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Full text of "La fine di un regno (Napoli e Sicilia)"

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LA FINE DI UN REGNO 



R. DE CESARE 

(MEMOR) 



LA FINE M UN KEGNO 

(NAPOLI E SICILIA) 

Parte II. 
REGNO DI FEANOESCO II 



945 . 7-8 




CITTA DI CASTELLO 

a LAPI TIPOGEAFO-EDITOEE 
1900 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



THE GETTY RESEARCH 
INSTITUTE LIBFÈARY 



PARTE II. 

REGNO DI FRANCESCO H 



Db Cxsàxb, La fino di un Beg no - Voi. H. 



CAPITOLO I 



SoMHABio: Francesco II sale al trono — Proclama reale e ordine del giorno 
all'armata di terra e di mare — Le prime nomine — Gli speranzosi noi 
nuovo He — Il ministero Filangieri — Il trasporto funebre di Ferdi- 
nando — I funerali in Napoli e in Sicilia — Un epigramma — Il principe 
di Satriano e le sue idee politiche — Prime riforme — La rivolta del 
Collegio medico — L' insurrezione degli Svizzeri — Lo sgomento della 
famiglia reale — Gli Svizzeri a Capodimonte — Maria Sofia dà prova 
di coraggio — L'eccidio al campo di Marte — Le cause dell'insurrezione 

— Un po' di storia inedita — La famiglia reale dopo la morte di Ferdi- 
nando II — La Regina madre — Le sue gelosie e le sue irrequietezze 

— Aneddoti — Abitudini di Maria Teresa e suo difetto di pronunzia — 
Maria Sofia regina — La cospirazione per il conte di Trani — Filan- 
gieri ne parla al Re — Incidente fra Maria Teresa e Filangieri — Fran- 
cesco II e Maria Sofia — Gli " strateghi „ — Un aneddoto — Francesco II 
e il suo misticismo. 

Il giorno stesso della morte di Ferdinando II, 22 maggio 1859, 
il duca di Calabria salì al trono, col nome di Francesco II, e l'an- 
nunziò ai popoli delle Due Sicilie un proclama magniloquente e 
quasi mistico, redatto, si disse, dal Murena il quale aveva fama di 
scrittore purgato. Altri asserì con più fondamento che l'avesse 
scritto Ferdinando Troja, e il ministro delle finanze lo avesse ri- 
toccato ; ma è da credere che furono entrambi a metterlo in- 
sieme, come entrambi lo portarono a firmare al giovane Re, ohe 
lo trovò molto hello. 

Fu detto pure che Francesco II ne avesse scritto, di suo pu- 
gno, un altro che cominciava con queste parole : " Essendo cessate 
le speciali condizioni, per le quali l'Augusta e Santa Memoria del 
nostro Augusto Genitore si vide costretto di sospendere gli effetti 
della Costituzione, da Lui liberamente largita, riconvochiamo i col- 



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legi elettorali pel giorno ....„• Presentato però questo proclama nel 
Consiglio dei ministri, che si convocò dopo la morte del Ee, e al 
quale sarebbe intervenuto anche Alessandro Nunziante, questi 
sarebbe stato il primo a giudicarlo offensivo alla memoria del Re 
defunto, e con lui furono d'accordo il Troja e il Murena. Pre- 
valse quindi il partito di respingerlo, e Francesco firmò invece 
il proclama del Troja e del Murena, scrivendovi in calce : " Quan- 
tunque io non mi persuada della forma del programma, che vuole 
sostituirsi a quello da me scritto^ cedo malvolentieri alla proposta 
de miei ministri^ sol perdio debba ritenersi maggiore della mia la 
loro esperienza negli affari di Stato „ . Il proclama sarebbe stato 
poi da lui afiidato ad un ministro estero, che si disse il Bermudez 
" a memoria delle sue proprie convinzioni „. Tutto ciò fu asserito 
e alcuni autorevoli personaggi mostrano di crederlo, ma non 
è storicamente accertato e non è verosimile, tenuto conto delle 
condizioni generali della politica e dell' indole irresoluta e timida 
del nuovo Re. Se quel proclama fosse stato affidato al Bermudez, 
questi di certo non avrebbe per tanti anni resistito alla ten- 
tazione di farlo noto, tanto egli era incorreggibilmente va- 
nitoso. 

Nel proclama ufficiale Francesco implorava la misericordia 
divina per compiere i suoi doveri, " tanto più gravi e difficili, 
in quanto che succediamo ad un Grande e Pio Monarca, le cui 
eroiche virtù ed i pregi sublimi ìion saranno mai celebrati abba- 
stanza y^. Imponeva a tutte le autorità di rimanere in carica; 
e la Real Maggiordomia e Sopraintendenza di Casa Reale ema- 
nava un curioso ordine per il lutto della Corte, obbligatorio per 
sei mesi. 

Il di seguente, nell'ordine del giorno all'armata di terra e 
di mare, Francesco faceva noti ai soldati ed alla flotta gli ul- 
timi addii del suo augusto genitore^ con invito a voler " insieme 
con noi innalzare all'Onnipotente Iddio preghiere per la Grande 
anima di quel Santo Monarca, che, sin negli ultimi istanti di sua 
vita,sen sovveniva, e Iddio pregava pel paese e per l'armata tutta „. 
Questo secondo documento intiepidì le speranze dei liberali, che 
si facevano molte illusioni circa gì' intendimenti del nuovo Re. 
L'ordine del giorno fu datato da Capodimonte, poiché la mattina 
del 23 maggio la famiglia reale lasciò Caserta, e non potendo 
prendere stanza alla Reggia di Napoli, dove doveva farsi l'espo- 



— 6 — 

sizione della salma di Ferdinando II, andò tutta, in carrozze 
chiuse, in quella villa. 

Fin dal primo giorno del nuovo regno corse la voce che Fran- 
cesco II avrebbe cambiato il ministero, sostituendo il Filangieri 
al Troja, e la voce parve confermata dal fatto che il 3 giugno, 
Filangieri fu nominato consigliere di Stato, e con lui, il prin- 
cipe di Cassaro e il duca di Serracapriola, con queste signifi- 
canti parole: * Ci riserbiamo di avvalerci, sempre che lo stime' 
remo opportuno^ de' loro lumi e della loro esperienza „ . 

Gli speranzosi nel nuovo Re magnificavano le cose, che si sa- 
rebbero vedute ; afiermavano che il proclama ai sudditi e l'ordine 
del giorno all'esercito rivelavano un'eccessiva pietà filiale, ma che 
Francesco, ascoltando i consigli di suo zio, il conte di Siracusa, 
e gli impulsi del suo animo, avrebbe cambiato il ministero, ini- 
ziate le riforme, data l'amnistia ai condannati politici e agli 
esuli ; e i più esaltati aggiungevano che avrebbe fatta un'alleanza 
offensiva e difensiva col Piemonte, per compiere l' impresa na- 
zionale, e largita la Costituzione. 

Alla battaglia di Montebello era seguita, dopo undici giorni, 
quella di Palestre e poi, il 4 giugno, la gran battaglia di Ma- 
genta, la quale liberò la Lombardia dall'occupazione austriaca. 
Si asseriva con insistenza che la Francia e l' Inghilterra avreb- 
bero ristabilite le relazioni diplomatiche col nuovo Re; si dava 
per certo che Napoleone e Vittorio Emanuele gli avrebbero pro- 
posto di unirsi a loro per compiere l' impresa della indipendenza 
nazionale. Ma invece i primi atti del nuovo Re furono soltanto 
questi : tolse le doppie direzioni a Scorza e a Bianchini ; sostituì 
a Scorza il magistrato Galletti, nel ministero della giustizia ; al 
Bianchini, nella polizia, l'altro magistrato Francescantonio Casel- 
la; tolse al Murena la direzione dei lavori pubblici per darla 
air intendente di Bari, Mandarini. E fu solo, dopo 1* imponente 
dimostrazione per la battaglia di Magenta, che Francesco si ri- 
cordò delle parole del padre e nominò il generale Carlo Filan- 
gieri primo ministro e ministro della guerra. 

La dimostrazione per Magenta fu il primo risveglio delle 
forze liberali e fece paurosa impressione in Corte. L' incaricato 
di affari e il console generale di Sardegna avevano illuminati 



- 6 - 

i palazzi della Legazione e del Consolato, alla Eiviera di Chiaja ; 
e la Legazione di Francia, al Ohiatamone, aveva fatto altrettanto. 
I liberali, in gran parte studenti, ne presero occasione per af- 
fermarsi e affermare ad un tempo le loro simpatie alla causa na- 
zionale, al conte di Siracusa, il cui palazzo era a breve distanza 
dalla Legazione sarda e al governo francese. La dimostrazione 
ebbe luogo la sera del 7 giugno e raccolse da due a tremila per- 
sone. I dimostranti vennero alle mani con la polizia; Niccola 
Caccavone ebbe ferita lievemente una mano e Teodoro Cottrau 
perde le scarpe e la voce. In Corte furono vivacissime le invet- 
tive contro Gropello, creduto promotore della cosa, perchè egli 
aveva, non solo illuminata la facciata del palazzo, ma esposto 
tra i candelabri un enorme mazzo tricolore, dono di alcune si- 
gnore napoletane ; ma a lui non venne fatta la più lontana 
allusione per quanto era avvenuto. 

Non si trattò di sostanziale mutamento nell' indirizzo del go- 
verno ; n Filangieri non scelse lui i suoi compagni, né alcun 
uomo di notevole importanza entrò nel modificato ministero. 
De Liguoro alle finanze, Rosica all' interno e Ajossa ai lavori 
pubblici, furono i nuovi direttori. Troja divenne consigliere di 
Stato, cioè ministro senza portafoglio ; Murena passò alla Corte 
Suprema e Biancbini fu consultore. Del vecchio ministero ri- 
masero Carrascosa, nella stessa sua perpetua qualità di ministro 
in partibus, e Carafa, al quale gli avvenimenti italiani e la 
morte di Ferdinando II avevano fatto perdere la bussola. Que- 
sto ministero, messo insieme a un po' per volta, quasi faticosa- 
mente, rivelava le incertezze del principe e la varia natura delle 
influenze, alle quali soggiaceva ; spezzava la vecchia compagine e 
non ne creava una nuova, anzi alimentava l' inquietudine e le 
diffidenze della Corte e degli zelanti. Francesco, come tutte le 
nature deboli, credeva di accomodar tutto, giuocando di equili- 
brio ; e univa il Casella e il Rosica, miti e sapienti magistrati, 
e il De Liguoro, intelligente funzionario del ministero delle 
finanze, allo zelante e ignorante Ajossa, che nulla sapeva di 
lavori pubblici, per acchetare la Regina vedova e tutto quel vec- 
chio mondo ferdinandèo, che si agitava e seguiva con animo mal 
disposto le prime novità, brontolando contro il giovane Re, esa- 
gerando e malignando. Rosica era abruzzese, e il giorno stesso 
che andò al ministero fu trovato scritto sopra una porta interna 



— 7 — 

questo curioso e arguto bisticcio : Quello che non rose il tempo, 
e non rosero i sorci, Achille .... rosica ! Egli era stato intendente 
di Basilicata, vi aveva fatto mite governo e salvata parecchia 
gente dopo l' impresa di Sapri. Ajossa, non sapendo una parola 
di francese, prese con sé un interprete, certo De Lauzières, fratello 
del noto giornalista. Francescantonio Casella era stato fra gli 
intimi di Carlo Troja sino agli ultimi giorni, anzi ne diresse 
il modesto mortorio. Suo primo atto, andando al governo, fa 
il decreto, col quale veniva condonato il rimanente della pena 
ai condannati politici per i fatti del 1848 e 1849, e poi l'altro 
per il rimpatrio di alcuni liberali, che erano a domicilio forzoso, 
e finalmente quello assai più significante, in data 16 giugno, col 
quale erano abolite le liste degli attendibili. Se ne può imma- 
ginare l' impressione ! Casella e Filangieri furono fatti segno di 
grandi dimostrazioni di simpatia da parte dei liberali, mentre 
i vecchi elementi di Corte non ebbero più freno nelle loro ma- 
lignazioni e sospetti, battezzando il Filangieri, il Casella e il 
Rosica per traditori, che portavano in rovina lo Stato e la di- 
nastia. Solo fidavano nell'Ajossa, il quale in quei primi giorni 
non aveva voce in capitolo. 

L'avvento di Francesco II al trono non fu, nei primi tempi, 
salutato con feste e tripudii. Il lutto ufficiale lo impediva : lutto 
così rigoroso, che solo dopo i due primi mesi, si permise alle si- 
gnore della Corte di portare ornamenti di diamanti e perle, ma 
espressamente erano loro vietate le pietre preziose di colore. E 
ci fu anche il lutto consigliato dalla paura, la quale mosse tanta 
gente a vestirsi suo malgrado di nero ; anzi, in quei primi mesi 
di estate, furono addirittura aboliti i gìlets bianchi. Quelli che 
li portavano, erano tenuti d'occhio dalla polizia, ammoniti o ad- 
dirittura minacciati. 

E inutile riferire i particolari sull' esposizione e la tumula- 
zione della salma di Ferdinando II : si leggono nel Giornale Uf- 
ficialey insolitamente loquace in quei giorni. Il cadavere, com- 
piuta l' imbalsamazione, fu vestito colla divisa di capitano gene- 
rale dell' esercito e collocato in una cassa aperta ; fu poi disceso, 
la mattina del 28, per una scala segreta e collocato in un carro 
militare, che usci dal portone a sinistra della Reggia. Da Ca- 
serta a Napoli il trasporto si compì per ferrovia, senza pompa. 
Nella Reggia di Napoli restò esposto negli ultimi tre giorni di 



maggio, coperto da un velo bianco e sollevato tanto alto, clie 
se ne vedevano appena i piedi. Le guardie del Corpo e gli uffi- 
ciali degli usseri, in grande uniforme, montavano la guardia. 
I gentiluomini, ogni ora, secondo il cerimoniale della Corte di 
Spagna, facevano mostra di andare a prendere gli ordini dal morto 
Re, ed invariabilmente ripetevano : Il Re non risponde. Nei primi 
due giorni, il pubblico fu ammesso a vederlo, dalle 10 della mat- 
tina alle 6 della sera ; nell' ultimo, dalle 8 a mezzogiorno. Il 
concorso fu immenso. Nella sala d'Ercole si riversò tutta Na- 
poli, e le provinole vicine dettero largo contributo di curiosi. 
Nel pomeriggio del 31, il cadavere fu trasportato con grande 
pompa a Santa Chiara e sepolto nelle tombe reali, dopo una 
magniloquente orazione di monsignor Salzano e un memorabile 
accompagnamento. 

Il 3 giugno si riaprirono i teatri, e si apri la serie dei fu- 
nerali, in Napoli e nelle provincie. Non vi fu Accademia o pub- 
blico istituto, seminario o confraternita. Ordine cavalleresco o 
capitolo collegiale, cke non si credesse in dovere di celebrar suf- 
fragi all'anima del morto E-e. Fu una gara in tutto il Regno e, 
naturalmente, si distinsero le città di Napoli e Palermo. Ogni 
esequie era chiusa dal cosi detto elogio funebre. Elogi, che non 
si sarebbero fatti di Carlo V o di Luigi XIV o di Napoleone, ven- 
nero con gran sicumera tributati a Ferdinando II. Fra i più elo- 
quenti oratori ricordo don Antonio Radente, che parlò in San- 
t'Antonio Abate; don Domenico Scotto Pagliara, il quale, col 
Quaranta, col Quattromani e col Barbati, fu l'epigrafista latino di 
occasione ; monsignor Musto, don Antonio Gerbone, il canonico 
Frungillo, che parlò nel duomo ; il padre Cerchi, che a San Gia- 
como, nel funerale fatto celebrare dai ministri, recitò un'ora- 
zione sul tema : Ntdlus illi similis in legislatoribus ; e l' abate 
don Giustino Quadrari, che, nel funerale dell' Università, al Gesù 
Vecchio, parlò sul tema : Viginti autem et novem anni» regnavit, 
et fecit rectum coram Domino ; e basti ciò a provare a qual colmo di 
esagerazione può pervenire un falso misticismo, pervertito dalla 
rettorica. Ma vinse tutti gli altri il funerale fatto celebrare dal 
municipio di Napoli nella chiesa di San Lorenzo, parata a lutto e 
avente nel mezzo una tomba di stile greco-egizio su alto basa- 
mento. Da un lato c'era Partenope piangente e dall'altro il 



- 9 - 

Genio borbonico. Pontificò Salzano ; parlò il canonico Scherilio 
e Quattromani ridettò altre iperboliche epigrafi. Si era alla 
metà di luglio e ancora si celebravano esequie per Ferdinando II, 
in tutto il Regno, compresa la Sicilia. A Catania, il Decurio- 
nato ne fece celebrare uno in duomo, e un altro se ne celebrò 
nella chiesa collegiata, dove l'elogio fu letto dal canonico Giu- 
seppe Coco-Zanghi. Questo canonico divenne poi notissimo, 
perchè in un periodico Catanese, La Campana, pubblicò un 
articolo per dimostrare, che le tre A del nome di ^o.xit'' Agata 
contengono un grande mistero, essendo quelle pronunziate dal 
profeta Daniele, quando, nella fossa, disse : '^ A, A, A, Domine, 
nescio loquij^. E concludeva, che le tre ^ di Agata avrebbero 
fatta uscire illesa la vergine dftlla fornace, ora mutata in chiesa 
della Carcarella, in Catania. Di questa stranezza filologica 
molti risero, ma il Coco, morto, ebbe il suo busto in bronzo nel 
giardino Bellini, tra gl'illustri catanesi. Su tal busto, don Sal- 
vatore Bruno, ex canonico della cattedrale, professore di greco 
nell'Università e arguto spirito, fece il seguente epigramma: 

Tu, sacristanu fausu 
Chi flEai chiautatu ccà? 
Dimmi: ohi tti nei misiru 
For3Ì pri li tri 4? 

A Palermo pronunciò l'elogio funebre nella cappella Palatina 
il padre Cumbo, rettore dell'Università, e in San Domenico, nel 
solenne funerale, fatto celebrare dal Senato, parlò il padre Ro- 
mano, gesuita, ma in Sicilia si ebbe più misura. 

A Roma, per cura del cardinale Girolamo d'Andrea, fu ce- 
lebrato un solenne ufficio funebre in Sant'Andrea della Valle, 
con iscrizioni storiche. V intervennero il sacro collegio, la pre- 
latura, l'anticamera nobile del pontefice e il personale delle lega- 
zioni di Napoli, d' Austria, di Spagna e di Toscana. 

Dopo il suo ritomo da Palermo, il generale Carlo Filangieri 
aveva vissuta a Napoli una vita affatto privata. Frequentò assai 
poco la Corte, non nascondendo il suo malumore contro Ferdi- 
nando II e contro il Cassisi per le cose di Sicilia. Egli era de- 
voto ai Borboni per giuramento di soldato, non per comunanza 
di vedute, aveva volontà propria e uno spirito affatto moderno. 
Religioso senza bigottismo e forse volterriano in gioventù, egli 
rideva delle superstizioni di Ferdinando II, perchè capiva che, 



— 10 — 

costruendo cMese, sciogliendo voti e coprendosi di amuleti, non 
si puntellava un trono pericolante. Assunto al governo, credeva 
di poter rinnovare tutta la compagine dello Stato, ma per riuscire 
gli mancavano due condizioni essenziali : la fiducia del principe 
e compagni di governo, capaci d'intenderlo e di secondarlo leal- 
mente. Questi compagni, tranne il Casella e il Rosica, non erano 
di sua fiducia ; non poteva tollerare A j ossa, ma gli fu giuocoforza 
tollerarlo. Parecchi, tra i quali l'Ischitella, gli fecero più tardi rim- 
provero di aver accettato il governo in quelle condizioni. ^ Non- 
ostante, avrebbe forse superato tutte queste difficoltà, se avesse avu- 
to vent'anni di meno, ma né lui, ne altri poteva superarle nelle 
condizioni che ho descritte, e fu vittima del suo ideale, quello di 
conciliare le esigenze dei nuovi tempi con la dinastia dei Borboni. 

Filangieri si mise all'opera con molta fede e buona volontà. 
Come primo atto mandò via il Cassisi da ministro di Sicilia a 
Napoli e lo sostituì con Paolo Cumbo, a lui devoto ; tolse allo Spac- 
caforno la direzione dell' interno e lo sostituì con don Michele 
Celesti, al quale era rimasto affezionato ; ne ci volle poco per 
indurre il Re a consentire ai decreti su riferiti, e partico- 
larmente a quello circa gli attendibili. Alcune sue ordinanze, 
per l'umile argomento cui si riferivano, provocarono commenti 
umoristici ; ma altre furono consigliate, come quelle intese a 
rendere meno orribili le prigioni, da doveri di cristiana carità. 

Non era quanto si aspettava, ma il presidente dei ministri 
non aveva le mani libere, né poteva fare assegnamento sull' ini- 
ziativa, o almeno sopra un intelligente concorso dei suoi com- 
pagni di governo, ne credeva prudente allarmare troppo il timi- 
do Re e la Corte sospettosa, la quale non aveva fiducia in lui e lo 
rivelava senza mistero. 

Rivolse le sue cure all'esercito, rimasto con lo stesso ordi- 
namento datogli da lui nei primi anni di Ferdinando II. Aspi- 
rava a farne un esercito di combattimento, all'altezza delle mi- 
lizie moderne, non un istrumento di regno, come aveva fatto il 
defunto Re. Capiva quanto fosse necessario rilevare politicamente 
il Regno di fronte all' estero, tornare in buoni rapporti con la 
Francia e l'Inghilterra, soprattutto con la Francia, ed entrare 
in accordi col Piemonte, nell'interesse dei due maggiori Stati 



Mémoires et souvenirs de ma vie, — Paris, 15 mars 1864. 



- 11 — 

d'Italia e delle due Monarchie, strettamente imparentate. I 
tempi erano grossi e occorrevano decisioni pronte e radicali. 

Quando venne ricevuto dal nuovo Re il barone Hùbner, per 
presentargli le congratulazioni dell' imperatore d'Austria, Filan- 
gieri non era ancora ministro. Quel ricevimento ebbe luogo il 
4 giugno e destò nuove inquietudini nei liberali, perchè si dif- 
fuse la voce che l'Hùbner fosse venuto per negoziare una lega 
fra Napoli e Vienna. Ma risorsero le speranze, quando giun- 
sero, quasi contemporaneamente, il conte di Salmour e il barone 
Brenier, che Napoleone III tornava ad accreditare presso la 
Corte di Napoli, dandogli per segretario quel barone Aymè, 
mezzo napoletano e mezzo francese, che doveva, più tardi, avere 
una parte in quei tenebrosi intrighi di Corte, che precedettero 
l'Atto Sovrano del 25 giugno, e soprattutto quando Filangieri 
consigliò il Re a mandare uno dei suoi gentiluomini a rallegrarsi 
con Napoleone III e con Vittorio Emanuele della vittoria di Sol- 
ferino. Il Re scelse per tale missione il duca di Bovino, genero 
del Filangieri, come colui, il quale dava maggiori garanzie di 
essere meno liberale. Ma questa nomina, tutta d' iniziativa del 
Re, ebbe tale successo d' ilarità, che il Filangieri scongiurò il So- 
vrano di scegliere altri, e fu scelto il principe d' Ottajano. 

Nel 1859, il Collegio medico contava più di 300 alunni, di- 
stinti in quattro corsi : dei fisici, degli antepratici, dei pratici 
e dei chirurgi. N'era rettore il canonico Caruso, calabrese, 
la cui devozione a Ferdinando II e al ministro Murena toccava 
il fanatismo. Alto, bruno, robusto, peloso come un orso, era 
allora nel vigore degli anni. Gli occhi neri e le folte soprac- 
ciglia gli davano un aspetto quasi truce. Rozzo e privo di cul- 
tura, era amministratore del giornale La Verità, che dirigeva il 
prete Scioscia di Pescopagano, e aveva diretto il ricovero di men- 
dicità nella badia del Morrone, lasciandovi pessima fama. Quando 
egli fu chiamato a capo del collegio medico, la disciplina di 
questo lasciava molto a desiderare. Frequenti le faghe notturne 
dei collegiali, le serenate nel fondo dei pozzi e altre cosette ga- 
lanti. Caruso, per ristabilir la disciplina cominciò a pretendere 
che studenti e professori gli baciassero la mano, e tutti gliela 
baciavano, perchè in poco tempo egli era divenuto lo spavento 
degli uni e degli altri. Quattro soli professori non si piega- 



- 12 - 

rono mai a quest'atto servile e furono : il Manfrè, medico del 
principe don Luigi e nemico implacabile del rettore, il De Renzis, 
don Salvatore de Renzi e il Perrone, al quale il Caruso fece 
un giorno una solenne ramanzina alla presenza dei suoi alun- 
ni. Caruso spingeva il rigorismo ai peggiori eccessi. Egli 
non solo vigilava le azioni, ma si studiava d' intuire i pen- 
sieri dei giovani, e guai se li scopriva men clie ortodossi, in re- 
ligione e in politica. I prefetti, poveri e piccoli preti di pro- 
vincia, pagati a sei ducati il mese, gli riferivano tutto, e le 
punizioni che andavano dai rimproveri al piatto capovolto, dal 
carcere lieve al penale e dall'espulsione alla consegna alla po- 
lizia, fioccavano senza pietà. La sorveglianza, cke egli eserci- 
tava e faceva esercitare sugli alunni, era divenuta insopporta- 
bile. Compariva all'improvviso nelle camerate, e se trovava da 
ridire su qualche cosa, non risparmiava ingiurie e schiaffi, e spesso 
incolpava gli alunni di mancanze immaginarie. 

Morto Ferdinando II e caduto il Murena, gli alunni delibera- 
rono di ricorrere al nuovo Re e inviarono parecchie suppliche 
a lui e al direttore Scorza. Si disse che l'alunno Tommaso de 
Amicis di Alfedena, venuto poi in fama nella professione sua, 
scrivesse il ricorso al Re ; l'alunno Francesco Colucci di Bari, 
che fu più tardi garibaldino e giornalista, ne scrisse un altro 
allo stesso Scorza, ma non se ne vide effetto. E fu allora che si 
deliberò d'insorgere. I tempi erano un po' mutati, e le notizie 
della guerra d'Italia accendevano le teste. L'insurrezione fu 
organizzata dagli antepratici e dai fisici che si misero, durante 
la messa, in relazione con le altre camerate, mercè forti mance 
ai servi, e fu diretta, oltre che dal De Amicis e dal Colucci, 
dagli alunni Fedele Ranieri, calabrese, Alfonso Guarino, napo- 
letano, Pietro de Caro di Benevento, Enrico de Renzi, figliuolo 
del professore, e Giovanni Antonelli : erano anche nella cospi- 
razione gli alunni Di Monte, TJrsini, Ria, Fiorito e Lobello. Do- 
veva aver luogo la sera della festa di San Luigi, che ricorre il 
21 giugno: festa, per la quale il rettore aveva domandata ad 
ogni giovane una piastra di contributo, volendo celebrarla più. 
solennemente che negli altri anni, ma a quella tassa gli alunni si 
erano rifiutati. La resistenza insolita aveva reso furioso il Ca- 
ruso e moltiplicate le punizioni. 

Venne dunque la sera del 21 giugno. A un'ora di notte, 



-is- 
si vide una fiammella alla seconda finestra della camerata de- 
gli antepratici messa fuori dall' Ursini. Era il segnale conve- 
nuto, cui rispose altra fiammella dall'ultima finestra della came- 
rata dei fisici, al secondo piano. Si era stabilito di gridare: 
abbasso Caruso, fitori Caruso, e cacciarlo dal refettorio : il resto 
veniva da se. A due ore di notte, l'ora della cena, scesero tran- 
quillamente gli alunni in refettorio, meno i chirurgi, timorosi 
di compromettere la laurea medica. I più esaltati portavano di 
nascosto i ferri anatomici. Recitato il benedicite, mentre l'alun- 
no di turno, salito sul piccolo pergamo, cominciava a leggere 
un trattato di anatomia (quella sera la lettura era sul terzo paio 
di nervi), dai banchi dei pratici, addossati al muro, a sinistra 
della grande porta, si udì il primo grido : abbasso Caruso. Il ret- 
tore corse verso il luogo, donde era partita la voce, ma alle sue 
spalle le grida si moltiplicarono e il fracasso divenne infernale : 
trecento gole urlavano e trecento braccia battevano con forza 
i coltelli sui vassoi in segno di minaccia. 

Caruso, da principio, non ebbe paura, anzi credè poter do- 
mare la tempesta. Difatti non si mosse. Le grida si udivano 
dalla strada Costantinopoli e da Fona, e la notizia di una ri- 
volta al Collegio medico si diffuse, in breve, nel vicinato. Il 
Caruso, pallido e ansante, visto che non riusciva a ristabilire 
l'ordine, decise ritirarsi, ma prima si arrestò sui gradini della 
porta piccola e di là, con lo sguardo fisso sui dimostranti, con 
le mani nelle ampie tasche della zimarra, ruppe in parole di 
minaccia, ordinando al lettore con tutta la sua voce di ripren- 
dere la lettura. Fu la più imprudente delle provocazioni, per- 
chè i giovani, perduta la testa, cominciarono a scaraventare con- 
tro di lui piatti, bicchieri, bottiglie e quanto era sopra le tavole. 
Quella sera si servivano a cena le triglie fritte, e anche queste 
volarono contro il rettore. Non c'era tempo da perdere. Il prefetto 
Guadagno, inviso anche lui, apri la porta, ne cacciò fuori il Caruso 
e ne prese il posto, mentre questi mandò ad avvisare la polizia. 

Uscito il rettore dal refettorio, continuò il baccano. Ven- 
nero svelte le lunghe e massiccie panche di quercia e i ferri 
dei lumi; e armati di panche e di ferri, i giovani corsero al 
corridoio del secondo piano, che precedeva l'appartamento del 
rettore. Egli vi si era asserragliato; la porta, ben solida, resi- 



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steva agli urti dei pali e delle panche, adoperate come leve. Al- 
cuni scesero in porteria e sbarrarono l' ingresso. Erano le 11, e 
ancora gli alunni, schiamazzando, cingevano d'assedio l'apparta- 
mento del rettore, cercando di romperne la porta, quando, con 
le lagrime agli occhi, giunse il vicerettore, un buon vecchio cui 
tutti volevano bene e, a mani giunte, li pregò di consegnargli 
le chiavi della porteria, perchè un battaglione di Svizzeri aveva 
circondato il collegio e gli zappatori stavano per sfondarne la por- 
ta. Era vero e si udivano già i primi colpi. Consegnate le chiavi, 
i giovani tornarono nelle rispettive camerate. Entrarono gli 
Svizzeri, ma in atteggiamento benigno. ^ In porteria s'insediò il 
commissario del quartiere, Capasse, che arrestò venticinque alun- 
ni e li chiuse nel vicino carcere di Sant'Aniello, affidato alla 
custodia del padre Cutinelli e del padre Planes, gesuiti. Furono 
tra gli arrestati gli alunni Ursini, Di Monte, Ria, Fiorito, Lo- 
bello, Antonelli, Pugliatti, Severino, Rossi, Zanello, Sollazzo, 
Libroia, Nicoletti, De Lellis e Casciuolo. 

La mattina il Collegio era occupato militarmente. Dopo la 
messa, i giovani furono chiamati nella sala dell'accademia, una 
gran sala, coi banchi disposti ad anfiteatro e destinata alle le- 
zioni d'anatomia. Vi trovarono il generale Lanza in grande 
uniforme e il direttore Scorza, che raccomandarono la calma. 
Lanza parlò in gergo, com'egli soleva, e fu bonario. Caruso 
assisteva, ma non disse verbo. Aveva la mano fasciata da una 
benda nera, poiché s'era fatto salassare dalla paura. 

Dopo pochi giorni, assunse le funzioni di rettore il sacerdote 
Scacchi, che era stato vicerettore ed allora dirigeva il con- 
servatorio di San Pietro a Maiella ; fu poi nominato rettore il 
canonico Lamberti, parroco di Sant'Anna di Palazzo, che vi re- 
stò sino alla rivoluzione, quando quell'ufficio fu secolarizzato 
e venne conferito a Cammillo de Meis, reduce dall'esilio. De 
Meis fu l'ultimo rettore del Collegio medico, travolto anch'esso 
nelle rovine dei vecchi ordini. Vivaio di medici e di chi- 
rurgi valorosi, non di ciarlatani, più o meno fortunati, il Col- 
legio medico era a Napoli popolare. Anche oggi si ricordano 
quei giovani, vestiti di bleu in inverno e di verde bottiglia in 
estate, col cappello a punta, tutto nero e i gigli borbonici ri- 
camati sull'alto bavero dell'uniforme. La prigionia dei giovani 
non durò più di tre mesi e non vi fu processo. Durante la pri- 



- 15 — 

gionia furono consigliati di fare una supplica al Re, perchè alla 
direzione del Collegio fossero posti i gesuiti, ma non vollero, 
benché loro si promettesse la grazia sovrana. 

Ma assai più grave di questo baccano incruento di giovani me- 
dici, ribelli al rettore, fu l' insurrezione militare che scoppiò a due 
settimane di distanza. Parlo di quella dei soldati Svizzeri, che eb- 
be un epilogo cosi sanguinoso e conseguenze politiche tanto gravi. 

La rivolta fu ampiamente narrata dal Giornale Ufficiale. Io 
aggiungerò che lo spavento dei cittadini fu in quella notte 
addirittura indescrivibile. Gli Svizzeri furono sempre riguardati 
dai napoletani con terrore, soprattutto dopo il 16 maggio. Ve- 
derli in sommossa attraversare Napoli di notte dal Carmine a 
Oapodimonte, a passo di carica, a suon di tamburo, armati di 
tutto punto e con le bandiere conquistate nei loro quartieri; e 
udire i frequenti colpi di fucile e le grida di gioia selvaggia e di 
vendetta, ad un tempo, contro i loro ufficiali, era tale uno spet- 
tacolo, da giustificarne la paura. Sarà bene narrare con la mag- 
giore precisione come andarono le cose. 

I reggimenti svizzeri, di guarnigione a Napoli, erano tre, 
poiché il primo era a Palermo. Di quei tre reggimenti, il quarto, 
reclutato nel cantone di Berna, aveva l'orso cantonale sulla 
bandiera, I primi malumori si erano manifestati in questo reg- 
gimento, al pervenire delle notizie di ciò che si discuteva nel- 
l'assemblea federale a proposito degli assoldamenti. E quando, 
dopo il voto di quell'assemblea, venne ordinato al comandante 
del quarto reggimento di far togliere dalla bandiera lo stemma 
cantonale e questi, alla sua volta, comunicò l'ordine al sarto, 
che vi si oppose, la diffusione della notizia sollevò cosi vi- 
vaci proteste e tali impeti d'ira, che gli ufficiali stimarono 
prudente consiglio impedire l'uscita dei soldati, in quella sera. 
Difatti, un gruppo di soldati del terzo reggimento, andato al 
quartiere del Carmine, dove alloggiava il quarto, non vi potè 
penetrare, e fu cosi che quest'ultimo reggimento non partecipò 
alla sommossa, la quale venne compiuta quasi interamente dal 
terzo, e per una circostanza particolare. Questo reggimento, de- 
cimato in modo inverosimile nei combattimenti di Catania dieci 
anni prima, anzi ridotto a soli 300 uomini, era stato via via ri- 
costituito con elementi fatti venire di fresco dalla Svizzera. E 



— 16 - 

questi, serbando più vive e più fresche le impressioni del 
proprio paese, «i sentivano feriti più dei loro compagni dalle 
nuove disposizioni, le quali negavano loro la cittadinanza e lo 
stemma cantonale, finché erano al servizio di potenze straniere. 

Le autorità furono colte alla sprovvista. Il direttore di polizia, 
Casella, assicurava ingenuamente di non aver nulla preinteso della 
rivolta. A tutelare l'ordine e a prender le necessarie precauzio- 
ni, di fronte ad eventuali gravi conseguenze, il generale Filan- 
gieri, accompagnato dal generale Lanza, dal maresciallo Garofalo, 
direttore del ministero della guerra e dal colonnello Buonopane, 
girava per i luoghi più esposti e per i quartieri delle milizie, 
impartendo ordini ed istruzioni, e vegliò la notte. 

La nuova della sommossa pervenne confusamente a Capodi- 
monte, ma non s' immaginava che gì' insorti si sarebbero, come av- 
venne, diretti proprio là, risoluti a chiedere al E.e che fosse loro 
mantenuta la nazionalità propria, o che il governo li licenziasse, 
accordando loro la paga degli altri sei mesi, ne' quali doveva dura- 
re la capitolazione. Scarsa truppa custodiva Oapodimonte. Uden- 
do avvicinarsi forze armate a passo di carica, si credette da prin- 
cipio che fossero reggimenti mandati a maggior tutela della fa- 
miglia reale. Ma, conosciuta la verità, si die l'allarme e si chiu- 
sero i cancelli del parco. Era circa la mezzanotte. Il retroam- 
miraglio Del Re, che comandava il debole presidio, lo dispose a 
resistenza. Francesco mostravasi inquieto ; paurosi gli altri prin- 
cipi ; presente a se stessa soltanto la Regina, la quale, udendo ap- 
pressarsi il tamburo, usci sulla terrazza della sua camera da letto 
per vedere lo spettacolo. La Regina madre, cui avevano detto 
trattarsi di una rivolta militare, consigliò di chiamar subito gli 
Svizzeri a difesa, ma quando udì che questi erano gl'insorti, 
corse presso i figliuoli piccini, che fece svegliare e vestire, per 
tenerli pronti ad una fuga. 

Nulla si sapeva di preciso, anzi si temeva che fossero insorti 
tutti e tre i reggimenti e si avviassero a Oapodimonte, per far 
prigioniera la famiglia reale. Il Del Re, il duca di Sangro e 
il colonnello Sohumacker uscirono incontro ai rivoltosi presso il 
cancello principale, per sapere che volessero. Non vi erano uf- 
ficiali, ne capi, e perciò non fu possibile parlamentare, né senza 
fatica si riuscì a capire qualche cosa. Erano poco meno di un 
migliaio, armati ed eccitati in sommo grado. Parvero calmarsi, 



- 17 - 

quando fu loro assicurato che il Re, favorevolmente disposto 
verso di loro, avrebbe riflettuto sulle loro domande, e ohe in- 
tanto ne avessero attese le risoluzioni al campo di Marte. 

GÌ' insorti si avviarono allora verso Capodiohino, tirando colpi 
di facile in aria. Bivaccarono sul campo e vi rimasero sino alla 
mattina. Nella notte, il ministero dispose che i battaglioni di 
cacciatori, rimasti fedeli, sotto il comando del generale Nun- 
ziante, andassero al campo di Marte e imponessero il disarmo 
ai ribelli. Ma, quando questi videro avvicinarsi i loro com- 
pagni armati e con una batteria di cannoni, ritenendo che an- 
dassero per massacrarli, ed esasperati perchè non si erano uniti 
a loro nella rivolta, cominciarono a far fuoco, obbligando cosi il 
Nunziante ad ordinare una scarica di facili e una di mitraglia, per 
cui s'ebbe a deplorare quella carneficina, che produsse in Napoli 
incancellabile impressione di spavento e per la quale fu censurato 
aspramente il Nunziante, che si disse aver agito per troppo zela 
verso il Re, dal quale era stato nominato pochi giorni prima 
aiutante generale, e sua moglie, dama di Corte. Dello zelo inop- 
portuno vi fu, perchè gl'insorti, dopo i primi colpi si sbanda- 
rono per le campagne, e il Nunziante continuò, ciononostante, 
a comandare il fuoco, tanto che, mentre nel 13" battaglione cac- 
ciatori non vi farono che due feriti, degli Svizzeri insorti, 20 ri- 
masero morti, 76 furono feriti, 262 fatti prigionieri. Nella notte 
seguente fu eseguito il trasporto dei morti e dei feriti, argomento 
di pietà del popolo napoletano. Filangieri affidò al Nunziante 
quella triste missione, perchè essendo stato egli l'organizzatore 
dei cacciatori, compresi gli Svizzeri, ne aveva tutta la fiducia. 

Così la rivolta fu domata, e il Re, per consiglio di Filangieri, 
sciolse tutti e quattro quei reggimenti mercenarii. Fino ad oggi 
erano quasi ignote le vere cause di quella sommossa, che tanto 
gli zelanti, quanto i liberali di Napoli attribuirono all'opera del 
Piemonte, e gli emigrati napoletani all'opera dei liberali di Na- 
poli. E poiché nel partito legittimista è sempre radicata l'opi- 
nione ohe vi avesse avuto mano il Piemonte, io ho voluto, con 
recenti e minuziose indagini, chiarire questo punto del breve 
regno di Francesco II. 

Innanzitutto, bisogna ricordare che le capitolazioni fra il go- 
verno di Napoli e il governo svizzero erano scadute fin dal 1866; 

Db Omabs, La fin» di un Segno • Voi. II. 2 



- 18 - 

e non essendo riuscito a Ferdinando II di rinnovarle, aveva pre- 
ferito accordarsi, per altri cinque anni, coi comandanti dei quattro 
reggimenti e del battaglione di artiglieria. Il governo federale 
lasciò correre, ma a una sola condizione, che non si chiamassero 
più reggimenti svizzeri, e difatti, da quell'anno si chiamarono 
ufficialmente reggimenti esteri. Alla fine del 1869 scadeva dun- 
que il quinquennio, e fra il governo napoletano e il governo 
federale, fin dal gennaio di quell'anno, cominciarono le tratta- 
tive, per tornare alle vecchie capitolazioni, o almeno per otte- 
nere che continuasse l'accordo intervenuto con i comandanti dei 
reggimenti. Le trattative, per conto del governo napoletano, 
erano condotte dal Oanofari: trattative laboriose, le quali non 
lasciavano sperare alcun esito favorevole, sia per effetto dei 
nuovi tempi, sia perchè nella Dieta il partito radicale era in 
prevalenza, e sia infine per le accuse mosse dall'Europa liberale 
al governo svizzero, in seguito ai fatti del 16 maggio in Napoli 
ed alle giornate di Messina e Catania. 

Bisogna ricordare anche che, oltre al Re di Napoli, il Papa 
aveva al suo soldo due reggimenti svizzeri, i quali si erano bat- 
tuti con valore a Vicenza nel 1848. Mutato l'animo del pon- 
tefice, quei reggimenti non si erano mostrati molto disposti a 
seguire gli ordini del generale Zucchi, che principalmente con 
loro voleva ristabilire l'ordine. In seguito a questa resistenza, 
i comandanti, fra i quali era il Latour, furono destituiti e i reg- 
gimenti svizzeri sciolti, rimanendo al soldo del pontefice pochi 
ufficiali, fra i quali ricordo il Kolbermatter, che fu poi ministro 
della guerra del Papa, il De Courten e il De Goddy. Furono 
questi e pochi altri, che più tardi ricomposero un nuovo reggi- 
mento svizzero, il quale domò 1' insorta Perugia fra le stragi e 
i saccheggi, quattro giorni dopo la battaglia di Solferino, quando 
cioè in tutta Europa le idee liberali erano prevalenti nei governi 
e nella stampa. Quei fatti, per la natura loro e per i gridi di 
protesta che sollevarono dovunque ne giunse l'eco, eccitarono nella 
stessa Svizzera uno sdegno cosi forte contro gli assoldamenti, 
che la quistione venne agitata di nuovo nella Dieta federale, e 
fu deliberato che i reggimenti svizzeri stipendiati da Stati esteri, 
che poi erano Napoli e Roma, perdessero la cittadinanza d'ori- 
gine, nel tempo che erano sotto le armi, e fosse loro proibito 
di portare sulla bandiera del proprio reggimento lo stemma can- 



— 19 - 

tonale. Il partito radicale ben sapeva che gli Svizzeri non si 
sarebbero rassegnati a tali condizioni, e desideroso com'era di 
lavare le maccbie di Napoli e di Sicilia, e quella più recente di 
Perugia, voleva farla finita con le capitolazioni, le quali erano 
causa di continue accuse e polemiche e costituivano veramente 
una vergogna per la Repubblica. 

Ministro di Sardegna a Berna era il signor Jockeau, ed è 
verosimile che egli ne riferisse al suo governo ; ma nella sua 
corrispondenza del tempo, anche in quella più riservata, secondo 
recenti indagini eseguite nell'archivio del ministero degli esteri, 
non se ne trova traccia. Il governo piemontese e meno ancora 
gli esuli napoletani non vi ebbero mano in nessun modo, ed in 
prova di questa affermazione posso citare due autorevoli testi- 
monianze : quella di Silvio Spaventa, il quale conservò sino agli 
ultimi giorni di sua vita tenace memoria di tutti gli avvenimenti 
di allora, e che vivendo in quei giorni a Torino, era in grado, per 
l'autorità sua fra gli emigrati, di conoscer bene le cose; e quella 
di Gaspare Finali, intimo del Farini, che aveva alla sua volta 
tanta intimità con Cavour. Anzi, secondo loro, non solo il go- 
verno del Piemonte non vi ebbe parte, ma la notizia della rivolta 
degli Svizzeri riuscì una sorpresa a Torino per tutti, compreso 
il ministero. 

La spiegazione, storicamente esatta da me data, dissipa la 
favola che Cavour agisse sul governo federale ; favola, che il Ca- 
nofari accreditava per dare una ragione plausibile dei suoi in- 
successi, e Francesco II mostrava di credere per un altro verso, 
quando nelle istruzioni mandate al suo ministro, aggiungeva di 
suo pugno : " i soldati svizzeri sono sedotti dall'oro del Piemonte „ 
e gli raccomandava che facesse notare questa circostanza al go- 
verno federale. E ugualmente inattendibile si rivela l'altra di- 
ceria, che la decisione del governo svizzero si dovesse al lavoro 
di una conmiissione di emigrati, formata da Scialoja, da Leo- 
pardi e da Antonino Plutino, i quali avrebbero agito per mezzo 
del ministro piemontese a Berna. Quello, invece, che il partito 
radicale svizzero aveva preveduto, avvenne. Grli Svizzeri al ser- 
vizio del Re di Napoli non vollero rassegnarsi a divenire estranei 
al proprio paese e insorsero. 

La perdita dei reggimenti svizzeri fu la maggiore scossa al- 
l'edificio, che cominciava a screpolarsi e segnò il primo vero 



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inalaniio per la dinastia. Invano si tentò ripararvi più tardi, 
quando Filangieri non c'era più, facendo venire soldati bava- 
resi ed austriaci, prima incorporandoli nei reggimenti indi- 
geni e poi formandone un reggimento a parte, che fu il 13** cac- 
ciatori. Quei bavaresi ed austriaci, condotti dai vapori del Lloyd, 
sbarcavano a Molfetta e io li ricordo bene. Erano bei giovani, 
pieni di salute, i quali venivano a servire una causa, che non 
capivano e mormoravano a bassa voce: fife Caripalde. 

Gli sdegni della Regina madre e del vecchio partito di Corte 
per le due sommosse, in quarantacinque giorni, furono, assai 
aspri. Filangieri era particolarmente preso di mira. Anche il Re 
ne restò impressionato. Non si ebbe più ritegno a parlare di tra- 
dimento, la fatale parola, che doveva accompagnare il breve regno 
di Francesco II, dal principio alla fine ! 

Nella famiglia reale e in tutta la Corte, dopo la morte di 
Ferdinando II, si cominciò a vivere più liberamente. Il conte 
di Trani, il conte di Caserta e persino il conte di Girgenti dice- 
vano di voler fare, appena finito il lutto stretto, viaggi all'e- 
stero, dove non erano stati mai, e di voler abitare ville e quar- 
tieri indipendenti: tutte cose che non avrebbero neppur sognate, 
vivo il padre. Si facevano fotografare in divisa militare, o da 
cacciatori con relativi cani e carniere, non escluso don Pasqua- 
lino, conte di Bari, che aveva sette anni, e distribuivano larga- 
mente le loro fotografie. In esse il conte di Trani vestiva la 
divisa di ufficiale di marina, il conte di Caserta da ufficiale di 
artiglieria, il conte di Girgenti da ufficiale dei cacciatori, e il 
conte di Bari da soldato di linea, con l'immenso cappellone pe- 
loso e in posizione di presentare le armi. Bei giovanotti, vigo- 
rosi e pieni di vita. Il conte di Girgenti aveva piglio più furbo e 
somigliava tutto suo padre. Del resto i figliuoli di Ferdinando II, 
comprese le femmine, avevano marcato tipo borbonico, tranne il 
conte di Trani che somigliava sua madre. Col fratello, dive- 
nuto Re, non si mostravano diversi di quel che si erano sempre 
mostrati con lui, cioè familiarissimi. Francesco non era per essi 
il Sovrano, ma Lasa. Gli davano del tu, come per lo innanzi 
e non sempre temperavano il tono di familiarità, piuttosto vol- 
garuccio, al quale erano abituati, del che il Re s'avea un po' a 
male. Questi poi in privato li chiamava per nome, ma in pre- 



- 21 - 

senza di estranei non li indicava che per titolo. E così dice- 
va ; mio fratello Trani, mio fratello Caserta^ e ai piccoli dava 
il don^ come facevano tutti in Corte. Il dolore non si leggeva 
sul volto dei figliuoli e dei fratelli del morto Re. Il conte di 
Siracusa era andato ad abitare a Capodimonte; secondo alcuni 
per stare più vicino al nipote e, secondo altri, per intrighi amorosi 
o per far dispetto alla Regina madre, che lo detestava. Gli astri, 
che avevano più brillato intorno al magno pianeta sparito dall'o- 
rizzonte il 22 maggio, cominciavano ad oscurarsi. Unica, vera- 
mente inconsolabile, era l'ex regina Maria Teresa, la quale sentiva 
di aver tutto perduto. Esercitando un vero dominio sull'animo 
del marito, essa regnala e governava, pur non avendone l'appa- 
renza, e ben si può dire che non si movesse foglia in Corte senza 
che ella lo volesse, nessuna volontà essendovi superiore alla sua. 
L' indole di Maria Teresa aveva qualche cosa di enimmatico, pa- 
rendo che in lei non prevalessero che la gelosia e la parsimo- 
nia. Era gelosa del marito sino alla puerilità; gelosa dell'af- 
fetto che il marito aveva per i figli; gelosa delle sue dame e 
delle sue cameriste, tanto che di cameriste fini per non averne 
nessuna. Una delle ultime fu donna Emilia Paisler. Un giorno 
di estate, donna Emilia, dovendo uscire, indossò un vestito nuovo 
e mise un cappello di paglia, molto grazioso. Il Re, trovan- 
dosi a passare, si fermò a guardarla e le disse con familiarità 
napoletana che quella paglia le stava proprio bene. L'udì la Re- 
gina e non aprì bocca ; ma da quel momento non chiamò più, 
ne volle più avere accanto a se la Paisler. Le cameriste e le 
donne di camera evitavano il Re, per non incorrere nello sde- 
gno della Regina- 
Alcuni anni prima aveva fatto di peggio. Una delle came- 
riste di Maria Cristina, donna Guglielmina de Palma, era di- 
venuta camerista di Maria Teresa, la quale si era affezionata a 
lei, donnina di molto tatto e di fine intelligenza. Le cameriste 
non erano donne di camera, ma dame intime di compagnia e 
dovevano essere signorine o vedove, e appartenere a famiglie 
borghesi, ma di buon casato. Le vedove si chiamavano, con 
nome spagnolo, azafatte. La De Palma fu chiesta in moglie nel 
1843 da Francesco Kònig, controllore di casa reale e figliuolo 
del fido corriere di gabinetto di Maria Carolina. Ella ne die 
rispettosamente partecipazione alla Regina, e questa ne fu cosi 



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indispettita, che non osando opporvisi, né in altro modo sfogar© 
il suo dispetto, investi la signorina De Palma e fortemente la 
graffiò 0, come si dice a Napoli, la scippò tutta. Tre anni dopo 
la De Palma restò vedova con una figliuola e seguitò ad abi- 
tare in Corte, ma la Regina non la richiamò più. Solo il Re 
fa sempre cortese con lei, anzi da monsignor De Simone la fece 
interrogare se avesse voluto divenire azafatta della futura du- 
chessa di Calabria, ma Maria Teresa non volle. ^ 

Pur abituata alla vita di Corte, Maria Teresa aveva vera- 
mente abitudini parsimoniose e non da Regina. Si compiaceva 
mostrarsi sgarbata con le dame dell'aristocrazia. La signora 
Kònig-Scalera mi raccontava, che spesso alle nobili signore, le 
quali andavano a farle visita, la Regina lasciava fare anticamere 
di mezze giornate e poi le faceva licenziare dalla camerista, con 
queste parole : " Dite che le ringrazio, e che tornino domani „ . 
Quante principesse, duchesse e marchese scendevano le scale della 
Reggia, fuori della grazia di Dio .... ma tornavano il di se- 
guente ! La Regina le riceveva freddamente, scambiando il mi- 
nor numero possibile di parole nel suo accento tra il dialettale na- 
poletano e il tedesco, ch'era cosi duro e cosi brutto. A sentire. 
Maria Cristina, al contrario, fu piena di riguardi per tutti, per le 
sue cameriste e per le dame e voleva gran bene alla De Palma, 
nelle cui braccia mori, e che chiamava affettuosamente Guillaumi- 
ne. Mentre Maria Cristina si era rassegnata a certe strane esigenze 
della Corte di Napoli, Maria Teresa non subì nulla che a lei non 
facesse comodo. La principessa di Bisignano, moglie del maggior- 
domo maggiore, avendo la chiave della camera della Regina, usava 
largamente del diritto di entrare senza farsi annunziare. Maria 
Cristina non vi si oppose mai; Maria Teresa le tolse la chiave. 

Vestita con borghese semplicità, abborrente dagli spettacoli, 
dalle feste e da tutto ciò ch'era vita clamorosa di Corte, ella non 
aveva charme punto punto. Occhi chiari, fronte spaziosa, bocca 
larga, capelli senz'acconciatura, sguardo freddo, c'era qualche 
cosa di duro in tutta la piccola persona. Molte sere, sul punto 



' L'unica figliuola di donna Guglielmina Kònig de Palma sposò il mio 
amico Erminio Scalerà, e a lei, eh' è donna colta e intelligente, devo pa- 
recchio di queste notizie intime della Corte. 



- 23 - 

di andare al teatro, diceva di non sentirsi bene, o addirittura di 
aver mutato pensiero, e al teatro non andava naturalmente nep- 
pure il Re. Quindi contrordini alle scuderie e controawisi al tea- 
tro, dove, fin dalla mattina, si era disposto il servizio speciale 
per i Sovrani. Preferiva la vita di famiglia e la compagnia del 
marito a tutto. Non pronunziava l'erre, per cui chiamava suo 
marito Ferdinando] e il suo intercalare, udita una notizia, era: "Za 
divo a Ferdinando „ . Conosceva tutti gli alti funzionari e al- 
cuni prediligeva, ed erano i più zelanti. Alle volte, quando il 
Re stando a Caserta o a Gaeta, si occupava degli affari di Stato 
con ministri o direttori, intendenti o vescovi, la Regina vi as- 
sisteva e spesso interloquiva; ed altre volte origliava da una 
stanza vicina. Nulla le sfuggiva, dai particolari più intimi di 
Corte, agli affari più gravi dello Stato. Era dai liberali dete- 
stata più del Re e suscitava in loro maggiori antipatie, che non 
ne suscitasse il marito. Essa aveva una volontà decisa ed era 
religiosa fino all'ostentazione. Udiva la messa tutte le mattine, 
assisteva alla benedizione tutte le sere, diceva il rosario col Re 
e coi figliuoli, si confessava non meno di una volta al mese e 
distribuiva parecchie elemosine. Non invano si ricorreva qual- 
che volta a lei, ma non era agevole il ricorrervi. 

S' immagini quali sentimenti si dovessero agitare in una donna 
cosi fatta, che non poteva sentir amore per il figliastro, dive- 
nuto Re e che lei seguitò a chiamare familiarmente Franceschino. 
Non sembrava umano che quella donna, per quanto religiosa, si 
rassegnasse a perdere tutto il suo potere e a vedere, al suo posto, 
una giovanetta di diciotto anni, la quale,'da meno di quattro mesi, 
era venuta nel Regno, ignara di tutto, anche della lingua e con 
tendenze cosi opposte alle sue : una giovanetta, che lei aveva trat- 
tata dal primo momento, come un'educanda e della quale unica 
distrazione erano i suoi pappagalli, i suoi cani e i suoi cavalli, 
il passar molte ore del giorno nelle scuderie o al maneggio, ov- 
vero il far lunghe passeggiate a cavallo, in costume di amazzone, 
nel bosco di Capodimonte, accompagnata da uno o due maggior- 
domi; una giovanetta che cambiava abiti più volte al giorno 
e si faceva fotografare a cavallo, in carrozza, in piedi, da Re- 
gina con la corona, o più spesso di profilo, ed anche in grande 
abito scollato e diamanti sulla testa, sola, o in compagnia del 
marito e dei cognati in grande uniforme. V'ha anche di più. 



- 24 - 

Maria Teresa aveva voluto che accanto alla giovane duchessa di 
Calabria fosse posta una donna di sua fiducia, la quale venisse 
abituandola a quell'ambiente di Corte, in cui non doveva esistere 
che una volontà sola, quella della Regina. Aveva creduto di 
trovare questa donna nella Rizzo, marsigliese di origine e vedova 
con parecchi figliuoli di un credenziere di Corte, morto caden- 
do da una scala a chiocciola della Reggia di Napoli. La Rizzo era 
presso i quarant'anni : non bella, ma piacente e vivacissima e 
furba assai più che non convenisse. Maria Teresa, per non farla 
montare in superbia, non aveva voluto che fosse nominata aza- 
fatta, ma avesse l'ujSficio più umile di donna di camera. Tutte que- 
ste cautele di Maria Teresa non dovevano però riuscire a nulla. 
Chi poteva immaginare una successione cosi fulminea ? Francesco 
aveva sempre avuti per la matrigna i maggiori riguardi e la chia- 
mava mammà e le ubbidiva in tutto, forse in cuor suo non aman- 
dola. Morto il padre, non so se intendesse quanto sarebbe stato 
minore il dolore della Regina, se egli, Francesco, non fosse esi- 
stito o non avesse preso moglie ; ovvero, morto il padre, avesse 
abdicato a favore di suo fratello, il conte di Trani. Ma inve- 
ce il giovane Re fu sempre correttissimo verso la matrigna, co- 
me apparve anche nell'esecuzione del testamento paterno, e spesso 
segui i consigli di lei che non furono mai i più savii. 

La giovane Regina, invece, cominciò a rivelar subito una 
volontà propria, quasi non le paresse vero di scuotere quella 
specie di compressione, in cui per opera della suocera era vissuta 
a Bari e a Caserta. Nessuna dimostrazione di vero afietto la 
Regina fece mai alla duchessa di Calabria in quei quattro mesi ; 
ne era umano che nutrisse affetto per lei, futura Regina e 
tedesca, perchè altra caratteristica dell'indole di Maria Teresa 
fu quella di non mostrare affetto o premura per i suoi parenti 
di Austria, e la venuta di sua sorella Maria e del fratello Gu- 
glielmo, nell'occasione delle nozze, fu piuttosto cagione di noia 
che di compiacenza per lei. 

Non è dunque a maravigliare, se, data una situazione come 
questa^ venisse fuori la voce di una congiura da parte della Re- 
gina madre, per sbalzare dal trono Francesco e sostituirgli il fi- 
gliuolo di lei, il conte di Trani. Persone intime di Corte nega- 
rono il concorso suo nella cospirazione, ma altri l'affermarono 



- 25 — 

in maniera assoluta. A Foggia venne arrestato il celebre birro 
Merenda, e a Foggia si gridò pure : Viva Luigi I. Della cospi- 
razione si parlava molto in Puglia e io lo ricordo bene, e si 
diceva che era il partito della Regina madre cbe cospirava, aiu- 
tato dalla camarilla, da monsignor Gallo, da qualche generale e 
da alcuni vescovi, tra i più fedeli alla memoria di Ferdinando II. 
Si citavano fra questi, monsignor Pedicini di Bari, monsignor 
Matarozzi di Bitonto, monsignor Longobardi di Andria, monsi- 
gnor Apuzzo di Sorrento, monsignor lannuzzi di Lucerà, col 
padre Paradiso, rettore di quel collegio dei gesuiti e con un 
monaco di San Giovanni di Dio, andato da Foggia a Lucerà, e 
con monsignor d'Avanzo di Castellaneta. Si disse pure che il 
centro della cospirazione fosse la Puglia, dove i ricordi del viag- 
gio e dei principi erano più vivi e i vescovi più devoti; e 
della Puglia si aggiunse essere stata scelta come punto prin- 
cipale la provincia di Foggia, soprattutto perchè nativo di Foggia 
era il padre Borrelli. Le apparenze della verosimiglianza erano 
anche troppe. Forse non tutte queste voci avevano fondamento, 
e forse qualche vescovo, di quelli ohe ho citati, vi era estraneo ; 
ma certo è, che il ministero raccolse le prove della congiura 
non solo nelle Puglie, ma in altre provinole del Regno, e Fi- 
langieri presentò quelle prove al Re, il quale senza neppur po- 
sarvi gli occhi sopra, buttò le carte in un camino, dicendo al 
primo ministro : ^ È la moglie di mio padre j^. Ed è vero anche 
ohe, venuta la cosa a notizia di Maria Teresa, questa se ne dolse 
col Re e disse, e ripetettero con lei i suoi partigiani, che quei 
documenti e quei gridi erano opera di pochi facinorosi nemici 
di lei, per metterla in mala vista col figliastro e crear divisioni 
nella famiglia. E vero infine che la Regina, la quale odiava 
Filangieri, incontratolo in quei giorni nella Reggia di Napoli, 
gli chiuse violentemente l'uscio sulla faccia. Caduto Filangieri, 
della cospirazione non si parlò più, anzi le relazioni apparenti 
tra Francesco II e Maria Teresa furono cordiali e divennero 
cordialissime, quasi affettuose, a Roma. 

Una cospirazione per il conte di Trani, quando fosse riuscita, 
avrebbe rappresentato un ritorno a Ferdinando II, e ciò non pare- 
va possibile, n conte non era simpatico ; non aveva la bonarietà 
di Francesco, ne la festosità di Alfonso e di Gaetano : taciturno e 
impenetrabile, somigliava tutto sua madre. Quelli che han conser- 



- 26 — 

vato affetto alla memoria di Maria Teresa, escludono qualunque 
cospirazione da parte di lei ; assicurano ch'essa amava il figliastro, 
né era capace di tradirlo e narrano ohe, quando Francesco II 
si ammalò di vaiuolo al Quirinale, durante la dimora in Roma, 
mentre, temendo il contagio, nessuno di famiglia lo avvicinava, 
Maria Teresa, per assisterlo, contrasse lo stesso morbo. Ma ciò 
non toglie che sia verissimo quanto ho narrato circa i fatti di 
Foggia, l'incidente tra il Re e Filangieri e tra Filangieri e 
Maria Teresa, essendovi prove inconfutabili, le quali furono 
anche avvalorate dalle istruzioni date da Cavour al conte di 
Salmour, che giunse a Napoli pochi giorni dopo : istruzioni che 
contenevano anche quella di ottenere dal Re, che la regina 
Maria Teresa fosse allontanata dalla capitale. 

Finché visse Ferdinando II, i legami della famiglia reale fu- 
rono strettissimi : morto lui, tutto rallentò e rallentarono anche 
quei vincoli. Persino la Rizzo mutò contegno, il che irritava 
singolarmente Maria Teresa. Donna Nina largamente secondava 
Maria Sofìa nei suoi gusti bizzarri, e soprattutto nello strano de- 
siderio di rinnovare troppo spesso le sue gioie. Fu anche osser- 
vato e lo si affermò, non senza malizia che, divenuta Regina, Maria 
Sofìa si mostrasse più affettuosa col Re. Avevano comune a Ca- 
podimonte quel ricco letto dove avevano dormito Francesco I e 
Isabella, e sul quale si vedono ancora le iniziali F. L A Napoli, 
dove andarono dopo la sommossa degli Svizzeri, presero stanza 
nell'appartamento sulla darsena, al piano della splendida ter- 
razza e dormivano anche insieme, come insieme uscivano quasi 
ogni giorno in vettura. 

Qualcuno aveva notato ohe una vera intimità coniugale era co- 
minciata fra i giovani sposi a Caserta, circa un mese dopo il ritorno 
da Bari, quando fu veduto il padre Borrelli avere lunghi e intimi 
coUoquii con la Rizzo e poi col principe ereditario. La Rizzo ave- 
va, come si è già detto, confìdato al padre Borrelli che il matrimo- 
nio non fosse stato consumato, perchè Francesco si decideva di 
andare a letto, quando la moglie era stata già vinta dal sonno, e 
dal suo levarsi di buon'ora e con ogni cura, per non svegliarla. Il 
Re era pieno bensì di deferenza con Marie, regalandole homhons 
e fiori, ma aveva un'invincibile timidità di accostarsi a lei, e 
al più si limitava a baciarle e ribaciarle la fronte o la mano. 



r- 27 - 

Questi imbarazzi e questi timori furono vinti dal padre Borrelli, 
ed è ben verosimile, percbè l'ascendente che questi aveva su 
Francesco II, era immenso, né lo stesso Borrelli, uomo incapace 
di mentire, dubitò di confessarlo in Roma a persona di sua 
fiducia. Certo il contegno di Maria Sofia verso Francesco ap- 
parve mutato sul finire di aprile ; divenuta Regina, fu più 
ajffettuosa, più espansiva e gaia addirittura. Le prime tristezze 
non tornarono più, ma cominciarono le prime innocenti strava- 
ganze. Per esempio, stando a tavola, ella diceva talvolta al Re : 
" Francois, est-ce que tu permettes que Vienne Lyonne ? „ E lui, che 
non sapeva negarle nulla, e le voleva bene e gliene volle finché 
visse, rispondeva : " Qui, ma chère „ ; e allora ella ordinava che ve- 
nisse Lyonne, che era una magnifica cagna di Terranova, seguita 
da tre o quattro cagnolini i quali si cacciavano nelle gambe dei 
commensali, con poco gusto di questi ; abitudine, che Maria Sofia 
serbò anche a Roma e a Parigi, e che formava una delle sue favo- 
rite distrazioni. Stando a Napoli, non adoperò mai quell'ascen- 
sore a mano, chiamato 'a macchina, ohe Ferdinando II aveva 
fatto costruire. Dei tre fratelli poi del defunto Re, nessuno 
aveva autorità sul nipote, che, dal canto suo, diffidava di loro, 
soprattutto dello zio Luigi, il quale andava di rado a vederlo, 
come di rado vi andava il conte di Siracusa. Solo il conte 
di Trapani, don Franceschino, più noto sotto il nome di don Cicco 
Paolo (si chiamava Francesco di Paola), che abitava nel palazzo 
reale, mostra vasi affettuoso e premuroso con Francesco, e questi 
con lui. Egli era il più giovane dei fratelli di Ferdinando II, 
e il più ricercato nel vestire. Aveva anche lui la passione di 
farsi fotografare da cacciatore o da ufficiale di marina, e nul- 
l'altro di particolare. Considerata nel suo insieme, la famiglia 
reale presentava l' immagine di una famiglia senza capo e senza 
guida, dove ciascuno tirava a fare quel che voleva, e dove l'au- 
torità del nuovo Re era più formale che reale. 

Bisogna cercare, veramente, in questa situazione di famiglia 
le vere e intime cause dei dubbii, delle perplessità, delle paure 
e delle contraddizioni, ohe distinsero il breve regno di France- 
sco II nelle sue varie fasi, cioè nei quattro mesi che governò 
Filangieri, nell' interregno di Carrascosa, nella nomina del prin- 
cipe di Cassare e infine nell'Atto Sovrano del 26 giugno: quin- 
dici mesi addirittura straordinarii per errori, debolezze e perples- 



- 28 — 

sita, da una parte ; egoismi e viltà, dall'altra. Ma io non scrivo 
la storia politica di quel tempo, e solo ne raccolgo alcune memorie 
intime, cercando di star lontano dalla politica il più che posso, 
sebbene il breve regno di Francesco II sia stato politico, dal 
principio alla fine. Solo Filangieri ebbe l'intuito della situazione, 
ma egli non era libero, come non libero era il Sovrano; non 
concordi i suoi consiglieri intimi, non tutti ' sinceri, ne i sin- 
ceri erano i più illuminati. Francesco inclinava a governare 
come suo padre, ma capiva che i tempi non erano gli stessi, e si la- 
sciava guidare, un po' dai ministri, i quali andarono in quindici 
mesi da Ferdinando Troja a Liborio Romano, e più, da un pic- 
colo gruppo di Corte, che il generale Filangieri chiamava per 
celia gli strateghi, e che erano Latour, Nunziante, Del Re, San- 
gro e Ferrari ; e poi, a intervalli, dalla matrigna, dal confessore 
e dal padre Borrelli, i quali ne paralizzavano la debole volontà, 
alimentando sospetti contro questi e contro quelli, e rendendo 
più invincibili le naturali perplessità sue. Il più sincero era di 
certo il padre Borrelli, e il più intelligente l'ammiraglio Del 
Re, che aveva faccia bonaria e distinta, e pareva un inglese 
quando vestiva la sua bella divisa. Essendo egli un uomo di 
studii, la sua influenza sul Re, al quale restò fedelissimo, fu 
molto limitata e non mai funesta. Al giovane Re non difettava 
un certo acume, ma il suo spirito era fatalistico e timido ; e questa 
timidezza o fatalismo, uniti a un senso di misticismo trasfusogli 
nel sangue dalla madre e degenerato in napoletana bigotteria, 
che si manifestava nella paura puerile di peccare e in una certa 
noncuranza per le vanità del mondo, spiegano la sua sincera e 
quasi non umana rassegnazione alla perdita del trono, e l' indul- 
genza verso tutti coloro che lo avevano abbandonato o mal servito. 

Riferirò un aneddoto. In uno dei primi giorni del suo regno, si 
trovò in conferenza col De Liguoro, direttore del ministero delle 
finanze, il quale gli faceva alcune proposte. Erano seduti en- 
trambi innanzi ad una tavola, la quale, ad un tratto, cominciò a 
vacillare. Il De Liguoro girava gli occhi intorno, per vedere donde 
venisse il movimento. Accortosene il Re, gli disse : " Bada che 
sono io che mi agito e fo^ agitare la tavola : questo è cattivo segno, 
perchè vuol dire che avrò poca vita „ . E rispondendogli il De Li- 
guoro che tali pensieri dovevano essere allontanati, perchè 



- 29 - 

la vita dei Sovrani appartiene ai popoli che governano, France- 
sco rispose : " Caro signore ; io non tengo né alla vita né al regno, 
perchè io penso a ciò che sta scritto: dominus dedit, dominus 

ahstulit, e dico : Dio dà, Dio toglie „ . Alcune volte, portandosi 
le mani alla testa, fu udito esclamare, come Luigi l' infingardo : 
^ Dio, Dio! Com^ è pesante questa corona! „ e altre volte: " Come 
sono noiosi questi onori! „. Egli veramente non trovava conforto 
che in discorsi ascetici, e spesso parlava di sua madre e si chiudeva 
nella camera dove la pia donna mori, per pregare innanzi alla 
immagine di lei. Quella camera era rimasta tal quale, per volontà 
di Ferdinando II, il quale ne aveva data la chiave al figlio. 
Francesco, benché giovanissimo, quasi non aveva bisogni fisici ; 
poteva stare una giornata intera senza prender cibo ; mangiava 
consuetamente poco, quasi senza gusto ; non amava la caccia, co- 
me i suoi fratelli, né di andare a cavallo, come sua moglie, ma non 
gli era possibile non sentir la messa ogni giorno, non confessarsi 
una volta al mese, non recitare il rosario tutte le sere e non con- 
versare sopra argomenti sacri col padre Borrelli, con monsignor 
Gallo, con monsignor Salzano e con quanti ecclesiastici frequen- 
tavano la Corte. Amava sua moglie, ma si è visto come si con- 
ducesse con lei. Se scriverò le memorie della Corte di Napoli a 
Roma, il carattere di Francesco II, sotto questo rapporto, ne 
uscirà più completo. Ho messo insieme aneddoti e confessioni, 
e una serie di biglietti amorosi del Re ad una bella signora, che 
assai amò, ma platonicamente : un platonismo, che per quanto 
non sembri verosimile, fu vero. 

Quest'indole mistica e fatalistica e le tante ambizioni, vol- 
garità e cupidigie che si agitavano intorno a lui, dovevano 
creare nella Corte un disquilibrio molto profondo, il quale rallen- 
tava i legami più stretti, quelli del sangue, e scompigliava i ge- 
rarchici, nel tempo stesso che, nel resto d' Italia, si maturavano 
i nuovi destini e i napoletani non prendevano sul serio il nuovo 
Re e ridevano delle sue ingenuità, stranamente esagerandole, 
quasi per riprender fiato dalla paura, che per tanti anni avevano 
avuta del padre di lui. 



CAPITOLO II 



Sommario: Le prime feste per il nuovo Sovrano — Francesco II e Maria Sofia 
al duomo — La cerimonia religiosa — Poesie di circostanza — Il solenne 
baciamano alla Reggia — Un incidente comico — La gala al San Carlo — La 
Danza inaugurale — Altre gale e le nuove monete — Nuovi lavori in Napoli 

— Inaugurazione dell'anno scolastico al Gesù Vecchio — Il discorso del pa- 
dre Ibello — Le nuove cattedre universitarie — Gli studii privati — 
L'esame di catechismo ai medici — Un epigramma — Il programma po- 
litico di Filangieri — La venuta del conte di Salmour — Salmour, Filan- 
gieri e Ferdinando Troja — Una risposta caratteristica di Troja — Le 
intenzioni del Re — Lettera inedita di Salmour a Cavour — I versi 
di don Geremìa Fiore — Francesco II respinge il progetto di Costituzione, 
presentatogli da Filangieri — Testo del progetto — Filangieri si dimette e 
ai ritira a Pozzopiano — Una lettera di Francesco II — La venuta di Eo- 
guet — Lettere di Filangieri e di Brenier — Mutazioni del ministero — 
Il campo militare ai confini d'Abruzzo e la stazione navale a Giulianova 

— Il principe di Cassare succede a Filangieri — Leggerezza stupefacente. 

Le prime feste per l'avvenimento al trono di Francesco II 
cominciarono il 24 luglio, poiché in quel giorno si chiudeva il 
primo periodo del lutto, e durarono sino al 27. Il nuovo sin- 
daco, principe d'Alessandria, aveva dato incarico agli architetti 
Leonardo Laghezza, Antonio Francesconi e Carlo Paris, di de- 
corare con trofei e arazzi il lungo percorso, che dalla Reggia 
conduce al duomo, per Toledo e port'Alba. Fu la parte della 
città più addobbata, ma trofei ed arazzi ornavano quasi tutte le 
vie principali. Al largo del Mercatello era stata costruita una 
grande impalcatura, che costò essa sola seimila ducati e servi as- 
sai mediocremente. Restando in piedi per alcuni mesi, die occa- 
sione ad una lite. Napoli era tutta in festa e nelle tre sere vi 
furono splendide luminarie. La prima e grande cerimonia ufiGl- 



— 32 — 

ciale doveva essere la visita dei Sovrani alla cappella di San Gen- 
naro e si compi, con magnificenza, la mattina del 24. Alle dieci, 
una salva dai forti e dai legni da guerra pavesati a festa, an- 
nunciò l'uscita dei Sovrani dalla Reggia, i quali, seguiti da tutta 
la Corte in gran gala e da dieci paggi con torce accese, s'av- 
viarono in vetture di gran gala al duomo, in mezzo a cordoni di 
truppa, dietro i quali si stipava una folla plaudente. Le car- 
rozze procedevano quasi al passo e da tutti si ammirava Maria 
Sofia, che indossava un vestito bizzarro ed era bellissima. 

Discesero il Re e la Regina innanzi alla porta maggiore del 
tempio, sotto un baldacchino sostenuto dagli Eletti della città, 
e in chiesa furono ricevuti dall'arcivescovo Riario Sforza e dal 
capitolo metropolitano. L'arcivescovo, deposta la mitra e il pa- 
storale, die loro a baciare il legno della Croce e porse Taoqua 
benedetta. Il duomo era decorato riccamente: drappi di seta 
ornavano il cornicione dell'abside, tendine di merletto cadevano 
sui finestroni. A cornu evangelii sorgeva il trono reale con due 
sedie, due inginocchiatoi e due cuscini ; a cornu epistolae, un 
palchetto per i principi e nella navata, due tribune, una per il 
corpo diplomatico e l'altra per l'aristocrazia ascritta al libro 
d'oro. Dirigeva la musica il maestro Parisi e pontificava il Riario 
Sforza. La sedia e il cuscino del Re erano coperti da un setino, 
che il principe di Bisignano tolse, quando il cardinale col suo 
forte vocione intonò: domine salvum fac Regem nostrum Franciscum 
Secundum et Reginam nostram Mariam Sophiam. Detta la messa, 
venne cantato il Te Deum. Dopo la benedizione, Riario Sforza 
presentò, secondo il costume, mazzetti di fiori ai Sovrani e ai 
principi ed insieme si recarono alla cappella di San G-ennaro. 
Sebbene la testa del santo fosse esposta sull'altare, il sangue 
raccolto nelle ampolline si liquefece : " avvenimento nuovo, scri- 
veva il foglio ufficiale, a memoria d'uomo, da tutti udito con di- 
vota compiacenza, ed a ragione riguardato come faustissimo pre- 
sagio „ . Tornarono i Sovrani alla Reggia con lo stesso corteo 
e di là assistettero allo sfilare delle truppe, che rientravano nei 
quartieri. Per la circostanza non mancarono i versi. Son da 
ricordare, nella loro rozza ingenuità, quelli che si leggevano 
sulla porta principale della chiesa del Gesù, scritti da don Do- 
menico Anzelmi: 



m 



- 33 - 

Napoli esulta di ben giusto orgoglio, 
Giubila di letizia senza pari, 
Vedendo il giovin Re salire al soglio, 
Mentre la madre avviasi per gli altari. 

Il giorno dopo, ci fu il solenne baciamano secondo le re- 
gole della più rigorosa etichetta di Corte. Fu un avvenimento 
per il mondo ufficiale e per l'aristocrazia, poiché da varii anni 
baciamani non ve n'erano stati più. Nella sala del trono, sotto 
il baldacchino, stavano i Sovrani, circondati dai principi, dagli 
alti dignitari, dai prelati e dalle dame di Corte : il Re, come di 
consueto, in uniforme di colonnello degli usseri e la Regina col 
manto e la corona. L'aspetto della sala, affollata di tante 
persone, che vestivano ricche divise e portavano Ordini caval- 
lereschi d'ogni nazione e incedevano e s' inchinavano con gravità, 
era imponente davvero. Senonchè, a un tratto, su questa va- 
rietà di colori brillanti, cominciò a disegnarsi una lunga stri- 
scia nera, che dalla porta lentamente andava svolgendosi fino 
al trono. Era la magistratura, in toga e cappello alla don 
Basilio. Alla stranezza del contrasto e più alla comicità dello 
spettacolo, Maria Sofia scoppiò in una risata giovanilmente 
schietta, che presto si comunicò a tutti i presenti e partico- 
larmente ai principi. Il riso è epidemico e non c'era verso 
di frenarlo, ne voltando la faccia, né facendo mostra di tossi- 
re. Fu la nota allegra della cerimonia. In questo primo 
baciamano, al sindaco ed al Corpo della città di Napoli venne 
tolto l'antico privilegio di tenere il capo coperto alla presenza 
dei Sovrani, come narrerò parlando più innanzi dell'ultimo De- 
curionato. 

Alle otto pomeridiane del giorno 26, nell'appartamento della 
Regina, i Sovrani ricevettero le signore napoletane ammesse 
al baciamano, e alle nove andarono al San Carlo, dove vi era il 
grande spettacolo di gala, da lungo tempo preparato. Il teatro 
con i palchi adorni di rose e l' illuminazione quintuplicata, gre- 
mito di personaggi ufficiali in divisa, presentava tale uno spet- 
tacolo di magnificenza, che Maria Sofia ne rimase colpita. I 
Sovrani furono accolti da lungo applauso. Si cantò prima la 
Danza inaugurale di Niccola Sole, messa in musica da Merca- 
dante, e si esegui poi la danza nazionale del Giaquinto con i 

Dx CzsABX, La fine di un Segno - Voi. II. 8 



- 34 - 

costumi delle provinole del Regno, dalle quali era rappresentata 
la nazione. La danza nazionale era la tarantella. Cantarono le si- 
gnore Bendazzi, Fricci e Dory, il tenore Mazzoleni e il cele- 
bre Coletti, che riscosse maggiori applausi. Nel ballo si distin- 
sero le ballerine sorelle Osmond e i ballerini Baracani e Wal- 
pot. I Sovrani restarono in teatro fino all'ultimo, e n'uscirono 
fragorosamente applauditi. 

L'inno di Niccola Sole fu argomento di acerbe critiche, da 
parte dei letterati liberali, che non sapevano perdonare al vate 
lucano l'incomprensibile voltafaccia. Si disse che ve l'avesse 
costretto la polizia ; si disse ch'egli fosse uno degli speranzosi nel 
nuovo Re e che potesse in lui, meridionalmente, più la vanità che 
la coerenza. Certo n'ebbe molte amarezze, perchè la Danza inau- 
gurale non piacque, né come musica, né come poesia ; e il poeta 
se ne accorò tanto, che, ritiratosi nel suo paesello nativo, 
vi mori, come si è détto, negli ultimi giorni di dicembre, non 
ancora quarantenne. 

Nell'agosto il Re e la Regina andarono a Quisisana, e qui 
devo riferire uno degli aneddoti più caratteristici, circa la vita 
intima dei giovani Sovrani. Passarono a Quisisana l'agosto, e 
vi era con la Corte anche il padre Borrelli. Questi stando a 
Quisisana, invitò presso di sé il padre Eugenio Ferretti da Oria, 
intimo suo amico e scolopio egli pure. Avvenne che un giorno 
il padre Ferretti, uomo di timorata coscienza, stando solo nelle 
camere del padre Borrelli, sentì rumori e risa nella prossima ca- 
mera, dalla quale lo separava un uscio chiuso. Vinto dalla 
curiosità, si mise a spiare, attraverso il buco della serratura, e 
che vide? Vide il Re, che, indossata una crinolina, rideva e 
saltellava attorno alla Regina, la quale rideva essa pure a cre- 
papelle. La scena durò un momento, perché, raccontava il pa- 
dre Ferretti a un intimo suo, i Sovrani passarono subito in altra 
camera. Il padre Ferretti rivelava in grande confidenza quel che 
aveva visto, solo per convincere l'amico della bontà infantile 
di Francesco II, del quale era idolatra. Nel suo racconto non 
vi era punta malizia. 

Il giorno 8 settembre, i Sovrani andarono a Piedigrotta 
e la festa riusci più solenne, ricorrendo in quel giorno l'ono- 
mastico della Regina. Il Re passò in rivista le truppe e la 



— 36 - 

sera ci fu gala al San Carlo. Il 4 ottobre, onomastico del Re, 
si tenne circolo in Corte, e furono decorati tutti coloro che si 
«rane distinti nel viaggio dei Sovrani nelle Puglie, per il ma- 
trimonio; e il 16, onomastico della Regina madre, Francesco II 
ordinò altra gran gala, la illuminazione degli edifici pubblici e 
salve delle artiglierie. Il 5 ottobre, i Sovrani visitarono l'espo- 
sizione di belle arti al Museo e vi ammirarono il Gladiatore 
ferito del conte di Siracusa, il quale n'ebbe dal Re vivi ralle- 
gramenti. Nell'agosto erano già venute fuori le prime piastre 
"d'argento, con l'effigie del nuovo Re e la scritta : Franciscus II 
Dei gratta ReXy e la leggenda : Providentia optimi principia, in 
lettere rilevate intorno alla moneta, non incise, come sulle pia- 
stre di Ferdinando II. Il nuovo conio riusci bellissimo e so- 
migliantissima la testa del Re, incisa da Luigi Arnaud che fu 
nominato poi direttore del reale laboratorio di pietre dure. Egli 
aveva ottenuta la grazia speciale di poter segnare le sue iniziali, 
L-A, appena visibili, sotto la testa del Re, e quelle due lettere 
furono dai liberali interpetrate per lega austriaca. Evidentemen- 
te si cominciava a perdere la tramontana. 

Il nuovo Re volle occuparsi delle cose di Napoli e trovò 
nel principe d'Alessandria, uomo di criterio e di discreta atti- 
tudine agli uffici pubblici, un cooperatore valido. Oltre alle 
ordinanze di polizia urbana, che il ministero pubblicò, Fran- 
cesco II volle che si affrettassero i lavori di Mergellina, della 
via di Chiaja, della Pace, delle Fosse del grano, ch'erano un 
monte di macerie, e fosse compiuta la strada della Pietatella. 
Ordinò inoltre, e il municipio esegui, due nuovi ponti in ferro 
a Foria, uno presso la chiesa di San Carlo all'Arena e l'altro 
presso la parrocchia dei Vergini: entrambi sostituirono i due 
vecchi ponti, uno in ferro e l'altro in legno, che, in un tempo- 
rale scoppiato sulla città il 20 settembre 1866, erano stati tra- 
volti dalla piena e gettati contro il muro della chiesa di San- 
t' Antonio Abate, senza il quale ostacolo sarebbero andati a finire 
addirittura in mare, per l'alveo dell'Arenacela. E dire che sino 
al 1842, quando Ferdinando II, come si è visto, fece costruire 
il primo ponte in ferro sull'asse del vicolo Saponari, trasferito 
poi sull'asse della via Pontenuovo, a Foria era addirittura inter- 
rotta la circolazione durante la piena, e il numero delle disgra- 
zie che si verificavano era grande. Il Re richiamò in vigore 



- 36 - 

le regole dell'Ordine Costantiniano, che prescrivevano doversi 
portare, non sospesa al collo ma all'occhiello, la croce dell'Or- 
dine, mettendo cosi fine all'abuso che ne facevano i cavalieri. 
Aggiunse alla Società reale borbonica un posto per l' incisione, 
e vi nominò l'Aloysio Juvara e compì un altro atto lodevole^ 
istituendo a Torre del Greco una scuola nautica. 

Il 6 novembre, fu inaugurato con maggior pompa il nuovo 
anno scolastico all'Università. Professori e studenti andarono 
al Gresù Vecchio, per assistere alla messa dello Spirito Santo, 
che doveva precedere la cerimonia. Il parroco, padre Ibello^ 
incuorò i professori ad insegnare una scienza cristiana, special' 
mente ora, egli disse, che le aberrazioni di malsicure dottrine 
minacciano di divenire sem,pre più infeste. L'allusione era troppo 
diretta, per non essere compresa da studenti e da maestri. 
L'Università brillò, in quell'anno, di vita insolita. Vi furono 
istituite quattro nuove cattedre nella facoltà di giurisprudenza, 
e parve nuova anche quella di diritto penale, la quale, dopo la 
morte del Nicolini, era rimasta vacante ed a coprirla fu chia- 
mato l'esimio magistrato Sante Roberti. Le altre cattedre furon 
quelle di diritto amministrativo, data al Murena ; di economia 
sociale (non politica) data al Bianchini, e di diritto interna- 
zionale privato, data al Rocco. Murena lesse una prolusione 
enfatica e zeppa di citazioni, e Bianchini, una serie di lezioni a 
pochi discepoli, i quali si maravigliavano che il professore leg- 
gesse sempre le sue lezioni, e non ne improvvisasse mai una. Era 
il Bianchi ìàomo di modi gentili, lento e solenne, e anche sulla 
cattedra cupido di vanità. Egli, citando il celebre economista 
francese Say, lo chiamava Seit dando luogo a vivaci motteggi 
da parte della scolaresca. La cattedra del Rocco era la più 
frequentata, ma non in maniera, che il concorso della studentesca 
potesse paragonarsi agli affollamenti di oggi, molto babilonici 
e meno profittevoli. 

Fiorentissimi in quell'anno furono, invece, gli studii privati- 
Quelli più in voga, erano gli studii di diritto di Francesco Pe- 
però, di Enrico Pessina, di Luigi Capuano, di Filippo de Bia- 
sio, di Raffaele Fioretti e di Luigi Zumbani. Peperò comin- 
ciava le sue lezioni nelle prime ore della mattina, e, d'inver- 
no, la sala non ampia e affollata era debolmente rischiarata. 



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da una lucerna. Il suo studio aveva sede in Bonafiociata vec- 
chia, alla Pignasecca, nel palazzo di fronte, che credo portasse 
allora il numero 30. Pessina insegnava nel seminario dei no- 
bili -, De Biasio, al Gavone ; Capuano, alla Concezione a Mon- 
tecalvario. Fra gli studenti di Pepere, di Pessina, di Capuano 
e di De Biasio in quell'anno, ricorderò alcuni, ohe occuparono 
poi alti posti nell'insegnamento, nella magistratura o nell'am- 
ministrazione dello Stato: Guglielmo Capitelli, il compianto 
Vito Sansonetti, Pietro Marsilio, Enrico Perfumo, Ferdinando 
Lestingi, Federico Criscuolo, Vincenzo Colmayer, Niccola Cianci, 
Federico Lanzetta, Alfonso Cammarota, Francesco Girardi, i fra- 
telli Minichini, oltre a due valorosi, che la morte rapi innanzi 
tempo, Emesto Faraone e Cesare Boccardi, prete di Molfetta. 

Frequentatissimi, nella medicina e nella chirurgia, gli studii 
privati di Carlo Gallozzi, di Giuseppe Buonomo, di Luigi Ama- 
bile, di Tommaso Vernicchi, di Federico Tesorone e di Fran- 
cesco Prudente. Tesorone insegnava alla salita degl' Incurabili, 
al numero 40. Egli fu il primo, che facesse venire da Parigi 
uno scheletro umano di cartapesta, per le sue lezioni molto lo- 
date di anatomia e chirurgia. Carlo Gallozzi, che aveva tra i 
suoi discepoli Antonelli, Frusci ed Enrico de Eenzi, venuti più 
tardi in celebrità, aveva studio, per la parte teorica, in una 
casa a Fontana Medina e per la parte operatoria, agl'Incura- 
bili. Godeva fin d'allora onorato nome tra i giovani chirurgi 
napoletani, e il suo studio privato rimontava al 1852, quando 
Ferdinando II ne concesse nuovamente la facoltà, che dopo il 
1849 era stata tolta a tutti, senza eccezione. Ma ai chirurgi 
e ai medici, i quali chiedevano il permesso di aprir studio pri- 
vato, s' imponeva un esame di catechismo molto curioso ; anzi 
vi era una commissione di vigilanza ad hoc, preseduta da mon- 
signor Apuzzo. Fra le domande del catechismo, alle quali si 
doveva rispondere, ricordo queste : La morte di Gesù fu reale 
o apparente? Le sacre stimmate di San Francesco d'Assisi erano 
segni soprannaturali, o piaghe erpetiche? Potrebbe il magnetismo 
spiegare il miracolo? Come ammettersi la verginità di Maria, 
dopo il parto ? La dottrina di Carus e V immortalità delVanima, 
e cosi via via. Rispondere bene a questi quesiti, ragionando e 
discutendo, in senso perfettamente ortodosso, era condizione per 
i chirurgi e i medici di ottenere la facoltà dello studio priva- 



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to, ma con l'obbligo di denunziare alla commissione di vigi- 
lanza il nome e l'indirizzo degli studenti ascritti (solo i gio- 
vani laureati furono esclusi da questo obbligo) ; di pagare dieci 
carlini l'anno e di far lezione con l'uscio aperto. 

I professori di diritto e quelli di lettere italiane e latine non 
subivano alcun esame; ma gli altri obbligM erano comuni. Il 
padre Cercià, gesuita, aveva studio di diritto canonico; Luigi 
Palmieri, il padre Balsamo, don Agostino de Carlo e don Fe- 
lice Toscano, di filosofia; e il Palmieri era cosi facile di parola, 
che i suoi uditori gli avevano affibbiato quest'epigramma, cbe 
egli parlasse prima di pensare a quel cbe doveva dire. Tuc- 
ci e De Angelis avevano la scuola di matematica più frequen- 
tata; e, dopo loro, il Cua e Achille Sannia. Bruto Fabricatore 
e l'abate Lamanna, puristi della vecchia scuola, insegnavano 
grammatica e lettere, e il Lamanna aveva fra i suoi scolari 
Diego Colamarino e Rocco Zerbi, che chiamava: 

Spiritello di fiamma vivida e pura. 

Don Griuseppe Lamanna era canonico e filologo, camminava 
sulle orme del Puoti, accentuandone le esagerazioni puriste e 
aggiungendovi delle sdolcinature ridicole. Insegnava, per esem- 
pio, che una lettera dovesse chiudersi cosi : mi vi professo ed ac 
comando. Il marchese di Caccavone lo avea in uggia e lo fla- 
gellò con questo epigramma, ch'è uno dei più arguti, usciti dalla 
penna mordace di lui: 

Al canonico don Giuseppe Lamanna 
professore di filosofia. 

Il vostro Mezzofante, 
Glie a possedere è giunto 
Venti idiomi e venti, 
È come un elefante, 
Che non vai nulla a fronte 
Di un fringuellin, che ai venti 
Affida l'ali, canta, 
E da un gentile istinto 
A rallegrare è spinto 
E la pianura e il monte. . . . 
O divino ignorante ! , . . 

Era molto accreditato l'istituto Borselli, dove insegnavano 
Tommaso Arabia, Federico Persico, Antonio Galasso, Antonio 



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Vitelli e Francesco Pepere, ohe vi dava lezioni di diritto di na- 
tura. Quasi tutti questi etudii, in particolare i giuridici, erano 
centri di aspirazioni liberali, specie quelli del Pepere, del Pes- 
sina e del De Biasio. Nella lezione suU'albinaggio, Pepere ci- 
tava il progetto, presentato nella Camera del 1848 da Roberto 
Bavarese, esule a Pisa, in virtù del quale al sistema di recipro- 
canza verso gli stranieri, voluto dall'articolo 9 delle leggi civili, 
sarebbe stato sostituito il sistema dell'uguaglianza fra i cittadini 
napoletani e quelli degli altri Stati d' Italia ; e di tanto entu- 
siasmo s'infiammava nel pronunziare quel chiaro nome, che i 
giovani scoppiavano in applausi. Aveva pure buon numero di 
studenti don Lorenzo Zaccaro, che dettava lezioni di grammatica 
e di letteratura. Non voglio chiudere questi ricordi, senza ram- 
mentare i due bonarii e caratteristici impiegati dell'Università, 
addetti all' iscrizione agli esami, don Mauro Minervini e don Leo- 
poldo Rossi, molto amati dai giovani. 

Il principe di Satriano ebbe ì' intuito della situazione politica. 
Per salvare la dinastia e l'autonomia del Regno, due cose che gli 
stavano ugualmente a cuore, bisognava cambiare strada nella poli- 
tica estera e nell'interna. Profittando del ristabilimento delle rela- 
zioni diplomatiche con la Francia e coli' Inghilterra, egli stimava 
che la politica del nuovo Re dovesse avere per base l'amicizia delle 
potenze occidentali, soprattutto della Francia. Forse anche per 
i ricordi gloriosi della sua gioventù, Filangieri aveva una fidu- 
cia illimitata in Napoleone III. Capiva essere interesse del- 
l' Imperatore che il Regno di Napoli non fosse cancellato dalla 
carta di Europa, sia diventando un focolare rivoluzionario, sia 
affrettando un'unità nazionale immatura e ohe sarebbe riuscita a 
tutto benefizio del Piemonte, Ma bisognava far subito ragione ai 
nuovi tempi, non solo volgendo le spalle all'Austria e stringen- 
dosi alla Francia, ma mutando sistema all' interno, con uno Statu- 
to bensì, ma alla napoleonica: non Costituzione bozzelliana, di 
anarchica memoria, com'egli diceva. Questo programma di Filan- 
gieri era secondato alla sua volta da Napoleone, il quale, per 
mezzo del barone Brenier, molto insisteva perchè fosse attuato. 

Tale programma acquistò, si può dire, forma concreta, quan- 
do giunse il conte di Salmour, inviato dal gabinetto di To- 
rino in missione straordinaria, per condolersi della morte di Fer- 



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dinando II e salutare il successore. Dico forma concreta, perchè 
Sabnour, il quale era segretario generale del ministero degli este- 
ri e intimo di Cavour, ebbe da lui istruzioni copiose e precise, con- 
tenute in una lunga lettera del 27 maggio e che possono conden- 
sarsi in queste : procurare l'unione delle due Corti in una stretta 
comunanza di pensieri e di opere, ed indurre il nuovo principe ad 
assicurare col Piemonte l' impresa dell' indipendenza nazionale, di- 
chiarando pronta guerra all'Austria e mandando parte dell'eser- 
cito sul Po o sull'Adige ; stipulare una lega offensiva e difen- 
siva con la reciproca guarentigia dell'integrità dei due Stati; 
concedere riforme giuste e liberali per far paghi i voti del 
paese; dichiarare che lo Statuto fondamentale del 1848 era 
mantenuto in diritto, ma che se ne rimandava l'attuazione a 
guerra finita; concedere piena amnistia agli esuli e ai prigio- 
nieri politici; cercare, a rendere più agevoli i negoziati per 
l'alleanza, che fosse allontanata dalla Corte l'ex regina Maria 
Teresa, e penetrando il conte di Siracusa, al fine di mantenerlo 
saldo nei suoi propositi italiani e liberali. Per tutto il resto 
prender consiglio dal conte di Gropello. ^ 

Dopo Magenta e Solferino le istruzioni divennero più am- 
pie, come si vedrà. Salmour giunse a Napoli pochi giorni dopo 
la dimostrazione per la battaglia di Magenta. Sia che lo scopo 
della missione si sapesse prima del suo arrivo o s'indovinasse, 
certo è che l'annunzio della sua venuta non venne bene ap- 
preso in Corte. Fu considerata come un' insidia, che il Piemon- 
te volesse tendere al Re di Napoli, il quale, ricordando l'ultimo 
consiglio di suo padre, aveva dichiarata la neutralità e intendeva 
perseverarvi. In Corte erano tutti d'accordo su questo. E però 
la polizia, temendo dimostrazioni da parte dei liberali all'arrivo 



* La lunga lettera di Cavour a Salmour fu pubblicata nell'ottavo vo- 
lume della Storia documentata della diplomazia europea in Italia, di Ni- 
COMEDE Bianchi, ma n'è sbagliata la data: invece del 27 maggio, vi è 
scritto 27 giugno : errore forse tipografico, ma poco giustificabile, trat- 
tandosi di documenti storici. Il 27 giugno Salmour era a Napoli da 15 
giorni. Del resto, gli errori di date e di nomi circa le cose napoletane 
sono tutt'altro che rari in quell'istoria, o meglio zibaldone di documenti 
importanti, che al Bianchi costò poco di raccogliere, essendo egli diretto- 
re degli archivii di Stato. Però, riguardo alla missione Salmour glie ne 
sfuggi uno importantissimo, che a me è riuscito di trovare negli stessi 
archivii di Stato. 



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dell'agente piemontese, aveva fatto occupare la piazza del Castel- 
lo e la piazza San Ferdinando da pattuglie di soldati e da nu- 
merose guardie di polizia. Il console di Sardegna, Eugenio Fa- 
sciotti, aveva fissato per Salmour un appartamento all'albergo 
d' Inghilterra, alla Riviera, a poca distanza dal Consolato e dalla 
Legazione sarda. Salmour giunse alle cinque di mattina, ed al 
Fasciotti, andato a riceverlo a bordo del battello, chiese che vi 
era di nuovo. " Tutto di buono, rispose il console ; per onorare 
Vostra Eccellenza, il governo ha fatto uscire la truppa sulle piaz- 
ze y^' Salmour, difatti, andando all'albergo, videi soldati e Fa- 
sciotti celiando gli spiegò il motivo per cui vi erano. Dal Gropello 
fu poi informato minutamente della vera condizione delle cose. 

Il giorno stesso dell'arrivo di Salmour, Filangieri fu no- 
minato presidente del Consiglio dei ministri. I rapporti di Fi- 
langieri coli' inviato sardo divennero, in breve, intimi, come di- 
vennero intimi con Brenier e col ministro d' Inghilterra, Elliot. 
La esistenza del Regno delle Due Sicilie era considerata dalla 
vecchia Europa come una garanzia di equilibrio e di pace, e 
dalle potenze occidentali come una necessità per sciogliere la 
questione italiana, che ogni giorno si veniva più complicando. 

Ma da qual via e in qual modo vincere gli scrupoli e i dub- 
bii del Re ? Il programma era troppo ardito, o meglio il vaso 
era troppo grande, e lo spago per misurarlo cosi corto ! Nel Con- 
siglio dei ministri, Filangieri non poteva contare sopra una 
maggioranza favorevole alle sue idee, né con quel sistema 
politico le deliberazioni si prendevano a maggioranza o a mi- 
noranza tra i ministri. Al Filangieri aderivano i direttori Rosi- 
ca, Casella e De Liguoro, ma piuttosto per affetto a lui ; gli altri 
seguivano la vecchia scuola, che metteva capo al Carrascosa e 
al Troja, il quale, essendo consigliere di Stato, assisteva ai Con- 
sigli e vi aveva seguito. Filangieri capiva che era pericoloso por- 
tare così decisiva quistione nel Consiglio dei ministri e suggerì 
al Salmour di vedere il Troja, avendo questi grande autorità sul 
Sovrano e sui vecchi elementi della Corte : vedere il Troja e pene- 
trame il pensiero, sia rispetto alle riforme, che all'alleanza e al- 
l'ardito disegno, maturatosi in quei giorni e attribuito a Napo- 
leone, di allargare, se mai, i confini del Regno fino a Perugia e 
ad Ancona. Napoleone preferiva avere i napoletani a difesa del 



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pontefice, non i legittimisti di Francia, di Spagna e del Belgio, 
comandati da un generale come Lamoricière. 

Salmour segui il consiglio, ma il Troja dalle prime parole si 
mostrò contrario a ogni novità, non che all'abbandono da parte 
del Re di Napoli di quella neutralità, che Ferdinando II aveva 
raccomandata come testamento politico al figlio. E udita 1* idea 
di un allargamento eventuale di confini oltre il Tronto, spalancò 
gli occhi, e tutto agitato, quasi convulso, rispose : " Vuie che dicite, 
chella è robba d' 'o Papa „ ; ^ e lealmente dichiarò all' inviato 
sardo che egli avrebbe pregato il Re a respingerla, senza di- 
scuterla. Questo raccontò il Salmour a qualche intimo. Si disse 
anche che il suo colloquio col Troja fosse stato dal Salmour ri- 
ferito in un rapporto speciale a Cavour, ma di tale rapporto non 
v'è traccia negli archivii. Forse non fa abbastanza abile Filan- 
gieri nel consigliare Salmour a vedere il Troja, o non fu abba- 
stanza abile Salmour, parlando al Troja : certo è, che quando il 
presidente dei'ministri presentò al Re le proposte, Francesco, ri- 
petendo le parole del Troja, le respinse con tale vivacità, ohe Fi- 
langieri die le sue dimissioni e solo dopo molte insistenze, e per- 
chè ancora non aveva perduta la speranza di riuscire a qualche 
cosa, s'indusse a ritirarle. Il 17 giugno, Francesco II scese appo- 
sitamente da Capodimonte per ricevere il Salmour, ma il ricevi- 
mento non varcò i limiti di una compassata cortesia, con rela- 
tivo scambio di augurii e di saluti. Un accenno all'alleanza, 
fatto dal diplomatico piemontese, non venne raccolto dal Re, il 
quale aveva ereditato dal padre un senso invincibile di sfiducia 
e di avversione per il Piemonte e per i suoi uomini politici. 

Dopo l'udienza, su proposta di Filangieri, il Re insigni Sal- 
mour dell'alta onorificenza di San Gennaro, e il Salmour, in 
data del 20, ne ringraziava il presidente del Consiglio, con una 
lettera che si chiudeva cosi : " La prego di porre anticipatamen- 
te ai piedi di S. M. Siciliana l'espressione della mia più sentita 
riconoscenza per V impartitomi segnalato favore. Mi pregio in 
pari tempo, eccellentissimo signore Principe, di testimoniarle gli 
atti del mio più alto ossequio „ . ' 

I liberali fecero grandi dimostrazioni a Salmour all'arrivo e 
alla partenza, e molti andarono a visitarlo, insinuando nell'animo 

' Voi che dite? Quella è proprietà del Papa. 
• Archivio Filangieri. 



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sno dei sospetti circa la sincerità del Filangieri e apertamente 
dichiarandogli non essere possibile alcun accordo fra i liberali e 
la dinastia dei Borboni, né esser possibile che il Re facesse causa 
comune col Piemonte per l'indipendenza d'Italia e concedesse 
l'amnistia e la Costituzione. In realtà, erano interessi e idee 
diverse che si urtavano fra loro e concorrevano ad accrescere 
le difficoltà della missione del Salmour. Se il Piemonte voleva 
tutto quello che si è visto. Napoleone si contentava di molto 
meno ; e mentre consigliava una Costituzione, non gli pareva più 
necessario, dopo le prime vittorie, il concorso dell'esercito na- 
poletano alla guerra. L'Inghilterra, dal canto suo, nemica della 
dinastia borbonica, ma più del defrinto Sovrano, consigliava la 
Costituzione, ma senza entusiasmo, notandosi pure che l'azione 
dell'Elliot non era cosi persistente come quella del Brenier. D'al- 
tronde, mentre le proposte del Piemonte erano respinte dalla 
Corte, sembravano troppo moderate ai liberali di Napoli e 
agli esuli napoletani, i quali di quel rigetto erano più com- 
piaciuti che desolati, forse prevedendo dove si andava a fini- 
re. Il presidente del Consiglio, dal canto suo, favorevole ad 
un eventuale ingrandimento del Regno, nonché all'amnistia e 
all'alleanza col Piemonte, non voleva tornare, neppure per so- 
gno, alla Costituzione del 1848, come volevano il Piemonte e 
l'Inghilterra. Egli vagheggiava una Costituzione napoleonica, 
di cui aveva dato incarico a Giovanni Manna di redigere un 
progetto. Per navigare in mezzo a queste contrarie correnti, 
sarebbe occorsa persona più abile e più paziente del Salmour, 
uomo rispettabile e gentiluomo, ma che non era in grado di va- 
lutare tutte le difficoltà e trarne il maggior vantaggio possi- 
bile. Difatti il colloquio suo con Troja ebbe esito infelice, e 
forse fa imprudenza averlo provocato, nò die prova di acutez- 
za diplomatica, raccogliendo qualunque voce gli riferissero i libe- 
rali e riferendola a Cavour. Si mostrava poi veramente inge- 
nuo, quando scriveva a Cavour dell' impossibilità di ottenere con- 
cessioni dal governo napoletano senza la forza, e lo consigliava 
ad ottenere che l'Inghilterra mandasse la sua flotta a Napoli 
e minacciasse di bombardare la città, se il Re non concedesse la 
Costituzione ! 

Salmour restò a Napoli sino alla metà di luglio e ne parti, 
quando ebbe acquistata la convinzione che non vi era nulla da 



— 44 - 

fare. In data 5 luglio scrisse a Cavour questa caratteristica 
lettera, unico documento inedito di quella missione, esistente 
nell'archivio segreto di Cavour: 

Naplea, la 5 JutlUt 1859, 
Mon cher et excellent ami, 

J' ai coupé court h notre corréspondance particuUere, parce que tu 
w' as plus le temps de me lire. Je dois néanmoins aujourd* hui te dire 
un mot au svjet de Vordre, que tu m'as donne de rester ici, fonde sur 
Vespoir que tu as tovjours d'un changement dans la politiqu^ Anglaise, 
vis h vis de Naples. 

tP admets ce changement, mais il n'aboutira à rien, ou tout au plus 
h faire rompre encore les rélations diplomatiques. Il n'y a rien h espérer 
de ce Gouvernement, si on ne l'exige pas par la force, ainsi tant que 
V Angleterre n'aura pas une flotte dans le pori de Naples, tant qu'elle ne 
fera pas demander ce qu' elle voudra par le Commandant de cette flotte, 
sous la menace d'un bombardement, elle fera toujours la sotte figure, 
qu' elle vient tout récemment de faire. Or comme elle ne prendra jamais 
assez h coeur les intérèts de ce malheureux pays, qu'elle a constamment 
trompé dans son attente, elle n' userà jamais de ce seul et unique m,oyen 
d'obtenir. 

C est malheureux, mais e' est ainsi, et des lors, que peut-on espérer 
du Ministere Palmerston, si non l'échec qu' il a subi lors de la rupture 
des rélations diplomatiques, ou bien celui tout chaud du Ministere Forj, 
lequel n' a pas méme obtenu la neutralité, puisque Naples l'avait pro- 
clamée avant l'arrivée de Sir Elliot. 

C est dommage car dans ce Tnoment l' Angleterre aurait unbien beau 
role h jouer en imposant au Eoi de Naples la Constitution, que la popu- 
lation reclame. Au jjoint où est la guerre, peu importe h V Angleterre 
que la neutralité succombe sous la constitution puisqu' avant que celle - 
ci fonctionne, et surtout avant que le contingent Napolitain soit en tigne 
avec l'armée Franco-Sarde, la guerre sera finie. Ainsi tandis que V An- 
gleterre obtiendrait le but qu'elle se propose par le maintien de la neu- 
tralité Napolitaine, elle en atteindrait un autre bien autrement important 
pour elle, celui de contrebalancer puissamment par un fait Italien, V in- 
fluence de la France en Italie, et d'acquérir par ce mème fait, unepré- 
pondérance majeure dans le Congrès, qui raglerà définitivement les affaires 
d' Italie. En effet en assurant le regime représentatif dans les deux Sici- 
les, V Angleterre prépare la voie à ce que ce regime, qui est déjh le notre, 
devienne celui de la Confédération Italienne, et par le fait de la promul- 
gation de ce regime à Naples elle rend h V Italie neuf millions d' Italiens, 
qu'elle en séparé actuellement par la protection dont elle entoure les plus 
odieux des Gouvernements. La démission de Filangieri, qui va replonger 
plus bas que jamais ce pays, serait une excellente occasion pour l' Angle- 
terre de faire cet acte de vigueur, qui la réhabiliterait dans l'esprit des 
Italiens. Mais, je te le rép'éte, elle continuerà comme par le passe, et elle 
obtiendra les mèmes résultats negati fs pour elle, et de plus en plus fa- 
cheux pour cet intéressant et si malheureux pays. 



- 45 - 

Je te soumets ces considérations par ce que je crois que tu te fais 
illusion en espérant quelque chose de bon de la politique du nouveau 
Cabinet Anglais vis h vis de Naples, d'ailleurs je reste h mon poste, et je 
ferai exactement ce que tu me prescriras dans la lettre, que tu m'as an- 
noncée, et que je n'ai pas encore regue. Persv/ide-toi seulement que sans 
la force on n'obtient rieri de bon d'un Gouvernement tei gwe celui-ci. 

Ma position est de plus en plus désagréable, mais je commence h 
m' y faire. Ma sante en a un peu souffert mais je vais mieux. Adiexi,, 
mille tendres et sincères amitiés. Tout à Toi 

Firmato: — De Salmour. 

P.S. Filangieri a retiré sa démission, ce qui ne change l'opinion que 
je t' ai exprimée que dans le sens qu'il faut que l'Angleterre Vachete, car 
il est par intérèt personnel oppose h la Constitution, pour laquelle il sera 
si on lui garantii à tout événement la continuation du service du Majo- 
rat de 12 000 Ducats, que le Boi de Naples lui a donne avec le titre de 
Due de Taormina apres la pacification de la Sicile. 

Du reste on organise de plus en plu^ les Lazzaroni, et le Boi dit 
Tiardiment vouloir s' en servir, en commengant à les lancer contre Gro- 
pello, qu' il accuse d'avoir été le provocateur de la manifestation du 7 
Juin demier. C est ni plus ni moins qu'en plein conseil que le jeune Boi 
tieni d'aussi absurdes propos; crois-moi il est pire que son pòre, car il 
n' en a pas l'esprit et il en a tous les mauvais instincts. ^ 

Neppure fra le carte del Salmour si trovò alcuna memoria 
circa la missione di lui a Napoli; anzi, nel suo testamento olo- 
grafo, col quale chiamava erede la marchesa Scati sua più pros- 
sima parente in Italia, vietò in modo esplicito che si desse pub- 
blicità, diretta o indiretta, a quanto si fosse potuto ritrovare 
nelle sue carte. E il marchese Vittorio Scati, figlio della erede, 
da me pregato di mandarmi qualche notizia intima circa quella 
missione, mi scriveva : " Nella lunga consuetudine e familiarità, 
che ebbi col conte di Salmour, ben di rado mi accadde di sentirlo 
a ricordare la sua missione a Napoli, né mai entrò in particolari : 
quasi glie ne fosse rimasta poco grata memoria „ . 

Il Pasquino del 3 luglio 1859 raffigurava Salmour in atto di 
trivellare un buco in mezzo al mare, con la scritta: U conte di 
Salmour a Napoli. Ma la nota comica fu data da don Geremia 
Fiore, prete e poeta all' Ingarriga, il quale scrisse un'ode poli- 
tica al Re. Eccone due strofette, finora inedite, nelle quali 



* Estratto, d'ordine ministeriale, dall'archivio segreto del conte di Ca- 
vour, esistente in questo archivio di Stato. - In fede: Torino, 21 febbraio 1896. 



— 46 - 

don Geremia ammoniva Francesco familiarmente si, ma cate- 
goricamente : 

Ti consiglio pel tuo meglio 

Di accordarti con D'Azeglio, 

E col conte di Salmour, 

Inviato da Cavour. 

Che se incalzan più le botte, 

Se gli austriaci han più biscotte, 

Se s' imbroglian più le carte, 

Noi sarem, per Bonaparte. 

Veramente D'Azeglio non c'entrava, ma per don Geremia 
D'Azeglio era sinonimo di Piemonte. ^ 

Filangieri, fallita la missione piemontese e respinti i ripetuti 
consigli di Napoleone e dell'Inghilterra, non si die per vinto. 
Gli avvenimenti incalzavano ; le Legazioni si erano ribellate al 
Papa; e con Parma e Modena, le quali avevano rovesciate le 
loro piccole sovranità, si era costituito un governo dell'Emilia, 
come si era costituito un governo della Toscana. Villafranca 
parve che dovesse strozzare la rivoluzione, e Cavour fu li li per 
perdere la testa. Cominciò allora quell' insistente e tenebroso la- 
voro della diplomazia europea intorno alla cosi detta quìstione 
italiana, e cominciò con esso il periodo delle agitazioni nel Re- 
gno e delle maggiori speranze dei liberali. Oggi si diceva che 



* Don Geremia Fiore, oggi vicebibliotecario alla Branoacciana, pub- 
blicò nel 1861 un volumetto di versi, dal titolo: Poesie politiche, con de- 
dica al magnanimo Vittorio Emanuele di Savoia, Re d'Italia. I versi, 
molto curiosi, ricordano quelli sopra citati, i quali non sono compresi nel 
detto volume, ma a don Geremia vennero generalmente attribuiti, allora. 
Egli fu sempre liberale, cioè anti-borbonico, ed è anche oggi nella sua se- 
nilità avanzata, un prete simpatico ed elegante. In un'ode, dal titolo: 
La fine di Ferdinando II, cosi descrisse la malattia del Re: 

Un paralento cancro maledetto 
GU fa il diavolo a qaattro entro a ana coscia, 
K rodendo, s'allarga, per diletto, 
Dall'anguinaglia alla p»noiaooia floscia: 
Vi genera tumori, e ogQor più'cresce, 
Glie mentre aa se ne taglia, un altro n'esce, 

E rilevando la stranezza dei bollettini dei medici diceva: 

E questo bralioblo, ohe tatto appuzza, 
Disordine dai medici è chiamato 
Nel boUettin, ohe stitico tagliuzza 
Sue monche frasi in stile rabescato: 
Se il fiuti, non ha nulla d'ippocratico. 
Ma è un gergo, anzi un ribobolo enigmatico. 



— 47 - 

Garibaldi, divenuto generale della lega militare dell' Italia cen- 
trale, avrebbe varcata la frontiera d'Abruzzo e portata la rivo- 
luzione ; domani si facevano circolare notizie molto inquietanti 
sulla Sicilia, la quale non era punto tranquilla. 

Filangieri non tollerando più uno stato di cose cosi incerto 
e inconcludente, ruppe gì' indugi e la mattina del 4 settembre, 
presentò addirittura al Re lo schema di Statuto redatto da Gio- 
vanni Manna, suo vecchio amico e la persona di maggior cultura 
politica, che avesse Napoli in quel tempo. Fin dai primi giorni 
di agosto, Filangieri lo aveva incaricato di un progetto di Sta- 
tuto, che meglio rispondesse alle condizioni delle Due Sicilie. 
Manna lo fece, e in altre tre lunghe conferenze fu discusso da 
entrambi, e modificato particolarmente riguardo alla Sicilia, se- 
condo i suggerimenti di Filangieri. Il manoscritto fu conse- 
gnato a Brenier, perchè il principe di Satriano riteneva indispen- 
sabile che r Imperatore ne avesse notizia e lo approvasse, e alla 
fine di agosto Brenier lo rese con alcune lievi postille, che Fi- 
langieri e Manna introdussero nel .testo. La sera del 2 settem- 
bre, Brenier partecipò al presidente dei ministri la piena adesione 
del suo governo a quel progetto, aggiungendo essere desiderio 
dell'Imperatore che non si mettesse tempo in mezzo alla sua 
adozione e alla promulgazion^, ed infatti la mattina del 4 Fi- 
langieri lo presentò al Re, non tacendogli che Napoleone III lo 
aveva esaminato ed approvato. t 

Era Statuto affatto napoleonico : costituzione con poteri li- 
mitati e ben definiti della Camera elettiva. Manna scrisse an- 
che le belle parole, le quali, poste in bocca al Re, precedono il 
prezioso documento, che qui io pubblico per la prima volta. ^ 



* Ricordevoli delle generose intenzioni del Nostro Augusto Genitore, che 
primo in Italia diede l'esempio degli ordini rappresentativi, quantunque 
la forza degli avvenimenti lo costringesse a. sospenderne V attuazione, e con- 
siderando che le gravi ragioni d'impedimento possono stimarsi cessate, ci 
siamo col Divino aiuto e nella pienezza de' Nostri poteri, determinati a 
richiamare i Nostrì amatissimi sudditi al godimento di quelle istituzioni, 
con cui si governano oggi la più parte delle nazioni civili di Europa. 

Nel prendere questa importante risoluzione, Noi ci siamo confidati 
principalmente nel senno e devozione dei Nostri popoli, i quali concor- 
rendo con Noi nel desiderio d'iniziare una nuova èra di prosperità nazio- 
nale, riceveranno certamente con gratitudine la nuova forma che ci siamo 



— 48 ~ 

L'esperienza del 1848 dava i suoi frutti. La forma politica, con 
questo Statuto diveniva costituzionale, è vero, ma lo Stato e il 
suo governo non uscivano dalle mani del Re, il cui potere non 
veniva limitato, ma solo coadiuvato nell'esercizio. Nonostante la 
costituzione di un Senato e di una Camera dei deputati, al Re 
rimaneva, con tutti gli altri attributi della sovranità, anche la 

risoluti di dare al nostro Statuto ; e che senza allontanarci dalle basi delle 
leggi organiche del Regno, ci assicura le principali condizioni dell'ordine 
rappresentativo. 

La continua e franca discussione di un largo Consiglio di Stato man- 
terrò, in tutto il suo splendore l'iniziativa Sovrana, e conserverà il movi- 
mento e la vita governativa dove più conviene che sieno, cioè inforno a 
Noi ed a' Nostri Ministri. 

Un Senato, composto dei più gravi e distinti personaggi del Paese, è 
destinato a dare alla Legislatura una base solida, ed un sicuro punto di 
appoggio, potendosi trovare all'occorrenza ne' suoi eccezionali poteri una 
riserba salutare da somministrare aiuti efficaci al Governo ed alla Ca- 
mera elettiva. 

Finalmente il Corpo Legislativo non mancherà dei suoi veri ed essen- 
ziali poteri, essendo da Noi chiamato a discutere e votare le leggi, a di- 
scutere e votare le imposte, e ad esaminare ed acclarare i conti dello Stato. 
L' importanza di queste attribuzioni non e menomata punto da certi tem- 
peramenti indispensabili a rendere tranquille e mature le discussioni, ed 
a crescere decoro e sicurezza al primo Corpo deliberante dello Stato. 

La nostra fiducia, lo ripetiamo, e nel senno e devozione dei Nostri 
Popoli, di cui ricordiamo con amore le lunghe prove di fedeltà. Ma più 
ancora Noi fidiamo nella coscienza delle Nostre intenzioni e nel Supremo 
aiuto della Divina Provvidenza, nel cui Nome ci siamo risoluti a sanzio- 
nare e promulgare il presente Statuto : 

Gap. I. 
Disposizioni generali. 

Art. 1. — La persona del Re è sacra ed inviolabile. Egli governa per 
mezzo de' suoi Ministri, del Consiglio di Stato, del Senato e del Corpo le- 
gislativo. 

Art. 2. — Il Re comanda le forze di terra e di mare; dichiara la guerra, 
fa i trattati di pace e di alleanza; fa i trattati di commercio, i quali han 
forza di legge per le modifiche di tariflPe in essi stipulate. Nomina a tutti 
gl'impieghi dell'Amministrazione pubblica; fa i decreti e regolamenti ne- 
cessari per la esecuzione delle leggi. 

Egli solo ha la iniziativa delle leggi. La giustizia si amministra in suo 
nome. Egli esercita il diritto di grazia e di amnistia. Egli sanziona e 
promulga le leggi ed i Senato-consulti. 

n Re ordina ed autorizza tutti i lavori di pubblica utilità, e tutte le 
imprese d' interesse generale. Laddove importino obblighi e sussidii del Te- 



- 49 — 

iniziativa delle leggi e delle opere pubbliche, e il potere della 
Camera dei deputati, o Corpo legislativo com'è chiamato, e il 
cui presidente e vicepresidente, come quelli del Senato, erano di 
nomina regia, veniva letteralmente limitato a discutere e votare le 
leggi e le imposte e ad esaminare i conti della pubblica azienda. 
Non leggi d'iniziativa parlamentare, non imposizioni di pub- 

soro, una legge sarà necessaria per approvare il credito prima di mettersi 
in esecuzione. 

Soltanto pei lavori di conto dello Stato, non suscettivi di concessione, 
i crediti possono essere aperti per urgenza come straordinari, per essere 
sottoposti al Corpo legislativo nella prima sessione. 

Il Re ha il diritto di dichiarare lo stato d'assedio in una o più Pro- 
vincie del Regno, salvo a riferirne al piii presto possibile al Senato, il quale 
può propome la cessazione, qualora gliene parrà cessato il bisogno. Le con- 
seguenze dello stato d'assedio debbono essere dichiarate con una legge. 

H Re presiede quando lo crede conveniente, il Senato ed il Consiglio 
di Stato. 

Art. 3. — La difesa del Regno e della Corona è affidata allo esercito nazio- 
nale. Non potrà servire sotto le bandiere alcuna milizia estera, se non nella 
proporzione dei sussidi, che il Corpo legislativo credesse utile votare parti- 
colarmente a questo oggetto. 

Art. 4. — Il potere legislativo è esercitato congiuntamente dal Re, dal 
Senato e dal Corpo legislativo. 

Art. B. — I Ministri, i membri del Consiglio di Stato, del Senato, del 
Corpo legislativo, gli uffiziali di terra e di mare, i magistrati ed i funzio- 
nari pubblici, prestano giuramento nei seguenti termini: Giuro fedeltà al 
Re ed obbedienza allo Statuto. 

Art. 6. — Il Senato stabilisce l' ammontare della lista civile per la du- 
rata di ciascun Regno. 

Art. 7. — Rimanendo come sono state finora comuni per la Sicilia di 
qua e di là dal Faro le spese della lista civile, della guerra e marina e del 
Corpo diplomatico, la rata a carico della Sicilia di là dal Faro rimane li- 
mitata a soli 4 milioni di ducati annuali, che saranno portati in introito 
deUo Stato - discusso della Sicilia di qua dal Faro. 

Art. 8. — H Re nel convocare il Senato ed il Corpo legislativo per le 
loro ordinarie sessioni in ciascun anno, determinerà col medesimo decreto 
di convocazione, se le sessioni debbono aver luogo in Napoli o in Palermo. 

Gap. n. 
, Del Senato del Regno. 

Art. 9. — H Senato è composto di membri scelti e nominati dal Re, 
fra gli alti funzionari dello Stato, fra grandi proprietari del Regno, e fra 
le maggiori notabilità del Clero, della Nobiltà, delle scienze, delle lettere 
e del commercio. Il numero non potrà eccedere 60 per la Sicilia di qua 

Db Cesarx. La flné di un Segno - Voi. II. A 



— 50 - 

blici lavori, non petizioni di cittadini alla Camera. Queste po- 
tevano rivolgersi solo al Senato, il quale, composto di 80 sena- 
tori e potendo essere preseduto dal Re, rappresentava una specie di 
Consiglio aulico, custode delle leggi e le cui sedute non erano pub- 
bliche, e che con senato-consulti poteva interpetrare, completare 
e modificare lo Statuto. Con questo Senato, con ministri, che 



dal Faro, e 20 per la Sicilia al di là dal Faro. Pel primo anno il numero 
non sarà minore di 48 per la prima e di 16 per la seconda. 

Art. 10. — La carica di Senatore è a vita ed inamovibile. Una dota- 
zione annua di due. 3000 è annessa alla dignità di Senatore. I soldi, pen- 
sioni ed averi di ogni specie saranno imputati nella suddetta dotazione. 

Art. 11. — Il Presidente e Vicepresidenti saranno nominati dal Re fra 
i senatori. L'assegnamento del Presidente durante l'anno sarà di due. 6000, 
imputandosi, come sopra, soldi, pensioni ed averi di ogni specie. 

Art. 12. — Il Re convoca e proroga il Senato. La durata delle due 
sessioni ordinarie sarà la stessa di quelle annuali del Corpo legislativo. 

Le sedute del Senato non sono pubbliche, ed i verbali delle sue sessioni 
non potranno essere pubblicati per le stampe, salvo che il Senato medesimo 
a maggioranza di due terzi non giudiclii doversi fare eccezione a questa regola. 

Art. 13. — n Senato è il custode delle leggi organiche e fondamentali 
del Regno. Nessuna legge può essere promulgata prima di essere sottoposta 
alla sua approvazione. Esso può rifiutarla a tutte quelle leggi che portas- 
sero oifesa alla religione, alla morale, allo Statuto, alla sicurezza individuale, 
alla inviolabilità della proprietà, all'uguaglianza de' Cittadini innanzi alla 
legge, alla difesa ed integrità del territorio nazionale. 

Art. 14. — Il Senato regola per via di Senato-consulti tutto ciò che 
non è stato preveduto dal presente Statuto, e che può essere stimato ne- 
cessario alla sua attuazione, e specialmente la elezione de' Deputati al Corpo 
legislativo, l'esercizio della stampa, la responsabilità ministeriale, le gua- 
rentigie personali dei membri del Corpo legislativo e del Senato medesimo. 
Spiega e dichiara allo stesso modo il senso degli articoli del presente Sta- 
tuto, che potessero dar luogo ad interpretazione. 

Art. 15. — I Senato-consulti saranno sottoposti all'approvazione so- 
vrana. Il Re approvandoli li promulga in Suo nome. 

Art. 16. — Il Senato può annullare tutti gli atti, che o dal Governo, 
e dal Corpo legislativo o dai particolari gli saranno denunziati come lesivi 
alle leggi organiche e fondamentali del Regno. Il diritto di petizione si 
esercita solamente presso il Senato. Ninna petizione può essere presentata 
al Corpo legislativo. Un Consigliere di Stato, nominato dal Re, riferirà 
al Senato sulle posizioni che il Senato avrà rimesso allo esame de' Ministri. 

Art. 17. — I Ministri non possono essere messi in stato di accusa se non 
che dal Senato, il quale con Senato-consulto approvato dal Re stabilirà le 
norme e la competenza per giudizi di tal fatta. 

Art. 18. — Il Senato può con rapporto indirizzato al Re presentare le 
basi dei progetti di legge, che giudicherà di un grande interesse nazionale. 

Art. 19. — Il Senato può proporre delle modifiche al presente Statuto 



- 51 — 

non dovevano essere deputati, e con un Consiglio di Stato, che 
doveva redigere i progetti di legge e di regolamenti, che aveva 
attribuzioni contenziose e sosteneva i progetti dinanzi al oorpo 
legislativo, si può giudicare quale ampia parte lasciassero il Manna 
e il Filangieri al potere regio e a tutti i maggiori Ordini dello 
Stato. Oltre a questo concetto informatore, lo Statuto contiene 



che con l'approvazione del Re potranno essere presentate alla discussione 
e deliberazione del Corpo legislativo. 

Art. 20. — In caso di scioglimento del Corpo legislativo, e fino alla 
nuova convocazione, il Senato provvede sulle proposte del Governo, a tutto 
ciò che può occorrere all'andamento del Governo medesimo. 

Gap. III. 
Del Corpo legislativo. 

Art. 21. — Il Corpo legislativo è composto di Deputati eletti dai col- 
legi elettorali di ciascun distretto del Regno, nelle forme e modi, che sa- 
ranno determinati con un decreto del Senato approvato dal Re. Per la 
convocazione del primo Corpo legislativo un decreto del Re stabilirà prov- 
visoriamente le norme delle elezioni. 

Art. 22. — Il numero dei Deputati sarà calcolato alla ragione di due 
per ogni distretto amministrativo del Regno salvo le eccezioni che saranno 
indicate per Napoli, Palermo ed altri distretti della Sicilia di qua e di là 
dal Faro. 

Art. 23. — I Deputati sono nominati per 6 anni. La prima nomina 
cesserà di dritto appena approvato il Senato-consulto definitivo per le ele- 
zdoni. I Deputati al Corpo legislativo riceveranno durante le sessioni ordi- 
narie e straordinarie una indennità di due. 5 per ciascun giorno, oltre una 
indennità di due. 150 per spese di viaggio. Il doppio delle indennità per 
spese di viaggio sarà attribuito a quelli Deputati del Corpo legislativo che 
dovranno trasferirsi dal continente nell'isola o dall'isola nel continente. 

Art. 24. — n Decurionato di ciascun Comune forma e discute le liste 
degli elettori e degli elegibili. Gli elettori riuniti in collegio elettorale, sul 
capoluogo del Distretto, procederanno a maggioranza ed a scrutinio segreto 
alla elezione dei Deputati del Distretto medesimo. Agli elettori sarà attri- 
buita una conveniente indennità di viaggio. 

Art. 26. — Sono elettori tutti i nazionali che abbiano il pieno eserci- 
zio dei dritti civili, che sieno domiciliati da 6 anni almeno in uno dei 
comuni del distretto, che abbiano compiuto i 25 anni di età, che non sieno 
in istato di fallimento, né sottoposti a nessun giudizio criminale, e che 
posseggono una rendita imponibile non minore di due. 40 annuali. 

Art. 26. — Sono elettori senza bisogno deUa suddetta rendita tutti i 
Decurioni, Sindaci ed Eietti in esercizio, gli impiegati al ritiro con pensio- 
ne non minore di annui due. 100, gli uffizi ali militari che godono una pen- 
sione di ritiro, gli ecclesiastici meramente secolari, i membri ordinari delle 
Reali Accademie e Società Economiche del Regno, i titolari cattedratici 



- 62 - 

disposizioni caratteristiche assai notevoli. Prevedendo lo Stato 
d'assedio e una sospensione dello Statuto, esso impediva che in cir- 
costanze straordinarie il governo fosse costretto ad uscire dalla 
legalità per rimettere l'ordine. Stabiliva inoltre un'indennità di 
viaggio e di soggiorno ai deputati, un'indennità di viaggio agli 
elettori, un minimo di censo per questi e per gli eliggibili ; stipen- 



delle Regie Università, Licei e Collegi del Regno, e laureati dalle Regie 
Università eserciti, da 5 anni almeno, tma professione liberale, ed i com- 
mercianti aventi per conto proprio uno stabilimento di manifatture e di 
commercio per cui si paghi almeno un fitto di due. 60 annui nelle Comuni, 
di due. 100 ne' capoluogM di Provincia, e di due. 200 in Napoli e Palermo. 

Art. 27. — Sono elegibili tutti quelli die avendo i requisiti espressi 
nell'art. 25 abbiano compiuta l'età di anni 80, e posseggano una rendita 
imponibile non minore di annui due. 240. 

Art. 28. — Sono elegibili senza bisogno della suddetta rendita i mem- 
bri ordinari delle tre R. Accademie, i titolari delle Regie Università, i 
laureati delle Università suddette, ohe da 10 anni almeno esercitano una 
professione liberale, i militari dal grado di maggiore in sopra, i compo- 
nenti dell'Ordine giudiziario dal grado di Giudici di Tribunale Civile in 
sopra. 

Art. 29. — Gl'Intendenti, i Segretari Generali, i Sottointendenti in funzione 
non possono essere elegibili. I Deputati che accettino un pubblico impiego, 
o una promozione nella carica che posseggono, durante le loro funzioni, 
non possono continuare senza sottoporsi allo sperimento della rielezione. 

Art. 30. — Il Corpo legislativo discute e vota i progetti di legge e le 
imposte. 

Art. 31. — Gli Stati - discussi d' introito e di esito da presentarsi in 
ciascun anno alle deliberazioni del Corpo legislativo, saranno stampati 
a cura del Ministero delle Finanze, prima dell'apertura delle sessioni. Gli 
Stati — discussi delle spese porteranno le loro divisioni e suddivisioni am- 
ministrative per capitoli e per articoli. H voto del Corpo legislativo avrà 
luogo per ministeri. La ripartizione del credito attribuito a ciascun Mi- 
nistero per capitoli, è regolata per via di Decreto del Re, inteso il Con- 
siglio di Stato. Sono similmente autorizzate per via di decreti del Re, 
inteso il Consiglio di Stato, le inversioni da un capitolo all'altro. 

Queste ripartizioni sono applicabili agli Stati - discussi dell'anno. 

Art. 32. — A cura anche del Ministero delle Finanze saranno stam- 
pati alla chiusura di ciascun esercizio i rendiconti generali da essere pre- 
sentati ed acclarati dal Corpo legislativo. Saranno stampati non più tardi 
del 1° ottobre di ciascun anno per l'ultimo esercizio chiuso. 

Art. 33. — Ogni emendamento di progetti di legge che venisse adot- 
tato dalla commissione incaricata dell'esame di tali progetti, dovrà senza 
altra discussione essere rimesso per mezzo del Presidente del corpo legi- 
slativo al Consiglio di Stato. Se il Consiglio di Stato lo rigetta, l'emen- 
damento non potrà essere sottomesso alla deliberazione del Corpo le- 
gislativo. 

Art. 34. — Le sessioni ordinarie del Corpo legislativo durano tre 



- 63 - 

diava i senatori e i presidenti delle due Camere; estendeva la 
durata della legislatura a sei anni, ma limitava quella delle sessioni 
a tre mesi. Se le sedute del Corpo legislativo erano pubbli- 
che, i giornali non potevano riferirne che il resoconto ufficiale. 
E inj5ne da notare l'articolo 8, secondo il quale le sessioni pote- 
vano essere convocate dal Re a Napoli o a Palermo. 



mesi. Le sue sedute sono pubbliche, ma la domanda di cinque membri 
basta per costituirsi in comitato segreto. 

Art. 85. — Le sedute del Corpo legislativo potranno essere pubbli- 
cate per la stampa, ma con la semplice riproduzione del verbale compi- 
lato, a cura del presidente, ed inserito nel giornale officiale del Regno. 
Una commissione composta dal Presidende suddetto e dai presidenti delle 
sezioni, esaminerà il verbale suddetto prima d'essere pubblicato. H voto 
del presidente del Corpo legislativo è preponderante in caso di parità. Le 
operazioni e votazioni del Corpo legislativo non possono in altra guisa 
essere attestate, che per mezzo del verbale suddetto. 

Art. 36. — n presidente e vicepresidenti del Corpo legislativo sono no- 
minati annualmente dal Re fra i Deputati medesimi. Il presidente del 
Corpo legislativo riceverà l'annuo assegnamento di duo. 60CX). 

Art. 37. — I Ministri non possono essere membri del Corpo legislativo. 

Art. 38. — Il Re convoca, proroga e .discioglie il Corpo legislativo. 
In caso di scioglimento il nuovo Corpo legislativo sarà convocata fra 
sei mesi. 

Gap. IV. 
Del Consiglio di 8t<Uo, 

Art. 39. — H Consiglio di Stato si compone di Consiglieri di Stato 
ordinarli al numero di 12 per la Sicilia di qua dal Faro, e di 6 per la Sicilia 
di là dal Faro, di Consiglieri di Stato straordinarii che non saranno più di 
8 per la prima e di 4 per la seconda, e di Consiglieri di Stato onorari, che 
non saranno più di 10 per la prima, e di 5 per la seconda. Ci saranno 
inoltre 12 relatori con soldo e 12 uditori, dei quali 4 con soldo ed 8 senza 
soldo, da nominarsi per concorso si gli uni che gli altri. 

Art. 40. — La qualità di Consigliere di Stato ordinario e straordina- 
rio e di relatore del Consiglio di Stato, è incompatibile con quella di Se- 
natore o di Deputato al Corpo legislativo. I Consiglieri di Stato ordinarli 
non possono neppure occupare altra carica pubblica con soldo. Non di 
meno gli u ffizi ali generali di terra e di mare possono essere Consiglieri di 
Stato ordinarli, considerandosi in missione per tutta la durata delle loro 
funzioni in Consiglio di Stato, conservando la loro anzianità. 

Art. 41. — I Consiglieri di Stato ordinarii sono nominati dal Re e da 
lui rivocabili. I Consiglieri di Stato straordinarii sono scelti dal Re fra gli 
alti funzionari dello Stato, per dovere senza altro soldo e indennità inter- 
venire con voto deliberativo nelle assemblee generali del Consiglio di Stato. 
Finalmente il titolo di Consigliere di Stato onorario è conferito dal Re ad 
altri fonzionarii pubblici fuori attività, e che con speciale ordine del Re 



- 64 — 

Con questo Statuto e con l'appoggio di Napoleone, Filan- 
gieri credeva, com'egli notò nei suoi appunti, ^ allontanare la 
rovina " della quale minacciano il Reame la sfrenata ambizio- 
ne del Piemonte, le mene del conte di Cavour, di Mazzini e di 
Garibaldi, nonché la manifesta inimicizia del gabinetto inglese „. 

Il Re non fece buon viso alla proposta, anzi la considerò pe- 
ricolosa e imprudente, ne interpellò su di essa il Consiglio di 
Stato. Rispose a Filangieri poche e confuse parole, die fecero 
ritenere al presidente del Consiglio, che veramente Ferdinando 
II avesse fatto giurare al figlio di non mutare la forma di go- 
verno. Il Re impose al Satriano di tacere su quanto era av- 
venuto, ponendolo cosi nella posizione di esser giudicato leg- 
giero dal Breuier, al quale aveva promesso, forse un po' incauta- 
mente, più di quanto potesse ottenere dal Sovrano. E il Filan- 
gieri, con lettere del 5 e 6 settembre, rassegnò le sue dimissioni 
da presidente dei ministri e da ministro della guerra, allegando 



potranno essere chiamati a intervenire con voto deliberativo nelle suddette 
assemblee generali. 

Art. 42. — I Consiglieri di Stato ordinari! godranno un soldo di an- 
nui due. 2600. I Relatori di annui due. 600, e gli Uditori un soldo di 
annui due. 800. 

Art. 43. — I Ministri di Stato interverranno con voto deliberativo, e 
prendono grado e posto nel Consiglio di Stato. 

Art. 44. — n Re può presedere il Consiglio di Stato. Egli nomina 
il Presidente ordinario del Consiglio medesimo, il quale può presedere anche 
quando lo crede conveniente ciascuna sezione del Consiglio. 

Art. 45. — Il Consiglio di Stato è incaricato di redigere dietro gli or- 
dini del governo, i progetti di legge ed i regolamenti di amministrazione 
pubblica, e di risolvere le questioni che si elevano in materia di ammi- 
nistrazione ordinaria e contenziosa. 

Art. 46. — Il Consiglio di Stato sostiene a nome del Governo la di- 
scussione dei progetti di legge innanzi al Senalo ed al Corpo legislativo. 
I Consiglieri che dovranno prendere la parola a nome del Governo sono 
designati dal Re. 

Art. 47. — Uno speciale decreto del Re stabilirà la ripartizione e at- 
tribuzione delle Sezioni, ed il servizio interno del Consiglio di Stato. 

Disposizioni generali. 

Art. 48. — Le disposizioni dei Codici delle Dae Sicilie e tutte le 
leggi e decreti pubblicati finora, che non sieno in contraddizione col pre- 
sente Statuto, si conserveranno in vigore, fino a che non sieno legalmente 
aboliti modificati. 

* Archivio Filangieri. 



— oo — 

ragioni di età, di salute e di famiglia. Il giorno 7 settembre, 
Francesco II mandò da lui il maresciallo di campo, Francesco 
Ferrari, che gli consegnò una sua lettera autografa, colla quale 
gli si concedeva un permesso di quaranta giorni e gli si ordinava 
di affidare la firma della presidenza a Carrascosa e del ministero 
della guerra, al direttore maresciallo di campo, barone Gaetano 
Garofalo, il quale, nella sua gioventù, aveva preso parte alla cam- 
pagna d' Italia nell'esercito di Murat contro gli austriaci, e go- 
deva fama di ufficialo intelligente. Ecco la caratteristica let- 
tera : ' 

Fortioi, 7 settembre lfa50. 
Caro Principe, 

Non posso esprimervi quanto dolore e quanto dispiacere ò provato nel 
leggere le vostre due lettere, in seguito delle quali non posso, per debito 
di coscienza, astenermi dall'autorizzarvi di farvi aiutare nella firma della 
voluminosa corrispondenza dei due ministeri da Carrascosa e da Garofalo. 
Io però non mi asterrò di continuare a indirizzarmi a voi, quando mi ne- 
cessita, per le varie branche di servizio, in questi momenti principalmente. 

Questa mattina ò visitato il 7° Battaglione Cacciatori: la pace regna- 
va nel quartiere, mangiavano con ilarità l'ottimo ordinario ed il buonissi- 
mo pane. 

Ieri vi avrei desiderato con me, massime ai Granili, ove ttttto in or- 
dine ò trovato: il Sommo Iddio presto presto vi permetterà uscire di casa 
per meco venire a confabulare. Se io non mi trovassi in Napoli in tale 
giorno, basta farmelo conoscere per qui venire subito. 

Il Signore e la Vergine SS. ma conservino sempre in perfetta salute il 
mio amico costante Carlo Filangieri. 

Accettate, caro principe, le parti del costante 

Vostro afF.mo Feanobsco. 

Filangieri eseguì gli ordini e andò ad abitare la villa De Luca 
a Pozzopiano, presso Sorrento, ma sulla porta della camera da 
letto fece apporre un cartello con le seguenti parole : questo scritto 
inibisce l'entrata a chicchesia, perchè prova che o sono fuori, o 
non voglio vedere nessuno. E di fatti si rese invisibile. 

Le dimissioni del principe di Satriano produssero enorme im- 
pressione, e più stupito e addolorato di tutti ne fu il Brenier, il 
quale aveva assicurato il suo governo che il Re di Napoli avrebbe 
quale certamente accolto quel progetto di Costituzione. Il 14 set- 
tembre, Brenier si recò a Pozzopiano e insistè presso Filangieri 



' Arcbivio Filangieri. 



- 66 — 

perchè facesse note le ragioni, che lo avevano obbligato a dimet- 
tersi, anche per scolpare lui, Brenier, presso il suo governo. 

In quello stesso mese giunse a Napoli il generale Eoguet, 
inviato da Napoleone. Roguet era figlio del senatore conte Ro- 
guet, che era stato antico colonnello di Filangieri. Brenier lo 
condusse a Sorrento, e a lui e al Roguet Filangieri fini per fare 
intendere, che le ragioni delle dimissioni erano proprio quelle 
che il pubblico riteneva, cioè che il Re, consigliato dal Papa e 
dagli antichi ministri e intimi del padre, aveva respinta la 
proposta di Costituzione. Roguet gli confessò ohe questo si era 
capito molto chiaramente, e che perciò lo scopo vero della sua 
missione era quello di indurre il Re a concedere lo Statuto. B 
giorno seguente al colloquio, che era il 1" ottobre, Filangieri 
scrisse al Re questa lettera : " Vidi ieri sera il conte Roguet, . . . 
il generale mi disse essere stato incantato di V. M., delle sue 
sembianze, delle sue maniere, del suo contegno, della bella intel- 
ligenza e perspicacia che traspirano nelle sue parole ; ma con 
una soggiunta a questi ben meritati encomii feoemi intendere 
qual era nel fondo l'oggetto della sua missione ; poiché imme- 
diatamente dopo di quello profieri le seguenti parole : " Et si 
cet important, quoique jeune Souverain, comprend sa position, 
celle de l'Italie et celle de l'Europe en general, et se convain- 
cra de la necessitò de donner à son royaume des institutions 
monarchiques et constitutionelles, oomme celles de la Franco, 
non seulement il devrait compter sur le ferme appui de 1' Em- 
pereur Napoléon, mais quelsque soient les événements, il joue- 
rait le premier róle en Italie „. Su di ciò permettendomi d'in- 
terromperlo, replicai : " Et si le Roi n'était d'avis de ne rien 
changer aux lois et aux institutions, qui régissent la Monarchie 
des Deux Siciles, que pensez-vous qu' il arriverait ? Ed egli, 
senza esitare un sol momento, risposemi : Je ne saurais próvoir 
dans ce cas que des malheurs pour votre pays et pour votre 
Souverain „. Il giorno dopo, il Re gli rispose in questi termini 
precisi : " Ho letto attentamente la vostra lettera di ieri, e più 
mi convinco che la rovina di questo povero paese è il pessimo 
contatto ed influenza degli stranieri „. * Contemporaneamente or- 
dinava a Carafa d'insistere presso Antonini, perchè facesse nota 



Archivio Filangieri. 



- 67 — 

al conte Valewski la ingerenza o inframettenza di Brenier per 
la concessione dello Statuto. È anche da ricordare un'altra let- 
tera, che Filangieri aveva scritto a Brenier negli ultimi giorni 
di settembre, per far impedire che Garibaldi varcasse la frontiera 
napoletana, come in quei giorni si temeva, e per cui era stato 
formato il campo trincerato negli Abruzzi, sotto il comando del 
Pianell. Brenier gli aveva risposto ohe l'avrebbe fatto, ma ag- 
giungeva : " Je comprends, que l'on use de toutes les précautions 
possibles pour repousser une attaque venant de ce coté ; qu' on 
envoie éventuellement un corps d'armée ; mais je vous prie, mon 
Prince, de ne pas oublier, que vous avez entre les mains le 
projectile le mieux fait pour attaquer Garibaldi et écraaer l'in- 
fame, comme disait Voltaire d' un tout autre ennemi. Ce projec- 
tile serait d' un eflfet certain selon moi, puisqu' il aurait pour 
efFet de briser l'arme de Garibaldi la plus redoutable: le mé- 
contentement des populations „. 

Filangieri mandò originalmente questa lettera al Re, unen- 
dovi altra copia dello Statuto presentato il 4 settembre, quasi 
credesse all'efficacia di un nuovo tentativo. Il Re lo ringraziò 
e gli restituì la copia senza dir nulla in proposito. 

Il 16 ottobre, il principe di Satriano riscrisse al Re, insi- 
stendo nelle dimissioni e il Re rispose, invitandolo a pranzo, 
alla Favorita. Il Filangieri, mostrandosi gratissimo, soggiunse 
nella risposta : . . . . '^ Si degni V. M. giovedì venturo (era il giorno 
fissato al pranzo) di accogliere benignamente, nella mia persona, 
il Suo devoto aitaccatisaimo aiutante generale, e non più il Suo 
ministro, poiché decisamente la mia età e la mia salute non mi 
permettono in nessun modo, di affrontare nuovamente, e di resi- 
stere al lavoro agitato e tormentoso, pei tristi tempi nei quali vi' 
viamo, alle angustie ed alle immense responsahilità, inseparabili 
dalle funzioni ministeriali „ . E il 18 ottobre^ fa seguire a que- 
sta, altra lettera insistente, che si chiudeva cosi : " Riprenda, 
Signore, i miei portafogli, e mi ritenga nell'ambita destinazione 
di Suo fedele soldato „. * 

L' insistenza di Filangieri era effetto, in parte, del suo ca- 
rattere vivace e suscettibile, e in parte delle mutazioni che, ap- 
pena allontanato lui, si erano compiute nel ministero, a sua in- 



' Archivio Filangieri. 



— 58 — 

saputa. Al mite Casella, nella direzione della polizia, era stato 
sostituito l'Ajossa, dopo che si era obbligato il Casella a man- 
dare una circolare segreta agl'intendenti, in data 22 giugno, 
colla quale s' imponeva loro di non tener conto del decreto del 
16 giugno, relativamente agli attendibili! .... 

Era stato formato intanto al confine di Abruzzo un campo 
militare, sotto il comando del Pianell, lasciandosi credere che 
avesse per iscopo meno di tutelare la frontiera napoletana, 
quanto di dar braccio forte alle truppe pontifìcie, qualora fos- 
sero assalite da corpi di volontari o da forze regolari. Que- 
sto corpo di osservazione era appoggiato alla fortezza di Civi- 
tella ed era sostenuto da una parte della squadra, sotto il co- 
mando del capitano di fregata Napoleone Scrugli, clie comandava 
il Tasso. Un furioso fortunale disperse i pochi bastimenti, e il 
Tasso arenò alla foce del Tronto per imperizia, si disse, del co- 
mandante, la quale imperizia fu però unanimemente esclusa dagli 
uomini di mare. Di quell'arenamento disgraziato lo Scrugli, che 
era un brav' uomo, ma irascibile e di scarsa cultura, fu inconsola- 
bile per tutta la vita. Le altre due navi, la Veloce e il Fieramo- 
sca, erano comandate, la prima da Barone e la seconda da Flo- 
res. Era imbarcato a bordo della Veloce Paolo Cottrau, alfiere di 
vascello, giovanissimo e vivacissimo. Nelle sue lettere alla fa- 
miglia egli parlava a lungo di quella stazione navale, molto noio- 
sa, descrivendo con mirabili colori la costa abruzzese. Ecco il 
brano di una sua lettera del 9 ottobre, da tata da Giulianova: 

Questa nostra stazione in Adriatico comincia ad annoiarci , come 
credo avervi detto più volte, tanto più che non se ne vede punto la fine. 
Le coste della Puglia e quelle degli Abruzzi clie noi percorriamo sono senza 
dubbio belle e le ultime soprattutto presentano in taluni punti, come il 
Vasto, Ortona e Giulianova, delle bellezze comparabili solo, per dolcezza 
di contorni e splendidezza di luce, a quelle del nostro caro Cratere. Nel 
fondo qui vedi le maestose cime culminanti di questo gruppo d'Appennino : 
la Maiella, il Gran Sasso d'Italia, che il sole indora dei suoi raggi molto 
prima dell'umile Marina e sulla cui cima l'aquila si annida solitaria. Poi 
delle vaste pianure con dolce declivio, irrigate da molti fiumi, ubertose e 
coperte di vigne, di case e di giardini, scendono verso il mare; ma per lo 
più non vi giungono, il loro ultimo lembo fermandosi ad una certa al- 
tezza in modo che quasi ti presentano un alto piano, come è per esempio 
il Piano di Sorrento o la Valle Equana ; solo che qui, al disotto di questo, 
tu vedi un altro piano, un altro pendio, la marina, che pare proprio l'an- 
tico fondo del mare rimasto a secco. 



- 69 - 

La formazione di questo corpo alla frontiera, preceduta da 
una dichiarazione del Re, piena di ostentata riverenza al Papa, 
ridestò i sospetti del Piemonte, dal quale furono chieste spiega- 
zioni, e fece pessima impressione a Parigi, temendo l' Imperatore 
che quel nerbo di truppe potesse all'occorrenza aiutare le mi- 
lizie pontificie, arruolate fra i legittimisti di Europa con a capo 
il Lamoriciere. Nell'interno, la polizia con Ajossa alla testa 
non trovava posa. Filangieri sentiva di non poter più oltre 
tollerare la responsabilità, anche lontana, di tanti errori e tornò 
a insistere nelle dimissioni, fino a che il 31 gennaio 1860, 
con affettuosa lettera scritta anche di suo pugno, Francesco II 
lo esonerò dalle cariche di presidente del Consiglio e di mini- 
stro della guerra. Ma il decreto ufficialo non venne fuori che 
alla metà di marzo, quando contemporaneamente il Re chiamò 
a succedergli, nella presidenza, il decrepito principe di Cassaro 
e un altro vecchio, il generale Winspeare, nel ministero della 
guerra. Cosi ebbe fine quel curioso periodo di governo, nel 
quale i più importanti decreti erano sottoscritti nella comica 
forma : per il presidente del Consiglio dei ministri e ministro della 
Guerra impedito, il ministro senza portafoglio — Raffaele Car- 
rascosa. 

La nomina del principe di Cassaro fu una vera esumazione. 
Non aveva aderenti né a Napoli, ne in Sicilia e gli mancava 
ogni autorità di governo. Volle che al Cumbo, ministro di 
Sicilia, nominato da Filangieri, fosse sostituito il principe di 
Comitini, che accettò, ma poi, pentito o impaurito, non ne volle 
più sapere. Il Cassaro fu solo in apparenza il ministro di Sici- 
lia, mentre in realtà lo fu il direttore Bracci, devoto al Cassisi 
e nemico di Filangieri. Questi passò gran parte dell'inverno 
del 1860 a Pozzuoli, nella villa Avellino, assistito affettuosa- 
mente dalla figlia a lui prediletta, Teresa, la quale, fra mille 
ansie, vegliava alla salute dell'unica figliuola inferma. A Poz- 
zuoli, Filangieri trovò modo di occupare il suo tempo, studiando 
problemi idraulici e militari. Né il Re, ne i ministri lo richie- 
sero più di consiglio, finché non vennero dalla Sicilia le prime 
notizie allarmanti. 



CAPITOLO III 



SoMUABio: Esposizione artistica del 1859, paragonata a qnella del 1855 — Pit- 
tori e scultori che vi presero parte — Il Bozzelli critico — Morelli, Mal- 
darelli, Celentano, Mancinelli, Vertunni e Di Bartolo — Il conte di Sira- 
cusa e Alfonso Balzioo — Il pensionato di Boma e l' istituto di belle arti 
— I fratelli Palizzi e la scuola di Filippo — I morti e i superstiti — L'or- 
dinamento degli scavi d'antichità e del Museo d'archeologia — Giuseppe 
Fiorelli e i suoi casi nel 1848 — Processato, imprigionato e destituito — 
Lavora in un negozio di asfaltista per campare la vita — Diviene segre- 
tario del conte di Siracusa — Quanto l'Italia gli deve! — Il prosciuga- 
mento del Fucino e il principe Torlonia — Varie vicende dell'opera — La 
medaglia di Vittorio Emanuele. 

Nell'estate di quell'anno si tenne in Napoli un'esposizione di 
belle arti, che fu visitata il 3 ottobre, dal Re, dalla Regina e da tutta 
la Corte. Erano corsi quattro anni dalla mostra del 1856, inaugu- 
rata dal Re ai 30 di maggio, nelle sale del museo borbonico. Al- 
lora i lavori d'arte esposti superarono il numero di 800 e tra 
gli espositori principali ricordo Niccola Palizzi, uno dei tre 
fratelli di Filippo, Domenico Morelli, Alfonso Balzico, Federico 
Maldarelli, Saverio dell'Abbadessa, il Mancini, il Mancinelli, Ber- 
nardo Celentano, con due grandi quadri. San Stanislao Kostka 
infermo a morte, e Santo Stefano al sepolcro, dopo il martirio, 
nonché Biagio Molinari, ch'espose la Schiavitù degV Israeliti in 
Egitto. Il soggetto di questo quadro era un'allegoria alle tristi 
condizioni politiche del Regno, suggeritagli da Alfonso Casano- 
va, e del quale il Molinari era entrato in dimestichezza- per mezzo 
del suo concittadino, amico e protettore Giuseppe Antonacci, 
ch'era cognato del Casanova, e dal quale fu acquistato il quadro. 
Molinari dipinse nel 1869, col valoroso Ignazio Perricci, gli affre- 



— 62 — 

schi in Castelcapuano e morì giovane, a quarantatre anni, nel 
28 maggio 1868. Gli amici gli eressero un monumento nel cam- 
posanto di Napoli, con un busto in marmo, opera di Tommaso 
Solari. Alfonso Balzico, non ancora trentenne, espose parecclii 
lavori, e più apprezzato fra tutti, fu il Noli me tangere^ cke rap- 
presentava, in proporzioni maggiori del varo Cristo e la Mad- 
dalena: gruppo molto pregiato e di cui il Mastriani scrisse un 
articolo laudativo nella Rondinella, e raccolse anche dal Re 
vivi elogi. Il critico di quella mostra fu il Bozzelli, il quale, 
ritiratosi dalla politica, era presidente della Società reale borbo- 
nica, ed abitava il pianterreno del palazzo Latilla. Il Bozzelli 
intitolò le sue critiche Cenni estetici, ma altro^che estetica e quale 
critica ! Chiamava la Santa Vittoria del * Maldarelli quadro lo- 
datissimo; del bozzetto del telone di San Carlo del Mancinelli di- 
ceva : quest'opera fa onore alla scuola napoletana, ed è ormai 
tempo che si cessi dall' invidiare a noi stessi le nostre glorie] e 
del paesaggio del Mancini: paesaggio, con verità di piani, arric- 
chiti di pecore e di pastori, e di bella esecuzione per opportuno 
colorito. Ecco tutta la critica. 

La mostra del 1859 riuscì più copiosa, ed ebbe critici forse più 
competenti, ma non meno iperbolici. Fra i dipinti levarono rumore 
i Cani da caccia di Niccola Palizzi, e piacquero il Martirio di San 
Trifone di Beniamino d' Elia, i quadri di Ruggiero, di Toker, di 
Capocci, di Oaldara, di Mancini, di Spanò, di Jovine e di Postiglio- 
ne, e i paesaggi di Fiorelli, di Cortese, di Pagano, di Edoardo Dal- 
bono e di Achille Vertunni. Vi erano però, fra tutti questi ar- 
tisti, grandi disparità di merito : alcuni erano ultimi campioni 
dell'arte decadente; altri destinati a rappresentare il progresso 
dell'arte nuova, come il Palizzi, il Vertunni e il giovane Dal- 
bono. Il Mancinelli, padre di Gustavo, fu giustamente conside- 
rato come il caposcuola dell'ultima falange degli accademici, la 
quale ora si giudica ben altrimenti da quello che era giudicata 
trent'anni fa. Il Mancinelli, infatti, ha lasciato di quell'arte do- 
cumenti importanti, fra i quali basterebbe ricordare il San Carlo 
Borromeo che comunica un appestato, quadro che fu stimato ai 
suoi tempi, e può essere stimato anche oggi, una forte opera 
d'arte. Maravigliosi, per purezza di disegno, i suoi cartoni, i 
quali, specialmente quello della Morte di Giacobbe, meriterebbero 
di essere collocati in una pubblica pinacoteca. 



— 63 - 

Carlo Tito Dalbono scrisse nel Nomade varii articoli sulla 
mostra, e portando a cielo il quadro del Palizzi, concluse enfa- 
ticamente: " Viva te e i tuoi cani; essi ti faranno miglior com- 
pagnia di certi ttomini d^oggi! „. I premiati non furono molti. 
Al conte di Siracusa, che aveva esposte cinque statue di varie 
dimensioni, e fra esse il Gladiatore ferito, molto lodato, venne ag- 
giudicata una medaglia d'oro stragrande. Medaglia d'oro ebbe 
il Yertunni; medaglie d'argento, il catanese Francesco di Bartolo, 
che già si affermava incisore di gran talento, Euriso Capocci ed 
Eduardo Dalbono. Onorevole menzione ebbe Domenico Morelli, 
non ricordo se per ^'Iconoclasti o per i Martiri cristiani. La 
medaglia d'oro aggiudicata al Vertunni riscosse il plauso ge- 
nerale, perchè tutti ricordavano questo giovane elegante, che 
ad un tratto aveva volte le spalle ai codici, era andato a Roma, 
vi aveva aperto studio e in pochi anni si era affermato pittore 
insuperabile della campagna romana. Albe, tramonti, stagni 
con bufali, acquedotti mozzi, bestiame brado, Ostia, Porto d'An- 
zio e Astura: ecco i soggetti dei suoi quadri. Capocci, Cortese, 
Raffaele Tancredi, Fiorelli e Mancini facevano con onore le 
prime armi in arte. Fiorelli, fratello dell'archeologo, morì gio- 
vanissimo; gli altri son venuti in gloriosa fama. 

Napoli aveva, al pari di altri Stati, un pensionato in Roma, 
dove mandava a perfezionarsi i più valorosi fra i suoi giovani 
artisti. Il pensionato aveva sede all' ultimo piano della Farne- 
sina, proprietà del Re. Lo dirigeva il commendatore Filippo 
Marsigli, noto autore della Morte di Marco Bozzari e della 
Morie del conte Ugolino, e monsignor Santelli n'era l' ispettore ec- 
clesiastico. Il pensionato durava sei anni. Gli ultimi artisti, 
mandati da Ferdinando II in Roma, furono Raffaele Postiglione 
ed Angelo Scetto, pittori ; Antonio Cipolla e Pasquale Veneri, 
architetti e Tommaso Solari, scultore, i quali tornarono in Na- 
poli alla fine del 1847. 

I moti del 1848 consigliarono Ferdinando II a non inviar 
più giovani artisti a Roma, e cosi continuarono a bandirsi i con- 
corsi per pensioni in Roma, ma con la residenza in Napoli. Sem- 
bra un bisticcio, ejìpure dal 1848 al 1860 continuarono a con- 
cedersi borse di perfezionamento ad artisti per il pensionato di 
Roma, ma con l'obbligo di stare a Napoli o di andare per qual- 



- 64 - 

che tempo a Firenze. I giovani del pensionato di Eoma rinsci- 
vano quasi tutti professori nell' istituto di belle arti, diretto da 
Pietro Valente, assistito da due ispettori ecolesiastioi, don Gen- 
naro Sommella e don Michele Yalvo. V insegnavano il Manci- 
nelli, l'Aloysio Juvara, Cammillo Guerra, Luigi Arnaud, Raffaele 
Postiglione e Gennaro Ruo. I primi artisti, che alla fine del 
1848 vinsero i concorsi per studiare a Eoma, ma viceversa stu- 
diarono a Napoli e a Firenze, furono Saverio Altamura e Do- 
menico Morelli per la pittura ; Antonio Sorbilli ed Alfonso Bal- 
zico, per la scultura ; Giustino Fiocca e Giuseppe Sorgente, per 
l'architettura. Niccola Palizzi, fratello di Giuseppe e di Filippo, 
ottenne nello stesso anno la nuova pensione, istituita per lo stu- 
dio del paesaggio. Egli mori nel fiore della vita, paesista vigo- 
roso, più per intuito che per studio, restando però inferiore ai suoi 
fratelli Giuseppe e Filippo, ohe l'uno in Francia, l'altro in Italia, 
pervennero ad alta fama. Un quarto fratello, Francesco Paolo, 
andato anche lui a Parigi, ove dipingeva con successo la Natu- 
ra morta, mori giovanissimo. I fratelli Palizzi erano di Vasto, 
e Filippo, meritamente considerato un maestro caposcuola della 
nuova maniera della pittura, ispirata dal vero, fu un maravi- 
glioso interprete della natura vivente, soprattutto per gli ani- 
mali e specie per gli asini, i quali grazia a lui, furono accolti 
nei più eleganti salotti di Europa e di America. Egli ap- 
parteneva alla scuola detta di Posillipo, la quale lavorava 
all'aria aperta, al cospetto della grande natura, mentre nell'Ac- 
cademia si studiava il pezzo, a luce voluta. Ebbe lo studio al 
vico Freddo, ora strada Poerio ; poi al vico Cupa alla Itiviera, 
prima che passasse in uno dei due studii, che Giovanni "Won- 
viller, mecenate dell'arte napoletana di quel tempo, fece per 
lui e pel Morelli costruire a bella posta nel suo palazzo, in 
via Pace. Lo studio, che Filippo Palizzi aveva al vico Cupa, 
rimpetto all'antico gazometro, era modestissimo, ma fu là che 
egli visse gli anni più belli della sua vita artistica. In quel 
tempo i forestieri convenivano numerosi a Napoli e vi si fer- 
mavano per lungo tempo : tutti visitavano quel piccolo tempio 
dell'arte, in quella sudicia via. Il Palizzi vi dimorava quasi 
solitario, chiuso nella durezza e nella taciturnità del suo carat- 
tere ; vi si raccoglieva dopo le sue campagne artistiche, che d'ordi- 
nario faceva a Cava dei Tirreni ; e là, riuniti i suoi bozzetti, 



- 65 - 

componeva quadri che i forestieri compravano a prezzi rilevanti 
per quei tempi, ma che ora farebbero ridere, tanto modesti erano 
rispetto a quelli di oggi. Aveva inoltre una piccola famiglia di 
animali vivi, che erano i suoi modelli e i suoi migliori amici, 
come diceva lui. Filippo Palizzi è morto di recente a ottan- 
tun'anni compiuti, e l'ultimo suo lavoro fu un quadro per la 
chiesa di San Pietro di Vasto, sotto il quale scrisse, dopo averlo 
compiuto, queste parole : 

" Oggi 16 giugno 1898 compio anni 80, e sto lavorando in 
" questo quadro JEcce Agnus Dei, promesso in dono alla Chiesa 
" di San Pietro del mio paese nativo, Yasto. Questa tela io 
" eseguo con gran trasporto, e spero portarla a termine felice- 
" mente. Mi auguro che i miei concittadini l' accetteranno di 
" buon grado e vorranno conservarla in memoria dell' affetto 
" grande del loro concittadino Filippo Palizzi „. Ma fu in quegli 
anni tra il 1857 e il 1859, quando esegui il bellissimo ritratto 
del fratello Giuseppe, ora conservato nel museo Filangieri, e i 
due quadri per la sala da bigliardo di Andrea Colonna, che il Pa- 
lizzi raggiunse l'apice della sua rinomanza. 

La scuola, alla quale il Palizzi appartenne, fu la ripercussione 
del movimento rivoluzionario dell'arte, iniziato in Francia dalla 
scuola detta del 1830, ed ebbe, in Napoli, campioni non trascu- 
rabili, come il Duclaire, il Pitloo, i Carelli, ma soprattutti Gia- 
cinto Gigante, che può considerarsene l' iniziatore, essendo stato 
precursore dello stesso Palizzi. Gli acquarelli del Gigante sono 
lavori da resistere al più severo esame critico. Disgraziatamente 
poco si conserva di lui, ma basta citare l'interno della cappella 
del tesoro del duomo di Napoli, quadro bellissimo che si ammira 
nella pinacoteca di Capodimonte. 

Morto giovane, Giustino Fiocca lasciò fama di se in opere 
idrauliche, in ponti e strade. Domenico Morelli, che trovavasi 
il 16 maggio al palazzo Lieto e fu ferito alla faccia, lavorò con 
tenace fede ed acquistò grande celebrità. Derivato anche lui 
dalla nuova scuola, se ne fece* maestro, poiché ai principii na- 
turalistici dell'arte nuova aggiunse un alto sentimento di poesia, 
il quale rivela l'artista assai più del pittore. La sua indole fan- 
tastica egli la esprimeva non solo nell'arte del dipingere, ma an- 
che, vorrei dire, nel dipingere l'arte. Il suo aspetto, la sua ma- 

Db Cesare. La fine di un Regno - Voi. II. 5 



- 66 — 

niera di vestire, la sua voce, il lampo dei suoi profondi occhi 
neri, un senso di mistero, clie egli dava alle sue parole, fa- 
cevano di lui una specie di mago: qualità tutte, delle quali 
egli possedeva piena coscienza e di cui si serviva abilmente 
per trasfondere il suo pensiero in quello dei giovani. Viag- 
giando molto in Italia , e rappresentando egli quella scuola 
che da Napoli traeva origine, diffuse fra i giovani artisti ita- 
liani di quel tempo il nuovo verbo, ond'è che presto la sua 
fama divenne più italiana che napoletana. Fu nello studio al 
palazzo Wonviller, che compi le opere più belle della sua 
seconda maniera, come la Madonna del barone Compagna, il 
Tasso dello stesso Wonviller, la Odalisca del Maglione ed altre. 
Oggi, da tutti riverito e stimato, è senatore del Regno. Balzico 
vive a E-oma e porta allegramente il peso degli anni e del de- 
naro che ha accumulato col lavoro. A Torino, a Roma e a Na- 
poli vi son traccio luminose del suo scalpello. Saverio Altamura, 
il forte autore del Trionfo di MariOj acquistò alto nome in arte, 
dipingendo i soggetti più opposti con la stessa vigorìa di senti- 
mento e di colorito. Le esequie di Buondelmonte, il Ritratto di 
Carlo Troja, che è alla pinacoteca di Firenze, sono antiche sue 
opere, che destano anche oggi viva ammirazione. Bel giovane 
ai suoi tempi, fu assai fortunato con le donne, anche in età ma- 
tura. Figurò tra i più ardenti nel 1848, e quando venne la rea- 
zione, il conte di Aquila lo fece fuggire e stette in esilio alcuni 
anni. E morto vecchio, povero e assai rimpianto. Foggia, sua 
città natale, gli ha decretato un monumento. Achille Vertunni 
mori a E-oma, dopo lunga infermità, due anni or sono, e di quel 
suo magnifico studio in via Margutta, già ritrovo di tutta una 
società artistica cosmopolita, non rimane più nulla. Grande ar- 
tista e gran signore, guadagnò quanto volle e tutto spese. Fatto 
segno al rispetto e all'amore dei suoi concittadini e di quanti ama- 
no l'arte, vive a Catania il mio carissimo Francesco di Bartolo. 

La singolare topografìa antica del Regno e le tradizioni di 
dotti studii archeologici, impiantatevi dal capuano Mazzocchi, 
erano condizioni assai favorevoli ad assicurare sviluppo pieno e 
completo degli studii . antiquarii nel Napoletano. Ma invece un 
ordinamento legislativo solo formale, le pastoie imposte ad ogni 
ramo di cultura e quel senso di decrepitezza, che investiva gli 



- 67 — 

organi tutti del governo borbonico, produssero il loro effetto le- 
targico anche in questa parte della cultura nazionale, nel Museo 
borbonico, come sugli scavi di Pompei e sulle stesse pubbli- 
cazioni archeologiche. 

La tutela sulle antichità era regolata da due decreti de' 13 
« 14 maggio 1822. Severissime prescrizioni colpivano gli espor- 
tatori e coloro, che in qualsiasi modo si attentavano a modificare 
lo stato dei monumenti antichi, né era lecito procedere a scavi 
-di sorta, senza permessi e lunghi piati. Siffatti rigori, impron- 
tati dal famoso editto Pacca di Roma, naufragarono innanzi alle 
abitudini partenopee ed alla corruttela politica delle supreme 
autorità, e si risolvevano o in abusi contro determinate per- 
sone, o in eccezioni e favoritismi in prò di altre. Divenne fa- 
moso un ministro, che si formò una cospicua collezione di anti- 
chità col prodotto degli scavi. Per agevolare queste turpitudini 
e sfuggire a siffatti rigori, si contaminava il patrimonio della 
scienza con false indicazioni. Si attribuivano al Lazio oggetti 
ritrovati nella Puglia, all'Etruria altri di Campania, e scavi operati 
venti trent'anni innanzi, si gabellavano per ritro^^amenti recen- 
tissimi. Cosi la ricostruzione del complesso delle singole scoperte 
divenne, per la scienza, diflficilissima, se non impossibile. E in- 
calcolabile il danno arrecatole dall'avidità del Santangelo, che 
perturbò gravemente gli effetti della legge, nonché l'azione della 
commissione suprema di antichità e belle arti. Questo Istituto, 
che rimontava a' tempi di Murat, si trasformò, solo per un decreto 
del 7 dicembre 1856, in Sopraintendenza degli scavi e del Mu- 
seo. Aveva attribuzioni scientifiche ed amministrative, ma più 
di nome che di fatto. 

Il più deplorevole disordine regnava nelle ricche collezioni 
del Museo, a buon diritto noverato tra' primi di Europa, per 
l' importanza e il numero immenso delle opere d'arte raccoltevi. 
Ammassate e chiuse nei magazzini giacevano le antiche pitture 
murali di Pompei. La raccolta epigrafica, disposta ancora se- 
condo le classi dello Smezio e del Pauvinio, ristabilita nel 1823 
dall'abate Guarini, si era quasi duplicata ; ma le lapidi soprag- 
giunte rimanevano confuse con le precedenti o disseminate per 
l'androne e pe' giardini del Museo ; i frammenti di uno stesso 
marmo deposti in luoghi diversi; i titoli falsi o sospetti accop- 
piati ai genuini ; uniti a' marmi antichissimi quelli delle età più 



— 68 - 

recenti ; di ordinamento geografico in codeste iscrizioni neppure 
l'inizio. E dire die il Mommsen avea pubblicato il Corpus 
delle iscrizioni antiche del Napoletano, disposte geograficamente^ 
sin dal 1852! Più strana vicenda ebbe nel Museo una certa 
raccolta cbe chiamarono, ed in parte era, pornografica, che fu or- 
dinata nel 1819, da Francesco I, allora duca di Calabria, nel fine 
di chiudere in una stanza gli oggetti osceni o tenuti per tali, 
e renderli più o meno visibili, con uno speciale permesso del 
Re, sino al 1849. Ma nel 1852, trasportati tutti quegli oggetti 
in un antro, ne fu murata la porta, " perchè si distruggesse qua- 
lunque esterno indizio della funesta esistenza di quel gabinetto, 
e se ne disperdesse per quanto era possibile la memoria „. Quat- 
tro anni appresso, si tolsero poi dalla pinacoteca e si chiusero 
in luogo umido ed oscuro trentadue quadri e ventidue statue di 
marmo, perchè, si disse, corrompitrici della morale! Yi erano 
tra' primi la Danae del Tiziano, la Venere che piange Adone di 
Paolo Veronese, il Cartone di Michelangelo con Venere ed Amore, 
le Virtù di Annibale Caracci e, tra le seconde, la Nereide sul 
^istrice, che sarebbe stata distrutta, " se lo scultore Antonio Cali 
si fosse ricusato più volte ad occultare, con restauri di marmo, 
le nudità della figura „ . L' istessa raccolta delle statue di bron- 
zo, tesoro speciale del Museo di Napoli, era divisa tra grandi e 
piccole, ne' corridoi o tra gli utensili di bronzi : il palmo o la 
mezza canna era stato l'unico criterio scientifico che avea presie- 
duto al loro ordinamento ; non si era neppur pensato al canone 
fondamentale per la storia dell'arte, che la materiale vicinanza 
di ogni opera di scultura servisse allo studio dello sviluppo sto- 
rico della plastica ! Dei papiri della biblioteca Ercolanese rima- 
nevano non svolti e non disegnati, epperò inediti, quasi 1270 
dei 1763, che costituiscono i preziosi avanzi della biblioteca greca 
e latina rinvenuta in Ercolano nel 1752. 

Non ebbero miglior sorte gli scavi di Pompei. Per un vizio 
di origine, che rimontava ai primi scavi tentati nel secolo pas- 
sato, questi erano stati diretti meno a restituire alla luce l'an- 
tica, bellicosa ed opulenta città dei Sanniti, e a palesare alla 
scienza la vita tutta loro e dei Romani, che a rinvenire una 
maggior copia di oggetti antichi. Tale era stato lo scopo dello 
prime ricerche a' tempi di Carlo III, tale si mantenne negli ul- 



- 69 — 

timi anni della Monarchia. Si scavava a solo scopo di avidità. 
Pompei era un campo, un tesoro da sfruttare: lo cliiamavano, 
come Caserta, un real sito. Quando uno scavo cominciato si 
credeva poco fruttuoso, lo si abbandonava presto. Cosi molti 
«difìzii rimanevano in parte inesplorati, altri nuovamente ingom- 
bri, se non ricoperti, da monticelli di pomici e di ceneri, per 
gli scavi adiacenti. Una specie di tela di Penelope. Si lavo- 
rava senza scopo scientifico e senza alcuna scientifica serietà. 
Pompei era divenuto un luogo di ricbiamo dei forestieri a Na- 
poli, un luogo da soddisfare soprattutto la curiosità de' regnanti e 
de' principi, che vi capitavano, e da fornire uno svago per la Cor- 
te istessa. Gli scavi operati dal 1855 al 1860 furono misera cosa. 
In media non lavoravano più di venticinque operai al giorno, 
adibiti, s'intende, anche alla ordinaria manutenzione, cosi che ben 
pochi ne rimanevano per i nuovi scavi. Questi, negli anni di 
cui parlo, si limitarono ad aprire la via detta di Oleonio, che, dalla 
Stdbiana va ad incontrare l'altra àeW Abbondanza. Lungo e fa- 
ticoso fu il lavoro al disterro del peristilio delle nuove Terme, 
e del sotterraneo del tempio della Fortuna. La casa più im- 
portante, che venne in luce in questo tempo, fu quella della 
famiglia Popidia, detta volgarmente del Citarista, edifizio che 
levò gran rumore presso gli archeologi, come fra' dilettanti, 
per la magnificenza signorile, per il grandioso viridario, cinto da 
portico di diciotto colonne, per gì' insigni dipinti che fregiavano 
le mura dell'esedra, e che ora sono tra' più celebri del museo di 
Napoli. Non capitava forestiero, al quale le guide non additassero 
V Arianna addormentata, cui si approssima Bacco, e l'Oreste e Pi- 
lade innanzi a Toante, col ratto dell'idolo di Diana, che Ifigenia 
tenta : opere ritrovate tutte nella casa del Citarista. 

La Corte si recava normalmente una o due volte all'anno 
agli scavi pompeiani. Frequenti occasioni si dettero a tali gi- 
te, specialmente durante l'anno 1855. Vi andò col duca e la 
duchessa di Brabante ai 18 giugno ; pochi di appresso, il 6 
di luglio, col Re di Portogallo ed il duca di Oporto, che fu poi 
il genero di Re Vittorio Emanuele ; nell'agosto coll'arciduca Mas- 
similiano d'Austria; il Re, la Regina ed i principi reali vi ri- 
tornarono il 27 settembre, e di nuovo la Regina con gli arcidu- 
chi d'Austria, a' 9 di novembre. Ma di tutta la Casa reale il solo 
vero appassionato visitatore di Pompei era don Leopoldo, conte 



-To- 
di Siracusa. Egli vi andava con la sua nota coterie elegante, 
e col Fiorelli, che n'era il segretario e la magna pars, e nel 
biennio 1855-56 vi tornò non meno di quattro volte. Nei due 
anni seguenti le gite della Corte e de' principi esteri si fecero 
più rade; durante il 1857 vi andarono il Re di Baviera, il prin- 
cipe d'Orange e quelli di Joinville; a' 18 settembre vi tornò 
sempre con la famiglia reale Ferdinando II, e questa fu per lui 
l'ultima gita alla monumentale necropoli. Sul finire del 1858 
vi si recarono i ducbi di Modena ed il principe Alberto di Prus- 
sia. E mentre la Corte stava a Bari per la malattia del Re, 
tornarono a Pompei gli arciduchi di Austria. L'ultimo principe 
di casa Borbone che la rivide, fu il conte di Siracusa nel giorno 
19 settembre 1859, e lungamente si fermò quella mattina nella 
casa del Citarista. 

Durante l'anno 1860 i lavori a Pompei tacquero affatto. Si 
trasandarono persino le riparazioni ordinarie. Solo a' 20 di di- 
cembre, fra insolita attività di centinaia di operai, in prossimità 
del tempietto d' Iside e delle nuove terme, ricominciarono le 
nuove ricerche, quelle che assicurarono le sorti avvenire della 
storica necropoli, che acquisirono alla scienza non dimenticabili 
scoperte e dettero fama europea a Giuseppe Fiorelli. 

Sopraintendente degli scavi di Pompei e del Museo di Napoli 
sin dal 1851 era Domenico Spinelli, principe di San Giorgio. 
L'avo suo era stato vittima dei sanfedisti nel novantanove. Nel 
mondo ufficiale passava per uomo dotto in numismatica, ma nella 
società si susurrava che la nota opera apparsa sotto il suo nome 
intomo alle monete cufiche non fosse tutta farina del suo sacco. 
Attorno allo Spinelli vi erano don Bernardo Quaranta, Giam- 
battista Finati e Stanislao d'Aloe. Dell'amministrazione del 
Museo facevano anche parte Fausto e Felice Niccolini, che pub- 
blicarono una grande opera su Pompei, splendida più per lusso 
di carta e di disegni, che per valore archeologico. Né bisogna 
dimenticare don Giulio Minervini, finito anche male. Dirigeva 
gli scavi pompeiani l'architetto Genovese, capo locale del per- 
sonale era don Raffaele Campanelli, e soprastante capo don An- 
tonio Imparato. A guardare la necropoli avevano messo i Ve- 
terani; libero ne era l'ingresso; ma il più gran disordine re- 
gnava nel personale, e i visitatori soggiacevano a richieste pe- 
tulanti e indecorose di mancia continue. 



- 71 — 

Vi era altresì, prima del 1848, un altro ispettore agli scavi 
di Pompei. Un giovinetto, figlio di vecchio e prode soldato 
di artiglieria, mandava nel 1841 da Napoli alcune sue osser- 
vazioni numismatiche all'Istituto tedesco di archeologia di Ro- 
ma. Il suo scritto, sobrio ed acuto, rivelò un vivido intelletto, 
precocemente erudito e fu accolto benevolmente e presto inse- 
rito nel BuUettino già famoso dell'Istituto. Cinque anni dopo 
quel giovane , ventitreenne appena , essendo nato agli 8 di 
giugno 1823, tanto era salito in alto nella estimazione dei suoi 
colleghi, che fu eletto vicepresidente della sezione di archeolo- 
gia nel settimo Congresso degli scienziati. Subito dopo lo nomi- 
narono, per merito, ispettore degli scavi di Pompei. Quel gio- 
vane, benché di famiglia lucerina, come Ruggiero Bonghi, era 
nato a Napoli e si chiamava Giuseppe Fiorelli, e di lui questo li- 
bro ha già fatto più volte menzione. Gli avvenimenti del 1848 
lo trovarono ricco di ingegno, di entusiasmo, di fede negli studii 
e nelle sorti della patria. Fu de' più operosi liberali, e ira' 
custodi di Pompei formò una compagnia di artiglieri, in servizio 
della patria e delle libere istituzioni. Procurati due cannoni, 
offri l'opera sua e de' custodi pompeiani al sottointendente di Ca- 
stellamare, per la guardia nazionale del distretto. Ecco la ca- 
ratteristica ed enfatica lettera, ch'egli scrisse allora, e che venne 
stampata nel Tempo del 10 marzo : 

I custodi delle rovine di Pompei, usati a vivere taciturni tra gli 
squallidi avanzi di un popolo, che da 18 secoli è scomparso dalla terra, 
hanno ivi giurata fedeltà al Re ed alla Costituzione, con un grido che 
rimbombando fra queste solitudini, troverà certamente un'eco nel cuore 
di tutti gl'Italiani, della cui antica gloria, potere ed indipendenza qui go- 
losamente conserviamo molte sacre reliquie. Da questo giorno noi cre- 
diamo avere un obbligo di più verso la patria nostra, quello cioè di essere 
pronti, come ogni altro cittadino, alla difesa delle provvide istituzioni testé 
donate all' Italia dalla sapienza dei suoi reggitori, e benedette dal Sommo 
Pontefice, che iu nome di Dio richiamò su queste acque, gloriose di bellici 
trionfi, su queste terre, tomba di barbari aggressori, su queste Alpi, indo- 
mabili e fiere dell' innata libertà, quella grazia celeste, onde si abbellirono 
queste italiche contrade, già potenti e temute da tutti i popoli del mondo. 

Pertanto il luogo di nostra dimora, e la custodia dei monumenti a 
noi affidati, ne vietano di poterci riunire sotto le insegne della guardia 
nazionale, che per opera vostra, o signore, va bellamente ordinandosi in 
questo distretto, di tal che saremmo forzati a non poter dividere con tanti 
generosi fratelli l'onorevole carico d'impugnare un'arma per la difesa di 
questa patria, amata da noi più d'ogni cosa mortale. Epperò abituati a 
trattare i forti istrumenti delle opero di terra e di costruzioni, abbiamo di- 



- 72 - 

visato dedicarci al maneggio delle artiglierie nazionali, a cui molti citta- 
dini non potrebbero addirsi per la grave fatica ed il lungo e continuato 
esercizio di che abbisognano le manovre de' cannoni. Questo voto di un 
pugno di uomini, lontani dalla società, è sagro ; ed io interprete dei sen- 
timenti di tutti lo presento a Voi, onde ne facciate consapevole il Mini- 
stero dell'Interno, da cui dipendono le forze armate dei cittadini. 

Da questo giorno tutte le opere superanti ai doveri del nostro im- 
piego saranno dedicate ad approvare gli usi e le pratiche dalla vita di un 
artigliere, a me non nuove, perchè, nato di vecchio e prode soldato di ar- 
tiglieria, ed a molti de' compagni note pe' racconti de' padri loro, i quali 
custodi di queste rovine ne' difficili tempi del 1799, tutti corsero all'armata 
ad ingrossare le file degli artiglieri e de' zappatori. 

Cittadino, la nostra volontà è decisa; tra poco 20 uomini potranno 
caricare due cannoni e puntare alla distruzione dei nemici della patria. 
Noi non attendiamo che un vostro appello, il quale ne indichi essere ac- 
cetta alla guardia nazionale del Distretto l'opera nostra, e le non lievi fa- 
tiche che dovremmo durare; e fidate poi nella purezza delle nostre inten- 
zioni, concepite qui dinanzi alle mura di una città osca, che non mai fu 
vinta dalla guerra sociale ; nella fermezza de' nostri proponimenti, giurata 
per l'ombra di quel soldato, che lasciato a custodire la porta Erculanea 
di questa città, trovammo morto al suo posto, mettendo innanzi alla vita 
l'onore ; nell'ardore de' nostri affetti, comechè tutti nati d'appresso a que- 
sto Vesuvio non è guari rimugghiante di spaventevoli tuoni di libertà. 

Il primo squillo di tromba cittadina che ne invita a pugnare all'om- 
bra del vessillo tricolore dell' italico risorgimento, troverà noi desti e pronti 
a seguire i reggimenti della guardia nazionale del distretto ; il lampo de' 
cannoni costituzionali ridurrà cenere il malvagio nemico della italiana 
redenzione, come la folgore del cielo, dove la stella Ausonia ritorna a sfa- 
villare, di fulgidissima luce, quale nelle notti più serene dei secoli che 
furono. 

Pompei, 4 marzo 184S 

L'Ispettore degli scavi di Pompei 
Giuseppe Fiorblli. 

Come si può immaginare, cominciata la reazione, non tarda- 
rono le accuse politiclie a colpire il Fiorelli. Il ministro Lon- 
gobardi nel 4 novembre 1848, su denuncio ricevute, invitò la po- 
lizia del distretto di Castellamare ad indagare sul conto del Fio- 
relli, di Raffaele d'Ambra e di Giuseppe Abate, perniciosissimi 
per carattere torbido, autori di sospette unioni in Pompei nelle 
quali distinguevansi i più esaltati demagoghi. Una inchiesta pre- 
parata da un ispettore di polizia, fu riconosciuta un mese dopo, 
sufficiente ad essere tramutata in un regolare processo penale. 
Ben cinque volte tornò il processo all'esame della Corte criminale, 
fino a quando, prosciolto il D'Ambra, non senza le meraviglie 
de' suoi compagni, il Fiorelli venne tratto in arresto a' 24 apri- 



- 73 - 

le 1849 e poco di poi fu seguito in carcere dall'Abate, ch'era 
pittore e disegnatore a Pompei. Il Fiorelli si difese strenua- 
mente in una memoria scritta nelle carceri di Santa Maria Ap- 
parente, dimostrando che le accuse mossegli partivano da' bassi 
impiegati di Pompei, reclutati dal noto direttore Carlo Bonucci, 
per sfogare gli astii ed i rancori, che si era tirati addosso, per 
aver disvelato tutte le ladronerie che si commettevano da lunga 
data in quella amministrazione. Nonostante le più irrefragra- 
bili pruove delle calunnie ond'erano mosse le accuse di repub- 
blicanismo e di attentato alla sicurezza dello Stato, il Fiorelli 
non potè prima del gennaio 1850, ottenere una sentenza che 
lo metteva fuori carcere per insufficienza di indizii. Ma uscito 
dal carcere, il valentuomo si trovò a vivere come in un de- 
Berto. Destituito dall'ufficio, senza alcun patrimonio, senza po- 
tere far nulla nel campo degli studii, dovette per campare la 
vita, ridursi a lavorare in una officina di asfaltista, certo Erba, 
ed egli ricordava nella sua tarda età di avervi trasportati sugli 
omeri i sacchetti di terra ! Il merito di avere sottratto un uomo 
di tanto valore da così ingrata e vergognosa situazione fu del 
conte di Siracusa, ed è debito di registrarlo a suo onore. 

Questi lo chiamò a suo segretario particolare, sfidando quasi 
gli sdegni della Corte e gli commise la direzione degli scavi, 
che per sua privata munificenza intraprese nell'agro Cumano. I 
lavori cominciarono nel 1863, e presto si scopri l'ubicazione del 
tempio di Giove statore ed un pubblico edificio ricco di marmi 
e di opere scultorie. Menò gran rumore la scoperta di un se- 
polcro greco, adoperato anche ne' posteriori tempi di Diocleziano, 
e, cosa singolarissima, vi furono trovati degli scheletri con te- 
sta di cera. Fu un fatto che rimarrà forse senza esempio, e 
che dette luogo a numerose ipotesi dei dotti, i quali non usci- 
rono mai dal campo delle semplici ipotesi. De Rossi, Cave- 
doni, Quaranta, Minervini, Guidobaldi, Finati, Pisano, Verdino, 
oltre il Fiorelli, dissertarono sulla meravigliosa scoperta. Gli 
scavi Cumani furono i soli dell'epoca, che non si fossero intra- 
presi per speculazione commerciale, epperò vennero condotti con 
riguardo a tutto ciò che poteva avere interesse scientifico. Il 
Fiorelli ebbe lodi ed incoraggiamenti dall'Istituto archeolo- 
gico di Roma. Egli pubblicò due importantissime opere su co- 
deste scoperte, una nel 1853, l'altra nel 1857, che fu specialmente 



- 14. - 

notevole per le magnificile riproduzioni artistiche de' vasi dipinti, 
dalle quali tornò molto onore alla tecnica napoletana. Fu 
come conseguenza di questi scavi, clie si scopri il passaggio sot- 
terraneo tra l'antica Cuma ed il lago d'Averno, e i due pre- 
giati vasi di vetro ritraenti i più celebrati luoghi delle spiag- 
gie di Baia e di Pozzuoli, illustrati nel 1858 dal De Rossi. Fe- 
cero anche altri scavi nell'agro puteolano, in questi anni, lord 
Walpole e il barone di Lotzbeck, mentre lo Scherillo si occupò 
degli sgombri dell'Anfiteatro e del Porto Giulio. 

Ma l'essere stato il Fiorelli quasi divelto a forza dalla quoti- 
diana vita di Pompei, condusse il suo acuto intelletto alla serena 
e comprensiva contemplazione della grandezza di quella città e del 
compito singolare che gli eventi le avevano dato nella storia 
della società umana, come della necessità di esplicarlo e di rag- 
giungerlo in tutta la sua ampiezza. " Sappiamo del gran mondo 
romano, soleva egli dire, dai suoi fasti, dalla immensa lettera- 
tura sua; ma lo conosceremo in modo diverso e meravigliosa- 
mente reintegrato, ed alla scienza utilissimo, quando andremo 
a sorprendere questa loro città, nella sua interezza, quale si tro- 
vava in quella notte de' 23 di agosto del 79 dell'era volgare ; 
quando saremo penetrati in quelle case, in quegli edifici! pubblici 
e privati, ed avremo appreso da' più piccoli oggetti usati il grado 
di loro civiltà, i commerci, le industrie, gli usi, i costumi „ . Inna- 
morato di sì vasto concetto, rivelò per il primo al mondo colto 
l'alta importanza degli antichi giornali delle escavazioni pom- 
peiane, e li publicò tutti. Datosi quindi conto dell'area, su cui 
si svolgeva la intera città, pensò alla tabula o piano generale 
di essa, ai suoi confini, alle parti già scavate ed a quelle ancora 
sotterrate, a' metodi de' nuovi scavi a farsi. Ricostruì mental- 
mente la città stendentesi su quel colle di lave vulcaniche ; dalla 
disuguale elevazione delle vie interne, rifece la intera topografia; 
guardò alle quattro grandi strade che la intersecano da mezzo- 
giorno a settentrione, e da oriente ad occidente, ne trasse la 
divisione in regioni ed in insulae, e ne formò un completo pro- 
gramma. Quando Giuseppe Fiorelli nel settembre 1858 dette 
l'annunzio di queste sua idea in un semplicissimo manifesto, im- 
presso a piccolo numero di esemplari, ohe gli mancavano i da- 
nari, per moltiplicarli, la meraviglia fu grande. " Sottopongo, 



- 75 — 

diceva, tout court, per ora, un'interessante verità archeologica 
agli studiosi „ . Parve strano che nessuno fino allora avesse 
pensato a cosa tanto semplice ed insieme di così alta importanza 
scientifica. GÌ' invidi barbassori dell'Accademia archeologica e 
del Museo, gli scrittori delle quotidiane dissertazioncelle sopra 
anelli, fibole, torsi di statue, ne furono come sconvolti. Il Fio- 
relli contava trentacinqu'anni appena, e con un colpo di ingegno 
e di audacia si assideva su tutti. L'istesso don Giulio Miner- 
vini, suo amico, ma costante emulo insieme, il quale col suo Bui- 
lettino archeologico, già fondato dall'Avellino, avea quasi il mo- 
nopolio degli studii e delle scoperte antiquarie nel Regno, do- 
vette rendersi banditore del magnifico progetto del Fiorelli, tanto 
strepitosa fu la scoperta dell'intera topografia pompeiana. Fu 
il frutto di un pensiero tenace, proseguito con ostinata conti- 
nuità. Cosi il carcerato di Santa Maria Apparente e l'ispet- 
tore destituito rispose, dopo dieci anni di studii, di stenti e di 
privazioni, al governo napoletano! Per non uscire dal campo 
archeologico, ricorderò che i sospetti della polizia napoletana si 
estesero sino a' viaggi scientifici del padre Raffaele Garrucci della 
Compagnia di Gesù, il quale nell'inverno del 1860 dovè rinun- 
ziare alle sue escursioni archeologiche nel Napoletano ! 

La magnificenza e l'alto criterio scientifico del progetto Fio- 
relli, e il gran valore dell'uomo apparvero nelle loro vere pro- 
porzioni, quando vennero a lui affidati gli scavi di Pompei, 
La ricostruzione scientifica di Pompei, non dissociata da un 
severo ordinamento amministrativo, rimarrà etemo monumento 
del suo ingegno. Chi potrà dimenticare la grande impressione 
universalmente suscitata, quando il Fiorelli, guidato dal suo pen- 
siero della ricostruzione della vita romana, per mezzo di Pom- 
pei, riusci a ritrovarvi un mucchio di corpi umani, quali erano 
79 anni dopo l'èra di Cristo ? Alfonso della Valle di Casanova, 
scriveva " vedendo interi e rifatti que' corpi, riportai una delle 
più forti commozioni eh' io ho provato nella mia vita „ . 

In Italia, nel 1856, lo studio dell'archeologia, salvo poche e 
distinte eccezioni, era piuttosto trascurato : scomparivano Sec- 
chi, Cavina, Orioli e le file de' vecchi diradavano. Napoli e 
le provinole meridionali erano per troppo tempo quasi sfuggite 
alle ricerche della scuola tedesca specialmente. Le relazioni 
dell'Istituto germanico nel Mezzogiorno duravano, se non in- 



— 76 — 

terrotte, languidissime. Si restringevano a qualche rapporto 
isolato di viaggiatori oltramontani, nonostante gli sforzi del Ge- 
rhavel da Roma per riaprire questo campo della scienza. Quasi si 
rimpiangevano i tempi (1830-1840) di Enrico Guglielmo Schultz, 
il quale teneva al corrente delle scoperte antiquarie napoletane 
i tedeschi dell' Istituto di Roma ; ne avea potuto ancora aversi 
l'opera magistrale di lui, assai aspettata, sui monumenti dell'arte 
del Medio Evo nell' Italia meridionale, che non fu publicata prima 
del 1860 a Dresda, dopo la sua morte, e che riusci tanto più 
ricca di quella dell' Huillard-BréchoUes, edita a spese del muni- 
ficentissimo duca di Luines nel 1843. Innanzi a' primi nuovi 
rapporti di Brunn su Pompei, il campo dell'archeologia a Na- 
poli era tenuto dal Garrucci, dal Guidobaldi, dal Quaranta, dal 
Finati, dal Minervini, l'ultimo de' quali, come ho detto, eserci- 
tava col suo BuUettino quasi un monopolio, per quanto le pubbli- 
cazioni di esso avvenissero sempre con ritardi e con interruzioni 
di mesi e, qualche volta, di un anno intero ! E se le scoperte 
relative alla gente osca avevano trovato in Giuseppe Colucci un 
acuto e dotto illustratore, se il Mommsen traeva partito dagli 
scavi del 1857-58 a Pietrabbondante per riconoscere il Bovianum 
vetus, né queste ne altre ricerche del grande epigrafista su gli 
avanzi messapioi scuotevano il torpore degli studii antiquarii e 
filologici nel Napoletano. 

Ma l'opera veramente grandiosa, alla quale si lavorava in quel- 
l'anno, era il prosciugamento del lago Fucino. I primi lavori 
del famoso acquedotto Claudiano risalivano al 1823, ed il me- 
rito di avere finalmente indotto il governo napoletano a ten- 
tarli, spettava a Carlo Afan de Rivera, direttore generale dei 
ponti e strade, il Paleocapa dell'Italia meridionale. Assai lo 
avevano coadiuvato nell'esecuzione. Luigi Giura, che ne fu il 
direttore speciale e quel Marino Massari, ingegnere capo della pro- 
vincia di Aquila e padre di Giuseppe Massari, che ebbe il corag- 
gio, nell'ottobre 1829, di percorrere in un battello per 844 me- 
tri l'antico emissario mezzo rovinato e rigurgitante di acqua. 
Malgrado però questi precedenti di non antica epoca, la gloria di 
aver dato alla gigantesca opera le proporzioni magnifiche, che 
poi ebbe, e di averla affidata ad un' amministrazione tecnica e 
finanziaria di prim'ordine, spetta al principe Alessandro Torlo- 



- 77 - 

nia. I lavori iniziati dall'Afan de Rivera erano stati concepiti 
con molta parsimonia, nel fine soprattutto di vincere gli ostacoli, 
che da ogni Iato, e per varii interessi, venivano sollevati alla 
esecuzione del magnifico progetto. E poiché in idraulica le ope- 
re incomplete ed insufficienti sono destinate a cadere, e, infuria- 
tesi le acque del lago nel 1835, tutti i lavori andarono perduti. 
Gli oppositori vinsero, il governo si disanimò e ne segui l'ab- 
bandono totale dell'impresa. Si costituì più tardi una società 
anonima, che riassunse l'impresa, ma con un capitale, che in 
breve sarebbe stato ingoiato dalla vastità dell'opera. Questo ca- 
pitale non superava i cinque milioni di lire, ed il principe Tor- 
lonia aveva acquistato la metà delle azioni. Non era stato pos- 
sibile raggruzzolare una maggior somma né all'estero, ne nel 
Regno. Il Torlonia intuì col suo acume quanto incompleto fosse 
il progetto approvato dal governo napoletano ; notò la insuffi- 
cienza dei mezzi, e previde le delusioni che ne sarebbero deri- 
vate. Allora si rivelò la grandezza dell'animo di lui. Milio- 
nario, sentì la nobile ambizione di realizzare per la scienza, 
per l'arte, per l'agricoltura del suo paese e della nostra età, un 
progetto ancora più vasto di quello altra volta concepito dagli 
imperatori romani con i loro trentamila schiavi, e non esitò, in- 
nanzi ad una così magnanima idea, di seguire la generosa ispi- 
razione, nonostante il rischio a cui esponeva l' immensa sua fortu- 
na e l' immane lavoro cui si sobbarcava. Riscattò quindi recisa- 
mente il capitale sociale ed assunse da solo la gigantesca impresa. 
Tutto in questa opera del Torlonia fu mirabile per ardire, per ma- 
gnificenza, e per raro acume pratico. Egli ne affidò l'esecuzione 
ad uno de' più illustri ingegneri francesi, il De Montricher, che si 
era coperto di gloria in una delle più vaste costruzioni idrau- 
liche della Francia, l' acquedotto di Marsiglia. Messo il Torlo- 
nia, dall'onestà e dalla sagacia del Montricher, nell'alternativa 
di scegliere fra un progetto più modesto ma più incerto nel- 
la sua riuscita, ed un altro di singolare grandiosità, ma as- 
sai più dispendioso, scelse quest' ultimo. E giammai tanto co- 
raggio e tanta fede ebbero un premio più degno nel com- 
pleto successo dell'opera. Studii geologici, idrologici, archeo- 
logici, storici e di ingegneria idraulica vennero innanzitutto 
compiuti con splendida larghezza. Dopo pochi mesi dalla con- 
cessione, sul lago, innanzi l' imboccatura dell'emissario, era già 



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fondata una doppia diga a ferro di cavallo, per impedire clie le 
acque si riversassero nel traforo, prima che l' incile fosse riedifi- 
cato, e racconciato e corretto il lungo corso dell'emissario. Gli 
antichi pozzi e cuniculi si vedevano già ripurgati e ricostruiti. 
Sull'alto del monte Salviano erano sorte vaste scuderie, immensi 
magazzini, macchine, fabbriche di mattoni, fornaci, fucine e of- 
ficine d'arte lignaria, di funi e gomene di ogni sorta: era tutta 
una città che sorgeva, fitta di una popolazione di operai, di mi- 
natori, di marrajuoli, di magnani, di fabbri, di malangoni, di car- 
pentieri. Né mancò una chiesetta edificata per loro. Tutto rive- 
lava, accanto alla grandezza dell'impresa e degli ingenti capitali 
che assorbiva, la prudenza, l'ordine, la dottrina che la governava. 

Le difficoltà tecniche e logistiche, che si dovettero superare, 
furono immense. Le comunicazioni tra Avezzano e Napoli erano 
difficilissime. Un deplorevole pregiudizio militare e politico 
aveva potentemente contribuito a far giacere la Marsica, ed una 
gran parte degli Abbruzzi, in uno stato completo d'isolamento 
e di abbandono. Quivi era la più lunga frontiera del Regno li- 
mitrofo agli Stati del Papa, e per renderla meno accessibile ad 
un' armata nemica, non si era voluto costruire strade di comu- 
nicazione. Si era promesso a Gregorio XVI la costruzione di 
una strada carrozzabile da Roma a Napoli la quale, seguendo 
la valle dell'Aniene, sino ad Arsoli e costeggiando la frontiera di 
Carsoli, si sarebbe svolta sul bacino del Fucino, per discendere 
lungo la valle del Liri, a Sora ed a Napoli. Il Papa fece bensì co- 
struire la strada che attraversava i suoi Stati, ma il governo napo- 
letano non tenne la parola per il tronco a lui spettante, a causa di 
quel pregiudizio strategico e politico. Questa quasi barbara con- 
dizione d' isolamento della Marsica raddoppiò le enormi difficoltà 
per l'impresa del Fucino. Molte materie prime, molti istru- 
menti di lavoro bisognava farli venire da Napoli, e fu uopo an- 
che, e spesso, di ricorrere a Marsiglia. Specialmente molti ope- 
rai e macchinisti e minatori dovettero venire dall'estero. Ciò 
naturalmente faceva oltrepassare le più ragionevoli e più larghe 
previsioni nella condotta dell'opera. Non prima del 1865 si 
potè mettere mano ai lavori dell'emissario. Si trattava di pe- 
netrare nelle viscere della terra, a cento metri sotto il suolo e 
fra le rovine di ogni sorta dell'acquedotto romano, del quale si 



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dilatavano tutte le proporzioni. Le difficoltà erano enormi. 
Ma gravissima fu quella della morte prematura del Montri- 
cher, seguita a Napoli, per tifoidea acuta, a quarantotto anni, 
nel 28 maggio 1858, mentre con la giovane famiglia si recava in 
breve congedo a Marsiglia. Il principe Torlonia affidò allora il 
proseguimento dell'opera ai due ingegneri, ch'erano quasi i depo- 
sitarli del pensiero di Montricher, Bermont e Brisse. La storia 
dei lavori tecnici occorsi per liberare l'emissario dalle acque e dalle 
rovine, che l' ingombravano, riempie l'animo di meraviglia e di 
ammirazione. Il principe Torlonia non si dissimulava che la 
sola persona, la quale nel governo napoletano desiderava since- 
ramente la riuscita della grande intrapresa, era il Re. In questo 
desiderio del Re si racchiudeva la sola garenzia morale, che il 
Torlonia trovasse contro le gravezze del contratto impostogli 
nella concessione. L'amministrazione napoletana non si dava 
pace per essersi vista sfuggire dalle mani una cosi colossale oc- 
casione di proventi e di lucri, e sollevava continue difficoltà, 
che facevano strano contrasto con la magnanima condotta del- 
l' impresa. Sicché, morto Ferdinando II, il Torlonia si affrettò 
ad esporre al suo successore il grave rischio che egli correva, 
ed ingiustissimo, per una clausola incidentale contenuta nel con- 
tratto, alla cui importanza non si era dato alcun peso, ma che 
si sarebbe verificata quando le acque del Fucino sarebbero sboc- 
cate nel Liri. Per quella frase, più che clausola, il Torlonia 
avrebbe dovuto regolare, se non addirittura sistemare, il corso 
del Liri ! Fu fatta allora una transazione, per la quale il prin- 
cipe pagò al tesoro napoletano una somma di ventimila ducati, 
e fu esonerato dall' ingiusta clausola, ottenendo inoltre una pro- 
roga di otto anni per la esecuzione del prosciugamento. Fu 
questo il solo atto del Regno di Francesco II relativo all'opera 
del Fucino. Tutto il lavoro durò ventidue anni, e fu nel giu- 
gno 1875 che le acque più basse del bacino lacustre passarono 
nell'emissario, e il Fucino scomparve. La spesa ascese a circa 
quarantotto milioni. Si restituirono alla cultura e alla pro- 
duzione nazionale ventiquattromila ettari di terreno, dei quali 
nove mila vennero attribuiti a comuni ed a privati limitrofi al 
prosciugato lago, e quindici mila al Torlonia. Questa gravissima 
questione circa l'appartenenza dei terreni rivieraschi fu risoluta 
felicemente da Silvio Spaventa, ministro dei lavori pubblici. 



- 80 - 

il quale in memoria riconoscente di tanta munificenza, fece co- 
niare una grande medaglia in onore di Alessandro Torlonia con 
iscrizione dettata da Luigi Settembrini, che dice così : 

ALEXANDRO TORLONIAE 

ROMANO V. P. 

QUOD FUCINI LAOUS 

EMISSIS AQUIS DERIVATISQUE 

ITALIAE AGRUM AUXERIT 

OPUS IMPERATORIBUS AC REGIBUS 

FRUSTRA TENTATUM 

AERE SUO EXPLEVERIT 

AB ANNO MDOOOLV 

AD ANNUM MDOOOLXXV 

Il principe Torlonia andò a ringraziare Vittorio Emanuele, do- 
natore della medaglia, la quale ha sull'altra faccia la testa del 
Re, con le parole : Victorius Emmanuel Italiae Bex. Bellissimo 
lavoro d'arte, e ultimo, di Luigi Arnaud. 



CAPITOLO IV 



SoHHABio: Le ferrovie nel Begno — Come si costruivano e si esercitavano — 
Le stazioni — L'armamento delle rotaie — L'episodio del capostazione Mar- 
riello — Il macchinista reale Coppola — Il segnale umano nei viaggi del 
He e un incidente — GÌ' impiegati ferroviari fedelissimi — Una grazia con- 
cessa — Le vetture reali — Uno scontro a Cancello — Parole di Maria 
Teresa a Coppola — Il direttore Fonseca — L'amministrazione ferroviaria 

— I biglietti, il loro prezzo e gli orarli — Disposizioni curiose — Le conces- 
sioni ferroviarie di Francesco II — I riordinatori delle ferrovie napoletane 
nel 1861 — L'ultimo Decurionato — Lettere di Romano e di Garibaldi al 
principe d'Alessandria — L'ultimo bilancio del Decurionato — Le entrate 
e le spese — Le spese di culto — I regali al Ee — Le opere pubbliche — Le 
spese per le nozze e per la salita al trono di Francesco — I rapporti tra il 
nuovo Ee e il Decurionato — Un incidente caratteristico al baciamano — 
Il Decurionato perde un privilegio — Gli uffici municipali a San Giacomo 

— Il vecchio Decurionato e il nuovo Municipio — Il Risanamento — I 
due sindsbci più benemeriti. 

Quando Francesco II sali al trono, le ferrovie del Regno, 
partendo da Napoli, avevano per estremo limite Capua, Castel- 
lamare, Nocera e Samo : in tutto, meno di duecento chilome- 
tri. Ferdinando II fu il primo a costruire strade ferrate in Ita- 
lia, e il tronco Napoli-Portici venne inaugurato il 26 settembre 
1839 e aperto all'esercizio il 4 ottobre successivo. Quattro anni 
dopo, il 20 dicembre 1843, era stata aperta la Napoli-Caserta, pro- 
lungata nel 1846 fino a Capua. Per l'apertura della ferrovia di 
Caserta fu coniata una medaglia commemorativa, incisa dall'Ar- 
naud, col motto viarum moras hominis sollertia vicit, e dall'altra 
faccia il ritratto del Re, col motto Ferdinandus II Siciliar. Rex 
Providentiss. Nel 1846, il Re volle congiunto Cancello con Nola 
e, dieci anni dopo, Nola con Sarno per raggiungere San Seve- 

Da Cksare. La fltié di un Regno - Voi. II. 6 



— 82 - 

rino, ma il tronco fino a San Severino non si aprì all'eser- 
cizio che nel 1861. Nello stesso anno fu pure inaugurato l'al- 
tro tronco Capua-Presenzano, bene avviato, col resto della linea 
sino al Liri, quando Francesco II lasciò Napoli. Queste erano 
le linee regie, cioè costruite, esercitate e amministrate dallo 
Stato. Avevano rotaie di una bontà inarrivabile, perchè otte- 
nute, laminando le canne dei fucili presi nel disarmo dopo il 
15 maggio. Si adoperavano inoltre ottimi materiali inglesi nella 
costruzione delle locomotive, le quali per molti anni prestarono 
eccellente servizio. Non vi era insomma lesineria di nessuna 
specie nella costruzione del materiale mobile e nell'esercizio. 

L'inaugurazione del primo tronco fu grandiosa e costituì 
l'avvenimento di tutta Napoli. V'intervenne la Corte con tutto 
il mondo ufficiale, e piacemi, a tal proposito, ricordare l' incidente 
occorso alla signora Cottrau, figliuola di Felice Cerillo, capodi- 
visione al ministero dell'interno. Essa era incinta, e durante 
la corsa di ritorno dalla Favorita a Napoli, presa dai dolori del 
parto, si sgravò giunta appena a casa, d'un bel marmocchio ro- 
seo, al quale fu dato il nome di Alfredo. ^ 

Le linee regie erano costruite dal genio militare e dirette 
da uomini di valore, come il Fonseca, il Del Carretto, il Ver- 
neau, il Yerdinois, l'Andruzzi, alcuni dei quali entrarono poi 
nell'esercito e nelle amministrazioni italiane. Esse erano anche 
militarmente esercitate. I soldati del genio facevano da sorve- 
glianti e da cantonieri. Il tracciato piegò, del resto, assai spesso 
ai capricci del Sovrano e agi' intrighi dei cortigiani. Ogni sta- 
zione aveva una storia più o meno confessabile. Espressamente 
vietati i tunnels, per le occasioni che davano ad immoralità. 
Si ripeteva il detto del Re, che sulle ferrovie sue non voleva 
pertusi, ^ e difatti in tutta la vecchia linea non ve n'è uno. Ogni 
stazione aveva una cappella, per dar modo al personale sparso 
sulla linea di udir la messa all'alba dei giorni festivi. Il servi- 
zio pubblico era sospeso nei giorni della settimana santa, e di 
notte non v'era movimento di treni. 



' Rivedendo queste pagine, non è senza commozione che ricordo il po- 
vero Alfredo Cottrau, morto nel maggio del 1898, non ancora sessantenne. 
Fu ingegnere di ferrovie e costruttore di molto talento, e fece col lavoro 
una cospicua fortuna. 

• Vocabolo dialettale, che vuol dire buchi. 



- 83 — 

Benché il genio non avesse avuta occasione di mostrare 
grande abilità nella costruzione delle linee regie, dove nessuna 
difficoltà tecnica ebbe a presentarsi, si può affermare con tutta 
sicurezza, che nessuna linea fu più solidamente e accuratamente 
costruita di quelle : basti dire, che il riempimento, dopo le pa- 
ludi ohe circondano Napoli verso Casalnuovo, fu ottenuto con 
terreno pistonato dai soldati. Vero è che le rotaie di quella li- 
nea avevano bisogno di più solida base, poiché non poggiavano 
su traversine di quercia, ma erano tenute a posto con forti cu- 
nei di legno nei cuscinetti di ghisa, fissati su grossi blocchi di 
pietra vesuviana. Tale armamento era facilmente smontabile, 
e se ne ebbe una prova il 15 maggio 1848, quando fu dato or- 
dine al presidio di Capua di far partire immediatamente due 
reggimenti di fanteria per Napoli. Il generale Cardamone, co- 
mandante di quel presidio, die subito opportune disposizioni al 
capostazione Marriello, il quale, ardente liberale com'era, e in 
relazione col Comitato di Santa Maria, mentre preparava i 
treni per la partenza dei soldati, ebbe il tempo di mandare 
persona di fiducia al Comitato stesso, suggerendo di smontar 
prontamente, a qualche chilometro di distanza, un buon tratto 
di binario. Quattro colpi ben dati ai cunei di legno misero fa- 
cilmente le rotaie fuori posto. Intanto il primo treno parte, e 
il Marriello monta sulla macchina per evitare un disastro, se 
mai il macchinista non si fosse accorto a tempo che le rotaie 
erano smontate. Difatti nulla accadde, ma i reggimenti non 
giunsero a Napoli che l' indomani, per la via di Aversa, quando 
non ce n'era più bisogno. Il Re andò su tutte le furie contro 
il Marriello, che un po' conosceva ; e quantunque sembrasse cal- 
mato quando seppe ch'egli era sulla locomotiva, ne ordinò po- 
scia la destituzione e ci fu anche un processo, che non ebbe se- 
guito. Nel 1860, mutati i tempi, il Marriello divenne capo del 
movimento sulla stessa linea. 

Oltre Pietrarsa, che lavorava per le ferrovie, alla stazione 
di Napoli vi erano officine per la riparazione e il mantenimento 
delle locomotive e dei vagoni. Gli operai di queste officine 
chiesero in grazia a Ferdinando II di costruire una locomotiva, 
per dimostrare che non la sola Pietrarsa n'era capace. La loco- 
motiva fu costruita e intitolata al Duca di Calabria; e il Re, 
adoperandola nei suoi viaggi fra Napoli e Caserta, soleva dire che 



- 84 — 

trottava meglio delle altre. Essa fu sempre guidata dal macclii- 
nista Coppola, che l'aveva messa su ed era molto ben veduto dal 
Re, il quale sulla bancliiiia della stazione di Napoli gli por- 
geva spesso la mano per il riverente bacio, prima di confidargli 
la vita. Il Coppola vive tuttora, dopo aver prestato per circa 
trent'anni un lodevole servizio nelle ferrovie italiane, e dopo 
aver dato nel figlio Enrico, direttore della Napoli-Baiano, un 
distinto specialista per l'esercizio economico delle ferrovie. 

Senza campanelli di allarme né segnali speciali, inventati dopo 
lungo tempo, il capo maccbinista era sulla macchina indipendente 
affatto dalla volontà del Sovrano che viaggiava. Ciò non essen- 
do di prammatica, si trovò modo di rimediarvi, facendo viaggiare 
un capo convoglio sul predellino della vettura reale, afferrato alla 
maniglia o passamano dello sportello. Il capomacchinista guar- 
dava continuamente quell' infelice, messo li per trasmettergli gli 
ordini reali, di rallentare o di accelerare la corsa o anche di 
fermare il treno. Era incaricato di tale pericoloso ufficio un 
tale Marcellino Belli, che un giorno vi rischiò la vita. Preso 
da capogiro, era per cadere sulla via, quando, per sua fortuna, 
avvedutosene uno del seguito, lo sorresse e lo fece entrare nel 
vagone reale, dove fu confortato e poi promosso. Da allora si 
rinunziò al segnale umano. 

Il luogo più adatto per ottenere favori e grazie da Ferdi- 
nando II, che si compiaceva di parlar con tutti e di tutto, era il 
marciapiede della stazione di Napoli nel momento della partenza 
del treno reale. Gl'impiegati della ferrovia erano tenuti in con- 
cetto di fedelissimi. Un giorno appunto, sul famoso marciapiede, 
i capisquadra dell'officina veicoli chiesero al Re di lasciar fare ad 
ognuno di loro un vagone di modello differente ad uso dei viag- 
giatori, e il Re, cui piacque l' idea barocca, ne concesse l'attua- 
zione. Sarebbero stati più degni di museo che di ferrovie, quei 
tipi, forzatamente dissimili, che furono trovati ancora in costru- 
zione nel 1860. Basterà citarne uno di forma ellittica, con scul- 
ture in legno all'esterno, con leoni, dalla cui bocca uscivano le 
aste dei respingenti: tutto costruito in noce e con ferramenta 
potrei dire cesellate. Fu compiuto, e servi poi per brevi gite 
del Re Vittorio Emanuele. y 

Le vetture reali sulla linea Napoli- Caserta erano tre, e poco 



- 86 - 

dissimili dalle nostre attuali carrozze-saloni. Quella, dove pren- 
deva posto il Re, volgendo le spalle alla locomotiva, era fode- 
rata di velluto rosso e non aveva nessun segno distintivo, clie 
indicasse il posto da lui occupato. Stranissima invece fu la car- 
rozza reale, che servi ai primi viaggi sulla linea di Castella- 
mare : era tutta scoperta, come una vettura di via rotabile, con 
la differenza che non potea chiudersi a volontà come quella. Era 
foderata interamente di damasco rosso e somigliava un vagone 
merci, riccamente addobbato : s' immagini un po' la polvere, onde 
erano avvolti gli augusti viaggiatori. E nei primi anni nessun 
vagone per bagaglio o merci doveva intercedere fra la locomo- 
tiva e le vetture reali, per maggior sicurezza : soltanto la vettura 
in cui viaggiava il Re era collocata in mezzo ad altre due. 

Dal 1843 al 1869, una volta sola Ferdinando II rischiò la 
vita in ferrovia, e fu prima del 1848, in una ricorrenza della 
festa di San Gennaro, quando, dopo aver assistito al miracolo, 
tornò a Caserta, dove erano stati spediti qualche ora prima i 
bagagli e sei cavalli storni bellissimi, dai quali fu tirata la 
vettura, che lo aveva condotto al duomo. Giunto il treno reale 
a Cancello, prima di entrare nella stazione, il macchinista 
Antonini, morto nel 1868 in un disastro ferroviario, non s'era 
accorto ohe il treno reale entrava in un binario, dove era fer- 
mo il treno dei cavalli. Ma il Coppola, capomacchinista, con 
fulminea prontezza, riusci a fermarlo, tanto da far sfondare con 
la locomotiva soltanto la parte dell'ultimo carro, dal quale uno 
dei cavalli scivolò sulla rotaia. Fermato il treno, il Coppola 
narrò l'accaduto al Re, che se n'era appena accorto. Questi, che 
sedeva fra i generali Cellammare e Saluzzo, scese subito dal treno, 
e considerato il pericolo corso, s'inginocchiò a capo scoperto 
sul marciapiede della stazione, e con tutti i presenti recitò tre 
avemmaria per ringraziare la Vergine, e una preghiera a San Gen- 
naro, che lo aveva voluto miracolosamente salvo il giorno della 
festa sua. E rivolgendo la parola al Coppola, lo invitò a re- 
carsi il di appresso alla Reggia, desiderando rivederlo. L' indo- 
mani, il Galizia portò al Coppola, prima che questi si presen- 
tasse alla Reggia, una polizza del Banco di trecento ducati, ma 
questi se ne mostrò poco contento. Il Re, saputa la cosa, lo 
chiamò, nò il Coppola fu imbarazzato nel confermare il suo scon- 



- 36 - 

tento, giacche, più del danaro, tenea all'onore di essere ammes- 
so alla presenza reale. Il Re aggiunse un aumento di dieci du- 
cati allo stipendio mensile del suo salvatore e questi ne fu sod- 
disfatto. 

Ferdinando II amava fare con la massima rapidità i suoi 
viaggi ; e i trentadue chilometri fino a Caserta glieli facevano 
percorrere in mezz'ora, con una velocità di sessantasei chilometri 
l'ora, che molti nostri treni diretti non raggiungono oggi. La 
maggior velocità ricordata fu quella di un viaggio del conte d'A- 
quila da Napoli a Santamaria : 40 chilometri in ventisette minuti, 
cioè 88 chilometri l'ora. La regina Maria Teresa, invece, prefe- 
riva andar piano, soprattutto quando conduceva o mandava i figli 
a Caserta. Diceva al Coppola : " Voi dovete andav piano come 
un somavello „ . 

Nessuna differenza sostanziale era fra i vagoni viaggiatori di 
allora e questi di oggi: pareti diritte e non sagomate, più bassi 
di soffitto, nessun esempio di terrazzini nelle testate, ma vi si 
saliva più comodamente, essendo i marciapiedi delle stazioni pre- 
disposti per entrare a livello del vagone, come si vede ancora 
a Nocera, a Cava, a Castellamare e com' è in Inghilterra. Pe- 
rò le terze classi erano tutte senza sedili, ne vi furon messi pri- 
ma del 1860. Ciò permetteva insaccarvi quanta più gente vo- 
lesse il capotreno. Talvolta, le prime classi erano a salone, 
come ne son rimaste alcune sulla linea di Castellamare. In 
seguito a una piccola sommossa d'impiegati malcontenti o li- 
berali, come si disse, contro il Fonseca direttore delle ferrovie 
nel 1848, Ferdinando II, in omaggio alla pubblica opinione in 
apparenza, ma veramente perchè desiderava allontanare il Fon- 
seca, divenuto potentissimo, lo destinò alla costruzione dellaf 
linea Capua-Ceprano. Fra i dimostranti fu il Faucitano, condan- 
nato a morte tre anni dopo, per aver gettate fra la folla, che 
in piazza di San Francesco da Paola acclamava Pio IX, delle 
vipere vive, le quali produssero uno dei più epici fuie fuie ^ che 
Napoli ricordi. 

Curiosa l'amministrazione, che presedeva all'esercizio delle 
linee regie. Non di rado uomini integerrimi ne furono a capo, 
ma nelle classi inferiori la corruzione era grandissima e toUe- 

* Fuggi-fuggi. 



- 87 - 

rata. Si esercitava principalmente sulle forniture. Un posto 
alla strada ferrata era il maggior premio, al quale potesse aspi- 
rare chi 86 ne sentiva degno, per meriti più o meno confessa- 
bili. Si sapeva che il magazziniere B. era protetto da quel ge- 
nerale e il capofificina C. da quella dama o camerista. Limite ai 
posti, nessuno ; una parvenza di organici lasciava la porta aperta 
a una quantità rispettabile di soprannumeri e, oltre a questi, vi 
erano gli aspiranti al soprannumerato, i quali non avevano stipen- 
dio e dovevano quindi accomodarsi alla meglio : lo stipendio, per 
quelli che n'erano provveduti, era affatto ridevole. Curiosa 
amministrazione, dico, nella quale non si sognava neppure che 
potesse esservi un qualunque rapporto fra l'entrata e la spesa. 
I biglietti ferroviari erano di carta colorata comune e di for- 
ma più grande degli attuali, di colori differenti, secondo le classi. 
Ricordo bene il giallo, il rosso e il bianco e ho sotto gli occhi 
un orario dei mesi di settembre e ottobre dell'anno, di cui ragio- 
no, trovato fra le carte di mio padre, che passò quei mesi per mo- 
tivi di salute in Torre del Greco. Quell'orario è della dimensione 
di un foglio quadrato di venti centimetri, scritto da una parte e 
dall'altra, con avvisi e annotazioni circa le tariffe per bagagli 
e piccoli oggetti. Sono curiosi alcuni avvisi. Alle persone di 
giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea, 
ai soldati e bassi uffiziali, si accordavano ribassi sulla terza classe, 
e ciò al fine d' impedire che cenciosi o sporcaccioni viaggiassero 
in ferrovia. Così da Portici a Napoli le persone di giacca e 
coppola pagavano in terza classe cinque grani, cioè un grano 
di meno. Il fine si raggiungeva in gran parte, perchè, se la dif- 
ferenza di terza classe fra Napoli e Portici era di un grano, da 
Napoli a Torre del Greco era di quattro ; a Torre Annunziata, 
di otto; a Castellamare, di dieci; a Pompei e Scafati, di do- 
dici e cosi via via. 

Chi veniva dalle provincie prendeva il vapore, come allora si 
diceva, a poca distanza da Napoli : i calabresi e i basilischi, a 
Nocera; i pugliesi e gli avellinesi, a Nola; gli abruzzesi, a Ca- 
pua, e i salernitani, a Sarno e a Nocera. Per i pugliesi era 
piuttosto un impaccio che un comodo, e però molti preferivano 
smontare con la stessa carrozza che li aveva condotti, diretta- 
mente a Porta Capuana, cioè all'ingresso di Napoli, o partire 
in carrozza dalle proprie locande, le quali per i pugliesi e per 



- 88 - 

quasi tutfc'i provinciali benestanti, erano quelle della via Fio- 
rentini, dei Gruantai e della Oorsea. 

Le concessioni ferroviarie per le grandi linee di Puglia, di 
Calabria e di Abruzzo, date da Ferdinando II nel 1866 e 1866, 
erano rimaste, come si è veduto, lettera morta. Francesco II 
ebbe in animo di accrescere le strade ferrate, accelerando i lavori 
in corso e costruendo la linea di Puglia, ma non ne ebbe il 
tempo. Egli ricordava bene le peripezie dell'ultimo viaggio in 
quelle provincie. Alcune concessioni nuove furon fatte sol- 
tanto nel breve e fortunoso periodo costituzionale. Tra le linee 
regie e quelle della società francese Bayard, concessionaria 
della Napoli-Portici, e che aveva spinte le sue rotaie fino a 
Castellamare da una parte, a Nocera e a Vietri dall' altra, il Re- 
gno d'Italia trovò nel Napoletano soli 226 chilometri di ferrovia, 
compresi quelli che furono aperti all'esercizio nel 1861. Il Pie- 
monte e la Lombardia ne avevano in esercizio oltre mille e 
cinquecento e parecchie centinaia in costruzione. Se comincia- 
rono più tardi, non si arrestarono cosi presto. La Sicilia, come 
si è detto, non aveva un chilometro solo di strada ferrata. 

Il primo riordinamento delle ferrovie napoletane fu compiuto 
nel 1861 dall'ingegnere Ettore Alvino, che ebbe a suoi efficaci 
collaboratori due giovani intelligenti e coraggiosi, Francesco 
Martorelli e Alzimiro Lion. Tutt'e due, dopo avere studiata in- 
gegneria- all'Università, presero le armi nel 1860, e terminata 
la campagna, entrarono nell'a.mministrazione delle ferrovie ; e il 
Martorelli, che i suoi amici chiamano ancora Checchino^ fu più 
tardi un pezzo grosso nelle strade ferrate italiane. Quando il 
Grandis nel 1862 venne incaricato dal governo di consegnare 
le ferrovie napoletane alla società delle Romane, ebbe a ma- 
ravigliarsi dell'opera riformatrice, che l'Alvino e i suoi collabo- 
ratori vi avevano compiuta in poco tempo. 

Sindaco della città di Napoli era, dalla fine del 1867, il prin- 
cipe d'Alessandria, che lasciò fama di abile amministratore e fu 
consigliere comunale nel 1888 e nel 1889. Ferdinando II, se- 
guendo la tradizione di porre a capo della città di Napoli pa- 
trizi napoletani non più doviziosi, lo aveva chiamato, dopo alcu- 
ni mesi d' interregno, a succedere a don Antonio Carafa di Noja. 
Il sindaco durava in ufficio tre anni, ma poteva essere confer- 
mato, e il Carafa aveva avute tre conferme. Nel 1866, il Re lo 



— 89 — 

mise in riposo, continuandogli l'assegno sindacale di 160 ducati 
al mese, sino a che, come si leggeva nello stato discusso del Co- 
mune, non sarà promosso ad una competente carica. Questa 
promozione non giunse mai, e l' assegno gli fu pagato sino 
al 1862. 

Il breve e agitato periodo costituzionale non portò alcuna 
innovazione nel Corpo della città di Napoli, ma Garibaldi il 
giorno 9 settembre 1860 fece tabula rasa di tutto l'antico. * Gari- 
baldi avrebbe voluto mantenere il principe d'Alessandria, che egli 
conobbe a Salerno la mattina del 7, e col quale giunse a Napoli, 
ma il D'Alessandria il giorno dopo mandò le sue dimissioni, rice- 
vendone dal Romano, ministro della dittatura, questa risposta : 

Nel nome dell' invitto Dittatore generale Garibaldi, son lieto di po- 
terle manifestare i sentimenti della sua calda simpatia e viva stima pel 
modo come Ella ha, qual rappresentante del Municipio, provveduto sinora 
all'amministrazione del medesimo, ed ora alla transizione necessaria dal 
vecchio ordine di cose al nuovo. 

Dolente il Dittatore di non potersi, per l'onorevolissima sua delica- 
tezza, piuttosto unica che rara, continuare a giovarsi dell'opera sua, si ri- 
serba di farne tesoro non appena le circostanze glielo permetteranno. 

Kapolii 8 settembre 1860. 

firmato: L. Romano. 



* Erano Decurioni della città di Napoli, quando fu promulgato l'atto 
sovrano del 25 giugno, e continuarono ad esserlo sino al 9 settembre : Giu- 
seppe Onofri, il principe di Roccella, Agostino Piarelli, Antonio Maiuri, 
Paolo Gonfalone, Raffaele Capobianco, Francesco Cappella, Gonaro Como, 
Matteo Fossetti, Giovanni Alberto Petitti, Giovanni de Horatiis, Luigi de 
Biase, Francesco Amato, conte Michele Gaetani, Luciano Serra duca di 
Cardinale, Francesco Spinelli dei principi di Scalea, Domenico Antonio 
Vacca, Vincenzo Napoletani, il commendatore Passante, Raffaele Curcio, 
il principe di Ardore, Giovanni Cianciulli, Antonio Mastrilli, marchese di 
Selice, Lorenzo Bianco, Stanislao d'Aloe, Luigi de Conciliis, Francesco 
Bruno, Ambrogio Mendia, Ferdinando Tommasi, Giuseppe Guida. Erano 
Eletti: per San Ferdinando, Luigi Masola dei marchesi di Trentola ; per 
Chiaja, Alfonso de Giorgio ; per San Giuseppe, Carlo Marnili, duca di San 
Cesario; per Montecalvario, Filippo Patroni Griffi; per Avvocata, Gaetano 
Altieri ; per Stella, Giacomo Monforte ; per San Carlo all'Arena, France- 
sco Parisi; per la Vicaria, Ippolito Porcinari; per San Lorenzo, Eugenio 
Crivelli dei duchi di Roccaimperiale ; per Mercato, Michele Caracciolo, du- 
ca di Brienza; per Pendino, Ludovico Maria Paterno e per Porto, il mar- 
chese Tommaso Patrizi. I nomi degli Aggiunti è superfluo riferirli. 



- 90 - 

E dopo la nomina del nuovo sindaco in persona di Andrea 
Colonna, avvenuta il giorno 9 settembre, Garibaldi diresse al 
coerente sindaco che si ritirava, questa lettera molto onorevole : 

Napoli, 10 settembre 1880. 
Signore, 

Il decreto, con cui ho provveduto alla nomina df)l suo successore nel- 
l'ufficio di Sindaco di questa capitale, è stato un omaggio che ho dovuto 
rendere alla sua politica delicatezza. So che l'opera sua, a giudizio del- 
l'universale, è riuscita utilissima al Municipio, e di ciò, che la onora, io 
pure le rendo grazie. Confido che non sia lontano il momento in cui io 
possa rivederla in qualche pubblico ufficio, degno di Lei. 

Soddisfo poi ad un bisogno del mio cuore, manifestandole la mia viva 
riconoscenza, pel modo veramente patriottico, con cui Ella ha adempiuto 
nel giorno 7 del corrente, alla missione affidatale, insieme al comandante 
della Guardia Nazionale. 

Il Dittatore 
firmato : Gr. Garibaldi. ^ 

Il nuovo Decurionato si riunì la prima volta il 18 settem- 
bre sotto la presidenza del nuovo sindaco, Andrea Colonna, e 
come suo primo atto, deliberò di offrire a Garibaldi la cittadi- 
nanza napoletana e di presentare all' " illustre Dittatore delV Ita- 
lia meridionale, la sua adesione al Regno d^ Italia, sotto lo scettro 
costituzionale del Ee Vittorio Emmanuele „ . 

L'ultimo bilancio, detto stato-discusso, fu quello approvato 
nel 1858 e che doveva durare per il quinquennio 1858-1862. Le 
entrate comunali raggiungevano la cifra di 697370 ducati, e di 
questi rimanevano disponibili, ogni anno, 3000 ducati. Quei bi- 
lanci, redatti in modo chiarissimo, perchè a ciascun capitolo era 
annessa la sua spiegazione, rivelavano le condizioni di Napoli e 
le competenze del Decurionato : competenze e condizioni, che 
sdegnano qualunque paragone colle presenti. Basterebbe con- 
frontare le cifre di quei bilanci, con quelle di oggi. Il maggior 
cespite di entrata erano i molini, non appaltati ma tenuti in 
amministrazione e che rendevano 40000 ducati; immediatamente 
dopo seguivano gli af&tti delle terre municipali, per 20000. 



' Queste due lettere furono pubblicate nel Corriere di Napoli dal figlio 
del defunto ex sindaco, Carlo Pignone del Carretto, oggi principe di Ales- 
sandria. 



— 91 - 

Trascuro i cespiti minori, per notare soltanto che il Comune 
aveva 2376 ducati di rendita iscritta sul gran libro. Tra le 
rendite straordinarie figurava in primo luogo la resta di cassa 
del precedente esercizio, che nell'ultimo bilancio ascendeva a 
mille ducati e che allora, in tutti gli esercizi finanziari, non 
mancava mai, come oggi, pur troppo, manca sempre. Modestis- 
simo era il reddito presunto dalle multe per contravvenzioni 
alla polizia urbana e ai pesi e misure : appena centodieci ducati ; 
e ancora più modesto, ridicolo quasi, l'altro, di quarantanove 
ducati, delle multe per contravvenzioni al contratto di illumi- 
nazione della città. Quasi 150000 ducati erano costituiti dal 
primo e secondo 3 % pagati dai proprietari di case in Napoli, 
e 8820 ducati dalla sovrimposta dei grani addizionali sulla fon- 
diaria. Qnal difierenza con oggi ! Il nuovo camposanto, a Pog- 
gio reale, dava al Comune una rendita annua di circa 15000 
ducati. 

Una delle entrate straordinarie più cospicue, ma che il Decu- 
rionato non riusciva mai a determinare in una cifra precisa,, era 
quella dei 160 000 ducati, che la Tesoreria generale doveva sbor- 
sare come reddito della sovrimposta del primo e secondo 5 °/o sui 
dazi di consumo. Nello stato-discusso si legge : " Il collegio fa 
premura, che il conteggio venga subito eseguito, a /fin di conoscersi 
Veffettivo avere del Comune, e l'aumento che ne potrà risultare 
possa addirsi in aggiunzione alle somme destinate per opere di so- 
vrano comando,,. Parole buttate al vento. Altro capitolo, che 
figurava tra le rendite straordinarie meno sicure, era quello co- 
stituito dai rimborsi, che faceva il ministero della guerra per 
somministrazioni e trasporti militari^ per i quali il Decurionato 
anticipava le spese. Capitolo non mai sicuro, perchè si segnava 
bensì nello stato-discusso, ma il ministero della guerra prorogava 
o diminuiva i versamenti, a suo piacere. 

Ancora più interessante e curiosa è la parte che riguarda le 
spese. Circa 60000 ducati rappresentavano tutti gli stipendi 
agli impiegati, compresi i dodici giudici regi dei quartieri, e gli 
impiegati ai giardini e alla Real Villa di Capodimonte. Gl'im- 
piegati di cancelleria erano settantuno, con stipendi che varia- 
vano da un massimo di cento ducati, quanti ne aveva il cancelliere 
maggiore, a un minimo di sei. Negli ultimi anni fu cancelliere 
maggiore Luigi Moltedo, succeduto nel 1850 a certo Carobelli e 



— 92 - 

collocato in riposo nel gennaio del 1861. La trasformazione del 
cancelliere maggiore nel segretario generale, come si chiama oggi, 
avvenne in persona di Francesco Dinacci, che successe al Moltedo, 
ed ebbe alla sua volta per successore nel 1877, Carlo Camma- 
rota, uomo di gran valore amministrativo e vera pietra ango- 
lare di queir immensa azienda, in tutti questi anni di vita mu- 
nicipale agitatissima. Il Cammarota è oggi in riposo, come si 
è detto. 

L'illuminazione costava 78 000 ducati, ma tranne Toledo, 
Chiaja, la Marina e Foria, scarsamente illuminate da rari fanali 
di un gaz molto scialbo, il resto della città era rischiarato ad 
intervalli da lampade ad olio e da lumi accesi sotto le sacre im- 
magini, secondo i buoni ammonimenti del padre Rocco. Le 
spese di culto e di beneficenza assorbivano parecchie migliaia di 
ducati. Cinquecento ducati si spendevano per la festa del Corpus 
Domini, e al tesoro di San Gennaro se ne pagavano 4000 per" 
il mantenimento della cappella del santo, come si pagano anche 
oggi. Le spese di culto per le chiese parrocchiali raggiunge- 
vano la cifra di circa quindici mila ducati, e per le riparazioni a 
dette chiese se ne spendevano quattro mila. Le offerte annuali ai 
santi patroni non costavano meno di due mila ducati, ed egual 
somma si stanziava pel dono da umiliarsi a Sua Maestà (D. G.) 
nella ricorrenza della Santa Pasqua e del Santo Natale. Questi doni 
consistevano, ordinariamente, in ortaggi e frutta fuori stagione, vi- 
telli di Sorrento, lavori di ebanisteria ed altre cose pregiate o fa- 
stose, che i sindaci per ingraziarsi il Re di volta in volta, vi ag- 
giungevano, sicché la somma prevista era sempre superata. Il 
dono più sfarzoso che si ricordi, fu quello fatto a Ferdinando II 
dal sindaco Carafa, nel Natale del 1866, allo scopo di procu- 
rarsi, come si disse, la riconferma nell' ufficio sindacale per un 
altro triennio. Ma non gli riusci, nonostante che il Re, quan- 
do gli fu presentata la proposta di metterlo in riposo, dicesse: 
" Oh ! mi dispiace assai di doverlo mandare a casa, proprio 
adesso che mi ha fatto quel bel regalo „ . Nel Natale del 1869, a 
Francesco II il Decurionato offrì in dono una scrivania con se- 
dia di ebano e tartaruga, e un armadio con finimenti di bronzo, 
stile Luigi XV. Il lavoro fu eseguito dall'ebanista Beniamino 
Perris, al quale si pagarono 750 ducati. Questi doni si tra- 
sportavano in modo solenne : era quasi una processione da Mon- 



— 93 - 

teoliveto alla Reggia, e Toledo in quella occasione riboccava di 
spettatori. Nel Natale del 1860 e nella Pasqua del 1861, anche 
Vittorio Emanuele ebbe i suoi doni ed anche allora venne ecce- 
duta la previsione del bilancio. Fu regalata tanta e tanta 
roba, che occorsero per trasportarla ben cinquanta facchini. 
Anche questi doni furono ugnali a quelli che si facevano ai 
Borboni: due vitelle con ricche gualdrappe, ohe costarono set- 
tantaquattro ducati ; mobili, fiori, frutta, dolci e confetture, og- 
getti di corallo e una statua pagata allo scultore Balzico set- 
tecento ducati, e che rappresentava una coquette del secolo XVI : 
grazioso lavoro che segnò l'inizio della fortuna del chiaro arti- 
sta, perchè Vittorio Emanuele volle conoscerlo e gli affidò altri 
lavori. 

Seicento ducati si distribuivano ai poveri per Natale e per 
Pasqua, e non poche opere di beneficenza gravavano sul bilan- 
cio comunale, dove figuravano, non molto largamente, le opere 
pubbliche. Cinquantamila ducati per la ricostruzione delle strade; 
12 000 per la loro pulizia ed annaffiamento e 130000 per opere pub- 
bliche di sovrano comando. Per avere un' idea delle somme stan- 
ziate per qualche speciale opera pubblica, ricordo che per la strada 
Maria Teresa, oggi corso Vittorio Emanuele, erano fissati 30 000 
ducati; 6000, per la strada di Mergellina; 2000, per la strada 
San Giovanni a Carbonara; 10 000, per la copertura del canale 
di Carmignano ; 15 000 per i lavori alle Fosse del grano e 4800 
per la pescheria : cifre che fanno maraviglia oggi. Per le feste 
civili, cioè per gli onomastici ed i compleanni della famiglia 
reale, erano stabiliti 2500 ducati. 

Ma a rompere l'armonia dello stato-discusso, vennero le nozze 
del duca di Calabria. In così fausta circostanza, onde esulti il 
popolo tutto di questa fedelissima metropoli, e duratura ne ri- 
manga la ricordanza — così si legge nel verbale dell'adunanza 
del Decurionato del due gennaio 1859 — si stabili di spendere 
12 000 ducati : 6000, in luminarie, musica e feste religiose ; 3000, 
per elemosine ai poveri e 3000 per centoventi maritaggi, di 26 du- 
cati ciascheduno. Altre spese si decretarono il 3 luglio 1859, per 
festeggiare il fausto avvenimento delV ascensione al trono di S. M. 
Francesco II ; 12 000 ducati per luminarie e feste ; 3000 per 
elemosine e per maritaggi, nonché quei 3000 ducati che non 



— 94 — 

furono distribuiti in occasione delle nozze. Pél fondo ove gravare 
la cennata cifra di ducati 15 000 — concludeva la deliberazione 
— non trovandosi ancora approvato lo stato finanziero, il Decurio- 
nato ha opinato di pagarsi per ora a cassa aperta^ e poscia re- 
golarizzarsi con quelli articoli che offriranno latitudine. E si vuoi 
sapere quali erano per il Decurionato gli articoli cbe offrivano 
maggiore latitudine ? Erano la scuola nautica, a cui si sottrae- 
vano 1762 ducati; gli interessi ai propretari danneggiati per 
4000 ducati ; il convitto veterinario, cui si toglievano 150 du- 
cati; ma le più malmenate furono le spese sanitarie, la cui ci- 
fra meschina di 1800 ducati fu ridotta a meno della metà ! 

I rapporti tra l'eccellentissimo Corpo della città di Napoli e 
il nuovo Re, non furono cordiali per un incidente che va 
riferito. Vero è che il Decurionato fece cantare il 4 febbraio 
un solenne 2'e Deum in duomo ed avrebbe pur celebrate le altre fe- 
ste, stabilite per la fausta occasione delle nozze, se il principe di 
Bisignano non avesse comunicato da Bari, il 7 marzo, al sindaco, 
un ordine sovrano che le sospendeva. Vero è pure che altre feste 
il Comune aveva disposte, per l'avvento di Francesco II al trono, 
ma fu appunto questa circostanza, che die origine ai dissensi 
fra il Decurionato e il nuovo Re. L'incidente avvenne nel so- 
lenne baciamano del 25 luglio, per il quale il sindaco aveva 
pubblicato il cerimoniale da seguirsi. Secondo questo cerimo- 
niale, che il principe d'Alessandria aveva creduto opportuno 
ristampare, dopo che da vari anni la curiosa cerimonia non aveva 
più luogo, sarebbero stati ammessi a baciar la mano ai Sovrani, 
prima i generali, poi i reali paggi, indi la Consulta, quarto il Corpo 
della città e poi gli altri. Il Corpo della città di Napoli aveva 
comune con gli ambasciatori, i cavalieri gran croce di San Fer- 
dinando e i Grandi di Spagna, il privilegio, che risaliva a un 
diploma di Carlo VI del 24 settembre 1711, di tenere il capo 
coperto alla presenza dei Sovrani. Gli Eletti si coprivano quan- 
do il sindaco pronunziava il discorso e restavano col cappello 
in testa anche durante la risposta del Re. Dopo il 15 maggio 
1848, i discorsi furono aboliti e venne a mancare l'occasione di 
riaffermare il privilegio. Francesco II, si disse, aveva promesso 
di ripristinare e discorsi e privilegio, ma invece colse la prima 
circostanza per confermarne l'abolizione, la quale veramente ma- 
ravigliò tutti e suscitò pettegolezzi infiniti. Il sindaco e gli 



- 95 - 

eletti, tornati a Monteoliveto, stesero un verbale dell' avve- 
nimento, e questo verbale che consacra alla storia le più mi- 
nute circostanze di quel fatto, non è superfluo esumare, a più 
completa cognizione dei tempi. Eccolo : " L'Eccellentissimo Cor- 
po della città di Napoli si è riunito in àbito senatorio in gran 
gala, nella galleria di Monteoliveto presso la real Corte, a pren- 
dere parte, a seconda del cerimoniale di etichetta, al solenne ba- 
ciamano, e complimentare con un discorso, solito a farsi in simili 
circostanze, S. M. il re Francesco II, per la sua assunzione al 
trono delle Due Sicilie. Giunto ai piedi della scala della Reggia, 
vi è stato ricevuto dall'usciere maggiore, ed alla porta superiore 
da S. E. il marchese di Pescara e Vasto, cerimoniere maggiore 
di S. M. D. G., il quale dirigendosi a S. E. il sindaco, gli ha 
detto che S. M. il Re volea che V Eccellentissimo Corpo della città 
di Napoli non si coprisse innanzi al Real Trono, avendo dato si- 
mile ordine per tutti gli altri Grandi di Spagna, ambasciatori e 
cavalieri G. C. di San Ferdinando, insino a quando S. E. il sin- 
daco non venisse autorizzato a riprendere la parola nei solenni 
baciamani. Di tutto ciò si è preso atto nel presente verbale „ . 

Gli ujQfici del Comune avevano fede a Monteoliveto. Il loro 
passaggio a San Giacomo fu approvato dal ministero, su propo- 
sta del prefetto La Marmora nel 1862, e ancora attende la con- 
ferma dal potere legislativo. Nello stesso anno, dunque, comin- 
ciò l'esodo degli uffici. Il nuovo municipio occupò in San Gia- 
como gran parte del palazzo, anzi la parte migliore, che guarda 
la piazza e il mare. L'aula fu costruita al primo piano, ma es- 
sendo angusta per ottanta consiglieri, per i giornalisti e per il 
pubblico, il sindaco Capitelli ne fece costruire una più capace, 
al secondo piano, ch'è la presente. La divisione amministrativa 
del municipio nelle dodici sezioni, oltre i villaggi, rimase la 
stessa fino al sindacato del marchese di Campolattaro, che volle 
abolire le sezioni coi relativi vicesindaci e aggiunti, non so con 
quanto profitto dell'amministrazione municipale e comodo del 
pubblico. Gli storici carrozzoni, che servivano al sindaco e agli 
eletti per andare processionalmente a Piedigrotta, al Duomo e al 
Carmine a tagliare i capelli al Crocifisso, sono adesso al museo 
di San Martino. 

Confrontando i due bilanci dell' ultimo Decurionato e del 



- 96 - 

presente municipio, si vede e si giudica tutto il cammino per- 
corso in 39 anni. Da uno stato-discusso di 697 370 ducati, a un 
bilancio di 23 milioni e mezzo di lire, quale cammino invero e 
quante opere compiute! Dal primo debito del 1861, di circa 15 mi- 
lioni, contratto per le vivaci insistenze del luogotenente Cialdini, 
a quelli posteriori che raggiunsero i 160 milioni, quante oc- 
casioni di confronti e di studio, di orgogli e forse anche di 
pentimenti ! Certo la città è ben altro di quella che era nel 1860. 
Ohi la ricorda allora quasi non la riconosce, tanto rapida n'è stata 
la trasformazione esteriore. Era forse provvidenziale che avve- 
nisse una grande sventura, come il colera del 1884, per proce- 
dere al cosiddetto risanamento, che, in nome della santa giusti- 
zia e dell'onore italiano^ lo Stato rese possibile, concorrendovi 
con cento milioni, senza i quali la città sarebbe rimasta, nei suoi 
quattro quartieri più popolosi, la stessa che fu ai tempi degli Spa- 
gnoli e dei Borboni: teatro d'immondizie materiali e morali e 
di epidemie permanenti. Le forze economiche della città, pur 
rendendo otto volte maggiore il bilancio comunale, mercè nuovi 
e gravi balzelli e quasi continui debiti, non sarebbero bastati 
a risanare Napoli. Per quanto lo sventramento non risponda 
a tutto ciò che se ne attendeva, e sia riuscita piuttosto una me- 
diocre trasformazione edilizia che una buona opera sociale e mo- 
rale, è sempre un'opera santa, e fra altri dieci anni, se sarà com- 
pita, collocherà Napoli non solo fra le più belle città del mondo, 
ma fra le più sane ; e i due nomi che, nella numerosa serie dei sin- 
daci, vanno particolarmente ricordati per le loro audacie e per 
le grandi cose che compirono o iniziarono, son quelli di Gugliel- 
mo Capitelli e di Niccola Amore. 



^: 



CAPITOLO V 



Sommario : La vita nelle Provincie — Galantuomini e non galantuomini — Vec- 
chie e nuove giamberghe — Il giuoco e la beneficenza — I nobili nelle 
Provincie — Napoletani e provinciali — La proprietà fondiaria e gli affit- 
tuari — Latifondisti e pìccoli possidenti — La vita economica — Le con- 
greghe e loro rivalità — La settimana santa — Tipi caratteristici e un re- 
duce di Antrodoco — Le esteriorità della ricchezza — La carrozza, la mensa 
e la casa — Pinacoteche private — Centri di maggiore civiltà e di cospira- 
zioni liberali — Aquila e Lecce — Le feste religiose — Epigramma per la 
festa di San Giustino a Chieti — Seminari e collegi — Ricordi e confronti 

— Il fenomeno di Daniele Nobile a Chieti — La cultura e le tendenze — 
Trionfavano i reazionari — Particolari sugli attendibili — L'educazione dei 
giovani — I viaggi in Puglia e le bettole di Ariano — L'insicurezza delle 
strade — I teatri — Interessi e bisogni pubblici — Le autorità nei Comuni : 
sindaci, primi eletti e capi urbani — L' indifferenza delle autorità superiori 

— Confronti. 

La vita del Regno si concentrava in Napoli per le provinole 
continentali ; in Palermo, Messina e Catania per la Sicilia ; quella 
delle provinole era di una maravigliosa monotonia. Assenza quasi 
assoluta di bisogni morali, e limitati i materiali al puro neces- 
sario. Vi era una distinzione di ceti tutta convenzionale: ga- 
lantuomini e 7ìon galantuomini. Coloro che vivevano del loro censo, 
esercitavano professione, o vestivano il soprabito, detto, con 
tradizionale classicità, giamberga, erano galantuomini e avevano 
diritto al don. Gli altri formavano, veramente, un sol ceto. Nel 
resto d' Italia la parola galantuomo aveva significato morale ; nel- 
l'antico Regno, esclusivamente sociale. Il ceto dei galantuomini 
si suddivideva in prime giamberghe (gente nuova) e vecchie giam- 
berghe, cioè signori, le cui famiglie contavano qualche secolo di esi- 
stenza e avevano in casa il ritratto degli avi, e mobili, libri, stoffe, 

Dk Cesare. Laflnt di un Regno • VoL II. 7 



- 98 - 

argenterie e quadri di qualche valore. Veramente, soltanto que- 
sti erano considerati i veri galantuomini, ai quali incombeva 
quasi il dovere di non far nulla, reputandosi disonorevole l'eserci- 
zio di una professione. Legame di ceto fra galantuomini pareva 
che vi fosse, ma nessuno ve n'era in realtà tra i ricchi e i non 
ricchi. Ciascuno viveva per se, e il mondo proprio era la pro- 
pria famiglia, e neppur sempre, perchè non rari i casi di fiere 
avversioni e di liti clamorose tra i membri della stessa famiglia, 
quasi sempre per ragioni d' interesse. Naturalmente, i galantuo- 
mini ricchi erano i veri potenti e i soli temuti. Reputandosi 
una classe privilegiata, perchè la ricchezza garantiva in ogni 
caso l'impunità, guardavano con aria compassionevole quelli 
ohe non erano ricchi, e con la protezione delle autorità, eserci- 
tavano il locale dominio, quasi sempre a base di prepotenze e di 
favori. Ed era cosi radicata l'opinione che col denaro si otte- 
nesse tutto, che il ricco era posto, per generale consenso e quasi 
per diritto naturale, in una condizione privilegiata. Questi ric- 
chi di provincia, i più conosciuti, s' intende, avevano spesso pa- 
renti o persone influenti in Corte o nei ministeri e vi ricorre- 
vano, non indarno, nelle occasioni. Alcuni conoscevano il Re» 
e all'occorrenza si rivolgevano proprio a lui, senza intermediarli. 
L'uguaglianza di tutti innanzi alla legge era una convenzionale 
bugia che non maravigliava nessuno; e la vita sociale infor- 
mata da un solo, vero e tenace sentimento, l'amore di sé, per 
cui avveniva che ciascuno godesse più delle disgrazie che delle 
fortune altrui, e si alternassero l' invidia e la compassione. L'o- 
zio alimentava l' indiscrezione : l' ingerirsi dei fatti altrui e il 
tagliare i panni addosso al prossimo era la più dilettevole delle 
occupazioni, com'era quella del giuoco, alimentata anche dal- 
l'ozio, e che il governo non riusci mai a frenare. I principali gio- 
catori avevano qualche celebrità e ogni paese contava i suoi. La 
cronaca del giuoco offriva una miniera di aneddoti caratteristici, 
e il clero dava un discreto contingente alla classe dei giocatori, 
né tra le signore mancavano giocatrici appassionate. 

La ricchezza di rado sentiva alcun dovere sociale. Raris- 
simo il caso, in quegli anni, di qualche lascito pio. Ve ne fu uno 
nel 1865, che menò rumore. Paolo Tonti di Cerignola, ricco 
possidente, morendo il 7 marzo di quell' anno, destinò il suo vi- 



— 99 — 

stoso patrimonio ad opere di carità e di culto, e parve ciò una 
stravaganza, da sollevar forse più critiche che lodi : tanto si era 
alieni dal pensare ohe si .potesse, morendo, lasciare ^il proprio 
patrimonio ai poveri. Quasi tutta la beneficenza si concentrava 
a Napoli, a Palermo e nelle città maggiori del Regno. Nelle 
provinole minori non esistevano asili d' infanzia, ne ricoveri di 
mendicità, né sodalizi di mutuo soccorso, ma solo qualche ricovero 
o istituto per orfani e proietti, o qualche ospedale che accoglieva 
i poverissimi, perchè anche i poveri sentivano invincibile repu- 
gnanza di entrarvi, non vinta neppure oggi. Bitonto aveva l'or- 
fanotrofio Maria Cristina, e Giovinaazo l'ospizio dei trovatelli; 
Terra di Lavoro aveva le Annunziate di Capua e di Gaeta e il 
San Lorenzo di Aversa, tra i suoi ospizii principali, e cosi Lecce e 
Foggia, Aquila e Catanzaro ; mentre altre provinole, come Avel- 
lino, Campobasso, Potenza, ne erano sprovviste. Pochissime città 
minori possedevano qualche istituto di beneficenza e tra esse va 
solo ricordata Marcianise, la quale aveva ricchissime opere pie, 
amministrate fin d'allora da quel canonico Novelli, che più tardi 
figurò come grande agente elettorale in Terra di Lavoro, e mori 
lasciando una cospicua sostanza. Un solo manicomio, quello di 
Aversa ; e solo negli ultimi anni, un francese, certo Florent, ne 
fondò uno privato a Capodichino. Vi erano le Commissioni di be- 
neficenza, che ordinariamente somministravano elemosine e piccoli 
sussidii in caso di malattia, o in determinate solennità, il qual ge- 
nere di elemosina era pur adoperato dai ricchi, nelle feste solenni 
o per i morti. Vi era poi una miseria speciale, perchè quasi oc- 
culta, in quella parte della borghesia, la quale, dato fondo al 
patrimonio per dissipazione o disgrazie, e più sovente per igna- 
via, non trovava da far nulla, né si rassegnava ad esercitare un 
mestiere, per il pregiudizio di considerar vile qualunque lavora 
della mano. C'era perciò in ogni comune un nucleo piuttosto 
forte di fannulloni, viventi di piccole risorse e che divenivano una 
specie di stato maggiore dei più ricchi, tipo fra il cliente, il con- 
fidente e lo sparafucile. Erano gli spostati di quella società, e 
dettero più tardi il maggior contingente alle cospirazioni e indi 
alla rivoluzione. La miseria di tante famiglie non aveva le forme 
esterne dell' indigenza, perchè si viveva con poco e vi era una 
certa vanità a celare il bisogno. Spesso, per opera delle auto- 
rità provinciali, riusciva a qualche persona di queste famiglie 



— 100 - 

ottenere un impieguccio nelle amministrazioni locali, poiché in 
quelle dello Stato gl'impieghi erano patrimonio ereditario dei 
napoletani. Molte famiglie della borghesia, cadute in bisognor 
raccoglievano le ultime risorse e correvano a Napoli a cercar 
fortuna, non altrimenti di quel che fanno oggi i contadini ca- 
labresi, abruzzesi e lucani, emigrando in America. 

I nobili vivevano in gran parte a Napoli, e solo di tanto in 
tanto facevano una gita nelle provincie, per riscuotere le rendite, 
rinnovare gli affitti, ma più spesso per contrarre un debito o ven- 
dere una tenuta. L'arrivo del principe o del duca nel paese natio 
era occasione desiderata di conviti e di balli, ed argomento di acu- 
te e maligne congetture. I nobili generalmente non erano simpa- 
tici ai provinciali, che li consideravano napoletani^ e l'essere 
napoletano non era per i nostri vecchi una raccomandazione ; 
che, certo a torto, napoletano era per essi sinonimo d'imbro- 
glione. Quel parlare sarcastico e quell'aria di canzonatura 
perenne, per cui non si capiva se dicessero sul -serio o da burla, 
riusciva ai provinciali intollerabile. Ne questi avevano torto, 
perchè i nobili si permettevano sovente scherzi inverosimili, ne 
sempre di buona lega, e canzonavano le loro abitudini, le diffidenze 
e le tirchierie, non risparmiando quelli, alla cui borsa erana 
costretti a ricorrere. In Sicilia, invece, i nobili andando nei 
loro feudi, erano festeggiati e fatti segno ad ogni sorta di 
ossequii, ma vi andavano assai più di rado. 

A studiar bene i fenomeni della vita morale e sociale d'al- 
lora, non si può non riconoscere che i rapporti fra gli abitanti 
della capitale e quelli delle provincie erano improntati a scam- 
bievole diffidenza. Se fra Napoli e la Sicilia, per ragioni di sto- 
ria e incompatibilità di razza, la diffidenza raggiunse gli estremi 
di un'avversione indomabile, bisogna pur riconoscere che fu 
alimentata, quasi in ogni tempo, dal governo. Fra Napoli e le 
Provincie del continente non avrebbe dovuto essere così ; ma il 
napoletano si considerava un privilegiato, e i provinciali erano 
per lui una razza inferiore sol perchè goffi nel discorrere, nel 
vestire, nel muoversi. Quando i provinciali erano ricchi, si dava 
lor biasimo dai napoletani di non saper godere le ricchezze, e 
s'imputava loro a colpa, se, venendo a Napoli, non si lasciassero 
spogliare, e a maggior colpa, se si circondassero di cautele e di 



- 101 — 

sospetti. E i provinciali, esagerando alla lor volta, reputavano i 
napoletani imbroglioni e bugiardi, e ne stavano in guardia, ma 
non in guisa da sfuggire sempre alle trappolerie dei più audaci, 
e da non cader vittime di raggiri, molte volte esilaranti, soprat- 
tutto se le vittime erano ricclii preti, avidi di guadagni, o gio- 
vani inesperti, avidi di piaceri, o gabbamondi in busca di numeri 
al lotto. Il vero è che i napoletani ritenevano che la provincia 
fosse in obbligo di dar loro ciò che volevano, ed elevavano agli 
onori di semidivinità quei gonzi, i quali, scendendo nella capi- 
tale, privi di esperienza e di talento, si facevano portar via il 
patrimonio fra giuochi, donne e bagordi. Sarebbe divertentissimo 
un racconto delle trdstole, che si consumavano a Napoli e a Pa- 
lermo, a danno dei provinciali. 

La ricchezza territoriale era accentrata in poche famiglie, 
soprattutto nelle Calabrie, in Basilicata e in Capitanata. Tranne 
che in Terra di Lavoro, nel Barese e nel Leccese, non esisteva 
altra piccola proprietà, che quella della terra vignata intor- 
no ai Comuni. Le famiglie veramente ricche non davano quasi al- 
tro impiego alla ricchezza, che acquistando ordinariamente altre 
terre. Vi era della vanità nel possedere grandi estensioni di 
terreno, messe poi a coltura estensiva di cereali e di ulivi, o 
non coltivate punto, ma solo tenute ad uso di pascolo anche 
per difetto di popolazione. Se questa abbondava in Terra di 
Bari e in Terra d'Otranto, nonché nelle provinole di Napoli, di Ca- 
serta e di Reggio, difettava, dove più e dove meno, quasi dap- 
pertutto. La mancanza di strade rendeva difficile l'equilibrio 
tra l'eccesso e la mancanza di popolazione, nelle varie provinole. 
La Sicilia interna ne era, e n'à anche oggi, inverosimilmente, 
sprovvista. 

Molti possidenti di Puglia e di Calabria si erano venuti 
alienando dall'agricoltura. Davano in fitto le tenute, vendevano 
gli armenti e si ritiravano a Napoli, sedotti dalla vita dei si- 
gnori. Ritirarsi a Napoli era pel possidente di provincia il più 
vagheggiato ideale, che fu largamente realizzato nei primi anni 
della rivoluzione, quando il brigantaggio rese malsicure le cam- 
pagne. Gli affittuari e coloni, che coltivavano le terre, erano in- 
vece gente laboriosa, parca e avveduta, e vennero formando via 
via un nuovo ceto, senza i pregiudizii e le borie dei galantuomini. 



— 102 — 

E si formarono cosi nuove fortune, clie alla fine del Regno erano 
numerose, specie nelle Puglie e nella Campania, accresciute 
com'erano dal buon prezzo dei grani, delle lane, dei latticini, 
delle mandorle e degli olii di oliva, e soprattutto dalla tenuità 
delle imposte. Niente tasse sui consumi o sugli affari o sulle suc- 
cessioni ; e le imposte, nei comuni, clie non avevano beni proprii, 
limitate a pochissimi grani addizionali sulla fondiaria. Le tasse 
erano ristrette alla carta da bollo, a pochi balzelli doganali di 
entrata o di uscita, e alla fondiaria, regolata con un sistema, 
ohe il più facile e il più semplice non si saprebbe immaginare. 
Ferdinando II era inesorabile su questo punto, come si è ve- 
duto. Purché non si pagasse, gì' importava poco che i piccoli co- 
muni fossero addirittura letamai. Il nuovo ceto degli agricoltori 
era ricco di fede e di audacia, e dove riusci a trovar capitali a con- 
dizioni miti, prosperò veramente. Ceto benemerito, che serbò 
vivo il culto della pecora, l'ultima a morire delle industrie armen- 
tizie ; migliorò l'agricoltura ; cumulò i risparmii ; educò i proprii 
figli e si venne incivilendo ; ma quando, vinto dalla vanità, volle 
raggiungere ad un tratto un grado sociale superiore a quello di 
origine, dissipò spesso il frutto delle sue economie. 

Parsimoniosa era la vita, e mancando le occasioni di spendere, 
si verificava a puntino il detto : essere più facile fare dallo scudo 
mille scudi, che dal niente fare lo scudo. C'era la passione o 
addirittura la mania del risparmio, molte volte, per diffidenza, 
tenuto senza frutto. Non vi erano casse per raccoglierlo e la 
rendita pubblica superava la pari. Mancando il capitale cir- 
colante, l'interesse dei mutui era alto, e la media non infe- 
riore al dieci per cento con ipoteca. Chi dava il danaro all'otto, 
era segnato a dito come un filantropo. Il mutuo ipotecario 
veniva adoperato nei prestiti delle grosse somme. Le somme 
piccole eran date sopra semplici obbligazioni, dette boni, i quali 
non si registravano e spesso non erano scritti neanche su carta da 
bollo. Il far debiti si reputava vergognoso, e chi contraeva un 
mutuo con ipoteca, andava a stipularlo presso un notaro di altro 
paese, con l' illusione di mantenere il segreto. Dico illusione, 
perchè si sapeva del debito prima ancora che ne fosse rogato 
1 atto. Era una società semplice e senza segreti. 

Bassi i salarli, proporzionati alla tenuità della vita, e bassa 



— 103 - 

la misura dei compensi ai professionisti. Con tre piastre, o quat- 
tro ducati (16 o 17 lire), una famiglia faceva il suo abbona- 
mento col medico per tutto l'anno ; quasi ridevole il compenso 
agli avvocati innanzi al giudice regio, e assai lontani, da quelli di 
oggi, i compensi agli avvocati innanzi ai tribunali e alle Corti. 
Un avvocato, il quale avesse fatta una grossa sostanza con la 
professione, non godeva generalmente buona fama. 

Tutta l'attività sociale era concentrata nell'unica forma di 
associazione permessa: la congrega o confraternita laicale. Riva- 
lità quindi fra congreghe e congreghe, che si rivelava nelle feste 
dei rispettivi patroni e nei cosiddetti diritti di preminenza nelle 
processioni e sin negli addobbi delle chiese, soprattutto in set- 
timana santa, quando si costruiva il sepolcro di Gesù, che era 
un teatro con scene, personaggi e trasparenti, e rappresentava 
episodii della vita di Cristo, o fatti del Vecchio Testamento. Ogni 
congrega aveva un capo, detto priore, e un sacerdote per l'esercizio 
del culto, detto padre spirituale, eletti col sistema delle fave e dei 
ceci. Le congreghe, invidiose l'una dell'altra, si combattevano con 
un certo accanimento fra loro. Ma non erano le congreghe, come 
ho detto, i soli partiti visibili : c'erano anche gli occulti. i due 
galantuomini più ricchi di ogni comune davano il nome a due 
fazioni, che si contrastavano l' influenza e il dominio locale ; o 
il ricco faceva partito con tutti i ricchi contro le mezze fortune 
o contro gli sprovvisti di ogni fortuna, i quali avevano per capo 
un professionista o un letterato. Si odiavano in segreto e cerca- 
vano di rovinarsi con denunzie. Una denunzia politica bastava 
a rovinare una famiglia. 

Ogni comune contava fra i galantuomini una serie piuttosto 
copiosa di tipi caratteristici, battezzati come tali dalla voce 
pubblica. Vi era lo stravagante, detto fanatico, perchè vive- 
va in maniera diversa dagli altri, e mangiava e dormiva in 
ore diverse ; e se le stravaganze parevano eccessive, era bollato 
come pazzo addirittura. Vi era l'uomo dabbene, a giudizio di 
tutti, il cui consiglio si cercava nei momenti difficili ; l' uomo 
generoso, alla cui borsa si poteva ricorrere senza il pericolo di 
un rifiuto, per piccole sovvenzioni s'intende; lo scialacquatore 
che stupidamente dava fondo al patrimonio ; l'uomo, la cui parola 
era sacra, e quello che la rimangiava con la stessa facilità con 
cui l'aveva data; il bugiardo celebre e il professionista onesto 



- 104 — 

o disonesto. C era il veccMo soldato di Napoleone, con la me- 
daglia di Sant' Elena, circondato dal rispetto dei giovani, ai quali 
raccontava gli episodii delle campagne di Russia e di Germania ; 
c'erano i soldati e i veccH funzionarli di Murat, i quali serbavano 
un vero culto alla memoria dell' infelice Re e sopravviveva qual- 
che reduce di Antrodoco, che narrava la fuga con immagini umo- 
ristiche. Ricordo che uno di questi, già vecchio ai tempi della 
mia gioventù, descriveva quella fuga con un' immagine scultoria : 
'^ad un tratto^ egli diceva, alV apparire della cavalleria austriaca, 
dei soldati nostri non si videro che culi e tacchi \ „ . C'erano i filo- 
drammatici e i filarmonici, e gli strumenti musicali più adoperati 
erano il violino, la chitarra francese e il flauto. Non fu prima 
del 1860 che si generalizzarono i pianoforti. Nel carnevale del 
1857 don Acentino Mayo, ricevitore generale di Chieti, in occa- 
sione di una gran festa da ballo, cui apri le sue sale, fece venire 
un magnifico harmonium a sedici registri, e fu il primo che si ve- 
desse, e per molti anni rimase il solo in tutto l'Abruzzo. C'era il 
poeta, che scriveva sonetti per nozze, per battesimi o per morti, e 
l'epigrammista burlone, che metteva fuori le satire anonime e 
mandava gì' inviti ai tipi più curiosi , o perchè si ritrovassero a 
pranzo da un comune amico, o corressero da un altro in fin di vita, 
o montassero la guardia al sepolcro di Gesù il giovedì santo, e 
rammentassero di far bene la caduta all' intonazione del Gloria^ 
nel sabato santo. Il sepolcro di Gesù era una vera rappre- 
sentazione teatrale. Il sabato santo, quando il celebrante in- 
tonava il Gloria e si scioglievano le campane, le figure di car- 
tone, che stavano a rappresentare i soldati di guardia al se- 
polcro e che volgarmente si chiamavano giudei, venivan fatte ca- 
dere a terra. Di qui lo spirito dello scherzo, anche più salace per 
il fatto, che il volto dei giudei era quanto di più brutto si potesse 
immaginare. E vi erano infine due altri tipi caratteristid., quello 
dell'avaro sfarzoso e del cacciatore abile. La caccia era lo sport 
più di moda. Naturalmente, alcuni di questi tipi pagavano un 
larghissimo tributo, in varie forme, all'iperbole; e uno dei diver- 
timenti più graditi era l'ascoltare le imprese di caccia, con relative 
straordinarie bravure di cani, di tiri e di prede. 

Una famiglia ricca non si concepiva senza la carrozza e 
senza alcune condizioni esteriori, nella vita e nelle abitudini. 



- 105 - 

Dopo Napoli, le provinole, che contavano maggior numero di 
carrozze private, erano le Puglie e la Campania, perchè le più 
ricche e le meno sprovviste di strade. Seguivano Chieti e 
Aquila, ma soprattutto Chieti, dove i signori avevano magnifiche 
vetture con pariglie, e il maggior lusso lo faceva quel don Acen- 
tino Mayo, sumenzionato, il quale aveva sposata una figliuola del 
Santangelo e aveva danaro da buttare. La vettura serviva ai 
brevi viaggi e alle scampagnate; serviva per andare incontro 
alle autorità e ai forestieri e per riaccompagnarli; serviva ai 
battesimi, alle nozze e ai funerali : tutte occasioni straordi- 
narie. Col poco uso, le carrozze duravano molto, ma diven- 
tavano antiquate e più antiquata la livrea, o mostra di livrea, 
per cui tutto Vattelage suscitava V ilarità dei nobili che venivano 
da Napoli. 

Parca la mensa anche dei ricchi. Vi erano famiglie signo- 
rili, che davano alla tavola un apparato sontuoso, con cuochi e 
servi. Alcune famiglie calabresi conservavano le vecchie tra- 
dizioni, secondo le quali le signore, nelle grandi occasioni, sede- 
vano a mensa, tenendo i guanti alle mani. Le famiglie ricche 
che spendevano poco per il pranzo, erano indicate alla gene- 
rale maldicenza. H-ari gì' inviti, tranne fra persone intime nelle 
feste solenni. Gl'inviti erano riserbati ai forestieri, parenti, 
amici, i quali si recavano da un paese all'altro, in occasione di 
feste di fiere. Un po' per vanità, ma molto per bontà di cuore, 
molte famiglie, la cui mensa era ordinariamente frugale, diveni- 
vano di una larghezza sontuosa, quando c'era l'ospite, soprat- 
tutto se l'ospite occupava un uffizio pubblico, civile o ecclesia- 
stico. Erano pranzi con portate innumerevoli e infinite varietà 
di antipasti, di conserve e di latticinio Caratteristiche le in- 
sistenze all'ospite per obbligarlo a mangiare : " Mangiate, man- 
giate, voi dovete viaggiare ;, ; e le insistenze erano sincere e si 
durava fatica a schermirsene. Non sempre la padrona di casa, 
nelle famiglie borghesi, assisteva al pranzo, o perchè la vecchia 
etichetta non lo permetteva, o perchè era più necessaria la sua 
presenza in cucina. 

L'alimentazione più comune era di paste, di legumi e di 
ortaggi: paste fatte in casa, come il pane; che anzi, se per le 
paste era tollerato acquistarne sulla piazza, per il pane l'acqui- 
starlo indicava povertà. La carne di manzo, tranne nei capo- 



— 106 - 

luoghi di provincia e di circondario, era rarissima; ordinaria- 
mente, si mangiava carne di castrato, di pecora o di agnello, 
poUi nelle grandi occasioni, e carne di maiale nell' inverno. 

I ricchi e gli agiati abitavano case proprie. La prima affer- 
mazione della ricchezza era l'acquisto della casa, dove non abi- 
tava che la famiglia, perchè il meridionale, soprattutto il siciliano, 
dà alla home il carattere di gelosa intimità e non ammette che 
vi possa abitare e quasi penetrare altri. Nella casa il ricco rac- 
coglieva quanto era necessario alla sua famiglia, e ordinaria- 
msnte, annesso alla casa era il giardino o l'orto, per cui non 
si rendeva necessario uscire. Nelle case erano quasi ignoti i 
cosiddetti conforti o costose superfluità moderne, e di quadri 
non si vedevano che immagini sacre in caratteristiche stampe, o 
litografìe di scene rappresentanti gli episodii di Genovieffa di 
Brandeburgo, ovvero i quattro poeti italiani, o i grandi composi- 
tori di musica, o le quattro stagioni. Nelle case più antiche e più 
ricche si vedevano stampe napoleoniche o mitologiche, specchiere 
e candelabri del tempo dell' impero, ritratti ad olio degli antenati 
con la caratteristica lettera in mano, sulla cui sopraccarta si leg- 
geva il nome del personaggio, dipinto sulla tela nel costume del 
tempo. Dopo la guerra di Crimea vennero di moda gli episodii 
e i personaggi di quelle battaglie ; e dopo il 1859, nelle case dei 
liberali, si vedevano litografìe colorate delle battaglie di Mon- 
tebello, di Palestro, di Magenta, di Solferino, con i ritratti di 
Napoleone III e dei generali francesi. 

Earissime le pinacoteche private. L'Abruzzo, patria dei fra- 
telli Palizzi e dello Smargiassi, era la sola regione dove fossero 
interessanti raccolte private. Vanno ricordate quelle delle fa- 
miglie Dragonetti e De Torres in Aquila, e dei marchesi Cap- 
pelli a San Demetrio, nonché la raccolta di don Filiberto de 
Laurentiis in Chieti, erede di quel Niccola de Laurentiis, che 
nei principii del secolo onorò la pittura napoletana. La rac- 
colta Cappelli andò divisa fra gli eredi di Luigi e di Domeni- 
co, fratelli maggiori di Emidio, l'autore della Bella di Camarda, 
che fu Pari nel 1848 e deputato di San Demetrio nella prima 
legislatura del Parlamento italiano e che insegnò il latino a 
Euggiero Bonghi, giovinetto. Figliuoli di Luigi Cappelli sono : 
Raffaele, deputato di San Demetrio e già ministro degli esteri, 
e Antonio, senatore del Regno. Aquila, Catanzaro e Lecce 



— 107 — 

erano forse, tra i capoluoghi delle provincie continentali, le 
città più civili. Più lontane da Napoli, risentivano meno gli 
influssi delle volgarità della capitale. Aquila, gentilissima città, 
più sabina che napoletana, aveva frequenti contatti con Roma ; e 
Lecce, alla cortesia innata della sua gente, univa uno squisito 
senso d'arte, di gusto e d'arguzia. 

Ogni provincia aveva la sua vita locale, maggiore in quelle 
che erano sede di Gran Corti Civili, come Aquila, Catanzaro e 
Trani, e quella della provincia di Bari era divisa fra Bari e 
Trani, perchè la Gran Corte Civile e i tribunali risedevano in 
quest'ultima città, popolata, forse più che non sia oggi, di magi- 
strati, avvocati e curiali. I capi delle Corti e dei tribunali erano 
generalmente persone colte, e però intorno a loro si raccoglieva 
quel po' di mondo intellettuale, formato da professionisti o dai 
possidenti più istruiti. E si raccoglieva intomo ai capi della ma- 
gistratura, più ancora che intorno agi' intendenti, perchè costo- 
ro, a differenza degli attuali prefetti, vivevano molto raccolti, 
anzi ritenevano essere più dignitoso per loro tenersi lontani dalla 
gente. Anche quelli, che avevano famiglia, vivevano vita riti- 
rata, né amavano di offrir pranzi o balli. L'intendente, più che 
l'amministratore della provincia, era il capo della polizia, nonché 
il vicario del Sovrano, quello che poteva perdere una famiglia solo 
che lo volesse, non essendo dei suoi atti responsabile che soltan- 
to innanzi al Re. E perciò era stranamente temuto, e ciascu- 
no si studiava di farsi notare il meno possibile. Alcuni inten- 
denti, come Ajossa a Bari, Sozi Carafa a Lecce, Mandarini a 
Chieti, Mirabelli ad Avellino, Guerra a Foggia, Mazza a Co- 
senza, Roberti a Teramo, esercitarono un senso di vero terrore. 

La grande distrazione nelle provincie continentali, come in 
Sicilia, erano le feste. Da aprile a novembre si celebravano fe- 
ste religiose tutte le domeniche. Ogni città o piccolo comune 
aveva, come del resto anche ora, il suo Santo patrono. Come 
in Sicilia Santa Rosalia, Sant'Agata e la Madonna della Let- 
tera, cosi San Niccola a Bari, coi caratteristici e affollati pel- 
legrinaggi; Sant'Oronzio a Lecce ; la Madonna dei Sette Veli a 
Foggia; San Matteo a Salerno, con la copiosa fiera di merci e 
bestiame; San Gerardo a Potenza; San Modestino ad Avellino; 
San Bernardino ad Aquila ; San Giustino a Chieti, e cosi via via. 



- 108 - 

Erano feste magnificile, che duravano più giorni, con bande, lu- 
minarie, globi areostatici, cuccagne, fuochi pirotecnici, spari di 
mortaletti, corse di cavalli e fiere. Nell'Abruzzo, le feste di Chieti 
erano le più rinomate, e nel 1865 fu affidato l' incarico di orga- 
nizzarle al sindaco don Florindo Briganti, al primo eletto, don 
Giambattista Saraceni, e al segretario, tal don Vincenzo, sopran- 
nominato lu brutto. Alla vigilia della festa, si lessero per le 
cantonate della città questi versi : 

Povero San Giustino! 
In mano a un Brigante e un Sajacino 
E in mano a don Vincenzo lu brutto 
Che magna franco pesce, carne e tutto ! 

L'anno dopo, altri versi colpirono un barocco restauro del 
duomo, che il vescovo monsignor Saggese affidò a un mediocre 
pittore, tal Del Zoppo: 

E il nostro San Giustino 

Più. non ravvisa il suo soggiorno ; 
Ogni parete, ogni arco ed ogni muro 
Sono imbrattati e luridi all'eccesso, 
E reclaman dal vescovo futuro, 
La scopa e il gesso. 

Oltre i licei con corsi universitari, dei quali si è parlato, vi erano 
collegi privati od appartenenti ad Ordini religiosi, come a Trani 
i Domenicani, e a Lecce i Teatini ; senza contare i molti seminarli, 
quasi uno per diocesi, tra i quali di maggior reputazione erano 
quelli di Molfetta, di Conversano, di Matera, di Aquila, di Chieti e 
di Lanciano. Il seminario di Molfetta doveva il suo nome a una 
serie di buoni vescovi, al rettore Sergio de Judicibus, e ad un com- 
plesso di condizioni fortunate, per cui quella città era divenuta da 
mezzo secolo centro di cultura classica. In quegli anni i detti 
seminarli erano all'apice della celebrità, e basterà ricordare che, 
compiuta la rivoluzione, i migliori professori e i più valorosi gio- 
vani di quegl' istituti furono chiamati nell' insegnamento governa- 
tivo nell'amministrazione scolastica, e altri onorarono più tardi 
le lettere, le scienze e la politica. Ricordo fra i miei compagni 
del seminario di Molfetta Giovanni Beltrani, Gaetano Semeraro, 
Giuseppe Panunzio e il mio carissimo Eafiaele Basile, spirito 



— 109 - 

colto e integro, cui un'eccessiva modestia ha impedito di farsi 
largo nel mondo. Pietro de Bellis, Domenico Morea, Giuseppe 
Orlandi, Pietro de Donato Griannini e Donato Jaja erano semi- 
naristi a Conversano; Michele Torraca a Matera ; Vito Sanso- 
netti, Antonio Casetti e Davide Lupo alunni dei Teatini di Lec- 
ce, ne svestirono l'abito prima ohe andassero studenti a Napoli. 
E fra i professori di quei seminarli, i quali, dopo il 1860, entra- 
rono nell'insegnamento governativo o nell'amministrazione sco- 
lastica dello Stato, ricordo Girolamo Nisio e Orazio Pansini, di 
Molfetta ; Baldassarre Labanca, di Agnone e Pietro De Belile, di 
Conversano. 

Per il collegio di Chieti, non si può non ricordare un feno- 
meno rarissimo e forse unico : un ragazzo di dodici anni, na- 
tivo di Gessopalena, povero come Giobbe, che si chiamava Da- 
niele Nobile. Per virtù congenita e senza educazione di sorta» 
egli risolveva estemporaneamente i più astrusi problemi di arit- 
metica. Piccolo, quasi deforme, nevrotico, dalla bocca enorme e 
dagli occhi sporgenti, balbuziente, apata e col cuore non aper- 
to ad altri affetti, tranne quello per sua madre, egli, entrato 
in collegio, imparò a memoria quanto nessun uomo potrebbe im- 
parare in tutta la vita. Recitava la Divina Commedia dalla prima 
all' ultima terzina, senza mettere una parola in fallo ; ripeteva 
lunghi brani di classici e giunse persino ad imparare il dizionario 
italiano-latino. Ma i superiori, temendo che glie ne venisse male, 
ricorsero all' influenza del suo confessore, e questi ottenne che il 
ragazzo si fermasse alla lettera d. Era stato compagno di Cam- 
millo de Meis, e crebbe sviluppando la sua memoria in maniera 
veramente portentosa ; ma la sua virtù singolare stava nel ri- 
spondere prontamente e senza riflessione apparente e con mirabi- 
le precisione, a tutti i quesiti più difficili di aritmetica. Ferdi- 
nando II, andato a Chieti nel maggio del 1847, ricevette raggua- 
gli di questo giovanetto e volle conoscerlo. Gli mosse varie do- 
mande, ed ebbe pronte risposte, verificate esattissime. Allora volle 
fargliene anch'egli una, che formolo cosi : " Io nacqui nel giorno 
tale dell'anno tale, alla tale ora, e fino a questo momento (cavando 
l'orologio e notando 1 minuti primi e i secondi) quanti an- 
ni, mesi, giorni, ore, minuti primi e secondi ho vissuto .? „. E 
il Nobile prontamente rispose; e le cifre furono raccolte e sot- 



- 110 - 

toposte a riprova dagli ufficiali che accompagnavano il Re. La 
prova però non riusci, essendosi verificato che le cifre, date 
dal Nobile, erano di molto superiori alle vere. Egli spalancò 
gli occhi, contrasse la bocca e parve impazzasse. Il E-e ne ebbe 
pietà e lo incuorò dicendogli: ^ Bipensa hene y,. Egli tacque per 
pochi istanti, tenendo gli occhi fissi sui numeri scritti dagli 
ufficiali. Ad un tratto ruppe in un urlo di gioia e, balbettando, 
esclamò : " Voi, voi non avete calcolati gli anni bisestili, con le 
differenze delle ore „ . Gli ufficiali rifecero i calcoli e riconob- 
bero che Nobile aveva ragione. Il Re gli concesse sei ducati al 
mese, vita durante. Fatto adulto, non ebbe fortuna, e in quegli 
anni era bidello del collegio, mangiava e dormiva pochissimo, 
e il suo maggior divertimento nei mesi di vacanza era quello 
di girare i paesi della prc»vincia, per visitare i suoi compagni. 
Mori dopo il 1860. 

Il 1799 e il 1848 avevano lasciato ricordi incancellabili di 
spavento. Il gran numero di prigionieri politici, e quello cosi 
sterminato, di " attendibili „ che non vi era comune o borgo 
che non ne avesse, teneva la gente in grande paura. I pochis- 
simi che cospiravano, davano di certo prova di grande coraggio. 
Nessuno credeva possibile una rivoluzione ; nessuno sognava che 
la dinastia dei Borboni, ritenuta incrollabile, potesse cadere ad 
un tratto, e nessuno immaginava la morte di Ferdinando II, a 
49 anni. L'unità italiana veniva ritenuta un sogno di settarii ; 
e i cittadini più eletti, che avevano nel 1848 applaudito al nuovo 
ordine di cose, erano in carcere o iscritti nella lista degli at- 
tendibili, la quale si divideva in tre categorie. Appartenevano 
alla prima i capi del partito liberale e i più compromessi con 
discorsi o con atti ; alla seconda, i liberali meno ardenti e meno 
compromessi; alla terza, i gregarii, fra i quali si noveravano 
semplici operai, bottegai ed anche contadini illetterati. L'af- 
tendibile era soggetto alla sorveglianza della polizia; gli era 
vietato di allontanarsi dalla sua residenza senza permesso del- 
l'autorità politica, e se erasi dedicato all'insegnamento, gli era 
proibito di tenere studio privato ; se uomo di affari, di prender 
parte a pubblici incanti. La vigilanza, nei capiluoghi di circon- 
dario di provincia, era esercitata severamente dalle autorità di 
polizia e dalla gendarmeria. A Chieti, ancor più del reggimento di 



- Ili — 

guarnigione, che per parecclii anni fu il primo di linea, comandato 
dal colonnello G-iuseppe Pianell, il quale lasciò di sé grato ricor- 
do, bastava a mantener l'ordine uno sciocco ma temuto caporale 
di gendarmeria, certo Piccione, il quale nei rapporti ufficiali 
usava la formula: Noi don Placido caporal Piccione. 

Nei capiluoghi di mandamento, la vigilanza era esercitata 
dal giudice regio, che riuniva in sé le funzioni giudiziarie e 
di polizia; e negli altri paesi dai gendarmi o dal capo urbano, 
il quale si arrogava talvolta anche la facoltà di mandare gli 
attendibili, per qualche ora, al corpo di guardia o, come si so- 
leva dire, al fresco. 

I reazionarii trionfavano. Essi schernivano gli attendibili e 
non mancavano di denunziarli per rancori personali, o per ven- 
dette partigiane. Ad ogni più lieve sospetto di perturbazioni 
o cospirazioni, il ministero di polizia ordinava perquisizioni do- 
miciliari degli attendibili, più noti per grado sociale o per cul- 
tura, e guai se si fosse trovata una carta men che innocente. La 
diffidenza e il sospetto quasi generali, perchè il governo era di- 
venuto un partito. Nelle amministrazioni comunali erano stati 
inesorabilmente destituiti tutti coloro, che, durante il breve pe- 
riodo costituzionale, furono assunti agli uffici municipali ; e de- 
curioni, eletti e sindaci furono scelti tra i più fidi reazionarii. 
Purché fossero manifestamente fedeli al E-e e godessero una di- 
screta opinione in fatto di morale e di religione, non si richie- 
deva altro requisito. Gl'intendenti, nominati dai ministeri co- 
stituzionali, corsero la stessa sorte dei sindaci, e quando erano 
traslocati, si temeva sempre di peggio. Restò proverbiale il saluto 
che un signore di Trapani fece all'intendente Rigilisi, il qua- 
le, nel congedarsi perchè trasferito altrove, assicurava che il 
suo successore era meglio di lui. " MeggMu lu tintu pruvatti — 
gli fu risposto — ca lu megghiu a pruvari „ . ^ Industrie, com- 
merci, miglioramenti economici, venivano in seconda linea. Si 
tentò qualche cosa per gli stabilimenti di pubblica beneficenza, 
ma con poco profitto. Il Consiglio degli Ospizi, che nel capoluogo 
accentrava e dirigeva ogni minuto particolare delle amministrazio- 
ni locali di carità, veniva preseduto dall' intendente, ma n'era vice- 



* Val meglio il brutto provato che il bello da provare. 



— 112 — 

presidente il vescovo, e metà dei consiglieri erano ecclesiastici 
tutti di fiducia del vescovo. Nella provincia di Terra di Lavoro 
si verificava una singolare anormalità. Il vecchio tenente gene- 
rale Pietro Vial, comandante le armi, che abitava nella Reggia di 
Caserta e conferiva direttamente col Re, esercitava anch'egli la 
polizia. Senza curarsi dell'intendente, ordinava ai sottointen- 
denti e agli ispettori carcerazioni, scarcerazioni ed anche confini, 
a suo piacimento. 

Poca vita nei cafie, maggiore nelle farmacie ; pochissimi 
ricevimenti privati; piuttosto frequentati gli spettacoli teatrali, 
ma sottoposti a ridicola censura. Le casine, i circoli e i clubs non 
nacquero che coi nuovi tempi. Di carnevale erano generali i balli, 
detti festini, e quelli popolari erano chiamati a Lecce débosce, e 
a Chieti tresconi, divertentissimi. 

Le ragazze andavano in un monastero o in qualche istituto 
del capoluogo, e le più ricche nei vecchi educandati di Napoli, 
ma il maggior numero rimaneva a casa ed apprendeva il leg- 
gere e lo scrivere da maestre paesane. Era però bandito il pre- 
giudizio dalle classi civili di non dare alcuna istruzione alle 
ragazze. I giovani, tornati da Napoli, solevano prender moglie 
e mettevan su casa ed esercitavano la professione ; ma i più ricchi, 
prendendo esempio dal Re e dai principi reali, ostentavano per 
le lettere e per i letterati un volgare disprezzo, per cui altra 
fonte di inimicizie era la rivalità fra ricchi ignoranti e persone 
istruite, ma senza fortuna; e il governo, che poggiava tutto 
il suo edifizio sulla possidenza, preferiva nelle cariche pubbliche 
quelli a questi, ma soprattutto diffidava dei ricchi divenuti po- 
veri, perchè riteneva che fra loro si annidassero, a preferenza, 
i liberali. E liberale per Ferdinando II era anche sinonimo di 
spiantato e nemico della pace sociale. 

Negli ultimi tempi la cultura divenne più diffusa. Quasi 
ogni capoluogo di provincia aveva un negozio di libraio, e al- 
cune opere, come la Storia Universale di Cantù, V Enciclopedia 
popolare e la guerra di Crimea, e geografìe e atlanti e opere 
giuridiche ebbero fortuna. Divenne un mobile più comune la 
libreria, dove si vedevano allineati i volumi, con buone rile- 
gature. Più tardi vennero di moda le edizioni Le Mounier e 
le belle edizioni francesi illustrate. Si leggeva e si studiava di 



- 113 — 

più, e la cultura era forse meno varia di oggi, ma più solida, so- 
prattutto la classica. 

Ogni provincia aveva un centro speciale di cultura e un pic- 
colo fuoco di liberalismo : Trani, Molfetta e Putignano per Bari ; 
Manduria, patria di Niocola Schiavoni e dei maggiori condan- 
nati politici, per Lecce ; Avellino e Cosenza per le proprie Pro- 
vincie ; Monteleone, Catanzaro e Reggio per le tre Calabrie, e 
della provincia di Chieti questo centro era Ripa Teatina, dove 
abitava una zia materna di Cammillo de Meis, donna Chiara 
Maria Cardone in Garofalo. Il fattore del De Meis, Gregorio 
di Labio, vi andava da Bucchianico nei giorni di mercato e por- 
tava le notizie del padrone ai pociiissimi, che lo rammentavano 
senza paura. A Bomba invece nessuno avrebbe osato in pub- 
blico chiedere notizie dei fratelli Spaventa, esule uno, ed erga- 
stolano a Santo Stefano, l'altro. 

La cultura politica era patrimonio di pochi ben privilegiati ; 
le classi dirigenti ritenevano il resto d'Italia, da Roma in su, 
un paese straniero, non per la geografìa e assai meno per la 
storia, ma per la distanza, che separava il Regno da Roma, 
dov'era il Papa ; da Firenze, dov'era il Granduca ; da Milano 
e da Venezia, dov' erano gli austriaci : austriaci. Papa e Gran- 
duca legati strettamente alla Corte di Napoli da vincoli di 
parentela, di religione e di politica, i quali vincoli stringe- 
vano ad un tempo le piccole Corti di Modena e di Parma a 
quelle di Vienna e di Napoli. Il Piemonte, che aspirava ad es- 
sere una grande potenza, andando a combattere in Crimea e di- 
scutendo la questione italiana nel Congresso di Parigi, teneva 
accesa la fede di quanti speravano tempi migliori ; ma era piutto- 
sto una fede religiosa che convinzione politica, tanto pareva 
inconcepibile quel che avvenne pochi anni dopo. Le classi diri- 
genti non erano al corrente delle notizie del giorno, e s' indica- 
vano a dito quelli che ricevevano qualche giornale da Napoli. 
La grande maggioranza era rassegnata ad uno stato di cose, che 
sembrava non potesse migliorare e assai meno mutare. 

Non si viaggiava che dai soli ricchi e la gran mèta del viaggio 
era Napoli, 'u casalone, considerata dai provinciali sede delle uma- 
ne maraviglie. Tornando in provincia, non finivano di decan- 
tarne le bellezze. Persino i lazzaroni erano trovati spiritosi e 

De Cesare. La fine di un Régno • VoL II. 8 



— 114 — 

graziosi, sino ad appropriarsene il linguaggio e le maniere. Il 
viaggio importava spese non lievi, perchè durava sette giorni da 
Lecce, dieci da Reggio, cinque da Aquila, punti estremi delle pro- 
vinole continentali. Molti calabresi di Catanzaro e di Cosenza 
s' imbarcavano al Pizzo, dove approdava il vapore una volta la 
settimana, e poicbè non vi era porto, ne banchina, ma solo uno 
scoglio, se il mare era grosso, il battello non approdava e si 
rimaneva al Pizzo otto giorni. Per la linea di Puglia, che era 
relativamente la più sicura, il traffico veniva fatto da quelle enor- 
mi e solide carrozze di Avellino dipinte in giallo. 

Foggia, Ariano e Avellino erano tappe di obbligo per i pu- 
gliesi. Passato l'Appennino, si cominciava ad aver conoscenza 
del dialetto napoletano, perchè alla terminazione in consonanti 
dure si sostituiva quella delle consonanti dolci, e da Ariano la 
povera gente chiama tata o papà il genitore, e diminutivo di 
Luisa è Luisella. Da Ariano ad Avellino s' incontrava 1' erto va- 
lico dell'Appennino, detto la Serra, dove si sostituivano i bovi ai 
cavalli. La seconda di queste città era l'anticamera di Napoli, 
ed aveva tre o quattro locande, la più rinomata delle quali fu 
negli ultimi tempi quella detta delle Puglie, posta sulla via mae- 
stra, quasi nel mezzo della città, dove si mangiava e dormiva 
bene, e il cui esercente, certo Tarantino, aveva smessa un'altra 
sua osteria più antica, detta del Principe. Ad Ariano le locande 
erano bettole, ma rese piacevoli da una cena squisita di pollastri 
e prosciutto: cena servita da ragazze paffute, le quali non si 
commuovevano alle occhiate dolci degli studenti, usciti di fre- 
sco dai collegi o dai seminarli. Sono grate reminiscenze della 
mia giovinezza, del mio primo viaggio a Napoli, dei miei amici 
quasi tutti spariti dal mondo, e quelle impressioni, che pa- 
reva fossero eccezionali per ciascuno, erano comuni a tutti. 
Viaggio quasi sempre allegro, essendo comune il caso che più 
studenti o famiglie lo facessero insieme, servendosi di più car- 
rozze. 

Ma ciò che rendeva difficile e pericoloso il viaggiare, era 
l'insicurezza delle strade. Il vallo di Bovino per i pugliesi, il 
piano di Cinquemiglia per gli abruzzesi, la Sila, il Cilento e lo 
Scorzo, per quelli che 'venivano dalle Calabrie e dalla Basilicata, 
erano tradizionali e paurosi nidi di malandrini. Sovente gli stes- 
si proprietarii di taverne, lungo le strade, fiutata una buona pre- 



- 115 - 

da inerme, mettevano su prestamente uomini loro e ne formava- 
no una piccola banda, la quale, bendandosi il volto e puntati i 
fucili contro i viandanti, gridava forte il tradizionale: faccia 
a terra, e li spogliava d'ogni avere. La gendarmeria del 
vicinato non di rado teneva mano a questi ladri di occa- 
sione. Erano noti fra i più celebri organizzatori di picco- 
le bande improvvisate, i tavemari dello Scorzo sulla via del- 
le Calabrie, e del Passo di Mirabella sulla via delle Puglie; 
anzi si affermava che costoro fossero vecchi avanzi delle bande 
di Ruffo. Si preferiva perciò viaggiare in molti, con tre o quat- 
tro carrozze, portare il fucile carico a palla e scendere nei luo- 
ghi più pericolosi, coll'arma tra le mani, per istornar qual- 
che agguato. Vero è che negli ultimi anni del regno di Fer- 
dinando II c'era una discreta sicurezza nell'attraversare quei 
luoghi, ma la fama antica accendeva le fantasie e le paure. 
Avanti che si costruissero le strade rotabili, cioè fino ai primi 
anni di questo secolo, si aveva l'abitudine di far testamento 
prima d'intraprendere il viaggio dalle provinole a Napoli. Le 
tre grandi strade per le Calabrie, le Puglie e gli Abruzzi segna- 
rono una vera rivoluzione nel viaggiare. E si abbreviarono le 
distanze anche di , più negli ultimi anni del regno di Ferdi- 
nando II, quando fu impiantato un quotidiano servizio postale 
fra Napoli e le provincie, del quale potevano profittare sin cin- 
que viaggiatori, e le cui corse, con cambi frequenti di cavalli, 
non faceano soste neanche la notte. Viaggiare nella posta era 
viaggiare da signori; ma se si risparmiavano le locande, erano 
di rito le laute mance ai postiglioni e al corriere. Ma i più 
preferivano l'antico sistema di viaggiare con le carrozze di 
Avellino, perchè si riposava la notte, si andava in compagnia e 
c'erano le fermate caratteristiche di Ariano e di Avellino. 

Più comuni i viaggi nei capiluoghi delle provincie o dei 
tribunali. Vi si andava per affari giudiziarii o amministrativi, 
o anche per l'apertura di un teatro, perchè generalmente i ca- 
piluoghi di provincia avevano un teatro, e parecchie città del- 
la stessa provincia, un teatrino. Quello di Bari, bellissimo, dopo 
quindici anni di lavoro e ottantacinquemila ducati di spese, 
fu inaugurato il 4 ottobre 1855 ; ed oltre a Bari, avevano, nelle 
Puglie, teatri o teatrini stabili Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto, 
Foggia, Cerignola, Lucerà; e teatri d'occasione, quasi tutt'i co- 



— 116 - 

mimi grossi. Si chiamavano d'occasione, perchè si piantavano 
in ampie sale terrene, o in qualche castello abbandonato. Chie- 
ti, Lanciano, Avellino, Caserta, Capua, Catanzaro, Seggio, Cosen- 
za e Trapani avevano teatri stabili anch'esse. In quello di Chieti 
si alternavano opere di musica e di prosa, e la stagione comin- 
ciava il primo di ottobre, per finire col carnevale. A Chieti can- 
tarono Graziani e Delle Sedie, e nel 1857 vi debuttò nel Marco 
Visconti la celebre Giovannoni. Non vi fu quasi teatro di pro- 
vincia, dove non si rappresentasse il Trovatore. Per gli scrupoli 
di monsignor Gallo, il bel teatro di Avellino rimase chiuso fino 
al 1860. Quel teatro era stato costruito sui ruderi di una chiesa, 
e solo quando ne furono vuotate le sepolture, il vescovo tolse il 
divieto. E il teatro di Trani, forse più antico e certo di maggior 
celebrità di tutti, ha avuto recentemente un'interessante illu- 
strazione. ^ I teatruccoli d'occasione con compagnie randagie ave- 
vano sempre il Pulcinella, perchè non s' immaginava teatro di 
prosa senza questa maschera, e spesso per mandar via i comici 
disgraziati, occorreva una colletta, detta guanto. 

Nessuna sollecitudine ispiravano le cose pubbliche, ma molta 
viceversa era la vanità di figurare a capo del proprio comune. 
Le autorità comunali erano il sindaco, il primo e il secondo elet- 
to, i decurioni, il capourbano, il sottocapourbano, il conciliatore 
ed il supplente giudiziario (ora vicepretore) : tutti, naturalmente, 
di nomina regia e scelti molte volte tra i più notevoli del paese, 
non intinti però di liberalismo. Si era sindaco e decurione a tempo, 
conciliatore, supplente o capourbano a vita ; il primo eletto sog- 
giaceva a più frequenti mutazioni, avendo egli il governo della 
piazza e fissando il prezzo dei commestibili, per cui non andava 
esente da maldicenze. Gli urbani o guardie urbane erano una 
milizia locale, composta generalmente di operai e di bottegai e 
contadini, i quali non vestivano divisa e sojo portavano, in ser- 
vizio, una coccarda rossa al cappello o alla coppola. C'era nei 
comuni un posto di guardia, dove ogni sera gli urbani conveni- 
vano alla spicciolata per turno, armati di schioppi di loro pro- 
prietà. Avevano il privilegio di ottenere gratuitamente il porto 



' Giuseppe Peotomastro, Cronistoria del teatro di Trani. — Trani, 
V. Vecchi, 1899. 



- 117 - 

d'armi, ma non il permesso di cacciare. Nei piccoli paesi il ca- 
pourbano era l'uomo più temuto dopo il giudice regio, perchè 
vigilava, riferiva, denunziava, dava informazioni al giudice, al- 
l' intendente o al sottointendente, ma non aveva neppur lui l'ob- 
bligo dell'uniforme, per cui, compiuta la rivista, egli non sapeva 
che cosa fare della sciabola. 

Quasi non si sentiva nessun bisogno pubblico. L'igiene si 
trascurava in modo che le condizioni della maggior parte dei co- 
muni, ma singolarmente dei più piccoli, erano orribili addirittura. 
Non fogne, non corsi luridi, non cessi nelle case, scarso l'uso 
di acqua, dove o' era naturalmente ; quasi nessun uso, dove non 
c'era. Poche le strade lastricate o acciottolate , pozzanghere e 
fanghiglia nelle altre, e in questo gran letamaio razzolavano polli, 
e grufolava il domestico maiale. Bisogna ricordare che nei paesi 
meridionali, generalmente, i contadini vivono nell'abitato, nella 
parte vecchia, eh' è quasi sempre più negletta e fomite di malattie 
infettive. Ma tutto ciò sembrava così naturale, che nessuno ho ne 
maravigliava ; e se, di tanto in tanto, si compiva qualche opera 
pubblica, era piuttosto un abbellimento o una superfluità. La 
povera gente era abbandonata a sé stessa, mentre il galantuomo, 
o aveva le case sulla strada principale, ovvero innanzi al suo por- 
tone si faceva costruire un metro di lastricato, per suo uso per- 
sonale. I municipii, come si è detto, non avevano mezzi. 

Non il principe, non le autorità si maravigliavano di un si- 
mile stato di cose. Ferdinando II aveva percorse più volte le 
Provincie, e le condizioni moralmente e socialmente miserrime, 
le vedeva, ma non le intendeva. Se non rivolse mai le sue 
cure alla capitale, non era sperabile che le rivolgesse alle Pro- 
vincie. Certi bisogni erano superfluità per lui ; gli bastava or- 
dinare la costruzione di una nuova chiesa o convento, per credere 
di aver cosi appagato il voto delle popolazioni. Negli ultimi 
tempi manifestò una certa energia nel volere la costruzione dei 
cimiteri ; ma in tanta parte del Regno, di qua e di là dal Faro, 
anche dopo di averli costruiti, si seguitò a seppellire i galantuo- 
mini nelle chiese e a buttare la povera gente nelle " fosse car- 
narie „. Anche innanzi alla morte l'eguaglianza civile era una 
parola senza significato ! 

Ecco in breve la vita delle provincie col suo male e col suo 
bene, come tutte le cose umane, ma che rispondeva ad una con- 



— 118 - 

dizione sociale e morale, storica ed economica, clie poteva ve- 
nirsi modificando via via, ma clie non era lecito mutare di punto- 
in bianco. E la rivoluzione violentemente la mutò, nella sua 
parte esteriore, con un diritto pubblico, il quale non fu inteso 
altrimenti, che come reazione meccanica a tutto il passato. Il 
nuovo diritto non rifece l' uomo, anzi lo pervertì. La vecchia^^ 
società si trovò come ubbriacata da una moltitudine di esigenze 
e pregiudizi nuovi, per cui ciascuno vedeva nel passato tutto il 
male e nelle cosi dette idee moderne tutto il bene, donde il biso- 
gno di por mano a creare tante cose ad un tempo, utili e inu- 
tili. Non vi fu comune, anche di mediocre importanza, che non 
si coprisse di debiti. Da nessuna partecipazione alla vita pub- 
blica, si andò, d'un tratto, ad un eccesso di partecipazione : 
alla politica, eleggendo i deputati ; al municipio, alle provincia 
e alle Camere di commercio, i consiglieri. Una quantità di tempo, 
anzi il maggior tempo sottratto ad occupazioni utili, e quel che 
fu peggio, con un fatale strascico di odii spenti e rinascenti, di 
gelosie, di ambizioni, di vanità, di volgarità e d'interessi da di- 
fendere o da far prevalere : una nuova forma di guerra civile in 
permanenza, e una nuova tirannide, quella delle maggioranze 
d'occasione, e quel eh' è più disastroso ancora^ la totale distru- 
zione del carattere, che fu sempre cosi deficiente. Come nella 
Camera dei deputati, cosi nei Consigli comunali e provinciali, i 
nemici di ieri diventano gli amici di oggi e viceversa, non 
in nome di principii, ma d'interessi, di vanità e d'ambizioni 
di rado confessabili. Si mutano gli odii in amori e gli amori 
in odii, e si smarrisce spesso la coscienza del bene e del male. 
A farlo apposta, non si sarebbe potuto immaginare un sistema 
peggiore per guastare la gente. Nei primi anni del nuovo re- 
gime, gli odii locali, repressi per tanto tempo, furiosamente scop- 
piarono, e i maggiori ricchi furono bollati per retrivi ed esclusi 
da ogni partecipazione alla vita pubblica ; si sfogarono vecchi 
rancori e si consumarono non poche vendette, soprattutto nel 
periodo della legge Pica del 1863, e della legge Crispi del 1866. 
Poi si fecero le paci in apparenza, ma in sostanza gli odii non 
si prescrissero. Suggellandosi uno dei più iniqui pregiudizi 
di uguaglianza apparente e meccanica, le provincie dell'antico 
Regno ebbero leggi e ordinamenti affatto contrarli al loro ca- 
rattere, alle loro tradizioni, al loro grado di cultura. I piccoli 



- 119 — 

comuni della Sicilia, della Basilicata, dell'Abruzzo, delle Calabrie, 
dei due Principati e potrei aggiungere di tanta parte dello Stato 
Romano, sono governati dalle stesse leggi, le quali gover- 
nano le grandi città dell'Italia del nord e del centro. Non si 
tenne conto di nulla, ma tutto fu confuso in un' unità meccanica, 
che, a considerarla bene, è la causa dei presenti malanni e dei 
pericoli, che minacciano il nuovo Regno. Se le leggi politiche 
dovevano essere uguali per tutto il paese, le leggi organiche do- 
vevano tener conto della storia e della geografia : due cose, le 
quali non si possono offendere impunemente, ma che offese, si 
vendicano, e la vendetta è tanto più terribile, in quanto si 
compie in nome della legge morale ! 



CAPITOLO VI 



Sommario: La vita mondana a Napoli — Il baciamano del !<> gennaio 1860 — 
La stagione teatrale al San Carlo e negli altri teatri — Il Caffè (V Europa — 
11 Caff^ della Perseveranza e della Gran Brettagna — Bicordi e aneddoti 

— Le notizie politiche e il Comitato dell'Ordine — Come nacque e chi gli 
dette il nome — Teodoro Cottrau e Giuseppe Gravina — Arresti ed esilii 

— Le burle alla polizia — La vita mondana a Palermo — Le nozze della 
Stefanina Starrabba di Eudinl — I " saloni „ e le botteghe di moda — I 
Caff^ d'Oreto e di Sicilia — Le villeggiature dei signori — Il giuoco del 
lotto — La vita sociale a Catania — Teatri, alberghi e clubs — Le signore 
più belle e i giovani più eleganti — L' irrigazione della piana di Catania 

— L'intendente Panebianco e il suo carteggio intimo con Maniscalco — 
La vita di Messina — Feste religiose e mondane — La Madonna della Let' 
tera — Due sindaci — Maturano i nuovi tempi — Apparenze e realtà. 

La vita mondana rifiori in tutto il suo splendore, dopo che Na- 
poli riebbe finalmente una Corte. Tornarono ad aprirsi le gran- 
di sale della Reggia ai ricevimenti ed alle antiche cerimonie. Il 
corpo diplomatico c'era tutto. La Corte non mancava a nes- 
suno dei grandi spettacoli teatrali, come a nessuna festa reli- 
giosa. Francesco II riprese, in breve, le tradizioni interrotte da 
suo padre, e l'intervento di una Corte cosi numerosa come la sua, 
in un teatro, in una chiesa, in una pubblica cerimonia, era di 
per sé interessante spettacolo. 

Il 1" gennaio 1860 ebbe luogo il baciamano di uso, che riusci 
più afifollato e brillante del primo. Il largo di Palazzo presentò 
in quel giorno l'aspetto delle grandi occasioni. Una folla enorme 
vi si addensava, per veder passare tanti cocchi di gala, che por- 
tavano alla Reggia diplomatici, ministri, arcivescovi e prelati 
e alti funzionari civili e militari, in grande uniforme. I Sovrani, 



— 122 — 

che furono di una cortesia senza pari, erano come di pramma- 
tica sul trono, circondati dai principi e dalle principesse. 

La sera stessa, gran gala al San Carlo. " Al chiarore dei 
quintuplicati ceri, scriveva l'enfatico cronista del Giornale Uffi- 
ciale, era bello il vedere in tutti gli ordini di palchi e in tutta 
la platea sfolgorare ricchi abbigliamenti, divise, decorazioni, 
tutti i fregi preziosi ed infinitamente svariati, dei quali il grado, 
il fasto, le distinzioni sociali, la moda, il decoro, la bellezza fanno 
sfoggio pomposo in tali occasioni „ . All'apparire del Ee e della 
Regina scoppiarono gli applausi. Erano in compagnia dei conti 
di Trani e di Caserta, del conte di Siracusa, del conte d'Aqui- 
la coi suoi figli, del conte e contessa di Trapani. Si esegui il 
ballo Rita del Taglioni, musicato dal G-iaquinto, e la Boschetti 
e il "Walpot fecero andare in frenesia il pubblico. Eicco l'alle- 
stimento scenico, rischiarato in ultimo da raggi di luce di ma- 
gnesio, che investirono . tutto il teatro. Il 16 gennaio, com- 
pleanno del Ee, si ripetettero feste e ricevimenti. 

Il 18 di quel mese, ci fu a Castellamare il varo della Bot' 
bone, fregata ad elica di prima classe, costruita da Giuseppe de 
Luca, ingegnere del genio navale e, dopo il 1860, deputato e 
direttore generale al ministero della marina, padre di Eoberto, 
oggi direttore del cantiere Armstrong a Pozzuoli. La festa 
del varo, allietato dalla presenza de' Sovrani, de' principi e di 
quasi tutto il mondo ufficiale, riusci splendida. 

In settembre, s' inaugurò la stagione al San Carlo con la Se- 
miramide e col nuovo ballo Elzebel, che ebbe esito infelice. Tor- 
narono poi in iscena il Trovatore e la Violetta^ che colle infinite 
rappresentazioni avevano annoiate financo le sedie di ferro fuso, 
come dissero i critici. Sorte migliore ebbe la Norma, con la 
Steffenoni, che piacque più della Spezia, di cui aveva pari l'al- 
tezza, ma assai più bella la voce, e col Negrini che fu un Poi- 
Mone perfetto. Piacquero i nuovi balli, Vida di Badoero e il 
Benvenuto Cellini, nel quale debuttò Guglielmina Salvioni, la cui 
bellezza, che fece perder la testa agli hàbitués del San Carlo, 
fu poi oscurata dalla Boschetti, la quale, nel ballo Loretta l'in- 
dovina del coreografo Costa, fanatizzò addirittura i napoletani. 
La Loretta si rappresentò più volte e la Boschetti fu giudicata la 
prima ballerina del suo tempo. Torelli, n^W Omnibus, per definire 
entusiasticamente il talento di lei, così chiudeva una sua poesia : 



— 123 — 

Quando a ballar la vedi, 

Ti pare che il cervel l'abbia nei piedi. 

La signora Amina era allora nella pienezza dei suoi mezzi : gra- 
ziosa, piena di brio e di charme, contava poco più di vent'anni, 
feri molti cuori e più profondamente, si disse, quello del conte 
d'Aquila. Al San Carlino, il sommo Petito la rifece nella pa- 
rodia di quel ballo, e il comicissimo De Angelis rifece Walpot. 
Ballavano il passo a due, ed a vederli si scoppiava dal ridere. La 
parodia della Loretta al San Carlino segnò uno degli avvenimenti 
teatrali del tempo. 

Al Teatro Nuovo si rappresentò il Ser Pomponio del maestro 
Tommassini, su parole di Marco d'Arienzo; si riprodussero più 
tardi Cicco e Cola e Piedi grotta e, ancora più tardi, vi andò in 
iscena una musica nuova del maestro Valente, Biondolina, con 
parole di Almerindo Spadetta. Al Fondo si rappresentò nel- 
l'ottobre il Pipelet, ma l'esito non ne fu brillante, ne le sorti 
di quel teatro si rialzarono più. Parve un momento che si vo- 
lesse ergere ad emulo del San Carlo il Circo Olimpico, il quale 
riapri le sue porte con la Traviata e le chiuse coi Lombardi. 

Ai Fiorentini piacquero molto i Sogni d'am(yre di Scribe, con 
la Sivori e la Maggi, il Vestri, l'Alberti e il Bozzo, e caddero 
la Donna romantica e V Olindo e Sofronia, giudicati vecchiumi, 
mentre invece la commedia, gli Uomini di mille colori dell'Al- 
tavilla, dove ciascun atto finiva con pugnalate ed assassinii, ebbe 
successo discreto. Negli ultimi giorni di dicembre 1869 e nei 
primi del 1860, vi si rappresentò la Francesca da Rimini, con 
clamorose accoglienze. All'apostrofe di Paolo all'Italia: 

Per te, per te, che cittadini hai prodi, 

che il Majeroni accentuava colla sua bella voce baritonale, ca- 
deva il teatro dagli applausi, ma, dopo poche rappresentazioni, 
l'Alberti fu invitato a smettere. Sarebbe lungo enumerare tutti 
gli spettacoli dei teatri di quel tempo così a Napoli, come nelle 
provinole, e le promesse degl'impresari, in parte mantenute e in 
parte no; e ugualmente lungo il tener conto delle critiche dei 
letterati e delle ardenti polemiche, che continuavano ad avere il 
posto d'onore nei giornali. 

Comparvero in quell'anno le ultime strenne della vecchia 



— 124 - 

maniera e fece la sua ultima apparizione la Farfalla di Vin- 
cenzo Corsi, con prose di Floriano del Zio, di Antonio Piccirilli 
e versi di Carlo Barbieri, Federico Persico, Enrico Cossovicii, 
Gustavo Pouchain, Marco d'Arienzo, Simone Capodieci : strenna, 
la quale, per far onore al nome suo, si apri con alcune melo- 
diose ottave della signora Venturina Ventura di Trani, e si 
chiuse con alcune strofe di Domenico Zerbi, padre di Rocco : 
strofe ed ottave dedicate alla Farfalla. Vincenzo Corsi, avvo- 
cato e uomo di lettere, aveva data reputazione alle sue strenne 
per la scelta dei collaboratori, i quali trattavano o cantavano i 
soggetti più vaporosi, più sentimentali e meno compromettenti. 
Le ultime parole di quella strenna furono : " Buon Natale e ot- 
timo Capodanno : gentili lettori e leggitrici lo accettate ? È fatto 
col cuore ! Ci rivedremo l'anno che viene „ . L'anno venne, e che 
anno!, ma la Farfalla non più. Vincenzo Còrsi è oggi avvo- 
cato anziano e specialista per la Corte dei conti. 

Non furono aperti altri caffè di qualche importanza, e il 
Caffè di Europa seguitò ad avere il primato. Frequentato dalla 
nobiltà e dalla borghesia ricca, aveva aperte alcune sale al 
mezzanino, dove pranzavano gli eleganti indigeni ed i forestieri 
di distinzione. Finito lo spettacolo al San Carlo, il Caffè di 
Europa raccoglieva, fino ad ora tarda, gli hahitués dei maggiori 
teatri : letterati, buongustai di musica, epigrammisti e giovani del 
bel mondo ; tutti discutevano a voce alta e si divulgavano epigram- 
mi, attribuiti al D'Urso, al Caccavone o al Proto. Il Caffè di 
Europa era riguardato come una specie di Gerusalemme dai napo- 
letani non nobili, non eleganti e privi di spirito. C'era anche il 
Caffè Nocera in via di Chiaja, frequentato specialmente dai mili- 
tari, ma non poteva competere con quello. Si raccontava del suo 
esercente uno specioso 'aneddoto. Essendosi, nei primi mesi del 
1860, recato il Nocera dal Re per chiedergli non so qual favore, 
Francesco II gli disse : " Il tuo caffè è molto frequentato, perchè da 
te vengono i Realisti „ . E il Nocera non potè tenersi dal rispon- 
dere : " Maestà, chi vi dà cchiìi i Realisti ? A do' stanno ? * 

I signori frequentavano anche il piccolo e aristocratico Caffè 
del Benvenuto in via di Chiaja e vi prendevano il gelato, che si 



' Matotà, ohi vi d& più i Realisti? dove sono? 



- 125 — 

riteneva il non plus ultra del genere. Ed i provinciali, soprattutto 
i calabresi, avevano il Caffè delle Due Sicilie, ora d'Italia, e il 
Testa d'Oro, a Toledo, mentre gli studenti di Puglia frequenta- 
vano il De Angelis e quelli di Basilicata il Salvi, pure a, Toledo, 
ma più particolarmente i caffè degli studenti eran quelli di 
Foria e di via dei Tribunali. Un manipolo di persone colte, 
professori e studenti, si cominciò a riunire nei primi mesi del 
1869 in un piccolo e umile caffè in via di Costantinopoli, se- 
conda o terza bottega a sinistra di port'Alba, esercitato da un 
don Michele, del quale nessuno cercò mai di sapere il cognome. 
Un po' alla volta, e definitivamente dopo la morte di Ferdi- 
nando II, ne crebbero i frequentatori ed erano tra questi: An- 
gelo Beatrice, Luigi Amabile, Tommaso Vernicchi, Pietro Ca- 
vallo, Enrico Pessina, Giuseppe Laudisi, oggi deputato, Tito Livio 
de Sanctis, Giuseppe Buonomo, Peppino Volpe di Campobasso, 
geniale improvvisatore di versi faceti e genialissimo tipo; Gae- 
tano Tanzarella di Ostuni, Niccola Pedicini, Vincenzo e Nun- 
ziato Tandurri, Pasquale Trisolini, Ferdinando Mele, Francesco 
Vizioli e Antonio Galasso, il quale, ancora giovanissimo, si era 
rivelato di gran valore nel concorso al grande archivio di paleo- 
grafia greca. Erano meno assidui Francesco Fede, Luigi de 
Crecchio, Domenico Capozzi, Aniello d'Ambrosio, Raffaele Maturi, 
Giustino Mayer, Basilio Assetta, Giuseppe Polignani, Giuseppe 
Lombardi, Ugo Petrella, Amilcare Lanzilli, Beniamino Canna vina, 
e i suoi fratelli Florido e Leopoldo, Fedele Cavallo, Rosario Cio- 
cio, Vincenzo Tenore, Beniamino Marciano, Carlo Contrada : tutti 
giovani pieni di fede liberale, unitari convinti e che onorarono 
più tardi il Parlamento, l' Università e le pubbliche amministra- 
zioni. Il Laudisi, caldissimo e imprudentissimo, andava a leg- 
gere i giornali francesi in quel caffè, che, per l'assiduità dei fre- 
quentatori e la costanza delle parche abitudini, fu battezzato dal 
Beatrice: Caffè della Perseveranza. I fogli francesi erano al 
Laudisi forniti da Buteaux e D'Aubry, librai al vico Campana. 
Emanuele Paolucci, cancelliere di polizia e famoso sciaradista^ 
era pur egli de* frequentatori di quel caffè. Da principio fa cre- 
duto una spia, ma ingiustamente, perchè ai suoi superiori dava a 
credere che quei giovani si radunassero per comporre e sciogliere 
sciarade. E quando la polizia, per accertarsene, vi mandò una 
vera spia travestita, questa non udì parlar d'altro che di pranzi 



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squisiti e di sciarade pornografiche, nelle quali il Volpe era maestro 
insuperato. Fu il Paolucci, che, riconosciuto il nuovo visitatore, 
ne aveva avvertiti i compagni. E il Volpe giunse sino al punto 
di dare ad intendere alla spia, che preterito derivasse da prete 
e rito, e parrocchiano da occhi e ano ! Dopo una ventina di giorni 
di canzonatura, la spia dovè battere i tacchi. 

Altri caffè, dove si riunivano giovani liberali, eran quelli 
della Gran Brettagna, allo Spirito Santo e del Cipolla^ al pa- 
lazzo De Rosa. Vi convenivano Ottavio Serena, Tommaso Sor- 
rentino, Luigi de Orecchio, i fratelli Tufari, Oarlo Padiglione, 
Leopoldo de Bernardis e quello stesso Peppino Volpe, che im- 
provvisava epigrammi e sciarade. In una sera del marzo 1859, 
i frequentatori erano più numerosi del solito e ridevano sgan- 
gheratamente, udendo il Volpe che metteva in versi un mani- 
festo di libraio. Ad un tratto, il caffè fu invaso da birri, e il 
Oampagna, che li guidava, comandò a tutti di non muoversi, 
anzi di spogliarsi completamente. Il terrore, che invase i mal- 
capitati, fu solamente temperato dalla situazione oltre ogni dire 
comicissima, nella quale si trovò il Volpe, che, corpulento co- 
m'era, non trovava modo di spogliarsi né di rivestirsi. Furono 
perquisiti, ma non si trovò nulla. 

Altro caffè di q^ualche rinomanza era quello dei Commercianti, 
a Fontana Medina, frequentato dalle persone della vicina Borsa. 
Il Caffè Buono, celebre nel 1848, era già sparito e di altri caffè di 
qualche celebrità, oltre quelli che ho citati, non ve n' erano altri, 
perchè la frequenza abituale in queste botteghe non cominciò 
che dopo il 1860 ; né allora vi erano birrerie, e molto meno re- 
staurants nei caffè. Il pasticciere svizzero, che primo apri bot- 
tega nel 1858, fu lo Spiller, al palazzo Berlo, dov'è ora il Ca- 
flisch e fece fortuna. Erano a Toledo molti altri pasticcieri, ma 
tutti napoletani, e su loro portava la palma il Pintauro, con le 
sue celebri sfogliatelle, rimasto al suo posto fra tante vicende. 

Famosissime le pizzerie, fra le quali bisogna ricordare quella 
antichissima in via Sant'Anna di Palazzo che, per i napoletani, 
è ancora la via di Pietro il Pizzaiuolo, e contava allora più di 
un secolo di vita, ed è sopravvissuta a tante vicende. Altre due 
pizzerie, anche molto frequentate, erano quelle al vicolo delle 
Campane e al vico Rotto San Oarlo, dove i modesti frequenta- 
tori del massimo teatro napoletano, e anche i letterati del tempo 



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solevano andare a far il cenino e a discutere sulle impressioni 
dello spettacolo. 

Ma le strenne, le polemiche letterarie e i teatri non erano 
più la sola occupazione del pubblico, come una volta. Le no- 
tizie politicbe, con la coda delle iperboli, di cui era magno ar- 
tefice quel buono, loquace e immaginoso Teodoro Cottrau, tene- 
vano il primo posto, nonostante gli arresti e le cosi dette retate. 
Le notizie politicbe date dal Comitato dell'Ordine, che rappre- 
sentò la prima organizzazione delle forze liberali, e fuse insieme 
gli elementi mazziniani, piuttosto scarsi, gli elementi mode- 
rati e monarchici, più numerosi e autorevoli, e i giovani più 
ardenti, i quali non vedevano salute che nel Piemonte, erano co- 
municate nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau, ai fre- 
quentatori di esso, ed a Giuseppe Gravina, e questo bastava per- 
chè in poco tempo tutta Napoli ne fosse piena. Il Gravina, che 
fu dopo il 1860 ispettore di pubblica sicurezza, era d'inesauribile 
credulità e di più inesauribile iperbole. Se ne raccontavano 
tante di lui, che una vai la pena di registrare. Al Congres- 
so degli scienziati di Napoli convennero uomini insigni d'o- 
gni parte d'Italia, e ci venne, tra gli altri, di Toscana, il cele- 
bre geologo Targioni Tozzetti. Il Gravina, giovanissimo, ch'era 
smanioso di discorrere e di darsi importanza, diceva a tutti : " Ho 
conosciuto Targioni eh' è uomo dotto assai, ma Tozzetti è superiore 
a Targioni y,. Da allora gli rimase il nomignolo di Tozzetti, e 
lui andava in bizza. Ora è vecchio e in riposo. Ogni volta che 
vede un antico amico, gli corre incontro, lo bacia e piange. Egli 
e Teodoro Cottrau furono gì' iperbolici e instancabili organi del 
partito liberale, dal 1859 al 1860. Il negozio del Cottrau, in piazza 
San Ferdinando, divenne via via il maggior centro di propa- 
ganda liberale, una vera fucina di notizie esagerate o addirittura 
inventate. Frequentavano quel negozio molti liberali, e ricor- 
do, tra gli altri, Fedele de Siervo, che dopo il 1860 fu sindaco 
di Napoli ed oggi è senatore; Niccola Attanasio, che fu pre- 
fetto e morì povero e dimenticato ; Niccola Ercole, allora gio- 
vanissimo e cognato del Cottrau ; Beniamino Caso che fu depu- 
tato di Piedimonte, il marchese Ercole Cedronio, Giuseppe Ro- 
sati, Cammillo Caracciolo, Giuseppe e Attilio de Martino e tanti 
altri. Cottrau fu più volte chiamato dalla polizia, e rispondendo 



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ch'egli era francese e amico di Brenier, non fa mai arrestato. Do- 
po la morte di Ferdinando II, la polizia non ebbe più continuità. 
Nei pochi mesi ohe vi stette a capo l'Ajossa, si rinnovarono gli ec- 
cessi, ma a intermittenze e le celebri retate si compivano ordi- 
nariamente verso la mezzanotte. I feroci circondavano un caffè, 
ritenuto sospetto e arrestavano quanti vi eran dentro e li me- 
navano alla prefettura, dove i più fortunati se la cavavano con 
una lavata di testa, che loro faceva il commissario, ovvero, se 
provinciali, con lo sfratto da Napoli. I più tapini erano chiusi 
alla Vicarìa o a San Francesco, in attesa d'un giudizio che non 
veniva mai. Una sera del febbraio, la polizia, facendo una re- 
tata nel caffè Testa d' oro^ arrestò, fra gli altri, alcuni dei più 
noti borbonici usciti allora dai Fiorentini. Se ne rise molto e 
il commissario fu punito. Un'altra sera, in una retata al Caffè 
De Angelis, vi capitò don Niccola Gigli e lo scandalo fu più 
enorme, perchè il Gigli era stato ministro nel 1849 ed era di 
sicura fede borbonica. Ma alla polizia non riusci mai di scoprire 
la sede del Comitato dell'Ordine, e solo potè arrestarne più tardi 
i componenti più audaci. Una delle ragioni del successo di 
questo Comitato fu il suo nome, felicemente escogitato dal gio- 
vane studente Giuseppe Lombardi di San Gregorio Magno, uno 
dei più operosi, anzi dei più temerarii nelle cospirazioni di quel- 
l'anno. Il Comitato dell'Ordine si riuniva nei primi tempi in casa 
di Giuseppe Lazzaro, e ne fecero parte Gennaro de Filippo, Cam- 
millo Caracciolo, Giacinto Albini, Francesco de Siervo, Pietro 
Lacava, il Lombardi e pochi altri, i quali rappresentavano, co- 
me ho detto, la fusione delle forze liberali. Maraviglioso fu 
l'effetto della parola Ordine^ dato a un Comitato rivoluzionario, 
il quale aveva un piccolo timbro a secco, che il Lombardi custodi 
fino a quando non fu costretto ad emigrare anche lui. 

Levò gran rumore l'arresto di Enrico Pessina, di Giovanni 
de Falco, di Giuseppe Vacca, di Gennaro de Filippo, di Fede- 
rico Quercia, di Giuseppe de Simone e di Gaetano Zir, notis- 
simi, alcuni per posizione sociale, e altri per valore d' ingegno. 
Qualche mese prima Ferdinando Mascilli, che, dopo l'attentato 
di Agesilao Milano, era stato per circa due anni chiuso senza 
processo nel carcere di Santa Maria Apparente, aveva ottenuto, 
per ispeciale intercessione del Cianciulli zio della moglie, di 
esser confinato a Capri, né da quell'isola tornò prima della co- 



- 129 - 

stitiizione. Gli arrestati furono la mattina seguente quasi tutti 
imbarcati sul Vatican, e con decreto d'esilio indefinito dal Regno, 
fatti partire alla volta di Livorno. Il Vacca e il De Falco otten- 
nero di emigrare a Roma. Fu arrestato anche il prete Perez, 
ex-gesuita, in casa del quale si stampò per qualche tempo il gior- 
naletto clandestino, Il Corriere di Napoli^ i cui caratteri di piom- 
bo erano stati rubati a spizzico in varie tipografie. Il giorna- 
letto era perciò un ammasso di caratteri diversi. La cassetta coi 
caratteri andava ramingando di casa in casa, e spesso la polizia 
perquisiva una casa, quando la cassetta n' era partita, ma scova- 
tala analmente presso la famiglia Forte, arrestò tre fratelli e tre 
sojelle di questa famiglia. La pubblicazione del Corriere di Na- 
poli, tanto utile in quei giorni alla causa liberale, fu uno dei 
maggiori e più utili lavori del Comitato dell'Ordine. 

Un episodio curioso. AU'Immacolatella, mentre gli arrestati 
s'imbarcavano, un marinaio domandò a un altro chi fosse quel 
giovane pallido e con la zazzera, che si mandava in esilio ; e, 
rispostogli che era il Quercia, il migliore scrittore di giornali, 
che avesse allora Napoli, quel marinaio esclamò : " Com'è f.../o 
Re ; 'o manna fora, pecche chillo 'o pitta meglio „ . * 

L'esilio del Quercia e dei suoi compagni fu dovuto, si disse, 
a suggerimento del conte d' Aquila, capo della camarilla. Questi 
faceva finte carezze al Quercia, sino a confidargli il sospetto che 
un articolo dei Dèbats sulla camarilla di Corte, e segnatamente 
su di lui, dipinto come nemico astioso di ogni libertà, fosse 
stato scritto a Napoli. Il Quercia naturalmente negò, e nella 
notte venne arrestato. Ma la profezia del marinaio dell' Imma- 
colatella doveva avverarsi, perchè il Quercia, giunto a Firenze, 
fu invitato a scrivere nella Nazione, dove già collaboravano altri 
tre esuli napoletani, Spaventa, Settembrini e Nisco ; e d'allora fu- 
rono in quattro a ripetere sulle colonne di quel giornale, non 
doversi dar tregua ai Borboni di Napoli, e a dipingerne il go- 
verno con i colori più tristi. Pessina fu nominato professore di 
diritto penale a Bologna. 

Furono banditi più tardi Giuseppe Fiorelli, segretario partico- 
lare del conte di Siracusa, Cammillo Caracciolo e ultimo, nel mag- 



1 Com'è f... . il Re; lo manda fuori, perchè quello lo dipinga meglio. 
De Cesake. La fina di un Regno - Voi. II. 9 



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gio, Luigi Indelli, il quale, dopo una fuga avventurosa, riparò a Li- 
vorno. Più tardi vennero arrestati via via il marchese Rodolfo d'Af- 
flitto, il barone Giuseppe Gallotti, Antonio Capecelatro, i fratelli 
Carlo e Luigi Giordano, Giuseppe Saffioti, Giuseppe Ferrigni, il 
marchese di Monterosso e Stanislao Gatti, che furono rilasciati 
dopo poco tempo, ad eccezione dei Giordano e del Saffioti, i quali eb- 
bero prigionia più lunga. I Giordano villeggiavano alla villa Fo- 
rino a Portici e vennero arrestati dall' ispettore Castaldi nella 
notte dal 28 al 29 settembre, dopo una minuziosa visita domici- 
liare. La polizia non scopri le carte più compromettenti, perchè 
nascoste in cantina, ma potè sequestrare alcune lettere di Carlo 
Poerio, di Giuseppe Pisanelli, di Francesco Stocco, di Ferdinando 
Bianchi, di Aurelio Saliceti, di Raffaele Mauro, e un memorandum 
dettato in francese da Antonio Ranieri e scritto da Gabriele 
Costa, memorandum che il giorno seguente avrebbe dovuto 
essere consegnato a Brenier, il quale villeggiava a Castellamare. 
Arrestati, furono condotti a Santa Maria Apparente, che rigur- 
gitava di liberali, e dove la prima sera, da alcuni popolani di San 
Giuseppe furono a loro e agli altri condetenuti, mandati cinquanta 
gela/ti, che la polizia fece tornare indietro. Un' altra visita esegui 
la polizia nell'appartamento loro a Napoli e vi sequestrò per- 
sino un ritratto ad olio, opera del pittore Andrea Cefaly, il quale 
rappresentava Carlo Giordano nell'atto di leggere il Siede. I 
Giordano scelsero a difensore Federico Castriota, il quale voleva 
associarsi l'avvocato Francesco de Luca, che pii^ tardi fu de- 
putato di Sinistra e notissimo massone, ma il De Luca prima ac- 
cettò e poi non volle più saperne. Essi uscirono da Santa Ma- 
ria Apparente due giorni dopo la Costituzione. 

Insieme con loro fu arrestato anche il barone Genovese, il qua- 
le, stupito del suo arresto, chiese ai feroci se per caso non fosse 
mutato il governo. Avrebbe dovuto essere arrestato, pare incre- 
dibile, anche Gaetano Filangieri, figliuolo del principe di Sa- 
triano, le cui dimissioni da presidente dei ministri e da ministro 
della guerra, erano state accettate ufficialmente il 31 gen- 
naio. Ma la cosa parve enorme, essendo Gaetano Filangieri 
gentiluomo di camera, e il mandato non fu eseguito. Ci fu 
anche ordine di arresto per il principe di Camporeale, e un 
commissario andò ad eseguirlo. Il principe, come Pari di Sicilia, 
aveva votata nel 1848 la decadenza della dinastia dei Borboni, 



- 131 - 

e aveva fama di liberale. Si trovava quella sera in sua casa 
il ministro di Spagna, Bermudez. Fu detto al commissario che 
il principe era assente, mentre invece stava in casa. Il com- 
missario non lo credette, penetrò nel salotto e chiese chi fos- 
sero i due signori che vi trovò. Bermudez rispose, declinando 
la sua qualità di ministro di Spagna, e soggiunse che l'altro era 
il suo segretario. Il poliziotto fece un inchino ed usci, ma non 
persuaso della cosa, aspettò giù nel portone che il Bermudez 
andasse via, e gli tenne dietro sino al palazzo della legazione di 
Spagna. Col Bermudez usci anche il principe di Camporeale, 
che passò quella notte e altre successive alla legazione di Spagna, 
sino a quando non potè lasciar Napoli. 

Un'altra burla fu fatta alla polizia da Luigi de Gennaro, ge- 
nero del Ferrigni, e che abitava col suocero. Si sapeva che il 
Ferrigni sarebbe stato arrestato; e quando i birri andarono a 
casa sua e chiesero di lui, si presentò loro il De Gennaro e 
disse : Eccomi qui, son io ; e avendo quelli osservato che era troppo 
giovane, donna Enrichetta Ferrigni, signora di vivace ingegno e 
sorella di Antonio Ranieri, rispose loro seriamente : " L'ingegno e 
la fama non si misurano dai peli del mento „. E cosi arrestarono 
il supposto Ferrigni e lo condussero in prefettura ; ma qui giunto 
e introdotto dal prefetto di polizia, fu scoperta la burla. Il giovane 
De Gennaro se la cavò con un mesetto di carcere, e il Ferrigni, 
che prima riparò in casa di Giovanni Manna e poi dai Craven, 
ottenne che il mandato d'arresto non avesse seguito. Ma que- 
.gli arresti non facevano più paura, anzi si disse che qualcuno 
si fosse lasciato arrestare, o fosse fuggito a sfogo di vanità. Si 
sentiva nell'aria che i tempi erano mutati e accennavano a mu- 
tazioni maggiori. Non vi furono processi, e molti arrestati ven- 
nero posti in libertà, quando il generale Caracciolo di San Vito, nei 
primi giorni di giugno, fu nominato direttore di polizia, e l'Ajossa» 
fu licenziato come un cattivo servitore. Dopo che lasciò l'uffizio, 
andava protestando, che molti di quegli arresti erano dovuti alla 
polizia occulta, rappresentata da Nunziante e da Scaletta ; ed è ca- 
ratteristico un colloquio, che egli ebbe con Gaetano Filangieri, 
e che riferirò più innanzi. 

Memorabile fu la settimana santa di quell'anno. Il Re, la 
Regina e i principi in gran lutto, seguiti da numerosa Cor- 



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te, uscirono a piedi dalla Reggia il giovedì santo e andarono 
prima a San Francesco da Paola, dove ebbe luogo la cerimonia 
della lavanda, clie il Re volle personalmente eseguire. Nelle 
ore pomeridiane visitarono i sepolcri, sempre a piedi, traver- 
sando Toledo due volte, tra la generale curiosità. Il 19 marzo 
andarono in forma pubblica a San Giuseppe dei Nudi, pregarono 
in quel santuario e presero la benedizione. Anche nei momenti 
di maggiori ansietà politiche, non mancarono a nessuna cerimo- 
nia religiosa. E sin nel maggio, tre giorni prima dello sbarco 
di Garibaldi, si recarono in forma pubblica al duomo e pregarono 
nella cappella di San Gennaro, e due giorni avanti erano stati 
alla processione della traslazione delle reliquie. 

Le mutazioni delle autorità in Napoli si succedevano un po' 
alla volta. Ricordo le principali. All'intendente di Napoli, Cian- 
ciulli, nominato consultore di Stato, fu sostituito il principe 
d' Ottaiano, don Giuseppe de' Medici, sopraintendente generale 
di salute. Con la sostituzione del Cianciulli disparve la triade 
caratteristica degli ultimi anni di Ferdinando II, la triade dei 
famosi soprannomi, imposti dal Re ; Carafa (il sindaco), Torquato 
Tasso; Cianciulli (l'intendente) '0 trommone dell' acquaiuolo, e 
Troja (presidente dei ministri) Sani'' Alfonso alla smerza. 

Con lo stesso decreto, che nominava il principe d' Ottaiano 
intendente di Napoli, il 25 febbraio, fu istituita una commis- 
sione edilizia, per presentare un " disegno generale di tutti i 
miglioramenti ed ampliazioni, da portarsi all'abitato della città 
di Napoli, tanto con la formazione dei nuovi quartieri e rioni, 
che con l'apertura di nuove strade e piazze, e con la rettifica 
delle attuali „. Ne fu presidente il Rosica, direttore dell'interno 
e vi appartennero l'ex intendente Cianciulli, il nuovo intenden- 
te principe d'Ottaiano, il sindaco, principe d'Alessandria, don 
Antonio Spinelli di Scalea, il barone Giacomo Savarese, il ge- 
nerale D'Escamard, don Benedetto Lopez Suarez e ne fu segre- 
tario l' ingegnere Luigi Oberty. Parecchi ingegneri del corpo di 
acque e strade furono destinati alla dipendenza della commissio- 
ne, che doveva principalmente studiare l'allargamento della città 
dal lato orientale, fra l'Arenaccia, Poggioreale, lo Sperone e il 
mare ; progettare un nobile accesso al duomo e rettificare la sa- 
lita del Museo, allora assai malagevole. La commissione si mise 
all'opera con molto buon volere, distinguendosi sopra tutti Già- 



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corno Bavarese, fratello di Eoberto, uomo d'ingegno acuto e vario, 
che ebbe autorità, prima tra i liberali, poi tra i borbonici, e fi- 
nalmente tra i malcontenti e i disillusi del nuovo ordine di cose* 
Era dotto in materie economicbe e finanziarie. Di natura scettica 
e sarcastica, ostentava una gran fede nella virtù e gli piaceva 
motteggiare su tutto. Si raccontava che, durante la guerra 
di Crimea, a Ferdinando II che un giorno gli chiedeva da qual 
parte dei contendenti fosse il buon diritto, rispondesse : " Maestà^ 
per dare un giudizio, bisogna sapere prima chi sarà il vincitore „ . 

La gaiezza della vita di Napoli in quei mesi fu pari a quella 
di Palermo, dove gli ultimi inverni del 1859 e del 1860, 
nonostante le continue agitazioni politiche, furono i più alle- 
gri, soprattutto nell'alta società, la quale cominciò a divenire 
un campo meno chiuso, ammettendo nel suo seno i borghesi 
più ricchi, e anche i nobili di recente creazione. Benché l'odio 
per i napoletani continuasse nella sua maggior > intensità, i più 
alti rappresentanti del governo non furono mai messi da parte 
dalla società aristocratica. La Reggia seguitò ad e» sere frequen- 
tata forse più ancora che ai tempi di Filangieri, e il principe di 
Castelcicala, i direttori e Maniscalco, primo fra tutti, nonché gli 
alti ufficiali dell'esercito erano simpaticamente ricevuti nei gran- 
di saloni patrizii, così come molti signori siciliani seguitavano 
a popolare le anticamere delle Reggie di Napoli e di Caserta, 
spillando beneficii e onori. E da ripetere che, in occasione del 
matrimonio del duca di Calabria, furono parecchi i giovani del- 
l'aristocrazia chiamati a coprire cariche di Corte. La vita del- 
l'aristocrazia era vivace e allegra, e si affermava con balli, conviti 
e matrimonii, cosi come quella del popolo aveva le sue mag- 
giori manifestazioni nelle feste religiose, massima fra tutte quella 
di Santa Rosalia, che assumeva il carattere di vero avvenimento 
in tutta l' Isola. I particolari di quella festa sono stati testé rac- 
colti, con lodevole diligenza e illustrati con acuta erudizione, 
da Maria Pitrè : ^ una signorina di rara cultura e d' ingegno 
eletto, che porta degnamente il nome del padre. 

Il maggior matrimonio di quell'anno fu quello della Stefanina 



1 Maria Pitrè, Le feste di Santa Rosalia in Palermo e della Assunta 
in Messina. — Palermo, Reber, 1900. 



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Starrabba di Eudini. Ella sposò nell'ottobre del 1859 il conte di 
Caltanissetta, primogenito del principe di Paterno, e benché il 
matrimonio di lei non avesse tutta la pompa, che circondò le 
nozze di sua sorella maggiore, Caterina, la quale, due anni in- 
nanzi, aveva sposato Federico Gravina di Montevago, grande di 
Spagna e noto col vezzeggiativo di Fifi, nondimeno se ne parlò 
molto per alcuni aneddoti esilaranti. Si ricordava che al padre 
di Fifi furono rivolte una sera dalla principessa di Radaly, che 
lo sorprese nel suo giardino, mentre compiva un' operazione mol- 
to ... . prosaica, queste argutissime parole : " Je savais que les 
grands d' Espagne pouvaient se couvrir, pas se découvrir ! „ Ma 
l'aneddoto principale del matrimonio della Stefanina fu invece 
quest'altro. Il principe di Paterno, padre dello sposo, era uno 
dei tipi più bizzarri del patriziato siciliano. Il matrimonio fu 
compiuto nella villa Rudini all'Olivuzza, quella stessa che nel 
settembre del 1866 gli autori dei famosi tumulti incendiarono, 
e che il municipio di Palermo indennizzò al marchese Di Rudinir 
allora sindaco. Accostandosi l'ora della cerimonia, il principe 
non si vedeva comparire. E il figliuolo, non senza preoccupa- 
zione, corse a casa e trovò che il padre dormiva della grossa, 
avendo tutto dimenticato. Si vesti allora in furia e comparve 
alle nozze con pantaloni color pisello, panciotto giallo e giubba 
amaranto : una toilette fatta apposta per suscitare, come suscitò, 
la maggiore ilarità. Ne volle che la carrozza, la quale doveva 
portare gli sposi a Santa Flavia nella magnifica villa Paterno, 
fosse scortata dai compagni d'arme, come il bonario don Franco 
aveva ottenuto da Maniscalco; e poi quasi li sgridò, quando 
gli sposi si affacciarono al balcone della villa, per rispondere a 
una dimostrazione assai caratteristica da parte della gente che 
si affollava sulla strada. La sposa, a ventitre anni, era nel fiore 
della bellezza e lo sposo ne contava trentotto. Divenuto prin- 
cipe di Paterno dopo la morte del padre, Corrado Moncada fu 
nominato senatore del Regno d' Italia nel 1892 e mori a Napoli 
nel 1895, a settantaquattr'anni. Il presente deputato di Augusta, 
conte di Cammarata, è il suo secondo figliuolo. 

Poche le botteghe di barbiere, chiamate come a Napoli, " sa- 
loni „ . I migliori erano reputati quelli del Serù e del Messina al 
Toledo, sull'angolo di via Mezzani e presso il Duomo, e di Ba- 



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stiano Ballo in via Macqueda. Primo sarto per gli uomini, 
Giorgio Amabilino, che faceva onore al suo nome, tanto era gen- 
tile e squisito, e Ferdinando Calvi ; per le signore, Luigi Milazzo 
e la celebre Calabro, che aveva carrozza propria. Sarto accre- 
ditato era anche il Ciralli, la cui notorietà sali addirittura a ce- 
lebrità, a causa di una clamorosa barruffa succeduta in sua casa, 
in occasione di un matrimonio. Spentisi i lumi, corsero ba- 
stonate alla cieca e venne fuori un motto, che tuttora vive : Fi- 
nire a festa di Ciralli. Botteghe di moda erano quelle di monsieur 
Merle e del Langer a Toledo, per chincaglierie e gioielli; del- 
l'Hugony, del Cardon e del Senés per profumerie ; del Santoro e 
del Lodi per guanti e cravatte. Il Cardon aveva per insegna di 
bottega: l'ami des ew/an^5, perchè vendeva anche giocattoli. La 
prima casa editrice era quella della ditta Pedone, che cominciò 
con Giovanni, associatosi prima ad Antonio Muratori e poi al 
Lauriel, e divenuta celebre in tutto il Regno delle Due Sicilie 
per le sue belle edizioni. Aveva bottega con annessa biblioteca 
in piazza Bologni. Ma le più belle edizioni furono fatte in que- 
gli anni da Francesco Lao, editore del Giornale di Sicilia e sin- 
golarmente protetto dal generale Filangieri, il quale gli fece 
stampare, con eleganza di tipi, la Scienza della legislazione del 
padre, che figura pubblicata a Parigi e che si vendeva al prezzo 
di una piastra, benché fosse libro proibito ! Il Lao, che aveva la 
tipografìa in via Celso, fu indiscutibilmente il primo tipografo, 
ed anche un po' editore, dell' Isola, guadagnò molto e mori in 
miseria. 

Avvocati principi nel fóro civile erano Scoppa, Viola, Belila, 
Napolitani, Agnetta, Di Marco e Todaro. Il Di Marco fu deputato 
nella prima legislatura per il collegio di Oorleone, e del Todaro 
si è discorso. Nel fóro penale portavano il primato per dottrina, 
integrità e coraggio civile, il marchese Maurigi, il quale, mutati 
i tempi, fa procuratore generale della Cassazione di Palermo e 
senatore, Giuseppe Mario Puglia, del quale si è pure discorso, 
ed anche Gaetano Sangiorgi, che ebbe parte notevole dopo il 
1860, mori senatore del Regno e fu fratello ad Antonio, morto 
l'anno scorso, primo presidente della Cassazione di Palermo e 
senatore egli pure. Il Maurigi era padre del presente deputato. 
Fra i medici celebri, oltre al Gorgone, al Pantaleo e a don An- 
tonino Longo, che contò come clinico valoroso, e oggi fa ma- 



— 136 - 

raviglia come possa esser stato tenuto per tale, si contava Gae- 
tano La Loggia, il quale, benché notoriamente liberale, non 
soffri molestie dalla polizia, avendo curato e salvato il primo 
figlio del Maniscalco. Il La Loggia, eccellente uomo, era ancbe 
celebre per una delle più madornali dimenticanze, che richiama 
quella del principe di Paterno : la sera delle sue nozze dimen- 
ticò che doveva andare a sposare, e gì' invitati e i fratelli della 
sposa dovettero correre a cercarlo di qua e di là per tutta Paler- 
mo ! Aveva reputazione anche il Cervello, già professore di mate- 
matica, come il suo amico e collega Giuseppe Coppola, e poi di 
materia medica all' Università ; a lui è succeduto degnamente il 
figliuolo Vincenzo. 

I caffè erano pochissimi, non essendovi abitudine di frequen- 
tarli, anzi non erano molto stimati coloro che li frequentavano. 
Più noti, VOreto in piazza Marina e il Sicilia in via Toledo. Il 
primo esiste tuttora nella sua caratteristica modestia, e il secon- 
do ha cambiato nome. I nuovi tempi non hanno mutate le abi- 
tudini, e di caffè, dopo il 1860, non ne son sorti che due soli: 
uno ai Quattro Canti di campagna, e uno presso ai Quattro Canti 
di città, detto il Progresso. Nei nuovi tempi si apri il Caff^ 
Bologni, sotto il palazzo Riso, che fu vera fucina elettorale. Quivi 
si riunivano i caporioni di parte democratica, e quivi si battez- 
zavano consiglieri comunali e si criticava l'opera delle ammini- 
strazioni del comune. Naturale che i critici più arrabbiati fossero 
quelli, cui gli amici pervenuti al potere negavano l'elezione a 
qualche pubblico uffizio, o un qualunque favore, o magari un 
biglietto per feste al Municipio o per i fuochi d'artifizio, in oc- 
casione del festino. Sarebbe assai aneddotica ed oltremodo cu- 
riosa la narrazione della vita del Caffè di donna Rusidda, come 
era comunemente inteso dai frequentatori. I principali alberghi 
erano la Trinacria al fóro Borbonico, con ingresso dall'angusta 
via Butera e l'Hotel de France in piazza Marina ; e chi volesse sa- 
perne di più, potrebbe consultare la celebre guida di Sicilia, che 
pubblicò nel 1869 il padre Salvatore Lanza, o meglio, la Guida 
istruttiva per Palermo e suoi dintorni del beneficiale Girolamo di 
Marzo Ferro, regio cappellano dei reali veterani. Come guida pra- 
tica anzi, sarebbe preferibile questa, riprodotta su quella di don 
Gaspare Palermo e che si legge con vivo interesse anche oggi. Ma 
questi alberghi, particolarmente i secondarli, lasciavano molto a 



- 137 - 

desiderare, tanto che don Lionardo Vigo di Acireale, l'autore 
del Ruggiero, il siciliano più siciliano e più enfatico del suo 
tempo, facendo nel giugno del 1861 un viaggio nell'alta Ita- 
lia, scriveva da Torino : " A Torino sono alberghi e trattorie di 
cui in Sicilia non si ha idea „.... E da Genova, il 4 luglio dello 
stesso anno : " Siamo barbari a lato a Genova „ . E persino par- 
lando di Aci, sua patria, da lui tanto amata e cantata, scri- 
veva dopo aver visto Como " Como è Aci gentile, Aci è Como sel- 
vaggio „ ; e da Milano, il 6 giugno 1861 : " Torino è glaciale e 
francese ; Milano è caloroso ed italiano „ . Sono lettere caratteri- 
stiche scritte al padre, alla moglie e al figlio. Fu quella la prima 
e ultima volta, in cui il Vigo, sessantenne, lasciò l' Isola nativa. ^ 

Il giuoco del lotto, ripristinato nelle provinole napoletane 
l'anno 1713, passò e si diffuse in breve tempo in Sicilia ove fu 
chiamato: locu di Napoli. La superstizione popolare siciliana 
lo favori grandemente, e fin d'allora furono formulati dal po- 
polo tutti quei proverbi e modi di dire caratteristici, che ancora 
rimangono. Né solo il popolino giuocava, ma erano giocatori 
anche tutti quelli che costituivano la piccola borghesia, attratti 
dalla speranza di un grosso guadagno, e che volentieri si priva- 
vano ogni settimana di quanto non era strettamente necessario, 
e tentavano la fortuna. Così sorsero cabale, regole e contro- 
regole, alle quali con ardore e fiducia si applicavano le menti 
puerili e fantastiche di molti. I più reputati cabalisti erano per 
il solito, come sono oggi, i frati ; e la cieca fiducia che essi 
riscuotevano, incitava molti a indossare la tonaca per sfruttare 
ancor meglio la superstizione popolare. Chi raggiunse maggior 
celebrità nell'Isola fu un tal fra Luigi, morto da una ventina 
d'anni, ma ancor presente alla memoria di molti. Ogni suo ge- 
sto, ogni sua parola venivano commentati, studiati diligente- 
mente, e poi convertiti in numeri. Infiniti sono poi i meto- 
di immaginati per favorire la vincita : la superstizione vi porta 
il maggior contributo con una caratteristica confusione di sacro 



^ Giambattista Grassi Beetazzi, Vita Intima. — Lettere inedite di 
Lionardo Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei — Catania, cav. Ni- 
colò Giannetta editore, 1896, pag. 230 e 231 — Lo stesso autore pubblicò l'an- 
no appresso, anche pei tipi del Giannetta: Lionardo Vigo e i suoi tempi. 



- 188 - 

e di profano. Si giuocano anche terni e ambi periodici: ogni 
anno il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio, si giuoca 4 (porco), 9 
(santo) e 17 (giorno del mese). Dopo che si è giuocato, la cre- 
denza vuole che si custodisca religiosamente la polizza e la si 
ponga vicino ad un' immagine di San (jriuseppe e si preghi il santo 
fervorosamente. La passione del lotto aveva dato origine a tutta 
una letteratura. Nel 1847 da Michele Valente si pubblicò a Pa- 
lermo un libro intitolato : Dialoghi fra il Destino, la Fortuna, 
il Desiderio e il Capriccio, ovvero modo facilissimo di arricchire 
al lotto. Si pubblicava ogni anno L'Astrologia, almanacco di 
Rutilia Benincasa nata Fanfarricchio, una specie del celebre 
Barbanera di Foligno. Chi poi volesse saperne di più, può con- 
sultare la bellissima pubblicazione di Giuseppe Pitrè: Usi, co- 
stumi, credenze e pregiudizii del popolo siciliano: pubblicazione 
unica nel suo genere. 

Vincenzo Florio, aprendo la Sicilia al mondo, aveva por- 
tato una rivoluzione nei patriarcali costumi dell'Isola. Se nel 
1846 fu impiantata la prima navigazione a vapore fra Napoli e 
Palermo, e nel 1849 i primi vapori di Florio cominciarono a 
solcare i mari lontani, negli ultimi anni la Sicilia aveva comu- 
nicazioni dirette e periodiche con Grenova, Livorno, Marsiglia 
e New-York, e due volte la settimana con Napoli, il che sem- 
brava una grande fortuna. Nel 1856, a causa del tempo^ per tren- 
tasei giorni Palermo non ebbe alcuna notila dal continente e 
nessuno se ne maravigliò. Se prima del Florio era segnato a dito 
ohi facesse un viaggio fuori l'Isola, cominciò poi ad acca- 
dere il contrario fra i signori e la ricca borghesia. Ma il nuo- 
vo amore per i viaggi all' estero (credo non vi sia esempio di vil- 
leggiature in Isvizzera e in Lombardia prima del 1860), non di- 
stolse i signori dalle loro tradizionali e magnifiche villeggiature 
della Bagheria, di Santa Flavia e dei Colli. A Bagheria erano le 
ville Butera, Palagonia, Valguarnera e la Certosa, dove il capric- 
cio del vecchio principe di Trabia volle rappresentare in cera 
un' intera comunità di certosini e i personaggi più celebri del 
suo tempo. Intorno a un tavolo, in una colletta, siedono fra 
gli altri, in abito monacale, grandi al vero, Ferdinando I di 
Borbone, Luigi XVI e il principe di Butera. Tutti sono ri- 
tratti ed hanno la loro importanza storica. Il palazzo del prin- 



- 139 - 

cipe di Palagonia, considerato dal Goethe come tempio della 
demenza, ha vòlte e mobili stranissimi, con sedie intarsiate di 
agate e dozzine di mostri, alla creazione dei quali non giunse 
neppure la fantasia dell'Ariosto. Quella villa fu venduta, con 
tutto il contenuto, dagli amministratori della eredità del prin- 
cipe di Palagonia e la vendita provocò scandali e diatribe, che 
andarono a finire in tribunale. Acquirenti ne furono i Ca- 
stronuovo di Bagheria. Da qui a Santa Flavia la distanza è 
assai breve, e a Santa Flavia sono disseminate altre magnifi- 
che ville, tra le quali quella dianzi ricordata del principe di Pa- 
terno. I dintorni di Palermo sono tutti un incanto, da qualunque 
punto si voglia guardarli, perchè non vi è città al mondo che offra 
tanta varietà di spettacolo. A vedere la città dalla parte del mare, 
si direbbe strozzata dai monti che la circondano : monti arsicci 
e scoscesi, dalle cime aguzze e stravaganti. Palermo non s' iner- 
pica come Napoli su per le colline verdi, ma si distende in quella 
magica conca d'oro, offrendo tanti diversi spettacoli, quanti sono i 
punti dai quali si contempla e coi più strani effetti ottici. Il 
mare, cristallino e quasi etereo, forma lo sfondo di tanti quadri, 
i quali esaltano lo spirito e fanno levare un inno alla Provvi- 
denza. E il piano di Palermo, sia salendo verso Monreale, sia 
verso i colli e le pendici del Pellegrino, fra Partanna e Mon- 
dello, sia verso Bagheria, anzi fino a Termini, è tutto una foresta 
di agrumi, popolata da borghi, più numerosi fra i Colli e Par- 
tanna. Borghi bianchi, in mezzo a giardini, dove vive una po- 
polazione laboriosa, maliziosa e stranamente suscettibile, la quale 
dette il maggior contingente in ogni tempo alla mafia e alle som- 
mosse palermitane, e dove non si sa concepire un uomo senza 
fucile, né altra giustizia che non sia la propria, quando si sia 
ricevuta una offesa, che non si creda di rivelare. Nel contemplare 
con un mio carissimo, da un vecchio fortilizio di Mondello, quella 
spiaggia e quei monti, si riceve la impressione che il capo Zaffe- 
rano, a forma di cono sporgente dalle acque, fosse il punto estremo 
del monte Pellegrino : cosi bizzarri sono gli effetti ottici di quella 
marina, in una giornata di primavera. 

Rivaleggiavano con Palermo, nella vita dei teatri, dei balli 
e delle villeggiature, le città di Catania e di Messina. Al 
Comunale di Catania andò in iscena nel 1868, con lusso di 



— 140 — 

addobbi scenici, il Pirata del Bellini, con la Sutton. Quel 
teatro, dotato dal comune con 1600 ducati, rimaneva aperto 
quattro mesi dell'anno e ne era ordinariamente impresario don 
Cesare Tornabene, un elegante signore, il quale aveva pure un 
magazzino di vestiari. Il Pirata destò fanatismo. Diresse l' orche- 
stra il maestro Rosario Spedalieri, e scenografo fu Carmelo de Ste- 
fano. L'anno innanzi era stata rappresentata la Straniera, con la 
Prati, col Bettazzi tenore, col Bandi baritono e vi ebbe ottimo 
successo. Dei trattenimenti, che in quegli anni destarono mag- 
giore impressione e lasciarono più vivo ricordo, vanno ricordate 
le improvvisazioni, che nel 1862 vi fece la Giannina Milli. Il 
Comunale serviva per musica e prosa. 

Tommaso Salvini, che fu preceduto nel 1854 dalla compa- 
gnia Domeniconi, la quale rimase mezzo decimata dal colera 
di queir anno , andò la prima volta in Catania nell' ottobre 
del 1858, con la compagnia diretta dall'artista Cesare Dondini, 
nella quale era prima attrice Clementina Cazzola. Il Salvini 
recitò al Comunale e fu festeggiatissimo. Molta gente vi andava 
dalla villeggiatura e tornava la stessa sera, dopo la recita. Di 
produzioni furono date : Otello, Francesca da Rimini, Elisabetta 
d'Inghilterra, Le smanie della villeggiatura e La forza dell'amor 
materno. La sera del 9 ottobre ebbe luogo la prima recita, e 
quando il gran tragico apparve sulla scena, fu una pioggia di 
versi e di fiori. 

Un sonetto dell'avvocato Emmanuele Rapisardi, fratello del 
pittore Michele, ebbe acerba critica per la forma e per un ingiu- 
sto rancore verso il proprio paese, che si vide trasparire in quei 
versi e che suscitò una polemica nel Giornale di Catania. E si 
ebbe ragione, perchè il sonetto era proprio questo : 

A TOMMASO SALVINI. 
(Acrostico) 

Tristo quel cor, che ad ogni affetto è muto; 
Onta a quel cor, che nella melma giace; 
Muta è per essi ogni beltà verace; 
Morta è l'arte; il sublime è sconosciuto. 

Ad essi, di natura anco rifiuto, 
Spenta è in eterno ogni celeste face; 
Odiano il di; la notte ad essi è pace; 
Sol la forma han dell' uom, l'alma del bruto. 



- 141 — 

A te però dinanzi or li vegg'io 
Levati udirti, ed agitati e scossi 
Veder per te, dirsi per te beati. 

In te chi parla, se non parla un Dio? 
Non son costor per te tanto commossi? 
Il son color d'alto sentir dotati? 

Le opere di musica erano a preferenza belliniane, in omag- 
gio al grande maestro, la cui memoria esaltava ed esalta i 
catanesi, ma non fu prima del 1860, che Catania costruì un 
grandioso teatro, intitolandolo al sommo maestro e concittadino, 
al quale innalzò pure un monumento e ne trasportò le ceneri Ha 
Parigi. 

Catania aveva, oltre ai suoi giornali, una specialità signifi- 
cante : un negozio di libri, con gabinetto di lettura, fondati l' uno 
e l' altro dal toscano Ettore Fanoi, il quale trasformò la libreria, 
come il Viessieux, in gabinetto di lettura, proprio nel centro 
della città, sotto la casa Vasta. Dei giornali, va ricordato il 
Giornale di Catania, che si occupava di politica estera, con 
gazzettino commerciale , rivista dei mercati , movimento del 
porto e teatri. Va anche ricordata la piccola rivista del gabi- 
netto Gioenico, organo della celebre e antica accademia. Fondata 
nel 1834, visse fino al 1865, conservando lo stesso formato in 
ottavo, con copertina gialla e il motto : Prudens magis quam 
loquax. Era un giornale strettamente scientifico. Si pubbli- 
cava inoltre il Giornale dell' Intendenza, ufficiale per gli atti 
di ciascuna provincia, che veniva fuori a fascicoli ed era stam- 
pato in quello stabilimento del regio Ospizio, diretto da Cre- 
scenzo Galatola, il quale se non può proprio dirsi il fondatore 
dell'arte tipografica in Catania, che aveva da qualche secolo 
buone tipografie, ne è il maggior benemerito. 

I cluhs servivano anche da caffè, e in via Stersicorea, ai 
Quattro Cantoni, era quello dei nobili, col Caffè di Parigi, 
che bruciò nel 1862, e i Caffè Sicilia e Tricomi, tuttora esistenti, 
nonché il Casino della Borsa, dove conveniva l'alta borghesia 
e si davano memorabili feste da ballo. La vita sociale era 
animatissima, e in carnevale assai si gareggiava in maschere e 
balli. La casa , che raccoglieva la società più eletta , era 
quella del principe di Biscari, gran signore, munificente e 
stravagante. Vi convenivano quanti uomini illustri visitava- 



- 142 - 

no Catania, e Giuseppe E-egaldi vi fu ospite gradito nel 1842. 
In casa Biscari esisteva pure un museo di anticliità interes- 
santissimo, cosi come ad Acireale il barone Pennisi possedeva 
un notevole medagliere. Non erano però queste le sole collezioni 
archeologiche private. Lo studio dell'archeologia fu sempre in 
grande onore non solo a Catania, ma in 'tutta la Sicilia. I cata- 
nesi avevano, come i messinesi, la passione della caccia e della vil- 
leggiatura, la quale cominciava ai primi di settembre e finiva ai 
Morti. Più che passione, era per essi una vera mania. Vil- 
leggiavano al Bosco, contrada, dove sono compresi i villaggi del 
versante meridionale dell'Etna, cioè Mascalucia, San Giovanni 
La Punta, Via Grande, Trecastagne e San Gregorio; e, tra le 
ville più eleganti, vanno ricordate quelle del principe di Biscari 
a Mascalucia, del marchese San Giuliano alla Leucatia e del prin- 
cipe Carcaci ad Aci Sant'Antonio, tappe di gitanti e di cacciatori 
e però divertentissime. È da ricordare anche la villa Curro a 
San Giovanni la Punta, aperta ai villeggianti dei borghi vicini. 
Eccellevano tra le più belle signore del tempo la marchesa 
di San Giuliano, figlia anche lei del principe di Cassare e ma- 
dre del presente ministro delle poste ; la signora Pettini, moglie 
dell' amministratore del principe di Manganelli ; le sorelle Laura 
e Teresa Nani, la signora Elena Cali, nata San Giuliano, la si- 
gnora Catalano, moglie del professore di diritto penale dell' Uni- 
versità e madre del defunto diplomatico. A Catania, come a Pa- 
lermo, le signore non uscivano sole, o uscivano coperte col lungo 
e caratteristico manto di seta nera, quando andavano in chiesa o 
a far visite di confidenza ; in carrozza non si adoperava il manto. 
La casa San Giuliano era anch'essa aperta alla più eletta società. 
I giovani più eleganti del tempo erano il barone Pucci, il barone 
Pauli di Scordia, Matteo Sava di Belpasso e Ludovico Florio, che 
credeva di somigliare a Vittorio Alfieri e portava delle cravatte 
monumentali, come il tragico astigiano. Il barone Felice Spi- 
taleri, il duca Pramestieri, il barone Saverio Landolina e i fratelli 
Oasalotto venivano anch' essi considerati fra i signori più galanti ; 
esisteva pure un gruppo di giovani, i quali avevano fama di va- 
ghezza ed erano : un fotografo, chiamato Zurria, un dentista, chia- 
mato Cacciaguerra e un avvocato Patti, onde si disse : 

I tre belli della terra 
Zurria, Patti e Cacciaguerra; 



— 143 - 
E poiché non bastavano, il poeta aggiunse : 

Ma voi saper volete 
Dove beltà riposa? 
In Gaetan Mondello 
E Salvator La Hosa, 

perchè anche costoro la pretendevano a belli. E tra gli eleganti 
non va dimenticato l' ingegnere Niccolò Ardizzone, poeta satirico 
e parente del barone Spitaleri. 

Catania, che possiede oggi quel giardino pubblico Bellini, 
indiscutibilmente uno dei primi di Europa, e il giardino fuori 
porta Uzeda, sul mare, non ne aveva nessuno prima del 1860. 
Suonava la musica alla Marina, fra la porta suddetta e il palazzo 
arcivescovile, e si fitta vano le sedie, al grido burlesco tradizio- 
nale: Franchi di cimici^ mentre i venditori di piccoli biscotti 
offrivano la loro merce, gridando : Nciminati 'w facci 'a musica. ' 
Il popolo accorreva numeroso a sentire la musica, come correva 
numeroso in piazza Stersicorea, per assistere alle parate militari. 
Sulla piazza, dov'è ora il monumento al Bellini, sorgeva una sta- 
tua di Ferdinando II ; in piazza degli Studi e proprio innanzi al- 
l'Università, sorgevano le statue di Carlo III e di Ferdinando IV, 
e in piazza dei Cereali, quella di Francesco I. Di tutte queste 
statue oggi non ve n'è più una. ^ 

Meschine le locande. Va ricordata quella di don Salvatore 
Abbate, filodrammatico, il quale recitò con Salvini nell'ottobre del 
1868. L'albergo più antico e forse migliore, era quello in piazza 
del duomo, dietro l'elefante ; ma quando diluviava, ingrossandosi 
il fiume Amenano, che una volta scorreva nella città, e rac- 
coglieva nel basso anche le acque delle colline vicino alla sua fo- 
ce, i forestieri vi rimanevano bloccati. V'era pure la locanda della 
Colomba, che serviva ai ritrovi amorosi, e ancora esiste in via 
Zappala Bozzomo. 

Maestro di scherma più reputato era quel Blasco Florio, ohe 



1 Vuol dire: coperti di sesamo e di fronte alla musica. 

* Furono del pari distrutte le altre clie sorgevano nel Fòro Borbonico, 
oggi Italico, di Palermo. Delle bellezze di questi, e di altri monumenti che 
abbellivano ed arricohivano quella passeggiata, fauna viva descrizione il 
Palermo nella Guida di Palermo, riprodotta poi dal Di Marzo Ferro e 
che è il più completo libro del genere. 



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aveva avuta la vivace polemica con F Inguaggiato di Palermo, 
e la cui sala era frequentata dai giovani signori e dai borghesi 
più noti. 

I negozianti principali a Catania erano Eduardo Jacob, Alfio 
Scuto, De Benedetto, Motta e Calogero Costanzo. Fra i negozi 
di tessuti di lana e generi esteri vanno ricordati quelli di Fi- 
schetti e di Gentile ; e di tessuti indigeni di cotone, quelli di Do- 
vi, Russo, Licciardello. Pregiati ed importanti erano i tessuti 
in seta, che si fabbricavano in larga scala e si mandavano in 
tutto il Regno. Rinomati i negozi dei fratelli Auteri che tene- 
vano un'importante succursale a Napoli, e quelli di Fragalà. 
L'industria della seta, assai fiorente e fonte di lavoro lucroso 
per Catania, decadde dopo il 1860. 

Quelli che non frequentavano i circoli, né case private, so- 
levano radunarsi la sera nelle farmacie, dove si fermavano sino 
a due ore dopo l'avemaria, in attesa che le persone di servizio 
andassero a prenderli all'ora designata con le lanterne, essendo 
scarsa l'illuminazione pubblica, la quale veniva aiutata dalla 
maggior parte dei padroni di casa, che sul loro portone accen- 
devano il lampione. E dire che oggi è una delle città meglio 
illuminate d'Italia. La festa di Sant'Agata, aveva la curiosa 
specialità delle cosi dette Ntuppatelle, che erano le signore, 
le quali nascondendosi il volto col Manto, prendevano i signo- 
ri a braccio, e si facevano condurre a passeggio e comprare 
dolciumi. 

Si rifece vivo l'antico disegno d' irrigare la piana di Catania 
con le acque del Simeto. L' idea risaliva fino al 1826 ; ma no- 
nostante gli illuminati eccitamenti di Giambattista Guarneri 
e di Carlo Afan de Rivera, non prese forma concreta, che nel- 
l'agosto 1846, quando l'ingegnere napoletano Enrico Dombrè 
presentò un progetto completo. Il governo di Napoli non l'ap- 
provò che nel marzo del 1852, per le insistenze di Filangieri. 
Si formò la società con un capitale di 180 000 ducati, inferiore di 
molto a tanta opera, per la quale occorreva una somma almeno di 
due milioni e mezzo. Cominciarono i lavori nel dicembre del 1868. 
Il primo arginamento venne eseguito presso la " Barca di Pa- 
terno „, e di là furono fatti partire i canali principali. Questi 
lavori non dettero però tutto l'utile che se ne sperava. Della nuova 



- 145 — 

forza motrice fu utilizzata solo quella del canale destro, che 
muove anche oggi due mulini da grano; mentre la forza del 
canale di sinistra, di circa cento cavalli, rimase morta. Il Si- 
meto è il maggior fiume di Sicilia, ricco di acque, soprattutto 
nella piana, a pochi chilometri dalla foce. Né da allora si è fatto 
altro, nonostante che a Catania siano tutti convinti della ne- 
cessità di quest'opera, che farebbe di quella piana feracissima 
e delle convalli superiori, la regione più ubertosa del mondo. 
Oggi i lavori incompiuti ammorbano 1' aria, perchè alimentano 
una quantità di piante palustri lungo i condotti. 

Era intendente della provincia il conte Angelo Panebianco 
di Terranova, il cui fratello, frate conventuale a Roma, fu creato 
cardinale da Pio IX nel 1861. L'intendente aveva fama di 
rigidezza eccessiva in politica, ma in verità non si ricorda alcun 
suo eccesso veramente biasimevole. Teneva bensì d'occhio i li- 
berali e li molestava all'occorrenza, tanto da indurre Luigi Gra- 
vina, oggi senatore del Regno, a lasciar Catania nel 1852 e ad 
emigrare volontariamente a Malta. Il Gravina era stato aiutante 
di campo del generale Mierolawski. L'intendente nativo, come 
ho detto, di Terranova, apparteneva a ricca e civile famiglia, 
ma il titolo di conte l'ebbe da Pio IX, ad insistenza del fratello 
cardinale. Governò Catania circa nove anni, e fu tenuto in gran- 
de considerazione da Filangieri e da Maniscalco ; da quest' ulti- 
mo soprattutto, il quale soleva scrivergli lettere autografe, che 
si aprivano con un pregevole amico, e si chiudevano costantemen- 
te : credetemi pieno di affetto. Le lettere difatti che gli scriveva, 
erano addirittura intime, e con lui si abbandonava a sfoghi e a 
confidenze, delle quali a nessun costo avrebbe onorato altri. 

Nelle lettere, che vanno dal febbraio 1859 a pochi giorni dopo 
il tentativo della Gancia, si leggono periodi di questo genere : 
" Una mano di occulti demagoghi agitano a quando a quando il 
paese, ma non sono ignorati dal direttore di polizia. Io rifuggo 
dalle prigionie politiche, di un castigo, che nobilita per cosi diro 
della canaglia, che nulla sente di generoso e peregrino ; li seguo 
da lunga mano, aspettando l'occasione di dare un colpo ardito „ . 
— Dopo l'attentato contro di lui, l'epistolario ha un tono più 
severo, anzi addirittura minaccioso. — " Uno dei flagelli della Si- 
cilia — scriveva in data 20 ottobre 1859 — sono i magistrati, che 

De Cesabs. La fin» di un Regno - Voi. II. 10 



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manomettono la giustizia e alimentano il malcontento „. E in al- 
tra del 10 novembre : " La magistratura disserve e non serve il 
governo, ed una delle fatalità del paese sta nella mala ammini- 
strazione della giustizia civile e penale „. E concludeva : " I tempi 
sono tristi, e non vedo ancora un raggio di speranza per uscire da 
tanti guai „. Il 21, scrive, più caratteristicamente: " La nobiltà 
palermitana mi onora del suo odio, per averla io calpestata, quan- 
do pensò di agitarsi : io mi rido di questa malvoglienza e di que- 
sti odii „ . E in data del 29 dicembre, facendogli gli auguri per il 
nuovo anno, gli dice : " La mia salute risente ancora le conseguen- 
ze dell'attentato ; il paese è materialmente in calma ; i tristi si 
preparano ad una lotta, se ad essi verrà un ausilio dallo straniero. 
Noi li aspettiamo a pie fermo „ . Per lui lo straniero era il Pie- 
monte, e Garibaldi per esso, il cui nome ricorre più volte in que- 
sto epistolario, perchè Maniscalco si può dire intuisse ciò che 
avvenne pochi mesi dopo. Difatti, in una lettera degli 11 feb- 
braio 1860, lunga e sempre tutta di suo pugno, scriveva : " Le 
vostre apprensioni sulle condizioni perigliose, nelle quali si trova 
la Sicilia, sono divise da me e da quanti sono attaccati alla causa 
dell'ordine. Io non temo un'insurrezione, ma temo d'uno sbarco di 
emigrati. Gli agitatori sanno che non si possono misurare colle 
forze del governo, e contano sull' ausilio straniero. La mala 
contentezza si fa sempreppiù maggiore e tutti credono l'auto- 
rità perduta. Dio salvi il Re ed il Regno e dia forza a noi per 
scongiurare i pericoli, che minacciano la quiete del Reame „ . E 
sette giorni dopo scriveva : " Palermo è agitata, ed io temo che 
fra non guari verremo alle mani con una gioventù dissennata. 
Il sangue ricada sul capo di coloro che provocheranno la lotta „ . 
E alla fine di febbraio : " Lo spirito fazioso imperversa in Pa- 
lermo, e si manifesteranno sintomi gravi. Io sono apparecchiato 
a tutto, e ricorrerò alle ultime estremità „ . E il 13 marzo, con 
spirito profetico : " Qui v' è una certa calma, ma calma aspet- 
tante. La febbre politica ferve, e gli animi sono disposti ad un 
movimento. Nessun effetto hanno prodotto le ultime sovrane 
largizioni in Palermo „. Dieci giorni prima del tentativo della 
Gancia, scriveva : " Il paese sta sulle bragi e si fanno sforzi so- 
vrumani per contenere i rivoluzionari. La rivoluzione di Sicilia 
è aspettata in Italia. Dio ci aiuterà ed il nostro buon Re, il 
cui senno è superiore alla età Sua, saprà scongiurare la procella „ . 



— 147 — 

E, quindici giorni dopo, in data del 20 : " L' insurrezione è vinta 
dappertutto, ed ora non resta che consolidare l'ordine che fu, 
ove più ove meno scosso. La vostra provincia è stata ammire- 
vole ; siane lode alla vostra operosità „ . ^ 

Della vita sociale di Messina ho avuto occasione di parlare, 
narrando l'ultimo viaggio di Ferdinando II, nel 1862. Messina 
grazie al porto franco e agli altri privilegi di cui godeva, gareg- 
giava con Palermo nello splendore di quella vita, e per alcuni 
riguardi la superava. Città soprattutto mercantile e signora dello 
stretto, grande e storica via fra l'Oriente e l'Occidente, il suo ceto 
più influente e operoso era quello dei commercianti e dei ban- 
chieri. Benché desolata prima dal bombardamento del 1848 e 
poi dal colera del 1854, che vi fece strage, non perdette mai il 
suo aspetto di città gaia e ospitale. Fra le più belle signore del 
tempo erano la Giulia G-rill Clausen, figlia del console danese 
Clausen e moglie di Paolo Grill, negoziante ricchissimo, rap- 
presentante la ditta Valser ; la signora Di Cola, la maggioressa 
Piccirilli, e fra le più belle signorine, le Parlato e le Fischer. Prin- 
cipe fra gli avvocati, Vincenzo Picardi, padre di Silvestro, oggi 
deputato di Messina. 

Messina, non centro di studii, benché avesse un'Università, era 
di tutte le città dell' Isola la meno isolana. La sua vicinanza al 
continente, le antiche e non mai interrotte relazioni sue con Napoli, 
dettero sempre a Messina una fisonomia propria, dissimile so- 
prattutto da quella della rivale Catania, stretta dall'Etna e dal 
mare. Le colonie di commercianti stranieri, soprattutto tedeschi, 
congiunsero Messina ai più lontani paesi e le dettero consuetu- 
dini e gusti cosmopoliti, ingentilendone i costumi e le idee. In 
quegli anni i suoi commerci fiorirono e il porto franco fu una 
miniera d'oro. Se parecchi messinesi ebbero in ogni tempo l'a- 
more della libertà e dell' indipendenza, questo era per i più un 
amore piuttosto platonico ; il popolo non odiava i Borboni e ne 
die una prova nell'ultimo viaggio di Ferdinando II. Popolo in- 
clinato anch'esso all' iperbole, la sua fede religiosa aveva bisogno 
di manifestarsi con pompe straordinarie e quasi inverosimili. So 
i pregiudizi per la jettatura erano pari a quelli di Napoli, la divo- 



^ Archivio Panebianco. 



- 148 - 

zione per la Madonna della Lettera, patrona della città, e per l'As- 
sunta, superava forse quella di Palermo per Santa Rosalia e di 
Catania per Sant'Agata. E più radicata v'era la tradizione del 
soprannaturale, poiotè davvero la Madonna, che, dall'opposta riva 
di Reggio, scrive ai messinesi una lettera in lingua ebraica, da 
San Paolo tradotta in greco e da Lascari in latino, e comincianto 
con le parole : vos omnes fide magna, e ne affida il recapito a San 
Paolo stesso, varca di molto i limiti anclie del miracoloso. Le pro- 
cessioni vi erano frequenti, lunghe e solenni, e vi solevano parte 
cipare gentiluomini recanti ceri accesi, uniti alla folla e alle 
numerose congreghe ; ne mancavano poi magnifiche luminarie 
e fuochi pirotecnici sul mare, come in tutta la Sicilia. Que- 
sta fede religiosa, che si nutriva di pompe esteriori, non era, 
bisogna riconoscerlo, senza radice vera nelle coscienze dei mes- 
sinesi. La donna, popolana, borghese o patrizia, era madre esem- 
plare, figliuola devota e quasi sempre moglie fedele ed onesta. 
La mafia, che in Palermo e in altre parti dell' Isola aveva diffu- 
sione quasi in ogni ordine sociale, era poco diffusa a Messina, 
dove si è anche oggi più sinceri, più espansivi e meno violenti. 
Benché gelosi, come tutti gì' isolani, nei messinesi la gelosia ap- 
pariva meno. Nei teatri, nei passeggi pubblici, nei balli, le abi- 
tudini, borghesi od aristocratiche, erano affatto continentali. Non 
accadeva di vedere, come in altre città della Sicilia, entrando 
in una sala da ballo, gli uomini da una parte e le signore dal- 
l'altra. E ciò perchè, come ho detto, i contatti con gli stra- 
nieri avevano cancellato quasi interamente il ricordo de' vec- 
chi costumi, e soppresse le forme esteriori d'una gelosia tanto 
più ridicola, quanto meno acconcia a serbare la fedeltà coniu- 
gale. Messina si affermava sempre sorella primogenita di Cata- 
nia, e se riconosceva la superiorità di Palermo, la subiva di 
mala voglia. 

Fu sindaco in quel tempo il marchese di Cassibile, ricco ma 
strano signore, che tentò più tardi la deputazione e non vi 
riusci mai. Egli fu sostituito dal barone Felice Silipigni, che 
tanto si distinse nella tremenda epidemia colerica del 1854, e 
lasciò buon nome e raccolse grandi lodi dal generale Filangie- 
ri, il quale, in occasione del colera, si recò personalmente a 
Messina a distribuire soccorsi e a rincuorare la cittadinanza, at- 
territa forse più che a Palermo. 



~ 149 — 

L' indipendenza, ecco la parola magica clie politicamente esal- 
tava il siciliano di qualunque grado e creava una vera egua- 
glianza, anzi la sola eguaglianza sociale, nell'odio contro i na- 
poletani. Sotto quella vernice di gaiezza e di benessere covava 
un fuoco sempre vivo di odii e di rancori verso i napoletani. I 
nuovi tempi maturavano, e la Sicilia dei siciliani, chiunque ne 
fosse il Re, anche un tiranno, pur di vederlo nella vecchia Reg- 
gia normanna, con una magnifica Corte, accendeva le fantasie. 
Un Niruni o chiano 'u palazzu, e più comunemente: 'u Riuzzo 
o chiano 'u palazzu, ecco l' ideale ed ecco il lievito del mal- 
contento, che in quei mesi si andava addensando. Se il fondo 
del carattere siciliano è l'orgoglio, le manifestazioni dell'orgoglio 
sono infinite, e sovente, per un eccesso di furberia, prendono le 
forme più umili e carezzevoli. Se l'accattone, non mai lacero 
e sporco, stendendo la mano si studia di umiliarsi il meno ohe 
può ; se il popolo ribelle alle prepotenze vi soggiace con falsa ras- 
segnazione, quando non può reagire, senza dimenticar mai ; se il 
signore simula e dissimula a perfezione e non si lascia sco- 
prire, nondimeno la vita esteriore dell' Isola, in quegli ultimi mesi 
del 1859, non rivelava davvero ciò che avvenne poco tempo 
dopo : la tentata insurrezione del 4 aprile e poi lo sbarco di Ga- 
ribaldi a Marsala agli 11 di maggio e il suo ingresso a Palermo 
il 27 di quel mese. Gli avvenimenti nel resto d'Italia fecero 
precipitare le cose nella Sicilia. 



CAPITOLO VII 



Sommario: La cospirazione liberale in Sicilia — Dimostrazione per la vittoria 
di Solferino — Incidente di Maniscalco al club dell' Unione — Il primo Co- 
mitato liberale — La tradizione rivoluzionaria di Palermo — Le squadre 

— Il tentativo insurrezionale di Giuseppe Campo nell'ottobre del 1859 — 
Eapporto di Castelcicala e nota del Re — I liberali e Maniscalco — Atten- 
tato di Farinella contro la sua vita — Particolari — Riorganizzazione 
del Comitato — Mazzini e Crispi da una parte, Giuseppe La Farina dal- 
l'altra — Enrico Benza a Palermo — Curioso rapporto di Castelcicala — 
I nobili entrano nella cospirazione — Il padre Ottavio Lanza — Il testa- 
mento del principe di Scordia e Butera — Si fa un Comitato unico — Il 
vecchio barone Pisani — Si provvedono fondi, fucili e bombe — I prepara- 
tivi di Francesco Riso — L'inchiesta di Pisani juniore — L'opera della 
polizia — Si delibera d' insorgere il 4 aprile — Il piano dell' insurrezione 

— 'U zu Piddu Rantieri — Arresti e perquisizioni — Come la polizia sco- 
pri il complotto — Un verbale dell' ispettore Catti — La verità storica — 
Le precauzioni del governo. 

Vera cospirazione politica organizzata non vi fu in Sicilia 
prima della morte di Ferdinando II. I conati di Garzilli e di 
Bentivegna, repressi nel sangue, non ebbero altro effetto che 
di accrescere il lievito di odio dei siciliani per il governo di 
Napoli. Se nel 1848 l' idea, che prevalse, fu l' indipendenza del- 
risola, gli orizzonti erano più larghi nel 1859. Si era formato 
il Regno dell'Italia del nord; la Toscana e l'Emilia si reggevano 
a dittatura, e i dittatori erano di fatto luogotenenti di Vittorio 
Emanuele ; e gli uomini più eminenti, esuli del 1848, mandavano 
dall'esilio moniti e speranze. L'idea nazionale e il sentimento 
della grande patria riscaldavano il petto dei liberali siciliani, 
i quali nelle nuove condizioni politiche dell'Italia vedevano la 
garenzia del successo. La prima manifestazione liberale si 



- 162 — 

compi, raccogliendo, per iniziativa principalmente di Corrado 
Valguarnera duca dell'Arenella, figlio giovanissimo del principe 
di Niscemi, oggi senatore del Regno, soccorsi per i feriti della 
guerra dell'indipendenza; e la prima dimostrazione fu fatta 
per la vittoria di Solferino, illuminando, la sera del 26 giugno, 
i clubs della città. Si tentò anzi dai giovani più animosi di far 
illuminare tutta la città ; ma, oltreché per i clubs^ non vi si riusci 
che per poche case di piazza Marina e di piazza Bologni. I clwbs 
di Palermo sono, giova ricordarlo, a pianterreno. Al club àe\- 
V Unione, in piazza Bologni, detto della Pagliarola o delle sette 
finestre^ uno dei più antichi della città, preseduto dal vecchio 
marchese Ugo delle Favare, borbonico schiettissimo, i giovani 
socii Francesco Vassallo e Francesco Brancaccio di Carpino, di 
loro testa ordinarono al maestro di casa l'illuminazione, e poi- 
ché non vi erano candelieri pronti, fu adoperato un lampadario. 
Il marchese Ugo, temendo qualche molestia dalla polizia, si ri- 
solvette di tornare a casa ; e restarono nel club pochi soci, tra i 
quali il Brancaccio, il Vassallo e il barone di Rosabia, un vec- 
chio dalla lunga barba bianca, il quale, seduto fuori, pareva si 
volesse godere lo strano spettacolo. Venivano difatti rumori con- 
fusi giù dalla Marina ; ai quali segui l'avanzarsi di una gran folla, 
con Maniscalco alla testa. Si seppe che il direttore della poli- 
zia, circondato da molta sbirraglia, aveva lui stesso con uno scu- 
discio mandati in pezzi i lumi dei primi clubs. Giunto che fu 
innanzi a quello deìV Unione, chiese chi avesse dato l'ordine di 
illuminarlo, e nessuno rispose. Brancaccio e Vassallo si per- 
dettero nella folla; il barone di Rosabia non si mosse, ma un 
servo del club rivelò che l'ordine era stato dato appunto dai primi 
due. Il Maniscalco, allora, mandò in pezzi egli stesso l'inno- 
cente lampadario, e ordinò l'arresto di Brancaccio e di Vassallo, 
che riuscirono a mettersi in salvo. L'atto compiuto personal- 
mente da Maniscalco urtò il sentimento pubblico e riaccese più 
forti gli odii contro di lui. 

Si sentiva il bisogno di costituire un primo e vero Comitato 
direttore del movimento liberale, perchè direzione non vi era. 
Ne fecero parte da principio l' ingegnere Tommaso Lo Cascio, 
Salvatore Cappello, Salvatore Buccheri, Emanuele Faja, i fra- 
telli Di Benedetto, Domenico Cortegiani, Andrea Rammacca, 



- 153 - 

il vecchio barone Pisani e suo figlio Casimiro, Martino Beltra- 
mi-Scalia, Giambattista Marinuzzi, Francesco Vassallo, Enrico 
Albanese, Andrea d' Tirso, Giuseppe Campo e Francesco Bran- 
caccio. La mente e l'autorità maggiore del Comitato erano 
quelle del vecchio barone Pisani; gli altri appartenevano qua- 
si tutti alla borghesia facoltosa, che rappresentava la maggior 
resistenza al governo dei Borboni. Martino Beltrami Scalìa, 
genero del barone Pisani, era insegnante privato, come si è 
veduto ; Buccheri era negoziante di ferramenta ; Cortegiani, far- 
macista e fratello dell'agente del duca di Aumale; Marinuzzi 
iniziava la sua professione nel fóro; E-ammacca aveva bottega 
di cambiavalute in via Toledo; i fratelli Di Benedetto discreti 
benestanti, e l'Onofrio anche medico, e Andrea d'Urso era l'uomo 
d'affari della contessa di San Marco, la quale fu tanto utile alla 
causa liberale. Questa signora era ultima di casa Filangieri 
San Marco e vedova del conte di Sommatine, anch'egli di casa 
Lanza, morto di colera nel 1837. Francesco Brancaccio viveva 
nel mondo aristocratico e non aveva requie né prudenza. 

La tradizione rivoluzionaria di Palermo era questa: contare 
sul concorso della campagna, cioè poter disporre nelle campa- 
gne vicine di persone coraggiose e sicure, le quali potessero 
raccogliere intorno a se altri elementi, egualmente coraggiosi 
e risoluti, raccozzati soprattutto fra quei contadini nomadi onde 
son ricche le campagne siciliane : contadini e facinorosi, riso- 
luti a formare squadre, a combattere la forza pubblica, a sac- 
cheggiare uf&ci doganali e, penetrati che fossero in Palermo, 
fare man bassa sulle amministrazioni governative, unendosi alla 
mafia cittadina. Per loro la rivoluzione voleva dire distruzione 
di ogni freno politico e legale. Le squadre furono tanta parte dei 
moti palermitani in ogni tempo, fino ai più recenti, dopo il 
1860; ma se ne furono la forza, ne furono anche la debolezza, 
perchè gli elementi torbidi che entrarono a farne parte, non 
poteano, per le loro pretensioni, essere facilmente tenuti a segno. 
Il Comitato s' illudeva da principio di poterne fare a meno, ma 
non era possibile, e se n'ebbe la prova in un primo tentativo d'in- 
surrezione, fatto nell'ottobre del 1859 da Giuseppe Campo, il qua- 
le, dichiarando di poter disporre di molta gente in Bagheria, ave- 



- 154 — 

va persuaso il Comitato che sarebbe stato agevole tentare un mo- 
to insurrezionale il giorno 9 ottobre, con questo piano. All'alba di 
quel giorno, una squadra, dopo aver inalberata in Bagheria la ban- 
diera tricolore, e disarmata la poca forza pubblica, raccogliendo 
via via altri uomini armati a Misilmeri e a Yillabate, sarebbe 
scesa a Palermo ; ed allora, al rumore di alcune fucilate verso la 
porta Sant'Antonino, i cospiratori della città sarebbero corsi alle 
armi, e con l'aiuto delle bombe e delle squadre, avrebbero attac- 
cata la truppa, e la rivoluzione si sarebbe compiuta. Griuseppe 
Campo, giovane di grande coraggio, ma non di pari esperienza, 
aveva fatto assegnamento sulle spavalderie di un suo castaido, tal 
Gandolfo, il quale gli aveva dato ad intendere di poter disporre 
di tutti gli uomini d'azione di Bagh.eria e vicinanze, i quali ad 
un cenno si sarebbero raccolti sotto la sua direzione. Ma in- 
vece intorno al Campo, la sera del giorno 8 ottobre, non si tro- 
varono che cinque o sei uomini armati. La mattina del 9, il 
Comitato di Palermo, non avendo alcuna notizia da Bagheria, 
inviò colà Giambattista Marinuzzi, il quale, tornato ad ora tarda» 
riferi che il Campo, per defìcenza di uomini, non aveva potuto 
mantenere la promessa; ma l'avrebbe mantenuta il di seguente. 
E difatti nella notte tra il 10 e l'il, il Campo, con un pugno 
di uomini, guidato da un certo D'Alessandro, irruppe prima in 
Santa Flavia, dove assalì la guardia urbana, poi in Porticello, 
dove assali e disarmò la caserma doganale, ed in ultimo in Vil- 
labate, dove invase il posto della guardia urbana e la casa del 
suo capo, certo Salmeri. Ma fu lì che, raggiunti da un mani- 
polo di soldati e di compagni d'arme, gl'insorti furono sgo- 
minati dal numero prevalente della forza, ed il Campo trovò 
rifugio in casa Federigo, ai CiacuUi. Imbarcatosi poi per Ge- 
nova, scese co' Mille a Marsala, dove ebbe compagni i fra- 
telli Achille e Francesco, de' quali il primo avea già fatto parte 
della spedizione di Calabria nel 1848, e salì poi nell'esercito 
nazionale al grado di colonnello ; e l'altro, che già serviva nello 
esercito sardo, pervenne nell' italiano all'alto grado di tenente ge- 
nerale. Un terzo fratello, compiuta che fu l'impresa di Garibaldi^ 
si arrolò anch'egli nella cavalleria italiana, ma non vi durò a lun- 
go. Alla generosità dell'animo furon pari nei fratelli Campo la in- 
tegrità del carattere, il valore e la intrepidezza ; e larga quanto 
meritata la stima in cui eran tenuti dai loro concittadini. 



— 155 — 

Del movimento il principe di Castelcicala informò il governo 
di Napoli con un rapporto diretto il 12 ottobre al ministro di 
Sicilia a Napoli, il quale gli rispondeva, il 19, che il Re aveva 
di suo pugno annotato sul rapporto : " Inteso degli ordini dati; 
inteso con soddisfazione per la pronta repressione ; si preferisca 
però sempre il prevenire molto, per reprimere poco „ . 

Il movimento falli, e le conseguenze furono nuove carcera- 
zioni e disarmo ; provvedimento quest'ultimo, al quale Maniscalco 
tenne più che ad ogni altro. Dei componenti del Comitato, 
alcuni furono arrestati; altri si salvarono emigrando, e fu tra 
questi Paolo Paternostro, che da poco era tornato dall'esilio. 

Andato a vuoto quel tentativo, e procedendo le cose d' Italia 
con maggior fortuna, si tornò all'opera. Lo scoglio, contro il 
quale s'infrangeva ogni conato rivoluzionario, era Maniscalco. 
Tolto lui di mezzo, si credeva impresa facile compiere la rivo- 
luzione. Sul suo capo si erano cumulati grandi odii ed erano 
odii di liberali e di facinorosi insieme, perchè Maniscalco col- 
piva con la stessa severità gli nni e gli altri, anzi, in verità, 
più questi che quelli. Dal giorno che, salito al trono il nuovo 
Re, Filangieri era divenuto presidente dei ministri, e Cassisi licen- 
ziato, il potere di Maniscalco non ebbe limite. Castelcicala lascia- 
va fare ; Spaccaforno, deposto dal suo ufficio di direttore dell' inter- 
no e passato alla Consulta, era divenuto il peggior diffamatore del 
suo vecchio collega. I membri meno scrupolosi del Comitato ave- 
vano immaginato parecchi mezzi per paralizzare Maniscalco, o ad- 
dirittura sopprimerlo. Pensarono un momento di sequestrarlo col 
primo figliuolo, perchè egli aveva l'abitudine di fare delle passeg- 
giate a cavallo fuori la città, accompagnandovi questo suo figliuolo, 
convalescente da una grave malattia. Per qualche tempo lo appo- 
starono, ma il colpo falli. Pensarono allora di farlo ammazzare, e 
non fu difficile trovare nei bassi fondi della mafia chi vi si pre- 
stasse. La mafia, che detestava Maniscalco, aveva indispensabili 
contatti col Comitato, perchè, purtroppo, quando si cospira, non si 
distingue. Si trovò la persona, e fu tal Vito Farina, soprannomi- 
nato Farinella, giovinastro fra i più temerarii, vigilato dalla po- 
lizia per pessimi precedenti. Costui accettò l'incarico, mercè il 
compenso di dugento onze, cioè seicento ducati, e per parecchie 
domeniche stette ad aspettare la sua vittima nei pressi della 



- 156 — 

cattedrale, dove il direttore andava con la famiglia a sentire la 
messa. E la domenica 27 ottobre del 1859 l'aggredì alle spalle, 
lo feri di pugnale nei reni, e credendo di averlo finito, si per- 
dette nel cortile di San Giovanni, anzi nei labirinti di quel 
cortile, davvero intricatissimi, onde all'usciere Oliva, che accom- 
pagnava il ferito, riusci impossibile dargli la caccia. L'assassino 
s'era attaccato al viso una barba fìnta, cbe ebbe cura di gettar 
via, appena compiuto il misfatto. Fosse allucinazione ottica del 
Maniscalco o stordimento, gli parve che il feritore fosse alto di 
statura, e la polizia arrestò tutti coloro, che, su tale contrassegno, 
potessero esser sospetti di aver compiuto il misfatto. Il Fari- 
nella, che invece era piccolo e sbarbato, venne tratto in arresto 
per sospetto, ma otto giorni dopo fu rimesso in libertà, nulla 
essendosi potuto provare sul conto di lui, benché, come si disse, 
sottoposto a tortura. Maniscalco guari peraltro in pochi giorni. 

Dal di dell'attentato Maniscalco perse addirittura i lumi; la 
polizia cominciò a mostrarsi più inesorabile con i supposti nemici 
del Re, anzi divenne, in alcuni casi, bestiale. Non aveva pace, 
perche non riusciva a scoprire l'assassino e i mandanti. Rite- 
neva che i liberali avessero armata la mano del sicario, ma 
^mancavano le prove. Il De Sivo accusa come mandanti del 
delitto i giovani nobili, né ©sita a farne i nomi, affermando di 
averli rilevati dalle " Memorie „ di Maniscalco. E nomina il 
principe di Sant'Elia, il principe Antonio Pignatelli, il ba- 
rone Riso, il principe di San Cataldo, Casimiro Pisani juniore, 
Corrado Niscemi e il marchesino Rudini. Ma ciò è falso : nes- 
suno di costoro ebbe parte nell'assassinio, e i superstiti lo as- 
sicurano sulla loro parola d'onore, come ritengono che il Fa- 
rinella abbia agito invece ad istigazione di qualcuno fra i mem- 
bri più caldi del Comitato, e fanno il nome di taluno, morto da 
poco senatore del Regno. Quando il G-overno borbonico fini in 
Sicilia, molti si fecero belli del fatto e ottennero da Garibaldi un 
sussidio pel Farinella. E fu vergogna. Non so quali prove 
avesse il Maniscalco per ritenere i giovani nobili mandanti del- 
l'assassino ; le sue memorie non furono mai pubblicate; i fi- 
gli non le hanno ; nessuno le ha vedute ; e persona, che ebbe tutta 
la fiducia di lui, interrogata, mi rispose : " mi risulta quasi in 
modo assoluto che Maniscalco non scrisse mai le sue memo- 
rie, anzi non ne mostrò mai il più lontano pensiero „ . 



- 157 - 

E inutile dire che Maniscalco ebbe congratulazioni da ogni 
parte ; il Re gli concesse un'alta onorificenza e un aumento di 
assegno, e il suo potere crebbe tanto, che in Sicilia nessuno contava 
più di lui. Il suo carattere divenne più acre e più sarcastico. 
Mi narra Giambattista Marinuzzi, che salendo un giorno le scale 
dei ministeri, si trovò in mezzo a una folla di donne, che cir- 
condavano Maniscalco, il quale, salendo egli pure, riceveva suppli- 
che che quelle donne gli porgevano, accompagnandole con augu- 
rii di lunga vita. Maniscalco, crollando il capo, rispondeva: 
" Non ci credo che voi preghiate Dio per me, lo pregherete piuttosto 
perchè mi faccia crepare „. 

Anche negli ultimi tempi, quando la procella si addensava da 
ogni parte, egli serbò vivo il sentimento della gratitudine verso 
coloro ai quali doveva qualche cosa. Non molestò il dottor La 
Loggia, che sapeva libéralissimo, perchè gli aveva guarito il 
figlio ; e allo stesso Marinuzzi, che sapeva liberale, rese un favore, 
che questi forse non si aspettava. Un fratello del Marinuzzi, 
giovanissimo, aveva tentato di rapire una ragazza in Partinico, 
nel momento che andava in chiesa per maritarsi. Maniscalco 
ne aveva ordinato l'arresto, ma presentatoglisi Giambattista Ma- 
rinuzzi, fratello di Michele, avvocato di lui, lo consigliò di ag- 
giustar tutto con la famiglia della ragazza, promettendogli che 
la cosa non avrebbe avuto seguito. E cosi fu. A Maniscalco si fa- 
ceva risalire la responsabilità di ogni sopruso, e nella polizia di 
Palermo vi erano arnesi ben tristi, come in tutte le polizie dei 
governi assoluti e anche non assoluti: polizie, che non distin- 
guono né sull'uso dei mezzi, ne sul valore morale delle persone. 

Alla direzione del Comitato si aggiunsero Francesco Perro- 
ne-Paladini, Mariano Indelicato, Ignazio Federigo, Salvatore Per- 
ricone e Giuseppe Bruno, tutti borghesi. Bisognava riordinare 
le fila della cospirazione; riprendere le relazioni con quanti 
erano scampati alle ricerche della polizia ; riunire in un sol fa- 
scio i liberali dell'Isola, e intendersela soprattutto con quelli 
di Messina, dov'era Giacomo Agresta, anima della cospirazione 
messinese, che aveva larghi rapporti con gli equipaggi di legni 
esteri, e riceveva giornali, stampe clandestine e libri, che man- 
dava a Palermo per mezzo del corriere postale Carmine Agnese. 

Sui cospiratori di Sicilia premevano due influenze diverse: 



- 158 - 

una metteva capo a Malta, a Mazzini, a Crispi e a Rosolino Pilo, 
e incuorava a rompere gl'indugi e ad insorgere a qualunque 
costo, pur d' insorgere, in nome dell'unità nazionale. Una lettera 
di Mazzini, del 2 marzo 1860, diretta agli amici di Palermo e di 
Messina, suggeriva di non badare a forme di governo, ne ai con- 
sigli di moderazione, che venivano da Torino e da Firenze, ma 
di osare : " Osate, perdio ! diceva, sarete seguiti; ma osate in nome 
delV Unità Nazionale : è condizione sine qua non „ . 

Già Francesco Crispi, nell'agosto del 1859, era andato a Pa- 
lermo, dopo essere stato a Messina e a Catania ; e vi era andato sotto 
il nome di Manuel Pareda, con un passaporto procuratogli da 
Mazzini. I particolari del viaggio sono narrati da lui stesso, 
nel suo Diario. A Palermo conferi con pochi amici, ai quali 
lasciò una forma, in creta, di bombe all'Orsini. Il consiglio di 
Crispi di fabbricare queste bombe, che si sarebbero dovute get- 
tare tra i soldati nelle caserme e negli uffici pubblici, fu ac- 
colto, ma senza costrutto. Crispi avrebbe voluto che s'insor- 
gesse il 4 ottobre, onomastico del Re, gettando quelle bombe 
fra la truppa, mentre tornava dalla rivista militare. La truppa 
si sarebbe allora sbandata dalla paura e le squadre sarebbero 
entrate in città. Egli prometteva, a nome di Mazzini, la ve- 
nuta di Garibaldi e altri aiuti. 

L'altra influenza metteva capo a Torino e a Genova, ed era 
rappresentata dagli esuli di maggior conto, e principalmente da 
Giuseppe La Farina, divenuto l'anima della Società Nazionale e 
intimo di Cavour. Erano di accordo col La Farina, fra gli altri. 
Michele ed Emerico Amari, il marchese di Torrearsa, Filippo 
Cordova, Mariano Stabile, Matteo Raeli, Vincenzo Errante, 
Vito d' Ondes Reggio. La Società Nazionale voleva evitare nel- 
l' Isola qualunque movimento, che non avesse per fine l'unione 
col Piemonte; schivare qualunque pericolo d'inframmettenze 
mazziniane, le quali erano a temere, e avrebbero potuto com- 
promettere la riuscita dell'impresa; preparare l'insurrezione, 
facendovi partecipare tutti gli ordini sociali, e insorgere al mo- 
mento opportuno, quando cioè fosse data al Piemonte l'occasione 
di un aiuto efficace, che salvasse le apparenze. Cosi appunto con- 
sigliava Cavour. Questi a tal fine mandò, nel febbraio del 1860, 
a Palermo Enrico Benza, lo stesso che poi fu, per poco tempo, 
segretario particolare di Vittorio Emanuele e nel 1862 console a 



- 159 



Tunisi. Il Benza giunse a Palermo, raccomandato da La Farina 
al principe Antonio Pignatelli e si disse inviato da Cavour, 
anzi parente di lui e intimo del Re. L'accompagnava sua mo- 
glie, bellissima donna; viaggiavano con sfarzo signorile e ven- 
nero fatti segno alle più simpatiche accoglienze da parte dei gio- 
vani del patriziato, dai quali furono dati ricevimenti e conviti in 
onor loro. Il Benza ebbe questa missione in Sicilia, come ne 
ebbe una l'anno appresso a Roma, ed un' altra nel 1862 ad Atene, 
Costantinopoli e Bukarest. Era uno di quegli agenti di fiducia 
di Vittorio Emanuele, che Cavour adoperava secondo le circo- 
stanze. Il Benza consigliava d' insorgere, ma quando però l'in- 
surrezione presentasse sicurezza di riuscita e offrisse al Piemonte 
l'occasione di poter intervenire, in modo occulto o palese, se- 
condo il caso. Egli non poteva non destare i sospetti della po- 
lizia, dalla quale fu tenuto d'occhio, e il luogotenente non mancò 
riferire a Napoli che era giunto a Palermo questo agente pie- 
montese, festeggiato da parecchi giovani dell'aristocrazia. E 
quando egli s' imbarcò per Napoli, lo stesso luogotenente inviava 
al ministro di Sicilia questo curioso rapporto : ^ 



Oggetto 

Sui Piemontese ENRICO 6Ei\ZA 



^ 



8. M. retta inteso ed or- 
dina che si sorveglino rigoro' 
samente : 



Barone Riso 

Epaminonda Radini . . 

Duca Cesarò 

Cav. Sciara 

Figli del Cav. Palizzolo 
Francesco Brancaccio . 
Principe Pignatelli . . 

Cav. Carcano 

Marehesino Budini . . 



giocattre 

id. 

id. 

id. 
itultri 

id. 

id. 

id. 

id. 



Palermo, ai febbraio 1860. 

Eccellenza, 

Il Cav. Enrico Benza, che formò argomento del 
mio foglio del 14 dello stante, n. 271, il giorno 18 
s' imbarcava «mZ Vesuvio per cotesta Capitale. 

Il funzionario di Polizia di questa delegazione 
marittima ne avvertiva il Vomviissario di Polizia di 
quella di Napoli, e gli accennava che forse qualche 
carta crimiìiosa poteva trovarsi sulla persona o nel 
bagaglio di questo sospetto viaggiatore. 

Egli fu accompagnato a bordo da undici persone, 
parte giuocatori, parte novatori, i cui nomi atanno 
a manco scritti. 

Corse voce due giorni innanzi la sua dijiartita 
che il Benza dovea essere latore di una lettera al Re 
Vittorio JSììivianuele, per dimandare l'Annessione e 
che questa petizione sarebbe stata firmata dalle per- 
sone pili cospicue del paese. 

Molto si ^ parlato di questa supplica, ma nessuno 
l' ha veduta e firmata. 

Negli ultimi di sua dimora in questa città, il Ben- 
za si ha dato un'imjtortanza politica ed ha fatto 
intendere con linguaggio che sconfinava al ciarlati- 
nismo (sic) cAe una covimissione si aveva dal Conte 
Cavour, che dice essere s7io Cugino. 

Questo straniero debba essere severamente sor- 
vegliato. 

Tolgo a premura far ciò palese a V. E. per la 
debita sua intelligenza. 

li Latgileieile Geitralt 
Firmato : Castelcicala. 



1 Archivio Brancaccio 



— 160 - 

I consigli di moderazione trovavano scarso ascolto tanto nel 
Comitato borghese, quanto fra i giovani nobili, che avevano avvi- 
cinato il Benza : gli uni e gli altri stimavano indecoroso qualun- 
que indugio. Nei primi giorni del nuovo anno era stato distribuito 
a migliaia di copie in Palermo e per tutta l' Isola il celebre ma- 
nifesto, cbe si chiudeva con le parole: Viva l'Italia! Viva Vit- 
torio Emanuele! 

Si era impazienti, ma mancavano danari ed armi. Coi po- 
chissimi fucili sottratti nei disarmi, non si poteva fare la rivo- 
luzione. Da Malta si promettevano armi, ma non arrivavano ; 
e le insistenze, che da Palermo e da Messina sul finire del 1859 
si mandavano a Garibaldi perchè scendesse in Sicilia, provoca- 
rono dal generale risposte rassicuranti, ma solo quando i siciliani 
fossero pronti alla riscossa. Il Comitato decise di entrare in 
più intima relazione con quei pochi giovani del patriziato, i 
quali, pur appartenendo a famiglie legittimiste, ed alcuni aven- 
do anche cariche di Corte, mostravansi non abborrenti dai civili 
progressi. Coi loro nomi e coi loro mezzi si poteva dare alla 
cospirazione un contenuto di serietà e di forza. In un paese come 
la Sicilia, dove l' ordinamento sociale è a base di gerarchia, occor- 
reva anche nella cospirazione una gerarchia. E fu dopo la par- 
tenza dell' agente cavurriano, che per mezzo dei Pisani e del Bran- 
caccio, furono presi accordi definitivi coi nobili, e col padre Ot- 
tavio Lanza particolarmente, eh' era il più anziano, o meglio, 
il meno giovane di loro. Gli altri varcavano di poco i venti 
anni. Erano stati quasi tutti discepoli di Pisani, il quale aveva 
loro ispirato sentimenti liberali e nazionali. Questi giovani nobili 
non costituirono mai un vero Comitato : erano amici e si vedeva- 
no ogni giorno, tenendosi al corrente di quanto avveniva. I nomi 
loro sono quasi tutti compresi nell'elenco di quelli che accompa- 
gnarono il Benza a bordo, e qualificati per giocatori o novatori. * 

Ma l'uomo di maggiore autorità fra loro era veramente il 
padre Ottavio Lanza, prete dell' Oratorio, uno dei molti figliuoli 
del vecchio principe di Trabia. Aveva trentasette anni. In lui 

' E da aggiungere Corrado Niscemi, che poi ebbe tanta parte nelle 
cose pubbliche. Emmanuele Notarbartolo di San Giovanni vi è indicato col 
titolo di cavalier Sciava. In quei giorni, non reputandosi sicuro a Paler- 
mo, parti per Firenze. 



-iel- 
la bontà dell' animo era pari alla sincerità e saldezza delle con- 
vinzioni politiche, che con temerità, maravigliosa in un ecclesia- 
stico, professava palesemente. Antiborbonico incorreggibile, ga- 
reggiava in questi sentimenti con suo fratello primogenito, il 
principe di Butera e Soordia, morto in esilio a Parigi, come 
si è detto, nel giugno del 1855, assistito dal figliuolo Francesco, 
che ve l'aveva accompagnato. Egli, il principe, prima di la- 
sciar Genova, dove dimorava con la sua numerosa famiglia, quasi 
prevedendo la prossima fine, benché avesse soli 49 anni, aveva 
scritto il suo testamento politico, eh' è una splendida pagina di 
fede e di senno. ^ Mori due mesi dopo. 

Dei nobili cospiratori il padre Lanza, adunque, era veramente 
il capo. Si riunivano d'ordinario in casa sua, o in casa Ri- 



' Eccolo integralmente: 

'' L'anno 1865 il giorno 24 aprile in Genova, io sottoscritto Pietro 
Lanza e Branciforti ho scritto di proprio pugno a' termini delle leggi vigenti 
in Sicilia e firmato il presente mio testamento olografo, che ho consegnato 
al mio caro fratello Padre Lanza dell' Oratorio di San Filippo Neri di Paler- 
mo perchè lo dasse in deposito presso il Padre Preposito dell'Olivella affine 
di pubblicarsi ed avere il suo pieno vigore seguita che sarà la mia morte. 

" Riflettendo maturamente sulla brevità ed inanità della vita umana 
e sui pericoli, cui va essa esposta, e potendo da un istante all' altro essere 
chiamato da questa all' altra vita, credo convenevole e doveroso esprimere 
in questo foglio l'ultima mia volontà, e disporre del mio patrimonio, rac- 
comandandone a' miei eredi e successori ed esecutori testamentarii lo esatto 
adempimento in tutte le singole parti; quindi raccolti i pensieri e senti- 
menti miei tutti ed invocato l'aiuto del divino spirito cosi la riepilogo e 
manifesto. 

" 1° Chieggo perdono a Dio onnipotente di tutte le mie colpe e de' pec- 
cati commessi da quando ebbi l'uso della ragione e per tutto il periodo 
della mia vita, imploro la infinita misericordia per i meriti del Redentore 
Signor nostro Gesù Cristo e per intercessione della Beata Vergine, e nel 
punto di morte raccomando specialmente a Dio l'anima mia, perchè spoglia 
e monda da' vincoli materiali e dagli affetti terreni possa essere accolta 
nell'eterna beatitudine e godere la gioia e la pace de' giusti e degli eletti. 

" 2° Io non rammento avere giammai fatto di proposito male a chic- 
chesia, ho anzi avuto ognora il sentimento ed il desiderio del bene e l' ho 
praticato per quanto era in me, allorché l'occasione mi si è offerta. Ho 
sempre procurato di aiutare e di soccorrere il prossimo. Però se qualcuno 
avessi offeso senza volerlo ne chiedo solenne ammenda. 

" 3" Perdono a' miei nemici, se ne ho, ed a chi mi abbia offeso ; parti- 
colarmente poi nel punto di morte non serbo odio, né rancore contro chi 
mi ha fatto passare nell'esilio i più begli anni della mia vita, allontanan- 
domi dal seno della famiglia e dandomi così la maggior pena che il mio 

Db Cesare. La fine di un Regno - Voi. II. H 



— 162 — 

so ; e percliè la polizia, sorprendendoli, non sospettasse di nulla, 
sedevano attorno ad un tavolo, sul quale stavano disposti bicchie- 
ri, carte da giuoco e danari, per dare ad intendere all'occorren- 
za che erano li a divertirsi. Essi, ripeto, non costituirono mai 
un Comitato : l'unico Comitato si riuniva in casa di Enrico Al- 
banese, in via Lungarini, e qualche volta, in casa di Antonino 
Lomonaco all'Albergheria, in un vicolo che si chiamava allora 
Siggittari, ed ora porta il nome del Lomonaco, che fu un bravo 
uomo, un bravo patriota e un distinto avvocato. 

G-li accordi tra il Comitato e i nobili divennero via via più 
intimi. Si era alla fine di febbraio del 1860. Si senti la ne- 
cessità di stringerli maggiormente, e si die incarico al Brancaccio, 
ch'era l'anello di congiunzione tra l'uno e gli altri, di suggellarli 
definitivamente, conducendo Corrado Niscemi al Comitato borghe- 
se per intendersi circa le armi, il danaro e la costituzione di un 
Comitato unico con un sol capo. Ma il giorno 28 febbraio Bran- 
caccio venne arrestato, e il suo arresto mandò all'aria quanto 
si era stabilito. La sera dello stesso giorno fu arrestato anche 
il barone G-rasso, persona afiatto innocua, mentre conduceva la 
moglie a teatro. Il suo arrivo in prefettura, insieme alla mo- 
glie, die luogo a una scena esilarante. Il Comitato unico non si 
costituì che nella prima metà di marzo, e ne fu presidente il vec- 



cuore abbia provata, quale fu quella di essere separato e lontano dal mio 
venerato genitore, allorché Dio lo chiamava agli eterni riposi. 

" 4" Raccomando caldamente a tutti i miei figli di tener sempre cara 
la fede e la patria. Per fede intendo la credenza in Dio trino ed uno, la 
rucamazione e redenzione di Gesù. Cristo figlio suo e Signor nostro e di 
tutte le verità rivelate insegnate con tradizionale e non interrotta conti- 
nuazione nel simbolo degli Apostoli della Chiesa Cattolica, che siede in 
Roma, e le di cui dottrine e precetti mantenuti coli' unità racchiudono la 
verità e compresi rettamente e puramente praticati, essi soltanto son ca- 
paci a render paga e soddisfatta la coscienza umana nel pelago tempestoso 
della vita. 

" Per patria intendo la Sicilia e l' Italia. Si adoprino dunque i miei 
figli ad essere buoni cristiani cattolici e buoni cittadini e saranno cosi 
uomini onesti e generosi. 

" Sfuggano ed evitino le opinioni estreme, si guardino sempre ed in 
ogni cosa dagli eccessi, oppugnino e detestino la tirannide, come la licenza, 
e confidino non nel plauso della corrotta società ohe porta gli errori in 
trionfo, ma nella misericordia Divina e nella pace e serenità della propria 
coscienza „. ^ 

* AreMvio Scalea. 



- 163 - 

chio barone Pisani. Era il Pisani uomo tenace, di poche parole e 
di modi risoluti, ed aveva a favor suo i precedenti del 1848. 
Viveva modestamente, dando lezioni d'italiano nell'istituto fem- 
minile della signora Giulia Scalla e sembrava un solitario. Il 
principe di Satriano gli aveva offerto di rioocupare il posto di capo 
di ripartimento nel ministero dell' interno, che copriva quando 
scoppiò la rivoluzione nel 1848, ma il Pisani con dignitose 
parole aveva rifiutato. 

Compiuta la rivoluzione del 1860, Pisani fu segretario di 
Stato per gli esteri con Garibaldi; e poi per la pubblica istru- 
zione, col marchese di Montezemolo, primo luogotenente del Re. 
Dal collegio di Prizzi fu eletto deputato nel 1861, e mori se- 
natore del Regno nel 1881. Suo figlio ebbe parecchi ufficii pub- 
blici ; fu, tra l'altro, presidente della deputazione provinciale di 
Palermo e mori due anni or sono. Nelle diverse riunioni del 
Comitato non si discorreva che dei modi più opportuni per insor- 
gere. Generali le impazienze e anche le illusionL Chi aveva 
fede che, scoppiata la rivoluzione, sarebbe sceso a capitanarla 
Garibaldi, nel quale si aveva una fede immensa ; chi sperava in 
Vittorio Emanuele e nel Piemonte, ritenendo che ne il Re, nò 
Cavour avrebbero assistito impassibili ad un movimento uni- 
tario in Sicilia ; chi s' illudeva che Mazzini avrebbe mandato 
aiuti alla sua volta. Si era impazienti, ma i denari mancava- 
no. S'immaginò un mezzo, che il più semplice e il più audace 
non era possibile di escogitare. Si decise di prendere dalla Cassa 
di sconto del Banco di Sicilia seimila ducati con le firme dei 
signori più facoltosi. Era tanta la fede nel trionfo della ri- 
voluzione, che si beliberò di portare questo primo debito a conto 
del futuro governo provvisorio. Il barone Riso fu nominato 
cassiere del Comitato, e una cambiale, per la somma suddetta, 
e firmata dal padre Lanza e dal barone Lorenzo Camerata 
Scovazzo, fu scontata al Banco. Questa cambiale si sarebbe 
estinta prò rata dai sottoscrittori: i compagni firmarono tante 
cambiali, corrispondenti alla quota di ciascuno. Si cercò di rac- 
cogliere altre somme dagli amici più sicuri, ma il danaro si met- 
teva insieme con difficoltà. Il principe di Sant' Elia dette ses- 
santa ducati, e fu l'offerta maggiore. Assicurata alla meglio 
la parte finanziaria, si cominciò ad acquistare armi e munizioni. 
Per i fucili, che dovevano essere almeno trecento, furono stabiliti 



- 164 - 

tremila ducati. Francesco Camerata, fratello di Lorenzo, re- 
duce da Malta, riferi che laggiù potevano aversi dugento fu- 
cili a sei ducati ciascuno, e che Mazzini ne offriva altri dugento. 
Ma le difficoltà del trasporto essendo quasi insuperabili, venne 
risoluto di comprarli nell' interno della Sicilia, in quei paesi dove 
si era riuscito a sottrarli nei frequenti disarmi. La polvere fu data 
da Andrea Rammacca, che la faceva lavorare clandestinamente 
in una sua fabbrica, chiusa dopo il disarmo, e da tal Faja ; il piom- 
bo fu fornito dal Briuccia, negoziante di ferramenta ; e le bombe, 
sul modello lasciato dal Crispi, vennero fabbricate da uno sviz- 
zero, di nome Chentrens, il quale aveva una piccola fonderia di 
ferro a porta di Termini. Ecco tutti gli apparecchi per insorgere. 

Il Comitato aveva bisogno di proseliti influenti nel ceto po- 
polare e bisognava, per quanto era possibile, non aver contatti 
con la mafia. Alla fine di febbraio, avevano aderito al Comi- 
tato due giovani animosi : uno, maestro fontaniere, di nome Fran- 
cesco Riso e l'altro, sensale di animali bovini, chiamato Salva- 
tore La Placa. Entrambi, ben provvisti del loro, avevano nelle 
rispettive classi larghe aderenze e simpatie. Riso era un bel 
giovane, vivacissimo, intelligente e non aveva legami compro- 
mettenti coi bassi fondi sociali. Di vanità sconfinata, decise 
di entrare nel movimento, quando ebbe la prova materiale che 
ne facevano parte i signori, e ne volle conoscere alcuni. Ebbe 
tremila ducati e facoltà di raccogliere uomini e armi. Egli abi- 
tava nelle vicinanze del convento della G-ancia, e li aveva la sua 
bottega. Per riporre le armi e poi nascondervi gli uomini, che 
dovevano insorgere, prese in fitto una casetta in via della Zecca 
e vi mandò ad abitare una sua amante ; poi prese anche in fìtto 
un magazzino in via Magione. Questo magazzino era diviso in 
due parti; nella prima lavorava da falegname una persona di 
fiducia del Riso, e nella retrobottega fu subito costituito un 
deposito d'armi e munizioni. Infine, un terzo magazzino fu da 
lui appigionato addirittura nel convento, dalla parte detta di 
Terra Santa, dando a credere al guardiano che gli servisse per 
deposito dei materiali necessari al suo mestiere. Un quarto de- 
posito d'armi esisteva poi, fin dall'anno innanzi, per opera di 
Rosario ed Agata d'Ondes Reggio, nei giardini fra Monreale 
e Palermo, e nelle campagne di Misilmeri, Torretta e Carini.. 



- 165 - 

Il Comitato operava con la più raffinata astuzia. È ben dif- 
ficile vincere il siciliano in fatto di scaltrezza, poiché la tendenza 
a procedere per vie tortuose e coperte è piuttosto generale nella 
razza, anche quando non si tratti di cospirare. Maniscalco era 
siciliano anche lui, e però si giuocava di scaltrezza da una parte 
e dall'altra, si da dare origine a una ricca messe di aneddoti esi- 
laranti. Il fatto vero è questo, che Maniscalco non trovava più 
spie fuori degli agenti in divisa; ne dopo il 4 aprile ne trovò 
fuori di quei comici e disprezzati agenti in borghese, detti ta- 
scheftari dal tasco, che loro aveva messo sul capo. Ne sapevano, 
insomma, più gli estranei alla polizia, che la polizia stessa. Fran- 
cesco Riso, il quale aveva avuto pieni poteri, mal pativa gl'in- 
dugi, affermando che tutto era pronto per insorgere, tanto che le 
sue impazienze parvero sospette; e Pisani, juniore, elevando 
qualche dubbio circa il modo onde il Riso spendeva il danaro del 
Comitato, propose una specie d' inchiesta, che il Comitato affidò a 
lui stesso. L' inchiesta constatò infatti che Riso aveva agito con 
qualche leggerezza, facendo costruire un gran numero di lancie 
inservibili, e cucir giubbe e berretti di velluto nero con nastri 
tricolori : berretti e giubbe quasi inutili ; mentre né tutti i fucili 
erano pronti, ne montato l'unico cannone in legno, di cui Chen- 
trens aveva eseguito i vari pezzi. Di effettivo non vi erano che 
settanta fucili e cento bombe all'Orsini ! Il disegno e le dimen- 
sióni del cannone le aveva fornite lo stesso Pisani, ricavandole 
da una Guida per le guerriglie nella guerra di montagna. Esso 
era formato da doghe di legno duro, tenute insieme da forti 
cerchi di ferro. Poteva ben tirare parecchi colpi, prima di scop- 
piare, e non aveva nulla di comune con quella parodia di can- 
none, che è un semplice tronco di legno mal bucato e che si 
conserva nel Museo di Palermo. 

L' inchiesta fatta dal Pisani non fu dunque confortante. Riso 
non parve l'uomo che si era creduto ; ebbe qualche ammonimen- 
to, e com'è naturale, mal tollerò i dubbi sollevati sulla sua opera, 
non perdonò al Pisani juniore la parte spiegata contro di lui, 
e stette ad aspettare che il Comitato stabilisse il giorno per 
insorgere. Gli eccitamenti si avvicendavano con gli scora- 
menti. Un giorno Antonio Pignatelli lesse ai suoi amici una 
lettera del D'Ondes Reggio, il quale, mostrando di scrivere in 
nome del governo piemontese, dichiarava che questo non pò- 



- 166 - 

teva soccorrere ne di un uomo, ne di una cartuccia l'insurre- 
zione, e consigliava di attendere. 

La polizia intanto aumentava la sua vigilanza. Castelcicala 
era andato a Napoli per assicurare il governo che la Sicilia era 
tranquilla; e Maniscalco, rimasto padrone della situazione, e 
procedendo interamente d'accordo col generale Salzano, coman- 
dante della piazza, moltiplicava la sua attività. Ogni giorno 
corre»7ano voci di nuovi arresti e nuove perquisizioni. Si temè 
che la polizia avrebbe perquisita la casa del padre Lanza, ma fu 
invece perquisita minuziosamente quella del barone Riso, dove gli 
amici di lui si adunavano. La polizia portò via le armi personali 
del barone, benché egli ne avesse regolare permesso, ed essendogli 
stato consigliato di allontanarsi per pochi giorni, al fine di non 
confermare i sospetti, il Riso si affrettò a consegnare al padre Lan- 
za, che la tenne sino al 4 aprile, la cassa del Comitato, coi tre- 
mila ducati che vi erano rimasti, per pagare le squadre nel 
primo giorno dell'insurrezione. 

L' indugio disanimava, e i capisquadra si mostravano semprep- 
più impazienti ; ma essendo varii i pareri circa il giorno da fissare^ 
i nobili dichiararono che dal canto loro ne rimettevano al vecchio 
Pisani la scelta. Pisani e Marinuzzi avevano avuto lo stesso inca- 
rico dal Comitato. Prima di fissare la giornata del 4 aprile per 
l' insurrezione, Pisani volle sentire l'avviso del padre Lanza e del 
Pignatelli, e questi furono di parere che era bene scelto quel gior- 
no, che cadeva di mercoledì santo. Pisani aveva riflettuto che 
in quella giornata le truppe non sarebbero state chiuse nei quar- 
tieri, come nei giorni successivi della settimana santa, e che, 
trovandosi il luogotenente a Napoli, vi sarebbe stata incer- 
tezza da parte delle autorità. 

Fissato il 4 aprile, i capi del Comitato si riunirono negli uffici 
del Ballato, con Francesco Riso per fissare gli ultimi accordi, che 
furono questi. Gli uomini, i quali dovevano prendere le armi 
dentro Palermo, avrebbero formati tre gruppi: il primo, al co- 
mando del Riso, doveva riunirsi la sera del 3 aprile nel ma- 
gazzino dentro il convento; il secondo, sotto gli ordini di Sal- 
vatore La Placa, raccogliersi nel magazzino di via Magione ; e 
il terzo, guidato da Salvatore Perricone, nella casa in via della 
Zecca : tutti i quali posti erano stati dal Riso, come si è già detto, 



- 167 — 

presi in fitto per depositarvi armi e munizioni. La mattina del 4, 
avuto il segno degli spari dei mortaletti alla Fieravecckia, do- 
vevano uscire contemporaneamente i tre gruppi, e assaltare i 
corpi di guardia e i commissariati di polizia. Domenico Corte- 
giani, cui era dato il comando delle squadre di Misilmeri, si 
sarebbe mosso nella notte ; e passando da Villabate e borgbi 
vicini per riunirsi agli altri, si sarebbe accostato a Palermo, for- 
zando porta di Termini. Alla stessa ora sarebbero discese nella 
parte opposta della città le squadre di Carini, Cinisi, Torretta, 
Sferracavallo e Colli, condotte dai fratelli Di Benedetto, e cbe 
avevano per capi speciali Guerrera, Tondù e Bruno, ed avrebbero 
attaccate le caserme a San Francesco di Paola e ai Quattro- 
venti. Il Comitato aveva provveduto perchè i capi di queste squa- 
dre fossero persone superiori ad ogni sospetto, e tali erano i Di Be- 
nedetto, il Cortegiani, il Tondù e il Bruno ; ma per altre squadre 
bisognò affidarsi a capi di ben diversa indole, i quali operavano per 
secondi fini, ed erano gente buona soltanto a menare le mani. 
Queste altre squadre erano riunite sotto il comando di certi 
Lupo e Badalamenti. Quest'ultimo, conosciuto col soprannome 
'u zu Piddu, Rantieri, era un capraro di straordinario coraggio, 
facinoroso e mafioso, al quale la polizia poco tempo prima aveva 
applicata una pena feroce: quella di sospenderlo col capo in 
giù e applicargli sulle piante dei piedi non so quante vergate, 
per cui i piedi divennero stranamente gonfii e le piante incal- 
lite. Si voleva da lui la confessione non so di qual reato non 
politico, ma 'u zu Piddu soffri tutto, rispondendo senza com- 
muoversi : " Nun sacciu niente „ . Si può immaginare quale 
fosse l'animo suo verso la polizia e verso l'autorità. 'U zu, Piddu 
e Lupo avevano raccolti contadini nomadi, giovanissimi quasi 
tutti, nelle campagne di Pagliarelli, Porrazzi, Mezzomorreale 
e Rocca ; e poiché questi erano diffidenti del Comitato, memori 
dei fatti dell'ottobre, il Comitato mandò loro in ostaggio Giam- 
battista Marinuzzi, che vi andò il giorno 2. Pisani distribuì 
ai diversi capisquadra biglietti d' istruzione con segni conven- 
zionali, e assegnò a ciascuno le somme per sussidiare i propri 
uomini fino al giorno 4 : somme che furono loro pagate dal Ram- 
macca. Nel pomeriggio di quel giorno alcuni capisquadra, vo- 
lendo conoscere di persona i principali componenti del Comitato, 
e prendere gli ultimi accordi, si diedero con costoro la posta 



-- 168 - 

nella retrobottega di una bettola, tenuta da Mario Yillabianca, 
nella via detta ora Mariano Stabile. Quella riunione fu nu- 
merosa e allegra. Non vi era dubbio per nessuno clie la rivo- 
luzione avrebbe vinto. La polizia intanto non dormiva. Il 
giorno 2 aprile, fu arrestato Mariano Indelicato, e dall' ispettore 
G-andolfo si tentò anche di arrestare Marinuzzi, il quale, con auda- 
cia inverosimile, traversando le vie di Palermo in carrozza sco- 
perta, con capsule, due canne da fucile e polvere, si mise in 
salvo, anticipando la sua gita presso Rantieri di quararantott'ore. 
La polizia esegui una visita domiciliare in casa del Perrone Pala- 
dini, proprio nel momento, in cui gli era stata portata della pol- 
vere. La presenza di spirito del falegname Bivona salvò tutto ; 
poiché questi, vedendo la polizia, cacciò la polvere nel paniere 
destinato alle compere giornaliere e, porgendolo alla signora Pa- 
ladini, le disse forte : " Qua, signora, c'è lo zucchero „ . In se- 
guito a questi fatti, la sera del 2 si tenne un'altra riunione in 
casa Lanza. Qualcuno sconsigliò il movimento, giudicandolo 
intempestivo; qualche altro non si vide più, e il padre Lanza co* 
suoi giovani amici non trovava posa. La mattina del 3, giunse 
al Lanza un biglietto con queste parole : " Fra mezz'ora onze 
cento. Telegrafate Messina Catania „ . Lanza, dopo i pagamenti 
fatti alle squadre, non aveva più danaro, ma il barone Riso pagò 
del suo la somma richiesta. La seconda parte dell'avviso, man- 
dato dal vecchio Pisani, confermava, com'è chiaro, gli accordi, 
ingiungendo di avvisare Messina e Catania, perchè insorgessero. 
E facile immaginare le ansie e i varii episodii di quel giorno, 
vigilia della rivolta. Verso sera il Pisani, juniore, si recò nella 
villa del duca d'Aumale, ai Porrazzi, per informare il Marinuzzi 
di alcuni dubbi sorti circa l'opportunità d' insorgere, e facilmente 
superati. Lo trovò armato, in mezzo ad altri armati, pronti a 
marciare all'alba del di seguente. A casa l'aspettava il dottor 
Griuse;^e Lodi, il quale, da parte di G-iovanni Raffaele, lo scon- 
giurò d' impedire la rivoluzione, perchè sarebbe stata un grande 
errore, non essendo nulla veramente preparato ; ma il Pisani gli 
rispose d' ignorare assolutamente quanto avveniva, e che ad ogni 
modo il dottor Raffaele gli dava soverchia autorità, credendolo 
capace di arrestare la rivoluzione. E poiché concluse il discorso 
con le parole : " il dado è tratto „ , Lodi se ne andò, replicando : 
" Su di voi dunque ricadrà la responsabilità del sangue, che do- 
mani sarà inutilmente versato „. 



- 169 - 

Pino alle ore pomeridiane del giorno 3 aprile, nonostante 
l' immenso suo lavorio, la polizia nulla aveva scoperto. Fu so- 
lamente nella sera, che venne a saperne qualcosa, ma tanto bastò 
perchè la rivoluzione fallisse. I particolari di un avvenimento 
di tanta importanza storica risultano da un verbale, redatto dal- 
l'ispettore di polizia Andrea Catti, il 7 aprile, verbale, che si 
pubblica la prima volta. È scritto in una forma, che non deve 
maravigliare, tenuto conto dell'assenza di qualsiasi cultura let- 
teraria in quegli agenti, ma rivela in qual modo riusci alla po- 
lizia di scoprire il complotto. Ecco il caratteristico verbale : 

Innanti noi, Andrea Catti Ispettore di Polizia su questo, si è presen- 
tato il Guardia di Polizia Francesco Basile, tenendo seco gli arrestati no- 
minati Gioachino Muratore del fu Antonino e di nessuna professione, ed 
Alessandro Urbano del fu Carlo, di condizione impiegato alla R. Tesoreria, 
e ci ha fatto manifesto che veniva di arrestare i sudetti individui per di- 
sposizione del di lui Commissario Cav. D. Gioacchino Carreca, dapoichè 
veniva quest'ultimo reso sciente dal sudetto Basile, che i soprannominati 
il giorno 3 del corrente mese, alle oro 19 d'Italia, gli avevano confidato 
che per la dimani, alle ore 10 d'Italia, si dovevano eglino trovare dentro 
il Convento della Gancia, per indi insieme a tanti altri, dare l'assalto alla 
città; anzi, a di più, che bramavano i sudetti individui, che il Basile si 
fosse data la premura di fare un numero di persone per tutti quanti riu- 
scir all'impegno. 

Ricevutasi da noi la sopradetta dichiarazione, dietro di aver fatta con- 
segna degli arrestati, siamo passati ad interpellare la guardia su quanto 
appresso : 

D. — È mestieri che ci avessimo a rapportare quale si fu la vostra 
risposta all'invito ricevuto, e se mai gli individui di cui è parola, cono- 
scevano che voi facevate parte della Polizia. 

R. — Signore, il mio contradire si fu che non poteva farne che il nu- 
mero di 15, su dei quali vi riposava, essendo gli altri infami ; e ciò lo dissi 
perchè mi convinsi momentaneamente che i soprannominati non avevano 
conoscenza di fare io parte della Polizia. In fatti appena da loro mi di- 
visi, mi portai frettolosamente dal mio Sig. Commissario, e narrandogli il 
tutto mi ricevei l'ordine di arrestarli, il che nel momento mi è riuscito. 

Interpellati gli arrestati su quanto loro veniva addebitato, il Muratore 
rispose, che fu vero che il giorno 3 del corrente alle ore 19 essendo in 
compagnia del suo f ratei cognato Alessandro Urbano facendo via per la 
strada del Carmine avvicinando il Basile, gli disse che per la dimani do- 
veva nascere una insurrezione popolare, e che l'adunanza era su Convento 
della Gancia, ma che ciò lo rapportava come una nuova raccolta da voce 
popolare. Negò di averlo invitato a prestarsi a fare uomini, ma che vi 
rimase a dargli semplice conoscenza dello avvenire e non altro, e tutto per- 
<;hè il Basile era di lui conoscente ed ignorava appartenere alla Polizia. 
Disse finalmente che il suo cognato non prese parola, e che la sera dello 
stesso giorno ritornando a transitare dalla casa del Basile parlato avendo 



— 170 — 

con le di lui donne, le fece manifesto clie cercava la sua serva per farsi 
provvista di pane ed altro, poiché la dimani si voleva per certo una in- 
surrezione, e quindi non voleva rimanere digiuno. 

Ricliiesto essendo noi l'arrestato Urbano sullo assunto rispose, che egli 
fu presente a quanto viene di rapportare il suo cognato, ma non prese 
ninna parola e non intese la parte della Gancia. 

Il Basile, che per l'imbecillità o la malvagità di quei due, 
aveva saputo che sarebbe scoppiata l' insurrezione la dimane nei 
pressi della Gancia, non era un fìnto liberale, né aveva bottega 
di chiavettiere in via del Comune, come fu asserito : era invece uno 
di quegli agenti adoperati a tener d'occhio i bassi fondi della 
mafia; tanto è ciò vero, ch'egli, come risulta dal suddetto ver- 
bale, aveva facoltà di arrestare, e arrestò difatti l'Urbani e il 
Muratori. Che questi poi ignorassero con chi avevano da fare, è 
verosimile. A me non è riuscito avere alcuna notizia di costoro,^ 
ma è certo che furono essi i delatori, forse ignorando che il Ba- 
sile era un agente di polizia. Rimane poi escluso che abbiano 
parlato del convento della Gancia, come del centro della rivol- 
ta, perchè se la sera del giorno 3, la polizia avesse conosciuta 
questa particolarità, non avrebbe esitato un momento ad inva- 
dere e perquisire il convento, e avrebbe scoperto tutto. Si noti 
che il verbale porta la data del 7 aprile, e che l' ispettore Catti 
potè aggiungervi di sua testa la circostanza della riunione nel 
convento della Gancia, già passata nel dominio della storia, e 
attribuirla al Basile, per dare maggior peso alla deposizione di 
costui. Questa era pure l'opinione del Pisani, il quale escludeva 
che la sera del 3 vi fosse stata alcuna perquisizione in quel con- 
vento, come hanno affermato alcuni, ma senza prove, per con- 
cludere, con la consueta leggerezza, che la polizia fu ingannata, 
dai religiosi conniventi coi cospiratori ; mentre altri affermarono 
invece che i religiosi avessero denunziato il complotto. Ma tutte 
queste non sono che fandonie, perchè i religiosi, come risultò lu- 
minosamente dal processo, non sapevano nulla, ed in ciò con- 
sentono anche le persone più intelligenti di Palermo. Al capi- 
tano Ohinnici, il Maniscalco, che aveva de' sospetti sui frati, die 
ordine di bloccare nella notte le uscite del convento, ma, religio- 
sissimo com'era, quell'ufficiale non si credette, in base di sem- 
plici sospetti, autorizzato a penetrare con la forza in un con- 
vento di francescani. La polizia, posta sull'avviso dall'agitazione 



— 171 - 

che si manifestò nella città fin dal giorno 2, prevedendo immi- 
nente una sommossa, non aveva mancato di prendere le necessa- 
rie misure : fece infatti collocare due pezzi di artiglieria in 
piazza Marina, nel punto che guarda l'ingresso della chiesa 
della Gancia ; rafforzò i Commissariati e i posti di guardia ; fece 
accampare una compagnia di cacciatori nelle altre piazze e man- 
dò in giro tutta la notte grosse pattuglie di soldati e compagni 
d'arme per la città. E poiché i fuochi, che si vedevano nella 
notte sulle montagne confermavano il sospetto che le squadre 
sarebbero venute in città, rafforzò le porte e mandò il mag- 
gior Polizzy con due compagnie di linea e uno squadrone di 
cacciatori a cavallo nel vicino villaggio di San Lorenzo, dove sa- 
peva che si sarebbe riunito il maggior numero d' insorti, mentre 
altre pattuglie, miste di soldati e compagni d'arme, furono man- 
date fuori delle altre porte. E Maniscalco stette ad aspettare il 
di seguente. 



CAPITOLO Vili 



Sommario: L'alba del 4 aprile — Le impazienze di Salvatore La Placa — Il 
primo conflitto con la truppa — Francesco Riso esce dal convento — è 
ferito e arrestato — Si arrestano i frati — La loro innocenza — La re- 
pressione — I tredici fucilati — I nobili arrestati in casa Pignatelli — Par- 
ticolari circa l'arresto del padre Lanza — Importante lettera del barone 
Pisani — Curiose vicende del processo Riso — Le tre deposizioni di lui nel 
testo originale — Testimonianza del padre Calogero Chiarenza — Eifles- 
sioni e particolari inediti — Un rapporto di Maniscalco a Napoli — Mu- 
tazioni nel Comitato liberale — Altre dimostrazioni — Lo sbarco di Roso- 
lino Pilo a Messina — Sue audacie — S'invoca Garibaldi da Palermo e 
da Messina — Opera di Francesco Crispi. 

All'alba del 4 aprile, i convenuti spari dei mortaletti, in 
piazza della Fiera Vecchia, non vi furono, perchè alla persona 
incaricata non riusci di eseguirli, a causa delle pattuglie che 
percorrevano la città, e dell'occupazione militare delle piazze. 
Le squadre, che da Misilmeri e Villabate si erano nella notte ap- 
prossimate alla città, non udendo il segnale, tornarono indietro, 
e cosi fecero tutte le altre. La squadra, dov'era il Marinuzzi, 
quella cioè di 'u zu Piddu, avvicinatasi alla città fino alla sesta 
casa, sostenne un po' di scaramuccia con una colonna di truppa, 
ed in quell'attacco 'u zu Piddu non mancò di confermare quel 
coraggio freddo, anzi potrei dire fatalistico, onde son dotati i 
popolani di Sicilia. Tirò molte fucilate, non dicendo una parola 
e solo cercando di coprirsi l'ampia persona, mentre faceva fuoco. 
Ma essendo la truppa in numero esorbitante, anche questa squa- 
dra tornò indietro. Quelle di Carini e di Torretta si sbandarono 
per un falso allarme provocato da un cavallo in fuga, e le altre 
si ritirarono in disordine sulle montagne e vi stettero con varia 
fortuna fino all'arrivo di Rosolino Pilo e di Garibaldi. 



- 174 - 

Ma nella città fu peggio. Bench.è non avesse udito lo sparo 
dei mortaletti, Salvatore La Placa, ohe comandava gli uomini 
chiusi alla Magione, visto che si faceva tardi e impaziente di 
altri indugi, usci coi suoi, e transitando per viuzze poco frequen- 
tate di quello strano quartiere della KaJza, abitato da pescatori, 
lavoratori di funi e ricamatrici, e che secondo Q-iuseppe Pitrè 
contiene i più legittimi discendenti della razza araba, tentò di 
congiungersi ai compagni che erano dentro il convento. Ma fatti 
pochi passi dalla parte detta di Terrasanta, s'incontrò in una 
grossa pattuglia comandata dal Chinnici e venne con essa alle 
mani. Vi furono morti e feriti da ambo le parti. Al rumore delle 
fucilate, Riso e i suoi, saliti alle finestre, si diedero a tirare contro 
i soldati, a gettare bombe e a suonare la campana a stormo. La 
Placa, ferito al petto e lasciato a terra per morto, fu pietosamen- 
te nascosto da alcuni popolani di buon cuore, i quali, non avendo 
mezzi per curare la grave ferita di lui, spaccarono in due una 
gallina viva e, cosi calda e sanguinante, l'applicarono sulla piaga. 
La Placa guari, e il 27 maggio, all'assalto di porta Carini, fu 
nuovamente ferito ad una gamba, il che non gli tolse però di 
entrare in Palermo. Il Riso, che non udiva rumori di fucilate 
lontane, esortato dai tremanti e stupiti frati a cessare dal fuoco, 
tentò uscire dal convento, non è ben chiaro, se per trovar rifugio 
in casa del padre, ch'era a poca distanza di là, o per accertarsi 
di quel che avveniva in città, e del motivo pel quale la terza 
colonna degl' insorti non si moveva. Ma appena fuori la porta 
•del convento, stramazzò colpito d'arme da fuoco in più parti del 
corpo. Arrestato, fu portato sopra un carretto all'ospedale ci- 
vico di San Francesco Saverio. De' suoi compagni, alcuni ven- 
nero uccisi nel combattimento ; altri sopraffatti dal numero, ven- 
nero arrestati, o si dispersero, e due trovarono scampo nelle se- 
polture del convento, dalle quali non furon tratti fuori, com'è 
noto, prima di cinque giorni. 

Sfondata da un obice la porta del convento, i soldati fecero 
man bassa su tutto ; saccheggiarono la chiesa ; il padre Gian- 
nangelo da Montemaggiore cadde ucciso e i frati tutti, ritenuti 
complici, furono percossi malamente e tratti in arresto. Questi 
frati della Gancia, che il romanzo rivoluzionario e le asserzioni 
borboniche fecero apparire antesignani ed eroi del 4 aprile e, se- 
condo altri, traditori e spie, non furono né l'una cosa, ne l'altra. 



— 176 — 

Essi ignoravano ciò clie era seguito fra il guardiano e il Riso, né 
il guardiano sospettò mai che il magazzino appigionato al Riso 
nel vicolo del Soccorso, e allora detto pannuzza della Gancia, 
dovesse servire ad altri usi, e che insieme alla calce e ai doc- 
cioni vi fossero nascosti fucili, bombe e cartucce. L' innocenza 
loro risultò dal processo, mentre il tradimento non risultò da 
nessuna testimonianza seria, non potendosi dir tale l'asserzione 
del De Sivo, che il frate Michele da Sant'Antonio rivelasse il 
giorno prima a Maniscalco quanto si tramava nel convento. La 
rivolta del 4 aprile fini con la tragedia dei tredici fucilati e il 
martirio di Giovanni e Francesco Riso. 

Palermo col suo distretto venne posta in istato d'assedio, ac- 
centrandosi i poteri nell'autorità militare, rappresentata dal ma- 
resciallo Salzano, comandante la prima divisione del corpo di 
esercito e della provincia e piazza di Palermo. Questi rimise 
in vigore le ordinanze di Filangieri per i detentori d'arme e i 
ribelli, coi relativi consigli di guerra, ed insieme a Maniscalco 
telegrafò a Napoli, atteggiandosi entrambi a trionfatori e ne eb- 
bero lode, com'è naturale. Invocavano un esempio, ed era que- 
sto, che i ribelli fatti prigionieri con le armi alla mano e che 
certo sarebbero stati condannati a morte dal Consiglio di guerra, 
fossero fucilati al più presto. Erano tredici, e fra essi, il padre 
di Francesco Riso, estraneo all' azione e forse anche alla cospi- 
razione, e infermo in casa sua quando venne arrestato. Il gover- 
no perdette i lumi addirittura, e coi lumi, la coscienza. Furono 
quei tredici, senza ombra di difesa, condannati a morte e fucilati 
con procedura infame, dieci giorni dopo la tentata rivolta. Fu 
cosi orribile l' impressione di quell'eccidio, che i soliti zelanti dis- 
sero che il Re volesse graziarli, e ne fosse stato dissuaso dal 
principe di Cassare. Che quel vecchio, rigoroso reazionario, fosse 
persuaso della necessità dell'esempio e con lui tutti gii altri mi- 
nistri, è ben verosimile ; ma che del preteso ordine di sospendere 
le fucilazioni mandato da Napoli, Castelcicala, Salzano e Mani- 
scalco non avessero tenuto conto, è una bugia, perchè la sera del 
5 aprile Castelcicala tornò a Palermo ; e per quanto mezzo esauto- 
rato innanzi al governo, non si sarebbe mai prestato al giuoco. 
Il Bracci, nel libro altre volte citato, afferma che il principe di 
Cassaro riconosceva con Castelcicala e Comitini la necessità 



— 176 - 

di un esempio, mentre il Cassisi, non più ministro di Sicilia, 
consigliava la clemenza; afferma egli pure che il Re mandò 
la sera stessa del 4 l'ordine di sospendersi tutte le eventuali 
sentenze di morte e che quest'ordine telegrafico giunse effetti- 
vamente a Palermo, ma non fu eseguito. E non potendo con- 
ciliare il predetto ordine con l'eccidio , né volendo conclude- 
re che il Re, affermando di aver sospesa ogni sentenza di morte, 
avesse detta una cosa falsa, conchiude colle parole : " un mi- 
stero ricopre questo tremendo fatto : il tempo solo potrà squar- 
ciarne il velo ! „ . Il mistero non può essere che questo : Fran- 
cesco II, mitissimo d'indole, forse manifestò la sua inclinazione 
di fare la grazia, anche perchè quel tentativo di sommossa non 
ebbe conseguenze serie, ma dissuasone dai suoi consiglieri, con- 
vinti della necessità di dare un esempio, non ebbe la forza di 
fare da se. Era tradizione della diplomazia napoletana quella 
di scagionare il Re di cose in nessun modo giustificabili. Si era 
fatto altrettanto per Agesilao Milano e il barone Bentivegna. 

A Palermo regnava il terrore. I più compromessi, come i 
due Pisani, andarono a nascondersi in casa del maestro D'Asdia, 
loro stretto congiunto, e vi stettero sino al 3 maggio. Sapendo 
che la polizia li ricercava insistentemente, come autori principali 
della rivolta, potettero con mille malizie trovare rifugio sopra un 
legno da guerra sardo, che li condusse a Cagliari. Altri fuggirono 
in campagna, sopportando una vita di pericoli, di emozioni e di 
patimenti, o trovarono sicurezza oltre mare. Il Marinuzzi non 
rientrò a Palermo che il 27 maggio, con G-aribaldi. 

Maniscalco, dopo l'arresto di Riso, ebbe in mano le fila della 
cospirazione. Non era uomo da mezzi termini. Allo zelo per 
la causa che serviva, si era aggiunto l'interesse di scoprire gli 
autori del suo attentato. Per lui non vi era dubbio che autori 
ne fossero quelli stessi, i quali avevano organizzata la rivoluzione 
del 4 aprile, e principalmente quei giovani nobili, denunziati 
poi dal Riso. Bisognava mostrare che il governo non aveva 
riguardi per nessuno. Seppe che in casa del principe Antonio 
Pignatelli erano raccolti, la sera del 3 aprile, il barone Gio- 
vanni Riso, il principe Corrado Niscemi, il principe di G-iar- 
dinelli Griovanni Notarbartolo , noto anche lui col titolo di 
cavalier Sciara. Vi erano andati per aspettare i risultati della 



- 177 — 

rivoluzione e tenersi pronti a costituire un governo provvi- 
sorio. La mattina del 7 aprile, con grande apparato di sol- 
dati e compagni d'arme, Maniscalco fece cingere d'assedio il 
palazzo Monteleone all' divella. I particolari dell'arresto, non 
privi d'interesse, furono narrati da Antonio Pigna telli in un 
suo opuscolo, ^ dove è riferito pure il magnanimo atto di Cor- 
rado Niscemi, il quale, non essendo compreso fra gli arrestati, 
volle dividerne la sorte e rifiutò di separarsi dai compagni e 
fu arrestato con loro. Ammanettati fra i gendarmi, quei giova- 
ni animosi, traversando via Toledo a piedi, furono menati alle 
grandi prigioni. Chiusi nel compartimento cellulare, destinato 
ai reati politici, vennero sottoposti al trattamento più rigoroso, 
che poi fu mitigato, perchè troppo ne soffriva il padre Lanza, la 
cui salute malferma destava inquietudini. Nessuna comunica- 
zione col mondo esterno, neppure fra cella e cella. Una notte 
furono svegliati dal carceriere, accompagnato dal capitano Dò 
Simone, ohe impose loro di seguirlo. Il carceriere faceva segni, 
come per avvertirli che sarebbero stati fucilati; invece furono 
condotti, con grande apparato di gendarmi al forte di Castellamare 
e consegnati a quel comandante, ch'era il colonnello Briganti, il 
quale non fu loro avaro di riguardi. Maniscalco voleva deferirli 
al Consiglio di guerra, ottenerne sentenza di morte per complicità 
necessaria e disfarsene senza tante lungaggini, ma né Castelci- 
cala, ne il governo di Napoli lo permisero, non essendo quei 
giovani asportatori, né detentori di armi, ne essendo stati arre- 
stati in azione. L'animoso avvocato marchese Maurigi parlò 
efficacemente a Castelcicala, e lo convinse dell'assoluta illega- 
lità del procedimento voluto da Maniscalco. L'altissima posi- 
zione sociale di quei giovani fu quella veramente che li salvò; 
vennero deferiti ai tribunali ordinari, e non era peranco termi- 
nata l'istruttoria, quando Garibaldi entrò a Palermo. 

Gabriele C esarò, allora più noto col titolo di marchesino di 
Fiumedinisi fu arrestato il giorno 8 aprile, e il giorno 11, 
nelle ore pomeridiane, il padre Ottavio Lanza, a bordo d'un 
clypper americano, dove si era rifugiato dopo l'arresto dei suoi 



* Fatti storici della rivoluzione del 1848 in Sicilia, raccolti dal Prin- 
cipe Antonio Piqnatblli di Montblbonb.— Napoli, Stab. tip. dell'Unio- 
ne, 1878. 

Db Czsari. La fin» di un Regno • Voi. II. 12 



- 178 - 

amici. Ve l'aocompagnarono sua sorella, la contessa Tasca d'Al- 
merita, coi suoi quattro figliuoli, fra i quali era il giovinetto Giu- 
seppe, ora deputato al Parlamento. A bordo del clypper, clie si 
cliiamava Taconnay, era il proprietario e armatore ad un tempo, 
né costui, né l'equipaggio parlavano altra lingua che l' inglese. 
L'arresto avvenne in circostanze curiose. Il Lanza leggeva nel 
salotto del clypper, quando si avvicinarono al bastimento tre bar- 
che con ufficiali e guardie di polizia, chiedendo di salire a bordo. 
Il proprietario permise che salissero due persone solamente. Una 
di esse era 1' ispettore Puntillo, il quale, entrato nel salotto e 
visto il Lanza, lo avvicinò, e senza malgarbo gli disse che 
aveva ordine di arrestarlo e mostrò l'ordine firmato da Mani- 
scalco. Il proprietario e 1' equipaggio, informati dalla giovane 
contessina Tasca, ora principessa di Scalea, che parlava bene 
l'inglese, del motivo per cui quei due erano saliti a bordo, in- 
tendevano fare opposizione anche con la forza. Il padrone di- 
chiarava che, essendo il legno di nazionalità americana, nessuno 
aveva il diritto di fare arresti a bordo ; ma il Puntillo mostrò un 
foglio del console americano, il quale autorizzava la visita e l'arre- 
sto. Il padre Ottavio, che conservò una grande serenità di spi- 
rito, pregò i parenti e l'equipaggio di non fare inutili opposi- 
zioni, e disse al Puntillo che era pronto a seguirlo. Fu fatto 
scendere in una delle barche della polizia, accompagnato dal 
pianto dei parenti e dalle invettive degli americani contro il 
governo borbonico. Venne condotto alle grandi prigioni, e poi 
al forte di Oastellamare, dov'erano i suoi amici. Gioverà forse sa- 
pere che gli americani e gì' inglesi, residenti a Palermo, saputo 
l'atto inesplicabile del console americano Baston, ne fecero so- 
lenne protesta al governo degli Stati Uniti, che mandò un basti- 
mento da guerra per fare un'inchiesta, dopo la quale il con- 
sole venne rimosso e poi destinato altrove. 

I nobili arrestati erano sette, non tutti quelli indicati dal 
Riso, ma solo quelli, che credettero dover loro rimanere a Pa- 
lermo nel momento del pericolo, cioè il padre Ottavio Lanza, An- 
tonio Pignatelli, Corrado Niscemi, Giovanni Riso, il principe di 
Giardinelli, Gabriele Cesarò e Giovanni Notarbartolo, fratello 
del povero Emmanuele, che aveva preso volontario servizio nel- 
l'esercito sardo. Non è credibile l'impressione che produssero 



- 179 — 

questi arresti in Sicilia, a Napoli e in tutta Italia. Erano dav- 
vero i più chiari nomi della nobiltà siciliana. A Torino corse 
voce che fossero stati fucilati. Il potere di Maniscalco appariva 
anche maggiore di quello che realmente era, anzi appariva l'unico 
potere resistente. Il marchese di Spaccaforno, con l'aria sua 
consueta tra lo scettico e l' indiflferente, diceva che il governo 
sarebbe stato più forte, se, dopo i fatti del 1848, avesse ascol- 
tato il consiglio di suo padre. Cassare, e anche il consiglio 
suo e di Cassisi: decapitare Palermo, portando la capitale a 
Messina o a Catania. 

Francesco Riso denunziò scientemente la congiura e i con- 
giurati ? Ecco un punto interessante, sul quale non si è fatta an- 
cora una chiara luce. Il La Lumia, che scrisse sotto l' impressione 
dei fatti avvenuti pochi mesi prima, rappresenta il Riso come 
un eroe, e narra che Maniscalco andò personalmente a vederlo, 
promettendogli la grazia anche del padre, se avesse rivelato i 
complici, ma non ne ottenne nulla ; e fu invece la polizia, che, 
dopo quel colloquio sparse voce di avere il filo di tutta la trama, 
nella speranza di promuovere confessioni spontanee da parte di 
altri, ma " fu turpe e scellerato artifizio „ , conclude il La Lu- 
mia. ^ Trentasette anni dopo, anche il De Marco ^ rivendicò la 
memoria del Riso, pubblicando, fra i documenti, le testimonianze 
dei medici, che lo curarono e assistettero fino allo morte, ed 
escludenti ogni rivelazione da parte di lui. Ma né il La Lumia, 
né il De Marco si dettero cura di studiare il processo del 4 aprile. 
Casimiro Pisani, juniore, invece riteneva il contrario, documen- 
tando l'affermazione con prove inconfutabili. A lui era riuscito 
avere in mano quel processo, miracolosamente sottratto al saccheg- 
gio, che si fece nella cancelleria del tribunale, dopo l'entrata di 
Garibaldi. Il Pisani, dunque, leggendo le deposizioni di France- 
sco Riso, constatò " che egli tutto aveva rivelato ; che aveva 
" indicato tutti i cospiratori, dei quali conosceva i nomi, ma 
" specialmente su di me (Pisani) aveva riversato tutte le re- 



' Isidoro la Lumia, La restaurazione borbonica e la rivoluzione del 
1860 in Sicilia, dal 4 aprile al 18 giugno. Ragguagli storici. — Paler- 
mo, 1860. 

' Emanuele de Makco, La Sicilia nel decennio avanti la spedizione 
dei Mille. — Catania, Monaco e Mollica, 1898. 



— 180 - 

** sponsabilità, giungendo perfino a dire, che aveva saputo uni- 
" camente da me taluni fatti, dei quali egli era stato partecipe 
"e testimone „. Il Pisani copiò integralmente le deposizioni 
di Riso e ne fece tre copie. Quel processo subì stranissime vi- 
cende, che bisogna rivelare, perchè sono davvero caratteristiche. 
Al Pisani lo fece chiedere il barone Rocco Camerata Scovazzo, 
da Ignazio Federico ; e qui sarà bene che io lasci la parola al 
Pisani stesso, che, poco tempo prima di morire, mi scrisse cosi : 

" Quel processo non lo riebbi più, e per quante insistenze io ed i miei 
amici, specialmente il sig. G. B. Marinuzzi, facemmo presso il barone Ca- 
merata, tutto riusci inutile. Finalmente, scorsi molti anni, ed essendo mi- 
nistro dell'interno l'on. Crispi, io presentai un reclamo in linea ufficiale, 
chiedendo che, a termine di legge, quel processo venisse depositato presso 
l'Archivio di Stato. Allora, per mezzo del deputato Cordova, furono aperte 
delle trattative tra il ministro Crispi e il senatore Rocco Camerata Sco- 
vazzo, e costui alla fine, dopo tante tergiversazioni, addivenne a conse- 
gnare il processo, ma a patto che dovesse rimanere in potere di Crispi. 
E Crispi accettò di farsene depositario, e dopo qualche tempo dispose, che 
fosse officialmente trasmesso e depositato presso l'Archivio di Stato di 
Palermo. Avendo io ciò saputo, mi recai dal direttore di esso Archivio, 
e lo pregai di farmi rivedere quel documento, pel cui ricuperamento avevo 
tanti anni tribolato. Ottenuto un tale favore, ed avendo riandato le rive- 
lazioni di Biso, mi accorsi, con mia somma sorpresa, che l'ultimo foglio inter- 
medio d' un quinterno, precisamente il foglio che contiene la deposizione di 
Biso fatta il 17 aprile, e che è la più importante, era stato ricopiato dalla 
stessa mano, che aveva scritto il foglio primitivo ed adulterato, interpo- 
nendo il nome del barone Bocce Camerata Scovazzo nei fatti più impor- 
tanti della cospirazione che Biso rivelava .... Scoperta quella falsificazione, 
io ne informai i miei amici di Boma, i quali mi consigliarono di sporgere 
regolare querela, che fu in fatti presentata a firma mia, di Martino Bel- 
trami Soalia, di G. B Marinuzzi e di Mariano Indelicato. L'autorità giu- 
diziaria, previo il consenso della Presidenza del Senato, non potè fare a 
meno d'ordinare un'istruttoria, dalla quale risultò luminosamente, che 
quel foglio, da me incriminato, era stato effettivamente adulterato, giac- 
ché della copia delle deposizioni di Biso, che io aveva estratto al 1860, 
quando quel processo fu per la prima volta in mio potere, io in progresso 
di tempo ed in varie epoche ne avevo fatte altre due copie, che a titolo 
di curiosità storica avevo dato a due miei amici, e queste due copie fu- 
rono consegnate al giudice istruttore. Di più, è vero che il foglio adul- 
terato è della medesima calligrafia di tutto il resto, e che apparteneva ad 
un commesso giurato, che più non era in vita al tempo di quest'istrutto- 
ria ; ma l' inchiostro — quantunque parimenti azzurro — pure è di una 
tinta più carica ed il foglio di carta è un poco diverso del resto del quin- 
terno. Compiutasi l'istruttoria, fu mandata al Ministro di Grazia e Giu- 
stizia, che era allora l'on. Zanardelli, pel di più a praticarsi ; e Zanardelli 



- 181 — 

conservò tutto V incartamento nel tiretto del suo scrittoio, aspettando oho 
fosse compiuto il periodo di 80 anni ; ed allora, allegando ohe ogni azione 
giuridica era per legge prescritta, mandò tutto a conservarsi in Archivio 1 „ 

Queste vioende, veramente curiose, potrebbero far sorgere dei 
dubbi circa la genuinità delle deposizioni di fìiso ; ma per ren- 
dersi conto di questi dubbii, occorre avere innanzi il testo pre- 
ciso e le date delle deposizioni di lui. Riso depose tre volte : il 
giorno 6 aprile, la dimane dell' insurrezione ; il 17, dopo la fu- 
cilazione del padre e il 22 dello stesso mese. Il testo è quale 
oggi si legge nel volume del processo, esistente nell'archivio di 
Stato di Palermo. 

Al giudice del circondario Tribunali, il 6 aprile, Francesco 
Riso rese il seguente interrogatorio: 

R. — Signore, ieri mattina circa le ore 10 Yt d'Italia allo uscire di 
casa fui inseguito dalla forza militare e di pulizia, ed asilatomi dentro il 
Convento della Gancia, quivi fui ferito da colpo di arma a fuoco non so 
perchè e individualmente da chi. 

D. — Perchè usciste da casa a quell'ora? 

B. — Perchè attendeva come è solito a quell' ora i maestri pontonieri 
miei salariati per lavorare. 

D. — Dove dovevate andare a lavorare ? 

B. — Non aveva destino determinato perchè me ne aspettavo l'inchie- 
sta dai miei dipendenti. Dessi posso indicarli per nome e sono Giambattista, 
Cosimo, Federico, Giovanni, Mariano. 

D. — Erano venuti ? 

B. — Io non potei ciò vedere, perchè come scesi da casa fui aggre- 
dito dalla forza pubblica e mi asilai tantosto nel Convento della Gancia. 

Dichiara non potere firmare. 

La seconda dichiarazione, fatta al giudice Prestipino, il 17 
aprile, è la seguente ; 

D. — Cosa volete rapportare? 

B. -^ Per serenità di mia coscienza e per tutto quello che di male ne 
potrebbe venire appresso contro la mia patria debbo dichiararle che sin da 
due mesi indietro fui parlato da don Casimiro Pisani ad oggetto di far 
parte con altri e riunire della gente per suscitare una rivolta in Palermo 
e cosi armandoci tutti contro le autorità cambiare la forma dell'attuale 
Governo. 

Richiesi io il Pisani chi si erano le persone che facevano capo in 
tale rivolta ; mi disse che vi erano il barone Riso, il figlio del Duca di Ce- 
sare, cioè il Duchino, il barone Cammarata, quello che abita sulla strada 
Macqueda sotto la casa del patrocinatore Calamaro, il figlio del Duca di 



- 182 — 

Monteleone, quello ohe attualmente trovasi arrestato, il principe di Giar- 
dinelli, il figlio del marchese Rudini, il di cui nome ignoro, il figlio del 
principe di Nisoemi. Questi tutti si riunivano tra di loro, contribuivano 
il danaro, lo passavano in mano del sudetto Pisani ; questi lo dava a me 
ad oggetto di comprare armi, polvere, e munizioni da guerra, associare 
persone, e cosi scoppiare la rivolta come già ho detto. 

D. — Chi erano le persone che apprestavano le armi e le munizioni 
da guerra? 

B. — La polvere la comprava per mezzo di don Nenò Rammacca, che 
era uno dei congiurati coi sudetti individui. Desso si prendeva il danaro dei 
suaccennati soggetti, si pagava prima la polvere ohe me ne diede da circa ad 
un quintale, ed il rimanente del danaro lo passava a me ed io compravo dei 
fucili per mezzo di diversi giovani che li avevano occultati e per mezzo di 
diversi villici, di cui in questo momento non ricordo i rispettivi nomi e co- 
gnomi. Cosi comprate tali armi le occultava porzione in un magazzino eh© 
teneva in fitto nel Convento della Grancia ed altra porzione in un magaz- 
zino allo Spasimo e propriamente vicino la Magione, che un maestro falle- 
gname aveva preso in affitto da una donna. In detto magazzino veni- 
vano occultate le coppole coi nastri tricolori, le granate, che da un giovane 
fonditore di ferro si costruivano in una fonderia fuori porta di Termini 
all' insaputa del suo principale, come ancora fondeva le lance. Vi si ripo- 
stava anche la polvere ed altre munizioni da guerra. 

D. — Indicateci i nomi e cognomi del fallegname che fitto il magaz- 
zino e di colui che fondeva le granate e le lance. 

B. — Mi sento male, non ricordo in questo momento detti nomi e co- 
gnomi. Mi sovviene però che il fallegname mori sul conflitto alla Gancia 
quando io fui ferito. 

D. — T religiosi della Gancia avevano scienza di tale attentato e delle 
munizioni che voi occultaste in detto loro magazzino ? 

B. — Non Signore, sono tutti innocenti. Uno di quei religiosi, che 
mi disse essere il Guardiano, mi affittò quel magazzino due mesi addietro 
per onze 4, me ne rilasciò il ricevo che io conservai in casa mia. I fucili e 
le munizioni da guerra li portava io stesso di notte o di giorno nascosta- 
mente senza farmi vedere dai religiosi e da chicchessia. Oh ! fermo .... 
Ora ricordo che il maestro che fitto il magazzino presso la Magione chia- 
mavasi maestro Michele fallegname e murifabro che abitava nella strada 
del Capo, oggi ucciso. 

D. — Rapportateci da chi era stata stabilita la giornata per succedere 
la rivoluzione. 

B. — I suocennati soggetti, capi della cospirazione, stabilirono fra di 
loro che il giorno 4 aprile all'alba doveva attaccarsi il fuoco da me alla 
Fieravecchia. 

Venne da me il sudetto Pisani e fecemi sentire tale puntamento; 
io allora chiamai diversi giovani che erano uniti con me, li feci venire 
alla mia casa, che resta vicino la Gancia, dovendo dire che eravamo riu- 
niti per fare dei lavori nella mia casa. Venuti con effetto all'alba del 
detto giorno, porzione si armarono di quei fucili che trovavansi nel Magaz- 
zino alla Gancia, ed una porzione di individui si recarono ad armarsi nel 
Magazzino sopra la Magione. Io intanto mandai una persona alla Fiera- 



- 183 - 

vecchia, luogo destinato per incominciare il fuoco, onde conoscere se fosse 
arrivata la squadra che era destinata ad aspettare me in quel locale. 
Questa ancora non era venuta. Era fatto tardi ed intesi ohe il fuoco era 
cominciato alla Magione. Allora io con i miei compagni cominciammo a 
far fuoco propriamente nel Vico della Gancia contro i compagni d'armi e 
del Capitano d'armi Chinnici e della polizia, e non potendo più starci a 
fronte ci trincerammo nel Convento della Gancia, discassando una porta 
dalla parte di Terrasanta per salire sopra il Convento. Cosi saliti comin- 
ciammo a far fuoco contro la truppa e la polizia da sopra le tegole. Indi 
io cominciai a suonare la campana per convocar gente. Vedendoci per- 
duti e che nessuno veniva in soccorso, lasciai le armi, discesi per andar- 
mene in casa. Arrivato vicino il portone della Gancia pria di sortir fuori 
la forza pubblica e i militari mi vibrarono sei fucilate e cosi caddi a terra 
ferito e non potei recarmi più in casa mia e nulla più vidi e intesi. 

D. — Diteci, foste voi qualche volta in riunione coi succennati capi 
della setta ? Nell'affermativa diteci cosa si parlava e che si stabiliva. 

R. — Non signore, io giammai intervenni nelle riunioni che si face- 
vano forse una volta a turno in casa dei riferiti soggetti. Una sola volta 
accostai il barone Riso e parlammo di cose tutte estranee alla cospira- 
zione ; anzi qui mi ricordo che io rimasi di sotto di due. 300 per la com- 
pra fatta di fucili e munizioni e che il Pisani doveva portarmi ma non li 
ricevei più. 

D. — Narrateci se tale riunione portava qualche nome proprio. 
R. — Si signore, ci sentivamo tra di noi col nome di congiura. 
D. — Indicateci i nomi e cognomi di tutti coloro che erano asso- 
ciati con voi per fare la rivolta, e che stipendio gli corrispondevate ogni 
giorno. 

R. — Gli individui che dovevano far fuoco nella mia squadra erano cin- 
quanta procurati da due miei confidenti Francesco La Chiena e un certo An* 
tonino il di cui cognome non mi ricordo in questo momento, ambidue mura- 
tori, ai quali quel giorno che si fece fuoco di mercoledì santo contro la forza 
pubblica e la truppa gli diedi onze 10 per dividerle fra di loro e dal giorno 
seguente in poi dovevano percepire il soldo di tari 4 al giorno per uno. I 
cennati due individui conoscono i nomi e cognomi degli altri cinquanta. 
Ora però mi è stato detto che i detti due muratori trovansi^in arresto. 

D. — Indicateci a quanti ascendevano i fucili che trovavansi con- 
servati. 

R' — Da circa a 70 ed altri ve ne erano incompleti, cioè, o senza 
grillo o senza fascetta o mancanti di tenieri che si dovevano costruire. 

D. — La rivolta doveva forse avverarsi in altro tempo, o era defini- 
ti vamente stabilita pel 4 aprile? 

■B. — Giorno stabilito non ve ne era, dapoichè si aspettava una or- 
ganizzazione tra noi perfetta ad associarsi un numero maggiore di per- 
sone per formare la congiura; quando poi venivano dalla polizia ricercati 
l'avvocato Perrani ed un certo Indelicato, due dei nostri congiurati, du- 
bitando che la congiura si poteva conoscere dalla polizia, né fu perciò che 
si stabili il giorno 4 aprile per mandarvi ad esecuzione la rivolta. Di fatti 
un giorno o due prima si fece conoscere a tutte le persone associate alla 
congiura ohe si era stabilito detto giorno per mandarsi ad effetto ; ed a me 



- 184 - 

fu comunicato l'ordine da don Casimiro Pisani, ed io lo feci sentire ai miei, 
e cosi egli esegui con gli altri che io non conosco. 

D. — I fatti che finora mi avete narrato si conoscevano da altre per- 
sone? Nell'affermativa indicatele. 

R. — Dette notizie che io le ho date si maneggiavano da me con Pisani. 
Egli al certo conosce delle altre persone alle quali faceva le stesse confi- 
denze che con me e che io non conosco per non avermele giammai confi- 
date, all'infuori dei Capi della rivolta, barone Riso e comp, che di già le 
ho dichiarato, e che più volte egli il Pisani mi riferiva quando mi portava 
il danaro dai medesimi contribuito. 

Datagli dal Cancelliere funzionante lettura egli, il Riso, ha modificato 
solamente che le surriferite operazioni si praticavano da lui solamente com- 
prando gli oggetti, i fucili e le munizioni senza che il Pisani fosse interve- 
nuto in tali compre. 

^ \ ^ . . ^^ 

L' ultima deposizione del 22 aprile, fu la seguente : 

D. — Cosa volete rapportarci? 

R. — In continuazione della mia precedente dichiarazione innanzi a 
Lei fatta mi sono ricordato che fra gli individui associati per far fuoco il 
mattino del 4 aprile corrente contro le truppe e la polizia alla Gancia onde 
mandare ad effetto la rivolta e cosi cambiarsi la forma dell'attuale Go- 
verno vi era Filippo Martillaro fallegname, e questi quello stesso giorno 
fece parte della divisione delle onze 10 da me state consegnate a Francesco 
La Chiena per dividerle fra tutti gì' intervenuti alla Gancia in quel giorno, 
che credo che erano circa 22. 

Debbo dirle ancora per serenità di mia coscienza che colui che attentò 
alla vita del Sig. Direttore di Polizia si fu un Palermitano con un col- 
tello avvelenato, e che aveva avuta la promessa di onze 200 sebbene non 
conosco da chi. 

Questo fatto lo appresi dopo consumato l'attentato da persone che nel 
proposito tennero discorsi. 

D. — Potete indicare le persone che tennero tal discorso e con chi 
parlavano ? 

R. — Non ricordo in questo momento chi si fossero state tali persone. 
Parlavano tra di loro ed io le avvicinai perchè miei conoscenti. 

D. — Conoscete forse se la cospirazione e lo attentato contro la si- 
curezza interna fosse stato spinto ed agevolato da qualche potenza estera ? 

R. — Credo che no, giacché tra congiurati giammai ebbi a sentire di- 
scorso che alcuna potenza estera spingeva ed agevolava la rivoluzione che 
doveva aver luogo in Palermo. 



Queste furono le deposizioni giudiziarie. Quelle da lui rese 
all'ospedale, la mattina stessa dell' arresto, dove giunse più morto 
che vivo, mi sono riferite da un superstite che fu testimone ocu- 
lare, il padre Calogero Chiarenza, cappellano assistente nell' ospe- 
dale stesso. " La mattina del 4 aprile del 1860, prima di mezzo 



— 185 - 

"giorno — scrive il Chiarenza — venne trasportato all'ospedale, 
" accompagnato da soldati e da gendarmi, Francesco Riso. Si 
"vedeva un uomo elegantemente vestito, con gli occhi chiusi, 
" che di tanto in tanto li apriva, e saettavano, guardando i cu- 
" riosi che gli stavano intomo. La bocca era chiusa, né io gli 
" sentii proferire un minimo lamento : stava muto come una 
" statua. Questa scena avveniva avanti il portone dell' ospedale, 
" dove si trovava il cavaliere Salesio Balsano, amministratore 
" del pio luogo. Questi ordinò che il ferito fosse trasportato 
"nell'infermeria dalle persone addette al servizio dell' ospedale. 
"L'uomo, che guidava il carretto, e i soldati che l'accompa- 
" gnavano, tornarono indietro. E-iso fu trasportato sopra una 
" barella nell' infermeria, al secondo piano ; adagiato sopra un 
" letto, venne subito interrogato, com' è di uso, dall' infermiere 
" maggiore, Antonino Gallo. Prima domanda : Come vi chior 
" mate f - Risposta : Francesco Riso di Giovanni. — Seconda do- 
" manda: Quanti anni avete ì - Risposta: Ventott' anni circa. — 
" Terza domanda : Cìie mestiere o professione esercitate ? - Risposta 
" con voce vibrata : Congiurato. — L' infermiere qui gli disse : 
" Dovete rispondere alle mie domande. - E lui : Cospiratore per 
" r unità d' Italia con Vittorio Emanuele. — L' infermiere rispose : 
" Noi conosciamo per nostro Re Francesco II f, . Ad altre domande, 
" chiusi gli occhi, non rispose più „ . 

Fermiamoci un po' sulle une e sulle altre. In questa prima 
deposizione Riso dà prova di eroismo, e cosi pure in quella del 
giorno 5, innanzi al giudice. La seconda, quella del 17, è ve- 
ramente deplorabile. Egli riferisce tutto ciò che sapeva, con 
nomi, cognomi e particolari. Se per giustificarla in qualche ma- 
niera, si potrebbe osservare che gli arresti del Pignatelli, del 
Lanza e dei loro amici erano già avvenuti, non puossi però non 
notare, che altre misure di rigore furono prese dopo quelle rive- 
lazioni. Che i giovani signori, tratti in arresto, fossero ben noti 
alla polizia, basterebbe a dimostrarlo la nota di Castelcicala al 
governo di Napoli, relativa alla partenza da Palermo del Benza, 
con l' annotazione : S. M. resta inteso ed ordina che si sorveglino 
rigorosamente ; ma non è men vero ch'essi erano sub iudice, benché 
prove dirette non si avessero contro di loro. Quelle prove non 
sorsero che dalle affermazioni del Riso. D'altra parte è cosi 
inverosimile il fatto che la polizia, quella polizia, avesse lasciato 



- 186 - 

in pace per dodici giorni, un uomo che poteva morire da un mo- 
mento all'altro, senza tentare ogni mezzo per strappargli delle 
rivelazioni, che non si può respingere il dubbio, che l' interrogato- 
rio, registrato ufficialmente dall' autorità giudiziaria il 17 aprile, 
fosse la conferma di precedenti confidenze, strappate da Mani- 
scalco, recatosi più volte ad interrogare il Riso all'ospedale. 

Per fare una maggior luce su questo disgraziato incidente, io 
volli, dunque, interrogare Io stesso don Calogero Ohiarenza, che 
assistette il E-iso con un affetto e un coraggio veramente esem- 
plari. Il Chiarenza, che ha settantasette anni, ritiene che il Riso 
non avesse fatto al Maniscalco delle esplicite dichiarazioni nelle 
varie volt© che questi andò all'ospedale, ma suppone, con forti 
dubbi, che, abbindolato dal direttore di polizia, il quale gli la- 
sciò sperare la vita del padre, uscisse in qualche rivelazione. 
E qui sarà bene riferire le parole stesse, contenute nella pre- 
ziosa lettera del Chiarenza, che porta la data del 31 luglio del 
1898. " Un giorno, che non posso precisare — sono sue pa- 
role — Francesco Riso fecemi segno di volermi parlare ; l' av- 
vicinai, e senza precauzione mi domandò cosa sapessi di sua 
padre. Io non gli risposi, perchè eravi una guardia di polizia 
seduta rimpetto al letto dell'ammalato; lui capì, ma io, volen- 
dolo veramente informare, mi riserbai di farlo per la notte seguente. 
Mi provvidi del Giornale di Sicilia, che riferiva i nomi dei tredici 
fucilati. Come cappellano assistente ai moribondi, essendo ogni 
notte di guardia, e potendo nel percorrere le infermerie avvici- 
nare gli ammalati, per i conforti religiosi, vidi che la guardia 
di polizia, di pia,ntone al letto di Riso, dormiva e russava; mi 
accostai al letto, e con tutta precauzione, al lume di un piccolo 
fanale ad olio, che noi cappellani assistenti portavamo di notte 
per le infermerie, avvicinatomi al letto di Riso, gli mostrai il 
giornale, e gli feci leggere i nomi delle tredici vittime. Quando 
giunse al nome del padre suo, che era il sesto o il settimo fra 
gli annotati, si sbigottì, non potè proferir parola, prese il len- 
zuolo fra i denti, e dopo alcuni istanti, mi chiese risolutamente 
se si potesse avere una pistola, perchè avutala avrebbe chiamato- 
Maniscalco, fingendo volergli parlare, e quando se ne fosse an- 
dato, nel voltare le spalle, avrehbegli sparato come un cane : lo 
giuro sull'ara dell'onore e della verità, mi disse. La pistola dopo 



- 187 - 

due giorni di ricerca mi fu apprestata da un tale Palumbo di 
Trapani, studente di medicina allora in Palermo. Avuta la pi- 
stola con le solite precauzioni e con molto terrore e spavento, 
perchè eravi lo stato d' assedio e si correva pericolo della fuci- 
lazione, la consegnai al Riso, che a cagione dello sfinimento 
delle sue forze non era in grado di adoprarla, e la pistola ritornò 
allo studente Palumbo „. 

Il Chiarenza, che ha serbato un vero culto per la memoria del 
Riso, e di tutto informò in quei giorni il suo amico Rocco Ricci 
Gramitto, col quale abitava, fa anche un'osservazione non priva 
di verosimiglianza. Egli dice : " Non credo che Francesco Riso 
abbia rivelata la cospirazione, ma bisogna conoscere, ohe ebbe le 
febbri di assalimento per cagione delle varie ferite ricevute, e 
perciò la testa non era sempre a posto. Io per verità non so nulla 
di preciso, ma il mio forte dubbio sta in questo : che o fu sedotto 
da Maniscalco nelle varie volte che veniva all'ospedale, promet- 
tendogli di liberare il padre, mentre il padre era fucilato ; o che 
Maniscalco profittasse dei momenti di delirio febbrile dell' in- 
fermo, per sapere qualche cosa, tanto ripugna che il Riso, il 
quale mori il 27 aprile, abbia rivelato cospirazione e complici „. 

E ricostruendo, dopo tanti anni, questi fatti e circostanze, 
si può dedurne che Francesco Riso, ferito a morte, non era del 
tutto padrone di se ; che, credendosi abbandonato dai membri del 
Comitato, ma soprattutto dai signori, volesse vendicarsi di loro, 
e in ispecie di Casimiro Pisani juniore, al quale non aveva perdo- 
nata l'inchiesta e una risposta piuttosto sprezzante, fattagli la 
sera del 3 aprile, quando egli. Riso, aveva chiesto se si sarebbe 
chiuso anche lui, Pisani, nella Gancia; e che infine, amantissimo 
di suo padre, infermo e innocente, non avesse resistito al deside- 
rio di salvarlo. L' ira, onde fu preso, quando seppe dal Chiaren- 
za che il padre era stato fucilato fin dal 14, tre giorni prima 
della fatale deposizione, — ira che accelerò la morte — spiega 
non solo l'immensa sua pietà filiale, ma il proposito di vendicarsi 
di colui, che l'aveva cosi iniquamente ingannato. Riso potè 
avere delle attenuanti, e in ogni caso non fu un traditore ob- 
brobrioso, ma piuttosto una vittima. Le sue rivelazioni, dopo 
tutto, non costarono la vita a nessuno. Rimane poi escluso 
in maniera assoluta, che il Camerata Scovazzo inventasse lui 
tutta intera la deposizione di Riso, perchè il Camerata era ignaro 



- 188 - 

di tanti particolari, noti soltanto a chi, come il Riso, faceva 
parte della cospirazione. Il Camerata, è vero, non vi era estra- 
neo coi suoi fratelli, ma vi ebbe una parte così secondaria, che 
senti il bisogno di accrescersela, per ottenere la nomina a senato- 
re: nomina, che ebbe difatti nel 1865, quando fini di rappre- 
sentare il collegio di Serradifalco. E per quanto infine si vo- 
glia ritenere, che, anche dopo la morte del Riso, Casimiro Pisani, 
juniore. trapassato da meno di due anni, non avesse perdonato a 
Riso qualche sua leggerezza o vanità giovanile, non si può in 
nessun modo ammettere che egli asserisse il falso, quando affer- 
mava a tanti ed a me, ciò che ho riferito e che del resto ri- 
sulta dal processo. 

Questi Camerata Scovazzo erano originarli di Catania, ma di- 
moranti a Palermo : liberali tutti e tre e possidenti discreti. Rocco, 
autore della sostituzione del foglio, mori nel 1892 nella sua città 
natia ; e i fratelli, morti anche loro, furono deputati : Lorenzo, di 
Acireale e Francesco, di Mistretta. 

Con le fucilazioni, gli arresti, il disarmo e i consigli di 
guerra, la rivoluzione parve domata, ma lo spirito pubblico, so- 
prattutto a Palermo, era in uno stato di tensione ed eccitazione 
incredibile. Si potrebbe affermare che tutta la città fosse dive- 
nuta una sola fucina di cospirazione. È caratteristico un rappor- 
to, che in quei giorni Maniscalco mandava al ministero a Napoli : 
" È notevole, egli scriveva, che il mutamento, che va accentuan- 
" dosi nella propaganda, che gì' istigatori di disordini vanno fa- 
" cendo ; mentre pel passato si è parlato solamente di voler at- 
" tentare all' attuale ordine di cose per cercar di conseguire la 
" separazione dalle provincie napoletane, adesso si accenna a 
"principii unitarii, a riunione con l'Italia superiore „. 

Altri uomini sostituirono nella direzione del movimento 
quelli del 4 aprile. Ricordo il dottor Gaetano La Loggia, il 
quale era a conoscenza di quanto si preparava, ma non vi prese 
parte attiva, credendo intempestivo il movimento. Era uomo 
di molta autorità e fu, finche visse, direttore del manicomio di 
Palermo. Ricordo ancora l'avvocato Pietro Messineo, Pietro Na- . 
selli e Ignazio Federigo. L'opera di costoro, che fu brevissima, 
8Ì limitava a pubblicare proclami eccitanti il popolo alla ribel- 



¥' 



- 189 — 

lione, a promuovere dimostrazioni e subbugli per le strade, a spar- 
gere cartellini umoristici contro la polizia, a tener vivo insomma 
il fuoco della rivolta. Un giorno si dava l'ordine di non doversi 
andare per via Toledo, e nessuno vi andava ; un altro giorno, che 
tutti dovessero andare in via Macqueda e tutti vi correvano ; un 
altro giorno, che non si dovesse giocare al lotto e nessuno gioca- 
va. Messineo aveva una tipografia clandestina, che a Maniscalco 
non riusci di scoprire. Forse ebbe dei sospetti per La Loggia 
ma non osò toccarlo, perchè questi, come ho detto, aveva curato 
qualche tempo prima un figliuolo di lui ; ma un giorno corse 
anche voce che La Loggia fosse stato tradotto in arresto, ma fu 
voce destituita di fondamento. 

Tale era lo stato degli animi, quando si seppe che Roso- 
lino Pilo era sbarcato a Messina, dopo un fortunoso viaggio. 
Pilo aveva a Palermo amici, parenti e partigiani in gran nu- 
mero : era un patrizio di famiglia retriva, audacissimo, simpati- 
cissimo e mazziniano ardente. Da Messina potè condursi nelle 
vicinanze di Palermo, all' Inserra, presso i Colli, dando prova di 
un'audacia che ha dell'inverosimile. Egli era col Corrao e qual- 
che altro compagno. Marinuzzi ne fu avvertito e andò a tro- 
varlo, e insieme si scambiarono più timori che speranze. Le squa- 
dre tenevano ancora le montagne, ma erano stremate di numero 
e di fede, e alcune si erano sciolte. Pilo confidò a Marinuzzi che 
tra pochi giorni Garibaldi sarebbe sceso in Sicilia, e che perciò 
bisognava tener alto ed eccitato lo spirito pubblico, e impedire a 
qualunque costo che le ultime squadre si sbandassero. La venuta 
di Garibaldi, egli disse, avrebbe riacceso il faoco e aveva ragione. 
Senza Garibaldi, che era stato invocato dai patrioti di Palermo 
e di Messina fin dall' anno innanzi, quando era alla Cattolica, 
qualunque altro tentativo sarebbe stato pazzo. " Noi, mi scri- 
veva Casimiro Pisani, lo pregammo pregandolo di veder modo 
come portare quei suoi volontari in Sicilia, dove il terreno era 
preparato, lo spirito pubblico eccitatissimo, e il suo arrivo avreb- 
be fatto divampare l'Isola intera. Garibaldi ci rispose, accen- 
nando brevemente le ragioni, per le quali non poteva fare ciò 
che da noi si chiedeva e terminando colla seguente promessa: 
" Fate che in un angolo della vostra Isola sventoli una bandiera ita- 
liana, e siate sicuri che io ed i miei amici accorreremo ad aiutarvi „ . 
Questo fatto, conchiudeva il Pisani, lo asserisco sulla mia pa- 



- 190 — 

rola, e fui io stesso che in momenti pericolosi dovetti distrug- 
gere quella lettera, insieme con molti altri documenti „.^ Ma 
chi veramente indusse Garibaldi a far la spedizione, appena 
un mese dopo il 4 aprile, fu Francesco Crispi, il quale, prima a 
voce e poi in iscritto, aveva promesso agli amici di Sicilia che, al 
primo annunzio di rivolta nell' Isola, Garibaldi vi sarebbe sbarca- 
to, per mettersi alla testa della rivoluzione. Il nome del duce era 
popolarissimo nell' Isola, come lo era nelle provincie continentali 
del Regno. " U di lei affacciarsi in questa contrada non sarebbe 
meno della tromba del giudizio che nella gran notte richiama gli 
estinti, gli scriveva il Comitato di Messina ; venga, signore, e que- 
sta contrada risuonerà i suoi vesperi „ . ^ 



1 Negli ultimi fascicoli ^qW Archivio storico Siciliano, che pubblica 
quella benemerita Società di storia patria, il signor G. Paolucoi ha stam- 
pato un interessante studio, dal titolo : Rosolino Pilo., memorie e docu- 
Tìienti, dal 1857 al 1860. È quanto di più completo si sia scritto finora 
sopra la figura più temeraria dell'insurrezione siciliana. Pilo fu davvero 
il precursore di Garibaldi; fu colui, che tenne vivo il fuoco della rivolta 
in quel mese di maggiori sgomenti, che corse dalla tentata e sofi'ocata insur- 
rezione della Gancia, allo sbarco a Marsala. Mori combattendo a San Mar- 
tino, il 21 maggio. I documenti pubblicati dal Paolucci gettano molta luce 
sugli avvenimenti di quei giorni. 

* Cospirazione e rivolta, monografìa di Raffaela Villari. — Messina, 
tip. D'Amico, 1881. 



CAPITOLO IX 



SoiaiA.Rio: La rivoluzione nelle provinoie — A Trapani e a Marsala — I tor- 
bidi a Messina — Il proclama di uno studente e l' indirizzo del Senato al 
Ee — Catania e il generale Ciary — Provvedimenti per Messina e Catania 

— Eapporti fra il E« e Castelcicala — I capi militari in Sicilia — Un pro- 
clama del Luogotenente — Il lavoro delle squadre — Si attende Garibaldi 

— Disordini nell' Isola — L'azione dell' Inghilterra — Il generale Laudi 
bì avvia verso Calatafimi — Arriva ad Alcamo — Le istruzioni che ebbe 

— Rapporti del Laudi — La condotta di lui — La flotta di crociera e le 
istruzioni del Governo — Come avvenne lo sbarco a Marsala — Le canno- 
nate dello Stromboli e della Partenope — Incidenti della spedizione gari- 
baldina sino a Marsala — La condotta dei legni inglesi Arguì e Intrepid 

— La verità storica — False voci di tradimento — Si scende a Marsala — 
I Mille, le loro divise, le loro armi e la loro cassa — Crispi, Castiglia, An- 
drea Eossi e Pentasuglia — La presa di possesso del telegrafo — Particolari 
interessanti — I primi atti di Garibaldi — La giornata di Calatafìmi — La 
ritirata dì Laudi apre a Garibaldi la via di Palermo. 

La rivoluzione, soffocata a Palermo, non trovò eco nelle pro- 
vinole. A Trapani si costituì un Comitato insurrezionale, che 
ottenne dal debole intendente la liberazione di alcuni prigio- 
nieri politici, e la formazione di una guardia civica con ban- 
diera tricolore. Il colonnello lauch, che vi comandava il tre- 
dicesimo di linea, si sbarrò in quartiere, dichiarandosi impotente 
a frenare il tumulto. 

Nella vicina Marsala l'insurrezione scoppiò il 6 aprile, pro- 
mossa e compiuta da Abele Damiani, coadiuvato dai suoi amici 
Giuseppe Garaffa e Giacomo Curatolo Taddei e da quegli stesai 
popolani, che aiutarono più tardi Garibaldi. Quel console sardo, 
Sebastiano Lipari, a differenza del suo collega di Trapani dette, 
non spontaneamente, come fu affermato, la bandiera tricolore ; si 



- 192 — 

gridò: Viva V Italia e Viva Vittorio Emanuele., e si formò una squa- 
dra, la quale doveva marciare sopra Palermo. Ma la squadra non 
partì, il Damiani trovò scampo sopra una cannoniera inglese e 
non ci fu altro in quella provincia. Il governo depose l' inten- 
dente, deferi a un consiglio di guerra il comandante, aprì un 
processo penale, e a rimettere l'ordine in Trapani e a Marsala 
inviò il generale Letizia con una colonna mobile, formata 
da quattro compagnie di linea, due di cacciatori e due canno- 
ni. Letizia, o il marchese Letizia, come preferiva esser cMa- 
mato, era un altro bollente AcMlle dell'esercito napoletano ; 
non privo aifatto di coraggio e in gioventù era stato forte tira- 
tore di pistola. Da poco promosso brigadiere, si offri sponta- 
neamente di andare in Sicilia. Sbarcò a Trapani, procedette al 
disarmo e mandò due compagnie a Marsala, dove l'agitazione 
ancora durava. Eistabilito l'ordine superficialmente e fatti de- 
cretare dal governo alcuni lavori nel porto di Trapani, e premii 
d'incoraggiamento fra i numerosi proprietarii di quelle saline, 
Letizia fu richiamato a Palermo con la sua colonna, e vi giunse 
la sera del 10 maggio. Avanti di partire, ordinò che i due can- 
noni fossero restituiti allo Stromboli, che ve li aveva sbarcati j 
i quali cannoni, imbarcati la mattina del giorno 11 dal Capri 
e riconsegnati nello stesso giorno allo Stromboli, furono la causa, 
come si vedrà, per la quale Q-aribaldi potè sbarcare a Marsala 
senza molestia, da parte dei legni di crociera. Trapani fu quasi 
sempre agitata in quegli anni, per opera principalmente di Vito 
Lombardo, viceconsole sardo ed oggi impiegato presso quella Ca- 
mera di commercio. Le aspirazioni liberali, come le burle alla 
polizia, ebbero sempre per capo il Lombardo, che, valendosi della 
sua qualità, ne proteggeva e favoriva gli autori. Nel 1866, tal Ga- 
spare Orlando, avuto un litigio col genero del comandante del 
presidio, promise di schiaffeggiarlo pubblicamente. E lo fece, di 
pieno giorno, nella via principale, mentre quello passeggiava in- 
sieme a un militare e ad un funzionario borbonico. Lo schiaf- 
feggiato si volse, con la caratteristica espressione ""Neh! ch'er 
è? . . . „ e l'Orlando pacificamente andò via, si nascose nella casa 
del Lombardo e di là emigrò liberamente. Poco dopo, tal Ga- 
spare Fontana, arrestato con altri per cospirazione politica, attuò 
con singolare forza d'animo il disegno di fingersi pazzo, e vi riuscì. 
Al tempo della guerra di Crimea, passò per Trapani, carico di 



- 193 - 

truppa, il Vaf^ della marina militare sarda, comandato da Ulisse 
Isola. Per mezzo del Lombardo, furono strette relazioni politiclie, 
ma il Varo, circondato sempre dalle imbarcazioni della polizia, 
fu costretto a partire al più presto. Curioso il fatto, che i ma- 
rinai sardi, cui si offersero dei fichi d' India, pensarono di man- 
giarli colla buccia e le spine lacerarono loro la bocca. 

La polizia faceva anche la guerra alle barbe, com'è noto. Il 
Lombardo ne portava allora una assai lunga, e non voleva 
tagliarla. Invitato al commissariato di polizia, vi trovò il bar- 
biere pronto per raderlo, ma egli invocò la sua qualità di console 
estero. Il commissario restò perplesso, e lo mandò via, ma scrisse 
a Palermo, invocando istruzioni, e ci volle una nota del luogo- 
tenente per affermare l'intangibilità di quella barba consolare! 

Tranne a Trapani e a Messina, non vi furono in tutta l' Isola che 
disordini lievi, repressi dappertutto con poca fatica. A Messina 
ci fu pure un vero tentativo di rivolta, sebbene sin dal 1^ aprile 
ne fossero stati cacciati gli studenti, i quali, prima di partire, di- 
stribuirono a migliaia di copie questo proclama, redatto dal loro 
compagno Francesco Todaro, studente di terzo anno di medicina : 

Gli Studenti ai Messinesi. 

Messinesi! — Giacohè l'amor di patria va registrato come a delitto 
capitale, e la parola libertà mette alla Genia Borbonica spavento come lo 
spettro d'Agesilao, noi perchè apostoli siamo espulsi da questa bella figlia 
dell'italico suolo. 

Addio, fratelli, addio! Qualunque separazione i nostri cuori non si par- 
tiranno giammai dai vostri. 

Fratelli, l'ora è sonata, il tricolorato vessillo, inalberato nell'alta Ita- 
lia, non tarderà a sventolare sulle nostre mura. Al vostro appello le no- 
stre braccia, i nostri petti son vostri. 

Ritorneremo dalla campagna, come leoni daUa foresta: combatteremo, 
la patria sarà libera e noi prodi soldati. 

Addio, fratelli, addio! Gridate con noi: Vìva l'Italia. 

1 disordini di Messina furono provocati in parte dall' insipienza 
dell'intendente Artale, il quale, accaduti i primi moti, propose per 
domarli la formazione di una guardia civica e lo stato d'as- 
sedio insieme! Egli non andava punto di accordo col mare- 
sciallo Russo, comandante della cittadella. Nei giorni 8, 9 e 10 
aprile, i torbidi ebbero dolorose conseguenze di morti e feriti, 
onde bisognò richiamare l' intendente e proclamarvi davvero lo 

Dz Cesasx. La fine di un Regno - Voi. II. 18 



- 194 — 

stato d'assedio. Nel maresciallo Russo si concentrarono tutt'i 
poteri, ma egli, alla sua volta, non andava di accordo col ge- 
nerale Gaetano Afan de Rivera, comandante la terza divisione 
del corpo d'esercito. Non esitò a minacciare il bombardamento 
della città ; e poiché era rozzo e spavaldo, si temette che volesse 
veramente eseguire la minaccia. I consoli di Francia e d' Inghil- 
terra avrebbero fatte delle proteste, non solo a difesa dei proprii 
connazionali, ma anche della popolazione di Messina, ed è vero- 
simile anche questo, perchè, dopo le sanguinose repressioni del 
giorno 10, non si temeva che i tumulti potessero rinnovarsi. 
A Catania i disordini furono lievissimi e vennero facilmente 
sedati. Intendente e comandante militare andavano in pieno ac- 
cordo. Intendente era il principe di Fitalia, nipote di Ruggiero 
Settimo, succeduto ad Angelo Panebianco ; e comandante, il gene- 
rale Tommaso Clary, nipote dell'arcivescovo di Bari e figliuolo del 
vecchio generale. Il Olary mori a Roma nel marzo del 1878, 
quasi ottantenne. Quando io lo conobbi, era un amabile vec- 
chio, pieno di vivacità e non privo d' ingegno : borbonico sincero 
e convinto, non a torto, che senza l'opera del Piemonte, occulta 
da principio, palese, fin troppo, dopo Marsala, e senza l'aiuto 
morale dell' Inghilterra e della Francia, la rivoluzione in Sicilia 
non avrebbe avuta fortuna. Nel 1860 il Clary contava fra i 
migliori generali dell'esercito e da un anno comandava la bri- 
gata di Catania. In data 16 aprile egli riferiva al luogotenente 
che il suo vero flagello a Catania, era quel vice console inglese 
leans, come suo flagello a Messina, dove venne destinato più 
tardi al comando della cittadella, era quell'altro console inglese, 
Riccards, messo su, diceva egli, dai fratelli Leila, console l'uno 
e viceconsole l'altro di Sardegna. E già prima del Clary, il ma- 
resciallo Russo, con suo rapporto del 19 aprile, li aveva denun- 
ziati, ma inutilmente. 

Il governo dette prova di energia dappertutto; e Rosolino 
Pilo, sbarcato la sera del 9 aprile a Messina, con pochi compa- 
gni, aveva dovuto, per sottrarsi alla caccia della polizia, tro- 
vare scampo nelle montagne di Palermo, con la convinzione, 
come si è detto innanzi, ohe si trattava oramai di partita ri- 
messa a miglior tempo, salvo che Graribaldi, del quale affer- 
mava la prossima venuta, non fosse riuscito a riaccendere il 



— 195 - 

fuoco. Ristabilito l'ordine, il Senato di Messina votò il 17 aprile 
■un indirizzo di fedeltà al Re, pregandolo di non voler chiamare 
responsabile tutta la città del fatto di pochissimi cattivi, ai qtiali 
stava a cuore l'appropriazione delValtrui fortuna, e supplicandolo 
perchè facesse tornar tutto nelV ordinario stato^ onde animare il 
commercio, e còsi nella circolazione dei valori^ trovare maggior 
utile. Questo indirizzo, ohe portava le firme del sindaco Felice 
Silipigni e dei decurioni, principino di Mola, baronello La Corte, 
Luigi Benoit e Giuseppe Castelli, non fu giudicato abbastanza 
ortodosso, facendosi in esso qualche allusione poco benevola al- 
l'autorità militare, onde il sindaco venne destituito. E poiché 
il Senato messinese chiedeva lavori per aiutare la povera gen- 
te, il Re concesse un prestito di quattromila ducati, al quale atto 
di regia munificenza il Senato rispose il giorno 22 con un al- 
tro indirizzo più enfatico, di fedeltà e riconoscenza. Una mo- 
desta largizione di benefizii immediati, e la promessa di pros- 
simi lavori pubblici furono abilmente sfruttate dal governo in 
quei giorni. A Messina venne infatti soppresso il doppio dazio di 
stallaggio sui depositi del porto franco, e condonate multe ai con- 
tribuenti di fondiaria. A Catania fu promessa una strada fer- 
rata, di cui l'Isola non aveva neppure l'idea, un nuovo porto 
con scala franca, il tribunale di commercio, una cassa di sconto, 
e la promozione della sede vescovile a metropolitana, E poiché 
nell'anno innanzi era stata piuttosto scarsa la raccolta del grano, 
e piuttosto alti ne erano i prezzi, accresciuti, naturalmente, dalle 
continue agitazioni politiche, il Re concesse un prestito di do- 
dicimila ducati alla città di Palermo, e alcune franchigie doga- 
nali. Tutti i comuni dell' Isola furono poi assoluti dal pagamento 
di un residuo della tassa sulle aperture, già abolita. 

Ma a Napoli non si era tranquilli. Il Re mandava istru- 
zioni quotidiane direttamente a Castelcicala, non solo di carat- 
tere militare, ma anche di carattere politico e amministrativo 
al doppio fine di combattere le bande, e di prevenire il te- 
muto sbarco di Garibaldi. Il governo di Napoli, informato da 
qualche mese, ma imprecisamente dei disegni di lui, acquistò 
la certezza della sua venuta nel Regno, nei primi giorni di 
maggio, e mandava al luogotenente istruzioni e moniti anche 
severi, parendogli che il Castelcicala non si rendesse abba- 



- 196 - 

stanza conto della gravità della situazione , dopo il suo ri- 
torno a Palermo. E il principe forse punto dal rimorso d'aver 
assicurato il Re, alla vigilia del 4 aprile, clie la Sicilia era 
tranquilla, inclinava, anclie per l'indole sua flemmatica, ad 
attenuare gli avvenimenti. Egli non dubitava infatti di scri- 
vere a Napoli che le bande erano formate dì ladri, e non 
d' insorti politici, e cbe non dovevano dar pensiero, perchè, incal- 
zate ogni giorno dalle colonne mobili, si scioglievano via via, 
e più tardi scrisse che a Carini erano state addirittura sgomi- 
nate. Ma il vero è, che benché egli fosse il comandante ge- 
nerale delle armi, e in quei giorni avesse assunto il titolo di 
" generale in capo „ non riusciva neppure a domare le riva- 
lità fra i generali da lui dipendenti. A Messina erano note 
le gelosie fra il Russo e l'Afan de Rivera, le quali degenera- 
rono in aperta rottura, sino al punto che il Russo fu do- 
vuto richiamare. A Palermo, il Salzano seguitava ad avere i 
pieni poteri, e ciò non andava a garbo dei generali Cataldo e 
Primerano, i quali a capo delle colonne mobili, nei circondarli 
di Termini e di Cefalù, non riuscivano che a stancare inutil- 
mente le truppe. In altre provinole, i comandanti non anda- 
vano d'accordo con gl'intendenti. Il governo di Sicilia doveva 
poi guardarsi anche dagli impiegati proprii, i quali erano si- 
ciliani quasi tutti. Il giorno 14 aprile, il generale Clary scri- 
veva da Catania al luogotenente queste caratteristiche parole : 
" Gl'impiegati Siciliani hanno insito indistintamente il sentimento 
siciliano, cioè voler essere indipendenti da Napoli, e questi sono 
i buoni. Gli altri servono pel soldo, ma al momento di un movi- 
mento spariscono, per gettarsi al partito che potrebbe restar vinci- 
tore y,. E quando dopo l'attacco sanguinoso di Carini, parve al 
luogotenente che l'ordine fosse ristabilito, abolì di sua testa lo 
stato d'assedio a Palermo e nel distretto, e in un proclama alla 
popolazione, dopo di aver ricordato l'indulto concesso dal Re 
per tutti quei traviati che avessero deposte volontariamente le armi,, 
e dopo la constatata ripristinazione dell'ordine, scriveva : " Ri- 
mane tuttavia un dovere a compiersi, quello di far cessare le scor- 
rerie dei più tristi delle disciolte bande, i quali non credendo di 
tornare quieti alle case loro, deposte le speranze del bottino, han 
posto mano alla vita e alle robe altrui e ad abominevoli fatti y^. 
Ma in quel giorno stesso (3 maggio) non mancò di richiamare 



— 197 — 

in vigore le ordinanze di Filangieri per gli asportatori e deten- 
tori d'armi senza permesso, per effetto delle quali, i contrav- 
ventori, sottoposti a consigli di guerra subitanei, potevano, com'è 
noto, essere fucilati. 

In Corte erano sempre vive le inquietudini ; e però non si 
cessava di mandar sempre istruzioni e piani al Castelcicala, il 
quale cominciò a comprendere che il Re e i ministri non ave- 
vano più fiducia in lui ; tantoppiù che sapeva essere gli ordi- 
ni e i moniti più severi suggeriti al Re dal principe di Satriano, 
singolarmente quelli che si riferivano ai movimenti delle truppe ; 
e non ignorava di essere stata offerta ripetute volte al Filangieri 
la luogotenenza di Sicilia. I movimenti militari sembravano 
ordinati apposta per demoralizzare le truppe, rallentando quei 
vincoli di disciplina, che nell'esercito napoletano, il quale era 
in Sicilia esercito di occupazione, non erano forti. Per un ma- 
linteso sentimento del proprio dovere il Castelcicala non mandò 
le dimissioni; egli si mostrava convinto che avrebbe col suo 
sistema ristabilito l'ordine nell' Isola, e vi sarebbe forse riuscito 
se avesse avuto altri generali al suo comando. Di soldati non ave- 
va difetto : in Sicilia se ne contavano più di trehtamila negli 
ultimi giorni di aprile, comprese le guarnigioni delle fortezze. 

Rosolino Pilo teneva accese le speranze dei liberali e le auda- 
cie degli insorti ; egli affermava sempre imminente l'arrivo di Ga- 
ribaldi con un esercito di volontarii bene armati ; e le afferma- 
55Ìoni sue erano improntate a tanta sicurezza, che, diffuse con 
grande abilità, anche fra i soldati, fecero divenire sentimento ge- 
nerale nell' Isola, in quella prima settimana di maggio, che Gari- 
baldi fosse veramente alle porte. Un giorno lo si diceva sbarcato a 
Trapani ; un altro a Sciacca ; poi a Girgenti. La fantasia meridio- 
nale lavorava in tutti i modi, e nelle campagne la polizia non riu- 
sciva più a garantire la sicurezza. Si rompevano i fili del telegrafo ; 
si sequestravano e svaligiavano le corriere postali e i procaccia ; si 
compivano atti di rapina, credendosi di combattere cosi il governo. * 
Le squadre ingrossavano, reclutando gente d'ogni risma e la 
mafia, che in quei giorni assumeva un'aria addirittura provoca- 
trice, si dava un gran moto. Si stancava maledettamente la trup- 
pa con imboscate e marce faticose. I distretti di Cefalù e di Ter- 
mini erano agitati più che mai, e i generali Primerano e Cataldo, 



— 198 - 

clie comandavano quelle colonne, facevano eseguire marce senza 
costrutto. Le notizie che pervenivano dall'interno dell'Isola, 
erano quasi paurose ; dappertutto la convinzione che Garibaldi era 
alle porte ; dappertutto disordini e temerarie resistenze all'autorità. 
Maniscalco non era più in grado di frenare la marea. Nella notte 
del 6 maggio un pugno di insorti attacca gli avamposti di Mon- 
reale ; è respinto, ma il fatto accresce in Palermo l'allarme della 
polizia e le speranze dei liberali. Tutti quelli che possono fuggire 
lasciano la città. Il giorno 9, il Comitato ordina nuovamente, 
con cartellini anonimi, che nessuno debba passare per via Toledo 
e tutti debbano correre in via Macqueda. L'ordine, manco a dirlo, 
è eseguito anche questa volta : via Macqueda rigurgita di gente ; 
le signore ai balconi sventolano i fazzoletti ; si grida dovunque : 
Viva l'Italia e Viva Vittorio Emanuele ; accorrono pattuglie di sol- 
dati, ma, incalzate dalla folla, son costrette a far uso delle armi. 
Yi è un morto e vi sono tre feriti. Vengono prese nuove misure 
per rinforzare la guarnigione di Palermo, e la sera del 10 vi rien- 
trano le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio. 
Nei porti di mare erano non meno frequenti gli allarmi, sia che vi 
apparisse qualche legno sardo con bandiera tricolore, sia che spun- 
tasse qualche legno inglese. La profonda persuasione che l'In- 
ghilterra favoriva la rivoluzione paralizzava il governo. Si vedeva 
la mano degl' inglesi dappertutto, anche nelle cose più insignifican- 
ti. Un po' la tradizione dei Borboni di Napoli e di Francia, che ve- 
devano nell' Inghilterra il costante nemico ; un po' la condotta 
dei consoli inglesi di Palermo, Messina e Catania, e un po' la pre- 
senza della flotta Brittannica, che si trovava a protezione degli 
interessi inglesi, cosi numerosi nell' Isola, concorrevano ad autoriz- 
zare questi sospetti. Maniscalco restò sulla breccia fino all'ul- 
timo, mostrando di non aver paura, ma senza però nascondersi 
la gravità estrema della situazione, e persuaso che se veramente 
Garibaldi fosse sbarcato, con molti uomini ed armi, l'Isola sa- 
rebbe insorta come un sol uomo, se non si fosse fatta tabula rasa 
' dei generali, a cominciare dal comandante in capo. 

Incalzando le informazioni sul prossimo sbarco di Garibaldi, 
tutta la truppa fu mobilizzata in colonne, sotto il comando di 
un generale, di un colonnello o di un maggiore, secondo che 
erano più o meno numerose. La colonna destinata ad operare 



- 199 - 

nel circondario di Trapani, ebbe l'ordine di marciare per Calata- 
fimi e partì all'alba del 6 maggio. Ne aveva il comando Fran- 
cesco Landi, da poco promosso generale. Contava circa settant an- 
ni, aveva preso parte ai moti del 1820, a stento montava a ca- 
vallo e preferiva andare in carrozza. Se il comando non fosse stato 
a lui affidato, sarebbe toccato al Von Mechel, straniero, e questa 
considerazione fece si, che nel Consiglio di guerra convocato dal 
luogotenente e al quale intervenne pure il consigliere Galletti, 
fosse stato deciso di dare il comando di quella colonna al Landi, 
il quale, nonostante l'età, era in fama di buon militare. Aveva 
comandato per alcuni anni il sesto reggimento fanteria, Farnese. 
Landi, partito nelle prime ore del giorno 6, ascoltò la messa 
a Monreale, perchè era domenica, e s'incamminò a piccole tap- 
pe per Oalatafimi. I fili e i pali telegrafici erano quasi dap- 
pertutto spezzati ; le poste non funzionavano e le campagne in- 
vase da insorti e malviventi, che su per giù erano molte volte la 
stessa cosa. Landi procedeva con grandi cautele, non avendo uffi- 
ciali di stato maggiore, né servizio d'informazioni e d'ambulanza. 
Le corrispondenze doveva mandarle e riceverle con pedoni, 
per mezzo dei giudici regi e dei sottointendenti. Pare stra- 
no che, essendo Palermo la base di operazione della colonna di 
lui, ed essendo questa diretta a Calatafimi, cioè alla distanza di 
quarantaquattro miglia, circa ottanta chilometri, non si fosse prov- 
veduto, con tanta cavalleria, ad un servizio rapido e sicuro di 
informazioni tra quel corpo e il comando in capo. Landi arrivò 
la mattina del 12 ad Alcamo, dove fu ospite del cavalier Luigi 
Ferro, ricevitore generale della provincia di Trapani, persona 
assai facoltosa e molto amata dai suoi concittadini. Era borbo- 
nico convinto, benché avesse dato in moglie l'unica figliuola al 
barone di San Giuseppe, liberale ed intimo del barone Mokarta 
di Trapani, ch'era un Fardella. Il San Giuseppe tenne nascosto 
il Mokarta nei locali della ricevitoria, senza che il suocero potesse 
sospettarne nulla. I fratelli Santanna, nativi anch'essi di Alcamo, 
contavano tra i liberali della città, anzi il maggiore di essi, Ste- 
fano, che aveva titolo di barone, fu colui che condusse la prima 
squadra incontro a Garibaldi. Naturalmente tra il Ferro e i San- 
tanna non vi era buon sangue, ma il Ferro non aveva paura, e 
volle rimanere in Alcamo, per meglio seguire le vicende di quei 
giorni. Sapendo che il Landi non poteva rimanere lungo tempo 



— 200 — 

a cavallo, offri la sua vettura, tirata da due forti sauri, e cosi 
Laudi parti per Oalatafìmi la notte del 12, e vi arrivò all'alba 
del 13. Appena giunto, scrisse al generale in capo una lettera 
eh' è una querimonia dalla prima all'ultima parola. 

Le istruzioni date a lui e al colonnello Donati, che coman- 
dava il reggimento dei carabinieri, erano d' " impedire uno sbarco 
di emigrati, vociferato di volersi effettuare lungo il littorale tra 
Mazzara e Capo San Vito„. Ho il testo autografo di quelle istru- 
zioni, firmato dal Castelcicala. ^ Il governo di Sicilia era dunque 
informato, non solo dello sbarco, ma del luogo dove approssi- 
mativamente si sarebbe compiuto. Come potè avvenire che, sa- 
pendosi tutto questo, e disponendosi la sollecita partenza di Laudi 
per Oalatafìmi e Trapani, venisse richiamata la colonna del Letizia, 
proprio da Trapani e da Marsala? Riesce inesplicabile, quando 
non si voglia tener presente la confusione regnante nel comando 
generale di Palermo, diviso fra il luogotenente e il generale Sal- 
zano. Difatti, le istruzioni date da Castelcicala al Laudi furono 
accompagnate da un altro foglio di istruzioni, minuziose e pro- 
lisse, date dal Salzano, le quali sembravano fatte apposta per 
imbrogliare la testa di quel generale. ^ E quando lo sbarco 
fu compiuto, senza che riuscisse alla flotta di crociera impe- 
dirlo e assai meno alla colonna del Laudi, la quale giunse, ri- 
peto, all'alba del giorno 13 a Oalatafìmi, il generale in capo 
mandò, la mattina del 12, altre istruzioni al Laudi: ma queste 
non giunsero che alle nove antimeridiane del giorno 14, im- 
piegando più di quarantott'ore ! ^ 

Il giorno prima di ricevere queste ultime istruzioni. Laudi 
aveva scritta al generale in capo una lettera, la quale, come ho 
detto, era tutta una querimonia. Si doleva di non aver nep- 
pure un ufficiale di stato maggiore, ne servizio d'ambulanza, 
né di comunicazione. " Per trasmettere all'È. V. questo mio 
rispettoso foglio^ egli dicea, non ho trovato altro mezzo che quello 
di spiccare un pedone al sottointendente di Alcamo, interessandolo 
di procurare egli altro mezzo per farlo giungere all' E. V. „. Si 
doleva pure che il promessogli battaglione del decimo di linea non 



' Archivio Landi. 
» Id id. 3 Id. id. 



— 201 - 

era ancora apparso, e dichiarava di non trovar prudente, prima 
che arrivasse questo battaglione, di muovere sopra Salemi, '^^dove 
evvi una squadra armata, composta non dagli sbarcati, ma di gente 
raccogliticcia „ . Egli appariva ignaro dei movimenti della banda 
sbarcata. Solo da alcune vaghe relazioni il Landi congetturava 
che la detta banda siasi piazzata nella Casina di Fardella, nelle 
vicinanze di Trapani, pur protestando però di non prestarvi fede, 
""poiché poca nessuna fiducia ripongo su i pedoni esploratori di 
questo paese (i quali sono sempre in contraddizione fra loro), dove 
lo spirito pubblico, specialmente della plebe, è all'eccesso esaltato, 
tanto, che ieri sera già partì una quota di facinorosi di questo 
Comune, per tmirsi alle squadre „ . ^ 

Il giorno 14 scriveva: " Le masse degV insorti crescono sempre 
di più, e vanno a stazionarsi tutte a Salemi, dove sembra che abbiano 
fissato quartiere generale, ivi trovansi pure gli emigrati, sbarcati 
a Marsala „ . Solo in quel giorno gli riusci di sapere la ve- 
rità. Riferiva che il dì seguente avrebbe marciato sopra Salemi, 
ma poi, quasi pentito, modificava la sua risoluzione. Temeva ag- 
guati attraverso le folte boscaglie di ulivi, e dichiarava perciò che 
più prudente consiglio sarebbe stato quello di attendere il ne- 
mico a Calatafimi, posizione tutta militare, molto vantaggiosa al- 
l'offensiva e alla difensiva, ed essenzialmente necessaria per im- 
pedire che le bande si scaricassero (sic) sopra Palermo da questo 
lato della consolare „.^ Chiedeva da ultimo che un'altra colonna 
fosse uscita da Palermo per la linea di Partinico ed Alcamo, per 
prendere il nemico alle spalle. " Tentare un assalto a Salemi 
sarebbe un'imprudenza ed un avventurare la mia colonna fra la 
imboscata nemica. ^ È curioso che di questo rapporto, il quale 
segna il numero 43, ed è datato • da Calatafimi, la mattina stessa 
della battaglia (16 maggio) siano state fatte dal generale tre 
bozze, tutte di sua mano, e in ciascuna delle quali si nota lo 
studio suo di dimostrare che l'attacco sopra Salemi sarebbe la 
maggiore delle imprudenze. 

Questo era il generale, incaricato di sostenere il primo urto 
dei Mille. Egli non possedeva nessuna di quelle qualità teme- 
rarie che decidono delle vittorie ; sentiva di trovarsi in un paese 



^ Archivio Landi. 

« Id. id. 3 id. id. 



— 202 — 

nemico e di non potersi fidare di nessuno ; non aveva stato mag- 
giore, ne servizio d' informazioni e d'esplorazioni ; nò ancora sa- 
peva il numero degli sbarcati. Di Garibaldi gli repugna scri- 
vere il nome, e solo in una parte della sua corrispondenza parla 
dei ganhaldesi. Più che a vincere, egli pensava a lasciarsi li- 
bera la ritirata su Palermo, cosi lontana e che, giova ricordarlo, 
era la sua base di operazione ; forse s' illuse di mettere in fuga 
gli " sbarcati „ come diceva lui, al primo urto ; ma dopo la corag- 
giosa e tenace resistenza di quelli, mutò consiglio e non pensò che 
alla ritirata. Ad un vecchio generale, pieno d' incertezze e di cau- 
tele, che seguiva in carrozza il suo esercito, mettete di fronte un 
duce come Garibaldi, e la giornata di Calatafimi, nella quale com- 
battono da una parte mille uomini, male armati e con due soli vec- 
chi cannoni, e dall'altra poco meno di quattromila con artiglierie, 
è troppo spiegata, senza bisogno d' inventar tradimenti e traditori. 

Fin dal 18 aprile una parte della flotta era stata destinata 
in crociera sulle tre coste. Il governo aveva noleggiati quattro 
piroscafi della società Florio e due della società Napoletana; li 
aveva armati di buoni cannoni, e datone il comando a giovani 
ufficiali della marina da guerra. Tutta la flotta di crociera era 
formata da quattordici bastimenti e due rimorchiatori, e la costa 
più guardata era quella di occidente, da Capo San Vito a Maz- 
zara, dove si temeva lo sbarco, con vigilanza speciale sulle Ega- 
di. Vi erano destinate la fregata Partenone con sessanta cannoni ; 
la corvetta Valoroso con dodici, entrambe a vela ; la pirocor- 
vetta Stromboli con sei, e il vapore Capri, già mercantile, coman- 
dato da Marino Caracciolo, con due cannoni. Al sud di Mazzara 

. . . ' 

sino al Capo Passaro, incrociavano altri legni, tra i quali V Ar- 
chimede e V Ercole. Della crociera occidentale aveva il comando 
il capitano di vascello Francesco Cossovich a bordo della Par- 
tenone] e comandante in secondo era quello stesso Eduardo d'A- 
mico, che, sei anni dopo, fu capo delio stato maggiore di Per- 
sane a Lissa. Lo Stromboli era comandato da Guglielmo Acton, 
ohe vi prese imbarco fin dal 18 aprile. Egli aveva come sot- 
totenente di vascello Cesare de Liguoro ; e a bordo del Valoroso, 
comandato da Carlo Longo, c'era, collo stesso grado di sottote- 
nente, Enrico Accinni. De Liguoro e Accinni, saliti ai più 
alti gradi della marina italiana, sono fra i pochi superstiti 



- 203 - 

di quella giornata. Non scarsa dunque la crociera, ma neppure 
numerosa, tenuto conto della lunghezza della costa. Se nessuno 
dei legni poteva dirsi adatto a un servizio, che richiede navi 
agili, rapide e bene armate, la divisione era nondimeno ricca di 
ottanta bocche da fuoco, ed aveva inoltre il sussidio dei semafori. 
Lo Stromboli, considerato il bastimento più forte, era una pirocor- 
vetta a ruote piuttosto lenta, e la Partenope, una fregata a vela, 
che, in caso di bisogno, doveva esser rimorchiata dal primo o 
dal Capri. La divisione non aveva truppa da sbarco, perchè il 
governo non previde il caso che i legni di crociera dovessero 
giungere a sbarco compiuto, come avvenne. Per il governo la 
crociera doveva soltanto impedire " ad ogni costo, lo sbarco dei fili- 
bustieri, respingendoli colla forza, catturando loro i legni, e di tutto 
dando comunicazione telegrafica a Napoli e a Palermo „ . Erano 
queste le istruzioni date ai comandanti. Ve n' era poi una riserva- 
tissima, quella che " imbattendosi in alto mare o nei porti dell'Isola 
con legni esteri, se da guerra, li sorvegliassero con garbo, onde non 
compromettere il real governo ; e, occorrendo li seguissero, dovendo 
sempre opporsi a sbarco di gente armata; e se mercantili, seguirli 
dappresso, prevenendo qualunque intenzione ostile „ . E v'ha di più. 
Il giorno 10 maggio Castelcicala aveva avvisato coi semafori i 
comandanti delle divisioni di crociera, che Garibaldi era partito 
con la spedizione da Quarto, e che però stessero bene in sull'avviso. 
Nella notte dal 10 agli 1 1, due legni della crociera occidentale usci- 
rono dal porto di Marsala e fecero rotta per Sciacca e Girgenti. 
Lo Stromboli, che era a Sciacca, fece rotta la mattina degli 11 
per Trapani, per ricaricare dal Capri i due cannoni lasciati dal 
Letizia. Il caricamento di questi cannoni portò via due ore. 
Lo Stromboli incontrò il Capri fra le 11 Vg ® mezzogiorno; e i 
due comandanti Acton e Caracciolo si scambiarono anche le no- 
tizie della crociera ; dopo di che lo Stromboli lentamente prosegui 
la rotta per Trapani, dove andava a far carbone, e il Capri per 
Soiacca. Giunto all'altezza di Marsala, ch'erano circa le ore due, 
Acton scorse nel porto, oltre a due Gun- Wessels, qualche altra 
cosa, di cui non seppe dapprima rendersi conto. Avvicinandosi 
a tutto vapore, distinse, via via, due legni mercantili, che com- 
pivano operazioni di sbarco ; e più lontano, sul porto, uomini 
armati, alcuni dei quali vestiti di rosso. ^Credette da principio 
che fossero marinari inglesi, sbarcati dalle cannoniere. Ma a 



— 204 — 

misura che si avvicinava, cominciò ad avere un' idea più esatta 
di quanto avveniva, mentre i semafori della Favignana e della 
Colombaja segnalavano la discesa di gente armata a Marsala. 
Non vi fu più dubbio per lui: la tanto attesa e temuta spedi- 
zione di Garibaldi, di quel G-aribaldi, cbe egli, Acton, prendendo 
il comando dello Stromboli^ aveva promesso al Be di buttare in 
mare, si compiva sotto i suoi occbi ! Appressandosi di più all'an- 
coraggio, Acton mise la nave in assetto di combattimento, facendo 
abbattere la portelleria dei cannoni. I due Gun-Wessels erano 
r Intrepid e VArgus. Il comandante del primo segnalò di non 
cominciare il fuoco prima cbe fossero tornati a bordo alcuni 
suoi marinari, e Acton per cortesia internazionale attese, ma per 
poco. Ordinò al sottotenente De Liguoro di andare a ricono- 
scere meglio i vapori misteriosi, e a far noto ai comandanti delle 
cannoniere inglesi, cbe avrebbe aperto il fuoco senza attendere 
altro. Tornò De Liguoro e riferì che lo sbarco era quasi com- 
piuto, e che da quei due vapori con bandiera sarda erano discesi 
un migliaio di uomini armati con Garibaldi, e avevano occupata 
la città. Acton, benché convinto di non poter far più nulla 
contro un fatto compiuto, fece tirare alcuni colpi sui bastimenti 
già vuoti e altri in direzione del porto ; ma i colpi, che non fu- 
rono più di una diecina, non produssero effetto, per la distanza 
del bersaglio. Giunta intanto la Partenone, passò a poppa dello 
Stromboli e tirò un'intera fiancata in direzione del porto, ma 
per la stessa ragione anche queste cannonate riuscirono innocue. 

Lo sbarco a Marsala fu accidentale. Sono noti i particolari 
di quel viaggio fortunoso. Garibaldi segui vie ignote per elu- 
dere la crociera, impiegando sei giorni da Quarto a Marsala. 
Garibaldi, Crispi e Salvatore Castiglia, che comandava in secondo 
il Piemonte, ed era espertissimo uomo di mare, avevano risoluto 
di sbarcare a Porto Palo, fra Sciacca e Mazzara, a poca distanza 
da Selinunte, e fu deciso di scendere a Marsala, sol quando .la 
mattina degli 11 maggio, incontrato presso le Egadi un veliero 
inglese che veniva da Marsala, Castiglia domandò se vi fossero 
legni napoletani in quel posto, e gli fu risposto di no. Ma an- 
dando più innanzi, Garibaldi si accorse che vi erano due legni da 
guerra con alberatura bianca, e credette d'essere stato ingannato. 



- 205 — 

Interrogò allora il ras ^ di una paranza da pesca, che veniva da 
Marsala, se vi erano legni napoletani nel porto, e dopo che gli fu 
risposto : " Pigghiaro 'w largo „ lo richiese se vi fosse guarnigione, 
al che il ras^ sempre in gergo siciliano, replicò che la truppa 
era partita il giorno innanzi. E anche qui c'è un mezzo ro- 
manzo da sfrondare. Non è vero, come è stato detto, che Gari- 
baldi invitasse quel ras a bordo del Piemonte e facesse da lui 
pilotare la spedizione nel porto di Marsala. Il ras che poi si 
seppe chiamarsi Antonio Strazzera " invitato, ci segui e ci aiutò 
— sono parole dette a me da Crispi — nel porto allo sbarco dei 
volontari. Il Piemonte era comandato da Garibaldi, e in sott'ordi- 
ne da Salvatore Castiglia, che faceva da pilota ; per quelle funzioni 
non avevamo bisogno di estranei „ . 

Marsala era dunque sguarnita di navi e di soldati regi, e 
sorgeva là dirimpetto, con le sue bianche case e le sue campa- 
gne verdi : tranquillo era il mare, splendida la giornata, ne ap- 
pariva sull'orizzonte fumo di battelli o vela sospetta. Andan- 
dosi più innanzi, fu dissipato l'equivoco : le due cannoniere erano 
inglesi, ma per l'alberatura, a una certa distanza, potevano essere 
credute napoletane, poiché, è da ricordare, che alcuni legni da 
guerra napoletani erano stati costruiti in Inghilterra e avevano 
le alberature simili alle inglesi ; come anche altri, costruiti a 
Castellamare e completati a Pietrarsa, erano modellati sullo 
stesso disegno. Tolto di mezzo quest'altro dubbio, Garibaldi, 
senza altri indugi, decise di profittare di quelle condizioni, 1& 
quali non solo permettevano lo sbarco, ma garantivano l'oc- 
cupazione, e ordinò al Lombardo che a tutto vapore seguisse 
la rotta del Piemonte sopra Marsala. Ricevuto l'ordine, Bixio 
scrisse sopra un pezzo di carta queste pai'ole : Garibaldi è sbar- 
cato a Marsala, oggi 11 maggio 1860, e chiuso lo scritto in 
una bottiglia, la lanciò in mare. Dei due Gun- Wessels, ancorati 
nel porto di Marsala , VArgus era giunto la sera innanzi diretto 
a Malta; Vlntrepid rimaneva a protezione delle case inglesi di 
Marsala, Ingham e Woudhouse, e faceva parte della squadra 
comandata dall' ammiraglio Mundy , che imbarcava a bordo 
dell' Hannibal, e la quale, pochi giorni dopo, si raccolse a Pa- 
lermo. A Marsala era avvenuto il piccolo movimento insur- 



1 Parola araba, che vuol dire capitano di legno da pesca. 



- 206 - 

razionale, del quale si è parlato. Fu detto insistentemente ; ed è 
ancora ripetuto con forte convinzione, che lo sbarco di Garibaldi 
fosse stato favorito dai due legni inglesi ; clie le cannoniere erano 
andate apposta a Marsala per aiutarlo, e cbe questo fosse un gran 
segreto, il quale Garibaldi e Crispi non confessarono mai. La ve- 
rità è, che i due legni si trovavano a Marsala per caso. E vero 
che il console inglese, residente a Marsala, signor Collins, ricor- 
resse al comandante deW Intrepid, pregandolo d'intervenire, 
perchè dal bombardamento fossero risparmiati i magazzini e 
gli edifici, sui quali sventolava la bandiera britannica; e fu 
appunto per questo, e perchè alcuni marinari scesi a terra 
non erano tornati a bordo, che il comandante delV Intrepid 
pregò il comandante dello Stromboli d' indugiare di poco il bom- 
bardamento e di salvare quegli edifizii. Acton vi consentì, come 
ho detto, ma l'attesa non durò die mezz'ora; e se anche lo 
Stromboli avesse incominciato a bombardare un'ora prima, il ri- 
sultato non sarebbe stato diverso, perchè lo sbarco era quasi com- 
piuto. Un'interrogazione su questo argomento fu mossa, nel 
Parlamento inglese , da Osborne a lord Russel , il quale di- 
chiarò che il comandante napoletano avrebbe, solo per cortesia, 
sospeso il fuoco per permettere il rimbarco ai marinari inglesi. 
Francesco Crispi, che fu il secondo personaggio della spedizione, 
anzi, sotto alcuni rapporti, fu il primo, afferma in modo assoluto, 
che lo sbarco a Marsala fu accidentale ; che il Piemonte e il Lom- 
bardo, entrando in quel porto, passarono fra i due Gun-Wessels, 
dai quali non ebbero aiuto, ne diretto, ne indiretto ; che lo Strom- 
boli giunse quando lo sbarco era compiuto, e che il brevissimo 
bombardamento cessò, quando i comandanti dello Stromboli e 
della Partenope si persuasero ohe era tempo perduto. Acton e 
Cossovich, non avendo truppa di sbarco, si rassegnarono a tirare 
delle cannonate contro il Lombardo arenato e a catturare il Pie- 
monte, non immaginando neppure un colpo di audacia: quello, 
per esempio, di mettere a terra le ciurme delle navi e attaccare 
i filibustieri, sotto la protezione dei cannoni della flotta. Rimor- 
chiarono il' Piemonte a Napoli come trofeo della vittoria, contri- 
buendo, senza volerlo, ad accreditare, essi per i primi, la versione 
che _i legni inglesi avessero aiutato lo sbarco di Garibaldi. Certo 
« però che se lo Stromboli non avesse perduto due ore di tempo, 



— 207 - 

per ricevere i cannoni dal Capri, lo sbarco difficilmente si sa- 
rebbe compiuto in condizioni cosi favorevoli, o addirittura sarebbe 
stato impedito. Guglielmo Acton non era uomo da venir meno 
al suo dovere, né in quei giorni era cominciata la demoralizza- 
zione della flotta; ma nel suo stato di servizio vi è davvero una 
lacuna. Egli ottenne il comando dello Stromboli il 18 aprile, e lo 
lasciò il 23 giugno, e da questo giorno al 6 agosto, in cui fu no- 
minato comandante in secondo del Monarca, non vi è traccia di 
servizio da parte sua. Questa circostanza confermerebbe la voce 
ch'egli fosse stato punito per il fatto di Marsala, e mandato in 
confine ad Ischia, ma consiglio di guerra non risulta che vi 
fosse. Il 23 giugno la Sicilia poteva considerarsi perduta e le 
voci contro le pretese fellonie erano più alte e insistenti, e 
colpivano senza distinzione tutti coloro, che avevano avuto 
parte principale nelle cose dell'Isola : Acton e Cossovich, Laudi 
e Lanza principalmente, e poi tutti gli altri. E da ricordare 
che Garibaldi non aveva di artiglierie che i due ferrivecchi, 
presi a Talamone, e i quattro legni napoletani disponevano, ripeto, 
di ottanta bocche da fuoco. Crispi, Accinni e De Liguoro, ri- 
cordando i fatti di quel giorno e i varii fortunati incidenti, con- 
cludono che veramente quello sbarco fu voluto dalla Provvi- 
denza. L'Inghilterra non vi entrò per nulla e la relazione del co- 
mandante Marryat deW Intrepid, lo conferma: relazione datata 
da Malta il 14 maggio, tre giorni, cioè, dopo l'avvenimento ; * ma 
l'opinione contraria non si dà per vinta. 

Il De Sivo, che vide traditori, tradimenti e viltà dappertutto, 
non disdegijiò di rimproverare il governo di non aver fatto im- 
piccare Acton e Cossovich. Se avessero avuto truppe da sbarco 
e non se ne fossero serviti, avrebbero certo meritata l'accusa di 
tradimento o di viltà; ma di essere giunti tardi a Marsala non 
ebbero colpa davvero. Il Cossovich fu tra i pochi comandanti 
di marina, che non prese servizio col Regno d'Italia, e Guglielmo 
Acton passò nella marina italiana dopo la partenza di France- 



^ H. F. Winnington-Ingram, Rear Admiral-Hearts of Oak. — (Chapter 
XIV. — Extracfs prom My Private Journal Wliilt Comanding H. M. S. ^^Ar- 
gu8„ on the Coast of Sicily, in 1860, including the Landing of Garibaldi). 
— London, "W. H. AUen and Co., 13, Waterloo Place, Pali Mail. S. W. 1869. 



- 208 - 

SCO II da Napoli, e dopo aver difeso onoratamente e coraggiosa- 
mente nella notte del 10 agosto il Monarca, nelle acque di Ca- 
stellamare di Stabia, e mandato a vuoto l'infelice disegno del 
Depretis, prodittatore a Palermo, di impadronirsi di quel le- 
gno, a suggarimento del Persane. Il fatto di Castellamare, clie 
per poco non costò la vita all'Acton, segna una delle pagine più 
onorevoli della carriera di lui, e ne fu dal Ee Francesco II rimu- 
nerato con la croce di cavaliere di San Ferdinando e del Merito. 

Graribaldi aveva dato ordine a Orispi, a Castiglia, ad Andrea 
Rossi e a Pentasuglia di prender terra immediatamente, sia per 
disporre quanto occorreva allo sbarco, sia per impossessarsi del 
telegrafo elettrico, del municipio, delle carceri e della tesoreria. 
Castiglia e Andrea Rossi si recarono a bordo di tutt'i legni, 
ancorati nel porto, e imposero loro, a nome di Garibaldi, di 
mandare le rispettive imbarcazioni al Piemonte e al Lombardo^ 
e l'ordine fu di buona voglia eseguito. Anche la paranza di Straz- 
zera servi allo sbarco, il quale fu compiuto ordinatamente, in 
meno di due ore. Orispi, con pochi volontari, quasi tutti berga- 
maschi, corse al Municipio. In città non si vedeva nessuno, 
tranne qualche accattone e un frate domenicano, che, sventolando 
il fazzoletto, gridava: Viva l'Italia. Era di venerdì. Orispi con- 
vocò il sindaco e i decurioni; mise guardie alle carceri, perchè 
nessuno dei detenuti, profittando di quanto avveniva, potesse 
evadere ; s' impadroni della cassa erariale con regolare verbale di 
consegna e proclamò il governo provvisorio in nome di Garibaldi. 

Pentasuglia corse al telegrafo, e puntando un revolver sul 
petto dell'impiegato, s'impossessò della macchina. L'impiegato 
aveva già trasmessa a Palermo la notizia dello sbarco, con quei 
particolari che potè procurarsi. Il telegrafo elettrico era in di- 
retta comunicazione col luogotenente, anzi la macchina dell'uf- 
ficio di Palermo stava proprio nel gabinetto del Galletti, il quale 
aveva alla sua immediazione un telegrafista di fiducia, chiamato 
De Palma, tuttora vivo. Furono chieste da Palermo maggiori 
notizie, e soprattutto se la città era tranquilla, al che il Pentasu- 
glia rispose: Tranquillissima: i due vapori arrivati sono vapori 
nostri. Lia, contraddizione lampante con le prime notizie e l'os- 
servazione fatta al Galletti dal De Palma, che era cambiata la 
mano del telegrafista, persuasero il primo che lo sbarco di Gari- 
baldi era avvenuto e il telegrafo già passato in mano di lui. 



- 209 - 

Galletti ordinò allora che fosse rotto il filo fra Palermo e Mar- 
sala. Era un'ora dopo mezzogiorno. 

Garibaldi, con la sciabola sulla spalla sinistra, portata a modo 
di bastone, dava ordini e raccomandava a tutti la calma ; e quan- 
do lo sbarco fu compiuto, e vide che i legni napoletani si ac- 
costavano, ordinò di chiudere le porte della città ; ma fu inutile, 
perchè un temuto sbarco di truppe non si verificò e il bom- 
bardamento cessò presto. Alcuni giovani marsalesi, nascosti 
innanzi alla casa comunale, gettarono qualche timido grido di 
Viva V Italia, Viva Vittorio Emanuele. Garibaldi affidò al mu- 
nicipio il governo politico della città ; dettò a Marsala il famoso 
.primo proclama ai siciliani e si occupò del suo esercito, che ve- 
deva tutto schierato per la prima volta sotto i suoi occhi. Che 
esercito! Non arrivavano a centocinquanta quelli che indossa- 
vano la camicia rossa : altri erano in borghese. Giuseppe Sirtori, 
capo dello stato maggiore, era vestito in nero, col cappello a 
cilindro: curiosa figura tra il medico e il prete; Nullo portava 
un mantello bianco, come capo delle guide ; Tùrr vestiva all'un- 
gherese; Bixio indossava l'uniforme di tenente colonnello pie- 
montese : grado ch'egli aveva nel 34° di linea ; Crispi anche lui in 
abito nero ; la signora Monmasson vestiva da uomo, e Garibaldi 
indossava il famoso puncho, e sotto il puncho^ la camicia rossa, e 
in testa un berretto tondo. Giuseppe Campo portava la bandiera. 
Ne a Salemi, né a Vita, nò a Calatafimi crebbe il numero delle 
camicie rosse; anzi, dopo le disastrose marce che precedettero 
l'entrata a Palermo, parecchi di quei guerrieri erano cosi laceri, 
che loro cadevano a brandelli giubbe e pantaloni. 

La cassa dei Mille, quando si parti da Quarto, era di cin- 
quantamila lire ; quando si giunse a Palermo, era di ventimila : 
tutta la marcia non costò che trentamila lire. Ne ufficiali ne 
militi prendevano paga. Ciascuno aveva un peculio proprio, 
abbondante o scarso, secondo la condizione rispettiva. I ge- 
novesi e i bergamaschi erano i meglio forniti di danaro e aiu- 
tavano i compagni, benché di questi aiuti non si sentisse il bi- 
sogno, perchè da Marsala a Palermo non corsero che due set- 
;timane. Di armi, non se ne parla: fucili di guardia nazionale, 
quasi tutti arrugginiti. Solo i carabinieri genovesi, comandati 
da Mosto, erano benissimo armati. Luigi Cavalli, mio collega 
alla Camera dei deputati, mi narra che a Calatafimi dovè adope- 

De Cesare. La fine di un Segno • Voi. II. lA 



— 210 — 

rare ben quindici capsule, perckè il suo fucile sparasse una volta. 
A Vita quasi tutti lasciarono i mantelli e soffrirono il freddo nella 
notte. Partirono da Marsala alle cinque della mattina, e la prima 
tappa fu Bampagallo. Garibaldi, Sirtori, Crispi e i comandanti 
delle sette compagnie si provvidero di cavalli alla meglio ; e a 
dorso di due muli furono caricate le due famose artiglierie prese 
ad Orbetello e sulla culatta delle quali si leggeva la data della 
fusione: una data molto antica, naturalmente. 

La giornata di Calatafìmi è narrata dal generale Landi 
con sufficiente sincerità, nei suoi rapporti e nella sua difesa. 
Egli non immaginava tanta resistenza da parte degli sbarcati. 
Si battè per otto ore, ma sempre rimanendo sulla difensiva e non 
avendo altra mira che di lasciarsi libera l'unica strada su Paler- 
mo, per tornarvi colla colonna intatta. Non impiegò in battaglia 
tutte le truppe, che ascendevano a circa quattro mila uomini, 
compreso il battaglione del maggiore Sforza, che si era unito a 
lui; e quando verso sera si avvide che il lungo combattimento 
non faceva indietreggiare i garibaldini, decise ritirarsi, in- 
vece di aspettare gli aiuti, considerando la ritirata, come egli 
dice nella sua ingenua auto-difesa, la migliore delle vittorie. ^ 
Quando le trombe dei regi sul finire del giorno suonarono la 
ritirata, fu una grande sorpresa, seguita da un'esplosione di 
gioia, nel campo garibaldino. Non era ritenuta possibile. I Mille 
avevano consumate le munizioni ; erano stanchi del lungo e di- 
sperato combattimento; avevano avuti parecchi morti e molti 
feriti e nessun aiuto dalla squadra del Santanna, che si limitò 
a guardare dalle creste dei monti quello che avveniva nel basso. 
Garibaldi stesso era ferito al fianco destro da un sasso, scara- 
ventatogli da un soldato dell'ottavo battaglione Cacciatori, il 
quale gli aveva per due volte rivolto il fucile a poca distanza , 
ma l'arma non prese fuoco. Di squadre numerose e armate solo 
la fantasia del generale borbonico popolava le campagne e i 
colli attorno Calatafìjni. Se il Landi si fosse avanzato e i bat- 
taglioni di cacciatori fossero giunti il 13 o il 14 a Marsala, 
l'impresa di Garibaldi poteva dirsi compromessa; ma il Landi 



^ Autodifesa del generale Landi, manoscritto esistente nell'archivio di 
saa famiglia. 



— 211 - 

non aspettò, ripeto, gì' invocati rinforzi, e nelle prime ore della 
sera si mise in marcia di ritirata. 

Se il risultato vero di quello scontro fu, come azione mili- 
tare, che i garibaldini e i regi conservarono le proprie posizioni, 
moralmente fu un disastro. Oalatafimi apri le porte di Palermo 
alla rivoluzione. La ritirata del Landi fu la prima debacle^ alla 
quale tennero dietro tutte le altre ; fu l' inizio di quella profonda 
demoralizzazione, per cui si capitolò a Palermo con una guarni- 
gione di ventimila uomini e si perdette la Sicilia. Sul capo del 
Landi si addensarono tremende accuse: si affermò che si fossa 
venduto a Garibaldi mercè una polizza di quattordicimila ducati ; 
e la sua morte, che si disse improvvisa, accrebbe i sospetti infa- 
manti e questi mutò in certezza, più tardi, il principe di Castelcica- 
la. H Landi apri la serie dei generali bollati traditori, prima in 
Sicilia e poi nel continente. Morì nel 1862, dopo alcuni giorni 
di malattia, e non già, come dissero gli scrittori borbonici, im- 
provvisamente, e di dolore, dopo che, avendo mandato al Banco a 
riscuotere i quattordicimila ducati, senti rispondersi che ne era sta- 
ta alterata la somma ! Uno dei figliuoli scrisse a Garibaldi invocan- 
do la sua testimonianza, e Garibaldi lealmente smenti l'accusa. ^ 
Certo fu grave errore aver dato al Landi il comando di maggiore 
responsabilità, potendosi prevedere che la sua colonna avrebbe 
con maggiore probabilità affrontato il primo urto di Garibaldi ; 
più grave errore d'averglielo dato nelle condizioni riferito; e 
massimo errore aver richiamato Letizia da Trapani, come fu colpa 
inescusabile e inesplicabile non aver fatto arrivare in tempo a 
Marsala i battaglioni chiesti dopo lo sbarco dei Mille. Occorre- 
va un solo governo, e ve n'erano due : a Napoli e a Palermo ; oc- 
correva un sol uomo a comandare, ed erano in tanti, sospettosi 
e gelosi l'uno dell'altro ; occorrevano generali pieni di fede e de- 
siderosi di battersi, e un Re amato e temuto, mentre France- 
sco II non era nò quello, né questo ; e dei generali, ciascuno cer- 



* I figli del generale Landi, olie servirono nell'esercito italiano, furono 
cinque. Antonio venne collocato a riposo nel 1895, col grado di tenente 
generale ; Michele e Niccola pervennero al grado di tenente colonnello ; 
Luigi a quello di capitano, e Francesco mori giovanissimo, tenente di fan- 
teria. I primi quattro presero parte alla campagna del 1866, e due son vivi. 
Essi conservano la risposta di Garibaldi, fatta pubblicare in un giornale 
^ Napoli. 



— 212 — 

cava ripararsi dalla procella come meglio poteva, schivando ogni 
responsabilità, perciiè nessuno era veramente convinto clie quello 
stato di cose valesse la pena di difenderlo, col sacrificio della 
propria vita, o della propria reputazione! 

A Palermo il combattimento di Oalatafìmi fu saputo nella not- 
te del 16, in maniera curiosa. Il ricevitore generale Ferro venne 
informato da un suo campiere clie il Laudi aveva fatta suonare 
la ritirata. Da Alcamo si erano un po' seguite le vicende della 
giornata; si era veduto il fumo dei fucili e udito il cannone. 
n Ferro, temendo non per sé, ma per la sicurezza del sottopre- 
fetto Domenico lezzi, mal veduto dai liberali, lo condusse seco 
in carrozza sino al punto più prossimo della marina di Oastel- 
lamare, e appena giunti, s' imbarcarono per Palermo e vi giun- 
sero nella notte, informando di tutto il luogotenente e Maniscal- 
co. Il Ferro era nonno materno del presente barone di San 
Giuseppe, senatore del Regno. 



CAPITOLO X 



Sommario: Canofari annunzia la partenza di Garibaldi — Colloquio tra Fran- 
cesco II e Filangieri — Casteloicala telegrafa' a Napoli lo sbarco a Mar- 
sala — Consiglio di Stato del 14 maggio — Filangi<^ri e Ischitella rifiu- 
tano di andare in Sicilia — Filangieri propone il generale Lanza — Il Ea 
lo accetta — Le dimissioni di Castelcicala — Particolari su Ferdinando 
Lanza — Un incidente comico — Bapporto di Maniscalco — La situazione 
che trovò Lanza a Palermo — Suo sconforto — Si majida Al,essandro Nun- 
ziante — Inettitudine dei generali — Differenza fra i due eserciti com- 
battenti nell'Isola — Confusioni e contraddizioni — Una supposta lettera 
di Garibaldi — Le bugie del Oiomale Ufficiale e la Qronqca degli avveni- 
menti di Sicilia — I nobili siciliani a Napoli — Le difese di Castelcicala 
— Postume lettere sue al generale Bonanno — Continua il mistero — Ca- 
stelcicala non rivede più il Be. 

Alle otto pomeridiane del 6 maggio 1860, mentre in Corte si 
facevano i preparativi per la visita, che l' indomani il Re avreb- 
be fatta alla cappella di San Gennaro, giunse un telegramma 
di Canofari, il quale annunziava essere partiti il giorno innan- 
zi da Genova due vapori carichi di gente armata, diretti pey la 
Sicilia per le coste di Calabria. Già da un pezzo, com'è noto, 
la polizia di Palermo e di Napoli era informata che si preparava 
uno sbarco di Garibaldi nel Regno. Non ignorava che Garibaldi 
era a Genova, dove, con Medici, Bixio^ Crispi, Bertani e altri 
suoi fidi, attendeva a raccogliere volontari, emigrati e armi, sol- 
lecitando i preparativi d' imbarco per un' impresa in Sicilia o 
nel continente napoletano ; e perciò fin dal 20 aprile, erano state 
destinate quattordici navi da guerra e due rimorchiatori, a fare 
un servizio di crociera intomo l' Isola, con quelle istruzioni, che 
ho minutamente riferite nel capitolo precedente. Il ministero 



- 214 - 

e la Corte erano inoltre convinti che il Piemonte aiutava l' impre- 
sa, facendo mostra d'ignorarla o di disapprovarla. Altre informa- 
zioni, pervenute qualclie tempo prima alla polizia, lasciavano 
credere che Garibaldi fosse a Tunisi. 

L'annunzio di Canofari non giunse dunque improvviso ; ma 
il pubblico ne seppe qualche cosa solo la sera del di seguente, 
quando arrivò da Genova il vapore il Quirinale delle Message- 
ries, il quale recò la notizia che a Genova eran tutti in festa, 
per la partenza di una grossa spedizione in Sicilia, capitanata 
da Garibaldi. Alle due del giorno 7, il Re, tornato dal duomo a 
Portici, mandò Nunziante a chiamar Filangieri, e a lui rivelò 
la cosa e gli chiese alcuni consigli circa la convenienza di far par- 
tire nuove truppe per la Sicilia. Era abbattuto e volle che Filan- 
gieri pranzasse a Corte. Vi pranzò anche il conte d'Aquila, che 
mostra vasi furioso contro Maniscalco ; né a dir male di Maniscalco 
era solo il conte d'Aquila. Il principe di Rammacca faceva al- 
trettanto in quei giorni, e il Re gli rispondeva: "jffaz ragione, ma 
in questo momento non posso cambiare ne il direttore di polizia, ne 
il comandante della piazza di Palermo, ne tutta la compagnia dei 
Carega, Puntillo, Chinnici ; pazienza dunque, ed aspetta j^. Il prin- 
cipe di Rammacca era stato Pari nel 1848, tra i più esaltati, 
per cui andò fuori dal Regno ; ma ad intercessione di Cassisi ebbe 
grazia dal Re, si converti, si stabili a Napoli e andava a Corte. ^ 

Il giorno 11, a un'ora dopo mezzogiorno, il principe (Ji Ca- 
stelcicala annunziò con un telegramma al Re lo sbarco di Gari- 
baldi a Marsala, e il Giornale Ufficiale, non potendo più tacere, 
riferi, quattro giorni dopo, il fatto in questi termini : " Un atto di 
flagrante pirateria veniva consumato 1' 11 maggio mercè lo sbarca 
di gente armata alla marina di Marsala. Posteriori rapporti han 
chiarito esser la banda disbarcata di circa 800, e comandata da 
Garibaldi. Appena quei filibustieri ebbero preso terra, evitarono 
con ogni cura lo scontro delle reali truppe, dirigendosi, per 
quanto ci vien riferito, a Castelvetrano, minacciando i pacifici 
cittadini, e non risparmiando rapine, e devastazioni di ogni sorta 
nei comuni da loro attraversati. Ingrossatisi nei primi quattra 
giorni della loro scorreria con gente da loro armata e profusa- 
mente pagata, si spinsero a Calatafimi „ . 



' Archivio Filangieri. 



— 216 - 

Il 12 maggio, il governo di Napoli inviava ai suoi rappre- 
sentanti all'estero questo dispaccio, sottoscritto da Carafa : " Mal- 
grado gli avvisi dati da Torino e le promesse di quel governo di 
impedire la spedizione di briganti organizzati ed armati pubblica- 
mente, pure essi sono partiti sotto gli occhi della squadra sarda, 
e sbarcati ieri a Marsala. Dica a codesto ministero tale atto di 
selvaggia pirateria promossa da Stato amico „ . E nel pomeriggio 
del 14 maggio, il ministro Canofari rimise al conte di Cavour 
una nota assai vivace, colla quale si dichiarava responsabile il 
governo piemontese della spedizione di Garibaldi, e lo si ac- 
cusava di averla favorita. Rispose Cavour respingendo le ac- 
cuse, e citando, come prova delle sue affermazioni, il fatto di 
avere impedita la partenza di altri due legni, carichi di volon- 
tari, pronti a raggiungere Garibaldi. 

Nello stesso giorno, 14 maggio, si riunì a Napoli il Consi- 
glio di Stato. Per la prima volta, da quando non era più mi- 
nistro, vi fu invitato il principe di Satriano, e v' intervenne an- 
che il conte d'Aquila. Essendo infermo il principe di Cassare, 
riferì per lui Ferdinando Troja. Non si parlò che delle cose 
di Sicilia, e si fecero da tutti i ministri grandi pressioni su Fi- 
langieri, per indurlo ad andare nell' Isola, con pienissimi poteri. 
Ma Filangieri ricusò, mettendo innanzi la grave età e l' impossi- 
bilità fisica di assumere, in momenti cosi gravi, una tale im- 
presa. Il Re lo scongiurò di salvare una seconda volta la Si- 
cilia alla Monarchia, ma egli persistè nel rifiuto e propose un 
piano di difesa, che parve eccellente e fu accettato. E poiché 
non si voleva più il Castelcicala, al quale si faceva risalire 
tutta la causa di quanto era avvenuto, fu deciso di far partire 
subito per Palermo il colonnello Barbalonga, con l'incarico di 
invitare il luogotenente a chiedere il suo richiamo. Ma urgeva 
provvedere al successore, e il Filangieri stesso propose a tale uf- 
ficio, con tutti i poteri deW Alter Ego, prima il generale principe 
d' Ischitella, che il Re accettò, incaricando lo stesso Filangieri 
di fargliene la proposta; e poi, quando l' Ischitella rifiutò, per- 
chè, come egli disse, non voleva andare in Sicilia a fare il car- 
nefice, ^ propose il tenente generale Ferdinando Lanza, già suo 



' Mémoires et souvenirs de ma vie — Parigi, 16 marzo 1864 



— 216 — 

capo di stato maggiore in Sicilia. Al Lanza, che era sicilia- 
no, fii dato, come segretario di Stato, Pietro Ventimiglia, procu- 
ratore generale della Corte dei conti di Palermo. Non fu una^ 
scelta felice quella del Lanza; ma a chi più tardi ne mosse la- 
gnanza al Filangieri, che lo aveva proposto, Filangieri rispose 
che non c'era di meglio. Si affermò che la prima idea del Re 
e del ministero fosse quella di affidare lo stesso incarico al Car- 
rascosa, e che il Re gli avesse detto : " Caro Raffaele, preparata 
a partir subito per Palermo con poteri reali, per domare la rf- 
voluzione „ ; e che Carrascosa fosse andato a casa a far le vali- 
gie. Si disse pure che, per intrighi del Nunziante, quella nomina 
non avesse seguito, ma io credo la voce infondata, perchè Car- 
rascosa era ancora più vecchio di Lanza e d' Ischitella. Si disse 
infine e con più fondamento, che il Re, visto Filangieri irremo- 
vibile e non meno irremovibile l' Ischitella, volesse mandarvi il 
Nunziante e che questi vi si rifiutasse ; certo è che il giorno seguen- 
te il Re mandò a chiamare Filangieri, e tornò a insistere presso di 
lui, con le più vive espressioni, ma il principe di Satriano non 
si lasciò vincere, solo facendo intendere che se il giorno 3 aprile, 
prima della insurrezione della Gancia, il Re gli avesse offerto di 
andare in Sicilia, egli vi sarebbe andato. Francesco era in ansie, 
perchè attendeva da un momento all'altro l'annuncio di una bat- 
taglia. Fu dopo quest'ultimo passo fatto verso Filangieri, che 
il Re affidò a Lanza la luogotenenza e il comando generale del- 
l' Isola, e lo fece partire quella notte stessa. 

Prima di andar oltre nella narrazione, bisogna ricordare ohe 
nel marzo il principe di Castelcicala, comandante in capo delle 
armi nell' Isola, e che aveva ai suoi ordini tre divisioni con tre 
marescialli di campo e varii generali di brigata, fu chiamato a 
Napoli. Richiesto dal Re, assicurò che la Sicilia era tranquil" 
lissima^ e si trovava ancora a Napoli quando giunse la notizia 
dell' insurrezione del 4 aprile. E noto che fu la sorpresa grande 
e clamorosa in Corte, e Castelcicala ebbe ordine di partire imme- 
diatamente con istruzioni severessime per reprimere l' insurrezio- 
ne : ordini, che il Castelcicala giudicò pericolosi o inefficaci, e 
non volle assumerne la responsabilità, per cui, il 15 aprile, inviò 
le sue dimissioni, pregando il Re a volerlo esonerare dall'ufficio, 
al più presto. Castelcicala era violentemente attaccato dagli 
zelanti, che lo chiamavano responsabile di tutto : il governo non 



- 217 - 

gli dava forza, ma si rifiutava di accettarne le dimissioni ; ma tm 
mese dopo, avvenuto lo sbarco di Graribaldi, lo invitava, per non 
dire che lo costringeva, a ripeterle. In una lettera al principe della 
Scaletta, in data 28 maggio 1862, da Parigi, il Castelcicala scriveva : 

Nella notte del 15 maggio 1860, il colonnello Barbalonga si recò presso 
di me a Palermo per trovar modo di farmi volontariamente rinunziare al 
comando delle armi in Sicilia, che il Re, dicea Barbalonga, volea affidare 
al general Filangieri. La notizia di quella missione del Barbalonga fu da 
lui e da altri sparsa ad arte in tutto quel Corpo d' esercito, onde, venu- 
tami meno ogni forza morale essenzialmente necessaria al Comando, dovetti 
indurmi a condiscendere, ad ogni costo, a quella poco onorevole proposizio- 
ne. Non dirò quanto soffrii, e come esitai. La devozione all'Augusto No- 
stro Signore la vinse su tutte le considerazioni personali, e scrissi la let- 
tera voluta, chiedendo il mio rimpiazzo. La lettera giunse : e fui rimpiaz- 
zato non dal Filangieri, ma da Lanza e perchè a me si sostituisse Lanza 
è a credere che la manovra de' miei nemici, o meglio di nemici del Re fxx 
molto abilmente diretta. Alle conseguenze naturali di quella manovra, 
che dovette gittar su me il discredito e la diffidenza, io attribuii ed attri- 
buisco tuttavia la Sovrana indifferenza manifestatasi a mio riguardo in mo- 
menti solenni, quando cioè trattavasi di distinguere, in faccia al mondo 
intero, i veri dai falsi servitori della dinastia. ' 

In quel giorno stesso, 15 maggio, il generale Ferdinando 
Lanza fu dunque nominato commissario straordinario in Sicilia, 
con tutti i poteri deW Alter Ego. Era, ripeto, la persona meno 
adatta a coprire questo ufficio. "Vecchio a settantadue anni, non 
aveva i precedenti militari di Castelcicala e di Filangieri, ne era 
tm gran signore di nascita, come i suoi predecessori. L' esser 
nato a Palermo, ma non dalla storica famiglia dei Lanza o dei 
Lancia, gli toglieva credito, anziché dargliene. Era tenente ge- 
nerale da un anno ; comandava la piazza e la provincia di Napoli ; 
era stato capo dello stato maggiore del principe di Satriano nella 
campagna di Sicilia, e si ricordava il caso comico, che gli era 
capitato nella prima rassegna militare, poche settimane dopo 
l'ingresso delle truppe regie in Palermo. E il caso fu questo. 
Ricorrendo il 30 maggio l'onomastico del Re, il principe di Sa- 
triano ordinò una rivista al Fòro Borbonico, di tutte le trup- 
pe della guarnigione, fra le quali erano due reggimenti sviz- 
zeri. Ma in quel giorno, a causa di una pioggia torrenziale, 
la rivista non potè aver luogo, e il Filangieri l'ordinò per la 



1 Archivio Scaletta. 



— 218 - 

domenica successiva. E proprio sul più bello, quando tutte 
le truppe erano schierate, si rabbuiò il tempo dalla parte del 
monte Pellegrino, e un tremendo acquazzone impedi la con- 
tinuazione della rivista. Le truppe ebbero ordine di tornare in 
tutta fretta ai quartieri. Ma le vie di Palermo erano torrenti, 
e la prima parte di via Toledo, quella che va da porta Felice sino 
a piazza Marina, chiamata Cassero morto, era divenuta un lago ; 
i soldati ci guazzavano dentro, e i pantaloni bianchi dei sol- 
dati svizzeri facevano pietà. Il Lanza, capo dello stato mag- 
giore, era a cavallo, in grande uniforme e decorazioni. Pro- 
prio innanzi al palazzo delle finanze, dov' è ora il Banco di 
Sicilia, il cavallo cadde e trascinò nell'acqua il cavaliere, che 
ne usci come un pulcino, perdendo alcune medaglie e il cap- 
pello piumato. L'ilarità non ebbe freno, e l'incidente, abba- 
stanza disgraziato per un ufficiale superiore, tornò alla memoria 
dei palermitani, quando egli vi tornò come Alter Ego del B-e 
e mise fuori un proclama dimesso, che parve quasi un atto di 
scusa e di sottommissione. 

La sera del 16 ne fu dato l'annunzio al Castelcicala, che non 
se ne commosse, anzi firmò l'ultima relazione sullo stato del- 
l'Isola, annunziando nuovi moti avvenuti a Catania, a Girgenti, 
a Noto e a Cefalù, e da temersi a Messina. Nulla sapeva ancora 
dello scontro di Calatafimi e relativa ritirata del Laudi, che seppe 
la notte dal Ferro. Castelcicala partì la mattina del 17 e la con- 
segna dell'ufficio, del palazzo, nonché delle vistose scuderie, delle 
quali il Lanza molto si compiacque, fu data dal Grallotti. Mani- 
scalco, smesso ogni riguardo, mandò personalmente al E-e la sera 
stessa del lo maggio un memorandum allarmantissimo, che era 
quasi un atto di accusa contro Castelcicala, Vi si leggeva: " Peg- 
giora lo spirito pubblico di Palermo ; la fazione rivoluzionaria, di- 
venuta potentissima, minaccia il massacro dei devoti della monar- 
chia legittima; il terrore invade tutti; gl'impiegati disertano i 
loro posti ; la voce del dovere non è più intesa ; vi è una disgrega- 
zione sociale ; tutti fuggono sui legni in rada per la tema di un 
generale eccidio, in caso di conflitto. Solo l'esercito conserva 
piena confidenza, ed è disposto ad ogni sacrifizio per l'onore della 
reale bandiera ; fa d'uopo però di una mano intelligente e vigoro- 
sa per ben comandarlo e per rilevare il prestigio del governo 
quasi del tutto spento. E difatti, la manifesta inazione del luo- 



- 219 - 

gotenente uel uon voler impegnare le colonne separate ad attac- 
care Garibaldi, fa accrescere la costui importanza in faccia ai sici- 
liani „ . Ed egli stesso, il direttore di polizia, era cosi convinto 
dell' imminente mina, che mandò la famiglia a Napoli, affidandola 
alle cure del principe di Satriano, col quale mantenne in quei 
giorni un vivo carteggio. E la signora Maniscalco coi figliuoletti, 
dei quali il maggiore aveva cinque anni, prese alloggio in un ap- 
partamento alla riviera di Chiaja, che Filangieri aveva fatto fit- 
tare, e dove il vecchio generale andava a far visita all'atterrita si- 
gnora, rassicurandola circa le cose di Palermo, nel tempo stesso che 
rassicurava Maniscalco che la sua famiglia era al sicuro in Napoli. 

Al Lanza si era dato un piano circa il modo di ripartire le 
truppe e prendere animosamente l'offensiva ; ma appena giunto, 
egli ebbe come prima notizia la ritirata del Laudi da Calatafi- 
mi, e l'avanzarsi di Garibaldi. Trovò le autorità demoralizzate 
o atterrite; diffusa e radicata la convinzione, che oramai senza 
più mistero l'Inghilterra, la Francia e il Piemonte favorivano 
la rivoluzione. Nella notte egli vedeva illuminati i monti della 
Conca d'oro, soprattutto dalla parte di Gibilrossa e Misilmeri> 
ed erano i fuochi delle squadre, le quali, a giudicare da quei 
fuochi, apparivano tanto numerose. Le notÌ2iie più strane si av- 
vicendavano: chi diceva che Garibaldi era alle porte, confor- 
tando l'asserzione con l'ordine del giorno pubblicato dopo Ca- 
latafìmi, e con la lettera a Rosolino Pilo. In tale condizione 
dello spirito pubblico, Lanza pubblicò, il 18, quello sbiadito e ti- 
mido proclama, il quale prometteva, come già fece Filangieri 
nel 1849, un principe della real famiglia per luogotenente ge- 
nerale del Re : promessa che nessuno prese sul serio, anzi si ri- 
cordò che Ferdinando II non l'aveva mantenuta nel 1849, come 
si ricordò il celebre capitombolo nell'acqua piovana del nuovo luo- 
gotenente. La sera del 17 egli inviò il suo primo rapporto al Re 
sullo stato della Sicilia, quasi tutta insorta ed invasa da delirio 
rivoluzionario, ed aggiungeva queste gravi parole : " Palermo at- 
tende il momento opportuno per sollevarsi. Vi perdura lo stato 
d'assedio ; la posizione è tristissima ; tutti emigrano ; strade de- 
serte ; comunicazioni interrotte ; distrutti i telegrafi ; senza no- 
tizie : insomma lo stato della città è allarmantissimo, perchè sa- 
putosi l'esito del combattimento di Calatafimi „. All'arrivo di 



- 220 — 

questo dispaccio il Re e il suo primo ministro, che era sem- 
pre il principe di Cassaro, decisero di far subito partire Ales- 
sandro Nunziante per Palermo, coli' incarico di persuadere il 
Lanza a prendere l'offensiva. Il Nunziante lo trovò, secondo 
riferi al suo ritorno, in uno stato di prostrazione ; rifuggiva dal- 
l'offensiva ; riteneva che non si dovesse sguarnire Palermo : qui 
egli voleva aspettare Garibaldi e sconfìggerlo, e nel caso che 
questo piano non riuscisse, ritirarsi su Messina. Lanza non mo- 
strava maggior capacità militare del Castelcicala, anzi appariva 
in lui un minor ardimento e una prudenza che rasentava dav- 
vero la timidità. Il Nunziante non lo risparmiò punto, men- 
tre Maniscalco si doleva che il luogotenente, col pretesto di non 
fornire al popolo di Palermo nuovi motivi di irritazione, avesse 
ordinata la chiusura di tutti i corpi di guardia, che egli aveva 
stabiliti per la polizia, nei quartieri più popolosi e facinorosi 
della città. Si disse pure che Lanza l'avesse fatto per aiutare la 
rivoluzione, e che, distribuendo le truppe per la difesa di Palermo, 
fortificasse la linea nord-ovest, lasciando indifesa la parte sud-est, 
dalla quale entrò Garibaldi. Lanza fu demolito appena dopo 
il suo arrivo, sia presso il Re, sia presso il governo di Napoli 
e di Palermo, che non credevano alle sue parole. Passò anche 
lui per traditore, ma fu semplicemente inetto. Paralizzato dal- 
l'ambiente, non ebbe un lampo d'audacia, anzi si trovò subito 
in disaccordo coi generali da lui dipendenti, e in primo luogo 
col Salzano, il quale aveva conservato i poteri ottenuti il 4 
aprile, e corrispondeva direttamente col Re e col ministero. 
Surrogato il Salzano dal brigadiere Bartolo Marra, il Lanza non 
dette punto corso a quest'ordine, e Salzano restò, e restò anche il 
Marra, cui fu dato il comando degli avamposti a porta di Termini 
il giorno 26 maggio ; e restarono quasi tutti i generali, la cui inca- 
pacità era fuori discussione. Il Re non perdonò mai a Filangieri la 
scelta del Lanza, e avendolo riveduto il 16 giugno, dopo che la 
perdita della Sicilia poteva considerarsi definitiva, non gli parlò 
delle cose dell' Isola, ne delle trattative con Napoleone per una 
mediazione. Solo gli disse, che aspettava di essere attaccato da 
Garibaldi sul continente, ma che contava combattere e difendersi 
a oltranza. ^ 



^ Archivio Filangieri. 



— 221 — 

I due eserciti, i quali si trovavano di fronte in Sicilia, erano 
tanto diversi l'uno dall'altro, non solo per numero, ma per lo 
spirito che li animava e per la causa ohe difendevano. Da 
una parte, Fardimeuto più cieco, la temerità sino all'eroismo e 
una fede apostolica nella causa per cui combattevano, e alla 
quale, salpando da Quarto, i Mille avevano fatto sacrificio della 
propria vita. Dall'altra, un esercito numericamente grosso, ma 
senza ideali, senza capi, nò solida organizzazione e destinato 
a combattere solo per la causa del E-e, il quale non era più 
Ferdinando II. 

Da una parte un duce, creduto invitto dai suoi soldati e dai 
suoi nemici, circondato dalla leggenda e il cui nome ricordava, 
pur troppo, quella fatale ritirata di Velletri, che non fu una 
fuga, ma ne ebbe tutta l'apparenza : ritirata, che die all'esercito 
napoletano il sentimento della propria impotenza a combattere 
un nemico, il quale non aveva paura della morte. Dall'altra 
parte, vecchi generali, brontoloni e scettici, i quali non si sti- 
mavano, anzi, con napoletano costume, si diffamavano l'un l'altro, 
apparendo peggiori di quel che realmente fossero e repugnavano 
dal fuoco, anzi dai perigli. La volontà di Garibaldi non si di- 
scuteva dai suoi militi, i quali, pur essendo un'accolta di uomini 
non tutti atti alle armi, o ohe nelle armi facevano le prime 
prove, consideravano la disciplina militare come una religione. 
Combattevano con la certezza di avere per sé il favore delle po- 
polazioni di tutta l' Italia, e alle loro spalle il Piemonte, nonché 
le simpatie dei popoli liberi del mondo. I soldati napoletani 
erano certi del contrario. 

Di qui i primi sgomenti e le prime incertezze del vecchio 
Lanza, e il rifiuto di prendere l'offensiva e di accettare quell'altro 
piano, che il 18 maggio, dopo la giornata di Calatafimi, gli 
andò a proporre il Nunziante ; di qui il suo pensiero di concen- 
trare ogni difesa a Messina, e poi le sue perplessità e le sue ma- 
novre sbagliate, e i malumori e gli equivoci tra lui e Salzano 
e gli urti fra Salzano e Marra, e le disubbidienze di Von-Mechel, 
che comandava il primo reggimento estero, e i contrasti fra co- 
stui e Del Bosco, e la contusione magna, accresciuta dal fatto 
che ufficiali superiori andavano e venivano da Napoli, con or- 
dini e contrordini. 



- 222 - 

Il Lanza, dopo poclii giorni, divenne un Alter Ego da burla. 
Egli vedeva la propria autorità disconosciuta dai suoi dipendenti ; 
e scorato dagl'insuccessi militari e dalla demoralizzazione, che 
già invadeva l'esercito, telegrafò al ministro della guerra, che 
" si desiderava la morte a settantatre anni di età, contandone ses- 
santasei di S'irvizio „. Pochi giorni dopo il sho arrivo, gli era 
stata recapitata questa lettera, già diffusa per Palermo prima 
che pervenisse a lui, e che egli credette fosse davvero di Gari- 
baldi, mentre non si potì'ebbe affermarlo con sicurezza neppure 
oggi ; anzi si potrebbe affermare apocrifa : 

Garibaldi al Luogotenente Generale. 
Eccellenza, 

Spìnto da doveri della mia missione vengo ad indirizzarvi poche linee. — 
Fra quanti preposti al potere del Re di Napoli voi, o Eceellenza, siete ec- 
cezionalmente onesto, e saprete anteporre ai doveri di suddito gli altri più 
cari di cittadino e d'Italiano. — Sarete persuaso che la causa di Francesco II 
è irrimediabilmente perduta — gli sforzi saranno inutili, la resistenza fu- 
nesta, perchè io col mio coraggio, e quello di numerosi prodi, e col pre- 
stigio della santa causa che difendo, sarò in Palermo, e vincerò. 

Risparmiate o Eccellenza, alla Europa lo scandoloso spettacolo di una 
guerra fratricida, e di vedere scorrere il sangue di uomini che unica favella 
parlano, che lo stesso sole riscalda. 

Se queste esortazioni troveranno un' eco generosa in voi e nella truppa 
che comandate ; se al pari delle guarnigioni di Girgenti e di Trapani, i 
soldati di codesta capitale fraternizzeranno coi fratelli Italiani, l' onore 
delle armi, e i debiti riguardi saranno dovuti alla militare divisa. Però 
ove questi consigli non saranno intesi, mi protesto con voi, e vi dichiaro 
che so fare la guerra, ma non come all'ordinario, e farò passare a fil di 
spada chiunque dei vostri sarà fatto prigioniero e non darò quartiere a 
nessuno. Pensateci ! 

Garibaldi. 

I soldati napoletani non vincevano che nelle colonne del Gior- 
nale Ufficiale di Napoli, il quale in quei giorni dovette ricorrere a 
tutte le risorse della sua rettorica per magnificare il valore delle 
truppe regie e i loro fantastici successi. Vi era si il proposito 
di non far conoscere la verità al pubblico ; ma, d'altro canto, il 
governo e il suo organo erano i primi ad essere ingannati, forse 
senza malizia, dai capi delle colonne militari che combattevano 
in Sicilia. Questi, non abituati alla tattica di G-aribaldi e non 
indovinandone mai una mossa, chiamarono disfatta la fìnta ri- 
tirata di lui neir interno dell' Isola, e, mentre egli meditava 
l'ardito colpo di mano su Palermo, scrivevano che, sbaragliato 



- 223 - 

e inseguito a Corleone, stava imbarcandosi per lasciar la Si- 
cilia. Il Giornale Ufficiale, con una curiosa sicumera, affermava 
che i garibaldini erano stati sconfitti a Partinico, a Monreale, 
al Parco, a Piana de' Greci e a Corleone, e che a Partinico era 
stato fatto prigioniero il colonnello Bixio, o il figlio stesso di Gari- 
baldi, e presso Monreale, unica verità, ucciso Rosolino Pilo. Vi 
si leggevano periodi di questo genere : " Siamo lieti nel ripetere 
ohe il valore, col quale le reali truppe affrontano dovunque, com- 
battono e mettono in fuga le bande degl' insorti, in qualsivo- 
glia numero si presentino, è superiore ad ogni elogio „. Chi non 
avrebbe creduto alle parole del foglio ufficiale, quando il gene- 
rale Nunziante portava a Napoli, come segno di vittoria, due 
giubbe garibaldine giudicate in Corte non belle, ne brillanti? 
Tutti concorrevano a rappresentare una parte in questa triste 
commedia, prodromo della tragedia finale. 

Quasi tutti i nobili siciliani, devoti ai Borboni, erano fug- 
giti a Napoli e circondavano il vecchio principe di Cassare. Si 
facevano discorsi sulle cose dell' Isola, variamente congetturando. 
Non erano quei nobili benevoli a Maniscalco, che pur avevano 
adulato. Chi asseriva ch'egli coi suoi eccessi aveva provocata la 
rivoluzione ; chi gli dava dell' imprevidente, e chi addirittura del 
traditore, paragonandolo a Fouchè. Più furioso contro di lui si 
mostrava sempre il conte d'Aquila. Al Re mancava ogni preci- 
sione di concetto ; il suo verbo favorito era sperare ; suo padre 
aveva accumulato un capitale di odii in Sicilia, ed egli era chia- 
mato a portarne la responsabilità e non se ne rendeva conto, 
anzi sperava! 

n principe di Castelcicala aveva la coscienza di aver fatto il 
suo dovere, ne si acquetò alle accuse che gli furono rivolte, 
quando uscendo dal campo del vago, presero forma concreta e pre- 
cisa in quella Cronaca degli avvenimenti di Sicilia, la quale venne 
fuori nel 1863, e ch'è una raccolta di documenti autentici circa 
le cose di quel tempo : libro divenuto oggi rarissimo. L'auten- 
ticità di quei documenti mi è occorso più volte di controllare, 
scrivendo questi volumi. Il Castelcicala riversava, invece, la re- 
sponsabilità della giornata di Calatafimi da una parte sul tradi- 
mento del generale Landi e dall'altra sul mancato aiuto di quei due 
battaglioni, ch'egli aveva chiesto antecedentemente e ch'era sicuro 



— 224 - 

sarebbero sbarcati a Marsala il giorno 12 maggio, mettendo Gari- 
baldi fra due fuochi e tagliandogli la ritirata. Egli era persuaso 
di aver fatto il suo dovere, avvisando il Re subito che lo sbar- 
co a Marsala era avvenuto, richiedendo i due battaglioni e aven- 
done in risposta che questi sarebbero sbarcati a Marsala il di 
seguente. In seguito a tali assicurazioni, egli aveva mandata 
nella notte analoghe istruzioni al generale Landi e al maggiore 
Sforza, di concertare i loro movimenti con le truppe che dove- 
vano sbarcare il 12 a Marsala, provenienti da Napoli. Questi 
battaglioni arrivarono tre giorni dopo, perchè si disse che Nun- 
ziante proponesse farli venire dal campo degli Abruzzi. Non due 
battaglioni di cacciatori, ma quattro battaglioni di fanteria e 
una batteria di artiglieria furono fatti imbarcare nella notte del 
12 maggio a Q-aeta, sotto il comando del generale Bonanno, alla 
volta di Palermo, dove avrebbero ricevute le irruzioni. E giun- 
sero a Palermo la mattina del 14, troppo tardi per raggiungere 
Marsala e servire allo scopo. Ecco le precise parole del prin- 
cipe di Castelcicala, che tolgo dalla sua lettera degli 11 dicem- 
bre 1864, diretta oXV Union di Parigi. 

Conformemente al piano fissato da prima, tre battaglioni cacciatori 
partendo da Napoli dovevano rendersi immediatamente sul posto dove lo 
sbarco di Garibaldi sarebbesi effettuato. Il 10 maggio io ricevetti il primo 
avviso dello avvicinarsi di Garibaldi e lo trasmisi immediatamente alla 
flotta, il comandante della quale mi accusò ricezione del mio dispaccio. 
L'il Garibaldi sbarcò a Marsala. Il giorno stesso il Capo del Governo 
ne fu avvertito e promise per l'indomani l'invio a Marsala dei battaglioni 
cacciatori. 

Queste truppe non giunsero mai. Vogliano coloro, che si occupano di 
redigere la storia di questi deplorevoli avvenimenti, ricordare questo fatto 
la cui importanza fu suprema ! Io lo ripeto e lo preciso. L' Il maggio 1860 
un'ora dopo mezzogiorno io ricevetti l'avviso dello sbarco di Garibaldi: ad 
un'ora e dieci minuti trasmisi la notizia a Napoli, domandando i promessi 
battaglioni; alle cinque e mezza giunse la risposta; si prometteva per l'in- 
domani, 12, l'arrivo a Marsala dei chiesti rinforzi. 

Il generale Landi, che comandava in Alcamo, ed il prode maggiore 
Sforza, che io aveva inviato lo stesso giorno a Trapani con un battaglione, 
ricevettero nel corso della notte le mie istruzioni per concertare i loro mo- 
vimenti con quelli delle truppe attese da Napoli. Queste truppe non si vi- 
dero mai. 

Il 13 allorché acquistai la triste convinzione che non bisognava più 
contarci, riunii le forze di Landi e di Sforza, dando loro l'ordine di mar- 
ciare innanzi. L'autore della Cronaca dice che il battaglione di Sforza da 
Girgenti fu spedito in Alcamo per rinforzare Landi. No, no: il battaglione 



- 225 - 

Sforza da Girgenti venne spedito a Trapani, ove restò due giorni, per at- 
tendervi l'avviso dell'arrivo dei battaglioni provenienti da Napoli, e fu 
solo dopo due giorni di aspettativa che il battaglione di Sforza fu spedito 
da Trapani ad Alcamo per rinforzare Laudi. 

Si sa quello che Landi fece a Calatafimi (quel Laudi che il Re avea 
nominato generale otto giorni prima) ma è utile che si sappia, che se si 
fosse tenuta la parola, se non si fosse impedito con perfidi consigli dati 
all'Augusto mio Sovrano, la partenza dei promessi rinforzi, Landi non 
avrebbe avuto il tempo di rendere la sua memoria si tristemente celebre. 

Giova però osservare che il solo ritardo dei due battaglioni 
non spiegherebbe la giornata di Calatafimi, poiché in Sicilia non 
vi erano meno di trentamila uomini, aumentati il giorno 14 
dalla brigata Bonanno, la quale invece di sbarcare a Marsala 
il 12, sbarcò il 14 a Palermo, dove restò quasi inoperosa ; e 
però il Castelcicala scriveva al Bonanno : " Ma, signor gene- 
rale, nel ricevere 1' 11 aprile l'ordine di partire per Palermo, 
non avete voi capito che il Re, voi ed io andavamo ad es- 
sere vittime del più orribile tradimento, voi, che sapevate 
benissimo che annunziando io, lo stesso giorno, lo sbarco di 
Garibaldi, aveva chiesto l'invio immediato a Marsala dei due 
battaglioni promessi? „ E aggiungeva: " Aussi, fai repoussé 
comme une amère dérision, Voffre du commandant de la flotte, qui 
se disait prèt à vous transporter à Marsala: vous y seriez arrivé 
le 15, c'est à dire quatre jours après le débarquement de l'en- 
nemi, qui avait déjà gagné l'intérieur de Vile, et doni les traces 
étaient perdues. Vous dites avoir protesté contre mon refus^ etje 
vous crois car vous étes un soldat d' honneur ; mais je regrette, et 
vous devez le regretter autant que moi, qu'au lieu de protester contre 
mes ordres à Palerme, vous n'ayez pas protesté à Naples contre 
cet ordre, qui, en vous éloignant si traitreusement du terrain de la 
lutte dans un moment décisif, a permis à Garibaldi, d'avancer, 
à Landi de trahir „ . Per Castelcicala il Landi aveva tradito e 
lo afferma a chiare note. Fu poi errore, equivoco o anche tra- 
dimento, se quella brigata impiegò più di due giorni di viaggio, 
e si diresse a Palermo, anziché a Marsala ? Le temps ne favorirà 
pas la traversée, rispose il Bonanno al Castelcicala, confessando 
che egli sapeva il motivo di quella partenza improvvisa. Lasciando 
il porto di Gaeta, fappris, egli scrive, que Garibaldi était dé- 
barqué à Marsala; que de Palerme on avait demandé deux ba- 
taillons pour les faire débarquer dans le port, oU il était débarqué 

De Cesabf, La fine di un Regno • Voi. I. 15 



— 226 - 

et pour le poursuivre. Tutto questo non avrebbe nesso logico con 
la rotta su Palermo, pour connaitre l'endroit, secondo egli dice, oU 
devait débarquer la hrigade tout entière, ou deux bataillons seu- 
lement. ' E perciò anche questo incidente rimane un mistero ; 
e se la responsabilità del fatto debba attribuirsi al Bonanno o 
al brigadiere Salazar, il quale comandava i cinque vapori da guer- 
ra che trasportarono la brigata, non vi è alcun documento che 
lo attesti. 

Il principe di Castelcicala, costretto a chiedere le sue dimis- 
sioni, non ebbe, dopo il 16 maggio, alcuna responsabilità diretta o 
indiretta negli avvenimenti di Sicilia, e tornò a Napoli, dove 
non fii ricevuto dal Re. Il giorno 22 maggio, primo anniversa- 
rio della morte di Ferdinando II, egli assistette ai solenni fu- 
nerali, che furono celebrati nella chiesa di San Ferdinando. Po- 
chi gli rivolsero la parola, volendosi vedere in lui il solo respon- 
sabile delle cose di Sicilia. Quella cerimonia fu lugubre sotto ogni 
rapporto, e parve davvero il funerale della Monarchia. No- 
minato consigliere di Stato, il Castelcicala ebbe avviso di tenersi 
a disposizione del governo per una missione di fiducia, che non 
ebbe più. Lasciò Napoli il giorno 8 settembre, accompagnato 
dal suo fido segretario Domenico Galletti, dopo aver invano 
chiesto di seguire il Re a Gaeta. Egli mori a Parigi nel novem- 
bre del 1866, senza aver più veduto Francesco II e fu questo, 
credo, il maggior dolore della sua vita, che cercò di sfogare in 
quella lettera al principe della Scaletta, di cui ho riportato in- 
nanzi il brano più caratteristico. 



^ Le prince de Castelcicala. — Paris, Imprimerle de Dubuissons et C. 
1866. 



CAPITOLO XI 



SouuABio: Le agitazioni di Palermo e la polizia — Arresti e fughe — Una no- 
tizia priva di documenti — Garibaldi entra a Palermo — Primi scontri — 
Il bombardamento della città — 1 primi successi dei garibaldini — Il governo 
municipale eletto da Garibaldi — Il 29 maggio — La prima tregua — L'arrivo 
della colonna Von-Mechel — H maggiore Bosco — Le navi napoletane ed 
estere nel porto — Si conosce a Napoli l' ingresso di Garibaldi — Gli emigrati 
e la rivoluzione in Sicilia — Una missione in Inghilterra — Documenti in- 
teressanti — Consiglio di Stato del 30 maggio — Gravi parole del generale 
Filangieri — Proposte e deliberazioni — Un giudizio del Ee su Garibaldi 

— Congresso diplomatico alla Reggia — Primo liberalismo di Nunziante — 
Altri Consigli di Stato — Il piano di Filangieri e il generale Nunziante 

— Il ministro Brenier — I consigli di De Martino — Filangieri e gli zelanti 

— Il principe di Satriano si ritira a Pozzopiano — Visita improvvisa del 
He — La fine di Carlo Filangieri e l'opera sua — Suo monito al figlio. 

A Palermo si viveva in un'agitazione, che si può immaginare. 
Memorabili giorni di speranze e di sgomenti ! Si diceva che Ga- 
ribaldi, dopo il fatto d'armi di Calatafimi, si avanzava a grandi 
marce sopra Palermo e che a lui si era unito Rosolino Pilo, 
con tutte le squadre. Il Comitato invisibile comunicava notizie 
e mandava ordini, con cartellini stampati alla macchia. Il più 
curioso fu quello che avvisava un' altra volta la popolazione 
di non giuocare al lotto. Gli aocattoni dei bastimenti nel 
porto di Palermo ricusavano di accettare l'elemosina data dai 
marinai napoletani, col patto di gridare : Viva il Re. Benché 
fossero in vigore le ordinanze sul disarmo, si dissotterravano tutte 
quelle armi bianche e da fuoco, che si erano potute celare con 
mille malizie, ed erano state soprattutto nascoste dalla mafia. 
Nessuno credette che Garibaldi fosse stato sconfitto a Calatafimi, 



— 228 - 

e che Eosolino Pilo fosse stato ucciso a San Martino, il 21 mag- 
gio; si seppe e si diffuse invece rapidamente la notizia, clie 
quasi tutte le squadre, ricomposte dopo il 4 aprile, si erano- 
riunite a Misilmeri, intorno a Garibaldi. Marinuzzi vide Gari- 
baldi la prima volta a Misilmeri e gli narrò i particolari della 
morte di Pilo. A Misilmeri fu passato a rassegna l'esercito delle 
squadre, che rappresentava il maggior contingente armato, che 
la rivoluzione siciliana portava a Garibaldi. Erano giovani vil- 
lani quasi tutti, armati malamente di pali, di forche, di falci 
e di coltelli e pochi con vecchi fucili: erano caprari e bovari, 
giovanetti di campagna, picciuotti, quasi tutti scalzi, e pochi gli 
elementi civili. Questi villani non chiedevano per battersi che 
un trunco d'albero o nu petrone^ per difendersi la faccia e il petto, 
ed erano entusiasti di Garibaldi, di quel Garibaldi, marito, se- 
condo essi, di una bella signora che si chiamava Talia, la quale 
era figlia di un Re valoroso e potente, che si chiamava Vittorio 
Emanuele, amico della Sicilia e nemico dei napoletani. 

La polizia fece in quei giorni i suoi ultimi sforzi. Il 14 
maggio, fu arrestato Martino Beltrami Scalia, il quale aveva 
potuto sfuggire fino allora agli arresti, perchè erano a Palermo 
due Martini Beltrami, e si era potuto giuocare di equivoci e 
di astuzie. Questi due Martini Beltrami erano tipi diversi e 
militavano in due differenti campi politici. L'attuale senatore 
genero, come si è detto, del barone Pisani e professore di geografia 
nell'istituto Daita, era stato uno degli elementi più operosi e più 
indomiti delle cospirazioni liberali in tutti quegli anni. Il 15 
aprile Maniscalco ordinò l'arresto di Rocco Ricci Gramitto, co- 
spiratore animoso e figliuolo di Giovanni Gramitto, uno dei qua- 
rantatre esclusi dall'amnistia, e che mori in esilio a Malta nel 
1850. Maniscalco credeva che il Ricci Gramitto fosse corso 
a Girgenti, sua patria, dopo la giornata del 4 aprile, e però 
in data del 15 inviò all' intendente di quella provincia il se- 
guente ordine : si piaccia ordinare che il nominato don Rocco 
Gramitto di Girgenti sia tratto agli arresti, per essere costui un 
cospiratore. ^ Ma il Gramitto, messo sull'avviso dai suoi ami- 
ci, dapprima si nascose e poi il 26 aprile lasciò Palermo e, su- 
perando con molte astuzie infiniti pericoli, potè riparare in 

^ Archiivio Ricci Gramitto. — Il Ricci Gramitto è ora consigliere de- 
legato nella prefettura di Roma. 



- 229 - 

provincia di Girgenti e sfuggire alla polizia. E anche con la 
fuga potè sottrarsi agli arresti il barone Narciso Cozzo, una 
delle figure più geniali del movimento rivoluzionario. 

Il barone Cozzo prese le armi il 4 aprile e col Ricci G-ramitto 
e il padre Calogero Chiarenza si avviò verso la Gancia. Fu- 
rono fermati a mezza via dalle preghiere di Francesco Perrone 
Paladini, che dall'alto di una finestra disse loro di non prose- 
guire, per evitare un sicuro pericolo, poiché la rivoluzione era 
stata domata alla Gancia, come loro avevano temuto, quando 
andati alla Fiera vecchia^ nelle prime ore di quel giorno, non 
videro nessuno, e per poco non vennero fatti prigionieri e fu- 
cilati. Il Cozzo potè lasciare Palermo e raggiunse Garibaldi al 
campo di Renne, e con Garibaldi tornò a Palermo il 27 maggio; 
si battette a Milazzo e morì il 4 ottobre nell'ospedale di Caserta, 
in seguito a ferita riportata in uno scontro alla Scafa della For- 
mica, sulla riva destra del Volturno. L'ultimo suo duello lo 
ebbe col cavaliere Camerata, fratello del marchese Limina, per- 
chè in casa Agnetta il Camerata aveva discorso in senso ostile di 
Francesco Brancaccio, chiuso alla Vicaria per motivi politici. 
Il Cozzo era amicissimo del Brancaccio. 

Qui occorre fermarsi sopra una notizia, che corse a Palermo in 
quei giorni, e fu registrata in quella Cronaca degli avvenimenti 
di Sicilia, già ricordata. Fu detto, dunque, che alcuni dei pochi 
nobili rimasti a Palermo avessero aperta qualche trattativa col 
generale Lanza per ottenere la Costituzione del 1812, assicurando 
che cosi la rivoluzione avrebbe avuto termine, e Garibaldi si 
sarebbe fatto imbarcare a Trapani ; ma si voleva la mediazione 
dell'ammiraglio inglese Mundy. Il pretore di Palermo si sa- 
rebbe presentato a Lanza, latore della proposta, e Lanza avrebbe 
dichiarato di non poterla accettare, ma che qualora egli volesse 
sottoporre qualche nota rispettosa al Re, egli l'avrebbe rasse- 
gnata al real trono. Il pretore allora, si disse, convocò i decurio- 
ni, ma nessuno rispose, e solo gli fu fatto sapere che la rap- 
presentanza municipale si sarebbe riunita quando fosse allon- 
tanato Maniscalco, e formata una guardia civica. Il Lanza ne 
avrebbe informato il Re con un dispaccio del 22 maggio. 

Il testo del dispaccio, che avrebbe di certo qualche impor- 
tanza storica, non è pubblicato ; e però non si può controllare l'è- 



— 230 — 

Battezza della notizia in tutti i suoi particolari: esattezza, alla 
quale contrasta il fatto che dai registri ufficiali, contenenti i 
verbali delle sedute del Decurionato, nulla risulta relativamente 
a pratiche di tal genere; anzi l'ultima seduta del Decurionato 
ebbe luogo 1' 8 marzo del 1860, quasi un mese prima dell' in- 
surrezione della Gancia. Vi furono trattati affari amministra- 
tivi, e la tornata fu preseduta dal pretore, principe di G-alati. 
V'intervennero i decurioni Lello, Bagnasco, barone Attanasio, 
D'Anna, barone Vagginelli, Fermaturi, Giovenco, Zerega, mar- 
chese Torretta, Gramignani, Lombardo, Bertolini, Martorana, 
Albengo, Ondes, Del Tignoso, Pasqualino, Arduino, Ardizzone, 
Bruno, Corvaja, Travali, Scribani, Balsano, Silvestri, Viola e 
Todaro: ventisette sopra trenta. Io non escludo che possa es- 
servi stata qualche riunione privata di decurioni, ma non ve 
n' è notizia ufficiale, ne alcuno ricorda il fatto riferito dal Lanza 
nel suo dispaccio del 22 maggio e registrato nella Cronaca. 

Nonostante la forte guarnigione di ventimila uomini, con 
quaranta pezzi di artiglieria, non compresa la forte colonna 
mandata ad inseguire Garibaldi nell' interno, Lanza non lascia- 
va di chiedere a Napoli nuovi rinforzi, e il 26, vigilia della 
Pentecoste, furono mandati a Palermo altri 1200 soldati dei ca- 
rabinieri esteri. La polizia aveva tolto da alcuni giorni i ba- 
tacchi alle campane, e la statua caratteristica del vecchio Pa- 
lermo era stata chiusa nei magazzini dello " Spasimo „. È su- 
perfluo ripetere quanto avvenne in quei giorni, e eh' è narrato in 
numerose pubblicazioni, ma soprattutto con molti particolari dalla 
Cronaca^ la quale di tutte le narrazioni di allora è la più esatta 
e la più documentata. 

L' ingresso di Garibaldi in Palermo, nelle prime ore della do- 
menica 27 maggio, stupì il mondo. Tutta la città insorge ; suo- 
nano le campane a stormo ; " ogni casa, ogni abituro, scrive la 
" Cronaca diviene per gl'insorti una piazza d'armi, per tirare 
"a colpo sicuro sulle regie truppe, mentre queste non possono 
" sparare che contro le mura. Dalle finestre e dai loggiati 
" si fanno cadere sulle truppe stesse, mobili, tavole di marmo 
. " e quant'altre masserizie la rabbia rivoluzionaria e il terrore 
" impresso dai capi del movimento, fra gli abitanti può sug- 
'^ gerire „. Marra, che comanda gli avamposti a porta di Ter- 
mini, non riesce a far indietreggiare gli assalitori, che sloggiano 



- 231 — 

il nemico dal caratteristico ponte dell'Ammiraglio, sul quale si 
combatte animosamente da ambo le parti. Il ponte, costruito al 
tempo di Ruggiero dall'ammiraglio Giorgio Antiocheno, compa- 
gno dell'avventuroso normanno, quando l'Oreto era veramente 
un fiume, è ampio, a schiena d'asino, e con dieci luci, quasi 
tutte interrate. Oggi è fuori d'uso, essendosi costruito un al- 
tro ponte accanto, in piano, ma è benissimo conservato. Di là 
scende la strada da Misilmeri e da Gibilrossa, ed è detto anche 
ponte delle Teste, perchè fino al secolo scorso vi si esponevano 
in una o più gabbiette di ferro, le teste recise dei condan- 
nati. A poca distanza vi è il piccolo e sentimentale cimitero 
dei giustiziati, testimone dello strano culto che la popolazione 
di Palermo ha per essi, politici o comuni, poco importa, pur- 
ché morti per mano di uomo, e creduti perciò purificati col sa- 
crificio della vita. Si va su quelle tombe a interrogarli, e si 
crede averne le risposte. La fantasia popolare vede di notte 
le anime dei giustiziati vaganti sulle rive dell' Greto , dove 
per vecchia tradizione si va a lavare la lana, che deve servire 
per il letto degli sposi. Giuseppe Pitrè, il più geniale e pro- 
fondo illustratore delle tradizioni popolari della Sicilia, ha scrit- 
to nel volume quarto della sua Biblioteca, uno studio vera- 
mente interessante ed emozionante su questo strano culto, dal 
titolo: Le anime dei corpi decollati (Armi de li corpi decullati).^ 
Il generale Laudi, che dopo Calatafimi aveva ottenuto un 
inesplicabile comando a Palermo, è sloggiato dalla Gran Guardia^, 
e ripiega al largo del Palazzo Reale, dove si vanno concentrando 
altre truppe. Letizia si batte al rione Ballerò, ed ha qualche suc- 
cesso, scacciandone i rivoltosi e bruciando le barricate ; Cataldo, 
che comanda a porta Macqueda e al giardino inglese, attaccato 
con veemenza, chiede aiuti a Laudi, che gli manda due com- 
pagnie, ma riesce a sostenersi per poco, e poi ripiega inglorio- 
samente al palazzo Reale ; è richiamato da Monreale in tutta 
fretta il generale Bonanno con la sua brigata. Alle sei si ordina 
al forte di Castellamare di cominciare il bombardamento, e a 
mezzogiorno ai legni da guerra di fare altrettanto. Il forte 
lancia bombe, e da Palazzo Reale si tira a mitraglia. Palermo 



1 Giuseppe Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari $iciliane. 



— 232 — 

è un inferno, e quella giornata è forse la più memorabile della 
sua storia. 

Si combatte alle porte, nelle vie, nelle piazze; si prendono 
d'assalto campanili, conventi, palazzi e barricate; per effetto del 
doppio bombardamento, ohe non ha tregua, si sviluppa il fuoco 
in molti punti della città ; le milizie regie si battono con acca- 
nimento, pari all' accanimento disperato, con cui si battono gari- 
baldini ed insorti. Da una parte e dall' altra si comprende esser 
quella 1' ultima carta del gran giuoco. Cade ucciso il colonnello 
ungherese Tukery al ponte dell' Ammiraglio ; Benedetto Cairoli e 
Giacinto Carini, feriti gravemente, son creduti morti ; gli atti di 
valore e di temerità non si contano ; la pugna è tremenda, perchè 
si fa a corpo a corpo, nelle vie anguste della città; G-aribaldi 
è pari a sé stesso, e dopo trentasei ore di marcia e di combat- 
timento, non mostra stanchezza. Ha il quartiere generale al 
palazzo Pretorio, nel cuore della città ; con calma non umana 
provvede a tutto ed è certo della vittoria. Sono intorno a lui 
Crispi, segretario di Stato, che si occupa di organizzare il nuovo 
governo; Sirtori, Nullo, Manin, Dezza e Missori, che vanno e 
vengono, portando notizie e ordini. Al palazzo Reale sta il 
luogotenente immobile e imbarazzato, e con lui sta Maniscalco. 
Sulla piazza egli ha concentrate molte truppe, delle quali non sa 
che farsi. Gli avamposti occupano l'arcivescovato, e di là al pa- 
lazzo Pretorio la distanza è poca cosa. Le notizie, che pervengo- 
no al Lanza, non sono liete, perchè nonostante la resistenza delle 
truppe e il bombardamento non interrotto, la rivoluzione non si 
dà per vinta, ma egli si mostra indifferente. Alle quattro, Ca- 
taldo ripiegando al palazzo Reale lascia sguarnita l'importante 
posizione dei Quattroventi, e con essa rimangono sguarnite le 
prigioni. Sbuca da queste una vera fiumana di malfattori, circa 
duemila, che vanno a rinforzare gl'insorti, dopo essersi im- 
padroniti di quattro cannoni, abbandonati dalle truppe. La 
ritirata dai Quattroventi segna il primo disastro dei regi in 
Palermo. La sera di quel giorno, tutta la parte bassa della città 
è in balìa degl' insorti, tranne il palazzo delle finanze e il forte 
di Castellamare. 

Lanza non sente il bisogno di tentare personalmente qualche 
cosa, e solo invia corrieri in varie direzioni per richiamare la 



- 233 - 

colonna Von-Mechel, uscita il 21 ad incontrare Garibaldi, e ri- 
vela abbastanza sangue freddo in quell' immenso pandemonio del 
suo stato maggiore. La colonna Von-Mechel era formata da eccel- 
lenti truppe, e il comandante era buon militare, più ricco di co- 
raggio ohe di talento, più di ostinazione cbe di risoluzione. Egli 
nonri usci a persuadersi dell' inganno, in cui lo trasse Garibaldi al 
Parco, quando gli fece credere che, per la via di Corleone, s'inter- 
nava nell' Isola, abbandonando le artiglierie. Von-Mechel se ne 
persuase solo quando ebbe dal generale in capo l' ordine di rien- 
trare a Palermo, invasa da Garibaldi. Si disse che il maggiore 
Bosco, il quale comandava un battaglione di quella colonna, ac- 
cortosi dell' inganno, consigliasse Von-Mechel a tornare indietro, 
mettendo Garibaldi fra due fuochi, e sbaragliando la rivoluzione 
nel piano della Guadagna, ma che il comandante, tenace come 
tutti quelli della sua razza, (era svizzero) non gli desse retta. 
Questo giovane maggiore Bosco, che figurò in Sicilia, a Gaeta e 
poi a Roma come il bollente Achille dell' esercito napoletano e del 
legittimismo, e da maggiore divenne in pochi mesi colonnello 
e generale, era pieno di valore, ma in lui la vanità oscurava il 
valore, perchè non sapeva affermarlo che teatralmente, come se 
fuori gli occhi del mondo, non vi fossero stimoli o rischi per 
lui. Era un bel giovane e anche, si diceva, à bonne fortune, 
benché i malevoli sussurrassero che egli non potesse giovarsi 
molto di questa fortuna. Si rese comicamente celebre mandando 
a sfidare Garibaldi, e proponendogli di metter fine cosi alla 
guerra, ma è certo che fece il suo dovere e il suo nome va ri- 
cordato e onorato. Se una metà degli ufficiali borbonici avesse 
fatto il proprio dovere, sia pure teatralmente come il Bosco, la 
fortuna delle armi regie in Sicilia sarebbe stata diversa. Dun- 
que Von-Mechel non volle sentire il consiglio di Bosco, né prima, 
né poi e non tornò a Palermo, che chiamatovi dal Lanza, al- 
l'alba del 30 maggio, tre giorni dopo che Garibaldi vi era en- 
trato. Sulle ore tarde della notte andò via via scemando il fuoco, 
ma tutto lasciava credere che sarebbe stato ripreso l'indomani. 
Lanza fece interrogare la sera del 27 l'ammiraglio inglese per 
mezzo del comandante Chretien, se volesse ricevere a bordo due 
generali incaricati di trattare un breve armistizio per seppellire i 
morti e curare i feriti. Mundy risponde afiermativamente, a con- 
dizione che i due generali trattino con Garibaldi. Lanza replica 



— 234 - 

clie con Garibaldi non vuol trattare, e all' alba del 28 son riprese 
le ostilità, ma meno intensamente. Si conservano le posi- 
zioni; il forte di Castellamare fulmina a intervalli, e con esso 
alcuni legni della squadra e particolarmente la fregata Ercole, 
comandata dal Flores, cbe imboccando via Toledo, tira granate, 
le quali producono più spavento cbe danno. Gli altri sono oc- 
cupati ad agevolare lo sbarco dei due battaglioni di carabinieri 
esteri, mandati da Napoli, al comando del maggiore Migy. Ar- 
rivati il giorno innanzi, non erano potuti sbarcare, a causa del 
combattimento, cbe ferveva su tutta la linea. La mattina del 
28 giunge da Napoli il colonnello Buonopane, sottocapo dello 
stato maggiore dell' esercito, con medici, chirurgi, impiegati d' o- 
spedali, materassi e medicinali per curare i feriti. Sono i primi 
aiuti che invia Napoli; gli altri, in maggior quantità, arrivano 
il di seguente, a bordo del Mongibello. Buonopane rimane nel 
forte di Castellamare, dove rimangono pure i due battaglioni 
esteri, che solo la sera del 29, a baionetta calata e per vie 
recondite, possono arrivare al palazzo Reale. Il comandante 
Migy consegna al generale Lanza i plichi d'istruzioni, portati 
dal colonnello Buonopane. 

Benché si combatta da una parte e dall'altra con meno in- 
tensità del giorno innanzi, ma con pari tenacia, la fortuna delle 
armi comincia ad arridere agi' insorti, i quali riescono a impos- 
sessarsi dell' ospedale militare, per viltà del comandante e tra- 
dimento del cappellano. La truppa coi malati trova rifugio nel 
forte di Castellamare. Quel magnifico ospedale fu di grande aiuto 
ai feriti garibaldini e Garibaldi se ne mostrò singolarmente lieto e 
non disperò più della vittoria finale. Potè riposare poche ore nella 
notte dal 27 al 28, in una camera del palazzo Pretorio, dopo 
aver dettato un enfatico ordine del giorno al popolo di Palermo 
e dopo aver dichiarato sciolto il municipio, e nominato pretore 
il duca della Verdura e senatori il principe di San Cataldo, 
il barone Casimiro Lo Piccolo, Federigo Conte, Vincenzo Fa- 
vara, Salvatore Oacoamo, Giovanni Costantino, Gaspare Loja- 
cono, Ercole Fileti, Francesco Ugdulena, Salvatore Cusa, Paolo 
Amari e Francesco de Cordova. 

Questi dodici senatori avevano l'incarico di provvedere al 
ristabilimento del Decurionato, che Garibaldi chiamò " Consiglio 
Civico „. Il decreto porta la firma del segretario di Stato, Fran- 



— 236 - 

Cesco Crispi. Fa il primo atto di autorità dittatoriale compiuto 
da Garibaldi, comandante in capo le forze nazionali. Il titolo 
di Dittatore lo assunse qualche giorno dopo. 

Il giorno 29 fu disastroso per i regi nelle prime ore. Alle 
undici, dopo breve combattimento, abbandonano le posizioni dei 
Benedettini, dell'Annunziata e del bastione di Montalto ; alle due 
gì* insorti occupano il campanile della cattedrale, ad un tiro 
di fucile dalla spianata del palazzo Reale, dov'è accampato il 
grosso delle truppe ; tirano dall'eAto e ammazzano molti solda- 
ti, soprattutto artiglieri. Lanza ordina al generale Colonna di 
riprendere le prime tre posizioni e al generale Sury di scacciare 
gì' insorti dalla cattedrale ; si combatte con accanimento dalle 
due parti, e ai generali suddetti riesce di riprendere le posizio- 
ni. Sono molti i morti, moltissimi i feriti; i regi non tanno 
più l'ospedale, e per le comunicazioni interrotte non possono 
ricevere i soccorsi giunti da Napoli. In quel giorno soltanto 
i soldati feriti salirono a 356. Lanza fa ripetere le propo- 
ste all'ammiraglio Mundy di una breve tregua, mentre Garibaldi, 
non certo perduto d'animo per gli avvenimenti della giornata, 
decreta la formazione della guardia nazionale; apre una sotto- 
scrizione per provvedere ai bisogni della guerra; stabilisce la 
pena di morte contro i rei di furto e di saccheggio ; vieta di 
percorrere le strade a mano armata senza essere sotto la dire- 
zione di un capo; istituisce un comitato per gli arruolamenti 
e proibisce di perseguitare gl'impiegati dell'antica polizia. Que- 
sti suoi decreti rivelano il bisogno di aver uomini, armi e 
danaro e di mettere un argine alle violenze di quei malandrini 
usciti dalle prigioni il 27, che si abbandonano al furto e al 
saccheggio e accrescono la confusione e il terrore. Oramai si 
combatte da tre giorni; le provviste sono esaurite da parte de- 
gl'insorti; non vi sono più armi; manca il danaro; abbon- 
dano i feriti, e gli aiuti promessi dall' interno dell'Isola non ar- 
rivano. La giornata del 29 si chiude più tragicaAente. Il forte 
di Castellamare ricomincia il fuoco, e un terribile incendio ma- 
nifestatosi presso la chiesa di San Domenico, accresce lo spavento 
nella città, mentre brucia il palazzo Carini, il convento del Can- 
celliere minaccia rovina, e quello di Santa Caterina, presso il 
palazzo Pretorio, è in preda alle fiamme. 



— 236 - 

L'ammiraglio inglese, interrogato dal comandante Chretien, 
aveva risposto che il Lanza si rivolgesse direttamente a Garibaldi 
per un breve armistizio. E il Lanza, vincendo le sue incertezze 
e forse i suoi scrupoli, scrisse a Garibaldi nelle prime ore del 
giorno 30, chiedendogli una " breve sospensione d'armi, da trat- 
tarsi sul legno inglese dai generali Letizia e Chretien, onde sot- 
terrare i morti e imbarcare i feriti „ . Al Dittatore non parve 
vera quella richiesta, e si affrettò a rispondere al generale napo- 
letano, che accettava la tregua, e annunziando di aver dato gli 
ordini apportuni per far cessare il fuoco su tutta la linea. 

Quell'armistizio fu la provvidenza della rivoluzione, la quale 
correva tutte le probabilità di essere sepolta nella città di Pa- 
lermo, essendo in vista dalle prime ore della mattina del 80 la 
colonna Von-Mechel, composta di quelle tali truppe vogliose di 
battersi, con comandanti giovani e di valore. Si avanzava a 
rapida marcia, cercando di pigliar posizione dalla Flora a porta 
Sant'Antonino. Fu rimproverato al Von-Mechel di non aver av- 
visato in tempo il generale in capo delParrivo ; altri disse che il 
Lanza lo sapeva dal giorno innanzi; certo è che la sorte della 
rivoluzione fu decisa in quella memorabile mattina del 30 maggio ; 
imperocché la colonna Von-Mechel non incontrò alcuna resistenza 
entrando nella città ; sbaragliò gì' insorti a porta di Termini ; 
prese di assalto otto barricate e s' impossessò della Fiera vecchia, 
che era il centro della rivoluzione. Dalla Fieravecchia al palazzo 
Pretorio, dov'era Garibaldi col quartiere generale, la distanza 
è poca cosa. Furono momenti di trepidazione nello stato mag- 
giore di Garibaldi e si credette persino che Lanza avesse tra- 
dito, proponendo l'armistizio ; ma non era vero, poiché alle 10 */g 
due capitani di stato maggiore, Bellucci e Nicoletti, furore man- 
dati dal Lanza ad ordinare a Von-Mechel di arrestarsi e sospen- 
dere le ostilità, poiché si era in armistizio. Il quale fu concluso 
alle due, a bordo deìVHannibal, fra Garibaldi e il maggior Cenni, 
da una parte, e i generali Letizia e Chretien, dall'altra ; armistizio, 
o meglio tregua, che gli scrittori borbonici, soprattutto il cappel- 
lano militare Butta, chiamarono il suggello del tradimento di 
Lanza. ^ 



^ Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, memorie della rivoluzione sici' 
liana dal 1860 al 1861. — Napoli, De Angelis, 1882. 



— 237 — 

Nella rada di Palermo erano, oltre alla squadra inglese sotto 
il comando dell'ammiraglio Mundy e formata da tre bastimenti, 
una squadra francese con tre navi ; una squadra austriaca, con 
due ; un legno della flotta sarda, il Governolo, comandato dal mar- 
chese d'Aste ; una fregata spagnola, una americana e nove legni 
della flotta napoletana. Vi erano inoltre circa cento legni mer- 
cantili, sui quali si erano rifugiate molte famiglie. La flotta na- 
poletana ancorava più prossima alla città, fra le prigioni e il 
quartiere dei Quattro Venti, e fu da quel punto che bombardò Pa- 
lermo nei giorni 27 e 28, dirigendo i suoi tiri a palazzo Preto- 
rio, ma cosi malamente, che molte palle e granate andarono a 
cadere sulla spianata del Palazzo Reale, dove ammazzarono pa- 
recchi soldati sul monastero di Santa Caterina, prossimo al palaz- 
zo municipale ; e su quello del Cancelliere, dopo i Quattro Canti. 

Le squadre estere furono mute spettatrici di quell'eccidio. 
Delle regie truppe morirono soli quattro ufficiali, 204 fra sottuffi- 
ciali e soldati, e circa 6CX) furono i feriti. Fu notata la spropor- 
zione enorme nel numero dei morti e dei feriti tra ufficiali e sol- 
dati: circostanza, la quale provocò più tardi da Garibaldi l'arguta 
osservazione, ch'egli aveva combattuto in Sicilia un esercito senza 
generali, e sarebbe andato poi a combattere un generale senza 
soldati, accennando al Lamoricière. Il solo comandante, che di- 
mostrò un certo interesse a far cessare quella carneficina, con 
manifeste simpatie per gì' insorti, fu l'ammiraglio Mundy. L'oc- 
cupazione di Palermo giunse a Napoli come un colpo di ful- 
mine ; il Giornale Ufficiale tentò attenuarla, dicendo che Gari- 
baldi era entrato a Palermo per disperazione, dopo le sconfitte 
subite al Parco, a Piana de' Greci e a Corleone ; ma che la co- 
lonna, la quale aveva vinto a Corleone, " corse subito a Palermo, 
e per la porta di Termini, una di quelle per cui il Garibaldi era 
entrato, forzatala e riconquistatala, entrò in città ed occupò parte 
delle posizioni due giorni prima prese dalla gente del ridetto 
Garibaldi, entrato per la porta medesima. Forti perdite hanno 
a deplorarsi per parte delle Reali truppe, al cui immenso va- 
lare ha reso luminoso omaggio lo stesso nemico, ma tali per- 
dite sono di gran lunga minori di quelle patite dalle bande „. 

La prima notizia dell' ingresso di Garibaldi a Palermo fu 
portata in Napoli dall'avviso V Amalfi, partito da Palermo alle 
dieci della mattina del 27, mentre infuriava il bombardamento. 



— 238 — 

Lanza scrisse due parole, annunciando die G-aribaldi era en- 
trato nelle prime ore della mattina, ma clie ne sarebbe scac- 
ciato subito. Passarono ventiquattr'ore e non si seppe altro. Il Re 
impaziente venne da Portici la mattina del 29, e ne riparti subito. 
Le notizie ufficiali si conobbero la mattina del 29 da una lettera 
del console inglese di Palermo ad Elliot, lettera portata da un va- 
pore da guerra austriaco, proveniente da colà. Confermava l'en- 
trata di Garibaldi e annunziava il primo armistizio. Il giorno 30, 
i consoli di' Francia, di Spagna, d'Austria e Russia ebbero iden- 
tici rapporti dai loro colleghi con maggiori particolari, e li co- 
municarono a Carafa. Nel rapporto inviato a Bermudez, si af- 
fermava che Salzano e lo stato maggiore fossero prigionieri. Le 
notizie produssero a Napoli un' impressione indimenticabile, e la 
sera del 29 vi fu una piccola dimostrazione, con grida di Viva 
la Sicilia, Viva Garibaldi. Venne dispersa dalla polizia. 

La notizia dell'entrata di Garibaldi a Palermo sbalordi e 
commosse tutta l'Italia e l'Europa liberale. Non si pensò che 
a rafforzare la rivoluzione. Mentre Agostino Bertani raccoglieva 
denari e armi a Genova, gli emigrati napoletani e siciliani che 
erano a Torino, escogitarono un mezzo anche più eroico, propo- 
nendo a Medici e a La Farina di mandare in Inghilterra Agostino 
Plutino, con l'incarico di provvedere di vapori la rivoluzione. 
Mancavano si i danari, ma non si arrestarono a tale difficoltà ; 
anzi, conferendo al Plutino l' incarico dell'acquisto, posero espli- 
citamente a carico del governo da costituirsi in Sicilia, il debito 
non lieve che si andava a contrarre. Si era perduta ogni misu- 
ra nel valutare le difficoltà, e n'è prova questo caratteristico docu- 
mento^ che io pubblico integralmente : è il mandato che Medici e 
La Farina e alcuni dei più autorevoli emigrati dettero al loro 
amico, in data di Torino, 29 maggio : 

Il signor Agostino Plutino è incaricato di recarsi in Inghilterra, 
colà provvedere in soccorso della Rivoluzione siciliana, all'acquisto di 
battelli a vapore a grande velocità e a poca immersione, che verranno 
posti a disposizione di chi avrà assunto la direzione militare di nuove 
spedizioni. Il sottoscritto s' interesserà di fare approvare dal Governo, 
che sarà costituito in Sicilia, qualunque stipulazione fosse per essere con- 
venuta a riguardo di detti vapori dal signor Agostino Plutino. 

Firmato : G. Mbdioi. 



— 239 — 

E più giù sullo stesso foglio : 

Confermo quanto ha scritto disopra il colonnello Medici, e prometto 
di aiutare V impresa con i mezzi, che fornirà la sottoscrizione in favore 
della Sicilia aperta dalla Società Nazionale Italiana. 

Il signor Fiutino è incaricato pure di trattare in Francia e ovunque 

^°^^^^ Il Fresidente (firmato) La Farina. 

E più innanzi, sempre sullo stesso foglio : 

Il latore della presente è il signor Agostino Fiutino, già colonnello 
della guardia nazionale di Reggio di Calabria e fratello dell'ex-deputato 
Antonino Fiutino, che è partito per Sicilia con la spedizione del generale 
Garibaldi. 

Noi qui sottoscritti e già deputati al Farlamento e cittadini di quelle 
Provincie conferiamo con la presente al sullodato nostro egregio concit- 
tadino Agostino Fiutino, pieno mandato con le più ampie facoltà, affinch'è 
promuova la raccolta di tutti i mezzi necessari per sostenere e diffondere 
il moto nazionale nelle Due Sicilie impegnando la nostra parola di far ra- 
tificare il suo operato, e qualunque contratto egli sarà per conchiudere 
con case inglesi, non appena sarà costituito un Governo nazionale. 

Torino, 6 giugno 1860. 

Firmati: Cablo Poebio, già deputato al Parlamento 
di Napoli — Duca di Caballino, Sigismondo Ca- 
STBOMEDiANo — PiETBO Leopabdi, già deputato 
al Pari. Nap., e inviato straordinario e ministro 
plenipotenziario presso la Beai Corte di Sarde- 
gna — Giuseppe Pisanelli, già deputato al Pari. 
Nap. — Antonio Ciccone, id. id. — Raffaele Con- 
FOBTi, id. id. — Giuseppe Tripepi, nominato nel 
1848 Commissario del potere esecutivo nella pro- 
vincia di Beggio — Cav. Eaffaele Pibia. ' 

E in data 1° giugno, Salvatore Tommasi presentava e rac- 
comandava il Fiutino ad Antonio Panizzi, perchè lo coadiuvasse 
neir impresa. * 

Il 30 maggio, alle 10 '/g del mattino, fu tenuto un grande 
Consiglio di stato e di famiglia, al quale intervennero i conti 
d'Aquila, di Trapani e di Trani, e Filangieri, Troja e Giuseppe 
Ludolf, ministri di Stato. Filangieri fu mandato a chiamare 
alle 11 Vj. Appena giunto, Francesco II lo invitò a parlare. Fi- 
langieri disse, che, anche in quei momenti, cosi paurosi e gravi, 



* Archivio Platino. 

• Id. id. 



— 240 — 

era costretto a ripetere quanto espose altre volte, che cioè la 
politica napoletana doveva trasformarsi, abbandonando l'Austria 
e seguendo la Francia ; cbe tale trasformazione avrebbe dovuto 
compiersi fin dal giorno che il Piemonte e la Francia vinsero 
a Magenta e a Solferino, e fin d'allora concedere una Costitu- 
zione imperiale, e di accordo col Piemonte e con Napoleone, 
occupare le Marche, per togliere al Piemonte l'occasione d'in- 
vaderle, dal momento che il Papa aveva raccolti a sua difesa i 
legittimisti di tutta Europa, e datone il comando al generale 
Lamoricière. " Ma le mie convinzioni^ soggiunse, non convinsero 
il Re, e n'ebbi gran dolore, perchè presentii le sventure che ora ci 
sovrastano. Mi son permesso già da tempo di sottomettere al Re 
la mia opinione, cioè che in Sicilia non si compie un' insurrezione^ 
ma tutta una rivoluzione, e le rivoluzioni non si combattono col 
cannone, ma si cerca conquistarle moralmente „ . ^ 

Propose di mandare a Parigi persona adatta per trattare con 
l'Imperatore, e ottenerne le necessarie guarentigie per l' inte- 
grità del Regno, o almeno delle provinole continentali. Il ge- 
nerale Carrascosa lealmente gli disse : " Se l'Eccellenza Vostra 
fosse partita il 4 aprile per la Sicilia, la causa del Re sarebbe 
trionfata nelV Isola „ . Filangieri gli rispose : " F' ingannate, ge- 
nerale. Quando io abbandonai il 30 settembre 1854 la Sicilia, 
portai meco la convinzione, che il sistema di governo, che si vo- 
leva imporre da Cassisi a quel paese, l'avrebbe fatto presto o tardi 
perdere alla Monarchia napoletana „ . ^ 

Il conte d'Aquila aderì con grande disinvoltura a Filangieri, 
dichiarando che Brenier gli aveva detto più volte, che se il Re 
avesse dato uno Statuto a tipo imperiale, la Francia avrebbe ga- 
rantita l'integrità della Monarchia. Vi aderì anche il vecchio 
Cassare, presidente del Consiglio e vi aderirono Carafa e Comi- 
tini, però dichiarando non credere opportuno mandare persona 
a Parigi: potersi trattare direttamente con Brenier. Il Re in- 
caricò Carafa di convocare i ministri esteri per assodare la circo- 
stanza riferita dal conte d'Aquila. 

Sulla proposta di un mutamento radicale nella politica in- 
terna ed estera, lunga e vivacissima fu la discussione. Chi era 
per la resistenza ad ogni costo ; ohi si contorceva come il conte 



' Archivio Filangieri. ' Id. id. 



— 241 - 

di Trapani ; chi si teneva la testa fra le mani e non diceva verbo, 
come il conte di Trani; chi, invece, diceva delle bestialità come 
Ajossa. Il Re non sembrava molto preoccupato ; anzi fu in quel 
Consiglio, che rivelò le sue tendenze fatalistiche quando disse : 
^ Don Peppino — cosi egli chiamava Garibaldi — ha le mani 
nette, ma egli è un sipario; dietro di lui stanno le potenze occi- 
dentali e il Piemonte che hanno decretata la fine della dinastia „ . 
Venuti ai voti sulla proposta Filangieri, votarono a favore il 
conte d'Aquila, il principe di Cassare, Winspeare, Gamboa, Scorza, 
il principe di Comitini, il conte Ludolf, ed egli stesso, Filangieri, 
coi direttori Rosica, Ajossa e Carafa ; la respinsero Troja e Oar- 
rascosa, tenaci sino all' ultimo ; si astennero, cioè non risposero 
né si, ne no, il conte di Trani, il conte di Trapani e il direttore 
De Liguoro. Filangieri comunicò i punti essenziali del suo 
Statuto, proponendo che l'inviato straordinario ne informasse mi- 
nutamente Napoleone. Un altro congresso seguì, un'ora dopo, 
ma fu tutto diplomatico. Si riunirono alla Reggia, invitati da 
Carafa, i ministri esteri, che erano quelli di Francia, d' Inghil- 
terra, di Sardegna, di Spagna, di Russia, d'Austria, di Prussia, 
degli Stati Uniti e il nunzio pontificio. Carafa espose il motivo 
della riunione, e Brenier fece dichiarazioni più restrittive : con- 
cesso lo Statuto, egli sperava che l'Imperatore avrebbe dato delle 
guarantigie ; EUiot disse di non avere istruzioni e doverne rife- 
rire al suo governo ; gli altri opina rono che i rispettivi governi 
avrebbero garantita l' integrità della Monarchia, e questa dichia- 
razione, o meglio opinamento dei ministri, parve senza consi- 
stenza, non avendo alcun potere per farla. 

Il giorno seguente vi fu nuovo Consiglio di Stato ; Carafa riferì 
l'esito della riunione dei ministri esteri, ma nulla d' importante 
vi fu deciso. 

Un vapore francese, giunto alle cinque di quel giorno, portò 
le notizie più recenti di Palermo, confermando il primo armistizio. 
Il bombardamento era cessato; aveva distrutto sessantaquattro 
case e parecchi edifìzii, e uccisa molta gente in città. Rotta ogni 
comunicazione col mare, erano concentrati attorno a Palazzo 
Reale da dieci a dodicimila uomini. La situazione non pareva 
disperata, ma del Lanza non si avevano nuove dirette, e il telegrafo 
fra l'Isola e il continente seguitava ad essere interrotto. Le noti- 
zie produssero molta agitazione ; pattuglie di guardie di polizia e 
di cavalleria erano schierate a Toledo, a Chiaja e a Santa Lucia. 

Db Cesare. La fine di un Regno - Voi. II. 16 



- 242 — 

I liberali ripetevano una frase di Garibaldi : fra quindici giorni a 
rivederci a Napoli. Questa frase era stata ripetuta anche in Corte, 
e Nunziante, cominciando in quel giorno a liberaleggiare, di- 
ceva che il Re dovesse fare delle concessioni ; che il maledetto 
vapore austriaco era stato l'uccello del malaugurio, e l'Austria, 
come sempre, la rovina di Napoli ! 

Il 1*^ giugno, vi fu nuovo Consiglio di Stato per decidere se 
si dovesse proporre al Re la concessione dello Statuto. Troja, 
Carrascosa, Scorza e Ajossa si mostrarono più che mai avversi. 
Fu riferito che Brenier avesse detto dovere prima il Ee dare la 
Costituzione, e poi egli scriverebbe a Walewski per chiedere la 
promessa e desiderata guarentigia. Venne deciso di affidare a Fi- 
langieri, G-amboa e Carafa l' incarico di formulare un progetto 
di Costituzione, il quale fosse un mezzo termine tra quello pro- 
posto l'anno innanzi da Filangieri, la Costituzione bozzelliana 
del 1848 e la sarda. Dopo il Consiglio, il Re si trattenne a par- 
lare coi principi reali, con Filangieri e Carafa, delle cose di Si- 
cilia. Erano arrivati quella mattina da Palermo il generale Le- 
tizia e il colonnello Buonopane, inviati da Lanza, e avevano ri- 
ferito al Re tutto ciò che vi era accaduto, dal 27 al 30 mag- 
gio, descrivendo con colori molto oscuri lo stato dell'esercito e le 
condizioni di Palermo e concludendo che, allo stato delle cose, 
non vi era altro da fare che ritirarsi. Il principe di Satriano 
espose al Re tutto un piano per la ritirata, consigliando il con- 
centramento delle truppe ai Quattro Venti, come il punto più 
adatto anche per un eventuale imbarco di queste. Il piano fu 
approvato dal Re, che ordinò di far ripartire il giorno stesso Le- 
tizia e Buonopane, con la Saetta. Ma, nella notte seguente, Filan- 
gieri venne chiamato in gran fretta a Portici, e vi trovò col Re, 
Nunziante e Latour. Il Re gli disse ohe Letizia e Buonopane non. 
erano ancora partiti, perchè Nunziante e Latour, due di quelli, 
che Filangieri chiamava per ironia gli strateghi, consigliavano un 
altro piano, e questo era di far muovere le truppe per la pianura 
della Guadagna, in prossimità del mare, verso sant'Erasmo ; di 
formare in quel punto un campo trincerato ; di tenere il forte 
di Castellamare e la batteria del molo, perchè al momento op- 
portuno si potesse ricominciare il bombardamento della città. 
Filangieri disapprovò vivacemente questo piano ; disse perico- 



- 243 - 

iosa, anche perchè malsana, la pianura della Guadagna: solo 
luogo di concentramento per una ritirata essere i Quattro Venti. 
E poiché Nunziante faceva delle osservazioni, Filangieri Ip in- 
vitò bruscamente ad andare lui ad eseguire quel piano, di cui si 
rivelava l'autore. Nunziante confessò di essersi ingannato, e 
-aderì al giudizio di Filangieri, il quale, a proposito del bombarda- 
mento, osservò che l' insurrezione non era più domabile col can- 
none, e scongiurò il Re a non dare questi ordini, i quali avreb- 
bero risollevate contro di lui le ire dell' Europa liberale. Il Re 
parve persuaso. Uscendo dalla sala del Consiglio, Latour disse 
ad alcuni, che erano in anticamera : ""Filangieri ha avuto due torti: 
nel 1848 di non aver rasa Palermo, ed ora di non volerla far 
bombardare per salvare il suo maggiorasco „ . Alle cinque della 
mattina ripartì la Saetta per Palermo, con istruzioni esplicite 
date a Letizia e a Buonopane, di far eseguire la ritirata ai Quat- 
tro Venti, e ninna istruzione esplicita circa il bombardamento. ^ 

Il giorno 4, Letizia e Buonopane tornarono di nuovo a Na- 
poli, a bordo dello stesso legno. Vennero a chiedere altre istru- 
zioni, poiché Garibaldi, protetto dalla flotta inglese, imponeva 
una regolare capitolazione, collo sgombero di Palermo da parto 
delle truppe regie. Letizia si lodava molto dei modi e delle 
forme di Garibaldi, e il Re lo ascoltava con curiosità e quasi 
con compiacenza! Disse anche che gli ufficiali napoletani, pas- 
sati a Garibaldi, erano soli dodici, e tra essi, due capitani. Ri- 
partirono il giorno stesso, con istruzioni che le truppe uscireb- 
bero da Palermo con tutti gli onori militari, imbarcandosi con 
equipaggi, bagagli e materiali da guerra, ai Quattro Venti per 
Napoli: convenzione, la quale poi venne sottoscritta il 6 giugno 
da Garibaldi, Letizia e Buonopane. Il Lanza non vi ebbe parte, 
e se ne chiamò irresponsabile. 

Gli avvenimenti incalzavano. Nella notte dal 4 al 6 giugno, 
Brenier ebbe una lunga conversazione col Re, la quale si pro- 
trasse sino alle 2 Vj della mattina. Si parlò delle cose di Sicilia 
e del progetto di Costituzione, e degli studii che vi faceva la 
commissione incaricata di redigerlo. Brenier andò a trovare 
Gamboa, e questi gli disse essere divenuto necessario modificar© 
parecchie disposizioni del progetto Filangieri in senso più liberale, 



1 Archivio Filangieri. 



— 244 - 

cercando di conciliare quel progetto con lo statuto piemontese, 
e con quello di Napoli del 1848 ; ma clie il Re era ancora incerto 
circa l'opportunità di concederlo. Brenier confermò a Gamboa 
le sue dichiarazioni, non nascondendo che uno statuto di tipo 
non imperiale, concesso in quelle condizioni del Regno e di 
tutta Italia e accompagnato dall'amnistia, avrebbe potuto pro- 
durre gravi conseguenze, ma che il non darne alcuno sarebbe 
maggior pericolo. 

Il giorno 6, era giunto Griacomo De Martino da Roma. Vide 
subito il Re, presente Carafa, e gli disse che il non aver voluto 
sentire i consigli della Francia e di Filangieri l'avevano condot- 
to al punto in cui si trovava ; che egli, un mese prima, quando 
venne a Napoli, era latore dei voleri della Francia, accettati da 
Cavour. La Francia, avrebbe detto De Martino, chiedeva riforme 
politiche e amministrative ; voleva che il Re di Napoli occupasse 
le Marche e l'Umbria come armata italiana e nazionale, e non 
come birri del Papa, e in ricambio gli avrebbe garantita l'in- 
tegrità dei suoi Stati; il Re, rifiutando, aveva sacrificato tutto 
ad una falsa politica austro-papale: ora essere troppo tardi, an- 
che perchè il Papa era divenuto il più forte istrumento del 
partito legittimista in Francia, per cui dubitava dell'efficacia e 
sincerità di aiuti da parte dell' Imperatore : ad ogni modo si 
dichiarava pronto a partire. Cosi egli riferi di aver parlato al 
Re, ma è da credere, conoscendo l'uomo, che il suo linguaggio 
fosse stato meno esplicito e soprattutto men duro. 

I borbonici più incorreggibili, i quali non ebbero mai per Fi- 
langieri alcun sentimento di benevolenza e neppure di giustizia, 
e non lo lasciarono immune da sospetti oltraggiosi e da inique 
calunnie, dissero e scrissero che il principe di Satriano aveva 
contribuito più di tutti a far perdere la Sicilia, perchè egli, salito al 
governo col nuovo Re, aveva come primo atto licenziato Cassisi, 
sostituendolo con Paolo Cumbo, sostituito alla sua volta, quando- 
Filangieri si fu dimesso, dal principe di Comitini ; perchè si era 
rifiutato di tornare nell'Isola coi pieni poteri, e perchè, infine^, 
aveva proposto, in sua vece, il vecchio e incapace Lanza. li- 
rifiuto di andare in Sicilia era giustificato dal fatto, che il Fi- 
langieri si sentiva vecchio, con la moglie inferma e intendeva 
quanto i tempi fossero mutati. L'aver suggerito il Lanza, dopo. 



- 246 — 

il rifiuto d'Ischitella e di Nunziante, potrebbe parere inespli- 
cabile a chi ignora quanto misera fosse la condizione militare 
del Regno: tutti generali vecchioni, che non valevano più di 
Lanza, e in Sicilia occorreva mandare un vecchio generale, pre- 
feribilmente siciliano. Il Filangieri, che lo aveva avuto per suo 
capo di stato maggiore nella spedizione di Sicilia, portava di 
lui opinione un po' diversa, e riconosceva che l'arrivo del Lanza 
a Palermo era stato in coincidenza con la vittoria di Garibaldi 
a Calatafimi, la quale distrusse quel po' di morale rimasto nel- 
l'esercito. Rideva anche lui, Filangieri, di alcune ingenuità del 
Lanza, il quale, giunto a Palermo, proprio l' indomani di Cala- 
tafimi, chiedeva con interesse a Domenico Galletti, che gli dava 
la consegna del palazzo Reale, se le carrozze e i cavalli, che 
erano nelle scuderie, gli appartenevano; e avutone in risposta 
che gli appartenevano come luogotenente, incaricava lo stesso 
Galletti di telegrafare ai figli a Napoli che vendessero i caval- 
li e le carrozze di casa. 

Il principe di Satriano che portava a Francesco II sincero 
affetto, tornò a visitarlo, il giorno 16 ; ma il Re non gli parlò di 
politica e il vecchio generale riparti per quella stessa villa De 
Luca, a Pozzopiano, odiato dagli zelanti e dagli strateghi, intimi, 
ascoltati e funesti consiglieri di Francesco; ma non volendo 
prender partito coi liberali antidinastici, perchè egli era dinastico 
e voleva l'autonomia del Regno, ma di potente e civil Regno, 
con una Costituzione, la quale limitasse si alcuni poteri del 
principe, ma rendesse i ministri responsabili solo verso di lui. 

Pochi giorni dopo il suo ritiro a Pozzopiano, avvenne un 
altro incidente. In un pomeriggio di giugno, mentre, disteso 
sopra una poltrona, il principe di Satriano leggeva il suo fa- 
vorito Journal des Débats, un servo gli annunziò che una lan- 
cia a vapore della regia marina si accostava alla villa, e ohe 
nella lancia aveva veduto il Re. Filangieri si ritirò nella sua 
camera. Francesco II si trattenne con lui più di un'ora, in 
colloquio segreto. Quando il Re andò via, Gaetano Filangieri 
corse dal padre, e lo interrogò sul colloquio. Ma il vecchio ri- 
spose : " J'ai réfusè „ e non disse altro, ne altro si seppe di 
quella visita. Lasciò Napoli il giorno 11 agosto, diretto, con 
la moglie inferraa, per MarsigKa. Da circa due mesi non aveva 
più veduto il Re. Lasciava Napoli con la convinzione, che 



- 246 — 

non vi era più scampo per i Borboni, e vi tornò nel 1862^ 
poche ore prima che vi morisse sua moglie, ne da Napoli si mos- 
se più. Rifiutò uffici ed onori dal nuovo governo, ma non rim- 
piangendo i Borboni, che egli credeva essere stati artefici ciechi 
della propria rovina. Si spense nel 1867 a San Giorgio a 
Cremano, a ottantatre anni, non di vecchiaia, come si disse, 
ma di una polmonite che contrasse, volendo rendere un favore 
a un suo congiunto. La condotta di questo valoroso vecchio 
soldato, che ebbe di certo dei difetti, ma che fu l'unica testa 
politica, che abbia avuto il Regno di Napoli nell'ultimo secolo, 
mutati i tempi, fu ancora più nobile. Egli non imitò tanti 
altri, i quali, dopo avere sfinittati i Borboni sino all'ultimo, 
si affrettarono a passare, armi e bagaglio, nel campo nemico, 
rinnegando la vecchia bandiera, o abbandonarono F inesperto 
Re al suo fato. Certo, se Carlo Filangieri ebbe grandi soddisfa- 
zioni nella vita, sofferse pure grandi e profonde amarezze, per 
le calunnie, alle quali lo fecero segno le leggerezze, le invidie 
e le malignità dei suoi concittadini. Onde non è maraviglia 
se nelle sue carte, io leggessi, scritte di suo pugno, come monito 
al figlio Gaetano, queste terribili parole: " . . . . credimi, per chiun- 
que ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran 
calamità m^lte volte nascere napoletano ....„.' 



' Archivio Filangieri. 



CAPITOLO XII 



SoMMAKio: Alla vigilia dell'Atto Sovrano — Intrighi di Corte — Eapporti di 
Antonini e De Martino da Parigi e parole di Napoleone III — Il libera- 
lismo del conte d'Aquila — La sua intimità col Brenier — Una rivelazio- 
ne — Il Consiglio di Stato del 21 giugno a Portici — Parole del principe 
di Cassare e di Carrascosa — Il Ee manda De Martino a Eoma — I con- 
sigli di Pio IX — L'Atto Sovrano del 25 giugno — Il nuovo ministero — 
I primi disordini — L'aggressione del ministro francese — Il proclama di 
Liborio Eomano — La guardia cittadina — 1 nuovi direttori e i principali 
ministri — Spinelli, Manna, Torella, De Martino, De ""Cesare e Giaccbi — 
Si richiama in vigore lo Statuto del 1848 — Commissioni e riforme — De- 
stituzioni e nuove nomine — L'amnistia e la serata al San Carlo — Il ri- 
tomo dei liberali esiliati — Malumori contro l'esercito — La giornata del 
15 luglio — Pianell ministro della guerra — Proclami di Francesco II e 
strana circolare di Pianell — La Guardia Nazionale — Don Liborio Eo- 
mano — Maria Teresa a Gaeta — Maria Sofia e donna Nina Eizzo. 

L'Atto Sovrano, approvato in massima nel gran Consiglio di 
Stato e di famiglia del 30 maggio, non venne fuori che il 25 
giugno. Sarebbe molto difficile tener conto minuto di tutto 
quell'insieme di dubbi e di perplessità da parte del Re ; d'intri- 
ghi, di sospetti e di paure da parte degli zelanti ; ed anche 
delle pressioni diplomatiche del Brenier, con cui aveva stretto 
intimi rapporti il conte d'Aquila, il quale, divenuto ad un tratto, 
come si è visto, costituzionale e liberale, cercava di oscurare la 
fama del fratello, il conte di Siracusa, che, il 8 aprile, aveva 
scritta al Re la celebre lettera, la quale levò tanto rumore in 
Italia e in Europa. La conversione del conte d'Aquila alle idee 
liberali si rivelò dopo la catastrofe di Palermo. Divenne costi- 
tuzionale arrabbiato e con lui quasi tutto il partito retro- 
grado. Il duca di Bivona diceva : " Senza la Costituzione non 



— 248 — 

si può andare avanti „ . Si verificava questo caso curioso, die 
i retrogradi diventavano costituzionali, e i vecchi liberali, uni- 
tarii tutti. Giorni memorabili furono quelli, nei quali uno dei 
drammi più caratteristici, che la storia ricordi, si svolse nella 
Corte, nel governo e nell' animo stesso del Re, in preda alle 
più opposte correnti, ma rassegnato e quasi inconsapevole ; 
dramma familiare e politico, che interessava non solo il Regno, 
ma tutta l'Europa, perchè tutta l'Europa aveva gli occhi su Na- 
poli, sperando o temendo le varie nazioni che il fuoco rivoluzio- 
nario, comunicandosi dalla Sicilia al continente, mandasse in 
fiamme la dinastia e il Regno. De Martino parti la sera del 6, 
accompagnato dal generale Roberti, e questa compagnia diede 
luogo ad ameni commenti, perchè era noto che Roberti non sa- 
peva una parola di francese. S' imbarcarono per Marsiglia sulla 
Saetta, e giunsero a Parigi il giorno 11. 

De Martino era latore di una lettera autografa di France- 
sco II per Napoleone, e di un lungo dispaccio con documenti 
per Antonini e Thouvenel; né più tardi del giorno successivo 
all'arrivo, 12, fu con Antonini ricevuto a Fontainebleau. Il Re 
e il ministero, intanto, sia per i fatti di Sicilia, sia per agevo- 
lare la riuscita della missione di De Martino, cominciarono a fare 
delle concessioni. Il 9 giugno uscirono da Santa Maria Appa- 
rente alcuni detenuti politici, fra i quali il noto avvocato Griu- 
seppe Saffioti. E tre giorni dopo, il maresciallo duca Caracciolo 
di San Vito fu chiamato a sostituire, come direttore di polizia, 
l'Ajossa, licenziato in una forma, che fece a tutti molta im- 
pressione. La mattina del 12 giugno, andando infatti al mini- 
stero all'ora solita, trovò il suo posto occupato dal nuovo diret- 
tore. Si disse che il licenziamento di lui fosse opera di Brenier, 
e non è inverosimile. Ajossa non trovò un amico in quella 
occasione, la più triste della sua vita, né, dopo di allora, occupò 
altri ufficii ; e, mutati i tempi, andò a chiudersi in Calabria, nel 
suo borgo d'origine, dove si spense nell'oscurità nel 1876, dopo 
aver fatto tremare il Regno ed essere stato il terrore special- 
mente delle Provincie, da lui amministrate. In quei primi gior- 
ni della sua disgrazia era addirittura furioso. Il 16 giugno, 
incontrato Gaetano Filangieri, gli disse che l'ingratitudine dei 
Borboni era proverbiale, e che dopo vent'anni di servizio era 
stato trattato come Intenti e Del Carretto. Filangieri gli ri- 



~ 249 - 

spose, con aria di scherzo, che lui aveva minato Casella, ed era 
stato minato alla sua volta. Ajossa diceva corna di Nunziante, 
attribuendo a lui gli ultimi eccessi della polizia. 

Il maresciallo Caracciolo di San Vito era uomo giusto e one- 
sto, ma povero d' ingegno e d'energia. E poiché era sordo, si disse 
che almeno avrebbe avuto il vantaggio di non porgere ascolto alle 
delazioni. Il giorno dopo la sua nomina uscirono da Santa Maria 
Apparente altri quarantadue detenuti politici, e tutta la compagine 
della vecchia polizia n'ebbe una scossa abbastanza forte. Prima 
per telegramma, e poi con rapporti speciali del 13 e del 16 giu- 
gno, diretti a Carafa, il marchese Antonini rese conto partico- 
lareggiato del colloquio avuto a Fontainebleau, riferendo, di 
tanto in tanto, le parole stesse dell' Imperatore, piene di benevo- 
lenza per la persona del Re, ma punto rassicuranti circa le in- 
tenzioni sue, riguardo alla proposta di mediazione fattagli dai 
delegati napoletani. " La Sardegna sola può arrestare la rivolu- 
zione, disse l' Imperatore ; piuttosto che a me, è al re di Sardegna 
che avreste dovuto dirigervi; è, contentando l'idea nazionale, che 
potreste solo arrestare la corrente; le concessioni interne, separate 
da quella, per se stesse, non avrebbero scopo; nessuno le accetterà „. 
I dispacci di Antonini produssero viva impressione a Napoli ; ma, 
al solito, gli zelanti della Corte e del governo accusavano il De 
Martino di avere, d'accordo con l'Antonini, caricate le tinte, per 
forzare la volontà del Re. Le parole di Napoleone: "i7 faut 
s'entendre avec Turin „ ; e queste altre : " è troppo tardi, un mese 
fa le riforme avrebbero potuto prevenir tutto, ora è troppo tardi ; 
la Francia è in una posizione difficile; le rivoluzioni non si ar- 
restano con parole, ed ora la rivoluzione esiste e trionfa ; è a To- 
rino, è a Torino che bisogna agire; date a Cavour un argomento 
di fatto, un'arma valida, un interesse a sostenervi, e lo farà; una 
lotta ulteriore in Sicilia è impossibile „ ; queste frasi, dunque, ag- 
giunte a quelle del secondo rapporto di Antonini : " spero mi si 
renderà giustizia che non ho mai fatto concepire alcuna speranza „ 
furono dagli zelanti interpetrate come esagerazioni interessate. 
Quando il De Martino tornò a Napoli e confermò i particolari 
del lungo colloquio di Fontainebleau, ebbe, quindi, fredda acco- 
glienza dal Re, dai ministri e dai cortigiani intimi. 

In Corte i sospetti e le paure crescevano di giorno in giorno. 
Per spiegare le premure del Brenier e la sua intimità col conte 



- 250 - 

d'Aquila, si affermava che a lui, corto a quattrini, don Luigi 
promettesse danaro e titolo di duca, qualora fosse riuscito ad 
indurre il Re a dare lo Statuto. Il conte d'Aquila sperava in 
tal modo, secondo le voci, di avere nelle cose del Governo quel- 
l' ingerenza o influenza, clie non ebbe mai. Altri asserivano cbe,- 
persuaso che la Costituzione avrebbe affrettata la catastrofe del 
nipote, egli meditasse una sua reggenza. Certo, il liberalismo di 
fresca data di don Luigi, ritenuto fino allora il capo della ca- 
marilla, non si credeva sincero e offriva argomento alle più 
strane congetture. Egli, da principio, trattò col Brenier, per 
mezzo del barone Aymé, primo segretario della legazione fran- 
cese, e poi direttamente. L'Aymé era mezzo napoletano, come 
dissi, perchè figliuolo di un generale di Murat e di una princi- 
pessa di Caramanico, e aveva col conte vecchia amicizia. Ad al- 
cuni suoi intimi, ed a persona di riguardo, che a me l'ha rife- 
rito, l'Aymé raccontava che il Brenier insistesse presso Fran- 
cesco II per una sollecita concessione dello Statuto, e per un 
mutamento radicale nella politica, non perchè tali fossero le 
istruzioni esplicite, che egli riceveva da Parigi, ma nello in- 
teresse personale del conte di Aquila, e di pieno accordo con 
lui ; ciò che conferma naturalmente i sospetti, ai quali ho dianzi 
accennato. • 

Ma la verità su tal punto non si saprà mai. Certo il Bre- 
nier agiva con una insistenza, da legittimare dei sospetti; 
certo maggiori ne destava il liberalismo improvviso del conte 
d'Aquila. Io riferirò un aneddoto, che narrava il barone Aymé, 
morto a Napoli, dieci anni or sono, e che, se fu un uomo di 
intelligenza e di cultura appena mediocri, aveva la memoria 
fresca, ed era signore di nascita e di maniere. Egli dunque 
narrava, che, stabiliti gli accordi fra il Brenier e il conte d'A- 
quila, questi, in una sera di giugno, nella casa di una sua aman- 
te, al palazzo Torlonia a Mergellina, abbozzò, presente l'Aymé, 
l'Atto Sovrano, e formò la nota dei possibili ministri. Poi, 
sempre con l'Aymé, si recò dal Brenier a mostrargli la bozza 
dell'Atto Sovrano e la lista dei nuovi consiglieri della Corona. 
Brenier approvò tutto ; solo disse opportuno sostituire alle parole : 
ampia amnistia, queste altre : generale amnistia. Nella medesima 
notte, lasciato il Brenier, il conte e l'Aymé si recarono dalle 
persone designate come ministri, che tutti, eccetto De Sauget, 



— 251 - 

preconizzato ministro della guerra, accettarono. Andarono poi 
da don Liborio Romano, che abitava al palazzo Salza, ora Ba- 
gnara, alla Riviera, designato come prefetto di polizia. Il Ro- 
mano nelle sue Memorie accenna a questa visita notturna, 
senza però dire, che gli fu fatta dal conte d'Aquila, qualche 
giorno prima dell'Atto Sovrano. Don Liborio era a letto; ri- 
cevè i visitatori in veste da camera, e accettò, con palese com- 
piacenza, il posto offertogli, e che ottenne difatti. 

Il conte di Trapani, informato delle pratiche del conte d'Aqui- 
la, non lo accompagnò però in queste gite notturne, ma sta- 
bilì col fratello di recarsi l'indomani a Portici, dov'era il Re, 
per proporgli l'Atto Sovrano. Ma, il domani; seppero che il 
principe di Cassare, presidente del Consiglio, avvertito di quanto 
meditavano i due principi, aveva deciso, per istigazione della 
Regina madre, di farli arrestare al ponte della Maddalena. Chie- 
sero ed ottennero una carrozza della legazione francese, e in- 
sieme con loro vi salirono l'Aymé e il marchese Troiano Fol- 
gore, colonnello di marina. Mossero verso Portici, la sera. Al 
ponte della Maddalena la polizia fermò la carrozza, ma l'Aymé 
dichiarò che apparteneva alla legazione di Francia, e protestando 
contro ogni possibile offesa, ottenne di proseguire. Videro su- 
bito il Re, che si dichiarò contrario a qualunque mutamento; 
ma quando i due zii gli ripetettero le esplicite assicurazioni 
del Brenier, aggiungendo, come prova, il fatto di essere là an- 
dati nella carrozza della legazione francese, ed insieme al se- 
gretario di questa, egli ne parve scosso e lasciò sperare una 
risoluzione diversa. In tutto questo racconto e' è del verosimile, 
ma manca sinora la base storica. 

La promulgazione dell'Atto Sovrano, da farsi il 24 giugno, fu 
decisa in un Consiglio straordinario di Stato e di famiglia, che 
ebbe luogo a Portici, il 21 di quel mese, dopo il ritomo del 
De Martino da Parigi, e con l'intervento dei tre principi suddetti, 
dei ministri, dei direttori e dei consiglieri di Stato, che presero 
parte a quello del 30 maggio, tranne Filangieri che non vi fu in- 
vitato. In questo Consiglio si lessero i dispacci di Antonini, i 
quali fecero profonda impressione, soprattutto per le parole che 
chiudevano il secondo di essi : " Non sono chiamato a dare con- 
sigli^ ma il real governo o ha ancora una forza bastante a reprì- 



- 262 — 

mere la rivoluzione; o altrimenti non ha tempo a perdere, per 
accettare le condizioni, sotto le quali l'Imperatore vuole far credere 
di prendere la mediazione presso i suoi alleati „ . 

Il Consiglio di Stato, con undici voti favorevoli e tre con- 
trari, decise di proporre al Re di tradurre in atto le tre proposte, 
cioè : Costituzione del 1848, accordo col Piemonte e istituzioni 
speciali per la Sicilia. Sempre tenaci nelle loro opinioni, Troja, 
Scorza e Carrascosa furono contrarii a tutto. Il principe di 
Cassaro motivò il suo voto, dichiarando che, avverso per prin- 
cipi! alle concessioni, soprattutto nelle circostanze presenti, il 
primo effetto di esse sarebbe di togliere forza al Governo, nel 
momento in cui ne aveva maggior bisogno; ma poiché non vi 
era più scelta nei mezzi di resistenza, avendo i ministri degli 
esteri, della guerra e della polizia dichiarato di averli tutti 
esauriti, ed essendo la posizione disperata in faccia alla sentenza 
dell'Europa e della necessità, ogni considerazione o sentimento dO' 
veva cedere al dovere di salvare il trono e la dinastia, e tale do- 
vere imponeva quest'ultima prova, per quanto fosse pericolosa e 
diffìcile. Carrascosa non esitò ad affermare, che la Costituzione 
sarebbe la tomha della Monarchia. 

I ministri, prima di separarsi, discussero se, concedendo il 
Re la Costituzione, essi dovessero cedere il posto a un nuovo 
gabinetto. Alcuni riconobbero doveroso il rimanere, ma la 
maggioranza fu favorevole alle dimissioni. Il Re non fu pre- 
sente al Consiglio, perchè dal giorno 18 era a letto con febbre, 
che si disse biliosa. Da qualche giorno egli era divenuto triste, 
come se un'interna voce gli dicesse che, dando la Costituzione, 
la dinastia era spacciata. Il generale Letizia che, tornando da 
Palermo la sera del 7, andò subito a trovarlo, disse che il Re 
era molto perplesso ed agitato su quel che dovesse fare; ma 
che avendo ricevuto una lettera di Pio IX scritta di suo pu- 
gno, nella quale lo consigliava di resistere e di nulla concedere, 
ogni esitazione era stata in lui vinta. Il giorno 17, che era 
domenica, il Re non volle ricevere il conte d'Aquila, il quale 
del rifiuto era furiosissimo, e ricorse allo stratagemma innanzi 
raccontato. Quando Francesco II fu informato delle delibera- 
zioni prese dai ministri, si lasciò dire che le approvava ; ma, la 
sera stessa, di sua iniziativa fece ripartire De Martino per 
Roma, desiderando di avere un altro consiglio dal Papa, pri- 



- 263 — 

ma di decidersi. Il risultato del colloquio del De Martino con 
Pio IX fu quello, ohe veramente decise Francesco II a pubbli- 
care l'Atto Sovrano. Il Papa volle essere a lungo informato della 
missione compiuta dal De Martino a Parigi, e la loro conver- 
sazione, ondeggiante di argomento in argomento, fu più accade- 
mica che politica, più sentimentale che concludente. Il rapporto 
del 24 giugno del De Martino rivela tutto V affannoso imbarazzo, 
in cui egli si trovò innanzi al pontefice, e gl'imbarazzi dello 
stesso Pio IX, il quale approvava l'amnistia ; riconosceva neces- 
sario dare istituzioni separate a Napoli e alla Sicilia, ma faceva 
vivaci riserve sulla proposta di alleanza col Piemonte, per la 
parte che riguardava i diritti della Santa Sede " diritti, egli di- 
ceva, che una tale alleanza avrebbe compromessi, e coi diritti sa- 
crosanti della religione non vi è mai transazione a farsi „ . I con- 
sigli del Papa vinsero dunque anche le ultime riluttanze del Re, 
il quale, la mattina del 25, si decise a sottoscrivere l'Atto So- 
vrano, e lo firmò da solo, senza neppure la controfirma del pre- 
sidente dei ministri che cessava dall'ufficio, ne di quello che lo 
assumeva. Nella notte dal 22 al 23 fece chiamare Filangieri, che 
giunse a Portici la mattina di buon'ora. Informatolo di quanto 
era avvenuto, gli chiese, se anche lui era dello stesso avviso dei 
suoi ministri. Filangieri gli rispose, che al punto cui si era 
pervenuti forse non era da fare altro. E la sera del 24 volle 
anche interrogare il padre Borrelli, dicendogli : " La Regina e 
quelli, che la consigliano, vogliono che io dia la Costituzione, tu 
che ne pensi f „ Il padre Borrelli lo scongiurò a respingere tale 
consiglio : " La Costituzione avrebbe affrettata la rivoluzione „ . Il 
Re rispose : " Non posso seguire le tue idee, benché le creda giustis- 
sime j^', e il frate: '^ Si ricordi Vostra Maestà di questo giorno,, 
ch'è il 24 giugno, festa di S. Giovanni, l'ultimo giorno, forse, che 
io bacio la mano al Re di Napoli „. 

Il Giornale Ufficiale pubblicò, la sera del 26, il tanto atteso- 
Atto Sovrano, che era questo : 

Atto Sovbano. 

Desiderando di dare a' Nostri amatissimi sudditi un attestato della no- 
stra Sovrana benevolenza, Ci siamo determinati di concedere gli ordini 
costituzionali e rappresentativi nel Regno in armonia co' principii italiani 
e nazionali in modo da garentire la sicurezza e prosperità in avvenire e 



- 254 — 

da stringere sempre più i legami che Ci uniscono a' popoli che la Provvi- 
denza Ci ha chiamati a governare. 

A quest'oggetto siamo venuti nelle seguenti determinazioni : 

1'' Accordiamo una generale amnistia per tutti i reati politici fino 
a questo giorno ; 

2*^ Abbiamo incaricato il commendatore D. Antonio Spinelli della 
formazione d'un nuovo Ministero, il quale compilerà nel più breve ter- 
mine possibile gli articoli dello Statuto sulla base delle istituzioni rappre- 
sentative italiane e nazionali ; 

3" Sarà stabilito con S. M. il Re di Sardegna un accordo per gl'in- 
teressi comuni delle due Corone in Italia ; 

4° La nostra bandiera sarà d'ora innanzi fregiata de' colori nazionali 
italiani in tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della 
nostra Dinastia; 

5*^ In quanto alla Sicilia, accorderemo analoghe istituzioni rappre- 
sentative che possano soddisfare i bisogni dell'Isola; ed uno de' Principi 
della nostra Beai Casa ne sarà il Nostro Viceré. 

Portici, 25 giugno 1880. 

firmato : Francesco. 

Il Sì seguente, il Giornale Ufficiale s'intitolò Giornale Costi- 
tuzionale del Regno delle Due Sicilie, e il 27_, annunziò il nuovo 
ministero, cosi costituito : Antonio Spinelli, presidente del Con- 
siglio ; Giacomo de Martino, ministro per gli affari esteri ; Gre- 
gorio Morelli, per la giustizia ; il principe di Torella, Niccola Ca- 
racciolo, per il culto, ed, interinalmente, per la pubblica istru- 
zione ; Giovanni Manna, per le finanze ; Federigo del Re, per 
l' interno e polizia generale ; il maresciallo Giosuè Ritucci per 
la guerra ; il vice-ammiraglio Francesco Saverio Garofalo per la 
marina; il marchese Augusto Lagreca per i lavori pubblici ; l'av- 
vocato Liborio Romano, prefetto di polizia. Il De Martino era 
ministro di Napoli a Roma ; Morelli, procuratore generale della 
Corte criminale di Salerno ; Del Re^ controllore generale alla 
tesoreria; il maresciallo Ritucci, uno dei più vecchi generali, e 
il retroammiraglio Garofalo, uno dei più vecchi ammiragli, fra- 
tello del maresciallo barone Gaetano, e che, come questi, aveva 
servito in gioventù sotto Murat, ed era stato uf&ciale sulla nave 
comandata dal Bausan, la quale, accerchiata dalla flotta inglese, 
riuscì a traversarne le fila ed entrare nel porto di Napoli ; e, da 
ultimo, il principe di Torella era succeduto da pochi anni nel 
titolo a suo padre Giuseppe, che fu ministro di Ferdinando dopo 
il 16 maggio. Del vecchio ministero restò soltanto Carafa per 



- 255 - 

pochi giorni, mal rassegnandosi a non più ricevere il corpo diplo- 
matico. I nuovi direttori furono nominati più tardi. 

Erano nel porto sette legni francesi e due inglesi, che presero 
parte alle salve. Brenier diceva che le due flotte erano in rada 
per evitare possibili saccheggi da parte della plebe reazionaria, 
ed anche un possibile bombardamento, qualora, non decidendosi il 
Re a dare la Costituzione, fosse scoppiata la rivoluzione a Napoli. 
Elliot assicurava persino che Mazzini era in Sicilia, e certo le 
preoccupazioni del governo erano tali, che, la sera del 18, sei- 
mila uomini usciti dai Granili, andarono ad accamparsi tra Ba- 
gnoli e Pozzuoli, temendosi colà uno sbarco di rivoluzionarii. 

La mattina del 26, il Re e la Regina tornarono a Napoli in 
carrozza scoperta. Il Re cercava di mostrarsi ilare, ma era pal- 
lido ed abbattuto per le febbri sofferte. Lungo il percorso fu- 
rono rispettosamente salutati, ma non ebbero le clamorose acco- 
glienze che si aspettavano. Il giorno 27, tra le salve dei legni 
ancorati nel porto, s'inalberò la bandiera tricolore sui castelli 
e sulle navi da guerra. Nella scelta dei nuovi ministri ebbe 
non piccola parte il conte d'Aquila, o almeno grande fu il suo 
affaccendarsi perchè cosi si credesse. Avrebbe voluto che Giu- 
seppe Ferrigni fosse ministro di giustizia, ed ebbe all'uopo fre- 
quenti coUoquii con lui; ma il Ferrigni non volle saperne. Si 
narra che allo Spinelli, il quale insistette anche la sua parte 
perchè egli entrasse nel ministero, il Ferrigni rispondesse essere 
Francesco II un moribondo, al che si aggiunse pure che lo Spi- 
nelli avrebbe replicato : " Ma noi da medici pietosi cerchiamo di 
prolungarne le ore „ . L'aneddoto è riferito in un opuscolo, ve- 
nuto alla luce nel 1895 e dedicato alla memoria del Ferrigni ; e 
vi è pur pubblicato il testo della letterina che il Ferrigni scrisse 
al conte d'Aquila in data del 26 giugno. ^ Al marchese Rodolfo 
d'Afflitto fu offerto il ministero dell'interno, che non volle ac- 
cettare, perchè l'alleanza col Piemonte non era assicurata, e la 
Costituzione,, data precipitosamente, parvegli che distruggesse il 
vecchio governo senza la possibilità di formarne uno nuovo. 

Per il 28 il Re dispose che vi fosse gran gala, con le con- 



' Luigi Aktonio Villari, Cenni e ricordi di Giuseppe Ferrigni. — 
Napoli, tipografia Priore , 1895. 



- 256 — 

suete salve e l'illuminazione dei pubblici edifìci e dei teatri. 
A questa letizia ufficiale non rispose la letizia pubblica, perchè, 
mentre da una parte il Comitato dell'Ordine consigliava ed im- 
poneva di accogliere la Costituzione con freddezza, dall'altra parte, 
nella stessa giornata del 26, scoppiarono i primi tumulti a Napoli, 
contro la polizia e divennero gravissimi il 27. Furono aggredite 
e ferite alcune pattuglie di feroci] investiti i commissariati di po- 
lizia ; manomessi gli archivi! ; bruciate le carte ; ucciso un odiato 
spione ; feriti alcuni commissarii e ispettori, e compiuti non po- 
chi atti di saccheggio a danno di privati, soprattutto nei quar- 
tieri bassi, per cui molti negozi si chiusero, molti forestieri fug- 
girono e molti cittadini ripararono nelle città vicine. Alle 8 
della sera del 26, ci fu di peggio. Mentre il ministro Brenier 
usciva nella sua carrozza dal palazzo del Nunzio, fu malamente 
percosso due volte sul capo con mazza di ferro, e ferito; né 
mai si seppe l'autore e meno ancora, lo istigatore dell'aggres- 
sione, la quale destò indignazione e paura ad un tempo. Il Re 
mandò subito al palazzo della legazione francese i suoi due 
aiutanti Ischitella e Sangro, a chiedere notizie e ad esprimere 
il suo rammarico per quanto era avvenuto ; il conte d'Aquila 
vi tornò due volte, trattenendovisi sino alle due e mezzo della 
mattina; i vecchi e i nuovi ministri mandarono o portarono le 
condoglianze; e un indirizzo, sottoscritto da parecchi cittadini, 
manifestò l' indignazione dei napoletani per l' ignobile attentato. 
L'attentato a Brenier fu creduto dai liberali opera della rea- 
zione, poiché egli era stato uno dei più insistenti sollecitatori 
della Costituzione. Su denunzia non si sa di chi, il prefetto Ro- 
mano fece imprigionare i fratelli Manetta, che avevano fama di 
incorreggibili reazionari e di gente audace e manesca, ritenendoli 
addirittura gli autori del triste fatto. Il processo fu istruito 
dallo stesso presidente della G-ran Corte criminale, Ezio Gin- 
nari. Nessuna prova però si potè raccogliere, nonostante una 
circolare rimasta famosa, con la quale il detto presidente invi- 
tava gli Eletti ad indicare i nomi dei più noti camorristi delle 
varie sezioni, per chiamarli a deporre sul fatto. Del resto, quan- 
do Brenier, caduti i Borboni, lasciò Napoli, mandò una lettera 
ufficiale al Pisanelli, guardasigilli della dittatura, proclamando 
l'innocenza dei Manetta e reclamandone la liberazione. Nondi- 
meno il nuovo procuratore generale De Falco emise il suo atto 



- 257 — 

d'accusa contro costoro per crimine di eccitamento alla guerra 
civile, accompagnato da ferita che aveva prodotto deturpamento 
permanente (secondo il giudizio del perito Palasciano), sulla per' 
sona dell'ambasciatore di Francia, signor Brenier, reato che dal 
codice napoletano era punito coi ferri dai ventiquattro ai tren- 
t'anni. I Manetta furono validamente difesi dall'avvocato Fran- 
cesco Bax. Avendo Garibaldi concessa un'amnistia per i reati po- 
litici, non congiunti a reati comuni, il De Falco sostenne essere 
l'amnistia inapplicabile ai Manetta ; ma dopo l'arringa di Bax in 
pubblica udienza e dopo che Enrico Pessina, divenuto coi nuovi 
tempi sostituto procuratore generale, si associò alle argomenta- 
zioni di lui, la Corte criminale ordinò la scarcerazione degli ac- 
cusati, i quali si ritirarono a Malta e vi stettero più anni. Si 
disse anche, che Brenier chiedesse per indennità dell'aggressione 
un milione di ducati, ovvero il palazzo reale del Chiatamone. Ma 
egli veramente non chiese nulla, tranne che fossero fatte al suo 
Sovrano speciali scuse dell' insulto, di cui era stato vittima. 

Temevansi, nel giorno seguente, peggiori disordini e altre 
scene di sangue. Si diceva che il partito reazionario avrebbe 
profittato di quell'occasione per rinnovare la Santafede, indurre 
il Re a ritirare la Costituzione e a nominare un ministero di 
resistenza. Nella notte dal 27 al 28, fu proclamato lo stato di 
assedio, dandosi al generale Caracciolo di San Vito il comando 
della piazza. La mattina del 28, il nuovo prefetto di polizia, 
Liborio Romano, pubblicò il suo primo manifesto, col quale 
proibiva gli attruppamenti e le grida di ogni specie, che potreb- 
bero ingenerare tumulti. Il manifesto cominciava cosi : " Le no- 
velle istituzioni promettitrici e garanti al nostro bel paese d^un 
lieto e prospero avvenire non possono convenientemente radicarsi 
e produrre frutti soavi (sic), se il popolo non dà prova di averle 
Tneritate, aspettando con pazienza le nuove leggi e il tempo del- 
l'oprare, rispettando V ordine pubblico, le persone e la proprietà „. 
Il ministero costituzionale iniziava la sua opera, proclamando lo 
stato d'assedio, ma ciò faceva per garantire l'ordine e per avere 
il tempo di formare una guardia cittadina, a tutela della pub- 
blica quiete, cosi come disse nella sua prima ordinanza il nuovo 
ministro dell'interno, Federico del Re. Furono date, difatti, il 
dì seguente, le necessarie istruzioni agli Eletti della città, per 
preparare le liste della guardia nazionale. 

Dk Cesark, La fine di un Segno - Voi. II. 17 



— 258 — 

Il ministero del 27 giugno era formato quasi tutto di uomini 
miti e dottrinari, non atti a lottare contro la marea che incalzava 
da ogni parte e dalla quale furono addirittura travolti, quando 
all'Atto Sovrano segui, quattro giorni dopo, l'amnistia che 
spalancò le carceri e iniziò il ritorno degli emigrati. Si è ve- 
duto che Napoli fu in preda di gravi tumulti nelle sere del 26 
e del 27 giugno, tanto che si fu costretti a ricorrere allo stato 
d'assedio, per pochi giorni. La vecchia polizia era sparita, e una 
guardia cittadina si andava formando. Liborio Romano, si disse, 
per consiglio di un vecchio generale borbonico, ebbe l'idea di 
reclutarla fra i camorristi e fra quei guappi, mezzo patrioti e mezzo 
camorristi, amnistiati anche loro e usciti dalla Vicaria e da 
San Francesco, o tornati dalle isole. Credeva facile cosa po- 
terli disciplinare e s'illudeva forse di redimerli. I picciotti di sgar- 
ro sostituirono i feroci ; e ogni capocamorrista, Michele 'o Chiaz- 
ziere, lo Schiavetto, il Persianaro, Salvatore de Crescenzo, detto 
Tore 'e Crescienzo, e altri non meno celebri divennero gli entu- 
siasti e romorosi capisquadra di questa nuova e strana guar- 
dia, senza uniforme e senz'armi, che solo portava un nodoso 
bastone in mano e una coccarda tricolore al cappello. 

Fu un atto ardito e forse necessario per garantire, in quei 
giorni, l'ordine pubblico : atto probabilmente consigliato al Ro- 
mano dalla disperata condizione delle cose, e che se da principio 
impedi peggiori disordini, tenne nonpertanto la città, prima che 
fosse formata la guardia nazionale, in uno stato di paurosa sovraec- 
citazione. Napoli era in balìa dei camorristi ; e se non mancarono 
atti di probità e di generosità, specialmente nei primi tempi, non 
tardarono i malanni. Cominciarono, specie da parte dei mezzo 
camorristi, cioè dei guappi patrioti, le minacce e le estorsioni a 
danno dei borbonici o dei presunti borbonici, le vendette pri- 
vate, il contrabbando alla dogana e alle barriere ; e crebbe enor- 
memente il giuoco clandestino del lotto. Bisognava passar sopra 
a tutto, anche perchè quella polizia fini per servire ai due Comi- 
tati dell' Ordine e di Azione, soprattutto a questo, che più la 
carezzava e mostrava di tenerla in qualche conto. L'atto di don 
Liborio ebbe il suo bene e il suo male e potè essere giustificato 
dalle circostanze ; ma il male peggiore fu quello di avere inquinata 
la nuova polizia, in guisa che, quando Spaventa, ministro sotto la 
luogotenenza del principe di Carignano, volle epurarla, la camor- 



— 259 - 

ra, facendo causa comune con le guardie nazionali di più bassa 
lega, e con le quali aveva maggiori contatti, insorse violente- 
mente, e il coraggioso ministro per poco non vi lasciò la vita. 

La prima nomina di direttore, con decreto del 6 luglio, fu 
quella di Carlo de Cesare, che contava trentasei anni e aveva 
fatto il letterato nella sua prima gioventù, e poi, datosi a studii 
di scienze economiche e sociali, si era acquistato bel nome ed 
aveva vinto, due anni prima, in pubblico concorso, il premio isti- 
tuito da Michele Tenore, all'Accademia Pontaniana. Era intimo 
del Manna, il quale lo volle suo collaboratore nel ministero delle 
finanze. Durante il decennio, aveva sofferte persecuzioni ; era 
stato imprigionato e confinato ; si era aperto contro lui e contro 
i suoi fratelli e altri egregi cittadini di Spinazzola, un processo 
di cospirazione per la setta dell'unità d' Italia ; era stato atten- 
dibile, e la sua persona e la sua casa, al vico Sergente Maggiore, 
accanto a quella di Ferdinando Mascilli, erano state dalla polizia 
tenute sempre d'occhio. Liborio Romano scelse per direttore il suo 
antico amico. Michele Giacchi, avvocato civile di grido, che fu 
deputato di Campobasso nel 184S e, nei primi anni della rea- 
zione, potè sottrarsi ai processi per la protezione del generale 
Lecca, di cui era avvocato ; ma poi fu confinato per qualche 
anno a Sepino, sua patria, e potè tornare a Napoli per le insi- 
stenze dello stesso generale Lecca, cui il Re voleva bene, e 
chiamava, celiando, il mio fido greco^ per la sua origine. Romano 
aveva alla sua volta sofferte maggiori persecuzioni : era stato pri- 
ma confinato a Patù, suo borgo nativo, dopo i moti del 1820; 
prigioniero in Santa Maria Apparente prima e dopo il 1848 ; 
esule in Francia per qualche anno, e nel 1859 sottratto dal conte 
d'Aquila ad una nuova prigionia. 

Romano, De Cesare e Giacchi rappresentavano nel ministero 
una specie di tratto d'unione fra il nuovo governo e i liberali 
che tornavano dall'esilio, o uscivano dalle prigioni. Si aggiunga 
che ministro effettivo per l' interno era Giacchi, il quale aveva 
testa più organica di don Liborio ; e ministro delle finanze fu, 
quasi dal primo giorno, Carlo de Cesare, perchè il Manna, alla 
metà di luglio, andò a Torino per trattare la lega, e non ne 
tornò che a Regno finito. Furono anche direttori : Giuseppe 
Miraglia, alla grazia e giustizia ; Michele Capecelatro, alla ma- 



— 260 — 

rina, e il barone di Letino, Salvatore Carbonelli, ai lavori pub- 
blici ; ma questi non avevano colore politico accentuato. Mira- 
glia fu, più tardi, presidente della Corte di Cassazione di Roma, 
ed ora è in riposo ; Micbele Capecelatro era fratello maggiore di 
Alfonso e di Antonio ; e il barone di Letino, rimasto fedele ai 
Borboni, fu ministro per le finanze nel ministero di Gaeta. Il 
barone di Letino e il Miraglia sono i soli superstiti, credo, di quel 
ministero. 

Dei nuovi ministri, la maggior forza morale era il presidente 
del Consiglio, don Antonio Spinelli. Questi era vissuto dodici 
anni fuori della vita pubblica, ma era stato sopraintendente degli 
archivi di Stato ; consultore, ministro di agricoltura e commer- 
cio, e incaricato di stabilire trattati di commercio con le prin- 
cipali potenze di Europa. Aveva pubblicati importanti lavo- 
ri sulle opere pie della città di Napoli e, fra gli altri, un'in- 
chiesta rimasta famosa per profondità di vedute e coraggio ci- 
vile, e della quale Ferdinando II ebbe quasi paura, tanto da 
lasciarla cadere in oblio. Era uomo di forte carattere e di grande 
dirittura di animo. Sperò, accettando la presidenza del mini- 
stero costituzionale, in una resurrezione del Regno di Napoli, 
confederato col Piemonte ; ma, al punto a cui erano giunte le 
cose, non se ne nascondeva le difficoltà. Il conte d'Aquila, ohe 
si dette un gran da fare per mettere insieme quel ministero, 
andò a chiamarlo, da parte del Re. Lo Spinelli era alla sua 
villa di Barra e, pur sentendo tutta la gravità del sacrifizio 
che gli s' imponeva, accettò, con la coscienza di sacrificarsi al 
bene del paese. Liberale e costituzionale convinto, disse agli 
amici che gli facevano premura di accettare, costargli molto 
l'annullamento della sua persona, perchè, ove mai la rivoluzione 
trionfasse, egli non sarebbe venuto mai meno agli obblighi mo- 
rali, che feran per legarlo alla dinastia pericolante. E così fu. 
Coi nuovi tempi non accettò alcun ufficio, ma fu largo di con- 
sigli a quanti glie ne richiesero, e più volte il principe di Ca- 
rignano si rivolse non indarno a lui, per essere esattamente 
informato su uomini e cose del Napoletano, durante la luogo- 
tenenza. E da registrare a proposito di lui un aneddoto cu- 
rioso e doloroso ad un tempo. Il giorno, che i camorristi di 
Napoli insorsero contro Spaventa, poco mancò che lo Spinelli 
non vi lasciasse la vita. Lo scambiarono per Spaventa, assa- 



- 261 - 

lirono la carrozza, in cui egli era, presso il palazzo De Rosa 
a Toledo, pugnalarono un cavallo, ferirono il cocehiere e, senza 
r intervento coraggioso di un ufficiale dello stato maggiore, sa- 
rebbe caduto sotto i colpi di que' farabutti. Dal giorno che Fran- 
cesco II partì, egli rientrò nella vita privata, non volle onorifi- 
cenze e neppure la nomina a senatore del Regno. Mori a ot- 
tantotto anni, nell'aprile del 1873, assistito amorevolmente dai 
suoi figliuoli e rimpianto dai molti amici. Gli scrittori bor- 
bonici accusarono anche lui di tradimento, ma mai accusa fu 
più stolida. Lo Spinelli si sacrificò ad una situazione, tanto nuova 
storicamente, quanto difficile, e la cui non remota fine egli stesso, 
accettando il ministero, aveva preveduta. Era un uomo di co- 
scienza, non uno scettico vanitoso e inconsapevole, come Libo- 
rio Romano. Giovanni Manna era stato ministro nel 1848 ; ma, 
pur volendo l'autonomia del Regno, non moriva di tenerezza per 
i Borboni, e il principe di Torella, fratello maggiore di Cammillo 
Caracciolo, era un brav'uomo, nervosissimo, liberale a suo modo, 
molto religioso e municipale schietto. Lo dicevano assai versato 
nel diritto canonico, e fu forse per questo che lo nominarono mi- 
nistro per il culto. Giovanni Manna non aveva occupato alcun uf- 
ficio nel decennio ; era vissuto tra i suoi studii, e con pochi e fidi 
amici, dovendo alla sua parentela col generale Sabatelli, di cui era 
genero, se non fu processato, soprattutto perchè aveva conservato 
vivo il suo culto per Carlo Troja e la sua amicizia con i colleghi 
del ministero del 3 aprile, esuli in Piemonte. Spinelli e Manna 
erano le maggiori autorità del ministero ; ma, fra tutti, si rite- 
neva più destro il De Martino, uomo di talento di certo, ma la 
cui azione diplomatica, come ministro costituzionale, fu una serie 
d'insuccessi, nonostante la fede, da lui fin troppo e aperta- 
mente dimostrata , che sarebbe riuscito a impedire lo sbarco 
di Garibaldi sul continente, interessando tutta l'Europa alla 
conservazione del Regno. Contava molte amicizie nella diplo- 
mazia, e riusciva simpatico per la persuadente loquela e la vi- 
vace fantasia meridionale, ma in fondo era scettico e repugnava, 
un po' meno dei suoi colleghi, da qualunque misura concludente 
contro quelli che cospiravano e si agitavano per mandare in 
fiamme e Regno e dinastia. 

Nel primo giorno di luglio, il ministero, in una sua rela- 
zione al Re, lo aveva invitato a richiamare in vigore lo Statuto 



— 262 — • 

del 1848, il quale Statuto, essi dicevano , se dopo qualche tempo 
si trovò sospeso in conseguenza di luttuosi avvenimenti che non 
accade ora rammentare, non però fu mai abrogato. E con de- 
creto dello stesso giorno, Francesco II lo richiamava in vigore, 
convocando i collegi elettorali per il 19 agosto, e il Parlamenta 
per il 10 settembre. Da questo momento l'attività del mini- 
stero sembrò eclusivamente rivolta a nominar commissioni, per 
preparare progetti di legge e riforme. Il 2 luglio, il marescialla 
Cutrofìano dichiarava tolto lo stato d'assedio, anche perchè in 
quel giorno corse voce che fosse stata conclusa la lega col Pie- 
monte, onde gran folla attese innanzi alla Reggia il Re, che 
si diceva sarebbe uscito in carrozza con Villamarina e Brenier» 
Si affermava che il Re di Piemonte avesse risposto : " accettare 
l'alleanza e attendere con gran piacere la missione straordina- 
ria, che gli s' inviava per trattare la lega ; pregare il Re di avere 
in vista più le idee nazionali che le particolari franchigie; de- 
siderare la cooperazione dei buoni ufficii della Corte di Napoli 
fra lui e la Santa Sede ; non opporre nulla alla condizione di non 
riconoscere l'annessione delle Romagne „ . Il 3 luglio, il prin- 
cipe di Torcila chiamava Leopoldo Tarantini, Saverio Baldac- 
chini, Carlo Toraldo e Raffaele Lucarelli a far parte della com- 
missione per preparare il progetto di legge sulla stampa. Ad 
elaborare la legge elettorale, il ministro dell'interno nominavar 
Giuseppe Aurelio Lauria, Giuseppe Colonna di Stigliano, il mar- 
chese Rodolfo d'Afflitto e Costantino Crisci; e, due giorni dopo, 
Antonio Troysi, Gaetano Ventimiglia, Giuseppe Gailotti, Ga- 
briele Capuano, Carlo de Cesare, Costantino Baer, Tito Cacace, 
Francesco Sorvillo, Luigi Balsamo e Alessandro Gicca venivano 
chiamati a studiare i progetti finanziari da presentarsi alle Ca- 
mere. Il 7 luglio, erano limitate le funzioni di polizia alla- 
punizione dei reati, e si prometteva di conservare degli antichi 
impiegati solo quelli, che per la loro morale ed intemerata con- 
dotta, non avessero demeritato della pubblica opinione. Il 10 
luglio, il Consiglio di Stato aboliva la pena delle legnate. 

Cominciò l'ecatombe dei vecchi uomini. Neil' intendenza di 
Napoli, al principe di Ottaiano succedeva Giovanni Cenni ; e 
vennero messi al ritiro gl'intendenti Mandarini, Sabatelli, Sozi 
Carafa e Dommarco ; il segretario generale della prefettura^ 
Merenda e i commissari di polizia, Maddaloni, Morbillo, De 



- 263 - 

Spagnolis e Campagna. Salvatore Murena era " discaricato „ 
dall'ufficio di professore di diritto amministrativo nell'Università, 
e da quello di consultore di Stato ; anzi alla Consulta si compiva 
una vera rivoluzione, poiché nuovi consultori furono nominati 
Giovanni Vignali, Giuseppe Aurelio Lauria, Luigi Dragonetti 
e Rodolfo d'Afflitto ; mettendosi in riposo, oltre al Murena, il 
duca di Serraoapriola , Roberto Betti, Leopoldo Corsi, Raimondo 
de Liguoro, Vincenzo de Sangro e Giuseppe de Marco. 

Il decreto d'amnistia per i condannati politici, promesso nel- 
l'Atto Sovrano, fu pubblicato il 3 luglio : amnistia completa, 
non a solo benefìcio di quelli che erano ancora sotto processo, 
ma di tutti gli altri, rinchiusi nelle prigioni o esiliati in per- 
petuo dal Regno. Si pensò subito a soccorrere i detenuti e i 
deportati poveri e si stabili di dare, a loro beneficio, uno spet- 
tacolo al San Carlo. Questo ebbe luogo la sera di sabato, 21 lu- 
glio. La compagnia drammatica dei Fiorentini si prestò gra- 
tuitamente a recitarvi una commedia. Si eseguirono due balli : 
il Mulatto e la Margherita Gauthier ; furono cantati da Ruggiero 
Antonioli, Vera Lorini, dal Guicciardi, da Bertolini e da Marco 
Arati alcuni pezzi dei Foscari, dei Lombardi, deW Attila e della Fa- 
vorita ; ed i coristi eseguirono il coro dei Lombardi, fra strepitosi 
applausi. Il teatro, manco a dirlo, era fìtto di spettatori. La 
vendita dei biglietti fruttò oltre a mille ducati, e le offerte vo- 
lontarie più di cinquecento. Il Re largì duemila ducati, e ot- 
tocento i principi, e l'intero prodotto ascese a ducati 4371, 19. 
Nonostante queste manifestazioni di letizia, la tranquillità pub- 
blica in Napoli e in molte provincie era ogni momento turbata 
da dimostrazioni ed eccessi di ogni specie. Cresceva il panico 
nella città. Si ritiravano i depositi dal Banco ; si vendeva la 
rendita, e i cambiavalute non cambiavano più polizze in oro. 
Il napoleone valeva cinque ducati, cioè quasi una lira e mezza 
più del suo valore reale. Il cambio dell'argento in oro sali dal 
3 airS 71) ' la rendita scese di parecchi punti. 

Quel turbolento entusiasmo, provocato in gran parte dalla 
guardia cittadina, composta, come si è veduto, di camorristi e di 
guappi patrioti, e tenuto vivo, per interesse e per bisogno tutto 
meridionale, di estrinsecarsi, si manifestava in ogni occasione, 
anche futile, ma soprattutto per il ritorno degli emigrati, più 
accentuatamente antidinastici. Non passava giorno, che all' Im- 



~ 264 — 

macolatella non avvenissero scene, clie degeneravano in tumulti. 
All'arrivo di Poerio, di Settembrini, di Pisanelli, di Spaventa, 
d'Imbriani, di Mariano d'Ayala, di Sandonato, di Conforti, di 
Mancini e di altri, notissimi, un' onda di popolo correva clamo- 
rosamente a festeggiarli ; e Ferdinando Mascilli, relegato a Capri, 
fu al suo arrivo, portato in trionfo addirittura. Il grido di 
quelle dimostrazioni era sempre : Viva V Italia e Viva Garibaldi. 
Un giorno, una dimostrazione guidata dai giovani Alfonso Ca- 
pitelli e Carmine Senise, rompendo i cordoni della truppa, mosse 
dallo Spirito Santo per la villa Tommasi, a Capodimonte, dove 
abitava Villamarina. Il ministro sardo non si lasciò vedere, ma 
i dimostranti furono lietamente accolti dai segretarii della lega- 
zione, e incitati a proseguire. La complicità della legazione 
sarda al movimento unitario appariva fin troppo palese. 

Le provocazioni alla truppa erano continue, essendo essa in 
sospetto di cospirare contro la libertà. Nelle ore pomeridiane del 
15 luglio, i granatieri della guardia reale, provocati, si disse, 
da una di quelle dimostrazioni, reagirono con violenza, sciabo- 
lando pareocliia gente al grido di Viva il Re, sacclieggiando 
qualche bottega e destando il terrore nella città. Tra quelli, 
che patirono violenza, son da ricordare il ministro di Prussia e 
l'ammiraglio francese Le Barbier du Tinan. I ministri, impau- 
riti dal gran fermento dello spirito pubblico, si dolsero col Re 
di quanto era avvenuto, credendo anche loro che i granatieri 
avessero agito per consiglio della setta reazionaria. Don Libo- 
rio diceva di aver documenti per provarlo, ma non provò nulla. 

Dopo questo incidente, il ministro della guerra Ritucci cede il 
posto al generale Giuseppe Salvatore Pianell, o Pianelli, come i 
borbonici lo chiamavano e seguitarono a chiamarlo per dileggio, 
sostenendo che il suo vero cognome fosse Pianelli, e che per 
vanità ne avesse egli soppressa l'ultima lettera. Contempora- 
neamente usciva dal ministero Federigo del Re, uomo eccellente 
e colto, ma di nessuna attitudine politica, e gli succedeva Li- 
borio Romano. Un proclama reale dello stesso giorno lodava 
il contegno dei sudditi, che non si erano abbandonati ad eccessi ; 
ed in esso il Re si augurava, ohe " la dimoile arte del governare 
ci verrà come spianata e fatta più facile da' lumi di una stampa 
saggia e veramente nazionale, e dal concorso di tutti gli uomini 
di alto senno politico e civile, che sederanno nelle Camere legisla- 



— 265 - 

Uve ri' Altro, più caldo, fu nello stesso giorno pubblicato per 
l'esercito e per l'armata, e vi era scritto : " Voi entrerete^ leal- 
mente, in questa nobile e gloriosa via, e vi unirete al patto 
Costituzionale, che ci lega in una sola famiglia ; voi sarete cani' 
pioni di giustizia, di umanità, di disciplina, d'amor di patria, 
voi la speranza dei vostri concittadini, sarete saldo sostegno del 
Trono e delle nuove istituzioni e strumento della grandezza e pro- 
sperità nazionale j,. 

Ma il documento, clie, in solennità enfatica e in una stra- 
nezza singolare di stile, superò tutti gli altri, fu la circolare 
diretta, sempre il 16 luglio, dal nuovo ministro Pianell, all'e- 
sercito. Concludeva così: "• Gli ujjiziali generali e di qualunque 
rango, i sottouffiziali e soldati, abbiano perciò in mente, che Re 
costituzionale, alleanza italiana, autonomia propria, bandiera ita- 
liana, ormai ci riuniscono come in una sola famiglia, onde di- 
mostrare che siam tutti mallevadori delle novelle istituzioni, pro- 
fittevoli all'universale, e segnatamente a quanti sono o s' incammi- 
Tiano nella gloriosa carriera delle armi „ . Il giorno 20 luglio, 
Gregorio Morelli era sostituito da Antonio Maria Lanzilli, insi- 
gne magistrato, e Raffaele Farina veniva nominato prefetto di 
polizia. 

Ma l'uomo onnipotente in quel difficile periodo era don Liborio 
Romano. Un esempio di popolarità, cosi generale e indiscussa, 
non si trova che nei pochi giorni del potere di Masaniello ; ma 
quelli furono giorni, e la potenza di don Liborio durò, inconte- 
stata, circa tre mesi. La camorra, divenuta polizia mercè di lui, 
lo inneggiava senza tregua ; la guardia nazionale, forte, il 17 lu- 
glio, di seimila uomini e, due giorni dopo, di circa diecimila, 
lo chiamava il suo papà. Il Re aveva nominato generale di 
quella milizia il principe d' Ischi tella, già ministro della guerra 
e marina con Ferdinando II, e che aveva il privilegio, unico 
nel Regno, e assolutamente eccezionale nell'esercito, di portare 
tutta la barba. Era vecchio e vanitoso, e affermò nelle sue Me- 
morie di essere stato forzato dal Re a prendere quel comando, 
perchè il paese aveva fede nelle sue opinioni liberali, mentrechè 
di questo liberalismo nessuno veramente si era mai accorto ! Il 
capo dello stato maggiore fu il duca di Cajaniello; e i primi 
dodici capi di battaglioni furono il barone Giuseppe Galletti, 



— 266 - 

Gaetano Mezzacapo, il barone Pietro Compagna, Giacomo Gian- 
nuzzi-Savelli, Luigi Giordano, Giuseppe Gallone, principe di Mo- 
literno, Vincenzo Pignatelli, principe di Strongoli, Niccola de 
Siervo, Luciano Serra, il barone Federico Bellelli, Francesco 
Pinelli e Domenico Ferrante. Alcuni non accettarono, e fu tra 
questi Luigi Giordano, il quale era tanta parte del Comitato del- 
l' Ordine, e cbe lealmente credette di non poter conciliare il 
nuovo ufficio con quello di cospiratore indomabile e coraggioso 
per l'unità nazionale. Gli successe don Paolo Gonfalone. Il 
giorno 17, uscirono le prime pattuglie, accolte da applausi stre- 
pitosi; e, la sera stessa, l'entusiasmo non ebbe freno, quando 
don Liborio, da due giorni promosso ministro, andò con Iscbi- 
tella a visitare i quartieri delle diverse sezioni. Il 23 luglio, 
il comandante in capo e i comandanti dei dodici battaglioni, 
gli fecero un ampolloso indirizzo, salutandolo liberatore della^ 
patria e paragonandolo a Demostene. 

Don Liborio era una sfinge. Egli, che si lasciava trascinare, 
per amore di vanità, dalla corrente, perchè impotente a frenarla, 
aveva per tutti una parola cortese e un sorrisetto benevolo, che 
sembrava malizioso e profondo : l'aveva per gli esuli che torna- 
vano ; per i prigionieri che uscivano dalle prigioni, quasi tutti 
suoi vecchi amici, colleghi o clienti : tutti antidinastici, sia che 
fossero cavurriani, garibaldini o mazziniani. A tutti lasciava in- 
tendere ch'egli, nuovo cittadino di Gand, stesse li per conto di 
Cavour o di Garibaldi. Al Re, ai ministri, ed agli autonomisti 
diceva poi, ma più faceva dire dagli altri, che egli solo era ca- 
pace di salvare la dinastia ed il Regno, e di consolidare gli or- 
dini liberi. L'uomo era scettico e vano, avvocato per giunta, 
e ricco' di quella malizietta italo-greca, insinuante e carezze- 
vole, che è propria dei suoi conterranei, noti in Puglia col 
nome di capustieddi. Patù è nel Capo di Lecce. Veramente 
don Liborio non fece nulla, ne per affrettare gli avvenimenti, 
né per ritardarli, ne per dirigerli a un fine preciso, né per at- 
tenuarne gli effetti, perchè egli non aveva alcun concetto poli- 
tico e rifuggiva, per temperamento, da ogni violenza o rischiosa 
responsabilità. Quell'onda popolare, incalzante e turbolenta, se 
ne lusingava tanto la vanità, in fondo lo lasciava freddo. Era 
vecchio, e non v'era pericolo che il sangue gli salisse al cer- 
vello. Egli si è dipinto da sé nelle sue Memorie e non é colpa 



- 267 - 

di nessuno, se apparisce in quelle pagine mediocrissimo uomo, 
senza ombra di coscienza politica. 

Il terrore aveva invasa la Reggia. La Regina madre se ne 
andò a Gaeta coi figliuoli e col padre Borrelli, imbarcandosi al 
Granatello, a bordo della Saetta, comandata dal fido Raffaele 
Criscuolo. Fuggirono i gesuiti, e parecchi dignitarii di Corte, 
tra i quali il principe di Bisignano. Il Re era calmo e sorridente, 
e pareva tranquillo delle sue sorti. Maria Sofia continuava la 
sua vita di prima, e faceva i suoi bagni e relativo zumbo, nelle 
acque del porto militare. Alcuni anni dopo, donna Nina Rizzo 
diceva ai suoi intimi, che la sola a non aver paura, in quei mo- 
menti, fu la Regina. La Rizzo ne aveva guadagnato interamente 
l'animo ; e Maria Sofia la colmava di doni, come di doni colmava 
anche la figliuola maggiore di lei, che spesso .si vedeva passeg- 
giare nella Reggia con abiti di lusso, regalatile dalla Regina. Un 
giorno, fu veduta traversare Toledo in ricchissimo abito bianco 
da ballo, e tutti si domandavano chi fosse quella ragazza strava- 
gante. Nella Reggia le stranezze della piccola Rizzo, la quale 
non aveva quindici anni, erano anche maggiori e muovevano il 
riso: unica nota amena, fra tanta tristezza. Francesco II, il 
quale non aveva simpatie per la Rizzo, non riusci mai ad ot- 
tenere dalla Regina che ne moderasse il contegno. 



CAPITOLO XIII 



SoHMABio: Nuovi intendenti e sottointendenti — Il patriziato legittimista — Il 
E,e e il ministero — Le dimissioni del generale Nunziante — H giura- 
mento degl' impiegati e delle truppe — La libertà di stampa — I princi- 
pali fogli politici — Un'ordinanza del comandante la piazza di Napoli e lo 
espediente dolVOmnibua — Il programma del ministero — Disordini nelle 
Provincie — Patti di Taranto e di Bari — La persecuzione dei vescovi — 
Il vescovo di Muro e il vescovo di Gastellaneta — Attentato contro que- 
st'ultimo — Un rapporto del so ttoin tendente di Gaeta — Documenti carat- 
teristici — Protesta degli Acquavivesi contro monsignor Falconi — Una 
nota dell' intendente di Bari — Rapporto di Giacchi al ministro di poli- 
zia contro i vescovi d'Ariano, di Muro, di Bitonto, di Bovino e contro mon- 
signor Falconi — Telegramma del maresciallo Flores contro l'arcivescovo 
di Bari — Il vescovo di Sessa parte dalla sua diocesi — La ribellione de^ 
seminario di Matera — I vescovi di Trani, di Molfetta e di Conversano. 

Il Giornale Ufficiale seguitava a pubblicare liste di proscri- 
zione. H veccbio mondo si veniva sfasciando, inesorabilmente. 
Tutti gì' intendenti, parecchi sottointendenti, procuratori generali, 
presidenti di Corti criminali, giudici e impiegati minori di altri 
ministeri, venivano dispensati dal servizio, o messi in ritiro o 
in attenzione di destino. Erano queste le formole di uso, mentre 
quella, rimasta famosa: destituito in omaggio alla pubblica opi- 
nione, fu introdotta dalla dittatura. I ministri, specie don Li- 
borio, presentavano lunghe liste di proscrizione al Re, il quale 
cercava diminuire il numero dei colpiti, od attenuarne gli effetti. 
Qualche volta die prova di fermezza, scrivendo accanto ad alcuni 
nomi : no, no ; e altre volte cancellandoli di suo pugno. Ma que- 
ste liste, che furono ben povera cosa rispetto a quelle, veramente 
silliane, che si pubblicarono sotto la dittatura, mentre non ac- 
contentavano i liberali più esigenti, alienavano dal Re gli ultimi 



— 270 — 

fedeli, i quali lo accusavano di debolezza nel subire le pressioni 
del ministero, e soprattutto di Romano e di G-iacchi, senza con- 
tare, naturalmente, le ire dei colpiti, che arrivavano al cielo. 
Oramai le provinole avevano nuovi intendenti, nuovi capi della 
magistratura e, soprattutto, nuovi capi di polizia. Filippo Capone, 
da qualche anno reduce dall'esilio, fu nominato intendente di 
Avellino ; Domenico Giannattasio, a Salerno ; Alfonso de Caro, a 
Lecce ; Giuseppe Tortora-Brayda, a Campobasso ; Giuseppe Den- 
tice di Accadia; a Reggio; Pasquale Giliberti, a Cosenza ; Cataldo 
Nitti, a Potenza; il conte Francesco Viti, a Caserta; Pasquale 
de Virgilii, a Teramo ; Ignazio Larussa, a Catanzaro ; il barone 
Coppola, a Bari: tutti sinceramente costituzionali, ma sospetti, 
quasi tutti, agli unitarii, perchè partigiani della confederazione ; 
ne sospetti soltanto, ma tenuti d'occhio in tutte le loro mosse, e 
perciò in condizioni molto difficili, politicamente, anzi pericolose 
addirittura, e quasi umilianti per essi. I ministeri subivano 
grandi mutazioni nel personale, principalmente quello di polizia. 
Si può affermare che di questo ministero, e dei vecchi suoi fun- 
zionarli, non rimanesse quasi nessuno in carica. 

Il patriziato legittimista, il quale, dal giorno che venne con- 
cessa la Costituzione, fu posto da parte, si credeva in dovere di 
manifestare la sua napoletana indifferenza per quel che avve- 
niva. Parecchi di quel patriziato lasciavano Napoli un po' alla 
volta, e i rimasti non si tenevano dal mostrare al Re il loro dispet- 
to, nà potendo altrimenti protestare contro di lui e contro gli atti 
del suo Governo, decisero di togliergli il saluto. Quando lo in- 
contravano per via, o lo causavano, o fìngevano non vederlo, 
nò si conciliarono con lui, che qualche anno dopo, a Roma. Po- 
trei fare dei nomi, ma è meglio lasciarli nella penna. 

Al Re erano riferite tutte queste cose, e sinceramente se ne 
affliggeva. Notava ohe ogni giorno il vuoto si faceva maggiore 
intorno a lui. Oramai dei vecchi amici non se ne vedeva intorno 
che pochi, e dei nuovi non si fidava. Fra i ministri, mostrava 
predilezione per Spinelli e Torcila, e una relativa fiducia nel 
De Martino, il quale, con le due missioni di Manna e Winspeare a 
Torino, e di La Greca a Parigi, contava di far argine alla rivolu- 
zione invadente e salvare alla dinastia le provincie continentali. 
Diffidava, in modo fin troppo palese, del Romano, che chiamava 
familiarmente don Liborio] e per celia, qualche volta, tribuno 



- 271 - 

romano; ma non osava far atto di resistenza, perchè intendeva 
ohe in quel momento don Liborio era più forte di lui. Lo su- 
biva, e solo magramente se ne vendicava, motteggiandolo in 
segreto. 

Ma ciò che afflisse veramente Francesco, fu l'evoluzione im- 
provvisa e imprevedibile di Nunziante, di quell'Alessandro Nun- 
ziante, che, colmato di onori e di benefizi da Ferdinando II, del 
quale fu, in dieci anni, l'amico intimo e il consigliere fido, era 
stato da lui, Francesco, nominato suo aiutante, incaricato d' im- 
portanti missioni, come fu l'ultima in Sicilia e consultato in ogni 
emergenza. Nunziante, Latour, Sangro e, qualche volta, Ferrari, 
erano, come ho detto, gli strateghi, che il Re consultava a prefe- 
renza, e purtroppo aveva ascoltati un anno prima, quando re- 
spinse il programma di Filangieri, i consigli di Napoleone e 
le proposte di Salmour. Il 2 luglio, Nunziante mandò al Re 
le sue dimissioni da generale; e poiché questi indugiava a ri- 
spondere, quindici giorni dopo gli diresse un'altra lettera, in- 
sistendo. E avendogli il ministro della guerra partecipato, che 
il Re gli aveva concesso il ritiro e la facoltà di andare all'e- 
stero, Nunziante protestò e volle ad ogni costo le dimissioni, anzi 
rimandò, teatralmente, i diplomi e le insegne cavalleresche a 
lui conferite, scrivendo di non poter '^ più portare sul petto le 
decorazioni di un governo, il quale confonde gli uomini onesti, 
retti e leali con quelli, che meritano soltanto disprezzo „ . Con- 
temporaneamente sua moglie, donna Teresa Calabritto, duchessa 
di Mignano, scriveva al Re : " Sire, il posto di dama di Corte 
non mi appartiene; e però restituisco a V. M. il brevetto di no- 
mina y, . Né contento di questo, Nunziante dirigeva due ordini 
del giorno ai battaglioni dei cacciatori da lui comandati, e alla 
divisione mobile, prendendo da loro commiato, e loro inculcando 
sentimenti patriottici e italiani. 

Queste lettere e questi ordini del giorno, che i giornali non 
mancarono di pubblicare, produssero fortissima impressione in 
tutto il Regno, anzi in tutta Italia; suscitarono molti e varii 
commenti e avrebbero, secondo si afferma dal Nisco, determinato 
il conte di Cavour, al quale il Nunziante partecipò pure le sue di- 
missioni, con ampie dichiarazioni di sensi unitari, ad agire pron- 
tamente e apertamente, per porre la rivoluzione napoletana sotto 



- 272 - 

la bandiera della monarchia di Savoia^ e V esercito e l'armata del 
Napoletano a difesa d'Italia. La sera del 3 agosto, Niccola Nisco 
tornò a Napoli e, per incarico di Cavour, andò subito a trovare 
il Nunziante. Lo trovò costernato, perchè, venuto in sospetto 
di promuovere un " pronunciamento „ tra i cacciatori, gli era 
stato ingiunto di partire, tra ventiquattr'ore, per l'estero. Difatti 
partì, la nàattina dopo, assicurando il Nisco che, a qualunque 
costo, ad ogni avviso di Cavour sarebbe tornato, per servire la 
causa italiana. Andò in Isvizzera ; fu richiamato di là, dopo po- 
chi giorni, da Cavour; tornò a Napoli, ma restò a bordo della 
Maria Adelaide col Persane, come appresso si dirà. 

Caratteristici sono i due giuramenti prescritti dopo l'Atto So- 
vrano, per gì' impiegati e per i militari. Il giuramento, che do- 
vevano prestare gì' impiegati, fu redatto 1' otto luglio e merita 
di esser riferito: 

" Prometto e giuro innanzi a Dio fedeltà ed ubbidienza a Fran- 
cesco Ilf Re del Regno delle Due Sicilie, ed esatta ubbidienza ai 
suoi ordini ; prometto e giuro di compiere^ col massimo zelo e con 
la massima probità ed onoratezza, le funzioni a me affidate; pro- 
metto e giuro di osservare e di fare osservare la Costituzione del 
10 febbraio 1848, richiamata in vigore da S. M. il Re N. S. con 
R. Decreto i° luglio 1860; prometto e giuro di osservare e di far 
osservare le leggi, i decreti e i regolamenti attualmente in vigore; 
e quelli che saranno sanzionati e pubblicati in avvenire nei ter- 
mini della Costituzione medesima; prometto e giuro di non volere 
appartenere ora né mai a qualsivoglia associazione segreta. Così 
Dio mi aiuti „. 

Ai militari, schierati nelle città dov'erano di presidio, i co- 
mandanti leggevano ad alta voce la Costituzione, e gridavano, 
prima, tre volte, Viva il Re ; poi, tre volte. Viva la Costituzione : 
grida che i soldati dovevano anche tre volte ripetere. Il giura- 
mento, dato dalle truppe a Gaeta, fu cagione, come si vedrà, di 
denunzie e di accuse, perchè, tranne quello d'artiglieria, gli al- 
tri reggimenti non vollero ripetere Viva la Costituzione ; e al 
triplice grido di Viva la Costituzione, risposero invece con un 
triplice grido di Viva il Re. 

Della libertà di stampa si abusava in tutti i sensi. Videro 
la luce giornali e giornaletti d'ogni formato, quasi tutti, per 



— 273 - 

non dir tutti, antidinastici, unitari, cavurriani, garibaldini, maz- 
ziniani, tutto insomma, fuor che dinastici e costituzionali. Solo 
foglio costituzionale fu F Italia, che lealmente sostenne la fede- 
razione e il regime costituzionale, cioè il programma del mini- 
stero. La dirigeva Francesco Rubino, antico liberale, che fece " 
parte, nel 1848, della spedizione di Venezia con Guglielmo Pepe, 
e aveva sofferte, al suo ritorno, non poche molestie e lunga 
prigionìa nel castello di Bari. Era uomo di geniale cultura e 
scrittore di versi e di drammi, amico intimo di Carlo de Cesare 
e polemista valoroso. I suoi articoli del 1860 non si rileggono, 
oggi, senza riconoscervi un senso quasi profetico. Egli antive- 
deva le conseguenze di un' unità senza preparazione, la quale 
non s' intendeva che come ingrandimento del Piemonte. Rubino 
occupò, più tardi, alti uffici amministrativi, ed è morto da pochi 
anni a Napoli sinceramente rimpianto. Ruggiero Bonghi, tor- 
nato dall'esilio, fondò nell'agosto il Nazionale, che, apertamente 
unitario e cavurriano, polemizzava con l' Italia^ e iniziò subito 
quella vivacissima guerra a don Liborio, che non ebbe tregua. 
Scrivevano nel Nazionale Diomede Marvasi, Federico Quercia, 
Emilio Pascale, Antonio Turchiarulo, Eduardo Fusco, Aniello 
Vescia e altri giovani animosi. Marvasi e Quercia erano anch'essi 
tornati di fresco dall'esilio. Proprietario del giornale era Anni- 
bale Laudi, nipote del generale, e vi era un comitato direttivo 
preseduto da Silvio Spaventa. La guerra mossa a don Liborio 
era provocata dal sospetto che questi non fosse sincero; e che, 
mentre assicurava i cavurriani di essere con loro, cercasse di- 
sfarsene, anche con la violenza, facendone, una volta o l'altra, 
arrestare i più audaci. Era pure unitaria V Opinione Nazio- 
nale, fondata da Tommaso Arabia e scritta da lui e da Vincenzo 
Cuciniello, quasi esclusivamente. I fogli letterari divennero po- 
litici e antidinastici, quasi tutti, e ricorderò l' Iride, dove se- 
guitarono a scrivere i fratelli De Clemente. Ma questi fogli, 
insieme al Nazionale e 2IV Opinione Nazionale, non vanno con- 
fusi con. quella folla di giornaletti, eccessivi e sfrenati, e di 
foglietti volanti, per i quali il prefetto di polizia non trovava 
parole sufficienti di biasimo. " Miserabili scritture, egli li chiamò 
in un pubblico proclama, senza concetto, senza forma di stile, non 
dico italiano, ma umano, condannate all'oblìo, prima quasi di ve- 
nire alla luce della pubblicità „. Un'eccezione va fatta per il 

De Cesahe, La fine di un Regno • Voi. IT. 18 



— 274 — 

Tuono, giornaletto quotidiano umoristico, che vide la luce nella 
prima metà di luglio ed era diretto da Vincenzo Salvatore, diciot- 
tenne, con la collaborazione di Michelangelo Tancredi. Il Tìiono 
ebbe un momento di celebrità per aver ripubblicato i graziosi 
versi del Fischietto, all' indirizzo di Manna e Winspeare, andati 
a Torino a trattare la lega. Quei versi avevano per titolo: 
Tanti saluti a casa, e sarà bene esumarne alcune strofe davvero 
spiritose. La prima diceva: 

Signori stimatissimi! 
Rispetto e convenienza 
di salutare impongono 
chi muove alla partenza. 
Per cui servo umilissimo, 
togliendosi il berretto, 
a farvi i convenevoli 
accingesi il Fischietto. 
Lia. musa egli solletica, 
che di nuovo estro invasa, 
vi si prosterna, e v'augura: 
Tanti saluti a casa! 



E seguitava cosi: 



Forse, chi sa, partendosi 
di là con aria lieta 
^voi credevate facile 
una diversa mèta? 
Forse, tra i fumi e i brindisi, 
vedendolo gaio e arzillo, 
vi parve malleabile 
assai papà Cammillo? 
L'anima forse candida 
non era persuasa, 
che alfine vi dicessero 
Tanti saluti a casa? 



E l'ultima era questa: 



Or via, tornate subito 
con rassegnato piglio ! 
Tornate; e se v'interroga 
di messer Bomba il figlio, 
non iscordate il semplice 
notissimo versetto. 



- 275 — 

che in oggi a voi ripetono 
Torino e il Fischietto. 
Gli dite: Italia libera 
vuol far tabula rasa! 
Ecco la porta! — ditegli 
Tanti saluti a casa! 

li Tuono ripubblicò i versi, sol mutando 
Di messer Bomba il figlio 

in quest'altro : 

Quel povero coniglio. 

Ma questa pubblicazione non andò immune da conseguenze. 
La città, essendo di nuovo in istato di assedio, il comandante 
della piazza, che era il Cutrofiano, ordinò l'arresto del direttore 
e mandò alla tipografia De Angelis, dove si stampava il Tuono, 
una pattuglia di soldati con un ufficiale. Poclii momenti prima 
vi era giunto un ispettore della nuova polizia creata da don Li- 
borio, certo Falangola, ad avvertire il Salvatore che si mettesse 
in salvo. E questi fece appena in tempo ad uscire dalla tipogra- 
fia, col Falangola stesso, incrociandosi con la pattuglia che vi 
entrava, la quale non sospettò neppure poter essere il giornalista, 
quel giovane sbarbatello, che ne usciva in compagnia di un ispet- 
tore di sicurezza. E sul finire di agosto lo stesso giornaletto co- 
minciò il suo primo articolo coi noti versi del Trovatore : 

Miserere di un'alma già vicina 
Alla partenza, che non ha ritomo. 

E allora fu soppresso, ma ricomparve il di seguente, con 
un nuovo titolo : / Tuoni, e la soppressione servi di argomenta 
agli altri giornali, ma soprattutto al Nazionale, di protestare 
contro la violenza alla libertà di stampa! Salvatore scrisse in 
altri giornali serii e umoristici ; fu corrispondente da Firenze 
del Piccolo, della Patria e della Perseveranza) poi entrò nel 
Banco di Napoli, e ne diresse, con probità, intelligenza e fer- 
mezza, le sedi di Bari, di Venezia e di Genova, come ora dirige 
quella di Milano. 

Il ministero si vide costretto a stabilire una cauzione per 
ogni giornale politico, dando facoltà al comandante di piazza 



- 276 - 

di metter fuori un'ordinanza, comminante la sospensione dei fo- 
gli politici, i quali non avessero adempiuto al versamento di 
quella cauzione in tremila ducati, da depositarsi in contanti, o in 
rendita iscritta. . Appena uscita l'ordinanza, il Nazionale versò la 
cauzione, mentre l' Italia potè sottrarsene, mediante un permesso 
speciale. Ma la misura era grave e sollevò tanto rumore, che 
il ministero accolse un mezzo termine burlesco, suggerito àdl- 
V Omnibus, di accettare, cioè, per cauzione un biglietto di tenuta 
di ducati tremila, dando due mesi di tempo per adempiere alle 
disposizioni di legge. Con tale ripiego, non meno di quindici, 
tra giornali e giornaletti, seri ed umoristici, seguitarono a vede- 
re la luce in Napoli. L'ordinanza del comandante di piazza fu 
in data 16 agosto ; ma, per lo spediente dell' Omnibus^ essa re- 
stò quasi lettera morta, perchè il biglietto di tenuta fu facile a 
quasi tutti quei giornali di procurarselo. La libertà della stam- 
pa, con i suoi eccessi, costituì la vera debolezza del ministero 
costituzionale, le cui buone intenzioni erano sospette, o addi- 
rittura calunniate, e la cui opera, incerta e inefficace, ispirava 
non minori diffidenze. 

L'onda incalzava, e il ministero cercava frenarla, ma non vi 
riusciva. Il 4 agosto, pubblicò il suo programma, dal quale 
molto si attendeva. Cominciava col dichiarare, che avrebbe 
difesa la religione, proposte le riforme comunali, riattivate le 
opere pubbliche, e prometteva attuazione piena e sincera della 
Costituzione. Continuava, in curioso stile polemico : " il Go- 
verno eccita il patriottismo di quanti vi ha uomini onorandi ad 
agevolarlo con l'opera loro, e ricorda le parole di un grande ita- 
liano : non dichino (sic) gli uomini : io non feci, io non dissi, per- 
che comunemente la vera laude è di poter dire : io feci, io dissi „ . 
Prometteva, riguardo alla politica estera, la lega col Piemonte. 
" Il ministero, soggiungeva, è pronto e deciso a tutto intrapren- 
dere, tutto operare per raggiungere il grande scopo del consolida- 
mento della monarchia costituzionale e della italiana indipenden- 
za,,. E concludeva, augurandosi che la futura rappresentanza 
^ sarà l'opinione legale della vera maggioranza, cui solo è dato 
sperdere diffinitivamente le incertezze, annullare fin l'eco importuna 
del passato, e farsi guida delle giuste e legali aspirazioni „ . 

Questo programma, al contrario, non produsse effetto: troppa. 



- 277 - 

era l'esaltazione degli animi, e troppo rapidamente correvano 
le cose verso il destino fatale. Non si ebbe il tempo di eleg- 
gere i deputati ; e solo i giornali pubblicarono liste di candidati, 
fra i quali preferiti erano gli esuli e i prigionieri di più accen- 
tuata fede unitaria. Per il distretto di Trani ricordo che fu- 
ron candidati Saverio Baldacchini, Felice Nisio, Sabino Scoc- 
-chera, Lorenzo Festa Campanile, Ottavio Tupputi, l'abate Vito 
Fornari, Giuseppe Àntonacci, Giuseppe Beltrani, Simone de 
Bello. Compilate che -furono le liste, Liborio Romano, il giorno 
11 agosto, inviò agl'intendenti la seguente circolare: 

Signore! — Il giorno delle elezioni de' Deputati al Parlamento si 
avvicina, ed è d'uopo ohe il governo le dia istruzioni capaci di dirigere la 
sua condotta in circostanza cosi imponente pel nostro avvenire. Prima 
di tutto clie il Paese sia libero intieramente da ogni influenza estranea 
alle proprie convinzioni degli elettori. Il Governo non intende di proporre 
candidati, ma intende ed lia il dovere di evitare ogni pressione da qualun- 
que parte essa venga sulla volontà dei votanti. Ella quindi vigilerà affin- 
chè nessuno intrigo si formi, nessuna consorteria abbia luogo a fine d'im- 
porre un uomo anziché un altro. Quello che il Governo desidera, quel 
che il Paese attende è che dall'urna elettorale escano nomi di persone spec- 
chiate per la loro onestà, incapaci di viltà politiche, e soprattutto attac- 
cate a' principii della Indipendenza Italiana o della Monarchia Costituzio- 
nale che ci regge. A tal fine Ella adopererà i suoi consigli, badando alla 
stretta esecuzione della legge elettorale, e mantenendo intatto l'ordine 
pubblico, senza di cui nessuna libertà può esistere. Il Governo sa che 
varie liste di nomi corrono attorno per essere raccomandate agli elettori : 
senza voler entrare menomamente a discutere il merito delle persone pro- 
poste, sente nondimeno il debito di dichiarare, che esso è stato totalmente 
estraneo alla formazione di quelle liste. Mercè la solerzia che ella userà, 
mercè soprattutto il buon senso del Paese, il Governo ha quasi la certezza 
che il giorno delle prossime elezioni sarà benedetto come quello che avrà 
dato al Regno una Camera onesta, prudente, indipendente e monarchica- 
mente costituzionale. 

Per il 19 agosto, vennero convocati i collegi, ma ne fu pro- 
rogata la convocazione al 26 ; il 20 agosto, si ebbe un' altra 
proroga sino al 30 settembre, perchè i disordini, verificatisi in 
Sicilia e in Calabria, non erano favorevoli ad una libera elezione^ 
come diceva il decreto. 

Nelle provinole regnava tutt'altro che ordine e tranquillità. 
Sospetti e denuncie di promuovere la reazione si succedevano 
«enza tregua; se gl'intendenti erano stati mutati, rimanevano in 



- 278 - 

carica tutt' i vecchi sottointendenti, paralizzati, intimoriti e privi 
di ogni autorità. I più perseguitati erano i vescovi ; quei vescovi, 
che, prima dell'Atto Sovrano, si erano mostrati più devoti al- 
l'antico regime e, dopo, meno teneri delle istituzioni liberali, e 
si fantasticava che promovessero cospirazioni reazionarie. Rap- 
porti ufficiali e denunzie private li dipingevano al ministero 
dell'interno e polizia, come perturbatori della pubblica quiete. 
Alcuni furono espulsi dalle loro sedi ; altri, temendo l' ira po- 
polare, se ne allontanarono. Il sindaco, di Muro, in Basilicata, 
Decio Lordi, denunziava il 25 luglio il suo vescovo, pregando 
il .ministro a richiamare " a rigor di posta nella capitale il pre- 
lato, che freme all'ombra delle costituzionali franchigie, che arma 
in questi luoghi una possente reazione guidata dai pregiudizi re- 
ligiosi „. Contro il vescovo di Castellaneta, monsignor D'Avan- 
zo, che minava lo statuto costituzionale, scrisse al ministro, due 
giorni dopo, il 27 luglio, un canonico chiamato don Francesco 
Rizzi. Il vescovo lo sospendeva a divinis ed istruiva contro di 
lui un processo per mostrarlo macchiato di peccati carnali; ma 
poi, costretto a fuggire, fu salvo per miracolo. Andando in 
carrozza da Castellaneta a Gioia, in un punto solitario, uno sco- 
nosciuto gli sparò contro una fucilata. La palla colpi la croce 
pettorale, e il vescovo se la cavò con grandissimo spavento. Più 
tardi, D'Avanzo fu cardinale e mori nel 1884, in Avella sua 
terra d'origine. 

A tale eccesso si spingevano i sospetti contro i vescovi, che 
se ne sorvegliava ogni passo. Udite il curioso rapporto, riser- 
patissimo oltremodo, diretto il 2 agosto dal sotto intendente di 
Gaeta al ministro dell'interno: 

Eccellenza ! — Ieri in Sessa, oggi in Gaeta. Ò conosciuto che jeri 
mattina partiva da questa piazza diretto per costà monsignor Gallo con 
un prete di seguito e don Gaetano Talizia: giunto nell'albergo della posta 
di Sant'Agata di Sessa, ove si rinfrescano i cavalli, calò da quest'ultimo 
Comune il vescovo monsignor Girardi, uomo notissimo oltremodo per le 
sue idee antiliberali ; ebbero un'ora circa di abboccamento, e poscia cia- 
scuno prese la sua via. Mi è stato impossibile di conoscere di che trat- 
tavasi. Ho però istituita in Sessa su di quel Prelato e di qualche suo 
cagnotto la più stretta ed accurata sorveglianza. Ne gradisca l' intelligenza^ 

Il sottintendente 
, firmato: Gabtani. 



- 279 - 

Maggiori erano le ire contro monsignor Falconi, prelato pa- 
latino di Acquaviva e Altamura e devotissimo, come si è ve- 
duto, alla dinastia regnante. Q-iuseppe Capriati, sindaco di Bari 
da due anni, e nominato intendente provvisorio della provincia, 
il 14 agosto, rimetteva al ministero dell'interno una supplica, 
firmata da circa sessanta cittadini di Acquaviva, galantuomini, 
artigiani e contadini, i quali, rifacendo la vita di monsignor Fal- 
coni e dipingendolo, con iperbole rivoluzionaria, quale dilapi- 
datore delle casse pie e religiose, disturbatore di monache e 
reazionario furente, chiedevano che fosse allontanato. ^ 

E il Capriati confortava di sua autorità questo memorandum 
con una sua nota riservata e pressante, che vai la pena di rife- 
rire, come segno dei tempi: 

Eccellenza, 

Poiché Vostra Eccellenza si degnava onorarmi delle provvisorie fun- 
zioni d' intendente in questa Provincia, fu mio primo pensiero il richia- 
mare convenientemente i Sindaci e Comandanti le Guardie Nazionali dei 
Comuni, al sacro dovere di spiegare tutto lo zelo e l'energia perchè la pub- 
blica tranquillità non venisse nelle rispettive giurisdizioni menomamente 
compromessa per opera dei tristi reazionari, inculcando la maggior soler- 
zia per isventare a tempo e reprimere ogni reo conato. 

Di risposta a queste premure il Sindaco di Acquaviva in data 12 vol- 
gente, mi ha diretto il seguente uffizio : 

" Di riscontro al suo foglio riservatissimo del 10, andante mese, mi pre- 
gio assicurarla che qui, per la solerzia della Guardia Cittadina e dei libe- 
rali, non è stato finora turbato l'ordine pubblico. Non però i tristi rea- 
zionari al margine segnati : 1° Giudice Regio ; 2" parroco don Giuseppe te- 
soriere lacovelli ; 3° D. Giovanni Antonio barone Molignani, ex capo urbano; 
4* D. Francesco barone Molignani ; 5° D. Francesco Saverio Spinelli ; 
6^ D. Francesco canonico Cirielli ; 7" D. Francesco sacerdote Cirielli, in- 
stancabilmente agiscono, spargendo voci sediziose presso il volgo ; ed at- 
tendono il momento opportuno per spingerlo ad una ribellione contro l'at- 
tuale ordine politico, nella speranza che potesse ritornare il tempo della 
vecchia opprimente polizia. Essi non pertanto, anziché ag^re per proprio 
conto, seguono l' impulso, e le disposizioni del famigerato reazionario mon- 
signor D. Giandomenico Falconi, prelato ordinario delle Reali Chiese di 
Altamura ed Acquaviva, essendovi una perenne diurna corrispondenza di 
corrieri tra i due paesi. 

'■'■ Il detto prelato non soddisfatto di avere instancabilmente gravato la 
mano sul ceto de' liberali per il corso di circa dodici anni, con persecu- 



^ Pubblicai nella prima edizione il testo di questo documento, note- 
vole non per le verità che contiene, ma per le esagerazioni e le volga- 
rità che vi abbondano. 



— 280 - 

zloni ingiuste e tiranniche, si sforza ora di farli bersaglio all'ira popolare. 
Ed è stato per questo motivo che questi onesti cittadini hanno levato la 
loro voce al Q-overno, dirigendo valevolissima rimostranza a S. E. il Ministro 
della Polizia Generale, ad oggetto di ottenere l'allontanamento del prelato 
medesimo, monsignor Falconi, come unico, ed esclusivo mezzo di rido- 
nare la pace a questa sventurata popolazione. 

" Ed io unendo i miei piati (sic) ai loro, prego caldamente l'autorità di 
lei d'interporre i valevolissimi suoi uffici presso il lodato Eccellentis- 
simo Ministro, perchè si ottenga il desiderato allontanamento del riferito 
prelato da questa diocesi, nel fine di prevenirsi positivi disordini, che po- 
trebbero da un giorno all'altro verificarsi; tanto maggiormente che lo stesso 
ha in pronto vistosi mezzi peculiari (sic) valevoli a concitarne la plebe „. 

Io quindi, nello adempiere a sommettere all'È. V. tutto ciò, non sa- 
prei che uniformarmi allo avviso del funzionario suddetto, intorno alla ne- 
cessità di doversi impreteribilmente allontanare da quella Diocesi e Giu- 
dicato il Prelato Palatino, e Giudice Regio don Ferdinando Massari, men- 
tre per gli altri denotati al margine, la pregherei a volermi dettare le mi- 
sure di sorveglianza, reclamate dalle circostanze. 

Il sindaco di Bari funzionante da intendente 

firmato : Giuseppe Capriati. 

Come potè avvenire olie il sindaco di Bari divenisse, ad un 
tratto, intendente? E come, da intendente e sindaco, concorresse a 
dar forza alla rivoluzione? Bisogna sapere che l'intendente fun- 
zionante Coppola era stato richiamato, e nominato in sua vece in- 
tendente di Bari Mariano Englen ; ma questi, non potendosi recar 
presto nella nuova sede, il ministero fu obbligato a trovare, su due 
piedi, un capo interino della provincia, e nominò a tale Tifficio il 
Capriati, che era sindaco durante la dimora della Corte a Bari, ed 
era stato insignito della croce di Francesco I, in occasione del ma- 
trimonio del duca di Calabria. Era giovane, d' idee temperate, di 
famiglia benestante e di naturale talento, simpatico a tutti. Cu- 
mulò per un mese i due uffici e die prova di fermezza. E poiché 
nel circondario di Barletta, che era il più agitato, anzi tutto in 
fermento rivoluzionario, occorreva un sottointendente risoluto e 
di vecchia fede liberale, e il nuovo sottointendente Pacces, destina- 
tovi da Rossano, non si decideva a recarsi in residenza, il Ca- 
priati propose a tale ufficio, e il ministero approvò, Giuseppe 
Beltrani, da tre giorni rinominato sindaco di Trani, dopo di es- 
sere stato da quella carica destituito nel 1848, per non aver voluto 
firmare F indirizzo per l'abolizione dello Statuto ; e quindi attendi- 
bile e sorvegliato negli ultimi dieci anni. Era uomo di molta sa- 
gacia amministrativa, di carattere risoluto, di ricca e signorile fa- 



— 281 — 

miglia e legato da vecchia amicizia al Capriati. Il 9 agosto, questi 
gli telegrafò : "si compiaccia immediatamente e senza il menomo in- 
dugio recarsi a Barletta, e intimare a quel sottointendente che il 
ministero gli accorda un mese di congedo. Nello stesso tempo ella 
assumerà le funzioni di sottointendente del distretto, confidando 
nel suo patriottismo, probità ed influenza, che l'ordine e la può- 
blica tranquillità vengano confermati e garantiti dagli attacchi di 
ogni estremo e nemico partito. TI presente telegramma le varrà di 
credenziale presso tutte le autorità del distretto „ . Il Beltrani, 
eseguendo l'ordine ricevuto, il dì appresso, 10 agosto, si recò a Bar- 
letta ; e, fatte le debite comunicazioni al sottointendente De Bel- 
lis, il giorno 11 assunse le nuove funzioni, seguitando a essere 
sindaco di Trani, anzi cumulando i due uffici fino al 20 settembre, 
nel qual giorno il governatore della provincia autorizzò il sindaco 
di Barletta, ad assumere lui le funzioni di sottointendente, che 
tenne fino al 29 di quel mese, quando giunse il titolare Pacces. 
Il direttore Giacchi informava de' reclami degl' intendenti con- 
tro i vescovi il ministro, con una relazione interessantissima e 
inedita. Essa porta la data del 18 agosto e la riferisco inte- 
gralmente nel suo stile solenne : 

Eccellenza, 

Il principio di autorità e di obbedienza alle leggi umane, sublimato a 
dovere verso Dio, e la franca esplicazione delle naturali doti e facoltà al- 
l'uomo largite dallo stesso Dio fecero di tutt'i tempi la divina religione di 
Cristo, fondamento di ordine e di libertà. Il perchè quelli che ai di no- 
stri, o che sono a nostra memoria, i quali nell'ordine civile vollero fon- 
dare alcunché di stabile e duraturo, sempre dalla religione ne presero il 
principio ; e con i loro ordinamenti vollero alle sue cose procacciar lustro 
e protezione, e le persone dei suoi ministri circondare di rispetto e vene- 
razione, come buoni figliuoli a padri amorevoli e virtuosi. E drittamente 
operarono ; e per non uscire dalla storia dei giorni in cui viviamo, mai 
in nessun tempo l'episcopato fu fatto segno a tanta considerazione in Ita- 
lia come ora, né mai se ne addimostrò più. meritevole ; perciocché se non 
mancarono di quelli che qua e là male operando e contro lo spirito del 
Vangelo, recaronsi in atto di attraversare ed impedire la santa impresa 
della italiana nazionalità ed indipendenza, il maggior numero bene ha po- 
tuto dire col maestro : '■^Ego sum postar bonus et cognosco oves ineas et co- 
gnoBCunt me meae „. Costoro , conoscenti delle lor pecorelle e conosciuti 
da esse, seppero e sanno guidarle nella via della salute, non plaudendo al 
dispotismo, negazione d'ogni dritto, e del Vangelo che è il dritto per ec- 
cellenza; ma predicando la legge di carità, che fratelli ci vuole e libera- 
mente cospiranti al sublime scopo, cui verge l'umanità tutta quanta, il 



- 282 - 

regno dei giusti sulla terra, del regno imperituro dei cieli, caparra pro- 
messa e desiderata. 

A questi fondamenti affidate le nostre sorti, esse non possono peri- 
colare. 

Ma non possiam neppur torcere lo sguardo da una trista esperienza, 
la quale e' insegna non far tanto di bene dieci buoni vescovi, che più. non 
possa far di male un solo cattivo. Il cbe se per tutti è vero, molto è più 
vero per noi, i quali viviamo in un paese uscito pur ora da un sistema 
governativo assurdo sopra tutti, in cui non poca parte si ebbe l'episcopato 
spesso della legge di carità mal ricordevole, al punto di farsi, se non sem- 
pre strumento, certo laudatore, e nelle coscienze dei semplici ed ignoranti 
strenuo difenditore della maggior tirannide che mai ci fusse. In questo 
stato di cose m'è forza chiamare l'attenzione di V. E. sul contegno che 
alcuni vescovi, certo non quelli del Vangelo, serbano a riguardo de' rin- 
novellati ordini costituzionali, contegno non evangelico, non civile, pieno 
di scandali, funestissimo alla cosa pubblica, per la Chiesa stessa fonte di 
discredito e di disamore, se sopra le persone non stessero le cose e le pro- 
messe infallibili del divin Redentore. 

Un fatto ho da segnalare a V. E. quasi universale, e che in modi più. 
o meno espressi si ripete, in presso che tutte le diocesi del Regno; ed è 
che i Vescovi si scuoprono, generalmente parlando, avversi al nuovo or- 
dine di cose. Solamente ci ha differenza nel modo, che alcuni fanno allo 
Statuto una Qpposizione quasi direi passiva, non consentendo che si svolga 
con quelle libertà ed in quella larga maniera, che si richiede a voler che 
porti frutti degni della maturità dei tempi in che siamo. Altri poi, più 
vivo contrasto facendogli, e quasi la divisa vestendo di congiuratori, di- 
mentichi ad un tempo e dell'ufficio sacerdotale e del debito di cittadini, 
colla parola che è possente sulle loro labbra, e con atti scopertamente 
ostili, si fanno centri di reazione, e gli onesti liberali inducono a pensieri 
che non ebber mai, togliendo forza al Governo, ed il paese ponendo in 
sullo sdrucciolo di cadere nell' anarchia. Costoro, Eccellentissimo Signore, 
non vogliono essere più a lungo tollerati, senza richiamarli al dover loro 
di pastori e di cittadini. Ed io, che molti potrei additarne, per ora ne 
addito questi pochi, che più degli altri, per pubblici fatti, vennero in fama 
di non buoni coltivatori della vigna del Signore. 

Il vescovo d'Ariano ' ha dovuto fuggire dalla sua sede. Egli dirà forse 
che il lupo entrò nel gregge e disperse pecore e pastore ; ma il lupo sono 
essi i cattivi pastori, che il gregge ribellano alla pastoral verga. Né per- 
chè manchi il vescovo, sappiamo che nella diocesi d'Ariano la religione 
abbia sofferto danno o detrimento alcuno. Ciò vuol dire, quello che è pur 
di fede, che alla Chiesa, se i suoi pastori l'abbandonino, non venne, ne mai 
verrà meno l'assistenza dell'invisibile uni versai Pastore. 

Ma se questo è vero, non sarà men certo che ripetendosi fatti di tanta 
gravità, la morale pubblica, e la disciplina della Chiesa debba patirne non 
poco. Sarebbe uno scandalo da non potersi mettere in dubbio, ed è debito 
di quelli, che seggono al timone dello Stato, il fare che non avvenga. 



* Si ricordi ch'era monsignor Caputo, il preteso avvelenatore di Fer- 
dinando II. 



- 283 — 

Con questo intendimento, e nel fine ancora di toglier materia a' disordiu 
le cui conseguenze mal si saprebbero misurare, prego l' E. V. fare in moda 
ohe tosto sia allontanato dalla sua sede monsignor Falcone, prelato delle 
chiese di Altamura ed Acquaviva, un tempo 1 iberale per ambizione, poscia 
per ambizione persecutore di liberali, laudatore impudente del governo di- 
spotico, ed oggi, per non poter cancellare tanti profondi vestigi di dispo- 
tico operare, macchinatore indefesso di reazione assolutista. Sia pur dalla 
sede sua allontanato il vescovo di Muro, non meno del Falcone, a parole 
ed a fatti, pericoloso nel novello ordine di cose. Siano infine allontanati 
i vescovi di Bitonto e Bovino, pastori anche essi immemori del sublime 
lor ministerio, cittadini ribelli alle leggi dello Stato, e nel popolo semina- 
tori di scandali e turbolenze pericolosissime. 

Queste cose, che ho l'onore di rassegnarle, l'È. V. le abbia per ferme. 
Non può il ministero di Polizia rispondere della pubblica tranquillità, se 
le cause de' disordini non sian rimosse con prudenza e fermezza ad un 
tempo; e tra queste cause prima è il contegno dell'Episcopato rimpetto 
al rinnovato Statuto Costituzionale. Cessi questo contegno, ed il paese è 
salvo, in quanto umanamente possa esser salvato. 

Sono di V. E. \ 

H direttore dell'interno e polizia 

firmato : M. Giacchi. *■ 

Non erano ancora stati presi tutti i provvedimenti chiesti dal 
Giacchi, che, in data 29 agosto, il maresciallo di campo Flores 
dirigeva da Bari ai ministri della guerra e dell'interno il se- 
guente telegramma: 

" È impellente che sgombri da Bari V arcivescovo, che è uni- 
versalmente dbborritOj ed il resto dei gesuiti qui rimasti. Prego 
dare ordini impellenti, non volendo compromettere la tranquillità 
del paese, la quale è nella massima velleità (sic). Dia ordini 
per non avere scandali compromessi (sic) „. 

Per il 2 settembre il vescovo di Sessa era chiamato a Na- 
poli ad audiendum verbum] ed egli fu fatto partire dalla sua 
residenza, scortato da guardie nazionali, per salvarlo dall'ira 
del popolo che lo accompagnò sin fuori il paese, con grida di 
fuori e di abbasso, con fischi e minacce, e sparando mortaletti 
e fucili in segno di giubilo. Molti vescovi lasciarono le sedi, 
per paure immaginarie; altri per paure reali, come quello di 
Foggia, assai malviso. Monsignor lannuzzi, vescovo di Lucerà, 
restò in diocesi sino al 10 settembre, ma s'impauri, quando, 
in una dimostrazione dopo l'entrata di Garibaldi, fu chiama- 
to al balcone del palazzo vescovile a benedire le bandiere 



' Archivio Giacchi. 



— 284 — 

tricolori. Si affermò che, in quell'occasione, parecchi facino- 
rosi gli scroccassero delle somme, per calmare, dicevano, gli 
spiriti inaspriti, e forse fa questa non l'ultima causa che de- 
terminò la sua partenza. Andò in Andria, sua patria, e non 
tornò in Lucerà che nel settembre del 1865 e vi mori il 21 ago- 
sto del 1871, Il vescovo Prascolla, spirito battagliero, fu condan- 
nato dalla Corte di assise di Foggia, il 30 settembre 1862, a 
due anni di carcere e a lire 4500 di multa, insieme al canonico 
penitenziere don Vincenzo Chiulli, per avere entrambi pubbli- 
cato scritti provocanti disubbidienza alle leggi dello Stato. Per 
grazia sovrana, la pena fu commutata in un anno di esilio, 
che scontò a Como. L' arcivescovo di Matera e Acerenza, mon- 
signor Rossini, fuggi da Matera, dopo la ribellione dei semina- 
risti che lo detestavano. Fra i più vivaci ribelli all'autorità 
dell'arcivescovo, era stato il seminarista Michele Torraca, oggi 
deputato. I vescovi, rimasti nelle diocesi, furono ben pochi e 
incorsero poi, ingiustamente, nelle ire di Roma. Oltre al semi- 
nario di Matera, erano focolari di cospirazione unitaria quelli di 
Molfetta « di Conversano ; ma il vescovo di Molfetta, monsignor 
Guida, non era ne carne ne pesce in politica, e fu tra quelli che 
lasciarono la sede per timori immaginarli ; mentre monsignor Mu- 
cedola era adorato dai suoi seminaristi, dalle cui fila erano usciti, 
da poco tempo, due giovani di grande valore e a lui carissimi, 
Pietro de Bellis, che poi fu preside e provveditore agli studii, e 
Domenico Morea, il lodato autore del Chartularium Cupersanense. 
Fra i pochi vescovi, che non abbandonarono la diocesi in 
quei giorni, furono quelli di Trani e di Conversano. Don Giu- 
seppe Bianchi Dottula, vescovo di Trani, era un signore di 
nascita e di maniere, di limitata capacità, ma pio e caritate- 
vole e non aveva nemici. Di famiglia devotissima ai Borboni, 
dopo l'attentato di Agesilao Milano, indisse una processione 
straordinaria, in ringraziamento di essere stata preservata la 
vita del Re, e invitò alla processione, che doveva aver luogo il 
20 dicembre di quell'anno il sindaco, i decurioni di Trani e altre 
autorità. Fece girare la lettera tra i decurioni, con invito di 
apporvi la firma a margine, ma salvo quattro di essi, tutti gli 
altri si dichiararono impediti o indisposti. Trani fu sempre città 
liberale nella sua gran maggioranza, anzi frondista più che li- 
berale, veramente. Lo stesso arcivescovo aveva fatto celebrare 



- 285 - 

solenni funerali nella sua diocesi a Ferdinando II, invitandovi 
le autorità e i cittadini di maggior nome, con una lettera che 
si chiudeva cosi : " Non abbiamo bisogno di lunghe parole, per 
esortare tutti all'adempimento di questi pietosi ujjizii. Più, elo- 
quenti delle nostre parole sono le grate reminiscenze, per le quali 
il nome dell' augusto Ferdinando II ha meritato nella storia una 
grande pagina gloriosa ed il compianto universale „. Ma ciò non 
tolse che, partito Francesco II, si lasciasse indurre dai liberali 
tranesi a mandare a Vittorio Emanuele il seguente indirizzo: 

" L' arcivescovo di Trani e Nazaret, nel proprio nome e del 
suo gregge, supplica V. M. a venire in Napoli per suggellare la 
grande opera dell' unità italiana e per restaurare la tranquillità 
e la pace tra i popoli di queste ridenti contrade. Si degni ascol- 
tare questi voti supplichevoli, ed il Signore degli eserciti ricolmi 
la M. V. delle sue celestiali benedizioni „. 

Monsignor Niccola Guida, vescovo di Molfetta, aveva natura 
timidissima. Restò in diocesi sino a tutto il settembre, quando 
parti di Molfetta anche don Vito Fomari, che gli era di scudo 
contro i liberali più esaltati, quantunque neppur tra costoro con- 
tasse proprio de' nemici. I professori liberali del seminario non 
avevano infatti avuto molestie da lui, anzi aveva tollerato che 
Girolamo Nisio tenesse uno studio privato, che era una piccola 
fucina di cospirazione. 

Monsignor Mucedola, indirizzò il 29 agosto, una patriottica 
pastorale al suo clero " A voi, egli diceva, a cui spetta, per 
ragione del ministero, aprir la mente agl'ignoranti, rivolgomi 
con tutto zelo, perchè insegniate loro, che governo libero va 
bene congiunto a ragione, a virtù, a legge, a religione, anzi di 
essa è base e fondamento. Insegnino i ministri dell'Altare, che 
il bene comune è sempre da preferire al bene individuale, che 
necessariamente debbono andare in giù gì' interessi privati, messi 
a confronto agli interessi della madre comune, la Patria. Smetta 
ognuno queir Io, che tanto è pregiudizievole ad ogni maniera 
di beni ; sia libero si, ma onesto, ma giusto, ma virtuoso ; im- 
pari che la vita dell'uomo è vita di sacrifici, di abnegazione 
secondo gl'insegnamenti del Redentore „. Questa pastorale levò- 
gran rumore. 



CAPITOLO XIY 



Sommario: Il Comitato dell'Ordine e il Comitato d'Azione — Giacchi chiama 
Spaventa e De Filippo — Paure generali ma infondate — Particolari cu- 
riosi — Il funerale a Guglielmo Pepe — Tutti divengono liberali — La 
condizione del ministero — Colloquio fra D'Ayala e Pianali — Pianell ri- 
fiuta il pronunciaviento dell'esercito — Maniscalco a Napoli e sua partenza 
per Marsiglia — Il passaporto — La guerra ai reazionari! — La Guardia 
Nazionale — Alcuni Consigli di Stato — La situazione nelle provincie — A 
Taranto — Due rapporti del sottointendente d'Isemia — La famiglia reale 

— Un rapporto* su Murena, Palumbo, Governa e De Spagnolis — Gaeta 
centro di reazione — La sorveglianza su Maria Teresa — Sospetti sul conte 
d'Aquila — Pretesa cospirazione di lui e suo esilio dal Eegno — Una lettera 
di Luigi Giordano — Il conte di Siracusa — La sua lettera del 24 agosto 
al Ke — Dopo la sua morte — La contessa di Siracusa e Giuseppe Fiorelli 

— I rapporti di Manna e di Lagreca — In Sicilia — Depretis prodittatoro 

— Garibaldi a Messina e il manifesto di Emanuele Pancaldo — L'attentato 
contro il Monarca — Lo " squagliamento „ della Marina — Anguissola e 
Vacca — I pochi fedeli — Il giudizio della storia — Sintomatica circolare 
di Giacchi e un proclama reazionario. 

Erano giorni di esaltazione e di generale trepidazione in- 
sieme. Spaventa aveva assunta la direzione effettiva del Comi- 
tato dell'Ordine, che si ricostituì con Pier Silvestro Leopardi, 
per presidente, Q-ennaro Bellelli per segretario, e con un Consiglio 
direttivo, formato da Rodolfo d'Afflitto, Andrea Colonna, Sa- 
verio Baldacchini, Griuseppe Pisanelli, Antonio Ranieri, Cam- 
millo Caracciolo, Giuseppe Vacca, Gioacchino Saluzzo, Antonio 
Ciccone, Luigi Giordano, Costantino Crisci, Mariano d'Ayala, 
e lui, Spaventa, che spingeva, con grande energia, quasi sfidando 
il governo, il lavoro diretto a far insorgere le provincie continen- 
tali, soprattutto la Basilicata e la Calabria, prima che Garibaldi 
sbarcasse sul continente, o almeno prima che arrivasse a Na- 



— 288 - 

poli. Il Comitato mandò Gennaro de Filippo a Messina, per 
assicurare il dittatore che sul continente, tutto si disponeva se- 
condo il suo desiderio di quei giorni : fare, cioè, insorgere le pro- 
vinole prima del suo sbarco in Calabria. Il Comitato d'Azione 
venne su quando il Comitato dell'Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo 
il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavurria- 
no, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di 
mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la mag- 
giore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agre- 
sti, Niccola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazza- 
ro. Pietro Lacava restò come tratto d'unione fra i due Comitati, 
che si trovavano però d'accordo nel promuovere l'insurrezione 
nelle provinole prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la pro- 
vincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, 
e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, 
il Comitato dell'Ordine fece partire per Corleto,dove aveva sede un 
Comitato insurrezionale, il colonnello Cammillo Boldoni e Pietro 
Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l'Albini del Comitato 
d'Azione. Il Mignogna era stato dei Mille, e Garibaldi lo aveva 
inviato sul continente per affrettarvi l' insurrezione, con Giuseppe 
Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. 
Gli altri quattro restarono in Calabria, dove furono utilissimi al- 
l'insurrezione : Pace e Damis, nel circondario di C astro villari; 
Bianchi in quello di Cosenza e Stocco in provincia di Catanzaro, 
dove pure si era costituito un Comitato insurrezionale il 24 ago- 
sto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per 
la nomina dei prodittatori. 

Il maggior pericolo per le istituzioni lo rappresentava il Co- 
mitato dell'Ordine, ohe aveva più seguito e più credito a Na- 
poli e nelle provinole, disponeva di molti mezzi ed era in diretta 
relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli, con Yillamarina 
e, dopo il 3 agosto, con Persano. Non era possibile che il mi- 
nistero mostrasse più oltre di non vedere, e fu deciso di dare 
qualche esempio di energia. Giacchi chiamò Spaventa e De Fi- 
lippo , e col suo fare paterno, loro fece intendere che, seguitando 
a condursi in quel modo, il governo si sarebbe trovato nella do- 
lorosa necessità di arrestarli e allontanarli da Napoli. Spaventa 
rispose che non prometteva nulla: poche settimane ancora, ag- 
giunse, e la rivoluzione sarebbe compiuta; ma Giacchi tornò a rac- 
comandargli calma e prudenza, confortando le sue parole con mas- 



— 289 - 

siine di Tacito, com'era suo costume. Anche gli amici raccoman- 
davano prudenza a don Silvio, e lo consigliavano ad allontanarsi 
di casa, assicurandolo che la polizia o l'autorità militare, una 
notte l'altra, l'avrebbe arrestato ; e, seguendo il consiglio. Spa- 
venta, dormi parecchie notti or qua or là. L'arresto di Niccola 
Nisco, proposto, secondo egli afferma, dal ministro De Martino, 
non fu eseguito, per l'opposizione del presidente del Consiglio, 
Antonio Spinelli. Il timore di essere arrestati invadeva singolar- 
mente i capi del movimento unitario. Giunse in quei giorni a Na- 
poli, si era alla metà di agosto, Giuseppe Devincenzi, mandatovi 
da Cavour per adoperarsi con Visconti Venosta, Mezzacapo, Finzi 
e Nisco, perchè l' esercito, ad imitazione del toscano, si pronun- 
ziasse per la causa nazionale. Prima di lasciarlo partire per Na- 
poli, Cavour gli aveva date due lettere di presentazione, una per 
Persane, l'altra per Villamarina, dicendogli queste precise parole : 
" Eccovi le due lettere, ma tenete a mente questo che vi dico ; quan- 
do volete conchiudere, andate da Persano ; e quando non volete 
concludere j andate da Villamarina „. Il Devincenzi era tenuto 
d'occhio dalle varie polizie. Egli sinceramente afferma che in al- 
cune notti, non dormi neppur lui in casa sua ; e che anzi, una 
la passò in carrozza, con Pisanelli, Gioacchino Saluzzo e Cammillo 
Caracciolo. Temevano la polizia segreta della Corte, che vera- 
mente non c'era ; temevano quella del Romano, e più che ogni 
altro, temevano quest'ultimo, perchè era stato loro assicurato che 
don Liborio volesse farli arrestare, condannare e fucilare, per alto 
tradimento, dichiarandoli complici di Nunziante. Questi era tor- 
nato a Napoli, ma rimaneva a bordo della Maria Adelaide, e di là, 
con le istruzioni avute da Cavour, non lasciava di lavorare per 
il pronunciamento dell'esercito, ma senza conclusione. A tale 
scopo, vide più volte il Devincenzi e il Nisco, nonché i capi del 
Comitato dell'Ordine, ed una volta anche Antonio Ranieri, che De- 
vincenzi era andato a chiamare, e il quale di malavoglia si recò 
a bordo della Maria Adelaide, senza tornarvi più. A bordo della 
Maria Adelaide si rifugiarono per alcune notti, il Nisco, Gioac- 
chino Saluzzo, il colonnello Carrano, ed altri che più si tenevano 
malsicuri. 

La verità è, che tutti avevano motivo di temere : i reazio- 
narii temevano i liberali; i liberali, i reazionarii; gli unitarii 
cavurriani temevano garibaldini e mazziniani ; questi come quel- 

De Cesare, La fine di un Rtgno • Voi. II. 19 



— 290 — 

li; i militari temevano i borghesi, e questi, i militari, e il go- 
verno temeva tutti senza esser temuto da alcuno. Nessuno si sen- 
tiva veramente sicuro del domani, e lo stesso don Liborio, cosi 
popolare e potente, temeva per la sua vita, immaginando che 
gli elementi della vecchia polizia, pagati dalla Corte, potessero 
assassinarlo di notte. E questi timori egli comunicò ai suoi 
amicissimi e conterranei, Mariano e Griuseppe Arietta, chiedendo 
loro di passare la notte negli uffici della loro banca, ch'era al- 
lora dov'è oggi, nel palazzo Ottajano a Monteoliveto. Per alcu- 
ne sere don Liborio scendeva in carrozza chiusa dalla sua villa 
a Posillipo, e andava a casa sua, al palazzo Salza alla Riviera di 
Ohiaja, dove cambiava gli abiti, e poi ne usciva in altra vettura, 
che lo lasciava al vicolo Calzettari, alla Corsea, dove riesce una 
scala secondaria del palazzo Ottajano. Un antico e fido custode 
della banca Minasi e Arietta gli apriva l'uscio di questa scala 
di servizio, ed egli passò cosi alcune notti nei deserti locali della 
banca, scrivendo, leggendo e concedendo poche ore al sonno. 
Giacchi, mandata la famiglia a Sepino si era procurato un pas- 
saporto inglese e uno chèque di duemila sterline sopra una banca 
di Londra, e portava sempre con se e l'uno e l'altro, per ispicca- 
re il volo, quando occorresse. Anche Nunziante, nelle poche 
volte che scendeva dalla Maria Adelaide, era guardato a vista da 
agenti del Comitato dell'Ordine. , Il patriota De Grazia, che fu 
poi delegato di polizia, uomo coraggioso e aitante della persona, 
vegliava alla sicurezza di Nunziante. 

Non erano tutti timori immaginari. Il ministero non ave- 
va più forza ; sentiva mancargli il terreno sotto i piedi, venir- 
gli meno la fiducia del Re, ma repugnava da concludenti misure 
di rigore, le quali forse non erano neanche più possibili. I mi- 
nistri, specie don Liborio e De Martino e un po' anche Spinelli e 
Torcila ; e i direttori, specie De Cesare e Giacchi, erano circondati 
dagli esuli di maggior conto, amici loro, i quali ne paralizzavano 
l'azione, assicurandoli che dietro Garibaldi e' era il Piemonte e 
c'erano le potenze occidentali, e che per i Borboni non vi era 
più scampo. Mariano d'Ayala ruppe gì' indugi e andò a proporre 
al Pianell, suo vecchio amico e camerata, la dedizione dell'esercito 
alla causa nazionale, com'era avvenuto in Toscana, ma n'ebbe in 
risposta : " I tuoi ragionamenti sono troppo sublimi, e io non li 
intendo „ . D'Ayala faceva la sua propaganda, incessante e corag- 



— 291 — 

giosa, nell'alto mondo militare, ma nessuno gli dava retta. Con 
parole ispirate apriva nel Lampo una pubblica sottoscrizione, per 
cittadini funerali all'anima benedetta di Guglielmo Pepe. Le 
esequie furono celebrate, la mattina dell'otto agosto, nella chiesa 
dei Fiorentini, e riuscirono solenni per concorso di liberali, di 
tutti gli esuli, di popolani mutilati a Marghera, e del conte di 
Siracusa, che vi assistette, in compagnia di G-iuseppe Fiorelli. 
Ma il prefetto di polizia non permise che fosse esposta nella 
chiesa l'epigrafe scritta da Antonio Ranieri, che era questa : 

ITALIANI DI NAPOLI 
IN QUESTO TEMPIO SI FANNO SOLENNI FUNERALI 

A GUGLIELMO PEPE 

SOLDATO GENERALE E MARTIRE 

ED EROE SEMPRE 

DIFESE NEL LXXXXIX VIGLIENA NEL XLIX VENEZIA 

E FORTE DI QUELLA FEDE CHE TRIONFA DI TUTTO 

INCARNÒ TANTO IL NOME SUO IN QUELLO d'ITALIA 

OHE TORNERÀ SPONTANEO SOPRA OGNI LABBRO 

QUANDO IL PENSIERO DI VII SECOLI 

SARÀ COMPIUTO 



NACQUE IN ISQUILLACE A Dt XXIII DI FEBBRAIO MDCOLXXXIII 
MORI IN TORINO A Di Vili AGOSTO MDCCOLV 



Finita la messa, tutti, uscendo dalla chiesa, ruppero nel grido : 
Viva r Italia. In tale ambiente, si può immaginare quale effetto 
potevano produrre queste enigmatiche parole, che il nuovo prefet- 
to di polizia, Giuseppe Bardari, pubblicò in un suo proclama del 
20 agosto : " E pertanto, egli diceva, lealtà per lealtà ! Pronto io 
ai sacrifizi e alle spine delle funzioni che mi sono affidate, sarà 
tutta dei miei concittadini la gloria se nel tempo che mi sarà dato 
sostenerle, potrò, mercè il concorso delle loro virtù, compirle con 
alcuna lode,,. Parole, parole, parole! Il Bardari era calabrese ; 
nella prima gioventù era stato amico di Michele Bello, fucilato 
nel 1847 a Reggio e aveva scritto dei melodrammi, tra i quali la 
Maria Stuarda, musicata dal Donizetti; fu giudice regio a Monte- 
leone nel 1848, e per la parte presa nei rivolgimenti di Calabria, 
dopo il 15 maggio, fu destituito e processato. A Napoli esercì- 



— 292 - 

tava l'avvocatura con discreta fortuna, era intimo di Romano e 
non moriva di tenerezza per i Borboni. Fu prefetto di polizia 
sino agli 8 settembre e poi consigliere della Corte dei conti. 

A Napoli erano divenuti tutti liberali, con questa sola diffe- 
renza, come si è detto, cbe i borbonici erano costituzionali, e i 
veccbi liberali, tutti unitarii con Casa di Savoia. Il ministero 
era con costoro d'accordo solo nell' invocare e prendere misure di 
rigore contro i reazionari, veri o supposti, delle provinole ; contra 
i vescovi e contro gl'impiegati del vaccbio regime. Però il Co- 
mando della piazza di Napoli era come sottratto al ministero, per- 
ete aveva una specie di giurisdizione propria, e comandava, occor- 
rendo, alla guardia nazionale. Da quel Comando partivano ordini 
di perquisizioni e anche di arresti, all' insaputa del ministero ; 
e il giorno 23 agosto, per ordine di detto Comando, venti guardie 
nazionali del primo battaglione, e un plotone di cacciatori della 
guardia reale, col comandante di piazza in persona e un giu- 
dice, procedettero alla perquisizione in casa del noto liberale 
calabrese, Salvatore Correa, al palazzo Cirella. La perquisizione 
riusci infruttuosa : il comandante del primo battaglione, facendone 
rapporto al ministro dell' interno, osservava, che " tali visite es- 
sendo state replicate volte eseguite, e sempre collo stesso risultato^ 
non fanno molto favorevole impressione nello spirito della Guardia 
Nazionale^ tuttoché la disciplina farà sempre ciecamente obbedire i 
comandi che potranno venire dal comando della Beai Piazza „ . Il 
comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, suc- 
ceduto al barone Galletti, dimissionario. Nell'agosto, dei capi 
della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che 
avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a 
don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: 
Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Si- 
rignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa 
di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo 
UUoa, il duca d'Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino 
"Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, 
elegante, galante, uno dei lion^ alla moda. 

Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano 
credito, e le paure più puerili erano all'ordine del giorno. Il 
16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s'incontrò al largo 



- 293 - 

della Carità, con un'altra di guardia nazionale e la prima ce- 
dette all'altra la destra, secondo il regolamento militare. Per 
questo fatto, la sera in tutta Napoli si raccontava che l'uffi- 
ciale della truppa aveva ordinato il fuoco contro la guardia na- 
zionale, ed era dovuto all'opposizione del sergente, se al largo 
della Carità non fosse succeduto un massacro. Le cannonate per 
salve di gioia o per saluti erano sempre cause di terrori. In 
una mattina, verso la metà d'agosto, mentre nella chiesa della 
Sanità, affollata di gente, si celebrava la messa, rimbombarono 
alcune cannonate : il prete fuggi dall'altare, i devoti dalla chiesa, 
molti furono feriti e una donna abortì. Anche a Sant'Agostino 
degli Scalzi, il prete che celebrava la messa, cadde svenuto 
e la gente raccolta in chiesa si diede disordinatamente alla fuga. 
A ripristinare l'ordine e la tranquillità, fra tanta insanabile 
e crescente turbolenza, che quella polizia, affidata all'alta e alla 
bassa camorra, non concorreva certo a scemare, i ministri si mo- 
stravano impotenti. Né è senza un profondo stupore, che si ri- 
pensa di quali e quante cose disparate, e fin puerili, si occupas- 
sero quei ministri nei varii Consigli di Stato. Per dame una 
idea, riferirò gli argomenti discussi in tre Consigli alla fine 
di luglio. In quello del 18 si deliberò d'imbarcare sopra un 
legno a vela e inviare alle isole Tremiti, per mettere in salvo le 
loro vite minacciate, le guardie di polizia, siciliane e napoletane, 
espulse dal servizio e accantonate, per misura di sicurezza, ai Gra- 
nili. Fu discusso e deciso che il procuratore generale, don Nicoola 
Rocco conservasse l'ufficio di revisore della Civiltà Cattolica; e 
poiché gli impiegati, licenziati nel 1849, chiedevano con alte grida 
di esser riammessi in servizio, e a quei gradi, che avrebbero rag- 
giunti qualora avessero servito nei dodici anni, i ministri, at' 
tese le difficili condizioni della finanza, deliberarono di restituirli 
semplicemente ai posti, che lasciarono al tempo della loro de- 
stituzione. Provocarono cosi proteste, ire ed accuse iperboliche 
di traditori e di reazionarii, soprattutto da parte di quelli, cho 
erano stati in esilio o in prigione. 

Nel Consiglio del 21 luglio era stato dato incarico al mi- 
nistro dell'interno di scrivere agl'intendenti, perchè mandas- 
sero rapporti sulla condotta dei vescovi e del clero, specialmente 
in ordine alle novelle istituzioni, e si son veduti i resultati di 



- 294 - 

tale incliiesta. Nello stesso Consiglio si stabili che ciascun mi- 
nistero acquistasse quindici copie del Manuale del cittadino co- 
stituzionale, edito dal Perrotti ; e si discusse sopra una speoiosa^ 
domanda di alcuni impiegati e ufficiali, i quali chiedevano un 
giudice, che rivedesse le obbligazioni da loro contratte con gli 
usurai! La domanda fu respinta, donde nuove cagioni di mal- 
contento. Nel Consiglio del 22 luglio venne deliberato di al- 
lontanare da Napoli, ^er salvare gli individui e la pubblica quiete^ 
gli ex ministri Troja, Scorza e Murena, l'ex direttore e l'ex pre- 
fetto di polizia Mazza e Governa, il colonnello D'Agostino e gli 
ex agenti di polizia, Schinardi, Barone, Jervolino, Doria e Mani- 
scalco. Quest'ultimo, arrivato il giorno 8 giugno, aveva preso al- 
loggio presso la sua famiglia, in un appartamento alla Riviera, a 
poca distanza dal palazzo Salza, dove abitava don Liborio Roma- 
no, vivendovi ritirato e senza veder nessuno, tranne Filangieri 
e suo figlio Gaetano. All'ordine di partire comunicatogli per- 
sonalmente da don Liborio, rispose che sarebbe andato a Marsi- 
glia, e parti infatti con la famiglia il 28 luglio. Il passaporto 
rilasciatogli dal ministro degli affari esteri, diceva cosi : " Par- 
tendo per Marsiglia il cav. don Salvatore Maniscalco di Messina 
di anni 47, con la moglie, la madre, cinque piccoli figli ed un 
domestico. Salvatore Romano ecc. „ . E conteneva i seguenti pon- 
notati: proprietario^ statura giusta, viso regolare, capelli biondi y^. 
Giunse a Marsiglia il 31 luglio, e il 6 agosto di quell'anno stesso 
andò in Avignone, come si rileva dallo stesso passaporto. Ma- 
niscalco, oltreché della medaglia d'oro per la campagna di Si- 
cilia, era insignito di quasi tutti gli Ordini cavallereschi di 
Europa, e la lettera con la quale Drouyn de Lhuys gli comunicavìu 
la nomina, a nome dell' Imperatore, di uffiziale della Legion d'o- 
nore, era piena di cortesie. Perchè indicasse sua patria Messina^ 
nessuno ha saputo dirmi, neppure il figliuolo. Inoltre il mini- 
stero deliberò di rinnovare la metà dei Decurionati, togliendo i 
più vecchi decurioni di nomina, e scegliendo i nuovi fra gli eleg- 
gibili, secondo la nuova legge elettorale, o secondo quella del 
1848; e deliberò infine di nominare sindaci le persone di mag- 
giore onestà, capacità ed attaccamento agli attuali ordini costitU' 
zionali. Tale ricomposizione per il 6 agosto avrebbe dovuto es- 
sere compiuta ; ma non se ne fece nulla, e il Decurionato di Na- 
poli restò tale e quale fino all' ingresso di Garibaldi. 



— 295 — 

Nelle Provincie regnava maggior disordine, che nella capi- 
tale. I devoti all'antico regime, anche i più pacifici, erano so- 
spettati, spesso fantasticamente, di favorire la reazione. Il 15 
agosto, a Bari, si disse insultata la guardia nazionale. Ci furono 
molti arresti, e con la solita iperbole pugliese, si affermò che 1 
disturbatori fossero pagati dall'arcivescovo, dai gesuiti e da al- 
cuni cittadini in fama di borbonici, a sei carlini per uno ! Più 
gravi e veri, i fatti di Taranto. Un gruppo di popolani, prendendo 
pretesto da un caricamento di grano, cominciò a tumultuare, e 
per due giorni non solo impedi il caricamento, ma ruppe in 
violenze contro i legni e contro i marinai di questi. Vi furono 
inoltre minacce di saccheggio alle case dei principali cittadini. 
L'autorità politica, rappresentata dal sottointendente Giovanni 
de Monaco, non spiegò l'energia necessaria. Il De Monaco, ri- 
masto in ufficio, si mostrava apertamente contrario alla con- 
cessa Costituzione, né più della sua fu energica l'azione de' gen- 
darmi, comandati dal tenente Attanasio, de' quali si disse anzi 
che provocassero quei moti. La sera del 17 luglio, quando 
ogni agitazione era cessata, poco innanzi l'avemaria, una pat- 
tuglia di soldati di riserva, passando innanzi al caffè Moro, 
sulla piazzetta di Santa Caterina, luogo d'ordinario convegno 
dei più distinti cittadini, si fermò e intimò ai molti, che in 
quell'ora erano li seduti, di sgombrare. Rimasto l'ordine ine- 
seguito, i soldati, dopo aver scambiate vivaci parole coi cit- 
tadini, passarono innanzi, ma poco dopo sopravvenne una pat- 
tuglia di gendarmi, comandata dal tenente Attanasio, la quale, 
appéna fu sulla piazzetta, si fermò, ed al comando a brevi in- 
tervalli, dato da quell'ufficiale di : " alt, front, fuoco „ lasciò 
partire molte fucilate, tirate però, a quanto poi parve dall'al- 
tezza delle traccia rinvenute sulle pareti, più con animo di far 
paura che di far male. Il ferito fu un solo, piuttosto lieve- 
mente e di rimbalzo. Venne però attestato da alcuni signori, 
che la pattuglia si diresse, a passo celere, verso il quel caffè, 
dopo essersi incontrata, in piazza San Costantino, col sottoin- 
tendente De Monaco, dal quale avrebbero sentito pronunziare 
la parole: "Fate fuoco „. Vera o falsa questa circostanza, certo 
è che il De Monaco, udendo le fucilate, non mostrò maravi- 
gliarsene, né si recò sul luogo dell'avvenimento. Il fatto eccitò 
vivamente la cittadinanza, la quale nel di seguente chiese ed 



- 296 - 

ottenne dal maggiore De Oornè, comandante la piazza, persona 
ben veduta ed amica dei maggiorenti della città, che venisse 
armata la guardia nazionale coi fucili delle truppe di deposito 
nel castello. L'armamento della guardia nazionale ristabili l'or- 
dine e impaurì il De Monaco, il quale, smessa la consueta arro- 
ganza, chiese il patrocinio di alcuni influenti cittadini, ed ot- 
tenne cosi di partire qualche giorno dopo con la numerosa fami- 
glia, di notte tempo, da Taranto. ^ 

L'opera dei Comitati insurrezionali, specie di Cosenza e di 
Basilicata, mirava a persuadere il popolo che Francesco II, alla 
prima occasione, avrebbe ritirata la Costituzione. I Comitati 
lasciavano vedere dovunque reazioni e congiure, e cosi si sfoga- 
vano vendette e vecchi rancori. Ma la città, che più dava da fare 
al ministero, era Gaeta, dove la truppa, come ho detto, non aveva 
voluto gridare Viva la Costituzione. Questo fatto destò tali in- 
quietudini, che quel sindaco scrisse direttamente al ministero 
perche fossero allontanati gli ufficiali reazionari D'Emilio, Can- 
dela e Prato ; i camorristi Niccola e Paolo Gallo, Paolo Freiles, 
Salvatore Saggese, Antonio Esposito e alcune guardie della vec- 
chia polizia, e fossero nel tempo stesso mandate armi per la guar- 
dia nazionale. Arresti ed esilii di reazionarii si succedevano a 
Reggio, donde venivano espulsi " gli sbirri siciliani, arrestati e 
.minacciati di vita, insieme al boia, don Vincenzo Siclari, di questa 
città, che aveva stretta relazione colla detta sbirraglia „. Cosi 
scriveva l' intendente di Reggio al ministero ; e Giacchi decre- 
tava a margine del rapporto : " bello esempio di patria carità e 
di energia in aver così celeremenie salvato il proprio paese da si~ 
curo disastro. Se ne abbia per ora lodi senza fine „ . 

Le guardie nazionali, sorte in fretta e in furia, mancavano 
generalmente di disciplina e di armi, ed erano impotenti a man- 
tenere l'ordine. Il sottointendente d'Isernia chiedeva truppe, 
quasi presago dei futuri eccidii del 30 settembre ; truppe doman- 



^ Ne segui un lungo processo. Il De Monaco riparò a Roma, e nel 1862 
fu condannato in contumacia a 14 anni di lavori forzati, per reato di com- 
plicità in mancata strage. H suo procuratore don Michele Quercia di Trani 
chiese che lo si ammettesse alla reale indulgenza del 17 novembre 1863. 
Ma la domanda fu rigettata dalla Sezione d'accusa, e l'avvocato Bax ne 
sostenne il ricorso in Cassazione. 



— 297 - 

dava l'intendente di Avellino, dichiarando di non potere rispon- 
dere dell'ordine pubblico senza mezzi per provvedervi, e quan- 
do " le guardie nazionali sono mal organizzate ed armate, e spesso 
fan parte di quegli stessi che commettono abusi „. L' intendente 
di Foggia implorava, con vive parole che si aumentasse la guar- 
dia cittadina nei comuni, dov' era maggiore il bisogno, soprat- 
tutto dopo i primi tentativi di reazione a Bovino, a Sanseve- 
ro e a Montefalcone ; e facendo un quadro desolante della pro- 
vincia, in balia dei partiti estremi, il rivoluzionario e il reazio- 
nario, dichiarava apertamente, che, ove la forza pubblica si allon- 
tanasse, egli se ne lavava le mani. Non altrimenti scrivevano 
quasi tutti gli altri intendenti. Il sindaco e il comandante della 
guardia nazionale di Lucerà telegrafavano al ministro dell' in- 
terno che in quel carcere erano 600 detenuti, fra i quali 160 rea- 
zionarii di Bovino ; e che, partita la gendarmeria e mancando 
la guardia nazionale di armi e di attitudini, il carcere rimaneva 
senza custodia. Dal comandante della guardia nazionale quei 160 
reazionari di Bovino erano chiamati addirittura vandali. 

Riferisco integralmente due rapporti, l'uno del 25 agosto, e 
l'altro del 27, tutt'e due di Giacomo Venditti, sottointendente 
d'Isernia, a meglio mostrare lo stato delle provinole e la con- 
dizione di quelle autorità. 

Questo del 26 agosto fu diretto, riservatamente, a Giacchi : 

Signor Direttore, 

Quantunque da qualche giorno mi trovo a capo di questo distretto, pure 
mi f o il dovere dirle clie in generale lo spirito reazionario non è del tutto 
sopito, ed oltre i fatti deplorevoli di Carpinone, di tratto in tratto si ma- 
nifestano nelle plebaglie rozzi sentimenti di avversione all'ordine costitu- 
zionale, non mai scevri da quelli, forse principali, di rapina e saccheggio. 
Che anzi io credo che si faccia entrare nella mente delle plebi Pidea di 
potersi arricchire impunemente a nome, e sotto l'usbergo del Realismo, Ma 
tra tutti i paesi del distretto, Isemia presenta il gravissimo sconcio di una 
ladronaia, sostenuta da ladruncoli, che, travisandosi, svaligiano i viandanti, 
e tornano alle proprie case a godersi la fatta rapina. Un siflfatto guido 
fu sostenuto dalla passata polizia, e da qualche galantuomo protettore, e 
che ne ha fatto sin'ora buon prò. Cosi nella sera del di 21 corrente una 
carrozza fu fermata su la strada postale, e due signori cognominati Bo- 
nois e Valentini, che venivano d'Abruzzo, furono rubati di ducati 4(X), ed 
altri oggetti, e percosso il cocchiere, cui furono tolti carlini quattro. 

Le più energiche misure sono già prese per porre un argine a tanto ma- 



- 298 - 

lanno, fino a farlo scomparire del tutto. A clie fare mi è indispensabile 
il positivo concorso della forza pubblica e nazionale, e delle altre autorità 
e tutti mi promettono assistenza, massime questa guardia cittadina la. 
quale per l'oggetto dev'essere accresciuta di altre persone. 

Ma debbo pregarla francamente cbe deve scomparire in questo luogo 
ogni traccia della vecchia polizia, la quale è troppo mal vista. E però mi 
fò il dovere di proporle ad ispettore di polizia di questo distretto il signor 
don Gerardo Cimone, del fu don Raffaele, nativo d' Isernia, patrocinatore 
del Tribunale Civile di Napoli, ivi domicili ato, il quale riunisce tutti i nu- 
meri, onestà, energia, istruzione, e ciò che più interessa, un'opinióne van- 
taggiosa, e ben meritata in questo distretto. * 

Ed io mi attendo con tutta fiducia, che Ella si compiaccia accogliere 
questa mia proposta, e nominarlo subito per lo bene positivo di questa gente.* 

L'altro rapporto era del seguente tenore: 

In Fornelli l'ordine pubblico veniva minacciato fin da ieri l'altro, e fui 
richiesto di una forza da spedirsi il mattino di domenica, giorno designato, 
dai perturbatori. La forza vi è andata composta di tre gendarmi e circa 
30 guardie nazionali d' Isernia, H mattino fu calmo, nelle ore pom. il popolo- 
si è riunito minaccioso variamente armato contro i nazionali. Il capona- 
zionale di Fornelli mi ha chiesto per apposito mezzo altra forza per rista- 
bilire l'ordine ed ho ricevuto l'uffizio ad un'ora circa di notte. L'arciprete 
di là ne è stato 1' istigatore giusta l'uffizio sudetto. Reduci di colà i suo- 
natori della filarmonica d' Isernia ed esaminati, han detto : che dopo scritto 
l'uffizio l'azione si è fortemente impegnata. A capo de' popolani i gen'- 
darm.i che, sventolando i loro bonnets, a nome del He, aizzavono il po- 
polaccio contro i nazionali. Dopo inutili tentativi di pace si è impegnata 
l'azione. I nazionali si sono rinchiusi nelle case. Si dice qualche morto 
o ferito, non sapendosi precisare da qual parte. 

Un gendarme, fuggito di là, e qui giunto, ore 3 italiane, ci ha detto 
che i nazionali erano assediati nelle case, e che ci voleva altra forza re- 
gia. Ho disposto sul momento tutta questa d' Isernia; cioè 9 gendarmi, 4 
guardie doganali e 12 nazionali, comandate dal tenente Basile, che sonosi 
recati colà, ed aspetto il buon esito dopo di aver raccomandato al tenente 
medesimo tutta la possibile energia sotto la più stretta responsabilità. In 
altri paesi viene pure minacciato l'ordine pubblico. Isernia si è commossa, 
pel pericolo dei suoi, e ci vuol molto per poterla mantenere. 

Ore 5 della notte: — I corrieri postali interni ritornano, perchè una 
mano di ladri li hanno battuti e tolte le valigie. Qui vi è bisogno di molta- 
e prontissima forza militare. Si daranno più precisi dettagli. * 



^ Il Cimone, ottimo funzionario di P. S., è morto da alcuni anni que- 
store di Firenze. 

2 Archivio Giacchi. 

3 Id. id. 



- 299 - 

La famiglia reale, com'era da prevedersi, die l' immagine della 
discordia e del più ingiustificabile egoismo, via via che si ap- 
pressava Fora finale. Si è veduto come, dopo la morte di Fer- 
dinando II, l'unione domestica fosse più apparente che reale. 
Invece di raccogliersi tutta intorno al Re e far causa comune 
con lui che rappresentava la Monarchia e la dinastia, consi- 
gliarlo sinceramente e sorreggerlo, o cadere con lui, la famiglia 
reale, tranne il conte e la contessa di Trapani, si condusse ben 
altrimenti. Come ho detto, fin dai primi giorni di luglio la 
regina Maria Teresa se ne andò con i suoi figliuoli a Gaeta, im- 
barcandosi al Granatello. Restarono a Napoli il conte di Trani 
e il conte di Caserta, L'ex Regina era il babau, non tanto 
dei vecchi, quanto dei nuovi liberali, ed è superfluo ripetere 
che i liberali non si numeravano più, e i più accesi eran quelli, 
naturalmente, i quali non avevano levato un ragno dal buco. 

La partenza dell'ex Regina con la famiglia per Gaeta fece 
penosa impressione nella Corte. Molti cominciarono a far pre- 
parativi di partenza, dicendo che anche il Re aveva intenzione 
di abbandonare Napoli. Il principe d' Ischitella, il quale, lasciato 
il comando supremo della guardia nazionale, aspettava l'altro, 
ohe non ebbe mai, di comandante generale dell'esercito, vedeva il 
Re tatti i giorni e lo scongiurava di non prendere quella risolu- 
zione di abbandonare Napoli. Francesco II lo assicurò che non 
sarebbe partito, e anzi era risoluto a difendersi, e a tal fine voleva 
mettere lui, Ischitella, a capo dell'esercito per dar battaglia a 
Garibaldi nel piano fra Salerno ed Eboli. Narra l' Ischitella che 
fu per questo, ch'egli die le dimissioni da comandante della guar- 
dia nazionale ed attribuisce al tradimento di Pianelli (sic) so 
non ebbe quel comando. 

Andata dunque Maria Teresa a Gaeta, e ricoveratisi colà al- 
cuni funzionarli destituiti e alcuni bassi arnesi della vecchia 
polizia, subito cominciarono nei giornali e nei caflTè le querimonie 
che Gaeta diventava un covo di reazionari. Le voci erano con- 
fermate ed esagerate, naturalmente, dal già accennato rifiuto di 
quelle truppe a giurare la Costituzione. A Gaeta si trovavano tra 
gli altri, l'ex ministro Murena e l'ex ispettore di polizia Palumbo; 
a Castellone, l'ex consultore Governa e ad Itri, l'ex commissario 
De Spagnolis. Il ministero credeva a quelle voci, o almeno le in- 
sistenze erano tali, da muoverlo ad agire come se vi credesse. E 



- 300 — 

perciò Q-iacchi dispose un servizio di speciale sorveglianza su quelle 
persone, affidato al sottointendente di Mola, Gaetani. Anche il 
Dentice d'Accadia, sebbene promosso intendente a Reggio, per la 
conoscenza che aveva di Gaeta, dove per molti anni era stato sot- 
tointendente, mandò in proposito qualche rapporto speciale e con- 
fidenziale. 

Pubblico integralmente, perchè assai caratteristico, quello del 
21 agosto, relativo a Murena, a Palumbo, a Governa, a De Spa- 
gnolis e alle guardie della vecchia polizia. Si legga nella sua 
genuina ortografìa: 

Il ministro al ritiro sig. commendatore Murena recavasi non è guari nella 
Beai Piazza di Gaeta, e dopo di essere stato ospitato con la intera sua fami- 
glia per qualche giorno nell'Episcopio dall'arcivescovo monsignor Cammarota 
suo affine, à ivi appigionato una casa, ove attualmente dimora. Il suo con- 
tegno è riservatissimo, indifferente, e sotto ogni rapporto non censurabile. 

Trovasi pure in quella piazza l'ex Ispettore di Polizia sig. Palumbo 
il quale à ricbiamato presso di sé ancbe la famiglia. Si anno di lui non 
favorevoli prevenzioni, essendo fama cbe in carica siasi condotto assai tri- 
stamente. Ciò nonostante vive ora in Gaeta ritirato e circospetto. 

Dimorano ancbe in quella R. Piazza le Guardie di Polizia che presta- 
rono servizio alla dipendenza del comm. sig. Faraone. Avendo il di loro 
contegno dato luogo ad apprensioni per confabulazioni con sotto uffiziali 
e soldati della guarnigione ritenuti per camorristi, il Sindaco sig. cav. 
Ianni non à mancato di farne]gli opportuni rilievi presso il sig. Maresciallo 
Governatore, il quale per mezzo dello Ispettore locale di Polizia sig. Ro- 
gano, si è limitato alla minaccia di espulsione dalla Piazza, qualora non 
serbassero condotta riservata ed irreprensibile. 

In Mola poi, e propriamente in Castellone, à preso stanza con la sua 
famiglia il Consultore al ritiro sig. comm. Governa, ove à locata una casa. 
Essendo stato a dimora per più anni in quel Comune, quando esercitava 
la carica di Giudice Regio, vi acquistava non poche relazioni e vi lascia- 
va nel dipartirsene la popolazione amica. Nell'attualità si mantiene senza 
riserva alcuna nelle relazioni stesse. 

Finalmente anche l'ex commissario signor De Spagnolis venne nel 
cadere del passato mese in Itri, ove à parenti, e si è mantenuto per al- 
quanti giorni nascosto. Vuoisi che ora siasi da colà allontanato prenden- 
do la volta del vicino Stato Pontificio, o quella degli Abruzzi. ^ 

Ma i timori crescevano, e persona degna di fede scriveva 
da Gaeta ad Enrico Costantino, ufficiale del genio e questi la 
comunicava al ministero, una lunga lettera su Gaeta, che oggij 
vi era scritto, sembra un centro di reazione. Non potendo resi- 



* Archivio Giacchi. 



- 301 - 

etere oltre alle pressioni, che venivano da ogni parte, il 29 lu- 
glio Giacchi scriveva, tutta di suo pugno, una riservatissima 
all'intendente di Caserta, conte Yiti, la quale cominciava cosi: 
^ Gaeta e quelli che vi son dentro (e, si noti, c'era quasi tutta 
la famiglia reale) richiamano tutta l'attenzione del Governo „ . E, 
parlando del giuramento delle truppe, continuava : " Viva il Re, 
che è buono e benefico, ma viva anche la Costituzione, che ci ha 
liberati da tanti istrumenti di tirannide, nemici del loro paese 
non pure, ma dello stesso Re, che essi disservivano, servendo solo a sé 
ste.m „ . * E conchiudeva, ordinando che si arrestassero l'ex ispet- 
tore Palumbo, i camorristi, denunziati antecedentemente dal 
sindaco di Gaeta e dieci guardie della vecchia polizia. Questi 
ordini vennero eseguiti e, contemporaneamente , gli arrestati 
furono tutti accompagnati dai gendarmi al confine pontificio. 

Anima della cospirazione reazionaria si riteneva che fosse la 
Regina madre ; e perciò Giacchi aveva stabilito un altro servi- 
zio speciale di polizia, per tener d'occhio lei e la sua gente, 
incaricandone lo stesso sottointendente, il quale aveva alla sua 
dipendenza un commissario di polizia molto abile, chiamato Por- 
tillo. Per avere un'idea di quanto fosse accurata la sorveglianza 
su Maria Teresa, pubblico anche questo rapporto, inviato, il 7 
agosto, dal Gaetani al direttore dell'interno: 

Poiché conosco che questo telegrafo elettrico è sotto la dipendenza 
del generale governatore, e quindi si sanno tutti i dispacci, cosi debbo 
incomodarla per via di lettere, come meglio posso adempiere al mio dif- 
ficile incarico. Questa mane le ho segnalato, che alle ore 11 antim. giun- 
geva la Corvetta Spagnuola " Villa de Bilbao „ : al momento, che sono le 
ore 24, giunge a mia notizia che S. M. la Regina, la quale non à voluto 
vedere finora alcuna autorità di qualunque ramo, non escluso il generale 
governatore, riceverà dimani il Comandante del legno spagnuolo. Cono- 
scendo altro, lo porrò subito a di lei conoscenza „. ' 

Non meno della Regina madre, erano sorvegliati in Napoli 
tutt'i i membri della famiglia reale, ad eccezione del conte di 
Siracusa, caldo più che mai d' italianità. Erano sorvegliati 
dalla polizia di don Liborio e da quella del Comitato dell'Ordi- 
ne, e la maggiore sorveglianza si esercitava sul conte d'Aquila 
e sul conte di Trapani. Il conte d'Aquila, già capo della ca- 



1 Archivio Giacchi. * Id. id. 



— 302 — 

marilla, e poi intimo del Brenier e fautore della Costituzio- 
ne aveva, da qualche settimana, mutato contegno, ed equivoca- 
mente si agitava, ingenerando nel ministero il dubbio cH'egli 
meditasse qualche colpo di testa, forse una congiura, allo scopo 
di spodestare il nipote, liberarsi di qualche ministro e farsi pro- 
clamare reggente. Il conte aveva natura più turbolenta che ri- 
soluta, ed era mal viso. Furono sequestrate in dogana alcune 
casse di armi e di abiti militari, giunte all' indirizzo di lui; abiti 
ed armi, che confermarono le apparenze della cospirazione , ma 
da quali elementi fosse questa avvalorata e su quali probabilità 
si fondasse, neppure oggi si conosce con precisione. Don Liborio 
propose quindi, in Consiglio dei ministri, l'allontanamento del 
conte^ e if E-e vi aderì. E la mattina dopo il principe riceveva 
la seguente comunicazione, che tentava salvare almeno le ap- 
parenze : " Altezza, S. M. il Re, seguendo il parere del Consiglio 
dei ministri, e pensando ai bisogni del servizio della sita reale 
marina, ordina che V. A. s'imbarchi immediatamente sul Reale 
Vapore " Stromboli „ , ove troverà istruzioni in piego suggellato, 
cui V. A. potrà aprire, quando sarà lontano venti miglia da 
terra ; e ciò affine di compiere commissioni concernenti la reale ma- 
rina — firmato Garofalo „ . 

Il conte si recò subito alla Reggia, ma non potè vedere 
il Re. Gli scrisse e non ebbe risposta. Alle sei della sera, il 
generale Palomba, antico precettore del principe, andò da lui, e 
gli ripetette in nome del Re, l'ordine d' imbarcarsi senza indugio. 
E nella mezzanotte del 14 agosto, don Luigi lasciò Napoli sulla 
goletta il Menai, protestando contro la violenza cui soggiaceva. 
Da bordo scrisse una lettera d'addio al Re e salpò direttamente 
per Marsiglia, dove giunse la sera del 17. 

Liborio Romano consacrò il fatto nelle sue Memorie, magnifi- 
cando, come usava, la importanza dell'atto da lui compiuto. Il conte 
di Trapani fu alla sua volta sospettato come partecipe del tentati- 
vo di reazione, fatto da un prete legittimista francese, certo De 
Sauclières, in casa del quale si rinvennero duemila copie di un pro- 
clama : Appello di salvezza pubblica, affisso in alcuni quartieri nella 
notte del 29 agosto. Il De Sauclières fu arrestato e processato, 
senza però che dal processo si scoprisse nulla riguardo al conte di 
Trapani. Ma la partenza del conte d'Aquila fu oggetto di strani 
commenti e di più strane paure. A dame un' idea, gioverà pub- 



— 303 - 

blicare un brano di lettera, che Luigi Giordano, animoso tramite 
tra il Comitato dell'Ordine e il Comitato insurrezionale di Co- 
senza, scriveva a quest'ultimo, in data 13 agosto: 

La nostra situazione è tristissima poiché siamo minacciati dalla rea- 
zione, e ieri nella capitsde si passò una giornata ed una notte spavente- 
vole per tutti. Il contedi Aquila, cioè il principe don Luigi, avea orga- 
nizzato il più. terribile e schifoso moto reazionario, assoldando circa 6000 
galeotti come lui, ed incitandoli alla santafede, protetti forse da qualche 
corpo militare a lui devoto. Il ministero, e soprattutto don Liborio Romanoi 
si è portato egregiamente, poiché oltre all'avere sequestrate nella darsena 
molte casse di fucili e revolver, dirette al principe suddetto per armarne i suoi 
adepti, si portò vmitamente agli altri ministri e al corpo diplomatico a 
palazzo, e obbligò il Re a cacciare un ordine di bando per il signor zio. 
Questa notte dovea partire, ma vi è qualche dubbio sulla sua partenza ; 
opperò al momento che scrivo la capitale è tuttavia in allarme, e potrebbe 
nascere da un momento all'altro qualche terribile crisi. Gli ammiragli 
però piemontese, inglese e francese han promesso al primo segnale di al- 
larme di far sbarcare dalle flotte 4000 uomini. La Guardia nazionale pure 
è ammirevole pel servizio che presta, ed è cosi affiancata dal popolo, che 
ci dovran pensar bene a far la santafede i cosi detti reazionari. Con tutto 
ciò l'agitazione è universale, e lo spavento de' timidi è giunto al colmo . * 

Di questa cospirazione del conte d'Aquila non mi è riuscito 
avere alcun particolare storicamente vero. Il Nisco la dà come 
certa, ed aggiunge che in quella cospirazione fossero l' Ischitella, 
il principe della Rocca -e Girolamo Ulloa, chiamato prima dal Re 
per affidargli il comando supremo dell'esercito, e poi non più da- 
togli, per le vivaci proteste, si disse, del colonnello Bosco. L'Ischi- 
tella non ne fa motto nelle sue memorie, anzi si dichiara fede- 
lissimo a Francesco II e attribuisce a se il merito di averlo 
consigliato a mandare un'altra missione a Parigi, per pregare 
r Imperatore a salvare il Regno e la dinastia. Afferma pure che 
il Re accettò il suo consiglio e lo incaricò della missione, ma 
che fu da lui rifiutata perchè troppo tardi, aggiungendo di aver 
proposto invece il duca di Caianiello, che accettò. E conchiude 
poi cosi: .. . era a Napoli che avrei potuto essergli utile, se avesse 
voluto .... avevamo quarantamila uomini riuniti attorno alla ca' 
pitale, che non avrebbero né disertato^ ne tradito, se avessero avuto 
alla loro testa qualcuno su cui poter contare. Il Nisco, alla sua 
volta, pare che confonda l' incarico dato dal Re ad Ischitella di 



' Archivio Morelli. 



- 304 — 

formare un nuovo ministero negli ultimi giorni di agosto, un 
dieci giorni prima che il Re partisse, come afferma l' Ischi tella 
stesso, col preteso complotto del conte d'Aquila, del quale com- 
plotto nulla, insomma, lo ripeto, si sa di certo e di concludente» 
e a me sembra del tutto inverosimile che entrasse a fame parte 
principale Girolamo Ulloa. Il complotto avrebbe dovuto avere per 
fine una Saint-Barthélemy dei liberali, e la proclamazione del 
conte, prima a Reggente e poi a Re. Partito il conte d'Aquila, 
restarono soli centri borbonici in Napoli, i ritrovi presso il conte 
di Trapani, presso il conte Leopoldo Latour, Ernesto Carignano 
Somma di Circella, Caracciolo di Castelluccio, la farmacia reale 
Ignone in via di Ohiaja e la bottega da parrucchiere di Germain 
a Toledo. La polizia teneva d'occhio questi ultimi due locali, i 
quali, a misura che la rivoluzione si avanzava, diventavano mena 
frequentati : negli ultimi giorni poi non vi era più alcun centro 
apparente. I commenti nell'alta società napoletana erano i più 
diversi, e vivacissime le recriminazioni. Una sera il ministro 
inglese Elliot disse profeticamente ad alcuni intimi: " Tutto è 
colpa della ritardata Costituzione. Francesco II perderà la Sici- 
lia, perderà Napoli; e poi l'Italia unita attaccherà la Venezia j,. 
Un'altra sera, i Ludolf dicevano orrori di Castelcicala in casa 
Torcila, e la principessa di Torcila protestò vivacemente, dicen- 
do : " Ma non è stata opera vostra e della camarilla il richiamo di 
Filangieri e V invio di Castelcicala ? „ 

Della famiglia reale l'unico, che i liberali non sospettassero 
di propaganda reazionaria, era il conte don Leopoldo di Siracusa,^ 
il quale, smesso ogni riguardo, fraternizzava con essi, né era parco 
di rimproveri e di accuse al nipote, che non vedeva più. Ri- 
peteva sovente : " Era destino che la dinastia di Carlo III do-- 
vesse finire con un imbecille ! „ . Entrato, per mezzo del Villa- 
marina, in intime relazioni col Persano, giunto nelle acque di 
Napoli fin dal 3 agosto, non gli nascose i suoi sensi altamente 
italiani. E poiché l'ammiraglio si maravigliava con Fiorelli di 
questo principe borbonico, zio del Re e cosi tenero dell'unità 
d'Italia, il Fiorelli lo informava dei precedenti del principe e- 
della lettera scritta, ai primi di aprile, al nipote perchè entrasse 
nella via liberale, dipingendogli cosi l'uomo, la cui indole apertOr 
ed aliena da ogni infingimento non gli permetteva di ciò nasconderCy 



- 306 - 

come forse sarebbe stato conveniente. Ma, giudicata oggi con im- 
parzialità storica, la condotta di questo principe, il quale, protetto 
dalla squadra piemontese, dava, nell'ora del pericolo, il calcio 
dell'asino a suo nipote, fu assai volgare, per non bollarla con più 
aspra parola. E a compiere l'opera gloriosa, don Leopoldo, se- 
guendo il consiglio di Persano e di Cavour, il quale, si disse, gli 
avesse fatta offrire la luogotenenza di Toscana, il 24 agosto inviò 
al Re questa lettera: documento degno di essere ricordato, per 
mostrare il lacrimevole spettacolo, che offrivano i Borboni di 
Napoli in quel momento supremo! 

•Sire, 

Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovra- 
stavano la Nostra Casa, e non fu ascoltata, fate ora che presaga di mag- 
giori sventure trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improv- 
vido e più funesto consiglio. Le mutate condizioni d'Italia, ed il senti- 
mento della unità nazionale, fatto gigante nei pochi mesi che seguirono 
la caduta di Palermo, tolsero al governo di V. M. quella forza onde si 
reggono gli Stati, e rendettero impossibile la Lega col Piemonte. Le po- 
polazioni della Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, 
respinsero co' loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo doloro- 
samente abbandonati alla sorte delle armi, soli, ''privati di alleanze, ed in 
preda al sentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d' Italia si sol- 
levarono al grido dì esterminio lanciato contro la Nostra Casa, fatta segno 
alla universale riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che già invade 
le Provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema 
rovina, che le inique arti di consiglieri perversi hanno da lunga mano pre- 
parata alla discendenza di Carlo III Borbone ; il sangue cittadino, inutil- 
mente sparso, inonderà ancora le mille città del Reame, e voi, un di spe- 
ranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, unica cagione di una 
guerra fratricida. 

Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la Nostra Casa 
dalle maledizioni di tutta l'Italia! Seguite il nobile esempio della Regale 
Congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sud- 
diti dalla obbedienza, e li fece arbitri dei proprii destini. L'Europa ed 1 
vostri popoli vi terranno conto del sublime sagrifizio; e Voi potrete, o 
Sire, levare confidente la fronte a Dio , che premierà l'atto magnanimo 
deUa M. V. Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle 
nobili aspirazioni della Patria, e Voi benedirete il giorno in cui generosa- 
mente vi sacrificaste alla grandezza d'Italia. 

Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato, che la mia espe- 
rienza m'impone; e prego Iddìo che possa illuminarvi, e farvi meritevole 
delle sue benedizioni. 

Di V. M. 

Napoli 2i agosto 1860 Affezionatissimo zio 

Leopoldo conte di Siracusa. 

Db Cksare, La fine di un Regno • VoL II. 20 



— 306 — 

Oommentando questa lettera, il Nazionale diceva : " Ogni pro- 
vincia d' Italia muore, l' Italia nasce „ . 

L'ultimo giorno di agosto, il conte di Siracusa s'imbarcò 
sulla Costituzione^ messa ai suoi ordini dal Persano e parti per 
G-enova e Torino. La luogotenenza di Toscana gli rimase in gola 
e mori l'anno dopo nel marzo, a Pisa, dov'è sepolto. 

A proposito della fine del conte di Siracusa, piacemi riferire un 
aneddoto intimo. Il conte di Cavour incaricò il Fiorelli d'annun- 
ziare, coi debiti riguardi, la morte del conte alla contessa sua mo- 
glie, la quale era, com'è noto, una principessa di Savoia, sorella 
del principe Eugenio di Carignano e aveva nome Maria Vittoria 
Filiberta. Dopo la catastrofe dei Borboni, ella restò a Napoli, 
nel suo bel palazzo alla Riviera, da tutti rispettata. Quel ma- 
trimonio non fu modello di felicità, troppa essendo la difformità 
di carattere nei coniugi. Il conte di Siracusa era un volgare 
buontempone, tutto napoletano ; scettico e superstizioso, in fatto 
di religione; impressionabile, mobile, loquace, femminiero, con 
una larga dose di quella familiarità caratteristica dei Borboni, 
e che spesso degenerava in mala educazione. Portava lunga la 
barba, quasi per sfidare la polizia che alle barbe lunghe muoveva 
guerra. Quando viaggiava in ferrovia, se era di estate e vedeva 
chiusi gli sportelli della carrozza del treno, ne rompeva i vetri 
con la punta del bastone. La contessa, invece, era un'asceta; vi- 
veva ritiratissima ; schivava le compagnie , e mentre suo marito 
liberaleggiava, essa era una retriva furente , non per animo triste, 
ma per eccessivi scrupoli religiosi. Aveva una figura molto co- 
mune, anche perchè, non si seppe mai se per umiltà o per ava- 
rizia, vestiva assai dimessa. Il conte non le era stato fedele mai. 
Ho riferito l'aneddoto del colpo apoplettico, dal quale fu preso 
nel 1858; e che, rinnovatosi a Pisa, gli troncò la vita a quaran- 
tott'anni. Fiorelli andò, dunque, dalla contessa; e, prendendo 
le cose un po' alla larga, le disse che il conte si era gravemente 
ammalato a Pisa, e che. ... ; ma la contessa gli spezzò la parola, 
dicendogli, secca secca: '^ Eììl bien; fai compris; il est 7nort„ ; 
e al cenno affermativo di Fiorelli, rimasto interdetto dinanzi a 
tanta indifferenza, soggiunse : " Il Va voulu „ ; e, voltandogli 
le spalle, piantò, senz'altro, il fido segretario di suo marito. 
Di questa morte ella non si afflisse punto, e seguitò a vi- 



— 307 — 

vere a Napoli, una vita da convento fino a che vi mori dopo 
il 1870. 

La lettera del conte di Siracusa, scritta dal Fiorelli, produsse, 
com'era da prevedere, un effetto immenso. Erano giorni quelli di 
continue sorprese stupefacenti, e i giornali liberali portarono alle 
stelle don Leopoldo. Si era cosi perduta la misura del senso morale, 
che questi atti trovavano laudatori entusiastici. I ministri ne fu- 
rono impensieriti, ma il Re si mostrò quasi indifferente. Di fronte 
a questa intema decomposizione , il lavoro diplomatico a Torino 
e a Parigi andava in fumo. Invano il Manna e il Winspeare, 
a Torino, e il Lagreca a Parigi, chiedevano che la Francia e 
il Piemonte ottenessero da Garibaldi una tregua di sei mesi, 
per condurre a termine le trattative di un'alleanza col Re di 
Sardegna e per riunire il Parlamento napoletano. Cavour, presa 
nelle sue mani la direzione del movimento nazionale, e messo a 
disposizione del Persano un milione di lire, che questi, come 
confessa nel suo Diario, non spese che in piccola parte, aveva 
tenuto a bada i due delegati napoletani, tanto che il Manna, ac- 
cortosi della corbellatura, la sera del 10 agosto parti per Parigi, 
seguito, dopo pochi giorni, da Canofari che andava a surrogare 
Antonini, il quale, stanco alla sua volta degl'insuccessi e più di 
essere lasciato senza istruzioni, aveva mandate le sue dimissioni. 
Manna fu uno degli invitati al pranzo diplomatico , che il ministro 
Thouvenel die, il 15 agosto, ai rappresentanti esteri per la fe- 
sta dell' Imperatore. A quel banchetto assistette anche il Lagre- 
ca, il quale, privo di qualunque attitudine diplomatica, non aveva 
saputo potuto far nulla, anzi si era smarrito nelle riserve im- 
postegli, quando partì da Napoli. Le quali riserve furono an- 
che cagione del suo insuccesso, secondo confessò più tardi il 
conte di Persigny al barone di Letino, Carbonelli, direttore 
dei lavori pubblici, anzi reggente di quel ministero, durante l'as- 
senza del Lagreca. Le relazioni negative di Manna e di La- 
greca erano argomento di tristezza per i ministri, più ancora 
che per il Re, il quale non mutava il suo contegno, ora apatico e 
fatalistico, ora sospettoso e sarcastico. Nei Consigli di Stato 
egli udiva le relazioni dei ministri e dei direttori, e faceva le sue 
osservazioni, spesso acute e argute, senza però curarsi se erano 
accolte no. Qualche volta si divertiva, facendo pallottole di 
carta e buttandole in aria, o cincischiando con la matita sui fogli, 



— 308 - 

che gli erano dinanzi. Solo prorompeva in qualche raro scatto 
d' ira contro il Piemonte, contro il Persano e contro il Yillama- 
rina, i quali cospiravano sotto i suoi occhi, senza ritegno, ma era 
ben lungi dal provocare contro essi misure severe. 

Dopo la sanguinosa giornata di Milazzo, che fu il 20 luglio, 
e la capitolazione di quel forte e poi di quella di Messina, la Si- 
cilia, tranne le fortezze di Messina e di Augusta, ubbidiva tutta 
a G-aribaldi, che vi aveva nominato suo prodittatore il Depretis, 
Il quale, ricevendo il municipio o Senato di Palermo, non du- 
bitò di parlare esplicitamente del nuovo Regno d'Italia, che si 
costituiva e della sua capitale, che doveva esser Roma, sino a 
pubblicare lo Statuto del Piemonte e ad imporre ai funzionarli 
pubblici questo giuramento : " Giuro di esser fedele a S. M. Vit- 
torio Emanuele^ di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello 
Stato, e di esercitare le mie funzioni nel solo scopo della difesa 
del Re e della patria „ . Contro questi atti protestò il De Mar- 
tino con nota alle potenze, in data del 21 agosto; protesta che 
dal Bonghi fu chiamata nel Nazionale "il canto del cigno „. 
Garibaldi entrò a Messina con Cosenz e Bixio, il giorno 30 lu- 
glio e vi nominò governatore Emanuele Pancaldo, che poi fu 
deputato di estrema sinistra : una testa accesa, che diresse ai suoi 
concittadini, nell'assumere il potere, questo incredibile manifesto : 

Messinesi! — li Dittatore, creandomi vostro governatore, ritenne ciò 
clie io gli significai: cioè, che nella sola vostra convergenza (sic) mi repu- 
tai idoneo e suflS,ciente alla Dittatura distrettuale che indosso (sic). Vi 
prego dunque accordarmi la vostra efficienza (sic) e presentarvi meco so- 
lidali (sic) al cospetto de' gravi doveri, che mi circondano, senza sopraf- 
farmi quando la vostra convergenza (sic) mi rende eguale alla vostra cor- 
porativa dignità (sic). In quanto a me posso somministrarvi due elementi 
(sic), e rendermi in essi solo risponsabile di tutte le mie operazioni, la più 
perfetta abnegazione di me stesso e il buon volere. Tutt'altro che mi è 
d'uopo lo invoco da voi. ed in questa fiducia mi pongo all'impresa. 

Da quel giorno, Messina divenne il centro dei preparativi 
per la campagna sul continente. 

I lavori per la spedizione erano condotti innanzi con feb- 
brile attività. Le forze garibaldine si concentravano tra Mes- 
sina e Punta di Faro, e i contatti tra la riva sicula e la cala- 
brese erano frequentissimi, malgrado la presenza di alcune 



— 309 — 

navi regie nello stretto. Il giudizio della storia sulla condotta 
della marina napoletana nel 1860, dal principio alla fine del 
gran dramma rivoluzionario, sarà, forse, severissimo. Fin dal 
10 luglio, Amilcare Anguissola, comandante della fregata Fe- 
loce nel porto di Messina, incaricato di scortare il vapore Bra- 
sile, che portava truppe a Milazzo, fece rotta per Palermo, dove 
si die a Garibaldi che l'accolse con festa. Garibaldi mutò nome 
alla nave, dandole quello di Tukery, e fu il terzo battesimo, perchè, 
bisogna ricordare, quella nave fu comperata nel 1848 dal Go- 
verno siciliano in Inghilterra e si chiamò Indipendenza. Ebbe 
un nuovo comandante in persona del Burone-Lercari, che appar- 
teneva alla marina sarda, e che col Lovèra, col Oanevaro ed altri 
ufficiali di quella marina, era corso volontariamente in Sicilia a 
prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. 
In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex-alfieri di 
vascello Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano corretta- 
mente dimessi in luglio. Fecero tutta la campagna con Gari- 
baldi ; e Paolo Cottrau, come ho altrove ricordato, è morto da due 
anni, col grado di viceammiraglio, vivamente rimpianto. 

Il Depretis, prodittatore, nominò ministro per la marina si- 
oula, il Piola Caselli, alto ufficiale nella flotta sarda; ma orga- 
nizzatore effettivo di quella improvvisata marina fu l' Anguis- 
sola. Il Tukery, che aveva contribuito al successo della gior- 
nata di Milazzo, ebbe poi l' incarico di catturare le navi regie, 
in rotta fra la Sicilia e Napoli e catturò infatti VElha, che da 
Messina portava uffiziali a Napoli, e il Duca di Calabria^ che 
veniva da Napoli. 

Giovanni Vacca, comandante del Monarca, il maggior legno 
da guerra della marina napoletana, e che era in allestimento a 
Castellamare, offri al Persane di lasciar prendere il bastimento, lui 
assente, a condizione però che l'assalto avvenisse di notte e fosse 
compiuto con abilità e audacia. Il Persane comunicò il disegno 
al Depretis, che incaricò il Piola stesso della impresa : impresa as- 
solutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non 
era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè 
mezzo disarmato. Il tentativo non riusci, perchè il Tukery sba- 
gliò manovra, avendo un cilindro della macchina che non fun- 
zionava. L'as-alto, dato con impeto, fu respinto, per la valo- 
rosa e onorata difesa che fecero del bastimento il comandante 



— 310 — 

Guglielmo Acton, il quale nella miscliia restò ferito da una 
palla di mosclietto al ventre, e l'uffiziale Cesare Romano. Il 
Tukery ebbe undici morti e molti feriti ; ma, quel che fu più 
doloroso, due sue imbarcazioni, caricbe di carabinieri genovesi, 
i quali dovevano dare un altro assalto al Monarca vennero ca- 
povolte nella rapida manovra per dare indietro. Quasi tutti 
perirono. Il Monarca fu ribattezzato poi col nome di Re Ga- 
lantuomo. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu 
dal 13 al 14 agosto, oltre al Piola, al Burone, al Lo vera e ai 
Canevaro, piemontesi, il giovane Trefìletti, siciliano, e i due 
fratelli Cottrau, Paolo e Giulio : il primo, promosso in quei 
giorni tenente di vascello; e il secondo, volontario dilettante, 
cbe, per bisogno di emozioni e per affetto fraterno, si era im- 
barcato a Palermo per quella spedizione. In seguito al tenta- 
tivo contro il Monarca^ il giorno stesso fu proclamato a Na- 
poli lo stato d'assedio ; ma questo non rallentò l'azione dei due 
Comitati, non moderò il linguaggio della stampa unitaria, e non 
frenò le cospirazioni di Villamarina e di Persane, di Visconti 
Venosta e di Finzi, di Ribotty e di Mezzacapo, di Nisco e di 
Devincenzi e di tutti i liberali unitarii, ne lo sfacelo progres- 
sivo della marina militare. 

A proposito del tentativo sul Monarca^ Luigi Giordano scri- 
veva al Comitato di Cosenza: 

La scorsa notte, nel porto di Castellamare, si è appressato un legno. 
Interrogato, ha risposto : Legno francese, che àncora. Nessuno vi ha più 
badato. Intanto sopra due lance discesero degP individui, fra' quali, dicesi, 
Garibaldi han tagliato le gomene del vascello napoletano il Monarca, di 
80 cannoni, e poscia han cominciato a tagliare, mercè di scalpelli, la gran 
catena. La guardia del vascello si taceva, sicché si è creduto dagli uomi- 
ni della scialuppa che il legno era senza guardia. Agivano quindi da di- 
sperati e senza molti riguardi. Uno di loro disse: Questa maledetta ca- 
tena non vuol cedere. Allora la guardia del vascello si è accorta, che i 
colpi del martello erano su la catena del Monarca^ mentre credevali sul 
legno, che avea dichiarato di voler ancorare. Si gridò all'arme ! I soldati, 
accorsi al loro posto, si avvidero dell'inganno, e s' impegnò un attacco fra 
le scialuppe, i soldati e il fortino di Castellamare. Le scialuppe, dopo bre- 
ve resistenza, si ritirarono, ed avvicinatosi il vapore il Veloce^ imbarcò gli 
uoinini e prese il largo. ^ 



* Archivio Morelli. 



- 311 - 

Fosse patriottismo estemporaneo, o volgare egoismo, o febbre 
rivoluzionaria ohe tutti invadeva, anche col pericolo della 
propria vita, o effetto delle sue tradizioni antidinastiche e dei 
ricordi di Caracciolo e di Murat; o fossero tutte queste cose 
riunite insieme, certo è, che sulla marina da guerra, fin dal 
giorno che Garibaldi sbarcò a Marsala, Francesco II non potè 
più contare. Data la Costituzione, la marina fu perduta alla 
dinastia dei Borboni. Il comandante del Capri, Marino Carac- 
ciolo, scriveva a Persano di attendere i suoi ordini per inalbe- 
rare la bandiera nazionale, che poi inalberò, andando, dopo l'en- 
trata di Garibaldi a Napoli, a conquistare il forte di Baia, il 
cui comandante, al Caracciolo, che gì' intimava la resa in nomo 
del Dittatore ricusò di arrendersi, dicendogli : " A qualunque 
altro si; a voi, no y,. Gli ufficiali superiori Vitagliano, Burone 
e Scrugli, invitati a prestar servizio, si rifugiarono sulla Maria 
Adelaide, e non ne scesero che dopo l'entrata di Garibaldi. 

Pochi rimasero fedeli alla causa del Re. Ricordo, tra questi, il 
Lettieri e il Pasca, i quali andarono a Gaeta. Il Pasca, che coman- 
dava la Partenope, si distinse nella difesa della fortezza e fu uno 
dei tre ufficiali superiori, che, per la piazza di Gaeta, sottoscrissero 
la capitolazione. Egli ebbe grado di " generale della Real Ma- 
rina „ , ed è morto di recente. Altri ufficiali, tra i quali il Rug- 
giero, il Bargagli, il Rivera, il Flores, il Vergara, il Carbonelli, 
il Bracco, il Rocco, ancora giovani, non vollero entrare nella 
marina nazionale; e i più vecchi, ammiragli o capitani di yqt 
scello, Garofalo, Palumbo, Mollo, Lavia, Capecelatro, Miceli, 
Marin, lauoh, Cossovich si ritirarono volontariamente dal servizio. 

Fra le varie interpretazioni, date per spiegare lo squaglia- 
mento della marina, vi fu quella che l'armata napoletana fosse 
tutta ascritta alla massoneria. Ma non è vero. I massoni erano 
ben pochi, e solo ostentava di esserlo il conte d'Aquila, grande 
ammiraglio, il quale portava un anello al dito, e facendone mo- 
stra nei giorni del suo liberalismo, lasciava intendere che egli 
era liberale e frammassone. Non fu dunque la dissoluzione della 
marina opera di setta o di denaro, né proposito deliberato di 
tradimento; fu effetto dell'ambiente, come si direbbe oggi, ossia 
di quella generale frenesia, per cui tutto venne manomesso ed of- 
feso da parte di tanti, i quali avevano giurata fede ai Borboni, 
e che al giuramento credevano non venir meno, passando nelle 



- 312 - 

fila dei nemici loro; e fu anche effetto di quel certo senso di 
leggerezza o irrequietezza, che distingueva la marina napoletana 
e un po' della sua tradizione. Francesco Caracciolo aveva fatto 
altrettanto nel 1799. 

Alla richiesta di armi, di truppe, di gendarmi, da parte de- 
gl' intendenti, alla dissoluzione crescente, ai parziali sbandamenti 
militari, ai disordini, alle diserzioni variamente provocate, che 
non mancavano, il governo tentò provvedere, in ultimo, con 
questa circolare, diretta il 29 agosto da Giacchi agli intendenti 
e sottointendenti, e che è importantissima, come la constatazione 
ufficiale dello sfacelo e dell' impotenza del ministero : 

Le condizioni in che versiamo, non sono le più felici, e sarebbe follia 
farsi illusione del contrario. Da tutte parti vengono a questo Ministero 
novelle di disordini e domande che vi si provvegga, mandando forze rego- 
lari, per contener gli animi nella moderazione e nel rispetto dovuto alla 
pubblica potestà ed ai diritti dei singoli cittadini. Ma sciaguratamente 
♦ sembra che i mandatari del potere non s'abbiano formata un'idea giusta 
dello Stato, del paese e de' mezzi che sono in poter loro, per resistere alla 
piena delle passioni politiche, che meglio si direbbero egoistiche, le quali 
spingono alla reazione da un lato, a contrari! eccessi dall'altro. L'esercito 
(dovrebbero essi saperlo) non è in grado di molto operare per la quiete 
interna del Regno, distratto com'è contro le esteme aggressioni, né d'altra 
parte gioverebbe sempre usare il braccio militare a reprimere e contenere 
i perturbatori dell'ordine pubblico, quando a conseguire lo stesso scopo vi 
fossero altri modi più. civili e più alle presenti condizioni accomodati. ^ 

E loro consigliava di mettersi d'accordo con gli uomini d'or- 
dine, con i proprietari di terre, con gli ecclesiastici, e di usare 
della guardia nazionale. " /S' informino le signorie loro, conti- 
nuava, a questo gran principio della salute pubblica, ed io spero, 
anzi me ne vanto certo, troveranno, fino ne' più piccoli villaggi, 
tanto che basti a tener testa a' tristi sommovitori de' popoli contro 
il presente ordine di cose „ . E concludeva : " Degli effetti ne 
terrà loro gran conto la patria „ . 

Questa circolare è proprio la fotografia del momento. L'Om- 
nibus notò che essa rivelava l' impotenza del governo e ag- 
giunse : ** tal' è la condizione presente, e noi crediamo che in tal 
condizione di cose il partito più logico sia quello che non cerca 



* Archivio Giacchi. 



— 313 - 

di affrettare gli avvenimenti, inevitabili pur troppo, ma che li at- 
tende „. E in verità, lo sfacelo irreparabile, che invadeva tutti 
i rami dell'amministrazione, e che l'opera dei due Comitati aiuta- 
va in tutt' i modi, e nel tempo stesso lo sbarco di Garibaldi a Me- 
lito e le sue prime fortune ; l'azione palese e risoluta del Pie- 
monte ; la condotta della famiglia reale rispetto al Re e lo sban- 
damento dell'esercito erano tutti segni chiarissimi che si era alla 
vigilia della catastrofe. Ma ancora si aveva fede in una re- 
sistenza nelle Calabrie, dov'erano più di ventimila uomini, tra 
Bagnara, Monteleone e Cosenza, con un maresciallo in capo e 
cinque generali. 

La sera di quello stesso giorno 29, vi fu grande allarme in Na- 
poli e la città fu tutta corsa da pattuglie di cavalleria e fanteria. 
Benché si succedessero i bollettini delle vittorie di Garibaldi in 
Calabria, pubblicati dai fogli liberali a lettera di scattola, cor- 
reva voce e allarmava tutti, che il governo avesse sequestrati 
nella strada di Santa Teresa a Chiaja molte armi, le quali dove- 
vano servire al partito reazionario, per tentare un ultimo e de- 
cisivo colpo in Napoli. E veramente la polizia sequestrò quella 
notte alcuni revolvera, nonché quarantamila copie di un procla- 
ma che i giornali si affrettarono a pubblicare, inneggiando a don 
Liborio, come a salvatore della patria. Il proclama diceva: 

Sire! 

Quando la patria è in pericolo, il Popolo lia diritto di domandare al 
suo Re di difenderlo, perchè i Re son fatti per i Popoli, e non i Popoli per i 
Re. Noi dobbiamo loro ubbidire, ma essi debbono sapere difenderci ; e per 
questo Iddio loro ha dato uno scettro ed una spada. 

Oggi, o Sire, il nemico è alle nostre porte; la Patria è in pericolo. Da 
quattro mesi, un avventuriere, alla testa di bande reclutate in tutte le na- 
zioni, ha invaso il Regno, ed ha fatto scorrere il sangue dei nostri fratelli. 
11 tradimento di alcuni miserabili l'ha aiutato; una diplomazia più. mise- 
rabile ancora, l'ha secondato nelle sue colpevoli intraprese. Fra giorni, 
questo avventuriere e' imporrà il suo giogo odioso, perchè, i suoi disegni li 
conosciamo tutti, e Voi ancora, o Sire. Quest'uomo, d'altronde, non ne fa 
alcun mistero: sotto pretesto di unificare quel che non è stato mai unito, 
egli vuole farci Piemontesi, per meglio scattolicarci e quindi stabilire un 
governo repubblicano sotto l'odiosa Dittatura di un Mazzini di cui sarà 
«gli anche U braccio e la spada. 

Ma, Sire, noi siamo napoletani da secoli: Carlo II, Vostro immortale 
bisavolo, ci tolse per l'ultima volta dal pesante giogo straniero. Noi vo- 



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glìamo dunque oggi restare e morire napoletani con la bella civilizzazione 
che con tanta saviezza questo Re ci donò. Il figlio di Ferdinando II non 
potrebbe tenere con mano ferma lo scettro cbe ha ereditato da suo padre 
di gloriosa rimembranza? H figlio della venerabile Maria Cristina ci abban- 
donerebbe vilmente al nemico? Francesco II, nostro dilettissimo Sovrano, 
non avrebbe le virtù e le qualità del più umile dei Re? No, no, ciò non 
può essere. 

Sire, salvate dunque il vostro Popolo ! Noi ve lo domandiamo a nome 
della religione che vi ha consacrato Re, a nome della legge ereditaria del 
Regno che vi ha dato lo scettro dei vostri antenati, a nome del diritto e 
della giustizia che vi fanno un dovere di vegliare continuamente alla vo- 
stra salvezza e, se è necessario, di morire per salvare il vostro Popolo. Ma 
la Patria in pericolo vuole quattro cose; eccole: 

1° n vostro Ministero tutto intero vi tradisce ; i suoi atti ne fanno 
fede; le sue relazioni coi Giudei e i Pilati lo attestano. Che il vostro Mi- 
nistero sia dunque sciolto e surrogato da uomini onesti e devoti alla vo- 
stra Corona, ai vostri Popoli ed alla Costituzione. 

2" Molti stranieri cospirano contro il vostro trono e contro la nostra 
nazionalità. Che questi stranieri siano espulsi dal Regno. 

3° Numerosi depositi di armi esistono nella vostra capitale. Che un 
disarmamento sia ordinato. 

4° La Polizia è tutta intera devota al nemico. Che la Polizia sia 
sciolta e surrogata da una Polizia onorevole e fedele. 

Sire, ecco quel che vi domanda il vostro Popolo napoletano. La vo- 
stra Armata è fedele tanto quanto è brava. Prendete dunque una spada 
e salvate la Patria! Quando si ha per sé il diritto e la giustizia, si ha 
con sé Iddio! 

Viva il Re nostro Francesco II! Viva la Patria! Viva la brava Ar- 
mata napoletana. 

In quei giorni stessi il G-overno credè necessario sostituire 
l'intendente di Catanzaro Giannuzzi Savelli con Luigi Vercilli'^ 
e il Capone di Avellino, col conte Onorato Caetani. 



CAPITOLO XV 



SoMMABio: Ultimo numero del Oiomale di Sicilia sotto i Borboni e primo nu- 
mero sotto la Dittatura — Monsignor Naselli, arcivescovo di Palermo e 
suoi rapporti con Garibaldi — Garibaldi nella cattedrale di Palermo e Giu- 
dice della Monarchia — La liberazione dei nobili — Feste ed entusiasmi 
popolari — La condotta dei giovani patrizi — La guardia del palazzo dit- 
tatoriale — Graduati e militi — I siciliani a Milazzo — Il principe di Sca- 
lea ed Emanuele Notarbartolo di San Giovanni — Ricordi interessanti — 
Caricature ed epigrammi sull'esercito — Il colonnello Buonopane e suoi 
precedenti — Le accuse contro di lui — Gli altri generali borbonici in 
Sicilia — Confessioni di Maniscalco a Gaetano Filangieri — Il generale 
Clary — Particolari e sue lettere postume — Il capitano Sciacquariello — 
Giudizi sull'opera militare nell'Isola — Le Memorie di Pianell — L'opera 
di Cavour a Napoli — Sue inquietudini — Manda Visconti, Finzi, Bibotty, 
Devincenzi, Nisco, Mezzacapo e Schiavoni — Particolari inediti e curiosi 
— Svanisce il disegno di un pronunciamento militare — Confessioni di Emi- 
lio Visconti — Una lettera di Cavour, portata da Niccola Schiavoni. 

L'ultimo numero del Giornale di Sicilia vide la luce il 26 mag- 
gio 1860, vigilia della Pentecoste e dell' ingresso di Garibaldi ; e 
l'ultimo decreto, pubblicato in prima pagina, in corpo dodici 
fu quello, col quale don Angelo Maniscalco, in data del 9 mag- 
gio, veniva nominato effettivamente ricevitore della dogana di 
Messina. Era il primo figliuolo del Maniscalco e contava cinque 
anni. Quel decreto, riguardante un bambino, aveva tre volte la 
firma del principe di Cassare, presidente del Consiglio dei mini- 
stri e ministro per la Sicilia, nonché la firma del Lanza, col ti- 
tolo di commissario straordinario con l'Alter Ego, e quella del 
Bracci, per certificato conforme. La nomina del piccolo Maniscalco 
a quel posto assai lucroso era stata il regalo di battesimo fattogli 



— 316 - 

da Ferdinando II. Il Giornale di Sicilia ricomparve il 7 giugno 
nello stesso formato, ed in quel primo numero, al posto dello 
stemma borbonico, c'era quello di Savoia; al posto del decreto 
per il figliuolo di Maniscalco, il decreto da Salemi, col quale 
Garibaldi si proclamava dittatore, in nome d' Italia e Vittorio 
Emanuele. Al Ventimiglia, partito per Napoli, succedeva nella 
direzione Isidoro La Lumia, col dottor Griuseppe Lodi. Della vec- 
chia redazione rimasero Girolamo Ardizzone, il quale era stato il 
collaboratore più assiduo, ed a cui il giornale fu affidato poco 
tempo dopo; Giuseppe Antonio Arieti, Luigi Corvaja e Francesco 
Scibona Battolo. In quella guisa, che, avvenuto l' ingresso di 
Filangieri a Palermo e dopo l'attentato di Agesilao Milano, il 
Giornale di Sicilia pubblicò per mesi interi gli indirizzi di fedeltà 
e di felicitazioni da parte dei comuni tutti dell'Isola a Fer- 
dinando II, lo stesso giornale iniziò la serie degl' indirizzi degli 
stessi comuni a Garibaldi, perchè s'investisse della dittatura, che 
aveva assunta sin dal 14 maggio a Salemi. E negli avvisi teatrali 
dello stesso foglio si cominciò a leggere dal 25 giugno, anche 
questo: " Teatro Nazionale a San Ferdinando: Salvatore Ma- 
niscalco, dramma e ballo „ . Il teatro nazionale era il pre- 
sente teatruccolo " Umberto „ ; ma prima del 27 maggio era sem- 
plicemente " teatro San Ferdinando „ . E inutile dire che quella 
rappresentazione era tutta una sfuriata contro l'ex direttore di 
polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da 
un uragano di fischi e da un coro selvaggio d' imprecazioni. 

L'arcivescovo di Palermo, monsignor Naselli, non si mosse 
dal suo posto nei giorni terribili, nei quali a Palermo si com- 
batteva e si moriva ; e quando il nuovo ordine di cose fu stabi- 
lito, egli non esitò a riconoscerlo e andò a visitare il dittatore, 
cosi come questi, consapevole della forza del sentimento religioso 
in Palermo e in tutta la Sicilia, nonché dell' intimo accordo esi- 
stente fra il clero e il laicato, si limitò a pubblicare soltanto il 
decreto che sopprimeva i gesuiti e i liguorini, come già fece la 
rivoluzione nel 1848. Se nell'esecuzione di quel decreto vi fu- 
rono eccessi vergognosi, ch'è meglio non ricordare, la colpa non 
si può far risalire a Garibaldi, ma ad alcuni di quegli elementi 
indigeni, per i quali la libertà era profitto e violenza. Garibaldi 
anzi tenne in quei giorni un contegno di austera moderazione e 



- 317 - 

tolleranza: andò in pellegrinaggio alla grotta di Santa Eosalia 
al Monte Pellegrino, e nella festa della Santa assistette alla 
messa pontificale; anzi, assumendo la dignità di legato aposto- 
lico e giudice della Monarchia, montò sul trono in camicia ros- 
sa, e alla lettura dell' Evangelo snudò la spada per la difesa 
della fede cattolica. Tanto poteva in lui la forza dell'ambiente : 
un ambiente di vivace e quasi primitivo sentimento religioso, per 
cui il sacerdote, prete o frate, è ritenuto anche oggi in Sici- 
lia non diverso, ma superiore ai membri degli altri ordini so- 
ciali. Il sentimento religioso fu una delle ragioni del successo 
della rivoluzione. Il popolino di Palermo attribuiva a Garibaldi 
un potere soprannaturale e lo riteneva persino congiunto di 
Santa Rosalia, la quale, secondo la tradizione, era figliuola di 
un conte siciliano, di nome Sinibaldo. La somiglianza fra i due 
nomi suggellava la credenza. 

Prima del 27 maggio, quando i soldati regi partivano da Pa- 
lermo, i marinai siciliani, saliti sulle antenne dei loro bastimenti, 
davano loro la malandata col grido fuori, fuori, assassini, per 
non più tornare ; ma dopo quel giorno l'odio verso i soldati na- 
poletani era di molto scemato, anzi erano frequenti i casi, nei 
quali questi fraternizzavano nelle bettole coi popolani e insieme 
gridavano : Viva Garibaldi. L'esercito borbonico; giova ripeterlo, 
era formato da una sola delle Sicilie, cioè dalla continentale: 
l'Isola godeva il privilegio di non aver leva, e nell'alta ge- 
rarchia militare erano pochi i generali siciliani. Ricorderò fra 
essi il Lanza, tenente generale e ultimo luogotenente ; il conte 
Giuseppe Statella, che mori in Roma nel 1862 e il principe della 
Scaletta, morto egli pure a Roma, nel 1889. L'esercito napole- 
tano era sinceramente odiato in Sicilia anche per questo, e l'odio 
veniva, con eguale sincerità, ricambiato da parte dei militari, che 
assumevano in Sicilia aria da conquistatori e prepotenti. 

Dopo l'ingresso di Garibaldi, l'avvenimento maggiore nella 
città di Palermo fu la liberazione dei sette giovani nobili, ar- 
restati in seguito alla tentata sommossa del quattro aprile. La 
loro prigionia durò sino all'ultimo momento, cioè fino al 19 
giugno, nel qual giorno partì da Palermo il grosso delle truppe 
regie col generale Lanza. Quei prigionieri furono considerati co- 
me ostaggi di guerra, e corsero più volte il pericolo di essere fuci- 



— 318 — 

lati. Il 19 giugno, dunque, il Lanza, prima d' imbarcarsi per Na- 
poli, andò ad aprir loro le porte delle prigioni, rivolgendo ai pri- 
gionieri queste parole : " Sono dolente di essire stato strumento invo- 
lontario delle loro sofferenze „ . Portati in trionfo da una folla plau- 
dente, andarono a ringraziare Garibaldi, ciie li accolse con grande 
effusione. Egli aveva preso alloggio da pochi giorni al palazzo 
Reale, ma di questo occupava soltanto il quartiere ch'è sulla porta 
Nuova, oggi detta di Calatafìmi : quartiere modesto, dal quale si 
gode una vista stupenda da Monreale al mare, attraverso la via 
Toledo. Quei giovani, tranne il padre Lanza, infermo, chiesero al 
Dittatore di seguirlo come volontari!, e Garibaldi li accettò. La 
loro liberazione fu causa di una dimostrazione che ancora si ri- 
corda. Il Giornale Ufficiale della dittatura pubblicava in pro- 
posito un articolo magniloquente, che diceva cosi: 

I prigionieri politici del forte di Castellamare, quei giovani eletti per 
cui abbiamo palpitato in mezzo alle varie vicende d'una lunga e procel- 
losa lotta, sono resi alle nostre braccia. La tirannide gli strappava alle 
proprie case, alle proprie famiglie, e credeva umiliarne la fiera e dignitosa 
alterezza facendo dei loro lacci spettacolo alla città fremebonda : il popolo 
li ha ricondotti in trionfo. Onore a quei giovani ! a quei rampolli di una 
aristocrazia cittadina, che, con unico esempio, mezzo secolo addietro immo- 
lava spontanea alla patria i suoi privilegi feudali; e poi, confusa nel po- 
polo, divideva per tanti anni i dolori, gli oltraggi, le speranze e le fortune 
del popolo. 

Dalla moltitudine affollata oggi sulla piazza della Vittoria, in mezzo 
al rimbombo dei sacri bronzi, al lieto suono di militari strumenti, allo 
sventolare di cento bandiere, un grido di riconoscenza e di affetto si è le- 
vato all'eroico Liberatore dell'Isola. 

Questa sera la città sciritillante di fuochi ha veduto un popolo in- 
tero d'ogni età e d'ogni classe, versarsi nella via principale, e abbando- 
narsi al sereno tripudio di una di quelle feste che non hanno nome né 
luogo nei calendari ufficiali, ma che sono destinate a rimanere durevoli 
nelle pagine della storia. 

La condotta di questi nobili è ben degna di essere ricordata 
anche oggi. Il Lanza, il Pignatelli, il Niscemi, il Riso, il Cesarò, 
il Notarbartolo e il Giardinelli appartenevano alle maggiori 
famiglie dell'Isola; rivelarono dignità e coraggio durante la 
prigionia, rifiutando l'indulto e mostrarono all'Europa che la 
rivoluzione in Sicilia non era opera delle classi infime, non degli 
elementi più compromessi moralmente, non degli esuli deside- 
rosi di tornare in patria, non dei mazziniani, ne degli autono- 



- 319 - 

misti, come diceva e ripeteva la diplomazia napoletana ; ma era 
vero e unanime movimento popolare, suscitato si da varie cagioni, 
ma tutte ispirate politicamente da un sentimento unico : l' indi- 
pendenza da Napoli e l'unione all' Italia, con un governo moral- 
mente migliore. Di quei giovani patrizi del 1860 sono super- 
stiti il principe di Niscemi, senatore del Regno, il barone Gio- 
vanni Riso, il principe di Giardinelli e Giovanni Notarbartolo, 
fratello del povero Emmanuele. 

Un decreto del 30 giugno, che portava le firme di Garibaldi 
dittatore e del segretario di stato della guerra, Vincenzo Orsini, 
diceva : " volendo annuire alle reiterate istanze fatte da molti 
" tra i benemeriti cittadini, che prepararono e coadiuvarono il 
" movimento siciliano „ : veniva istituito un corpo speciale, che si 
chiamò col nome poco felice di " Guardie del palazzo dittatoriale „ . 
Venne formato difatti dai cittadini più noti e più animosi, che 
preparfirono e coordinarono il risorgimento siciliano ed erano 
centoventi. Di questo corpo eletto fu comandante, col grado di 
capitano, Gaetano La Loggia ; il principe Antonio Pignatelli ne 
fu luogotenente; il barone Giovanni Riso, sottotenente; Cor- 
rado Niscemi, Martino Bel trami Scalia e Casimiro Pisani, junio- 
re, ne furono sergenti; il principe di Giardinelli e Giovanni 
Notarbartolo di San Giovanni ne furono caporali; e Gabriele 
C esarò, che era forse il più giovane, milite, ma i militi erano 
pareggiati a sottotenenti, e via via gli altri graduati. In questa 
compagnia di onore, che ricordava le cento guardie di Napoleone, 
e le guardie del Corpo dei Borboni, entrarono, anche come sem- 
plici militi, Enrico Albanese, Andrea Rammacca, Francesco Bran- 
caccio di Carpino, Paolo Paternostro, Narciso Cozzo, Mariano In- 
delicato, Francesco Perrone Paladini, Rocco Ricci Gramitto. 
Giambattista Marinuzzi ne fu il furiere. Corpo veramente eletto, 
che in quei giorni rese buoni servigi anche alla sicurezza pubbli- 
ca. I più giovani si arruolarono addirittura con Garibaldi e si 
batterono a Milazzo e sotto le mura di Capua. E qui occorre 
ricordare, che Francesco Lanza di Scalea, oggi senatore del Re- 
gno, ed Emmanuele Notarbartolo di San Giovanni, del cui effe- 
rato assassinio in questo momento tanto si parla, in vista dei gran- 
di avvenimenti che si preparavano, avevano preso servizio volon- 
tario, nel febbraio del 1859, nell'esercito sardo ; e Cavour, per il 
nome delle loro famiglie e il significato politico, che rappresentava 



— 320 — 

il loro atto, li aveva indotti ad entrare nella scuola militare 
d'Ivrea, donde uscirono sottotenenti, il Lanza dei granatieri e il 
Notarbartolo della brigata Aosta. Si erano dimessi appena saputo 
lo sbarco di Garibaldi e corsero nell' Isola a prender parte alla 
rivoluzione. Scalea parti con Medici, e Notarbartolo fece parte di 
quella fortunosa spedizione, che, catturata dal Fulminante, venne 
rimorchiata a Gaeta. Quella spedizione era partita da Cornigliano 
presso Genova, la notte dall' 8 al 9 giugno, sul Charles- Jeanes, 
clypper americano, rimorchiato dal vaporino l' Utile con bandiera 
sarda. Era un migliaio di volontari sotto il comando di Clemente 
Corte, poi generale e deputato, morto senatore del Regno, il quale 
allora aveva grado di maggiore, ed avrebbero dovuto raggiungere 
a Cagliari il resto della spedizione Medici, e colà ricevere armi, 
munizioni e uniformi. La cattura avvenne nella notte dal 9 al 10, 
e la nave, condotta a Gaeta, ancorò sotto il tiro delle batterie del 
porto. Ma poiché i volontari passavano per emigranti, il Piemonte 
e gli Stati Uniti protestarono, ma invano. La cattura durò sino 
ai primi di luglio, quando, concessa la Costituzione, il governo 
di Napoli si affrettò a liberarli, e poterono quei giovani prender 
parte alla battaglia di Milazzo. Emmanuele Notarbartolo vi 
trovò tanti suoi amici di Palermo, e basterà ricordare Narciso 
Cozzo, il Brancaccio, i due fratelli Ricci Gramitto, Rocco e In- 
nocenzo, Stefanino de Maria, Pietrino San Martino, e vi trovò 
pure Francesco Scalea, Achille Basile e Corrado Niscemi, che la 
signora Mario fece poi morire a Cajazzo ! ^ E fra quelli, che dopo 
aver seguito Garibaldi al Volturno, entrarono poi nell'eser- 
cito, ricorderò Francesco Brancaccio di Carpino, che si battette a 
Custoza e vi guadagnò la medaglia al valor militare. Lanza di 
Scalea entrò in diplomazia. 

Una caricatura dello Charivari aveva riassunta la situazione 
dell'esercito napoletano in Sicilia, dipingendo un'armata, nella 
quale i soldati avevano le teste di leone, gli ufficiali la testa d'asi- 
no, e i generali erano acefali, con questa annotazione in piedi : Vai- 
la Varmée du voi de Naples en Sicile ! Feroce caricatura, ma non 
immeritata, rispetto ai generali che dettero cosi desolante prova 
d' incapacità e di scetticismo. Non furono traditori, ma incredi- 



^ Jessib White Mario, La vita di Garibaldi, voi. I, cap. XXV, pag. 26, 



- 321 - 

bilmente inetti e noncuranti, non solo della causa che difende- 
vano, ma della loro stessa reputazione : primo fra tutti, il Lanza, 
il quale non ebbe un sol lampo di risoluzione, e che chiusosi 
in palazzo Reale dal suo arrivo a Palermo, non ne usci che per 
sottoscrivere il secondo armistizio, dopo un iniquo e inutile 
bombardamento ! 

Si è parlato del Lanza e del Laudi, ma sarà bene spendere 
una parola per gli altri. Il colonnello Cammillo Buonopane, 
che in quei giorni fece da spola fra Napoli e Palermo e sot- 
toscrisse con Garibaldi la convenzione finale, veniva ritenuto 
il più dotto ufficiale dell'esercito, ed era sottocapo dello stato 
maggiore. Aveva precedenti liberali, e prima del 1848 era stato 
amico di Mariano d'Ayala e di Nicoola Schiavoni, ma dopo il 
1848, divenne assolutista convinto. Era intimo dell'abate don 
Mauro Minervini e aveva in moglie una baronessa Garofalo. Ri- 
cordo che quando, dopo il 1860, Niccola Schiavoni tornò dall'esi- 
lio, rivide il Buonopane in casa del Minervini. I due amici si 
narrarono a vicenda i proprii casi ; e il Buonopane, rimasto bor- 
bonico, benché dopo la convenzione del 6 giugno, sospettato di 
tradimento, fosse relegato in Ischia, non nascose allo Schiavoni 
tutta l'amarezza sua per sì ingiusti sospetti. Mori nell'agosto 
del 1862. Egli non aveva nessuna delle qualità acconcie per il 
posto che occupava, né gli riusci di formare un piano di guerra 
contro Garibaldi, e quando gli fosse riuscito, non sarebbe stato 
possibile farlo accettare dal Lanza, la cui incapacità era sol- 
tanto superata dalla testardaggine di voler fare a modo suo, 
e ch'egli disprezzavà. Capo dello stato maggiore era il ge- 
nerale Ischitella, il quale valeva meno del Buonopane, e che in 
quei giorni rappresentò, in modo cosi perfetto, la parte del con- 
fusionario, che interloquiva su tutto e non riusciva a far indo- 
vinare che cosa veramente volesse. Il Letizia pareva il più 
risoluto, e benché vecchio, rivelava vivacità giovanile, ma il suo 
spirito era più vivace che illuminato, anzi scettico e leggiero nel 
fondo: non aveva paura, ma neppure iniziativa. Sotto il co- 
mando di un generale intelligente e audace, il Letizia si sarebbe 
fatto onore; lasciato a sé stesso, fu travolto nel vottice della co- 
mune rovina. I cognomi di Letizia e di Buonopane davano 
luogo ad epigrammi, da parte dei liberali. Uno dei più ripetuti 
era, che non si poteva perdere con letizia e buono pane^ o che si 
sarebbe perduto . . . allegramente ! 

Db Cebarx, La fine di un Regno - Voi. II. 21 



- 322 - 

I generali Giovanni Salzano e Graetano Afan de Rivera non 
difettavano di qualità militari : il secondo possedeva più cultura 
generale clie militare, era figliuolo del celebre idraulico e cu- 
gino di Rodrigo, generale di artiglieria ; ma aveva poco tatto e 
a Messina si era bisticciato col Russo. Primerano e Cataldo non 
avevano alcuna repatazione, neppure nell'esercito, anzi al Cataldo 
si rimproverò l'abbandono della posizione ai Quattro Venti, che 
rese impossibile ogni resistenza in Palermo. A tal proposito, Ma- 
niscalco, giunto a Napoli l' otto giugno, diceva a Gaetano Filan- 
gieri che l'abbandono dei Quattro Venti, da parte del Cataldo 
con quattromila uomini, senza essere stato aggredito; la ostina- 
zione di Von-Mechel di continuare con la sua colonna la marcia 
su Corleone, invece di girare sopra Misilmeri e piombare addosso 
a Garibaldi; l'esitazione di questa colonna nell'attaccare, di ri- 
torno, Palermo dalla parte meridionale, nonché l'abbandono da 
parte del generale Laudi della Gran Guardia, in piazza Bologni, 
erano state le principali cagioni dell'avvenuto disastro. E aggiun- 
geva : " rovinoso fu il primo armistizio, ed anche più il secondo. 
La mattina del primo armistizio gli attacchi di Garibaldi erano 
molto rallentati, perchè egli mancava di munizioni; Palermo, 
durante i primi armistizi, si fortificò, costruendo innumerevoli 
barricate e tutte le saettiere aperte nelle case ; l' incertezza, l'esi- 
tazione di Lanza erano tali da non farsi un'idea „.^ 

II Clary, che comandava a Catania, aveva discrete qualità mi- 
litari ; era blagueur^ non quanto Bosco, ma un po' gli somigliava. 
Da Catania fu mandato a Messina, dopo l' ingresso di Garibaldi a 
Palermo ; e da Messina, dopo la capitolazione, fu mandato a Na- 
poli; poi segui Francesco LE a Roma, generosamente, non aven- 
done pensione, né assegno. Da Roma, venuto in sospetto delle 
autorità francesi, fu ricacciato in secondo esilio a Civitavecchia. 
Mori borbonico impenitente, convinto che la causa del disastro 
era dovuta a] tradimento di Nunziante e di Pianell principalmente, 
e poi di tutti gli altri. Egli si condusse bene a Catania, resistendo 
il 31 maggio al tentativo di rivoluzione ; ma la sua condotta a 
Messina non andò immune da accuse. Si era a oltre mezzo giugno, 
e la Sicilia, tranne Messina, Siracusa e Augusta, ubbidiva a Ga- 
ribaldi. A Messina il Clary formò un piano arditissimo per 



* Archivio Filangieri. 



- 323 — 

rioccupare Palermo e Catania, e andò a proporlo al Re, il quale era 
a Portici. Nell'anticamera avvenne una ecena molto vivace 
tra lui e il vecchio conte Ludolf, suocero di Pianell, alla quale 
presero parte Alessandro Nunziante e Rodrigo Afan de Rivera, 
i quali, col Ludolf, credevano doversi accordare la Costituzione, 
mentre il duca di Sangro era di diverso parere. Il piano del 
Clary fu approvato dal Re, ed egli ebbe il comando di tutte le 
truppe raccolte a Messina ; ma quando si trattò di eseguirlo, 
prese tempo, affacciò delle difficoltà e non se ne fece nulla. Il 
28 luglio capitolò con Medici, e il 2 agosto ebbe a Messina un 
caratteristico colloquio con Garibaldi, che fu da lui riferito in un 
dispaccio al Re. Garibaldi gli avrebbe manifestate in quel collo- 
quio le seguenti intenzioni : " non voler fare tregua ; esser deciso 
che l'Italia dovesse essere una ; volersi prima disfare del Regno 
di Napoli, poi attaccare il Papa, e dopo, la Venezia, e questa li- 
berata, passare a riprendere Nizza dalla Francia ; disfarsi del Re 
di Napoli, col combatterlo o col farselo alleato, e con esso fare 
il resto ; in ogni caso il Re di Napoli non dovrebbe che, o restare 
sotto Vittorio Emanuele, o andarsene „ . * Il 13 dello stesso mese, il 
Clary s' imbarcò per Napoli, lasciando il comando della cittadella 
al generale Fergola. I suoi rapporti sono interessanti per chi vo- 
glia penetrar meglio i fatti di quei giorni, e spiegar come, oltre 
al combattimento di Milazzo, non vi fosse più alcuna resistenza 
da parte delle regie truppe in Sicilia. Giungendo a Napoli il 14 
agosto, sul vapore Maria Teresa, il Clary si presentò al Pia- 
nell, ministro della guerra, dal quale " fu ricevuto con molto 
sussiego, e si senti annunziare che la patria aveva molto a 
dolersi di lui „ . * La stessa Cronaca continua : " Clary chiede 
militarmente un consiglio di guerra che non è però mai con- 
vocato; il colonnello Anzani gli fa sentire che non può essere 
ricevuto in avvenire dal Re. Presenta da ultimo i documenti 
della sua gestione contabile negli ufficii del ministero della guer- 
ra per liquidare un credito di ducati 18000, oltre di altri ducati 
7 500 per diverse spese „ . ^ 

Dopo tanti anni, sono capitate sotto i miei occhi alcune let- 
tere inedite del generale Clary, datate nel 1863 da Civitavecchia, 



Cronaca, pag. 233. 
Id., pag. 241. 



— 324 - 

dove, cosi egli confessa, i francesi lo tenevano prigioniero. In 
una narra quel che avvenne a Catania, dopo il 31 maggio ed è 
bene riferirla : 

Dopo la vittoria di Catania (31 maggio 1860) venne la colonna coman- 
data dal signor maresciallo di campo Afan de Rivera, la quale si divise in 
due porzioni, una s'imbarcò con lui, e andiede a rafforzar la guarnigione 
di Messina, l'altra rimase con me, in aumento alle mie truppe. La mat- 
tina del 1" giugno 1860 comparve un vapore clie portava il brigadiere Ro- 
drigo Afan de Rivera e il colonnello Sponsilli, i quali mi ordinarono di 
ritirarmi. Risposi che non potevo, risposi chiaramente ed impertinente- 
mente " che simile disposizione non poteva venire che da nemici del Re N. S., 
" che alla fine de' conti Sua Maestà mi avea scritto pochi giorni prima, 
"che mi fossi sostenuto fino all'ultimo,, e ora, dopo un esito tanto 
felice, io non credea di dover ubbidire, tanto più che se fossi stato scon- 
fìtto per la strada (giacché io mi disponevo a marciar sopra Palermo) avrei 
ripiegato o a Siracusa o a Trapani. Infine non volea partire, ecco l'assunto. 
Soggiunsero tutti due (Rodrigo Afan de Rivera e Sponsilli) — Generale, 
•mettete il vostro rifiuto per iscritto — Subito. — In presenza loro, nella 
stanza del telegrafo elettrico, gli scarabocchiai un solenne rifiuto. Parti- 
rono il giorno stesso per Siracusa ed Augusta. Cosa fossero andati a fare 
non lo so; ma so che s'inquietarono pure con il maresciallo Rodriguez (che 
fu. sbalzato al ritiro pochi giorni dopo). Ritornarono a Catania, si presero 
le armi, le bandiere ch'io avea prese sul nemico, e mi dissero che un di- 
spaccio loro giunto " mi metteva in istato d'insubordinazione, e ch'io do- 
" veva ritirarmi sopra Messina subito „. Chiamai tutti gli uflfiziali Capi 
de' Corpi (tra quali vi era Sciaquariello figlio unico di Afan de Rivera che 
comandava la batteria di obici a trascino) e loro dissi il volere dei Re, 
che que' signori erano portatori. Tutti, eccetto De Biasio capitano d' arti- 
glieria, Gabriel tenente d' artiglieria, due capitani de' lancieri e cacciatori 
a cavallo, tutti gli altri cominciarono a gridare che essendo questa la in- 
tenzione del Re, essi non volevano parer ribelli. Allora dichiarai alto a 
Rodrigo Ri vera e Sponsilli ch'io intendeva che mi mettessero in iscritto 
gli ordini sovrani. Ciò fecero, e conservo questo documento; ma sapete 
che le carte non sono presso di me. Presso a poco eccolo: 

" Signor Generale, 
"É volere di Sua Maestà il Re N. S. ch'Ella con tutte le truppe di 
" suo comando, ripieghi sopra Messina, ove riceverà ulteriori ordini. 

Il Brigadiere all'immediazione di S. M. il Re 
firmato: Rodrigo Afan db Ri vera „. 

Nello stesso tempo essendo il telegrafo impedito, mandai dove si po- 
teva fare un segnale, e scrissi a Severino, che mi rispose: Eseguite. 

Sciacquariello, ricordato in questa lettera, era un giovanetto 
diciottenne, tenente di artiglieria che comandava una batteria di 
obici a trascino, e aveva avuto dai compagni quel nomignolo 



— 325 — 

per il vivace e festoso ingegno, l'agile persona e la graziosita dei 
modi. Si era distinto il 31 maggio a Catania, nella sanguinosa 
repressione di quella sommossa, e aveva riportata una ferita alla 
gamba destra. Tornato a Napoli dopo lo sgombero di Catania, 
fu promosso capitano di stato maggiore e divenne aiutante di 
campo del generale Pianell, ministro della guerra. Più tardi 
andò a Gaeta dov'era il padre, e fece il dover suo. Figlio unico 
del brigadiere Rodrigo Afan de Rivera, aveva compiti i suoi stu- 
dii nel collegio militare. Sciacquariello si chiamava Achille, 
ed oggi è deputato di Napoli, luogotenente generale e fu mini- 
stro dei lavori pubblici per due settimane. 

Quale interesse vi era, dunque, perchè fosse abbandonata Ca- 
tania alla rivoluzione, e le truppe col loro comandante si riti- 
rassero a Messina ? Nelle altre lettere lo stesso Clary chiama do- 
lorosissimo il ritiro a Messina e afferma aver poi avuto ordini da 
Pianell " di cedere Messina e di entrare in trattative col nemico, 
di fargli la proposta della cessione dell' Isola con tutte le piazze 
forti, purché lasciasse libero il continente „ . Dichiara di aver dato 
solenni rifiuti a questi ordini, aggiungendo inoltre di avere avuto 
direttamente dal Re ordini di cedere Siracusa ed Augusta, e di 
essere andato in Napoli per impedirlo, e ne fa impedito — sono 
sue parole — però il documento sta in mano mia, e non esce» 
E cosi poi conchiude : " Pianell non ha mai scritto di andar in 
" soccorso di Bosco, anzi mi toglieva tutt' i mezzi per soccor- 
"rerlo. Se avesse regolarmente esternata la volontà che un 
" soldato doveva esternare per l' onore delle armi e del paese, io 
" avrei pagata cara la infamia che si fece compire a Milazzo „ . 
Questa lettera, contiene tutta una serie di recriminazioni e di 
spavalderie ; e ciò facilmente si spiega, imperocché il Clary, non 
vedendo le cose che sotto il prisma di Catania e di Messina, 
perdeva il concetto del disastro irreparabile, che si andava matu- 
rando. Le lettere di lui sono sottoscritte D'Artagnan, e datate 
tutte da Civitavecchia nel luglio del 1863, quando il De Sivo ap- 
parecchiava la sua celebre storia. Egli ignorava che il Pianell 
aveva formato tutto un piano di resistenza sul continente, poiché 
in quanto alla Sicilia, così egli ohe i suoi colleghi del ministero e il 
Re erano di accordo che non si potesse più difenderla. La riusci- 
ta del piano del ministro della guerra esigeva, come condizione 
imprescindibile, che il Re si mettesse alla testa delle truppe ; ma 



- 326 - 

non fu potuto eseguire per le incertezze di costui. Achille Afan 
de Eivera, aiutante di campo del generale Pianell, mi afferma 
ch'egli andò tre volte a fare imbarcare i cavalli del ministro 
per Pizzo e per Sapri, e tre volte ordinò che fossero sbarcati. Le 
esitanze del Re furono caratteristiche in quei giorni, esitanze 
militari e politiche, che fecero veramente trionfare la rivoluzione 
da Reggio a Napoli. Certo la condotta del Pianell si presta agli 
attacchi dei suoi nemici e soprattutto di quelli in mala fede. Al 
Pianell non uomo politico, e per giunta ministro costituzionale, 
sfuggiva il solo concetto esatto, che per rimediare in modo conclu- 
dente a quello sfacelo, bisognasse far fronte indietro : ritogliere la 
Costituzione, rimandare gli esuli fuori del Regno, fucilare Liborio 
Romano e far marciare il Re nelle Calabrie a capo dell'esercito. 
Altro rimedio non era possibile per salvare il Regno. Ma man- 
cava l'uomo, mancava il principe, e non si sentiva più il pungolo 
del proprio dovere, soprattutto dai militari. Tutti concorrevano 
a far precipitare le cose perchè nessuno mostrava di avere più 
interesse a conservare quell'ordine politico. L'edifìzio crollava da 
ogni parte. Il Pianell ha lasciate le sue Memorie, con ob- 
bligo che non dovessero pubblicarsi che alla morte dei suoi coe- 
tanei, e le Memorie sono in potere della vedova di lui, tuttora 
vivente. L'Afan de Rivera, che ha conservato per il Pianell 
sincero affetto, mi dice che più volte egli ha fatto vive premure 
perchè fossero pubblicate, ritenendo che la condotta del gene- 
rale in quei tristi giorni ne uscirebbe pienamente giustificata. 

L'esercito e la marina furono rovinati, è vero, dalla Costitu- 
zione, che scompigliò ogni vincolo di gerarchia, ma anche da 
quello spirito d'indifferentismo, di tolleranza e di falsa pietà, 
radicato, anzi connaturato all' indole meridionale. Compatimen- 
to scambievole, per cui era attutito il senso del lecito e del- 
l' illecito, potendo la pietà per le persone farne perdonare i vizii, 
e anche le colpe. Se poi queste persone erano in conto di fedeli, 
allora si chiudevano tutti e due gli occhi. Indifferentismo giu- 
stifìcataanohe da questo : dall' opinione divenuta generale che il 
Regno delle Due Sicilie dovesse scomparire dalla storia, e che 
perciò non valesse la pena di riscaldarsi per una dinastia, la quale 
non aveva più difensori, ne amici in Europa. 



- 327 - 

I momenti erano di una difficoltà eccezionale ; Cavour lo ca- 
pì da principio e non ebbe pace. Ordinò al Persane di andare a 
Napoli con la flotta, e, giunto cb'ei vi fu, la presenza dell'ar- 
mata sarda accrebbe l'ardire degli unitarii e degli uomini di or- 
dine. Prima ancora del Devincenzi, del Nisco e del Nunziante, 
aveva mandato a Napoli, a breve distanza l'uno dall'altro, Emilio 
Visconti Venosta, Q-iuseppe Finzi, Ignazio Ribotty e Carlo Mez- 
zacapo, per farli cooperare al pronunciamento militare e al com- 
pimento della rivoluzione sul continente prima dell'arrivo di Ga- 
ribaldi, e prima che sorgessero complicazioni diplomatiche, che 
egli aveva ben motivo di temere. Ma il pronunciamento, che 
pareva a Cavour il solo mezzo per giustificare la rivoluzione 
innanzi all'Europa, non fu possibile. Quel che narra il Nisco, 
a proposito della conversazione che ebbero il Devincenzi e 
il D'Afflitto col De Sauget ed altri ufficiali superiori nel quar- 
tiere di Pizzofalcone, mi è confermato, con nuovi partico- 
lari, dal Devincenzi. Sono notevoli le gravi parole, con le quali 
il vecchio De Sauget pose termine al colloquio : " lui e i suoi coìr 
leghi, ancor che il volessero^ non potrebbero per verun modo salvare 
l'esercito napoletano. Non aver da gran tempo essi più alcuna auto- 
rito, sull'esercito; non essere in modo alcuno più sentiti i loro con- 
sigli ; più essi erano elevati nei gradi, meno erano possenti; poiché 
Valito corrompitore di ogni ordine nello Stato, quello della polizia, 
s'era introdotto nell'esercito ; il soldato faceva la spia al caporale, 
il caporale al sergente, il sergente al tenente, questi al capitano .... 
Spero, soggiunse, che noi siamo andati esenti da questa tabe„. 

Emilio Visconti Venosta, il più autorevole degli agenti di 
Cavour a Napoli, aveva appena trent'anni, ma rivelava vecchia 
serietà di cospiratore. Giunse colà pochi giorni dopo la promul- 
gazione dell'Atto Sovrano, prima che Garibaldi sbarcasse in 
Calabria e prima della battaglia di Milazzo. Cavour, che mol- 
to l'apprezzava, lo mandò a chiamare, e nel colloquio seguito 
fra loro, alla presenza di Farini, ministro dell' interno, gli fece 
intendere che egli aiutava Garibaldi ; ma nel tempo stesso si 
preoccupava dell'avvenire, se Garibaldi, e forse con lui i partiti 
estremi, rimanessero padroni di metà dell'Italia, e più ancora, 
se n movimento italiano sfuggisse alla direzione del governo del 
E-e. Egli aggiunse che i pericoli maggiori si potevano proba- 



— 328 — 

bilmente prevenire, se Napoli, prima dell'arrivo di Garibaldi, 
avesse fatta la sua rivoluzione in nome dell'unità e della di- 
nastia nazionale, rappresentata laggiù, come altrove in Italia, 
dagli elementi temperati; e se soprattutto al moto popolare si 
fosse unito il moto militare, la manifestazione nazionale del- 
l'esercito, come era avvenuto a Firenze. Il Cavour era persuaso 
esser questo l'unico modo per. impedire che l'esercito napoleta- 
no si sfasciasse, e per averlo, come una forza organizzata e 
pronta nel* caso, allora non improbabile, che l'Austria attac- 
casse. E perciò incaricava il Visconti Venosta di andare a 
Napoli, per indagare se questo piano avesse probabilità di riu- 
scita, e per informarlo del vero stato delle cose. 

Emilio Visconti giunse a Napoli con Cario Mezzacapo, colon- 
nello di stato maggiore nell'esercito dell'Italia del nord, ed oggi 
generale e senatore. Il Mezzacapo aveva da Cavour la missione 
speciale, come napoletano, di valersi delle sue numerose relazioni 
tra gli antichi compagni d'armi, per penetrarne le intenzioni e in- 
durli a riconoscere la necessità di salvare l'esercito, facendolo di- 
chiarare per l'unità nazionale. Alcuni giorni dopo, inviato pure da 
Cavour, giunse Giuseppe Finzi, uomo di azione e con propositi de- 
liberati ad agire. Egli prese alloggio all'albergo di Roma, dov'era 
Visconti, ed entrambi procedevano d'accordo col Comitato del- 
l'Ordine, Pochi giorni appresso arrivò mandato pure da Ca- 
vour, il generale Ignazio Ribotty, già capo militare dell' infelice 
rivoluzione calabrese nel 1848, e poi prigioniero per alcuni anni 
nelle carceri di Sant'Elmo. 

Tutto questo armeggio, quasi alla luce del sole, non poteva 
sfuggire al ministero, e il ministro De Martino mandò a dire al 
Visconti, confidenzialmente, che lasciasse Napoli, non volendo 
il governo sentirsi costretto a farlo arrestare. Rispose il Visconti 
che egli era un deputato, e l'arresto di un membro del Parla- 
mento avrebbe offerta al conte di Cavour una favorevole occasio- 
ne diplomatica. Egli non ebbe più molestie, e non ne ebbero il 
Finzi, il Ribotty ed il Mezzacapo ; anzi tutti seguitarono a co- 
spirare sotto gli occhi del Re, benché il fine vero della cospi- 
razione non fosse raggiunto, per la decisa opposizione del Pianell 
a permettere il pronunciamento. 

Nelle relazioni, che Visconti Venosta mandava a Cavour, sin 



- 329 - 

dal principio scrisse, che il timore manifestato da taluni esuli 
napoletani a Torino, che l'annuncio della Costituzione e della 
lega col Piemonte avrebbe fatto sorgere un partito municipale, 
non esisteva; che l'opinione pubblica a Napoli era, nella gran- 
dissima maggioranza, dominata da una forte corrente unitaria e 
annessionista, ma che nel tempo stesso gli pareva poco probabile 
una rivoluzione a Napoli, perchè i liberali più avanzati preferivano 
aspettare Garibaldi ; e i moderati temevano, tentando un moto 
insurrezionale, che si ripetesse il 15 maggio. E neppure na- 
scondeva, sebbene non sconsigliasse di tentarlo, che a Napoli 
nulla si sarebbe concluso per iniziativa militare. Piuttosto con- 
sigliava, come mezzo più pratico e sicuro, di promuovere l'in- 
surrezione nelle provinole, singolarmente in Calabria e in Basi- 
licata, per effetto della quale Garibaldi, giungendo sul continente, 
avrebbe trovata la rivoluzione compiuta, o quasi compiuta. 

Giuseppe Finzi, al contrario, con l'energia e la tenacia del suo 
carattere, volle esaurire tutti i tentativi e tutt' i mezzi per 
vedere se un moto popolare a Napoli fosse possibile. Ma non 
tardò a convincersi che non lo era, se non associandolo ad un 
moto militare, ed in questo caso, il solo corpo dell'esercito, che 
mostrasse qualche spirito di nazionalità, era quello dei cacciatori, 
e il solo uomo, il quale potesse avere su di esso un'influenza, 
credeva fosse il Nunziante, già partito da Napoli quando Finzi vi 
giunse. E furono le lettere del Finzi, che determinarono l' in- 
vito fatto da Cavour al Nunziante, ch'era nella Svizzera, di tor- 
nare a Napoli per promuovervi un moto militare. 

Il Ribotty poi aveva ideato lo strano progetto di impadro- 
nirsi, da solo, di Castel Sant'Elmo, con la complicità di taluni 
tra gli ufìSciali del forte. A tal fine si recava di notte lassù, e 
aveva abboccamenti con gli ufficiali, i quali, strano sintomo della 
condizione morale dell'esercito, consentivano a parlare con lui 
della proposta, pur non sapendo risolversi a nulla. Finalmente, 
il 2 agosto, con Gioacchino Saluzzo, principe di Lequile, si recò 
dal maggiore Gennaro de Marco, comandante del forte, e a nome 
di Cavour, gli propose a bruciapelo di cedere il castello alla guar- 
dia nazionale, che vi avrebbe inalberata la bandiera tricolore, 
prima che Garibaldi entrasse a Napoli. Offriva in compenso al 
De Marco il grado di colonnello, ma il fiero ufficialerispose : " L'o- 
nore, di un soldato non si compra; prima di essere soldato io fui 



— 330 - 

cittadino, quindi giuro sul mio onore, che a costo della vita non 
mi opporrò mai al movimento nazionale „. 

L'unica azione veramente efficace, esercitata dai mandatari! 
del conte di Cavour, fu quella consigliata da principio dal Viscon- 
ti Venosta: promuovere l'insurrezione nelle provincie, intendersi 
coi capi e inviare armi. Negli ultimi giorni però, dopo lo sban- 
damento delle truppe regie in Calabria, e quando il governo 
perdeva sempre più forza e prestigio, si pensò di tentare una ma- 
nifestazione allo scopo di dare il tratto alla bilancia : far partire 
il Re e nominare un governo provvisorio, sotto gli auspicii di 
Vittorio Emanuele. Ma era tardi. Il conte di Cavour, con 
un dispaccio al Persane, fece sapere che un'azione diversa e di- 
stinta da quella di Garibaldi sarebbe stata, al punto a cui eran 
giunte le cose, senza effetto e capace forse di far sorger qualche 
grave discordia. Il conte aveva preso il suo partito e decisa la 
spedizione nelle Marche e nell' Umbria. Si era ai primi di set- 
tembre. Ho voluta riassumere qui l' opera di Cavour a Napoli, 
perchè meglio si possa giudicarla nel suo complesso, e perchè 
nessuno ne ha scritto finora con esattezza, e^assai meno il Persano. 
Devo all'amicizia di Emilio Visconti Venosta se ho potuto farlo 
con esattezza e precisione. 

E devo egualmente all'amicizia di Niccola Schiavoni un al- 
tro particolare, che rivela ancora di più l'inquietudine febbrile 
di Cavour in quei giorni. Non contento di aver mandato a Na- 
poli il Visconti Venosta, il Finzi, il Ribotty, il Mezzacapo, il 
Nisco, il Devincenzi, il Nunziante, egli non era punto tranquillo 
circa gli avvenimenti, che con tanta rapidità si succedevano nelle 
Provincie meridionali. Sapendo da Poerio e da Massari che il loro 
amico Niccola Schiavoni, reduce da Londra, doveva recarsi a Na- 
poli, li pregò di fargli sapere che desiderava vederlo. Schiavoni, 
giunto a Genova, trovò una lettera di Poerio che lo chiamava in 
fretta a Torino. Vi giunse e trovò Massari che l'aspettava alla 
stazione, e lo condusse da Poerio. Tutti e tre andarono dal 
ministro a casa, e trovatolo che andava a pranzo, vi furono da 
lui invitati. Diede poscia allo Schiavoni una lettera scritta tutta 
di suo pugno, e diretta al Devincenzi, raccomandando allo Schia- 
voni stesso di partir subito e consegnarla al destinatario, dopo 
che di essa gli ebbe per sommi capi riferito il contenuto, ch'era 



- 331 - 

questo : tentare ogni via per ottenere un pronunciamento militare, 
per cui Garibaldi trovasse compiuta le rivoluizione al suo arrivo in 
Napoli. Schiavoni parti subito ; giunse a Napoli negli ultimi giorni 
di agosto, consegnò a Devincenzi la lettera di Cavour ; insieme 
andarono da Villamarina, ma questi rispose loro: troppo tardi! 
Si era difatti al 2 settembre e le cose precipitavano con una 
rapidità spaventosa. Garibaldi già marciava su Napoli, senza 
ormai trovare più alcuna resistenza nel suo cammino. 



CAPITOLO XVI 



SoMMABio: L' insnrrezione nello provincie — Il Comitato di Basilicata — Gl'in- 
sorti a Potenza e l'intendente Nitti — Documenti inediti e postume rive- 
lazioni — Il Comitato di Cosenza — Discorso di Donato Morelli — Il Co- 
mitato di Terra di Bari — Strano tipo di Sottointendente — Movimenti 
in Abruzzo — GÌ' insorti d'Avellino e la reazione di Ariano — La legione 
del Matese — Il Comitato di Benevento — Il decreto che dichiara decaduto il 
governo temporale del Papa — Aneddoti — Il clero rivoluzionario — Bap- 
porti di intendenti e sottointendenti — Relazioni del comandante di Alta- 
mura, dell' intendente di Lecce e del sottointendente di Vallo — Garibaldi 
in Calabria — La presa di Seggio — Un biglietto caratteristico — La morte 
del colonnello Dusmet — Inazione di Vial, di Briganti e di Melendez — 
Vial in casa Gagliardi — Leggerezze e volgarità — Un motto di De Sauget 
— Giovani ufficiali che disertano e partono per il Piemonte — I capi delle 
bande insurrezionali — La marcia di Garibaldi — Lo sbandamento di So- 
veria e il telegramma d'Acrifoglio — Il generale Flores in Puglia — Sua 
marcia avventurosa per Napoli e suo arresto a Grottaminarda — Disordini 
e confusione — Il governo perde la testa — Il Consiglio di Stato del 25 
agosto — Gravi parole di Antonio Spinelli e di Carrascosa — Le incertez- 
ze del He e dei ministri — Maria Sofia — Si respinge l'offerta di Girolamo 
UUoa — Precedenti dubbii di questo generale — Le dimissioni del ministe- 
ro — Tentativi per formarne un altro — Nessuno accetta — Pianell e Ischi- 
tella — Pianell lascia Napoli — Don Liborio Bomano e il suo " memoran- 
dum n — L'opera sua — • Fu un traditore? 

Prima ancora che Q-aribaldi e Bixio, nella notte sopra il 20 
agosto, sbarcassero a Melito ; e Cosenz e Assanti, all' alba del 22 
sbarcassero a Favazzina, tra Scilla e Bagnara, la rivoluzione era 
matura nelle popolazioni calabresi e lucane. Il Comitato insur- 
rezionale di Basilicata, il quale aveva sede a Corleto, giunti ohe 
furono colà Boldoni, Albini, Mignogna e Lacava, proclamò, la sera 
del 16 agosto, in casa Senise, la rivoluzione, al grido di Garibaldi 
dittatore, Italia e Vittorio Emanuele ; affidò il comando delle forze 



— 334 - 

insurrezionali al Boldoni e nominò capo dello stato maggiore Car- 
mine Senise, oggi senatore e già prefetto di Napoli. Da casa 
Senise usci il drappello rivoluzionario, preceduto dalla bandiera 
tricolore, con la croce di Savoia che le signorine di quella famiglia 
avevano cucita con le loro mani. Anima della insurrezione era 
Giacinto Albini di Montemurro, il quale, intermediario tra il 
Comitato dell' Ordine e i non molti patriotti della provincia, era 
stato con suo fratello Niccola, Carmine Senise, dianzi ricordato, 
e Pietro Lacava, a capo della decennale cospirazione. Il Comi- 
tato di Corleto, del quale faceva parte anche Domenico de Pietro, 
aveva larghe diramazioni in tutta la provincia ; avendo fino dal- 
l' anno innanzi istituito de' sottocomitati rivoluzionarii, con uno 
o più capi. A Miglionico e' era Giovan Battista Matera ; a Mon- 
tescaglioso, Francesco Lence ; a Saponara, Giulio Giliberti ; a 
Potenza, Orazio Petruccelli, Cammillo Motta e il prete Rocco 
Brienza ; a Pietragalla, Saverio de Bonis ; ad Avigliano, Niccola 
Mancusi; a Genzano, Federico Mennuni; a Rotonda, Berardino 
Fasanella ; a Saponara, il padre Serafino da Centola ; a Castelsara- 
ceno, il padre Giuseppe da Canfora. Di tutti i componenti non 
ricordo i nomi, ma sono esattamente registrati nella Cronistoria di 
Michele Lacava, miniera ricchissima di documenti di quel tempo, e 
nel libro del Racioppi sui moti di Basilicata. E dicasi altrettanto 
di parecchie altre provincie del continente, nelle quali, dove più, 
dove meno, esistevano Comitati dell'Ordine, che contavano affiliati 
tra le diverse classi dei cittadini, principalmente nella borghesia 
agiata. I comandanti delle guardie nazionali vi erano ascritti, 
generalmente ; e ascritti, quasi tutti gli studenti, e quanti erano 
giovani dai sedici ai trenta anni; né mancavano preti, frati e 
seminaristi ; ed in tutti era una gara nel raccogliere danaro e 
armi, e nell'apparecchiarsi a insorgere. 

Il primo drappello d'insorti, giunto a Corleto, fu quello di 
Pietrapertosa, comandato da Francesco Garaguso. Era partito 
tra canti e suoni, e il giovane Michele Torraca ne salutò la par- 
tenza declamando, vestito da seminarista, sulla piazza del suo 
borgo alpestre, una poesia patriottica. Un'altra colonna d'in- 
sorti si concentrava a Genzano, sotto il comando di Davide Men- 
nuni e un'altra ad Avigliano sotto il comando di Niccola Man- 
cusi, prete. La colonna di Genzano, oltre ai genzanesi, racco- 



- 335 — 

glieva gì' insorti di Forenza, Acerenza, Mascheto, Palmira e Spi- 
nazzola : in tutto, 286 uomini, dei quali trenta erano spinazzolesi, 
giunti a Genzano la sera del 17 agosto, sotto il comando di Vin- 
cenzo Agostinacchio. La colonna di Avigliano raccoglieva volon- 
tari di Avigliano, Ruoti e Rionero. Col capitano Castagna, che 
comandava i quattrocento gendarmi della provincia, da lui raccol- 
ti a Potenza, dove il 12 agosto era giunto il nuovo intendente Ca- 
taldo Nitti, avevano iniziate pratiche per una capitolazione Gio- 
vanni Giura ed Emilio Petruccelli, ufficiali della guardia nazio- 
nale. Il Castagna aveva loro risposto : " Io non deporrò le armi ; 
" se gli insorti saranno in tal numero, che io non possa affrontarli 
" con la certezza di batterli e disperderli, mi ritirerò ; ma in caso 
"opposto li attaccherò, essendo questo il mio dovere; in ogni 
"caso risparmierò la città „. Gl'insorti, dei quali parlava il Ca- 
stagna e che si riteneva sarebbero i primi arrivati a Potenza, la 
mattina del 18, dalla parte opposta a quella donde si attendevano 
gì' insorti di Corleto, erano le colonne del Mennuni e del Mancusi. 
Il Castagna era dunque sull'avviso da parecchi giorni ; e 
poiché correvano voci inquietanti per la città, e da un mo- 
mento all'altro si attendevano gì' insorti, si era dapprima rifiu- 
tato all' invito del procuratore generale, Michelangelo de Cesare, 
oggi senatore del Regno, di mandare a Matera dei gendarmi per 
ristabilirvi l'ordine, dopo la carneficina dell'otto agosto. E fu solo 
più tardi, che pentito del rifiuto, e spinto da nuove insistenze, del 
De Cesare, ne spedi una quarantina con un tenente. E fu provvi- 
denziale, perchè pochi giorni dopo, in quella città, dove era rimasto 
il vecchio sottointendente Frisicchio, si fu a un punto di veder 
rinnovate le scene di sangue, potute evitare anche mercè l'o- 
pera del ricevitore distrettuale, barone De Flugy, giovane ele- 
gante e animoso, il quale corse dal sottointendente e chiamò re- 
sponsabili lui e 1' ufficiale dei gendarmi di quanto poteva acca- 
dere. Né il Frisicchio né 1' ufficiale erano disposti a far nulla, e 
probabilmente una seconda carneficina avrebbe insanguinata Ma- 
tera ; ma le coraggiose parole del De Flugy indussero quei due 
a disporre che i gendarmi, divisi in drappelli, sciogliessero i 
gruppi di contadini minacciosi e, arrestandone alcuni, riuscissero 
a mantenere l'ordine. Il De Flugy, figliuolo del generale, vive 
tuttora, ed. è il padre Romarico de Flugy d'Aspermont, abate ge- 
nerale della Congregazione Cassinese della primitiva osservanza. 



— 336 — 

Le colonne del Mennuni e del Mancusi marciarono su Potenza 
la sera del 17 e accamparono a poca distanza dalla città. La matti- 
na del 18, il Castagna raccolse i suoi gendarmi sulla spianata di 
San Rocco, per andar loro incontro o per eseguire una ricognizio- 
ne innocente, come disse. I cittadini di Potenza credettero inyeee 
che si allontanasse per non tornarvi più. Ma, dopo poco tempo, 
ecco che i gendarmi inopinatamente rientrano in città in attitudine 
minacciosa, fanno fuoco sui cittadini, che erano corsi alle armi, 
ammazzano una diecina di persone e poi se la battono verso Pi- 
gnola, Tito e Picerno, dove furono, di mano in mano, disar- 
mati da poche guardie nazionali di Tito, comandate dall' intre- 
pido Ulisse Caldani, una delle più simpatiche e generose figure 
di quel periodo. Molto verosimilmente il Castagna, viste dalle 
alture di San Rocco le bande accampate, comandò l'occupazione 
della città e del quartiere della guardia nazionale ; altrimenti 
la sua mossa non avrebbe spiegazione. Ma, incontrata l' impre- 
veduta resistenza in città, e temendo di trovarsi fra due fuochi, 
ordinò la ritirata, che in breve divenne sbandamento. Avevano 
appena i gendarmi lasciata la città, erano le dieci antimeridiane, 
che i liberali di Potenza mandarono Giovanni Corrado e Rocco 
Brienza a chiamare gì' insorti, i quali non si fecero attendere. 
Entrò prima la colonna di Genzano, poi quella di Avigliano ; e 
verso sera, gì' insorti di Corleto, con Boldoni, Senise e Mignogna. 

L' intendente Nitti convocò tutte le autorità, per consigliarsi 
sui provvedimenti da prendere. E di quell'adunanza ecco il 
verbale, redatto, dal sottointendente, che fungeva da segretario, 
Raffaele Ajello : documento caratteristico che vede qui la luce 
per la prima volta : 

Noi Cataldo Nitti, intendente della provincia di Basilicata, abbiamo 
fatto venire alla nostra presenza i signori don Luigi Cioffi, maggiore fun- 
zionante da comandante le armi nella provincia pel titolare infermo; don 
Raffaele d'Agnese, presidente della Gran Corte criminale; don Francesco 
Guidi, presidente del Tribunale civile; don Miclielangelo de Cesare, procu- 
ratore generale funzionante ; don Raffaele Piscione, regio procuratore fun- 
zionante; i giudici criminali: don Giuseppe Martino, don Michelangelo Du- 
rante, don Giuseppe Altobelli e don Leopoldo de Luca; il giudice civile 
don Francesco Barone; il giudice regio don Luigi Scorza, il supplente don 
Giovanni Andrea Bononati ; il sindaco don Luigi Lavanga ; il commissario 
di polizia don Giovanni Pepe, ed i signori don Raffaele Ajello, sottointen- 
dente destinato a consigliere, don Francesco Berni e don Carmine Monte- 
sano, consiglieri; ed abbiamo loro fatta la seguente proposta: 



- 337 — 
Signori ! 

La condizione attuale della Provincia è pur troppo nota alle SS. W., 
perchè i gravissimi fatti che la costituiscono in questo stato, si sono com- 
piuti, e si compiono tuttavia sotto gli occhi di tutti. 

I contingenti di uomini armati, che da tutt' i Comuni della Provincia 
son qui arrivati, e che per diverse direzioni si spingono innanzi, indicano 
abbastanza qual'è lo spirito di essa, e lo dichiarano vieppiù i sanguinosi 
fatti, che nella giornata di ieri si sono in questa città compiuti. 

I capi di questo movimento si sono a me presentati questa mane, e 
mi hanno dichiarato ch'essi sono risoluti ad assumere il governo provviso- 
rio della Provincia, per attuarlo secondo i loro principii, ed allontanare i 
mali dell'anarchia. 

Obbligato a rispondere nel più breve termine, ho creduto mio dovere 
convocare le SS. W., onde; manifestarvi che non essendovi come conservare 
lo stato normale che perdurò sino a ieri mattina, sorge la necessità di de- 
porsi da noi intendente i nostri poteri. 

GÌ' intervenuti tutti convengono che lo stato di questa città e della Pro- 
vincia è quale si è (prospettato dal signor intendente, e stimano che nel- 
l'attualità ogni opposizione non farebbe che richiamare maggiori mali, e 
compromettere la pubblica tranquillità. 

firmato: Cataldo Nitti. 

Seguono le altre firme. Una copia conforme all' originale fu 
sottoscritta dal segretario sottointendente Ajello. 

La notte del 18 agosto, in casa Viggiani fu costituito il go- 
verno prodittatoriale. Si pensò prima di formare un governo 
provvisorio di cinque persone, del quale avrebbero fatto parte 
Giacinto Albini, Niccola Mignogna, Cammillo Boldoni e Carmine 
Senise; ma, essendo insorte difficoltà per la scelta del quinto 
nome, si addivenne alla prodittatura, e Boldoni e Senise ebbero 
il comando militare. 

La mattina del 19, fii proclamato difatti il governo prodit- 
tatoriale con Albini e Mignogna prodittatori, e Boldoni coman- 
dante in capo delle forze insurrezionali. Fu anche fondato un 
giornale ufficiale, che si chiamò II Corriere lucano. L' inten- 
dente, invitato a prender parte al nuovo governo, dignitosamente 
rifiutò ; e, non riconoscendo altra autorità legittimamente costi- 
.tuita, che quella del municipio, ad esso rimise il governo della 
città. Come a Napoli pervenne la notizia dei fatti di Basilicata. 
il ministero ordinò al sesto reggimento di linea, di stanza a Sa- 
lerno, di muovere immediatamente per Potenza a combattere 
r insurrezione. Era un reggimento estero, formato in gran parte 

De Cxsabe, La fina di un Regno • Voi. II. fiB 



— 338 — 

da bavaresi. Parti infatti ; ma, giunto ad Auletta, fu richiamato, 
olii disse per riunirlo alle forze che si concentravano a Salerno, 
e chi affermò, per effetto di una lettera dell'Albini a Liborio Ro- 
mano. La verità è, che, giunta la notizia che il reggimento 
era in marcia su Potenza, fu grande la commozione nella città, 
prevedendosi un eccidio e forse la fine dell' insurrezione, la quale 
disponeva di vecchie armi e di non molti armati. Il governo pro- 
dittatoriale fece quindi partire per Napoli, nella notte dal 20 
al 21, Pietro Lacava, dando a lui, non una lettera, come si disse, 
ma la copia degli atti dell' insurrezione che il Lacava nascose 
in fondo alla vettura. E parti. Giunto in Auletta, si trovò in 
mezzo ai soldati bavaresi, che lo avrebbero fucilato, se fosse stata 
perquisita la carrozza. Lo salvò un vecchio prete chiamato Cag- 
giano, il quale die a credere agli ufficiali che quel giovane era 
figliuolo del giudice Baccicalupi, destituito dal governo insurre- 
zionale. E fu cosi che il Lacava passò. Giunto a Napoli, andò 
subito da don Liborio, a casa, e gli espose la gravità della si- 
tuazione e tutt' i pericoli di un eccidio, perchè il governo in- 
surrezionale disponeva, come fece intendergli, di molte forze, 
e aveva il favore delle popolazioni di tutta la provincia. Don 
Liborio però non rispose e non promise nulla. Lacava non mancò 
d' informare di tutto anche i due Comitati, invocando il loro con- 
corso per scongiurare il pericolo che correva la rivoluzione. 

Intanto le forze insurrezionali si erano concentrate a Vietri 
di Potenza, a poca distanza da Auletta, ed avendo il colon- 
nello Boldoni deciso l'attacco delle truppe borboniche per la 
notte dal 22 al 23 agosto, queste abbandonarono precipitosa- 
mente il campo e si misero in ritirata verso Salerno. Il 23, la 
cavalleria insurrezionale che le insegui, potè solo impadronirsi 
di molti carri della retroguardia, con vettovaglie e foraggi. Due 
giorni dopo furono richiamati da Eboli due reggimenti bavaresi, 
che vi avevano formato una specie di campo trincerato, e così 
rimase libero il passo alla rivoluzione fino a Salerno. Questa si 
allargò in tutta la Basilicata e si estese nella vicina provin- 
cia di Avellino, senz'altre difficoltà. Il traffico ordinario per 
quei luoghi era aperto e continuato, e senza veri pericoli, no- 
nostante l'accampamento dei soldati borbonici. Da Napoli vi 
andavano ogni giorno volontarii e gente d'ogni colore, e a Napoli 



- 339 - 

si accedeva liberamente, senza subire arbitrii polizieschi né sor- 
veglianza di sorta. 

A Cosenza, il Comitato rivoluzionario, composto da Donato 
Morelli, Pietro e Carlo Compagna, Francesco Guzolini e Dome- 
nico Frugiuele, era divenuto governo di fatto. Intestava i suoi 
decreti : Italia e Vittorio Emanuele, faceva dai Comuni della pro- 
vincia proclamare decaduta la dinastia, mentre a Cosenza erano 
tremila uomini di guarnigione, comandati dal brigadiere Cal- 
darelli. L' intendente Giliberti, vecchio liberale, repugnando da 
misure di rigore, mandò le sue dimissioni il 22 agosto, e il mu- 
nicipio, a titolo di onore, gli conferiva la cittadinanza cosentina. 
La sera del 25, lui presente, e presenti due colonnelli della 
guarnigione, il Comitato insurrezionale, seguito da una folla di 
rivoluzionarli e di gridatori, si riunì nell'Intendenza, dove Do- 
nato Morelli, dopo aver descritte le miserande condizioni dell'eser- 
cito in Calabria, e annunziato che Garibaldi si avanzava fra i 
tripudii delle popolazioni e gli sbandamenti dei regi, propose che 
la guarnigione fraternizzasse col popolo. L' intendente dimissio- 
nario non fiatò, e i due colonnelli promisero di riferir tutto al 
comandante in capo. 

Il Comitato insurrezionale di Terra di Bari, preseduto da 
Luigi de Laurentiis, e di cui facevano parte, tra gli altri, Can- 
dido Turco, sindaco di Altamura, Pietro Tisci di Trani, Ric- 
cardo Spagnoletti di Andria, Raffaele Rossi di Spinazzola, Vin- 
cenzo Rogadeo di Bitonto, Girolamo Nisio di Molfetta, Cammillo 
Morea di Putignano, il francescano padre Eugenio da Gioia, e 
Ottavio Serena, che ne era il segretario, aveva aderito, sin dal 
giorno 21, al Comitato dell'Ordine, cioè alVunità nazionale con 
Vittorio Emanuele, Re dell'Italia una ed indipendente. Il 30, 
proclamò il governo provvisorio, con un triumvirato, composto 
da De Laurentiis, Rogadeo e Teobaldo Sorgente. Il giorno 22 
era giunto intanto in Altamura il nuovo sottointendente Fran- 
cesco Campanella, ex giudice regio, destituito nel 1849 per le 
sue opinioni liberali. Alto, magro e non senza qualche pretesa 
di eleganza, questo curioso tipo di sotto intendente costituzio- 
nale non turbò affatto l'opera del Comitato rivoluzionario, anzi, 
chiusosi in casa, scrisse, prima un manifesto e poi un sonet- 
to ... . a Vittorio Emanuele, chiedendo il permesso al segretario 
Serena di stampare e l'uno e l'altro nella tipografìa, che il Co- 



— 340 — 

mi tato aveva aperta nei locali terreni della sottointendenza. Il 
manifesto sospingeva tutti alla mèta, cui il dito di Dio ci ha in- 
camminati ; e il sonetto, piuttosto arrembato, cominciava : 

Principe invitto, cui sta tanto a cuore 
Il ben d'Italia che arriscMar la vita 
Non paventi per lei, con vivo ardore 
Chiede essa ancor dal tuo potere aita. 

Questo Campanella era già membro del Consiglio direttivo 
del Comitato di Putignano, dove, prima ancora dello sbarco di 
Garibaldi, era stato trasferito da Trani il Comitato centrale della 
provincia, per sospetto di tradimento, che si era avuto da parte 
di un tale, che fu visto un giorno uscire dal palazzo dell' Inten- 
denza di Bari. 

Quando ad Altamura si costituì il governo provvisorio, i regi, 
sotto il comando del Flores, erano accampati a Toritto e la città 
mancava di armi e munizioni. Boldoni avea un bel dire: armatevi, 
armatevi, ma dentro Altamura non si trovava che Mennuni con 
pochi uomini male armati e peggio equipaggiati, e si trovavano 
pochi volontarii, venuti da alcune città della provincia. Gli 
altamurani temevano quindi da un momento all'altro un assalto 
da parte dei regi ; quando a rassicurarli, Girolamo Nisio loro pro- 
mise che avrebbe mandato da Molfetta due vecchi cannoni di 
trabaccolo, che servivano per gli spari della festa di San Cor- 
rado. Difatti, tornato a Molfetta, il Nisio ottenne da Tommaso 
Panunzio, impiegato regio e console d'Austria, quei cannoni, 
e a sue spese, sotto la scorta di suo fratello Luigi, volontario 
della colonna di Trani, li mandò in Altamura. I due cannoni 
furono impostati alla porta di Bari; ma se gl'insorti, i quali 
con quei due pezzi da museo si credevano invincibili, li aves- 
sero adoperati, mal sarebbe colto loro, anziché ai nemici. In 
Capitanata il Comitato dell'Ordine temeva si volesse proclamare 
il governo provvisorio, sotto l' influenza del Comitato d'Azione, 
che vi aveva proseliti, e inviò colà Cesare de Martinis per impe- 
dirlo. Il De Martinis, nativo di Cerignola, benché giovanissimo, 
aveva molto seguito in quella provincia; egli vi andò con com- 
mendatizie e duemila ducati datigli dal D'Afflitto, per conto del 
Comitato dell'Ordine. Ebbe a superare non poche difficoltà, ma 
riusci a non far proclamare a Foggia il governo provvisorio. 



— 341 - 

I danari servirono ad ottenere lo sbandamento di alcuni ufficiali 
e di parecchi soldati della colonna di Flores, che dalle Puglie 
tornavano a Napoli, anzi tutta la somma fu audacemente offerta 
allo stesso generale da Achille de Martinis, padre di Cesare e sin- 
daco di Cerignola. Il Flores rifiutò, dichiarando che non avrebbe 
mai rivolte le armi contro i patrioti, ma non avrebbe neppur per- 
messo lo sbandamento della colonna, che riportò quasi intatta 
sino ad Ariano, benché uno squadrone del secondo reggimento 
dei dragoni avesse gran voglia di buttare le armi. La maggior 
parte della somma fu restituita dal De Martinis al D'Affitto. 

L'Abruzzo pareva tranquillo. L' insurrezione vi scoppiò più 
tardi, ma vi covava da qualche tempo. Nella provincia di 
Chieti vi eran tre Comitati, uno per circondario. Di quello 
di Chieti era anima Raffaele de Novellis ; del Comitato di Lan- 
ciano, Tommaso Stella; e di quello di Vasto, Silvio Ciccarono, 
che comandava la guardia nazionale. Questi egregi cittadini, 
e specialmente il Ciccarono e il De Novellis, erano devoti a Silvio 
Spaventa. A Teramo l'azione divenne più apparente, dopo che 
uscirono dalla fortezza di Pescara i patrioti che vi erano stati 
chiusi. La fortezza restò vuota per lo sbandamento della guar- 
nigione, avvenuto dopo il conflitto fra il 12° cacciatori e alcune 
compagnie di zappatori minatori. Aquila pareva tranquilla, ma 
quella tranquillità non affidava. 

Dopo l'occupazione di Reggio e i primi successi militari, la ri- 
voluzione si affermò nelle tre Calabrie e nelle provinole di Bari, 
Potenza, Avellino e Benevento. I pochi divennero molti, e poi 
tutti. Fosse improvviso sentimento d'italianità, o desiderio del 
nuovo, paura di navigar contro la corrente, certo è che si rac- 
coglievano in larga copia armi e danari ; si scrivevano proclami 
incendiarli ; si armavano giovani ; si mobilizzavano guardie na- 
zionali ; si sottoscrivevano impegni e obblighi di fornire contin- 
genti armati, e questi si armavano con fucili d'ogni specie, con 
pistoloni, colubrine, vecchi fuoconi, picche, forche, spiedi e maz- 
ze con coltelli attaccati in cima : era tutto l'arsenale del 1820 
e del 1848, che rivedeva il sole. 

Ad Avellino, che ubbidiva esclusivamente al Comitato del- 
l'Ordine, dirigevano il movimento, oltre al De Concily, il pro- 
fessor Francesco Pepere, Raffaele Genovese, Florestano Galasso, 
Angelo Santangelo, Cesare Oliva, Vincenzo Salzano, Vincenzo 



- 342. — 

de Napoli, che fu uno dei più ardenti e dei più generosi, e che 
dopo il 1860 organizzò pure e mantenne a sue spese una com- 
pagnia per combattere il brigantaggio, e poi Onofrio Parente, 
Pasquale Piciocchi e il padre Nitti: tutti giovani di rispettabile 
posizione sociale. Cesare Oliva, tornato dall'esilio, era corso nella 
sua provincia nativa a portare l'aiuto del suo braccio e della sua 
mente. Il padre Nitti era scolopio, rettore del collegio e faceva da 
cassiere del Comitato. Francesco Peperò aveva chiuso lo studio, 
ed era andato tra i suoi conterranei ad aiutare il movimento, so- 
prattutto come intermediario fra il Comitato dell'Ordine ei libera- 
li avellinesi. Ad Avellino era avvenuto, qualche tempo innanzi, 
un doloroso conflitto tra i cittadini e i soldati bavaresi, i quali 
avrebbero insultati o provocati alcuni operai, che .addobbavano il 
quartiere della guardia nazionale o, secondo altri, sarebbero stati 
da costoro malamente offesi. La verità non si è saputa ancora 
con certezza. Il conflitto avrebbe potuto degenerare in un eccidio, 
se il colonnello Santamaria, comandante lo squadrone di carabi- 
nieri a cavallo, di stanza in quella città, non si fosse interposto 
con i suoi uomini ; e se il giorno dopo, i bavaresi non avessero la- 
sciato Avellino, per raggiungere il proprio reggimento a Nocera 
dei Pagani. I rivoluzionarli mossero, la notte del 2 settem- 
bre, con altri insorti alla volta di Ariano, per proclamarvi il 
governo provvisorio, mettendovi a capo il vecchio colonnello De 
Concily ; ma, la mattina del 4, quei terrazzani, messi su dai rea- 
zionarii, che avevano dato loro ad intendere che gì' insorti vole- 
vano portar via la statua d'argento di Sant'Oto, patrono della città, 
assalirono le squadre insurrezionali, che arrivavano alla spiccio- 
lata, e ne fecero una strage. Rimasero sul terreno oltre due- 
cento morti. Da Ariano i superstiti, col De Concily a capo, 
con Vincenzo Carbonelli, destinato al comando dell'esercito ri- 
voluzionario irpino, con Rocco Brienza, delegato del governo 
provvisorio di Basilicata e con altri animosi, uscirono in gruppo 
e coi fucili spianati, riparando a Greci, dove si fermarono una 
notte e un giorno, ma furono costretti a sloggiarne per l'avvici- 
narsi del generale Flores e della sua colonna. Il 6 settembre 
proclamarono il governo provvisorio a Buonalbergo. 

Beniamino Caso aveva organizzata a Piedimonte d'Alife, sua 
patria, la legione del Matese che era una compagnia di 120 uomini, 



— 343 - 

duce Giuseppe de Blasiis, il quale aveva per suoi ufficiali Pasquale 
Turiello, Francesco Martorelli, Grioacchino Toma ed Eduardo Cas- 
sola, divenuti poi notissimi, per uffici i occupati e opere d' ingegno. 
De Blasiis era stato spedito dal Comitato dell'Ordine. Questa 
legione, armata di buoni fucili, di cui l'aveva provveduta una 
nave sarda, ancorata nel porto di Napoli, era la sola banda insur- 
rezionale da Napoli in su ; e i paesi, nei quali operava, non era- 
no favorevoli, come la Calabria, la Puglia e la Basilicata, anzi 
vi erano più frequenti le reazioni delle plebi contro la borghesia 
liberale. Essa proclamò a Benevento la caduta del potere tem- 
porale dei Papi nel Regno di Napoli, e contribuì a domare la 
reazione di Ariano. 

A Benevento, sin dai primi giorni di agosto, il governo ponti- 
ficio, che nell'ultimo decennio era stato equanime e mite, del che 
gli va resa giustizia, come è debito pur renderla anche all'ottimo 
arcivescoyp cardinal Carafa, non esisteva che di nome. Le poche 
truppe, ivi di guarnigione, avevano abbandonate le caserme, e sui 
monti di Paupisi si erano unite al De Marco. Il Comitato insur- 
rezionale era composto di Salvatore Rampone presidente, Dome- 
nico Mutarelli, Giacomo Venditti e Francesco Rispoli segretario. 
Il Rampone, uomo ardito e tenace, il quale nel 1849 aveva servita 
la repubblica romana, era in continui carteggi coi due Comitati 
di Napoli ; e dal Comitato di Azione riceveva il 26 agosto questa 
lettera caratteristica, che vai la pena di riferire: 

Il Comitato Unitario . Nazionale, conoscendo che cotesto Comitato di 
Benevento da più tempo operosamente lavora per raggiungere l'unità e la 
libertà d'Italia, sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele, di- 
chiara che tenendosi da costà unità di azione con le provinole del Regno, 
fin da ora si considera come capoluogo di provincia napoletana, e quindi 
questo Comitato farà si che ad ogni costo si realizzi tale promessa, non 
abbandonando giammai i Beneventani alla discrezione del governo pontificio. 

In quella città, i preti, gli scolopii e perfino gli stessi domeni- 
cani, favorivano le aspirazioni liberali : tutti i cittadini, atti alle 
armi, erano divisi in sezioni e armati. Il decreto, col quale fu 
proclamata la caduta del potere temporale del Papa, porta la 
data del 3 settembre, ed eccolo, nella sua integrità, pubblicato 
qui la prima volta : 

In nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia — Dittatore Gari- 
baldi — Provincia di Benevento : " Le forze insurrezionali beneventane 
hanno dichiarato decaduto il governo pontificio, ed hanno costituito un 



- 344 - 

governo provvisorio, composto dei cittadini Salvatore Rampone, Giuseppe 
de Marco, Domenico Mutarelli, Niccola Vessichelli, marchese Giovanni de 
Simone, Gennaro Collenea „. 

Appena questo decreto fu sottoscritto, Griuseppe de Marco, clie 
aveva gran seguito in quei luoghi e fu benemerito della causa 
liberale, capovolse il ritratto di Pio IX, clie pendeva da una 
parete della stanza dov'erano ; e Martorelli e Cassola vi posero in- 
nanzi due baionette incrociate. È rimasto celebre, tra i superstiti 
della " legione „ del Matese, un motto del Turiello, grave e so- 
lenne anche allora, che era quasi ventenne. Uscendo la compa- 
gnia da Piedimonte, abbattè gli stemmi borbonici nel primo pae- 
sello per il quale passò ; e, compiuto l'atto rivoluzionario, Tu- 
riello uscì gravemente in queste parole : " Ed ora, o signori, 
siamo fucilahili „. Il moto rivoluzionario di Benevento, se non 
ebbe importanza intrinseca, contribuì forse a far abbandonare 
il piano di difesa proposto da Pianell, di attendere Garibaldi fra 
Eboli, Salerno e Avellino. In uno degli ultimi consigli di guerra, 
preseduto dal Re stesso, il Von-Mechel manifestò il timore, che, 
attuandosi quel piano, potesse l'esercito essere tagliato fuori dalla 
ritirata sopra Capua per opera delle colonne rivoluzionarie del 
Beneventano. Però ne il Von-Mechel, ne il governo avevano 
un'idea esatta di quelle compagnie, le quali erano quattro in 
tutto, e non arrivavano a mille uomini male armati e tutti nuovi 
alle armi. 

A rendere più generale il movimento, contribuiva il basso 
clero in Calabria e in Basilicata. Preti e frati gettavano l'abito 
e vestivano la camicia rossa ; e cingendosi di un gran nastro tri- 
colore il cappello, si creavano cappellani delle squadre insurre- 
zionali, o predicatori nelle piazze. Si distinguevano gli Ordini 
mendicanti e i preti delle chiese ricettizie, o quelli che non fa- 
cevano parte di capitolo e avevano abbracciato il sacerdozio per 
crearsi uno stato. In Calabria, specie in provincia di Cosenza, 
parecchi cleri, ed anche alcune comunità monastiche si mescola- 
rono in mossa al movimento. ^ Era una generale frenesia, e i 
documenti di quell'epoca non si rileggono senza maraviglia, 
mista a tenerezza. Quanta fede, quanta audacia, quanta non- 



» Vedi: Una famiglia di patrioti^ di R. de Cesare. — Roma, For- 
zarli, 1889. 



- 345 - 

curanza di pericoli, e che puri ideali, e affascinanti illusioni ! Il 
Turiello calcola, e forse non a torto, che il numero degl' insorti 
fra le Calabrie, le Puglie, la Basilicata, l'Avellinese, il Salerni- 
tano e la Campania, fosse non inferiore ai 18 000. 

Per avere un' idea dell'effetto che tutta questa agitazione 
produceva sulle autorità militari distaccate nelle provincie, ba- 
sterà leggere un dispaccio del 26 agosto, inviato dal comandante 
le truppe di Altamura al generale Flores che era a Bari, e da 
Flores, il 27, trasmesso al ministero. Sparsasi in Altamura la 
notizia che tremila garibaldini, comandati da Boldoni, marcia- 
vano verso la città, il comandante delle truppe, gli ufficiali, il 
sindaco e l'ispettore di polizia si riunirono a consiglio presso 
il sottointendente Campanella ; " e, scrive il comandante, venu- 
" tosi alla disamina dei fatti in questione, ne fu dato rimarcare 
" una soverchia tendenza in persona della su enunciata prima 
" autorità, perchè noi fossimo addivenuti alla comune volontà di 
* cedere le armi alla venuta di essi Garibaldesi (sic); oppure met- 
" terci di consenso con essi, soggiungendo che non si sarebbero 
" chiamati responsabili nel caso opposto, poiché non aveano a 
" fidarsi sul movimento popolare. Tutti i militari si sono fran- 
" camente opposti a tanto baldanzoso consiglio, anzi han divi- 
" sato rimanere in città fino a quando sarebbero comparsi i pre- 
" citati Garibaldesi (sic), ma siccome ai detti il sindaco aggiun- 
" geva di far bandizzare (sic) la venuta dello Straniero, ho sti- 
" mato più conducente per ovviare ogni qualunque sinistro, riu- 
" nire la truppa, ed accompagnarla militarmente non molto lungi 
" dal paese, per osservare tutte quante le operazioni vi si pos- 
" sono praticare „ . 

Da Lecce, l' intendente Alfonso de Caro mandava, il 28 agosto^ 
un rapporto allarmante, che cominciava cosi : " La rivolta delle 
" Calabrie, il governo provvisorio attuato in Basilicata, le voci 
" che corrono sulla possibilità di simile avvenimento nella limi- 
"trofa Bari, han suscitato grave fermento in questa provincia 
" di mia amministrazione „. Anche più allarmante era il rap- 
porto inviato, il 31 agosto, dal Giannattasio intendente di Sa- 
lerno, comunicante al ministro dell'interno un altro, speditogli 
da Giuseppe Giannelli, sottointendente a Vallo, il quale do- 
po il 1860 fu consigliere delegato e funzionò da prefetto a 



- 346 — 

Trapani, ed ora vive a Nocera dei Pagani. Uditelo nella sua 
integrità : 

Eccellenza, 

Con due telegrammi ho rassegnato a V. E. ciò die mi ha riferito il 
sottointendente di Sala qui giunto quest'oggi, e ciò che mi ha scritto il 
sottointendente di Vallo circa i gravi avvenimenti succeduti ieri in que' 
distretti. Col primo di essi le soggiunsi che domani lo stesso sottointen- 
dente di Sala avrebbe avuto l'onore di conferirsi in Napoli presso 1' K V. 
ad oggetto di ragguagliarla dei particolari di tali avvenimenti. Con l'al- 
tro le dissi che avrei in seguito comunicato a V. E. il rapporto del sotto- 
intendente di Vallo, che ora le trascrivo, per essere cosi concepito : 

" La calma e la tranquillità nell'ordine pubblico di questo distretto, e 
specialmente di questo capoluogo, stato eccezionale nei passati giorni, è finita 
tutta ad un tratto questa mattina 30 agosto. Verso mezzogiorno numerose 
masse di gente armata sono venute da varii punti del distretto in questo 
capoluogo, ed al loro arrivo i tamburi della Guardia Nazionale hanno suo- 
nato a raccolta. Quindi un gran numero di uomini ricchi, poveri, vecchi, 
giovani specialmente quelli che si reputavano attaccatissimi alla dinastia 
Borbonica, sono convenuti in armi nella pubblica piazza, ove spiegata una 
bandiera con lo stemma della Beai Casa di Savoja e coi colori italiani, 
ordinati ed armati in maniera assai regolare, sono partiti di qui al grido 
di Viva Vittorio Emanuele „. 

Lo stesso pare che sia avvenuto anche in altri siti, o che sia pros- 
simo ad avvenire, benché niun rapporto uffiziale mi sia ancora pervenuto. 
Qui intanto i più notevoli cittadini provvedono alla tranquillità pubblica. 
Comprenderà bene quale difficoltà abbia la mia posizione attuale. Cionon- 
pertanto debbo assicurarla che la pace ed i diritti costituiti dei privati 
sono oltremodo rispettati. Tutti spinti dal solo sentimento politico, e 
coloro che tengono la somma delle cose, sono assai scrupolosi pei mezzi 
che si propongono usare, imperocché hanno assunto per loro divisa di sa- 
grifìcar tutto per la patria, tranne l'onore. Del resto tengono il concorso 
personale e pecuniario dei più ricchi del distretto, come già diceva ; hanno 
armi e munizioni a sufficienza; opperò non sembra che siano da temersi 
violenze ed eccessi contro la gente pacifica. È d'uopo finalmente io le av- 
verta, che un movimento cosi generale, cosi spontaneo, come questo, io 
non credo sia mai avvenuto, e che sarebbe cosa assai improvvida dargli il 
carattere di quelle turbolenze che avvengono per una data occasione, an- 
ziché per una coscienza di opinione politica da Innga pezza preconcetta. 

Il giorno dopo, un altro allarmantissimo rapporto spediva 
lo stesso sottointendente di Vallo, e fu questo: 

Dopo averle rassegnato il rapporto della data di ieri, intorno alla sol- 
levazione di gente armata verificatasi in questo capoluogo, mi é arrivata 
notizia, che un simile movimento ha avuto luogo in tutto il distretto, di- 
modoché l'insurrezione può dirsi esservi divenuta generale, ed esser partite 
numerose bande di armati da molte parti di esso verso le alture. Non posso 



- 347 — 

specificarne le particolarità, perchè mi mancano sull'obbietto rapporti uffi- 
ziali; ma son fatti oramai di cui non è a dubitarsi. Unico ne è lo scopo: 
la proclamazione di Vittorio Emanuele a Re d'Italia, ed all'uopo concor- 
demente s'innalza la bandiera di Casa Savoja. Stimo mio debito infor- 
marne 1 Autorità di Lei per gli effetti di risultamento. ' 

Cosi scrivevano quasi tutti i sototintendenti agl'intendenti, i 
quali trascrivevano integralmente i rapporti al ministero, a scanso 
di responsabilità, chiedendo istruzioni, o anche non chiedendone. 
Non c'era più che soltanto l'ombra d'un governo! Il mini- 
stero non aveva ordini da dare, né provvedimenti da consigliare, 
ne aiuti da spedire, e cercava invano di provvedere con la cir- 
colare Giacchi e con l'invio di segreti agenti nelle provincie, 
per ridestarvi la fede negli ordini, costituzionali. A Cosenza, 
don Liborio, tanto per continuare a rappresentar la commedia, 
mandò La Cecilia, Cognetti e Mosciaro, con la missione di pro- 
mettere, da parte del Re, opere pubbliche e benefizi d'ogni sorta, 
e di eccitare le autorità a far argine alla rivoluzione ; ma il Co- 
mitato insurrezionale, saputo lo scopo che li guidava, li fece ar- 
restare e li rimandò indietro. 

Nella notte dal 19 al 20 agosto, Garibaldi e Bixio sbarcaro- 
no a Melito sulla costa calabrese ; e, all'alba del 22, Cosenz e As- 
santi a Favazzina. Già fin dal giorno 8, era sbarcata la prima 
banda garibaldina ad Alta Fiumara, per impadronirsi del forte di 
Torre Cavallo. La formavano 350 uomini, e ne erano ufficiali Mis- 
sori, Musolino, Mario, Nullo. Agostino Plutino, da pochi giorni 
reduce dalla sua missione in Inghilterra; la raggiunse verso 
Aspromonte conducedonvi un buon manipolo di volontari cala- 
bresi. Due giorni prima Antonino Plutino, che si apparecchia- 
va a discendere con Garibaldi in Calabria, avvisò suo fratello 
Agostino, che tra il 19 e il 20 sarebbero sbarcati a Melito, e 
che perciò la banda si tenesse pronta a marciare sopra Reggio 
o sopra Melito per unirsi a Garibaldi. Questa lettera fu portata 
al campo di Aspromonte da Fabrizio Plutino oggi prefetto del 
Regno e allora diciottenne, a suo padre. La banda, accampata nel- 
la contrada Montalto, accolse la notizia con festa e si mise in as- 
setto di partenza. E quando nella notte dal 19 al 20 Garibaldi sbar- 
cò, Antonino Plutino ne die avviso al nipote Fabrizio con un bi- 

1 Archivio Giacchi. 



- 348 - 

glietto curioso, scritto col lapis su carta molto ordinaria, e che 
diceva cosi : " Garibaldi è sbarcato con ottomila uomini. Avvisate 
Agostino subito subito che scendano sopra Reggio - firmato : Nino 
Plutino, e con un poscritto più curioso : il corriere che viene fatelo 
fare colazione „ . ^ Non vi fu bisogno di mandare alcun avviso agli 
insorti di Aspromonte, i quali, saputo che Garibaldi era sbarcato, 
per le vie dei monti scesero a Melito, si unirono a lui ed entra- 
rono con lui e con Bixio a Reggio. Non arrivavano in tutti 
a tremila. Entrarono in Reggio nella notte del 21, e al loro 
appressarsi, vi fu da principio lo scambio di alcune fucilate con 
le truppe accampate sulla piazza del duomo, sotto il comando 
del colonnello Dusmet, e poi un vero combattimento, con molti 
morti e feriti. Il Dusmet, circondato dai suoi ufficiali, era nel 
portone del palazzo Ramirez. All'appressarsi dei garibaldini, or- 
dinò all'artiglieria di avanzarsi, e dandone egli stesso l'esempio, 
si slanciò ad affrontare il nemico. Colpito a tradimento da una 
fucilata quasi a bruciapelo, cadde, e cadde morto con lui nel 
breve combattimento, un suo figliuolo ventenne. Unico esempio 
di personale valore nell'esercito regio, dal giorno che Garibaldi 
sbarcò a Melito, sino a Napoli ! Il grosso della guarnigione si 
ritirò nel forte, comandato dal vecchio generale Galletti, il quale, 
si disse dagli scrittori legittimisti, che facesse entrare per tra- 
dimento i garibaldini nella città, ma non fu vero. La piazza 
si arrese il 22. 

Tutte le forze regie in Calabria, sotto il comando del ma- 
resciallo Vial, che aveva il quartier generale a Monteleone, 
ascendevano a circa ventimila uomini. Giambattista Vial, figlio 
del vecchio generale, non era mai stato al fuoco ; era lettore ap- 
passionato di romanzi, suonatore di piano e ballerino discreto. 
Si godeva i sontuosi pranzi di casa Gagliardi, a Monteleone ; e la 
sua noncuranza arrivò al punto, che, se in mezzo alla conversa- 
zione gli veniva recapitato un dispaccio, egli, senza aprirlo, lo 
cacciava in tasca dicendo : " poi se ne parla „ . 

Occupata Reggio, mentre Garibaldi, a rapide marcie, si di- 
rigeva su Monteleone, i generali Melendez e Briganti, accam- 
pati tra Villa San Giovanni e Bagnara, non si mossero, e solo 
il Briganti mandò due compagnie in ricognizione sulla via di 
Reggio. Queste scambiarono poche fucilate inconcludenti coi 



Archivio Plutino. 



— 349 — 

garibaldini, che tornarono indietro e poi capitolarono. Erano 
circa tremila uomini. È noto che il Briganti nella marcia di ri- 
tirata sopra Monteleone fu ucciso dai suoi soldati, esasperati da 
tanta viltà, sulla piazza di Mileto. E per giudicare meglio chi 
fosse il generale in capo, basterà sapere che, stando egli a tavola 
in casa Gagliardi, non si tenne dal chiedere sorridendo al padrone 
di casa : " Questo posto lo destinate a Peppiniello ? „ "Di certo, 
rispose il marchese Enrico Gagliardi, se voi V abbandonate „ . E 
pochi giorni prima, con burbanzosa spavalderia, aveva detto che 
egli avrebbe pescato Peppariello, qualora osasse passare lo stretto ! 
Il Vial non voleva uscire da Monteleone e pretendeva invece che 
agissero i generali da lui difendenti, ma questi non erano men 
di lui sdegnosi di pericoli. Vecchia ruggine esisteva tra Vial 
e Pianell, e tra Vial e Melendez. Fu certo grave errore aver 
affidato il comando supremo delle forze in Calabria al Vial, il 
quale non aveva alcuna reputazione nel mondo militare, dove 
si diceva che avesse fatta carriera per la protezione di suo pa- 
dre, il vecchio generale Pietro Vial, di cui si è parlato. 

Il Pianell aveva dato al Vial, il giorno stesso che questi parti 
per Pizzo, il 22 luglio, tutto un piano di difesa, le cui linee 
generali erano queste : impedire qualunque sbarco di garibaldini 
sulle coste calabresi; e avvenuto lo sbarco, disperderli rapida- 
mente ; tenere il quartier generale a Monteleone, col grosso del- 
l'esercito, perchè così avrebbe potuto, per via di terra o di mare, 
venire in aiuto di Gallotti, di Briganti e di Melendez, se assaliti 
da forze maggiori, tra Reggio e Bagnara. Pianell non aveva 
forse preveduto uno sbarco, anzi il maggiore sbarco d'insorti, 
con Garibaldi alla testa, a Melito, tra il capo Spartivento e il 
capo dell'Armi, quasi alle spalle di Reggio. Ma Vial, sorpreso, 
non esegui quel piano, nella stessa guisa che il Melendez e il Bri- 
ganti non ubbidirono a lui. Melendez non si mosse da Bagnara, 
come si è detto, e Vial, esaurite tutte le vie per richiamarlo all'ob- 
bedienza, lo abbandonò a se stesso, esclamando : '^ È un e...., che 
non vuol sentire; si vada a far buggerare y,. Ne questi disaccordi 
erano la sola debolezza dell'esercito regio. Oramai, ne soldati, ne 
ufficiali sentivano più la forza del proprio dovere ; l'ambiente che 
li circondava, era veramente ostile, ma la fantasia meridionale fa- 
ceva loro vedere pericoli e nemici più di quanti ve ne fossero dav- 
vero. Il nome di Garibaldi esercitava un fascino misterioso sui 



— 360 — 

loro animi, mentre la Costituzione aveva fatto divenire fazioso il 
grido di Viva il Re ! Dappertutto vedevano gente in armi, comi- 
tati e governi prowisorii ; leggevano giornali e proclami rivolu- 
zionarli ; udivano prediche nelle chiese e nelle piazze, mentre cre- 
scevano le diserzioni, le seduzioni e la paura di cader vittime del 
furore popolare o del tradimento dei proprii commilitoni. I co- 
mandanti, senza istruzioni precise del governo, o a queste dissub- 
bidendo, avevano finito col persuadersi che non era veramente il 
caso di pigliarsela calda per una causa da tutti abbandonata. Uno 
dei De Sauget in un gruppo d'ufficiali, alludendo al Re, fu udito 
un giorno esclamare : " Ma se l'Europa non lo vuole, perchè dob- 
biamo farci ammazzare per lui?. . . . „ • 

I capi delle bande insurrezionali, militari improvvisati, e i capi 
dei Comitati e dei governi prowisorii appartenevano ad alta posi- 
zione sociale, circondati dalla pubblica stima. In Basilicata, Da- 
vide Mennuni, anima calda di patriottismo, era un ricco possidente 
di Genzano ; Vincenzo Agostinacchio, che comandava il contingen- 
te degli Spinazzolesi mossi alla volta di Potenza insorta, era av- 
vocato e benché di gracile salute, aveva indomita forza d'animo; 
avvocato era Teobaldo Sorgente; possidente. Luigi de Lauren- 
tiis; prete, che aveva gettata la sottana, Niccola Mancusi; e 
ricchi il marchese Gioacchino Cutinelli, che mori senatore del 
Regno d' Italia ; Domenico Asselta, che fu deputato ; e così Niccola 
Franchi, gli Scutari e i Sole, cugini del poeta, e cosi tanti altri, 
in Puglia, in Basilicata, ma principalmente in Calabria, dove 
milionarii, come i Morelli, i Compagna, gli Stocco, il Guzo- 
lini, i Quintieri, i Labonia, i Barracco, erano a capo dei Co- 
mitati o li sovvenivano. Non erano certo bande di straccioni, 
perchè la borghesia più eletta vi dava largo contingente. La 
rivoluzione si compiva in nome dell' idea morale ; e i ricordi 
storici, e le poesie patriottiche infiammavano di ardore lirico 
quei cospiratori e quei soldati. Disfarsi dei Borboni, conseguire la 
libertà durevolmente, tradurre in atto il pensiero di Dante e di 
Machiavelli e confidare in una rigenerazione morale ed economica 
da un nuovo stato di cose, che non fosse Repubblica, ritenuta sino- 
nimo di disordini, ma Monarchia costituzionale e nazionale, con un 
Re, divenuto anche lui una leggenda : ecco l' ideale che sfuggiva 
alle analisi e alle riflessioni, e mutava la conservatrice e ricca 



— 351 - 

borghesia in forza rivoluzionaria ; ideale non fumoso, anzi in via 
di realizzazione per un provvidenziale concorso di circostanze. 
Altri giovani di civili e ricche famiglie correvano in Sicilia 
Botto mentito nome. Ricordo, fra gli altri, Francesco Spirito, 
oggi deputato ; Giuseppe Mondella, di Benevento ; Silvio Buo- 
noconto, Achille Napolitano e Giovanni Bardari, figlio del pre- 
fetto di polizia. Spirito, Buonoconto, Napolitano e Bardari 
s' imbarcarono a Napoli per Messina, battezzandosi per suonatori 
ambulanti diretti a Giarre, in Sicilia. Disertarono sul finire di 
luglio e corsero in Piemonte ad arruolarsi i fratelli Francesco 
e Michele de Renzis, ufficiali, il primo del genio e il secondo 
degli usseri; Rodolfo Acqua viva e Gaetano Pomarici, guardie 
del corpo e Giovanni Garofalo, ufficiale di fanteria. Queste di- 
serzioni fecero molto effetto nell'esercito e nella società napo- 
letana, per l'alta posizione sociale dei disertori. Ebbero una 
lettera di presentazione dal Villamarina per Cavour, che li ac- 
colse a braccia aperte e li fece immediatamente entrare nell'e- 
sercito piemontese: Francesco de Renzis nel genio. Michele de 
Renzis e Garofalo in Genova cavalleria, Acquaviva in Nizza 
cavalleria e Pomarici in Piemonte Reale. Quest' ultimo si uccise 
a Firenze qualche anno dopo; Rodolfo Acquaviva è morto da 
parecchi anni, e dei due De Renzis, Francesco è ambasciatore 
a Londra, e Michele è deputato di Capua e generale di caval- 
leria in posizione ausiliaria. 

Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile, e Ga- 
ribaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi precedendo questa, 
con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, 
da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, 
acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dovunque lo Stato 
disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai proprii 
soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfa- 
le, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti 
inediti e interessanti in altro mio libro. ' Si arresero Melendez 
e Briganti e fu ucciso quest' ultimo dai suoi soldati, perchè sospet- 
tato di tradimento ; capitolò Vial che s'imbarcò a Pizzo per Na- 
poli ; capitolò Caldarelli col Comitato di Cosenza ; si sbandò Ghio 
con diecimila uomini a Soveria Mannelli; e cosi la strada sino 



* R. DE Cesare, op. cit. 



- 362 - 

a Salerno, spazzata degli ultimi avanzi di difesa, restò libera 
allo incedere del glorioso manipolo, il quale non si trovò tra i 
piedi clie soltanto de' gruppi di soldati paurosi o inermi, che 
salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sban- 
damento di Soveria fu l'episodio decisivo di quella campagna, 
per il quale si affermò il trionfo della rivoluzione sul conti- 
nente, e che ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui 
dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa 
rustica di Acrifoglio : " Dite al mondo che ieri coi miei prodi ca- 
labresi feci abbassare le armi a 10 000 soldati, comandati dal 
generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, 
diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli 
e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, 
la lieta novella „ . 

Ancte in Puglia l'esercito non die prova di maggiore energia ; 
ma se per la Calabria la neghittosità delle truppe fu principalmente 
da ascriversi, come si è veduto, all'inettezza dei capi; al mare- 
sciallo di campo Filippo Flores, che comandava la colonna delle 
Puglie, non potè veramente attribuirsi l'insuccesso completo del- 
l'opera sua. Il Flores, al quale fu mossa l'accusa di aver ordinato 
alle sue truppe l'atto di sottomissione al nuovo ordine di cose, 
spiegò la sua condotta in un piccolo opuscolo venuto alla luce il 10 
luglio 1862, ed ora raro per quanto interessante. Flores disponeva 
di poche forze per mantenere la calma in tre provincie, mentre or- 
dini e contrordini da Napoli paralizzavano l'azione di lui. Tutta 
la sua colonna, divisa fra le provincie di Bari, di Capitanata e 
di Terra d'Otranto, si riduceva a uno squadrone di gendarmeria, 
un battaglione di gendarmeria a piedi, due squadroni del secondo 
reggimento dragoni e due di carabinieri, incompleti di uomini e 
di cavalli, oltre a mezza batteria di obici. C'erano bensì delle 
compagnie di riserva, ma potevano considerarsi come uno schele- 
tro di soldatesca. Alla mancanza di uomini si aggiungeva quella 
delle munizioni ; e per quanto il Flores insistesse per avere al- 
tri soldati, non gli fu mandato che il generale Bonanno con al- 
cune compagnie del tredicesimo di linea, Lucania^ il cui spirito 
militare era addirittura spento, dopo i disastrosi eventi di Sici- 
lia. Al generale Bonanno, che gli manifestava non avere le sue 
truppe altra munizione da guerra, che semplicemente quella di 



- 353 — 

" dote „ esaurita la quale, la fucileria e i pezzi sarebbero rima" 
sti in perfetto stato d'inazione, Flores non seppe che cosa ri- 
spondere. 

L' ultimo ordine, che il Flores ricevesse da Napoli, fu di 
" lasciar la gendarmeria in tutti quelli luoghi, ne' quali occor- 
" resse tener guardia alle prigioni, e tutelar l'ordine per quanto 
" lo si potesse ; e col restante delle schiere muovere a raggiun- 
" gere in Avellino il generale Scotti, che ne avrebbe assunto il 
" superiore comando „ . E si noti, che quest'ordine si mandava 
al Flores, quando questi aveva già date le sue dimissioni, col 
seguente telegramma del 26 agosto : " Domando il mio ritiro, e 
" chieggo a chi rassegnare la mia missione, che non posso più 
" onorevolmente disimpegnare „ . Queste dimissioni furono an- 
che provocate dal fatto, che il governo avea sospeso il richiamo 
dei due squadroni di dragoni, proposto dal Flores, perchè indi- 
sciplinati, come ancora dalle diserzioni del tredicesimo di linea, 
le quali crescevano di giorno in giorno. E proprio sul momento 
di muovere per Avellino essondo giunto a Flores l'ordine di 
estrarre dal Banco di Bari le somme di regio conto, egli rispon- 
deva cosi : " Questo Banco, mi assicura 1' intendente, non con- 
" tiene che numerario di pertinenze particolari, né estrarre si 
" potrebbe denaro senza ordini diretti dal ministro delle finanze, 
" e senza serio allarme di tutte le popolazioni „ . 

A misura che il Flores eseguiva la ritirata su Avellino, i go- 
verni provvisòri si proclamavano via via alle sue spalle. Ogni 
paura cessava. Flores dovè continuare la ritirata senza risorse ; 
spirata la quindicina, sarebbero mancati alle truppe i viveri, de' 
quali non avrebbe potuto, senza violenza, provvedersi dai Comu- 
ni, né, il maresciallo, cui le condizioni di salute non consentivano 
neppure di reggersi a cavallo, poteva fidarsi dei suoi uomini, tran- 
ne che della mezza batteria e dei due squadroni incompleti di ca- 
rabinieri. A quattro miglia da Ariano, da parte del generale Bo- 
nanno, gli veniva consegnato un urgentissimo messaggio^ recato da 
apposita staffetta, contenente l'ordine di recarsi aNapoli ; ed egli 
dovè proseguire il viaggio con la moglie ed i figli in carrozza, per- 
chè, pochi giorni prima, caduto a terra per un male sopravvenu- 
togli, si era ferito a un ginocchio. Giunto nelle prime ore della 
notte a Grottaminarda, fu fermato sulla via da un drappello d'in- 
sorti avellinesi, mandato dal De Concily ad arrestarlo. Coman- 

Db Oeiabe, La fine di un Regno • VoL II. 88 



- 354 - 

dava il drappello, sprovvisto completamente di armi, Francesco 
Peperò, e ne facevano parte Florestano Galasso e Vincenzo Sal- 
zano. Grii insorti trattarono con ogni riguardo il generale e la 
sua signora, e lo condussero alla presenza del vecchio De Concily, 
che lo trattenne, e due giorni dopo, il 9 settembre, lo lasciò 
prosegure per Avellino, già occupata dal generale Tùrr. Di là, il 
Flores scrisse al generale Bonanno il quale aveva preso il co- 
mando della colonna, " che il prodigare inutil sangue riputava 
" folle provvedimento, senza punto vantaggiare quella causa de- 
" bollata in Sicilia pria, a fronte delle migliori truppe delle quali 
"il Eegno disponesse, e di poi in tutti li punti del Napoletano; 
" e massime negli Abruzzi, nelle Calabrie, che offrivano ben altri 
" elementi a poter resistere ; eppure nulla erasi operato da miglio- 
„ rare un avvenire inevitabile „ . Consigliava quel generale, di 
non menare a selvaggia carneficina un pugno di gente che dovea 
infallibilmente soccombere^ e concludeva che, se lui, Bonanno, ab- 
bisognasse di un ordine, per si/fattamente governarsi, gì' impartiva 
l'ordine e ne assumeva la responsabilità. 

Chiudendo il suo scritto, il maresciallo Flores accenna alle 
cause generali che resero impossibile ogni seria resistenza mi- 
litare in Sicilia, prima e poi nel continente ; e giova riferire le 
sue parole, perchè esse confortano autorevolmente, nella bocca 
di un uomo che prese parte a quegli avvenimenti, quanto io ho 
detto. " Si dovè cedere, scrisse il Flores, perchè impossibile era 
"resistere; perchè l'elaborata opera della Rivoluzione era con- 
"sumata; perchè la truppa difettava dove impellente erane il 
" bisogno ; soverchiava dove non era necessaria ; ordini e con- 
" trordini sucoedevansi ; tutto era messo in opera per disgustare 
" ed alienare quelli che sempre dato avean saggio di devozione 
" e di fedeltà ; infine, era suonata quell'ora fatale designata dal 
" destino, in cui il Trono dovea crollare „ . Per invito del De 
Sanctis, nominato governatore di Avellino dal dittatore, Flores 
si recò poi a Napoli, dove Garibaldi lo ricevette al palazzo d'An- 
gri, dichiarandosi soddisfatto della condotta di lui. Flores mori 
nel 1868. 

Dopo lo sbandamento di Ghio e la dissoluzione di tutto l'eser- 
cito in Calabria, il ministero non si raccapezzò più. Il gior- 
no innanzi, cioè il 29 agosto, nel Consiglio di Stato era stato 



- 365 - 

deciso di resistere a Garibaldi e di attaccarlo, ove ne fosse il 
caso, tra Eboli e Salerno o tra Salerno e Napoli. Fra le truppe 
di Calabria, i battaglioni stranieri distaccati fra Napoli e Sa- 
lerno, e la guarnigione di Napoli, si poteva disporre di 60 000 
uomini, con abbondanti provvigioni da guerra e da bocca, alle 
quali si sarebbe potuto anche più largamente provvedere con 
una parte dei sei milioni di ducati, del prestito fatto con Roth- 
schild. " Io non dissimulo, disse Spinelli in quel Consiglio, che 
" sventuratamente il nostro esercito è demoralizzato e sconfidato ; 
" ma quando il Re si porrà alla testa, esso riprenderà il corag- 
" gio e la disciplina, e si rifarà delle patite sconfitte. E se pur 
" sarà destino il soccombere, cadremo con onore, e ci salveremo 
"dall'onta di fuggire d'innanzi ad un pugno di uomini, i quali 
" altra forza non hanno, che il prestigio dell'ardito loro capo „ . 
E soggiunse : " Che se V. M. pensasse invece lasciar la capitale, 
" e provvedere altrimenti alla difesa dello Stato, lo faccia pure ; 
" ma prenda immediatamente le opportune disposizioni ed operi 
" con la massima energia, perchè ogni istante, che si perde, può 
" compromettere le sorti del Regno „. Il ministro della guerra, 
che vedeva sfumato il suo piano di difesa in Calabria, ne fece 
un altro per la difesa presso Salerno, ma proponeva che il Re 
marciasse a capo delle truppe, al fine di rialzare il morale dei 
soldati, dopo l'effetto disastroso, che i fatti di Calabria avevano 
prodotto sulle milizie. Il vecchio Carrascosa, chiamato a con- 
siglio, disse al Re : " Vostra Maestà monti a cavallo, e noi sa- 
" remo tutti con Vostra Maestà ; o cadremo da valorosi, o but- 
" teremo Garibaldi in mare „ . Anche Ischitella era di questo 
avviso, ma voleva per sé il comando supremo dell'esercito, e 
parve molto irritato di non ottenerlo, dopo che il Re gli fece 
discutere il piano di battaglia col ministro Pianell, e ne lesse 
la relazione, firmata solo da lui , Ischitella, poiché Pianell, non 
approvando la nomina di costui, non volle sottoscriverla. Si 
detestavano a vicenda i due uomini, e l' Ischitella non rispar- 
mia il Pianell nel suo opuscolo, il quale rivela ancora una volta 
nello scrittore un uomo vanitoso e romoroso, che aveva servi- 
to Murat e Ferdinando II fino alla morte, e che, generale della 
guardia nazionale con don Liborio Romano, lasciò questo uffi- 
cio ; aspettando il comando supremo dell'esercito per combattere 
Garibaldi. Quanto pronto di favella, tanto egli era inetto al- 



- 366 - 

l'azione, ombroso e collerico, ma nell' insieme, non privo di solda- 
tesca sincerità. Passarono cosi alcuni giorni, sino a che, nella 
notte dal 30 al 31, si seppe l'inconcepibile sbandamento di 
Soveria, e lo incedere trionfante della rivoluzione in Calabria e 
in Basilicata,. I generali non credettero più di sicura riuscita 
il disegno di Pianell, perdettero la bussola ancbe loro, e di altro 
non 8Ì parlò che di tradimenti, di oro piemontese e di causa 
disperata. Una nuova spedizione di truppe in Calabria fu cre- 
duta inutile. Gli ordini erano stati dati, ma proprio nel momento 
dell' imbarco giunse il contrordine, provocato dalle solite esage- 
razioni, che Q-aribaldi, dopo lo sbandamento di Soveria, mar- 
ciasse, senz'altri ostacoli, su Napoli, e vi potesse arrivare da un 
momento all'altro. 

Il Re mostravasi calmo, come persona cbe mediti qualcbe 
nuovo disegno. La regina Maria Sofìa, più risoluta, accettava 
senza discuterlo qualunque piano di azione, e insisteva ohe il 
Re si mettesse a capo dell'esercito, offrendosi di seguirlo. Fran- 
cesco II assisteva passivamente ai consigli dei generali; ma 
questi non venivano, in maggioranza, ad altra conclusione che 
non fosse la loro sfiducia nell'esercito e nel ministro della guer- 
ra; che anzi il Bosco, promosso da poco a generale, arrogante 
quanto loquace, perchè si era battuto con valore in Sicilia, cri- 
ticava senza mistero il piano del ministro e osservava che, uscen- 
do il Re da Napoli, vi sarebbe scoppiata la rivoluzione e il Re si 
sarebbe trovato fra due fuochi. Queste critiche ed osservazioni 
del Bosco riuscivano assai gradite al Re, il quale usava molto fa- 
miliarmente con lui e lo chiamava Ferdinandino. Ischitella, che 
vedeva Francesco II tutt'i giorni, contribuiva con le sue esage- 
razioni e contraddizioni, a confondergli la testa. Egli consi- 
gliava bensì un'azione vigorosa col Re a capo dell'esercito, ma 
sconsigliava di lasciar Napoli. Ed il Pianell, allora, visto che 
le sue proposte non venivano accolte e che il Re non si deci- 
deva a nulla, e visto dall'altro lato che Garibaldi e la rivolu- 
zione si avanzavano senz'altro ostacolo, manifestò a Spinelli il 
proposito di dimettersi da ministro e da generale, e lasciar Napoli. 

Le incertezze del Re contribuivano a rendere più difficile 
l'opera dei ministri, i quali, eccetto il Romano, erano profon- 
damente inquieti. Il presidente del Consiglio, che aveva accet- 
tato il governo, come il compimento di un sacro dovere, appa- 



— 357 - 

riva preoccupato e triste ; il principe di Torcila, nervoso più del 
consueto ; e De Martino, pur mostrandosi disinvolto e sorridente, 
rivelava anche lui di aver perduta ogni fede nella diplomazia. I 
ministri intendevano che il fatale momento si appressava, e non 
si dissimulavano che l'autorità loro presso il Re andava ogni 
giorno diminuendo, e ohe l'azione civile del governo quasi non 
esisteva più. L'azione era tutta militare, se azione poteva dirsi. 
I consigli di generali si succedevano, ma si rifuggiva, come s'è 
visto, da ogni risoluzione, né sarebbe proprio possibile ricosti- 
tuire la storia precisa di quei giorni famosi, perchè, coloro che vi 
ebbero parte, la narravano ciascuno a modo suo, e ciascuno aveva 
ragione, mentre la verità è che tutti si mostrarono inferiori alla 
singolare gravità del caso. Avvenivano le cose più strane. Il 
generale Ritucci si era dimesso da comandante della piazza di 
Napoli, e nonostante che il ministero si fosse opposto alla no- 
mina del generale Cutrofiano a successore di lui, il Re la volle. 
Era il Cutrofiano tenuto in conto di retrivo e di uomo violento, 
e nella sua nomina si vide una minaccia di reazione. Il mini- 
stero lasciò intendere al Re che si sarebbe dimesso, anzi pre- 
sentò le dimissioni. Francesco non ne parve spaventato, e per 
un momento sembrò deciso a nominare un ministero di re- 
sistenza, e a farla finita con la rivoluzione. Non a Pietro Ul- 
loa, ma ad Ischitella die l' incarico di formare il nuovo ministe- 
-ro, ma al solito, quando si fu all'esecuzione, il vecchio generale 
non seppe cavarsela, perchè, come egli confessa, tutti si rifiuta- 
vano di essere ministri in quel momento, in cui si vedeva la dis- 
soluzione del Regno, e nessuno voleva compromettersi. Interpellò 
Stanislao Falconi, Pietro Ulloa e Niccola Gigli, i quali tutti e 
tre, sia per la gravità della situazione, sia per la poca serietà di 
lui, risposero di no. 

Erano giorni di tristezza e di confosione nella Reggia e nel 
governo. Consigli diversi, proposte contradittorie, paure, so- 
spetti, malignazioni e soprattutto esagerazioni, che s'incrocia- 
vano, mentre i fedeli continuavano a disertare la causa e il nu- 
mero degli unitarii cresceva in ragione geometrica. Si afifermava, 
e io credo con qualche fondamento, che il generale G-irolamo 
Ulloa, venuto a Napoli in quei giorni, e bene accolto dal par- 
tito legittimista, avesse fatto proporre al Re di assumere il co- 



— 358 — 

mando in capo delle truppe, per dar battaglia a Garibaldi 
nella pianura di Eboli. L'Ulloa aveva alta reputazione mili- 
tare. Si era battuto a Yenezia con Pepe ; era stato dieci anni 
in esilio a Firenze, dove ebbe il comando dell'esercito toscano 
dal governo provvisorio, dopo la partenza del Granduca. In 
questo comando non fece buona prova, anzi die origine a so- 
spetti di varia natura, avvalorati dalla circostanza cbe, durante 
l'esilio, era vissuto in intimità con l'elemento più retrivo di Fi- 
renze, rivelando per le cose di Napoli opinioni non decisamente 
nazionali e unitarie, anzi francesi e murattiste. Quando Rica- 
soli e Farini conclusero la lega militare dell'Italia centrale, 
gli preferirono nel comando supremo, prima Garibaldi e poi il 
Fanti. Di ciò irritato stranamente, l'Ulloa si recò a Napoli 
dov'era suo fratello Pietro, amico del conte d'Aquila e mescolato 
con lui in quel dubbio conato di cospirazione ; né quindi è inve- 
rosimile cbe facesse offrire la sua spada al Re, come fu detto. 
Ma l'offerta non poteva essere accolta per la sfiducia, cbe il nome 
di lui destava negli ufficiali più vecchi e più zelanti, i quali ricor- 
davano che l' Ulloa, essendo andato con Pepe a Venezia, aveva di- 
subbidito agli ordini di Ferdinando II, e aveva poi servita la rivo- 
luzione in Toscana. Si disse pure che Pianell, nutrendo gelosia per 
l'Ulloa, non volesse lasciargli l'onore di salvare la dinastia. Di ciò 
mancano documenti autentici, sebbene la cosa non sia, lo ripeto, 
inverosimile. Punto verosimile, al contrario, è quanto il Nisco 
afferma, che, cioè, Girolamo Ulloa appartenesse alla cospirazione 
promossa dal conte d'Aquila, la quale non fu mai cosa concreta, 
come il Nisco stesso l'afferma, esagerandone l' importanza, più di 
quanto non l'abbia ingrandita lo stesso Romano, interessato a 
gonfiarla, per accrescersi il merito di averla soffocata. Nulla, nulla 
prova che Girolamo Ulloa partecipasse a quel complotto, anzi è 
da credere l'opposto, perchè l' Ulloa era in voce di murattista e 
il barone Ricasoli aveva persino sospettato che egli lavorasse 
a Firenze nell' interesse del principe Napoleone per la creazione 
di un Regno di Etruria. Certo, i suoi rapporti col principe Na- 
poleone furono molto intimi. 

Ogni giorno si annunziavano nuove fughe di fedeli^ e nuove 
conversioni di quelli che restavano. Si dimettevano anche il 
conte di Trani e il conte di Trapani: il primo, da colonnello 
di stato maggiore, e il secondo, da ispettore della guardia reale. 



- 369 — 

Il Pianell dichiarava, ohe, allo stato delle cose, non gli conve- 
niva rimanere più oltre nel ministero. Scrisse direttamente al 
Re la sera del 2 settembre, inviando le sue dimissioni anche da 
generale, spiegando i motivi che lo inducevano a questo passo, 
e chiedendo il permesso di allontanarsi dal Regno. Contempo- 
raneamente il ministero, sentendosi completamente esautorato, 
senza ministro della guerra e senza comandante della guardia 
nazionale, e quasi certo di essere riuscito a scongiurare la guerra 
civile nelle mura di Napoli, ripresentò, la mattina del 3 settem- 
bre, le sue dimissioni. Francesco II mandò il desiderato permesso 
a Pianell, che lasciò Napoli la sera del 3, e in quello stesso giorno 
nominò comandante della guardia nazionale il vecchio generale 
Roberto de Sauget; ma non accettò le dimissioni del ministero, 
forse preoccupato dallo spavento che al primo annuncio di quelle 
dimissioni s'era destato in Napoli, nonché per l'ordine, che si di- 
ceva da lui dato ai comandanti dei forti, di tirare sulla città, al 
primo accenno di sommossa o all'appressarsi di Garibaldi. I libe- 
rali, unitarii e autonomisti, facevano da parte loro vive premure 
ai ministri dimissionarii perchè rimanessero al loro posto. Il 
Re richiamò Spinelli la sera del 3, e gli fece intendere che ave- 
va già in mente una risoluzione definitiva, e che forse il do- 
mani gliel'avrebbe comunicata. I ministri, pur non ritirando 
le dimissioni, rimasero al loro posto, ma l'agitazione a Napoli 
in quei giorni fu indescrivibile, anche perchè venne ad arte spar- 
sa la voce che il Re avesse promesso alla plebaglia di far la 
santafede all'avvicinarsi di Garibaldi. 

Il solo che sembrava incosciente di quel che avveniva, era 
don Liborio Romano, nuotante fra le opposte correnti, senza un 
fine preciso, né la visione di quel ch'egli volesse; ma in ap- 
parenza sorridente e sicuro di se. Fin dal 20 agosto, egli (si 
legge nelle sue Memorie) aveva presentato al Re un memoran- 
dum^ scritto da lui : memorandum, che non fu letto in Consiglio 
di ministri, ma che i ministri conoscevano, secondo egli afferma, 
senza darne prova. In questo documento, il Romano rilevava 
1* incompatibilità, ogni giorno crescente, fra il popolo e la dina- 
stia, e la impossibilità nei ministri costituzionali di modificare 
disprezzare il sentimento pubblico come anche l' impossibilità di 
fermare Garibaldi, il quale, aiutato dal Piemonte, procedeva 



— 360 - 

vittorioso, essendo la regia marina in piena dissoluzione ed aven- 
do l'esercito rotto ogni vincolo di disciplina e di obbedienza gerar' 
chica. Sconsigliava la resistenza e, unica via di salute, propo- 
neva al Re di allontanarsi dalla capitale " Che la M. Y., con- 
" eludeva, si allontani per poco dal suolo e dalla Reggia dei 
" suoi maggiori ; che investa di una reggenza temporanea un 
" ministero forte, fidato, onesto, a capo del quale sia preposto, 
" non già un principe reale, la cui persona, per motivi che non 
" vogliamo indagare, ne farebbe rinascere la fiducia pubblica, ne 
" sarebbe garentia solida degl'interessi dinastici, ma bensì un 
" nome cospicuo, onorato, da meritar piena la confidenza della 
" M. V. e del paese „. E naturalmente, questo nome cospicuo ed 
onorato non poteva essere che il suo. 

Ammesso che questo memorandum fosse stato presentato ve- 
ramente il giorno 20 agosto, secondo afferma il Romano, questi 
nel Consiglio del 29 approvava, insieme con gli altri ministri, 
la resistenza a Garibaldi fra Salerno e Napoli, e una nuova e 
vivace protesta, che il De Martino inviò alle potenze appena 
fu conosciuto lo sbarco di Garibaldi in Calabria. E poiché alle 
cose più serie di questo mondo si accompagna sempre una nota 
di comicità, il giorno 30 venne fuori un decreto del 29 che 
autorizzava lui stesso, Romano, ministro dell' interno, a creare un 
debito di sessantamila ducati, per costruire e addobbare la sede 
provvisoria del Parlamento alle Fosse del grano! Don Liborio si 
apparecchiava ad aprire il Parlamento napoletano con la stessa 
incoscienza, con la quale lasciava credere ai cavurriani, che egli era 
lì per indurre il Re a lasciar Napoli e ad affrettare il compimento 
dell'unità nazionale; ai garibaldini e ai mazziniani del Comitato 
di Azione, ch'egli stava lì ad impedire che l'unità d'Italia si 
compisse a benefìzio del Piemonte, resistendo agl'intrighi di 
Villamarina e di Persane e alle sollecitazioni del Comitato del- 
l'Ordine ; ed agli autonomisti, che fosse in pericolo l'autonomia e 
l'indipendenza del Regno! 

Banderuola in balia dei venti, Liborio Romano si dava l'aria 
di dominar lui i venti, compiaciuto e soddisfatto di sé ; dava ra- 
gione a tutti ed era il solo dei ministri, che non sembrasse 
impensierita) del domani. I borbonici lo bollarono per traditore, 
mentre i cavurriani di Napoli lo attaccarono con violenza e non 
sempre con giustizia, e il solo, ohe ne tentasse la difesa, fu quel 



- 361 - 

partito di Sinistra, il quale, generato dal Comitato di Azione, 
reclutò nelle sue fila quanti vi erano più malcontenti, più tur- 
bolenti e più retrivi; nel quale partito il Romano si schierò e 
militò finché visse, detestando i moderati e il loro governo, e 
forse, in cuor suo, punto dal rimorso di dover passare alla storia 
per traditore. Egli non tradì, perchè non ebbe la coscienza esatta 
di quel che facesse, ilia si lasciò trascinare dalla corrente: ca- 
poscuola glorioso di tutti quei voltafaccia politici e parlamentari, 
più in piccolo e più volgarmente egoistici, dei quali siamo testimo- 
ni ogni giorno in questo periodo di parlamentarismo degenerato. 
I fatti non confortano l'accusa di tradimento, ne questa si sareb- 
be levata contro Liborio Romano, se egli, senza interruzione, 
non fosse rimasto ministro di Garibaldi, e non avesse assunto, 
quasi dal primo giorno, un contegno di ostilità stizzosa contro 
tutto ciò che, sia pure inconsapevolmente, egli stesso aveva con- 
tribuito a creare. Don Liborio, dopo trentanove anni di regime 
parlamentare, non può giudicarsi un fenomeno morale inverosi- 
mile, né una pianta esotica del nostro paese ! 



CAPITOLO XVII 



SoHHABio: Il Re si decide a lasciare Napoli — Suo colloquio con Carlo de Ce- 
sare — Garibaldi a Eogliano, a Botonda, ad Auletta e a Salerno — Confusio- 
ne e timori a Napoli — Incidente caratteristico — I capibattaglione della 
guardia nazionale e il sindaco dal He — Consiglio di Stato del 5 settembre — 
Timori per la partenza del Re — Il proclama reale — Chi lo possiede — II ma- 
nifesto del prefetto di polizia — Preparativi per la partenza — Il notamente 
degli oggetti, ohe Francesco II portò a Gaeta — Il Re al marchese Impe- 
riale — I ministri e i direttori dal Re — Sue parole a don Liborio e a 
Giacchi — L'ultimo baciamano e gli ultimi addii — Dalla Reggia al porto 

— H corpo diplomatico — Bermudez de Castro — La protesta alle potenze 

— Si parte alle ore sei — Incidenti e particolari — I teatri di Napoli la 
sera del 6 settembre — Il ministero, il sindaco e il comandante della guardia 
nazionale — La traversata dei Sovrani da Napoli a Gaeta — Le navi regie 
si rifiutano d'obbedire — Aneddoti — Francesco II e Vincenzo Criscuolo — • 
Il telegramma di Garibaldi a don Liborio — La risposta di don Liborio 

— Gli episodii di Salerno e le irrequietezze di Garibaldi — Sua improvvisa 
risoluzione di partire per Napoli — I particolari di quel viaggio e i per- 
sonaggi che accompagnarono il dittatore — Arrivo dei Sovrani a Gaeta la 
mattina del 7 settembre, e arrivo di Garibaldi a Napoli, a un'ora — Inci- 
denti alla stazione di Napoli — La folla separa Garibaldi da Cosenz — Il 
sindaco D'Alessandria sparisce — A Gaeta e le parole del padre Borrelli. — 
Particolari inediti — Fine del Regno. 

In tante incertezze, inquietudini e abbandoni, il E,e carez- 
zava il suo partito : lasciar Napoli e andare a Gaeta, chiamarvi 
quella parte della flotta che non aveva disertato, e concentrando 
fra Gaeta e Capua le truppe disponibili, formar la linea di di- 
fesa tra le due fortezze e tra il Volturno e il Garigliano, con 
la frontiera libera sino a Roma. Le provinole, da Napoli in su, 
non erano insorte, né si prevedeva la spedizione di Fanti e di 
Cialdini nell'Italia centrale, ne la sconfitta di Lamoricière a 
Castelfidardo, né la presa di Ancona, né, infine, la marcia di Vit- 



- 364 - 

torio Emmanuele per le Marche, verso il Regno : marcia compiuta 
trale maraviglie dell' Europa liberale, e una specie di pauroso stu- 
pore dell' Europa reazionaria. Tra due fortezze ben agguerrite e 
con milizie fedeli, poteva Francesco II opporre salda e lunga re- 
sistenza : con una sola sconfìtta il prestigio di Garibaldi sarebbe 
finito e finito con esso il prestigio della rivoluzione. Avveduto 
consiglio, che si disse mandato dall'Austria e dal Lamoricière, e 
che il Re, alla fine, decise di seguire, ma senza farlo ancora 
intravedere ai suoi ministri. 

Nella notte dal 3 al 4 settembre, egli mandò a chiamare 
d'urgenza il direttore delle finanze Carlo de Cesare, il quale, 
dopo la partenza del Manna per Torino, funzionava da ministro, 
e dopo avergli detto che era deciso di abbandonare con l'eser- 
cito la capitale, per muovere contro Garibaldi, soggiunse essere 
assolutamente necessario provvedersi del danaro occorrente per 
oltre la quindicina. Il De Cesare rispose che non gli era pos- 
sibile secondare tali desiderii, prima che spirasse la decade. 
Il Re replicò che bisognava in ogni caso provvedere, ricorrendo 
alle casse del Banco ; ma il De Cesare replicò che, reggendo lui 
il ministero delle finanze, non lo avrebbe mai consentito, essen- 
do i depositi 'privati una cosa sacra ; ad ogni modo, ove il Re 
credesse diversamente, poteva bene esonerarlo dall'ufficio. Fran- 
cesco II tornò a insistere, ma il direttore tenne fermo. Il Re 
lo licenziò dopo averlo presentato alla Regina, che conversava 
con alcuni uffiziali. Uscito dalla Reggia, il De Cesare si recò 
dal Ciccarelli, reggente del Banco e lo avverti a trovarsi d'ao- 
cordo con lui, ove il Re persistesse nel pensiero di chiedere i 
depositi privati' Ma il Re non vi persistette. 

Garibaldi passò la giornata del 31 agosto a Rogliano, in casa 
Morelli, e vi dettò due decreti: con uno aboliva la tassa sul 
macinato per tutte le granaglie, tranne per il frumento, e ridu- 
ceva il prezzo del sale; e con l'altro concedeva ai poveri, gra- 
tuitamente, gli usi di pascolo e di sementa nelle terre demaniali 
della Sila. Passò la notte seguente a Cosenza e ne riparti il primo 
settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra uffi- 
ciali e guide. Ricordo, tra gli altri, Enrico Cosenz che non lo 
lasciò più sino a Napoli; Thùrr, Corte, Caldesi, Avezzana, Mu- 
solino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che 



— 365 -- 

erano anche volontari!: Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, 
corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della 
Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò 
la rivoluzione compiuta dappertutto. Fra i molti scrittori, i qualij 
più meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno ec- 
cettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni 
Bono precise e documentate. 

Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla 
marina di Scalea, dove s' imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri 
dov' era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e 
Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l'avanguardia del- 
l'esercito garibaldino. Il giorno 4, il dittatore si fermò all'osteria 
del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Niccola Mignogna e 
Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio 
di Basilicata e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e 
colonnati: somma che riusci gradita al Dittatore e fu spesa, quasi 
tutta, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitola- 
zione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli e, dopo una nuova ca- 
pitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e La- 
cava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno 
ed entrarono il 7 settembre a Napoli, come si dirà. All'alba del 
6 Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, altro 
prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stes- 
sa provincia, con pieni poteri. Ricevè pure Salvatore Tom- 
masi e Raffaele Pirla, delegati del Comitato dell'Ordine, e Giu- 
seppe Libertini, delegato del Comitato di Azione, i quali anda- 
rono da lui per ottenere ch'egli, arrivando a Napoli, prendesse 
consiglio e ispirazione dai rispettivi Comitati; ma Garibaldi, 
in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segre- 
tario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due Comi- 
tati di Napoli , come invito alla concordia, queste parole : " Ai 
signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, 
Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi 
e Andrea Colonna: — Per il bene della causa dell'unità italiana^ 
vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. 
Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo „ . 
Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al Comitato di 
Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al Comitato dell' Or- 
dine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due, pur avendo la fidu- 



- 366 - 

eia di entrambi. Ma l'invito di Garibaldi fu senza effetto, o 
meglio non valse che a lasciar credere ai sette su norainati che 
essi fossero investiti di suprema sovranità, non esclusa quella di 
proclamare, come proclamarono, il di seguente, Garibaldi ditta- 
tore del Regno, e ciò a consiglio di Villamarina, consigliato alla 
sua volta da Cavour, il quale non recedeva dal proposito di mo- 
strare alla diplomazia, che il movimento aveva qualche cosa di 
spontaneo per lo meno nella città di Napoli. 

La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello 
sbarco della colonna di Eustow a Sapri, la quale si diceva forte 
di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, 
ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unani- 
mità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, ne tra Cam- 
pagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra 
linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Ga- 
rigliano. Non v'era più ministro della guerra, e neppure un co- 
mandante della piazza di Napoli, che aveva lasciato il posto il gior- 
no innanzi, senza che alcun decreto lo deponesse. Tutto il 
ministero era dimissionario. I generali sottoscrissero un ver- 
bale, e lo firmò pure Ischitella, il quale, dopo aver firmato, 
spezzò teatralmente la penna, come si affermò. I ministri dimis- 
sionarli avevano di nuovo scongiurato il Re a smettere ogni pen- 
siero di difesa dentro Napoli ; e, pregati dal Re di dare una lista di 
personaggi per formare un nuovo ministero, non vi si rifiutarono, 
ma fecero intendere, che ne il Serracapriola, né il Buonanno, né il 
Falconi, ne il Roberti, né il generale Filippo Colonna, dei 
quali si facevano i nomi, avrebbero accettato, avendo già alcuni 
di costoro resistito, tre giorni prima, all' invito d' Ischitella. Il 
Re fece allora un ultimo tentativo con Pietro Ulloa, e la no- 
tizia diffusa dai giornali accrebbe le incertezze e le paure. Un 
ministero preseduto dall' Ulloa sarebbe stato un ministero di re- 
sistenza ad ogni costo, specie se l' Ulloa, come si aggiungeva 
avrebbe preso per ministro della guerra suo fratello Girolamo. 
Ruggiero Bonghi, nel Nazionale^ faceva dell' ironia a spese di que- 
st'ultimo, dichiarando di credere la cosa impossibile, perchè non 
era lecito di credere, che Francesco II volesse formare il ministero 
di Gioacchino Murat, ne che Gioacchino Murai si contentasse che 
lo si fosse formato in modo, da dover essere screditato prima di 
giungere. Ma tutto l'articolo rivelava la preoccupazione e il ti- 



- 367 — 

more di una reazione violenta e sanguinosa, e concludeva : ^11 Re 
vuol ancora resistere ? Ebbene s'accampi coi soldati che gli restan 
fedeli in qualche parte, di dove Garibaldi abbia a passare, e com- 
batta. Noi compiangeremo la sua risoluzione, ma non vilipende- 
remo la sua reale fierezza „ . 

Girolamo Ulloa, alla sua volta, protestava con una lettera 
contro le insinuazioni del Nazionale e contro la voce, che gli fosse 
stata fatta direttamente o indirettamente alcuna offerta di porta- 
foglio, e elle egli l'avesse accettata nell' interesse del Murat. Io 
rispondo con tutta V indignazione di un uomo onesto, egli diceva, 
offeso gratuitamente ; essi mentiscono .... né mai il pretendente di 
Napoli ha trovato un nemico più pronunziato di me. 

Il tentativo dell' Ulloa non riuscì. Ebbe più rifiuti cbe non 
ne avesse avuti l' Iscliitella ; e tra coloro, cbe rifiutarono, fu Giu- 
seppe Aurelio Lauria, consultore di Stato. Si rese ancora più 
manifesta l'impossibilità di formare un governo. I generali, in- 
terpetrando forse il sentimento del Re, che aveva resistito ai 
consigli di tentar la difesa a Salerno o di farla a Napoli, dichia- 
rarono ch'era meglio farla tra Oapua e Gaeta: consigli tutti, 
che si succedevano con vertiginosa confusione. Solo il vecchio 
Carrascosa disse apertamente al Re : ** Se Vostra Maestà mette il 
piede fuori di Napoli, non vi tornerà piìiy^* H futuro storico 
dovrà bene fermarsi su questo punto, per determinare tutte le re- 
sponsabilità militari di quei giorni. Dico tutte, perchè non è giu- 
stizia chiamar capro espiatorio dello sfacelo il solo Pianell, come 
fecero gli scrittori legittimisti. I consigli dei militari erano anzi 
più inconcludenti e contradittorii di quelli dei ministri ; lo spi- 
rito di corpo si era affievolito nei capi più che nei soldati; e 
i capi seguitavano a denigrarsi ed a diffidare l'un dell'altro, ed 
erano venuti quasi tutti in sospetto al Re. Si confidava nei 
battaglioni stranieri, ma anche questi, stranamente accozzati, 
risentivano il generale malessere. Oggi però, spente le ire, si 
può bene affermare che ne i comandanti dei forti ebbero mai 
ordine di bombardare Napoli, come generalmente si temeva 
e forse da taluni si crede ancora ; né l' idea di tentare la di- 
fesa a Napoli fu messa innanzi con precisione e coraggio. Fu 
davvero desolante lo spettacolo, che presentavano in quei giorni 
i capi dell'esercito. Tutta l'azione del ministero mirava invece 
ad impedire la resistenza dentro Napoli, ed era efficacemente eoa- 



- 368 — 

diuvata dal cardinal arcivescovo Sisto Riario Sforza, il quale prega- 
va il Re di non mutare Napoli in un campo di eccidio, e di non ar- 
recar danno alle tante chiese e ai cent'ottanta monasteri della città. 

La mattina del 6 settembre, il Re chiamò Spinelli e parte- 
cipatogli che aveva deciso di ritirarsi con l'esercito fra Capua 
e Gaeta, gli ordinò di scrivere un proclama di addio ai napo- 
letani. Licenziato Spinelli, il Re usci dalla Reggia in un le- 
gnetto scoperto, insieme con la Regina e due gentiluomini. 
Non appariva impensierito ; mentre la Regina sembrava ilare, e 
discorreva con vivacità ora con lui e ora con i due gentiluomini. 
I passanti si levavano il cappello, e i Sovrani rispondevano cor- 
tesemente ai rispettosi saluti. Non vi furono però evviva, né 
dimostrazioni, né clamori. In via di Chiaja, proprio sul princi- 
pio, dovettero fermarsi per un ingombro di vetture e di carri. 
In una delle prime botteghe sotto la Foresteria, oggi prefettura, 
stava allora la farmacia reale Ignone, la quale aveva sull'inse- 
gna i gigli borbonici, ed il cui esercente era stato un noto e 
furioso borbonico. Una scala, poggiata all'insegna, impediva il 
transito delle vetture. Il Re si fermò e vide che alcuni operai, 
saliti sulla scala, staccavano dalla tabella i gigli ; additò con la 
mano a Maria Sofìa la prudente operazione del farmacista, e nes- 
suno dei due se ne mostrò commosso, anzi ne risero insieme. 
Molto più commosso di loro fu il duca di Sandonato, che in quel 
momento passava di là e vide tutto. Il duca racconta la do- 
lorosa impressione che egli provò, assistendo a quella scena. A 
mezzogiorno i Sovrani tornarono alla Reggia. 

Dal tocco alle due, Francesco II ricevette i dodici capibatta- 
glione della guardia nazionale, con alla testa il nuovo comandante 
De Sauget e il sindaco. Comunicò loro la sua risoluzione di lascia- 
re la capitale, perchè, egli disse : il vostro .... e nostro don Peppino 
è alle porte ; li ringraziò per aver mantenuto 1' ordine in Na- 
poli; loro raccomandò di fare altrettanto nella sua assenza, la 
quale riteneva brevissima, e disse infine, che aveva mantenuta la 
promessa loro fatta il 26 agosto, di non dare mai ordini di dan- 
neggiare la città. Parlò commosso, cercando a stento le parole. 
Alle quattro ci fu Consiglio di Stato. Il Re annunciò ufìSlcial- 
mente, che si recherebbe dove chiamavalo la difesa de' suoi le- 
gittimi diritti. I ministri e i direttori presentarono alla firma 



- 369 — 

numerosi decreti, anche di minima importanza, che Francesco II 
firmò, senza osservazione. Ordinò al De Martino di dirigere an- 
cora una protesta alle potenze, e a Spinelli disse che tornasse la 
sera da lui. Spinelli vi tornò, e gii lesse il proclama d'addio e 
la protesta alle potenze. Francesco II approvò l'uno e l'altra, 
anzi del proclama parve cosi soddisfatto, che chiese allo Spinelli 
se lo avesse scritto lui. E avendogli Spinelli detto essere opera 
di don Liborio, Francesco II, secondo narra il Romano stesso a 
sfogo della sua inesauribile vanità, avrebbe risposto : '^ Io me ne 
ero accorto dallo stile ; Romano ha veramente espresso i sentimenti 
dell'animo mioj,. Invece il Romano non lo scrisse, ma lo fece 
scrivere dal prefetto di polizia Bardari. Io ho veduta la bozza 
di quel proclama, di carattere del Bardari, religiosamente con- 
servata dal figliuolo Luciano, giudice del tribunale di Napoli. 
La bozza rivela una circostanza curiosa: il Bardari aveva co- 
minciato così il proclama : Vana è la vita de' Monarchi, ma poi 
mutò pensiero. Al proclama lo Spinelli e il Romano non apporta- 
rono che lievi modificazioni. 

Un'altra vanità del Romano ! Egli affermò nelle sue memo- 
rie, che il Re avrebbe confidato al signor Oarolus, ministro del 
Belgio a Napoli, la intenzione di nominare lui, don Liborio, 
luogotenente con pieni poteri^ come il ministro più popolare, e che 
ne fosse distolto dagli altri ministri, specie dal De Martino ; 
ma ciò non risulta da nessun documento ; e poiché quelle Me- 
morie non sono modello di verità storica, è da ritenere che non 
fosse questa l'idea del Re. 

Fin dalla mattina del 6 settembre si era sparsa la voce che il 
Re partiva. Dal palazzo reale uscivano numerosi carri di bagagli 
e di casse, che, scortati da militari, prendevano la via dì Capua. 
Altra roba si caricava a bordo del Messaggero e del Delfino, 
che ormeggiavano nel porto militare, presso la banchina d'im- 
barco. Gli oggetti di uso trasportati furono molti ; e di preziosi, 
anche molti, come si vede nel Notamento della mobilia, qua- 
dri, oggetti di argento ed altro portato da Francesco II, allorché 
lasciò Napoli nel 6 settembre 1860: documento intimo procura- 
tomi dal mio amico Giovanni Beltrani. * H più prezioso degli 



' Notamente della mobilia, quadri, oggetti di argento ed altro portato 
da Francesco II aDorchè lasciò Napoli nel 6 settembre 1860. 

Dal grande appartamento di etichetta in Napoli. — Un quadro 

Da Gbsàrb, La fino di un Segno • Voi. II. 2A 



— 370 - 

oggetti portati a Gaeta fu quel magnifico quadro di Raffaello, che 
più tardi, come si è detto, il Re donò, o per meglio dire non 
seppe negare all'avido Bermudez e del quale solo rimase a noi la 
magnifica incisione, che ne fece l'Aloysio luvara, pubblicata a 
Roma dalla Calcografia Camerale, nel 1873. Questo quadro fu 
offerto poi dal Bermudez al museo del Louvre, che gli propose 
lire 130 000, ma egli ne pretendeva dugentomila. E poiché la 



su tavola alto palmi 6 ed once 4 % e largo palmi 6 ed once 4 denotante 
l'apparizione della Beata Vergine col Bambino a San Pietro, San Paolo, 
San Giovanni, Santa Caterina ed altra Santa Vergine, sopra di detto qua- 
dro altra tavola centinaia di palmi 6 ed once 4 %, per palmi 3 ed once 2 
ove è dipinto il Padre Eterno con due Angeli; autore Raffaele Sanzio di 
Urbino, con cornice intagliata e dorata contenente due quadri in uno. — 
TJn quadro dipinto su tela, alto palmi 4 ed oncia una, denotante il ritratto 
di Alessandro Farnese; autore Tiziano Vecellio, con cornice intagliata e 
dorata. — Una statua a raezzo busto di marmo bianco, denotante Pio IX, 
poggiata sopra colonna di marmo portasanta con cimasa di marmo sta- 
tuario e zoccolo di marmo portovenere; in fronte di detta colonna vi è il 
camauro, due chiavi. — Un quadro a mosaico di palmi 2 y^ per 2 y^ de- 
notante San Pietro, con cornice di legno riccamente intagliato e dorato. — 
Un'urna col corpo di Santa Jasonia, figura grande al vero di cera ricca- 
mente vestita che trovasi piazzata sotto l'altare della Cappella privata. — 
Un geroglifico simbolico tutto di argento, denotante una base ove poggia 
un libro con sopra l'agnello simbolico, quattro angeli all'intorno, due di 
essi più in alto tengono sospeso un bacile con la testa di San Griovanni 
Battista. — Un quadro a mosaico ovale rappresentante una testa di Gesù 
spirante; copia di Guido Rena, con cornice quadrata dorata e sesti a due 
ordini d'intaglio; autore Giuseppe Michelacci fiorentino 1822. — Un pio- 
colo quadretto ad olio sopra lapislazzuli alto once 4 y^ per once 3 Vg, rap- 
presentante la Beata Vergine col Bambino, cornice di legno ebano, e 16 
pietrine ovali incastrate sul legno di lapislazzuli e corniola, intorno la cor- 
nice ornata di metallo dorata, sulla cimasa un corallo di lapislazzulì. — 
Un cassettino impellicciato di mogano, simile ad un appendi orologi, dentro 
del quale una corona di pietra agata bianca di cinque poste, montata in 
oro con grande medaglia del simile metallo massiccio. — Sessantasei reli- 
quarii e reliquie diverse, che erano in giro alle pareti del suddetto orato- 
rio privato. — Un quadro ovale dipinto su porcellana, denotante il ritratto 
di Luigi XVni con cornice di legno intagliato e dorato. — Un quadro 
dipinto ad olio sopra tela, denotante il ritratto dell'Arciduca Carlo, con 
cornice dorata. — Il vaso di porcellana e le dodici fioriere simili coi ri- 
tratti della Famiglia Borbone tolti dalla giardiniera piazzata in mezzo al- 
l'ultima stanza dello appartamento di etichetta. — Il tavolino tondo della 
fabbrica di Parigi, base quadrata di bronzo dorato, piede a colonna di por- 
cellana con lavori rilevati di rame e foglie dì dattero: su di essa poggia 
il piano, anche di porcellana lumeggiata in oro, con numero nove vedute 
di Parigi. — Il tavolino tutto di bronzo dorato, tondo, con tre piedi a 



- 371 - 

tela non era in buone condizioni, Bermudez ebbe l' infelice idea 
di farla restaurare. Il quadro non trovò più compratori. Egli lo 
depositò al Kensiugton Museum, dove oggi si vede nella sala dei 
dipinti donati, e nel suo testamento dispose di lasciarlo all'ex Re. 
Notevole tra gli oggetti portati via il numero dei reliquarii, che 
ammontarono a sessantasei, oltre ad un'urna, contenente il corpo 
di Santa lasonia, figura in cera, al naturale, riccamente vestita , 



zampe, base triangolare, aulla quale poggiano tre figure alate ed in mezzo 
di essa sorge una colonna scanelata con rame all'intorno e sei gigli; il 
piano di detto tavolino è formato a mosaico con in mezzo una coppa, in 
cui si veggono bere quattro colombi di diversi colori. Della mancanza dei 
suddetti oggetti il Custode signor Natale non ha presentato ricevi, ma 
però le sue assertive sono state fatte presenti gli Aiutanti Custodi ed i 
frottori dei Reali appartamenti, ed i verbali sono stati firmati da Natale 
Pisco e dal Natale. 

Dall'Officio di Tappezzeria. — La cassa con la biancheria che s' in- 
viava nella Real Casina in Ischia nei tempi di villeggiatura, fu nei primi 
giorni di settembre 1860 presa dal signor Ferdinando Romano, Uffiziale 
della R. Controlleria e fatta imbarcare per Gaeta. Essa si distingueva da 
trentotto lenzuola di tela di Olanda, trentotto cusciniere simili, dodici len- 
zuola di tela di lino, dodici cusciniere simili, dodici lenzuola ordinarie, do- 
dici cusciniere simili, dodici tovaglie di turitto, dodici dette più fine e 
trenta mappine. — Sessanta tovaglie tra quelle di fiandra e di turitto, do- 
dici dette di turitto, ventiquattro lenzuola di tela di Olanda, ventiquattro 
cusciniere simili e trenta panni di retret, che esistevano nell'Officio, fu- 
rono egualmente inviate in Gaeta dallo stesso sig. Romano. 

Dalla Tappezzeria di Portici. — Furono anche inviati in Gaeta sei 
materassi e quattro cuscini per Persone Reali, una tavola imbottita ed 
una coverta ricamata. — NB. Per la mancanza degli inventarii dello 
appartamento, che si occupava da Ferdinando II, di quello di Francesco II 
e dell'altro del conte di Trani, nulla può dirsi so sì abbiano o no portato 
oggetti. Allorché perverranno e ne sarà fatto il riscontro, non si man- 
cherà di darne notizia all'autorità superiore. 

Dall'Officio del Credenziere. — L'intiero servizio di argento di 
Francia per sessanta, con due scopette. — Tutto il servizio di argento 
da viaggio per trentasei persone. — Trentacinque zuppiere assortite. — 
Diciannove anime di zuppiere, ed i due coverchi di anime di zuppiere. — 
Centotrentasei piatti diversi, tra quelli per zuppiere, per terine, per por- 
tate e per fiammenghine. — Cinquantasei campane. — Seicentosettantotto 
piattini. — Settanta saline. — Otto salsiere complete. — Una molletta 
per asparagi. — Sessantacinque tra coppini e cucchiai da ragù, e ceppi- 
nette per zucchero. — Millecentoquattordici cucchiai. — Millecentocinqne 
forchette. — Millecentoventitre coltelli. — Centoquaranta posatine com- 
plete. — Otto palette dorate per gelati. — Sessanta cocciole dorate per 
buffet. — Ventiquattro ovaroli con quattro piedistalli. — Dodici surtout — 
Otto recipienti per surtout. — Dugentotto sotto bicchieri. — Centoquattro 



— 372 — 

e senza contare altri numerosi quadri di santi e immagini sacre, 
a dimostrazione ancora una volta della pietà religiosa di Fran- 
cesco. Bisogna tener conto che nel Notamento non sonosegnate 
le casse di abiti e di oggetti personali dei Sovrani. 

Di certo, non tutta questa roba, annotata nell'elenco, fu por- 
tata dal Re a Gaeta. Il documento segna la data del 31 di- 
cembre 1862 e dà luogo a qualche riflessione. Quando fu ese- 
guito l'inventario degli oggetti esistenti alla fine del 1862, 
nella Casa Reale di Napoli, tutte le mancanze furono verosimil- 



sotto bottiglie. — Cento postiglioni. — Dodici lavabiccMeri. — Dodici rin- 
frescatoi. — Otto caffettiere. — Cinque zucclieriere. — Ventisei mollette 
ed altre tre di plaquet dorato. — Millequindici cucchiarini da caffè. — 
Nove vasi dorati. — Undici guantiere. — Nove casseruole. — Due palet- 
te. — Settantuno spiedini. — Sette dejeuner. — Una vivandiera com- 
pleta. — Cinque cassettini in pelle, contenente ognuno dodici forchette per 
le ostriclie. — Diciassette pezzi di piato che dalla Salseria di Caserta fu- 
rono portati in Napoli. — NB. Il servizio di argento di Francia sopra in- 
dicato fu piazzato in ventisei casse, quelle stesse che vennero da Parigi uni- 
tamente al suddetto servizio, e gli altri argenti poi furono piazzati in al- 
tre casse e baulli, che esistevano nell'Officio del Credenziere, ed il tutto 
imbarcato e trasportato in Gaeta dagli Aiutanti dell'Officio Ferri, Naschet 
e Loffredo, i quali han rilasciato al Capo tre notamenti da essi firmati di 
tutti i su menzionati oggetti che dagli impiegati dello Officio del Ragio- 
niere e Pagatore Generale si sono tenuti presenti nel riscontro eseguitosi 
del 25 agosto ultimo. 

Porcellana. — Due insalatiere. — Ventiquattro piatti da zuppa con 
orli dorati. — Cinquanta detti da salvietta, idem. — Quattro tazze da brodo 
con orli dorati. — Sessantadue tazze per caffè e thè. 

Cristalli. — Dodici fruttiere, unitamente ad altrettante di argento. — 
Cinquanta bicchieri verdi pel vino del Reno. — Cinquanta bicchieri per 
champagne. — Un cassettino con una zuccheriera di argento dorato ed 
anima di cristallo. — Sei bottiglie per acqua. — Sei dette per vino. — 
Dodici bicchieri per acqua. — Dodici detti per vino. — Due caraffine lisce 
per scertont. — Cinquanta bicchieri per vino e per acquette. 

Plaquet. — Una zuccheriera. — Una molletta per zucchero. — Quat- 
tro guantiere mezzane dorate. — Quattro panierini per thè. 

Biancheria da tavola. — Dugentottantasei tra grandi mensali, mez- 
zani e piccoli. — Dieci fasce. — Quattromilacentotre salviette di varie 
dimensioni. — Oltre a trentasei tromboni di stagno con fodera di rame e 
due canestre. — NB. La stessa osservazione fattasi per gli argenti vale 
ancora pei suindicati descritti oggetti. 

Dall'officio della Real Cereria. — Centoquindici candelieri di 
argento. — Più altri ventisei come sopra. — Più altri dodici ritirati dal 
conte di Aquila (?) — Cinque casse di legno per trasporto di candelieri — 
Due dette per trasporto della cera. 



- 373 — 

mente comprese in quell'elenco; e poiché eran corsi più di due 
anni, molta roba potè essere stata sottratta, o smarrita per motivi 
diversi. La Reggia di Napoli fu una specie di demanio pubblico 
per qualche tempo. Neppur sembra verosimile che Francesco II, 
il quale partiva con la certezza di tornare al più presto, por- 
tasse via tutta quella roba a Gaeta, dove non vi poteva essere 
penuria di servizii da tavola e da letto, poiché Ferdinando II 
<3on tutta la famiglia vi aveva fatte in quegli anni lunghe dimore. 

Napoli era in preda ad un sentimento misto di curiosità, di stu- 
pore e di terrore. Il Re partiva, ma non seguito da tutta la 
truppa. Rimaneva il nono di linea, comandato dal colonnello 
Girolamo de Liguoro, a Castelnuovo ; il sesto, sotto il comando 
del colonnello Perrone, nei tre forti del Carmine, dell'Uovo e 
di Sant'Elmo; il tredicesimo cacciatori, col maggiore Golisani, 
a Pizzofalcone ; un battaglione di gendarmi e un reggimento 
di marina, col generale Marra, all'arsenale. Questi seimila 
soldati, cosi distribuiti, dimostravano che il Re, pur lasciando 
Napoli e prevedendo che Garibaldi vi sarebbe entrato, si lu- 
singava che i forti sarebbore rimasti in proprio potere. Perciò 
vivissime le apprensioni dei cittadini, non sapendosi come e 
dove si andasse a finire. E giungendo, come al solito, notizie con- 
tradittorie di Garibaldi, e incrociandosi le verità con le bugie e 
le iperboli, e tutti parlando a vanvera e accompagnando le pa- 
role con gesti caratteristici, giuramenti, canzonature e dimo- 
strazioni di paura, gli animi erano invasi veramente dal timore 
del bombardamento della città, ovvero del saccheggio della pleba- 
glia, appena partito il Re. Le famiglie compromesse col vecchio 
regime, e molte famiglie della ricca borghesia lasciarono quindi 
Napoli e ripararono nelle provincie vicine o all'estero. Tutte le 
speranze erano riposte nella guardia nazionale, che si rese ve- 
ramente benemerita dell'ordine pubblico in quei giorni. 

Quel giorno, 6 settembre, cadeva di giovedì, ed era una 
splendida giornata. Nelle ore antimeridiane, fu pubblicato il 
Proclama Reale : 

Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più. 
grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di 
debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di 
tanti monarchi. 



— 374 — 

A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa 
Metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore. 

Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ba invaso i miei 
Stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze Eviropee. 

I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principii nazio- 
nali ed italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di di- 
fendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti cbe ho sempre 
deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili osti- 
lità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e la futura. 

II corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe fin dal prin- 
cipio di questa inaudita invasione da quali sentimenti era compreso l'ani- 
mo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garentirla 
dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e loro proprietà, i sa- 
cri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e 
tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua gran- 
dezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni 
di un tempo. 

Questa parola è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvi- 
cina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una 
parte dell'esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chia- 
ma. L'altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l'onore- 
vole Guardia Nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che 
come un palladio sacro raccomando allo zelo del Ministero. E chieggo al- 
l'onore ed al civismo del Sindaco di Napoli e del Comandante della stessa 
Guardia Cittadina risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei di- 
sordini interni ed i disastri della guerra civile ; al quale uopo concedo a 
questi ultimi tutte le necessarie e più estese facoltà. 

Discendente da Tina Dinastia che per ben 126 anni regnò in queste con- 
trade continentali, dopo averle salvate dagli orrori di un lungo governo 
viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano, né potrei senza 
grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei 
compatriotti. 

Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre 
per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, 
la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia 
Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente 
guerra io ritomi in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla 
giustizia di Dio restituirmi al Trono dei miei maggiori, fatto più splendido 
dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che 
imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici. 

firmato: Francesco. 

Il proclama, con la firma autografa di Francesco II, è posse- 
duto da me. Copiato su carta imperiale, esso fu mandato alla 
firma del Re, che ve l'appose con molti ghirigori, com'egli so- 
leva ; e chiuso in un altro foglio, suggellato col timbro reale, fa 



- 376 — 

rimandato a Spinelli, con questo indirizzo : Signor Ministro, se- 
gretario di statOj Presidente del Consiglio dei Ministri, e sulla 
sopraccarta scritto : pressantissima. Carlo de Cesare, che faceva 
parte del Consiglio dei ministri, ritenne lui questo documento 
storico. 

Ad accrescere la profonda impressione, che destò il proclama 
del Re, si aggiunse il manifesto del prefetto di polizia, Bardari ; 
manifesto rispondente anch'esso alla gravità veramente tragica 
di quell'ora: 

Cittadini ! 

n Re parte. Tra un'eccelsa sventura che si ritira, e un altro princi- 
cipio che, trionfando, si avanza, la vostra condotta non può essere dub- 
biosa. L'una v'impone il raccoglimento al cospetto della Maestà ecclis- 
sata, l'altro esige il senno, l'annegazione, la prudenza, il civile coraggio. 
Nessuno fra voi turberà lo svolgimento degli eroici destini d'Italia; nes- 
suno penserà di lacerare la patria con mani o vindici o scellerate. Invece 
attenderete con calma il di memorando, che aprirà al nostro paese la via 
per uscire dalle ambagi e da' pericoli senza nuove convulsioni, senza spargi- 
mento di sangue fraterno. Quel giorno è vicino; ma intanto la città resti 
tranquilla e non si commova, il commercio prosegua fiducioso il suo corso, 
ognuno rimanga nelle ordinarie occupazioni della vita; tutte le opinioni si 
uniscano nel sublime accordo della patria salvezza. Per vostra tutela la 
polizia è in permanenza; la Guardia Nazionale veglia sotto le armi. 

Cosi, o Cittadini, non renderete inutile il longanime sacrificio di coloro 
che affrontando le crudeli incertezze della situazione, si sono immolati al 
reggimento della cosa pubblica, e deviando i pericoli che sovrastavano alla 
libertà vostra ed alla indipendenza della Nazione, ne furono i vigili e fermi 
custodi. Essi proseguiranno il sublime mandato, e seno certi che la vo- 
stra concordia, l'ordinato vostro procedere, li aiuterà ancora a vincere le 
difficoltà che restano ; son certi che non saranno costretti ad invocare la 
severità della legge contro il dissennato agitarsi dei partiti estremi ; ed in 
tal guisa le nostre sorti saranno compiute, e se la Storia terrà conto del 
patriottismo de' governanti, sarà generosa dispensiera di gloria alla civile 
sapienza di questo popolo veramente italiano. 

Vincenzo Criscuolo era comandante del Messaggero. Chia- 
mato dal Re la mattina del 6, di buon'ora, aveva ricevuto l'or- 
dine di tenersi pronto col suo legno per partire alle sei del giorno. 
Verso le dieci, il Re lo mandò a chiamare di nuovo, perchè le 
navi piemontesi, ancorate nella rada di Santa Lucia, si erano 
collocate con rapida manovra all' uscita del porto militare ; e vi 



- 376 - 

si erano collocate apposta per impedire, come confessa senza 
mistero il Persano, che la flotta seguisse il Re. Si era detto 
a Francesco che il Carlo Alberto e la Maria Adelaide gli avreb- 
bero impedita la partenza, e lo si consigliava di partire incognito, 
con bandiera estera : consiglio che avrebbe dato anche il Romano. 
Oriscuolo però esortò il Re a non partire come un fuggitivo, ma 
su legno proprio e a bandiera spiegata ; e Francesco gli riconfermò 
gli ordini. Il Messaggero, sul quale il Re doveva imbarcarsi, era 
un piccolo avviso della marina militare, di circa 250 tonnellate, 
discretamente veloce, del tutto simile alla Saetta^ e però fu gene- 
rale la opinione che il Re partisse a bordo della Saetta. Cosi 
ritenne anche il De Sivo. Il Persano, benché fosse nel porto di 
Napoli, affermò con la consueta leggerezza che il Re partisse a 
bordo del Colon, uno dei due legni spagnuoli, ma questi legni 
seguirono il Messaggero, e a bordo del Colon prese imbarco il mi- 
nistro di Spagna Bermudez de Castro col personale tutto della 
legazione. 

Francesco II aveva compilato un' elenco piuttosto lungo, 
delle persone di Corte che dovevano seguirlo; ma non tutte ri- 
sposero al supremo appello. Il principe di Bisignano, maggior- 
domo maggiore, si era allontanato da Napoli, come si è detto, 
lasciando la firma e la direzione degli affari al marchese Nic- 
cola Targiani, direttore delle caccie reali. Dei quattro capi di 
Corte, il solo, che si trovò presente, fu il marchese Imperiale, 
cavallerizzo maggiore, al quale il Re disse : " La tua fedeltà alla 
mia persona non la dimenticherò giam,mai ; ma voglio che anche 
tu serbi una memoria di ciò „ e offrendogli il gran cordone del- 
l'Ordine di San Ferdinando, aggiunse: '^ Poche volte credo che 
il motto di quest'Ordine sia stato così bene applicato come alla tua 
persona: fidei et merito „. Nell'elenco dei familiari fu messa 
donna Nina Rizzo, col titolo di camerista, ma Francesco II can- 
cellò quel titolo e vi scrisse di sua mano cameriera. 

Delle guardie del corpo solo diciassette fecero sapere al Re 
che lo avrebbero seguito a Gaeta, e lo seguirono difatti, par- 
tendo la sera stessa per Capua. Altri erano partiti la sera in- 
nanzi col conte di Caserta, il quale, promosso maggiore di ar- 
tiglieria da pochi giorni, aveva il comando di due batterie. Le 
guardie del corpo, rimaste fedeli al Re, furono il conte Luigi 



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Milano, esente maggiore, Giovanni Castellano, Giuseppe e Carlo 
Mazzara, Cesare Mayer, Giuseppe Soalese, Filippo Pironti, Luigi 
Natale Galiani, Luigi Siciliani, Antonio Grosso, Francesco Al- 
tieri, Antonio Ciccarelli, Giulio Pugliese, Alfredo Friozzi, Be- 
nedetto Andreassi, Francesco Laudi, Giovanni Caracciolo del 
Sole e Carmelo Rodino. 

Ci fu altro Consiglio di ministri alle 4 ; anzi si può dire che in 
quel giorno i ministri e i direttori sedessero in permanenza. Spi- 
nelli, annunziata la partenza del Re, dichiarò che era dovere 
di tutti andare a salutarlo. Andarono infatti alla Reggia e fu- 
rono immediatamente ricevuti. Francesco, sorridente e quasi 
scherzoso, fu cortese e abbastanza espansivo. A don Liborio ri- 
volse queste precise parole, che uno dei presenti, stretto congiunto 
mio, ricordava sempre: "7)on L«6Ò, guardai 'w cuollo y^, volendo 
forse intendere: se torno, ti faccio la festa; ovvero, secondo la 
versione data dal Romano stesso nelle sue Memorie •' " Ma ba- 
date al vostro capo „ ; con relativa risposta di lui : " Sire, farò di 
tutto per farlo rimanere sul busto il più che sia possibile „ . Il Re 
stava in piedi e percorreva a passi lenti l'ampia sala. A Giacchi 
disse : " Don Michele Giacchi, mi congratulo ch'ella ha servito molto 
bene il paese „ . E il Giacchi, di risposta : " Ed ho la coscienza di 
aver servito ugualmente bene Vostra Maestà ; che se la Maestà 
Vostra mi avesse fatto V onore di chiamarmi in altri momenti, ed 
avesse ascoltato i miei consigli, non si troverebbe nelle attuali con- 
dizioni y, . Ed avendo il Re replicato : " Voi sognate V Italia e 
Vittorio Emmanuele; ma pur troppo sarete infelici j,', Giacchi ri- 
prese : " Noi abbiamo il corto vedere di una spanna. Il futuro lo 
sa solo Iddio. Vostra Maestà parta in pace, e sia pur sicura che 
questi suoi concittadini non dimenticheranno che la Maestà Vostra, 
col suo allontanamento da Napoli, avrà risparmiato a questa città, 
che le diede i natali, gli orrori della guerra civile „ . Il Re, con 
aria sarcastica, soggiunse: " Grazie, grazie „ . ^ Volgendosi po- 
scia a De Martino, gli diresse poche parole, sorridendo sull'tm- 
potenza della sua diplomazia e gli annunziò di averlo insignito 
dell'Ordine Costantiniano. Con De Cesare fu cortese, ma freddo, 



1 Archivio Giacchi. 



- 378 — 

né fece cenno del colloquio avuto con lui la notte dal 3 al 4 set- 
tembre, e del quale colloquio il De Cesare non aveva mancato 
d'informare i ministri, i quali avevano approvata la sua condot- 
ta. Con Spinelli e Torella fu affettuoso; li ringraziò e loro 
disse di averli nominati cavalieri di San Gennaro. A Spinelli 
aggiunse che, tornando a casa, vi avrebbe trovato qualche ri- 
cordo della sua sovrana benevolenza ; ma questi ricordi in casa 
Spinelli non si videro mai. Francesco II, molto probabilmente, 
aveva dati ordini in proposito ; ma nella grande confusione, che 
segui alla partenza di lui, non vennero eseguiti, ovvero gli 
oggetti destinati allo Spinelli furono altrimenti usati. Tutti era- 
no compresi della solennità del momento. Torella singhiozzava 
in preda alla più profonda commozione. Il solo barone Carbo- 
nelli, direttore dei lavori pubblici, non era presente, perchè sin dal 
giorno innanzi si trovava a Gaeta, per rendersi conto se alcuni 
lavori da farsi colà fossero di competenza del ministero della 
guerra o di quello dei lavori pubblici. Il Re mostrava indifferenza, 
ma era manifesto il grande sforzo che faceva per dominarsi. Non 
si lasciò andare a nessun atto di debolezza, né invitò i ministri, 
come si disse, di seguirlo a Gaeta. Solo al De Martino disse che 
gli avrebbe mandato da Gaeta istruzioni per il corpo diplomatico. 
I ministri e i direttori, senza essere stati ricevuti dalla Regina, 
andarono via pochi momenti prima che i Sovrani scendessero 
alla darsena, in preda anch'essi ad una viva emozione ; e il Giacchi, 
tornato al Ministero, scrisse a sua moglie una lettera, che rivela 
tutta la impressione di quel momento solenne " . . . . Sorto sul mo- 
mento da Palazzo (son le 6 pom.), dove mi son recato coi ministri 
e colleghi, per prendere congedo dal Ee. Ah! che spettacolo su- 
blime ; oh ! le grandezze di questo mondo ! che il Signore ne pre- 
servi da tante insane passioni e ne informi solo alle sue sante leggi. 
Dopo avergli tutti baciato la mano, mi à usata la distinzione di 
chiamarmi in disparte a nome, mi à trattenuto per un bel pezzetto 
8U cose, che come Iddio vorrà, ve le dirò a voce .... Una dinastia 
che finisce f Dimani rassegneremo i nostri poteri a Garibaldi, puri 
e senza macchia ; così possa egli proseguirli .... Per me ò la gran 
ventura di aver salvato il paese e questo è il più gran titolo di 
nobiltà per la mia famiglia . . . . „ ^ Questa lettera dimostra an- 



' Archivio Giacchi. 



— 379 - 

Cora una volta, che il proposito del ministero in quei giorni era 
di far partire il Re da Napoli, per impedire che la città diven- 
tasse il teatro di un eccidio, e la frase iperbolica del Giacchi^ 
di aver salvato il paese, ne è chiara conferma. Don Liborio giu- 
stificava cosi la sua condotta ; e certo l'aver confortato il Re 
alla partenza che Francesco II del resto aveva decisa sin dal 
giorno 2 settembre, in seguito ai consigli di Roma e di Vienna, 
è l'unico titolo di onore per quel ministero disgraziato. La fan- 
tasia più fervida non potrebbe immaginare che cosa sarebbe suc- 
ceduto a Napoli, so il Re vi si fosse difeso, avendo i castelli in 
poter suo , e dalla sua la guarnigione, la plebaglia e le influenze 
del partito borbonico e del clero. Dall'altra parte non vi erano 
cha i dodici battaglioni della guardia nazionale, e la polizìa, cioè 
la camorra divenuta autorità rivoluzionaria, e l'esercito garibal- 
dino, sparpagliato in Calabria, che faticosamente marciava per 
Napoli. 

Un vero ricevimento del corpo diplomatico non vi fu : i mi- 
nistri esteri andarono la mattina alla Reggia, per ossequiare il 
Re, ma non ufficialmente. Andarono il nunzio, monsignor Gian- 
nelli; il ministro d'Austria, conte Szèchènyi; quello di Prus- 
sia, conte Perponcher-Sedlintzky; quello di Russia, il principe 
"Wolkonsky; il ministro di Sassonia, conte Kleist Loos e Caro- 
lu3, ministro del Belgio. Non risulta da alcun documento, né 
da alcuna testimonianza, per quanto io abbia indagato, che il 
marchese di Villamarina si recasse anche lui a salutare Fran- 
cesco Il ; anzi può affermarsi che non vi andò, come non anda- 
rono i ministri di Francia e d'Inghilterra. Il Villamarina aveva 
lavorato col Persano e col Comitato dell'Ordine per impedire 
che il grosso della flotta, che era nel porto, seguisse il Re a Gaeta. 
Le navi erano otto. Nel diario del Persano è riferito tutto il la- 
voro fatto per impedire che quelle navi seguissero il Re, quando 
ne ebbero l'ordine : lavoro ben riuscito, a giudicarlo dai risultati, 
perchè un solo legno, la Partenope, comandata da Roberto Pa- 
sca, esegui l'ordine. Il Persano ne mena gran vanto e ne at- 
tribuisce a sé il maggior merito. Narra pure che verso sera, 
dopo la partenza del Re, il Villamarina andò a chiedergli un 
legno per andare a conferire con Garibaldi a Salerno, e che 
da lui gli fu dato VAutkion, sul quale Villamarina s'imbarcò. 



. — 380 - 

Afferma inoltre che VAuthion tornò in rada la mattina del 7, 
riconducendo il ministro. Ma di questo viaggio non vi sono 
altre testimonianze, ne alcuno di quelli, che erano a Salerno 
con Garibaldi, ricorda di avervi veduto il Villamarina, o di 
a,ver saputo ch'egli vi fosse andato. Il senatore Fasciotti mi as- 
sicurava che il Villamarina non vide Garibaldi che a Napoli, 
due giorni dopo l' ingresso, e solo permise a lui, console sardo, 
di andare, in proprio nome, a salutare il dittatore, al palazzo 
Angri, conducendo seco il figliuolo del Villamarina, Emmanuele, 
che presentò a Garibaldi, il quale fece ad entrambi molte cor- 
tesie. Ho potuto constatare più volte che non tutte le circostan- 
ze narrate dal Persano nel suo diario, circa gli avvenimenti 
di quei giorni, sono esatte, né ciò deve maravigliare, conoscen- 
dosi la leggerezza dell'uomo. 

Due ore prima della partenza, il De Martino aveva comunicata 
ai ministri di Napoli, accreditati presso le Corti estere, la pro- 
testa firmata dal Re e da lui : protesta più gonfia che solenne : 

Da ohe un ardito condottiero, con tutte le forze di che l'Europa rivo- 
luzionaria dispone, ha attaccato i nostri domimi, invocando il nome d'un 
sovrano d'Italia, congiunto ed amico, Noi abbiamo, con tutti i mezzi in 
poter nostro combattuto durante cinque mesi, per l' indipendenza de' nostri 
Stati. La sorte delle armi ci è stata contraria. L'ardita impresa che quel 
sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto 
nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva ne' suoi Stati 
principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa cui tutta Europa, dopo 
aver proclamato il principio di non intervento, assiste indifferente, lascian- 
doci solo lottare contro il nemico di tutti, è sul punto d'estendere i suoi 
tristi effetti sin suUa nostra capitale. Le forze nemiche si avanzano in 
queste vicinanze. D'altra parte la Sicilia e le provincie del continente, da 
lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla rivoluzione, insorte sotto 
tanta pressione, han formato de' governi provvisorii col titolo e sotto la 
protezione nominale di quel sovrano, ed hanno confidato ad un preteso Dit- 
tatore l'autorità ed U pieno arbitrio de' loro destini. 

Forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti intemazionali e sul 
dritto pubblico europeo, mentre Noi contiamo prolungare, sinché ne sarà 
possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacri- 
fizio, per risparmiare gli orrori di una lotta, e dell'anarchia a questa vasta 
metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie, e culla delle arti e della 
civiltà del reame. In conseguenza Noi moveremo col nostro esercito fuori 
delle mura, confidando nella lealtà e nell'amore dei nostri sudditi, pel man- 
tenimento dell'ordine e del rispetto all'autorità. Nel prendere tanta deter- 
minazione, sentiamo però al tempo stesso il dovere, che ci dettano i Nostri 



- 381 - 

dritti antichi ed inconcussi, il Nostro Onore, l' interesse dei Nostri Eredi e 
successori, e più ancora quello dei Nostri amatissimi sudditi, ed altamente 
protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimenti, che 
sonosi compiuti, o si compiranno in avvenire. Riserbiamo tutt'i nostri 
titoli e ragioni, sorgenti da Sacri incontrastabili diritti di successione, e 
dai trattati, e dichiariamo solennemente tutt'i mentovati avvenimenti e 
fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che Ci riguarda 
nelle mani dell'Onnipotente Iddio la Nostra causa e quella dei Nostri 
popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del 
nostro Regno un sol pensiero, che non fosse stato consacrato al loro bene 
ed alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente ga- 
rentito ne sono il pegno. Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a 
tutte le Corti ; e vogliamo che, sottoscritta da Noi, munita del suggello 
delle nostre arme reali, e contrassegnata dal nostro ministro d'affari esteri, 
sia conservata ne' nostri reali ministeri di Stato degli affari esteri, della 
Presidenza del Consiglio dei ministri, e di grazia e giustizia, come un mo- 
numento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all'usur- 
pazione. ^ 

Napoli, 6 settembre 1860. 

firmato : FRANCESCO 

firmato : Giacomo db Martino 

I rappresentanti delle potenze chiesero telegraficamente istru- 
zioni ai rispettivi governi su quel che loro convenisse di fare, 
se lasciar Napoli e seguire il Re a Gaeta, o raggiungerlo. Il Ber- 
mudez aveva telegrafato che, se il governo non gli permetteva 
di seguire Francesco II come rappresentante della Spagna, lo 
avrebbe seguito come privato. Ebbe risposta di accompagnarlo, 
anzi di scortarlo coi due legni spagnuoli, ancorati nel porto. 
Tutti, com'è noto, tranne i ministri di Francia e d' Inghilterra, 
ebbero risposta di andare a Gaeta, e vi andarono difatti e vi re- 
starono durante l'assedio. Bermudez s' imbarcò sul Colon, come 
si è detto, e parti il giorno stesso. 

Tanto per non venir meno alla tradizione, i Sovrani ammi- 
sero al bacio della mano i presenti ; ma la cerimonia parve una 
malinconica parodia di quegli splendidi baciamani, i quali ave- 



^ Questa è la versione italiana dell' importante documento, quale venne 
stampata allora. Il testo ufficiale, in francese, si trova pubblicato in: 
GcKte, Documents officiels, Paris, 1861, pag. 1-3; ma questa versione in 
italiano, è una traduzione fedele, tranne qualche piccola variante di forma, 
del testo ufficiale. 



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vano avuto luogo, per la salita al trono e per il Capodanno del 
1860. Oltre a coloro, che avrebbero accompagnati i Sovrani 
a Gaeta, non più. di una ventina di persone erano accorse alla 
Reggia, tra militari e impiegati di Casa Reale. I servi c'erano 
quasi tutti. Le donne piangevano, e la Regina le confortava, 
dicendo loro : torneremo presto, ciò che pareva avvalorato dalla 
circostanza che la Regina lasciava quasi intatto il suo guardaroba. 
I mille beneficati e i mille cortigiani dell'ora della fortuna, non 
si videro nell'ora della sventura! Al sindaco D'Alessandria il Re 
rivolse speciali raccomandazioni, perchè fosse tutelato l'ordine 
nella città. E mentre quegli ultimi fedeli avevano le lacrime agli 
occhi, Francesco pareva tranquillo e sicuro del prossimo ritorno. 

La partenza era fissata per le sei, e alle cinque e mezzo i 
Sovrani scesero per la scala a chiocciola, detta caracò. Il Re 
dava il braccio alla Regina. Egli vestiva, al solito, la divisa mi- 
litare, e lei, un semplice abito da viaggio, con grande cappello di 
paglia adorno di fiori. Andavano innanzi a tutti. Seguivano 
dappresso il principe Niccola Brancaccio di Rufiano, maresciallo 
di campo e cavaliere di compagnia, del Re ; i tenenti generali 
di Sangro, Ferrari, Statella, Caracciolo di San Vito, Latour e il 
viceammiraglio Del Re : tutti e sei aiutanti generali ; la duchessa 
di San Oosario, dama d'onore della Regina; l'abate Eicholzer, 
suo confessore ; il marchese Imperiale e qualche altro. Per vigi- 
lare gli ultimi preparativi della partenza, il cavalier . Ruiz de 
Balesteros, segretario particolare del Re, i camerieri addetti alla 
persona di Francesco II, Agostino Mirante e Giuseppe Natale, 
e donna Nina Rizzo erano già a bordo. Non vi era però il co- 
mandante Oriscuolo, il quale era sceso a terra alle cinque, e 
mentre tornava a bordo, sul ponte dei Cavalli fu circondato da 
sei sconosciuti, che minacciosamente gì' imposero di non lasciar 
partire il Re. Egli finse di cedere e cosi potè tornare a bordo» 
ma non prima però ohe vi fossero saliti i Sovrani. Fin dalle 
quattro il Crisouolo aveva fatto salpare per Gaeta il Delfino, sul 
quale era caricata la maggior parte del bagaglio dei Sovrani e del 
seguito. Il Delfino era comandato dal nostromo Giacomo Persico, 
persona fidatissima. 

Prima di dare il segno della partenza, il Re ordinò al Cri- 
scuoio di segnalare ai legni della squadra l'ordine di seguirlo a 



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Gaeta. Crisciiolo ubbidì, ma le regie navi non si mossero. Af- 
fettuosi furono gli ultimi addii e molte le lacrime. La Regina 
pareva poco commossa, anzi non perse mai la sua presenza di 
spirito. Alle sei precise, il Mesmggero salpò dal porto di Napoli, 
scortato, a poca distanza, dai due vapori spagnuoli. 



La città era calma: i teatri quasi tutti aperti, ma non af- 
follati. Al San Carlo si rappresentava l'opera II Folletto di 
Gressy e il ballo Margherita Gauthier; ai Fiorentini Michele Per- 
rin ; alla Fenice e al Sebeto La battaglia di Tolosa^ e al San Car- 
lino, Le fìnte inglesi. 



Il ministero, cbe non aveva più alcun carattere ufficiale, ri- 
fiutò le ripetute offerte del Yillamarina, il quale, nello interesse 
dell'ordine pubblico, chiedeva di far occupare la città dai bersa- 
glieri piemontesi, già pronti sulla Maria Adelaide. Si avvisò in- 
vece di chiamare presso di sé il sindaco e il generale della guardia 
nazionale, naturali rappresentanti della città, perchè ne trattasse- 
ro la resa alla forza materiale di Garibaldi, cessando cosi i peri- 
coli della guerra civile, o della dedizione incondizionata al Pie- 
monte. Il principe d'Alessandria e il generale de Sauget furono 
incaricati di recarsi, a tal fine, a Salerno, la mattina seguente 
di buon'ora ; ma prima di essi, furon fatti subito partire due uffi- 
ciali della guardia nazionale, che furono il comandante del primo 
battaglione Achille di Lorenzo, ed il luogotenente Luigi Rendi- 
na, con una lettera diretta a Garibaldi, con la quale il mini- 
stero gli annunciava che il Re era partito, e la dimane di buon'o- 
ra, sarebbero andati a Salerno il sindaco e il comandante della 
guardia nazionale, per prendere gli accordi opportuni circa l' in- 
gresso del dittatore. Il Di Lorenzo e il Rendina partirono da 
Napoli con la ferrovia, alle sette. Non trovarono novità a Por- 
tici; poche bandiere tricolori a Torre del Greco e più a Torre 
Annunziata, dove uno sconosciuto, che viaggiava nello stesso 
vagone, toltosi l'abito borghese, si mostrò con la camicia rossa ; 
e, montato sul tetto del treno, cominciò a gridare furiosamente : 
Viva l'Italia e Viva Garibaldi. A Pagani fu fatto però discendere, 
perchè la stazione seguente, quella di Nocera, era occupata dai 



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caociatori bavaresi. A Cava, dove scesero, percliè ultimo limite 
della ferrovia, i due ufficiali videro bandiere e lampioncini tri- 
colori, e seppero che Q-aribaldi era giunto a Salerno sin dalle 
cinque e aveva preso alloggio all' Intendenza. Arrivarono a 
Salerno che erano le dieci, e facendosi largo nella folla, la quale 
poco tempo prima aveva fatto scempio della statua di Ferdi- 
nando II, che era nel cortile del palazzo, furono ricevuti da Cosenz, 
perchè Garibaldi dormiva. Consegnarono la lettera a Cosenz, 
il quale disse loro di tornare fra due ore, per la risposta ; torna- 
rono e seppero che Graribaldi li avrebbe ricevuti l' indomani 
alle sei, e che intanto telegrafassero al sindaco e al comandante 
della guardia nazionale che il dittatore li attendeva al più pre- 
sto, e partissero perciò immediatamente. Telegrafarono a Spi- 
nelli e ne ebbero in risposta che D'Alessandria e De Sauget sareb- 
bero arrivati la mattina, di buon'ora. Garibaldi intanto tele- 
grafò a Liborio Romano, in questi termini: 

Al signor Ministro dell'Interno e della Polizia — Napoli. 

Appena qui giunge il siudaco ed il comandante la Guardia Nazionale 
di Napoli, clie attendo, io verrò fra voi. In questo solenne momento vi 
raccomando l'ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un 
popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei propri diritti. 

n dittatore delle Due Sicilie 
Giuseppe Garibaldi. 

Liborio Romano gli rispose col telegramma seguente : 

All' invittissimo general Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, Liborio Ro- 
mano, ministro dell'interno e polizia: 

Con la maggior impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla 
il Redentore d'Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e ipro- 
prii destini. 

In questa aspettativa, io starò saldo a tutela dell'ordine e della tran- 
quillità pubblica: la sua voce, già da me resa nota al popolo, è il più gran 
pegno del successo di tali assunti. 

Mi attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto 

Di Lei dittatore invittissimo 
Liborio Romano. 



- 385 — 

Intanto il Messaggero filava verso Gaeta. Nel canale di Precida, 
sull'imbrunire, incontrò il resto della flotta. Erano le fregate a 
vapore Fieramosca, Ruggiero, Sannita e Guiscardo, sotto il comando 
del capitano di vascello Carlo Longo, che si trovava a bordo del 
Fieramosca. Queste navi erano partite nella notte del 4 al 5 da Na- 
poli, dopo che il Re aveva fatto assicurare gli equipaggi, che andar 
vano a formar crociera fra Cuma e Precida, e non sarebbero andati 
più oltre ; il che fu necessario di assicurare, perchè gli equipaggi 
non volevano partire, temendo di non tornare più a Napoli. 

Per mezzo del portavoce il Re fece ordinare al Guiscardo, 
più vicino al Messaggero^ di mandare il comandante a bordo. 
Questi era il capitano di fregata Federico Martini, che andò dal 
Re e n'ebbe l'ordine di cambiar rotta per Gaeta. Nello stesso 
tempo il Re ordinò al Criscuolo di far scendere in mare una 
lancia con un ufficiale di bordo, per comunicare le stesse dispo- 
sizioni agli altri bastimenti. Il Martini non tacque ohe, all' annun- 
zio di cambiar rotta, si sarebbe facilmente ribellato l'equipaggio 
della sua nave ; ma Francesco rispose che non lo credeva, e in- 
vitò l'ammiraglio Del Re di andare a bordo del Guiscardo a 
verificare le cose. Il Del Re vi andò col Martini, e appena co- 
municò agli ufficiali l'ordine del Sovrano di seguirlo a Gaeta, 
si levò un coro di proteste, alle quali fece eco una parte della 
ciurma. Il Del Re disse : ho capito^ e tornò a bordo del Mes- 
saggero ^ a riferire quel che aveva visto e ascoltato. Nò mag- 
gior fortuna ebbe l'ordine mandato per mezeo della lancia alle 
altre tre navi, anzi il comandante di una di queste rispose, che 
per poco non prendeva a cannonate la lancia e quelli che vi eran 
dentro. Cosi brutale risposta non fu riferita dal Criscuolo al Re, 
il quale però la intuì. Le quattro navi proseguirono la rotta 
per Napoli, dove giunsero festeggiatissime. Il giorno seguente, 
per decreto di Garibaldi, furono aggregate alla squadra nazionale, 
sotto gli ordini dell' ammiraglio Persane. Gli ufficiali vennero 
confermati nei loro gradi, dopo che ebbero prestato giuramento 
di fedeltà a Vittorio Emanuele, a bordo della Maria Adelaide, 
Pochi giorni dopo, le navi cambiarono nome. 

La Partenopea fregata a vela, partita quasi contemporanea- 
mente al Messaggero, giunse a Gaeta la mattina del giorno 8. 
Persane afferma averla fatta partire per la poca sua importanza, 
non senza aggiungere cinicamente : ce la prenderemo a suo tempo. 

Dx CzsARx, La fin» di un Regno • Voi. n. 8B 



— 386 — 

Durante la traversata, non vi furono a bordo refezioni, ne 
conversazioni. Nessuno osava rompere quel triste silenzio. Verso 
le dieci la Regina si ritirò in un camerino di coperta, e sdraiatasi 
sopra un sofà, accennò ad assopirsi, vestita com'era. Il coman- 
dante non ebbe il coraggio d'invitarla a ritirarsi in luogo più 
adatto, né andò molto ch'ella fu vinta dal sonno. Il Re passeg- 
giava con la testa china, solo ; e il Criscuolo, per non disturbarlo, 
salì sul ponte di comando a fumare. Il mare era tranquillissimo. 
Verso mezzanotte, non sentendo più camminare il Re, Criscuolo 
chiese al cameriere Mirante : " Agostino, il Re dorme .^ „ — " >S« „ 
egli rispose ; ma, dopo pochi minuti, ecco riapparirlo, ed accosta- 
tosi al Criscuolo, gli disse : " Vincenzino, io credo che l'armata na- 
vale mi abbia interamente tradito, e quindi nessuna delle navi, da 
noi chiamate, ci seguirà a Gaeta „ . Criscuolo, per confortarlo, gli 
rispose di non dividere tali apprensioni, mentre sapeva bene che 
neppure tutto l'equipaggio del Messaggero era completamente fede- 
le, tanto che egli aveva dovuto ricorrere a qualche minaccia, per- 
chè il fuochista e altri marinari facessero il loro dovere. Il Re ag- 
giunse : " / napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; 
io però ho la coscienza di aver fatto sempre il mio dovere, ma però 
ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere „ . E ad alcune 
parole confortanti ripostegli da Criscuolo, soggiunse : " Io non so 
come il rimorso non uccide tutti quelli che mi hanno tradito ; 
solo Dio, caro Vincenzino, potrà compensare la tua fedeltà ; io però, 
dal canto mio, mai ti dimenticherò „ . Poi gli chiese : " Dov^ è la 
signora .^ „ e saputolo, si maravigliò che la Regina dormisse 
in quel camerino, dove a quell' ora doveva sentir freddo. " An- 
diamo, riprese, e persuadiamola a ritirarsi „. Entrarono infatti nel 
camerino, ma visto che la moglie dormiva, Francesco II non volle 
svegliarla ; e solo, per difenderla dalla brezza notturna, si tolse 
un piccolo mantello, che aveva sulle spalle e glielo stese sopra. 
Erano le due dopo la mezzanotte. 

All'alba del 7 settembre, Di Lorenzo e Rendina furono pre- 
sentati da Cosenz a G-aribaldi, che loro fece cordialissima acco- 
glienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del coman- 
dante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di 
vedere. Né tardarono a giungere, accompagnati da Emilio Ci- 
vita, segretario del Romano, da Domenico Fermante, capobatta- 



— 387 - 

gliene della guardia nazionale e dall' ispettore di polizia Cozzo- 
longo. Garibaldi li ricevette, circondato da Cosenz, Bertani, 
Missori e Nullo. Prese il primo la parola De Sauget, e disse che 
Napoli attendeva l'arrivo del dittatore, ma che a lui sembrava 
più opportuno che l'arrivo fosse rimesso al giorno dopo, per aver 
tempo di tornare a Napoli e occupare con la guardia nazionale 
i posti militari della città. Ed avendogli Garibaldi ansiosamente 
chiesto : " Ma Napoli non mi attende per oggi ? „ De Sauget 
rispose, che i napoletani ignoravano ancora la presenza di lui a 
Salerno ; né fu che dopo quest'assicurazione, che Garibaldi con- 
senti di malavoglia a ritardare di un giorno il suo ingresso 
a Napoli, fi chiedendogli il De Sauget istruzioni per il servi- 
zio di piazza, rispose il dittatore, quasi infastidito : " Intorno 
a tatto ciò se la senta col generale Cosenz .... col generale Co- 
senz (riscaldandosi) cK è uno dei migliori generali d' Italia, quan- 
tunque si ostini a portare ancora i distintivi di colonnello „. In- 
fatti Cosenz portava una giubba di fanteria e un berretto da 
colonnello. De Sauget replicò : " Non dica a me, generale^ chi 
è Enrico Cosenz ; io lo conobbi fin da quando era in collegio, e 
so quanto vale „ . E Garibaldi : " Se lei lo ha conosciuto in col- 
legio, io V ho conosciuto sul campo di battaglia „ . Dopo questo 
dialogo, Civita narrò i dissapori scoppiati la sera innanzi fra i 
due Comitati, i maneggi di Villamarina per far occupare la città 
dai bersaglieri piemontesi, la condizione anormale del ministero, 
di cui solo una piccola parte era rimasta in piedi, l'assenza di 
ogni governo e infine gli accordi, nei quali erano venuti i due 
Comitati, di costituirsi in governo provvisorio sino all'arrivo del 
dittatore : governo provvisorio formato da quegli stessi, ai quali 
Garibaldi, con suo dispaccio da Auletta,. si era indirizzato, invo- 
cando la concordia tra i liberali e invitandoli a formare un Co- 
mitato unico. 

Informato Garibaldi di tutto questo, si levò impetuosamente 
e disse : Napoli dunque corre dei pericoli : bisogna andarci oggi, 
anzi sul momento. E a nulla valsero le preghiere del De Sauget 
e le insistenze del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere 
Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di 
Napoli dai soldati borbonici. Il giovane Eugenio Assanti, te- 
nente della guardia nazionale di Napoli, giunto anche lui da 
Napoli, sostenjpva che si dovesse partir subito rimproverando 



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quelli che si mostravano contrarli. Ma ciò clie fece decidere 
Garibaldi a partire su due piedi, fu la notizia della costi- 
tuzione di quel Comitato, che lo aveva proclamato dittatore 
delle Due Sicilie ! Credeva che fosse una manovra di Cavour e 
dei cavurriani, benché ne facessero parte il Libertini, il Eicciardi 
e l'Agresti, tutt'altro che cavurriani. E tanto se ne adirò che, 
appena giunto a Napoli, e sentito dal Romano che quella procla- 
mazione era stata fatta a consiglio di Silvio Spaventa, ne or- 
dinò l'arresto, che non fu eseguito, perchè la notizia non era 
vera. La partenza di Garibaldi fu telegrafata a Napoli da De 
Sauget, il quale ordinò pure che i battaglioni della guardia na- 
zionale si raccogliessero presso la stazione. Nelle prime ore del 7 
settembre il Romano aveva fatto affìggere quest'altro manifesto : 

AL POPOLO NAPOLETANO. 
Cittadini ! 

Olii vi raccomanda l'ordine e la tranquillità in questi solenni momenti 
è il liberatore d'Italia, è il generale Garibaldi. Osereste non esser docili a 
quella voce, cui da gran tempo s' inchinano tutte le genti Italiane ? No cer- 
tamente. Egli arriverà fra poeto ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne 
otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella 
cui cittadino italiano possa aspirare. 

Io quindi, miei buoni Concittadini, aspetto da voi quel che il dittatore 
Garibaldi vi raccomanda ed aspetta. 

Napoli, 7 settembre 1860. 

Il Ministro deU' Interno e della Poliz. Qen. 

Liborio Romano. 



Si parti da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale 
e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Ga- 
ribaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano 
con altro legno a tutta corsa, per telegrafare al capostazione 
di Cava di far sgomberare dai bavaresi la stazione di Noe era, ma 
questi n'erano partiti la notte, avendo saputo che Garibaldi era 
giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto, veramente, che 
l' inglese Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel 
fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava 
chiesero del sindaco, che era il giovane marchese Atenolfì, ma 
questi, che aveva veduto Garibaldi la sera innanzi a Salerno, 



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«ra partito per Napoli con la prima corsa, accompagnandovi il 
colonnello Ludovico Frapolii, mandato a prendere possesso degli 
uffioii telegrafici. L'Atenolfi, che poi fu deputato ed oggi è se- 
natore del Regno, accompagnò il Frapolii da Liborio Romano, 
il quale rispose che non aveva alcun potere per consegnare al 
Frapolii il servizio telegrafico dello Stato; ma saputosi che Ga- 
ribaldi arrivava a mezzogiorno, il Frapolii, accompagnato sempre 
dall' Atenolfi, andò all'ufficio centrale dei telegrafi, che era a 
San Giacomo, e, senza tanti complimenti, ne prese possesso in 
nome del dittatore. 

A Cava, Garibaldi giunse alle 11. Impossibile descrivere 
l'ultima tappa di quel viaggio. Garibaldi, D'Alessandria, De 
Sauget, Cosenz, Di Lorenzo, Civita, Bertani, Nullo, Missori, Ren- 
dina, Gusmaroli, Ferrante, il padre Pantaleo in abito francescano, 
con fascia tricolore, pistole e sciabola; Mario, Canzio, Stagnetta, 
gli ufficiali della guardia nazionale di Napoli, Luigi de Monte, 
Francesco Ferrara ed Eugenio Assanti, l' inglese Peard, Niccola 
Mignogna e Pietro Lacava : ecco tutto l' esercito e il seguito 
del dittatore. Presero posto confusamente in due saloni e in 
altre carrozze, e si partì con treno speciale, anzi specialissimo, che 
procedeva lento fra due muraglie umane, dalle quali partivano 
grida di febbrile commozione. A Cava segui una scena curiosa. 
Tutte le donne, vecchie e giovani, vollero baciare Garibaldi sulle 
guance, e il generale lo permise. A Nocera quel capostazione 
fece passare 1' ultimo treno di cacciatori bavaresi della retro- 
guardia nei magazzini di deposito, per far passare il treno 
trionfale della rivoluzione. Garibaldi, richiesto dove volesse al- 
loggiare a Napoli, rispose : " io vado dove vogliono; solo desidero, 
appena arrivato, di visitar San Gennaro „. Dopo Portici, il treno 
si fermò bruscamente. Tutti si affacciarono agli sportelli, per 
vedere che cos'era, e videro un ufficiale di marina che s'avan- 
zava, correndo e gridando: '^ Dov'è Garibaldi? „ Garibaldi ri- 
spose: ^Dev'essere il capitano del '^ Calatafimi j, lo facciano ve- 
nire „. Appena giunto, il capitano, che non era quello del 
" Calatafimi „ , ansante per la corsa fatta, disse al dittatore : " Lei 
dove vai È impossibile ch'entri in Napoli; vi sono i cannoni 
dei borbonici puntati contro la stazione „. E Garibaldi, tranquil- 
lo: ^ Ma che cannoni; quando il popolo accoglie in questo modo, 
non vi son cannoni; avanti „. Il capitano non osò dire altro, né si 



— 390 — 

seppe chi ve V avesse mandato, né chi fosse. Il diario del Persano, 
pur cosi ricco di particolari insulsi, non ne fa motto. Dei super- 
stiti nessuno sa dire di più. Quell'ufficiale intendeva forse parlare 
delle batterie del Carmine, ma l' incidente fini in una risata ge- 
nerale. Presso alla stazione di Napoli, De Sauget, vedendo 
molti operai ferroviarii, disse al Rendina : " È imprudente far 
discendere Garibaldi in mezzo a costoro, che son tutti soldati con- 
gedati e impiegati borbonici; appena il treno si fermerà, corri 
fuori la stazione e fa entrare il primo battaglione di guardia 
nazionale, che troverai, perchè faccia cordone ; io pregherò Gari- 
baldi di attendere „. 

Ma, fermato appena il treno, Garibaldi disse : " Scendo un 
momento per soddisfare un piccolo bisogno j^] e mentre Rendina 
saltava giù da uno sportello, per eseguire l'ordine di De Sauget, 
Garibaldi scese dallo sportello opposto ; ^ ed ecclissatosi per 
un momento, ricomparve in mezzo a tutti, calmo e bonario. 
Don Liborio era alla stazione, coi direttori De Cesare e Giacchi e 
nessun altro ministro. Era il tocco dopo mezzogiorno. Domenico 
Ferrante li presentò a Garibaldi e il Romano recitò i primi periodi 
di un indirizzo, che poi fu stampato e diffuso. Garibaldi strinse 
la mano a lui e ai direttori ; avrebbe voluto avere con se don Li- 
borio nella carrozza, ma li separò la folla, che nessuno riusciva 
più a contenere. Il sindaco d'Alessandria disparve. La guardia 
nazionale era stretta in mezzo da una moltitudine invasata. Già 
fin dalle 10 della mattina si raccoglievano nelle vie, che da To- 
ledo vanno alla stazione, gruppi di popolani con bandiere d'ogni 
grandezza, mazze e stendardi. Si assisteva a scene esilaranti, 
anzi grottesche. Il conte Giuseppe Ricciardi, in piedi, dentro una 
carrozza, agitando una bandiera tricolore, urlava per Toledo : " A 
mezzogiorno arriva il dittatore ; tutti alla stazione „ . Aveva persa 
la voce, quando, scorto il più giovane dei fratelli Cottrau, Ar- 
turo, in uniforme di guardia nazionale, gì' impose di salire in 
carrozza con lui, gli affidò la bandiera e dai robusti polmoni di 



1 II particolare è riferito, con parole ancora più veristiche, da Luigi 
Bendina, in due sue lettere sull'entrata di Garibaldi a Napoli, pubblicate 
nella Lega del Bene (dicembre 1888 e gennaio 1889), insieme ad altri aned- 
doti non privi di qualche curiosità. 



- 391 — 

Arturo Cottrau fece continuare a gridare : " A mezzogiorno arriva 
il dittatore; tutti alla stazione „. La nota popolana Sangiovan- 
nara, andava anche lei in carrozza, alla stazione, seguita da gran 
folla di popolani della Pignasecca con bandiere, grandi coccarde e 
picohe. Nel momento dell'arrivo del treno fu tanta la confusione, 
ohe Cosenz, al quale Garibaldi aveva ordinato di cavalcare ac- 
canto a lui, ne fu separato, ne lo rivide sino alla sera. A Cosenz 
fu offerto uno dei cavalli, preparati per il dittatore e i suoi uffi- 
ciali. Egli vi montò, e accompagnato dal capitano Carlo Co- 
lonna, entrò in Napoli, percorrendo la via della Marina e rice- 
vendo dalle sentinelle del Carmine il saluto militare. Smontò 
ad un palazzo al Grottone, dove abitava sua madre, ch'egli era 
ansioso di riabbracciare dopo dodici anni. ^ Garibaldi arrivò alla 
Foresteria due ore dopo, perchè gli fu impedito di montare a 
cavallo, e invece percorse il lungo cammino in carrozza, a passo 
lento, non potendo i cavalli aprirsi che a stento la via. Nella 
carrozza del dittatore non vi era dunque né il Cosenz, che parti 
prima, né il sindaco di Napoli, e neppure il Romano, perchè la 
folla enorme li aveva separati da Garibaldi. Vi montò invece 
Demetrio Salazaro, che faceva sventolare un bandierone, quello 
stesso preparato per i funerali di Guglielmo Pepe, e che aveva 
da una parte il cavallo sfrenato, emblema di Napoli e dall'altra, 
il leone di San Marco: bandiera che Garibaldi baciò, dicendo: 
presto saranno liberati i nostri fratelli. E montarono altri dei 
quali non si ha memoria. Alcuni di questi particolari furono 
riferiti in una corrispondenza da Napoli al Journal des Débats, 
in data 7 settembre, pubblicata il 15 di quel mese, e da un opu- 
scolo del Salazaro. ^ I giornali del tempo non danno alcun par- 
ticolare. Garibaldi, in piedi nella carrozza, pareva dominasse 
quella fiumana di popolo frenetico. Pietro Lacava, uno dei pochi 
superstiti, oggi ministro dei lavori pubblici e che segui Gari- 



^ Devo questi ultimi particolari alla grande amicizia, che mi legò al 
generale Enrico Cosenz, uno degli uomini più. benemeriti e più modesti del 
Kisorgimento nazionale, e cosi schivo a parlare della gran parte da lui 
avuta nell'impresa garibaldina, che, nonostante le insistenze degli amici 
più intimi, non si decise mai a scrivere i suoi ricordi. 

' Cenni sulla rivoluzione siciliana del 1860. — Napoli, Stabilimento 
tipografico di K Ghio in Scmta Teresa agli Studi!, 1866. 



— 392 — 

baldi da Casalnuovo a Napoli, confessa che quello fu lo spetta- 
colo più grandioso, al quale abbia assistito. 

Alle sei di quella stessa mattina, Francesco II e Maria Sofìa, 
dopo dodici ore di navigazione, arrivarono a Gaeta. Furono 
ossequiati a bordo dai principi, dalle autorità e dai principali 
fuggiaschi. Alle nove scesero a terra e, all' ingresso del piccolo 
palazzo reale, trovarono la Regina madre, le principesse e il 
padre Borrelli. Questi, piangendo, baciò e ribaciò la mano del 
Re, che gli disse : " Ricordo^ padre Borrelli, ciò che mi dicesti a 
Portici la sera del 24 giugno „ . E il padre Borrelli : " Se Vostra 
Maestà non è stato un gran Re in terra, sarà un gran santo in 
Cielo y,. Cosi finiva il Regno delle due Sicilie, e finiva di re- 
gnare, dopo 126 anni, la dinastia dei Borboni. 



INDICE -SOMMARIO 



Capitolo I Pag. 3 

Francesco II sale al trono — Proclama reale e ordine del giorno al- 
l'armata di terra e di mare — Le prime nomine — Gli speranzosi nel nuovo 
Ee — Il ministero Filangieri — Il trasporto funebre di Ferdinando — I 
funerali in Napoli e in Sicilia — Un epigramma — Il principe di Sa- 
triano e le sue idee politiche — Prime riforme — La rivolta del Collegio 
medico — L' insurrezione degli Svizzeri — Lo sgomento della famiglia 
reale — Gli Svizzeri a Capodimonte — Maria S ofia dà prova di coraggio — 
L'eccidio al campo di Marte — Le cause dell' insurrezione — Un po' di sto- 
ria inedita — La famiglia reale dopo la morte di Ferdinando II — La Regina 
madre — Le sue gelosie e le sue irrequietezze — Aneddoti — Abitudini di 
Maria Teresa e suo difetto di pronunzia — Maria Sofia regina — La cospi- 
razione per il conte di Trani — Filangieri ne parla al Ee — Incidente 
fra Maria Teresa e Filangieri — Francesco II e Maria Sofia — Gli " strate- 
ghi „ — Un aneddoto — Francesco II e il suo misticismo. 

Capitolo II Pag. 31 

Le prime feste per il nuovo Sovrano — Francesco II e Maria Sofia 
al duomo — La cerimonia religiosa — Poesie di circostanza — Il solenne 
baciamano alla Eeggia — Un incidente comico — La gala al San Carlo — La 
Danza inaugurale — Altre gale e le nuove monete — Nuovi lavori in Napoli 

— Inaugurazione dell'anno scolastico al Gesù Vecchio — Il discorso del pa- 
dre Ibello — Le nuove cattedre universitarie — Gli studii privati — 
L'esame di catechismo ai medici — Un epigramma — Il programma po- 
litico di Filangieri — La venuta del conte di Salmour — Salmour, Filan- 
gieri e Ferdinando Troja — Una risposta caratteristica di Troja — Le 
intenzioni del Ee — Lettera inedita di Salmour a Cavour — I versi di 
don Geremia Fiore — Francesco II respinge il progetto di Costituzione, 
presentatogli da Filangieri — Testo del progetto — Filangieri si dimette e 
si ritira a Pozzopiano — Una lettera di Francesco II — La venuta di Eo- 
guet — Lettere di Filangieri e di Brenier — Mutazioni del ministero — 
Il campo militare ai confini d'Abruzzo e la stazione navale a Giulianova 

— n principe di Cassare succede a Filangieri — Leggerezza stupefacente 



- 396 — 
Capitolo III Pag. 61 

Esposizione artistica del 1859, paragonata a quella del 1855 — Pittori 
e scultori che vi presero parte — Il Bozzelli critico — Morelli, Malda- 
relli, Celentano, Mancinelli, Vertunni e Di Bartolo — Il conte di Siracusa 
e Alfonso Balzico — Il pensionato di Eoma e l'istituto di belle arti — I 
fratelli Palizzi e la scuola di Filippo — I morti e i superstiti — L'ordina- 
mento degli scavi d'antichità e del Museo d'archeologia — Giuseppe Fio- 
relli e i suoi casi del 1848 — • Processato, imprigionato e destituito — 
Lavora in un negozio di asfaltista per campare la vita — Diviene segre- 
tario del conte di Siracusa — Quanto l' Italia gli deve ! — Il prosciuga- 
mento del Fucino e il principe Torlonia — Varie vicende dell' opera — La 
medaglia di Vittorio Emanuele. 



Capitolo IV Pag. 81 

Le ferrovie nel Eegno — Come si costruivano e si esercitavano — Le 
stazioni — L'armamento delle rotaie — L'episodio del capostazione Mar- 
riello — Il macchinista reale Coppola — Il segnale umano nei viaggi del 
Ee e un incidente — GÌ' impiegati ìqttoyS&tì fedelissimi — Una grazia con- 
cessa — Le vetture reali — Uno scontro a Cancello — Parole di Mari» 
Teresa a Coppola — Il direttore Fonseca — L'amministrazione ferroviaria — 
I biglietti, il loro prezzo e gli orarii — Disposizioni curiose — Le conces- 
sioni ferroviarie di Francesco II — I riordiUatori delle ferrovie napoletane 
nel 1861 — L'ultimo Decurionato — Lettere di Eomano e di Garibaldi al 
principe d'Alessandria — L'ultimo bilancio del Decurionato — Le entrate 
e le spese — Le spese di culto — I regali al Ee — Le opere pubbliche — 
Le spese per le nozze e per la salita al trono di Francesco — I rapporti 
tra il nuovo Ee e il Decurionato — Un incidente caratteristico al baciamano 
— n Decurionato perde un privilegio — Gli uffici municipali a San Giaco- 
mo — Il vecchio Decurionato e il nuovo Municipio — Il Eisanamento — 
I due sindaci più benemeriti. 



Capitolo V Pag. 97 

La vita nelle Provincie — Galantuomini e non galantuomini — Vec- 
chie e nuove giamberghe — Il giuoco e la beneficenza — I nobili nelle 
Provincie — Napoletani e provinciali — La proprietà fondiaria e gli affit- 
tuari — Latifondisti e piccoli possidenti — La vita economica — Le con- 
greghe e le loro rivalità — La settimana santa — Tipi caratteristici e un 
reduce di Antrodoco — Le esteriorità della ricchezza — La carrozza, la 
mensa e la casa — Pinacoteche private — Centri di maggiore civiltà e di 
cospirazioni liberali — Aquila e Lecce — Le feste religiose — Epigramma 
per la festa di San Giustino a Chieti — Seminari e collegi — Eicordi e con- 
fronti — Il fenomeno di Daniele Nobile a Chieti — La cultura e le tendenze 
— Trionfavano i reazionari — Particolari sugli attendibili — L'educazione 
dei giovani — I viaggi in Puglia e le bettole di Ariano — L' insicurezza 
delle strade — I teatri — Interessi e bisogni pubblici — Le autorità nei 
Comuni: sindaci, primi eletti e capi urbani — L'indifferenza delle autorità 
•superiori — Confronti. 



- 397 - 
Capitolo VI. Pag. 121 

La vita mondana a Napoli — Il baciamano del 1° gennaio 1860 — La 
stagione teatrale al San Carlo e negli altri teatri — Il Caffi d' Europa — 
H Caff^ della Perseveranza e della Oran Brettagna — Bicordi e aneddoti 

— Le notizie politiche e il Comitato dell'Ordine — Come nacque e chi gli 
dette il nome — Teodoro Cottrau e Giuseppe Gravina — Arresti od esilii 

— Le burle alla polizia — La vita mondana a Palermo — Le nozze della 
Stefanina Starrabba di Rudini — I " saloni „ e le botteghe di moda — I 
Caffè d'Oreto e di Sicilia — Le villeggiature dei signori — Il giuoco del 
lotto — La vita sociale a Catania — Teatri, alberghi e club» — Le signore 
più belle e i giovani più eleganti — L' irrigazione della piana di Catania 

— L'intendente Panebianco e il suo carteggio intimo con Maniscalco — 
La vita di Messina — Peste religiose e mondane — La Madonna della Let- 
tera — Due Sindaci — Maturano i nuovi tempi — Apparenze e realtà. 

Capitolo VII Pag. 161 

La cospirazione liberale in Sicilia — Dimostrazione per la vittoria di 
Solferino — Incidente di Maniscalco al Club dell'Unione — Il primo Co- 
mitato Liberale — La tradizione rivoluzionaria di Palermo — Le squadre 

— Il tentativo insurrezionale di Giuseppe Campo nell'ottobre del 1859 — 
Eapporto di Castelcicala e nota del Ee — I liberali e Maniscalco — At- 
tentato di Farinella contro la sua vita — Particolari — Eiorganizzazione 
del Comitato — Mazzini e Crispi da una parte, Giuseppe La Farina dal- 
l'altra — Enrico Benza a Palermo — Curioso rapporto di Castelcicala — 
I nobili entrano nella cospirazione — Il padre Ottavio Lanza — Il testa- 
mento del principe di Scordia e Butera — Si fa un Comitato unico — Il 
vecchio barone Pisani — Si provvedono fondi, fucili e bombe — I prepa- 
rativi di Francesco Riso — L'inchiesta di Pisani juniore — L' opera della 
polizia — Si delibera d' insorgere il 4 aprile — Il piano dell' insurrezione 

— 'U zu Piddu Mantieri — Arresti e perquisizioni — Come la polizia sco- 
pri il complotto — Un verbale dell' ispettore Catti — La verità, storica — 
Le precauzioni del Governo. 

Capitolo Vili Pag. 173 

L' alba del 4 aprile — Le impazienze di Salvatore La Placa — Il pri- 
mo conflitto con la truppa — Francesco Eiso esce dal convento — É fe- 
rito e arrestato ■ — Si arrestano i frati — La loro innocenza — La repressione 

— I tredici fucilati — I nobili arrostati in casa Pignatelli — Particolari 
circa l'arresto del padre Lanza — Importante lettera del barone Pisani — 
Curiose vicende del processo Eiso — Le tre deposizioni di lui nel testo 
originale — Testimonianza del padre Calogero Chiarenza — Eiflessioni e 
particolari inediti — Un rapporto di Maniscalco a Napoli — Mutazioni nel 
Comitato liberale — Altre dimostrazioni — Lo sbarco di Eosolino Pilo a 
Messina — Sue audacie — S' invoca Garibaldi da Palermo e da Messina — 
Opeia di Francesco Crispi. 

Capitolo IX. , Pag. 191 

La rivoluzione nelle provincie — A Trapani e a Marsala — I torbidi 
a Messina — Il proclama di uno studente e l'indirizzo del Senato al Ee — 
Catania e il generale Clary — Provvedimenti per Messina e Catania — Eap- 



- 398 - 

porti fra il Ee e Castelcicala — I capi militari in Sicilia — Un proclama 
del Luogotenente — Il lavoro delle squadre — Si attende Garibaldi — Di- 
sordini nell'Isola — L'azione dell'Inghilterra — Il generale Laudi si av- 
via verso Calatafimi — Arriva ad Alcamo — Le istruzioni che ebbe — Rap- 
porti del Laudi — La condotta di lui — La flotta di crociera e le istruzioni 
del Governo — Come avvenne lo sbarpo a Marsala — Le cannonate dello 
Stromboli e della Partenope — Incidenti della spedizione garibaldina sino 
a Marsala — La condotta dei legni inglesi Argus e Intrepid — La verità 
storica — False voci di tradimento — Si scende a Marsala — I Mille, le 
loro divise, le loro armi e la loro cassa — Orispi, Castiglia, Andrea Eossi 
e Pentasuglia — La presa di possesso del telegrafo — Particolari interes- 
santi — I primi atti di Garibaldi — La giornata di Calatafimi — La riti- 
rata di Laudi apre a Garibaldi la via di Palermo. 

Capitolo X Pag. 213 

Canofari annunzia la partenza di Garibaldi — Colloquio tra France- 
sco II e Filangieri — Castelcicala telegrafa a Napoli lo sbarco a Marsala 

— Consiglio di Stato del 14 maggio — Filangieri e Ischitella rifiutano di 
andare in Sicilia — Filangieri propone il generale Lanza — Il Ee lo ac- 
cetta — Le dimissioni di Castelcicala — Particolari su Ferdinando Lanza 

— Un incidente comico — Eapporbo di Maniscalco — La situazione che 
trovò Lanza a Palermo — Suo sconforto — Si manda Alessandro Nun- 
ziante — Inettitudine dei generali — Differenza fra i due eserciti combat- 
tenti nell'Isola — Confusioni e contraddizioni — Una supposta lettera di 
Garibaldi — Le bugie del Giornale Ufficiale — I nobili siciliani a Napoli 

— Le difese di Castelcicala e la Cronaca degli avvenimenti di Sicilia — Po- 
stume lettere sue e del generale Bonanno — Continua il mistero — Castel- 
cicala non rivede più il Ee. 

Capitolo XI Pag. 227 

Le agitazioni di Palermo e la polizia — Arresti e fughe — Una noti- 
zia priva di documenti — Garibaldi entra a Palermo — Primi scontri — Il 
bombardamento della città — I primi successi dei garibaldini — Il governo 
municipale eletto da Garibaldi — Il 29 maggio — La prima tregua — L'arri- 
vo della colonna Von-Mechel — Il maggiore Bosco — Le navi napoletane ed 
estere nel porto — Si conosce a Napoli l'ingresso di Garibaldi — Gli emigrati 
e la rivoluzione in Sicilia — Una missione in Inghilterra — Documenti inte- 
ressanti — Consiglio di Stato del 30 maggio — Gravi parole del generale 
Filangieri — Proposte e deliberazioni — Un giudizio del Ee su Garibaldi 

— Congresso diplomatico alla Eeggia — Primo liberalismo di Nunziante 

— Altri Consigli di Stato — Il piano di Filangieri e il generale Nunziante 

— Il ministro Brenier — I consigli di De Martino — Filangieri e gli ze- 
lanti — Il principe di Satriano si ritira a Pozzopiano — Visita improv- 
visa del Ee — La fine di Carlo Filangieri e l'opera sua — Suo monito al 
figlio. 

Capitolo XII Pag. 247 

Alla vigilia dell'Atto Soviuno — Intrighi di Corte — Eapporti di An- 
tonini e De Martino da Parigi e parole di Napoleone III — Il liberalismo 
del conte d'Aquila — La sua intimità col Brenier — Una rivelazione — 



— 399 — 

Il Consiglio di Stato del 21 giugno a Portici — Parole del principe di 
Cassaro e di Carrascosa — Il Be manda De Martino a Boma — I consigli 
di Pio IX — L'Atto Sovrano del 25 giugno — Il nuovo ministero — I 
primi disordini — L'aggressione del ministro francese — Il proclama di 
Liborio Romano — La guardia cittadina — I nuovi direttori e i principali 
ministri — Spinelli, Manna, Torcila, De Martino, De Cesare e Giacchi — 
Si richiama in vigore lo Statuto del 1848 — Commissioni e riforme — De- 
stituzioni e nuove nomine — L'amnistia e la serata al San Carlo — Il ri- 
tomo dei liberali esiliati — Malumori contro l'esercito — La giornata del 
15 luglio — Pianell ministro della guerra — Proclami di Francesco II e 
strana circolare di Pianell — La Guardia Nazionale — Don Liborio Bomano 

— Maria Teresa a Gaeta — Maria Sofìa e donna Nina Bizzo. 

Capitolo XIII Pag. 269 

Nuovi intendenti e sottointendenti — Il patriziato legittimista — 11 
Ite e il ministero — Le dimissioni del generale Nunziante — Il giura- 
mento degl' impiegati e delle truppe — La libertà di stampa — I princi- 
pali fogli politici — Un'ordinanza del comandante la piazza di Napoli e lo 
espediente dell' Omnibus — H programma del ministero — Disordini nelle 
Provincie — Fatti di Taranto e di Bari — La persecuzione dei vescovi — 
n vescovo di Muro e il vescovo di Castellaneta — Attentato contro que- 
st' ultimo — Un rapporto del sottointendente di Gaeta — Documenti carat- 
teristici — Protesta degli Acquavi vesi contro monsignor Falconi — Una 
nota dell'intendente di Bari — Bapporto di Giacchi al ministro di poli- 
zia contro i vescovi d'Ariano, di Muro, di Bitonfco, di Bovino e contro mon- 
signor Falconi — Telegramma del maresciallo Flores contro l'arcivescovo 
di Bari — Il vescovo di Sessa parte dalla sua diocesi — La ribellione del 
seminario di Matera — I vescovi di Trani, di Molfetta e di Conversano. 

Capitolo XIV Pag. 287 

Il Gomitato dell' Ordine e il Comitato d'Azione — Giacchi chiama 
Spaventa e De Filippo — Paure generali ma infondate — Particolari cu- 
riosi — Il funerale a Guglielmo Pepe — Tutti divengono liberali — La 
condizione del ministero — Colloquio fra d'Ayala e Pianell — Pianell ri- 
fiuta il pronuncicnnento dell'esercito — Maniscalco a Napoli e sua partenza 
per Marsiglia — Il passaporto — La guerra ai reazionarii — La Guardia 
Nazionale — Alcuni Consigli di Stato — La situazione nelle provincie — A 
Taranto — Due rapporti del sottointendente d'Isernia — La famiglia reale 

— Un rapporto su Murena, Palumbo, Governa e De Spagnolis — Gaeta 
centro di reazione — La sorveglianza su Maria Teresa — Sospetti sul conte 
d'Aquila — Pretesa cospirazione di lui e suo esilio dal Begno — Una lettera 
di Luigi Giordano — Il conte di Siracusa — La sua lettera del 24 agosto 
al Be — Dopo la sua morte — I rapporti di Manna e di Lagreca — In Si- 
cilia — Depretis prodittatore — Garibaldi a Messina e il manifesto di Ema- 
nuele Pancaldo — L' attentato contro il Monarca — Lo " squagliamento „ 
della Marina — Anguissola e Vacca — I pochi fedeli — 11 giudizio della 
stcfria — Sintomatica circolare di Giacchi e un proclama reazionario. 

Capitolo XV Pag. 316 

Ultimo ntunero del Giornale di Sicilia sotto 1 Borboni e primo numero 
sotto la Dittatura — Monsignor Naselli, arcivescovo di Palermo e suoi rap- 
porti con Garibaldi — Garibaldi nella cattedrale di Palermo e giudice della 



— 400 — % 

Monarchia — La liberazione dei nobili — Feste ed entusiasmi popolari — 
La condotta dei giovani patrizi — La guardia del palazzo dittatoriale — 
Graduati e militi — I volontarii siciliani a Milazzo — Il principe di Scalea 
ed Emanuele Notarbartolo di San Giovanni — Ricordi interessanti — Cari- 
cature ed epigrammi sull'esercito — Il colonnello Buonopane e i suoi prece- 
denti — Le accuse contro di lui — Gli altri generali borbonici in Sicilia — 
Confessioni di Maniscalco a Gaetano Filangieri — Il generale Clary — Parti- 
colari e sue lettere postume — Il capitano Sciaequariello — Giudizi sull'opera 
militare nell' Isola — Le Memorie di Pianell — L'opera di Cavour a Napoli 
— Sue inquietudini — Manda Visconti Venosta, Finzi, Kibotty, Devincenzi, 
Nisco, Mezzacapo e Schiavoni — Particolari inediti e curiosi — Svanisce il 
disegno di un pronunciamento militare — Confessioni di Emilio Visconti — 
Una lettera di Cavour, portata da Niccola Schiavoni — Le cose precipitano. 



Capitolo XVI .. .. Pag. 333 

L'insurrezione nelle provincia — Il Comitato di Basilicata — Gl'in- 
sorti a Potenza e l'intendente Nitti — Documenti inediti e postume rive- 
lazioni — Il Comitato di Cosenza — Discorso di Donato Morelli — Il Co- 
mitato di Terra di Bari — Strano tipo di sottointendente — Movimenti 
in Abruzzo — Gl'insorti d'Avellino e la reazione di Ariano — La legione 
del Matese — Il Comitato di Benevento — Il decreto che dichiara decaduto il 
governo temporale del Papa — Aneddoti — Il clero rivoluzionario — Eap- 
porti di intendenti e sottointendenti — Relazioni del comandante di Alta- 
mura, dell'intendente di Lecce e del sottointendente di Vallo — Garibaldi 
in Calabria — La presa di Eeggio — Un biglietto caratteristico — La morte 
del colonnello Dusmet — Inazione di Vial, di Briganti e di Melendez — 
Vial in casa Gagliardi — Leggerezze e volgarità — Un motto di De Sauget 

— Giovani ufficiali che disertano e partono per il Piemonte — I capi delle 
bande insurrezionali — La marcia di Garibaldi — Lo sbandamento di So- 
veria e il telegramma d'Aorifoglio — Il generale Flores in Puglia — Sua 
marcia avventurosa per Napoli e suo arresto a Grottaminarda — Disordini 
e confusione — Il governo perde la testa — Il Consiglio di Stato del 25 
agosto — Gravi parole di Antonio Spinelli e di Carrascosa — Le incertezze 
del Ee e dei ministri — Maria Sofia — Si respinge 1' offerta di Girolamo 
Ulloa — Precedenti dubbii di questo generale — Le dimissioni del ministero 

— Tentativi per formarne un altro — Nessuno accetta — Pianell e Isohi- 
tella — Pianell lascia Napoli — Don Liborio Eomano e il suo " memoran- 
dum „ — L'opera sua — Fu un traditore? 



Capitolo XVII Pag. 363 

H Ee 8i decide a lasciare Napoli — Suo colloquio con Carlo de Cesare — 
Garibaldi a Eogliano, a Eotonda, ad Auletta e a Salerno — Confusione e ti- 
mori a Napoli — Incidente caratteristico — I capibattaglione della guardia 
nazionale e il sindaco dal Ee — Consiglio di Stato del 5 settembre — Timori 
per la partenza del Ee — Il proclama reale — Chi lo possiede — Il manifesto 
del prefetto di polizia — Preparativi per la partenza — Il notamento degli 
oggetti, che Francesco II portò a Gaeta — Il Ee al marchese Imperiale — - 
I ministri e i direttori dal Ee — Sue parole a don Liborio e a Giacchi 
— L' ultimo baciamano e gli ultimi addii — Dalla Eeggia al porto — Il 



- 401 - 

corpo diplomatico — Bermudez do Casti'o — La protesta alio potenre — 
Hi parte alle ore sei — Incidenti e particolari — I teatri di Napoli la sera 
del sottembro — Il ministero, il sindaco e il comandante della guardia 
nazionale — La traversata dei Sovrani da Napoli a Gaeta — Le navi regie 
si rifiutano d'obbedire — Aneddoti — Francesco II e Vincenzo Crisciiolo 
— Il telegramma di Garibaldi a don Liborio — La risposta di don Libo- 
rio — Gli episodi di Salerno e le irrequietezze di Garibaldi — Sua improv- 
visa risoluzione di partire per Napoli — I particolari di quel viaggio o i 
personaggi clie accompagnarono il Dittatore — Arrivo dei Sovrani a Gaeta 
la mattina del 7 settembre e arrivo di Garibaldi a Napoli, a un'ora — In- 
cidenti alla stazione di Napoli — La folla separa Garibaldi da Gosenz e da 
Romano — 11 sindaco D'Alessandria sparisce — Le parole del padre Borelli 
a Francesco — Particolari inediti — Fine del Begno. 



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