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Full text of "La fine di un regno (Napoli e Sicilia)"

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Halsted VanderPoel Campanian Collection 



re. DE CESARE Raffaele (Memor). La fine di un Regno (Napoli e SicHia) Regno 
^ di Ferdinando II - Regno di Francesco II. C.ttà d, Castello, Lap. 1900. 2 Voli. 
In 8° gr., pp. 451-401. Leg. m. perg. con angoli. nn- /O 



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LA FINE DI UN REGNO 



R. DE CESARE 

(MEMOR) 



LA FINE DI UN REGNO 

(NAPOLI E SICILIA) 

Pabte I 
REGNO DI FERDINANDO II 



946 . 7-8 




CITTÀ DI CASTELLO 

S. LAPI TIPOGEAFO-EDITORE 
1900 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



THE GETTY RESEARCH 
INSTITUTE LIBIIARY 



Alla duchessa Teresa Ravaschieri Fieschi 

NATA FILANGIERI 



Mia nobile e cara amica, 

Dedico a Lei questi due volumi della Fine di un Re- 
gno, per attestarle la mia profonda gratitudine. Senza il 
Suo concorso, io non avrei potuto condurre a termine urCo- 
pera^ eh' è il resultato di pazienti ricerche fatte in molti 
archivi privati, ma soprattutto in quello del palazzo Como, 
che fu della Sua famiglia, e che Suo fratello Gaetano, con 
regale munificenza, donò alla città di Napoli. È in questo 
archivio, che io ho consultati i documenti dell'impresa di 
Sicilia del 1848 e 1849, e della successiva luogotenenza, e i 
pochi ricordi del 'principe di Satriano sui casi di Napoli, 
nei primi mesi del Regno di Francesco IL Se non è que- 
sta tutta la vita di Suo padre, che Ella, così benevola, 
desidera che io scriva, rC e V ultimo periodo^ il piìi vivo e 
interessante per la nostra storia politica. Il primo periodo, 
compreso nelVepoca napoleonica e murattista, sarà da me 



narrato sulla scorta delle Memorie di lui, le quali, come 
Ella sa, terminano al 18 48. 

Il generale Filangieri, come tutti gli uomini che la- 
sciano un'orma incancellabile del loro passaggio nel mon- 
do, fu vittima di appassionati e severi giudizi per V im- 
presa di Sicilia, e per il suo breve governo, come primo 
ministro di Francesco IL Ma non si fu giusti con lui, 
V impresa di Sicilia non era simpatica, anzi fu odiosa per 
la parte liberale; ma risulta dai documenti^ pubblicati per 
la prima volta in questi volumi, che egli la compì come 
un dovere militare e civile: dovere che intese altamente e gli 
costò non poche amarezze, obbligandolo a dimettersi e dando- 
gli la coscienza chiarissima che, col sistema dei Borboni, la 
Sicilia presto o tardi sarebbe perduta per la Monarchia. 

La sua opera nei quattro mesi che fu al Governo, dopo la 



morte di Ferdinando 11^ mirò all'alleanza col Piemonte , al 
concorso delle armi napoletane nella guerra delV indipendenza 
e alla foì'mazione di due grandi Stati al nord e al sud d'Ita- 
lia^ confederati a comune difesa e senza stranieri. Ideò una 
Costituzione assai diversa da quella del 1848, e ^interessante 
disegno del nuovo Statuto., redatto da Giovanni Marina^ si 
pubblica qui per la prima volta, ad onore di entrambi. 

Io Le devo inoltre, mia nobile amica, non poche notizie 
sulla vita di Napoli negli ultimi anni delV antico regime. 
Veda, che a nessuno ^ meglio che a Lei, può appartenere que- 
sto libro, nel quale con la più sincera obiettività è narrata 
la vita del Regno nelV ultimo decennio, e di tutto il Regno, 
mentre invece, come Ella ricorda, il volume^ che detti alle 
stampe nel 1896, era limitato alle provincie del Continente. 
Oggi Vopera, ricca di documenti, rivelazioni e confessioni 



nuove, abbraccia Vuna e Valtra Sicilia, Non oso affermare 
che sia tutta la scoria di quel periodo, ma son convinto 
che, qualunque ne sia lo storico, non potrà trascurare queste 
pagine, per la cognizione piìo precisa dei fatti e delle 'per- 
sone, e V importanza dei documenti. Se considerando que- 
sti, il passato sembra meno detestabile, non è men vero che 
il motto di Cicerone, essere la storia maestra della vita, 
rivela piuttosto la necessità di scoprire e narrare fedelmente 
le cagioni intime dei fatti, che non V efficacia della storia 
sul miglioramento morale dei popoli. Per il nostro Mezzo- 
giorno invero, P esaltazione momentanea e V incorreggibile 
credulità furono in ogni tempo la cagione storica delle 
facili mutazioni di dominio e delle molte incoerenze e de- 
bolezze morali, che oggi col sistema rappresentativo hanno 
mutato forma soltanto. 



Questo libro non ha pretese, e se leggendolo si riuscirà 
a spiegare, come potè avvenire che un pugno di uomini, 
votati alla morte più che al successo, riuscisse a liberare 
la Sicilia in poche settimane, e in quattro mesi tutto un Re- 
gno, che contava 126 anni di esistenza, il fine sarà con- 
seguito. Ad ogni modo io voglio che questo libro porti in 
fronte il name di Lei, come augurio di fortuna, e conte 
doveroso omaggio a una santa creatura, che scrive pagine 
immortali nella storia della carità umana. 

Natale del 1899. » 

B. DE CESARE, 



PARTE I. 



REGXO DI FERDINANDO II 



CAPITOLO I 



Sommario: Luogotenenza in Sicilia e ministero di Sicilia' a Napoli — Carlo Fi- 
langieri, luogotenente del Re — La rivoluzione del 1848 nell' Isola, Bue in- 
genuità, errori e oontradizioni — L'opera del principe di Satriano — Cas- 
sisi, ministro di Sicilia a Napoli — Il primo Consiglio di governo in Sicilia 
. — Ferri, Antonelli e Ventimiglia — Lo stile del Giornale di Sicilia — H 
birtì)is80 — Maniscalco, direttore di polizia — Alcuni particolari su la po- 
lizia d'allora — Le ritrattazioni degli ex Pari ed ex deputati — Diversità 
di sistema a Napoli e in Sicilia — Testo ufficiale della petizione per abo- 
lire lo Statuto — Come si raccoglievano le fii'me — La politica di Filan- 
gieri in Sicilia — Opinione posteriore di Francesco Crispi — Rimesso l' or- 
dine, rinasce la vita social© nell'Isola — La villa del duca di Cacoamo e i 
versi del Meli — Il Be promette di andare in Sicilia, non a Palermo. 

Con decreto del 26 luglio 1849, Ferdinando II aveva ripri- 
stinato il ministero di Sicilia a Napoli, e con un altro del 27 
settembre, dello stesso anno, ripristinò la luogotenenza. Questo 
decreto, riconfermando l'obbligo per la Sicilia di contribuire 
nella proporzione del quarto alle spese generali del Regno, cioè 
della Casa Reale, degli affari esteri, della guerra e marina, 
sanzionava una specie di autonomia per gli affari civili, eccle- 
siastici e di pubblica sicurezza, i quali vennero affidati al luo- 
gotenente, e ad un Consiglio di quattro direttori. Autonomia 
più di nome che di sostanza, perchè, circa gli affari i quali ri- 
chiedevano l'approvazione sovrana, ed erano quasi tutti, il luo- 
gotenente doveva riferire, col parere del suo Consiglio, al mini- 
stro di Sicilia in Napoli, cui toccava il diritto e l'obbligo di 
esaminarli e fame relazione alla presidenza dei ministri e al Re. 

Con simile ordinamento non era umano, tenuto conto delle 
facili suscettibilità dell' indole meridionale e dei precedenti del- 

Da GsjAsa, Li fina di un Segno. • Voi. I. 1 



— 2 — 

l'ultimo mezzo secolo, che fra il luogotenente e il ministro di Si- 
cilia a Napoli non sorgessero gelosie e attriti. Filangieri, preve- 
dendo queste difficoltà, rifiutò in sulle prime l'ardua missione, e in 
data degli 8 ottobre 1849, scriveva al Re : " L'unica mia ambizio- 
ne, il solo mio desiderio, il più ardente dei miei voti, essendo quello 
di meritare la Sua sovrana approvazione, io La scongiuro, per 
quanto La di più caro al mondo, di restituirmi al mio impiego 
militare, ove spenderò tutto me stesso per contentare di nuovo 
V. M., com'ebbi la bella sorte di farlo altra volta. Giammai ho 
esercitato funzioni civili, e giunto come io sono al verno del- 
l'età mia, un tardo noviziato potrebbe forse non tornare utile 
quanto durevole alla M. V. „ . * Ma il Ee, il quale aveva fatto 
annunziare .ai Siciliani che avrebbe loro dato per viceré l'erede 
della Corona, giovinetto a dodici anni, e poi non mantenne la 
promessa, scelse il principe di Satriano, reputandolo l'uomo più 
adatto a governare la Sicilia, da lui riconquistata alla Monarchia. 
*E questi illudendosi che, nell'interesse della dinastia, il Ee 
gli avrebbe lasciate le mani libere, non solo rispetto all'ordina- 
rio governo locale, ma rispetto a quelle riforme amministrative 
ed economiche, delle quali aveva riconosciuta l'urgenza, durante 
la lunga campagna, accettò il bastone luogotenenziale e si mise 
all'opera. 

Il principe di Satriano era stato accolto dalle popolazioni 
dell' Isola, ma soprattutto dalle classi benestanti, come il restau- 
ratore dell'ordine sociale, profondamente turbato durante il go- 
verno della rivoluzione. Nei sedici mesi di quel governo la 
pubblica sicurezza fu un mito; la vecchia polizia venne di- 
strutta, ma la nuova non si creò ; si cambiarono sette ministri 
di polizia; nelle Camere si udirono frequenti proteste per la 
scarsa sicurezza nelle campagne e nelle città, per le prepotenze 
delle squadre e delle compagnie d'arme, come per l'impotenza 
della guardia nazionale : impotenza superata solo dall'arroganza. 
Crebbero i reati, e il principio di autorità ne fu tutto sconvolto. 
Si aggiunga la legislazione nuova, prima del Comitato generale, 
largo di leggi organiche, frutto d' ingenuità dattrinali, e poi del 
Parlamento, stretto dalle necessità della guerra e dal bisogno 

» Archivio Filangieri. 



— 3 - 

di trovar denaro. Sbolliti i primi ardori, i nobili e gli eccle- 
siastici cominciarono a temere per i loro privilegi; si videro 
minacciati negli averi, offesi nelle credenze religiose, ed esposti 
a violenze rivoluzionarie e reazionarie. Quei vincoli di gerar- 
chia sociale, fortissimi nell'Isola per tradizione di secoli, si an- 
davano via 'via rallentando. Il prestito forzoso, la tassa sulle 
rendite del clero, l'incameramento dei tesori delle chiese e dei 
beni dei gesuiti e dei liguorini, non potevano trovar sinceri 
ammiratori nella nobiltà e nel clero ; e quando la fortuna delle 
armi, e le mutate condizioni d'Italia e di Europa non favorirono 
più la causa della Sicilia, i nobili, il clero e i benestanti più 
grossi si persuasero, via via, che solo la restaurazione borbonica 
poteva reintegrare nelle plebi cittadine e campagnole l'ordine 
e la tranquillità. Appena Catania fu occupata dalle truppe re- 
gie, la guardia nazionale e il Senato di Palermo, persuasi essere 
inutile ogni altro conato di resistenza, fecero partire per Calta- 
nisetta una deputazione, fbrmata da nobili e funzionari, per 
presentare le chiavi della città al generale Filangieri, implorando 
la clemenza di lui e dichiarando ohe Palermo si sottometteva 
all'autorità del Re. Pareva ohe fossero tornati i giorni del 1814. 

La rivoluzione si era compiuta in nome dell'indipendenza e 
della libertà. Per sottrarsi ai Borboni, i quali avevano mancata 
fedp all' Isola, che loro aveva date infinite prove di fedeltà negli 
anni burrascosi, dal 1799 al 1815, e per rompere ogni vincolo di 
dipendenza con Napoli, la Sicilia die nel 1848 un esempio di virtù 
politica, che da principio s' impose al mondo. Insorse unanime, 
a giorno fisso, e conquistò l'indipendenza; creò un governo di 
uomini virtuosi e una diplomazia, la quale non si perde d'ani- 
mo nei momenti di maggiore sconforto. Il Parlamento non 
proclamò la repubblica; ma, volendo conciliare repubblicani e 
monarchici, modificò stranamente, dopo una discussione di tre 
mesi, la Costituzione del 1812, e creò un Re da parata, con una 
Camera di Pari, elettivi e temporanei ! Dichiarò decaduto, non 
il solo Ferdinando II, ma la dinastia sua, rendendo inconciliabile 
il dissidio coi Borboni; non ottenne che il duca di Genova ac- 
cettasse la corona, e si ebbe una repubblica effettiva, benché 
Ruggiero Settimo fosse presidente del Regno di Sicilia. Nel 
Parlamento avevano maggior seguito i più audaci e i mag- 



— 4 ~ 

giori idealisti: uomini coraggiosi e virtuosi di certo, ma ai 
quali mancava quasi completamente il senso della realtà. ^ Non 
seppero ordinare un esercito di resistenza, né pensarono nemmeno 
a decretare la leva, invisa alle popolazioni dell'Isola. Misero insie- 
me un esercito più turbolento che valoroso, e del quale erano 
parte essenziale le compagnie d'arme e le squadre. Negli ulti- 
mi tempi la rivoluzione degenerò in turbolenta anarchia, soprat- 
tutto nelle provinole, dove non erano più autorità, che si fa- 
cessero obbedire, nò esattori i quali riuscissero a riscuotere le 
imposte. Se quel periodo non ebbe consistenza politica, fu moral- 
mente glorioso, e Ruggiero Settimo, Mariano Stabile, Vincenzo 
Fardella di Torrearsa, Pietro Lanza di Butera, Giuseppe La Fa- 
rina, Michele ed Emerioo Amari, Casimiro Pisani, Filippo Cordo- 
va, Vincenzo Errante, Francesco Ferrara, Matteo Raeli e Pa- 
squale Calvi — volendo ricordare solo quelli che furono in 
prima linea — rivelarono un complesso d' intelligenze, di audacie 
e di alte idealità, ma soprattutto d' idealità. Questi uomini, i quali 
governarono la rivoluzione, stettero sulla breccia sino a ohe eb- 
bero l'ultima speranza di una resistenza. Ministri o diplomatici, 
rinunziarono ad ogni assegno; e da esuli, tennero alto il decor 
loro e la buona fama della Sicilia. La decadenza dei Borboni 
fu decretata a unanimità, fì-a le acclamazioni, dalle due Camere • 
e in quella dei Pari sedevano i rappresentanti della più antica e 
doviziosa nobiltà, e della gerarchia ecclesiastica più alta. 

Occorreva molto tatto, e il principe di Satriano l'aveva mo- 
strato da comandante la spedizione. Bisognava rassicurare gli 
animi innanzi tutto, e senza sentimentalismi, come senza eccessi, 
rimettere l'ordine, mostrandosi inesorabile verso tutti quelli che 
minacciassero di turbarlo, anzi senza pietà addirittura. La ce- 
lebre ordinanza, ohe decretava la pena di morte ai detentori di 



^ Avevo scritto queste pagine, quando mi pervenne da Palermo uà 
libro di piccola mole, ma denso di pensiero e di acume critico, dal titolo: 
n marohèSQ di Torrearsa e la Rivoluzione siciliana del 1848. (Palermo, 
1899). Ne è autore il signor Giovanni Siciliano, che rileva tutti gli erro- 
ri e le contradizioni del governo della rivoluzione in Sicilia, dimostran- 
do oouie il solo uomo, che rivelasse criterio politico, fosse il marchese di 
Torrearsa, di cui esamina l' interessante libro : Éicordi sulla rivoluzione si- 
ciliana degli anni 1848 e 1849, pubblicato a Palermo nel 1887. 



— 6 - 

armi, fu rimproverata ai Filangieri perchè crudele, ma egli riuscì 
ad ottenere con essa un concludente disarmo, dopo un'amnistia, 
. che comprendeva anche i reati comuni. Facendo escludere dal- 
l'amnistia soli quarantatre fra i principali compromessi, e dan- 
do a questi l'agio di abbandonare l' Isola, prima che l'esercito re- 
gio entrasse in Palermo, anzi lasciando liberamente fuggire tutti 
quelli che temevano dalla restaurazione, Filangieri aveva evitato 
il grave errore dei clamorosi processi politici e degli imprigio- 
namenti in massa, come a Napoli. Il suo doveva essere invece 
un governo tutto militare, inteso a garentire in modo assoluto 
l'ordine e la giustizia, e del quale doveva essere maggior puntello 
la polizia. Durante la lunga dimora in Messina, fino alla ripresa 
delle ostilità, egli si era circondato di personaggi messinesi, e que- 
sti volle nel governo dell' Isola. Ricordo Giovanni Cassisi, con- 
sultore di Stato, che gli si mostrava deferentissimo ; Michele Cele- 
sti, Giuseppe Castrone e Salvatore Maniscalco, giovane capitano 
di gendarmeria, il quale, nato a bordo di un bastimento in rotta 
fra Palermo e Messina, era considerato messinese anche lui, benché 
di famiglia palermitana. Cassisi, il quale sembrava uomo superio- 
re per prudenza e acutezza di mente, fu dal Filangieri proposto 
al E-e, prima come commissario civile, e poi come ministro di 
Sicilia a Napoli ; Celesti fu intendente di Messina, e il capitano 
Maniscalco, che seguiva il corpo di spedizione col titolo di gran 
prevosto, fu direttore di polizia, ma conservando il grado milita- 
re. Capitano di gendarmeria il 24 novembre 1848, nel 1860 era 
maggiore dei carabinieri. Figurava sul ruolo militare, ma per 
memoria, come si diceva allora. 

Scelta felice quella del Maniscalco, infelicissima la scelta del 
Cassisi, che fu davvero la maggiore spina del luogotenente, e l'ob- 
bligò a dimettersi. Filangieri non previde che un siciliano, mi- 
nistro di Sicilia a Napoli presso il E-e, e uomo di legge e però 
formalista, non poteva non riuscire un bastone fra le ruote per 
il luogo tenente, napoletano e soldato. Si aggiunga un'assoluta 
diversità d' indole tra i d uè : risoluto il Filangieri a superare ogni 
diffi colta militarmente, a tagliare, non a sciogliere i nodi ; cu- 
riale il Cassisi, che si perdeva nelle minuzie, e con sicula abi- 
lità, benissimo simulando e dissimulando, alimentava nell'anim o 
sospettoso del Ee le prevenzioni contro il Filangieri. Il pr i- 
mo Consiglio di governo fu formato dal barone Ferdinando M al% 



- 6 - 

"vica, e poi da Pietro Scrofani per l' interno ; Giuseppe Buon- 
giardino per le finanze, Gioacchino iJa Lumia per la giustizia 
e affari ecclesiastici, e Salvatore Maniscalco per la polizia. Fi- 
langieri scelse per suo segretario particolare un giovane alunna 
di magistratura, vivacissimo d' indole e d' ingegno, Carlo Ferri, 
che mori a Napoli nel 1883, dopo avere avuto un momento di ce- 
lebrità, presedendo, nel 1879, la Corte d'Assise che condannò il 
Passanante. Prese come suo aiutante il maggiore di artiglieria 
Francesco Antonelli, ch'egli conosceva sin da quando era ispet- 
tore generale d'artiglieria e genio, e conobbe meglio durante 
la campagna di Sicilia, avendolo avuto nel suo stato maggiore, 
come capitano. L' Antonelli nel 1855 fu promosso tenente co- 
lonnello ; nel 1860 divenne brigadiere ; e capo dello stato mag- 
giore a Gaeta, ne firmò la capitolazione. Aveva egli un raro 
dono naturale, quello di saper fischiare in maniera cosi perfetta^ 
che, non vedendolo, pareva di sentire un flauto, e fischiando, ac- 
compagnato dal pianoforte, riscuoteva l'ammirazione di quanti lo 
udivano. Riordinando più tardi la redazione del Giornale Ufficiale 
di Sicilia, Filangieri ne nominò direttore un* valoroso giornalista 
messinese, Domenico Ventimiglia, il quale era stato nel 1848 
redattore dell' Arlecchino a Napoli, e poi aveva scritto nel Tempo 
del D'Agiout, e pubblicate cose letterarie e archeologiche. Il 
Ventimiglia, spirito scettico in politica, ebbe una vita giornali- 
stica avventurosa, e morì a Eoma, nel ISSI, direttore dell'^co- 
nomista d'Italia. Io gli fui amico, e posso attestare che tanto 
lui, quanto il Ferri, che conobbi parimente, serbarono un cosi 
sincero senso di devozione alla memoria del principe di Satriano^ 
che quasi ne parlavano con le lagrime agli occhi. 

Ristabilito via via l'ordine pubblico con le note ordinanze 
di maggio e di giugno, e tolta ogni voglia di nuove agitazioni po- 
litiche, Filangieri non permise in quell'anno la tradizionale festa 
di Santa Rosalia, che cade il 15 luglio. Il Giornale di Sicilia ne 
dava l'annunzio con queste curiose parole : " La plebe, per cui 
tal classica festa è un elemento di gioia, attende il venturo 15 
luglio 1850 per esilararsi senza usura di sfoggi „ . Non meno co- 
mico era stato, due mesi prima, il modo, col quale lo stesso gior- 
nale aveva annunziata la grazia fatta a Giuseppe Pria, a Fran- 
^ Cesco Giacolone e a Francesco Davi, i quali, condannati a mor- 



- 7 - 

te come detentori d'armi, furono condotti fuori porta San Giorgio 
per essere fucilati; ma nel momento, in cui la fucilazione do- 
veva eseguirsi, giunse la grazia. Quel foglio aveva, con impeto 
lirico, concluso l' annunzio così : " Ma sappia il mondo, che 
dove la morte si cangia in vita; dove alla tristezza succede 
l'esultanza ; dove al disordine succede la calma, è Ferdinando II 
che regna, è Carlo Filangieri che lo rappresenta „ . 

Un'altra ordinanza proibì il Birihisso, giuoco popolare di az- 
zardo, che allora si faceva in due modi : o con una specie di trot- 
tolina in un piattello con numeri, e vincitore era il numero sul 
quale cadeva la trottolina; o con una tavoletta con 36 figure, 
aventi il numero corrispondente in 36 pallottole chiuse in una 
borsa. Ed uno tenendo il banco, gli altri scommettendo, vince 
quella figura, che porta il numero estratto da chi tiene il giuoco. 
Nell'uno e nell'altro modo, era un giuoco di azzardo, e bene fece 
il luogotenente a proibirlo. 

Per l'ordinamento della polizia, Filangieri lasciò le mani li- 
bere al Maniscalco, nel quale aveva una fiducia illimitata; e Ma- 
niscalco si die a crearne una, che fosse conoscitrice profonda 
delle più intime magagne dei bassi fondi sociali : polizia non 
politica soltanto, come si diese, ma politica, secondo le occa- 
sioni, e in queste non sempre pari a sé stessa. Riorganizzò i 
militi a cavallo, o compagnie d'arme, contro la volontà del Cas- 
sisi; li chiamò responsabili degli abigeati, frequentissiipi nelle 
deserte campagne della Sicilia centrale, e vi pose a capo alcuni 
che avevano servito la rivoluzione, ma abilissimi, e che erano 
tornati a servire, con lo stesso ardore, il vecchio regime che 
risorgeva. Questi militi, pur non essendo tutti cime di galan- 
tuomini, resero servigi eccezionali; e, a giudizio di amici e di 
nemici, giammai la Sicilfci ebbe tanta sicurezza, come in quel 
periodo. 

Maniscalco rivelò un'abilità di prim' ordine. Statura me- 
dia, occhi azzurri, corte basette, piccoli baffi biondi e capelli 
accuratamente ravviati, egli vestiva in borghese con semplicità 
e correttezza militare, ma, nelle grandi occasioni, indossava 
la sua divisa di capitano. Giovane a 35 anni, discorreva il 
meno che potesse, preferendo ascoltare. Aveva penetrazione 
rapidissima e sapeva nascondere ogni sentimento d'ira o di 



compiacenza sotto un fine sorriso d' incredulità e di ironia. Pa- 
drone di sé, sapendo comprimere ogni sua passione, e frenan- 
do gli scatti di un' indole calda e vivace, egli non perde vera- 
mente la calma, che una sola volta, come si dirà appresso. La 
leggenda sul suo nome cominciò negli ultimi tempi, quando, ri- 
presa la cospirazione, i cospiratori si convinsero che ogni loro 
conato si sarebbe infranto contro l'opera del Maniscalco. Egli 
esercitò per undici anni il suo ufficio, senza interruzione alcuna. 
Mutarono due Re e tre luogotenenti; mutarono tre ministri di 
Sicilia a Napoli, e parecchi direttori, ma Maniscalco rimase al suo 
posto. Fu l'unico funzionario che fece il suo dovere sino al- 
l'ultimo, chiudendosi in palazzo Reale col generale Lanza, all' in- 
gresso di Garibaldi, e solo uscendone dopo la capitolazione. Si 
disse che gli eccessi di lui facessero ai Borboni più male di Ga- 
ribaldi. Io credo che sarebbe più giusto affisrmare che, senza 
Maniscalco, i Borboni avrebbero perduta la Sicilia, appena dopo 
la morte di Ferdinando II. Quel dominio si reggeva per la forza 
delle armi e della polizia, non altrimenti di come si reggeva nel 
Lombardo- Veneto il dominio austriaco ; e il nome di napoletano 
era aborrito in tutta l' Isola, quanto a Milano il nome di croato. 
Se Maniscalco non fosse stato siciliano, e polizia tutta siciliana 
la sua, gli strumenti per mandarlo » gambe in aria non sarebbero 
mancati. 

Gli odii più violenti si vennero via via accumulando sul suo 
capo, ma egli non era uomo da aver paura, o da mostrarsene 
consapevole. Zelante, ma non plebeo, come Peocheneda; non 
visionario, come Mazza ; non ignorante, come Aiossa, nello zelo 
del Maniscalco c'era qualche cosa, per cui egli, distinguendo e sal- 
vando le forme, colpiva l' immaginazione e lasciava il segno. 
La polizia la faceva lui, ne vi era grosso comune dell'Isola, 
dove egli non avesse qualcuno, il quale, come amico ad amico, lo 
informasse direttamente di quanto avveniva. Amava rendersi 
conto delle cose direttamente, forse perchè non aveva fiducia in 
nessuno dei suoi agenti, tranvie che nel suo segretario Favaloro, 
che chiamava per celia Fava d'oro. 

L'intimità fra il luogotenente e Maniscalco divenne sem- 
pre maggiore. Filangieri aveva trovato il suo uomo. Prima di 
prender moglie. Maniscalco ebbe relazione amorosa, si disse, con 
una signora, che si affermava sua parente, e corse voce che 



- 9 — 

questa servisse da intenjaediaria per spillar favori. A tagliar 
corto su queste dicerie, Filangieri lo consigliò di prender mo- 
glie; e Maniscalco sposò nel 1854 una figliuola del procuratore 
generale Nioastro, e del primo figliuolo, nato l'anno appresso, fu 
padrino il principe di Satriano, non più luogotenente. Viveva 
con semplicità, ed erano abitudini quasi austere le sue. Abitava un 
quartiere in via Abela, sulla cantonata dell'attuale via Mariano 
Stabile, e ancora quella piccola strada è chiamata dal popolo 
strada del direttore. Buon marito e buon padre, egli ebbe sei 
figliuoli, dei quali gli ultimi due nati nell'esilio. Mori nel mag- 
gio del 18^ a Marsiglia, non rivedendo più quella Sicilia, di 
cui per undici anni era stato il personaggio più temuto e 
odiato. Oggi 6Ì comincia ad essere giusti con lui, distinguendo 
l'uomo dal funzionario, e riconoscendo nel funzionario quello 
che avea di buono, e quello che aveva di eccessivo, benché agli 
eccessi fosse stato trascinato dagli avvenimenti, che incalzavano 
senza tregua. Assolutista rigoroso ; devoto sinceramente ai Bor- 
boni ; convinto che ogni tentativo rivoluzionario doveva essere 
represso senza misericordia ; e convinto ancora ohe, meno po- 
chi turbolenti, come diceva lui, le popolazioni della Sicilia 
non desideravano veramente che sicurezza pubblica, imposte 
minime, feste religiose e vita a buon mercato, egli compi il 
suo dovere senza venirvi mai meno. Il problema politico non 

10 vedeva. 

Lo vedeva invece il luogotenente, cui non bastava rista- 
bilir l'ordine, riorganizzaTe la polizia e tutte le atìiministrazioni 
pubbliche, rifare il Pecurion^-to di Palermo, nominandone pre- 
tore il vecchio duca Della Verdura ; dar nuovi capi alle provincie 
e alla magistratura, le guardie urbane ai comuni, e confermar 
sopraintendente agli istituti di beneficenza il vecchio duca di 
Terranova, benché avesse nella camera dei Pari votata e firmata 
la decadenza, e ne' rispettivi loro uffici tanti altri, che avevano 
pur servita la rivoluzione. 

Per rendere durevole il dominio dei Borboni nell'Isola, oc- 
correva venir riconciliando al He e alla dinastia tutta quella 
parte della società siciliana, che se n'era .alienata per i fatti del 
1848, ed occorreva farlo con garbo e senza ombra di violenza. 

11 ministro Giustino Fortunato aveva ideata a Napoli la famosa 



- 10 — 

petizione al Re per l'abolizione dello Statuto, ma al Filangieri 
non bastò cbe il Senato di Palermo prima, e poi tutti i mu- 
nicipii dell'Isola votassero al Sovrano indirizzi di fedeltà e di 
ringraziamento, per la ottenuta ripristinazione dell'ordine, né cbe 
il Senato di Palermo votasse a lui la cittadinanza e una spada di 
onore, e quattro statue agli ultimi "Re Borboni : egli si adoperò per- 
che ottantuno ex Pari sopra 160, e centotre ex deputati sopra 202, 
quasi tutti quelli ohe non erano fuggiti, sottoscrivessero, sen- 
z'aver l'aria di esservi costretti, umili suppliche al Re, dichia- 
rando " di paventare il severo giudicio della storia, l'esecrazione 
della posterità, e di sentire il bisogno di dover svelare che sot- 
toscrissero l' illegale atto per violenza „ . 

L' illegale atto era la decadenza dei Borboni dal trono della 
Sicilia. Se quelle firme non furono tutte ottenute spontanea- 
mente, come il Filangieri affermò nel suo libro, ^ — miniera di do- 
cumenti interessanti — non si potrebbe affermare che vi fossero 
costretti con la violenza, perchè veramente non risulta da nessun 
documento, che qualcuno fra coloro, ex Pari o ex deputato, che 
si rifiutò di firmare, fosse punito o perseguitato. Gli esuli si- 
ciliani, a Parigi, a Londra e a Torino, protestarono contro le 
ritrattazioni ; ma giustizia vuole si dica, che esse non furono tutte 
imposte dalla paura, ma solo, e per tutti, dal desiderio di quieto 
vivere. Ricorderò fra quelli che non firmarono, il barone Ca- 
simiro Pisani, il quale non subì molestie. Si narra che il prin- 
cipe di Palagonia, il quale era stato Pari, invitato a sottoscrivere, 
rispondesse : " Questi sono atti politici e collettivi ; le dichiarazioni 
singole nulla aggiungono e nulla tolgono „ ; e firmò. Egli era 
andato a Caltanisetta a portare le chiavi della città di Paler- 
mo al Filangieri, col marchese Di Rudini, monsignor Ciluffo^ 
giudice della Monarchia, il conte Lucchesi Palli e l'avvocato 
ò-iuseppe Napolitani. Ma le contradizioni furono tante in quel 
periodo, ohe non è maraviglia se il Palagonia cosi operasse. Quella 
petizioni degli ex Pari e degli ex deputati non sono certo un 
documento di umana sincerità e di umano coraggio, anche per- 



* Memorie istoriche per servire alla storia della rivoluzione siciliana 
del 1848-1849. (Italia, 1853). — È curioso che, mentre questo volume di 
circa 900 pagine, in grande edizione di lusso, fu pubblicato in Palermo 
dal nota editore Lao, il nome del Lao e il luogo di stampa non vi figurano. 



-li- 
die alcuni, complessivamente, altri singolarmente, accompagna- 
rono la ritrattazione con pretesti non degni del loro grado. I più 
dicevano di esservi stati costretti dalla forza, altri dall' ignoranza ; 
e il principe di Giardinelli, Gaetano Starrabba, dichiarava di 
aver sottoscritto Vesecrando decreto per le minaccie di fatto, a cui 
non poteva opporsi, però trascurò la firma qual procuratore del 
principe Alcontres di Messina; mentre l'ex deputato Ditiglia, ba- 
rone di Graniano, ' dichiarava che firmò l'atto di decadenza per 
semplice errore d'intelletto, e mai per prevaricazione d'animo. 
E Lionardo Vigo Fuccio, che fu deputato allora e tornò ad es- 
serlo dopo il 1860, e per varie legislature, aggiungeva: '^ Fui 
sempre avverso alV illegale e nefando atto del 13 aprile 1848, 
pur lo firmai, perchè inevitabile in quel tempo ed in quel giorno „. 

Più schietta fu la petizione dei Napoletani, immaginata e scrit- 
ta dal Fortunato e di cui pubblico qui il testo, come ho detto. 
Nessuno, di quanti hanno scritto delle cose del 1848, l'ha avuta ve- 
ramente sott'occhio. Il testo originale, con le tante migliaia di 
firme autografe, fu distrutto, mi si assicura, nel 1860, perchè dav- 
vero questa dimostrazione plebiscitaria, consigliata dalla pau- 
ra, sarebbe stata poco conciliabile col plebiscito nazionale di un- 
dici anni dopo. Eccola: 

" Sacra Real Maestà, 

" La città di .... in provincia di ... . per proprio convincimento è per- 
snasa ed ha riconosciuto dalla esperienza dei tempi trascorsi, che il re- 
gime costituzionale non conduce in questo Regno al pubblico bene 
ed al vero ed onesto progresso sociale, ai vantaggi del commercio e 
dell'agricoltura, ad altro non avendo servito se non che ad eccitare 
le più abiette passioni, ed a garantire le" mise anarchiche di uno sfre- 
nato ed immorale partito distruttore di ogni pubblico bene e prosperità, 
nemico della religione e del trono e di ogni civil reggimento; parti- 
to che si avvale di tale regime, solo per avanzarsi a minare tutto l'e- 
dificio sociale di ogni virtù, manomettendo ogni diritto ed ogni ra- 
gione. L'esperienza di si tristi frutti finora raccolti e la preveggenza del- 
le future inevitabili sventure, ohe può arrecar a questo Regno, ha resa 
questa forma di governo antipatica e pesante alla sua maggioranza dei 
buoni e fedeli sudditi della M. V. Essi vogliono vivere sotto le paterne 
sante leggi della M. Y., Augusto discendente di quella magnanima stirpe 
di Re, che ha tolto queste contrade alla condizione di provincie soggette 
a lontano dominio, che le ha ripristinate alla dignità di Regno indipen- 
dente, ohe a questo immenso dono ne ha aggiunti tanti e tanti colle sa- 
pienti leggi, di cui ha dotata la Monarchia. 



— 12 — 

" Queste leggi, o Signore, bastano alla felicità ed al benefìcio dei vostri 
popoli. Essi con tutta l'anima, colle forze della loro coscienza, solenne- 
mente respingono la straniera rivoluzione, importazione di un regime non 
fatto per loro! 

" Piaccia alla M. V. riprendere la concessione strappata dalla violenza 
e dalla perfidia colla violazione dei più sacri doveri, e preparata colle più. 
sacrileghe ed inique mire settarie. Eitorni uoi popoli sotto l'unico potere 
del paterno Suo Scettro, e noi ed i nostri figli benediremo, colla restaurata 
potente forza della Monarchia assoluta, il nome sagro del nostro magnanimo 
buon Re Ferdinando II „. 

La petizione aveva forma ufficiale, e però era difficile sot- 
trarsi a firmarla, potendo il rifiuto aver quasi l'aria di una 
provocazione. La procedura era questa. Un agente di polizia la 
presentava al sindaco, che la sottoscriveva e faceva sottoscri- 
vere (Jai Decurioni, dai proprietari ed altri cittadini. Le firme erano 
autenticate dai pubblici notari. I sindaci, che si rifiutarono di 
firmare, veramente ben pochi, furono via via destituiti, dichiarati 
attendibili e tenuti d'occhio dalla polizia, come avvenne a Giu- 
seppe Beltrani, sindaco di Trani, al quale la petizione fu presen- 
tata dal commissario di polizia, don Tommaso Lopez. Il mio 
amico G-iovanni Beltrani, nipote dell'animoso sindaco, e felice rac- 
coglitore di documenti storici caratteristici, trovò copia del do- 
cumento fra le carte dello zio. 

Carlo Filangieri conservò i vecchi privilegi dell' Isola : il porto 
franco a l^essina, l'esclusione dalla leva e dalla gabella del sa- 
le e la libera coltivazione del tabacco. Furono assoluti i Co- 
muni dai debiti contratti durante la rivoluzione ; reintegrati la 
Chiesa, lo Stato e i pubblici stabilimenti nei beni alienati, e 
restituiti quelli confiscati ai gesuiti e ai liguorini. Ripristinò 
la Consulta, istituita nel 1824 ; e trovando in pessime condizio- 
ni l'erario, o non credendo opportuno nei primi tempi accre- 
scere le tasse, istituì un debito pubblico per la Sicilia, che in 
poco tempo sali alla pari, e poi la superò. 

Il principe di Satriano era vissuto nella sua gioventù tra i 
maggiori splendori, benché egli fosse personalmente semplice, non 
senza qualche tendenza all'austerità. Luogotenente del Re in Si- 
cilia, intendeva la necessità di circondare il suo potere di presti- 
gio, un po' napoleonico, ma di sicuro affetto sulle popolazioni im- 
maginose dell' Isola. Abitò in Palazzo Reale ed ebbe una Corte. 
La Reggia Normanna, dov' è raccolta tanta dovizia di arte e di 



- 13 - 

storia, si riapri ai balli, ai conviti e ai grandi ricevimenti. 
Gli onori erano fatti dalle bellissime figliuole del luogotenente, 
ma soprattutto dalla duchessa Teresa E-avascbieri, nel fiore della 
bellezza e della gioventù, e vi andava talvolta da Napoli o 
da Parigi il figliuolo Gaetano, bel giovane, à bonne fortune. Il 
principe riceveva con magnificenza regale. Usciva ordinaria- 
mente in grande uniforme, facendo circondare la carrozza da 
un drappello di dragoni, e qualche volta distribuendo cari- 
netti (moneta d'argento di 42 centesimi) alla poveraglia, che si 
affollava al suo passaggio. Ristabili tutto il cerimoniale della 
Corte di Spagna col relativo baciamano, e nel giorno della fe- 
sta del Be si vedevano andare in giro i caratteristici carrozzoni 
con le sfarzose livree. A capo delle milizie prendeva parte alle 
processioni celebri di Palermo, in mezzo al suo stato maggiore. 
In ufficio indossava la divisa, anzi ordinò che tutti gli impie- 
gati regi dovessero portar l'uniforme. Mi si narra che don An- 
tonino Scibona, a cui voleva gran bene, disapprovasse tale or- 
dine, osservando non esser giusto obbligare gì' impiegati, quasi 
tutti povera gente, a questa spesa. Il principe, trovando giusta 
l'osservazione, non revocò l'ordine, ma dispose che le uniformi 
fossero messe a carico dell'erario e venissero indossate nelle oc- 
casioni ufficiali. 

Molto era il suo prestigio. Figlio di Gaetano Filangieri ; sol- 
dato di Napoleone; uccisore in duello del generale Franceschi, 
perchè sparlava dei napoletani ; crivellato di ferite al ponte San 
Giorgio nella disgraziata campagna di Murat contro gli austriaci ; 
imparentato con quanto di più alto contava la nobiltà dell' Isola, 
poiché la principessa di Satriano nasceva Moncada di Paterno ; 
dotato di una inflessibile energia, di cui aveva dato prova duran- 
te la campagna : tutto concorreva ad aumentare questo prestigio. 
Egli seguiva fedelmente la massima napoleonica: messo a go- 
vernare un paese ribelle, doveva innanzi tutto farsi temere ; pos- 
sibilmente, farsi amare ; doveva togliere via via con la forza 
e col tatto, le cause, le occasioni e perfino i pretesti di ogni 
tentativo di rivolta. E vi riusci. Quasi tutto il patriziato fu 
riconquistato alla causa dei Borboni. Le feste alla Re^ia ricor- 
darono quelle di altri tempi, e fece venire da Parigi lìh cuoco, 
certo Charles, che ebbe celebrità e fu invidiato dai maggiori 
signori di Palermo. 



— 14 — 

Il Giornale di Sicilia continuò per lungo tempo a pubbli- 
care indirizzi di fedeltà al He e di riconoscenza al luogote- 
nente, da parte dei municipii, in uno stile eh' è quanto si può im- 
maginare di più caratteristico. In breve, l'antico regime fu re- 
staurato in tutta r Isola. Il Orispi, testimone non sospetto, dovè 
confessare, molti anni dopo, in un suo discorso, ciie la restaura- 
zione dei Borboni fu rapida e parve un ìnistero. 

Rimesso l'ordine, rinacque, un po' per volta, la vita sociale coi 
suoi spettacoli e passatempi, profani e sacri. Si riaprì il teatro 
di Santa Cecilia con gli Esposti del maestro Ricci; una si- 
gnora di Parigi, Eloisa Déhue, fondò un buon istituto di educa- 
zione per le signorine dell'aristocrazia e borghesia ricca; Gam- 
bina Fici, specialista di ritratti al dagherrotipo, ne fece una 
esposizione, che richiamò tutta la città, priina all'albergo di 
Sicilia, al Pizzuto, e poi nella tabaccheria del Castiglia, in via 
Toledo; e il duca di Oaccamo, suscitando le critiche di tutta 
la nobiltà, faceva noto che affittava il suo casino di Mostazzola, 
sul quale il Meli aveva scritto questi dolcissimi versi, tant'anni 
prima: 

Alla calma, alla pace, alla quiete 
Sacrato è questo abenchè umil soggiorno. 
Qui par l'onda Oretea, l'onda di Lete, 
Che dolcemente va scorrendo intomo. 

'Chiunque sei che in queste piagge liete, 
Ten vai scorrendo or di mestizia a scorno^ 
Ogni acerba memoria qui deponi 
Ed al vero piacer l'alma disponi. 

Bisognava compiere l'opera e indurre il Re a visitare la Si- 
cilia. Impresa non facile, dopo quanto era avvenuto, ma Filan- 
gieri conosceva i Siciliani, ed era sicuro della sua polizia. Far 
venire il Re in Sicilia, farvelo rimanere qualche tempo tra Pa- 
lermo, Messina e Catania, era suggellare la pace tra l'Isola e 
la dinastia. Meno che odiare i Borboni, i Siciliani odiavano 1 
Napoletani, non rassegnandosi alla perduta indipendenza. Certo, 
non era cosa agevole persuadere Ferdinando II a compiere quel 
viaggio, poiché nell'animo di lui eran rimasti vivi tutt' i ricordi 
del 1848 ; e coi ricordi, i rancori ; e coi rancori, forse le paure. 
La Sicilia era stata riconquistata con le armi, dopo avere eletto 
un altro Re, figlio dell'odiato Carlo Alberto. Ferdinando II non 



- 16 - 

possedeva la virtù di obliare o celare i proprii rancori. Il luogo- 
tenente tornò ad insistere, sapendo che il Re aveva risoluto, nel- 
l'ottobre del 1852, di far eseguire esercitazioni militari nelle 
Calabrie, ma le insistenze sue riuscirono solo in parte, perchè il 
Re si lasciò indurre a visitare fugacemente Messina e Catania, 
non Palermo. Egli intendeva dare una lezione ai palermitani, 
e fu errore politico, perchè Palermo, che gli avrebbe fatte 
clamorose accoglienze, risenti il dispetto dell'esclusione. Sarà 
bene ricordare quel viaggio, l'ultimo che fece Ferdinando II in 
Calabria e in Sicilia, e ricordarlo nei suoi particolari più carat- 
teristici. 



CAPITOLO II 



SoMMABio: n viag^o del Ee in Calabria — Prmie tappe: orraca, Lagonegro, Ca- 
stelluccio, Morano, Castrovillari e Spezzano Albanese — Arrivo a Cosenza 

— Dorme nel casale Donnici — Contegno del Re e incidente col presidente 
Corapi — A Eogliano — Fra' Ntoni — Doppia tappa a Ceraci — Arrivo 
improvviso a Catanzaro — Incidenti esilaranti — Ire e stravaganze del Re 

— Le deputazioni di ì*izzo e di Cotrone — Al collegio — Mettetece 'e lattu- 
ghe — Ritorno a Tiriolo — Commuta la pena di morte a Spaventa e a Bar- 
barisi, e la reclusione a Soialoja — Al ponte suU'Angitola — Passa una 
notte a Pizzo — Va a Mongiana — Condizioni dello stabilimento, secondo un 
rapporto ufficiale — A Monteleone e a Bagnara — Arrivo a Reggio — Varii 
incidenti — Partenza per Messina — Viva l'eroe delle Due Sicilie ! — Spetta- 
colo al teatro — Arrivo a Catania — Dimostrazioni clamorose — Alloggia 
dai Benedettini — Il giovane Camazza e il professore Catalano — Riparte 
per Messina — Provvedimenti di governo — Le bonifiche doganali — Gran 
ballo alla Borsa — H conte di Trapani e il duca di Calabria — Partenza 
per Pizzo — Visita a Paola il santuario di San Francesco — Ritomo a Na- 
poli — La morale del viaggio. 

Sulla fine di settembre del 1852, il Ee volle dare agli esercizi 
autunnali d' istruzione per 1' esercito un' importanza maggiore del 
consueto, e ordinò ohe una colonna mobile, formata da due di- 
visioni, con otto squadroni di cavalleria e venti pezzi di arti- 
glieria, partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle 
truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, con- 
centrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il Re 
s' imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli, sul Fulminante, in- 
sieme al giovane principe ereditario che contava quindici anni, 
e al conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe 
D'Aci, dai brigadieri Ferrari e Del Ee, dai colonnelli Nunziante 
e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Seve- 

Dx CxsABx, La fin» di un Segno • Voi, I. 2 



— 18 - 

rino, Anzani e De Angelis, dai capitani GrerLet,0Scliumac]ier e 
Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Eivera, che era pu- 
re del seguito, comandava l' artiglieria ; il brigadiere Garofalo era 
capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come 
aiutante di campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Mu- 
rena partirono con la posta e attesero il Re a Lagonegro. Il 
Re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, men- 
tre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo di cucina in 
apposito furgone, precedevano il Sovrano di un giorno. Il Fui- 
minante^ seguito dal Guiscardo^ dal Ruggiero^ dal Sannita e dal 
Carlo III, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri, La sera 
di quel giorno, il Re dormi a Torraca, facendo la prima tappa, 
da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò 
nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla : castello 
medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese 
che, per grave caduta da cavallo, vent' anni prima si era ritirato 
dalle guardie del Corpo, col grado di brigadiere e portasten- 
dardo. Il Re, prima di allontanarsi, conferì all' ospite il titolo di 
duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cin- 
gere con una catena di ferro l'ingresso del castello e murare 
sulla facciata esterna una lunga lapide latina, della quale ecco 
la chiusa: 

NE AUSPICATI IN TURRBM RBGI8 ADVENTUS 

EXCEL8IQUB TAM HOSPITIS 

MNBMOSY NON EXCIDERBT 

HUNO LAPIDBM OBLIVIONIS VINDICEM 

BLASIO PALAMOLLA, PUPPANI MARCHIO 

P08UIT 

AN. RBP. SAL. MDCCOLII 

Fu quella la sola eccezione che il Re fece al suo proposito 
di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. A La- 
gonegro, alloggiò nella sottointendenza; a Castellu ccio, daiMi- 
nori Osservanti. Fra Castelluccio e Rotonda corre il fiume 
Mercuri. Il Re vi giunse a cavallo e trovò sulla sponda " una 
mobile selva di ulivi „ — leggesi nell' iperbolica cronaca uffi- 
ciale. Erano gli abitanti di Rotonda, venutigli incontro con in- 
verosimili rami di ulivo in mano. A Morano alloggiò nel semi- 
nario, e vi fece la prima doppila tappa, perchè egli, d'accordo con 
lo stato maggiore, aveva stabilito che per dar riposo ai sol- 



- 19 — 

dati, poco avvezzi a lunghe marcie, vi fosse una doppia tappa 
ogni tante miglia. Giunse a Castrovillari il 4 ottobre e andò 
nella Sottointendenza, rifiutando l'ospitalità del marchese Gallo, 
nipote del Nunziante, alle insistenze del quale rispose : " Mi 
son proposto di non fare eccezione d'ora innanzi, neanche se incon- 
trassi per via la casa di un mio fratello „. A Castrovillari, ri- 
correndo l'onomastico del principe ereditario, le accoglienze 
furono stranamente clamorose, e molti gli archi di trionfo, 
gli arazzi e le bandiere. Il dì seguente, parti per Spezzano Al- 
banese, dove per alloggio non trovò che la misera casa del giu- 
dice regio. La mattina del 6, parti per Cosenza fra le acclamazioni 
degli abitanti della valle del Crati, accorsi da ogni parte a far- 
gli omaggio. Benché la tappa fosse piuttosto lunga, giunse a 
Cosenza verso il tramonto, e le accoglienze furono anche colà 
entusiastiche. Ma non vi si fermò, proseguendo per il prossimo 
■casale Donnici, dove passò la notte in una rozza casa di campa- 
gna, appartenente all'avvocato Orlandi e tenuta in fitto da un tale 
Parise, di San Stefano, fabbricante di cera, che poi divenne fasti- 
dioso pretendente di compensi, e al cui figlio, prete, il Re con- 
cesse un assegno sulla badia di San Lucido. Oggi quella casa, 
rifatta completamente, appartiene alla famiglia Bombini. 

La dimane, 7, tornò a Cosenza, che percorse senza scorte,, né 
battistrada, fra nuove e più calde acclamazioni. Salito sul pa- 
lazzo dell'Intendenza, fii chiamato al balcone dalle grida popo- 
lari, e vi comparve. Dette larghe udienze, fece delle grazie, 
largì dei sussidii e assistette la sera alla grande illuminazione, 
mostrando di gradir molto un enorme trasparente, che rappre- 
sentava la Calabria in atto di fargli omaggio. 

Il Ee ebbe in questo viaggio un contegno addirittura stravf- 
gante: fu più volte scortese senza necessità; capriccioso, moi*» 
dace, caparbio e diffidente sempre ; trovò facili pretesti per mot- 
teggiare sulle cose del 1848 e rimproverare in pubblico le auto 
rità, ritenute sospette politicamente. Ne die una prova a Co- 
senza, quando i giudici della Corte Criminale, in grande toga, 
con a capo il loro presidente Luigi Corapi, si recarono ad osse- 
quiarlo. La Corte di Cosenza, specie il suo presidente, non era- 
no nelle grazie del Re, il quale attribuiva al Corapi la senten- 
za venuta fuori, proprio in quei giorni, con la quale era messo in 



— 20 — 

libertà provvisoria Donato Morelli, imputato " di cospirazioni ed 
attentati all'oggetto di distruggere e cambiare il governo, ed ec- 
citare gli abitanti del Regno ad armarsi contro l'autorità rea- 
le „ . Appena i magistrati s' incbinarono, il Ee, con piglio severo, 
squadrò il Oorapi e gli disse bruscamente: "-Presidente Corapi^ 
io non sono contento di voi „ . Il Corapi fece un profondo inchi- 
no e nulla rispose; ma, tornato a casa, indossò l'abito nero e, 
ripresentatosi al Re, gli disse : " Dopo le parole di Vostra Mae^ 
sta al presidente Corapi, questi non può che rassegnare, come fa^ 
le sue dimissioni „ . Ferdinando II fu scosso da tale atto di di- 
gnità ; non trovò parole da rispondergli e solo ordinò a Scorza 
che fossero accolte le dimissioni, ma che si corrispondesse al Co- 
rapi l'intera pensione, che allora equivaleva all'intero stipendio. 
Il Corapi, che onorò la magistratura napoletana in tempi diffi- 
cili, mori in tarda età, dopo il 1860. Era nonno materno del 
deputato Bruno Ohimirri. 

Nelle ore pomeridiane del giorno 8, il Re lasciò Donnici e giunse 
verso sera a Rogliano. Le altre volte era stato ospite in casa 
Morelli, ma questa volta preferì l'incomodo alloggio nel convento 
àeì Cappuccini, le cui umili celle erano state addobbate con mobili, 
requisiti presso la famiglia Morelli da un capitaiio di gendarmeria. 
L'incidente più notevole di quella ospitalità fu la conoscenza, che 
il Re fece di frate Antonio ^ fra' Ntoniyi, laico, in odore di san- 
tità, il quale dispensava ricette per guarire e si assicurava che 
facesse qualche miracolo. Non si lavava mai, e il sudiciume dei 
suoi abiti e della cella era reso maggiore dalla sua stravagante 
passione per un ghiro, che aveva addomesticato e gli dormiva 
addosso, obbedendogli come un cane. Il Re andò a visitarlo nella 
cella, e Fra' Ntoni, mostrandogli il ghiro, gli disse che il popolo 
doveva essere al suo Re cosi affezionato, come il ghiro era affe- 
zionato a lui. 

La mattina del 9, lasciò Rogliano alle 10. Dette udienza alla^ 
signora Morelli, madre di Donato e di Vincenzo, contro i quali 
era aperto il grave processo politico ; ma la signora non udì ri- 
spondersi che queste secche parole : " Fate fare il giudizio „, né 
risposta più coafòrtante ebbe la figlia di Saverio Altimari. Tra- 
versò Rogliano a piedi, in mezzo al suo stato maggiore ; poi montò 
a cavallo, e passando sotto gli archi di trionfo innalzati in suo 
onore nei paeselli di Carpanzano e Scigliano, giunse all'osteria 



- 21 — 

di Coraci, dove una divisione delle truppe l'aveva preceduto, e 
dove un'altra divisione lo raggiunse. Anche Coraci fu doppia 
tappa, ed egli vi fece eseguire alcuno evoluzioni. Vi ricevette 
l' intendente Galdi, che gli era andato incontro al confine della 
provincia, il comandante generale Salerno e le altre autorità. 
Con l' intendente si mostrò assai freddo. Egli conosceva la vita 
intima dei suoi funzionarii, e contro il Galdi era mal prevenuto ; 
raccoglieva volentieri pettegolezzi e maldicenze e, all'occorrenza, 
se ne serviva senza dignità di Re. Licenziando quei fuiizionarii^ 
disse loro che li avrebbe riveduti a Catanzaro^ l'indomani, e 
quelli partirono, dopo aver presi con lo stato maggiore gli accordi 
circa il ricevimento in quella città, dove si calcolò che il Ee 
non potesse arrivare prima delle 4 pom. Alle 3 antimeridiane 
del giorno 11, egli mosse a cavallo alla volta di Tiriolo, seguito 
dalle truppe. Era notte fitta. A Soveria udi la messa, e giunto 
a Tiriolo, non vi si fermò che per montare in vettura, ordinando 
ai postiglioni di sferzare i cavalli. 

A Catanzaro si erano fatti apparecchi sontuosi per il ricevi- 
mento e il pranzo, e di questo aveva avuto incarico il giovane 
Leonardo Larussa, figlio dell'avvocato don Ignazio, che era statT) 
deputato nel 184S, e mori poi consigliere di Cassazione e senatore 
del Regno d' Italia. Furono elevati per la circostanza parecchi 
archi trionfali con ampollose epigrafi. Eccone un saggio: 

Viva Ferdinando II, il più clemente dei Ee; 

e quest'altra: 

Sei Grande, sei Pio, sei Padre, sei Re I 
La gloria, la fama non muore con Te! 

Essendo recenti i ricordi del 1848 con le relative condanne, 
molti speravano grazie dal Re, preceduto dalla voce che com- 
piva quel viaggio per rendersi conto dei bisogni del Regno, e 
per riparare con la clemenza ai rigori dei giudici. Le autorità 
avevano stabilito di ritrovarsi alle due all'Intendenza; i magi- 
strati avevano mandate le toghe e i cappelli a canalone in casa 
del procuratore generale Altimari, per vestirsi tutti insieme. 
Cittadini e fanzionarii pre^stavano la gioia di rivedere il Re 
in ora cosi comoda, dopo aver desinato e dormito. 



— 22 — 

Era mezzogiorno e mezzo, quando si udì un rumore insolita 
e strepito di cavalli; e prima ohe ne corresse la voce, il Re 
era entrato in città. La trovò deserta. Credette da principio 
ad un complotto politico; si turbò e ordinò di andare diritti al 
duomo, ma questo era cMuso e il vescovo De Franco faceva^ 
la siesta. Crebbe l'irritazione, perchè cadde un cavallo della 
sua carrozza. All'Intendenza non trovò nemmeno il picchetto 
di guardia, ma solo pochi militi urbani dei paesi vicini, venuti 
a prendere ordini e vestiti coi loro costumi caratteristici. Uno 
di essi, con lo schioppo a tracolla, si accostò al Ee per baciargli 
la mano, e per poco non gli ruppe la testa. Chiese dell'inten- 
dente, e gli si rispose ch'ora andato al duomo, come v'era corso 
difatti, infilandosi l'uniforme per via e gridando come un os- 
sesso. Non trovato però il Re al duomo, tornò trafelato al- 
l'Intendenza, più morto ohe vivo. Catanzaro pareva una gab- 
bia di matti. La gente si precipitava nelle vie, i magistrati 
correvano alla casa del Procuratore Generale a vestir le togho 
e a prendere i cappelli ; ma scambiando, nella confusione, toghe 
e cappelli, provocavano scene comiche ed episodii grotteschi. 
Discesi nella via, correvano come pazzi dal duomo all'Inten- 
denza, in cerca del Re. 

Questi, smontando nel cortile dell'Intendenza, licenziò le 
due guardie d'onore che lo avevano seguito, il barone Luca Or- 
sini di Cotrone e il marchese Domenico Gagliardi di Monte- 
leone, il quale, appena giunto in casa Larussa, di cui era ospite^ 
dovè mettersi a letto, per curarsi delle gravi fiaccature ripor- 
tate dal lungo trottare. Il Gagliardi, fratello minore del mar- 
chese Francesco, era un tipo eccentrico: portava costantemente 
gli speroni e indossava una specie di tabarro fra il militare e il 
borghese. 

Salendo le scale, il Re vide venirgli incontro, affannosa- 
mente, la signora Galdi e le disse, con marcata ironia : " Meno 
male che trovo alla fine una persona, che mi addita la mia stanza 
da letto „ ; e scorgendo a poca distanza da lei un giovane piut- 
tosto elegante, con la barba a collana, chiese bruscamente : " Voi 
chi siete? y, E alla risposta, che era il ricevitore generale Musi- 
tano, vivacemente replicò : ^ Va a tagliarti subito questa harba^ 
qui non hai nulla da fare » , lasciando capire che gli erano nDte le 
ingerenze del Musitano nelle còse intime della provincia. En- 



- 23 — 

trato nell'appartamento destinatogli, volle ohe si chiudessero le 
porte, e per qualche ora regnò un silenzio pauroso, che fece dif- 
fóndere la voce che il Re sarebbe partito immediatamente. Il 
giovane Larussa, appena vide il trattamento fatto al Musitano, si 
allontanò, ma più tardi fu mandato a chiamare da Alessandro 
Nunziante, e interrogato circa i preparativi del pranzo. La- 
russa rispose che si era tutto disposto, ma Nunziante gli fece in- 
tendere ohe il Re non accettava nulla. Difatti il cuoco reale 
rifiutò persino delle ottime frutta e dei pesci squisiti, fatti ve- 
nire da Pizzo. Anche i piatti e i bicchieri appartenevano alla 
cucina reale. 

Il Re fbce giustizia sommaria con le autorità. Ricevè l' in- 
tendente, solo per dirgli che fra un'ora partisse per Pizzo e vi 
attendesse ulteriori ordini; revocò dal comando il generale Sa- 
lerno e lo sostituì col colonnello Billi, che mori in Catanzaro 
cinque anni dopo, e che si disse aver guadagnato una forte 
somma, stando in rapporto coi briganti che infestavano la pro- 
vincia; ma nulla fu dimostrato. La sua moglie era una Star- 
rabba, nipote del principe di Giardinelli, vecchio intendente di 
Catanzaro. Ferdinando II retrocesse inoltre alla seconda classe 
il capitano di gendarmeria De Cicco, e altro avrebbe fatto, se 
per l'intervento di alcuni ufficiali del seguito, e specialmente 
del capitano Gerolamo de Liguoro, che aveva una sorella ma- 
ritata a Catanzaro, non si fosse via via rabbonito e persuaso 
che non s'era trattato di complotto, o di mancanza di rispetto, 
ma semplicemente di un equivoco, credendosi che S. M. sa- 
rebbe arrivata tre ore dopo. Non revocò gli ordini dati, e 
solo concesse all'intendente di non partire per Pizzo che l'in- 
domani, vinto, si disse, dalle lagrime della signora Galdi, la 
quale ne interessò anche il conte di Trapani, ma ne ebbe questa 
curiosa risposta : " Signora mia, son dolente del caso, ma non 
posso far nulla per lei, perchè Sua Maestà vuole che io l'accom- 
pagni a preferenza degli altri principi, perchè io solo non lo an- 
noio con delle raccomandazioni „ . 

Il segretario generale Guerrero ebbe le funzioni d' intenden- 
te, nel tempo stesso che il Re nominava successore del Galdi 
il Morelli, procuratore generale della Corte criminale delle Pu- 
glie. Rimandò le autorità , compreso il vescovo De Franco, 
i vescovi di Squillace e di Cotrone e l'arcivescovo di Santa Se- 



— 24 - 

verina, facendo sapere a tutti clie li avrebbe ricevuti 1' indomani : 
solo trattenne don Pasquale Barletta, presidente della Gran 
Corte Civile e commissario straordinario per la Sila. 

Prima del tramonto usci a piedi, e si recò a vedere i lavor^ 
della strada che si costruiva per Cotrone. Di ritomo, vide illu- 
minata la cbiesa dell' Immacolata, dirimpetto all' Intendenza e 
vi entrò per ricevere la benedizione. La confraternita della chiesa 
volle ricordare l'augusta visita con una lapide, ohe tuttora si 
legge; e poiché l'altra confraternita, detta del Rosario, ingelosita 
dell'onore che per caso il Re aveva fatto alla chiesa dell' Im- 
macolata, lo acclamò suo priore onorario ; quella dell' Immaco- 
lata volle a suo priore onorario il duca di Calabria. Le due 
confraternite erano rivali, anche perchè quella dell'Immacolata 
si diceva composta di liberali, e l'altra di retrivi. 

Il Re tornò a casa fra le acclamazioni della cittadinanza e 
pranzò col seguito, al quale disse che per la stagione inol- 
trata aveva deciso, dopo la visita alla Mongiana, imbarcarsi 
a Pizzo per Napoli. Ordinò infatti che l'artiglieria e la fanteria ei 
raccogliessero fra Monteleone e Pizzo, e la cavalleria tornasse 
a Napoli, seguendo la via delle Puglie. Fosse prevenzione, 
paura o abitudine di celar l'animo suo, egli cambiava improv- 
visamente risoluzioni e ordini; e poiché per mancanza di tele- 
grafi — fiìnzionava imperfettamente sulle coste quello ad asta — 
non vi era modo di eseguire i suoi contrordini, avvenivano 
confusioni e n'era vittima egli stesso. Cosi quella sera disse 
che non avrebbe proseguito il viaggio per Reggio e Messina, e 
invece lo compi sino a Catania. L'uomo era fatto cosi, e quel- 
l'arrivo precipitoso a Catanzaro fu una vera pazzia voluta da 
lui, per capriccio. Aggiungerò un particolare. Al punto detto 
della " Fiumarella „ poco prima di entrare in città, il tenente 
Partitario della gendarmeria a cavallo, che scortava la carrozza 
reale, profittando che questa, per la ripidezza della salita, aveva 
rallentata la corsa, mise il cavallo al galoppo per passare in- 
nanzi , ma il Re lo richiamò con queste parole : " Neh ! Partita, 
tu cuorri joe' porta 'a notizia a Catanzaro ; torna al tuo posto „ . 
" Maestà, rispose balbettando il tenente, son costretto a smontare 
per compiere un piccolo bisogno „ ; e il Re : "Fa bene, ma sbri- 
gati „. Tutti trovarono che le punizioni iiiflitte al Q-aldi e al 
Salerno erano ingiuste, ma il Re fu implacabile. Il Galdi 



- 25 — 

fu più tardi ricliiamato in servizio nell'amministrazione finan- 
ziaria. 

L' indomani cominciarono i ricevimenti. Negò l'udienza alla 
baronessa Eleonora Vercillo, nata De Riso ; e poiché questa, mal 
consigliata, si trattenne in un'anticamera per dare al Re una 
supplica a favore del fratello Eugenio, gravemente compromesso 
per 1 fatti del 1848, il Re, vedendosela dinanzi, e saputo cki 
fosse, la respinse, onde la povera signora fu colta da uno sveni- 
mento, e fu necessario portarla via sopra una sedia. Fece grazia 
al marchese Vitaliano de Riso, il quale, condannato a 25 anni 
di carcere, vagava per i boschi da quattro anni, e vestito da 
prete, era giunto a Catanzaro, per presentarsi personalmente 
al Re. La grazia fu concessa, soprattutto perchè del mar- 
chese Vitaliano de Riso s'interessò la simpatica e intelligente 
sorella di lui, donna Antonuzza, moglie del maggiore Lepiane. 
Si disse che questa signora avesse fatta una strana dimostrazione 
liberale, attaccando coccarde tricolori ad alcuni suini di sua 
proprietà e lanciandoli per le vie di Catanzaro, mentre entra- 
vano le truppe regie, reduci dall' Angitola, dove avevano sba- 
ragliate le squadre insurrezionali. Non era vero. Donna Anto- 
nuzza, fidanzata nel 1832 al capitano Lepiane dei Cacciatori, 
molto ben visto dal Re, aveva avuto l'onore di ballare col gio- 
vane Sovrano in quell'anno stesso, nel quale egli fece il suo 
primo viaggio in Calabria. 

Il Re concesse anche grazia a 42 condannati fra politici e co- 
muni, i quali, usciti di carcere, improvvisarono una clamo- 
rosa dimostrazione in suo onore. Ordinò che fosse arrestato un 
triste soggetto, certo Giuseppe Calvo, manesco e bestiale, che in- 
cuteva paura alle autorità, anzi ne vendeva la protezione e per 
malo animo maltrattava la moglie crudelmente. Tutta Catan- 
zaro applaudì, ma il credito delle autorità locali non ne gua- 
dagnò punto. 

Doveva esser ricevuta prima la deputazione di Cotrone, e il 
maggiordomo, principe di laci, chiamò : " La deputazione di Cotro- 
ne ^^ — " Nossignore, gridò il Re dalla sala di udienza, quella di 
Pizzo f,. Grande sorpresa nell'anticamera. La deputazione della 
fedelissima città di Pizzo era formata da don Gaetano Alcalà, 
figliuolo di quell' ottimo agente del duca dell' Infantado, che aveva 



- 26 - 

mostrata una pietosa premura per Gioacoliino Murat, da don Lui- 
gi de Sanctis e dal canonico Greco, poiché un prete ci voleva. E 
qui lascio la parola all'Alcalà. " Mentre eravamo in attesa di es- 
sere ricevuti dal Re , il maggiore Piazzini della gendarmeria, mio 
intimo amicò, il quale comandava il plotone di scorta, mi chiama 
da parte e mi disse tutto spaventato : " Sai che avvenne ieri a 
Musitano per l'affare della òarba ? Ti consiglio quindi toglierti subito 
la piccola mosca che hai, perchè potrebbe spiacere al Ee, benché 
forse a te non direbbe nulla, essendo tu un particolare „. Corsi 
nella stanza del colonnello Nunziante e dissi al suo cameriere : 
""Angiolo, dammi un rasoio, e tieni in mano lo specchio „ . Angiolo 
ubbidì e io, in un attimo, mi tolsi la moschina e tornai al mio 
posto, nel momento che eravamo invitati dal Re ad entrare. Sua 
Maestà stava diritto in mezzo alla sala, e a due passi da lui il 
principe ereditario a destra, e il conte di Trapani a sinistra. 
Offrendo a S. M. gli omaggi di Pizzo fedelissima e pregandolo di 
onorare la città di una sua visita, il Re ci rispose cortesemeiite : 
" Mi dispiace, signor Alcalà, dell' incomodo che vi siete dato di 
venire fin qui, e mi dispiace pure che maggiore incomodo dovre- 
mo dare al vostro paese, avendo deciso d' imbarcarci tutti colà per 
Napoli „ . 

Fu chiamata poi la deputazione di Cotrone. Questa era for- 
mata dal barone Alfonso Barracco, da suo fratello Maurizio, dal 
marchese Antonio Lucifero e dal signor Bernardino Albani : quat- 
tro cugini, i quali rappresentavano la parte più eletta e facoltosa 
di Cotrone. Il barone Barracco diresse al Re un sobrio discorso di 
felicitazioni, invitandolo a passare per Cotrone, che sarebbe stata 
felicissima di una visita. Il Re rispose che sarebbe lieto di compia- 
cere la buona popolazione di Cotrone, ma gliene mancava il tempo 
e sperava in altra occasione far contenti i Cotronesi. E qui lascio 
la parola al marchese Antonio Lucifero. "Ci domandò se dimora- 
vamo in Catanzaro, ed alla risposta che eravamo venuti da Cotro- 
ne, percorrendo quaranta miglia solo per felicitarlo, egli ripigliò 
che ci volevano certamente molte ore di carrozza ; e noi dicendogli 
che la strada rotabile non era finita, e che bisognava fare tutto 
il cammino a cavallo, parve che se ne maravigliasse e ci rin- 
graziò di nuovo. Baciammo la mano prima a lui e poi al prin- 
cipe ereditario, del quale la mano tremava in modo da impres- 
sionarmi. Fatta la riverenza al conte di Trapani, questi, ve- 



— 27 - 

dendo Maurizio Barracco che conosceva, gli disse, maravigliato : 
" Vui cca site ? „ * * J. rendervi servigio, Altezza „ , rispose Barracco ; 
e il principe "■ Io vi credeva a Napoli „ . 

Ecco l'impressione che del Re ebbe il marcbese Lucifero : 
"Contava allora 42 anni appena, ma ne mostrava di più ; aveva 
una persona, di quelle che si dicono scassate; l'abito militare 
negletto e vecchio, o almeno pareva tale ; l'aspetto non anti- 
patico, ma la voce aveva un suono poco gradevole e sottile, in 
proporzione alla grossezza del corpo. * 

Compiuti i ricevimenti, il Re visitò l'ospedale e il collegio, 
dove fu ricevuto da tutto il corpo degli insegnanti, con a capo 
il rettore padre Gerolamo Giovinazzi, delle Scuole Pie. Andò 
prima nella sala dei ricevimenti, dove il fanciullo Felicetto Toc- 
co recitò una poesia d'occasione. Il Tocco, oltre ad essere il 
più gióvane degli alunni, appariva, per la statura minuscola e la 
figura graziosa, addirittura un bambino. Felicetto non era con- 
vittore, ma solo alunno esterno; aveva nel collegio altri due 
fratelli, e qualche anno dopo vi entrò anche lui. Era allora 
un enfant prodige, perchè dotato di forte memoria e di straordi- 
naria vivacità. Solo Bernardino Grimaldi, anch'esso alunno del 
collegio, poteva rivaleggiare con lui, ma Bernardino, maggiore di 
età, non era bello. Dopo la poesia recitata dal piccolo Tocco, 
i convittori intuonarono un inno di saluto al Re. Dell'inno 
il Capialbi mi manda alcuni versi, probabilmente il ritornello 
della marcia, con la quale erano stati musicati : 

.... Voi la Borbonia Stella 
Felici ognor farà. 
Irraggerà del vivere 
Il vostro bel sentiero, 
E al volo del pensiero 
Ala maggior darà. 
Giovinetti al Re vi leghi 
Immutabil fedeltà ! 



' Voi qui siete ? 

• Il marchese Antonio Lucifero, morto a Cotrone nell'inverno scorso, 
fa uomo di molta probità, di vivace ingegno e padre dei miei amici, Al- 
fonso, deputato al Parlamento, e Alfredo, comandante di fregata. Altri 
particolari del viaggio in provincia di Catanzaro, e quelli concernenti la 
deputazione di Pizzo, li devo al cavalier Gaetano Alcalà, che ebbi la 



— 28 — 

Il Re si mostrò sodisfatto da questa dimostrazione, ringra- 
ziò vivamente il rettore e i padri scolopii, si fece condurre in- 
nanzi il Tocco e lo carezzò sul viso. E poiché pioveva, pro- 
trasse la visita nel collegio e volle vóder tutto. In una sala, 
ove erano raccolti alla meglio alcuni oggetti di storia naturale, 
il professore Tarantini, laico, mostrò al Re una collezione di 
conchiglie, ad una delle quali, che egli credeva aver per il primo 
scoperta, aveva dato il nome di Rotopea borbonica. Essendosi 
poi il Re avvicinato a una finestra, il padre G-iovinazzi gli mo- 
strò un piccolo campo sottostante, dicendo che quello era l'Orto 
Botanico ; e il Re, sorridendo, gli rispose : " Metfetece 'e lattughe ! „ 
Nelle ore pomeridiane del giorno 13 parti per Tiriolo sotto utia 
pioggia dirotta. ' Vi giunse la sera e prese alloggio nel con- 
vento dei Cappuccini. Tiriolo era il quartier generale, e il Re 
vi si fermò un giorno e mezzo. 

A Tiriolo passò in rassegna, la mattina del 15 onomastico 
della Regina, le due divisioni, compresa l'artiglieria, che per isba- 
glio dello stato maggiore, era stata destinata a Miglierina, igno- 
randosi che non vi erano strade, ne sentieri per andarvi. Bisognò 
tornare indietro, dopo non poche avarie. Il Re ne fu irritatis- 
simo. E per celebrare anche con atti di clemenza, la festa di 
sua moglie, che aveva lasciata puerpera, udi divotamente la 
messa, detta da monsignor Berlingieri, vescovo di Nicastro, e 
fece molte grazie, anche a condannati politici. Commutò a Sil- 
vio Spaventa, a Gennaro Barbarisi, a Dardano e ai fratelli Lean- 
za e Palumbo la pena di morte nell'ergastolo, e ad Antonio 
Scialoja la reclusione in esilio perpetuo dal R-egno. Distribuì moL 
te elemosine, e prendendo commiato, verso mezzogiorno, dai 
frati Cappuccini, consegnò al guardiano cento ducati per i bi- 
sogni del convento. Acclamato dalla popolazione e seguito da 
un drappello di guardie d'onore e da uno squadrone di lancieri, 
parti col proposito di arrivare la sera a Mongiana, o almeno 



fortuna di conoscere in Pizzo, nel maggio scorso. Questo bravo veochio, 
che ha una meijioria portentosa, mi ha scritto una lunga relazione di quel 
viaggio. Altre notizie di Catanzaro mi furono fornite dal conte Ettore 
Capialbi, il lodato scrittore della Fine di un Re, e da Vincei^zo Parisio, la 
cui cultura è pari soltanto alla caratteristica e geniale pigrizia. Questi 
miei cari amici erano convittori nel collegio di Catanzaro in quell'anno. 



— 29 - 

a Serra San Bruno. Fermandosi a Marceli inara per il cam- 
bio dei cavalli, gli si presentò il barone Saverio Sanseverino 
capo urbano, clie portava la barba unita sotto la gola, come il 
Musitano, ed aveva in moglie una figliuola del marchese D* Ip- 
polito di Nicastro, condannato per i fatti del 1848. Si era fatto 
credere al E-e che il Sanseverino fosse proclive alle prepotenze, 
usurpatore di demanii e liberale. E però, come se lo vide di- 
nanzi, lo investi con queste parole : " Voi grandi proprietari cala- 
bresi spingete con gli atti e le maniere le popolazioni al comuni- 
smo, il quale porterà il vostro danno, non quello della Corona. 
Va subito a tagliarti questa barba „ . GF intimò l'arresto, ma poi 
ordinò che andasse a domicilio forzoso in Catanzaro, dove lo^ 
fece rimanere più di un anno. Furono sequestrate tutte le armi 
di casa Sanseverino, non esclusi i fucili da caccia. Si scopri 
poi di essersi caduto in un equivoco, perchè il Sanseverino era 
devotissimo al Re, e non fu poco addolorato che questi l'a- 
vesse creduto liberale. Era padre del presente deputato di Ca- 
tanzaro. 

Al ponte dell'Angitola, dove si arrivò poco prima del tra- 
monto, si svolse uno degl'incidenti più caratteristici di quel 
viaggio. Vi erano convenute le autorità e le rappresentanze del 
circondario di Monteleone, col sottointendente De Nava, al quale 
il Re disse bonariamente : " Don Peppì, come stai ? „ Al marchese 
Ferdinandino Gagliardi che, a nome del padre, andò a ripetergli 
l' invito di voler accettare la loro ospitalità a Monteleone, come 
le altre volte, rispose rifiutando. E ordinò che si proseguisse 
per Mongiana. Sarebbe stato un grave errore, poiché era tardi 
e la strada carrozzabile arrivava fino a Serra San Bruno. L'Alcalà, 
che si trovava presente con una rappresentanza di Pizzo, lo 
disse ai Nunziante, dei quali era amicissimo, e Alessandro ne 
informò il Re. Ma questi insistette ; e insistendo alla sua volta 
il Nunziante, il Re perdette le staffe e, presente l'Alcalà, dis- 
se, tutto corrucciato : " Ho capito, partirò io con mio figlio, e 
tmaltri andatevene a Pizzo; sapete che io mi spezzo, ma non mi 
piego j). E il Nunziante: "■ Maestà, noi vi seguiremo dovunque, 
anche a costo della vita „ . Il duca di Sangro, il quale, benché 
comandasse una brigata della colonna di spedizione, faceva parte 
del seguito, saputo dal Nunziante che le sue dissuasioni non 
eran valse a nulla, scoppiò in questa caratteristica invettiva, ma 



- 30 - 

sottovoce : " Vada a farsi .... benedire una volta per sempre ; ci 
ha bastantemente rotta la divozione in questo disastroso viaggio coi 
Sìioi capricci T,. 

La strada, che dal ponte suU'Angitola va a Mongiana per 
Serra San Bruno, valica uno dei nodi più eminenti del grande Ap- 
pennino calabrese, scopre i due mari, penetra in provincia di Reg- 
gio, e per Stilo scende a Monastarace, sul Ionio. Mongiana è a 
più di mille metri di altezza, e per arrivarvi dal ponte suU'An- 
gitola, occorrono oggi non meno di quattr'ore, con forti e freschi 
cavalli. Allora la strada finiva, come ho detto, a Serra, ed era assai 
mal tenuta e poi solamente tracciata fra i vetusti boschi di Serra 
e Mongiana. Si andava quindi incontro a un sicuro pericolo, ma 
il Re s' incocciò a non volerne sapere e ordinò la partenza . 
Avvenne però che la carrozza reale, nel fare la svoltata a si- 
nistra, affondò malamente nell'arena del fiume. Il Re si levò 
ili piedi, gridando ai postiglioni di sferzare i cavalli; ma que- 
sti, irritati, s'inalberarono e coi calci minacciavano di fracassar 
la vettura. I postiglioni protestarono che non era possibile prose- 
guire con legni cosi pesanti. Vinto allora dall'evidenza, il Re 
ordinò di mala voglia che si proseguisse per Pizzo, dove si ar- 
rivò a due ore di notte. 

Anche a Pizzo si rivelò la stravaganza del Re. Era stato 
disposto l'alloggio per lui nel padiglione dell'artiglieria alla Ma- 
rina, vasto edifìzio, già convento degli Agostiniani; ma egli, 
entrando in Pizzo, vista aperta e illuminata la chiesa di San F ran- 
cesco di Paola, attigua ad un piccolo ospizio di Minimi, ordinò 
di arrestarsi, discese dalla vettura, entrò nella chiesa, fé cantare 
il Te Deum, e al padre correttore Tommaso Costanzo, che per 
cortesia gli disse : " Maestà^ so che avete in questo viaggio onorati 
altri conventi; credo che non disdegnerete di onorare anche questa 
Umile casa del nostro gran santo calabrese „ , rispose : " Con tanto 
piacere j,. Da principio si credette uno scherzo. Ma il Re disse 
al monaco: '^ Padre correttore, credo che avete qualche scala segret/i 
dietro la sagristia che mena alle vostre celle „ . — ^ Vi è, rispose il 
padre Tommaso, ma è molto indecente per Vostra Maestà „ — "JVbw 
importa „ , replicò il Re, e sali e disse di volervi passare la notte. 
S'immagini la sorpresa e più la confusione del seguito. I ba- 
gagli erano stati mandati al padiglione di artiglieria, lontano due 
chilometri. Piccolo il convento e sfornito di tutto. Il cuoco di 



- 31 - 

Corte, preparando un po' di pranzo, chiese a un- laico del carbone 
e dell'acqua, e ne ebbe in risposta che per il momento non vi 
erano. Il cuoco perdette la pazienza e napoletanamente scattò: 
" Ernbè, avete invitato 'o Ee a sta ccà, e non avite fatto trova manco 
l'acqua „ . * Intanto i canonici con tutto il clero, le confraternite 
e le autorità locali attendevano nella chiesa matrice la visita 
di Sua Maestà, e restarono con un palmo di naso. Mancando il 
convento anche del refettorio, s' imbandi la mensa sopra tavole 
rozze, in un corridoio ; e dopo il pranzo, alcuni personaggi del 
seguito andarono a passar la notte al padiglione o in case pri- 
vate, e altri dormirono, con materassi per terra, nello stesso 
convento. 

Il di seguente, essendosi il corteo reale provveduto di legni 
leggieri, si partì per la Mongiana, rifacendosi il cammino sino 
all' Angitola. Il Re montò in un piccolo phaeton attaccato 
alla daumont, con un postiglione, avendo a sinistra il principe 
ereditario. Fece sedere nel posto di dietro il cameriere Galizia, 
che, premuroso e previdente, fungeva anche da maestro di casa, 
preparava i letti e arredava alla meglio le camere più o meno 
nude, dove il Re e i principi passavano la notte, coprendole, 
se molto sporche, con mussola bianca. A San Niccola da Cris- 
sa, dove incomincia più ripida la salita, quasi a mezza via fra 
l'Angitola e Serra, il corteo si fermò presso la magnifica sorgente 
delle cento fontane. Il Re scese a bere, e n' è rimasta la memoria. 
La giornata era fresca, prossimo il mezzogiorno e il Re sentiva 
appetito. Domandò al Galizia se avesse portato qualche cosa 
per la colazione, e il cameriere rispose mostrando due polli, ma di- 
cendo di aver dimenticato il pane. Disse il Re " Non fa nulla — 
maggiore Piazzini, andate a procurarmi due pani di munizione „ . 
Il Piazzini spronò il cavallo e tornò portando i due pani. Il 
Re ne ritenne uno per sé e dette l'altro al figlio, il quale co- 
minciò a mangiare il pollo, iua non toccava il pane. Il Re 
se ne accorse ed esclamò : " Né, Ciccì, tu magni senza pane ? „ E 
il principe : " Papà, il pane è duro e stantìo „ . E tale era infatti, 
perchè confezionato da parecchi giorni. E il Re allora : " Ma>' 



^ Ebbene, avete invitato il Be a star qui, e non avete fatto trovare 
neppure l'acqua. 



- 32 — 

gnatello, e Vavarrissi sempre; 'o magnano i sur dati, che so meglio 'e 
nui „ . * E il principe ne mangiò di mala voglia. Si arrivò a Serra 
San Bruno a 22 ore. Tutti gli abitanti di quell'alpestre pae- 
sello erano raccolti all'ingresso, dov'è la chiesa. Bruno CH- 
mirri, allora fanciullo di dodici anni, ha conservato un ricor- 
do esatto del passaggio del Re per Serra, e rammenta che lo 
vide arrivare, discendere, entrare nella chiesa e uscirne fra 
le acclamazioni. Egli era affacciato al balcone di casa sua, an- 
nessa alla chiesa. Ricorda la maestosa figura del Re, avvolto in 
un cappotto grigio, e quella, piuttosto meschina, del giovinetto 
principe ereditario. Nel tempio fu cantato il solito Te Deum e si 
ripartì. Ma la strada, divenuta affatto disagevole, venne trac- 
ciata dai contadini attraverso la foresta ; anzi in alcuni punti do- 
vettero i contadini sollevare di peso la carrozza reale. 

A Mongiana, la grande fonderia militare e fabbrica d'armi 
del Regno, Ferdinando II passò due notti. Egli ne seguiva 
con molto interesse lo sviluppo, perchè con quello stabilimento 
mirava a liberarsi dalla soggezione straniera e soprattutto inglese, 
per la fornitura del ferro e delle armi. Si diceva pure che vo- 
lesse farne il primo arsenale del Mediterraneo, come il più sicuro 
per la sua ubicazione. Quali fossero intanto le condizioni dello 
stabilimento, è riferito io. questo rapporto, che, in data 17 ot- 
tobre, il comandante Pacifici diresse al D'Agostino, ispettore capo 
a Catanzaro: 

Mongiana^ 19 ottobre 1852, n, 856. 

La sera del 16 andante questo Stabilimento riceveva l'onore di ima 
visita quasi imprevista dell'Augusto Nostro Monarca, accompagnato dai 
ER, Principi, le LL. AA. RR. il Duca di Calabria, ed il Conte di Tra- 
pani. Ricevuti da me cogli Ufficiali tutti alle Pianure del Ninfo, proceda 
pel villaggio splendente di lumi, e si degnò prendere alloggio nell'umile 
mia dimora, esternando tutti i segni della bontà e della clemenza a Lui 
propria. 

I primi pensieri della M. S. tuttocchè stracca pel lungo e penoso cam- 
mino furono dedicati allo Stato attuale di questo Stabilimento, ed ai mezzi 
di prosperarlo non solo, ma dando sfogo agi' impulsi del suo cuore benefioo,^ 
mostrava la sua volontà di dar da vivere a genti moltissime, e di annuire 
alle immense suppliche ricevute nel suo cammino pel bisogno del ferro 



'Mangialo, cosi tu l'avessi sempre. Lo mangiano i soldati, che sono 
migliori di noi. 



- 33 — 

nelle Calabrie per gli strumenti agricoli. La sera stessa si benignava 
esprimere, che il di appresso avrebbe rese liete le officine della sua Beale 
presenza. 

Infatti questa visita desiata ebbe il suo compimento, e la M. S. te- 
nendo presenti le posizioni, in cui è lo Stabilimento, rimase soddisfatto di 
tutto e di tutti : not^ i progressi fatti dopo la sua prima venuta, si com- 
piacque delle macchine o dei loro congegni. La Sovrana ispezione fu pe- 
netrante e minuta; fu notato lo stato delle fabbriche, delle cadenti co- 
perture, dei canali, delle prese, di tutto. E quella grande intelligenza 
scovri Immediatamente che le condizioni attuali finanziarie, lungi dal po- 
ter fare immegliare i processi delle manifatture, non erano valevoli a ri- 
parare i tanti danni. 

La Maestà del B.e si compiaceva quindi esternarmi le sue intenzioni. 
Esse si riducono alle seguenti, ohe ho l'onore qui appresso di consegnarle, 
signor Ispettore: 

IO Apertura di una strada per le miniere, passando per lo stabili- 
mento di Ferdinandea, affine di diminuire il prezzo delle materie prime ; 

2" Traversa di congiungimento colla strada dell' Angitola, per la fa- 
cilità dei trasporti delle produzioni; 

3* Attivazione della Ferdinandea, senza trascurare in nulla la Mon- 
giana, nello scopo di dare da vivere agli abitanti di quei con vicini paesi ; 

# Bitornare all'esplotazione della Grafite di Olivadi per lo stesso 
scopo; 

5** Vendita del ferro duttile nelle tre Calabrie, onde appagare le nu- 
merose suppliche ascoltate dalla M. S. per la fabbricazione degli strumenti 
di Agricoltura, ed altro; 

6" Riduzione della Mongiana a Colonia Militare, come S. Leucio, in 
vista di rendere anche questo punto un Nucleo di difesa ; 

7^ Apertura delle Filiazioni ; 

8" Essere scarso il numero degli Uffiziali qui adibiti atteso lo sperpe- 
ramento delle officine. 

La M. S. inoltre per le suppliche dei creditori della gestione 1848 e 
1849, porzione del quali hanno contro mandato di arresto, ed alla mia 
risposta, con cui le feci noto per quanto stragiudizialmente io sapeva, 
Ella con favorevole avviso avea inoltrato i rendiconti di questi anni, co- 
mandava che colla massima sollecitudine venissero liquidati. 

11 Be N. S. esternò anche il desiderio ohe la Chiesa fosse convenevol- 
mente ingrandita e decorata. 

Da ultimo la prelodata M. S. nel congedarsi la mattina del 18 m' im- 
pose di manifestare all'ordine del giorno il suo pieno contento, cosi per le 
varie officine dello Stabilimento, come per la tenuta di questa truppa di 
artiglieria. 

La sera del 18 si giunse a Monteleone, senza fermarsi a Pizzo. 
Erano colà convenuti i vescovi di Mileto, di Tropea e di Squilla- 
ce. Questi vescovi, il sindaco Mannella, quasi tutta la popo- 
lazione con le confraternite, precedute dai rispettivi stendardi, 
uscirono fuori del paese ad incontrare il Ee, mentre le campane 

Db Cesabs, La fine di un R<igno ■ Voi. I. 3 



— 34 — 

delle chiese suonavano a festa. All' ingrèsso era stato costruito un 
arco trionfale, e piccole bandiere bianche coi gigli d'oro erano 
agitate dalla folla che ingombrava la via Forgiari. Attraver- 
sata questa via, il Re e i principi infilarono il Corso e andarono 
direttamente al duomo, dove furono ricevuti dal Capitolo, che 
cantò il Te Deum. Il Re restò seduto sul trono, coperto con gli 
antichi arazzi della famiglia Dominelli. 

Dal duomo si andò alla Sottointendenza, addobbata con mo- 
bili mandati da casa Gagliardi, anzi il sottointendente De Nava, 
ignorando che il Re portasse seco, in apposito furgone, tutto ciò 
che serviva alla sua cucina particolare, richiese il Gagliardi 
anche di commestibili, ma il vecchio marchese rispose che questi 
egli li dava in casa propria e se ne faceva responsabile, ma fuori 
di casa, no. Il De Nava era zio del presente deputato. Dalle fine- 
stre il Re assistette allo spettacolo di fuochi pirotecnici e alle 
clamorose dimostrazioni dei cittadini di Monteleone. Il giorno 
appresso, visitò il collegio Vibonese, dove fin dall'aprile di quel- 
l'anno insegnavano i padri delle Scuole Pie. Ferdinando II non 
volle sedere sul trono, e rimase familiarmente in mezzo agli 
alunni, i quali, sull'aria del coro dei Lombardi, cantarono un 
inno, le cui strofe finivano col ritornello : 

Di Fernando la fronte sublime 
cingi, o Nume, di bella corona. 

Per ricordare l'avvenimento, vennero murate sull' ingresso del 
collegio due lapidi in marmo, le quali nel 1860 furono stupi- 
damente coperte e poi tolte addirittura. 

Il Re ricevette alcune deputazioni e fra esse, quella del co- 
munelle di San Gregorio. E qui avvenne un altro incidente ca- 
ratteristico. Avendo la deputazione chiesta la grazia di aumen- 
tare la sovrimposta fondiaria per un solo anno, al fine di ripa- 
rare una strada e spendervi non più di 60 ducati, il Re si mo- 
strò di ciò così irritato, che la commissione ne fu impaurita e la- 
sciò di corsa la sala di ricevimento, suscitando le risa di lui e dei 
principi. Promise che avrebbe impiantato a Monteleone un or- 
fanotrofio maschile ; e l'orfanotrofio venne infatti inaugurato il 30 
maggio dell'anno dopo, onomastico del Re, con un discorso del 
sottointendente De Nava, e un'elegante poesia di Carlo Massi- 
nissa Presterà, poeta monteleonese. 



- 36 - 

Nelle prime ore pomeridiane, il Sovrano parti con una parte 
minima del suo seguito. Ordinò che gli altri tutti, militari e 
borghesi, lo attendessero a Pizzo, al ritorno dalla Sicilia. Pizzo 
divenne una caserma di generali e di ufficiali di stato mag- 
giore. Accompagnarono il Re i fratelli Nunziante, De Sangro, 
Afan de E-ivera Schumacher e i direttori Scorza e Murena. 
Si sperava di arrivare la sera a Bagnara, ma la notte innanzi 
si scatenò una bufera che rese impraticabile la strada; tanto 
che in alcuni punti le popolazioni accorsero, con zappe e badili, 
a sgombrare la terra ammassata, e cosi le carrozze poterono pas- 
sare. A Mileto si fé sosta pochi minuti, per vedere il celebre 
duomo, fondato da Ruggiero, e anche meno, a "Rosarno, a Gioia 
e a Palmi. Si giunse a Bagnara nel cuore della notte e sotto 
un diluvio. Il Re rifiutò, come al solito, qualunque ospitalità 
privata e preferi andare nell'unica locanda, tenuta da un tale 
Vincenzo Pino : locanda per modo di dire, perchè era una casetta 
di due piani, con poche camere nude affatto e alle quali si ac- 
cedeva mercè una piccola scala di legno. Alloggiò al secondo 
piano, e sotto i suoi passi pareva che si sfondasse il pavimento, 
perchè la casa, mal costruita, tremava tutta. Il locandiere volle 
procurare della biancheria fine, ma il Re, toccate le lenzuola, 
disse alla moglie di lui : " Questa non è la biancheria che dai a 
tutti i passeggieri ; no, no, io voglio roba ordinaria ; devi trattarmi 
come tutti gli altri „. E strappò le lenzuola dal letto. La lo- 
candiera rifece allora il letto innanzi al Re, che le disse : " Così 
mi piace; questi sono i più bei giorni della mia vita „. La stanza, 
dove dormi il Re, fa chiusa dal Pino e mostrata, a quanti vi 
capitavano, con le parole : " questa è la stanza del Re „ ; ma dopo 
il 1860 non lo disse più. 

Ferdinando II giunse a Reggio nelle ore pomeridiane del 
20 ottobre. 

Da Villasangiovanni a Reggio il Re passò sotto molti archi 
di frasche, disposti lungo la strada, specialmente nei villaggi di 
Santa Caterina e dell'Annunziata. Lo seguiva una scorta di 
guardie d'onore. Erano ad attenderlo all'Intendenza parecchi 
gentiluomini del paese, col sindaco alla testa e, tra questi, diversi 
che avevano avuto taccia di liberalismo ideale. Mentre costoro 
stavano nella prima sala del palazzo, sopraggiunse Alessandro 



— 36 — 

Nunziante che precedeva il Re di qualche ora. Entrò nella sala 
senza nemmeno rispondere ai saluti, cercò d'aprire una porta, e 
poiché questa resistette, anziché ritentare la prova, l'apri con un 
calcio. Pareva un forsennato. ^ Ma questi è pazzo „, disse don 
Diego Logoteta, e si avanzò forse per fermarlo; ma il barone 
don Antonino Mantica afferrò l'amico per la coda della marsina^ 
e lo trattenne, dicendogli: " Ma che volete compromettervi? „. 

Il Re, come giunse, si recò difilato al duomo, e tornando- 
ne, proprio di fronte all'Intendenza, successe un fatto veramen- 
te strano. Tre persone fermarono i cavalli della carrozza reale^ 
mentre una quarta si avvicinò audacemente allo sportello, e le- 
vando in alto un pane di terza qualità, e battendo colla mano 
sul ginocchio del Re, gli disse : " Maestà, ecco il pane che mangia 
il popolo „ . Il Re, riavutosi dalla prima sorpresa, lo afferrò per 
il collo, e dicendogli : " Ne, capre ^ — alludendo alla barba che 
portava sotto il mento — vedi che ti faccio dà 'e legnate „ lo con- 
segnò alle guardie. Era un tal Pellicano, soprannominato pad- 
dazza, cocchiere del consigliere d' intendenza Giacinto Sasso, de- 
votissimo al Re. Il fatto fece molto rumore. Si credette ad un 
attentato, e Alessandro Nunziante intimò al capitano di guardia 
sul portone del palazzo : " Arrestate chiunque vi si ordinerà di 
arrestare; sia pure V arcivescovo y^ . Il Re, però, saputala verità 
dell'incidente non ne fece gran caso; ma la sera non intervenne 
allo spettacolo di gala al teatro. 

Il giorno appresso tenne udienza. Gli fu presentata dal ca- 
valiere Cesare Monsolini, capo plotone delle guardie d'onore, la 
signora Marianna Plutino, moglie di Agostino Plutino, profugo 
politico. Ella condusse i suoi figliuoli, il maggiore dei quali, Fa- 
brizio, era appena dodicenne. La povera signora domandò che 
venisse tolto il sequestro dai beni del marito; ma il Re, di mala 
grazia, le rispose : * La vostra famiglia è pericolosa alla Società ; 
dovete avere quanto vi basta per vivere ; andate „ . I bambini scop- 
piarono a piangere, ma il Re non si commosse. Visitò il colle- 
gio e l'educandato femminile, e verso sera usci in carrozza col 
principe ereditario, che gettava qualche tar\ ai monelli. La 
mattina del 23, presi gli accordi col generale Filangieri, che 
gli era venuto incontro fin dal giorno innanzi, parti sul Tan- 

' Capretto. 



- 37 — 

<iredi per Messina. Il principe di Satriano lo precedette di 
alcune ore. 

A Messina i preparativi erano stati condotti a termine con 
febbrile attività. Venne costruito un ampio sbarcatoio, la città fu 
tutta imbandierata e la gente si riversò in folla sulla banchina. 
Appena fu visto il Tancredi staccarsi dal lido di Reggio, prima 
V Ercole e V Ettore Fieramosca, navi da guerra ancorate nel porto, 
e poi la cittadella e i forti cominciarono le salve. Il Tancredi si 
accostava lentamente. Il Re era in piedi, a poppa, tra il figlio e 
il fratello. Sullo sbarcatoio lo aspettavano le autorità, col gene- 
rale Filangieri alla testa, e i notabili. Le grida festose arrivavano 
al cielo. Il Re coi principi e F intendente montò in un calesse 
monumentale, foderato di damasco giallo, ofiferto dal negoziante 
Mauromati. La moltitudine tentò di staccare i cavalli e trasci- 
nare il legno a braccia, ma egli lo impedi. Sul predellino 
della carrozza era salito un impiegato dell' Intendenza, certo 
don Giuseppe Grosso, che urlava a squarciagola: Viva l'eroe 
delle Due Sicilie ! Il Re se ne seccava. Saputo chi fosse, non 
si potè tenere dall' esclamare : ''^Quanto è /'....„. E il Ca- 
strone, volendo fare dello spirito adulatorio e plebeo, rivolgendosi 
al Grosso: " Né, Orò, ma' si f. , . . co' decreto reale „. Grosso rise 
di compiacenza e seguitò a urlare : Viva l'eroe delle Due Si- 
cilie/ Il Re visitò prima il duomo, dove fu ricevuto dal cardinale 
arcivescovo Villadicani, il quale presentò a lui e ai principi 
la croce a baciare. Fu cantato il Te Deum, e ricevuta la be- 
nedizione, il Re si recò all'antico palazzo del Priorato, dov'è 
oggi la sede del prefetto e vi ricevè le deputazioni, venute da 
■quasi tutti i comuni della provincia, ammettendole al baciamano. 
Si recò poi a vedere i nuovi lavori di fortificazione nella citta- 
della e al forte del Salvatore, e dopo pranzo andò al teatro, 
dove c'era spettacolo in suo onore. Nel teatro furono sparse 
migliaia di cartellini con questi motti: La riconoscenza dei 
popoli è il trionfo della sovranità — Chi più riconoscente all'au- 
gusto Ferdinando II del popolo di Messina ? E udite quest'al- 
tro: Ci ridonaste V ordine e la pace — Sire — Ora ci concedete 
grazia novella — La presenza vostra augusta — / nostri voti 
son paghi — Viva il Trajano delle due Sicilie. Si rappresentò 
un'allegoria musicale, scritta da Felice Bisazza, messinese, can- 



-as- 
tore d'occasione. L'allegoria aveva per titolo : H vóto pttbblico^ 
Erano interlocutori: Messina, il Genio dell' industria, il Genio 
dell'ilarità, con cori di donzelle e di giovani. L'argomento era la 
venuta del Ee, tanto sospirata. La musica fa composta dal 
maestro Laudamo e un coro cantava : 

Pari ad angel, ohe sta nelle sfere, 
Invocato da mille preghiere, 
Benedetto dal labbro di Dio, 
A noi vieni più Padre che Be. 
Te sospira con lungo desio 
Quella terra, che culla Ti die. 
Di mille formasi 
Un voto solo, 
Tutti ti gridano 
Vieni, o Signor. 
Quel lungo gemito 
Cangia in consuolo. 
Corona i palpiti 
Di un santo amor! 

H " Genio dell' ilarità „ soggiungeva : 

Iddio ci arrise — della bella Aschene 
Dalle infiorate arene 
Fra poco il Re verrà. 

E la scena si chiudeva con la discesa dal cielo di due piccoli 
genii, i quali sostenevano una fascia d'oro che portava scritto: 
Viva Ferdinando II, mentre tutti cantavano: 

Salve, o magnanimo 

Padre e Signor, 

Accogli il gaudio 

Del nostro cuori 
Sole vivissimo 

D'alta bontà. 

Splendi a' tuoi popoli 

Per lunga età! 

Quando il Re si levò per uscire, si rinnovarono, manco a dirlo^ 
le acclamazioni. Scese per la magnifica scala di marmo messa a 
ghirlande e a festoni, e andando al porto per imbarcarsi, ammirò, 
a San Leone, un gran trasparente, il quale rappresentava Re Rug- 
giero nel suo ingresso a Messina. La facciata del nuovo teatro 
era coperta da altro immenso trasparente, che rappresentava 
Ferdinando II, il quale stendeva la mano al commercio per sol- 



— 39 — 

levarlo. Alle 10 e mezzo s'imbarcò sul Tancredi col duca di Cala- 
bria, che diceva d'aver sonno. Il conte di Trapani accompa- 
gnato dall' intendente, parti per Catania in vettura, e Filangieri 
parti ancbe lui sul Tancredi. 

Catania non si dimostrò inferiore a Messina. Non era la 
prima volta che il Re vi andava ; vi era stato anzi varie volte, 
ma in nessuna ebbe, come allora, così entusiastiche accoglienze. 
La città lo aveva invitato durante la sua dimora in Reggio, 
col seguente indirizzo: 

Sire! 

Nella felice occasione che la Maestà Vostra trovasi in luogo cosi pros- 
simo alla Sicilia, si avviva nel petto de' Catanesi il desiderio di vedere 
onorata la loro Città della Augusta Vostra Persona. Il Decurionato per 
ciò, prostrato a pie del Real Trono, osa intercedere, che a colmo di bene- 
fici si degni la Maestà Vostra render pago questo fervido voto della popo- 
lazione, che rappresenta, ond'essa poter più da vicino rassegnarvi l'omag- 
gio della sua alta devozione, fedeltà e gratitudine. 

Questo indirizzo portava la firma di tutti i componenti il 
Corpo della città. Era patrizio titolare il cavalier Gioeni, ma, 
per l'assenza di lui, funzionava da patrizio Tommaso Paterno Ca- 
stello di Bicocca; ed erano senatori, il dottor Francesco Fulci, 
Francesco Moncada, Francesco Zappala, Vincenzo Marletta e 
Carlo Zappala Bozomo. Al Fulci nacque in quei giorni un bam- 
bino, che chiamò Ferdinando. 

Il Re arrivò a Catania alle ore 7 antimeridiane del 24 ot- 
tobre. Era domenica. Scese prima il principe di Satriano e si 
pose alla testa delle autorità locali, le quali, con l' intendente Pa- 
nebianco, attendevano sotto un elegante sbarcatoio. La folla gre- 
miva il molo, e il porto era coperto di barche che circondavano il 
Tancredi. La gente acclamava a perdita di fiato, e il Re per rin- 
graziare si toglieva il berretto. Pareva commosso da quelle acco- 
glienze che forse non si aspettava. Andò al duomo tra una calca 
di popolo plaudente. Le vie erano tappezzate di arazzi e sparse di 
fiori, e lo finestre gremite di gente. Al duomo venne cantato l' im- 
mancabile Te Deum, e la benedizione fu data dall'arcivescovo Re- 
gano. Quando il Re mosse per andare ai Benedettini, dove aveva 
il costume di prendere alloggio, le campane della città suonavano 
a festa e U Tancredi faceva salve dal porto. I benedettini gli 



- - 40 - 

erano devotissimi. La famiglia monastica, la quale possedeva 
una rendita di ducati 82 600, pari a lire 360 626, era formata da 
42 sacerdoti, da 14 novizii e da 22 conversi. Il monastero, vasto 
quanto una città e ricco d'influenza economica e morale, era 
fonte di beneficenza inesauribile. L'appartamento dell'abate, oLe 
occupava il Re, era degno di lui. Abate era don Enrico Gorvaja, 
il quale, a capo della comunità, ricevette il Re ai piedi del ma- 
gnifico scalone. Ferdinando fu scherzoso ed arguto con lui e 
coi monaci, dei quali conosceva parecchi, chiamandoli per nome, 
e ripetendo il solito suo saluto agli ecclesiastici: bacio le 
mani. Ricevute le autorità, ascoltò la messa. Scendendo in 
chiesa, volle che si sonasse l'organo, affermando che, pur aven- 
dolo udito altre voke, se ne sentiva sempre commosso. Cavò di 
tasca un libro di preghiere, pieno di immagini sacre, fra le quali 
fu vista quella di San Francesco di Paola. Quando, voltando le 
pagine, gli veniva innanzi qualcuna di quelle effigie, egli la ba- 
ciava, e un monaco, tuttora vivo, assicura di averlo veduto an- 
che piangere. Dopo la messa ci fu il ricevimento delle deputa- 
zioni. 

Visitati i lavori del porto e l' ospedale militare e civile, tor- 
nò al monastero per il pranzo. Neil' attraversare un corridoio, 
gli si fece incontro un giovinetto, figlio di Gabriello Carnazza, 
il solo della provincia di Catania, che fosse stato escluso dall' am- 
nistia, e con commosse parole perorò la causa del padre. Fer- 
dinando II, impressionato dalla sveltezza del giovane, promise 
di provvedere, ma poi non ne fece nulla, e Gabriello Carnazza 
restò in esilio fino al 1860. Il giovinetto di allora, Giuseppe Car- 
nazza Puglisi, fu poi deputato di Noto e Siracusa e sindaco di 
Catania, ed oggi è professore in quell' Università. Venne ricevuto 
dal Re anche il professore Catalano, il quale, insieme ai colle- 
ghi Marchese, Geremia e Clarenza Cordaro, era stato rimosso dal 
suo posto d' insegnante, per i fatti del 1848. Il Catalano disse 
coraggiosamente al Re, che come suo sovrano poteva fargli tron- 
care il capo, se colpevole; ma non poteva rimuoverlo da una 
carica, che si era acquistata con lunghi studii. Il linguaggio fran- 
co e dignitoso del professore non fu senza effetto, perchè il Re 
ordinò che fosse il Catalano richiamato alla cattedra, ma i colleghi 
di lui non ottennero nulla. Il Marchese fu richiamato più tardi. 
Alle nove il Re usci in carrozza, accompagnato dal duca 



_ 41 — 

di Calabria, dal conte di Trapani o dal principe di Satriano, per 
godere lo spettacolo della città illuminata. Lampade di cristallo 
pendevano da tutti i balconi e le botteghe erano illuminate a cera. 
Sul piano di Sant'Agata sorgevano quattro trofei e altri quat- 
tro in piazza dei Quattro Cantoni ; e fra i trofei, tele colorate 
a trasparente. Altro grandissimo trasparente era sul palazzo di 
città e rappresentava, in misura quasi doppia del vero, Ferdinan- 
do II. " Quella grande effigie — leggesi nell'accurata e inedita 
cronaca dell'avvocato Benedetto Cristoadoro — appariva, da lon- 
tano, come quella del Nume tutelatore che vegliava sulla città „. 
Mentre si tornava al monastero, giunta la carrozza al piano di 
Sant'Agata, da tutti i punti della piazza s'innalzarono a un 
tempo globi luminosi e si accesero fuochi. La folla si accal- 
cava attorno alla carrozza del Re, acclamandolo pazzamente. 
Lasciò Catania a mezzanotte. Ebbe, lungo il percorso, altre ri- 
spettose accoglienze ad Acireale, a Giarre, a Giardini, a Letoianni, 
a Fiume di Nisi. La strada era perlustrata dai militi a cavallo, che 
fecero in quell' occasione un servizio perfetto. Durante le sette 
ore di viaggio, il Re non chiuse occhio ; accolse benevolmente 
le numerose deputazioni che incontrò per la strada e giunse a 
Messina alle 7 del giorno 26. Vi entrò fra i due capitandarmi 
Raimondo e Saverio Pettini, i quali cavalcavano ai lati deUa car- 
rozza. Riposò quattro ore, alle 11 e mezzo senti la messa, e dopo 
aver ricevuto altre deputazioni, andò, per la strada del Ringo, al 
piccolo tempio della Madonna della Grotta e assistette alla be- 
nedizione. 

Un curioso aneddoto della dimora di Ferdinando II in Mes- 
sina riguarda il percettore delle imposte, Francesco Marchese, un 
brav'uomo, popolare per la sua eloquenza enfatica. Egli si ac- 
costò al Re, gridando: '^Maestà, grazia „. E il Re, che lo co- 
nosceva : " Oh, Marchese, mi ricordo di tuo padre; era un galan- 
tuomo ; e tu che vuoi ? „ " Maestà — riprese lui — dovete riparare 
a una ingiustizia: alla tassa sulle finestre „ — ^ Non l'ho messa 
io, ve l'avete posta voi stessi „ • — " Sì, Maestà, rispose il Marche- 
se ; ma tanto paga la casupola del povero, che ha una o due fine- 
stre che il palazzo di V. M. ; inoltre Messina ha un forte aUrasso 
di fondiaria, come debbo riscuoterla iof debbo vendere i pagliericci 
della povera gente? „ '^ Bene, bene, disse il Re, fammi una do- 



— 42 — 

manda „ . E il Marchese : " Dove potrò più vedere V. M.f„ * Vieni 
alle 11 alla chiesa di S. Giovanni di Malta „. L'istanza fu con- 
segnata, e con due rescritti da Napoli il Ee escluse dalla tassa le 
case, che non avessero più di tre finestre e condonò l'arretrato, ^ 
La sera ci fu il gran ballo alla Borsa, le cui sale erano sfarzosa- 
mente addobbate e la scala coperta con magnifici tappeti, che pre- 
stò il monastero di San Gregorio. Per rendere il ballo più gran- 
dioso, fu occupato un altro quartiere, attiguo al palazzo. Dirigeva 
le danze Matteo Saya, giovane elegantissimo^ che era stato ca- 
pitano della guardia nazionale nel 1848. Il Re si trattenne qual- 
che minuto con lui ; e poi, a bruciapelo, gli chiese : " Ne% Saya^ 
tu eri capitano 'o quarantotto .^ „ H Saya si strinse nelle spalle 
e non ebbe più voglia di divertirsi. 

La deputazione della Borsa, che organizzò la festa magni- 
fica e rappresentava il Circolo, era formata dall'avvocato San- 
ti di Cola, col quale il Ee si trattenne più lungamente a par- 
lare, nella sala del bigliardo, sulle condizioni della città; dal 
Mauromati, che aveva ofierta al E,e la vettura per l'ingres- 
so ; da Antonio Flores, tuttora vivo e da G-iuseppe Urso, uno dei 
maggiori eleganti del suo tempo. Fu quella la prima volta che 
il duca di Calabria assistesse ad una festa da ballo ; come per 
la prima volta, nella stessa Messina, aveva assistito, la sera del 
23, a uno spettacolo teatrale. Si mostrava più imbarazzato che 
compiaciuto. Ma non ballò, e la voce che egli pure avesse bal- 
lato, nacque forse perchè le danze furono aperte dal conte di 
Trapani, con la bella signorina Angelina Pettini, figlia del sot- 
tointendente di Acireale e che poi sposò il marchese di Con- 
dagusta, Antonio Villadicani. Il conte di Trapani si mostrò 
grazioso con le più belle signore e partecipò largamente alle 
danze. Poco dopo la mezzanotte, il Re lasciò la festa, e passando 
per l'altro portone del palazzo, ohe dà sulla marina, andò ad 
imbarcarsi. Salito sul Tancredi e prendendo commiato dalle auto- 
rità, la marchesa di Cassibile , moglie del sindaco, gli disse : 
" Maestà, vi raccomando Messina „ ; e il Re : " Messina mi starà 
sempre a cuore y,. Ad un'ora il Tancredi fece rotta per Pizzo» 



' Questo particolare ed altri, circa la dimora del Re a Messina e a Reg- 
gio mi sono stati riferiti dal mio carissimo Cesare Morisani, direttore della 
biblioteca di Reggio Calabria: uomo, per l'animo e la cultura, degno di mi- 
glior sorte. 



- 43 - 

Non finirono con la partenza del Re le feste in suo onore, in 
Sicilia. Continuarono a pervenire istanze di città e di paesi, ohe 
sollecitavano l'onore di presentare al Sovrano i loro omaggi. 
Erano cosi numerose le insistenze, che il luogotenente fu costretto 
a diramare, il 28 ottobre, agli intendenti e sottointendenti del- 
l' Isola questa circolare : 

Da tutti i Comuni di questa parte dei Reali Dominii mi giungono dell© 
suppliche per l'organo dei Decurionati, nelle quali, manifestandosi il vivo 
entusiasmo, destatosi nelle popolazioni allo annunzio che S. M. il Ite S. N. 
avea visitato Messina e Catania, si chiede la permissione di potersi 
spedire in questa delle Deputazioni per mettere ai reali piedi gli omaggi 
della loro devozione e della loro fedel sudditanza. 

Non potendosi per ora esaudire questo desiderio pel ritorno di già 
fatto dal E.e nel continente, Ella farà sapere ai suoi Amministrati, ch'io 
sottometterò alla Maestà Sua questa loro ardente hrama, nella non lontana 
speranza che il Monarca, onorando di Sua Augusta presenza questa città 
ed altre dell'isola, potranno le Deputazioni venire a tributarle le felicita- 
zioni e gli omaggi. 

Si noti lo studio del Filangieri di far intendere che il Re sa- 
rebbe tornato in Sicilia, onorando di sua presenza questa cittàj 
cioè Palermo. 

Né basta. Alcune concessioni relative al commercio provoca- 
rono da parte della nuova Camera di Commercio e del Senato 
messinese due indirizzi quasi ridicoli per la loro esagerazione, 
che un'apposita e numerosa commissione andò a presentare a 
Napoli. Ne fecero parte il marchese Cassibile , il senatore Giu- 
seppe Cianciafara, il barone Giuseppe Calfapietra, decurione, 
il principe della Scaletta, il marchese Gerolamo de Gregorio 
Scotti e il giudice di tribunale Tommaso Cassisi, figlio del 
ministro, oltre ai rappresentanti della Camera di Commercio: 
una folla addirittura. Fu chiesta al Re l'autorizzazione di 
coniare una medaglia commemorativa per tanti benefìcii! Mes- 
sina veramente non ebbe misura in quella circostanza. Ci fu 
anche una tornata solenne dell'Accademia Peloritana, per com- 
memorare la dimora reale nella città, ed ebbe luogo il 14 
novembre. Nell'atrio dell'Accademia si leggeva un'ampollosa 
iscrizione. Presedette la tornata il cardinale arcivescovo, e il Mi- 
stretta, procuratore generale della Gran Corte Civile, recitò un di- 
scorso, nel quale parlò così del periodo rivoluzionario : " Et venne 
e vide i suoi popoli riposarsi di già ricollocati e felici sotto Vantici 



- 44 - 

scettro de^ Borboni, rìconsecrato daZVamore più che dalla vittoria: 
vide questa terra or sono cinque anni tradita^ venduta, trafficata 
da traditori e da stranieri, dopoché giacevasi come cadavere, sen- 
za scintilla di vita propria, senza indizio visibile di futura risur- 
rezione risorgere pili avventurosa, e innalzare l'inno della trasfor- 
mazione sulla sepoltura, in che Vavevano precipitata in un pe- 
riodo di crisi morale, gente che la tenne a strazio, da stancare 
Iddio e gli uomini; gente appestata, senza pure esagerare, d'ir- 
religione, di egoismo, di ladronecci, di menzogne sociali e peggio „ , 

Al pazzo più che ridicolo discorso del procuratore generale fece 
riscontro un'ode saffica di Felice Bisazza, professore d'italiano 
all'Università. Di rado la servilità ispirò prose e versi più stra- 
vaganti. È vero che, con decreto del febbraio 1849, il generale 
Filangieri ripristinò il porto franco, ma le concessioni fatte dal 
B.e, dopo la sua partenza da Messina e concernenti la diminuzione 
del dazio sui cotoni colorati, furono veramente povera cosa. Ma 
allora la gente si contentava di poco e applaudiva largamente. 
La proporzione del benefìcio, o, come si diceva allora, la bonifica, 
variava curiosamente ; e mentre il massimo era concesso alle Pro- 
vincie di Messina, Catania, Caltanisetta e Noto nella misura 
dell' B al 10%, per Trapani e Girgenti la concessione fu del 
5 Vo j ® P^r la città di Palermo del 2 %. I rancori per Palermo 
erano tuttora vivi, e benché il principe di Satriano disappro- 
vasse quella differenza, il Re non dava retta che a Cassisi e a 
Murena. Il decreto porta la data del 2 novembre 1852, con le 
firme dei ministri Troja, D' Tirso e Cassisi. Il Re si riserbò di 
fare altre concessioni doganali a Messina, quando ne fosse com- 
piuta la cinta murata, ma non ne fece più. Nondimeno, a giu- 
dicare dalle apparenze, la conciliazione tra Ferdinando II e le 
due città, bombardate quattro anni prima, apparve così piena e 
sincera, che Odillon Barrót, presente a tutte quelle baldorie, potè 
scrivere enfaticamente a un giornale francese : " Spectacle subli- 
me I e' est la plus eclatante réconciliation du Ugitime souverain avec 
san peuple ! „ 

Quel viaggio fu il maggior trionfo di Filangieri, ma fu anche 
l' inizio delle sue disgrazie. Partito il Re, venne tolto lo stato di 
assedio nelle città di Catania e Messina, imposto con decreto del 
28 marzo 1849, e Filangieri indirizzò un napoleonico ordine del 
giorno ai comandanti delle compagnie d'armi, per manifestare 



— 45 - 

loro la compiacenza del Re e sua. Veramente il servizio fa 
perfetto. 

Il Re arrivò al Pizzo l'indomani, 26 ottobre, e questa volta 
prese alloggio nel padiglione dell'artiglieria alla Marina, con tutto 
il seguito. Restò in Pizzo due giorni, occupandosi dei bisogni 
delle truppe, conversando napolitanamente con tutti, facondo 
qualche grazia, dando qualche sussidio ; e alle 2 di notte del 
28 ottobre, dopo aver assistito alla partenza delle ultime com- 
pagnie, s'imbarcò coi principi e col seguito sul Tancredi che fece 
rotta per Paola. Sbarcò all'alba del 29, per visitare quel tempio 
di San Francesco, ed alle 10 rimontò a bordo, giungendo in 
Napoli aUe 2 e mezzo del mattino del 30 ottobre. 

Cosi ebbe termine quel viaggio, che fu l'ultimo compiuto 
da Ferdinando II nelle Calabrie e in Sicilia. Esso non arrecò 
alcun reale vantaggio alle provincie calabresi, le quali seguita- 
rono ad essere divise dal mondo e separate fra loro da distanze 
assurde. Il compassionevole abbandono, in cui il Re ritrovava, 
dopo otto anni, quelle provincie, prive di strade, di ponti, di 
telegrafi e di cimiteri, non lo commosse e assai meno lo turbò. 
Gli stessi pericoli, ai quali egli fu esposto per il pessimo stato 
delle vie, e i lamenti, per quanto umili e rispettosi, delle deputa- 
zioni che corsero a ossequiarlo, gli strapparono soltanto risposte 
sarcastiche, o promesse burlesche, ma non gli aprirono la mente 
sui bisogni di quelle contrade. La malaria fu fatale alle truppe, 
anche perchè vennero male alloggiate e mal nutrite, e non erano 
avvezze a marcie lunghe e disastrose. Morirono parecchi sol- 
dati e due ufficiali della Guardia Reale, molti gl'infermi e 
moltissimo il malcontento che quel viaggio lasciò nei soldati. 
Il generale Garofalo diceva, con ingenua tristezza ai fratelli 
Alcalà dei quali era ospite a Pizzo : " Ma non valeva la pena 
per una passeggiata sacrificare tanta gente; se si fosse trattato 
di una campagna di guerra ci saremmo ra^ssegnati „ , — Il Re, 
dopo qualche giorno, aveva tutto dimenticato, e solo si com- 
piaceva rammentare gli aneddoti più caratteristici di quel viag- 
gio singolare, felicitandosi di non aver fatto spendere nulla 
ai Comuni, alle Provincie e ai privati per ricevimenti ; di aver 
messe a posto alcune autorità inette o prepotenti; date lezioni 



— 46 — 

ricordevoli a parecchi capuzzielU calavrisi] fatta arrabbiare pa- 
recchia gente, con ordini e contrordini ; decretato il restanro di 
molte chiese e monasteri e concessi sussidii per oltre dieci mila 
ducati, distribuiti da lui personalmente, perchè egli davvero non 
si fidava di nessuno. Ricordava, con comico terrore, di aver ri- 
cevute 28 000 suppliche per impieghi e soccorsi, e si compiaceva 
di essere stato molto parco nella concessione di onorificenze, non- 
ostante le infinite richieste, non avendo difatti decorato che 
pochi sindaci e pochissimi capi urbani nelle Calabrie. Dopo 
qualche anno, anche queste ultime tracce erano nel suo animo 
cancellate. L'uomo era fatto cosi, e per le Calabrie e la Sicilia 
ebbe, finche visse, un sentimento di diffidenza che non riusci 
mai a comprimere, e neppure a nascondere. 



CAPITOLO III 



Sommario: Filangieri studia un piano ai riforme economiclie per la Sicilia — 
Suoi dissensi con Cassisi — Due memorie importanti sull'autonomia del- 
l'Isola — Sfoghi di Filangieri contro Cassisi — La quistione delle nuove 
strade — Contratto firmato e non eseguito — Don Gaspare Giudice — Il 
bilancio della Sicilia e particolari inediti — Altre cause di dissensi — Ri- 
nunzia di Filangieri — Sua opera in Sicilia — Il caso di alcuni emigrati 
— Confessioni e disinganni di Filangieri — Strano esempio di pietà filiale. 

Il principe di Satriano studiava per la Sicilia un piano di 
riforme economiche, delle quali doveva essere fondamento la via- 
bilità. Le Provincie erano separate da distanze inverosimili. 
Si viaggiava a dorso dj bestie, e quando i fiumi e i torrentacci 
erano in piena, non si viaggiava punto. Da Catania a Palermo 
occorreva un cammino di quattro giorni, con tappe ad Ademò, 
Castrogiovanni e Roccapalumba ; la polizia non garantiva la si- 
curezza del viaggio, se di notte. Da Catania a Messina ci vo- 
levano non meno di due giorni, e le tappe erano Giarre, Ali e 
l'osteria della zia Paola, che ancora esiste, ed era allora eser- 
citata da un vecchio bandito, e perciò non vi si andava che in 
compagnia e bene armati. Ed erano questi i viaggi più solle- 
citi e più sicuri, essendovi strade regolari, costruite non molti 
anni prima. L* accesso a porto Empedocle, il grande caricatoio 
degli zolfi, era difficile e pericoloso. Alcuni porti non avevano 
fari, altri avevano approdi insicuri, e non un solo chilometro di 
strada ferrata. La ricchezza territoriale, concentrata nella no- 
biltà, nel clero, nel demanio e nelle opere pie, era suscettibile 
di aumenti geometrici nell'interesse di tutte le classi sociali, 



- 48 - 

solo che il governo lo volesse, e Filangieri lo tentò. Bisogna- 
va però colpire l' immaginazione dei Siciliani e persuaderli che 
il governo di Napoli, politica a parte, era civile e riparatore, e 
che la riconquista della Sicilia non significava imbarbarimento 
e miseria. Egli era convinto che, attuando nell' Isola, ma rapida- 
mente, un programma di riforme civili a cominciare dalle strade, 
si sarebbe fatta opera saggia e politicamente utile. 

Filangieri aveva voluto il Cassisi per ministro di Sicilia a 
Napoli, reputandolo uomo a lui devoto. Era persuaso che, senza 
un accordo sincero e durevole tra lui e quel ministro, non era 
possibile tradurre in atto un piano di riforme, con l'intento 
di affezionare via via la Sicilia ai Borboni. Ed ha lasciato fra 
le sue carte documenti preziosi circa le sue lotte col Cas- 
sisi, e un ritratto di costui, forse un po' appassionato, ma 
vero nel fondo. " In verità — lasciò scritto il Filangieri — non 
mancano in lui prontezza d' ingegno, laboriosità ed un corre- 
do di conoscenze legali, soprattutto in materia penale. Di eco- 
nomia e di scienza amministrativa ne studiò qualche cosa, 
divenuto consultore in età provetta. Ma ha, e l'ebbe sempre, 
natura facile a passionarsi, corriva al sospetto, suscettibilissima. 
Anima aspirante a dominar tutto e tutti, ma piena di volgari 
passioni, che fecero della sua ambizione uno strumento di ve- 
dute municipali, d' ingiuste predilezioni, di vecchi e nuovi ran- 
cori, di gretti e meschini interessi. Però astuto e simulatore 
destrissimo, sapea infingersi meravigliosamente, e per affettar 
temperanza, all'opportunità lodava i suoi avversari, nel mentre 
ne meditava la rovina. Lusinghiero sempre e piaggiatore verso 
coloro di cui avesse bisogno, fossero pur delle più infime classi 
sociali, fu sempre invece schizzinoso con quelli che avesser bi- 
sogno di lui. Divorato da ansiosa bramosia d'innalzarsi, non 
voltò mai faccia ad ogni mezzo, qualunque esso fosse, che re- 
putasse conducente al suo scopo, e combattè incessantemente ad 
oltranza per sbarazzarsi di coloro, che gli facevan ombra, fossero 
pure quei medesimi, che, piaggiati da lui, lo avessero aiutato ad 
elevarlo in dignità, e a furio divenire un loro pari ^ . ^ 

A spiegare la severità del giudizio, bisogna ricordare che il 
Cassisi, obliando ogni sentimento di gratitudine, divenne, dal 



' Archivio Filangieri. 



- 49 - 

primo giorno, geloso e astioso oppositore, e poi dififamatore del 
luogotenente. I primi attriti si manifestarono a proposito della 
scelta dei funzionarli voluti da) Filangieri per suoi collaboratori, e 
si vennero accentuando un po' alla volta. Il Cassisi pretendeva 
regolare ogni cosa da Napoli, e Filangieri non era uomo da la- 
sciarsi regolare. Era persuaso che si dovesse cancellare in Sici- 
lia ogni ricordo o parvenza di autonomia, mentre Filangieri ri- 
teneva esser questo un errore grave, clie poteva, in momenti 
difficili, riuscire fatale. Una sua memoria scritta, credo nel 
1860, intese a provare la necessità di far scomparire qualunque 
simulacro di governo locale in Palermo, fondendo le sette Pro- 
vincie dell' Isola con le quindici della parte continentale del Re- 
gno, e trasferendo la sede del Sovrano in altra città, chjB non 
fosse Napoli, né Palermo, ma non indicando quale, per quanto 
chiaro apparisse che dovesse essere Messina. Memoria impor- 
tante per gli apprezzamenti, per le osservazioni qualche volta 
acute, e anche per i paradossi politici, alla quale ne segui una 
seconda, che la confutava, scritta dal Filangieri. Sulla memoria 
del Cassisi si leggono, di carattere del principe, queste parole : 
" A siffatta memoria, ohe io ritengo compilata da Cassisi, la quale, 
carezzando le passioni del Re, non manca di erudizione, io ri- 
sposi nel modo che ravviserassi dalla scritta qui unita, la quale 
munisco di mia firma, ad futuram rei memoriam „ . ' 

Filangieri riteneva che il ministero di Sicilia in Napoli non 
dovesse avere iniziative proprie, e molto meno dovesse ostacolar 
quelle del governo locale; e che i decreti del luglio e del set- 
tembre 1849 avessero di quel ministero fatto un semplice por- 
tavoce del luogotenente. Il Cassisi riteneva precisamente il 
contrario, mostrando al Re quanto fosse pericolosa l'accentua- 
zione che dava il principe di Satriano all'autonomia dell' Isola, 
col mantener vivi i sentimenti di separazione e d' indipendenza 
nel popolo siciliano. Il Cassisi aveva sul Filangieri il vantag- 
gio di essere siciliano, di stare accanto al Re, di poter a costui 
dire di conoscere l'Isola meglio del luogotenente, e di godere 
tutta la fiducia di Ferdinando II, perchè ne solleticava gli 
istinti di dominio, ne alimentava i sospetti verso i Siciliani, 
e le antiche diffidenze contro Filangieri. Questi, entrando a 



' Archivio Filangieri. 

De Ce8abe, La fine di un Segno - Voi. I. 



— 50 - 

Palermo con l'aureola di conquistatore, aveva assunto, forse 
per necessità di governo, un po' il contegno da Re. Ferdinan- 
do II, sospettosissimo, da principio celiava con lui chiamandolo 
Be Carlo o Carlo IV, ma poi cominciò ad esserne stranamente 
seccato e fini per dar causa vinta al Cassisi, mettendo il Filan- 
gieri nella necessità di dare e ripetere la sua rinunzia. Nel 
1835 aveva usata maggiore durezza con suo fratello, il conte di 
Siracusa. Per suggestione del Franco, allora ministro di Sici- 
lia a Napoli, egli credette ohe il giovane viceré cospirasse con 
gli autonomisti per divenire Re dell'Isola, e bastò questo sospetto 
per richiamarlo senza complimenti. 

Aspra ed astiosa fu la lotta tra Filangieri e Cassisi. "II 
ministro per gli affari di Sicilia — scriveva il Filangieri nelle 
sue memorie — avea un potere si, ma sventuratamente era 
quello di fare opposizione alle proposizioni del luogotenente, rap- 
presentandole al Re con osservazioni contrarie. Se Cassisi abbia 
fatto uso di questo potere, vai la pena di dirlo nell'interesse 
della storia, e perchè si comprenda quanto sia costato di pena e 
di travaglio al governo siciliano quel poco di bene che si è 
fatto, e quanto maggiore se ne sarebbe conseguito senza le con- 
tradizioni, le sofisticherie e le male arti del ministro residente in 
Napoli „ . ^ 

Primo atto del nuovo ministro di Sicilia a Napoli fu quello di 
consigliare il Re a non permettere che si ricostituissero le com- 
pagnie d'armi, e a non approvare alcune nomine di funzionarii, 
presentati dal luogotenente, sul quale cominciò ad esercitare 
— son parole del Filangieri — una " perenne, sospettosa, inqui- 
sitoriale investigazione „ . L'opposizione di Cassisi agli amici e ai 
collaboratori del luogotenente fu sistematica. " Per notare al- 
cuni nomi — scrisse il Filangieri — spietatamente persegaitati 
da lui, comincerò dal cav. don Gioacchino La Lumia, uno dei più 
eminenti giureconsulti, a cui fé accanita guerra, fin che egli 
fa obbligato di lasciare il ministero della giustizia, che gli era 
stato affidato dopo la restaurazione; fece guerra al cav. Lima, 
dotto giurisperito ed ottimo amministratore, ch'ei volle ostina- 
tamente tener lontanò dagli ufficii importanti, perchè quando 



* Archivio Filangieri. 



— 61 — 

-era stato segretario del governo col luogotenente marchese delle 
Favare, avea avuta la disgrazia di vedersi inginocchiato ai suoi 
piedi il Cassisi a chieder mercè, per esser stato deposto dall' uf- 
ficio d'intendente, che per pQohi mesi avea esercitato in Mes- 
sina; fece guerra al comm. Maniscalco, uomo zelante, operoso, 
giusto, di Djolto tatto ed intelligenza; fece guerra al comm. Ce- 
lesti, uno degli uomini più onesti, ch'io abbia conosciuto, di 
carattere indipendente, il quale per la capital colpa di aver 
reso splendidi servigi alla Monarchia fu, dopo il mio ritiro, il 
capro di espiazione immolato ad un' ira tanto sconvenevole 
quanto ingiusta; fece guerra a diversi ufficiali laboriosi ed 
onesti del Ministero, ricusò sempre di fame approvare la diffi- 
nitiva organizzazione, tenendo cosi in sospeso con danno del 
servizio pubblico le sorti di tanti impiegati „ . ^ E per mante- 
nere sottointendente a Corleone il duca del Pino, che Cassisi 
aveva dipinto come un hahrdo e mescMnissimo impiegato^ Filan- 
gieri fu costretto ad invocare l'autorità del valoroso e intelligen- 
tissimo tenente colonnello Pianell, comandante la colonna mobile 
nei distretti di Corleone, Mazzara e Alcamo. * 

Tutto ciò, che non facevasi di sua iniziativa, il Cassisi osta- 
colava in tutte le maniere. Erano obietto dei suoi sarcasmi 
le opere e le istituzioni, che il Filangieri ordinava o proponeva 
per Palermo : come il giardino inglese, il restauro del teatro di 
Santa Cecilia, l' ospizio di beneficenza, la strada di mezzo Mon- 
reale e un grande teatro, tanto desiderato dai Palermitani, e di 
cui, senza gli ostacoli creatigli, il luogotenente avrebbe fin da 
allora arricchita la città. Il ministro di Sicilia a Napoli finì con 
inframmettersi anche negli affari di giustizia, e Filangieri con- 
fessa, nei suoi appunti, che per averlo benevolo nelle cose d' in- 
teresse generale " ne sopportava con mirabile pazienza lo stra- 
potere, secondandone quanto poteva le debolezze, studiandosi di 
prevenirne i desiderii, le tendenze e le simpatie, carezzandone 
i parenti e gli amici, e lasciandolo fare in Milazzo e nella pro- 
vincia di Messina, ch'era il suo feudo „.' 



1 II principe di Satriauo era molto affezionato al Celesti. Nel rimettere 
in ordine le sue carte, sopra una lettera da lui scritta nell'ottobre del 1849 
in difesa del CJelesti, annotò, di suo pugno: " Povero Celesti! Che infame 
quel C....! E pure a quest'uomo credevasì, non a Carlo Filangieri! „ 

* Archivio Filangieri. 

3 Id. id. 



— 52 - 

Vi fa di peggio. Il principe di Satriano aveva vinta la con- 
trarietà di Cassisi alla ricostituzione delle compagnie d' armi, ma 
non ne vinse un'altra, addirittura iniqua. E qui sarà meglio la- 
sciar la parola allo stesso Filangieri: " Fra gli errori politici della 
restaurazione — egli scrive — vi fu il non volersi riconoscere il 
mutuo forzoso, imposto dalla rivoluzione. Ora, tra i creditori per 
tal causa vi fu il Monte di prestanza di Palermo e per una 
somma di ducati 32 000 all' incirca, ritratti dalla rivoluzione, 
mediante il pegno di certi argenti appartenenti a chiese. Ee- 
stituiti per giusto consenso del Re questi argenti, io proposi di 
salvare da una mezza rovina uno stabilimento si interessante 
ai bisognosi, mettendo a carico dello Stato la somma prestata 
su quel pegno. Ma un rescritto cassisiano dispose che rima- 
nesse a carico del Monte la perdita ; e quantunque avessi rimo- 
strato, e con gravi ragioni insistito nella mia proposizione, rimase 
fermo il cennato rescritto „ . ^ Cassisi detestava insomma il luogo- 
tenente e non gli risparmiava sarcasmi e difficoltà, e fu a lui at- 
tribuito " l'ostinarsi del Ee — sono parole del Filangieri — nono- 
stante le mie insistenze a non venire a Palermo, allorquando 
nell'ottobre del 1862 erasi recato ed accolto con festevole entu- 
siasmo, in Messina e Catania „ . Erano questi gli umori fra 
il ministro di Sicilia a Napoli e il luogotenente in Sicilia, ben 
noti al Ee, che li alimentava non senza diletto, allorché scoppiò 
più clamoroso il dissidio per la faccenda delle strade. 

Dotare la Sicilia di ponti e di strade era, come ho detto, la 
parte essenziale del programma del Satriano. Allo sviluppo delle 
risorse naturali dell'Isola, era condizione indispensabile unire 
i capoluoghi a Palermo, oongiungerli fra loro e coi centri più 
popolosi. Il luogotenente voleva compiere quest'opera al più 
presto, per averne tutto l'effetto, ma la spesa non era consen- 
tita dalle risorse ordinarie del bilancio siciliano. Uno dei metodi 
adoperati, per rendere accetta la restaurazione, fu di tener basse 
le imposte, specie la fondiaria, che rappresentava l'uno e mezzo 
per cento sull' imponibile, allo scopo di favorire la classe dei pos- 
sidenti. E poiché il Filangieri aveva imposto un piccolo ag- 
gravio di venti grana (85 centesimi) sulle aperture, cioè balconi, 



Archivio Filangieri. 



~ 63 — 

finestre e botteghe, e i proprietarii di stabili ne avevano mossa 
lagnanza al Re, egli vi sostituì un lieve aumento addizionale sui 
fabbricati. La rivoluzione aveva abolito la tassa sul macina- 
to, sostituendovi altri dazi, ohe poi non furono riscossi, e Filan- 
gieri decise di ripristinar quel balzello con un sistema di riscos- 
sione, che lo rese tollerabile. Il programma economico del go- 
verno napoletano era quello di sostituire lo Stato alla Prov- 
videnza, riparando con la tastiera doganale alle inclemenze 
delle stagioni e regolando le esportazioni e le importazioni delle 
derrate alimentari, a seconda che il Regno era turbato dalla 
carestia, o favorito dall'abbondanza. Le ordinanze regie face- 
vano il sereno e la pioggia, mantenendo un apparente equilibrio 
sociale, ma le imposte basse impedivano i lavori pubblici in 
grande, i quali erano indispensabili alla Sicilia. Alla perspi- 
cuità del luogotenente tutto ciò non poteva sfuggire, e per- 
ciò, sempre nel fine di consolidare la restaurazione politica con 
miglioramenti economici, veri e concreti, egli immaginò tutto 
un piano di opere pubbliche, da costruirsi in un termine relati- 
vamente breve, elevando il tributo sull'imponibile fbndiario 
dall'uno e mezzo al tre : aumento ohe poteva farsi senza se- 
rio pregiudizio dei contribuenti. 

Fin dal giugno 1861, per mezzo del colonnello Tobia de 
Muller, del secondo reggimento svizzero di guarnigione a Pa- 
lermo, il Filangieri aveva fatto chiedere all'ingegnere Ohaley 
le prime notizie sui ponti sospesi ; e dopo alcune lettere scam- 
biatesi, invitò lo Chaley a Palermo per studiare i progetti sul luo- 
go, anticipandogli le spese. Lo Chaley e Adolfo Sala compirono 
gli studi in sei mesi, e frutto di essi fu una rete completa di 
nuove e grandi strade, della complessiva lunghezza di 626 miglia, 
con otto ponti sospesi : le quali strade, nel numero di ventuno, 
erano distribuite in tutte le provincie dell' Isola. ^ Il Re ne au- 



Le strade da costruirsi dovevano essere le seguenti: 

Strada del fiume Torto a Gioiosa per compimento della 

strada di Messina-Marina, per miglia 87 ; 
da Corda a Gangi, per miglia 54 ; 
da Gangi a Nicosia, per miglia 10 '/, ; 
da Leonforte, per Nicosia, a Mistretta, per miglia 35; 
da Sant'Agata a Bronte, per miglia 88; 
da Patti a Handazzo, per miglia 82; 



- 64 - 

torizzò la costruzione con rescritto del 6 aprile 1852 ; ma, a sug- 
gerimento del Cassisi, non volle consentire che l'esecuzione ne 
fosse affidata alla stessa società francese, clie aveva fatti gli 
studi e della quale erano a capo i signori Taix, Sciama e Sala. 
Fu invitato perciò il luogotenente a cercare, fra gli appaltatori. 
dell'Isola, persone capaci di eseguire i lavori. Questo primo osta- 
colo venne facilmente superato. Un mese dopo, in data 17 
maggio 1852, il luogotenente inviò a Napoli un regolare con- 
tratto, convenuto con don Gaspare G-iudice di Favara, " uomo 
notissimo per la sua opulenza, lealtà e costante devozione al 
Beai Trono, il quale, associato ad altri capitalisti, specialmente 
a quelli della provincia di Girgenti, si obbliga ad intraprendere la 
costruzione delle strade e ponti dalla Maestà Sua autorizzati „ . 
Insieme al contratto, firmato pagina per pagina dal concessio- 
nario e dal luogotenente, questi mandò a Napoli il direttore 
dei lavori pubblici, Bongiardino, con una sua lettera al E-e, la 
quale si cbiudeva con le seguenti parole : " Il giorno in cui questi 
fedelissimi sudditi vedranno messo mano ai lavori, innalzeranno 



da Caltanissetta pel ponte di Capodarso a Piazza, de- 
dotte le miglia che si possono mettere a profìtto della 
antica strada, rimangono a costruirsi per miglia 28 V, ; 

da Piazza a Castrogiovanni, per miglia 18 ; 

da Piazza, per San Michele, a Caltagirone, per miglia 16 V, ; 

da Caltagirone, per Vizzini, a Floridìa, per miglia 56 ; 

da Palagonia, pel fondaco di Primosole, per miglia 20 % ; 

da Ragusa, per Vittoria, a Terranova, per miglia 33 ; 

da Terranova a Piazza, per miglia 26 ; 

da Comitini, per Casteltermine, al confine della prov. di 
Girgenti al torrente Saraceno, per miglia 28 ; 

da San Giuseppe a Corleone, per miglia 20; 

da Corleone, per Sambuca, a Sciacca, per miglia 40 ; 

da Sambuca a Partanna, per miglia 21 ; 

da Salemi a Marsala, dedotte le miglia costruite, restano 
a costruirsi, per miglia 12 ; 

da Salemi per Santa Ninfa a Castelvetrano, per miglia 11 ;, 

da Castelvetrano a Mazzara, per miglia 14 ; 

da Mazzara a Marsala, per miglia 18. 

I ponti poi erano : uno sul fiume Grande o Imera settentrionale ; uno- 
ai Finale, sul torrente Pollina ; uno sul fiume Rosmarino ; uno sul Gima- 
roso presso Nicosia ; un altro sul Cimaroso tra Adernò e Regalbuto ; uno 
alla Giarretta sul Simeto ; uno sul fiume San Pietro e l'ultimo sul Platani, 
a Passo di ferro. 



00 — 



certo voti sincerissimi al Cielo per l'ottimo Monarca, che ci go- 
verna, e la storia segnerà ai posteri questo nuovo tratto di so- 
vrana clemenza, che darà una spinta impossibile a calcolarsi 
allo interno commercio, alle industrie ed alla civilizzazione di 
questa parte dei Eegi Domini „. ' 

Si era sul punto di concludere, quando il Cassisi, il quale non 
voleva saperne in nessun modo, sollevò altre obiezioni e cavilli 
e propose modifiche, le quali, in fondo, non erano che pretesti per 
mandare all'aria ogni cosa. Egli calcolava anche sull'indole 
vivace e suscettibile del principe di Satriano. Sospetti ingiu- 
riosi si diffondevano a Napoli e in Corte, dove erano più gì' in- 
vidiosi che gli ammiratori del Filangieri, sempre lì a soffiare 
nel fuoco. Cassisi insinuava che don Gaspare Giudice era un pre- 
stanome, un coperchiello, della compagnia francese, che si era vo- 
luta escludere ; di quella compagnia, la quale, col Taix alla testa, 
aveva procurati tanti imbarazzi, undici apni prima, al governo 
di Napoli nella questione degli zolfi ; forte meravigliandosi col Re, 
che avventurieri esteri avessero potuto conquistar l'animo del luo- 
gotenente, al segno da fargli chiudere gli occhi sopra un contratto 
disastroso per la Sicilia. ^ L'animo di Ferdinando II, aperto ad 
ogni genere di sospetti circa l'onestà dei suoi funzionarli, ne fu 
impressionato ; ma parendogli troppo ardito prendere di fronte il 
Filangieri, dopo averlo autorizzato a firmare il contratto, né vo- 
lendo far credere ai Siciliani che egli non volesse le strade, si 
trovò d'accordo col Cassisi nel ritenere quel nuovo contratto privo 
di garenzie e nel proporre un sistema opposto, per il quale, invece 
di un impresario unico per tutte le strade, si trovasse un impre- 
sario per ciascuna provincia. 

Alle osservazioni di Cassisi, minuziose, capziose ed irritanti, 
osservazioni da notaio, come scrisse Filangieri, questi rispose il 
12 giugno con un memorandum, firmato da lui e dal Giudice, 
per dissipare i dubbii circa le garenzie degli assuntori, i_quali, a 
cauzione degli obblighi, avevano depositato 60 000 ducati sul 



* Archivio Filangieri. 

* V. Memorie storiche intorno al Governo della Sicilia, scritte da Fran- 
cesco Bracci, direttore nel Ministero per gli affaH di Sicilia a Napoli — 
Palermo, Pedone Lauriel, 1870. Il Bracci, siciliano, era devoto al Cas- 
sisi. A lui rispose vittoriosamente il principe Gaetano Filangieri, ma la 
risposta manoscritta restò fra i docamenti del suo archivio. 



— 56 — 

Gran Libro di Sicilia. Si accettavano nondimeno alcune mo- 
difiche al contratto; si facevano osservazioni circa l'impossibi- 
lità di accettarne altre, e si notava che se vi sarebbero stati de- 
gli utili per la società assuntrice, questa anticipava in sei anni le 
somme occorrenti a tutt'i lavori, per riprenderle in quattordici, 
alla ragione di 300 000 ducati l'anno. Alle difficoltà e ai dub- 
bii circa la capacità delle provincie di sostenere la spesa, Fi- 
langieri rispondeva inviando un quadro dell'imposta fondiaria, 
ripartita per provincie, e dimostrando che con l'elevare al 3 per 
cento la tassa suU' imponibile fondiario, sarebbero stati in tutto 
ducati 2 240 027 e grana 90 ; per cui sopra un imponibile di 
ducati 14 771 800, la tassa fondiaria sarebbe stata dal 16 al 16 
per cento sul reddito, e perciò tollerabilissima. Corrispondenza 
lunga e stranamente curiosa, ignota finora, e nella quale si ri- 
velano tutti gl'infingimenti del governo di Napoli, cui, man- 
cando il coraggio di respingere il contratto, era più comodo 
ricorrere a cavilli e a previsioni in mala fede, per conseguire 
il suo fine di non fame nulla. La stessa proposta di Filangieri, 
di cominciare i lavori contemporaneamente in ciascuna pro- 
vincia, die al Cassisi nuove armi per affermare che gli assun- 
tori volessero costruire i tronchi stradali meno dispendiosi, e poi 
lasciare a mezzo l'impresa e far rimanere l'Isola disseminata 
di tronchi non collegati fra loro, e di ponti senza strade per 
arrivarvi. Non è senza un profondo senso di malinconia, che si 
leggono i documenti, i quali si riferiscono a questo disgraziato in- 
cidente: documenti che il principe conservò nel suo archivio, 
annotati spesso con parole vivaci, le quali rivelano la grande ama- 
rezza di non poter riuscire all'attuazione del suo disegno. Alla 
fine, dopo aver inviato nel dicembre del 1852 un altro memoran- 
dum circa le condizioni economiche dell'Isola per i mancati ricol- 
ti, e la necessità urgente di opere stradali, dovè pur troppo persua- 
dersi che noa se ne voleva far nulla ; e nel luglio dell'anno se- 
guente, andò dal Re che era a Gaeta, e gli fece le sue vive ri- 
mostranze. Ma non ne ebbe che promesse rassicuranti, condite 
dalle solite espansioni, benevole nella forma, ma non sincere 
nella sostanza. 

La lotta tra Filangieri e Cassisi, divenuta oramai palese, fu 
anche inasprita da ragioni personali. Il principe, dubitando di 



- 67 — 

reggere a lungo nella luogotenenza di Sicilia, aveva chiesto ohe 
la rendita del suo maiorasco fosse iscritta sul Gran Libro del de- 
bito pubblico di Napoli. Il Re, concedendola a lui in premio della 
conquista della Sicilia, l'aveva fatta iscrivere sul debito pubblico 
dell'Isola. Il Filangieri chiedeva quindi una inversione, facendo 
i^ivece gravare sul Gran Libro di Sicilia alcune rendite, che per 
l'equivalente somma erano iscritte sul Guan Libro di Napoli, 
come provenienti da istituti ecclesiastici dell' Isola. Cassisi si op- 
pose, e il Be fu con lui. Ma il Filangieri, non dandosi per 
vinto, e forse ebbe torto trattandosi di un interesse tutto suo, 
propose che il njaiorasco fosse capitalizzato con alcuni fondi 
abbaziali e di regio patronato. Fosse dubbio circa l'avvenire del 
debito pubblico di Sicilia, com'è lecito supporre, o fossero altre 
considerazioni, a Cassisi non parve vero di poter commentare 
col B.6 queste insistenze come prova d' indiscrezione, anzi d' in- 
delicatezza addirittura. E neppui'e la seconda proposta venne 
accolta. 

E v'ha di più. Da lungo tempo si agitava una grossa lite 
per antichi diritti feudali tra i Benedettini di Catania e la fa- 
miglia Monoada di Paterno. Per riguardo ai suoi figli, il Fi- 
langieri aveva interesse a vederla finita. Una sentenza arbi- 
tramentale era stata pronunziata contro i monaci, i quali ve- 
ramente avevanù torto ; ma, essendo ricchissimi, disponevano di 
potenti influenze, la maggiore tra le quali si affermava che fosse 
quella del Cassisi. Certo è che questi, contrariamente al parere 
della Consulta di Palermo e poi del Consiglio dei ministri di 
Napoli, concordi circa l'eseguibilità della sentenza a favore della 
famiglia Paterno, alla quale si sarebbe dovuta pagare la somma 
di oltre mezzo milione di lire (48 000 once), si ostinava a dar 
ragione ai monaci; e vi si ostinò tanto, che solo dopo il 1860 
la sentenza fu potuta eseguire. Questi due fatti misero il col- 
mo alla misura. " Io era già stanco — scriveva Filangieri nei 
suoi ricordi — della lunga lotta, né più mi caleva di rimanere 
al potere dopo ohe, per esclusiva colpa di Cassisi, non ero 
riuscito a donare alla Sicilia tm buon corredo di strade e di 
ponti „. E ni giugno 1864 si dimise con una lettera al Re, 
dove si legge: "Fino a che il cav. Cassisi non ha manifesta- 
mente ed in modo insultante attaccata la mia riputazione, io 
per obbedire ciecamente agli ordini, di che piacque alla M. V. 



— 58 — 

onorarmi, il di 31 luglio dello scorso anno in Gaeta, pel solo 
rispettoso attaccamento, ch.6 nutro per la M. V., mio Augusto 
ed adorato benefattore, sono qua ritornato, ed tio con pazienza 
e rassegnazione sofferte tutte le contrarietà per parte di lui, clie 
rendeva si amara la mia vita pubblica „ . E concludeva : " Si- 
gnore, sul settantesimo anno dell'età mia, non avendo più altro 
scopo, se non quello di morire in possesso della stima e della 
benev-olenza della M. Y., io non saprei esistere più oltre, se la 
M. Y. non mi concedesse la predetta grazia „ . ^ Nel mese suc- 
cessivo, non avendo avuto risposta, lasciò Palermo e andò in 
Ischia a curare le sue ferite. 

E qui avvenne uno di quei fatti, i quali trovano solo riscon- 
tro nella cronaca dei peggiori governi assoluti. Stando il Fi- 
langieri in Ischia, dimissionario si, ma senza che le dimissioni 
fossero state accolte, seppe che il Cassisi, profittando dell'assen- 
za di lui, aveva aperta un'inchiesta, specialmente contabile^ 
su ogni ramo della gestione luogotenenziale. Richiamò da Pa- 
lermo i registri dei pagamenti della tesoreria; fece investigare 
circa le spese del giardino inglese ; ordinò di sospendersi i lavo- 
ri dell'ospizio di beneficenza, che per fortuna era compiuto, e 
dispose nuove verifiche sopra alcune strade finite e già conse- 
gnate. " Notisi — scrisse Filangieri — che cotali pratiche ese- 
guivansi al ministero, nel mentre il E,e ricusava di concedermi 
il riposo e voleva che io tornassi in Sicilia, e certamente quelle 
pratiche non erano atte a persuadermi a ritirare la domanda 
del mio riposo „ . E difatti il principe di Satriano, benché vec- 
chio, si senti rimescolare il sangue, e scrisse al Re che in Si- 
cilia non avrebbe più messo il piede, a nessun costo. Il Re 
gli rispose tina lettera napolitanamente bonaria, nella quale, 
senza far ijiotto dell'inchiesta, accettò la rinunzia. Questo av- 
veniva nell'ottobre del 1854, proprio due anni dopo il viaggio 
del Re in Sicilia. " Fu allora — continua il Filangieri — che il 
Cassisi ridivenne propriamente procuratore generale ; si ordina- 
rono inchieste, si fecero requisitorie, volevasi a tutt'uomo sco- 
prir fraudi, furti e malversazioni. Era un fiume gonfio negli 
argini suoi, che straripava in tutti i sensi ; egli allora mostrò 
tutto se stesso ! . . . Può ben dirsi che il ministrò Cassisi sia stato 



* Archivio Filangieri. 



- 69 - 

il tarlo della restaurazione ; e confesso di essere stato io l'auto- 
re di questo errore, ma io non lo conoscevo profondamente come 
ora lo conosco „ . ' 

Il principe di Satriano apparve come una vittima dell'odio 
non spento del Re per la Sicilia, e fu fatto segno di grandi 
simpatie. I Siciliani avevano dimenticato gli atti di rigore po- 
litico da lui compiuti, per ricordare solo che il governo suo fu, 
in complesso, benefico all' Isola. Egli ripristinò, in maniera quasi 
perfetta, la sicurezza pubblica ; fondò un'amministrazione civile, 
intelligente ed onesta ; rese autonomo il Banco ; istituì il Gran 
Libro del debito pubblico ; creò la Borsa, l' Istituto d' incorag- 
giamento, commissioni permanenti per i lavori pubblici, per 
l'agricoltura, le foreste e le arti ; accrebbe qualche insegnamecito 
universitario ; iniziò il frazionamento dei latifondi coi provvidi 
decreti del 16 febbraio e 29 marzo 1852, che rendevano alienabili 
gì' immobili appartenenti al Demanio, ai pubblici stabilimenti e 
ai luoghi pii laicali; e non ostante che il suo progetto per le 
strade fosse miseramente naufragato, ne iniziò parecchie, tra le 
quali, la bellissima da Palermo a Messina, per Cefalù. Cercò 
di cancellare i ricordi dei primi tempi, adoperando tutte le ri- 
sorse del suo ingegno e le seduzioni del suo spirito, per entra- 
re nelle grazie dei Siciliani, e si studiò di tener vivo in essi il 
sentimento di una ragionevole autonomia, solleticandone l'amor 
proprio nei limiti legittimi e dissipando o attenuando le cagio- 
ni di diffidenza e di odio verso Napoli. Perdonò molto, né volle 
che l'azione del suo governo apparisse ispirata dal fine di com- 
primere duramente ogni legittima aspirazione. Non fu opera 
reazionaria la sua, e di tale condotta gli scrittori borbonici, 
specie il De Sivo, gli fecero colpa, quasi che egli mirasse a tener 
vivo il fermento rivoluzionario, mentre non mirava che a so- 
pirlo. Durante il suo governo, la polizia politica non fu ecces- 
siva, ed egli non avrebbe dubitato di accogliere tutte le domande 
di rimpatrio, inviategli da parecchi emigrati, anche fra i più com- 
promessi, se il governo di Napoli non si fosse opposto. Tornò il 
duca di Serradifalco, già presidente della Camera dei Pari ed uno 
dei 43 esclusi dall'amnistia e tornarono altri. Per il marchese 



* Archivio Filangieri. 



— 60 - 

Spedalotto di Paterno aveva presentata istanza nel 1850, la moglie 
di lui, ma da Napoli venne risposto negativamente. E nel 1859, 
quando Filangieri assunse la presidenza del Consiglio dei ministri, 
le domande di rimpatrio si ripetettero, e il Maniscalco, in data 
8 giugno 1859, inviò a Napoli un elenco di venticinque emigrati, 
clie avevano ridomandato di tornare. Erano tra questi lo stesso 
marchese Spedalotto di Paterno, Stefano Interdonato, i fratelli 
Cianciolo di Palermo e i Gravina di Brolo. E sulla lettera del 
Maniscalco, il Filangieri scrisse di suo pugno queste significanti 
parole: "Si conservi, per rammentare ohe il Real G-overno, in 
opposizione del mio parere, ebbe torto di non aderire alle do- 
mande di questi venticinque emigrati e di trattarli bene, man- 
tenendo un'invisibile vigilanza, perchè cosi facendo quasi tutti 
gli emigrati sarebbero rientrati, e sotto gli auspici del conte di 
Cavour, non si sarebbe formata quella consorteria, che ha tanto 
nociuto agli ultàmi sovrani del Regno delle Due Sicilie „ . * 

Ad Alfredo Sala, che con grande deferenza scrisse del principe 
di Satriano nei suoi Souvenirs de six mois, pubblicati nell' Illur- 
stration, e nei quali narrò con pittoreschi colori la sua dimora 
in Sicilia, egli scrisse, il 13 febbraio 1866, una lettera, che si 
chiudeva con queste parole: "Lorsque le ministre des affaires 
de Sicile decida le Eoi, mon Auguste Souverain, à ajoumer in- 
défìniment la construction des ponts et des routes, dont cette 
Ile avait un aussi urgent besoin, j'acquis la triste conviotion 
que le désaccord complet entro la manière de penser du chevalier 
Cassisi et la mienne sur les questions, qui d' après mes opinions 
intéressaient plus directement le bien étre de cette partie du 
Royaume, m'imposait le devoir de soUioiter de Sa Majesté ma 
retraite. L'ayant obtenue, il ne me reste maintenant qu' à faire 
des voeux, pourquoi la marche que l' on a adoptée et l' adminis- 
tration de mon sucoesseur puissent produire la prospérité dea. 
Siciliens et leur faire aimer le Roi. Dii faxint! „ . * 

Ma finché visse non dimenticò le grandi amarezze, delle quali il 
Cassisi gli avea data cagione, e dai suoi appunti traggo questi brani 
caratteristici, i quali a me pare abbiano importanza per la storia : 



' Archivio Filangieri, 
« Id. id. 



— el- 
io avea conosciuto da poco il cavalier Cassisi, e lo reputava uomo 
laborioso ed energico. Dopo la presa di Messina, lo ciiiesi al Re nella 
qualità di commessario civile; ma egli non volle avventurarsi nell'incer- 
tezza, e ricusò. Al diffinitivo organamento del governo lo proposi ministro 
per gli affari di Sicilia ; parendomi che la energia e la operosità fosser re- 
quisiti necessarii per chi dovea sedere nei consigli del Re, e tutto solo 
sostenere i rapporti della Luogotenenza. Il Re avea difficoltà, ma mi tornò 
facile il vincerle. 

Dopo conseguita la nomina a ministro del Cassisi, mi accorsi che 
quest' atto sovrano fu poco applaudito, soprattutto in Palermo, per prece- 
denti, che non erano una raccomandazione in quella città. Seppi in fatto 
che il Cassisi e la cittadinanza si odiavano di cuore reciprocamente, a causa 
di certe vendette perpetrate a suo danno, reputandosi egli fautore e loda- 
tore delle novità fatte nell'anno 1838, cioè, la soppressione della Segreteria 
di Stato in Sicilia, l'introdotta promiscuità degli ufficii, l'abolizione delle 
compagnie d'armi, ecc. Molto dicevasi a suo carico, ed i più. indulgenti 
osservavano il mancare in lui le qualità di uomo di Stato. 

Egli, non volendo smettere l' abito di giudice istruttore, e di Procura- 
tore Generale criminale, si fé' maestro di perenne, sospettosa inquisitoriale 
investigazione. Erasi sempre nascosto nel pericolo, ed ora dal suo gabi- 
netto, facendo il dottrinario come uno scolaro, esercitava il facile ufficio 
di censore, niente curando gl'imbarazzi e le difficoltà di chi operava. 

E fini con l'immischiarsi in tutti gli affari, anche giudiziarj, facendo 
comprendere ai pubblici funzionari che da lui dipendeva il loro destino. 
Dava premio agli adulatori, impunità ai cattivi, sostegno agl'insubordinati, 
persecuzione agli uomini indipendenti; ma quando i perseguitati stanchi 
cedevano, abbiosoiavansi, e mettevansi a sua disposizione, ottenuto il suo 
scopo, cantava facilmente la palinodia, e dallo sdegno passava alla prote- 
zione. Egli mirava ad acquistare influenza e dominazione, non bastandogli 
quella che legittimamente derivava dalla natura del suo ufficio; e certa- 
mente non potrei io negare la non invidiabile sua grande abilità, con la 
quale è riuscito ad affievolire il potere della Luogotenenza con danno del 
paese e della Monarchia, ed a fondare quel dualismo, del quale indarno 
vuol scasarsi nel suo libro. 

Questa memoria, che è un terribile atto di accusa contro il 
Cassisi, fu dal Filangieri scritta nel 1856, in confutazione del 
libro del Cassisi : Atti e progetti del ministero per gli affari di 
Sicilia, pubblicato in quell'anno e che è davvero povera cosa, ma 
oggi divenuto rarissimo. ^ Più serio è il libro del Bracci su rife- 
rito, ispirato chiaramente dallo stesso Cassisi e da quel mondo 
siciliano, che era a Napoli nel Ministero e in Corte e che non 



Archivio Filangieri 



— 62 - 

tollerava il Filangieri; il qual libro, si noti, venne fuori nel 
1870, tre anni dopo la morte del principe di Satriano. 

In omaggio alla verità, io, non volendo che un giudizio tanto 
severo sul conto del Cassisi, dato da un suo avversario cosi au- 
torevole come il principe di Satriano, passasse alla storia senza 
difesa, feci vive e ripetute premure presso il figlio di lui, perchè 
volesse illuminarmi con documenti e notizie, ma non ne ebbi 
risposta. Solo mi fece sapere, per mezzo del barone Griuseppe 
Arenaprimo, al quale io devo molta riconoscenza, per. essermi 
stato di grande aiuto nel raccogliere le memorie concernenti la 
città di Messina, che egli, Tommaso Cassisi, preferiva che non si 
facesse polemica su quest'argomento. Strano esempio di pietà 
filiale! . - 



CAPITOLO IV 



SoMUAKXo: Il principe di Castelcicala succede al rilangierì — Suoi precedenti 
e indole — Un aneddoto con Luigi Filippo — Conduce a Palermo Dome- 
nico Galletti per suo segretario — Nuovi direttori — Il marchese di Spac- 
cafomo — Sue spavalderie e finzioni — La storia di un calcio — I mini- 
steri di Sicilia — Il governo di Castelcicala — A proposito delle condanne 
di Bentivegna e di Spinuzza — Discussione alla Camera piemontese e di- 
scorsi di Brofferio e di Cavour — Rivelazioni postume — Due telegrammi 
— La responsabilità a chi spetta. 

Quando, nell'ottobre del 1864, Ferdinando II accettò la ri- 
nunzia di Filangieri, non aveva pronto l'uomo che dovesse suc- 
cedergli, e per cinque mesi il posto di luogotenente in Si- 
cilia fu vacante. Non era facile trovare chi l'occupasse, es- 
sendo l'alta carica piena di responsabilità e di pericolo. Il 
E,e e Cassisi desideravano un uomo senza punte iniziative, né 
di soverchia suscettibilità : un uomo, che mantenesse 1' ordine e 
conducesse gli affari di ordinaria amministrazione, ma non 
avesse minor prestigio del principe di Satriano, per famiglia, 
censo e precedenti militari. Cassisi ricordò al Re il principe di 
Castelcicala, Paolo Ruffo, il quale, richiamato da Londra dove 
era ministro, attendeva da due anni altro ufficio. Il Re ap- 
provò la scelta e incaricò Cassisi di vincere le ritrosie del Ca- 
stelcicala, il quale, mettendo innanzi ragioni di età e di sa- 
lute e non dichiarandosi idoneo a quella carica, lui, che aveva 
fatto il soldato e il diplomatico in tutta la sua vita, rifiutava 
ostinatamente. Aveva 64 anni, ma era sano e vigoroso. Si 
ricorse ad ogni mezzo perchè accettasse, si fece appello alla sua 
devozione e amicizia, gli si mandò ad offrire dallo stesso Filan- 



— 64 — 

gieri il bastone luogotenenziale con una lettera caratteristica, 
e cosi nel marzo del 1855 il Castelcicala di mala voglia accettò, 
ma non prima della fine di maggio, a causa della morte di sua 
moglie, potò andare a Palermo con V unica figliuola, allora gio- 
vinetta. 

Nato a Eiclimond presso Londra nel tempo in cui suo padre 
era ministro di Napoli in Inghilterra, ed educato nel collegio 
militare di Eton, donde usci luogotenente dei dragoni, Castelci- 
cala era rimasto inglese nei modi, nelle abitudini, nei gusti, ma 
non nella flemma che poneva in ogni atto della sua vita, per cui 
sembrava non avesse il criterio del tempo. Parlava non corretta- 
mente r italiano e la sua lingua ordinaria era l' inglese ; privo di 
attitudine negli affari di amministrazione civile, possedeva però 
molta lealtà e conoscenza del mondo. Entrato da giovane in 
diplomazia, era stato ministro a Berna dal 1825 al 1830, e a Berna 
aveva condotto a termine le capitolazioni, per le quali quattro 
reggimenti svizzeri furono assoldati dal B-e di Napoli e presero 
il posto degli austriaci, venuti dopo Antrodoco. A Berna conob- 
be la signorina De Zeltner, figlia di un diplomatico svizzero e 
la sposò. Della signorina De Zeltner era invaghito il giovane 
incaricato d' affari di Francia, Drhuyn de Lhuys, ma ella preferi 
il diplomatico napoletano, il quale aveva l' aureola di "Waterloo, 
alto titolo nobiliare e una grossa sostanza. Il Drhuyn de Lhuys 
sposò poi una cugina di lei. Castelcicala aveva avuta la missione 
di pacificare il governo di Napoli con l' Inghilterra, dopo le note 
ostilità per la faccenda degli zolfi, e fu mandato infine ministro 
plenipotenziario a Londra, nel posto coperto da suo padre. E qui 
piacemi riferire un aneddoto curioso. Andando a Londra, condus- 
se seco, come aggiunto di legazione, il giovane Giuseppe Canofari, 
che fu poi ministro di Napoli a Torino negli ultimi anni del Re- 
gno. Passando per Parigi, andò a visitare il E-e Luigi Filippo, 
ohe lo accolse cortesenjpnte e lo invitò a pranzo, insieme al 
Canofari. Il principe, flemmatico in tutte le sue cose, giunse 
alle Tuileries con mezz'ora di ritardo. Il Canofari lo consigliò 
di regolare l' orologio con mezz' ora di ritardo, per avere, in tal 
modo, una scusa presso il Re. Il quale fu amabilissimo, facendo 
lui lo scuse se, dopo aver atteso venti minuti, la Corte era an- 
data a tavola. Castelcicala attribuì allora la colpa del ritardo al- 
l'orologio che, tratto dal panciotto, aveva tra le mani. Si chiao- 



- 65 - 

cliierò, si rise e tutto parve dimenticato. Dopo il pranzo ci fu 
circolo, e in un momento nel quale il Re si avvicinò al Ca- 
nofari, questi, con pochissimo tatto, anzi con qualche malignità, 
disse al Sovrano ohe veramente l' orologio non aveva colpa, solo 
imputabile il ritardo alla lentezza del principe ; e dicendo questo 
e sorridendo, cercava di metter faori l'orologio suo, a prova di 
quanto asseriva. Ma il Re seccamente gli rispose : " La tnontre 
pour le Prince, pour vous le Prince „. 

Il principe di Castelcicala era ministro a Londra, quando 
nel luglio del 1851 Gladstone pubblicò le famose lettere sulle 
prigioni e i prigionieri politici del Napoletano. E qui bisogna sa- 
pere che lord Aberdeen informò veramente il Castelcicala delle 
intenzioni di Gladstone, non senza aggiungergli che le lettere 
avrebbero sollevata, in tutto il mondo civile, una protesta con- 
tro il governo di Napoli, ma che non pertanto egli, Aberdeen, 
si riprometteva di impedirne la pubblicazione, purché il governo 
napoletano desse qualche prova di ravvedimento. E lo pregò 
d'informarne il suo governo e provocarne una risposta. Il Ca- 
stelcicala ne scrisse privatamente al ministro degli esteri Giu- 
stino Fortunato, e al segretario particolare del Re Leopoldo Corsi. 
E noto con quanta leggerezza il Fortunato e il Corsi appresero 
la notizia, della quale credettero non valesse la pena d' infor- 
mare il Re e alle lettere di Castelcicala non fu data risposta. 
Passarono due mesi, e lord Aberdeen invitò il ministro napole- 
tano a riscrivere, assicurandolo che la pubblicazione sarebbe ri- 
masta sospesa per un altro mese ancora. Il ministro riscrisse, 
ma nessuno si fece vivo. Forse avrebbe fatto meglio andando 
lui a Napoli per informarne di persona il Re, ma non era uomo 
da iniziative. Trovò invece naturale il silenzio e nulla rispose 
a lord Aberdeen, e cosi la pubblicazione avvenne e lo scan- 
dalo fu enorme. Non occorre ricordare che, in quelle lettere, 
il governo borbonico era definito la " negazione di Dio eretta 
a sistema „. Ferdinando II andò su tutte le furie, e ritenendo 
che il suo ministro a Londra non avesse fatto il proprio do- 
vere, impedendo la pubblicazione delle lettere o almeno . preve- 
nendolo, lo richiamò, e giunto che fu a Napoli, non volle rice- 
verlo. Il Castelcicala non sapeva a che attribuire la sua di- 
sgrazia, e da principio sospettò che la moglie avesse pregato 

Da Cksabe, La fine di un Ragno - VdI. I. 6 



— 66 — 

il Re di farlo tornare, mal patendo di non averla egli condotta 
seco a Londra, colla scusa che cercava un appartamento degno 
di lei e non potuto in tanti anni trovare. 

U Indipendence Belge, portatagli a leggere dal giovane av- 
vocato Domenico Gallotti che divenne poi il suo segretario in- 
timo, gli apri la mente. Il foglio belga annunziava che il 
Ruffo era stato richiamato, perchè non aveva impedito che si 
pubblicassero le lettere gladstoniane. E fu allora che il principe, 
smessa la flemma abituale, indossò l'uniforme, corse alla Reggia, 
e dichiarandosi stupito ed offeso di quel che si era di lui affermato 
nel giornale, narrò al Re come veramente erano andate le co- 
se. Ferdinando II cadde dalle nuvole, e in quel giorno stesso 
destituì il Fortunato da presidente del Consiglio e da ministro 
degli esteri, e licenziò il Corsi. Ma Castelcicala non tornò a 
Londra, ebbe una missione temporanea a Vienna, e ne era tor- 
nato da poco quando il Re gli offerse di andare in Sicilia. 

Il Castelcicala condusse seco il Gallotti come segretario 
particolare, ottenendogli la nomina di consigliere d'intendenza 
a Napoli, con missione a Palermo. Egli fu davvero il segre- 
tario fido e il miglior ispiratore del principe, di cui rispettò e 
difese l'onorata memoria. L'accompagnò nell'esilio e non lo 
lasciò che dopo la morte. Oggi, più volte milionario, è a capo 
di parecchie società industriali e della Navigazione Generale 
Italiana. Devo a lui molti particolari interessanti di quel perio- 
do cosi poco noto, nonché le rivelazioni circa le sentenze di 
morte del Bentivegna e dello Spinuzza. 

Se il principe di Castelcicala non aveva tutto il prestigio mi- 
litare 'di Filangieri, contava nella sua vita l'episodio di Waterloo, 
dove, ufficiale d'ordinanza di Wellington, si era battuto con corag- 
gio ed era stato ferito a morte. Se Filangieri zoppicava per le 
ferite toccate, combattendo per l' indipendenza d' Italia, Castelci- 
cala portava sulla testa una piastra d'argento, perchè la cicatrice 
non si chiuse mai interamente, e apparteneva a quell'antica stirpe 
dei Ruffo, calabrese di origine, che die all'antico Reame diploma- 
tici e uomini d'arme, avventurieri e cardinali. 

I direttori della luogotenenza al tempo del Filangieri ven- 
nero tutti mutati, tranne il Maniscalco, del quale il Cassisi tentò 
pure disfarsi, ma non vi riuscì. Furono nuovi direttori Francesco 



— 67 - 

"Statella, marchese di Spaccafomo, Giuseppe Castrone, prefetto 
di Messina, e Francesco Mistretta, procuratore generale drquella 
Oran Corte Civile. Cassisi tentò di far piazza pulita di quanti 
erano funzionarli devoti al principe di Satriano. Don Antonino 
Scibona fu chiamato a Napoli, ed in sua vece destinato a Pa- 
lei^no don Gaetano Coffaro, il quale, dopo il 1860, fu prefetto 
nel Regno d' Italia. Lo Scibona ebbe ordine di trasferirsi immedia- 
tamente nella nuova residenza e giuntovi, passarono venti mesi 
prima di essere ricevuto da Cassisi, tanto poteva in quest'uomo l'av- 
versione per tutti coloro ohe al principe di Satriano erano rimasti 
devoti. Carlo Ferri tornò alla magistratura, e Domenico Venti- 
miglia dovè molto lavorare di astuzie, per non perdere la dire- 
zione del Giornale di Sicilia. 

Dei nuovi personaggi ufficiali, il marchese di Spaccafomo era 
la individualità, più spiccata. Primogenito del principe di Cassaro, 
e per breve tempo, dopo la morte del padre, principe di Cassaro, 
egli mori, dopo il 1830, non ancora sessantenne. La sua si- 
gnora donna Giovanna Moncada di Paterno, presente principessa 
di Cassaro, vive a Napoli nel sontuoso palazzo a Trinità Mag- 
giore. Lo Spaccafomo aveva cominciato la carriera, giovanissimo. 
Era stato, prima del 1848, intendente a Salerno, a Potenza e a 
Teramo. Mandato in quest'ultima città nel 1837, quando avven- 
nero i moti liberali di Penne, vi si mostrò zelante e vi lasciò tri- 
sto nome. A Salerno perdette un occhio, perchè un magistrato, 
nell'atto di baciargli la mano e di raccogliere per terra una 
supplica, lo urtò malamente nella faccia. Per la rivoluzione non 
si era riscaldato, perchè non la credette duratura, e solo fu mag- 
giore della guardia nazionale di Palermo e poi Pretore, aiutando 
nei due uffici la restaurazione borbonica. Compiuta questa, fu 
intendente di Palermo. La sua famiglia era la più attaccata ai 
Borboni, e tra le famiglie signorili dell'Isola, la più beneficata. 
Spaccafomo aveva spirito intollerante e scettico, ma non era privo 
di cultura generale ; anzi, dati i tempi, poteva questa dirsi di- 
screta. Liberale nel discorrere, ma assolutista di tendenze, pre- 
sumeva molto di sé e aveva per il genere umano un senso di 
noncuranza, di disprezzo o di paura, secondo il caso. Falsissimo 
di carattere, simulava e dissimulava perfettamente, e non erano 
spiegabili alcune strane contradizioni dell'indole sua. Diceva 
vituperii di Maniscalco, ma consenti ad essergli collega nel go- 



- 68 - 

verno, mostrandoglisi nelle apparenze deferentissimo sino ad adu- 
larlo. Forte tiratore di pistola, era generalmente temuto, ma un 
incidente scosse il suo prestigio. Un giovane avvocato, Andrea 
Guarneri, andò a domandargli che fosse revocata un'ordinanza in- 
giusta per la demolizione di un cavalcavia, che il Guarneri aveva 
costruito accanto a una sua proprietà. O per naturale impazienza, 
o perchè quel giorno avesse i nervi più scossi, lo Spaccaforno si 
ricusò con mal garbo; il Guarneri replicò con vivacità; l'altro 
rispose con violenza, mettendolo alla porta, anzi accompagnando- 
velo. Ma nel momento in cui l'uscio si chiudeva, l'avvocato gli 
lasciò andare un solenne calcio, che ft3ce ruzzolare per terra il mae- 
stoso direttore. Pareva che il Guarneri dovesse soffrire chi sa 
quali pene, ma non soffri nulla, perchè, avvenuto il fatto, Mani- 
scalco che odiava in fondo Spaccaforno, scrisse a Napoli narrando 
come erano andate le cose e dando torto al suo collega di go- 
verno. IL quale non insistette perchè il giovane avvocato fosse pu- 
nito e nemmeno pretese quella soddisfazione, alla quale il cal- 
cio ricevuto gli dava il diritto e forse l'obbligo. Quel giovane 
avvocato, che divenne notissimo in tutta l'Isola, è il presente se- 
natore Andrea Guarneri, il quale, e lo ricorda bene, seppe la sera 
stessa, per mezzo del segretario di Maniscalco, di non aver nulla 
a temere, perchè il direttore di polizia aveva confidenzialmente 
riferito il fatto al Re. E difatti non vi fu arresto, né processo^ 
né duello. 

Spaccaforno era in fama, come ho detto, di forte tiratore di 
pistola. A Teramo ancora si ricorda, con terrore, che aveva al 
suo servizio un giovanotto, cui infliggeva il supplizio di porre 
sul capo un'arancia, che portava via con un colpo di pi- 
stola. A Palermo era rimasto vivo il ricordo del duello avuto 
in gioventù col barone Oddo, per quistioni di donne. Il barone 
Oddo apparteneva al mondo elegante, e si distingueva nelle 
carrozzate, o corse di vetture signorili. Prima del duello Spac- 
caforno dichiarò, con l'abituale sua calma lamentosa, che non 
avrebbe ucciso l'avversario, ma solo gli avrebbe impedito di pren- 
der parte alla carrozzata di quell'anno, piantandogli una palla 
nella gamba destra, e così fu. 

Alto, vigoroso e assai corretto nel vestire, incedeva con aria 
quasi spavalda. Era fratello della marchesa Di Rudini e fu, dopo 
Maniscalco, il funzionario più zelante negli ultimi anni dei Bor- 



- 69 — 

boni in Sicilia. Rimasero memorabili alcune sue annotazioni 
sulle pratiche amministrative. Ne ricordo una: "■gl'ingegneri 
sono come gli orologiai; fanno spendere il danaro, senza sapere 
dove va „. Si serviva nei sunti, cioè nel riassumere lo stato de- 
gli affari, di un giovane intelligente e vivace come un demonio, 
alunno da poco tempo del ministero dell' intemo, in seguito a bril- 
lante concorso. Questo giovane, il quale prendeva lo stipendio 
di tre oncie al mese, ossia trentotto lire, era quello nel quale lo 
Spaccaforno riponesse fiducia per gli affari più difficili, e lo gra- 
tificava con somme, le quali rappresentavano qualche volta il 
doppio dello stipendio annuo. Si chiamava Vincenzo D'Anna, ed 
è oggi senatore e presidente di sezione al Consiglio di Stato. 

Gli altri direttori, Francesco Mistretta e Giuseppe Castrone, 
non avevano importanza fuori la vita dei rispettivi dicasteri, né 
personalità spiccata. Il Castrone era un giurista non senza va- 
lore; e il Mistretta, magistrato di qualche dottrina, aveva pronun- 
ziato il tronfio discorso, tre anni prima, all' accademia Peloritana 
per commemorare il viaggio del E.e a Messina: l'uno e l'altro 
singolarmente protetti dal Cassisi che li considerava creature 
sue. Il Castrone, dopo il 1860, esercitò a Napoli con largo suc- 
cesso l'avvocatura civile e vi è morto da pochi anni. 

I tre nuovi direttori, pienamente d'accordo fra loro, non si 
trovavano in pari accordò con Maniscalco. Tra Maniscalco e 
Spaccaforno si rivelò sabito una decisa incompatibilità di carat- 
tere, che solo la ben dissimulata prudenza di entrambi non fece 
degenerare in conflitto; anzi il Maniscalco si studiava di usare a 
Spaccaforno apparenti riguardi, che lo Spaccaforno ricambiava 
con altrettanta affettata cortesia. Ma i tre direttori si vendica- 
vano del collega, dicendone un gran male al luogotenente e fa- 
cendo risalire a lui la responsabUità di quegli atti, che più ur- 
tavano il sentimento pubblico e insistevano perchè fosse al- 
lontanato. Il Maniscalco, al contrario, certo del favore del 
Re, non si curava di questi intrighi occulti, anzi affermava ogni 
giorno di più il poter suo. Ma quella unità e risolutezza di in- 
dirizzo nel governo, vero segreto del successo di Filangieri, ces- 
sarono di esistere e cominciò invece quel fatale giuoco a scarica' 
barili, che fu tanto utile alla rivoluzione. Maniscalco, rimasto 
devoto a Filangieri, lo informava delle cose del governo, non 



— 70 - 

celandogli i suoi timori, e la poca fiducia nei colleglli. E questa- 
corrispondenza, che va dal 1855 al 1860, non è priva d'interesse. ^ 
I ministeri di Sicilia non offrivano lo spettacolo babilonico 
dei ministeri di Napoli. Erano anch'essi raccolti in un solo pa- 
lazzo, dove sono oggi gli uffici della prefettura, accanto alla casa 
monumentale dell'arcivescovo. Gl'impiegati erano pochi, le com- 
petenze più distinte, la disciplina osservata e i contatti col 
pubblico affatto proibiti. Solo una volta la settimana, il venerdì, 
gli ufficiali di ripartimento (capidivisione) davano udienza pub- 
blica, cioè ricevevano quelli i quali andavano a prender conto dei 
loro affari, o vi mandavano i proprii incaricati. Era riconosciuta 
una classe di sollecitatori, che potrei paragonare agli spedizionieri 
presso le congregazioni ecclesiastiche di Roma. Le sale dei 
ministeri erano pulite e le scale non ingombre di postulanti, 
perchè, tranne gl'impiegati, nessuno vi saliva. Amministrazione 
ordinata e onesta, con orario strettamente osservato, dalle 10 
alle 4, senza interruzione. 

n governo di Castelcicala non poteva avere e non ebbe unità 
d' indirizzo. Era, in sostanza, il governo di Cassisi, il quale però 
rifuggiva dalle responsabilità rischiose e odiose. Castelcicala non 
dava ombra, anzi cercava di limitare la propria responsabilità e 
di parere il meno che potesse. Carezzava Cassisi e in molte 
cose non muoveva foglia senza di lui ; non amava Maniscalco, 
per il male che ne sentiva dire, ma non disse mai al Re, risolu- 
tamente, di mandarlo via; lasciava che v'insistesse Cassisi senza 
conclusione. Generoso e bonario, teneva aperta la Reggia alle 
feste e ai conviti ; conservò Charles, il celebre cuoco del suo pre- 
decessore, e furono i suoi pranzi ugualmente sontuosi. Non re- 
cedendo dal cerimoniale regio, usciva anche a piedi, mostrando di 
non aver paura, ma l'indole flemmatica lo faceva ritroso di ogni 
decisione, pur divenendo ad un tratto violento e persino brutale, 
se si persuadeva che qualcuno abusasse dell'ufl^cio suo. Essendo- 
gli riferito che un colonnello di cavalleria profittava malamente sui 
foraggi, ordinò che il reggimento sfilasse un giorno alla presenza di 
lui. E visto lo stato dei cavalli, compiuta che fu la sfilata, avreb- 
be detto al colonnello, a voce alta : " Signor colonnello, lei è 



' Archivio Filangieri. 



- 71 - 

un ladro j^. Si immagini l'impressione. Tornato al quartiere, il 
colonnello fu colpito d'accidente e mori. 

Non si parlò più del gran progetto del Filangieri per la co- 
struzione delle strade, ma se ne fecero alcune con i fondi ordi- 
narli del bilancio; s'innalzò qualche faro; si costruì un nuovo 
porto a Milazzo, patria di Gassisi, e furono allargati gli scali di 
Palermo, di Messina, di Trapani e di Girgenti; congiunta più 
tardi la Sicilia a Napoli col telegrafo elettrico, e iniziata una 
rete telegrafica per tutta l'Isola. Il bilancio fu tenuto in pa- 
reggio e i fondi pubblici salirono a 120 ducati. Non essendo 
il Ruffo uomo da iniziative, fece tutto quel bene compatibile 
con l' indole e la posizione sua, destreggiandosi, non senza abi- 
lità, con Cassisi, il quale voleva mostrare al mondo che il pa- 
drone della Sicilia era lui e fino a un certo punto lo mostrò. 

Se il principe di Satriano ebbe nel suo passivo politico le 
tragiche esecuzioni del Garzilli e dei suoi compagni, il principe 
di Castelcicala ebbe quelle del Bentivegna e dello Spinuzza. Se 
il Filangieri giustificò le prime con la necessità di dare de- 
gli esempii, Castelcicala giustificò le altre, lavandosene le mani. 
La storia del Bentivegna e dei suoi compagni è stata narrata, con 
copia di documenti e retto senso storico, da Alfonso Sansone, ^ 
e tutti i particolari sono contenuti in quel suo interessante volu- 
me. Ma il Sansone ignorò una circostanza, forse capitale, che po- 
trebbe spiegare la condotta del Governo in quella occasione, come 
spiega l'insuccesso del tentativo fatto dal luogotenente, per sal- 
var la vita a quei due. Quindici giorni dopo la rivolta di Mez- 
zoiuso, era avvenuto a Napoli l'attentato di Agesilao Milano, 
che si credette organizzato da una setta potente di rivoluzio- 
nari; e però, insensibile il Re alle istanze di coloro che lo 
consigliavano di salvare la vita al soldato calabrese, non volle 
saperne di far la grazia al Bentivegna, anche perchè que- 
sti, già deputato nel 1848, era fuggito a Genova e ne era tor- 
nato a istigazione del Mazzini, per ritentare quella rivolta che 
non gli era riuscita nel 1853. S' imponeva l'esempio, e si passò 
sopra a tutte le forme, sino al punto che il Cassisi, per mezzo 



' Cospirazione, e rivolte di Francesco Bentivegna e compagni, con do- 
cumenti e carteggi inediti. — Palermo, 1891, Tipografia del " Giornale di 
Sicilia «. 



— 72 — 

dei suoi fidi, ne fece cadere la responsabilità sulle autorità di 
Palermo, asserendo di avere lui altra volta protetto il Bentivegna 
e fattolo condannare al confine. Si disse pure a Napoli clie, perchè 
la regia clemenza non salvasse il Bentivegna, si era fatta cono- 
scere al Re la condanna dopo clie era stata eseguita. Cosi affer- 
marono gli scrittori "borbonici, e questo fu il motto d'ordine della 
diplomazia napoletana, perchè la fucilazione del barone Bentive- 
gna, per la posizione sociale di lui, per i suoi legami col par- 
tito mazziniano e per l'infamia veramente unica della proce- 
dura, produsse enorme impressione in tutta Europa. Gli esuli 
siciliani, che erano in Piemonte, indussero il Brofferio ad accusa- 
re, nella tornata del 15 gennaio 1857, il conte di Cavour di non 
aver fatto nulla per impedir quell'eccidio. " Come si è corrisposto 
— esclamava il Brofferio — agli italici entusiasmi ? Udite ! Insor- 
geva la Sicilia, prima sempre nel magnanimo arringo, e i mi- 
nistri stettero con le mani conserte e il ciglio asciutto a ve- 
dere le palle soldatesche rompere il petto del prode Bentivegna. 
Se una nave del Piemonte fosse stata spedita nelle acque di 
Messina^ almeno a tutelare i nostri concittadini là dimoranti, 
che ne avevano il diritto, la vista della nostra bandiera avrebbe 
confortato quel generoso popolo nei pericoli e nelle battaglie. 
La nave non comparve ; e immobili e muti, abbandonammo 
quei generosi al cannone degli Svizzeri e alla mannaia del Bor- 
bone ! . . . E i nostri consoli, che facevano ? Non spedivano ap- 
punti al nostro governo su quanto avveniva laggiù? I nostri 
consoli facevano voti per la vittoria del Re di Napoli; il con- 
sole di Messina calava sul Miseno per bere coi soldati borbonici 
alla salute del tiranno, anzi, nelle sere in cui si facevano le 
luminarie ordinate dalla polizia, il nostro console fu il solo di 
tutti gli agenti diplomatici che illuminasse le finestre del suo pa- 
lazzo (Sensazione). A Napoli non vi fu insurrezione, ma vi fu- 
rono quelle catastrofi che precedono i grandi movimenti. Fu- 
rono incendiati castelli, polveriere, navi, un tremendo attentato 
scosse Europa: noi soli non sembrammo meravigliati né com- 
mossi .... E il Caligola di Napoli viene ogni di più baldan- 
soso .... Rispondetemi, confondete la mia sfiducia, umiliate la 
mia incredulità, e vi benedirò di avermi umiliato e confuso „. 
Dopo questa sfuriata del Brofferio, piena di inesattezze e di 
ampollosità, seguirono poche parole del ^deputato Giorgio Ballavi- 



- 73 - 

cino, e poi rispose Cavour, il quale ebbe in quella circostanza uno 
degli scatti più felici della sua eloquenza. Egli notò che il 
console del Piemonte a Messina era un messinese, avente le sole 
funzioni di console locale, e ohe i fatti furono molto esagerati, 
mentre il console del Piemonte a Palermo informò sempre fedel- 
mente il governo di quanto avveniva. E soggiunse : " Non man- 
" dammo un naviglio a Messina, e il deputato Brofferio ce ne ac- 
" cusa. Ma le nostre parole e la nostra politica non tendono a 
" eccitare o appoggiare in Italia scomposti, o vani e insensati ten- 
" tativi rivoluzionarli. Intendiamo noi diversamente la rigenera- 
" zione Italiana. Noi seguimmo sempre una politica franca e leale 
" senza linguaggio doppio, e finche saremo in pace cogli altri po- 
" tentati d' Italia, non impiegheremo mezzi rivoluzionarli, né oer- 
** cheremo di eccitar tumulti o ribellioni. Se avessimo voluto man- 
" dare un naviglio, per suscitare indirettamente moti rivoluzionari, 
" avremmo, prima di farlo, rotta la guerra e dichiarate apertamente 
" le nostre intenzioni. Quindi, e lo dichiaro altamente, io mi 
" compiaccio del rimprovero rivoltomi dal deputato Brofferio. Ri- 
" spetto a Napoli, rispondo con dolore al deputato Brofferio. Egli 

* ha ricordato fatti dolorosissimi : scoppio di polveriere e navi con 
" perdite di molte vite e un attentato orrendo. Egli ha parlato 
" in modo da lasciar credere che quei fatti sian opere del partito 

* Italiano. Io li ripudio, li ripudio altamente, e ciò nell' inte- 
" resse stesso d' Italia ( Vive approvazioni). No ! Questi non son 
" fatti, che possano apporsi al partito nazionale Italiano : son 
" fatti isolati di qualche illuso disgraziato, che può meritar pietà 
" e compassione, ma che devon essere stigmatizzati da tutti gli 
" uomini savi, e principalmente da quelli che hanno a cuore l'ono- 
" re e l' interesse d' Italia {Bene) „ . 

Parlò anche il Mamiani, il quale enfaticamente esclamò, che 
" Re Ferdinando, per quanto ignora tutte le arti generose del re- 
gnare nel secolo XIX, altrettanto conosce a maraviglia tutte quel- 
le del Medio EvOp. Il Brofferio non si mostrò sodisfatto della 
risposta di Cavour e replicando, concluse : " Il deputato Ma- 
miani ha detto : Questa povera Italia, flagellata e battuta non 
si stenderà mai nella tomba, e i tiranni quando vorran toccarne 
il cuore, sentiranno i palpiti e diranno : Essa vive ! . . . Si : vive, 
ma non della vita che noi le abbiam data. Vive l'Italia del 
sangue che le fluisce nelle vene, che la scalda dal sepolcro, e 
tocca a noi risuscitarla interamente, non lasciarla coperta di 



- 74: — 

battiture sotto il fanereo coperchio. Vive, ma di vita quasi peg- 
giore della morte. Risuscitiamola ! (Bravo, bene a Sinistra) „ . 

In verità, la procedura, seguita riguardo al Bentivegna, fu ve- 
ramente infame, e il Brofferio avrebbe fatto meglio se si fosse 
limitato a bollarla cosi. E di fatti, contestata dagli avvocati 
Puglia, Belila, Sangiorgi e Del Serro — a nome dei quali parlò 
coraggiosamente ed eloquentemente il quinto avvocato, mar- 
chese Maurigi — la competenza del Consiglio di guerra, perchè il 
Bentivegna era stato arrestato senz' armi e non in conflitto, il 
giudizio venne continuato e la fucilazione eseguita, non pare cre- 
dibile, un giorno prima che la Corte di Cassazione pronunziasse 
sulla competenza del tribunale che li aveva condannati! Varie 
voci corsero in quei giorni, perchè nessuno voleva la responsabi- 
lità per sé, ma la verità è questa. Allorché il Castelcicala parti 
la prima volta per la Sicilia, il Re gli consegnò un plico, sul 
quale era scritto " Istruzioni segrete da leggersi nel caso di mo- 
vimenti insurrezionali y,. Condannatili Bentivegna e lo Spinuzza a 
morte, il Galletti, segretario particolare del principe, aprì il plico 
e vi lesse queste parole : " Le sentenze dei Consigli di guerra saran- 
no senz'altro eseguite „. Finse di non aver letto e consigliò Castel- 
cicala di telegrafare al Re per chiedere istruzioni. E la risposta 
immediata del Re fu questa : " Leggete le istruzioni segrete „. La 
sentenza fu eseguita, e il Sansone ne narra i particolari commo- 
venti e quasi incredibili. Il Galletti, dal quale ho queste no- 
tizie, mi dice pure che bruciò le istruzioni prima di lasciar Pa- 
lermo; Francesco II, avanti di lasciar Napoli, ne trovò l'origi- 
nale fra le carte segrete della Reggia, e chi sa se ancora esi- 
stano. Del tentativo per salvare Bentivegna, il Castelcicala nul- 
la disse al Maniscalco, il quale, nella sua qualità di direttore per 
la polizia, non ignorava la mente sovrana. Ma l'odio maggio- 
re per quelle esecuzioni si addensò sul capo di lui, anzi fu da al- 
lora veramente che si cominciò a formare la trista leggenda sul 
nome suo: leggenda alimentata e accreditata dal ministro di 
Sicilia a Napoli e dai colleghi del Maniscalco a Palermo, & 
soprattutto dallo Spaccaforno, che seguitava non pertanto a mo- 
«trarglisi deferente e amico. Ma il Maniscalco compiva il suo 
dovere, fìngendo di non accorgersi di quel che avveniva in- 
tomo a lui, intento a dare alla Sicilia la coscienza che il go- 
verno era forte e capace di soffocare qualunque conato di rivolta. 



CAPITOLO V 



Sommario: H ministoro napoletano nel 1855 e 1856 — Ministri e direttori con 
cartiera e senza cartiera — La segreteria particolare del Ee dopo il ritiro 
del Corsi — Ferdinando Troja e un epigramma del marchese di Oaccavone 

— Le attribuzioni del Decurionato — Le condizioni della città — Antonio 
Carafa Noja, sindaco di Napoli — Gli eletti e gli aggiunti — Alcuni eletti 
promossi sottointendenti — Carlo Oianciulli, intendente della provincia di 
Napoli — La polizia e i suoi agenti — Morbilli e Campagna — Aneddoti 

— Quel che costava la polizia nella sola capitale — L' Università e i suoi 
profossori — Carrillo e Testa — Gli studenti — Un po' di confronto — I 
collegi e gl'insegnamienti privati del 1848 — Vita e tribolazioni degli stu- 
denti — Bicordi di alcuni — Il collegio dei teologi — Don Emilio Capo- 
mazza — I revisori dei libri e dei teatri — Don Gaetano Èoyer — Aned- 
doti — La Magistratura — Nicolini, Falconi, Niutta, Jannaccone e Spacca- 
pietra — Confessioni di un magistrato di allora. 

Quando, con decreto del 16 febbraio 1862, Giustino Fortu- 
nato fu ritirato dalla carica di presidente del Consiglio dei mi- 
nistri e di ministro degli affari esteri^ per la pubblicazione delle 
lettere di Guglielmo Gladstone, gli successe nella presidenza 
del Consiglio don Ferdinando Troja e negli affari esteri, non 
un ministro, ma un direttóre con portafoglio, don Luigi Carafà di 
Traetto. Il Troja non aveva portafoglio e il Carafa ne aveva 
1' " incarico provvisorio „ come si diceva allora, ciò che gli dava 
il diritto di prender parte al Consiglio dei ijiinistri e ai Consigli di 
Stato : era ministro effettivo, ma senza il titolo e senza lo sti- 
pendio. Pietro d'Urso era ministro delle finanze ; il maresciallo 
principe d' Ischi tella, della guerra e marina ; Giovanni Cassisi, de- 
gli affari di Sicilia e il brigadiere Raffaele Carrascosa era anch'egli 
ministro senza portafoglio. Gli altri dicasteri non avevano mini- 
stri, ma direttori con referenda e firma, i quali, secondo il sovrano 



- 76 - 

regolamento del 4 giugno 1822, facevano parte del Consiglio dei 
ministri e del Consiglio di Stato. Erano direttori : Murena, dei 
lavori pubblici ; Scorza, degli affari ecclesiastici e dell' istru- 
zione pubblica ; Mazza, della polizia generale ; Pionati, di gra- 
zia e giustizia e Bianchini, dell'interno. I pochi ministri tito- 
lari erano distinti fra ministri con cartiera e ministri senza car- 
tiera. Cosi il Troja e il Carrascosa, non avendo portafoglio, non 
avevano cartiera e Carafa era dispensato dal dovere di riferire e 
conferire in Consiglio di ministri, sulla politica e sulla corri- 
spondenza diplomatica, dovendo solo renderne conto personal- 
mente al Re. Anche al ministro di polizia era concessa questa 
esenzione, ma per quei casi soltanto, nei quali era necessario con' 
servarsi il segreto con gli stessi ministri segretari di Stato. Solo 
col presidente del Consiglio il ministro di polizia non doveva 
aver segreti. Nel Consiglio dei ministri si preparavano tutti gli 
affari che avevano bisogno della sovrana risoluzione; e poiché 
non vi era quasi affare che di tale risoluzione non avesse bi- 
sogno, ne seguiva ohe si trattavano le cose più. piccine ed in- 
concludenti, come, ad esempio, la istituzione di una fiera o la 
promozione di classe di un pretore, che si chiamava " giudice 
regio y, od altre simili quisquilie. La sovrana risoluzione era 
data dal Ee in Consiglio di Stato, che era il Consiglio dei mini- 
etri, preseduto da lui ; e, in sua assenza, dal principe ereditario 
che del Consiglio di Stato faceva parte. Ma i Consigli erano, 
tranne rari casi, preseduti sempre dal Re, che li convocava or- 
dinariamente a Caserta ; di rado a Napoli, dove stette poco negli 
ultimi anni; spesso a Gaeta; e, qualche volta, ad Ischia o a 
Portici. 

Presidente del Consiglio dei ministri era, (Junque, Ferdi- 
nando Troja; e segretario, detto "incaricato del protocollo „, il 
colonnello d'artiglieria Francesco d'Agostino. Dopo il congedo 
dato nel 1852 a Leopoldo Corsi, che dal 1641 cumulava tale uf- 
ficio con quello di segretario particolare del Re, ed era per ciò ri- 
tenuto il suddito di maggior potere in tutto il Regno, Ferdinando 
separò i due uflOLoii, conferendo quello d' incaricato del protocol- 
lo al colonnello D'Agostino e nominando capo della sua se- 
greteria particolare il maggiore d'artiglieria, Agostino Severino, 
tuttoché lo ritenesse incapace non solo di scrivere, ma di copiare 
una lettera. Del Corsi non volle più saperne, per quante vie 



- 77 — 

costui tentasse di tornare nelle grazie del Re, del cui cuore pa- 
reva che avesse tenuto, per undici anni, ambo le chiavi. Pareva, 
perchè di quel Federigo nessuno fu mai il Pier delle Vigne. 
Al Corsi, Ferdinando II usò lo stesso trattamento che aveva 
usato all'abate Giuseppe Caprioli, suo segretario particolare dal 
giorno in cui ascese al trono. Nella questione per gli zolfi di 
Sicilia, caddero in disgrazia il principe di Cassaro, ministro de- 
gli affari esteri, e il Caprioli. Questi fu nominato vicepresidente 
della Consulta e tenne l'ufficio sino al 1848, quando venne collo- 
cato in riposo. Il Ee non si ricordò più di lui, che si spense a 
Portici nella più assoluta oscurità. Al Corsi usò soltanto la mi- 
sericordia di firmargli un decreto, che portava la urbana formola : 
è promosso a consultore di Stato, mentre col Fortunato fu ineso- 
rabile, anche per la forma del decreto, più su riportata. Eicor- 
dando le origini giacobine di lui, lo sospettò persino capace di 
aver tenuto mano alla pubblicazione del Gladstone, tanto gli pa- 
reva inverosimile, dopo le confessioni del principe di Castelcicala, 
che fosse stato cosi balordo. Congedò il Corsi dopo una tremenda 
ammonizione che lo fece piangere a singhiozzi, e rifiutò di rice- 
vere il Fortunato, né volle più vederli. 

Ferdinando Troja era fratello di Carlo, il celebre storico dei 
Longobardi, ohe fu presidente del ministero del 3 aprile, caduto 
il 15 maggio. Questi fratelli avevano indole affatto diversa e 
studii diversissimi. Ferdinando era ben infarinato di latino e 
di giurisprudenza e aveva fama di buon magistrato; non cre- 
deva a libertà e a progresso ; assolutista e municipale, reputava 
per lui un dovere servire il Sovrano senza discutere, e anzi senza 
farsi lecito di pensare neanche. Parlava ordinariamente il dia- 
letto, e chiacchierando aveva per intercalare : vuie che dicite ? 
Per lui il mondo si era fermato al 1789, e il Eegno delle Due 
Sicilie non era compreso nell' Italia. Scaltro e forse scettico in 
fondo, il Troja copriva la scaltrezza con un manto d' ipocri- 
sia untuosa ; onde, avendo anche l'abitudine di tenere il capo 
sempre chino a sinistra, il Ee lo chiamava Sanf Alfonso alla 
amerza, cioè Sant'Alfonso alla rovescia, perchè Sant'Alfonso 
de* Liguori, del quale il Re era devotissimo, è dipinto con la 
testa inclinata sulla spalla destra. Il Troja era ritenuto uomo 
senza cuore. Ammalatosi di mal di pietra e curato dal chirurgo 



— 78 — 
Leopoldo Chiari, ispirò al marchese di Caccavone questo spietato 
-epigramma : 

Soffre di pietra, spasima 
E c'è a sperar che muoja 
Don Ferdinando Troja .... 
Né per scoprir l'origine 
Del male, il buon dottore 
Chiari granché fatica : 
La cosa è chiara, il core 
Gli è sceso alla vescica. 

Ferdinando Troja era ministro dall'agosto del 1849, cioè dal- 
l'inizio della reazione, quando Ferdinando II, licenziati il prin- 
cipe di Cariati, Bozzelli, Ruggiero, Gigli e Torella, ultime larve 
di ministri costituzionali, nominò, in loro vece, degli assolutisti 
senza paura, come il Fortunato, il Longobardi e il Peccheneda, 
che fu promosso da prefetto a direttore di polizia. Ritenne del 
ministero Cariati i due militari, Ischitella e Oarrascosa, che tro- 
viamo al loro posto negli anni dei quali discorro. Allora mi- 
nistri e direttori duravano quasi a vita. Senza l' incidente di Glad- 
stone. Fortunato sarebbe rimasto, chi sa per quanti anni, presi- 
dente del Consiglio e ministro degli esteri, perchè il Re^ amava 
poco di vedere facce nuove. La indifferenza più apatica fu la 
caratteristica di quasi tutti quei ministri e direttori, che gover- 
narono Napoli e le provincie negli ultimi dieci anni. Alcuni, 
pur sapendo che il Re diffidava di loro, non sentivano il do- 
vere di andarsene ; anzi rimanevano, lasciando andare le cose 
per la loro china. Erano in maggior numero i direttori che non 
i ministri, perchè, sia che la dignità ministeriale gli desse fasti- 
dio, sia che lo movesse spirito di economia, Ferdinando prefe- 
riva i direttori ai ministri ; a lui pareva di averli più sog- 
getti e li pagava meno. Un direttore prendeva 160 ducati il 
mese e un ministro 500. Un solo de' primi ebbe la fortuna di 
-diventare ministro, nel febbraio del 1856, e fu il Murena. Né 
il Peccheneda, che mólto ci teneva, ottenne mai quel posto ; né 
il mite Bianchini, neppur dopo che successe al Mazza e cumulò, 
sino alla morte di Ferdinando II, le due direzioni dell'interno 
e della polizia. 

Era sindaco di Napoli, dal primo gennaio 1848, don Antonio 
Carafa di Noja, che il Re chiamava, per celia, Torquato Tasso, 



- 79 - 

perchè era forsa il solo in tutto il Regno, al quale fosse concesso 
di portare baffi e pizzo, anzi mustacchi e mosca, come si diceva 
allora. Napoli aveva trenta Decurioni di nomina regia, dodici 
Eletti, quanti erano i quartieri della città, e ventisette Aggiunti, 
dei quali ventiquattro per i quartieri e tre per i villaggi. Al 
Decurionato, detto anche " Corpo di città „ , apparteneva di prov- 
vedere alla polizia annonaria, alla costruzione e manutenzione 
delle strade interne ed alla ispezione sulla vendita dei generi sog- 
getti ai regolamenti di annona. Gli Eletti esercitavano nei quar- 
tieri le incombenze di ufficiali dello stato civile. Erano chia- 
mati comunemente " cavalieri „ e stavano alla immediata dipen- 
denza del sindaco. Della povera vita municipale di allora ampia- 
mente discorrerò in altro capitolo. Il vero sindaco era il Re, cui 
nulla importava di bonificamento e risanamento della città, e 
soprattutto dei bassi quartieri, oh quanto più luridi e malsani 
che non siano oggi! Di opere pubbliche importanti, compiute 
da Ferdinando II nella città, non sono da ricordare che la livel- 
lazione e il nuovo lastricato di Toledo, che fu finito di costruire 
nel giugno del 1853, con i marciapiedi e le colonne del gaz, 
e l' inizio del corso Maria Teresa, ora Vittorio Emanuele. Tranne 
Toledo, Ghiaia e Foria, illuminate a gaz, tutta la città era il- 
luminata ad olio; le lampade scarse e le strade buie, paurose 
e pericolose. Toledo fu per varii anni un saliscendi. Tre grandi 
chiaviche si aprivano, una innanzi alla Corsea, l'altra dov'è ora 
il Gambrinus, a due passi dalla Reggia, un'altra, più grande an- 
cora, al largo della Pignasecca. Foria, per gli acquazzoni non 
infrequenti di primavera e di autunno, diveniva un torrente 
impetuoso, che travolgeva persone e bestie, ed era chiamato 
" lava dei Vergini „ perchè l'acqua veniva giù da quelle col- 
line. Al Re bastò aver consigliato il sindaco a collocare sulla 
strada un ponte mobile di ferro e uno di legno per passare da 
una parte all'altra, quando infuriava la piena; e cosi restarono 
le cose sino al 1859. Né fu prima degli albori del nuovo Re- 
gno, che furono gettati due ponti nuovi in ferro, ma l'incana- 
lamento non venne compiuto prima del 1869, sotto il sindacato 
di Guglielmo Capitelli. Le attribuzioni del Decurionato erano 
determinate dalla legge del 12 dicembre 1816 e dal decreto 
22 marzo 1839. La città era un letamaio ; e quando fu visitata 
dal colera, non soltanto la popolazione, ma il Re riteneva non 



- 80 - 

essere il morbo alimentato dal luridume, ma da contagi mi- 
steriosi. Ferdinando II aveva comuni con la parte infima del suo 
popolo i pregiudizii e le paure. In tempo di epidemie, egli colla 
Corte si rifugiava a Caserta, o si chiudeva a Gaeta, avendo un 
vivace sentimento di disprezzo per Napoli, che chiamava ca- 
sùlone ed abbandonava a se stessa. 

Hicordo fra i Decurioni di quegli anni : Francesco Spinelli, 
che poi fu sindaco nei nuovi tempi e senatore del Regno; Mi- 
chele Praus, che fa deputato di sinistra ; il barone Carlo Tortora 
Brayda, insigne magistrato; il principe di Castagneta, Nicola 
Caracciolo, padre di Gaetano, senatore del Regno; i celebri 
medici Rosati e Ramaglia ; V ingegnere Maiuri, uomo di molto 
valore tecnico ; don Antonio Fabiani, avvocato, professore di 
procedura civile e suocero di Agostino Magliani. Era Eletto 
a San Ferdinando Michele Gaetani d'Aragona, il quale più tardi 
fu sottointendente, e nel 1860 era a Formia, non essendo raro il 
caso che gli Eletti fossero chiamati a più alti ufficii amministra- 
tivi. Il sindaco e gli Eletti, non il sindaco e i Decurioni, formava- 
no 1' " Eccellentissimo Corpo della città di Napoli „. Anche Fran- 
cesco Dentice d'Accadia, Eletto al quartiere Stella, divenne più 
tardi sottointendente, e lo era divenuto qualche anno prima il 
principe di Acquaviva, che nel 1856 successe a Giuseppe Colucci 
a Città Ducale. * 

Sindaco, Decurioni, Eletti ed Aggiunti venivano nominati dal 
Re ed erano persone di molta probità e nobili quasi tutti ; oggi 
sono invece innalzati dal suffragio popolare, coadiuvato dalle 
trappolerie dell'urna. Allora, sia detto per la verità, in essi non 
c'era secondo fine, ma facevano anche meno; o meglio, non 
prestavano quasi altra opera, che quella di ufficiali dello stato 
civile. 

Intendente della provincia di Napoli era don Carlo Cian- 
ciuUi, che il Re soprannominava 'q trommone dell' acquaiuolo,' 
perchè dondolava costantemente la testa. L'Intendenza, ora Pre- 
fettura, aveva sede a Monteoliveto. Era segretario generale 



' Nella prima edizione riportai i nomi di tutti gli Eletti ed Aggiunti 
di quegli anni, 

* Il recipiente di latta, rivestito di legno, nel quale gli aoquafrescai 
di Napoli raocolgono l'acqua colla neve, e per iscioglierla, lo mandano su 
e giù, è detto nel linguaggio dialettale : trommone (trombone). 



— si- 
cario Colombo, e v'erano dieci consiglieri d'Intendenza, dei 
quali, quattro titolari e sei soprannumeri. L'intendente non 
aveva che ufifizio amministrativo, né si mescolava di politica, 
essendovi per la politica un ministero di polizia, con la prefettura 
di polizia, affidata quasi sempre a un alto magistrato. In quegli 
anni vi ere preposto Pasquale Governa, col segretario generale 
Silvestri ; poco prima l'aveva tenuta il Sarlo. Il ministero di po- 
lizia aveva quattro ripartimenti ben distinti ; e la prefettura tre, 
con uno sciame di oommissarii, ispettori, ispettori-aggiunti e can- 
cellieri. 

Dei birri di più sinistra fama, il Morbilli, un nipote del quale 
era morto il 15 maggio sulle barricate combattendo contro gli 
Svizzeri, era commissario a Monteoal vario ; De Spagnolis, all'Av- 
vocata; Campagna, al Mercato e a Porto; Lubrano, alla Vica- 
ria ; Condò, a San Ferdinando. Il Morbilli e il Campagna, ce- 
lebri entrambi ed entrambi calabresi, erano più temuti. L'uno e 
l'altro erano, come si diceva allora, commissarii di primo rango e 
onnipotenti nel proprio quartiere. Rileggendo, dopo tanti anni, 
le attribuzioni della polizia nell'ultimo decennio borbonico, 
non si può non riconoscere la verità di quanto fu asserito, es- 
sere la polizia la maggiore e più potente istituzione del Re- 
gno. Gli scavi di antichità, le bande musicali, il corso pub- 
blico, le strade ferrate, il censimento, l'archivio, il telegrafo, il 
giornale ufficiale, il contrabbando, l' introduzione dei cavalli dal- 
l'estero, gli studenti, le scuole e la posta, per quanto concer- 
neva vigilanza e spionaggio, il riconoscimento dei diplomatici e 
degli agenti consolari, le reali riserve, le guardie d'onore, le 
prigioni e perfino le farmacie dipendevano dalla polizia. Essa 
era tutto, e però non è punto maraviglia se degenerasse mala- 
mente in una fonte di abusi e di violenze, fra popolazioni pau- 
rose e fantastiche. La polizia era la sola amministrazione dello 
Stato, i cui capi esercitassero l'ufficio loro con passione. Essa 
aveva la coscienza di essere superiore alle leggi e la sicurezza di 
godere la protezione del Re ; e perciò non temeva nulla, ed era 
stranamente temuta, anche nelle alte sfere della Corte e del Go- 
verno. I commissarii, ohe ho nominati, erano fra i più capaci ; 
ma il Campagna ohe faceva tremare la gente, si riconosceva in- 
feriore al Morbilli, al duca, com' egli diceva, perchè il Mor- 
billi apparteneva a famiglia ducale. Erano questi agenti co- 
de Cesare, La fine di un Regno • Voi. X. 6' 



- 82 — 

à infatuati del loro potere, clie davvero è da ringraziare Dio 
che non facessero di peggio. Ma bisogna pur dire, in omaggio 
alla verità, che sul conto del Morbilli, del Campagna e di qual- 
che altro, tra i più famigerati, non si disse mai che pren- 
dessero danaro per chiudere un occhio nell'esercizio del loro 
ufficio; più realisti del Re, ignorantissimi e volgarissimi, vede- 
vano un pericolo politico in ogni fatto insignificante ; odiavano i 
liberali, perchè nemici del S-e e giustificavano o^ni iniquità con- 
tro di loro, come compimento di dovere. " Quando sono entrato 
in carriera, diceva un giorno il Campagna a Tommaso Sorren- 
tino, già deputato, prendevo dieciassette ducati al mese ; ora il Re 
me ne dà più di cento, e lo devo ai liberali; e se non staranno 
tranquilli, io li perseguiterò a morte, e il Re mi accrescerà la 
paga „. 

Pensiero plebeo, nja che confermava quanto ho detto : a difesa 
del He tutto esser lecito, nulla trascurabile. Eppure, nonostante 
tanto eccesso di potere, la polizia borbonica in quegli anni che fu- 
rono i maggiori della sua potenza, si rivelò, come polizia poli- 
tica, inferiore alla sua fama : era in sostanza polizia più vessa- 
trice che abile. Alcune settimane prima dello sbarco di Sapri, 
Pisacane potè venire a Napoli, prendere accordi coi suoi amici 
e ripartire per Genova ; Agesilao Milano potè entrare nell' eser- 
cito in cambio di suo fratello, pur avendo combattuto nelle ban- 
de insurrezionali calabresi il 1848 ; né la polizia riusci ad arresta- 
re i due che riteneva suoi complici, e molto meno a scoprire gli 
audaci, che affissero alle cantonate di Toledo un preteso decreto 
sovrano, che concedeva la Costituzione e accordava piena amni- 
stia ai detenuti politici. Per quanto le cospirazioni politiche 
fossero inconcludenti, si cospirava; le relazioni fra i liberali e i 
condannati chiusi a Santo Stefano, a Precida e a Montesar- 
chio e gli emigrati in Piemonte non furono mai interrotte; 
e nonostante la ridicola sorveglianza sui libri proibiti, questi, 
con mille astuzie, entravano nel Regno. Se alcuni capi della 
polizia non si vendevano, gli agenti minori erano però uno 
sciame di ladroni, e perciò lo zelo dei capi perdeva efficacia, sem- 
pre che, per tradursi in atto, occorreva l' opera dei subalterni. 

Anche sulla polizia borbonica si fece il romanzo. Come 
emanazione di governo assoluto, che aveva paura dell' ombra sua, 
in un paese eccitabile e ciarliero, nel quale le classi infime 



- 83 — 

erano abbandonate ai loro peggiori istinti, e le classi dirigenti, 
poche eccezioni a parte, erano presso che prive di equilibrio 
morale; e con a capo un Re, come Ferdinando II, bizzarra con- 
tradizione di paura e di coraggio, di tristizia e di bonarietà, na- 
poletano in tutta r estensione della parola, la polizia concorreva 
a peggiorare l'ambiente, dal quale era essa medesima resa più 
triste e corrotta. 

C era poi un commissariato di polizia addetto al ministero, 
avente a capo il Maddaloni, che aveva grado, soldo ed onori di 
giudice di Gran Corte Civile. Senza tener conto dei bassi agenti, 
detti feroci, la città di Napoli contava essa sola, in quegli anni, 
più di dugento fra commissarii, ispettori, vice-ispettori e cancel- 
lieri, non calcolando gl'impiegati del ministero e della prefet- 
tura, ne gli agenti dei tre circondarli. Antonio Scialoja, con- 
frontando i bilanci napoletani coi piemontesi, rilevò che, non- 
ostante le cifre minori iscritte in bilancio, la polizia della sola 
città di Napoli e casali costava all'erario circa 100 000 ducati, 
somma ben considerevole allora ; nò alcuno dei tanti, che scesero 
in campo a confutarlo, potè mettere in dubbio l' esattezza di ta- 
le affermazione. Naturalmente, nei centomila ducati erano com- 
prese le cosi dette spese segrete per lo spionaggio in ogni 
classe sociale, specie nella borghesia e fra gli studenti. 

Con reale decreto del 23 dicembre 1852, la regia Università 
degli studii di Napoli fu messa sotto la speciale protezione di 
San Tommaso d'Aquino, e venne parimente disposto che i suoi 
professori titolari, non meno che il presidente e i membri del 
Consiglio generale di pubblica istruzione, dovessero portare 
sospesa al collo, a guisa di onorificenza, una medaglia dorata 
sormontata dalla reale corona, avente da una parte l'effigie 
del santo protettore con l' epigrafe : Dìvus Thomas Aquinas 
Regiae Neapolitanae Universitatis professor et patronus, e dal- 
l'altra, l'epigrafe: Ferdinandus II Bex P. F. bonarum artium 
stator. Il nastro di color celeste, simbolo dell' Immacolata, alla 
quale era sacra la chiesa dell' Università, aveva diverse dimen- 
sioni, secondo che serviva per il presidente del Consiglio di pub- 
blica istruzione o per i semplici consiglieri, per il rettore o 
per i professori. 

Era rettore dell' Università don Mario Giardini, professore di 



- 84 - 

fìsica sperimentale. Sei le facoltà : teologia, matematica, scienze 
naturali, giurisprudenza, belle lettere e filosofìa, e medicina. Se 
abbondavano gl'insegnanti mediocri ed oscuri, non mancavano 
scienziati di gran valore e alcuni di fama europea. Niccola Ni- 
colini, presidente della Corte Suprema, insegnava diritto e pro- 
cedura criminale ; Michele Tenore, botanica ; Luigi Palmieri, lo- 
gica e metafìsica ; Filippo Carrillo, leggi civili ; Placido de Luca, 
economia pubblica (la parola politica venne mutata in pubblica) ; 
Michele Zannotti, meccanica razionale; Niccola Trudi, calcolo su- 
blime ; Annibale de Gasperis, astronomia e geodesia ; Arcangelo 
Scacchi, geognosia ; Felice de Renzis, oftalmiatria ; (j-aetano Lu- 
carelli, fìsiologia, e Giuseppe Moyne dirigeva la clinica oftal- 
mica. Professori emeriti, Paolo Tucci e Vincenzo Flauti nella 
facoltà matematica, e don Franco Rosati in quella di medicina. 
Filippo Carrillo, che era anche consultore di Stato, ebbe una 
moglie col nomignolo di Donna Ciomma, cioè " Donna Girola- 
ma „ , la quale salì a grande notorietà, insieme al marito, per avere 
ostentata, dopo il 1849, gran devozione alla dinastia e raccolte 
molte fìrme alla supplica per l' abolizione dello Statuto. Fu in 
quel tempo, che avendo il Carrillo fatto apporre sull' entrata prin- 
cipale di una sua villa in Portici l' emblema d' una pigna, venne 
fuori questo epigramma, attribuito anch'esso al Caccavone: 

Questa pigna sul portone 
Qualche cosa dir vorrà: 
È la faccia del padrone, 
Che in durezza par non ha. 

Filippo Carrillo mori nel 1866, e l'anno dopo gli successe 
nell'insegnamento delle leggi civili don Giuseppe Testa, anzi 
don Peppe Testa, ohe veniva da Chieti, nel cui liceo era profes- 
sore di diritto. Chi della mia generazione non ha conosciuto 
e non ricorda questo tipo caratteristico di giurista eminente, 
rimasto chietino nel discorrere, negletto negli abiti e nel patriar- 
cale costume ? Chi non ricorda quell' alta, rosea e tabaccosa figu- 
ra, che portava guanti neri, divenuti, per il lungo uso e per la 
larghezza della misura, come ^li li chiamava, cauzarielli ? ' 

^ Calzettini. 



- 85 - 

Montando sulla cattedra se li cavava ; e, finita la lezione, li 
rimetteva, senza muover le dita, né aveva bisogno di adoperar 
una mano per distendere il guanto sull'altra. La cattedra del 
Testa fu sempre tra le più affollate. Il professore parlava con 
la nasale e lamentosa cadenza abruzzese, ma quanta chiarezza 
« dottrina in quelle lezioni! Gli successe, dopo il 1870, il bug 
più valoroso discepolo, Diego Colamarino, altro tipo caratteristico, 
morto non ancora cinquantenne; e quella cattedra, illustrata 
dal Testa e dal Carrillo, fu poi degnamente occupata da Ema- 
nuele Gianturco. 

L' Università era per altro deserta, anche prima del 1848. Gli 
studii privati, tenuti da uomini insigni, raccoglievano allora tutta 
la gioventù, e primeggiavano quelli di Roberto Bavarese, che in- 
segnava diritto romano, diritto e procedura civile ; di Luigi Pal- 
mieri che insegnava, ad un tempo, chimica sperimentale, filosofia 
e diritto di natura; di Giuseppe Pisanelli che dettava diritto 
penale; di don Carlo Cucca, ritenuto somma autorità in diritto 
canonico. Lo studio di Paolo Tucci e di Salvatore de Angelis, 
che insegnavano matematiche elementari e sublimi, era frequen- 
tato da centinaia di giovani; e cosi pure quelli di Francesco de 
Sanctis e di Leopoldo Rodino, succeduti, nell' insegnamento delle 
lettere italiane, al benemerito marchese Puoti ; e quello del- 
l' abate Antonio Mirabelli, professore di lettere latine. L'inse- 
gnamento universitario era tradizionalmente formale, e lo divenne 
ancora di più dopo il 1843, per gli eccessi della polizia e le 
restrizioni del governo. All' Università si facevano gli esami 
pubblici, ma senza pubblico ; e, andati in esilio Bavarese, Pi- 
sanelli e De Sanctis, gli studii privati non rifiorirono che nel 
1859, come sarà appresso notato, e fu l'ultima rifioritura. La 
nuova Università doveva ammazzare gli studii privati, con quanto 
maggior profitto della scienza, si è veduto e si vede. 

Il numero degli studenti non arrivava al quinto di quello 
che è oggi, sebbene l' Università di Napoli fosse unica nei reali 
dominii di qua dal Faro. In quel tempo non vi era iscrizione, e 
perciò non è possibile una statistica esatta, ma solo approssimativa. 
Per gli anni 1852-53-54 ho potuto raccogliere le cifre degli 
studenti, che presero laurea o licenza nelle varie facoltà. Nel 
1852 furono rilasciate 1022 cedole in belle lettere ; nel 1853 



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1085, e 904 nel 1854. Negli stessi anni, nella facoltà di legge 
vi furono, complessivamente, 2433 fra lauree e licenze per no- 
tai; nella facoltà di medicina, 1927, fra lauree e licenze per 
levatrici e flebotomi; e nella facoltà di matematica 698, tra 
architetti e agrimensori, mentre le cedole di farmacia furono 
692. Notevole è il confronto di queste cifre con quelle di oggi. 
Né coloro che ottennero lauree , licenze e cedole frequentavano 
l'Università, poiché, non essendovi iscrizione obbligatoria, co- 
me ho detto, la frequenza ai corsi era perfettamente libera. 
L'insegnamento universitario fu negli ultimi anni, soprattutto 
per alcune materie, un benefìcio semplice per molti professori 
che non facevano lezioni. Le tasse scolastiche erano minime, in 
confronto delle presenti, e si pagavano solo per la cedola e per la 
laurea; mentre se questa non era spedita, non si pagava niente» 
A mantenere limitato il numero degli studenti contribuivano^ 
oltre la di£5coltà dei mezzi di comunicazione tra Napoli e le Pro- 
vincie, le vessazioni della polizia, la quale, non contenta di seccarli 
in tutti i modi, ne ordinava, di tanto in tanto, lo sfratto per ti- 
mori immaginarii. Erano anzi gli studenti una miniera per la 
bassa polizia, e le astuzie, alle quali ricórrevano per non es- 
sere molestati, meriterebbero una storia umoristica. Non esi- 
steva alcuna garanzia per loro, quando non potevano disporre 
di danaro o d'influenze. Dovevano essere tutti provveduti della 
" carta di soggiorno „ che si rinnovava ogni mese, a libito della 
polizia, mercè regali e mancie, e dovevano essere ascritti alla 
congregazione di spirito e frequentarla tutte le domeniche, ascol- 
tare la messa e la predica, cantar l'ufficio e confessarsi. Oltre 
alla congregazione di spirito dell'Università, di cui era prefetto 
il prete don Antonio d'Amelio, vi era quella di San Domenico 
Soriano, diretta dal prete don Gennaro Alfano, alla quale ei-ano 
iscritti più di 500 giovani. Senza il certificato di aver assistito a 
quelle congregazioni, non si era ammessi agli esami, e si può bene 
immaginare quante mance, burle e astuzie si adoperassero per 
ottenere il certificato, senz'assistervi. La polizia teneva d'occhio le 
case e i caffè degli studenti più in vista. Frequentissime le per- 
quisizioni ; e guai se si trovava qualche libro, sul cui frontispizio 
fosse stampata la parola politica. I nomi di certi autori porta- 
vano dritto dritto all'arresto: cosi Machiavelli, Botta, Gian- 
none, Colletta, Leopardi, Gioberti, Massari, Berchet, Giusti, fra 



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i principali. Quando fu pubblicato il Rinnovamento, parecchi 
studenti riuscirono ad averne una copia, e per leggerla si riu- 
nivano alla chetichella ora in una, ora in altra casa. Una sera, 
mentre alcuni di loro, in casa di Tommaso Arabia, leggevano 
questo libro, alcuni agenti e un cancelliere li sorpresero. Fu 
buttato il libro nel pozzo; e preso un mazzo di carte, gli adu- 
nati si disposero in giro ad una tavola, facendo vista di giuocare. 
Ma non valse quest'astuzia, perchè i feroQtf dopo averli maltrat- 
tati con villane parole, li trassero in arresto, come colpevoli di 
giuochi proibiti. G-li studenti ricchi, pochi ; ma anche quelli, che 
appartenevano a famiglie facoltose, erano tenuti a stecchetta. 
Uno studente ben provvisto veniva segnato a dito fra i compa- 
gni. E però vivevano in tre o in quattro, conterranei, com- 
provinciali o parenti, occupando camere o quartierini della vec- 
chia Napoli, o nel quartiere di Montecal vario, agli ultimi piani. 
Il letto, una tavola da studio, un cassettone e qualche sedia : 
ecco la suppellettile ohe lo studente portava dal paese nativo ; 
e perciò, quando avvenivano gli sfratti, era caratteristico vedere, 
al Molo, montagne di materassi che si caricavano sul vapore 
in partenza per Pizzo, perchè erano i calabresi quasi sempre 
primi ad essere sfrattati. Altri abitavano, come si diceva, in 
famiglia, cioè erano dozzinanti presso famiglie d' impiegati, di 
pensionati, di piccoli professionisti, di commessi di negozio ; 
e la padrona di casa, se non proprio vecchia, finiva per essere 
l'amante di uno dei suoi giovani inquilini; e se aveva figliuo- 
le, erano amori, promesse, giuramenti, scene clamorose di gelo- 
sia, e . . . . frittata finale. Lo studente, tornando in provincia, 
narrava con compiacenza i suoi amori di Napoli, e quasi sempre 
esagerava, lasciando credere più di quanto realmente fosse. 
Molte volte c'entravano la polizia e il curato, e allora la fac- 
cenda finiva con un matrimonio imposto, o con quattrini pa- 
gati a titolo .... d' indennizzo. 

Anche ai miei tempi, studente era per i napoletani qualità 
dispregiativa e voleva dire zotico, sfrontato, spiantato, arruzzuto. 
Gli studenti, in genere, erano detti calavrisi, perchè, cosa davvero 
strana, i provinciali meno riducibili e più temuti dalla polizia, 
erano, non i pugliesi o gli abruzzesi, ma quelli di Calabria; e 
difatti quei giovani, i quali scendevano dalle native montagne 
del Cosentino e del Catanzarese, erano i meno atti a rifarsi nelle 



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apparenze e nelle abitudini^ al contrario dei giovani di Puglia, 
per i quali, appena giunti a Napoli, il sarto e il barbiere erano 
la principal cura. Gli studenti più poveri, e ve n'erano di 
quelli che ricevevano dalle famiglie non più di sette o otto du- 
cati al mese, pranzavano in piccole osterie della vecobia Napoli, 
con pochi grani al giorno. Era celebre, e tuttora esiste, l'oste- 
ria di monzU Testa, in via dei Tribunali. E vi erano bettole an- 
cora più economiche, dove la sera si poteva sfamarsi con pizze, 
castagne e olive. Oggi uno studente non costa alla sua fami- 
glia meno di 150 lire al mese ; ha la sua camera mobiliata, pranza 
al restaurant o alla pensione, ed è generalmente un politicante 
fastidioso, il quale non ha paura di nessuno, essendo con- 
vinto che con la violenza riesce a farsi nome e a bucare leggi e 
regolamenti scolastici. Allora, ruvidi e poveri, avevano elevate 
idealità, che li rendevano simpatici, ne a torto la polizia li teme- 
va ; oggi, coi loro eccessi calcolati e le tendenze realistiche, delle 
quali menano vanto, riescono, tutto compreso, un tipo antipatico. 
x4.11ora riportavano da Napoli la goffaggine partenopea del dia- 
letto e degli scherzi; oggi vi aggiungono le perfezionate trap- 
polerie elettorali, le ambizionoelle precoci e le amicizie coi peg- 
giori giornalisti. 

L'autQrità vedeva di mal occhio l'agglomerarsi degli studenti 
in Napoli, e perciò non erano tollerati che quelli già muniti 
della licenza professionale, che si otteneva nei licei di provincia. 
A Napoli bisognava rimanere il tempo strettamente necessario 
per dare gli esami di laurea ; anzi non si rilasciavano passaporti 
negli ultimi anni a studenti privi della licenza professionale. 
Però si trovava modo d'aggiustar tutto con pecunia e neppur 
molta. Noù era permesso venire dalla Sicilia a studiare in Napoli. 
Se di qua dal Faro non v'erano altre Università, presso i princi- 
pali licei delle provinóie esistevano cattedre di diritto e proce- 
dura civile, di diritto e procedura penale, di diritto romano, di 
anatomia e fisiologia, di chirurgia teorica e pratica, di medicina 
pratica, di chimica farmaceutica e di storia naturale ; e in qual- 
cuno, come in Aquila, di medicina legale e materia medica, di 
mineralogia e geologia. I reali licei o collegi, avevano un con- 
vitto, diretto dai gesuiti o dagli scolopii, i quali insegnavano 
generalmente lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche. G-li 
altri professori erano laici. Cosi, a Lecce insegnava diritto ei 



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procedura civile, don Vitantonio Pizzolante, che fu deputato di 
Manduria nel 1876 ; Luigi Grimaldi, padre di Bernardino, insegna- 
va nel liceo di Catanzaro le stesse materie, nonché il diritto ro- 
mano; e Francesco Fiorentino, giovanotto a ventiquattro anni, 
aveva già acquistato tal nome negli studii teologici e filosofici, 
che dava private lezioni di teologia ai giovani padri scolopii del 
liceo di Catanzaro, e di filosofia del diritto a una numerosa 
studentesca laica, e teneva aperti su di lui gli occhi della po- 
lizia, che lo vigilava senza tregua, finché un giorno l'esiliò ad- 
dirittura a Monteleone. I licei, con gì' insegnamenti più com- 
pleti, erano quelli di Salerno, Bari, Catanzaro e Aquila. 

Il collegio di Chieti era diretto dai padri delle scuole pie, ed 
ebbe insegnanti valorosi, tra i quali, nelle scuole universitarie, il 
Testa, finché non fu chiamato a Napoli, e quel canonico De Gia- 
como, professore di diritto romano che, concorrendo più tardi, 
alla stessa cattedra nell' Università di Napoli, maravigliò esami- 
natori e uditori, parlando con mirabile facondia due ore di fila 
in latino e citando a memoria lunghi brani di Papiniano e 
Giustiniano, Era soprannominato 'o prevetariello. ' Liberale fino 
al 1860, divenne poi intransigente e mori vescovo dei Marsi 
nel 1884. Vi insegnava pure diritto penale Nicoola Melchiorre, 
che fu poi deputato di sinistra in varie legislature, e presidente 
per molti anni del Consiglio provinciale. Era il solo, ohe facesse 
lezione col cappello in testa, per cavarselo rispettosamente ogni 
vòlta che doveva nominare la Sacra Beai Maestà, del Ee. Il 
collegio di Chieti aveva in quel tempo un gran buon nome ; 
vi furono educati, fra gli altri, Giulio de Petra e Filippo 
Masci, e vi ebbe dignità di priore il giovane Ange] ucci, che 
divenne medico valoroso e fu carissimo al De Meis. Io lo co- 
nobbi, molti anni dopo, in una condotta del comune di Umber- 
tide in provincia di Perugia, e poi sanitario della casa penale 
di Solmona : uomo, per la cultura e l'animo, degno di miglior 
sorte. Anche il liceo di Catanzaro era affidato agli scolopii ; 
quelli di Bari, di Salerno e di Reggio, ai gesuiti. Gli altri erano 
quasi tutti egualmente affidati a gesuiti e a scolopii, ma soltanto ai 
quattro su nominati venne data facoltà di conferire i primi gradi 
in legge, medicina, matematica e fìsica, cioè la cosi detta li- 

* Piccolo prete. 



— 90 - 

cenza professionale, onde non v'era bisogno ohe gli studenti dei 
primi anni si recassero a Napoli. Era ciò molto economico per 
le famiglie. Nella smania demolitrice che seguì al 186Ó, que- 
gl' insegnamenti si andarono via via abolendo, mentre assai mi- 
glior partito sarebbe stato perfezionarli e renderli completi, per 
non agglomerare tanta moltitudine di giovani a Napoli. 

Accanto all' Università fioriva l'Almo Real Collegio dei Teo- 
logi, istituito da Ruggiero, onorato e privilegiato da Giovanna II 
e da Alfonso d'Aragona, ed arricchito di grazie da diversi Papi. 
Spettava ad esso conferire la laurea in teologia ed esaminare 
i libri che si davano alle stampe ; ed erano i suoi membri con- 
sultati come teologi di Corte. Abolito nel 1812, rivisse nel 1821 
e in parte riebbe gli antichi privilegi; ma il conferimento 
delle lauree, dopo che fu riordinata l'Università e istituita la 
facoltà teologica, venne delegato a questa facoltà con l'inter- 
vento di quattro maestri dell'Almo Collegio. Questo dava pure 
dei saggi con dissertazioni sopra i problemi religiosi, che l'ere- 
sia e l' ignoranza negavano o mettevano in dubbio. Primo mae- 
stro onorario, il Papa ; primo maestro partecipante, l' arcivescovo 
di Napoli ; decano perpetuo, monsignor Code ; vicedecano, mon- 
signor Salzano e maestri onorarli, i cardinali Macchi, D'Andrea, 
Cosenza, Cagiano e Antonelli. 

Tutto il Collegio aveva 48 maestri, dei quali, 32 appartene- 
vano al clero secolare e 16 al regolare, cioè 4 per ogni ordine 
mendicante, e perciò esclusi i gesuiti. 

L' insegnamento elementare limitatissimo, cosi in Napoli, come 
nelle provinole. Fino al 1860, Napoli non ebbe ohe quattro scuole 
municipali gratuite e che scuole ! Era preposto all'insegnamento 
elementare di tutto il Regno, don Giuseppe Turiello, un gran 
galantuomo, padre di Pasquale e fratello di Vincenzo, direttore 
dell' Omnibus. Come di questi due fratelli, uno si chiamasse Tu- 
riello e l'altro Torelli, sarà bene dirlo. Erano originarli di Ba- 
silicata e aùdarono a Napoli, giovanissimi. Un terzo fratello che 
si chiamava Aniello, trovando insopportabile la cacofonia del suo 
nome col cognome Turiello, cambiò questo in Torelli : sostituzione 
che Vincenzo accettò di buon grado, ma Giuseppe respinse, vo- 
lendo rimanere Turiello. Egli si adoperava ad aumentare il nu- 
mero delle scuole nelle provincie, ma trovava ostacoli insupe- 



-Gi- 
rabili nei vescovi © nello stesso monsignor Apuzzo, il quale, al 
Turiello che un giorno gli ripeteva, con maggior calore del so- 
lito, le sue proposte, battendo amichevolmente con le mani sulle 
ginocchia, rispose : " Non tanta istruzione, non tanta istruzione^ 
caro don Pèppino „. Né di minori sospetti erano circondati i ra- 
rissimi asili d'infanzia. 

Presidente del Consiglio di pubblica istruzione era don Emilio 
Capomazza, consultore di Stato, uno dei tipi indimenticabili di 
quel tempo, perchè ad una vasta cultura canonica univa uno 
spirito volterriano, insofferente d'ogni inframmettenza del potere 
ecclesiastico nelle cose civili ed era giannonista implacabile. 
Avversava i gesuiti, e non erano infrequenti i conflitti con la 
Compagnia e coi suoi protettori, che avevano radici in Corte, 
non nell'animo del Re, il quale li temeva più che non li amasse 
© non poteva tollerarne l' invincibile tendenza all'intrigo politico. 

Don Emilio^ come il Re lo chiamava familiarmente, aveva abi- 
tudini curiose. Innanzi tutto, pur essendo molto ricco, era 
altrettanto avaro, ma d'una avarizia più stravagante che sor- 
dida. Se ai figliuoli lasciava mancare qualche volta il neces- 
sario, quando mori essi trovarono infilzate ad un uncino non 
so quante polizze dei suoi stipendi, le quali da anni non risco- 
teva. I figli e la moglie avevano per lui un sentimento di 
affetto misto a terrore. Abitava nel suo palazzo al vico Nilo; 
ma quasi ogni giorno, uscendo dall'ufficio, andava in un carroz- 
zone caratteristico nell'altro suo palazzo all'Arco Mirelli, dove, 
vestito cosi com'era, prendeva una zappa e per alcune ore la- 
vorava nel giardino. In quelle ore a tutti era vietato di en- 
trare, ma gì' inquilini si divertivano un mondo, vedendo il vecchio 
consultore zappare la terra. La vita di Emilio Capomazza che mori 
molto vecchio, dopo U 1860, meriterebbe uno studio e sarebbe 
desiderabile che se ne occupasse qualcuno dei nipoti. Dei figliuoli, 
il maggiore fu Carlo, morto prima del padre, essendo consigliere 
di Corte d'appello. Se oggi fosse vivo, occuperebbe uno dei più 
alti posti in magistratura, tanto era egli stimato per la dottrina 
giuridica e l'anima di galantuomo. Carlo fu padre di Emilio, 
presente marchese di Campolattaro e già sindaco di Napoli, e di 
Guglielmo, che fu aiutante di bandiera di S. A. R. il duca degli 
Abruzzi. 

Il nome del vecchio Capomazza si legge nell'ultima pagina 



- 92 — 

di tutti i libri pubblicati a Napoli nell'ultimo deoennio, perobè 
era attribuzione sua, quale presidente del Oonsiglio generale di 
pubblica istruzione, permetterne la stampa. La formula sacra- 
mentale del permesso era: Si permette che la suindicata opera 
si stampi; però non si pubblichi senza un secondo permesso, che 
non si darà, se prima lo stesso regio revisore non avrà attestato 
di aver riconosciuto essere l'impressione unifórme all'originale ap- 
provato. Questi permessi, oltre la firma del presidente Capo- 
mazza, portavano quella del segretario generale Pietrocola, mem- 
bro del Consiglio con voto. 

I revisori non avevano niente da fare col Consiglio. Forma- 
vano un corpo distinto ed erano quasi tutti ecclesiastici. Sette, 
i revisori di libri provenienti dall'estero, con sede presso la do- 
gana; e ventuno^ i revisori delle opere che si stampavano nel 
èegno. Fra questi, tre soli laici. Il romoroso e faceto monsi- 
gnor Salzano n'era il presidente e il sacerdote don Leopoldo 
Buggiero, il segretario. Il Buggiero fu poi arcivescovo di Sor- 
rento e mori nel 1885. Figuravano tra i componenti il cano- 
nico don Rosario Frungillo, cbe resse da vicario capitolare la 
diocesi di Napoli alla morte del cardinale E-iario Sforza, ed è, 
credo, l'unico superstite. I tre laici erano Oalandrelli, Delle Cbiaje 
e Placido de Luca. Il revisore presso Vofflcina delle poste si 
chiamava don G-iuseppe Salvo, sacerdote. Il celebre e balbuziente 
don G-aetano Hoyer era anche prete, ma già pensionato negli 
anni dei quali parlo. Però restò viva per un pezzo la memoria 
di lui, sul cui conto se ne narravano delle belle. Nel 1848 il 
Mondo Vecchio e Mando Nuovo lo chiamava don Gastano ir e or, 
scomponendone il cognome ; e fare l' irre e orre, nel linguaggio 
dialettale, vuol dire essere indeciso o esitante e, spesso, di mala 
fede. Si ricordava fra gli altri il famoso aneddoto del " pernir 
ciotto „ . Essendo il E-oyer revisore teatrale, doveva ogni gior- 
no vistare il cartellone del teatro dei Fiorentini. Una sera 
si rappresentava una vecchia farsa, nella quale il brillante, en- 
trando in una trattoria, domandava la carta e ordinava un 
•* perniciotto arrosto „. Don Gaetano vistò il cartellone senza 
la menoma difficoltà, trattandosi di una produzione vecchia e 
nota; ma la sera di quel giorno, essendoglisi preparata una cena 
di magro, si ricordò che era venerdì e ohe in quella farsa il 



- 93 — 

brillante domandava un cibo di grasso ! Il pover' uomo prevedeva 
lo scandalo del pubblico, che avrebbe visto un attore sul pal- 
coscenico mangiar di grasso in un giorno proibito! E senza 
perder tempo, si cacciò in testa il tricorno, corse trafelato" al 
teatro, e varcata la porta del palcoscenico, cominciò, appena ebbe 
scorto l' impresario don Adamo Alberti, a balbettare più del so- 
lito, " Don don, don Ada .... do ... . don Adaàa .... pe . , ., 
pesce aa . . . . arro .... rosto^ no ... . nooon pe . . . . perni .... 
nicioUo arrosto y^. L'Alberti capì subito e il temuto scandalo fa 
evitato. 

Non si poteva pubblicare un sillabario o una grammatica 
senza il permesso del revisore, e non solo veniva proibita ogni 
frase, che potesse avere un'allusione politica, ma tutto ciò che si 
credeva immorale. I revisori non essendo moltissimi, per ottenere 
l'approvazione di un foglio di stampa spesso si doveva aspettare 
delle settimane, ed è facile immaginare le imprecazioni e le 
astuzie degli editori e degli autori. 

Nel 1856 Tommaso Arabia aveva intrapresa la pubblicazione 
del teatro di Shakespeare, tradotto da Giulio C arcano. Era stato 
destinato a revisore dell'opera il canonico don Gaetano Barbati, 
un bravo uomo e dotto latinista, ma pieno di dubbii e di scrupoli. 
A don Gaetano venne in mente ohe fosse immorale la scena 
appassionata del primo atto della Giulietta e Romeo, e la cancel- 
lò addirittura quasi tutta. Arabia fece notare che quella sop- 
pressione, oltre che una irriverenza a cosi insigne autore, era 
in aperta contradizione con quanto aveva già fatto il revisore 
del Rusconi. Fu tempo perduto; e poiché non si aveva a chi 
ricorrere, Arabia fece di quel foglio di stampa una doppia edi- 
zione, una per il revisore, mutilata com'egli volle, e l'altra inte- 
gra per gli associati, affrontando il pericolo, se la cosa fosse 
stata scoperta, di andare in carcere. Vi era poi un ufficio di revi- 
sione presso il ministero di polizia e un altro per la revisione 
delle opere teatrali. A don Gaetano Royer era succeduto per que- 
ste don Domenico Anselmi. Alla revisione presso il ministero 
di polizia era data facoltà di esaminare i giornali, nonché le 
stampe che non oltrepassassero il numero di dieci fogli. 

La Corte Suprema di giustizia aveva per'presidente il sommo 
Niccola Nicolini, avo materno dell'ex guardasigilli Francesco 



■iì^ 



— 94 — 

Santamaria clie allora s'iniziava nel fóro, con suo fratello Nic- 
cola e chiamato Cicciotto da parenti ed amici. Don Pasquale 
Jannaccone e il marchese Brancia, padre di Carlo, morto consi- 
gliere di Cassazione nel 1896, n'erano i vice-presidenti; e avvo- 
cato generale, don Stanislao Falconi, di Capracotta, zio del pre- 
sente sottosegretario di stato della giustizia e fratello di monsi- 
gnor Falconi. Era il Falconi ritenuto giurista di valore, e di 
non minor valore erano, tra i consiglieri, Pietro Ulloa che fu 
poi ministro di Francesco II, e Niccola Gigli già ministro del- 
l' ultimo gabinetto costituzionale. Don Filippo Angelillo, mala- 
mente distintosi come procuratore generale della Corte spe- 
ciale (la quale condannò Settembrini, Spaventa e Barbarisi a 
morte, Poerio, Pironti, Braico e Nisco ai ferri, e Scialoja alla 
reclusione) era anche lui consigliere. Sciolte quelle Corti, i ma- 
gistrati che le componevano, ebbero destinazione diversa: e 
cosi troviamo tra i giudici della Gran Corte Criminale di Na- 
poli, Lastaria, Giambarba, Amato, Canofari e Juliani ; e procura- 
tore generale, don Francesco Nicoletti il quale aveva occupato lo 
stesso posto nella Corte speciale di Cosenza, che condannò, per i 
fatti del 1848, quattordici liberali a morte e 160 ai ferri ! Furo- 
no, tra i primi, Vincenzo Morelli, Giuseppe Pace e Stanislao La- 
menza, non che il Ricciardi, il Mauro e il Musolino, contumaci. 
Presidente della Gran Corte Civile era Vincenzo Niutta che, 
morto il Nicolini, gli successe nella Corte Suprema. Il posto, ge- 
rarchicamente, sarebbe spettato a Jannaccone ; anzi vi fu pur no- 
minato, ma poi il Re lo concesse al Niutta, per confortarlo di 
un grave oltraggio fattogli dal principe d' Ischitella, al quale il 
•dotto magistrato era stato contrario in una lite. Il Niutta mori 
senatore del Regno d'Italia, dopo aver proclamato il plebiscito 
delle Provincie napoletane e dopo essere stato ministro senza 
portafoglio con Cavour. Uomo di larga cultura, visse quasi 
sempre estraneo alla politica. Sedendo alla Camera sui banchi 
del ministero, si addormentava spesso, e piegando involontaria- 
mente il capo, pareva talora che approvasse i discorsi degli op- 
positori. Le sue sentenze sono monumento di dottrina, ma in 
politica seguì la massima di sapersi accomodare ai tempi. 

Tra i consiglieri della Gran Corte Civile ricorderò Achille 
Rosica, già intendente di Basilicata e poi direttore del mini- 
stero dell' intemo sotto Francesco II ; Callisto Rossi, che divenne, 



- 95 - 

col Regno d'Italia, consigliere di Cassazione; il piccolo e ner- 
voso Niccola Rocco, il quale, dopo il 1860, insegnò diritto com- 
merciale all'lTniversità. L'alta magistratura napoletana, anche 
in tempi tristi, fu modello di sapienza, di dignità e di decoro, 
specialmente la civile. Apparteneva anche alla Corte Suprema 
quell'ottimo don Niccola Spaccapietra, che fu presidente della 
Corte di Cassazione dopo il 1860, e che oggi è tuttora ricordato 
con rispetto, come si ricordano parecchi di quelli, che ho no- 
minati. Aveva non so quale deformità alle mani, per cui nei 
conviti ufficiali non si toglieva mai i guanti. 

Vincenzo Lomonaco era presidente del tribunale e Gennaro 
Rocco, fratello di Niccola, procuratore del Re. Questi Rocco, 
uomini di valore, erano devotissimi ai Borboni ; e Niccola che, 
in materia di diritto commerciale, godeva molta riputazione anche 
all'estero, fa tra i nove che scesero in campo a confutare lo 
scritto di Scialoja sui bilanci napoletani. Sedeva, tra i giudici 
del tribunale. Bernardino Giannuzzi Savelli, il quale aveva un 
piede in curia ed uno nel mondo galante, e che tutti maravi- 
gliava per il suo felice talento, ma ai colleghi riusciva poco gra- 
dito, perchè accentuatamente sdegnoso delle volgarità del mestie- 
re. Tra i giudici soprannumeri di allora, alcuni occupano oggi 
posti eminenti, come il senatore Antonio Nunziante, primo pre- 
sidente della Corte di Cassazione di Napoli ; e, se volessi portare le 
indagini sui giudici soprannumerarii dei tribunali di provincia, 
troverei Carlo Bussola che divenne poi un atleta della parola, 
al tribunale di Santa Maria; Carlo Adinolfi, ad Avellino ; Luciano 
dollaro, procuratore del Re a Reggio ; e sparsi qua e là, in po- 
sizioni modeste, quasi tutti i presenti consiglieri di Cassazione di 
Napoli. 

Gli stipendii della magistratura collegiale non erano scarsi ; 
anzi, dati i tempi, erano piuttosto lauti. Dopo parecchi anni di 
alunnato affatto gratuito, si aveva il primo stipendio di giu- 
dice di tribunale o di sostituto procuratore del Re, di ducati 
65, poco meno di ^recente lire. ^La prima volta, che mi porta- 
rono lo stipendio, racconta ingenuamente Carlo Bussola, oggi 
procuratore generale della Cassazione di Palermo, mi sentii ricco. 
Sessantacinque ducati, e io non ne spendevo più di venti ! Ero a 
Santamaria, e pagavo il fitto di casa per la mia famiglia ducati 
sei al mese ; il pane costava grani tre al rotolo ; con due grani si 



- 96 — 

aveva una caraffa di vino ; la carne costava dalle nove alle quindici 
grana il rotolo, e le frutta non avevano prezzo, A buonissimo mer- 
cato i maccheroni e gli ortaggi „ . Era vero : il buon mercato nelle 
provinole rasentava l'inverosimile, e a Napoli la vita non co- 
stava veramente di più, per cui i capi delle Corti e molti consi- 
glieri di Gran Corte Civile, di Corte Criminale e di Corte Su- 
prema, retribuiti con stipendii, che andavano dai cento ai du- 
gento ducati al mese, avevano carrozza e abitavano signoril- 
mente. Solo lo stipendio dei giudici regi (pretori) era abba- 
stanza infelice (18 ducati), e perciò molte volte la giustizia risen- 
tiva gli eiìetti dei magri assegni, anche perchè i giudici regi 
esercitavano le attribuzioni di ufficiali di polizia nei piccoli cen- 
tri, e si può bene immaginare quanto fosse il loro potere e 
quanto frequenti le occasioni di peccare. Ma non era certo raro 
il caso di trovare fra essi dei galantuomini e giovani di valore. 



CAPITOLO VI 



SoMMABio: La diplomazia napoletana — Il principe di PetruUa, ministro a Vien- 
na e i suoi fo3ch.i precedenti — Giorgio di Brocchetti, diplomatico e frate 

— Altri ministri ed aggiunti — Il principe di Carini, il marchese Antonini 
e Giacomo do Mariiino — Bivelcizioni e aneddoti — Il corpo diplomatico 
accreditato a Napoli — Bormudoz do Castro, le sue sciocchezze erotiche e 
le sue ingordigie — Un testamento vanitoso — Il nunzio Ferrieri e il con- 
te di Gropello — Le alte cariche di Corte — Gentiluomini di camera e 
maggiordomi di settimana, detti chiavi d'oro — Gli aiutanti generali, la 
segreteria particolare e il cameriere particolare del Ee — Il padre Pom- 
peo Vita e il padre Niccola Borrelli — Particolari curiosi — La Corte del- 
la Begina — Medici, avvocati, architetti e altri uffici di Corte — Confessori 
e istruttori — La politica ecclesiastica del Ee — Arcivescovi e vescovi 

— Pastori miti e pastori zelanti — Monsignor Mucedola e il cardinal Eia- 
rio Sforza — Un aneddoto di pochi anni dopo — La Consulta di Stato — 
Monsignor Salzano e le sue facezie plebee — Altri consultori e relatori — 
Monsignor Caputo e Antonio Scialoja. 

Sino al 21 ottobre 1856, la storica giornata in cui i ministri 
di Francia e d' Inghilterra, abbassati gli stemmi, lasciarono Na- 
poli, il Regno stette in rapporti diplomatici con quasi tutti gli 
Stati d' Europa. A Vienna, a Parigi, a Pietroburgo, a Londra, a 
Berlino, a Madrid e a Roma c'erano inviati straordinarii e mini- 
stri plenipotenziarii ; negli Stati minori, incaricati di affari, e cosi 
pure negli Stati Uniti e nel Brasile, sole potenze non eiiropee 
nelle quali il Regno avesse rappresentanza diplomatica. Il mi- 
nistro napolitano a Madrid era accreditato anche presso la Corte 
portoghese. Ministro a Londra era il principe di Carini, succe- 
duto al Castelcioala ; il marchese Antonini era ministro a Parigi ; 
e a Vienna, il principe di Petrulla, uno dei pochi patrizii 
siciliani che nel 1848 rimanesse devoto ai Borboni e per 

Dk CxeABK, Lq Jtnò di un Segno • VoL I. 7 



- 98 - 

cui fu dich.iarato dal parlamento dell'Isola traditore della pa- 
tria. Si cliiamava Giovanni Grioeni Cavaniglia ed aveva an- 
che il titolo di duca d'Angiò. Era piccolo e brutto, e sul 
suo conto si narravano storie losche, non ultima quella che Gria- 
como Tofano, fra lo stupore generale, raccontò alla Camera dei 
deputati nella seduta del 16 gennaio 1862 : storia la quale venne 
alla luce per una querela che presentò contro di lui, per frode 
e falsità, donna Caterina dei Medici, figlia del principe d'Ot- 
tajano e moglie del marchese Cavalcante. PetruUa fu difeso da 
Roberto Bavarese e da Giuseppe Pisanelli, e nella memoria de- 
fensionale stampata a Napoli nel 1839, sono narrati i partico- 
lari di quei fatti che procurarono all' imputato il carcere preven- 
tivo, dal quale uscì in libertà provvisoria, per deliberazione del 
3 novembre 1835 della camera di Consiglio. Proseguiti gli atti 
istruttorii nel 1839, grazie al valore dei suoi avvocati, venne as- 
solto; ma con stupore generale, dieci anni dopo, fu nomina- 
to inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Vienna. 
Non aveva finito di pagare gli avvocati, e il Pisanelli, esule a 
Torino, dovè tribolare parecchio, per ottenere il resto del 
compenso. 

Il Petrulla sostituiva alla scarsa cultura una dissimulazione 
perfetta. Parlava poco e si circondava di un'aria di mistero ; ben- 
ché principe e ministro del Re di Napoli, non in tutte le case era 
ricevuto. Uno dei saloni più eleganti era, in quei tempi, a Vienna 
quello della principessa di Schònborn, congiunta del defunto car- 
dinal di Praga. I diplomatici facevano a gara per esservi am- 
messi, ne il penetrarvi era facile, perchè la principessa teneva a 
non ricevere persone di dubbia fama, e il Petrulla non vi ebbe 
mai invito. Egli viveva quasi appartato dalla vita sociale e si 
levava di buonissima ora, e poiché era un grande sportmann, 
faceva lunghe passeggiate a cavallo, o guidava al Prafer il suo 
elegante stage-coach, al quale erano attaccati dodici superbi ca- 
valli inglesi; dava frequenti pranzi, serviti secondo il costu- 
me inglese con profusione di vini eccellenti. Aveva la smania 
di mostrarsi inglese in tutto, dalle scuderie e dagli equipaggi 
ricchissimi, alle profumerie, che largamente adoperava, ai mobili 
e alle argenterie. 

Il Petrulla aveva sposata una principessa di Partanna, già 
vedova con una figlia, la marchesa Sessa tuttora vivente, ma la 



— 99 - 

moglie non lo segui a Vienna. Il Petrulla corrispondeva diretta- 
mente col Re, e quasi tutti i lavori della legazione, anche i più 
intimi, erano da lui affidati a certo Visslonek, giornalista polacco 
d' incerta fama. Mutò varii aggiunti di legazione ; ebbe, tra gli 
altri, Giorgio di Brocclietti, Ulisse di Barbolani e il duca di San 
Martino di Montalbo, che vi era stato destinato da Roma. 

Giorgio di Brocchetti, fratello dell'ammiraglio, era uno dei 
più eleganti giovani diplomatici. Ballerino famoso e famoso diret- 
tore di cotillons, invano si riconoscerebbe oggi sotto l'umile 
veste di prete dell' Oratorio. Dopo il suo ritorno da Vienna, 
entrò a prestar servizio nel ministero degli affari esteri e vi 
etette fino al gennaio del 1859. Il primo febbraio di quell'anno, 
si fece frate, ed oggi onora, con la pietà e gli studii, l'ordine 
di San Filippo. Ricorda, non senza compiacenza, che in una delle 
brevi assenze del Petrulla da Vienna, egli, il Di Broochetti, 
annunziò pel primo al governo napoletano il fidanzamento del- 
l'Imperatore d'Austria che aveva 23 anni, con la sua cugina 
Elisabetta di Baviera che ne contava appena 16, ed era di mara- 
vigliosa bellezza. Fu un matrimonio di passione. In una festa 
ad Ischi, l' Imperatore ballò con lei tutta la sera e le offri dei fiori. 
Pochi giorni dopo si fidanzarono ufficialmente. La bellissima 
creatura, che doveva poi essere tanto infelice, fu chiamata 
" la piccola rosa di Baviera „ . Le nozze si celebrarono nell'aprile 
del 1854, ed ebbero una nota romantica che ancora si ricorda. 
Il Di Brocchetti non rivide più il Petrulla; anzi, incontratisi 
nel 1860 a Napoli, per le scale del ministero degli esteri, essendo 
il Di Brocchetti già divenuto prete dell'Oratorio, non si saluta- 
rono neppure. Il Petrulla, benché vecchio, era impetuoso, superbo, 
odiatore del mondo e avido di danaro, ma non privo di una certa 
acutezza diplomatica. Se le lettere scritte da Vienna a Paolo 
Versace nel 1856 e pubblicate da Giuseppe Carignani, nella 
vita del Versace, furono scritte da lui, come tutto lascia supporre, 
egli non s'ingannava nel falso indirizzo della politica del Re di 
Napoli, e non a torto ne prevedo va i tristi effetti ; ma neppure a lui 
il Re dava retta. Il Petrulla chiuse malamente la vita. !6,estò mi- 
nistro di Napoli a Vienna anche dopo il 1860, come restò il 
San Martino a Madrid. È noto che l'Austria e la Spagna non 
riconobbero il Regno d'Italia che dopo la guerra del 1866. 
Francesco II, non più Re, non poteva corrispondere alcun asse- 



- 100 - 

gno a questi suoi ministri, e il duca di San Martino, generoso e 
leale uomo, vi si rassegnò; non cosi il Petrulla il quale, dovendo 
inviare a Francesco II alcune migliaia di fiorini, che l'Impe- 
ratore e gli arciduolii mandavano al detronizzato Sovrano, ne 
ritenne quelle die credeva essere sue competenze, e la minor 
parte della somma inviò a Roma. Il Re ne fu cosi offeso, che 
immediatamente gli ordinò di dare la consegna della legazione 
al regio incaricato di affari a Dresda, Ernesto Merolla, che la 
resse sino all'arrivo del nuovo ministro, Antonio Winspeare. Il 
Petrulla si ritirò più tardi a Trieste, dove mori da nessuno com- 
pianto, lasciando erede della sua cospicua sostanza il principe 
Vincenzo Pignatelli Denti, suo parente per parte di madre. E 
il Pignatelli, sia detto a sua lode, sentì il dovere di restituire 
a Francesco II la somma indebitamente ritenuta. 

Il Oapece Galeota, dei duchi della Regina, era ministro a Pie- 
troburgo ; il conte Grifeo, a Berlino ; il marchese Riario Sforza, a 
Madrid, e il conte Giuseppe Ludolf, a Roma. Segretario di le- 
gazione a Londra era Raffaele Ulisse, che pochi oggi ricordano con 
questo nome, ma molti rammentano col nome di Ulisse di Barbo- 
lani, anzi, con quello più recente, di Barbolani di Cesapiana: 
ottimo uomo, che rappresentò più tardi l' Italia in legazioni im- 
portanti e fu, innanzi tempo, messo in riposo dal Criapi. Tra 
i principali incaricati di affari, ricordo Guglielmo Ludolf a Mo- 
naco di Baviera; l'aquilano Oanofàri, a Torino; Augusto Milano, 
duca di Santo Paolo, a Firenze, e Giacomo de Martino, destinato 
a Rio Janeiro dove non andò mai. Tranne l' Ulisse e il De Mar- 
tino che, in posizioni diverse, figurarono dopo il 1860, tutti gli 
altri copre un malinconico oblio. Il principe di Carini, An- 
tonio La Grua e il conte Luigi Grifoo erano siciliani come 
Petrulla; e il Capece Galeota aveva sposata nel 1856 la bel- 
lissima vedova del principe Pignatelli Cerchiara, la quale assai 
brillò, per lo spirito e il talento, alla Corte di Pietroburgo ed era 
figliuola di Emilio Capomazza. Morto il Sangiuliano, il quale 
era succeduto al Ludolf in Roma, il De Martino vi fu destinato 
in sua vece, e da Roma non si mosse ohe quando fu nominato 
ministro degli esteri nel ministero costituzionale di Francesco IL 
B principe di Carini dipingeva discretamente e si occupava di 
arte; non godeva gran credito come diplomatico, ma era un 
perfetto gentiluomo ed aveva in moglie una figlia del generale 



- 101 - 

Kellermann, signora di molto garbo. Giacomo de Martino, che 
i suoi amici chiamavano Giacometto, aveva fin d'allora fama 
di scaltro e d'irrequieto, e il Re non aveva molta simpatia per 
Ini, perchè seccato dalle ammonizioni che don Giacomo gli fa- 
ceva, riferendogli, troppo esattamente fbrse, le confidenze dei di- 
plomatici esteri, soprattutto inglesi. 

La diplomazia napoletana non ebbe in quegli anni, né po- 
teva avere iniziativa alcuna ; si limitava ad osservare e a rife- 
rire, perchè mai, come negli ultimi anni del suo regno, Ferdi- 
nando II non fece politica estera in alcun senso ; anzi, per 
impedire che se ne facesse o tentasse una, dopo il ritiro del For- 
tunato non ebbe più ministro degli esteri come si è veduto, ma 
un incaricato, al quale dettava egli stesso le note, concise, spesso 
maliziose e capziose. Per lui la diplomazia era l'arte d' ingan- 
nare la gente. Egli diffidava dell'Austria, né volle accettare 
nel 1851 una proposta di confederazione in Italia, fattagli dal- 
l'Austria, a difesa comune. Non riteneva utile al Eegno l'al- 
leanza austriaca, reputandola quasi come una limitazione di 
quella indipendenza, della quale era geloso. Diffidava, per motivi 
diversi, della Francia e dell'Inghilterra, benché fosse stato tra 
i primi a riconoscere Napoleone III ; ma nella guerra di Crimea 
non nascose le sue simpatie per la Russia, accresciute dal fatto di 
vedere il Piemonte alleato alle potenze occidentali. Favorevole 
alla Russia durante la guerra, più ancora che non convenisse a So- 
vrano neutrale, non seppe avvalersi di questa potenza nel Congres- 
so di Parigi, dal quale la reputazione di lui e il credito del Regno 
uscirono cosi malconci. Non una voce si levò a difesa del Re 
di Napoli; e quando il marchese Antonini si dolse col Wa- 
lewski, che ai plenipotenziarii sardi fosse stato permesso di as- 
salire il governo di Napoli, Walewski rispose che non era stato 
solo Cavour ad assalirlo ; e diceva il vero, perchè gli attacchi era- 
no venuti contemporaneamente da varie parti e avevano trovati 
indifferenti i rappresentanti dell'Austria e della Russia. Per mo- 
tivi diversi nessuno si riscaldava per il Re di Napoli, la cui dif- 
fidenza per l'Austria e per ogni altra alleanza, insieme alla coc- 
ciutaggine di respingere consigli di moderazione e di riforme da 
parte delle potenze occidentali, mettevano la sua diplomazia in 
una condizione difficile e potrei quasi dire, umiliante. I diplo- 



— 102 — 

matici napoletani, privi di autorità, si sfogavano in lettere in- 
time con persone di fiducia. ^ Sono anni che prego, che insi- 
sto, che prevedo, che guardo attentamente V avvenire, scriveva il 
Petrulla al Versace, ma non si è creduto darmi ascolto; speria- 
mo che mi sono ingannato e che m' inganno ancora adesso „. Paolo 
Versaoe era capo di ripartimento al ministero degli esteri e 
più volte era stato adoperato in missioni diplomatiche. Aveva 
fama di negoziatore avveduto. A lui scriveva pure il Petrulla, 
nell'ottobre del 1856: '^ricordiamoci che noi siamo soli, e che 
nessuno ci aiuterà „. Ma Ferdinando II credeva che bastasse 
giuocar di astuzia con le potenze. Era persuaso che, nonostante 
la rottura dei rapporti con la Francia e l'Inghilterra, non po- 
tesse mancargli l'appoggio della prima, per paralizzare le in- 
fluenze inglesi nel Regno, e lo fece dire a Napoleone dai due 
delegati che mandò a Parigi, dopo l'attentato di Orsini, e che 
furono il principe di Ottajano e il Versace stesso, ai quali die 
istruzioni categoriche in questo senso, anzi le dettò lui al 
Versace, in Gaeta, la sera del 23 gennaio 1858. In verità il 
Re era talmente infatuato della sua potenza, che non temeva 
pericoli. Fu in quell'occasione che mise fuori il suo motto : 
" essere il Regno protetto, per tre quarti, dall'acqua salata, e per 
un quarto dalla scomunica „ . Era poi convinto di dover vivere 
eternamente, e questa convinzione contribuiva a non dargli nes- 
suna coscienza o visione del pericolo. In sostanza, il suo go- 
verno, sordo ad ogni voce amica, aveva perduta ogni .simpatia, 
nel mondo civile. 

I posti di vedetta erano Torino e Parigi, affidati ai due rite- 
nuti più capaci, Emiddio Antonini e Giuseppe Canofari. Anto- 
nini rivelò sagacia, informando il Re di quanto si compiva nel 
Congresso di Parigi^ rispetto alle cose d'Italia e soprattutto delle 
Due Sicilie, e consigliandolo a non disprezzare gl'inviti di Fran- 
cia e d' Inghilterra, che chiedevano trattamento più umano per i 
prigionieri politici e politica più conforme allo spirito del secolo. 
Il Re non die ascolto, e quando le relazioni diplomatiche furo- 
no rotte, l'Antonini e il Carini ebbero l'ordine di trasferirsi in 
congedo a Bruxelles con le rispettive legazioni e di aspettare 
colà le ulteriori istruzioni. 

Antonini era piccolo di statura ed essendo sordo, faceva uso di 



— 103 - 

Tin cornetto acustico, il quale diveniva, all'occorrenza, una risorsa 
diplomatica : aveva spirito ed alcuni suoi motti gli sopravvivono. 
Alla vigilia della rottura delle relazioni fra Napoli e l'impero fran- 
cese, prevedendo, in una pubblica cerimonia, qualche sfogo viva- 
ce da parte dell'Imperatore, pose il cornetto in saccoccia. Lo sfogo 
ci fu, anzi credo che Napoleone III parlasse un po' forte; ma 
quando fini di parlare, Antonini, senza scomporsi, rispose: " Sire, 
je vous demande pardon; je n'ai pas écouté un seul mot de ce que 
Votre Majesté m'a dit ; j' ai ouhlié mon cornei acustique„. Rise 
l' Imperatore e parve rabbonito. Antonini apparteneva alla vec- 
chia scuola diplomatica, ne possedeva le malizie e anche le ri- 
sorse. Parlava poco, ma sempre a voce alta come i sordi. Era per- 
sonalmente assai stimato, e nel 1852 il Re gli concesse il titolo 
di marchese, in considerazione dei lunghi e onorati servizi. Avendo 
poca cultura, si faceva delle illusioni circa le cose d'Italia. Nei 
primi giorni del 1859, stando a Bruxelles e passeggiando nel 
Pare Royal con l'aggiunto Ernesto Martuscelli, incontrò il duca 
di Brabante, allora principe ereditario, oggi Re del Belgio. Il 
duca lo fermò e salutò con molta deferenza, e caduto il discorso 
sulle cose d' Italia e sulla guerra che si credeva inevitabile, dopo 
le parole di Napoleone all'ambasciatore d'Austria, Antonini 
disse a voce alta : " Elles soni dea utopies de Balbo et de Ca^ 
vour^. E il duca di Brabante, a voce bassa, rivolgendosi al 
Martuscelli, esclamò : " C'est drole! il appelle qa des utopies y^!. 
Quando, morto Ferdinando II, Antonini tornò a Parigi, pre- 
feriva a tutt'i divertimenti il giuoco del whist in sua casa, 
Tue d* Angoulème , Saint Honoré, col nunzio pontificio monsi- 
gnor Sacconi, suo intimo, il quale andava in furore quando 
perdeva poche lire, essendo avarissimo. Nel luglio di quello 
stesso anno 1859, Antonini aveva invitato a pranzo tre ufficiali 
superiori dell'esercito napoletano reduci da Liége, dove erano 
andati per acquisto di armi. Questi uffiziali giunsero con un' ora 
di ritardo, perchè sbagliarono l'indirizzo. Stanco d'attendere, 
il vecchio diplomatico brontolava, con qualche vivacità e ar- 
guzia : •* Voilà ces militaires, ne sont pas civilesl „ . La sua sordità 
era spesso cagione di equivoci umoristici. Tornando una volta 
da Napoli, Napoleone gli chiese come stesse il Re ; e lui, credendo 
che gli chiedesse come era stato il mare durante il viaggio, ri- 
epose: affreux, e l'Imperatore non si potè tenere dal ridere. 



— 104 — 

Morì a settantacinque anni a Parigi, il 10 settembre 1862 ed è 
sepolto in Roma, alla Trinità dei Monti. Era aquilano. 

Dall'ottobre del 1856 al giugno del 1859, a Parigi stette un 
agente ufficioso cbe fa il barone Zezza. La legazione ufficiale, 
che era a Bruxelles, come ho detto, aveva per segretario il conte 
Cito di Torrecuso e per aggiunto, Emesto Martuscelli, che di- 
venne poi ministro plenipotenziario e fu, ancora valido, messo in 
riposo, come il Barbolani, dal Orispi. Vi era impiegato un certo 
Navarro, fratello del famoso magistrato : vecchio piacevole ed eru- 
dito che, in gioventù, era stato filippino e poi bibliotecario della . 
Regina Amelia di Francia. Aveva un meschino assegno e vi- 
veva perciò con curiosa parsimonia, lì Canofari, ministro a Torino 
fin dal 1851, si limitava ad un lavoro di spionaggio e spesso 
vendeva fumo, e basterebbe, per provarlo, il doloroso incidente 
di Griacomo Tofano. A Torino e a Genova dimoravano nume- 
rosi esuli napoletani e, purtroppo, tranne pochissimi, ricchi del 
loro o professionisti, la povertà era patrimonio comune. A 
questi emigrati il Canofari riusciva antipatico per il carattere 
angoloso e sprezzante, mentre il Re lo reputava capace e fedele. 
Torino divenne, a preferenza anche di Parigi, il posto di mag- 
gior fiducia negli ultimi anni. 

Si entrava nella carriera diplomatica mercè esami, e si do- 
veva appartenere a famiglia nobile o civile ma facoltosa, perchè 
il tirocinio era gratuito. Nel concorso del 1864 riuscirono primi, 
Ulisse, Bianchini e Martuscelli, i quali fuì'ono subito nominati 
aggiunti. 

Austria, Francia, Inghilterra, Prussia, Russia e Spagna ave- 
vano ministri plenipotenziarii a Napoli ; le altre potenze, inca- 
ricati d' affari. Ministro d' Austria fu il cavalier De Martini, un- 
gherese, tenente maresciallo e consigliere intimo dell'Imperatore, 
un vecchio quasi ottantenne. Gli successe il conte Szèchèni, un- 
gherese egli pure. Ministro di Francia sino ai primi giorni del 
1856 fu il De la Tour, cui successe il barone Brenier; Guglielmo 
Tempie, dell'Inghilterra con quel Giorgio Fagan, tanto utile alla 
causa liberale, segretario di legazione. Ministri russi, il cava- 
lier De Karoschkine che i napoletani pronunziavano nel modo 
più curioso, e poi il conte Volkonsky, i quali passarono senza infa- 
mia e senza lode. Molto noto nella società napoletana, invece, fu 



- 105 - 

il primo segretario della legazione russa, il barone d'Uxkull de 
Gyllenbrand, bel giovane, elegante, che cavalcava bene e feri 
molti cuori. Il barone d'Uxkull fu, dopo il 1870, ambasciatore 
a Roma ed è morto da pochi anni. Ministro di Prussia, il ba- 
rone De Canitz; e di Spagna, don Salvatore Bermudez de Ca- 
stro che rappresentava anche il duca di Parma, ed era uno 
dei tipi più antipatici, più uggiosi e vanitosi, che la nazione 
spagnola abbia mai prodotto. Francesco II, con decreto dell' 8 
ottobre 1869, gli dette il titolo di duca di Eipalta; a Gaeta, 
con altro decreto dell' 8 settembre 1860, quello di principe di 
Santa Lucia, e la Regina di Spagna, il titolo di marchese di 
Lerma. Segretario della legazione era un carissimo giovane, 
Domingo Ruiz de Arana, amico intimo di Alfonso Casanova, che 
di lui parla enfaticamente nelle sue lettere a Carlo Morelli. ' 
Arana morì di colera nel novembre del 1865, fu molto compianto 
e presto dimenticato. Alfonso scriveva al Morelli : " Povero Ara- 
na! già nelle poche adunanze che io pratico, non pare quasi più 
memoria di lui, tanto buono, d'un' altissima anima „ . 

Il Bermudez segui Francesco II a Gaeta e poi a Roma, dove 
si fece regalare dall'ex Re il famoso quadro di Raffaello : la Ma- 
donna della Reggia di Napoli, e censì la Farnesina con un ca- 
none di trecento scudi romani, di cui per trent'anni Francesco II 
generosamente gli rilasciò quietanza. E quando Roma divenne 
capitale d'Italia, la sola espropriazione d'una parte del giardino, 
per i nuovi e grandiosi lavori del Tevere, fruttò al Bermudez 
700 000 lire. Morì a Roma nel maggio del 1883 quasi im- 
provvisamente, e parve misteriosa la sua morte e strana l'esistenza 
d'una figlia naturale, la quale, con testamento del 31 luglio 1864, 
egli aveva istituita erede del suo patrimonio. Con altro testamento 
del 26 agosto 1879, riconobbe e legittimò questa sua figlia, Maria 
Salvatore Bermudez, raccomandando all'esecutore testamentario 
di ""procurare che la detta Signora non soffra nel suo amor proprio 
per la preoccupazione della illegittimità della sua nascita, essendo 
sua madre sommamente nobile ed illustre per lignaggio, posi- 
zione, qualità e bellezza, mancando disgraziatamente solo il re- 
quisito del matrimonio „ . Molte furono le congetture, alle quali 



1 Lettere di Alfonso Casanova a Carlo Morelli, pubblicati da R. de Ce- 
sare nel suo libro : Una famiglia di patriotti. — Roma, Forzani, 1889. 



— 106 — 

dettero alimento queste parole, e più ancora i sospetti, poi- 
ché il Bermudez ebbe, o meglio lasciava credere di aver avute 
avventure galanti con belle e auguste dame. Dopo aver seguito 
Francesco II a Gaeta e rimastovi durante l'assedio, lo segui a 
Roma. Era cosi insopportabilmente sciocco, da non essere inve- 
rosimile che quelle parole rivelassero un' ultima vanità di lui^ 
quella di lasciar credere di avere avuta la figliuola da Sovrana, 
o da qualche principessa di sangue reale. I testamenti fu- 
rono depositati presso il consolato di Spagna in Roma, e no 
fu rilasciata dal console copia autentica alla nostra Consulta 
araldica in data 3 luglio 1886, perchè egli lasciò alla figliuola, 
che era in educazione in Inghilterra, oltre alla sostanza, il ti- 
tolo di principessa di Santa Lucia, che le fu riconosciuto dal go- 
verno italiano con decreto reale del 19 dicembre 1886. Donna 
Maria Salvatore Bermudez, la quale sposò il cadetto di una no- 
bile famiglia spagnola, possiede oggi la Farnesina. 

Rappresentava la Santa Sede il nunzio Innocenzio Ferrieri, 
che aveva per uditore monsignor Sanguigni, morti entrambi 
cardinali, il primo nel 1887, e il secondo nel 1882, e per se- 
gretario, l'abate don Gaetano Aloisi, ora eminentissimo cardi- 
nale Aloisi Masella. Incaricato di affari per il Piemonte era 
il conte Giulio Figarolo di (propello, poco più che trentenne. 
Aveva molto accorgimento, nonostante l'età giovanile. Egli re- 
stò a Napoli sino al febbraio del 1860, e nel 1858 sposò Maria 
de Bray, figlia del ministro di Baviera alla Corte di Pietroburgo 
e della principessa Ippolita Dentice di Frasso. Imparentato 
strettamente coi Dentice, coi Bugnano e altre famiglie dell'ari- 
stocrazia, Gropello continuò ad essere Venfànt gate del mondo 
elegante e l'amico dei liberali del patriziato, non numerosi, ma 
colti, come Camillo Caracciolo, Giovanni e Maurizio Barracco, 
i Casanova, i Giordano, Atenolfi, D'Afflitto, Galletti, Antonacci e 
i fratelli Pandola. La legazione sarda divejine via via un fo- 
colare di cospirazione nazionale, mentre il Consolato faceva più 
aperta propaganda, distribuendt) manifesti e giornali, soprattutto 
il Corriere Mercantile e rilasciava passaporti a quanti volevano 
emigrare iii Piemonte. Il console generale era il Fasciotti, morto 
di recente senatore del Regno. La legazione e il consolato di 
Sardegna avevano sede alla Riviera, la prima al palazzo Ottaiano, 
dov'è oggi l'albergo della Rivière, al numero 127, e il secondo 



— 107 - 

al palazzo d'Avalos. Villamarina, giunto nel febbraio del 1860, 
andò a stare al palazzo Strongoli, e nell'estate successiva, a 
Villa Tommasi a Capodimonte. 

Il Nunzio aveva sede nel suo palazzo, in piazza della Carità; 
il ministro d'Austria abitava il palazzo Strongoli alla Riviera; 
i ministri di Francia e di Russia alla Ferrandina; Tempie, al 
palazzo Policastro ; Bermudez, al veccliio palazzo Esterhazy alla 
Riviera, e al palazzo Francavilla, l' incaricato interino di Svezia 
e Norvegia. La Turchia non aveva rappresentanza a Napoli, 
mentre Napoli l'aveva a Costantinopoli. 

Introduttore degli ambasciatori e primo cerimoniere di Corte 
era don Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara e Vasto. Pie- 
trantonio Sanseverino, principe di Bisignano, era maggiordomo 
maggiore ; il duca di San Cesario, Gennaro Marnili, cavallerizzo 
maggiore ; il duca d'Ascoli, Sebastiano Marnili, somigliere del 
corpo ; monsignor don Pietro Naselli, cappellano maggiore ; il 
principe di Campofranco, Antonio Lucchesi Palli, maggiordomo 
maggiore onorario. Il marchese D'Avalos, stimato il più ricco 
signore del Regno, dopo Barracco, era sopraintendente generale 
degli Ordini mendicanti. Cavalieri di compagnia, il duca Ric- 
cardo de Sangro e il conte Q-iuseppe Statella. Fra gentiluomini 
di camera, maggiordomi di settimana e gentiluomini di entrata, 
brillava a Corte quasi tutta l'aristocrazia napoletana e sicula. 

I gentiluomini di camera di entrata, e i gentiluomini di ca- 
mera con esercizio, si chiamavano anche chiavi d'orOf perchè so- 
levano portare sull'abito, come distintivo della loro carica, dentro 
piccolo ed elegante sacchetto, una chiave d'argento dorato, per 
indicare che essi potevano entrare dappertutto nella Reggia, 
Sulla chiave si leggevano incise le iniziali : V. B. S. che signifi- 
cavano Vitae Regis Securitas. 

Erano quasi tutte cariche onorifiche non cosi quelle degli 
aiutanti generali del Re. Tra questi figuravano in primo luogo i 
fratelli di lui : il conte d'Aquila, col grado di vice-ammiraglio e il 
conte di Trapani, col grado di brigadiere. Nelle feste e nei con- 
viti di Corte, nei ricevimenti ufiS.oiali e nei baciamanij i genti- 
luomini di Corte, i maggiordomi e i gentiluomini di camera ave- 
vano, naturalmente, il primo posto dopo i sei altissimi dignitarii. 
Con tutti, ma principalmente coi capi di Corte, il Re usava con 



— 108 — 

jiapolitana familiarità, chiamandoli per nome, parlando in dialet- 
to, motteggiandoli e riprendendoli all' occorrenza. Per ragion di 
grado, ed anche per maggiori simpatie, egli vedeva più di fre- 
quente il suo aiutante colonnello Forcella e gli uffiziali alla sua 
immediazione : Leopoldo del Re, brigadiere di marina e Alessan- 
dro Nunziante, colonnello di stato maggiore. Con quest'ultimo 
era addirittura intimo e lo soccorreva largamente. Sapendolo in 
angustie pecuniarie, molto influì nella liquidazione del grosso pa- 
trimonio Calabritto, per cui a donna Teresa Tuttavilla, moglie 
del Nunziante e duchessa di Mignano, toccò una quota notevole 
della sostanza, il cui ricupero fu dovuto alle cure intelligenti del- 
l' avvocato Giuseppe Bucci che aveva sposata donna Giulia, so- 
rella maggiore di donna Teresa. 

Si trovavano in contatto quotidiano col Re gì' impiegati della 
sua segreteria particolare, a cominciare dal colonnello D'Ago- 
stino, sposatosi in tarda età, con una delle belle e giovani figlie 
dell'avvocato Alfani, e a finire a Ferdinando Stàhly. Al D'Ago- 
stino fece il Re quel volgarissimo scherzo nel giorno delle nozze. 
Il Re chiamava tutti per nome, anzi con diminutivi. Solo 
al Falcon, don Gioacchino^ dava del voi. Aveva particolare 
fiducia in Gaetano Zezon, genero del Carrascosa e che era 
un bel giovane e di vivace talento. Lo chiamava Gaetanino. 
Ma poco mancò che toccasse, nel 1856, allo Zezon quanto av- 
venne nel 1852 a Leopoldo Corsi. Cameriere personale del Re 
e nel quale egli riponeva una discreta fiducia, era il Galizia, 
che ebbe anche la sua celebrità, ma che non si valse della po- 
sizione presso il Sovrano per far quattrini, né forse Ferdinan- 
do II l'avrebbe tollerato. Galizia segui il Re, come si è ve- 
duto, in Calabria e in Sicilia, poi lo segui nell'ultimo fa- 
tale viaggio in Puglia e lo assistette sino alla morte. Il Ga- 
lizia mori in Napoli il 22 febbraio 1862 di apoplessia, a 65 
anni, lasciando due figlie religiose nel conservatorio di Santa 
Maria di Costantinopoli, dotate da Ferdinando II, e due ma- 
schi, Ferdinando e Gennaro. Quest' ultimo fu prete e disse 
la prilla messa nella cappella reale di Caserta, alla presen- 
ea del Sovrano e di tutta la famiglia reale. Dopo la messa, 
il Re baciò la mano al figliuolo del suo cameriere e gli donò 
un gruzzolo di monete d'oro, che il Galizia, padre, rifiutò, pre- 
gando Sua Maestà di voler solo permettere che il nuovo sa- 



- 109 - 

cerdote dicesse ogni giorno la messa secondo l'augusta inten- 
zione di lui. E il Re consenti e concesse poi all' abate Galizia 
un pingue beneficio, il quale, mutati i tempi, non gli fu ricono- 
sciuto e per cui egli mosse lite al governo Italiano. Il Galizia 
lasciò un patrimonio modesto. Uomo di poche parole e di molto 
tatto, fu, veramente, il solo che potesse affermare di conoscere a 
fondo il suo padrone, nel quale era entrato in grazia partico- 
larmente per questo, che ben di rado gli chiedeva qualcosa, il 
che pareva inverosimile, perchè tutti chiedevano in Corte. 

Il marchese don Michele Imperiale era cavaliere d'onore della 
E-egina, la quale aveva per dama d'onore la principessa di 
Bisignano; per cavallerizzo, don Onorato Gaetani, e per dam© 
di compagnia, la duchessa d'Ascoli e la marchesa di Monserrato. 
Figuravano, fra le datiae di Corte, le principesse di Paterno, di 
San Nicandro, di Linguaglossa, di Satriano, di Pandolfìna, di 
Piedimonte, di Palazzolo,''di Sant'Elia de Gregorio, di Cajanello 
e della Scaletta ; le duchesse di Sèrracapriola, di Ascoli, di San 
Cesario, di Belviso, di Adragna; le marchesse Della Guardia e 
Di Alfano ; la contessa Statella dei marchesi di Salsa, Grifeoedei 
principi di Catena, e De la Tour, donna Luisa de Sangro. Que- 
ste dame, negli ultimi anni del regno di Ferdinando II, non pre- 
starono servizio quasi mai. Maria Teresa aveva da principio 
cameriste e donne di camera per il suo servizio, ma cameriste non 
ne ebbe più, negli ultimi tempi, come sarà detto. L'amministra- 
zione della Casa Reale aveva tre ripartimenti, un archivio cen- 
trale, una controlleria, una vedoria e contadorìa, una tesoreria, 
una tappezzeria e una biblioteca privata. Era direttore della 
biblioteca il marchese Imperiale di Francavilla ; capo della tap- 
pezzeria, il barone Falco il quale, essendo morto il 23 maggio 
del 1859, si disse ucciso dal dolore par la fine del Re che il giorno 
avanti era spirato. Gli successe il signor Francesco Oli. Era te- 
soriere il conte Forcella ; vedere, don Ferdinando Scaglione ; con- 
trollore, don Antonio Fava; archivista, don Raffaele Benedetti 
e capi di ripartimento, Cheli e Rossi. 

Sopraintende>va a tutti, nella sua qualità di maggiordoma 
maggiore, il principe di Bisignano. Erano medici di Corte, Ro- 
sati, Ramaglia e De Lisi e chirurgo, don Niccola Melorio; av- 
vocati di Casa Reale, Magliano ed Arpico ; avvocato consulente, 
Antonio Starace; architetti. Persico, Puglia, Genovese, Zecche- 



- liO - 

telli e Giordano ; direttore del museo borbonico, il principe di 
San Giorgio, don Domenico Spinelli ; controllore dello stesso mu- 
seo, Bernardo Quaranta ; architetto degli scavi di Pompei, Geno- 
vese ; degli scavi d'Ercolano, Bonucci ; dell'anfiteatro di Pozzuo- 
li, Michele Ruggiero ; dell'anfiteatro Campano e tempio di Pesto, 
Rizzi. Era prefetto della real biblioteca borbonica l'abate Sel- 
vaggi e presidente della giunta di detta biblioteca, l'abate Giu- 
stino Quadrari, valoroso grecista, nativo di San Donato Val di 
Cornino, nel circondario di Sora. 

Confessava il Be monsignor Antonio de Simone, e la re- 
gina, il padre Giovanni Sabelli, liguorino della provincia 
austriaca, tedesco di nascita e di nazionalità, benché di co- 
gnome italiano e discepolo del beato Clemente Hofbauer, li- 
guorino e propagatore del suo Ordine in Europa. Del prin- 
cipe ereditario era cappellano don Domenico d' Elia ; confes- 
sore, monsignor Filippo Gallo ; primo istruttore, il retroammi- 
raglio don Giovanni Antonio della Spina, e secondo istruttore, 
il brigadiere del genio, Francesco Ferrari. Il brigadiere Nicla 
di artiglieria, il colonnello Cappotta, il maggiore Galasso, il 
capitano Francesco Giannico del genio, e il tenente colonnello 
Presti erano gì' istruttori dei principi secondogeniti, ai quali, co- 
me al duca di Calabria, aveva insegnato il catechismo e l'abe- 
cedario lo scolopio padre Pompeo Vita, di Torre Santa Susanna, 
che restò in Corte per imjìartire lo stesso insegnamento alle 
principesse e ai piccoli principi, sino al novembre del 1857. In 
quel tempo impazzì e fu sostituito da un altro scolopio pugliese, 
il padre Niccola Borrelli, di Foggia. Non è immaginabile quale 
influenza esercitasse il padre Pompeo in Corte, ne quella che vi 
esercitò, forse maggiore, sótto il regno di Francesco II, il padre 
Borrelli. Avevano indole affatto diversa questi due figli del 
Calasanzio. Il padre Pompeo, detto di San Carlo alle Mortelle, 
perchè già rettore di quel collegio, era uomo di strani scrupoli, 
per cui cadde su lui la maggior parte di responsabilità, circa la 
prima educazione del duca di Calabria. Si affermò che egli avesse 
-carezzata nell'erede della Corona la materna tendenza asce- 
tica, ed esagerato in lui il senso istintivo della rassegnazione, 
di dispregio delle pompe e di avversione alle donne, per cui 
Francesco II fu prima un Be e poi un pretendente cosi diverso 
da, tutti gli altri principi e pretendenti della terra. Despicere 



- IH - 

terrena et amare coelestia, fu il precipuo insegnamento del pa- 
dre Pompeo, in cui gli scrupoli erano tanto inverosimili, che 
non si credevano sinceri, ma invece ispirati dal desiderio di 
entrare sempre di più nelle grazie del Re, sul quale eser- 
citò, senza parere, una grande influenza, riuscendo a salvare 
agli scolopii i due collegi di Napoli, San Carlo alle Mortelle e 
San Carlo all'Arena, e i collegi di Chieti, di Catanzaro, di Mon- 
teleone, di Avellino, di Maddaloni, di Campobasso, che i gesuiti 
volevano a qualunque costo. Egli era una potenza in Corte, 
e quando impazzi, si disse causa della pazzia il rimorso di avere, 
per conto della Regina, inebetito il principe ereditario con gli 
scrupoli e le paure religiose. Ma se di tanto non era capace, 
certo i risultati della sua influenza sul principe ereditario furono 
nefasti. Gli scolopii, i quali ritengono il padre Pompeo Vita, 
morto nel 1863, per un luminare dell'Ordine loro, ne difèndono 
la memoria. 

Altro uomo, altro frate, altro educatore fu il padre Borrelli. 
Rettore del collegio di Maddaloni quando venne chiamato a suc- 
cedere al padre Pompeo, era stato professore a San Carlo delle 
Mortelle, dove aveva avuto, tra i suoi primi discepoli, Ruggiero 
Bonghi; e poi al collegio del Nazzareno a Roma. Era piccolo 
e tozzo, colore bruno, occhi grandi e sporgenti, punto bello, ma 
piacevolissimo, allegrone e uomo di mondo. Scriveva versi e 
portava gli occhiali. Era stato giobertiano sint) al 1848, e gli 
era rimasta per Gioberti una costante devozione, benché, pur 
seguitando ad amarlo in segreto, non lo nominasse mai in pub- 
blico. Ebbe in Corte una posizione invidiata. Ferdinando II 
si fidava di lui e celiava e barzellettava con lui, ma nei do- 
vuti limiti; il duca di Calabria gli si affezionò tanto, che non 
dava alcun passo senza il suo consiglio ; e le principesse e 1 
piccoli principi lo amavano e scherzavano con lui, felicissimi di 
essersi sottratti all'incubo del padre Pompeo. Se narrerò un 
giorno la dimora della Corte di Napoli a Roma dal 1861 al 1870, 
il padre Borrelli avrà una pagina forse indimenticabile. 

Questi due scolopii di Puglia ebbero dunque, successiva- 
mente, una parte importante nella Corte, come l'Ordine loro 
l'ebbe nel Regno. Gli scolopii erano in realtà più potenti dei 
gesuiti ; e Ferdinando II li amava e li aveva ammessi nell' inti- 
mità, affidando loro la prima educazione e istruzione dei suoi 



— 112 — 

figli. La Puglia dava il maggior contingente a quest'Ordine, 
Oltre al padre Pompeo e al padre Borrelli, erano pugliesi e bene- 
meriti dell'insegnamento, il padre Trincucci, intimo di Vito 
Fornari, il padre Ferretti di Oria, il padre Nisio di Molfetta, il 
padre Leonetti di Andria, allora giovanissimo e che morì ret- 
tore del collegio del Nazzareno a E-oma, e i padri Bruno e Cam- 
panella di Gioia, Nitti di Triggiano, Cericola di Foggia, Came- 
rino di Ruvo e i fratelli Della Corte, il maggiore dei quali 
reggeva il collegio di Francavilla Fontana. Questo collegio 
contava più centinaia di alunni interni, la maggior parte di 
Puglia e di Basilicata, ai quali s' impartiva un insegnamento piut- 
tosto largo, dati i tempi. Gli scolopii avevano collegi di novizi! 
a Campi Salentino e a Galatina. Tanto il padre Pompeo clie 
il padre Borrelli erano di umilissima origine, e il padre Borrelli, 
figlio di un mandriano, era stato protetto dal Santaugelo, inten- 
dente di Foggia che lo fece educare nelle Scuole Pie. 

Nel 1852 vennero riformate e distinte le due Consulte dei 
reali domini! di là e di qua dal Faro. La prima, composta di 
un presidente e di sette consultori siculi, risedeva a Palermo nel 
palazzo Yillafranca; la seconda, formata da un presidente che 
era il ministro o il direttore di grazia e giustizia prò tempore, 
di un vice-presidente e di quindici consultori, risedeva a Napoli, 
nel palazzo della Solitaria. Avevano uffizio semplicemente con- 
sultivo negli affari, che al E-e piacesse loro sommettere. Si di- 
stinguevano in quattro commissioni : per la giustizia e le cose 
ecclesiastiche, per le finanze e gli affari interni, per lo regie 
prerogative di grazia e per i conflitti di giurisdizione tra l' auto- 
rità giudiziaria e l' amministrativa. C'erano de! relatori o, come 
si direbbe oggi, referendari!, nominati mercè pubblico concor- 
so. Ciascun relatore doveva avere di suo la rendita di duecento 
ducati, ma bastava una semplice dichiarazione di assegno, fatta 
dal padre o da chi per esso. Dopo cinque anni di assiduo ser- 
vizio, si apriva ai relatori l' alta carriera giudiziaria o ammini- 
strativa, ma soprattutto amministrativa, perchè il maggior con- 
tingente alla carriera giudiziaria era dato dall'alunnato di giu- 
risprudenza, altra istituzione ch& va ricordata con onore. Pre- 
sedeva la Consulta napoletana il Pionati, direttore di grazia e 
giustizia con referenda e firma; e di fatto, il vicepresidente 



- 113 — 

Nicoola Moresca, duca di Serracapriola. Avevano maggior fama, 
tra i consultori, don Francesco Gamboa, dotto e solenne ; il ba- 
rone Cesidio Bonanni, Emilio Caponiazza, Tito Bemi, Roberto 
Setti e anche Filippo Carrillo, benché fosse stato zelante racco- 
glitore di firme per l'abolizione dello Statuto; anzi si ricor- 
dava una scena clamorosa avvenuta tra lui e l'Agresti, procu- 
ratore generale della Corte Suprema. Carrillo presentò la peti- 
zione agli alunni di giurisprudenza, che prestavano servizio alla 
Corte Suprema. Questi risposero ohe non avrebbero firmato, 
senza un ordine del procuratore generale. L'Agresti coraggio- 
samente li lodò e rimproverò il Carrillo, ma perdette le grazie 
del Re e non fu più invitato a Corte. Neppure i consultori di 
Stato ed i relatori firmarono quella petizione. Il duca di Serraca- 
priola, che aveva sottoscritto lo Statuto, quale presidente del Con- 
siglio, ne parlò al Re e questi gli die ragione! Monsignor 
Salzano era succeduto ùella Consulta a quel bonario monsignor 
Giuseppe Maria Mazzetti, il quale, predecessore del Capomazza 
nella sopraintendenza di pubblica istruzione, aveva riordinati gli 
studii superiori prima del 1848. Pochi oggi ricordano questo vec- 
chio gioviale ed arguto, che fu in gioventù frate e amico dell'a- 
bate Galiani suo conterraneo, e mori a ottant' anni nel 1860 col 
titolo di monsignore. Gli era succeduto, dunque, monsignor Mi- 
chele Salzano, il quale non aveva la cultura, ne l'animo gentile e 
signorile del Mazzetti. Il Salzano era domenicano, e fu da mon- 
signor Code proposto al Re per consultore. ì*redicatore più ver- 
boso che facondo e decano del collegio dei teologi ; scrittore di 
diritto canonico e di storia ecclesiastica ; panegirista e polemista, 
e napoletano nel più ampio e volgar senso della parola, egli fu 
vescovo e arcivescovo titolare prelato domestico, accademico, 
cavaliere di più ordini, confessore di monache e, dopo il 1860, 
tenne a Napoli finché visse le veci di nunzio pontificio, d'ac- 
cordo fra la Santa Sede e l' ex Re, per cui non ei concedeva di- 
gnità episcopale nell' antico Regno, senza sua proposta o bene- 
placito. Non andò immune da sospetti simoniaci. Morì vecchio, 
nel 1890, lasciando una fortuna. Era ghiotto di dolciumi, di 
maccheroni, di gelati, che chiamava 'o stracchino e di ogni altro 
cibo napoletano ; delle sue ghiottonerie non faceva mistero, accet- 
tava pranzi, e nell' insieme aveva qualche cosa di pulcinellesco. 
Fu lui che pronunziò in Santa Chiara l' elogio di Ferdinando II, 

Db Cesare, La fine di un Regno • Voi. I. 8 



— 114 — 

praesente cadavere. Coi nuovi tempi perde l' ufficio, e temendo, 
paurosissimo com'era, d'essere arrestato, emigrò in Francia ; tornò 
e dal nuovo governo non ebbe molestie, ne limitazioni all' eser- 
cizio dei tanti inoaricbi, lucrosi tutti, ottenuti dalla Santa Sede. 
Una parte del mondo guelfo e legittimista di Napoli lo dete- 
stava, e il padre Ourci ne discorreva con profondo disprezzo. 
Morì a Nocera dei Pagani, e alcuni minuti prima di esalare lo 
spirito, disse forte a coloro che lo assistevano: "ilfe dispiace 
sulo ca so venuto a muri mmiez'e pastenache „ . ^ Ferdinando II ne 
aveva stima, ma ne stava in guardia; e quando alla Consulta 
gli dava la parola, diceva sempre : " Munsignò, jdmm'a franche „ . ^ 
Tra i consultori, sedevano, come ho detto, il Gamboa e il 
Bonanni. Il primo fu per tre mesi ministro di Francesco XI; 
il secondo, ministro di grazia e giustizia nel primo gabinetto 
costituzionale del 1848, tenne aperto il libro dei Vangeli, sul 
quale Ferdinando II posò la mano giurando fede alla Costi- 
tuzione. Quando si cominciò a parlare di abolizione dello Sta- 
tuto, il consultore Bonanni al giovane relatore Giuseppe Co- 
lucoi, che gli manifestava i suoi timori, rispondeva: ''''Hanno 
da tagliare queste mani, prima di abolire la Costituzione j, , ri- 
cordando il fatto di aver lui tenuto il libro degli Evangeli 
in quel memorabile giorno. Ebbe ragione. Le sue mani non 
furono tagliate, perchè la Costituzione non venne mai abolita. 
Restò abolita di fatto sopra richiesta dei sudditi ! Il Bonanni era 
abruzzese, come il Corsi e il Betti. Questi, nativo di Vasto, 
aveva fama di liberale, perchè amicissimo di Pier Silvestro 
Leopardi e perchè a Beggio, dove fu intendente, lasciò buon 
nome e larghe simpatie tra i liberali, fra i quali lo avvi- 
cinarono Casimiro de Lieto e Agostino Plutino. Il consultore 
Lotti era stato intendente a Foggia e il principe Capece Zurlo, a 
Caserta, anzi si trovava a Caserta quando fu aperta la ferrovia 
che uni il Beai sito a Napoli. Il figlio del consultore Lotti sposò 
una signorina Friozzi dei principi di Cariati e fu, col titolo di 
conte di Oppido, elegantissimo nella società napoletana. 

La Consulta aveva nel campo amministrativo la stessa alta 



' Mi dispiace solo di essere venuto a morire in mezzo alle pastinache , 
ricordando che la terra di Nocera n'è feracissima. 

* Frase dialettale, ohe vuol dire: non ci canzoniamo a vicenda. 



— 116 — 

reputazione della Corte Suprema nel campo giudiziario. Se 
in questa facevan utile tirocinio gli alunni di giurisprudenza, 
alla Consulta vi erano i relatori che uscivano, ordinariamente, 
consiglieri d'intendenza o sottointendenti. Se l'alunnato di giu- 
risprudenza produsse magistrati come Talamo, Capomazza, Gian- 
nuzzi-Savelli, Nunziante, Bussola, De Marinis, Ciampa e tanti, 
che onorarono e alcuni ancora onorano la magistratura napo- 
letana, la Consulta die amministratori come Giuseppe Colucci 
e Gaetano Cammarota, e magistrati come Vincenzo Calenda 
e Luciano Ciollaro. Nel 1855 erano relatori, tra gli altri, Gae- 
tano Pacces, oggi prefetto in ritiro; Vincenzo Calenda, procu- 
ratore generale della Cassazione di Napoli e il fratello Andrea, 
già prefetto di Roma. Colucci e Cammarota uscirono nel 1862 
sottointendenti il primo, a Cittaducale, e il secondo, a Gerace. 
Dalla Consulta usci pure Mariano Englen, governatore di Sa- 
lerno nel 1860, poi consigliere d' Appello di Napoli, il quale ebbe 
nel 1870 un quarto d'ora di celebrità, perchè, presentandosi 
candidato nel primo collegio di Napoli, contro l'ex sindaco Gu- 
glielmo Capitelli, cambiò partito, passando da destra a sinistra e 
il passaggio tentò giustificare con un opuscolo intitolato : Trasibulo 
in Italia. Era, del resto, un brav'uomo. 

Aggiunto alla Consulta esisteva un ufficio speciale per la con- 
cessione del regio exequatur sulle bolle di Roma, anzi sulle carte 
di Roma, come si diceva in linguaggio ufficiale. Delegato a tale 
uffizio era, per le provincie napoletane, il Capomazza e per la 
Sicilia, Michele Muccio, presidente della Corte Suprema di Pa- 
lermo. Sulle carte di Roma don Emilio portava tutta la sua 
tanucciana diligenza. In quegli anni non fu consumata e nep- 
pur tentata alcuna usurpazione dalla Curia romana. Il Re 
non recedeva dai suoi diritti, sanciti dal Concordato. Rispet- 
tava il Papa; l'ospitò largamente a Gaeta, a Napoli e a Por- 
tici ; fece la famosa e poco gloriosa spedizione negli Stati della 
Chiesa ; andò, nel luglio del 1866, a Porto d'Anzio, dove Pio IX 
era a villeggiare, conducendovi il principe ereditario, ma nulla 
di più. I vescovi li sceglieva lui, baciava loro la mano, ma 
dovevano essere ecclesiastici di sua fiducia. Il regio patro- 
nato non era per Ferdinando II una cosa da burla e la mag- 
gior parte delle diocesi di tutto il Regno, più di cento, te- 
nendo conto delle prelature nullitis, erano di regio patronato. 



- 116 - 

Parlando di Roma, egli soleva dire : " Col Papa, patti chiari e 
amici cari „ . 

Sopravvivono pochissimi degli arcivescovi e vescovi di que- 
gli anni. La morte lia largamente mietuto nel campo ecclesia- 
stico. Monsignor Rossini, arcivescovo di Acerenza e Matera, 
morì qualche anno fa, decrepito, a Molfetta, dopo che la San- 
ta Sede avevalo privato del governo effettivo della diocesi. 
Il celebre monsignor Di Giacomo, di Piedimonte d'Alife, mo- 
ri anch'egli, quasi novantenne, a Napoli nel 1878. Fu creato 
senatore nel 1863 e frequentò, nei primi anni, il Senato; ma 
incorse nelle ire di Roma che gli die un coadiutore, da lui non 
chiesto. Morto fra Luigi Filippi, vescovo di Aquila, un france- 
scano pieno di ardore evangelico e di liberi sensi, e morti i car- 
dinali che erano a capo delle tre diocesi più importanti, cioè: 
Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, don Giuseppe Co- 
senza, arcivescovo di Oapua, ricordato con onore anche dal Set- 
tembrini e il buon Carafa di Traetto, arcivescovo di Bene- 
vento. Il primo e l'ultimo morirono a Napoli, e il secondo 
nel 1863 a Capua, pianto come un padre. Tra i pastori di mag- 
giore notorietà, ricordo, oltre a monsignor Di Giacomo di 
Piedimonte, monsignor Olary, arcivescovo di Bari, al quale 
successe monsignor Pedicini; monsignor Apuzzo di Sorrento, 
che più tardi successe al Capomazza come revisore e mori 
cardinale e arcivescovo di Capua ; monsignor Zelo di Aversa, che 
si disse aver ottenuto il vescovato per simonia. Alla bontà inef- 
fabile di monsignor Di Giacomo faceva strano contrasto, nella 
etessa provincia, monsignor Montieri di Sora, infatuato di asso- 
lutismo, zelante persecutore di liberali, amico personale del Re ; 
e, benché non fosse vecchio, sempre tra la vita e la morte. Era 
emottoico. Contrastavano in Terra di Bari i vescovi di An- 
dria e di Conversano: un fanatico rude, come monsignor Lon- 
gobardi, e uno spirito veramente apostolico e signore, se non 
di nascita, di maniere, come monsignor Mucedola, il quale non 
volle firmare la petizione per l'abolizione dello Statuto. Chia- 
mato nel giugno del 1851 ad audiendam veròum^ in Napoli, vi 
andò senza paura. Vide prima il Peccheneda e poi, a Caserta, il 
Re. All'uno e all'altro disse che non aveva firmato quel docu- 
mento, avendo giurata la Costituzione, ma lasciava liberi i suoi 



- 117 - 

preti di firmarlo, essendo un affare che riguardava la loro co- 
scienza. Il Re non seppe che rispondere a un ragionamento 
cosi logico, e parve anzi che approvasse la condotta del vesco- 
vo ; ma quando questi fu andato via, si racconta che dicesse : 
" Vi che mme fa 'o parrucchiano 'e san Paulo / „ ^ Il Mucedola era 
parroco di San Paolo presso Sansevero, quando fu assunto al 
vescovado per il favore del marchese Lagreca di quella terra, 
lontano parente dei Lagreca di Polignano a mare. Il Ke se la 
legò al dito e monsignor Mucedola fu dei pochissimi, che non 
ebbero mai onorificenze ; anzi nel 1859, in occasione del matri- 
monio del principe ereditario, avendo assistito in Bari alla be- 
nedizione nuziale con gli altri vescovi della provincia, fu il 
solo, tra questi, non decorato della croce di Francesco I. Erano 
anche miti pastori il De Bianchi, arcivescovo di Trani, e il Gruida, 
vescovo di Molfetta. 

Contrastavano in Terra d'Otranto monsignor D'Avanzo a Ca- 
stellaneta, prepotente, violento, quasi birre in paonazzo, morto 
cardinale e vescovo di Teano, e quel buon monsignor Caputo di 
Lecce; e contrastavano in Basilicata monsignor Di Macco, ar- 
civescovo di Matera e Acerenza, che Ferdinando II chiamava, 
per ironia, il Ghibellino, e monsignor Acciardi, vescovo di Tursi 
e Anglona, famoso per il suo spirito reazionario e poliziesco. 
Monsignor Di Macco, nativo di Graeta, molto si adoperò a bene- 
ficio dei perseguitati politici e non sottoscrisse, neppur lui, la 
petizione per abolire lo Statuto. Mite e non del tutto avverso al 
progresso civile, era monsignor Pieramico, vescovo di Potenza. 
E contrastavano in Capitanata monsignor Taglialatela, vescovo 
di Manfredonia, sapiente prelato, e monsignor Javarone, vescovo 
di Candela e Cerignola, già confessore del Re, terrore dei laici, 
inframmettente e intransigente. Egli stesso confessava i semi- 
naristi per sorprenderne alcuni segreti e incuteva tanta paura, 
che il seminario si chiuse, perchè nessuno volle più andarvi. 
Monsignor Javarone morì nel 1855 e gli successe monsignor 
Todisco Grande, non carne, né pesce. Due prelati di Andria 
occupavano le diocesi di Foggia e di Lucerà: monsignor Fra- 
scoUa, la prima e monsignor Jannuzzi, la seconda; amendue 
devotissimi al Re, ma d'indole diversa, perchè Jannuzzi era 



Vedi che mi fa il parroco di San Paolo ! 



- 118 — 

mite e aveva rigori più apparenti che reali, o monsignor Fra- 
scolla, rigorista non da burla, aveva una dose di fanatismo, per 
cui ebbe condanna di carcere e multa nei primi tempi del nuovo 
regime. Monsignor Jannuzzi era succeduto in Lucerà a mon- 
signor Portanova. Aveva un vicario, certo Castrucci, il quale 
die motivo di pubblico scandalo per la tresca con una donna 
della diocesi, che il vescovo fece poi sposare al suo cameriere, 
allontanando, quando l'opinione pubblica glielo impose, il troppo 
caldo vicario. Monsignor Jannuzzi, che apparteneva a ricca e 
civile famiglia, fu debole coi sacerdoti audaci e forte coi deboli, 
fino al punto da far arrestare dalla gendarmeria a cavallo, appo- 
sitamente chiamata da Foggia, quattro sacerdoti della collegiata 
di San Domenico, ohe si erano messi in urto con lui e col capitolo, 
per certi privilegi che vantavano. Li fece tradurre nelle carceri 
di Foggia. Ma in fondo era buono e generoso, e tutte le sue 
entrate impiegava a vantaggio della chiesa. Rifece il seminario, 
chiamandovi professori egregi, ma odiava i liberali, ne volle mai 
interporre i suoi buoni uffici a favor loro, anzi sopravvive in 
Lucerà una sua frase: "ie mando a TremìH „. 

Del resto, tranne pochi fanatici, i vescovi non facevano pò-- 
litica, benché giurassero di rivelare all' autorità tutti coloro, che 
erano ritenuti pericolosi alla sicurezza dello Stato. Sisto Riaria 
Sforza era molto amato per il suo zelo di pastore e l'esemplare 
costume. Fu vero apostolo di carità nel colera del 1854 a Napoli. 
Cortese, generoso, uomo di governo e, all'occorrenza, arguto senza 
volgarità. Ricordo un aneddoto. Il municipio di Napoli ha il pa- 
tronato della cappella di San Gennaro in duomo, e il sindaco è pre- 
sidente della commissione, detta del Tesoro. In alcuni giorni di 
funzioni solenni, il sindaco si reca alla cappella, e prima sale dal 
cardinale arcivescovo, per andarvi insieme. Quando Guglielmo 
Capitelli fu sindaco di Napoli, la prima volta che andò dal Riario 
Sforza, per tale cerimonia, vi giunse in ritardo e, nell'inchinare 
il cardinale, sdrucciolò sul pavimento e stette per cadere. Ria- 
rio Sforza lo sorresse con le mani che aveva bellissime, e sor- 
ridendo gli disse : ^ È un municipio vacillante „ ; e il Capitelli, 
pronto: ^ Forse, ma la Chiesa lo sorregge j^. Riario Sforza mori 
nel 1877. 

Abate di Montecassino era don Michelangelo Ceiosia, oggi 
cardinale e arcivescovo di Palermo; don Onofrio Granata era 



— 119 - 

abate di Cava; don Gioacchino Cestari, di Montevergine', monsi- 
gnor Elia, gran priore di San Nicola di Bari, e monsignor Falconi, 
arciprete mitrato di Acquaviva e Altamura. 

Ma, tra gli alti ecclesiastici, il nome che, per una serie di 
casi, venne più ripetuto e discusso, fu veramente quello di mon- 
signor Niccola Caputo, vescovo di Lecce, nobile napoletano di 
famiglia marchesale, ora estinta nei Palamolla, perchè l'unica sua 
sorella, marchesa di Cerveto, sposò quel Biagio Palamolla, marche- 
se di Poppano, che ospitò, come si è detto, Ferdinando II a Torra- 
ca nel 1862. Vescovo fin dal 1818, egli era quasi decrepito. Lo 
amavano i suoi figliani per la inesauribile bontà. Liberaleg- 
giò nel 1848, come liberaleggiarono quasi tutti i vescovi del 
Regno, e quando infieri la reazione, non imitò il D'Avanzo, ne 
il Montieri, ne il Longobardi. A Lecce era intendente un fanatico 
in politica, ma personalmente retto, il Sozi Carafa. per o- 
pera dell'intendente, o per denunzie pervenute in Corte, mon- 
signor Caputo fu chiamato dal Re e tradotto, si disse, tra i 
gendarmi, fino a Capua, dove il Re lo ricevette per ammonirlo 
severamente, presente il cardinal Cosenza. Gli scrittori di Corte 
stamparono che il Re avesse chiamato monsignor Caputo per ac- 
certarsi de vÌ8U delle sue condizioni di salute e giudicare se 
fosse il caso di dargli un coadiutore. Cosi affermò, tra gli altri, 
monsignor Salzano, testimone assai sospetto. 

Nei suoi confronti fra i bilanci sardi e napoletani^ esaminan- 
do gli affari ecclesiastici di Napoli, Antonio Scialoja, dopo aver 
notato che l'alto clero si era mostrato poco propenso alle novità 
politiche, concludeva : " Scrivendo queste parole, mi corre alla 
mente il nome d'un personaggio eh' io non conosco, ma che fuori 
e dentro il Regno ho cento volte udito ricordare con riconoscen- 
za e con affetto : il nome di monsignor Caputo, vescovo di Lec- 
ce. Questo vecchio venerando non è stato neppur lui esente 
da violenze politiche; e sebbene estraneo alle passioni del mon- 
do e vero ministro del Vangelo, fu tratto come prigione tra 
gendarmi da Lecce sino a Napoli, e condotto al cospetto del 
principe, per giustificarsi non saprei di qual colpa, se non fosse 
quella d'essere un santo vescovo ed un uomo dabbene. La 
fronte serena e solcata dagli anni, il viso aperto, l'aspetto umile 
ad un tempo ed imponente dell'onesto uomo oltraggiato, e quella 



- 120 - 

purità di coscienza die rende sicura la voce e calmo e pacato 
lo stesso sdegno dell'anima, dicesi, che gli facesse cadere a' 
piedi chi pretendeva di giudicarlo. Fossero meno rari i vesco- 
vi come il Caputo ! „ 

Queste lodi irritarono in sommo grado il Re, e fa obbligato 
l'ottantenne vescovo a scrivere o a sottoscrivere questa strana 
lettera da lui diretta a monsignor Salzano. Eccola nella sua 
integrità: " Monsignor don Vincenzo Lotti mi onorò de' vostri 
saluti, e mi disse che mendacio sul mio conto in Piemonte erasi 
scritto. Ne sono oltremodo addolorato : è un vilipendio per me 
essere sulle labbra di ohi si parla sbrigliatamente ; e voglio che 
questa mia indignazione sia solenne. Nulla ho di comune con 
uomo senza verecondia. Sia pure a me da Voi compartito que- 
sto favore; la mia canizie invoca la verità che l'orni e la co- 
roni, non il mendacio. E poteva per me darsi nel giugno e 
luglio 1866 un Sovrano più caro di Ferdinando II, anzi di vero 
amico ? Sì, il mio Padrone e Re in quella mia avventura fece 
con me quel che il vero amico sappia fare. Sono, monsignor 
mio, commosso a tap.te nequizie impudenti colà in Piemonte „ . 
Il faceto Salzano si servì di questa lettera, pubblicandola 
trionfalmente nella confutazione eh' egli fece dello Scialoja, 
ma i maligni asserirono che la lettera l'avesse scritta egli stesso, 
e mandata a firmare al Caputo. E n'era capace. 



CAPITOLO VII 



Sommario : I giornali — Loro forma e contenuto — I giornali comiaeroiali e il 
Giornale delle Due Sicilie — h^Omnibus — Verità e Bugie — Il Nomade — 
Il Diorama — L'Epoca — Le Rivisto — Gli epigrammi e gli epigrammisti — 
Genova, Caccavone, D'Urso e Proto — Vincenzo Torelli e l'attentato con- 
tro dì lui — Jj' Iride e il Secolo XIX — Giornali minori — Lo polemiche 
letterarie -^ Duello fra Cammillo Caracciolo e Luigi Indolii — Le Strenne — 
Poeti e poetesse — I Teatri — Il San Carlo e il Fondo — I maggiori spet- 
tacoli di quegli anni — Giuseppe Verdi citato in tribunale — Verdi e 
la Penco — I Fiorentini e Adamo Alberti — La compagnia dei Fioren- 
tini — Lo Sadowski, Majeroni, Bozzo e Taddei — Povertà degli allestimenti 
scenici — La Saffo e la Gaspara Stampa — La Fenice, il San Carlino e il 
Sebeto — I filodrammatici — I teatrini di casa Lucchesi Palli e Proto 
Cicooni — La Stella di Mantova al teatro del conte di Siracusa — Inte- 
ressanti particolari — Un motto del Ee — I filodrammatici superstiti — 
Un dono da gran signore. 

Il tipo del giornale napoletano, in quegli anni, fa quasi esclu- 
sivamente letterario e la maggior parte l' occupavano i teatri. Il 
giornale era la sola palestra che si presentava ai giovani, desi- 
derosi di salire in fama. Non mancavano buoni articoli di scienza 
e recensioni di nuovi libri, polemiche e critiche fatte con garbo. 
Abbondavano le sciarade, le epigrafi, gli epigrammi, le poesie e 
le necrologie. Di crona ca locale neppur l' ombra, e la politica con- 
finata tra fatti e cose diverse, o diluita in riviste settimanali ohe 
illustravano gli avvenimenti del Giappone e degli Stati Uniti, 
o riferivano senza commenti, quando ne avevano il permesso dalla 
polizia, le notizie ufficiali del Regno e degli altri Stati d' Italia : 
questi ultimi nella rubrica " estero „ . Di politica intema, cioè 
delle notizie politiche del Regno, i giornali non potevano par- 
lare altrimenti, che riproducendo quelle nubblicate dal giornale 



— 122 — 

ufficiale, anzi, secondo il suo proprio nome. Giornale del Regno 
delle Due Sicilie. Qaetano Galdi e Vincenzo de Cristofaro, di- 
rettori, il primo del Nomade e il secondo dell' JJ^oca, erano im- 
piegati al ministero dell'interno e Vincenzo Torelli, direttore 
àeW Omnibus, godeva la fiducia della revisione, ed erano perciò 
i eoli autorizzati a riprodurre le notizie politiclie dal foglio uffi- 
ciale. La revisione verificava sulle bozze se la riproduzione fosse 
letteralmente esatta. Una breve rivista commerciale registrava, 
nei maggiori giornali, il corso della rendita, la quale nel 1856 si 
elevò fino a 118 e mezzo, nonché i prezzi degli olii, dei cereali e 
delle mandorle, soli prodotti ohe si negoziassero in Borsa. Una 
completa rivista commerciale era solo pubblicata dal Gior- 
nale del Commercio, che usciva il mercoldi e il sabato ed era di- 
retto da don Benedetto Altamura, fratello di quel don Michele 
che collaborò, dopo il 1860, in giornali politici retrivi e, pove^ 
rissimo, fini correttore del Piccolo e della Nuova Patria, dopo 
essere stato direttore del Cattolico, che si stampava sotto la prote- 
zione del commissario Maddaloni. Altro foglio industriale e 
commerciale veniva fuori in francese, tre volte la settimana ; lo 
fondò e diresse Carlo Palizzi e aveva per titolo l' Indicafeur. V'e- 
rano indicati gli arrivi e le partenze dei viaggiatori, gli alber- 
ghi e gli appartamenti da appigionare, ed a queste notizie segui- 
vano cenni molto eommarii sulle industrie e i commerci del 
Regno. 

Nel 1868 gli articoli di politica estera, maturando i nuovi 
tempi, cominciarono ad essere tenuti in maggior conto, e anoh& 
meglio scritti. Delle cose italiane si occupavano colla massima 
prudenza sì, ma con maggiore diffusione : però sulle cose di pro- 
vincia s'indugiavano poco o nulla. Della corrispondenza dalle 
Provincie, come s'intendo oggi, con tutte le volgarità, piccinerie 
e vanità inerenti, neppur l' ombra. Solo delle città, che avevano 
un teatro, si riportava qualche corrispondenza laudativa degli 
artisti abbonati, o recante notizie degli esami o saggi, nei licei 
regi, coi nomi dei giovanetti premiati. 

Nessun giornale era quotidiano, tranne il foglio ufficiale, che 
però non si pubblicava nelle feste e nelle " grandi gale „ e 
dipendeva dal ministero di polizia. N' era direttore Filippo Scru- 
gli, con onori di uffizialo di carico nel ministero di polizia 
e vi collaboravano Domenico Anzelmi, Enrico Cardone, Ema- 



- 123 - 

nuele Rocco e Giuseppe Portaluppi, i quali erano anche i re- 
visori della polizia. UOmnibus ohe, di tutti 1 fogli del tempo, 
era il meglio redatto ed il più ampio, veniva fuori il mer- 
coledì e il sabato. Stampava in prima pagina le notizie po- 
litiche e, in appendice, romanzi di Francesco Mastriani. Era 
ricco di varietà, di curiosità e di cronaca teatrale, italiana ed 
europea. Fu nel giornale di suo padre che Achille Torelli co- 
minciò a farsi conoscere, pubblicando qualche racconto, ohe 
rivelava l' ingegno eletto del futuro commediografo. Neil' Omni- 
1)U8 avevano già fatte le prime armi Pier Angelo Fiorentino, 
Achille de Lauzióres e Leopoldo Tarantini, che ne fu col To- 
relli il fondatore. 

Ai primi di maggio del 1855 venne fuori V Aurora, ohe por- 
tava in fronte il verso dantesco : 

Dolce color d'orientai zaffiro; 

nel giugno, Viride, col motto: Mille trahens varios adveraa 
sóle colores, e nello stesso mese, il Secolo XIX che prometteva 
di esser quotidiano e non visse che tre mesi, comesi dirà appresso. 
Nel novembre usci il Diorama, che aveva per motto le severe pa- 
role di Seneca: Turpe est aliud loqui, aliud sentire, quanto turpius 
aliud sentire, et aliud scribere. Di tutti questi giornali, il perio- 
dico che aveva un formato giornalisticamente più regolare, e un 
insieme più copioso e vario, era, dopo l' Omnibus, il Nomade. Nel 
secondo sabato di aprile del 1866 si cominciò a pubblicare il 
Giornale dei giornali, sunto di fogli e di riviste, da non con- 
fondersi col Giornale bibliografico delle Due Sicilie, che vide la 
luce nel febbraio dello stesso anno e si pubblicava ogni quin- 
dici giorni, con un supplemento di lettere^ teatri e varietà. Que- 
sti giornali minori vivevano vita breve e ne generavano altri 
più meno simili. La Gazzetta dei Tribunali, la Gazzetta Mu- 
sicale e il Poliorama Pittoresco vivevano quasi clandestinamente, 
e la prima non si vendeva che in un solo caffè di via dei Tri- 
bunalL I giornali non avevano altra diffusione che fra i pro- 
prii abbonati o nei caffè, dove, naturalmente, si leggevano gra- 
tis. Non vendita per le vie e neppure chioschi nelle piazze. 
Ebbero vita più lunga 1' Omnibus, il Nomade, V Iride e il Diora- 
ma,! quali morirono dopo il 1860, ammazzati dai nuovi tempi, 



— 124 — 

che ricliiedevaiio altre energie giornalistiche ; anzi il Diorama 
morì anche prima. Si pubblicava due volte la settimana. 

Nel 1864, alla fine di giugno, nacque Verità e Bugie, gior- 
naletto teatrale e umoristico, che ebbe fortuna, nonostante che 
il suo spirito, non privo qualche volta di finezza, cadesse 
più sovente nelle freddure e nelle volgarità. Lo fondarono 
Niccola Petra, Luigi Coppola e Carlo de Ferrariis, i quali pre- 
sero rispettivamente le sigle di Z, Fé X. Nella terza pagina si 
pubblicavano alcune caricature in litografia, credo del Colonna, 
ma il tentativo non ebbe successo. Dopo poco tempo, Petra e 
De Ferrariis ne uscirono e vi entrò Michelangelo Tancredi, che 
si firmava K, e vi ebbe molta parte. Vi scriveva pure Q-iuseppe 
Eosati, che fu più tardi direttore della Real Casa di Napoli, 
uomo di vivace spirito, figlio di don Franco, primo medico di 
Corte, anzi medico di fiducia di Ferdinando II. Niccola Petra 
era figlio del marchese di Caccavone, ma, pur avendo ingegno 
svegliato, non possedeva la genialità, ne la larga vena umoristica 
del' padre, onde fu dal duca Proto bollato con questo epigramma: 

Perchè fìgliuol tu sei del Caaoavone 
Le tue frottole credi argute e buone; 
Lo spirito non è fìdecommesso : 
Smetti, Nicola mio, tu si no f.... 

Scrisse versi, drammi ed epigrammi, i quali ebbero poca for- 
tuna; studiava diritto col De Biasio, ma il maggior tempo 
consacrava al giuoco. Fu, dopo il 1860, procuratore del Re, que- 
store e prefetto. Visse vita turbolenta e agitata, per mancanza 
di equilibrio morale e si die la morte avvelenandosi, poco più 
che cinquantenne. Il giornaletto Verità e Bugie era une espèce 
de Figaro napolitain^ quelquefdis spirituel, come disse Marco Mou- 
nier. Ai vecchi collaboratori si aggiunse Enrico Cossovich, com- 
missario di marina. Luigi Coppola ne era il proprietario e, col 
Tancredi, lo scrittore principale ; anzi era questi che nella pro- 
duzione vinceva il Coppola, in quel tempo innamorato cotto 
della seconda ballerina di San Carlo, la bella Marina Moro, alla 
quale inneggiava appassionatamente. 

Il giornaletto tìveva in prima pagina, per motto, questi 
versi: 



- 125 - 

Chi batte questa via 
E spine e rose avrà; 
E questa una bugia 
Ed una verità. 

Più ohe come direttore di Verità e Bugie e proprietario di 
un' agenzia di teatri, Luigi Coppola acquistò rinomanza in tutta 
Italia con le sue riviste teatrali, sottoscritte U Pompiere e pub- 
blicate nel Fanfulla. Mori caposezione al ministero dell'istru- 
zione pubblica del Regno d'Italia, e fu insuperato maestro di 
freddure. Uomo di una singolare bontà d'animo, aveva ten- 
denze parsimoniose sino all' avarizia e natura cosi malinconica, 
che sul suo volto olivastro pareva di leggere la passione di Gesù. 
Egli scriveva pure dei corrieri nel Nomade, firmati TiccTdo, i 
quali non mancavano di spirito, ma questo non sempre di buona 
lega. Per far la reclame ai guanti del Bossi, scriveva, per dir- 
ne una : 

Peli e guanti 

Guanti e peli 

Son riparo 

Sotto i geli. 
Guanti e peli, 

Peli e guanti 

Son le glorie 

Degli amanti. 

Neil' ottobre del 1868 si aprirono tre nuove botteghe : in via 
Toledo, la pasticceria D'Albero e il niagazzino di guanti Caridei, 
e a Ghiaia, il caffè Nocera. Coppola ne formò questa sciarada : 

Il mio primier dolcifica 

Ij altro le grinfe asconde, 

Il terzo in un confonde 

Lo zucchero e il caffè. 
E il tutto che cos'è? 

Lo dimandate a me? 

Non posso dir perchè... 

Fra i giornaletti umoristici va ricordato il Palazzo di Cri- 
stallo, fondato nel 1856 da Antonio Capecelatro e da Luigi Zu- 
nica, che poi fu cerimoniere di Corte nel 1860; ma lo scriveva, 
quasi tutto, Giuseppe Orgitano, lo scrittore di maggior vena 
umoristica che abbia avuto Napoli a quei tempi, e che Marco 
Mounier nel suo libro: L'Italie, e' est-elle la terre des mortsì 
chiamò V enfant le plus spirituel du Royaume. Morì segretario 



— 126 — 

al ministero della guerra dopo il 1870, e fu anclie scrittore del 
Fanfulla della prima maniera. Al Palazzo di Cristallo, nel quale 
scrivevano pure il Eosati ed Ernesto del Preite, successe nel 1868 
il Diavolo Zoppo, con caricature. Per due o tre numeri ne fi- 
gurò direttore Achille Torelli, giovanissimo; poi la direzione passò 
a Francesco Mazza Dulcini, ma lo scrittore principale e più fe- 
condo n'era FOrgitano. Il giornale fii soppresso nel 1859 con un 
semplice avvertimento al tipografo, il quale era Emanuele Bocco, 
e con una lavata di testa all'Orgitano, salvato da male maggiore 
per opera di don Felice Marra, suo capo di ripartimento al mi- 
nistero della guerra. Perche fu soppresso ? Il caso merita di es- 
sere ricordato. Si era ai primi giorni del 1859. Il Diavolo 
Zoppo pubblicò, come caricatura, una figura di donna che en- 
trava in una tinozza e sotto vi erano scritti i versi del Petrarca : 

Chiare fresche e dolci acque, 
Ove le belle membra 
Pose colei, cbe sola a me par donna. 

La donna fu creduta un'allusione all'Italia e la tinozza al 
Piemonte. Il revisore non vi aveva veduta questa allusione, ma 
ve la trovò la polizia, onde il giornale fu soppresso e Rocco, re- 
visore e tipografo, la passò brutta. Orgitano scriveva anche nel 
Nomade alcuni corrieri umoristici, sottoscritti Nemo, i quali fa- 
cevano sganasciar dalle risa i numerosi lettori. Egli era stato 
il grande umorista del 1848, col suo, celebre Arlecchino. 

Il 20 marzo 1858, il Nomade pubblicò una vignetta rappre- 
sentante l'attentato contro Napoleone III dinanzi al peristilio 
dell' Opera, la sera del 14 gennaio. Nello stesso numero annun- 
ziava che il giorno 13 marzo. Orsini e Pieri avevano subita la 
pena capitale, e che i capelli di Orsini, rasi prima dell' attentato, 
cominciarono a farsi grigi quando comparve innanzi alla Corte, 
e divennero bianchi pochi giorni prima dell'esecuzione. Scri- 
vevanp in questo foglio giovani di valore. Gaetano Galdi se- 
guitò a dirigerlo fin dopo il 1860. Nel settembre del 1858 lo 
stesso giornale pubblicò una serie di lettere di Luigi Indelli dal 
titolo : Sullo stato presente delle lettere a Napoli, che meritereb- 
bero di esser lette da quanti amino farsi un'idea del movimen- 
to intellettuale in quegli anni. Anche Enrico Pessina vi scri- 
veva articoli, ora di lettere ed ora di scienze. Fra i primi 



— 127 — 

merita speciale ricordo la polemica con Vincenzo Petra, a pro- 
posito della Saffo di Tommaso Arabia; e fra gli altri, un'in- 
teressante recensione sul bel libro di Giacomo Raoioppi: Dei 
principii e dei limiti della statistica. Carlo de Cesare scriveva 
di economia, d' industrie © di letteratura ; Federigo Quercia illu- 
strava i versi di Aleardo Aleardi, che egli defini il poeta del 
secolo XIK, e ne pubblicò il Mónte Circello con una geniale pre- 
fazione. Saverio Baldaccbini scriveva una serie di articoli sul 
poeta inglese Giovanni Keats, e Carlo Tito Dalbono, erudite ©d 
enfatiobe rassegne sulla pittura napoletana, dalla morte del So- 
limena a noi. 

Non vanno dimenticati, fra i giornali d' allora, il Bazar lette- 
rario, diretto da Vincenzo Corsi e pubblicato a dispense; la 
Rondinella, il Truffaldino e le Serate di famiglia, che videro 
la luce nel 1856. Le Serate di famiglia dirette da Raffaele Ghio 
e da Michelangelo Tancredi, pubblicavano articoli di educazione, 
di pedagogia e di amena letteratura. Vissero due anni di vita 
stentata e bersagliata dai revisori, i quali, tra l'altro, un giorno 
cancellarono la parola Italia, annotando: " Quando la finirete 
con questa f... Italia ? „ ; e il titolo di un articolo : La costitu- 
zione di un fanciullo, mutarono in : La conformazione di un fan- 
ciullo. Il Tornese e il Menestrello comparvero nel 1866 ; un anno 
dopo, il Teatro, diretto da Alessandro Avitabile e nel 1858, la 
Babilonia: giornaletti, mezzo teatrali e mezzo umoristici, senza 
importanza e senza lettori. Don Lorenzo Zaccaro, prete cala- 
brese, chiuso più tardi nelle carceri di San Francesco per sup- 
posta complicità nell'attentato di Agesilao Milano, pubblicò 
in quegli anni V Ortodosso, diretto da Giosuè Trisolini, chirurgo 
militare all'ospedale della Trinità, padre di Tito, allora emi- 
grato, che poi fri dei MUle, e di Giovanni, allora giornalista 
teatrale e poi impresario. Come il Nomade e VEpoca, mercè 
le aderenze dei loro direttori avevano ottenuto raccomandazioni 
dal ministero di polizia agl'intendenti per avere degli associati, 
V Ortodosso ne ottenne dal ministero della guerra, ed erano quasi 
tutti militari i suoi lettori, del resto non molti. Una sera si 
discuteva sul significato del suo titolo tra parecchi ufficiali nella 
Casina militare, che aveva sede sulla cantonata tra la discesa 
del Gigante e il largo di Palazzo, e fri sentenziato che ortodosso 
era.... una parola spagnuola! 



— 128 - 

Parecchi scrittori del Nomade e àeW Omnibus uon negavano 
la loro collaborazione, gratuita s'intende, al Diorama, diretto dal- 
lo stesso Antonio Oapecelatro, impiegato al ministero di marina 
poi direttore generale delle poste italiane e che ora, vecchio, vive 
a Napoli in onorato riposo. L'ufficio del Diorama era in piazza 
San Ferdinando, sull'antico caffè d'Europa, in un appartamentino 
interno, sotto l'ufficio àoiV Omnibus^ e \o frequentavano, dopo la 
morte di Ferdinando II, Cammillp Caracciolo, Gaetano Trevisani, 
Raffaele Masi, Saverio Baldacchini, Floriano del Zio, Guglielmo 
Capitelli, Federigo Quercia, Cecchino Vulcano e Luigi Indolii, 
i quali ne erano anche gli scrittori ordinarli. Il Capitelli ha pub- 
blicato, testé, nel suo Excelsior, parecchi ricordi del Diorama, 
che non son tutti. Il Capecelatro era convinto unitario fin 
d'allora e forte giuocatore di scopone^ il quale illustrò con un 
opuscolo ohe levò rumore. Lo scopone era considerato un giuoco 
eminentemente scientifico, e contava glossatori e partigiani fer- 
venti. Don Michele Agresti era uno di questi ultimi, e in casa 
sua si giuocava lo scopone tutte le sere. Egli, grande magi- 
strato per dottrina e probità, avviava i giovani alunni di giuri- 
sprudenza alla scienza dello scopone, persuaso che fosse un utile 
esercizio della mente per calcolare e ragionare. 

Tommasino Arabia e il fratello Francesco Saverio, poeti ed 
avvocati, erano venuti di Calabria e avevano fondato nel 1856 Lo 
Spettatore Napoletano, rivista mensile che durò due anni. Stani- 
slao Gatti dirigeva il Museo di scienze e letteratura, importante 
effemeride, nella quale egli, il valoroso uomo, con Stefano Cu- 
sani e Giambattista Ajello, diffuse le dottrine di Hegel tra gli 
studiosi. Era anche poeta e uomo di società. Dopo il 1860 fu 
consigliere di prefettura e mori prefetto di Benevento. Spi- 
rito colto e sdegnoso, ebbe più ammiratori che amici. Più va- 
ria e completa rivista era il Giambattista Vico, fondata dal conte 
di Siracusa. Si occupava di storia, di filosofia, di matematica, 
di medicina, di archeologia ed economia politica. Usciva ogni 
mese, stampata nitidamente dal libraio Dura. Yi collaboravano 
uomini e giovani chiarissimi nel mondo scientifico e letterario : 
Carlo Troja, i cassinesi Tosti e De Vera, Giuseppe Fiorelli, Sal- 
vatore de Renzi, Carlo de Cesare, Guglielmo Guiscardi, Gae- 
tano Trevisani, Remigio del Grosso, Costantino Baer, Federigo 



- 129 - 

Quercia, Cammillo Minieri-Riccio, Filippo Volpicella, Antonio 
Tari, Giuseppe Ooluoci e altri minori. 

Un'altra effemeride da non dimenticare, fu la Rivista Se- 
bezia, scientifica, letteraria, artistica, fondata da Bruto Fabbri- 
catore. Si pubblicava a dispense e la prima vide la luce nel 
luglio del 1855. Il primo numero, oltre un discorso proemiale, 
conteneva una lettera di adesione di Francesco Orioli, datata da 
Roma il 22 luglio 1855, e poi uno scritto inedito, dettato da 
Cataldo lannelli nel 1816 per Vincenzo Coco, sulla Storia uni- 
versale antica] un lavoro di metodologia di Michele Baldacchini; 
una prolusione di estetica di Paolo Emilio Tulelli ed articoli 
di Degli Uberti, di Giuseppe de Cesare, di T. M. Torricelli, di 
Pietro Balzano. Si chiudeva con buone bibliografìe di Giovanni 
Manna, di Michele Melga e di Bruto Fabbricatore. Oltre i so- 
pracitati vi scrissero in seguito Cammillo Minieri-E-iocio, Enrico 
Pessina, Gaetano Trevisani, Saverio Baldacchini, Agostino Ma- 
gliani, Emmanuele Rocco, Scipione Volpicella e Raffaele d'Am- 
bra. Noto del Magliani una " Lettera critica in cui si parago- 
nano insieme i tre episodii degli amori di Enea e Bidone di Vir- 
gilio, di Ruggiero ed Alcina dell'Ariosto, e di Rinaldo ed Ar- 
mida del Tasso „. Il futuro ministro delle finanze scriveva di 
amori ! Michele Melga, in una lettera da Roma, descrisse un qua- 
dro di Achille Vertunni, esposto in quella mostra di belle arti. 

Il Morgagni era la più importante rivista di medicina, dovuta 
alla giovanile tenacia del valoroso medico Pietro Cavallo di Ca- 
rovigno. Ne figurava come direttore il Ramaglia, che non vi scris- 
se mai nulla. Vi collaboravano Salvatore Tommasi e Cammillo 
de Meis, esuli in Piemonte. Una volta il Tommasi mandò da To- 
rino un articolo in confutazione alle dottrine materialistiche del 
Molesohott. Il revisore Minichini ne soppresse per intero la parte 
espositiva del sistema di Moleschott, premessa all' articolo, e a Pie- 
tro Cavallo che gli osservava di venir meno in tal modo ogni fon- 
damento alla critica del Tommasi, rispose: ^ Eh!, mio caro, l'ho 
tolta, perchè i lettori potrebbero più volentieri invaghirsi della dot- 
trina materialista di Moleschott, anziché della critica del Tommasi j,. 
H Morgagni era stato fondato da Raffaele Maturi, contemporanea- 
mente al Ricoglitore Medico- Cerusico, nei primi giorni del 1855. 
Poco tempo dopo, le due riviste si fusero in una sola col nome 
di Morgagni, e Pietro Cavallo vi portò tutto il concorso del suo 

Da Cbbabb, La fin« di un Regno • Voi. I. 9 



— 130 - 

talento e della sua attività; per cui, in breve, il giornale ebbe 
fortuna. Oltre ai vecchi professori Villanova, Lauro, De Mar- 
tino, Db Sanctis, vi scrivevano altri giovani medici, che più tardi 
vennero in gran fama, come Luigi Amabile, Tommaso Ver nic- 
chi, G-iuseppe Buonomo, Oapozzi, De Orecchio, Tanturri, Olivieri 
e Vizioli. Dopo il 1860, Ramaglia non volle più saperne di 
figurare come direttore e la direzione fu assunta dal Tommasi, 
reduce dall'esilio, e con lui e col Cantani, che furono i due grandi 
medici che abbia avuto Napoli negli ultimi anni, il Morgagni 
divenne una fra le più autorevoli riviste di medicina. 

Nei giornali e nella buojia società fioriva l'epigramma. Si co- 
noscevano tutti l'un l'altro, perchè era un piccolo mondo quello 
ohe pensava, scriveva e si moveva. L'epigramma era uno sfogo 
della naturale arguzia, e un po' anche di malignità, non essendovi 
altro modo di colpire qualcuno, o di flagellare un vizio, che la 
forma epigrammatica, ispirata molte volte da odio personale e 
più sovente dal desiderio di far ridere alle spalle degl' imbecilli 
e dei vanitosi. Filippo Palizzi, rapito non ha guari all'arte di 
cui fu splendida illustrazione, aveva ritratto maravigliosamente 
un tal Rossetti sordo, e Michele Genova disse : 

Questi è Rossetti, esclama ognun rapito ; 
Tal delle tinte è il sovrumano accordo, 
Tutto il pittor gli die, fuorché l'udito, 
Per non opporsi a Dio, che lo fé sordo. 

Ma non era il Genova l' epigrammista più arguto. Tene- 
vano in quel tempo lo scettro dell'epigramma Raffaele Petra, 
più noto sotto il nome di marchese di Caccavone ; Michele d' Urso, 
e Francesco Proto, duca prima dell' Albaneto, poi di Maddalo- 
ni, più conosciuto col nome di duca Proto. Il Petra era capo del 
quinto ripartimento nella direzione generale del Gran Libro ; 
D'Urso era colonnello di marina e fratello di Pietro, mini- 
stro delle finanze, e Proto, deputato nel 1848 fra i più ec- 
cessivi, era andato in esilio e n'era tornato per grazia speciale 
di Ferdinando II. Il Caccavone li vinceva tutti. Più spontaneo, 
più arguto, più fresco nelle immagini, egli conosceva meglio le 
finezze, l'elasticità e i doppii sensi del gergo dialettale. Molti dei 
suoi epigrammi, raccolti da Achille Torelli in un volumetto che 
vide la luce in Napoli nel 1894, si leggono anche oggi con 



— 131 - 

diletto. Se la forma n'è quasi sempre volgare, il pensiero è 
molte volte elevato e, strano a dire, certi suoi epigrammi por- 
nogralici hanno una base morale, perchè mettono in dileggio 
tipi e abitudini meritevoli di riso e di disprezzo. H Oaocavone 
era uno stoico e aveva degli stoici 1* atticità del pensiero e delle 
immagini e le abitudini della vita. I «uoi versi in lingua ita- 
liana sono bellissimi. Non rideva mai, aveva colore terreo, quasi 
cadaverico e la sua cattedra era il ca£fò di Europa. Mori vecchio, 
dopo il 1870. Gli epigrammi di D'Urso e di Proto erano più in- 
giuriosi che spiritosi, e quasi sempre ad hominem. Nessuno di loro 
creò tipi, come Taniello, don Lorenzo, la madre educatrice ; nessu- 
no scrisse epigrammi italiani in bellissimi versi e con immagini 
pure. Privi della naturale festività e obiettività del Oaccavone, 
colpivano determinati individui e rasentavano l'insolenza, e il 
Proto, più stentato ancora del D'Urso, fu fatto segno lui stesso ad 
epigrammi atroci, ad umiliazioni non poche, da parte di quelli 
che egli colpiva, e infine a clamorose bastonate. Gli epigram- 
mi del Proto sono stati raccolti in un volumetto dal Di Giacomo. 
Egli non aveva ingegno, veramente. Era artifizioso e scon- 
torto in ogni sua manifestazione letteraria, retore, invido di 
chiunque si elevasse sulla folla, versipelle in politica e in arte. 
Sfucinavano epigrammi anche Cesare de Sterlick, Vincenzo To- 
relli, Federigo Quercia, Luigi Coppola, Giuseppe Orgitano, Fe- 
derigo Persico, Giuseppe Rosati e Felice Niccolini. Se ne ricor- 
dava uno contro Saverio Baldacchini, attribuito a Giacomo Leo- 
pardi e che diceva : 

Ei le vergini canta, l'evangelo 
Ama, le vecchie .... adora, e la mercede 
DI sua molta vlrtude attende in cielo. 

Se mancavano giornali, come s'intendono oggi, mancavano 
anche i giornalisti. Eran tutti articolisti intermittenti e a rime 
obbligate. Unico giornalista, nel vero senso della parola, fu Vin- 
cenzo Torelli, la cui influenza nel mondo della letteratura e dei 
teatri divenne incontestata. Torelli rappresentava una potenza, 
e la sua casa, prima al palazzo Barbala in via Toledo, e poi in 
piazza San Ferdinando, dove aveva raccolti molti quadri di autori 
antichi e moderni, era un magnifico convegno di letterati, di ar- 
tisti e di quanti uomini di valore vivevano in Napoli o vi ca- 



- 132 - 

pitavano. Era passato qualche anno dal suo arresto, dall'atten-^ 
tato nel carcere di Santa Maria Apparente e dalla sospensio- 
ne del giornale. Su quel misterioso fatto il Torelli non disse mai 
verbo, neppure dopo il 1860. Per la prima volta, recentemente, 
ne lia parlato, con particolari esatti. Pasquale Turiello ; ^ parti- 
colari non esaurienti però, perchè il Turiello non indaga chi 
fosse il cortigiano che avrebbe confidato al Torelli le parole del 
Ee, a proposito della cura idroterapica, e dal Torelli riferite^ 
in una lettera anonima stampata neìV Omnibus, forse per met- 
tere un po' in luce il nome del professore Tartaglia, il quale 
iniziava in Napoli la cura della idroterapia. Il Re aveva detto 
queste innocenti parole " Acqua fresca, miracoli, miracoli / „ r 
ma sospettosissimo com'era, s' impensierì e s'irritò di vederle 
pubblicate testualmente, perchè in quella stessa conversazione, 
presenti la Regina, Alessandro Nunziante e il maggiore Seve- 
rino, egli aveva tenuti altri discorsi e fatta una volgarissima 
ingiuria all'indirizzo di lord Palmerston. Il Re voleva quindi 
sapere dal Torelli chi gli avesse scritta quella lettera, ed aven- 
do questi risposto di non saperlo, ordinò che fosse mandato a 
San Francesco. E tornando a insistere, o l' alfcro seguitando a- 
negare, ordinò che fosse tradotto in Santa Maria Apparente,, 
dove il malcapitato, entrando, fu aggredito da un camorrista, 
armato di rasoio. Don Vincenzo si difese disperatamente dai 
colpi che gli avventava al collo l'assassino, il quale morì di 
morte misteriosa, pochi giorni dopo. E poiché dei due cortigiani, 
alla presenza dei quali il Re aveva pronunziato quelle parole e 
lanciata la ingiuriosa sconcezza all' indirizzo di Palmerston, uno 
era il Nunziante, i maggiori sospetti caddero su lui; ma nes- 
suna prova si ha che questi avesse armata la mano dell'assassino^ 
e l'avesse fatto morire misteriosamente due giorni dopo. Il fatta 
impressionò tutta Napoli, il Torelli s'ostinò a non parlare e il 
Re, visto che tutto era inutile, lo restituì in libertà. JJ Omnibus 
riprese le pubblicazioni, ma don Vincenzo uscì dal carcere politi- 
camente mutato. Il suo zelo per i Borboni intiepidì di molto. 
Per un assassinio tentato e un altro consumato, non vi fu pro- 
cesso, neppure prò forma ! L'autore della lettera anonima, causa 



* P. TuRiBLLQ, Dal 1848 al 1867, nella Rivista storica del Risorgi- 
mento italiano, diretta dal prof. Manzone. — Volume I, fascicoli 8 e 4. 



— 133 - 

^i qnesta tragedia, si disse essere stato involontariamente don 
Michele Viscusi, allora detenuto in Santa Maria Apparente, ma 
nessuno vi credette. I maggiori sospetti si fecero sul Nunziante. 
Giornalista di qualche talento era don Filippo Girelli, diret- 
tore del Poliorama pittoresco, foglio con illustrazioni, poco di- 
verso, rispetto al formato, dall' Iride e dall'aurora. Le sue in- 
genue illustrazioni non erano -interamente detestabili. Uno degli 
scrittori più assidui del Poliorama era stato Cesare Malpica, che 
nel 1841 vi scrisse una vita di Napoleone Bonaparte. E nel 
1866, quando morì G-iulio Genoino, Luigi Cassitto pubblicò un 
Miopitolo picciuso, indirizzato al Girelli, che cominciava cosi : 

Don Fell, s'è statata la lacerna 
De lu Prauasso ! Genoino è mmuorto., 
Sia pace all'arma soja .... reqaianamaterna ! 
La lengua, che se parla abbascio Puorto, 
Mo vide stencenata ! . . . Addio dialetto .... 
Ohi t'adderizza cchiù ? Mo jarraje staorto ! 

La morte di Giulio Genoipo ispirò a Niccola Sole un bellis- 
simo carme, pubblicato nel primo numero dell' Iride, giornaletto 
flimpatioo, redatto da parecchi scrittori di Basilicata, come Achil- 
le de Clemente, che ne era il direttore, Giacomo Eacioppi e 
monsignor Santaniello. Saverio Baldacchini, Giannina Milli e Fe- 
lice Bisazza vi stampavano graziose poesie, Scipione Volpicella 
epigrafi e articoli di storia napoletana. Garlo Gammarota vi 
pubblicò, nel fòbbraio del 1858, una poesia finamente umoristica, 
in morte del celebre cantante Alamirè pseudonimo del LaUlache, 
che mori a Napoli in quel tempo e fu accompagnato al cimitero da 
uno sterminato stuolo di marsine, mentre le salme degli uomini 
di valore, soprattutto se sospetti di liberalismo, vi erano menate 
a lume spento. Indirizzandosi a Carlo Troja, che viveva mode- 
stamente e quasi ignoto al mondo ufficiale, il giovane poeta ebbe 
accenti sdegnosi e ispirati, tra i quali piacemi riferire questi : 

Carlo, ta che di sapienza i lami 
Porti angosciato nelle età più fosche, 
E sul lezzo di rannidi volanti 
Stai curvo il dorso e le pupille losche, 
Che cale a noi dei gotici costumi, 
Della trama, che al ragno ordir le mosche, 
Dell'acciufifarsi delle due befane 
E dei latrati dell'ascoso cane ? . . . 



- 134 - 

Qui il linguaggio, sebbene figurato, era abbastanza evidente, 
e il Oammarota divenuto poi il solerte segretario generale del 
municipio di Napoli, ed oggi in riposo, ebbe qualche grattacapo 
dalla polizia, il che non tolse però che le ottave in morte di 
Alamirè avessero fortuna. 

Vita molto breve toccò al Secolo XIX, fondato da don Gennaro 
Correale. Vi collaboravano, quasi esclusivamente, Carlo de Cesare 
che scriveva di economia, d' industrie e di finanza ; Federico Quer- 
cia ohe si occupava di critica letteraria e di teatri ; Vincenzo 
Padula che pubblicava interessanti articoli di varietà, e ^Pasquale 
Trisolini, il quale, dopo il 1860, divenne ufficiale di pubblica sicu- 
rezza. Questo giornale rappresentava un complesso di forze vi- 
gorose e, per quanto i tempi lo comportavano, discuteva libe- 
ramente di arte, di lettere e d'economia pubblica. Chiedeva 
ferrovie, strade, ponti, boì3.ifiche, istituti di credito fondiario ed 
agrario. Sugli istituti di crédito fondiario scrisse qualche prege- 
vole articolo quel don Gaetano Bernardi che, alcuni anni dopo, 
si fece monaco di M-ontecassino e poi fu abate e direttore del 
collegio benedettino di Sant'Anselmo in Eoma, ed è morto di 
recente. Allora era un giovane elegante e amabile, molto ricer- 
cato nella buona società e dava private lezioni di letteratura. 
Notevole una polemica letteraria tra Federico Quercia e France- 
sco Saverio Arabia, nelle colonne del Secolo XIX, a proposito di 
alcuni versi di quest'ultimo, dall'altro criticati, per il che l'Ara- 
bia montò in bizza. Ma questa polemica, abbastanza vivace, non 
fini in duello, come l'altra fra Luigi Indelli e Cammillo Carac- 
ciolo, a proposito di un sonetto di quest'ultimo: duello ch'ebbe 
luogo nell'agosto del 1867 e fu argomento per qualche giorno 
de' pubblici parlari. Si battettero alla sciabola, in casa di Fran- 
cesco Rubino, e Cammillo Caracciolo rimase ferito leggermente 
alla mano. Egli fu assistito da Federico della Valle di Casano- 
va, e l' Indelli dal conte Annibale Capasse, di Benevento, guar- 
dia del corpo. La polizia non riusci ad impedire lo scontro, e 
quando fu avvenuto, voleva per punizione, esiliare i combat- 
tenti a Malta. Ma Ferdinando II, assicuratosi che i due penna' 
ruli non si erano battuti per causa politica, ne rise e li lasciò 
tranquilli. Il Secolo XIX dava troppo nell'occhio alla polizia, 
per la qual cosa fu due volte sospeso. Ma a lungo andare, il 
prefetto Governa fé intendere al Correale che la polizia aveva» 



— 135 - 

avuta abbastanza longanimità, e che perciò, senz' altre chiaccbie- 
re, smettesse di pubblicare il giornale che mori infatti alla fine 
di agosto del 1866. 

Pe Cesare, Quercia, Padula e Trisolini trovarono ospitalità 
nel Nomade, uqW Omnibus, uqW Iride e più tardi nell'^^oca, 
fondata nel giugno del 1867 dal De Cristofaro. Alcuni scrittori 
del Nomade passarono oìV Epoca, la quale, intendendo la reclame 
giornalistica un po' più modernamente, pubblicò una lunga lista 
di collaboratori, dei quali era primo Carlo Troja ed ultimo Giu- 
seppe Lazzaro. Questi iniziò una serie di articoli sull' istruzione» 
anzi sull' " insegnamento letterario „ , concludendo : bruciate le 
grammatiche^ le rettoriche e le poetiche, e ne dava l'esempio. 

Le strenne in prosa e in versi, che ogni anno si pubblica- 
vano, specie da alcuni giornali, erano altro campo aperto alla 
attività degli scrittori. Lo studio sulle strenne e sui versi, cosi 
detti di occasione, come per nozze, per monacazioni (allora molto 
frequenti), per onomastici, per genetliaci, per decessi, sarebbe 
interessante, come pur quello sulle poetesse del tempo. Brilla- 
vano tra queste Giannina Milli, Giovannina Papa, Anna Pesce, 
Irene Capeoelatro, Adelaide Folliero, Erminia Frascani e quel- 
l'Emilia de Cesare, ohe fece fantasticar tanti sull'esser suo, pro- 
vocò dichiarazioni d'amore e lettere di laude e ispirò la musa 
di Felice Bisazza, di Carlo Cammarota, di Giulio Salciti, di Lui- 
gi Cassitto e di Gaetano Bernardi, finché non si venne a sape- 
re, e ci volle qualche anno, che sotto quel nome si nascondeva 
Carlo de Cesare. Sembrava strano che fosse venuta al mondo 
una poetessa d'animo e di sentimenti virili e ricca di una cul- 
tura, rara oggi e allora rarissima nelle donne. 

Le strenne più accreditate, per eleganza tipografica, eran 
quelle di Gaetano Nobile, primo editore che abbia avuto Na- 
poli e forse ultimo. Nel 1866 egli ne pubblicò una di prose 
e versi, tutta di autrici italiane viventi, dal titolo : La primor 
vera. Tra le prosatrici napoletane, figuravano Adelaide Amen- 
dolito Chinili, Virginia Pulii Filotico, Enrichetta Sava, Caro- 
lina d'Auria, Carolina Bonucci; e tra le nuove poetesse, Ma- 
riannina Spada, Maria Lattieri, Elvira Giampietri. Vi si pub- 
blicò inoltre una bellissima ode di Luisa Amalia Paladini ed 
Tina, inedita, di Giuseppina Guacci, non delle migliori che la 



— 136 - 

insigne donna scrivesse. Questa strenna, per l'originalità sua, 
levò rumore. 

Per il capodanno del 1858, il Nomade offri ai suoi lettori una 
strenna speciale. Figuravano, tra i poeti, Stanislao Gatti, Carlo 
de Cesare, Saverio Baldacchini, Vincenzo Baffi, Luigi Indelli 
Giuseppe Campagna, Ottavio Serena, il duca di Ventignano e 
Luigi Coppola ; e tra le poetesse, Irene Capecelatro e Ada Be- 
nini. Federico Quercia nel giornale stesso ricercò il valore dei 
diversi poeti. 

Più. geniali erano le strenne deìV Omnibus. Fu notevole quella 
del 1868, dal titolo La Sirena, messa insieme da Vincenzo To- 
relli e dai suoi figli Cesare e Acàille e illustrata dai ritratti di 
Filippo II, Carlo V e Tommaso Grossi, e dalla riproduzione 
degl' Iconoclasti del Morelli e della Morte di Abele, cartone di Mi- 
chele de Napoli. Una strenna pubblicò nel capo d'anno del 1857 
lo Spettatore napoletano, con versi di Baldacchini, di Baffi, di En- 
rico Cenni, di Sabino Loffredo, di Angelo Santangelo, del Cam- 
pagna e dei due Arabia; coti prose del Manna e del duca 
TomaceUi e con delicate riduzioni, una di Goethe fatta da Fede- 
rico Persico, ed una di Longfellow, da Stefano Paladini. Come 
si vede, gli scrittori delle strenne, così di prosa che di versi, 
erano sempre gli stessi. 

Oltre a quelli nominati, è giusto ohe ricordi Emanuele Rocco, 
Domenico Bolognese, Giuseppe Sesto Giannini, Raffaele Colucci, 
Pasquale de Virgilii, Quintino Guanciali, Raffaele d'Ambra, Si- 
mone Capodieci, Carlo Massinissa Presterà, Felice Bisazza, i cui 
nomi si vedono più spesso ripetuti in tutte quelle infinite rac- 
colte, che si stampavano col nome di Strenne a Capodanno e a 
Pasqua o, sotto altro nome, in occasione di nozze, di monaca- 
zioni di morti. Quando nell'agosto 1858 si spense a ven- 
t'anni Vincenzo Tarantini, figlio di Leopoldo, gli amici pubbli- 
carono una raccolta di prose e versi. Leopoldo Rodino vi scrisse 
pagine purissime di prosa ; Saverio Baldacchini, versi sciolti ; 
Pessina e il vecchio Cacca vone, dei sonetti ; Niccola Sole, Ama- 
lia Franoesconi, Carlo Barbieri e Felice Bisazza, delle odi ; Mi- 
rabelli, dei distici; Beppino Tarantini, oggi deputato di Barlet- 
ta e fratello minore del defunto, poche ottave, e un'ottava Ma- 
riannina Spada di Spinazzola, la quale, un anno dopo, si fidanzò 
al marchese Pasquale del Carretto, unico figliuolo del maresciallo. 



- 137 - 

Neppure le strenne sfuggivano agli artigli dei revisori. Fra 
i varii aneddoti e comici incidenti, ai quali la regia revisione 
dava occasione, ricordo quel che successe al Torelli nel 1853, 
quando pubblicò per gli associati delV Omnibus e per il pubblico, 
una strenna intitolata La Sirena, dov'era la traduzione che 
il Tancredi aveva fatto di una Orientale spagnuola di José Zor- 
rilla. La poesia conteneva il lamento di un signore arabo, 
che indamo impetrava amore da una crudele cristiana spa- 
gnuola. Il primo esemplare fu, alla vigilia di capodanno, man- 
dato in omaggio al prefetto di polizia. Questi la lesse, ma tro- 
vando neìV Orientale espressioni a lui sembrate ambigue, come 
la mia catena, lo schiavo tuo, prigioniero degli occhi tuoi, angiolo 
della regione degli aromi, paradiso e simili, montò su tutte le 
furie contro il revisore e contro il Torelli e proibì la pubblica- 
zione della strenna. Torelli ne fu sgomento. Andavano per- 
duti gli esemplari di lusso, rilegati in velluto e in raso, per il 
E-e, per la Regina, per i ministri e gli alti funzionarii e andava 
perduta la vendita agli abbonati àeìV Omnibus e al pubblico. Ebbe 
un'idea luminosa: la poesia incriminata occupava due sole pa- 
gine d'uno stesso foglio, propose il taglio di quel foglio e la po- 
lizia vi consenti, ma volle prima in mano sua tutt' i fogli strap- 
pati, e cosi permise la pubblicazione. 

L'esempio era contagioso. Alle strenne, che si pubblicavano 
nella capitale, facevano riscontro quelle più scadenti delle pro- 
vincia. Se ne pubblicò una a Chieti nel 1868, dal titolo II Sa- 
lice. La mise insieme Ferdinando Santoni de Sio. Quasi tutti 
gli autori erano abruzzesi. Silvio Verratti, abruzzese egli pure, 
ne pubblicò nell'^^oca una rivista apologetica, scrivendo, con 
poca modestia : " Qui in Abruzzo non possono fiorire poeti vo- 
luttuosi e molli, ma si vuol porre l'arte in accordo con tutte le 
altre idee del tempo, con quelle della beltà morale, della fami- 
glia, dell'amore per l'uman genete, e soprattutto con la sincera 
religiosità e con la filosofìa „ . E dei poeti abruzzesi, dopo aver 
ricordato un po' fra le nuvole il Rossetti, accennò a Pasqua- 
le de Virgilii, al Madonna, al Pellicciotti, al Bruni, alla Milli 
e ad Emidio Cappelli, che Vanno prima aveva pubblicata la 
Bella di Camarda, novella abruzzese in terza rima, dedicata 
a Saverio Baldacchini e bellissima per purezza di forma, d' im- 
magini e di reminiscenze dantesche. In questa strenna furono 



- 138 — 

pubblicate lettere inedite di Pietro Giordani, del marchese di 
Montrone e di G. B. Niooolini a Raffaele d'Ortensio e una della 
Guacci a Niccola Castagna. Vi figuravano, inoltre, un carme di 
Paolo Emilio Imbriani, un'ode del Bisazza, un inno e un sonetto 
di Francesco Dall' Ongaro e componimenti di tre poetesse : Eloisa 
E-uta, Battistina Oenasco e Giannina Milli: le tre grazie della 
strenna, come le chiamò il Verrati. Di più, Francesco Auriti, 
poi alto magistrato e senatore, consacrava lacrimose ottave alla 
Malinconia'^ Tito Livio de Sanotis, il celebre chirurgo, un'ode 
piena di affetto a sua figlia morta e Leopoldo Dorrucoi cantava 
i conforti di un'altra vita. 

Anche a Campobasso si pubblicò una strenna molisana, con 
prose del Chiavitti, del De Lisio e di don Pasquale Albino, e 
versi dei poeti Buccione, Ferrone e Cerio. Ed un'altra ne fu 
pubblicata nel 1868 a Potenza, dal titolo La Ginestra^ a cura di 
Michele de Carlo di Avigliano, e conteneva poesie e scritti di 
Niccola Sole, di Francesco Ambrosini, del Giura, del Battista e 
di altri. 

I teatri erano aperti tutto l'anno. Avevano compagnie fìsse 
il San Carlo e il Fondo con .una dotazione di 70 000 ducati.; e 
Adamo Alberti avea il monopolio del teatro di prosa, per mezzo 
del quale potè mettere insieme una discreta fortuna, alla quale 
purtroppo die fondo negli ultimi anni della sua impresa, tanto 
diversi dai primi. E dalla sua rovina, irrisione della sorte !, non 
andò neppure incolume quell'ameno villino al Petraio, lieto con- 
vegno di letterati ed artisti del tempo e sul quale aveva fatta 
scrivere l'epigrafe ""L'arte mei diede, mei conservi l'arte ^t. 

Teneva il primo posto il San Carlo, il classico e magnifico 
teatro, dove con tenue spesa si assisteva a rappresentazioni di 
prim' ordine. Una sedia numerata in platea si pagava sei carlini, 
cioè lire 2,60, e nelle sere di abbonamento sospeso, quattro e 
anche tre carlini. Non v'erano biglietti d'ingresso. Esisteva 
perciò una classe cosi detta di smestitori, i quali assistevano 
allo spettacolo gratuitamente, o girando di palco in palco, o va- 
lendosi del mezzo biglietto che, alla fine del primo atto, riceve- 
vano faori della sala da un amico compiacente. Quest'astuzia, 
che era una frode bella e buona, la chiamavano scoppola e veniva 
particolarmente adoperata dagli studenti ; né erano rari i casi 



- 139 - 

ohe, scoperta la magagna, lo studente venisse messo alla porta^ 
senza tanti complimenti, dal famoso don Antonio Masula, un 
veocliio grosso e vivace che sedeva in alto presso l'entrata in 
platea, ed era d'un colpo d'occhio meraviglioso. Al San Carlo 
si rappresentò nell'autunno del 1855 la Violetta, il Lionello e il 
Trovatore con la Malon, Mirate e Coletti ; e per la prima volta, 
negli ultimi giorni di luglio di quell'anno, H Roberto di Piccar- 
dia di Meyerbeer, che ebbe buona accoglienza e fu eseguito dalla 
Frassini, dal Villani e dal Codini. Questo " Roberto di Piccar- 
dia„ era Roberto il Diavolo che la revisione sbattezzò, perchè 
la parola " diavolo „ non poteva comparire sul cartellone di 
un teatro ; e poiché Roberto Normanno fu capo di una dinastia, 
la quale aveva regnato a Napoli e non poteva perciò figurar© 
sulle scene, cosi gli si fece cambiar paese e divenne di Piccar- 
dia. Furoreggiava il ballo del Rota H trionfo dell'innocenza, 
che era poi il Fomaretto. Si rappresentarono pure, in quell'an- 
no, il Don Sebastiano con la Tedesco, il Graziani e il Coletti e 
VAnna Bolena, nella quale esordi brillantemente la Sbrisci. 

Nella stagione del 1867 VAnna Bolena fu fischiata e tollerata 
V Adelia. I Puritani vi ebbero nell'ottobre dello stesso anno esito 
incerto. Vi cantarono la Fioretti, il tenore Galvani, il baritono 
Goliva e il basso Antonucci; applauditissimo il Coliva, fischiato 
il Galvani. In quel mese tutti i teatri stettero chiusi per cin- 
que giorni, essendo la Corte in lutto per la morte della princi- 
pessa Maria Amalia, sorella del fìe e consorte di don Seba- 
stiano G^abriele, infante di Spagna. Morì donna Amalia il 16 
ottobre a Pozzuoli di male acuto, nel palazzo del principe di 
Oardito, ohe lu acquistato poi dal conte d'Aquila suo fratello. 
Era la terza sorella del Re, sposatasi nel 1832, a quindici anni, 
n matrimonio segui a Napoli per procura, il 7 aprile del 1832, 
ed in persona ad Aranjuez, il 26 maggio dello stesso anno. Era 
una donna molto vigorosa nelle forme e di tipo schiettamente 
borbonico: buona, fu largamente rimpianta. Nel novembre su- 
scitò fanatismo il Trovatore, con la Penco, Musiani, Coletti e la 
Guarducci. Verdi venne in persona a mettere in iscena la sua 
opera che accese aspre polemiche; o meglio le accese la Penco, 
perseguitata daXVÙmnibua e difesa dal Nomade. 

Nel luglio dello stesso anno cadde la Sonnambula per cat- 
tiva esecuzione, e nell'ottobre vi ebbe buon esito VElisa Fosco 



— 140 — 

di Donizzetti, eoo. la Medori, Fraschini e Coletti. Questa Elisa 
Fosco era, né più e né meno, che la " Lucrezia Borgia „ bat- 
tezzata cosi dalla revisione, perchè casa Borgia aveva avuto 
due Papi. E si inventò quel " Fosco „ per poter fare il muta- 
mento oltraggioso di lettera, eh.' è nel dramma di Victor Hugo : 
qui si cancella nella nota scena l' iniziale del casato della pro- 
tagonista ; a Napoli si rabberciava in T VF^ e Fosco diventava 
Tosco. Sembrano cose inverosimili. Eppure fra i revisori della 
polizia non mancavano persone di talento, come il Rocco, Fran- 
cesco Mastriani ed Ernesto Cordella. Rocco era un filologo non 
senza valore, e Cordella entrò nel 1860 nell'amministrazione ita- 
liana e mori caposezione al ministero di pubblica istruzione. A 
capo di queir ufl&cio di revisione, alla dipendenza della polizia, 
era, come ho detto, il consigliere Maddaloni il quale si mostrava 
talvolta più pieghevole con gli scrittori. Gli altri si divertivano 
spesso a mandare gli scrittori alla Curia, per una seconda re- 
visione dell'autorità ecclesiastica, ed allora addio roba mia, per- 
chè il sentimento dominante in tutta quella scettica burocrazia, 
era di conservarsi il posto e rompere le scatole a chiunque volesse 
stampare qualche cosa o rappresentare qualche dramma o farsa. 
Per l'apertura della stagione invernale del 1858, il cronista mon- 
dano del Nomade verseggiava: 

Presto a San Carlo ritorneremo, 
Le antiche sedie ripiglieremo, 
Mentre si stona sopra le scene, 
Laggiù in platea si fischierà. 

E i fischi piovvero davvero. La stagione invernale si inau- 
gurò col Lionello, come la revisione aveva battezzato il Rigolet- 
to, con la Fioretti, soprannominata l' Usignolo, la Guarducci, Co- 
letti e Fraschini; ma Coletti era rauco e dal primo atto si passò 
al quartetto dell'ultimo, e lo spettacolo finì presto tra i più alti 
segni d'indignazione. Fraschini furoreggiava nelle due ballate 
e la Fioretti nel quartetto finale. Sorte più triste ebbe il ballo 
Il Ravvedimento, perchè la Tedeschi, prima ballerina, debutto fra 
una tempesta di urli. Anche lo Stiffelio del Verdi, più noto sotto 
il nome di Aroldo, ebbe un successo men che mediocre ; ma ot- 
tenne il favore del pubblico anche pel ricco allestimento sceni- 
co, la Jone del Petrella, rappresentata la prima volta nella sera 



— 141 — 

del 9 novembre 18B8. Vi cantarono divinamente la Medori, Ne- 
grini e Coletti. Riscosse grandi applausi Va-solo per clarino, 
eseguito dal Sebastiani, piacque la marcia funebre e se non de- 
stò proprio entusiasmo la prima sera, il successo andò via via 
aumentando. Esito infelice ebbe, sulle stesse scene, nel marzo 
del 1869 R saltimbanco del Pacini. Il saltimbanco fece " un 
salto mortale „ scriveva il Nomade e continuava : 

Spargiam d'immonda cenere 
E vestimenti e chiome. 

E qui occorre narrare una pagina di storia teatrale, che nes- 
suno forse più ricorda. Nella stagione del 1868 al San Carlo, 
si sarebbe dovuta rappresentare una nuova opera scritta ap- 
positamente da Giuseppe Verdi; ma per gli incidenti che sor- 
sero non potè farsi e il contratto ebbe una fine talmente co- 
mica, che vai la pena di raccontare. Fin dal 1856 Vincenzo 
Torelli, come segretario dell'impresa dei regi teatri, invitò il 
Verdi a scrivere un'apposita musica per il San Carlo. Verdi 
rispose non poterlo fare per quell'anno e non poter accettare 
la cessione, che l'impresa napoletana aveva fatto della pro- 
prietà di opere scritte per lei, ad altre imprese italiane e stra- 
niere: qualora si decidesse a scrivere, e forse avrebbe scritto 
il Re Lear, chiedeva una compagnia di sua soddisfazione e sei- 
mila ducati di compenso. Messisi d'accordo su tutto, all' impresa 
che insisteva perchè accettasse la Penco per il Re Lear, Verdi, 
il 7 dicembre 1856, rispose da Busseto in questi termini : " Ri- 
" spondo, signor Torelli, poche parole di volo alla vostra del 27 
" corrente per dirvi che mi è impossibile il fatto della Penco. È 
" nelle mie abitudini di non lasciarmi imporre da nessun arti- 
" sta, tornasse al mondo la Malibran. Tutto l'oro del mondo non 
" mi farebbe rinunciare a questo principio. Io ho tutta la stima 
"del talento della Penco, ma non voglio che ella possa dirmi: 
'^signor maestro, datemi la parte della vostra opera, la voglio, 
"ne ho il dritto „. 

Si accordarono però sulla non rappresentazione del Re Lear^ 
scegliendo invece altra opera adatta per la Penco, e il contratto 
venne sottoscritto nel febbraio del 1867. Fu scelto il Gustavo 
III di Soribe, del quale Verdi rimise il libretto, svolto com- 
pletamente con tutte le scene, i dialoghi e le parlate, salvo 



- 142 - 

le rime, perchè fosse sottoposto alla revisione. Il duca di Ven- 
tignano, deputato della sopraintendenza dei teatri, respinse il 
libretto, perchè non in versi e non in rime. L'impresa spe- 
rando di compor tutto, per non infastidire il maestro, non gli 
fece saper nulla di quest' incidente, anzi continuò a sollecitarlo, 
perchè finisse il lavoro e venisse a Napoli a metterlo sulle scene. 
E Verdi, il 14 gennaio del 1858, andò a Napoli, dove seppe 
che i revisori avevano rifiutata l'approvazione del libretto ed 
erano ostinati a non voler recedere. Dopo più di un mese 
però la concessero, ma con tali mutazioni, che il Verdi, indigna- 
to, non ne volle più sapere e si dichiarò sciolto dal contratto. 
Cosi non l' intendeva l' impresa, che citò in giudizio il maestro, 
affermando irragionevole il rifiuto della consegna della musica e 
della messa in iscena, e chiedendo danni e interessi e persino 
l'arresto personale di lui. Verdi non andò in prigione, ma 1 
napoletani non udirono il Gustavo III. 

Gli altri teatri erano dai critici riguardati con maggior be- 
nevolenza, forse perchè più del San Carlo si adoperavano a 
soddisfare i varii gusti del pubblico. Nel 1867 andò in iscena, 
al Fondo, la Medea del Legouvè, con la Ristori che destò fa- 
natismo. Ebbe incredibili dimostrazioni di fiori, di sonetti e di 
epigrammi. La Rachel, venuta a Napoli due anni avanti, vi aveva 
essa pure rappresentata la Medea e Giuseppe Lazzaro, critico tea- 
trale d'occasione, paragonò la Ristori alla Rachel, giudicando la 
Ristori superiore alla famigerata francese. La Ristori rappre- 
sentò pure al Fondo la Pia dei Tolomei, la Locandiera e la Fedra. 
Fu pubblicata una raccolta di versi e di prose in lode di lei, e vi 
scrissero parecchi. Saverio Baldacchini vi stampò una poesia, di 
cui ricordo quest'ottava, iperbolica e finamente adulatrioe : 

Oh, la superba, irùperial Parigi 
Non l'ha con gli splendori affascinata! 
Le dense nebbie del Real Tamigi 
Non han la nobil sua fronte turbata» 
Ella impresse per tempo i suoi vestigi 
Nella città, dai secoli nomata: 
Tutta, vedi, è latina, e le non molli 
Aure battonla ancor de' sette colli. 

Se l'elegante e sereno poeta cantava cosi, immaginiamo gli 
altri. Credo che nessuno dei maggiori artisti ricevesse a Na- 



— 143 — 

poli lodi e onori, pari a quelli che vi raccolse la marchesa 
del Grillo. L'eco della sua fama giunse nelle provinole e in 
breve, il nome di Adelaide Ristori divenne popolare in tutto 
il Regno, e gli studenti, tornando a casa nelle vacanze, la 
portavano a cielo, oscurando la fama della Sadowscki, la quale 
seguitò non per tanto ad avere sempre i suoi partigiani appas- 
sionati. 

Nell'agosto dello stesso anno il Fondo tornò teatro di mu- 
sica. Vi cadde la Eita del Roxas ed uguale insuccesso, forse 
peggiore, vi ebbe nell'aprile del 1868 la Gioventù di STialce- 
speare, opera semiseria dei maestro Lillo. 

Ebbe esito incerto il Pipelet, con la Zenoni e il Conti, e 
senza infamia e senza lode passò il Barbiere di Siviglia, con la 
Guarducoi, proclamata la più simpatica delle Rosine e che sposò 
poi Alfonso Catalano Gonzaga, dei duchi di Cirella. Al periodo 
musicale successe altro periodo di prosa, e nel febbraio del 1859 si 
rappresentò allo stesso teatro Noemi o la figlia di Caino, tragedia 
spettacolosa di Domenico Bolognese, scritta per la Ristori. Ebbe 
un successo trionfale. Vincenzo Torelli scriveva : " un successo 
più clamoroso, un entusiasmo teatrale più deciso di quello pro- 
dotto da questa tragedia, non è a nostra notizia. Rompere a 
mezzo il gesto, la parola, un movimento le cento volte, sono 
prove di avvenimento più che straordinario, unico „ . La Ri- 
stori era Noemi e Achille Majeroni, Caino. " Tutti vestiti di pelle, 
continuava il Torelli, la Ristori era una bellezza, una perfezio- 
ne e Majeroni, un gigante di forme e di modi; quella l'angelo 
dell'amore e della pietà, questi il colosso del delitto e del ri- 
morso „ . La figlia di Caino popolò stranamente quel teatro, 
d'ordinario spopolatissimo e rese quasi deserti i Fiorentini, dove 
si dava una Bertrada, inconcludente tragedia del Proto, il quale, 
smessi i furori quarantotteschi, si era dato al teatro. Gli attori 
della Bertrada recitavano alle sedie e ai palchi vuoti, benché vi 
prendessero parte la Sadowski, Bozzo e Romagnoli, e Achille 
Torelli cercasse difenderla con un articolo. Felice Niccolini vi 
fece su quest'epigramma: 

Scellerato Caino ! ognor crudele, 
Vivo, uccidesti l'innocente Abele; 
Or sulla scena apparso, appena noto, 
Uccidesti Bertrada e il duca Proto. 



— 144 -^ 

E il duca, punto nel vivo, replicò : 

A riacquistar la "palma il duca Proto, 
Or che il gusto del critico ha capito 
Tragedierawi Giuda Iscarioto. 

Ma il teatro veramente di moda, dopo il San Carlo e che 
continuò ad esserlo anche dopo il 1860, era quello dei Fioren- 
tini. Un teatro di prosa, come quello, Napoli non ha avuto più. 
Vi recitavano ed erano nella freschezza dell'età, Fanny Sadowski, 
divenuta l'idolo del pubblico. Achille Majeroni e Michele Boz>- 
zo, idoli anche loro: il primo dei giovani, specie quando rap- 
presentava la parte di Saul nella celebre tragedia dell'Alfieri, 
e il secondo delle signorine sentimentali. E v'erano Luigi Taddei 
e Adamo Alberti, due artistoni di prim'ordine, massime il primo 
che può chiamarsi senza esagerazione il principe di tutti i ca- 
ratteristi passati, presenti e futuri ; i coniugi Marchionni, Luigi 
Monti ed Angelo Vestri. Compagnia come non se n'è più viste 
e affiatamento completo fra tutti. Il Taddei era un po' poeta. In 
una sua lunga poesia inedita contro i fogli teatrali, scriveva: 



Chi non sa il traffico 
Dei giornalisti ? 
Danno il battesimo, 
Sputan sentenza, 
Si eriggon giudici 
Per eccellenza. 
Oggi t'innalzano 
Fino alle stelle, 
Doman ti levano 
La prima pelle. 



Benché Adamo Alberti avesse, come ho detto, il monopolio del 
teatro di prosa e una sovvenzione di quattromila ducati ; un' in- 
credibile gretteria vi fu sempre negli allestimenti scenici e in 
tutto l'addobbo dei Fiorentini. La non ampia sala era illu- 
minata ad olio e vi si respirava un' aria quasi di mistico rac- 
coglimento. C'era un'orchestra, ma ahimè, quanto strimpellata ! 
Però, per valore di artisti e scelta di opere, non si poteva deside- 
rare di meglio. Una buona rappresentazione in quel teatro 
era considerata come un vero godimento intellettuale dalle per- 
sone colte, perchè ogni produzione di qualche valore aveva il 



— 145 - 

suo strascico di critiche letterarie e di polemiche, che forse 
non si scrivono più. Erano critici teatrali, fra i più reputati, 
Enrico Pessina, Federico Quercia, Luigi Indolii, Vincenzo To- 
relli, Floriano del Zio, Vincenzo Petra e i più instancabili, 
Andrea Martinez e Pietro Laviano Tito. Michelangelo Tancredi 
fu persecutore umoristico del Majeroni in versi e in prosa. Ce- 
lebre la polemica per la Saffo dell'Arabia, rappresentata nel 1857 
e che fu un avvenimento letterario e teatrale. Ma quella Saffo., 
più che una riproduzione del personaggio convenzionale, era un 
lavoro con allusioni politiche, che il pubblico afferrava a volo 
e copriva di applausi, suscitando naturalmente le ire dei retrivi 
e dei pedanti. Enrico Pessina ne scrisse neW Iride un articolo 
apologetico e con lui polemizzò vivacemente, nella Rondinella., 
Vincenzo Petra, indomabile brontolone, ma il futuro illustre pro- 
fessore gli scaraventò in risposta un articolo di sei colonne e 
lo ridusse al silenzio. Gli articoli del Pessina e del Petra furono 
raccolti e pubblicati in opuscolo, dal titolo La Guerra Saffica', 
e chi li legge oggi non può non riconoscere che il Petra, nono- 
stante le sue pedanterie, giudicava più esatto del Pessina. 

Adamo Alberti raccoglieva da ogni parte lodi e quattrini, 
e gli elogi eran meritati, perchè quegli anni rappresentarono 
una serie di successi al suo teatro. Il Proto prese la rivinci- 
ta con la Gaspara Stampa, che divenne il cavallo di battaglia 
della Sadowski. Floriano del Zio pubblicò nella Rondinella 
non un articolo, ma un libro su questo lavoro del Proto perchè 
l'articolo occupava diciassette colonne fitte fìtte, senza interlinee 
e si prolungò per parecchi numeri del giornale. Il romoroso duca 
fece anche rappresentare una sua infelice riduzione del Coriolano 
di Shakespeare. Fu applaudita la Cameriera astuta del Castelvec- 
chio con la Sadowski ; piacque il Cristoforo Colombo del Giacomet- 
ti, ma nel novembre vi cadde una Rita di Vitaliano Prina. Nello 
stesso mese ebbe discreto, ma non duraturo successo, una com- 
media del Laviano Tito in versi martelliani, Porpora a Vienna, 
per cui il Caccavone disse: 

Se del pubblico fa strazio infinito, 
Porpora è di Nerone, e non di Tito. 

E cosi della Maschera, altra commedia dello stesso autore, rap- 
presentata nello stesso anno ai Fiorentini, il Caccavone, flagel- 

Os CiUABK, La fine di un Regno • Voi. I. 10 



- 146 - 
latore di tutt' i seccatori e di tutti gì' insuccessi teatrali, esclamò : 

Neron dannava a morte le persone, 
Glie alle commedie sue avean dormito;' 
Se questa era l'usanza di Nerone, 
Fortuna che la " Mascliera „ è di Tito. 

Nel 1859 vi cadde la commedia di Q-herardi del Testa: La pa- 
gheremo in due. Tra gli spettacoli di quegli anni ricorderò, fra i 
più fortunati, il Cavalier d'industria del Martini, la Gismonda da 
Mendrisio di Silvio Pellico, V Binava di Michele Cuciniello, e un 
proverbio dello stesso Laviano Tito, Dopo la pioggia il sereno. Eb- 
bero esito fortunato la Margherita d'Orbey di Gustavo Poucba in 
e la Pia dei Tolomei di Marenco, non che II cuore tira la mente 
di Saverio Mattei, clie vi rappresentò Ferdinando Galiani quando 
era segretario dell'ambasciata napoletana a Parigi. Non ebbe 
sorti felici la Leggerezza di Raffaele Colucci e suscitò vivaci di- 
scussioni la Medea del Yentignano, clie la Sadowski volle esumare 
per far piacere alla haute napoletana. Le discussioni furono lun- 
ghe e vivaci, anche per la fama dell'autore. Pietro Laviano Tito 
e Stanislg,o G-atti dissertavano sulle fonti, dalle quali si attinsero 
i fatti della sventurata e colpevole regina della Colchide e an- 
che sulle più famose artiste, che l'avevano a volta a volta rap- 
presentata, la Pellanti, la Marchionni, la Ristori e la Sadowski, 
ricercando quale di esse aveva saputo rappresentar meglio il per- 
sonaggio della protagonista, il modo come si conosceva il mondo 
greco e donde il Ventignano trasse il suo dramma, se lo trasse 
più da Eschilo che da Sofocle, e se quanto vi era di più greco 
e di troAiio nella rappresentazione spettasse più all'autore, che 
all'arte della Ristori. Persino il duca Proto ne scrisse una no- 
iosa epistola alla duchessa Teresa Ravaschieri. 

Al Teatro Nuovo l'impresario Musella riapri la stagione del 
1858 con la Maria de Eohan ; il pubblico si annoiava a Cicco e 
Cola e a Ser Pomponio, ma applaudi Paolo e Virginia del mae- 
stro Aspa, V Binava e i Pirati spagnuoli del Petrella e una nuo- 
va musica del maestro Pappalardo, VAtrdbilare, la quale visse as- 
sai poco. La Fenice inaugurò la stagione del 1858 con la 
Pazza del Vesuvio di Federigo Riccio, e nello stesso tempo 
destava furore al San Carlino la parodia delle crinoline e 



— 147 — 

quella del Trovatore, succeduta all' altra, esilarantissima , del 
Boberfo di Piccardia, nonché alle 99 disgrazie di Pulcinella 
e alla commedia del Marullo: Pulcinella che fa tricchetracche 
tanto a parte co no finto Farfariello. San Carlino e la Fenice, 
posti a pochi passi di distanza, si facevano una rabbiosa concor- 
renza, ma la palma del primato fu sempre del San Carlino. La 
Fenice scritturò il De Lise, che si faceva applaudire da un pub- 
blico eteroclito. Al Sebeto si davano, annunziate da rumorosi 
colpi di grancassa e dal noto grido : jamme, jamme, ca mo se 
principia, ^ tre rappresentazioni al giorno, senza che si riuscisse 
a sfamare la numerosa compagnia. Oltre i teatri, c'erano i cir- 
chi equestri. Nel 1858 lev-ò rumore quello diretto dai fratelli 
Guillaume e un anno prima, uguale rumore aveva levato quello 
del Soullier. 

Fiorivano i filodrammatici. Non poche famiglie signorili 
avevano nel proprio palazzo il teatrino, dove i dilettanti reci- 
tavano, alla presenza di amici e d'invitati, drammi, commedie 
e tragedie. La sera del 10 giugno 1867 si rappresentò, nel tea- 
trino di casa Lucchesi Palli, il noto dramma Luigi Eolla. L' in- 
terpetrarono Ernesto Cassitto, Ottavio Serena, protagonista, il 
conte Eduardo Lucchesi, Maddalena Torelli, Massimo Consal- 
vi, Achille Torelli, Lorenzo de Francesco e Alfonso Cassitto : 
* tutti egregi giovani — scriveva il Nòmade — e degni vera- 
mente d'ogni lode, non solo già pel nobile fine che si hanno 
proposto, ma eziandio pei rapidi progressi, che sempre più essi 
fanno nella bellissima arte della drammatica „ . Pochi mesi dopo, 
in casa del barone Proto Cicconi, la baronessa, la signorina Del Ca- 
sale, i fratelli Bisceglie, i signori Santoro, Romeo e Pelsenet reci- 
tarono la Pia dei Tolomei del Marenco e poi U sistema di Giorgio 
di Del Testa, i Due sergenti e alcune farse. Ma in quell'anno fu 
l'elegante teatro del conte di Siracusa, alla Riviera di Chiaia, che 
sali ai maggiori onori. La sera del 15 marzo 18B8 vi si rap- 
presentò, con un allestimento scenico splendidissimo, Alda, la 
Stella di Mantova, dramma in versi, scritto appositamente dal 
duca Proto e inteso a dimostrare che la vera bellezza non solo 
può condurre a virtù un cuore pervertito, ma comporre vecchi 



^ Andiamo, andiamo, che ora si principia. 



- 148 — 

odii di parte. La duchessa Ravasohieri era Alda ; Marcello Gal* 
lo, Luigi II da Gonzaga, marchese di Mantova ; Cammillo Carac- 
ciolo, V Astrologo della Certosa] Q-iovanni Barracco, Marcantonio 
Soranzo, gentiluomo veneziano] Marcello Spinelli, Liborio di San 
Zenone, podestà] Vincenzo Santòrelli, Odorisio Maltraverso, sini- 
scalco. Questa parte era affidata a G-io vanni Barracco, ma egli 
la rifiutò, preferendo l'altra non odiosa dell' Astrologo che fu ac- 
cettata dal Santòrelli, il quale da qualche anno era divenuto ma- 
rito della Fanny Sadowski. Quella rappresentazione fu un cla- 
moroso avvenimento. Vi assistettero la Corte e la diplomazia. 
Erano in prima fila il Re, la Regina, il duca di Calabria, i prin- 
cipi, tutta l'alta tiobiltà di Napoli, tutto l'olimpo delle mag- 
giori bellezze e anche Adolfo Rothschild. La duchessa Rava- 
schieri era splendida, vestita di bianco, con un diadema di bril- 
lanti sul capo. Quando, alla scena quarta, ella comparve sul pal- 
coscenico, uscendo da una stella, fu un coro di ammirazioni e 
di applausi. Disse stupendamente la ballata e queste prime stro- 
fe, sulle sue labbra, persero molto della loro stiracchiatura : 

Odo musiche e ballate, 

Che dairuno all'altro mar, 

Dell' Insubria le salvate 

Genti invita a giubilar. 
Il lor duce è biondo e bello 

Delle vergini è l'amor, 

Il suo petto e il suo castello 

Sfidar ponno ogni valor. 
Scese in campo, e di Milano 

Già la serpe ai pie' gli sta; 

E dall'Alpi al Mantovano 

La tenzone è di amistà. 

E più innanzi, animandosi ancora di più, ed eccitata dalla 
voce della sua intima amica, la bella principessa di Campo- 
reale che era fra le quinte e le diceva: coraggio, Teresa, ci 
va della patria/ riportò un grande successo quando recitò, 
con intelligente significato, due stanze le quali hanno bisogno 
di una spiegazione. Nel mondo liberale e intellettuale di al- 
lora si sognava un'unione molto intima fra Napoli e il Pie- 
monte: i due regni, uniti fra loro, avrebbero dovuto essere gli 
arbitri dell'Italia, liberata dai piccoli principi e indipendente 
dallo straniero. Di questa lega doveva esser pegno un matri- 



— 149 - 

monio fra il duca di Calabria, che contava ventidue anni e la 
principessa Clotilde di Savoia, che ne contava quindici. La 
Stella di Mantova doveva suggerire al Re quest'idea e deciderlo 
ad attuarla. Alda, dunque, rivolta al marchese di Mantova, de- 
clamò queste due stanze, il cui senso, benché ascoso, era chiaris- 
simo e muoveva la principessa di Camporeale a gridar dalle quin- 
te: coraggio, 2'eresa, ci va della patria! 

Ma bada: ai pargoli che vuoi felici 

Madre non scegliere fra' tuoi nemici; 

Non vien di borea sui nostri campi 

Soave zefiro fecondator, 

Ma il torbid'euro, fra nubi e lampi, 

Che li diserta nel suo furor. 
E fra il tuo popolo scegli una sposa, 

Che il fior d'Italia, prence, è la rosa, 

Che l'aura imbalsama fiera ed umile. 

La rosa simbolo di verità. 

Che il verno infuri, che briUi aprile. 

Giammai smentisce la sua beltà. 

Un fremito scosse tutta la sala, ma il solo che si mostrasse 
indifferente e quasi inconscio, fu il principe ereditario, il quale 
durante lo spettacolo tenne quasi sempre gli occhi bassi, intento 
solo a stropicciarsi le ginocchia. Quei lumi, quella gente, tanta 
ricchezza di vita non ebbero la virtù di commuoverlo ! Il Ee 
parve contento dello spettacolo, ma quando fu finito, levan- 
dosi per andar via, disse non senza sarcasmo a voce alta: " Fi 
che m'ha fatto 'a duchessa stasera / „ ' E veramente Alda fu l'eroi- 
na dello spettacolo, al principio del quale avvenne un incidente 
imbarazzante. Pimenticando la presenza di Adolfo Rothschild, 
il Siniscalco, nella seconda scena dell'atto primo, disse al PO' 
desta com'era scritto nel dramma: 

è forse 

Di minor prezzo la pelle d'un cane. 
Che di un giudeo la scorza ? ... 

Attori e pubblico si avvidero della inopportunità di questi 
versi, ma quando più rimedio non v'era. Rosthschild finse di 
non essersene accorto. Della Stella di Mantova, piena di allu- 



I Vedi, ohe mi ha fatto la duchessa questa sera! 



- 150 — 

sioni e dove, all'ultima scena, V Astrologo diceva al Marchese di 
Mantova con enfatico accento: 

più chiara 

E più santa impresa oggi tu puoi, 
Ad Italia dar pace. Una tenzone 
Cessar, che grami ben facea suoi figli, 
Ma gloriosi non mai, 

il suggeritore fa Giuseppe Fiorelli, allora segretario del conte 
di Siracusa e clie poi, direttore del museo di Napoli, associò 
per sempre a Pompei il nome suo e per molti anni diresse 
gli scavi d'antichità del Regno d' Italia. Vecchio e cieco, riti- 
ratosi dai pubblici uffici, mori pochi anni or sono quasi di- 
menticato. U Astrologo della Certosa^ cioè Oammillo Caracciolo, 
è morto da pochi anni. Fu ministro a Pietroburgo e a Co- 
stantinopoli e prefetto di Roma : ideologo di molto e simpatica 
ingegno, ma non mai contento di nulla. Il gentiluomo vene' 
ziano, Giovanni Barracco, è oggi senatore del Regno e fu 
per molti anni deputato: la politica non più lo seduce, ma 
l'arte non lo invecchia. La sua preziosa collezione di marmi 
antichi, congiunta oramai alla storia dell'arte e che egli ha il 
proposito di donare allo Stato, ne eternerà il nome. E un piccolo 
museo quella collezione, formata con intelligenza e passione e 
dove tutte le grandi arti scultorie, l'egiziana e l'assira, la greca 
e la romana, la cipriota e l'etrusca, sono rappresentate da esem- 
plari copiosi e interessanti. Giovanni Barracco scrive pure so- 
netti politici che recita agli intimi. Marcello Spinelli succe- 
dette per breve tempo al principe Gaetano Filangieri nella 
presidenza del Museo artistico industriale ; Marcello Gallo e Vin- 
cenzo Santorelli, son morti ; e Alda, rassegnata santamente ai do- 
lori della vita, trova conforto a questi nella carità, una carità 
che non si esaurisce e ne santifica il nome. 

Degli attori del teatrino Lucchesi Palli, Ottavio Serena è 
senatore e consigliere di Stato ; Achille Torelli è sempre alla ri- 
cerca di queir ideale, ch'è il tormento tenace di tanti nobili spi- 
riti napoletani; Maddalena, sua sorella, è morta, ed Edoardo 
Lucchesi che sposò una Sant'Elia, fece nel 1888 alla biblioteca 
nazionale di Napoli un dono veramente principesco, arricchen- 
dola della sua copiosa collezione di libri e di opere musicali » 



- 161 - 

colla dotazione di un'annua rendita di 3000 lire. Vi si conten- 
gono più di 70000 produzioni teatrali e una raccolta completa 
di giornali napoletani, dal 1848 al 1860, e preziosi autografi di 
Rossini, Bellini, Verdi, List, Wagner, Mercadante, non che una 
importante collezione di allegazioni scritte dai più illustri av- 
vocati napoletani, fra le quali tutte quelle di Domenico Capi- 
telli, raccolte in dioiotto grandi volumi in folio. Occuperanno 
due sale, ohe il generoso donatore ha fatte decorare a sue spese 
da Ignazio Perricci e da Paolo Veltri. Larghezza che trova 
solo riscontro in quella, che Gaetano Filangieri fece del mu- 
seo di sua famiglia alla città di Napoli, raccolto e ordinato nel 
palazzo Como. 



CAPITOLO Vili 



Sommario: L'esercito — Suo numero e sua costituzione — Lo spirito dinastico 
— Le cure di Ferdinando II per la milizia — Gli uflSoiali — I reggimenti 
svizzeri — Lo stato maggiore — Le pratiche religiose dei soldati — La di- 
sciplina e la severità, delle pene — Il valore dell'esercito nel Eegno e 
fuori — I Napoletani nelle milizie napoleoniche — La condizione morale 
delle truppe — La marina militare e la mercantile — Loro deficienza — 
Gl'istituti di marina e l'alta Corte militare — L'attentato di Agesilao Mi- 
lano — Feste e ringraziamenti per la salvezza del Ee — La protesta di San 
Benedetto Ullano — Agesilao non cospirava — Il contegno del Ee dopo 
l'attentato — Feixiinando II al ministro di Sardegna — Gli amici di Age- 
silao Milano in pericolo — Astuzie per farli fuggire — Lo scoppio della 
polveriera e del Carlo III — Eigori della polizia — A Maria Concetta Senza 
Macchia. 

Ferdinando II spese gli ultimi anni del suo regno nelFao- 
orescere e consolidare l'esercito. Fu questa l'unica opera da lui 
veramente compiuta. Prima del 1848, l'esercito napoletano con- 
tava 60 000 soldati di nome, ma in realtà esso non giungeva ai 
40000. Negli ultimi anni soltanto crebbero le milizie a 100 000 
uomini ed assorbirono più che la metà delle entrate del Regno, 
le quali non arrivavano a 30 milioni di ducati. L'esercito ne 
costava diciotto. Cosi per il numero, come per la spesa, l'eser- 
cito delle Due Sicilie divenne affatto sproporzionato alla popo- 
lazione, alle condizioni economiche del fi-egno e ai proventi del 
bilancio. Esercito essenzialmente dinastico, che prima del 1848 
quasi non aveva spirito di corpo. Dopo il 1848, pur continuando 
tra gli ufficiali superiori le reciproche iperboliche denigrazioni, 
onde apparivano peggiori della lor fama, un certo spirito di 
corpo cominciò a manifestarsi, benché vi entrassero dalle leve 



- 154 - 

contadini e popolani, per i quali nulla rappresentavano i bisogni 
morali, tutto i materiali. Chiunque poteva, sottrarsi al servizio 
militare con dugento ducati o cambii di persona, consentiti dalla 
legge, ma i più se ne sottraevano con infinite malizie. La pro- 
fessione delle armi non apparteneva più alla vecchia nobiltà del 
sangue, secondo le tradizioni della Monarchia napoletana. Le 
stesse guardie del corpo a cavallo, addette alla persona del Re, 
formate dapprima da giovani, i quali dovevano avere i quattro 
quarti di nobiltà, ora eran composte da figli di generali, d' im- 
piegati, appartenevano a famiglie nobili di provincia ; ne i capi 
erano più i gloriosi resti delle guerre napoleoniche. Tranne 
Filangieri, Ischitella, Castelcicala e Carrascosa, i capi dell'eser- 
cito erano di fatto i figliuoli dei compagni di Ruffo, o i rampolli 
di famiglie nobili ridotte al verde, o alcuni di quei vecchi arnesi 
del tempo di Murat: uomini senza fede politica, servitori dei 
Borboni, che disprezzavano in segreto, ma temevano per neces- 
sità d'impiego. Quest'esercito aveva acquistato un certo spirito 
di corpo, come ho detto. Era venuto in superbia per aver soffocata 
la rivoluzione il 16 maggio, e poi riconquistata la Sicilia e domata 
la Calabria ; perchè sentiva di essere l'unico sostegno della dina- 
stia; perchè vedeva tutte le cure del Re ad esso rivolte. La stessa 
animosità pubblica, da cnii si sentiva colpito, contribuiva non poco 
a stringerlo più dappresso al trono. Inoltre, l'esser cresciuto di 
numero lo faceva credere più valoroso. Esercito dinastico, anzi 
personale di Ferdinando II, esso temeva il Re, disprezzava il 
proprio paese e odiava la libertà. La rozzezza e la spavalde- 
ria prevalevano nei soldati e nei capi, ma soprattutto nei capi. 

Il Re più che vere virtù militari ebbe, contrariamente al 
padre e all'avo, pronunziate tendenze soldatesche, fin dalla prima 
gioventù. Si racconta che l'avo, volgarissimo spirito, privo di 
ogni senso di dignità umana, dicesse un giorno al nipote giovi- 
netto, occupato a studiare alcune modificazioni da introdursi 
nelle divise dei soldati : " Vestili come vuoi, fuggiranno sempre „ . 
Ancora si ricordano in Napoli alcuni versi in dialetto, nei quali 
Ferdinando I risponde a taluni, che gli consigliavano di affidarsi 
agli alleati : " Tu che malora dici ? fujono chiù de me r,-^ A Fer- 



* Tu che malora dici ? Fuggono più di me. 



- 155 - 

dinando II, iavece che indossava tutti i giorni l'uniforme, pia- 
ceva assistere a riviste, andar nei quartieri e parlare con ufficiali e 
soldati, familiarmente in dialetto, e chiamandoli per nome. Ogni 
anno a Sessa si formava il campo e si eseguivano evoluzioni 
tattiche a tema dato, alle quali il Re non mancava mai, anzi era 
egli che comandava uno dei partiti manovranti. Ogni giorno, a 
Napoli, una brigata per turno andava a far gli esercizi al campo 
di Marte ; e una volta la settimana, tutta la guarnigione. Fer- 
dinando II teneva a mostrare le sue milizie a quanti cospicui 
personaggi andavano in Napoli. 

Nel 1847 venne a lui in mente di fare un simulacro di 
guerra per istruzione delle sue truppe e scelse Pozzuoli per 
campo di battaglia. Il piano era di prendere d'assedio la città, 
per marciare poi sopra Napoli. Presero parte alla fazione campale 
ventimila soldati circa, di cui una metà fu disposta lungo la 
linea da Napoli a Pozzuoli, e l'altra metà imbarcata sovra battelli 
a vapore. L'armata di terra era comandata dal generale Filan- 
gieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d'Aquila. 

Cominciato l'attacco, Ferdinando II tentò di sbarcare a Ba- 
gnoli ; ma accortosi delle forze nemiche colà appiattate, prese 
a cannoneggiarle per tutto il littorale, mentre faceva dirigere i 
piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riuscì vano, perchè Filangieri, 
in previsione di tale movimento, avea fortificato di artiglierie 
le alture da Montedolce a Pozzuoli ed impedi lo sbarco. 

Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baja il suo 
corpo d'armata, scese a terra con le truppe, a pie di Monte- 
nuovo. Però, invece di muovere per Baja, prese la via littora- 
nea per Pozzuoli, come il conte d'Aquila prese quella della col- 
lina superiore denominata Luciano, col disegno di stringere 
Pozzuoli da ambo i lati. Il generale Filangieri, avvedutosi a 
tempo della diversione delle truppe regie e dell'imminente pe- 
ricolo di un assalto alla città, con una strategia bene immagi- 
nata, comandò alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico 
con finto fuoco di ritirata, e dopo di aver fatto inoltrare il Re 
e la sua soldatesca, già sicuri della vittoria, fino all'abitato verso 
il palazzo PoUis, fu loro addosso con la truppa nascosta nei pressi 
del tempio di Serapide e sulla collina di San Francesco li cir- 
condò d'ogni parte e li fece tutti prigionieri. La sconfitta del 
Re formò per molti giorni oggetto di commenti. Sul!' imbru- 



- 166 — 

nire Ferdinando II, circondato dal suo Stato maggiore, fece riunire 
tutte le fanfare in piazza della Malva., quella stessa ora ridotta 
a giardino pubblico ed ivi, al tocco àoiVAve Maria, scovrendosi 
il capo, ordinò ch.e al suono delle musiche, tutte le truppe ren- 
dessero in ginoocliio ringraziamento a Dio della giornata tra- 
scorsa. In tal modo finì la cosi detta Guerra finta, di cui rimane 
viva la memoria a Pozzuoli. 

Il E.e era il capitano generale, cioè il capo supremo dell'eser- 
cito, ma più ohe a ravvivarne lo spirito, studiava di renderselo 
devoto. Compi alcune riforme più apparenti che reali, più mecca- 
niche ohe organiche. Non pochi ufficiali superiori erano vecchioni, 
e chi non ricorda quel tenente generale Massimo Selvaggi che de- 
stava quasi la pietà o 1' ilarità di quanti lo vedevano nelle ^ara^e, 
reggersi con grande fatica a cavallo ? Gli ufficiali veniva- 
no in gran parte dalla bassa forza e avanzavano lentamente 
nella carriera, e solo in età tarda, o quando soverchiamente adi- 
posi, guadagnavano le spalline. Le promozioni erano fatte per 
anzianità, e su ruolo unico, nelle diverse armi. Altri ufficiali 
erano forniti dalle guardie reali a cavallo, senza regolari pro- 
mozioni, ma per semplice grazia del Re. Buoni ufficiali, ma 
in troppo scarso numero per la quantità dei soldati, uscivano 
dal Collegio militare della Nunziatella, dove, in ogni tempo, in- 
segnarono professori come Basilio Puoti, Francesco de Sanctis, 
Paolo Tuoci e Tommaso Mandoj. Agli ufficiali il matrimonio era 
permesso, purché la dote della sposa non fosse minore di 4000 
ducati ; e quando era al di sotto di questa somma, non man- 
cava la grazia sovrana. E come avrebbe potuto muovere in 
guerra un esercito, comandato da uno stato maggiore decrepito o 
vecchio ? Ferdinando II non si diede mai pensiero dell'eventualità 
di una guerra, perchè si credeva sicuro in casa sua. 

Egli non si preoccupava che dei moti interni e per repri- 
mere questi, l'esercito soverchiava; e c'erano poi gli svizzeri. 
Nonostante però il numero esagerato dell'esercito e la devota sog- 
gezione di questo, parrà strano, ma Ferdinando II non aveva 
vera fiducia che nei reggimenti svizzeri. Questi erano quattro, 
raccolti nei Cantoni principalmente cattolici. Entrarono nel 
Regno quando ne uscirono gli austriaci, cioè nel 1926, e le ca- 
pitolazioni furono fatte per trent'anni col governo federale dal 



- 157 - 

ministro di Napoli a Berna, il duca di Calvello, che divenne 
più noto col titolo di principe di Castelcicala. Gli svizzeri fu- 
rono dunque destinati a sostituire gli austriaci, cioè ad essere 
il più sicuro puntello del trono e della dinastia. E l'origine 
loro più politica che militare, faceva di essi una milizia affatto 
dinastica, anzi la più dinastica di tutto l'esercito, e quindi più 
favorita. Soldato o ufficiale, lo svizzero prendeva uno stipen- 
dio maggiore di due terzi del soldato napoletano, il quale ave- 
va cinque grani il giorno, un grosso pane di munizione, carne 
e maccheroni, ed il venerdì mangiava di magro. Gli svizzeri 
avevano il letto ; i soldati napoletani il pagliericcio ; gli sviz- 
zeri, ricevendo un vestito nuovo, potevano ritenere il vecchio ; il 
napoletano era obbligato a restituirlo ; e quelli, oltre la gran te- 
nuta, portavano ogni giorno un vestito di tela bigia. Erano, in- 
somma, reggimenti privilegiati e costavano più di 600 000 ducati 
all'anno ; spesa la quale, messa in confronto con quella di tutto 
l'esercito, conduceva alla conclusione che quattro svizzeri co- 
stavano quanto sette napoletani. Ma essi rappresentavano la 
vera forza della dinastia, la quale cadde quando gli svizzeri 
non ci furono più. Essi si trovavano sempre in prima linea, 
allorché c'era da menare le mani. Cosi il 15 maggio nelle 
vie di Napoli; cosi in Sicilia nello stesso anno e nel succes- 
sivo. Dei quattro reggimenti svizzeri, il quarto, reclutato quasi 
tutto nel cantone di Èerna, aveva l'orso cantonale sulla ban- 
diera bianca. Ogni reggimento era diviso in due battaglioni, e 
ogni battaglione in sei compagnie. Appartenevano ai cacciatori 
e alla linea; oltre ai quattro reggimenti, vi era uno speciale 
battaglione di artiglieria. Scadute le capitolazioni nel 1855, 
Ferdinando II trovando difficoltà a rinnovarle col governo fe- 
derale, le aveva rinnovate il 9 marzo di quell'anno, per un al- 
tro quinquennio, coi singoli comandanti dei reggimenti, per cui 
non si chiamarono più reggimenti svizzeri, ma battaglioni esteri 
e seguitarono a portare sulla bandiera lo stemma cantonale e 
ad avere la nazionalità di origine. Si tenga presente questa cir- 
costanza, ohe servirà a spiegare la loro insurrezione nel luglio 
del 1859. 

Tutto ciò, che era necessario all'esercito, si costruiva o si 
provvedeva nel Eegno. Alla Mongiana si fabbricava il mate- 



- 158 — 

riale metallurgico per l'artiglieria, a Napoli si fondevano i can- 
noni , a Torre Annunziata si facevano i fucili , a Pietrarsa le 
macchine per i legni da guerra , a Scafati le polveri , a Capua 
c'era un opificio pirotecnico e a Napoli un ufficio topografico, 
diretto dal colonnello del genio Visconti, matematico di gran 
valore. A Castelnuovo esisteva una sala d'armi antiche e mo- 
derne, abbastanza importante. 

Una ripartizione delle milizie in divisioni territoriali e corpi 
d'armata non esisteva. Ogni provincia aveva un cosi detto 
comandante delle armi, ma le armi mancavano. Il coman- 
dante delle armi non disponeva che di una compagnia di gen- 
darmi e di una compagnia di soldati, detti provinciali. Vere 
guarnigioni di milizie attive si trovavano in Sicilia e in Terra di 
Lavoro. Tra quei comandanti v'era ancora qualche vecchio e 
valoroso ufficiale, che non tollerava le esorbitanze poliziesche 
degli intendenti e perciò cadeva in disgrazia o veniva addirit- 
tura messo in riposo. 

Ricordo il generale Q-io vanni Eodriguez, comandante della 
provincia di Siracusa, già colonnello del valoroso decimo reggi- 
mento di linea in Lombardia, nel 1848; il generale Tommaso 
Romano, antico e bravo ufficiale di Murat, ferito più volte in 
guerra, che nel 1856 si levò animosamente in difesa di mon- 
signor Caputo di Lecce, e il generale Antonio Veltri, coman- 
dante negli Abruzzi. Le truppe del continente erano concen- 
trate fra Gaeta, Caserta, Capua e Napoli, e i comandi gene- 
rali divisi in due : uno per i dominii del continente ed un altro 
per la Sicilia. Il posto del comandante generale per il continente 
era in quegli anni vacante: ne faceva le veci il brigadiere 
Gaetano Garofalo, capo dello stato maggiore. Le truppe in Si- 
cilia ubbidivano a don Paolo Ruffo, principe di Castelcicala, 
maresciallo di campo e luogotenente del Re. Dei fratelli del Re, il 
conte di Trapani, col grado di brigadiere, figurava fra gli aiutanti 
generali ; maresciallo di campo onorario era il conte di Siracusa. 

La segreteria particolare del Re aveva per capo il colonnello 
D'Agostino e vi scriveva le lettere particolari del Re, il mag- 
giore Severino. Prestavano anche servizio presso il Sovrano il 
colonnello Rodrigo Afan de Ri vera, i maggiori Tommaso de An- 
gelis, Anzani e Felice de Schumacher e figuravano, tra i ma- 
rescialli di campo, il marchese Del Carretto, quasi decrepito, il 



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conte Luigi Gaetani di Laurenzana, Pietro Vial e Francesco 
Finto, marcliese di San Giuliano e principe d' Ischitella. Francesco 
Casella, padre dell'illustre avvocato, era intendente generale ed 
Emanuele de Gaeta comandava la piazza di Napoli. Ispezio- 
nava le guardie reali il cadente Selvaggi ; comandava la gen- 
darmeria il brigadiere Francesco Antonio Winspeare ; Galluzzo 
dirigeva il servizio dei corpi facoltativi e Gregorio Lubrano, 
maresciallo di campo, era ispettore dei soldati provinciali o «e- 
dentanei. 

Tutte le città fortificate avevano un proprio comandante e 
si dividevano in tre classi. Il lyiaggior Focardi comandava 
Trapani ; il maggiore Cappelli, Milazzo ; il capitano Michele 
Amari, Aquila e il capitano Cecere, l' isola di Capri. Ai tenenti 
generali si dava il titolo di Eccellenza, agli altri ufficiali il don. 
I ifeggimenti di fanteria, eccetto i primi sei, s'intitolavano da 
una città o da una provincia e si distinguevano per il diverso 
colore delle mostre. Il primo reggimento si chiamava Ee, e 
portava mostre rosse ; e cosi il secondo, che aveva nome Regina ; 
mostre gialle portavano il terzo ed il quarto. Principe e Princi- 
pessa ; di colore amaranto il quinto ed il sesto, Borbone e Farnese ; 
celesti il settimo e l'ottavo, Napoli e Calabria ; Puglia e Abruzzo 
di color arancio ; Palermo e Messina verdi ; Lucania e Sannio di 
rosso cupo e Messapio di color violetto. Splendide le divise, copiate 
dalle francesi dei tempi di Luigi Filippo. Tornato da Parigi, 
Ferdinando II cangiò in hleu l'uniforme rossa della guardia 
reale e le die il cappellone di peli; ordinò i calzoni di color 
rosso cupo alla fanteria ed alla cavalleria, chiamò cacciatori i 
bersaglieri; ed usseri i cavalleggieri. 

L'esercito, privo di qualunque sentimento nazionale, aveva 
invece esagerato spirito di religione, anzi di bigotteria. Soldati 
e ufficiali portavano addosso amuleti ed avevano immagini sacre 
nelle giberne e nei sacchi. Nella stessa misura, colla quale in lui 
si aumentavano gli scrupoli religiosi, Ferdinando II voleva che 
crescessero le pratiche di devozione nel suo esercito. Ogni arma 
aveva il suo santo patrono, e nelle città di presidio, per la festa 
del protettore, gli ufficiali in alta tenuta con lunghe candele ac- 
cese in mano, seguivano le processioni e dietro loro, una o due 
■compagnie di soldati con musica. A Napoli molti ricordano la 



- 160 — 

processione dei Corpusdomini e quella dei Quattro Altari. Le 
truppe si schieravano lungo le vie, per le quali passava il cor- 
teo, e il Re con tutta la Corte a piedi prendeva parte alla 
processione. Nel giovedì e venerdì santo, i soldati senz'armi 
in drappelli, si recavano a visitare i sepolcri; e innanzi alla 
porta maggiore delle chiese come ai lati del sepolcro, si vede- 
van due sentinelle con i fucili capovolti, in segno di lutto. 
Nelle feste ciascun reggimento in armi sentiva la messa e al- 
l'elevazione la musica intonava 1* inno reale. Se suonava l'avem- 
maria e un reggimento era a manovrare in piazza d'armi, i 
soldati dovevano inginocchiarsi e rimanere a capo scoperto men- 
tre la musica intuonava l' inno della preghiera. Ferdinando II, 
in simili casi, dava il segno dell'aZi, anche quando un reggi- 
mento di cavalleria moveva alla carica. Nel 1866, proclamato 
il domma dell'Immacolata Concezione, tutto l'esercito in elta 
tenuta assistè a una messa di ringraziamento, celebrata da 
monsignor Naselli, cappellano maggiore. E chi non ricorda la 
spettacolósa parata di Piedigrotta ? * 

La disciplina nell' esercito napoletano veniva mantenuta con 
pene severissime, persino crudeli, le quali aumentavano la paura 
dei soldati verso la persona del Re. Tutta la parte morale, che 
tiene oggi il maggior posto nell'educazione militare, allora non 
o' era, né, dato il modo con cui quell' esercito si reclutava, poteva 
esistere. Non il sentimento del dovere, né l' onore della divisa 
rattenevano il soldato dalle indisciplinatezze o dalle cattive 
azioni, ma la bacchetta e le legnate, pene ohe raggiungevano 
l' orrore di una flagellazione. Neil' esercito o' era la piaga della 
camorra, che non si riusci a curare mai neppure con quelle terri- 
bili pene. Il condannato alle legnate veniva condotto nell' atrio 
della caserma, dove già il sua reggimento si trovava disposto 
in quadrato. Là era svestito e con le sole mutande veniva 
steso bocconi sopra una scranna di legno. Due caporali con un 
sottile bastone applicavano al disgraziato cinquanta o cento 
battiture, secondo la condanna, numerando i colpi ad alta voce. 
La pena della bacchetta era anche più dolorosa. Il colpevole, 
nudo sino ai fianchi, doveva passare e ripassare tra due file di 
soldati, i quali a suon di tamburo lo percuotevano sulle spalle, 



' Le riviste militari si chiamavano parade. 



- 161 — 

con sottili verghe di salice. Alcuni colonnelli erano cosi spie- 
tati da ordinare simili supplizii per lievi mancanze di discipli- 
na, o per poca correttezza nell' insieme della tenuta. I più pian- 
gevano sotto i colpi e invocavano la propria madre o la Ma- 
donna, ma i camorristi subivano la flagellazione con coraggio e 
spesso con aria provocante. Condannati alle legnate, tenevano 
stretto fra i denti un fazzoletto, per non rompere in grida strap- 
pate dal dolore. Dopo il supplizio, divenivano peggiori : la pena 
subita era per essi nuovo titolo di bravura. Non è quindi a 
maravigliarsi se, deperendo con tali punizioni il sentimento 
morale nell' animo del soldato, il bigottismo ed il terrore tenes- 
sero il luogo di quelle energie intime e di quell' alto sentimento 
dell'onore, che formano il carattere dell'uomo di guerra. 

Più cbe una raccolta di uomini d'arme, avidi di gloria e di 
avventure, l' esercito poteva dirsi una raccolta di frati armati, 
desiderosi di quieto vivere. Le imprese contro il nemico inter- 
no li trovavano disposti a menar le mani ; ma se il nemico ve- 
niva di fuori, era un' altra cosa. Nelle processioni del Corpusdo- 
mini, appena si determinava per qualunque inezia quel panico 
caratteristicamente napoletano, detto fuie-fuie, * bisognava ve- 
dere con che arditezza le guardie reali si stringevano attorno al 
Re, mentre le truppe allineate sulla via impugnavano le armi; 
ma andando contro il nemico, di qua o di là dalla frontiera, acca- 
deva il contrario. Non volendo ricordare Antrodoco, ne la fa- 
mosa ritirata da Roma al principio del secolo, ricordo quella più 
recente di Velletri, per la quale il generale Roselli scrisse 
nelle sue Memorie queste parole profetiche : ** Il Re di Napoli, 
facendo alle sue truppe eseguire la ritirata nel Regno, susci- 
tava in loro un' idea d' impotenza e quindi una diffidenza nella 
vittoria, un disgusto e avversione per la guerra, un peggio- 
ramento nello spirito insomma „ . Che se poi i soldati napo- 
letani, tolti via di pianta da Napoli, anzi dall'Italia, venivano 
condotti sott' altro cielo e comandati da un capo di riconosciuto 
valore, si coprivano di gloria. Durante l'impero napoleonico, i 
napoletani che combattevano in Ispagna, vennero lodati dai 
marescialli Suchet e Saint Cyr; nel 18J2 Murat ne condusse 
nella campagna di Russia dieci mila, i quali fecero prodigi e nella 



1 Fuggi, fuggi. 

De Cesabe, La fine di un Reg. . • Voi. > U 



— 162 — 

tremenda ritirata di Mosca, Napoleone non ebbe altra scorta che 
di cavaKeri napoletani, comandati da Roccaromana e da Picco- 
lellis, il quale guidara i cavalli della carrozza dov' era l' Impe- 
ratore. Questi diecimila napoletani erano comandati da Flore- 
stano Pepe, da Rossaroll, da D'Ambrosio, da CianciuUi, da Costa, 
da Aroovito, da Roccaromana, da Piccolellis e da Campana. 
Nella famosa ritirata di Mosca il freddo colpi i due colonnelli 
Campana e Roccaromana e a Florestano Pepe si gelarono i piedi. 

Dopo Lutzen, Napoleone pubblicò quest' ordine del giorno : 
8. M. l'Imperatore dei francesi e Ee d' Italia, volendo dare alle 
truppe napoletane che fanno parte del grande esercito, una prvbova 
della sua soddisfazione, pel coraggio da esse addimostrato nelle 
battaglie di Lutzen, con decreto del 22 maggio^ ha loro conceduto 
ventisei decorazioni della legion d'onore, da distribuirsi ai mili- 
tari dei diversi gradi e classi, che si sono maggiormente distinti. 
Murat ne fece di sua mano la distribuzione. 

A Danzica le truppe napoletane ebbero elogi dal maresciallo 
Rapp; e qualche anno dopo combattettero valorosamente, bencbè 
infelicemente, a Modena e a Macerata, condotti dallo stesso Mu- 
rat. Al ponte San Giorgio il generale Carlo Filangieri, mortal- 
mente ferito, si copri di gloria. Il decimo di linea si fece molto 
onore in Lombardia, nel 1848. Strane contradizioni umane, da 
non maravigliare nel paese delle contradizioni e ohe io noto, 
lasciando ai futuri storici l'ultima parola. 

Alla mancanza di ogni vera educazione militare si aggiun- 
geva la meschinità del soldo. L'esercito borbonico era il peggio 
pagato degli eserciti italiani. Mal retribuiti e carichi di debiti, 
ufficiali e sottufficiali avevano quasi tutti famiglia, che si ri- 
morchiavano appresso nel cambio delle guarnigioni, onde, mo- 
vendosi un reggimento, pareva che si movesse una tribù. Altra 
piaga dell'esercito era la clientela. Ufficiali superiori avevano 
ufficiali inferiori da proteggere ; e questi, i sottufficiali ; e i sot- 
tufficiali, alla loro volta, i soldati ; catena di dipendenze, cause 
ed effetti ad un tempo, d'una situazione moralmente anormale, 
che spegneva ogni sana energia e manteneva una specie di ma- 
lessere quasi morboso fra gli ufficiali, e nei soldati un'indoma- 
bile disgusto per il mestiere delle armi : disgusto o avversione 
divisa dal paese, il quale non si era potuto abituare alle leve 



— 163 - 

che rappresentavano nn pubblico lutto. Eppure i coscritti non 
partivano per la guerra, ma per andar ad oziare nelle guarni- 
gioni di Napoli delle vicinanze. Se se ne eccettui i soldati 
del genio, non vi era straordinaria occasione o pubblica disgra- 
zia, nella quale venisse adoperato l'esercito. La vita neghittosa 
contribuiva a deprimerne il carattere. 

Certo non mancavano tra gli ufficiali, soprattutto fra i gio- 
vani usciti dal collegio della Nunziatella, con la mente nutrita 
di buoni studii e appartenenti alle armi dotte, sensi di onor 
militare, nobili aspirazioni a un avvenire migliore e desiderio 
di riforme radicali. Erano aspirazioni individuali, che si perde- 
vano in quel generale e rozzo scetticismo, il quale inquinava l'e- 
sercito, devoto al !fte, ma umiliato dal Be, che non senza osten- 
tazione mostrava di riporre maggior fiducia negli svizzeri ; milizia 
senza ideali nazionali o di conquista, ne scuola del dovere, ben 
vestita, mal pagata e votata all' immobilità. Per quanto il partito 
liberale si adoperasse a far proseliti nell'esercito e diffondervi 
le idee di nazionalità e di patria, non vi riusci finche visse Fer- 
dinando II. Fu in appresso, quando, lui morto cominciò a sfa- 
sciarsi tutto l'edifizio suo, che la propaganda liberale si fece 
strada nell' esercito, ma aiutata da due circostanze capitali : la 
partenza degli Svizzeri e l'atto sovrano del 25 giugno 18G0. 

Una compagnia speciale era quella delle Guardie del corpo, 
ad alcune delle quali, andate da lui a reclamare perchè nello sce- 
gliersi fra loro gli ufficiali, si erano usate ingiuste preferenze, 
Ferdinando II rispose : " Belli figlino, io ccà aggia fa comm 't* 
chianchiere, na chiena e na vacante „ ^ . Le guardie del corpo fu- 
rono istituite nel 1734 da Carlo III, il quale portò a Napoli gli 
usi e i costumi di quelle di Spagna. Primo capitano delle guar- 
die del corpo fu ddn Lelio Carosa, marchese di Arienzo. Ferdi- 
nando IV, tornato dalla Sicilia, ricostituì la compagnia con un 
decreto del 1** agosto 1816 e questa rimase cosi composta : un ca- 
pitano, un tenente, un secondo tenente, due esenti primi, quattro 
esenti proprietarii, quattro esenti soprannumeri, quattro briga- 
dieri, otto sottobrigadieri, un sottobrigadiere portastendardo, due 
trombettieri, centoventi guardie. Come si vede, ventisei tra 
ufficiali e sottufficiali su centoventi guardie. Erano poi quasi 



' Belli figlioli, io qui devo fare come il macellaio, iena piena e wia var- 
cante. — Idiotismo dialettale, che vuol dire giocar d'altalena. 



— 164 - 

più i caporali che i soldati. Tutti per esservi ammessi dovevano 
essere nobili, ma non si andava pel sottile a ricercare la no- 
biltà. Metà erano guardie a cavallo e metà a piedi, ma per 
turno, siccliè tutti dovevano essere buoni cavalieri. Erano esenti 
dal servizio di governo dei cavalli, che veniva fatto da al- 
trettanti garzoni. Dòpo questa riforma, il primo capitano fu un 
tenente generale, il principe di Ruoti, don Giuseppe Capece Mi- 
nutolo, ed il primo tenente un maresciallo di campo, il principe 
di Migliano, don Gerardo Loffredo. Ne fecero parte tutti i nobi- 
lissimi del Regno, i Tuttavilla, i Carafa di Traetto, i Caracciolo, 
gli Statella, i Lucchesi, i Del Pezzo, i Del Carretto, i Belgioioso, 
i Casapesenna, i Paterno, i Mastrilli e via dicendo. L'apparte- 
nere alle guardie del corpo, che avevano smaglianti uniformi, 
era un sogno dei giovani signori napoletani. Di tutti quelli 
chiamati a comporre la compagnia da Ferdinando IV, nella sud- 
detta riforma del 1816, ne vivevano nel 1882 due soltanto : 
Achille Paterno e Diego Candida. Un decreto del 13 marzo 1843 
modificò alcune delle disposizioni rigorose per l'ammissione dei 
giovani nella compagnia, ma mantenne la necessità delle stesse 
prove di nobiltà per gli uscenti nei vari gradi. 

Fra le guardie del corpo si mantennero sempre salde le tra- 
dizioni di -lusso, di giuoco, di debiti e di vita dissipata. Come 
un giovane era ammesso nel corpo, doveva comprare il ca- 
vallo e appena lo presentava, gli veniva pagata la somma di 
120 ducati. L' assegno annuo consisteva in circa quindici du- 
cati al mese, oltre al dóppio foraggio per il cavallo. Ma le 
guardie del corpo dovevano obbligatoriamente assistere alle rap- 
presentazioni del San Carlo e pagare l'ingresso; sicché si pre- 
levavano dalla rtiassa queste spese, e alla fine dell'anno ciascu- 
na guardia non liquidava sul suo stipendio più di un' ottantina 
di ducati netti. Questo misero assegno, del tutto insufficiente 
al lusso di cui le guardie del corpo si circondavano, le poneva 
nella necessità di rovinarsi. Guardia del corpo divenne sinoni- 
mo di scapestrato, d' indebitato, di prepotente e di volgare spiri- 
toso. Tutti parlavano come il Re il dialetto napoletano coi 
suoi più plebei idiotismi. 

Con un Regno, le cui coste si sviluppavano largamente nel 
mare che lo bagnava da tre parti, Ferdinando II non dedicò 



- 165 - 

alla marina le stesse cure che dedicò all'esercito, a differenza 
del suo avo, ai cui tempi la marina napoletana si distinse, com- 
battendo accanto all'inglese. Se Ferdinando II non temeva 
un'invasione dalla parte di terra, non prevedeva gravi pericoli 
dal mare. Fu per questo che lasciò le coste indifese. I pochi 
porti di Calabria, di Sicilia e dello stretto di Messina non erano 
in grado di opporre seria resistenza. Sebbene nato in Sicilia, 
il fìe non aveva la passione del mare ; dopo il 1848 non passò 
lo stretto che una volta sola ; e dovendo recarsi nelle Puglie 
per il matrimonio del duca di Calabria, affrontò il viaggio di 
terra nel cuore dell'inverno. 

L' organizzazione della marina rimase però superiore a quella 
degli altri Stati italiani, tanto che il conte di Cavour, ministro 
della marina in Piemonte, ne adottò le ordinanze, le manovre 
e i segnali di bandiera, che mancavano alla flotta sarda e pre- 
scrisse per gli ufficiali la divisa napoletana. 

L' armata si componeva di due vascelli da 80 : uno ad elica, 
il Monarca ; l' altro a vela, il Vesuvio ; di tre fregate a vela : la 
Partenope, V Amalia e la Regina ; di due ad elica : la Farnese e 
la Borbone, che poi divennero la Garibaldi e l' Italia. V erano 
inoltre sei fregate a vapore a ruote: il Guiscardo, V Ercole, il 
Tancredi, V Ettore Fieramosca^ il Veloce e il Fulminante; quat- 
tro corvette a vapore: il Miseno, la Maria Teresa, il Palinuro 
e il Ferdinando II] e due a vela: la Cristina e V Amalia; quat- 
tro brigantini a vela : il Valoroso, V Intrepido, lo Zaffiro e il Prin- 
cipe Carlo, e cinquanta bombarde e barche cannoniere. 

La marina mercantile era formata quasi interamente di pic- 
coli legni, buoni al cabotaggio e alla pesca e la montavano più 
di 40 000 marinari, numero inadeguato al tonnellaggio delle 
navi. La navigazione si limitava alle coste dell'Adriatico e del 
Mediterraneo, e il lento progresso delle forze marittime non 
consisteva nel diminuire il numero dei legni ed aumentarne la 
portata, ma nel moltiplicare le piccole navi. La marina mer- 
cantile a vapore era scarsissima, non ostante che uno dei primi pi- 
roscafi, il quale solcasse le acque del Mediterraneo, fosse costruito 
a Napoli nel 1818. Essa apparentemente sembrava la maggiore 
d'Italia,, mentre in realtà alla sarda era inferiore, e anche come 
marina da guerra, era scarsa per un Regno, di cui la terza parte 
era formata dalla Sicilia e gli altri due terzi formavano un 



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gran molo lanciato verso il Levante. La marina e l'esercito 
stavano agli antipodi : l' esercito era sproporzionato al paese per 
esuberanza, la marina per deficienza. 

n più alto grado nella marina da guerra 1' aveva il conte 
d'Aquila, viceammiraglio e presidente del Consiglio di ammi- 
ragliato, al quale appartenevano i viceammiragli, Francesco Sa- 
verio Garofalo, Lucio di Palma e i brigadieri Vincenzo Lettieri 
e Pier Luigi Cavalcante. Oltre a questi, erano ufficiali gene- 
rali di marina Giovanni Antonio della Spina, primo istruttore 
del duca di Calabria ; Luigi Jaucli, Leopoldo del Ee, Antonio 
Bracco, il marchese Girolamo de Gregorio e Antonio Palumbo. 
Il brigadiere Cavalcante era pure intendente generale dalla ma- 
rina. Tra i capitani di vascello, ricordo Francesco e Michele 
Capecelatro, fratelli di Antonio e di Alfonso, e don Michele 
d* Tirso, più noto per le sue arguzie che per l' ufficio di relatore 
della Corte marziale marittima. Rammento, tra gli ufficiali su- 
periori, Scrugli, Vacca, Barone, Longo, Brocchetti, Anguissola 
e tra gli ufficiali più giovani, gli Acton, Civita, D'Amico, Mar- 
tini, Vitagliano, Persichetti, Accinni, Turi, Libetta, Lubrano, 
Cottrau, Romano, Palumbo, Sanfelice, Corsi e Serra, i quali en- 
trarono tutti nella marina italiana. 

Napoleone Scrugli, che divenne poi aiutante di campo di Vit- 
torio Emanuele e morì senatore del Regno d' Italia, era calabrese 
e comandava nel giugno del 1860 la pirofregata il Tasso, che si 
arenò alla foce del Tronto. Giovanni Vacca, che fu uno dei tre 
ammiragli di Lissa e il solo che avesse avuto una felice ispi- 
razione in quella triste giornata, comandava il Valoroso, poi fu 
promosso e comandò il Monarca. Edoardo d'Amico, che fa 
prima capo dello stato maggiore della squadra di crociera, la 
quale non seppe impedire lo sbarco di Garibaldi a Marsala, e 
poi ebbe lo stesso ufficio col Persano a Lissa e passò con 
costui dal Ee d'Italia snìV A/fondatore, comandava la Maria Te- 
resa, ed era stato incaricato, l'anno prima, di gettare il cavo 
telegrafico fra Otranto e Vallona. Carlo Longo, che coman- 
dò il dipartimento marittimo di Genova, era commissario del 
Re presso il tribunale di guerra e marina. Tutti e tre erana 
capitani di fregata. Qui aggiungo, che allo sbandamento della 
marina contribuì, più di ogni altra cosa, una certa leggerezza di 
carattere, nota caratteristica di quella ufficialità pur così intelli- 



- 167 - 

gente e vivace: leggerezza, ohe più tardi rivelarono alcuni di 
loro, saliti a posti politici eminenti. Dei viceammiragli nessu- 
no passò nella marina italiana e il Lettieri, comandante della 
piccola squadra che accompagnò a Gaeta Francesco II e il Pa- 
sca che comandava la Partenope, tornarono alla vita privata dopo 
il 1860. 

V era nella marina napoletana una classe, che con denomi- 
nazione un po' bizzarra, si chiamava dei " brigadieri „ come se 
la flotta si dividesse in brigate, a somiglianza dell'esercito. 
Questo grado corrispondeva ai commodori di altre marine mili- 
tari. Erano allora brigadieri Ferdinando Pucci, che comandava 
il dipartimento marittimo di Castellammare e i cui figliuoli en- 
trarono nella marina italiana e Carlo Chretien, passato anche lui 
nella marina italiana, il quale nel 1857 era presidente della com- 
missione per le prede. Vi erano due istituti per la marina : il real 
Collegio di marina e una scuola per gli alunni marinari e dei gru- 
metti. Uscivano dal primo ufficiali e ingegneri costruttori, e gli 
alunni non potevano essere più di quaranta : quindici a piazza 
gratuita e venticinque a pagamento ; uscivano dalla seconda pi- 
loti, sottufficiali, cannonieri e marinai e vi erano cinquanta posti, 
dei quali venti gratuiti, dieci a metà retta e venti a retta intera. 
Il brigadiere Federico Roberti era ispettore di questi istituti. 

La marina militare sentiva di non godere la predilezione del 
Re. Non marinaro lui, né marinaro il conte di Aquila, non 
si dava quasi mai il caso di riviste o manovre navali, o di viaggi 
di istruzione e assai meno, circumnavigazione. 

L'alta Corte militare, che era comune all'esercito e alla ma- 
rina, risedeva a Napoli e la componevano ufficiali di terra e di 
mare. Era una specie di Cassazione e rivedeva le decisioni dei 
Consigli di guerra, solo per verificare se la legge o la procedura 
era stata violata. La formavano un presidente, otto giudici 
ordinarii, quattro dei quali dovevano essere marescialli di campo, 
e quattro brigadieri e sei giudici straordinarii : la presedeva don 
Luigi Niccola de Maio, duca di San Pietro. 

Nel Giornale del Regno delle Due Sicilie del 9 dicembre 
1866, si leggeva : " Un individuo, da pochi mesi entrato con 
male arti al real servizio militare, osò ieri uscir di riga mentre 
sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Per- 



— 168 - 

sona del Ee nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercè, non 
solo rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità e 
la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfi- 
lar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicché non se 
ne avvidero se non ben pochi dei presenti „ . E nel numero 
del 13 dicembre era scritto : " Il Consiglio di guerra di corpo 
del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle 
leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell'esecrando 
reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto 
Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado 
di pubblico esempio. La qual sentenza è stata eseguita questa 
mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel 
largo del Cavalcatolo, fuori Porta Capuana., Il reo, che ha ri- 
cevuto a lungo tutti i conforti delia nostra sacrosanta religione 
si è mostrato compunto. L'ordine pubblico è stato perfettamente 
osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino 
al suo estremo respiro „ . Ecco l'alfa e l'omega di quello strano 
e imprevedibile attentato. 

La stessa onda di degradazione, che si levò nel Regno fra 
il 1849 e il 1850 per chiedere al Re l'abolizione dello Statuto, 
si levò dopo quel fatto. E carità di patria non attingere da- 
gli archivi! note cosi poco .... eroiche, e non esumare gì in- 
dirizzi magniloquenti, né ricordare le tante deputazioni, le quali 
sfidando i disagi di un viaggio lungo e di una stagione cruda, 
si recarono a presentare al Sovrano i rallegramenti per lo scam- 
pato pericolo. Quante giamberghe furono sbattute dalla tramon- 
tana innanzi alla Reggia di Caserta, e quanti raffreddori e pol- 
moniti ! La rettorioa dell'alto clero, ma più quella dei gesuiti, fu 
spesa a magnificare il miracolo fatto dalla Concezione, di cui, l'otto 
dicembre giorno dell'attentato, ricorreva la festa. Si tennero nei 
seminarli e nei collegi molte accademie, con musiche e componi- 
menti; ci furono luminarie, tridui di grazia alla Vergine e Te Deum 
in ogni chiesa del Regno. Primo a darne l'esempio fu l'arcivesco- 
vo di Napoli, che con pastorale apposita prescrisse un triduo in 
tutte le chiese della diocesi. Se Ferdinando II fosse stato il 
principe più amato dai suoi popoli, non avrebbe raccolto tante 
dimostrazioni, quante ne raccolse allora. Ma la nota grottesca 
venne raggiunta dal comune di San Benedetto Ullano, patria di 
Agesilao Milano, ohe spedi al Re il seguente indirizzo : 



- 169 :=; 



Sire, 



Massimo fa l'orrore quando seppe la rea notizia del nefando attentato 
del sacrilego Agesilao Milano. 

Immenso giubilo provò, ed infiniti ringraziamenti rese all'Altissimo 
nel Sacro Tempio, dove si celebrò messa solenne ooll'esposizione del San- 
tissimo, col canto dell'Inno Ambrosiano e colla processione del Santissimo 
per l'intero abitato, per la conservata preziosa vita della Maestà Sua, ri- 
tenendosi come soprannaturale essere evidentemente protetto da Dio e dalla 
Beatissima Vergine. 

Lontano trecento miglia da Napoli in una recondita giogaia delle Ca- 
labre montagne, il comune di San Benedetto Ullano, divenuto oggetto di 
triste celebrità per aver dato i natali ad un mostro di esecranda memoria, 
ne rinnega tale infausta relazione, e ripudia ogn' idea di comunione col 
medesimo. L'empio sacrilego che osa attentare ai preziosi giorni di un 
Sovrano cosi pietoso, delizia dei suoi sudditi, non ha patria, ed in ogni an- 
golo della terra sarà straniero abborrito ; l' iimanità intera abbomina di 
averlo nel suo numero. 

L'intera popolazione umilmente prostrata ai piedi della Sacra M. S. 
osa implorare la Sovrana clemenza a prò di essa, assicurando la lodata 
M. S. dell'attaocameuto e divozione verso la Sacra B/eal Corona. 



Agesilao Milano era nato a San Benedetto Ullano, in pro- 
vincia di Cosenza ; aveva 26 anni ed apparteneva a fami- 
glia civile, albanese di stirpe. Nel 1848 s'era trovato a Spez- 
zano fira i militi del Eibotty ; e fin d'allora, si asserì, concepisse 
il disegno di liberare i popoli delle Due Sicilie dal tiranno. 
Era un eroico alluccinato, il quale credeva che, tolto il Re di 
mezzo, la libertà sarebbe stata assicurata nel Regno. Volontà 
di ferro, carattere chiuso, spirito esaltato, ma che sapeva domi- 
narsi e dissimulare, mazziniano ardente, egli agi per suo conto. 
Ai suoi amici più intimi, ai soli intimi che avesse in Napoli, 
Giambattista Falcone di Acri e Antonio Nocito di San Demetrio, 
studenti, lasciava intendere che, un giorno o l'altro, avrebbe 
compiuta una gran cosa e gli amici del Nocito e del Falcone 
lo ripetevano nell'orecchio di altri pochi intimi ; ma por gli uni e 
per gli altri, questo giovane albanese quasi mutolo, che non ri- 
deva mai, era un punto interrogativo. Nessuna cospirazione 
armò la mano di lui. Maturò a lungo il disegno e lo eseguì, 
diciamolo, pur deplorando tanto coraggio, eroicamente. Nessun 
regicida affrontò il Re a capo delle sue truppe, alla luce del sole 
e in una solenne occasione. Quel giorno erano sul campo di 
Marte 8000 soldati, e un immenso pubblico che, allora come 



— 170 - 

oggi, accorreva alle rassegne militari. Fu fortuna ch.e il ten- 
tativo non riuscisse : un tremendo eccidio avrebbe insanguinata 
Napoli, perchè i reggimenti svizzeri, fedelissimi al E.e, credendo 
1,11'esistenza d' un complotto fra le truppe indigene, avrebbero 
tirato Bu di esse e sulla folla e rinnovata forse la tragedia del 15 
alaggio. All'eventualità della morte di Ferdinando II nessuno 
era preparato e, assai meno, a una morte in condizioni cosi in- 
verosimili. Pareva inverosimile difatti, anzi addirittura assurdo 
che da quell'esercito, descritto più sopra, uscisse un regicida ; e 
nei primi momenti fu grande la sorpresa, credendosi all'esistenza 
di una cospirazione militare, la quale, ucciso il Re, avrebbe mu- 
tato il governo e sconvolta ogni cosa, I borbonici dissero che 
la cospirazione l'avevano ordita i liberali, né li dissuasero le 
parole di Agesilao, i suoi precedenti e la impossibilità in cui 
si trovò la polizia, di scoprire le fila della congiura, perchè con- 
giura non v'era. Il co'ntegno del Ee salvò tutto. Ferdinan- 
do II die prova in quell'occasi'one di vera fortezza di animo e 
il Giornale ufficiale, che ne lodò l' imperturbabilità, non fu 
iperbolico. Egli non volle che si sospendesse la sfilata delle 
truppe; continuò ad assistervi; tornò alla Reggia in carrozza, 
e nel pomeriggio uscì con tutta la famiglia, percorrendo le 
vie più popolose della città. Alla Reggia fece subito chia- 
mare il dottor Rosati, nel quale aveva una fiducia immensa. 
Rosati notò una piccola scalfittura sotto la mammella sinistra. 
Essendo il Re eccitato, lo rassicurò che non era nulla e gli pre- 
scrisse un calmante, che il medico stesso preparò. Il giorno se- 
guente prese dell'antacido e si mostrò calmo, quasi ilare, nel 
ricevimento delle autorità e del corpo diplomatico, che anda- 
rono a rallegrarsi con lui. All' incaricato di afiari di Sardegna, 
che era il Gropello, si afiermò che avesse detto ironicamente : 
" scrivete al nostro carissimo cugino che non è stato nulla, e che sto 
bene „ . Invece parve che particolarmente gradisse i reiterati atti 
d' interessamento del Gropello, il quale andò due volte a Corte, la 
prima, poche ore dopo l'attentato con gli altri capi di legazioni, e 
la seconda volta, quindici giorni dopo, per incarico speciale del Re 
Vittorio Emanuele. In ambo le occasioni Ferdinando II fu col 
Gropello marcatamente cortese. Era egli troppo furbo per lasciarsi 
andare col corpo diplomatico a qualche sfogo, o a qualche espres- 
sione meno ohe meditata e ponderata. Non è dunque esatto 



— 171 — 

clie adoperasse dell' ironia, rispondendo ai rallegramenti dell'in- 
viato Sardo. 

Agesilao Milano fa impiccato la mattina del 13 dicembre ; 
e l'esecuzione, preceduta dalla solita questua delle sante messe, 
fa cosi lunga e lugubre, che strappò le lacrime a molti e lasciò 
nei soldati incancellabile impressione. Egli mori con coraggio, 
dichiarando di non essere un volgare assassino, di aver affron- 
tato il E-e alla luce del sole, il Re a cavallo e armato, e ripe- 
tendo di averlo fatto per 1» felicità dei popoli. Si disse che 
il Re inclinasse a far la grazia al Milano, e ne fosse di- 
stolto dal partito militare, soprattutto dal Nunziante ; ma la cosa 
non è verisimile, perchè Ferdinando II aveva natura vendica- 
tiva, non era facile alla commozione e l'attentato sul campo di 
Marte lo impressionò così dolorosamente, che da quel giorno 
non stette più bene. Vero è che in Corte si diffuse la voce 
che il Re volesse far la grazia al Milano e che, nella mattina 
dell'esecuzione, fosse stato visto piangere. Anzi fu affermato che 
in anticamera giungesse la voce di Raffaele Criscuolo, il quale, 
con la consueta familiarità, ammoniva il Re : " Ma se v^ aveva da 
dispiace tanto, potevate fa a grazia a 'o calavrese: site vui ca 
cummanate ». * La domanda di grazia ci fu e la presentò al Re 
l'avvocato don Giocondo Barbatelli, il quale aveva ufiSciosa- 
mente difeso il Milano. Quella domanda, molto caratteristica, 
si trova oggi nell'archivio privato di casa Scaletta e si chiude 
cosi: " Giocondo Barbatelli, difensore ufficioso di Agesilao Milano, 
al pie della M. S. le bacia affezionato e devoto la mano „ . Il 
Re la respinse, anzi non volle neppur ricevere il Barbatelli, che 
più tardi, mutati i tempi, fu consigliere comunale di Napoli, 
grande elettore del Sandonato e grande cacciatore di quaglie. 
I nemici del Nunziante, che lo fecero segno ai più nefandi so- 
spetti dopo la sua condotta nel 1860, dissero pure che egli fosse 
a parte della congiura del Milano e di questo volesse la morte, 
per paura che il regicida parlasse. E il De Sivo lo insinua, per- 
chè per lui e per quanti rimasero fedeli ai Borboni, Alessandro 
Nunziante fu l'uomo -più abbominevole della sua età. Vero è 
che Nunziante e Lecca parlarono con Agesilao dopo l'attentato, 



1 Ma se vi doveva dispiacere tanto, potevate fare la grazia al cala- 
brese; siete voi che comandate. 



- 172 - 

ma basterà osservare olie Nunziante era comandante dei Caccia- 
tori, ai quali apparteneva il regicida, e il generale Lecca era 
albanese di origine. Il Nunziante non aveva tanto potere, da 
imporre ad Agesilao il silenzio e al É.e il rifiuto della grazia. 
Io escludo in modo assoluto cbe Nunziante fosse a parte del se- 
greto del Milano o cbe, peggio ancora, ne armasse il braccio. Ma 
l'opinione opposta rimane ancora radicata nella testa dei veccbi 
borbonici, i quali pretendono rintracciarne la causa, che sarebbe 
stata questa. Nel febbraio del 1865 era morto l' imperatore Nic- 
colò di Russia, già ospite a Napoli di Ferdinando II, cui regalò 
i due famosi cavalli di bronzo. Il Re scelse Nunziante per rap- 
presentarlo alla incoronazione del nuovo Czar, che ebbe luogo 
nell'agosto del 1866. Passaporto, credenziali, ordini cavallere- 
schi e doni da distribuire, tutto era ordinato e disposto, e Nun- 
ziante riceveva i rallegramenti per questa nuova missione di 
fiducia ; ma all'ultim'ora, si disse per opera della Regina, l' in- 
carico di andare in Russia gli fu tolto e dato al colonnello 
svizzero Steiger. Di questo il Nunziante fu così offeso, che da 
quel giorno, mi scrive persona che conosceva lo Steiger ed 
era nell'esercito, appartenne alla rivoluzione anima, corpo e 
onore. E avvenuto l'attentato, quattro mesi dopo, i nemici di 
lui crearono la doppia leggenda che Nunziante fosse a parte 
del complotto, e per timore che il regicida parlasse, insistesse 
sul Re di negargli la grazia. Certo il Nunziante non subì 
in pace l'oltraggio, e suscettibile com'era, dev'essersi sfogato con 
parecchi e forse con poca prudenza, contro il Re che glie l'a- 
veva inflitto. Fin qui è verosipaile e umano ; di là, no. Fin- 
che visse Ferdinando II, idee di liberalismo o di voltafaccia non 
passarono mai per la testa di quell'uomo, e molto meno poteva 
passar quella di far ammazzare il Re : i cortigiani, d'altra parte, 
usavano la tattica di non far risalire mai al Re la responsabi- 
lità di tutto ciò che era odioso e commoveva il sentimento pub- 
blico. Le persecuzioni della polizia crebbero in maniera inau- 
dita, dopo l'attentato. Furono fatti molti arresti, soprattutto di 
calabresi. I due intimi di Agesilao, il Falcone e il Nocito, fu- 
rono dagli amici tenuti nascosti, sino a che non riusci loro di 
farli imbarcare sopra un vascello inglese. Gli episodii di quelle 
fughe e le astuzie adoperate, sono un romanzo che vai la pena 
di ricordare sommariamente. 



— 173 ~ 

In quei tempi si riuniva nel caffè De Augelis a Toledo un 
gruppo di giovani liberali, quasi tutti studenti e, fra essi, Cesare 
e Giuseppe De Martinis, di Cerignola ; Tommaso Arabia di Co- 
senza; Giovanni d'Erchia, di Monopoli; Antonio de Santis, di 
Altamura ; Francesco Napoli, di Baronissi e Vincenzo Cosentino, 
di Palmi. Erano tutti cavurriani e non vedevano salute per 
Napoli, che nel Piemonte e in Casa di Savoia. Quello stesso 
can!^ era frequentato dal No cito, amico loro, però mazzinia- 
no molto caldo, e in istretti rapporti col gruppo mazziniano di Na- 
poli, specie col Fanelli, per cui fra lui e i suoi amici non erano 
infrequenti le disputa, i dissensi e qualche volta corsero an- 
che i pugni. Tranne il Nocito, nessuno di quelli conosceva il 
Milano. 

La sera dopo l'attentato, certo De Stefano, conterraneo e 
casigliano del Nocito, richiese per questo un asilo a Cesare de 
Martinis e all'Arabia. Il Nocito si era per un momento rifu- 
giato in casa di un signore inglese, in via di Chiaia. L'Arabia 
andò a prenderlo 11, e col De Martinis lo condusse prima in casa 
di Francesco Napoli, e poi presso lo scaccino della chiesa 
della Concezione a Monte Calvario, albanese anche lui. La 
polizia ricercava pure il Falcone, ma anche questi si era unito 
al Nocito. A un tratto, la casa dello scaccino fu visitata dalla 
polizia, ma i due ricoverati, scavalcando i tetti, potettero rifugiarsi 
in casa di Vincenzo Cosentino. Però a Napoli non erano sicuri ; 
la polizia li cercava attivamente e su entrambi pose una taglia. 
Fu allora ohe, per trovare un asilo meno pericoloso, Giovanni 
Marini, il De Martinis e l'Arabia si rivolsero a donna Giulia 
Pandòla, che più tardi divenne marchesa D'Afflitto, e in quel 
tempo era vedova del barone Gennaro Compagna. Giovanni 
Marini ero amico dell'abate Gradilone, aio delle figlie della ba- 
ronessa e albanese anche lui. Donna Giulia offerse il castello 
di casa Pandola, a Lauro, e colà i due fuggiaschi rimasero parec- 
chi giorni. Ma non erano sicuri neanche in quel luogo. Occorreva 
farli imbarcare a qualunque costo. De Martinis si rivolse a 
Ferdinando Mascilli, il gran padre dei patrioti e cospiratori, 
ma il Mascilli, dopo pochi giorni, fu arrestato anche lui. La sua 
signora, donna Rosalia Cianciulli, per mezzo del dottor Poppi e 
del Kead, corrispondente del Times, ottenne che il Nocito ed il 
Falcone fossero raccolti sulla Surprise, corvetta inglese, la quale 



- 174 - 

portava da Malta a Napoli la corrispondenza politica. Ma l'ar- 
rivo di questo legno non era periodico, e però bisognava stare 
ben attenti, senza ingenerar sospetti alla polizia, la quale teneva 
appostati i suoi agenti presso la piccola lanterna, che si prolun- 
gava tra il porto mercantile e il militare, dov'è ora il Punto 
Franco. Cesare de Martinis, due volte al giorno con eroica pa- 
zienza, per circa due mesi, si recò al porto; e quando final- 
mente, scopri la Surprise, corse ad avvisarne la signora Ma- 
scilli e poi Giuseppe Petrilli che aveva trovato per il Falcone 
e il Nocito un ultimo rifugio in Napoli presso un fido amico. 
Un barcaiuolo, cui furono date cinque piastre, portò in salva- 
mento i due faggiascM a bordo del legno inglese. 

Il Falcone scese un anno dopo a Sapri, con Pisacane e Nico- 
tera e fu trucidato a Sanza; il Nocito entrò nell'esercito gari- 
baldino, poi nel regolare, ed è morto da pochi anni col grado di 
colonnello. V'ha chi afferma che l'uno e l'altro sapessero che 
la gran cosa, la quale voleva compiere Agesilao, era l'uccisione 
del Re ; la sapessero come la rivelazione di un segreto, non co- 
me partecipi di una cospirazione, perchè questa veramente non 
vi fu, ma io credo che neppure la sapessero. 

Il 17 dicembre, a mezzodì, scoppiò la polveriera, posta al- 
l'estrema parte del molo militare, ne distrusse la batteria, uc- 
cise e feri alcuni ufficiali e soldati di guardia e non lasciò 
intatto un vetro solo della Reggia e delle vicine case. Lo spa- 
vento del Re, della famiglia reale e di tutta Napoli fu enorme. 
Si disse che la stessa setta, che aveva indotto Agesilao al regicidio, 
avesse fatto appiccare il fuoco alla polveriera, il cui scoppio fu in- 
vece dovuto a combustione spontanea di alcuni razzi incendiarli, 
che fabbricava il tenente di artiglieria Bandini, allora direttore 
della polveriera di Posillipo. Crebbero i sospetti, crebbero gli ar- 
resti e crebbero le espulsioni dall' esercito ; ma in quella guisa che 
di cospirazione non si trovò traccia nell'attentato, non se ne 
trovò nello scoppio della polveriera. 

f)u6 settimane dopo, ai primi del nuovo anno 1857, verso 
la mezzanotte, mentre terminava lo spettacolo al San Carlo, 
saltò in aria la fregata Carlo III sul punto di salpare per 
la Sicilia, carica di soldati e di munizioni. Non tutto l' equi- 
paggio peri, perchè la corvetta inglese Malacca assai si ado- 



- 176 - 

però per il salvataggio. Nuove e incredibili paure suscitò il 
nuovo disastro. Anche qui si volle vedere la mano dei libe- 
rali e anche qui fa accertato che non vi avevano avuta parte; 
anzi, ripescandosi più tardi la carcassa del bastimento, si ac- 
certò che la porta di bronzo della Santa Barbara era aperta, e 
la chiave nella toppa : circostanza la quale provò che un tenta- 
tivo di furto di polvere pirica, fatto da qualche inesperta 
ladrone, con candela acoesa, generò la catastrofe. Nondime- 
no, la polizia si abbandonò ad ogni sorta di eccessi. Arresti 
in Calabria ed arresti a Napoli; sfratto di studenti; punizioni 
del capitano, del tenente e dell'alfiere della compagnia nella 
quale militava il Milano ; espulsione dal suo reggimento di 67 fra 
sottufficiali e soldati. Gli arresti in Calabria avvennero in pro- 
vincia di Cosenza ; prima, i fratelli Del Milano, Cammillo e Am- 
brogio, e poscia alcuni compagni di studio del giovane soldato, 
nel collegio italo-^eco di San Demetrio. Ma i tre avvenimenti, 
accaduti in meno di un mese, e tutti e tre nel mondo militare, 
quasi scossero la fede del Re nella solidità e fedeltà dell'eserci- 
to : certo ne guastarono il sangue e lo resero vecchio a 45 anni. 

Dopo l'attentato degli otto dicembre e i due scoppii, il Re 
andò a Napoli più di rado ; ma presso il campo di Marte, al 
principio della via di Secondigliano, fece costruire una chiesa 
in onore della Concezione, a memoria dello scampato pericolo, 
nonché una piccola cappella votiva nel posto dove Agesilao gli 
vibrò i due colpi di baionetta. GÌ' intendenti, con ripetute cir- 
colari, obbligarono tutti i comuni del Regno a contribuire con 
offerte alle spese di costruzione della chiesa. Qualche raro co- 
mune però, ricordo ad onore Corleto di Basilicata, si rifiutò di 
contribuire, su proposta del decurione Carmine Senise. 

Sulla porta della chiesa c'era, ai miei tempi e forse c'è an- 
che oggi, l'epigrafe italiana col primo verso: 

A Maxia Concetta Senza Macchia: 

verso che suscitava l' ilarità di quanti lo leggevano, per il dub- 
bio che il tempio fosse dedicato ad una Maria Concetta, di co- 
gnome Senza Macchia. 

Un ricordo curioso. Tra le persone che assistettero al con- 
siglio di guerra, che condannò Agesilao Milano, fu Augusto 



— 176 — 

Zamboni, intimo del generale Filangieri. Zamboni ritrasse fur- 
tivamente con poche linee le sembianze del regicida e nasco- 
sta la carta nel cappello, corse a mostrarla al generale, il quale 
guardò e riguardò quelle linee e volle sapere dallo Zamboni i 
particolari del dibattimento. E disse in quell'occasione che il Re 
avrebbe commesso un grave errore non graziando il Milano, re- 
gicida non volgare, ma che l'avrebbe commesso. Egli conosceva 
Ferdinando II meglio di tutti. 

Il fratello maggiore del Milano, Cammillo, è morto da poco. 
Fu prima garibaldino e poi ebbe un piccolo impiego nell'am- 
ministrazione finanziaria dello Stato. Vi rinunziò, ritirandosi 
nel suo paese nativo, dove tranquillamente si è spento a 76 anni. 



CAPITOLO IX 



Sommario : Antonio Scialoja o i bilanci napoletani — Importanza del sno opu- 
scolo — Un motto di Ibrahim Pascià — L'amministrazione pubblica del 
'Regino — Le taglie della polizia — Un curioso interrogatorio per i passa- 
porti — Le nove confutazioni all'opuscolo di Scialoja — Loro argoùienti 

— Lo stile di Niccola Rocco — La spedizione di Sapri — Il processo di 
Salerno — Pfkrtioolari interessanti — Le escandescenze del colonnello Ohio 

— Gli Ordini cavallcrescljji — Parsimonia nel conferirli — L'Ordine del Ba- 
gno — I cavalieri costantiniani, quelli di San Gennaro e di San Ferdinando 

— Cavalieri di altri Ordini — Le divise cavalleresche — La commissione 
dei titoli di nobiltà. 

A rompere il silenzio, anzi a sciogliere addirittura le lingue, 
venne l'opuscolo di Antonio Scialoja sui bilanci napoletani e sardi. 
Lo Scialoja noij si limitò a confrontare meccanicamente le entrate 
e le uscite, quali apparivano dai bilanci dei due paesi, ma le sotto- 
pose ad una critica acuta e spietata, la quale riducendo le cifre al 
loro giusto valor^ rendeva eloquenti i confronti, mostrando la 
superiorità dello Stato piemontese sul napoletano. Esaminate le 
entrate, egli le paragonava con le spese, e suddistinguendo queste, 
secondo i varii rami della pubblica amministrazione, ne traeva 
argomento a considerazioni e rivelazioni gravi, le quali, prese 
insieme, illustravano tutta la vita economica e politica del Regno. 

Fu un colpo di frilmine per il Ee e per i ministri, un ri- 
sveglio per i sudditi. L'opuscolo, scritto con chiarezza e viva- 
cità come lo Scialoja soleva, si legge anche oggi con interesse. 
Allora andò a ruba, benché colpito da severa proibizione. Non 
ingiurie, né tirate rettoriche, ma un sQttUe e fine umorismo 
brilla in quelle pagine. Il dispotismo di Ferdinando n, più che 

Da CxsAKi, La fine di un Segno - Voi. I. 19 



- 178 — 

dall'eloquenza delle cifre e dai paragoni, yi.è ritratto dall'iro- 
nia. Non mancano gli aneddoti. Parlando dell'andata di Fer- 
dinando IV al Congresso di Laybach, Scialoja ricordava ch.e un 
bello spirito presente alla cerimonia, in cui Ferdinando giurò 
la Costituzione in San Lorenzo, ricavò dall'iscrizione dell'altare, 
che diceva altare privilegiatum, questo anagramma: mal giura 
patti re vile. Ventisette anni dopo, il 24 febbraio 1848, Ferdi- 
nando II compì la stessa funzione in San Francesco xii Paola. 
Vi assisteva Ibrahim Pascià, il quale, uscendo di chiesa, fece 
dire dal suo interpetre ad una persona ragguardevole che gli 
era stata presentata : " Prendete le vostre precauzioni ; il Re non 
manterrà il giuramento „ . Bicbiesto del motivo di questa sua 
profezia, rispose d'aver notato che il Re teneva un anello in 
un dito della mano destra, da lui spiegata sopra il Vangelo, e 
gli Orientali credono che ohi giura, tenendo in dito un anello, 
diventa spergiura. 

Notando lo Scialoja che nel Napoletano i tributi, raggua- 
gliati alla popolazione, davano una quota di lire 21 per abitante 
e nel Piemonte di lire 26,60, chiudeva il suo studio con un 
ispirato confronto fra l'alta posizione morale e politica del Pie- 
monte, e il grado d'inferiorità in cui era il Regno di Napoli, 
Scialoja dichiarava di prescindere dalle taglie arbitrarie, che gli 
ufficiali e gli agenti della polizia potevano, per via di fatto, 
imporre e riscuotere a lor talento : strani tributi, che furono la 
caratteristica dell'antico Reame specialmente negli ultimi anni. 
Il governo li consentiva o tollerava. Erano in molti oasi più 
molesti delle imposte, ma bisognava pagarli a propria difesa. Il 
Re, ch'era onesto personalmente e parsimoniosa con lui la fami- 
glia reale, forse più che non convenisse al suo grado, avrebìje 
desiderato che l'amministrazione della Stato fosse rigida, ma la 
corruttela regnava intorno a lui ed egli lasciava correre, ven- 
dicandosi coi motteggi, e dei proprii istinti morali facendosi un 
titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi stra- 
nieri. Egli veramente non si sentiva la forza di frenare la de- 
generata corruzióne di alcuni pubblici uffici ; ne forse era possi- 
bile, con una polizia irrespjgnsabile e agenti reclutati negli infimi 
fondi sociali; con le tendenze dei sudditi, educati alla massima 
che col danaro si riesce a tutto , e in un paese dove tutto è 
eccessivo, dove manca la coscienza del diritto, dove ei avvioen- 



.- 179 - 

<3aiio le più nobili aspirazioni del viver libero coi raflBnamenti 
e le geffaggini della servitù e dove mancavano coraggiosi cit- 
tadini, perchè mancavano le condizioni adatte a formarli. 

Fra le amministrazioni più corrotte e corruttibili, primeg- 
giavano — oltre la Polizia e le Intendenze, i cui infimi impie- 
gati requisivano nei comuni sempre a titolo gratuito ogni sorta 
di commestibili, fin il sale — le Dogane, gli uffici delle con- 
tribuzioni dirette, dei ponti e strade, delle acque e foreste. Ai 
funzionarii di queste amministrazioni, quando si presentavano 
nei comuni per ispezioni o verifiobe, si era soliti regalare, col- 
lettivamente, un cosi detto caffè, cioè qualche diecina di ducati, 
per evitare angherie e soprusi o per ottenere che ad angherie 
e soprusi si mettesse fine, o per aver favori. 

Ferdinando II poteva decretare ohe si gettasse un velo sulle 
nudità delle statue nei musei, e che le ballerine in teatro fos- 
sero coperte di maglie lunghe e dai colori meno atti ad ecci- 
tare i sensi, ma non impedire che gli eccessi del suo governo 
divenissero fonte inesauribile d'illeciti guadagni, rappresentanti 
un vero sistema tributario, non contemplato dalle leggi. In- 
numerevoli sarebbero gli aneddoti a tal riguardo. Passaporti, 
licenze e permessi in genere, attendibili e studenti : ecco la ma- 
teria imponibile. Udite questa, eh' è caratteristica. Gli studenti 
di Calabria e di Basilicata prendevano la ferrovia a Nocera, 
nella cui stazione, andando a Napoli, i viaggiatori dovevano pas- 
sare per una porta, innanzi alla quale era piantato un feroce^ il 
quale sapendo appena sillabare, doveva far l'esame dei passaporti. 
Chi era avvezzo a simili controlli, insieme al passaporto met- 
teva cinque grani o un carlino nelle mani del birro, il quale, 
senza aprire la carta, dichiarava tutto in regola. Ma chi non 
conosceva l'uso, andava soggetto a un comicissimo e implacabile 
sindacato. Il birro fingeva di leggere, ma squadrava con aria 
indagatrice lo studente, e poi, puntando l'indice della mano 
destra sul passaporto, gli diceva : " Questo non è il vostro naso „ ; 
e poi : " questi non sono i vostri occhi „ , e cosi continuava mi- 
nacciando, finché quello, comprendendo il latino, non lasciava 
scivolare il carlino o il tari nelle mani del feroce ohe, ripiegato 
il passaporto, lo rimetteva al titolare con le parole: " Cammi- 
nate, tutto è in regola „ . I brigadieri di gendarmeria erano nei 
Comuni veri tirannelli, e se il loro zelo non veniva temperato 



— 180 — 

dalla onestà del giudice regio, ai soprusi non c'era freno, o si com- 
ponevano a suon di pecunia, con la nota formula di far accettare 
un caffè, o con offerte di caciocavalli e altri frutti di dispensa. 

Scialoja non aveva detto tutto, perchè di questi e di altri 
aneddoti sulle industrie arcane della, polizia, non vi è molta 
nel suo scritto ; ma quel che disse parve cosi grave al governo 
napoletano, pauroso di ogni pubblicità, da costringerlo a far 
scendere in campo nove campioni a confutarlo. Monsignor Sal- 
zano, che gli rispose per la parte ecclesiastica, era, come si è ve- 
duto, consultore di Stato ; Federigo del Re, consigliera alla Corte 
dei conti ; Agostino Magliani era stato promosso, nel maggio di 
quell'anno, da capo di sezione nella tesoreria a ufficiale di ripar- 
timento nel ministero delle finanze, e promosso nello stesso 
mese Niccola E.occo a sostituto procuratore generale della Gran 
Corte civile. Salzano, Del Re, Magliani e Rocco erano dunque 
alti funzionari dello Stato, e il Del Re fu ministro dell' interno 
e polizia nel primo ministero costituzionale di Francesco II, dal 
25 giugno al 15 luglio, e il Magliani fu ministro delle finanze 
per una diecina d'anni, dopo l'avvento della Sinistra al governo 
d'Italia. 

Grli altri cinque, che polemizzarono con Scialoja, avevano 
uffici più umili, anzi l'avvocato Francesco Durelij non ne aveva 
alcuno. Don Girolamo Scalamandrè era ufficiale di carico alle 
finanze ed aveva studio privato di giurisprudenza. Ciro Scotti 
e Alfonso Maria de Niquesa, piccoli impiegati, e don Pasquale 
Caruso era l' inviso rettore del Collegio medico, la cui scolaresca 
gli si sollevò contro, come vedremo, nel 1859. Scesero in campo, 
armati di rettorica, di cavilli e d' insolenze, accusando lo Scia- 
loja di denigratore della propria patria e di malafede, e chiaman- 
dolo ignorante e ribelle. La più calma delle risposte fu quella del 
Del Re ; la più abile la scrisse il Magliani ; la più serena, ma 
la più comica nella forma, Niccola Rocco ; le più ingiuriose fu- 
rono le risposte dei due ecclesiastici; insignificanti, le altre. 

L'argomento principe di tutte le confutazioni consisteva in 
ciò, che essendo minime le imposte, la prosperità economica del 
Regno era grandissima, deducendola dall'alto tasso della rendita 
pubblica, dalle scarse manifatture di Sarno, di Sora e di San Leucio, 
dai minuscoli tronchi di ferrovia, dalla sicurezza che godeva il 
Regno, dopo che Ferdinando II aveva domata la rivoluzione e ri- 



- 181 - 

messo in onore il culto, allargati i privilegi del clero, ed asso- 
ciata la religione ad ogni progresso civile. Don Niccola Eocco, 
che più si tenne lontano dalla politica, scriveva nel suo speciale 
idioma : " i commerzi (sic), li interni e l'esterni, e le arti e le ma- 
nifatture, le speculazioni industriali e mercantili d'ogni guisa si 
posero tutte quante in movimento „ , e conchiudeva che sarebbe 
stata gloria incontrastabile di Ferdinando II d'aver " con fer- 
mezza d'animo equale (sic) alla civil sapienza ricongiunte queste 
due cose, che in tempi pili oscuri si credeano dissociabili, cioè la 
prosperità delle finanze e il benessere del civil convitto „ . Caruso 
ripubblicò nella Rondinella tutte queste risposte, ma l'opuscolo 
di Scialoja lasciò un gran segno. 

La spedizione di Sapri turbò forse meno i sonni del Re. Gli 
pffetti dei due avvenimenti nello stesso anno furono ben diversi, 
« quelli della spedizione assai men duraturi. Il Cagliari, par- 
tito la sera del 25 giugno 1857, da Q-enova, giunse nella rada 
di Ponza il 27; la sera del 29 avvenne lo sbarco a Sapri; il 
30, la banda era a Padula, e il mattino del 2 luglio succedeva 
l'eccidio di Sanza, nel quale cadeva assassinato il Pisacane. Uno 
dei protagonisti della feroce repressione fu il maggiore di gen- 
darmeria Liguori, che godeva particolare fiducia di Ferdinan- 
do II, fino a sprezzare apertamente l'autorità dell'intendente 
Ajossa. Nella repressione i principali agenti fecero man bassa 
sull'oro, sulle armi e sugli oggetti che caddero sotto le loro 
mani. H governo, nonostante gli ordini e i richiami, non venne 
in possesso che di poche armi di nessun conto. In meno di 
una settimana la tragedia fu compiuta e compiuto il processo 
in sei mesi. Questo cominciò alla fine di gennaio 1858 a Sa- 
lerno, e per il numero degli imputati, le sedute si tennero nel 
locale di San Domenico. Presidente della Corte fa Domenico 
Dalia, che si mostrò mite ; procuratore generale, il Pacifico, ze- 
lante, anzi fanatico che, dopo l' interrogatcHrio dei principali ar- 
restati, si recò a Gaeta, chiamatovi dal Re. Ogni mattina gli 
imputati erano tradotti dalle carceri alla Corte, in mezzo a gran- 
de apparato di forza. Qualunque segno di pietà verso di loro sa- 
rebbe stato delitto. A Filippo Moscati che, giovanissimo, assi- 
steva alle sedute, un ufficiale dei cacciatori proibì di ricompa- 
rirvi, perchè fu visto dare qualche moneta ai detenuti più poveri. 



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Al dibattimento assistettero i consoli d'Austria, di Francia, 
del Piemonte e dell' IngHlterra, anzi quest'ultimo fece dicMa- 
rare fuori causa, per difetto di mente, due inglesi implicati nel 
processo e clie furono difesi dal giovane avvocato Diego Tajani, 
Gli altri difensori furono Francesco La Francesca, Raffaele Ca- 
relli, Edoardo Petrelli. La difesa più coraggiosa la fece il 
La Francesca, il quale dicendo ad un certo punto, " il massacro 
di Sapri, che, per iscTiemo, dicesi conflitto j^ , fu interrotto dal 
tenente colonnello del 6° cacciatori, G-hio, il quale ad alta voce 
esclamò : " Mo le farria zumpà a capa pe Varia a stu /■....„* — 
L'avvocato Petrelli trovò modo di fare nella sua difesa l'apolo- 
gia del governo borbonico e delle autorità presenti. Il processo 
si chiuse con sette condanne a morte e nove all'ergastolo. 

Pochi giorni prima dello sbarco di Sapri, il Comitato liberale 
aveva cercato di organizzare una piccola dimostrazione in piazza 
San Ferdinando, vicino alla Reggia. Alla riunione in casa di 
Gennaro de Filippo intervenne anche Giuseppe Fanelli, maz- 
ziniano ardente, ammessovi per insistenza di Giuseppe Lazzaro, 
cognato suo. Si trovò presente anche Teodoro Pateras, il quale 
era stato a Venezia nel 1848 e tornato a Napoli, aveva aperto 
un piccolo negozio di abiti manifatturati, tra il vico D'Aflitto e 
il vico Conte di Mola, a Toledo. Il Fanelli pregò, scongiurò di 
non tentar nulla prima di altri cinque o sei giorni, perchè era 
per compiersi un fatto rivoluzionario della maggior gravità, ed 
il Comitato gli prestò fede. Di vivaci e violenti polemiche, 
e di atroci accuse di tradimento e di codardia fu cagione 
questo infelice tentativo di Sapri, dopo che il Nicotera e i 
suoi amici tornarono in libertàr nel 1860 ; e il Fanelli e il Pa- 
teras furono fatti segno alle maggiori accuse, come quelli che, 
essendo a parto dello sbarco, nulla fecero di quanto avevano 
promesso al Pisacane. Di quei casi scrisse con copia di docu- 
menti e onestà di storico, otto anni dopo, Giacomo Racioppi, e 
prima di allora non se ne sapeva nulla con precisione. I fogli 
del tempo si limitarono a riprodurre le monche notizie del Gfior- 
nale Ufficiale, che non pubblicò neppure i nomi dei capi del- 
l' impresa, solo constatando, con viva soddisfazione, che 30 morti 
eran restati sul terreno a Sanza, fra i quali il loro capo e attri- 



* Ora gli farei saltare la testa in aria a questo f. . . 



— 183 — 

buendo il merito della repressione alle guardie urbane e ad una 
parte del 14P cacciatori, che avevano mandato in fumo Vabomi- 
nevole tentativo, diretto a disturbare la quiete di popolazioni pa- 
cifiche, devote ed amanti del nostro adorato Sovrano. Ed affermò 
ohe " dappertutto si benediva la mano saggia, ferma, energica e pa- 
tema del Re N. jS. „ 

Delle condanne di morte nessuna fu eseguita e la storia, se- 
vera con Ferdinando II, deve registrarlo ; ma il Re fu largo di 
pensioni, di croci, di premi a " quella scalza e miserabile genia 
di Sanza, alla quale fu detto che gli sbarcati di Sapri avevano 
le tasche pesanti di oro, e ohe, nemici del Re, questi avrebbe 
pagato ogni capo quant'oro pesasse. Prova e ricordo il teschio 
reciso di Costabile Carducci ! ;, Sono "parole sdegnose del Ra- 
cioppi. L' intendente Ajossa ebbe un'alta decorazione, e furono 
anche decorati quasi tutti gì' impiegati dell' Intendenza, fra i 
quali Alfonso della Corte, che mori di recente, maestro di ballo 
nel convitto nazionale di Salerno. Oltre che a Sanza, le elar- 
gizioni reali si estesero ad altri comuni dei circondarii di Sa- 
la, Vallo e Campagna. Ai militari soltanto furono concesse, 
fra insegne cavalleresche, medaglie d'oro e d'argento, ben 160 
onorificenze; e chi volesse saperne di più e conoscere addirit- 
tura i varii beneficii concessi dal Re — piccole largizioni in gran 
parte, quasi elemosine — e i nomi dei beneficati, legga la cronaca 
di monsignor Del Pozzo, o la interessante cronistoria della rivo- 
luzione in Basilicata del compianto Michele Lacava. ' Questi è 
severissimo col Pateras, al quale attribuisce principalmente la 
causa del disastro. Ma l'esattezza storica vuole si dica, che quelle 
pensioni, quelle croci, quei privilegi furono petulantemente chie- 
sti, o di rettamente al Re o per mezzo dell' intendente, da tutti 
coloro che credevano di avervi diritto. Sapri e Sanza oscurarono 
la fama di Pizzo. Mezzo secolo di maggior imbestiamento mo- 
rale non poteva non produrre i suoi frutti gloriosi. 

H Regno contava cinque ordini cavallereschi. Avrebbe do- 
vuto tenere il primo posto l'Ordine di San Gennaro, istituito da 
Carlo III nel 1738, ma, fin dall'aprile del 1800, tornato Ferdi- 
nando I dal primo esilio, fondò l'Ordine di San Ferdinando del 



^ Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 « 
delle cospirazioni che la precedettero, pel dottor Michele Lacava. Napoli, 
Morano editore, 1895. 



- 184 — 

Merito, che divenne l'onorificenza tenuta in maggior pregio e 
che più raramente si concedesse. Q-li altri tre Ordini erano : il 
Costantiniano, antichissimo e quelli di San Giorgio della Riu- 
nione e di Francesco I, istituiti dopo la seconda restaurazione, 
quando si volle cancellare ogni traccia di quel decennio fran- 
cese, il quale, se fosse durato, avrebbe fatta la fortuna del Regno. 
All'unico Ordine delle Due Sicilie, istituito da Murat, se ne vol- 
lero sostituire due: uno per il merito militare e fu quello di 
San Q-iorgio, l'altro per i meriti civili e fu quello di Francesco I. 

Gli Ordini cavallereschi dipendevano dalla presidenza del 
Consiglio dei ministri, che inviava ai nuovi cavalieri i diplomi, 
le cedole e i rescritti, e aveva pure un deposito di decorazioni. 
Il cortese don GTaetano Piccioli, uffiziale di ripartimento, era ad- 
detto a questo servizio. Per mezzo della presidenza si concede- 
vano gli exequatur per l' uso delle decorazioni straniere, si otteneva 
il conferimento, l'affitto e l'amministrazione delle commende Co- 
stantiniane e le pensioni nell'Ordine di San Giorgio. Però la no- 
mina cavalleresca dipendeva solo dal Re ; l' ufficio del presidente 
del Consiglio si limitava a proporre, e non in tutti i casi, 
i nomi de' meritevoli. E il Re non era punto largo nelle no- 
mine, anzi vi fu sempre tanta parsimonia nel conferirle, quanta 
e la ridicola prodigalità di oggi. Non si poteva aspirare nella 
gerarchia burocratica ad una croce di cavaliere, se non s'era per- 
venuti almeno al posto di ufficiale di ripartimento o di inten- 
dente ; raro il caso che si decorasse un sottintendente. Oggi non 
vi è capodivisione o prefetto, che non sia due volte commendatore 
e vi ha funzionarli, il cui petto sembra trasformato in una ve- 
trina di chincagliere, nei balli di Corte e nei ricevimenti ufficiali* 

Ferdinando II teneva in gran pregio i suoi Ordini, e nel 
conferirli badava anche a certe apparenze esteriori. Gli fu pro- 
posto di concedere la croce di San Gennaro al marchese Ono- 
rato di Santeraino, un nobile signore e un brav' uomo che aveva 
la passione dei cavalli, per i quali spendeva molto e passava 
buona parte del giorno nelle scuderie. Vestiva dimesso, anzi 
affermavano i maligni, che la nettezza della persona non fosse 
la cura principale di lui. Proposta la nomina al Re, questi ri- 
conobbe che il marchese aveva i titoli per ottenerla, " ma sa- 
pete, aggiunse ridendo, quale sarebbe la decorazione piìi adatta 
per lui? L'Ordine del Bagno, ma io non V ho e non posso dar- 
glielo „ . Altro che bagno occorrerebbe oggi per tanti nuovi ca- 



- 186 — 

valieri, i cui maggiori titoli sono spesso l' intrigo o la trappoleria 
elettorale ! Vuoisi però olie il marchese non avesse la croce, an- 
che perchè mancò alla consuetudine di partecipare la morte del 
padre suo, Carlo, al Re e chiedere, come capo della famiglia, la 
medesima decorazione. ^ 

Per il merito civile e letterario c'era l'Ordine di France- 
sco I ; «quello di San Gennaro non serviva, di regola, che per 
riconoscere i gradi più alti della nobiltà; era quasi ereditario 
nelle grandi famiglie del Regno ed era anche conferito ai pre- 
sidenti del Consiglio dei ministri, solo essendosi fatta eccezione 
per i ministeri costituzionali. Gli altri tre Ordini erano affatto 
militari, ma, alle volte, in ricompensa di lunghi o di speciali 
servigi prestati nelle amministrazioni dello Stato, un alto fun- 
zionario poteva essere insignito anche della croce Costantiniana, 
ma Agostino Magliani, promosso nel 1857 ufficiale di ripartimento, 
o, come si direbbe oggi, capodivisione, non ebbe la croce di Fran- 
cesco I, neppure dopo la risposta fatta a Scialoja. Il Re decorava 
sempre di mala voglia i suoi impiegati. 

Alla morte di un cavaliere di San Gennaro, il figlio primo- 
genito restituiva le insegne e nello stesso tempo faceva chiede- 
re al Re che l'onorificenza venisse a lui concessa. Il Re quasi 
sempre vi acconsentiva. Nel 1849 mori il vecchio barone Bar- 
racco, e il figlio primogenito Alfonso, uomo di spiriti liberali, co- 
me tutti di sua famiglia, restituì le insegne del padre e non 
le chiese per sé. Altrettanto aveva fatto, qualche anno prima, 
il marchese della Sambuca, quando mori il vecchio principe di 
Camporeale, suo padre. 

L'origine dell'Ordine Costantiniano, il più antico di tutti, si 
faceva risalire all'imperatore Costantino. Ferdinando II, nel 
riordinarlo, commise nn errore di araldica, poiché, invece di 
porre come distintivo dei cavalieri grancroce nella placca che 
portavano sul petto, una croce rossa in campo bianco, vi poso 
una croce rossa in campo d'oro. Si disse lo facesse per di- 
stinguerli dai cavalieri semplici, che portavano, come essi, la 



' Ciò afiferma suo figlio, il principe Marino Caracciolo, marchese di 
Santeramo, in una lettera del 5 febbraio 1894, pubblicata nel Corriere di 
Napoli, dicendo che per questo e non per altro, suo padre non ebbe l'alta 
onorificenza. 



- 186 - 

placca, ma d'argento. La verità è che i granoroce deside- 
ravano la placca in brillanti e furono assai dolenti della riso- 
luzione del Re, sia perchè esteticamente sembrava più bella la 
placca d'argento, sia perchè credettero ferito il loro orgoglio, 
modificandosi quel segno, che loro ricordava la origine dalle cro- 
ciate. I principali doveri dei decorati in ciascun Ordine erano la 
fedeltà e l'obbedienza al Re e la difesa della religione cattolica. 
Per appartenere agli Ordini di San G-ennaro e di San Ferdinan- 
do si richiedevano quattro quarti di nobiltà, a meno che il fa- 
vore del Re non supplisse al difetto del quarto o del mezzo quar- 
to. Per gli altri occorrevano benemerenze civili o militari, se- 
condo i casi. L'Ordine di San Gennaro era l'unico, che avesse 
solo il grado di cavaliere. 

Erano cavalieri di San Gennaro i tre primi figli del Re 
e i suoi fratelli, e fra i grandi signori dell'aristocrazia, il prin- 
cipe di Bisignano, il duca d'Ascoli, il principe di Satriano, il 
principe di Campofranoo, il duca di Bovino, il principe di Cassare, 
il principe di Torcila, il principe d' Ischitella, il cardinal arcive- 
scovo Riario Sforza, il principe di Oastelcicala e pochi altri: 
insomma il fior fiore del patriziato. I signori napoletani tene- 
vano molto alla fascia di San Gennaro. A quest'Ordine e a quel- 
lo di San Ferdinando era congiunto ordinariamente l'ufficio 
di maggiordomo o gentiluomo di camera. Essere maggiordo- 
mi o gentiluomini di camera con esercizio, significava stare 
dappresso al Re e alla Regina, nella Reggia e dovunque. I 
gentiluomini servivano la persona del Re, i maggiordomi la 
persona della Regina. Ogni giorno un gentiluomo e un mag- 
giordomo, in mezza tenuta e per turno, erano nell' anticame- 
ra del Re per i ricevimenti o gli accompagnamenti; al tea- 
tro il gentiluomo portava l'occhialino del Re, il maggiordomo 
l'occhialino e il fazzoletto della Regina : l'uno e l'altro stavano 
nel palco reale, in piedi, dietro i Sovrani. Benché negli ultimi 
dieci anni la Reggia di Napoli rimanesse quasi deserta e la fa- 
miglia reale vivesse quasi di continuo a Caserta, i gentiluomini 
e i maggiordomi crebbero anche di numero. 

Fuori del Regno erano insigniti dell'Ordine di San Gennaro 
l'Imperatore d'Austria e l'Imperatore del Brasile, i Redi Spa- 
gna, di Danimarca, di Prussia, del Belgio, di Baviera e il gran- 
duca di Toscana. Vittorio Emanuele non l'aveva, ma l'avevano 



- 187 - 

in Piemonte il marchese Seyssel d'Aix, il conte Filiberto di Col- 
lobiano, il conte Solaro della Margherita e il conte Ermolao 
Asinari di San Marzano. 

L'Ordine di San Ferdinando e del Merito aveva il minor 
numero d'insigniti, sebbene si distinguesse in cavalieri gran- 
croce, commendatori e cavalieri. Q-rancroci nel Regno erano 
pochissimi ; ricordo i principi di Campofranco e di Cassaro, il 
marchese di Pietracatella e Carlo Filangieri, al quale il Re 
mandò le sue stesse insegne nell'ottobre 1848, appena ricevuto 
il dispaccio che gli annunziava la presa di Messina, con le fa- 
mose parole : Messina ai piedi del stio Re. Erano commenda- 
tori il marchese Del Carretto, il principe d' Ischitella, il mare- 
sciallo Lecca e pochi altri, e figuravano tra i cavalieri, fin dal 
1860, Ferdinando Bosco, allora capitano; quel generale Ghio 
che si sbandò nel 1860 in Calabria e che era maggiore ; i ma- 
rescialli di campo Yial e De Sauget ; i colonnelli Pianell e Afan 
de Rivera, i quali ultimi anzi ebbero la croce di cavalieri nel 1848. 
Della granoroce di San Ferdinando erano insigniti Imperatori, 
Re e principi di case regnanti e uomini politici celebri : ricor- 
do Vittorio Emanuele e l' imperatore Napoleone, tra i primi ; il 
cardinale Antonelli, Thiers, Guizot e Mettemich, tra i secondi ; 
Napoleone HI l'aveva in gran pregio e quando indossava la di- 
visa militare, era ben difficile che fra le sue tante decorazioni 
estere non figurasse la fascia di San Ferdinando. 

Nell'Ordine Costantiniano si distinguevano i grancroci, i ca- 
valieri di giustizia., che dovevano essere nobili per quattro quar- 
ti; i cavalieri donatori, che al momento dell'ammissione dona- 
vano all'Ordine parte dei loro beni ; i cavalieri di grazia^ per i 
quali la nobiltà era supplita dal merito ; i cappellani onorarli e 
gli sctidieri. C'era un gran priore e un vice gran priore, che 
presedevano alle chiese dell'Ordine e alla direzione spirituale 
dei cavalieri. Era gran priore monsignor Naselli; presidente 
della deputazione, il marchese di Pescara ; notaio dell'Ordine, lo 
scudiere Ruo. Vi era un inquisitore Costantiniano per ognuna 
delle provinole del Regno. Nel principato Ulteriore erano in- 
quisitori don Crescenzo Capozzi, padre di Michele, deputato di 
Atripalda, e don Guglielmo de Cesare, abate di Montevergine ; a 
Bari, don Giustino Assenzio ; a Lecce, don Pasquale Romano ; a 
Foggia, don Ferdinando Nocelli, e in Abruzzo, il barone Panfilo 



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de Riseis, padre degli attuali deputati al Parlamento, Luigi e Giu- 
seppe. Erano grancrooi i più alti patrizi del Regno, e due di- 
plomatici, il principe di Petrulla e il conte Luigi Q-rifeo ; e destò 
acerbe critiche la nomina del marchese Del Carretto, la cui an- 
tica nobiltà non pareva dimostrabile. Ma l'esattezza storica 
vuole si dica, che questi Del Carretto provengono dalla nobile 
casa, che fin dal secolo X era feudataria di terre nel Genovesato 
e in Piemonte, e il ramo di Napoli venne di Spagna ai< tempi 
di Carlo III. Però il maresciallo quasi sdegnava di ricordare l'ori- 
gine della sua stirpe, avendo l'ambizione di credersene lui il fon- 
datore, onde non è meraviglia se, quando ebbe la croce costan- 
tiniana, i rigoristi, come ho detto, brontolassero non credendo 
abbastanza dimostrata l'antica nobiltà di quella famiglia. Il'^ba- 
rone Ciccarelli era cavaliere di giustizia, e cavalieri di grazia, 
Giuseppe Scrugli, monsignor Celestino Code e quel Giiilio Gon- 
don, ohe aveva risposto a Gladstone. 

Nell'Ordine di San Giorgio della Riunione si distinguevano 
grancroci, grandi uffiziali, commendatori, uffiziali e cavalieri di 
diritto e di grazia. Gran conestabile n'era il duca di Cala- 
bria ; gran maresciallo, il general Selvaggi ; segretario, il briga- 
diere Francesco Ferrari ; aiutante del segretario, Giacomo Plun- 
kett, uffiziale del ministero della guerra. Le liste dei cavalieri 
di diritto e di grazia erano più lunghe che negli altri Ordini, 
ma non raggiungevano la lunghezza di quelle dell'Ordine di 
Francesco I, che era il più numeroso e aveva tre gradi: gran- 
croci, comoiendatori e cavalieri. Ne era presidente il retoram- 
miraglio Sozi Carafa; segretario ed archivista, don Raffaele 
Mozzino. Quest'Ordine teneva l'ultimo posto, ma tuttavia non 
ne erano facili le concessioni, e se qualcuna non garbava, pio- 
vevano gli epigrammi. Ancora si ricorda il pettegolezzo, cui 
die luogo l'onorificenza di cavaliere concessa a un Persico, la 
cui famiglia aveva il maggior negozio di biancheria che fosse 
allora a Napoli. Non bottega, ma negozio, a un primo piano 
di via Toledo ; negozio, al quale il neo cavaliere era estraneo, 
perchè conduceva vita affatto mondana. Ai suoi pranzi, rino- 
mati per lo sfarzo e la squisitezza dei cibi, erano invitati per- 
sonaggi di alto rango. Desiderava di essere cavaliere e tanto 
si adoperarono i suoi amici, ohe gli ottennero la croce di Fran- 



- 189 - 

cesoo I. Il pettegolezzo dunque fu grande, e don Michele d'Urso 
sfuoinò uno dei suoi più fortunati epigrammi: 

La croce han data a Persico, 
Perchè ciasctm discopra 
Che il Re, nel dare i titoli, 
La mezza canna adopra. 

A nessuno verrebbe oggi in mente di ridere e far ridere sugli 
abusi degli Ordini cavallereschi, divenuti piccola moneta eletto- 
rale; tanto questo abuso è degenerato in ridicola profanazione. 
Vittorio Emanuele diceva che una croce di cavaliere e un si- 
garo non si negano mai a nessuno, ma era ben lontano dall' im- 
maginare che in pochi anni, lui morto, si sarebbe persa ogni 
misura. Ferdinando II era più logico e meno scettico, però con 
lui era più facile che una croce fosse data a qualunque ignoto, 
ohe non a uomini di vero merito; anzi qui si rivelava la sua 
indomata avversione per i pennaruU, Negli elenchi dei cava- 
lieri di Francesco I abbondano i funzionari civili, né scarseg- 
giano vescovi e parroci; ma è ben raro il caso di incontrarvi 
uomini di scienza e di lettere, o artisti famosi. Durante il 
breve periodo costituzionale del 1848, ebbero la croce di Fran- 
cesco I, Mercadante e Tito Angelini ; l'ebbe nel 1863 il celebre 
incisore messinese Aloysio luvara, e se Michele Tenore, Vin- 
cenzo Flauti e pochi altri valorosi erano appena cavalieri, la 
loro nomina rimontava al 1829, cioè all'ultimo anno di regno 
di Francesco I, o a prima del 1848. Nelle ultime liste abbon- 
dano invece i nomi di ricchi proprietari di provincia, la cui 
devozione alla persona di Ferdinando II era a tutta prova. * 
Invano si cercherebbero nelle liste dei cinque Ordini nomi di 
uomini veramente illustri nelle scienze o nelle lettere. Carlo 
Troja non fu insignito mai di alcun Ordine, ma suo fratello 
Ferdinando ne aveva due. Nel 1860 il Re die la croce di Fran- 
cesco I al pittore Smargiassi e al poeta Bisazza, e nel 1868 a 
Pietro Ramaglia e a Ferdinando Rocco. 

Se i cavalieri nelle gale e nelle feste di Corte avessero con- 
tinuato ad indossare anche in questo secolo le ricchissime di- 



* Bicordo il mturchese Giannangelo Spaventa e il barone De Felice di 
Abruzzo; Aquilecchia e Rapolla di Basilicata; Camporota, Pancaro, Pas- 
salacqaa e Losohiavo di Calabria; Balsamo, Perroue, De Martino e Le- 
pore di Paglia, e don Costanzo Norante del Molise, morto senatore del 
Begno d'Italia e marchese. 



— 190 - 

vise de' varii Ordini, la Corte napoletana sarebbe stata la più 
splendida del mondo. I cavalieri di San G-ennaro, vestiti di 
drappo d' argento con bottoni d' oro, con cappello nero a piume 
rosse, calze bianche con fiori d'oro e scarpe nere, un manto 
color porpora con gigli d'oro e una collana d'oro al collo; i 
cavalieri di San Ferdinando, vestiti di drappo d'oro, con calze 
bianche e fiori d'oro, cappello orlato d'oro e manto azzurro a 
ricami d' oro ; i cavalieri Costantiniani, in seta bianca e celeste, 
con calze biancbe e scarpe anche bianche con lacci celesti, e 
cappello di velluto rosso, sul quale spiccava una croce col motto : 
in hoc signo vinces e sopra l'abito un manto di raso celeste, 
avrebbero formato tale un insieme di pompa e di splendore at- 
torno alla famiglia reale, da far credere ad una resurrezione di 
principi, abitanti in palazzi incantati. Ma, da molti anni, la di- 
visa era stata smessa, ed usavano solo una placca o una fas( ia, 
secondo i gradi. Ferdinando II, nelle grandi occasioni, portava 
il Toson d'oro, la fascia di San Ferdinando e al lato sinistro 
del petto le placche dei suoi cinque Ordini. Ordinariamente, 
sull'uniforme portava il crachat di San Ferdinando, che egli 
visibilmente preferiva a tutte le altre onorificenze sue. Il Re 
stesso, a rendere ancora più rigorosa la concessione degli Ordi- 
ni cavallereschi di San Gennaro e San Ferdinando, aveva isti- 
tuita e poi riordinata, la real commissione dei titoli di nobiltà, 
nominandone presidente il marchese Imperiale di Francavilla ; 
vice-presidente il principe di Luperàno, che aveva per moglie 
la figlia del maresciallo lourdan, donna d'ingegno e colta, e 
consiglieri ordinarli, fra gli altri, i principi di Sant'Antimo, di 
Belmonte, di Ottajano e di Scaletta, il duca di Cajanello e il 
conte di Montesantangelo ; e fra i consiglieri supplenti, il duca 
della Regina e il duca di Cassano. A questa commissione era- 
no deferiti tutti i casi, nei quali si trattasse di passaggio o di 
trasmissione dei titoli nobiliari; essa aveva il diritto di ricer- 
care la legittima investitura dei titoli, di cui alcuno facesse 
uso, e nessuno poteva usare titolo di sorta, se prima la commis- 
sione non ne avesse dichiarata la legittimità e il Re non avesse 
dato il sovrano beneplacito. Più concludente dell' odierna Con- 
sulta Araldica, questa commissione riusciva ad impedire la ciar- 
latanésca pompa di titoli nobiliari fittizi, che oggi fa un degno 
pendant col triste abuso, dei nuovi titoli cavallereschi. 



CAPITOLO X 



SoMMABio: Ferdinando II e il suo governo — Il 1848 — Aneddoti — Ferdi- 
nando II principe napoletano — Ferdinando II nella famiglia — Sue abi- 
tudini — Particolari interessanti — La geograiìa della Corte — I sospetti 
del Ee — I suoi fervori religiosi — Una lettera del cardinale Eiario Sforza 

— Il caso del conte di Siracusa — Ferdinando II e l'architetto Gavaudan 

— La Madonna di Oampiglione e la Madonna del parto — I pregiudizi del 
B-e per la iettatura — Aneddoti — Le paure di lui per le malattie conta- 
giose — I prigionieri politici — H padre Cutinelli a Caserta — Gli scherzi 
del Ee — Don Eaffaele Caracciolo e una risposta caratteristica — Stra- 

f vaganze del Ee in occasione del suo primo matrimonio — Una scommessa 
perduta e mx pranzo a Posillipo — Altri ricordi di quel matrimonio. 

Nel 1867 Ferdinando II contava 47 anni, ma pareva ne 
avesse 60. Le emozioni del 1848 e del 1849 e l'attentato di 
Agesilao Milano avevano lasciati in lui segni molto profondi. 
A Napoli stava di rado ; la sua dimora favorita era Caserta, ma 
tma parte dell'anno la passava a Gaeta. La vita di famiglia 
che egli sempre predilesse, diventava, fuori di Napoli, casalinga 
addirittura. Di quella vita si legge una descrizione esatta nelle 
memorie dell'arciduca Massimiliano, che lo visitò a Gaeta nel- 
l'estate del 1855. Era imposta dalla Regina Maria Teresa, la 
quale aveva poca simpatia per le pompe e le esigenze della 
Corte. Ferdinando II qualche volta si sdegnava di certe abitu- 
dini troppo modeste, e un giorno fu udito dire : " Terè, a poco 
a poco finimmo cu servirci a tavola noi stessi „ ; ' anzi l' espres- 
sione sarebbe stata triviale addirittura. La casa, dove abitava 
il Re a Gaeta nulla aveva di regale, né all'interno, né di fuori. 



• Teresa, a poco a poco finiremo per servirci a tavola noi stessi. 



- 192 - 

Nelle ore pomeridiane il Re usciva con la Regina in un phaeton^ 
che guidava egli stesso, preceduto o seguito da plotoni delle 
guide dello stato maggiore. Lungo la via, sino alle vicinanze 
di Formia, erano, ad ogni trenta o quaranta passi, piantoni di 
guide a cavallo, e quando il Re passava, s' ingiungeva ai vian- 
danti di fermarsi, ma non per pompa, da cui repugnava. Non 
più gale , difatti, non più feste, non più grandi cerimonie, 
come prima del 1848. Verisimilmente, il pensiero clie tanti sof- 
frivano per lui doveva riuscirgli molesto e togliergli quella 
pace dello spirito, che ebbe intera nei primi anni del suo re- 
gno. Non cessò mai di occuparsi delle cose dello Stato, anche 
delle minime. Egli era informato di tutto. Non i soli mini- 
stri lo informavano, perchè i diplomatici, i vescovi e gl'inten- 
denti delle Provincie corrispondevano direttamente con la sua 
segreteria particolare; una specie di cancelleria aulica o, addi- 
rittura, il primo dei ministeri. Le cose più gravi riguardanti 
la politica, erano riferite direttamente al Re, che dava istruzioni 
e ordini, spesso senza saputa dei suoi ministri, con lettere auto- 
grafe, familiari e precise e nella loro brevità, non prive d' idio- 
tismi napoletani, scritte col voi^ ma più ordinariamente col tu^ 
sopra foglietti di carta comune, e che si chiudevano, quasi in- 
variabilmente così: conservatevi bene in salute, e credetemi: vo- 
stro affezionato Ferdinando ; ovvero : ti raccomando la salute, caro 
generale (o duca, o principe, sempre col titolo, insomma), e credi 
all' amicizia del tuo affezionato Ferdinando. Il governo si ac- 
centrava nella sua persona , e non è maraviglia se ^tutte le 
responsabilità si facessero risalire a lui e di ogni birberia si 
volesse vedere in lui la cagione o l' origine. Dopo il regno di 
Luigi XIV, io non credo che il motto : " lo Stato son io „ tro- 
vasse applicazione più perfetta di quella, che trovò in Ferdi- 
nando II negli ultimi anni del suo regno. Era quindi natu- 
rale che tutti gK odii si accumulassero sul suo capo, e che fosse 
divenuta generale la persuasione che, tolto lui di mezzo, il Re- 
gno avrebbe acquistato il benessere e la felicità. Egli sapeva 
di essere odiato da molta gente, e sapeva, del pari, che si co- 
spirava contro di lui, fuori del Regno e ohe magne fucine di 
cospirazioni erano Torino, Parigi e Londra, ma principalmente 
Torino, che detestava quasi senza farne mistero. Però aveva 
una gran fede in sé stesso : la fede che, lui vivo, nessuna no- 



- 193 - 

vita pericolosa si sarebbe tentata. Soleva ripetere alcuni motti 
carattenstici, come questo : " Ai confini del mio Regno finisce 
l'Europa e comincia V Africa „ ; e l' altro : " Noi ci troviamo fra 
la scomunica e V acqua salata „ , perchè il Éegno confinava, da 
una parte, con gli Stati della Chiesa e per il resto, era circon- 
dato dal mare. Tre circostanze lo rendevano tranquillo: avere 
lo Stato pontificio per antemurale -, sudditi incapaci di conser- 
vare durevolmente gli ordini liberi e truppe baste voli per vin- 
cere qualunque moto interno, se pure qualcuno se ne osasse 
tentare, dopo le ultime repressioni, per le quali le carceri rigur- 
gitavano di prigionieri, il Piemonte di esuli e il numero degli 
attendibili era divenuto stragrande, per non dire scandaloso ad- 
dirittura. 

Salito al trono a vent'anni, aveva dovuto interrompere gli 
scarsi studii. Egli veramente non sapeva nulla, bene, ma a 
tutto era convinto che bastasse il senso comune e di questo 
era largamente dotato, insieme alla naturale perspicacia napo- 
letana e ad una memoria, che tutti concordi, amici e nemici, 
riconoscevano prodigiosa. Tenuto conto del moùdo intellettual- 
mente mediocre, che lo circondava, il Re era, fuori di dubbio, 
l'intelligenza superiore e certo la più acuta, perchè di rado s'in- 
gannava nella conoscenza degli uomini. Dotato di spirito beffar- 
do 6 motteggiatore, come ogni napoletano, preferiva il sarcasmo 
alla lode, e se questa concedeva, non la scompagnava da una" leg- 
giera tinta d'ironia, quasi per far intendere che non doveva 
essere accettata per moneta sonante. Leggeva poco o nulla, e 
ostentava una invincibile avversione per gli scrittori in gene- 
re, che chiamava, per disprezzo, pennaruli. Detestava i dottri- 
narli ; non ammetteva che due dottrine : quella dei magistrati e 
quella degli ecclesiastici, le sole che reputasse utili alla stabi- 
lità sociale e politica. Il breve contatto, che ebbe con i mi- 
nistri costituzionali nel 1848, bastò a fargli perdere ogni sim- 
patia per gli ordini rappresentativi. Il linguaggio dottrinale 
di quei ministri gli riusciva insopportabile, e più insopporta- 
bili le continue professioni di liberalismo e di amore del bene 
pubblicp. Non riusciva a persuadersi che quelli capissero più 
di lui e conoscessero, più di lui, il paese, e lo amassero di più. 
Le maggiori avversioni le ebbe per Saliceti e per Scialoja, che 

Db Cesabe, La /ine di un Segno. • Voi. I. 13 



— 194 — 

reputava pennaruU pericolosi, anche perchè Scialoja, suo mini- 
stro, uno due giorni prima del 16 maggio, gli aveva detto: 
V. M. ricordi i casi di Luigi Filippo. A Carlo Poerio, nel breve 
tempo che fu ministro, usò cortesie e quasi affettuosi riguardi. 
Lo chiamava Carlino, gli offriva sigari eccellenti e lo presentò 
alla Regina con parole molto amabili, poiché egli sapeva, al- 
l'occorrenza, essere amabile e anche adulatore; ma ne diffidava 
grandemente ritenendolo settario impenitente. E non fu giusto, né 
umano con lui, dopo i casi del 1848, sopratutto irritato che fosse 
liberale un Poerio, signore e barone. Lui non ammetteva che do- 
vessero trovarsi liberali, o fratielli, (li chiamava così) che fra 
spiantati, che amavano pescare nel torbido, o tra avvocati senza 
cause tra medici senza olienti o tra architetti, che non ave- 
vano case da costruire. Erano queste le frasi, che più comu- 
nemente adoperava nel suo favorito dialetto, parlando dei li- 
berali. Non perdonò mai a Carlo Troja la risposta datagli, 
quando, osservando il Ee essere strano che egli, inviando la 
flotta a Venezia, dovesse aiutare una repubblica, il primo mi- 
nistro rispose : " Sire, è una repubblica più antica di tutte le 
dinastie presenti „ . 

Quei pochi mesi di regime costituzionale furono i più tor- 
mentosi del suo Regno, dovendo egli, per necessità politica, com- 
primere il suo carattere. Le istituzioni liberali, degenerate su- 
bito in anarchia turbolenta e un temperamento come quello 
di Ferdinando II, non erano conciliabili, anzi non erano com- 
patibili. Il temperamento di Ferdinando II mal poteva acco- 
modarsi a un sistema, che, limitando il suo potere, tentava 
ogni giorno diminuirlo. Il suo orgoglio di Re e di uomo si 
sentiva ferito, al solo pensiero di avere ministri non di sua fi- 
ducia, e di veder discussi i suoi atti, malignate le sue inten- 
zioni, diffamata la sua famiglia, promossa l'insurrezione nella 
capitale e nelle provincie. Egli non era apatico, ne fatalista, 
né remissivo alla volontà di chi gli faceva paura, né si sentiva 
indifferente al bene e al male, insensibile alle passioni, supe- 
riore alle antipatie; che anzi, passioni e antipatie sentiva for- 
temente e non sapeva nasconderlo. Aveva volontà vigorosa e 
carattere estremamente vivace, e il puntiglio, come in ogni na- 
tura meridionale, poteva moltissimo in lui. Era, inoltre, im- 
paziente, insofferente e inclinato a vedere delle cose l'aspetto 



- 196 — 

men bello, e degli uomini le debolezze, più clie le virtù. Nei 
primi tempi del 1848 crede di cavarsela con le parole e le 
barzellette, e alle frequenti deputazioni che andavano da lui, 
rispondeva spiritosamente e con relativa cortesia. Al vecchio 
Barbarisi, che fu uno dei promotori più caldi della Costituzione, 
disse un giorno : * Don Savè, questa è casa tua, e aperta per 
te a tutte l'ore; mi dispiacerà positivamente se non vieni tatti i 
giorni „ ; e altra Vòlta : " Don Savè, ho giurato la Costituzione 
e la manterrò; se io non voleva darla, non l'avrei data y,. Un 
giorno del 1848, s' intende, Pisanelli, Mancini e non ricordo chi 
fosse il terzo, andarono dal Re, quali rappresentanti di uno dei 
molti circoli politici di Napoli. Il Re li accolse con queste pa- 
role : " Né, paglie, che bulite? „ * Impacciati dalla brusca doman- 
da, i tre avvocati esitarono sulle prime, ma, più animoso il 
Pisanelli si fece innanzi e con accento solenne disse : " Sire 
noi vogliamo il progresso „ . " Zo voglio anch' io, soggiunse il 
Re ; ma, spieghiamoci, che intendete voi per progresso ì„ E il Pisa- 
nelli : " Sire, il progresso è un gladio, che incalza popoli e Re ... .r, 
Ferdinando lo interruppe, e volgendosi al duca d'Ascoli, che 
gli stava vicino : " Né, Ascoli, stu progresso fete (puzza) nu poco 
de curtiello „. I tre avvocati non seppero aggiungere altro, ne 
altro disse il Re e si separarono con diffidenze scambievoli. Per 
Ferdinando II l'antipatia e il disprezzo verso gli avvocati erano 
invincibili. Si aggiunga che quei tre erano anche liberali. 

Il 1848 gli lasciò paurose reminiscenze e ne peggiorò l'in- 
dole. Entrò in una via senza uscita, e la percorse non de- 
viando un istante, con fermezza si, ma senza ombra d'illumi- 
nata preveggenza. Quel sistema di reazione era troppo vio- 
lento e cieco, per essere duraturo. Se Ferdinando mostrava 
coraggio e dignità nel rispondere alla Francia e all' Inghilterra, 
che gli consigliavano riforme, amnistia e politica " concorde 
allo spirito del secolo „, che lui, solamente lui, era giudice del- 
l'opportunità di tali concessioni, e so si mostrava indifferente, 
quando i due ministri partirono da Napoli, non è a dire che 
non intendesse la gravità del caso. La sera del 21 ottobre 
1856 egli era a Caserta, e Gaetanino Zezon, ufficiale della sua 
segreteria particolare, gli decifrava il dispaccio di Bianchini, 
annunziante la partenza dei ministri di Francia e d'Inghilterra, 



^ Neh, avvocati, che volete? 



- 196 — 

e le dimostrazioni, alle quali erano stati fatti segno, percorren- 
do Toledo e Foria. Chiese allo Zezon che cosa gliene paresse 
e avendo quello risposto che la partenza dei due diplomatici 
era resa grave dalla simultaneità che rivelava un partito preso^ 
il Re lo interruppe bruscamente, e per alcuni giorni non gli 
rivolse la parola. Temeva Zezon di essere licenziato come 
Corsi, ma non fu cosi. Dopo qualche tempo il Re, tornando 
buono con lui, gli disse : " Tieni a mente che le osservazioni, le 
quali dispiacciono, non si fanno „ . Egli aveva bisogno d' illu- 
dere se stesso; lo seccava la pubblicità e lo irritavano le ac- 
cuse della stampa liberale del Piemonte, di Francia e d'In- 
ghilterra. Non riconosceva in nessuno il diritto di ficcare il 
naso nelle faccende del suo Regno, che considerava come 
cosa propria. Certo avrebbe desiderato che quello stato di ten- 
sione, che originava le accuse, cessasse, ma il mezzo? Non lo 
vedeva, né, dato il suo temperamento e l'indole dei suoi sud- 
diti, mezzo concludente vi era. Aprir le prigioni e rloonce- 
dere la Costituzione, era tornare al 1848 e ad un 1848 peggio- 
rato ; aprir le prigioni e mandar tutti i prigionieri per il mondo, 
era accrescere i pericoli per un altro verso; impossibile abdi- 
care, non facendo egli alcun conto del figliuolo, giovanissimo,. 
e non essendo le abdicazioni tradizionali nella sua casa. 

L'uomo era cosi fatto. Tranne qualche ministro e qualche 
direttore, non aveva intorno a sé gente che valesse moral- 
mente più di lui. L'unico, Carlo Filangieri, era tenuto lon- 
tano. Come tutti gli uomini incolti, che assai presumono di 
sé, mal tollerava la compagnia delle persene colte, e tutto 
ciò, che l'obbligava a non parlare il suo favorito dialetto, lo 
infastidiva potentemente. Non parlava bene che il dialetto 
napoletano e il siciliano e la lingua francese, e il suo pen- 
siero non trovava più fedele manifestazione che nel linguag- 
gio dialettale, e il suo italiano era la traduzione di quello, 
e però non spontaneo, né arguto, né vivace e assai meno im- 
maginoso. Era un principe tutto napoletano, ma a giudicarlo 
con i criterii di oggi, quasi Re di altri tempi. 

A lui bastava che il mondo dicesse che le istituzioni ammi- 
nistrative di Napoli e le sue leggi fossero quanto era di più 
progredito in Europa; gì' importava poco che, in pratica, leggi 



- 197 — 

■e istituzioni fossero a discrezione della polizia. Le sue teorie 
d'immobilità assumevano una strana forma di sentimentalismo 
verso i poveri; il suo ideale era quello di governare con un'a- 
Tistocrazia relegata fra le cariche della Corte ; una borghesia im- 
paurita e una plebe soddisfatta di aver tanto per non morirsi 
di fame, e che lo inneggiasse, perchè B-e assoluto e potente, 
ma familiare e popolano. Ferdinando II sentiva la superbia 
dell' indipendenza. Non era austriaco, come dicevano i liberali» 
perchè, com'è noto, non fece mai causa comune con l'Austria; 
anzi, morendo, raccomandò al figlio di essere neutrale nella 
lotta impegnata fra l'Austria, il Piemonte e la Francia. Non 
era italiano, perchè non aveva il sentimento nazionale, né am- 
bizione di conquiste o di avventure. Egli non immaginava 
altro Stato che il suo, e così fatto : il Re responsabile dinanzi a 
Dio, i funzionari pubblici dinanzi al Re e nessuno responsa- 
bile dinanzi al paese, il quale non aveva altro rifugio che nella 
cospirazione e nella rivoluzione. 

Ebbe, in quegli anni, un' idea magnifica, che se avesse avu- 
to il coraggio di tradurre in atto, avrebbe forse salvata la di- 
nastia : sviluppare le risorse economiche del Regno, poverissimo ; 
dotarlo di ferrovie e di telegrafi elettrici, aprire succursali del 
Banco di Napoli nelle provincie , migliorare le condizioni dei 
porti e metter mano a varii lavori di bonifica. E da ricordare 
che la prima linea ferroviaria, costruita in Italia^ fu la Napoli- 
Portici. La Milano-Monza venne seconda ; ma, mentre, in quin- 
dici anni, il Lombardo- Veneto e il Piemonte avevano costruito 
qualche migliaio di chilometri ferroviarii, noi non ci si spinse, 
faticosamente, che fino a Nocera, a Castel] amare e a Capua. Nel 
1866 die a Tommaso D'Agiout la concessione della Napoli-Brin- 
disi, per Foggia e Bari; nel 1856, allo stesso D'Agiout l'altra 
linea Napoli-Taranto, per Salerno, Eboli, Calabritto, Rionero, 
Spinazzola e Gravina; e nello stesso anno, al barone Panfilo 
de Riseis la terza grande linea, da Napoli al confine romano, 
per gli Abruzzi. D'Agiout costituì la società, ne nominò geren- 
te il Melisurgo, ne inaugurò i lavori a Napoli, e il De Riseis, 
che poi mori senatore del Regno d'Italia, fece il versamento 
della prima rata della cauzione, acquistando cartelle di rendita 
per 60 000 ducati. Si nominò^ una commissione centrale di sor- 
veglianza per questi lavori ferroviari, la quale, nel 1866, soris- 



— 198 - 

se al Melisurgo una lettera d'encomio! Però delle tre grandi 
linee concesse non venne costruito un chilometro solo, per- 
chè il Ee si era pentito, e le provinole seguitarono ad essere 
separate dalla capitale da distanze, che oggi non sembrano cre- 
dibili. 

Bisognava distinguere in Ferdinando II l'uomo dal E-e. L'uo- 
mo non era censurabile. Ottimo marito e affettuoso padre di 
molta prole, temperante in tutto, non si seppe mai che egli 
tradisse il talamo. La calunnia, che largamente si esercitò 
contro di lui, lo rispettò per questa parte. Amava sua moglie, 
che chiamava familiarmente Teta e Tetella, e che lo rese pa- 
dre di undici figliuoli. Da Maria Cristina, che gli visse solo 
quattro anni, nacque l'erede della Corona, il 16 gennaio 1836. 
La regina mori 15 giorni dopo il parto e il Ee non ne parve 
molto afflitto, ne più tardi d'un anno riprese moglie. Di Maria 
Cristina non era innamorato. Soleva dire^: La Regina non è 
del nostro gusto, ma è una bella donna. La famiglia reale pre- 
sentava, nel suo interno, l'immagine di una famiglia dell'alta 
borghesia napoletana. La tavola non aveva, ordinariamente, 
nulla di sontuoso. I maccheroni erano il piatto preferito, tranne 
dalla Eegina. A Ferdinando II, napoletano in tutto, piacevano 
quei cibi grossolani, dei quali i napoletani son ghiotti : il baccalà, 
il so/jfHtto, la cafonata, la mozzarella, le pizze e i vermicelli al po- 
modoro. Gli piaceva pure la cipolla cruda, che mangiava ogni 
giorno schiacciandola con la mano, poiché il coltello dava e 
prendeva cattivo sapore. 

Come ogni buon napoletano, amava teneramente i figli ed 
aveva imposto a ciascuno di essi un soprannome. Il maggiore 
chiamava Lasagna, e per vezzeggiativo, Lasa, perchè Francesco, 
appena da bimbo mangiò per la prima volta le lasagne, ne di- 
venne ghiotto e spesso le chiedeva ; da allora il padre gli aveva 
messo quel nome, che anche nel testamento fu ripetuto. E v'ha 
di più. Molti credevano che il Lasagna alludesse alla timidezza 
del principe ereditario, nonché alla figura sua, magra e legger- 
mente curva. Chiamava il figliuolo Gaetano l'avvocato, anzi di- 
ceva : mio figlio 'o paglietta, perchè il ragazzo chiacchierava molto. 
ITO risparmiava le figliuole. Chiamava la maggiore. Maria An- 



- 199 — 

Nunziata, Ciolla\ la seconda, Maria Immacolata, Petitta, e la terza. 
Maria delle Grazie, Nicchia. Tutti i maschi avevano per secondo 
nome Maria, e le donne l'avevano come primo. Deimaschi, ma so- 
prattutto del primogenito, trascurò completamente l'educazione, 
ma curò invece che imparasse la lingua latina, il diritto civile e 
canonico, le leggi amministrative e la lingua francese, e le sue 
letture fossero, a preferenza, vite dei santi e i suoi maestri, mili- 
litari ed ecclesiastici, i quali favorivano in lui la naturale tenden- 
za ascetica e il culto delle immagini sacre. I pregiudizii, che te- 
nevano avvinto lo spirito del j)adre, e di cui si leggeranno. copiose 
prove nella narrazione della malattia e della morte, continuarono 
nel figliuolo. Non viaggi, non conoscenza del mondo, non esercizii 
del corpo, non amore delle armi, nessuna educazione virile. Ave- 
va insegnata a Francesco qualche massima di governo, come que- 
sta : constitution-révolntion. Ferdinando si distaccava dai figli il 
meno possibile ; spesso, stando a Caserta, li caricava tutti in un 
grande phaeton che guidava egli stesso, e li menava a spasso. 
Un giorno ricevè a Caserta il sindaco di Napoli, don Antonio 
Carafa, che gli portò un p^ine fresco, il cosi detto " pane della 
Giunta „ ohe, in occasione del colera, il Decurionato faceva di- 
stribuire ai poveri. Il Re ricevè il Carafa, avendo in braccio 
uno dei figliuoletti, che, visto quel pane, allungò le mani per 
prenderlo e, non riuscendogli, scoppiò a piangere. Il Re, seccato, 
disse al sindaco: "Don Anto, daccenne na fella, senno' non ce fa 
parla! „ * 

Si usava in Corte una geografia convenzionale. Gl'inglesi 
erano chiamati haccalaiuoli \ i francesi, parrucchieri] i russi, 
mangiasivi (mangiasego) ; dei soli austriaci si discorreva con ri- 
spetto, perchè austriaca la Regina. Parlavano tutti, Re, fi- 
gliuoli e cortigiani, il più puro e accentuato dialetto ; il Re imi- 
tava i siciliani nel gergo e nelle movenze e la Regina non aveva 
imparato l' italiano, ma parlava il dialetto, storpiandolo curiosa- 
mente con la pronunzia tedesca, e con la mancanza assoluta 
dell'erre. 

In Corte abbondavano i siciliani. Addetto alle udienze era 
il principe di Aci, Andrea Reggio, il quale, dicevano i maligni, 
non sapeva spiegarsi perche gli avessero dato un nome femmi- 



^ Don Antonio, dagliene una fetta, altrimenti non ci lascia parlare. 



— 200 - 

nile, tale sembrandogli per la sua desinenza e aggiungevano 
che firmasse Andrea. Il Re dava le cosi dette udienze pub- 
bliche a Caserta, nel salone del pianterreno, e tutti ascol- 
tava con pazienza, prendeva appunti e suppliche, moveva qual- 
che interrogazione, ma guardava ben bene, fissandoli con le 
sue lenti, i supplicanti e poi, mettendo le suppliche tra le dita 
della mano destra, o piegandone un angolo, li licenziava. Era 
miope di primo grado. Non risparmiava ramanzine, anche vio- 
lenti, se le suppliche si riferivano ai fatti del 1848. Nei primi 
anni dopo il 1849, quando si ritirò a Caserta, aveva la pazienza 
di ascoltare sino a 60 o 60 persone nei giorni di udienza; ma 
a Gaeta le udienze divennero rarissime. Innanzi tutto biso- 
gnava ottenere dal Prefetto di polizia, dall'intendente, il pas- 
saporto per Gaeta come per Caserta ; fare un viaggio non breve ; 
e quando si era giunti a Gaeta bisognava attendere avanti alla 
prima porta della fortezza, che il passaporto fosse vidimato dal- 
l' ispettore di polizia di servizio, o dal comando della piazza. 
Quando era ad Ischia, dava udienza nell'androne della easina 
reale, non essendovi, nell'unico piaijo superiore, sale per acco- 
gliervi i supplicanti. Il Re indossava costantemente la divisa 
militare, ma, pur essendo attaccatissimo agli ordinamenti della 
milizia, fino al punto da notare, a prima vista, se la divisa di 
un generale o di un soldato fosse d'ordinanza, dava sulla sua 
persona l' immagine del disordine. Vestiva la giubba di uflficiale 
di linea, mettendovi sopra capricciosamente le spalline e por- 
tava in testa il berretto di colonnello di stato maggiore. Negli 
ultiro-i anni il suo vestito era addirittura negletto, e la sua 
giubba non era sempre sine labe. Le volte, che lo si era visto 
in borghese, si contavano sulle dita. Non lasciava la divisa mi- 
litare, che quando si recava alla fiera di Foggia prima del 1848 ; 
e fu grande la maraviglia di tutti, quando in un veglione dato 
al San Carlo nel carnevale del 1844, fu visto in marsina hleti 
scuro con bottoni d'oro, calzoni neri, panciotto bianco, cravatta 
bianca e cappello a cilindro non molto alto, passeggiare per la 
platea, rialzata al livello del proscenio, insieme con un gerhti- 
luomo di camera. 

Benché religioso, gli riusciva intollerabile la compagnia de- 
gli ecclesiastici. Forse, fu per questo che quando nel 1848 mon- 



- 201 - 

signor Code fu licenziato per imposizione del ministero liberale 
ed esiliato a Malta, scelse per confessore un oscuro prete, che 
aveva insegnato il sillabario nell' istituto Possina, e si chiamava 
don Antonio de Simone, che più tardi fu prelato, vescovo in par- 
Uhm e cappellano di camera della cappella palatina di Napoli. 
Non si oppose all'esilio di Code, il quale per parecchi anni era 
stato creduto l'arbitro del suo cuore. 

Ebbe per Filangieri più gelosia che riconoscenza. Quando 
giungevano da Palermo i dispacci del luogotenente, diceva a 
Corsi o a Zezon: Sentiamo che scrive Re Carlo. Filangieri, dal 
suo canto, gli aveva posto il soprannome di muro liscio, nel senso 
che non era possibile attaccarvi chiodo. Tranne per la sua fami- 
glia, egli non dimostrò profondo e durevole affetto per alcuno, né 
alcuno fu sospettato, negli ultimi dieci anni, di esercitare dominio 
su lui. Nondimeno egli, in varie occasioni, dimostrò tolleranza 
per molti di coloro che gli stavano vicino e, più volte, chiuse gli 
occhi per non vedere e lasciò fare, e anche malamente profit- 
tare. Sajjendo di aver rovinate molte famiglie per causa poli- 
tica, le aiutava tacitamente, e ricorrendo a lui quando si aveva 
ragione e la politica non ci entrava, egli la dava subito, passan- 
do sopra alle difficoltà e, qualche volta, maltrattando o punen- 
do chi si opponeva. Era di certo migliore della sua fama e il 
migliore della sua famiglia. Se non lo avesse dominato la paura, 
avrebbe forse tradotto in atto il suo programma di rigenerazione 
economica del Eegno, ma il programma non fruttò che l'apertura 
di una sede del Banco di Napoli a Bari, ed alcuni fili telegra- 
fici e poche bonifiche in Terra di Lavoro e nelle provincie di Sa- 
lerno e di Puglia. 

Gli ultimi anni del suo regno offirirebbero larga materia di 
studio allo storico e al patologo, perchè fu davvero uno stato 
patologico quello di Ferdinando II, che, pur non avendo fanta- 
sia, anzi essendo in lui troppo sviluppato il senso della realtà, 
era soggiogato da paure, le quali esaltavano la sua mente e 
gli rappresentavano pericoli ad ogni passo e ne paralizzavano 
l'azione. 

I fervori religiosi di lui crebbero in maniera inverosimile 
dopo l'attentato di Agesilao Milano. Non contento di largheg- 
giare in elemosine alle chiese, ne sodisfatto che un nuovo tem- 
pio venisse eretto in ringraziamento dello scampato pericolo e 



— 202 - 

fossero pur costruite altre chiese nel Regno, e nuove caso re- 
ligiose nelle vicinanze di Napoli, Ferdinando II volle accresce- 
re i privilegi degli ecclesiastici e dei frati, ne' suoi dominii. Nel 
luglio del 1858, concesse al padre Francesco Saverio da Santera- 
mo, ex provinciale dei Cappuccini, che nella regia tipografìa si 
ristampassero gratuitamente le istituzioni teologo-polemiche del 
padre Alberto Knoll da Bolsano, affinchè, col prodotto della ven- 
dita, i cappuccini di Maddaloni potessero restaurare la loro chiesa. 
Un anno prima, nel giugno del 1857, emanò varii decreti, diretti 
a favorire il clero e a liberarlo da alcune limitazioni tanuociane, 
che il Capomazza voleva conservare. Di ciò grati, l'arcivescovo 
di Napoli e i suoi suffraganei gli diressero una lettera ohe si 
chiudeva con queste parole : "• In mezzo alle pene di questa vita 
mortale, che la Maestà Vostra con tanta religiosa costanza so- 
stiene, il balsamo della Grazia Divina discenda copioso a far 
gustare all'Augusto cuore della Maestà Vostra, le dolcezze che 
vengono insieme ad ogni atto che promuove il bene della Cat- 
tolica Chiesa ; e la Immacolata Vergine Maria nell' intercedere 
dal Figlio Suo Divino il compimento di questi voti de' vescovi 
del Regno, lumi e forza impetri da Dio, perchè il nostro Re 
Ferdinando II operi sempre e senza misura quel che Dio vuole 
per la Chiesa sua „ . La sottoscrissero il cardinale Sisto Riario 
Sforza, arcivescovo di Napoli ed i vescovi di Aversa, di Poz- 
zuoli, di Acerra, d'Ischia e di Nola. 

Con gli scrupoli religiosi, aumentarono le pratiche esterne 
della fede. Non v' era festa in Napoli e nei tanti paesi vicini, 
alla quale il Re non concorresse, mandando trenta rotoli di 
polvere per gli spari e una compagnia di soldati per la proces- 
sione. Dovendosi restaurare una chiesa, rifare un campanile 
o rimettervi le campane, si ricorreva a lui, il quale sussidiava 
in discreta misura. Curiose alcune suppliche per ottenere le 
campane. Si ricordava a Ferdinando II che, avendo egli nel 
1848, fuse le campane in cannoni per la guerra di Sicilia, 
doveva oggi fondere i cannoni per rifar le campane. Q-li scru- 
poli del Re divennero addirittura puerili, negli ultimi tem- 
pi. Se, guidando un phaeton, s'incontrava nel viatico egli, 
fermata la vettura, ne discendeva e, a capo scoperto, devota- 
mente si genufletteva con entrambi i ginocchi, sino a che il 



- 203 - 

viatico non fosse passato. Questo accadeva più di frequente, 
traversando i sobborghi di Napoli per recarsi ai Camaldoli di 
Torre del Q-reoo ; accadeva a San Giovanni, a Portici, a Resina, 
a Torre, dove era seguito dai ragazzi di quei paesi, che corre- 
vano appresso alla carrozza reale, gridando Viva il Re. 

Negli ultimi due anni si sviluppò in lui una più esagerata 
tendenza alle pratiche religiose, che non era tutto bigottismo, 
ma forse bisogno d' ingraziarsi la divinità, perchè gli restituisse 
la perduta pace dello spirito. Ascoltava la messa ogni giorno ; 
si confessava di frequente, tanto che monsignor De Simone non 
si allontanava mai da lui ; diceva tutte le sere il rosario con la 
Begina e i figliuoli e, invariabilmente, prima di andare a letto, 
oon un segno della mano baciava le immagini sacre, che po- 
polavano le camere precedenti a quella dove dormiva. E prima 
di coricarsi, inginocchiato innanzi a un piccolo crocifisso, reci- 
tava le ultime orazioni. 

Q-iuseppe Fiorelli, segretario particolare del conte di Siracusa, 
fu testimone di un incidente caratteristico. In una giornata di 
luglio del 1867, Fiorelli-e Lorenzino Colonna, cavaliere di com- 
pagnia dello stesso conte e secondo marito di donna Olimpia 
Oepagatti, andarono, come solevano, al palazzo Siracusa, alla Ri- 
viera di Ghiaia, dovendo col principe recarsi tutti e tre a Sorrento. 
Neil' anticamera non trovarono servi, né altri di casa ; anda- 
rono oltre : nessuno ; penetrarono nella camera da letto del 
conte e un triste spettacolo si offri loro alla vista. Don Leo- 
poldo, mezzo nudo, giaceva a terra, non dando segni di vita. 
Lo sollevarono e adagiarono sul letto. Era stato colpito d'apo- 
plessia. Il caso era grave, onde chiamarono gente ; chiamarono 
i medici e il Colonna cor?e alla Reggia a darne notizia al Re, 
che in quel giorno, era a Napoli. Il Re se ne afflisse, perchè 
egli amava i suoi fratelli, e rispose che andrebbe subito a vi- 
sitare V infermo. E vi andò. Penetrato nella camera del conte, 

10 chiamò per nome e quello non rispose, anzi non lo conobbe. 

11 Re cavò allora dalla tasca uno scapolare e lo pose al collo 
dell' infermo, dicendogli : " Popò, Popò, la Madonna ti farà la 
grazia , . Il conte guari, e finché visse, mi diceva Fiorelli, non 
si tolse più dal collo il sacro amuleto pur facendo professione 
di ateismo. 

Nonostante tanti fervori e pregiudizii, egli non tollerava le 



— 204 — 

imposture di quelli che per entrargli in grazia, facevano i bi- 
gotti {hizzuochi). Un giorno riprese vivamente il Gavaudan, ar- 
chitetto di Casa Reale, perchè questi, per ostentare dinanzi a 
lui zelo religioso, pensò di cacciarsi nel cappello alcune im- 
magini sacre, per farle cadere quando egli si fosse scoperto, 
alla vista del Sovrano. Si disse, dunque, che Ferdinando II la 
prima volta avesse finto di non vederle, ma la seconda volta 
avesse perduto la pazienza, e al Gavaudan, il quale, mostran- 
dosi confuso e mortificato, si chinava per raccogliere le imma- 
gini, dicesse : " Don Ciccio levate sii santi da dinto ò cappiello, e 
finimmo sta cummedia » . ' 

Il Re visitava i monasteri più celebri del Regno e le imma- 
gini più miracolose dei paesi intorno a Napoli. Era stato a 
Montecassino, a Montevergìne, alla Madonna della Civita sopra 
Itri, a Cava, più volte ai Camaldoli di Torre del Greco e a 
tutti i santuarii vicini. Galvano, grosso paese a mezza via fra 
Napoli e Caserta, possiede un'immagine miracolosa della Madon- 
na, detta di Campigliene, -ed era tappa di cambii postali per il 
servizio del Re, quando si recava da Napoli a Caserta in vettura. 

L'ufficio postale era al principio delle case di Galvano, ve- 
nendo da Caserta, presso il palazzo dei signori Capece, sotto la 
caserma dei gendarmi a cavallo. Il Re adoperava carrozze proprie, 
ma i cavalli erano della posta e il servizio veniva fatto da po- 
stiglioni speciali. Una vòlta, venendo da Caserta, un cavallo 
perde i ferri e azzoppò : non ve n' erano altri e allora il ser- 
gente dei gendarmi chiese a Vincenzo Buonfìglio il maggior 
possidente di Galvano, guardia d'onore, ben conosciuto dal Re, 
una carrozza che fu data, e il cocchiere del 'Buonfìglio n'ebbe 
tre piastre di mancia. Ogni volta che il Re passava da Galvano, 
era un accorrere di mendicanti, che si schieravano lungo la stra- 
da maestra, ed egli si divertiva, gettando una piastra ad una 
vecchietta, Maria Massaro, che abitava presso l'ufficio postale e 
che gli faceva trovare un mazzo di fiori, e regalando un'altra 
piastra ad un cieco, ed una mezza piastra agli altri. Dotato di 
forte memoria, aveva finito col conoscere ^tutti que' pezzenti e 



' Dou Francesco, togli questi santi dal cappello e finiamo questa 
commedia. 



- 205 — 

li distingueva coi nomi 'o cecato, 'o stuorto, 'a zellom, ch'era la 
vecchietta dei fiori, e di ciascuno non gli sfuggivano le malizie. 
Il più malizioso era 'o cecato, che si chiamava Giuseppiello Au- 
riemma. Una volta, dopo aver ricevuto la solita piastra, profit- 
tando della fermata per il cambio dei cavalli, cominciò a correre 
come un dannato lungo la strada di Caserta, per aspettare il Eo 
al tondo di San Nicola, dove comincia il grande viale di tigli, 
e ridomandargli l'elemosina. II Re lo conobbe e gli disse, in 
tono burlesco: "wnè, ceca, si arrivato prima 'e me/„. 

L'ultima volta andò al santuario di Campiglione a Caivano, 
coi figliuoli minori e l'ultimo bambino che era a balia. S'in- 
ginocchiarono tutti e furono cantate le litanie, finite le quali, 
il Re prese fra le braccia il bimbo e, con la Regina e i prin- 
cipi, andò dietro l'aitar maggiore a vedere il miracolo, il quale 
consiste nel fatto che l'intonaco, dov'è dipinta la testa della 
Madonna, bellissimo afiresco, pare staccato dal muro e pende in 
avanti e, da anni, pare che ogni momento voglia cadere. Il 
bambino cominciò a piangere e il Re tornò in mezzo alla chie- 
sa e lo riconsegnò alla balia. Intanto don Arcangelo Zampella, 
cappellano della chiesa e don Giuseppe Cafaro, fratello del ret- 
tore, uscirono dalla sagrestia e presentarono due immagini della 
Vergine, ricamate in seta, una al Re ed una al duca di Ca- 
labria. Fu allora che lo Zampella, buon prete, ma affatto in- 
colto, volle tentare un discorso, al quale die l'aire con le parole 
Signor Re, rimaste celebri in quei paesi, ma non potè, il poveretto, 
proseguire. Il Re sorrise e nel ricevere l'immagine, la baciò 
devotamente e la consegnò al figlio Francesco, che le diede tut- 
t' e due a persona del seguito. Usciti di chiesa, mentre risalivano 
in carrozza, accadde un altro casette. Il curato di santa Bar- 
bara, don Pasquale Ponticelli, aveva qualche tempo prima, 
ottenute dal Re per la sua chiesa, due campane. Il sagresta- 
no della parrocchia. Salvatore Liguori, chiamato Rorò, che 
era lì, in mezzo alla foUa, gridò al Re : " Maestà, chelle cam- 
pane vanno bbone „ . Il Re sorrise e gli rispose : " Me fa tanto pia- 
cere „ . Queste manifestazioni popolaresche lo divertivano assai 
più delle feste © delle gale. 

A Pozzuoli, nella chiesa di Santa Maria del Carmine, chiesa 
dotata da monsignor Rosini di un' opera pia tuttora fiorente, 
si venera l'immagine della Madonna del Parto. È una statua 



- 206 — 

di pregevole fattura, tolta dall'oratorio del palazzo ohe fu di 
don Pietro di Toledo, e raffigura la Vergine in ginocchio, con 
le mani giunte in atto di pregare, ma le forme della statua 
sono nascoste da un ampio manto di seta, ctie dal capo, sotto 
la corona d'argento, scende fino ai piedi, lasciando fuori il viso 
e le mani. Dalla tinta bruna del volto, la Madonna è chiama- 
ta tradizionalmente la SchiavoUella. A questa immagine, pel 
titolo che porta, vanno a raccomandarsi le partorienti, e Fer- 
dinando II serbava egli pure questa usanza quando la Regina 
era incinta. All'avvicinarsi del parto, il Re oonduceva Maria 
Teresa e i figliuoli a visitare la Madonna, e vi si recava sul 
cader del giorno, in vetture precedute dà battistrada e seguite 
da un drappello di ussari in gran tenuta. Accompagnavano la 
famiglia Reale dame e gentiluomini. 

Il Re, entrando nel santuario, si faceva il segno della croce 
con l'acqua benedetta, offertagli dal vescovo e poi andava a porsi, 
egli co' suoi, ginocchioni davanti l'altare maggiore, per assistere 
al canto delle litanie e ricevervi la benedizione del Sacramento. 
Dopo, presa per mano la Regina ed i figliuoli, ad uno ad uno, 
si accostava alla immagine ed in ginocchio, tutto raccolto, re- 
citava preghiere in comune con la famiglia. 

Compiuta la cerimonia, quando il Re si avviava per uscire 
dalla chiesa, sulla soglia del tempio accettava un modesto ri- 
cordo che gli presentava il canonico Ragnisco, rettore della 
■chiesa, cioè una figura ricamata della Vergine ed una frasca di 
fiori artificiali; e quindi, prendendo ad alta voce commiato dal 
vescovo con le parole : " Monsignò, vi bacio le mani, e ve raccu' 
manno sta peccerellà „ (la peccerella era la Regina) ripartiva. 
Il servizio di onore nella chiesa era fatto dai veterani, in 
quel tempo di stanza a Pozzuoli. 

Questa visita si ripeteva, qualche mese dopo il parto, ed era 
detta di ringraziamento. Si portava il neonato, che il padre 
prendeva nelle sue braccia ed offriva alla Vergine, in atto sup- 
plichevole. Per accondiscendere alle premure della gente rac- 
colta in chiesa, il Re permetteva che l'infante fosse portato 
in giro in mezzo alle benedizioni ed ai baci, che i devoti man- 
davano al reale marmocchio. Ferdinando II non tralasciò mai 
di sciogliere questo voto ad ogni parto della Regina, e in cia- 
scuna visita largiva 600 ducati per i bisogni della chiesa o 



— 207 - 

delle oblate, racchiuse nell'annesso ritiro, oltre ai sussidii stra- 
ordinari. La devozione per quest' immagine era professata an- 
che dai congiunti del Re. Il conte d'Aquila fece a sue spese 
adornare di marmi artificiali la cappella della Vergine, con la 
stessa architettura di quella che le sorge dirimpetto, dedicata 
a San Carlo Borromeo, e più volte die danaro per lampade d'ar- 
gento e arredi sacri e per rinnovare la facciata della chiesa, 
come si legge in una lapide, fatta apporre accanto alla porta 
del tempio dal vescovo monsignor Purpo. 

Solo i pregiudizi per la jettatura erano paragonabili ai suoi 
fanatismi religiosi. Perfetto napoletano anche in questo. La 
cronaca del tempo registra non pochi aneddoti e molto salaci, 
e scongiuri da non potersi scrivere in un libro, per quanto ca- 
ratteristici ed esilaranti. Benché devotissimo, i frati in genere 
e i cappuccini in ispecie, i gobbi, i calvi, i guerci, gli uomini 
dai capelli rossi, le vecchie con la bazza, erano per lui segni 
di mal augurio o minacce di sventura, in quel modo stesso che di 
venerdì non compiva nulla che avesse apparenza festiva o gio- 
iosa, ne viaggiava e riteneva il 13, come ogni buon napoletano, 
numero di tristo presagio. Lasciando Caserta, il giorno della sua 
partenza per le Puglie, visti due cappuccini presso il cancello della 
Reggia, si turbò e non nascose il suo turbamento alla Regina 
che gli sedeva accanto. Nel duomo di Brindisi, nel poco tempo 
che vi stette, vide un calvo che lo guardava e ordinò che lo 
allontanassero. Durante la malattia, i pregiudizi! contro la jet- 
tatura crebbero in maniera inverosimile ; riteneva la malattia 
effetto di quella e nel parossismo dei dolori lo sentivano escla- 
mare : me l'hanno jettata ; — e passava in rassegna gì' incidenti del 
viaggio, l' incontro dei due cappuccini uscendo dal palazzo reale 
di Caserta; certe facce vedute in Ariano, a Foggia e ad Andria, 
il calvo di Brindisi e cosi via via. Credeva ai veleni, tanto 
che i medici andavano di persona a spedire le ricette delle medi- 
cine che servivano per lui, ed a Lecce, le spediva il dottor Leone 
nella farmacia dei gesuiti, annessa al collegio e credeva pure 
ai contagi e alle infezioni, come l'ultima donnicciuola del popolo. 
L'orrore del Re per le malattie epidemiche, o ritenute tali, non 
era un mistero. Egli aveva fatto bruciare la vettura di Corte, 
che trasportò sua sorella donna Amalia in Pozzuoli, dove mori 



- 208 - 

di tisi. Di più, ogni persona abitante negli edifìci reali, ohe 
fosse attaccata da malattia infettiva, riceveva una sovvenzione, 
ed era obbligata a sloggiare. Nessuno ardiva parlare di morti a 
Corte, ed ai convogli funebri era espressamente vietato di passare 
innanzi alla Reggia, né il Re visitò mai, negli ultimi tempi, ospe- 
dali militari o civili. Dopo l'attentato e dopo il supplizio del 
regicida, ebbe visioni paurose. Il cadavere del Milano fu sepolta 
nel cimitero di Poggioreale. Il Re sognò, pochi giorni dopo, 
che uomini, armati di bastoni di ferro, invadessero di notte il 
camposanto e, recatisi sul luogo dov'era sepolto Agesilao, ne 
involassero la cassa e la trasportassero alla darsena per imbar- 
carla, passando innanzi alla Reggia. E il giorno dopo rivelò 
il sogno e la polizia corse al cimitero, ma naturalmente trovò 
che nulla era avvenuto di quanto il Re aveva sognato! 

I pregiudizi crescevano con le paure. Egli cercava distrarsi, 
occupandosi degli affari dello Stato e distraendosi coi figliuoli, 
ma non era tranquillo. Fosse pungolo di rimorso o sintomo della 
malattia, che cominciava a invadere l'organismo suo, avrebbe 
fatta qualunque penitenza per riacquistare la tranquillità dello 
spirito. Anche le cose politiche non procedevano secondo i suoi 
desideri e le accuse, che gli erano fatte in Piemonte e in Fran- 
cia, stranamente lo irritavano. 

Ottocento prigionieri politici erano davvero un grave argo- 
mento di querimonie e di proteste, da parte del mondo civile, ma 
non fu che sulla fine del 1858, che egli pensò di disfarsi dei 
più pericolosi di loro. Il 10 gennaio 1867, venne concluso e sot- 
toscritto un trattato con la confederazione Argentina, per fon- 
dare nel territorio di questa una colonia di regi sudditi, con- 
dannati detenuti politici, ai quali il Re volesse commutare 
la pena e permettere, con le condizioni stipulate, l'emigrazio- 
ne laggiù. Il Re vi avrebbe mandati a sue spese, in varie spe- 
dizioni, quanti prigionieri politici volesse e la Repubblica, dal 
canto suo, avrebbe dato a ciascuno un pezzo di terra, istrumenti 
da coltivare e cento patacconi in danaro. Ma il trattato, per 
quanto concluso e sottoscritto, non andò in vigore, perchè, in- 
terrogati i prigionieri, pochi soltanto, giovani ed animosi, rispo- 
sero che per uscir di galera anderebbero dovunque, ma gli altri, 
i più anziani, energicamente protestarono. E rimasta celebre la 
risposta di Poerio : " Perchè tanta spesa, egli disse, e tanto inco' 



- 209 - 

modo per farci morire in America o per viaggio ì lasciateci mo' 
tire in galera y,. Un'altra volta, lo stesso Poerio al Mirabelli, 
intendei;ite di Avellino, ohe, recatosi a Montefusco, consigliava 
i prigionieri politici a chièder grazia al Ee, rispose : " Noi atten- 
diamo giustizia, ditelo al Ite „. Il Settembrini, nella sua com- 
memorazione di Carlo Poerio, afferma che priiicipalmeQ.te per 
quella prima risposta il trattato fu rotto, ma il Ee non depo- 
se il pensiero di allontanare dal Eegno coloro che temeva an- 
che in galera. E cosi, nei primi giorni del 1859, un decreto 
reale commutò a 66 condannati politici la pena dell'ergastolt) 
e dei ferri in esilio perpetuo, e un rescritto ministeriale ordinò 
che fossero trasportati a New- York. Erano, fra questi, Carlo 
Poerio, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Sigismondo Castro- 
mediano, Niccola Schiavoni, Michele Pironti, Niccola Nisco, Giu- 
seppe Pica, Achille Argentino, Domenico Bamis, Cesare Braico, 
Giuseppe Pace, e Agresti, Barilla, Placco, Faucitano, tutti con- 
dannati all'ergastolo o ai ferri da 25 a 30 anni, e perciò reputati 
i più pericolosi. 

Le loro vicende son note, ma non è ugualmente noto il te- 
legramma del Ee al Brocchetti, comandante della spedizione. 
A Cadice il Brocchetti incontrava non poche dijB&coltà per im- 
barcare Bu nave estera i prigionieri, poiché quell'imbarco era 
una violenza. Telegrafò al Ee, il quale da Bari, dove si tro- 
vava per il matrimonio del principe ereditario, fece rispondere 
nel modo che si dirà appresso. 

Tanta implacabilità verso i prigionieri politici, dopo averli 
fatti macerare nelle galere di Precida, di Santo Stefano, di Mon- 
tefasco e di Montesarohio, e i cui tormenti sono descritti nelle 
Bicordanze del Settembrini e nelle 3Iemorie interessantissime del 
Castromediano, contrastava in modo inverosimile con la fami- 
liarità bonaria con cui accoglieva persone a lui devote, soprat- 
tutto se rivestite di carattere religioso. Pareva allora un altro 
uomo. In un giorno di estate del 1866, fu visitato a Caserta dal 
padre Gennaro Maria Cutinelli, della compagnia di Gesù, vecchio 
di ottant'anni, incaricato col padre Planas della direzione spiri- 
tuale delle carceri di Napoli. Il padre Cutinelli aveva porta 
aperta alla Eeggia e il Ee lo accoglieva sempre con festa, gli 
baciava la mano e non gli negava mai nulla. Era un santo 

Ds GuABX, La fino di un Segno • Voi. I. 11 



— 210 — 

uomo, intimo degli arcivescovi di Napoli e di Capua, confessore 
del ministro Murena, fondatore da poco tempo dell' istituto ar- 
tistico a Sant' Aniello, dove cercava redimere col lavoro i pio- 
coli ladri {mariuncielU), e non si occupava di politica. I prigio- 
nieri avevano per lui una sincera devozione. Alla compagnia 
di Gesù era affidata la direzione spirituale delle carceri in tutto 
il Regno. Veocliio e sofferente, quasi cieco, con la parrucca e 
la dentiera, il padre Outinelli conduoeva seco per guida un 
giovanetto di sedici anni, aspirante alunno al ministero delle 
finanze, clie gli scriveva le lettere e lo assisteva amorosamente, 
tanto che lo chiamava il mio hastone. Aveva ottenuto dal pro- 
vinciale della Compagnia il permesso di andar per le vie con 
quel giovane, invece che con altro padre, vietando la regola ai 
gesuiti di andar soli in pubblico. 

Arrivarono a Caserta dopo il mezzogiorno, e annunziato al 
Be il padre Cutinelli, fu subito introdotto; anzi il Re, che al- 
lora j&niva di pranzare, gli andò incontro col tovagliolo tra le 
mani, dicendogli: Traslte^ trasite, padre Cutine'',^ e visto quel 
giovanotto, che non conosceva, chiese : Ohi è stu guaglione ? ^ 
Il padre Cutinelli rispose: È il mio bastone, Maestà, e ne disse 
il nome, il cui ricordo non parve riuscisse gradito al Re, ma 
invitò non pertanto anche lui ad entrare. Ed entrati tutti nella 
sala da pranzo, il Re disse ai tre primi figli : " Vasate à mano a 
ò padre Cutinelli „ ; e quelli non se lo fecero dire due volte. E 
il padre Cutinelli, rivolgendosi alla Regina, le domandò come 
stesse e se fosse uscita la mattina a passeggiare ; e Maria Te- 
resa, facendo mostra di baciargli la mano, rispose col suo ac- 
cento tedesco, in volgare napoletano : " Stamattina non songo 
asciuta, so stata a coseve „.^ 

Fatti i convenevoli, il Re sempre bonario e premuroso chiese 
al padre Cutinelli che volesse, e quegli : Maestà, quod superest . . ., 
e il Re fini la frase : " Date pauperibus; ho capito „ , e subito 
concesse che alcune economie del ministero dei lavori pubblici 
fossero destinate all' istituto artistico. Poi il Re si mise a par- 
lare col vecchio gesuita presso l'inferriata della finestra, che 



^ Entrate, entrate, padre Outinelli. 
* Chi è questo ragazzo? 

3 Stamattina non sono uscita, sono stata a cucire. Le mancava l'erre 
come si è detto. 



- 211 - 

dava sul giardino. Il tempo si era turbato e venne giù un 
acquazzone con lampi. Il padre Cutinelli pregò il Ee di riti- 
rarsi da quel posto pericoloso, ma il Re gli disse: '^ Padre Cu- 
tine', io tengo no captilo della Madonna, e non aggio paura dei 
tuoni. * E restò presso l' inferriata, e quando la pioggia cessò 
volle accompagnare padre Cutinelli sino alla porta, gli ribaciò la 
mano e gliela ribaciarono la Regina e i principi. Il guaglione, 
come l'aveva chiamato il Re, ebbe più tardi vita avventurosa. 
Fece ascensioni in pallone, girò l'Europa per Congressi, fu pom- 
piere in Roma e intimo di Vittorio Emanuele, andò in Egitto 
nella polizia d'Ismail; e tornato di là, povero come Giobbe, 
lavora, conservando tutto il suo spirito. E Rinaldo de Sterlicb, 
figlio di Alessandro, il quale nel 1848 era uffiziale di carico al 
ministero di agricoltura, venne destituito per ragioni politiche, 
e poi fu deputato al Parlamento ed economo generale a Napoli 
dei benefizi vacanti. 

Altra nota caratteristica di Ferdinando II, nella sua gio- 
ventù, furono gli scherzi, e anche qui si rivelava l'indole tutta 
napoletana di lui. Scherzi non degni di qualunque persona edu- 
cata, ma di moda nell'alta società di allora. Una vittima di 
essi era stato don Rafiaele Caracciolo di Castelluccio, ohe mori 
vecchio verso il 1850, e fu per tanti anni parassita e zimbello 
della Corte. Molte sono le baie, che si narra essere state fatte al 
vecchio gentiluomo, il quale portava la parrucca ed era appassio- 
natissimo di cavalli e di equipaggi. Da una cronaca inedita 
di un reputato scrittore napoletano, riferentesi al matrimonio 
del Re con Maria Cristina di Savoia, tolgo questo aneddoto: 

Il Re prima che risposasse ebbe una scommessa di trecento ducati col 
neo cavaliere capitano Statella, dicendo costui che il B,e si sarebbe sposato 
in quest'anno, e il Be negandolo. Il Re avendo perduta la scommessa, pagò 
i trecento ducati. Molti rimproverarono Statella d'averli ricevuti. Onde 
costui, per dar fine a' rimproveri, invitò il Re con tutta la famiglia reale, e 
cosi dame e gentiluomini di quelli che circondano la famiglia reale, ad un 
pranzo a Posillipo, e propriamente nel casino di Barbaja, antico luogo di 
abitazione del nostro Sannazaro. Questo pranzo doveva aver luogo tre 
o quattro giorni fa, ma perchè non era ancor giunto di Francia il ministro 
delle finanze, principe di Cassato, fratello del capitano Statella con un ser- 
vizio di tavola per quaranta persone, di argento dorato di quella maniera 



' Padre Cutinelli, io ho un capello della Madonna e non ho paura 
dei tuoni. 



— 212 — 

detta vermeille^ che è in grandissima moda, cosi non ha avuto luogo prima 
di questa mattina. Il Be e i principi reali ci sono intervenuti da semplici 
ufficiali, senz'ordini. EL pranzo è stato brillantissimo, ed il Re ha fatto 
mostra di una grandissima allegria : ha tolto di testa al cavalier Raffaele 
Caracciolo la parracca, e l'ha gettata via: ed avendo nascosto il cappello 
del duca di San Cesario, indispettito che l'architetto signor Bianchi (il quale 
vi si trovava per l'architettura del pranzo ed ogni altro necessario diver- 
timento) trovatolo, l'aveva dato al duca, glielo ha tolto di mano e posto 
nel foco di un braciere; e come gli altri s'ingegnavano a salvare il cap- 
pello, egli con una paletta più l' introduceva nel foco, sicché per infine del 
tutto è rimasto bruciato. Dopo il pranzo, in un teatro fatto per questa 
occasione nel giardino del palazzo, vi è stata la recita di una commedia 
in dialetto napoletano rappresentata dagli attori di San Carlino, perchè la 
regina sposa avesse cognizione delle grazie di queste nostre commedie. Ed 
infine due primarie ballerine del teatro di San Carlo, hanno fatto la danza 
nazionale detta la tarantella. Questo pranzo ha costato al signor Statella 
più migliaia, ed ora è sicuro che non gli si dirà che per avarizia ricevette 
dal Re i trecento ducati. 

Né finirono qui gli scLerzi. Un giorno che il Caracciolo era 
con altri amici convitato a pranzo presso una nobile famiglia 
napoletana, il Re saputolo gli mandò un suo messo, e nel punto 
in cui il pranzo cominciava, fece chiamare di urgenza a Palazzo 
don Raffaele. Questi immediatamente vi accorse. Il Re lo lasciò 
sino alla mezzanotte in anticamera, e quando uscì fuori, ridendo a 
crepapelle, gli disse : „ Dan Rafè, ai fatto 'w chiuove alla madon- 
na j,,^ e lo congedò. 

Un altro giorno seppe il Re ohe la sua vittima andava con 
alcuni amici a Sorrento. Fece circondare la carrozza da guar- 
die di polizia, che intimarono a tutti l'arresto per ragioni po- 
litiche. Ebbero a morirne. Gli altri vennero poco tempo dopo 
rilasciati, ma don Raffaele fu tenuto due giorni in custodia, e nel 
terzo giorno il Re gli fece dire : "Do» Eafè, isciatienne, 'o Bè t'ha 
voluto grazia „ . ^ Don Raffaele questa volta perdette le staffe, e 
disse ai due ufficiali ch'erano andati a liberarlo : " Chisse se chia- 
ma prurito de e ... j, Il Re lo seppe, e don Raffaele ne perdette 
la grazia. 

Negli ultimi tempi gli scherzi si limitarono a risposte argute,, 
ad osservazioni e ammonizioni offensive per ohi le riceveva, ma 



' Frase dialettale, che vuol dire: hai fatto un fioretto alla Madonna. 
* Don Raffaele, esci, il Re ti ha voluto graziare. 



- 213 — 

il tipo del parassita zimbello era sparito col Caracciolo. Gli 
anni e le preoccupazioni del governo avevano modificata l' indo- 
le del Be. Nel 1832, quando sposò Maria Cristina, aveva 22 anni 
ed era nella pienezza del suo spirito volgarmente bizzarro e ne 
faceva d'ogni specie. Andò a sposare a Veltri, e partì da Na- 
poli il giorno 8 novembre, per terra, acoonjpagnato dal Caprioli, 
suo segretario particolare e dal corriere di gabinetto Dalbono. 
Non volendo essere riconosciuto lungo il viaggio, si pose gli oc- 
chiali e le barbette finte, ed al confine mostrò un passaporto, 
nel quale era chiamato don Ferdinando Palermo, gentiluomo, che 
parte per un Cantone della Svizzera. Giunto a Roma, non di- 
scese al suo palazzo Farnese, ma alla locanda del Serny, in 
piazza di Spagna. Vi si trattenne tre giorni e visitò il Papa, 
e da Roma, il 14, parti per Firenze dove giunse incognito. Vi- 
sitando le gallerie, v'incontrò il Granduca, che gli era cugino 
e l'anno dopo divenne cognato; gli si die a conoscere, ma ne 
ricusò l'ospitalità, scusandosi che partiva il giorno stesso per 
Genova. Il matrimonio del Re fu celebrato dal cardinale Mo- 
rozzo vescovo di Novara a Voltri, nel santuario -dell'Acquasanta, 
il giorno 20 novembre. Maria Cristina aveva vent'anni ed era 
alta quanto lui, parlava poco e in ftancese quasi sempre. Com- 
piuto il matrimonio, non volle andare a dormire con lei nel 
magnifico appartamento fìa,tto preparare da Carlo Alberto al pa- 
lazzo reale, ma pretese che Maria Cristina andasse lei al palazzo 
ducale, dov'egli alloggiava. E la seconda notte del matrimo- 
nio, all'improvviso, se ne andò con un aiutante a visitare la 
fortezza di Alessandria. A Genova si fermò sei giorni. Fece 
partire per Napoli il Caprioli e il Dalbono, per far pubblicare 
il matrimonio e avvisare che i Sovrani sarebbero presto arri- 
vati. Vi giunsero infatti il giorno 30, a bordo della fregata 
Regina Isabella, seguita dalle fregate sarde il Carlo Felice e 
V Euridice, e da un avviso, il Dione. Era di venerdì, pioveva a 
dirotto e la pioggia e la giornata non furono ritenute di buon 
augurio dai napoletani. La Regina non volle saggiare alcuna 
pietanza di carne. Il Re rideva degli scrupoli di lei e la met- 
teva in canzonatura, dicendo che era una santa, molto attac- 
cata all' etichetta insopportabile della Corte di Torino : scru- 
poli ed etichetta, ohe molto lo seccavano. Si determinò subito 
tuia marcata e profonda incompatibilità di carattere ira loro 



- 214 - 

due, e Maria Cristina non fu la donna più felice nei quattro' 
anni che sedette sul trono di Napoli. Non so quale impres- 
sione riportasse dagli solierzi fatti in sua presenza dal Re su 
quel povero Caracciolo. Lo scherzo, che si disse fatto a lei 
stessa, di toglierle la sedia mentre sedeva e di farla andare con 
le gambe in aria, se non è storicamente accertato, è verosimile,, 
data la natura di chi lo faceva. Un altro aneddoto, che tolga 
pure dalla oronaca del matrimonio. Il 24 novembre partirono 
da Napoli due battelli a vapore all'incontro del E.e, sui quali 
presero imbarco alcuni principi reali, il Caprioli, il presidente 
e alcuni membri della deputazione di salute, per dar subito pra- 
tica al vascello che portava i Sovrani. Ma questi battelli non 
incontrarono la flotta, partita da Genova, perchè sbagliarono 
direzione. La flotta giunse, il Ee e la Regina sbarcarono e, 
due giorni dopo, i due battelli tornarono nel porto. Si può im- 
maginare quale miniera di motti e di caricature fu per il Re 
questo sbaglio, veramente inconcepibile. 

Gli scherzi del padre furo^io un po' ereditati dai figli del 
secondo letto, ma nessuno dei figli somigliava a lui, che fu^ 
tutto compreso, una delle più singolari nature di principe as- 
soluto: bizzarra contraddizione di buono e di pessimo, che 
regnò ventinove anni e non subì influenze di favorite o di mi- 
nistri, che considerò come strumenti nelle sue mani e buttò 
via quando non gli servirono più ; nò di potenze, con le quali 
cercò di vivere in buona pace, ma di nessuna subendo pre- 
potenze, né ad alcuna dando molestia. La sua diplomazia, co- 
me si è veduto, non aveva iniziative, non negoziò trattati di 
alleanze, ne di protettorati, per cui avvenne che, morto lui, il 
Regno si trovò senza alleati, senza amici e finì in pochi mesi. 
Una sola illusione Ferdinando II ebbe e l'accompagnò per tutta 
la vita, e fu davvero fatale alla sua dinastia: credere di non. 
dover morire mai. 



CAPITOLO XI 



SoMMABio: Una burla geniale — Il terremoto del 16 dicembre 1857 — Elargi- 
zioni ai danneggiati — Cronisti e poeti del terremoto — Un sonetto del pre- 
sidente Fenicia — Il telegrafo elettrico — Le sette divisioni telegrafiche 
del Eegno — Il cavo sottomarino fra Reggio e Messina — Feste per l'inau- 
gurazione delle stazioni telegrafiche — Concessioni e privilegi industriali — 
Le fiere — Ferdinando II alla fiera di Caserta — Vita economica del Eegno 
— Commissione per le tariffe doganali e un libero scambista — Le Società 
Economiche e le industrie — Il taglio dell'istmo di Suez — I francobolli. 

L'anno 1867 fu contrassegnato da due avvenimenti assai di- 
versi fra loro: uno, di straordinaria audacia che fece disperare 
la polizia e ridere tutta Napoli, e l' altro clie gettò nel lutto e 
nello sgomento molta parte del Begnó. 

La mattina del 28 febbraio e' era per Toledo un' animazione 
maggiore del consueto, e gruppi di curiosi, affollati innanzi a 
piccoli manifesti ufficiali, leggevano questo decreto: 

FERDINANDO IL 

PBE LA GRAZIA DI DIO 

RB DBIi BSONO DELLE) DUE! SICILIB, 

DI OEBUSALEMME £0. 

DUCA Di PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC. 

GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC EC EC. 

Essendosi la Provvidenza benignata di accrescere di novella prole 1& 
Nostra Beai Famiglia, ed annuendo ai consigli amichevoli dei Governi di 
Francia e d'Inghilterra, e volendo come per lo passato secondare i moti 
del Nostro cuore paterno, abbiamo risolato di decretare e decretiamo quanto 
segue: 

Art. 1. Accordiamo piena amnistia per tutti i detenuti politici giudi- 
cati o giudicabili. 



- 216 — 

Art. 2. Richiamiamo in vigore la Costittudoue del 10 Febbraio 1848, da 
Noi sinoeramente giurata sul Vangelo. 

Art. 3. Il Nostro diletto Figliuolo il Principe ereditario, è nominato 
Vicario Generale del Regno. 

Art. 4. Saranno immediatamente convocate le Camere chiuse. 

Art. 5. Il Ministro Segretario di Stato, Presidente del Consiglio dei 

lilinistri, è incaricato della esecuzione del presente Decreto. 

Caserta 28 febbraio 1857. 

Firmato, FERDINANDO. 



H Miniatro Segretario di Stato delle 
finanze — firmato, S. Miikesa. 

Jl Ministro Segretario di Stato per gli 
affari di Sicilia — firmato, Q. 
Cassisi. 



n Direttore del Ministero e real 8t' 
gretario di Stato dello interno — 
firmato, L. BiANOHiHi. 

Il Ministro Segretario di Stato Pre- 
sidente del Consiglio de' Ministri 
— firmato, Febdinando Tboja. 



(Dalla Stamperia Beale). 

Possono bene immaginarsi le varie impressioni di chi leg- 
geva. Un ispettore di polizia, letto il manifesto alla cantonata 
dei Fiorentini, si cavò il cappello e invitò gli altri a fare al- 
trettanto e a gridare : viva il Ee. Furono due ore di confusione 
estrema, perchè la polizia, tratta anch'essa in inganno, non osava 
staccare i decreti, né li staccò se non quando ne venne l'or- 
dine dal ministero. E in quelle due ore la baldoria fu grande, 
e tutti gridavano : Costituzione, Costituzione, e gli agenti erano 
paralizzati e parecchi atterriti. 

La burla non poteva meglio riuscire. Michelangelo Tan- 
credi, ohe ne fu l' autore, si era procurato dalla stamperia reale 
parecchie copie di decreti in bianco e aveva fatto comporre, in 
caratteri e carta pressoché simili, il contenuto del decreto; e 
poi, con l'aiuto di pochi e fidi amici, aveva incollati i pezzi 
con tanta arte che non era possibile distinguere, a primo aspetto, 
ohe quello fosse un decreto apocrifo, perchè autentiche eran la 
testata, il bollo, le firme del Re e dei ministri. La mattina alle 
sette alcuni facchini della dogana, reclutati dai fratelli Carlo e 
Niccola Capuano, li affissero e rifiutarono i sei ducati, che il Co- 
mitato offri loro per compenso. La circostanza che la Begina si 
era sgravata in quei giorni di un altro maschio, al quale fti 
dato il nome di Gennaro Maria, aggiungeva verosimiglianza 
alla cosa, e più verosimili ancora parevano i consigli della 
Francia e dell' Inghilterra. Quando la polizia ebbe l' ordine di 
strappare quei decreti, respirò ; ma, per quanto facesse, non riu- 
sci ad appurare l' autore della burla, né i suoi complici, i quali 



— 217 — 

dettero prova davvero di grandissima audacia. Il Re, informato 
della cosa, ne rise sulle prime ; ma si turbò quando, avuto tra le 
mani uno di quei decreti, vi lesse l'articolo secondo: ^Richia- 
miamo in vigore la Costituzione del 10 febbraio 1848, da noi sin- 
ceramente giurata sul Vangelo „ . 

L' altro avvenimento, col quale si chiuse l' anno, fu eccezio- 
nalmente luttuoso. Nella notte dal 16 al 17 dicembre, alle ore 
10.10, secondo venne accertato dal direttore del B. Osservato- 
rio astronomico di Capodimonte, Leopoldo del Re, si sentirono 
a Napoli due scosse di terremoto. La prima durò quattro se- 
condi e, dopo due minuti, fu seguita da un'altra di maggiore 
intensità, che durò 25 secondi: tutt'e due ondulatorie, nella di- 
rezione dal sud al nord. Lo spavento fu grande; però non si 
ebbero a deplorare vittime, né danni. Ma quel che la Provvi- 
denza risparmiò a Napoli, dove perciò si resero solenni grazie- 
a San Q-ennaro e, in segno di riconoscenza, l' anno dopo, ricor- 
rendo il doloroso anniversario, una lunga processione percorse 
la strada ohe da Santa Maria in Portico mena a Piedigrotta, 
non fa risparmiato alle provincie. Il terremoto vi fece vittime 
numerose ; rovinò e distrusse gran quantità di edifìzii pubblici e 
privati; spianò al suolo alcune terre; e, non ostante i tridui e 
le novene di tutto un popolo esterefatto, si ripetette con scosse 
più o meno forti sino al marzo del 1858. Le prime notizie, 
che giunsero a Napoli dalla provincia di Salerno, furono spa- 
ventose ; ma più gravi ne vennero, poco dopo, dalla Basilicata. 
Restò celebre, e fu la nota comica in tanta tragedia, il dispac- 
cio telegrafico da Bari che, per interrotta trasmissione, diceva : 
" Oli abitanti in gran parte si sono .... r> Il ^^ ^^^ si mosse, 
come aveva fatto nel 1861, quando fu distrutta Melfi ; ma or- 
dinò che le autorità lo tenessero informato d'ogni cosa, re- 
candosi sui luoghi dove il flagello aveva fatte più vittime; 
servendosi dei fondi comunali e provinciali e dei boschi 
per costruire baracche ; soccorrendo i bisognosi e provvedendo 
di ricovero quanti eran rimasti senza tetto, massime se feriti. 
Il 21 dicembre fece partire da Napoli per Potenza il Ciancio, 
ingegnere di ponti e strade e l'Argia, tenente del genio, con 
42 artefici militari e 54 di marina, che portarono gran mate- 
riale di tele e legname dell'arsenale per costruire baracche. Par- 



— 218 — 

tirono pure medici e chirurgi e infermieri con biancherie- e fi- 
lacce. Si cercava riparare con la maggior sollecitudine e iniiel- 
ligenza ma il disastro era immenso, soprattutto in Basilicata; 
e la stagione cruda e la mancanza di viabilità, specie in quella 
provincia, lo rendeva addirittura terribile. 

I morti superarono i 10 000. Nel solo distretto di Potenza, 
che fu il più colpito, si ebbero 8909 morti e 1126 feriti; nel 
Principato Citeriore, 1213 morti e 347 feriti; nel distretto di 
Matera, 60 morti e 29 feriti; in quello di Lagonegro, 266 morti 
e 203 feriti : uno dei meno disgraziati fu il distretto di Melfi, che 
ebbe tre morti soli. Grli edifìzii, rovinati o distrutti, non si con- 
tano. Picerno, Marsiconuovo, Calvello, Viggiano, Montemurro, 
Tramutola, Saponara, Guardia, Sarconi, Castelsaraceno, Spinosa, 
Anzi, Alianello furono in gran parte distrutti. Viggiano andò 
a fuoco e Vignola fu molto danneggiata. I campanili delle 
chiese rovinarono quasi in tutta la provincia e quelli, che non 
caddero, rimasero assai malconci. A Brienza si apri la terra 
attorno la piazza e i morti superarono il centinaio. A Pietra- 
pertosa si temè di peggio, perchè enormi macigni si distacca- 
rono dal monte con fracasso e spavento. La gente errava nel- 
l' aperta campagna, atterrita e piangente; i vescovi ricovera- 
vano in luogo sicuro le monache, i cui monasteri eran caduti. 
A Calvello, per ricordare uno dei tanti casi, rovinò il monastero 
delle Teresiane, le cui monache furono dall'arcivescovo d'Ace- 
renza e Matera fatte condurre in Acerenza, dove restarono sino 
al marzo del 1858 ; e poiché il monastero di Calvello non fa po- 
tuto restaurare tanto presto, F arcivescovo Rossini allogò sette 
di quelle suore a Gravina, quattro in Altamura e dodici a Ma- 
tera, nei monasteri dell'Annunziata e di santa Lucia. A descri- 
vere tanti orrori. Paolo Cortese, che poi fu deputato e ministro 
e negli ultimi anni di sua vita pose in versi nientemeno che 
una sentenza della Cassazione, pubblicò nell' Epoca una poesia, 
che cominciava con questi versi rettorici : 

È profonda la notte, alto il silenzio 
Delle cose create, e al mesto raggio' 
De la pallida luna vagolanti 
Le presaghe degli avi ombre lamentano 
La prossima sventura.... Oh ciel! qual rombo^ 
Qual tristo prolungato orrido rombo 
Tutti riscuote dall' imo letargo ! . , . 



— 219 — 

Niooola Sole scrisse un commovente Salmo in terza rima 
che, insieme ad altre sue poesie, fa compreso nella raccolta da 
Ini posta in vendita a beneficio dei danneggiati dal terremoto ; 
una delle migliori cose scritte dalla penna del solo vero poeta 
ohe Napoli abbia avuto in questa seconda metà di secolo. Il 
Salmo ebbe fortuna e fu declamato nelle accademie di beneficenza 
e nei teatri, a beneficio dei danneggiati. 

La beneficenza in tutte le sue forme si esercitò largamente 
nella luttuosa circostanza. Si aprirono sottoscrizioni per i dan- 
neggiati e si raccolsero più di 100000 ducati. Sottoscrissero 
qnasi tutti i vescovi, ohe, insieme con gli intendenti e i sot- 
tiiitendenti, raccoglievano le offerte dei privati. Il E,e dette del 
suo 32000 ducati, da distribuirsi ai poveri che avevano più sof- 
ferto, preferendo quelli, i quali avevano perdute le piccole indu- 
strie e gli utensili dei loro mestieri. Il Ministero degli affari 
eoolesiastioi largì 24 000 ducati per riparazioni a chiese e a con- 
venti ; altri 8000 ducati per riparazioni alle parrocchie e 2400 per 
l'acquisto di arredi sacri. Si costituì un fondo di 18000 ducati 
per istituire dieci Monti di pegni nella Basilicata e quattro nel 
Principato Citeriore. 

Vero è, che la maggior parte delle beneficenze governative 
figurarono solo sulla carta. Delle elargizioni e dei sussidii rac- 
colti, ben pochi arrivarono a destinazione, né le autorità si mos- 
sero con zelo e sollecitudine. Nei comuni più colpiti non arri- 
varono — e con ritardo — che poche sdrucite coperte di caserme 
e poche tavole per letti. Assai più larghi si fu per le chiese e 
pei|| i conventi. 

Non mancarono accademie e concerti e spettacoli, a scopa 
di beneficenza. Il 13 febbraio 1858, nell' istituto Batifort e Wam- 
backer di Bari, fu data un'accademia nella quale si distinsero le 
signorine Margherita Corsi, Annina Guarnieri, Mariannina Del- 
l'Agli, Giustina Lops, Carolina Bianchi, Marietta de Stephanis, Ma- 
netta Mandarini e Fulvia Miani. E nel teatrino filodrammatico di 
casa Craven a Napoli, fu eseguita una splendida rappresentazione 
di beneficenza, che fruttò quattromila ducati e nella quale presero 
parte signore e signori dell'aristocrazia. I particolari di questa 
rappresentazione sono ricordati in altro capitolo. 

Nel febbraio del 1858, il totale delle offerte private arrivò 
alla cospicua somma di 61889 ducati. Vi furono sottoscrizioni 



— 220 — 

anche all'estero. Il conte Brignole, segretario generale della 
Società universale per l'incoraggiamento delle arti e dell'indu- 
stria, la quale aveva sede a Londra, scrisse, nel gennaio del 1868, 
al direttore del ministero di polizia, Ludovico Bianchini, chie- 
dendogli il permesso di promuovere a Londra una sottoscrizione 
per soccorrere i danneggiati dal terremoto, non avendo il Ee 
di Napoli rappresentante presso la Corte inglese, per la rottura 
dei rapporti diplomatici tra i due Regni. Bianchini rispose che 
ringraziava, poiché " la mancanza delle relazioni diplomatiche 
tra le due Corti non poteva — egli disse — far cessare i rap- 
porti del commercio e dell' industria e, molto più, della civiliz- 
zazione e dell'umanità tra i due paesi „; ed espresse pure il de- 
siderio che le somme fossero versate direttamente al Banco di 
Napoli. 

Non mancarono, a proposito del terremoto, le solite eserci- 
tazioni rettoriche, nelle quali la fantasia degli scrittori ebbe 
largo campo di sbizzarrirsi, descrivendo lo spavento comune. 
Fuori dei rapporti ufficiali, che enumerano i danni avvenuti, non 
conosco un solo lavoro, nel quale siano stati riferiti completa- 
mente fatti e circostanze, che diano un'idea esatta di quanto 
effettivamente avvenne. Tra i lavori, solo ricordo quello di Gia- 
como Raoioppi, ohe raccolse in un opuscolo gli articoli pub- 
blicati n&ÌV Iride. Raffaele Battista, segretario della Società 
Economica di Basilicata, stampò una relazione, con qualche cifra 
statistica e, negli atti dell'Accademia Cosentina, il segretario 
Luigi Maria Greco pubblicò una specie di raffronto tra gli scrit- 
tori, che parlarono del terremoto del 1851 e quelli del 1857. 
Il professor Roller, ginevrino, si recò sui luoghi del disastro 
e di là scriveva lettere ai suoi amici di Svizzera, che furono 
pubblicate a Ginevra e rivelavano lo stato miserando del Re- 
gno, in fatto di viabilità e di civiltà. I racconti dei giornali 
napoletani erano rettorici o addirittura grotteschi, come quello 
deìVE^oca, di cui ecco un saggio : " Erano da poco suonate le 
dieci, quando parve che la terra ondulasse. L'attenzione sospesa 
un momento, non tardò a farne certi che il terreno si muovesse 
sotto i piedi, cosicché la sensazione prolungandosi, tutti giudi- 
carono e videro, che un novello tremuoto veniva a scuoterci dalle 
fondamenta. Nò passò il tempo in che l'un all'altro dicesse il 



-- 221 — 

fatto, quando novellamente i campanelli suonano con più forza, 
i battenti delle imposte e i lucclietti delle finestre tremano, i 
vetri scrosciano, le mobilie rumoreggiano, il suolo, le mura, il 
letto, ogni cosa che ti circonda, viene in preda ad un ondula- 
mento intenso e terribile .... Né molto durò il fenomeno, né 
poco ; un trenta pulsazioni. Finito, successe un silenzio di tom- 
ba, quello del terrore ; indi un vociar di gente che usciva dalle 
case, e quali piangendo innanzi alle sacre immagini, quali nar- 
rando l'accaduto, quali incitando a fuggire, tutto costituiva uà 
fenomeno morale degno delle maggiore considerazione. In un 
baleno le vie più deserte della città furono popolate .... Colà 
vedevi disparite le gradazioni sociali ; eleganti signore, gentili 
damerini, persone insomma che sciupano intere ore all'acconcia- 
mento della persona, accorse in sulle piazze disadorni e negli- 
genti, di null'altro presi che della vita. Difatti quali avvolti 
in mantello, quali in isoialli, quali col capo coverto di berretto, 
qual di cujBfia, quale anche nei soli lenzuoli, aspettavano e teme- 
vano, dalle membra irrigidite dal freddo della notte. Carrozze 
di ogni specie, alcune tirate da cavalli, alcune da uomini, ser- 
vivano di ricovero a' loro padroni, e questi, fattesene case am- 
bulanti, rannicchiati nei mantelli, dai visi pallidi e stravolti, si 
guatavano meravigliati e paventavano. Cavalli, vacche, animali 
di casa, tuttociò che nel timor del pericolo erasi tratto fuori, ve- 
devansi commisti agli uomini in sulle piazze „. E cosi, per 
molti periodi ancora, diluiva questa amena prosa di Giuseppe 
Lazzaro. 

Emesto Capocci, nella stessa Epoca, ricercava scientifica- 
mente le cause dei terremoti, e nell' Iride si studiava di consolare 
i napoletani, afiermando ohe essi hanno un segno sicuro del pros- 
simo terremoto nel Vesuvio, poiché, quando questo tace il terre- 
moto è vicino. Ma, nella ricerca dello cause dei fènomeni sismici, 
toccò il colmo della conicità il oavalier Salvatore Fenicia di Euvo, 
più comunemente noto col nome di presidente Fenicia: singo- 
iar tipo, che rammentava il don Ferrante del Manzoni. Era un 
letterato 8ui generis, perchè tirava giù prose, versi, drammi e tra- 
gedie in una lingua incomprensibile ; stampava volumi da riem- 
pirne una biblioteca ed era in relazione con principi regnanti 
e imperatori, ai quali inviava in dono le sue opere e splendidi 
vasi fittili italo-greci, ohe traeva dalle sue terre di Euvo e ne 



— 222 - 

riceveva, in ricambio, decorazioni e nomine accademich.e. Era 
il suddito forse insignito di maggiori onorificenze, e delle decora- 
zioni faceva pompa nelle occasioni solenni, quando vestiva la 
sua uniforme con relativo spadino e cappello piumato. Egli 
era il presidente Fenicia, ma nessuno sapeva davvero a che prese- 
desse. Viveva a Ruvo, dove mori vecchio dopo il 1860. Non 
lasciava passare avvenimento, anche mediocre, senza dedicarvi 
qualche suo sproloquio. Aveva molto letto e la sua testa dava 
l'immagine di un arsenale in disordine ; la sua cultura archeo- 
logica era farraginosa; superficiale e antiquata, quella nelle 
scienze naturali e in astronomia, nelle quali, si credeva pro- 
fondo. Spesso pubblicava, in appendice ai suoi libri, le lettere 
che uomini eminenti gli scrivevano, nelle quali con tono ironico 
che egli non capiva, gli facevano le lodi più strane. Udite il 
sonetto di due quartine e tre terzine, che pubblicò sul terremoto 
del 16 dicembre, da lui definito tosse della terra: 

Jn anormal efifidrosi non guari 

La terra fuor cacciò tal traspirato, 
Che ne fé' colmi e polle e fiumi e mari 
In modo ch'esondar nell'abitato. 

E perchè strana causa irregolari 
Effetti di produr è dimostrato, 
Dì ijxorbi n'apparir aspetti rari, 
E il sistema mondial fu sconcertato. 

Per l'acqua imputridita agl'infusori 
Vasto campo s'aperia ; e quindi guerra 
Esizial menar d' invaditori. 

Per l'acqua percolata in essa terra 

Ostrutti ne restar meati e pori, 

Ch'il tossire sgorgò di sottoterra. 
Il tremuoto perciò di lei n' è tosse, 

Ohe, qual quello ohe i petti affanna e scuote, 

Caccia gl'intoppi con boati e scosse. 

H Nomade ironicamente osservava : " Noil vogliam tacere, 
che la spiegazione del Fenicia è derivata dal suo nuovo sistema 
che faoea noto, ora è qualche anno, ai dotti del Regno e stra- 
nieri ; un sistema por il quale il colera non sarebbe altro che 
la crittogama delle uve „ . Altri poi proponevano ingenuamente 
dei rimedii, e per un anonimo compilatore àeW Internazionale, 
una misura di prevenzione contro i terremoti doveva consistere 



- 223 - 

nell'aprire, alle falde dól Vesuvio, pozzi profondi, i quali pene»» 
trando sino alle visceri del monte, servissero di succursali alla 
bocca, che la natura vi ha aperto su in cima .... Cosi si bam- 
boleggiava di fronte ad un immenso infortunio. 

Fu nei primi mesi del 1868, che il Be si decise ad acore- 
Bcere la rete telegrafica del Re^no e, a tal fine, fece redigere 
ed approvò un regolamento per il servizio della " telegrafia elet- 
trico-magnetica „ nei dominii di qua dal Faro. Prima d'allora, 
le città marittime usavano il telegrafo ad asta, e i rari fili 
elettrici che univano la capitale a Caserta, a Capua ed a Gaeta, 
servivano, quasi esclusivamente, al governo ed alla Corte. Non 
sempre e non tutti gli ufficii telegrafici erano aperti al servizio 
dei privati, anzi erano rarissimi. Ma nel 1858 le stazioni tele- 
grafiche aumentarono rapidamente, e le limitazioni poste all'uso 
del pubblico non furono cosi rigorose, Ferdinando II riparti il 
territorio delle provincie continentali in sette divisioni tele- 
grafiche, suddividendo gli ufficii compresi in ciascuna di esse in 
tre classi. La prima divisione, da Napoli a Nola, comprendeva 
diciassette stazioni. Napoli ne contava tre : alla Reggia, a San 
Giacomo ed alla ferrovia ; due, Caserta : alla ferrovia e alla Reg- 
gia ; due, Capua : alla ferrovia e al gran quartiere. Appartene- 
vano alla prima divisione le stazioni di Cancello, Maddaloni, 
Santamaria, Nola, Palma, Sarno, Favorita, Castellammare, Qui- 
sisana e Ammiragliato ; e vi si aggregarono, poiché la linea 
delle Puglie non era ancora compiuta, le stazioni di Avellino 
e di Ariano. La seconda divisione, da Capua a Terracina, con- 
tava gli ufficii di Terracina, Mola, Gaeta e Torre Orlando. 
Cinque stazioni aveva la terza divisione, da Nocera a Potenza : 
Nocera, Cava, Salerno, Eboli e Cosenza ; tre la quarta, da Eboli 
a Castrovillari : Sala, Lagonegro e Castrovillari ; e tre la quinta, 
da Castrovillari a Paola : Spezzano Albanese, Cosenza e Paola. 
La sesta divisione, da Paola a Pizzo, contava le stazioni di Ni- 
castro, Tiriolo, Catanzaro e Pizzo ; tre l'ultima, da Pizzo a Reg- 
gio : Monteleone, Palmi e Reggio. Di queste stazioni, otto ap- 
partenevano alla prima classe, dieci alla seconda e ventuno alla 
terza. Non era permesso ai privati di servirsi del telegrafo 
negli ufficii di terza classe, eccettuati quelli di Santamaria, 
Capua, Eboli, Ariano, Lagonegro, Rossano, Nicastro e Monte- 



-^- 224 - 

leone. La tassa minima era per 25 parole e non progrediva ^ 
parola per parola, ma da 25 a 50 e da 60 a 100. Per l'indi- 
rizzo si concedevano cinque parole, ohe non venivano calcolate. 
Il 25 gennaio 1858 venne inaugurato il telegrafo elettrico sot- 
tomarino tra Reggio e Messina, e il 27 fu messo a disposizione 
dei privati. Ecco in quali termini, quasi venti giorni dopo, la 
Verità, giornale del prete don Giuseppe Soioscia di Pescopagano, 
descriveva la cerimonia dell' inaugurazione : " L'elettrico libero 
si gittò forse nei giorni anticM su i campi or detti Reggiani 
© Messinesi, e li disgiunse fra loro, e fra loro sospinse le onde 
del Tirreno, che corsero ad abbracciarsi con quelle dell* Jonio. 
Allora non era nata la scrittura, e la storia non ba potuto tra- 
mandare a noi ciò ohe i marmi inscritti non avevano rivelato 
a lei. Ora nuovo prodigio e faustissimo appare in que' lidi. 
Lo stesso elettrico, non già libero, ma schiavo della scienza, ri- 
congiunge Reggio a Messina, Scilla a Cariddi, Cannitello ai 
Canzirri di Sicilia ; si che la parola va dall'una all'altra sponda 
più ratta del vento, anzi sulle ali del fulmine muove da ogni 
parte d'Europa a Napoli ed a Messina. Ciò si ottenne al grido 
mille volte ripetuto di Viva il Ee, in sole due ore e mezzo del 
giorno 25 del p. p. gennaio nel quale breve tempo felicemente 
fu immerso il filo elettrico nel Faro di Messina ; intraprendi- 
tore Jacopo Bozza , assistente, la Commissione scientifica della 
telegrafìa elettrica ; operanti, i capitani delle reali fregate a 
vapore il Veloce, il Miseno e il Principe Carlo. Ma questa 
seconda pruova della potenza elettrica non andrà perduta per 
volger di secoli ; ma durerà con loro la pietra, su cui sarà 
incisa la memoria del fatto. E noi sottoponiamo a' lettori 
le parole che ricorderanno questo novello benefizio largito a' 
«uoi popoli dal wstro Augusto Monaeoa, e tanto più volon- 
tieri ci onoriamo di tale pubblicazione, quanto più splendide 
ed eleganti sono quelle parole medesime, che si dettavano 
da quel fiore di civile e letteraria sapienza, eh' è S. E. il signor 
comm. D. Salvatore Murena, ministro delle Finanze e dei La- 
vori Pubblici y, , E qui seguiva una più ampollosa epigrafe la- 
tina. La Verità era un foglio pugnacemente borbonico. Oltre 
a don Giuseppa Scioscia, vi scriveva quel canonico Caruso, odiato 
rettore del Collegio medico, il quale ne era pure l' amministra- 
tore. 



— 225 — 

Le inaugurazioni delle " stazioni di telegrafia elettromagne- 
tica „ erano fatte, da per tutto, con pompa . V intervenivano 
le autorità civili, le religiose e le militari ; il clero benediceva 
solennemente le macchine, mettendole sotto la protezione della 
Madonna o di un santo. Il primo telegramma era un doveroso 
evviva al Re. Si sceglievano occasioni solenni per le inaugura- 
zioni, come gli onomastici di principi della famiglia reale, o feste 
di Stato, solennità religiose, e le cerimonie si somigliavano 
tutte. Il 19 agosto 1858, ebbero luogo le inaugurazioni degli 
uffici! telegrafici di Precida e Pozzuoli ; il 10 novembre, di 
Otranto e di Trani ; V 8 febbraio del 1859, di Molfetta e, nel- 
l'ottobre dello stesso anno, di Chieti e di Gallipoli, dove recitò un 
enfatico discorso il giovane sottintendente Andrea Calenda, poi 
prefetto del Regno d' Italia e senatore. 

La inaugurazione di Molfetta io la ricordo. Venne fatta 
non nella cattedrale, ma nella parrocchia di San Gennaro, pros- 
sima all'ufficio telegrafico. Dal pergamo il canonico Giovanni 
Panunzio, allora nel fiore di una vita senza requie, recitò un 
discorso immaginoso. Erano presenti il sindaco, i decurioni, il 
capo urbano, il console austriaco e il vescovo, monsignor Guida, 
che si distingueva per il suo pallore sentimentale. H vescovo 
era circondato dal capitolo della cattedrale e da tutto il semi- 
nario, alunni e professori. Panunzio era uno di questi. Egli 
insegnava filosofia, usando per libro di testo il trattato di don 
Felice Toscano. Oggi è preside del collegio laico, annesso a 
quel seminario. La festa di Molfetta ebbe importanza speciale 
perchè il Re e la Corte erano a Bari, dove, cinque giorni prima, 
venne celebrato il matrimonio del duca di Calabria; e Molfetta? 
che invano aveva atteso il Re nell'andare, l'attendeva nel ritomo, 
per cui era stato costruito sulla spianata, detta del Calvario, 
un arco trionfale che portava scritto sul frontone : Al Re Fer- 
dinando II, la devota Molfetta. 

Segni di nuova vita economica e di un certo risveglio in- 
dustriale apparivano qua e là, ma non si moveva foglia che il 
Re non volesse, perchè lui, solamente lui, doveva misurare il 
grado di benessere dei suoi sudditi e lo misurava, come quello 
di casa sua, con parsimonia e scarsa luce d' intelletto. Egli ama- 
va la prosperità materiale del suo Regno, ma fino a un certo punto ; 
voleva che il suo rifiorimento non avesse nulla da fare con la po- 

Db Cesare, La fin» di un Regno - Voi. I, 16 



- 226 - 

litica, e non fosse incentivo di altri bisogni o desiderii. Ogni 
novità, la più innocua, gli dava sospetto. Amava e temeva le 
ferrovie ; era persuaso ohe il commercio ne avrebbe guadagnato, 
ma il popolo avrebbe pagata più cara la vita. Le sue teorie 
d'immobilità assumevano una strana forma di sentimentalismo 
verso il popolo, che per lui non era l'aristocrazia e assai meno 
la borghesia, ma la parte più infima e numerosa, alla quale voleva 
che non mancasse quello che era strettamente necessario alla 
vita, e nulla s'innovasse in fatto di costumi e di abitudini. 

O per un nuovo mercato che si aprisse, o per una nuova 
industria ohe si tentasse, o per una invenzione che si volesse 
applicare, occorreva un decreto sovrano, preceduto da speciale 
deliberazione del Consiglio dei ministri. Nel 1857 si concede- 
va al signor Clemente del Re il privilegio, per cinque anni, 
d'introdurre nei reali dominii di qua dal Faro, un nuovo me- 
todo di applicazione delle stampe nelle maioliche sopra la ve- 
trina, secondo la descrizione depositata presso il Real Istituto 
d' incoraggiamento, lasciando libero ogni altro di esercitare la 
stessa industria, in qualunque altro modo. Vincenzo Galise ot- 
teneva il privilegio d'introdurre la manifattura dei cappelli con 
ossatura di tela impermeabile ; Enrico Thomas, quello di un 
nuovo metodo di conciar le pelli con materie minerali, e Fran- 
cesco Lerario, per 1' invenzione di una trivella e di un motore 
per il vapore d'acqua, d'aria e ^ gaz, prodotti da combustione. 
Nel 1858, il marchese Francesco e il cavalier Luigi Patrizi chie- 
devano il permesso di costruire due mulini sulle rive del Se- 
beto, in una loro tenuta presso la pianura della Bolla. Il Ee 
concedeva tale facoltà, avuto riguardo ai vantaggi spirituali de- 
gli abitanti di quella pianura, al cui benefìcio i richiedenti ave- 
vano promesso di far celebrare, nei giorni festivi, una messa 
nella loro cappella, e avuto riguardo ai lodevoli servizii che, da 
più anni, il marchese Francesco prestava nell'amministrazione 
civile di Napoli, come Eletto della città. Ad Armando Leone 
fu data la concessione d'introdurre nel Eegno un nuovo me- 
todo per indorare, inargentare e platanizzare i cristalli ; a Tom- 
maso Dickens, di Middleton, fu conceduto il privilegio dei suoi 
perfezionamenti alle macchine da filare, raddoppiare e torcere 
la seta ; a Desiderato Danton fu data facoltà di costruire una 
fornace a doppio effetto, per la fabbricazione della calce e la 



— 227 — 

carbonizzazione e distillazione continua dei combustibili ; a Luigi 
Raguseo, per la costruzione dei globi terracquei artificiali a ri- 
lievo, e a Giuseppe Carabelli, la facoltà di produrre nei for- 
nelli maggior formazione di calorico. E per uscirne, nel 1859, 
Amato Berard otteneva il privilegio di estrarre olii, corpi grassi 
ed altre sostanze solubili col solfuro • di carbonio. 

Queste concessioni erano date in seguito a parere del Eeal 
Istituto d' incoraggiamento, il quale era un corpo consultivo 
dello Stato, specialmente per i privilegi industriali e d' inven- 
zione. Nel periodo, di cui ci occupiamo, se ne rilasciarono anche 
al Pattison, per nuova disposizione di perni e bronzine nelle 
ruote idrauliche ; a Guppy, per miglioramenti alle caldaie tubu- 
lari a vapore ; a Francesco Vert, per i letti a molle ; a Meuri- 
coffre e Sorvillo, per miglioramenti alle balestre dei carri delle 
strade ferrate ; a Niccola Rossi, per macchina da innalzare l'ac- 
qua dei fiumi e animare insieme i molini ; a Francesco Pigna- 
taro, per una macchina trebbiatrice a cilindri; al principe dòn 
Augusto Ruspoli, per molini conici alla "Westrup; ad Antonio 
Caracciolo, per la fabbricazione della carta con le corteccie di 
gelso e ad altri, i quali non ebbero ricordevoli successi nel mondo 
industriale dell'antico Regno. 

Né le Memorie de' socii, pubblicate negli atti dell' Istituto in 
quell'epoca (1865-1859) sono notevoli per numero e per impor- 
tanza di studii. Francesco del Giudice, che fu poi, dopo il 1860, 
segretario perpetuo dell' Istituto, scrisse su istrumenti e mac- 
chine agrarie esposte in Francia e sulla possibilità del loro uso 
nel Begno: vi trattava di nuovi aratri* di erpici, di seminatoi, 
di mietitrici, di tritapaglia e molto superficialmente, come so- 
leva. In agricoltura Giovanni Semmola scrisse una monografìa 
sulla varietà dei vitigni del Vesuvio e del Somma e in fatto 
di scienze economiche, si ebbe una sola dissertazione di Felice 
Santangeli. Vi furono inoltre quattro memorie su argomenti di 
matematiche pure, scritte da Capocci, Rinonapoli, Tucci e Batta- 
gline Tutto questo rappresentò il lavoro del reale Istituto di 
incoraggiamento nell'ultimo quinquennio. 

Questo Istituto, fondato nel 1806, durante il Regno francese, 
aveva anche per fine l' incoraggiamento di tutte le iniziative 
individuali e sociali, dirette all' incremento della pubblica ric- 
chezza, ma le iniziative mancavano L' Istituto ebbe, per alcuni 



— 228 — 

anni, a suo presidente il generale Filangieri, quando era direttore 
generale dei corpi facoltativi. Dopo il 1848 visse una vita anemica. 
Vi appartenevano come socii ordinarli, onorarli e corrispondenti, 
scienziati illustri di ogni parte d' Italia e dell'estero, ma l' Istituto 
non die che ben magri risultati, come si vede consultando i suoi atti. 

Erano frequenti anclie le concessioni di fiere e di mercati. 
Il Regno era povero di vie di comunicazione ; i bisogni del com- 
mercio sempre più insistenti, e i Comuni chiedevano e facilmente 
ottenevano la facoltà di tener fiere o mercati, almeno una volta 
r anno. Avevano celebrità, in tutto il Regno, le fiere di Fog- 
gia, di Barletta, di Gravina, di Salerno, di Aversa, di Caserta, di 
Chieti e di Atripalda. Si contrattava principalmente in bestiame, 
e la fiera di Foggia era il gran mercato delle lane di Puglia. I li- 
berali ne approfittavano per riunirsi senza sospetto e per mani- 
festar voti, quasi sempre platonici. Erano le fiere anche uno 
scambio di conviti e di ospitalità, pericolose occasioni a giuochi 
d'azzardo, ma fortunate circostanze per annodar matrimonii. In 
tante famiglie di provincia si ricordava con compiacenza, che 
il matrimonio del nonno, o quello dei proprii genitori era stato 
concluso, o n'erano state iniziate le trattative in una fiera, o in 
una fiera i giovani si erano veduti e innamorati. E si ricor- 
davano pure grosse perdite al giuoco, non essendo raro il caso, 
che ricchi possidenti, andati alle fiere di Gravina o di Foggia 
a vender bestiame, ne tornassero senza bestie e senza quattrini, 
perduti a zecchinetto. Caserta aveva due fiere : una straordina- 
ria il giorno dell'Ascensione, sulla spianata della piazza d'armi, 
dove erano menati gli animali rimasti invenduti alla fiera di 
Aversa; e una ordinaria, dal 24 al 31 agosto, oltre il mercato 
ogni sabato. Il Re interveniva talvolta alle fiere di Caserta © si 
mescolava ai compratori e venditori, facendo anche degli acqui- 
sti. Era intelligente conoscitore di cavalli. Vincenzo Buon- 
figlio, ricco allevatore di Caivano, portò, una volta, in una delle 
fiere di Caserta, due puledri molto belli. Il Re conosceva il 
Buonfiglio ch'era sua guardia d'onore. Osservate le bestie, disse 
al padrone : " Quanto ne vvò di sii pulidri ? „ ^ Rispose il Buon- 
figlio, non senza imbarazzo : " Con vostra Maestà non si fa prez- 



^ Ohe prezzo vuoi di questi puledri? 



— 229 — 

zo „. Ma insistendo il Re, il Buonfìglio ne richiese cinquecento 
ducati. E il Re : " Ssò troppo : te ne dò quattociento, e te faccio 
no bello regalo „ . * E acquistò i puledri per quel prezzo, e regalò 
al Buonfìglio un phaeton da caccia, alto e forte, che il Buonfì- 
glio tenne nella sua scuderia per molti anni. 

Il risveglio economico si manifestava in altri modi. Nel 1857 
veniva approvata l' istituzione di una Società anonima di Assi- 
curazioni marittime, sotto il titolo : La stella polare, " con facoltà 
di stabilire succursali nel Regno e all' estero „ ; e, su propo- 
sta di Stanislao d'Aloe, era approvata una Compagnia indu- 
striale agronomica napoletana. Con decreto del 3 febbraio 1858, 
datato da Gaeta e controfìrmato dai ministri Murena e Troja, 
si autorizzava il Banco a fare ai negozianti prestiti di somme 
garantite dalle merci, depositate nei magazzini della dogana di 
Napoli. Le cambiali dovevano portare tre firme e scadevano 
dopo cinque mesi, ma il Reggente del Banco poteva prorogarle 
fino a sei. 

Altro atto notevole nell'anno 1858 fu quello di permettere 
per un mese e mezzo, dal primo marzo al quindici aprile, l'e- 
sportazione delle fave, col dazio di grana 40 il cantalo, delle mi- 
nori civaie e del grano con forte dazio. È noto che i prodotti 
agricoli erano soggetti a dazio di esportazione ; anzi, per alcuni, 
l'esportazione era assolutamente vietata. Il nuovo provvedimento 
liberale fu a Ferdinando II consigliato dalla commissione per la 
revisione delle tariffe doganali, da lui istituita nel 1856. La pre- 
sedeva Murena, e n'era uno dei membri più influenti Raimondo 
de Liguoro, già direttore generale delle dogane e antico fautore 
della libertà di commercio. Il Murena era invece protezionista ; 
e quando Francesco II ne accettò più tardi le dimissioni da 
ministro e da presidente della commissione, ne divenne sem- 
plice componente, succedendogli nella presidenza il De Liguoro. 
Murena scrisse allora al De Liguoro una lunga lettera, scusandosi 
di non intervenire alle adunanze, perchè vi si sarebbero discussi 
provvedimenti contrarli ai suoi principii protezionisti. Ed il Re, 
cui fu mostrata questa lettera, disse, sorridendo : " Murena è per- 
sona degnissima e conservatore, ma qualche volta conservatore ou- 
tré „. In quegli anni, gli olii di oliva oscillarono dai 26 ai 27 



Son troppi ; td ne do quattrocento, e ti fo un b«l regalo. 



- 230 - 

ducati : i calabresi di Rossano e di Gioia, più. dei pugliesi di Bari 
e G-allipoli. Le mandorle si tennero tra i 25 e i 26 ducati; i 
grani, tra 21 e 22 carlini; per i fagioli bianchi non variò il 
prezzo di 17 carlini e le fave salirono da 11 Yg a 12. Il cacio di 
Ootrone si quotava 20 ducati e un carlino il cantalo, e quello 
di SiciKa, 20 ducati. La rendita 6 % oscillò da 115 a 116 ^/4. 
Si costruivano poclie strade, poobi ponti e molte chiese ; ma, 
anche per queste, tutto si faceva stentatamente ; anche per i cimi- 
teri, essendo per la sepoltura permesse ancora le chiese. I bisogni 
del Regno, in fatto di lavori pubblici, erano immensi. Nell'ottobre 
del 1858, s' inaugurarono i lavori della strada della Sila, alla pre- 
senza delle autorità ecclesiastiche e civili e, pochi giorni dopo, il Re 
con la Regina, i figli maggiori e pochi ufficiali superiori scortati 
da gendarmi a cavallo, si recarono a visitare il ponte Farnese sul 
Liri, presso il villaggio d'Isoletta, frazione del comune di Arce. 
Approvata l'opera, dovuta alla perizia dell' ingegnere direttore^ 
Ferdinando Rocco, il Re volle proseguire per la via che mena 
ad Arce. Guidava egli stesso il phaeton^ in cui era la famiglia. 
A un certo punto di quella magnifica e ferace campagna, alla 
quale fan corona le ultime propagini dell'Apennino abruzzese, il 
Re fermò i cavalli, e, chiamati i sottoprefetti di Gaeta e di Sora, 
che lo seguivano, Francesco Dentice d'Aocadia e Giuseppe Co- 
lucci, domandò loro come si chiamassero tutti i ridenti paesi, 
ohe sorgevano alle falde di quei monti. Saputo che si chiama- 
vano Fontana, Arce, Rocca d'Arce, Roccasecca, Colle S. Magno, 
Palazzolo Castrocielo, usci in queste parole : " Ecco^ così dovreb' 
V essere tutto il Regno : la domenica, suona la campana, e si riu' 
nìsce il Decurionato. Si delibera, e poi ciascuno torna alla campa- 
gna e al lavoro ; mentre nelle città . . . . „ e qui s' interruppe. 
Proseguendo per Arce, giunse al bivio dove si stacca il tronco 
che conduce a Ceprano, ed arrivato in quella cittadina, desiderò 
di salutare il marchese Ferrari, non so se fratello o padre di 
monsignor Ferrari, ministro delle finanze di Pio IX. Scambiati 
con lui alcuni complimenti avanti al suo palazzo, tornò indietro^ 
senza scendere dal legno e rientrò a Gaeta a tarda sera. 

Altri segni di risveglio non mancavano, e le Società Econo- 
miche vi contribuivano, secondo il loro potere. Queste Società, 
delle quali ogni provincia ne aveva una, erano veramente più. 



— 231 - 

accademie che sodalizi! diretti a migliorare l'economia del Re- 
gno e promuovervi l'industria, l'agricoltura e il commercio. Ma 
ad esse non era dato fare di più, e tutte gareggiavano a chi 
contasse maggior numero di sooii onorarli e corrispondenti, scelti 
tra i più alti funzionarli dello Stato e i più noti cultori di studii 
economici e sociali. Quella di Chieti era tra le più operose, 
perchè manteneva una scuola di disegno per la figura, dove in- 
segnavano i pittori Marchiani, padre e figlio, che aprirono poi una 
litografia, la prima ad essere istituita negli Abruzzi, ed ebbero 
come discepolo un vispo fanciullo di Tocco Casauria, il quale, 
per aver eseguito un disegno a pastello alla piccola esposizione 
annua che apriva la stessa società, meritò un sussidio mensile 
di sei ducati e fu mandato a studiare a Napoli. Quel giovane 
che divenne, via via, artista sommo, è il Miohetti. Nei sussidii 
e negl'incoraggiamenti artistici quelle Società spendevano di 
più, e quanti genii incompresi di pittori e di scultori non fu- 
rono vanamente sussidiati ! Certo il risveglio sarebbe stato mag- 
giore, se le comunicazioni interne e quelle tra il Regno e il 
resto d'Italia, fossero state men disastrose; se l'iniziativa pri- 
vata non avesse avuto l'obbligo di sottostare al beneplacito del 
Sovrano, e se nelle mani di lui non si fosse accentrato, non solo 
il potere politico, ma il principio di ogni benessere economico 
e sociale. Questo doveva aprirsi faticosamente la via tra pre- 
venzioni, sospetti e lentezze burocratiche e doveva superare le 
difficoltà del pregiudizio grossolano, dello scetticismo e delle 
paure immaginarie di un Re senza ingegno. 

Quel che fosse il commercio, avremo occasione di vedere in 
uno dei prossimi capitoli. Quanto all' industria, i soli veri centri 
industriali erano la valle del Liri, la valle dell' Irno e quella del 
Sabato. Nel circondario di Sora fiorivano quattro cartiere : quella 
del Fibreno, di proprietà del conte Lefebvré ; un'altra, apparte- 
nente ad una società napoletana, diretta dal belga Stellingwerf ; 
una terza di Roessinger e una quarta di Courier. Bravi inoltre la 
grande fabbrica di panni-lana di Enrico Zino, che forniva l'eser- 
cito del panno color rubbio per i calzoni della fanteria. Altre fab- 
briche di pannilana le esercitavano Polsinelli e i fratelli Manna, 
in Isola del Liri ; Pelagalli, Oiccodicola, Sangermano e Bianchi, 
in Arpino ; Lanni, Picano e Cacchione, a Sant' Elia Fiume Ra- 
pido. Ricordo inoltre la grande cartiera dei Visocchi in Atina 



— 232 — 

e ricordo pure che il governo esercitava le miniere di ferro in 
San Donato Val di Cornino, e il minerale veniva poi trattato in 
una magona, espressamente costruita nel territorio di Atina, fra 
il 1867 e il 1858. Sul Sarno, sull' Irno e sul Sabato erano le fab- 
briclie di cotone, di lino e di lana, fondate da industriali svizzeri, 
francesi e ancbe nazionali, le quali prosperavano, unicamente 
per il sistema protezionista cbe informava la legislazione doga- 
nale del Regno. Il circondario di Sora poteva dirsi la Manche- 
ster del napoletano. Insieme alle industrie vi fiorivano i buoni 
studii, pe' benefìci influssi della storica abbazia di Montecassino 
e del buon -collegio Tulliano di Arpino, che i gesuiti non giun- 
sero mai ad abbattere. Appartenevano a quel circondario An- 
tonio Tari, di Terelle ; Ernesto Capocci, di Picinisco ; Giustiniano 
Nicolucci, d' Isola del Liri, oggi professore nell' Università di Na- 
poli, Giuseppe Polsinelli e Angelo Incagnoli, di Arpino, l'ultimo 
dei quali in gioventù pubblicò alcune lezioni di storia della 
filosofìa, e fu poi deputato e mori amministratore del Fibreno; 
Giustino Quadrari, di San Donato Val di Comino, interprete dei 
papiri ercolanesi, e Giacinto Visocchi, di Atina, morto innanzi 
tempo per un' infermità contratta in un acquedotto, dove si era 
dovuto rifugiare, per sottrarsi alle persecuzioni della polizia, della 
quale era strumento in quel comune un famigerato capo urbano. 
Quando con un tratto di penna sotto la dittatura, il prote- 
zionismo venne abolito, queste poche fiammelle dell'industria 
napoletana si vennero via via spegnendo ; e solo sopravvissero le 
poche fabbriche alle porte di Napoli, cioè le concerie di pelli e gli 
stabilimenti metallurgici, fondati da industriali stranieri, e la 
fabbrica di vetri al Granatello fondata dal Bruno. Si difesero, 
anzi qualcuna rifiorì, come la fabbrica di vetri. Pietrarsa invece 
soggiacque a un destino avverso, e fu vergogna dei nuovi tempi. 

Il primo, che scrisse un serio lavoro a Napoli sul taglio del- 
l' istmo di Suez considerato in rapporto ai vantaggi possibili per 
il commercio napoletano, fu Guglielmo Ludolf. Il Lesseps avea 
publicato nel 1855 il suo famoso libro : Percement de V istme de 
Suez, e nell'anno seguente il Ludolf, che certo avea tenuto pre- 
sente quella pubblicazione, scrisse nel Museo di scienze e lettera- 
tura sullo stesso argomento, quasi con identico titolo. Dopo avere 
accennato all'idea che gli antichi avevano avuta, di congiungere il 



— 233 — 

Mediterraneo al Mar Rosso, e ricordato il commercio rimasto fiorente 
per l' Italia fino a quando il Mediterraneo fu la strada esclusiva 
per le Indie, lo scrittore napoletano passava a considerare sotto 
quali condizioni quest'antica strada, per il taglio dell'istmo, andava 
a riattivarsi, e come dovevano per necessità rifiorire in Italia pro- 
spera la navigazione ed il commercio. Egli dava una statistica della 
marina mercantile de' varii Stati italiani in quegli anni, notando 
ohe sopra un totale di 16391 bastimenti italiani, il Regno di Napoli 
ne contava 9174, e su 486 667 tonnellate, questo ne contava 
213 197. Deduceva da ciò che i porti di Messina, di Palermo, di 
Cagliari e di Napoli, come i più vicini all'Egitto, sarebbero di- 
venuti altrettante cospicue stazioni della strada delle Indie ; e 
Genova e Venezia avrebbero raccolto il commercio della Ger- 
mania e della Svizzera. Riteneva incalcolabili i frutti, che l'Ita- 
lia meridionale avrebbe tratto dalla riattivazione dell'antica 
strada delle Indie ; e notando che il Regno delle Due Sicilie 
era uno Stato essenzialmente produttore e non consumatore, 
reclamava, in vista del nuovo e vastissimo orizzonte che si apriva 
agli scambi commerciali del mondo, la massima libertà di com- 
mercio. Bellissimo studio che levò molto rumore. Guglielmo 
Ludolf era, com'è noto, incaricato d'afiari in Baviera. 

Com'è triste il considerare oggi, dopo più di quarant'anni dai 
giorni in cui si nutrivano tali speranze, che mancarono nel paese 
tutte le condizioni per vederle realizzate. Se la posizione geo- 
grafica del Regno lo metteva, aperto il canale di Suez, in grado di 
trarne più di ogni altro paese il maggior vantaggio, pur troppo 
mancava ogni preparazione per divenire più tardi centro di com- 
merci, di scambi, di depositi, di trasporti. Dove trovare la neces- 
saria coltura commerciale, lo sviluppo del credito, l'ordinamento 
bancario, i docJcs, i magazzini generali, l'attività dei cittadini ? Fin 
dal 1858. undici anni prima dell'apertura del canale, l' Inghil- 
terra, l'Olanda, la Francia, la Russia, gli Stati Uniti di America 
avevano ottenuto le grandi agevolezze commerciali col Giappone ; 
e il Re di Napoli non pensava che a costruir chiese e a trovare 
una moglie al principe ereditario! Né, dopo il 1860, vi si di- 
mostrò più preparata la nuova Italia. A nulla valsero i lieti 
augurii che il buon ministro Luigi Torelli trasse dal fatto, che 
ad attraversare il canale di Suez, i primi due legni furono del 
mezzogiorno di Italia, anzi pugliesi, due barche peschereccie di 
Trani, di dieciotto tonnellate ciascuna! 



- 234 — 

A Napoli i bolli postali farono istituiti da un decreto reale 
del 9 luglio 1867, controfirmato da Troja e da Murena, decreto 
che imponeva l'obbligo di affrancare giornali e stampe, ma quanto 
alle lettere e ai plichi era • in facoltà di chi li spediva, pagare 
lui la spesa, applicandovi i francobolli, o farla pagare al desti- 
natario, inviando la lettera o il plico senza affrancarli. *■ Il 
boUo si annullava con un timbro nero, che portava impressa la 
parola : Annullato. Furono create sette specie di francobolli, da 
mezzo grano, da 1, da 2, da 5, da 10, da 20 e 60 grani. Nell'interno 
del Reame ogni lettera di un foglio era soggetta ad un bollo di 
due grani; ogni lettera, nella stessa città, ad un grano. Lo 
stesso decreto stabiliva pure tre spedizioni postali per settimana 
nell'interno e sei per Terracina. Disponeva, infine, che oltre 1 
procacci attuali {piéton) sarebbe stabilito un piéton en poste, che 
partirebbe una sola volta la settimana da Napoli a Lecce, da 
Napoli a Teramo, da Napoli a Campobasso e viceversa. 

Prima di adottare definitivamente un tipo di francobollo, fu- 
rono proposti varii disegni al Governo.. Uno dei primi disegni, 
che gli storici non sono riusciti a determinare se sia stato in- 
ciso a Napoli, da un tal Lefebvre in Inghilterra, rappresenta 
la testa di Ferdinando II, che non si sa, se per caso o ad arte, 
l'incisore fece simigliantissima al profilo di Tiberio. Comune- 
mente vi erano rappresentati i gìgli, il cavallo e la Trinacria. 
La prima emissione dei francobolli avvenne nel capodanno del 
1858. Li incise Luigi Masin di Napoli, e li impresse a colore su 
carta filigranata Gennaro de Majo. Ma avevano una grandezza da 
42 per 29 millimetri e durarono in uso sino al 1" aprile del 1861. 
Per rispetto alla sacra immagine del Re, il timbro d'annullamento 
si metteva sulla parte del francobollo, dove si vedeva rappresen- 
tata la Sicilia. Erano di vario colore, però esclusi il verde e il 
rosso, perchè potevano prestarsi a combinazioni e manifestazioni 
politiche, secondo una lettera ufficiale del ministro delle finanze 
al luogotenente di Sicilia in data 23 novembre 1867. 

Il 28 febbraio 1858, il Re stando a Gaeta, approvò i tipi di 
francobolli per la Sicilia e l'effigie del Sovrano fu incisa dall' Aloy- 
sio luvava. 



*■ I. B. MoBNS, Timbres de Naples et de Siciie; Bruxelles, au bureau du 
journal Le Timóre Poste, 1877. Libro raro, perchè tirato in soli 108 esemplari 
su carta d' Olanda. 



CAPITOLO XII 



SbmfABio: Carlo Troja — La sua storia d'Italia nel Medio Evo — Il ministero 
del 8 aprile, suoi errori e ingenuità — Il Troja durante la reazione — Sua 
deposizione nel processo del 15 maggio — I neognelfi di Napoli — Ma- 
lattia del grande storioo — Don Ferdinando al letto di suo fratello — Morte 
ed esequie — Quel che ne dissero i giornali — Una coraggiosa e vana pro- 
posta — Il Veltro allegorico — L'epigrafe dell'abate Fornari — Il testa- 
mento — Le carte ed i libri di Carlo Troja — La biblioteca dei Girolamini 
— Gli Annali del Muratori e le postille del Troja — Il padre Mandarini, il ptt- 
dre Spaccapietra e il padre Capecelatro — Deaiderii e proposte — Articoli di 
Carlo Troja nel Tevipo sulla questione siciliana del 1848 — Il libro di Giu- 
seppe del Giudice — Ohi potrebbe scrivere un libro completo sul Troja — 
Un documento curioso e inedito. 

Carlo Troja fu il vero grande storioo napoletano di queeto 
secolo. Il nome suo è congiunto indissolubilmente alla storia 
d'Italia e a quella dell'antico Bearne. Al suo senso storico si 
deve se il Medio Evo non fu più una tenebra per gli studiosi. 
Frugando egli stesso negli archivii di Montecassino, di Subiaco, di 
Farfk, di Cava, di Ravenna, di Bologna, di Eoma, di Gubbio e di 
Firenze, il Troja mise insieme cosi larga copia di notizie e docu- 
menti, da poter lui, meridionale, anzi pugliese di origine, nata 
nella Corte borbonica, la meno nazionale delle Corti italiane, 
e figliuolo del medico privato di Maria Carolina, scrivere la 
prima storia d'Italia del Medio Evo, con spirito e sensi italiani. 
Viaggiava per l'Italia centrale tra il 1824 e il 1§28 e gli era 
compagno un giovine, che poi fu illustre uomo e lo amò tene- 
ramente, Saverio Baldacchini. Ebbero in Bologna signorila 
ospitalità dal conte Giovanni Marchetti e in casa Marchetti 
convenivano i migliori spiriti di allora. Temi favoriti di quelle 
conversazioni erano gli studii danteschi. In tale ambiente l'am- 



- 236 - 

mirazione e l'amor© per Dante, già grandi nel Troja, presero 
forma più entusiastica e concreta insieme, e gli studii dello 
storico si fermarono sul grande poeta. Troja diceva in quei 
giorni di amare Dante più di prima, perchè, lontano dai parenti 
e dalla patria, gli pareva d'intendere meglio l'animo del poeta 
e le perturbazioni e gli affetti varii, che dovevano agitarlo. E 
fu principalmente per le esortazioni del Marchetti, che pubblicò 
nel 1826 a Firenze, il Veltro allegorico di Dante Alighieri, che 
apri un campo nuovo di ricerche e di polemiche, rivelò Dante 
uomo operativo e umano, quale fu davvero, trasportò la Divina 
Commedia, come notò il Trevisani, nel bel mezzo della storia ita- 
liana e la fece apparire il dramma più vivo, il riflesso più puro 
e spontaneo di tutt'i pensieri ed affetti, che agitavano i tempi 
in mezzo ai quali proruppe quel canto. E rivissero gli uomini 
di Dante, furono illustrati con vera passione i luoghi da lui 
percorsi e più conosciuto e amato il poeta. Gli studii sul Vel- 
tro sollevarono una vera rivoluzione nel mondo della cultu- 
ra, e il nome di Carlo Troja divenne celebre in tutta Italia. 
Certo gli studii posteriori han tolta iiìiportanza a quel libro; 
han dimostrato al lume della critica e con l'esame di nuovi 
documenti, che lo storico napoletano s' ingannò, personalizzando 
il Veltro] che lavorò più di fantasia che di critica, ma pochi 
libri suscitarono tanto interesse politico e letterario e lasciarono 
più forte segno nella storia della cultura umana, quanto ne su- 
scitò e ne lasciò il Veltro allegorico. Riportiamoci a più di settan- 
t'anni fa. Dagli studii sulla Divina Commedia e sui tempi di 
Dante, egli fu condotto ad immaginare largamente la sua storia 
del Medio Evo, sembrandogli opera inutile le ricerche seconda- 
rie, avanti di risalire alle origini. E alle origini risali, e in un 
tempo in cui pochi conoscevano la storia dei barbari e tutti 
confondevano le varie razze barbariche, Carlo Troja ne ricercò 
a fondo le vicende e le distinse. Egli ritenne che i longobardi 
distruggessero ogni vestigio del nome e del diritto romano nei 
paesi da essi conquistati, e cercò provare che i Romani furono 
ridotti dai Longobardi in una condizione quasi servile. Que- 
sta è, anche oggi, una delle tre idee fondamentali rispetto a 
quel periodo di storia politica e di storia del diritto. I viaggi 
e gli studii storici compirono e rafforzarono in Carlo Troja il 
sentimento dell'italianità. Per lui le vicende medioevali non 



- 237 — 

erano cosi disordinate e confuse, come apparivano ai più ; il Me- 
dio Evo per Troja non fa, in sostanza, che la lotta del roma- 
nesimo con la barbarie, la quale, prima vittoriosa, fu poi alla 
sua volta domata e romanizzata. Homa e il papato mantennero 
l'unità in quel caos di principii, di uomini e di cose, onde si 
venne via via formando una certa conformità di sentimenti e 
un po' ancbe d'idee, in modo che nel secolo duodecimo, se non 
può riconoscersi un popolo con carattere e lingua propria, non 
si distinguono più romani, né longobardi ; e se non usata dapper- 
tutto, è intesa quasi dappertutto la lingua volgare. La critica 
storica lia oggi indebolita l' opinione di Troja circa la condizione 
dei vinti romani, riconoscendo che, in molti casi, la sua buona 
fede venne sorpresa, specialmente da ecclesiastici, con carte e 
diplomi falsi; la stessa critica ha trovato molto da ridire sul 
metodo da lui adoperato nell'esame dei documenti storici e sulle 
conseguenze ohe ne trasse, qualche volta fantastiche o arbitra- 
rie; nuove scoperte hanno accresciuto il materiale, sul quale 
lavorò Carlo Troja: ma l'opera sua, per il tempo nel quale si 
svolse, per la singolare erudizione e la portentosa memoria di 
lui, occupa ed occuperà uno dei primi posti nella storia della 
nostra cultura. 

L'uomo, che concepiva l' Italia come un' unità nel Medio Evo, 
che di un'Italia parlava e una storia italiana scriveva, doveva 
apparire, nel 1848, come il più adatto a comprendere le alte 
necessità del momento, e a stare a capo di un ministero ita- 
liano, che costringesse Ferdinando II ad entrare decisamente 
nella via delle riforme politiche ed a prender parte alla guerra 
dell'indipendenza. H Troja contava allora sessantaquattro anni 
ed era malato di gotta. Ciononostante, mise insieme il mini- 
stero del 3 aprile, composto di bravi uomini e di giovani au- 
daci, i cui sentimenti d'italianità erano molto caldi, ma nessuno 
di loro aveva esperienza di governo e lutti avevano fatta la loro 
cultura politica sui libri. " Era pur esso, il ministero, scriveva 
il Massari, * disarmato in faccia all'agitazione, ed essendo since- 
ramente liberale, rifuggiva dall' adoperare la forza materiale per 



^ I Casi di Napoli, del 29 gennaio 1848 in poi. Seconda edizione ri- 
veduta e corretta dal prof. G. Orlandi. — Trani, V. VeccUij 1895. 



— 238 - 

rimettere V ordine „. Ideologi i ministri, e più ideologo il presi- 
dente del Consiglio, ritenevano clie il- passaggio dal vecchio al 
nuovo regime si dovesse compiere con moderazione e saggezza. 
Rifuggivano dalle misure estreme, anzi da ogni atto di resisten- 
za, e furono uravolti dalla bufera del 15 maggio, che avrebbero 
dovuta prevedere ed evitare. Sarebbe bastato uno squadrone 
di cavalleria per spazzare Toledo nelle prime ore di quei giorno, 
come scrisse il Settembrini. 

Ma il gran merito del ministero Troja fu quello di aver in- 
dotto Ferdinando II a mandare 15 000 uomini in Lombardia, e 
ad affidarne il comando a Guglielmo Pepe. I liberali avreb- 
bero dovuto dar prova di senno, ma, tranne ben poclii, segui- 
tarono ad agitarsi e ad agitare malamente. Mentre i reazionari! 
accusavano i ministri come traditori, affermando che la guerra 
di Lombardia era tutta a vantaggio di Carlo Alberto, i liberali 
parlavano anch' essi di tradimento e insultavano goffamente il 
Re e la dinastia. Accuse, violenze e paure da una parte e 
dall'altra, produssero il 15 maggio. In quella triste giorna- 
ta, Carlo Troja era in letto, tormentato dalla gotta. Abitava 
alla Foresteria nel piccolo appartamento al mezzanino sull'an- 
golo, verso il Grottone. Quasi tutt' i ministri e parecchi deputati 
di maggiore autorità si trovavano raccolti presso di lui e, fra 
questi, Domenico Capitelli che poi fu presidente della Camera, I 
ministri Scialoja, Dragonetti e Conforti erano alla Reggia a sup- 
plicare il Re perchè facesse cessare il fuoco e ritirare le truppe, 
uscite di caserma senza l'ordine del ministro della guerra ; e quan- 
do vennero dal Re bruscamente licenziati, corsero dal presidente 
del Consiglio a rendergli conto della fallita missione. Furono mo- 
menti di estrema angoscia per tutti, e più per quel venerando 
uomo che aveva sognata un' Italia indipendente, libera e sag- 
gia. Il giorno innanzi, trascinandosi a stento, era andato alla 
Reggia e narrava che, sopraffatto dalla gotta, si era buttato 
eopra un divano, mentre il Re sfogliava nervosamente i voca- 
bolarii, per trovare il significato di quella parola svolgere, che 
non fu piccolo pretesto dell'eccidio del giorno dopo. La sera 
del 15 maggio Carlo Troja non era più ministro. Gli successe 
il principe di Cariati, col Bozzelli, Torcila e Ruggiero: ultimo 
ministero costituzionale che fu licenziato quattordici mesi do- 
po, per dar luogo a quel ministero ruvidamente reazionario, di 



- 239 -- 

cui fu presidente e anima Q-iustino Fortunato, e furono ministri 
Ferdinando Troja, fratello di Carlo e il cognato di lui, Pietro 
d'Urso. Strana vicenda questa di due fratelli, uno dei quali rap- 
presentò, per quarantadue giorni. Videa nazionale, con un Re 
che non l'aveva, in una Corte che l'abborriva, in un Regno che 
non la capiva ; mentre l'altro stette al governo otto anni e rap- 
presentò, con poco illuminata coerenza, l' idea reazionaria, l' in- 
teresse dinastico sino all' ultimo e la più cieca superstizione re- 
ligiosa, tanto cieca che non pareva sincera. 

Meno per l'autorità del suo nome e della sua dottrina, che 
per gli stretti legami di cosi influente parentela, Carlo Troja 
non soffrì persecuzioni, né ebbe processi, come i suoi amici e i 
colleghi del celebre ministero. Tornato alla quiete degli studii, 
la folla si diradò attorno a lui, ed egli se ne doleva, perchè la 
conversazione era il suo unico svago e la miglior medicina ai 
suoi mali. Si compiaceva soprattutto di conversare coi giovani, 
per i quali sapeva trovare le parole più. acconcie e gli argo- 
menti più grati, rendendo il suo discorso erudito e geniale per 
i numerosi aneddoti, serii e faceti, che graziosamente raccon- 
tava. Una sera, tra le altre, erano in casa sua, il Manna e il 
Trevisani, suoi amicissimi, e il giovane Carlo Cammarota ohe 
il Troja amava, pregiandone la cultura e l'animo. Si parlava 
dei fatti del 1848 e il Manna gli chiedeva alcune notizie di poli- 
tica estera, concernenti il ministero del 3 aprile, del quale egli 
Manna faceva parte, e il Troja interruppe : " Ma non ricordate, 
don Giovanni, che la politica estera la faceva il Re, e io sapeva 
le notizie politiche dal Lampo ? „ . Il Lampo era un giornaletto po- 
polare di allora. Frequentavano la sua casa que' pochi napoletani, 
rimasti fedeli, ma senza gli entusiasmi di prima, alla scuola neo- 
guelfa, che aveva nei primi e più fortunati mesi del 1848 governata 
l' Italia, con Balbo e Gioberti in Piemonte ; con Gino Capponi, 
a Firenze; con Mamiani e Eossi a Roma; con Casati e Borro- 
meo a Milano ; con Manin a Venezia e con lui, Carlo Troja, a 
Napoli. Scuola politica che non ebbe più fortuna, dopo i disa- 
stri del 1848 e il voltafaccia di Pio IX. I neoguelfì di Napoli, 
ohe s'ispiravano in Carlo Troja, riconoscendolo come il santo 
padre della scuola, erano ecclesiastici e laici, i quali credevano 
conciliabile la fede religiosa con una libertà illuminata e mode- 



- 240 - 

rata. Eicordo i tre padri cassinesi, Luigi Tosti, Carlo de Vera 
e Simplicio Pappalettere , il padre Alfonso Oapecelatro e don 
Vito Fornari ; e tra i laici, Domenico Capitelli, Giuseppe Ferri- 
gni, Giovanni Manna, Saverio Baldacchini, Giuseppe Caprioli, 
il marchese D'Andrea, Alfonso Casanova, Niecola Gorcia, Fran- 
cescantonio Casella e quel Gaetano Trevisani, che amò il Troja 
di amor filiale e ne fu riamato, ohe del Troja scrisse la vita e 
non gli sopravvisse che di un anno. Mente elettissima, Gaetano 
Trevisani fu quasi il San Giovanni del grande storico, il quale 
con parole piene di affetto lo ricordò nel suo testamento. Oltre 
ai neoguelfì., frequentavano la casa di Carlo Troja giovani eclet- 
tici, dalle idee manifestamente ghibelline, i quali riconoscevano 
in Antonio Ranieri il rappresentante del ghibellinismo di al- 
lora, un ghibellinismo più rettorie© che reale, ma amavano il 
Troja quasi sino all'adorazione. 

Eicordo tra costoro Gennaro de Filippo, Carlo de Cesale, Ma- 
rino Turchi, Francesco Saverio Arabia, Federigo Quercia, France- 
sco Pepere, Emilio Pascale, Salvatore de Eenzi, Carlo Cammarota 
e Giuseppe del Giudice. Furono, questi e quelli, gli amici degli 
ultimi anni e che più trepidarono per la sua vita e ne scrissero, 
dopo la morte, con ammirazione quasi idillica. Due anni pri- 
ma di morire, il Troja pubblicò alcune dissertazioni dantesche sul 
vecchio tema del Veltro allegorico dei Ghibellini, e fu per gli ami- 
ci di lui un avvenimento addirittura straordinario. Nel Museo di 
scienze e lettere, Giovanni Manna' discorreva del Veltro e del- 
l' interpetrazione storica della Divina Commedia, dimostrando 
che le ricerche del Troja diedero agli studii danteschi un più 
sicuro indirizzo. Carlo de Cesare ne scriveva con enfasi nel- 
V Archivio Storico di Firenze, di cui era corrispondente; Fede- 
rico Quercia nel Nomade e Alfonso Casanova in una sua let- 
tera a Carlo Morelli, in data 30 gennaio 1856, annunziava la 
pubblicazione del Troja con parole addirittura esaltate. ^ 

Quel buon vecchio suscitava cosi vivace entusiasmo fra i 
giovani colti, non solo per l'importanza delle sue opere e per 
la sua simpatica e bonaria figura, a cui i candidi capelli aggiun- 
gevano venerazione, ma perchè rappresentava tutto un passato 



^ Lettere xli Alfouso Casanova a Carlo Morelli. — B. db Cesare, Una 
famiglia di patriotti. Boma, Forzani, 1888. 



~ 241 - 

di speranze liberali e il nome suo ridestava la fede in un av- 
venire migliore. Storico, letterato, giornalista, presidente del 
ministero del 3 aprile, gli entusiasmi per lui si confondevano con 
gli entusiasmi per la libertà della patria. 

I dolori artritici rincrudirono ai primi del 1858, costringen- 
do don Carlo, che li sopportava con grande rassegnazione e 
paragonava il suo stato alla miseria del maestro Adamo, a star 
sempre in letto. Nel maggio si manifestò un leggiero migliora- 
mento, ma fu di breve durata. Il male si aggravò e rese inevita- 
bile e prossima la catastrofe. Quattro giorni innanzi la sua morte, 
furono a vederlo don Luigi Tosti e don Carlo de Vera, che egli 
accolse con grande compiacimento, trattenendoli in discorsi di 
storia e letteratura. Chiese di don Vito Fornari, ma questi, gra- 
vemente infermo, non fa chiamato. Il canonico don Andrea Fer- 
rigni lo confessò e gli somministrò il viatico. Il Ferrigni era 
professore di sacra scrittura all'Università e fratello di Giu- 
seppe Ferrigni. Al presidente del Consiglio dei ministri, che 
andò a visitarlo il giorno prima della morte, don Carlo disse, sor- 
ridendo : " signor presidente e caro fratello, tutto è proceduto in 
regola „ , volendo assicurarlo che si era confessato e comunicato. 
E assistito dalla moglie, dal Trevisani e da pochissimi intimi, 
Carlo Troja spirò all'alba del 28 luglio 1858. 

II 29, nelle ore pomeridiane, si fecero le esequie, modestis- 
sime. Pochi frati, pochi preti. Nessun' accompagnamento uffi- 
ciale com'era naturale, né di rappresentanze pubbliche; nessun 
discorso in casa o in chiesa. Pritna che la salma fosse composta 
nella bara. Sabino Loffredo, giovane di ardenti spiriti, oggi con- 
sigliere della Cassazione a Napoli e scrittore della storia di Bar- 
letta, compiè un atto che parve temerità: tagliò furtivamente 
una ciocca dei bellissimi capelli bianchi del Troja che ancora 
conserva. Gli amici più giovani e più animosi ne seguirono il 
feretro. Erano in tutti una trentina e, tra quelli che ho ricor- 
dati dianzi, notavasi un giovane non ancora ventenne, Fran- 
cesco Bruni, ora consigliere di Cassazione in Roma, cui il Troja 
voleva gran bene perchè raccomandatogli dal Trevisani. Il pre- 
sidente del Consiglio dei ministri non si fece neppure rappresen- 
tare, ma prese il lutto per la morte del fratello, perchè, nono- 
stante fossero politicamente agli antipodi, essi si amavano. E 

Da Cbsabb, La fin» di un Regno • Voi. I. 16 



-- 242 — 

difatti don Carlo non soffri processo per gli eventi del 1848, anzi 
potè continuare la pubblicazione della storia d' Italia e del Codice 
diplomatico longobardo alla stamperia Reale, a spese di questa. 
Depose come testimone a favore di Saverio Barbarisi e di Pier 
Silvestro Leopardi nel processo del 15 maggio, e la deposizione 
fu resa in sua casa^ come dice il verbale, al noto giudice Mo- 
relli, assistito da un cancelliere. In quel giorno trova vasi presso 
il Troja don Vito Fornari, e il Troja lo pregò di rimanere e di 
assistere all'interrogatorio. Eccolo originalmente: 

Pag. 6*-6. — n testimone Carlo Troya, udito sul tenore tanto di questa, 
che della 17* posizione a discarico, risponde uniformemente alle medesime, 
spiegando, ohe la riforma sulla Camera dei Pari era a quel tempo la ban- 
diera dell'agitazione di tutto il Regno, e vi era il Zuppetta uno dei pro- 
pugnatori. Che questa pretensione dell'abolizione della Camera de' Pari, e 
il desiderio della Costituzione del 1820, col suffragio universale, erano vo- 
lute e spinte innanzi, specialmente nel Circolo installato in questa Capitale 
sotto il titolo del progresso, di cui ignora i componenti, nonché il luogo dove 
si riuniva. Che intanto tutto il Ministero di allora, nulla curando le mi- 
nacce, ohe da quel Circolo e dalle provinole venivano, ad un movimento 
armato per deporre il Ministero, onde sostenere quelle pretese, si tenne 
fermo ne' suoi principii, ed il giorno 13 maggio sottoscrisse il decreto, por- 
tante la nomina de' Pari. Che in conseguenza, col ritorno di Barbarisi si 
trovò già compiuto quel fatto, a di cui sostegno era stato il medesimo colà 
inviato, e che si era determinato a spedirlo in quelle provincie, per aver 
saputo ohe il medesimo, come commissario di polizia in aprile 1848, avea 
più. volte sedato dei disordini, che venivano minacciati nel caffè cosi 
detto di Buono. Che la precisa missione data dal testimone a Barbarisi 
fu quella di vegliare sulle mosse del Zuppetta, e presentare l'argomento 
de' Pari, esortando di cessare dalle vie illegali e facendo delle petizioni 
al futuro Parlamento. 

Che comunque da taluno fosse osservato non poter tal missione di 
Barbarisi riuscir proficua, per essere un commissario di polizia, tuttavia 
il ministero rimase fermo, pensando che lo stesso Barbarisi era stato eletto 
deputato da due provincie. 

Pag. 21*-22. — Troya depose avere conosciuto Leopardi, se non erra, 
nel marzo 1848, quando ritornò di Francia, ma non vi tenne altro discorso 
che in qualità di letterato. Che in seguito, dallo allora ministro degli esteri 
marchése Dragonetti, fa il Leopardi proposto per ministro plenipotenziario 
in Torino. Tutto il Ministero applaudi per la buona opinione che godea 
il Leopardi, e di fatti fu a tal carica nominato. 

Bisogna notare che Saverio Barbarisi fu uno dei condannati 
a morte, e Pier Silvestro Leopardi all'esilio perpetuo. 

Il Fornari ricorda pure che alla deposizione del Troja fu pre- 
sente Enrico Pessina ; e V illustre professore, da me interrogato, 



-- 243 — 

mi rispose : " Non rammento, con pari certezza, che io abbia assi- 
stito all'esame testimoniale del venerando Carlo Troja, ma non lo 
escludo, tanto più che se ne ricorda il Fornari. ... La remini- 
scenza del Fornari coincide col tempo, in cni rammento che io 
strinsi amicizia col Troja, tanto più che della causa del 16 maggio 
io fui non piccola parte, avendovi difeso il Barbarisi, il Mollica e 
il mio malestro Trincherà „ . Leopardi fu difeso dal Castriota. 

La via, che percorse il mortorio, non fu molto lunga : dalla 
casa in via Toledo, alla chiesa di San Severino. Ricevè il ca- 
davere alla porta del tempio Francescantonio Casella. I monaci 
celebrarono i riti religiosi, e nel giorno seguente Carlo Troja 
fu tumulato, secondo la sua volontà, in quella severa, solitaria 
e monumentale chiesa dei benedettini, dove riposavano le ce- 
neri della madre Anna Maria Marpacher, chiesa che a lui ri- 
cordava i due amori più intensi della sua vita: la madre che 
vi era sepolta, e gli studi storici compiuti nelle badie di San 
Benedetto. I giornali consacrarono poche linee alla morte del 
Troja. Il Nomade, che gli rese maggiori onori, nel numero 
del 31 luglio 1858, ne scrisse così: "Un'altra delle sue glorie 
è stata dalla morte tolta all'Italia. Alle ore 3 ant. del giorno 
28 del corrente luglio, moriva Carlo Troja, all'età di 73 anni^ 
lasciando incompiuta la sua istoria del Medio Evo. La gran- 
dezza della sventura è tale che alcun pensiero di conforto non 
basta a mitigarla, perchè i grandi partono da questa nostra 
terra e ninno si mostra degno di tenere il seggio rimasto 
vuoto. Egli visse più con le opere sue che con il mondo, 
ed un solo intento sostentò la sua vita travagliatissima, raccon- 
tare la storia del proprio paese, di cui un'immagine grande 
e pura portava nella mente. Se l'istoria del Medio Evo non 
fa da lui condotta a fine, i libri che ha lasciato bastano a col- 
locarlo avanti a' più alti ingegni dell'età presente. Della morte 
di tanto nomo dovrà dolersi non solo l'Italia, ma quanta gente 
hanno in onore le lettere e la nobiltà dell'anima „. Il 7 agosto 
lo stesso giornale pubblicò un coraggioso articolo di Federico 
Quercia, e nel giorno medesimo ne pubblicò un altro il Diorama, 
commovente e degno, scritto da Giovanni Manna. Q-iovannina 
Papa stampò rettorici versi e Giuseppe Lazzaro, nell'^^oca, propo- 
se, non senza qualche coraggio, che il Troja fosse sepolto in Santa 



— 244 — 

Croce. Altro che Santa Croce ! A Napoli, dopo più di quaran- 
t'anni, non una via decente, né una pietra ne ricorda il nome^ 
quando ci vorrebbe cosi poco a murarne Una sulla facciata della 
casa dove morì!^ Ma di monumenti, Carlo Troja se n'è eretto 
uno lui stesso, immortale, con le sue storie. . 

Sulla tomba si legge questa bellissima epigrafe, scritta dal 
Pomari e murata dopo il 1860: A. D. 0. — Carlo Troja — 
Biposa in questo sepolcro — Che gli fece — Giovanna d' Tirso mo- 
glie amata e concorde — N. il 7 di giugno del 1784 — M. il 28 
di luglio del 1858 — V indole e l'ingegno vedi nell'effìgie della 
noìnU fronte — La fede religiosa e l'amore d'Italia — Sono effigiate 
nelle sue storie immortali. Epigrafe clie ricorda quella di Basilio 
Puoti sulla tomba di Niccolò Zingarelli, nel recinto degli uo- 
mini illustri al cimitero di Napoli. 

Per avere un'idea della desolazione dei suoi intimi dopo la 
morte del Troja, basterà leggere queste parole, che Alfonso Ca- 
sanova scriveva a Carlo Morelli : " Sai del Troja morto, ma non 
puoi immaginare di quale e quanta amicizia mi avesse degnato 
queW incompardMle e come alle pubbliche cagioni di lutto^ in me 
si aggiungano le proprie private. Oh che uomo! non ispero, certo 
no, di incontrare un altro simile nelle generazioni che si volge' 
ranno con meco per la vita „ . ' 

Fin dal 1851 Carlo Troja scrisse il proprio testamento, che 
dopo la morte fu rinvenuto fra le sue carte e depositato presso 
il notaro Gaetano Tavassi. Il testamento completa l'uomo ed 
eccolo nella sua integrità: 

Col presente mio testamento scritto, datato e sottoscritto di mia pro- 
pria mano, io qui sottoscritto Carlo Troja, del fu don Michele di santa e 
benedetta memoria, istituisco mia erede universale la mia dilettissima mo- 



^ Io l'ho tentato infruttuosamente con un delegato regio e un sinda- 
co, non certo immemori del Troja e miei cari amici per giunta. Non ne 
ebbi che belle promesse. Voglio qui ricordare la circostanza che rivelai, 
commemorando in Napoli il padre Tosti, che cioè, in quello stesso palazzo 
di via Toledo, segnato col numero civico 136, dove Troja mori, era nato, 47 
anni prima, don Luigi Tosti. Basterebbe una sola pietra a ricordare i due, 
che furono in Napoli i più. illustri rappresentanti dell' idea guelfa, conciliata 
con l'idea nazionale e liberale. Ma ohi se ne ricorda più? È desolante, 
ma è la verità! 

■ V. op, cìt. 



— 245 — 

glie donna Giovanna D'TJrso del fu don Filippo in tutti i miei beni di 
qualunque natura, ninno eccettuato, non avendo io eredi né fra gli ascen- 
denti né fra li discendenti. E però essa donna Giovanna avrà intera la 
mia eredità e quanto al tempo della mia morte si troverà di mia proprietà, 
tanto in immobili quanto in mobili e semoventi, oro, argenti, gemme, in- 
tera libreria e collezioni di libri, biancherie d'ogni sorta e mobilia di ogni 
maniera, in modo che la specialità di queste indicazioni non noccia alla 
generalità, dovendo la benedetta mia moglie aver tutto e poi tutto l'asse 
della mia eredità, senza ninna detrazione o diminuzione, salvo i seguenti 
legati : 

!*> Al mio fratello germano don Ferdinando lascio in memoria mia 
il corpo intero delle opere di Bossuet, ed a sua moglie donna Giacinta 
Botta, mia cognata, la mia ripetizione d'oro. * 

2*^ Al mio cugino don Francesco Saverio figliuolo di don Saverio 
Tt«Ja, mio zio trapassato, lascio sei posate di argento e tre alla sua mo- 
glie donna Amalia parimenti mia cugina, perchè nata dall'altro mio zjio 
trapassato don Ciro. Dette posate intendo che sieno date a' detti miei 
cugini don Francesco Saverio e donn' Amalia coniugi Troja dal numero di 
quelle che mi pervennero dalla eredità mia patema e di quella di mia 
Tnadre donna Anna Maria Marpacher di santa e benedetta memoria, senza 
che la mia erede donna Giovanna D' Urso debba toccare le posate fatte 
con mio proprio e particolare danaro, mentre viveva la cara mia genitrice. 

3° A don Gaetano Trevisani, avvocato e figlio dell'avvocato don 
Luigi, lascio, in memoria dell'amicizia nostra, il corpo de' monumenti Ra- 
vennati del conte Fantuzzi in sei tomi in quarto, postillati da me in molti 
luoghi, ed il Corpus juris germanici (parimenti postillato da me) del Geor- 
gisch, tomo uno in quarto. Il detto signor Trevisani mi ha sempre aiu- 
tato ne' miei studi e m'è stato fedele amico nelle sventure. Io lo rin- 
grazio di non avermi adulato giammai, né nascosto il suo sentimento, an- 
■corchè mi dovesse increscere. Gli lascio inoltre gli Scriptores historiae 
Augusta^ cum notis variorum: tomi due in ottavo, ed un piccolo Sallustio 
degli Elzevirii. 

Bingrazio la mia diletta moglie donna Giovanna del lungo affetto e 
delle affettuose cure, che non si è mai stancata di avere per me, sempre 
infermo e giacente in letto per buona parte dell'anno. 

Non potendo io degnamente rimunerarla, prego Iddio che si degni dar- 
gliene merito e premiare l'amichevole sua e sempre ingegnosa carità verso 
il suo povero marito. La prego di non tralasciare, fin ohe ella potrà, di 



^ Allo stesso aveva regalato, poco tempo prima di morire, un poggia- 
«arte di marmo, sul quale era attaccata una veduta dell'arco di Costan- 
tino in mosaico, dicendogli che alla sua morte lo lasciasse al Fomari. E 
don Ferdinando lo lasciò scritto fra i suoi ricordi, e donna Giovanna d'Urso, 
vedova di Carlo, portò il poggiacarte al Fomari, che lo conserva come con- 
serva un somigliantissimo ritratto del Troja. Don Ferdinando mori a 
Bx>ma, nel monastero degli Agostiniani Scalzi, dove si era rinchiuso dopo 
che, largita la Costituzione nel 1860, egli non si senti più sicuro a Napoli 
« trovò scampo prima a Gaeta e poi a Roma. 



— 246 — 

fare celebrare o nella cappella o altrove, una messa nell'undici aprile, ed. 
un'altra nel due settembre di ogni anno, che furono i giorni, ne' quali 
perdetti gli amatissimi miei genitori. 

Scritto, datato e sottoscritto di mio pugno, come bo già detto, il pre- 
sente mio testamento olografo, oggi cbe sono i 2 ottobre 1851, in Napoli, 

firmato: Cablo Troja. 

Le carte dell' illustre storico, grazie al cielo, si sono conser- 
vate e non è piccolo benefìcio. Il padre Enrico Mandarini^ 
fratello del compianto Vincenzo Mandarini, me ne scrisse di pro- 
posito. I più l' ignorano e io stesso l' ignoravo ; ma appena ne 
fai informato, corsi a Napoli e mi presentai al degno ecclesia- 
stico, che mi accolse come un vecchio amico, mi condusse a ve- 
dere i libri e i ricordi del Troja e me ne narrò la storia. 

I Filippini o Girolamini di Napoli, che hanno sede nel 
centro della parte più antica della città, in quel vecchio edifìzio 
costruito su disegno di Dionigi di Bartolomeo, fondarono, fin dal 
1500, la prima biblioteca pubblica in Napoli. In tempi, nei quali 
di biblioteche pubbliche non v' era segno e le case religiose tene- 
vano gelosamente chiusi i loro libri, furono soltanto i preti del- 
l'Oratorio di Napoli, che misero i loro volumi a disposizione del 
pubblico. Fra i bibliotecarii e bibliofili dell'Oratorio, vanno ri- 
cordati il Yalperga di Caluso, il Colangelo, napoletano e il Telesio^ 
cosentino. La biblioteca si venne di mano in mano arricchendo, 
per doni o legati di opere e per continui acquisti. Francesca 
Porzio, Antonio Carafa di Traetto, Benedetto della Valle, preti 
dell'Oratorio napoletano, morti nella prima metà di questo se- 
colo, e Agostino Gervasio, noto archeologo morto nel 1862, la- 
sciarono ai Filippini le loro pregevoli raccolte. Oggi la biblio- 
teca dei Girolamini conta circa 30 000 volumi, più di trecento 
manoscritti e contiene i libri del Troja che sono 3602 volumi» 
Dopo la morte dell'illustre storico, i padri dell'Oratorio, per la 
grande venerazione che ebbero di lui e perchè opere da lui po- 
stillate non andassero perdute, con grave danno della cultura, 
acquistarono tutto, mercè un contratto, col quale si obbligavana 
a pagare ducati 250 l'anno di vitalizio alla vedova. I libri quasi 
tutti di storia, rilegati con cura, son chiusi in parecchi scaffali 
di noce. 

Né contenti di ciò, i bravi padri vollero avere un ritratto 
del Troja, la sua scrivania, il calamaio e la sedia a ruote che> 



— 247 - 

negli ultimi anni di sua vita, il gran vecchio, tormentato dalla 
gotta, adoperava : una sedia a bracciuoli, primitiva ma comoda e 
che egli, standovi a sedere, moveva da sé, girando per le ca- 
mere. Questi ricordi sono con grande amore custoditi dai Giro- 
lamini, in una sala a parte, la sala dei manoscritti, dove ve ne ha 
di preziosi. Le carte poi del Troja vennero donate dalla vedo- 
va alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Delle opere postillate 
dal Troja, la più importante è quella degli Annali d' Italia del 
Muratori, che egli annotò sino all'anno 1300, alla quale epoca 
avrebbe voluto condurre la sua storia. Difatti nei volumi degli 
Annali^ che vanno dal 1301 al 1600, non si leggono che poche 
note cronologiche sulla Divina Commedia, due note storiche sui 
Malatesta e due geografiche. 

Gli Annali, che riguardano il periodo dal 1501 al 1848, non 
sono postillati. Le note del Troja hanno grande importanza, 
soprattutto perchè egli non si limita a discutere gli avvenimenti 
della storia d'Italia narrati dal Muratori, ma ne prende occa- 
sione per rimontare ai tempi antichissimi e per esaminare la 
vita primitiva di ciascun popolo, i costumi e i riti religiosi, le 
leggi e le guerre, sempre intento al suo fine d'indagare l'ori- 
gine delle razze barbariche che invasero l'Italia. È un lavoro 
di straordinaria erudizione e ricco di infinite citazioni di testi 
di autori antichi e moderni. Alla fine di ogni nota il Troja 
indica il luogo, la biblioteca e l'epoca, in cui egli apprese quanto 
scrisse nelle note. 

I Filippini acquistarono gli Annali con l'obbligo di pubbli- 
carne, dentro due anni, le postille ; altrimenti sarebbero deca- 
duti da ogni diritto. La condizione non potè essere adem- 
piuta, perchè gli anni che seguirono, furono tempestosi e ci 
corse di mezzo il 1860. Scorsi i due anni, la vedova rientrò 
nei suoi diritti ; ma più tardi, mossa dalle insistenze del Ca- 
pecelatro e del Mandarini, ne permise la pubblicazione. E 
cosi il primo volume comparve nel 1869, per opera dello stes- 
so Mandarini e del padre Spaccapietra. Il padre Capecelatro 
vi scrisse una breve avvertenza, rilevando i fatti più salien- 
ti della vita del Troja. Egli paragonò l'amore di lui per 
l'Italia a quello di Dante, di Savonarola e di Michelangelo; 
e parlando del ministero del 3 aprile, disse che " ei fece ogni 
suo possibile per ispirare a tutti il vero amore della libertà 



— 248 - 

sposata colla giustizia ; non pertanto fu sopraffatto dall' impeto 
di ree passioni alimentate specialmente dai sospetti, perchè le 
sette già s'eran rendute potenti e tenevano il campo tra i cit- 
tadini e 'forse occultamente anco nella Reggia „. A\V avver- 
tenza del Capecelatro segue un interessante studio del padre 
Mandarini sulle opere di Troja e sulle postille al Muratori. 
Egli manifestò il desiderio di pubblicarne l'epistolario, ma, morto 
lui l'anno scorso e morto lo Spaccapietra, prevedo che non se ne 
farà più nulla. 

Dal primo volume, che va sino all'anno 221 dell'era volga- 
re, al secondo corsero otto anni. Questo secondo volume com- 
parve nel 1877, sempre per opera del Mandarini e dello Spac- 
capietra; va dall'anno 220 al 400 e contiene 449 postille. Per 
la preparazione di esso i buoni padri non potettero servirsi dei 
Quaderni del Troja, i quali in tanti luoghi completano le po- 
stille, perchè la vedova, che per il primo volume li aveva dati, 
li negò ripetutamente per il secondo. E se per pubblicare le 
postille agli annali di quattro secoli di storia sono corsi circa 40 
anni, per mandare alla luce le postille a tutto il resto del Mura- 
tori, il tempo necessario, in proporzione, sarebbe più di un secolo I 
A Napoli e' è un' Accademia Reale e e' è una Società di storia 
patria: possibile che nessuna di queste istituzioni senta il dove- 
re di concorrere alla pubblicazione delle opere inedite di Carlo 
Troja, aiutando i Filippini a proseguire la stampa delle postille, 
(Con quella diligenza ed esattezza, che meritò loro le lodi di Mar- 
co Tabarrini e di altri dotti uomini ; disseppellendo tutti quei 
manoscritti donati alla Biblioteca Nazionale, e raccogliendo e 
pubblicando intiero l'epistolario del Troja ? Ed importantissima 
ne sarebbe la pubblicazione, perchè l' illustre morto sentì molto 
l'amicizia, fu arguto e bonario, a nessuno avaro di consigli, né 
mai restio ad aprire l'animo suo intorno a questioni storiche. 

Questo debito intanto, da quarant'anni rimasto insoluto, si 
è proposto testé di soddisfare un vecchio uifi.ziale di quell'Ar- 
chivio di Stato, Giuseppe del Giudice, noto soprattutto per i suoi 
lavori storici dei tempi angioini. Il volume, ch'egli ha in parte 
scritto e in parte compilato su Carlo Troja, e ch'è venuto in luce 
nei primi mesi di questo anno novantanove, è certo un atto 
di dovere ohe Napoli finalmente rende al grande storico suo. 



- 249 — 

Ctó, ohe 1* indivisibile e sfortunato amico di lui Gaetano Trevisani 
non potè scrivere del maestro venerato, perchè la polizia bor- 
bonica non glielo permise nel 1858, ha potuto ora liberamente 
manifestare il Del Giudice. Questi, della vita pubblica di Carlo 
Troja, della parte cioè da lui avuta ne' moti del 1820, del suo 
esilio per l'Italia, delle vicende nel 1848, ha felicemente rico- 
struita una più ampia e più equa narrazione; e perciò moltis- 
simo, se non tutto, emerge da quel volume de' prodigiosi studii 
del Troja, nonché della patriottica polemica da lui sollevata, e 
alla quale presero parte i più bei nomi d'Italia di quell'epoca: 
Manzoni, Mai, Capei, Rezzonico, Capponi, Balbo e Litta. 

Carlo Troja fu il primo difatti ad iniziare co* suoi studii 
la profonda trasformazione del patriottismo, o romano, o toscano, 
o piemontese, o lombardo, o napoletano, ch'era stato sino allora, 
in patriottismo italiano. La mente investigatrice di Silvio Spa- 
venta vide e scolpi, nel suo discorso sul Massari, questa grande 
base della nostra storia moderna. Il Del Giudice inoltre ha per il 
primo, ed è vero merito suo, fatto tesoro del ricco epistolario di 
Carlo Troja, che Vito Fornari assicurò agli studii nella biblio- 
teca nazionale di Napoli. Ma, senza nulla detrarre al lavoro del 
Del Giudice, risultano da esso troppo evidenti i due veri ostacoli, 
nei quali egli si è imbattuto : la fretta, cioè nel mettere insieme 
il libro e l'avanzata età sua, essendo egli più che ottantenne. 
L'abbondanza de' materiali inesplorati, le gravi questioni sto- 
riche, che il Troja prese a discorrere con quella sua incommen- 
surabile vastità di mente, la polemica che dilagò fra' più insigni 
scrittori italiani ed esteri, i nuovi metodi da lui introdotti negli 
etudii danteschi, richiedevano assai più tempo che il Del Giudice 
non ebbe nel preparare il libro, assai più vigoria di anni, che 
il valentuomo oggi più non possiede. Però chiunque vorrà oc- 
cuparsi del Troja, non potrà prescindere certamente da questo 
bel lavoro. Ed è certo gran vanto del vecchio erudito aver com- 
piuto in due anni, ciò che molti giovani neppur tentano durante 
una vita intera. Ma rimane sempre il bisogno di un libro orga- 
nico e completo sul grande storico napoletano. I materiali abbon- 
dano. Nell'archivio di Stato a Napoli, per citare qualche esem- 
pio, si conservano le lettere e i rapporti che il Troja scrisse da 
Potenza, nei diciassette giorni che vi fu intendente nel 1821, e altre 
debbono trovarsi nell'archivio provinciale di quella città. Nello 
stesso archivio napoletano il Del Giudice non si è ricordato di con- 



— 250 - 

saltare i registri della polizia borbonica sugli individui espatriati, 
esiliati e relegati per carichi politici del 1820 e 1821. Ivi si raccliiu- 
dono notizie oggi preziose sulla più degna emigrazione politica na- 
poletana, e ce n'è pel Troja. Citerò un altro esempio. Ciò cbe il 
Troja fece nel parlamento napoletano del 1848, cioè la prepara- 
zione extraufficiale del suo governo, che ancora risulta dai giornali 
del tempo, nel libro del Del Giudice è trascurato. È stato invece 
felice nel riprodurvi gli articoli, assolutamente dimenticati, obe 
Carlo Troja scrisse nel 1848 sulla insoluta ed ardente questione 
siciliana, e pubblicò ne' numeri 1, 5, 20, 33, del giornale napo- 
letano n Tempo. Quegli articoli sono importantissimi per più 
rispetti; innanzitutto per le notizie autobiografiche di lui, che 
narra i primi anni suoi nella Corte borbonica a Palermo nel 1799, 
l'incontro con Emma Lyona e col padre Piazzi, e il modo di 
vedere nella grossa questione siciliana. Com'è noto, il Troja fu 
il fondatore e il direttore nominale di quel foglio, che vide la luce 
il 21 febbraio del 1848, ed era scritto da Saverio Baldacchini, 
Cammillo Caracciolo, Achille Rossi e principalmente da Ruggiero 
Bonghi. Lo studio di lui è diviso in cinque articoli, con questo ti- 
tolo : Diritto pubblico nazionale ed ogni articolo ha un sarà conti- 
nuato, e tutti sono improntati ad uno spirito altissimo d' italianità, 
di verità e di moderazione. Il primo venne fuori nel primo numero 
del giornale, quando già la rivoluzione era compiuta in Sicilia, 
ma non ancora vi si era proclamata la decadenza della dinastia, 
la qual decadenza significava separazione irrimediabile dell' Isola 
da Napoli. Riporto il primo articolo, ch'è una specie di proemio 
agli altri, ed è pieno di curiosità e d'interesse per la vita del 
Troja e la vita di Palermo nei primi anni di questo secolo: 

L'anno quattordicesimo dell'età mia era pervenuto alla metà del suo 
corso, quando i sanguinosi rivolgimenti di Napoli mi sospingevano in Si- 
cilia. Il vascello dell'ammiraglio Caracciolo accolti avea grandi stuoli di 
persone d'ogni sorta; ivi era la mia famiglia, e nel di 26 dicembre 1798 
approdammo ai lidi ospitali di Palermo. Fui tosto confidato alle cure del 
Padre Piazzi, aocioccliè imparassi le discipline dell'astronomia; ed egli 
amommi con amore paterno, il quale, per una eccezione felice, di tanto 
più, crebbe di quanto i miei spiriti si chiarivano alieni dall'apprenderle ; 
rivolti a vagheggiare un'altra specie di bello, tuttoché Cerere fosse com- 
parsa, me presente, agli occhi del Grande Astronomo, alla quale Miche- 
langelo Monti delle Scuole Pie applicò i detti di Tibullo : Et sua de coelo 
prospicit aera Cerea. Il signor Piazzi pigliava diletto di non so quali 
miei fanciulleschi sofismi contro il sistema di Copernico, e ooUooommi là 



- 251 - 

in nn cantuccio del sno ampio scrittoio, dove rideva in so de' risentiti 
modi, a' quali dava io di piglio a certe enormi tavole de' logaritmi del 
Callet. In quel cantuccio vidi e conobbi quanti v'erano più insigni uomini 
e donne in Sicilia: Giovanni Meli, Domenico Scinà, Rosario di Gregorio, 
nomi che non periranno: il principe di Belmonte Ventimiglia, splendida 
natura d'uomo ed il principe di Villarmosa (chiamossi anche duca di Ca- 
stelnuovo), più severo intelletto ; l'amicizia dei quali nobilitò i primi giorni 
dell'ultima Costituzione siciliana, ma le susseguenti lor gare l'offesero. 
Né infrequenti riuscivano le visite di Nelson e d'Emma Liona al P. Piazzi ; 
ed una volta io fui testimone del nobile coraggio con cui egli usò far rim- 
proveri ad Emma pe' miseri casi di Napoli. Varcato il mio terzo lustro, 
entrai più addentro nella cognizione degli uomini e delle cose di Sicilia f 
ed un di fummi additato Ruggiero Settimo, prode e leale, con cui non mi 
venne mai fatto di favellare, né mai più lo rividi : ma il suo volto mi sta 
vivo nell'animo, ed or che godo ascoltando il suono della sua fama, parmi 
guardarlo e potergli stringere la mano. Ascoltai nell'Università di Pa- 
lermo gl'insegnamenti economici dell'austero ingegno di Paolo Balsamo, 
il quale s'erudì nell' Inghilterra ; presso lui conobbi Niccolò Palmieri, che 
mi precedeva sol di sette anni ed ebbe cari gli affetti miei verso lui, ri- 
cambiandomene con puro e schietto animo; carissima gara tra un giovi- 
netto ed uno, che usciva oramai da' fanciulli. Spuntava intanto Tanna 
1802 e Palermo vedea congregarsi quel generale Parlamento, che il re 
apriva della persona e che non s'era mai più visto da lunga stagione. I 
vescovi e gli Abati dell'Ecclesiastico Braccio convenivano alla augusta, 
solennità; i Baroni del Regno faceano pompa d'inaudito splendore nel- 
l'insolita festa e nuova mostra di feudali ricchezze: ma cheti e dimessi 
stavano quei pochi, da cui si rappresentava il Braccio Demaniale delle 
Città e delle Castella. Il Re chiedeva i danari e per tre giorni deliberava 
il Parlamento innanzi di concedere; nei quali oh! quanta gioia inondava i 
petti, scorgendosi nei Comizii dell'Isola sedere il Monarca di Napoli 1 Ben 
v'era tra' Napolitani allora chi con generale invidia faceasi a contemplare 
quegli eccelsi riti del Parlamento Siciliano, rimpiangendo le sorti del pro- 
prio paese, cioè della parte maggiore d'un regno unico, spogliata da più 
secoli de' Parlamenti suoi, e fatta nel 1800 scema financo d'una bugiarda 
larva di libertà Municipale, ristretta in quelli che si chiamavamo i seggi 
o i sedili di Napoli 1 Or chi può dire quanto nel 1802 la bella Palermo a 
me paresse da più che non ]a mia bellissima NapolL Con quanta letizia 
del mio cuore Io salutassi la Sicilia ne' miei più fervidi anni! Ma poco 
appresso io la lasciavo sperando di rivedere, come segui dopo molte sven- 
ture, il caro e venerato Maestro, che mi strinse al suo petto ; rividi anche 
lo Scinà ed il Gregorio in Napoli, ma il mio Niccolò Palmieri non dovea 
più venirmi dinanzi agli occhi sulla terra. 

Tale io, caldo di siciliani affetti, mi dipartiva da Palermo nel 1802, 
tenendola, come mai sempre la terrò, per mia seconda patria. Vennero 
poscia i novelli rivolgimenti di Napoli, da capo il Re si riparò in Sicilia 
nel 1806 e fra noi piantossi la straniera signoria coi suoi modi partico- 
lari, de' quali non parlo. Ma non tacerò al tutto delle leggi che ci divi» 
sero dalla Sicilia, ponendo la pena del capo a chi ricevesse una qualche 
lettera dalla moglie o dal marito se colà dimorassero: e però ci dettero 



— 2B2 — 

in balia dei Tribunali di Maestà, detti straordinarii, ove, frammisti a glu- 
dioi senza pietà, sedeano feroci soldati, dall'uno dei quali vidi ed udii re- 
carsi grave oltraggio, in uno di que' pretesi giudizi, alla canizie di Dome» 
nioo Cotugno. Cosi noi fummo per lungo tempo segregati dalla Sicilia, 
«d appena un'eco incerta e lontana ci narrò cbe nel 1812 erasi ascritta 
lina Costituzione pressoché inglese nell'Isola; udimmo poscia nel 1816 
decretarsi nuove foggio di governo per essa, e finalmente nel 1820 ve- 
demmo giungere in Napoli deputati della Sicilia i quali giurarono la Co-x 
stituzione di Spagna ed affermarono che il maggior numero de' Siciliani 
aveano commesso loro di giurarla, mentre Palermo si levava per rimet- 
tere in onore la Costituzione del 1812. Di tali cose or ora toccherò : qui 
basti far cenno alla gioia che m'ebbi, e non ha guari, leggendo il saggio 
storico del mio amico Palmieri, pubblicato dopo la sua morte dall'egregio 
scrittore de' Vespri, dall'Amari, cioè, che vi premise un aureo discorso, 
frutto di lungo studio e di vero amor patrio. Già l'Italia nell'atto di 
stamparsi un tal libro risorgeva, e già Pio IX l'avea benedetta. Ora la 
Costituzione conceduta dal Re nel 29 gennaio 1848, gli avvenimenti di Si- 
cilia e le dispute intorno al suo Parlamento m'ha fatto rileggere il Saggio 
del Palmieri, e la speranza m'è surta che, se una voce amica, si come la 
mia, di Sicilia prendesse a parlar di si fatte controversie, svanirebbero 
elle forse del tutto e si ricondurrebbe la pace negli aniihi. Con questa, 
che certo è bella e cittadina speranza, io tenterò mostrare a' più schivi, 
ohe la Sicilia stata sempre in possesso d'una peculiare Costituzione, ha 
diritto d'avere un Parlamento separato da quel di Napoli per quanto ri- 
guarda le faccende interiori dell'Isola. Passerò indi a proporre le mie 
opinioni su' modi più acconci a deliberare sulle faccende comuni, senza 
offendere la dignità dell'uno e dell'altro popolo; e non tralascerò di vol- 
gere uno sguardo alla storia del passato per trarne utUi avvertimenti sul- 
l'avvenire non solo d'entrambe le Sicilie ma d' Italia. 

Illusióni, illusioni! Negli altri articoli se minori sono i ri- 
cordi personali, sovrabbondano le adatte citazioni e le profonde 
considerazioni storielle, rivolte all'intento nobilissimo di dimo- 
strare cbe la Sicilia doveva rimanere unita a Napoli come la 
Sardegna al Piemonte. Il pensiero di una divisione eccitava 
stranamente Carlo Troja, perchè in opposizione alla storia e al- 
l' idea italiana. Vi sono tratti di vera eloquenza, di maravigliosa 
bellezza e d'inverosimile ingenuità. Uditelo come chiude il 
penultimo articolo : 

Fratelli, si; ma per Dio non ci assalite, perocché ci difenderemo: i 
soldati, or si degni de' generali Pronio e Palma, mal potrebbero, se diso- 
norati, condursi a combattere contro lo straniero in sul Po, Ruggiero 
Settimo, che perorava per quelli del 1818, non può desiderare che gli altri 
del 1848, sebbene abbiano sembiante di suoi nemici, si disonorino. Que- 
sti certamente non sono e non saranno i sensi di Ruggiero Settimo e dei 
«noi colleghi: ma fiero dubbio invade le menti, non siano per avventura 



- 253 — 

esai premuti dalle fazioni dei Banachi ; genti riottose, per quanto si narra 
le quali ora distendono in Palermo una grande ala, minacciando la libertà 
e la pace dell'Isola, e non consentono che il nostro Re si chiami Re del 
Regno della Sicilia di qua e di là del faro, come appellavasi Federico III 
nel Capitolo del 1296. 

Alto Re fu l'Aragonese Federico III; e, secondo il Boccaccio, ebbe 
grande amicizia con Dante Alighieri. Ma cosi nel Purgatorio e nel Para- 
diso, come nel Convito e néìV Eloquio volgare, Dante non favellò se non 
dell'avarizia e della viltà di Federico : i quali odii, credo, generaronsi nel- 
l'animo del poeta, quando egli vide, che il Re abbandonava i Pisani alla 
morte di Arrigo VII, ponendo in oblio l'interesse e la causa dei Ghibel- 
lini d'Italia. Fate, o carissimi fratelli, come potete, disse loro. Federico, 
io tomo in Sicilia (agite, patres carissimi, sicut qualitas temporis innuit). 
E ne avea buone ragioni ; ma buone soltanto per Sicilia, non pe' confederati 
del 1313. Lo stesso avviene oggi, dopo 6 secoli e più ; i Siciliani, col nome 
di nostri fratelli, pensano solo alla loro causa e non a quella d' Italia ; ciò 
ohe cercherò di mettere in miglior luce, continuando la presente scrittura. 

E l'ultimo articolo conclude: 

A tanta gloria non mancarono se non gli amichevoli accordi con Na- 
poli ; e Ruggiero Settimo, venuto al Governo dello Stato col titolo di Pre- 
sidente, saprà formarli si, che i Siciliani dritti siano collocati sopra sal- 
dissime basi, e que' del Re solennemente riconosciuti secondo la Costi tu» 
zione del 1812. Cara Sicilia! Su questi accordi poserà sicura l'indipen- 
denza d'Italia. 

Il lavoro non è compiuto, perchè il Troja fu assunto al go- 
verno il 3 aprile, e dopo il 15 maggio il Tempo, passato in 
altre mani, divenne giornale della reazione. 

Una curiosità, che devo anche al mio carissimo Giovanni 
Beltrani, il solo oggi, io credo, che posna scrivere un libro vera- 
mente completo su Carlo Troja. Sono le curiose note caratteri- 
stiche, che su Troja scriveva nel 1827 la polizia di Napoli nei 
suoi registri. È noto che nel febbraio del 1821 il Troja fu no- 
minato intendente di Basilicata, fu destituito quando segui la 
reazione e andò poi in esilio. Ecco dunque quanto si trova 
annotato sul conto di lui: 

Teoja Carlo di Napoli. — Uno de' Compilatori della Minerva e della 
Voce del Secolo, i di cui fervidi articoli son troppo conosciuti. Corredato 
di molto fuoco, di vivace ingegno e di profondi principii antiiàonarchici, 
appartiene alla classe delle persone pericolose ed influenti in qualunque 
lontano evento di politiche abberrazioni. Compreso nello stato degli eli- 
minati, fu addetto alla 2» classe, e S. M. nel Consiglio de' 5 maggio 1826 



— 254 — 

ordinò che fosse tolto il divieto di rientrare, dopo ciò si recò in Napoli, e 
la vigilanza istituita sul di lui conto presentò degli sfavorevoli risolta- 
menti, specialmente per implausibili contatti ; per cui d'ordine Sovrano gli 
fa proporzionata una seria avvertenza, dopo di che per alcun tempo si mo- 
strò più circospetto, ma in seguito riprese l'antico andamento. 

Intanto avendo chiesto un passaporto per 1' estero, ed essendo stata 
rassegnata a S. M. l' indicata domanda, la M. S. nel Consiglio de' 27 gui- 
.gno 1828 si degnò non impedire che egli partisse, a condizione che volendo 
ritornare dovesse prima conseguire il permesso dal Ministro degli affari 
«steri, si è fatto conoscere essere giunto in Boma agli 11 luglio 1828, e che 
disponevasi a partire per Firenze, d'onde ha chiesto passare in Venezia, ma 
gli fu negato l' ingresso in quello Stato. Si fa rimarcare che frequenta la 
conversazione dei liberali. Sulle di lui istanze di ritornare, S. M. ne' Cour 
sigli de' 26 marzo e 21 luglio 1829 dichiarò di non annuire alla domanda. 
Su di un'altra dimanda, nel Consiglio de' 2 novembre 1829 ordinò non farsi 
novità. E compreso nell'abilitazione dipendente dall'atto Sovrano dei 30 
tnaggio 1831. 

(Arhivio di Napoli - Ministero Interno - Polizia, voL 17, faso. 40. — 
Supplemento al Registro degV Individui napoletani espatriati, esi- 
liati e rilegati per carichi politici, 1827, fol. lid'-llS). 



CAPITOLO XIII 



SouHABio: H Banco delle Due Sicilie — Le tre casse di Corte — Le fedi di 
credito — Il reggente Ciocarelli — Le tribù degl' impiegati — Mancanza di 
saccorsali nelle provinole — Banco di Sicilia — Le spese considerevoli — 
Antonio Monaco e Andrea de Bosa — Gl'inconvenienti d'allora e le vi- 
cende degli ultimi tempi — La Zecca — La Borsa — Il commercio dei grani 
e degli olii — I magazzini dei grani — Case d'ordini e un tentativo di Eoth- 
schild — Perfetti, De Martino e Pavoncelli — Eibassisti e aumentisti — I 
sensali, i commessi e gli agenti — Il commercio alla gran dogana — Car- 
boni e fascine — Gli scaricanti — I mercanti di tessuti, di coloniali e di 
altri generi — La ditta Tramontano — Vecchi oosttunì mercantilL 

H Banco delle Due Sicilie, come si chiamava allora il Banco 
di Napoli, dipendeva dal ministero delle finanze. Eugenio Torto- 
ra ha scritto due grossi volumi, narrandone la storia e le vicende, 
dal 1639, in cui si apri la prima cassa pubblica, in via della 
Selice, all'ultimo riordinamento del 1863, fatto dal Minghetti, 
ministro delle finanze e dal Manna, ministro del commercio. 
Negli anni, dei quali parlo, il Banco delle Due Sicilie era in 
Napoli diviso in tre casse : la cassa di Corte, che avea sede nell'e- 
dificio di San Giacomo ; la seconda cassa di Corte, allo Spirito 
Santo, e la cassa dei privati, posta dove prima era il banco della 
Pietà. Il direttore generale si chiamava Reggente e presedeva 
il Consiglio della reggenza, formato da lui, dai presidenti delle 
tre casse, dal segretario generale e dal razionale contabile. 
Questo Consiglio si occupava degli affari interni del Banco ; no- 
minava e destituiva gli impiegati ; provvedeva ai posti vacanti, 
nonché al servizio delle casse e all'amministrazione del patri- 
monio. Il Reggente aveva poteri molto estesi e corrispondeva 



— 256 - 

col ministro delle finanze, con i capi delle pubbliche amministra- 
zioni e con tutte le autorità. Ogni cassa aveva un proprio 
presidente, due governatori e parecclii cassieri, meno la prima 
cassa di Corte, con un solo governatore. L'archivio generale 
del Banco era tenuto da un governatore e da un archivista. 
La Cassa di sconto, istituita nel 1818 da Ferdinando I, aveva 
una commissione omonima, il cui ufficio era di esaminare gli 
effetti che si presentavano, composta da sei deputati, dal segre- 
tario generale, dal cassiere generale, da un tesoriere, da un sin- 
daco censore, che allora si chiamava " controllo immediato al 
tesoriere „ , e da due agenti di cambio. Tale fu l'organizzazione 
intema del Banco dal 1816, quando il Medici lo riordinò, sino 
al 1863. 

Alla prima cassa di Corte si scontavano gli effetti commer- 
ciali e si pegnoravano gli effetti pubblici. Nel 1858 Ferdinan- 
do II autorizzò il Banco a fare ai negozianzi prestiti di som- 
me garantite dalle merci depositate nei magazzini della dogana, 
con cambiali a tre firme e a cinque mesi ; ma V utile riforma 
non fu mai tradotta in atto, e se ne attribuì il motivo allo scarso 
successo delle operazioni di pegno sopra alcune speciali mer- 
canzie, che si depositavano nei locali dell'antica posta, in via di 
Porto, sul principio. Nella seconda cassa di Corte si pegnoravano 
gli oggetti preziosi e alla Pietà si ricevevano i pegni dei poveri. 
Ufficio precipuo del Banco era l'emissione delle cosi dette fedi 
di credito, trasferibili per girata e rimborsabili a vista, le quali 
facilitavano notevolmente i contratti privati. Imperocché, po- 
tendosi nella girata inserire un intero contratto, che avesse una 
relazione qualunque con il pagamento, per cui si cedeva la fede, 
ne derivava che essa era usata in tutti i contratti, specialmente 
come quietanza e nei casi, nei quali la legge richiedeva qualche 
formalità. Si risparmiava tempo e denaro. A Napoli non vi 
era contratto di affitto, ricevuta di pagamento, compra o ven- 
dita di mobili, che npn si scrivesse su fedi di credito o su po- 
lizze notate^ con le quali si disponeva delle somme depositate nel 
Banco. Proprietarii e commercianti erano provveduti di piccole 
polizze, sulle quali si distendeva qualunque atto, tanto più che 
fedi e polizze potevano farsi anche per soli dieci grani. Con 
tale sistema, potendo ciascuno, come disse lo Scialoja, avere 
gratuitamente il notaio in saccoccia^ la tassa di registro e bollo 



- 267 - 

nel Regno rendeva pochissimo. Vero è, che, anche senza le fedi 
di credito e le polizze notate, il suo reddito sarebbe stato me- 
schino per l'esiguità delle tariffe. La carta da bollo non co- 
stava che 3, 6 o 12 grani. 

Reggente del Banco era il barone Francesco Ciccarelli, che 
occupava quel posto sin dal 1842, e vi rimase fino al 1860. 
Tanti anni di reggenza lo avevano reso espertissimo nelle cose 
del ^a^nco. Aveva una debolezza per i titoli nobiliari, e da 
]?io IX, fuggiasco a Gaeta, ottenne il titolo di marchese di Ce- 
savolpe. Nel 1860 la segreteria della Dittatura lo destituì, no- 
minando in sua vece Giuseppe Libertini. Al Libertini successe 
Michele Avitabile, il cui marchesato fu posto in dubbio dal Set- 
tembrini in una celebre polemica, seguita da un processo, nel 
quale l'Avitabile dimostrò che il titolo di marchese era stato con- 
cesso alla sua famiglia da Carlo III. A Napoli tutti lo chiama- 
vano marchese, ed egli se ne compiaceva. Era vivacissimo e non 
senza talento. Circa tre anni durò l'Avitabile in quell'ufficio, e 
nel 1863, per un enorme errore in cui cadde e che tutti ricorda- 
no, fu dal ministro Manna dispensato dal servizio e venne eletto 
deputato a Sansevero, andando naturalmente a sedere a sinistra. 
Ma negli ultimi anni del Regno era Reggente, ripeto, il vecchio 
Ciccarelli e funzionava da segretario generale don Giovannino 
de Marco, famoso per la sua inesauribile partenopea parlantina. 

Razionale ed agente contabile era Giovanni Amatrioe. Al 
Banco c'era una tribù di Amatrice, anzi c'erano varie tribù : gli 
Aulisio, i Salerno, i Gambardella, i Capasse, i Ferraiolo, i Nappa, 
i Marino, poiché gì' impieghi, per malinteso privilegio, andavano 
di padre in figlio, e non vi erano ammessi ohe i figli o i nipoti 
degl'impiegati. Altra tribù caratteristica era quella dei D'A- 
more, che avevano l'ufficio di archivisti da quasi un secolo. Era 
forse una necessità, perche, essendo l'archivista responsabile di 
ciascuna carta ed immenso l'archivio, solo i figli o gli stretti 
parenti potevano succedere nella responsabilità di un archivista 
morto collocato > in riposo. In quegli anni era archivista 
don Raimondo d'Amore, ricordato con simpatia per le sue facili 
irritazioni e i suoi bernoccoli sulla testa. 

A presidenti delle tre casse si sceglievano ordinariamente 
gentiluomini, ohe non avessero assoluto bisogno dello stipendio, 

Db Oe8a.be, La fine di un Regno - Voi. I. 17 



- 258 - 

perche questo non. era alto. Negli ultimi anni, tre marchesi 
presedevano alle tre casse: il marchese Serra di Rivadebro alla 
prima, il marchese Sersale alla seconda e il marchese Da Biso- 
gno alla terza. Grovernatore della prima cassa di Corte era Na- 
tale Sorvillo, reputato e ricco uomo, che teneva banco per suo 
conto ed era comproprietario delle cartiere meridionali ad Isola 
del Liri. Razionale era Bartolomeo Fiorentino. Il barone Car- 
bonelli e Niccola Buonanno coprivano il posto di governatori 
alla seconda cassa di Corte, di cui era razionale Luigi Giovine, 
tuttora impiegato alla Pietà. Alla cassa dei privati erano go- 
vernatori il marchese Santasilia e il barone Marinelli ; razionale, 
Francesco Soletta, il cui figlio Luigi fu anche impiegato del 
Banco, alla sede di Roma. Grovernatore dell'archivio era don An- 
tonio Degni, uno degli avvocati più reputati d'allora. Appar- 
tenevano alla commissione di sconto banchieri o rappresentanti 
di ditte di prim'ordine : Giacomo Forquet, socio dell'antica ditta 
Forquet e Giusso, di origine genovese ; Gaetano Cavassa, Niccola 
Buono, commerciante di grani all'ingrosso, e la cui ditta ancora 
esiste; Gioacchino Ricciardi e Francesco Stella, negoziante di 
telerie. Tesoriere della cassa di sconto era il marchesino Pa- 
squale del Carretto, morto recentemente quasi in miseria, per- 
chè il vecchio marchese, sia detto a suo onore, non lasciò nes- 
sun patrimonio ; e venuto il nuovo ordine politico, il figlio perde 
l' impiego al Banco ed anche l'altro, più lucroso, di percettore 
del quartiere San Ferdinando, conferitogli come regalo di batte- 
simo dal Re e che non esercitò mai di persona. Aveva spo- 
sata nel 1859 l'unica figliuola di Niccola e Teresa Spada possi- 
denti molto ricchi di Spinazzola, e la giovane marchesa del 
Carretto, oggi defunta, scriveva graziosi versi. 

Il Banco di Napoli non aveva succursali nelle provinole. 
Ogni tentativo d'istituirle riusci vano, perchè il Re non volle 
mai saperne, anzi si narra che egli investisse una deputazione 
di cittadini di Reggio, i quali andarono a domandargli una suc- 
cursale del Banco con queste parole : " andate, volete rovinarvi 
con le cambiali; voi non siete commercianti ; voi non capite nien- 
te y, . Fin dai suoi tempi, il Medici intendeva aprirle in ogni 
provincia, ma ne egli, ne i suoi successori vi riuscirono mai; 
ne miglior sorte ebbero i tentativi del D'Andrea e del Murena, 
quando il Banco aveva trenta milioni di ducati nel suo tesoro, 



— 259 - 

e più di cinquanta milioni di titoli in circolazione. I munì» 
cipii e alcuni intendenti insistevano, senza frutto. In quasi 
mezzo secolo, dal 1816 al 1860, non vennero istituite ohe due 
casse di Corte a Palermo e a Messina, nel 1843, le quali, più 
tardi, con decreto 13 agosto 1850, quando la Sicilia acquistò 
l'autonomia amministrativa, furono staccate dal Banco di Na- 
poli e formarono il Banco regio de' reali domimi al di là del 
Faro, e poi l'attuale Banco di Sicilia. Una sede fu aperta a 
Bari nel 1857. Chieti e Reggio non ebbero che una promessa 
nei primi mesi del 18G0. Al Re bastava cbe la circolazione 
delle fedi di credito fosse in tutto il Regno favorita dagli agenti 
finanziarli del governo, i quali, non solo le accettavano in paga- 
mento delle imposte, ma le cambiavano con valuta metallica, 
e talvolta pagavano anche un aggio per averle, quando occor- 
reva loro di far versamenti alla tesoreria centrale di Napoli. In 
tal modo risparmiavano le spese ed evitavano i pericoli dei tra- 
sporti di moneta. Eppure, nonostante che la tesoreria, la cassa 
del Re, le provinole, i comuni, i luoghi pii ed ogni altra pub- 
blica amministrazione, i banchieri, i commercianti e tutti usas- 
sero largamente delle fedi di credito, il servizio d'emissione e 
quelli più importanti di anticipazione e di sconti, esistevano solo 
in Napoli. Ferdinando II faceva mostra di provvedere, di tanto 
in tanto, con decreti da burla, ai bisogni del commercio, del- 
l' industria e dell' agricoltura. Dico da burla, perchè rimane- 
vano in asso. Dei suoi ultimi consiglieri, il Murena e il Bian- 
chini si sarebbero spinti più innanzi, ma non osavano far cosa 
che il Re non volesse; e il Re, temendo sempre che dalle no- 
vità economiche si scivolasse nelle politiche, consentiva i de- 
creti, ma poi se ne pentiva e quelli rimanevano lettera morta. 
Senza avere alcuna cultura bancaria, intuiva gli effetti dell'abuso 
del credito. In lui la perspicuità meridionale teneva il posto 
della scienza, e la risposta data alla deputazione di Reggio lo ri- 
vela ; ma, al solito, non distinguendo perchè incolto, confondeva, 
in un solo biasimo, uso ed abuso. Dopo tutto però, non fu certo 
un gran male che mancasse qualunque credito fondiario e con 
esso banche popolari o elettorali, imposture dei nuovi tempi e 
cancrene dell'Istituto e della pubblica economia. Anzi c'era un 
bene : le cambiali servivano al commercio e le ammissioni allo 
sconto erano severissime, come si può vedere dai regolamenti. 



— 260 — 

Pai 1818 al 1861, cioè in 44 anni, sopra operazioni di sconto 
e di pegno, che giunsero a 712 milioni di ducati, pari a 3 
miliardi di lire italiane, cioè in media a circa 69 milioni al- 
l'anno, le perdite o sofferenze, come si dice oggi, per cambiali 
inesigibili, nonché le restituzioni di somme indebitamente ri- 
scosse e tutte le spese, delle quali non si voleva con chiarezza 
specificare l'indole, chiamate spese considerevoli^ ascesero a 649375 
ducati, cioè, in media, a poco più di 60 000 lire all'anno. Bi- 
sognerebbe consultare il periodo dal 1861 ad oggi, per consta- 
tare la differenza spaventosa tra le perdite di allora e le presenti ! 
Allora però contro i debitori morosi si procedeva con l'arresto 
personale, nel carcere della Concordia. ' 

I beni dei debitori morosi, poiché era rigorosamente proibito 
al Banco di possedere immobili, si vendevano all' asta pubblica, 
ma non si potrebbe affermare che fossero sempre aggiudicati a 
prezzo giusto. La piaga degl' imbrogli nelle vendite giu^ziarie 
è antica nel paese. Molte case furono acquistate a vii prezzo, 
da don Antonio Monaco, divenuto, da scrivano pubblico, uomo 
denaroso e amico del Reggente. Il Monaco, che fu anche impre- 
sario del San Carlo, lasciò un cospicuo patrimonio, rappresentato 
quasi interamente da circa cento palazze 'e case. ' Parecchie 
case le acquistò pure don Andrea de Rosa, ricco assuntore di 
opere pubbliche, ohe comprò e ricostruì il gran palazzo al Mer- 
catello, che porta il suo nome. Sul conto del De Rosa corre- 
vano curiose dicerie. Egli era di Afragola e da giovine aveva 
fatto il pettinatore di canape. Si disse che dovesse la rapida 
fortuna alla bellezza della sua persona, che lo fece entrare 
nelle grazie di una principessa, la quale aveva autorità in Corte, 
e per cui ottenne importanti appalti, che in poco tempo lo fe- 
cero arricchire. Divenne poi barone, benché fosse quasi analfa- 
beta. Di lui si raccontava ancora che, dovendo riscuotere una 
forte somma dal governo, e non potendo ottenerla per l'opposi- 
zione del ministro competente, ricorse, dopo altre molte astuzie, 



' A Napoli, nel linguaggio dialettale, per dare maggiore importanza 
alla proprietà edilizia, si suole far precedere la parola palazzo alla parola 
casa, per far meglio intendere che il palazzo contiene parecchie case, ed 
è tutto posseduto da un proprietario : al contrario di chi possiede, in un 
palazzo, tua quartiere o quartierino, o piano, o bottega di esso. 



— 261 — 

« quella di far trovare nella scuderia del ministro una pariglia 
di cavalli, mentre un' altra pariglia mandò a regalare al Re. 

Q-li stipendii degl' impiegati erano modesti. I presidenti delle 
tre casse non avevano che 480 ducati all' anno ; i governatori, 
240 e il Reggente 1000, meno di quanto prende ora un diret- 
tore di succursale o un ispettore. Si cominciava, dopo l'alun- 
nato gratuito, con sedici o venti carlini al mese e occorrevano 
vent'anni di servizio, per arrivare a venti ducati. E di qui, 
abusi senza fine. Si tolleravano le assenze; si permetteva di 
cumulare col proprio ufficio quello di un compagno e si perdo- 
navano debiti e indelicatezze. Udite, come ne parla il Tortora : 
" i più svelti esercitavano la professione di avvocato, di medico, 
di notaio ; altri facevano i sensali ; alcuni giunsero a stabilire il 
domicilio lontano da Napoli, conservando l' impiego, ed una parte 
di quelli che venivano in ufficio, o si faceva pagare dai com- 
pagni inassistenti, e raggranellava cosi il necessario per vivere, 
o si aiutava con le mance e con le indelicatezze. L' ordinamento 
difettoso degli uffizii, le strane formalità e soprattutto la cono- 
scenza personale degl'individui, con garanzia delle firme, che 
riohiedevasi anche quando non occorresse, facilitavano queste 
porcherie. Chi non sapeva perfettamente come fossero conge- 
gnate le scritture, e distribuite le funzioni fra varie centinaia 
d'impiegati, si trovava nella materiale impossibilità di sbrigare 
qualsivoglia faccenda ; e non bastava tale cognizione, perche gli 
affari del Banco si facevano tutti con carte nominative, le quali 
dovevano essere firmate da persone di fiducia. La fiducia si me- 
ritava, sia con le relazioni personali, sia mediante compenso. Era 
naturale che l'ufficio di sensale, col suo lucro, toccasse agl'im- 
piegati stessi, che erano pagati cosi male, ovvero ad individui che 
spartivano con essi il provento. Dopo tutto ciò, si operavano le 
promozioni col solo requisito dell'anzianità, mettendosi a capo 
degli uffizii persone notoriamente disadatte, per vecchiaia o insuf- 
ficienza „ . A questo quadro è inutile aggiungere alcuna cornice. 

Molti erano davvero questi inconvenienti, ma non tali, in 
verità, da intaccare il patrimonio dell'istituto, del quale anzi 
r aumento patrimoniale fu costante. Banco schiettamente napo- 
letano, aveva fini più modesti di oggi, che, divenuto istituto di 
emissione e di credito fondiario, apri sedi non solamente in quasi 



— 262 — 

tutte le provinole continentali dell' antico Regno, ma nelle prin- 
cipali città d' Italia, immobilizzando o distraendo il suo capitale. 
Governato da un numeroso Consiglio, o meglio da una folla di 
provenienza elettiva, subì per un pezzo le vicende parlamentari, 
donde le crisi frequenti dei suoi direttori e le lotte palesi ed 
occulte fra il direttore di nomina regia e il Consiglio, le in- 
frammettenze del governo, ora provvide e ora nefaste, e la cre- 
scente prevalenza di elementi estranei alle provincie napoletane. 
E da questo Consiglio venivano fuori i delegati delle sedi, i consi- 
glieri di amministrazione e i censori o sindaci : uffici variamente 
retribuiti, ma retribuiti tutti. Si può imaginare quale spettacolo 
di avidità e di volgarità presentasse qaesto Consiglio nella 
rinnovazione delle cariche , e quali influenze esercitassero que- 
sti consiglieri sugli sconti e sulle operazioni nelle rispet- 
tive sedi, alla loro vigilanza commesse! Una legge escluse 
dal Consiglio del Banco i membri del Parlamento: si credette 
cosi di epurarlo, ma il livello morale del consesso discese an- 
cora più basso, * 

Il Reggente del Banco delle Due Sicilie era contemporanea- 
mente direttore della Zecca, o amministratore delle monete, uf- 
ficio che dipendeva ancbe dal ministero delle finanze e aveva 
sede in Sant'Agostino. Oltre alle ofìScine di monetazione, c'era 
la raffineria chimica dell' oro ; e' erano gabinetti d' incisione e di 
garentia, mangani ed argani per i fili d'argento e d'argento 
dorato. Altri gabinetti di garentia erano nei capoluoghi di pro- 
vincia. Funzionava da segretario generale di quell'amministra- 
zione Marcello Firrao e n' era razionale il Caropreso, consigliere 
alla Corte dei conti. La Zecca di Napoli, che aveva pure l'ufficio di 
fissare il valore delle monete estere, continuò a lavorare mediocre- 
mente fino al 1870, ma, colla soppressione delle Zecche di Firenze e 



^ Col nuovo ordinamento del ministro Sonnino, a parecchi di questi 
mali si portò rimedio, abolendo censori e consiglieri di amministrazione 
presso le sedi, riducendo il numero dei consiglieri, rendendo questi ufficii 
interamente gratuiti ; e con l' ultima riforma si fece ancora meglio, iniziando 
la liquidazione del credito fondiario e riducendo l'interesse delle cartelle, met- 
tendo a profìtto una parte delle riserve, diminuendo lo stipendio degl'im- 
piegati e dando al Banco un direttore, quale forse non ebbe mai : un uomo 
come Niccola Miraglia, il quale salverà l' Istituto, se gliene lasceranno il 
tempo 



- 263 - 

di Torino, fu chiusa ancn* essa. Da allora non si è mai saputo dove 
sia andato a finire il suo immenso materiale, e quella stupenda 
collezione di conii, alla quale lavorarono, negli ultimi anni, due 
incisori di prim' ordine: l'Arnaud e il Tiranesi. La Zecca di 
Napoli, cui fu annessa nel giugno del 1858, una scuola per l'in- 
cisione in acciaio, era forse la prima d' Italia, anche per valore 
tecnico. Bellissime davvero le monete di argento e di rame. Il 
Regno aveva un regime monetario monometallico a base d'ar- 
gento. Monete d'argento e fedi del Banco formavano questo 
regime, e le fedi del Banco anche all'estero eran tenute in conto 
di valuta di prim' ordine. Dopo che nel 1835 Ferdinando II 
fece coniare la bellissima moneta d' oro di trenta ducati, dive- 
nuta preziosa per la purezza della lega e il valore intrinseco, 
monete d'oro non se ne coniarono sino al 1860. E oggi non 
esiste più neppure la Zecca, che dava da vivere a tanta gente, 
e non avrebbe dovuto davvero andar travolta in quel grande 
vortice di distruzione, che segnalò il nuovo regime, feri e spostò 
tanti interessi e creò tanto malcontento. 

Nella Borsa si accentrava il movimento economico del Se- 
gno. Primeggiava tra i valori, la rendita, vera preoccupazione 
di Stato, e vanità della Corte e d'ogni napoletano. Le contrat- 
tazioni passavano per le mani di agenti di cambio di gran cre- 
dito. Del Pozzo, Marrucco, Spasiano e Zingaropoli erano fra i 
più rinomati, per la loro lunga ed onesta carriera e per le ric- 
chezze accumulate. Nella rendita negoziavano banchieri, come 
Rothschild, Forquet, Meuricoffre e Sorvillo, allora uniti, Gunder- 
gchein e molti altri. Tutte le divise estere, delle quali il paese 
abbisognava, erano per questi, e per altri banchieri minori, lavoro 
attivo e proficuo, ed ogni ramo del commercio di esportazione 
trovava presso di essi a collocare le sue tratte, con facile me- 
todo. Perciò la Borsa era frequentata da quanti avevano vera- 
mente interessi nei traffici, nella navigazione e nell'impiego di 
capitali. Per parecchie ore, ma più dalle 2 alle 4 pomeridiane, 
era afibllata e febbrilmente agitata; ed era ritenuta una delle 
più attive ed importanti d'Europa. 

L'uso di vendere merce di raccolti, ancora in erba, aveva 
dato vita in Napoli ad un gran giuoco ; ed attorno alle compre 
ed alle vendite di genere efiettivo, si giocava e si scommetteva 



— 264 - 

al rialzo o al ribasso, dando luogo a differenza di prezzo, liqui- 
dato mese per mese da appositi agenti o sensali, come oggi usa 
per i fondi pubblici ed i valori. 

Due sale attigue alla Borsa, a sinistra del gran portone del 
palazzo di San Giacomo, dalla parte del Largo del Castello, 
erano riservate alla contrattazione della rendita pubblica, nelle 
ore, in cui la Borsa stava chiusa. Le riunioni per le contrattazioni 
dei grani e degli olii, nelle prime ore del mattino e nella sera, 
si tenevano da molti anni nel primo caffè a due porte, accosto 
a un estaminet, con sale di bigliardo, dirimpetto al Oastelnuovo, 
all'angolo opposto, dove era il teatrino del Sebeto. Questo esta- 
minet era condotto da uno svizzero. Sentita la necessità di un lo- 
cale più adatto. Salvatore Ferrara e Michelangelo Tancredi, senio- 
re, regio agente di cambii e trasferimenti, tolsero in fìtto, verso 
il 1834, presso lo Spedaletto, la vastissima sala dell' antico sedilo 
de' nobili di Porto, detta poi Sala di S. Giuseppe, per la vicina 
chiesa omonima. Nell'alta volta di quella sala era dipinto uno 
stupendo affresco, rappresentante il martirio di S. Gennaro. Sul- 
l'area di quell'unica sala fu poi edificato il presente albergo di 
Ginevra. La Sala di S. Giuseppe fu decorata con busti e con 
ornamenti in legno, e non mancavano gabinetti per la lettura 
dei giornali francesi e inglesi. Dopo qualche anno, avendo il 
Ferrara e il Tancredi subite gravi perdite, cedettero il locale 
ad altri. I negozianti veri, i cosi detti speculatori, cioè scom- 
mettitori a scadenza, che giocavano sul vuoto, i sensali patentati, 
e i moltissimi non patentati, detti marroni, quando non interve- 
nivano alla Borsa a San Giacomo, si riunivano in questa sala, 
ove trattavasi quasi esclusivamente di grani e di olii, esclusa 
la rendita. 

Gli olii ed i grani, alla Borsa, si contrattavano in un modo 
speciale, che si adattava meravigliosamente alla condizione eco- 
nomica delle Provincie napoletane. Case di commercio, fornite 
di grandi capitali, avevano vasti magazzini in alcune città della 
costa, dove si raccoglievano le mercanzie, e mettevano questi 
magazzini a disposizione di proprietarii, che avessero voluto depo- 
sitarvi le loro merci, con facoltà di ottenere anticipazioni di 
danaro, e stabilirne a loro beneplacito lo ammontare in qualunque 
tempo: la qual cosa era facile, poiché ogni giorno il listino della 
Borsa segnava il valore delle derrate. Grandi masse si forma- 



- 265 — 

vano, con tal metodo, atte ad alimentare il grande co]?imercio, 
e che ricevevano incremento dai quotidiani acquisti, che ogni 
Casa faceva, di generi provenienti dall' interno del paese, i quali 
trovavano in tal modo prezzo sicuro, senza correre il rischio di 
costoso viaggio, per raggiungere il mercato di consumo. Man- 
fredonia e Barletta erano le maggiori piazze di deposito e dal 
porto di Manfredonia partivano quei grani duri da far paste, 
cosi rinomati, prima che le terre nere di Russia ne producessero 
tanti, da non farne più sentire il bisogno nel mondo. 

Q-ioia Tauro, in Calabria, e Gallipoli, in Puglia, raccoglie- 
vano gli olii, dividendoli ne' due distinti tipi, de' quali si com- 
pone la produzione napoletana. L'uno e l'altro erano grande- 
mente richiesti in Russia; e, mentre per ardere era preferito 
quello calabrese ; l' Inghilterra, il Belgio e la Francia, per lu- 
brificare macchine, o lavar lana, preferivano il pugliese, il quale, 
grazie ai progressi tecnici introdotti dal Ravanas, era divenuto 
olio commestibile di eccellente qualità, e serviva pure per la 
conservazione delle sardine. Q-li olii minerali non si conosce- 
vano ; né le Americhe mandavano olii di lardo. Se ne estraevano 
dalle sementi, ma in poca quantità, da non far concorrenza agli 
olii di oliva. Intorno ai tipi di Gioia Tauro e di Gallipoli, s'ag- 
grupparono gli olii comuni di Brindisi e di Taranto, di Catanzaro 
e Petromarina, ohe erano negoziati dalla ditta dei fratelli Cri- 
celli. Nella Calabria, Cotrone e Petromarina erano scali spesso 
richiesti. Cosi si consumava una produzione, che dava all'espop* 
tazione da trecento a quattrocentomila quintali circa all'anno, ed 
allo Stato un introito cospicuo per il dazio d'esportazione. 

Queste case di commercio avevano la sede principale a Na- 
poli, e succursali più in questa, che in quella provincia, secondo 
l'articolo del loro commercio. Le più antiche ed importanti, 
meglio fornite di capitali, di provata buona fede ed onestà, pren- 
devano facilmente il posto sulle altre ; e poiché modo consueto 
di pagamento erano, come si è detto, le fedi del Banco, che cir- 
colavano per tutto il Regno, presto erano conosciute e rispet- 
tate ovunque. La larga considerazione, all'interno, le accre- 
ditava all'estero ; tanto più, che tutta la merce, la quale per 
l'estero si caricava, usciva dai loro magazzini, ed ogni acquisto, 
ohe l'estero faceva, si compiva mediante un ordine di consegna, 
a presentazione, su una piazza indicata, della mercanzia nel- 



- 266 - 

l'ordine espressa, con forme e particolari di qualità, di peso e 
di misura, sagacemente e nettamente designate. Queste case 
emettevano numerosi ordini, durante l'anno. Erano di mille to- 
moli ognuno, se si trattava di grano; di cento salme, se di olio 
di Puglia; di cinquanta botti, se di olio di Calabria: e questi 
ordini di consegna non tutti andavano ad estinguersi nell'anno ; 
sia perchè veniva via via a cessare la convenienza d'esportar- 
ne, sia perchè, chi ne possedeva, preferiva esperimentare, col 
tempo, un miglior prezzo : sicché essi, passando di mano in mano, 
costituivano una circolazione fiduciaria, accetta a tutti. E quando 
la firma della Casa traente, col passare degli anni, aveva il suo 
credito bene stabilito, di comune e tacito consenso, veniva detta 
firma di piazza: espressione, che, nel linguaggio generale, sostitui- 
sce ancora in queste provincie ciò che gì' inglesi dicono first rate. 

Erano sorti due distinti gruppi di case d' ordini : 1' uno per 
gli olii; l'altro, per i cereali. Primeggiavano i Rocca, la casa 
di Giacomo e quella di Andrea: amendue legate con quei Bocca 
di Genova, che avevano piantate le loro filiali a Marsiglia, a 
Londra, negli scali levantini, ed in quelli dell'Adriatico. Erano 
i Baring italiani : mercanti, banchieri ed armatori ad un tempo. 
La pace, che tenne dietro la guerra di Crimea, li colpi. Grande 
massa di mercanzia, mandata a fornire il campo degli alleati, o 
tratta di Russia prima del blocco, era rimasta invenduta. Si 
manteneva bensì intatto il loro credito, ma già don Andrea non 
più comprava, e Pietro Bocca , erede principale della fortuna di 
Giacomo, e più dell'avarizia genovese, piuttosto frenava, che al- 
largava gli afiari. Attorno a loro, per gli olii, vi era una pleiade 
di forti case : Cardinale e Pirla erano le più accreditate, dopo 
che don Girolamo Maglione erasi ritirato, parendogli ohe al gio- 
care ed allo scommettere si volgesse, più che agli affari reali, 
la speculazione. Piena di giovanile baldanza si affermò la casa 
Minasi e Arlotta, il cui centro di operazione fu specialmente Gal- 
lipoli. Questa ditta tenne testa al Rothschild, quando nel 1866, 
s'invogliò di essere firma di piazza, per l'olio. Giovandosi de' 
suoi capitali, Rothschild aveva comprati olii ad alto prezzo ; ma 
l'estero poco volendone, ed essendo scoppiata la orisi americana, 
1 fallimenti si seguirono, e tutt' i prodotti ribassarono. I pro- 
prietarii intanto accorrevano da lontano a portare mercanzia ed 



— 267 — 

a ricliieder danaro in anticipazione. Rothscliild, incapace di go- 
vernare simile operazione, nuova per lui, si perdette d'animo, an- 
che perchè la ditta Minasi e Arietta non cessava di punzec- 
chiarlo, per mezzo dei suoi sensali e di alti ribassisti, con ven- 
dite al ribasso, giustificate dalla splendida apparenza del raccolto 
futuro. E cosi E-othschild fu costretto a capitolare, vendendo 
tutto l'olio comprato, e quant'altro aveva nei magazzini a Q-alli- 
poli al prezzo di 23 a 24 ducati la salma. Fuori lui, la casa 
Minasi '^ Arietta divenne la prima casa d'ordini, per gli olii, 
sulla piazza di Napoli. 

Per i grani, in quegli anni, quattro erano le case d'ordini. 
Pietro Rocca fu Giacomo, Andrea e fratelli Rocca, Raffaele e 
Pasquale Perfetti e Q-iuseppe de Martino. Le prime poco ope- 
ravano ; ma le due ultime, tenaci in un duello, cominciato 
da lunga data, tenevano la Borsa divisa in due campi, ed ina- 
sprivano, con astii personali, quella lotta, che già si combatteva 
per il ribasso o l'aumento. Negli annali della Borsa, erano più 
antichi i De Martino. Venivano dal piano di Sorrento ; arma- 
tori e capitani di nave, ohe, abbandonato il mare, avevano, per 
conto di case inglesi, molto comprato e molto imbarcato di gra- 
naglie. Erano gente larga, dallo spirito elevato, e tenaci nel 
sostenere una lotta ; impressionabili, sposavano simpatia ed odio 
con facilità ; e con pari facilità erano generosi, più che loro 
non convenisse. Il Perfetti era tutt' altro uomo. Veniva da 
umile condizione, e se ne faceva vanto ; aveva venduti arnesi 
da magazzino, e vissuto fra sensali e piccoli speculatori, e a poco 
a poco intuito quanto potevasi trarre di utilità, rappresentando 
i proprietarii coltivatori, presso i mugnai di Napoli, senza pas- 
sare per la Borsa. I grani, consegnabili in forza d'ordini, si 
erano discreditati ; per dame all'estero nell'abbondanza richiesta 
dallo sviluppo crescente del commercio, bisognava raccoglierne 
di ogni qualità ; per la qual cosa, chi aveva produzione bella e 
scelta, era disperato di doverne cavare prezzo pari a quello delle 
qualità comuni. 

Perfetti, nativo di Terra di Lavoro, cominciò a portar grano 
con carri, poi con barche, al mercato di Napoli : gli utili gli 
accrebbero ardire e lavoro, e fece la sua apparizione in Borsa, 
ne' ranghi degli aumentisti. Vi portava, contingente prezioso, 
il sentimento dei proprietarii e quello dei mugnai, due potenti 



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alleati. Perfetti non aveva studii, ma l'ingegno aveva acuto 
e ne die prova presto, cliiamando intorno a sé la gente più ca- 
pace e più adatta a quel genere di commercio.' Ricercò ed 
ottenne commissioni dall'estero, e le disimpegnò con lode conse- 
gnando qualità migliori, che altre case non facessero : avvedu- 
tezza questa, che lo fece salire in eccellente fama a Genova ed a 
Marsiglia. La situazione economica del Regno in tanto s'avvan- 
taggiava. Le miti imposte permettevano il risparmio ; i coloni si 
■erano rifatti e opponevano maggior resistenza ai prezzi ribas- 
santi della Borsa, preferendo tenere ne' granai la merce, anzi 
che venderla; ciò che tornava in danno di chi avesse venduto 
allo scoperto. Le qualità dei grani di Polonia e di Odessa erano 
migliorate ; quelle di Barletta non guadagnavano più la gran 
differenza, che prima avevano goduto ; bisognava quindi che esse, 
alla loro volta, fossero divenute migliori ; e Perfetti, pagando in 
Puglia prezzi alti, secondo il merito della merce, stimolò a me- 
glio produrre. Capitanando in Borsa gli aumentisti, egli at- 
trasse a sé tutt' i produttori pugliesi ; e pigliando da questi la 
roba migliore, accrebbe all'estero, rapidamente, la sua rinomanza 
e i suoi guadagni. Grli ordini di sua firma, prima accettati sol- 
tanto per caricazione, furono ammessi alla liquidazione mensile ; 
e la sua casa prese posto officiale nella Borsa, come casa d'ordine. 

Il duello divenne lotta accanita. Al caffè de' commercianti, 
là dove sorge il nuovo grandioso palazzo del presente albergo di 
Londra, dal mattino sino a mezzogiorno, e nelle ore pomeridia- 
ne, sotto i platani della spianata, gruppi di sensali e di specu- 
latori si adunavano e si disfacevano a vista d' occhio : avvisaglie 
queste, che finivano alla Borsa con lotte, dalle quali le fortune 
rapidamente venivano intaccate, o rapidamente si accumulavano : 
onde poi la gente di Borsa andava notata come la più spen- 
dereccia della città. 

Era un correre di sensali, ed un agitarsi di gente a far pre- 
mii o affari a fermo ; lottatori esercitati a tener conto di ogni 
piccola variazione di mercato, d'ogni possibile circostanza, di 
ogni qualsiasi accenno a variazioni future. Le nuvole e il va- 
riare dei venti erano seguiti con maggior cura, che non avesse 
mai fatto astronomo, per cavarne prognostici circa l'approdare 
dei navigli, e le condizioni favorevoli o meno alle raccolte. No- 
tizie, staffette, gherminelle, agitazioni effimere e falsi allarmi 



- 269 - 

erano, con combinazioni infinite, messi in movimento. Com- 
pari numerosi e commessi seguivano i sensali più in vista, no- 
tati e sospettati quale fòsse sostenuto, quale combattuto da De 
Martino o da Peribtti. Era un tal Noviello, il primo sen- 
sale di Perfetti; ma don Nicola Stella e Savini, detto Califor- 
nia, Porzio, Ricciardi, Imperato, Amendola, i fratelli di Pompeo 
ed altri componevano lo stato maggiore, che le operazioni del 
Perfètti accompagnavano con le proprie. De Martino aveva 
Vincenzo Mollo, quel Luigi Sgrugli, simpatico a tutti ed il romo- 
roso Vincenzo Russo, cambiavalute a San Giacomo con grandi 
capitali; e con questi speculatori non meno potenti che arditi, 
combattevasi, sperando che una liquidazione o l'altra s'avesse a 
fare a dieci carlini il tomolo, e che i pugliesi ne dovessero fal- 
lire. Ricordo anche fra le case commerciali quella dei Fratelli 
Rogers, inglesi, i quali negoziavano molto in cambii, in rendite 
e anche in grani ed olii. 

Ma l'Impero in Francia, con la sua politica doganale, favo- 
riva lo sviluppo industriale ; i traffici aumentavano, stimolando, 
con l'aumentato lavoro, l' incremento della popolazione e de' con- 
sumi : i grani seguivano, come gli altri articoli, questo moto, e 
quello non meno efficace dell'arrivo in Europa delle masse del nuo- 
vo oro dalla California. Perciò era facile prevedere che ogni nuova 
lotta era una sconfitta per i ribassisti ed il loro capo ; quantunque 
questi avesse trovato nel suo associato, Federico Pavoncelli, 
una nuova forza ed un uomo capace di riprendere la situazione 
in Puglia ed abbattere l' influenza di Perfetti, migliorare le qua- 
lità dei grani, coordinare il lavoro, e fare brillantemente la cam- 
pagna del 1856, quando fu concessa l'esportazione dei grani, non 
creduta possibile da De Martino, il quale si trovò ribassista, e 
solo a sostenere l'urto di seicentomila tomoli di grano, da con- 
segnare in pochi mesi. Perfetti mori nell'autunno del 1857. 
Nella primavera del 1856 manovrò con tanta abilità, da indurre 
il suo rivale De Martino a vendergli molti e molti grani, per 
consegna alla nuova raccolta, a prezzi di lire 1,65 e 1,70 il to- 
molo. Quando venne l'agosto, il grano valeva 2,10 e 2,20 ond'egli 
fece un grossissimo guadagno. 

Federico Pavoncelli, rimasto arbitro del mercato dei grani nel 
1860 e negli anni posteriori, mori vecchio, lasciando una cospi- 
cua sostanza. Uomo di talento commerciale non comune, egli 




— 270 — 

creò dal nulla il suo patrimonio in circa mezzo secolo di la- 
voro perseverante e sagace, e di economia rigorosa. Era nato 
per eccellere dovunque rivolgesse la sua attività e il suo inge- 
gno ; e se invece di svolgere la sua azione nell'antico Regno, e 
più nella piccola Cerignola, centro delle sue operazioni nelle 
Puglie, avesse avuto per campo l' Inghilterra o 1' Olanda, avrebbe 
accumulata una sostanza anche più cospicua. Io conobbi questo 
singolare vecchio un anno prima della sua morte. Giuseppe Pa- 
voncelli, deputato al Parlamento, e già ministro de' Lavori Pub- 
blici, fu il braccio destro del padre; da giovane, fece il sovra- 
stante ai magazzini di grano a Barletta, e s'arricchì da se stesso 
della geniale cultura onde è dotato. Il più grande impulso alla 
trasformazione agricola in Puglia è merito del padre e del figlio. 
Quando videro che, per le mutate condizioni del mercato dei 
grani, la Eussia, l'India e l'America, riversavano nell'Europa 
torrenti di cereali, e che perciò il commercio di questi era finito, 
si volsero allo acquisto di terreni ; e duemila ettari di terra tra- 
sformarono in un solo vigneto, con stabilimenti enologici, come 
non ne ho visti in Francia. Oggi la casa Pavoncelli è la mag- 
giore produttrice di vini nel mondo. 

Nólla gran dogana si accentrava tutto il movimento delle 
mercanzie ; al " Molo piccolo „ si negoziavano le frutta ; al Mer- 
cato, al Carmine, le frutta secche ed i legumi; a Portanolana, 
la crusca e le carrubbe — sciuscelle — e si negoziavano pure i 
grani provenienti per via di terra, e perciò detti " della Vatica „ . 
Interessante era il commercio dei xjarboni, per massima parte pro- 
venienti dalla costa romana, insieme alle fascine, che anche oggi 
occorrono largamente per provvedere ai numerosi forni della 
città. Questo commercio era nelle mani di un tal Papaccio, nel 
quale si raccoglievano tutte le furberie del mestiere. Le fascine 
venivano con legnetti da cabottaggio, che caricavano sulla co- 
sta, da Terracina a Orbetello, ogni derrata, dal carbone all'o- 
lio. I facchini si chiamavano " scaricanti „ e tra essi la camorra 
reclutava i suoi migliori aggregati. Questi però costituivano la 
plebe, perchè la classe aristocratica dei facchini era quella, che 
scaricava merce al Mandracchio e carbon fossile al " Molo 
grande „ ; e stimavasi buon posto e miglior fortuna il farne 
parte. Il commercio del carbone s'andava sempre più sviluppan- 



- 271 — 

éo, per il lavoro più attivo di Pietrarsa, e per gli opifioii, che 
aumentavano di numero. La casa Yolpicelli teneva il primo 
posto in questo traffico, ed è ad essa clie si ascrisse il De Sauna, 
la cui casa, in poco tempo, divenne importantissima. Ma era 
la gran dogana l'ambizione di tutti : colà si raccoglieva il com- 
mercio di minerali, manifatture, droghe, coloniali. Imbert, Al- 
me, e Leriche trattavano specialmente i prodotti chimici ; Radice, 
le profumerie, e la haut du pavé era tenuto da' Ceolini, da Jesu, 
da Caprile, da De Angelis: tutti grossi e ricchi importatori di 
coloniali. Essi poi li spandevano nelle provincie ai numerosi 
loro clienti ; e questi, alla loro volta, vendevano al minuto, con 
lucroso vantaggio, nelle piccole città, insieme alle candele vo- 
tive, la cannella, il pepe, il rosolio, lo stomatico, la cera ed i 
confetti di Sulmona, duri come pietre. 

Seguivano i mercanti di tessuti, fra i quali eccellevano Co- 
senza, Cilento, i fratelli Galante, Maresca, e i fratelli Palomba ; 
e nell'articolo cotone, allora, come oggi, dominava la più vecchia 
e rinomata casa estera forse del Eegno, "Wonviller, ora Assel- 
meyer. In lana negoziavano Porzio, Langensee, Buonanno, ed 
un tempo pure i fratelli Buono ; Cosenza, Giovanni Porzio, ed 
altri parecchi tessitori del Salernitano, depositavano ne' magaz- 
zini della vecchia Napoli, dove maggiore era il concorso de* 
compratori dei vicini paesi, i tessuti più adatti ai loro bisogni 
ed alle non raffinate esigenze del mercato. Flescher forniva i 
legnami provenienti dal Nord, usati specialmente per antenne 
alle navi; ed insieme a questo, era reputato buon commercio 
quello del legno da ebanista. Tali commerci, insieme a quelli 
della canapa, del lino, della robbia, allora si ricercata, erano 
appoggiati a tradizione antica, con clientela fatta fra grossisti, 
gente sobria e di spirito acuto, che traeva gran profitto del suo 
capitale, con la vendita al minuto. 

Erano ultimi i tradizionali mercatanti, che ingombravano le 
straduccie della Napoli d'altro tempo e specialmente i quartieri 
di Porto, di Pendino e di Mercato, con le caratteristiche botte- 
ghe, povere di reclame e di luce, ma rioche di merce e di quattrini 
contanti. Era celebre la via dei Mercanti, fra Porto e Pendino, 
ora mezzo distrutta dai lavori del Risanamento. Cosi, essendo 
vari i canali, per i quali si dispensava il credito e lento, ma 
sicuro, il modo del suo sviluppo, pochi erano gli sbalzi, difficili 



~- 272 — 

le crisi, quando non le provocava un decreio del principe, il che 
non accadeva facilmente. Basta ricordare il commercio delle 
cuoia. Si compravano all'estero, e si rivendevano ad otto mesi 
di termine, né erano rari i contratti ad un anno, o a di- 
ciotto mesi. Alcuni rammentano ancora la vecchia ditta Tra- 
montano. Sulla porta della bottega, modesto e tranquillo, il 
capo della ditta trattava i suoi affari. Pronto all'inchino, ap- 
pena si vedeva dinanzi un negoziante straniero, acquistava 
tutta la sua fierezza di mercante, quando era innanzi alla sua 
Madonna del Carmine, tempestata di ricche gemme, protettrice 
del negozio e guardiana della cassa di legno, larga quanto un 
grosso letto di stile spagnuolo. Non firmava mai promesse di 
pagamento. Per quei vecchi era vergogna rilasciar cambiali ; e 
dalla sua cassa pagava invece in oro, in argento o in fedi di 
credito, cento e anche dugento mila ducati all'occorrenza. 



CAPITOLO XIV 



SouHABio: I balli a Corto — Un inoidente-durioso — L'invito al duca di Ven- 
tignano — Il Club delP Accademia Ideale — I ricevimenti privati — Casa 
Torella, casa De la Feld e casa Craven — Una rappresentazione di bene- 
ficenza — Le più belle dame del tempo — Le periodiche della borghesia — 
I balli mascherati e un duello — I canzonettisti dialettali — Labriola e 
Cammarano — Gli avvocati — Loro perniciosa influenza nella vita SQciale 

— Ferdinando II e Settembrini C9nc0rdi nel giudicarli — Domenico Ca- 
pitelli e suo ultimo colloq^uio col Èo — Alcuni nomi — Le modd — I bagni 

— Le villeggiature — Madama Cardon e madama Giroux — I sarti più noti 
e i più noti lions — I principali bazar — La casa Tesorone a Toledo — La 
bottega del bello Oasparre — I caffo principali — I pasticcieri e le pizzerie — 
La Società Eeale e la Pontaniana — Una curiosa requisitoria dell' Imbriani 

— n premio Tenore a Carlo De Cesare — Un inno al Be. 

La vita del Regno non era cosi varia e lieta come a Napoli. 
Nel capitolo consacrato alle provincie, la vita di queste è nar- 
rata ampiamente. L'ultimo decennio fu in verità molto diverso 
anche per Napoli, dagli anni che precedettero il 1848, quando 
la Corte vi dimorava e il Re dava frequenti feste e interveniva 
ai balli privati. Nel 1843, in occasione della inaugurazione della 
ferrovia che congiunse Napoli al Eeal Sito, aprì anche la Reg- 
gia di Caserta ad una festa, di cui in alcuni de' nostri vecchi 
dura ancora il ricordo. Apri egli stesso le danze, essendo allora 
ballerino agile e instancabile, e la duchessa Teresa Ravaschieri 
ricorda che, giovanissima, facendo il suo primo ingresso nel mon- 
do, aveva ballato un valtzer col Re, molto galante con le signo- 
rine più belle. Vi era allora fra la Corte, l'aristocrazia e l'alta 
borghesia maggior affiatamento, più facili essendone i contatti. 
Ma dal 1849 al 1859 le cose andarono altrimenti, come si è 
veduto. Una delle ultime feste date alla Reggia di Napoli la 

Sa Ossa bb, La fine dt un Regno • Voi. I. 18 



- 274 - 

sera del 26 febbraio 1864, fu quel magnifico ballo in costume, 
di cui la memoria non si è ancora cancellata. Tutto il ser- 
vitorame vestiva alla B/iclielieu e la quadriglia reale, alla Luigi 
XIII. Il Re indossava un costume di velluto grigio ; il conte 
d'Aquila, di velluto nero; il conte di Trapani, di velluto bleu- 
celeste; il conte di Montemolino, di velluto marrone cbiaro; il 
principe don Sebastiano, di velluto marrone scurissimo e di 
scurissimo azzurro era il costume di don Fernando infante di 
Spagna. Vi convennero ancora alcuni principi tedeschi, coi re- 
lativi seguiti, ancb'essi in costume, e grande fu la magnificenza 
dei merletti ed il luccicbio delle gemme. A questo ballo, nel 
quale gl'inviti raggiunsero il migliaio, intervenne Giovannino 
del Balzo sotto le vesti di brigante calabrese : costume più fan- 
tastico che reale. Fu fatto ritirare per comando del Re, che 
chiamò il maggiore Yungh, degli svizzeri, vestito da mugnaio, 
e gli disse : " Avvisa Giovannino^ che si vada a comporre „ . Il Pel 
Balzo usci e più non comparve; e quando, due o tre giorni dopo, 
andò dal Re a presentargli le scuse, Ferdinando II gli disse : " Ri- 
corda che i briganti alla Reggia non debbono venire, neppure in 
maschera y,. L'ultimo ballo ebbe luogo la sera del 14 gennaio 
1856, con due mila invitati. Un altro era stato fissato nel gen- 
naio del 1857, ma non fu potuto dare per una serie di disgra- 
zie sopravvenute, a causa, si disse, dell' invito fatto al duca 
di Ventignano, jettatore famoso. Caratteristico il colloquio che 
in quella occasione ebbe il Re col duca d'Ascoli. Questi gli 
leggeva le vecchie liste degli invitati, cancellando gli assenti, 
i morti e quelli di non sicura fede politica e proponendone dei 
nuovi. A un certo punto si fermò sul nome del Ventignano, 
che aveva sollecitato un invito. Ferdinando II riconobbe la 
cpnvenienza d' invitarlo, per le buone qualità e la provata fede 
del duca, consigliere della Corte dei conti, ma disse al D'A- 
scoli : " Tu sai i pregiudizi che corrono sul suo conto ; io non ci 
credo; invitalo, ma ti annunzio che la festa non si darà „ . Il Re 
credeva alla jettatura come si è veduto, ma in alcuni casi 
si studiava di non mostrarlo. Il duca fu compreso nella lista de- 
gl'invitati; ma, pochi giorni dopo, avvenne 1' attentato di Age- 
silao Milano e la festa andò in fumo ; anzi nelle Roggie di Na- 
poli e di Caserta non vi furono più grandi feste, né conviti di 
nessun genere. Due piccole veglio con danze die il Re a Gae- 



— 275 — 

ta ad eletta schiera d'invitati, una la sera del 12 e l'altra 
del 16 febbraio 1858. L' " eletta schiera „ secondo il linguaggio 
uf&ciale, era formata da militari, da sindaci e personaggi au- 
torevoli dei paesi vicini. Il Re e i principi si divertivano a 
dar la baia ai " pacchiani „ imbarazzati e confusi. Altre grandi 
feste si preparavano per le nozze del principe ereditario, ma le 
sventure sopravvenute le mandarono in fumo. Durante gli agi- 
tati quindici mesi di Francesco II, vi furono ricevimenti, bacia- 
mani e circoli, ma balli punto. Tutto questo non fece che accre- 
scere il pregiudizio sul conto del povero duca di Ventignano, il 
quale era uomo di spirito, zio paterno di Federigo, Cesare e Al- 
fonso della Valle di Casanova e sopportava in pace quella spe- 
cie di odiosa leggenda, che si era formata sul suo nome. Né 
era il solo de' malcapitati, perchè di jettatori, reputati famosi, Na- 
poli ne contava parecchi che ancora si ricordano con comico 
spavento. Ogni napoletano, più o meno confessandolo, ha sempre 
creduto al malefico influsso. 

Nonostante l'assenza della Corte, furono quelli gli ultimi anni 
della grande società napoletana. A Napoli erano il corpo diplo- 
matico, i grandi dignitari e i gran signori, men di oggi vogliosi 
di viaggi all'estero, ne dissestati dai crediti fondiari e dalle cam- 
biali. Correva allora la voce in Europa che le feste da ballo di 
Napoli vincessero quelle delle Tuileries in eleganza, e le feste 
dell'Accademia Reale, nelle sale dov'è oggi il casino dell' Unione, 
si segnalavano per la loro magnificenza. Il club dell'Accademia 
Reale raccoglieva nobili con quattro quarti e l'ammissione vi era 
difficile. Pur non essendo un club politico, nove decimi dei suoi 
soci erano devoti o rassegnati al regime borbonico e temeva- 
no più che non stimassero Ferdinando II, il quale aveva rido- 
nata la pace al Regno e garentiva l'ordine. L'Accademia aveva 
sede nel palazzo Berlo, poi trasportò i suoi penati in piazza 
San Ferdinando, sul caffè di Europa. Eran qui le sale da giuoco 
e di conversazione, perchè i baili venivano dati nei locali sopra 
il San Carlo, che furono poi concessi da Vittorio Emanuele al 
nuovo Circolo dell'Unione, il quale sorse sul finire del 1860, 
raccogliendo la doviziosa borghesia e il patriziato liberale. 
L'Unione ebbe sede, prima al palazzo Ottaiano a Monteoliveto, 
poi al palazzo Buono a Toledo, poi al palazzo Nunziante, in 



— 276 — 

via della Pace, ma voleva affermarsi in luogo più centrale ^ 
forse per atto di ostilità alla vecchia Accademia. Carlo Poerio 
fu eletto presidente onorario dell'assemblea dei socii ; Gennaro 
de Filippo presidente effettivo e segretario Guglielmo Capi- 
telli. All'autorità del Poerio e alla tenacità del Capitelli deve 
l'Unione gli splendidi locali, la cui perdita fu cagione di ama- 
rezza per l'Accademia, clie divenne club ancora più chiuso e 
seguitò ad essere preseduta dal conte di Montesantangelo. 

Se negli anni dei quali scrivo, non vi erano altri cluhs, vi- 
ceversa i ricevimenti nelle case signorili si succedevano senza 
interruzione. In casa Torella si riceveva tutte le sere dopo la 
mezzanotte, e anima della società cosmopolita che vi si racco- 
glieva, era la vecchia principessa figliuola di Cristoforo Saliceti, 
il famoso convenzionale che aveva letta la sentenza di morte 
a Maria Antonietta ed era stato il terribile ministro di polizia 
di Giuseppe Bonaparte. Società cosmopolita, perchè non vi era 
straniero di distinzione che non fosse presentato in casa Torella, 
ne diplomatico che non la frequentasse. Yi si faceva opposi- 
zione moderata, ma costante, al Governo e frequentavano gli 
eleganti saloni uomini di fede liberale, che erano gli amici di 
Cammillo. In casa Torella spirò sempre un'aria di Fronda e 
quando nel 1851 venne Gladstone a Napoli, vi fu presentato da 
sir "William Tempie, che vi era costante commensale; né quel- 
l'ambiente contribuì a sconsigliare l'onesto inglese dal pubblicare 
le celebri lettere. Dei due figli maschi del principe Giuseppe, che 
fu ministro dopo il 15 maggio nell'ultimo ministero costituzio- 
nale, Niccola, divenuto principe di Torella dopo la morte del 
padre, fu ministro costituzionale di Francesco II, come si vedrà ; 
e Cammillo, marchese di Bella, fu in mezzo alle cospirazioni libe- 
rali e poi arrestato e mandato in esilio nei primi mesi del 1860. 
Riunioni e balli di straordinario splendore furon quelli di casa 
Bivona e di casa Sclafani. I due fratelli abitavano il loro roman- 
tico palazzo alla Ferrandina. Non meno splendidi i ricevimenti 
di casa Santa Teodora, quando Luigi, duca di Sant'Arpino, prese 
moglie a Londra e condusse in Napoli la magnifica signora, 
la cui apparizione nella società napoletana fu un avvenimen- 
to. Si riceveva ancora e si ballava in casa Bovino, in casa 
Sant'Antimo, in casa D'Angri ; che anzi in casa D'Angri fu dato, 
in quegli anni, un ballo in piena estate, sulla terrazza scoperta 



- 277 — 

e la gente si affollava al largo dello Spirito Santo, tanto da im- 
pedire la circolazione delle vetture. A questi balli, tranne a 
due in casa Sant'Antimo, la Corte non intervenne mai e neppure 
i primi figliuoli del Re ; ma intervennero il conte di Siracusa, il 
conte d'Aquila e il conte di Trapani, quasi sempre. Ricevevano 
i ministri esteri e si distingueva, fra tutti, il ministro di Francia. 
Nelle gale del San Carlo questo gran mondo appariva in tutto il 
suo splendore. Le gale cadevano ogni mese, cosi per il complean- 
no come per l'onomastico dei Sovrani e dei principi del sangue ; 
ma le più pompose eran quelle per i compleanni del Re, della 
Regina e del principe ereditario. 

Un centro, dove, conveniva quasi tutta l'aristocrazia più 
eletta e accorrevano i letterati e gli artisti di maggior grido, era 
casa Craven, al Chiatamone, che continuava le geniali tradi- 
zioni del vecchio Keppel Craven, figlio della margravia di An- 
spach, stabilitosi in Napoli parecchi anni prima e che aveva un 
bel palazzo al Chiatamone, una villa a Bosillipo ed anche un ca- 
stello cinto di bosco a Penta, presso Salerno. Faceva splendi- 
damente gli onori di casa Paolina Lafferronnays, sposata ad 
Augusto Craven, donna di alto ingegno e di alto animo. La 
gran sala del palazzo Craven, decorata in istile del primo im- 
pero, raccoglieva Q-iuseppe Campagna, Enrico Catalano, il duca 
di Campomele, Stanislao Gatti, Gabriele Capuano, Giovanni Bar- 
racco, Pietro Laviano Tito, Cammillo Caracciolo, il duca Proto, 
Alfonso Casanova e il padre Alfonso Capecelatro. Delle signore, 
ricordo la marchesa di Rende Caracciolo, la principessa di Cam- 
poreale, la contessa di Castellana, la marchesa di Bugnano, la 
contessa di Bray, le sorelle Paolina, Adelaide e Clotilde Capeoe 
Minutolo e quella duchessa Ravaschieri, che amò la Craven di 
ardentissimo afietto ed ha consacrato alla sua memoria un libro 
che non si legge senza piangere. Fu in una recita di filodram- 
matici al palazzo Ferraudina, che la duchessa Ravaschieri co- 
nobbe la Paolina e ne divenne l'amica intima e diletta. In 
casa Craven vi era pure un teatrino, costruito dall'architetto 
Paris, dove si davano rappresentazioni in italiano e in francese. 
La duchessa Ravaschieri, Augusto Craven, Marcello Mastrilli 
duca di Gallo, il conte Carlo Lafferronnays, fratello di Paolina 
ed altri vi recitarono vaudevilles e commedie. Il teatrino di 



- 278 — 

casa Oraven era una delle maggiori attrattive della più Intel ^ 
lettnale società napoletana, e il più valoroso filodrammatico 
dell'alta società parigina, il visconte di Magnieux, venne a Na- 
poli a bella posta per recitarvi. Le rappresentazioni avevano 
quasi sempre uno scapo di beneficenza e i poveri ne ritraevano 
sollievo. Per il terremoto di Basilicata si rappresentarono due 
commedie francesi, e la duchessa Ravascbieri declamò il Salmo 
di Niccola Sole. La commozione fu grandissima quando ella disse : 

Signore! I tuoi clementi occhi declina 

Su le ripe lucane, ove la vita 

Fra il terror si dibatte e la mina! 
Scapigliata una gente e sbigottita 

Ignuda fugge il tuo divin furore, 

E per gl'infermi campi erra smarrita! ^ 

Quelle due rappresentazioni fruttarono, come ho detto, oltre 
quattromila ducati; i posti nella sala non erano che 200, e al- 
cuni furono pagati dieci napoleoni l'uno. Nel 1859 la casa 
Craven divenne il luogo dove più liberamente e più vibrata- 
mente si parlasse delle speranze d' Italia, sull'esempio della pa- 
drona di casa, la quale, francese e bonapaftista, credeva che Na- 
poleone III fosse il veltro di Dante. Molto frequentati anche i 
ricevimenti in casa De la Feld. La contessa De la Feld era 
un vero valore nell'arte del canto, apparteneva alla famiglia 
Bevere di Ariano e fu educata a Napoli, dove sposò nel 1844 
il conte Gius&ppe De la Feld, ricco signore inglese, venuto a 
Napoli per diporto, a bordo del suo YacM " E smeralda „ . I 
ricevimenti di casa De la Feld ebbero importanza politica nel 
1860, ma prima di quel tempo erano già celebri, perchè vi si fa- 
ceva della musica eccellente e ai concerti prendevano parte, ol- 
tre ai migliori dilettanti del tempo, i più rinomati artisti di pas- 
saggio per Napoli. C'era un teatrino e vi si rappresentò, nell'a- 
prile del 1857, il Don Pasquale di Donizetti. Fu un avvenimento 



1 Bonaventura Zumbini ha raccolto in un bel volume, edito dai Le- 
monnior, i canti di Niccola Sole, preceduti da una prefazione eh' è un atto 
di giustizia alla memoria del simpatico poeta, il quale, non ostante l' ul- 
tima sua incoerenza, quella di avere composta la celebre cantata per l'as- 
sunzione al trono di Francesco II, lascia, dice lo Zumbini, non solo brani, 
ma interi e ampi e numerosi documenti di vera poesia, degni di essere ri- 
cordati per sempre. 



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musicale, per l'ottima esecuzione e per la qualità degl'invitati. 
Cantarono la padrona di casa, il barone Giovanni Genovesi, il 
barone Eoberto Tortora Brayda e Melcbiorre Delfico, dilettanti 
di prim'ordine. Anche nell'orchestra, insieme ad artisti, erano an- 
che alcuni bravi dilettanti. I De la Feld abitavano al piano no- 
bile del palazzo Partanna, in piazza dei Martiri, che allora si 
chiamava " Calata santa Caterina a Chiaia „ . — Alla rappresen- 
tazione del Don Pasquale assistette il Re di Baviera, padre, 
il quale, sotto il nome di conte di Augusta, viaggiava per di- 
porto e si fermò a Napoli tre giorni. In quello stesso mese di 
aprile giunse pure a Napoli il Re Massimiliano, sotto il nome di 
conte di "Werdenfels, e fa molto festeggiato nell'alta società. 

Fra le più belle dame del tempo, brillavano le tre figlie di 
Carlo Filangieri, chiamate le tre duchesse, cioè la duchessa di Bo- 
vino, la duchessa di Cardinale e la duchessa Ravaschieri Fieschi. 
La duchessa di Bovino aveva richiamata, in una delle feste delle 
Tuileries, l'attenzione di Napoleone III che volle conoscerla e 
fa con lei pieno di cortesie, ricordandole il padre e l'avo. Si di- 
stingueva anche per bellezza la contessa Latour, una delle fi- 
gliuole del principe d'Angri e che vive ora a Parigi vita da santa. 
Suo marito Leopoldo, è stato il fedele cavaliere di compagnia 
di Francesco II. Una sorella di lei divenne principessa di San 
Cesario, l'altra, duchessa di Marigliano e una quarta fu princi- 
pessa di Fondi : tutte parimente bellissime. Questa contessa di 
Latour non è da confondere con l'altra contessa di Latour, mo- 
glie di Francesco colonnello degli usseri, che si disse salvasse 
la vita a Ferdinando II nell'attentato di Agesilao Ì^Iilano. Que- 
st' ultima, morta da oltre trent'anni, fu dama della regina Maria 
Teresa, visse vita ritirata e devota, come tutti di casa Sangro 
a cui apparteneva. Il marito n'era gelosissimo. Oltre alle Fi- 
langieri e alle sorelle d'Angri, splendevano, fiorenti di gioventù 
e bellezza, la marchesa di Bolla moglie di Cammillo Caracciolo, 
che era russa e aveva splendidi capelli biondi, che in ricci le 
scendevano graziosamente sulla fronte ; e con lei la principessa di 
Camporeale, Laura Acton, la contessa di Castellana, oggi vedova 
del senatore Carlo Acquaviva; la principessa di Frasso, morta da 
poco più di un anno, moglie di Ernesto Dentice, che fa senatore 
del Regno d'Italia, e madre del presente deputato di Brindisi. 



— 280 — 

La principessa di Frasso, nata contessa Chotek, era boema e alla 
elegante vaghezza univa una grande bontà. La Frasso, la Ca- 
stellana, la Sant'Arpino, divorziata dopo il 1870, la marcbesa di 
Bella e la principessa della Scaletta, nata contessa Wrbna di 
Vienna, dama di Corte e donna ricca di talento e di brio, erano 
gli astri venuti di oltre Alpi a rifulgere nelFolimpo delle bellezze 
del tempo. E vanno pur ricordate la contessa Poroinari, nata San- 
tasilia, ora principessa di Piedimonte ; la duchessa di Cirella ; la 
Policastro, poi principessa di Gerace ; la San Griuliano Ischitella ; 
le due figlie del principe Dentice : la marchesa di Bugnano e la 
contessa di Bray, maritata al ministro di Baviera a Pietroburgo. 
Queste belle dame formavano l'alto mondo dei balli e dei 
ricevimenti, rendevano il San Carlo una festa, assistevano alle 
prime rappresentazioni dei Fiorentini e ai più celebri concerti 
musicali. Furono famosi in quegli anni i concerti di Bottesini 
e di Sivori. Le abitudini di allora erano su per giù quelle di 
oggi. Allora le signore dell'aristocrazia andavano in carrozza 
alla Riviera e villeggiavano a Portici, a Posillipo, a Castellamare 
e a Sorrento. Erano frequenti le gite in campagna, ma, di rado 
queste varcavano Sorrento, Caserta, Cava, Lauro e San Paolo 
presso Nola. La cronaca mondana non aveva lo sviluppo che 
ha preso oggi, e i nomi delle signore non apparivano mai nei 
giornali a titolo di vanità. 

L'alta borghesia della banca e del commercio aveva anche 
essa le sue feste e i suoi ricevimenti. Sontuose le feste di casa 
"Wonviller, di casa MeuricofPre e di casa Sor villo. V'interveni- 
vano i professionisti di maggior grido, alti funzionarli, qualche 
ministro, quasi tutt' i direttori, i quali, tranne il Carafa, erano 
borghesi. Sono ugualmente da ricordare le serate non a scopo 
di divertimento, ma di piacevoli conversazioni, di casa Ferrigni, 
di casa Ulloa, di casa Baldacchini, dopo che don Saverio sposò 
la vedova di Luigi Bonghi, la intelligentissima madre di Rug- 
giero Bonghi. In casa di Leopoldo Tarantini e di Vincenzo To- 
relli si raccoglievano avvocati, letterati e artisti. Tarantini ri- 
ceveva il sabato, e Giannina Milli, Niocola Sole e lo stesso pa- 
drone di casa improvvisavano versi ai quali, don Raffaele Sacco, 
il grazioso poeta dialettale, aggiungeva barzellette e aneddoti 
esilaranti. Vi andavano anche i migliori artisti dei Fiorentini 
e del San Carlo e i più noti compositori di musica. In queste 



- 281 - 

riunioni si discorreva d'arte, di storia, di letteratura; si faceva 
buona musica e alle volte, nel teatrino di famiglia si rappre- 
sentavano commedie del padrone di casa, o di giovani suoi amici. 
Tarantini aveva simpatica cultura letteraria, vivace talento e 
genialità poetica, scriveva versi e drammi pregevoli ed era 
inoltre, tutti lo ricordano, col Marini Serra, il maggior lume del 
fóro penale. La borghesia di secondo e terzo grado contava le 
sue tradizionali periodiche, e poiché in quegli anni il Trovatore 
aveva fatta perdere la testa ai napoletani, non vi era periodica, 
dove un qualunque tenore non cantasse : 

Di quella pira l'orrendo foco, 

e un baritono non urlasse : 

É l'amore, l'amore end' ardo, 

e una qualunque signorina sentimentale e mi tenorino senza 
voce non ripetessero, al piano, il duetto fra Manrico e Leonora. 
Si cantava a tutto andare l'aria del Rigoletto: 

La donna è mobile, 

e l'altra, non senza malizioso significato: 

Questa e quella per me pari sono. 

Erano immancabili, nelle periodiche, le canzoni popolari, e 
Santa Lucia, la Palummella janca, Scetete scè, 'U cardillo, e 
Fenesta ca lucive risuonavano dappertutto. Fenesta ca lucive 
conta forse più di un secolo di vita ed è sempre viva, perch' è la 
canzone di maggiore sentimentalità che abbia avuta la poesia 
popolare. Te voglio bene assaje, improvvisata dal Sacchi e ante- 
riore al 1840, era morta da un pezzo, e Santa Lucia, a torto 
attribuita al Cottrau, in quegli anni furoreggiava. La Borghi 
Mamo faceva andare il pubblico in visibilio, cantandola in dia- 
letto al San Carlo nella scena della lezione di musica del Barbiere 
di Siviglia^ i cui primi versi erano stati cosi ridotti: 

Comma se fricceca 
La luna chiena, 
Lu mare è scuro 
L'aria è serena eco. 



- 282 - 

I poeti canzonettisti dialettali più stimati e in maggior 
TOga erano Domenico Bolognese, Michelangelo Tancredi ed Er- 
nesto del Preite. Il maestro di musica più fecondo, più. me- 
lodico e popolare era Pietro Labriola, già alunno del collegio 
di San Pietro a Majella e tenorino della cappella reale. Sposò 
la prima figlia del maestro Enrico Petrella ed oggi è povero, 
mentre altrove sarebbe divenuto milionario. Ogni canzone gli 
veniva dall'editore Q-iuseppe Fabricatore pagata appena dieci, 
dodici, o al più venti carlini. Raramente per qualcuna ne eb- 
be trenta. Non ostante la trascurata edizione del Fabricatore, 
quelle canzoni, quando incontravano il favore del pubblico, si 
vendevano a migliaja. Molte di esse, più popolari in quel tem- 
po, resistono ancora, come I captile 'e Carolina, Tu me vuo' be- 
ne, no me vuo' henef Terè, Parlate a papà e si cantano da^ 
suonatori ambulanti a Posillipo. Aveva fama di buon composi- 
tore popolare anche il Valenza. 

Tra i cantanti di quel tempo, il Levassor di Napoli, famo- 
sissimo e ricercato, fu il tipico don Ciccillo Cammarano, della 
famiglia dei Cammarano, artistica in ogni genere. Don Ciccillo 
faceva notoriamente la professione di impegnatore di gemme, di 
ori, di tela, di vestiarii ed era facoltoso. Aveva scarsa voce, 
ma conosceva bene la musica e sottolineava il canto con gusto 
squisito e grande comicità. Non volea canzoni comuni, ma solo 
quelle che erano musicate appositamente per lui, per lo più dal 
Valenza o dal fratello Luigi Cammarano, eccellente compositore. 
Era una ilarità generale a sentirlo cantare Lo 'mòriaco, ricavata 
dal bellissimo ditirambo del Piccinni, Lo cuccMere, Canta, cà, 
Le /figliole 'nzocietà, e specialmente il Lazzarone, il Masto è 
scola e la Vajassa, composte appositamente per lui da Miche- 
langelo Tancredi. 

Nei salotti della piccola borghesia, se mancava il lusso, ab- 
bondava la bonarietà, quella bonarietà caratteristica napoletana, 
che diviene in breve familiarità e poi degenera in poco misu- 
rata confidenza. " Nuie simme gente 'e core „ , dicevano i pa- 
droni di casa e soffocavano di premure e di profferte gli invi- 
tati, specialmente quelli che avevano una posizione superiore e 
dai quali potevano sperare qualche favore. 

C'erano, nel carnevale, veglioni masqués al San Carlo e al 
Fondo, con i consueti intrighi e scherzi salaci. Una sera, in un 



- 283 — 

veglione al FondQ, Niocola Petra in maschera, accostandosi a 
Vito Nunziante, tenente degli usseri, gli scaraventò sul viso 
queste parole: ^ Sette sono i peccati mortali, sette furono le pia- 
glie d'Egitto e sette sono i fratelli Nunziante „ . E uditosi ri- 
spondere che egli non avrebbe osato ripetere quelle parole a viso 
scoperto, il Betra si levò la maschera e ne segui uno scambia 
d' impertinenze, una sfida e infine un duello, nel quale il Petra 
ferì l'avversario. Egli ebbe per padrino Cesare di Gaeta te- 
nente di artiglieria, che poi divenne suo cognato. 

Il ceto che esercitava una vera influenza sopra tutte le 
classi sociali del Regno, era quello degli avvocati. A Napoli 
si nasce avvocati. L'acuta penetrazione, il vivace talento, la 
mutabilità delle impressioni, la facilità della favella e la passione 
della lite sono requisiti intrinseci delle popolazioni meridionali, 
per cui in nessun paese del mondo fu mai cosi numerosa la 
classe degli avvocati, la quale perfeziona le qualità naturali con 
lo studio del diritto e l'arte del cavillo. E poiché Napoli è la 
città dei contrasti, anche il ceto degli avvocati rappresentava 
questi contrasti, anzi in grado superlativo. Accanto ai sommi, 
per i quali il diritto era religione e passione e l' integrità nor- 
ma della vita civile, pullulava una plebe di paglietti, loquaci, 
romorosi, difensori di ogni causa per amore del compenso, e per 
i quali era abilità mutare il bianco in nero e il giorno in notte, 
La facondia inesauribile era la grande arma ; tutto si tentava con 
essa di sostenere, anzi più manifesto appariva il torto, e tanto mag- 
giore doveva parere il valore oratorio dell'avvocato. Nell'ordine 
morale e nel politico l' influenza dei paglietti fu perniciosa a Na- 
poli in ogni tempo, poiché non portando essi nelle cose umane 
un'opinione equanime, decisa e costante, non vedendole nel loro 
insieme ma solo fermandosi sui particolari, infiniti erano i ca- 
villi, che, colla loro parlantina si studiavano di mettere in opera, 
imbrogliando cosi le teste e stancando la gente. Ferdinando II 
aveva un'invincibile antipatia per gli avvocati, e poiché non 
aveva ingegno atto a distinguere, li confondeva in un solo sen- 
timento di disprezzo e li chiamava tutti paglietti, attribuendo 
alle loro ciarle e alle loro esagerazioni i fatti del 1848. E forse 
non aveva torto ; anzi il Settembrini che scrisse nell'ergastolo 
di Santo Stefano le Ricordanze della sua vita, si trovò d'accordo 



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con lui, quando, parlando della catastrofe del 15 maggio, rivolse 
agli avvocati quella terribile apostrofe : o avvocati, anzi paglietti, 
voi meritate la servitù ! 

Il ceto, scarse eccezioni a parte, non aveva coscienza poli- 
tica. Molti di quelli clie avevano più urlato nei giorni della 
libertà, si cbiusero la bocca nei giorni della servitù, anzi i più 
voltarono casacca. Domenico Capitelli, la cui casa era stata sino 
al 184S frequentatissima da una turba, che in lui adulava e 
corteggiava il principe del fòro e il presidente della Camera 
dei deputati, non fu più ricercato che da pochi fidi e coraggiosi 
amici, e lo stesso incolse a Carlo Troja. L'ex presidente del 
, Consiglio dei ministri e l'ex presidente della Camera, amicissimi 
fin dalla prima giovinezza, abitavano a poca distanza, in via To- 
ledo. Domenico Capitelli lasciò il suo appartamento al palazzo 
De Lieto e andò in quella via Quercia, che ora porta il suo 
nome, e poi al palazzo De Sinno a Toledo. Lo visitavano Ga- 
briele Capuano, Innocenzo de Cesare, Raffaele Masi, Saverio e 
Michele Baldacchini, Leopoldo Tarantini e Vincenzo Sannia, e 
quando nella notte del 30 agosto 1864 morì a Portici nella 
villa Pietramelara, si trovarono intorno al suo letto, coi medici 
Pietro Ramaglia e Alessandro Lopiccoli, i soli amici Masi e Ta- 
rantini. I suoi affari professionali dopo il 1848 erano diminuiti ; 
la sua casa, tenuta d'occhio dalla polizia e notate le persone che 
la frequentavano, per cui erano caratteristiche le paure del Masi, 
nel quale però l'affetto vinceva la trepidazione. 

Con la morte di Domenico Capitelli venne a mancare il 
maggior astro del fòro napoletano; quello, che, al dire del 
Pessina, impossessandosi della dottrina storica del Vico, che nella 
sua me&te era congiunta alle dottrine filosofiche dei contempo- 
ranei, inquadrò nella storia del diritto il concetto delle tre età, 
del senso, della fantasia e della ragione ; quello che fu con Nic- 
cola Nicolini, a dire del Pisanelli, l'interpetre del pensiero di 
Mario Pagano che entrambi intesero a fecondare. Esempio cosi 
raro di rettitudine, di disinteresse e di dignità umana che, aven- 
do per oltre quarant'anni esercitata la professione, non lasciò 
che una modesta sostanza. I suoi inviti non erano superiori 
alle 20 e alle 30 piastre, e un giorno che il conte Coppola per 
un' importante causa, gli offerse un invito di 500 ducati, egli se 
ne maravigliò col cliente, al quale disse che riteneva quella 



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somma non come invito ma come compenso. Dal 1849 al di 
della sua morte, non rivide il Re che due volte, e fu per l'ar- 
resto di suo cognato Alessandro Lopiccoli, il quale era cognato 
anche di Giacomo Lacaita, sospettato non a torto di aver for- 
nito a Gladstone le notizie per le sue lettere. Lopiccoli fu ar- 
restato e confinato a Piedimonte d'Alife. Il E-e era in Ischia. 
Capitelli vi andò e fu. ricevuto con queste parole : " Don Domì^ 
che ghiaie facennef è da tanto tiempo che non ce gimmo cchiìi 
visto j^.^ Ed espostogli dal Capitelli lo scopo della visita, gli 
domandò: ^ E a du 8ta?„^ "^ Piedimonte „, rispose il Capi- 
telli ; e il Re, cui parve di aver inteso Piemonte : " In Pie- 
monte ? X)on Domi, non te pozzo servì » . Ma chiarito l'equivo- 
co, promise che avrebbe preso conto della cosa e lo licenziò 
con queste parole : " Va bene, non ce pensa „ . Due giorni dopo 
il Lopiccoli fti fatto tornare a Napoli. E il Capitelli col co- 
gnato tornò in Ischia per ringraziare il Re, che si dimostrò 
quasi afiettuoso con l'ex presidente della Camera dei deputati. 
Naturalmente, neppure un cenno ne' due colloqui ai fatti del 1848. 
Tra gli avvocati, ohe contavano fra i primissimi, dopo che 
le vicende politiche avevano mandato in esilio Giuseppe Pisa- 
nelli. Pasquale Stanislao Mancini, Roberto Savarese, Raffaele 
Confòrti e Antonio Scialoja, sono da ricordare, fra i civilisti: 
Antonio Starace, Teodorico Cacace, Vincenzo Yillari, Giuseppe 
Ferrigni, il marchese Perez Navarrete, Giuseppe Lauria e Fran- 
cesco Correrà e fra i penalisti : Giuseppe Marini Serra, Leopoldo 
Tarantini, Federico Castriota Scandemberg, Giovanni de Falco, 
destituito dalla carica di procuratore generale di Corte Crimi- 
nale, Francesco Bax, Luigi Ciancio, Gennaro de Filippo e tre 
giovani di grandissimo valore, Enrico Pessina, Emilio Civita 
e Giuseppe Polignani. Il Castriota, il Pessina, il Tarantini e 
il De Filippo avevano difeso gì' imputati politici nei due processi 
del 16 maggio e dell' " Unità italiana „ : difesa clie non volle 
assumere il Marini Serra, borbonico convinto, com'era borbonico 
convinto un altro avvocato di minor conto, don Antonio Fabiani, 
suocero di Agostino Magliani. E vanno pur ricordati Cesare Ma- 



^ Don Domenico, ohe andate facendo ? È da tanto tempo ohe non ci 
siamo più veduti. 
* E dove sta? 



- 286 — 

rini, civilista e penalista, Luigi Capuano e Luigi Landolfì, gran 
raccoglitore di notizie sugli avvocati napoletani, Francesco Save- 
rio Arabia, Gherardo Pugnetti, che insegnava diritto romano al- 
l' Università e don Guido Guidi. In fatto di quistioni demaniali, 
avevano fama Michele Giacchi, Raffaele Gigante ed Enrico Cenni, 
e nelle cause commerciali primeggiavano Tito Cacace ed Enrico 
Castellano. Molti di questi brillarono dopo il 1860 negli uffizi 
pubblici ; altri morirono prima del 1860 ; altri tennero fede al 
vecchio regime : nel complesso il ceto degli avvocati non rappre- 
sentava, politicamente, nulla di particolare e, tranne pochi, gli 
altri amavano il quieto vivere e avevano una paura maledetta 
della polizia. La loro cultura giuridica era grande, s' intende nei 
migliori, ma deficiente in ogni altro ramo. Conoscevano il latino, 
pochissimi, il francese ; di scienze politiche e sociali quasi neppur 
l'abbici, e la storia era in essi o una reminiscenza della sacra o 
della romana, così come le avevano apprese nelle scuole, o memo- 
ria di fatti ai quali avevano assistito. Il sentimento municipale 
era comune a tutti; e poiché non avevano veduto altri paesi, 
essendo il viaggiare allora ben difficile, credevano in buona fede 
che Napoli fosse l'alfa e l'omega d'ogni bellezza e d'ogni civil- 
tà. L'Italia per essi finiva al Tronto. In casa Starace si rac- 
coglieva il fiore della borghesia e la frequentavano non pochi 
aristocratici, clienti dell' insigne avvocato ; una difesa del Marini 
Serra era un avvenimento oratorio ; un'arringa o un'allegazione 
di don Antonio Starace, di don Teodorico Cacace e di don Vin- 
cenzo Villari, erano argomento de' pubblici parlari, e quando 
si discutevano celebri cause in Cassazione o alla Corte Criminale, 
vi si andava come a pubblico spettacolo. Molti ricordano il 
Marini Serra, col suo faccione nudo di peli. Egli entrava nelle 
sale di Castelcapuano con le braccia infilate a quelle di due suoi 
giovani di studio, offrendo le guancie per farsele baciare dagli 
amici e dagli ammiratori, perchè un'altra caratteristica degli av- 
vocati di allora ed anche de' napoletani in generale, era quella 
di dare e ri«evere baci : abitudine che i nuovi tempi hanno un 
po' corretta, ma non distrutta. 

Malgrado gli epigrammi e le caricature, la crinolina regnò 
sovrana nella moda in quegli anni. I giornalisti, i poeti dia- 
lettali, i comici Altavilla e Petito, come si è visto, non la la- 



— 287 - 

sciavano in pace; ma essa trionfò dei suoi oppositori. Le evo- 
luzioni della moda erano allora più lente, e solo le signore di 
ricco casato le seguivano nei loro capricci. Non è già che la 
moda fosse più costosa, ma il prezzo del danaro era più alto, 
le comunicazioni con Parigi più difficili, maggior equilibrio re- 
gnava in tutta la vita sociale e meno acuto era il pungolo della 
vanità e delle fatuità rovinose. Parigi imperava dittatrice della 
moda, e il Petit Courier pour Dames portava le ultime novità 
per le signore, e Leveu, il celebre Leveu, forniva pomate, acque 
•odorose e profumerie. Sebbene fossero in Napoli sarte e modi- 
ste cosi parigine come napoletane di gran valore, le toilettes 
sfarzose per balli, e le acconciature più distinte per teatri e 
passeggi, si ordinavano a madame Musard, a Parigi. Nell'estate 
del 1858 fu molto accetta la stoffa popeline ed usata dal bel 
mondo la coteline, tessuto leggerissimo di lana e seta. Abiti di 
seta, pochi ; più numerosi quelli di moerre antico, a larghi qua- 
dri, lucidi e ricchi di fiori colorati su fondo nero. Ma la mag- 
gior voga l'ebbe il taffettà scozzese. Le vite degli abiti erano 
tagliate a più punte e a piccole falde rotonde, e i nastri profusi 
in gran copia. Le maniche, semiaperte, a grandi pieghe, si dice- 
vano à gigot. I cappelli usavano di velo crespo a forma d' imbuto, 
con fiori ricamati e con blonde. Gli abiti da passeggio, vera- 
mente di ultima moda, erano due. Veste di taffettà gros grain, 
orlata d'una larga striscia, mantelletto guarnito di merletti a 
quattro ordini, e cappello di velo crespo con blonde. Le si- 
gnore che indossavano questo costume, dovevano portare un 
ombrellino di taffettà, ricoperto di merletto, e stivaletti di pelle 
inglese a calcagni. L'altro abito di gran moda, e più ricco, 
fu una veste di mussola di seta, con collaretto di nastri garni- 
tures Desterbecq, vita a quattro punte e mantellina di merletto di 
Alencon. A quest'abito andava unito un cappello di tulle houil- 
lounè, con penne di gallo di due colori e scarpe à houffettes. 
Teatro dell'ultima moda era, nella stagione dei bagni, l'am- 
pia sala dello stabilimento Manetti, alla Villa: addirittura una 
platea di giovani signore, dai colori vivaci. Da Gigliano, in 
fama di liberale, accorrevano la borghesia ricca e gli studenti 
meglio provvisti. La rivalità fra i due stabilimenti era gran- 
dissima, e fra i bagnanti avevano luogo le celebri battaglie 
d'acqua, alle quali spesso metteva fine la polizia. Manetti era 



- 288 - 

borbonico. Avendo acquistata una casa a Mergellina, obe di- 
pinse in rosso, ispirò al D' Urso il noto epigramma : 

Arrossisco fino ai tetti 
d'esser casa di Marietti. 

Personaggio importante della vita balneare di quel tempo 
era Giuseppe de Meo, detto Don Peppino lo Speziale^ percbè 
aveva una spezieria manuale ^ a Santa Maria in Portico, a Chiaja. 
Era il più forte nuotatore e cacciatore cbe si conoscesse; mae- 
stro di nuoto di tutta la gioventù aristocratica napoletana, era 
l'anima dei bagni di Manetti e, legato com' era cO' pezzi grossi, 
la faceva da bravo coi deboli. 

Dopo i bagni si andava in villeggiatura e fuori il Regno 
vi andavano naturalmente i più ricchi. La moda in quegli 
anni fu di passare l'autunno in Brianza o sul lago di Como, 
e nel 1858 a Venezia. I giornali erano entusiasti di questa 
città, ne ricordavano le prisobe grandezze, lodavano la corte- 
sia degli abitanti e la bellezza delle donne. Furono orga- 
nizzate anche gite speciali, sbarcando a Genova o a Livorno. 
L'autunno del 1868 fu uno dei più eleganti. I vestiti di gala 
sparirono, perchè ritenuti di cattivo gusto. Non si vedevano 
che abiti, detti di confidenza, da viaggio o da campagna. Am- 
pie casacche di piquef bianco a fiorellini, bournousj alla scozzeze ; 
e vestiti di mussolo color pisello, oppure di stoffa grigia, guarniti 
di taffettà o di velluto. Tornò in vita per la campagna il genere 
rococò: gonnelle rialzate sopra sottogonne a colori; stivaletti e 
scarpe a talloni, che molte signore non potevano tollerare, perchè 
riuscivano loro stranamente incomode nel cammino, ma che erano 
in perfetta armonia c-on la crinolina. In campagna era molto 
chic per le signore portare di mattino uno scialle bianco di re- 
ticella ricamata, e di sera scialli di pizzo bianco. I cappelli 
erano di crèpe, di tulle, di tarlata, con pizzi e blonde fta cui 
s'intrecciavano fiori, specialmente viole. I cappelli di paglia 
per la campagna si guarnivano di fiori, di frutta, di penne di 
airone o di gallo, ma soprattutto di spighe. Si ornavano pure 
di velluto o di nastri di taffettà a mille righe. L'ampio cap- 

* Pasticceria. 



- 289 - 

pello all'inglese, tanto di moda nel 1857 per la campagna, nel 
1858 fu smesso. 

Nell'inverno si abbandonò la grismlle e regnò sovrano il 
color marrone. Se le maniche furono meno larghe e le vite 
accollatissime, non si ebbe mai esempio di gonnelle più ampie ; 
occorrevano non meno di otto teli e la gonnella più distinta 
era assai poco guarnita od aveva un'orlatura di velluto. Le 
vite esigevano bottoni larghi e schiacciati sul davanti e lungo 
i fianchi. Questa moda era più semplice delle precedenti e 
perciò le sarte incontravano poche difficoltà, e le signore spese 
minori, potendosi accomodare i vestiti degli anni scorsi. 

Usatissime furono le pelliccerie, specialmente sopra i man- 
telli di velluto ed ebbe gran voga una pelliccia nera, lucida, 
morbidissima, a pelo lungo, di cui non ricordo il nome. Chi 
non voleva pelliccerie, guarniva abiti e mantelli di una frangia 
di ciniglia, in lustrini e seta torta. Fu negli inverni del 1857 
e del 1858 che madama Cardon e madama Giroux ebbero più 
da fare. Esse, venute di Francia a raggiungere i loro mariti, 
che le aveano in Napoli precedute alcuni anni prima, rappresen- 
tavano il non plus ultra dell'eleganza femminile, singolarmente 
in quegli anni ed accumularono una fortuna. Fu da loro che 
tutte le sarte e modiste presero nome di madame e madamine. 
La erede di Pietro Cardon sposò il signor Pilavoine, commesso 
del negozio, e l'unica figlia del Pilavoine sposò Giustino Fiocca. 
I Giroux si ritirarono dal commercio dopo il 1860, né la ditta 
fu continuata. Ai Cardon successe madama Jourdan, che tut- 
tora tien negozio nello stesso palazzo in via di Chiaia. Al pa- 
lazzo Calabritto, prima del 1860, era un'altra casa di moda 
importante, quella di madame Fass. Modiste e sarte napoletane 
non mancavano, per la ricca borghesia &■ per le ricche signore 
di provincia, che non osavano ricorrere a madama Giroux o a 
madama Cardon, per il caro dei prezzi; le men ricche signore 
di provincia e quelle dei paesi intomo Napoli, si servivano poi 
ai Guantai Vecchi e Nuovi. Eccelse in quegli anni, fra le sarte 
napoletane di primo rango, donna Margherita Cepparulo, la qua- 
le aveva il negozio a Toledo, nel palazzo dove ora ha sede la 
compagnia inglese Gutteridge. Fra le sarte di seconda linea 
ricordo madama Bellet, madama Nethery, madama Caputo e, ne- 
gli ultimi tempi, madama Grazini. 

De Cmjlbk, La flnt di un Segno • Voi. I. 19 



- 290 - 

La moda per gli uomini non si può dire che abbia fatte ra- 
dicali mutazioni, da allora. Napoli è il paese di Europa dove 
forse gli uomini lian vestito sempre bene, conciliando la grazia 
francese con la proprietà del gusto inglese. Erano sarti di pri- 
m'ordine e di rigoroso taglio inglese Lennon, Taylor e Ma- 
ckenzie ; Plassenell di taglio francese e Trifari, Casamassima, 
DiacO e Franzi erano sarti napoletani, cbe la moda inglese e 
francese adattavono, con talento, al gusto locale. Diaco vestiva 
quel Poppino Fernandez, che fu uno dei lions più alla moda. 
Luigi Caracciolo di Sant'Arpino, Moliterno, Policastro, Sanse- 
vero, Maurizio Baracco facevano testo in fatto di moda inglese. 
La loro eleganza era semplice e propria. Il desiderio del ve- 
stir bene ha rasentato a Napoli, in ogni tempo, quasi la frene- 
sia. Anche allora un numero piuttosto considerevole di gio- 
vani non dava alla propria esistenza che lo scopo del vestir bene, 
e i sarti facevano guadagni profumati. Dopo la guerra di Cri- 
mea vennero di moda, per l'inverno, il raglan, cui die nome e 
celebrità lord Raglan morto in quella campagna, e il talmà, 
una specie di mantella abbottonata in avanti. Era chic portare 
il raglan, il talmà o la chemise corta, in guisa da far uscire, 
di sotto, le punte della marsina. E questa si portava piutto- 
sto chiusa, con duplice bottoniera e senza mostre di seta. Il 
gilet, non molto aperto, lasciava vedere i caratteristici chabots o 
camicie a pieghe sottilissime, accuratamente amidate. Colletti 
alti, molto alti, con pizzi sporgenti in avanti, e cravatte piut- 
tosto larghe, dette ràbats, fermate da spilli di corallo o di perle 
o di malachita. Il corallo rosa era molto elegante. 

Sarti di qualche fama, ma di secondo rango, erano Panarello, 
Romito e quel Russo, specialista dei pantaloni, che aveva bot- 
tega di rimpetto al teatro San Carlo e serviva gli ufficiali di 
marina. Per ogni taglio e cucitura di pantalone prendeva una 
piastra. Se i pantaloni variavano di larghezza, nell'alto o nel 
basso, viceversa il tait, lo storico tait napoletano, non variò di 
taglio : soltanto variò il modo di abbottonarlo. Era pure molto 
adoperato il soprabito o soprabitino a due petti, molto chiuso 
sul davanti, più della moderna redingote, o addirittura aperto. 
L'antipatico Jcraus non venne di moda che dopo il 1860. Il 
tait era abito di rito nelle passeggiate alla Villa, nelle periodi- 
che borghesi e nelle rappresentazioni ai Fiorentini. Non vi 



- 291 - 

era esempio che nei teatri prinoipali comparisse spettatore in 
giacca e senza guanti. Proibiti dalla polizia i cappelli a cencio, 
-erano più frequenti quelli a cilindro, lunghi e dalle falde strette. 
Cappellai di moda erano De Francesco, Scalise e Apa, ma i cap- 
pelli di fabbrica napoletana non si adoperavano molto dagli ele- 
ganti, ed erano l' Inghilterra e la Francia che fornivano a prefe- 
renza cappelli e cravatte. Erano calzolai di prim'ordine Finoja, 
Spina e De Notaris; i migliori guanti vendevano Bossi, Cremonese 
e Pratico a Toledo, e Amendola a Chiaja. A Toledo e a Ghiaia 
erano le botteghe dei parrucchieri più celebri : E-aison, Paolucci, 
Carafa e Aubry; e a Chiaja, il gioielliere più alla moda che 
serviva la Corte, era il Vigliarolo. A Toledo stavano i fratelli 
Del Prato e don Felice Tafuri, gioielliere e orologiaio famosis- 
simo. Questi portava lunghi i cappelli, che gli davano un 
aspetto da mago ed era intimo di molti liberali. Noto cami- 
ciaio, in via di Chiaja, il Della Croce, sulla stessa linea del ne- 
gozio di Picardi, negozio di chincaglieria finissima e di genere 
francese. Picardi era un curioso tipo; quasi analfabeta, aveva 
modi burberi, anzi ruvidi, quando intuiva che l'avventore era 
provinciale e spilorcio. In origine fu legatore di libri, con me- 
schina bòtteguccia al Monte di Dio, ma per l'eccellenza del lavo- 
ro, fu proclamato il primo legatore di libri di Napoli e seppe ac- 
quistar fama e guadagnarsi la ricca clientela di tutta l'aristocra- 
zia che popolava quel rione. Apri negozio a Chiaja, prima presso 
il Ponte, con la scritta : Miscellanea — Prezzi fissi, a lettere cu- 
bitali; poi passò più in su, dopo i Gradoni di Chiaja. Ivi la 
legatoria divenne l'ultima parte e la più trascurata del suo ne- 
gozio. La bottega formava un elegantissimo Bazar, con un ca- 
chet proprio. Vi si trovavano le più eleganti novità di Parigi, 
di Londra, di Vienna, nelle quali città il Picardi recavasi ogni 
anno a fare incetta dei migliori oggetti in bronzo, in porcel- 
lana, in biscuit, in legno scolpito e in bulgaro. Intimo coi prin- 
cipi reali, faceva venire al loro indirizzo e col loro consenso, 
la mercanzia, la quale andava esente dal dazio ! I principi pren- 
devano per loro il meglio, spesso gratuitamente. Il Picardi, 
divenuto poi ricco, si ritirò dal commercio. 

Il Peirce, con bottega a Toledo, smerciava il genere inglese, 
in quella sua specie di bazar elegante. Altro tipo di bazar era 
quello di mmsieur Germain in piazza San Ferdinando, famoso pei 



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cappelli e per le maschere di carnevale. Sulla medesima linea 
era la Boulangerie frangaise, che rappresentava la finezza del gu- 
sto del palato rispetto al tradizionale Pintauro; come la vicina 
bottega, la tabaccheria di eccezione, rappresentava il lusso del 
fumo, rispetto alle sudicie tabacchiere di quel tempo. 

Una casa importante per i generi di addobbo era quella dei 
fratelli Savarese, la quale occupava gran parte dei locali del- 
l'attuale Gambrinus. Era messa con grande sfarzo e la Corte 
vi faceva grosse compere, dai ricchi bronzi ai famosi giocattoli di 
lusso. Il Re in persona inaugurò questo negozio, ove soleva 
ogni anno, nella passeggiata del venerdì santo (lo struscio), 
fermarsi ed accettare i rinfreschi che il Savarese gli offriva. 
Altra ricca casa commerciale era quella del Tesorone, una specie 
di emporium, ove si trovava di tutto, dagli oggetti di vestiario, 
ai tappeti, alle stoffe per mobili, agli scialli orientali, alle ore- 
ficerie, alla profumeria, ai bastoni, agli ombrelli. Occupava un 
grande appartamento al primo piano del palazzo Stigliano a To- 
ledo, addobbato con lussò signorile, sin dal tempo in cui Toledo 
era tutt'altro che una via elegante. Anche questa casa, che per 
i soli generi di gran lusso e di prezzo stravagante, preludiava ai 
grandiosi emporiiim moderni dei Bocconi, dei Mele, dei Miccio e 
degli Spinèlli fu inaugurata dalla Corte, la quale vi si fornì sem- 
pre, sino agli ultimi tempi. Fu il primo appartamento di Napoli 
illuminato a gaz. Il ricco scaffale in mogano di una delle sale, 
ora fa parte della biblioteca della regia Scuola degli ingegneri. 

Al Tesorone, abruzzese di origine e di carattere intrapren- 
dente, arrise la fortuna. Fu il primo negoziante napoletano, 
che facesse viaggi all'estero, in Francia, in Inghilterra, nei 
Paesi Bassi ed in Germania, sin dal 1836, quando il viaggiare 
esponeva a mille disagi e pericoli. Col gusto della moda e 
col seguire tutte le esposizioni mondiali, dalla prima di Lon- 
dra del 1861, egli attinse in quei paesi la passione dell'arte. 
A questo devesi l'essere stato lui fra i primi raccoglitori napo- 
letani di oggetti antichi e l'averne messa assieme una bella rac- 
colta, di cui ha ornata la sua casa al palazzo Cariati. Altri 
collezionisti di quel tempo erano Antonio Franchi, anoh'egli 
abruzzese, e Diego Bonghi (zio di Ruggero ponghi), la cui bel- 
lissima raccolta ora ammirasi nel museo di San Martino. Segui* 



- 293 — 

rono il principe Filangieri, creatore dello splendido museo al 
palazzo Como ; il duca di Martina, il cui ricco museo ora appar- 
tiene al nipote; Placido Sangro e molti altri. Pasquale Teso- 
rone era fratello del celebre chirurgo don Federico, e padre 
di Giovanni Tesorone, oggi direttore tecnico del Museo arti- 
stico industriale, giovane di rara cultura, stato già il braccio 
destro di Gaetano Filangieri nella fondazione di quel magni- 
fico istituto, di cui è uno dei più forti puntelli. 

Altra casa di prim'ordine per addobbo di appartamenti, era 
quella della ditta Solei, Hebert e Inz, a Santa Brigida, dove 
erano depositate le ricche stoffe della manifattura Solei di To- 
rino, casa sopravvissuta alla rivoluzione del 1860. 

Fra le memorie di Napoli non bisogna lasciar perdere quella 
di una modesta, ma storica bottega, in via Ohiaja, accosto al 
moderno teatro Sannazaro. Sull' insegna era scritto : Bottega 
del hello Gasparre, e basta così. Parecchi anni prima del 1860, 
vi si vedevano ancora due vecchi cadenti, rammendatori di 
calze, di quelle calze, che, decadute coi pomposi costumi del 
1700, vivevano ancora nelle uniformi civili dei gentiluomini di 
camera, dei maggiordomi di settimana e dei valletti di Corte. 
Uno dei due vecchi era il bello Gasparre, un gobbo, che fu in 
gioventù bellissimo di viso ; audace e fortunato corteggiatore di 
donne e famoso spadaccino. Il basta così era l'affermazione 
del suo valore di operaio e del suo carattere violento, che non 
ammetteva repliche. Intorno a lui si era creata una vera leg- 
genda. Si diceva eh© un giorno, per non so quali avventure 
amorose, egli fu assalito sulla via, che menava a San Niccola 
Tolentino, ove ora è il corso Vittorio Emanuele, e allora era 
un posto deserto, dove sorgeva una grande croce con un im- 
menso Cristo, noto col nome di Cristo grande. Il bello Gasparre^ 
pronto a ricevere l'assalto dei due avversarli, tirò fuori lo stoc- 
co, si pose in guardia e, rivoltosi all'immagine del Cristo, escla- 
mo : " Gran Dio, ti raccomando l'anima di questi due moribon- 
di y,. I moribondi se la dettero a gambe. La bottega del bello 
Gasparre, esercitata da quei due vecchi, non viveva che di un 
resto di vecchia clientela, la quale serbava per le calze vistoso 
il culto di altri tempi. ^ 



^ Salvatore di Giacomo ha consacrato nelle sue graziose Celebrith 
Napoletane (Trani, Vecchi, 1896) un breve capitolo al Bello Gasparre. 



— 294 - 

Le Accademie più illustri erano la Società Reale e la Pon- 
taniana. Bozzelli presedeva la Reale e il maroliese di Pietra- 
catella la Pontaniana. L'Accademia Reale, fondata da Giuseppe 
Napoleone, si chiamò nell'ottobre del 1816 Società Reale Borbo- 
nica, e fa divisa in tre Accademie speciali : una di arcbeologia, 
l'altra di scienze, la terza di belle arti. Aveva settanta soci: 
venti per la prima, trenta per la seconda, dieci per la terza. 
Fino al 1848 la Società Reale dipese amministrativamente dal 
ministero dell'interno, e solo nel 1848 passò alla dipendenza di 
quello dell' istruzione, quando, su proposta del ministro Paola 
Emilio Imbriani, Ferdinando II ne nominò presidente perpetuo il 
Bozzelli, che vi rimase sino al 1861, con un assegno personale di 
2000 ducati all'anno. Le rendite annuali della Società ammon- 
tavano a circa sedicimila ducati. Malgrado però il gran numero de^ 
suoi soci ordinari, onorari e corrispondenti, nazionali e stranieri, 
non si può dire che la scienza e la cultura ricevessero un grande 
incremento. Vi appartenevano uomini illustri nel campo delle let- 
tere, delle scienze e dell'arte, ma vi apparteneva pure una turba di 
ignoti, la cui presenza non era punto giustificata. Carlo Troja 
non fu mai accademico, ma lo erano monsignor Apuzzo e monsi- 
gnor Oocle i ministri e alti dignitari dello Stato e della Corte, 
quasi tutti spostati in un consesso di persone dotte. La nomina 
accademica alle vDlte era dovuta ad una lettera dedicatoria, a 
commendatizie di eccelsi personaggi, o a benemerenze politiche, 
mentre ne eran tenuti fuori scienziati di valore, come il Pilla, il 
Ferrarese, il Gasparrini e Giuseppe Fiorelli. Qual meraviglia 
che l'opera della Società Reale fosse cosi sterile? Nell'ultimo 
mezzo secolo l'Accademia delle scienze non aveva pubblicati eh© 
cinque volumi dei suoi atti. Tutto ciò fu messo in luce nel- 
l'aprile del 1861, da Paolo Emilio Imbriani in una violenta re- 
lazione, da lui scritta e che precede il decreto del 30 aprile di 
quell'anno, col quale il principe di Carignano, luogotenente, 
sciolse l'Accademia. Tal fatto suscitò un vespaio. Ricciardi e Ro- 
mano ne mossero interpellanza alla Camera in Torino: quella 
stesso Ricciardi che nel 1834 aveva inveito nel giornale II Pro- 
gresso contro la Società Reale. 

Ho potuto avere in mano gli appunti ohe servirono all' Im- 
briani per la sua relazione. Vi sono rivelazioni curiose. Do- 
vendosi nominare un socio, il presidente Bozzelli e i due segre- 



— 295 - 

tarli, il generale e il perpetuo, ponevano il posto a disposizione 
dei principi reali o di altri personaggi, specialmente ecclesia- 
stici, i quali avevano trasfbrmato l'Accademia Ercolanense quasi 
in un capitolo di canonici. Si mantenevano costantemente vuoti 
alcuni posti, per riparare al dissipamento dei fóndi. Sarebbe di 
certo un'imprudenza il pubblicare le caratteristicbe di alcuni 
accademici, le ragioni delle nomine loro e i giudizi, che su di 
essi portava l'Imbriani, esagerati forse per alcuni, ma giusti 
per altri. Per ricordare le più lievi, al colonnello D'Agostino, 
segretario particolare del Re, egli rimproverava di non aver mai 
pagato i sei carlini da lui perduti in casa di don Michele Fa- 
biani, dove usava andare ogni sera a giocare il tresette. Di Do- 
menico Spinelli, altro accademico, riferiva aver detto un giorno 
nella sala delle adunanze, che se Ferdinando II gli avesse co- 
mandato di scopare le scale di Palazzo e le regie stalle, egli 
avrebbe adempiuto il sovrano comando con la faccia per terra ; 
e Bernardo Quaranta era dipinto come il più untuoso adulato- 
re del suo tempo, che ai preti baciava la mano, ai canonici 
faceva un profondo inchino, ai vescovi andava incontro con la 
testa piegata, dinanzi ai principi s'inginocchiava e dinanzi al 
Re si prostrava lungo per terra. Si aggiungeva in lui, a dire 
dell' Im"briani, un'avidità insaziabile, per cui cumulava parecchi 
uffici, tanto che il Santangelo diceva, che se il boja fosse morto, 
il Quaranta avrebbe chiesto di succedergli. La nomina di Raffaele 
Napoli si affermava dovuta al D'Agostino ; quella di Gaetano 
Barbati all'aver egli compilato il processo di canonizzazione di 
Maria Cristina e alla benevolenza del Re, e quella del canonico 
Scherillo all'aver educato il figlio del ministro Murena, Insom- 
ma, fu un'infinità- di abusi e di favoritismi e un po' anche di 
pettegolezzi, che l' Imbriani mise in luce, ma ohe del resto, più 
o meno, accadono in ogni tempo e in tutte le Accademie del 
mondo. 

La Pontaniana e l'Accademia medico-chirurgica, di cui era 
presidente il Lucarelli e vicepresidente Felice de Renzis, lavo- 
ravano con maggior frutto. L'Accademia medica fu riformata 
dal Re nel luglio 1868, ebbe il titolo di Reale e buon numero 
di soci. 

Più attiva di tutte, la Pontaniana raccoglieva quanto allora 
vi era di più eletto in Napoli per ingegno e cultura. Non man- 



— 296 — 

avano anche in essa gV ignoti, ma erano in minor numero, 
che non all'Accademia Reale. Giovanni Manna, Luigi Tosti, Vito 
Fornari, Paolo Tuoci, Michele Zannotti, Ernesto Capocci, An- 
nibale de Gasparis, Michele Baldacchini, Costantino Baer, Luigi 
Palmieri, Marino Turchi, Giuseppe Campagna, Luigi Blanc, 
Giuseppe Ferrigni, Achille Costa, Scipione Volpioiella, Niccola 
Trudi , erano accademici residenti. Antonio Rosmini , Carlo 
Troja, Niccola Nicolini, Saverio Baldacchini, e più. tardi Gian- 
nina Milli e Laura Mancini , ne furono soci onorarii. An- 
gelo Brofferio, il padre Secchi, Giuseppe Regaldi, Paolo Volpi- 
celli, Pietro Visconti, Salvatore Betti, Caterina Ferrucci, Giu- 
seppa Maffei, il conte di Reumont, erano fra i soci corrispondenti, 
fuori di Napoli. La Pontaniana, la più antica fra le Accademie 
italiane, bandiva concorsi ed aggiudicava premii, alternando temi 
letterarii con temi scientifici. 

Nel settembre del 1858 tenne seduta solenne, per il confe- 
rimento del premio istituito da Michele Tenore, sopra un tema 
d'indole sociale ed economica. I concorrenti dovevano esporre 
le condizioni economiche e morali delle popolazioni agricole di 
tutta una regione del Regno, nei loro rapporti colla proprietà e 
coi diversi generi di coltura. Il premio consisteva in una me- 
daglia d'oro e 160 ducati. Su relazione del Manna, presidente 
della commissione giudicatrice, il premio fu conferito a Carlo 
de Cesare, che aveva compiuto uno studio accuratissimo sulle 
tre proviucie di Puglia, indicando tutto un piano di riforme eco- 
nomiche e sociali. 

Nella stessa tornata lessero interessanti memorie i soci Costa, 
Miuervini, Volpioella e De Gasparis. Quintino Guanciali recitò 
un epigramma latino sul trasporto delle ceneri di Lablache da 
Napoli a Parigi; Domenico Bolognese, un sonetto e Carlo de 
Ferrariis uno stornello. A questa seduta assistette il socio don 
Sebastiano di Spagna il quale era un artista e viveva fra ar- 
tisti, e nella intimità di Filippo Palizzi. Aveva una lunga 
barba, vestiva con eleganza e poteva dirsi un bell'uomo, pur 
avendo l'occhio sinistro guercio. Erano pontaniani il re Oscar 
di Svezia e il conte di Siracusa. 

Le cosi dette accademie poetiche e musicali erano all'ordine 
del giorno e con esse, i saggi degli istituti privati con articoli 



— 297 — 

nei giornali, quasi sempre compiacenti. Rifritture rettoriche, con 
musica, sonetti ed odi. Prosatori, poeti e dilettanti di musica, 
specialisti di queste accademie, erano molti. Anche dalle pro- 
yineie giungevano ai fogli notizie di saggi e di accademie ; e 
come, in un giorno del 1868, si lesse nei giornali, che nel col- 
legio Vibonese di Monteleone vi era stato un pubblico saggio, 
nel quale si erano distinti i due giovanetti Bruno Chimirri e 
Michele Francica, cosi in un altro giorno dello stesso anno fu 
stampato l'inno, che la compagnia Rizzuti cantò nel regio teatro 
Borbone di Vasto, per il genetliaco di Ferdinando II, e che co- 
minciava cosi: 

Coro: Questo giorno andiam festando 

Tutti lieti, tutti insieme; 
Nacque in questo di Fernando 
n Sovran che Dio ci die. 

Nostro amore, nostra speme, 
L'ama ognun qual Padre e Re 

Prima voce: Pure un di squassar funeste 

Le sue insegne ad ostil gente, 
Là sui campi di Freneste 
Il suo brando sfolgorò : 

D'anarchia 1' idra furente 

Ei percosse ed atterrò. 

Seconda voce: Ma la voce del perdono 

Spense quella del rigore i 
Ei dall'alto del suo trono 
Vide, vinse e perdonò; 

E de' gaudi d'ogni core 

Tutta Europa rimbombò. 

Poeta don Giambattista Cely Oolajanni, cavaliere costanti- 
niano, e musicista il maestro Dermino dei conti Maio. L' inno 
dà la misura di quella comica letteratura politica, della quale 
si ebbero copiosi saggi dopo il 1848 e più tardi per il matrimo- 
nio del duca di Calabria, per la morte di Ferdinando II e l'av- 
vonto al trono di Francesco. 



CAPITOLO XV 



SoHUABio: Vita sociale di Palermo — Vincenzo Florio — Politica economica 
del governo — L'interno dell'Isola giudicato dal Meli — Il clero e sna 
funzione sociale e morale — Il colera del 1054 e il cadavere di don Santo 
Migliore — La vita dei teatri — Principali spettacoli di quegli anni — Mi- 
rate, la Lotti e la Boschetti — Ricevimenti nelle grandi fainiglio — Casa 
Starrabba, casa Pignatelli e casa Trabia — I signori siciliani domiciliati a 
Napoli — Le più belle signore dell'aristocrazia — Duelli e sale di scherma 
— Nascita del conte di Caltagiro^Le e don Giacomo CrescimannQ — I gior- 
nali e le Riviste — Il canonico Sanfilippo e il chierico Di Marzo — Il gran- 
duca Costantino di Russia a Palermo — Suo contegno e stravaganze. 

Fin dai primi tempi della luogotenenza del principe di Sa- 
triano, la città di Palermo cominciò a rivelare nella vita ari- 
stocratica una gaiezza, che non ebbe forse Napoli negli ultimi 
dieci anni di dominazione borbonica. La grande città tornava 
allQ splendore dei suoi balli, dei suoi conviti, dei suoi teatri e 
delle sue pompe religiose. Pur non concentrando la vita econo- 
mica e morale di tutta l' Isola, perchè Catania, detta l'Atene della 
Sicilia, e Messina, avevano vita propria con le loro Università e 
nobiltà e borghesia, resa ricca dai commerci, Palermo fu in ogni 
tempo la capitale dove affluiva la vita amministrativa dell'Iso- 
la, che per i Palermitani era semplicemente il Regno. Per essi gli 
abitanti delle provincie erano regnicoli, e però considerati quasi 
come membri di una razza inferiore e fatti oggetto di facezie, di 
epigrammi, di burle e anche di frodi esilaranti e imbrogli diabo- 
lici, come per i provinciali del continente si costumava dai 
napoletani. In quegli anni si venne affermando tutta la forza 
delle varie iniziative di quel grande cittadino, ohe fu Vincen- 
zo Florio, benemerito della Sicilia più di qualunque Re o dinastia. 



- 300 — 

Comparando la Sicilia all' Inghilterra, vedendo da vicino ed ap- 
prezzando tutto ciò che il popolo inglese lia di buono, di forte e 
di grande, e tuttociò che il popolo siciliano ha di comune con esso, 
nonché gl'insuperabili doni naturali, Florio ebbe il propositadi 
dare la ricchezza alla sua patria di adozione. Egli non era si- 
ciliano. Nato a Bagnara nel 1800, andò col padre a Palermo, 
per aprir bottega di droghiere, che tuttora esiste, in via dei Ma- 
terassai. Morto il padre, fu aiutato da uno zio. Da giovinetto 
viaggiò molto e mólto apprese, e lavorando senza tregua, c,on lo 
spirito aperto alle più. audaci iniziative, divenne il restauratore 
dell'economia siciliana. Istituendo fin dal 1846 la prima linea 
di navigazione a vapore, aprì la Sicilia al mondo, ma singolar- 
mente all'America e all'Inghilterra. Istituì una fonderia di ferro, 
trasformò su basi razionali l' industria della tonnara , col magni- 
fico stabilimento della Favignana, die notorietà mondiale al vino 
Marsala, creandone un tipo più confacente al gusto generale, e 
ai prodotti principali dell'Isola fece acquistare un valore che 
non avevano. L' industria siciliana si affermò ad un tratto sul 
nome di Vincenzo Florio. Morì nel 1868, senatore del Eegno 
d'Italia e molte volte milionario, né mai ricchezza al mondo potè 
dirsi di migliore acquisto della sua, come di lui scrisse lo Smiles, 
che gli die un posto d'onore ffa gli uomini più benemeriti del suo 
secolo. Il nipote ne continua l'opera e seguita ad illustrarne 
il nóme onorato. 

La vita nelle città era a un buon mercato inverosimile, e 
scarsi dappertutto i bisogni morali, anzi limitati alle classi più 
ricche. Nessuna legislazione fiscale inceppava il movimento della 
proprietà, e le fittanze a lunga scadenza, le enfiteusi temporanee 
e perpetue, le vendite, le espropriazioni e le stesse donazioni 
erano favorite da un sistema legislativo, che non le opprimeva, 
benché una gran parte delle proprietà immobiliare fosse gravata 
di vincoli enfiteutici. In Sicilia, più della metà del territorio, 
forse i due terzi, sottostà anche òggi ad enfiteusi e subenfiteusi, 
governate dalle antiche leggi. Allora la situazione pareva peg- 
giore della presente per l' inalienabilità dell'immenso patrimonio 
delle chiese, delle corporazioni religiose e di altri corpi morali: 
dico pareva, perchè questa grande manomorta rispondeva a fini 
sociali e morali che la rivoluzione, quando divenne governo, 



— 301 - 

distrusse senza discernimento. Garibaldi e i suoi prodittatori la 
rispettarono, perchè, tranne ohe richiamare in vigore la legge del 
1848 contro i gesuiti e i liguorini, non fecero di più. Biso- 
gnava distinguere molto e procedere per. gradi, ma invece si con- 
fuse tutto, si soppresse tutto, ignorandosi che la manomorta in 
Sicilia era diversa da tutte le altre. 

Il principe di Casteloioala continuò, come aveva fatto Filan- 
gieri, ad applicare il sistema economico del governo di Napoli. 
Così, se nell'ottobre del 1849 Filangieri non aveva creduto pe- 
ricoloso permettere l'esportazione di granoni e legumi, e nel 
luglio del 1853 aveva ritenuto utile vietare l'uscita dei grani, 
dell'avena, degli orzi e più tardi quella delle patate, Castel- 
cicala, finito il pericolo, permetteva l'esportazione delle patate 
e delle paste lavorate, e se proibiva quella dei bovini e degli 
ovini, permetteva la libera importazione dei cavalli e degli ani- 
mali destinati al macello ed esentava dal dazio d'entrata per 
un anno i formaggi e per tre mesi i carboni. La libera im- 
portazione degli animali da macello era necessaria, perchè nei 
sedici mesi di rivoluzione e di guerra se n'era fatto grande con- 
sumo. I raccolti e 1 bisogni della popolazione continuavano ad 
essere regolati dalla bilancia doganale. Nella misura dei dazi 
di esportazione vi era trattamento di favore per la Sicilia. 
Cosi, quando nel 1856 venne ridotto il dazio di esportazione su- 
gli olii di oliva, il dazio sugli olii di Sicilia fu della metà 
inferiore a quello, che colpiva gli olii del continente. Era favo- 
rita la marina mercantile nazionale, perchè questi dazi salivano 
del doppio se l'esportazione si compiva con legni esteri. Grazie 
al Florio l'esportazione era più ohe triplicata. Gli zolfi, il 
sommacoo, i vini, gli olii, le paste, gli agrumi erano i prodotti 
ohe l'Isola esportava, e il Governo, come si è veduto, ne favoriva 
l'esportazione, prendendo alla sua volta dai contribuenti siciliani 
il meno possibile. Essi si lagnavano a torto per questa parte. 
La Sicilia, che paga oggi 120 milioni d' imposte, ne pagava allora 
poco meno di ventidue, e se mancava di ferrovie e di strade, di 
telegrafi elettrici e di cimiteri, aveva il porto franco di Mes- 
sina, l'esenzione dalla leva e dalla gabella del sale e la libera 
coltivazione del tabacco. Il Governo si studiava di garantire ai 
poveri i generi di prima necessità a buon mercato, e la sicurezza 
alle classi benestanti. L'apparenza del benessere vi era tutta nelle 



- 302 - 

grandi città marittime, le quali vivevano sfruttando le risorse 
della parte interna dell' Isola, la quale se non era nelle condizioni 
di cinquantanni prima, descritte dal Meli, di poco ne differiva. 
" Il primo aspetto della maggior parte dei paesi e dei casali del no- 
stro Eegno — scriveva il Meli — annunzia la fame e la miseria. 
Non vi si trova da comprare né carne, né caci, né tampoco del 
pane, perchè tolto qualolie benestante, che panizza in sua casa 
per uso proprio, tutto il dippiù dei villani e dei bifolchi si nu- 
trono d'erbe e di legumi, e nell'autunno, di alcuni frutti spesso 
selvatici e di fichi d' India .... Non s' incontrano che facce squal- 
lide sopra corpi macilenti, coperti di lane cenciose. Negli occhi 
e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di brillarvi il 
naturai fuoco d'amore, vi alberga la mestizia, e si vedono smunte, 
arsicce, deformi sospirare per un pezzetto di pane, ch'essi ap- 
prezzano per il massimo dei beni della loro vita „ . * 

Il quadro è triste, e se dal tempo in cui scriveva il Meli, qual- 
che cosa si era fatta, purtroppo nel complesso le condizioni erano 
rimaste le medesime, soprattutto nella regione del latifondo e del- 
le miniere. Lo scritto del Meli è pieno di buon senso e di verità. 
Egli sembra un buon socialista dei nostri tempi: sposa corag- 
giosamente la causa dei lavoratori della terra contro " quell' im- 
menso stuolo di parassiti, di cui abbondano le città e specialmente 
la capitale e che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono 
del sangue e dei sudori degli uomini onesti, utili e industriosi „ , 
Spiega e deplora il crescente spopolamento delle campagne e il 
continuo aumento degli accattoni nella città; e perchè medico 
e poeta, riproduce nel manoscritto un'ottava dei suoi versi, bellis- 
sima d'impeto lirico e sociale: 

Vui autri piourara e viddaneddi, 

Chi stati notti e jornu sutta un vausu 
zappannu, o guardannu picureddi 
Cu l'anca nuda, e cu lu pedi scausu, 
Siti la basi di cita e casteddi, 
Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti lausu; 
L'ingrata società scorcia e maltratta 
Ddu pettu, chi la nutrì, ed unni addatta. 



' Riflessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia {1801) intorno 
all'agricoltura e alla pasioriuia, autografo pubblicato per cura del prof. 
GiusBPPE Navantbri. — Ragusa, Piccitto e Antoci, 1896. 



- 303 - 

Non si era divenuti più umani, con la povera gente delle 
campagne, che nelle apparenze. Se non si vedeva più. lo spet- 
tacolo, contro il quale insorgeva lo stesso Meli, di buttare ad- 
dosso ai campagnoli pietre, torsi e sporcizie e di metterli in di- 
leggio nelle commedie dialettali, non si era più giusti con essi. I 
signori vivevano lontani dai loro fondi sterminati, dei quali forse 
ignoravano il confine, né vi andavano per difetto di strade prin- 
cipalmente, cosi come oggi non ci vanno per difetto di sicurezza, 
e ignoravano veramente le condizioni dei lavoratori di campa- 
gna, affidati alla mercè dei cosi detti "gabelloti„. 

Il popolo siciliano è uno dei più rassegnati della terra. La 
dominazione musulmana vi lasciò una larga, anzi doviziosa ere- 
dità di fede incrollabile in una forza superiore, da cui tutto dipen- 
de. È qualità di razza e però non muta, e solo lentamente po- 
trebbe modificarsi. Cosi si spiega come nella terra più ferace del 
mondo, vi erano allora ed esistojio ancbe oggi pregiudizii ed 
esempii di miseria materiale e morale, che non sembrano credi- 
bili, e a pochissima distanza, quasi l'una accanto all'altra, l'estre- 
ma civiltà e l' estrema barbarie ; e come, infine, negli anni che 
6on corsi dal 1860 ad oggi, la classe più pervertita è sempre 
quella contro la quale alzava la voce il Meli : la classe dei pa- 
glietti, dei fiscali e dei parassiti, precisamente di quelli che for- 
mano oggi la cosi detta clientela elettorale, da cui emana il 
potere. Allora la rassegnazione aveva due elementi maggiori a suo 
vantaggio : uno materiale, la Chiesa con le corporazioni religiose 
che esercitavano un'azione economica moderatrice ; ed uno morale 
e politico, che vi era cioè un nemico comune, autore di tutti questi 
mali e di tutte queste miserie : un nemico forestiero, contro il qua- 
le, un giorno o l'altro, sarebbero tutti insorti e il nemico era il Re 
e col Ee, i napoletani. Questo sentimento, difiuso nelle campagne 
non senza malizia dai proprietari stessi e dai loro fattori, teneva 
sempre vivo il malcontento contro le autorità, non lo rivolgeva 
mai contro i padroni, reputati vittime anche loro; e rendeva 
facile la formazione delle squadre, quando v'era da menar le 
mani contro il governo. Il latifondo, in ispecie, mutava i mi- 
seri contadini in insorti, o li raccoglieva e nascondeva, dive- 
nnti malandrini. 

Ho accennato alla funzione sociale ed economica che eserci- 
tava il clero, ricchissimo. La terza parte del patrimonio dell' Isola 



- 304 - 

era manomorta ecclesiastica, la quale rappresentava un'altra Prov- 
videnza, che sovveniva con le sue larghe entrate tanti infelici, 
reintegrando cosi alcuni bisogni sociali, ed era meno esigente 
nei suoi feudi coi proprii salariati e dipendenti. Sulla Sicilia non 
era passata la pialla livellatrice della rivoluzione francese. E-ic- 
oLissime le diocesi di Palermo, di Catania, di Cefalù, di Mazza- 
ra, di Messina e di Girgenti. I gesuiti e i liguorini, soppressi 
nel 1848 dalla rivoluzione, tornarono nel 1850 e riebbero patri- 
monio, privilegi e istituti d' insegnamento, missioni, congregazio- 
ni e noviziati : in tutto, quattordici case e, fra i collegi, quello 
dei Nobili in Palermo, ma i gesuiti erano malveduti dal clero 
indigeno e malveduti i liguorini, perchè ad essi devoti. L'Ordine 
religioso, veramente straricco, era quello dei benedettini, di cui si 
è parlato innanzi, con le case di Palermo, di Monreale e di Catania. 
Il clero secolare numeroso e ricco anch'esso ; ma, in Sicilia, come 
nel Napoletano, il sacerdozio rappresentava uno stato di passaggio 
fra il ceto campagnolo e la borghesia. Dei due sacerdozii, il re- 
golare valeva più del secolare, per cultura e moralità, ma l'uno e 
l'altro valevano forse poco, pure non dimenticando che nell' uno 
e nell'altro erano filosofi, come il D'Acquisto riformato, il Ro- 
mano gesuita ; letterati come il Pardi paolotto, il Previti gesuita, 
il Galeotti e il Yillareale scolopii, il Vaglica prete ; orientalisti 
come l' Ugdulena prete ; eruditi quali il sommo Alessio Narbone 
gesuita, e il Ferrara gesuita anche lui, e il Casano, il Di Chiara 
e il Cultrera; e poiché le leggi e la distanza li sottraevano quasi 
interamente da Roma, e non avevano' altra dipendenza che dai 
rispettivi vescovi e dal tribunale della Monarchia, i vincoli della 
disciplina erano piuttosto fiacchi. Il clero siciliano ritraeva le 
qualità e possedeva i pregiudizi tutti delle classi, da cui emanava 
e alle quali rimaneva affratellato. Nutriva lo stesso senso d'or- 
goglio e sentiva lo stesso aborrimento per i Napoletani, e l'affer- 
mazione che la Sicilia era considerata da Napoli come l' Irlanda 
dall'Inghilterra, era comune anche agli ecclesiastici. L'alto 
clero non avea perdonato ai Borboni l'abolizione della Costitu- 
zione del 1812, che gli dava il diritto di sedere nella Came- 
ra dei Pari, in numero di 65 membri, fra arcivescovi, vescovi, 
archimandriti, gran priori, priori e abati. Il sentimento d'in- 
dipendenza era dunque vivacissimo nel clero, anche perchè in 
quello regolare, soprattutto nei filippini e benedettini, le più. 



- 305 — 

nobili famiglie dell'Isola vi erano rappresentate, e ricorderò 
i due Lanza di Trabia, padre Ottavio e padre Salvatore, tra 1 
primi ; il padre Castelli di Torremuzza, il padre Benedetto Gra- 
vina e il padre Lancia di Brolo, oggi arcivescovo di Monreale, 
fra i secondi. La rivoluzione non poteva cbe trovar favore in 
esso : favore, non aiuti compromettenti, perchè il prete siciliano 
è un dialettico, discute e riflette molto prima di risolversi, rifugge 
dalle risoluzioni rischiose e parla il meno che può. Giudice della 
Monarchia era monsignor don Diego Pianeta, siciliano, arcive- 
scovo di Palermo monsignor Naselli, di famiglia siciliana, ben- 
ché nato a Napoli, e siciliani quasi tutti gli altri arcivescovi 
e vescovi dell' Isola, tranne il vescovo di Catania, Regano, nativo 
di Andria ; monsignor Salomone, vescovo di Mazzara, nato in Avel- 
lino, e monsignor Attanasio, vescovo di Lipari, nato a Lucerà. 
I primi due erano molto amati per la pietà e la dottrina. Un 
solo cardinale, l'arcivescovo di Messina, Villadicani. Un ve- 
scovo aveva autorità vera, perchè le diocesi essendo sole quat- 
tordici, in media due per provincia, erano vaste di territorio e i 
seminari, pochi anch' essi e nell' insieme discreti, anzi, quelli di 
Palermo e Monreale avevano una storia illustre. 

Tutto ciò contribuiva a mantenere un certo equilibrio so- 
ciale, per cui ciascuno era al suo posto, e in luogo delle cor- 
rotte e piccole tirannie che pullularono nei tempi della libertà, 
era la grande tirannia coi suoi sfarzi e le sue apparenze non 
volgari, le quali nascondevano magagne d'altro genere. Chi vi- 
sitava la Sicilia, limitandosi a vedere Palermo, Messina e Catania, 
Taormina, Siracusa e l'Etna, ne riportava un'impressione indi- 
menticabile, cosi come la riportava da Napoli, percorrendola nelle 
sue strade principali ed osservandola dal mare, o visitandone i 
dintorni. I signori non erano odiati, anzi il rispetto per essi 
aveva qualche cosa di molto caratteristico, e il clero era davvero 
amato dalla povera gente; e nobili, borghesi, clero e povera 
gente tutti affratellati, comò ho detto, contro il comune nemi- 
co, il governo di Napoli, ritenuto autore persino del colera, 
che nel 1864 e 1855 fece grandi vittime a Palermo e a Messina, 
sebbene inferiori di molto a quelle del 1837, quando moriro- 
no nella sola Palermo 40 000 persone. Nel 1854 i morti furono 
6000, e se non si rinnovarono le scene barbariche del 1837, fu per- 
chè le autorità fecero il loro dovere. Maniscalco si recava egli 

Dk Cbsabe, La fine di un Segno • Voi. I. 20 



— 306 - 

stesso a portar soccorsi, vigilando con energia e umanità il ser- 
vizio sanitario. Ma non mancò qualche incidente bizzarro, 
che rivela come il contagio fosse ritenuto opera di umana malva- 
gità. Fu tra i morti don Santi Migliore, che era stato direttore 
di polizia prima del 1848 e poi, per poco tempo, intendente di 
Palermo. Abitava al palazzo Orléans. Egli era na^tivo di Bor- 
getto, paesello presso Partinico, e i suoi concittadini l'avevano 
in gran conto. Come seppero ch'era morto, corsero a Palermo 
in gran numero, convinti che il Migliore era stato avvelenato, per 
rapirne il cadavere nella notte e portarlo a Borgetto, dove, se- 
condo loro, avrebbe avuta più degna sepoltura che non nel- 
l'ospedale dei colerosi. E cosi fecero. La commissione sanitaria 
della sezione Greto, composta dai dottori Lodi, Meleti, Macaluso 
e Lamanna, riferi la cosa al senatore della sezione don Antonino 
Benso e il luogotenente ordinò che la salma fosse riportata a 
Palermo ad ogni costo. Maniscalco eseguì l'ordine con una ra- 
pidità, che il fatto strano si venne a sapere dopo che il Migliore 
era stato sepolto ai Rotoli. 

Il 26 dicembre, festa di Santo Stefano, si apriva il maggiore 
teatro, che era il Carolino, oggi Bellini, sempre con compagnie 
di prim'ordine e ballerine di cartello e relativo strascico di 
critiche teatrali, polemiche e duelli. Ma di teatri Palermo di- 
fettava veramente. Oltre al Bellini, non ampio, a cinque or- 
dini di palchi, grazioso ed elegante, ma senza vestibolo e dove 
si andava in gran lusso, vi era il teatro di Santa Cecilia, che 
serviva per la prosa nell' inverno e nell'estate per le operette, 
allargato e abbellito dal bravo architetto G-iachery. Solo nei 
nuovi tempi Palermo potè veder esaudito il suo desiderio, quello 
di avere un grande teatro : il Politeama e più tardi il Massimo, 
il quale se fu una follia economica e costò la demolizione di un 
grande monastero, che si sarebbe potuto mettere a profitto co- 
me uno dei tanti edifici scolastici o di servizi pubblici, dei quali 
la città ha tanto bisogno; se fece sparire la chiesa delle Stim- 
mate, ov'erano stupendi stucchi del Serpotta, la chiesetta di 
Santa Marta e tutto il monastero con la sua caratteristica e 
proverbiale cupola di San Giuliano e la chiesa di Sant'Agata 
li Scorruggi, opera del Quattrocento, conta oggi fra i più ampli 
e belli di Europa e forse del nlondo. Venne costruito per 



- 307 - 

rostinazione di quel forte e sventurato cittadino, Emanuele No- 
tarbartolo di San Giovanni, sindaco della città. 

La vita dei teatri e dei clubs era di certo la più mossa. Nella 
stagione di carnevale del 1854 si rappresentò al Carolino, con 
esito brillante, la Saracena del maestro siciliano Andrea Bu- 
tera, rappresentata poco tempo prima alla Cannobbiana di Mi- 
lano, con esito egualmente felice. Questo maestro, del quale si 
è perduta la memoria, aveva scritta un'altra opera, V Atala. La 
stagione teatrale del 1855 fu magnifica. Cantarono al Carolino, 
con ottimo successo, Carlotta Carrozzi nei Foscari e nel Birraio 
di Preston, e Marcellina Lotti nel Trovatore, nel Rigoletto e 
nella nuova opera del giovane maestro Geraci, VEttore Fiera- 
mosca. La Lotti fece andare in visibilio il pubblico palermi- 
tano, il quale nella stagione intera le prodigò fiori, applausi e 
inni nei giornali. La sua beneficiata ebbe luogo la sera del 
14 febbraio di quell'anno e fu un avvenimento. Gli articoli 
dei giornali palermitani sembrerebbero iperbolici, se tutti quelli 
della mia generazione non ricordassero il valore di questa ma- 
ravigliosa cantatrice, ohe più tardi creò la parte di Amelia nel 
Ballo in Maschera, e concorse ad assicurare alle opere maggiori 
di Giuseppe Verdi un successo mondiale. La Zanzara, a pro- 
posito della beneficiata della Lotti, scriveva così : " . . . . Per la 
Lotti, però è stato ben altrimenti : v'erano le poesie, i fiori ; vi 
erano i nastri, ma al disopra degli uni e degli altri, v'era l'emo- 
zione e il fremito continuato e perenne di un pubblico intero, 
cbe, magnetizzato dalla voce e dal talento della incomparabile 
artista, si attaccava alle sue sublimi ispirazioni e batteva le 
mani, e gridava ed urlava, come fa chi non ha ricevuto al- 
tro mandato che quello del suo cuore e delle sue ispirazioni „ . 
L'orchestra le offri una corona d'alloro con un superbo nastro, 
sul quale erano impressi i nomi dei professori. Fu una serata 
indimenticabile. Ebbe per compagni, veramente degni di lei, 
il Graziani, uno dei grandi tenori dei suoi tempi, il Fiori e la 
signora Orlandi. 

Nel gennaio del 1857 andò in iscena allo stesso teatro il J?o- 
herto di Devereux, con la Sardesi, la Briol, Mirate e Pizzigati. Tran- 
ne Mirate, il quale, a dire del cronista del Tutto per tutti, " strappò 
quegli applausi pieni e sinceri, nei quali la mano si muove, 
perchè il core si è mosso, e le ha detto : muoviti e batti » , gli 



— 308 — 

altri cantanti fecero naufragare la bella musica del Donizetti. 
E cosi nel nuovo ballo, La ninfa Ohe, si salvò la sola prima bal- 
lerina Ernestina "Wutbier, la quale " a furia di grazia e di mae- 
stria, spiegata costantemente nei più piccoli passi e nelle più 
piccole movenze, ispirò al pubblico (e sempre lo stesso cronista) 
tale simpatia, che l'apparizione di lei e gli applausi più entu- 
siastici divennero una cosa sola „ . E trascinato da un' iperbole 
tutta meridionale, il cronista, cbe poi era il direttore del gior- 
nale, il galante Stefanino de Maria, scriveva : " ella è stata la 
colonna, che si è posata sulle acque di quel mare in tempesta, 
l'arcobaleno, che ha rischiarato quel cielo burrascoso, colei in- 
fine che è stata e sarà sempre segno all'entusiasmo del pub- 
blico intero, colei, che si farebbe sin anco applaudire da uno 
degli automi del teatro meccanico „ . Un vero entusiasmo aveva 
destato l'anno innanzi la Boschetti nel ballo Beatrice di Gand 
del coreografo David Costa, e nell'altro, la Silfide. Un gior- 
nale la chiamò danzatrice acrobatica] vi furono polemiche, e 
per poco non scesero sul terreno entusiasti e critici della signora 
Amina. 

Le maggiori famiglie palermitane ricevevano con la tradizio- 
nale grandiosità. In casa Riso era un succedersi di pranzi e di 
balli, e per la novena di Natale del 1859 vi si ballò per nove sere 
con brio inenarrabile. In quei giorni tutte le case patrizie, per 
antica tradizione, si aprivano a sfarzosi ricevimenti. Dicembre era 
il mese più allegro dell'anno, perchè cominciava con le feste e 
la processione dell' Immacolata, protettrice di Palermo, e dove 
la credenza nella verginità di Maria aveva preceduto, per sen- 
timento di popolo, la definizione del dogma, tanto che nel se- 
colo XVII il Senato della città aveva fatto il cosi detto giura- 
mento del sangue^ cioè di voler sostenere fino al sangue la ver- 
ginità di Maria, e si compiva nella notte di Capodanno, con 
balli nelle case patrizie e nella Reggia, e balletti e giuochi nelle 
famiglie della borghesia. 

Si riceveva in casa Rudini il lunedi, nel palazzo ai Quattro 
Canti, allora di proprietà della famiglia. Don Franco Starrabba 
aveva sposata una delle figliuole del principe di Cassare ed era 
Bopraintendente dei teatri e spettacoli : semplice uomo ed alieno 
da politica e da studii, borbonico convinto, ma senza ardore, 



- 309 — 

era andato o piuttosto l'avevano mandato a Caltanisetta i suoi 
congiunti Statella, a portare le chiavi della città di Palermo 
al generale Filangieri; ma quando Vittorio Emanuele andò a Pa- 
lermo per la prima volta nel 1860, fu lui, il quale, avendo con- 
servato l'ufficio di sopraintendente dei teatri, lo ricevette al 
Carolino. 

In casa Monteleone si giocava molto, perchè la duchessa. Don- 
na Bianca nata Lucchesi Palli, era giocatrice appassionata. Questa 
casa rappresentò la maggior fortuna dell' Isola fino al principio 
del secolo, quando pel matrimonio di Stefania Brancifòrti, princi- 
pessa di Butera e ultima della sua casa, con Giuseppe Lanza prin- 
cipe di Trabia, i due casati divennero un solo, e i due cospicui pa- 
trimonii un solo immenso patrimonio. Casa I*ignatelli aveva una 
rendita superiore ai duecentomila ducati, tenuto anche conto dei 
beni di Calabria e del Messico ; e il vecchio duca, noto per la sua 
bontà, forse non priva di qualche stravaganza, fu Pari nel 1848, 
votò la decadenza dei Borboni e sottoscrisse poi la revoca di 
quell'atto con tutto l'alto patriziato, ma senza dichiarazioni vergo- 
^ose, come fecero altri. A dar brio ai ricevimenti di casa Mon- 
teleone contribuivano le cinque figliuole del duca, una delle 
quali, che divenne poi marchesa Airoldi, contava fra le mag- 
giori bellezze. Dei figliuoli, il primogenito Diego viveva or- 
dinariamente a Napoli e Antonio a Palermo. Erano due tipi 
assai diversi, anche fisicamente, ma si volevano un gran bene. 
Diego, il quale non ebbe figliuoli ed assunse alla morte del padre 
il titolo di duca di Monteleone, era uomo tutto pace e aborriva 
da impicci di ogni genere. Mori senatore del Eegno d' Italia 
nel 1880. Antonio, invece, irrequieto, vivacissimo, un po' anche 
prepotente e noncurante di pericoli, ebbe dei duelli e fu uno 
dei pochi liberali del patriziato e forse il più audace. Messo in 
prigione per i fatti del 4 aprile, corse rischio di essere fucilato 
coi compagni, come appresso si dirà; eletto deputato di Terra- 
nova nel 1874, mori a 63 anni nel 1881. Antonio fu padre di 
Peppino, presente duca e deputato di Terranova. 

In casa San Cataldo davano rappresentazioni i fiilodramma- 
tioi, e benché il principe fosse in fama di liberale, egli invi- 
tava il luogotenente, i direttori e tutto il mondo ufficiale, 
non escluso il Maniscalco, cotìae facevano tutti gli altri. Son- 
tuosi i balli in casa Montevagp, Tasca, Niscemi e Manganelli. 



- 310 - 

Casa Trabia fu chiusa iu quegli anni ad ogni festa o conviti. 
Il vecchio principe era inconsolabile per la lontananza del primo 
figliuolo, il principe di Soordia e Butera, che era stato ministro 
durante la rivoluzione, e poi uno dei 43 esclusi dall'amnistia. Il 
vecchio principe morì nel 1856, senza il conforto di rivederlo^ 
perchè il governo di Napoli non permise che l'esule tornasse. 
H principe di Butera sopravvisse al padre di pochi mesi soltanto, 
essendo morto a Parigi nel giugno dello stesso anno, come si dirà 
più innanzi. E dolla borghesia vanno ricordate le riunioni in 
casa Amari e Ondes, e quelle tanto interessanti in casa Bracco, 
dove intervenivano Corrado Lancia di Brolo e Andrea Guarnieri, 
oggi senatori ; Domenico Peranni, che poi fu benemerito sindaco di 
Palermo, e quel Benedetto Travali, che divenne segretario gene- 
rale della segreteria di Stato della Dittatura e poi direttore 
del Tesoro. Casa Bracco fu centro di cultura e di liberalismo in 
quegli anni. La padrona di casa era sorella di Emerico Amari. 
Del circolo dei Cavalieri o casino dei nobili, annesso al teatro 
Carolino, 'facevano parte nobili di antico lignaggio e perciò 
difficili vi erano le ammissioni. Yi si ballava più volte nell'anno, 
ed erano forse i balli più sontuosi, ma la vita del club si affer- 
mava piuttosto di giorno. Si preferiva passar la sera con le si- 
gnore, reputandosi molto chic, finito il teatro, correre nelle ca- 
se dove si riceveva e rimanervi fino ad ora tarda. Palermo, più 
di Napoli, era ed è anche oggi una città dove si vive molto la 
notte. 

"CTna parte del patriziato dimorava a Napoli e ricorderò, tra gli 
altri, il vecchio principe di Cassaro, Antonio Statella, don Vin- 
cenzo Ruffo, principe della Scaletta, capitano delle guardie del 
Corpo e brigadiere effettivo nell'esercito, il principe di Aci, 
maggiordomo e il giovane marchese della Sambuca, il quale, 
seguendo a Napoli suo padre, il principe di Camporeale, cavalle- 
rizzo maggiore, vi sposò la bellissima Laura Acton nel 1647. Il 
vecchio principe di Cassaro, unico suddito del Re delle Due Si- 
cilie insignito del collare dell'Annunziata, per aver condotto a 
termine da ministro le trattative di matrimònio tra Ferdinando II 
e Maria Cristina di Savoia, era uomo di assai mediocre levatura^ 
ma retto. Borbonico convinto, tutto d' un pezzo e senza paura^ 
fu l'ultiijao primo ministro di Francesco II, Re assoluto, ultinlo 
ministro di Sicilia a Napoli e capo di quella numerosa famiglia 



— 311 — 

degli Statella, la più beneficata e protetta dai Borboni. Era tanta 
la penuria degli uofnini di Stato, che il principe di Cassaro per 
la Sicilia e Ferdinando Troja per Napoli passavano per tali. 

Le più belle ed eleganti signore dell'alto patriziato erano la 
ipLarcbesa Airoldi, nata Monteleone ; la baronessa di Oolobria, 
Riso, nata Du Hallay-Ooetquene, figlia del conto Du Hallay fa- 
moso per i suoi duelli, ma emergeva su tutte la Stefauina Star- 
rabba di Rudini, oggi vedova principessa di Paterno, bellezza 
rara a giudizio di tutti, e colla quale rivaleggiava soltanto 
l'Eleonora Trigona di Sant'Elia, divenuta poi principessa di 
Giardinelli e detta la bellezza bionda, cosi come la Stefanina 
era detta la bellezza bruna. Brillavano inoltre la Mariannina 
Lanza Mirto, ora principessa Pape di Valdina, e la Lauretta 
Pignatelli di Monteleone, per breve tempo duchessa di Oumia. 
Quest'ultima e la marchesa Ugo non sono più. La duchessa di 
Cumia ipori a diciannove anni nel marzo del 1852, e la sua 
morte fu davvero pietosa. Alcune di queste signorine erano 
state alunne dell'istituto Soalia, dove avevano avuto per pro- 
fessore d' italiano il vecchio barone Pisani, il quale, dopo i casi 
del 1848, si era dato all'insegnamento. 

C'era la mania dei duelli, e benché il codice li punisse seve- 
ramente, la pena era resa vana dal costume. Non si faceva de- 
gno ingresso nel mondo senza essersi battuti almeno una volta. 
Indole ombrosa e orgogliosa il siciliano, un qualunque motivo 
anche frivolo, un gesto male interpretato, una parola equivoca, 
era motivo o pretesto per scendere sul terreno. Dopo un gran 
ballo dato dal principe di Sant'Antimo, nel suo palazzo in via To- 
ledo, ci fu al guardaroba lo scambio di qualche parola fra il conte 
di San Marco e Francesco Fazio, direttore della Zanzara e usciere 
di Palazzo, regìae aulae porterius, che equivaleva a introduttore 
degli ambasciatori. Causa del duello fu la mantiglia della Ste- 
fanina di Budini, facendo a gara i due cavalieri a chi dovesse 
ritirarla prima! Il di seguente ebbe luogo 1q scontro e il Fazio fu 
ferito gravemente. Il principe di Paterno contava parecchi duelli, 
e suo figlio, il conte di Caltanisetta, che aveva natura mite e 
detestava gli accattabrighe, ne ebbe uno con Emanuele Notar- 
bartolo di San Giovanni, di cui era amicissimo, per futili motivi. 
Si battevano nobili e borghesi, e le polemiche letterarie ne erano 



— 312 — 

soventi l'occasione ; ma talvolta la cagione vera era un'antipatia 
momentanea e allora bisognava trovare subito il pretesto per 
scambiarsi delle sciabolate. 

Il duello era in società il tema del quale forse più si parlava, 
dopo i teatri, Stefano de Maria, morto prefetto di Lucca, famoso 
per le sue avventure d'amore e i cosmetici dei quali faceva largo 
uso, si battè con un ufficiale dei cacciatori e poi con Aristide 
Caiani. Martino Beltrami Scalia, insegnante di geografìa, d' ita- 
liano e di francese e oggi senatore del Regno, si battette per 
frivoli motivi con Pietro Thonckowich e rimasero feriti en- 
trambi. La nota comica di questo duello fu che e})be luogo 
nella villa reale della Favorita, poiché la polizia aveva reso 
impossibile ogni altro posto. Negli ultimi tempi che precorsero 
al 1860, Pietro Ilardi si battette col barone Gaetano Mazzeo e il 
marchese di Fiume di Nisi, morto duca di Cesarò e deputato al 
Parlamento italiano, col principe di G-iardinelli. Francesco Bran- 
caccio di Carpino , che aveva autorità in questioni di cavalleria, fu 
padrino negli ultimi tre scontri. Le sale di scherma non erano pub- 
bliche, ma alcuni signori, come Antonio Pignatelli, Pietro Ugo 
delle Favare, Emanuele e Giuseppe Notarbartolo e i giovani San- 
t'Elia, dei quali era primogenito l'elegantissimo duca di Gela, og- 
gi senatore del Regno e principe di Sant'Elia, invitavano per turno 
a casa loro gli amici a esercitarsi. Non vi era giovane signore, o 
giovane della ricca borghesia, che non sapesse tirare di sciabola o 
di fioretto ; la scherma compiva l' educazione e perciò le partite 
di onore si succedevano con frequenza. I maestri di scherma più 
in voga erano Francesco Pinto, Claudio Inguaggiato, Giambat- 
tista Velia, Raffaele Basile. Un tal Neli, detto 'u quarararu, 
tirava benissimo con la mano sinistra e molti signori si misu- 
rarono con lui. Fu curiosa nel 1867 una polémica schermistica 
fra 1* Inguaggiato e Blasco Florio, maestro di scherma a Catania. 
Si affermò che l'opuscolo dell' Inguaggiato in questa polemica 
fosse stato scritto da Corrado Lancia di Brolo, il quale aveva 
lasciato il servizio militare dopo la restaurazione e si era dato 
agli studii legali e meccanici, e visse a Palermo senza ricevere 
mai molestie. Sovente faceva un viaggio all'estero o andava 
a !R.oma dov'era suo zio, il cardinal Grassellini. Un opuscolo 
di notevole valore scientifico, da lui pubblicato nel 1856, a 
proposito di una macchina idraulica inventata dal sacerdote 



- 313 — 

don Giuseppe Vaglioa, gli procurò la nomina di socio dell'Isti- 
tuto d' incoraggiamento. 

Una parte notevole del giornalismo siciliano era rappresen- 
tata da Riviste, dirette a promuovere lo sviluppo industriale e 
particolarmente agricolo dell' Isola. Ricordo gli Annali d^ agricol- 
tura siciliana, redatti dal professore Giuseppe Inzenga ; il Giornale 
della Commissione d'' agricoltura e pastorizia, della quale era presi- 
dente Filippo Majorana e il Oiornale del E. Istituto d'inco- 
raggiamento di agricoltura, arti e manifatture per la Sicilia: 
pubblicazioiu che il Governo sussidiava in vario modo. Nel 
1860, Giuseppe Biundi, impiegato al ministero d' istruzione, fon- 
dò VEmpedocle, una vera Rivista, di cui ogni fascicolo conte- 
neva monografìe originali, rubriclie di varietà e rassegne bi- 
bliografiche fatte assai bene. I libri di Placido De Luca, 
di Gioacchino di Marzo, di Longo Signorelli, di Gaetano Van- 
neschi, del b$,rone Anca e di altri scrittori ebbero nell'Empe- 
docle ampie recensioni e autorevoli giudizi. Nonostante l'in- 
dirizzo piuttosto teorico per la necessità, dei tempi, la rivi- 
sta mirava anche ad effetti pratici e utili alla Sicilia. Trattò 
della coltura delle canne da zucchero, rilevando che non c'era 
convenienza ad estenderla in Sicilia; ammaestrò circa la coltura 
della vite e dell'ulivo e sul modo più adatto e sollecito di rim- 
boschire l'Isola; patrocinò l'istituzione d'una banca territoriale 
nell' interesse dell'agricoltura e trattò pure della pubblica bene- 
ficenza, con notevoli studii del Biundi stesso sui Monti di pietà, 
e sui rapporti fra la popolazione dell' Isola e le sue condizioni 
economiche. Ij Empedocle fini nel 1860 e il Biundi passò impie- 
gato al ministero d' istruzione del Regno d'Italia. Quella sua 
Rivista, dati i tempi, fu un primo tentativo che gli costò dieci anni 
di lavoro e non pochi sacrifìcii ; ma nessuno ha pensato finora a 
fondarne una sul genere di quella, la quale, se pubblicava arti- 
coli che duravano anni, e se alcuni di questi erano scritti per 
non farsi leggere, l'Empedocle rivelava nell'insieme che le 
condizioni della cultura nell'Isola erano assai più alte di quanto 
non rivelassero i giornaletti letterarii. 

Va certamente ricordato e con la maggior lode, il Giornale 
di Statistica, compilato nella direzione centrale della Statistica 
di Sicilia, della quale era capo il barone D'Antalbo. Esso pub- 



— 314 - 

blicava interessantissimi studi di statistica comparata, scritti 
dallo stesso direttore, e principalmente dal Ferrara e dal Busacca, 
esuli entrambi, e più da Q-aetano Vannesclii, uomo eccellente per 
virtù, d' intelletto e di animo e autore di Alcuni elementi di sta- 
tistica clie videro la luce nel 1851. Io devo rendere alla memoria 
di lui, che fu dopo il 1660 presidente del Collegio di musica, un 
tributo di riconoscenza, percbè nel Mondo Culto scrisse con grande 
affetto di mio padre, Antonio de Cesare, cbe gli era amico e 
mori a Napoli nel gennaio del 1860 a 37 anni. 

Altri tentativi di fondare una seconda Rassegna farono fatti, 
ma senza fortuna. Nacque nel 1865 una Rivista scientifica, lettera- 
ria, artistica, fondata dal Ventimiglia. Visse un anno e le suc- 
cesse il Poligrafo, anch'esso Rivista di scienze, lettere ed arti, ma 
durò due anni e cedette il posto nel 1857 alla Favilla. Giova però 
osservare che questi periodici raccoglievano, intorno a loro, gruppi 
di scrittori non omogenei e di tendenze politiche ben diverse. Il 
Poligrafo, perchè fondato dal Yentimiglia, non poteva partecipare 
ai sentimenti che più tardi trasparirono dal gruppo dei collabora- 
tori della Favilla, che avevano tendenze liberali, spesso mal celate. 
Pare che al Ventimiglia fossero stati promessi aiuti dal Governo © 
p.oi mancassero. Il Ventimiglia era irrequieto e perciò non poteva 
la sua attività esaurirsi nel Giornale di Sicilia, la cui ufficialità 
non gli permetteva nessuna delle esercitazioni letterarie, alle 
quali si abbandonavano i giornaletti d'occasione, mezzo umori- 
stici e molto rumorosi, come il Bigoletto, che nacque e mori nel 
1856; la Zanzara di Francesco Fazio; il Somaro, giornale pei 
dotti, come s'intitolava; il jB^reii» di Giovanni Villanti, V Armo- 
nia, il Vapore e il Passatempo per le dame : piccoli fogli, i quali 
a leggerli ora non s'intendono più, tanto è mutato l'ambiente in 
cui vissero e in cui parvero persino spiritosi : giornaletti che resi- 
stevano qualche mese ó qualche anno, e poi finivano o mutavano 
nome, come a Napoli, tale e quale. Qualche volta le riviste dei 
teatri erano spiritose, ma più sovente, diluite e insipide. Il Tutto 
per tutti, il Mondo Unico, seguito dal Móndo Culto, poi la Bicerca, 
la Lira e la Gazzetta di Palermo avevano miglior forma di gior- 
nale ; il Tutto per tutti giunse a sei numeri ; il Mondo Unico ad 
otto ; la Ricerca, che si diceva giornale di utili scoverte e di let- 
terarie conoscenze, visse dal 1855 al 1858 ; due anni visse la Lira 
6 tre anni la Gazzetta di Palermo, il Giornale del commercio e il 



- 315 - 

Vap(yre. Rileggendo quei fogli, i quali erano settimanali, quin- 
dicinali mensili, si prova davvero un senso di stupore anche 
per gli abbonamenti, non solo alti, ma sproporzionati al for- 
mato stranamente minuscolo. Solo la Favilla rappresentò, in 
fatto di giornali letterari, il tentativo meglio riuscito. Fu messo 
insieme da un nucleo di giovani di valore. Ricorderò Achille 
Basile, morto prefetto di Venezia e senatore, Carmelo Pardi, Luigi 
Sampolo, Giuseppe Lodi, Giuseppe Sensales, impiegato al mini- 
stero dell'interno. Vi collaborarono Isidoro La Lumia, Gaetano 
Daita, Luigi de Brun, Onofrio di Benedetto e Oammillo Randazzo. 
La cronaca, non esisteva affatto: tutta la vita locale era muta, 
tranne pei teatri. Ricorderò infine l'ultimo di questi periodici, 
L'Idea di F. Maggiore-Perni, rivista tra statistico-economica e 
letteraria, nata nel 1859 e morta poco dopo il 1860. 

Sulle cose della politica d'Italia tacevano, o rivelavano una 
mirabile ingenuità. Nel suo secondo numero, ch'è quello del 12 
novembre 1856, il Tutto per tutti annunziava fra le notizie varie, 
che il 20 ottobre di quell'anno aveva avuto luogo l'inaugurazione 
della ferrovia Vittorio Emanuele, che partendo da Chambery, con- 
duce a Venezia, per Torino e Milano ! E dire che Chambery non 
fu congiunta per ferrovia a Torino prima dell'apertura del Frejus, 
cioè quindici anni dopo, quando non apparteneva più al Piemonte, 
e Torino, Milano e Venezia facevano parte del Regno d' Italia. E 
nel sesto numero, fra le stesse notizie varie, vi erano queste, che 
l'archeologo Canina era morto di veleno e che " fra pochi giorni 
uscirà dalla tipografia Pelazza un nuovo giornale di gran forma- 
to, intitolato L'Indipendenza e ne saranno principali redattori La 
Cecilia, Angelo Brofferio e l'avvocato Villa „. Ma dove fbsse 
morto il Canina, che poi era vivo, e dove sarebbe uscito L'Indipen- 
denza vi è affatto taciuto. In quel numero del Tatto per tutti il 
barone Pisani pubblicò un geniale articolo: Un^ ironia alla moda. 

Tutto compreso, il Giornale di Sicilia era il più completo. 
Pubblicava in quarta pagina il servizio postale, con l'itinerario 
delle vetture per la Sicilia, lo stato civile di Palermo, una rivista 
della borsa e l'annunzio dei teatri, oltre alla parte ufficiale che 
si stampava in prima pagina a lettere più grosse. Era il solo 
foglio quotidiano, ma, ripeto, esso non assorbiva che una piccola 
parte dell'attività del Ventimiglia, per il quale tutto il lavoro 
giornalistico si riduceva ad una visita quotidiana a Maniscalco 



— 316 — 

e alla permanenza per una o due ore nell'ufficio, allogato nello 
stesso palazzo dei ministeri. Gli altri redattori erano impie- 
gati sine cura. Il foglio seguiva il suo andare, e poiché non 
richiedeva alcuna fatica speciale, tutti vi attendevano il meno 
che potessero, e cosi avvenne che nella parte ufficiale, a grossi 
caratteri, scivolò più tardi l'annunzio della vittoria di Solferino ! 

A Palermo, tranne per le opere teatrali, non esisteva un 
vero ufficio di revisione. Era compreso nel primo carico del ri- 
partimento di polizia, sotto il nome di stampa e revisione. Sulla 
decenza degli spettacoli e sulla polizia interna d^elle stìle vigi- 
lava la soprintendenza, che decideva anche su tutte le con- 
troversie fra impresarii e compagnie, fra impresarii, governo e 
pubblico. Ed era sopraintendente, come si è detto, lo Star- 
rabba di Rudini, che esercitava quell'ufficio con apparente pas- 
sione, ma chi faceva tutto era il segretario ZappuUa. Per le 
produzioni teatrali in prosa e in musica e per i balli, aveva ufficio 
di revisore il Bozzo, professore di eloquenza e letteratura italiana 
all'Università: mite uomo, per cui non si verificavano a Palermo 
le inesauribili scempiaggini di Napoli, anzi i giornalisti facevano 
alla revisione curiosi scherzi. Il dottor Lodi, redattore della 
Lira, vi pubblicava articoli letterarii sottoscritti G. M. ed erano 
brani cavati dalle opere di Giuseppe jMLazzini; o sottoscritti G. 
L. F., ovvero B. (7., e che appartenevano a Giuseppe La Fa- 
rina e a Benedetto Castiglia, e di questo il Bozzo non si ac- 
corse mai. Per i libri la revisione era dalla polizia affidata ai 
redattori del Giornale di Sicilia, o a persone ritenute compe- 
tenti, ma un ufficio speciale come a Napoli non esisteva, né esi- 
steva neppure presso la posta, né presso la dogana per i libri 
provenienti dall'estero; onde libri, opuscoli e giornali politici 
entravano nell'Isola assai più che a Napoli, e provenivano da 
Genova e da Malta ordinariamente, e in alcuni casi, da Li- 
vorno, da Marsiglia e da Alessandria di Egitto. 

Pubblicandosi qualche opera di non comune importanza, si 
affilavano le armi della critica. Il canonico Pietro Sanfìlippo, 
della Metropolitana di Palermo, pubblicò nel 186B una storia del- 
la letteratura italiana, nella quale espresse l'opinione che la popo- 
lazione di Sicilia contenendo molti elementi arabi, la sua poesia 
del Medio Evo potò acquistare più direttamente quella maniera di 



— 317 — 

sentimento e quella fonjia di versificazione, olie aveva più attrat- 
tive per le orecchie di quei Re, poeti essi stessi. Ebbe vivaci 
critiche, essendo l'opinione sua in opposizione con tutte le altre, 
che fanno derivare quella poesia dalla maniera dei trovatori pro- 
venzali, numerosi alla Corte di Palermo. Ma si fu giustamente 
benevoli col chierico Gioacchino Di Marzo, che traduceva dal 
latino il celebre Lessico topografico della Sicilia di Vito Amico, 
completandolo con annotazioni erudite ed opportune. Il Di Mar- 
zo aveva allora ventidue anni, e quella traduzione fu V inizio della 
sua fortunata carriera scientifica, che lo rese tanto benemerito 
della cultura storica e archeologica della sua Isola. 

Nel febbraio del 1857 la regina Maria Teresa si sgravò dell'ul- 
timo figliuolo, al quale fu dato il nome di Gennaro e il titolo di 
conte di Caltagirone. Non è immaginabile la gioia ufficiale e pub- 
blica ohe invase quella caratteristica e popolosa città, per l'alto 
onore che volle concederle il Re. Fu mandata a Napoli una 
deputazione per umiliare ai piedi del trono un indirizzo di rin- 
graziamento. Era patrizio il cavaliere don Giacomo Crescimanno, 
il quale disse al Decurionato : " Tutto quello che faremo sarà 
poco, misurato con V immensurabilità del nostro affetto verso colui, 
che può dirsi padre piuttosto che Re „. Vi furono feste religiose e 
civili e atti di beneficenza che costarono al Comune 3500 ducati, 
somma grossa in quei tempi. La deputazione andò a Napoli, 
umiliò l' indirizzo ai piedi del trono e portò al marmocchio una 
reliquia miracolosa dell'apostolo San Giacomo maggiore, protet- 
tore della città. Il Re accolse con vero compiacimento questo 
dono, che del resto non portò fortuna al principe, morto a dieci 
anni di colera, ad Albano Laziale e fece ringraziare anche con 
lettera il Decurionato di Caltagirone. E perchè la memoria di 
quanto vi si era compiuto non andasse obliata, venne ogni cosa 
raccolta in un grosso volume in folio, del quale fu principal poeta 
e prosatore il professore Audilio, che tuttora vive. Il vplume ven- 
ne pubblicato dal Galatola a Catania, con rara eleganza di tipi. 

La venuta del granduca Costantino, fratello dello Czar e della 
arciduchessa Alessandra col figliuolo Nicola, risuscitò le simpatie 
del patriziato siciliano per i principi russi. Costantino prese 
alloggio nella stessa villa Serradifalco, all'Olivuzza, dove, meno 



— 318 — 

di quattordici anni prima, aveva abitato l' imperatore Nicola con 
l'imperatrice Alessandra e la figlia, la bellissima arciduchessa 
Olga ed egli stesso, Costantino, appena diciottenne. La Corte 
russa andò a Palermo nell'ottobre del 1845, per curare una ma- 
lattia dell' Imperatrice, vi restò quarantadue giorni e fu visitata 
dal Re e dai principi reali, onorata e festeggiata in prosa e in 
versi. Griuseppina Turrisi Colonna, non ancora divenuta princi- 
pessa di Galati, indirizzò alla bella e interessante Olga inspirate 
ottave, e scrittori coraggiosi, come il giovane principe di Scordia, 
misero insieme una pubblicazione commemorativa, dal titolo l'O- 
livuzza, tutta piena di allusioni sullo stato della Sicilia. Si ri- 
cordava pure clie in quell'occasione erano state scelte le più belle 
fanciulle di Palermo, dai dieci ai dodici anni, ad eseguire dinanzi 
alla Corte russa il ballo nazionale, la tarantella, e la ballarono 
le due Starrabba di Rudini, Caterina e Stefanina ; la Monroy, at- 
tuale principessa Alcontres di Messina; l'Elisabetta Niscemi, 
maritata poi al marchese Ugo ; l'Agatina Villarosa, divenuta ba- 
ronessa Piccolo e l'Eleonora Trigona di Sant'Elia, presente princi- 
pessa di Giardinelli. 

Questo granduca russo mise a dura prova tutta la pazienza 
di Castelcicala e di Maniscalco per il suo contegno stravagante, 
anzi scorretto. Viaggiava con gran seguito e cinque navi da 
guerra, e pretendeva entrare nel porto di Palermo a capo della 
sua flotta. Il luogotenente non lo permise, e Costantino dovè sot- 
tostare all'ordine di entrare con due navi soltanto, mandando 
le altre a Castellamare. Questo lo irritò, perchè seppe che l'or- 
dine era venuto da Napoli. Aveva dei cani mastini che incute- 
vano terrore e chiese anche un orso, ma gli fu risposto che nelle 
foreste della Sicilia non vi erano orsi. Assunse un contegno ad- 
dirittura irriverente verso la persona del Re. Chiedeva notizie 
della salute di lui, ma solo per contraddirle, rispondendo: Ce 
n'est pas vrai, il est mori, je vous l'assure : le roi est mort. Ma- 
nifestò un' incredibile crudeltà, infliggendo a quattro suoi mari- 
nari pene bestiali. Ne fece legare quattro rei di ubriachezza, e 
ordinò che cosi legati fossero per quattro volte costretti a girare 
sotto la carena della nave ammiraglia. Morirono tutti e quattro. 
Castelcicala andò in gran pompa a visitarlo, ma appena il gran- 
duca cominciò a dir male del Re, si levò e con inglese corte- 
sia gli chiese il perùiesso di ritirarsi. Per non mancargli di 



— 319 — 

riguardo, pose il Gallotti a disposizione di lui, e Costantino fini 
con l'avere molta benevolenza per il cortese segretario del luogote- 
nente. Ne ebbe anche per il Maniscalco, ma quando seppe clie 
lo faceva spiare, come aveva fatto spiare l'anno innanzi il duca 
di Aumale, andato a Palermo per visitare le sue tenute, non volle 
più. vederlo. Il granduca parti il 21 marzo, e fu la sua partenza 
una liberazione per le autorità, ma non per l'alta società cbe 
perdette una desiderata occasione di svaghi. Si fermò a Napoli 
sino al 19 aprile e andò a Caserta a visitare il Re. Il contegno 
di lui rispetto a Ferdinando II e alla famiglia dei Borboni, rive- 
lava non solo un astioso suo sentimento personale, ma il senti- 
mento della Corte di Pietroburgo, di cui si era avuta una prova 
nel silenzio serbato dai plenipotenziarii russi al Congresso di 
Parigi, tre anni prima. 



CAPITOLO XVI 



SoMMAKio: Le tre Università dell'Isola — I tre Cancellieri — I professori di 
maggior fama — Sampolo, Pantaleo e Gorgone — Quel che si richiedeva 
per essere levatrice — Monsignor Crispi e l'architetto Giachery — Altri 
professori — Gli studii privati e gli studenti — Il Municipio di Palermo 
— L'ultimo bilancio dal 1856 al 1860 — Alcuni particolari caratteristici — 
Le spese di culto — Gli ultimi pretori — Il principe di Galati — Alcuni 
sindaci dei nuovi tempi — Confronti — La bonifica di Mondello — L'Uni- 
versità di Catania — Professori e studenti — Una curiosa lettera dell'in- 
tendente Panebianco — L'Università di Messina e i suoi insegnanti. 

La Sicilia aveva tre Università, a differenza delle provinole 
continentali, le quali ne avevano una sola. Le Università di 
Sicilia contavano gloriose tradizioni, ed hanno avuto recente- 
mente qualche storico di valore. Dal 1849 al 1860 le tre Uni- 
versità ebbero insegnamenti incompleti, e soltanto quella di Pa- 
lermo contava un numero discreto di studenti perchè poteva 
accoglierne da quattro provincie, mentre l'Università di Catania 
raccoglieva quelli di Catania e Siracusa, e Messina solamente 
quelli di Messina. Benché a Palermo convenissero gli studenti 
di quattro provincie, nondimeno il loro numero di rado superò i 
500, fra tutte le cinque facoltà ; anzi nell' anno scolastico 1853-54 
furono 407, nel 1854-55, forse a causa del colera, discesero a 
364. Il maggior numero era di studenti di diritto; scarsissimi 
quelli di filosofia e lettere; irrisorio il numero degli studenti 
nella facoltà di teologia. Il giovane clero preferiva l'insegna- 
mento dei seminari, benché all'Università insegnasse diritto cano- 
nico quell'abate Crisafulli, vera autorità in questa materia e nel 
diritto feudale e che ebbe tante vicende dopo il 1860. È tut- 

Dk Cksase, La fln» di un Segno - Voi. I. 81 



- 322 — 

torà vivente, ha ripreso il collare, ohe smise nei primi giorni 
della rivoluzione, non è più professore, ne economo generale dei 
benefizi vacanti, ed è oggi nelle grazie dell'arcivescovo Celesia, 
al quale non parve vero che il Crisafulli lasciasse l'ufficio e tor- 
nasse all'ovile. 

Il rettore, il maestro di spirito e il bibliotecario erano di 
nomina regia, su proposta della commissione di pubblica istru- 
zione, e a Palermo si dovevano scegliere tra i padri Teatini 
della casa di San G-iuseppe, rimanendo in vigore una curiosa 
disposizione, contenuta in un rescritto del 1805, che concedeva 
i tre ufficii a quei frati, in compenso di una parte del locale 
che essi cedettero all'Università. Gli Studii siciliani avevano, 
nominalmente, sei facoltà: teologia, giurisprudenza, medicina, 
fisico-matematica, filosofia e lettere e belle arti; ma, dove più 
dove meno, queste facoltà erano, come già si è detto, incomplete. 
Sembra strano, ma nessun concorso fu mai bandito nell'ultimo de- 
cennio per provvedere alle cattedre che venivano a mancare, ad 
esse provvedendosi con sostituti interini o provvisori. Messina e 
Catania non avevano l' insegnamento della lingua ebraica, ne la 
spiegazione della sacra scrittura , anzi Messina non aveva neppure 
la cattedra di teologia morale. Della facoltà di giurisprudenza, 
Catania e Messina non avevano la medicina legale, ed in que- 
st'ultima Università mancava persino l' insegnamento dell'econo- 
mia, dell'etica e del diritto naturale. I tre teatini, che in quegli 
anni stettero a capo dell'Università palermitana^ furono il padre 
Laviosa, rettore, il padre Giambanco, bibliotecario e il padre 
Filippo Cumbo, maestro di spirito, i quali vissero senza infamia 
e senza lode. 

La deputazione universitaria, che il Filangieri fece ottenere 
all'ateneo di Palermo, in luogo dell'antica commissione di pub- 
blica istruzione, era preseduta da don Pietro Crispo Floran, 
col titolo di Gran Cancelliere. Uguale ufficio nell'Università di 
Messina era tenuto dall'arcivescovo, e a Catania da don Carmelo 
Martorana. Il Crispo Floran, presidente del tribunale civile 
di Palermo, dotto giurista, percorse tutti i gradi della magistra- 
tura e mori nel 1884 primo presidente della Corte di Cassazione 
di Palermo e senatore del Regno d'Italia, benché non riuscisse 
a prestar giuramento. Il Martorana, consigliere della Gran Corte 
Civile di Catania, aveva fama di buon magistrato e mori vec- 



- 323 - 

chio nel 1870. Ma l'arcivescovo di Messina, cardinal Villadicani, 
non aveva davvero alcun titolo per cosi alta carica. Bonario 
e pietoso con gl'infelici e di tendenze piuttosto larghe in po- 
litica, egli non era uomo di studii, anzi a Messina ancora si 
ricordano parecchi aneddoti di sua poca sapienza. 

A Palermo, nella facoltà giuridica, si distingueva Pietro Sam- 
polo, che insegnava codice civile e pandette. Era stato fra i difen- 
sori delle vittime della Fieravecchia, e aveva raccolte delle 
somme per far celebrare un funerale in Genova a quei disgraziati. 
Gli studenti accorrevano numerosi e plaudenti alle sue lezio- 
ni. Lesse parecchie prolusioni, che sono pregiate monogra- 
fìe giuridiche e, nel 1859, l'orazione inaugurale ohe gli pro- 
curò non poche molestie, non avendovi egli fatta menzione del 
Re, né del suo luogotenente, che assisteva alla cerimonia. Fu 
ucciso da mano ignota nel 1861, mentre tornava da una sua 
campagna presso Palermo, né dell'assassino si seppe nulla. I 
nomi illustri nella facoltà di medicina erano il Gorgone e il Pan- 
taleo, un chirurgo e un ostetrico, i quali esercitavano la professio- 
ne con grandissimo successo. Il Pantaleo fu il primo ostetrico dei 
suoi tempi, e i suoi alunni, oggi uomini maturi, ne ricordano la 
memoria con venerazione. Creò una clinica ostetrica, di cui non vi 
era l'ombra. Prima di lui, come ne ha scritto il Pitrè, Palermo 
non aveva che un rifugio di maternità, alla cui porta le donne an- 
davano a battere, o strette dalla durezza della povertà, o spinte 
dal pudore di colpe da nascondere ; e, come ricorda il professore 
Chiarleoni : " poche stanze erano nell'ospedale comune, destinate 
al ricovero delle gravide e partorienti, sotto l' immediata direzione 
di una levatrice maggiore, mentre era fatto divieto al professore 
di penetrare nelle sale, se non chiamato dalla levatrice ! „ Del 
resto non in Sicilia soltanto, ma in tutto l'antico Regno, l'eser- 
cizio della ostetricia era nelle mani delle levatrici, poiché nelle 
famiglie, senza distinzione di ceti, la levatrice godeva maggior 
fiducia che non ne godesse il chirurgo. Se il Pantaleo non ot- 
tenne quanto voleva, dati i tempi e i pregiudizi, ottenne però 
molto, perché vennero abrogati i regolamenti vecchi e il professore 
di ostetricia fu riconosciuto indipendente nell'ospedale, e le sa- 
le delle ricoverate messe a sua disposizione. Ma per le levatrici se- 
guitò a bastare, secondo le prammatiche viceregie e i sinodi 



- 324 - 

diocesani, che fossero sui quarant'anni, "maritate o vedove^ 
non mute, né scilinguate, pulite, monde di morbo gallico e di 
malinconia, istruite nella dottrina cristiana „. Di una scuola per 
le levatrici, le quali erano adoperate a giudicare e trattare 
tutto ciò che offrono di morboso la gravidanza e il puerperio^ 
a regolare l'allattamento e a dar pareri nelle malattie dell'u- 
tero, di una scuola cosi necessaria insomma, il governo borbo- 
nico non volle mai sapere. Occorrevano i nuovi tempi, perchè 
le idee del grande ostetrico divenissero un fatto compiuto. 

Il Pantaleo fu il creatore della sua fama e della sua fortuna. 
Era di Nicosia, di famiglia poverissima. "Vestito da chierico, gio- 
vanetto a 18 anni, partì dalla sua terra di origine fra le lagrime 
dei parenti, a cavallo di un mulo. I primi anni furono assai pe- 
nosi, ma trionfò di ogni ostacolo e si affermò il maggior oste- 
trico dei suoi tempi, e dopo avere assistito alla propria apoteosi, 
colla celebrazione del cinquantesimo anniversario del suo in- 
segnamento ufficiale, mori nel dicembre del 1896, a 85 anni, la- 
sciando un ricco patrimonio. Vincenzo Pantaleo, autore di gra- 
ziosi racconti per l'infanzia, è il suo unico figliuolo maschio e 
ne porta degnamente il nome. 

Se Pantaleo fu il creatore ' della clinica ostetrica, Giovanni 
Gorgone fu il creatore della clinica chirurgica, come il primo 
anatomista dell' Isola. Operatore di rara abilità e scienziato di 
molta dottrina, egli scrisse memorie e dissertazioni ed un trat- 
tato di anatomia descrittiva in due grossi volumi. In quei 
tempi, in cui la chirurgia non aveva l' immenso aiuto degli an- 
tisettici, compi operazipni audacissime, introducendo nuovi pro- 
cessi e rimedii. Fu membro di varie accademie italiane e stra- 
niere, e alcune sue memorie sono ancora consultate. Nativo di 
San Pietro sopra Patti, era professore in seguito a concorso, a 25 
anni, e la sua carriera scientifica fu tutta un trionfo. Mori nel 1868. 
Non di pari fama del Pantaleo e del Gorgone, ma di forte inge- 
gno, era il dottor G. B. Gallo, che insegnava anatomia e aveva 
nome di clinico esperto e di uomo eccentrico. Viveva solo, ne mai 
volle vicino chi ne avesse cura, neanche il gigantesco fratello 
Giuseppe, medico anche lui, ma d'ingegno molto inferiore. 

Nella facoltà di filosofia e lettere brillava monsignor Giu- 
seppe Crispi, professore di lingua e archeologia greca, ritenuto 



- 326 — 

il maggior ellenista dei suoi tempi. Vescovo titolare di Lam- 
psaco e zio di Francesco Crispi, si disse ch'egli aiutasse il ni- 
pote durante l'esilio, ma non è vero, anzi ne deplorava i prin- 
cipii liberali. Sali a meritata fama e lo attestano le sue pub- 
blicazioni, soprattutto i tre volumi della grammatica greca. Fu 
anche presidente della Reale Accademia di scienze, lettere ed 
arti di Palermo. Il professore di lettere italiane era Giuseppe 
Bozzo, brav'uomo, mite regio censore, ma senza levatura, che 
mori una dozzina d'anni fa, ultimo degli arcadi in Palermo. I 
letterati del tempo gli preferivano Gaetano Daita, il quale non 
era professore all'Università ; anzi nel concorso universitario per 
la cattedra di eloquenza, poesia e letteratura. italiana era stato 
posposto al Bozzo; ma dirigeva un istituto privato, che ebbe 
vita florida. Martino Beltrami Scalia vi dava lezioni di geo- 
grafia, e quello spirito eletto di Carmelo Pardi, monaco o, come si 
dice in Sicilia dei non Benedettini, frate nell'Ordine dei Mi- 
nimi, insegnava lettere italiane e storia. Era il Pardi uomo di 
varia cultura, grazioso poeta e fa uno dei fondatori della Favilla. 
Mori a 53 anni nel 1875 e di lui scrisse con affetto il professore 
Luigi Sampolo. Nella lista degli scrittori colti, che rifulsero in 
Palermo negli ultimi dieci anni, il Pardi sta tra i primi. Ma 
per tornare all' istituto Daita, dirò che esso fa davvero un vi- 
vaio di giovani, i quali ebbero parte nel movimento liberale e 
poi nei pubblici uffici, e godeva maggior credito dello stesso real 
convitto San Ferdinando, tenuto dai gesuiti, e dello " stabili- 
mento letterario Vittorino e Ginnasio „ , posto sotto gli auspicii 
del principe di Galati, pretore della città. Il Daita era fuggito 
a Malta, dopo la restaurazione ; era stato deputato fra i più. 
caldi nel 1848; tornò a Palermo nel 1851; apri il suo istituto 
e non ebbe molestie. Nell'elenco degli ex deputati, che sotto- 
scrissero la nota abiura, il suo nome non figura. H Bozzo e il 
Daita erano gli epigrafisti del tempo: il Daita, più spontaneo 
« meno retore; il Bozzo, stentato e arcadico commentatore di 
Dante e di Petrarca, ma quanto lontano da quel G. B. Nicco- 
lini, che gli fu amico! 

Nella facoltà di belle arti va ricordato Carlo Giachery, uno 
dei migliori architetti di allora. Il Giachery era di Pado- 
va, andò giovinetto a Palermo con la famiglia, vi fece gli 
studii, si laureò nel 1833 e si perfezionò poi a Roma, ispirandosi 



- 326 - 

nelle opere dei grandi maestri. Tornato a Palermo, divenne 
professore di architettura civile, e via via si affermò architetto 
di potente ingegno. Ingrandì il palazzo dei ministeri, rifece il 
teatro di Santa Cecilia, la facciata e il vestibolo dell'Univer- 
sità, costruì i primi molini a vento e fu il braccio destro di 
Vincenzo Florio, innalzò l'ospizio di beneficenza e, nominato 
nel 1855 ispettore di ponti e strade, compi altri lavori d'inte- 
resse pubblico. Era un architetto di gusto. Nella villa Florio 
all'Arenella costruì una sala da pranzo in istile gotico, così ben 
riuscita, che l' imperatore Niccolò di Russia, visitandola, fece rile- 
varne i disegni e ne volle una simile a Pietroburgo, la quale, 
in memoria di Palermo e dell'architetto, chiamò sala Arenella. 
Morì a 53 anni, nel 1865. 

Nella facoltà di scienze fìsiche e matematiche insegnava 
astronomia don Domenico Ragona Scinà, nominato nel 1850 
direttore della Specola, dopo che fu destituito Gaetano Caccia- 
tore, figlio del celebre Niccolò. E quando nel 1860 tornò il Cac- 
ciatore alla Specola, il Ragona Scinà, dopo alcuni anni, fu man- 
dato all'Università di Modena. Giuseppe Inzenga era sostituto alla 
cattedra di agricoltura. Yera competenza in fatto di scienza agra- 
ria, aveva fama di liberale e di spirito spregiudicato in fatto di 
religione. Scriveva versi dialettali, che rispecchiano queste sue ten- 
denze, non sempre di buona lega. Anche in tarda età, vegeto o 
robusto, dirigeva l'istituto agrario Castelnuovo ai Colli, che la 
munificenza' del principe Carlo Cottone lasciò a scopo di pub- 
blico insegnamento. Dirigeva inoltre gli Annali dell'agricoltura 
siciliana, effemeride non priva di valore. Indomabile nella sua 
avversione ai Borboni, fu più tardi indomabile avversario della 
parte moderata, del Papa e dei preti. Era un libero pensatore, 
cui piaceva la vita allegra e gioconda. Insegnava botanica ed 
era direttore dell'Orto, don Vincenzo Tineo, che di numerose 
scoverte aveva arricchite le scienze naturali. Prima d' insegnar 
botanica, il Tineo aveva dettate lezioni di materia medica. Al- 
tro esempio d'intelletto versatile fu più tardi Agostino Todaro, 
che gli successe nell' insegnamento della botanica. Insigne av- 
vocato prima, da competere coi maggiori, e poi insigne bota- 
nico, morì nel 1892, senatore del Regno. 

Ricorderò fra i professori della facoltà giuridica Giuseppe 
Mario Puglia, sostituto alla cattedra di diritto penale, avvo- 



— 327 - 

cato animoso, che difese il Garzilli e i suoi compagni della Fiera- 
vecchia e poi Francesco Bentivegna e Mariano Siragusa, e aveva 
assunta la difesa di Giovanni e Francesco Riso, per i fatti della 
Gancia. Le poche e commosse pagine, che di lui scrisse Giu- 
seppe Falcone, rivelano l'ingegno e la mirabile attività del 
Puglia, che fu deputato di Palermo e mori nel 1894. Giovanni 
Bruno insegnava economia, non politica o sociale, ma civile^ fin 
dal 1846 ; deputato e giornalista nel 1848 e amico di Ferrara e di 
Crispi, fu persona colta e antico apostolo del libero cambio e delle 
casse di risparmio. Benché avesse sottoscritto anche egli la nota 
ritrattazione, era tenuto d'occhio dalla polizia, anzi si asseriva 
che un poliziotto travestito assistesse alle lezioni di lui. Certo è 
che il giorno 18 marzo del 1858 gli fu mandato da Maniscalco 
questo monito: "e7 direttore del dipartimento di Polizia avverte il 
sig. professore Bruno di essere più castigato nel linguaggio quando 
sulla cattedra svolge alcune teorie di economia, nelle quali bale- 
nano concetti arditi, che infiammano una gioventù ardente e facile 
a concitarsi alle idee, che sconfinano in esagerazioni politiche „. 

Liberista, era molto applaudito dagli studenti. Nel 1852 so- 
stenne una lotta per la libertà del panificio, e negli anni 1859- 
1863 pubblicò la sua opera maggiore : Scienza dell'ordinamento 
sociale. Mori regionista, anzi autonomista convinto, a Palermo, 
nell'aprile del 1891. 

Questi professori, che ho voluto rammentare, erano i più 
amati dalla scolaresca, mentre il più odiato era Giuseppe Danaro, 
sostituto alla cattedra di codice civile, già liberale, poi ultra- 
borbonico e infine prefetto di polizia. Da principio credette con- 
ciliare i due uffici, ma gli studenti prima lo fischiarono, poi di- 
sertarono le sue lezioni ed egli fu costretto a lasciare la cattedra. 

A Palermo fiorivano, meno che a Napoli, gli studi privati, e 
soli pochi professori universitari! avevano studio nelle proprie 
case. Tra gì' insegnanti privati mi limiterò a ricordare il pro- 
fessore Luigi Sampolo, che dettava dotte lezioni di diritto ci- 
vile e il cui studio era il più frequentato, nonché l'avvocato 
Niccola Uzzo, che insegnava procedura civile. Il Sampolo era 
fratello di Pietro e lo supplì per pochi mesi nel 1863. L'Uzzo, 
autore di opere non ispregevoli, fu nominato nel 1859 insegnante 
provvisorio di procedura civile all'Università. 



- 328 - 

Grli studenti non formavano a Palermo, come a Napoli, un 
piccolo mondo a eè, ne abitavano in quartiere speciale della 
città. Si allogavano alla meglio in qualche locanda di più 
che mediocre ordine, o in qualche convento di frati, special- 
mente nella cosiddetta infermeria dei Cappuccini, o in pen- 
sioni, ed erano da essi preferiti i paraggi più vicini all'Univer- 
sità e le molte locande di Lattarini e dell'Albergheria. Non ave- 
vano ritrovi speciali, ne erano fatti segno alle continue ves- 
sazioni della polizia, come a Napoli e a Catania. Di certo la 
polizia li teneva d'occhio, e chi entra oggi nell'atrio del- 
l' Università trova a man diritta una porta, chiusa da trentotto 
anni. Quella porta dava in una stanza, dov'erano permanente- 
mente un ispettore di polizia e due agenti di sicurezza, messi 
là per accorrere, se mai nell'atrio si fosse fatto chiasso fra 
una lezione e l'altra, o si fosse fischiato qualche professore. Non 
erano però temuti, anzi spesso prendevano anche loro una parte di 
fischi, senza riuscire a scoprire i fischiatori. Ma quei fischi e quei 
tumulti erano un nonnulla rispetto ai tumulti di oggi. Gli 
studenti potevano prendersi giuoco della polizia, fino a un certo 
punto. Essendo pochi, era facile saperne vita e gesta. Nella 
stessa Università esisteva un oratorio, con obbligo agli studenti 
d' intervenirvi, occorrendo un certificato del prefetto di spirito, per 
conseguire i. gradi accademici: l'oratorio non era mai affollato, 
ma i certificati non si negavano. La polizia lasciava correre, ma 
i giovani non ne abusavano. L'Università presentava una vita 
piena di moto, perchè la popolazione scolastica non era formata 
solo da studenti, ma ad essi si aggiungeva un numero notevole di 
uditori estranei, i quali amavano lo studio di alcune scienze e ne 
seguivano i corsi. Le tendenze politiche più liberali erano quel- 
le della scolaresca: tutti sognavano una Sicilia libera da Na- 
poli e dai Borboni, e molti, negli anni più vicini al 1860, un' Ita- 
lia libera con Vittorio Emanuele, o costituita in repubblica. 
Mazzini esaltava quei cuori avidi d' ideali ; ma negli ultimi tempi 
la tendenza monarchica con Casa di Savoia prese il disopra sulla 
tendenza mazziniana. Però non giova anticipare la narrazione. 
Non ostante le distanze, i pericoli e la vigilanza di Maniscalco, 
penetravano fra i giovani le opere politiche di maggior conto, 
soprattutto quelle degli esuli scrittori siciliani. La storia di Giu- 
seppe Lafarina, pubblicata a Capolago nel 1850, ebbe fra i gio- 



— 329 - 

vani larghissima diffusione, e molti recitavano pagine intere di 
quel libro emozionante. Coloro, fra i librai, che riuscivano a far 
penetrare in Palermo V Assedio di Firenze del Guerrazzi, facevano 
non iscarsi guadagni. Conosco frati in Palermo, mi scrive il 
Pitrè, ch'ebbero e lessero e fecero correre per lungo e per largo 
quel libro. Molto affiatamento era tra i giovani e i professori, 
e se ad ogni minaccia di dimostrazioni, l'ateneo era il primo ad 
essere chiuso e seguiva l'arresto di qualche studente, i compagni 
e i professori facevano a gara perchè fosse liberato. Tra i più 
attivamente cercati era quel grande audace di Cocò (Niccola) 
Botta da Cefalù, ohe noto come studente cospiratore, era co- 
stretto a barattare di continuo abiti coi fidi compagni ed a mu- 
tar sempre nascondigli, per sottrarsi alla vigile e sempre agi- 
tata polizia. Se l'insegnamento non era completo, ne libero; se 
molti professori erano mediocri; se mancavano i gabinetti e di- 
fettavano le cliniche, questo non impedi che venissero su uomini 
di valore. Oggi le cattedre sono cresciute, abbondano i profes- 
sori nominati per concorso, i gabinetti sono largamente forniti, 
r insegnamento è libero, ma 1' Università siciliana ritrae tutte le 
magagne dell' Università italiana, in genere : è folla senza ideali, 
è fabbrica di laureandi, che aspirano al diploma, e se non l'hanno, 
tumultuano, abbandonandosi ad eccessi del tutto ignoti agli stu- 
denti di quarant'anni fa. 

Col reale decreto del 7 maggio 1838 veniva estesa alla Si- 
cilia la legge del 12 dicembre 1816 sull'amministrazione civile 
nelle provincie napoletane, uguagliandosi l'amministrazione dei 
municipi di Palermo, Messina e Catania a quella stabilita per 
la città di Napoli, ma conservandosi al sindaco di Palermo il 
titolo di Pretore, e di Patrizio a quelli di Messina e di Catania. 
Per effetto di quel decreto, il comune di Palermo fu ammini- 
strato da un Corpo di Città, composto del Pretore e di sei Eletti 
col titolo di Senatori, corrispondenti alle sei sezioni, in cui era 
divisa la città, coadiuvati da un cancelliere, da un controllo 
(ragioniere), un tesoriere e un archivario. Erauvi inoltre un 
maestro di cerimonie con alcuni paggi, un capitano della mi- 
nuscola guardia urbana ed altri impiegati subalterni, nonché 
una cappella senatoria. Questo Corpo di Città ritenne il titolo 
di Senato, e il Consiglio, che poteva considerarsi come la di- 



— 330 — 

retta rappresentanza della città, fu composto di trenta cittadini 
e si chiamò, come nel continente, Decurionato. 

I comuni erano distinti in tre classi, secondo ch.e avevano 
seimila o più abitanti, o erano sedi di Intendenza, Corte di Ap- 
pello o Corte Criminale, o avevano una rendita ordinaria di 
ducati 5000. Con tali norme il comune di Palermo, che allora 
contava poco meno di 180 000 anime, ^ venne classificato fra 
quelli di prima classe, pei quali il sindaco, gli eletti e i de- 
curioni erano di nomina sovrana, su proposta del ministro 
dell'interno. E mentre poi i sindaci, gli eletti e i decurioni, 
che non adempivano al loro ufficio, potevano essere ammoniti 
dall'intendente e provvisoriamente sospesi, per quelli di Napo- 
li, Palermo, Messina e Catania, la sospensione non poteva essere 
ordinata se non dal E,e, ed apparteneva anche al Re la facoltà 
di destituirli, su proposta del ministro dell'interno. 

Ho innanzi ai miei occhi l' ultimo stato discusso del comune 
di Palermo per gli esercizi dal 1856 al 1860, È da avvertire in- 
nanzitutto, che, per le difficilissime condizioni in cui era ridotta 
la finanza comunale dopo la rivoluzione, con rescritto del 23 ot- 
tobre 1854 il vicepresidente della Gran Corte dei conti dei do- 
mimi oltre il Faro, barone Pietro Scrofani, venne nominato re- 
gio delegato per la compilazione dello stato discusso pel quin- 
quennio anzidetto. Il bilancio è suo, non del Decurionato, che 
l'accettò tal quale, e il pretore e i senatori l'eseguirono. A tutto 
il 1855, dunque, l'erario comunale di Palermo presentava l'enorme 
deficienza di ducati 260 000, pari a lire 1 105 000. I creditori 
erano molti e insistevano per essere soddisfatti. Il regio delegato 
riusci a formare, dopo molto lavoro, un bilancio, con un'entrata 
ordinaria di ducati 219 404 (lire 932 467), e straordinaria di ducati 
229 727 (lire 976 339): in totale ducati 449 131 (lire 1908 806). 

La maggiore entrata era costituita dai dazi di consumo, dalle 
tasse e dalle privative , phe rendevano complessivamente la 
somma di ducati 382 075, mentre ben poca cosa erano le entrate 
provenienti dalle multe per contravvenzioni di polizia o per la 
tassa per occupazioni di spazi ed aree pubbliche, conosciuta sotto 
il nome di posti fissi e volanti. 



' V. Giornale di statistica — Tavola dei movimenti della popolazione 
siciliana nell'anno 1851-1852. 



- 331 — 

Sembra incredibile, che fino all'anno 1866 non esistesse pel 
comune di Palermo un regolamento per la polizia urbana e rurale 
della città e del territorio. Invano Filangieri ne aveva fatte le 
più vive premure all'intendente della provincia ed al pretore. 
Né è meno credibile che fino al 1854 un privato, il barone Xaxa, 
avesse riscosso la tassa dell'uno per cento sul carbone, detta dritto 
del tumoliere, obbligando tutti coloro che recavansi in Palermo 
per ismaltirvi del carbone, a servirsi di un suo tomolo, e a cor- 
rispondergli l'uno per cento sulla derrata! Morto il barone, il 
comune aveva avocato a sé questo diritto, ma l'intendente con 
sua ordinanza del 27 maggio 1854 credette di sopprimerlo. 

Si verificavano cose inverosimili. Fino al 1866 un altro pri- 
vato, sotto il nome di " aggiustatore pubblico dei pesi e misure „ 
esercitava l'ufficio di verificatore e ne riscuoteva i diritti. Ed 
anche più notevole abuso era quello del Monte di Pietà, che esi- 
geva, per suo conto, la tassa de' posti fissi e volanti, secondo 
le antiche concessioni, e ci volle un regio delegato per pro- 
porre che, a norma di legge, la tassa venisse avocata dal comu- 
ne. È anche da notare, che né il comune, né il regio delegato 
credettero di giovarsi mai della sovrimposta addizionale alla 
contribuzione fondiaria, la quale era consentita dalla legge nella 
misura di sole grana due per ogni ducato e che avrebbe prodotta 
una discreta entrata. E la conseguenza era che, mentre sulla gene- 
ralità dei cittadini pesavano i dazi sui consumi e le tasse, i proprie- 
tari fondiari non concorrevano quasi punto all'erario comunale. 

Per il personale dell'amministrazione si spendeva relativa- 
mente poco, pur essendo abbastanza numeroso. Vi erano 47 im- 
piegati e 19 alunni nella cancelleria centrale ; 32 impiegati nelle 
cancellerie delle sei sezioni; 9 commessi presso gli eletti dei co- 
muni riuniti e 12 uscieri. Si spendevano ducati 12 938, più ducati 
2067 per cancellerie. • Queste cifre rivelano un grande disquili- 
brio tra il numero degl' impiegati e i loro assegni ; alcuni ave- 
vano assegni affatto irrisorii. Con un rescritto del 20 aprile 
1858 approvavasi il progetto compilato dallo Scrofani, e si di- 
sponeva che il Decurionato, nel termine improrogabile di tre 
mesi, proponesse un nuovo organico, limitando il numero degli 
impiegati al preciso bisogno, e regolando i loro stipendi nei ter- 
mini della legge amministrativa. E non meno meritevole di 



— 332 — 

considerazione è il fatto che l'intendente della provincia, don 
Francesco Benso, duca della Verdura, di fronte ad ordini sovrani 
cosi perentori, si limitasse filosoficamente a trascrivere al pretore 
il reale rescritto pel corrispondente adempimento, perchè nel più 
breve termine possibile ne facesse eseguire la stampa! 

Oltre agli stipendi per gl'impiegati degli uffici, bisogna no- 
tare quelli per altri agenti subalterni, come il massaro, i due 
orologiari, il notaio comunale e il ministro delle Quarantore, re- 
tribuiti complessivamente con annue lire 867. 

Al pretore era concessa l' indennità annua di ducati 1440, e 
l' indennità di ducati 300 per la festa da celebrarsi il 14 luglio 
nel palazzo di città, in onore di Santa Rosalia, mentre ai sei se- 
natori era data una indennità di ducati 2592, poco meno di due 
mila lire per uno, come a Napoli. Vi era inoltre l'assegnamento 
al pretore e senatori di annui ducati 790 per le funzioni civili e 
religiose, alle quali avevano l'obbligo d' intervenire in forma pub- 
blica. Queste funzioni non erano meno di trentotto all'anno e le 
indennità servivano specialmente per la manutenzione di carrozze 
e livree, per l'affitto dei cavalli, pei trombettieri e tamburi che 
precedevano il corteo, per le mercedi ai cocchieri e a ogni altro 
servidorame, per la cera e per altre spese. Cosi fra stipendi, 
indennità ed assegnamenti, si erogava la non lieve somma di lire 
88 982,25, sopra un bilancio che non arrivava, come si e visto, 
tra ordinario e straordinario, a due milioni di lire. Eccessive 
ed innumerevoli le spese pel culto. Il comune pagava il predi- 
catore quaresimalista piuttosto largamente, il mantenimento 
della cappella senatoria, il santuario e la collegiata del monte 
Pellegrino, il capitolo e il clero delta cattedrale, i parroci, cap- 
pellani ed altri ministri del culto, la cappella di Santa Rosalia 
alla cattedrale medesima, quella dell'Immacolata nella chiesa 
di San Francesco, il cereo a Maria Santissima di Trapani, il 
Te Deum del 12 gennaio nella cattedrale, l'altro Te Deum per 
la commemorazione dei terremoti del 1783 e del 1823, la festa 
di Santa Rosalia in luglio, l'assegnamento alla cattedrale e alla 
cappella di Sant'Antonio pel Santo Sepolcro, le prestazioni di 
cera in denaro, la celebrazione di varie feste religiose, alla 
cattedrale, a diverse chiese e conventi, ed a compagnie ; e varie 
sovvenzioni ed esiti diversi ai conventi de' padri cappuccini, dei 
frati di Sant'Antonino, di Santa Maria di Gesù, delle vergini 



— 333 - 

cappuccinelle e alle due congregazioni sotto il titolo dell'espo- 
sizione e dell'elevazione del SS. Sacramento; e pagava infine 
una sowenzioile speciale ai padri cappuccini, l'illuminazione 
delle lampade innanzi all' immagine di Maria SS. ai Quattro 
Venti. È questa veramente la parte caratteristica di quel bi- 
lancio. La metà di questa somma era assorbita dal capitolo 
della cattedrale e dai parroci della città, i quali erano, e sono 
anche oggi, di nomina municipale. 

All' infuori di un capo maestro comunale, al quale si dava 
un salario di ducati 36, nulla spendeva il municipio per l'ufi&cio 
tecnico che, nonostante il pomposo titolo di Corpo degli Ingegneri^ 
ora portato alla bellezza di 32, era costituito da un direttore e da 
quattro ingegneri di sezione, che avevano piccole indennità diret- 
te, ma venivano pagati da un diritto del tre per cento da riscuotersi 
dagli appaltatori delle opere pubbliche comunali. Se nulla si spen- 
deva per l'ufficio tecnico, pochissimo o quasi nulla, per l' istru- 
zione elementare. Non si avevano che sei scuole lancastriane di 
mutuo insegnamento; due scuole serali, una nel villaggio Alta- 
rello di Baida ed una scuola per le fanciulle a Bocca di Falco, 
sotto la vigilanza di un direttore speciale : in tutto, gli alunni 
non sommavano a ottocento. I jnaestri prendevano complessiva- 
mente lire 765, poco più di 100 lire per uno all'anno, quelli del- 
le scuole serali ducati 36 e il direttore ducati 120. Lo Scrofani 
aveva timidamente proposto di istituire altre due scuole serali, ma 
Castelcicala trovò che nelle angustie del bilancio non era ammis- 
sibile l'aumento di altri ducati 108 all'anno, e rimandò l'attuazio- 
ne della proposta a miglior tempo, pur dichiarandola utilissima. 

Ma se egli fu cosi zelante per una spesa tanto lieve, non lo 
fu per la Milizia Urbana^ chiamata comunemente dei soldati di 
marina. Si componeva questa, come abbiamo detto, di un capi- 
tano, un sergente, un caporale, diciannove soldati e tre trom- 
bettieri. L'ufficio del capitano era onorifico. Parrà strano, che per 
diciannove soldati vi fossero tre trombettieri, ma questi erano 
i superstiti della banda musicale del Senato, soppressa nel 1855. 
I tre trombettieri furono aggregati alla milizia urbana, perchè 
non mancasse l'uso delle trombe e tamburi nei solenni cortei. 

L'assistenza sanitaria era burlesca. Non vi era che un me- 
dico comunale, ma è da notare a titolo di lode, che i vaccina- 



- 334 - 

tori non potevano riscuotere il compenso, se non quando il se- 
natore della sezione avesse personalmente verificato, in compa- 
gnia del parroco, che tutti i nati nell'ambito della propria giu- 
risdizione erano stati vaccinati. 

Si era più generosi per le istituzioni, che miravano all' istru- 
zione superiore ed ai progressi delle lettere, delle scienze e delle 
arti. Ed invero il Decurionato sussidiava la biblioteca pubblica 
comunale, l'istituto dei sordomuti, l'istituto d'incoraggiamen- 
to, l'accademia già del Buon Gusto e divenuta poi di scienze, let- 
tere e belle arti, e l' Università degli studi, per la quarta parte 
della cattedra di architettura decorativa e di disegno topografico. 
E se fra le istituzioni educative e promotrici della cultura del- 
l'arte musicale si può noverare il teatro, il comune forniva la 
dotazione di ducati diciottomila al teatro Carolino. 

La città era illuminata ad olio e l'illuminazione costava 
lire 127 500. Solo il Fóro Borbonico era illuminato a gaz, ma 
i rari fanali non si accendevano che nei tre mesi estivi. Per lo 
spazzamento della città e l'annaffiamento delle strade interne e df 
una parte delle esterne, la cifra era irrisoria, sole lire 13 277 ; e 
però non è da meravigliare, se, nonostante la passione dei pa- 
lermitani per la nettezza, la città fosse tra le più sporche, ma sem- 
pre meno di Napoli, e quasi non vi fosse strada, dai cui balconi 
e finestre non pendessero biancherie o cenci ad asciugare. 

Il regio delegato aveva introdotto, rispetto ai bilanci degli 
anni passati, una economia di ducati 46 585,66, ma quanti al- 
tri risparmi non sarebbe stato possibile ottenere ! Egli ne fu 
impedito, sia da ostacoli incontrati da parte di altre amministra- 
zioni nel fornirgli le debite spiegazioni, sia da inveterate tradi- 
zioni e pregiudizii popolari, che non credette opportuno di offen- 
dere. Egli avrebbe voluto far concorrere le opere di beneficenza 
della provincia al mantenimento degli stabilimenti pubblici della 
capitale ; ma il Consiglio degli ospizi gli fece intendere di non 
potersi contare sui legati di messe, perchè destinati in suffragio 
delle anime purganti; non potersi far uso dei legati a favore 
di persone determinate, perchè di diritto privato, e non potersi 
fare assegnamento sulle opere di vera pubblica beneficenza, per- 
chè ridotte in modo, da non potersene cavare il menomo co- 
strutto. Aveva ritenuta maggiore del bisogno la somma di ducati 
30 000 per l'illuminazione notturna della città e dintorni, e ri- 



— 335 ^ 

Yoltosi al pretore pei debiti chiarimenti, ne ebbe tale risposta 
da convincerlo, che allora solamente poteva farsi un'economia 
in questa spesa, quando sarebbe riuscito a chi toccava di supe- 
rare gli ostacoli. 

I due ultimi pretori di questi anni furono il principe di 
Manganelli, don Antonio Alvaro Paterno, brav'uomo, ma una 
vera nullità amministrativa, e il principe di Galati, Giuseppe 
de Spuches, uomo di larga cultura, specialmente classica, che ebbe 
molte critiche per l'offerta fatta a Ferdinando II, della sella di Re 
Ruggiero, offerta dicevano alcuni, da lui subita. Il Galati, che 
fu nei nuovi tempi deputato di Caccamo, di cui portava pure 
il titolo, sposò in prime nozze la poetessa Giuseppina Turrisi 
Colonna, che gli mori dopo undici mesi. Era un uomo di studii, 
ellenista e poeta. Tradusse Euripide e scrisse poemi uon senza 
pregi ed elegie greche e latine. Morì nel 1884, presidente del- 
l'Accademia delle scienze e lettere : mite uomo, che nei giorni 
più agitati del 1860 si rifugiò a bordo di un bastimento nel porto 
di Palermo, e invitato da Garibaldi a rimanere a capo del nuovo 
Municipio, non volle accettare, secondo afferma Vincenzo di Gio- 
vanni, il quale nei funerali, celebrati nella chiesa dei Crociferi, ne 
disse l'elogio. Con un bilancio quale abbiamo esaminato, e con 
si rigorosa dipendenza da Napoli, il sindaco di Palermo era 
in verità il luogotenente, e neppure il principe di Galati potè 
fare tutto quel bene che desiderava. Erano in verità cariche 
decorative per le grandi cerimonie civili e religiose, anzi più re- 
ligiose che civili, e durante la luogotenenza del Castelcicala, il 
pretore di Palermo fu il marchese di Spaccaforno, direttore per 
l' interno ; come, durante la luogotenenza di Filangieri, il pretore 
effettivo fu lui stesso, il principe di Satriano. 

Nei nuovi tempi invece Palermo ebbe sindaci di prim'or- 
dine. Ricorderò i maggiori, morti tutti: Mariano Stabile, il 
quale, reduce dall'esilio, si dedicò alla trasformazione della sua 
città natale ; Salesio Balsano, Domenico Peranni ed Emanuele 
Notarbartolo. Il sindacato del Peranni si ricorda principalmen- 
te per questo, ch'egli lasciò la cassa in buone condizioni e i 
servizii benissimo ordinati. Il Peranni, che fu amicissimo del 
Minghetti, mori nel 1876, senatore del Regno. Durante il sin- 
dacato del Notarbartolo, nel quale ebbe parte, come assessore, 



— 336 - 

Emanuele Paterno, giovanissimo e più tardi sindaco anche lui 
di Palermo, fu cominciato il teatro Massimo e votate altre opere 
pubbliclie ; ebbe grande impulso l' insegnamento elementare e fu 
sottoposto a processo e condannato il vecchio tesoriere, sul quale 
le precedenti amministrazioni avevano chiuso gli occhi. Oggi 
Palermo, grazie al valore e alle cure di questi bravi uomini, è una 
delle più belle e salubri città d'Italia; è una città che non ha per- 
duto il suo aspetto caratteristico, ma il nuovo si è cosi armonica- 
mente innestato sul vecchio, che non sembra quasi possibile che 
prima del 1848 non vi fosse la via della Libertà, e la città finisse 
a Porta Macqueda e al ferriata di Villa franca ; non sembra pos- 
sibile che non esistesse fino al 1870 lo splendido Politeama, e 
fino al 1892 non esistesse il nuovo magnifico quartiere, dove fu 
l'Esposizione, e la passeggiata non si estendesse oltre la Favo- 
rita, fino a Mondello e a Partanna da una parte, e ai Colli dal- 
l'altra, in quell'incantevole foresta di agrumi, che sino a pochi 
anni fa era una palude, prosciugata da un consorzio di cittadini,, 
a capo dei quali è un uomo illuminato e tenace, il senatore Fran- 
cesco Lanza di Scalea. Quell'opera può dirsi oggi compiuta e la 
malaria, che infestava quelle contrade, è scomparsa. Da pochi e 
incerti fanali a gaz, che illuminavano nelle sere estive il Fóro 
Borbonico, alla presente illuminazione, per cui i Quattro Canti 
sono trasformati in un salone, e la villa Giulia in una féerie che 
non ha l'eguale nel mondo ; quanto cammino ! Palermo, che aveva 
acqua bastante sol per dissetarsi, ora n' è largamente fornita 
dalle sorgenti di Scillato, e ne va il merito in gran parte al sin- 
daco marchese Ugo delle Favare, che ne fece il contratto. E di 
tutto questo progresso, compiuto in poco più di sei lustri, si ve- 
dono i segni nel bilancio comunale, aumentato ben dieci volte 
da allora. Se nel quinquennio 1856-1860 non era che di lire 
1908806, nel 1897 era già salito a lire 19382 347. 

L'Università di Catania, chiamata Siculorum Gymnasium, 
aveva fama superiore a quella di Messina, e forse pari a quella 
di Palermo. I suoi professori avevano preso parte alla rivolu- 
zione del 1848, anzi l' insegnante di diritto romano, Francesco 
Marletta, era stato presidente del Comitato catanese e poi Pari 
elettivo. Per ragioni politiche venne destituito nel 1852 Sal- 
vatore Marchese, giurista egregio, e uomo per carattere e per 



- 337 — 

cultura veramente superiore. Non rientrò nell'Università che nel 
1860, con decreto di Garibaldi; nel 1861 resse il dicastero della 
pubblica istruzione presso la luogotenenza di Palermo; fu de- 
putato di Catania e mori senatore del Regno, ma non prese 
parte alle sedute del Senato, e credo non abbia nemmeno giurato. 
Era uomo di forti convincimenti patriottici e parlava poco. 
Nato in Misterbianco nel 1811, vi mori nel novembre del 1880. 
Sostituto del professore Scuderi, ancora giovanissimo, insegnò 
economia politica all'Università e, morto nel 1841 lo Scuderi, 
fu nominato per merito professore di diritto naturale. Nel 1848 
fondò in Catania col detto Scuderi e Mario Eizzari il giornale 
V Unità, donde la sua destituzione, restaurati i Borboni. Scris- 
se, fra l'altro, un libro sull'Università di Catania dalla sua fonda- 
zione al 1872, e dell'Università egli fu rettore per oltre un decen- 
nio, dal 1869 al 1880, e molto concorse al suo progresso, creando 
il consorzio del comune e della provincia per assicurarne le 
sorti. Furono destituiti anche il canonico Geremia e Giuseppe 
Catalano, ma vennero poi rimessi. Più devoto al Re fra i pro- 
fessori era l'abate Ferrara, il quale, dopo avere atteso al riordi- 
namento della biblioteca di Casa reale, insegnò letteratura greca, 
prima a Palermo e poi a Catania. Ma degl' insegnanti di allora 
la figura più caratteristica era quella di Vincenzo Tedeschi Pa- 
terno Castello, della famiglia dei Francica, il quale, divenuto 
cieco all'età di tredici anni, invece di imparare a suonare il vio- 
lino come voleva il padre, con l'aiuto di un buon lettore, si ap- 
profondi nelle scienze morali e tenne la cattedra di logica e meta- 
fisica. Le truppe borboniche, entrando in Catania, fecero crudele 
scempio della famiglia di lui. Insegnava matematiche sublimi una 
sommità della scienza : Giuseppe Zurria, morto di recente a 86 
anni, dopo quarantaquattro d' insegnamento : mirabile esempio di 
diligenza, di bontà e di modestia. Anche negli ultimi anni, nes- 
suna rigidità di stagione gì' impedi mai di far lezione ; e pochi 
mesi prima di morire, a Mario Mandalari, direttore della segrete- 
ria di quell'Università che, in una fredda giornata di gennaio, 
lo pregava con affetto filiale di non esporsi alle inclemenze della 
stagione, rispondeva : " 'U duviri, figghiu! „ La morte dello Zurria, 
avvenuta nel settembre del 1896, fu pubblico lutto a Catania. 
Vasta, svariata, multiforme, sebbene non sempre profonda cultura 
aveva il professore don Agatino Longo, che insegnava fisica, 

Db Oxsare, La fine di un Segno • VoL I. 2S 



— 338 — 

ed era cattolico osservantissimo ; e scienziato di fama mondiale 
era Carlo Gemellaro di Nicolosi, celebre per i suoi studi sul- 
l'Etna. Egli insegnava geologia e mineralogia, dirigeva il ga- 
binetto di storia naturale e fu anche rettore. Insegnavano i 
due fratelli Pulci : Francesco, ritenuto il più reputato medico di 
Catania, e Innocenzio, professore di letteratura italiana, ed erano 
abbastanza animosi nei loro insegnamenti. È giustizia ricordare 
Euplio Reina, buon chirurgo e ostetrico, e Salvatore Ursino, il 
quale insegnava codice civile confrontato col diritto romano : giu- 
reconsulto e magistrato di grande rettitudine, sedendo tra i giu- 
dici della Gran Corte Civile. Molto affiatamento esisteva fra i 
professori e gli studenti, che negli ultimi tre anni superarono la 
cifra di seicento. Oggi, secondo risulta dall'ultimo Annuario^ 
sommano a 986; e mentre in quegli anni la facoltà di filosofìa 
e lettere non ebbe alcun iscritto, oggi ne conta settantanove. Il 
maggior numero degli iscritti era allora nelle facoltà di giuri- 
sprudenza e di matematica, perchè in quelle facoltà erano i pro- 
fessori più valorosi. Nella facoltà di teologia ve ne furono due soli 
nel 1858, e cinque negli anni successivi. 

La polizia teneva d'occhio la studentesca, trattandola con mag- 
gior severità, che non a Palermo e a Messina. Assai rigido era 
r intendente Panebianco che non risparmiava nemmeno i proprii 
figli, da lui un giorno puniti, si disse, con l'arresto in casa. Si 
rileva dal bel libro di Emanuele de Marco, ^ come l'autorità po- 
litica cercasse anche in questo l'aiuto del rettore, che doveva 
trasmettere alla polizia i nomi degli studenti, per il rilascio delle 
carte di soggiorno. Ed anche più in là si spinse il Panebianco 
con questa lettera, comicissima di certo, se giudicata coi criteri 
di oggi, e da lui diretta al rettore, in data 20 ottobre 1852, quat- 
tro giorni prima dell'arrivo del B.e : " Per ordine superiore essen- 
" dosi considerato che le barbe non sono più di moda, e che il 
" portarle fuori d'uso, richiama tristi rimembranze, è necessario 
" che tutti coloro, i quali amino comparire di buona morale, le- 
" vassero dai loro volti quel segno. Epperò io mi rivolgo a lei, 
" affinchè sotto la sua responsabilità, nessun professore, studente 
" o impiegato della E.. Università indugi all'osservanza dell'or- 
" dine suaccennato « . 



^ La Sicilia nel decennio avanti la spedizione dei Mille. — Catania, 
Tip. Sioula, Monaco e Mollica, 1898. 



— 339 — 

Messina riebbe da Ferdinando II, nel 1838, la sua Univer- 
sità, che le era stata tolta due secoli prima dal viceré, conte di 
San Stefano. Tranne la facoltà di matematica, pur non intera- 
mente completa, le altre facoltà, come si è detto, mancavano di 
insegnamenti anche principali, e il numero degli studenti era 
molto esiguo. Ne fu rettore fino al 1864 Luigi Bruno, che inse- 
gnava logica e metafisica ; e, morto lui, gli successe il parroco 
Gaetano Messina, il quale insegnava teologia dommatica ed era 
uomo di soda cultura. Nella facoltà di lettere ricordo Giovanni 
Saccano, studioso della Divina Commedia e latinista insigne. In- 
segnava eloquenza don Mauro Granata, cassinese, purista e autore 
di un dizionario dantesco. Mori nei primi mesi del 1860, non es- 
sendosi mai riavuto dallo spavento, che provò nel giugno del 1859, 
quando, leggendo nel duomo l'elogio funebre di Ferdinando II, 
vi scoppiò una bomba con grande fracasso. Insegnava lette- 
ratura italiana Felice Bisazza, poeta ispirato forse più che qua- 
lunque altro isolano suo contemporaneo, e filosofia l'ontologo Ca- 
tara-Lettieri. La cattedra d'incisione fu tenuta interrottamente 
da Tommaso Aloysio luvara, che creò allievi come il Di Bartolo, 
Micali e quel Saro Cucinotta, intimo amico di Vittorio Imbriani 
e mio, ucciso dai Versagliesi nel 1871, a Parigi, essendo stato guar- 
dia mobile per forza, durante la Comune. L'insegnamento della 
pittura e del disegno fu affidato sino al 1848 a Letterio Subba, 
artista d'ingegno vasto e multiforme. Ma avendo preso molta 
parte alla rivoluzione, fu destituito e gli successe Michele Pa- 
nebianco, pittore e disegnatore distinto, il quale creò una scuola 
di valorosi alunni. Nel concorso fatto nel 1852 per il sipario del 
teatro di Santa Elisabetta, ora Vittorio Emanuele, vinse egli il 
premio col bozzetto, che si disse suggeritogli dal principe di 
Satriano, allusivo alle vicende del 1848 : " Gerone, che concede 
la pace ai Cartaginesi, a patto di non sacrificar vittime umane „. 

Negli ultimi anni occupava la cattedra di estetica Riccardo 
Mitchell, poeta vigoroso, galantuomo a tutta prova, cognato al 
Bisazza, ma da lui, che era ultra- borbonico, assai discordante; 
amico del principe di Galati, intimo di don Lionardo Vigo 
di Acireale e traduttore di Teocrito. La facoltà di medi- 
cina era, dopo quella di matematica, la meno incompleta; e 
tra gli insegnanti avevano maggior fama il Coco, naturalista 
ittiologo che insegnava materia medica; il Mina, professore di 



- 340 — 

fisiologia ; Pispisa, di patologia medica, e noto anche per i suoi 
spiriti liberali. Il padre del Pispisa, imprigionato per ragioni 
politiche, era morto in carcere. Ricordo inoltre il Catanoso, che 
insegnava istituzioni cerusiche ed era operatore arditissimo: a 
lui era successo il professore Garufì ; e, più. insigne di tutti, il 
Pugliatti, che insegnava clinica chirurgica. Figura simpatica, 
e alla quale gli studenti si mostravano molto affezionati, era 
quella del bidello don Spiro Cortimiglia, che li aiutava a te- 
nersi in guardia dalla polizia. Gli spiriti liberali prevalevano fra 
gli studenti per vecchia tradizione. Gli studenti si erano parti- 
colarmente distinti anche nei moti del settembre 1847 e del 1848. 
Fra ì più romorosi agitatori era lo studente di terzo anno di 
medicina Francesco Todaro di Tripi, oggi senatore del Regno © 
professore di anatomia all' Università di Roma. La polizia per- 
ciò non li lasciava tranquilli, ma non erano persecuzioni feroci : 
si limitavano ad arresti, che duravano poche ore, ma in compenso 
erano frequenti e l'Università non venne chiusa che una sol 
volta, dopo i moti dell'aprile 1860, come si dirà più innanzi. 



CAPITOLO XVII 



Sommario: Il matrimonio del duca di Calabria — I consigli di Bamaglia — La 
sposa — La cerimonia della richiesta ufficiale — Donna Nina Bizzo — Un 
incidente fra le due cameriere — Gli augurii per il matrimonio — L'inno 
di Mercadante scritto da Niccola Sole — Il viaggio della famiglia reale 
nelle Puglie — Moataecione — Le guardie d'onore — La partenza da Ca- 
serta — Due cappuccini e le parole del He — La fermata a Mugnano — Il 
santuario di Santa Filomena — Aneddoti — Il Ee e un postiglione — L'ar- 
rivo ad Avellino — L' intendente e le autorità — I liberali e il colonnello 
de Concily — Un motto del Re — Partenza da Avellino — La faticosa di- 
scesa di Dentecane e l'ardua salita di Scameccbia — Arrivo in Ariano — 
Particolari della notte in Ariano — La favola dell'avvelenamento — A 
Foggia — Feste ed epigrafi — La Madonna dei Sette Veli — Un decreto di 
amnistia. 

Nel 1859, quando Francesco, duca di Calabria, sposò Maria 
Sofia Amalia di Baviera, contava ventitre anni. Ferdinando II, 
deciso che ebbe di dargli moglie, condusse da sé e in segreto 
le trattative, che furono parecchie in più di una Corte di Euro- 
pa. Si era trattato due anni prima con la Corte belga, per dare 
in moglie all'erede della Corona la bellissima principessa Car- 
lotta, figlia del Re Leopoldo I, la quale sposò poi l'arciduca 
Massimiliano d'Austria e perde la ragione dopo la tragedia di 
Queretaro; ma tanta fu la discrezione, con cui quelle pratiche si 
svolsero, che non se ne seppe nulla, come nulla si seppe del fidan- 
zamento con l'arciduchessa Maria Sofia di Baviera, prima della 
richiesta ufficiale. Si disse, e non è improbabile, che la scelta della 
sposa fosse consigliata al Re dal conte Guglielmo Ludolf, mini- 



— 342 — 

stro in Baviera; ma considerazioni politiche di non lieve impor- 
tanza dovettero indurre il Re di Napoli a stringere maggior- 
mente i legami di famiglia con l'impero austriaco, dando in 
moglie al figliuolo una cognata dell' Imperatore. Memore forse 
dei versi, uditi un anno prima alla rappresentazione della Stella 
di Mantova, egli passò in rassegna le principesse italiane, e forse 
si fermò su Maria Clotilde di Savoia , figliuola di Vittorio 
Emanuele II; ma non pare clie vi siano state trattative nep- 
pure alla lontana. Il ricordo del suo matrimonio con una 
principessa di Savoia e l'astio, che palesemente nutriva verso la 
Corte ed il governo sardo, non potevano certo favorevolmente di- 
sporre l'animo del Re a quella scelta. A determinare invece 
quella della giovane duchessa di Baviera e a vincere le perples- 
sità di lui, se mai ne ebbe, dovè concorrere la regina Maria Teresa. 
Ferdinando II teneva dietro, non senza inquietudine, agli avve- 
nimenti che si succedevano in Europa; le sue diffidenze verso 
Napoleone e il Piemonte aumentavano di giorno in giorno, e 
pur non credendo ancora o fingendo di non credere, che i 
francesi sarebbero scesi in Italia per far guerra all'Austria e 
venire in aiuto della rivoluzione, un senso di timore lo aveva 
invaso. 

Da qualche tempo il Re non si sentiva bene. Era inca- 
nutito, divenuto pingue, in maniera da non poter più montare 
a cavallo agilmente, ne rimanervi a lungo e di tanto in tanto, 
avvertiva una grande spossatezza. Il Ramaglia, qualche mese 
prima, aveva scoperta intorno al collo di lui un'eruzione erpe- 
tica di un rosso vivace, che lo impensieri e prescrisse una cura 
che non fu eseguita. Dieci giorni prima di lasciare Caserta, la 
Regina volle consultare nuovamente l' insigne clinico circa l'op- 
portunità del viaggio, e il Ramaglia rispose : ''^ Il Re non ha florida 
salute, ed io sono di parere che il viaggio nelle Puglie si dovrebbe 
rimandare alla prossima primavera ; se irrigidisse il tempo, non 
80 quanto ne soffrirebbe la salute del Re „. Alla Regina non piacque 
quel franco linguaggio e licenziò il Ramaglia con freddezza. 
Eu riferito anzi, che il Re dicesse al Ramaglia : " Don Pie, quan- 
t'hai avuto pe darme sto consiglio? „ E risolvette due cose : partire 
il giorno 8 gennaio per le Puglie e far celebrare per procura il 
matrimonio, nello stesso giorno, a Monaco di Baviera. Ordinò 
inoltre che la sposa, imbarcandosi a Trieste il 16 gennaio a bordo 



— o4o — 

del Fulminante, sbarcasse a Manfredonia, rinnovandosi così, dopo 
62 anni, la cerimonia che nel 1797 ebbe luogo a Foggia, nella 
chiesa della Madonna dei Sette Veli, quando Francesco I, allora 
principe ereditario, condotto da suo padre Ferdinando, sposò 
in prime nozze Maria Clementina, arciduchessa d'Austria, sbar- 
cata appunto a Manfredonia. Colà cominciarono subito i pre- 
parativi per lo sbarco, venne stabilito minutamente tutto il ceri- 
moniale, si pose mano a costruire il padiglione sullo sbarcatoio, 
e a ridurre in modo conveniente l'episcopio, dove la famiglia 
reale avrebbe alloggiato. 

Le condizioni esteriori della felicità coniugale forse non man- 
cavano. Cattolica e devota la Corte di Baviera, semplice l'educar 
zione delle figliuole di Massimiliano Giuseppe e di Luisa Gugliel- 
mina, duca e duchessa di Baviera, tra per avito costume, tra 
perchè otto erano i figliuoli, e tra perchè assai modesto il pa- 
trimonio, tanto che Maria Sofia ebbe in dote soli 25 000 ducati, 
cioè cinquanta mila fiorini bavaresi, come risulta dal contratto 
nuziale stipulato a Monaco il 4 novembre 1858 e firmato 
dal barone De Pfordten, presidente del Consiglio dei ministri e 
ministro della Real Casa, e dal conte Ludolf. Ferdinando II 
costituì alla futura nuora una controdote di ducati trentaseimila. 
La dote fu pagata a Napoli, per mezzo del banchiere Hirsch. Ma 
quella semplicità era libertà nel tempo stesso, libertà comune alle 
grandi e alle piccole Corti tedesche. Maria Sofia e le sue sorelle 
giravano Monaco da sole, in carrozza e a piedi, guidavano cavalli, 
tiravano di scherma, si esercitavano al nuoto, avevano, insomma, 
educazione afifatto moderna. Il padre loro, bellissimo uomo, il più 
bell'uomo di Baviera ai suoi tempi, era in fama di stravagante. 
Separato da sua moglie, viveva a Wiitzbourg fra amici e dissi- 
pazioni ; e la moglie, zia del Re e sorella dell'arciduchessa Sofia, 
madre dell' Imperatore, attendeva personalmente all'educazione 
delle cinque figliuole. Non bella, la duchessa Guglielmina era do- 
tata di grande energia e di vivace spirito d' intrigo. Non senza 
orgoglio aveva veduta la seconda delle sue figlie, la bellissima 
Elisabetta, divenire imperatrice d'Austria, e vedeva ora la quar- 
ta, Maria Sofia, avviarsi, non ancora compiuti i diciotto anni, al 
trono delle Due Sicilie. Fu lei, che condusse le trattative del ma- 
trimonio, mentre il duca se ne stava a "Wiitzbourg e solo tre volte 



— 344 — 

comparve a Monaco: il giorno della richiesta ufi6.ciale, 22 di- 
cembre 1858; il giorno del matrimonio, 8 gennaio 1859, e il 
13 gennaio, quando la sposa parti. Una principessa bellissima e 
giovanissima, cresciuta in un ambiente non volgare, ardita e 
fantastica come suo padre e le sue sorelle, e vivace come la madre, 
non era la più adatta a entrare veramente nella Corte napole- 
tana, immagine di tristezza, di vecchiezza e di pregiudizio ; ne a 
divenire moglie di un principe bonaccione e credulone, soggiogato 
dagli scrupoli religiosi e inesperto della vita, che non aveva 
conosciuto mai donne, anzi le fuggiva, facendosi rosso nel viso 
quando non ne poteva evitare gli sguardi, e con un suocero 
giovane e vigoroso, soggiacente alla imperiosa volontà della Re- 
gina, matrigna del principe ereditario e austriaca. 

Ma a tanta disparità intrinseca Ferdinando II non badò più 
che tanto, persuaso che avrebbe fatta lui l'educazione della 
principessa ereditaria : pretensione e leggerezza tutta borbonica, 
dalla quale non bastò a stornarlo l'esempio del suo primo matri- 
monio con Maria Cristina di Savoia, la cui educazione e le cui 
tendenze erano tanto diverse dalle sue. 

La richiesta ufficiale venne fatta dunque, con grande solen- 
nità, il 22 dicembre a Monaco, dal conte Ludolf, ministro di 
Napoli. Era aggiunto di legazione Domenico Bianchini, oggi 
direttore capodivisione al ministero degli affari esteri, il quale 
ebbe l'incarico di presentare alla sposa sopra un cuscino di vel- 
luto il ritratto del fidanzato, dopo che la sposa ebbe dato pub- 
blicamente il suo assenso. Era una miniatura ovale, molto 
fine. Francesco vi era raffigurato in costume di ufficiale de- 
gli usseri della guardia, e a tutti fece buona impressione. Corse 
la voce che fosse offeso in un occhio, tanto che una principessa 
di Corte ne chiese, riservatamente, al ministro e all'aggiunto, 
i quali si affrettarono a smentirla. Il matrimonio religioso eb- 
be luogo, con la stessa solennità, il giorno 8 gennaio. Procu- 
ratore ^ello sposo fu il principe Luitpoldo, fratello del Ee e at- 
tuale Reggente. Il 13, la sposa lasciò Monaco, accompagnata dal 
fratello Luigi, dalla contessa Reohberg, dama di palazzo, dalla 
baronessa di Taenzl-Tratzberg, dama d'onore, dal tenente colon- 
nello Heùsel, aiutante di campo del duca di Baviera, e da 
donna Nina Rizzo, mandata da Napoli come cameriera personale 
della giovane duchessa e che divenne via via, come si dirà, 



— 345 - 

la persona che più Maria Sofia amasse in Napoli e con la qua- 
le avesse maggiore familiarità. A Trieste, la duchessa di Cala- 
bria fu ricevuta a bordo del Fulminante dalla principessa di Par- 
tanna-Statella e dalla duchessa di San Cesario : signore piuttosto 
anziane e dal conte di Laurenzana, e che l'accompagnarono 
sino a Bari, insieme col duca di Serracapriola, commissario per 
la consegna della sposa. Ferdinando II aveva mandata a Mo- 
naco, oltre a donna Nina Rizzo, un'altra cameriera, donna Gio- 
vannina Lo Giudice, ma le due donne, contendendosi l'onore di 
fare 'a capa^ alla duchessa di Calabria, si bisticciarono cosi cla- 
morosamente, che Ludolf fu costretto a rimandarne una. Restò 
donna Nina, di certo più intelligente e vivace; e tornata l'al- 
tra in Napoli, andò in ogni parte narrando il caso suo, contan- 
done di tutte le tinte contro la rivale, come napoletanamente si 
costuma, ne apparve più in Corte. 

I giornali di Napoli ebbero tutti parole cortesi e auguri per 
il matrimonio. Il Nomade scriveva: ""Ecco benedetto dal Cielo 
un legame, che riempie di gioia due Regni e compie i voti più 
cari di due Reali Corti. Possa la loro gioia esser duratura, se- 
condo gli augurii reciproci degli uni e delle altre „. Auguri sin- 
ceri, perchè Francesco, in fondo era assai ben voluto e si aveva 
fiducia in lui, come si ha generalmente nei principi ereditarli : fi- 
ducia alla quale purtroppo risponde spesso, dopo che sono saliti 
al trono, il più malinconico disinganno. Tutti eran curiosi di 
vedere la sposa, che i giornali decantavano per la bellezza, per 
lo spirito e l'ardimento. Si diceva che, arrivando lei, la Reggia 
si sarebbe riaperta alle feste ed ai ricevimenti ; che sarebbe ritor- 
nata la Corte a Napoli, e un nuovo soffio di vita avrebbe 
animato tutto quel vecchio mondo aristocratico e brontolone, con- 
dannato all'inerzia, pur essendo cosi avido di svaghi gratuiti. 
Nessuno fece sinistri prognostici, anzi tutti bene augurarono da 
quella unione, che riscaldò la musa di tanti poeti, ispirò narra- 
zioni iperboliche a prosatori, e procurò forse la morte di quel 
povero Niccola Sole, il quale, non sapendosi sottrarre agli in- 
viti insistenti di scrivere la celebre cantata, che Mercadante 
musicò e fu poi eseguita al San Carlo, n'ebbe, lui già cantore 



^ Fraae di gergo dialettale, che vuol dire pettinare. 



— 346 - 

àeWArpa Lucana e autore delle famose obtave sulla tomba di 
Alessandro Poerio, tale pentimento o rimorso, che ne mori di 
crepacuore, si disse, nel Natale del 1859. 

Poi avrà luogo la gran cantata, 
Da Mercadante già musicata, 
E della quale fé le parole 

Niccola Sole. 

Cosi mordacemente verseggiava Carlo Zanobi Cafferecci in 
una specie di satira, dopo che egli stesso aveva stampata nel- 
V Omaggio Sebezio, volume di occasione per festeggiare il matri- 
monio, un'enfatica ode alla sposa. Eccone un saggio : 

Oh! bel connubio! Qual d'avventurosi 
Giorni è promessa del Sebeto ai figli 
Questo bel fiore, aggiunto ai gloriosi 
Borbonii gigli ! 

Preparativi per il viaggio del Rè nelle Puglie, e addobbi d'in- 
tendenze di palazzi di signori non vi furono, né dissipazioni 
di amministrazioni provinciali ; che anzi, fino all'ultimo, l' itine- 
rario fu tenuto segreto. Il Re stabili di compiere il viaggio in 
una quindicina di giorni, distribuendo le tappe cosi : da Caserta 
ad Avellino, da Avellino a Foggia, da Foggia ad Andria, da 
Andria ad Acquaviva, da Acquaviva a Lecce, da Lecce a Bari 
per l'andata ; e per il ritorno : da Bari a Barletta, a Manfredonia, 
a Foggia, ad Avellino e a Caserta. Sarebbe stato ospite degli 
intendenti o dei vescovi, e mai di privati, anzi da nessuno avreb- 
be accettato colazioni o pranzi, cosi come fece nell' ultimo viag- 
gio in Calabria. Aveva disposto che la cucina reale, col cuoco 
direttore Cammarano, facesse parte del seguito, portando tutto, 
anche l'acqua da bere in recipienti chiusi con lucchetto^ per- 
che il Re era abituato a bere l' acqua detta del Leone di 
Posillipo. Grl' intendenti e i vescovi erano persone di sua as- 
soluta fiducia, anzi dal Mirabelli, intendente di Avellino che 
sapeva a lui devotissimo, accettò un'ospitalità completa. Al Re 
erano poi fedelissimi il vescovo di Andria, Longobardi e l'ar- 
ciprete mitrato di Acquaviva, Falconi. 

Le carrozze da viaggio erano sei : tre di Corte e tre postali. 
L'amministrazione delle poste provvide al servizio dei cavalli. 
Il marchese Targiani e i fratelli, Maldura avevano l'appalto del 



- 347 - 

servizio delle poste e procacci; e loro ispettore, incaricato del ser- 
vizio cavalli e postiglioni, era Federico Lupi, in questo genere, 
assai capace. Egli ebbe pieni poteri per la scelta delle bestie 
e la loro impostazione lungo la strada. Fu uno dei pochi, che 
conoscesse tutto V itinerario dal primo giorno. Egli portava, an- 
che allora, trionfalmente, i suoi enormi baffi biondi, e fu perciò 
soprannominato dal Re, durante il viaggio, Mostaccione. Il Cer- 
vati era amministratore generale delle poste ; lo stesso uffizio 
che ebbe nel 1860 il barone Gennaro Bellelli, quando andò a 
ricevere Vittorio Emanuele al confine di Abruzzo. Le poste 
dipendevano dal ministero delle finanze. 

Opportune disposizioni furono date per la sicurezza delle 
strade. Squadroni di cavalleria e di gendarmi a cavallo perlu- 
stravano la strada consolare: più frequenti alla salita di Mon- 
teforte e nel vallo di Bovino, vecchi nidi di malandrini. Furono 
dati ordini alle guardie d'onore delle provinole di Terra di Lavoro 
e di Napoli di tenersi pronte ad accompagnare il Re^ di tappa 
in tappa, e di raccogliersi a Nola, dove difatti si raccolsero, 
sotto il comando del duca di San Teodoro, caposquadrone, e di 
don Pasquale del Pezzo, duca di Cajaniello, caposquadrone in 
secondo. Il brigadiere don Riccardo di Sangro, comandante in 
capo di quelle guardie e cavaliere di compagnia del Re, fece parta 
del seguito dei Sovrani, il quale oltre al Re, alla Regina e ai reali 
principi : il duca di Calabria, il conte di Trani e il conte di Ca- 
serta, era formato dal Murena, ministro delle finanze ; dal Bian- 
chini, direttore dell'interno e della polizia generale; dal prin- 
cipe e dalla principessa della Scaletta; dal colonnello Severino, 
segretario particolare del Re ; dal generale Ferrari, aiutante del 
duca di Calabria ; dal colonnello C'appetta, istruttore dei principi 
secondogeniti e dal conte Francesco Latour, gentiluomo di setti- 
mana. Era un seguito ristretto, addirittura intimo. Il principe 
della Scaletta, Vincenzo Ruflfo, e la bella principessa, nata con- 
tessa Wrbna di Vienna, dama di Corte della Regina, erano come 
persone di famiglia. Maria Teresa condusse inoltre una came- 
riera, la Rossi, moglie di un alabardiere, e il Re, il suo camerie- 
re fido Gaetano Galizia. Vi andò pure una sorella nubile della 
Rossi, e si rise lungo il viaggio, credendosi che il Galizia facesse 
la corte a questa ragazza. 

Gli addii di famiglia furono commoventi. Il Re e la Regina 



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abbracciarono più volte i piccoli principi, che restavano, ma il 
Ee pareva preoccupato ; e se ostentava un po' di loquacità scher- 
zosa, tutti sentivano che quella loquacità non era spontanea, 
e difatti spari appena varcata la soglia della Reggia. Ne la Re- 
gina, né i principi che partivano e neppure lo sposo davano 
segno di gaiezza ; anzi alcuni del seguito, napolitanamente, mor- 
moravano, confidandosi paure e prognostici non lieti, per l'osti- 
nazione, anzi per il capriccio del Ee di compiere un lungo viag- 
gio nel cuore dell'inverno. 

Si fece colazione a mezzogiorno. Era di sabato ; rigida la 
giornata, anzi cruda. Pesanti mantelli e pellicce coprivano gli 
augusti viaggiatori. Ferdinando II vestiva, come al solito, l'u- 
niforme col tradizionale berretto di colonnello, portava guanti sca- 
mosciati e fumava i suoi favoriti sigari napoletani: anche i tre 
principi vestivano da militari. 

Nel Chiuso — cosi chiamavasi quel punto del parco ad oc- 
cidente del palazzo, dove la famiglia reale era solita salire in 
carrozza — si trovavano raccolti ministri, generali, direttori, im- 
piegati e personale di servizio, per baciar la mano ai Sovrani 
e dar loro il buon viaggio. Le carrozze, dove montarono, erano 
naturalmente coperte. Nella prima presero posto il Ee, la Ee- 
gina, il duca di Calabria e il conte di Trani; nella seconda, il 
conte di Caserta, il generale Ferrari, il colonnello Cappetta e il 
colonnello Severino; nella terza, il principe e la principessa della 
Scaletta, il duca di Sangro e il conte Latour; nella quarta. Mu- 
rena e Bianchini coi rispettivi segretari, Costantino Baer e 
Florindo de Giorgio ; nella quinta carrozza, Galizia e le due donne 
di servizio della Eegina, e nell' ultima, il cuoco Cammarano e due 
servi di cucina. Quest'ultima carrozza portava alcune provviste 
e quanto occorreva per mangiare, non che due brande e alcuni 
piccoli materassi. Seguiva un'altra vettura, ma non di Corte e 
vi prese posto Federico Lupi, supremo condottiero della spedi- 
zione, il quale calzava stivaloni sino al ginocchio e si dava 
molto da fare. Ad ogni carrozza erano attaccati quattro cavalli 
a coppie, con postiglioni. 

Saliti tutti in vettura a un^ora pomeridiana, il Ee die or- 
dine di aprire il cancello di fronte al quartiere della cavalle- 
ria ed aperto che fu dal vecchio guardaportone, Giuseppe de 
Flora, avendo visto appoggiati due cappuccini alle mura del quar- 



— 349 — 

tiere, i quali si sprofondavano in inoliini, Ferdinando li salutò, ma 
voltosi alla Regina, le disse : " Terè, che brutto viaggio che facim- 
mo sta nota! ^ Varcando il cancello, i Sovrani si segnarono e 
cominciò così quel viaggio, che doveva avere per epilogo una 
triste tragedia. 

Verso il tramonto dello stesso giorno si scatenò un violen- 
to aeromoto su Caserta, clie schiantò alberi secolari del bosco 
e mandò in frantumi parecchi vetri del palazzo reale. Il mat- 
tino seguente, neppure il treno tra Caserta e Napoli potè pas- 
sare liberamente, perchè la via era ingombra da un grosso pino 
abbattuto dalla bufera nel giardino Ciccarelli, presso la stazione. 

La prima tappa fu Avellino, dopo una sosta al celebre san- 
tuario di Santa Filomena, in Mugnano. Questo santuario fu, si- 
no alla metà del secolo, celebratissimo per opera di don Fran- 
cesco de Lucia, sacerdote mugnanese, il quale si era assunta la 
missione di far conoscere al mondo i miracoli di Santa Filome- 
na, una santa bizzarra, come la chiamava lui. Per fortuna del 
santuario, Mugnano divenne per Ferdinando II un altro San 
Leucio. Quand'era a Caserta, vi andava per divertimento anche 
due volte il mese, nella buona stagione, e le sue gite avevano 
creata molta intimità fra lui e i mugnanesi. Se uno di questi 
riceveva un torto, esclamava invariabilmente: " Va bene; ce la ve- 
dremo quando viene il Re„. Al De Lucia erano succedute nella 
direzione del santuario le suore della carità, ma i decurioni, su 
proposta del sindaco Giuseppe Cavaliere, si avvisarono di donare 
il tempio a Ferdinando II, credendo con questo eccesso di zelo 
recar maggior vantaggio al paese. Però il Re non accettò il 
dono curioso e solo per soddisfare la molta vanità del marchese 
Del Vasto e di Pescara, lo nominò nel 1850 sopraintendente di 
quel santuario. A Mugnano si recò anche Pio IX nel 1849 ; 
vi celebrò la messa e dalla foresteria benedisse il popolo. 

H marchese d'Avalos fece gli onori del ricevimento, nella 
chiesa di Santa Filomena. Le case del paese erano imbandierate ; 
e da ogni parte si allineavano compagnie di fanteria e squadro- 
ni di cavalleria. Le musiche militari annunziarono l'arrivo dei 
Sovrani. Alla porta del santuario, li attendeva monsignor For- 



I Teresa, che brutto viaggio facciamo questa volta ! 



- 350 - 

misano, vescovo di Nola, die li benedisse con l'acqua santa, 
mentre le alunne dell'educatorio Maria Cristina cantavano un 
inno. La reale famiglia si prostrò innanzi all'altare di Santa 
Filomena, e il Re vi stette sempre con gli occhi bassi. Il 
suo contegno fece a tutti impressione : nessuno riconosceva più 
in lui il Sovrano, che tante volte nella stessa chiesa aveva 
suscitate le risa di tutti, con i suoi motti napoletaneschi e 
salaci. Si ricordava che la penultima volta, in cui egli era 
tornato a Mugnano per far celebrare le solite messe pontificali, 
volgendosi alla Regina, aveva esclamato a voce abbastanza 
alta, additando il capitano di gendarmeria Rega : " Guarda, 
Terè, coni' è brutto Bega! . . . y, Ohe era accaduto? Il calore della 
chiesa piena di gente aveva disciolta la mala mistura, con cui 
il Rega si tingeva i capelli, e la mistura, colando, gli rigava di 
nero la fronte ed il volto. In quel giorno invece, non una pa- 
rola scherzevole usci dalle labbra del Re. Dopo mezz'ora gli 
augusti viaggiatori, ricevuta la solenne benedizione, lasciarono 
Mugnano. 'Prima di partire, il Re volle che i principi donassero 
al santuario i bottoni di ametista e malachita, di cui avevano 
fregiate le camicie, per farne un ostensorio nel quale dovesse 
conservarsi il sangue di Santa Filomena. Il rettore della chiesa 
di Mugnano non dimentica di raccontare questo presente dei 
bottoni, quando narra le glorie del tempio ai pellegrini. 

A Mugnano furono attaccati alle carrozze sei cavalli vigo- 
rosi, provveduti dal maestro delle poste Antonio Ippolito, che 
ebbe una lauta gratificazione. Tre erano i postiglioni del Re. 
Guidava la prima coppia di cavalli, Modestino Testa; la se- 
conda, Giuseppe Tuccillo, tutt' e due di Avellino, giovanissimi ; 
e la terza, un vecchio postiglione, detto Bellavomma. Il Re 
non parve soddisfatto di vedersi in balia di due giovanotti, ma 
Mostaccione, il quale nelle salite scendeva dalla sua vettura 
e camminava a piedi accanto a quella del Re, lo rassicurò 
pienamente. 

Cosi mossero da Mugnano, in mezzo al popolo plaudente, 
scortati da un plotone di gendarmi a cavallo. Cresceva il fred- 
do e cominciò a cadere la neve. I cavalli non potevano andare 
sempre di trotto ; anzi, alla salita del Gaudio, il Re e alcuni del 
seguito dovettero fare un piccolo tratto a piedi. Fu questo l'unico 
momento durante il viaggio, in cui parve che al Re tornasse 



— 351 — 

il suo umore abituale. I postiglioni erano soesi di sella e, cam- 
minando il Re accanto alla prima coppia di cavalli, poco disco- 
sto da Modestino, questi, vedendolo fumare, gli disse : " Maestà, 
me valiti rà sta mozzone .^ „ * Il Re, credendo di fargli cosa più 
gradita, gli dette un sigaro intiero, che l'altro prese di mala 
voglia, rigirandolo fra le dita e non decidendosi ad accenderlo, 
nò a metterlo in tasca. Il Re capi, e ridendo gli disse : " Né, 
ModesUniè, te vuoi sfìzià 'nfaccia 'o mozzone^ ehi E pigliatillor,.^ 
Rimontando in vettura, il Re ricadde nel suo mutismo. Nella 
discesa di Monteforte, per quella strada serpeggiante con dolce 
pendio che egli aveva fatto costruire dodici anni prima, allor- 
ché, discendendo per l'antica via, era ribaltata la sua carrozza, 
rimanendone incolume, Ferdinando II invitò la Regina e i figli 
a recitare il rosario, in memoria dello scampato pericolo. 

Era già notte, e i cavalli andavano adagio fra la neve. Alla 
borgata Speranza, quasi alle porte di Avellino, s' incontrò un 
plotone di guardie d'onore con alcune carrozze di autorità e di 
notabili, e fu udita rumoreggiare, fra tutte, la voce stridente e 
calabrese dell' intendente Mirabelli, che ossequiava i Sovrani e i 
principi. Le guardie d' onore, dopo aver reso il saluto militare, 
presero il posto dei gendarmi attorno alla carrozza reale. Le 
comandava Griuseppe de Conciliis, e ne facevano parte parecchi 
giovani delle primarie famiglie. E da ricordare che ogni guardia 
d'onore doveva avere almeno una rendita di trecento ducati e 
mantenere il cavallo a proprie spese. Si giunse in Avellino 
alle sei e mezzo. 

La città era illuminata e, nonostante il gran freddo, il popolo 
si accalcava per le vie. L'accoglienza però non fu molto clamo- 
rosa. Era corsa voce che il Re mal avrebbe sopportato un 
chiasso smodato, e si confortavano gli zelanti con la speranza 
di preparare feste maggiori per il ritorno, cioè all'arrivo degli 
sposi. Il contegno di Ferdinando II non era tale da suscitare 
entusiasmi. Il corteo riusci confuso e disordinato, e chi volle 
entrò nel palazzo dell'Intendenza, dove si erano preparati per 
gli augusti ospiti tre stanze a un angolo del palazzo : quelle 
che si chiamano anche oggi appartamento reale, e formano i 



1 Maestà, mi volete dare qiiesto mozzicone ? 

* Nèh, Modestiniello, vuoi gustarti il mozzicone, eh? — Prendilo. 



— 352 — 

gabinetti del prefetto e del suo segretario. Su uno dei terraz- 
zini di quel palazzo, sporgenti sul corso, che ora s' intitola "Vit- 
torio Emanuele, e allora si chiamava via dei Pioppi, Ferdi- 
nando n, quattro anni prima, sull'imbrunire di una splen- 
dida giornata estiva, prendeva un gelato conversando con vari 
personaggi. Scorgendo sulla via alcune signore, che passavano 
in carrozza sventolando i fazzoletti, il Re si sporse per salu- 
tarle, e nel fare quell'atto, gli scappò di mano il cucchiaino 
d'oro che cadde sulla strada. Era a guardia del portone un vec- 
chio caporale di gendarmeria, Antonio Tamburrino, noto al B,e. 
Ferdinando II, temendo che il cucchiaino venisse rubato, gli 
gridò dal balcone : " Tamburrì, Tamòurrì : piglia sto cucchiarino^ 
primma che i guagliuni 'o fanno vola „. ^ Questa volta però i bal- 
coni erano ermeticamente chiusi per la tramontana, che soffiava, 
gelida e tagliente, e il Re, in cambio del gelato, prese una bibita 
calda, poi assistette alla presentazione delle autorità che gli 
venne fatta dall' intendente, con teatralità e lusso di aggettivi. La 
Regina fu ricevuta dalla signora Mirabelli e dalla gentile figliuola. 

Don Pasquale Mirabelli Centurione era mezzo calabrese e 
mezzo basilisco, e da circa dieci anni governava quella pro- 
vincia. Fedelissimo al Re, cui doveva l'elevato posto, per la 
simpatia ispiratagli dai suoi modi di attore da arena e dal 
suo spirito rozzo, ma non senza qualche acume, egli, nativo di 
Amantea, vi era stato sindaco e poi sottointendente, dalla quale 
ultima carica fu destituito durante il periodo costituzionale del 
1848. La gesticolazione teatrale e l'enfasi calabrese erano gran 
parte della sua natura, ed egli, anziché temperarle, le esagerava 
simulando sensi feroci, mentre in fondo aveva indole non cat- 
tiva, tranne coi liberali. Per questi perdeva addirittura la testa. 
Erano nemici del Re, e tanto bastava, perchè egli si potesse per- 
mettere ogni nequizia a loro danno, come fece con Poerio, Ca- 
stromediano, Schiavoni, Braico, Pica, Nisco e gli altri condannati 
politici, rinchiusi nelle galere di Montefusco. Il suo governo fu 
demoralizzatore per necessità degli eventi e per la quasi asso- 
luta assenza di carattere. Certo la dignità umana non deve molta 



1 Tamburrino, Tamburrino, raccogli questo cucchiaino, prima che i ra- 
gazzi lo facciano volare. 



- 353 - 

riconoscenza al Mirabelli, ma egli fu personalmente onesto, e, 
perduto l'ufAcio nel 1860, visse a Napoli in miseria il resto della 
sua vita. Suo figlio Filippo era sottointendente di Altamura. 

Primi ad esser presentati furono il sindaco della città, don 
Niccola Maria Galasso, vecchio ed onesto amministratore ; il se- 
gretario generale dell'intendenza Tortora-Brayda, che da poco 
tempo vi era stato destinato da Foggia ; don Michele La Mola, 
presidente della Corte criminale e padre dell'attuale prefetto ; 
don Q-iuseppe Spennati, procuratore generale ; il presidente del tri- 
bunale Giuseppe Talamo e don Gaetano Barbatelli, ricevitore ge- 
nerale della provincia, il quale, perchè devoto ai Borboni, fu 
destituito nel 1860, e non avendo svincolata a tempo la grossa 
cauzione, vide andare in fumo la sua sostanza. Il Talamo, presi- 
dente del tribunale, aveva sensi liberali, né li nascondeva. La 
casa sua e quella del vecchio colonnello de Concily erano il ri- 
trovo dei liberali. Quest'ultimo, tornato nel Regno in virtù 
della Costituzione del 1848, era stato invitato dal Re a ri- 
prender servizio nell'esercito col suo grado di colonnello, ma 
ricusò e solo cedette alle insistenze dei suoi amici, Raffaele 
Carrascosa e Guglielmo Pepe, i quali lo vollero colonnello della 
guardia nazionale di Napoli. Abolita la Costituzione, si ritirò 
in Avellino e visse quasi da solitario. Garibaldi, con decreto 
del 10 settembre 1860, lo promosse generale, e Cavour, sena- 
tore del Regno , subito dopo l' annessione delle provincie me- 
ridionali. Mori nel 1866 in Avellino, all'età di 92 anni. In 
casa del De Concily convenivano in quegli anni Pirro de Luca, 
nobile animo e mente colta e geniale ; Emidio de Feo, che ha la- 
sciata onorata fama di sé ; Gioacchino Orta, Domenico Capuano, 
Gioacchino Testa, Enrico Capozzi conservatore delle ipoteche, 
che univa alla grande fortuna spirito colto e gusto d'artista, il 
dottor Giuseppe Amabile, padre di Luigi, Angelo e Giuseppe San- 
tangelo, Niccola e Vincenzo de Napoli, Tommaso Imbimbo e, fra i 
più giovani, Raffaele Genovese, Vincenzo Salzano, Florestano Ga- 
lasso e Tito Criscuolo, i quali più tardi vedremo figurare tra i 
più ardenti nel movimento rivoluzionario. Motto d'ordine dei li- 
berali avellinesi fu l'astensione completa dalle feste. La rigidità 
della stagione e l'età del De Concily, che aveva superato gli 85 
anni, potevano rendere non sospetta l'assenza di lui, ma Ferdinan- 
do II la notò, né mancò chi a lui la commentasse malignamente. 

!>■ OxiAEX, La flne di un Segno - Voi. I. 23 



- 354 - 

Furono poi presentati il commissario di polizia lannuzzi, assai 
malvisto per i suoi eccessi sbirreschi, il capourbano don Dome- 
nico, don Micariello Festa, innocua persona e il generale 
Michelangelo Viglia, comandante militare della provincia. Viglia 
era succeduto al barone Flugy, morto tre anni prima, lasciando 
buona fama di se, perchè non aveva mancato più volte di rile- 
vare in Corte gli eccessi sbirreschi del Mirabelli. Svizzero di 
origine, egli aveva natura generosa; era stato fedele soldato di 
Murat, compagno del De Concily e intinto di carbonarismo an- 
che lui. 

Queste furono le autorità avellinesi presentate al Re, insieme 
al mite vescovo monsignor Gallo ed ai principali cittadini: 
don Carlantonio Solimene, don Fiorentino Zigarelli, don G-ian- 
francesco Lanzilli, l'avvocato Luigi Trevisani, padre di Gaetano, 
ma per sentimenti politici da costui assai diverso e don Cre- 
scenzo Capozzi, fratello di Enrico e padre di Michele, deputato 
di Atripalda. Don Crescenzo era inquisitore costantiniano per 
la provincia. Erano tutti, naturalmente, in giamberga e guanti 
gialli. Il ricevimento fu breve e freddo. Il Re era visibil- 
mente impaziente, parlò poco e tagliò corto sulle iperboliche adu- 
lazioni, che riuscivano insopportabili anche a lui; e alla fine, 
quasi seccato da tante cerimonie, chiese all' intendente : " Ne, Mi- 
robe, che ce dai da magna stasera ?„ ^ " Pacchere, pacchere, Maestà „, 
rispose il Mirabelli, ridendo e saltellando. E il Re : " J5J comme pac- 
chere ? Bella accoglienza ca ci fai coi pacchere ; non è vero^ prin- 
cipe ? ^ rivolgendosi alla principessa della Scaletta. Alle otto si 
andò a pranzo, e alla mensa reale presero posto i personaggi del 
seguito, l'intendente e la sua famiglia. Si mangiarono i famosi 
paccheri, fatti preparare dal cuoco del Mirabelli, felice che in- 
contrassero il favore dei Sovrani, dei principi, ma soprattutto del 
principe ereditario. Il Re mangiò poco, seguitò a celiare con 
l' intendente, e levandosi di tavola, prima che il pranzo finisse, 
con un asciutto buona sera salutò i commensali e se ne andò a 
letto, aeguito pochi minuti dopo dalla Regina. Il seguito allog- 



^ Né, Mirabelli, che ci dai da mangiare questa sera? 

^ Paccheri, specie di grossi maccheroni, che sono una ghiotta specia- 
lità di Avellino. Nel linguaggio dialettale paccheri vuol dire schiaffi, e 
perciò il Re scherzava sul doppio senso della parola. 



— 355 - 

giò in case private, e il principe e la principessa della Scaletta 
furono ospiti dell'avvocato Carlantonio Solimene. 

La dimane il Re si levò di buon'ora. Era impaziente di 
partire, benché il tempo fosse orribile e seguitasse a cadere la 
neve, resa più tormentosa dal vento che soffiava gelido. Non 
ascoltò quanti lo consigliavano a sospendere la partenza. Volle 
mostrarsi anzi faceto, perchè alla principessa della Scaletta disse, 
appena la vide : ^ principe, vi che bella sorpresa viaggio cumbinata! 
Non ve pare de sta a Vienna, co tutta sta neve?f, ^ Il Ee aveva ri- 
cevute molte suppliche per grazie e sussidi, e prima di lasciare 
Avellino dispose, insieme con l'intendente, alcune elargizioni 
di pani, doti, abiti e letti, ed offri un sigaro al Mirabelli, che 
questi conservò, finché visse, sotto una campana di cristallo. 
Elargizioni ne fece in tutti i luoghi dove si fermò, onde, quando 
giunse a Bari, si erano già distribuiti 35 000 pani, 400 doti di 
60 e di 30 ducati, 230 abiti, 109 gonne, 540 camicie, 60 letti, 
oltre i sussidii in danaro. Atti di amministrazione, però, di cui 
si serbi memoria, non ne compi in Avellino, e si astenne per- 
sino dal visitare la cattedrale, come poi fece nelle altre città. 
Ma atti di amministrazione, rimasti memorabili, egli li aveva 
compiuti in Avellino tre anni prima, in un pomeriggio estivo, 
quando vi giunse, all' improvviso per la via di Monteforte, in un 
carezzino scoperto a due posti guidato da lui, con un altro perso- 
naggio, di cui non si ricorda il nome. Arrivò di cattivo umore, e 
fece subito chiamare alla sua presenza il direttore dei ponti e stra- 
de, non che l'ispettore e il vice-ispettore forestale. Con parole 
brusche rimproverò a quest'ultimo la sua imprevidenza, avendo 
viste dissodate alcune terre a pendio a Monteforte, e senz' ascol- 
tar ragioni lo sospese dall'ufficio. Rivoltosi poi al direttore dei 
ponti e strade, rampognò anche questo pubblicamente per il cat- 
tivo mantenimento delle strade, come disse aver notato egli stes- 
so. E poiché il direttore osò timidamente osservare, che dalla 
carrozza Sua Maestà non poteva essere stata in grado di valu- 
tare esattamente lo stato della strada, il Re gli rispose brusca- 
mente : "Zo stato delle vie si valuta col e ... e non con gli occhi „. 



^ Principessa, guardate che bella sorpresa vi ho preparata ! Non vi 
pare di stare a Vienna, oon tutta questa neve? 



- 366 - 

Da Avellino si parti alle 11, e le guardie d'onore si spinse- 
ro fino a Piano d'Ardine. Giunte qui, il E,e volle che tornas- 
sero indietro, a causa della bufera che imperversava. Le rin- 
graziò, assicurandole del suo prossimo ritorno con gli sposi e 
promettendo una fermata più lunga. Di là le carrozze reali ti- 
rarono via di corsa. I freschi rilievi, forniti dal maestro di 
posta, Yincenzo Siciliani, trottarono vigorosamente fino all'al- 
tura della Serra con soddisfazione del Re, cui il viaggio recava 
sempre maggiori disagi. Ma la soddisfazione ebbe corta durata. 
Da quell'altura la strada precipita sull'opposto declivio, in linea 
quasi retta, sino a Dentecane. Due miglia di fortissima pen- 
denza e due palmi di neve ghiacciata ! I cavalli sdrucciolavano, 
parecchi caddero, le ruote delle carrozze non resistevano ormai 
più alle martinicche. Si dovette scendere e andare a piedi 
per un miglio. Il Re camminava a stento, appoggiandosi al 
braccio di don Leopoldo Zampetti, guardia d'onore di Mon- 
tefusco, uomo di statura gigantesca. I terrazzani, i sindaci 
e i decurioni dei vicini borghi, accorsi al passaggio con sten- 
dardi e bande musicali, si studiavano di diminuire l'asprezza del 
cammino, o spargendo terra sopra il ghiaccio, o battendo con 
grida festive i piedi sopra la neve, in modo da lasciarvi le im- 
pronte, sulle quali le Loro Maestà potessero camminare più 
sicuramente. Anche le donne buttavano i caratteristici man- 
telli sulla via, per renderla più agevole alla Regina, Cosi si 
continuò, per tutta la forte discesa, fra una bufera di neve. 
Tali dimostrazioni d'affetto confortavano assai mediocremente il 
Re, ma resero possibile la continuazione del viaggio. A Den- 
tecane si rimontò nelle carrozze, che i contadini avevano sor- 
rette per mezzo di funi. A memoria d'uomo non si ricordava 
una nevicata simile. Alle cave di Scarnecchia, i cavalli si do- 
vettero staccare e le carrozze trascinare dai contadini. Federico 
Lupi moltiplicava la sua attività e bestemmiava sottovoce come 
un eretico, perchè il Re non lo udisse. Questi e alcuni del se- 
guito scesero di nuovo e percorsero a piedi un altro buon tratto 
di strada. Non avevano stivaloni ferrati e perciò scivolavano, 
malamente ruzzolando per terra, e la Regina che aveva scar- 
pine di seta fu li li per cadere anch'essa. Si sorreggevano al 
braccio delle guardie d'onore, imbarazzate nell' uniforme che non. 



- 367 — 

erano avvezze a indossare. Alle cinque, come Dio volle, si giunse 
sotto Ariano, dov'era il cambio dei cavalli. 

Il Ee era assiderato e con lui quasi tutto il seguito, di 
cui facevano parte uomini avanzati negli anni e non avvezzi a 
tali disagi. Di tratto in tratto, egli prendeva qualche sorso di 
rum. La Regina mostrava una certa intrepidezza, che non riu- 
sciva però a dissipare la nota di malinconia, che su tutti in- 
combeva. Non pareva gente diretta a una cerimonia di nozze, 
ma un corteo funebre, che la rigidità della stagione rendeva più 
lugubre, e un destino inesorabile spingeva su quelle vette so- 
litarie, coperte di neve. Tutta Ariano aspettava alla stazione 
della posta. I Sovrani furono ricevuti dal sindaco Ottavio 
Carluccio, dal sottointendente Ercole della Valle, dal vescovo 
monsignor Michele Caputo e dalle minori autorità. Era calato 
il sole e il freddo si sentiva più intenso. Ariano non era se- 
gnata fra le tappe, e perciò, cambiati i cavalli, si sarebbe dovuto 
proseguire immediatamente per Foggia. Mostaccione affermava che 
nel vallo di Bovino era caduta una canna di neve e sconsigliava 
di andare innanzi. Il Re, disceso dalla vettura, andò a chieder con' 
sigilo ai personaggi del seguito, i quali risposero che si rimette- 
vano a lui. Le autorità e la popolazione imploravano con alte 
grida che il Re rimanesse quella notte in Ariano, e il Re fini 
per acconsentirvi, rassegnato innanzi a forza maggiore. Si sali in 
città e bisognò, in fretta e in furia, preparare gli alloggi nella 
casa del vescovo per il Re, i principi e gli Scaletta, nel 
seminario e in case private per gli altri. Il Re scelse per sua 
camera da letto il salone e vi fece rizzare la branda. Volle 
che nella camera accanto dormissero gli Scaletta. Le due ca- 
mere erano in comunicazione mercè una porta, ma don Vin- 
cenzo Ruffo vi addossò il letto, per rendere più libera la camera 
del Re. Aiutato dal cuoco del vescovo, Cammarano preparò 
in due ore un discreto pranzo, e alle 8 si andò a tavola e si 
mangiò di buon appetito, facendo specialmente tutti onore al 
piatto dolce, formato da magnifiche " meringhe „ . Si tentò di 
riscaldare le camere con bracieri, ma vi si riuscì molto imperfet- 
tamente. Quella notte non fu allegra per nessuno. La mattina 
di buon'ora il Re picchiò alla porta della camera dove dormivano 
gli Scaletta, dicendo al principe: ^ Paisanuzzo, sìenti che frìddo ; 



- 358 — 

che stai facenno ? ^ ^ ^ Scaletta : " Maestà, sto dormenno „ . Scaletta- 
era siciliano e Ferdinando II, nato ancli'egli in Sicilia, lo cliia- 
mava con quel vezzeggiativo familiare e parlava con lui il natio 
dialetto. 

Si disse olle il Ee nella notte fosse colto da fortissima febbre 
e tormentato da visioni paurose. Fu anche stampato che Ga- 
lizia, udito rumore nella stanza del Sovrano, vi entrasse e vedesse 
Ferdinando II in piedi, con una pistola in pugno, in atto di di- 
fendersi da un assassino immaginario. Si disse pure che il E.o 
passasse il resto della notte insieme col Gralizia e coi marinai di 
scorta, che non c'erano. Fantasie e bugie non si può dire se 
più strampalate o più sciocche. Alle nove del di seguente, il Re 
scese in duomo, per ascoltare la messa celebrata dal vescovo e 
i numerosi convenuti rimasero impressionati dal volto pallido di 
lui, dopo quel viaggio e quella notte così disagiata. Ma forse 
questa circostanza contribuì a creare la favola postuma che mon- 
signor Caputo avesse avvelenato Ferdinando II. Il vescovo di 
Ariano apparteneva all'Ordine dei Predicatori ed era nato nel 1808 
a Nardo ; preconizzato, nel 1852, vescovo di Oppido in Calabria, 
fu traslato nel 1858 ad Ariano. Non era uomo da immaginar regi- 
cidii, anzi, fino al 1860, nessuno seppe mai che avesse nutriti sen- 
timenti liberali, e lo si aveva invece in conto di fanatico rea- 
zionario. Fu solo dopo il 1860 , che venne fuori la favola del- 
l'avvelenamento, avvalorata dalla circostanza che il Caputo fu 
dal governo dittatoriale nominato cappellano maggiore, e dalla sua 
amicizia con quel padre Prota, domenicano anche lui, che svesti 
e rivesti la tonaca dell'Ordine. Monsignor Caputo era un bell'uo- 
mo, cui aggiungeva dignità l'abito bianco, ornato della croce epi- 
scopale. L'avvelenamento per cibo o per bevanda era impossi- 
bile, perchè il Re mangiò quello che mangiarono gli altri, 
e il pranzo non fu fornito dal vescovo, ma preparato dal Cam- 
marano. Si disse che l'avvelenamento fosse stato compiuto per 
mezzo di un sigaro estero, regalato al Re dal vescovo dopo il 
pranzo, mentre è noto che Ferdinando II fumava solo sigari na- 
poletani, e per quanto il suo fervore religioso gli facesse baciare 
la mano ai vescovi, nessuno di questi, e meno di tutti il Caputo, 
era con lui in tale dimestichezza, da prendersi la libertà di of- 



' Paesanuzzo, senti che freddo ; che fai ? 



- 359 — 

frirgli un sigaro. Però la tradizione è rimasta viva fra i vecchi 
legittimisti, ed a conservarla contribuirono l'inconcludente va- 
nità, meglio l'imbecillità del vescovo, il suo postumo libera- 
lismo e l'affermazione di Mostaccione, che il vallo di Bovino 
biancheggiasse di una canna di neve, mentre non ve n'era punta. 
Si ritenne che il vescovo Caputo e Federico Lupi ubbidissero 
alla " setta „ che aveva giurata la morte di Ferdinando II. E 
vi contribuì anche il bisogno di attribuire la morte del Re, gio- 
vane a quarantanove anni e di complessione atletica, a ragioni 
straordinarie : tanto parve strana, nei suoi fenomeni, la malat- 
tia e più strana la circostanza, che nessuno degli altri viag- 
giatori, molti dei quali erano più anziani, soffrì nulla di grave, 
oltre r incomodo del viaggio ; nulla soffrì la Regina e nulla i gio- 
vani principi, i soli che si permettessero qualche volta di celiare, 
ma di nascosto, sull'imbarazzo dei pacchiani cerimoniosi e in- 
tirizziti dal freddo. 

Alle 10 72 ) gli augusti viaggiatori mossero da Ariano per Fog- 
gia. Era la seconda parte di quella tappa assurda, che il Re vo- 
leva compiere da Avellino a Foggia : assurda, anche se le strade 
fossero state in buone condizioni, ma sempre però meno assurda 
dell'ultima tappa, da Acquaviva a Lecce, della quale si dirà 
appresso. Nell'atto della partenza non nevicava, anzi per un 
poco si vide il sole. Ma qualche miglio più in là, prima di 
entrare nello storico vallo di Bovino, riecco la bufera e con 
essa le difficoltà di andare innanzi. Alla salita di Camporeale, 
si scese di nuovo dalle vetture e il Re, che si sentiva molto 
stanco, si mise a sedere sopra un mucchio di sassi, che copri 
col suo mantello e vi rimase alcuni minuti. Nel levarsi, senti 
un acuto dolore all'inguine e stentò a rimontare in vettura. 
All' ingresso della Capitanata, là dove si succedono le montagne 
di Greci e di Savignano, si trovarono le autorità dei comuni 
del Vallo, con le guardie urbane e le bande musicali e con 
una folla di popolo, che acclamò i Sovrani. Al primo cam- 
bio postale presso Montaguto, furono incontrati da don Raf- 
faele Guerra, intendente della provincia, dal comandante delle 
armi e da altre autorità provinciali. Tutto il Vallo era per- 
lustrato da gendarmi a cavallo. L'intendente presentò al Re 
gli omaggi della provincia e n'ebbe in risposta poche e fredde 



— 360 — 

parole. Fu ripreso il cammino che divenne men disagevole, di 
mano in mano che si discendeva in Puglia. La via era popo- 
lata da deputazioni dei vicini comuni e le guardie urbane, di- 
sposte in doppia fila, battevano i denti dal freddo, ma si sfor- 
zavano di simulare un aspetto marziale. Non vi era più neve. 
Le deputazioni e i decurionati avevano stendardi di mussolina 
bianca con gigli, e vi si leggeva il nome delle rispettive comu- 
nità, con la scritta Viva il Re. Al secondo cambio, al ponte 
di Bovino, altre autorità e nuove acclamazioni. Al terzo di 
Pozzo d'Albero, aspettavano le autorità comunali di Troja. Si 
giunse a Foggia alle quattro, tra una moltitudine di pppolo 
plaudente. 

Era sindaco di Foggia Vincenzo Celentano; caposquadrone 
delle guardie d'onore, Gaetano della Rocca ; capo delle guardie 
urbane, Francesco Paolo Siniscalco. Foggia aveva fatti splen- 
didi preparativi per l'arrivo dei Sovrani. Componevano la com- 
missione dei festeggiamenti, Alessio Barone, Gaetano de Be- 
nedictis, Antonio Bianco, il marchese Saggese, Lorenzo Scil- 
litani, che poi fu sindaco e deputato di Foggia e il notaro 
Andrea Modula. Rossi e Recupito furono gli architetti degli 
addobbi. Un arco trionfale sorgeva al principio del corso Na- 
poli, ora Garibaldi : arco grandioso, coronato da statue rappre- 
sentanti il genio borbonico, che corona la Giustizia e la Virtù. 
Altro arco trionfale s' innalzava sulla via di Cerignola, e un tem- 
pio addirittura si estolleva accanto all'Intendenza, dove prese 
alloggio la famiglia reale. Su questo tempio erano dipinte su 
trasparenti le immagini delle Loro Maestà, con questa epigra- 
fe : A Sua Beai Maestà — Ferdinando II — Re del regno delle 
Due Sicilie — monarca e padre augusto clementissimo — Foggia 

— glorificata da un avvento sospirato memorando — colma d'i- 
neffabil gratitudine — l'omaggio avito di sua devota sudditanza 

— e d'incrollàbile fede — tributa reverente. 

Festoni di mortella, candele di bengala e illuminazioni dapper- 
tutto. Le feste costarono, si disse, 6000 ducati, anticipati dagli 
appaltatori dei diversi servizi. Si aprirono sottoscrizioni private, 
ma fruttarono poco e fini col pagare il Comune, stornando 
quasi tutta la somma dalla fabbrica del porticato della villa. 
L'entusiasmo dei foggiani si spiega anche con questo, che con- 
sideravano Ferdinando II quale uno de' loro, perchè era an- 



— 361 — 

dato più volte alla loro celebre fiera di maggio, in borghese, con 
stivaloni e con grossa mazza ad uncino, a comprar cavalli e a 
vendere i prodotti delle sue tenute di Tressanti e di Santa Ce- 
cilia. Egli, cbe ci teneva ad essere un latifondista del Tavo- 
liere, conosceva quasi tutti a Foggia, vi stava con grande fidu- 
cia 6 aveva preso a voler bene al brigadiere dei gendarmi, certo 
Fujano, borbonico furente. 

Il corteo entrò da porta Napoli. Sotto il primo arco erano 
raccolte le altre autorità, col vescovo monsignor Berardino Fra- 
scolla, col clero e le congreghe. Il Ee baciò la mano al vescovo e 
volle che la baciassero la Regina, i principi, l' intendente e tutti 
i personaggi civili e militari che l'accompagnavano. Mentre il 
Re baciava la mano al vescovo, si vuole che la statua della Giu- 
stizia, posta, come ho detto, sopra l'arco e fatta di cartapesta, 
girasse sul suo perno e che da ciò abbia poi avuto origine il 
detto locale, a riguardo della giustizia: '^purché non si volti cO' 
me la statua „ . Il reale corteo si diresse alla cattedrale e il 
Re entrò nel tempio sotto un ricco baldacchino dorato, retto 
da otto decurioni. All' ingresso, monsignor Frascolla gli offrì 
l'acqua benedetta e l'ossequiarono i vescovi di Sansevero e di 
Lucerà. SuU'altar maggiore della chiesa, riccamente addobbata 
con damaschi e broccati, era posto il quadro della Madonna dei 
Sette Veli, protettrice della città. Tutti s' inginocchiarono e fu 
cantato il Te Deum a piena orchestra, poi le litanie, alle quali 
segui la benedizione. Ferdinando II fissò il binoccolo sul quadro 
della Madonna per vederla meglio e, non riuscendovi, pregò il 
vescovo di fargli trovare, al ritomo, il quadro più in basso. Il 
quadro fu infatti abbassato, ma Ferdinando non lo rivide più. 
Dalla chiesa al palazzo reale, o dogana del Tavoliere, fu un 
cammino trionfale in mezzo a tutta la popolazione, stranamente 
esaltata. Saliti che si fu nell'appartamento, le ovazioni non 
cessarono. Il Re dovette ringraziare dal balcone che guarda la 
piazza San Francesco Saverio, mentre la Regina rimase dietro 
i vetri. I principi occupavano un altro balcone, e il principe 
ereditario gettava tari * al popolo, sollazzandosi coi fratelli a 
vedere il pigia pigia della folla per raccoglierli. 

Durante la breve dimora in Foggia, Ferdinando II firmò 



1 Moneta d'argento, equivalente a 35 centesimi. 



— 362 — 

l'atto sovrano, col quale volle " per cosi fausto avvenimento im- 
partire i tratti della sua sovrana clemenza a coloro, che, per 
commessa violazione a' precetti di legge, sono colpiti dalla cor- 
rispondente retribuzione delle pene „ . Furono diminuite di quat- 
tro anni le condanne ai ferri, e di due le pene correzionali; 
vennero condonate le detenzioni ed ammende per contravvenzio- 
ne, ma furono esclusi dalla sovrana indulgenza gl'imputati o con- 
dannati per furto, per falso, per frode, per bancarotta e per 
reati forestali. Quest'atto sovrano, datato da Foggia il 10 gen- 
naio, comprese pure i condannati politici rimasti nelle prigioni, 
poiché a sessantasei di loro, ritenuti i più pericolosi, Ferdinan- 
do n, tre giorni prima di partire da Caserta, aveva commutata 
con altro decreto, come ho detto, la pena dell'ergastolo e dei ferri, 
in esilio perpetuo dal Eegno. Di quei sessantasei, pochi sono i 
superstiti. Ricordo Achille Argentino e Domenico Damis, che 
furono dei Mille e poi deputati ; Niccola Schiavoni, già deputato 
di Manduria e senatore del Regno. Damis entrò nell'esercito 
italiano, sali al grado di maggior generale e ora è in riposo 
anche lui; Argentino fu direttore di una succursale del Banco 
di Napoli; il duca di Caballino, Sigismondo Castromediano, mori 
nel 1895 ; due anni fa è morto Gennaro Placco, e l'anno scorso, 
Carlo Pavone, consigliere di Corte d'Appello a Roma. 



CAPITOLO XVIII 



SoMMAKio: Partenza per Andria — Da Foggia a Cerignola — Il bandito Nic- 
cola Morra — La colonia di San Ferdinando — A Canosa e ad Andria — Fe- 
ste e aneddoti — L'arrivo a Bitonto — La visita dei Sovrani all'orfano- 
trofio Maria Cristina — Si giunge ad Acquaviva — Monsignor Falconi e il 
suo discorso — A Gioia e a Mottola — Il giudice Pirchio — La grazia dei 
Massafresi — Particolari intimi sulla fermata a Taranto — A Lecce — Una 
risposta curiosa — Lo stato di salute del Ee — La visita al duomo e lo 
spettacolo al teatro — Un inno di Mastracchi — Il Ee infermo — Si chiama 
il dottor Leone — Il flebotomo Marotta cava sangue al Ee — Particolari 
e aneddoti — Il dottor Eamaglia e il dottor D'Arpe — Le passeggiate dei 
principi — Incidenti al duca di Calabria — La visita al liceo dei gesuiti 
— L'arrivo degli arciduchi d'Austria — Il Ee migliora — Si decide la par- 
tenza per Bari — I proparativi di Gallipoli per festeggiare i Sovrani. 

La mattina seguente, alle undici, il E,e dopo di aver ascol- 
tata la messa, detta nell'oratorio del palazzo da monsignor Fra- 
soolla, accompagnato dalle autorità e dalle guardie d'onore in 
grande uniforme, parti per Andria, quarta tappa del viaggio. A 
Foggia ebbe un numero infinito di suppliche. Le carrozze reali 
traversavano le vie in mezzo a fìtta calca di popolo, che applau- 
diva fragorosamente. Ferdinando TI, prendendo commiato, pro- 
mise che sarebbe tornato con gli sposi, per rimanervi qualche 
giorno. Ma parve a tutti pallido e triste: nella notte aveva 
sentito aggravarsi il suo malessere. 

Da Foggia a Cerignola, gli abitanti di Orta, di Ortona, di 
Stornara e di Stornarella — grosse borgate a destra e a sini- 
stra del Cervaro e del Carapella e che si chiamavano siti rea- 
li — attendevano, lungo la via, i Sovrani con le rappresentan- 
ze municipali e guardie urbane con bandiera. Applausi ed accia- 



- 364 — 

mazioni accolsero gli augusti viaggiatori, cLe, dopo aver fatta co- 
lazione al rilievo del passo di Orta, proseguirono al galoppo. 
Benché si fosse nella mite Puglia, soffiava una tramontana ta- 
gliente. A poca distanza da Cerignola s'incontrò un plotone 
di cavalleggieri, che circondarono le carrozze reali. A Cerignola 
si dovevano cambiare i cavalli. Il Decurionato aveva fatto in- 
nalzare un arco trionfale all'ingresso della città, ma il popolo 
si era riversato fuori dell'abitato per quasi un miglio. Il vescovo, 
monsignor Todisco Grande, il sindaco Raffaele Palieri, il capo 
urbano Giuseppe Manfredi e gli altri decurioni e notabili, 
aspettavano le Loro Maestà sotto l'arco di trionfo sin dalle dieci, 
ma le carrozze reali non furono in vista che verso le due. I 
postiglioni dovettero far rallentare il passo ai cavalli, tanta era 
la folla che premeva da ogni parte. A un certo punto, un 
personaggio del seguito, che non fu distinto chi fosse, sceso 
di carrozza, si collocò allo sportello dalla parte del Re, per al- 
lontanare i più audaci. Al capitano Stoker, che comandava 1 
cavalleggieri e teneva indietro il popolo a colpi di piattonate, 
Ferdinando II intimò di rimettere la sciabola nel fodero. 

Quel miglio di strada durò un'eternità. Giunti che si fu fi- 
nalmente all'arco di trionfo, ne il sindaco, né il vescovo potettero 
per la ressa recitare le preparate concioni. Cerignola eccedeva in 
applausi e in acclamazioni, forse per far dimenticare al Re che 
era la patria del famoso bandito Niccola Morra, il quale, evaso 
da Nisida, scorrazzava quelle campagne. Le autorità non riu- 
scivano a prenderlo e i suoi favoreggiatori, per paura e per 
guadagno, erano molti ; anzi il Re credeva che i proprietari lo 
celassero per far opposizione a lui e screditare il governo in 
faccia all'Europa. Attorno al nome di Niccola Morra si era 
formata una leggenda di simpatia e di paura. Si raccontava 
che, vestito da gran signore, avesse largamente soccorsa una 
povera donna; in abito monacale, generosamente aiutato un 
vecchio infermo e, vestito da mendicante, avesse schiaffeggiato 
l' intendente Guerra nella villa di Foggia, senza che questi op- 
ponesse resistenza. I suoi ricatti erano celebri. Al ricco An- 
tonio Padula di Candela aveva estorti ottomila ducati ; a Leone 
Maury, sopraintendente dei beni del duca di Bisaccia, duemila pia- 
stre; l'arciprete se lo era veduto innanzi in sagrestia; il te- 
nente dei gendarmi, nella caserma; ma sopra tutti restò famoso 



— 366 - 

il ricatto di Gaetano Pavoncelli, giovane figliuolo di Federico 
Pavoncelli, che aveva soccorso sino all' ultimo giorno il padre 
di Niccola e tenuto questo al fonte battesimale. Il giovane Pa- 
voncelli riusci però a fuggire, e il riscatto non fu pagato. 
Prima d'intraprendere il viaggio, il Re aveva mostrato desi- 
derio che Niccola Morra, insieme col suo compagno Buchicchio, 
fosse preso o indotto a costituirsi. Federico Lupi, il nostro 
Mostaccione, era stato mandato a Cerignola alcuni giorni prima, 
perchè fossero adempiuti i desideri sovrani, ma inutilmente. 
Tra la folla, che circondava ed applaudiva il Re, si notava 
un gruppo di donne, dalle quali partivano le grida più alte di 
^ grazia „ e di '^ misericordia „. Una di quelle, più ardita delle 
altre, quasi sollevata dalla folla, s'appressò alla carrozza e, af- 
ferratasi allo sportello, dalla parte del Re, si die ad urlare: 
'^Maestà, grazia, grazia per Niccola Morra „. Era Teresa Ci- 
belli, zia del bandito. Ferdinando, a quel nome, si scosse ed 
appoggiato il braccio sulle spalle di lei le disse a voce alta: 
" Digli che si presenti; si presenti; avrà la grazia .... digli che 
avrà la grazia „ . Quanti l'intesero mandarono un grido di gioia, 
e le donne piansero per la commozione, poiché Niccola Morra 
rappresentava, per il popolino, la ribellione alle prepotenze dei 
signori. Il Morra non segui però il consiglio del Re; più tardi, 
ferito, mentre tentava il ricatto di Giovanni Barone, ricco pro- 
prietario di Foggia, andò in prigione ; ne usci e, scontata la 
pena, tornò in patria. Vive tuttora e ha fatte pubblicare le sue 
memorie, non prive d' interesse. ^ 

Intanto si erano attaccati i nuovi cavalli alle carrozze, e i 
Sovrani e i principi partirono fra le acclamazioni del popolo ce- 
rignolano. 

Anzi che andar difilato verso Cano sa, il Re volle divergere, 
per qualche miglio, dalla strada consolare e visitare la colonia 
agricola di San Ferdinando, fondata da lui vent'anni prima, a 
fine di sottrarre alla malaria le misere famiglie, che abitavano 
attorno alle saline di Barletta. Egli aveva distribuiti gratui- 
tamente i terreni da coltivarsi, fornito i capitali agricoli, e 



^ Pasquale Ardito, Le avventure di Niccola Morra, ex bandito pu- 
gliese. — Monopoli, Gherzi, 1896. 



- 366 - 

istituita una cassa di prestanza e un monte frumentario. La 
famiglia reale visitò la chiesa in mezzo agli applausi dei coloni ; 
poi si recò al Comune, ed ivi il Re, preso conto dello stato della 
colonia, ordinò la costruzione di altre 140 case e die ascolto a 
quanti dovevano porgergli suppliche. Fu notato che due sole 
suppliche furono presentate, ed una dalla figlia della levatrice, 
Anna Maria Forte, giovane ventenne, molto avvenente, di bella 
taglia e sveltissima, la quale chiese al B,e la grazia di una 
quota di terra e di un po' di suppellettile di casa, cca so zita e 
m'agghia marita. ^ 11 Re promise, ma precipitando gli eventi, la 
promessa non fu mantenuta. 

Il sole era al tramonto e il freddo intenso. Lungo la stra- 
da s'incontravano gruppi di pastori e di terrazzani plaudenti o 
intontiti, e gruppi più fìtti al monumentale ponte suU'Ofanto. 
Si giunse, ch'era già notte, a Canosa che splendeva per migliaia di 
lumi, ma questo spettacolo non commosse punto il Re, il quale pel 
gran freddo era tutto avvolto nel suo cappotto militare, aveva 
scialli sulle gambe e, di tratto in tratto, prendeva qualche sorso di 
rum. I cittadini di Canosa erano usciti fuori dell'abitato incon- 
tro ai Sovrani, con alla testa Salvatore Mandarini intendente di 
Bari, il sottointendente di Barletta, Niccola Santoro, ed altre 
autorità della provincia di Bari, nella quale si entra dal ponte sul- 
l'Ofanto. Sotto l'arco trionfale, eretto all' ingresso della città, era 
stato innalzato un baldacchino. Il Re smontò, non senza stento ; 
ricevette le autorità comunali e il clero palatino. Tutti portavano 
torce e davano allo spettacolo un'aria lugubre. Il Capitolo pre- 
sentò al Re, in coppa d'argento, i due pani tradizionali : cerimonia 
stabilita da Guglielmo Normanno, come segno di regio patronato. 
Poi si avanzarono due gruppi di giovanetto vestite di bianco e 
di ragazzi, che accompagnati dalle bande musicali cantarono un 
inno. Il cocchio reale cominciò allora a muoversi, a stento, in mez- 
zo alla folla che urlava evviva, dava suppliche e chiedeva grazie. 
Si mosse alla fine per Andria, dove erano preparate più cla- 
morose accoglienze. Si correva a tutta lena. Per fortuna non 
v'erano altre fermate. La popolazione di Andria si riversava per 
le vie: luminarie, archi di trionfo e grida festose. I Sovrani 
furono ricevuti dal vescovo Giovanni Longobardi, dal sindaco 



^ Vuol dire: perchè sono ragazza e mi debbo maritare. 



- 367 - 

Giovanni lannuzzi, da quasi tutti i decurioni e notabili, e dalle 
guardie d'onore Riccardo lannuzzi, caporale, Riccardo Porro e 
Niccola Fasoli del fu Filippo. Scesero all'episcopio, dove, oltre 
la famiglia reale, alloggiò una parte del seguito. Il vescovo aveva 
provveduto all'alloggio con mobili fatti venire apposta da Trani. 
Le guardie urbane facevano ala. Le comandava Francesco Mar- 
chio, ed era sottocapo urbano Filippo Griffi, che il Re aveva 
conosciuto nell'altro viaggio del 1839 in Puglia, anzi gli aveva 
dato il soprannome di mamozio. La famiglia reale si mostrò al 
balcone, ed il pubblico, che gremiva la vasta piazza sottostante, 
non si stancava di applaudire. Poi si pranzò, ed è superfluo 
aggiungere che, sebbene il vescovo avesse tutto preparato son- 
tuosamente, i cibi per i Sovrani furono serviti dalla cucina reale. 

Il giorno dopo, 12 gennaio, ricorrendo il natalizio del Re, 
Ferdinando II aveva prescritto che, come al solito, si tenesse 
gran gala in tutto il Regno, si vestisse la grande uniforme 
dalle milizie, ed avessero luogo le consuete salve e l'illumina- 
zione dei pubblici edifìzii e dei teatri ; e cosi pure per il 16, na- 
talizio del duca di Calabria. Egli ad Andria si senti un po' 
meglio. Occupò le prime ore del mattino a dare udienze; più 
tardi s' intrattenne con Murena e Bianchini, ed alle 10, ammise 
le autorità civili, militari ed ecclesiastiche, al real baciamano. 
Compiuto il quale, la famiglia reale si recò al duomo, per ascol- 
tarvi la messa, pontificata da monsignor Longobardi. Dal pa- 
lazzo vescovile, per andare al duomo, si scendeva una scala segre- 
ta, angusta e buia, a capo e a pie della quale erano state collocate 
due sentinelle. Il Re si maravigliò della presenza di esse e, ri- 
volto ad un piantone, bruscamente gli chiese : " Né, tu, che fai 
ccà ? „ " Maestà, rispose quello, sono di piantone „ . E il Re : 
^ latevenne, rìi'abbastano duie canuonice ^eccà; iatevenne „.^ Dal 
palazzo vescovile al duomo erano schierate le guardie urbane, in 
uniforme, ma senza Tcepì, perchè, ne ignoro il motivo, già da 
tempo era stato loro tolto. Mentre il Re passava, Raffaele Gian- 
netti, caposquadriglia, gli si accostò e lo richiese di una grazia. 
Ed avendo il Re dimandato qual grazia volesse, Giannetti lo 
pregò di ripristinare pe' suoi militi l'uso del Tcepì. Nel duomo si 



'Andate, mi bastano due canonici di qui: andate. 



- 368 — 

ascoltò la messa pontificale, ed il Re pregò inginocchiato, innanzi 
all'immagine di San Riccardo, patrono della città. 

Uscito dal duomo, il real corteo si recò al santuario della Ma- 
donna dei Miracoli, dove si leggevano queste due iscrizioni: Ai 
favori di Maria de' miracoli — elettissimi — il devoto popolo ari' 
driano — riconoscente aggiunge — questo non ultimo — dell'ospitare 
i principi suoi) e dall'altra parte: Dio — nella giustizia e clemenza 
— di Ferdinando II — la gente andriese — in questo dì me- 
morando — festeggiante adora. 

Queste due iscrizioni per quanto ampollose eran vinte da 
quella che si leggeva all' ingresso della città : Alle Maestà — di 
Ferdinando II e di Maria Teresa — ottimi augusti — che di lor 
presenza con la real famiglia — questo popolo fedele onorano — 
saluto omaggio riconoscenza] ed anche da una delle tre, poste 
sulla macchina in piazza del municipio e che diceva: Nel nu- 
mero dei popoli soggetti — la potenza dei Re — nelV amore nella 
festa del popolo — la gloria di Ferdinando IL Nel santuario, 
ventiquattro orfane, vestite di bianco, cantarono un inno. Poi 
ci fu la benedizione. Risaliti nelle carrozze, i Reali presero com- 
miato dalle autorità, e, traversando le vie di Andria a trotto 
serrato, in mezzo a fìtta calca di popolo plaudente, mossero alla 
volta di Acquaviva. 

Da Andria ad Acquaviva, fu una marcia trionfale. I grossi 
paesi, lungo la strada percorsa dagli augusti viaggiatori. Cerato, 
Ruvo, Terlizzi, Bitonto, Palo, Bitetto, San Nicandro, erano in 
festa. Dappertutto sorgevano baldacchini, archi di trionfo e 
festoni di mortella ; le case erano addobbate con arazzi e coperte 
di seta, e l'inno borbonico risuonava a ogni passo. Lungo quei 
paesi popolosi, a poca distanza l'uno dall'altro, le carrozze reali 
trottarono quasi sempre fra guardie d'onore, sindaci e decurioni, 
magistrati e vescovi, capitoli e confraternite, e fra un fìtto stuolo 
di cittadini che, tratti dalla curiosità o dalla vanità, volevano 
vedere i Sovrani, acclamarli, e fare augurii al principe eredita- 
rio per le sue nozze. Le pubblicazioni del tempo, nonostante la 
rettorica, rivelano, abbastanza esattamente, quanto riuscissero 
clamorose quelle accoglienze. Le quali, però, a Ferdinando II, 
che da tre giorni era tormentato da dolorosa lombaggine, arre- 
cavano assai mediocre sollievo, e solo divertivano in qualche 



- 369 - 

modo i principi, soprattutto il giovane conte di Caserta, che si 
studiava di ritrarre i tipi più comici di quei sindaci e di quei 
decurioni, e con tali facezie riusciva a strappare qualche sorriso 
al padre. La città, che più si distinse, fu Bitonto, culla di no- 
bili e di cavalieri di Spagna. N'era sindaco il nobile Vincen2o 
Sylos Labini, il quale, nella confusione del ricevimento, perde 
il cappello. Il Sylos mori senatore del Regno d'Italia. I So- 
vrani si fermarono colà due ore. L'arco di trionfo rizzato sulla 
porta della città ricordava le gesta guerresche di Carlo III, e am- 
pollose, al pari delle altre dianzi ricordate, ne erano le iscrizioni. 

La famiglia reale si recò prima in quel magnifico duomo, 
uno dei più splendidi monumenti dell'arte pugliese sotto i Nor- 
manni e gli Svevi, dove dal vescovo, monsignor Matarozzi, fu 
impartita la benedizione, e passò poi all'orfanotrofio Maria Cri- 
stina, affidato alle monache di San Vincenzo de' Paoli. Vi erano 
raccolte più di 200 orfanelle, ed una pronunziò, dinanzi alle 
Loro Maestà, un discorso d'occasione, il quale fu detto essere 
stato scritto dal canonico Comes e che finiva con queste parole : 
" Sì, Sire f Voi spargete la beneficenza in tutti gli angoli del 
vostro Reame, e qui ne abbiamo raccolto i frutti abbondevoli ancor 
noi, che se tolte alla corruzione c?e' triviì siamo spinte sulla via 
della religione e della virtù, noi lo dobbiamo a Voi, che siete il 
padre delV orfano e del derelitto „. Poi fu da tutte cantato un 
inno. La Regina ammirò i ricrami eseguiti dalle orfanelle, e non 
fa parca di lodi, e il Re ricevette le autorità, che ammise al ba- 
ciamano. Nella chiesa dell'orfanotrofio il vescovo die ai Sovrani 
e ai principi un'altra benedizione, prima della partenza. Supe- 
riora del pio ricovero era suor Teresa Cecilia Goyeneche, fran- 
cese, che io ho conosciuta, perchè morta da soli due anni ; una 
monaca piena di talento, sana e ardita. Mi disse un giorno che 
la interrogai sul viaggio reale, eh' ella " avait remarqué que le 
Boi était malade „ , perchè era taciturno e triste, aveva gran 
fretta di partire e pareva che si annoiasse di tutto e fosse 
molto stanco. Mi disse pure, che, quando i Sovrani e i principi 
visitarono il refettorio, il duca di Calabria, avendo sete, tolse 
dalla tavola un boccale d'acqua e lo bevve d'un fiato, e tutti 
restarono ammirati di quest'atto de vrai soldat. 

Non valsero a dissuadere il Re dal lasciare Bitonto le cal- 
dissime preghiere del conte Vincenzo Gentile, il quale, per sot- 

Dx CxsABE, Im fine di un Regno - Voi. I. 24 



- 370 - 

trarlo ai rigori della stagione e alla rigidezza delle prime ore 
della sera, gli offri ospitalità in casa sua, addobbata con opu- 
lenza, e dove era preparato un sontuoso pranzo per i Sovrani, 
i principi e tutto il seguito. Egli giunse a pregare il Re in 
ginocchio, perche rimanesse, ma il Re voleva, a tutti i costi, 
arrivare la sera in Acquaviva; e benché fosse già notte, ordinò 
che si partisse di galoppo. Il conte Gentile restò cosi mortificato 
della non accettata ospitalità, che per consolarsene in qualche mo- 
do, apri per tre giorni di seguito il suo palazzo, perchè ciascuno 
vedesse la sala da pranzo, che aveva apparecchiata, con cuochi 
e camerieri fatti venire da Napoli. 

Lungo la via da Bitonto ad Acquaviva furono fatte brevis- 
sime fermate a Palo, a Bitetto ed a San Nicandro. 

Si giunse in Acquaviva alle dieci di sera. I preparativi per le 
feste erano stati diretti da monsignor Falconi. Case riccamente 
addobbate, alti archi di trionfo ed epigrafi riboccanti d' iperboli. 
Quella sulla porta della città, sotto l'immagine di Maria San- 
tissima di Costantinopoli, diceva cosi : Vergine di Costantinopoli 
— Madre di Dio e degli uomini — di questa città dopo Dio — 
speranza prima — tu, che ne' nostri bisogni — la seconda prece 
non attendi — questa grazia — impetraci dal figlio tuo — che 
questi angioli di viaggiatori — che innanzi al tuo santuario — 
umilmente si prostrano — mai non muoiano — alla tua gloria^ 
al nostro amore — alla felicità de^ loro popoli. 

Sotto quest'arco di trionfo, all' ingresso della città, attende- 
vano il Re, il clero con monsignor Falconi alla testa, le auto- 
rità circondariali e municipali e i primarii cittadini, con ceri 
accesi in mano. Vi erano pure sessanta bambini, vestiti con pan- 
taloni bianchi e giacchette celesti e rami d'ulivo in mano. Quei 
poveri bambini tremavano dal freddo. Il Re non sostò un mo- 
mento e andò dritto al palazzo dell'arciprete. I dolori gli si 
erano rincruditi, con lo stare in vettura tante ore. 

Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittore 
delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, 
nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona, egli 
era nativo di Capracotta; ed essendo stato, per alcuni anni, 
segretario dell'arcivescovo Clary a Bari, aveva rivendicata la 
palatinità delle chiese di Acquaviva e Altamura e ne aveva 



— 371 — 

ottenuto titolo di arciprete mitrato e giurisdizione episcopale : 
beneficio, che gli fruttava circa seimila ducati l'anno. Era fra- 
tello del procuratore generale Falconi, e zio dell'attuale depu- 
tato e sottosegretario di Stato per la giustizia. Tanta fiducia 
riponeva in lui Ferdinando II, che volle pernottare ad Ac- 
quaviva, ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete, non in quello 
che fu di casa Mari, e passò poi in possesso di don Sante 
Alberotanza. Nel palazzo di don Sante alloggiarono Murena, 
Bianchini ed altri del seguito e vi stettero assai a disagio. Il 
principe e la principessa della Scaletta furono obbligati a pas- 
sare la lunga notte in veglia, tanti erano gl'insetti che popo- 
lavano la camera loro destinata. Il Re apparve a tutti dimagrito 
e invecchiato. Al pranzo dei Sovrani provvide la cucina reale; 
agli altri, molto suntuosamente, monsignor Falconi, che aveva 
un ottimo cuoco. Il vino fu ojBferto da don Girolamo Jacobellis, 
il quale, prima di consegnarlo, lo assaggiò alla presenza di 
molti, forse per eccesso di prudenza; ma il vino servi al se- 
guito, non alla famiglia reale. Il Re si ritirò quasi subito con 
la Regina, nella sua camera da letto. Il solaio di questa, essendo 
poggiato su travi perchè malsicuro, era stato fatto da monsignor 
Falconi puntellare. 

La mattina del 13, Ferdinando II si levò di buon'ora, e dopo 
di avere atteso agli affari della provincia e del circondario, accolse 
gli omaggi delle autorità, del clero e dei maggiorenti e diede 
pubblica udienza. Molte furono le suppliche presentate ; Acqua- 
viva rigurgitava di forestieri. V erano convenute le guardie 
d'onore del circondario, i sindaci e i decurioni dei comuni vicini. 
La piazza, che separa l'episcopio dalla chiesa, era brulicante di po- 
polo, e gremiti i balconi, le finestre e le terrazze. Tutti svento- 
lavano fazzoletti e bandiere e applaudivano al Re, che, alle die- 
ci, usci dal palazzo vescovile, insieme con la Regina e coi 
principi reali e si recò, a piedi, alla vicina chiesa cattedrale. A 
una povera donna, che lo richiedeva di elemosina, fece largire 
trenta ducati. Alla porta della chiesa le guardie d'onore e le 
urbane facevano ala e, sull'ingresso, aspettava monsignor Fal- 
coni, circondato dal capitolo. Prima di benedire la famiglia 
reale con l'acqua santa, monsignore pronunziò un discorso, che, 
per le strane iperboli contenutevi, merita essere esumato. Con ci- 
tazioni delle sacre carte, il prelato cominciò dal delineare la» 



- 372 - 

figura del vero Re, immagine di Dio in terra, e poiché tutte 
le virtù, che debbono adornare un Re, egli rinveniva, in grado 
eminente, in Ferdinando II, la cui gloria è esaltata dalle prime 
intelligenze europee, cosi chiudeva la sua conclone : " /SI, o Si- 
re, d'oggi innanzi pregheremo ancor più; e pregheremo Dio che 
vi conservi lunga serie di anni alla sua Divina gloria, al- 
l'amore de' vostri popoli, che vi amano, e vi amano di cuore, 
ed alle delizie della Vostra Famiglia. Pregheremo che tenga 
lungi da voi ogni generazione di amarezze: che vi dia giorni 
sereni e tranquilli, e che compia ogni vostro desiderio, ch'essendo 
desiderio di padre, e di padre il più pio, il più giusto, il più te 
nero de' suoi figli, non può non essere accetto e caro a lui, Re 
dei Re, Sole di giustizia, Padre primo dei popoli tutti della terra. 
Pregheremo infine che vi colmi di ogni maniera di grazie con 
cotesta fulgidissima Stella che allato vi splende, esempio anch'Elia 
di virtù preclarissimo, e col principe ereditario, erede veramente 
delV ingegno e della pietà, della giustizia e degli altri pregi di 
mente e di cuore del padre, e cogli altri Reali principi e princi- 
pesse „ . Dopo il sermone, che il Re ascoltò in piedi sulla soglia, 
preceduti da monsignor Falconi, gli augusti viaggiatori entrarono 
nella chiesa, prendendo posto presso l'aitar maggiore. Dopo il canto 
del Domine salvum fac regem, l'arciprete invitò il Re a prender 
possesso dello stallo canonicale che, come prima dignità del ca- 
pitolo, gli spettava nelle chiese palatine. Compiuta la cerimonia 
del possesso, la famiglia reale si recò ad ascoltare la messa, det- 
ta dallo stesso prelato nella cappella della Vergine delle Grazie. 

I Sovrani ed i principi furono ai presenti modello di devo- 
zione. Finita la messa, uscirono dalla chiesa. Alla porta si 
trovavano pronte le carrozze, attorno alle quali erano i ses- 
santa bambini, che li avevano ricevuti all'arrivo, nello stesso 
costume e cogli stessi rami d'ulivo. Prima di salire in vettura, 
il Re si fermò dinanzi alla chiesa, rivolgendo al prelato varie 
domande sulla sua architettura. Si parti alle 11 per Gioia, in 
mezzo alle acclamazioni del popolo. Le autorità accompagna- 
rono i Sovrani sino a Gioia. All'ingresso di questo grosso 
comune, era stato innalzato un grande arco trionfale, sormontato 
da epigrafe esprimente che i gioiesi, con sensi di devoto e figliale 
attaccamento — esultanti — imploravano lunghi e sereni giorni 



— 373 — 

ai Sovrani. La fermata di Gioia fu breve. Questa era l'ultima 
tappa di Terra di Bari, ma in Terra d'Otranto dimostrazioni an- 
cora più clamorose attendevano il Re. Da Noci, Castellane- 
ta, Laterza, Ginosa, Palagianello, Palagiano, Montemesola, Grot- 
taglie e Mottola erano accorsi cittadini e autorità in folla, e 
da tre giorni bivaccavano a San Basilio, grande tenuta del 
duca di Sangro (dove ora sorge un bel monumento, che la pietà 
paterna ha innalzato all'unico infelice figliuolo) circa quattromila 
persone, comprese parecchie compagnie di guardie urbane, con 
bandiere e bande. V'erano arrivati, nella mattina, l'intendente 
della provincia Sozi Carafa, il sottointendente di Taranto, De 
Monaco e altre autorità. Era stato eretto, anche laggiù, un 
arco di stile dorico con relative epigrafi. Acclamazioni e ap- 
plausi, accompagnati dall' inno reale, salutarono i Sovrani al loro 
apparire. Questi si fermarono il tempo necessario per il cambio 
dei cavalli, ma non discesero dalla vettura. Parve che il Re ri- 
cevesse freddamente il Sozi Carafa, memore, si disse, della inchie- 
sta, fatta fare due anni prima dal magistrato don Scipione Jocca, 
sui lavori stradali della provincia, e che riusci sfavorevole al- 
l' intendente, rimasto in carica, si aggiunse, per protezione della 
Regina ; ma erano voci create forse da malignità. Sozi Carafa, 
che io ho conosciuto nel 1870, modesto impiegato in una casa 
di spedizioni marittime, mori poverissimo ; e, politica a parte, fu 
uno dei migliori funzionarli mandati a reggere la Terra d'O- 
tranto. Da San Basilio la strada sale pittorescamente, per quat- 
tro miglia, sulla collina di Mottola. E di mano in mano che gli 
augusti viaggiatori avanzavano, seguiti da tutta quella turba a 
piedi e a cavallo, nel maggiore disordine, ma sempre plaudente 
ed acclamante, si dispiegava ai loro occhi il maraviglioso panora- 
ma del golfo di Taranto, coi monti di Basilicata e della lontana 
Calabria. Essendo stati cambiati i cavalli a San Basilio, e do- 
vendo essere ricambiati a Massatra, i Sovrani non sostarono a Mot- 
tola che qualche minuto. Nel punto, in cui a' incrociano le quattro 
strade, innanzi alla locanda del paese, era accorsa tutta la citta- 
dinanza, con alla testa il sindaco notar Leonardo Caramia, i decu- 
rioni, il giudice regio e le signore, le quali avevano apparecchiato 
il cioccolatte da offrire ai Sovrani e imparato il cerimoniale del- 
l'offerta ma questi non presero nulla. Sollevò l' ilarità gene- 
rale il giudice regio Pirchio, giovane robusto ed elegante, che nella 



- 374 - 

confusione, volendo passare dalla parte della strada, dov'era aperto 
lo sportello della carrozza reale, non vide un muocliio di sassi e vi 
ruzzolò sopra, rialzandosi col viso pesto e gli abiti sporchi. Il Ee 
non si potè tenere dal ridere, quando se lo vide dinanzi conciato 
a quel modo. Delle tre guardie d'onore di Mottola, due erano 
andate incontro alle Loro Maestà a San Basilio, don Giovannino 
Mignozzi e don Angelo Cardinali, e la terza, don Titta Sabato, 
era confuso nella folla in abito borghese, perchè attendibile. 

Partiti da Mottola, i Reali passarono sotto un altro arco di 
trionfo a Massafra, eretto in segno di fedelissima sudditanza. A 
Massafra, ch'era l'ultimo cambio di cavalli, prima di arrivare a 
Taranto, i Sovrani sostarono dieci minuti, ricevendo gli omaggi 
delle autorità. I Massafresi si abbandonarono alle più sfrenate 
esultanze e gridavano a coro : " grazie, grazie, Maestà „ . Il Re 
chiese : " e che grazia volete ? „ e quelli, con più alte grida : " hasta 
che favimmo visto. Maestà „. Il Re, cui tardava di proseguire 
il viaggio, di tutte quelle dimostrazioni grottesche era seccato. 
Era già il sesto giorno di viaggio ; il moto della carrozza au- 
mentava le sue sofferenze, e però aveva fretta di arrivare a 
Lecce, dove contava riposarsi a lungo. 

Si giunse a Taranto alle 4 Yg . Uno squadrone di dragoni 
precedeva le carrozze reali, salutate, al loro apparire, da acclama- 
zioni ed applausi di tutti i tarantini, usciti fuori dalla città, 
incontro ai Sovrani. Attendevano, alla porta di Napoli, il 
sindaco Giacinto Mannarini, un uomo di corporatura enorme, 
e tutti i decurioni, fra i quali, ricordo, Tommaso Giura, Luigi 
Grassi, Michele Franco, Francesco Piccione, Gaetano Lataglia- 
ta, Gaetano Portacci e Niccola Greco. Vi erano i rappresen- 
tanti delle confraternite e delle corporazioni religiose. L'in- 
tendente Sozi Carafa non sapeva darsi pace della fredda acco- 
glienza, che il Re gli aveva fatta a San Basilio. Il Re, senza 
fermarsi, si diresse all'episcopio; e poiché la carrozza reale a 
stento poteva procedere fra le anguste vie della città, e in mezzo 
ad una folla acclamante che faceva ressa da ogni parte, i gen- 
darmi adoperavano il calcio dei fucili per far largo. Ferdinando 
li rimproverò aspramente, e furono coperte d'applausi le sue pa- 
role : " Voi non sapete fare il vostro dovere ; il gendarme non deve 
battere, deve occupare il posto „ . E giunto all'episcopio, dove lo 



-- 376 — 

attendevano monsignor Rotondo, arcivescovo di Taranto, mon- 
signor Margarita, vescovo di Oria, e tutte le dignità capitolari, 
suo primo atto fu di punire con gli arresti in fortezza il coman- 
dante dello squadrone di cavalleria, perchè i cavalli erano quasi 
sfiniti dalla stanchezza. E al figlio del comandante, che tentò 
intercedere per il padre, rispose parole severe. Il Re era di 
pessimo umore. Appena scese di carrozza, il comandante del 
castello gliene presentò le chiavi, sopra un cuscino di velluto. 
Il Re le respinse, dicendo : "■ Stanno bene affidate „ ; ed avendogli 
il comandante chiesto se si dovessero fare le salve d'onore, il Re 
rispose: '^ Fate tutto quello che mi spetta f^. E così il cannone 
cominciò a tuonare. Prima che il comandante s' allontanasse, 
Ferdinando gli chiese, sorridendo : " Che fanno 'e fratielli ? Ce 
stanno fratielli a Taranto ? „ ^ Egli chiamava con questo nome 
i liberali, e specialmente i repubblicani. Il comandante lo ras- 
sicurò, dicendogli essere Taranto città tranquilla e fedele. 

Sull'episcopio salirono soltanto la Regina e i principi; il Re 
andò invece a vedere la batteria Carducci, allora in costruzione. 
Rimproverò la lentezza dei lavori ; disse che si era speso troppo, 
e usci in queste parole : ^ Se se mettessero 'e pezze che se so spe- 
se, una 'n coppa all'auta, se farìa na torre chiù alta 'e chesta 
ccà„.^ Poi si recò, con la Regina e i principi, nella catte- 
drale, dove fu cantato un Te Deum. Dappertutto lo seguiva una 
fitta calca di popolo; le vie, che egli attraversava, erano ric- 
camente addobbate, ne avevano fine gli applausi e le accla- 
mazioni. Dalla cattedrale si andò di nuovo all'arcivescovado, 
dove monsignor Rotondo aveva fatto preparare un lauto pranzo, 
ma il Re, la Regina e i principi non vollero accettar nulla, e 
all'arcivescovo, che insisteva perchè sedessero a tavola, Ferdinan- 
do II rispose che preferiva che gli si fosse apprestata qualche 
cosa in una cesta, per mangiarne lungo la strada. Osservando 
l'ampiezza delle sale dell' episcopio, disse iperbolicamente al ve- 
scovo, ch'egli aveva un palazzo più vasto della Reggia di Caserta. 
Al sottointendente De Monaco, il Re ordinò che si nettasse il 
porto e si riaprissero la salina e la salinella di San Giorgio : due 



1 Che fanno i fratelli? Ci son fratelli a Taranto? 
' Se si mettessero le piastre, che si sono spese, Tona sull'altra, si fa- 
rebbe una torre più alta di questa qui. 



- 376 - 

piccole lagune, concesse fin dai 1849 dal demanio dello Stato 
in enfiteusi perpetua ai signori Onofrio Scarfoglio, Giovanni Mi- 
lena e Luigi Epifani, con l'obbligo delle spese per mantenere 
la bonifica, la quale manutenzione era trascurata con danno 
della città. Cosa strana: di autorità municipali nessuna potè 
giungere al Re, e però non ebbero l'opportunità di esporgli i 
bisogni del paese, come avevano in animo. Il Decurionato deli- 
berò, il 19 gennaio, d' inviare per q^uesto un* apposita deputazione 
a Lecce, la quale fu composta dal sindaco Mannarini, don Gae- 
tano Portacci, don Domenico Sebasti© di Santacroce, il commen- 
datore Ferdinando Denotaristefani e Cataldo Nitti " benemerito 
cittadino — sono parole testuali del verbale della deliberazione — 
che tanto seppe con la sua opera data alla luce interessarsi al 
sollievo della povertà di Taranto ; i quali tutti, scienti delle biso- 
gna del paese, troveranno modo come supplicare la Munificenza 
del Principe Regnante, ed ottenere a questa città tutti i possibili 
e duraturi vantaggi y^. Nel breve ricevimento delle autorità, la 
Regina si faceva baciare la mano, coperta da un guanto di filo 
di Scozia. Alle nove i Reali partirono per Lecce, tra le solite 
ovazioni. 

Da Taranto a Lecce, il viaggio si compi tutto di notte. A 
pochi chilometri da Taranto scesero tutti alla masseria Cimino, 
a destra della strada, dove erano magnifiche robinie. Era un 
bel chiaro di luna, che si rifletteva sulle onde tranquille del 
mare Piccolo, e benché fosse nelle prime ore della sera, il mite 
clima messapico temperava il rigore della stagione. La princi- 
pessa della Scaletta, superstite di quel viaggio, ricorda con ca- 
ratteristica compiacenza quella fermata e le barzellette del Re, 
al quale parve per un istante che tornasse il buon umore. Ce- 
narono in piedi e si rimisero in viaggio. L'ampia strada con- 
solare era densa di popolo, e qua e là sorgevano archi di trionfo, 
con lumi ed epigrafi. Gli abitanti di San Giorgio, Carosino, Fra- 
gagnano, Monteparano, Sava, Manduria, Oria, erano accorsi con i 
corpi municipali, le guardie d'onore e le guardie urbane, sfidando 
i rigori di una notte d' inverno, benché non freddissima. Ma 
il Re passò senza fermarsi. Traversò Manduria a trotto ser- 
rato, ch'era scorsa la mezzanotte. Manduria, patria di Niccola 
Schiavoni e di altri condannati e profughi politici, era città an- 



— 377 - 

tipatica al Re. La vecchia madre dello Schiavoni aveva prepa- 
rata una domanda di grazia da consegnare al Sovrano, ma non 
le fu possibile. Si arrivò a Lecce alle cinque, ed era notte fitta. 
Gli augusti viaggiatori erano aspettati dal giorno avanti, e 
nessuno credeva che sarebbero giunti in quell'ora, cosi mattu- 
tina e fredda. Le autorità ne ebbero avviso solo alle quattro, 
quando giunse improvvisamente la staflfetta, che precedeva di 
cinque miglia la carrozza re^e. La notizia si diffuse subito per 
la città, ma mancò il tempo di eseguire quanto era stato stabi- 
lito. Si era fissato che alcune signore sarebbero andate incontro 
alla Regina fuor di porta Napoli, ad offrirle dei fiori, mentre il 
sindaco avrebbe presentato al Re, secondo l'antico costume, le 
chiavi della città ; ma non se ne potè far nulla. Poca gente si 
trovò ragunata a porta di Napoli, dove si era innalzato un arco di 
trionfo. Le autorità preferirono attendere i Sovrani sullo scalone 
del palazzo dell'Intendenza, dove il Re con la famiglia e il 
seguito doveva alloggiare. All'arredamento del palazzo per la 
circostanza avevano concorso le famiglie leccesi più cospicue. 
Pensini prestò la biancheria da tavola e da letto ; Panzera e 
Romano, la mobilia e i lampadari, e Romano, ch'era sindaco, 
anche l'argenteria da tavola e da sala. 

La carrozza reale, scoperta ai lati e tirata da quattro cavalli 
storni romani, giunse a trotto serrato, a porta di Napoli. La 
precedevano quattro dragoni, che illuminavano la via con torcie 
a vento; altri sei dragoni la seguivano. Tutte le campane delle 
chiese suonavano a festa, né mancarono le solite acclamazioni. Al 
Re, nel saiutare gli astanti, cadde di mano il berretto di color ama- 
ranto ; un popolano lo raccolse, ma Ferdinando II non lo rivolle e, 
aperta una valigia, che aveva dinanzi, ne prese un altro. Le guar- 
die d'onore, Giuseppe Libertini, Francesco Quarta, Francesco Rus- 
so, Gesualdo Sanguinetti, Pasquale Ceino, Attilio Jurlaro, Giuseppe 
Tresca-Giovinazzi, Pasquale Sauli, il cavalier Venturi formavano 
il drappello di servizio, ma Ludovico Tarsia e Giuseppe Maggi, 
di Martina Franca, bei giovani, aitanti della persona, si distinsero, 
per forza di resistenza, nel seguire al trotto serrato le carrozze del 
Re e dei principi, senza dar segno di stanchezza. Lentamente le 
vetture reali percorsero il viale di Napoli, illuminato con legna di 
pino su canestri di ferro, e le vie del Vescovado e delle Quattro 
Farmacie, addobbate con parati di carta. La meschinità degli ad- 



— 378 — 

dobbi era compensata dall'ampollosità delle epigrafi, che si legge- 
vano in ogni punto e superanti in iperbole tutte le altre. Una 
diceva : Vieni — o Ferdinando Augusto — fra i plausi ed i voti — 
della tua Lecce — se lontana di sito — vicinissima d'affetto ; e un'al- 
tra: Eeputò assai lontana la Beggia — Ferdinando II — prin- 
cipe munificentissimo — per intendere i voti e le suppliche — 
della Città di Matennio e sino a lei venne sollecito — malgrado 
i rigori jemali — 13 gennaio 1859 — per interrogarla egli stesso 
— e a tutti i bisogni di lei — paternamente provvedere. 

Alle finestre e ai terrazzini, nonostante l'ora incomoda, si spor- 
geva una moltitudine di signore e di signori, plaudenti e sven- 
tolanti bandiere e fazzoletti. La signora Stella Donadeo, vedova 
di Michele Spada di Spinazzola, che nonostante fosse fresca di 
parto, volle godersi quello spettacolo, ne prese una malattia, per 
la quale morì. Il cortile del palazzo dell' Intendenza era illuminato 
a luce elettrica : portentosa novità dovuta al padre Miozzi, pro- 
fessore di fìsica nel collegio reale dei gesuiti e al professore G-iu- 
seppe Balsamo, che poi fu deputato per alcuni anni. La carrozza 
reale entrò nel grande atrio del palazzo e si fermò innanzi allo 
scalone, dove erano convenuti il sindaco, don Pasquale Romano, 
i decurioni Giovambattista Guarino e Pasquale Pensini, il segreta- 
rio generale de Nava, il presidente e i giudici del tribunale, non- 
ché donna Maria Morelli, la baronessa Gualtieri, il barone Gio- 
vanni Casotti, il sacerdote Giuseppe Centonze, ex-cappellano mi- 
litare, e altri pochi. Lungo lo scalone, da una parte facevano ala 
gli alunni del collegio dei gesuiti, dall'altra gli impiegati : tutti 
avevano torce accese in mano. • 

Sceso di carrozza, il Re chiese scusa di esser giunto in ora 
cosi mattutina e di aver disturbate tante persone; poi, tirando 
su con tutt'e due le mani i calzoni, com'era suo costume, disse 
alla guardia d'onore, Tommaso Caputo, che aveva accanto : " Fa 
molto freddo, guardia „ ; e il Caputo prontamente rispose : " Mae- 
stà, questo freddo non è bastato a intiepidire la devozione della 
cittadinanza, che ha voluto vedervi e salutarvi „ . La risposta 
piacque al Re, che la ripetè nel ricevimento delle autorità. Si 
fermò, quindi, ad ammirare il cortile illuminato a luce elettri- 
ca, e poi cominciò a salire l'erto scalone quasi penosamente. Dopo 
i primi scalini, notò un ufficiale di ponti e strade, addetto alla 
piazza di Lecce, Luigi Lamonica e, fermandosi dinanzi a lui, 



- 379 — 

10 rimproverò severamente per le cattive informazioni, che disse 
aver ricevute sul suo conto ; del che è facile immaginare quanto il 
pover'uomo si sentisse umiliato. Entrò nel suo appartamento di- 
cendo che aveva freddo e chiese del fuoco. In nessuna sala si erano 
accesi i caminetti : si provvide come meglio si potè, ricorrendosi 
persino all'espediente di mettere cenere calda in catinelle, per 
riscaldare mani e piedi. Il Re non volle che una tazza di brodo 
e la bevve con le spalle appoggiate ad uno de' caminetti, che 
s'eran potuti accendere. E dopo un quarto d'ora, licenziato il 
seguito e fatti ringraziare gli altri, insieme con la Regina, si 
ritirò nella sua camera da letto, dove Galizia aveva distesa e ap- 
parecchiata la branda da campo, che era servita anche ad Aria- 
no, a Foggia e ad Acquaviva. Il Re si buttò sulla branda, vinto 
dalla stanchezza, si fece coprire bene e riposò poche ore. 

Si levò alle sette, e dopo aver ascoltata, con la Regina e i 
principi, la messa, detta dal vecchio monsignor Caputo nella cap- 
pella del palazzo, si trattenne con Murena e con Bianchini circa 
le cose dello Stato, e con Sozi Carafa su gli affari della provincia. 
Più tardi ammise al baciamano tutte le autorità e die' udienza 
pubblica a quanti volevano chiedergli grazie, e furono molti. 

11 Re era in piedi nel grande salone dell' Intendenza, la Regina 
gli sedeva a destra, e intorno i principi. Alle loro spalle, e a 
qualche distanza, stavano il principe e la principessa della Sca- 
letta e gli altri dignitarii; alla porta del salone, l'intendente. 
Si recarono ad ossequiare i Sovrani, prima degli altri, oltre a 
monsignor Caputo, monsignor Vetta, vescovo di Nardo, monsi- 
gnor Francesco Bruni, vescovo di Ugento, quasi tutti i signori di 
Lecce e della provincia, i priori delle congregazioni laicali e i capi 
degli Ordini religiosi. Le signore erano presentate alla Regina 
dalla moglie del sindaco, donna Felicetta Romano dei baroni 
Casotti. Alle due, i Sovrani e i principi, in carrozze offerte dai 
signori leccesi, andarono a visitare il duomo, aprendosi a stento 
un varco in mezzo alla folla plaudente. Nella navata maggiore 
erano schierati, in doppia ala, fin dal mattino, i dragoni della 
guardia; uno di essi, stanco dalla lunga attesa, cadde svenuto, 
ma si riebbe subito. I Sovrani si assisero sotto il trono del ve- 
scovo, il quale si collocò dirimpetto, in cornu ejpistolae e, dopo un 
enfatico discorso e il canto del Te Deum, imparti loro la bene- 



— 380 — 

dizione. I principi, i dignitari, il sindaco e le altre autorità se- 
dettero negli stalli canonicali. Il Re volle poi vedere l'altare 
di Sant'Oronzo, patrono di Lecce, ed accortosi che fra gli orna- 
menti mancava un paliotto d'argento, fece promessa di questo 
dono, promessa che, solo pochi anni or sono, venne sciolta dal 
figlio Francesco. 

Usciti dal duomo, i Sovrani e i principi visitarono l'educan- 
dato delle fanciulle, detto delle Angiolille, diretto idalle suore 
della Carità; furono molto soddisfatti dei lavori delle alunne, 
e udirono composizioni poetiche per la circostanza. Erano fra 
le educande due nipotine di Niccola Schiavoni. Le ragazze, 
piangenti, presentarono al Re una supplica, ma il E-e passò in- 
nanzi senza darsene per inteso. Tornati al palazzo, i Sovrani 
tennero circolo, cui presero parte le signore leccesi presentate 
nella mattina. Alle sei di sera, una sera splendida ma rigidis- 
sima, l'atrio dell'Intendenza fu di nuovo illuminato con la 
luce elettrica del padre Miozzi. La grande lampada era stata 
collocata nel mezzo del cortile ; dagli archi pendevano candela- 
bri, e ai lati, enormi fanali, con effetto veramente magnifico. 

Alle sette era fissato lo spettacolo di gala al teatro, col Tro- 
vatore] ma il Re, saputo che in Lecce si trovava il noto buffo 
napoletano Mazzarra, disse : " Che Trovatore e Trovatore, voglio 
sentì don Checco; me voglio divertì „ . E, in poche ore, si do- 
vette allestire il nuovo spettacolo. Il teatro, teatro cosi per 
dire, era allora dov'è presentemente il Paisiello: un locale vec- 
chio e affumicato, a cui si addossavano catapecchie cadenti. Lo 
addobbarono alla meglio, con festoni di fiori, e con triplicata 
illuminazione. Il palco di mezzo fu destinato alla Corte. Molti 
spettatori occupavano gli altri palchi, ma la platea era sul prin- 
cipio quasi vuota per l'alto prezzo del biglietto di entrata, sei 
carlini, stabilito dal direttore don Alfonso Scarfoglio, onde l'in- 
tendente ordinò ingresso gratuito a quanti fossero decentemente 
vestiti, e cosi la platea si riempi in un attimo. All' ingresso pre- 
stavano servizio le guardie d'onore. Il Re venne ricevuto dalla 
commissione nel piccolo atrio; e poiché le cerimonie del ricevi- 
mento furono lunghe, dovè restare a capo scoperto per qualche 
minuto, sulla porta, mentre soffiava forte la borea di fuori e 
penetrava nella platea. La sua alta persona sporgeva quasi 
tutta fuori del palchetto, angusto per lui. Due gendarmi si 



- 381 — 

collocarono sul palcoscenico, presso ai due palchi di proscenio. 
La Regina sedeva allato al Re, e i principi presero posto in un 
palchetto accanto. Alzato il telone, gli alunni del reale ospizio 
di San Ferdinando cantarono un inno achillinesco, scritto per 
la circostanza da Enrico Mastracchi e musicato dal maestro 
Carlo Cesi. Cominciava: 

Salve, o Re, che tua gloria ponesti 
Nella pietà, che in fronte ti hrilla; 
Tu qual astro sui poveri mesti 
Balenasti di lieto fulgor. 

E finiva : 

Ah, se un di funestissimo, il tempo 
Da quest'alme il tuo nome cancelli; 
In quel di restin muti gli augelli 
Manchi al sole l'usato splendor. 

Il poeta serbò fede ai Borboni, e io lo conobbi, venticinque 
anni dopo, in Roma, direttore d'un giornale clericale e borbo- 
nico impenitente. 

Durante la rappresentazione, Ferdinando II parlò con Mure- 
na, con V intendente, col ricevitore generale Daspuro e con le al- 
tre autorità. E poiché, come ho detto, aveva l'abitudine di tirarsi 
su per la cintola i calzoni, gli spettatori dovettero levarsi, quat- 
tro cinque volte, in piedi, credendo che egli si levasse per an- 
dar via. Alla fine del primo atto si alzò veramente per tornare 
all' Intendenza. Era stanchissimo ; la notte avanti non aveva 
dormito ; in teatro aveva sentito più forti brividi di freddo, non- 
ostante il pesante cappotto militare. All' Intendenza ebbe luogo 
una suntuosa cena, dopo che dal balcone i Sovrani ebbero ve- 
duti i fuochi artificiali, che chiusero le feste di quel giorno. 
Alle dieci il Re si mise a letto. La partenza per Bari era fis- 
sata la mattina seguente, alle nove e mezzo. 

Ma nella notte il Re si senti peggio. Crebbe il suo dolore ai 
lombi e un senso di oppressione gì' impedi di chiudere occhio. 
Aveva la febbre. All'alba (era di sabato) l' intendente fu chia- 
mato in tutta fretta dalla Regina ; ed entrato nell'appartamen- 
to reale, apprese in anticamera il malessere e la insonnia del 
Re, nella notte. Dopo iin momento comparve la Regina, che 



- 38^ - 

lo richiese di un medico. " Ne abbiamo due, Maestà, rispose Sozi 
Carafa, il D'Arpe e il Leone; di maggior grido e valore il pri- 
mo, ma vecchio liberale; V altro più giovane, anche liberale, ma 
uomo d'ordine „. " /S» chiami il secondo „ , ordinò la Regina. E 
fu chiamato il dottor Giuseppe Leone, di famiglia liberale, bel 
giovane, intelligente e assai stimato nella sua professione. Non 
vide subito il Re, ma dai sintomi della malattia, che la Regi- 
na gli espose, giudicò impossibile la partenza e fu risoluto di 
non partire. Le rappresentanze, venute per ossequiare i Sovra- 
ni, insieme con le rispettive bande musicali, formavano una 
folla, che assordava la città con grida ed evviva e occupavano 
tutto l'atrio dell' Intendenza e la spianata tra il palazzo e la 
villa. Nella giornata il Re si aggravò di più, né migliorò du- 
^. rante la notte tanto da tener desto tutto il palazzo. Era cre- 

sciuta la febbre, sentiva una gravezza al capo e un peso allo sto- 
maco; diventati più tormentosi i dolori ai lombi. La mattina 
seguente, 16, volle di suo capo cavarsi sangue. Fu mandato a 
chiamare il miglior ilebotomo di Lecce che tuttora vive, don 
Antonio Maretta. 

I] Marotta, sorpreso dell'invito, che ebbe da un gendarme, 
corse all' Intendenza. Il primo che vide fu Sozi Carafa, il qua- 
le per dargli coraggio gli disse : " Marotta, come salassi me, 
salassa Sua Maestà „. Indi entrò nella camera del Re, dove già 
stavano la Regina e il dottor Leone. All' inchino del Marotta, 
Ferdinando II rispose : Bongiorno, masto „ , e si levò a sedere 
sul letto, rimboccando la manica destra della camicia da notte, 
una camicia a righe bianche e azzurre. Poi entrarono i tre 
principi che gli baciarono la mano, dicendo : " Buo7ì giorno, papà; 
come state? y, e si allinearono come tre soldati accanto alletto. 
Ferdinando II chiese al Marotta se avesse portata una lancetta 
nuova, e poiché quegli rispose di no, volle che lavasse quella, 
che aveva, accuratamente. Allora entrarono i servi con tutto 
l'occorrente per il salasso. Il Re scese dal letto, si avvicinò alle 
immagini che stavano sopra il cassettone e, inchinato il capo, si 
unse la fronte con l'olio delle lampade che ardevano avanti ad 
€8se. Il Marotta compì, con molta cura, il suo ufficio e al primo 
zampillo di sangue, un sangue di color rosso cupo, quasi nero, 
gridò : " Salute, Maestà „ . Due servi in ginocchio reggevano la 
catinella. Compiuto il salasso, il Re chiese : " Quanto me n'avite 



- 383 - 

cacciato ì — " Dieci once ; questa è la regola, Maestà „ , rispose il 
Maretta. E il Re, stringendogli il braccio: '^Grazie, masto; 
m' avite data 'a salute ; 'o signore v' 'o renne, figlio mio „ . ' Il 
duca di Calabria porse il taffetà per rimarginare la ferita. Al 
Maretta furon date trenta piastre per il suo servizio; ma il salasso 
non restituì punto il benessere al Re, come lui credeva; anzi il 
male si inaspri di più. Lo tormentavano con maggiore insisten- 
za la tosse, il vomito e il peso allo stomaco, tanto che il dottor 
Leone, credendo che si trattasse di congestione polmonare con 
complicazione gastrica, prescrisse dell'acetato ammoniacale. 

In città si sapeva che Ferdinando II era indisposto, ma nes- 
suno immaginava la gravità del caso, perchè alle guardie d'ono- 
re e a quanti prestavano servizio presso i Sovrani, si erano im- 
partiti ordini rigorosi di serbare il silenzio. Si accreditava la 
voce che tutto dipendesse dai disagi del viaggio, dalla rigidità 
della stagione e che si trattasse di lieve catarro. Il Re non 
voleva medicine, dicendo che lo stomaco non gli permetteva di 
prenderne. Per fargli bere l'acetato ammoniacale e per toglier- 
gli dall'animo ogni sospetto, il dottor Leone andò egli stesso alla 
farmacia Greco, insieme col maestro di casa Martello, che diri- 
geva il servizio all'Intendenza e se ne fece preparare dal far- 
macista. Pasquale Greco, due pozioni in due bicchieri distinti. 
Tornato dal Re, gli disse che un bicchiere era per Sua Mae- 
stà e uno per se. Ferdinando II gli dichiarò di avere in lui 
piena fiducia ; ma, nonostante, il dottor Leone bevve la pozione. 
Il Re sorrise e bevve la sua. Dopo quella volta, egli prese 
qualunque cosa gli fosse ordinata dal medico, che successiva- 
mente gli prescrisse sale inglese, tartaro e olio di ricino, ma 
<5on poco sollievo dell' infermo, che, non potendosi levare e vo- 
lendo ascoltare ogni giorno la messa, ordinò che si preparasse 
l'altare sopra un tavolino, nella medesima camera sua. Monsignor 
Caputo vi celebrava la messa, assistito dai canonici Cosma e 
Campanaro, che furono poi nominati cavalieri dell' Ordine di 
Francesco I. La Regina sedeva accanto al letto del suo augu- 
sto consorte e non l' abbandonava mai. Ella ed i principi si fa- 
<ìevano servire il pranzo nella camera dell'infermo su di una 



1 Grazie maestro ; m'avete data la salute : il Signore ve ne renda me- 
rito, figlio mio. 



- 384 — 

tavola, che vi si portava ogni volta. Lunghi discorsi faceva il 
Ee col dottor Leone, il quale, pregato dalla Regina, non abban- 
donava, neppure di notte, l' Intendenza. Ferdinando II, un gior- 
no, lo interrogò sulle sue idee politiche, ed alle franche dichia- 
razioni ricevutene replicò confutandole con un lungo discorso, 
nel quale si affermò il Sovrano più liberale d'Italia. 

Nonostante le cure del dottor Leone, il male non accennava 
a cedere. Per maggior sicurezza, la Regina, fin dal secondo 
giorno, aveva telegrafato al dottor Ramaglia di partir subito 
per Lecce. Ma il Ramaglia arrivò cinque giorni dopo. Scese 
all'albergo, oggi del Risorgimento, e di là, in marsina e cravatta 
bianca, si recò all' Intendenza, tra la molta maraviglia di quanti 
videro questo vecchietto elegante e vispo, che nessuno conosce- 
va, non alto di statura, ma dall'aspetto signorile e sorridente, 
accompagnato da un giovane, non più alto di lui. Quando poi 
si seppe che il primo era don Pietro Ramaglia, e il secondo il 
suo assistente Domenico Capozzi (che doveva più tardi acqui- 
starsi un nome da uguagliare quello del maestro), cominciarono 
i primi sospetti sulla gravità della malattia. Giunto al palazzo, 
il Ramaglia fu ricevuto dalla Regina, che non gli volle far ve- 
dere subito il Re per non allarmarlo, ma lo informò largamente 
del suo stato. 

I due dottori ebbero un primo colloquio o consulto. Il Ra- 
maglia, che aveva la debolezza, cresciuta con gli anni, di cre- 
dere d' intuir le malattie senza esaminare l' infermo, giudicò, da 
principio, il male del Re una febbre reumatico-biliosa. Il dottor 
Leone l'aveva definita reumatico-catarrale^ con complicazione ga- 
strica; ma il Ramaglia insistè per la biliosa, perchè egli sape- 
va, aggiunse, a quali dispiaceri fosse andato soggetto il Re. Dopo 
averlo visitato, Ramaglia confermò la sua diagnosi, ma forse capi 
che il caso era più grave di quanto avesse supposto. E poiché 
si era maravigliato di non vedere presso il Re il valoroso dottor 
d'Arpe, suo amicissimo, volle andare a vederlo e gli chiese : " E 
non ti chiamarono per il Re infermo ? „ — " Non sono il medico 
del tempo „, rispose il D'Arpe. " Curiamo la febbre, disse il Ra- 
maglia, ma temo che lo sfacelo andrà più oltre „ ; e seguitò a 
curare la febbre, la quale dai sintomi, che si manifestarono po- 
steriormente, apparve causata da quell'ascesso all'inguine, che, 
non curato da principio, come si doveva, avvelenò il sangue del- 



- 385 — 

r infermo e lo portò alla tomba. Il Eamaglia aveva tutto il tipo 
del medico cortigiano : epperò cercava innanzitutto d' illudere sé 
stesso circa la gravità del male, se pure non si voglia ritenere 
quel che molti ritennero fin d'allora, ch'egli non avesse capita la 
malattia, e per non confessarlo, dichiarasse più tardi immaginarli 
i primi dubbi del dottor Niccola Longo di Bari. Era loquacis- 
simo, sempre disposto al riso, alla barzelletta e all'adulazione. I 
maligni dicevano che, dopo il desinare, rifiutasse di far visite. 

La notizia della malattia del Re, nonostante l'assoluto divie- 
to di parlarne, si diffuse rapidamente nella giornata del 16, per- 
chè ricorrendo in quel giorno il natalizio del duca di Calabria, 
la Corte non prese parte alle feste preparate. La mattina si 
distribuirono ventiquattro letti e ottanta camicie ai poveri, per il 
valore di trecento ducati e cento ducati furono largiti in elemo- 
sine. Suonarono le bande nelle piazze e a mezzogiorno si cantò 
in duomo un solenne Te Deum, con l'intervento delle autorità in 
grande uniforme, ma l'assenza dei principi contribuì ad accredi- 
tare le notizie allarmanti circa la salute del Re. A fine di atte- 
nuare questa impressione, il Re volle che nei giorni seguenti con- 
tinuassero le feste, e i tre principi, scortati da dragoni a cavallo 
e da guardie d'onore, facessero lunghe passeggiate in carrozza 
sino ai paeselli intorno Lecce, e uscissero a piedi per la città, vi- 
sitando gli stabilimenti e gl'istituti pii. In una di queste pas- 
seggiate, un operaio di Caballino chiese al duca di Calabria un 
ricordo e questi gli fece dare una piastra d'argento. Un altro 
giorno tornando in carrozza da un giro lungo le mura, accom- 
pagnato dalle guardie d'onore Tommaso Caputo, Alessandro e 
Gaetano Sauli di Tricase e dalle guardie Carducci e Liberatore 
di Taranto, che, a cavallo facevano da battistrada, vide fermo 
all'angolo del palazzo Libertini, don Luigi de Vitis, un prete 
stravagante, il quale dopo il 1860 gettò la sottana alle ortiche. 
Appena il principe gli fu vicino, il prete cavò dall'abito una 
supplica, ma la mossa fu cosi rapida che si credette a un atten- 
tato, e le guardie d'onore si strinsero intomo al duca di Cala- 
bria, e dietro a loro si formò subito un po' di folla. Però, 
visto che si trattava di ben altro, tutti risero, ma Francesco, 
impaurito, gridò alle guardie d'onore : " Caricate questa folla „ , 
e volle rientrare in palazzo. I principi visitarono l'orto speri- 

De Cksark, Zm fine di un Segno - Voi. I. 25 



- 386 - 

mentale e l'orto agrario, non olie il liceo e il convitto, di cui 
era rettore il padre Carlo Maria Blois, napoletano, fratello del- 
l' ingegnere di ponti e strade, Fedele Blois, che accompagnando 
il duca di Calabria a vedere i lavori di fortificazione a Gaeta, 
cadde e si ruppe un braccio. Francesco ricordò il doloroso in- 
cidente al padre Blois. Nella cappella del collegio, il duca di 
Calabria s'inginoccbiò al disotto del gradino dell'altare, dicendo : 
" Sul gradino^ no, perchè questo è il posto dei preti „ . Pietro Ac- 
clavio di Taranto, alunno del convitto, declamò in quella oc- 
casione una poesia scritta dal padre Baroni, maestro di rettorica, 
per accompagnare il dono d'un quadro rappresentante la Madon- 
na col bambino. La poesia cominciava cosi : 

L'immagin di Colei che t'ama tanto 
E che tu riami .... 

Durante la visita al collegio, l' intendente Sozi Carafa, stanco 
e assonnato, si buttò sopra un divano e i principi nell' uscire 
lo sorpresero che russava. I principi videro anche gli orfano- 
trofi di San Ferdinando e di Santa Filomena e il convitto delle 
suore della Carità. Queste, per mezzo dell' intendente, avevano 
mandati alla Regina alcuni oggetti tessuti con lana di pesce 
che si raccoglie nelle acque di Taranto. 

L'arrivo del Ramaglia aveva convinto tutti che le condizioni 
di Sua Maestà erano piuttosto gravi, ma, qualche giorno dopo 
la venuta del celebre medico, si verificò un notevole migliora- 
mento. Diminuì la febbre, anzi scomparve addirittura il 23, vi- 
gilia dell'arrivo in Brindisi degli arciduchi d'Austria, Gugliel- 
mo e Eanieri e dell'arciduchessa Maria. L'arciduca Guglielmo 
e l'arciduchessa Maria erano germani della Regina Maria Teresa, 
e l'arciduca Ranieri era marito dell'arciduchessa Maria. Anda- 
vano a Lecce per informarsi della vera malattia di Ferdinando II, 
della quale erano pervenute notizie allarmanti alla Corte austria- 
ca, e per fissare il giorno della partenza di Maria Sofia, la quale 
aspettava da più di una settimana a Vienna, col suo seguito. 

Gli arciduchi la mattina del 24 sbarcarono dal vapore Eli- 
sabetta nel porto di Brindisi e furono ricevuti dall'intenden- 
te, mandatovi dal Re apposta. Partiti subito alla volta di Lec- 
ce, furono incontrati, a mezza strada, dai principi Francesco, 



— 387 — 

Luigi e Alfonso : questi ultimi, loro nipoti. Giunsero in Lecce a 
mezzogiorno e si recarono subito dal Re, che li accolse con 
affetto. Questi si era levato, non aveva febbre e assistette al 
pranzo, conversando allegramente cogl' imperiali congiunti. Si 
stabili di far sbarcare la sposa, non più a Manfredonia, ma a 
Bari, nei primi giorni di febbraio. Egli, il Re, partirebbe da 
Lecce^ continuando il miglioramento, fra due o tre giorni e gli 
arciduchi promisero che si sarebbero trovati a Bari per l'arrivo 
della sposa e per assistere alla benedizione nuziale. La sera 
stessa ripartirono per Brindisi, che, impaziente di mostrare i ma- 
gnifici preparativi fatti per il Re, colse l'occasione del ritorno 
dei cognati di lui, per illuminare la marina. Sotto un padiglio- 
ne, l'arcivescovo, il sottointendente e le autorità civili e militari 
attendevano gli arciduchi, i quali, accolti gli omaggi, fra le ac- 
clamazioni tornarono a bordo dolVEUsabetta, che salpò per Pa- 
lermo e Napoli. 

Intanto l'annunzio della miglioria del Re, telegrafato anche 
a Vienna, si diffuse per la città e le dimostrazioni di gioia ri- 
cominciarono. Si volle cantare un Te Deum in duomo e s'invitò 
all'uopo 2^cipa Enrico Lupinacci, il miglior cantore ecclesiastico 
di Lecce ; ma papa Enrico, buon liberale, nonostante le insi- 
stenze del Sozi Carafa, si finse infreddato e non volle cantare. 
Il Re riprese gli affari dello Stato e anche quelli della provin- 
cia, vietò al comune di Lecce di metter mano ad abbellimenti 
della città, per non aumentare i grani addizionali e promise 
una succursale del Banco di Napoli, promessa che non fu poi 
mantenuta. 

La mattina del martedì, 25 gennaio, che era una bellissima 
giornata, Ferdinando II, sentendosi sempre meglio, mostrò de- 
siderio di uscire, ed avendovi i medici acconsentito, usci infatti 
a piedi per la città, con tutta la famiglia. Li seguiva una folla 
sterminata e acclamante. Camminava lentamente ed era pallidis- 
simo. Al ritorno, l'artista Antonio Maccagnani gli offri una sta- 
tuetta di Sant'Oronzo, in cartapesta. Ferdinando gradi il dono 
e ordinò al maestro di casa di portarla nella sua camera da 
letto; anzi, per maggior sicurezza, lo seguì egli stesso per indicar- 
gli il posto preciso, dove la voleva collocata. Nell'attraversare il 
gran salone, il cui pavimento era incerato, raccomandò al Mar- 
tello di guardarsi dal ruzzolare, temendo che la statuetta avesse 



- 388 - 

a rompersi. La sera di quel giorno, il Ramaglia consigliò la 
Regina ad affrettare la partenza. Il Re stava bensì meglio, ma 
sentiva una grande prostrazione di forze, e i due medici non era- 
no veramente tranquilli sulle condizioni di lui, anzi prevedevano 
una ricaduta e volevano evitare il pericolo, clie questa avve- 
nisse a Lecce, cioè a un punto estremo del Regno. 

All'una pomeridiana del giorno appresso, la famiglia reale si 
recò in carrozza, con tutto il seguito, a visitare i vicini comuni 
di San Cesario e di Lequile. La visita era impreveduta e nulla 
vi si trovò preparato. Tornati a Lecce, gli augusti viaggiatori 
si recarono al duomo, dove furono ricevuti dal vescovo, dal ca- 
pitolo e da tutto il clero, sotto un ricco baldacchino, sorretto dai 
canonici. Dopo aver ricevuta la benedizione, pregarono sull'al- 
tare di Sant'Oronzo ; poi, rimontati in carrozza, fecero un giro 
intomo le mura e, alle 4, ritornarono all'Intendenza. La par- 
tenza fa fissata per il domani. Se alcuni paesi della provincia ri- 
manevano delusi nelle loro speranze di vedere il Re, dopo di aver 
preparati archi e trofei, la salute del Sovrano imponeva di passar 
sopra a questi riguardi. Fra le città deluse va ricordata Gal- 
lipoli, che aveva fatti preparativi straordinarii e apparecchiata 
una ricca lancia, per condurre il Re e la famiglia reale a vedere 
i lavori del porto. Le iscrizioni di Gallipoli erano addirittura 
secentistiche. Uditene una, che, a caratteri cubitali, si leggeva 
sulla banchina del porto : Qui — allo schermo della sacra parola 
del Re — muti tacciono i venti — e nel pietoso seno della miseri- 
cordia — dileguasi il fremito dell'uragano — ancora una parola 

— e il truce demone della tempesta — abbandonerà per sempre 

— le rive Gallipoline.^ 



^ Altri particolari circa la dimora di Ferdinando II a Lecce, particolari 
d' importanza tutta locale, sono riferiti nell' interessante libro di Niccola 
Bernardini, che vide la luce a Lecce nel 1895, dal titolo : Ferdinando II a 
Lecce. 



CAPITOLO XIX 



60MUAB10: Partenza da Lecce — L'arrivo a Brindisi — Aneddoti — I prepara- 
tivi e le feste di Bari — Risposta di Ferdinando II a monsignor Rossini 

— Lo stato di salute del Re — La consegna della sposa a Trieste — Tor- 
nano gli arciduchi — La famiglia granducale di Toscana a Napoli — La 
morte dell'arciduchessa Anna — L'arrivo di Maria Sofia a Bari — Accoglien- 
ze clamorose — Ferdinando II e Maria Sofia — La cerimonia nuziale — 
Uno scherzo del conte di Caserta — Peggioramento del Re — I dottori 
Longo, Ghiaia e Ferrara a consulto — Lo spettacolo di gala al teatro 
Piccinni — I divertimenti dei principi — Il segretario generale de Filippi 

— Si richiama il dottor Longo — Le sofferenze di Ferdinando II — Le re- 
liquie miracolose — L'arrivo del conte di Siracusa — Voci di alleanza fra 
l'Austria e Napoli — Ferdinando Troja e Luigi Carafa. 

Alle otto della mattina del 27 partirono i tre principi, con una 
parte del seguito. Alle nove, Ferdinando e Maria Teresa, ascol- 
tata la messa nell'oratorio privato dell'Intendenza, ammisero 
al bacio della mano le autorità, riunite nella gran sala del pa- 
lazzo. La cerimonia riusci piuttosto fredda. Il Re non rivol- 
se la parola a nessuno, in particolare, ne piacevoleggiò con questo 
e con quello, come era suo costume. Si temette che fosse rima- 
sto poco soddisfatto delle accoglienze ricevute ; ma il vero è, che 
non si sentiva bene e aveva fretta di partire. Ringraziò il dot- 
tor Leone e gli fece dire dal colonnello Severino, che si riser- 
bava di manifestargli la propria soddisfazione, appena giunto a 
Napoli. 

Leone restò a Lecce, e Ramaglia, con l'assistente Capozzi, 
accompagnò il Re, il quale scese lentamente lo scalone, appog- 
giandosi al braccio del ricevitore generale Daspuro, cui disse, 
con accento triste : " Eicevitò, so /".... 3Ie sent'a capa comm'a 



- 390 — 

nu trommone „ . * Circa le 10, i Reali lasciarono Lecco, fra gli ap- 
plausi della folla, clie li accompagnò sin fuori le mura. I coc- 
chi reali furon poi seguiti, per alcune miglia, dalle carrozze della 
nobiltà leccese. E la via da Lecce a Bari fu un nuovo cam- 
mino trionfale. Campi, Trepuzzi, Squinzano, San Pier Yerno- 
tico e i paesi vicini avevano innalzati i soliti arclii di trionfo 
con iscrizioni più o meno gonfie ; e accanto ad ogni arco si tro- 
vavano le rappresentanze municipali, e le guardie urbane con 
bandiere. Un' iscrizione di Campi diceva : La generazione de' giu- 
sti da Dio benedetta — e la stirpe di San Luigi — non cesserà 
sino alla fine del mondo — Maria Teresa Regina ornamento del 
secolo nostro — per la pietà e per la purità della vita — sarà 
sempre la nostra madre — e la nostra mediatrice di grazie 
— presso il trono del Beai Consorte. 

Ma dimostrazioni più clamorose aveva preparate Brindisi. I 
brindisini eran tutti fuori dell'abitato, con il sindaco Pietro Consi- 
glio, col sottointendente Mastroserio, che, zoppo per cronica infer- 
mità, aveva fama di zelantissimo ed era temuto, si diceva, persino 
dal Sozi Carafa; nonché i sindaci, decurioni e guardie d'onore 
del circondario. All'ingresso della città, era stato rizzato un arco 
di trionfo, sul quale si leggeva questa curiosa epigrafe : Al bena- 
mato Sovrano — JRestitutore della sua salute — Brindisi ri- 
conoscente — de' suoi figli la vita — consacra. Attorno all'arco 
stava schierato un battaglione de' cacciatori, con la banda mu- 
nicipale. I Sovrani si recarono direttamente al duomo, dove 
furono ricevuti, sotto il baldacchino, dall'arcivescovo monsignor 
Raffaele Ferrigno, buona e gioviale persona, che per la circo- 
stanza aveva indossato il pluviale fin dalle prime ore della mat- 
tina e si dava gran moto ; dall'arcidiacono Tarantini, dotto uomo, 
ohe il Re già conosceva e dal capitolo tutto. Attraversarono 
l'ampia cattedrale, in mezzo a due fila di seminaristi e di cano- 
nici, dietro ai quali stavano soldati e gendarmi, e poi una turba 
di popolo. Il Re si moveva con difficoltà e sembrava che soffris- 
se molto. Avvicinatosi al presbiterio, notò, più avanti di tutti, 
un uomo completamente calvo ; ne sapendo spiegarsene la pre- 
senza, die ordine al colonnello Latour di farlo allontanare, chi 
disse per timore di jettatura, chi di un attentato. Non si seppe 
mai il nome di quel calvo. Fu fatto allontanare anche Alfonso 



* Eicevitore son rovinato; mi sento la testa come un trombone. 



— 391 - 

Ercolini, distinto signore, perchè si disse che al Re non piacesse 
il suo portamento poco edificante in chiesa. Nella folla ruzzolò 
per terra un povero vecchio, uffiziale di presidio, e tanto vicino 
al Re, che questi si chinò come se volesse rialzarlo. L'arcivesco- 
vo, non comprendendo il grave stato di Ferdinando II, si affac- 
cendava a trarlo rapidamente al presbiterio, del che il duca di 
Calabria lo richiamò più volte, tirandolo per il piviale, e monsi- 
gnor Ferrigno, indispettito, né sapendo chi potesse essere cosi 
scortese con lui, gridò napolitanamente : "" Quagliò, che buò? la- 
sciarne sta „ ; ma visto poi chi era, fece mille scuse. Monsignor 
Ferrigno, nativo di Napoli, era stato vescovo a Bova, in provin- 
cia di Reggio, ed è morto pochi anni or sono, vecchissimo. 

Cantato il Te Deum, e ricevuta la benedizione, il Re e tutto 
il seguito salirono sull'episcopio annesso alla chiesa, dov'era pre- 
parata una lauta refezione, e dove si compi il ricevimento delle 
autorità col relativo baciamano. Ferdinando II chiese all'ar- 
civescovo notizie sui liberali di Brindisi, e specialmente su Gio- 
vanni Crudomonte ; e monsignor Ferrigno lo assicurò che Brin- 
disi era città tranquilla, e che il Crudomonte e gli altri non 
erano poi cosi nemici della dinastia, come gli si era fatto cre- 
dere. Il sottointendente aveva fatto chiamare, qualche giorno 
prima, Francesco Crudomonte, figliuolo di Giovanni, condannato 
a ventiquattr'anni di ferri per i fatti del 1848, e chiuso nel bagno 
di Procida, e gli aveva ingiunto, per mezzo del commissario di 
polizia, di radersi la barba, simbolo, come già altrove si è detto, 
di tendenze rivoluzionarie. Il Re era sofferentissimo e, benché 
tutto avvolto nell'ampio mantello alla russa, tremava dal freddo. 
Dichiarò di non voler prendere cibo, e alle insistenze della Re- 
gina e dell'arcivescovo, perchè mangiasse qualche cosa, prese 
un'ostrica, di quelle gigantesche che si trovavano allora nel 
porto di Brindisi , la divise in quattro, e dicendo con molta ca- 
valleria : " Questa la mangio perch'è veramente hrindisina „ ; ne 
inghiotti una parte soltanto. Gli altri pranzarono lautamente, 
ma in gran fretta, chi in piedi e chi seduto , e v'è chi afferma 
di aver visto il duca di Calabria mangiare un pollo dietro i ve- 
tri di una finestra. Egli si divertiva a motteggiare l'arcivescovo, 
che era rimasto in pluviale e fece grandi lodi del pane di Brin- 
disi, che trovava eccellente. Al tocco si discese dall'episcopio ; le 
carrozze erano pronte, e fra le grida, non molto clamorose della 



— 392 — 

folla, e gli auguri! e gì' incliiiii delle autorità, si partì per Bari. 
Da Brindisi a Bari, nuovi archi di trionfo e dimostrazioni 
di gioia e di ossequio, da parte degli abitanti di San Vito, 
Carovigno, Fasano, Monopoli, Mola, Polignano, Noia, i quali 
con le proprie autorità, corporazioni religiose e guardie urbane, 
con bande e bandiere, erano ragunati lungo la strada e accla- 
mavano a perdita di fiato. Solo ad Ostuni nqn furono calde le 
accoglienze ; e, bencbè vi si fosse fatta sosta pel cambio di ca- 
valli, non si udirono grida di festa. Essendovi piuttosto nu- 
merosi i liberali, questi avevano data la parola d'ordine di aste- 
nersi da ogni dimostrazione. A Mola erano andati a incontrare 
i Sovrani l'arcivescovo di Bari, monsignor Pedicini, l' intendente 
Mandarini, il procuratore generale della Corte criminale, Lillo, 
e il direttore dei dazi indiretti, Margiotta. A Bari non si giunse 
che alle 9 e mezzo, e il Re apparve visibilmente abbattuto. 

Le accoglienze di Bari, dove i Sovrani erano attesi fin dal 
giorno 15, superarono in grandiosità tutte le altre. Q-iulio Pe- 
troni, cbe ne fu testimonio oculare e fece parte di una dell© 
commissioni, cbe all'uopo si formarono, le ha narrate nel se- 
condo volume della sua storia di Bari, in tutti i loro partico- 
lari. Il telegrafo elettrico, unicamente occupato per i dispacci 
governativi, era insufficiente a trasmettere tutti i dispacci d' uf- 
ficio. In nessuna città, come in quella, furono staccati i cavalli 
dalia carrozza reale, che fu trascinata a braccia per le vie, fra 
grida assordanti. Il Re ricevette gli omaggi del sindaco, Giu- 
seppe Capriati, delle autorità, dei capitoli palatino e metropoli- 
tano, dei seminaristi e delle confraternite, sotto l'arco trionfale 
di stile gotico innalzato all'ingresso della città, e sul quale arco 
era scritto: Alle auguste maestà — di Ferdinando II e Maria Te- 
resa — Bari riconoscentissima. Ne il Re, né i principi discesero 
dalle carrozze. Gli archi erano illuminati da lanternini di vetro, 
detti lamparielU, d'un bellissimo effetto. Alcune confraternite 
ebbero l'infelice idea di mandare i proprii rappresentanti vestiti 
del sacco, e questi fratelloni con le torce accese in mano, come 
le avevano tutti, davano alla cerimonia l'apparenza di un mor- 
torio. Ma la nota più malinconica era data dall' incedere abbat- 
tuto del Re, con la barba e i capelli incolti e completamente 
canuti. Con visibile sforzo egli rispondeva agli evviva del po- 
polo, agitando, fuori lo sportello della vettura, un fazzoletto 



- 393 - 

bianco. Dall'arco di trionfo al palazzo dell' Intendenza, fu tutta 
una baldoria. Arrivato il corteo di fronte al palazzo, la folla 
fece tal ressa per entrare nell'atrio, clie Ferdinando II ne fu 
quasi impaurito, e protestò che non sarebbe sceso se non si 
fosse sgombrato l'atrio. I gendarmi a cavallo, comandati dal 
loro capitano De Curtis, distribuendo piattonate a destra e a 
sinistra, fecero largo ; l'atrio fu cosi sgombrato e il Re, con molte 
precauzioni, scese dalla carrozza, e dato il braccio alla Regina, 
cominciò a salire penosamente le scale. A monsignor Rossini, 
arcivescovo di Matera, che gli chiese conto della sua salute, ri- 
spose: ^ Monsignò, sto nu pucurillo acciso j,.^ 

Le scale dell' Intendenza presentavano un aspetto imponente. 
Signore, signori, vescovi e arcivescovi facevano ala, con ceri ac- 
cesi in mano. La signora Mandarini, moglie dell'intendente, 
la signora Capriati, moglie del sindaco, la signora Pappalepore 
e la baronessa D'Amely formavano la commissione per ricevere 
la Regina ; e Vito Pappalepore, il conte Massenzio Filo, Enrico 
Capriati, Gerardo Sirone e Niccola Pollio formavano la commis- 
sione per le feste. Altri gentiluomini baresi erano schierati a 
destra e a sinistra. Il Re saliva a stento, fermandosi ogni tre 
o quattro scalini, e sostando a lungo su gli ampii pianerottoli. 
Arrivato nel suo appartamento, non volle mangiar nulla ; ma, 
chiamato dalle grida assordanti della folla al balcone, vi com- 
parve un momento. La città era illuminata a festoni e ad archi 
trionfali, costruiti sotto la direzione dell'architetto Lofoco, men- 
tre i trasparenti erano stati dipinti dai pittori Zito e Sorace. Al 
Re era tornato acutissimo il dolore al femore; non si reggeva e 
volle andare subito a letto. Lo svestirono con ogni cura la 
Regina, Ramaglia e Galizia. L' appartamento del Re e quelli 
dei principi erano stati addobbati alla meglio, con mobili e so- 
prammobili forniti dalle principali famiglie di Bari: Capriati, 
De Gemmis, Pappalepore, Elia. L'Intendenza era divenuta una 
locanda. Alcuni del seguito presero alloggio in case private; 
il Murena e il Bianchini in casa Diana. 

Ferdinando II non potè l' indomani levarsi, ma le feste non 
vennero per questo sospese. Tutta la provincia era convenuta a 
Bari. Vi erano circa centocinquanta guardie d'onore, coman- 



^ Monsignore, sono mezzo morto. 



- 394 - 

date da Filippo Esperti e Tommaso Melodia, caposquadroni delle 
guardie di Terra di Bari. Dalla mattina alla sera, le bande 
musicali suonavano nelle piazze, e la sera c'erano luminarie © 
fuochi d'artifìcio e s' innalzavano centinaia di palloni, dalle for- 
me bizzarre. Bari era in preda alla più pazza gioia. Ferdinan- 
do II, dalla camera dove giaceva in letto, vedeva con un senso 
di pena le luminarie della facciata del teatro e udiva le grida 
della folla. A nessuno era permesso avvicinarsi al palazzo. Un 
cordone di soldati guardava l' Intendenza, e due sentinelle, gior- 
no e notte, ne custodivano il portone. Nel secondo giorno 
avvenne un curioso incidente. Un tal Lapegna, arrampicatosi 
su per le sporgenze dei fregi di stucco della facciata, e quindi 
afferratosi a uno dei fanali del balcone di sinistra, riusci a su- 
perare la ringhiera del gran balcone di mezzo, che era quello 
della camera da letto del Re, il quale, come vide dietro i vetri 
uno sconosciuto che metteva le mani in tasca per presentare 
una supplica, fu preso da paura e si die a gridare. Il Lapegna 
venne arrestato dal capitano de Curtis e tenuto in prigione^ 
per qualche giorno. I principali proprietarii della provincia ave- 
vano mandati copiosi doni di latticini, di caccia, agrumi, fruttar 
e vini dolci; ma il Re poco o nulla potè gustarne per le sue 
condizioni di salute, e, in gran parte, quelle ghiottornie vennero 
mangiate dal servidorame. 

La maggior attenzione di quanti erano convenuti a Bari in 
questa circostanza fu richiamata dai lavori del nuovo porto, del 
quale avevano l'appalto i fratelli Beltrani di Trani. Andarono 
a vedere questi lavori, il giorno appresso all'arrivo, accompa- 
gnati dall' intendente, il ministro Murena, il direttore Bianchini, 
il duca di Sangro e il generale Ferrari, e ne rimasero soddi- 
sfatti. Il Murena, nel rimontare in carrozza, disse all'intendente: 
" Dirò tali e tante cose a S. M., da infervorarla in uno di questi 
giorni a venire a veder Vopera, od almeno, quando ciò riesca 
impossibile, da farla vedere da S, A. il Principe „ . E di fatti, 
quattro giorni dopo, il duca di Calabria e i suoi fratelli, ac- 
compagnati dal loro seguito, visitarono minutamente i lavori, 
de' quali Francesco fu stupito, si da esclamare ad ogni momento : 
" Che bella cosa! Che bella cosa! „ E, scendendo per la scaletta 
del nuovo muraglione, aggiungeva : " Proseguite a far così bene 
come sinora „ . Continuò la visita per tutta la lunghezza del molo, 



- 395 — 

e chiamati gl'ingegneri, raccomandò loro di non badare a spe- 
se, soprattutto per la gettata della scogliera, perchè, qualche cen- 
tinaio di ducati spesi di più ora, varranno — egli disse — a 
non farne spendere quattrocentomila in seguito „ . Durante la 
visita, un legno inglese, ancorato nel porto, faceva le salve di 
uso, alle quali rispondevano i legni della regia marina. Dopo 
la visita al porto, in quel giorno stesso, nel pomeriggio, il 
duca di Calabria, il conte di Trani e il conte di Caserta an- 
darono a Oapurso, a visitare il santuario della Madonna del Pozzo, 
e alle cinque rientrarono a palazzo. La Regina in quei giorni ac- 
quistò a Bari molti oggetti di porcellana e di cristallo, candelabri 
ed altro, esprimendo la sua maraviglia di trovare in provincia cosi 
belle cose e destinandole in regali, o in addobbi del palazzo. 

In tre giorni dall'arrivo a Bari, non si era verificato alcun 
miglioramento nella salute di Ferdinando II. I medici lo consi- 
gliavano, anzi lo pregavano che non partisse, e neppure lui ne 
aveva desiderio e forza. Ma, non essendo più possibile ritar- 
dare la venuta della duchessa di Calabria, il Re, nel giorno 30 
gennaio, fece noto quanto si era stabilito con gli arciduchi a 
Lecce, che cioè la sposa, non più a Manfredonia, ma a Bari 
sarebbe sbarcata. E poiché gli ufficiali di marina avevano con- 
sigliato di preferire il nuovo porto al vecchio, potendo in quello 
meglio approssimarsi alla banchina i grossi bastimenti a vapore, 
furono cominciati nel nuovo porto i lavori. Ma poi si mutò av- 
viso, e fu scelto il vecchio porto, dove si sarebbe costruito un 
ponte dal lido sino a raggiungere la profondità di un metro, 
necessaria alle imbarcazioni: ponte che sarebbe cominciato in 
fondo al grande Corso; e in tal modo Maria Sofia, arrivando, 
avrebbe ricevuto buona impressione della città. 

Stabilito cosi lo sbarco ne venne dato avviso ufficiale a 
Vienna, a Trieste, a Napoli e a Bari, dove il Re fece sospen- 
dere le feste, sino all'arrivo di Maria Sofia e ordinò, che tutte 
le spese per il mantenimento della Corte a Bari fossero soste- 
nute dalla Casa Reale, ma amministrate dalla commissione per 
le feste, la quale divise le varie competenze tra i suoi compo- 
nenti e assunse il governo intemo del palazzo, cercando di 
mettere un po' d'ordine nella confusione magna dei primi giorni. 

I preparativi per ricevere la sposa e per allestire gli alloggi dei 



— 396 - 

personaggi, che sarebbero venuti ad assistere alla cerimonia, furo- 
no condotti alacremente. Il comune prese in fìtto la casa Lam- 
berti, che converti in foresteria: le principali famiglie baresi, 
l'arcivescovo e il gran priore di San Niccola si dichiararono 
pronti ad alloggiare altri personaggi. Da Napoli giunsero abili 
paratori e tappezzieri, cha trasformarono il salone dell'Inten- 
denza in cappella per la cerimonia nuziale e apparecchiarono 
la camera da letto degli sposi. Enrico Capriati sopraintendeva 
al servizio del vitto e alle cose segrete, come si diceva allora, 
avendo alla sua dipendenza Vito di Gese, più generalmente noto 
sotto il nome di Vito di Dio, primo cuoco e primo alberga- 
tore di Bari ; ma ne l'uno, ne l'altro potettero impedire dei tra- 
fugamenti. La loro attività nel provvedere a quanto occorreva 
era grandissima, perchè non c'erano ferrovie, e Bari d'allora 
non era Bari di oggi. Si faceva venire roba da Trieste per mezzo 
dei vapori del Loyd, che approdavano a Molfetta due volte la 
settimana, e per mezzo della messaggiera postale, che arrivava 
da Napoli ogni giorno. Si facevano provviste all' ingrosso, cre- 
dendo di far meglio, ed era peggio, perchè la roba, consegnata 
alla signora Mandarini, moglie dell' intendente, la quale soprain- 
tendeva alla cucina, andava dissipata e rapita dal servidorame. 
Un giorno il Capriati fece consegnare ottocento uova, e due gior- 
ni dopo, gliene furono richieste altre, perchè le uova consegnate 
erano state rivendute. Un altro giorno, un dignitario di Corte 
disse allo stesso Capriati, che bisognava nei conti accrescere di 
qualche migliaio il numero delle candele, le quali servivano per 
l' illuminazione interna di tutto il palazzo, e ad una risposta in- 
genua del Capriati replicò che, dal momento che pagava Casa 
Reale, era sciocchezza non aumentare le spese a benefìcio del 
seguito di Sua Maestà. 

La cucina reale serviva al Re, alla Regina e ai principi. 
Ogni sera, prima di cena, la Regina in una sala raccoglieva 
tutt'i signori del seguito e i familiari e con essi recitava 
il rosario. Dopo questo, si facevano altre speciali preghiere 
per la guarigione del Re, il quale, nei momenti che la ma- 
lattia meno lo tormentava, attendeva col Murena e col Bian- 
chini, agli affari dello Stato e, col Mandarini, a quelli della 
provincia. Decretò per Bari un tribunale di commercio e nuovi 
edifizii per il liceo, per il convitto, per la scuola nautica e la 



— 397 - 

Società economica e approvò un prestito per i lavori del nuovo 
porto, continuando l'annua sovvenzione di 30 000 ducati dalla 
cassa della Tesoreria. 

La duchessa di Calabria, con la sua Corte, bavarese e na- 
poletana, lasciò Vienna il 30 gennaio. L'accompagnarono l'Im- 
peratrice e il principe Luigi, loro fratello. Passarono la notte 
a Lubiana e giunsero a Trieste, a mezzodì del 31. Alloggia- 
rono nel palazzo del governatore, e fu convenuto che la con- 
segna della sposa, da parte del commissario plenipotenziario ba- 
varese, conte di E-echberg, al regio commissario plenipotenziario 
di Napoli, duca di Serracapriola, si sarebbe fatta nella galleria di 
quel palazzo, all'una e mezza del giorno dopo. La cerimonia fu 
bizzarra e ricordò quella che aveva avuto luogo a Vienna, quando 
l'arciduchessa Maria Luigia era partita per la Francia, sposa di 
Napoleone I. Nel mezzo del salone si tracciò una linea, che 
raffigurava la divisione fra il territorio napoletano e il bavarese ; 
sulla linea fu collocato un tavolino, coperto da un tappeto di 
velluto cremisi a frange d'oro, e ai due lati opposti del tavolo, 
due sedie a braccioli. Nella galleria si entrava per due porte : 
sopra una, erano collocate le bandiere e gli stemmi napoletani, 
e la custodivano guardie marine napoletane; sull'altra, le ban- 
diere e gli stemmi di Baviera, e vi erano guardie imperiali di 
gendarmeria. All'ora fissata si trovarono, dalla parte del ter- 
ritorio napoletano insieme al plenipotenziario, il duca di Lau- 
renzana, la principessa di Partanna -e la duchessa di San Ce- 
sario: il primo cavallerizzo, le altre, dame della duchessa di 
Calabria, il segretario del duca di Serracapriola, De Bouquai, 
che ne lesse più tardi le credenziali ed il contrammiraglio Ro- 
berti, con gli ufficiali del Tancredi e del Fulminante. Dalla parte 
del territorio bavarese entrò la duchessa di Calabria, col suo se- 
guito. L' Imperatrice e il principe Luigi assistevano da una tri- 
buna. I due plenipotenziarii si avanzarono verso la linea di di- 
visione e, vicendevolmente, lessero le credenziali. Il conte di 
Rechberg rivolse dopo ciò alcune parole di commiato a Maria 
Sofia, la quale, alzatasi in piedi, ammise in atto di congedo 
il suo seguito al bacio della mano. Poi il conte di Rechberg, 
presa la duchessa di Calabria per mano, la condusse fino alla 
linea di divisione e la consegnò al duca di Serracapriola, che la 



— 398 - 

fece sedere su una poltrona nel territorio napoletano, rivolgen- 
dole un breve discorso di circostanza, e presentandole il seguito. 
Cosi ebbe termine la curiosa cerimonia, che durò un'ora. La 
duchessa di Calabria usci per la porta, cui sovrastavano le armi 
napoletane, e alle tre sali sul Fulminante. L'accompagnarono a 
bordo l' Imperatrice e il principe Luigi. Il Fulminante, seguito 
dal Tancredi, sul quale s' imbarcò un'altra parte del seguito, levò 
l'ancora alle 4 pomeridiane del primo febbraio, dal porto di Trie- 
ste, sotto il comando, come si è detto, del contrammiraglio Ro- 
berti. Il giorno innanzi, il vapore il Tasso aveva lasciato Bari 
per rilevare la truppa di Capitanata e trasportare il corredo pre- 
parato a Manfredonia. 

La partenza della duchessa di Calabria fu telegrafata da Trie- 
ste a Bari, dove si dava l'ultima mano ai preparativi per il ri- 
cevimento della sposa. Ogni giorno arrivavano nuovi personaggi, 
e, tra i più notevoli, il marchese Imperiale, cavallerizzo mag- 
giore; il marchese del Vasto, primo cerimoniere; il conte Sta- 
tella, maresciallo di campo e cerimoniere di Corte soprannu- 
merario il generale Alessandro Nunziante, il principe di Buffano e 
il generale Caracciolo di San Vito. Imperiale e Buffano par- 
tirono insieme da Napoli, accompagnati dai due impiegati del- 
la segreteria particolare del Be, Giovanni Amati e Buitz de Bale- 
streros, che poi fu segretario particolare di Francesco II. Giunti 
a Foggia, ebbero ordine telegrafico di fermarsi colà, perchè a 
Bari non vi era modo di alloggiarli. Dopo qualche giorno Buf- 
fano e Imperiale proseguirono per Bari, ma Amati e Buitz tor- 
narono a Napoli. A Foggia erano pure parecchi servi di cucina, 
che più tardi raggiunsero la Corte a Bari. Il Be ordinò che a 
Bari si recassero alcune compagnie di granatieri della guardia 
reale, due squadroni di dragoni, nonché cacciatori e gendarmi 
a cavallo. Binascevano gli entusiasmi, che, per qualche giorno, 
lo stato di salute del Sovrano aveva sopiti. 

Il di seguente, altre feste per l'arrivo degli arciduchi Gu- 
glielmo e Banieri e dell'arciduchessa Maria. L'intendente, per 
ordine sovrano, andò a incontrarli a Giovinazzo. Gli arciduchi 
erano arrivati a Napoli, a bordo àeìV Elisabetta, il 30 gennaio, 
e andarono subito a salutare la famiglia regnante di Toscana, la 
quale vi era giunta il 22, prendendo alloggio alla Foresteria, per 
assistere alle feste nuziali, non ostante l'ansia in cui viveva per 



- 399 - 

la malattia della giovane arciduchessa Anna, moglie del principe 
ereditario Ferdinando. La famiglia granducale era quasi al com- 
pleto. Oltre al granduca Leopoldo, alla granduchessa Maria An- 
tonia, sorella del Re, all'arciduca e all'arciduchessa ereditarli, 
all'arciduca Carlo e all'arciduchessa Maria Luisa, ultimi dei sei 
figliuoli di Leopoldo II, c'era un seguito numeroso. L'arcidu- 
chessa Anna, di 23 anni, sorella minore della duchessa di Ge- 
nova, infermatasi a Firenze, era curata dai medici fiorentini Ca- 
pecchi e Del Punta. Il granduca aveva chiesto al Re un buon 
medico napoletano, e il Re aveva mandato a Firenze don Franco 
Rosati, nel quale riponeva una fiducia assai maggiore che nel 
Ramaglia. Sotto le cure del Rosati la principessa parve gua- 
rita ; ma quando la famiglia granducale venne a Napoli, il male 
riapparve e, in breve, degenerò in tisi. La curò anche in Napoli 
il Rosati, che abitava nello stesso palazzo della Foresteria, e si 
chiamò pure da Firenze il Del Punta, che giunse solo in tempo 
per firmare col Rosati gli ultimi bollettini. Mori il 10 feb- 
braio ; e, percossa da si grave sciagura, la famiglia non ebbe più 
l'animo di rimanere a Napoli, e fatto quindi trasportare, due 
giorni dopo la morte, il cadavere della povera arciduchessa a Fi- 
renze, dove trovò sepoltura in San Lorenzo, l'addolorata famiglia 
partì, la mattina del 21 febbraio, imbarcandosi per Livorno. 
I napoletani restarono maravigliati della semplicità della Corte 
toscana. Il Granduca, noto nella Corte col nome di Popò di 
Toscana, per distinguerlo da Popò, conte di Siracusa; e l'uno 
e l'altro chiamati familiarmente dai figliuoli di Ferdinando II, 
z\ Popò, faceva lunghe passeggiate a piedi, entrava nei cafi^, 
pagando per lo più una piastra e rifiutando il resto. Così av- 
venne, che fu un giorno riconosciuto al caffè di Testa d'oro e 
festeggiato dai camerieri e dal padrone. Un lungo viaggio da 
Firenze a Napoli, una grave disgrazia domestica e un ritorno 
malinconico, senza vedere i Sovrani, né gli sposi, commossero pro- 
fondamente gli animi de* napoletani. L'arciduca Ferdinando si 
consolò però ben presto della perdita della buona e graziosa mo- 
glie, passando a seconde nozze, due anni dopo, colla figliuola 
della duchessa di Parma. Le maniere di lui, piuttosto rudi e 
qualche volta violente, mal si confacevano con quelle della arci- 
duchessa, e quel matrimonio non fu modello di felicità coniugale. 
Gli arciduchi d'Austria, dunque, giunti la mattina del 30 da 



- 400 - 

Palermo, andarono il 3 1 a Caserta per visitare i piccoli principi^ e 
le principesse. Ne tornarono lo stesso giorno, assistettero, la sera, 
allo spettacolo del San Carlo e ripartirono, la notte, per Bari, con 
vetture speciali di posta. Avevano salute di ferro e mantennero 
la promessa fatta al Re, a Lecce, due settimane prima. 

Quel giovedì, 3 di febbraio, fu una giornata di primavera. 
Il mare tranquillo aveva la sua caratteristica tinta azzurra ca- 
rica, per cui si disegnavano, distintamente, sul lontano oriz- 
zonte, le ampie e bianche vele latine delle tradizionali " pa- 
ranze „ . ^ Le strade, che conducevano a Bari, formicolavano di 
carrozze da viaggio e signorili, e di chars à bancs. Da ogni 
parte della provincia, ma soprattutto, da Barletta e da Trani, 
da Bisceglie e da Molfetta, da Bitonto e da Cerato, da Terliz- 
zi, da Mola e da Fasano, accorreva gente a frotte. I grossi ca- 
sali intorno Bari rimasero quasi vuoti. Non duchessa di Ca- 
labria, non duchessa di Baviera, la sposa era stata battezzata 
col nome familiare di Maria Sofia. L'iperbole pugliese si 
sfogava ampiamente sul conto di lei. Si decantava la bellezza 
della sua persona, la nobiltà del portamento, l'aristocrazia delle 
maniere, i suoi gusti e l'eleganza delle sue acconciature. Nes- 
suno l'aveva vista, ma tutti ne parlavano, come se fossero stati 
a Monaco per anni e anni e ne avessero goduta la confidenza, 
e avidi ne aspettavano una parola, un segno, uno sguardo di con- 
siderazione benigna. Bari era splendida per movimento, non 
mai veduto ; per importanza e numero di personaggi che ospi- 
tava e per lo storico avvenimento, che si compiva dentro le 
sue mura. Non vi era famiglia senza ospiti; e le case più di- 
stinte alloggiavano i personaggi di maggior conto. All'Inten- 
denza, oltre alle Loro Maestà e ai tre principi, dimoravano, al 
secondo piano, gli arciduchi d'Austria e al mezzanino, il prin- 
cipe e la principessa della Scaletta. Il Re, la Regina e i 



^ Sou chiamate " paranze „ lungo tutto il litorale adriatico italiano, 
le barche da pesca, che vanno per il mare a coppie, essendo raccomandati 
i due estremi della rete a ciascuna di esse, e distendendosi questa nel 
mare intermedio fra le due barche. Le paranze pugliesi si distinguono 
dalle marchigiane e dalle chioggiotte, per l'ampia vela tutta bianca, men - 
tre queste hanno la vela gialla o rossastra, o variamente colorata. La 
forma del bastimento è identica. 



— 401 - 

principi occupavaiio tutto il primo piano, e l'ampia sala, che 
ora serve alle adunanze del Consiglio provinciale, era stata 
trasformata in salone da pranzo. All' Intendenza doveva pren- 
dere alloggio anche il seguito della duchessa di Calabria, onde 
non vi rimase camera vuota. L' intendente e la sua signora si 
erano adattati in due camere remote del secondo piano. 

I preparativi non avevano tregua. La commissione per le fe- 
ste e singolarmente, Enrico Capriati, dava prova di singolare abi- 
lità, dovendo provvedere a tante cose. Erano state nominate 
per i principi e gli arciduchi altre commissioni di ricevimento 
e di cerimonie, e una di giovani delle primarie famiglie e più 
distinti negli studi. Ma una nota triste dominava in quell'al- 
legria ufficiale: il Re aveva passata la notte fra atroci soffe- 
renze. Ramaglia adoperò tutte le risorse della professione per 
lenirgli i dolori, ma invano. Aveva la febbre, non trovava 
requie in letto, ne gli bastava la forza di stare in piedi. Di- 
magrava a vista d'occhio e le preoccupazioni morali rendevano 
più grave lo stato suo. Non era possibile che uscisse per an- 
dar incontro alla sposa, e neppure che si levasse un momento, 
per assistere alla benedizione nuziale, che si compiva a due ca- 
mere di distanza dalla sua. Aver affrontato quel viaggio nelle 
condizioni descritte, per prender parte al matrimonio del suo caro 
Lasa, e non potervi assistere era estremamente triste per lui. 

Alle dieci un colpo di cannone annunziò che il Fulminante 
e il Tancredi erano in vista. Mossero dal palazzo dell' Inten- 
denza e s'avviarono al padiglione, appositamente eretto allo 
scalo^ le autorità e i personaggi ufficiali in grande uniforme, il 
cerimoniere Statella, il sindaco Capriati e, insieme con loro, i 
vescovi della provincia, convenuti a Bari, non che monsignor 
Gallo, confessore della Regina, e monsignor Rossini, arcivescovo 
di Acerenza e Matera. Lungo il corso Ferdinando, erano schie- 
rate le truppe, sotto il comando del generale Caracciolo di San 
Vito; il padiglione di sbarco era custodito dalle guardie d'onore 
e dai granatieri, e i due moli del porto, dalle guardie doganali. I 
legni mercantili erano parati a festa e le bande musicali non 
cessavano di sonare l'inno borbonico. Appena il Fulminante 
dette fondo, furono sparati cento colpi di cannone dal castello, 
e ogni colpo veniva ripetuto dai grossi bastimenti e dalle barche 
doganali. Sin dalle prime ore della mattina, l'ampio Corso e 

Di Cuabe, La fin» di un Ragno. - Voi. I. 26 



- 402 — 

la più ampia via della piazza coperta e le mura bizantine che 
scendono a picco nel mare, erano gremite di una folla straor- 
dinaria e pittoresca. 

Il corteggio reale era formato da dieci carrozze, circondate 
e seguite da guardie d'onore a cavallo. Era uno spettacolo im- 
ponente, ma il Re non c'era. A spiegare i commenti della folla 
circa l'assenza di lui, si fece correre la voce, che Sua Maestà 
non aveva voluto esporsi alla brezza marina, essendo ancora in- 
disposto. Nella prima carrozza sedevano il marchese Imperiale, 
il duca di Sangro e il principe della Scaletta ; nella seconda la 
Regina e il duca di Calabria, in divisa di colonnello degli usseri, 
con la fascia di San Gennaro e il Toson d'oro ; nella terza, 1 
conti di Trani e di Caserta, coi colonnelli Cappetta e Nicoli; 
nella quarta, gli arciduchi Guglielmo e Ranieri e l'arciduchessa 
Maria, e nelle altre carrozze Murena, Bianchini in grande uni- 
forme, la principessa della Scaletta, la baronessa Andriana, da- 
ma di compagnia dell'arciduchessa Maria, i generali Ferrari, 
Del Re e Nunziante, e i colonnelli Severino e Latour. Le 
carrozze procedevano lente, in mezzo al popolo festante. Giun- 
ti al padiglione, il duca di Calabria, la Regina, i principi e gli 
arciduchi, accompagnati dalla principessa della Scaletta, dal 
marchese Imperiale e dai generali Ferrari e Del Re, montarono 
su ricche lance e andarono a bordo. La lancia reale era coman- 
data dall'ufficiale Vincenzo Criscuolo, figlio di don Raffaele. 

Grande l'animazione a bordo della fregata. La duchessa 
di Calabria aveva un po' sofferto lungo il tragitto ; era piutto- 
sto pallida, anche per l'emozione e col binoccolo guardava la 
città, il porto e il padiglione. Più che dalle dame di compa- 
gnia, partite con lei da Trieste, era stata assistita da donna Nina 
Rizzo, la quale non si tolse un momento dal suo fianco e, fin 
d'allora, prese su lei quel forte ascendente, che crebbe in segui- 
to, come si vedrà. A lei, e al maggiordomo Leopoldo Raucci, 
Maria Sofia aveva più volte domandato, con infantile curiosità, 
durante il viaggio, se il duca di Calabria fosse veramente brutto, 
come n'era corsa voce a Monaco; e donna Nina e il Raucci 
l'avevano rassicurata che non era punto brutto ed era poi tanto 
buono; ma quando lo vide nella lancia reale, nel bel costume di 
colonnello degli usseri, ne riportò una grata impressione, e andan- 



- 403 - 

dogli incontro sulla scaletta, con molta disinvoltura gli porse la 
mano e lo salutò con queste parole : " Bon jour^ Francois „ . Ed 
egli afferrandole tutte e due le mani, la baciò in fronte, dicendole, 
non senza qualche imbarazzo : " Bon jour, Marie „ , e rimasero 
soli a parlare in un angolo del bastimento, sino a che non fu 
tutto pronto per lo sbarco. La duchessa fu abbracciata e ba- 
ciata da Maria Teresa, che le presentò i suoi figli, anch'essi in 
divisa militare. Le domande della duchessa non avevano tre- 
gua. Chiese della salute del Ee e mostrossi dolente di non 
vederlo ; chiese della città e di tante e ose, alle quali domande 
Francesco rispondeva impacciato, sia per l'emozione di trovarsi 
innanzi alla sposa, più bella ancora del suo ritratto, sia perchè, 
pur conoscendo il francese, lo parlava con difficoltà. Poi si montò 
nelle lance e si scese a terra. Nel padiglione fu fatta la pre- 
sentazione dei rispettivi seguiti e delle autorità; e indi con lo 
stesso ordine di prima, il corteo si diresse all'Intendenza. La 
sposa vestiva un elegante abito da viaggio, con magnifiche pel- 
licce, e fu naturalmente la più festeggiata. I suoi occhi neri, i 
copiosi capelli castagni, bizzarramente acconciati, l'alta ed ele- 
gante persona, l'espressione dolce e infantile del volto, e tutta 
l'aria di grande dama le conquistarono ad un tratto le simpatie di 
tutti, che a coro la proclamarono bellissima, felicitandone Fran- 
cesco. Le grida salivano al cielo, e gli applausi continuarono 
insistenti sino al palazzo, al cui balcone gli sposi, chiamati dalle 
grida festive della moltitudine assiepata in piazza, si dovettero 
ripetutamente mostrare. 

Francesco non entrava nei panni dalla gioia, ma era impac- 
ciato e confuso. Il suo volto, adombrato appena da due baffet- 
ti neri nascenti, non era atteggiato ad altro sentimento che a 
quello d'una puerile contentezza. Ritiratisi dal balcone, il 
duca e la duchessa di Calabria, con Maria Teresa e i principi, 
andarono nella camera del Re. Fu commovente l'incontro fra 
quella giovane creatura, fiorente di salute e di brio, e il Sovrano, 
invecchiato dal male e sofferentissimo. Ferdinando II si era le- 
vato a sedere sul letto; abbracciò la nuora e la tenne, qualche 
minuto, cosi abbracciata, piangendo per la commozione. Chiese 
notizie del viaggio e si scusò di averla fatta trattenere tanti 
giorni a Vienna. Conversarono insieme più di mezz'ora, con 
grande diletto di tutt'e due, e sin da quel momento si stabilì, 



— 404 - 

fra suocero e nuora, una simpatia vicendevole. Uscita dalla ca- 
mera del Re, la sposa si ritirò nel suo piccolo appartamento, 
per apparecchiarsi alla solenne cerimonia della benedizione nuzia- 
le, fissata per le due. Maria Teresa l'accompagnò nelle stanze a lei 
destinate, che erano le due a destra del salone con l'altra più 
piccola, quella d'angolo, trasformata in camera da toilette. Aiutata 
da donna Nina Rizzo, mutò l'abito da viaggio in una ricchis- 
sima veste bianca, guarnita di merletti preziosi e con grande 
crinolina, calzò lunghi guanti bianchi e si attaccò al capo un 
tralcio di fiori d'arancio, al quale era raccomandato un lungo velo, 
che nascondeva i suoi splendidi capelli e scendeva sino a terra. 

Alle due, tutto era pronto per la cerimonia. Nel salone del 
palazzo era stato innalzato un altare con l' immagine della Ver- 
gine Immacolata, e un trono in velluto, ricamato in oro per 
i Sovrani. Ai lati del trono, le sedie per i principi e gli arci- 
duchi. Le autorità, i vescovi, i personaggi ufficiali stavano tutti 
al loro posto. Solenne il momento, ma non tutti eran composti 
a gravità, anzi molti ridevano, studiandosi di non farsi scorgere. 
Che cos'era avvenuto? L'irrequieto conte di Caserta aveva 
trovato modo di appiccare sull'uniforme di un alto funzionario 
una coda di carta, e questo spettacolo, naturalmente, suscitava il 
riso di tutti. Nessuno osava togliere la coda, e fu un gentiluomo, 
che, accortosene, abilmente la strappò senza che quegli se ne 
accorgesse. Entrata nel salone la famiglia reale, tranne il Re, 
gli sposi furono fatti sedere su due sedie, collocate di fronte 
all'altare. Monsignor Pedicini, assistito dai canonici metropoli- 
tani e dai palatini, celebrò la messa, fece un discorso d'oc- 
casione agli sposi e li benedisse con l'acqua santa. Poi fu 
cantato il Te Deum, durante il quale le navi da guerra fecero 
le loro salve, e le bande musicali suonarono l' inno borbonico. 
Compiuta la funzione, alla quale conferi maggiore solennità la 
benedizione papale, mandata per telegrafo da Pio IX, la famiglia 
reale rientrò nei suoi appartamenti, e Ferdinando II, cui era 
stato riferito il comico incidente, chiamato il conte di Caserta, lo 
rimproverò aspramente e gì' inflisse tre giorni di chiusura in ca- 
mera, che poi, a intercessione della madre, ridusse a uno solo. 
Il ragazzo raccontava egli stesso la storiella della coda e con- 



— 405 — 

fessa va che il Re gli aveva detto: ^Guagliò, sti scherzi non 
se fanno / so scherzi 'e lazzaro „ . * 

Venuta la sera, sulla piazza di fronte al palazzo, brulicante 
di popolo e sfarzosamente illuminata, come tutta la città, s'in- 
nalzarono palloni in gran numero e di forme svariatissime, tra 
uno strimpellare assordante di bande musicali. Più tardi, nella 
stessa piazza, da un coro formato di dilettanti, tutti con ceri 
accesi in mano, fu cantato, in onore degli sposi, un inno 
composto da Giulio Petroni e musicato dal maestro Curci, sul- 
l'aria dell'inno borbonico. All'Intendenza ci fu gran pranzo 
ufficiale, nel quale furono seryiti i tradizionali maccheroni di 
zita, preparati da Vito di Dio. Dopo il pranzo, il duca e la du- 
cbessa di Calabria andarono ad augurare la buona notte al Re, 
che li abbracciò entrambi, e si ritirarono nelle loro stanze. La 
camera da letto degli sposi era la seconda, a destra del gran 
salone, la stessa dove alloggiò Re Umberto, l'ultima volta che 
stette a Bari. Mandarini, appena fu ufficialmente certo che 
la sposa sarebbe sbarcata a Bari, aveva chiamato il sindaco 
Capriati, per ordinargli di allestire in modo conveniente la ca- 
mera nuziale. Il Capriati, che, proprio in quei giorni, avea 
acquistato un ricco talamo nuziale per una sua nipote, mandò 
quel talamo all' Intendenza. Biancherie e materasse vennero date 
da suo fratello Enrico. Sino alla camera da letto, gli sposi 
furono accompagnati dalla Regina, che li lasciò sulla soglia, 
dopo averli baciati. Nella camera nuziale non entrò, col duca 
e la duchessa di Calabria, che donna Nina Rizzo; anzi, vera- 
mente, Francesco non entrò, ma attese, timidissimo, nella camera 
precedente, che la Rizzo gli annunziasse che la sposa si era 
messa a letto. Francesco continuava a mostrarsi stranamente 
confuso, e passò il tempo a recitar preci, sino a che gli parve, 
che Maria Sofia avesse preso sonno, ne prima di allora, cheta- 
mente per non destarla, andò a letto. E cosi fu per tutto il 
tempo che stettero a Bari, il che spiega forse la tristezza di lei, 
il suo desiderio di svaghi d'altro genere, e il bisogno, che sen- 
tiva qualche volta di piangere. 

Le commozioni di quel giorno e l'abbattimento morale del Re, 



* Ragazzo, questi scherzi non si fanno ; sono sohei'zi da lazzaro. 



- 406 - 

incliiodato in letto, fra tanta clamorosa gioia, ufficiale e pubbli- 
ca, aggravarono rapidamente e in modo allarmante, le condi" 
zioni di sua salute. La notte dal 3 al 4 febbraio, la prima della 
presunta luna di miele del duca e della duchessa di Calabria, fu 
angosciosa per lui. La E-egina e Ramaglia non si tolsero dalla 
sua camera. Il male faceva progressi, e le sofferenze dell' infermo 
diventavano insopportabili. Lontano dalla capitale, in una città 
di provincia, dove non tutto si poteva ottenere e dove non era 
possibile serbare il segreto, Ramaglia, col solo aiuto del giovane 
dottor Capozzi, si trovava a disagio, ne voleva assumersi, più oltre, 
una grave responsabilità. La mattina del 6 febbraio disse alla 
Regina che sarebbe necessario chiamar da Lecce il dottor Leone, 
e coll'assenso del Re, da lei informatone, si telegrafò all' inten- 
dente Sozi Carafa, L'ordine di recarsi immediatamente a Bari 
sorprese il dottor Leone fuori di casa. Non ebbe neppure il tempo 
di correre a salutare sua madre; montò in carrozza e, la sera 
stessa, giunse a Bari. L' indomani ci fu lungo consulto tra lui 
e Ramaglia, ed entrambi non si nascosero la gravità del male, 
ne la difficoltà della cura, perchè cominciava a verificarsi qual- 
che fenomeno di competenza chirurgica. Furono, due giorni 
dopo, chiamati a consulto il dottor Niccola Longo di Modugno, 
il dottor Vincenzo Ghiaia di Rutigliano, residente a Bari, e il 
dottor Enrico Ferrara di Bitonto, tutti in fama di dotti medici, 
e al consulto assistettero la Regina ed il duca di Calabria, il 
quale, prima che il consulto cominciasse, intonò il Veni Crea- 
tor Spiritus. Ramaglia fece una lunga relazione, ma ai tre nuovi 
medici dichiarò che loro non era concesso di visitare il Re, per 
non procurargli penose emozioni. Tutti approvarono la diagnosi, 
che fu criticata più tardi, come quella che non aveva tenuto 
abbastanza conto dei fenomeni, che richiedevano la pronta mano 
del chirurgo. In quei tempi la chirurgia non era arrivata al punto 
di aprire l'addome, come si fa oggi. Si rimproverò a Ramaglia 
di non aver prevenuto il pericolo di un processo intemo di sup- 
purazione, ne intuito che la febbre era sostenuta dalla infiam- 
mazione dei muscoli posti in fondo e nella parte posteriore 
del bacino, per effetto degli sforzi enormi, che il Re aveva 
fatto, salendo prima su in Ariano e, poi su per l'erta, non meno 
faticosa di Camporeale, fra il ghiaccio della strada e il nevischio 
che cadeva abbondante. Il Longo, il Chiaia e il Ferrara an- 



■fl 



- 407 - 

darono via dal consulto malcontenti e quasi mortificati di non 
aver veduto l'infermo, non senza comunicarsi a vicenda i loro 
dubbii circa l'esattezza della diagnosi del Ramaglia. 

I principi non parevano impensieriti della malattia del pa- 
dre, anche perchè s' imponeva loro di prender parte alle feste, 
per non accrescere le inquietudini e le prevenzioni. La sera 
del giorno 4, in cui maggiormente si accentuò il peggioramento, 
e giunse Leone da Lecce, il duca e la duchessa di Calabria, i 
principi, gli arciduchi d'Austria coi loro seguiti e tutti i perso- 
naggi ufficiali assistettero allo spettacolo, dato in loro onore al 
teatro Piccinni, illuminato a cera, con festoni di fiori e ghirlande 
e riboccante di spettatori. Le signore di Bari vi erano tutte, in 
acconciature vistose. Alle prime file della platea sedevano gli 
ufficiali superiori e le guardie d'onore, in grande uniforme, men- 
tre i granatieri vi prestavano servizio d'onore. L'aspetto della 
sala era semplicemente magnifico. Tutti gli sguardi erano diretti 
alla duchessa di Calabria, che indossava uno splendido abito 
bianco, con ampia crinolina e portava al collo e sulla testa 
splendidi diamanti. Quando entrò nel palco reale, sorridente e 
un po' impacciata, tutti si levarono in piedi e fu un applauso 
unanime, al quale ella rispose ringraziando più confusa che com- 
mossa. TJn coro numeroso di signorine e di giovani dilettanti 
cantò un inno, composto anche esso dal Petroni e musicato dal 
De Giosa. Gli augusti personaggi si trattennero quasi sino alla 
fine, e gli stessi applausi, che li avevano salutati all'arrivo, li 
salutarono nell' uscire. Quello spettacolo pose fine alle feste nu- 
ziali. Nell'interno della Corte cominciò il giorno dopo un pe- 
riodo di timori e di ansie, che non si riusciva più a nascondere. 

I principi e gli arciduchi non trovavano distrazioni che in 
passeggiate per la città, e in brevi corse nei borghi vicini; e 
i principi, quando non uscivano, salivano sulla grande terrazza 
dell' Intendenza e si divertivano a saltare. Nei primi giorni, gli 
sposi non parteciparono a questi giuochi. Sofia avrebbe preferito 
uscire sempre a cavallo, ma non permettendolo il marito, usciva 
anche in carrozza. Le prime nubi fra loro ebbero origine da que- 
sto, ne alla Rizzo riusciva dissiparle. Dopo alcuni giorni, anche 
gli sposi presero parte alle biricchinate dei principi. Uno degli 
scherzi preferiti, anzi quello prediletto dal conte di Caserta, era 



— 408 - 

di andar a scostare i banchi dei letti dei familiari, in modo che 
questi montandovi sopra, nell'andare a letto, ruzzolavano giù. 
In quell'agglomeramento di ospiti e di familiari nell'Intenden- 
za, più volte ripetettero questo scherzo, che li divertiva tanto. 
E il conte di Trani ne fece uno più crudele al segretario ge- 
nerale dell'Intendenza, GiusepjDO de Filippi, che era stato sot- 
tointendente a Melfi, e che, in occasione delle nozze, aveva, an- 
che lui pubblicato un sonetto apologetico a Ferdinando II. 
Era un brav'uomo, complimentoso e tutto inchini, il quale, du- 
rante tutto il soggiorno del Re a Bari, non smesse mai l'uni- 
forme. Un giorno il conte di Trani chiese delle arance, e il 
De Filippi, invece di ordinare a un cameriere di portarne in 
un vasoio, le portò egli stesso sulla terrazza. Questo eccesso di 
zelo, anzi di servilismo, indispose Luigi e Alfonso cosi al vivo, 
che decisero di liberarsi di lui su due piedi. Il conte di Trani 
invitò il De Filippi a partecipare al giuoco dei soldati, e il De 
Filippi non se lo lasciò ripetere. Lo mise prima sull' attenti, e 
poi gli ordinò di andare in avanti, sempre, sempre in avanti, 
sino all'uscio della scala, che il principe gli chiuse alle spalle 
con una grande risata. Non fu visto più, e i giuochi continua- 
rono più liberamente. Maria Sofìa si trovava volentieri in com- 
pagnia dei cognati, veri scolari in vacanza, i quali la chiamava- 
no familiarmente Sofia^ e la distraevano dalle sue ugge. Nel 
pomeriggio del 26, la duchessa e i cognati fecero una gita in 
mare, per divertirsi alla pesca. S'imbarcarono al nuovo porto, 
nella loro lancia e non si allontanarono dalle acque della co- 
stiera. Alcuni pescatori, chiamati in loro aiuto, concorsero a 
rendere abbondante la pesca e furono regalati di trenta piastre. 
Un altro giorno. Maria Sofìa offerse al marito e ai principi di 
preparar di sua mano una frittata, alla bavarese, per mangiarla 
a colazione. Detto fatto. Le fu portato, insieme alle uova, un 
braciere, sul quale fu posto un fornello, ma mancavano una pa- 
della e un cucchiaio. Si die allora l'incarico al sindaco Ca- 
priati di scendere e comprare una padella e un grosso cucchiaio ; 
e il sindaco, il quale era in abito nero e calzoni corti, essendo 
quel giorno di servizio, scese in piazza e comprò l'occorrente, 
ma il risultato fìnale fu un fiasco : la frittata non riusci, furono 
bruciati tre tovaglioli e bruciato il tappeto ; si fò un gran ri- 
dere e Maria Sofìa rinunciò ad ogni pretesa di cuciniera. La 



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padella, chiamata nel dialettale barese fresòla, e il cuccliiaio fu- 
rono conservati dal sindaco per memoria e sono posseduti dalla 
vedova di lui. 

Le sofferenze del Re non avevano tregua. Gli assistenti, nel 
voltarlo sulla branda, per fargli cambiar posizione, bencbè usas- 
sero tutte le cautele possibili, non riuscivano a calmare i suoi 
atroci dolori. Egli si adirava, li rimproverava, li minacciava an- 
che, ma poi, calmatosi, chiedeva loro scusa e quasi perdono. Il 
dolore acuto al femore impensieriva i medici, che vi facevano ap- 
plicare grossi empiastri di semi di lino. Ma l'osso non si sentiva più 
al suo posto, ed era cominciato nella parte estema corrispondente 
un arrossimento, per il quale Ramaglia e Leone cominciarono a 
prevedere la possibilità di una pronta operazione chirurgica; ma 
nessuno di loro era chirurgo, ne era facile persuadere il Re a 
farsi toccare dai ferri. Fu chiamato nuovamente il dottor Longo, 
che sulle prime si ricusò, dubitando che, neanche questa volta, 
gli avrebbero fatto vedere l' infermo ; ma le insistenze dei pa- 
renti e degli amici lo indussero ad accettare l' invito. Fu subito 
introdotto nella camera del Re, che gli porse la mano e lo pregò di 
procurare di attenuare le sue sofferenze. Il Longo l'osservò minu- 
tamente e lo rassicurò che sarebbe guarito, sottoponendosi a una 
cura rigorosa. Si tenne nuovo consulto fra lui. Ramaglia e Leo- 
ne, alla presenza del principe ereditario. Il Longo manifestò il 
parere che la causa efficiente del male fosse un ascesso alla regione 
femorale, e perciò consigliava l'uso dei risolventi; e questi non 
riuscendo, disse creder necessaria l'opera del chirurgo. Ramaglia 
non potè far a meno di convenirne ; e pur non dando grande impor- 
tanza all'ascesso, non disconobbe che si dovesse tenerlo di mira. 

Ferdinando II fini col mostrar chiaramente di non aver più 
fiducia nei medici e nella medicina. Cominciò fin d'allora l'espo- 
sizione delle reliquie miracolose nella sua camera da letto, tra- 
sformata via via in un piccolo santuario. V'erano esposte imma- 
gini sacre, scapolari, pezzi di tuniche di santi, bottiglie di manna 
di San Niccola e di olio della lampada della Madonna di Capur- 
so. Il Re, nel parossismo del dolore, recitava, a voce alta, spe- 
ciali preghiere e invocava i santi e la Madonna Immacolata, 
nella quale aveva una divozione immensa. Era fiducioso di gua- 
rire, ma per opera della divinità, non degli uomini. 



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La sposa era arrivata, le cerimonie si eran compiute e la 
Corte non accennava a tornare a Napoli. La provincia era tutta 
in festa ; e in quelle città, clie la famiglia reale avrebbe toccato 
nel viaggio di ritorno, i preparativi non avevano fine. Erano 
dappertutto archi di trionfo, bandiere e luminarie con lampa- 
rielli. Molfetta aveva costruito all' ingresso un grande arco di 
trionfo, sul quale era scritto : al Re Ferdinando II, la devota Mal- 
fetta^ e le autorità si davano moto, e i seminaristi non avevano re- 
quie, perchè dovevano essere l'ornamento maggiore della città, 
e perciò destinati a tutti i ricevimenti. Ma il ritardo cominciava 
già a suscitare commenti, e le voci più strane circolavano : persi- 
no quella che la partenza fosse ritardata dall'imminente sgravo 
della Regina, che non era incinta. Trani invidiava a Bari la 
lunga dimora della Corte, e un signore tranese scriveva in quei 
giorni ad un suo amico di Bari: " l'affare procede ben per le lun- 
ghe, poiché si parla di sgravo di S. M. la Regina a Bari. Quanti 
piaceri per i baresi! Alla fine avranno pure il piacere che la 
Real Principessa faccia la stessa funzione a Bari. Per ora si 
diverte a pescar merluzzi. Bisogna convenire essere una giovane 
molto virtuosa. A Trani almeno si sarebbero divertiti a vedere 
la gran copia di maschere, che la sera vanno girando e, dove 
si fermano, armano gran ballo „ . L'arcivescovo di Trani si dava 
un gran da fare, nella speranza che il Re passando per quella 
città si fermasse nel suo palazzo e lo aveva alla meglio addob- 
bato con mobili ed utensili presi a prestito dalle famiglie più 
agiate. Già nel 1836 Ferdinando era stato in quello stesso pa- 
lazzo, ospite dell'arcivescovo De Franci, già suo istitutore e 
maestro. 

Oltre il solito arco di trionfo e le solite luminarie, che si 
erano preparate per la città, facea molto parlare di se l'apparato 
in legno, fatto costruire sulla facciata della propria casa, nella 
piazza, dal giudice regio, don Niccola Ferrara, famoso improv- 
visatore di versi, che si possono leggere dall'alto in basso e dal 
basso in alto ; da destra a sinistra e da sinistra a destra ; uniti e 
spezzati; ed in qualunque modo letti, sono sconclusionati sempre. 
Questo strano tipo, dunque, volendo farsi merito, ideò una specie 
di altare che chiamavano tosello, elevato sui balconi della sua casa, 
e ricoperto con drappo di damasco rosso e merletti del suo 
letto nuziale. Il tosello avea la forma di un gran baldacchino, 



— 411 — 

sormontato dalla corona regale, e nel mezzo due ritratti incor- 
niciati delle LL. MM. E vi ardevano davanti, nelle prime ore 
della sera, otto grandi torce a vento. Lo spettacolo durò quasi 
un mese , a capo del quale il povero Ferrara, vide una sera an- 
dare in fiamme tutto l'apparato, per il forte vento che spirava. 
E questo fu l'incidente più comico di quel periodo a Trani. 
Gli altri magistrati, che allora vivevano con rappresentanza e 
carrozza, guardavano con un senso d'invidia lo sfarzo del giu- 
dice e non poco godettero del caso capitatogli. Ferrara aveva 
per i suoi versi una fama non dissimile dall' Ingarriga e dal 
Fenicia; ma, tranne questa debolezza, era un brav'uomo ed è 
morto da poco, vecchissimo. 

In Napoli, nonostante le notizie ottimiste del foglio ufficia- 
le e il silenzio mantenuto sulle vere condizioni del Re, comin- 
ciava a diffondersi la persuasione che si trattasse di cosa molto 
grave. Gli stessi membri della famiglia reale, rimasti là, non 
erano tranquilli. Il conte di Siracusa volle recarsi di persona 
a vedere il fratello ; e, insieme col capitano Ayala, suo cava- 
liere di compagnia, giunse a Bari alle 7 pomeridiane del gior- 
no 16. Alloggiò al terzo piano del palazzo dell'Intendenza. 
Vide prima la Regina, poi Ramaglia e Leone, che ho informa- 
rono di ogni cosa tutto, e lo pregarono di non mostrarsi quella sera 
stessa al Re, per non allarmarlo. Occorreva anzi prevenirlo con 
qualche studio. Il conte di Siracusa lo vide, quindi la mattina 
seguente ; e si racconta che, scendendo le scale per recarsi nel- 
l'appartamento di lui, ordinasse alla sentinella, posta sul piane- 
rottolo, di non gridare il saluto militare. L'incontro dei due 
fratelli fti commovente. Si abbracciarono a lungo, e il Re ap- 
parve a don Leopoldo più disfatto di quanto questi avesse im- 
maginato. Parlarono, da soli a soli, parecchio tempo, ed il conte 
usci con gli occhi gonfi e visibilmente triste dalla camera del 
fratello. Durante il giorno, visitò la basilica di San Nicoola, il 
porto, il castello, il teatro, e fatta una corsa a Carbonara e a 
Ceglie, riparti la mattina del 18. 

La lunga permanenza in Bari degli arciduchi Guglielmo e 
Ranieri, che i loro legami di parentela col Re non riuscivano 
interamente a giustificare, e la breve apparizione del conte di 
Siracusa, accrebbero i sospetti che i principi imperiali avessero 



- 412 - 

la missione di stringere un'alleanza offensiva e difensiva fra 
l'Austria e il Ee di Napoli. Nulla lo prova, ma non era però in- 
verisimile. Gli avvenimenti incalzavano ; tutto lasciava credere 
che r imperatore Napoleone sarebbe sceso, nella prossima prima- 
vera, alleato del Piemonte, a cacciar l'Austria dal Lombardo-Ve- 
neto ; la cospirazione liberale a Napoli usciva dal campo delle in- 
concludenze settarie, e la polizia, nonostante i suoi eccessi, si mo- 
strava impotente a soffocarla. Si attribuì al viaggio del conte 
di Siracusa lo scopo di dissuadere il Re da quest'alleanza. Sono 
supposizioni, ripeto ; ma allora le fantasie erano eccitate. La sola 
cosa vera è che i ministri non avevano voce nella politica este- 
ra, la quale dipendeva solo dal Re. E v'ha di più. Da dieci 
anni, Ferdinando II non aveva ministro degli affari esteri, ma 
un direttore, che fu costantemente il Carafa, fedele, anzi passivo 
esecutore degli ordini del Sovrano e che, semplice e bonario, non 
era sgradito ai diplomatici. Devotissimo al Re, gli spediva ogni 
giorno durante l'assenza, una relazione minuta sulla politica 
estera^ e ne attendeva gli ordini. Quando questi ritardavano, 
n'era desolato, e correva da Troja, il quale di politica estera 
non s' intendeva addirittura nulla, e che invariabilmente gli ri- 
spondeva : " Vui che dicite ? scrivete a^o Re y,.^ E Carafa riscri- 
veva. È anche probabile che^ se nel febbraio del 1859 vi fu 
qualche tentativo di alleanza fra Vienna e Napoli, il Carafa ne 
rimanesse completamente al buio. Difatti, quando cessò di es- 
sere direttore degli affari esteri, giurava che la prolungata vi- 
sita degli arciduchi austriaci a Bari, non ebbe altro scopo che 
il matrimonio del duca di Calabria e la salute del Re. Ma, 
tutto considerato, di un' alleanza coll'Austria, sembra che Fer- 
dinando II non avesse mai voluto sapere, neppure in quei giorni. 



1 Voi che dite? Scrivete al Re. 



CAPITOLO XX 



SoHHABio: Nomino, promozioni e decorazioni per il matrimonio — La malattia 
del Ee si aggrava — Si richiama il dottor Longo — Colloquio tra lui e il 
duca di Calabria — Imbarcateli a qualunque costo — Padre Ludovico da 
Casoria — Il He si decide a tornare a Caserta — Partenza degli arciduchi 
austriaci — Bianchini e Murena in giro per la provincia — La Begina e 
il dottor Longo — Il Fulminante e il Tancredi nelle acque di Bari — Pre- 
parativi della partenza — Stratagemma ben riuscito — Parole del Ee nel 
lasciar Bari — Il chirurgo Capone visita il Ee — La traversata — Le tri- 
stezze di Maria Sofia — L'intimità di Eaffaele Criscuolo col Ee — Un 
aneddoto esilarante — L'arrivo a Caserta — La camera da letto del Ee e 
l'appai*tamento degli sposi — Maria Sofia e la sua predilezione per i pap- 
pagalli — Imbarazzi di donna Nina Eizzo e intervento del padre Borrelli 

— Notizie politiche — Altri aneddoti — Il granduca Costantino di Eussia 

— I Sovrani di Prussia a Napoli e a Caserta. 

Le feste per il matrimonio del duca di Calabria si succede- 
vano in tutto il Regno. Tra i festeggiamenti ufficiali il Re ave- 
va, come d'uso, disposta la gran gala delle milizie, le salve dei 
castelli e la illuminazione dei pubblici edifizi e dei teatri. Ogni 
giorno giungevano a Bari telegrammi di augurii e devozione. 
Ferdinando II se ne compiaceva con la duchessa di Calabria, 
alla quale era largo di sollecitudini e di riguardi. La forma 
più notevole per solennizzare il matrimonio furono la concessione 
delle onorificenze cavalleresche, e le nuove nomine e promozioni 
nelle cariche di Corte. Il numero delle onorificenze, distribuite 
in una circostanza cosi solenne, oggi farebbe ridere ; ma allora fu 
un avvenimento, perchè, come già ho detto, Ferdinando II era 
assai parco nel concederle. Furono decorati i capi di Corte, i 
ministri, i direttori dei ministeri, i diplomatici, nonché gli ar- 



— 414 — 

civescovi, molti vescovi, alti magistrati, intendenti, sottointen- 
denti e ufficiali superiori di terra e di mare. Alla magna in- 
fornata tutti gli Ordini, quali più, quali meno, contribuirono. 
Ebbero la gran croce di San Ferdinando il principe di Castelci- 
cala, luogotenente in Sicilia, il principe di Bisignano, il duca 
d'Ascoli e il duca di Serracapriola ; furono concesse trentadue 
fasce di San Gennaro, una delle quali toccò a Ferdinando Troja 
e altre ai cardinali arcivescovi di Messina, di Benevento e di 
Capua. Troja ne fu felice, perchè quella onorificenza era stata 
l'ambizione di tutta la sua vita.. Le più numerose decorazioni fu- 
ron conferite nell'Ordine di Francesco I, che era il più modesto 
con quarantadue commendatori, sessantadue cavalieri di prima 
classe e sessantacinque di seconda. Di questa onorificenza furono 
insigniti il sindaco e i componenti della commissione per le feste 
di Bari, e tutti i vescovi e prelati che assistettero alla bene- 
dizione nuziale, tranne monsignor Mucedola, vescovo di Con- 
versano. Al duca di Taormina, Carlo Filangieri e al duca Ric- 
cardo di Sangro, il Re concesse gli onori personali di capi 
di Corte, e taccio le minori promozioni e le nuove nomine di 
dame, di gentiluomini di camera e di maggiordomi di settimana, 
con relativo strascico d' invidie e di maldicenze, benché la nobiltà 
napoletana e la siciliana avessero torto di mostrarsene insod- 
disfatte. Fra i maggiordomi di settimana furono compresi dei 
giovanotti, ancora imberbi, dell'aristocrazia napoletana e sici- 
liana i quali, più tardi, figurarono negli alti ufficii della nuova 
Italia. 

Il male intanto infieriva. I medici si sentivano impotenti 
ad attenuare i dolori al femore e all'inguine, che non davano 
requie all'infermo, né lo lasciavano riposare. Fu nuovamente 
chiamato il dottor Longo, il quale, per i suoi modi franchi e bo- 
narii, aveva fatta buona impressione al Sovrano. Si limitò a 
riprescrivere un risolvente, ma in quel giorno e nel successivo, 
alla presenza del principe ereditario, dichiarò francamente a Ra- 
maglia ohe, per dovere professionale e per declinare ogni re- 
sponsabilità, credeva necessario procedere immediatamente al- 
l'operazione, potendo ogni altro ritardo riuscire fatale. Il Rama- 
glia si mostrò titubante. Uscendo dalle sale dell' Intendenza, il 
duca di Calabria raggiunse il Longo e gli disse : " Don Niccola, 



- 415 — 

io non capisco niente; questa opposizione all'operazione mi sco- 
raggia, il morbo cammina e le sofferenze aumentano. Io fido su 
di voi. Il Re ha per voi molta deferenza, vi ascolta volentieri, 
parlategli chiaro, ditegli che l'operazione è necessaria e vi si deve 
procedere senza indugio „ , Il Longo promise che ne avrebbe par- 
lato al Re. Continuando intanto più fieri i dolori, rendendosi ad- 
dirittura tormentose le facoltà digestive e crescendo l' irrequietezza 
dell' infermo, Ramaglia e Leone, di accordo con la Regina, lo 
pregarono insistentemente di cambiar camera, anche per rin- 
novar l'aria ; e ne scelsero un' altra esposta meglio tra mezzo- 
giorno e ponente, la camera con due ampli balconi che guar- 
da la presente piazza Massari. Ferdinando II vi si rifiutò da 
principio, ma alla fine parve piegarsi. Raffaele e Vincenzo Cri- 
souolo, i quali erano giunti a Bari da qualche giorno e quasi 
non si toglievano dai fianchi del Re, con l'aiuto di due mari- 
nai da loro dipendenti e con l'assistenza della Regina e dei 
medici, sollevarono la branda dell' infermo. Neil 'attraversare il 
salone dov'era una sua statua in divisa militare, Ferdinando II 
la guardò, e alludendo alle sue deperite condizioni, dolorosa- 
mente esclamò : " Ecco due statue „ . Ma, giunto che fu nella 
nuova camera, si die a gridare che non gli piaceva, che e' era 
troppa luce, tropp'aria, e ordinò che lo riportassero in quella 
di prima. Nel ripassare per il salone, rivide la statua, e salu- 
tandola con la mano, disse con grande tristezza : " Addio Fer- 
dinando Uff)' Tre giorni dopo, tornò il Longo a visitare il 
Re, e udito che il risolveate, a base di mercurio, non aveva 
prodotto effetto, insistette nella necessità di una piccola opera- 
zione. Le frizioni di mercurio erano fatte dalla Regina. Il 
Re si scosse alle parole di Longo, anzi parve stranamente spa- 
ventato. Il coraggioso dottore non si perde d'animo e soggiunse : 
* Maestà, la sventura vostra in questa contingenza è l'essere Re. 
Se foste un infelice, gettato in un ospedale, a quest^ora sareste prO' 
babilmente guarito „ . Gli astanti erano stupiti da cosi brusca fran- 
chezza, e solo il principe ereditario approvava col capo. Il Re, 
riavutosi dalla prima impressione, rispose : " Don Niccola, adesso 
mi trovo sotto, fate di me quel che volete y, . Si convenne allora per 
l'operazione. Si propose di chiamare un chirurgo da Napoli, ma 
la Regina fece osservare che ciò avrebbe prodotto un allarme nel- 
la capitale e in tutto il Regno, e chiese quindi al Longo se in 



- 416 - 

provincia vi fossero chirurgi capaci ; nell'affermativa, quale cre- 
deva più adatto. Il Longo propose don Vincenzo Modugno di 
Bitonto, come colui che, alla scienza e al lungo esercizio, univa 
una mano invidiabile. Fu accettato ; ma non se ne fece nulla, 
perchè la Regina e Ramaglia presero ad insistere che si partisse 
a qualunque costo, mentre il Ee non voleva partire. 

Il suo orgoglio di Sovrano e il suo puntiglio di napoletano si 
ribellavano al pensiero che i liberali avrebbero gioito, vedendolo 
tornare a Napoli in quello stato. La burrasca politica d'altronde 
si addensava e i rapporti di Carafa, sebbene all'acqua di rosa, 
non lo lasciavano tranquillo. Giunse inoltre in quei giorni la 
notizia ohe i prigionieri politici, diretti in America, erano sbar- 
cati in Irlanda e vi avevano ricevute accoglienze clamorose di 
simpatia, le quali a Londra raggiunsero le proporzioni di un 
pubblico avvenimento. Egli ne fu quindi stranamente turbato. 
Né va dimenticato che non più di un mese prima, aveva fatto 
rispondere da Bianchini al Brocchetti, il quale riferiva le gravi 
difficoltà, che incontrava a Cadice per farli partire: imbarcateli 
a qualunque costo. Nell'animo suo si combatteva pertanto una 
strana lotta di timori e di speranze. A vincere le riluttanze di 
lui, la Regina e Ramaglia fecero chiamare a Bari il padre Lu- 
dovico da Oasoria, il quale parlandogli dei suoi doveri di prin- 
cipe verso Dio e verso i sudditi, e dei suoi doveri di capo di una 
numerosa famiglia che adorava, lo consigliò, con efficacia di 
frate e di napoletano, alla partenza. Il Re aveva nel padre 
Ludovico immensa fiducia, e le parole di lui finirono per per- 
suadervelo, come al compimento di un dovere politico, religioso e 
domestico. 

Fissata infine la partenza per i primi giorni di marzo, gli arci- 
duchi austriaci lasciarono Bari il 24 febbraio, diretti a Napoli. 
Il duca e la duchessa di Calabria, il conte di Trani e il conte 
di Caserta li accompagnarono sino a Molfetta. Le carrozze erano 
precedute e scortate da uno squadrone di dragoni. All'ingresso 
di Molfetta trovarono l'arco trionfale preparato per il Re, ma 
in città non si fermarono, anzi l'attraversarono a trotto serrato, 
e gli addii fra i congiunti ebbero luogo al santuario della Ma- 
donna dei martiri, sulla via di Bisceglie. Al ritorno in città, 
il duca e la duchessa di Calabria e i principi furono ossequiati 



- 417 - 

dalle autorità e da una folla più curiosa che espansiva. Io lo ri- 
cordo bene. I seminaristi erano schierati innanzi alla cattedrale 
e assistettero al duplice passaggio, che parve loro una visione. 

Più utilmente erano andati a Molfetta, a Trani e in altre 
città della provincia, il ministro Murena e il direttore Bian- 
chini mandati dal Re, perchè lo informassero circa le opere pub- 
bliche più urgenti. Ebbero onori sovrani e furono ospiti dei ve- 
scovi quasi dappertutto. Visitarono Barletta e le Saline, giu- 
dicarono necessario un ponte sulF Ofanto, osservarono i porti di 
Bisceglie e di Molfetta, l'ospizio di Giovinazzo e le carceri di 
Trani, dove li mosse a pietà un notaio novantenne quasi cieco, 
condannato ai ferri. Ne chiesero e ne ottennero la grazia dal Re, 
anche perchè il gesuita padre Palladino, confessore dei prigio- 
nieri, dette buone informazioni di quell' infelice. 

Fu deciso partire ai 7 di marzo, che cadeva di lunedi. Quat- 
tro giorni prima il dottor Longo tornò a visitare il Re e trovò 
mutato tutto ciò che pareva già stabilito : non più operazione, 
ma immediata partenza. La Regina, appena lo vide entrare in 
camera, gli disse : " Don Niccola, abbiamo deciso di partire; collo- 
cheremo un letto in una messaggiera e vi adageremo il i?e „ . Il 
dottore, maravigliato da cosi strana decisione, rispose che credeva 
un grave errore il viaggio, per la rigidezza della stagione e le 
scosse della vettura ; ma poiché la Regina aggiunse, quasi ironi- 
camente : " Abbiami due fregate a Manfredonia ■ non sarebbe nep- 
pur possibile servirci di esse per il viaggio ? ; il Longo fece le sue 
riserve con dignità e non disse altro. Lasciò il Re quasi ebete 
dalle sofferenze. La febbre, sempre alta, cominciava con brividi 
di freddo e decadeva con profusione di sudori, il che indicava 
che l'assorbimento del pus sì compiva lentamente. Longo non 
vide più l' infermo, ma dopo qualche tempo ricevette una grossa 
tabacchiera d'oro con brillanti, monogramma del Re e corona 
reale, accompagnata da una lettera cortese del principe eredi- 
tario. Tabacchiera di minor valore ebbero anche i dottori Ghiaia 
e Ferrara. 

Nelle acque di Bari giunsero da Manfredonia, la mattina del 
6 marzo, il Fulminante e il Tancredi. Il primo aveva trasportato 
da Trieste la duchessa di Calabria e il secondo era la nave da 
guerra, destinata per il servizio del Re e della famiglia reale. 

De Cesare, La flnt di un Regno • Voi. I. 27 



— 418 - 

Fu scelto il Fulminante^ nave di maggiore velocità e grandezza, 
e però più adatta alla circostanza, anclie perchè era stata per 
l'occasione rifatta a nuovo. Il Fulminante era comandato no- 
minalmente dal viceammiraglio Federico Roberti, incaricato 
del real servizio, ma effettivamente dal capitano di vascello Vin- 
cenzo Lettieri ; n'era sottocomandante Carlo Longo, ed aveva tra 
gli ufficiali Cesare Sanfelice, e per primo medico e chirurgo di 
bordo, un giovane molto stimato nell'arte sua, Cristoforo Capone. 
Il Tancredi era comandato dal capitano di vascello Ferdinando 
Eodriguez ed aveva tra gli ufficiali Amilcare Anguissola. 

Per risparmiare all' infermo scosse e sforzi, che avrebbero po- 
tuto riuscirgli fatali, si decise di trasportarlo a bordo, nel suo 
stesso letto, coperto da una cortina. Si andò a verificare se la 
branda, su cui Ferdinando II giaceva, potesse entrare nel boc- 
caporto a poppa, ma poiché questo fu trovato angusto, bisognò 
allargarlo a colpi di scure. Tutto questo servizio fu eseguito 
con esattezza e sollecitudine dai due Criscuolo, e con tanta di- 
screzione che non se ne seppe nulla, mentre nel palazzo dell'In- 
tendenza era un affaccendarsi di tutti per fare i bagagli. Nes- 
suno può dire quanta roba, in quella confusione, andasse smarrita 
sottratta. Le famiglie baresi, che avevano dato biancherie, 
mobili e argenterie, potettero riaverle in parte e piatendo molto. 
L'avidità di alcuni familiari di Corte non conobbe limite, e 
qualche pezzo grosso non aveva ritegno di chiedere caciocavalli 
e barili di vino, per fare, come dicevano, le piccole spese. 

La mattina della partenza, il Re si sentì meglio. Ricorreva il 
penultimo giorno di carnevale, la temperatura era calda e il mare 
tranquillo. Le sofferenze erano un po' diminuite nella notte, 
ed egli appariva sollevato di spirito. Volle mangiare la capo- 
nataj di cui era ghiotto e nessuno ardi opporsi a questo strano 
desiderio. La partenza fu fissata per l'una pomeridiana. Biso- 
gnava impedire le scene piazzaiuole dell' arrivo e si ricorse ad 
uno stratagemma che pienamente riuscì. Le truppe si schie- 
rarono nella piazza dell' Intendenza, lungo il corso Ferdinando, 
sino all'imbarcatoio; nel porto ormeggiava il Tancredi con le 
sue bandiere spiegate. Il Fulminante, senza nessun segno di 
festa, era ancorato nel porto nuovo. A questi indizii d'immi- 
nente partenza la folla si precipitò per il Corso e in Piazza Fer- 



- 419 — 

rareccia, sui due moli del vecchio porto e su quel tratto di via 
della Muraglia, che dalla piazza conduce al fortino Sant'Antonio, 
credendo che di là il Re sarebbe passato. 

Alle 9, cominciarono ad uscire dall' Intendenza le vetture ed 
i carri che trasportavano i bagagli. Di tanto in tanto ne usci- 
va qualche carrozza che andava all' imbarcatoio. La folla, cre- 
dendo che in qualcuna di quelle carrozze dovesse essere il Re, 
rompeva in alte grida, e tutti gli occhi erano rivolti all' ingresso 
principale del palazzo. Nessuno immaginava quel che avveniva 
dentro. Alle 11 e mezzo si apri, quasi di soppiatto, l'altro por- 
tone dell' Intendenza, quello che dà sulla piccola via di San Dome- 
nico, e di là usci 1* infermo, in barella, seguito dalla famiglia 
reale. La barella, coperta da una cortina a festoni bianchi e ros- 
si, veniva portata a spalla da quattro marinai guidati dai Cri- 
scuoio, i quali dirigevano il trasporto. Il sindaco, l' intendente, 
il segretario generale, il comandante militare della provincia, 
il commissario di polizia e poche guardie d'onore precedevano il 
triste corteo. La Regina era in abito nero, fra la duchessa e 
il duca di Calabria ; seguivano alcuni del seguito e i medici 
Ramaglia e Leone. Altri del seguito partirono il giorno stesso, 
per via di terra, e fra questi, il principe e la principessa della 
Scaletta, il duca di Sangro, Murena e Bianchini. Alla princi- 
pessa della Scaletta che aveva interrogato il Re, se desiderava 
che ella partisse per mare, il Re rispose, celiando : " latevenne pe 
terra, ccà pe mare non ce so taverne „. ^ Il corteo sembrava un 
funerale. Giunto al bivio fra l'arcivescovato e la chiesa di San 
Vito, i marinai si dettero il cambio. Il Re sollevò un lembo 
della cortina per guardare la facciata del duomo, ed Enrico 
Capriati, presente, potè sorprendere dalla espressione degli oc- 
chi e dal muoversi delle labbra, qualche preghiera. Alcuni, che 
per caso si trovavano a passare di là, si accorsero di tutto, ma 
il sindaco e l'intendente fecero loro cenno di tacere. Si riprese 
il cammino incontrando rarissime persone, e si giunse al porto 
nuovo, dove era stato costruito un piccolo ponte sino alla nave. 

Il letto del Re venne imbracato, sospeso e poi ammainato 



' Andate per terra, che per mare non vi sono taverne. Antica e sem- 
pre viva espressione dialettale, per significare i pericoli di un viaggio per 
mare. 



- 420 - 

sotto coperta. La manovra avendo procurato un lieve movi- 
mento ondulatorio del letto, il Re esclamò : " Vuie me facite cadé^'^ ' 
e quando la barella venne deposta sotto coperta, aggiunse : " Que- 
sta è l'anticamera della tomba „ . Poi si congedò dall' intendente 
e dal sindaco, incaricandoli di ringraziare le autorità e i citta- 
dini ; " Manifestate a tutti — egli disse — il mio compiacimento y 
e fate a tutti sapere^ che se io non era alle feste con la persona, 
v'era sempre col cuore „ . Dal segretario generale De Filippi 
tolse speciale commiato