 
*fc, 4»! prò», rmtlif; • qui taiga 

rtprt%étTt. 

rtfftmit il amUo nrr radialo 
Ma 1* por* ft», roi<ì* la brio*, da 
I arréiU Bere, il è dileguala, 

Istradi: (Mie la I 
kart il »'n>] -•, «ha manei 

| ** M f » ir»lr, coti t«e ttìgoUIr ane ti 

• ■antra Virgilio, quarto, por i In- 
aWfl afalaaodl, io lo lidi "•! lut- 
•«;»» cosa fmi'i il •-. Il incile il 
astata, ceti pmM «{dimenio mi rl- 
IbrUi lo, parerla il mi" nulo glnnw 
Munii' f '«eapfarlro. il rio 

* al ,»«•'■> peata. «1 pMU rOtlnatO. 

'•• |wl pajltt Mia e.". 

II' a«p*u» aaaseetole. ch'i* ridi io 



Ini, quando mi comparto la prima tolta 
appio dol monto a liberarmi dolio Ire loìt, 

SS, SJ. dopo «fé»» r.ia/ijho «■(elfo icro, 
dopo oiwrii «onilglialo ilcjnj.nl. [g 
•taiio. 

SI. « tintimi ti piglio. Amiti che lo 
afferro prr di dietro, In modo da ararlo 
datanti a i*, o ipinforlo in per quella 
macia di uni. 

95. 96. rj rome fa quegli, elio opera 

colla mani. « pnmlara colla me-olc quelli 

rlie fi, uhm nlrt eh» p.irn din tempra li 

li innanci do'niciii opportuni alla 

SS ronfilo», (rono peno di pietra, 
arena», notata. Scnreota, peli.» ili j . i e - 
tra iporeanle In fuori. 

n »ii crolla ona ria da poterti 
firn ila quei rtSMf.fl ffattiU iln|la (rato 
cappa, do*, ii 

SS. ed lo («epura da Virgilio. 

35. faloppa dicono alcuni •ii-niflrtro 
cola, e qui pivtra, di poltfll '-ìiiapparr 
Altri dicono «lenificar* un petto, un rot- 
iamo di aaiio o di pietra- C*topp«. dica 
Bentenut» da Imola, • ait para trcula 
riilmar, qua Uruntur Ucu domorutn.a 




181 DELL' IXFERXO 

E se non fosse che da quel precinto, 
Più elio dall' altro, era la costa corta, 
Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 

Uà perchè Malabolge invèr la porta 
Del bassis-imo pozzo tette pi'ticlii. 
Lo sito di ciascuna vallo porta 

Che 1' una costa surge, e l' altra soonde : 
Nei pur venimmo alfine in su Ut punta, 
Onde 1' ultima pietra li scoscenda. 

La lena ni' era del polmon sì munta 
Quando fui su, eh' i' non polca più oltre ; 
Ansi m' assisi nella prima giunta. 

Ornai convien che tu cosi ti «poltre, 
Disse '1 Maestro ; che, seggendo in piuma, 
In fama non si vico, ne sotto coltre : 

S.inza i . ijual, chi sua vita consuma, 
Colai vestigio in turra di so lascia. 
Qua! fummo in aere, od in acqua la schiumo. 

E Otto leva in; ••ilici l'ambascia 

l'animo che vince Ogni battaglia, 
Se col «no gravo corpo non •'accascia. 

Più lunga scala couvieu che si soglia; 



Si. p'efIMo, (Ioli intonare. Sigiai in- 
terno docente la fotti. 

36. Non »o ebe coti urebbe itilo di 
lui; mi io ben»! urei r 

■ rei pollilo finir ili 
tatti tiare., invi'c- ih larei ifuf.» 
i lai*; come il /oim di «opri nel tutore 
il. I (MIMI Ialino, feti» (fato. 

. Alilmmi. (il dello al fin- 
to XVIII. t. p, che l'olUtn cerchio, 
dillo Malabolge, dilli ■MdrtMCltSMS 
il centro, ot'ò II pollo dr/gigami pi-mie 
. Inclini, • modo tv u (appalla 
(inriv ruvr ir ilio. 
SO. Li ilrutturl Ji Ci.iimiii . 

porti teci li uccellili, e filli di ul 
'. che re. 

Il, 41 Xof pur . noi |uii rinno.! .ulr 
Unti difficolti, tnun airi» I* » U 
■aiti, tulli • ; argine, »*dc, 

ili tal, (' hIIim pietra «Vii (Olilo ponto 
«I inutile, li diitlccl IftOfy 
fu;-,. 

ti. U r«M ••««... il nanfa, Il ro- 
«pira m'eri il I • IBllO. 

SS. metta pri« piuili, il primo ginn 
(tre tb' lo feci lini. 



<G II ipolfr», ti ipolIratsiMS, 

41. 41. Mf/at>du ■■ prU-M, t. , 
Il «le». ne lodo (l'Ifre, poh cosi 
qsindi inl-ndcru, in dee modi 
do, peli i, Mila piva 

■Ilo 11 coltre, poltrone» 
letto, Don il ticno in fino 1 1 
troneggiando tolto piume, noi 
in fama, nò lollO la roltre del 
filimi; ciò* non li peritone ili 
dignità (come quelle di ro, lai 
papa) che li onorino d'I tubi 
Ma parchi min i icmpre tara, 
grandi dignità ai permisi Mio | 
egregie, eoil io credo più 
..nr primi 

4P. b>:i li guai, elei 
fimi. 

H. E rerò liuti. 
T mimi, che tinca- ogni 
I' ah iiii4*i non ri arriicie, non 
doni, non ti ittllitca lati 
materiale e grate corpo. 

55 Intendi- per giungere al 
ch'i- il Urania* del Ino tuffi 
che da te il taiga uni Mila, 



CASTO TKlKMSlOqPMlTO. 

Non basta da costoro esser partito : 

Se tu m' intendi, or fu' ri che ti voglia. 
Levaimi aliar, mostrandomi fornito 
:.'lio di lena, ch'i' non mi sentii: 

V, di*» : Va', eli' io son forte ed ardito. 
Su per Io scoglio prendemmo la via, 

ora Tonchioso, stretto e malagevole, 

Ed erto più assai che quel di pria. 
Parlando andava per non parer fievole: 

Onde una voco uscio dall'altro forno, 

A parole formar disconvenevole. 
Non so che disso, ancor cho sovra '1 dosso 

Fossi dell'arco già, che varca quivi; 

Ma chi parlava ad ira parca mosso. 
Io era volto in gii» ; ma gli occhi vivi 
■ ni fondo par I 

Per ch'io: Maestro, fa' cho tu ari 
Dall' altro cinghio, e dismontium lo maro ; 

Che oom' i' odo quinci e non intendo, 

Cosi giù veggio e niente raffiguro. 
Altra risposta, disse, non ti rendo, 

Se non lo far: che la dimanda onesta 

Si dee seguir con 1' opera tacendo. 
Noi discendemmo '1 ponto dalla tosto, 

Ove s'aggiungo con l'ottava ripa; 

E poi mi fu la bolgia manifesta : 



180 



ta 



cs 



50 



:i 



M 



I di tanta, ni* * dire . Il monto 
MrVgalatt». 
n * fa' ti. f-ra op»r» la sud», ria fi 
•SS* eh* I" arri» ti pori, * li ili 
I Mllrn» 

farla ni arditi II porto niuarda 
rpo. r altr« 1* «oioio. In- 
«SM.ciato XVII, t. SI 
SL S> arr I» aratila, eh« titu la boi- 
fcsatfSM. 

■ r m Mis , scalvo, rsfa, sor 
Ma alt» UKi Tttàian, . il t. Si 
<atm lotte* ili rmllm. t pataono 
»*-» tana» iitit ufi fa netti» • Tra' 
Isaia itilo (cosilo.* Uf>rx4, XXVI.i- 
a, ss. i>«" >i rarefar, '"«do i, uno 

Ss» fa efet .tara di Milo, uirl dalli 
Isa mtUmt atim, sai idilli par 
i i (armar parola ili.tint*. 

I «li rl.l. p»» lMtnd.r.1, (Il 

, tnm. par i|iiulo foo- 

I ; «t icro naratr* c-i intender 




tùli: ni» eli occhi miei non poto. i: 
roicurill. indirò al fondo rlrl, cioù a 
dire. nulla loro punii attirili. 

73. BalTaHr lai all'altro 

argino elio ditido la bolgia tallito.* dal- 

Sli a ii poi ls stl 

allo doli' argine. co»i per andini I l'ooll 
«roderò: o la «ceti non doro* 
on*r Unto tùttt, », non udendo nulla 
dal ponti-, fall' umilio la bolgia ti fa 
minili I 

11. CU roti' lo odo or. Che comò la odo 
il inclini, r imi ii.iiudo I* parvi 

TI. Seno» lo far. 11 non fatando gMlaS 
i che to m' ii 

T9, dalla frlta, dalla tua direnili. ,\r- 
trrli.cbel l'orli non iliitnidunó in- 1 f-.ndo 
doli* bolgia, ch'ora pioni d'orribili ter- 
ponti, ma Semi mll' argine; Il iiualo, 
lutando batto, pcrnu'Ui't.i loro di mirra, 
«unta Otricolo, gli oggetti nella belila 
rischiati. 



188 dell' ixfcbxo 

E vidivi entro terribile stipa 
Di serpenti, o di ri diverga meno. 
Che l» memorili il sangue ancor mi scipa. 

l'i ù non si vanti Libia con sua rena : 
Cliè se chelidri, iaculi, e faroe 
Produce, e ceneri con anfesibena ; 

Né tante pestilente, uè si ree 
Mostrò giammai con tutta 1' Etiopia, 
Nò con ciò che di sopra '1 mar rosso èc 

Tra questa cruda e tristissima copia 
CorreTan genti nuda e spaventate, 
Sanza sperar pertugio, od eutropia. 

Con serpi le man dietro nvean legate: 
Quello ficcavan por le ren la coda 
E '1 capo ; ed eran dinanzi aggroppate. 

Ed ecco ad un, eh' era da nostra proda, 
S' avventò un serpente, che '1 trafisse 
La, dove '1 collo allo spalle s' annoda. 

Nò si tosto mai, uè I si scrisse, 
Com' ci s' accese, od arse, o cenor tutto 
Convena» che cascando divenisse : 

E poi che fa a terra si distrutto, 
La concr si raccolse per sé stessa, 
E in quel raedesmo ritornò di butto. 

Cosi per li gran savi si confessa 



Si ilift, ittpinvoto.tmmiicchiimonto. 
SS. ti il dicerie mh, di ti ttrana 

il, l|ucia. 
SI. Che U ricordimi ni icip*. mi 
mi guitta loco» Il ianpu« prr 
lo ipivrrct.i. 

vi. Lilia tu» iva nna. li Libia con 
quel ioo suolo treooto od ardente. La 
Libia al Uopo da' Romani ara quulla 
pari* drll' Affrici, eho giaco a ponente 

Mi, 81. sMMri, tarpan anfjhi, «acuii. 
ehi il lanciati dagli arbori iddesM sili 
preda, fatti. <ha camminari colla parlo 
■■parlari ,! '' «<"po «Inala da terra, 
ee»m. macchiali di punii limili a grani 
di miglio, aa/ialetae, Mresall a duo IiibIo, 
ona a4 ogni eilremit». f. Imilata la do- 
teriiioii Ji Lucilio al Blu Vili. 

ns-90. Nò tanta pcitllcnile. ni al no- 
cive, rnoilro giammai la alena I. il» i In- 
>n tutta l'ttiopu altra provincia 
dall'Affrica), uà Imiiino eoo lutto quol 



- 



panie eh" e di «opra 11 ma» 
l'Egitto ir por », coma Me 
Ire» per Ir», fu per (t te 

IH. copia. Intendi : di tnpeali. 
urna ba noi lo iU»o aacra* e» 
t»r<rri*ia. 

95. S«nu «perania di Invai* 
. -t ai. o nn peno d'I 
inietti Invilitili. Soo e, Miti 
Dal Tolgo antico crvdSTaod rbe | 
verde con macchie roeao, chiamai 
pia, avr.uu virtù ili renderò inaia 
la portata Indotto. Vedi nel Dei 
la noiclla di Calandrino, eh' * b ! 
glor. Vili 

97. da «alita proda, dalla pi 
eravamo noi. 

log i. Il belle, to' U tratto, 
quel medcilmo tplrllo di prima 

I0TJ. il era* iati, Dalla leale 
rono tSacpanio, Tai 
Claodiano, ed Ovidio noi lib. 1 
Xelimorioti. SI rea/eaaa, ti alle 






*T0. 

Cbo U fonico muore, o poi rinasce, 
Quando al ciuquecenteaimo anno appressa. 

Erba nò binda in sna viU non pasco. 
Ha sol d'incenso lagrime « d' smonto; 
K nardo e mirra son 1' ultimo fasce. 

£ quale è quei che cade, e non ita corno, 
Per forza di demon oh a terra il tira, 
d'altra oppilazion che lega l'uomo, 

Quando si leva e che intorno si mini, 
; o Kinarrito dalla grand' angoscia 
Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 

Tal era '1 pccoator lovato poscia. 
Oh giustizia di Dio, quanto 6 severa. 
Che colai colpi por vendetta croscia ! 

Ixi Duca il dimandò poi, chi egli era; 
Perch' ei rispose : I' piovvi di Toscana, 
Poco tempo è, in questa gola fera. 

Vita bestiai mi piacque, e non ammm, 
Si come n mal ch'io fui: 3on Vanni Facci 
Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. 

Ed io al Duca : Digli che non mucci ; 
E i^imaiiiìii qual colpa quaggiù '1 pinne : 
Ch'io 1 vidi uom già di sangue e di corrucci 

F. 1 pcccator che intese, non s'infìnse, 
Ma drizzò verso me l' animo e 1 volto, 
lì trista vergogna si dipinse. 

Toi disse : Più mi duol che tu m' hai colto 
a miseria, dove tu mi vedi. 
Che quand'io fui dell'altra vita tolto. 

Io non posso negar quel che tu chiedi : 



187 



no 



ir. 



139 



123 






135 



ildw fta, I prttioil odori di 
I eirceaja U fiate* morrai*. 
| «a*, eoa». troacaniialo del Ut. 



. fw (irta il demi, coma il crt- 

ISfllMMMi. 

, tft<l4il<-*t. * rinwrramrnto «l'Ile 
ili, «KM In quelli chi 
» di «ni c a laci. 
mw «WilM. p*r p<ioiilone.er«id«. 
i (U co» iWnu ; a 
iqu, in.i3.1u citi eoa inpMo. 

'M*l fi lilUldo di MSMcT 

» *»' Lattari notti* pulcino; ptr- 
psl d.uo mrntt. 

_ 



tondo lui, »r» eovile, o nido A' uomini 
aefaodl e bollali. 

MI thè ne* muctl. che non fugga, eh* 
non io 1» in. 

189. Peroceiò lo lo conobbi »ii nomo 
muoio o unjulnirio, «d or», lux ci ili 
■rotarlo In i Tiolriiti.lolroio Ir» I Udii. 

IM di Iriil» tergo*»!, di Terjojua 
'->. iluwia. 

11S. dell' olir» ella lotto por toso d*l 
cirnoDc*. Il diipiacarc- dui Fu. 
potei» attore d» limare d'infami», par* 
ciocchi oramai eran noli al Modd il >'io 
.: .-I i e ■ ■> «i la mi pena, ma ti diU'eaaera 
n ijucllo aUln ili DUIa, che poi 
l' arrebbo ricontato tu nel mondo. 



In giù «ori meiso tanto, perdi' io fui 
Ladro alla «acrustta d*' belli arredi; 
i ilsamonto già fu apporto altrui. 
Ma perchè di t:il visiti tu non godi, 
Se ili fuor do' luoghi '■ 

Apri gli orecchi al mio annunzio, ed odi. 
Pistoia in pria di Neri «i di 
Poi Fioreuza rinnuova genti e modi. 

Traggo Marte vapor di Vnl di Magra, 
Ch'ò di torbidi nuvoli involuto: 
E con temi posta impetuosa ed agra 

Sopra Campo picen fia combattuto ; 
Ond'ei reponto «peweer* la nebbia, 
Si ch'ogni Bianco ne sarà feruto: 

K dotto 1" ho, parchi dota Un lobbia. 

I" In giù »o» umiio lanr Intendi: lo Tal H afagra. Olì di I:fliJ 






mn Difiio più kIù do - ridienti. In i quali 
lu credotl trovarmi, porche et. 

\-,:i ]i rabwaals alla npaitla di 

no Jacopo di Pillola, dati* do' bolli »r - 
rad . fi eoiiimetio da Vanni Fuco Ball I 
■nonio i Vanni dalla Mona o a Vanni di 
Mlrono, nel ISSS. Odati das anni era du- 
ralo il proeeito infriitliioiamcnlo, * |ia 
un Hi Rampino di Ranuccio, fjl 
imputalo di quel delitto lo porci.. 
l'otta, a" fellamente ola fi» oppoi'o olirmi 
•tifi por ewrr condannalo, qu.iml i 
plico Vanni della Mona, preaa rimpunii i 
molò I Tori autori del furio, Rimetto al- 
lora Rampino in libertà, i due ladri Vanni 
l'ucci a Vanni di Jlirona furono impiccali 
« traiclnitl a coda di cavallo (Documen- 
to ilncrooo pubblicato dal prof. Ciampi'. 

140. Ila porche lu non |0OI AV ■>" ri i 
Ila a 111 tormento 

«45. .Nel 1501 1 U il ci- 

l'aiuto d«" Bianchi fiorentini cicriicono 
dalla loro citili i Neri (Fiiloia la pria 
di .Veri ti dleteoro). I quali rotolatili 
In drente, ed nniliii col fiorentini 11 Ila 
loro parlo, fucaro ai, elio quhi. invnlro 
lo duo parli por l'innanii il bilanciata- 
no, ora ia nera prevalso alla bianca fai 
rimala riaaooa p'n/l e modi). Ondo 
Milu-.i floriaUBi, dominata da' 
.Neri, dtlibarì di nuoti* lo armi contro 
fittola, perché dominata da' Bianchi ; o 
por molilo ottenor la tutoria, li colleiò 
colla repubblica di Lucca. Capitano do' 
collegali fu eletto Uoroollo Xaletpi&i, 
marchete di Dlotaialio In Lunlriana nella 
Val di Mara fTro.ee l'ori» top»' df 



involuto). Il qualo proiaado, eli 
ocr piti aretolrooolo Fittola faoet 

r..iiiiiirl.ir.. ù.il I); lieti» lo «aite 

l'attedio a SoratalU, Coooteet 
tloloti 11 pericolo che lor torri 
Wllltl -eraralle. ■ 

arme quel mariior numero di i 
fa loro powibile.e tuo. irto eoo 
I (piali animalmente 
datll MO oBUUMoal a, afleoatiro 
I li mitero 
nirtiarnloni multa lirico: dal e! 
ben lotto la rota di Straialli 
l'attedio r II dedirlondl Pittai 
o la roilo a monetale della par 
(f co* impure (apeluuo U i 
«ra doto pire* de eoattaftate 
repente tpetfrrl le a**Nl a 
Blaaco ae tori aerato) La aalt 
me pio'' vederli nelle Sferic 

l'anno ÌUH Oli pila* 
Seraialle e Montecatini, tal» 
I' i«ro o campo peaciatia», 
pleceatll, chiamala 
rampe picene, quatl piicea*. 
dimagra, ti (popola i nomini dlp 

IU rlaaoea «rati, aceogl 
a Intoco do' man 
■odi. cambiando 11 Bai 

10, UC. Mario trai di Val 
un tapor diilrultora, eh'* 
torbidi nnioll. cioè, |retl4i di 

l>0. Ond' ci. il tapore. ape 
tratto la nebbia, che |ll »' opp 

Ita) K Mio e lo pere.» la, 
parto blu '» tiolif 

fia dolila, no debbi a te. 




tao 



CANTO VIGES1MOQUH 



I ladri, rontlnill nrlln atUlron Ttolitia, «ili Vinta 11 wn- 
m Caco, tatto motto di tufi, elio »rn dietro al k-aiemmlitor Vani,; 

■I Ùloitt m 1*4(1 'Iti paoMbo lum, I di eeal 

.Tiglio» TÌc«ndori>l: tnaformuin 



lanuta. 
kifearrlreaun 



Al fine delle «io parolo il Indro 
Le mani alzò con ambeduo le fiche, 
Gridando: Togli, Dio, eh' a I i-Jro. 

Da indi in qua mi fur le serpi ami 
Perch' una gli a' avvolse allora al 
Come dicesse : l' non to' che più diche : 

Ed un' altra alle brnecin ; o riiogollo 
Ribadendo sé stessa si dina 
Che non polca con esse darò un crollo. 

Ali Pistoia, Pistoia, che non stanzi 
D' incenerarti, ni che più non duri, 
Poi che 'n mal far lo seme tao avuti ? 

Per Inferno oscuri 

rto non ridi in Dio tanto superbo, 
il cho cadde a Tebe giù de' muri. 

Ei »i • non parlò più verbo: 

VA io ridi un Centauro pion di rabbia 
Venir gridando : Ov* e, ov" è V acerbo ? 

Maremma non cred' io cho tante n" abbia. 



le 



i» 



teeneio eie il fi lo diiprcflo 

rSMMdO 11 dito frollo (ri I m- 
I II molia. l'ara ca< in MI 
Ilo T alla, puliti mi 
M '«dmeil. nel m. XIII. dai 
i Imian la |<bt » Finn», 

eh* a l.- In «quaderno. 
i. Bwtomn.il 
prno dilli 
«fiero rito»; 
tao diirnoe larieo alla 

i la irrora all'uomo, i 41- 

| fu il piacer tao ri. 
) qaell'eaipio htalenui 

•j» lo Sic* iTlim- 




rniflea prepr it 
inala a". a t»KJo lafliiu f 
ai... 

polca eoa *t*t brucia, lei - 
4, fico II pia piccolo mo- 



lo, 11. e*» no» Usasi D' iar>arrcrft, 
perche non deliberi, non ruolil di ridurla 
in ti nrr.T. — Mangiare dicovali pi r dr 
ttlltri, come llnnrlomralo per dacrffo. 

19. l'oleho noi male opcraro luporl ili 
• li'i.i Inni imitar j intonali. - C 
a' tempi di Inule elio pine tu' a.iti-l li) r 
di CaUlln», fallilo lo militale loro di- 
legno contro la patria. >i rifotlaiicro e 

n itabUiaure i Mitola, 

14. m Ciò. eonlro Dio. 
13. li nemmeno quello, do* Copiato, 
che cadde iib dallo mura di Tebe, quandi.. 

Vedi SUBt XIV. t. 46 e lej. 

10. f»e ne» porli più rrrno, ri 

li. 

11, a» f.Vnfavro, ó quelli Caco, cono 
dira pia tolto. 

II. eV e l' aneto, l'inno n mordici 
beitemrnialoro, cioè Vanni ' 
19. La Uarrmma e un 

pino Mi ' crei- 



190 raub'mmo 

Quanta bisce egli avoa su por la groppa, 
Inibì dove comincia nostra labbia. 

Sopra le spalle, dietro dalla coppa. 
Con l' ale aperto gli giaceva un draco ; 
E quello affuoca qualunque s' intoppa. 

Lo mio Maestro disse: Quegli è Caco, 
Che sotto '1 Basso di monte Aventino 
Di sangue fece spesse volte laco. 

Non va co' suo' fratei per un cammino, 
Por lo furar frodolento cb'ei fece 
Del grande armento, ch'egli ebbe a vicino 

Onde cessar lo sue opere bieco 
Sotto la mazza d'Ercole, che forse 
Gliene dio cento, o non sentì le diece. 

afeatre che si parlava, ed ei trascorso: 
In nbitl venner sotto noi, 
Do'quai nò io né '1 Duca mio s'accorso, 

Se non quando gridar : Chi siete voi ? 
Per che nostra novella si ristette, 
Ed intondemmo pure ad essi poi. 




UN, oic lt. muco, pili clic in oggi, 
li trovavano moli» U rpi. 
'JO. » per la groppa ili cavillo iettando 
uLiuro, cioò rocii' uomo o meno 

erollo. 

11. «tfi ronlncld «ultra labi/la. I» no- 
tir. '..un* BTOlfil. Altri l'intondono to 
•caio proprio, ciò* l«64ia per farcia. 

idre dilla coppa, dietro alla nuca. 

ti. V. qool drago, offuofa, abbrucia. 
Chiunque •' imballe in «io Centauro, 

SS. Geco fu un feroce ladrone elio «rara 
la Mia caverna nel monto Aventino, uno 
0,'HtM (olii tu' quali dappoi fu edili- 
rata Roma. Non è detto diiuiluluci ch'egli 
fono Centauro, ma Dante coti lo flou 
\ Irtillo. eb« nelr Mll 
MI Amia"» lo dica ohm' nomo • mulo 
tenia. 

9i. Intendi : non va In compagnia de- 
gli altri Centauri <lu lUnmi nel cerchio 

ce rtolooU imi, v. w « t.g ), porche 

uri lulure egli aio la frode, cui la 
fona. 

30 'V «ili «**• a viene, in vicloania. 
Era quinto 1' armento che Ercole area 
tolto * Ucrlooo re di Spagna, e che, pot- 
imelo per I lulia, avrà condotto In lui 
roonU Aventino a p.. glie no 

raho qnaUro tori quattro vacche, o per 



occultare il furio. li condotte alla 
caverna per la coda all' indietro, 
cole andandone In cerca, ne ri cai 
muggito ; e coti icopertooo 11 la 
ucciir a colpi di clava. 

il. Onde (aitarono, ebbero Ani 
opero tlorte, cioè Inique. — Le 
che oggi tìolicono in e»« o oh*, li 
terminavano pure in ce a et : ce 
per >iterW, piaga per piemie, jt 
Une». 

9* «olfo la aia:. -a d'Xrrelf. I 
Ovidio, Caco fu ocello J . 
di clava. 

5J. Perché mori alle prime a. 

mentre Erculei nel furore dalla t 

il percuoter lo, benché B 

Sa. Nel mentre che Virgilio 00 
lava, il Oolav.ro piati oltre. Ut 
vaia fece eie «eli. 

SS. teflo «oi, tolto l'argino, tu 
noi iLivamo. I tre tpirili tono 
llrunelleiclii, Buoio dogli Abati e 
Sciancalo do'Gallgai, I quali, tro 
ne' primi offici dulia Repubblica, 
tiua, ne dulraiiero a loro : 
o i" arricchirono a danno pubblico 
SS, S9 l'tr lo elio il uuitru rare 
Caco ti arreith, ceni, puicia tu 
puro, altamente, ad etti. 





CASTO TIOESIMOQCTSTO. 

Io non gli couusccu : ma o' scguette, 
Como suol seguitar per alcun caso, 
Che 1' un nomare all' altro convenotto, 

Dicendo : Cuoia dorè ila riraaso ? 
Pcrch' io, acciocché '1 Duca sUwsc attento, 
Mi posi 1 dito su dal mento al uoso. 

Se tu se' or, lettore, a eroder lento 

ch'io diro, nou «ara maraviglia; 
Che io che '1 vidi, appena il mi conseoto. 

Cora' io tenoa levate in lor le eigiÌB, 
Ivi un serpente con nei piò « lancia 
Dinanzi all' uno, e tutto a lui b' appiglia. 

Co' pie di mezzo gli avviasi! la pancia, 
E con gli antcrior le braccia fate : 
Poi gli addentò o l' una e l' altra guancia. 

Gli deretani alle coeco distese, 
£ misegli la coda Ir' aiubcduo, 
ictro per le reo su la rifa 

Edera abbarbicata mai non fuo 
Ad alber ti, come l'orribil fura 
Per l'altrui membra avviticchiò le sue. 

Poi 8* appiccar, come di calda oera 
Fossero stati, e mischiar lor colore : 
Né l' uà né V altro già purea quel eh' era ; 

Come procedo innanzi dall' ardore 
Per lo papiro suso un color bruno, 
Che non e nero ancora, o '1 bianco muore. 



IDI 

40 



<•• 



60 



M 



CO 



*Mt Ma accadde, con* noi Odori 
cadati, accadere, per e/ail:bf mio, cb( 

"'■IO di CJOlglì ipÌT.li 11 II. Trillilo 

•etttr l'Alti*-. Stintili e roaeeairii, 
■e mille • tllrt slmili forno lol 
Sx Aree uri rimaiLa CUe/af tu quelli 
Ot Unitili Carmina do' Donati . ma 
*r» Alublerl dice degli Abati 
Msnfuato* tot* f* 'imeni to»I» 
t—u tadicare eia <-|li ara iptritd 
. degli alli. no, t/airciiiiiDdo»! 
i « ni ni a ut piedi, cbi or ora dira 
iucca lini . • taaaedouuiarti cou A gno- 
InaMllmhi. 

A Tale a 11 irgoo eba tuoi firn per 
•carello 

a. i^na « «al eceerato, apponi lo 
Sin (Uno; alpini contengo «in 
■adula». ti* il fatti <U ni.' i 
%• lauto ari la e*n il noia, ebo 
i a creder falli» la t.ili. 




49. Coi»' io retro leirofe, mcnlr" lo tono- 
ri rifili.-. 

50 Ad «a nrpiafi con ><■ pi), cedi elio 
nn lorpcDloa sol piedi. L cjuoiti 11 lui- 
formalo Cianfa. 

SI. o/Inno di «ni, «io* ad Axnulo 
Rimiri:. 

SS. «li deriraal. aloe, I piedi di diolro. 

50. Ir' nHi&fdwi, tra le duo coieo. 

M. ■ appiccar, l' appiccarono, t'atUc- 
caiono. 

«Cd. Non altrimenti tu por lo papiro, 
cui imi appiccato il fuoco, te Innanti 
alla Guaina un color bruno, ebe par ai- 
elio non e acro, ed 11 color bianco ti al- 
tari • a" •ilingno. — Il papiro era una 
materia lolita arderli nello Incorno In 
laofo della bambagia. Vedi fior Croicon- 
■lo. Altri credono qui indicato il papi- 
ro di «olito, arbuilo di ebo facciali la 
carta. 




IU3 

Gli altri duo riguardavano; o cia3co.no 
Ondava: Oimèl Agnel, corno (i muti! 
Vedi chn già non so.' nò duo nò ano. 

Già cran li duo capi un divenuti, 
Quando n'apparver duo ligure miste 
In una faccia, ov'e-ran duo perduti. 

Fersi lo braccia duo di quattro Uste ; 
Lo cosce con lo gambe, il ventre o 1 casso 
Divennev , che non fur mai viste. 

Ogni primaio aspetto ivi era casso: 
Duo e nessun l' imagino perversa 
Parafe ; e tal sen già con lento pasco. 

Come '1 ramarro sotto la grau farsa 
De' di canicular, cangiando siepe, 
Folgoro par, so la via attraversa ; 

Cosi parca, venendo verso 1' npo 
Degli altri duo, un serpentello acceso» 

Livido B B4T0 Dome "rari 'li pepo. 

E quella parte, donilo prima ò proso 
Nostro alimento, all'un di lor traluso: 
Poi cadde giuso innanzi Ini disteso. 

Lo trafitto il miro, ma nulla disse: 
Anzi co' pie formati sbadigliava, 
l'ir come sonno o febbre l'assalisse. 

Egli il serpente, o quei lui riguardava : 
1,'im por la piaira, a l'altro per la bocca 

B*. Jfurl.o ignito, vaio Aneloto, corno 
ittiolo, o il napololano Multo. 

'.JuM, miili n rntifiiii itllicmr, 
Cloe. I' nomo o 11 lorpcMo. 

75. Intendi: lo braccia, iti iuuflr,> Urta, 

ili rpialtrn [M'jji. rh' ni ari il.i ;>|i riniA, li 

ffrtro.dlionUroii, lino. RraB 'li quattro 
petti, perche eoniUTino di-lln ehm hr.ir 

Ola doli* uomo e do' duo pi Sdì ani. 'non 

M •orpelli». 
Ti. '1 (tuo, il pollo, rom' abbila no 

I ioli». 
li;. r)j»j priaiaio atftll» in «fi tana, 
afa] primiero aspetto dell' uno o deli- 
ri ni, m qni>l intuirò, canato, 

Otacal late. 

17. peneri* iratibfmali. 

18. t tal ■« oli. o In tal forma, coru'lo 
V ho Ji "-rilli, 'o n' in ili ri 

TJ. nmirio, Ip.eio di lucertola, loffo 
•« (fai !''>*. «'Ilo il crinil'ardoro. i-n i 
è Iorio dtrlmtQ dil lat. finn; onero 



• t"H. o BOI 
In iftrta iti Sole. 

«0. M. Ut di ctnltolar. d*' fiorai de 
il Solo 6 nolla rotUllaiiOM della ««• 
roto, cioè do) lollco»/. Sembra on filai» 
por la Tnlorita, aa, par pattare .a «a* 
uopo all'altra, atlr ai cui la abrada. 

M. f >pi, lo paocle. 

S5 «« nrfnUU» aettio, «olllafca* 
d' ira. K quoto, coma diri alla da» W 
Canio, I' anima di Francete» GaircioCa- 
ralranli. cittadino fiorentino. 

US. *>' quella farli <<-., no. (-«aitili*, 
por cui il filo nel icno materno nwt 
alimento. 

mi air un ,n ter, dot a llaow Do**. 

SO, SO. Ani! co' pi» ,'rraatl, fitta* «' 

piedi, acnta rauov.nl, iicdieriar* TV. 
appunto. io«« i'amiui« o/tt+reeMiM 
— Il toono, cui |iri iuc«(d« la sur», » 
rnalmuiila prodotto - jl la. puntura di l'i'i 

i.l'nll. 







HO VKESIJHXJCIXTO. 193 

Fumavau forte; e 1 fummo s' incontrava. 
Taccia Lucano ornai, là doro tocca 

a Sabdlo a di Nasaidio, M 

VA attenda ad adii qaeJ ch'or « «cocca. 
Taccia di Cadmo e d'Aretiua Ovidio; 

Che k> quello in serpente, o quota in fonte 

Converte poetando, io non lo invidio: 
Cbo duo nature mai a fronte a fronte 1M 

Non trasmutò, si che ambedue le forme 

A cambiar Iot Datarie f'oiser pronto. 
Insieme ai risposero a tai norme, 

Glie '1 «eri-ponto la coda in forca fesse, 

E '1 forato ristrinse inaiome l' orme. 1M 

I/c gambe con le cosco «eoo «teaso 

S'appiccar si, elio 'n poco la giuntura 

Non facea seguo alcun ohe ai paresse. 
Toglie» la coda fessa la figura 

Che si perdea di là : e hi MH pelle 
tacca molle, e quella di la dura. 
Io vidi entrar le braccia per l' ascelle, 



93. e 'I fuM»o I' mecttlrava, pattando 

J » 1 i ' ut*» tuli' altro, o c„\\ operinomi la 

l. sforminoti-, polcbi il l'otta tìnge «be 

no t'tctwglicHc la toittnia 

di qwj! 

M. I«aal n.il lili. 1\ ,1. uh) ),.',,:, !ia 
I1KUU ebo Slittilo. i»ld 
cai* iti Catone (nrcrMBti t.l.il.ia.cison 
do iiilo putitii di un u rpo, luiiu in breve 
tptuio di t*te;0 ti diltrm.il a dinOM 

cenere AViiii'die. Litro iridilo, punto da 
•ii. aipld», ti (sano per melo, elio Kop 
• e !U corata*. 
96 li trotta. IfBftllalat* ti manda 

I «li-ifctu Alito. 

Sete .a t'.rto 
«■«*>. 

«. Nelli» III dell* «rl*Mrr«i 
•Menata U UMifgrroiiion» di Cadmo (tiglio 
'*|<un re di PtLKi.i i uditori di 
T»»»| lo itt;.-Dlo. E nel lil> V lacconla 
di irMon [ilfhi di Mereu ■ di 
bwi, t niafa d I rito. 

"09 IOJ. PeiciotebnOitdi.innn traimu- 
''■ti dut diierte oiluft, I un» in pre- 
■»»» dell' allra, ticebo qunta |iiium> 
» «iella, t ttjwll» U qiirtit, proni* e*. 
••*• mabedat Ir farm< » cambiar tra 
**♦ li mtUrit . : cu i Bpliet- 

»»»»ia «mi 4a ani forala In un'altra. 



t\ell« «Uro tratformaiionl. l'uni forma, 
per etoroplo l'anima titmU utll'unum, 
l 'M-iiiln Il ii alerii d'animale i ili punii . 
ma qui la forimi dot serpente piglia il 
corpo dell' uomo, e nell'allotti' 
renili la forma dilli' unnici pi, li* il BOf|M 
■li.-l IVI | 

elio vuoiti notare. 

105. Intendi : i (uccelli 
lfA.miiU*!oni li rlrpotrro, corti, póltro 
|lì uni agli altri culi' ordine MffDl 

101 Iti Nil in /"'co Itili, (rode, dime 
in duo parli; In galli du«ctn diventare 
piedi d'unum. 

Me). I. I nollombllleo, 

rittrlmo insieme V ormi, flguraUmento I 
finti, ebe dovean diluviare coda di tor- 
i ■ i 

KM itJS.Logainte collo coicc ti eongtun. 
«oro tri loro coti (illamoM». ih in puri 
il tira || iinlilm I Li llttl ■» m ted 
..min laudai* pliialcunir 
lì rettone, cioè, Ji tennero untolo tutto. 

109, 110 l.i coda fin», dirlta In ilm< 
parli, iifj'tra, prtodta, la ,<•. «ra 4*11* 
guiilic untane, la quale «I ptrdra 
meno, iparlva di lo, (ih noli' uomo. 

IH ■alM, Tale a dire d' MBOi dar 
ili •• rponl» 

j;-j lu lidi le in. ecia dell' nomo ma- 



1&» PJ.Lt/ ISFERNO 

E i duo pi! della fiera, ch'eran corti. 

Tanto allungar quanto accorciar*» quelle. 
Poscia li piò dirintro insiomo attorti 

Diventarou lo membro elio 1' uora cola ; 

E '1 misero del 3110 n' avea duo pòrti. 
Mentre die '1 fumino l' uno e l' altro tcU 

Di color nuovo, e genera '1 pel anso 

Per 1' una parte, dall' altra il dipela, 
L'un si levo, e l'altro cadde giugo; 

Non torcendo però le lucerne empie. 

Sotto lo quai ciascun cambiava muso. 
Quel ch'era dritto, d trasse 'nvèr le tempie; 

E di troppa materia, che 'n la venne, 

Uxcir gli orecchi dalle gote aceti 1; 
Ciò che non corso in dietro, e si ritenne 

Di quel soverchio fé naso alla faccia, 

E le labbra ingrossò quanto convoline. 
Quel che giaceva, il muso innanzi caccia, 

E gli orecchi ritira per la testa. 

Como face lo corna la lumaccia : 
E la lingua, eh' aveva unite e presta 

Prima al parlar, ri fendo ; e In forcuta 

Neil' altro si richiude ; 1 fummo reste. 



" 



!» 



traro por «atro la Meella ; per divenire 
(ambo antor lori di terpeni». 

113. Ki duo pll itilo ftrarh'ttan i più 
corti, «lo 1 diro i piedi anlrrlori, piucli* 

] uniti inno, almeno appaiono plt torli 
0' dercUnl. 

Ut. Quanta arcaretacan t/mllt, cimi In 
onerili dell'uomo. 

ili. nwe ■ li pi» di'lirro dol lorpeoto. 

UT K il miiero IIuohu, invece dì un 
Bl iniir», noawmporU, meni fuori, duo; 
pei f.rmito le «ambo icrpeotin» deretano. 

MI 19o. Mentro Al 'I fummo vita, n- 
cuopro, nr rito d'un colur riuovo « l'uno 
e l' litro (Cloe, di (II' uomo 11 color di 
Mrpe, »l «orpo il eolor d'uomo),» la 
per li culo del lorpo produco II polo, a 
•u quelli dell' nomo lo torli», 

191- '.'•■. il irrpe.cb» diveniva nono, 
•I l»pò. li ilio in piedi, t f altro. V tmm.i, 
orpo, raiU< aiuto diiloto 1 
terra 

l*S, 115. Non torcendo però Cono dal- 
feltro vii tjjuirJi maligni ed orrendi, 
lotto l'InOnenii do' quali ciateuno e trn- 
iilira titoli naturi, t.a Irailormulo- 



no dunque ti operati non loto la fai 
del rumimi, ina tliandio dello «toltilo. 

lit-IAi. Que.licli 'ilruw 

il mino terpentino verto lo tempia (per 
renderlo «Imito all'umano;, a dei arie- 
ehlo della materia, ond' tra eoapatl».* 
eh» venne in li, eioò vrrto lo temale, » 
tormarooo od uteiron fuori (Il corali 
dille roto, ohe prima erano caiUla a 
sema eicreirenio 

1J1-1M) Ciò che di t«l *at*r*a(a.»> 
ri ni- 1 li inatoria toicichia, non ti rilr* 
nidietro. ma il retto net meai: 
naio alla faccia, ed Intronò la laMra. 
quinto fu neon turi» a dir lor» la fermi 
umana. 

IS9. foci, fa. Cinto X, ». 3. Ce«M b 
nauseila, la lumaca, fa, mira, dentro 1II1 
letta In ruma. 

IS4, US. 11 reaif». li biforca. U li*P» 
de'ierpi credeianai dirli latitai botar- 
ono - 1 fa fottuti .Vetrarie» il nella*. 
quella ebo noli' allro.cioo nel arrotala» 
rn divii.i, 11 ri un iter; e */ fumm* nata, •» 
qui cena il fummo ;oncnd<ui enfili I*» 
Iraaformaiiona. 




CASTO YK2KS1MOO.CIXT0I. 

L'animo, ch'era fiera divenuta. 
Si fogge sufolando per la valle : 
E l'altro dietro a lui, parlando sputo. 

Poscia gli tolse le novelle spalla, 
E disse all' altro : T vo' cha Buono corra, 
Com'ho fatt'io, carpon per questo calle. 

Cosi vid'io la settima zavorra 
Mutare e trasmutare: o qui mi scusi 
La novità, te fior la penna aborra. 

Ed avvegnaché gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto, e l' animo amagato, 
Non poWr quei fuggirsi Unto chiusi, 

Qi'io non scorgessi ben Puccio Sciancato: 
Ed era quei che sol de' tre compagni, 
Che venner prima, non era mutato: 

L'altro era quel, elio tu, Gnville, piagni. 



105 



i» 



iti 



130 



in. n/eJaaS». Sachlindo. coma fanno i 
•arpaiti. 
OS. Me» parta»*» ipafn I llnll 

sm »*r I ir» ma la ba<a alla bocca. 

I pari*» » falan a fioprlo dell'uomo. 

ns. la». p««tn iii rtroltof.«lo« rollo 

klla parta opposta al lerpc) In «palle mi 
a tocca tarmata, a dina all' litro. Mia 
• <%■ a r»eclo Sciancato: Io rollio et 
lai. tarlerà a proprtamcnlo la ghiaia 
•■Mia che tool poni nella sentina dalla 
kit. a qui De Miaai «rlNata 

Mm la Marna (anta, cha riempila 

afUaMsaij 

IO, 1U. «t»l»"< arali U ■«(«, M Sur 
aiaaaialarra; » »;ni mi ila leau la no- 
li, aa la («una, aliata da tracciar Dori 
Mihcaau, «ciIt» con moitrooic ed or- 
Udì. Altri poi. prendrodo «jr per I 1 .in 
SfaaW artatMa dpiOeuU oltanare, (o 
■ìrisa par* sci canta 111 di > 
"ScMado alorra dallo come al r»n 
a lUt, Sa) per «(arra, scambiata l'i 
-ni in altra partilo nurono eli 
aactn) ipiafae»: la alquanto li mia 
acari abarra, dini». trairood». tratto- 
aaili i t troppo io ««atto inblrtlo. 
US. U ea.afaa c a'. a qoinliinqu. . 
IH. «rfato. smarrito, ibalorjito, iln- 



U7. fa aro rAiati. «im\ tanto nascesti 
a Ino. 

ISt. Noli 11 lettore, che I primi tri ra- 
duti da Dante erano Arnolo Brani II 
Uuoio lionati o l'uccio Sciancalo. Col 
tanno Cùnf-» in rami 'li ttrpeott a tei 
piadl.eho il tilt» «opri del Bruì), 
o divennero un tolo mostro Quindi ;iud- 
io. In forma ili atfpriiirll • 

Cavalcante, il quale trasformo 
Huoio In lerpenle, venendo atti stosso 
trasformato m Bono. Il stoatrSt tsopooio 
!.i n da] lìrnnetlcsolii, ili sol Mal 
il l'oota ilve i antan V (magia* prioria 
paria, «o n' ora lodalo KS '««fa pano. 
Bnoio, appena MSfkVsMM lo M 
era por par la bolgia rafe- 

ioado. Non ri rlmaiero dunque in foruu 
d'uomo che l'a- 
tro per r.ni plaSfl (invitti. Qnaal i 
elici il Posta ei DÌ ora eoooiearc set n: 
conlocuilone.cn ITMCSMO liner.-. 
nohll famlp.Ua do'Cjvalcnnti, il quale per 
le ano ruberie SeaaSSOfl OOodaito coatte 
...li uomini di OmiliV. terra del 
Valliamo luperloro, venno da cu» 
Ondo I mol congiunti, per vendifumo la 
morto, menarono atrat-i: ili SMflI abitanti, 
i quali p*I tasto tempo ebbero a nlaa» 
(aro gli effetti di lalo vendetta. 



1% 



»ma* «smiso 



CANTO YIGKSIMOSESTO. 



Per gli sporgenti maesl, cho ponevo ti Poeti II melo 'Il maini! tiaalgaet» 

font*; o. proicpnnn<lo ti cammino, giungono auir oliare Itolris, evi etaauan 
eoaaiglitrl trodolontl, fasciali d'ina ituiu, cho noti li lucia Tederà ai' ai-.nl 
efuerJo. o elio «I muore con "il. In una Damma bipartita lo falla cima il 
■tono Uliaau o Disinolo; il primo do' quali narra a Virgilio la tsorla della ara 
lufelico iiailgailont. 

Godi, Fiorenza, poi cho so 1 sì grande. 

Che per mare e per terra butti ! 

10 pei lo Inferno il nome tao si spande. 
Tra tfli liidron trovai cinque cotali 

Cuoi c-i!.!:nliiii : onda ni vicn vergogna, 

E tu in grande onoranza uè sali. 
Ma, se premo al mattino il ver si sogna, 

Tu sontirai di qua da pkciul tempo, 

Di quel clic Prato, non di' altri, t' agogna . 
£ 89 già fouo, non «aria per tempo. 

Cosi foia' ci, da che pur esser dee ! 

Che più mi graverà com' più in' attempo. 
Noi ci partimmo: e cu per le scalco, 



I. Badi. riorraca. K qiinla un'ironia, 
piena di amarena e di dispetto. 
». fedi l'oli. Tal famosa —ali FvrtM 
. Ili ii DOftM >l> Incoio ai 
spandi por tatto il mi'iido, il spando 
etiandiu m'ir Infarto. 
5. K per lo Imfirm il «o«w (no il ir..i».'e, 
ehi "i (limi In 1 1 a i Carabi ili r»»u 
ItUDS to' Mi..! . ili 
4, E. (!•«■• celali r»'A attediai, cioè 

i cinqui DoaloaU nd canto pTtc t dt t ta, 

Alali, ili ul r Ililoao: non plebei, oi 

oscuri, ni j nobili e I 

mi», dui ehi iiinnlr" io prorn vnr- 

: .' tali in gran- 

d'onoranta. Ancho qui « un'amara ironia. 

— Vari testi lefgono K tu la jroad» 

aaato m i ao» sta tali ; ma cosi II 

I, e 1' amilo! del ni 
eira r*f* sa ai. e ai rendo languido e snor- 

-. . i ini tali' aurina ai augni il «oro, lo 
did.no i poeti. HMdlo : . Snb aurora... 

1,00 cerni lomola Torà l 
Oraiio: • «Juiriuii» . poi! ntailiam - 
\iiui, quuiL NBalt 'era • K II l'am- 
i.iuovli sonni che il fanno all'alba 
del di, fecondo eh' «'dicono, tooo i pili 



Ttrl sogni che ti faccia». • Tt»at I 
dunque: S' io ho tejnata il raro, i 
cri-ilo, tu sentirai ex 

8. 9. Da qui a pieeiol Unir», 6*0 I 
troie spailo di tempo, tu acuirai ili • 
i, in di quello, che non solo li | 
l'iato, ma ni audio allro eliti ISO, | 
li deaiderano. 

10. K te quel male, che ti dalli 
folta ogii, non sarebbe presto ; 

i lamlblo la da gran teaspe. 

11. li Cosi accadeste orci, 
dosi pure un giorno accadere 1 
chi quinto più lari attempalo, in 
lo, Unto più mi saia eia.mo. e ne | 
«orò roagiiore affanno: pecchi, i 
«Trotina noi) tarai pretto corrolU 1 1 
tlioiala, il nomerò di tuoi dal : 
maggioro, iil io, lieeom* astante «HI 
pallia, e del tuo onore, tu taro i 
mente addoloralo. — ftse'epentaa die 
che ffoquenteniiiiio linai 

13 13 *e»«l appellatili Datti tei 
gii iporginli fra I" arguì • Il peata. | 
li quali i due Patti erano tetti | 
• ni! sigino dell' altra bolgia. 

i iilimroo: < tu per qtrllt I 
iralw. scale, cui i tarai, ciò* li i 



. n}»tJ10S«ST0. 

n'avean fatto i borni «condor prta, 
Rimontò '1 Duca mio, e tracio moo. 

E proseguendo la sol 
Tra le schegge e fcro'rn scoglio. 

Lo pie nana» la man non si spedia : 

Alter mi dolsi, ed orn mi ridoglio, 
Quando drizzo la mente a ciò eli' io vi. li : 
E più I 1 ingegno nffrono, eh' io non soglio, 

Perchè non corra, che virtù noi guidi : 
Si che, se stella buona, o miglior cosa 
M'ha dato '1 bau, ch'io stosso noi m'invidi. 

Quante il villan, ch'ai poggio si riposa, 
Htl tempo che colui, elio '1 mondo schiara, 
La faccia sua a noi ticn mono ascoso. 

Come la mosca cede alla zanzara, 
Vede lucciole giù por la valle*, 
Forte cola, dove veudemmia ed ara ; 

Di tante fiamma tutta risplondea 
L' ottava bolgia; al com' io ni' accorsi, 
Tosto che /ni là 've 1 fondo pan 

E quii colui, che si vengiò con gli orai, 
Vide : 1 carro d' Elia al dipartire, 
Quando i cavalli al cielo erti h-vórsi, 

Che noi potea si con gli occhi seguire, 



197 



i. 



is 



21 



SI 



» Wii». ircuci dapprima pino 11 modo 
i> iwrtÌMo, tlBor - mio, e 

*iw aatbr no. $t*ti, dal fraocoir tor- 
ta *■ ■ •re,, tf 

Wi , the I j :rcrc i par ul- 

fctafcil». O p«r aittoUt wlie «io la nau 
«jLa taH'arlo d«i c»rn, n limilo. Hit 
■ fungo** 
il I piedi oo« polaaoo diibrlrani ton- 
ai alalo «allo ausi 

br «i <*in te Aliar «ondi do- 
i l<i ri- 
tal* iturdudoiUM 

3. a. t Wsgo in (rroo II mio lo/tf no, 
t i the tot, «orilo fare, 

i 4>lla «irli. 
• 
uri». • »i(l>." <»*>, rio- la 
jt H llli ai n. r : !.. i un silo 

am »i, >o «in» ■<» ■• i" latidi, »tn- 

■ «aliti in naie; iceoaii littta coloro, 
ai ia iiriu t. '.il Mudo penando. 

ritta a lucrici», rimi- 
attlni 
«a. «1. UliDdl: bella tUiloix cho II 




Sol», clic Illumina il mondo, n'ita pia 
Uopo tuli' criiioolo; «alo a diro nel- 

91. Ottundo la mora code il luuiro alla 
«amara, talo a dire, tlprll 
oollo. 

Z>. 30 Clb per li lallala, (orto colà 
dovt ha la tua tigna o il tuo campo. 

33. là 'tt'l fotjo rocco, laddove appa- 
rita il fondo, la dondo il Saturi 

Si. K nella (Una g uiia eh* colui, eioi> 
Eliiao, il quale li reuma, il renili. 
petulanti ratanl.cho loichcrnliano. por 
mono dogli orti, di' ejli foce uiclro dalla 
urina (urclla— 4*i renolo è ilall'iii>lii|ua- 
lo rinviare, limilo al proi ornalo ten/or 

SS Vldo II carro d' Kilt, al dipartirò 
ebo 11 profola fcco da qooiln umn.li>. 

36. al culo irli IrteVtt, loToroti, «1 Io- 
torno cretti al etti*. 

87. Polche cj li non In petti ii,-uilare 

tea vi ■ tetti ceti, cho vedi 

Uro altro che It «ola Gamma In forma di 
DUTolctla. 

Il 



* ' ■""«. che mi V1 -, 
W- Dentro da'» 
«-'■vscun si fwcia 
Rostro mi0 , ri 

^ B "» Pm certo: i 
focosi f oaso . . 

Vv Et*acl a col fra^l 

yj»w e Diomede; . 
Alla vendf . tu ; 

K dentro dalla ] 0rfia °; 
J< jwaato del cavai, c 

•*• -«r,» « ri,, STI "** """"•* "' e. 

«"'"«.. .Unto. /„,„,„. 



o« 
• I 

I 

•Di 

inii 

in 



casto Tioismonaro. 

Pinngevi*i entro l'arte, perchè morta 
luol d'Achille, 
■ pena vi ni pnrtn. 

S'ei posson dentro da quello faville 
Parlar, dia»' io, Maestro, o_«ai tcn prego 
E riprego, che '1 prego vaglia mille, 

CSjc non mi facci dell' attender uiego, 
Fin che U fiamma cornuta qua vegna: 
Vedi, che dal desio vèr l>;i mi piego. 

Ed egli a me: Ln tua preghiera è degna 
ik>1u lede, ed io però l'accetto; 
Ma fa' cho la tua lingua si sostegno. 

Lascia parlare a me ; eh' io ho concetto 
Ciò chn tu vuoi : eh' e" sarebbero 
Perch'ei fur Greci, forso del tuo detto. 

Poiclie la fiamma fu venuta quivi, 
Ore parve al mio Duca tempo e loco, 
In questa forma lui parlare audivi: 

voi, che siete duo dentro ad uu Atout), 
S'io meritai di voi mentre oli' io vissi, 
S'io meritai di voi assai o poco, 



190 



ea 



iq 



Ti 



N 



i . •r»Wo»4lawHi|-utrriori, 
li ooiu (rapa utc*ntlono fuori, 
**»» la limai Trai*, « ni ipertaro 
»' Wb taBf*t\> la porta. 

•>.«! D«lro «IH ildli fiimmi il il 

**»* V inaio l'Ululo, per caglon del 

■ . a»t«Ki ■torta, ti duolo 

«ttrrid' Achilia. — Ri i> figlia 

* Lunato* re ti itila, l'.la eotto del 
««I. tio'itiil II jloiiieU» Achille, ir 

Iona*, ililnti DUDdit» da Ttti 
•o *!&•, par occultarlo ai Gr> 

'tao par condirli all' medio ili 
r "" L'Hit*, fiatiti rarteinlt. preienlo 
i ri arredi don- 

*aaat. fra' quii arata a l-illo <|m 
ai«aii* un aita « ano Modo. Ali 
MI' arai. Achilia dio il trnne eoi! che 

* li appaiai»»»; a Isaia ieguendo 
Dia» altuUoiiA latMaais, ch'a, 

wraadre 
& K 'I II paga il do dell' »Tcr 

tra i|iih'.i un il 

•aii.ro di rilliJ- Binar», • rr 

I larrbt» il Hi Hfura da • 

■ad. lacka mio fono rtamlo orila cita. 

U fmUH, nei timmn ifirlllinli a 

aSHun rio i trini ccaujli ton ,'arl'l» 



tifi, roolla «ti/Ir. rio» «ale» por nullo 
progni. 

01, SS. Cho Don mi maghi d's 
linrliii la damma bipartita renila qua — 
far ni.go tale dar aroolloo. corno mrfrrrti 
■i fclryo. mrtlrrn m.'la Moarioa IVintc. 
i;.iiu. |\ ; . d' pfjBj i ;iir ni pir meaao al 
niero . 

70, 71. droaa P. mollo Ivdr, porche «noi 
parlato a uomini tali, • udirr l cau loro. 

13 ri loilmja, li ritanga. il attenga 
ilal pirlaro. 

13. «• r ho roariflo. polche lo ho cod- 
ceplto. capito. 

li. TU. Perchò eglino mondo, liccomo 
Onci, ili. n ed orgojlloil. atrebhoro fona 
a idcgno il Ito parl.irc. — I." SlffSftbfN 
fono Judrgntto, perche Dante non in- 
dara allora fitnoio al pari di loro, o 
qurtla InduilODe 4 ma mollo prohabils 
.1.1 Biodo, con (ha Virgilio li fa a inter- 
rogarli 

'" », COra« talTOitl il Ialino u»l, li» 
■iiificiln di Quarwlo. 

1*. hi parlari aiutici, lo udii parlare. 
.Indiai* tolto di pianta dal latteo da*ft, 
par Mlin, frequento negli Bilobi 

•0. T le «irritai CI «ol. cantando 'li rei 
noi mio corali. 



200 dell' rsTERxo 

Quiimlo nei mondo gli alti versi scrissi; 
Non vi movete: ma l'un di voi die* 
Dove per lui perduto a morir gissi 

Lo maggior corno della fiamma antica 
liaeìo n ex minorando 

l'in corno quella, cui nato affatica: 

Indi la cima qua e là menando, 
Como fosso la lingua che parlasse, 
dittò voce <li fuori, e. disse: Quando 

M i iliparti' da Circe, che sottrasse 
Uà più d' un anno la presso a 
Prima che si Knea la nominasse; 

Ne dolcezza del tìglio, nò la piota 
Del vecchio padre, né '1 doluto amore, 
Lo qual dovea Penelope far lieta. 

Vincer poterò dentro a me l' ardore 
Ch' i' ebbi a divenir del mondo esperto, 
E degli vini umani e del valore: 

Ma misimi per l'alto mare aperto 
So! con un legno, e con quella compagna 
Picciolo, dalla qual non fui diserto. 

1,' un lito e l'altro vidi inaio la Spagna, 






n. eli sWi voi. slot r {-.<(.(», icrin» 

in reni emiri « di itila alle S SSMitei l 
Inferno, culo XX, i. ili. U chinino allo 

«nsjaiis. 

m. Dora da. lal.saaasdoi) perdala stani, 

.i ,i, •! »mlù k morire; domagli, «non- 
>nd& a morirò lì dello 

t«eoDi)o riioio » Botino, t essai BansM 

fin- I ' Itacene* moriuc Dir lf indo per 

resene. 

SS. ringccl.c DllUptrU delta Cimmi, 
eh» pio t'Iualia, »i : la», par- 

più rea di frode e Il più 
celebro: e chiama enfieo la uimmj, por- 
che mollo lampo ara corto dacché quo' 
Greci muntone. 

I spunto comò fa quelli Damma, 
Cbo il tento afit». 

SS. 1*^1 la cima ec. Ouindi dimenando 
la cima, «ma te fotte la lltuji 
datlo spirilo, clic pillano ce. Vedi esalo. 
sag.T.IS 

VI. i i . m, aitai 

bella della portoni, dio Intornine gli 
Portatoti DIIsm ad sa- 
aallrla, pai eoitriaiavli a raodai resta- 
ta ii'iiibiania ad alcuni tool Ufad da Ki 



traiformall, ne rimate la 

lai >■ traltimn» prr più d'un i 

Soffrane me. mi lesa 

92. M freno e Citta, tei mo 
caio, o Cireello pretto a Gacla,pi 

Intasa eoa), pi 

lungo dato tepolUira alla ma noi 

hi ir,. il, 1 ' 

84-0S. del /ietta. Tclemtco »i» 
patitone rlre resta. — Bel eereti 
Laerte. — Penelope, 
mota per la ina fedi 
quatti Ire tori 

nella proprietà dello loci. I aaa 
di Otturi 

SI l'or fere, l' ir Jcnt» brama 

Mlara qsl ita per Urto, 
oppotlo a fili 

100 111 mi infili in rlifjtfl pei 

Ifedilcn meo, li 

ampia ci aporia del Mare Jonln. 

icd, ICS- ri fo quella j 

dalla quale nnn fui mai a 
nato, forno*" per compagnia 
pure nd t illanl a in tiin antichi 
TOCS Ialina, vale alneadonafe, 

in.- in:, la .idi l'un lido a 




cauto viaeiixoseno. 

Fin nel Marrocco; e l'isola de' Sardi, 
E l'altre che «pel maro intorno bagna. 

Io e i compagni eruvaiu vecchi e tardi, 
Quando venimmo a quella foca strutto. 
Or Ercole segnò li suoi riguardi, 

Acciocché l'uom più oltro non «i metta: 
Dalla man destra ini lasciai Sibilio, 
Dall' altra già m' avea lasciata Sotta. 

frati, dissi, clic per ceutu milia 
Perigli siete giunti all'occidente, 
A questa tanto picciolo vigilia 

De' vostri sensi, eh' e del rimanente, 
vogliate negar l' esperienza, 
Diretro al Sol, del mondo senxa g 

Considerate la vostra semenza: 
Fatti non foste a viver corno bruti, 
ila per seguir virtnde o conosccu .1. 

Li miei compagni fec'io si acuti, 
Con quest' oraxiou picciolo, al cammino, 
Ch' appena poscia gli averci tenuti. 

Ite nostro poppo nel mattino. 
Do' remi facemmo ale al follo volo, 



B0) 

io» 

110 

11» 

125 



► sta»»* • V afrit-ai IO «Iti Spa- 

iti ÉtiT alt pirtt. U trotto 

itrtim e i u sudcfM, 

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*L »:tml d'HIT C40I0O1I0 mnlto 

aaae iti ««roorrer* il IMitemnto. 

\T„ Ma. a|aelf«/K-tHvlfa.il!o.Irrt 
rta. «to' *>• 
-« tara» n •»'< rtjaardi. o« Ertala 
Timi|lfl. aviti i iati confini, i suoi 
«aviti a' allietili. San fluii lo coli 
•e» raleaat 41 aVeele. ebo nuli' litro 
astato dai «unti. Tato in AITnct dello 
aa*, l'altra in Careaa dello fai)». L'ol- 
rtttuar «jnil ««alni per entrato nil- 
'hji, tndmil la t olito imi pori 
tea» - rirw'Ji In Routini tbltmtoii 
Damati ebe duldoat I etiopi, a I pali 
■ 1 iiìmri r In ditetjo&o le ri*. 

Ila flUllia, Sliljlu. citta Mll'cttrema 
Mas «I Spam. 

W. Sri*», la latieo Setto, e ili* dtl 
«Ut 4> *Jato«©>. af|i dtlU Cento. 

IImi. flit (ri 
■Ut Bili par 

■O ««ilealali dal ' •>. non 

i a ihiIi fatto at'tteto tielfii de* 



vottri imi', tV * a"#/ rlmaniaf/, a potato 
unto broio ionio di liti eboti ri 
•usar l' narrila ra del esondo ir»: a aiate. 
negar di redole « conoscerò l'altri 
■foro, rh' » ruolo d' tbittlorl. divelto al 
Sbl,MBDaSaao4o tocondo il corso del So- 
li*, cioè dt orinola in oecldonto, — Chiama 
n'olila ile* irmi la lila, x ililTeronia del 
mono della morto. CV • del rimaniate, * 
Iti. «uo> da fili'aiso ni. L'altro 
emiifiro lo dice moarfoiiaca orafi, per. 
che allora ciedoTtil totl. 

II», la tallio trmeaia, Uaobila umana 
soslra nitura. 

(30. tiriate < toaoieeisia, la eli 
scienti. Coaotceaia in liminolo ùi Mta. 
•so Dc'jli .nlidii 

Iti, Iti. Con quatto btoie ditenno lo 
feci I mici compagni coil logliosi edai- 
• -intinuira il cammino, ebo ee. 

H4. uri «tuffino, :illa parta onde torf# 
Il mattino, cloò a loiantc. 

193, IJsi Ctr (tra lo iconsldiato liti- 
gio min mimo i rami il tolncemontr. rh* 
pini ino ali, totnpro piegando da muto 
manca, cloò dulia parte del polo antar- 
tico. 



MAL IsrEUXU 

Sempre acquistando del lato mandilo. 

Tutto lo stelle già dell' «Uro polo 
\ idea In notte, e '1 nnst.ro tanto basso, 
Che non eurgeva fuor del maria suoli.. 

Cinque volte racceso, o tante catto 
Lo lume era di sotto della Luna, 
Poi eh' entrati eravam noli' alto passo, 

Quando n'apparve unu montagna, bruna 
Per la distanza; <: parvenu alla tanto, 
Quanto veduta non n' aveva alcuna. 

Noi ci allegrammo; e tosto tornò in pianto: 
Che dalla nuova toni "" turbo nooquo, 
E percosse del legno il primo cauto. 

Tre volte il fé girar con tutte l'acque; 
Alla quarta levar la poppa in suso, 
E la prora ire in giù, com' altrui piacque, 

Infiu che '1 mar fu sopra noi richiuso. 



I4T-I99. !««'« >< «*»»« 0«i d.ir olirò 
polo ec. NrlU noli» lo (il Tede* lolle 
I* tUllu dall'auro polo, ciò» dell' an- 
Uiiiro, o per contcìoeDia redn quelle 
dot polo Dotlro, cioè dell' artico, tinto 
tane, che non •' ilxarano al di lupi» 
della laptrMl dol maro. — Vuole con 
«iù eiejiillcaro eli' eran f luoli alquanto 

il di li dell' EeaWr*. 

iSO, 151 Intendi : cinque «olle era »> 
il plenilunio, o cinque II norilu- 
nio; eran traicoril cinque m«ii.— r«no. 
fallilo- • usui ilnoento «puro, lolux» 
di ioni dille !»»«. Quando la lena e il- 
loniloala mito, dalla parlo che guarda 
li Urta, allori e riattili* a noi. 

I&ì Mirati» pene, ral» adir Mi' 
l'oceano, in cui •' entra per lo alrollo, 



che 11 Poeta chiama l'alle par» 
arduo • periglioao. 

133. 154. »«» nvtat**. ere»* 
dure*:», che per la (tan dittai 
appirua «tnra - Secondo il cane 
lianle.quinlunquequi ivon lodici' 
umenlo, e quei» la «ran maiUf 
Purgatorio, anilpoda a Gen n a i — ■ 

110, (omo la plani», 10II10U06 
ètra at/rgrcrad. 

191, ./ci ir*»o il prieM «alt. U 
anteriore della naer.ialr a dir» la 

<<0. La toc» i«tar. « 1" altra 
Termiti ion rene dal tedio ft del 

lai.eom'oir'wi ptiteMi corno pia 
Dio Ma UlliM ne Ut* Il nome, o 
COfl richiede la ma coniliiion di Iti 
perche il teroDionou fu da lui • 



CANTO VIGESIMOSETTIMO. 

Sull'atra a parlar co' Poeti Ouido da Montefeltro, a richiesta del quia (U 
l'ente lo etate della Komagna : ♦ Ooldo, non al credendo di parlar eoa u t 
confeaaa 11 carchi oa-ll i dannato; cioè, per aa tredolesto «onalfUo, <U. ri 
> Vili. (Il diate. 

Gii era dritta in su la fiamma o quota. 
Per non dir più, e già da noi teu gin 



I, & 6i* reo drtrfo in ih la /lettelo e 
fobie, (111 la Inuma tra loroi' i 



e aileniioia, perche area Cut» 
lira ; a i.» io n' andare ce. 



—CETTUiO. 

Con la licenzia del dolce Poeta; 

Jnando un' altra, che dietro a lei Tonfa, 
Xe fece volger gli occhi alla sua cima, 
Per un confuso suon che fuor n' «scia. 

Como 1 bue cicilian, che mugghiò prima 
Col pianto di colui (e ciò fu dritto), 
Che P ave» temperato con sua lima, 
liiava con la voce dell'afflitto, 
:.r, con tutto eh' e' fosse di rame, 
Poro ei pareva dal dolor trafitto; 

Cosi, per non aTer via nò forame 
Dal principio noi fuoco, in suo linguaggio 
Si eonvertivan le parole grame. 

Ha poscia ch'chbcr colto lor viaggio 
So per la punta, dandole quel guizzo 
Che dato arca la lingua in lor passaggio, 

Udimmo dire: O ta, a cui io drizzo 
La voce, che parlavi mo lombardo. 
Dicendo: Issa ten va', più non t'adizzo; 

Perch' i' sia giunto fora» alquanto tardo, 
Non t'inereaca restare a parlar meco: 
Tedi, che non incrcscc a ma die ardo. 

Se tu pur mo in questo mondo cicco 



9U 



io 



li 



■:o 



I (m U Unui «.. H« U IleMrt» 
HnmfattDl* Virrilto. clir pria* l'ata- 

i matto » parlar». Vt-iiii pia «otto 
*L 

I il tu cictlMM e "I" II'» •»» no loro 
in—». cW» dall' altuirw r«rillo fu 
unii» par Palarli*, iirjnno d' A*rl- 
m •Sitili» Ed in calmilo io modo, 
l rattti«M<i diatra in «omo, e met- 
ri Mita il (mm. per It irida lai lor- 
Mai». anadata irigiìi tlmili » quelli 
■ raro le*o. La prie»» *»p«rirn»a ebe 
kris* ni few, •> lo di tinehiodonl 
urMbnl lo st»M >ua afteSce. I 
nU ri» fa imi*, ebafu |i 

ipri»ta outstliiiu: «l plaar». o p«r 
frU», il colai CU r in» ttmprrate 

i — itaM. tw» aa tolti ab» n - or» 

I» raruficr. 

I. WtJHIh. d» U'uOma larmentitoil 

Ut. Casual tei «d Intani! : Coti, f 
i ntr mi fatra, per non «me» noli» 
■ta, ad r« a» fnmt èst p-iaelpio. 
•la haan a* fortma »Hi io» cista, 
■tal» fan», I* tuoi* dolomia del 




dannilo, »i conT*rlÌT»no la tao lingaag. 
«io, noi linguaggio proprio dell» uamm». 
cioè lo quel mormorio elio fa I» u.unnu 
«vitaia d»l «mio Di qui ('Intende eh' cu 
li llngu» «lui <!. rinato, elio eoaiunicat» 
»IU (Inuma quel molo. 

16-ls. Ma porrla cV tttbrr rollo lor »i«o- 
pio oc. Ila potei» eh' ebbora prato II 
Inni imUmmlo |»<ooploi in por 1» punta, 
dando ad mi» pubi» quiill» nlirailooo 
■ten», ch'elio avean rlcotuto dalla Ilota* 
u tot patteggio, Cloe, bel pattar dalla 
bocca. 

30. E elio or ora, poe'tnii, parla»! 

Icoibirdo (lo ptrolo fiaa o editto «Mondo 

!o); o Virgilio coti pari»», por* 

eh* ri partati tuoi farsa torneanti. 

91. Dicendo ad Oline: adulto taurine 
pan, rb' lo plb non ti ttimolo » parlare. 
E ciò ti rlforiica alle parole di topra: 
• pli da aol in gli Co» la Iterai ia del 
Nta Porla. 

M Preghiera piana di paniona * di 
affetto. 

95. par mo, pur or», tolanuol* Ola. 
Circa, DI 



deli.' isrmtxo 

Caduto so' di quella dolce terra 
Latina, ondo mia colpa tutta roco; 

Dimmi se i Romagnoli haii pace o guerra: 
Ch'io fui de* monti la intra Urbino 
E '1 giogo, di che Tever si disserra. 
Io era ingiugo ancora attento e chino, 
Quaudo 1 mio Duca mi tentò di costa, 
Dicendo: Parla tu; questi ò latino. 

Ed io, ch'uvea già pronta la risp 
Sanza indugio a parlare incominciai: 
anima che sci laggiù nascosta, 

Romagna tua non è, e non fa mai 
Sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni ; 
Ma pulese nessuna or ven la ; 

Ravenna sta, come stata è molt'nui i: 
L'aquila da Polenta la ni cov;i, 
SI che Cervia ricuopro co' suoi vanni. 

La terra che fa già la lunga pruova, 
E di Franceschi sanguinoso mucchio, 
Sotto le branche verdi si rilruova. 

E '1 mastin vecchio o '1 nuovo da Verri 



36, 97. di «vel/a dote* ferro fatua, di 
quelli cara Italia, onde mia colpa fu'la 
reco, dalla quale, o por eagion della 
quale, ho portato quaggiù tutte lo colpo 
che commi»!. — lì peraltro da ouenarai, 
ebe tutti coloro i quali daDanU son delti 
Ialini appartengono alla parla Inferiore 
d'Italia, dot dal l'o in gin; oicntro 
quelli che da alio aoo delti fomoanfi. 
HMrtm|0Be alla parto «uperlore. cloi 
dal Po In iu, HI qui «' arrenilo il ligni- 
ne.! In dell' «mila rutta, rie» l'Hall» In- 
feriore, per fui mono la cernine CammiJfu. 
Inforna, 6Mt0 I, r. 106, 101. 

«i, *>. CVio lui de'moafi lo («fra er- 
tine oc. Porocebo lo fui di Mniilafellro, 
posta inpra un monta tra Urbino e la 
: . dell' Appennino, dal qualo il 
Torore fi dischiude, ha la ina sorgente. 
— Vuol ligoIBcart d'ossero alalo remo 
goolo, o cosi giù, tifica la tua curiosili 

|| i-Aine ... (agiato, chinato iu (ab, 
«•rio la bolgia. 

34. ni Irnlo di coda, mi toccò 11 flanro 
•oì gomito. Vedi anche Inforno, canto MI, 

tati. 

13. «»<((! t Ialino, qoestl è italiano; 
• Don t greco come gli altri liuo (can- 
to XXVI, t. 73 a Mf.j, che sono partili. 



o elio fono avrebbero disdegnalo di 

loco: dunque ora parla In. 
38. ni' cuor di' mei dram»;, parti» .« 

essi e tempro tompciU di odio, a cea li im 

e reodelU, 
ti. I.a famiglia da IM.nti, ci«t>|»* 

roggi»*» fiaccano • Cernia, atrra por 

arma un' aquila meno Manta la «aspe 

jirurro, o meno rotu In campo d' «■ 

Ceralo, lerra poco InnUna da Baiistai. 

a»-*». La «rrn, la citta di Farli. cW 

fé aia I» Inno» «ruoto di coUaau t n- 
lor», nel sostenere l'assedio, c»a l'eanr- 
rito pontificio a francese la area paste, 

• che fo aoajisfnoio mnccSto di PreuMMras. 
quand'essi, penetrali por io» sorta, la- 
rooo diifaUi «, Introiti ila't'or'.itnl, eia. 
guidali dal noi le, rW ;ietaaa- 

rono addosso (dò asrenne nel li»»; es 
rif'ucea sofie II Jro«<*« urti, tatù 
dominio della funi.: :.!»3,ai 

cui arme Tacerà un leone rerdi.lilawt» 
In iu, in campo d'oro. • dal sttni la 
(111, con irò lnL) verdi a Ir» d'or». 

16. U MalalesU da Vtmeckso II rat- 
chlo. • Malatoslino il gionoe. Coati*», 
padra • figlio, h naia»*, ■oiflm cali, 
parchi fini tiranni. Infero», XXVUl 
». 7G « log. 




canto vjo«mo*cTHMO. 

Che feccr ili Montagna il mal governo. 
La, dove soglion, fan do' denti succhio. 

La città di Lutnone o di Santerno 
Conduci il leoncel dal nido bianco, 
Cho muta parte dalla state al verno: 

E quella a cui il Savio bagna il fianco, 
Così coro' eli» «io 1 tra 'l pinna e "1 monte, 
Tra tirannia ni vivo e stato franco. 

Ora chi so' ti prego cho no conte: 
Non eaaer duro piì» ch'altri sia stato; 
Se '1 nomo tuo nel mondo tegua fronte. 

Poscia che 'l fuoco alquanto ebbo rugghiato 
Al modo suo, l'aguta punta mosse 
Di qua, di là; e poi dio cotal fiato: 

S' k> credersi che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo, 
Questa fiamma storia senza più scosse. 

Ma perciocché giammai di questo fondo 
Non tornò vivo alcun, s' i* odo il vero. 
Senza tema d' infamia ti rispondo. 

Io fui uom d'arme o poi fui cordigliero, 



X» 



a 



«o 



41. Che fecero il Mi finir*», lo iti» 
tao, M *oiIofM«Vl'arcilitl,iinblliiilrm> 
cullici timceie ; ila mi ctudelmanto 
«cito, pareti* ihibellioo. 

w. Continuando I» metafora dei m.nil- 
cb« fa» it- imi nccMa. fieno 
m obililo, trinilo dot denti, a lacoraro 
I lere lofalwi ita-rem. I* *nt roalun, 
•alla terrò dal aolilo loto domini 
•a Hiialnl. 

• M. Ceatraiaci ad Intendi: Il Itovi 
MI mèi* liane*, cioi Miioud» Pi 
cai ispteu i un leooecllo anurro in 
naso biuco, CU ■•!« rv'fi falla 'in- 
ai teraa, cb» dilania «or Ito, o allibrili - 
M da ma >U| looa all' altra, traila», 
ii|j«, la filli li Xoomm « di fiasftrao, 
la dui di Fiatiti, |wu pieno il Dama 
I nni , • d' loxU. potU iul Guaio ita- 

Mi K erorila, eM Oriana, a cui il 
lama Sano icorre aiuto, io ooolla Rima 
afta tur. nido, * litui» Ira la , 
« Q BWala Appaooloo ; con il «Ito Ira 
UDraasid* e la libarla. 

« rie » coati, dio ci racconti. 

sd. pia ci' aliti ita ilofo, p>U cb» ila 
alalo alcun altro degli •piriti damagli 
aratila. 



41. Coal 11 doildero che il tao noma 
irata fronti, contraili all' oblio, eioa 
rada famoso nel mondo, — Anche qui il 
M e particella deprecali 

W. AD. raooAlnloal «udii rao. einò filli 
il tolilo mormorio, eho fa la dirami ali- 
titi dal tenlo. 

CO, ili! colai /(aro, mandò fuori ul Tona, 
tali parola. 
, 81, 83. Coil dica lo spirito; p.-: 
emndo falcialo dalla damma, noo atea 
pollilo QOBBIHrl ebr Dania foaia lullora 
litanie. 

65, (.lucila Damma itarebb» forni più 

[, tale a diro, io oon parlerei pib. 

Creda cho nemino conoiea la ini tefpa. 

OH Siaca Irai t la/amia. ionia limolo 
eh* lu mi poiia infamar» »u nel mondo. 

61. fé /al ec. (Jucali i Guido conia di 
Monlefellro, uomo tiloroio in «urto, 
,1 lafefoa >.i;iii.iimo, Tanno la lifnoria 
di tarla (liti di iìumafna; mi fallo tic. 
ehlo, e stanco dello Utnpiule mondane, 
il leill del Frati minuti nell'ili 
llicbioalo da llonifailo Vili del come 
poiana toglierli ai Colossali Preneile, 
lo consigliò (lecondo cha dice Dani», ma 
dò non n ha dalla storia ai pai 
bUe)a promniiern aaial.e roanlener poco. 



206 dell' infekso 

Credendomi, sì cinto, fare ammenda: 
E certo il creder mio veniva intero; 

Se non fosse '1 gran Prete, ■ ori mal prenda, 
("In- mi rimise nelle prime colpe: 
E corno e quaro voglio che m* intenda. 

Mentre eh' io forma fui d' om e di polpe, 
Che la madre mi die, l'opero mio 
Non furon leonine, ma di volpe. 

Gli accorgimenti e le coperti 
Io seppi tutte; e si menai lor arie, 
('li' al fine della terra il suono uscie. 

Quando mi vidi giunto in quella parto 
Di mia età, dove ciascun dovrebbe 
Calar le vele e raccoglier le «arte; 

■ lic pria mi piaceva, allor m'increbbo: 
E pentuto e confesso mi rendei. 
Ahi miser lasso 1 e giovato sarebbe. 

Ma'l principe do' nuovi farisei, 
Avendo guerra presso a Lateraoo 



Infoili llonifaiio Bum ili rinu'ltor nella 
Mi inda Iacopo o l'Ietto Colono» car- 
dloill. o dando loro buono ipiran», 
ti' indirne a cooicgnargli Pronoila. Aru- 
ula in mino, la f« demolirò, a loilo prò 
w a pnrioitulUre I Colonnoil io mollo, 
(bo parto In Sicilia, parla In Francia 
ilotorono rifugiarti. In lìuiilo. che pochi 
anni via» nel chioalro, coti dico l'Ariseli 
nella itoria dol convento d'Anni: • Guido 
Monili Poltrii, Urblnl cornei acprlnerpt, 
lu iirdiua pio ae humililfr lini, «rrata 



15. formo, t «iato trai Dal m» • 
«•Ima aooira«l« (I rtrpt. 

1$. Non furon da nomo fatta • (•» 
roto, ma da «aiuto • frodolaavla. 

TI. « il nui lor mrU. * caat UearJ- 
citai. 

18 Cbr la fama loro [dalla al* «itami 
uiti/, mei, andò, «I «••« iétit Bar». 
-Il uliinio contino della i«rra. 

i i.i.i nido coi 'Idi «ionio »p*l<i 
«aria di mia ila, alla notai»», *»» 
hi mi ciateuno doirebb* laaclar letta 



lacrimi! et Jejunlli diluens; el Iquldquid 9 dol nioodo; a lomlgllanu «ci 



morda! Daniel 0'i"lncriti rcllglo- 

unirne in Barra Amiiìi'imi domo obiit, 

oc in ea tumulata! full.» CordfolierC, per- 

OM cinti di corda, al dlcarano i frati 

• cani . 

68, Credendomi, il cinfo, oc. Dandomi 
a eroderò, ebo cinto di quella corda o 
in quali' abito ili poniliinxa, armi «apiato 
I miei peccali. 

CO V. cortamente II eroder mio larobbo 
Minilo iiilcraiiiento ad «Hello. 

10. Se «on /olir, io non fono alalo 
(redi canto XXIV. t. S*-M| il «minio 
pnnicflca (Uonifauo VII», a cui impreco 
«fai malo. 

11. Intondi: «ho mi fece tornare agli 
U paooali. 

tt K come « fuor». Ut «I ««omodo il 
■ mu-«-, e in cho modo a perchè. 



i he, enendo por i iunior» la aorta, tali 
I» rolo a raceoglio li corde dalli «air. et- 
— Nel Coati lo, tratt, IV, cit-9S.nalli 
parla di quali' i«it»io Calda at«aa*l*« 
no, o lodando il tuo panaitio alla (•■ 
legione, rlpole la Httu limili**** «a 
ùiata: «Como illmon marlaar», 
appropinqaa al porlo, cala la tae ieW, - 
coti noi dovemo nella t«tbln» 
lo rolo delle ooitre mondane o; 
o tornar* a Dio eoa tulio lol 
o cuore. • 

SS. »««l»fo « «oa/riN. peotiio • •» 
fonalo. — ai riadu alla rfligieaa,* 
foci frile. 

SS. Bonifazio Vili, prioclp* dMl'lH- 
rnli ch'erano allora rulli rnril pf^T* 
dotti dal Poela ■«**< fariiii. 

86. Arcndo guerra in 



«i«: 
hi ri» cai» 



307 

(E non con Sarocin nò con Giudei: 
Chi ciascun suo nimico era critiuio. 

E nessun ara stato a vìaow Acri, 

mercatante in terra di Soldauo); »» 

S'è sommo uflìcio ne ordini sacri 

Guardò in sé, ned in me quel case 

Cbo sole» far li suoi cinti riiù linieri. 
[a come Costantin chiese Silvestro, 

Dentro Sirutli, a guarir della lebbre; »3 

Così mi chiese questi per maestro 
A guarir della sua superba febbre: 

Doroandoraiui consiglio; ed io tacititi, 

Perchè lo sue parole purver ebbre. 
E poi mi disse: Tuo cuor non sospetti: 10 ° 

d'or t'assolvo; e tu m'insogna fare 

SI come Prencstina in terra getti: 
ciel posa' io serrare e disserrare, 

Coma tu sai ; però son duo le chiavi, 

Che '1 mio antecessor non ebbe care. IO» 

AUor mi piuser gli argomenti gravi, 

Onda '1 tacer mi fu avviso il peggio; 



. eh* iiriDt l loro pala|l pretto 

lai l.llrf aBO. 

IMO. 1*01(14 oinl too nemico non *t* 
■ lafcitit. mi «o criiliann catlolieo, « 
«•a*, rlnmfiu ti {«ili. «tu alalo In 
"•fatai* i4- Saraceni jiI npapart 
•.ita Tulcnaldt: nò, p»r tridui 
piatta». "' anditt a n»rcjnl«( ji»m 
> amili «VI JoIJjii', r*<anilo< 
Mattatila- — Nel 1491 Afri fu 
tra dal Salata* 41 Bal'ilorn, n ìl.-rado 
SJtai 4*1 rtlotoil Tcriplari : ■•taae- 

.rvo ir» ■orti • prtai. 
H-S&. Noa ebbt riiando Id ti ile»» 
I aapramu d»|tlU ramificala, ni a," 
aat cani: n* ia aw aVo* itcuarOo t 
i iituirg, a qulla cordi, t quel io- 
i ìuIiduu t di prailtnia, eh» cn- 
. il. n- t»» unti ulta Boa ralla faro 

atafTì, SI qotl <hc timo ideilo. Nii 
ulld.l Pai i.l w dl<» di un Prati- 
le! 1° ■■ili (attll't. 

i. ss. Ha«*att Itapanlor&MUoliao 
■a» riihiau papa ttrttabro, il qoal» 
taira tarila tatara* da) nonu Sonile. 

Esani* ">■•(' Oratati tifatili In fna- 
taila libbra: coil <(. - latti 

tuli per rttf*. n«t«r« pei 
Datilo filladi Collimino 



4 otti dilatilo film; ma lo il ( 
a' tempi il<l Vocia. 

94, 71. Coli quelli (Uonifaiio', un ri 
etici* per modico, allindi» lo ciurliti 
dillo «vii ivptrba ttòlrt, dalli mi pu- 
tino» dolla lupcrt'ia: Cloe dall' < . 
potUra a'Colnnniul. — ar.iri Irò in tBIfeg 
il leva ciiaiuliu nrdle». 

99. parttr tWrt, mi pirrcroili ubriaco, 
da uomo delirante por paniono. 

102. Freatici»», l'aolica Premiti, ovvi 
Paittfrlao. lana del l'ilrirooolo. — Bo- 
nifaaio r* MttdJSIl ed intano: pr-i. avu- 
tili per ini: inno con 11 coniglio ,1: limilo. 
li •!, iiruiie, o fece nel plano ricolti u ini.' 
ani numi 

104. IU1. le (Alati <At il al» orltrtllor 
no» «»et <*n, lo chiavi che io ItatO in 
dir il mio antnec norc, dot Ca- 
lcitino V aoa tuba care, pardi* tinnii:,., 
al pontificato. Inferno, eaalo III, », se. 
— L* do» cbltrl tono la polctU di le- 
ttre t di tcioflirr». 

106, 101. Allori quegli »< 
ri. autorevoli, non In io, ma In quanto 
vtolrino dalla bocca dui papa, ni 
aeto a patiate, pecchi il lacero ini um- 
bro il partito pcftlore. Tacendo, «ili 
airebb< dltaaMoUi ti mbbi |,ouUDc*> 




-i 1 1 t>m; unno 

E diiui: Padre, cU che tn mi lavi 

Di quel peccato, ove ma cader deggio; 
Lunga promessa coli' attender corto 
Ti farà trionfar nell'alto seggio. 

Francesco venne poi, com' i' lui morto, 
Per me; ma un de' neri chern 
Gli disse: Noi portar; non mi far torto. 

Venir sen deve giù tra' miei meschini, 
Perdio diede '1 consiglio frodolnnte, 
Dal quale in qua stato gli fono »' crini: 

Ch'assolver non si può chi non si pcute; 
Né pentere e volerò insieme puossi, 
Per la contradizion, che noi consente. 

me dolente! come mi riscossi 
Quando mi prese, dicendomi: Forse 
Tu non pensavi ch'io loico fossi! 

A MinÒB mi portò: e quegli attorse 
Otto volte la coda al dosso duro; 
E poi che per gran rabbia la si morve, 

Disse: Questi è de' rei del fuoco furo: 
Per ch'io là, dove vedi, son perduto, 
E «1 vestito andando mi rancuro. 

Quand'egli ebbe il suo dir così compiuto. 
La fiamma dolorando si partio, 
Torcendo e dibattendo T corno aguto. 

Noi passammo oltre, ed io e '1 Duca mio, 
Su per lo scoglio ialino in su I* altr' arco. 
Che cuopre'l fosso, in che si paga il fio 

Da quei che scommettendo acquistai! carco. 



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110. Il prometter multo rol mantener 

i It ni ir t, seraltam^emtaam. 

115. «tri <*trubini: Forte cosi li chia- 
na in oppotiiiooo a quelli del ciuln. 

US. mittUni. ietti, icblatl, «ora» Al 
<anlo IX, ' . 

111. «tale gli «no •' trilli, l'ho toropro 
Igeate p«r i capelli, tieeomii aia prW«J«. 

II*. .Nò ti può il tempo tteuo pentirti 
del peccalo e toler peccare. 

IH- ibm "l riKoiil. come retisi m- 
praftaUo a pieno di paura. 

135. «A' lo folco /olii, eh* io fotti lai 
■he conciceli! la Tona della «oa- 
Ir Ailmiine, e «aprili din una mix non pud 
al tempo netto ottani « oon ettoro. 

18*. i Vinai mi porrò, oc. Conforme 
«14 eh - e dello al canto V. 



135. Lo danna alleluia belili, creeie- 
dcai olio tulle al doaao la coda, la fnk> 
ti mordo: Irato aaek'tf» di tale ini 

IVI. «Vi [wxo fan. del Alee» da bat- 
tilo tormenta. Vedi o. prer . i. 41, » 

139. E andando il eeittle. coti bttliM 
ili . luciti uaram». ni teuvr. t'iti 
ritirino a duino. 

ir. mimu.o (ir«, uditine 

ISS, IW. CU e«eere II futa, cke 
pre la nona bol|ia. la ri, „ 
in cui ti pena, (1* feri tkt 
da quel che. contendo dlt.ujoi 

dia netti ialini MBilaaU pn 

di parentela, o 67 arnione, «arali» 
duo, arginiti, earee, il canea» la 
leMBMd,' un tran pno ti 





20B 



CANIO VIGESIMOTTAVO. 

erici TmUOt rstlWcalo «ali» tota Coirla, ore l»«ri. mitili • fa**, mila rawrj- 
» «UH salari, «a* ««-olnirca Ci lo raligioaa MU"unaa fanlgli*. 

■fatti 41 mb! In» a Diala «cnleiia £ m. 

Chi poria mai pur con parole sciolte 

Dìcer del «angue e dulie paghe nppieno, 
ii ora vidi, per narrar più Tol 
Ogni lingua per urto verri* meno 

Per lo nostro sermone o per la mento, & 

C hanno a tanto comprender poco ietto. 
Se ■'adunasse ancor tutta la gonio, 

Che già in «u la fortunata terra 

Di Puglia fa del suo sangue dolente 
Per li Romani, • per 1* lunga guerra 

Che dell 1 anella fc si alte spoglie, 

Siccome Livio scrive, che non erra; 
Con quella, eoo scotio di colpi doglie, 

l'or contrastare a Ruberto Guiscardo; 

E V altra, il cui ossame ancor a' accoglie 
A Operai», la dove fu bugiardo 



u> 



u 



I porta mi, (hi n 
rtti U ni*\u, aaeo con parole 
mai*. cw« in piota, Hit 

: KWlU pilKU><nl«. iti 
I arile fi *». «•' « •" »•* "«"» 

i Miu. fr —rtf **. •"», p" 
u» la dutim* più rolla, par quanto 
aneto pili ralla * tarruleT 
C Ihu pece hh, ebe Unno paca 
ani, a te aie ««fmtoi, a eoaet-aa- 
aaaieue. Mas e talmente 

Min MTMU, I' OS1100 llDli|»«Ì0, 

Hm lu misi t Taci batUoli a 
tartan do» • t«fae;rnl» la tatare, 
aaaaria «all' anno, parchi non ba 
aia capimi i 
fcisiiuiuiarar. S' un M mei' 



Sri. «I j qnl T»lf /rrlaaaaa , ion- 
ia ticeada dalla ferissi 1. la 
-raeet* Spalai. «■-•Ila prò 

i ■ ."«apolli fa ■prato balio di tao 

al roabaitisttMi 

k «fai aaa «vu dittate, dot, etile 

■arra dal tao iurta «acuto. 
far li i r — a l, pò fata uVRorrunl - 
erra Ira quem a I riiilirti corniti 

la» aall saio di Rea» a», e duri 

eangaibiir. j :r kaSfi Masse, iks .. 



che Don accenno la totale lommliilone 
di quella pretti 

li, La asconda roana panica tori ptt 

di 13 anni, a nel cono di atta (u < 
mbalo dal» «I IIìoim Is (Smeli I 
di Canoe In l'ubila; Mila fasi 
furono 1 romani csfailari cussall 
cb» dafli anelli traili dalle Loro din, n« 

. mpllo tic meigla « SNSI 
come teche Tito Lino, ci» »oa erra, die 
non {oramene errore. Il quale anco lor- 
glaaftl • 'a fama eli'* pio prò. 

rem ItSSI I II il' un Imi;- 

pja, . Ili quello Uanlc pula BBShl ikI 
■Vasta*. 

ti adunano eia tulio troia, 
r),« irtilie di .-olpi doj:ii, clic tenti il la 
(Ora ili BtfN ptltOSM. l'or .lucala 

fi-nlo debbonil Intendere gli aurei : 
die Aletilo Impcraloradi Cotlaniirnipoii 
mandò per ritonquialaro la Calabria e la 
u clic dal normanno «.tiri*- 
tj km ardo, aessllo iignor* di qui 11 
nnde, rlmairro woduIIi 
monne iella icroodt mtU dui n 

IS-I". A Cifrati, luogo premi n. 

ijiiino, accenna nel 196.1 la prima lui 

ri Minfrcdi re di Puglia e Sicilia. 

e Carlo d'Ansio. La tona icblora. cb'tca 



210 Drr.i.'isrEiix.i 

Ci.-.-.-uii PugUon; la da Tngliaco2i(.o, 
Ove senz'arme vinso il Tecchio Alardo; 

E qual forato suo membro, e qual mozzo 
Mo«tram; ad ar-gangliar sarebbe mila 
11 modo della nona bolgia cozzo. 

Già veggio, per mczzul perdere o lulla, 
Coni' io vidi un, cosi non si pertugia. 
Rotto dal mento in «in dove ai trulla. 

Tra le gambo pendevan le minugio; 
1 .1 coratn pareva, e '1 tristo sacco. 
Che merda fa di quel che si trangugia. 

Mentre che tulio in lui veder m'attacco, 
Gnardommi, o con le man a' «perse il petto, 
Dicendo: Or vedi comò i' mi dilacco; 

Vedi corno storpiato A Mneomctto. 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali 
Fesso nel volto dal mento al ciuffetto, 

E tutti gli altri, rho tu vedi qui, 
Seminator di scandalo e di sci* 
Fnr, vivi; o però *on fessi cosi. 



HIU >H Fagliasi, al «odoro icoollll* la 
illrn duo, mancò dnll.i (filo prouuiM* a 
Manfredi, e panò a Carlo. Dico ancor, por* 
ohe ancho di quel tempo, cioò trenta* inquo 

ipo l> rotta, troiarano In arando 
la nm dei morii in quolla battafUl. 

I". tK. l'rci.ii ro-llaro«»o, cail 
I' Abitino ulterióri), loCCMM »a haiiajlla 
fra Carlo d'Anelò, già divenuto re -li PS 
vini » Sicilia, o (.(irradino, nipote del- 
l' ciiiMo Manfredi, Tenuto di UinnaaU 

Ut Utrit, di v.-.ilerl, cataHero 

frantele, comi'. [Hai fi (..irlo | rombalter 
con «oli due leni dello ina filili, riier 
bando I' altro tono per piombar lui ne- 
mico, quando alia One (lolla battaglia li 
fotta qui e là diaperio, fu cagiono elio 
Carlo. lagnando 11 cornicilo di lui, ri- 
portano quantunque dapprima perdente) 
u.Ciò fa noi I8G8, 

19. t. da ii adunano tatlMM tutta 
quella tento ilranala, o (hi moilntir 
membro forato, t ehi lo mostrano 
mestalo; tutto ciò sarottbl un nulla a 
confronto del modo orribile o ribaltasti, 
che ledei tal nello oona bolgn. 

tf-34. Coitrultcl ed intrudi (Vi,? certo. 
coti «on il prr'moi. non lì trafora, min 
ti ipaic*, una i»«oia. una bolle, por per 
dira cb'em faccia il «i;;»^ o la Iwltj, 



do», la tirola di mono, o) I" >h ** 
dua laiola laterali del 100 fot»»», eoa» 
io lidi uno «fio. spaccato, dal tua» 
falla dor» li fratta, li spelila*. 

45. li ninnolo, le budella. 

56. f>arr-a, apparirà, ti sedila, ll»»- 
rofo, la corilolla, o'I triis» san*, id 
ioiio vootrlcolo. 

8» ai' attacco, mi fino, pongo Ititi 
mia attemion». 

M. con» r ■< dilani, coma II rat i 
CODI inno aperto, »p»,-<»b). 

SI. IVdi cerai treapisfo'c ,c 
nello membra* Maometto. J 
famoio Impoilort. Il quali fiaaVi < 
nuora roligion*. c-ho da lol H di»M I 
millanismo: naequo alla Macca otti 
l Medina noi G33. 

5J. Ali, genero o discepoli di I 

' i cambiamomi nr'. r.or»a».d 
il codici religioso dei Ma 
disonni capo di una Mila, saj-slisiif 

Ila spret.ilnunle. 

39. al riwfcf/o, tino al cìnOsakl 
cho.comemaomttlaoo. porta tep ri lai 

55. annidalo sta ejol pcf 
tfompifff(o. — irtma ò dal greca, 1 1 
icluora, (f'ti.dio, ma per la 
di reh, 

W. >«r, nei. f*ron da sist, cioà t 



CAlfTO TKlKSIUOTTMiv 

Un diavolo è qua dietro, che n'acclama 
indamente, al taglio della spaili 
Rimettendo ciascun di questa risma. 

Quando avcm volta In dolente strada; 
Perocché k ferite eon richiuse. 
Prima ch'altri dinanzi gli rivada. 

Ila tu chi se', che *n su lo scoglio muse, 
Forse per indugiar d' irò alla pena, 
Ch' è giudicata in su le tue accuse? 

N» morto '1 giunse ancor, nò colpa *1 a 
Rispose 1 mio Maestro, a tormentarlo ; 
Ma, per dar lai esperienza piena, 

A me, che morto son. Bonvien menarlo 
Per I* Inferno quaggiù di giro in giro : 
E quest' è ver cosi, com' io ti parlo. 

Più far di ©onte che, quando I' udirò, 
S'arrettaron nel fosso a riguardarmi 
Per maraviglia, obliando "1 martiro. 

Or di' a Fra Doli-in dunque ette a'axmi, 
Ta, che forto vedrai il Sole in Invìi 
S" egli non vuol qui tosto seguitarmi, 

Si di vivanda, cho stretta di nere 
Non rechi la vittoria al Novarese, 
Ch'altrimenti acquistar non saria lieve. 



211 



41 



:s 



M 



lr >.« »*ta. per arar dótto y,Vl animi 
I, M* CMl Itili, 

¥"oii lilla loro n«nbr J. 

ria •'aMiw fi tntilminlé, ch« 

* « H Ui ii, ni mitUi ti crodolmonla. 

•■«■a», KfinU-'i, arfluitirc. ♦ rote 

I taaeaoJr. qui nata iroawuiinla. K 

"» «ami diciamo «mHin a» 

»•*:■. ItaMlJrWl ai Uf II» della lyaja 
«raa4< ,..•» ritma, lormndo a aafl- 
*te O 41 »p»4a elaterio di qnailo ■■- 
| *n. attiro 41 quitta «ttditioat (eh* 
i pvòaaaar eiioidtalo dilla 
" -imi . i>a»d» aaaaa taira ta dair*- 
• airaéa. eial toIU cka abbiasi compilo 
l 'Caratai daterà*» ratina » eba la bo- 
•» aaaatrra •• wo fiatila. 

a ch. altri, aleaao di noi. «Il 
» d a— ad. lerw a pallata daranti a 
lakmt». 

. miai, dai di nuic. cloà alai 
I akaaa«el«.<**aari è dal « rio 



45. Cba ti 6 itala decretala di Miai», 
conforme le culpe di rh« li acri eonfrtialo 
a acculato. Inferno, ramo V, ». r. $. 

SS. fra Dottino fu un remilo tronco, il 
quale predica» «icr contamente Ir» | 
Crltllnni la enmiinant» ili tulio la coic. 
o par Uno dalla modi. Seguitato di più 
di S.OOù portone andò Intorno rut« . 
mollo tempo. Anche ridotto no" monti fri 
Novara « Vercelli, aprorritlo di uteri. 
e impedito dalle noi, fu dal Notami 
prato, o con Marjbenti no compaia», 
iccondo il birluro tetaWaa 'li T' 1 i btflipf, 
fitto ahhrnr.iarr Ciò «uterino nel IK/7. 

Sa, SO. SI di rivaluta nniir.iln ilio p.i 
rota cai t anal dal t. Sì, ed latta 
il prorreda talmcala di «tUaitlUt, olio 

atrttra di taati un tcctreataataio, "" 
aiaedio di nota, non rtcbl la nitori* al 
.Votar> 

«O. La qua! littoria non larabbt tarila 
ad oaaO popolo nnturaia 1* acqulilaro In 
il Irò moil" Parati Fra Dolcino il difcn, 
4eta braiauienlo. 



SÌ3 UELL' IS FEBXO 

Poi clic 1' un pii": per girsene aospooo, 
Macometlo mi disse està parola: 
lii'li. a partirsi, in terra lo distese. 

Un altro, che forata area la gola, 
E 1 ronco '1 naso infili sotto le ciglia, 
E non avea naVohe un'orecchia sola, 

Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri, innanzi agli nitri apri la canna, 
Ch'ora li fuor d'Ogni parte vermiglia; 

E disse: tu, cui colpa non condanna, 
E cui già vidi su 'n terra In 
So troppa simiglianza non m'inganna; 

Itimcrnuriti di Pier da Medicina, 
So mai torni a veder lo dolco piano. 
Ohe da Tonello a Marcabò dicliina. 

V. fa' sapere a' duo miglior di F.' 
A messer Guido, ed anche ad Angiolollo. 
Cho, se 1* antiveder qui nuli è vano, 

li saran fuor di lór vassello. 
E mazzornti, preso alla Cattolica, 
FOT tradimento d' un tiranno fello. 

! isola di Cipri e di Maiolica 
Kob vide mai si gran fallo Nettuno, 
Non da pirati, non da gente orgv: 



6t. /"orolo aera la gota, l'ercb» pecco 

le ;> ituir, perì nella 

gola * forilo. Il Posti p.uu a «edere 
,-li anturi <!, .Inumili politichi, 
liti, ma' thi, pili che, <e non die. È 
nouto altre «olio 
i ««ii«<< osi. «Uri, r rime desìi 
altri, aprì la canna delle gole, eh' ora 
di f.jt.ri Inianeulnata ti' uscii perle. 

M. '■ r<rre latina. In Utile Vedi fin 
IO XXVII, T. 01,01, 

l'icr da Jfalieiaa, delle famitli* 
i. lamini) dlifurdle fri i cittadini 
di Dolocna o Ira Guido de l'olente o Ile. 
leteillno de nimiol, onde e qui I 

usto nulli Bill, HVdlrtM » un* 
torre potla nella provincia Uilurnei*. 

14, 13. lo doler pione, là delle pianure 

ili Lombardie, die del dlitrollo di Ver- 

i ri l-'atlo di (lu/rrili.i e piti mlc/lia, 

di:*i«o. (1 «tende abballando*!, lobo a 

Marcello, aiutilo presto Ritenne, orci 

"Ilo 

'i*. Cvido del Cenerò enjiofrlle de 



Cernano, erano due onoratiteli 
luominl dell» cSlt.i di I . I 
Slelalettino, rrudel ttreono di 
[dal P t *t uol canto pt-f-eedtol* ■ 
mulino], e venire e pirltaiato ON I 
il posero lo elisi/lo pei mare, e < 
furono fiunli in nita 6*1 cesleUe 
la Catfollra, dai cciii.lull.jrl 
infondo die il tiranno area «dieet». 1 " 
nero epiteti Doli' onde. Il ferte I 
triennio nel 1504 

1» di (or comi**, chi loro ' 
delle loro narr. 

HO. E miiCM-j.'i ■**(*■ 
matura che « un mia* «1 pM» * 
li attacca al di ioIIo dilla lotaen. ■ 
eetlare alcuno in man con «ani al I 
od enebe china* lo un lacco. 

tri-M Coitrniici td Intinta: ] 
mai .Nettuno enmmitUr* al arsa 
il atioco dolalo, nò a\x pirati I 
tali fresi, in lutto qwl tiell* I 
dllemnto, che I de ori-rat* * ■ 
tra 1 noie di Cipro e risola di I 



CASTO VIGSaiMOTTATO. 213 

Quel traditur, che vede pur con l'uno, u 

E ticn la terra, cho tal, eh' è qui meco, 

Vorrebbe di vederla esser digiuno, 
venirgli » parlamento seco: 

Poi farà ti, eh' al vento di Fucara 

Non sarà lor roestier voto nò preeo. w 

iii io a lui: Dimostrami e dichiara, 

Se vuoi eli' io porti su di te novella, 

Chi è colui dalla veduta amara. 
Allor pose la mano alla mascella 

D'un suo compagno, e la bocca gli aperse, w 

Gridando: Questi ò desso, e non favella. 
Quatti, scacciato, il dubitar sommerse 

In Cesare, affermando che '1 fornito 

Sempre con danno 1' attender soflcrao. 
Oh quanto mi parerà sbigottito IM 

Con la lingua tagliala nella strozza 

Curio, di' a dieer fu cosi ardito 1 
Ed un, eh' avo» l' una e l' altra man mozza, 

Levando i monchtris por l'aria fosca, 

SI che 1 ssngue fscea la faccia sozza, "» 

Gridò: Ricordcru'ti anche del Mosca, 



■ «1» %Ut par cm r bui, ebe rada 
«■•rat. da sa oecàlo. icrehislalii.- 

«UUIOdjll'llUO. 

Riti airsorcigia la tuta di Itimi 
ila Doa tenvbl* ar«r mai tiala 
I tairli* eh' * qui meco. Il uoirn di 
DM qinl: »i dico In appretto. 
», SD /trara 6 un allo moni» in mi 
■va a presto la CaUoUea, dalli cui 
iAk» un (tato serieotOM per elil 
Mass d appretto : oodc I narlganti 
t |<rtfbl a Ino p'r i..- impara. 
letaqat che il lirtnoo farà al, M- 
aaali, eh* Dea uri lor di bitogoo 
ar tati • probi, parche sor. 
■se • ititi pento, o'e soffia It itolo 

. cai S telai, al quale ti J amaro, 
ma. £ star tcdolo Dlmial. 

4 •*• fatcHa. a HO poi (artllara. 
Baall n ; reti* 

*«. IbIcbAI: qacitl, cttcnda sete- 
, «Mia da Ro«j. atUoM la Casaro 
Mao, la peritatila, eba «tot», so 
m a Da assetar 1 armi contro la 
a. athrasasaa cbt <bl li tulio la 
la set canapiere aa' Impresa, risenti 



Mtaprs danno dall' aipoltar». — É preso 
dai tarsi ano, jai M lib I della raraa- 
•'•« di Locano: • Doro trapldant nullo 
firmala? robora parici, l'olle morat: som- 
par nocini diflnrrr paratia . 

tUt. arila Uretra, colla sola. 

Idi t'urlo, Corion», eba fu coi, trititi. 
rjcl parlare a Catare, dandogli I 
cintiglio Curio par 1,'Mrioat. eumn Scipio 
pur Jnpiont. Bido por Onlow.e utili altri. 

105. Etili » coil forilo, pareli 
di conti» I m « di mano. 

tot, 103 Aitando per quali aria tono 
broas Ir In accia monche, aieclio II un- 
ni grondata, Imbrumagli la 
Caccia. 

105. Stoica datti lincili io coro' altri 
Totlwno dai Lamberto, nel cootlilio din 
ti tenne dagli Atoidei a loro par, 
boni modo il, modica.' 1' olTesi fatta 
loro da Riioodclaionlo, col rlUottro la 
fanciulla cui stai dato la tua M 
poto d' Deciderlo, canirliindcnilu 
farlo capo Aa. Il qutl .lotto i 
coia latta i «maiala ; rota falla ha MBSS 
(I tuo (ottpleiiafo. r perciò non I 
che non tia. Quello fatto art noni osi ISIS. 

u 



214 dell' istebxo 

Che (Usui, Luisa 1: Capo ha cosa fatta; 
Che fa 1 mal seme per la gente tosco. 

Ed io v' aggiunsi : E morte di tua schiatta. 
Per eh' egli, accumulando duol con duolo, 
Sen gio corno persona trista e matta. 

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, 
E vidi cosa, eh' io avrei paura 
Senza più pruova di contarla solo: 

So non che cosclenzia m' assicura, 
La buona compagnia che l' uuin francheggia 
Sotto l'usbergo del sentirsi pura. 

Io vidi corto, ed ancor par eh' io 1 veggi*, 
Un busto senza capo andar, al come 
Andava)) gli altri della trista greggi*. 

E '1 capo tronco tenea per le chiome 
Peeol con mano, a guisa di lanterna: 
E quei mirava noi, a dicea: mei 

Di sé faceva a sé stesso lucerna; 
Ed eran duo in uno, ed uno in due: 
Cora' esser può, Quei sa che ai governa. 

Quando diritto appio del ponte fuo, 
Levò '1 braccio alto con tutta la testa 
Per appressarne le parole • 

Ch» furo: Or vedi la prna molesta 
Tu che, spirando, vai veggendo i morti: 



delio, rondo prodotta li 
morto di Boood«tmofita, fi la atta ori- 
glia dille (Incorili» • dolio cuerre «Itili 
fri I popoli di Toieam. 

100. K norie di fue nilaffa. e fa in- 
filo U C4U11 dulia .li.lrulione .lilla tu» 

il Poiché l.fft (Il L'btn 
l'inumo, •uomini * I mmmn, n» hanno 
lotteria pena, ehi di Morto, Obi 1 
« di ililtrimoD» Ji limi. • 

110, III. l'er la mi rltpotta, crii 
Mosca, a:curoulondo il doloro dalli pOM 
Infornili col dolore da osta prod 
m io il. MI perioai do- 

lente • fuori di ir. 

tt!.. HA, (V lo etrel rimo Mi, 'ho io 
aerei timor» di panar poi luiiti.-.rilii, rio- 
contandola io »olo, ionia recarne altri 
preti. 

IteVHI. »■»»«*» teettroOo N. 
che DI iiticura la DaoeiOOta, quella buona 
Ciirapaf nia, eòe Siilo 1 elle-}» t'el ««(irli 
para, che riposando odia propra Inno- 



centi. r-d«rl»fra rende fruco. le 

US. por (Vii (I ertole, li Ite : 
minia • Virne, di» l"Awillo, l I 
che commlicro dbeeedai Ira .inlii i 
Vini, i- . 

iti Peeol, pendolo, pendiate. 

tSi. e ne, nini». 

194. CobI. occhi d'Ila ini iella. I 
portare In mano, faterà rotai • I 

| lui. 

IÌ5 CI eri* dee ee. Ut— Ji : eel I 
due pirli d' oo volo e airdeel 

capa e i Lutto itMoatt 

diir altro. 

IM Omeadpoiioewore.ielVel 
eh» «il di «pone r fallila I peccateci. 

Ifl. diedre appi» i,t pente. M ue 0* 
apponto. 

18». Ciò*, apprettò la tetti ierrl.| 
-li" ri misuro a noi pio da rlcuo I 
role, cho da quella melino. 

1SI, Tu eie, eplroide, la, eh* 
reaplriudo. tultora ettei.' 




Vodi b' Biconi è gravo come questa. 
E parchi ta di nio novella pi 

Sappi eh' io con Bortram dal Bornio, quelli 

Che al re giovane diodi i mai conforti. 
Io feci 1 padre e "1 figlio in se ribelli: 

Achitòfel non fé più d'Absalono 

E di David, coi malvagi pnngelli. 
Perei»' io partii cosi giunto persomi, 

Partito porto il mio ccrobro, lasso! 

Dal »uo principio, eh' e 'n questo troncone. 
Così s' osserva in me lo contrappasso. 



1: V. 



HO 



me*, e Brrtraado. «tal aimio. 
la e privi* guerriero, fu »i- 
raatelln d'AUaforl* Mll.' 
IfBtat il Gsttcof la. Inill^ 
nore i rltvi tire dal 

la htm il giertaetlo moti, 
m piarne ti natia in no» 
elegia catione. In orni 
i quii*, al (falBIo »n», pene 
t f*n rei ««ti»» i» 'I «ioiine 
, Or» Duu, (Il io» poter* 
. latti* (iM0»t. percb* nel 
t poM Bertran» Ir 

- fallo 
t I mitil i tlfcono i ojiio- 
il lets*. neutre -Tieni lo 
Ire il '« #!»<< I 

, the fu ... Hi .li 

|0tM Barieoe non Oli 

I «iwlM per «iullnriurlu 
.:(. a..-» iiuiii.. 



MS, i sai io*forti, I nuli. miIraKi. 
turgeriinenli. 

138. I* ti rtteJW, l'na contro l'altro 
nemici. 

137, 13* Achitòfel co' tuoi inali ni 
pungoli non fé d' Attalonno * ili littiddo 
duo nomici innirxinri. di quello ctin fa- 
tetti la del re glorine e del ro rocchio. 

139-1(1. Puah' lo divisi pertono coti 
canginole, porlo, ahi tnix«ru I il mio capo 
xpiriK. dal ino principio, cioè di) 
Il quale è In quotto tronca. — < 
•'lnctpio II cuore, perche, secondo Ari- 
li pr. un. » ilrero * l'ali 

IU. lo ro»fM»paiio, cioè il tontrao- 
cambio. Incndi i coti ti ree jniir» in aio 
la lette ri>l lailioiir. che rgole limile il 
cattigli al delitto commetto : onde qui 
pori.. .1 capa diiito .Iti tronco, come In 
Un* diiul Il figlio 'iti padre. 



PO VTGKSIMONOXO. 



Illa 4'um reeglmte. che tromn**, fra I «minatori di ««»• 

arr en i n e e»jr» la d>cma .e nllini Ilolgl», nolla quii* -Unno 

di (tlulvrl; cM, I* e**», la «Ili t la I -dono quelli 

, eie* I fttactori c-.i metalli, I nuli giacciono per terra «.ji4lli.ll 

'•'-. Pari» Dm!* co» Orlffotiuii d'Ari»» ■ con Capocchio 



olta gente e lo diverse plaghe 
le luci mie si inebriate, 

:<! a piangere erau vaghe. 
Virgilio mi disse: Cht» pur gu.c 

-.;nedi la- 



re t'.ir CHI:., Otti 



■:-r< tintati* » pimgerc. 
4. CU pur ,t.ir>.«chocoi* guati, gvar- 
■ laT 



2ifl •-' man 

Perchè la vista tua pur si soffolge 
Laggiù tra l'ombre triste «mozzicate? 

Tu nou bai fatto ai all'altro bui 
Peata, se tu annoverar le erodi, 
Che miglia ventiduo la valle volge; 

E già In Luna è «otto i nostri piedi: 
Lo tempo è poco ornai, cbe n'ò conceno, 
Ed altro è dà veder, ohe tu non redi. 

Se tu avessi, rispos' io appresso, 

Atteso alla cagion per ch'io guardava. 
Forse m'avresti ancor lo star dimesso. 

Parte sen già, ed io retro gli andava. 
Lo Duca, già facondo la risposta, 
E soggiungendo: Dentro a quella cara, 

Dov'io teneva gli occhi si a posta. 
Credo eh' un spirto del mio sangue pianga 
La colpa cbe laggiù cotanto costa. 

Allor disse '1 Maestro: Non «i franga 
Lo tuo pensicr da qui innanzi sovr' elio : 
Attendi ad altro; ed ei là si rimanga. 

Cb' io vidi lui appiè del ponticello 
Mostrarti, e minacciar forte col dito, 
Ed udiil nominar Geri del Bello. 



B fi MlTolj». »' fOia, »i affigga. Dal 
111. luffuitir,. I.i lilla, fermandoti in od 
Olitilo, quali ti il ippe 

S. 9. Se tu croii pol«r numerarci tulio 
limilo ombro, poull cbe II bel 
vanillina miglia, hi venutine miglia di 
ciiconforcnia. 

to, Vuol dira eb' tra mctiogiorno: poi- 
(U un' pleniluni U Ludi ò a sera mi. 
I orliionle. nello ioni! a mrisanotlv. o 

ron*it,/iiiriilt'lli('lilu liti nadir I BalllOflOr- 

oo, eioù, par I' appunto «otto I piedi di 
chi e potto nel mono della terra. 

11. Dica che rollata loro poco truiim, 
aitando allora mextogiorno, do- 
lorano aier partono tulio 11 rollo del 
I Inforno, prima cbe il facetie notte. 

19, l.J alt/e cola pili maraviglio» • 
iparontetoli inno ancora da Tpdara, che 
lo non vedi qui. 

II. i(i,to, (alto altenilone 

15. Fona m' air, iti ponlonato con 
«i» Il rollar qui audio un poso. 

16. 17. Collimici ed intendi : lo Duci, 
Virgilio, pori, un gii, frattanto ir n an 
dava, ti lo oli oaifaca, tonata, intra, dio 



faendogll la tUfUt». — tvU » v» « 
«erbio antiquato, cbe molici I 
Mdilrc 

■iva. rarità, fona. 

19. ni a polla, il (iuantaU 

90, u* i/ii'lo il- tifa M«f»i, a»» ar 1 ' 
rito BiO cui-imgiiinoo, 

M. La colpa di teniinar diacoefK. 1 
It con il ir ivi pena ti : 

tS. ffoa al fra «fa. non ti nfraaga. « 
>i riOelu, nuli >i ripieghi il I 
•opra di lui: vale a dira, daqciH 
non pmiir pib a lui. — Oli liticai,» 
landò di luca, confondevano 11 n/» 
col nfiilittt, t di gai ì lolla la i 
Un modo limila a queito 
cinto XX. v. 103: • Cbo salo aettUI 
manie ritltdt. • 

96. UoitrirU teli altri iplrlti.ll 
monte minacciarti, agiuml 
tomo mol fart olii coliauia. 

•lì. E lo udii dagli altri ipbiU I 
iure Geii dui Bello. — Fa q coati I 
di meiier llcllo Alighieri, a 
padre di Dani... Kn nomo KtMeal 
ceoflilore di lil.,i; onde vantW i 



ousro VlOWIMONOXO. 

Ta eri allor ni del tutto impedito 
Sovra colui, che già tonno AltnforUi, 
Che non guardasti in li, sin fu putito. 
Duca mio, la violenta morto. 
Che non gli e vendicata nncor, di»»' io, 
Per alcun che dell' onta aia conaorte, 

foce lui disdegnoso; ondo «on gio 
Senza parlarmi, coxi coni' io -mino: 
Ed in ciò m' ha fatt' egli a so più pio. 

parlammo inaino ni luogo primo, 
Che dallo scoglio l' altra valle mostra. 
Se più Ionio vi fosse, tutta ad imo. 

Osando noi fummo in su l' ultima chiostra 
Di Malcbolge, al elio i noi conversi 
Potean parere alla veduta nostra; 

Lamenti saettaron mo diversi, 
Che di pietà ferrati avean gli strali; 
Ond'io gli orecchi con le man co- 

Qua! dolor fora, se degli spedali 

: a, tra '1 luglio e '1 settembre, 



217 



« 



n 



« 



4» 



» da' SacckaUi, reilo ila Ini 

. Tf «ri allora il faitamtnio In- 
ai t**n caM, efca (il fa nrnor» del 
*MU f AlufotU, eo* lopr» Barltani 
Il taralo, che no* (uuliiti li 
M Un aoa fa partito. Inferno. <m 
UHI1 t. lise ter. — rtaluncope 



Jl et* dell" m(a ita cenuri», che ila 
irtene* dell' lattarla coma parente 

atte, la con ditto 
Ri d'ansia • dotino dia il partalo 
■tallii I* lattarti dell' altra parente. 
rad 4M* Dania che Ceri cri inditni- 
,fn%t alaian» dilla iaaf»r*i«lia are- 
MI iato ecedaetta la ili ilolonla 
Ha. 

B. Ip*Tq»"eto.dl ora «aaet c»li itala 
■dotata, n' ha Catto j-.a plctaao, «m- 
aeaanc le, tei» di a*. 
(He. OH aaruaa» imln che tluo- 
kataal ..aitar* :•! eaate aria») dello 
tttaaa >*•»», toni* V altra tali*, la 
•a» to' (Le, li atoUrtrrla* lotto alno 
Rat*, la ri dui t>ib lata, 
i. La »eea riluti* iltaincaia e li- 
lla la Tornea aa iaat» t.Woio da 
■a. t I cattili dalla caM li eluvi: in 
Stia liftltea, cosa aitasi b»n 



erodalo, il luogo oio «tanno i monaci ; 
polena quello ti dleo eMoifro (clamtrum i 
a non clloifra. K II l'oda coti chiama 
llgnrataoionio la bolrta, porche Ivooo 
chiuso da argini. — Ultima, purché dopo 
tiana il pono dei sismi!. 

il. eoaeerol qui rata riverii Ini <«i, 
roraiefaft f alarrnti i' u* imll' altro. In- 
foili il Patti li dice poca apprvuo ton- 
surili per ditene lido — Oliai latra il 
t'inf't e oaal tetra li i pai li L'mn deli' a Uro. 
V Inlorprelaro coaeeri< por frati laut p<r 
tir mrriipondare la metafora eotirAioif'-.i, 
preio in ionio di cAioilro, non mi piace. 
- Cho biiojno »i«t» Dinio Idico 11 Coiti) 
di maro on il ridicolo «chorio di parole, 
col dare il nome di frali agli iati 

siti in ffill* luil«iat 

da. Rotolino apparirà («arerei ili» no- 
tira tuta, dot polorjn onor da noi re- 
MI. 

43, ti. MI ferirono noli' udllo ctrll 

ilrinl limentl, ohe, quali itrall irmati 

di ferrea ponto, penetravano al onora ad 

eccilarvi MHl 'li pitti, - Metafora «r- 

M ili unii f.im. 

46. Qua! dolor fora, quii lircbbe II 
lamento ; oppnro, quale a quanto 
il cumulo di miirna • il dolore. 

ti. Ut IWdltdlaat pmlatia Ir» l'are- 



dsu.' iNi-rnso 

E di Maremma o di Sardigna ! mali 

Fossero in ima fossa tutti insembro; 
Tal ora quivi : e tal puzzo n' oeciva 
Quid suolo uscir dallo marcite membro. 

Noi discendemmo in su 1" ultima riva 
Del lungo scoglio, pur da man sinistra: 
Ed allor fu la mia vista più viva 

Giù vèr lo fondo, dove la miniatra 
Dell'alto Sire, iufallibil giustixia, 
Punisco i falsator che qui registra. 

Non credo eh' a veder maggior tristizia 
Fosse in Egina il popol tutto infermo, 
Quando fu 1' aer si pien di malizia. 

Che gli animali infino al picciol verno 
Caacaron tutti; e poi le genti antiche, 
Secondo che i poeti hanno per fermo, 

Si ristorar di seme di formiche; 
Ch'era a veder por quella oscura vallo 
Languir gli spirti per diverse biche. 

Qual sovra il ventre e qual sovra le spailo 
L'uu dell'altro giaceva; e qual carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle, 

Passo passo andavam senza sermone. 



tino o il pennino, che la teloni» idrau- 
lici li» ogni rtM un* titilli* pili boli* • 
pih fertili di Totcone, non preienlav* 
a' tempi di Danlp rln Ina; hi paludati « 
ria mal'aria Infètti' La afarrairaii. Ujnnn 
quei luoghi, che tono itali booti. riti, u 
i»aeio anch' oggi intalubr* L' itola di 
Sertteou lo era in parie no' tempi indili. 
— tro'l luglio e 'I iilftmari, ne' quali 
ineil plb Indente* la mal'aria. 

a», lem isirmor*. tulli intlemo rac- 
Cullt. tairmir* dal lai. iiuletyl. 

51. «■•reir* eumAr*, putrefallo memlira. 

SI. Aoi durendteimo dal ponte l'»Knmi 
rtrn. l'ultimi ripa, l'ultimo argine 

SS. I*fl lu*go icooJio, lo dice lungo, 
perché intonante le dieci liolfie. Tur 
ili ne* anatra, tempre da man linittla, 
corno atetn f*Uo le «Uro volle. 

5*. pi* riea. parchi, •.■titillatoli plb, 
dittiogiitr» meglio. 

in. t follerei-, cioè gli alcbimltti, co- 
loro che * danno del prottimo fallili- 
c*oo roeUIII e monete. — leoitirtr* è 
pem ■ rimiri, i libro; qui «ale il lem- 
liliee porri, collocar*. 



88-61. Intendi: oon ered» chi hm 
maggior trilioni o computile* a <**•- 
re in Kg-ina tulio il popolo infermo. q**v 
do l'aria fu coti piena di militali* *•- 
ttlleotlale.cho morirono lotti gU «a*»**, 
mflno al pi* pueolo Terme.— Ipdt 
genti anlicho ii rippidunero di *o» tt in 
di formiche, leeondo eh* i poeti Wigw 
per corto. - Foim « un' itoUtla pr**»'- 
mi al Peloponneso, ore por noatnWai 
peilllenta morirono lutti gli uomini ti i 
animali. Ma, ali* preghiere di Kau •*• 
ro, Gioie (die* la farola) ripopo! 
facendo nomini delle fornk.il*, I fa* 
furon dilli IfimKoal, p* rea* pavf» • 
greco tigoifìc* ftr màf . 

OS. CK tn • ttJtr ec, cioè : tu cr»*i 
che fotte maggior triittiia, di quii» 
eli era a rodtf ec. 

66, per dieni» Mc*e. in ditinl fjtccat 
— «Ica Tal* «i»c<»le di citoal li gè**» 
ma ijni il templi!» nei' | 

69. Si IrtmltM, il trattiuta • sa- 
lata di luogo. 

qo. *r*ca «rwM, iku gaz | 
■ mei par Uro 




casto Turamosoxo. 

Guardando ed ascoltando gli ammalati, 
Che non potcon levar le lor persone. 

duo sedere a sé appoggiati, 
Come » scaldar b' appoggia tegghia a tegghia. 
Dal capo a' più di schianxe muouluti : 
■ vidi giammai menare atregghia 
A ragazxo aspettato dal signorso, 
Né a colui cho mal volontier vegghia; 

Come ciascun menava spesso il mono 
Dell'unghie sovra se, per la gran rabbia 
Del pizxicor, che non ha più soccorso. 

Cosi traevan giù l'unghie la scabbia. 
Come cortei di scardova le scaglie. 
d'altro pesce cho più larghe l'abbia. 

tu, che con le dita ti dismaglie, 
Cominciò il Duca mio ad un di loro, 
E ohe fai d'esse talvolta tanaglie; 

Dinne e alcun Latino e tra costoro, 

Che son quinc' entro; »o l'unghia ti basti 
Eternalmente a cotesto lavoro. 

Latin sem noi, che tu vedi si guasti 
Qui ambedue; rispose l'un piangendo: 
Ha tu chi so', che di noi dimandasti? 

E1 Duca disse: Io son un che discendo 
Con questo vivo giù di balzo in balzo, 
E di mostrar l' Inferno a lui intendo. 



219 



• ii 



65 



W 



» 



Un* i» Ifr atri»*, aliar* U toro 
ili»! ii In pleAe. 

I W *ry*vi »*". • tanto con (Une», 
lattina oh icaiiaa. 

■a» attua al fuoco, ahln* di ri- 
KaaUiW. il apponlano dut Urli, i n>» 
•aeM (all'altra. 

ti. « aditaci vinteti, macchiati di 
BMitA piala*. 

**-1» £ ptanul ne*, ridi Hriflaa at- 
•tkuu con pili prttuiu da tetro, 
ai tsa iiT'iulo dal im alinoti, 
«atti efca tailla Bai Toleotlttl, e fottio 
■ama U itnilla Ola priiUii», p«r an- 
tantat svina a Itilo, «ma oc. — flo- 
ttai», dal Ut tartaro ragliai, tal tor- 
ta, a «sotto d . «ari», ilrnor 
uà, inaai tatuati», ii/i.u ino. «.sfittala, 
Mjn» ala. fr»j»mo. fratti mio <c 

TI li «aerti Attr «««Ite. Il Uditoti 
ratta dall' tsaejhla. «ha, a ilmt;tiaoca di 
la carni loro 




81. e»« aoa he pia loccorio, che non ha, 
Di pm) avere, altro loccerio. 

trj, io. <:o»i ti salala Inetta |U ir 

ctoitc, coma 11 coltello, raithian, 

io dal pax* chiamato loafdota. 
Jiimaglw. ti dlima.ll..Ufural. ti 

diteroitl. t, rurln lo croato. La metafora 
tàlli imitilo irtnitiirR, cho atrjp 

le wooli» a guiia ili tquauio di poiC«. 

S6 Contattò a dira. 

17. E che d' una JiU fai ululila la 
oidio, «trincandolo imitine, pur iitrap 
parli quello erotto. 

SS. Ulti". italiano Coli >' 

•9, so. a» I' ««D'ili li talli te Osìl 
I" umhla ti baiti in oltroo a coltila fa. 
lira del trattarti — Modo, anehn qnuLi, 
il.'prfrjliro, corno Unti alili cho ho no- 
uti.ocomt pura cinque tornati pili ietto. 

SD. di Imito la tatt*. Rappraaanla I 
pironi il' Inferno conio balia digradanti 
di mi uiouU. 



i>kix' nimuro 

Allor si ruppo lo comun rincalzo; 
E tremando ciascuno a ma si volso 
Con altri, cho l' udiron di rimbalzo. 

Lo buon Maestro a me tutto a' accolw 
Dicendo: Di'o lor ciò cho tu vuoli. 
Ed io incominciai, poscia eli' ei voice : 

Se la vostra memoria non s' imboli 
Nel primo mondo dall' nuttM menti, 
Ma s'ella vivn sotto molti soli; 

Ditomi chi voi siete e di cho genti: 
La vostra sconcia o fastidiosa pena 
Di palesarvi a me non vi «paventi. 

Io fui d'Arezzo; ed Alberto da Siena, 
Rispose l'uu, mi fé metter al fuoco: 
Ma quel, per eh' io mori', qui non mi mena. 

Ver ò eh' io dissi a lui, parlando a giuoco : 
Io mi saprei levar por l'aere a volo: 
E quoi, eh' avea vaghezza e seuno poco, 

Volle eh' io gli mostrassi l' arte : e solo 
Perch'io noi feci Dedalo, mi fece 
Arder a tal, che l'avea per figliuolo. 

Ma nel]' ultima bolgia delle dicco 
Mo per l' alchimia, che nel mondo usai, 
Dannò Minòs. a cui fallir non lece. 

Ed io dissi al Poeta: Or fu giammai 
Gente si vana come la saneee? 



i 




■.:, 



i» 



II. Allora cono il Ticrodorole loro »p- 
[lo; Tal» * dir», »! dltUOCMOBO l'uno 
'altro 

9. il riadatto, per nprr.-iiMinn*, In 
direllaroento ; perciocché In paro!» ili 
I non erano itale dirette a loro. 

100. a «< tufo •' rcolii. •' accolli e 
■ I ilnnie » ni", o anche »' atloie con 
tatto I' animo a me. 

101. ruoli, «noi; • nel r. icj. eoli», 
per tolle. 

103 Coli la toitra memoria non e' in- 
roli, non il dilegui, dallo monti il celi 
uomini in noi mondo, ove full» da prima, 
ma coli ella duri pel MHO di molti imi 
[tolto munì ioli. — »loilo deprecatile 

109, 110. Grlffollno d'Ire: io fn alrlii- 
nalila: o ad un certo àjnno, chiamalo 
ilierro, ilirdo ad intendere cho iapo>a 
l'arte di «nlaro. Onde quelli, »»eo d'im- 
pararla, diede a Grufolino denari; ma 
poi rlmailono deluio. lo acculi al r*KO- 



« di Siena, chi il lenoia Allerti f 
tifilo: «4 «ili lo condannò qui MV 
manta ad etier irto. 

Iti, Sia la orione, per la qoaliloev- 
rli, min e quella ebo mi KUfa» 
l' Inferno. 

• 14. H|li!(<i, molta eoriotili. 

'lo «ol liti Dit*l», non lo feti •re- 
latore, corno tintalo; il quali «a ilici 
i* icompoite tutti, lolando, dal litote* 
di Creta. Inferno, eanlo X Vlf, ». te M 

117. Ni fece arderò per eo«u»duee»t 

d' un tali, eia» .Ir) TCIC4T» di SU» 

che la tenera per Urlio. 

1(9. l.'oliMmhtura la i«ppe»U arti >> 
cambiare i metalli in oro; icleaia ti 
na, o pinltoilo impattar* d(l panali tt- 
cc.ll. 

I» a cai filili» m le»», a cai, «e» 
dannando i rei, non artienc. eem at- 
tenne al reico»o, d' ingannarli. 

i i tana, I ! TUtloaa • di p«« tesi» 




CASTO VIGKSIMOSOXO. 221 

Corto non I» franccsca si (Tastai 
Onde P altro lebbroso, che ra' inteso. 

Rispose «1 detto mio: Tranne lo Stricca, •*• 

Che seppe far le temperato «peso; 
K Niccolò, cho la costuma ricca 

Del garofano prima discoperse 

Nell'orto, dorè tal seme a' appicca,; 
E tranne la brigata, in ebo disperse '*> 

Caccia d'Aseian la vigna e la gran fionda, 

E V Abbagliato il suo senno profTcrso. 
Uà perche «appi chi sì ti seconda 

Contra i Sanesi, agtma vèr me l'occhio, 

SI ebo la faccia mia ben ti risponda; »• 

E vedrai eh* io son l' ombra di Capocci 

Che falsai li metalli con t>!ehi 

E ti dee ricordar, se ben t' adontato, 
Cora' io fui di naturo buona icil 



•5 CMunla che dog 4 1 gran pena 
* iota la. (tela frane*». 

Hi. r altre, (M Capocchio, toma «1 
•oUeer» ;ri mali, che cri appo((lilo 

■ Atti M, 

«S. Nhi (• St'Uf, e detto ptr Ir», 
a», cmh per Ircala li '«perai» tf— 
*> 1. wj — Al tonyi di Ulula fu in 
••a» osa briiita di rieehiiuiiii t totani. 
*. tritale tatù )■ loro «oitanio. fi- 
at* a (sanilo di tOO mila fiorini; e 
tafll Hi (entità di *) meli, lautamente 
■■a» f arodltaneole ipondendo, li 
«W» tatti cotnaatl; rode iim«'w 
pam. Lo itr.ee*. dica il Poemi, 
Al il aree» de f«na. 1% e-dmtor «ri- 
fa» iiiteirtlia tniw-'i. Alcnrr 
etwtcaatol italo d» Mirri- 
li») accorciamento di Sai 
.Tire»!!, anch' «io lincio, di- 
ate oleati eba bau de' Sihmbmi. altri 
eteVunracfl. (Mia brluti (amaci 

fa «(li il più beaoao, «IDI 
atmdo patta in trour nnm.' 
di delicitintrie titani!.- 
eoi!. Imre qmlla 44 trailer 01 ' 

1 -rotti f aratisi, con diiarta torto 
il aaeaiaria: lo <ha fu dttlo fa nifamo, 
ruta. Carrta, uun. dico II 
ite* balli t jraodi lifnuù iJ 
ruttilo mi «ancia. L'AISoottato, 



unaiaaach'pM», dira Jacopo dalli Un», 
fu 11 pula perlina : od altri afflane*, ca- 
ler loprinnomo di Meo di ILinlorl de'Fol- 
cvchterl. 

I» Chiami orlo la citta ili Sima. | 
in corriipouilmn ,]i-|l» mcufori UM 
limi |" manza di Niccolo, 01' ella 1' ap- 
picca, ■ ' attacca, ti fa mimimi a tulli. 

ISt. fa rissa > la tra» freado.lo snodi 
lue poneiiloDl di rlrno a di boirin 

f8S. fi imo nane proffiru; adatto per 
Ironia: rama fuorl.il luo trio lapere. 
Il luo beli" 10(1(00, profondendo tulio II 
Ilio. 

18. rat il fi ircoarfa, li iioliee te<0 * 
dir m»lo. ce. 

IM. SiecbA 11 fatela mia riipondi al 
luol occhi In modo, cho tu mi patii lai 
«(orare Ti Mattala, quali Interrogala 
dagli occhi di Dania. 

ts«. CapoccAio, dico il Landino, fu la- 
tino, a Imlorno eoo Oante itodlò In filo- 
ioli» naturale, a ditenno dotllaiimo: a 
per mimo di duella multo il affatico lo 
foler trotaro la fera alchimia. Ha non, 
potendo trovarla, il dette alla loSitica. 

1 uà* lutiiiiuiiito 1 mattili. 

IV». m eia f sdeccAlo, 10 ben ti raffi - 
suro, e rttoaeaM per Danto Alighieri. 

1J0. taona telala, buono imitatore, t 
tirato contiifJittota. 



MQ 



DELI.* INFBTIN'O 



CANTO TRIGESIMO. 

ProMg'ie Dania & ohomuo 1 dannali noli» daclnia Bolgia; dee tU'qtiU feei 
lo». Clio In «6 conlrinVero illril coirono furibondi «rronltndotl II (N il 

Suo. l'aria pni eoa ma«iilro «damo >l» llreaele, il quali gli narra ch« ad Irligee» 
•'conti Guidi fallo II Morino di t'ir omo. E pMtotl ad iKollari 1* ilIluK<a< 
neoetro Adamo col (reco Sinono (ftliatoro In parole) «I icaf Haas • rttaoi», l'I 
rlpreao da Virgilio. 

Nel tempo che Giunone ora crucciata 

Per Semola coutra'l sangue tebano, 

Come mostrò ed una ed altra fiat*, 
Atamante divenne tanto insano, 

Clio veggeudo la moglie co' due tìgli 

Andar carcata da ciascuna mano, 
Grido : Tuudiam le reti, ai eh' io pigli 

La lionessa e i lioucini al varco: 

E poi disteso i dispietati artigli, 
Prendendo l' un, eh' avea nome Learco, 

E roteilo, e percosselo ad un sasso: 

E quella si annegò con l' altro incarco. 
E quando la Fortuua volse in basso 

L'altezza de'Troian, che tutto ardita, 

SI die insieme col regno il re fu costo; 
Ecuba trista, misera e captiva, 

Poscia che vide Polissena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta. 

Forsennata latrò si come cane; 

l'olirò I 
COSMI 
lili. IV. o anche Futi. VI. Ti» 

U. c»l fallo ardita, eie*, <»• •*•* 
di f»rc tulio ci», che In «ri I» f""* 

I*. fa «uno. canaio, eincellitri&r** 
«Italo, dirimilo - Il rt hh>. rW" 
ucciio da Pirro. 

16. Scala. mogllo dell'aliati» !.. 
Tonivi ria'Gr* ri .-ondati» li ciarlìi* 
■ionie eoli* lui Dulia fa fintai ; | 
rodendoli prlmlcraOieauieiUari 
la mi rifila lo ucriaiio l'jlU i 
<r Achilia, ad incontrandoti 
Irteli lidi, nel eaJa.ore del aoe I 
Pondero, eh' era itilo morto di I 
«toro, mando per disperai loie irti»» 1 
cootuIic, eh' erin quiti »imli alia 
di cane. rUfraeM rMk tarai- Orti. 

Hat. X'ii. sn. 



4 gtmilt, fi ir I i il ili Cadmo, fondatore dì 
Vibf. fu nulli da f.iorc, clic di lei ga- 
llerò Bacco. Per lo c'.e la geloia ^limono 
non tolo abba In jdio Semaio, ina pir- 
rogqllò tutu li ilirpo tebana, eoa» mo- 
rirò ed ano ti éllra /loia, corno fece pa- 
llia plb ir>',te. 

«. *«ar.ii»i», ra di Tabe, per rondella 
.li Ori oone. direnilo Inalo fatato, coti 
fori. osalo, che valendoli renirn incon- 
1-0 Ino lui musila u •untila ili Sonulo, 
portante un por braccio I tuoi duo inliu- 
'lai, a credendola follemente un» llaan 
•s, gridò: Tendina! Ir rrf.. il rA'ta pioli oc. 
Quindi dille i duaufofi ariteli, la rio- 
Irole mini, prendendo l'un d'oiii.cb'aToa 
«omo Lrarro; e a gulia di uno In tlon- 
da, atjirullo, o lo «cagliò contro un mu- 
ro. Alla tuia dall' orribile colpo diape- 
nti la madre, cono ad annegarli io* 



I lacere», coll'illro «glrsltM*' 
ora in collo.— Vedili Orldie,***' 



CASTO TRIGESIMO. 223 

Tanto il dolor le fé la mente tori*. 
Ma ni di Tebe furie nò troiane 

Si rider mai in alcun tauto crude, 

i. punger bestie, non che membra amane, 
Qaant'io vidi due ombre smorte e nude, ^ 

Cbe mordendo correvano a quel modo 

Che'l porco, quando dui porcil ni schiude. 
L'una giunte a Capocchio, ed in sul nodo 

Del collo l' assonnò ni, dia, tirando, 

Grattar gli fece il ventre al fondo «odo. *V> 

K 1' Aratili) che rimase tremando, 

Mi disse: Quel folletto ò Gianni Schiochi, 

E va rabbioso altrui cosi conciando. 
Oh, diss' io lui, so l' altro non ti ficchi 

Li denti addosso, non ti sia fatica *» 

A dir chi è, pria che di qui ti spicchi. 
Ed egli a me: Qucll'ò l'anima antica 

Di Mirra scellerata, clic div. 

Al padre, fuor del dritto amore, amica. 
Questa a peccar con esso cosi venne, <° 

Falsificando eè in altrui forma; 

Come l'altro, elio in Ut sen va, sostenne, 
Per guadagnar la donna della torma, 

Falsificare in sé Buono Donati, 

Testando, e dando al testamento nonna. 



». W H U anli feria. I» IrerolM 11 
•ale. 

t»a lutili Tebe Dt >a Troll li 
'■»•> smì fari* Unto crudeli in afra**. 
■■V» 41 aleoso, se ii fidava • 
MMM.»M<ft'< .lo furiboodo 

Isabli : ila • 

•e», che ec. - Sono elio le animo di 
U li (link), o contrattano lo pi 
», se. i'mmimo, lo imn 

j j| Uhsriii, clic. Irjiclii'M.lDlo, (li 

■» «ratlaie il nutre il (Inni terreno. 

«. t I areria. ciò» ijrl'olsoo. 

« 'iiitM». « un di quirli «piriti 

a ti credono rarar.li Tir l'ari 

M SU | i.iquieCe * uiolcllo. 

a re«l nmtumi». eae- titloMOUido. - 

* cani* una ■ 

W. u. e par qui sarlicalli dapreeali- 
soal li Anidato ebo I litio (ollalla 
li (celli I d*»U idilli 

Mim, (fila di Olirò ro di 
p»a. ArcHU smanie dal padre, contro 
.! J»' cavito « |urruti» amor*. 



4S 

;i 1 mgendo di wicr» un'altri par- 
•MS, 

VS-U. Neil.» fliU ulema clu l' litro, 
cioè II luddrlto mirini Schicchi, (I quali 
li ne la In la, «oifcnne, tonno l'impegno 
-un'ira la persona di Suole Donati, 
affino di guadagnare Is signora dalla 
ruandr». — fliannt Schiirlit della famigli! 
fiorentina do' Cavalcanti, fu avitissimo 
noi contraffar lo potesse, Borie Isen 
lionati, uomo anni ricco, Simone Donali 
.ili losfSM perente, por carpire r ere- 
dita al parenti pili pr.xiinu, mi a» fa- 
Mirato perfiniri, le. , ntrir danni nel 
[«OS del morto. Ed egli contratficando 
ISM Dumo, delti II leitimento. a 
lasciò eredo Simooe. Onda daSimone ebbe 
In dono la più bolla caealla della ma 
Diandra, la quale, secondo un antico co 
inrnlaUiro, calunniti madrasa Te» me 
— Torma, per armento di eataf.'l. 

IS. Facendo tcitjmento, a dettando li 
norme d ntiluiioo dell'erede, 

i leniti ac. 



22» mix' isrtnìn 

F. poi erto i duo rabbiosi fur pa» 
Sovra ì quali so avea l'occhio tenuto. 
Mi volsi a riguardar gli altri mal nati. 

Io vidi un fatto a guisa di liuto. 
Par eh' egli avesse avuta l' anguinaia 
Tronca dal Iato, ondo l' uomo è forcuto. 

La grave idropisia, cho si dispaia 
Lo membra con l' umor ohe mal a 
Che '1 viso non rispondo alla ventraia, 

Faceva a lui tener lo labbra aperte, '■' 

Come l' etico fa, che per la sete 
L' un verso '1 mento, e l' altro in su riverì». 

voi, che senza alcuna pena siete 
(E non so lo porche) nel mondo gramo, 
Disti' egli a noi, guardate, ed attendete 

AH -\ miseria del maestro Adamo: 

Io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli; 
Ed ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo. 

Li ruscelletti, che de' verdi colli 
Del Casemtin discendon giuso in Arno, 
Facendo i lor canali e freddi e molli, 

Sempre mi stanno innanzi, e non imUrao; 
Che l'imagine lor vie più m'asciuga, 
Cho '1 male, ond' io nel volto mi discanto, 

La rigida giustizia, che mi fruga, 
Traggo cagion dal luogo ov' io peccai, 
A metter più gli miei sospiri in fuga. 

da' conti di Borueoa, entello otri 
in, filjiliro il floriDO d' oro. Pnwt|(* 
coiuto dal jotirnn di Pireo». 
Hill» Ti» pubblici la l.irm il | 

stello. Nella cronaca di l'aoIlM I 
ha ebo 11 Aorino falsato il eoooi'bt " 
Flrtnio noi IMI. Duoqna dopo tri 
no dolo inacilro Adamo «nera tu' 
«a- Da Tito lo ebbi abbondanti di mu 

10 coio eh» bramai. 
«7. Sempre mi Hanno inaiai) 

chi, " non Istmo, prreb* mi addoppu" 

11 Npplltls. 
t». Cbo V Idropisia, por la quii* i»»' 

dimagro nel Tolto. 

10 ■! fr«c«, mi care» aiterà, al r> 
■ Uva. 

11. 19. Dal Inof o «leva* •»' le pecci'. 
Inoio «opiom di fretr.bn acqua, Ira* «t 
mari» a mcllrr etti la futa, a rtnleri 
più frequenti l miei aotplri 



«8. t'i altri noi nari. ItiafSrsU. — 
Son ititi l felillleitori di moneto. 

49-51 Inlon.ti io Tldl noo.ehe.iTpndo 
il «Ilo turno o il ronlro crollo, a trebbi 
aiuto tcroblanri di queir Utrumoolo a 
cordo, cbo chiamili liuto; |* il tuo corpo 
fono alato tronco pretto l'inforcatura 
della eeico. 

jaj, 63. r»« il dltritla la mentri, la 
quale coi! diiproporuona lo momlin, 
alcuni' inirouandnlo, *il altre dimagran- 
dole», co» t «fior il't mai tonvrrt», per 
naia dell' umor», eh' ma idropiila non 
«etimi la. ma tonvcrl* in mala «oitanie. 
Si. Cbt il ioli» non eorriipondo la 
r,v pontone col ttolru. 
57- I/a» labbra rlttrtt, ruolu re. 
S£> - nrt mondo erano, nel mondo Infe- 
tte» « noli' Inferno. 
& m. . miil r« Adamo da Brttei» er» alni" 
•vi fonderò • larcirire i gulalU. liticato 





CASIO TiIICKSIllO. 

Ramon», li doi 

La lega suggellala <1«1 Battuta; 

Per ch'il, il corpo rubo arso lasciai. '1 

Ma «'io vedessi <jui 1' anima trista 

Di Guido, o d" Alessandro, o di lor frate, 

Pur Fonte Branda non darei la vista. 
Dentro e' 6 Tana già, so l'arrabbiato 

Ombro, che vanno intorno, dicou vero: 

Ma che mi vai, e' ho le inombra togato? 
S'io fosti pur di tanto ancor leggiero, 

CI»' i' potessi in cent' anni ondare un* oncia, 

Io sarci mosso già per lo sentiero, 
Cercando lui tra questa gente sconcia, ' * 



•»>•. La eoaapealiloM molallica. 
■•••a m aaJMila. eoi lufjello. sai- 

• Ul • I- .'.::• ■ — T»l 

■mi fl* ara, citi fa «oal nominato 

■■-, » tifilo, CSM nei* «all' altra 

i.alJe. a d'Aletiindro, o del 
l*i (nullo Alhicollo, codi» di Ilomcni. 
L'ilmndr» caatataolo da Uanlc odia 
•a lettera a Caia* *d Di 
•Matti» raMilroAd-iHio tornili.. 
Ma *ST biffilo; con* il Guido, cho pur 
■•• remoto tederà, non * il I 
lOtre». t r«r locte ojui dubbio, do fai 
ntnaaOll libero del comi Soldi. [•) 
"• >V Pia/c Irata* fc Sarebbe a mo 
•tarar iluin a «dir qui, preuo a 
a»,i «cai- Caldi, Càa noe 11 tederfua- 
•Amia Perei! la Stona o una fonte, 
asti ratina d' acque, chiamala fiata- 
aaaaa, luKi I eocncotaiurì b 
*• Il rara iiiUiic Itlcndcre II Poeta. 
la ta' altra feaUbranda ara para preno 
•"■•ra di Roaiaaa; • persili maeilro 
aaaaa «He», eh», a lormeataslo nn 
■aia. la faSatrata d.ilaa trarie cailooe 
« kaaca a* 1 <|ll peee*. poneud", 
an ab sarai* la tramo» acque del Ca- 
nta*; tati Baaaono torri piò credere 
«tati il parli della fonuibranda di Slo- 



: roaaagata dit.'a jto- 

rlOfO virola! I/or »» II ut Uni £f/ldló, ali ro- 
cali al prvtic fari d'Ili lesinici del <<iitillo 
di R'imìiìq. nuucainctlt fatti ci ordinali 
J«r Q/i prvdecfi /•vocici Franino ec. ce. 
l'aatu dei ((asari UOXXXIX, tari" bj la» 
ilil libiuoto «uno iijIi preil rari ri 
il logie: -SI fi memoria che l' inno IJB9 
a di 16 di novembre ci terremoto » nolla 
cime in HomMia et altrntei fica er»n 
|0aSU Lo ipodalo di lanta .Varia Mad- 
dalena penitente da la parte «ono l'O.Vi'li 
BRANDA, Cb - • il ino tallitalo, "l clia.a 
de lo lpadallB|d rutino, ot la ehieia 
l'apri ce. ec, . (MS. prono 11 iljnor» 
cip I ranceico Urooke Kiq ). Cbr poi in 
Roroasa fono il datta ipaaali ili issai 
Ilaria Maddalena penitente, redi I' Wi- 
por ire dei Caiealiao dot Uandmi (US. dulia 
Biblioteca maruculliaua). 

•;:> i «ne, l' saltai di uno do' conti di 
nomini. E qoctU è A|blDolfo. 

81. Il mimica legata, impudlli dal! i.lro 
pula. 
rri. leggiero, abile a mooiorml. 
SS. «V cac£a, la duodecima parto d' un 
i.iui ila per quantità di un»ura, 

non (il di p 

84 Jo iiiret none, lo mi urei mono. 
83. icearla, deforma • ichifoia. 



D Cala» 11 + esso il 1300. Aletiaudro I f dopo II IMO, Agnlnolfe 11 i 1300. 
faliificatort del Ilaria». 



" III * Aapo 11 133» Al. ..amiro II , IJOJ; 
1' amico di Dante. 



IH I 



Calda III - Obcru, 
cai bacia acci»» la lettera. 



226 nix:.' tntoiso 

Con tutto eh' eli* volgo undici miglia, 
E men d'un mezzo di traverso non ci ha. 

Io non por lor tra il fatta famiglia : 
Ei m' indussero a batter i fiorini, 
Ch' avean ben trn carati di mondiglia. 

Ed io a lui: Chi Bon li duo tapini, 
Cho fuman come man bagnata il verno, 
Giacendo stretti a' tuoi destri confini? 

Qui li trov;ii. a poi volta non diurno, 

Kispose, quand' io piovvi in questo greppo; 
E non credo cho diano in sempiterno. 

L' una o la falsa, cho accusò Giuseppo: 
L'altro è'1 falso Sinon greco da Troia: 
Per febbre acuta gittan tanto leppo. 

E l' un di lor, che si recò a noi» 
Forse d'esser nomato si oscuro. 
Col pugno gli percosse l'epa croia. 

Quella «onò, come fosse un tamburo! 
E mastro Adamo gli percosse '1 volto 
Col pugno suo, che non parve men duro, 

Dicendo a Ini: Ancor che mi sia tolto 
Lo muover, per le membra cho son gravi, 
Ilo io il braccio a tal mestier discioltu. 



t6, 87. Noootlaotech» la bolsi» mise 
In tiro undici miglia, a non ci ha mino 
d' un mono miglio pur »nd»r di Intono 
ili un Ilio ili' altro. — Kon ci Ai rima 
eoo icoselo, corno per fi con mer/i nel «n- 
fa lo *", l'nrv- Vedi tana cinto VII, r. 2J. 

«*. fra ri lattt femloll*. tra (inni |MU 
dannala. 

90 N»r«(a*U wnliqmltreilmap.Mlo 

dell'oncia, e unii propntgweta parludo 

' .irò : monrlifliia r.ilii [creta, ma qui 
«Irnlllrj la (iute del rime o altro me. 
i:,lli., .In- dloWl '«0», e eh' era uhm 
nell'oro di quel fiorini: della quale MI- 
itro Adamo mulina tri canti, monlro 
ch'n'.l.nnno eiicro lull'oro poro. 

. Chi uno i due mimi, et 
inperflcte dol corpo rumino Conio una 
mino hiRnaU nell'inferno, e che file- 
no uroill l'uso secatalo all'altro al 
lue dolro lato? 

M-96. Coilrun:. td mi. Milli Qol 11 

troiai, «li riipoie. quando sfotti, caddi, 
in quello ireppo. dirai 
• da allora In poi solfo io» Jùreo. bob 
il momro punto, e credo cho non dieso 



Mite, non «inno per moorenl >**•& 
(ersi. In atomo, 

97. Luna 6 la moflit di Polifir,'** 

I ino mari» Il ut» 

Qlnatn.pt ebreo, d' arerò aUiolale lA 

«cu oneitl. Viene a' faliiflcaUrie*! •»••• 

lare; bnt-iardi. o 01 

M. Siviat c/reco, Im.-cndou penti*" 
tato da'iuol. li rifo«14 la Troia «fot» 
il re Priamo, al quale con arti fn*- 
lonla tu portaste d' Introdurre t» U** 
i eaiallo di Ir.-no. poltrirlo il' 
Urecl. Il l'oeli lo dico iU Tr.ia. te* r*' 
• troiano, mi perche»» Troia* 1 
ebbe la ano aula cinomio». 

uo i\i i re Ietto, lanlo fummo ponili»". 

Ini. il onore, ti oirurmjrote. f*>*- 

10». l' eoa croia, la pancia lo 
Infrollita e dura. Croie a «Lello dal I 
polo il iiiiliciume oulnoio. eh. li 
o l' Indura loira qoalcaVe orsetto. 
■et d»»o. meno foru del 
di pinone. 

liti, e I-I -nfier Jtleiòil,, liberti! 
oopo. cioè atto a dar pugni. 




ro Taiorstwo. 

did'oi rispose: Quando tu andavi 

AI fuoco, non l'avei tu cosi presto; 

Ma si e più l' avoi quando cornavi. 
E l'idropico: Tu di' ver di questo; 

Ma tu non fotti si ver testimonio, 

La 've del ver fosti a Troia richiesto. 
S'io diasi '1 falso, e tu falsasti 1 conio. 

Disse Sinone. e ìon qui per un fnllo; 

E tu per più eh' alcun altro dimoialo. 
Tticonliii, spergiuro, del cavallo. 

Rispose quei ch'aveva enfiata l'epa; 

E sieti reo, che tutto '1 mondo «allo. 
A te sia rea la sete, onde ti crepa. 

Disse 'l Greco, la lingua, o l'acqua marcia 

Cliel ventre innanzi yli occhi si t'assiepa. 

Dora il monetior: Così si squarcia 

La bocca tua per dir mal, come suole ; 

Che s' i' ho soU-, e l' umor mi rinfarda, 
hai V arsura, e il capo che ti duolo ; 

E per leccar lo specchio di Narcisso, 

Non Tornati a invitar molte parole. 
Ad ascoltarli er'io del tutto fisso, 

Quando '1 Maestro mi disse: Or pur mira; 

Che per poco & che teco non mi risso. 
Qoaod' io '1 senti' n me parlar con ira, 

Yobrimi verso Ini con tal vergogna, 

Ch' ancor per la memoria mi si gira, 
idei quei che suo dannaggio sogna. 



m 



IV> 



Ili 



no 



12J 



i»> 



tu 



MMII. Allora rat l» and»>l al inp- 
la» M lutto la imo altri il Une oo 
'I iffdito. paiebt «ri IffaM; m eoli 
ti». »J neh* pih.lo ai««i allora clic 
•m I» acacie (alt*, 
IL ftirinii. metdo lu lo Troia, fosti 
r« Priaae rlchwilo dui oro : 
ni tu | Urici «Hinrotuii i 
Ut di Uc»>. • P" opera <" 'l'I- 
». B Sa ptr ale f»<| che ce. 

o. L alali tomcnloa». • ti lappu 
H chi Ulto ti aoailo conotee il wo 

US». A le. din» Sioni,., ila l'ir- 
ta la Mi ii copi il 
l la taratalo» il put/Mo umore. 
..m&tDdUi II ttalrt, li (a di 
Il ata tltpt issami tgll occhi. 

>l /UiiOcilor di mona- 



io replico: coti al spalanca la torri 
Ina te. 

140 Poich* It io lio iti», « 1' umor 
putrido mi riempio. — llm/artia i dal 
Ialino IsJeftart. 

117. « II rapo r»« fi durili, per la feb- 
br», eoro' ha dolio »l 

it». «tcrar. anmdodi beiti j: e In dir» 
- lo iprrrAlo fi Xtrtiut, 
Ciò» l' icqua. or» Nareiio ri ipcccblb, 
Tjrhtf junilo la propria Imaaino. 

IS9. Non li «irebbe di bliotno di molli 
il ni. non ti fjreill mollo prrjire. 

■ I. I-.J Or pur mira M 
tuli» porr a ratrdlrt Malti «cnlt rli- 
iota; chi poco mania eh" lo non 
ritta con l*. 

1ST mi il jlrt, mi <i rairolr». 

IX. daaaajgio, danno, «tonlsri. 



Sii dlll' unroro 

Che sognando desidera sognare, 

Si cho quel eh' è, comò non fosso, agogna; 

Tal mi fec'io, non potendo parlare; 
Che disiar» scusarmi, e scasava 
Me tuttavia, e noi mi crude* fare. 

Maggior difetto men vergogna lava, 
Disse '1 Maestro, ebe'l tuo non è stato; 
Poro d'ogni tristizia ti disgrava. 

E fu' ragion ch'io ti sia sempre allato, 
Se più awicn cho fortuna t'accoglia 
Dove sicn genti in si migliaste piato; 

Che voler ciò udire è bassa voglia. 



(SS. Coti ebo brama quello ohe e. 
quasiché non roim ; cioè, tinnì» che lia 
aoguo, uienlro realmonle n ao^no. 

I«0, 1*1. < loia» Ut rullar io. o lai 
U>1* mi icuiara col allenilo o «Ila con 
loiione. 

1 ..', las J/aajior di/»l(o ce. Una minor 
«criojna pnift un njigylor diretto, o ira- 
acorio, che non e italo il tuo ; peri levati 



dill'anlmo orni trlit.ua, • li rleteWa 
US-I 47. K ic alili >ùlu ancien* 
/ofiMM r «Tregue, il uu ti tu 
|ril*rs U dopi «Irto pan mi i» imita»* 
pialo. In limile litigio, fi» ratte». £»'♦»*' 
eh' lo II ila icmpre alta*». 

MS retta! il tolcr siili bUl 
roti lUlgl, 4 uualuua «oj-lia. inf" 
Indegno d' uni dente «Ionia- 




CANTO TRIGESlMOri.IMO. 

Cale le epalle all'ultimi Bolpi dell' otUTO Ceichio. precedono 1 rotti Tene ile- . 
ore vanrrr^ia uu gesso, per cui el cala nel nono. Aitirno di eneo perso aaoBWlP" 
Fanti, del .inali eoa qui deaerino le figuro immani e ej»vont*ee. Ed Allea "J 
l'eetl, pragtto da Virgilio, prende In mano I due l'oeli, e l*f giratale Bj»» 1 * - 
1" Olle del ripiano, formante 11 nono od ultimo Cerehie. 

Una modoe-ma lingua pria mi morso, 
SI che mi tiniie V una e l' altra guancia, 
E poi la medicina mi riporso. 

Cosi od' io, cho soleva la lància 
D' Achille e del suo padre esser cagione 
Prima di trista, e poi di buona mancia. 

Noi demmo '1 dosso al misero vallone 
Su per la ripa, cho '1 cinge dintorno, 
Attraversando senza alcun sermone. 



1-3. Li medodroa lingua di Virgilio mi 

punto dapprima col rimprovero, coiicchA 
mi tinte di muore ambedue la guan- 
ce, • poi ni porto la medicina del con- 
forto. 

* < Coti io odo raccontare che la 
lancia d' Achille, di' (gli eredito da ino 
padr* folco, tulera cuor cagione gip. 



prima di olino, • poi di boo* i 
do) .etera tirili di unir li ferite, ci* 
«tori dapprima prodotto. 

1. iVot ifeeaeao 't delio, nel VSef 
■palle, el murre eolJoM, alla I 
ultima bolgia. 

0. Facendo U treictaala aeeu tot 
rola 






CACTO TBIOES1MOPR1MO. 

Quivi cr» wcn che notte e men che giorno, 
Si che '1 viso in' andava innanzi poco : 
Ma io senti' sonare un alto eorno 

ì, clic avrebbe ogni tara fatto fioco; 
conti a tè la sua ria seguitando, 
Dirizzo gli ocebi mici tutti ad ito loco. 

Uopo la dolorosa rotta, quando 
Carlo Magno perdi la santa gesta, 
Non sonò si terribilmente Orlando. 

Poco portai in là volta la testa, 
Che mi parve roder molte alte torri; 
Ond'io: Maestro, di', che terra è questa? 

Ed egli a me : Però che tu trascorri 
Per lo tenebre troppo dalla lungi, 
ÀTrien che poi nel magiuaro ■borii; 

Tu vedrai ben, se tu li ti congiungi. 
Quanto '1 senso s'inganna di lontano: 
Però alquanto più te stesso pungi. 

Poi caramente mi prese per mano, 

se: Pria che noi siam più avanti, 
Acciocché '1 fatto meu li paia strano, 

i son torri, ma giganti; 
E eon nel pozzo intorno dalla ripa, 
lui!' in bilico in giu.io, tutti quanti. 

Come quando la nebbia si dissipa. 
Lo sguardo a poco a poco raffigura 
Ciò elio cela'l vapor, che l'aero stipa; 



io 



» 



:.. 



n. noi «taire dall'aiuto etr- 

I »»a rhi niiil I m#» rie giorno. 
ii tnpUKth della ivra. 
li' rito, li ti»U. 

il ioni» un «orno 
brigale n ti, ci.' snebbi fido parer 
l**ftif . 

<i il qui nono riniti li ; 
Kbl airi li luoii donde lenir», 

udeli ip lirista)* oppoii 

lire ilU pirli- dalla qaili oicivi, 
I Dopo li dolutoti diifilU di 
1 indiatalo di Gino 
tritili- I, quando 

llai-oe ftrÀi te uafa t'it*. fini', 
i . dalli 
bob uso tirilo I. 

a Tarlilo dio quel 
odilo illa duiinia di olle 




SS, A3 fero eàe (■ rrairorrl, nel Hata 
; IO che I" uccliio non lira. 
da lonlano. 
'li «il eiap/laar» li mi ; ili. | 
loro erri noli" unnucinirn. - alorrt » da 
elprrare per alerrart. Jfaoiaerr è ifuroil 
d' Immaginare, o troiai! poro la illrl in- 
lirbl icrillori. — Inferno, cauU. J.XV. 
». Ut 

ih li ri Mattasti, >e io U te- 

cotti li, m lo li tapi 
86. (/vaale 11 «li, lulliulrudi, dalli 

97. le «Ime panel, l' iUrtlli nel esa- 
minarli. 

SS. etfamenfe, con dimoilraiic-oo d'if- 
f Ho, quali per lojlierjli I amareni del 
rniiprorrrci fallo. 

H. rie l'aere t'ita, dio ili. ne e cai- 
denu I irla. 

IS 



230 iDxi.'isreaso 

Cosi forando l'aer grossa e scur», 
Più e più appressando invi'r li spond», 
Fugginmi erroro, o giugueami paura. 

Perocché, come in su la cerchia tonda 
Moutereggion di torri si corona; 
Cosi 'n la proda, che '1 pozzo circonda, 

Torreggiavau ili mezza la persona 
Gli orribili giganti, cui minaccia 
Giove dal cielo ancora, quando tuona. 

Ed io scorgeva già d'alcun la faccia. 
Le spalle e '1 petto o del ventre gran parte, 
E, per le coste giù. ambo le bracci*. 

Natura certo, quando lasciò 1' arte 
Di si fatti animali, assai fé bene. 
Per tòr via tali esecutori a Marte. 

E s'ella d'elefanti e di baleno 
Non si pente, chi gnardft sottilmente. 
Più giusta e più discreta ne la tiene; 

Chò dovo V argomento della mente 
S'aggiunge al mal volere ed alla possa, 
Nessun riparo vi può far la gente. 

La faccia sua mi parca luuga e grossa, 
Como la pina di San Pietro a Roma; 
Ed a sua proporzione cran V altr' 068*. 

SI che la ripa, eh' era perizoma 
Dal mezzo in giù. uè mostrava ben Unto 
Di sopra, che di giungere alla chioma 



fi. forando. Infondi: lo iaaardo(T JS), 

99. L' trtott d* arerlo creduto torri ti 
dilato.»». « Toni»» intera in lui le paurt 
di quoi nioitri. 

41. aToafrrrsaiwil, piccolo tatuila ri- 
cino a Sion. Comma tuttora, icbbcno 
»!eao poco diroccilo, lo too mora quél 
circolari, • lo tuo torri porlo» uni cin- 
quantina di bracci» lo uno dallo altre. 
— SI corona, il tocrnlico in tiro. 

45. di tirerà lo pcraeaa, con ni. :ri l.i 
loro pcrionn; potando I piedi mi lago 
(«lato. 

il, »S. ■(aerila,... iHth Inoat. por- 
tai Il toono di Non -ir, mi» lr.ro il d>l- 
■ioe, cho lo Flo(ra li culto. 

4*. R ambedue lo braccia diatelo «li 
par la coati'; perche lo atomo lc|ite 
alla Tila, roma dirà in appretto. 

«9, 90. laidi l'arie III uiTa'll amatali. 



cioè, laidi di creare lifaltl 
SS. IVm il arale, ooo lucia II 

ilono. 
Si. •< la (imi, la »tim» per I 
SS. I' arjonrafo itila tarali, 

InUIUHaale, il rmorlnlo. 

SO. Una |ran ploa di troni*, 
oliata "ili* Mola t<lruna, trai 
tompo di Danto itila piatta dal 
binile» di un Pietro in Valicasi 
è nel «lardino, cho mena al r- 

il [aoocann 1 ni 

0» e le air» «e*, lo altra | 
corpo erano a proporilona del: 

M. ferliotw. «oc* rreca, cho 
mente rtln veil.iurnln, ebe dilli 
diicende alle (iuorcbla. 

«5, M. Cho tre fritti, naca 
I ri.: . (cho mito «a alla mura 
polli lano all'altro, atti l'aree 




IO TBIOESIMOPRIHO. Si 

Tre Frison s'averian dato mal vanto; 

Pcrocch'io ne vodca trenta gran palmi « 

Dal luogo in giù dov' uom a' affibbio '1 manto. 
Rapaci mal amoch zabl almi. 

Cominciò • gridar la fiera h 

Cai non si convcnion più dolci n] 
El Duca mio vèr lui: Anima «ciocco, '0 

Tirati col corno, o con quel ti disfoga, 

Quand'irà od altra passi'on ti tocco. 
ti al collo, o troverai la soga, 

Clic '1 lien legato, o anima confusa; 

V. veli Ili, che ■ gran petto ti doga. "* 

Poi dune a me: Egli stesso s'accusa: 

Questi è Ncmbrotto, per lo cai mal coto, 

Pure un linguaggio nel mondo non s' osa. 
ilo staro, o non parliamo a voto; 

Chi cosi ù a lui ciascun linguaggio, ' 

Come '1 suo ad altrui ; eh' a nullo ò noto. 
Facemmo adunque più lungo viaggio, 

Volti a sinistra; ed al trar d'un balostro 



■I uretbero potuti untar* di 

U rtiama di quiil |l(toU- 

" Caaiteuad* * miiunrli dal collo, 

■^ l'setM I" «Ubbia 11 moto, p*f la- 

■» • t*t Nato, ct* nuiniii coperto 

UktlH. 

B Ir» >t ««rio opinioni intorno al il* 
tifili 41 qonta tinse |arolr. panni la 
iiiraaabtla qwila: ebi In cinque mei 
u» uik»i« d'un divino linguafclo; 

C dell' italica. I» altre da' -inauro 
I dialrlU.ckf li totliono di «■».- 
feritali calia, ceofutiont di Babu! 

me eeaupoaji.i di un di dialetti ba- 
iti, pu fb« lo aeeeiot il Poeta modo- 
". di -rodo poco appretto : a"i.'l «tc«»o 
ma: pulir» • .*»*Ur°ir. «e. In queiU 
leu II uctilcjlu a* larebbe: Mrr u'i 
1 pnàt «Hlili imiH prtfi*4o7 Tir 
Itutn , rwntt: come. Irai g 
Iteli» tpafajmla-bllao-lidrico- tran - 
HUiiiao. il Crebbe : tardici I - cor 
— eaer» — r. In; - r tinnii. 

Ulti m.'hi, ;.S dolci iuor.1, 
tWti » rotali. 

1 »! tom», erettisi » itaito- 
■ «1 corno, pluttotio tba parlare 
1—tilisiinU. 
I » t*ta, il Ir ria* di lofslto, la 




1$. B tuli lui, lp «imo corno, elio (I 

doga, ti lucia il cran pelli — Il Ttrbo 
dogana fatto da dota, elico uni di rjn.l !.. 
rnrv.i Uila Ji leene-, che formino lo coito 
dalla botta; perciò dotar* ttyniì. 
cere. /aieiaredi dot*», di '■•■*«•- — Cariando 
a Ncmbrot. ebo in pon» di MI fui 
coti confuia la mente, cho dimentico il 
proprio llngosatio, Virgilio u«a uli frati 
Ironiche conio io il «Icaiilo par iime 
moialaeeino non »i rioordun» ars tenevi 
Il corno, ebo poc' ami sonava. 

io «' •rcvia, «I Malfatta, 
par Ntmbrollo, con quel ino ilraoo o 

lilifiia(»iO. 

Ti. «tal colo, inalragio pamiaro. Dil 
Ialino «itilalio il foco In Italiano colo, o 
in protrnialn ci»r. Può oneho MMf «in- 
COpfl di colalo. Cbo «ilo coattamente. Il 
■limi" fermerò, o cotitamcnlo. fu poi, 
comò ognun <a, quello di jliiro una torre 
Ino al citlo. pat non ator da temerò 

il' un ,1110 dlluilO. 

1». Non il oh nel mondo nn loto Ilo- 
{uatglo, Como il mata no' primi tempi. 

HO, M, blaadl: rhn roma il ivo lin- 
(uilltlo nun è noto ad alcuna ; coti a lui 
non 6 noto il lliiicuaEglo degli «Uri. 

e ni al frar d' uà taliilro, • Imitano 
un tiro di baleitra. 



232 VBX' rWEBSO 

Trovammo l' nitro assai più Cero e maggio. 
A cinger lui, qua] che foste il macstr 

Non so io dir; ma ci tonta succiato 

Dinuud l'altro, e dietro "1 braccio destro. 
D'una Mt4s* clic'l tunoa aiti 

Dal collo in giù, sì cho'n su lo «coperto 

Hi ravvolgeva inurio al giro quinto. 
Questo superbo voli' ossero sporto 

Di sua potenza contro '1 sommo Giove, 

'1 mio Duca; ond'cgli ha cotal morto. 
l'ini! e ha ii OBI ; t fece le gran pruove 

Quando i giganti fér pura 

1 .e broccia, eh' ci menò, giammai non muove. 
Ed io a lui: S'esser puote, i' vorrai, 

Che dello «misurato Briarco 

Esperienza avesser gli occhi micL 
Ond'ei rispose: Tu vedrai Anteo 

Presso di qui, che parla, ed è disciolto; 

Che ne porrà nel fondo d'ogni reo. 
Quel, elio tu vuoi veder, più là ò molto; 

Ed è legato, e fatto come qu 

Salvo che più feroce par nel volto. 
Non fu tremuoto mai tanto r librato, 

Ohe scotesse una torre cosi forte, 

Come Fialte n scuotersi fu presto. 
Allor temetti più che mai la morte; 

E non v'era mostioT più che la dotta, 



S4 7 rotammo 1'alir.i rn-ania , 

pili {rande Manie «alo aiaoirlara .- 
coil li* JTaooio. M>9 im".oig M 

M-M7 Collimici ad intanili : lo non lo 
dir» rhi follo II nacirm, luUQtt, ella 

10 cima, lo liso: ma egli tarili* datanti 

11 braccio ilnliiro. « ili Usimi il tritale 
deliro, ««rifilo. c:nlo lotto da uni ca- 
lao» K 

«1». SO. li tU la la la uoprttt ec. co- 
ni quella pan» del corpo eli» ra- 
ilam diKoparl» fuori del polio, la CIU- 
DI |Us*SVTSlfl n |l afatj PS! rinr|ur airi. 

91. teir raiar» avario, iella farà capa- 

riMau. 

9S. raral «uri», «111 rimerito, lai pena 
di ««arra ilrillamrnla taralo. 

91 rufl». r. ».r.altc. uno da' tiraoli, 
ffll*oli di Tilano, ehi aiasins 

• CW'f. t furali:- ili M 



Sricr.o (i. ifB'i. «Ina di qoai 
cbi Dania doudcra tettare fan 
(lupanda dccrrlalona clic m fa 
imi 1,1, \. ». «3 . «[. 
intn (t. 100 < Mg.), | or Ma* 
(In naat * une edar trami» Mi 
e rimai* da lui ur<lto. 

96. «o« •««, parchi ora la 

101. li I atiiriaila. cornilo* 
rn, parta* non pura* eoalr* ( 

409 uri f.arla i tati ra». «V * 
do* noi (ondo drlt' Uff rn». Sfa | 
trota» in Dania altra T*dU. 

SOS. per Mi rad», appunta. 
In follo. 

Itti ruttila, fori». ImpcIaoM 

40». trullo il icuolo forte per 
parolo dalla a li.ir.if di \ 

410, IH. Kd a farmi morir» a 
più tuoino eh» della dalla, 



ITO Tr.iar.nMOPBiuo. 233 

S'io non avessi visto Io ritorto. 
Noi procedemmo più avanti allatta, 

E venimmo ad Antoo, cbe ben cinqu'alle, 

Senza la tenta, uscii fuor della grotti. 
tu, che nella fortunata valle, 11S 

Cbe fcco Scipìon di gloria reda, 

Quand' Annibàl co' suoi diede le spalle, 
Recarti già mille lion per preda; 

E che, se fossi stato all' alta guerra 

De' tuoi fratelli, aneor par eli' e" si creda '-° 

Ch'arrebbon vinto i figli dolla terra; 

Mettine giuio (o non ten venga schifo) 

Doro Cocito la freddura serra. 
Non ci far ire a Tixio ni a l'uo : 

Qaesti può dar di qacl che qui si brama : W 

Però ti china, e non torcer lo grifo. 
Ancor ti può nel mondo render Bau; 

Ch* ei vive, e lunga vita ancora aspetta, 

So innanzi tempo grazia a so noi chiama. 
Co*] disse 1 Maestro; e quegli in frutta '39 

Le man di-tese, e prese il Duca mio, 

Ond' Ercole senti gii grande stretta. 



P*t; wa f iMiioi mia che li piani 

■ atea >r«n| ini* le oieae, eoa cb* 
'itali ir* licita. 

IO iii,.',;^ L'elle t BM ni 
*»W 41 Uni do Miro e «68 millime- 
it braccia dormirne, l'n brw- 
*•« J filmi, codi S «Ci fulmino ap- 
r*h 30 fila» ueeaaitt «pri il r. «S. 
IO. fra re .t 'fili, kiu computare h 
•Ha. - /mar itila frmtl ' polio. 

■ li. firl»%tli t* 1 '»'• !>'>*»>H. <o(- 
WU ill« i.crlo tirili fjrluni, COBO 
alerte XXVIM. T ..- I.» ralle, per 
Untili Mcnri il Cimi Bi t rl.lJ. 
M| éia« KOBtiw II carminile ricreilo. 
'WUhm l4ii<riiscnU di alto] ('"' 

uu mi full rrin& AMi . 
* ««ria dell' odierna recto di Tonili. 

«« Cbe fece StljHne redi, nei». 
"**>. (i j lorii ; dot, eli fece a .Selplo- 
•• rnSiUri, «pillare, [loti», « il noma 

< if-XOM». 

,!i U eea'le. Il «oli* lo fui 
"'■oe* ili i biiti|IU dì Zia». 

li» «Uè, mt'.iiMiai ; anatra drter- 
•iaUe e«r I iaiiler«b»alo Chi Antro 
<»i n enea tic :i»lor di Itoti, lo sic* 



119. ISO. oli' elle guerra, illi grande 
o terribile (uirri, di' tuoi relitti fiumi, 
tonni Gioia. — unti-r par cai il mdm. 
ancor il mostri, .incori ippiro aitar 
credulo dalla . 

Vìi. I figli itila ferra. I |lr*Ol 
di Tilano • della Terra. Per dlarjom il 
■npctbo glrinlo id eiiorull compiacente, 
gli f» Virgilio qortln piroln di lodo. 

123-ISI Cilici (ili il fondo (o noo la 
n' iidriniro) , ove la freddura, il freddo, 
mtm. anhiaccia il fiumo Codio: • non 
ci faro andare i chieder quello fuori 
ut ili- '. a ad atiro ilunle. 

1SS Quelli, ch'il meco, puh 
quello cbo qnl di voi il brami; cioè, può 
ricordarti su noi mondo. 

196 e aon taretr to grifo, a non torcerò 
il mulo; allo di clil supeibaincnlo alimi 
dlideso». 

ICS. ItO. e lunga elfo aneor aiptlltt. o 
aipelta incora di elicr lungamente, io 
Il «rafia dumi, do* Iddio, noi (Mimi 
* i* inaiai» Il limpo di minta preterii- 
tailt. 

IW. Quitta mini, o«rle. dallo quali. 
Krtoli gii, quindo Ioli» con Ini, i»rl 
en->rf» ifrtUa. Vati dire: qui Ila ausi 



DKiA'nmawo 

Vigilio, quando prender si eeolio, 

Disse a nt): lu ii"n qua si ch'io ti prenda. 

Poi fece sì, di' un fascio er egli od io. 
Qual paro a riguardar la Carisenda 

Sotto '1 cliiuulu, quando un nuvol roda 

Sovr'cssa si, eh" ella in contrario penda; 
Tal parvo Anteo a me, che stava a bada 

Di vederlo chinare : e fu tal ora, 

Ch' i' avrei voluto gir per altra strada. 
Ma lievemente al fondo, che divora 

Lucifero con Giuda, ci posò: 

Nò si chinato D fece dimora, 
Ma come albero in navo si levò. 



■ 



■ 



io 



eh'oran Unto forti, ebo lo stesso forlis- 
llmo Krcole provò fatica ad uscirne 

(SS. Col Virgilio foce si, abbracciando- 
iii.rln m mimili formammo di noi un fascio. 

ISO. La (.'ariicrufaoaariKiida. cosi della 
[SlDlfUl Garlsendl che la edifico, 
I una lorro di llologna mollo pendolilo: 
i>".i e chiamala la lorre musso per di- 
stinguerla dall' altra intera od allusimi 

fafll aalasin. \ chi smotto il caìmIo. 

(Olio II lato dondo ponde. ritardando in 
allo quando pana lofi* IMS un nuvolo 
ni in, non» contraria alla tua inclina- 



■Ione, pare ebo la torre decorni i < 
Coti pano a Dani* che Anteo, il •"> 
ai chinava per posarli, fosse perni' 
loro addosso. 

I». iht linea o ondo, ebo sia» aliati. 
che badava. 

fio, > fu fai or*, i fu rjuillo per s» 
un Lai uiumi'ulo di lirruit. 

•...' lAr dlMft, meUfortoaaeaU rie 
racchiudo In et, e tormenta. *1uh». 
canto Vili, disse «u«>m 

l il E li aliò, ai rifoc* dritto ed a» 
coni' un albero la sai*. 



CANTO TR1GKSIMOSECONDO. 

Con gli I dar. ?ooli noi nono Cerchio, il cai pavimento . di duileeimo falsaste He* 
alan Itti 1 dannati), * «compartito In Quattro Hit* circolari, o «fere, cuaatauC*" 
i,s. «.minora, Tolomoa e Oiudecea. Vedo Danto e parla con «leoni <lr»i:i«i •r"** 
congiunti), che stanno nella prima, e con altri Itradltorl doli» patrisV. cae ■><•* 
Dalla seconda. Poi trova un dannalo, eh» «la ditiro ad nn altro rodendogli il (rasi* 

S'io avessi le rime od aspro e chiocco, 
Come tu convorrebbe al tristo buco, 
Sovra '1 qual pontan tutte l'altre rocoe, 

Io premerei di mio concetto il buco 
Più pienamente; ma perch'io non l'albo. 
Non senza tema a dicer mi conduco. 

4. Sr io aerili in pronto; so mi folle come so loro emiro, lette l'alane 

dato di aiate, aspre e raforre. acerbo s ripe scoscoee do' cerchi Inferni' 

ranche, cioè di cattivo sapore a di cai- ad. lo esprimerei, sigoiNthrni. I** 

tiro «unno picnimeuLt la sementa del raw cmcsM' 

3. al Miro luco, al tristo polio, o fondo ina perché lo *<* te «H», dm le be-ssf 

infernale. Iseo a dicar, a dire, secai Isa** 

». Su cui appoggiano * grattano. Ile- — issa * dal lai *•» #. 



casto TKiùtaiMosicooxDo. 235 

Che non e impresa da pigliaro a gabbo 

Descriver fondo a tutto l' universo, 

U lingua die chiami mamma e babbo. 
il* quelle Donno aiutino '1 mio verso, io 

Cb' aiutorno Annone a chiuder 'I ■ 

Si che dal futto il dir non sia diverso. 
Oh covra tutto mal creata plebe, 

Che stai nel loco onde parlar in' è duro, 

Me' fotte state qui pecore o zebe! >1 

Come noi fummo giù nel pozzo scuro 

Sotto i pie del gigante, assai più bassi, 

Ed io mirava ancora all'alto muro, 
udi'mi: Guarda come passi; 

Fa'si che tu non calchi con le piante -Q 

Le teste dei fratei miseri lassi. 
Per ch'io mi volsi, e ridimi davante 

E sotto i piedi un lago, che per gielo 

Ave» di vetro, e non d' acqua, sembiante. 
Non fece si corso suo si grosso velo « 

Di verno la Dimoia in Austericch, 

Ne il Tanai là sotto lo freddo cielo, 



T li eCfllare • tolti, <U pi|liam por 
l«N»« p«r neher», m» t tot» «ori* 
'«irato* dilScelU. 

» Iwecntere ti feodo, cioè II «atro 
• tate 1° salterio. Ciò * drtlo «conilo 
ImiUmn Uleauieo, eeruilo allora g«- 

». *M UtroJeril lo du» mudi : nò di 
fataeia dskMM; oiv.ru: nidi quella 
•es» di lis»uij*io. cVe proprio dello 
**> roairo, wl (Mi) «««oro U fmtl- 

ss» mi limi 1.7 ivi > Casa). 
M »« fatila titmm, del le Nui«. — 
boti, fi I t dominatrici degli 

ebnaaual. 

'ama, i*l.e di Gioie « d'Antiope, 
•K «sic* e»M della cetra | per lo che 
bota la die* aiuuto dalla Muse) lece 
dal itali CiUroee diicender le | 
ed aoat di pei loro uuiun formarono lo 
«ara O Tebe, 
li. SI the II ciio dire, la mia doierl- 
i ■■ il ditene, non ila diiforme, 
aai /alee, dal eobicllo. eoe ho da irai- 
w. 

11. Oli inAe ici.Mfit* pia di (ulto le 
Ito finti duoMel 

i» fttUr m' I tara, del quale ni 
*)4Mc4te il pillici-- cmiii. cicutcniuuU-, 



polche la condiiiono di quelle anime e 
dura e ipaicnloaa aopra ogni altra. 

IS. Meglio per ioi, io qui. in fottìi 
mondo, fotte alale pecore o ai»», capre. 

11. *ilo a dire: più il bailo di agi ||g 
che foriero I piedi dol Ritento. Anche lo 
fneaU nono cerchio il luolo va tempre 
dcchinaiido vocio il contro 

IS. all' tlh mura dol potrò, ond ora 
duetto per meno d'Anteo. GuarOmi il 
■Uro, luniiilorando il pericolo dol quale 
HS incito folicouianlo. 

91. le tuli de' /rotei, de' fratelli; roil 
dice queir anima a Danto, porche, noo 
conoscendolo per tuttofa «Ito, lo crede 
un dannalo alta alma pena, or ora M 
l v'i ilice- guarda comi pam. 
iv ridendolo di guirdiru oie niellili» I 
piedi. 

82. Per «V io, per lo che io. 

». «a (osto, celi per gllio CO., DO Ilgo, 

che por ciecr gelato ec 

Hi -ITI. Alle tue acque non fece mal 
ni 11 inverno al orono tele, il grotaa 
crotUdl ghiaccio, le Oaeela in ^oiir-ltc». 
il Lianul'io in Auitrii, ni li Tactal, la 
lana o il Don, le. ioidi lo livido elite. 
lOllO il gelato cilena della Moicuiia, co- 
nio 00. 



238 DMi' IXFERSO 

Com'era quivi: che te Taberniech 
Vi fono su caduto, o Pie 4 , rapano. 
Non avria pur dall'orlo finto a 

E come a gracidar ai sta la rana 
Col muso fuor dell'acqua, quando a 
Di spigolar Rovento la villana; 

Livide inain là dove appar vergogna, 
Eran l'ombro dolenti nella ghiaccia, 
Mettendo i denti in nota di cicogna. 

Ognuna in giù Unoa volta la Caccia: 

Da bocca '1 freddo, e dagli occhi 1 cuor tra 
Tra lor testimonianz.» si procaccia. 

Quand' io ebbi d' intorno alquanto visto, 
Voltimi a' piedi; e vidi dno ti stretti. 
Che '1 pel del capo aveano insieme misto. 

Ditemi voi, cho si stringete i petti, 
Dias'io, clii siete? E quei piegaro i colli; 
E poi ch'ebber li risi a me eretti, 

Gli occhi lor, eh' eran pria pur dentro molli, 
Gocciar su per le labbra: e'1 gielo strinse 



St-30. Cbn ■• I' alla innati- di Sehiaso- 
■ Is, dillo Taeeralrea, I' altro di tiar- 
fajmna, dello Pttlra a*n*aa, l] 
cadalo sopra, quii (Diaccili, neppttr dal- 
l' orlo, ote aool ossero pio sonilo, ovrtb- 
U litio mah, arrebho scricchiolato, o 
fallo il più minimo inmimonto. 

Si. SS. Quando noli» nulli d' ostalo la 
si liana loco* •■«ionio di spigolare, com'ha 
fallo tirila giornata. 

34. Questo dodo cerchio, in cui stanno 
I traditori, * dlrlso In /inauro sforo, o 
lista: n«lla prima, della Catna. da Caino 
occlsore del proprio fratello, stanno I 
traditori do' loro congiunti: Mila ISCOD> 
da, della anfsmora, ila Antenore rendi* 
Int,., ISbbbÒS alcuni antichi scrittori, di 
Troia »' OtMl, staooo I trailit-. 
patria: nella tona, dotta Telone*, da 
Tolomeo r« d' Kgilto , eh» aasassinó 
», stanno I traditori do' lor* ami- 
ci: nella quarta, della Oivderca, dal tri- 
alo Giuda, traditore di Gesù tristo, stan- 
no I traditori de' loro benefattori. Ora la 
frase lltldi usla fa dori eepar cereo»»* 
pad Interpretarsi lo duo modi: linde 
Insinn al ralla, doro per rossore appa- 
ri».-", s si mostra la reraogna; ossero: 
li.tdc iniin la dose ti mostran le parli 
pudende. Coloro che stanno per questa 



seconda intere reiaiine.*. Oli 
i traditori della quarta sfera, 
di quelli della terra cai 
capo, restano dal «hiiceil 
coperti ila «fori t mt-i l» 
eerfe. B frasaa'ea* enee fall 
Inforno, SXSIV, II. l«j. r 
che una gridario** osila ina 
Ghiaccio debba esser* altre 
tutori della wco&ii e stella 
quii. .le quelli dilla seconda 
sino allo spalle, e quelli del: 

Mite* 

S6 Facendo co' denti irne 
suol faro la cIGOfM quandn I 
«npi'iior.- tal becco coli' lai 

SI. <» oli. frani eolf* la / 
racjomilolala dal ' 

W, ». ala Ira quella cent 
svili a te aiaar*. il saanlfeiU i 
li bottai, col batter 

Il ter (risto, 1' intei 
per (li occhi, collo ijora-ar . 

44. i t««l pleear* < co' Il 
par poter guardare In in. 

46. pur dentro molli, aro] 
l>|rimc, | ila ii.limamenle, 

41, 4S. Intendi: le tatara 
cioè, le palpebre: poiché p* 
non arrebbero le lacrima a 



canto TRiGEanioaEc 237 

Le lacrimo tra «sci, e risemini. 
Legno con legno spranga mai non cinto 

Forte cosi: ond'ei, conio duo becchi, » 

Cozzato insieme: tnnt' ira gli vinse. 
Ed un, eh' ave» perduti ambo gli orecchi 

Per U freddura, pur col viso in g 

Duse: Perchè cotanto in noi ti iptoc) 
Se tuoi saper chi son cotesti dna, » 

La valle, onde Biseuzio si dichina. 

Del padre loro Alberto o di lor lue. 
D'nn corpo uscirò: e tutta la Caina 

Potrai cercare, o non troverai ombra 

Degna pia d'esser fitta in gelatinn; «0 

Non quegli a cui fu rotto il petto o l'ombra 

Con esso un colpo, por la man d'Artù; 

Non Focaccia; non questi che in' ingoi.: 
Col capo si, ch'i' non veggi' oltre più; 

E fa Domato Sassol Mascheroni: *5 

So tosco so', ben dèi saper chi e' fu. 



* <Md«rt 6r ■ | - < 'I «(«lo 
Ma», KcSlucio le lignine Ira .li in. 
"Hill HI:. 

* «traa*». Ima (Il Inno o ferro, ebe 
Ireatrc» alirtTinn, per (»n«r# intimo» 

■ i m iii Streete, tuo rclla. 
». U a*, ai un altra Jilo-Io. 
B. par iti ria» la fio. -Urlilo IO- 
rttjll ni tin> is {ri. et I capo b«»o. 
naia, tarlo. 

.* fi •Medi, il noi l' tniui. 
Un. Il dannila iteae t lo por» il iBila 

I ta» la flk, pntU li (hlMdo risalta 
sal ti li tomt II tilro [t flit. 

Si SI. la «alle, per la quale il fluiti» 

■m» disotto* * icorre. fa pr 
Isa» padre Albrrt». « di «su. «/««rio 

* Alb' I «noi 
ataa ùcaonli fila tali* di Diteo- 

I I ita noi Iill Alttiiadfo a Napo- 
•». Borio il sedia. Tennero Ira loro 
••cardia a cafioae «ili' irtdSl 

B, a Taso laaiai l' altro a tradi- 

II». 

I *••« r*»»<s amr», cioè, tacque™ 

■a (lana madre. 

. >>ar< Caria* e/ul [alicelo, fono 
14 tali* «l' aorta far ima, o fono 
a (toeaaaDtaale- 

aordrec. Odio d'Alili redolii 
i Er.iinai. «co od» Il remuio di 



Liarif'o/'o d.l lajo, ribellotil contro il 
padre. Ma fattogli!! incutili! par ii-n- 
derlo, fu da lui prcriliulu e II ufi tol ; .> 
di liorn. in mono al pollo, tale-, «ho 
(dito l' moria) • din™ f api rial 
lancia pano, par metto la piaga, un rag- 
gio ili tote ti miriifc»lami'ii!o, elio ijirfiil 
lo Udo. • l'orcio dico il l'onta « 
tuo un colpo, con un 10I0 colpo, fu rolla 
il orilo « I" omero, do» fu rolla Intiomo 
col petto queir ombra, che 11 petto cen- 
tra il tolo facon mi ionio. 

«. recacela do' Csacailltrl, nnì.iln pi- 
umino, tintine eudaeiiilmo. dico il [..in- 
dino, a di penimi cottimi!. Mono nna 
mino ad un «-lo» inetto »"0 conno per 
un' un(ir rlinriia* f.inriullnira da lui r.iin- 
metti; o non eonlcnto di lato Uro» 
rendetti, corto a caia II padre d 
potalo giovinetto, che pur era «un ito 
paterno, lo uccito. Del quii psn 
ItfBltl il Landino, tegul tanto traodilo, 
ebe tutta Toscana no fu molli inni tu- 
bolata, percllò di qui no derir.ironO lo 
parli doi Hiaiicbl o dei Neri, eho dap- 
prima diWicro Piatola o poi l'ironio. 

SS. lllluolo t/jir.Wroni di I iforr. dir- 
li Landino che ammano, un tuo ilo. Di- 
rertimentr dice I' Anonimo cho, attendo 
(ostai luloro d' un tao nipote, Io uccii», 
por nerno I' ■ 




239 




E perchè non mi metti io più sermoni, 
Sappi ch'io sono il Camicioii de' Pinzi; 
Ed aspetto Carli n, elio mi «cagioni. 

Poscia vid'io mille visi cagnazzi 
Fatti per freddo; ondo mi vien ribrezzo, 
E verrà sempre, de' gelati guazzi. 

E mentre che nudavamo invSr lo mezzo, 
Al quale ogni gravezza si raguna, 
Ed io tremava nell'eterno rozzo; 

Se voler fu, O destino, fortuna, 
Non so; ma passeggiando tra le testo, 
Forte percossi '1 piò nel viso ad una. 

Piangendo mi sgridò: Perchè mi peste? 
Se lu non vii-iii a crescer la vendetta 
I>i Montaperti, perchè mi moleste? 

Ed io : Maestro mio, or qui m' aspetta, 
Si eh' io m' esca d' un dubbio per costui : 
Poi mi farai, quantunque vorrai, frotta. 

Lo Duca stette; ed io dissi a colui. 
Che bestemmiava duramente ancora: 
Qual se* tu, che cosi rampogni altrui? 

Or lu chi se', che vai per ì' Antenori 
Percotendo, rispose, altrui lo gote, 
Si che, se vivo fossi, troppo fora? 



C7. E porcini tu dod mi faccia fare »Hro 
parole. 

61. Aleerfo Cernirmi" di' P**fl di V ai- 
damo ucciio a iridimeulo Ubertino ino 

ptrtoU- 

69. Carlino, parimmti' d/rjrri ili Val- 
Amo, etili Boi 110S per denari •' Neri 
ili Plano di Trovitene, eh' «gli to- 
nerà po' Dianchi, non già paltegulendo 
ulto lo Oli», ma ponendo in balla do' 
nomici tutti i|unlli della tua Tallono, elio 
rei (alitilo trovavano — C»e«l infimi, 
. discolpi, facondo tcomparira il 
tino tradimento col tuo tulio pib iniquo. 

■;o. 11. min» '•» l'Iti cagnotti per 
freddo, nullo tisi falli paonaiti, qnail 
pagri . ila! gran freddo. —Dalla Caina pana 
all' Antenore. Tradì o la patria è Big <l" 
I commuti. 

Il, "li Ondo mi «ieri rlbreiio ed or- 
raro, o compro mi rorra aVcileri pvaril. 
stagni, porrti* mi richiamano alla me- 
moria quello ilagno infornalo. 

•ti. B ruonlro elio, entrando nolla io- 
c-iuda «fura, detta Anlenora, ondavamo 



tono il contro della tona, al qealelH» 

I grati fondono per loro i 

Iti. mireremo ritti. In quill'eesl" 
oloroo, oro non practra mai rapii* 
Sole. 

16. Si «olir fa, io fu «olir di Die. 

». PereMeil preti, rnl posti, al cali»*-' 1 

«0, RI, Se tu non rioni ad arcrroarr» 

II castigo, elio «offro poi tradì ■noto*** 
feci a Muntiporti, perdi* mi «dcebf - 
Coilul e «orco dogli Abati 6oiO0ta«0,» 
quale, per donar! corrono da'GlAetU>ò< 
essendo alla battaglia di Montaperti tri- 
l' eiercllo guelfo, ai foco prono a Jeeeee 
do' Paul, ebo portara il principale «»> 
dardo, o a tradimento UoncAgli II bru- 
cio Caduto quello stendardo, l'elevi* 
guelfu ii ocompifllo, o In breve 4ioeai 
alla fuga, laiciando aul carabo foMM 
mila uomini. 

SS. Siccbò per meno di cosi» 
d' un dubbio; ovvero' ilccbò lo ex» i «» 
dubbio venutomi por le parole di eoattl 

ni. ouaa'uflfitr, quanto. 

90. SI ebe, io anche U 




CASTO TRlOESmOSECOSDO. 

Vivo aon io; o caio enetr ti puote, 
min risposto, ce domandi i'.ima, 
Ch' io metta 1 nome tuo tra l' altre noi*. 

Ed egli a me: Del contrario ho io brama : 
Levati quinci, e non mi dar più lagna; 
Chi- mal sai lusingar per questa lama. 

Allor lo presi per la cuticagna, 
E diasi : E' converrà che tu ti nomi, 
che capei qui su non ti rimagna. 

Ond' egli a me : Perché tu mi dischiomi, 
Nò ti dirò ch'io sia, uè moetrerolu, 
So mille fiato in sul capo mi tomi. 

lo aveva già i capelli iu mano avvolti, 
E tratti glien avea più il' una ciocca, 
Latrando lui con gli occhi in giù raccolti; 

Quando un altro gridò: Che hai tu, UoccaV 
Non ti basta sonar con le mascelle, 
Se tu non latri? qual dinvol ti toccai 1 

Ornai, diss' io, non vo' che più tavelle, 
Malvagio traditor; ch'olla tua onta 
Io portorò di te vere novello. 

i, rispose; e ciò, che tu vuoi, conta: 
Ma non tacer, se tu di qua eatr'eschi, 
Di quei ch'ebbe or cosi la lingua pronta. 

Et piange qui l'argento de' Franceschi : 



2ìl> 



M 



100 



ìcm 



na 



rVcasn unbbe lUb troppi fori» — 
*•*• Batta, coesi I" uno dei fratelli 
**"U (». «!, tori b> concinolo cho 
■al» I Ultóri rito 
fi a»t ttllri aole, Ira l'atlrreoie dama 
Mila ivia-giu. r c»'lo in slorno narrerò. 
* larva, eicion di laiasroi, figurai. 
•««, Baioni 

H. Follai »rr rwiii Ionio, In quello 
tana la*»», la lui parole Ini.nghloro 
■Hstluprir, a rhàcesO IsrfueacJ — 
Osai «rapitori a«a Wasian fima, ma .li 



T. f la rniKsaM. noe. pel capelli 
Ma raUratM. eh a la parla concavi e 
armisi dal casa Si ramatali il lettore 
eia tati «assaU tur ano cella Iteti» fila 

l». eVrtAe' l» al dMeèisaf, parqws- 
t-atle ta sii ttrappi la ebioiaa. 
Hi. ai ■safrifilll, ne le lo mostrerò, 
a— ii ,1 *mw *■ la reafia. 

sfa. Se siili. > caia • pre- 



cipui aul capo; «ala * dira, •• nulla 
«olle tu oil Tloleni» eonlro il mio capo. 
— Tomo'* Tal co-lm, prccipilare. Potrar- 
tr «0 lOSlI , la M'II' amoro»» lolla. • 

10S. la più raccolll, tulli in ;:,i. *6NI 
io bino 

10". ioaar eoa le auienelle. tari uro 
piln culi» maicolla, battendolo iniiem» 
pel froddo. 

108 c*« pi» falliti, <bo tu patii plb. 

IU. Hi colui elio teiié fu il proolo a 

manifeilirl. il nonni imo. 

113. Coilui, ebo nell'Inferno piange. 
l' armonio del Vnncosl, e Uuoso da Duora 
cremoneio. il quali limi di 

l...rnb.ir»lii ■ il.il re Manfredi pollo Con 
buone millilo nel dlilrollo di Parma, «f- 
l.oo di opponi a Carlo d'Angle, elio ican- 
. lulia alla conquista del raamo di 
Napoli, per denaro olTorlogli dal genera- 
le fruitele Guido di llooforle, laiciò li- 
bero li pino ili eternili iiuiut. Ii.u.di- 
pur tonno la diilruiiuuc di Cremona, 



MO dell' isrKBico 

Io vidi, potrai dir, quel da Duer* 
Lfc ime I pattatoli «tanno freschi. 

Se foBsi dimandato altri ohi v'ora, 
Tu hai diluì.. f[ i:rt di Iloccheria, 
Di cui segò Fiorenza la gorgiera. 

Gianni d'I Soldanior credo che sia 
Più là con Gincllono o Tebaldello, 
Ch'apri Faenza, quando si dormia. 

Noi l 'iMv.im partiti già da elio, 
Ch'io vidi duo ghiacciati in una buca, 
Si che l'un capo all'altro era cappello: 

E come '1 pan per famo si manduca, 

1 Hopron gli donti all'altro pose, 
Là 'vo '1 cervel *' aggiunge con la nuca. 

Non altrimenti 'Fidilo si roso 
Lo tempio a Menalippo per disdegno, 
Che quei faceva '1 teschio e l'altre cose. 

tu, clie mostri per si bestiai segno 
Odio sovra colui cho tu ti mangi, 
Dimmi! perchè, diss'io, per tal convegno; 

Che se tu a ragion di lui ti piangi, 
Sappiendo chi voi .liete e la sua pecca, 






UT. idi* no fmcM, stiano nel fhUo- 
ilo. 

118. tltrl. f«r diiprtlo d' etipr* «Illa 
nominilo indici * Dinlo altri, ebo gli 
I0B0 compagni nella pena. 

119 Don Teuuro di ucccbcrla p»tm*. 
abita >alloitibro«aoo, * cardinal legato 
ni tir-nl* pif piul Aknitnho IV, di- 
teli ebe tramano di toglier lo «tato »' 
«iueld • darlo a GtiMUsl, Il perche I 
GnclQ, a furor ili popolo, (li Ucliaron 
ta teiU mila plana di »«nt" Apolli- 
nare. 

1*0. 14 gorgiera, figurai. In oc-t*. 

il. . DObllefloren- 

i ir ghibellina, l.o duo parti 
venni* In Firmi* indirne alla oidi, Il 
ri abbandonò I IJliibellini. « pat- 
inili, cho poi rimaa-rro ril 
Btl ISÉ8. 

191. »aarl'««e o «««o. Il traditore del 
1' «amilo di Carlo Magno. Vedi la noia 
ti r. to' de) canto precedenti. — Tetal- 
atilo do' Manfredi era cilladiiiu d 
la, la qua! sii > per il conto 

Ooido da Mooli'feltrii. Coita) psf traili- 
:: bI4 H SPSIM di unito una porla a 



m. Glonaal do Api» frue*u 
papt «tarlino IV «ri nato nomi 
oi ll.imagna 

«3. j»a»Jo li l'irmi*. Tal* I 
Boti*. 

US CVl* iJI. okaid'U ri 

una iuta. Starmi* rjn.'i 4** ■ 

della aeconda alla lana «In 

I' uno tradì la patria « l'altri 

sltlt. 

IVI. In inmln che il (ape dd! 
r» «opra il capo drl|- altra, ai 
no cappello. 

IS7. «I S H ila m s , dal latino» 

|J in. ir 

l«. il «opra,, il •aperiOfa»*, 
(tara di «opra. 

110. TU» caliJoal*. e Unati 
no, combattendo muro» aspra! 
lo la mura di Teaa, il ferirM 
tro mortalmente. Tktea Matti 
a Menalippo. f«c*il retar* la 
;>ir |ran rabMa la il al 
■lafit. 

IM. per Ut r*ir*r-ae. per lai 
itone, a tal palla. 

•94. li »-*•>., il Usuali a i 



rRiassimnnao. 



2i: 



Nel mondo buso ancor io le ne cangi. 
Se quella, con eh' io parlo, non si secca. 



IX. k in f*«*. Il (ud pccuhi can- 
ti Ab. 

li» UO Aldi' le m mi sondo U ne 
fatti, lieonpiiui , ciac ncompenil U 



ini eortf iìi dui rifondermi; io gotUl 
lingua, colli fililo or» pillo, o col l 
mi proi > nemico, non 

di<cD(i tee» e muli per li mii inori*. 



CANTO UUGES1MOTERZO. 

KeateCgoUM. «fc» tioit nell'Antenori, o<lo liuti 11 riconto d<l!» Inaici rat 
—tU.tt*tt «,«l»4 iwlli Tolomei, ori ImtatUil In Alborlgo do' il 
P 4» Mei* di •*. < gli urrà coma li di-ria» gim'iiii fieri*, p/r modo buollMi 
' l Mi (Mkio 4*11' Infuno 11 triditore, cho sppttt tulloii Art • 

La bocca soUeTò dal Cero pasto 
Quel pcccator, forbendola a' capelli 
Del capo, ch'egli ave» diretro guasto. 

Tei cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovelli 
Disperato dolor che '1 cuor ini premo, 

Già pur pensando, pria ch'io uè favelli. 

Ila se le mie parolo eesor deu seme. 
Che frutti infamia al troditor ch'io rodo, 
ParLire e lagrimar mi vedrà' insieme. 

Io non so chi tu sic, nò pur che modo •* 

Venuto se' quaggiù; ma fiorentino 
Mi sembri veramente quand'io t'odo. 

Tu dèi saper ch'io fui'l conte Ugolino, 



•« 



l «Vlwéjl», nillibloli. 
IMmm. VcJi cinto precod 
•"I 

* Ci fm ptMili, t-\ ulo pcnun- 
*"l, il Mio ;<Burii. 
: «m. deano, drtl.MO. 
> tt'ittr e UgriMr «li f njr«" (Mimi 
• Itila Mi cinU V,,.iii..Fir6 
'*•« colui ck< p:in|< < i.ct . Mi li 
oai il I'hU iippii sditili I ir- 
lon degli iSttU dello 
che rippieicnt». 
Jt fMW i* J' MV> pollar*, comi fic*- 
b,»k i.-.j. v :l cinto pro- 
nai»»!* Aneli FiriiiU nel citilo \. 

• a, k cuuia per tarantino «Ila !•• 



15. t>»M i ' -tei. conia di 

hawit co. itaWl* pino: e di 
CniU. di nocordii eail'aren 
fHt**«i ***U I ea«*lò di l'i» 

lo* •>' VìkodU, (tsdtM di Ciliari, 



mio d'uni mi fìjlii, Il quale io n'»ri 

pur*, o •! pose li. I 
Hi i i Ire no, o por tarlila, a por 
odio di pirlo, o per tenulegfal sail' uc- 
cisione d' un ni.- i ipr>ir da (Sfollila cora- 
me*»*, siisi» I» ciuco, coi i 

lo, • con l'sln'.o do G 
Sum n.li « il.- UBfrMChl.Oua lifimljlr» 
I .in», tlIaccA li' dio dol conia, e feia 
in con due «uni 0|ll 

. Vguc limi, o con dm' wcd nipoti, 
i il Brigala, ed Amefmurclo. 

k firmilo credere »i popolo, ebe per 
diano l,il Al noe è lion caro nell» ilo- 
.' l-ioronlini r il.ue- 
• Kuno cnUlli, I" !ie», •- 

iiiiiii.irc. iiiii.in eal iivii ' Bipoli ma* 
niiiiiiiiiii rinchiudere n»ll» lort* d 

meli fece i 
li e»n tono nell'Amo, porrli» 
non foiw loro rrtsta iloun etto, I 
Borliicro, coro' infilll morirono, di firn*. 



243 mix,* infuso 

E questi l'arcivescovo Ruggirr-;. 
Or li dirò perch'i «on tal vicino. 

Che per l' efletto de* suoi ma' pensiori, 
Fidandomi di lui, io fossi preso 
E poscia morto, dir non ò mestieri. 

Però quel che non puoi avore inteso, 
Cioè, come la morte mia fu cruda, 
Udirai; e saprai so m* ha offeso. 

Breve pertugio dentro dalla muda. 
La qual per me ha'l titol della fame, 
E'n che conviene ancor ch'altri si chiuda, 

M'avea mostrato per lo suo forame 

Più lune già; quand' io feci'l mal sonno, 
Che del futuro mi squarciò '1 velame. 

Questi pareva a me maestro o donno, 
Cacciando '1 lupo i lupicini al EDO 
Per che i Pisan veder Lucca non ponno. 

Con cague magre, studiose e conto, 
Gualandi con Sismoudi e con [.rinfranchi 
S'avea messi dinanzi dalla fronte. 

In picciol corso mi pareano stanchi 



13. pere» - i io» (al iWii, perdi* (li 
inno un micino culi nriiiir>> Li 
di queit» ridatala* I dulia al i. l-jlilil 
Malo precedenti. — I, coro" tubiamo no- 
Uto «Uro»», ule pure eli. a ini. 

IC. de' ruol «a' piiii.rl, de'iool mill, 
miltifi, prn\ieri; riori, I pcntitri del- 
l' i n v i .1 1 a • doli» tendetti. 

Il- ftdatdonl di W, (Mando Incinta 
nell'annulli» ili Ini, |>ns piastra coni lo 
un» Tnlt» I' arcui offrio. Tedi . 
I. li. 

II. dir no» I eirilurt. perdi* latti il 
mondo lo •>. 

ttV culi eie non puoi «erre In'eio. per- 
dio triennio nel segreto d«ll» mi» car- 
cere. 

ti l"f perforie, no piccolo foro, un* 
piccola finenti : imita dilli nudo, den- 
tro »ll» torre. If»*i I proprlimcnto quelli 
oleari itimi, oro il mitlono (li 
quando lUnno per madore, o mutare te 
pene. I.hii i»l lorre por trattalo, 

CI, I.» quale, a cagiono dell» mi» tra- 
(ie» morto, hi icqulilato II nome di terre 
dell» Come. 

41, evaetta ri" min il rAtudo, io con- 
•Insano in Più li civili diicotdli. 



CJ, K. Hai tuo Hooitmo!o *' a 
inoltrato ebl I» l.un» enti rlOMr 
lolle, Ciò* a din, erano trae» 
meli dalla prigionia d'L'i 
dall' »(oito al mano IMS, lete» 
nirr» il Villini. 

ri. Cho mi rirclò il feloni. — 

io(oo I Immutano dd Pomi e* 

1° arte, porco* per omo II conti t 

. li* U me itcntnre irooaiofal 

ii dilagai osili ipcrinu. 

38 SO. ".lucili, eh' io rodo, pirtr 
Che fono mo/Uro e do«»e. capo « | 
di Molla (enl«, I liete* lo aUt i 
ciart un lupo i I tuoi Ispido! al 
ita Olnilaoo, per r»jion del qaal 
uni non pounno rider loce», e 
elio trappoli» tu li due 

51-53. CoitrniKi ed intrtdl : 
l'ore* meiii diaoxf dette frette, 
(endoli per primi alla I 
l'uilimli, I Siiinundi r i Linfl 
ilemo eoa coew surre, iladlire i 
famoliclic, lollecilo e Imma 
reati può anche iljniunr 
Nel lopo e lapidai * A(ur»to 
cu' Me] 8(11 j nello c»(ut la tur 
tua 






nfcrcnzo. 

Lo padre a i figli ; o con 1' agute sane- 

Mi parea lor veder fender li fianchi. 
Quando fui desto innanzi la dimane, 

Pianger senti' fra '1 sonno i miei figliuoli. 

Ch'erano meco, e dimandar dei pane. 
Beo tei crude], se tu già non ti .Inoli, 

Pensando ciò che '1 mio cor s 1 annunziava; 

E se non piangi, di che pianger suoli? 
Già eron desti; e l'ora »' appressava 

Che '1 cibo ne soleva essere addotto, 

E per suo sogno ciascun dubitava; 
Ed io senti' chiovar l'uscio di sotto 

All' orribilo torre; ond'io guardai 

viso a' miei figliuoi senza far motto. 
Io non piangeva; si dentro impietrai. 
. Piangeva» olii; ed Anselmuccio mio 

Diate: Tu guardi si, padro: elio hai? 
Perdo non lacrimai, ni rispos' io 

Tutto quel giorno, né la notte appreso, 

Intin elio 1' altro Sol nel mondo uscio. 
Cora" un poco di raggio si fu messo 

Nel doloroso carcere, ed io scorsi 

Per quattro visi lo mio aspetto stesso; 
Ambo le mani per dolor mi morsi. 

pensando ch'io't fessi per voglia 

Di manicar, di subito levùrsi, 
E disscr: Patir*, assai ci fia men doglia, 

Se tu mangi di noi: tu ne vestisti 

Queste misero carni, e tu ne spoglio. 
QueUiini allor, per non fargli più tristi: 

Quel di e l'altro stemmo tutti muti. 

Ahi dura terra, perche non t'apristi? 
Posctachè fummo al quarto dì venuti, 



213 



40 



e. 



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«-I* fUt4 i I fili, cioo 11 Idi 

M»M. — MM, !»!!«, BHi; I (ItOll l'Ili 

tttJ *■• «tatti i*\ tttt, che ehi j: 



fl_ 



■ ri ti IIhu, Indimi il mii- 
», «Moai l'aurora I te-ini attornili 
|ailT ara <r»«Vtan l r»ro. 

mo, t»at> xxrt, ». 1. 

I. mlUI" ri 

t HWM WlhM. poiché ir. 

»' mi irato «n tejno limili 
idre. Vidi «Olir* r. i». 



46. « lo mlTi «1 ecco ehi io tenui, 
ihlotar. chiodilo. Inchiodar». tpranjan. 

49. lo non pianfrta, porchò V tCCtSM 
tali' ifkoM mi liito 'l cuore, ma nb- 
Ih di indurii. Impietrii, follo «pian lla- 

pido. 

SI. ria gvorji il. lo guardi eoil filo. 

51. (o mio «rWlo Mini». • per la ni- 
(orai loniijliAiiii da' fi»ll col padr*. • 
per lawr lutti urallmcnl» palliili, mici- 

itoti e ipsarW. 
00. (morii, ii lutarono, ti tlsMtOv. 



Stt 




ldo mi si gettò disteso a' piedi, 
Dioendo: Padre mio, chi non m'aiuti? 

ri. E come tu me vedi, 
Viil' in li tre cascar ad uno nd uno 
Tra '1 quinto dì e '1 sesto : ond' io mi diadi 
Gii cieco a brancolar sovra ciascuno, 
E tre di gli ontminJ, polck'o' fur morti: 
Poscia, più clic il dolor, potò il digiuno. 



C9. Padri mio, porcili li «U) muto' 
porrli» nuli' ulllra» mia agonia min mi 
■ ' 

-u, 11 i; ni luogo, ove ci-Jdu. mori 
B come lo rudi me, coli lo vidi gli allri 
irò cadmi ad uno ad uno «o 

T:. 011 uno. ioidi* |'it la mancini» 
dell' alimento craiculi intorbidala la 
villa. — o tranrolor, por conoicor «orano 
tuttora riti. 

13. r'inalmenlo il digiuno Ita quello che, 
più dol doloro, produuo la mia morte. 
Vuol diro che il doloro e il digiuno con- 
correlami a procurargli la morto, ma II 
luogo digiuno no poi" più dol doloro, 
ra «alio il doluro ad ucciderlo, 

I .»!/ un Usto orribile caio atealo fatto 
Inpli uni-, m* valio poi. corno Datarti- 

■.alcr doiova. Il lungo digiuno. 

B quella frate abolì il Fatti ■»' 

lulo accennar CAI DfOllaO addentane 

e mangiati» lo carni de' propri di'' 

taluno ha voluto credere, , fi luppotto 

ima ed uiordo, che oor, inorile- 

rabbi confulatione. l'uro diro che tal co»» 

Miti unii potaibll», 

l ir.iiiiiii di queir oli ci 

dicono che li ;■■ IH aperta dopo 

olio giorni, e che tulli I rimine quegli 

tlilil. ci fin oli" li'1'...li molti; ni) diCun 

,lio 1 cadaveri fonerò mutili, ( 
addentiti Manca dunque la «lorica vo- 
li Poeta non avrebbe ardito ac- 
r, munì un fatto, chi tulli lapuiano BOB 
«aure avvenuto Non è leriilmile, porehi 
il Poeti, quando pur poi ipoteil avene 
i ni, hot avrobbo allignato 
al putii ferino 1 i'tla'0 giorno, il giorno 
linaio doli • morie d'Ugolino. il giorno 
lo cui < no fu trailo II rada- 

ture. .-'Oli * punibile, polche- dalla iclen 
u fiilologlca e dal falli ippr«nAI«DO 
Che UH uomo, ipetlalini-nli- ili grave età, 

II quaU prr olio interi giorni non abbia 
prò io alcun alimento, e del lutto Impo- 
tenti ad jdiluuura o deslutlro lo carni; 



ollredieh» egli ha affatto perdali fin» 
•o doll'appolllo o della fame, nuai 
quello I' effetto «olilo dell' Inedia, fu- 
lminata aoli tre, non cbl olla, 
,N.,n •• probabili.-, poni,: I'ìi.I.mi '.- .' 
Pool», corno apparisce da un* Il en- 
tello, li o quella decenne lo «defili 
l' avvertimi» contro il veieovc- * i Pana*, 
e più particolarmente di rane* <r* U |«u 

la coiopinlooo v«r«o Ugolini. verte" 
il tollero padre. CI» «tubane a l'arti 
noi, .li. «umili, eiier furia HM roMl'fi- 
lino none traJlio li patria. « ■ortrifc 
crederi! pooiodo lui inll Jn'trw fu i 
traditori, pure in tutu la narrali*»!*» 
e * una parola ebo non landa ■ 
Uro a favore di lui la compiati*»*. On. 
•e il lelloro dopo »vtr pereto» i»ua 
quella patetica e coramovtatr HiriiiK 
dopo aver inUiO coro», il a» ti I l|k ■ 

gtnltOn liralirulalido anioni» Motti «M 

il. Il aveva chiamali a ■*•» r* 
Irò di: e dopo entri i e-immoit» filati» 
lagrime all' Mpi Ito d'una «ceni Cvxli* 
lolanlij i.ii. il li-tbiri, potali' 
ttndoie noli U) ractbioio i 

conce-Ito che no padro coil alfeltaon. 
diventato a un tratto peggiore duo trota. 
addentane I Cadaveri do' propri 
nr fannie pillo etecrando. ritolgeftM» 
inni ridilo lo iguirdo, o reprimerei»"» 
«e qualunque benevolo lenlirutalo lo'tt» 
Ugolino Coal la compii une «i ca>av 
rebbi in orrori, i il Poeta arreavVeat- 
tinulo un citello dol tettò centrini » 
quello die il aveva propoli». Mi u li* 
■Mordi intorprelaiinne * rtht- 
logie», e ricalali 
i biologica, polcb* Dani» a<*aii 
poielo, pio t'ir II dolor. peri U alalie»," 
I' fffcllo d'un il. .inno. prolungalo »»t 
olio fiorai, unii Oltende it io» la (**lf, 

1 contradittorl ali» IMcrpreUtieil *r- 
muno il Irovan coltroni a dir» ina re» 
digiuno il lignificalo di /»■». t lotta»»»' 
corno te l>ioU nini dello pearlr, f* 



iO THCSCTI0TE11EO. 

Qund' ebbe detto ciò, con gli occbi torti 
Riprese '1 teschio misero co' denti, 
CSie furo all' osso, come d' nn can, fortL 

Ahi PUa, vituperio delle genti 
Del bel paese li dove il si suona; 
Poiché i vicini a te punir son lenti, 

Muovami la Capraia e la Gorgona, 
E facciali r.iepe nd Arno in su la foce, 
Si ch'egli annieghi in te ogni persona. 

Che se'l conte Ugolino aveva voce 
D'aver tradita te delle castella, 
Non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 

Innocenti facoa l'età novella, 
Novella Tebe!, Ugucciono o'I Brigata, 
E gli altri duo cho '1 canto suso appella. 

Noi pasaamm' oltre, dove la gelata 
Ruvidamente un'altra gento fascia, 
volta in giù, ma tutta riversata. 

Lo pianto stesso li pianger non lascia; 

laol, che truova'n su gli occhi rintoppo, 



Mo- 



to 



05 



* U tatar, fati la fami. Mi ehi dì ad 
-iàH . nbiare un» toc* per 

- ili allri J.nrc il jrin l'oetì un 
■attesi, eli Bòli emergo dal ulor na- 
mii «eli* sta tattili 

m\ Hai hii libro Olila Vili ««èva al- 
<»iv[>uli latitarla lingue dalla pax- 
SmQé aftirtullii a, ■ filimi lingua a" olii 
hletutu, Ileana e *e li prorentala, e 
tamia t\ il ì'itil.io» :duor;ueil tei fa'" 

• williiiicuii.: li alu- 
nni, tri fa To- 
na*, dola 11 il muta |il4 doli I 

• ratinai è pi Ci poro ebe Dillo allre 
girli t ! 

■ -mi. eia*, l Lnccboi, i I 
u. « i &iaeai. popill Mofioinll eolla 

Caprai* l li 6*.-r;:*a. tono do» 
Stirila dal aair Uaciao, mine alla foco 

tutina. 

B. iwpr. ripara. U;r>ppn. i>nlo the 
laoe, rileccandoli ludi. sto canlro riti, 
•• Naiurraiie osti penoni. 

m\ uni un, iti ta Carni. — SI ricordi 
dillo al I. 13 il ama. 

•5 a lai erata, a lai tHownlo, dal lai. 
■I eb« lai* lirniarari. 

» JiTlli* Ti«e Di l l'I 
•a»» TiW, pirutthe Tal* albo rima 



di filli eradtMMtat pW molli atroci 
falli do' tuoi cittadini. 

90. E ornai corto ebo quelli 
Infelici non un tutu fluii d' inolino. 
mi lo orino ioli dna, a gli altri due crin 
nipoti. Il l'oola peraltro li chiama tatti 
Limonio figliuoli, porche Iconio 
notò aneli* V salice cmiiiui'iililnro) uel- 
l'appellaiione di figliuoli ti comprendono 
faoiiliarmcnte anche I nipoti per linea 
niuolin*. Si mole Inoltre ibo noi. talli 
fonerò di eli novella, dot giovanile, e 
ebo ano piirticuliiruioiile fono in olà Ti- 
rile. Pur nonoilinle. la generalo ciprea- 
none del l'ocl* polari mero intorniati 
dui li ragiona dalli maggior parlo, dot 
dalli lletsalh eli dalli alni li 

roso Ariifiiuiiccio o Mas attH Il 

Untili; | figli Caddo a Uguecioue, a 
i .uni i nel minori. 

91-95 Jfol panami»' oltre, cioè alla 
laTSS afi rj. l'.r'.ii Tolomm. dovi (a fiala. 
Il gelo. Il ghiaccio, lurufaneare /min, 
aspramente cinge, un'altra oeiire, non 
rolla fateli lolla In giù. eomn (asili 
dalia Cimi e dell' Anunora, ma roie- 
tciali lupini, per maggior pena- 

Bl. piaaoer non lai.ie, non permeilo 
di prsoftra, 

W, VC E il duolo, il doloro"! uiiior», 

tt 



216 deh' esterno 

Si volve in entro a far crescer l' ambascia: 

Cliè lo lagrime primo fanno groppo, 
E, si comò visiere di cristallo, 
Riempion, sotto '1 ciglio, tutto il coppo. 

Ed owegna che, si corno d' un callo, 
Per la freddura ciascun sentimento 
Cessato avesse del mio viso stallo. 

Già mi parea sentire idquanto v< a 
Por ch'io: Maestro mio, questo ehi muove? 
Non ò quaggiuso ogni vaporo spento? 

Ond' egli a me : Avaccio sarai dove 
Di ciò ti farà l' occhio U risposta, 
Voggendo la cagion, che 1 fiato piove. 

Ed un da' tristi della fredda crosta 
Gridò a noi: anime crudeli 
Tanto, cho data v'ò l'ultima posta. 

Levatemi dal viso i duri veli, 
Si eh' io sfoghi '1 dolor, che 1 cor m' impregna, 
Dn poco, pria cho ì pianto ni raggeli. 

Per ch'io a lui: So vuoi ch'io ti sowcgna, 
Dimmi chi so'; o s'io non ti disbrigo, 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegno. 



cho trota lugli occhi «in Intoppo, un ini- 

(icdimcnto d' altro lagrlmo gelato, ritorna 
n.lieiro a far creicoro il tormento >l 
ito. 

in. /anno «roppo, fanno un groppo, no 
Inviluppo: Cloe, addiacciandoti Impe- 
discono allo altre lagrime I' uiciU. 

9s. «mera 6 la pitto dell' elmo, eh», 
oisendo [orala, laicia .if jnerrloro libero 
rt, — Qotl l'Uiaeeiuoli li atsoml- 
glia a mirri Ji rnini'lo. 

99. («rio il coppo, tutta la carili del- 
l' occhio. 

100-105, Coitruiiei ed Intendi: /TJar- 
teeiia tht ptr la fridttura, o ooooitanto 
cho por canta del gran freddo, Ki imi 
i«fi»ie«lo «nui tinaia l'alio del mio 
«Ho, orni MOllMUIl areno cenato di 
•Uro iu\ mio lotto, fi towit i! un tatto. 
■lecerne airieoo che ogni iiaalMilla cena 
•opra una parU nllma; puro mi parca 
•entirr un po' di lento. 

MÌk 11 renio prorlena da colonno 
d' aria, ebo per calure rrr-ariuto li ro- 
ifir.i.iti Hit* altro. E In queito fallo, 
tredoUo dall' ailont do' raggi «olarl, gli 
antichi faccrjno entrare più dirrltamento 
1 vapori, cbt li aliano dalla terra. Onde 



Intendi : Non arrivando qoagg il rutta» 
de' raggi solari, non dovrtba* <j«1 tao» 
ijiulnnona renio? — P'oae, rcTch* »*flM 
dall' allo : cioè, dallo ali di Lucifera la- 
remo, canto XXXIV, t. 49-» 

m: 108. itocelo, priiU-iwnle.b*» la- 
tto, tarai Jet», tu larai, la - 

loie li fari la riipoiuil U»J»lr»" 
occhio, rodendo la cattato cai '( /•» 
flore, cho produca • manda quello tat»a- 

110, Ut. anime, et» ,a otl ■»•*» 
follo Unto crudeli, cho il è Uff*** 
nell'Inferno l'ultima IU-- 
rjutilo dannato hi oonoaeiuu cbt I 
ò rito. 

119. dot tiro. da|li occhi. — I «tHl 
I ghiaccinoli . 

«13. »'i«iùMfM, Usurai, mi ca 
cosila. 

Iti. «a poco ta ti.'<rilo X ifHU ' 
tono aunll. 

HO, HI. f a* (* ava (l a"<i»rt|«, • » 
non ti traino l' impaccio da' ghia 
ch'io poaaa andaro al food* di i_ 
ghiacciala.- Coo tale Imprecali»! 
le gabba il dannato, fatt- 
d' arer in orrore d' andar 1», or» I 
andata per tua rlniooo. 



CASTO TRIfilSlMOTXEZO. 247 

Risposa adunque: Io con frate Alberigo; 

Io son qnel dalle frutta dal mal orto, 

Cha qui riprendo dattero per figo. M 

Oh, dissi lui, or se' tu ancor morto ? 

;H a me: Como il mio corpo sto* 

Nel mondo su, nulla sc'lenzia porto. 
Cotal vantaggio ha questa Tolotnea, 

Cho «peste volte l' anima ci cade •*> 

Innaaxi eh' Atropos mossa le dea. 
E perchè tu più volcntinr mi rado 
invetriato lagrime dal volto, 

Sappi che tosto cha l'anima trade, 
Como (ve' io, Io corpo tao l' è tolto 13° 

Da un dimenio, che poscia il gov> 

Mentre che'l tempo suo tutto sia vòlto. 
Ella mina iu sì fatta cisterna: 

E forse paro ancor lo corpo suso 

Dell'ombra, che di qua dietro mi verna. »35 

Tit'l dai saper, so tu vion pur ino giuso. 

Er>li è ser Branca d'Oria; o son più anni 

Poscia possati ch'ei fu si racchiuso. 
Io credo, dissi lui, che tu m' inganni ; 

Che Branca d'Oria non morì unquanchc-, >*o 



«V KlofrtJi, lignnrl di 
fraU gaudente. Battodo in 

i eoo MiaJrido « col Itilo ili lai 
o.e i -.lindo Itmli Jj.1 monili), 
loro tlfonciliifo, o 
nU.Mncun dello 
do A' ««li »>r,j «rdl 
«aa litoti titilli che li uceUero 

■OM. LIO »T«Ot.M 0(1 ISUS. 

L M*frt%Or iattiro per /te©, e modo 
Orcioli, cbtilgninci, liner con oìu 
■a Mf robtoodiou, il malo the il * 
. fio» per tf in sto j r , 
Irn'liii . ««' uche tu moria, 
lottati altri? 

L 1x3. Caaii II ni» corpo tilt tu riti 
te. ««Ila HOMllo f :■<!•>. io l'iinoro 
lo. — Con queMt parole mot Tir* 
éto*, tao M«M ora tiro corporal- 
. in e» terra. ■* the l' anima n Irò 
Ili ali 
t di oor«'t. per eoUoeoro in <j ii i; - 
alato cartaio ilcutti pochi tcollerall, 
mi un «in tuttora fittati 
u Cotal lootoje». llflaltt di 
atta tallo eoo Ironia. 



ISG. laaaail thi Jiroeoi, la l'arra, fi 
dio la mona, cioò la >pln(i fuori del 

stipo, 

147. mi rad*, mi rad», mi tolga. 

131) tradì, traduco, commetto II tradi- 
mento. 

IH. fioche ila Iraicono tutto il tempo 
premuto al triti tuo. 

1J*. IM. B fono iu noi mondo appa- 
raci! tuli-ira, o ii u'ilo, il corpo di quel- 
I' olir' tabu, cho ila aoffrendo | 
del gelo di qua dietro a me. 

!:<;. it fu rui pur mo aiuto, le te 

quietili l'iir tra, in quello momenlo. 

117. Broaeo 0" Oria, finoTcìe, noi 1213 

i irailimi'ulu Michele Zancho 100 

. per tort.ll il giudicato di Logo- 

doro lo Sardegna; mi poco o tbyjVO 

fruito tritio dal lue mlifalto, polchi di 

quello italo parto ne occupò Fila, o parlo 

Cenata-Ui intarli oVim nnedi tanto XXII, 

1S8 ih' li (m li ratealo», cho l'anima 
tua fu i i quello ghiaccia. 

MO noaowrl yar"»'»', 09B moil per 

tata*, 



'2 io dell' isfeiuio 

E mnngin o beo o dorme e veste pioni. 

Nel fosso su, di a 3' ei, di Malebranche, 
Là dovo bollo la tenace pece, 
Non era giunto ancora Michel Zanche, 

Che quegli lasciò un diavol in sua vece 
Nel corpo suo, e d' uu suo prossimano, 
Che '1 tradimento insieme con lui fece. 

Ma distendi oramai in qua la mano; 
Aprimi gli ocelli. Ed io non glieli apeni; 
E cortesia fu lui esser villano. 

Ahi Uonovesi, uomini divorai 
D'ogni costume, e pioti d'ogni magagna, 
Perchè non sioto voi del mondo spersi? 

Che col peggiore spirto di Romagna 
Trovai un tei di voi, che per sua opra 
In anima in Oocito già si bagna, 

Kd in corpo par vivo ancor di sopra. 



1:1 



m 






115. cht 411*911. cioì Brinci il' Orla. 

1*6. Que»to protilaioao, congiunto, 
(hi fcco il tradimento lancino con lir.m- 
ci d'Orla, dlcen ebo fono un 00 ni- 
pote, 

150. K l'entro 1IU1 tìIUoo ttor- 
(»• intcrto <11 lui, fu corleila: foUU 
uno tcollorilo di quelli fall» 000 mari- 
ti» genuleac. 

151, IW. AhtUanoiiu, uuuumilrui In 



Oj|(il eoilumo, • pimi -Tersi tarpilo!*». 
153. inerti, diipir.i, ilarmiuli. 
144. col ttgtivt tpirtù U li— fai 

eie! eoo tran attuili fi- 

I5S-I37. un lai di col. un 111 Mal" 
concinnino, cioò Orio» d'Oria, t*r* 
■ uà o/iiro. il quale- per la IO».: 

fame, par il mio parricidio, m lai 
ti bagna nel stilicela di-li' Infumi, ti-- 
corpo paro incora ilio tu col oooJt. 



CANTO TIUGESIMOQUARTO. 



VUnnO nolla Gludocca, tulli ricoperti dal ghiaccio, qao'cba tra-tlron 
lori. Lndfcro >U fitlo nel c«otro, uaeendo fumi -lei l»go nlato da ir 
aa-, a 11 FoiU no inerivo li minimo»» «-1 crribil u>urj. Tlrglllo, al calli cai fa* 

' di Lucifere, a (un II «atH »f 



al anlnghla Dante, a' appiglia allo tcIIuIo coito u. „ -, . _ ,. ._ 

raatra: dando I dna Footl loncndo dietro al mormorio d'uà mattila, aa||«a*a* 
auperfide dall'altro oinitfcro- 

Vacilla regU prodtunt Inferni 
Verso di noi: però dinanzi mira, 
Disio 'l Maestro mio, se tu '1 disccrni. 

I. I toullli del re dell' Infrroo com- por fir ria più t tu Ilare T attillati'* 

parlatomi, cominciano 1 comparirò. — di l.ucifaro, ebe commla* il ni 

1> primo ira parolo tono 11 principio Untilo di rolcrtl ocuijli'iro iDùa.-' 

d'un Inno, col qoilo la tarili Cblaa» temili Ji Lucifero 1000 laiuegruòt'' 

«aliti il trionfai tonilo della croco, a J. u tu 'l dittar*!, do», wMaano» 

il IVti la adopra, forte ironlcimonl*. Lu. 



SS»*-»-. '*'• 



so 



85 



•^ErT-CE ,« w." ,„„„ 




250 DELL' ISFP.RSO 

Che i giganti non i'iui con le sue braccia 
Vedi oggimai quant' esser dee quel lutto, 
Ch' a cosi fatta parto *i confacela. 

S'ci fu si bel com'egli è ora brutto, 
£ conlra '1 suo l'attore alzò le ciglia, 
Beo dee da lui procedere ogni lutto. 

On quanto parve a me gran meraviglia, 
Quando vidi tro facce alla sua testa! 
L'ima dinanzi, e quella era vermiglia: 

Dell'altro due, che s' aggiungeano a questa 
Sovresso il mezzo di ciascuna «palla, 
E si giungeauo al sommo della cresta, 

La destra mi parea tra bianca o gialla; 
La sinistra a vedere era tal, quali 
Vengon di là, ove '1 Nilo s' avvallo. 

Sotto ciascuna uscivan duo grand' ali, 
Quanto si convoniva a tant' uccello : 
Vele di mar non vid' io mai colali. 

Non avean penne, ma di vipistrello 
Era lor modo; e quelle svolazzavo, 
SI che tre venti si movean da elio. 

Quindi Cocito tutto t'aggelava: 
Con sci occhi piangeva, o per tre menti 
Gocciava '1 pianto o sanguinosa bava. 

Da ogni bocca dirompea co' danti 
Un peccatore, a guisa di macinila; 
Sì che tre ne facea così dolenti. 

A quel dinanzi il morderò era nulla 
Verso '1 graffiar, che tal volta la schiena 



titinu, di quello che i' agguaglino i 
gitanti cali* braccia di Lucifero. 

S9 t utl (ulte. lulta la ttalur i ,d J itilo». 

M S'«i fo Unto Ingrato a obi lo creò 
ceti bollo come ora e brullo, bea 4 ra- 
gione che da lui proceda ugni malo. 

ai. sovmn'i mei co, aopra il meno 
appunto. 

fi. F. ti congiongeiano, il unliano io 
liint al tomolo del capo, 

44, 4». La tinnirà era tal* a tederò, 
quali tono gli uomini, che Tengono di li 
OTf il Mio >l accolta, ducendo a tallo; 
cio4, quali tono gli uomini che tengono 
dall' Lliopi-i, talli a diro, di color nuru. 
- Lo tre facce di diterto colore, dal 
Poeta attributi* a Lucifero, tigoiOcaoo 
li lr« parti, allora cognite, della lorra. 



dillu quali lo anima piotono kou " 
Uggiti nel bolo regno, ond" agli t nf£ 
Vermigli di tulio ton gli Uri»** 
bianchi a gialli gli Aaiailei, i un I» ■ 
Atirle*nl. 
SO. «eelotiaoo, do* igllixa ■' 
51- »rr etili. Forte ton liabolo in"* 
ilil goneratorl d'ogni male, ci»», W" 
bla. lntidia e Iniiin. 
St. Damili, per cagioni il»' quali "* u 
86. mectaWa, 4 quel!' ordigno b ** 
poni di legno, congegnati quati a iW 
di maicolla, col qualo il dirompe il f 
ii l» cinipi. 

68, «9, A quel peccala**, cai gli «"• 
nella bocca dioanil. I rweil tra» *•"• 
un nulla a confronto iln grafi, ut »■ 
Caca* cogli artigli. 



CASTO TRiaESIMOQOAEIO. 

Rimane* dell* pelle tutta brulla. 

Queir anima lana, e' ha maggior pena, 
Disse 1 Maestro, è Giuda Scariotto, 
Che! capo ha dentro, e fuor lo gambe mena, 
gli altri duo, e' hanno 1 capo di sotto, 
Quei che pende dal nero ceffo, è Bruto; 
Vedi come si storce, e non fa motto : 

£ l' altro è Cassio, che par si membruto. 
ita la notte risurge; ed oramai 
È da partir, che tutto avem veduto. 

Com'a lui piacque, il collo gli avvinghiai: 
Ed ci preso di tempo e luogo posto: 
E quando l' ale furo aperte assai, 

appiglio sa allo vellute coste: 
Di vello in vello giù disceso poscia 
Tra'l folto pelo e le gelate croste. 



231 
M 



« 



n 



71 



, «• t>t* txiit. ma sudi, lutti ipo- 

• I 
* lui* Test l'In | Lucifero, quan- 

**|H nei dal ihiacc.o «olo eoo mono 

*m, ci» Vistino, additandone s 

Nbhittes.^t* tao*. 
« «Mi Searlelte. (li* (ridi (lieo 

forti, im be-a-afiUeee e mietlro. Bruto 

' tm», tìn ilanoo nelle altro due hoc- 
* KCUrro s tradimento Giulio Catara, 
■naatafatiKi - Brt con 
*aaMt (die* Il Landino i clip, corno 
1*4» I0ratau>a(i>oda, traditore dolio 
•HWi duino, coi! ancora punino 
diann Iridilo lo lavoratore « Monarci 
Mata, fiuti» di cemuno contento del 
»>M «rtiUaeM * lilitmio, che il rom.no 
barralir» aia eoil capo dell' ammisi- 
Mutale Ump or il e di lolla la crialiana 
laaatfica. coaM ti Papa dell' ainn.ir.i- 
*-|»lll ipl-rileil». — F. Dante tlci- 
latm libro della KoMrcMa dico: 
■ bete 1 ulano, tolO 111 tutti (Il OOtl, 
■rteeira della corruttibilità e Incorrili- 
Mkl. ceti solo fri tutti «Il citi a due 
Itkti (M e ordinato, dei quali l'uno 
di quota viti 

eie» la latitudine della «ila eterna 

«te. accendo I d'in tini, e' fu hiaogno 
K'aeeao Al do» dirctlool, ciò* del tomaio 
-■riesce, Il quale aecoodo lo rivelaiiniii 
rtnilir lisi» (eneraiionii alla falli - 
BaasdrttelW.t dello Imperatori*, il quale 
fila fti iii1iiHtlH~Hn.ll filoauCci alla 
seimila felicità dirimilo (Il uomini • 



— Alla felicita desìi uomini e dunque 
Decollarla la rcligion crlttlana • la mo- 
narchia Imperiale: pero Delle Irò bocche 
di Lucifero Hanno (linda. Unito e Cateto, 
perchè 11 primo tradì il tfrlM fniul.iA.irn 
del crltllaneiimo, o gli altri duo ucekiero 
il fondatore della Imperiai monarchia. 

64. e 'I cane di lofio, fuor della bocca 
ipooiolODO. 

GÌ. al ffiemorv'o, cioè mollo compiono 
nello membra. JY«e L. Calili ediefoi fr- 
tmetetndum, aeriate Ciccrono nella torli 
Olii mar la smallante equivoco attribuen- 
do quella Duca qualità di Lucio Caaaio 

a '.no Citalo. 

«S. Va la «elfo rlmroe. È quella la 
Dotto del ubalo. Nel percorrer l'Inferno 
hanno dunque i Poeti impiegato si ori. 
Vedi la nota ultima il Pendilo. 

11. peife, ciò*, il punto favorevole, 
I opportunità. 

1*. K quando l' ili di Lucifero furono 
lini aperto, «Icclie non ci poteuoro diro 
Impiccio. - Unendo lento il molo delle 
ili, ben poteva Nirifilio JiicoiiuVr prima 
che elle ti richludciwro. 

13. «ellufe reifi, cottole pelote. 

73. Tra (I felle pelo di Lucifero, e li 
sciali croil» del lago ghiaccialo. — Il 
ghiaccio, civ' era Olio Lucifero, non ars 
oiunquo adeio alla tua pcriona ; onde 
Virgilio, diteendendo giù per le coite del 
demonio, potè traforare il Ilio, panando 
per la fornirà, che I bordi alquanto «U- 
tlicciU Uiciatioo aperta. 



dell' isnrtKso 

Quando noi fummo là, dove la coscia 
Si volge appunto in sul grosso dell' aneto, 
Lo Duca con fatica o con angoscia 

Volse la testa ov'egli avoa lo zanche; 
Ed aggrappossi al pel, come uon» cho sale, 
Sì che in Inferno io credea tornar anche. 

Attienti ben: chi per cotoli scale, 
Disse '1 Maestro ansando oom' uora lasso, 
Convionsi dipartir da tanto male. 

Poi usci fuor per lo foro d' un sasso, 
£ pose me in su V orlo a soderò, 
Appresso porae a me l' accorto posso. 

Io levai gli occhi, e credetti Tederò 
Lucifero com'io l'avea lasciato; 
E vidigli le gambe in su tenere. 

E 8' io divenni allora travagliato, 
7<a gente grossa il pensi, cho non redo 
Qual è quel punto ch'io avea passato. 

Levati su, disse '1 Maestro, in piede: 
La via è lunga, el cammino è malvagio; 




16, 11. Coitrulicl: quando noi fummo 
In tal grono dell' anchn, ciò* do'fi&nehi, 
I» dori appunto il rolge » sporga la 
coicla. 

in, 19. Dico cho Virgilio ioli* la tota 
oi* egli tira la tanrkr, la gamba, eioti 
a dira il caponi!*, co» Mica • co* e«- 
gearia: polche II punto io cnl il rirolto, 
•Mondo 11 cantre dalla tirrx, li rileneia, 
■ acondo la Olio* di qua' tempi, dia la 
fona taratura • centripeti fona 11 noi 
ino miniato (rado ; lo che. opponera una 
milioni» al liiollaril. 

SO. coaw noia rea Mia. Panato 11 «an- 
tro dalla Urrà. • uporolUtoil, Viratilo, 
per incamminarli ali* tniuforo Oppmlo, 
dorè» iilire a non discenderò; ma Dania, 
I' uomo alltgorleo, luppooendo cho per 
giunger* all'altro imufe.ro n dorano 
tempre diaeendara, reggendo il tuo Duca 
ailirc. « non più pemando all' eneni 
egli rivoltalo, cr#dra tornar nuovantntr 
la lacinie. 

m. Àllunll Un al mio collo. 

84. da fa «lo aula, da no luogo di tanti 
mali, qual o I' Infamo. 

SS. Dice cha uiel prr lo foro d' un 
•ano, polche, loppono il fondo del lago 
ibUcculo cine pclrow, ma arerò io io 

alcun furo. 



SI. 1/ In'erpretailono di q 
a molto contraila!*, l'nicho 
pere, appretto, troranal apan 
digli antichi per poicac, dopoe* 
apprttiocat ; a I' appretto qui 
appunto appretterai, intendi 
fuori per lo foro d' on aaaao, 
a ttder* In ioli' orlo del tane 
poaciacha mi pone, poteiac 
porlo II modo di eseguir* qu 
o «uaco passaggio, cioè, di 
l' Inferno, l'uo anco Inlenden 
moilro, faea eonoieern a ma i 
cha accortamente amiamo fi 

SS, credilll «adiri, perche, 
e detto, araa creduto *or«*n 

90. Ksicodo Luciforo SUO 
della terra, la mei* del mi 
corpo (la ir Ha a il petto) ita 
il ni.ilril emll.'«ro, a V alti 
coki» * la gambe) reno l' e 
pollo, i.ir.d' 4 eba por guai 

tieni gli ecctl 
SI. Traceoliato. disturbato 
W. Lo penn la genia gei 

cha. Ignara della loggl Usici 

non rnnoicc, qual e quel pu 
95. La eia i lunga, pan 
trascorrerò tutto 11 temldia 
terra. 



cacto nuacnuoquABTO. 263 

E jfià fl Sole a mozzo terza riede. 
Kod era camminata di palagio. 

La V eravam ; ma naturai burella. 

Ch'avea mal suolo, « di lumo disagio. 
Prima nh' io dall' abisso mi divella, ">* 

Maestro mio, diss'io quajido fui dritto, 

A trarrai d'erro un poco mi favella. 
Ov' e la ghiaccia ? e questi com' ò fitto 

Sì sottosopra? o corno in si poc'ora 

Da sera a mane ha fatto il Sol tragitto? '•* 

Ed egli a ciò: Tu immagini ancora 

D'esser di là dal centro, ov'io m'appresi 

Al pel del verino reo che'l mondo fora. 
Di la fosti cotanto, quant'io scesi: 

Quando mi volsi, tu passasti il punto, 

Al qua! ai traggon d'ogni parte i pesi: 
E *V or sotto 1' emÌ8perio giunto, 

Ch'è opposito a quel, che la gran secca 

Corerchia, e sotto 1 cui colmo consunto 
Fa l' Uom che nacque e visse sanza pecca. »» 

Tu hai li piedi in su picciola spera, 



K KT*d*T»»l II liorno io quattro pirli 
arali: Wru. »eit». hu • r«ipro. DI- 
•ad» «tori* ck« Il Sol* >el(« a metta 
MB», twI dire eh' tra quali un" or» a 
■km di (iena. Da altri die«l ebo II 
•aa» dUUlet »«i la «tU Ir* parli. Tana. 
lata t Moaa. oa« ««arrido il Vciprro 
<*t la «moda «Mia di Non». Sarebbero 
San éaa *» di Solr. 
n. Koa era «a» ul», o «in (alteri» 
» palifio. rmiHit, dal buio l»t. 
I««4U. ara I» ■»<» della rati, coti 
atta atrek* ordlaarlammt* ri tiara il 



*l lardi*, il ditto In antico un'oicara 
anna, demanio I» tot» da turo per 
Ha. ohm #»»• por f*U- VI ha lattar* 
a Iran I» *ia dilla (urtila, ora in 
arr*(ll calcitati teaeianil l« Boro, cho 
•mitito i«l rrotilmo ani teatro. 

f> Ci* «tra cattilo • icabroio lodo, 
i mrMiu di l«m«. 

109. dati* «In» «I divelta, mi trpll». 
.cebi da f**»10 fondo. 

Ht. twad» fui dnlti. quando mi fai 
alai* I* piada. 
MS. i trami «"erro, ptr loflinrmi 

r «iin, • <u d«»6io. 

lo». Mg. e eoa* imi poco Uopo, clor. 



In un' or» e motto ,'o, com' altri dico, 
due ore) cho noi abbiamo lr*rer»ato que- 
llo foro, di tara il A fallo manina, lio- 
corno lo mi hai poe'ami a]fBtte*to t CI6 
jTicnlra. porche panando il centro ler- 
rcitro, o T«nemlo noli' emiifcro oppoilo, 
ih il Solo di 11 tramontai», di qua «or* 
(«a. 

107. m'apprtit. m'appigliai. m'tllaceal. 

tOS. Al pelo di Lucifero, ch« r.ime un 
roo tarni» lunoo lungo trafora n trarrti» 
Il centro della terra. — «traio. Anche fra 
Guitton* chiama il diarolo (ira «ira». Io. 
forno, cantu VI, t. al. 

109. eoHnfo. iolllntondi tempo. 

III. Al qnal punto londono da osnl 
(■arto tulli i corpi pelanti ; «Mondo quelle* 
il centro della (ravlUiione. 

ttt-113. Kd ora lei giunto lotto l'orni- 
ifero coltile. ch'I oppoilo a quel in H< 
tiro. Il qutle a (ulta di coperchili ila 
•opra alla aria «orca, ilo* alla terra 
(chiamala ondo n'Ha Scrittura], « 10II0 
Il plb alto punto del quala (noi' 
itero] fu roaiutito. ocello, t* «oao Dio. 
ciò* i ;r mi Orlilo, eie «are »» « ritte irata 

pecco, peccalo Imaelna fiatila (he dia. 

rusalemme il» polla nel meno dill'coi- 
•fero boreale. 




L'.'il pxll'infv 

Che l' altra faccia fa della Giudccca. 

Qui ò da man, quando di là h sera: 
E questi, che ne fé Beala col pelo, 
Fitt' è ancora, si comò prim" era. 

Da questa parte cadde giù dal cielo; 
£ la terra, die pria di qua si sporte, 
Per paura di lui fé del mar velo, 

E venne all' cmisperio nostro: e forse 
Per fuggir lui, lasciò qui il luogo voto 
Quella eh' appar di qua, e su ricorse. 

Luogo è laggiù da Belzebù rimoto 
Tanto, quanto la tomba ri distende, 
Clio non por vista, ma per suono ò noto 

D' un ruscelletto, che quivi discenda 
Per la buca d' un sasso, eh' egli ba roso 
Col corso ch'egli avvolge; e poco pende. 

Lo Duca ed io per quel cammino ascoso 
Entrammo, per tornar noi chiaro mondo; 
E senza cura aver d'alcun riposo 

Salimmo su, ei primo ed io secondo, 
Taulo ch'io vidi delle cose belle, 
Che porta '1 ciel, per un pertugio tondo: 

E quindi uscimmo a riveder le stelle. 



t* 



ili Clio (orma il Ulo opposto dalia 
l'ori infornile <]olU la liiudecca. Vediti 
aranti al r. SS. 

Ufi. da eiaa, da mitilo*. 

429, 10. K la Ufi» obi dapprima fra 
di qua, apotgento fuori dell acqua, il 
faca velo del mare, il natcoio noi maro, 
per ItpaYcnlo ad orrore di Lucifero, eba, 
cadendo dal ciclo, leniva a precipitare 
aopra di lei. 

I|H HO v. form. per itehivar «io Lu- 
cifero, laici* qui il luogo ruoto a guisa 
Jl caverna, quella terra, et» ri( 
mi a fuimare il monte del Purgatorio, 
ebe appare a ai vede di qua 

IlilM Avendo Virgilio terminalo il 
tuo diicono, comincia qui Dante a par- 
lar» al lettore, « dice: Laggiù, panato 
il canteo dilla terra, vi è nn luogo ca- 
ttinolo, dligluoto da Lucifero, a tanto 



aileao quanto ai tetrodo la cavar** I 
fornata ; il quii luogo, «nendo 
non li fa noto altrui per m* 
vitti, ma lolo per mexio del mo 
il un ruicallo, che coli diiccnde par b 
buca d' uo lino, cb' egli ba roio cai aaa 
perenne corto, il qual «orto «gli aitai 
turinolo » un poco pendini*. 

li:-, per futi naaiu tea—, «aatag- 
glaodo II aorpogglinte ruiiello. 
ilio la ialiti ci il icodera agitoli, i 
(ramino OC 

137-130. Tasto eba per sa 
tomi.., pollo alla laminila. della* 
ridi alcune delle bolle con. che il i 
noi mo cono porla atea, * di I 
pertugio modellino utciisn» 
■teli*, — dm iiilt. Inferno, tinlo l 
• Mono da prima quelle caie I 
Inferno, canto XVI. i.SS, et UiH' 



DELLA 

DIVINA COMMEDIA 

CANTICA SECONDA 

IL PURGATORIO. 



DEL PUBGATORIO. 



CASTO PRIMO. 



■ Dwt» dal» MlkrrUH «Terna, wU rle»oo.i«l dill «or puro • dalla ritta di 
filaria» rt/U«. Catone aUcanae, cho iU ■ pmr.il» dell' liei», >i fa Inroolro ti 
• Pwli, t nfetdi lagùno del lor calumino; od iutoiil», gl'Uttulsoo di ciò eh: 
>> ItMue, pela» di sellerei ni poi monte. 

Per correr miglior acqua alza le vele 

Ornai la navicella del mio ingegno, 

Cho lascia dietro a sé innr sì crudele: 
E canterò di quel socondo regno, 

Ove 1' umano spirito si purga, • 

E di salire al ciel diventa deguo. 
Ma qui La morta poesia risurgo, 

tante Muso, poi che vostro sono; 

E qui Caliiopea alquanto «urga, 
Seguitando il mio canto con quel suono, >» 

Ci cui le Piche misere sentirò 

Lo colpo tal, che disperar perdono. 
Dolce color d'orientai zaffiro, 



a* ■« mr ttuiili dee inlen- 
I»" I' tifino, c«l per «lellor oreua 
M lavrbJrni II l'orgalorlo: non perche 
MW* (frulli materia mino difueiiii a 
MUnl, ai parchi aia uri lutatilo mtno 
miti* • taateaueo dill' aldo. 

.10 * nel noie proprio, 
m tgaua «a, il locto, ore le anlmu 
Ila* le ri litui* de' lor peccali. Onchù 
1*1(1» dego» d: «lire il ciclo. Nel 
li* tllegeeieo lignifica la Ti», dapprima 
luu, pOKU pi* >|eToie. ed in Ùoo 
a, che l' nono ìm* percorrer* per 
i ali» pie* ed alla felicita; cioè, 
i I* peata iocliaaiiooi, eor- 
ai degli «cori, e contenendoli 
fW* alla Uriti. 

, ih I* ciarla perita, la lugubre poo- 
i cani* da' Borii alla grilla, «al 
•rad Itala, * carni A 
retare eoo, poiché 100 con 




roilra, ton dedito a rei, tlecomo tutto 
contacrtlo alla pocun 

9. Calllopn Calliope * qui Ila tirili, 
note Mute, che pretiede allo alilo orolco 
— aleuaalo larga, alquanto tolleri a no- 
blUll il mio lille: e dice «louaaro, porcili 
il grado minimo della sublimili ti ri- 
icrba ad Inrocarlo poi l'andito. 

IO-IP.. Accompagnando (la della Cal- 
liope) 11 uno canto con qu«l mono toaro, 
ondo le mltoro l'icho renarono il faiia- 
nuolo colpite, che ditperarooo II perdono 
della loro protumione. — ricir hin 
dotto nore torcilo, Aglio di Piorio polirò, 
le quali ebbero ardito di provocar le Mine 
a cantar icco; ma rlnle, furono, In pena 
della loro proiunnone, cangiate In piche, 
o gaie*. 

15-16. Un dolco colore aiiorro, quai 
d' un lafdro orientale, che al c o nf ai i 
Dell' (trullo termo, do* tgoc'jrodl «»■ 




DEL PITBIUTCrtrt 

Cho s'accoglieva nel sereno aspètto 
Dell' aer puro infiiio al primo giro, 

Agli occhi miei ricominciò diletto, 
Tosto eh' io fuori usci' dell' aura morta, 
Che m' avea contristato gli occhi ol petto. 

Lo bel pianeta, eh' ad amar conforta. 
Faceva tutto rider 1' oriente. 
Velando i Pesci, eh' erano in sua «corta. 

Io mi volsi a man destra, e posi mento 
All'altro polo, e vidi quattro stello 
Non viste mai, fuor eh' alla prima gente. 

Goder pareva '1 ciel di lor fiammelle. 
settentrional vedovo sito, 
Poiché privato so' di mirar qnelle ! 

Coni' io dal loro sguardo fui partito, 
Un poco me volgendo all'altro polo 
Li, onde'l Carro già era sparito, 

Vidi presso di me un veglio solo. 
Degno di tanta reverenza in vista, 
Che più non dee n padre alcun figliuolo. 

Lunga la barba e di pel bianco mista 
Portava, a' suoi capegli siniiglinnte, 
De'quai cadeva al petto doppia lista. 

Li raggi delle quattro luci santa 
Fregiavan sì la sua faccia di lume. 



por i, ilrir.ii.ro puro imino il primo ciclo, 
ciò* il ciclo dell» Ludi, riappari» di- 
letto o {rato «sii occhi mici, lottocbo oc. 

I'.) r.o i,i pianila, cioo la tirila di 
Venero. 

SI. Colla ioa maggior luco telando le 
nelle, elio formano la eottellulon» ilo' 
Potei, e ebo d' alquanto la precedotano 
tu per la tolta dol cielo. 

4«. Non mai «edule, io non che «Ila, 

dilla, prima orali, cloò Adamo ed Eia 

progenitori dell'Oman genere, i falli di 

non mio nel piradito terrestre liituato, 

iKoodo la limimi del Poeta, in cimi il 

moni» del Purgatorio] «edeia.no di cola 

le iteli* dol polo antartico, — Une gruppi 

di quattro ttello li trotino ricini il ODIO 

antartico: doli' uno di eul potìi Ii.hiIh 

iltia dal catalogo di Tolomoo : 

dell' altro poto fono ater costella dal 

M>r,-iatore«en«tianoSlarco Polo, 

ihiolirepuiA la linci eqniooiialo, o ebo 

>[<irno in patria nel I23S. — Alcuni 



commentatori opinino ebe le 
quattro tl.-lli ald.i.i il t'oda linVk 
(Ilio la quittro «irto cardinali; •*> 
può ben citerò, poiché eoi» Il Mie" 
llnlcrno. IX, t, 6j; dello parole ti ■ 
Poeti natcoato più irmi. 

86, 91. O regiono lelteotrtoial* V— 
tei poterà, mitcra, polche Mi pei'» UU 
loro «eduli I 

Ut. dal loro lanario, dil njuiri» - '' 

:o. il carro di Uoole, Oilit la coiUl- 
lailone dell' Oria maggiore. Lo dice 'fe- 
rirò, percliA dal luogo o«* egli rra 1*1 
potei «edir», rininindo quello *>!■ 
l'oriiionte. 

SI. »• eeolio Mie, on lecchi- I 
tolto, ciò», non accompagnalo da alni 
altro. — F. quelli Catone | 
lo chiama teglie; ma «' nwrl & tii- 
qiunl' anni. 

34. la eliti, llVltprtto. 

SI. delle «Mim tetti etile, dtUl $•* 
tro Hello luddelW. 




«URTO PBIMO. 

CV io '1 vedea, come 1 Sol Tomo dnvanlo. 

Cii siete toì, che contrai cieco fiumo 
Fuggito avete la prigione eterni V 
Diss'ei, movendo quell'onesto piume. 

Chi T'ha guidati? o chi vi fu Incorna, 
Uscendo fuor della profonda notte, 
Che sempre nera fu la vallo inforna? 

Soo le leggi d' abisso cosi rotte ? 
ò mutato in ciol nuovo consiglio, 
Cbe dannati venite alle mie grotte ? 

Lo Duca mio allor ini dio di piglio ; 
E eon parole e con mani o con cenni, 
Reverenti mi fé le gambe e '1 ciglio. 

Poscia risposo lui: Da mo non veni:!: 
Dona» seno dal ciel, per li cui preghi 
Della mia compagnia costui sovvenni. 

Ma da di' ò tuo voler cho più si spi 
Di nostra oondixfoB, com' ella o vera, 
Esser non può cho '1 mio a te si nieghl. 

Questi non vide mai l' ultima sera ; 
Ma, per la sua follia, lo fu si presso, 
Che molto poco tempo a volger ora. 

Si com' io di.iai, fui mandato ad esso 
Per lui campare; e non o'era altra via 
Cho questa, per la quale io mi son messo. 



te 



W 



a 



e» 



* tv io lo i» it a ,|uu: cume un Sol* 
•mi il ulti occhi. 

aaSai esalta ti «fate j > — «.ehi icnon- 
' eatro il cari* dal Ùnti' 
■ aere, del dona cas Mtt Dillo 
atre idi* ff»B aw» ti Pur.-atorlo 
■fetta. • che 1 Pesti i„jno Mudilo. 
1. folle fttit »i»«/, qui ila noe. 

Il COMI» rarl-l Piane per lari* A 
Mi I' ledala UUsi. 

i e *M il /» lacerar a ehi il foco 

fi gWa' 
, ao fon» li * tallo io dolo un 

• <ic» io. plichi, «iciJo rei 
teaile alle grctle rìi qm 

mlitl Cito** " ' i fero 

rrin «inai, cho 

ejfJa ci» «<l aleno dannali. 
&$• la qaeiJo imo la premura 
>, f«rcb'cgli tacnia or 
ah 

v b statai i« ginocchia ed ab- 
, «ehi in allo di ruerenr». 



59. Da me non mal, 000 Tenni pi ,- 
mia detibcr-uiono. 

sa. cai eia ci ipKjaf, cho si dia mag- 
(loro apiagaiiooc-, 

SS. con' eli' è etra, com' oli' a nella ma 
icrlla; tal qualo eli' S. 

57. SSS'I allo, lollinlondl eofer». 

SS. non olile mal I' dirima vero, ciò) 
non i moria. Allegor Icamonlo : la illa 
rsdoasls noo fu mal in lui ipoola del 

tolto, 

fu il pteno, cicii' , fu al iicin, i a 
morirò. Ciò la inlo>o nel lignificalo al- 
Icgorieo. . Chi dalla ragiono «I pino 
| Jico lo aleno Danio noi ronoifoj non 
ilio nomo, ma bcilia ;.... pinti.' Tiferò 

no mie. • 

60. Cho aisal poco tempo renavi a 
traicorrere ; cbe rollai» unauai brino 
riToluiiooe di le-mpo. — Accenna all'ai. 

, di lui nella Mira. 
Gì tir lui compare, per iieamparie 
dalla mori*. 



2G0 mel rur.GA70r.io 

Mostrat' bo lui tutta la gente ria ; 
Ed ora intonilo mostrar quegli spirti, 
Clio purgai» 80 sotto la tua balia. 

Com' io l'ho tratto, saria lungo a dirti: 
Dall'alto scende virtù, cho m' aiuta 
Conduccrlo a vederti ed a udirti. 

Or ti piaccia gradir la sua venuta: 
Liberti va cercando, eh' è si cara, 
Come sa chi por lei vita rifiuta. 

Tu '1 sai ; che non ti fu por lei amor* 
In Utica la morte, ovo lasciasti 
La vostc, oli' al gran di sarà si chiara. 

Non son gli editti eterni por noi guasti: 
Che questi vive, e Minos me non lega; 
Ma son del cerchio, ove son gli occhi casti 

Di Marzia tua, cho 'n vista ancor ti prega, 
santo petto, che per tua la legai: 
Per lo suo amore adunque a noi ti piaga. 

Lasciane andar per li tuoi sette regni: 



66 tetro la f»o eolii, «"Un 1» tu» ilu- 
flsdliione. Secondo la finitone potile» A 
Cilone II custode dal Purgatorio. 

te), a cedreti «il a udirti, por intendere 
aìri > t.o dee fare per conseguirà 11 ilio 
(no fine. 

TI. lifn-Icl M nefando. Anche qui II 
•nino 4 allegorico, Liberta (dica lo itetao 
Dante nel Concitai A 11 corso libero della 
volontà ad oietuiro la leggo : il libero 
arbitrio t 11 Ubero (indisio della «Ion- 
ia; ed II llodtaio o liboro. io I 
primo move I' appetito, o oullamoote ila 
dall' appetito prerenulo. 

TJ li, I. lu, o Caloco, Io tal per pro- 
fa; polche per la liberta non li fu no- 
croscevole la morte, ohi Al DM te itre-io 
li procurasti in litica citi» dell' Affrica, 
arto di sottraili alla urtiti della pa- 
tria; nella qoal 'liti Intuiti la tua 
mio corporea, la quale nel gran di del 
rlodlilo universale uri si luminosa. — 
Alcuni commentatori censurano il l'orla, 
partilo abbia posto il suicida Catone cu- 
stodi dil Purgatorio, cioè, d' un luogo 
di «luta • non di dannarono. Uà co- 
storo non bau pensalo che Catono non 
e qnl altro cbt un» figura allegorica; la 
quale rappresenta l'anima falla Ubera 
dal annuali appetiti per l' evangelica 
sasIcVIasiont del corpo. 



TI. e aVitei ts» •+• legai. • use i 

Minosse lo ma potuti. 

inno. Ma io sono del Lime», 
parlongo al Limbo, uro puro ai 
la Ina moglie. Mania dagli mcM 
la qnale sembra ancora pregarti, » 
peno, che per Ina sempre la tenga, 
■lo, quantunque da Catone cado 
prima ad Urtcnslo. loro* 
questo, prcgsodo Calao* ebe 
aliasse: Il tba fica. 

SS. per U (noi ielle 'e-nt, i 
setto gironi del l'urgalorto, di i 
il custode. — Il moni» dal 
che 11 Poeta lmmsgina aalipode al 
salammo, e colloca osi emiro defl 1 
sfero australe, In meizo alla MS] 
altissimo, tanto che giin; 
confine dello strato dell" alaoeiera, 
della sfera dell' etere, sicura* aliai 
cesano. Aiendo siila lesa sostavi 
riplano, ore 11 Porla pone II pr*t 
terrestre, presenta la ggura di tea 
Ir-mri'.o alla ina dsu. 
il suolo dell' Isola la ceti i 
monto dice» girteli, o i 
ripiani, coma toglimi i 
ir* da' quali cc-stiiiiicor» i 
torio, Oie gtaecisao I neg ligea.i ; gì 
salta formano 11 Po'g alarlo, a ti « 
Caso i itile peccali capitali, caca 





cinto rtano. 

Grazia riporterò di to a lei, 

Se d* esser mentovato laggiù degni 

Marzia piacque tanto agli ocelli miei. 
Mentre eli' io fui di 1», dissi' egli allora, 
Che quante grazie volle da me, fei. 

Or ebe di la dal mal fiume dimora. 
Più muover non mi può, per quella legge 
Che fatta fu qnaud'io me n' usci' fuor». 

Ma m donna del dui ti muove e regge, 
Come tu di', non e' è mestier lusinga: 
Baita ben che per lei tu mi richegge, 

Ya' dunque, e fa' che tu costui ricinga 

D'un giunco •chiotto, e cho gli lavi! viso. 
Sì ch'ogui aucidume quindi stinga: 

Che non ai converria, 1' occhio sorpriso 
D'alcuna nebbia, andar davanti al primo 
Ministro, eh'ò di quei di Paradiso. 

Questa «detta intorno ad imo ad imo 
Laggiù, colà dove la batte l'onda, 
Porta do' giunchi BOVra '1 molle limo. 

Sull'Altra pianta, ohe facesse fronda, 
che indurasse, vi puote aver vita, 
Perocché alle percosse non seconda. 

Poscia non sia di qua vostra redita: 



2CI 



90 



« 



10C 



10» 



bla. S luridi. 
I Aiarlui.d <;<]!.> 7 I .muri». 
' Nati • 
erto ralt amale t-l «in», lo quali 

_ i Iot» aita faticai», «OBI 
■ WUUI.I «trio li «irti. 

! IsAciò di tu intimi a 1:1. dot 

u u: «.i a.-«. di li dal «i- 
I éiil' Achtraala. 

Sou n-i più pij rrraoiar* per 
a. cW fu falli -li Criilo quando 

I Limbo, a al Parfalono lui eeo- 

lAaìaii di t ri icbira aBitlo 

ara aitino dal numero degli 

MBI«fO<ol«mrala Dippur par 

I ih*al>a |li tirimi. — Craderino 

;,tBi tilt Iddio qtiikbt lolla li 

i Bina dissalo, o ili dona Ira 

•uri, tu', i. tildi ii primo 
. • Il re;,-», eia» «uld». 

, ratàiira alita o di lodo, 




!<5. (»r ytr Ili !» ■• rit»»BB«, «ho tu 
n,i rlcblan*! ! ■">■"■ I»' In, OOO.par 

gasila i nuda. 

ftS. D'un iiU»<0 Ktilllo, d'un 

Ibglii — Quatte 
alcuni crfòoDO atset itabalB dolla sin- 
Battile. 

%. oaladi Iliaci di II dal rito lu lui! 
vu. 

ITI, 9». r «et.tio aorprtio D' ùleva «ta- 
tui, al modo latino d' Baiali** aaaoloto: 

ilo, d'alcuna 

pabl la 

90. «Vi di |Bfl di ruradlto, «ho non * 
un' anima di pnecaturo «omo me, ma il 
uà angolo di Paradlio. — Accenna al- 
l' ancrio eba ledramo bH'I 
Porfilorio. 

100. ewril'iioirif*, in cui po»a il ranni»; 
ad ino ad Imo. in fondu io fondu, *ll «- 
■ 

105. Parecchi non cada » i 
come 11 tiunco, a'te poreono dell' ondo 

IOC aoifro ridite, il toilro ritorno, dal 
' iltlai. 



2ff>. TEL TTBO&TOBIO 

Lo Sol vi mostrerà, che surge otnni. 
Prenderei monto a più lieve salita. 

Cosi «pari. Ed io su mi levai 
Sanza parlare; o tutto mi ritra«i 
Al Duca mio, e gli occhi a lui driztti. 

Ei cominciò: Figliuol, sogni i miei passi: 
Volgiamci indietro; che di qna dichina 
Questa pianura a' suoi termini bassi. 

li' alba vinceva l' óra mattutina 

Che fuggia innanzi, ii eha di lontano 
Conobbi il tremolar della marina. 

Noi andavam per lo solingo piano, 
Com' noni che torna alla smarrita strada. 
Che inlìuo ad essa gli pare ire inrano. 

Quando noi fummo dove la rugiada 
Pugna col Sole, e, per essere in parte 
Ove adorozr.a, poco ri dirada; 

Ambo le mani in su l'erbetta sparto 
Soavemente '1 mio Maestro pose : 
Ond'io cho fui accorto di sua arie, 

Pòrsi vèr lui le guancie lagninolo: 
Quivi mi fece tutto discoverto 
Quel color, che rinfurilo mi nascose. 

Venimmo poi in sul lito diserto, 
Che mai non vide navigar sue acqne 
Uom, cho di ritornar sia poscia esperto. 



107, 10». ti Solo, cho ornai torio, ri 
noilrera il modo Ji indir tu pel moni* 
dm Is pia ajcrol» lallta- — Con gan t e 
|h tvtMl* ebo duono glraro il 
wcoodo cb» I» fin II Sol», da Itianlo 
a pon»nt*. 

IO», la «il Uni, ni aliai tu la piedi. 
Kfll era italo Un allora in cin. . 

Iiclro ; puithè 
. ; iman soltanto di qua d 
• ** dolccroooto abballandoli Uno alla 

rimili. 

lir. La net trt, qui, comò talrolta 
altra™, iicmOca anta. L' alba Tinceia 
l'aura staliniana, cho li< fuggia datimi. 
— Spira qsaal' aura dall' orinili, la nial- 
llsa al primo alboro, e colia alla lavali 
6*1 Solo. Altri per in intendono catara. 

<10. CU 'afta ai rna. cho tiri a din 

non è (Isolo ad etti. 
IM. r»p* tal Sofà, renala al calor del 

■sto. 



IS. Oh aoVeria. art e reiio. 
ombra • freirura, para il Arata. | 
•Injrjr. >i dilago*. 

Iti. isavat, do* dittata, : 

mani. 
ISJ. ti ih iris, 

■ 

1*7. Ole» «sarta»***, o per la sii 
tanto anima, <ba atea tiala t 

.. too, o p«l paoli 
trattarti. ort«turlo a 
miiterlon laranda. 

tea, l**. «Jultl r»l rrn 
qacl color naturile, che Ilo 
rimailo coperto tolto la laftr 
l'ino. 

IM. Alcun uomo, eh* potei* I 
polo « poi" indù 

Solo li .-he. .r.-ondo i 

llonta praiM alla Bcntaim 
torio, peri nell'oceano, i 
lornaro in Karopa, \'l , XX V| 



CASTO 8ECOXTJO. 

Qnivi mi «lise, rì coro' altrui piacque. 
maraviglia! clic qual egli scelse 
I.'nmile pianta, cotal ri rinacque 

Subitamente Ih, ond'ei In svolse. 



2C3 



,.-.. 



1 «•»' «limi fUtiui , siccosao 
a Cairn*, che <*tl l 

ba qui imitato 1 I 

il, i», Im avrà, efc« uj>ia- 

• ipleco un rasio ff oro dalla 
> riDi'.iut .ubilo so »IUo simile 



— Con rio inol lignificato the i tatui 
■Ila nostra silute, (litici dalla duina 
rlumen», non icngnn udì memi. t'n.S in 
trmlrrn jnrhr ili-i Inni murali, din min 
scemano per quinti pia situo a poaac- 
dcrli. 



CANTO SECONDO. 



jtt 



- nctoto tal un» tiirtb*tu goTornala 1» nn 

i » rita, storcano nna i 



i fliai Hi. ile» astici Dania • (ti fa feetai ad egli la [>r»ci a cantargli altana 
ULa ialeena et 40fl <-anto a' irrifiUno lo animo; ma anpraggianto 11 tutto 
1 •f-rilut», foggeno Tirso il monto. 

Già crai Sole all'orizzonte giunto, 

Lo coi meriJian cerchio covorchia 

Gerusalem col uno più ulto punto: 
E la notte, ch'opposita a lui cerchia, 

Usci» di Gange fuor con le bilance. 

Che le caggion ài man qinn liia; 

Si che lo bianche e le vermiglie guance, 

La (107*10 era, della bella Aurora 



;lì il Sdì* »r» ilonto all' nrit- 

I ceteblo «et «ino dui quali 
cai avo ••* allo punto Gtruu- 
Df»l Ivate ha il latorii- 
■.ndiaa*. Il quale * nn r> 
ial'eqolr** » patta pefl poli; 

II $*** «iange alla nela dol suo 
tata allo Kolt [al pli • :<« avute) 
VtofO. Meco** il l-osu pone il 
ria anlspcdn a Crrusalcmmo , 
a t»isi« Imi ■•nnlio 
in toccata II Sole, alierusalcm- 
Mtasa 

; la ONU, ebe Jiimf.ralraentj 
al Se '--Ilio, lotti» 

| loae Gaag e. arcorejat - 
• Ila l.ihr», il (Bai segno Mita 
ioapuila, quaad'ell» loirrchii 
. il (a pia lubfa del fior- 
m nuli* Urne «ilo 11 soo leno- 
lufsti II aesse 4»i'i Libra p<r 
'■I (rapa, eh" » dal . ! 




ImarMPi ai minino mite, sto», laefei 

lo noni tanno accorciando; o rimino 
prie» del dolio segno cclcsto dal solstl- 
lio tstuo all' Invernalo, elee, llnrbi lo 
notti unnn ;.lliiiiy*:inilo. — Col ntrnore 
; Ielle foci di! 
Userò ileno fra loro disiano por 
1(0, cornimi» Danto nn errore. 
twin lo tono eh» di 
un errore itiiandio più craio c> : 

i'i*>rre che II meridiano di Ijcru- 
salcinino fono (qaiditlsaU la' dai me 
1 ùichè Inreer di fray 
1 lo di ioli gradi SO ii% 
il secondo di «8 I|9. Ma io nel 1500 non 
neansl di taOfrat* rlir id.« In 
Untno, è ftl [aootpaftl Datvai di lati 
errori t 

T-'.i. SI elio 11 noi tnOf« dot - !:, ira, 
il eolor bianco, e poi II color lermlgllo 

dalla balli Aaron costriBoian, pel ino 

crescere r (aladl per l'appre»> 



2-31 DEI. FVKOATOUO 

Por troppa ctadc diveuivsu ranco. 

Noi uravam lunghesso'! maro ancora. 
Come gente che pensa a suo cammino, 
Che ra col cuore, e col corpo dimora: 

Ed ecco quali sul presso dd mattino, 
Per gli grossi vapor Marte rosseggia 
nel ponente corrai suol marino; 

Cotal in' apparre, si ancor Io ▼aggio, 
Un lume per lo mar venir al ratto, 
Che'] muover suo nessun volar pareggia. 

Dal qua! com' io un poco ebbi ritratto 
L' occhio, per dimandar lo Duca mio, 
Rividil più lucente e maggior fatto. 

Poi d' ogni lato ad caso m' appariti 
Un non sapea che bianco; ed al di sotto 
A poco a poco un altro a lui n' uscio. 

Lo mio Maestro ancor non foco motto 
Mentre ohe i primi bianchi apparscr ali: 
Ma allor che ben conobbe 1 galeotto, 

Gridò: Fa' fa' che lo ginocchia cali: 
Ecco 1" angui di Dio ; piega le mani : 
Orna' vedrai di si fatti ofik i 



Sol». • divenir (Itilo. — Do» ■ 

i-olor A' oro, quali auroari» ila 

Mr ei . 

19 »• «•! t<é*rt, r» colli metile. »I 

no 
i^ hi |im» nh nirasfrtuan 

" l'avitrblo f t$n fa qui le «eci ili 
«"•Untilo, reme Ul toIU lo I» pur. l'ir 
t*Tbloaw»r>t, te., dicendoli lui ne*rrtre, 
fa-la (.In il pantla Mari* roxcggl 
più • meno nettilo la ISMUN > rarlal 
di' tapiri r»l "I mi»mo. lo Un l'ini: 
aneli* «ili ino Co»«.' il mig. 

fior roittf flato di Ini ui.nn l 
rapprcmrii ilei minio 

n> cai la iplrasti (Maura renda 

pili donili II troiani Ilari., lotta il iuol 
mirino, ofa oiffior* ftbbeadal 

ì ponente, eloo dal 
IMM, Il 
ctiiaror doli' «Un luì lucerci.*» ippini 
dlieerncrt. 

IC. Cifal fV«r?aTrr,in egnal modo toi* 
ttfi'init m' apparir. a, aafor lo ore- 
si», Coti lo abbia la torto di lederlo 
un' altra lolla; cioè, gasavo io roorltd; 
potei* M lo rl.idrò, uro llfil 



— Modo anelo quitto i- ; 

tarli altri clic lio solati otti' lai 

9>. tu' ifiaMatar It Avrà ali, ry 
ul min nuca um don-inda Mara < 

21. tétto pie [«Matte I 
m»ra'r«lioia tap.tlU. eco c'u i 
lai dottalo. 
I i il dall'uso t 
il tuo lume m' appari m aia i 
Biacco, » al di itilo di I 
ilo bianco, se sul appio 
altro- — Il loca» «rasa I 
ria rajriaalt di lucr. I < 

. tino li tur a'i, il 1 
tra 11 ino lutimene. 

SS 97 Lo ni» UnUro 
antlir parola, quasi* i 
rat «eduli appartire <*xr ali ; ■ 

i ben «oboMm Cai Mi 11 1 
Alila (alta, ridete. - «<>«<«< 
dure, orai:* r.l alili, clu oj{i 1 

«Jieiueabj sialo ed stili 

o tal» c.nqo», os aace 
indietro. 

• U eluiectut tali, eia U 1 
Urrà It «.Incedila. 
SO. o/«e.«.'i, miniilri il Dia 



uno nscoxpo. 

Pedi eh© sdegna gli argomenti umani, 

SI cho remo non vuol, ne altro velo 

Che l'ali sue, tra liti ai lontani. 
Vedi corno l' ha dritto verso '1 cielo, 

Trattando l' aero con l' eterno pcnn.\ M 

Cbo non si mutan comò mortai pelo. 
Poi, come pia o più verso noi Tona» 

L' nccel divino, più chiaro appariva : 

Per che l'occhio ila presso noi soaten 
Ma chinail giuro. E quei son venne a riva ltì 

Con un vascello snelletto e leggiero. 

Tanto cho l' acqua nulla ne inghiottiva. 
poppa stava! celeatial nocchiero, 

Tal cho parca beato per iscritto; 

E più di cento spirti entro sediero. *S 

In «rifu Itr&d de JSyypto 

Cantavan tutti insicma ad una voce, 

Con quanto di qnol salmo è poscia scritto. 
Poi foce '1 aegno lor di santa croce ; 

Ond' ci li gitlar tutti in su la piaggia : M 

Ed ei sen g(o, corno venne, voloco. 
La turba, che rimase 11, selvaggia 

Pare* del loco, rimirando intorno, 

Como colui che nuovo cose assaggia. 
Da tutto parti saettava il giorno W 

Lo Sol, eh' avea con lo «aotto conto 

Di mezzo 'I de! cacciatoi Capricorno; 



M. |UarfMM>n «■«li; {il l'.rnnimli, 

•al asini. 

h u no» » ri», d» »ltr» nli, dal 



B. m Hit al «easeal. uh a dir», por 
Mr» tali' art» ili' litro «murerò, ebo 
I In Uro «I di itaail 
» tnm. aitai*. *I«T*U. 

I f'iiliWi apiundo. DMTiodo. 

I r orni /irla», aur- siigli, t'mgelo 

■ accaU», Bctcti alalo. 

i »?r tot. p-c-r li quii coi». 

|. tanvC* , «aicillo, Cui Inferno 

mi. • 

> taat* ftf 'ii'iife ; do», stato ohi» 
» i>hh «mito la frani». 
, Hiurt, alesai iittoo «alar ardlreo. 
■aduni: alti! «Jtroa*. 
i I iteti di ringrajiitnfnln » I>|» per 
Ite alti pepalo dlirwl. dall' Iti' Ini 
I adattato a colora ck* dil 




pece ito ritorcono ili» grilli, pereh» per 
ino ipirllualm.Mli «• Inltmli, (dice Dania 
nel Ccmnlo) a elio mill' incita iloll'anlm» 
dal peccalo, eui il » falla imi > 
beri hi 101 potoatilr. • 

SJ, 59. aileepgta Parta iti loto, pitta 
Inesperta • mal pratica ili <i«r*l luovo. 

SI en« nauti con aiiappia. che comin- 
cia a Trdcri • icnllr coi» nuota. 

33-71. 11 Sala, eh» co' luci lucidi dir.ll 
darli» conl>) «.'•• eacciitu il tct.no d»l 
Capricorno dal torno dol ciclo, in lilia- 
li da ogni pari» il giorno — Eiicndo il 
f.aprir.irno panato tolto ili la dal nini 
diano, o l'Ariate citando IMtrte tolto 
il' oriente, tuoi dire cb'ofin due 
or» di iole. — Die» ebe II 5»'» «wliae» 
il giorno, oioforcna al hliilajliii lai 
poeti, ohe il Sol» il» Apollo, • cha Ma* 
ti anni d'arco • di leifli. lai Ma (ito 
diri, elmiufj Latitilo i raggi lolari. 






jlJX rCBUATOttlO 



Quando la nuova gente alzò la fronte 
Vèr uoi, dicendo a noi: Se vo' sapute, 
Mostratane la via di gire al monto. 

E Virgilio rispose: Voi credete 
Forse che siamo sporti d' osto loco ; 
Ma noi siam pcregriu, come voi siete. 

Dianzi venimmo innanzi a voi un poco 
Per altra via, che fu si aspra e forte, 
Che lo salire ornai ne parrà giuoco. 

L'anime, che si tur di me accorte. 
Per lo spirar, eli' i' era ancora vivo, 
Maravigliando diventalo smorte. 

E come a measaggier, che porta olivo, 
Tragge la gente per udir novelle, 
E di calcar nessun si mostra schivo; 

Cosi al viso mio s'affissar quello 
Anime fortunate tutte quante. 
Quasi obbliando d" ire a farsi belle. 

Io vidi una di lor traggersi ovante, 
Per abbracciarmi, con si grande affetto, 
Che mosse me a far lo somigliante. 

Oh ombre vane, fuor che nell'aspetto! 
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 
E tanto mi -t ■ . 1 11 .ir con esso al petto. 

Di maraviglia, credo, mi dipinsi: 
Per che l' ombra sorrise, « si ritrasse ; 
Ed io seguendo lei, oltre mi piusi. 

Soovemente disse eli' io posasse : 
Allor conobbi chi era, e pregai 
Che per parlarmi un poco s'arrestasse. 

Risposcmi: Cosi com'io t'amai 

0:. aprii, (.mici, coonieenll, elio fa 
inlilcn con ptngrint. cioìi, nuovi, tonuli 
e' era. 

US. JVr «lira ria. por una ria direna 
da qualla per cui noi* temili voi, cioó. 
Inferno. — «ero « fori»: co«l disio 
Anello della ioli» imi cauto 1 dall' Io- 
forno, T. S. 

06. giuoco, figurai, un diporto, 

rV » lo iplror, por I" allo dillo «ola 
(Informi, luU WIU, i. Mi. cu' lo Ca- 
cava respirando. 

"0. B arni a m«i>aogl«r di paco, cài 
WU In mino o lo latta rami d' olito. 
— Coal coitunmauo di taro gli ambaici*- 
l*"i cSi paca. 



11. Traooi. Ira*, accori 

lì K di calcar, e di fari 
lari!. — li moilrm «Ane.wc ti t 
non ha rlg'iardo. 

1» a farti Mia, a poni 
tornar bollo a difno di «li 

19. Oh ombre, cu» all'i 
presentalo nuli' alno «In i 
bianta! 

10. Cloe, abbracci. 

8* oUrc ut piali, i 

W Soarrwali, con doli 
poiaiH, eh" lo mi ruuut, ■ 
mani dall' abbracciarla; ■ 

on «aon ifurao • : 

CStlr* iotuiiu.ir.iuao. 



umo nooiso. 267 

Nel morto! corpo, così t'amo sciolta; 

Però m' arresto : ma tu perchè vai ? IO 

Casella mio, per tornare altra volta 

Là dove i' non, t'o io questo viaggio, 

Dias'io; ma a te come tanta ora è tolta? 
Ed egli a mo: Nessun m'ò fatto oltraggio, 

Se quei, che leva o quando e cui gli piace, w 

Più. volte in 1 ha negato «ito passaggio : 
Che di giusto voler lo suo si face. 

Veramente da tre mesi egli ha tolto 

Clii ha voluto entrar con tutta pace; 
Oad'io, che or era alla marina vólto, im 

Dove l' acquo di Tevere s' insala, 

Benignamente fui da lui raccolto. 

quella foce ha egli or dritta l'ala; 

Perocché tempre quivi si raccoglie 

Qual veno d'Acheronte uou si cala. •** 

Ed io: Se nuova legge non ti toglie 

Memoria, od uso all' amoroso canto, 

Che mi solea quetar tutte mie voglie, 
Di ciò ti piaccia consolare alquanto 

L'anima mia, che con la sua persona no 

Venendo qui, è affannali! tanto. 
Amor, cfce ntBa mente mi ragiona, 



i r *m» inolia, coti l' amo or a 

> Kioiu, fln,i« dai earpe. 

»rt» teir ptrte» hi io q»nio 
iWf 

. U Curila «I», I» fo quello tias- 
l per rwUre «al dote or tono, m» 

ci wt aim ioli», ci«». 

— Conila fu un eccellente 

farcetlao, dal canlo tlel quale 

> dllotlo II Poeta, amiciiii- 

i x u come a italo fatto perderò 
Unto ItapoT cbl li ha (itlo 
• Ica-poi poicho, attendo 
do parlo, tu giungi ora. 
J eia* l'aiiclo noc<hi«ro. 
io «olerò il eoofor 
Dio. 

ni» da Irò mei in qoa 

I giaMiileo. egli ha pino 

u i Icona opponilo 

. «ululo entrare Dilla >ua 

■ilo* era eomlociito a Ri 

I; eoo* ano* Korai Irò moti 



101. Doto l'acqua dal Torerr, itnlrandii 
Dal maro, il fa ulata. Vuol diro, doto II 
Tataro imbocca nel mare, 

103. A quulla foca del Toiar* egli ba 
ritolto nuotamenU il tuo cono. 

103 Pool, qualunque anima, no* li 
mia, rum (Incende, orno dell' Jcaeroal». 
cioè 1 dire. all'Inferno. — Fingrndo 11 
PooU l'Imbarco por il Purgatorio alla 
foco del Teioro, tuoi lignificar», ebo non 
■ i di lalul* (uori del grembo della lanla 
Obici*. Il dir poi. ebo l' ausrio delimito 
a traiportir lo animo, no prenda alcune. 
•d altro no laici per altro tempo, i una 
mora iuicuiioun pudica; poichii, aoeondo 
la erodenti riltolica, non pollo alle 
anima alcun ritardo per Irò al looio da 
oua meritalo. 

luti, elle ni iu.'m furiar, ebo mi ioIoi 
acquotare. mollerò in calma l' animo agk- 
lato. 

• IO. con fa ma pcriona. Ciò», eoi IU0 
corpo. 

Ili i«or te. Coti comincia una delie 
piò DObili cauigni di Dante, cb' egli poto 



Ch' alter non lascia a voi Dio 

Come, quando cogliendo biada o 
Gli colombi adunati alla pattuì 
Quoti, «onza mostrar l' usato 01 

So cosa avrieno ond'egli abbian 
Subitamente loiciano «tar Tom 
Perche assaliti son da maggior 

Cosi vid' io quella masnada frcsci 
Lasciare il canto, e fuggir vòt 
Com'uom che ra, nò »a dove r 

Nò In nostra partita fu meo tenti 

ari Contilo, td iti dichiarò, «cho fon" in- eh* «Uro «a 

eh» fa mona lo masi» di Cattila. L'i- 134. fiat, 

oort, di cht la ma il parla, a tulio in- qoiodo «Udì 

Miniali* « dirimi. Itt I' un 

IH. Cuoi* ti nuli - litro cht il ciato morollo elio] 

di Citali* occupine 11 aitato di tutti co- anche qucll 

•loro. uoiliuio enti 

• 19. Il «tf'io oii«i(o, eioo Citane. 130. matta 

td, IO. Comi* ai moal* dol Porri- eomi-icoli n 

lari* 1 tpoilitrrl la icailia, la icori* , «ai«j.I« non 

U bucci*, eh*, lelindoil (li occhi, non oggi. 

luti* cht Dio ala * »oi mioifuto. — iia. [u, *h| 

StiUo la 111 ilf alleilo il trora In quii- pretta. 



CANTO TERZO. 

rinfili»! I do* ro*ti tu» Il moni», • jiar.gr io ipp 
"-VB* UUmcaao so* tehicn J' un 






i> TKBZO. 

Rivolti «1 monto, ovo ragion no fruga; 
Io mi ristrinsi «Ila fida compagna. 

E corno uro' io senza lui corto ? 

Coi m'avria tratto su per la montagna? 
Ei mi parca da se «tesso rimorso: 

dignitosa coscienza o netta, 

Come f ù picciol fallo amaro morso t 
Quando li pictli la fretta, 

Clio P onestarlo ad ogni atto diainaga, 

ÌA mente mia, elio prima era ristretta, 
L'intento rallargò, si corno vaga: 

E diedi '1 viso mio incontra '1 poggio, 

Che inverso '1 ciel più alto si dislaga. 
Lo Sol, dio dietro fiammeggiava roggio, 

Rotto m'era dinanzi alla figura; 

Che aveva in me do' suoi raggi l' appoggio. 
Io mi volai da lato, con paura 

D'esser abbandonato, quando io vidi 

Solo dinanzi a nio la tèrra oscura. 
El mio Conforto: Perchó pur diffidi? 

A dir mi cominciò tutto rivolto; 

Non credi tu mo teco, o eh' io ti guidi ? 
Vespero e già colà, dovo sepolto 



i« 



lì 



» 






J. bandoli t. rolli reno il moni» dnl 
fcrjrtorio, «t» U fii;.!i j a di, ina fi 
•muratila uiu lo peno do - loro folli . 
DM mi U njlono guidala dalla ili- 
la pattina ipiajt * «limoli la mimo 
•4 Mitra — Il mbo /raftrt poò »T«r« 
* «•«pio iiniCcilo • di «Kijor. t di 



I. al rufnari, si accòliti minicir- 
aam. - u m fm $l* ptt CMpafei*. I' nu- 
li Ptlrarta, il villa*! ed aliti 



1. U, Vinili*. «I partia il par ti 
«•an peKMo dal li»i» lille MI 
M nuracni ai ain-llare il e-iolo di 
•«111; a dica da ti Ittita, di por ir 
*n». pcrcke n li. non rcirndo In latito 

• pariaril, noe poUia i 
parta Aal rimprartro di Catana. 

Il La qail traiti di ■*•**. do* icema 

• tulle r PWtli li «fai alt*, ri 

t*aH «fioro ali* rooicni» dilla mrralra. 
ri. 11 Li aimle mia, dia primi ara 
•Wralia, lulU raccolta nel piotino di 
•al Uà* godali tra «nomilo. I 
lana antonimi-, incoine »«?», bramo». 



di eonoieer* la nuota con che cola orino. 
li, 1S. t iDdlrillii il niiu «fijardo ter- 
io il moni*. Il qualo l' intuita pili allo di 
qualunque alito al di (opri del mar* in- 
rtrta il cielo. — Ciiiiitsni. uio aliarti 
iuIIo icqoedcl lato. Nel Paradiso, XXVI, 
> !"■!, il l'iir.-alorlo * dotto II «o.r. ,», 
li Irta più dall' oarfj. 

Ili 18. Il rasilo dil Sol*, chi dietro a 
ma nammctiiisti roselo, ratte, ' 
ilininil alla ir.ia I fura, (lo*, fiatati il 

corpo mio ; prroccho II Sole atei* lo mo 
l"ippoisio do'auul nft), cioè, Ironia 
in me I Oliatolo al trapanamento di Itti, 
Vuol dira «ho il Sola dlief nata con l'om- 
bra lo Urrà, dimmi da lui, la 8(111 l'oli 
corpo umano. 

19 91. Coilrnlicì ed tettali: rinamioia 
ridi la Urrà sicura lollanlo dininii a me. 

io mi miai da lata, pia pania a* •sten 

itilo abbandonato di \ir;ilw, poiché in 
torri non ne trdei» 1' M 

■ti. fi mio roiiA>rfo, cioè Vlnillo. ft'. 
ancora, dopo Uni* licori! cbt li ho iat.-. 

95 Nlfj ritolta Iorio di ni. 

». IViatr*. dot lira Bl 






BO DEL pena ATOMO 

lVl corpo, dentro ni quale io face v'ombra: 
Napoli l'ha; e da Braudixio è tolto. 

Ora, se [Borasi a me nulla s'adombra, 
Non ti maravigliar, più che de' cieli, 
Che 1' uno all' altro "1 raggio non ingombra. 

A sotTerir tormouti e caldi e gieli 
Simili corpi la Virtù dispone, 
Cho, come fa, non vuol eh' a noi ni 

Matto è chi «pera che nostra ragiono 
Possa trascorrer l' infinita via, 
Clio tiene una riutitanzia in tre persone. 

State contenti, umana gente, al quia: 
Che se potuto aveste veder tutto, 
Mcstior non ora partorir Maria. 

E disiar vedeste senza frutto 

ohe sarebbe il lor disio quietato, 
Gii' eternalmente è dato lor per lutto: 

Io dico d' Aristotile o di Plato, 

E ili molti altri. E qui chinò la fronte, 
E più nou dii.io; o rimase turbato. 



toro che II Purgatorio « antipodo aGe- 
rutilcmmo: ondo essendo li duo oro di 
<ol«, ora di 11 duo oro di noli»; od i 
. perche) posta, secondo l'unto, ad 
oltre 13 irradi ali occidonto di Gorutalem- 
uic. MMttaft un'ora circa a far notte' 

21. Irwilfto. brindisi, rilli della Ca- 
libna. Ila llriii.lui, (ini inori Virgilio, fu 
tolto il suo corpo, o portato o toppolllto 
a Napoli 

98. 30- Non ti marasiirliara , più di 

Jucllo tuo ti meraiigli do'cioll. l'uno 
0' quali aoa ingombra, non impedisco 
all'altro il trapassare dei raggio Imitino- 
lo — Secondo il tisleni., d' allora ritiene 
I cieli diafani, o trasparenti, quasi di 

erlrt*Jio. 

31-5J l.a Tirili ilirin», eli» non suolo 
ehe a noi si afeli il modo del tuo ope- 
rare, dispone rendo alti. I corpi umili 
al mio a solTeilio tormenti e caldi o 
S.li. 

Mallo a (hi ippra (ho V umana 
ragionopotsi : uomprensibilo 

nodo, Clio un Dio Inno ed uno tione ncl- 

■ r — llada, letture, di 000 cadere 
•«1 graie crime, in (he sono caduti al 
cani comenlalorl, supponendo die lianle 
abbia qui ri-luto signibcars, eba mallo è 

imo conoscer* come una me desiata 



tostanti in, >rtla in tre i 

51-59. Secondo Aristotile la 
none » di duo torte , l' ona * dal 
cuod, ed * quando dimostrai! 
cioè, quando gli effetti ti dedm 
causo; l'altra e dotta «aio, •< 
■tenori, cioè, qoaodo lo cai 
llranri dacli effi'lli. Intendi don 
conienti, limitatesi, o oomiol 
cioè a quello dimostraiioni chi 
no rlcatare dagli offriti, a non | 
d' inlcndero pili la di quello eh 
mostrino ; poiché circa le eoa* 
alle Iurta del aanto * dalla l 
inuiiartlra la feda. Sa colla pel 
turali aieslo potuto leder lutti 
d'uopo cb« Maria partorisse il 
re, poiché Adamo non arrabbi 
10-tó E eoi, o uomini, tal 
nel mondo desiderar» insano la 
intelletti, in cui sarebbeti qt 
colle forni della ragiona fosse 
quel dotlderio di conoscer tuli: 
ora * dato loro eternamente pai 
Limilo 

eS. tarlalo, turche foraaloal 
siero sopra di se, il ricordò l 
ch'egli di coloro eli* sUaoo ■ 
osa tonti tperima risati eri 
di conoscete Iddio. 




OAXTO TKBZO. 

Noi diveniunno intanto : monto: 

Quivi trovammo la roccia si erta. 
Che indarno vi aarien le gambe pronte 

Tra Lerici e Ttirbia, la più disorta, 
La più minata ria è una scola, 
30 di quella, agevolo od aperta. 

Or chi sa da quii man la eosta cala, 
Disaol Maestro mio, fermando'! passo, 
Si che posta salir ehi n tana' ala? 

E mentre di' ci teneva '1 viso basso, 
Esaminando del cammiu la menta, 
Ed io mirava suso intorno al sasso, 

Da man sinistra m' appari una gente 
D'anime, che moviamo i pie vèr noi. 
L non pareva; si vr.nivau 1- ut .-. 

Leva, diss'io al Maestro, gli occhi tuoi: 
Ecco di qua chi ne darà consiglio, 
Se tu da to medesnio aver noi puoi. 

Guardò allora, e con libero piglio 
Rispose: Andiamo in là, on'oi vognoa 
E tu ferma la speme, dolce figlio. 

Ancora era qnel popol di lontano, 
Io dico dopo i nostri mille passi, 
Quant* un buon gittator trurria con mano; 

Quando si striuser tutti a' duri massi 
Dell'alta ripo, e stettor fermi e stretti, 



271 



:a> 



tu 



cs 



7C 



M, pt-llru: 

. Cfce I* praomaa delle |»mli« •*- 
IH*. Li 

• betel • furala tono luoslil polli 
ile dM atlrcuitk doli» mitra ili tlano- 
•, li qoiit + piana di monti aepri a 
Beaceli, l'w a Utaula ietto Saraaa*. 

akso a panni* Ticino a Manico, 

SI. r,r„di enei:*, a pararmi diquella 
«eeea- 

sa. Ora cài u da qnal pule. cioè, «e 
•cura o a linltlta. la roccia * mono 
jada? la qitetlc pareli <i rada l'uomo 
Iumi conturbalo rib «olla noi l'urea 

W » brilli* rimana la<ei lo del cammino. 
rea* la rutta» M» tempra può 
I munì ì dalla colpo 

li. Caaanaaadi la tua auafe. 006. 1 con 
li dalla aumento, lui cammino, tirca 
tausaaia» ci»' «ra da la» 

| -a» al Miai, alla roccia, iplando 
MnaataiN {Ulta* aia pia 1 ili 



5», ili «»« orala fl' a ►Ira», una frolla, 
una wolliludiuo di aninni I.» anime, che 
qui ti SEftraaOj MB di coloro, dio, aeb- 
ocoo io punto di morie prillili, morirono 
la coDtuoucu di tanta Cbicia. 

alo. et»» parerà eli* ai mortifero, — lea- 
le, a simbolo della turo lonlozaa ti piatirti 

CI. co» liaera piglio, con aria (nana, 
librra d'ojni dubin, 

63. ea'al vttnon p:a*o, por il din troppo 
tempo ti perderebbe ad ttpoUtrH 

••0 la ereme, conformala epcrtnta. 

CIO? Potetti 1 iryilio ebbe dello aa 
diano la la, i dna Poali ti rootaarg, • 
feearo circa nullo pataj aerai quello ani- 
me, eh» lenlamenio 11 moicano: ma 
quello, dopo i detti nullo passi, SfljBfl 
tempro lontano da loro, quanto un buon 
«liutoro lancarelibe luo^i colla mano un» 

pirlri. 

10, n, ai iIum nani an' allo ripa, 
a|li aporgcoli tcocll del monta. 



Til PEL PtJBa.VTORIO. 

Com'a guardar, chi va dubbiando, stassi. 

bea finiti, o già spiriti eletti, 
Virgilio incominciò, per quella paco, 
Ch' io creilo cho por voi tutti s" aspetti, 

Ditone doro la montagna giace, 
SI cho po8sibil sia l'anelare in suso: 
Chò'l porder tempo, a chi più «a, più spiace. 

Como le pecorelle escon del chiuso 

Al una, a due, a tre, o l'altre stanno 
Timidette atterrando l'occhio e 1 muso; 

E ciò cho fa la prima, e 1' altre fanno, 
Addossandosi a lei, s'ella s'arresta. 
Semplici e quote, e lo perchè non sanno; 

Sì vid' io muovere, a venir, la testa 
Di quella Diandra fortunata allotta, 
Pudica in faccia e noli' andare onesta. 

Come color dinanzi vider rotta 
La luco in terra dal mio destro canto, 
Si che l' ombr' era da ma alla grotto, 

Ristarò, o trasser se indietro alquanto ; 
E tutti gli altri, che venìeno appresso, 
Non sapendo 1 perchè, fero altrettanto. 

Senza vostra dimanda io vi confosso 
Cho questo è corpo uman che voi vedete; 
Per che '1 lumo del Solo in terra 6 fosso. 

Non vi maravigliate ; ma credete, 

Clio non nan virtù, cho dal ciel vegna, 
Corea di soverchiar questa parete. 

Cosi '1 Maestro: e quella gcnto degna: 



73 II iinl'tilo di qnellr. animo ancor* 
4*1 feda» eh» I Jur l'orli indarano In 
un «anso contrario al loro, r che ti al- 
lontanatine dall'incretio del Pure alorio, 
coma apparirà plb tolto. 

75. («a (tarili, o brn morii, morii 

iste di Pio. 

14. ftr turili »orc. S«n»iato desno di 
on loor-i di iperima beili. 

i mio più I uomo mnia nella ro- 
{nlilont dello coi», limo pivi fa ilim» 
dal Umpo. 

83, SS. Coti, In lai modo, i|.|' lo allora 
ooOTorti per MS NtW noi lo prima 
joime di quella fortumi* molliludlne. — 
Teina o frani» chiamami nc(ll cimiti 



«■loro (ho ton dirimi. — 

quella mollilodinn, par CVrTttft 

alla • iniilitndina dalla patera. 

Ri. i'oim rolor cha arano diua 

fi. dal alla deirr» osata) SS. Vai 
Betta, (ha efll arata il Sole ì ■ 
nutra, o ehi perciò l' trai 
pò ratlata da BSSQ .leitra, itar 
Duo alla dirupala falda dal aea 

94 Srara rei Ira dieta «da ee. 
ton parole di Virgilio a q 
ratlaliit*. 

96. /reto, dlrlio, Inlermeualo i 
tra. 

SS. di iorer>».i*r «anni rarrta 
monUr quatta cotU. eh' » <•***] I 
lanlo a ttof Ilota « ripida. 



CANTO TEBZO. 273 

Tornate, disse, e ini wixì dunque, 

Co* dossi delle man facondo insegna. 
Ed un di loro incominciò : Chiunquo 
■■", co.ii nudando volgi il viso: 

Pou mento se di là mi vedesti unque. i« 

Io mi volsi ver lui. e guardail fiso : 

Biondo era e bello e di gentile aspetto. 

Ma l' nn de' cigli mi colpo uvea diriso. 
Qoand'io mi fai umilmente disdetto 

D'averlo visto mai, ci disse» : Or vedi; ll " 

E mostxommi nna piaga a sommo '1 petto. 
Poi «orridendo disse : Io son Manfredi 

Nipote dì Costanza imperadiico : 

Ond'io ti ilo quando tu riedi, 

Vadi a mia bella figlia, genitrice >" 

Dell' onor di Cicilia e d' Aragona, 
i .ichi a lei il ver, s'altro ni dice. 
Poscia ch'io ebbi rotta la portomi 

Di duo punto mortali, io mi rendei 

Piangendo a Quei che volenti. n- pordoUk ,2 ° 

Orribil furon li peccati miei; 

Ma la bontà infinita lia ni gran braccia, 



Ki UH KM *•«■»«• Friuli Indie- 
^. i sodate lacaar. * imi. to' dMll, 
U asti ,'irradaet inarcai!, 
ne, imii tool farsi ad alcuno per 
Uelurjll li ita 
fu istloa*aade.i*|uiuiiiioid aml.r,' 
•atea*» di. 
MS, miii. rasi, tal latino iiiim, — 
*"i»iW« per U nella 'I 
Mi ■ajfttdi essa Unita «fa uomo di 
amili eli, la eredi pio rocchio, o 
in ub, eba pm» di i 
•etrla 41 rana** «onoieiuto : un 
nauta, poiché «aind' egli inori, linaio 
ee» ara aato cW da no auo. 

IO» mi fui «lederla, rihi dallo di no, 
atfnt qui dm «ala ridirli d aM caia 
fa iinvi, ni duo.-». /,r di aa, Coli In 
■rana Dania tirila Dai; Vili: . Coi 
<a« ili (a la piacerà alcun diadrllu. • 

111. a nana»'! palla, nella toromlla 
WWW. n do«a II pillo «omini 

II», eerrtatfad* io allu di eoin- 
llmrn — Hea/Veel. re di l'uclia • di 
I aaaaii. nacque dall' inpceak» ! 
. 'ili Imi-tutor Arn 
Co mora essa B>»jl>a : and, Manier- 



ili Mini ad cuor nipote di coitania. 
li.'., III!. La O s li a di Manfredi ehia- 
n' Olia Collana», ,- fu moglie di 
l'ii-lro ro d' Aragona, di cui |»afo Fe- 
U guaio fu re di Sicilia, ed Jacopo, 
il quale aucceiie a tuo padre n< I 
d'Aragona. Dica elio Federino od Jacopo 
furono I' onoin di quei due reami, o per- 
che na procurarono lo iplondoro, o piut 

latto parca*, diieoodoodo dal lantooim- 

no nobilitarono il trono. 
UT. K dica a lei il Toro, cioè, clic In 
Inoro di lalvasioM, »'• allro li 
dice, in ai dico il contrario, cioè, eh' lo 
lia dannato. 

119 Di duo pumli mnrfa/i, da dui fati- 
lo merlali. Ciò ii icone a Coperano Tan- 
no infili nella feconda ballagli! contro 
l' minor* del inoreamn. Carlo A Angii. 

IH i piccali miri furono orrlMK. non 
perchè, coma dicono alcuni lomenlitori, 
egli a'cite per ambirono di regno oidio 
Il padre a II trainilo (che quella «on fa- 
voli iur.'nlal* dalla maligniti de' tuoi 
inaun i • egli mostri' 

nemico della Chicli, onde no fu acomu* 
nullo. 




i»:r. iTitcìroiuo 

Clio prendo ciò che si rivolge a lei. 

Se 1 Pastor di CoWnM, Ofa' alla cacci.-» 
Di me fu mosso per Clemente, allora 
Avesse in Dio ben letta questa faccio. 

L'ossa del corpo mio sarieno ancora 
In co' del ponte, presso a Benevento, 
Sotto la guardia della gravo mora. 

Or lo bagna la pioggia e muove 1 vento 
Dì fuor del regno, quasi lungo '1 Verde, 
Ove le trasmutò a lume spento. 

Per lor malcdizion si non r'\ perde. 
Che non possa tornar 1' eterno amore, 
Mentre che la speranza ha fior del venie. 

Ver è, che quale in contumacia muore 
Di santa Chiesa, ancor ch'ai fin ti penta, 
Star gli convien da questa ripa in fuoro. 

Per ogni tempo ch'egli è stato, trenta, 
U presnnzfon, so tal decreto 
Più corto per buon priegbi non diventa. 

Vedi oramai se tu mi puoi far lieto, 
Rivelando alla mia buona Costanza 



» 



i.) 



tt 



1» 



134. Sr'l roller rfl Contea. toV trei- 
Tricovn di Comma, ehi alla tacem ili mo 
(% mino pir Clemente, elio 4 darmi la 
(ietta fu intimo da pipa Clemente IV, 
aerare allora bin. lilla in Dio, nella nera 
Scrtitnr* ch'I spera 41 D1o,a.*ttl : 
i|iio<t> pagina, o«' * dello • Ilio ó lem. 
prò pronto 1 pordonaro al pecralnro ebo 

. ,-nmcrlc , r otrri del corpo mio 
urino. piacerebbero, ancora 1» co" del 
.-.•«ir. io eipo del punir. j>r«io tiaimnlo, 
f-lflo la onori/la della greve moro, xiltn 
la «attedi* J*ll» »ra»o miri» ili uni. 
i, indi mi i irpnliura — 
Il morto Manfr.Mli, ile» il Vili mi, • par» 
. -omiinlcato, non »oll« il r 

l recita in luoso nero, mi * piò 
. Uencvenlo fu seppellito; ò 
■opri la ini foisa per eia «uno il 

una p|| lra.on.lf li frm una grande 
ninr:. ili vi\-i Hi ptr alrun «i .1 ■ 

Biadato del papa. Il incoia di 
Coacnra II trailo di rpiella lepolturi, 
perchò eri terra d'Ila china, e fu sep- 

M lil.i l'ir.;,i il linmr drl Verde. » — 
«ora ili ioni pi r morii ih Mail 

in Malto Villani o nel Dann- 
ilo. Or li Aacw oc. l'ir» elio il corpo 



di Manfredi fon» dall' artfreseere I 
lasciare' inicpolla. 

131. Di' fuor ile.' r«5»o, fuor di'etiM 

dol rejno di l'osili. — 'I reni». Il f 

Ab. di Rintanili ed : itrarie» 

con molta autorità eie Verdi, à»i> 

Disto, non e altra che 

lano. 

isp. a ini >(va(e. eia*, e«1 ceri*)»* 
e caporali!, coma li prUaCIT» mi W- 
iporto di coloro, «he fonare «uri. tea- 

munirad. 

IM-IM Per U icnreoolc» laro I*» 
de'pipl a de'TCìcotil Dan ai perde l'i»» 
di Dio ceni, ebe non il patti rin|<ni. 
Ilnrha nello leomiinieale U i;eraeae bl 
un po' del trrdr. ciò*. Snrhè in In ( t» 
po' di 'ila. — fior e iTt e i b t l ci 
Hea «m poto. La caereate ■ qui uaait- 
gliali i una pianta, in ni II rer4li le- 
gno il • n di «ila. 

im no. Slir eli cantina Pian 6»t 
Purgatorio nno «pano di lime;» Inaia 
«alta maggiore di quella, ch'ai 
itila pratunliiotarnarila in oaatantadial 
unta Chicli, io tal decreto aoa <i'«a- 
orto per metto di calcari pre* 
ghlere. 

I» ofia «.la (una I 



io di cacaci «re- 



) QHAftTOb 

Como m'hai risto, ed anco eato divieto: 
Che qui, per quei di la, mollo s' av 



V.'Cr 



ir. 



: ni> inalo, la preiliiriono di «n- 
r>itl hrrjatotto, m n 
> rv l«l iCOfMalCall (Utilità. 




US Imperocché qui, per In preghili* 
ili quelli cb* km 'ti lì noi mondo, molto 

ti guidatila di grani. 



CANTO QUARTO. 

''■io dallo (ninifl, Mtfono ! da» Forti con prao 
- -luli.i, Virgilio ipim » Diati perdi* 11 Sul* lo fe- 
fOM* Boi uoilro emufero. Io fnrintba d» .i/.l, 
Unsa dell* «alma, eh» colà arpetuoo d" Ilo » punuii, poieh» por picrici» 
.11- «Uomo di lar nt». ''»•'• •> ** 



a* »4 unito cali». Indlr»t( 
atti trla* tolto; oit Mdutiai 

• BUM. MBtncM, M fotM 



IO 



Quando por dilettanze, ower per doglie, 

Cbed alcuna virtù nostra comprenda, 

L'anima bene ad essa ni raccoglie, 
Par ch'u nulla potenzia più intenda: 

E questo é eontra quello error, che creda 

Ch' un' anima sovr' altra in noi s'accenda. 
E | ierò, quando a' odo cena, o vede, 

Che tenga forte a so l' anima volto, 

Vaisene '1 tempo, e l' uom non m a' av 
Ch'altra potenzia •> quella che l'ascolta, 

Ed altra è quella e' ha l'anima intera: 

Questa è quasi legata e quella ù sciolta. 
Di ciò ebb' io esperienza vera, 

flta nel moro, f la'eflrf'lra n«l carrello, 
IC orili .Comma (i leggi: • I.* un» opera- 
■ Iona doli' «orni», quand' lnl*u. Imiie- 
dnft l' illn il c!:s non polrcl>'' 

doro (O II principio .lille ninni non fotta 
pir UHi'iiri jino. » — S'arrenda; cuti 
rjuctta metafora l' anima 6 eoniideraU 
rjoati una damma vmhranto II I 

10-11 l'iurlio alti 

l'anima, Al Udì «a 1 "colla le rote, ti 
altra 6 quella, elio tulio coso vctlnU • 
Odili nl'c '.li'. | ehi rimano falaj 
lattlU : quoti», por la forto Imprettlnnr 
d'un ottetto ottcroo, ne ml.im 
logli» : o quella e tutta libera io ilitpie- 
rarn la «ila attivila. 

13-liJ. l'I ciò ebb' io una ripro»» di 
Fallo ttiodo a udirò o a:) UBBl 

■ polche II Solo rr» 

' 

io ooo mo D' era accorto. — Vuol diro 



i: QttKd; I'him il rar- 
M. ti «Magai li attui li tu, 
imi ««ir» nrlù. |.j(r iir > . farollj, 
•HI ai dltelfaai» MH») di do- 
il, (al, KM «Irta narri alfa, uni i 
Mai*, lo tot!:. IfO, pare 

.;. I tua», aea tanfata; pi» *t ti- 
farà potata Ma. Efu.-I ttraiQoan- 
•toc»* «> il dolor* fa imprrttiorio 
Mata «ortra di gnu», rhn «uà in- 

brtiaral» all' ewteiiio d' alcuna 
Mista., pan eh* aiòandoal l'iter- 
r «fui altr». 

I E qoe»«o f» prara eonlro I' rrrnro 
ars, alti paauao ettero nell'uomo 
uà». lajHroeeha u I» Battere MH 
tata or», arriderci' 
a» e iute»» adon e" 
* lata» ad un altro. CU! 
(fase càa fonerò Dell' uomo Ira 

" i i «atti fita n«l fegato, U «ari- 




era 




Udendo quello spirto ed ammirando : 
Che ben cinquanta gradi salit'cr» 

Lo Sole, ed io nou m'era accorto; quando 
', mimmo dove quell'anime ad una 
GridATO a noi: Qui è vostro dimando. 

Maggiore aperta molte volte imprimo, 
Con una forcateli.* di nuc *] i 

IOB della villa, quando 1' uva imbruna, 

Cbe non era la calla, onde salino 
Lo Duca mio ed io approsso, soli, 
Come da noi la schiera si partine. 

; iu Saulco, e ducendosi in >> 
Montasi su Iiisniautova in cacume 
Con esso i pie ; ma qui convien eh' uom voli : 

Dico con l'ale snelle e con le piume 
Del gran disio, diretro a Quel condotto, 
Clio speranza mi dara e f»cea lume. 

Koi salivam per entro '1 sasso rotto; 
E d'ogni lato ne striugea lo stremo, 
E piedi o man volova '1 suol di sotto. 

Quando noi fummo in su l'orlo supremo 



i enti fatto Irò ore o un tono del 
ii ; mi non li creda clic tulle le atei- 
io imitile In udir Manfredi, poleli* quan- 
do 0(11 tldo giunger I' angolo condollicm 
drllo aoiroi, erano gii duo oro: li 

: . con i utili, imi c|iiiniii r.iiiu 

mi 11 - pini: oodo. nn'ori appena poteri 
eueril con Manfredi Irallenutn, — In- 
mirando l. ..Ili'ri.-iiim-, cimi rlio • Utavo'm- 
i* Manfredi, fu cima eh: il tempo gli 
panano iena' imederune. 
lì, art una, ad lina toc*, unitamene» 
lì, (>i I «Miri dltiaado, Cloe, qui « 
Il loofs per i.ilii.-, ili Ha d gel 
il*. \edi Cisto III, «. 16 

iti. aprrta, apertura.- /»pr»M. chiudo 
con pruni. 

21. eii'lni/o /'lira imiruna. divi:, 
cine arriva alla in» naturila 
S3. Di quello elio non ora fu coffa, la 

callaia.. Caperti i, pori» quale 

tele f'uta. — ialina, parta*, tane. 
itati, OC, Como (olir, roriia, toc. «In» oc. 
:. t'affi, io e Ilo. 
SI. Apponi citi» la lettiera di quello 
anime il pilli di noi. 

CJ ST. Vuoi dire: la puro l' uomo e 
monta iu pai KOhl luoghi di difficile ae- 
ceno con (oli 1 pie; ma qui conrivue 



elio ioli. 1". Boi lenio Doralo ii;ri"a 
elio faticato e difficile e a portarti** 

ni, i.. ■ pei impossibile ; i 
glia eon forantti rd abbia aiuto di ;'»*'» 
— Sanli-.', forimi tanfi un monte »»>1* 
protlnciu d'L'ruino. Nuli, citi* del i<w« 
(MS, poeti in lutto luogo; BuwUn.ir 
li moiiU;tia.clir Uoiaii nil duellar* 
draa — afoniaii ■» Sinualera wa 
«le. montali io In cloaa a 
('ararne è rote litina.» Tale (iim.1 

9S50 Dico rner««.irnunl* del' 
voli con lo ilo e piuma india ili 
dotidrrw, necomi telata lo, eoa 
u ut dtalro a quello. Cioè a 
elio aitiloiaia la mia ipera&u « 

.-olda.— Atcuei Btfaodoaala 
condurre por un tatuatilo, e la 

I mndolriere: non pcróUOfpe 

M. ftr miro il a»i«» rttl». poi 
il riollolo icarate iol uno. 

rtreae, I ninnila. Vari 
elio il licitolo eri al amilo, cbi 
il putna appena. 

». fc 11 auiilu di «Mio, 
orto otobro.riCaiodfra I certa M* 
£o° piedi, ma delle mata. 

SI tali orto lupraaM, dee, (al 

uè M bum lalli 



turno QUARTO. 

Dell' alta ripe, alla scoverta piaggia. 
Maestro mio, diga' io, che via faremo? 
egli a tue: Nessun tuo passo caggia. 
Por suso al monto dietro a ma acquista, 
Fin elio 11' appaia alcuna scorta saggia. 

Lo sommo er'alto, che vincoli la vista, 
E la coita superba più assai, 
Che da mezzo quadrante a centro lista. 

lo era lasso, quando cominciai : 
dolce padre, volgiti e rimira 
Coni' io rimango sol, se non ristai. 

figliaci, disse, insin quivi ti tira, 
Additandomi un balzo poco in sue, 
do quel lato il poggio tutto giro. 

Si mi spronaron le parole suo, 

io ini Sforzai, carpando appresso lui, 
Tanto ebe '1 cinghio sotto i pie mi fui'. 

A seder ci ponemmo ivi ambodui 
V6)ti • lovantfl, ond'eravam saliti; 
Ci»ò suolo n riguardar giovaro ali l li 

Oli occhi prima drizzai a' bassi liti, 
Poscia gli alzai al Sole; ed ammirava 
Che da sinistra n'eravom feriti 

Ben s' arrido '1 Poeta ch'io mi stava 



277 
ss 



40 



4» 



50 



5J 



li «»** U frffjU . ciò*, allo ieo- 
_jrw òli eaeal». 
le*. rit rii ftrrmtT aidrremo Doi x 
In, • > ".poi»: 

M Itti anidre ni * d»tlra ai a 
no. su df ti cucinini» a M)lr«; 
14 min tuo insto ili V»IU) - 

m uapre dielr» * me juadifna 
Mnrit II tuoi*. - tanta. Nil 
i Marito: chi inounroU ti è dato 

altia Ma d*i tornile indietro ne' 

l *•#« -a, ci&i. eh» aappia guidarti. 
-*». La aiutati» di quel moni.? era 
eh» Tinteli I» i.'li. t.ha la 
i aaa p*i(Ti irrtianl; e la c*iU era 
raparla, Bit lipidi .n q 
. tata •obli», piiula dil meno 
. Uri lopra oo 
Uà uà |*rproditol»M • Ira li dui 
i <■ aie. ■ dal neiio dell' arto ona 
ogal* delle doe prime: quo- 
i. i h" * ditta iuta metili o 
. ad cu» muli» ira i-i 




perpendicolare | ruriiiimlalr, ..-.li i! 
litro nn" attillila di 43 vi I 

iila falci. Uno a quel ponto. 
47. taljo qui tale promlaiasa, iporjl. 
mtnlv di pirlri (uot I del fia*to del aionf* 

ji»o«ìo li/i* gin, cu.» tulio il 

a finn di cornili, i 

SO. torpoado mirrino lai, aodjiido tir- 
poni diotro i lui. 

M. Tinto che limai a potare i pi. di IO 
DM ijn-l balte, ibi a k-nili di corninoli. 

(tieeomo * dello dltoprs] tinte il nooie 
. . idroceli* o neuari/dfi, riguardando 
nodo tiati tililo.taolo gloenri.r.r 
teoto, olirai, cioè al tiaggiatori, dir tedi 
tuperata 1» difllcolll. 

84. SI. -Udendo II Poeta rollilo a lo 
tante, ti mirjilglUTi mi fiditi che • 
ritti dol Sole lo leritanr. 
lira, montri noi in Baiopa^sUsd 
a lanata) nella il-. Il detta, 

ne mimo feriti a difilla. CIÒ ai 
pereUo Danti I rotatati Dill'iraUl 
pollo, tom» |H gaiSfl Virjin,.. 



278 DH. PURGATORIO 

Stupido tatto ni carro doli» loca, 
Ove tr» noi ed Aquilone intrnva. 

Ond' egli a me : So Castore e Polluce 
Fossero in compagni» di quello specchio, 
Che su o giù dol suo lume cornine*, 

Tu vedresti '1 Zodiaco rubecchio 
Ancora all' Orso più stretto rotare. 
So non uscisse fuor del cnmmin vecchio. 

Como ciò sia, se '1 vuoi poter pensar». 
Dentro raccolto imiunRiua Sion 
Con questo monte in su la terra stare 

SI, eh' ambodue liann' un solo orbczòn 
£ diversi enii&pori: onde la stradi», 
Che mal non seppe ciirrcj{|riar Fcton, 

Vedrai coni' a costui convien che vada 
Dall' un, quando a colui dall' altro fianco, 
Se l' intelletto tuo ben chiaro bada. 

Certo, Maestro mio, diss' io, unquanco 
Non vidi chiaro, si com' or discerno 
Lo, dove lo mio ingegno parea manco. 

Cbò'l mezzo cerchio del moto superno, 
Cho si chinina Equatore in alcun' arte, 
E che sempre riman tra 1 Sole e 'I verna, 

Per hi ragion che di', quinci si parto 



0. Montrc il dotto cirro doll.i Info, 
«toi'i il Salti >ii>i di mono Ira noi « tra- 
montiti*. All' oppoil" di cU dm IN*4< 
(ti, .1.1... il Soli MS i'> Wl i'i! »u«tto. 
i.l St niul •. Il rll poti i nio : S» Cu- 
Minti, do*, i* il Minti ioi-no 

..'III. non qoillo dlll'Armlr, fn\- 

•oto in compatii!» ili «urlio ipin.Ma, J\ 
io porli * ri- 
Mai* il imo iiimo m « oi», ncU'oroltfcrn 

|0f« » IM'Il lllfcll.lfl' | to i 

Zodiaco ruorceMo. ronofciint». rotar», 
girare, «udiri jitù tiretto all'Orti, anche 
un alU irjmunlana.se non ascino 
rtttfl rf«l commi* wrrAio, dol MIO Consuelo 
eammino, dot dell' Editile». 

(«•TI. Tutto riccollo In U ilo»»" im- 
marinati il monto Sion ImiI quilolGo- 
rutllcniiii,' < H'ii •!.. BMBli Mi PSTgBlO" 
lorio turo iuII» torri coti, lo (al modo. 
cho iinlieduf hanno un tolo orlrronlo n 
dlicm emisferi : tiIo » din, in ni modo 
ebe l'imo e .Inni* irj.lui. nlo opposto Al- 
l' tllro. - orttcoa o Ftte* od «Uri non 
aon ituticimiuli, mi parile fo nullo tal 



Clio rtUo do' mtdisiati ««• 
;i N, UndoTedmit>«w Ultra*."" 

I ! citi mal p.r lo. tot i 

r, potcoorc» «I eim. 
•ne dio i idi * rollai, i sjneitj i 

;ll»IOl j 

rollìi, il moni» Sion, 'i ilill iltt»t»»J 
— 1 pronomi portomi i tal. «■< 

II ironno tiliolti diirll «Mirti ■ 
% coir Inanimita. WtVrn». e . 

- monto, • mio Mata*** 
.mimi .«muini no* "'-' ' 
chiaro «m'ori alicorno «Milo, cWl 
incorno pirrTimm heiole » I 
l rninprrn.l 

IO-M. l'uiehé. pe* U riftOM 
mi ilici or l Jho omo li I 

fettimcnui intipoiii II tu«0 I 
corchi • 

: i ciclo flauto, il ijmJ i 
rlMnail i» olmo'orlo {ooom 1*4 
• !• Il' iilrononui o cutaof 
t r»r lonpr o re ili fri I" Olialo • I 
porrli* r^Uln i I 
ti illuotim di qui I 






' QCABTO. 273 

Trr.<n ttttttMoa, quanto gli Ebrei 
Vedevan lai verso la calda parto. 
Ma, s'a te piace, volcnticr saprei 8i 

Quanto avemo ad andar ; obi 1 poggio salo 
Più che salir non posson gli occhi mi 
Ed egli a me: Questa montagna e 
Cfce sempre al cominciar di sotto è grate; 
E quanto più va su. e men fi» mal 90 

Peri quand'olia ti porrà Boa 
Tanto, che'l suso andar ti sia leggiero, 
Com' a seconda in giino andar por nave; 
All'or sarai al fin d' esto sentiero : 
Qu:m di riposar l'affanno aspetta. *S 

Più non rispondo ; o questo so per vero. 
E com'egli ebbe sua parola di 
Una tom di presso sonò : I 
Che di «edere lo prima avrai distretto. 
Al suoo di li noi si torse; io» 

E vedemmo a maachw an gran patron*, 
' qua) ned io ned ci prima ts 1 accorsa 
Li ci traemmo: ed ivi eran persone 

e si stavano all'ombra dietro al sasso, 
m'uom che per negghiea» a star si p "> 5 

Ed un di lor, che mi sembrava lasio, 
Sedeva ed abbracciava le gù 

odo'l viso iriù tr:i esse basso. 
dolce Signor mio. 

: tj mostra ìè più ente, ,I0 

Che se pigrizia fono sua sirocchia. 
Allor si volse a noi, o pose mente, 
Movendo 'I viso pur su por la coscia. 



. «Mito in »r«l li* lltnu 

lo* non 
i' ;io w?"( twfctta 
iuirdi or 
», «cabri iwr« in 
ritto. — Dite I» rtftréto, rif<r»o- 
atllM>r». m- trama 

■■a» il ■ se* Sol» 

»««. nfaUu «tal» r*r ""' 
m f* aaa.V. ì ripulì. 

b.1 MAIO »»ralr. Il 111 {Villa 

tappi" l.« poi 

Vidi Itipino: 

MM »»mh. 

* a Jito. cb« 






osa «oli» preti li ria di pcrtoilon". non 

ti tire l ira chi al Uriniti*. 

96. fili ima. mastio, pcrcho U mi* na- 

lurjlr ir. imi non » pib olir». 
IO. font arrirTÌ che prima di sinii- 

crr* alla rima la «irai diilnilu, news 

aita, di sode». 
105 ftr atogaiic**;. par pitritia.-Son 

lo aniinn ili coloro clic per piiriili. in- 
i al fln dell» «ila- 
Mi. ifrawlli atl latino <»- 

parsala 

lei, scorrano», 
collo stuardo. 
per non prendersi la fatici di Iciar sa la 



~»*~«v»u io j*uum mie 
Poi cominciai: Bclacqi 
ornai : ma dimmi j 
Quatta «*•; : 
pur lo modo usato 1 
Ed ci: Rnta, l'an- 
Chè non mi Lucerebbe 
L' angel di Dio, che si< 
Prima coi tanto 

Di fuor da essa, qaaut< 
Perchè indugiai al fin 1 
Se orazione in prima noe 
Cho surga su di cuor e 
L' altra cho vai, , 
E gii il Poeta ino:. 
E dicea: Vienne ornai; 
Lo Meridian dal S 
Cuoprc la notte già col pi 
«4. <u w «>,(,, ,„„ K , br „ , u _ ioU 

•lo. . non poluoDf corno tu dici arni lo. .| r < 
lllipoiti ironie*. J o " 

Ili > rwtratfMifc, „ u flUfi 

eh» uieor.an poco a-«M R K M <■ 

■ti .(.r.lUri, n) fat.,, ,„■„„,„„. la u , a - *l 

la rupiraiioa*. ' "* 

130. Mtcq» b.17. !.»„,, drlu , U1 '" « 

rapi c.U. Mi non m, i„„„ „,„„„,„,„ '"' 

dlatoauiata! « 

TOH» in Iuoio ili Mlnimna h>.l... 



281 



CANTO QUINTO. 



. I tati lor ri»«lo in r»l Ulto, od Inrontnioo on» moltìtadinc di miro*. 
*l'JHlm rasenta a Dui», predandolo i-i., tornala nr.l mondo, rotili lue 
*** l'fen iiiNsii. Sa» Ma* al mIoto. chi saelroa £ liti par maria rio! 
■» I f» le eeoi dal Oaaarr*. llunnra&le da Xontefeltro, < la Pia de'ToIoraoi ne- 
•uaa. | ttrtieoUrt 4rH» toro «wrU. 

Io era già da quell' ombro partito, 

E seguitava l' orme del mio Duca, 

Quando diretro a me, drizzando 'I dito, 
Una gridò: Ve', che non par cho luca 

Lo raggio da niiii.itra n (pici disotto, * 

E come vivo par che ai coadm ! 
Gli ocelli rivolsi al auon di questo moli 

E vidilo guardar per maravigli» 

Por me, pur me, al lume ch'era rotto. 
Perchè l'animo tuo tanto s'impiglia, 

Ditte 1 Maestro, che l'andare allenti? 

Che ti fa ciò che quivi ri pispiglia? 
Virn dietro a me, e lascia dir le genti; 

Sta, come torre, fermo, cho non crolla 

Giammai la cima per soffiar de' venti. 
Che tempro l' uomo, in cui ponsier rampolla 

Sovra pensier, da uè dilunga il Regno, 

Perchè la foga l'un dell'altro incolla. 
Che potè v' io più dir, se non: I'vegno? 

Distilo, alquanto del color consporto. 

Che fa l' uom di pvrdon talvolta degno. 
Intanto por la conti ili travetto 

Veniva» genti, ini anzi a noi un poco, 

Cantando Miurtrc a verso a verso. 



io 



» 



v> 



_J dm far* (he il raglio 
I nlau, a ritpltnij. al til 
mllu ch'i il tolto, eh* « più ti 

.'! l..,.|... 1! Solo 

I ex daelra pevrliA, per sslire 
•' a «allato a ponente. — ai «ol- 
oteeredwuj pio. ■ 
. I Ma lafra^anla di rati. 
cW« proceda in i|urlla rulli. 
thfca «a •ooio In etra* e lo olio. 
tatuanti a», a II Ita* ch'ora rollo 
Mèra dal dio carpo. 
f' !«»<: <, •' ItkfJKil. 

«pueav >>,iiiMrmora. 

rasparla, torà* a (SnD*flU- 



17 da il dilunga II l'oan, tiI# adira, 
al illimlanadal (Ini-, tal propesilo, a cui 
mirata; perocché plorila! (afrafoi miao' 
ni od Haaai'a aearar. 

l> l', r. h.' I un iH-ntierotopr.il 

|.: laMUt, SI OlllSMa drblllU, /d foga, 

. fair «lOo. 

SO. tiiattln. unto alquanto dvl ruttoro 
della renoaOa. 

ti. falcona. Dice M/toifa. perche li 

Trrjojna non nmpra fa tema il fallii 
ti. fratta* orali Son atti coloro, che, 

toprictiunO da morto riolrola, ti con- 
no in ijnel plinto a Dio, 
IH. a arno a lino, cioò, a irnalU. 




252 DEL PCBOATOBIO 

Quando i accorrer ch'io non dava loco 
Per lo mio corpo al trapassar de" ra 
Mutar lor conto in uà lungo o roco; 

E duo di loto in forma di messaggi 
Corsero incontra noi, o dimandarne : 
Di vostra condizion fatene u| 

E') mio Maestro: Voi potete andarne, 
E ritrarre a color che vi mandaro, 
Clio '1 corpo di costui o vera carne. 

Se per veder la sua ombra ristarò, 

..io aVfffta, assai lor risposto: 
Facciangli onore; ed esser può lor caro. 

Vapori accesi non vid' io si tosto 
Di prima uotlo mai fender sereno, 
Né, Sol calando, nuvole d'agosto, 

Che color non tornasser suso in meno: 
E giunti là, con gli altri a noi dièr volt», 
Come schiera ebo corro senza freno. 

Questa gente, che preme a noi, e molto, 
E vengonti a piegar, disse '1 Poi 
Però pur va', ed in andando ascolta. 

anima, che vai, per esser liet*, 
Con quelle membra con le quai nascesti, 
Veuiau gridando, un poco'l passo quota. 

Guarda s' alcun di noi unque vedetti; 
SI che di lui di là novelle porti. 
Deh perchè vai? deh perchè non t'arrosti? 

Noi fummo tutti già per forza morti, 
E peccatori iniluo all' ultim' ora: 



9Ì. tft uà lungo o roca. inUriitiionii 

di «ran umilila. — roto, pcrthò lalo 
* il moti dell» toco noli' ilio del sigol- 
lifaro li marni. lu. 

49. « dimandarti», ci forerò quelli 
domandA. 

30, (almi tagtl, falom» conuporoli. 
2& ritram. rapprooonlarr, riferirò. 

50. St per vidir. io por àter «odulo la 
•a» mira, o prr arcr rodulo coni' 0(11 
(ìciu omlira. — rtilaro, li firmarono. 

51. Con' io ocello, Cora' io pomo. 

3*3. li ooior pito lor raro, perdio egli 
riportar! lo loro nuoto il patenti • '1 li 
smici, jflincli* predilli» in . i ; 

I. lo non udì mal nporl »cc«l 
ino» ratti, «ho II «olso chiama il/Ilo 
radiati] fouilL'ro ili prioBS MUl l' aoro 



mono cui protlwncaU. dì noi f*' 
uonlo noli' ajo.io li ridi (ciò». <*? \ 
ilcui Tlporl, rnr qui lUam 1 III»** 
qo»' lampi, (ho il retro efebo» •>** 
dit nula) fomlor lo ooroto «il I 
dol S*le, elio quolli ipirili ora a Uro»* 
in In mono ipaiio di teapo. - *,'■»**' 
d*. a limilo d .liliali io AllolfM 
cidrntt furo dr L.ilini. San, l 

41. a nói di/r colta, toraaroojo 
•erio noi, 

«- corro, l'or la lo il la dotla 

*3. ckr »ro«io a noi, eh» l' iMII 
esili icrio di noi. 

IS. Niooumroeno eo«liao> a 
aocollall raoniro camoit»l. 

«a. •» roto il patio |wli frrxuu 
Il pano. 



Uno O.UISTO. 

Quivi lame del eie! ne foce accorti, 
: B, peuteudo e perdonando, fuora 
Di viu u«cioimo a Dio pacificati. 
Che del disio di sé veder n'accuora. 

Ed io: iVr dio ne' vostri visi guati. 
N'on riconosco alcun: ma »'a voi piaco 
Con ch'io poeta, spiriti ben nati. 

Voi dite ; ed io '1 farò per quella pace, 
Che dietro a' passi di si fatta guida 
Di mondo in mondo cercar mi si face 

uno incominciò: Ciascun si fida 
];.l batefirio tao Bensa giurarlo^ 

Pur ebe '1 volur nonpossa non ricida. 

Oad'io, che solo innanzi agli altri parlo, 

'■'ego, se unii vedi <j nel pnexn 

Clio wcd» tra Ile-magna e quel di Carlo, 
Cbe tu mi aie de' tuoi prìeghi cortese 

In Fano si, che ben per me s' adori, 

Perdi' io possa purgar le gravi offeso. 
Quindi fa' io: ma gli profondi fori, 

Ond' ud '1 sangue, (a sul quale io seda», 
•i ir.: faro in grembo agli Antenori, 
Là dov' io più" sicuro esser credea: 



M 



H 



Hi 



JO 



il 



, re qui paolo di mori», .•»«.< 
i traila «luta, a« f*r« attutii, 

penU-ldocl. 
'- Cte (l ktDKfo col jr»n deriderlo 

nel ''.«■ 

; i ranccbi Iddio « principio dallo 
V «aiata..- I' anima deridere matti- 
«tl» tornare a quello. • 
hr riè pitalt, pur quanto eh' lo 
I incnUnifiiU . 

. Voi ditemelo; od lo lo I»r6. io 

r «nella f are i In. mi ti <a cor- 

.,|.i. ilir.iro ai pani 

faida. - goelle pace a Dio, In 

1 Ofl" 

I oao ìmtomlttii l.oxlui il Jacopo 

u, ciLUilini) ili Fano, Il quale, 

attua di Bolotna, ni conni,. 

Alto Vili Al Etto, faconda op- 

, •' «um ttoUUrl A Intimorirti 

Inatta,* di lai 

Ai» par rtodiearil lo fico aaaat- 

i ad Unico Ira Vantila o fiderà, 

Trainalo ' ano ciucio * 

ata folcita . Uilaao. 




Ou. Purché rimpolcmanon renda Tino 
Il tao buon rotore. E qucil' Impolanta 
polea aior luojo qnando Ilio noi permi-i- 
tatto. — lYonnoiia, in una tota parola, 
tale impolraio, come noacarenc* «lo 
larario. 

6x. mii.I pana, ciò» la Marea d" AD- 
cma, et» nata fra la Romagna a la l'u- 
tlia. aijnorosjlala da Culo II d'ADjio. 

11. Ir» p" «le f odori, che dai buoni, 
da coloro eh» anno in iiUlo di maria, 
•i farriano a Dio preghiera per Mi tu 
(alarlo, canto III, r. iw • Cho qnl per 
qool di II mollo e' nauta. • 

73. Caladi fu- io. lo fui di 11, di qael 
piata. — /ori. forilo. 

74, la tal «vaia lo troia, vaia a dire, 
nH quale io, che ora tono ipirito ed om- 
bra, arata tede. — Opinarono alcuni, e fi i 
quatti Empedocle, ebo I' anima arene la 
ava tede nel taoguo. E te la frate non 
..limili a rio, allora non * altro che una 
ciproeaiona poetica. 

13. i» eeeealo eoli Aafraorl, nel terri- 
torio de' Padovani, diacrndenti u'Aiitcoo- 
ro, che fu il faodatora di l'idoia. 




284 




Dm. hjiìoatomo 

Quel da Ksti il fc fur, che m'avea in ira 

Assai più là, che il dritto non v 
Ma 8* io fossi fuggito in vèr la Mira, 

Quand'io fui 60vraggiunto ad Orinco, 

Ancor sarei di la doro *i spira. 
Corsi al piulule; e le cannucce e'I braco 

M'impigliar si, eh* io caddi: e 11 vid'io 

Delle mie vene farsi in terra laco. 
Poi disse un altro: Deh se qael disio 

Si compia che ti traggo all' alto monte. 

Con buona pl'etade aiuta '1 > 
Io fui di Montefeltro; io son Bnonoonte: 

fìiovanna ed altri non han di me cor»; 

Per eh' io vo tra costor con bassa fronto. 
Ed io a lui: Qaal forza, o qual ventura 

Ti traviò »ì fuor di Campaldino, 

Che non si seppe mai tua sepoltura? 
Oh, rispos' egli, appiè del Casentino 

Traversa un'acqua e' ha nome l'Archi 

Che sovra l'Ermo nasco in Appennino. 
Là, dovo il nome suo diventa vano, 

Arriva' io, forato nella gola, 

Fuggendo a piede e insanguinando 1 piano. 



TI, "8. E rio feco fare, per meno di 
•icsrli, il marelicio d' Kilt, eh» ni area 
in «di» :i»*ai più .li quelito eh' io mi me- 
diassi. Etti por Sili. 

19. (» tir io Mira, Intono II luoro 
dolio I» Mir». Emo * posto iopr» nn ca- 
nale, eh» eleo dal liurao Bmiii. 

HO. e opmooli»" fa : intendi, da'ticaril del 
marchese d' Isti, 

ai.Sirei imi ri noi mondo do' mi, 
poichii fucitondo li non mi urei Impigliato 
nel pantino d' Urtilo, o enti rimano pro- 
da do' «K.irn 

H Ila ineceo di fucglr reno In Mira, 
coni al padulo; o lo cannucce o II òrafo, 
brigo, TlOgO, Di' ImplRllornn enti, chi' er. 

SS, Quello », corno Unii litri elio ne 
notai noli' Inferno, non & condlilonalo. 
mi deprecatilo: Deh cosi il compia quid 
tuo desiderio oc. 

81. Con opor* di crimini piota itala 
Il desiderio mio. 

•s. tooMooM ora figlio di Goldo da 
Montefeltro [loforao, taoU \\ VII) togli 
mori Della battaglia diCiropaldino, o raii 
Boa «i toppo elio menine del suo corpo : 



ondo ciò ebo qui narra U Poeta» i»»» 
risilo lecoodo la leroiiniclinu l}»* 
hitta|lia tra i fiinrmeill inslrcllr» •»■* 
dalla cerile d' Arerto, «i liwUd< Ti*" 
»e, anenno ull II di tiugM ««••* 
piano di CarapaMiao sottoposi» i "fr 
eailello del Casentino CU Arotili •*»* 
comandali da Gugllelmino Cantiti ' 
reico»o. o da DoonconU daKcCMfs** 
l 1 1 rrntini, al quali reiU la stnr». 
avorano a capo Amer-lo ti S'erte»»:' 
trai soldati a easallo troroui ?r" 
nostro Alighieri - Dico fui <s awtM 
ero, comò tSto: ie« lnowooai, pereti*' 
persona rimino. 

89. Oìocmoho, mia aiogli». «itOi •»" 
conglunii 

90 ro» Una fresilo, quasi toirop* 
perete i parenti non caran sta Ili. 

95. 96. Tritona in larr.nlt. <M u 
nomi arebiano nrgi Arebtaai), HI"* 
naico noli' Apprettino, eh' o soor» il n * 
Eremo di Ciroi'doli. 

97. 14, o-ooo II aooao tuo stroMl» •*»■ 
l.a dn>o pmlo il tuo none, precie"*' 
bocca noli' Arno. 



CASTO QUOTO. 

perdei la vista; e la parola i" 

BOOM 'li iMiiia finio, o quivi 

Caddi, « rimase la mia corno .«ola. 
Io diro'1 vero, o tu'l ridi' tra i vivi: 

L'angel di Dio mi prose, n quel d' intVrno 

Gridava: tu dal citi, perchà mi privi? 
Tu te ne porti di costui l' eterno. 

Per una lagrimelta ehe'l mi toglie; 

Ma io farò dell'altro altro governo. 
Bea sai come nell'aere ai racco 

QaelT umido vapor, cho in acqua riodo 

Tosto che sale dovei freddo il <• 

i quel mal voler, cho pur mal chiede. 

Con lo intelletto, e' mosse 1 fumo e 1 vento 

Per la virtù che sua natura diede. 
Iodi la valle, oome'l di fu spento, 

Da Pratomagno ni gran giogo coperro 

Di nebbia; e'1 ciel di sopra feco Intanto 
Si, che '1 pregno aere in acqua si converso. 

La pioggia cadde; ed a' fossati venne 

Di lei ciò clie la terra non sofferse: 
E come a' rivi grandi si convenne, 

Vèr lo fìnmo real tarilo vloco 

Si minò, che nulla la ritenne. 
Lo corpo mio gelato in su la foce 

Trovò 1" Art Itimi rubesto; e quel sospinse 

NtJT Arno, e sciolso al mio petto la croco 

milrjjio vii. tu. ibi n tr » rolUl 
inaio dogli uomini, il demonio, pur la 
polenti cho Vincolila mattati 
do, mone il vapore • Il renio per iuici 
Uro un temporale. 

MS. la talli: a fluirlo caio. 

HC. Dal monlo di rShalaatlfM (cho di- 
vide il Caitnllno dal Valdarno/ Uno ni 
tran finto doli' Appennino. 

111. .nUAfo. limai ipiepinoprepirafo. 
aireoiro; altri spiegano arata, *• fii/ipo/» : 
anelio Vlryilio: obtmta dtntanlur noci* 
Uh/ira. 

iis. iitf. BTMaea'tomll oatllapirti 

ili «n* pmcji.i. r.lm U lorra non aulirti. 

141. Iti. K quando queir acqua il 
venne riunendo a' [nodi (onoriti. al prt- 
c-ipllò Tirso 11 nomo reale dill'Arno (auto 
vrloccmenle, eh» ec. 

13S. rateiti!, qui rulo luiptl'iow » son- 
ilo. 



,.,-. 



I! ' 



Ili 



m 



i» 



tJO, UH. » la pirata, ed il mio parlare 
*u T ea ade il Muta ionia di M 

Mt *• «e .«-m lite, «io*. Il mio cor- 
fi loia l'ai . 

I imi i' itiima. ein», I' ao|-«la 
Mrbjtraa. il droooio. 

<B Olulil'ii.iiij «he Mi di 
• Hinlo caini*, aere*» tu privi del- 
l'asta, di eoilalf 

Ut. l'iCerw, la t-irla (Urna, «loò 
tuttu. 

la». Ha io tare direno Ir ilUmrnlo del- 
l' etri parie, elea del corpo, 

MMII To ben lai come Dall' aria li 
ta i a m qnill' amido vapor», il qaale, 
vasara* , aalilo nella lecoada rtjiono 
•l'irla, dire ileo cólta dal freddo, ri- 
Mi mia Urrà la forata di acqua. — lì 
tarai eacoaa* Arti' 

•i»llt CoiUolKi ea intendi: ConiluD. 
a), accappialo, et* l'ulcilcllo qui) ino 



8B6 DEL rUBO ATOMO 

Ch'io fei di do quando 1 dolor mi vinse: 

Voltomini per le ripe e per lo fondo; 

Poi di sua proda ni coperse e cime. 

Deh quando tu sarai tornato al mondo, 
E riposato della lunga via, 
Seguitò '1 tom spirito al secondo, 

Ricordati di me, che son la Pia. 
Siena mi fé; disfecemi Maremma: 
Salsi colui, che, inanellata pria, 

Disposato tu' avea colla sua gemma. 



■ 



■ 



l»7. TV lo fri di n, eh' io feci dello 

mi» bracci», Incrociandomele »ul petto, 
quando li dolor, il ponlimmtu da' unni 

psocatl, ni vinir 

ItH di >uu preda. di i il i gli'Ala e d'orba, 
nonU > nella pnnur». 

135. la PI». gtBlild li fad»' 

(ìaulclliuu 9i in.iiilo ad on Tolomoi, u, 
rituali» lodova, di lui, fu apoiata da un 
Nello o l'aganello do' l'annochictclii. il- 
cuore del cullilo dell» ritira Condot- 
tala in Maremma, il marita la luco da un 
fami.-lio prondure per lo gambe o gettar» 
dalla lineili». Alcuno dine ebo Nello 
fon» ipiulu a qu»il allo barbaro dal »o- 



spello della Infedeli» il Ui ; cu aliti a- 
vece aliente* eb' fi lo fiieur per taf» 
di metta, affina di solar prudere n a» 
i eh» non ili itati* pai flit» «a» 
cunleuaJlar. aadllifti b i ll 

ed erede di moli» ricrheu*. Il UH"» 
fatto ariano» circa II ImOJ 

I5i- InUndi ; nacqui in s.tna,iaar» 
In Marottium. 

«SS, US. Seloiibtn*e*lal,oe«V»«. 
il qual» eolla tua («tona ara* • 
me, iu&iiellala prima da u» altro, lavi 
IpoialA prima da uu altro, di < 
mail» ledoia. — luuU'i «lU «V 
I' aai.'i», auibr V aavrlf* « affai». 



CANTO SESTO. 



raruecM» altro animi preg-an Panie porehl faccia Bracar* por aia», •* «ri ym ■ 

doMilo « viti-ilio nll'einear)» doli» preghiera. Contlunaod» Il lor emafn. e»*» 

trino il poni» bordello, il 'imiti, al nomo di Saotora in» patria, attracca il ■»** 

D Viri illoi dondo tra» Danio occasiono a •foyaca 11 »ao maraaaif* »»<* 

tunlio W dir.tionl » 1» (uorr» Cratoru degl'italiani. 

Quando si parte il giuoco della zara, 
Colui cho perde si rimon dolenti-, 
Ripetendo lo volt»?, o tristo impara; 

Con l'altro se ne va tutta la gento: 
Qual va dinanzi, e qual diretro'l prende, 
E qual da lato gli si reca a incuto. 

1. «Joindo, filino il giuoco della lara, con tuo dolor*. Impara a u» ipn».* 

I' un iiuocalore il parli dall'altro t, con ila II {inoro. Onoio. ilpnia*** 

«paralo un riuoro c-b* li facaia con Ira a gallar» i dadi e t»t duo-.. 
dadi, e dlceiaii cara il far ioli li» o ». Co» l'.llr., «io*, eoa «««»*) e»' u 

i ■ •» ■• • Tinto. 

a lltpcleudo nrl ino pernierò I» »ol- «. sii il rrca a «/»'«. gli ilcaruif 

Ut*, o i liialgimenii da' dadi, • Impara almo, per aicr la nasca. 



Eì non s'arresta, * questo e quello intende-, 
A coi porgo la man, più non fa pressa: 
E così dalla calca si Attendai 

Tal er* io in qaalla turba spossa, 
Volgendo a loro e qua « li la faccia, 
E protnctUiido mi scioglie» da essa. 

Quivi era 1' Aretin, che dalle braccia 
Fiere di Gbin di Tacco ebbe la morte; 
E l' altro eh' annegò correndo in caccia. 

Quivi pregava con le mani sporte 
Federigo Novello, o quel da Pisa, 
Che fé parer lo buon Morzucco forte. 

Vidi coni' Orso; e l'anima divisa 
Dal corpo suo per a^tio e per iurej." 
Coni' ci dici-u, non per colpa commista; 

i'ier dalia Broccia dico. E qui provvegga, 
Meutr' è di qua, la dotimi 



vi 



io 



» 



m 



. qwlli, <lis hi • 
i m rmi pere* I* ««mi, dando - 
4», ■»« (li f* pi» pfYiw 



). 14 M. HtninCait aretino, iloti..- via- 
•«Ile. «lurido poteill lo Siena, con 
•è a aorte Tatto » Turrino da Tnr- 
arpott di lai. parche avi-ano rubalo 
■ertola • nini muli» dopo, lucilia 
li, eado i ludico a Roma. Qultl allora 
•tal Ghino. Crucilo di Ttett, e lui 
■*• M tribunal*. P" riadatta dol 
!•»,»« ..>». portandotene icco la lo 
rama. Di quello Chino di Tacco, tbt 
■ lertibll Uil 

tarla 11 Bo<> - l novnlla 94. 

' S rallro aretino. Po Qjotll] UD 
» » Caccio Tu UH di l'iotramala. Il 
». top* la rolla che- ebbero (Il Aro- 
a titolo», foumdg da Dioici, dm 
N|aJfMM,aMr4<ole*ralloooM'Arno, 
■aia fatarlo (radar*, mi -iunl an 
t— Corna ti i» <c .ondo 

» ClMIa. eb« gli danno i inumi II 

pacai: • Po a miai Boa 

nata, ai par («a prodcro, ma por 
«ami* dei italici mn masi u 

»rdm#» Xottiltf'J figliuolo del tonto 
la 4a HaUiMIc. e fu "ceno -la UDO 
ItaWr. dolio il Forruiuolo. 
, II. « tm*l ta Ut», a quel piiino, 
t muli a-. il. che foco 

i (atta II I-job Manucco iuo ginl- 




baTt. — Farinai» fu ucci» da Boccio da 
Cipiona. o a Marsucco tuo padre, ebo gli 
era frale minoro, diodc occailono di ino- 
ltrarli forte; polche &Urtuccn, r.mcgnalo 
al NUn di Die, udì colili altri frali 
all' cai-qiiin del Aglio, ed eaorU II paren- 
tado ad arcr patii culi' nnn.nl.. AI-uui 
aggiungono ebo ipingono quolla ni ridi 
ionio di andar* a baciar la nano 
dall' ucciioro. 

10. Mar Orio, credono aloiinl elio lo*>.- 

dogli Alberti di tal di Ulionuo. o fono 

da' «noi contorti Altri il taglioni) 

GgliaOlO del Cotta Napoleone da ('.erbai*. 

e cho fono morto dal conto .libello da 

MoOfQOt 100 xin. 

I9-4S E l'anima di l'icr dalla Brtt- 
cla. dima dal tuo corpo per litio e prr 
lni>#goi,t, prr in* lilla, lucimi' egli dir.pta, 
non por alcuna colpa da lui rematila, 
commetta. — (taiooto, dal prò», n**/fc 
i .imiM.i 1/ in doppio g — Piolro do 
la Droiao era tegrilario dal r« di Prin- 
eia l iiippolll, o mollo potarti appreno 
di Ini 11 porche non lolo I cortigiani 
preiero ad invidiarlo, ma alimi Mtrli 
.li llriliautr. monda maglie dì quel re. 
Unititi esibirà, lo actunronodl ater ri- 
telato al iodi diligila l icgroli di italo, 
, il troppo (radalo I i lo (IH con- 

dannare a murlu: ciò avranno noi IStff. 
i yui proooioffia. e a qneito do- 
li. lo ili riliinnn e d" oiniriilio pi 
• rimedi la brabanteiu regina, meotrt t 



I8Q DEL PrTROATOBIO 

Si che però non sia di peggior greggia. 

Come libero fui «la tutte quante 
Quell'ombre, che pregar pur ch'altri preghi, 
Si ohe s' ,'iv.icci '1 br direaìr sunti-. 

Incominciai: E' par che tu mi nieghi, 
luco mia, espresso in alcun testo. 
Che decreto del cielo orazion pi'' 

E queste genti pregon pur di questo. 
Sarebbe dunque loro speme vana? 
non m'a'l detto tuo ben manifesto? 

Ed egli a rao: La min scrittura 5 pi.»na; 
E li» speranza di co&tor non falla. 
So ben si guarda con la monto sana; 

Che cima di giudicio non g'avvfilU, 

Perchè fuoco d* amor compia in un punto 
Ciò che dee soddisfar chi qui s' ostali*. 

E la, dov' io fermai cotesto punto, 

Non s' ammendava, per pregar, difetto, 
Perchè 'l prego da Dio ern disgiunto. 

Veramento a cosi alto sospetto 
Non ti fermar, se quella noi ti die*, 
Cho lume fia tra'l vero e l' intelletto. 

Non so »o intendi; io dico di Bottrioo: 



Indora di qua nel mondo, coil eh", per 
QUO delitto, non vada a staro in una rym- 
pagnla petetore di quella del Purgatorio, 
dèi Dtlb compunta do' dannati 
Ifca'r - » di «un. e. detto in rispetto al liw- 

jo. d"v cf j ii Pati i lattando (natii cinti. 

86, e»i prefdr pur. che pregarono an- 
ch' nu corno le altre, ihi altri pricoal, 
che i vivi preghino tuo per loro. 

SI SI cho l'alTrclll II loro angarila 
cosi farti degne del cielo. 

■>. E' pan e»« fu. o VtrflIIO, lue» 
(ho rischiari ogni mio dubbi», ni rileotli 
represso, espresiauicnle, In alcun testo 
(nel Uh VI dell' Sneule] che pregando »i 
pie'jhi. si cangi, il durilo del fleto. Peline 

fata tteum ,'rr/i iprrart prrranrfo; quando 

i i tildi panare lo Mige Inoaon 
tempo. 

M. E quelle centi del Purgatorio pur 
noDoitinU pregano di quello, cloo. cho 
li Ùccia orasinne per l»r». 

SS. Oppure non ho io bene inteio II 
Ho detto? 

M. e piano, e facile a intenderli. 

M. »o» falla, non ti ri 



VI-10. Polche l'alte «ludi, 
a'siroila, non i' abbina, n» rlMUi 

ir», perrl'. p.Tqninloch». 
a" umor, I' udore di < 
■* v* ponte. lodisfaccla In breve 
nò r*i Ut "li*' ni <»< l'tebia 
quello chi ite in un lung» lesa* »>*• 
ifaroocni ni ìiliDooiia*" 

la. — La giustina divina non perdei*** 

i tee tinse I talraa «pia la aeri 

40 >ì. K li, n, IP Infero», «•fi» r*»» u 

stabilii, poli quella manilla. aoa par** 

farti jmmcDda del pcecalo.pw «/»»•>*•* 

pregaise, perche quegli che pregili»** 

i nio. 

«. Veraneafe.inolsensooel lllw**' 
o vale ma. - olle inip.ll>, -roltmlit^ 
bio, diliinl questiono. 

U. CSI In»» fi: cho ti 
qoindo ti t linieri pel PinClw — 
fili», umlitil» della sdenta nauta, 
mai da pei lifTalta quailloasj, pia 
dea che naturale, il diieepolu a 
•Imbolo della teima divina, il 
dilla quale I' uomo ritrosa quel veri, 
altronde cercbirtbbe invaio. 



CASTO SISTO. 

Tu la vedrai di sopra, in au la retta 
Hi qurato monto, ridente o felice 

Ed io: Buon Duca, andiamo A maggior fretta; 
Che gii non m'affatico come diali 

...-di ornai elio '1 poggio l'umbra getta. 

Noi anderem con questo giorno innanzi, 
Rispose, quanto più potremo ornai: 
M* '1 fatto 6 d' altra forma elio non stanzi 
ma che aiam lawù, tornar vedrai 
Col. i si coopre della cotta, 

Si che i : tu romper non fai. 

Ma vedi là un'anima, ch'n posto 
Sola soletta verso ni i riguarda: 
Quella ne insegnerà lo via più tosta. 

Venimmo a lei. O inuma lombarda, 
Como ti itavi altera o disdegnosa, 
E nel muoror degli oecbi onesta e tarda! 

Ella non ci diceva alcuna CO 
Ma lasciavano gir, solo guardando 
À Raisa di boa, quando si posa. 

Por Virgilio si trasse a Id pregando 
Che ne mostrasse la miglior «alita: 
E quella non rispose al suo dimando : 

Ha di nostro paese, e della vita 

chiese. E'1 dolco Duca incominciava: 
Mantova... E l'ombra, tutta in se romita, 



M 



.-,-. 



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I* i. li trito -Unii i fili'i 
a n»b ««ti', ciic il l'ut-u colloca il 
ftUita tornir*. 

i a»l Il Oriolo E«ti l'om 

«««Or» »ol II . ll( ITI» 

«•• filli T/rio |-ifiral.-, ■• i Poi 
i«w il BO..U- dilli 'i>l«, * 

«Mine:. '»ira grtlir l'oinliri 

•il Ioojq ot' ( 

!» ulllli piti 
di gufilo (he tu non ciudlclu 

i«IU d«l monte del l'ur- 
li blu. rio. li - 

ti. f« rtMftr Wl/ll, tomo fieew 111- 
■ni, a»ind; a In in<0. 

7«li. tuntKi. ami »ii 
•xi Aneto Sili' li NMS 

I t* • UnT* ut II-»» r . li il I po- 




lli. • — QotfU ipoeli di BlfUfOT 
laro che occupiti In irmi, lo lettere oin 
politici. j l.i proprii conTof- 

ilono Uno agli oitrcrol della viti. 

[io iptdll I 

ol il ah.iiuz lombarda oc. Uurtlo non 

•on parola sto Tlrjlllo rolgstM •■ oasi- 

I" lolaii, mi e un' oclamulon del l'oela, 
a coi nello K ibi) a memoria 

il rioliilf SIpiNO e le di.'nitoir motorini 
ili i]Oillo l|.i:ilo. 

.Iteli» d'aniiiio Oiprtfl » 
.ili, puO rblaroaril ilicro i il, 

i.i*T7noii> in qassta noto llltlrsrca ibis* 

MO Laura attira i dudcjnoia, nel ftjprrM 
f rllron. 

CI. Aie. noooilintc quelli tua conte- 
Dima. 

Io. e dilla eira, nlt 1 dire, dilli io- 
siri concUclom. 

71. V. ..melò Virgilio sdir» 

«olendo coochluderc fu la mia paini I 




Sane Ter lai del luogo oro pria stava. 
ltfc*n<io: mantovano, io son Sortii 
Della tua terra. E l'un l' altro abbracciava. 

Ahi «tv» Italia, di dolore ostello, 
ìfsve senza nocchiero in gran tempesta, 
Non donna di provincia, ma bordello ! 

Quell'anima gentil fa cosi presta. 
Sol per lo dolce auon della sua terra. 
Di fare al cittadin sso quivi festa ; 

Ed ora in te non stanno senza guerra 
Lì vivi tuoi, e l'un l'altro si rode 
Di quei eh' un moro ed una (ossa serra. 

Cerca, misera, intorno dallo proda 
I<o tue murine, e poi ti guarda in seno, 
S' alcuna parte in te iti pace gode. 

Che vai, perchè ti racconciasse'! freno 
Giustiniano, so la sella & vota? 
Seni' esso fora la vergogna meno. 

Ahi gente, che dovresti esser devota, 
E lasciar seder Cesar nella sella. 
Se bene intendi ciò che Dio ti nota; 

Guarda coni' osta fiera e fatta fella, 



tmort. (»* dapprima *ra fari* (» <> 

■ti*, lolla io U 11*111 raccolta, «e 

IL Strtillo affienali di Masi 

no ecc*II*rlr poeta * un iloti.» ULlrnto 

Jil wcnlu Sili, | II. riTi-nnia da Imola lo 

di» puro aaMMi et p-o./c-i aabs I <••.- 

miu ii . lo ricorda sei IM 

rolgar* UlaquXQ. li". I. Cip, 13. 
10 Mi urta Unii» te. Dalli tlcordao- 
; Milton ICOOflIaatt 'li Sonigli. i 

al mo eompalrfoUa Vtrftllo, riroijo il 
. oso? or.* 
li ina pitrii lacerila; il perche. ien- 
tendoil da noblU 

prorompe orila irruenti* TfOBMUaslBU 
» marnili» anomala all'Italia. 

MlflU l' luliiaure mi» torche- 
rò, poicli*. tbbaaaossta dall' tsiparetar*, 

molli iliaorotll tribolala o dall» 

tirili iliirurdi.! MOBTOltl. 

TS. N"ii virnori di prolifici*, in I 
iaeolo d' ofnt rml toltane. 

80. lo dnlr* tuo», il dolsi nomo. 

; Cooaldors, » ninfa, i ■ 
Masso lassa lo rlro da' dai mari (medi 
. «poi tunJi ossili 
ebe ioti donlio lem. o coi! il 



ha lo t» airana parta eh* |<4i rasa 

»K, ». CUrtl te. Il Peata .jti nraet- 

«ala I" III Ila imu la (Iran d' a» t»e> 

odio taoalto : « dir* : Ct» «al*, e»i Gir 

111 iuoe*lear« n aa, 

Trini. o il freno, li la Isa ••8*' 

mota, «io», icaeo •. ra rkBN> 

raion affina di cuidarti li 

sinlUtiiT — L" iaiprrjioro lìtouuWin. 

lib*rila n*l VI mcoIo l' lulia «ai 

io Bxxott rotare*, e I* diede» 

t tulle* di Ulti, ••■li' rbi»at4 dal noaaaa 

PO. feat'an* fr*oo racconcilo, ta* 

I e:dl« fiauinii.ro, la ttrf*fH 

l nltior»; prtrh* rulrtjr 

■amarla. Perf., cani* SVI. t ri: 

• L* 1*1(1 MO ima ohi piiiaiHUH*' 1 

■M-pi 1 1> crai* re. Qui II Poeta riarw- 

Uraamla parila Ut* 

rnmm» Coni. Abi f-nto. eh* ìatphS 

. oluat* a li 
(OH della relitto»*, lauiand* all' aa* 
ralor* : Itila eoi* Um: 

botti i 

iva! OaaHl Orari, ri f u« laal n- Sa. 

guarda comi' 





casto awrro. 291 

Per non esser corretta dagli .iproni, 

Poi ohe ponesti mano alla bridellti! 
Alberto tedesco, ch'abbandoni 

Costei ch'i fatta indomita o selvaggia, 

F. dormati inforcar gli suoi arcioni. 
Giusto giudicio dalle stello cnggia «» 

Sorra'l tuo sangue, o «a nuovo ed aperto, 

Tal che'l tuo succeasor tcnr ;ia: 

Ch'arate, tu e'1 tuo padre, sofferto, 

Per cupidigia di costà distretti, 

'i gi:ir.iin JeU' imperio ria dianto, "* 



'"» Sfuri il' oo esililo] ili fili» lei- 
r,to. par non iiear cor- 
ina d«(ii aprool dwir Inseritóri 
aheutaioleiliporminoallaioato 
| t *-r«f m*oùèl tiio governol — Bridtll<} 

* ■ *«•») che IrayfCSi l.iii- 

tUlUlO irida r.d Alcuni dicono Oliere 
i pai Ila, che poia tulli 

►Sedi M Catlllo, por 1» quii- 

rotiflijr.idachi lo DSadBM » i< 
I Gì r »ao por 11 Irretita 

lini roteod 
I •" cM il cantare [V Imperli 
I «Min*. Albi UHI laifooo P'«»"'a. mi 

• rnuto fwli toc» communi! dcl- 
ItUtO. 

ri JUtrte. «ilio dell'Imperai.. 
•Ut, 't il «cindo éelli un rt'.Vliihursy. 
I «B n w il nulo di ro de' linai, i 
[ Baa» ett tsM, > eeM-ea conformala 11 lui 
I ae-1 modi pipitlonif 

•li riniti la Italia. — Coloro 
■eotaitioa di non lOiMiono 
trattile. IUMIUU il I 
»l ihhtmo, trrchr toI«iw fdicnn 
| MUoa«lt«r« I» piltii id m 
| ei 11 BOUIluinu mimi di lunln 
<•« «tf»r cipie» di Unii 
film nani* cai* I* tannerò Unno, il 
I Bea t ra » ino i»npn eh* m pil- 
ature di quella da' Culti, tor- 
I al «a* aatleo ««lentore. e. 

■pi aad« r « l'Italia, jitrli» 

tua ttm iirelita itali, Bla 

I delle allieti E le I' inorila di 

l laamili poltra aadeve, palchi 

nane, la aa imiiuu, ciò ara il' 
-otti di Daaw. polo* l> K-d 
ar» ferirà tmr nanpr» Roma > 
i- r laanaralara, Babbei 
sUli, nt-e et 



noilri l.liili»llini temilo por t»t- . 

come per i » i r .mi ito unti il lanata dil no- 
ilri lineiti un pottli'lice, cito fono Tornilo 
di Spagna, Al Frana n l'Alani 

rlOl H'iniin || cnlo n pili pirli in 

che allora eri intani Ha, o cho 

«i itruiiTino a rifondi, li |TM nienti. 

»itd, tt'.i dall' Alighieri paniata inerì 

I' aulurili ìlll' impero il 10I0 metto cf- 

II ijhlbrlllni imo t»lo<> prr li.inlo 

ordine, contorcili, f.'l II (Mi 

(limo (o qui li «Iona non pini •mr-iilirln 

..in i Uinrilae, alleatili i, 

inelllirmi inf.iiii, eoi pretorio d'ami il* 
luti libertà, wsettenra r-.,.' 
popolini o in tit:iin-.idr, tenne tempro 
itili»» a iliicordi le (ili! e lapahblllhl 
Italiano del medio «ro. coliceli* te firn. 
proriili politica dn'i.ui-lli non fono Itila, 
I' [talii. ria da pili tempo ri 
loternod'nn lolo, nnnaerebbeoi:. 
da Imldlire ad il'rt Blllta 

100. l'i cattata «Ja dal ci 

m il luo iintuc. — Aco-nni. a mo- 
ni-I in* ibbi Alberta dil no alpe 

«■Udii 

. i ; , io inrcftioro lille tu 

Arrigo VII di Lmionbarta 

l'IUlia. 
coma kal fai: 
101 •liitr.iri, "trulli, .limolili, dilla 
dondolo 
ilo |dio« il I 
itiapri lata»» ad aetraic.tr ine 
■littoria . . >. Untandole I 

d' Iti! il • Se- 
niori lenii niiro m IlaHl 

105. Il (lardi» iilt Iattura, cioè I 

la Mhl aUaarfe-aal*. ma ipti pu* 
l*N Ciurlalo, •a-'autatf». 




tttì DM. rcnc*TOBio 

Vii.ni B TVttl :■ Hb b UocM e Cappelletti, 
Mouuldì t FlUppeseU) loo Man cara; 
Color già tristi, o costor con soni 

Vieri, crucici, vieni, e vedi la pressura 
De 1 tool gcutili, e cura lor magagne; 
E volimi Suntafior come si cura. 

Vieni a veder In tu.i Rotasi che piagna, 
Vedova, sola, « di o notte chiama: 
Cesare mio, perchè non in' acoonipagmi ? 

Vieni a veder la gento quanto l'ai 
E «e nullu di noi pietà ti muove, 
A vergognar ti vien della tua fama. 

E se lecito tu' è, o sommo Giove 
Che fosti in terra per noi crocifisso, 
Sou li giusti occhi tuoi rivolti allrove? 

è proparazion, che nell'abisso 

Del tuo consiglio fai, per alcun bene 
li; tutto dall' accorger nostro scisso? 
Che le terrò d' Italia tutte pione 
Son di limimi; ed un Marcel diventa 
Ogni villan che parteggiando viene. 

Fiorenza mia. ben puoi esser contenta 
Di questa digrcssion, che non U tocca, 



IN 



I.: 



ir 1 



106. Mutilatili • raji^llclli, nobili 
polenti («miglio di Veroni 

llTI XunaMi i rUt pp n t kt, lllro nobili 
famiglio l'Orrido. - Sr»iii cum. Inco- 
llate, indolente. 

10*. i-li «mi ;ià ilfli'iiit pti danni ri- 
r i*|| i ,11,' coati -iiiiouì aitili; gli altri 
, >pi inni ili lieoiornc. 

'." ■'. Itu. «ioni, e vedi I' Appratitone 
iì. tool laatllaonial coibentai, a porta 
i nin'ilio a' lor mali, — pmMr lignifica. 

ili, i. i,,w.., Btataflora tomi- barba- 
riaenlK il goioroa. — Sanlaliora. al- 
ita volta contea o feudo imperi, ilo, 6 
iu' conimi della prouncii MBCli. Al- 
tri l*|ge: ««' • ilcyra; Ipirga: corno 
i'c lituo ; dotta lionieiaiento, 
(■orchi qnol picio. per II mal governo 
do'moi conti, «ri lutto infunato di ba- 
iali 
1ló. HaAcMi |,'IilIiì- ibbindonala da te, 
«ola, parchi prit» d'ogni abatt CUhh 
vati ornili, dal Ialino ridami, f.cui nulla 
11 : • Angolo chinila In divino lii- 

Ullctl*.. 



III). tuoni» a'au, it.au, »p«)MP- 
lici, quanto i* 

lis ; i 101*00 Idlio.caaa* 

in lorra pai noi crociti»», ■* è UcMi*i 
■ domanda, dimmi, K.Una ra- 
tina Cion r. •«tondo gli catari' , *>' 
l'ebraica J«*«a, por coi vil- 
li nominato Dio. La tao* AWttiaf** 
lo l ni" pare il l 
IJ1-13X O con quoti ovaia, cavo» 
•offrirò, prepari t« nalli pT0'"oao*i 
• titigll alcun bc-u 1» lai)»»»* 
illalio ••parato • lontano dal •••im» 
toodoref 
US. di firaiil. ptreM aio II *•» 
a può tornire in liraaa-Ji. - - 
Jfam-I, ciò», un uomo illattri • pet*** 
- Vari» furono in hoaa ooa tal Mail 
pcrionjgr.1 Ululai e poimi. 

IflS. Ogni oooo di rllla, CI. 
Udo, oi uro ogni ucuso di til caaataaia 
che prende porle nello aaxioai.Cjai * 
c-inlrr. fu orni» avara. 

ut. Quarto, f gli altri tr» lanari 
vengono appraaco, «ino uà' aaaari Ira* 
conilo Flreou. 



CO «raro. 293 

Merco dot popol tuo cho s'argoiueuta. 
Molti lutti giustizia in cuor; ma lardi scocca, •*> 

Per non venir tenza consiglio all'arco: 

Ma'l popol tuo l'ha in ramino i Iella bocca. 
Molti rifiutali lo cornano incarco; 

M*1 popol tuo sollecito rispondo 

Sena» chiamare, o grida: Io mi sobbarco. l» 

Or ti fa' lieta, che tu hai ben ondo: 

Tu ricca; ta con paco; tu con senno; 

S'io dico ver, l'effetto noi nascondo. 
Atout o Lacedemone, cho felino 

L'antiche leggi, e furon ni civili, lw 

Fecero al viver dodo un picciol cenno 
Ver» di to, che l'ai tonto lottili 

Provvedimenti, eh' a mezzo M 

giungo quel cho tu d'Ottobre fili. 
Quante volte, nel tempo cho ri »** 

Legge, moneta ed ufficio o costume 

Hai tu mutato, e rinnorato membro? 
E te ben ti ricordi e vedi lama, 

Vedrai te somigliante a quella inferma, 

Cho non può trovar posa in su le piume, >W 

Uà con dar volta suo doloro «chcrma. 



» rio fmrttmint, di» o 

i!.t«rdi'«rio dieliallri DO- 
,, o tuoi 
| ■; olu Urtati»» m : 

: uni u- iena »i a'jt»»»r«, 

M.H Uà rifinii». »\ b*ti provrrd» noll-j 

an i m a i . 

»:H IMli prToti Inumi la liulli- 

»ael ih»; »» ion Irati t timidi Del 
i/li »4 «it.si. . per hi icaglUro 
|ltaiMi(a(*ob»itr»U, dm non puh 
ut» || fopnlu tao r In 
I a tace», t • b» ttuipre plora U 
,' — CMilnu» l' ironia, e tuoi «Irò 
| Mt/Olo di Fucate b» I» «Iratiila 
i u panilo • Dm ta 
lo r«>h lui reo, i carichi, «li 

ri» «rato riit»»r«, MturiMi ehi». 
**, « tr id» : Io «il »•#•«««. ni : 

Mti proti» ad cieicitarr 
In» — L'u»m " 'ulti 

E, set propri" iotorr.ic, .li af- 
ter. Ite rw ataiblralure. 
» 0» u r.l!r(r», poisbt tu Lai kono 

0* r.Jel). ..I mkmA. ck>6. Il Ulto 



10 diraoatr». - l'or l' ironia Tuoi diro, che 

11 fallo òimoilrar» tutto il cono 

HO. furo» ti coìti, ebbero «ori etccl- 
Innti tiiudi di governo. 

iti. Rtl lew snUsard » itti aMIt 

fecero imi poco » paragono di te. che 

fii unto ioli ili proTT*dln«iiti,<lM ipn li". 

un Dall' Ottobri, Mila -\ 

ino » mono Noicmbre. — (Jui It- 
ici» l' ironia, e rampogna Kirooio apor- 
- 9 ti ti doppia 'i .i 

TOC* MM imIuiiiiIu arali »d<- 

.1 fiiinuo equi- 

IOCO. 

148. Mi limj-J «Al rimrmDri, rin 
lloo, Dello ipui" di tempo, del qualo 
bai [ormoni, in ijurit olliiiii unni. 
1*1. t I famuli eirmorr, membri; ciò*. 
' i cittadini o magliuall, or quelli 
or quelli cacciando in cullo, «"modo 11 
i dell' ona faaionn, o doli" altra. 
i;<. ( il In 11 ricordi, o »r boa MA 
iun,/, clou, io bai boa ch'ima la Titta 
Hello. 
131. Ma col Tolta»! or di una parto 
or dall' altra, cere» di Uro «chorino o 
riparo al «uo doloro. 

«a 



toi 



DEL irnOATORIO 



CANTO SETTIMO. 

tate*» cardile <k» «.argll d» ateo pirla » Virgilio, ili là imot* » jlk _. 

ri d'affetto; « {Il a'affrt a galdi per condirlo tinta tratta la far n l_ 
Ha osando pu IramonUra il Sola, ni potandoti di sotU udii n pai —ali, I 
dello conine* 1 Poti! in tu» prOMint» uuu rallotU, oro fu dliwr» tllaatn | 
■agri, eha, tatti occupali dalla neadine graodeuo, rlaorbiroao alt~nlliaaa U pa 

Posciachò l' accoglienze oneste o liete 

Furo iterato tre e quattro tolte, 

Sordel si trasse, e disse: Toi chi aiolo? 
Prima eh' a questo monte fosscr vòlte 

L'anime degne di salire a Dio. 

Fur l' ossa mie per Ottsviau sepolte. 
Io son Virgilio : e per nuli' altro rio 

Lo ciel perdei, cho per non aver fi. 

Cosi rispose allora il Duca mio. 
Qual ò colui cho cosa innanzi a sé 

Saluta vede, orni' ei si maraviglia. 

Che crede e no, dicendo : Eli' e, non 
Tal parvo quegli ; o poi chinò lo ciglia. 

Ed nmilmento ritorci vèr lai. 

Ed abhracciollo ove r l minor *' appiglia. 
gloria do' Latin, disse, per cui 

Mostrò ciò cho potè» U lingua nostra; 

pregio eterno del luogo ond'i'iui; 
Qual merito, o qual grazia mi ti mostra? 

B' io son d' udir le tue parole degno, 



t-5. l'otclacb* lo accosti 
li. la, ciò» (li ti li (i-i Virgili* 

r Baratilo, fai ira t fotUrs 

rollo. Sordi-Ilo il Inno indio Irò, e ditto. 

4 C. Primi ebo Ir tolsM dagli ■Tatti 

fffDltttrO a pnrfutai lo loO|0, 

M Brian dir tjiir 'in laofd Jivonltto la vi» 
di uliro al cielo [cioè, prima della ri- 
• umilino di CrlllO, quando non dittata 
Il Purgatorio, no il LlBbo da* nati l'i- 
iln . il mio corpo fu fallo tnppolliro da 
ni) .inguaio, mio protettore. — 
lioniin: .Furono per comando d'Augnilo 
la otta di Virgilio troiaio a Napoli. • 
fuitilorio, canta III, r. -.i. 

'.. ,*r »ui;'al'ro no, per ninno altre 
reato, poetalo. 

h. pi- ai» iter ,'), por noe aror ero- 
dalo nel Tcntu.ro hedentors. 

U riCsrai vlr h uio ha 



la n' tra «cottalo dopj |ll i 

1$. et» il «tao» i i r » c iu. tlv.< 
una pertooa di condlilon» la ferina* 
appigliarti itagli ibTsnMtttMail'l 

diti con . li Luana idi 

, Itdl allo netto Virgili/. J«_l 
< '<■■ l'in coaoacioU f 

l' lii abbraccino faniltarajtatt * j 
cenalo: ora lo tenori cuna uà* 

17. la lingua Mirra, ci: 
lina, cb« nettano ;ill •!: Virplaii 
comparii e icaUtf U < 

noilra. pereto alatati latini» I 

•■•lupo, e per. 
l' Itili», o aneli; porchA dal I 
I .ila i 

tu. iti (■«*- «aal'le r.i. ned, il I 

loia nili puri». 




MVTO srmvr>. 

IHmtni io vini <i" Inforno, e di qua! chiostro. 

Per tulli i cerchi del dolente ragno, 
Bioposo lai, son io di qua venuto: 
Virtù del ciel mi mi»», e con lei vegno. 

Non per far, ni* per non fare ho perduto 
Di veder l' ulto Sol, che tu diedri, 
E che fu tardi da mo conosciuto. 

Luogo è loggia non trutta da martiri, 
Ma di tenebre eolo, ove i lamenti 
Non itionan come guai, ma son sospiri. 

Quivi sto io co' psrvoli innocenti, 
IV denti morsi della morte, avante 
Che foacer dall' umana colpa esenti : 

Quivi sto io con quei, che le tre Manto 
Virtù non ni vestirò, o senza vizio 
Conobbe* l'altre, e seguir tutto quante. 

Ma se ta sai e puoi, alcuno indizio 
Da' noi, perchè venir pos:;inm più 'tosto 
La, dove '1 Purgatorio ha dritto inizio. 

Rispose: Luogo certo non c'è posto; 
Licito ui'è andar suso ed intorno: 
Per quoto ir posso, a guida mi t' accosto. 

Ma vedi già come dichina '1 giorno, 
Ed andar so di notte non si puote: 
Però è buon pensar d' un boi soggiorno. 

Animo sono a destra qna remote : 
Sei mi consenti, menerotti ad ok«\ 

■ di quii ear- 



265 



M 



40 



4S 



I •*<••< iAiulra, 
* Miao, 4, eno. 

tejat, « T-B|0 i*rompi- 
I U ...t 

§*. IiUiOi : Non per airt hi 
■asjfei, Bl |«f UH altee nulo le 

•Uff* il Unum Udii 
I. * Cb< Ir»; | dopo 

l II SM (OMMMW. 

I tntU M martìri, n.n fallo trl- 
■ 41 mi». - 

SeMnai Vifilllo. eom'e 
■ IV é>I|- Inferno, cen altri iplrul 
"•■airi II f»f laeMaeee, | 
• patte, «epa iettassi* ilU un- 

•fU laUudii 
• ili Uni» in generile. 

Il» norie prie» «io, 
I ìi»:. fonerà for- 

■Ji.Oaxt ia> JJen 




pKMrcriHir. — eieaii. .l»l «orbo Ialino 
rxlnn. ijnnsi a dire, lOtfal 

34-5G. IJin»i io ilo con quolli rhe non 
ebbero le Uè «ante rtrlt teologali,*; (he 
pari d" orni itilo conobl<ero tulto quinte 
li) .ilirr Tirili e |.» praticarono, — le Ire 
•<i»«» refi» «o* il MtilrtJ Kecl., XVII. 
«. •Nl>*{( . . . *irl*a>. 

SS. Da' a «oi. sii '■"'■'•. ptl preila- 

W. dlrldo laici*, ter» principio. Dice 

loicbo Un allora il erano aggirati 

^purgatorio, o«« al trattengono 

non por anco ammetto a por- 

40. Biipoi* : a aol eoa e aategaiu un 
luogo «no. i 
43. Fin dorè mi e permeilo inoltrarmi 

o iato pti laida. 

45 Peri ò bene pentire a troror no 
hd lungo ce* fermarti. 



yuejia ool bob poter li 
Ben ri pori» con lei ton 
-E passeggiar 1» coria i 
Mentre che l' orizzonte 
Allora '1 mio Signor, qua 
Menano, disse, dunque 
Ch'aver si può diletto 
Poco allungati e' era vani i 
Quand'-io in' occorsi ch« 
A guisa ebo i valloni m 
Colà, disse quell'ombra, 1 
Bove la costa face di ri 
E cola U nuovo giorno 
Tra orlo o piano er'un tv 
Cho no condusse in fian 
Là, dove più eh' a mera 

«. f» rttpmti, »otiiai«ndi da nrtOU. tcn 
M. O laute «ircbb.. chcnli non Io «i 

pol«« di per U aitate? Ciò*. (Ho |' im- „„, 

poiiimcnlo fono la lui tleuo. Altri Ir». 

tono: o ...» MrWt ,*, ,.„« ,.,.,, n , r ,,„;. 

o «on adirti, „, M llr«M« ,»r .0» p,'. 

uttr Ila M .,r IocojI in antico „it, , 

poi urr». 

M. d»*> II ut parlile. Il Solo • wm- 
bolo della »rui». li . ]U i!„ inan(ifi,ln, no „ 
luci l'uomo far» un puio nnlla ria di 
ptrfuieoe. eh - » Usurali ntl n. 

81. Inl.udl: ijuclli tenebra, coll'lmpo- 
Wnia di tal o ntlona. nodi u„„ ■**•* 



»*. 

icnt 

irai 

pian 

•n 

quel 

quali 
tutu 



aUIO 5TTTTTM0. 

Oro od argento fino e cocco o biacca, 
Indico legno lucido e sereno, 
Fresco smeraldo alloracbù ni Bmm, 

Dall'erba o dalli fior, doatro a quel ««no 
Posti, ciascun saria di color vinto, 
Come dal suo maggioro è vinto '1 meno. 

Non avoa por natura ivi dipinto, 
Ma di soavità di mille odori 
Vi faceva un incognito indistinto. 

Saint, Regina, in «ul verde, e in su' fiori 
Quivi seder, cantando, animo vidi, 
Che per la valle non parean di fuori. 

Prima che '1 poco Sole ornai a' annidi, 
Cominciò '1 Mantovan, cho ni avrà volti, 
Tra color non vogliate ch'io vi gddL 

Da questo balzo meglio gli atti e. i volti 
Conoscerete voi di tutti quanti, 
Cbe nella lama giù tra essi accolli. 

Colai che più sied'alto, e fa sembianti 
D'aver negletto ciò cho far dovea, 
E cho non mnove bocca agli altrui csnti, 

Ridolfo imperador fu, che poto» 



207 



71 



«0 



> «tare, toccala «' a frutice, .!» (ni 
■•«III tricriao » bel colore tomo. 

i ■«crii d' ao ealor blanehlnimo, 

> per ars» 4'aaa preparinone chi . 
, l'aUlaaa dal piotato uloMU. 

trfao, Irina Indiani-», cioè 

, laaido ni aifiulto. Sola Imlia 

rt lattaia, dine Virgilio, «w- 

rralio dalla più frutto r. 

n' i appunta alloracD » 
■ •ti iliin («uo J.i pili". 
M(Ue aoilra allora 11 tuo 

i.lMI'ftaat.ai'tori.ch'aran putti 
i ewl tesa, cioè d'nt r» ■ 
■a de'dtttl usicli , 
I in tx'leu* di colore, tomo ec- 
m ioli n« • 
| 4' ■*' inliniu tamil di co- 
i Oill» acari 'minta di mi Ilo 
ti Iteti» «i tkdulmte (accattilo, un 
, ta attcnillo qui fri col ramo- 
li ai iato* ■■ bob »> che d' •»«• 
a 4' «Macinate — Quella tannu 
aaaéa Daett ceti lecrudrio animo. 
• tu Oliti »d M(0|litn lo mimo 
•M é tnhtlmial «omini. 




Si. Danto fa ebo quello animo fintino 
U Salvi Irgfoa. parelio >i retila i coni 

piota, oaaui lata il' ti' afflato t 

mila «ara. 

B4, r.lio per cagione della caiilk dell.» 
Tallo non comparirlo di fuori, cioè, non 
Il poto».tn vcilorr da rlii IkaBM fuori 
d' few talln. — Sun lineile In animi* d'il- 

ìmiri airaoBsiel, ese, tatti aeeopat) da' 

mondani Ingrandlmonli, riiorbarono al- 
l' ullimo II rlTolgcrsi a Dio. 

S5-ITÌ. CeatralKl ad intendi : Il min- 
loraao Sordallo, cho par qunlla ria tor- 
tuona, o clic qna o là rol (retili, • 
Il condotti |tcW|, cominci* « dira: non 
lA' Io ti fui. li Ira coloro, prim-. 
cbe qui! clic rimane, liniica. 

90. mila Inno, nella lallella. Polche 
lo animo cho primo a' oflrlsioro davanti 
a «ol, l' Impedirebbero di roder le altre, 
ebo loro «tiri rj 

91. pia nrdr mito, perche Imperatore 
romano— fa imafaari inoltrando di alar* 
aopra pomlero. 

93 Cloe, di reo Irò n ricomporrà 1° Ita- 
lia, renne ri' era la dorerò, aaiendo ro 
da' fiumani 

94. ■(rfolfod'Aht.burg, impilatore, muri 



1/ altro vedete, e' ha frtl 
Della sua palina, sospira 

Padre e suocero son del n 
Sanno la vita sua viziati 
E quindi vicno '1 duo), e 

Quel che par si membruto. 
Cantando eoa colui dal i 



I" amo ISSO. - p«r«». perehò die* il \ il. 
Uni : • $• arsii* «aiuto paiure in Itili», 
•enia contratto n" era lignnre • 

96. SI eh* lardi può «iure por mono 
li allro pnnfi|Mi riordiniti. Oti«ro: al 
clic il riordinamento, che illri «olmo 
■ re air lulia, aarebbe tardo. Por- 
l'anchn allude a'raai afoni d'Arni ( li. 
del quala dico altro» (Paradtw. XXX] 
«b» icrrà a tallirò I" Italia prima eh» 
Pilla. - «| rie»»., torio ita par n 
rtmtr». come nel canto hi , t. tsa Or 
tu e\i '« Sol ma il ricorro, pi t «o» il 
nrorràrro.. 

*ì. V altre elio, a lai moilrandoii. di 
♦ cagiono di conforta. Orrore: l'tllrg 
CI» moitra di confortarlo. 

'■ Reno la lloemia, oro Ita la »or. 
Itolo il Duine Molla, Jlnldar», il „u»l« 
•nlra noi nume itti*. KItu. „ que.io „ 

Ci a iboccaro nell' oceano intlenli un i 
. u mjr (ormanir.i. 



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Arr. 

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eio*. 




CITO ««TTIMO. 299 

D'ogni valor portò cinta I» cor*». 
B w re dopo lai fosse rimano ili 

Lo giovinetto, ohe retro a lui siede, 

Beno andava '1 valor di vaso in viuo ; 
Che non si puoto dir dell'altro rode. 

Jacomo e Federigo hanno i reami; 

Mal retaggio miglior Dossun possiede. 1M 

Bade volte risorge per li rami 

L'umana probitado: e questo vuole 

Quei che la dà, perone da lui si chiami. 
Ancho al nasuto vanno mie parole, 

Non man eh' all' altro, Pier, che con lui canta; ' : "' 

Ondo Puglia e Provenza già si duole. 
Tant' ò del ««mo suo minor la pianta, 

Quanto pia che Beatrice o Margherita, 

Costanza di marito ancor si vanta. 
Vedete il re della semplice vita i*> 

Seder la solo, Arrigo d'Inghilterra: 

Questi ha ne' rami suoi miglioro uscita. 
Quel che più basso tra costor a' atterra, 



• ni. 



U ftrrlaelii. Alton 
ita a Pietra, ttnm I Bill di PU- 
. A lf oato. U prltuagenlto. uuuu 
I rana 4 - Ar «sodi, e dopo « i 
•MM. e:*i nil ISTI , itirl (intano • Mais 

|ll » il iterimi! i 
4tl VuU, e I» (tut h 'l fotte rtM», 
{UH rlMlit re piii ItKJO 



I «<u « tu», cioè, di pidf» io 
1(1.1, di ri in re. 

i efta tm u pob dire onere «»• 

>, 190. i, Iacea» < Feditilo tengono 
Uiitiail.iiot II [Tiro il telaio d'Afa- 
i Mcoodo di Cicilia, nu l' credili 
», ti" 
r=« la putiate. 
!fl-ia. latenti: nre eoltt II 

lupina dagli HI >l Dipoli: o 
afta loia l» d>, (lai Iddio, per- 
!■ twla taralo, affinchè U 

Ulani io «al osti fona, 
ita nalratal ungile, e » 
i U eàiedrrearB» 

Amo al uiiM. dot a Car- 

^^^Kar la Kit paiola, non mino cbt 

1 1 Soli* Bt- 

l 

I aiuta U Follia .: la Praranxa gii 

I aalei M , pai oul forino che d< U 




Carie 11 figlio ili Ini. — eoa fai tonfa. 
quantunque nel mondo fotta itala «io ni- 
mico: a ilgoilicaro cho. in luogo di ulu- 
i •. lo anima mino (pagliata e im 
d'ogni aiTertlooe e i II Carili. 

14T-IJ9. Tanto 4 minore, men rifUOSS 
Culo 11 linteio per la piantai Jol padre 
ino Carlo I (inteio por lo limo), quanto 

I [Mmptl rie* Di I ' 
di tuo mirilo l'ictro 111 ptb di ejStllo, 
ella Ueatrlco a Jliriheiit» il tantino dui 
marito loro Carlo 1 — Basirla*, B|lto <!•' 

Cunl, itaiiiiiindn di l'unnui, fu la primi 

molilo di Carlo 1; atatfhrrlta, tflia 

duca di Borgogna, fu la 

— Tasi dire: Tanto Carlo II * Infcrloro 
in tirlù a Carlo I, quanto a Carlo I fu 

hi Pietra in 

131, 153- irrito IU re d'Inghilterra, fu 
un uomo di buona fedo a di (empiici co- 
itomi. I inoi binai, anali aiiatoiiail 

conto di Uiewlar, (li 'i ribellarono, In 
mro. Ma il mo 
Sfilo Edoardo, rrneendo l ribolli, lo li- 
beri, o lo foco rimontare (ul Irono, ler- 
cio dice il l'oda che un' rami M 

■rifilar timi 

i che arauoro Cirio I e l'i 

- «ole. come | in, perche di 

:.i o di buona fede. 
IK3. <»» più tane... l'a'Urra, che (IVM 



800 



DKI PUBO&TOBtO 



Guardando iu buso, ò Guglielmo marche*-, 
Per cui ed Alessandria e la sua guerra 
Fa pianger Monferrato e '1 Canavesaj. 



e »iod« pili bino, porche non ó di Ma- 
ga» reale. 

1M-I36. » BmolMmo ■ItXllll re. C.a- 
gllclmo marche!» dì Monferrato, prcto 
a tradimento da quelli d'Alcitsndria dell» 



I IT inni muri di tiolori uri IB 
l (ho fri q i torti i 

Cimino « (li Alcisaodrul fa laaftri 

aipre l'ierr». 



CANTO OTTAVO. 

Dal eonSaelu della Botta acoodon dal cielo duo aagoll »<r cacciar dalla nllt il cJc> 
•arpent». oh» t*ot» Introdnmii. Pop« «" Inolino.». » Dal"'* 

eot.tr» Vino do' ViaconU pii»no, col amia »i tntlimo » colloqui». Ad «■»»*»' 
ritolga Corrado nurchoae Ualaapiui. cbledonJofU dhot* dalla Vtmltfmt : i!"* 
gli ritpondo «cendo no sito «nr.oir.io órli» limigli» di loL 

Era già l' ora che volgo 1 dJBio 
A' naviganti o intenerisco il cuore. 
Lo di e' han detto a' dolci amici addio ; 

£ che lo nuovo peregrìn d'amore 
Funge, io ode squilla (li lontano. 
Che paia! giorno pianger che si muore: 

Quand'io incominciai a render vano 
L'udire, ed a mirar uua dell'alme 
Surta, che l'ascoltar chiodo» con mano. 

Ella gimuo e levò umba le palme, 
Ficcando gli occhi verso l' oriente, 
Como dicesse a Dio: D'altro non calme. 

Te luci* ante bì devotamente 



<-*. F.r» |ià «ora, la qu.ilo noi caro 
da' niTlpanll, 11 primo giorno dio hanno 
bMClata la patria e ululalo i dolci amici, 
ridotta 11 platoao deiidnrio di rindarli. 

4*6, 1C la quali» pungo a" amori, riddala 
,-\i adi'iti mi nomilo peregrino, i 
ragrino di recente poiloil in «lagglo.a'egll 
nilr ili lontano alcuna campano, clic, auo> 
nando l' ice Maria, paia piangolo II gior- 
no che ia a Unirò, - Il ccmr dalla locai 
a il ttlaatlo dol «nato, fu 
maglnl dallo colo diletto mommo più 
ir animo, 

1-p. Quando il mio ilare a udirò co- 
minciò ad cuor rano. polche 1 canti ora- 
no cenali, e cominciai a gaudan una 
di queir animo lórla, lavata asptadl,b 
quale, facendo canno colla mano, chiuda» 



cha la altro V aicolUMara. - »V ^. 
I anima, com'i dHto, uacaaa "' 
arnie, i in tu' fini. (VII, ».« 

40. «VII» l««ie a laro, atta cup*" 
ad alrò. 

ti urta '•fUmfa.Cli anUiM tlta*»g | 
orando la nulle, aolgaraao la fare»** 
parlo donde na»r* Il Sol», pale» nai 
daranno 11 Solo manta eoasa alatili B , 
Getti Cntlo, mlnratn» dati" «anaa * 
tur», dal poceilo cornila. 

13. D'olir» nati calata, or* calai, 
d'altra, cho di qaaata 
onenle. 

ir, T' Ioni ani», * I" inno cka feW 

; ; » «olla empia la, caa. Orti 

«bblam dotto aluota, • I' 

doli" affilio dlrlno. 




CAUTO OTTAVO. 

Le osci di bocca, e con si dolci note, 
|«C« me a tuo uscir di mento. 

E l'altre poi dolcemente e devoto 
Seguitar lei per tatto l'inno intero. 
Avendo gli occhi allo superno ruote. 

Aguzza <] . ben gli ordii ni vero; 

I vaio 5 ora ben tanto sottile, 
Certo che '1 trapassar dentro ò leggiero. 

Io vidi quello esercito gentile 
Tadto poscia riguardare in sue. 
Quasi aspettando, pavido ed umile: 

E vidi uscir dall'alto, e scender giùa 
Due angeli con due spade affocato, 
Tronche e private delle punte sue. 

Verdi, come foglietto pur mo nate, 
Erano in reste, che da verdi penne 
Percosso tracan dietro e ventilato. 

L'un poco sovra noi a stur 
E l'altro (ceso all'opposita sponda: 
Si che la gente in mi-xxo si contenne. 

Ben discernera in lor la testa bionda; 
Ma nelle facce l' occhio si smarria, 



BOI 



15 



H 



n 



::. 



00«tKMrif>Klr fiordi iridai piacer*. 

« prr lur/t f te*» lati**. BHf/mim 
■H-w anrHw. YtdrtBio T»r.irr l' ro- 
•e» «mraene (r. SS a •»»•!, Cini il •"• 
»»*. <k l listalo Ari aste, eli* la ani- 
ai fwraati deretane In lor i)U ciliare, 

• •w tmjt* teliti*. 

la iJrnacrat faal». alla calarti ifar», 
■ ària. 

ihi.Dh «oca la btreptalexionl di 
[•Mi tenario. Ar»a»a '!"'• ° leltore. 
*a* |ll otta» al mo malnato della 
fai, tìiIom; perclcctbl il ralo alla - 
■nei a ora tanle IUtc e sitili», eba cario 
*> 4 £»rilo il pcotlrani rimiro r 
th. — Aznua eoi, o kttero, Inno ili 

: -rtiocebi ora il irla ali-, 

• ■Ne acalo a jfJoo. che cerio rtli * 
Mi a paaaar olir* «ani' arttrllrlo. — 
li II p;i;i !•> Sello trapanar rimiro, a 
lai Itectatr «»rt: onde i> profi-riieo la 
■avarctailOM prirua. - I 

•ni riti hi io a qtstila: U preghiere, 
i (all' luna T« latria, non codio- 
la lolait. «mal Iii'iro dilla 
oa* AtlU Baici.». MO* da vita 
sta far I lutati, • apacialMiito p«l 



fraodi.cho, ilandoiri gli *bì i la ùvi'uin. 
iodo più capotti Bf 11 itirrtoli ik-l 
84. Quali flipr.'tViadc. cloo osi» 

minimi nìn vii in.- ini i.rlir «ri- mi' 

dolo a difenderlo darli amili siili (n- 
feraal* cima. 

97- Lo ipido ipunUtt lignificami fin- 
la c!mi..\ [In. mia e mitigala da 
munta, o (fra lonn «puntale perchó la 
tenUitonu ti pun fuvarr.nia non «pcroero, 

SS. 89. frrdi'.... aTrnaoInrrrlr.lii ! nodo 
pocllco per dira terdi avrai» li trrlt — 
1 1 ploralo di taira — Come [militile 
pur no. pur ora, aolr. cSoe. min' '■ qm'l 
icrdo chiaro dulia piccolo foyli ■ | 
nate.— Il icrde. coni' Sfasa «a, « alra- 
liolo dulia ipiranu, di Clio eli arinoli to- 
confoiU* quello li 

39, SO. (arda rrrdi prua» te. Coitrniicl 
ad intanili - Ir ornili t.-.Ii Ir.. 
battili* > alitate por l'aria falli Inni 
nirdi 

r,r.. Sfatai quella genie «enne ad eiiero 
In incito fra l' une angolo o l' altro. Stan- 
no da' duo liti come per difenderò qael- 
l' animo da' due ecceni. 

M. U faccia, come parte fdb nobile, 
iplendma più. 



502 DEL FCBOATOMO 

Come virtù, ch'a, troppo ai confo: 

Ambo vegnon dol grembo di Maria, 
Dia» Sortitilo, a guardia della valle, 
Por lo serpente, che verrà via -, 

Onci' io, oho non napova por qnal calle, 
Mi volsi intorno, o atrotto ni' accentai 
Tutto gelato allo fidate apalle. 

Bordello allor: Ora avvalliamo ornai 

Tra lo grandi ombre, e parleremo od eoe: 
Grazioso fia lor vedervi assai. 

Soli tre passi credo eh' io secndesao, 
E fui di sotto; e vidi un che mirava 
Pur me, corno conoscer mi volesse. 

Tcmp' era già cho l' aer a' annerava, 
Mu non si, che tra gli occhi auoi e' miei 
Non dichiaraaae ciò che pria «crrnva. 

Vèr mo si foco, ed io Ter lui mi : 

Giudica Nin gentil, quanto mi piacque, 
Quando to vidi non eaacr tra i rei! 

Nullo bel salutar fra noi si tacqno: 
Poi dimandò: Quaut'ù elio tu venisti 
Appio del monte per lo lontan'ai 

Oh, di«i lui, por outro i luoghi t: ri 
Venni atamano; o sono in prima vita. 
Ancor ebo l'altra, il andando, acquisti. 

abbattimi ebbro quello, (he pi 
■ ■>». le n 
neutro «cml.i 

SS. ,Vl«o Jt' VImmU di Peti 
del conte Ujollne, cr» citerà* 
Giudicato di Cattar* in Sirdet 
citta di Più nel la», miri a 
dopo, f uorretsiiado centro i P 
Dante l'IM conoielolo all'in 
catWIlo di Caproni noi ISSO. - 
[li Ini un antico: • Po bello 
magnanimo. • 

S». tra i Nf, In I dannali. 

*T. per U folta»' ergai, 
Intlo di mire, che e dalli 
rem Uno al BoMa del 
canto II, ». ti») » 

3» 00. Oh. ditti a ) 
co»» la credi, mi pattando 
luof hi «V Inferno, tinnii 

. uta 
il anémttit, firmi» qeeae 
iti r all'; mi abiliti id a. 
lllMHlt 



S6. Como ogni facollk tentili», ti con- 
fonde o tcoocerla per V «cenai» imprea- 
llocaf, cbn tu Iti faccia mi ondilo. — 
Dna» temili III eeiupemalia eorr»»|>(t 
nani», ditte Arltiniiin 

M crlftfe di afaru, di quii Inoro 
In oie tiede Maria. Vedi Pandiio, 
unto XXXI. 

SO. Per cauta .lei colpente, ebe terra 
or ara, preate. proito. 

40. per l»«l ralle, totllntrnitl. tuli»! 

4t. alte fdatt epalle. Cloe, alle tpille 
di Tir. : noaMava 

ti. Allora Sordollo ditte : Ornai «on- 
diamo nella tallo. 

45. Aitai frato tara loro il riderti, 
peechA ti potranno interrogato di cote, 
che a lor piace tapiri". 

ti. f.l di lotte, dalli prodi della rat- 
leu. 

ad. Puf tee. tolanirnte nir.. 

4P 51- tra il momento In cui l'aire 
■' tacimi; ma non era tanto teuto. cLr. 
tra eli «chi enol o I miei, non tacesti 



CANTO OTr BOB 

E omo fa la mìa risposta udita, 

Bordello ed egli indietro si raccolse. 

Come gerito ili subito amari-ito. 
li' uno a Virgilio, o l' altro ad mi si volito 

Che sedea li, gridando : Su, Currado, : ' 

Vieni a roder che Dio pur pub volse. 
Poi vòlto a mo: Per quel singiilar grado. 

Che tu dèi a Colui, ohe al nascondo 

Lo suo primo perche, che non ha guado ; 
Quando sarai di là dalle larghe onde, '" 

Di' a Giovanna mia, che per mo chiami 

Là, dove agi' innoconti si risponde. 
Non credo ohe la sua madre più in' orai, 

Poscia ohe trasmutò lo bianche bende, 

Le quai convieu che misera ancor brami. ?° 

Per lei assai di licvo si comprende 

Quanto in femmina fuoco d'amor dura, 

Se 1* occhio o '1 tatto spesso noi raccende. 
Non le farà ai bella sepoltura 

La vipera, che il Melanesa accampa, *> 

Com'avria latto il gallo di Gallura. 



R. Sxittt» non imi p« i anco atoor- 
*■<»* Duumviro, e però, unltamcnlo 
' !fao. la nn puio Indietro, come (a 
1 »•» eh' è prcia da sobila miratigli». 

**• SerSello 

■ li prouo. 

«. liasi » teiere <bo cova IMo 
H' wa grati» c-.'Dcedoro ad un uomo. 
*ti, ette tlto Tonino tra 1' ombre dui 
SK1. 

B-O Po) rollo a ma ditte: Por qoolla 
■tagliar gratitudine, cho tu doti o Dio, 
' fui» aaaeonde agli uomini Jo «o ;m- 
*• ynU, la tua cagiono rooronto. cosi 
a* hb ti ba Diodo di penetrarla ce. 
Siti Uri M* *« g**d°, togliendo la DO- 

tata lai Bum*, ebo quando 6 profonda 
"i il plA («adiro. Nel Parodilo XX, 
per traila ebo da ai prò- 
**k foalana «lilla, che mal creatura 
Sia pina* l'oc-hio Ialino jìl.i prinj'onda-i 
j itili Ufjht tnii, :, la dal 
«•» uro ebe no •: . . nel- 

'aatettrto attillo da' «iti 

una mia Iglit (cho 

fc»*gV i .amino '.m. 

•at pira* grcgai jeMoat] lussa*! cielo, 

:<ao II preghiere de'boonl . 

..* IboIi alla parata t»«o««n 



Cbioia: poicM «Ira «ni famciulta. Anche 

r o ituisù h dita punii. 

75. fa tua madre Uoitrico marchesana 
d' Elio, ebo fu dapprio.i moglie 
•.in Niihi, i i . . osti Al 

MUSSO : il i|inl in.it: :monio accadde 
nel 1500. — La dice tua mairi a non 
moglie mia, perche panala a iccondo 
nono, 

14, 13. I« «<««»* bndi. Al tempo di 
Danto lo tredovo, fMteodotl u nm-, l| 
coprivano il capo di teli bianchi. Intendi: 
poiclacho, panindo a secondo norie, 

inunU l' astio ndotUs, il gisti con- 

viiimi alla mitrra lui! 

ehi non ita troppo beno col iuo onoro 

marito. 

N Fu I' «tempio di lei ti comprende 
nlo. 

79-M. I.' arme de' VltconU di Milano 
il tipo»! quella do'Viiconli di 
Uallura, un gallo. Intendi: Ria 
una ti onorifici MpSUSTS la famiglia de' 
Vi, [nuli ■flaaMS.MBM lo otrckbo fatto 
la famiglio do' Visconti di Gallura; ol- 
iera meglio (irebbe a llejtrico I' more 
•colpito tul 100 MDOlOTO il .■'!!> di Cal- 
lora cho non la risico di Milmo: pereti* 
questa I ■ HO poco amor» si 





KM Mt prw.ATorao 

Cosi dicea, segnato della stampa 
Nel suo aspetto di quel dritto zelo. 
Che mivtinil;i:ni;nlo tu cuore avvampa. 

Gli occhi mici ghiotti andavan pure al cielo, 
Pur là dove le stelle Boa più tardo, 
SI come ruota più presso allo stelo. 

E '1 Dm* niio: Figliuol, che lassù gnarde? 
Ed io a lui: A quelle tre facelk, 
Di che '1 polo di qua tutto quanto arde. 

Ed egli a me: Le quattro chiaro stello, 
Che vedemmo staman, son di là basse; 
E queste son salito ov'eran quelle. 

Com' ei parlava, e Sordello a sé '1 trasse, 
Dicendo: Vedi la il nostx'awcrsaro: 
E drizzò '1 dito, perchè in là guatasse. 

Da quella parto, onde non ha riparo 
La picciola valletta, era una biscia, 
Forso qual diodo ad Eva il cibo amaro. 

Tra T erba e i fior venia la mala striscia. 
Volgendo ad or ad or la teBta, e 1 dosso 
Leccando, come bestia elio si liscia. 

Io noi vidi, e però dicer noi posso, 
Come mosBor gli astor celestiali; 



marito «.irebbe, tnrn bello oroa- 
i ehi 1 1 ilio, ebc n' acrebbe canuto 
Todorilo modellili e fedeltà. — ta vi- 
eti li Bilami' «rompi . li I 
che II Visconti ili Milano porta nel eimpo 
it.-l ino semlo. 

Si-s». Co«l dle»Tj,mo«lrondo ilampaLi 

nell'aspetto quell'impronta ili MAIO Mi*, 

eh» enn mi-ura e modoratlono mimpi 

io A' un Fluito — mlmrnrimmr», 

perchè non Udegno lo munvn, ma diritto 

■SWM della moglie Immemore, o pietà 

dei mali di Iti. 

m. gMnlli, avidi. 

86, trt. Solamente) la, ciò* torio il polo 

1 antartico) dorè lo «Ielle appariscono nel 
oro slro più tardo, come pili tardo nel 
loro siro appartatene lo parti della mota, 
chr itane pio tirino all' asse. 

W tre fattili, tre stollo. Letteralmento 
anno lo .tifo d;ll' Krldmo, della 

dal Peico d'aro; aUiforleiiBsati 

tro rlrto teologali. Lo quattro «Ielle del 
primo casto, t. ss, fecole 11 Poeta com- 
parir* al principio del giorno; queste Ito 
M fa comparire al principio della noli": 



lo eho denota ehi le rirtli card 
pjrtengono alla >':'. 

il giorno: « le «Irti laolonli "" 
p>rienronoallacoalempUtlTa,tal«l<>>& 

91. Com'ei. menlr 

SS, oeeersaro per arr<rieri<,MBi«n 
per reno nrl l\ dell' Infera*, tinni- 
rla! ttiltr diatela • \iwap 
«U • antifona della completa. 

97, 98. Da quella parte. l'alia «askB 
piccola Tallolla boi ha risarò, tip* 
sponda, dot dalla parU etipaMaal »•*• 
— Illirpt tmiui.jro l' losiwa pel a* 
che non ha riparo, o che * II pl6 •«Me- 
tti, r-irit eoo: rfieev. fono tal» p* 
fu quella, rho diede ad Kia (1 pM*.~ 
.imofo. perchè prudiin* Unti foli. 

100. lo «Mio irrisele, per tra 
ruiliaeja serpe. 

tot. tot. Costruisci: ad or ad orni; 
lindo la t ita, r leccandoli II t 
senso morale: il Untato», il 
corca Insinuarli noli' solmo con s 1 " ' 
modi Initnchlerl. 

IO». (i'i attor attillali. Chiama **»• 






CASTO OTTAVO. BOB 

Ha vidi bene l' uno e l' altro tno«o. 105 

Sentendo fender l'acro allo verdi ali, 

Foggio '1 serpente; e gli angeli dicr volt.» 

Suso «Ho porto rivolando eguali. 
L'ombra, che s'era al giudice raccolta. 

Quando chiamò, por tutto quel!' assalto no 

Punto non fu da me guardare sciolta. 
Se la lucerna, che ti mena in alto, 

Truovì nel tuo arbitrio tanti oera, 

Quant' è mestiere issino al sommo smalto, 
Cominciò ella; se novella vera Ha 

Di Valdimagra, o di parto vicina 

Sai, dilla a me, chi. già grande là era. 
Chiamato fui Currado Molaspiua : 

y<m son l'antico; ma di lui discesi: 

A' mini portai l'amor che qui raffi lM 

Oh, dissi lui, per li vostri paesi 

Giammai non fui: ma dovei si dimora 

Per tutta Europa, ch'ei non rito palai? 
La fama, che la vostra cosa onora. 

Onda i signori e grida la contrada, 1» 

Si che ne sa chi non vi fu ancora. 
Ed io vi giuro, s'io di sopra vada, 

Che vostra gente onrata non si afregia 



•tali loMtlil porche alati, e pe r- 

kjMaxili»' 

i*»a) t«l «curii coatte ibi urp». 

Clan qc*ito «orto eiprimo Db 
> iiledl» del due uxall. 

Cd (falle Mtlosttt rir.ilando tu 
0, «re dapprima crxnu pollati. 

Il, L'estits di tu »'«ia 

li al t iodico Nino quand' ci la 
, MB mi levo mal «li i 
lack* durò l' aaiillo iir(li angoli 
b eorpa. 
i particella dapracallra. c.rl la 
i 4hlas fratti 

r»a. flfaraa. uni . 
Unta eoeprraalon.- . 
t DM (iOOf Me (I NMM «no ilo. 
• nulio alcool (Dindono il nolo 
liao, allri la intana dal l'art alo- 

I trra oc. Anche i; . 
», finio 11 l'oda ebe lo animo 
ioti ntl 
> por avere ocra. in mi di par- 
i da' ii raoii- 




(Ili. Yuldmagra. dittrrllo doll.i I .Tini - 

lina. 

MI. <h» olii granili ti ero, che già in 
quel paino io era polonio. 

1IK, 113. Da Cornilo l'aulico, n. 

SI MI i ■ . ■ 1 i--'.". nacquo- 
ro qoallro BfU, l'uno de'quali eli 
rtrftrioe (onorò quatto I S T f m d e, taf gal 
parla con I>anie. il qnalo fu mar. il 
YilUfr.iiirj a mini noi IfM Vedi li DJ I 
Ltlltra ad A. Torri npra i afoldipfaa, 

Hr.lt 

ISO. 'Iti o«i mjirni. clic qui il pulitici, 
Blgalfl dittata. «| iriln:ili\ rivol- 
I Dio. 
US. Giomnal noi fui, intendi lino al- 
l'anno ino. 

10. pò ini. dea, chiari e famotl. 
13*. Crid.i «e- Celebra I mareucti Ala- 
lupina, o cilclira la l.unigiana, 
lìT*. a' io di ivpra roda, formolo dopre 

lo pum saùti la i 

quello monta. 

434. li). Clic la Totlra onorala fami. 
flia non va ponto perdendo doli' aolicc 



30*5 ra. rcBOATOKo 

Del pregio della borsa « della spada. 

Uso o natura ri la privilegia, 

Che, perei» - ! '1 r:i[)o ivo lo mondo torca, 
Sola va dritta, o '1 mal camrain dispregia. 

Ed egli : Or va' ; cho T Sol : . i tcu 

Sette volte nel letto, che 1 Montone 
Con tutti n quattro i pio cuopro ed inforca, 

Che coteata cortese opinione 
Ti ila chiovata in mezzo della testa 
Con maggior chiovi, che d'attrai aerinone. 

Se corso di giudicio non s'arresta. 



■ 



m 



predo di liberanti e di rttori rotTftero. 
— Sona. I.» virtù contraria all' «tamia 
* tempro onorala da Danio, non per «ili 

capitali*, b* pvrcbl dall' arertiia ci do- 

• v tulio lo miseria dal BMdt, 

150. rio, cioò la buoni eoniuotudino 
lattai «wfu'o, do* l'occollenlo dltpo- 
aiziona «orlila da pttara 

151, !:■■:. Cbt, rjBastaafM Roma, reo 
capo del GuoMimo, torca II mondo dalla 
tla di (luttina. ella mia procedo rolla, 
o rlbprtfia il r.attiro calumimi. 

1»1M. Il Solo non il ritorta. eioS 
io* ai rtorehtrii, ietto Tolto nel telino 
dell" Ariete- tal* a diro, non paneranno 
m Un inni, cho «e. — «»l '«ilo <hi il 
HWom con riatri ce, la quella parte dolio 
lo.liaio, dot' * attuata la coitollaiion 



del Montun». o toro MI' Ariel». 

136-13». Ciò cottila intuì «fili"», 
rbo tu bai della limitila Uilatiiu.' 
fia chiavata, ti tara inchinala, iiapum 
■colpita, io mono dilla Urta, e»*«ar 
BN pia foni ekio*,e«" at- 
ti inri ariomrnli, cai d'olimi team. 

tettali alimi Vuol Corra* «V 

inilicjto a Dante, eh» protali e»li»a» 
col fatto proprio la liberalità di ta» 
Màlaiplaa, e coli (li preiite'ie, nuati 
che pallino Mita anni, atri «•palala Iti 
min tarino ] i ili MulaflJ. I 

dal ino nipot» Moroollo di Villafrwa 
Vi.ii li mia unir* top» citati. 

. . II WUl* " 

comi. I |Ii dupoili dalli li- 

tio» Proitideou. 






CANTO NONO. 

Al cominci» dell' antera Dante a" addormenta. «. mentre celi {orno, tWi tarivi» 
ad* n lo porli «ni torio bai», o»r pur «alo Virgilio. Dopo Im «r» di awasHtf 
(Uatoti. >i trota prono la porta del l'urjratorio. full» Cjaal* al* u aa|*lo: • <*■* 
all'umile preghiera di Danti, lo fa entralo nel ftirraUrio l»at»r» eoa Vaniti'* 

La concubina di Titone antico 

Gi* 8* imbiancava al balzo d' oriento 
Fuor dello braccia del suo dolce amico: 

Di gemme la sita fronte era lucente, 
Poste in figura del freddo auimale 



I. La c««tu6iiai, » «pota, del > 
l'itone e l'aurora. — eonetiliaa, ba ijul 
un unto non trillo da molli, corno roajaa* 
da /no»". 

I Mi cominciata a bUoehttfiart al- 
l' («tremiti orientale dell' oraiifero. lo cnl 
Dui* Iroitnii. 



3. DìhìcuUU dalla «traccia del I 

dolco «poto. 
4 Pi )>««•, ralt a dire di iie-N 
S, fi. t'inL- in ionio i\ fornir la < 

ililo animar*, do* i»l PMC*, a» 

milo a tuKiio freddo, ebe peccarti U 
li. anodo la ciu U <■* 



CASTO XOXO. 

Che con la coda iiercooto 1» gente: 

E la notte de' passi, con che sale, 

Fatti avca duo nel luogo ov' eravamo, 
E '1 terzo già chinava in giaso l' alo : 

Quand'io, cho meco arca di quel d' Aliamo, 
Vinto dal sonno, in hu l'atta inchinai 
Là, 've già tatti e cinque sedovamo. 

Neil' ora, cho comincia i tristi lai 
La rondinella presso alla mattina, 
Forco a memoria de' suoi primi guai; 

E che la mento nostro, pellegrina 

i dalla carne, e sten da' pensar presa, 
Alle tue vision quasi ò divina; 

In sogno mi parca veder sospesa 
Un' aquila nel ciel con penne d' oro, 
Con l'alo sporte, ed a calar» intesa: 



• . 



io 



. — Quando 11 So 
i cetlilluUoe oV Potei vederi 

Mitri bt 0(11' auro». Audio 
i. «SU» SI. •- l" >i -limonila 
nera Art: • Cbi > Prie! t'iiirin 

r eriuoata. • 

■uti (M cho la nolto «al», erc- 

alraai laierprcii Mairi Il 14 oro 
I r-rr<M (tato «olio nejl i cqa inolili. 
rèèerwo «Miro lo 4 lisi I ic.M» nel 
tateetto, mancherebbero 9 oro al 
■fcrao, o u»l fecondo roanehoreb- 

•n • aitalo, mentre il l'oota ba 
fai aopra, cho In orinole fi 
nfaiwli del l ' i uo tali 

al cor.' 
i appieno ri corriipondo, 
cai prof. Woisoli 
eoa Ire |>u*l, con I 
■ : ora quoti ki patii >■ 
le wi i Bolla 

i a éMttadtno ioiu rolla 
sole ««ir Ari 
l.lira ; tor.- 
*". Il Satinane, il 
irvi, « dnalnwau I Potei, quando 
■te**» dell' aererà ««iinria. Lo.. 
ire «le alia allora aol bm»o del- 
aUTa il Polla (e le »i- 
•<f lari» or' rraeaaw], 
i «oii/i Libra r 

loto t tv orini 
aolir rare ioli' mirtini*. 

'•»,« trovarli 
; vedrà la uti^. 




Sagittario, ola career* la olmo l'air, «alo 
a ilirr arrrln aaaMM almi'im doli* nirla; 
inDuo le altre Ire coitcllarioiii. 
«lo» Il Capricorno, l'Aquario e I Paul, 
trovarli aull' oriaaonlr dilla parlo orien- 
talo. Coli •' intende cho marnar i 
al tu del giorno, e coti l' Interprelaiiona 
di quello tornano corrliponde pi' 
lo a quella do' due ternari procedenti. 
10. e"» »««( ti Adamo, «io», il corpo co" 

l Hiii ili bitoenl. 
la. f»«l itMoat, ciò* Dante. Vlrrillo, 
Bordano, Nino o Currado. 

ir.. ,Y«lf fra re, poco prima del levar 
del Solo • Et mainimi voluevum... cantai : • 
finriilr. Vili. — Tra l' addoraitntarai o II 
•ornare corre internilo ; e le qu< 
fono e' ii a ; Sili- 41 minio l'ora. 

Il a aireieria dr'iaol prlm enei. Alluda 
alla Tavola di l'Itomela cbo. fecondo Pro- 
hlo e Mrabone, fu routata In 
! uni, osato Mll.i I 
16-ls. E che la m «U pel- 

boria* delle oame, pili inolia e libera 
dallo corporee imprewnni. i «ira oa*oro- 
rirr priM. e menu ntcupala e it... 
perniili, «»«ii i dieiaa. quali * todoi lo», 
alfe ivi eliloal. no' fogni tuoi. (Illguirda 
ance I peoiieri corno boa 

della lapmtatlblli «ori 

Coil boiumiole credevano (ti antichi, e 
coti dille altrove (lof., canto X XV I. v. 1] 
lo fieno l'orla: • Ma io prono al mat- 
tino il «r li forni. . Coli Orario: • yol- 
rioot poti mediani noeura nini, rum Ma> 
Dia vera. • 



■ U UHI ìapigtR) «UAU II1UUU tu 

Ivi pareva eh' ella ed io arde»» 
£ sì 1' incendio immaginato i 
Che conrenne cho '1 sonno ai 

Non altrimenti Achille si rise 
li li occhi «vegliati rivolgendo 
li non sapendo là dove ni fon 

Quando la madre da Chirone * 
Trafugò lui dormendo in le si 
Là, ondo i Greci poi lo di pari 

Che mi «co»»' io, siccome dal! I 
Mi fuggfo '1 sonno; e diventai 
Come fa l'uom che apaventato 

Dallato m'era solo il mio Confor 

I Sole or' alto già più di du' 

E '1 viso m'ora alla marina toi 

99-S4. Ed eiicr mi parerà mi moole 30. ■ «,<•» 
Ida, là doro furono da <. >n- fuoco, eh», i 

donati I IBOl partati, ipi-iriiìo da Giova, Jìf lie d' allir 

i brontoli i rapito, e por- dell' aria, ti 

ir allo codismo do' Numi. — Nel linfe Il IMe» 

la ia|.icn»» astica nm- la (ima dol 

bolcggió quat r.ijMiiitiiio. eoa tao il prlno -'-'. i. I tal 

'inolia lalrolta eli latori nomi olla ir dm tal ir 

iplailooo di Iti - Neil' acuito re- frani Del 

dula lo torno »l:il l'orli, o lapprciruUU 3~?>!9 Oa 

Lena, comò più ìollo Jhi egli aleno, la leacudolo al 

n «imbolo dolio jr-i.i luantaaaio, ioao, 1» cori 

« lenia la quale ood è pomlillo lll'aal" (il oll'lioll 

ma di folklori! ■■> '"" ' |' tiii^^^^È^àÈtm 



curro koso. 

Non »T«r tema, disio il mio Signore: 
Fitti «cur, che noi siamo » buon punto: 
Non itringer, ma rall.irga ogni vigore. 
Tu se' ornai al Purgatorio giunta: 

li I.. il balzo, che '1 chiodi d'intorno; 
tU là 've par disgiunto. 
Dianzi, nell'ali..' Dada al giorno. 

Quando l'anima tua dentro dorala 
Sopra li fiorì, onde laggiù è adorno. 
Tenne una donna, e disse: Io son Lucia, 
lasciatemi pigliar colui che dorme; 
'.' agevolerò per la sua via. 
Sordcl rimase, e l' altro gentil forme : 
Ella ti tolse; e come '1 di fu chiaro, 
Ben renne buio, ed io per le su' ormo. 
Qui ti posò: e pria mi dimostraro 

occhi suoi belli qucll' entrata aperta: 
Poi ella e 'J sonno od una se n' andaro. 
A guisa d' uora, che in dubbio si raccerta, 
he muta in conforto sua paura, 
Poi che la verità gli è discoverta, 
mbia'io: e come fan» «Mira 
li mi 1 Duca mio, su per lo balzo 
Si mosse, ed io diretro iuvér l'altura. 
Lettor, tu vedi ben com' io innalzo 
La mia materia ; e però con più arto 
Non ti maravigliar s'io la rincalzo. 
Noi ci appressammo; od eravamo in parto, 
Che là, dove pareami in prima un rotto, 
Por com' un baso ch'uà muro diparte, 



8D0 



so 



ai 



CO 



30 



fittola ()>' I ridere 

* ar<jrja, il » lem». 

■Io, mi iim- 

i Atalaaln, ni» ani) ac- 
ciai i< 

■HtlltMk, IlOlrilrJlUo 

i lì un' IBIaiora. 
I Uocnrpo - donala. Pili.! 

Hill il 

j idorao 

III Tfri'Ùmi ^tll> Il 
hi il r inli II dall' Inferno. 
. cui adnriir aaJo : o « putitoli i 
. • talr fui 

l«lil rar W , « li altre 



■ili animo — Forma torpori! fu 
chiamati l'anima noi concili» di vien- 
Da di Frmrii. 

61. M i Buffarli mi «ronnarono. 
I u«,i, indiai, a un tempo ilo- 

ii. 

64 C»« in duoJill II rarrrrta. elio dal 

dubbio pam "ila c>-" 

laai cura, aeuw appreoainne e 

iiii|iui'iiiil 

11. lì. E potò non II maratigliari t'io 
Uso ed abbellisco con uno alila 

I .rioao. 

Chi lOl&i Aiti dapprima mi 

lauri uni rotlura. un' apritun. 
appunto corno uria frsiura ebo dividi a* 
moro, vidi Mlitl una porla. 

a» 



t»' io dii-inava «pò,,,, il yii 

Vitel costinci, elio volet* voi? 

Cominciò egli a diro: Or' è 1 

Guardato che! venir «a non 

Donna del del. di ,,,„-,., ,,,„, 

Rispose '1 mio Maestro a lui 

Ne disse: Andate la, quivi è 

W ella i passi vostri ia bene i 

Ricominciò '1 cortese porti: «J 

1 (Otta dunque a' nostri grati 

Là ne venimmo: e | scaglino • 

Bianco marmo era si pu l l(o , 

Ch'io mi specchiava in risso i 

fcrn I secondo, tinto più che pe 

lì una petrina ruvida ed ami. 

Crepata por lo fango n net b 

Lo terzo, che di sopra t' Uami 

Porfido mi paren «| lìammegg 

Come «angue che fuor di veni 



». «opra... lup.rlorc, eio* il pi* dio. 

si. Talaaato ri>|.i« n <irni« urli» f« ce „ 

sTi-JT '• ••'""■ n " n '"•"■ «»-'• 

la lei «N offt,,. v„i| f „,i„ ,||, T M 
»*- «fitta»» ,| ,(„. fio», indimi/,,' 
IBM quella parlo ,1 „„, |, . 

«oche ,',i„„ t-lt occhi -l.ra.o p„. 

«ir. dillo «plondor» rimano. i j|,tn„li,| 
•S. numi, di costi . dil | UO c» ave 

MIX**. 



93. r,.ir, 
KttwN preu 
94 Upoi 
ton'auloa*, 
noc-»«.irio ■ 
" pria 
Como marni 
■Incarni, « 
iw«il: «I i 




CASTO SOSO. SII 

Sopra questo teneva ambo Io pianto 
L' angel di Dio, ledendo in su La soglia, 
Cbo mi acni biava piatra di diamante. 105 

Per li tre gradi uà di buona voglia 
Mi trtuao'l Duca mio, dicendo: Chiedi 
Umileinentc clic '1 serrarne scioglia. 

DiToto mi gittui a' ganti piedi; 
Misericordia chiesi, e eli' e' iti' aprisse: HO 

Ma pria nel petto tre fiate mi diadi 

Sètte P nella fronte mi descrisse 
Col punton della spada; e: Fa' che lavi. 
Quando so* dentro, queste piaghe, disse. 

Cenere, o terra, che secca si cavi, 115 

D' un color fora col suo vestimento : 
E di «otto da quel tra«e duo chiavi- 
la una era d'oro, e l'altra era d'argento: 
Pria con lu bianca, o poscia con la gialla 

alla porta al ch'io fui contento. 1:0 

Quandunque 1' una d' esto chiavi falla, 
Cbe non si volga dritta per la toppa, 
Disa'egli a noi, non s'apre questa calla. 

Più cara è l'uria; ma l'altra vuol troppa 
D' arte e d* ingegno, avanti che disserri, "* 

Perch' eli' e quella cbe '1 nodo disgroppa. 




. . 41 dlimamlt, il- 
io tu Cui è 1U- 
, miotica. 
■Ma Mia*, il* riferirli a 

'( irrrcmr srionlus. tbak, cbe 
••muri. 
Ila di «al il l'-rus» perditore. 

«TI* t mwtonn I olla p«e- 
lall. *•' (Ball il j<niurnle * >lala 
, • da' qmli It reliquia, ò piaj»i 

cblaata il l'oni. d-bhon esier 
Mia Opara sittifillorit dal litro 

latawl 
Il fa - ria iil«, «lo», adopera 

eba lino da le Unta quoilo 



i «al colora liteuo cita il 
taralo. —Il tatara di «otta o 
illda • noi 

(ha a prrio il nero mini- 
umilia tritelli, dio 
I* Deano Ut r* ti tinti. 

i e'orv ii|niùca t'iulo- 




riti dal confano™ ; quelli d'argento si- 
gnifles li ina fetenti. 

HO. Intendi: fera alla porla quallo 
'li li ilcurjarara. radi > dire, Tapina. 

IUI. l.lu<inrfiaaf u«. ognuolta cbe, dal 
lai. ayandorumau'- 

193 Chi «oa «I t'Oloa dritta par 'a 'oppa. 
v serratura; fina. Al il confesserò o «• 
tolta IndibiUninnlo chi non 1 disposto, 
o mainili della necessaria scienti • di- 
•crcrlont per dirigerò II penitente. 

ItS. mila, porti, passaggio. K anrho 
qui scemai a Uraliana a diffidili! di 
fino. 

114-196 Pia rara I V • •«. Tile 1 dir 
ijurlla d' oro, perr he e fratto della pas- 
liono o morto d«l nrdfnlorn; aia l'altra, 
tiIc a diro quella d'iri:ciiio. liehletffl 
soli' arte ed Ingegno, perdio la «firma 
nuii %' ari|u;tti dia con fatica; aditili 
roolii fir u>o arinli d' uiultore, pere»» 
i latita tht (t nodo tfiir/roppa. Insegna al 
paml'nlo 1 modi opportuni a sciogliersi 
da' licci del peccato. 




322 




Da Pier le tengo : e dissenti eh' i' erri 
Anzi ad aprir di'» tener!» «errata. 
Purché la gente u piedi mi e' atterri. 

Poi jinsc l'uscio alla porta «aerato, 
Dkeudo: Iutrate; ma facciovi accori!. 
Che di fuor toma chi indietro si guata. 

E ijuiindo Air ne' cardini disi 
Oli spigoli di quella reggo «nera. 
Che di metallo eon tonanti e forti. 

!>on ruggfo si, nò si mostrò si acro 
Torpeia, come tolto le fui huono 
Metello, per che poi rimase ro.-wxa. 

Io mi ri v obi attento al primo tuono, 
E lì Dcum laudamut mi parea 
Udire in voce mista al dolce suono. 

Tale bugine nppuuto mi reudea 
Ciò ch'i" udiva, qunl prender rì m 
Quando a cantar con organi ai atea; 

Ch'or si or no s' info ndon le parole. 



M 



Iti, 133. Le tengo da un l'i 
qiialo mi dm* di' io erri mal, piuttoito, 
io jprir la tatti perla, elio In I 

■•mia; tal* » dire, eli' io ili piattola 
mi«*ricordioio dir WTvre. \" ■ ■ II 

iepl»C)ili «filili di l'.iiilo. (UHI. WII1. 

tao. in tonili Msoodo il lignificati! Ba- 
rala, che torna in distrarla di i 
mioranii'ulc. 
153, ISti I- gaindo ti a'ToIierO. li- 
lla! Oli rpiijiil . n ' 

.|u. II i lui i raffi, ii.' porla. Lo 

grandi pùilt anliiho D08 «I tal 
colte bandoli'* agli irpioal, ma il bilica- 
vano aujliipitoli. die tono punì-.- d 

iii.iiaiiii in l i hai 

{16 158. ilo» menili ili Dea • ' 
forie. »r «i miiir-ò il atra, ni >i motlrd 
u pori* dal 

IT» V iirario Ji homi .'ju in- 
dù da Giulio Colare ritornalo da II 
topo «T« fucilo I'ooi|iiio, le fu I 



ino buon cgt4»s« Metello; lt peroVn- 
maio poi mecrm, ipclpala, di' leailrt**. 
lUt I uldill.LM» 
farir-elM. Ili — Strida torti 

IH. Vedi fanlu ur., t. B -*• 
iodio Ialino di Mlaab, tttaad 
!.. in. 

139. «I priao (tini, a) prkao 
irti die il aprila 

ito. ai; aprlial della parta U 
porjaotl inlnnnuo II Te tv.». («•"* 

ti [.attilU^ 

vallone. 

IH. Wlr i* to« oc. Fori* rada 
1< Vtua in parole unite I V» 
dia. 

Iti Ili. Quello eh' ia adira txru 
mo tale ImprenioM, quali 

dell' orvuiiu; pia Itmrrararl 
l' idM ili canto a »ao.i i 
Illa, dall' aritl(]. ibi*. 



313 



CANTO DECIMO. 



Ib • tertean tU aatjono I duo Toni ani primo pronti» o ripiano elrco- 
» 4.Ì F«r**l«*io. U coi tip* lata»* « di marmo, oteionr, eKr<<rliaio:it> ints t l>«t* 
■ì* »»*»ta «4 «ampi* d'crMllta. Mentre ci lo nono ronild*r»odo, «effono noir 
Utarat* nr» di Io» aaa quanl.li <T anime, 'he, {lauto lo apatia d'fBOrml loul, 
w*4m fin», fu fai» dmmU) dell* auperlda. 

Poi (amino dentro al .loglio della porto, 

Cha'l malo amor dell'anime disusa, 

Perchè la parer dritta la via torta, 
Sonando la eenti' esser richiusa: 

E s'io arcui gli occhi vólti ad essa, • 

Qua! fora stata al fallo degna setwa? 
Noi «alivoli» per una pietra fessa, 

dio si moverà d' uua e d'altra parti, 

Sicoom' onda che fuggo o che s' appressa. 
Qni si conri«D asaro un poco d'arte. 

Cominciò '1 Duca mio, in accostai ! 

Or quinci or quindi al lato che si parte. 
£ ciò fece li nostri posai «carsi 

Tanto, che pria lo stremo della Luna 
iauao al letto suo por ricorcarsi. 
Che noi fossimo fuor di quella cruna. 

Ma quando fummo liberi ed aperti 



io 



1S 



rH ptkbt. eoa* «ty», doparti* «e. 
.li», 
-b» il mU»<» «VII«»»i 
j^foliln itili nomini, or- 
l' tauro di 11' alia* Illa cola mon- 
da»**, roto pero aula, poco ado- 
. — Voci dir», eia la porla ■!• 1 
•a Boa li Stri di [rapitili*, prr- 
t'i di frequraU gli uomini tanno 

•: ■ 
hamlorio, canta cotta amor* ila In 
■a d'««fil baoe* e mala opcra- 

E ciò artimr, prrrha qin 
II* fa parar* un beni fai 

fa»*'*, do* dal inoaar ch'iti* fece 

•lata, 
•alUlnidlarcr forni tr«erl)(o l'au- 
il et f—t (oet* >.i iWltlre lift 
IH dal Canio prtttd.v - | 
Baia» ■ tulli. 

Xoi talliams per 11 f«»o. • ipnc- 
|*M piatta, U qutUaadara t 



da un» pirla • d.ill' altra. f.a forma di 
quella ria riplJa, tiretti o torluon. in- 
dica I JImsI del primo uiaoier* a peni- 
tenia. 

!>. l'appretta al lido. 

11, lì fa «crollarli Or euiacl or *Mi*rfl. 
i.lnri or» di qua or* di l.i, al luto 
e«« il parli, ti lato che di iuI'i. ntwij» 
ch'oiigci* la natura della 

15 15 K ili. ral* a dir* la difficolta « 
Ksbrailla della ti*, fico che I noitri 
pani furono tanto Marat, lenii e pochi. 
che lo alenilo. I' .■ «Ir. miti, delta £■■.! 
Maja*** al litio ivo p»f coricarli, rilocoft 
a portento pi r lumonUrr, prima cb»«c. 
— r.'.rndo BjastlO il quinto giorno dopo 
il plenilunio, la Luna dorea Irati 
quali qnattr* or* dopo la levata del Sole. 
i ora arrelialo allo oritduo; «rati 
nn poco trallenuto alla porla: licebi in 
quella torluon «Iurta dote ipendero 
. « mena. 

l«. craaa, ll«Tiratjiii quel feno o ipae- 
co, dello di topi*. 



Questa coruice mi pai 

Lassù non erau mossi i 

Quand'io conobbi quei 

Che dritto di salita nv 

Esser di manno candido 

D'intagli tei, ohe non 

Ma la natura li « 

L'aurei, che venne in U 

Della molt'anni lagrim 

Ch' aperse il ciel dal si 

Dinanzi a noi pareva si i 

Quivi intagliato in un , 

Cho non sombiava inun 

Giurato «i «aria ch'ai db 

Però ch'ivi era ini magi 

Ch'ad aprir l'alto aniot 



18. intuir, ,\ r.„ M , ,| tlUli {l „y,, u „ 
•i > r.iiriu r < i„ ,„, laifun,lo un ripiano 
ebo forni» il primo (non. d,| Purfalorio 

*>. feri, i, „„,„,, „„_ pc , 
•»p««ano •• Joitio prender, a Jt.t,, „ 

» iiiUin 

91 ,1 „... |1 ,„„,„. eigi ta 
*««".» del n n „ M , ,|.| U ,„,,, ,; 4 
<»d.r.. (Pnrmorlo, XIII. so.) 

i«. ir..»,„>w „,„„„ ,„!,„, , om , ,„. 
«•*» per ioj/i.raw,. ,à Miri.— Vuol diro 
<ke li larinrui di quol ripiano ara u|. 
•jual . I ' all.iu di ir. uomini, r uno ,„'- 

•rappoilo all' l Uro. 



COI 

llr, 
a Hi 
S 
hi. 
lori 
otti 
fror 

up, 

lue 

coni 
W 

l'ani 



casto vtnxo. 815 

Ed avea in alto impressa està favella: 

Et** Attilla Dei, si propriamente 

Come figura in cera si suggella. <S 

Non tener pure nd un luogo la mente, 

Disse 1 dolce. Maestro, che m' avea 

Da quella > arte, ondo '1 cuore ha la gente. 
Per ch'io mi mossi col riso; e Tedea 

Diretto da Maria, per quella costa *0 

Onde m'era colui che mi move». 
Un'altra storia nella roccia imposta: 

Per ch'io varcai Virgilio, e femnii presso, 

Acciocché fosse agli occhi miei disposta. 
Era intagliato li nel marmo stesso 68 

Lo carro e i buoi traendo 1' Arca santo, 

Per che si teme ufficio non commesso. 
Dinanzi purea gente; e tutta quanta, 

Partita in «ette cori, a' duo miei sensi 

Faceva dir 1' un No, l' altro Si canta. « 

Similemcnte al fummo degl'incensi, 

Clie v' era imaginato, e gli ocelli e '1 naso 

Ed al si ed al no discordi feusi. 
Li precederà al benedetto vaso, 



Ed era in Ul« umile allocrla- 

i, eoa* flr«" In cera P" •"»- 

t-uise», coti chiaramente appi 

L-il da Ui quelle parole : Un •»- 



Naa unir I» sala iouou aolo ad 

lie- 
ta «Mila iurte, da col l' uomo ha 
r»; vai» a dite a uni. Ira. 
Mtueiieel etto, cica con ili occhi. 
H. Kritn U aTarU, d. 1» dall' In- 
r»#prc*»*.Ut.l» ■•»*•— per «««Ila 
da «rael UU. Otdt «era («Ini <h< 
wa, da cai ni tura apprmu quo- 
ran aia calda, no» Virgilio. 
latta mu waoiU, teolpiU nella 

11 parche palili dall' aliro lato di 
». rio* dal lalo iininroal Antro. 
ed pia «reti* all'altra •culluri- 
lupetta a meglio ritti veduta. 
Dania sci-tura nppretenli il Ira- 
drll'Aru da Caiialiarim a Cam- 
a», «remalo dal re lUvid — traendo. 
l di trarr». 

Pel qaal fatte de» oieuno temerà 
nauta «a. itiuci», che non gli • 



commetto. — Minacciando l'Area di ra. 
dorè, accorto II levila Osa a aoileiierla; 
ma ipellanilo ciò ai ioli tarcrdoll. fu 
Oia, per cattino dirino, da imi i 
morte colpito. Lio. 9 d«' R>, cap. fi. 

IH OJ limami all' Arra apparirà Dna 
moltitudine; * tutta quanta, divi** in 
«ulte cori, por eueraicolpiUilnatur.il 
niente, faccia diro all' uno de' miei senti, 
dot all'udito- rV°. «Ila aea mata; ed 
.ili illm. cioè alla iltU, faceva din: 
A, «ila conia. — Ad accompagnare l'Area 
erano col re David tette cori.— rarrea 
dir l' »«. facra che V uno di. risii. 

ca. fmi, ti ftnno, li fecero discordi, 
poiché gli orchi dlcevan ti, o il tate 
diceva «o. — l'arava fummo, ma non ti 
aontiva l'odoro. 

et, e», ti frttJtva. andava Innanil, al 
oeardeiro «oso, all'Arra tanta, I' umile 
salinola llavid, Irrtrttulo. damando, al- 
cole da Urrà, cioè, noli' alto del ulto. 
Altri Ipleft aitale per lacciolo le vetU. 
— t'riiarr 6 dal proveniate Irritar, ebe 
tale daasare. e nel popolo * lullora ri- 
maiU la voce 'rettone, dima (ooladl- 
tioaea. 




318 DEL PCBOATOMO 

Trescando alzato 1' umile Salmista: 
E più e men cho ro era in quel caso. 

Di coutra effigiata, ad una vista 
D' un gran palazzo, Micol ammirava, 
Si come donna dispettosa e trista. 

Io mossi i piò dal luogo dor'io stava. 
Per avvisar da presso un' altra storia, 
Cho diretro a Micól mi biancheggiava. 

Quiv'cra storiata l'alta plori" 

Del roman princc, lo cui gran valor* 
Mosse Gregorio olla sua pran vittoria; 

Io dico di Traiano imperatore: 
Ed una vedovella gli era al freno, 
Di lagrime atteggiata o di dolore. 

Dintorno a lui parea calcato e pieno 
Di cavalieri: e l'aquile dell'oro 
Sovr' esso in vista al vento si movieno. 

La miserclla infra tutti costoro 
Pareva dir: Signor, fammi vendetta 
Del mio figliuol, eh' 6 morto; ond'io m'accoro. 

Ed egli a lei rispondere: Or» aspetta 
Tanto, eh' io torni. Ed ella : Signor mio, 
Como persona, in cui dolor s'affretta, 



68. l'Iti che ro, per oaior tutto aliarlo 
lo Dio, s da lui nono; foco che re. per 
tatara io atto non dlcerolo alla maeil* 
refalo. Onero: pili cho re, agli oerhi 
ili Dia; meri the re, agli occhi del mondo. 

CI. ad ■>• *iito. ad una ecduta, ad 
ima lini'»lri 

69. 69. Micci, ficlii di Saul e moglie di 
l>*Tid. ammirava. Uaia mirando, il ceae 
dammi, io eiiubiania di donna, rfiipeiroia 
e rmta, adirata e dolente, per rateili- 
mento In cai ella crederà caduto II tuo 
mirilo damando in pubblico. 

"I. fer Lififli, per guardare. 

73- eil rteieArpatate, mi appariva blan- 
cbor'lantr. pel marmo In (mi ira 

"4, 73. I>rl romano prìncipe, la cui la* 
alias Urlìi none tao Gregorio alla eoa 
|Mp littoria conlio II dragata, ritoglien- 
do a lui I' anioaa di quel principe. — Al' 
eual amichi «nitori rateamene eba uo 
fintarlo llajroo. comperando 1' iniijnc 
tasta pneò Iddio a 
peedonargli I' eUrna pena, che Onalmenle 
fu dalla divina eUroem* esaudita. Ma ella 
• questa una tarola. - rnaee * dello 



dalla! irieceae, coma allrare ditta a 

11 U iu «edowlla «. l'aa I 
alla quale era iute ucclw al I 
il fece incontra a Tralana, cbt i 
alla luta del tuo «amia, per 
dirgli (.rottili*,. L' imperatore, 
l' ricreilo, onando per ucajrlrel'a 
da; a troiaio ch'era il tua propria I 
coirle alla tedoia la toUta la a* 
lui. aerare rirtrrrla ia luteo dell'» 
Ed ella iccello la iccndi prepatta.1 
anche quello falto è aeeal dubbi' - 1 
al /rata, cioi, datasti la Isti* dai < 

7JWJ1 Dimoiti a lai sa 
pi(«u. apparita una calca a tal I 
eoca fieri, a IOpM Ji lai I analisi 
d' ora. I* elee*, a reder 
cote, (arra che li nit.iei.no al ' 
— I Romani umano per itueiaa i 
di aolldo ora, a tulle aita le 
d' arie nlo. 

SS /aaisii tiasilia. r*mml rie 
rare, fa' cV la eia motte* 1 *, 

M, e» te farai, lollinlasdi, ekE 
• in caie. 

«T. la <al ùtUr . tfrilU, ,t cu ai 



CANTO IiCCIUO. 

S« la con torni? Ed ei : Chi ila dov' io. 
La li fura. Ed ella: L'altrui borni 
A te ebo fi», ie'1 tuo metti in ubblio? 

Ond'elli: Or ti conforta: che convieni', 

lo solva il mio dover- usi ch'io muova: 
Giustizi» il vuoln, o pietà mi ritiene. 

Colai, che mai non vide cosa nuovi, 
Produsse esto visibile parlare, 
Not«Uo a noi, perche qui non si ti-uova. 

Mentr'io mi dilottava di guardare 
L'irasgini di tanto uimlitadi, 
E per lo fabbro loro a veder caro; 

Ecco di qua, ma fanno i passi radi, 
Mormorava '1 Poeta, molto genti: 
Questi ne invaeranno agli alti gradi. 

Gli occhi miei, eh' a mirar erano irtenti 
Per veder novitadc, ond'ei «oo vaghi. 
Volgendosi vèr lui non furou lenti. 

Non vo'pcrò, lettor, eho tu ti smaghi 
Di buon proponimento, per udire 
Come Dio vuol che '1 debito si paghi. 

Non attender la forma del martire: 
Pensa la suoeession ; pensa che, a peggio, 
Oltre la gran sentenzia non può gire. 

Io cominciai: Maestro, quel eh' io veggio 

pallente dol eoo- 



317 



:-. 



io» 



10$ 



no 



■ la < : 

t>. Ul JU de»' le, forili che lur- 
> «fi «io puf. the tara impera- 

£a*. u il (bri. Il fari la no- 
duaaidi. 
Mb V *Ur»\ tini X li eie fa, 1**1- 
piami? de' propri dorerl a I» 
Wl lue mi HI la olilo, io 

■ »w «alt e l/aicuti II Jo.tr tuo? 
nn <*' io mot». Inumi di' lo 
I col «11 Morello. 

•.iiriln a nule (Vie adempia il 
caie, • urto la compaiaion». ebo 
|(« «e le. sai (a renar qui, mi iloti* 
■ami feché tu iii miti. fall. 
W. toteodi: Iddio, a cai 

■ torca* Ulto ab *W«nn | 
auoodi qsMlo «iure, in col li rodo 
la* sa parlare affilio onoro a noi 

'. t-trek* t«l la lem non 
•MeaMsdo da latito 1° arlo umani. 
i ■»(> HeCMte parler*, \*i I 
lattala palladi. 



99, 90. Lo Ilaria di tanto lo. nini mini- 
li o eha, olirà la loro boi lana, un 
grato a tcdorle. pcrch» opera del Uffa* 
■Malati 

100 ili fui. talli parlo di Vir.-ili.i. 
onii dalla iiniilr.1. — radi, lenii. 
101. Mormorate II Poeta, dlcora lom- 

104. non alti emdl, al tironl superiori. 

IOtl'109. Kon rotilo peraltro.» lottare, 
eho, per Intendere conio Ilio mola the 
•lano nel l'urraiorin acontate le pene, tu 
li imarriie* e perda di coraggio ciré* I 
luol bnonl proponimenti. - Tome II l'oda 
eho la pono coti grati dell' oipiaimno 
non facciano parere la rifili Irnppo dura. 

109 III. Noo por mento alla forma di 
quello prnr : ma penta a quello ebo ad 

cito NKeedora* dee, >"a bèaiiiBdlsi dri 

Faradito ; prnaa che :il pente ili 
andare, quetle pene non dureranno olire 
il giorno ilrlla gran «cntenja, Cloe non 
piti iti li di I fiiiiIiiiii uni. malli. — olir» 
la fri" MS to s a to . Infi-rnn VI, ». 104. 





i : •. : •.-, ' 



Muover a noi, non mi sembrati penoso, 
E non so che; ri nel veder vaneggio. 

Ed egli a me: La grave condiziono 
Di lor tormento a terra gli rannicchia 
Si, che i mie' occhi pria n' ebber tensione. 

Ma guarda timo Ut, o disviticchia 
Col viso quel che vien sotto a quei sani: 
Già scorger puoi come ciascun si nicchia. 

superbi Cristian, miseri, lassi. 
Che, della rista della mente infermi. 
Fidanza avete ne' ritrosi passi, 

Non v'accorgete voi, che noi siara vermi 
Nati a formar l'angelica farfalla, 
(Ilio vola alla giustizia senza schermi? 

Di che l'animo vostro in alto galla? 
Voi siete quasi entomaU in difetto, 
SI come verme, in cui fonnaaion falla? 

Come, per sostentar solaio o tetto, 
Per mensola talvolta una figura 
Si vede giunger le ginocchia al petto, 

La qual fa del non ver vera rancura 
Nascere in chi la vede; cosi fatti 



M 



114. K non » i tht, nnn IO nettimeli i.i 

«Ite eoi* ini iciiibrino, <>< vero a elio rota. 
ItiiomlglUre quegli ornielli, chi ap- 
pariscono d.i lontano. al n#l vt>ltr ea- 
«eoolo, colatilo la mia villa A una n in- 
curia noi raffigurarli. La vocu taneoolo 
♦ unta propriamente franandoli di m- 
perbi, dalla lor vanita tramutali quali 
fuor della forma umana. 

HO oli rannirrli*. gl'Inchini e rlplofa. 

Iti Sicché inrlin |11 nrrhi miai, tanto 
più perfetti da' tuoi, nu ebbero dapprima 
loMii-iifiono o contrailo : noe. provarono 
dlfBcolUtrarriitrli. - baalMI loil/«io 
che francai oggi più comunemente malo. 

41». dia-rificcele. figuratamente, dulia, 
«m. >i>(in: quaii ad esprimerò lo 
■fono, che donano far gli occhi por ri* 
conoieer quella pinoti nel loro cisto. 

tao. li ««elio, l'aOkau e (onta, inllo 
quel può. — Snn le anime cha purgano 
ti peccato della tuperhU Lue XIV, Il : 
-.lai i< ««allo! ».«iill»«il»r. — Altri tosti 
llggono 11 piccala. Ila pueAlala, a figurai. 
Ila fonnrafafe. 

IO. nir. Iren pani, nell'andare a litro- 
io dalla rolla ragiona. Voi credala avanti. 
la • retrocedete pur la «lui dell'orgoglio. 



li V 



143. f'aasifiTa farfalla. l'anima 
laile. — Negli antichi rooiiumeell K" 
l'Incentri rappresentala r animi 
farfalla. — La eimililudmo e prua' 
Mime, eho, ftelfamlon dilli ci 
fa farfalla, e eplcfa lii"-ro il «ulj urlìi 

l«S. Che «ola datanti alla gloata* 
• ina, Cloe, al tribunal di lite, e««u re* 
fare dlfeaa alcuni alla lue co!»* 

191. In «tf* Mita, la allo 
cine, ii Ieri In luporbla. 

i-». ■£>. SieU quan n l—H <• 
felle. Inietti difnioii, uccosatl 
me, la cui formattane e mancberole. I 
che non torte faUo fai falla — I 
e roce greco- latita. Tel Irreali I 
piar. gre*. — Altri leggtao: tn ' 
polche liete. 

431. Per muele. lareet di l 
I/nula, in arc.hil.ltur» * witejw»! 
ve, cornice o d'altri orbiti — •« ' 
umana ; cine, una e l Itti hit) 

I». 134. La quale, bencM KOI 
periont, fa nascere La chi la I 
rert rennirt. peni Chi It guarà*. •' 
quella tua aforiau • doUeoit | 
no lenta pena, econe ae tilt (atte l 
uomo. 



rO HECIMoPIUMO. 



Vili' io color, quando po«i be-n cura. 

Ter e che più e meno eran contratti. 
Secondo eh' avc.in più e meno addosso: 
E qual più pazienza avea negli atti 

Piangendo parca elicer: Più non posso. 



819 



, pax tra «»r«, pon bum >iirn- 
rrarratri. ratinili, ripi.-irall. 

. «««» •<*, » WM, tOtllbl di filo. 






IJa. t «voi fti p*ttMU atn ■r«H 
alti M . Bd inrli, >|n>^li. il Aitili mo> 

■tassasi ply laudile u wroo gravalo do- 
(Il altri ce. 



CANTO DECIMO PRIMO. 



■!■•• fella feftfnw ©Va la ria por aalira ni «ocondu airone, ad aaaa rUp 
*iìraae • va-ooadaaa alquaulo a dcalra. Frattanto (lo.bvrW AÌ.IuUraitil 
avasesct ft L>tata i a qu*»ll ravvi.* In appronto Odonei da Oabbio «sa 



"pnndoo loro, 
obrandu»l:1n al da 
appronto Udortal da Gobbio wollaote Oli- 
Hra, U «.sale ali Ileo diicurao lulla «inile dulia faina moudaua, a (h da commi* 
rswim Saletal, elea eli * poco n», 



Ire nostro, elio ne' cieli stai, 
ì circoxeritto, ma per più UètON 
Ch'ai primi effetti di lusu tu hai; 

Laudato sia '1 tuo nome o '1 tuo valore 
Da ogni creatura, coni' i; degno 
Di render grazie al tuo dolce vapore. 

Ycgna vèr noi la puce del tao regno; 
Chi noi ad essa non potem da a 
8' ella non vien. con lutto '1 nostro ingegno. 

Come del suo voler gli angeli tuoi 
Fan sacrificio a te, cantando Osanna, 
Cosi facciano gli uomini do' suoi. 

Da' oggi a noi la ootidiana manna, 
Saaxa la qual por questo aspro diserto 



W 



- • PsOe •»(«>« m, Parafrasi dei 

aubr Prajhaera cot-italtntl > 

il la lopirbU. talchi ti ciconotco 
u I «luna ti Dio, a lui fi reca 
liana. * ili «he pili pnu all'orio- 
li faraona il «ale salarla pai 
n. Kra eartaavrilra. non limitalo, 
ratlia I" IsBniU n«n In Irn 
I, parte.' l'i I amr.r tu > mafllnr- 

« diffotja Tino i sviai tfWii 

•sa tvenmsss. eio*. tara) i «ioli e 

: ..i«i «frlll Somma : fatar r 

e «rata-la e/erie di Aio. 
•irn. tirerai, poitflia, onnipotenti. 
• XXVI dal Purnalorio, 




a tiff : chiama ta/ort la virili divina. 

6 et tuo dolca vapora, alla dolci cml- 
Dfeiloni della tuo. hoMa. — So fon altri 
lenir i al (so alto vapora, allora 
• lottala, ,11 alu Ina tapinata. 

8, 0. Perciocché, i' ella per Idi beni- 
gnila non nono a noi. noi oon tulio il 
tnuliu iuryyou non poniamo vanirà ad 
i . ..i 

ti Owim, toco ebraica di feiliia ac- 
clamationa. 

1 : ss 1 mot, do' loro voleri. 

13. la rolirfisaa insana, il pina quoti' 
diano: eli» per lo animo purjtoU 6 I' ap- 
plication do'auirrajl. 



309 mi. n cernutilo ' 

A retro va chi più ili jjir -•* nfFnnn». 

E come noi lo mal, ch'arem sofferto, 
Perdoniamo a ciascuno, o tu perdona 
Benigno; o non guardar* al nostro morto. 

Nostra virtù, che di lcggicr a' odono. 
Non spcrmentar ood l'antico arreraaro, 
Ma Ubera da lui, che si la sprona. 

Quest'ultima preghiera, Signor caro, 
Già non ai fa per noi, che non bisogna; 
Ma per color cho dietro a noi restare 

Cosi a so e a noi buona rnmogna 
Queir ombro orando, andavan sotto '1 pondo. 
Simile a quel ebe tal volta si sogna, 

Disparmcnte angosciate, tutto a tondo, 
E lasso, su per la prima ceri 
Purgando la caligine del mondo. 

So di là sempre ben per noi vi dice, 
Di qua che dire e far per lor si puoto 
Da quei e' hanno al voler buona radico? 

Ben si de' loro aitar lavar le note, 

Che portar quinci, si che mondi e lievi 
Possan uscirò alle stellato ruote. 

Deh, so giustizia e pietà vi disgrevi 
Tosto, si che possiate muover l' ala. 



il. • tu, anco In. 

19. l'Adorni, ti tasca, rolla Abbuiala. 

SO. Aon ipermtntar, non ispirlmcotaro, 
non metterò » cimento, (oli* antico »»• 
, ciò» col demonio. 

Il (ìl il la i firma, che por Unti modi 
la butl|l al malo. 

fi. Stonar taro; parola di firulgllaril» 
affettuosa. 

93. Allo animo purganti non bisogni 
iilima preghiera. ptrr.hn «Ilo non 
possono pi fi i :"' iiecoaro. 

M. Ma j>«r color, cioè por I siri. — 
Ostro a Mi, dopo la nostra partita dal 
mondo, dopo la nostra morto. 

SS, tfl. Cosi qtir.ll' QBbftì orando, prc- 
a II • a noi tuona ramaste, buon 
slaggio. Samnono sifilitico anticamente 
o uiogio. rd anco augurio rft euon riaoglo, 
da etti /ti fallo il serbo ramcjnarr, cho 
per tSlODaloAO sklso ftlicttart. Itutilirt. 

il. Simile a queir oppressione, cho 
latfalla si (irosa, quando si sogna .il irir 
ili poso addusso. chu ci tolga il respiro. 

tt-30. astjosciari > ili» disfammi», In 



dispari modo, ciò* cai aia, cai ■ 
condo la traslta de 1 ano peccai), « 
lotto a tondo su per II frisa» i 
Dando lacall0IMdllsasoft.il f 
dano, cioè la tuprrhia. Sint'AfStfMal 
(•: • Vidil lanuta sur 

SI. So di li nel Purgai, 
pn da rjuollo animo oramai aarl 

23. Da qm Hi, eh» al lowMM 
hanno un.ia la graiia l'i Dis! nV* 
radici tuona, dalla qoili Mia eoi * 
gero e rticieo oraiiotM. Veli raKS"*' 
canto IV. t. JSl 

Sa. SS Don si devo aiutar ?' ; 
nll a lavar I) M«e, le saccaie *> •* 

ha le partir e»l«l. fwW"* \ 
qui dal mondo. — lieti. «Ilnjrrri f 
poso dillo colpe. 

Jfl. trillali rwfe. (oliati tf 

», ». lieti elio la grillili li *•' 1 
li pula de' ledili ri a-rigmi Ma* 
tirasi tosto del peso eh» t'effH 
Il te 6 pnr qui éepreci'.i 
lo seguitoli iooo paroìe di 
quelle an une. 



tO DKCrMOPRIMO. 321 

1 secondo '1 disio vostro vi ltvl; 
Mostrate da qual mano invor la scalzi 11 

Si va più corto: o sa e' l piò d' un varoo, 

Qnel ne insognate che nien erto cala: 
l'ietti clic vicn meco, per l'in 

IXella carne d'Adamo, onde ni veste, 

Al montar su, contra sua voglia, è parco. <• 

Le lor parole, eh' ei renderò & queste 

Che detto «ivca colui cu' io seguiva, 

Non fur da cui venisser mauilcile: 
Ma fu detto: A man destra per l.i riv.i 

Con noi venite, e troverete 'I passo co 

Possibile u salir persona vira. 
E »'io non fossi impedito dal sasso, 

Che la cervice mia superba <'■ 

Onde portar convieinui'l viso basso. 
Cotesti, eh' ancor vive e non ni noma, &* 

Guardere' io, per veder *•' io '1 conosco, 

E pur /.irlo pSetoM a questa soma, 
l'fui latino, e nato d'un gran Tosco: 

Guglielmo AldobrundcjL-o fu mio padri' : 

Non so so'] nomo suo giammai fu vosco. *o 

I.' antico sangue, e l' opere leggiadre 

De' miei maggior mi fèr si arrogante, 

Che. non pensando alla comune madre, 
Ogni uomo ebbi in dispetto tanto avante, 

Ch'io ne mori', conio i Sanwi sanno, ts 



_ r-ksasln ti orli. 
I («I «am, ti 'i~x\ parte; «o 

'. : 1 . 

ut» «ta. che «conde monti 

, (rat* • laido. 

O U muffilo da quale di 

a Urrà tornir. 
ul* ad <•>•" latito da pcrtoo» 

•i mu, e da U non è alalo 

, >nio di me, opprei- 



i lUIiaM. e nacqui d' un gran 
im fi Ooibarlo, li- 

i. elio l'odia- 
| la »«a atroiaua. la fallo oc- 
;u»iko. lu;jj della ma- 




runini lonoio. — (Jueiti iniuporbiaco di 
vi] .1' ineosno; Pro- 
«ooiino |». lu» di riparla. Noi primo 
* arrofima. nel lecondo uoailoria. nr. 
n».— Ialino. Vedi Inferno, 
canto XXWI. v. T,. 

<X>. tolto, con tol: cloi : •• il mu». 
■no fn giammai odilo In meno a rat, a 
nei imiti lonthi. — KrIi. coti inperbo 
In rila dell' litica r» ran- 

milnio (J.ipo dello (hi crai dubita N 
chi l'Odo abbia mai lonlllo il iuo cogno- 
tu*. 

61. I' optrt leoolodre. I' oporo nobili, n 
[•norme. Ltaolairo non lolo illtulni 
lo, avietii-iilii, mi at.elie iirliir<io, nobile. 

6S. atta eonmir aiodre, alla comooo 
orinine, per col eli uomini tono ejuali 
Ira loro. 

Ci. io diipei'o. io dliprono. — (ari) 
aranti, lanl'ollra. 




r-u un ai tor, non q 
Si torso sotto 1 pMC 

E vi. lenii e conobbcmi 
Tenendo gli ooaU ■ 
A me, che tutto chii 

Oh, dissi lui, non se' ti 
L'onor d'Agoblìio, ( 
Ch' alluminare è chi« 

Frate, diss'egli, più ri 
Che pennclleggia Fri 
1/ onoro è tutto or « 

Ben non suro' io etato 
Mentre eh' io vissi, ji 
Dell' eccrllnnito, ove i 

Di tal superbia qui si ] 
Ed ancor non «arei e 
Che, possendo peccar 

vanagloria dell' umau 

tt. l»ifftt, oeni nomo parlanta, fio* 
«Cai ptriona - E perciò i bamt-.ni.cbe 
aoeor non parlano, tari dodi it/onli. 

<*. I miei coniorli, i miti oojiunli e 
parenti. 

W. «ti Maialile, nella itentur*. 

13 Nr meglio iicolura l' incurvilo 
iplrilo. chimi in |lli la lacci* , 

li lo («patria, tiullj.fi. per lo iiapac- | 
eiara- 

19. Odorili d'ieootie, da Gubbio, citi* ■ 
4*1 <tn»*l.. .1" ILI..— a» * 



CASTO MCtMOPRIMO. 323 

Com' poco verde ni In cima dujr. 

Se non è giunta dall' etati grosse I 
Credette Cimabue nella pintura 

Tener lo campo, ed ora ha Giotto il grido, » 

Si che la fama di colui oscuro. 
Cosi h* tolto l'uno all'altro Guido 

La gloria «iella lingua: e forso è nato 

Chi l'uno o l'altro caccerà di nido. 
Non e il mondati romore altro eh' un fiato 100 

Di Tento, eh" or vien quinci ed or vien quindi, 

E muta nome, perchè muta lato. 
Che fama avrai tu più, so vecchia scindi 

Da te la carne, che se fossi morto 

Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi, 105 

Pria che passili mill' anni? eh' è più corto 

Spazio all' eterno, eh" un muovor di ciglia 

Al cerchio, che più tardi in cielo è torto. 
Di lui, cho del cammin ni poco pi 

Dinanzi a me, Toscaua sonò tutta, no 



>l dire eh» in lampi ridili I. gloria 
ai triitli reali otturila da quelli 
igea dopo : coli la gloria di Ode- 
ttcnrau da Franco, la «lori» di 
m da SiMa. - Cot»'o apocopo di 
il* astiano IncoDiralo altro tolte. 
> pittura credette tlimlbuo 
P retali, rimaner padrone ilei eain- 
«rati rinuncio, eloo aior la prc- 
«. — Cisvabuo fu (loroollno, ed uno 
■I minutari doli' ari* della pit 
lori ari istm. — Bd ora ba Disila 
i. la fama di prima pittore. << Ciotto 

I iMllhl». Il (filalo, portando a 
r pcrlMIooe la pittura, otturò la 

II CimaVi* ino micino, Vaiarl: 
Itala* «Irò grandmimi! ili Dania; 
tra*»* wli* rapitilo drl palano 
Itala di FUeue. • SI dito morto 

L Ceti I' 0» Csido. «i..è il niral- 

Ka iorealino. Li lolla all' altro 
al r.mi.icelli, gotta bologneio, 
la e»lll Inina Italiana, o anr.i 
> pedice — Il liiiinitelll mori 
tjoi il Caialcantl. — Ai- 
utatori tMdoao gai selli pi- 

ai r no • t altro ror- 

(M*, oaturrr» la l.ma dul- 

' altro, liuti abbia intrio 

pai «More; tua 




può estero altreii dir il Porla lo abbi* 
dello in genere, rondandoti luU'arcrn* 
nata HcOndl ili'lla fama. 

100. il mviidun canore, la voce della 
fama nel mondo. 

ina pirrAt muta lato, perche- muta la 
parli donde tpira. Como II vento, mu- 
linilo la |iarto donde tpira, muta il nome; 
coti la fama celebra ora il numi 
ori quello d'un altro. 

lOVKKi- «.Miai marciar fama avrai In. 
te errrAia «natii da f« la turar, lo da tn 
tcparl il corpo gli Tcctblo. di quello 
che io in font morto luaml ahi lamini 
Il «appo • 'I diadi, rala a dire, il balbi t- 
tar faiieiulletcof — Poppo, pino: diadi, 
denari, ton «od da bamboli. —Che fama 
inai mangiare ti manti i.-olno, o t»i 
muori gioiine, pria cAr pania talli' aia, . 
di qui t fatai ""II' anni t 

lOt-IOS II quale apulo di quali Itili- 
l'issi e. lupetto all' eternila, pili corto, 
di quello che ila un hatlrr ili eierlla^ n- 
apttto al giro di quel ciclo, cb' ò il pili 
lardo a compiere la ma rotatone. ■■ Il 
cielo piò lardo A quello drllo aitili* fina 

Àt irta muchi grtdtiaM compilai* il 
•uo lira in M> mila inni. 

109. HO. Ut colui, che a il lenta pani 
CUQgglal dimmi a me, liiuonò Tolti ■ 1 
lutto. 




SU DO. rtlECITOMO 

Ed ora nppcna in Siena ai-n jiijpìglia, 

Occ'cra >ir», quando fa dibtrutta 
L» rabbia fiorentina, clic superba 
Em in tpui tempo, fcl com'era è putta. 

La vjetrn nominanza e color d'erba. 
Che viene e va: e quei la discolora, 
l'or cui eli' esce della terra acerba. 

EJ io a lui: Lo tuo mi Ih m' incuora 
Buona umiltà, e gran tumor m'appiani: 
Ma > ili cui la parlavi ora? 

Qary pose, l'rovcnzon Solvasi: 

Ed è qui, pendii fu presuntuoso 
A recar Siena tutta alle sue mani. 

Ito • cosi, o va senza riposo, 
Poi che mori: cotal moneta rendo 
A satisfar clii ò di là brapp'oso. 

Ed io: Se quello spirito, ch'attende, 
Pria clic si penta, l'orlo della vita, 
Laggiù dimora, e quassù non ascende, 

Se buona oraziun lui non il 

l'urna che passi tempo quanto visse; 
Come fu la venuta a lui largita? 



:•: 



111-114. DI ora io oc ti parola appena 
In Siodi. dell» qual dui ora ■ 

qiunilo la »|.luU;,i'lll nel là») fu (II- 
Umili la auolfa rabbia di Firenio, elio 
In quol lampo era superba, »i coni' ora 
I 

IH li; l.i Tuilu fimi * limil* al 
color d'erba, elio ncnt e ia. e 1» di- 
llllffo il lernp", Io quolla fBJBJ obi II 
.-stilli discolora I' Wba, che tenori o lordo 
lecerla i dalli Ioni — ««ci. 

l'roo. (ic-MOin.lt ebo il riferiir*. al Sole. 
Coti Par»,, canlo XXIII, ». 141 a aag. 
• .. ««amia fonda - fi «i multò la laora 
di colai. I* Il &>l noilrai • 

IH. m' incuora, in' ninnila nel cuore 

119. t ora* (umor ai' appiaal. lo 

m' abbaili la gran giulietta dulia au- 

1.1 •tftMMae Sulvmi.prlnclpal eli- 
ladino di Siena, i.ilcnio lo [ite ed lo 
tuona. Scoouoe i (jurln non uhm a 
Itootipcrli, ma poicia noi I2C9) rimano 
patito Colla di Valdelia, «alla 
bittiilli daliill da Uiambcrtoldo, «Ica. 
ni di Carlo I r< di l'orli*, » capitano 
di parie |Oi 



1SS A recar lalU a U II it*irt» » 

Siena,* larico» Umor* . - t. t" "* 
anche a' Baal «i 'piacara la al*>aaria*»j 
Saltini. 

US. 1X total «natia ni* t mU». 
fa un tal palamento, topi-irta tal »■»• 
pi : |Jo*la milufiiion», rti « e; • •*>* 

j.' oh. ehi n«l mondo a italo U*n* f 
dito, pr< natooMi 

Hl-IM. Cotlruiici «d InUoii : «• ■ 
animo tbo aiprlUou a penimi air***' 
in. della .ila H «eie dalla clfa|.etl*P 
non alino aiutale dalle cruieni da ***- 
non iilcnnu qua aopra, aia daoenae !<• 
r.li ncll Anli|iur«alorto, par il v*f 
cfualo a quello che intera; maa h 
conciaio ■ lui, a l'roieaiaa*, di '"" 
quit Hai 111 del r»r»atorio. «. «Ma- 
il roda II diro a Manfredi cUlana* 
di ehi, (comunicalo dalli Mila O* 
indugiò a pontini al Uno riraaa« ull ' 
liporaalotio Ir futa ioli* tasto di 
quanto durò nella ma aceaaailM*:! 
dico «sii che l'amata di ci», i" 
peccato, aipella. a pralini alla Barai 
rimano tanto di Iraipo qua io cW< 
mondo di lila. 




caxto Mcmoracoiroo. 

Quando vive* più glorioso, disse, 
Lilieralmente nel Campo di Siuia, 
Ogiii vergogna deposta, n'uiusse: 

amico «no di ] 
Cho »os«t<-nc:a nella prigiou di Carlo, 
Si condusse a tromar per ogni vana. 

Più non dirò; e scuro SO ■■'■>.•: 

Ma poco tempo andrà, chi: i tuoi 
Faranno ni ette tu potrai chiosarlo. 

Quest'opera gli tolse qnci contini. 



i: : 



HO 



Isa. Il btlo cho qui il «(finn I 
. (In Mica di Preromano, (hi di- 
tur» italo un Ut Vipna, ara pri- 
va di sottra di Carla Ir* ali 
lo «ilnteelao ucciderlo, to f_*I tuo 
e no* |li Trainerò tbortatl Itutnla 

d'oro. l'rOttnaiiin fluirai <:Htindu 

pi* «toflMi, noi ««(io Urlìi n* 

ir gloria • pettata., itpom ogni 

m», vincendo 1» rifujn.i . 
Jtot» Kl i . i amila, 

-••<• » «.«•« mi Cani» rfi S.r.n. 

Bwolu il annui «anno Dell» gran 
*• Sitaa. delta la |.iuu di 
II. « qunl . Inno 

» tuo d a ir aainwii cho mirtea. 

a, salte prigione di 



condutio o Irritar per ogal ma, tallii uip- 

plkuercilo o trccnmle a chli-il'-rc i 

lina per lui - Allri Ice-.'» no (ifrrottrntr. 

I*», HI. ll.i pattati roco tempo. cho 
i tool violai, I tuoi < • 
In «Ilio a contìtcandoil 1 beni. I 
• i dW tu [mirai rimvrncTolmoM. 
(•retare lo mio parole; polena allora co. 
iiOKor.u >i'iinu aia la paat ili 

chi ♦ cotlrelto a domandare, altrui la 
Citili, a quanto merito tia farlo por 
altri. 

lai. (Jaetla tua buona opera [e coti 
Mariti i .inderà aliai, 

di l'snltj In libero dall'attera roa.Taula 
-In unni l-ittio Bell' Antipur- 
gatorio. 



aatal p» 



CANTO DECIMOSECONDO. 




pacati* dalla aoparhla, ch'egli tu otplato. 

»'P'"' «me buoi che vanno a giogo, 
• Sfidava io con quoll' anima carca, 
if . 4 ''' ' ene Q d .Ice Pedagogo. 

t'Oe/o disse: Lascia lui, e varo», 
Qui ó buon oc e co' remi, 

■fa . i 

•io*r«H "" J cliina.em. 

*« ■ Ini. ^'iL-jl't ■ 







SI paragona q«»n a rincivilo Milo ti 

4 « aarta. i tir» li 

s, «, La metafora tiroidea: eho qui • 
bene che eiucuno ti adoperi qui' 
a ui'ti-i Innanil. per cuail.nr.nar lampo 

» 




Qfl ono 

Quantunque può ciascun, pinger «ia bartc; 
Dr. m'andar v 'mi 

Con la persona, awegna che i poi 

Mi rimanessero <•. chinati « scemi. 
Io m' era moeso, e eeguia voi 

Del mio Maestro i possi; ed ami: 

Già mostra vaia, oom'eraTam leg^ 
QcacJo ini disse: Volgi gli occhi 

B1011 ti Bara, per alleggiar la via, 

Veder lo letto dolio pian 
Come, perchè di lor memoria aia, 

Sovr' a' sepolti lo tombe terragne 

Portan segnato quel ch'egli ano pria; 
Onde 11 molto Tolto co ne piagne. 

Per la puntura della rimembranza, 

Che solo a'pii da dello calcagna; 
Si vid' io 13, ma di miglior sembianza 

Secondo I . iìgnrato 

Quanto per via di fuor dal monte avanza. 
Vedea colui, cho fu nobil creato 

Più ch'p.ltru creili 

Folgoreggiando acandere, da nn lato. 
Vedeva Briaroo, fitto dal 

Celestlal, giacer dall' altra parte, 

Grave alla terra por lo roortnl j 



1-?. Dirllir.,«l come «omlonii ili non 
6' andar», ni rifeci selli ['fruiti», ifb- 
hrn* ì pottllofl mi riitniiiiiirro non pia 

turgidi, m» ; 

Uro dilli mptfMa ili m« ir. lui. i. 
H. 1S. Ti ■ mr, »l- 

lejforlr», it n 

T«dpT,' lo (l'Io dlill plani/, iì ; 

..i rsi pososAo lo plani» i! 
»iì. ptrtki a (or «««fi» ito, arUncho 
rati niomorl» ili loro. 
U. Suor" o" irpoJni, «opri i morii, K forni* 

Portai irritale, parine in" 

mliteml. ««il 
«»«f 11 ira» pi>M. quel the faraBSa * i|"i>l 
tli» feenro in un. 

SO, CI. Por li poi loro ri- 

fntmlirltlis iV'i 

'"II* llll 
tmtoalOTa, che M a si m- 

i lo pungo. 



cui IforA»' 
Ifiait,- Udini, oi 
mto lutto (; M.il 

fuori Ari aoatc »»r t(», cai.1* 

julin snelli r.rl *>: 
r li mllolwi* »l »" 
P'rche i Danio la «il li 
torta. 
SS, M. Vita »<««. rio* 

ii lali 

21. rolrorrfjlafti* •rraArt. 

coita di fi'.Mie . V, Min ! 
■ut ■!* c*\o tUcti 

i l'altra pmtioimill 1 

' ■':•. iWI Mhi 

ila n-iotto. trai 
mudo rulla Urrà 

Die* fra», perdili i coro» nurU| 
• «Ila urr» r <* <»• l <M 



H»MT<i I>KCW0«bMOSBO. 

Vedea Timbreo, vedea Pnilado e Marte, 
Armati ancora, intorno al JM 
Mirar le da' giganti «parto. 

Todea Nembrotte appiè del gran Lv 
Tatto smarrito riguardar lo g 

in Scannar con lui mperbo ftro. 

N'iube, con che occhi dolenti 
Yodov'io te Bagnata in hu la strada 
Tra setto o sotto tuoi figlinoli «ponti I 

Saul, come in su la propria spada 
Quivi parovi morto in Oolboò, 
Che poi non sentì pioggia né rugiada! 

folk Aragne, si vi i te 
Gì* mesa aragna, trista in sa gli sinica 
i' opera, cho mal pnr to si fé. 

Roboam, già non par che minacci 
Quivi il too segno; ma pian di spavento 
Nel porta un carro primi oh' altri 1 c.icci. 

Mostrava ancor lo dura pavimento, 
Come Almeono a sua madre fo caro 



327 



ss 



<0 



43 



SO 



H. fraine, aia» Apolla, C- : 

• te 

UT**!,. 

■ r la aceataa ìttttal* # ip«i- 
, ibi. cW Mirano munir cuci" ■ 

t itw «VI era» («raro. *[ ; 
IWr». 

I Oi arila plm'ir» il Senili» il 
tt t . le ili- 

■ftté aaa latra •ino il «telo. 
Maai. a-«i.e a" \r.i.-ii< '0 

-, ! 

i-.i. r-*r<hr m ìét 'i on 
•*ar.luo e ■"< 
V* Ape-Ilo • Ihjaa, per troilicare 

ììtrn Haaa i'.i i . -' ", t. ■' > • - 
al» l !ifrrr.,-MUi]uiVìl d proto. 

amalo - 

• » «natio f I 

ti /• ; pari 

Q peMedtata tal»» 

uaanyia. eli ■« 







formila In raf no. Miai in •» ali 
tilt C-tira. Manti 'il i pi 

l Bai pai '< i. |i 

di l» Uranio in Ih. «ir i, 

i/» Ralr-ia. 

Vi •< Ih 

.' K- I l I 

rivi "ut rrana, 
■o riball i""" umili i < sd* «ali, 
far poi • 

lagfl »• • 1 l.(Ti:»i!rmii,i'. 

il, c-i. i il rat ifjno, li lui l|ura 
(lata 

,i«la«l». la Ti» di tur» 
Bilioni. Iltorlela. 
SO. 51 K'ifil.'. flati II 

18. .'! "io- 

. • . m»rn. 

#t* f| f i l'/r irri- 

tila li madre, flirto ■'"• «* trafirahM 

««Ir*, i > ». 



uà j 

Ed anche le 4 „ 

Voqbt» Troia in cene 

H&m, corno lo ba 

Mi •crava'l aegno, e 

QanI di penne] fu ni* 

Clio riìrao88e l' owb 

Minar farieno oga'i 

Morti Li motti, o i vi\ 

Hoa ride me' di me 

Quxat'io calcai fin , 

Or seperbite, o via co 

Figliuoli d'Evo, o a 

Si che Teggàkte il ti 

Più ero già per noi d( 

E dei canimin del Si 

Che non rtiinaTa l'a 

»•«. Duo fijll di S»na«borib.r,, u . 

«""'","" Ie «'' A»'»", il «nuroiow. 

pr« «| lai m.alu nr» dwtra id un i CB >- 
JlO. t, lucutolo quiti «,| 0| „ f u „ lr0Il0 

.1,- 

l.r..»»., i, -Hi" «Hi 

WMO, prawlt prmloaiirro ,1 n»»», J.i! 

I Ar«w ., ,„ tnUat j,., „ , in 

MU occl.o. fittolo d,«pi-.»r e . . p „J 



OAXTO DKOIXOSEC0KD0. S20 

Quando colai, clic innanzi riempirò atteso 

Andava, cominciò: Drizza la tosta; 

Beo è più tempo da gir si sospeso. 
Vedi colà un angeL, che e' appresta 

Por venir vorso noi: vedi chi; lo •• 

Dal ■enrigio del di l' ancella sesta. 
Di riverenza '1 viso o gli atti adorna, 

Si che i diletti lo inviarci 'n suso: 

Pensa eie questo di mai non raggiorna. 
Io ora ben dol suo ammonir uso M 

Par di non perder tempo; sì che in quella 

Materia non potrà parlarmi chiuso. 
A noi venia la creatura bella, 

Bianco vestita, e nella faccia quale 

P«r tremolando mattutina stella. <0 

Le braccia aperse, ed indi aperso • 

Dine: Venite; qui son premo i gradi, 

Ed agevolemente ornai si sale. 
A questo annnnxio vengon molto radi: 

gente umana, per volar su nata, M 

Perchè a poco Tonto cosi cadi? 
Menocci ore la roccia era tagliata: 

Quivi mi batteo l'ale per la fronte; 

Poi mi permise sicura l'oinl 
Come a meo destra per salire al monte, ,M 

Dove siede la chiesa, cho soggioga 

La ben guidata sopra ltubaconto, 

* Otta iiVnlo a ronùarrare .{«oli» 
»*. NltiUriffl, caolo IV. ». 9. 
L aJlm, aneti* ■ «16 ebe < 



! Ih t plt rmpa se. laWndi : non 
"— ale, pn «aniMeriro più i lurco 
Hi Miarpla, tu Indugi II tannino. 
. f»«Ji ii* bacami lo il .mi lampo 
Mi totali* dal pormi E/a dunque 
•aX acr«bt <ra«o «cric < 
. 61 <ko i, a In, tUttB, Sta in pia- 

mptàa. 
, aaa raraiirma, non Uni a ipl*n- 
, ita riloroa 

ii\ n» niBHW, di nini riaférr 
o. - tam .. an, Un attaafillo, Imo 

«■• 

p at l a tn* <*<«••. prlimi «faro 
Pfaic i lineo. S 

: « I optilo MIO (OMO 

• n» rattorala t*mt nera, » 




SO. Si riunirà «rintillindo lui minino 
il.i. 

94 A icnlir iiooil' ìnnamio lono Hill 
pesai oii'lu rho «cntoDo; percln 
•orni ili umili « molli i laptttt. 

93, 96. O jynio umana, n;iU pur nino 
al dolo, perdio, per off po' di itela .li 
|l«rla inumimi, coti «di * li MI 
alla i-i n T 

9~. *t« fa metta tra fagliala, i.m il 
I moni» iteri un' iperluri. che 

fenati* li m 

99. rtrmii» : altri leggono premi.». 

100 101. Ce«« a «o» •Ultra, per lalm 
ai monte ìllr croci, riuir | patta la tliieia 
diala Sl> ■ uuin* la ita ti 

ptl ii I l'irrnrc al .li arati 

•li I putii" Sutaroaff oc. — Il ponto t«> 
It* Ititi SQll tilt li-I- 

llubii'uoio di Mao 
dallo ailan.-ie. Il quale lofact fibbrinta 



Ahi quanto aon divori 
DalTmfernitlil che < 
S'en : iù p ( 

Ed et ioi .-ni | .1 

Che | lII boi; 

Ond'io: ìlaobtro, di', < 
Levata i •'■ da ni' , i 
Per nio fatica «ndan 

Risposo: Quando j P, 
Ancor nel ratto tuu 
Saranno, come l'un, 

Fien li tuoi pi» dal bc 
Che non por non fa) 

Mi 1237 — «oggiOM Btr UmtM. SI di- 
cono gi«|hl Ir iomn,iu dullr rupi, f u r»« 

Ho. 

i, r" i« •!■""■ 

•l'uni», ilici ii (,■<■,-,„ In 
P*' : "-uro 

Ut» I i 

Mai» 

», com oj.-i. froil. i buCutfrit, _ 
Allude i dut lidi Ufili » mo l.-ropo: 
l'mo. ttio m Kltcola . i^i 

card» co» a ll.l.la JAcujIu i 
»l citilo XVI d.l nridlw) «u«o nca 

*■-•» J.l l.»..~ .-Hai.. 



a Dttmcnmu>. 

Ma ri» diletto loro esser «a pinti. 

Allor fco 1 io comu color else 1 
Con cosa in capo non da l"r sapnia, 
So non che i cenni altrui scapicar £uno; 

Per che la mano ad accertar s'aiuta, 
E cerca e traora, e- qatlT affido adempia, 
CI» non si pi la veduta: 

E cou le di! ii della deatra scempie 
irai por » bo incise 

Quel dalle chiavi a me sopra le tempie: 
guardando il mio Dottor tot 



331 



OC 



1SJ 



m jul., ««piali, noni in «tanti. 
S< sto che I «noi Misi 
eatpeitare i'arer qualche tota 
►. 

la. r. cerei « «fon. o la pur 
« Ulta aitilo, cae Din il pai 
»iila, 
teaaralr. allertale iml- 



I" »ii.), di» MtanlmaM fj i ti n 

ita con il lailti. 
134. r»' "'■ ioIjimdH rei. 
ISS. furi SalM (Alavi, l'incelo porll- 

chu tónni» l« dot 

r.hiati. 

M osmi colle dita, 

Il mio roaoilro Vbfttlt lorriio- 



CANTO DECIMOTERZO. 



<on di pietre 

ni"»' ifhfMIeal -i"-ui io i> . i.-ir • -.ni U 111 ne ( pnifdlifl 

"' ."eco alia «palla ' | tu al monto. Odencd in ni» roc-l 

. uuIWtaall ad aauro. Dante apureeaaln.l a quelli Mime le lolat- 

Saju eli il di a «laeaeen. 

Noi eravamo al sommo della tea] i. 
Ove ■Mondamente *i risega 
Lo n . salendo, altrui disunì*. 

Ivi cosi una cornicn tega 

.;f,'io, coma la primuia; " 

So non dio l'arco ano pia tosto piega. 
Omlir seguo di» si n 

i la ripa, o p^r ti la via schietta, 
Ool aia. 

cuti I me pieve pi fi pi 

luel ncondo corniciano be minor 

M p| limi 

. i non L'ino leolpìlt o diaerna!» 
(fare I i la ripa, « il 

cui lidia col 

ila. Il paiin 

io vedere scolpiti pia tarasi del 



> la tecuEaia rolla al 
i 4acUo. luci 
t. — aieret calsi 
I orala 

tinse xadaads ni 
, che. maitre Tini 
I SUI naia di' l'ertali . calai 



DW. FETtOATORlO 

So qui per dimandar, gente s'aspetta, 
Ragionava '1 Poeta, i'temo forse 
Che troppo «Tra d' indugio nostra eletU. 

Poi fisaueut* al Solo gii occhi porte; 
Fece del destro lato al muover centro, 
E la sinistra parte di sé torso. 

dolco lume, a cui fidanza i'eutro 
Per lo nuovo cammin, tu no conduci, 
Dices, come condor ai vuol quiuc' entro. 

Tu scaldi '1 mondo, tu sorr'osio 1; 

8' altra cagione iu contrario non ponta. 
Esser den sempre li tuoi raggi il 

Quanto di qua per un miglia* si conta. 
Tanto di là eraram noi già 
Con poco tempo, per la voglia pronte: 

E verso noi volar furon seni. 
Non pero visti, spiriti, parlando 
Alla mensa d' amor cortesi inviti. 

La prima voce, che panò volando, 
Fintini non habent, altamente diate; 
E dietro a noi l' andò reiterando. 

E prima che del tutto non s' udisse 
Per allungarsi, nn' altra: Io sodo Oreste, 



. :il loro |i"tdalO. — «I. 

Potrebbe anco lignlfiein ceti» II. — Il 
color lindo ben ii conviene ali 
peccato eho il putilirr la ijawW 
4*. noiira attua, i» setta Malta dalla 

ttrida, cioi 1' oleiiiero d' «ridire a de»tra 
o a nnlitra. Il cb» tirplindica, per- 
di" i]ii:-ii prevede elio lo aotinu i 
dtn'iiio non debbano glraro. 

15. et Sol*, 1 l'Olili Ulti farmi in OSpS 
della icala : r Virgilio. Incerto itili ,i», 
•i «alfe promodo ti Solo perdio gli m 
Midi: poi piota S delira, Mal ». nij i. 
Neil' Inferno tempro t -"^'.itrt. 
i.n. 'I. imo formo II deliro pledo fa- 
dono centro, o giro il piede liniitro, 
Cioè, fece on meno tiro » delira. 

10. <> dolr» lume. Suppone Dinto eba 
il liiiim dal Solo kit un rlirrbero della 
luce divina raggiante («olio inieli|[enx"; o 
parole fa eli.' nudi:» quitta 
preghiera. — a (»< /Idonee, in cui Cdtndo. 

11, r» ae conduci, jNWM| conducioo, 
U preghiamo elio ci conduca. 

I- »i«'«-Jro, per tnlro » qusilo 

tasso 



IP. r. lottata feri. tu rupi»»* • 

di rt»0. 

90. In tealmi-é» «tu peata, ana * * 
pone In contrario, trio fa uni* 

US. mtjtio'. apocope di «iflitt' ' 
penta', aeitu' n. i:n =ii»lli»>. vtt' 
iati. « ciò taci air» au- 
la perii eccita fwta.»ea«iaai*»" 
rotila, che ci faceta a.Trrilir* l^^l 
M, 97. ipir.Ii. Ioni u. 
. perebo gì' h 
chi. — parlando corre» laetll i>****? 
d' amor», proilrrando ««tati lin* a* 
monta di canti « d' c*nl altra «irta, •* 
trarla all' invidia. 

S). li. n.» no* aueeal. parale U ■*■* 
uatluima, ditta per caliti aBiatat' 
■ nioe d' impetrare «al tal *** 
' lo la routallooe deB'«*** 
• ino. 

SI, M. I. priaia eli» cpilla «■' 
tulio molilo, per I tl V ioai ni , ** 
«ani, allonlanani ija dm. 

lo ipna ùnti: 1/wiU pi-eW •" 
di Iliadi, il «ut» par aalfart l'am» 
;re«aoto«<i ad Eltrto. ci» latitai»»*' 



' ■•-. !■:■!■ :::"■. : .': 

'i gridando ; ed aneliti non •' niTìsf*. 

padre, cho voci son queste? 
ni' io dimandai, ceco U terza, SS 

Dicendo: Amata da cui male ava 
E'1 barin Maestro: Questo cinghio nfcr/.» 

La colpa dell'invidia; e però sono 

Tratte da amor lo cordo della forza. 
Lo fren tuo! esser del contrario suono: 40 

Credo che l' odimi, por mio avviso. 

Prima che giungiti al passo del perdono. 
Ma fioca gli occhi per l' over ben fiso, 

E vedrai frente hmaflri a noi sedersi, 

l'i ' I lungo la grotta assiso. *J 

Allora più cho prima gli ocelli apersi: 

Guardaiini innanzi, e vidi ombre con manti 

Al color dalla pietra non diversi. 
E poi che fummo un poco più avanti. 

IJdi' gridar: Mario, óra per noi: 60 

Óra, Michele, e Pietro, e tutti i Santi. 
Xoo erodo dio per terra vada ancoi 

Uomo sì duro, cho non fotta punto 



kiaom OfMU noi» eonoicotlo. 
Irti*»: Orliti H~ II. (V«0i . 
■ina») — Aurflirù fhf .pi 
••IMO ià di Wirn ..Limimi nò 
H*lt, cono qulli qui II 

!• ìi ni mii mm i i, bos i 

Ctnio. <n» dm un corto in ri i, .- 1 
li Ha «0(0»» proferii» fono ili 

11. tMceae iltretuoll tuli. a ncor- 

* flrtt» Ulna» ovnipi conlian il- 
lai* ce» tota I» pnrsauo. (Votimi 
I U Mio il ». ISS del Cinto lo- 
ia} 

oi ohi» ao« rottili, .-i 

• t»o ti lofonaa. 

t na' io o.-oatol. o apponi abbi 

faofU doawada. 

laktltaaroi alk irr.ll . DIHoiAr 

no turrei, • pareli Ji li^i» Criato 

U{«lo .li un «itilo, V.*» - lutili 
pò qal Irò iridi i. tirili: Ilari 
a celerò et» no Ma altri: di dm 
«a bill' terapie lini» ilio nono 
n, a-uecV> li «olle il ({Ittiolo ili- 
raaaai aia Stilai.- forra et, iti- 
la politalo di «orto, por l'alimi 
la; o.ao fata Oroite : Riadir bea 
ab. o qsaolo e' a Introiti dallo 
Citala. 




S*. (arilo eingMo tftr;a, quatto tier- 
rimi li ririinn pajtSja. 

in, so. i paro li 'ordì .(/i/i fina io» 

traile >tl tornir, mirtilli . o pimi eli ar- 

fnmrnli di r.br «■ rampono II ferii, cioè 

<ii |u, (>ii .jiulj ,i pungono 

peaUaoll, tono tuoni di imnro o 

tuonino imort, 

Pai rilltnere 
si' in»iiiio»l dui correrò le qai 
•Sol ritiri dii contrarlo mano. (dee, m 
nsni cho in di numeri» o non d'amen, 
onrro da' danni a' ■inali porli l'ili. idi. 
AIV, ». tSOoief.): eeredn, pur gasato 
io pomo, iiooodo qnrl sia ho lodilo otl- 
I" altro gironi, sfai I' ndini pritn .. 

tinnii alti lesla ette dii ncondo bilie 

il Iorio, oro ila l'ansila cor 
perdoni quello percilo. 
Ì1. luogo la fratta, Innro li rapo, liinfo 

il UlOllli'. 

1S. Cloe, di color llrido. enm' ori qotl 
della plolra. 

SO, SI. gridar, rreilire a incelila. Sono 
Ir liLinir du Siili i. 

SS, 83. Non erede rbt orai ili mila 
torta un aomo il duru, elio oc— Amai 
(dal l.iiino birbiro «ano Sodili * ioe< 
dal Tiralo iloliino, o ni» tarireftf. 



IV I UIIU 1 UHjJU SUYI* 1 «UH 

Ptircllù in altrui pietà, tosto 

I par per lo sonar dell* 

Ma par li fiata thu non n 

ibi non appro< 

Coni nll' ombre, di eh' io pi 

Luco del cicl di sé largir i 

Ch' a tutto un IH di ferro il 
li cuce si, come a spsrvici 
Si la, pari cho quoto non 

A me pareva andando faro e 
Vedendo altrui, non ossomi 
Perch* io mi volsi al mio C 

Ben «ape. I ulco dir 

E puro non attese mia din 
Ma duso : Parlo, e »ii bruì 



flti<rp»i, lim'te di ilirt* < ">".iolal 

mi frinii" i|<rcniuto lo I-. .il 

Vmio aipr* « [.mettila. 10. i 

59. loffii. riVftff*, AoiUnita. — .ti Inalili 

KM di tiò tbo (inno ntl inondo cucili 

dit ii s<it»io j Ima r un latita 

l'alito o «oppianlinn. Mata i 

09. K tulli dilla ripa, «loi 11. j 

lopoiilnino »ll» tip». frate.». 

CI. /«/li. tinnì, manca qailrk 

et. é ' arrdo*!. ili» cMaM ur - * il p«r- Urli f 

tot,» a riadattati*, a poreio eoutotu ZS. I 

ai rtai». ala. 



| DKOIHOTKKXO. 

Virgilio mi venia da quella banda 

Della cornice, onde cader si puoto, ■ 

Perchè da nulla sponda *' inghirlanda : 

(Dall'altea parto lu'uran lo devoto 
Ombre, cho per l' orribile costura 
Premevan si, cho bagnavan lo gote. 
Volsimi a loro, ed: gente sicura, t5 

In comi ne ini, di vodor l'alto lume. 
Che'! disio vostro *olo havo in «uà cura; 
Se tosto grazia risolva lo schiume 
Di vostra coscienza, «1 cho chiaro 
Per osta scenda della mento il fiume, *> 

Ditemi (che mi fin grazioso • caro) 
S'anima è qui tra Tei, che sia la 
E forte a lei «ara buon, s' io l' apparo. 
fr&tel mio, ciascuna ò cittadina 
D'una vera città: n» tu vuoi diro, M 

>Che vìvesse in Italia peregrina. 
Questo mi parvo por risposta udire 
Più innanzi alquanto, che la dov" io stava: 
Ond'io mi feci ancor più là sentiti'. 
Tra 1' altre vidi un" ombra, eh' aspettava IW 

In vista; e so volesse alcun dir: Come? 
Lo mento, a guisa d'orbo, in su lovava. 
Spirto, diss' io, che per salir ti dome, 
» Intendi cbi Virgilio (li Hata 

lauta, 

i >i(l:r,j»;.. * circondila. 

Jff t trriiiJt celiare, f-.-r la cuci- 
ti fi di /«rrt, la umlo ■ 
•tana». 

tar*SM<aiio li 'il fon*, 

fa t* cucini palpebre. Mal 
irt le pjln. 

ti. Itala certa n firun II 
i. Mai tedanitnla il dtaidtrl 
L-ratattaau. 9 i ini» VII. 

e t|' alto sol elu lu dttirl: • Neil» 
■ti .Nili» Scultore Dio è ol 

aerea' • dalla vita tpl- 

k caoa il Sola •> della corpo- 



sa. Se, i ioc.tli»a: coki 

i dalla i 

I turni ttl:a rfMf, i ; 
Succida pur ■ 

Anche 

IstM 



k ilsniflca!" latte I' allcforia 4' OC 

/ .nu di.'U ■*»/* stiri ii- 
l.'lidr ir ^ame di pciilirn i dr(pli a/itti', 
aia non >• brut al con- 

luto. 

Isa, italiana. 
!o. i. I >o la U la- 

rial pregherò e f-i : 

Lei 
Bi-BG. fratti mio. eia* 

I pilli: 

no tira; ma lu Imi rolflto duv, la C 
ò anima alcuna, cho abbia fiatate 

- La liti prataata b un 
pelliifi il cielo. 

I V iMn io lidi un'ombra, 
eba fiotta segno d' atpoltaro da n 
the tlipoiU; o io alcuno «olcfio d 
darmi: : 

Ir (mera alialo io iu il 
a palai 
«Ci. cAt per tarcr al cielo, li *m, U 

itbl t peni. 



liM 



DM. rUKGATORIO 

Se tv se* quegli che mi risponde 

Fammi ti conto o per luogo o per noma. 
Io fai sanese, rispose ; o eoo questi 

Altri rimondo qui la vita ria, 

Lacrimando a Colui, che sé ne pretti. 
Sari» non fai, awcgna che Sapfa 

Fotti chiamata; e fai degli altrui danni 

Più lieta assai, eh un mia. 

E perche fa non credi eh' io t' inganni, 

Odi ee fai, comVti dico, follo. 

Gin discendendo l' arco de' miei anni. 
Eran i cittadin miei, presso a Colle, 

In campo giunti co' loro avversari; 

Ed io pregava Dio di quel eh' e 1 volle. 
Botti far quivi, e vòlti negli amari 

Passi di foga; e veggondo la caccia, 

Letizia presi ad ogni altra dispari ; 
Tanto ch'io levai 'n so l'udita faccia. 

Gridando a Dio: Ornai più non ti temo; 

Come fé il merlo per poca bonaccia. 
Pace volli con Dio in sullo stremo 

Della mia vita: ed ancor non sarebbe 

Lo mio dover per penitonzia scemo, 



108. l'animili cognito di dirmi • il lo» 
pac»e, o il tuo none. 

107- rimando, purifico. 

lo» Chiudenda eoo lairiror a Din. t hr 
a ool conceda t* «te no. v* 
• O diTln» «IrtU, »» Hi li piatii TaiiIo. . 

109. Slp(m fu uni geulihloona lincio, 
I* quila bandita di Moni fitta 

cr» poi mando i gettai Meofui Ja'i'io- 

Oanlo XI. i. 141). eli» . I 
Irniente odiai! I cittadini "km. 
ciò fTandiisloio mutimi.. Fu moglie ili 
lido StraelnI, nobilo tarali 

rote, a cui appartenne Cniijl 

Montrregiiinnl [Vadi il li : r i . . t ■. » - 1 . » itttioo 
Interno del Ititp4Uiali'lrl.l*dirtgfii/»rc4l0.1 
— Dicendo il l'eoli elio tot fu luna, 
traete /uni cAlarriaf* Sipie. un uno di 
quii' yinoehi di parole, eh» aili antichi 
non diapiicntno. 

414. Accodo (li pillili la meli delta 
Tilt ordinarla, dot, quando lo arcai pia 

.:.ni l'arca oV ■«■< ee.l »l 

Contilo, Trall. IV, tip as : . l'roeeda li 
aoitrt «Ila ad Imtgioe d' lieo, monliodo 
o discendendo. • 



li: .1. ,w:fV* eolie, ciò». 4dto 
f tu da' Sin».;, et* Il . ta/.IH tal» 

tip. le corcai. tU I Fceeetiui 
ti San. 

19). Ne Molli un piir^cK. (ha 

atei ■ i r»g«alt. 

I9L Orata si* «M N tra», peinVe» 

aralo quello eh' lo detiOrin. U»*«*» 

i dice et* tt parole di cateti» 

■ eco curate: • Fammi ori. Dio. li p*»* 

-li' lo rlrar* a attra* n»> 

>nli . 

IO. Ho' amica ancella pope atti eoa» 
che té* nel franali » 

lidio II freddo, credo dallo l' alienai 
il tUI putrirne ranlauto: «IMataa, 
pio nini li curo, eh* au. ilo .indtl •»»»•;• 
mi pr.-ato te oc penti, lecchi II tnUt 
-v>bbe (ha caal H 
di linnaeela non art U prl 

liS. 190. VA ancora I* mU date* > 
mio debita, bob farebbe Keaw, uaaia* 
1 diminuire, per praticar*, par li ttaV 
lenii che hu Fia lilla iinjv'i1or»tt 
carebio, o mi ciarlimi- 

.'.orlo tra I aafUge«ti. te et 



CAYIo DECHCOTEKFO. 337 

Se ciò non fosse, eh' a memoria m' ebbe 
Pier Pettinagno in sue sunto orazioni. 
A coi di me per contatela incrobbe. 

hi so', che nostro eeQdifJooBJ HO 

dimandando, o porti gli occhi sciolti, 
>iu'io credo, e spirando ragioni? 

"-chi, di»»' io, mi Bei ucor .jui tolti, 

Ma piccol tempo; che poc'o l'offesa 

Fatta, per cssor con invidia vòlti. ' " 

a « più la paura, ond'ò sospesa 
L'anima mia. del tormento di «otto; 
Che già lo carco di laggiù mi posa. 
Ed ella a me: Chi t'ha dunque condotto 
Quassù tra noi, se giù ritornar credi? 140 

Kd io: Costui ch'i 1 ; meco, e non fa motto. 
ro sono: e però mi richiedi, 
i o eletto, ne tu vuoi eh' io muova 
Di là per te ancor li mortai piedi. 

lewè ad udir ni cosa nuova, Mi 

Rispose, che gran segno è che Dio t'ami; 
Però col prego tuo talor mi giova. 
E chieggoti por quel ohe fcQ più brami, 
Se mai calchi la terra di Toscana, 
Ch'a'miet propinqui tu ben mi rinfamL W 

Tu gli vedrai tra quella gente vana, 
die spera in Talamone; e perduragli 



1». S« non fono montila «ho 
w» uou oratlohi il ricordò 11 ma 

Sui* nocw Pier Tu 
, ciò» ooo cucili, c«m« li »li- 
nalt raaiaai. e parli 
baso I flrl. — Sjpla irato 
In dall' aria mona. 

» tatl°ÌDi Ulia colli i-. 

r| yllo UolpO, foUttt pOM 
■e falli a Iho col mirarti 
anta I' a'.lnn 

Ma pi mela paura 
■la 41 villo. ( Itili 

i+f I Mt*H>. ptf 

" IT.r .in |..,| di 

; la wpnbla la 4 da' tapi 

li «noi cb' io di lì noi 



nioii.lu riccia do' putì anco por lo; tino, 
ob'lo vidi » necomaodartl a*U 

rrnti ad 

t.'u i.ln' appretto ai miri rnn;-iiiiiii ni 
buona rama: poiché, aaaj un 
erodono dannata. 

UH tra lutila ornft f aae. la f ento il. 
bi li | ree, a M ' v '- 

i:>2. cht iptra la Taltaenr, cb, | , «i r 

■mi sataprtio >i porta ■ nutrite 01 Ts» 
lamobo ipora di poterlo ri popolata e 
rimo un emporio, por coi ella dlicDtl 
pettata mi ii 1 

IH. IS5. «arrdiraell, e perdati ,' 
gli per ri) pili di tporinia, che a tarai 
I' H'i'ii liuui : do», tari pi-r lei 
preaa pib diipcrata thf il troTar» 1 acqua 
| .ilo nulla Ma- 
il ia min de'pr((iori punti dalli 
malaria, eri hSpeaalbUl ripopolinoti 
spopolato e abbandonato » Intani tuttora). 
onde i Sin-; n altero Toraiacel* ad la*- 



—--■■»•••. mmo luca merinriia la 
•o» «naduaioa profanali, ti«, ro „, 

CANTO DEC 

Chi 6 costui ciò "1 no* 
Prima dia morto gli 
Ed apre gli occ |ii a 

Non so chi sia; maio 
Dimanda! 
E 

Cosi duo «pirli, I' U no i 
Ragionami di mo i», 
Poi l'ir li visi, per di 

E ditto J'uno: . 

M consola 

0n '. 1 •*': d 

r dal 

■-«ato vuol coaathe 

I. <«l»fW*... 1 lolMI l 4»C„|Joil,lr l ut. à 
l*"'"!. 6 "' $*""•"■ '* «tran, il ,„,,, J 



■;to pecixoqua- 

•iiu» si spas 
l'ii Gumicel, che nasco in Fallerona, 
E cento miglia di corto noi ■ 
Di sovr'esBo redi' io questa penoo»: 

i eli* io eia, snria parlare indarno : 
Che U nome mio ancor molta non nuona. 

•n lo intendimento tuo accanto 
Otm lo iataUstto, allora mi risposo 
Quei che prima dice», tu parli d'Arno. 
£ l'altro dissi; ■ lui: Pcrchà nascoso 
Questi '1 rocabol di queMa riviera, 
Pur cora' nom fu dell'orribili ™»o? 
E l' ombra, cho di ciò dimandata era. 
Si sdebito cori: Non io; ma degno 
ò che'l nome di tal Millo pera: 
Che dal principio *uo (dov'è sì pregno 
L'alpestre monte, ond' è ti to, 

Che'n pochi luoghi passa olirà quel segno), 
Infin la 're ai 

nel cho '1 dal d' la asciuga, 

Ond' hanno : ciò che va con loro, 



i* 



M 



*.rV mtttò. ftr boh i. - il tpa- 

Itasela 4 ietti*, san 

•*•' hnctU aia •• « dlrvifj Unta. 

I 
* *■*» futa dell' Appiattili, eli' 6 
*•»!» FiBctooi. 
■ li»» cW no» >l sant'ala ili conto 
TtL* il aao 
-*ì » «tati di Bi| II 



«r 1 mt. il ira arem polli 

i \ \ 1 1 1 

I il uuc cri 
<Ui> M 4' I 
n j, i i««m. incora non 

unte prxire 
*»'•» (« carsi; <jtl «ilo umplàccoamli 
. -fo, 
i tit prima iuta, elei Guido 

l titoli. 
ittiM». pi»àll.i->l!P«U».ti» 

IthpSSd 

I, tilt» dilli 

• li:wij,|n. Ilei, .1-1 {.ir 

il" l'*l|irilro 



! il' AppaaOlAe, ili -ni ratta (ini 

d'acque, cho in fiochi feltri 

ili pia ; d.ii min priociptOi 

1' Ai d'i si ri-li.li' ]| DI 

ili r i ripari Fa aliira dalli 

.poro I 

■ 

I 

. polca* 

il .. : l i 

aiuoli il 

per (■émmCij HMDt io Ialino lata 

lo l»n»lm. E lituo: '■ po' 41 

IhooAI f.n,.l ft.'l'O f«il ri|)iiu. n. dia Casa- 

Il ! 
dico di q nulSM 

llllir a: I irrniom. • — 

... ilill' aBStStiM n Uet( i 

ruol irò i 

■ 

> ihll' AppanalfM ; 

!. Hr»iini;ii in!i>i eba a 

I • oo monto. •! 

Mani., 
Ili: • lli-r loca w quondam . 
(kraal: ebbi BtnUaai uuau,ut loiiut lai 

lutlLi 



JWO VII. FCBO&TOBIO 

Virtù cosi per nimica si fuga 
Da tutti come buoi*, o per sventerà 
Dd luogo, o per mal oso di» gli fraga. 

Orni' hanno ti molata lor natura 
(ili abitator dalla misera vallo, 
Ctie par che Circe gli avene in pastora 

Tra bratti porci, più degni di galle 
Che d'altro cibo fatto in union uso, 
Dirizza prima il suo povero calle. 

Botoli truova poi, venendo giogo, 
Ringhiosi più che non chiede lor possa, 
£ da lor disdegnosa torce il muso : 

Tasti caggendo; e quante ella più ingrossa, 
Tonto jiiù truovn di can tarsi lupi. 
La maledetta e sventurata fossa. 

Discesa poi per più pelaghi 
Truova le volpi si piene di froda. 
Che non temono ingegno che le oceùpi. 

X^ lascerò di dir per ch'altri m'oda: 
E buon sarà costai, s* ancor e'ammci 
Di ciò che vero spirto ini disnoda. 

Io veggio tuo nipote che diventa 
Cacciator di quei lupi in sulla riva 



n-jo. i.» lina, qujii sii testi 

t», «i iketik di tulli cosi, conio fosso 
usi sario; » ci*. PS! iiteulnnli u- 
lauiooe del lo"jo, ebo di«|tnni;i gli fili- 
mi al itile, ptf l I, di.' li 

ce. Itiseli: \i ftrth 

Il dilli sorgimi» doli' Arno illi 
«oc 

42. Cho può e.ll« Obtt |BUM 
liarda, obs sostarti' 

h paiecsse 01 obi ferini. 

. li., |. rolli porci |cioi i Cuor.- 
tinnii, più dr|ui di ghlttdt, eh'' 
cibu fitto par oso degli uomini, ttmlt- 

'. no ti suo corso, dApprini'. 
*' tosse, 

«CI*. Vanendo fin. Irot» poi ilr'pir- 
cali uni, tingblosi o ribbiusi più di 
quello ebe luiaieiuoo It loro fono (ciò» 

Usi , e di loro In allo di 
tire* il no cr.ru. o si «ole* s dositi, 
lo» tettate n« mnrur» no riirtUre 
Il loro cHIl. 

«0 Cani r«j[t»<» ss no »» i ' 
t ht * s t andosi flb pai piino dil Vilduno 

ttftrlart. 



Sa Vuol dir*. eW, lucila il I 
ìrelloo ed (tinto l'Ara* salii tienu | 
fiori Mini, non Irti» plt catJ, ai l'a- 
lto™ i KimmIiu, Osili it* • 
natoli 

a fon». Ita*. pc* attinsi». 
M «. OltripimurUnuiisS 
il V-ildano intcriore. triti litui!»* 

pitti di froUa, ckf MI I 
tedino, o luppoli cai la cUifai:* 7 
ino. età «oa tcn»no aulslroslli sat» 
irgcauMo, dM possi sopriBiiM. 

ItUftlt, 
ptnjutntocb» mi uveiti «a 
Un il tenie; «d t comi: 
buon* a cinterà, M, (Mail» il I 
■■cor • '«atarate, li naawaKrt * < 
ciò mi no «orici latrilo di | 

- Un lare cwlni. Mola 

tali* libimi Tedilo uditi b | 

sione aliati ai prono»! di : 

«•«. li restii l*a alato (e. 

It fiinlfinio la f 

' ile Viroli cacc«l«n Al** 

lai! <;:••-«■ fu B. rulllNi tVCatak. 

Dipolo oli dello m. tjiaini.il «uts» 



auro uecnioQa.iMii. 

Del fiero fiume, e tutti gli sgomenta: 
Vende la carne loro, essendo vira; 

ia gli aucido conio antica bylva: 
Molti di vita, u aù di pregio priva. 
Sanguino*) caco della trista selva: 
Lasciala tal, ebu di uui a inill' mini 
' stato prima' non si riuscirà. 
Cam' all' annunzio de' futuri danni 

t "1 viso di colui che ascolta, 
Uà qunlcho parte il periglio l'ossami) ; 
1 i l'adir 1 anima, che vòlta 

i od udir, turbarsi o farsi trista, 
Poi eh' ebbe la parola a se raccolta. 

- ir doli' una, e dell'altra la vista 
Mi fo voglioso di saper lor nomi ; 
E dimanda no fei con priegbi mista. 
. mi, eha ,ii pria parlomi, 
la vuoi ch'io mi deduca 
KeJ faro a te ciò elio tu far non vuo'mL 
Ma da die Dio in te vuol che traluca 
la sua grazia, non ti sarò scarto: 
' io «on Guido del Duca. 
Fui Magna mio d'invidia si riarso, 

«i veduto «vessi uom farsi lieto, 
Visto m'avresti di livore sparso: 



•s 



70 



» 



I p»r dar rullJ pi 

Mt a 
. ilmrniro I Bianchi, .'in 
invn'cò- 
«■tuo», f poi m Miuiro moli 

iti rWr« f*m 
» di arala l anni tn-rr in l"r.j Ire- 
a. talliti ti l> h» cblaaaU or fotti. 

i Ufi- 
««/» l« >*••• Urt, icrtht perde 
MB* «I * dillo, di'!- Rolli liuti- 
■aao 

tiraci» II Meldr col- 
li bar - 
MU r' "0 prl- 

tararla fan-a. |-:r ' nrrià Allo • co- 
1 airor. icikle « «riniti*. 

iir< mIm, io Ila «illusila, 
popoliu 

laiao** I 

W» | > i-ua della a»- 



tatorauiata, chlimindo Fimi* Mi tatua 

di ulti — Prima' apocope di frimaio, 
['limolo, tois' abbuino morii: 

ftl. Oa «mira» jmrfr II penali» V ni. 
"il cha 
■ - 1 ' ■ ! ■■ ttltl alo in rlTerri. 
o M|tl|« 

10. C iilrr'cr.lmil. Ciò* i! ! 

ti ooBilflmta 

qutllr paTotl iip. 

11. i .'. ni, mirro ili /«riamali. 

". rV io mi deduco, ch'Io tu' imluci, 

rida. 
~,H. non ruVml, nuli mi-imi, nOD mi 

bomb. 

tu Uttii |M frulla, quinti I 
no di rrllir VITO 
•» Il lari) nano, ciuo, ti 
ulta. 

.ni Dwa di I 
SS. runa. MbfrUaa: • L >u ridia colai 
clic la porU «co, aldo. • 



Che dentro a gu*ti toi 
£>i venenosi sterpi, «] 
**er coltivare ornai v« 

Ovò'lbuo n l„, iot ,j t 
* Wr Traversare, o & 
RoBmgDBoli tornati 

Quando in Dologna un J 

Quando in Fmu» nn 

Verga genti] di picoioi 

*<on tz marariglìar „•;„ 

Quando tìattabU) con 



" A. non poi.,., 

Mtf (lo <b. 

■ " ;;; ■••r.o». 

z 



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li tir 

H 
• di 

«MI, 

»n» 
in F 

*». 

riM. 



turno n 3<3 

Ugolin d'Azio, che rivetto nosco, 105 

Federigo Tignoso, o sua brigata, 

I.n c«ft Truvtrnra, e gli àaaaft 

{E l'una gente e l'altra è ili 
Le donne o i cavai ior, gli .1 (Tanni e gli agi, 

Che ne invogliava amore cortci.1, HO 

La dorè i cuor eon fatti si malvagi. 
Brettiuoro, chò non fuggi via, 

Poiché gita se n'ò la tua famiglia, 

E molta gente, por non esser ria? 
Bea fa Bagnacaral, ohe non US 

E mal fa Castrocaro, e poggio Conio, 

Che di figliar fui conti più s'impiglia. 
Ben faranno i Pagan, da ohe 1 Demonio 

Lor scn giri; ma non però, elio puro 

Giammai rimanga d' essi testimonio. >*• 

Ugolin de' Fanteli, sicuro 

nume tuo, da che più non s'aspetta 

Chi far lo possa, tralignando, oscuro. 
Ma va' via, Tosco, ornai; ch'or mi diletti 



d'issi, the. tebboa Dato 
Tastala, tiflfi» MM«. 

■*n«*J. - K' f« ' 
•curi; • i»i 

n. t a,:n m», tomo hanno mollo 
uti: [olthó Coito del hoc» non 
■46» itolo autho di commemorar' 
llnsuinoiJl Ml'HtrlUi 

■ MIO IO Tnfra-a, It ««li Drn 

•s» la DnuiU' 

a Mtrv* Ii»«w. l> 

si i» di uno. 1 

«arrottl» a «oaorutit. n»»twj la 
It csapsifiia ''e' auol » 
Il I Trattrici, t «'.I J«.iUf< furono 
bn»i limici!» 41 Mattona. 
» f. Y dm CaDailUl I V 'Uri i Uri- 
, diwracUta, (j'I» I""» "il '■' 

I liberalità e dello Jll/O II 

UH. I»l««-li: Ni" li BJaMl 
<m. . ]MDA» rirotuUro 

!*aai, I «iloroil c»Tjli»ri,«r( 
M • ili »jf. Il seo . • i 

ili attrai procurali, «it ■• iii-oai**. 
nr« « tintili, i il . un 

• » tiitosio «ture, 6 un ilio ionio 
irò rei». (!•" 

1 0'' ojtl I capri 10B diurni ti 




IIQ II-*. Bnttinon: pari» Guido del 
Diir^ pila propi zi brNssn] 

pittr di ft.miarna, r. pli diro- purelir Beo 

li tUtffful il.,; jn.irli('',|M'r nuli dircnire mal 

Tiri», in n'fc andai» l'aulir» famigli» che 

ti rtfjeia. ii.iioino con moti' altra genio? 

UT Immagina sos M ei HU DU «ni 

ilano i pani ilrui, che li dan pensieri 

doli» procreatinnn da' loro signori. In- 

bfM i ciuiti di Bagnaci 

»allo(i Jlalalioecj)» non procrear ligllnn- 

li ; fanno nulo quel di Daiirnraro, • 

: rir» pio 

ai brigano di procreai libinoli tifTatlI — 

1 .ni... Cutrscarc • fi»giiacai»llo son ea 

stelli <li itoiuign.1. 

im-i.-o. |«m .i condorruoo 1 1 

«Ignori di Paoni» a d" Imola, dopoché 
le loro padre (Inforno, cani 
< li por lo ino multagli» sopranno- 
minai" . r.irto ; ina psl 
la tristi f»m» del padre ooo sarà perai- 
Ire, riie risia .■ ci'. .-ii mia memoria pura 

o «onta i Aia. 

191 Fiollno ile' fonlo/l fu un tirinolo 
BOI obbo proli 
« por» dice il Posai, the si- 
euri o la buona fama ilei ino nome, poi- 
ché, non anodo figli, non ti i ehi trali- 
gnando la possa oscurar*. 



£ loggia corno tuon, ci 
Se salito h nuvola sco 
Come «la tó l'udir nostw 
™ ecco l'altra coi. si g 
Che Komiglio tonar elio 
Io sono Aglauro, che dive; 
*d allor, per istringerm 
Indietro feci, « noa ina,, 
Ojì. era l'aura d'ogni pari 
Edei !ni dime: ^ U( .| f„ 
Che dovria l'uom tener 
Ma voi prendete l'esca, ai 
Deli' antico avversario a 
E però poco vai freno o 

•»n ««tal di ,nd« l, rn . *' 

JJO. y. pojchj, poia | MMi 

«S^i.""" * «•*•*-• •«-«».. ,.. 

«». littidframmi satani Wior,,., 



Uolo 

lei - 

IM 

116 

nuli 
iw. 

«»ru» 
«sa 

d'Erti 

Ini . 

curio | 

IM. 

»ltr«, 

««. 

tidtln 



casto PEOMOQrmo. 

Chiamavi '1 cielo, e intorno vi ri giro, 
-tnuidovi lo 8u« bellezza et«n ; 
E 1" occhio vostro pure a terra miro; 
Onde vi butte Chi tntto discerné. 

Iddio, a cai anni» à ujucoiIo, ri EMllf*. 



:■■, 



i l 



CANTO DECIMOQUINTO. 

»ra clangono l Porti al punto, donde «i calo al Urro fironè, • rq 
Sariati dall' infilo. Frattanto chi talgono, Danto «biodo • Virgilio «pi». 
>» l'ilnn aaaofc dalt* da QoMo 'i"i Doo»| » tondo U fatatn ha li 
Ma-ali , gii atanao ni balio. Iti Dialo Intasi rasrl Ila quii» (li 

naat arato,:! alqaantl eremol di toauiuctadliit o di niaeiicorJla. Tornato a' tonai, 
tnn imita da un duino fumo, cu* non gli latria 11 rad 



Quanto tru l' ultimar dell'ora terza 

E '1 principio dol di par dulia *p©ro. 

Che sempre, a gal <ullo, Bchoroa; 

Tanto pareva già io ver la sera 

Essere al Sol del suo corno rimino: * 

Yespero là, e qui mezza notte a 
E i roggi ne feriali par mezzo il nano, 

Perchè per noi girato era ri il di 

Che già dritti andavamo in vèr l'occaso; 
Quando io sentii a me gravar la fronto ,0 

Allo splendore assai più cliu- di prima; 

E atupor ra'eran le coso non conto: 
Ond' io levai le mani in vèr la cima 

Delle mie ciglia, e fccimi '1 solecchio, 

T. per acro il amo. in Biruo alla fio 
eia; parchi «.ninno oriuontalmonU. 

S, PnvM per «od or Non tinto por il 
cono drl Sol», ma aneli» par Tatara i 
POSlI l'ii.ilo IttOMM dui Hii : 
no i ranni non pili allo ipallo, ma In 
farcii 

9. Cb« (la andataroo par diri! 
tiU. 

10. il. uu'ndo lo mi lonlil dillo splen- 
dor* alibirbaillar» li tlila imi più di 
quello, rlw. lODliktl dapprima. 

1&. I. mi produrmi iiupoia quello ac- 
crescimento di luco, di cui non m'.u 
cornili li Clini. 1.1 cauti n'orilo 
rr. dall' angiolo, e lo dira in i]> 

■ u no. 

14. IJ. i/RlmllaalKcaio.a doli» mini 
ni fici riparo, ti eh» ò (ino. stasai 



apparine eiutt il tnt- 
cck-llo dll punto, oir II 
ri Uria « qutllo or" »H0 
te. — par», apparite*. 
fot* ea* la latra caletta atStrta, 
iLMUblli. Sfilila di fanciullo, per- 
ai uxV «aia (mondo il mie aia lo- 
ia, Ma ala Dui ferma, < tempre 
Wia e 

I. Attntunt* ttuulo da percorrerò 
Ira «aure rettalo al Sole per |lun 
Iti» afra; rio* « ridi, | 
■arra IS «rada per 
tuaii : U al Parsilo! io ir . 
a da** scindi . al Deste B 
latito**, ira Ira orr dopo nnii- 
• «al la Itili» (eh. 

I all' occultata dalli i-attsl»*», 





dei. rvMA-rouo 

Cb' ò dol soverchio visibile lima. 
Climi.- quando dall'acqua o dallo specchio 

Salta lo raggio all' opposita jurto, 

Salendo »u per lo modo pareex 
A quel chu tieende; e tanto ai diparte 

Dal cador dell» piotra in iguid t: 

Si corno mostra espcriensa od art*; 
Cosi mi parve da luce, rifratta 

hi dinanzi a me, esaor pereorao; 

Per eh' a fuggir la vista mia fa ratta. 
Cbo b quel, dolce padre, n che non posto 

Schermir lo viso, tanto che mi vaglia, 

Diss'io, e pare in vòr noi omct mosso? 
Non ti maravigliar, t' ancor t'abbaglia 

La famiglia del ciclo, a no rispose: 

Mcmo ìi, che viene ad invitar eh' quid aagha. 
Tosto sarà eh' a veder questo coso 

Non ti fia grave, ma fieli diletto, 

Quanto natura a sentir ti dispose. 
Poi giunti fummo nll'augol bcnol 

Con lieta voce diate: Intrato qui 

Ad un scalco vie men che gli altri eretto. 
Noi montavamo, già partiti linci, 

E Beati m : scricurdcs fue 

Cantato retro; e: Godi tu che rincL 



lo, dituinuiione, ili mrcreAiocti-.VUe, del- 
l' aeeaulia lue — «oleccalo, unonimo di 
parinolo, di ombrello; 6 malo qui l"" 
ilmllltudine 
• 

'jtlorlOcworlniiul- 
U In «odo patitelo. ••' BlOdO pari. % 
quello con cui diicende. (ivi. An 
I" «asolo di riflettlone ocosl* ■ 
lauta. « " Uf*t< ■ 

rinculi ai allontana, dal cadir dilla pi* 

irj. Sili» Ila** porpsBdleoltN sH'etts» 
toniate. depr«»»a fra 11 rumo ridano o 
.io quanto dalla dttu Ilota, 
4* <o»u( Iruilj. pai usuala ipano, ti al- 
lontana u raffio incidili!*; eoli oc. — 
Si noti che la l*g|« della riflsitivno dulia 
Ine* fu già dloottrata da Koolidt. — lm 
fnrnamtari fu chiamata il «adir dille 
•irira da Allioito Hata». 

St. Siccome DJ imoiina quel! I 
dell' oh 
• DO coroprura I «»«ri/»:j 

Si. Eiwndotl Dui* laUo acbinao (M)t 



mini, la lue* dell' toiijloaea |!1« 
pld dirotta, ma rifnlU, ribeua atu 

1-arkcMI Mei «<*t tool 
a lOttnral a fottio iplnétr* 

3». 96. Ch. a quali* ituwi.oi" 
polio tare letterato UaV> eU m I 
SO. «*' tum a*jnia. (ha li tilt> 
r.t. Tuie tara, fra brtr* inaiti.'*' 
quando tarai purgato dalla nilf***' 

: iii I' aoao al pania* 
■pirite, -.«'io • t lu pit 
ooDlamptationo dal t«o 
93. Cw«M, tanto i 

.. poloba. 
13. ib.mi. il crai ; i 

:«i Ad nna teliti 
Ire due. die at«u (ii i il 

W. atali artarHetntts. parola A I 
tao Itati»*, cip. ». eie U I 
feritcoao dall' In. l'i 

dal proiilaio, una eoadrar 

3». fedi fa <J« aloe*, parvi* aa«t* a, 



r.r.ial 



CANTO !>r«.-|HOQCreTO. 817 

Lo mio Maestro od io soli ambodoo 40 

Suso findaTiaio; ed io pensava «ridando 
lo acquistar nello parole suo: 
E dirizzaimi a lui vi (lini :sn. l.i . : 

Cho rollo dir lo spirto di Romagna, 

£ divieto e conforto menzionando? *'■> 

Per ch'egli a me: Di sua maggior magagna 

Conosce '1 deano; o poro non ti ammiri 

So no riprende, perchè meu tea piagna. 
Perchè s'appuntano i Tostri desiri 

Dove per compagnia parto ai scema, «o 

Invidia muove il montaco o'sospi 
Ma se l' amor della speru niprema 

Torcesse in : i rostro, 

Non ri 8arot>bo al petto quella tema: 
Perché quanto si dice i iù li nostro, W 

Tanto possiedu più di ben ciascuno, 
più di curi tate arde in <i io. 

Io son d'esser contento più digiuno, 

Pisa' io, cho so mi fossi pria taciuto; 

E più di dubbio nella monte aduno. «0 

Cora' esser puoto eh' un ben, distributo 

In più posaeditor. faccia più ricchi 

Li se, cho se do pochi o posseduto? 
Ed egli a me: Perocché tu riùcchi 



utUir^nnsi dell' Homo loairoeolo 
iDt ilnlo U ptetut pitiioi i, o ansio 
wh d*»* t* ii*i»»- 

trrtt. pr*. «aaraimaio. — rV*J* 
ia»j». fiorar iuU||>). Mila finii 
fatandolo parlar*. 

' 41 iHHfM, il :.JUi«nuolo 
i «il Ugo. 

* inula i iMHib. Vtdi il '. si 
**-.j prtttdeau. 

U. IMI w Baldo» pMCllO nu- 
\ ckr fa l' latiàn, canon 
i; • t«rò nr.n ,i prenda d 

■ riti fa, 

111 rul BMn i|0«ll»d 

il* poi da piufir (uno iU l'UIgi- 

II- tir cjaciti est lon*. eh 
iti rappnala». ii . 

i, I* iuu Wsi, da' T»l> >c«0Mti il 

, I anauc* , a' loiln SMpitJ 




SS. S*rlla ir*'d laprrma, ciò» ilei (Eo- 
lo. 

SS. 7urettu. ritolga»,*, piaga***, 

iimOT*; 
fii-dcrodi quel beni, perche altil 
a* partecipino. 

JS, iiJ. l'c-cchù 11 in rnil.i ili qn , 
beili iì duo tati nviir*. Mais pia d 
bini potficdo ducono in pArlko!.iro. — 

. ir* | Il DOBi 
tinto nueijior A lo •pliodoroo il tiiulio 
dd icloit* «oiinlorno. 

SS, 59. le lon pi» d..;i»«o d' i»«r eo«- 
tnla. riur, io win ara mono lodiifjlto, 
di i|ik<1Io eh* urei t* dapprima mi foni 
taciuto, • non ti nciil falla fatata ,:■>■ 

U). F. un manlor dubbio accolto ora 
in mcnlo. 

SI. Com'essM po6 cho a 

ks io poucgiono, li taccia 
ijoollo ebo to fono pOM* 
dato da pochi? 
04, «S ridetti pur», turni itwprt. tut- 



513 * DD. ITECI ATOMO 

La meato para ali* coso terreno, 
Di Ter» luco tenebra dispicchi. 

QoaQ'infi&ito ed ineffabil bene, 
Che lassi! è, cosi corre ad amore, 
Coni' » incido corpo raggio Tiene. 

Tanto sì dà, quanto trova d'ardore; 
SI che quantunque carità si stende, 
Cresce sovr'cwa r eterno valore 

E quanta gente più lassuso intende, 
l'in v'.'j da bene amare, e più vi s'ama; 
£ come specchio l' ano all' altro rende, 

E so U mia ragion non ti disfama. 
Vedrai Boatrioj ed eli» pienamente 
Ti torrà questa e ciascun' altra bromo. 

Procaccia pur che tosto sieno spente, 
Como son già lo duo, lo cinqao piaghe, 
Oie si richiudon per esser dolente. 

Om'io voleva dicor: Tu m'appoghe; 
V iilimi giunto in su l'altro girone, 
Si che tacer mi fér lo luci vaghe. 

Quivi mi parve in una visione 
Estatica di subito esser tratto, 
E vedere in un tempio più persone: 

Ed una donno in su t entrar, con atto 
Dolce dì licer: l-'igliuol mio, 

Perchè hai tu cosi verso noi fatto? 



Urli, rol pmiltr<> allo SOM «l'Ilo torri. 
Doli* iin.i ptrol*, osa K)B loco di 
od erroro. 
(;;•*.*. lotrndl: Iddio, bfim inhniln od 
l«, col) corra ail 011 ■ 

• «lime Inosnorata ''" 

come il raffio tifi Soli i tarpi luridi, 
ri.m eli. iti UOB I « lue* : e lo I 
a pru|MiriloDO dell» rotili che ardo In 
Mie. il che I' rimi rotar*. I' eterna rirtu 

bornie*, <inf» ittoode eh' I ■■■ 

u delta cariU: l&ooiif avoota i"«« itoti 

lumi minute, è liilonls noli» vi • 
Dia, Unta pia «/l «tu (eie <raant, ti .'« 
dello doti» Tirili bostrice, o plii ri il 
•ni»; « I' amor* dall' un» all' .ili. 
beai» li riflette, corno dall' uno >; 
all' illro I» luco. 

ir || rum n:l ■.n.imrn'n nnn ti 

lodili» jpi'i< no. — dn/taM 

■ilafur* di digiuno nuli da Diala al 

T. ». 



T». »f«»r«, Volta • riacelltta. 

M). Ir iT.r. cine, quelli dell» 

.•idi». 
»0. si r> »«im r-oj-V tir*. » I* 
Il altri t«r.ju« ftta 
ti lolrono por omo ii < mussai rj 
peti lenta. 

•I.Mr'lT ToIfT» dir*: »s ■•■»♦«* 
M. Ir tari r«,U. ili creai B 
1» <»f»nli per dtiiuVrla di «a»» 

man 

OS. ii .«1 -i.„.e. y-jl aera ♦»>•>» 

rcM il Io noni tarrrto li 
81. io ■■ «apw. ori tempia ««• 
nicromo. — pi» penne, eie*. eWUtl» 
popolo. — ynl il P «Jra«> 

Il manuieludlne. Tiri* walnrs 

Ira, rs • li peccata 

-OH. 
■M di.ui. «.«.irli» » la*« 

T«i|inf . clic. »t« nfr> iroari i 
«jjlioolo, riunitolo day* tr* di 





curro DwmcoQiiMTcì. 

dolenti Io tao padre ed io 

Ti cercammo. K corno qui si tacque, 

Ciò, che pareva prima, dìtps 
Indi m'apparve un'altra con quell'acque 

Giù per lo gote, elio '1 dolor di- lilla, 

Quando per gran ditpetto In nltrui nacqgo; 
E dir: So tn no' sire della villa, 

Del cui nome fra i Dei fu tanta liti-. 

Ed ondo ogni scienza dilavili*, 
Vendica te di quello braccia ardite 

abbracciar nostra figlia, o Pisiilriifo. 

E ~l signor mi parva 1k ni fno o mito 
Risponder lei con viao temperalo: 

Cbe farem noi a chi mal Di datin, 

So quei che ci ama è pi -lamiato? 

Poi vi.ii genti acceso in foco d' 

Con pietre un giovinetto aucidcr, forte 
ikodo a «è pur: Marti™, maltinti 
vedea chinar si, per la morto 

Cho l'aggravava già, 1 la terra; 

Ha degli occhi ficea sempre al ciel porto. 
Orando all'alto Sire in tanta guerra, 

Che perdonasse a' suoi peréccutm i. 

Con quell'aspetto che pietà disserra. 
Qaaado l'anima mia tornò di ! 

Alle cose, cho Kin fuor di le] .ore, 

Io riconobbi i mici non falsi errori. 



MB 



«3 



100 



103 



no 



in 



eoa tatù Aoteraa: .Fili. 
liMbliiicTecM pile >oui riero 
'lUmni le - 

-.tanai inni, i 
di NlUtlIt, | 
i doauBdò al n. . 

: ■ 

[limili di lei, puliblleaineiiti 

I *•*•»" «fH •■ 

; ca« iprimn dalli «echi 
fuaJu u ma di- 

x eaatro di alcuno. 

ari linci Orili citta di 
m dar ami* ili» qui* 

. I dalla qmlii 
la teirnio. 
ni, rispondere a lei. 

Stilano protoni: 




(ridando anello l'orli monto Timo all'altre! 

ili Ma lecer» sempre ili occhi aperti 
a rifilili il cielo, 
Ili. Privando a Dio in il micini» mar- 

IMo 

II*. e*» pirla il im r», che I cuori apro 
alla pirla, che Iran dai cuori la 

113 Ut. L' uomo cho aofna - 
ino visioni Msoro di coso vtfMaai 
stenti. la*M riireflioto ti aocoi;e dal- 
l' menino, pai ; fi. i-ir 
meno od sensi. I' un.i-.-irii dal lofio, ri, 
gli rollano aolla memoria, con l 

I 
quando I' illuni ini.. .- 1 1 , ■ Ball' . ■ 
In I' i in 1" In'l.l'i Lira* -I. /uori, r .,,,'■, 
, ri r. 

tot» I" irnprtiiiono delle cose di fuori, lo 
quali loramenta sono, io riconobbi ehi I : 
coso da ma indulo orano irrori, «usui, 




HO db. rrMATouo 

Lo Duca mio, eh* mi poto» Tederò 
Far A cum' nom, che dal conno si don. 
Disto : Cbe bai, eoo non ti pooi tenere? 

Ha so' Tenuto più cbe "**tt m lega 
Telando gli occhi, e con le gambe avvolte, 
A guisa di cai Tino o tonno piega? 

dolce padre mio, se tu m' ««coite. 
Io ti diro, din* io, ciò cbe m' apporre 
Quando le gambe mi furon si tolte. 

Ed ci: So tu avessi cento larve 
Sopra la f"*****, non mi soricu chiuse 
Le tue cogitazion quantunque pane. 

Ciò che vedesti fu, perche non scusa 
D'aprir lo cuore all'acque della pace, 
Cbe dall' eterno foste soa diffuse. 

Non «t'w nA*ì Cbe bai? per quel cbe face 
Coi guarda pur con l'occhio che non vede. 
Quando disanimato il corpo giace; 

ila dimandai per darti forza al piede: 
Cosi frugar conviensi i pigri lenti 
Ad usar lor vigilia, quando rie 

Noi andavam per lo vespero alt 

e, quanto potean gii occhi allungarsi. 
Contro i roggi serotini o lucenti: 







ma «a flit. »* mb ùntiitltl. ni so» 
Chiari.-, foilhr rlipotdclit] l'fltU, CS» 
Il Ilaria ruttati. 

• 19. Ut ihi». il i.vja «.rilutili: . I! 
Mau ♦ «a ritiralo, eba noi* lambii* 
U rari» smitn*. . 

fax Cb* DM li fuoi laaar». re grero In 
Biadi? 

lit r.laad» ali w« età U pilp.Ua, 
troeodl lOKhm ti (H urtili , a raa la «tato 
td iie-rutiiolo !• tlttàVu 

19t il MI*, coki impedito nel loto Of- 
ficio; «oil ritti 

1*1. larai, maschero. 

iss, iss. Non mi r BMeeeM 

I Inni pamiari. Ni 

r- da' largì, «chonon te. 
l'opro, Illa per t nini i paatlsi n 
Mano. . Inferi», ciato Wl, r ||9. I». 

iwii;. li • 
comUj' 

i li icnliarnU 

..uno a di pica, «ho 
lonudi' iiTijiiTwItnenuiiiini. 

ISA-lSti. laUodi : Oonuid-i.: . 



ìli t oro lo lo donn-Lil turni* 
ilarabbol* «hi evirili kIimiK reo 

. w» panerà» ] 
iao,n«r«l»ii"" 
Trdcrr «unni 11 tcrjci » airU.**' 

ni, piicha II aio «cri 
direno o vada jl' iit/rni tamari, Mjl 
doaiftdii por IkìIj- 

:iuaiw>4 
>, (>it> pirtinU.— £«■***' 
parrà* pilli irteaaa I ' 
dmi.i. hi, aa Urtai 

pi* r*,-«4» do' alai t «uirn. ai ' 
or ori U <af ioa* del dm udir • 
ISJ, .SU. dal il «oatìaaa i 
lenti e (dpi. intasa «alai 
dalla toro ficoll*. «.wi* -la*. 
ai riitagltaoo dal ai- 
rate* l' ora d'Ilo aUr i.-iu. I-m* 
Indirsi : Coli lice, i 
ari. ItoU ad lllir lor 

III. aer la anrara, pari 
UT*, • lidi! * ini:» il |»rsa,l 

cadanolo olirà oitrn 

u, flauto potar! N ili da r ai 



CANTn DCCIUOOtnO. 

Ed ceco a poco a poco un fantino farri 
Verso di noi comò la notte oscuro; 
■ la quello era luogo da cairn. 
Questo no tol.«o gli occhi e l' net puro. 



Bl 



Mi 



contro I ngji del Sole, mollai, imper- 
imi, peniti ou ter». » (iirt»(i, abba- 
lliniti, irrcbf. ciicodo bui], «c-nnino 
oiUiuuUlineute nel vlio. 



Ifl /ani eerro di noi, ■ypn.IHHl » 
noi. 

143. Qaeeto S'Inpsdl l'uia dlfll occhi, 
o ci lolle U piuma doli' eri». 



CANTO DECLMOSESTO. 



Mitro I» icori* Al Virgilio prawrao Dante 11 liarxio in mg:io al di-aio forno, la rea 
etUBO arroltl sTiraceD'l. tolgo le pa- 

rola, t fa I . non <awra«l" 

Pente donde snella corruttela proceda, io dall' ìndoaao dd'piaaoll. o da' eo-sali ordi- 
namenti, De la lntoiroiis; o Unico |0 de piene risioite. 

Buio d'Inferno, e di notte privata 

D'ogni pianeta sotto poter cielo, 

QuanVawr può di nuvol tenebrata, 
Nou feco al viso mio «3 grosso v. 

DM quel fu amo ch'ivi ci coperse, 

Nò al sentir di cosi aspro pelo; 
Che F occhio stare aperto non sofferse: 

Ondo la Scorta mia saputa a 

Mi s'accostò, e l'omero m'offerse. 
Si comò cieco va dietro a sua guida 

Per non smarrir», e per non dar di cozzo 

In cosa che '1 molesti o fono ani 
Andava io por V acro amaro o sozzo, 

Ascoltando '1 mio Duca, clic dici 

Pur: Guarda, che da ine tu inni aie lUOZZO. 
Io senti» voci; e ciascuna pareva 

Pregar, per poco a ricordia, 

L'agnul di Dio, che lo peccata leva. 

d'/aflrae. baio nuli Dell' lD< 



10 



li 



l»/|ef-=«ir '-i'l<> 

turao di luce » di Si 

un tini tritio di Cielo, "< : 

JYon /(CI el ri" Btf, :.'*ll«4 ocelli. 
I 41 t«lo ioli eipro il 
s. — Chiesa »*'• 
putii ' ' no, per io- 

li aiiUiir* 



pungo sii occhi cod cho li fa lacri- 
mar». 

1. I*er I* quali attinti Improntane 
I* occhio »o» Mfrnt, noo poi», ilari 
ipcno, 

tS. cr i reiplrin!; 

■': ■ I ... 

ti. 15. e»i rflrm r. '. elio lolirnrfiU 
fido. — le «ce ut ».-.-.*, 
iilltaft», »<.«*»*». 



MX PTJRCATOHIO 

Pure Agnus Dti «no le loro esordi*: 
Un» parola in tutte era ed un no 
SI che pare» tra esse ogni concordia. 

Quei cono spirti. Maestro, eh' >' odo? 
Diss'io. Ed egli a me: Tu vero apprendi; 
Ei d' iracondia ran solvendo 'I nodo. 

Or t a chi so', che 'I nostro fummo fast! 
E di noi parli pur, come se tae 
Partirli ancor lo tempo per calendi? 

Cosi per una voce detto fue. 
Ondo 1 Maestro mi disse: Rispondi, 
E dimanda se quinci si va sue. 

Ed io: creatura, che ti mondi. 
Tir tornar belle a Colui ohe ti fece, 
Maraviglia udirai, se ini no 

Io ti seguiterò quanto mi Ite 
Rispose; e se veder fummo non lascia. 
:ir ci terrà giunti in quella vece. 

Allora incominciai: Con quella fascia. 
Clie la morte dissolve, io meo vo suso, 
£ venni qui per la infernale ambascia. 

E se Dio m' ha in sua grazia richiuso 
Tanto, eh' e' vuol eh' io reggia la sua corte 
Per modo tutto fuor del modem' oso, 



.Ir loro prerhiiri: . \ ;tuu L'n qui 
lollit pecetta umidii, dona DOblt piceo.' 
— l'afuflo il Dio. eh' r fliiun ' 
Grilla ■ . iiiicile anime por la 

>ntraria al ti- 
Zio dall' in 
to. ■«iodi cintare, cantilena nel temo 

..,..,,..! fn't'l 
K. tlurgli cho'odo coli Cinlire, nino 
•flino 

il. v..,i «»n islosUsodo 11 nodo dall'Ira- 

condii; Cloe. ran portandosi dall' ira. che 

qual nodo li Itfl «I che nnn posion «o- 

eielo s ini ' .' mi : srd'fmeeadia- 

' < »l «otr-o funaio /radi, che, eam- 

i la tua porson* II 

fummo, tn che slamo. 

96. 9T. Como io tu folti ancor* ne) 
mondo do' 'ivi, oie II tempo al misura per 
ealende. mentri gal, anesdt si 
Bill, Il leorpo aoa il divida* — I 
fll aallcbi divider» il "»'" in tre parli, 
:b» chiamaiano cali'nde. nona a Idi. 
**. ree m »e«. dì un» top» 



IO. m furari «I ra i tu. le di»» » * 
- tae • •■« p«r ». » «a, eoa"»*»" 



50. 

SS 

altra volle. 

51- r». littori Neil» 
• Ij (Tarla k II nitore dell' 
la Mirata del carpe, • 

39. re rat areoadl. ir ali «lui 

5» inaale mi lece, fati'' 
o permeilo: polcM dm ni ^HB 
potere indir oltre il traila iira*** 
dal fai 

:« Ria il fanno asra parasta ■* 
ei lediamo, In qwlla lece il paline' 

57. Con ««ella fascia, rio* cai "t" 
e lo diro raicsa, perche «j-i »ii leju".* 
avvolga |" asina. 

SO. jier li ia.'»r«*l» aalaieia, puoa* 
per l'ancoKlMo Inferro. 

40. ridiale, acrr.lt* a cnsfodte. 

41. U sua rorf». Nel Ciati, 
corie ... 

41. Per un mudo lati" atlaUt 
Dario, fuori del esodo, caa cS» 
r;r.te ri ranno 1» ar.lmr 4oj« ■■» 






CASTO PEC-IMOXKflO. 

Non mi colar chi fosti anzi la morte. 
Ma dilmi; o dimmi s'io vo beno ai varco: 
E tuo parole ficn lo nostre scorte. 

Lombardo fui, o fu' chiamato Marco: 
Del inondo Hppi; o quel valore amai, 
Al qualo ha 01 disteso l'arco: 

■contar su, dirittamente vai 
Cosi rispose; ed aggiunge: Io ti prego 
Che por me preghi, quando su sarai. 

Ed io a lui: Per fedo mi ti lego 
Di far vi'i ' : di: ma io scoppio 

Dentro da uu dubbio, s' io non mo no spiego. 

■i ora scempio, ed ora è fatto doppia 
Nella .Miiicnzia tu»; che mi fa certo 
Qui ed altrovo quello ov' io l'ai i i i •. 

Lo mondo è ben cosi tutto di 
D'ogni virtute, come tu mi suone, 
E di malizia gravido o coverto: 

Ma prego che m'additi la cagione, 

IT io la vegga, e ch'io la mostri altrui; 
Che nel cielo uno, ed nn quaggiù hi poa*. 

Alto sospir, cho il duolo stringo in 

Mine fuor prima; e poi cominciò: Frate, 
Lo mondo è cieco, e tu vien ben <L» lui. 



4S 



DO 



SS 



M 



43. a*]' U •>>'!'. innami U tua morie, 
primi ili nnnr. . 

44. V* dirai, ma dimmelo. — a.' narro, 

4g. 9ttt* Ijucdo Narro Lombardo di- 
iod» «ho fona n nululi • niellano, nomo 
di «alt» «porirma, pratico dolio coni 
• i*' grandi ilari, n» facili .ili' ira, Il 
Do«a«.io dir* «ho fu di fili LamUrdi 
• li; sia altri OMdOBO Che la soco 

Itmètrii ■">■ V»- 

IM. 

Ja'nt(Oil del mon 
éa : ti amai.' Ili quii» eia- 

ha ora «culo di ".l,T ! 
onero o«* t» mollo l'ai I 

ait* ♦ Il caolrario di si«»l 

nst aretina di prcndor la mira; 
: <(»ici«aooill««s»rdiiraiionn 
«I. «mai» fa M- 

Si If !U> avi li Ha», pef ftomtu» 

Jij». 



55, 54. Uà joacoppiu internammi» por 
Mo cho ho Dall'animo, H ; 
Do «ciolfo « libero. 

SS-s: Dapprima ijnrsln dubbio por lo 
parola di Snida <i I Due . 
ma ora » dirontiln doppio per || | 
IDI , poli Bi dà rjrtprr . 

«ho odo qui ii ipi-iii ead bo mittc altro* 

tallona — linaio ala 
imi l'in I dobbiOi l'i dir.* al f. 65, 

89. «i «Mai mi vi .ih, ini dici. 
Gì), oratido dica 11 icmt nascosto dol 
NrM il uhi ritfrno rampollar». 

63. l'oidi* liluno la suppone gagl in 
■ lai altro la r.r«d- 

latiallDai-tiumiii.i 
6». Sai 

CC. Dico II Ma*d«i«(«i, perche l'uma- 
no intolleilo | 

OD I' aiuti, nrlll cngnirii.n 

IO, eoa 
itaaada, mosii 
di «olio da un mondo «tn. 



85* pei. PtmoATomo 

Voi che virole, ogni cagion recato 
Por «oso al ciolo, sì come se tolto 
Movesse seco di necessitate. 

Se cosi fosse, in voi fora distratto 
Libero arbitrio; o non fora giù*' 
Per ben letizia, e per male uver lutto. 

Lo ciclo i vostri movimenti inizia: 
Non dico tutti; ma posto ch'io"! dica, 
Lume v"è dato a bene ed u malizia, 

E libero voler, elio, se fatica 
Nelle prime battaglie col del dura, 
Poi vinco tutto, so ben ri notrica, 

A maggior forza ed a miglio* natura 
Liberi soggiacete; e quel!» cria 
La mente in voi, che '1 del non ha io ma 

Però se 1 mondo presente disvia. 
In voi è la c.igione, in voi ti cheggù: 
Ed io te ne Barò or vera spi». 

Esce di mano a Lui, che la vagheggia 
Prima che aia, a guisa di fanciulla, 
Cbo piangendo o ridendo pargoleggia. 




m 



47-G9. Voi, tItcMÌ, riportai* 
seni cadono al cidi", qnaai cbo lutto 
quello dm tende renino da ouo per 
DMOI 

ti. ì% i no» fin oimHflo ce., o non 
I (titillo, cho pir II bene Operato 
•I ai etto Dell' i Uri-, rootido lotiria, e per 
il malli ti si 

T3-7K. loti in'i il ] 

Iplo 01 mitri inniiir.rnli ; cui*, 
.il prtol : ioli dell' appetito; a 

li* snclin a lotti quatti, i 

rifinì 1 lite I ilio ibi- 

tediai • oia posta medita di' io lO*ei 

•Iti in- 

rl * dato II lune dalla 
ducerai re ii 
il male, e Ioli ila l""i" 

. i 1 dslo 11 I 

oloiiono ili Duello the i« d ilice; Il 

bltlcndo I prri 

•ine* poi latti gli litri, »o 

lioiioi.ii mi ini-'ii prapo«ito.e 

nesta la deltrios 'li ■>" I 

Il icola- 
•tic»; fecondo I quali. e'I astri .'■/'«taf»- 



•e, «• bm li/trina*. Nel Pan*»" 
parla piu li-titunt*. 
T9-SI. .■ i nas|>ir*ral 

natura miiliore ebr eoa* (trtli W*| 
Oliati cateiU, toi liete lor; 

nlpMenrl di Di*, la quia mia* 
' 

i rana* 
, iptrs e««ta mnfft 

loia, trarla dil reti» ■"•» 
(S. la rei li <4e«faj, b ■ 

S4. i ; ut illaiecM 

La rote iste aon arerà la al" 

«-•.vi ad :im{--r> 

eenaircella e** M »»lu, lato»* 

io cai, imh il» Itti raSSra, 

clic mona dal ferii 
ritolto rclenlicn • ti» i 

io MrJMf*la p*i«* * 

l in et ili* a* 
ette a «alia di fonila! 






CASTO DECDfMXSTO. 355 

L'anima semplicetta, elio sa D 

Solvo che, mossa da lieto fattore, 

Volentier torna a ciò che b trufg *• 

Di piceiol bene in pria sente sapore: 

Quivi n'inganna; o dietro nd «JMQ corre, 

Se guida o frea non torce lo suo amore. 
Però conv<mne leggi per fren porro: 

Convenne rege aver, che discerneate 

Del!» vera cittado almen la torre. 
Le lef»i?i *on, ma chi poti mano od osso? 

Nullo : pero che 1 pattor elie precede 

Ruminar può, ma non ha l' unghie fesso. 
Per che la gente, che sua guida redo «00 

P»i ell'ò ghiotta. 

Di quel ai pasce, e più oltre non chiede. 
Ben puoi veder cho la mala condotta 

cagion cho 'l mondo ha futto reo, 

£ non natura, che in voi sia corrotta. 10i 

Solerà Roma, cho '1 buon mondo feo, 



rMitia e flt« v vWo, rhn mnitri la ma 

■ 

nd"» ebs la novella 

>t»l finn 11 Mllt, Sottri 

Biont il. 

l'anima umana, alloraelio vien erotta di 

Din, * tM« Itti ii ilxpoila ni li 

ém latto N EOM, ma non pi ■ 

' 'ini tu- 

incita 4 l'Api- 

jilono pIC ir: i- 

rio, ritenendo 

"ina >'. mora. li crr.-.- 

; frimi dilli 

pio, «1 

,1 brio 

na; o 

il freno «latti il «no 

«rtf» il 

Irfgi: « 1/ mirti < 

fh« r.»l Basto, <■ ri.ii r,nn r»lto «mnino 
•:«hi il 

Inoqor eoli vede, fili Illa ivevo la il 

8130 i 

- •UbiUr leffl 
per ftmtìì • i»lJifli il bei» Tiro: f 



Mi 

.1 fr 



eonveoie itero oo r», rhe «1i«r. m 

n agli altri addititi», «iella (lei) Or disiti 

Meleti alme» la ferve, almeno li parti 

fa«i» olinolo? ourro: ehi è 
oiiortlf 
t«, W. Ninnno l« oneri 

li p-ifyr cAe frtnO, V nonni i ili- 
Balli I tutti, . 

rtalnir pud, poi bei" w "»« 

l/i I* vagiti /lite, aia ooo. da altrui 

■ i | 

■iti rurolnaro e dell' Blllti ttu 

H'\ ti" n ti d»l 

Ilio dicono, (ho la- 
minare * ■ Itfl il «ap; 

n li». 
nasino irrUlurile ti Millo il Poi 
ii|»l ire II no cor. 
100. 101. Il pertbr 11 creile, ehi ledo 
ire ed intendtre. 
pan o e»' 1 '"'. lollITlll 
bene, eut'efla • ni Illa lUtu 

«OS. Il »l<« Htl -Il ili 

e*H eeil tini e*» . 

tot-te MiaV'U mm* 

fu, cho fe<M buni II mondi. dltr 
.Imi 1» fidi erliUioi, «ter im V-. 
due lopreme «dioriti ^V\<r>vmYM» » A 



BB6 BEL PCRGATGMO 

Duo Soli aver, che l' un» e l' nitrii strada, 

Facean viiluid, o del mondo e di Deo. 
L'un l'altro ha spento, >■■'■ la spada 

Col pastorale: e 1' uu coli' altro insiemo 

Por viva forza mal conviti i 
Perocché, giunti, 1' uu l'altro non tri 

So non mi credi, pon mente alla spiga; 

C'ir ogni erba si conosco per lo acme. 
In sul paese, eh' Adige o Po i 

Solca valore e corte-ria trovarli 

Prima che Federigo avesse briga: 
Or può sicuramente indi passarsi 

Per qualunque lasciasse, per vergogna 

in ragionai co'bnoni, d' appi 
Ben v'èn tre vecclù ancora, in cui rampogna 

L'antica età la nuova; o par lor tardo 

Che Dio a miglior vita li ripugna: 
Currado da Palazzo, o "1 buon Gherardo, 

E Qnido da Cast*!, che ine" si noma 



pipai, '*• foce*» »i»'. i li' BMtranao 

alimi, r uim / altra llcndo, e <f- 

e di Dia, la limi* Jtl bull Vivai civile, 

I fai Ila ilei ticu ritaf (rullano. 

ItRl-lia. 1.' un Scic (il papa) hi apcnlo 
l' altro il' imperatore), n I» apas*, (lei 
la podril* Umporato, i cuti; infili col 
paltoni*, tino colla podciti rptrituilpi 
« I mi paura confinolo r .il I ti 
cenilo un MT&rao Bui I D I 91 R 
TlCDSpr »l*« ferro. 
rie cada nate, che proccil I 
chi) coti congiunti I' un p 
lenir l'altro, * può ti 

I" iiim la Kraal ■ Kob lo* 
rli« noi ponu-nco renano non : 
aairal la pulitila spirituale e la tempo- 
rale, lieche poti* cuor lovraoo De'pro» 
pr. itili, mi il !■' i.r Mainili I anioni* 
■^Strila MB» di *lali altrui. I 
ucODito l'opinion* fora * cali 

iMtu ■ "co Kilt, elio opti prlni 

potile abbia, in quanto all' cwei ili prlo- 

tocdiala per ptmli/licn, coni' «ri l'i.pi- 
iiroiic* di quo tempi. 

tis. l'oi.i DMali lUa iphja. e vedrai 
ebe aaa 

■•■• tool . il n ibi li 

per la anale il bosso dima, I I 
fatilo dell* due poleiU, guatila a' pal- 



limi coitomi, frollo del dlaordinaio r<|- 
' ' >■ i l o . 

113 Nella ! u dal 

o nella >l J r . 

•IT. l'rim» che Federico II impera 

il poalatca, e «conio 
mio lo animo** costanilsa) fra il 
dono • l' impero; le *«<*■< 

pannate 

pari* o par l' ilua. a p«r le quali ai ali- 
tasi • s'i odi Ir» i 
popoli lui. ini. 

US-I Oraper 

Vaolaagur. ila chini 1M ù ap- 

prettarli a quelle conimi* pec i 

I jMiit*-ii 

ilcurannle, il pi U 11 

i li* d*' l'wal bm a* 

iacooli 

lai e' <». <" cnoo, vi Meo. — i* tu', 
ncll» cui 

p>r (or tarde, * I 

li rir-';M, Il lipo*(* 

iridi d* PaJdf ce, ; 

i .ne del pepale 
in Firrnn ori 1 :" , CacrarVodi 

nulo il B»m; e Ondi i 

"« •«" et «a» fr»t- 
'""un», ebo medilo al »ot. 
maniera fri ne» il «empiite, I» KjuHU 



E 



•(■- 






CASTO DECIMOSESTO. 837 

Francescamcnto il semplice lombardo. 
Di' oggimai che la chiesa di Roma, 

Per confondere in «ò duo reggimenti. 

Cade nel fango, e sé bratta e la soma. 
Marco mio, diss' io, bene argomenti : 

Eiì or discorno porche dal retaggio 

Li figli di Levi furono esenti. 
Ma ijual Gherardo è quel, che tu per saggio 

Di' eh' è rimaso della gente «ponto, 

In rimprovcrio del socol selvaggio? 
tuo parlar m' inganna, od e' mi tenia, 

Rispose n ma; ci..-, parlandomi tosco. 

Par elio del buon Gherardo nulla senta: 
Per altro soprannome io noi conosco, 

Sa noi togliesti da sua figlia Gaia. I4 ° 

Dio sia con voi, che più non regno vosco. 
ì l' nlbòr, cho per Io fummo raia, 

Già biancheggiare; « a me con vieti partirmi 
ingoio ò ivi) prima ch'egli paia. 
Cosi parlò; e più non volle udirmi. >«* 



f eh* leeondo «Itimi mpilo 

ki»ri. — Dici friKitieamnli. p»r- 

r'rtnceii toleran chiamtr lombardi 

talli <>' lui uni- fj t luiion a Parisi li 

taf in ItmUrt: 

Ì91. Ot" e;? mai, mi or* aiti di' para. 

<i»»r*Hlnt*tì.Aii6 goirrul, lo spi* 

riUlIt • H Ua»por»li 

«a». « ti trulla « la ma, ad imbuita 

Ha • Il ino carico. 
01, fW. td ora comprando per qaal 
rs<l-»*e 1 i»"li di Lui. ouia i tinti, 
sacerdoti, f irono esclusi dal nttff(*> 
«Jir.r»dlU; <lc->, dal rrparinneolo della 
«•rra 11 Canaan fallo da Ilio ali* 
InM d' Unti». — L* lorr* dai* ai lenti 
fsrono, dice Il Llraoo. soUniCDle ad Sa- 
eifi.d.tt. w» ad r~" i»'«il«» perch» di' 
Utrvol potirdimrnli non Sf «Maro dulra- 
uon* nal J rioo rnimiterlo. 
«Si lo ri npro»«ro d«l preiml* secolo 



barilaio • bestiai*? — tritatola, con Ir» 
rio di ordinar» » cicli» 

un. O il luo parla» m' Inganna, ra- 
lendoml far eroderò cho Gherardo II si» 

.iiin, ii tikiIm tir proia di n 
ci'ic .indù ir io heno II conoica. 

I 198, l'olche, essendo lo folcano, 
corno dal luo parlar» apparile», moilri 
<li nini ìi.-r nmimi notula del buoi 
Gherardo, che in Toscani e notissimo, 

110 Calo, fu la (Ir/Ila di Gherardo - 

alcuni la dicono famosa per la «uà brlli 

I iiii.hciiii a'Irl por la sua bolli r dis< 

i i K >cr»mtnl« a quello secondo 

conce ilo paro rhr miri la fiata di Dania. 

: li linimenti ironica. 

sii. roseo, con rot. 

1*9. e*» pur le fumale rol*. eh» ras/gia 
in irwtxo al fumo. 

tu. mina che l'angelo, eh* Iti, dal 
al conine del fumo, appari tea ai mie i tei, , 




US 1" I. ITIlliATCMK» 



CANTO DECIMOSETTIMO. 



Deciti ilei dome fnintno, troTtii Palilo nnoeamenle rapito In citali. e tede eeerap) 
d'Ira panila, I.o iplen.ioro dell' angolo, eli» ila prose la arala onda e'eeeeode ai 

Saetto girono, lo rliToglla: od o\ conimele a aallro iniiero con VUgillo. Giunti ni 
plano, o lopreggiunle U noti", il formano; • frattanto Virgilio <pl<(a al «\-K.[*lo 
corno amore aia principio d'ogni virtù e d'ogni virio. 

Ricorditi, lettor, se mai Dell'alpe 

Ti colse nebbia, per la imi il 1 edessì 

Non altrimenti che per peliti talpe; 
Come, quando i vapori umidi e si> 

A diradar cominciansi, la «pera 

Del Sol débllemeatfl min per essi; 

E tìa la tua imagine leggiera 

In giuguere a veder, com' io rividi 

Lo Solo in pria, che gii nel corcare tra. 
Si, pareggiando i miei co' passi fidi 

Del mio Maestro, usci' fai ir 'li tal nube 

A*raggi, morti gii no'bawi Lidi. 
iminuiMimtlva, eh© no rube 

Talvolta si di fuor, eh'uom non »' accorge, 

Perchè d'intorno suonin mille tube, 
Chi muove te, *c 1 icnso non ti porge? 

Muoveti lume, che nel ciel s'informa, 

Per «à o per voler ohe ;-iù lo scorge. 



1-6. Ooiltniiti ed Intonili o letlnre, 
'.Ipo 11 coli» Debbia, por <e- 
ginn dalla quile in non poloni tederà, 
•• non in quel modo elio >edo U talpa 
■ritmano la pellicola elio ha muli oc- 
• cardali comò la ipofa del Solo «ri- 
tta dvlioliiirnio per gli ipom ed umidi 
««pori, quando tlll cominciami a ilira- 
il,.f.i T.i/p» • talpa al ilng., ' 
■ l> e e«il«. Ir*»r« o libbra. - per pili». 
Credettero ili antichi coprrln d' una pel- 
ilo della lalflk: ora li erodo 
quella pellicola Don ita che la I I 

1 '.i I l.i ina iMuiL.fMiaiii.no. aiutala 
dallo, ricordimi doli fonome- 

no. fi» IfojKM la olwioir» a eelrr, Irg 
i-i rinrnt», agoiolmrnii |lnBg«rA a IfQ- 
iatli.com' lo primleremerile rlridl il Solo, 
il ilari coricandoli e naieonden- 
don letta lotliionlc. 

10-11. Coli diinqn 
fUMO Ctl "mi Ida Hicilro. uicll fuori 
j; quella ourol» di fummo, quando I raggi 



del Sole, ipenti già t--l'a ha Mi | 

1 1 -ano che 11 Cina 4*1 nawil*. ria 
Il Sole n tolto e più <u» in alle i a*M 

ratei. 

IS-1G. polrma itnmijiniUia, e tao- 
lana, cht (limita «« r»W il 41 fu*, ci 
Irupori' i n ni, «tal «e» 

ci armr.-iamo di quello cht accade al- 
pdf quaolochr «» ftrrplUae 
attorno mille trombe j chi li seme « 11 
fi aure, qoaad* i xnai non tiare* ma te 
alcun imptriiione, • bob ti pirica» 
l'olilurllo che tu contarrgJl ? 

11. I» Non altri. c-rlanente U «Beri. 

mi Inni' Chi I' le, arale, i tenuto 

e diipoito nel dolo, e la muore o i»r ». 

linimento, aeendmdo di I 

r> r*r ro.'er di Dio ebe fa etaaie. 

lo Inaia qnafglu. — Die* cVe te lnaj.ii 

tengono alla manie e dal umo, e da DM. 

par Italia gtaU.li, * per 

..' umino iole**, che a tè la trai, 

o ih r rolof* di iplnll ■<: 




CASTO TVECJMOSETTIM >. 

Dell'empiema di lei, che mulo forma 

uccel che a cantar più ri diletta, 
Ni ■!!" immagine min appara l'orma: 

E qui fu li mia menti- si ristretta 
Dentro da se, che di fuor non venia 
Cosa, dio fosse allor d.i lei rtectta, 

Poi piovve dentro all'alta fantasia 
Un crocifisso dispettoso e fioro 
Nella sua ritta ; e cotal si moria. 

Intorno ad esso era '1 grande Assuero, 
Ester sua sposa, e '1 giusto Mardocheo, 
Che fu al dire e al far cosi intaro. 

me questa immagino rompeo 
Sé per sé stessa, a guisa d' una bulla 
Cui manca l'acqua, sotto qual si feo; 

Suree in mia visione una fanciulla, 
Pungendo forte, e diceva: regina, 
l'i rea! per ira hai voluto ewei nulla? 

Ancisa t'hai per non perder Lavina; 
Or m'hai perduta: i'sono essa che lutto. 
Madre, alla tua, pria eh' all' altrui ruina. 

('unii' si frange il sonno, ove di bntto 



H 



b» 



M 



4» 



l»-41. Dell'empietà di colo!, rio* di 
Forma conrorlonclmi la 
qoeU ' aecrllo, cht piti drjli allrl >i di 
ItUa * e intuì. «Ino noli' uiicnoln. ap- 
I a'ie n« l la n '» laMBagiaStian rimpianta 
b li repprrientinia. l'rosor BOglla" di 
T«rr« # wralli di filomela (Purgatorio, 
raaao IV T, 13;, p rr atodieifal d un' in- 
pnria rir«t*ta da aun n irito. fece in 
pani 11 Afli" >'i-' 1» d°ied« a miociarf 
a Terra; II j*r<b» <• dafli Uri Iraafor- 
■ata in oilroolo. 

«. SS. il rlilriHi Drtlr» da l(. coli 

ehluta » ta t i al la io «e. Huriatorlc.oo- 
. «i. 13 • I» Basta mia, eha 
HI ri.lr.lia. I.' toltati rallarjó. • 
44. rinlt* : lalimimo, riconta. 
Si. P»la4«*t«« dlKaMaalll mia f»n- 
iMt, «lo* l'"i> in allo. tlitaccaU 
dai mdiI a dallr UitiM cor. 
SS. V etKtfit*. un uomo tronfi"». 
i Amino, priwo miniilro d'Ai 
i di Pania, (alio da lui «rotini • 
rerr parti* rto di cru t 
ratinata riffa, r ««irò il buon Hardu- 
ebao. un drila rf. 
fi .citai ti awrla,eio».di»a«(i<ti« r '«ro. 



30, Cb« ne' d'Iti » no' talli fi; «oli In- 
rinato. 

31 -SS. E tòrto cb( quella Immillo» al 
tappa a l'ini di por p| Massa, roma al 

BM bolla d'aria quando ti 
il ni» d' acqua, mila la quii.: il 
anno ce. 

:.t via faa'lulla. Quella è l-lrinl» 
SglU d.l ir l.ilino a della «fin» Amata. 
55, 3«. rianjeedo fa'ti, che plmjera 
dupmlamentf . rr|lna mia madro. per- 
che per In conlro d latta n>i toluto ue- 
Atenili MaaMl eba Turno, Il 
■ ) ipoio di Uiinlo, fono Hall 
Il Enea. Amala, cb» 
non tolrti II rincuoro p«r janaro, par 
duperata nt'hia •' impicco. 

Ti a«l uecli* par non pi-r.ir- 
re U ti EH atltMll andata 

■ pou ad Siati ma tiiendoti ucciia. tu 
in' bai perduta di<r«ro~ tedimi, o ma- 
dre, aooo io itraia tU Mie «be pilo- 
ro amaramente, alla Uà ntaa, a' li 
mori* tua. primi elio «l/'aMraf. dot 
a quella di Turno, tini non t ancora a?- 

noeta. 

«0, al. Cone il rampe, ,\ wotaD.o.o.iaAa 



860 on. mattono 

Nuova luco percuoto '1 viso chiuso, 
Clio fratto guisa, pria che muoia tutto; 

Cosi l' immaginar mio cadde giuso, 
Tosto eh' uu lume il volto mi percosso, 
Maggiore assai che quello eh' è iu Dostr 1 oso. 

T mi volgea per veder or' io fosse, 
• Quand'uua voci: disse: Qui si monta: 

Che da ogni litro Intanto mi rimosse; 

E fece la mia voglia tanto pronta 
Di riguardar chi era che parlava, 
Che mai non posa, so non si raffronta. 

Ma corno al Sol, che nostra vista grava, 
E per soverchio sua lìffura vela, 
Cosi la mia virtù quivi mancava. 

Questi è divino spirito, che ne la 
Via d' audar su no drizza senza prego, 
E col suo lume sa medesmo cela. 

Si fa con noi, come 1' uora si fa seRo: 
Chò quale aspetta prego, e 1' uopo vede, 
Malisnoineutu già si mette ul ui'go. 

Ora accordiamo a tanto invito il piede: 
Procucciam di salir pria clic s'abbui; 
Che poi non si poria, se '1 di non riede. 

Cosi disse '1 mio Duca; ed io con lui 
Volgemmo i nostri possi ad una scola: 
E tosto ch'io al primo grado fui, 

Senti'mi presso quasi un muover d'ala, 




di liuti*, do» reponllnafncnto. udì Im- 
propri» luco forum e' 1 ""In ditali. 

tri. Il >|u:il un. rollo Clio Ut all'Ini. 

protrilo, Induco nulli o tforti, quali 
gumanirnll, primj elio del lutili svanisci. 

4". cuttitr oinv. IVIOS mono, COtlò. 

*Y Maggioro «mai di quello dm inni 
roderti da lini. 

4a l.a quii loco mi rimosso da ogni 
altro intendimento, o pensiero. 

. . .1 l. [ero la mia rogiti tarila •ol- 
iscili di (odoro (In cri quegli che par- 
lili, (ho, qoAiidu la * sillalla. non ha 

I N non Il raffranla, .. i...n il. ih... 
fronlo eolla persona bramala 

91-Sk. Ma comr al Sai. ve Mi corno la 
noalri mu non in. mi iMsaUa al S"lc, 
il qualo l'aggrava e r opprimo, ed il <|'n- 

II pel lororchio iplradart volt altrui 
il tua Sfarà, (mi', pi' I» troppi luca li 

/•oda altrui lovmbllo, coti q\im \» 



mia urlìi o facolU ritira sonila 

SS. nata fingo, tinti chi litri (licse 
faccia preghiera. 

Su Rfll ■dopata con noi ■omini, ceaw 
quali por gio- 
care 1 >o nuli lipatU che altri gliel dica. 
— Stto pei lieo, al Irosi paro la altri 
:.n li. -in. #d o dal frciuont» ira»!»» del 
e o del i : p»«eo a prova, lieo a toga, 
irata a drago ac. 

.Vi ui Perciocché ostale l'alpe rodo, 
quelli clu lode I' alimi Mufoo , I 
aipefta pngo, od a •osvenlrl» aspetti 
.1 aitar pregata, Ualio«a«o»r« gli i» mtltt 
al orge, eoo nuli toluoli (il li atout 
•lilla ii' . -. nU'iiia lolla da Se- 

Deci (Bai). Il, I)' •Tarilo sello nolenti" 
il ihilulil din, iioluil. • 

Gì . Or» muoviamo II piede accendo ti* 
l'angolo e' insila 

tfl-ei. Ili Matti dapprwao coni »■ »■ 




CANTO DECISO0ETTIMO. 

E Tonfarmi nel volto, e dir: Betti 
Pacifici, che non snnzu ini mola. 

sopro imi tanto levati 
Oli ultimi rnftffi che la notto segue. 
Che Io «tellc Kpparirui il." più lati. 

virtù mia. perche si ti dife| 
Fra me stesso dicci; che mi sentiva 
I.» possa delle gambe post* in tregue. 

Noi cravam dove più non saliva 
La scala su; ed eravamo affisili, 
Pur corno nave eh' alla piaggia arriva. 

Ed io attesi un poco s' io U'1 
Alcuna cosa m! iiim-.D nVggt; 
Poi mi rivolsi al mio Maestro, e dissi: 

Dolce mio Padre, di', quale offen?: 
Si purga qui nel giron, dove gemo? 
Se i pie si stanno, non stea tuo sermone. 

Ed egli a me: I/amor del bene, scemo 
Di suo doTer, quiriti* si ristora; 
Qui si ribatte ~l mal tardato remo. 

Ma perchè più aperto intenda ancoro. 
Volgi la mente a me, o prenderai 
Alcun buon frutto di nostra dimora. 

' nator, n?i creatura mai. 
Cominciò ei, figliuol, fu sans' amore, 
naturale, o d'animo; e tu 1 sai. 



70 



: 



itwtU di ti*, o fumi renio nel ilio. « 
•♦Bill dire; • Itoli fidilo, qi.oi.i 

Del «etti «ai! . i . villi «odo 

«»i' iti pecearamou.. — Il nwnroento 
Stirata denota ebe f anielo ili caor*llf> 
dilli front» -I effno dell' in IHo— lln 
poi ««la, dillineur I' In [irrciunnod ili 
quelli (k» SOS < tl'.e. DOD ilIfO *>KOdO 

et* uà «imi» «lo: • truciolai «t ooliti 
peccar». • Sitino 1. 

IO. «ili leiafl. Unto aliati. Bidè Ir- 
rlrano io alle l'ultimo «Iriln dell' il- 
aotlax : Il cr-e accada quando il Solo 
è 'rimontato or or» 

71. (ti U aifl» wt«c, il quali risa 

«iotro la tali. 
75. O stia fiatila di moie-rial. per<be 
IT — I»' laavttDia di ■»■•- 
' -Ili orili. Vidi caa- 
■* VII, t. 13 • <i| 
'i. turi» (• <r»|<», poi".» lo tr*fn>, 
il» i con pilori aitr*. 



-a. ri. doi< »t« «M miim Im mtt «. 
doto li trala ooa indirà pia io, perebd 
Il total; Sa .ri.imo aitili, rollili (trai 
ed immobili. 

M. SS. |uS crTnMw , quii* off» 
filli i Ilio, quili piccalo ii parsa io 
quello qurlo fifone, dorè litaot 

M. Sa non ponimi ciaimimre. almeno 
lo pirla. 

W. Mi. I.' amor del bene, iremo Hi lai 
«otre, mancante del debito fortore, fai 
«fa» K rlif»««, {ut al rinlofr» del man- 
cameli lo. — punirà, qui ; loca antica, co- 
me ilrtnila. II. Puri . IV.t.tfS» iltror». 

ti. Vale a dira : qui 11 percuote po- 
mice il lardo rematore, cioè, colui ebe 
fu tardo nella opero di Carila. 

91» ** Il Creator* 1 perchè Dio 1 
amore, Oeae carila» e»f|, ni cr. 
uni iena» aaMra, nilurile, ed aala 
• mimale : a la 1* tal per itero iludli 
uluiolii. Coni., frali. lll.V. « «'. 4». 1 



863 MB rcBCATotuo 

Lo naturale è sempre senza errore: 
Ma l' litro puotc errar per malo obietto, 
por troppa o per pocu di vigore. 

Mentro ch'egli è ne' primi ben diri 
E ne' secondi sa stesso misura, 
Esser non può citgion di mal diletto; 

Ma quando al mal si torce, o con più cura, 
con mcn che non dee, corre nel bene, 
Contra '1 Fattore adopra Bua fattura. 

Quinci comprender puoi ch'esser convieni» 
Amor sementa in voi d' ogni vii-tate, 
E d'ogni opera -don die merta pene. 

Or perchè mai non può dalla salute 
Amor del suo subietto volgor viso, 
Dall'odio proprio son le cose luta: 

£ perchè intender non si può diviso, 

Xè per sé stante, alcuno esser dal primo, 
Da quello odiare ogni affetto ò deciso. 

Rjsta, se dividendo bone stimo, 
Che '1 mal che s' ama è del prossimo ; ed esso 
Amor nasco in tre modi in vostro limo. 



iou 



ICC 






no 






pera die ciascuni cosi bi il suo spedilo 
»morc. • 

94-96. Il natur»laIeh'4qnollop«lqnali 

appetiamo i bsal iictruiri illi la 

coosorriiiunol non cui uni ; mi l' litro, 
cioè I' animale, o rulMlla, può ernra 
iu no modi : quando si diritto ad un malo 
oc-biotto, rio* al male ; quando ti Tolge 
con troppo vigor* ilio cote terrina; a 
quando vuarda con poco recroio le «oso 
mimi-lite degne d' amore e i beni celesti. 

97-01). «latra et* «oli * clirilto ni pr.nl 
Uni. lincilo quasi* amor ruionil* 4 ri. 
«olio a' primi beni, cioè, a 'tauri tri" 
Inali colasti, a misura ir irmo ri* si. 
condì, o GnchS si moderi no* secondi, 
Cloe, ne' beni caduchi « terroni, non può 
essere in sol -rerum ragiona di mala, o 
colporola dilottiilono. 

100-109. Ma quando si ritolgo al male, 
o quando corro il ben* terreno oon lioppa 
oura. corro con cura minora di quella 
cb* darà il beno ceiosie. Il creatura, 
Ih' 4 [alture di Dio. operi contro II suo 
Filiere, cine, Creatore 

,03, 104. ca'iisir connine amor in eoi. 
condono rbe amor sia In sol. 

I0S. Conforme al dello rj| i..nt' \ 
CO-- • IluU aut mali tuorli, iuui boti sol 



«a- 

; 



mali amori ■ ; • dica il "pel» cb* I" amore 
può esser scino di 
di opere ree. 

tod-ioi. Inlrndi : or» prrrbi aneti 
non può mai colpir rtie, dlll . 
dalla saluto del suo snbit : 

Il di queir essere in cui risiede, 
I che tuli* la eoa* eusr.ollive i|*s- 
inorc sono lati, sicure, dall' odio • 
non potendo odiaro so medesime. 

lOV-lti. K porrli* non può darsi al 
esaere o aula stante per se, e diviso 
l' essere primo, da cui lutto 1* eoa* hanno 
esseoalal dipendenti, quindi 4 eh* di 
■ •uni crrj.'.uiA 4 norc.ariamento «tarila. 
diviso, rcmoiso, ogni affetto, onda odiar» 
qoell' essere primo da col ella dipende 
— L" uomo non poi odiare Ilio sna ri 
(ione: può diro eh' •' non etisia * può 
bestemmiarlo: mi odiarlo non può coma 
Dio. 

112-114- Uri la, eniiirgmta. u tiiiinUi 
eene stimo, se ben procedo nella mia di 
visione, « «* 4 «ero ebe nessuni 
mal* no i it ni i Dia tnn principi*, 
non li drsidcia dil mal* t* non il 
s.roo;« questo malo imore la *iafr* i, 
in.lt mitra ir-mutlil», ovvero nrl's 
.in flrStjlId uiuaiia ualcra, basca li 




canto pKoiuosrrrato. 

È chi por esser suo vicin aoppresso 
Spera eoe ■ sol por questo bruii» 

Ch'ci «ia di sua grandezza io basso mano: 

L chi podere, irrnxia, onoro e fama 

di perder, percb' altri su monti; 
Onde s'attrista si, ebo '1 contrario ama: 

Ed è chi per ingiuria par ch'adonti 
Si, che ri fu della vendetta ghiotto; 
E tal convien che '1 male altrui impronti 

Questo triforme amor quaggiù disotto 

Si piange. Or vo' che tu dell' altro intendo. 
Che corre al ben con ordino corrotto. 

Ciascun confusamente un bene apprende, 
Nel qual si quieti l' animo, o desira: 
Per che <li giunger lui ciascun contondo. 

Se lento amore a lui veder vi tira 
Od a lui acquistar, questa cornice, 
Dopo giusto peutir, re no mari ira. 

Altro ben è, ebo non fa l' uom felice ; 
Non è felicita, non è la buona 
Ewenzia, d'ogni buon frutto radice. 



115 



i:o 



I2S 



130 



ItS 



a»»Ji;c>j»,feomi spiega poi) Ji luporbla, 

< e d' Ira. — La loperbl j • 

i proprio con malo altrui' l'inri- 

4M é amore J..1I' al-.rui mal», imi* nc- 

iuiom di mala proprio t una ipcranu 

■Il proprio lima: l'Ira. e imoro doti' lt- 

Irai «uU, par mala rlia da illn a Dol 

. -ci mira. 

li), 1:6. Vi a cbi ipira Ingrandimento 

dall' opprriuoni del ino nono : * quelli 

ilanporoo. — S*c.»l: modo lilinn. arem. 

(«■■. — itayroit >alo iettato a Uira, 



I Irma di perdere po- 
•ar», grilli, onora a rama, par I mal. 
uni 41 alcuno: * quelli l' IniiJirao. 

110. Il r«*lrari* ama. cioè ama 1' al- 
imi dopretiioo*. 

1JIU5. E ri * chi por quilrho incili- 
ria pire rh,i ,' Irriti rnil, clip n fa irido 
dilla TOaMtai o coitili OOOrrlM che 
■oapr**!.. MMU il malo altrui, eppure. 
11 cb« imprima « fermi nella tua 
nvnie il .iiilr alarla: » quitti l" Iracondo. 
I 3. Ornata mila amor» Iri/irai, 
ir* aorte, il plani* • il atonia 
ne' ira |ir:ai lascile *> Milo 
«13, 1». Oli •.•■ili» ctt tu intenda « 




tappi* dall' allro. elio corro al beo» i 
: ri| o con troppo o i 
poco di rigore, corno ha dello «opra i 

i-^T. IH, Cottraiad : Clsacano tspr 

do coofuiaroeolo o delira, <io( desidera, 
un Iiho* nel smsli li quieti I' animo; 
• imperocché (dico Roaiiei nelle mroli 
drgll uomini e oaluraltucoU Inietta l'a- 
more del bene rem. • 

IS9. Il perdio eiaietino ti ifbru él 
Cimiero a poticderlo. 

ISO-tSì. Se liuto onore * lui rriir ■ 
Uro Od é lui orovlrfar, io a cono 
o ad Meolatsr <iuriio bene, «1 tira i 
•pin|0 no amor lento, quello girono, i 
ori tlamo. ed oro il punimmo gtiar 

ri do »li il esitilo, dopo 11 dibit* 
pentimento arutono In «Ila. 

OVfW; V* un altro beo» («io* 
SfM terreno) che non fa I" uomo folle* ■ 
non * qacilo li folielti, non la 
raion», eh' è radice o priori jm d'olii 
buon frullo. Somma: • l.l Toluolo I 
in non deo tendere ad altro Ilo* che ; 
Dio, perche <uo ultimo eoo e la boalim- 
dio*. • Altri leggono : o" ogal e» JV»!** 
r radice. 



DEt, PtmaATomo 



L'amor, eh' ad esso troppo n'abbandona, 
Di lovra a uoi si piange per tro cerchi; 
Ma corno tripartito ei ragiona, 

Tacciolo, acciò elio tu per te no cerchi. 



138, 151. L'amoro, che id HH limo Irr- 
r»»0 t' abbandona troppo, n piange « il 
«conti ne' Ire Circhi elio tono lopra a Dot. 

ir.s. H|. Ma corno rit fati» con ragiono 



qooila ti rione lo Uccio, >e- 

ciocche tu lo cerchi da to mcdeiimo — 
Le ire parti lono, Cam' nriimm (.cilmanu 
Intcndr, marina, (ola a lottarla. 



CANTO DECI M CITAVO. 

Continua Virgilio, parchi riclileetono ila Dania, il ano ragloninioiito Intono la natura 
dell'amore, yoin.ll una moHltodlin di anime fa tono gli actldloal) piagano daraali 
a* l'orti correndo a gridando dapprima eaompii dalla rirtu couliaria ali 
di puiiiiiouo dal lor peccato. Una di .incile anima ai da a 00» al pan a Virgilio, « fi 
te- iiieri parole d'Alberto Scaligero. Finalmente Danio a* addoidcaiLa, 

Posto avea fine al suo ragionamento 
L'alto Dottore; ed attento guardava 
Nella mia vista, s'io parca contento. 

Ed io, cui nuova sote ancor frugava, 
Di fuor taceva, e dentro diooa: Forno 
Lo troppo dimandar, eh 1 io fo, gli grava. 

Ma quel padre verace, che s'accorse 
Del timido volor, elio non b' npriva. 
Parlando, di parlare ardir mi porse. 

Ond'io: Maestro, il mio veder n'avviva 
Si m?l tuo lume, eh" io discorno chiaro 
Quanto la tua ragion porti o descriva. 

Poro ti prego, dolco padre caro, 
Che mi dimostri amore, a cui riduci 
Ogni buono operare, o '1 suo controre. 

Drizza, disse, vèr me l'acute un 
Dell'Intellètto; e fiati manifesto 
L'ajrror do* cicchi che si fanno duci. 




J. allo Oolfor», profondo nel iuoiaporo. 

5. Stila mio alila, noi mio acmbiaolo, 
rial Bla UBtUOj o, negli occhi I 

a. i.O io, cui nuora Mie, brama di ta- 
paro, /melarti, stimolata. 

6. plt pravo, gli 6 grato» o molctto. 
a Delta una limala tntonla che non 

Il palatala. 

9 Prendendo a partirò a me, mi porto 
aratri di parlari a lui. 

io il, limi n> diati: ■antro, il uno 
lulellelto coli li rinfuri» nella tua dot- 



trina, eh" io diteerno chiarimento qojn- 
IO il tuo ncionamonto contenga, n .li - 
chiari. 

H, 13 l'ho lu mi dia la dimoilratlonf 

doll' amora, o ehi lu m' iniogni dia coti 

e amore, al quale In riduci ogni buona 

ro oporare. Vedi Carato precedeo- 

II. ». tot, lus 

li, tv t ftti, t ti fla.lt tari ■aolfe- 

ilo l'errori di olirgli ignoranti, chi ro> 

ranl fuida agli alili, lawjnaado 

cai oioi amora t In *e lituo loia 






c.ixro ukctosottavo. 365 

L'animo, eh' è creato od amar presto. 

Ad ogni cosa è mobile che piace, S> 

Tosto cho dal piacerò in atto o desto. 
Vostra appren»iv» da esser vorace 

Tragge intenzione, e dentro a voi la «piega. 

Si clic l'animo od Mm volger face: 
E m rivolto invér di lei si piega, M 

Quel piegare ò amor; quello I natura, 

Cho per piacer di nuovo in voi si lega. 
Poi, come '1 fuoco m u ovati in altura, 

Por la sua forma, eh' « nata a salire 

Là dove più in sua materia dura; *9 

dori l'animo preso entra in disire, 

Ch'e moto spiritale; e mai nou posa, 

Fin elio la cosa ainnia il fa gioire. 
Or ti puote spparer quant'è nascosa 

La veritade alla gente, eh' avvera 55 

Ciascuno amoro in su Inudabil cosa: 
Perocché forse appar la sua matcra 

Sem pr' esser buona; ma non ciascun segno 



19-31. L" animo cb" * ereato f'tito. di- 

• poilo. o eolla ditpoiltionci, ad amare. 
t «aalla, a tacilo a rnuorcrti ad 
cola piar- Me I «Slmili dal pUKI'Mr 

• ro In atti, e it t fi iato, o incitalo all'alio 
di couoteril. — /• affo può anehs rife- 
rirti a «tesare ; e allora »' iolcnd» dll 

Jliectff rtrtraJe. 

19-14. l'Olirà apprenlira. la rotlra fi- 
rotia di apprender*, f'fl-jec rttrnttoar, 
tra* V immaginii, da nmi taVflMi da un 
Mia od obbiello reale, > dentro a col ìa 
eaieoa. o la pone aranti alla menta ro- 
stri, il chi r animo ad #im polare fati. 
Unto che fa ritolfor l'animo ad MM 
imaeipe. « La Icoagml. otvero uniilihi- 
IU tot», i Untoli e li io n.ino or» 
nra inlimioni. • Varchi. Orai 
— La facoltà d' apprtndtre a di com- 
prendere o molta dilla reallU della ceto 
««terne : a quatta «alia io noi par mo- 
t'.nrU derna d" amore. 

SS-n. K «e, molto (ho itali a qoel- 
f lutatine. I' animo il pieja tarso di lei, 
I uà, ijiii'l piegata * amore, 
è qnr'.lu la tatara, la nati ti !,. . la 
•al di «noto In "Irta del pi icore. - Il 
pria» telarne dia I' animo da colla na- 
ta», a I' altero diipolto ad amara: il 

aseaoJa è quando io alto tiene ad anure. 



| oasi la natura in tale allo con elio 
amino ti Balata di nuoto. 

iS. «tanni in altura, ta in alte. 

19 Per la im ,'ie n, fottìi chlamatano 
[li amichi ni ..<era a 

emeuna cola: ondo la forata del /«oca a 
ciò cho lo coitituiK» fuoco. - lift «aaa 
a n.'irr Som.: • Unii ma l.irmi in 
in «uperiorem! ■ • "• ili bili- 

chi che il fuoco fona nituraimenla nata 
a lalira. parai incrino eba 

I aria intatte. • eha, aitando ipecitea- 
monle più (tata del fuoco, lo ipinicua 
allo la iu. 

30. 14 dare, ciò» tolto il contato del 
ciclo della Lana.— Cala (li antichi col- 
locatane la ifora del fuoco: rat a inalila 

II dira che quel torà liitama coamie» 
andata aitai InnUno dal tiro. 

JI-J3. Coti l'animo innamoriti salta 
In detldeiio di poiwder la cou amala. 
il «Bai detiderio non « un molo mala- 
naie, coma t io del fuoco, 
ma a on mola ipiritc i'a, il quale non w 
pota mii, finche non ilonce del poi»- 
dimenlo di quella. 

J5. «.'attera, cbl lieo par raro; af- 
rinnci «wre. 

»1-S9 Iropcc occhi la stacca, materia. 
d" amore foraa • tampra buon», parchi 



DEL PCEOATOBIO 

È buono, ancor che buona sia la cera. 

Lo tuo parole, e '1 mio seguace ingegno, 
Risposi lui, m'hanno amor discoverto; 
Ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno: 

Che s' amore 6 di fuori a noi offerto, 
E 1' anima non va con altro piede, 
Se dritto o torto va, non è suo merto. 

Ed egli a me: Quanto ragion qui vedo. 
Dir ti poas'io: da indi in là t'aspetta 
Puro a Beatrice, eh' è opra di fedo. 

Ogni forma sustauzial, cho sotta 
E da materia, od è con lei unita, 
Specifica virtudo Ita in so colletta: 

La qual ganza operar non ò sentita, 
Né si dimostra ma che por effetto, 
Come per verdi fronde in pianta vita. 

Toro, la onde venga lo intelletto 
Delle prime notizie, uomo non sape, 
E de' primi appetibili l'affetto; 

Che sono in voi, si come studio in ape 
Di far lo mèlo: o questa prima voglia 
Morto di lode o di biastno non cape. 



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H 



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lo ogni maln rhu i Ami A tempre alcun 
bene o rullo o limonato, ma non * buono 
ojrni amore, cito da quella procedo* cnmn 
con e buona ogni figura, ehi * imprimo 
nella cita, i]Mjthluni)iK U cera tia buona. 
- l'ir ina Ir r a il' amor* Intende, li 
tcolaillco, la «Atena determinatile, oitii 
amon in yrnrrt ; e -li QjBtSlfl dico ChO 

foric o «ompre buono; ma non 6 tempro 
buona la forma dr ti ratinatiti, natia amor» 
in Ippene. 

40. H mio effluire ingegno, la mia mente, 
>u tUtailooi ti teguo. 

49. di dubbiar piit prtQno, pili pieno di 

dohbl. 

ìt.-W. Poiché" «ol* amore io/fir to a noi, 
vlorio Id noii di fuori, dati) oggetti eslor- 
n|, cho top horl 'ii ti"Ì, I M l'.iniii).. 
■oh ra con altro otrdr, non può pfOOidlfl 
rtlif imcfttl, non e tuo mtrlo. non ha me- 
rito alcuno, le va dritto o torto, io opera 
bene n imln 

W-41 Intorno à quetU materia io Li 
polio dichiarare quel lanlo cho la ra- 
giono umana può iliveerner*; riipetto a 
vjOflln cho »u|irjit i ulla ragion», « chu 
per fede e da erodere, atpetla ohe to lo 
dichiari Ucatrico. 



49-S». Ceni iMlmM ipirilualo. otre- 
■ trtta, dulioU dalla ma- 
teria, «d al Umpo stesso * unita eoo Ut 
finir j diro col corpi»;, ha tu «e accolti 
OBI \iiiù Special*, la quale, estendo obi 
semplice dia->i<»iiiono, non può conoscerti 
tenia operare nò può dimostrarti te eoa 
per I' effetto attualo, comò la vita in uni 
.\ manifesta por le verdi fiuùde 
— A' primi moti non pentiamo, e non « 
n' accorgiamo, i» non operando, oiiia 
tjh li. ndo U ooilra polenta In alto. - 
Forma iti frantiti le appellati dalle scuole 
quella dir, inula alla materia prima, co- 
mune a tutti i corpi, forma l« d 
Iptflll di i-sn.— la «Irto spettar* è tane 
dice Dante «letto noi Convito) fmfftit* 
.! Atilmo naturale. — Ma <Ju 4 da me «a*. 
più ehi, re non <Ae. com' abbiamo otUW 
litro volle. 

W-tìO. Poro T uomo non jqjw, no= ti, 
doodi vii '<-nga le •"nreJietro, V ioielil 
gema dolio primi; fhwilwuBlàl 
ottia de 1 primari assiomi, a donde gli 
venga l'appetito di quelle caie che pn- 
memento appttucv (con* l'amore di aè, 
del hrnv • simili!, le quali iom LO Mi. 
cùih' 4 odi' ape lo Madia, l' locliiuuioo*. 





Cimo DKIMOTTaVO. '.: .'.', 

Or perchè a questa ogni altra •! raccogli.], 

Innata t'ò l* virtù che consiglia, 

£ dell'assenso dVtoi.cr la soglia. 
Qacst' ò '1 principio là onde si piglia 

Cagion di meritare in voi, secondo «5 

Clio buoni amori o rei accoglie e viglia. 
Color che ragionando andaro al fondo, 

S'accorger d'està innata liberta**; 

Però moralità Lssciaro al mondo. 
Onde pognam cho di necessitate 

Surga ogni amor, che dentro a voi s'accende; 

Oi ritenerlo ò in voi la potestate. 
La nobile virtù Heatricu Lattala 

Per lo libero arbitrio; o però guarda 

Che 1" abbi a mente, s' a parlar ten prende. "* 

La Luna quasi a mensa notte tarda 

Facea le stelle a noi parer più rade, 

Fatta coni' un scboggioD, che tutut t'arda; 
E correa centra '1 eie), per quelle strado 

Cho '1 Solo infiamma «llor cho quel <Ia Roma 



di fabbricare II micio : • qocttl primi ap 
petr.l. » naturili Itnilpnio, non ina capaci 
(nr té ilreai ni ili lode li* ili bitiimu. 

41-*:. : .utochi a quella pii- 

mh io|li*. o a quelli primi i 
•' accolla intorno o »'SfSiSt|S ogni ìli" 
foglia, otrero ceni altro appetito eh* può 
«tur* biono o reo, A io roi innati, cioè 
101 iKlt di «tur». !* tiri» ili ragloor| 
fi» fi coenjli* orila trilla, * chi de* 
tntr ia t*|<ta deil 1 elleno, cioè, doro 
ceitodir* l' iMiaU del eonieoiirc 

6»-**> Virili r;. rie* i il 

lo, dal quii» li pula la cagione 
dal mite ■sriUret tccvndo ctio eia* ac- 
costi* ili inori buoni, i tifli*. «pira 
* ritriti i rri. — rifilare, oun k ri 
«b* r«t'iare: ai • ln«c<e itpotf ce» 
fruttala • /Viaria 4*1 noni* * «W orato o 
dalie liade i*.ile ipijàe o «■astiai, (il 

la...* t/Vftlt* I* r>e»*«/.ra. 

07. I Untoli, eli. piotUarua.i addentro 
in elicila malaria. 

«•>. •*f*iltt . la Itasela rroral* . U 
•mata lareb** alala tana trota 
urla dalla liberta dal ivi 

10- Ti Oide.ioi'ioito pur* ebe ogni ap- 
petito agri**** lo fai per (ora* din' 
**i aial* **r*pr* lo pulirà ili ronu-crlu. 

73, li. L* subii* luti, ii ili* I' ho 



parlato, i da Beatrice inleia ptr il libero 
minino. - Audio qui Ucalric* i limbo li 
dilla aacra L.olugit, conta in Lui! 
ducono \ ii. ilio | iiuiLulo dilla aciorji 
amani. 

76- 7S. Li Luna eh' era larda td aitarti . 
ni ipunlli* tuli' Drittoni* <bc quail a 
morra nullo , tticndo falla coni* uno 
ichcRgiooe o uri lurono elio tutto lutto 
arda, tarerà a noi parrro rho I* alarti** 
rutterò fnìi rade, psfcfM col tuo loma 
i.iiJki nittiball quali* di minor gran- 
dmi. Die*cbo la Luna n aliai 

I nolla, poiché Sfitto icorn lineai 
( i, r ni , bulli iiunno il plenilunio: do 
tea dunque aliarti quatl cinque oro dopo 
Il minorilo dal Sole, poicli» di ma Ma 
I . il alia qoi.i un ori più. ludi. 
— Altri Iffg* kiiìm*. • ipleia: Li Issa 
calante di eiaqo* notti i quali una inora 
tronrala; tonda Dal fondu, tronca alla 
cima, corno »■ itrcii*** — Telarti tal» 
MM Itti: • fu stalo da altri inurbi, 
I <h* da Dani* licito nella Cani. I, 
• '.. l • Che I il « I so totano in totlr* 
mano Ila (Olio Amor*. . 

"»•«! K correi contro l'if paletti* nolo 
drl ticlo licitalo, cioè, conceda imeni. 
a leiaote. per quelli ila dello wdla 
reno il io* del w, iprto*. 



lini. 1-CRO.lTOIL'O 

Tra' Sin ; ; il vedo quando ernia: 

E quell'Ombra jrcntil, per cui si noma 
Fiutola più che villa Mantova 
Del mio earcar diposto avea lii roma. 

Per eh' io, che la ragione aperta e piana 
Sovra le mio questioni avea ricolta, 
Stava coni' iiùiu . ho sonnolento vana: 

Ma questa sonnolenza mi fu tolta 
Subitamente da gente, che dopo 
Le nostre spalle a noi era già vòlta. 

E quale Ismcno già ville ed Asopo, 
Lungo di se, di notto furia o calca, 
Pur che i Toban di Bacco Marne uopo; 

Tale per quel giron suo passo falca, 
Per quel eli' io vidi, di color, venendo, 
Cui buon volere e giusto amor cavalca. 

Tosto fur sovra noi, perchè correndo 
Veniva tutta quella turba magna; 
E duo dinanzi gridavan piangendo: 

Maria corse con fretta alla montagna; 
E: Cesare, per soggiogare Ilerda, 



alo || Irov» il Stile, allorarhe l'abi- 
ti! Roni» lo «odo Irainoiilaro In 
quella parie di cielo, eba * Ir» la Or- 
tica ■ la Sardegna 

»j M. E quell'ombra gentile di Vir- 
(Ilio, per cui II Tilliftlo di l'IeloU 6 
nnintnaio o famoso pili della citta stessa 
di Mantova, Hit mio corcar, del canto da 
me Impostoci i di sodisfarò alle mie do- 
mande, dfposfo «vro la inma, crasi sgra- 
vato col rispondermi. Del mio corcar pc. 
può anebo iiiUnderii : ini avea sollevato 
dal peso do' miri dubbll.— Pillola. vil- 
laggio presso Mantova , dac.ll antichi 
chiamato andti, ove naeqno Virgilio, 

W-s7 Por lo cho io, cho quel suo ra- 
gionammlo aperto o chiaro sopra lo mio 
questioni avoa compreso riposili nella 
Dento, stava eom' uomo cho proso dal 
tonno vaneggia U anche con evesfn so»- 
nottata vuol Torto lignificar un oocito 
in so medesimo dal pefr.-itft, che nel ei 
reno ti purga, l'rov. XIX, ti: • MgrtdO 
iiiitiiii'.it soporom. • 

M, dopo, distro. 

BO a «01 era jià odila, era gii Incanì- 
minata serto di noi. 

fJI-»fS- K quali furia « co leu. do* fu- 
rioso tmtcorrinwuUi ed alloliamcnto di 



Itonle, fu sia veduto di noltrtrmpo dai 
dumi Ismcno ed Asopo ln««o «1 •>, lun|o 
Ir loro rive, quando t T ebani astrino 
bisogno d' invocare il nomo di Hai 
aHollamoMo di ce/or (dogli acculi 
As>i» volere e etvifo amor earaln. rio* 
sprona, fatta tuo posso, mona » : 
suo passo correndo per quel l'Irono, se- 
condo quello eh' lo vidi. — Toltaci II 
anno, llfnillc.i sutsri a fondo o 1* lift 
il passo, tolta U aimilitndine dalla falce, 
di'* falla a semicerchio, o che. adope- 
randoti, egualmente a teroicerchio ti vol- 
ge. Si die» anche d' un andamento del 
cavallo non molto dissimilo dal galoppa. 
— fssneao ed aiopo, Dumi dell» Booxia, 
luogo 1 quali > 1 ibaal, eoa faci accese 
o chiamando Racco co' vari tuoi nomi, 
a' affollavano di notto per avorio propi- 
no, tpcclalmooto nello pubblieh 
•Uà. 

100-401. Doo etempi di celerità a sti- 
molo degli accidiosi: uno di Hai 
l'ini', cho portandoli a visitar ina «afasia 
tanta Klitabnlla, alni la «hIsh net 
fsellnaflons, Luca, I.S9: I' altra di 
Cetaro, eho partondo da Roma a»,io eoo 
grandissima celerità a Manilla, a nielli 
fsiaj'ado, cioè lasciando attediata 



: 



CAWTO DKCTXOTTATO. 86D 

Pansé Marsilio, e poi corse in Ispngna. 
Ratto, ratto, che 1 tempo non ri perda 

Per poco amor, gridavau gli altri appresso; 

Clio studio di ben far grazia rinverdii. 1M 

gento, in cui fervore acuto adesso 

Ricompie forse negligenza e indugio 

Da voi, por tiepidezza, in ben far messo, 
Questi che vive (e certo io non vi bugio) 

Vuol andar su, purché 1 Sol no riluca: ll« 

Però ne dite onci' è presso '1 pertugio. 
Parole furon queste del mio DiMaVi 

Ed un di quegli spirti disse: Vieni 

Diretr'a noi, ebo troverai la buca. 
ìfoi sirim di voglia » muuv. ici si pieni, H* 

Che ristar non potem; però perdona, 

Se villania nostra giustizia tieni. 
Io fui abati in San Zeno a Verona, 

Sotto lo imperio del buon Barbarono, 

Di cui dolente ancor Mclan ragiona. 12» 

E tale ha già 1' un piò dentro la fotta, 

Che tosto piangerà quel monistrro, 

E tristo fu d'avervi avuto possa: 
Perchè suo figlio, mal del corpo intero 

E della mente peggio, e che mal nacque, ih 



pari» del «00 ««cita, cori» «Il altra 
lo lipicna a i —t a l 
«oistifa» ll«d» lotti Unta) culi prio- 
ri di quella preriDtia. 
Ito. talee, ratto, e»r, preala. prailo. 

acaiocefe*. 

io», f ft* •»', J<t accidiosa do- 
(tlcania. 

1«S. Ce* lladil «I Ire t" farla r.»- 
«rd*. srupcl • lotJM 4«l Seri 

. uria. risiedile*, rifaccia tarili 
• rinfiorili 11 liana 

106. [•"-•• nuli, do* Intento. 

\(r, Ztfmfu, e m pissi o rlttora. 

tex bhm ■ Matto. 

1». «•» il laeie, noi ti dico bugia. 
S.gcar» per Air t»iia Invali pvrt lo 

wnU il Sci «r ri» a. |uindo II 
il a rliplcsdcf*, quando ti ri- 
faccia cima. 

Ili iu"l priaei 1/ t»r '"Ile. da che 
rni» liliali l'at<iUiri, |.<f cui il teli 
■H 1 alle* hallo. 

la 1»«. la lattarlU «fi lori 



117. Sa quali* clx faertaato p*c dow 
notlrn, (• lo reputi erarlatia. 
1IK «tali «a «ava Zia* a rana*. Di 

ni altro lai; imo a* toc (ha 
fu un don r.bcrardo. Coti il llsattsM, 
.Vof. l'or ItatotSiaNàl ree. liti. 3. pari |. 

Ut. l.oa Sarla'cuaa :I>1H( dello pea 
peto iati «Minti*. Altri eredi 
eh ei lo dica *a*a*. pasca* mori mi 1190 
«adendo al cooqaulo di Terra aanU. 

li). «Virala «arar, par ««aero Mila- 
no itala diitiutu da quali' imperatola 
nel 1101. 

MI. latsest di Aitino della Scala. 
«Ijnor di Verona. «il Ticchio (a pi 

Irt li lotta), il qua!* 
par furia nel I2DS fece abate di aia Zeno 
uo tuo figlio Daturale, tsttSetlC Glsttp* 
pe. i-irpio del corpo * dell' animo. 

■ !.« fra brite piamoci noli . 1 1 r ... 
■Biado * canto di quel immuterò; rlo6. 
par stani liiiruw ad aliata quel me 
figliuolo 

ItS. aaai earaae, parcU naeqoi III*- 
rlltiao. 




Ila poeto in luogo di «no paator vero. 

Io non so s'ei più disse, o a' ci ni tacque; 
Tant'crn già di là da noi trascorso: 
Ma questo intesi e ritener mi piacque. 

E Qiei che m'era ad ogni uopo soccorso, 
Diss*: Volgili in ijua: vedine due 
Venire dando all' accidia di morso- 
Piretro a tutti dicean: Prima fue 
Morta la gente, a cui il mar s'aperse, 
Che vedesse 'l Oiordan lo rede sue. 

E quella, clic P «Hanno non «offerse 
l ino alla fine col figliuol d'Anchise, 
S& ttotM ìi •. it» sanza gloria offerse. 

l'.ii quando fùr da noi tanto divise 
Quell'ombre, che veder ptt dm poMni, 
Nuovo pensicr dentro da me si mise; 

Dal qual più altri nacquero e diversi: 
E tanto d'uno in altro vaneggiai. 
Cho gli occhi per vaghezza ricopersi, 

E 'l pensamento in sogno trasmutai 



i •■ 



.. 



IH 



US 



131, 119. Vedi doe anime elio VfJXfOAO 

dodo di mono tirannia, cine, n 

do • lr*ll(ffendo (li ac -iiIkmi. con ciompi 

dai tritìi affetti ih iil pi 

; 1 Dmiro. Como |uu ne»! urenti- 
pei" rammentino (li aaae a pl j'sìtMtS 
puniti |4 Intendi: l.a («ut* 

.. mi il mar 1....U a" «nono, fu 
Inlii per In lui >iliV dulrutla « mori» 
.tranne tiioiue * calchi pria» ebi i! 

<; iiir.lino, li urno dulia l'aleilin*. I 
intorno U tue rl.t I tool «rodi, ciò* (li 



I erti, a cui la folcitila rfi I 

ilrilinal» ila Dia. 

13S-1M. E quella (rata troiata, i 
non (offrendo uno ali* Une il al 

i'.o natilo co» Eae* tiliect l'i 
rhiie, ii rimai» r* Siali* ros 
offri i* ilnu ad «.a» tiu u 

IO. Che tiMsefta • ricalali | 
per faste irò prr cani* i> 
miti pcniirri, eh* I' ano all' alleo ie> 
lanUmenlo eueeedna, «tu In 
In ehi ila per addtriMDIarn 



CANTO DECIMOXONO. 



. odo ha Dante aaa faliterloee Tleiona. eh» origlialo racconta a Y tettila: «4 I 

(lilla asiaci, sveste» rag ulcodo dal (icone qeaiio al qiieu. Q 1 

li anima d.fli arici peoelaa» «1 paiinieate, con la f. 1 Una r 

Ulcere*» uni. ed «Ila (li «1 minlr«t» por pana Airlaa* V, OIUVmm da'] 

Neil' or» che non può '1 calor diurno 
Inticpidar più '1 freddo della Lana, 
Vinto da Terra, e talor da Saturno; 



1-3. Iiilendl: neTu' li m'era della noli', 
qsando il cai M 
1 almoifera, Tinlo dal., oalurjl 



.Iella Terra, r talralia da e*' 1 
di Saturno, no» La ila I 
dar« Il freddo d,-|a Laaa, cast 



CA5T0 DBC1M0X0K0. 

Quando i goomanti lor maggior fortuna 
Veggiouo in oriento, innanzi l'alba, 
Surger per via, che poco lo sta bruna; 

Mi renne in sogno una femmina balbo. 
Negli occhi guercia, o sovra i pi;- iii.»torta, 
Con lo man monche, e di coloro scialba. 

Io la miravo: o corno ì Sol conforta 
Le freddo membra che la notto aggrava, 
Cori lo «guardo mio le facea scori» 

La lingua, e poscia tutta la drizzavo 
In poco d'oro; o lo smarrito volto, 
Como amor vuol, cosi le coloravo. 

Poi eh' ella avea 1 parlar cori disciolto. 
Cominciava a cantar si, che con pena 
Da lei avrei mio intento rivolto. 

Io son, cantava, io son dolce sirena. 
Che i marinari in mezzo il mar dismago; 
Tanto son di piacere a sentir piena. 

Io volsi Ulisse del suo cammin vago 



MI 



19 



:-. 



:i 



nnlle — tra opinione degli iiHclil ailro- 
lnii elu Allumo, trovandoti di 
nll' caiifcro, apportane frrddo. Dadi» 
relè*, perchè Dia eempre quitti ; 
Irovan tsll'oriuoDit. oiiuno : • y»«u 
aurora >i * quella d . b( l'au- 

leti stélla nei Parftfetto. . 

*-« locando un poco iniunn l' liti 
I seeeaanti veggiono urgere in orlenU 

la loro tùìK'wt retta** pai sarib via, 

r»« fma li Ut imu. che alla della rrur- 

inni riroaoe oteur» per breve 
spailo ili IMBDO, polla' É llcfao a na- 
scere Il Sole. — ervm>j<i(i ti ctniuiivino 

I, chi noli' irle lor 
levano in qualche Baod 

•lì diieiami astili, che ti vale- 
T4D0 de* m'irli . Idromontl quelli, rbe 
«alitami dell' scava Dal goonianti ora 

a la loro «mjoior /orinila quella 

• punii, eh' etti il 

:ll arma ron un, verga, o ebo 
lianle alla dilpoai- 
lione delle sielle, (ho MNBp0D|0OQ 

«apio es'PeMl • diepolUloo* ili ilelle, elio 
-<6< viti la ariette «ell'eta qui dal l'oola 

'.ornila «ella. bllliallenU 
I * Di.-. ii selli bla* r. ' itila moodiaa, 
eialneeite che l'uomo ri. 
11* Medici», noi cibi » no' pia- 




celi venerei: cote per li Stein tprrt*- 
rotl r deformi, e eli» poro II i 
i untino umano n-pula ra^br ■ pregevoli. 
Vedili il •. n teg. 

8, letali*, iblancaU e smorta. 

io-la. K «me il Sol» ravviva 
calore le membra itali natilo dal freddo 
dellai' ino stuardo le l>«*n 

i.orii afilo » ip.dita, li lingua Idi ha! 

baiatale et «ir ars .'. tppitat), 

in luere spailo di iNipa) le raddlriatan 
lulla la parto** ili HorpUls tfc'alt'arsL, 

i i.i.ì ; rea il ielle mierriie, 

amor lo (quel di chi o preso da imam 
minto o da paura I, «et»» amor «itele, india 
guisa che richiede amore, per fata Is- 
narnnnre altrui. 

Il, vaili inlenlo. la mia altenaior 
gatorlo. e.inlo III. «•• 18: • La ■ 
I,' inlrnlo rallargò. • 

IP. foga] ir 11, hi «i- 

rCDO Sono belli»»iinu hMBSSlM d.il niello 

ili iu, e nel revlo mostruosi pesci' wn 
fjlte lotirithe Blletlus i 

iMilino * ponili li iiiriiloiiu. 
■0. dtM***, beai* venir aieDO. 
SI. Tatto picea di piacere lo rasa a 
srniirii, o per cbi «al icaU. 

•H ranni, tate, lilggk) istinto, bla* 
ora lo qua tv-ri la la. « se»»* tari* ur- 
liti ler.tii attrito qui per alreoa 
•ibìjh la anca Cli». praa*» la 



:,;■• ori. raMAVMID 

Al canto mio: e qual meco n'ausa, 
Rado bui parta; ri mito l'appago. 

Ancor non era sua bocca richiusa, 

Quando una donna apparve santa e presta 
Lunghesso me, per far colei confusa. 

Virgilio, Virgilio, chi è questa? 
Fieramente diceva: ed ei veniva 
Con gli ocelli fitti pure in quella onesta. 

L'altra prendeva, e dinanzi l'apriva, 
Fendendo i drappi; e mostravano '1 ventre: 
Quel mi svegliò col pozzo che n'usciva. 

Io volsi gli occhi; e '1 buon Virgilio: Almen tre 
Voci t'ho messe, dicea: sorgi, e vieni; * 

Troviam l'aperto, per lo qual tu entro. 

Su mi levai : o tutti eran gii pieni 
Dell' alto di i giron del sacro monto ; 
Ed andavam col Sol nuovo alle reni. 

Seguendo lui, portava la mia fronte 
Come colui che l'ha di peusier sana, 
Cho fa di sé un mezzo arco di ponto: 

Quaud' io udì', Venite, qui si varca, 
l'.ul.ut' in modo soave e benigno, 
Qual non si sente in questa mortai marca. 

Con 1' ale aperte, che pareau di cigno, 
Volgaci iu su colui che si pnrlonno, 
Tra i duo pareti del duro macigno. 



qotlo UIlHB rc»tò piti d' un «uno. — ln- 
uiiii XXVI, >. Ooe Kg. 
SS. «voi «ino i anni. qualunque l'ad- 
ilnnif itici meco. 

96. «Ha danno lo» lo. l'ir lata alcuni 
Intendono U Vlrtfa; 'lui la Verità o al- 
tri Lucia, o U grolla Illuminatilo. 

97. Lungarno •»'. accanti) a me. 

99, 50. Furamtnlt , iralami'nto . dlr«a 
quella muta do«M ; «I ti, Virgilio, »o- 
miu con gli ocebi ittli fur#. imail iota. 

mento, o ionia (aaOTtrlI, • " qui'lla ii.i. 

) : La donni onoiU prendeva l'al- 
tra: o, la prenderà Virgilio; Il che fono 
loraa meglio .1 intmul.'rii 

J* Tndnio I drappi, ilracciandolo lo 
mi - Alla lue* della ragiono limino 
il prestigio do' »cnn. e il lino apparo 
nella ma deformili. 

85. (/"l. cioè II ventre. 

S4, 5S. /» oolil oc Svogliato eh - io Mi 
■olii gli ocelli intorno; a il buon Vigililo 



dicearnl : Io I' ho chiamato «lineo Ir* «eh». 

ili. Troviamo l'apertura, perlaquale 
.lilla aU'altiQ cironr — revl). 
Nel IV del Purgatorio ha: aperta, la que- 
llo inrdriimo lignificalo. 

Mi aitai in piede; * gli uni 
i gironi del nero monto ci imi illuminiti 
dal Solo, allato ioli' or monte. 

39 Il geli Inorivi alle «palle. fwM 
«eguitaranu ad indire da Inani» a pò- 
nenlo. 

43 Vale a dire: fho t» carro. 

U. ioarr < intigno. Suri di lui», 
eemjao d' accento o di (tato. 

41 Quale non «I odo In qoMia regio» 
do" mortali. — «orca r»l» praprUottsM 
•fontana 41 eoajla*. 

i>: »« Aprendo le ali . bUacalatlM 
cima quella di cigno, colui ic-iot rugalo) 
chi coti ci parlò, ci Ice* rivolgere il per 
l'apoitura Ira la due parati dal dora 
macigno, 





uhm a aatommo. 



Mone le penne poi e rentilonne, 
y«» fujojl affermando cnaer beati, 
Ch'avrnn di consolar l' anime imi». 

Che Lai, che puro in ver la terra guati? 
!.a Guida mia incominciò a ditti. i. 
Poco ambedue dall' angel sormoniuti. 

Kd io: Con tanta scopicion fa irmi 
Novella vision eh* a ai mi piega, 
Si ch'io non pomo dal pensar partirmi. 

Vedesti, disse, quella antica strega. 
Che sola sovra noi ornai si piagne? 
Vedesti come 1' uom da lei hi slega? 

Statiti; e batti a terra le calcagna : 
Gli occhi rivolgi al logoro, che gira 
1a> Rogo eterno con lo ruote magne 

Qi:nlo il faleon, che prima a' pie ai mira, 
Indi si volge al grido, e si protende 
Per lo disio del pasto, che la il tira; 

Tal mi fcc' io: e tal, quanto ni fendo 



878 



:o 



M 



H 



49. « retliljaw, t ci Itti ionio. Con 
netto modo I incelo cancella. li l 

' il quarto r. Cloe Il peccalo dll- 
l' lecitila. 

I AfTermaDdo «iter btitl fai <<•- 
ft*l.«»i»c» |>II fO»liUl««Uf ;nri*l»ll-, 
o Ir colpii Iure, 
pcita* acranno 1' atirue <■■<> ili iteeelar , 
poitcdllrlcl • ricche, di condii 
L'accidia * aur.U BBBWriBll iti !'•"". 

taxi Cuti di coti alcuni, non plance drl 
coaU proprio od altrui. — Conciar per 
reeeetec ione. Dante nella HllB*: • Ed'Ofoi 
<«..'■■ ip«g1U. • 

M Ch» bai In. clw pur lettavi* lUI 
col fuardu tolte a terra? 

.<« uM«. uttmtendl, m«is; 
«tondo tallii poco al di topra JrH'aa- 
I«lo. 

SS C» Mai* iMtiflm, con UnU to- 
tpetlo e iebbl 

So StatO» tfaioi una ■ 
aioli di fretto, e** • e» al r-'fa. clip 4 
H ai tira 

5». SO. Vtdctti lu icjli dine quella 
unii, letica -j-j.-.i I 

nndaaa), 
Siili scili .fi Me ti nubiano 
«ut aitimi ne ir/ tiroal, ebe renano to- 
pra aoiì — la riu. coni» >ii : 

.. la tuia < la lat- 



taria. - Si ricordi il Ultore «ho VlffiMo. 
COD*» dillo più lolle, udì anchn ciò cfa* 
li pana nulla moni» di Dante. 

60. V. mo »« li» li- 

bera? Val» a dir*: Meta I uetwi 
liberartene, eomlderaodo, alutalo tali 
«cienta • dalla |taiia, U lue ■ 
■ defur 

CI. Ti liaill dunque I' «cerio te-luto ; 
ed Ora «alti a lire* le ealetgmt, 

CI, G5. Ricotti |ll otebi «I ICf»»», : 
b< lo erge etereo, ciò* Iddio 
Ciro, «ale a dire iiina In tctcbl» «al | 
rare di.'le mtrt Mjne. delle «leti! iti 

DIO, .--m» dir" Badie m! r.- 
■r. lat-IM enn la belletta do' • 
cblama del continuo lo allo la rncatt ol 

Uro dalle cote della lei 
Jjjor* i un inatto di penne, 
notate al r. lìa di 
Il (alcnnier«, agilan.luln. rirbiaua 
.ne. 

ti. w. Continua la metafora Oli ltc«v 
. ■riiiiuri* che lo afila, > 
:• bicone, ebe dapprima ti alta 
e un atihuta lo «jirardc. la' 
ii r.iljo al jtìòo del cacciai™. 

mie lottate*, a terra. — e «ut . 
■irai ttto d inaiale, ebe il appareccbla 

CI OS. Uu, «io*, coti f foMo ( ipti 



371 DEL PUBQAT011I0 

La roccia per dar via a chi va sa», 
N' andai inliiio ove 1 cerchiar si prendo. 

Com" io nel quinto giro fui dischiuso. 
Vidi gente per esso, che piange». 
Giacendo a terra, tutta volta in gitwo. 

Adhccsil pavimento anima mea, 
Sentia dir lor con si alti sospiri. 
Che la parola appena s' intende». 

eletti di L'io, gli cui .«offriri 
£ giustizia e speranza fan nien duri, 
Drizzate noi verso gli alti saliri. 

Se voi venite dal giacer sicuri, 
E volete trovar la via più tosto, 
Le vostre destre sien sempre di furi. 

Cosi pregò '1 Poeta, e sì risposto 
Poco dinanzi n noi ne fu : per eh' io 
Nel parlare avvinai l' altro nascosto; 

E volai gli occhi allora al Signor mio: 
Ond' egli m'assenti con lieto cenno 
Ciò che pfaóodi ■ In vista de) di 

Poi eh* io potei di me Bue • mio senno, 
Trussimi sopra quella creatura, 
Le cui parolo pria notar mi fenno, 



corno 11 falcono, mi foci lo; • Mi. cloo 
coti fitto, n* indili ««««re il !mi> la 
rorroi, pir dar via a chi va mio, por tulli 
Ih fonditura dui monto, la quale scric di 
strida « citi ti sopra, l««no om il cir- 

fooir it f.ri7i,l>. inlllio .il piinln Icilio al 

ripiano) oro ti comincia a camminare in 
cerchio: - adllTorenja del Mw&loin Obi 
faeeiin lalendo, che ora per linea mila. 

10. diluvio, oon pili chimo In lo pi- 
lo .irrito riuti. ilu dulia salila. 

13. idhirtit pfielmiafo mima m/o, i li- 
mo 118: l' Anima mia fu .ilt-.crala aiti 
terra, nula allo colo ferrerie; iliri-*;iiio 
qui'llu animo, cho purgavano 11 pecrjlu 
dell' ìvsrhla. 

16. 10/frirl, a piì» lolla mitri, wno 
1:1' .iilinili lig'Wri a inlire ridotti 1 nomi, 
che Uliolti manti anco in piar. 

-,- I .-ni pulimenti la ranegnailone rnn 
ohe li loppoitito, o la sporinta dell'. Ur- 
na bealilodlno rendono mono lepri. 
olmlirii I.' idea del fillo fortunello ci 
fa nini dura la pana, ehi) Tediamo gialla. 

18. cerio eli alti M'Irl, rifai la rlpi- 
sU itala, che meoa all' altro gironi. 



19. Se voi rulli (rispondi nn' animi 
lihrri n lieuri dallo alar qui ciaccoli, 
l'iimo noi. 
■ i i. lanloiU In modo ehi : 
de, Ire raaKxDO 'l' 111 parlo di 'uri, di fiori 
itili. Cioè il»i: . , preda 

r»>i per /«ori: l'id 1' a al iemali 
IMI .li frequenti «eli - latitai liutai. 

hì mllo pareli m a tt i 

onere a queir animi naKoife. IpMe. ek' 
noi ri oì. imo non eli animi rircsati. ni 
in. ohii , i.ititori ih quri limili : aviere, 
ornili, conobbi, «il parlar». macai» i' 
tnon dell'i loro, (hi intH parlala. » rbn 
m' ira nauoii» por r iure rivolto * um- 
Alcuni intendono ehi l>i«!i rione*!» 
tdrlino V alla loco. Va cone il atarii 
nconotc -a stori 

nn ta isiet 

M. Ed 

lira t'rgll 'ri -'Merlo eh' li la- 
dani a parlari a quell'anima. 

81. li iliii dil dilli. 1' «ppir.ua d>l 
mio dnid.-rio. 

SO Venni appretto a (Batti critMrl, 
cho lo itera notiti -3011:1! ■ 







casto necixoxoifo. 

lo: Spirto, in cui pianger matura 

Quel, sanxa '1 qiule ft Db tornar non pnowi, 

Sojta mi poco per me tua maggior cura. 
Chi forti, o pcrchù vòlti avete i dosai 

Al su. nii di', e so vuoi ch'io t'impetri » 

Con .li là, Oard'io vivendo mossi. 
Ed ogli a me: Perche i nostri diretri 

Rivolga '1 cielo a sé, saprai: ma prima 

cScii-" fili mutilar ZMrt 

Iiitr.. Chinati e'ndiuia ioo 

r.i fiumana bella; e del «no nomo 

Lo titol del mio «angue fa ma cima. 
Un mese e poco più prova' io corno 

Pe*s il (Tran manto » chi da) fango 1 guarda; 

Che piuma sembrali tutte l'altre some. "» 

La mia conversione, orna! fu tarda: 

Ma, corno fatto fui roman pastore, 

Cosi scopersi la vita bugia: 
Vidi cho 11 non si quotava 1 cuore, 

Né più salir potcrji in quella vita; 'W 

Per che di questa in me a' accese umore 
Fino a quel punto misera e partita 

Da Dio anima fui, del tutto avara: 

Or, come Tedi, qui ne son punita. 
Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara 



91. « f»( p»i'r ■•tara Jml. in eoi 
irta a compie quella icdl- 
afaiiao* ilii èlrioa rilutili* «e. 

93. Affrmann poea.lt no pr**o. Il l'i» 
i tur», rh' * quella .li fiiD(«rr 

96 dllJ.nflD'Ddo— o«j<or-.r<..ii ■ti- 
fi, dood* lo partii aaatoda lattata la rMa. 

fi, 98. r»rtb» i nostri Uriti 
rfaarta i( cult a •», icttia il fido a »«. 
. M*r*4. I» upr»t dopo. 

» Ha trial «appi eh' io fai inecatior 
il un Malfa. (JanU famlr lati ai aaa 
liconnorooo a •» panigli». - Efll i 
Ottabaana •*" FWmM. fcvrne. lommn 
anUlM e»1 nn»» d" Adriano V, eba mori 
■<1 litl« dopo *0 alorai di rryno. 

100 sinrri < (Vasari, dut Itrrt del 
GeoatMato aalil rtltfaa di lerjnt*. — 
radili il'iilli, Kfooa al buio. 

IO*. IM. fan d«m*u Ititi, «lo* Il Do- 
ra» Laiaiaa: < dai •»• »'•<• t« Ilari dal 
■fc> •*•**! pa «-a riiaa. • 'lai ■ 
wf.lo »obm il l.lulo fella atti rxaltlls 



In 1 1 in. eriftaa: ertModil me *<■> la 
mia famislia la •»« r>»i. il tuo miglior 
tanta. — Il goti 41 I.naroa. 

103, 104. Un mtie • pni 

■ Il minto pontificalo, srindr per 
la digaiU, pass a <olal cho lo »« 
railodiKf. dal l'info : fio», «rea di non 
biuliarl'i ("ii ipuo indicai. Foifatorla, 
«tata \M.t 1311»: .U (bitta di Ro- 
ma, l'ir confonder* la •« doo r«jjlmc«. 
lai '.miro, o IO limita • la i..ma • 

105. f»# plana, omo pesa il. ebi ont 
piuma oc 

ios. la cilo Infamia. la «ita ■ 
Infimi'' '/Ikit-i. 

109, III eppnr 

Il in ani oiiro in 

• |ur'la du'iiiii. di cui una mxsrjora aao) 
I lui ia terra. Don tenlil contento il tovt:. 

iti Par Io «hai Metta la aaa I' amara 

di qui 11 rna 

111 pnrlila da Dia. divin di Die. 
US, liti Ducilo cho l' iriritli prodi- 



B70 DEL MIWiATOUIO 

In purgazion dell' animo conversa: 
E nulla pena il monte ha più amara. 

Si come l' occhio nostro Don s' aderse 
la alto, fisso alle cose terrene; 
Cosi giustizia qui a terra il mene. 

Come avarìzia spense a ciascun bene 
Lo nostro amor, ondo oporar poi • 
Così giustizia qui stretti uà ! 

Ne' piedi e nelle man legati e presi : 
E quanto fia piacer dal L;:ujto Sire, 
Ikltto stnrcmo immobili o distesi. 

Io m'era inginocchiato, e volea dire; 
Ma coni' io cominciai, ed ci t'accorto 
Solo ascoltando dol mio lira 

Quid cagion, disse, in giù cosi ti torse? 
Ed io a lui: Per vostra dignitato. 
Mia coscienza dritta mi rimorse. 

Drizzo le gambo, e levati su, frate, 
Rispose. Non errar: conservo sono 
Teco e con gli altri ad una potestà te. 

So mai quel santo evangelico snono, 
Che dice Ncque nubent, intendesti, 
Ilcn puoi vedor pcrch*io cosi ragiono. 

Vattene ornai: non vo'che più t'arresti; 
Che la tua stanza mio pianger disagia, 




si, elol i iati affittii I diriiiar : 

fnifir.ato nel modo, con elio li piumino 
tjui li lalm convertite da lai nini. 

ti" più amaro, peroceh* ori loto ne- 
|Ua la' SBN il i edoro il clf lo, reno 11 

ijuiio lì mteas laaio Inflesuaste* 
ns-iau r.ontui.ci cj intasai : si comò 

M allo coi» terrone, 
■o» i mitra, nnn ti sili al ciolo; coti 
li t'iuilUia (In ina il nitrir, lo liceo, a 
l' inondi» i| ni > terra. - Atlr'u e il per- 
dilo d' aarrsere, altare, lollouro. 

131, ili Come l' aurina «pome in noi 
l'amori a damma Tiriti, per 1» COI 
frinì, >l perde, fu perduto e reto «ano 
Ofnl nontro operare: cosi ce. — Klee che 
fp perduto, pernii* ore manca V amore 
non può ettor» opera meritoria. 

Hi. M Binilo Sire. Sonore. Iddio. 

ItT lo m'irà InolnocrAlalo pai 
«frema dovuta ad un lattaie pontefici; 
« rotea dire, o rolei parlare. 

IX). Sole o'toltnmjo. per il aolo aieol- 



tire (cioè, dal natii pia pretto I* pv 

nnn prr II veder», pinchi 1 riMl- 

l' anima area (li occhi DUI a terra— 

dtt mio nrerlrr, del ini ■ llar rireroflle. 

tlO. M ferir. Il plrfò. 

Li mia rolla lOtclontita* rirtarti, 
un ittaolò a fare, rumi buon callilica. 
Quello atto di doioro. 

■• ìsm ;xix, io. ii*> 

■adail Giarsasl all' usilo, atolli 

lovlola: • Vide no feceri».- romei»»» trae 

•um et fralruui Mornm, • — ad >u tale 

fiale, a uno a nud'limo [1)0. 

ISI. .Vryue unto»!, parili i\ <;«■■ Crè- 
tto al Sadducei prr trarli dall' ioiaw 
in cui friwiii, fluì nel!' cloro* Tila Malore 
matrimoni.— Par caie «uni* Adirla»» In 
comprenderò, che. enendo otli aaarv. 
non era pili da eoniidrra.ni cobi ipoai 
ii capo della Chien. Lai noria adofu 
lutte le umano duusiiarlianie 

1 — Pimi la, i 
moda n in peditce. 





CASTO TICHIXO. 

Co! qual maturo ciò che tu dicesti. 

Nrpoto ho io <ii li e' ha nome Magia, 
Buona Ja se'-, [iur che la nostra cu»» 
Non facci» lei per esempio malvagia: 

E questa sola tn' è di L'i rimasa. 



1» 



141. Col qml pianterò lo complico U 
rrarfiiione. coni» la dienti poe' ami. 
Vedi r. 91. 

Iti. il«e« della limitili dee 
veli di Citili. li .li Moroello 

Malaipina. mirtln - ilio. 

Iti. *»#-»• da i». booti) in ic libili. 
9, por propria indoli. 

Iti. ■•Itagli. Un del Fineo «cono 



10M neario tnnir.il!' d*t- 

(b, Multò la i 
tìO.OCU mirelu il' argento; ma «cornato 
do-;, faggini in Ctniiiin. 

Il* K questa lol» mi « rimasta fu* 
mici eoo boABI e In ernia di 

Dio: per il the eli a tolUnto può aiutarmi 
(Olio lue orailool. - Coti tacilamrulo 
immiti il l'orla eba do la prcjhi 



CANTO VIGESIMO. 

Conlinnando il «Mimino pel "inlnto aironi, olono I Poeti M'anima, cha ricorda «mani 
Ji virto contrari» all'ararlili. E franto approvatoli a quella, e rlckleatala dal iuo 
nona, ali ai muiteata par Ugo Capoto; a fa una Sara Inaellira rimiro :> uinrpailuni 
• lo LoXqtlU della propria .llirandenis. Terminilo che da Ut» di risponderò ad altro 
domanda, ■rcolcit il monte, a da osoi porto odiai (ridarà: Ulula la sgt HllB J. 

rolcr rolcr mal pugna: 
Onde ©ontra 1 piacer mio, per piacerli, 
Traisi dell' acqua non «zia la spugno. 

Mossimi; o '1 Duca mio si mosse i 
Luoghi spediti pur lungo la roccia, 
Como si va per muro «retto a' merli : 

Chi la gente, che fondo a goccia a goccia 
Per gli occhi '1 mal, che tutto 'l mondo occupa. 
Dall'altra parte in fuor troppo s'approccia. 

Maledetta sii tu, tatua I ips, "> 



1-3. Dm talari «riso In Dialo a eeei- 

l' io* di lr>tt»oer<i ancora a par 



ava ma tip» Adriano; I itila 

1 1 ad indir une. |ilanto 
prieed.. ». 130- Iti i III come questo era 
Il mi|li«» t'I pM dJtarata, Homi 11 che 

<»V> dal Po Da 

Ir», eiiwviio ramno, sul comliilta con- 
tri sa Telar* natii sa*, laoado lo, eonlra 
Il aia* Blateri, i«r mstpiacere a pipa 
jUtlafl l'airi dell'ara*! li irata* a** 
•aita. uaulltocaie (he iato a ilrrrUdre, 
•cavalli li ini cartolili non appiaao in- 
dlatiua. • rat «la liimi di 

•■para aon udlif 
1. 3. Por li luojhl ipeai'l, liberi * un 



ocenpali da queir anime jticrntl al molo, 
pur lussa U roccia, wlssnanto lungo la 
paralo di 1 monta 
6. Comi, camminitido «ulle mura di 
•ij il >» ilrilla, ratealo iraerll. 
fi di lotto, 
1 9 Pskfcl quella jeole.eho pllDgea- 
ds rrria fuori da.-li orchi inn-m colla 
licrima II mal. ole accapo («Ito il — idi. 
cioè l'iilriiij. ltoppsi'aps**rris l'ip- 
prriii. I* '«on dall' «lira parie; ilcen* 
ai «ndar di l.'i e' MI il pericolo di ca- 
io, lattea lupa tblami 1" aearlila, | 
io al mondo dopa il p* 
d'Adamo. 



S73 DKL 1-UUGATOnMO 

Clio più che tutu- l' altre bestie hai preda, 
Per in boa fumé senza tino cupa! 

cicl. nel cui girne pax ohe al creda 
Le comlizion di quaggiù trasmutarti, 
Quando verrà per cui questa inceda? 

Noi andavam co' jmssi lenii sciiti; 
Ed io nttento all' ombre, ebe sentia 
Pietosamente piangere e lagnarsi; 

E per natura odi', Dolco Maria, 

Dinanzi a noi chiamar, cc.-i noi pianto, 
Como fa donna che in partorir sin; 

E seguitar: Povera fosti tanto, 

Quanto veder si può per quell* ospizio, 
Ove sponesti '1 tuo portato santo. 

Seguentemente intesi: buon l'.iinizio, 
Con povertà volesti anzi virlute, 
Che gran ricchezza posseder con vizio. 

Queste parole m'eran si piaciuto, 

Ch'io mi trassi oltre, per aver contezza 
Di quello spirto, onde pareau venute. 

Esso parlava ancor dulia Larghezza 
Cho fece Kiccolno alle pulcolle. 
Per condurre nd ouor lor giovinezza. 

anima, che tanto ben favella, 



49. tenia fini cupa, profonda ioni* Hoc, 
Noli» fannia ! • Deriderla che ani iiod 
ileo mono pure iiiboilo: Il cho miiilmi- 
lunntc ritrorau nelle iicc.hr»». • ila me* , 
III. IS: ■ Et non oil Quii acquuilionli 

kai la. . 

i.vis. O cielo, per )« coi rirnlimoiii 
paio che alcuni erodano immutarli le 
com • lo conduloni umane, quando terra 
l'aro*, per cui quella lupa diiceda. patti 
dalla Urrà? - Di più tomi come ali di 
inumo, imi baM ipwia le allegorie di 
quello l'ocra», lnfalli I» lupa e qui llw 
bolo dell' arami», o a un l.-iiinn .1. Ila 
riSlOSi fanone turila. 

ti. Cd (e alloro, ed lo andar* il andò 
MI Ho 

IP. «di'. 800 queati enMn|>i dollu urlìi 
io all'arami*: poi larao delti 
iioni|.i dal rlilo pumi.) 

SI- c*# la partorir Mia, dio ai» ne'do- 
lori dui parlo. 

IO, 34. per yull'oiplilo oc, por quelli 
poterà capaDDa di llelolriiiine, oro ***•*- 
ili. dcponeiti il tao 1.1 alo portale, parta 



-Loe*. 11.1: •Fattori 11 1 
e In panni lo rinrollo, e lo polo Del | 
hi unti e' ora laofQ all' alt» 
por eiii. . 

•H, ili. SrotKoiitii'a'i. In t*f*Ho In'.n. 
diro: Illuni Fibrillo, volatUaal 
tolto, puiinder poterla con tirili, cìcce 
— l'j'uriiiu. Tlrtoaso IloiDtao, i»t >ti» 
imi poterò, riliultì con Indegno I- rit 
elione, che. por COrTOoapafìO, 1 li ofllitl 
il re Pino. Nel Coati .Mach' 

fune iodi» duina ipiMii&o* Farcino, 
mimila quali moltitudine d' or* ritmare, 
per non rotore abbandonar* osa j 
.No pati* con lodi aoch* nulo* Jtrwn-ku. 

SI Ml K110 parlar» altroi della Ir- 
unum, liberalità, eh» un Nicceli I* 
•rovo di Mira uni * Ire r* tratte. Caaeltfi*- 
che per nr*a powrl» orato la patte*** 
di abbandonarli * ni» diMoaot*. — f* 
qui la povrrli in W iru « la traprrlll. 
in Fibrillo: ora la «eoctoiili laNicoU 
reicoro di >l 

34. laate ce*. Fara* qur»U Tot» I U 
i-ouu- IO ttatita! t.-dllk al r. til. 




casto nomato. 879 

Duna! cbi fonti, dissi, e porche sola ** 

Tu quc.no degno lode rinnovelle. 
Kon fia senza maree la tua parola, 

9 io ritorno a compier lo cammin torto 

Di Badia vita, ch'ai termino vola. 

lo ti dirò, non por conforto *0 

lo attenda di là, ma pcrchft tanta 

Grazili in to luce prima cho sii morto, 
lo fui radice della mala pianta, 

Cho In terra cristiana tutta aduggia, 

Si che buon frutto rado se ne schianta. *» 

Bla se Doagio, Guanto, Lilla o Itruggia 

Pot«Mor, tosto no farian vendetta; 

Ed io la cheggio a Quei cho tutto giuggia. 
Cliinmato fui di là Ugo Ciapetta: 

Di me son nati I Filippi e i Luigi, *• 

Per cui novellamente; i: Francia retta. 
Figliuol fui d'un beccaio di Parigi: 



tC. Tu rljeti quelli defoi • lodituli 
«tempi. 

ti. Nasa -<r<i. pereb* io dirò ii te 
Bel Ronde 

3M, Vi. S'io ritorno ari mondo a r.nn- 

piere il Bcert corto doli» 11U morula, 

eh» corre »l i«o termine qoiti round». 

osata XXX III, ». M: •IxiTlnr 

<b' « un correre alli muri» . 

40-44. Ed e-fli: lo U lt> (Mi ' 
cho di' min diierndmli. rttiitiodo la 
lo quelli li nciuoru di me. «peri jIcbi 
l-ircbi d> tal- 
l iliio li occupano. • perebt il' altra 
fati-te le lor prcebicre uicbbero inli ul- 
na perdi* In le riiplenJe Unii 
fittati, quattU è quella di Tfnir 
q«i primi di morire. 

43 45 h |M ratte, dilot mala pia.- 
lai. ee. lo lai ■'■figftM dilla mli fi- 
li Frane t. elio aW»(- 
im, reca Boterei* oint-c-i i tetta I* Urrà 
i . t*r to eh* raranwBle e* tw 
i.-».a>ia, te ni BDflta, tara fruito. — 

Marno dora di 1 1 
OBI» di l'imi, pidre da l'io Capoto, 
afta»» 6Vra capeUral. 

aa-ia. su m Dosai, Ossa, Ulli • Bro 

tei, (iti* dòli* l'Ubi», liniero forte 

taftcìetli. tttt_inv.nl» la.-eitxro «radrlli 

•uu occupile tloltatacneau dil 

li* Il »*lta «el la*»; ed lo la 

caletto 1 Uuii cita tulle (iodica, (àia * 



l>lo. — atafoMn dal prorenttle j%tjir 
[OMNtUtt lo t I» lettera : 

raro. — I l 'noceti furono «calali dilli 
Fiandra nel 1302. « qoi pare chi ti al- 
luda, a modo di predillo»», a quelli 

oiaauu 

0\>. t ftilpvl e I ittici. Ilopo la morti' 
d'EofiM I nel luto, talli i m di l'nocia 
foroao o Filippi o Lulii. 

M, norellaneale. I Ctpeli tono la tana 
elio coniaci» eoa Ciò, tpeati I 
Orlotlnjl 

. antico Unaiiii (Koiralini nii 
eb» Uro Mlfoo fouo D'Ilo d' od terrai». 
ri'1-oiiinle di I ne. la* 

i Villani dice: • liurtln ll|n 
fu doei d Orlleni. e per ' 
ebo forono tempre I tuoi antlc" 
e di trinili li[nartio...; mi ptr li pio 
li dico ebe il tuo padre fuo «.> 
e ricco boritelo di l'arili, tirano di ai 
tioao di beccai, omero mercatini' di be 
tilt ; ma per la aua gratulo ricclxlil e 
tacito il ducalo d' Orlleni. I 
ridatane una donoa. Il I' ebbe per i 
(li*: orni., nacqui il dello li» 
ti ■ l.ib IV, cip. 3. Iicoio della Las» 
• Li eia* di qoeiti Filippi e L«i|i e Carli 
rbe aon ce ai da un. 

bocci» d. l'aiic. • Ateo Francete» di 
Cirri» ael tuo potati le dice. — La cri - 
Ilei aurica tu ohi nitrita tuoi Ci» «sa 



B80 t>«. raaauNHO 

Quando li regi antichi veimer meno 
Tutti, fuor eh' un renduto in panni bigi, 

Trovaimi stretto nelle mani il fnsno 
Del governo del regno, e tanta possa 
Ili nuovo acquisto, e si d'amici pieno, 

Ch' alla corona vedova promossa 
La testa di mio figlio fu; dal quale 
Cominciar di costor le sacrate ossa. 

Ventre che la gran dote provenzale 
Al sangue mio non tolse la vergogna, 
Poco vjilea, ma pur nou face» inala. 

LI cominciò con forza e con menzogna 
La sua rapina: e poscia per ammenda 
Ponti e Normandia prese o Guascogna. 

Carlo venne in Italia; e per ammenda 
Vittima fé di Curradino; o poi 
Hipinse al ciel Tommaso per ammenda. 



Si, Sa. Quando (li antichi ro della tur- 
pe di Carlo Magno mimerò meno, '""ri 
ebo ano fondutoli monaco. — Ueoat'amo, 
ilicumi alcuni elio (omo Carlo 11 Sempli- 
ci, il quale non (ih ai fatene monaco, 
ro», pv la lua umiltà fornendo I» untai» 
granitttx:u, ai ridune a livore • morir 
loliUrio nel coltello ili l'eronnc. Altri 
dicono Rodolfo, (I ««alt per «itilo <>,'i 
f «omo rr Italo» [» tallo or cleiifoco di 
In»: l'Ottimo 

Sì. Unendo italo olone rajgonto, mi 
trovai ri- 
se, Sì. fonia polio fi nuovo arouiifo. 
Unta poteora prr poueiti nuovamente 
acquiilili. 

SS. Dloo rodono la corona di Francia, 
prri-lii'i era morto Lodovico V, ult 
re carolingi.— di' mio fi»"», d'Ugo Cineto. 
60, li aurati olio, laitìrpo rualo. Pren- 
da figurai, lo Mi* per lo pirwn». o II die* 
•aerali o consacralo, perche I ro Tendo- 
no comperali por la lanla unitone 

M 1.7,. Fino a cho la gran doto pro> 
Temalo, il grande acquiate dei 
della Crorenia, non roto In mia ilirpo 
prepotenti! o iTurgognaU, ella cri poco 
potente, ma puro non commetteia opero 
milvagic. — La gran doto qui accennala 
•ono gli alati dapprima del conto di To- 
Iota, cho andarono alla Francia poi ma- 
trimonio della tua figlia con Alfonso fra- 
tello del ro un Luigi (li38): poscia quelli 
il lìaiimiulii llnrlinghlerl conto di l'ro- 



s 



rema Tonali olla Francia pel matrimonio 
di Carlo d' Angic, altro tritili 
Luigi, colla ronleaia BMtfiai 
Sitila ed credo di Raimondo | ; 
Ferooona qui non ilio ignominia della 
Tllo origine, perdi* incito tot 
Ma I 'liti, primo ad Impiruntam eoo 
l'rovema, «ratto itali olla ro già congtnaU 
Illa prime caie d'Enropi.- 
• Obuon re Luigi, eli 

or' la fedo della rral caia di Francia 
caduta pur mal somiglio, non temendo 
Tcrgofoa? • 

6*. Il, allora. In quel tempo. 

GS. prr omeieeufa, por fare imnuada: 
acerba ironia, quali dica: por «osasdir» 
on fallo, no eommiio nn alti 

(li. IJiuipii 11 protineia di 
la Normandia o la Guascogna. 
nolano cho I' occopaaiono di qooiie prò 
lincio ai venne non dopo, ma prima di 
quelli della Provenni; ma la Nt-rmaailii 
da Filippo II lolla prima a Gteraal 
d' Inghiltorra fu poi pia Tolta p»rJi'i e 
ritolta : e leunitamnnt* al tatnpe di FI. 
llppo I' Ardilo. Inoli/* negli antichi I 
vano corcare I' eijtlerca Mi 

6T-6». Carle d' Angie Tonno in Halli ■ 
uiurpirc I retri! di Pugili e Sicilie, • 
per ammenda di qnoato fallo commi* 
l'altro di far Corradlno vittima della 
propria ambition»; e pel por ammenda 
il' ambedue quelli falli fero Borirò un 
Tommaso respingendolo al dolo, doeda 



curro musino. 

Tempo vcgK' io, non molto dopo anooì, 
Che tragga un altro Carlo fuor di Francia, 
Per far conoscer tnrglio e sé e i suoi. 

Sena' armo n'oece, e solo con la lancia, 
Con la qual giostrò Giuda; o quella ponte 
Si, eh' a Fiorenza fa scoppiar la pam 

Quindi non terra, ma peccato od onte 
Guadagnerà, per so tento più grave, 
Quanto più lieve «iniil danno conte. 

L' altro che già usci, preso di nave, 

Veggio veuder sua figlio, e patteggiarne, 
Como fan li corsar dell'altre schiave. 

avarizia, che puoi tu più farne, 
Poscia e' hai '1 sangue mio a to »1 tri | 
Che non si cura della propria carne? 

Perchè men paia il mal futuro e '1 fu- 1 
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso, 
E nel vicario »uo Cristo «mot catto. 



391 



60 



a 



fnella grand' numi «ra ««nula in Urrà. 
Corradmo. nipote di Manfredi. rimino 
prigioniero «Ili billaglla di T»k ; 
inferno, canto * \ Vili, r. 17. i 
Carlo l'ABI 14 net 1-Jtìtt (allo decapitare. 
— San Tommato. andando al concilio ui 
Lione, dlc-n -l.r dal dillo Carlo (omo, 
par opera ó' un ino otejico, fallo avve- 
lena» per limolo d' anrlo contrario ai 
■ani dmdfrii 

70 «Da «aolla iofo aurei, non mollo 
dono di forilo |lo 

I Cbo «a altro Carlo, «tot Carlo 

". 'rais* (oor di Francia, rio» 

tara di Francia, por (ar meglio eonuicere 

la malvasia lui natura a quella da' tuoi. 

Ciò arreco* 0*1 1501. 

.. &**xa atercilo atea di Franrla. 
t irilci eoa qaalia lancia eolla (juala fio- 
ila, rat* a dir* col tradimoolo, 
a quella penna, punta a adopra coti, eh» 
a Firrnta (a icopplaro la pancia, vuo- 
tandola di danaro • dei migliori cittadini. 

: lo fu da papa Itomi . 
■andato in Fircnio a rimettervi la paco, 
td lattea con tradimenti o frodi, onor- 
atemi tal 

oanat*. • la laaelc. meno ipOfliata a di- 
itratia. — * L' afillo di Danio arreno* 
prlnr-palBeat* per la ramiti di Carlo 
Vaaota io F irosa*. — Sto:* arma. Villani, 
ti . • Con pia comi a baroni e con 
tiatjSMaoto milieu fraoccicbi ut tua 



«ompatnla. • X\ llonlfaiio lo forni di 
danaro o di fori* 
16-73 Cmadl, di qua-ita ina maltagla 
aoa ovi'fuoae** Urt», non ncqui- 
•lurk protiudo, ma peccalo e tltupor*. 
tanto a lui Edi »ta»o a fumilo, quanto 
più orila ma nipcrbia Ulna lettino tal 
peccalo Ul tittprra. -• Co-Imi mitili 

(o per dileg (io chiamalo Carlo «nttaamo. 
perche- non poi* mai Iropoiieiuril d'al- 
cun pana; od no antica die»; • Carlo 
renne lo Totcìna per pie*, a laaciotti 
ira* (»<rra; patto in Sicilia per (narra, 

■i riporteaos (fsi mota pace ■ 

9, L'alfr*. cioè Carlo II. Sfilo 

del ila Dominilo Carlo I d' Ansio r* di 

. ih* eia mei d. trinai, e elio 

(o (alto prigioniero Rai ifja lo rvatugln 

tarale da lluiticn D'Oria, anni 

elro d'Aragona. raggio iCDdrr 

Ha (intrica ad Atto VI da Etto 

por 50,0X0 fiorini, o tecood' altri per 

50.000, Ciò alunno ori IS05 III Ini parla 

. n*l tanto XIX del l'aradito. 

t. 13I-IS. 

83. Sa. Poaciacli* bai tratte a Ir li mia 

i i triodo, eba ama più I deaari 

elio I propri (Jjllt 

85-8'. td aecincch» umbri minor* il 
mal* (allo • da (ani dalla cali 
dacia, leggio iJ .lordali!*. I gigli d'oro, 
armo do' reali di Fruirli, entrate i, i n 
t»a, n AtJjili, a Criata «t'-er calti .dal 



DEL rURGATOr.N) 

Ycggiolo un'altra volte mar «li-rino: 
Veggio rinnovcl»ar l'aceto e '1 fele; 
E tra nuovi ladroni fiatar »nci«o. 

Veggio '1 nuovo Pilato «1 crudele, 
Clio ciò noi mia, ma senza decreto 
Porta nel tempio le cupio.' v.-lo. 

Signor mio, quando sarò io lieto 
A veder li vendali 
Va di.li-p l'ira tua nel tuo «egreto? 

Ciò ch'io dicea di f] urli" unici Sposa 
Dello Spirito tanto, e che ti fece 
Vano me rolgeT per alcuni chiosa, 

Taut'ò disposto a tutto nostre preco, 
Quanto '1 di duii ido s'annotta. 

Contrario kuoii prendiamo in quella veco. 

Noi ripetibili Pfgmallone nlkilla. 
Cui traditore e ladro e ptitii idi 




» 




Terlm cacti»;, UlUUltS, imprigionalo, 
uri cicorie tuo. tini lumino pOQlÒfleo, — 
Sclurra Colonna o boiardo capitano di 
Vimcn, con gente e btadlfra o» avalli 
corona mirarono [addi ~ 

del ISDlj Pai ll.ldlllieul.i 111 Ami, In. i' li 

;-f ip ionloro Uoulfaiio Vili. — yuan- 
i „,.,.,, min amico a ilonlfailn, !',< 

i plora l'ol'MFVi" IMo alla 

iti rt pai ioni .li lai 

8». ««'«(Ira villa ... derno, poiebò fu 
. ■ i.ic lotullalo da' rapi • :. 
1. 1 iinproia. 

•JU. imovf ladroni appalla II l'oola i 
di-m s.ini.1 o Nogarolo; e die* »»«r 
oocito, uetuo, ili PHOS0 di Mal, { 
pouleliro Uni" il USOOOTC di ipiell' Iniul- 
io. die un Baia apptauo, cloo nell'ot- 
tobre del 1505. Uni di iiver», 

PJ4WOV0Pi'arnrln:iMij il l"«icl i il re I llip 
poli Uclln.chc ordino I illnr.i 

fri, ira. Ma tinta iiifitio, UlofilaNnln, 

. porla nel <rm/no li rupldt 
tilt, lo cupidi toglili c ""*i Ioana rapino, 
— Allude all'iniqua dlttfttglono a tpn- 
llaiiona do'cavalicii Tempiali, fili» da 
quel te nel IMO. dulruilnno Iniqua in 
■e «leni o porloornli.ii cirCOalUg* cho 
1' 0CC0lnp.i(!iuriiiio, II ■ ind "i i.li nnpna- 
MtMU dalla matuior parlo de' beni di 
ivallarl. ed arendo mandali pareo* 
(hi di loro a tpiolaLa mortu dì fuoco, arn 

.i r inni..-. ii moti uuaro r»l. 

US, 98. Colr/dereolfellualalaieDdetU 



dell' oRotc a lo falle, la quale nitro»» 
no' tuoi tegred (indili rende conloala a 
liei) la tua glutini» pumlrlce. .Illa rcUa 
loUlligeni» del oonooflo qm caproanodnl 

l'nttla, iiiovi cnnaidorarc le Mfaaatf ;- 

Mia di >..iii Tonano, fcvraat, ai . dm 

ii. .li li i-rimplare orilo pena in quanto tono 

Oi iioiiir. alli mi. croMore, mi inquanto 

dalla .ii» |tfiUtta ordinate. . 

A. i.iui t'tfo riipondo alla feconda 

:, li mia, pere»» «ola Tu ••<■(> 

>J''j«t loti* e muorili»? e gli dica: di 

e»' lo dina Hi guell' unica Spoeo Da 

nie taale, il lodara eh i" tue* Maria 

. p rht ti fict iiwiU'i-re a me nte 
.i.,i.ii,i dUoM per nenie q 

cai », Tour è diapoalo a Ivtlt noitrt 

prece Guanto li di dura, a ordinalo a di- 

...... . 

1 lìlaiioni limo quanto dura II giorno: 

ma quando 11 fa noiln, 1» qutlla crea, io 
.,...•,. di lodara aaainpl d' dobIIIA e «li li* 

. . preti/Ione contrarlo ivo*' 

diamo eiempi contrari; e 1 

della cupidigia. — «rae» plm 
pretta. - annoila. Cantano la liba 
di giorno, I' ararilia di uolte: ci 
l'aoora delia rtrto, collo tenebra l'ai- 
ror dol male. 

«OS. Plona'io»'. cut la oocita aita. gaaal 
fil dell'Oro. /Ve» traditore > ladra • fott- 
ìi ucci»» a tradimento, par uu 
■ no, Nii-.h'.i ino aio. e aaaiH*a 
bidono tea propria torcila. 



CAXTO VlQtSIMO. 

Fece In veglia Huu dall' oro ghiotta 

E la miseria doli' avaro Midi, 
Che segui alla sua dimanda ingorda. 
Per la qual sempre convicn che ni rido. 

Del folle Acini ancora *i ricorda, 
Come furò le spoglie, sì ebe l' ira 
Di Giamo qui par e li' ancor lo morda. 

Iodi accusiam col nutrito Salirà; 
Lodiamo i ealci cb'obbfl Kliudoro; 
:i infamia tutto '1 monte gira 

Polinestòr. ch'anciae Polidoro. 

Ultimamente .ti gridiamo : Crasso, 
Dicci, che '1 «ai, di che sapore è V oro. 

Tftlor parliam 1' un alto e 1' ultro basso, 
Secondo V afiexion, eh' a dir ci sprona 
Or» a maggiore ed ora a minor paiao: 

Però al ben, che '1 di ci si ragiona, 
Dianzi non cr' io sol; ma qui da presso 
dzava la voce altra persona. 

Noi era vara partiti gii da esso, 
K brigavam di soverchiar In strada 
Tanto, quanto al potei uria permesso; 

Qnaod' io sen 

Tremar lo monte: onde mi prese un gelo, 
Qu«l prender suol colui eh" a morte vada. 

Ha la *mr «M ili 

«Uccurii; poiché ««collo alida doman- 
da» afU IM di ««««(lire io oro «ulto 
«e li» lue .-ara. il abo ilnu (li »i eoo • 
■Mina in oro. 

IM Àm eli»* Il appropri», contro 
t wmtiHKi n< dello *|>n- 

A» Mleipuioala ■ . u: onde 

III. Iieajria, lo ricoprami • lo puniiea. 

Ilf &/!'*• * <nauia mo mirilo, ri 
hwn, coatta il tote fallo di porerli. 
aule di! prette d nduln 

. : f»r credere * m l'Ulro, • ho 
twlu et» rli olTriiino folle i' intera 
Marna: tu caìlew inerti ili» 

m*m *>n- a»4iuv>. - *m <i'»ii >p. v. 

IMn fa Bandaio da ioleoeo i 

r«aalemmo, por lorre I le- 

i*n dal Umpio ; raa appena pollo ll«pledo 

■Uà lojli». compari» lo nonio armili 

•atra sa unii», ci» eoo i calci lo ri- 

■set.. Il, ». 

IU. US. Kdltdan. molili 



383 
va 



no 



iu 



120 



12J 



eira II noma di Polleoeaton rr di Tracia, 

die ucclie Polidoro iuo ospiti', pi .- rp> 
barili il trioni coonjgnatiijh dal ri l'i li- 
mo padre di loi. 

HO. Varco freno, senatore e «onerala 
ramno, famoin por rlcchorra e aiariiia. 
Mari in un ipetltleat contro l l'ani, i 
quali, troulunc il corpo ini cinipi). H 
n la Iella, a cai in bocca renarono 
uni lupi |o per licberno : Uort 

Otti' oro, polena otri' oro at«iii «ut». 

IJO. Ora con nidore, ad ui • con mi- 
001 furi», o |oiro' altri credo) cadmia. 

1-l-tiJ. Peraltro a lodare i linoni riem- 
pi, lo Che li f:i da noi nel giorno, diaosl 
noo era lo iOlo, ma qui da prono ara 
altra puriona, la quale, perché noo al 
ia»a la roco, non poi», a Mirre da lo 
lolcia. Onero: ma qui dtpprcuo non erj 
altra perioni. che «Inno la toc*, icb 

!.. no vi tu- (huitii pili I II 

Idi. E ci lollecilavimo di percorrer» 
e luporaro la ilrada. 

1 /ì forar roio ca# tetta, clic luiiiu. 



t>Ef. TTHOATOBtO 

Certo non si te ite Delo, 

Pria chu Lntonn in lui Incesso il nido 
A partorir li due occhi del cielo. 

Poi cominciò da tatti parti un grido 
Tal, eh; vèr di me si feo. 

Dicendo: Non dubbiar, mentr'io ti gai 

Gloria in exechis, tutti, Dìo, 
Dicean, per quel eh' io da vicin compre-si, 
Ondo intender lo grido si poteo. 

Noi ci ristemmo immobili e sospesi. 
Como i pastor che prima udir quel canto, 
Fin che 'l tremar cessò, ed ei compiè». 

Poi ripigUommO nostro cammin nato, 

Guardando l' ombre che giacean per terra, 
Tornate giii in su 1' usato pianto. 

Nulla ignoranza mai con tanta guerra 
Mi fa desideroso di sapere, 
Se la memoria mia in ciò non erra. 

Quanta pareami nllor pensando avere : 
Né, per la fretta, dimandare er' oso, 
Né per mo li potea cosa vedere: 

Così m' andava timido o pensoso. 



150. Dito, Isola ò>H' Arrlpilago, rb« 
tremala o moveraii. Lalona In chìnan 
nn rifiiffio, ti in Iri partorì Apollo a Dia- 
na, l(ln il POOl» dita II ili» OCfnl liti 

tiih, oiioodo citi il Solo e la Luna- o 
dappoi l' itola, pur mirilo ili.IT onpitio, 
più non ai motto. 

1S6 158. Tulli dicevano (r.nmo gli an- 

l«li niii.i BtMlla ili 0«inCrialo| Olona 
In tardili Oro, por rpiol di' lo comproti 
di lOOJO 'ICino. donilo il potò lnliniili.ru 
Il grido. Il nino il' on' anima 4 osava 
(lari* ooiili titillimi a Dio. 



1 10. / pndor. rio* I pallori di DoleUmn 

tal. td ti rampili!, n linr&è. quel t 
cloò quoll' Inno, il compio. 

145- 1 ««, Non mil. io lo firn ,1, 
ricordo, ncatans Ignnraora. arconipagaali 
da itala amidi, mi reca dradcro» li 
lapera, quanta itnorani» od inaiali fa- 
rcirai allora avnro, pestando al Irriti/' 
dal munii.'. 

119, ISO. Nò per la frolla d' iati/ 
«Tiriti era ardilo, orata, dimandine il 
mio finca; nò da par ma polari di fati 
irrmora eonoiccrt coi* alcuna. 




CANTO VIGESIMOPRIMO. 

kfantro procedono por trotaro II ponto, ondo ai aalo al lotto girone, aoao i 

da un'anima, elio lor il patena poi ponla Stailo: Il ifàaja, rlrhlHlona, ili 

la eauia. por ohe 11 monlo traino poo'anii. K aapnto cho oocgU con col parla é mir- 
tillo, gli da grandi dlmoitrailonl d'affilio. 

I.:i sete nntural, che mai non saxia 
So non coli' acqua, onde la lerninìnetta 

t-4. ti natnral dcudcrio di «porr, cha I* acqua simbolica, dot 
Boa ti iati» sui, io ood in rido di quel- procedente da Dio. della 





casto norsiMorunio. 

Samaritana dimandi la grazia, 
Sii travagliava; e pungeaini la fretta. 

Per la impaccato via, retro al mio Da 

E condoleami «Ila giusta vendetta. 
Ed ecco, ri comi: no acri tv I 

! arve a' duo eh' erano in via. 

Già aurto fuor della acpolcral buca. 
Ci apparve nn* ombra: e dietro a noi venia, 

Dappiè guardando la turba ohe giaco; 

Nò ci addcmroo di lei, sin 1 parlò pria. 
Dicendo: Frati miei, Dio vi dea pace. 

Noi ci volgemmo «ubito; o Virgilio 

Bende lui '1 cenno, eh' a ciò si coufaoe. 
l'oi cominciò : Nel beato concilio 

Ti ponga in pace la verace corte, 

Cbo ma rilega nell'eterno esilio. 
Come ! dis8' egli ; e perciò andate forte. 

Se voi «icte ombre, che Dio su non degni? 

Chi v'ha per la «uà «cala tonto «corte? 
i 'ottor mio: So tu riguardi i segni 

Che quatti porta, e che 1' angel profnla, 

Ben vedrai che co' buon coovicn di* e' regni 
Ma perchè Iti. che di e notte fila, 



io 



.5 



lUoa domandò a Culi Chili la (ra- 
na, mi travagliata oc. — Li parole di 
Ceab CnUs Ma ijiihU: • Chi bctjfa 
|ua ch'io (li darò, non ini nU 
In «lei oo • bla donna iog(iimu - • l)am- 
. ih cetatl' aeqoa, perch'io 
-Ari' 
liutai*. • Tulli (Il ■ 
drtidcraoo di ejprn . • .Ma il roda dica 
«li» la rciaua umana non ai aatix, m la 
i traila non il ai iflitafa, 

I 0. ì '.>i!..ii.i.. i indir 
dietro al aaio lisca, par Quatti iia Ira- 
l' acciaia dalle auinir » uc oli al tuolo, r 
cnndol.aaai la arder* la loro imita pu- 

9 apparai a e"*}, apparir dopo la ma 

noe* a' dot corno e 

(,lttTaiioi.cnt»j.laiioo io Lfi»oi.l«M *,.*«. 

II Dopai», a tarla 

ci icCOrtaaHlrt di lai, ainchi 
caanlactb a t»rl»re — Si * apocopi di 

■fi a t. 

11. frsii «in. fra-.i'.i 
li. rA'a ti* ai coi/a», toiTtairat* a 
traal carleir ulula. 



IC 1». FoiVlrrlliot<ml»<iù. Neil adu- 
nanti do' tua» il e il lochi In pace la r< 
rara caffi. Y tarallibiU rillalixia l'.mna, 
ebo no illesa Mi Limbo al 

IP. CnuMiu ><!|. Coniti dipo». 

i rara» 

coli : fra* ! dui affi {• parli andatala 
fardi : allora Intendi Coniti riipoi. 
ipirilo (* parta. • fralianlo, DOi proso - 
ruiiaaiu ad andar* apdd.lamrnte; 

95. ri* Dm ■■ ih darai, dir Dio non 
I •■■neutre »o la ciclo. 

ni cotanto (oidalo in por 
quello moolt, eh'» «ala al Ciri • ? 

« t arp al, do» I I'. »ra»i de' piccali, 
de' quali a Ikanl* a* telili ino ancora Ir». 

». prt-Jtai, doline». 

SS. Votila cbo bla di o aotu t la l'are» 
Ladini, dir fila In ilamc Jvlla tìU d! 
ji eoaiuon* laaao : 
(limolatici ini pioooio» l'ai, ch'Olii af, 
Icrniino non poltrii alar* nel caia rotto, 
allibro* n*' noilh a:.' trarla* 

non poeti ri'n.pi. Chi aii di gucll «i 

I alti» ItalOM Va 
e*i mM. m» joiebd calti re. 



BEL PURCATOIKO 

Non gli avca trutta HttOOTO In conocchia 
Che Cloto impone a ciascuno e compilo, 

L' anima suri, eh' è tua e mia sirocchia, 
mio su non potea venir sola, 
IVi-ocoh'al nostro modo non adocchia. 

Ond'io fui tratto fuor dell'ampia gola 
D'Inferno per mostrargli; e mostrerolli 
Oltre, quanto T potrà menar mia scuola. 

Ma dinne, se In sai, perchè tai crolli 
Dio dianzi '1 monto ; e perche tutti ad una 
Purver gridare infino a' suoi pi* moiliV 

Si mi ilic'' dimandando per la cruna 
Del mio disio, che pur con la speranza 
Si foco la mia Wt6 meri digiuna. 

Quei cominciò: Cosa non o, che san za 
Ordino senta la religione 
I l'Ila montagna, o clic sia fuor d'usanza. 

Libero è qui da ogni alterazione: 

Di quel che il cielo in so da so riceve, 
Esserci puotc, o non d' altro, cagione. 

Perchè non pioggia, non grando, non neve, 



Ci!, 91. Vrn jli atea ancor» Irati», ti- 

rude Sello di lieto la conocchia, rio*, 

lilato (alto lo il.mio. elio Molo. I* al Ira 
l'are*. impone t compila, colloca 0, per- 
Ibi alla, unisco lolla riirea. di I .arnesi. 
• tinicw\o, per conio di ciascheduno. 
SS. llratihla (orolla. I.o .-miuir, pcrehò 
OOlo di l'in, «od torello. 

50. Pcroceho. e»«ondo fila elmi»» noi 
corpo, non intontir no indo «omo noi. 
Che slamo pori Ipl 

51, Ititi ampia (joj.i /)' Infrrno ili-I Lim- 
bo, cho forma la bocca, o I' entrala dcl- 
I" Inferno 

M prr mostrargli, poi IIIMtlI goida 
uro. 

55. Km doro potrò ttsrrgli snida. R 
Menda l'allegoria, fin doro potrà affla- 
nte la sclenia umana; polche Virgilio 
e, coni' abbino delio pili rollo. «imbolo 
dolio Mleaio umana, 

SS. i pittiti tulli ni eoa, e perche» folli 
gli spirili, elio tono per questo monte, ad 
uno roco, o Insieme. 

-.ti. Perforo [ridarò infine, allo roditi 
< monto pennuto dall' oceano T 

JT-59. efotendatde, heoonlo Vii 

domandi. Il "il iti prr la cruna liti mio 
,c6 nel colo deside- 




rio, che solamente colla sperarne i 
arre appaiato, la mia tilt, la mi a bri»» 
di sapore, si foca mia dcolaaa, astae 

101:' ' ci motU 

[tmm, la qnale «:» aecn 
doli' uso. — K pili breremente: onl'a qai 
arsleno fuor dell oidi -.trarlo. 

— la r«fioioa< Ori fu moa(4c»i per II saaJr 
mantt. i'uriilr, Vili, 549-190: • Jam I0«B 
relllglo parldos torrebel arresi" Db* 
loci. • 

45. Questo Inoro il lirxrn da tfht al- 
UroilOBO ; diltcrentemento all' «ataiorro 
abitalo digli uomini. — Ai 
lerailono I un immillarsi «ella ■ 

il, 15 Costruisci : r»or« trarrci ettM— 
iti «uri e»» Il tielo »le«c» ia al ** OfcO 
ma» d'altro; ed intendi: Qui peae OO0V- 
si causi d' alter» none prr quello <aW il 
cielo riccio In so do tk elea», ■ imo prr 
allro orrooinooto : qni pnb riunì cima 
d' altaraiione per le anime, ti» reireaU 
salgono al cielo, e non per »llr« arse- 
miricelo, _ l'on anche dlrersamrale l>- 
looderti tool rol poi «imi (ani 
torailone, per qnot mutameaU, di che II 
cielo e raus» a ai attuo, o non por airi 
fonomeno. 

«. prende, gnndlni, i 



. dal Ut. rreade 



CASTO TIOEFIMCPRIMO. 

Non rugiada, non brina più su cade. 
Che la scaletta de'tro gradi breve. 

Nuvolo spesse non paion né rado, 
No corruscar, nò figlia di Tauin.n 
Clio di là cangia sovente contraili-. 

Secco vapor non surge più ovante. 
Ch'ai sommo de'tro gradi eh* or parlai, 
Ov'ha'l vicario di Pietro le pianto. 

1 rema forse più giù poco od assai; 
Ma per vento, elio in terra si na: .< 
Kos so come, quassù non tremò mai. 

Tremaci quando alcuna anima monda 
Si «ente al, cho surga, o che si nuora 
Per salir sa; o tal grido seconda. 

Dalla noadisia il sol voler fa pruova, 
Cho, tutto libero a mutar convento. 

L'alma sorprenda; ad il voler lo giova. 
Prima vnol bei 
Che divina giustizia con tal voglia 
Come fu al peccar, pono al tormento. 



BBT 



B) 



ij 



« 



C5 



Non cade pia io dell» piccola 

.li tro rridini. or' « U porla Od 

•Iorio, perebo olir* di qnttU WS 

«ala la alerà iltll' ini, nella <|tial* li 
/ormano latta qnr>ta alleraiionl. 

«!». Ma paia*, non appariscono. 

60. SI. U coeraarar. ni lampafgiar, 

rio* oa lampi. M ttpli* il Taaeiaaie, iste 

a dira, ni arcobalrno, cho di lo. noi l' il li o 

I, «areni* natia eialra.1'. mota 

■ cfiiniln I l I Solo. 

— l.lJo, mrtunirri Jl 1. limono, con- 

(Ula in rcosdo i . i . 

minte. 
3tt. Stero rapar. AltSlMIlt iliillofio 
l'inlilo iaror« dal iacee: dsfl 

la jritjin. 
alida a la brio*: dil ire 
a tepore Milli»; e M a più (irlo, li Irr- 

51. tV or parlai, eba or ora nominai ; 
ciò* al r. W. 

• a iu 1' ant"'>. • 

», Canio I, ». 1M. (aporia 
él la» Patir*. Vedi ar.rbi Portatori ... 
ICO t tri- 
33. Poco fri alili leti) Ire 

Idi"' 

•liebi cridxiM elio il 

i fata* cagiona dal terremoti. 




SS. Trinati, in quatto rsontri ri h» tri- 
moro. 
59, CO. rar aureo, rifilarti» I" imi» 

(iitrnti. Miai <|M al i il primo BOI 

coma iculoutl purlScalc. * di aliar»! In 
piedi: r*« ri «airi a dillo riguardo alla 
I .'i|n>li noo giacendo, por- 
tato rhr unn. ai mettono In ila rerao II 
- ai 'ir j*. par ulir* il di lo; 
e fai c*i'.'- . I I -"" 
la ii.'Iiii. imrda. accolli; 
mira dil ni 

piana porcai! 

ss da riproia il arilo roltr». Il nulo 

fiero i notar eaateafo. dimora. 

oirero conarriiii .l' Ioana, afSSDS a un 

trillo ad Iptada i*aaiaua; . .|i)el rotar 

la flora, le torna in (iOTinvalo. 

•U-iG. Prima ancor» ili eii-r pnrti 

' li.n« I' salata ìalira al ciolo, I 

non la I 

rione, la rolor.tA ; P W tl O ttM ras [«lea- 
li* fa *1 SttCar 
natinBO o roloota, ebo toh* V oomo al 

rtata 

i purraiioM. 
■aliai puri ]0» < 

Ir nito ol ii' 
Tonile I bU di protrerai» i 

loroitkli, aOaa di toii.taro alla oliala 



DEI. PUlWì.trrittin 

Ed io die con giacinto a guaita doglia 
Cinquecento anni a SÌA, pur mo li 
an volontà di miglior soglia. 

Però sentiate. '1 terremoto, e i pi! 
Spìriti per lo monte render lode 
A quel Signor, che tosto su gl'invìi. 

Così ne disio: o però che si godo 
Tanto del ber quaut' è grande 1» sete, 
Non saprei dir qnnut' e' mi fece prode. 

E 1 savio Duca : Ornai veggio la rete 

qui vi piglia, e come li scalappi:! : 
Per che ci trema, e di che congaudete. 

Oro chi fosti piacciati eh 1 io sappia; 

E, perche tanti secoli giaciuto 

Qui se', nelle parole tue mi cappio. 
Nel tempo che '1 buon Tito, con l' aiato 

Del sommo Rege, vendicò le fora. 

Ond' usci '1 sangue per Giuda venduto, 
Col nome che più dura e più onora 

Er' io di là, rispose quello «pirto, 

uso assai, ma non con fede ancora. 
Tanto fu dolce mio vocale spirto, 

Che tolosono a su mi trasse Roma, 



Il —Altri I C| Bono con Ira minili». 
« ipingano contro la nomila, eA« An Cani- 
na ili ioli" gì rido. 

Gì. *il (a. «Juoili i, MIM é 

Stailo, elio *.n home pi 
eialinenlc por 11 DMBI Arili Trial*. 
■•ri ftrga I' unno 96 doli I 
Dicendo egli d'aier panalo cinquecento 
« più anni in quoto «Irono, o quattro - 
«rito o plb nel gironi- degli .ieri. Inni 
[eulOHfl*lÙ ' '- : ' . IH altri anni 
trattato circi doro intenderli aiorli pil- 
lati DI' elioni di mito. 

04. pur mo. ora inltanto. 

09. di mlolior icolla, di mici loro abi- 
tatane 

Il quale lo prato eho prtftlBMl • 
1 n -. i i rial puro il dolo. 

1S-15 I". parchi I' uomo tanto il com- 
piace d' iolandore, quanto n'è grand" il 
tuo deciderlo, non aaprol diro quant' ri 
mi foro buon prò con qoalla ino parole, 
chr appagarono gppilM la mia trama di 
I tf ra 

•Jg-lg. Omai por la tuo parola reggo la 
ea.iuuo cho qui il tinti leciti Con rane- 



gniilone, e rito o (come a'* dello? 11 1 
(mfo di lodlafara alla duina gior 
in qnal modo incile dal calappi. 

par la pur.itloB* «licita, 
vengo per qunl ragione qui »., 
tramora, i 11 ehi rou ti rallegrateti. 
rroando gridai*: Gloria la «a-orui 
8t «fila poro.» f... per aaeno dalia 
lae parola aii coppia, io mi carica, e 
Inlonda. 

«al lampe the il booti Tito, «a 

l'aiuto ili Imi, distruggendo f,«ro<itrn 

dlCd Ir /ora, In ferite, dalle faab 

mei il .anguo di Cut Cri al», «afe* 

ila Kiuda. 

SS, Cloe, col noma di poeta. 

gì ma non ma fall altura, mi 101 ft 

anco colla Ma crlgfim 

i> i mio fu dolce e diletto» il ade 
canto Noi Coir, lo chiama dote. paia*. 

K). ninne crrderino gli antichi «•- 
aere italo Papinlo Stailo; ma magateti 
ri li era napoletano, come ri rigira M 
hli V .Irli, .vr», altra opera A le n 
troiata iole nel incoio XV. Tenua* fc 
no altro Stailo, poeta tua pure, *» oca 





vMitsmorKiao. 

Dove mortai le tempio ornar iìi mirto. 
Stazio 1» gente ancor <li la mi non»»: 

ConUi ti jjoì del grand. 

Ma caddi in vin con la seconda toma. 
Al mio urdor fur terno Io fa\ 

Che ai scaldar, della divina fiamma, 

Ondo Mono allumati più di n 
Dell' Eneida dico; la qtial mam 

Furami, a fumali u ut lice poetando: 

San::' essa non fermai peso di dramma. 
E, por esser vivalo di là quando 

Visse Virgilio, assentirei nn sole, 

Più eh' io non deggio, al mio u;«:ir di bando. 
Yolser Virgilio a ma que»te parole 

Con viso che, tacendo, dio»: Taci: 
non può tutto l» virtù che vuole; 
Che riso u pianto soa tanto segnaci 

Alla pawion, da che ciascun si spicca, 

Ctus man aeguon voler ne' pia voraci. 
Io pur sorrisi come 1' uom eh' ammicca: 

Per che l' ombra si tacque, o rignardommi 

Negli occhi, ove '1 sembiante più si ficca: 



BBS 
so 



14* 



10» 



HO 



4*1». il boo» Sne*h od Cnolo ehi* 

icnpra di Uar». «■» UlfolU 
mirto ii torotaTao» i penti. 

gtwracUUk È ii. Mrpho od In 

• VI.. .. ilUI.'Ji Volar* coo- 
10 pwau ±a S«iro fcn dopa U 
.li Trolo. 

Ciati ma ourll quiod» Man «ri 
; ,1 (rame* pomi. eia» I' UXtltnét. 
t*. VS. il mH ***tr ; ;■ 

Il taiiiir*. 
OS Interne., «aalol: Odttli «Uri torti... 
Un*. 

Vi. 9». I» «Mi ^biiMi auomt. U quii 
mi t* madrt, (aamlanl ditrnUr pania, 

I fmmm, ..Tr-W fOftaad». « ni fu t.lttt». 

trita • tuoi «I tei sottar*. — «arida 
auto sol 

». S«i '"t Cottati ni nu IMO 
•rateala <b» (mm di 

■i iwi i r< 

100. M it- 
ici, i imito! di III: 

I II' io BOB off- 

qoctlo tulio iti erogatole. — 
• parlar», tL« «lancili ■ utoio t»- 



i itoltl btiUmit.ii. non 
età nn'ipirluli-, tondnuliilo sH 
di Stati» |*r Vi.-. 
101 C*» oim. eoo tal» alto dol rito. 
— iU ritratto ditta, cbt anrbn hi. 
laro d^ 
«OS. lo Hf» da «oli. la tolonU. 

Il jtaoto 

• il ijirto. è 
Stenle, fin" ne&ll nomini I pi» ttrori, 
«lot ne' plii inori! o (Inetti, nono ob- 
btdtiecroo la rnlonti, bob» aiptltaoo il 

- pini;»» SomiM : • Ogni muto del- 
l' appttiln irmiliio * naulnnt. . 

100. lo por*, aporto o ilntaro, nono- 
•taato il dittalo .11 \ i, conio 

l'uomo tir owtiitr*. che altrui f.i conno. 

— innlttwt, m * (arriderò, ma wr- 
ridoiida for «tino tt pao ammiccare eoa 
|U «ibi 

Iti V.fli -.rrVl, „,o rtlhtto tWIl'a- 

' ; (ili palo»». Mol cootl*, lll.at: 

• 1.' ar.ina diaMtltaii arali orchi luto 

■unltoaU. <bc couicti il può la rei 

prcMOto pualent, «U Ina I» l 

SS 



SDO MX ri ■!;■ 

Deb se tanfo lavoro in bene Maotnrni, 
Disse, porche la faeck tua testoao 
Un lampeggiar di riso dimoKtrotnnii? 

Or bou io d'una parte e d'ultra preso: 
1/una mi fu tarer. l'altra scongiura 
Ch' io dica: ond' io sospiro, e sono inteso. 

Di', il mio Ai:i Ir., ci non aver pg 
Mi disse, di parlar: ma parla, e digli 
Qnel che dimanda sta cura. 

Ond' io: Forse che tu ti maravigli. 
Antico spirto, del rider ch'io fei; 
Ma più d'.-. mmira&fon to' ohe ti piglL 

Questi, che guida in alto gli occhi mi 
È quel Virgilio, dal «jual tu logli' 
Forte a cantar dogli uomini e de' Dei. 

S'aitai Oaglon al mio rider credenti, 
Lasciai» por non vera; ed esser credi 
eh-.' di lui dicesti. 

raceiar li piedi 
Al mio Dottor; ma e' gli disse: Frnte, 
Non far ; chù tu uh' ombra ed ombra vedi. 

Ed ei sorgendo : Or puoi la quantital* 
Comprender dell'amor eh' a te mi scalda. 
Quando dismento nostra 

Trattando l'ombre come cosa salda. 



in 



Ila, Deh. coti In poti» condor» a liuon 
fine la fatico!» opera del Ino tiafyin, 
■limini. — Il It I particeli* ili'prreaUfk. 

115. Infero, ì'i *tc»*u elio Milli 

US. d' una parie « d'oli». 
(ilio ,. ila Slmili. 

in. o*d' !•> «oipiro nel contri 

mi, T.ilunilii Virgilio (aV m lucei». 
» pregandomi Staile eh' in pirli;» »«e 
mine J» viri/ilio, qaulnaeoe le seti 
parli, l'iirg , XVI. « lai 

il», M>. Ceemitd • /imi» j»i»«iro «i 

diati : Di* puro, r non airr ««lira ili par- 
lar». — ma parla > digli; Ripele parlo « 
di' per vincere il ritegno di Osai 
logli dal diruto tacilo (r. 10*1. 

14». guida ih elle ali cecili mi . 
ni guida a federe la rolla dui niente. 

1*». 180 Dal qua! f. Ceglinri, lo ap- 



riraedcall. TitU a nul.r 
lamrnu, iltatl «o-.i- . . 
14*. I». r.' 

•n da* 
quello parole, the III -ilei 
piotando mai eh' ei fatto -previe* 
ISO. od «Mrancar II »irtl, o I* ala-e- 
.. «cno di prandi», irin lupea* 

— Marin -ima « onoru in VlrflIK tao 
Il tao coiitertiloro alla fede (Ci 

t. 66). 

ir.i «Va u 

15*. dinunr» «urrà I mitili, imalfl- 
che noi rumo ombre vane, lupaie*""" 1 

— DlnM.fo è da dilavato»', eh, ratio 
li un, rader dalia •».«(., dleunlTran. 

IM. ceou ma caldo, cuna foni 

lOlidj. 



•Mi*», dirnlir 




CA XTO VIG KSI MOSECONDO. 



■antro nl t r,: ■ mot a Virgili» eh», non por Manila, un par prodi t" 

doroto iiu IiiimhUi Dtl qninlo fimo»; • roma, («nrnllloe] >1 cxiattiauitno, per 
la mi» il.pi.Uu* 41 con pioreeeirlo |>ibbllt»monU, ioni* aUra ppr .Uro non tir* 
tempo noi firone qnirto. (iionti fintini» 1 Poeti mi lipiino doi ir ilo. e falli alcu 
•Mal l Itene. lnwjtr.no «a alter» plano di pani odorai, dal ee»le omofono veci, 
cào dicono Htoipi 41 letDptraaaa. 

Già era 1' angui dietro a noi rinmo, 

L'angcl cho n'avea Tòlti al sesto giro, 

Avendomi dal viso nn colpo raro: 
E qtwti e' hanno a giustizia lo* elisir» 

Detto n'arca beati; o lo suo tocì 

Con aitiunt senz' altro ciò fornirò. 
Ed io più Imito che per l'altro : 

M'andava, al cho senza alcun labore 

Seguiva in su gli Spiriti voloci; 
Quando Virgilio cominciò: Amore- 

Acceso da virtù sempre (litri accese, 

Par cho U fiamma sua paresse fuore. 
Onde dall'ora, che tra noi disceso 

Nel Limbo dell' Inferno Giovenale, 

Che la tua affezVon mi fc palese, " 

Mia benvoglienza inverso te fu quale 

Pia strìnse alcun di non visto persona: 



. Omolttodo di itati Iter la im ialiti 
il* al mio riroor. Il l'arti qui 
e< pula cerne di «i» ut menai.». 

i. I.' Intel», the ci «mt* indimmi 

■I «erto fircoc. 

3. a» rslpo r*M», nula, cancellilo, ono 

•Moni gii solla fio**» «Ut pania 

Siili ijiiii : ni • | ir ciò . ! , la dica *> 

Uff». 

Ir* CatlnlKl *d ii.Kn.1l: t I' infilo 
l im o n* in» pi ddii Mftrl 
e'icitM ier deliro a emiri: u. ti 
li» tòlto il lai J.i. torli 
< te me »o<l fwtlM ri», lenuniroo» Ul 

mlMU, col' I -al. tatti II- 

(lUfere altro — CIÒ llfliUl e! 
tato ito dallo: («fi «al Urtai 
«Mai,' oaattcodo I' all/a paiola HeriaaC. 
Hall*. Vi. SS, -i. !iaeecr- 

rttpaado i» tinti. 

roccia l'arar» J-Udtr» a s* ciò eh - * 
filtrai, ed 11 «iailo «u»l» eia a eia- 
teaa» ala dato qaelto-ela ili » dee. 

1. ff II/»' 

r. Sa Leardi eia CU II rotti il dillo 



il culo IV, r. SS a >*i. ; e aixbf al cali- 
la Mi. t. ll€a a*f. — to altri ,'Kl. li 
altre ipcilorr. oi» tono lo itile- l'arti- 
IblaaaatoSaS 
divine CJBolra futi Hall' infermili • 
S. iato», filiti, dil 111. ttttr. 

9. «N fjirili «iloti ciò* SlrSino a Su- 
llo 

il), II. laure l.-m» 4a t'irla |o aon di 
icunaliUì «etapre «me aflrt"; »u>nd 
intani* the i if ai penosi, 

eh' ci mi. 

lil aerei»» faor», appariu* foorl, il 
paleuitt. 

11. Cuftuii (ori pici dopo Stillo, 
• lodi - B) la Tebild». biIU 

«alo SUi.» anatra triade ali 

i, - IHnla Ci Ui wl foa.K., IV, 
SJ. Salirà atKle. 

10. 11. ie.ei) orare. Sommi: •Ita*» 
i (.li ori a principe» d' annui. • — 
eaaie. lo Uls olila pi'i Kriaaa aitalo; 
tale a diro, fu della nur !.-«■ eie il i 
Uaaero •«* pereto» cooowlula, Beo pr 
itila, ai pir (ami. 



DKL PDS0&S09 

Sì ch'or mi parran corto questo scala. 

Ma dimmi; « come umico mi perdona 
So troppa sicurtà m'allarga il freno, 
E come amico ornai meco ragiona: 

Come poteo trovar dentro al tao *«no 
Luogo avarizia, tra cotanto t-piuio. 
Di quanto per tua cura fosti pieno ? 

Queste parole Stazio muover felino 

Un poco a riso pria; \ oia risposa: 

Ogni tuo dir d'amor ni' è caro osano. 

Veramente più volte appaion cote, 
Che danno a dubitar falsa matcra, 
Per le vere cagion che aon nascoso. 

La tua dimanda tuo creder m'avvera 
EBscr, eh' io fossi avaro in l' altra 
Forso por quella cerchia dov'io era. 

Or sappi ch'avarizia fu partii* 
Troppo da DM! e questa dismisura 
Migliaia di lunari hanno pnt. 

E se non fosse eh' io drizzai mia cura, 
Quand'io intesi là dove tu chiame, 
Crucciato quasi all'umana natura: 

A che non reggi tu, o sacra fame 
Dell' oro, T appetito de' mortali? 
Voltando sentirci lo giostre grame. 



U. mi porrmi curii oi'itt itali, par il 
piacerò della in» compi jnli. 

SO. m' aliarsi il freno i .lire schietta. 

Sì, tB. fiditi più MIO -il » 51. 89. 

»«. par firn cura, por lui Sili 
■tii.iin. arroto pi 1 ino sonno "collisalo da 

lliuti OQMll 

ranno, aejno. dlroostrationo 
:. La tu dimandi al tcetrUMiaf 

tuo trfitir, nairr tuo irvi 
latin 'iti sia tutu auro, fotie por 
■tonni Irosilo In quel girono, o*' io eri 
poo' Hill, ed oro si porti I' aurini 
2S-SG. Or tappi che l'ansiti* re 

lootini ili me, pelcbl i : ■ ' Cai 'li ["<>- 
; e curiti rfimsnra, o questo cc- 
casso, cioè questa prodigalità, h:nno pu- 
uil» minima di lunari, ili tn>. 

i; comi ti nodi ttu piic'inci 
(C. prrc.r. Gr|. - Sii EU Iti 

«uni alala, 

:. li io non Ione eh' lo mi mimisi 
• mutai conto, no, qiund' io ini' 



pai» del llbTO trr;o ilo!!' Caalav, Il 
tu. quasi l'I' Buoi nilsrt 

urlimi ■ V dm nun f-i!d; 

no doli' ero. i' appaia, i~ 
mortai' T «nid «on mortali» fttt&r% rons, 
,<«•; sacra (batti f io si 
«oliando i «.rari prtl. prOTarel la ìmVU 
Mjhl. - 
Prillai mi mia. nddrÌRal 11 sin 0"S- 
ugno, ccirwitcndomt. — e lippa. tlaa» 
clami, asciami. — i 
nerbo rc;i«rr In qui il sieri I 
darà, roaiiurrt, f'air-jrlort. rm.li m* 
rrojl. lojgono illrl, e lo».- 

ill, non or,!: 

' morta.11 : B- U ea>a 

" non Irj . 
pelilo ce. - urta ftmt. i\ ! 
SUI, OT,l ti roca • ;,*iiO« 

■ > il I f sto l" in 

u hanno amlir.liir. icto dall' f*i 
' : «sa 
cho I' altro «remo bota ■. 



■ 



caira <Ecrm>o. 

Allor m'accorai ohe troppo aprir l'ali 
Pota» le mani ai-, pente'ml 

Cosi di quel, come dagli ah ri nudi 

Quanti risurgeran co' crini ncemi 
Per l' ignoranza, che di c|ii.- 
Toglie '1 pentii- vivendo, e negli estremi! 

E sappi ohe lu a rimbecca 

Per dritta opposizione alcun peccato, 
Con esso insiemi' qui mio verde secca. 

Però «'io aon fa i : ■ 

Che pìaugn 1' iiviiri/.i,i, pai purgarmi. 
Per lo contrario suo in' è Incontrato. 

Or quando tu cantasti lo crudo ai 
Della doppia ln-<i/.i.i ili i.liucaata, 
Dìsm'ì ì'antor do' bucolici carmi, 

Per quel che Clio lì con teco tanta, 
Non par ebe ti faceste ancor fcdrlo 
La fé, senza la qunl ben far non basta. 

Se cosi ò, qual Solo, o quji candele 
Ti stcnebraron si. chi: tu ibi.: 
Poscia diretro al Poscator le vela? 

Ed egli ii lui: Tu prima m'invi 
Yerao Parnaso a ber nelle «uè grotte. 



<:. 



SO 



li 



40 



i: Mulo tuoi*. 

, ■-■"•€» (iC«»IJ 

,%» tftulrt: 
r «II. ntUfirinmtnlr per al- 

*, di ptutirt. i*l pentii, mi 
Inferno, o»e 4 dillo eli" 

lucU<:llino r.jl ili 

-il (»• U produ» 
>, là ««ilo Ignorimi ioe- 

il I-rodi ce i 
, e \m fwU di Oiori 

vanta, | 

i oranti 
"ladini i pilli». » 

I j«c.-ilo aifgioia. ■ 

. il qutlc 
.filili»! modo d'Ili 
I atnUaawttc < ■ 
Metili (e*au li i 

il, MCEl f • I K» llM'. UHI il 



continui a ti i 1 Purgatorio 

Il .mri. 

lidi in 

nniiiii li erudii rrafnarj* dna figlinoli 

. imo)* ■• Pollale*), i ili • .- 

none di itfftl I'IH»;:.i. diati Virr-lio 
cantori <. - dn' vi-ni pa- 

lili; -, i I io . 

tarti . rati 

pai Ir l'Tiin Bai ::■ lo . Ij ipilll 

tontouo dalla cradaaM aaajua — CMa. 

Manali lai nriodl l'I poema, 

I. t. 41 r eum prmi Arrokm Clio dalli f 
€0. Lm li, U fede critliana. Sani' Ajo- 
sii rio • « l.i uno '-un tono loro min, »r 
non prrtuppoiU li | 

NtJ Soli, o quei candele, quii lumi 

i ... .'. lanuftra- 

rea, n toltvro dille tenotire del inalili 

timo. — U I '•' I •imi... lo della traila 

duini; Il cattila, del! , irim.n BBJMI 

•rlro al ftiflvr li teief { 
un l'i.-iro il (iminiDoT 
M-OS. Val» a dire Tu dapprn. 
«i polla, «i 
ti M tiro Dio. — orlile, .- 



■»*«» fi'ivut) ve, 

A colorar disi 

Già crii 1 mondi 

Della vera ere 

Per li messngg 

E In parola tua 

Si consonar» a 

Ond'io a risiti 

Vennormi poi p 4 

Cho quando De 

Senza mio [agri 

E mentri: che di 

Io gli sovvenni 

Fcr dispregiare 

E pria eh' io conc 

"i Tebe poetali 

•*£"«« 0(0, CÌO*. Utile lio 4\ |),£, _ 
™°-l°HU U, nd , MK1 ,O d ldo Itj 

J" •- Baneinm OVlnfflt.Ai, 

">t«l>o .«cloruro n UI | 
, ,'"* , ""> D "« i>r»t*alu calo dra 

^"'".;. f: ,,.i r u„.,v„ ti „ . 

MK.U del tgllo d , ,,„„,„„ 

"*>' (i Ih «rati twfAi 

*ld J'" U '- ''"'«" UU «ODO ^Id! 

MWU loIradoiM io qq „ l0 , UUÙ 



OA.NTtì V1CEHX08EOOXHO. 

Ma per paorr* chiuso eruttai) tVrni, 
Lungamente mostrando poganenino: 

F. i|ti<-*ia tiepidezza il quarto cerchio 

Cerchiar mi io più dio '1 qu: 
Tn dunque, che levato m'hai I i 

Che iiaacoiuk'va quanto bona io i 

Mentre che del salirò svom «ove 1 
Dimmi dov' è Teronzio nostro anr 

Cecilio. Plauto e Varrò, jo lo bai: 

Dimmi su ma dannati, ed in quel vico. 
Costoro, e ' d io ed nitri assai, 

Risposo 'I Deca mio, edam eoa quel Greco, 

Che le Ma*!- I H ch'altri mai, 

Nel primo cinghio del carcero cieco. 

Spenno fiate ragioniam del niuutu, 

Cha Io nutrici nostre sempre seco. 
Euripide v*è noacu, ed Antifonte, 

Bimoaide, Agatone, od altri piuo 

ci, che già di lauro cimar la fronte. 
Quivi si reggion dello ■ 

Antigone, Doiiìlc- ed Argia. 

Ed Ismene al trista come lue: 
Vedasi quella che mostrò Luigia; 



» 



« 



! I 



100 



110 



• ••^■i miti» /V«.. 

' »i> ne Matite. 

'■ fo te|» Uatj.» lattaio il' eutr 

t *1M/li ureAie, oi« .i 

K r Te disila» <L» ai lui I 

■•kX). • ta» tu' nondo» il «r»a 
[• (** li :h» io 

Issai. I kujìo 

1 
ab teilu ftfi'tbl 

llWb e» u.inUllilH. MUM 

ki utl di >«rr»a« ; •criuor* Unno, 

tfcV «fkl'.UOiJ e .'.-. 
kfMi . .:_!», III 

Baila. 

L»»l raa ivi Crwa.clat con Olii»- 
i Min' ilUUUooi 
I «lui. Dt*U. 

'Venuti, lo 



forno; ult a dira, ■ 

...mei, Cesia X. t. i». 3'J: U ftr 

HUCI/U II 

104. liti, iti finti, dot M t*nuo, 
otri icroiiro abiuiiu lo Jlu.c . n 
. "'>'■ 

luC. 107. »'» mito, il <• eoo noi Isti" 
»\««.c«l«Dri! poou lnuio»,isU/Mlr, poe> 

Ulngic Si»i.jn iole ci Agitemi, 

\jmi lenii, 
4T Aliti Ànairnnli. 

potU 
un III. i .ooe fu», di 

ioide « ni-ll' Achilliidc. il 

Temoli" ' Edipo re ili 

Toln ; Oi -li V' 

i< aliti fi|Hi 

||0, 1110(110 di l'olinict, «d flMfAf. 

■ di Tebe, ii 

dolcatt crnii' i 111 fu. jiuicrià dà Tidco la 
■> iuo prooMM »poio. 
il j. > 

IMO 'i 
.:•■ »ucl» lo insceno 1» Ioni..-. 

:> iViijti, il i b prette*' 
ri iUi 



ma. POsWATOMO 

Evvi Li figlia di Tirana, « Tati; 
E con le suore sue IIùKlaiaia. 
Taccvunsi nmbodu« già li Poeti, 
Di quoto : riguardar intorno, 

l ibi i i de] ■■'■'"!•■ o da'ji;: 
E già le quattro ancelle ora» del giorno 

ro; e la quinta era al temo, 
Drizzando puro in su l'ardente corno; 

Quando 1 mio Duca: Io credo ch'alio i 

Le deatre spalle volger ci convegno. 
Girando il monto, come far soler' 

Cotti 1' usanza fu li nostra insegna; 
E prendemmo la via con men sospetto, 
Per 1' assentir di quali' anima degna. 

Elli givan dinanzi, ed io soletto 
i metro; ed ascoltava i lor sornioni, 
Cli'a poetar mi davano intelletto. 

Ma tosto ruppe le dolci ragi 

Un . trovammo in mexza strada, 

Con pomi ad odorar soavi o buoni. 

E come abete in alto si digrada 
Di ramo in ramo, cosi quello in gioso; 



ijoili' abbO :i niulrifi. un Agllnòlo rliis- 

mtto Qfilu. laSfile lo ludi ioli' oro» pii 

mostrare aKll Archi l' tequila une serpo 

lo spense. Adraslo e 1*1 I» di- 

fasnro ili Usarlo r 91,85. 

IIS. '• il Haft*. 

donna ili IttUn a potum, Boa Manto 
liil roduta noli' Inforno cinto \" 
0S0C); li li » T»ll U madri ili rUbltll. 
M*. t Dania ni m COlU ino MftlU 

t i . n '■ - li fedi Intorno, 

etnia W' i. > i 

ili. LBffl tini iiitrt, perchè atcao fini- 
to di salire li leali I»' r-irrr,', 
dillo pi 

i.i i.i .i ii.i nudMlam. 

H8-IS0. L . rjDIttroOri ilol 

cloroo imo i tairhloi • la 

rju.niA ^-it slava al limnnc dal cai 
Uro, Jriii.iinlo in Ilio la punì» liminoti 
dol limoni ItOIMi • anrttlt dW olort». 

che loro» Ti.ii : ti l" unitila 

irila • Dm riandò .fa IV, por salire Terso 

il meri 

121-12. lo erodo c!m, pur ;•■■ 
monto, ci conTontia csminliiiro tenendo 
la spilla destra Tolta dslls pirla dal di 



ri i-.>m« ilimo stali tallii Asia I 

' I aicnrlr i 

lindo la deslrt spalla, si 

. Mani* drl Visitata a «IìtiU 
nosrra iii'^ra. mutra putdt. 
t9C. l'cr mostrarsi del mrxlaainjre I 
istin 
i, a cui l'ispirailono iti 
' ; il». 
f» Dlralre o ptr modctlia, o |«r ti 

: dilla Tia. 
il*. tal il ara»: (•tWtaflt, tal affino 
I» menti-. lineai* a r »■• ' 

tara— Crai, liso Uno- . Liam* aaclln krt». 
inteso omhedoe oooTooll, e ssnlu eav! 
Imparo di loro. • 

•lippe | tVtlr.lt 
— rollasi: altro tali* 1*1 
• tu tema. 

t:.t i« «i« :: :o •frnta.it ina m alla tinti 
«3, li l' ibei. la «art al (V 
Qraita di ramo in «crasi, ti ?t nriistt* i 
Si «Iti bas*f 

SCOIO Opp Ito '.iiir.t'AlhcT*» . 
ii alle, e «itili in na 
>1 potassa acatar «atir». " 



CASTO ViaCSDCOROoSDO. 

Crini' io porche persona su non vada. 
Dal Uto, oodu '1 namnrin aostro era chimo, 

Cade» dall'atta roccia un liquor chiaro; 

£ ci spanderà per la foglio «uxo. 
Li duo Poeti all'after a'appreasaro: 

Ed una vocìi por entro M B 

Gridò: Di questo cibo avrete cai". 
Poi disM: Più pensava Maria, onde 

Power le nozze orrevoli ed 

Ch'olla ma bocca, ch'or per voi risponde: 
E le Romane antiche per lor bere 

Contento furon d'acqua; o Daniello 

Dispregiò cibo, ed acquistò Bavere. 
Lo eecol primo quant' oro fu bullo ; 

Fé aavoroso por fame le «hi a 

K nettare per sete ogni ruscello. 
lièto e locuste furon le virando, 

Che nudrirol Battista «ci diserto; 

Per ch'egli e glorioso, o tanto grande, 
Quanto per l' Evangelio v' e aperto. 



BBI 

lai 



MO 



■■>■■ 



m 



Vi. Cia dal UH «iniitro. oi'tix .1 
Mi rbt (I (!(«•» di pini*. 
Ot ftr U ftfUt n'o, in per li 
Ifc 43 girti' albore, un" «mira in 

<U «ro, arroto carotila, et »n- 
«onta privi la k« deità foloilil i 
\ fN rifornir. 

I le- ni Mi' 

Cut rb.. I «1 ina Jivln FI- 

Ces, plh pollava h tbt <i'K Ile BOI 

J ldl«r»OBW««f>ll«' 

>— iih a mrntiir», ani» allo ma lerrj. 

b full or» rlrponb >rr • . 

fcfl 4i III j II l-rrdino <1oI tiKUl) Jclla 

fri*. — PaiOtai lo. -ii( ? XIII, t », Ma- 

.■TOOU 

ir facitori. 

Ul. tt lm>i s»ii/i» Volarlo Moul. 
«•Il : • Ali* dm-'» n»im l' ma d 

II ipuAo, pttch* in 

moJmi"! • lirw.» dito .»ti<»f, por- 



rli,' poi per lor bora, pai 

loro bei 

141 E il iloti 

-..imi., .i ciba al v> 

Dia li 

grafia <i Ionia. Ita' 

Ilici . I.V ' ■ lOl II.IHI. -I «i H)i»l I" i-ll'irr 
di BOI) e, iiil.imui.il -i BOA I 

Dio Nodello Diali I 

of.nl ffl 'ni. » 

I.V}. F'o laoorr.it fiir fame, oc: In quii 

• li Ite* parar »| 

lo, i i ■ ■;, Ibi I | :.' i Boll .'.' I 
— Vuol UsihOci!. 1 i II: ii'ni .i n 
no li botavo ebo por bisogno, o bob già 

|,(T fllU. 

i i ni Htrco, 1, Si • Piacoml d] !"• 
cinto o di micio ulti i 

I». . \l 11 : • Non umo 

Ira i Bili ili «ODDI pili trinilo di Giovanni 
li.illiiU. • 

l»l. »• » aoirlo. vi 4 fino nunilt'iio. 



di ;. raaoiaNKK 



CANTO VIGESIMOTERZO. 

frocedoorin pri «"lo gironi incontrano uni quinuta d' anime, tto 4el licrel» i_ 
foli: tUllo quali, : Ubil Bii^r«ui 1_ 

NH Donni! (no» di Rustie) «1 di a rlconOKoro a Piate, li loda falli propria atcU. 
a Tllupvra la disonnata doli* donna Cirantlac. 

"tro che gli occhi per la fronda verde 

Ree imo far f aiolo 

Chi dietro «UT uccellin su;i vita perdo, 
Lo più che pudro mi dieci: Pigli 

Vienilo oramai; che '1 tempo, che osto. 

Più utilmente compartir li vuole. 
Io volsi '1 viso e '1 passo non meu tosto 

Appresso a'S&vii, ohe parlavan aie. 

Che l'andar mi facean di nullo costo. 
Ed ecco piungorc o cantar s'udie: 

Labia mea, Domine, per modo 

Tal, che diletto o doglia pimuric. 
dolco Padre, clic è n'i'-l ch'io odo? 

Comincia' io. Kd egli: Ombre, che ranno 

Forse di lor dover Solvendo '1 nodo. 
SI corno i peregria ponsoai fanno, 

Ciugnendo per commin gente non nota, 

Clio ai volgono ad essa e non ristanno ; 
Così dirotro n noi, più tosto mei 

Venendo e trapassando, ci ammirava 

D';' devota. 



s. li ttedetMi cai i": 

a, u o fronda, oi' «tibia «edulo pò- 
uni qualche uctcl lelto, per (■-. 

!.. jiiu Ihl filili. Nuli mai «Oli dolio 

..no di non pardon 

iHeit, o ó II iiiriliMi .Ini Ut. Rim- 
ivi. Ogtiolc-tlO, * lo lleiiù din /(gitolo, 
nella guitti cltn pomo o jiom, NM i M 

H se. 

B. r»« •' « impoilo, eh» ci e moioalo 
ftt «lillar quoalj Inutili 

G. 1*14 utiloimli. eoa più i 

s. SV, il. coi:. I. appieno »-1iV, par- 
Ino» por wll. purlurl. 

9. di nulli ratio, di notiuoa filici. 

■. 1 . Jlomlnr. labia ma uperlri, ù il tono 

n tiri Salmo io.— Bau eomhnt .ilio ani- 
mo do'fOlon, cho apriron la 1' 
ibMtornlo, aprirli or* allo lodi dol SI- 
IMI*. 



UH» • dog.-la DKdt» d<l culi • 

.Idi» di t CHIODO: ilog.'ia il- Ila neaiiiii 

.orlerà, ridonò; Utiiiisuu B«4o. jU*«t» 
l'-r.'imri peccate, 
18. Furio II lai difillo I 

M'0«llo;o i 
ilikfuranilu pel luro periato alla | 
i-iuilili -OBa til 

l'ur fatarlo, e . -a: .«Tt 

dia ori iclioodo II noJu. • 

i i-,i mirasi al I 

fiatile. 

."•.(mio, rafslnut'end*. 

mola, iii4 prc.U moni, pi» 
ì re. 
SI. furia fatile. Ora ijurH' aaiae aa- 
larano laclumeolo periti* piiasiat, i 
camino toluolo quando «Iiugoto Mila 
uno do! ' ni; al ea&io ar paca- 

lo l •■ IOWM. 





CASTIO VIQESlMOTfc: 830 

Negli occhi era ciascuna oscura e cava, 

Pallida nella faccia o tonto scema, 

Clio dall' ossa la pelle b' informava. 
Non credo che cori a buccia strema 

Erisittón si lusso fatto secco 

Per digiunar, quando più n* ebbe tema. 
Io dicea fra me stesso pensando: Ecco 

La gente ohe perdo Gerusalemme, 

Quando Mari* nel figlio dio di l. 
Porcan 1' occhialo anclla senza gemino : 

Chi nel viso degli uomini legge Omo, 

Beno avria quivi conosciuto remino. 
Chi crederebbe che l'odor d'un pomo 

Sì governasse, generando brama, 

K quel d' uii' acqua, non sapendo corno? 
Già era in ammirar che ri gli affama. 

Per la cagione ancor nou manifesta 

Di lor magrezza e di lor trista squama; 
Ed ecco del profondo della testa 

Volse a me gli occhi un'ombra, e guardò fiso; 



91-34. .V'Oli orcKt... oieara i «tu. (orili 
'limili o affolliti. - • <•»!«. iti- 
mi te., • nolo diminuiti di carne, fin li 
••He prinden formi dille osts. 
Arili fior. Ovidio ibi»., Vili: -Citi 
lumia*: pillar b l itti per 

fusi ipecliri ilice-ri polsi ni; limai lab 
locami eitabant iridi IsrsMs i l'i. CI, 6. 
• Adbasil oi ramni) carni BSSS • 

aedo ehi liminosi, per 

-i Ioni) ridotte coil 

..liti colli nudi pillo (Como qwl- 

l' animi , quando coniunuli 05111 ioiUn- 

u. abbi BUClSoi UJSMI di disumare.— 

e» Ci- 

leoMO di UaU firn», 

<b». eantuual**«u lui loilirui, 1 

■ 1 loilmene t*Im i acati la ir 

»,l .Vili . l-lo 1001 Kb» 
Imito direlUrc (MCM ùtolt. • 
w. 50. ■see^MleeitTsnMn 
u c<4rt« 1 1 

■■ii»s,eje»*deM nnife- 

icchuii uni. muti 1 .• 1.1.101111 »m tate . 

ioli* I denU Mi predirlo I(ll0ll MJ 

: . mi di uolu 
di luca. * ut 
-u dilli - 

... Si qeolu danti. 
il. !.. ■ r ...li dr t li occui parila* »>!' 



li CIBI: 
Incastonate. I Is pupillo ori 

tuia Indom ti riduioo. 

SI, S3. Nll ad ilei 

eie ii u N. 

Il cimbe della qaali limo trappoli! 
0; oodo loggOD'i Omo I «1 • 

'I lurraiii dalla ci jlia 1 dal a 

>r ittioli**» 

•• pniib disi II resta, (ki 
qwH'ouibre nur ileab bui li lirab** ce- 
noaeuuto l' imwu. 

34-M. CaiUuIici ed loWo.l: CU er*J*- 
«Mi. ■»* mix*** «ni*, un tirxoà* eoa»* 
Clb incori. <»• T cJir *" «a poao. ni ti 
cader d" «a* acqui, il tmrsaiM, ecui con- 
cima, eioi unto J.Mi.-rinc quelli aU- 
dm. pnur««** tra»-, iJodKcoeo n lan 
in t n i u lmai» appetite ? — cu 

r dal Ut f amali. 

MS». Ceetraml id IMiedi: CU, 

■co etterati istori aisUeaU I* caftan 

dilla ter o oarraaaa e ai tee ini la of uoe, 

ulriditl. «r: In «■- 

adiara lo su tura 1 Meato e pieno di sta- 
ruttila, • curio*» di tapiri ile H r" 
afaru. <be eoe* fli raeda Unto afa- 

Bill. 

40 UieeodillMdo celti cani* *»»• 
0«*ui« 



ISO i>rf. psKMraun 

Poi gridò forte: Qual prima m'ò iraesta? 
Mai non tanta ri 

Ma india voce sua mi fa paleso 

Ciò che l 1 ;i -pcti.i in «è avo» conquiso. 
Quota favilla tutta mi raccese 

Mia conoscenza alla Cambiata labbia, 

E ravvisai la faccia di Fon 

Dell DOB sull'udore all' l'ulibia, 

Che mi declora, pregava, la pelle, 
Ni a difetto di caino ch'io 

Ma dimmi '1 vor di te, e chi 9on i]ti<;llo 
Due anime che là ti fanno «corta: 
Non rimaner che tu non mi favoli. 

Lo faccia tua, oV in lacrimai già moria. 
Mi dà di pianger ma non minor doglia. 
Risposi lui, vagendola si torta. 

Però mi di', per Dio. che si vi sfoglia; 
Non mi far dir nn-nrr' io mi iinir.'tvijdio, 
Clio mal può dir chi b pien d'altra voglia. 

Ed egli :i mi;: Dilli' otarno consiglio 
Code virtù nell'acqua e nella piani ■ 
Rimosa addietro, ond'io *ì mi gottiglio. 



W. fjual traila e qnoii-i p"r ■* ''" 
lo f inrnniri lini» 

41 Ma Hill vtc« cr. Il nel ROM di-Ili 
vorti mi |i fi ; . — v)uanl' af- 

follo in codetta riconoscer la ' 

W. Ciò e»t C«riiu ce. I kMKBMtl 

primilm, rlm l' .«pillo .ivri in *0 fatifcl- 
I !i> i filili. 

i.iM.'vO voce fa come on* favilla, 
cbc liulò a riaccenderò la mia ponOaaaBn 
alla camolata laOJia. vcf»o quella dUfor- 
niau faccia- — Uòbia por focata, noli», 
l'abbiamo hraoatrata altri 

4M. fanti fu Agli» famiglia Bortafloi 

..li, rraiello di ras • ili 

Plourda. od amico o parimi» di Daulir-, 

di cui ora uki).-Iiij mia Gomma do' DomO. 

49, SO. Dea. prfffuva. non inltndtrt, non 
(tiific 'iiiciwlfa fcaoAla. al- 

l' ai Ideila. ca< mi «coloro la fili: — Allri 
lojgono eoni«nó>r» corno ad MpritMM la 
tforio doli' Bltaax4aQa* pir rarriftaro la 
q nui'llti kiiiiio mula. 
uiriitu: ina intiruliri In quoito caso voce 

5». Mìa lilar» «onta (avallami 

,' io laartaui 1 Ola «urld U qtlftlo. 



pnirho fa nei ioti u 

(riti) 

iti Mi di).... no, mi dì M 
nor do :,, alien eW 

rooritti Fan mino 4oflM * . 
tua vale Ionia da pi 

■ l'olor«b« 
go a guaio- . o •. in. . a lagrnaaf an 

fanno tri'.t'i | pio, . 
SI. il torta. 

Si. Partali di', ii Ilio, qatl » 

I elio coti vli/Vrlfa. ikIIu 

Illudili»» lolla Aill altifia.cU. 

difalla d'alimento, ai alatila • ti 

I Uc-nlra lo fon (.Imo di 

DOS •»!" farmi par taro, 

|.iii> parlar malainent» clii * plaM 

divora»; cioè, chi » pi*aa della 
ir.jllidi lontlr parlari altrui , affina d'ap- 
pagata la «uà catioaRà, 

11. li (ia:i'fr<raorun«ig-Ua CaaJftiriB, 

dal tribunal divino, etia coil diapeaa, 
tcondo »' Inforni» una viriti 

CO. end" lo il mi minarlo. cr.il ■* aml- 
liflio il dimagra. — • . IKiom: 

• La itala acuisca i de Idaflo, il i 
rio dia»»".» I" ni"" 1 



i—' - 

rr. - 

I 





CASTO TSSTBaUIOTSBZO. 401 

Tntt* està gente, cbo piangendo canta, 

Per seguitar la gol» oltre misura, M 

In farao e io sete qui si rifa «m 
Di bere e di mangiar n'accendi: CUT» 

L'odor, ch'esce del pomo e dello sprazzo, 

Che si distendo su per la vcrdnro. 
E nou pure una volta, questo spazzo ?° 

Girando, l i rinfresca nostra pena; 

Io dico pena, a darri* dir soli»/. 
Ohe quella voglia all' arbon ci mena, 

Che menò Criiito lieto a dire EU, 

Quando ne liberò con la sua vena. '•'* 

Ed io a lui : Forese, da qatl 'li. 

(tatti mondo a miglior ril 

Cinqn'anni non «on vólti inrino a qui. 
Se prima fu la possa in to lì 

Di peccar più, dio sor venisse l'ora M 

Del buon dolor eh' a Dio ne rimarita; 
Come se' tu quassù venuto? Ancora 

Io ti crede» trovar laggiù di sot'.o, 

Dovo tempo per tempo si ristora. 
Ed egli a me: SI tosto m'ha condotto 

A ber lo dolco assenzio do' mai I 



ss. r* Mf"<*r, pt* »'« MtaK 

CI. •' accendi nn. secondo In noi U 



i téli* apra:», dello I prono, 
i, elio, cedendo lilla roe- 

Jliteade io p*c lo torti 

Vedi ni-l finl.i prrotdm:* 

>i r na.ni. 

I. t. frutte farli» 1141 IO. mol.l. 

poi tarlilo, li HV» :•**.>' 

I li Mitra jk», •» pan a a* 
i ni Ut* villi. — A«MU ibi 
II* tot*, n» lUrl il* liberi tiinill 
o (traodo — ««acid Inf , «t» 
i HIV, I in e:» uni tou.i 

::o. piscerò; pot- 
ei («io 1' mimo Motasdo rri* Ali 
litro lina adi mn tediifaiii 
■ 

rio di 11.J ìIi'd * t)H fri ornilo pò*. 



IX, HI, SU. Libb« raUrllaal. fono p». 
roU. «no ditto Crlil/i tuli» eroe 

i spirare. — llife, perché., to in 
qnuu oli' amimi, 
pur H»t> rossi 
n*T* il (incio untino. 

TU. roo lo ire oiee. col 

79-S1. S* primi eh* ia le «opra 
l'ara del pealimralo, il qu:ilc di 
rione * DIO, r»ll,(lioi. | 
t pln pilori: tale t diro: io lo li prò. 
Ulti taf — (ti a Ilio loto i|ii-> i 
poteri pimr o-4, l >°* » ul '» 'l' 1 '» "'*i 
cerner.* > pretto imi qmt. 

«bt — ai riaerile. L' uiu « drtla D»' 
lihri M HI quii! orli. 

»ll» por II *«*<»1o. eh» per ci* li ri soir- 
llirmiuWalIr- uì Infreno, ti» ' 
Il pealirteat* It rlUe,u ili inllr» •imo* 

a*st. *i«*»o te U rradeo. *t- untori 
locreécacWlotltraTtoi UiriùmU'Aa. 
Itpnrial'iri». doro 11 Icapo lode. 

cito* eooallrouinlo tei»»* 

SS. Clio, a jruiir It dolci pia* dil 
l'iirjatortt - U die* <•!«. pirre*.»*». 



tOQ DEI. rCttOATOMO 

La Nella min eoi suo pianger dirotto. 

Con «noi prieghi devoti e con sospiri 
Tratto m' ha della costa ove s' aspetta, 
E liberalo te! ha i giri. 

Tanf ò più cara a Dio e più diletta 
La vedovella mia, ehu molto amai. 
Quanto in bene operare è più soletta: 

Che la Barbagia di Sardina ostai 
Nelli' f.- ni ni ino sue è più pudica, 
Che la Barbagia, dov'io la lasciai 

dolce frate, che vuoi tu eh' io dica? 
Tempo futuro m'ò già nel cospetto, 
Cui non sarà quest'ora molto antica. 

Nel qnal sari in pergamo interdetto 
Allo «facciate donne fiorentino 
L'andar mostrando con lo poppe il petto. 

Qnai Barbaro fur mai, quoi Sara' 
Cui bisognasse, per farlo ir coverto, 
spiritali od altra diaersUnaf 

Ma se le svergognate fossor certe 
Di qnal ohe 'i (dal veloce loro ammanno, 
Già per urlare avrian lo bocche aperto. 
E se r.uitiv.-dcr qui non m'inganna, 
Prima fiea triste, cho lo gaanca impoli 



no 



bene timor* por »r miMcslmi', sono dosi- 
dorile, piTchii lo fanno degno dell'eterni 

l'i- l'i'.nilnir. 

al. U Ifilla mia tnftRli». — Morto Fo- 

. torno cuti 

ii'tlniAniB, e fece mollo buone opero in 

. <lol nonio. 

00. dralf alirt otri, cioè, della pon» elio 

■Tre) doiuto portare In altri gironi por 

• Uri peccali. 

ti. pio rara i più AlfHt, I>l/«ffa ò più 
cho rara. 
99 ««Ito ornai Altri l.-irKn (an/o; tirili 
|mrch* semplici. 
■mi aiitmtic lf. . Clic luta più «Ili 
■ i Dio, quinto pili sola t. 
npor.ir.*, e fintilo piti DOB *i latria tritu- 
ra dal calli™ ««empio delle alti 

M. fa Batiigia. I.a parlo più la 
montuosi di Sardegna, cosi si chiamata 
|>«r «fior qoati barbari I. •; 
resi tnltrro l' itola avi' lofedall, non mal 
remo la Barbina, dot v «rino Jun- 

innate, • dito vestito. 

PC. Ul quello clic lit li Ilari 



Toscana, ral» x dirti Cirrate, do»' lo •»• 
reodo l.i lasciai. 

■r, ,\, ritc* in <*' fa dica? eh. cau 
mi fai tu diro? orrrro: cho tosi cè'lt 
die» di più? 

94. ■»' < dìo ni <oit*<b>, noli' ialrl Itlb. 
AltrOt*'P«tf.SIV, «.»|:I»« 
di laudalo. 

99. molle ««lira, mollo anUriort. 

103. «uo< «invia*. Noi tMdio *it 
ino iuiliitinUoiMt» Sar; 
lo nulonl itranne sii fcbr«l| che ola pn- 
f«uarano il CrlltlU 

tOfl. O pene tpiiiiuili. cioi occ!«tlaCi 
che, o peno (empor ili. 

108 (Watt cu, fossero fati. c«r!\ 
menerò ootltla. 

107. il citi et (ore. «ha -ti r riluttili ti 
arsirà nella tot orbila txr con, ir |li 
anni. -.ii»»«nw. ammannite*, }Hf*n. 

109. Inferno suolo XX Vii: 
I' sntitoder qui oon « Tino. • 

• 10. III. ,<«» l'ut', tiranno doluti, 
prima cAr Ir onutcf Imperi, prlSM rat 
meli» la barbi i.Uw.iUmi 



Itti». 

mal 




CASTO VICKSIWOTKICUi. 

Corni che mo *i consola con un 
Deb, odi: 

•ìnr io, ma questa genio 

Tutta rimir* li dove '1 Sol veli. 
Perch'io n Ini: So li rìdaci a mr-ntc 

Qtwl forti meco, quale io teco fui, 

Ancor fia gravo il memorar presente. 
Di quella vita mi volse costui. 

Che mi va innanzi, l' allr' icr, quando tonda 

Vi *i mostrò 1» snora di colui 
(E '1 Sol mostrai). Cortili per la profonda 

Notte menato m'ha do' Tòri motti, 
questa vera carne che '1 seconda. 
Indi m'han tratto su li suoi conf' 

Salendo rigirando la montagna, 

Ciie drizza voi. che '1 nionil iti. 

Tanto dice di farmi sna compagna, 
io iiarò là, dove fia Beatrice: 

Quivi convien che senza lui rimagna. 
Virgilio ò questi, che co? 

(Ed additailo) ; e quert' altro è quell' ombra. 

Per coi scosse dianzi ogni pendice 
Lo vostro regno, che da so la sgombra. 



.■r;: 



«1* 



ir» 



r» 



no 



I **ue>U ree» utH, che ori dalli un 
;i eeqntlindo eantindugli li 

I »n» - Éenseitiiini predi:* 

[ew > Ht»w. n Bol l o jrohiinlmontr 
tifa gra» il !ih»«o I 

fa OgoKioot mi sj a»o- 

mou. 

«Madera! Il carine « il modo, onde 
» tallii «a 

Ili 111 talli n»»»ii renio juardi 
ccaBaranaiia.eha calli la» penosa 10,1, 
• menno a' ridi «olili. 

ll«. Ciò», quali forame ln»lcmc: Tale 
» fa*, fall alt* Tioiii n : 
•al»; a itBp1k«aMi>U, qtjall ci mnilrim- 
•»fnii ali 

in. Una. eiarrtl dì dolore anche il 
bna ara ramilo»» 

IH. DI casella ri'-» Tiri 
•àvill». faweteloiai roaoaeerr prima 1 io- 
UkkU fai ano italo, poi tparetitandoral 



con le mm iiifrni.ili. o quindi «onduccn 

.il.'r-i.r.iii.iUhr f ùlrnn .nliliiMi,.. 

lii la mura di tutti. Il Luna, «orolli 
del Solo. 

IM. de' neri ■•orli, do' dannili, por 
tempre morti alla patte. 

«Sé. cai» 'I eccoada, eh» (li ti appretti», 

135. l : i e unii tal. che II 

mondo irci «ormili e falli pece 

421. «t« c«ca/»c»a. ina compagnia, l'or- 
«Morio, ranln III. . Irate cui riilrSoii 
alla (Ida compatì"- • 

151. « «aetr «Ileo, do» Stailo. Non k 
nomini, perché. probihllmc.nl» Ignoto 
■ 

lai. tv»! pendice. Onorai., ogni ma 
parto. 

I». eae da ti la loimtnj, che fa in la 
diparla, laaclaodoli libera di aalir» al 
dolo. 



«M 




Li;.i. muUKHUO 



BIMOQUARTO. 



Forilo p»ri» ■ Placati* ■» «orell», « gli inoltra mU ulne 41 t 

Fra,' quali r.ona^riunla il» Lucci molgp U parola al I'hU i fili pre-lira ch'ft a'aaw 
more : f» odia 1» inoli. cUt. -Iella lanira- 

iloni' 
cariando trovino un altro alboro. • odono *■ .1 1. 

dir L'ondar, DÌ l'andar lui più lento 

Facea; ma ragionando andavain forto. 

Si corno nave pinta <U bnon Tonto. 
E 1' ombre, che parcan cose rimorte. 

Per lu fojne degli occhi ammirazione 

Traean di mr, Monta 

Ed io, continuando "1 mio «ormone, 

Dissi: Ella seu va su forse più tarda 

Cho non r.irclili.r, par l'altrui cagione. 
Ma dimmi, se tu Bai, dov'è Picw 

Dimmi s' io veggio da notar persona 

Tra questa gente, cho sì mi riguarda. 
La mia sorella, cho tra bella buona 

Non no qnal fotwo più, trionfa lieta 

Neil' idto Olimpo già di sua corona. 
SI diwo prima; e- poi: Qui non « vieta 

Hi Dominai .-iascun, da 1 unta 

Nostra sembianza via per la diots- 
Questi (e mostrò col dito) è Buoitngiuntn, 

Buonaginnta da Lucca. K rpieQa faccia 



1. Il diro non foce» pili lento l'indi- 
le, ha l'udiri ben pio lesto ii dare, 

It [iriminiir lui, che ogp ti riforiacu 
la penor-o, gli antichi lo rMerWtM 
anello «Ilo caio. 

5. /nrft, pmUm.-nlil. ealeroniento. 

4 rimorlf. enti morii.- duo - ilio; Unto 
orano omiclaloo consunto — /limorfe -lieo 
IptUttoB*, 11» inU'iuionc. 

3. 6. Accorigli ch'in - r.i Htd, falla 
catiU dalli nerbi Volsorllio le : 
»ar»o di me con mararlgli .1 

1. Continuando il «lo «raion», il mio 
diteoito. cominciato poe'mn itnalll'ttd- 
no. cho ci lognlTon- 

». ella, ciò* I' anima di Sluio 

•J. per I' olirai «ivio-e. cioè, por Ulani 

In compagnia di Virgilio, irroro, pur ol- 
iere loco a parlaru in a Vi. 

IO. Pltfiirdn Donati, torolla dol latta 
Femio u di in Certo Dglluola di Simo- 



ne; t-clliitlm:!. l'ali» tannata *i Ufi» 

monailem. per menarla •; 
lei lino doli* Tot», a cui l' non proavi- 
1 lmnn a taait 
• I. do ao'ar anuaa. perir-ru A, m 
notala. 1 
'.11 no ridi alcan (Ugno 41 imi . 

IS, 1\. Ir., itila . tuta. Jf„ »|Ml 

folta pià.i'etrarca: • cho ira tnllataaa- 
I Non 10 qu»l fona pili. . 

IS Itili atto (itlaiao. 10I ci-ln .rapirà». 
- Oly-i- - • ; Calli, laaraittaN 

la quatto «irono do* è 1 lami 
di nominar- ogni aiuta ohe ci si tr-ra 
dicchi la no.tr» aitnbiaaza t coti lobi 
via cancellata dalla diala, eiir louaw 
ci potrobi-c lioenotcì 

SO. Buomoi»»!ii datti lirb:ctat>1 * 
(.«rea in riuialnru m,<diOcro; aia a quitti 



•QUARTO. 405 

Di li da lai, più che l'ultra trapunta, 
Ebbe la santa Chi«*\ in lo »u« braccia: 
Dal Torso fu; e purga por digiuno 
1. Anguille di Bolaena o la vermu-cin. 
Uol'.i altri mi nomò od uno ad uno: 
K dd nomar pareau tutti contenti, 
V io puri> nim vidi un atto brano. 
Vidi per faine a vuoto usar li denti 
Ubaldin dalla Pila, e Bonifazio, 

o pasturò col rocco multo genti. : " 

riesser Marchese, di' ebbe spazio 
Già di bere a l'orli con men secchezza; 
E dì fu tal die non xi senti sazio. 
Ma come fa chi guarda e poi fu prezza 

, d' un che d' altro, fo io a quel da Lucca, 
più parca, voler di me contezza. 
Ei mormorava; e non io che Geu tacca 
^saliva io la, ov'ei eeutia la piaga 
Della giustizia che li gli pilucca. 



arroanrln fiorini/*. Viti» a' l»m|i drl l'oo- 
ta; n V Anonimo dic« e)>e fu BOBA 

mia nel Voi», siti, io namla* «6- 
ni.' negtvIM '1 

■yaato, uraiiau dalli raro* • 

dilla «ola — \j* infpnjlianr* dilla pelli 
arnia r.-ml-ino Inmlot ■!. I 

■ mirilo delti -.«nu • 
«al* » .li-.' (n i-.T.i'lir • - i .1: i Marti' 
.li Cran- 
ica) ooo»« nullo tmicnd'lli fin 
.i l'artn mirile nella rrr.ntl» 
• ij.i.'li 
I «a hlm ; • poi, *on tuiu iqni- 
i irida- 
■4-4*1 li*) al 13»*. 
91. «•IH 'Milli r» " mi. ir. eli fami. 
- «Irò »m»j, tft 
lilO. 

[uni a ntl e*. (Hldlo, 
tu*.... cibo .1 
Inai: Prequa ejulii Unaaa M 

OWMiu t-iU OVaiaii 
fi'U. «aafcal 
'trai» Snari. 

Fa bai 

. v. Id>. 
— Bw/*H9 t 

-.ita ni raaca. 

• MMadoari 
r<i'.r> mi\U pali. |0'<rn6 o tu» au^lo 



popolatimi. Altri intenda: cho rolli- raa 
dito dell' arcliesfroiado feo* ttrrr 
RirnUniolIr pfWJMi — rorro » »il ri/ma, 
IMI Ir* : 

la «olla propria dt'prelah ode' - 

' 
tale ir paiUralr i#'r«trorl. 

' de' KifOfli<. 
■alien di Korlf. rran tvltors. — >»rra- 
■ 

irrr | re a h*r» * 

t-, rtMiafa, (li i 1 1>' rt'l» a» inaw 
MM — « T arati» i q»| io.CMH 

Fonar. Cartola se. — laaila. «io. 

Ni. rtiav- IIMMII 

ron meno ut» okl MI In 
S3. Ali » '"'• 

SA. /a prassi, fa >lun>. fa * 
SS. • fari da t«rr«. al delio InffktM 
Biniamola. 
SC f.br alt datti altri [o 

..r Prima .li imi- 
rlro Iloiai'.on'a aira tedni. 
c\» di l'arilo ' fd ara una iioalr 
lllau. 
SI-». Ki Imballala sola. or'er» ito- 
Un fa fiata dalli fluitala. 11 '. 

.ir, eli il eli aitala dia eaal 
i » foco a 
.lire, e li . 
imllra «a aia n ri*, un tarili noi», 
dM « puw il.utiar «e»«ae»« «V 
a*. 



406 r«t ruROATOMO 

anima, din»' io, che par ri vaga 
Di parlar meco, fa'si ch'io t' infonda; 
E te e me col tuo parlar appaga. 

Femmina è nata, e non porta ancor benda, 
Cominciò ei, che ti farà piacere 
La mia citta, come eh' uom fa riprenda. 

Tu te n'andrai con quanto airi 
Se nel mio mormorar prendesti errore, 
Dichioreranli ancor le cose vere. 

Ma di' s' io veggo qui colui che faore 
Trasse le nuove rime, cominciando: 
Donne, eh' avete intelletto d' amore. 
' Ed io a lui: Io mi son un che quando 
Amore epira, noto; ed a quel modo 
Ch'ei detta dentro, vo significando. 

frate, issa \egg' io, diaa' egli, il nodo, 
Che '1 Notaro e Guittono o me ritenne- 
Di qua dal dolco stil nuovo eh' i' odo. 



Iuccart ó propriamente lo iplccaro ad ano 
ad uno 1 granitili d' uva dal grappolo «in 
elio non rotti elio '1 raipo: Ognun, qol 
■tfBlflat, ronfumare. Fu Gutvca una 
gentildonna luocheio, dalla quale lianlo 
a'iniaghl, quand'egli noi 1514 >i portò 

; I : :i prono I' ltlliCO lini UgtlCC.iono 

della faggiuola, il qtulo ti or* di '{nella 
citta inilgnorito. Cotctta ticnlucoa, io- 
condo il conto Troya. In poi marnala a 
Uernardo Moria degli Anlolmioelll Allo- 
ciDjhl. - Con quello frati fingo il l'ori», 
Clio lìuonagiunla gli DfSJIflafi »'in inna- 
tooramento. 

45 « «o» porta oocor tildi, o per an- 
ello non va bendala, telala; Tllo a diro, 
non 4 per anebo maritala; polche iole lo 
maritato o lo «odoto (l'uri-, eanlo Vili, 
t. *?*] portavano la banda, ma ili diverto 
coloro. Ed era un drappo, che. .eli- 
dendo dal capo cuoprlra gli occhi ed il 
tolto. 

43 rome eh' uom la riprenda, comecché 
Ulniio la riprenda e un die* malo. — 
"oell'anima Intende rimprotorara lo »tn- 
io DaoU, che dicca malo di Lucca. In- 
firmi, canto XXI, r. 41. 

46-43. Tu ritornerai noi mondo con que- 
lla mia profeiia ; o to In SI 
bottai Irai denti prendeitl errore, le con 
vnt. I fatti che ««riamente avTorranno, 
<nftlar«rooti aarcr, U no daranno poi la 
ipiegatiooe. 



49-51. Ma dimmi la grazia a' io T»fl» 

Alighieri, «ho predai» 
timo in Ittilo nnttllu. cominciando a ta»- 
taro: Donni, tht ar«I« re. — Coli (fisci- 
pia una nobilliilma tannine da 0»»t« a 
lodo di lleatrico, oho il lerto <» 
JV"uo»«. 

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