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Full text of "L'Album; giornale letterario e di belle arti"

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A SUA ECCELLENZA 




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EC. EC. EC, 



♦«ENGUCCIGIOVANNI 



ECCELLE]>ZA 



if J.eglio non saprei fregiare l'anno XXVI di questo Album ch'esponendolo ai suoi 
lettori illustrato dal nome di Vostra Eccellenza che tante glorie riassume negli annali 
d'Italia e di questa Roma per le avite ricchezze profuse a vantaggio delle arti di cui 
la nobilissima vostra prosapia fu sempre proleggitrice magnanima - I lavori allogati da 
Agostino Chigi al massimo Raffaello e ad altri grandi maestri di quell'età, e le opere 
insigni del grande Pontefice Alessandro VII bastano a stabilire che la storia delle 
arti belle va congiunta a quella della vostra illustre famiglia, da cui come a retaggio 
ereditaste le antiche virtù dei maggiori. 

A Voi dunque offro quest'Album per titolo di riconoscenza che le arti belle deb- 
bono alla vostra gloriosa prosapia; a Voi che ispirato da queste artistiche dovizie con 
tanto amore coltivate la nobilissima arte di Apelle , sicché questa raccolta intenta 
a riprodurre ed illustrare le opere più insigni delle tre arti sorelle acquisti novello 
splendore nel nome di Vostra Eccellenza. 

Accoglietene quindi con lieto animo l'umile offerta, mentre mi onoro di proffe- 
rirmi con ossequiosa distinta stima. 

Di Vostra Eccellenza 

RomaH 18 Febbraio 1860. 



Devotissimo Obligalissimo Servitore 
CAV. GIOVANNI DE-ANGELIS 



irriDiii; 






DEL VOLUME XXVI. 




Ahbadessa di Chelles * » 4ol 

Alìbadia di S. Onorato alle isole Le- 

rins „ 49 

Abitazioni per poveri artigiani in 

Roma * » 1 

Aqiiarium * „ 52 

Alaleona Angelo * » 229 

A|iilri » 126.130 

Albergali Oird. Nicolo * « 41.53.9j,102 
Amor ferito , scultura del Bienai- 

* "n * ,■ "25 
Anellone ansa di travertino sul Te- 

. '*ere * „ 209 

Antamoro Conte Fdippo » 294 

Applicazioni del microscopio alla 

medicina * „ 3S5 

Arij-Schefrer e le >ue opere » 404 

Alcoli * „ 129 

Asclepiade „ 107 

Belkario chiedente elemosina, grup- 
po del prof Sojnowki « 2111 
Bertoldo • „ 40, 
Bisleti Gianfraucc^co » 300 
Borri Jlichelangelo » 221 
Borghesi Pietro » gj 

bibliografia 

- Bibliografia (VII; » 21 

- Esercitazioni filologiche » 21 

- Commento di Francesco Buli 

sopra la Divina Commedia» 57 

- Bibliografia (Vili » 74 

- Edizione del Ripp'erdey di Cor- 

nelio Tacito » 82 

- Il pianto de' giusti sulla morte 

de' loro cari » 95 

- Storia dello Slato Pontificio del 

Conte Caddi Hercolani » 128 

- 11 libro prediletto de'fanciulli » 152 

- Orationes, ellogia, inscriplio- 

nes, Anlonii Angelini e so- 
cielale Jesu „ 157 

- Sulla vita e scritti del P. Gia- 

como Mazio i) 166 

- De lita et moribiis Barlholo- 

mei Pacca Cardinalis i> 187 

- Te^oro letterario di Ercolano, 

os<ia. la Reale officina dei 
Papiri Ercolanesi indicala per 
JI- Giacomo Arciprete Ca- 
slrucci „ 216 

- > Ila di S. Filippo Neri scrina 

dal P. Bacri „ 239 



N. B. / numeri indicano la pagina 
e gli asterischi * le incisioni che ac- 
compagnano gli articoli. 



- Storia di S. Silvestro Papa, testo 

di lingua inedito » 266 

- Intorno ad un passo di Plutarco 

relativo alla proprietà dell'olio 
di dar calma al mare in agi- 
tazione » 301,311.314 

- La ricreaziooe per tutti - Rac- 

colta di letture piacevoli del 
Prof. Domenico Ghinnasi » 319 

- Bibliografia ;i.\j « 330 

- Sopra alcune lettere di Qce- 

rone » 34^ 

- Miscellanea Storia Narnese com- 

pilata dal Marchese Eroli » 351 

- \ ila breve del patriarca S. Fran- 

cesco „ 351 

- Su di un nuovo Salterio del Prof. 

Silorata „ 395 

Cappello Bianca, e .Atedici Fran- 
cesco * „ 
Cnmelia * ' „ 
Cavalcata del .Magistrato Romano nel 
Secolo XIV „ 
Otpranica Collegio in Roma » 
Cisa del Cav. Rossini >, 
Cenotafio in S. Lfirenzo in Damaso 
pe'funerali di Ferdinando II * » 
Chie-a di S. Galla * „ 
Chiesa di S. Gregorio a Ponte quat- 
tro capi „ 
Chiesa di S. Balbina * ,, 
Chiesa di S. Vinceuzo ed Anastasio 
alle tre fontane * „ 
Chiesa Cattedrale di Modena * » 
Cieco chiedente elemosina sulla scala 
d'Aracoeli * „ 
Cigno (il) „ 
( netta (Slrix flammea] * » 
Clemente VII che incorona l'impe- 
ratore Carlo V in Bologna * « 
Combattimento sul Peiho » » 
Conversazione [laj co'fanciulli * « 

325 
Croce di S. .Maria di Pelino * '» 
Crinolino 'il) „ 

Croce di S. Maria di Pinligliano » 
Croce Stazionale di Monte Cakiano * 
Costumi moderni dei Cinesi » 2.58, 
. , 275,318 

Costumi della Corte di Francia del 
Secolo XIII * » „ 297 

Costumi italiani ,, 

Corona (la) di ferro * » 

Cultura de'fiori negli appartamenti * » 

Del medico D. Michelangelo * » 9 
Dipinti di Filippo Balbi per la Cer- 
tosa di Trisulli * „ 58 



161 
364 

20 

3.'i9 

36 

185 
33 

69 
73 

93 
249 

345 
232 
316 

217 
276 
245 
357 

65 
166 

84 
193 
268 
384 

301 

12 

141 

100 



Dipinti di Frale Angelico negli oIBcii 

<li Firenze * ,, J57 

Dipinto di Lorenzo da Sanseverino » 242 
Dipinto del Oiv. Bruno * » 274 

Dogi (i) di Venezia * » 204 

Ducalo di Parma * „ 225 

Eleno liberto d'Augusto ,, jog 

Epigrafia „ 74.141,224,236 

Epicuro, busto antico in bronzo * « 242 
Esposizione de' premi nell' Osiiizio 

Apostolico di S. Michele » 272 

Esposizione di belle arti, indutria, ec. 
della Provincia di Urbino e Pesaro 
"•"l 1859 „ 286,304 

Farocchi Giovanni » 335 

Fiducia (la) in Dio (raceonto) » 220 
Fiumicino * „ 15J 

Fonte d'olio naiurale » 296 

Fonte di sette cannelle in Sanseve- 

rormelio e le are muzie » 59 

Foro romano e sua topografia » 6 

Forza (la) della coscienza (racconto) » 161 

173,178,212 



Gentili .Mons. Giancarlo 

Geografia dell'alta Italia 

Geogonìa 

Genazzano 

Gerusalemme (lettera sopra) 

Ginanni Francesco " 



» 151 
» 105 
)) 244 
» 386 
» 372 
« 143 



Girandola per la ricorrenza diS. Pie 

tro e Paolo „ 175 

Giorno di pioggia alle acqne buone » 372 

Giornalismo m viaggio » 319 

Gine|iro frate * ,, 377 

Giuoco degli Scacchi « 26 

Guardia (la) Imperiale * » 127 

Humboldt (d) Alessandro • » 1^5 

Jacopo e Adele (racconto) » 6,11,20 
29,39,45.62,71,87,101,114,123,142 
158, 188, 195,203, 253, 284,299, 309 
, , 316,333,390 

Impressione di una gita a Preneste » 381 
internari Carolina * „ 81 

taia (stólua del Revelli) * » 172 

Laghi della Scozia * ,) 12 

Lama d'Australia » „ 44 

Levietan - Omnibus * „ 237 

Lezione XXIII sulla Divina Come- 
dia ,j 298 
Lonicera e suo fiore * » 132 
Luce (la) elettrica»** » 169,196,205 
211,222,230,238 



Maddalena (la) di Domenicliino * » 89 
Magellano Ferdinando * « 36,70 

IMarana Anlunio » 349 

Maria Cristina di Savoja, regina di 

Napoli * « 274 

Marocco * » 321 

Marlirio (il) di S. Slefano , dipìnto 

di Michelangelo » 45 

Mazio P. Giacomo della comp. di 

Gesù » 166 

Medaglia commemorativa della Porta 

Giannicolese * « 177 

Metternieh principe * » 181 

Milizie ecclesiastiche nel medio evo » 361 

373 
Miniere di Diamanti in Capo Town 

in Indie * » 68,82 

Slonografia delle Camelie » 363 

Monte Testacelo * « 17 

Montonnet (novella) » 76,86 

Museo nuovo al Cairo » 280 

Navigazione aereoslalica » 304 

Necrologia italiana dell'anno 1859 » 378 

Nostalgia » 354 

Novella u 400 

Omicida (racconto) »' 340.349 

Oriliceria (croce processionale) » 85 
Ospedale del S. M. O. Gerosolilano 
in Gerusalemme » 113,115 



Pacca Card. 'Bartolomeo 


» 186 


Palazzo ed abbadia di Chelles 


» 401 


Pamporsi Raffaele * 


.) .•J69 


Parma * 


» 225 


Patata (la) 


» 319 


Paihus San * 


>} 348 


Pavone (il) * 


» 188 


Pecci Cani. Giuseppe " 


)- 305 


Pe<ca del .Mcrlu/.zo * 


M 109 


Pianta topografica del Peiho * 


» 277 


Piazza Orsini in Benevento * 


» 28» 


Pittura in tavola del Secolo XV in 


Camerino 


» 6fi 


Piuma in l.ivola di Ludovico Urbani» 106 


Piltura del .Mclozzo in Malelica 


» 133 


Pilliua in tavola di Niccolò da 


Fu- 


ligno 


» 290 


Pitture a fresco scoperte nell'aulica 


Cattedrale di San^everino * >t 


393..1ÌKÌ 


410,411,412,413,414,415 


Porta a Canlon * 


» 258 


Possesso de'facchini * 


» 57 


Poesie 




- A Tuscania 


» 11 


- 1 giorni della settimana 


» 12 


- A Giacomo Blumenthal 


» 13 


- Ad Aristide ed Augusto Bernabò 


Sdorala 


» si 


- La speianza 


» 23 


- L'amor ferito * 


» 25 



Al Dot. Cesare Guicciardini » 29 
Il Cherubino dell'Eden » 30 

In morte di Raffaello Sanzio » 46 
Scherzi epigrammatici » 47 

A Maria Vergine Imm.icolata » 60 
Al Commend. Severino Servan- 

zi-Collio » 51 

La Redenzione » 63 

Martirio di una famiglia Cri- 
stiana a Corea » 86 
A Secondiano Campanari » 99 
Ad Angelica Monti Belli » 107 
Le pie donne al Sepolcro » 115 
A Jlaria Vergine » 128 
fi'eulericorum , Liber singu- 

laris » 133 

A valente Oratore » 126 

Meraviglie della Meccanica e 
della Fi-ica moderna » 138 

Ad Eloisa Bigioli pittrice va- 
lentissima >) 144 
A Mousig. Giancarlo Gentili n 152 
A Filomena Gentilucci egregia 

pittrice » 157,198 

Vi-ila al carcere di S. Pietro u 168 
Alla nirnioria di Salvatore Re- 
villi scultore s u 182 
Il Marlirio di'l fanciullo marzia- 
le, ullimo figlio di S.Felicilii» 190 
La .Maddalena a' [licdi del Re- 
dentore ' ■ » 298 
La tomba del principe degli 

Apostoli » 206 

La morte de'miei genitori « -2.33 
La preghiera tlel Signore « 236 
Cre.i/ionc dell' anima di Maria 

Santissima ' » 2.55 

La Natività di Maria Vergine « 264 
Memoriae et ciueribus Seciin- 

diani Ciimj)ai>ari u 267 

La FiUi^oha » 272 

.\ ]Maiia Bruschi Falgari i> 278 
Il .Se|Milcro » 280 

A Sua Santità Papa Pio l\ » 295 
Il viggianese » 211 

L'errore ») 318 

7>)iriiintco Belli, Carmen » 322 
A .Michelangelo » 327 

A liarlolomei Enrico pittore ii 331 
A Maria Vergine Immacolata » 339 
Per nozze Nori-Pistocchi » 348 
Ri-n e Sbadigli « 3.52 

E-tasi di S. Paolo • » 356 

Al Commend. Severino Conte 

Servanzi-Collio » 367 

Per nozj.e » 381 

De Volcatir praeceptore » 390 
Ottave recitate per premiazione 
degli alunni della Scuola di Geo- 
desia ed Icodomctria >> 494 
La critica u 402 
Al cav. De Augciis sonetto di 
Silvio Pellico » 406 



- Una salutazione di nuovo genere 
(sonetto caudato) » 408 

- Pel Natale u 415 

Rabat porto di • « 321 

Regolatore del P. Serrin * » 212 

Relazione della festa pel trasporlo 
di S. Fauslo Martire da Veroli 
a Monte S. Giovanni « 189 

Rendii Monsig. Luigi » 257 

Ri/io Abondio * « 75 

Saffo, statua del Clesinger » 93 

Sanseverino * » 149 

Santoni 1). Pietro » 42 

Sassoli Canonico D. Giuse|ipe » 172 
Scavi della via Latina * n 121 

Scham\l • « 281 

Schlemilil Pietro (racconto) *•* » 261 
267,279,293 
Schiller, monumento di « 324 

Scienza Geografica » 332 

Scultura del sig. Husson * » 332 

Scoperta degli avanzi di Franklin » 295 
Sedia etriLsca nel mii.seo Kirclie- 

riano * » 313 

Sepolcri della famiglia .\nicla * » 121 
Sepoltura <li frate Ginepro * « 377 
Storia cronologica de' Senatori di . 

Roma » 214,217,227,235,247 

Sforza I-abella * » 251 

Silvestro (S.) Papa * « 265 

Silloge di varie iscrizioni » 315. .■i07 
383,391,396,406 
Statuti di Citta di Oislell.) .> 13.22 

Studio dei classici greci e latini » 2(>2,282 
Sulp'izio Nunzio, Venerabile • » 329 

Taverna «lei Thè a Jeddo • » • 28 

Tevere ''; e le sue inondazioni » 103 

109, in, 138, 141, 153, 164, 170, 182 
191.198,206.210 
Tiglio (ceppala del) * » 293 

Topi, loro storia » 334, 3i3 

Trajano Imp. (sua patria) * » 4,31.35,46 
TriipiKi di volontari del generale 

Eslerhazv ' » 353 

Tiirctìs " 214 



Uomo-Cannone 



288 



Varietà » 237,247,328,360,375.398 

Vediila della valle del Sarei • » 388 

Verri conlessa Teresa » 53 

Viaggiatore pedestre ♦ » 337 

Viaggio ai Pirenei ' " 380 

Vitelli Nircolò * » 61 

Vivente di 150 anni » 219 

Van SpaendoncL * » 415 



Willhem Enrico (racconto/ « 397,407 



t^^^<Sn 



SPIEGAZIONE DELLA CIFRA FIGURATA DISTRIBUZIONE 52. 



Se non brami che l'umiliazione ti segua 
non essere giammai superbo. 



Distribuzione i 



19 Febkaro 18 SO 



Ann» XWI. 





C.Jij:<iMf. Cottafa^i. /ci 



CASAMENTO DEL SIC. DUCA PIO GRAZIOLI A S. GIOVANNI DECOLLATO FATTO RIDURRE 
AD ABITAZIONI PEI POVERI ARTIGIANI. 



Da molli anni s' implorano delle linee di abita- 
zioni in sane località, di due o tre piani per abi- 
tarvi la ognor crescente classe di operai, e manuali 
poveri , che annualmente crescono a dismisura in 
bisogno di ricovero , da che i proprietarii hanno 
adottato il sistema di semplificare l'amministrazione 
dei loro fondi urbani, col fare di alcuni gruppi di 
modeste abitazioni abitate da nn numero grande di 
famiglie, grandi fabbricati di ^, 6 e 7 piani. Sic- 
come queste grandi fabbriche sono condotte con un 
lusso ed una superfluità di ornati, uno sciupio di 
•stucchi e pitture , ed uno strabocchevo'e abuso di 



ferramenti da emulare i palazzi dei principi , co- 
stando moltissimo la mano d' opera ed i materiali 
di ogni genere, cosi avviene che quando sono finite 
i padroni mettono pigioni all' uso di Londra e di 
Parigi, vale a dire favolose per Roma. Se per un 
lato queste grandi fabbriche prestano un lucro a 
molte classi di artieri, dall'altro pongono un numero 
ben grande di famiglie nell' impossibilità di pagare 
cosi gravose pigioni non trovandosi più piccole < ase. 
Alcuni anni sono venne a taluno il savio pensiero 
di esaminare alcune località adatte, per costruirvi 
modeste case; fu accennato un orto incontro a s. Xi- 



L' A L B U M 



cola di Tolentino, e la linea dalle Quattro Fontane 
al vicolo Sterrato cioè nel giuoco del pallone, l'al- 
tra dalla chiesa di s. Adriano nel Foro fino a quella 
di s. Lorenzo in Miranda e cosi levare quella mo- 
struosità di granari ciia deturpano quella classica lo- 
calità. Una delle più estese linee sarebbe quella di 
lutti i fienili che dal V^elahro si estendono a s. Ana- 
stasia; e potrei dimostrare che la riduzione in abi- 
tazioni di queste due ultÌQ>e località, usando di mez- 
zi economici , frutterebbe ai proprielarii molto di 
pili (in relazione) di quello che fruttano ora. Sa- 
rebbe un gran bene per Roma se su l'esempio del 
sig. Duca Grazioli si unissero altri Principi e grandi 
proprietari , specialmente gli attuali possessori dei 
separati fondi ognuno riducesse la propria parte , 
per un atto di taiita filantropia, e così ricevere la 
benedizione del Signore e della languente umauilà. 
Chi dalla piazza della Consolazione muove verso 
il meriggio ed il Velabro trova l'ampia via di s. Gio- 
vanni Decollato, e a sinistra dirimpetto alla chiesa in 
un vecchio granajo di proprietà Grazioli; sua Fccza 
il sig. Duca Pio mosso da un sentimento generoso, nel 
sentire che un gran numero di povere famiglie sono 
rese impolenti alle corrisposte dei pagamenti; concepì 
ed adottò coadiuvato da quelli che lo avvicinano, il 
divisamento che poveri artigiani fossero provveduti 
(li case a lenuissime pigioni. Una così lodevole deter- 
minazione la comunicò al suo Architetto sig. profes- 
sore Sarti, destinando il granajo ad essere ridotto 
abitabile. Quattro sono i piani regolarmente ri- 
cavati ed un quinto nei vani superiori alle pendenze 
del tetto. La presente veduta è presa, dall'area dei 
Cerchi e in essa scorgesi nei due lati quella sem- 
plicità voluta dalla sua destinazione; quattro fascio 
che indicano le altezze dei piani e le mostre delle 
spaziose finestre, lo stemma di famiglia senza l'om- 
bra di un ornato inutile , a due ingressi , con le 
rispettive scale e 23 metri di larghezza ogni fac- 
ciata. Ciò che sorprende è con quanta intelligenza 
il sig. Sarti abbia ricavato nell'interno coi muri mae- 
stri obbligati, in ogni piano una serie di 'i5 spazio 
si ambienti da potersi dividere due e tre camere 
con la cucina per ogni famiglia; ogni camera è uni- 
formementc'imbiancata a mozza tinta col zocco'o; una 
solida porta divide ogni camera colie necessarie fer- 
ramenta dipinte tutte a olio come pure le finestre 
e suoi sportelli, per tutto campeggia la proprietà e 
la salubrità, lutto il necessario senza ombra di su- 
perfino. Quest'ottimo risultalo avrà appagato le mire 
e scopo di S. E. il- sig. Duca, incoraggialo dall'u- 
nanime applauso dei poveri a ridurre altri locali , 
non dimenticando che ijucsto primo è stalo visitalo 
benedetto dal Padre de' fedeli venutovi dai Va- 
ticano, attiralo dalie voci di tale atto di beneficenza 
da meritare i suoi giustissimi encomi. 



Gaetano Collafavi 
incisore architetto 



BIBLIOGRAFIA 



YIL 



Il P. Marcellino da Civezza de' Minori Osservanti 
continua con grande animo la sua bella Storia Uni- 
versale delle Missioni Francescane di cui già fa- 
cemmo onorata menzione , e della quale ora ci è 
giunto il volume secondo. Toccammo già dell'impor- 
tanza di questo lavoro e del modo lutto lodevole 
con che è stalo impreso dal chiarissimo autore; in 
questo volume che comprende il Libro II dall'an- 
no 1200 al 1305 troviamo gli slessi pregi di stile 
e di vena assai ricca i «juali adornano bellametilc 
quest'opera così giovevole alla storia dell'tjrdine del 
glorioso poverello d'Assisi, Ordine tanto illustre ne 
fasti della Cattolica Chiesa. (Confortiamo l'egregio 
autore a compiere la sua onorata fatica della quale 
certo glie ne verrà molta lode ed estimazione appo 
coloro che hanno in amore le cose veramente nobili 
e profittevoli. 

L'Accademia romana di S. Luca conserva fra 
molli altri antichi pregevoli dipinti una tavola pre- 
ziosissima del Sanzio rappresentante lo slesso santo 
Evangelista nell'atto di ritrarre cOii i colori la Ver- 
gine die manifesta gli apparisce in visione. Ora il 
professore Ferdinando Cavalieri ci dà una minuta 
ed esatta descrizione di (|uesta tavola, e ci espone 
in un suo discorso le cure adoperale dagli accade- 
mici per detergerla da" nudti restauri che l'avevano 
detnr[)ala, e ci porge curiose notizie che non pos- 
sono fare a meno d'islruirci e di dilettarci. Oltre di 
che egli rassoda l'opinione dell'aulenlicilà del qua- 
dro da taluni a torto controversa, il che facendo fa 
opera patria perché è vera gloria di Roma il pos- 
sedere dipinto sì raro del ([uale gli antichi storici 
poco nulla avevano favellato. 

Il March. Francesco Baldassini (*) di Pesaro morto 
sul cominciare del 1S57 fu uomo assai commende- 
vole per cristiane e cittadine virtù, fu dotto scrit- 
tore di cose di scienza, e visse amato e onorato da 
tulli per gentilezza di modi e per probità di co- 
stumi. Di costui ci dà un'accurata biografia il cano- 
nico di Urbino Curzio Alippi, e l'accompagna di molte 
iscrizioni latine e italiane le quali in brevi noie lutto 
scolpiscono vivamente le virtù del defonlo. Questo 
andar rinfrescando la nu-moria de' cittadini beneme- 
riti della patria é cosa che assai ci piace, ed in se- 
colo quale è il nostro povero di veraci virtù, può 
essere seme fecondo che fruiti miglioramento se è 
vera, come è verissima, la semenza del Foscolo che 
le urne dei forti accendano a' forti cose. La biogra- 
fia e le epigrafi sono eslralte dall'Albo che va pub- 
blicando in Padova l'ab. Gaetano Sorgalo e nel quale 
si raccolgono per cura di lui lo memorie funebri 
di tulli coloro che non vissero vita inutile, ma il- 
lustrarono il proprio paese con le opere dell'insogno 
e colla bontà dell'animo da essere non meno dell'in- 
gegno cara e venerata.— La biografia di questo va- 
lente signore ci lira di per sé medesima a far cenno 



L A L B U M 



:i 



di una sua Prolusione alia prima adunanza dell'Ac- 
ccdeniia Agraria di l'esaro, e ciie adesso con savio 
accorgimento è stala in quella città pubblicata, dac- 
ché, come assai bene gli editori di essa si esprimo- 
no, meglio di qualunque orazione o necrologia deve 
questa riuscire accetto tributo al defunto e testimo- 
nianza a' superstiti del quanto egli valesse. La pro- 
lusione in discorso che mostra chiaramente quanto 
fosse il merito del suo autore, fu lodalissima , ma 
non potè inserirsi ne' volumi delle Esercitazioni Ac- 
cademiche vietandolo la modestia dell'autore che a 
dimando non si piegò, quindi dobbiamo saper grado 
a chi ce ne procurò la pubblicazione perchè non 
ci ha frodati di questo pregevole scritto. 

Ma poiché siamo in sul favellare d'illustri defonti, 
chi non sa con quanta jattura de' buoni studi morisse 
in Roma nel Novembre passato D. Giovanni de'Duchi 
Torlonia giovane di speranze bellissime , già assai 
nolo per i suoi scritti ncdla letteraria repubblica, e 
della studiosa gioventù fautore largo e magnanimo ? 
Ricordiamo questa sciagura nel leggere alcuni versi 
dettati dal Pastore Arcade Jlelindo Dilteo i quali 
parlano delle molte virlù del Torlonia, e piangono 
la sua morie avvenuta in età cosi verde e fiorente. 
Se le Muse non arridono gran fatto al buon Arca- 
de , almeno egli può andar superbo d'avere levala 
la voce ed encomiare tal giovane che veramente è 
degnissimo del compianto di tulli i buoni. 

Non vogliamo lasciar passare aCTalto dimenticalo 
un discorso agrario di Antonio Coppi dell'erudito 
continuatore del Muratori. Questo discorso che ver- 
te, come ognun vede, su materia utilissima, può pia- 
cere a' cultori della scienza agraria a cui molli, in 
secolo vòlto tutto alla industria e al commercio, ten- 
gono fissi gli sguardi. 

Da Napoli città fiorentissima anche a di nostri d'e- 
lelti ingegni i quali intendono allo studio di nostra 
dolce favella,, ci giunge un regalo veramente prezioso. 
E questa una piccola raccolta di lettere familiari dei 
migliori scrittori italiani del secolo XIX che Mi- 
chele Melga propone all'esempio della studiosa gio- 
ventù. Il nome del Melga di per sé solo raccomanda 
questo gentile libretto, poiché lutti sanno come que- 
sto cortese e dotto napolitano abbia dato saggi splen- 
didissimi del suo sapere e del suo gusto nello stile 
e nella lingua , cosa tanto malagevole a rinvenirsi 
nella grande corruttela in che oggi viviamo. Dopo 
una prefazioncella dettala <lal Melga con quel for- 
bito suo modo, e nella quale si mostra la necessità 
in che siamo di òludiare i modelli recenti dello scri- 
vere epistolare, egli espone brevissimamente, ma con 
somma chiarezza le regole generali intorno l'arte di 
scriver lettere. Poi vengono le lettere di molli fra' 
più illustri e chiari italiani vissuti nella prima metà 
del secolo le quali son divise in dodici classi se- 
condo che sono o d'Avviso, o di Raccomandazione, 
di Dimanda o d'Offerta, e va dicendo. Per sug- 
gello degnissimo di questa egregia raccolta il chia- 
rissimo editore ha posto qua e là alcune noterelle 
le quali servono (com' egli dice assai bene) il più 



delle volte ad avvertire di qualche parola, o di (jwil- 
che modo di uso non buono , e con ciò egli rendo 
segnalalo servigio a' giovani i quali senza questo 
avvertenze potrebbero creder facilmente gemma anche 
ciò che non é. Insomma per lutti i lati questo lavoro 
del Melga é cosa eccellerne, e tale che ben mani- 
festa come questo valoroso giovane di di in di vada 
sempre più avanzando nel cammino de' buoni studi 
onde è fautore caldissimo. 

La moderna poesia si diletta soventi volle di ri- 
trarre scene di dolore e di pianto , nella dipintura 
delle quali (non possiamo negare) i novelli poeti ta- 
lora si moslran valenti poiché cerio il loro cuore 
non difetta di sentimenti gentili che inteneriscono 
l'animo di chi legge. Noi a parlar schietto amerem- 
mo megli» che i poeti tornassero all' abbandonato 
sentiero dei Classici, e avremmo caro ch'essi in cam- 
bio di narrarci scene dolenti, anzi strazianti, ci al- 
lietassero e nobilitassero gli animi con gli alti o 
soavi argomenti onde gli antichi si piacevano ; e chi 
vuole ci chiami pure pedanti. Nientemeno poiché il 
vezzo moderno è siffatto, leggiamo qualche volta i 
migliori fra' nuovi componimenti di questo genere, 
fra' quali punto non esitiamo a porre il Viggianese 
leggenda del Cav. Carlo de Ferrariis il quale dalle 
terribili scene del tremuolo delle Calabrie ha tratto 
la storia d'un povero abitatore di Viggiano che, la- 
sciate in patria la madre e la fidanzala , se ne va 
scorrendoli mondo per guadagnarsi il pane canlan- 
do e accompagnando con l'arpa 

Antiche leggende di prenci e di spose; 

ma tornalo alfine al suo paesello, trova che Viggiano 
più noti era Che un recinto sepolcral, trova la ma- 
dre e la sposa ambedue sfracellale sotto le ruine 
delle loro povere case. La leggenda è secondo il so- 
lilo in vario metro, e secondo il solilo sulla fine ci 
lascia sconsolati per quel misero Viggianese cui non 
rimane fil di speranza ; ma poiché i moderni scrit- 
tori vogliono ad ogni costo addolorarci, soffriamolo 
in pace, anzi ringraziamo il de Ferrariis che men- 
tre anch'esso ci rattrista, almeno ha sapulo farlo con 
armoniosi versi e con gentili concetti, indizio che 
il suo ingegno è ingegno eletto , e che ove fosse 
vòlto a migliori argomenli, potrebbe rendersi vera- 
mente grande e invidiabile. 

Abbiamo bensì foggiata secondo il nostro gusto 
una leggiadra raccoltina di versi pubblicata testé 
in Roma per le nozze di Basilio Magni con Marga- 
rita Targbini Ghiranti. Sono quegli versi d'una eletta 
d'amici che hanno unito i loro componimenti per 
onorare e festeggiare lo sposo il quale in sulla fine 
li ricambia d'un gentile sonetto in rendimento di 
grazie per l'usatagli cortesia. Apre la raccolta una 
letterina del dotto Canonico Luigi Angeloni : a que- 
sta Icngon dietro i sonetti di Giambattista Maccari 
di Lodovico Parini, del P. Tommaso Borgogno, di 
Augusto Caroselli, e di Domenico Gnoli, la ballata 
di Achille Monti, un epigramma tradotto dal greco 



L' A L B U M 



di Domenico Bonanni, ed inGne un'ottava del Prof. 
Francesco Massi. Come ognuno può argomentare da 
questo cenno la raccolta deve essere assai pregevole 
perchè i nomi del Massi e del Borgogno suonano 
chiarissimi per molti e helli scritti pubblicati, e per- 
chè gli altri ci sembrano tutti giovani studiosissimi 
de' grandi scrittori che illustrarono la classica let- 
teratura la quale sola può condurre a gloria dure- 
vole, checché in contrario si gracchi da coloro cui 
piacciono le moderne sconcezze. Ed in l'atto di rac- 
colte questa può dirsi piuttosto unica che rara, per- 
chè tutta intera, salvo piccole differenze, è d'un co- 
lorito e d' una medesima scuola; cosa mirabile a' 
nostri giorni in cui per lo più le raccol te sono ac- 



cozzaglie di componimenti fra se discordanti d'in- 
dole e di natura da farli risovvenire il caos antico o 
per usare similitudine più comica, da porti innan- 
zi gli occhi r abito di che si veste sui nostri te- 
atri la maschera del lepido Bergamasco. Ci congra- 
tuliamo dunque cogli sposi che han saputo cosi be- 
ne eleggere chi Scrivesse per le loro nozze; le quali 
vogliamo sperare siano per essere ad entrambi felici, 
come felice è la vena che dettò questi versi. 



(*) V. Album anno XXV, pag. 85 ove si scorge la 
bella immagine dell' illuslrc scienziato e la biografia 
dettata dal Ch. nostro Collaboratore Q. Leoni. 




BUSTO DI TRAJA.>0 I.MPERATORE ESISTEiNTK NEL MUSEO CAPITOLINO. 



SOPRA LA PATRIA DI TRAIANO IMPERATORE (1). 

La comune opinione dice che Traiano Imp. non 
sia Italiano, né originario di Todi, ma Spagnuolo, e 
della provincia Turdetana : e dicesi ancora, che fra 
tutte le opinioni d'autori classici antichi circa l'ori- 
gine e patria di dello eroe, la più debole e meno 
fondata, per non dir la più frivola, è quella che as- 
serisce essere esso Imperatore di Todi. Proviamo 
dunque il contrario 



PROVE CONTRO TODI. 



liuronio, Giusto Lipsio. 



Non può impugnarsi che questi due autori siano 
slati di gran dottrina e sapere, e diligenti investi- 
gatori delle cose antiche; ambedue però su que- 
sto punto non formano in proposito alcuna prova. 
E cominciando da Lipsio, mi si dica in qual luogo 
de' suoi scrini dica che Traiano non sia di Todi ? 



L' A L B U 31 



Nel conimenlo fallo da lui al panegirico di Plinio 
osserviamo, che fonsiderando esso la diversiUi delle 
opinioni degli scrittori, e la varietà delle lapidi non 
sa a che risolversi. Ecco le parole di lui « Disthrai 
me faleor, et quo ad Vicloreni parala corretiun- 
cula ex urbe tuderlina etsi me lapis etiam turbai » e 
dimostrando rammarico che non si trovino scritto- 
ri, che di questo Imperatore abbiano scritto con chia- 
rezza , soggiunge « in viro illustri tam puden- 
das tenebras ! ubi estis Graeci, Latiniq. qui vitam et 
rcs gestas huius principis scripsistis ? j) Da queste 
parole si conosce che non fa più conto di que' scrit- 
tori, che lo fanno Spaguuolo, che di quelli cho lo di- 
cono Todino, e che rimano indeciso , né sa a che 
risolversi. 

Sesto Aurelio Vittore lo dice Todino. 

Sebbene l'istoria di Aurelio Vittore sia Epitome, 
non per questo è confusa, ma è scritta distintamente, 
e secondo l'ordine de' tempi sono toccati i capi più 
principali della storia, e le cose più essenziali e ne- 
cessarie. Ne viene dunque in conseguenza , che la 
sua storia sia dcgna.di credito, poiché l'autore non 
ha compilalo alcun altro isloriografo, ma ha radu- 
nato molle cose d'importanza e principali, onde po- 
ter dare materia ad altri di poter descrivere l'isto- 
ria più diffusamente. Non può per questo parago- 
narsi Aur. Vittore con Giustino, per causa del quale 
si sono smarrite le istorie di Trogo Pompeo , né 
meno con Zcfìlino , il quale fu causa della perdita 
dell'istorie di Dione. 

Foraslieri esclusi dagli onori di Roma. 

I Romani non dettero mai alcuna carica di go- 
verno, o di Magistratura a' foraslieri, e particolar- 
mente fino ai tempi di Traiano, e molti anni dopo 
se quelli non erano muiiicipi : fra tutti poi erano 
esclusi gli Spagnuoli, i quali non furono mai nume- 
rali fra i Municipi uè alcuna parte di quelle Pro- 
vincie fu distinta con questo onore : e le genti o 
forastiere, o amiche, che assoldavono ne' loro eserciti 
non potevano mai essere numerate nelle loro legioni, 
né nel corpo dell'esercito, ma erano poste in luogo 
appartato, e si chiamavano copiae auxiliares. Che se 
Traiano fosse statoSpagnuolo, allorché militòsotto Ve- 
spasiano in Gerusalemme, come scrive Flavio Gius. 
lib.Sde Bello /«(/.l'avrebbe fatto stare fra i soldati au- 
siliari, e non sarebbe mai stato rettore delle sue le- 
gioni contro l'ordine delle leggi romane : ed esse le- 
gioni erano composte o de' cittadini romani, o dei 
municipi, i quali erano chiamali cittadini, fra quali 
uno de' principali e più cari era Todi. Che le Le- 
gioni si formassero de' Municipi lo dimostra il Si- 
gonio lib. 2 de antiq. iure Jtal. Se Traiano fosse 
stato Spagnuolo non avrebbe avuto sicuramenteluogo 
fra le legioni, poiché in quel tempo la Spagna non 
era municipio romano, ma avrebbe figurato fra gli 
ausiliari. Che poi Todi fosse municipio romano e di 



quelli che avevano maggiori distinzioni, cioè il i'mjì 

ferendi suffragia , et adipiscendi magistratus , e che 
fosse dei più cari e grati, che avesse Roma, oltre il 
provarlo con l'istorie, si fa pure manifesto coll'arme 
medesima della città, che é un'aquila bianca con un 
panno involto in un bastone , che tiene negli arti- 
gli : con questa insegna volevasi dimostrare, che il 
Municipio di Todi era quello che assisteva conti- 
nuamente nella coorte pretoria , essendo 1' aquila 
un' insegna principale del Console, e del Generale, 
siccome dimostrano Guglielmo Grio nelle castrame- 
lazioni, e Alessandro ab Alexandro ne' suoi giorni 



geniali. 



(Continua). 



(1) // celebre p. Giampietro Secchi della Compagnia 
di Gesii fece al detto discorso questa nota , che noi , 
per far cosa grata «' lettori pubblichiamo. 

Il vero modo di sciogliere questo nodo isterico 
é conciliare gli storici fra loro , e nel caso nostro 
la conciliazione a mio parere é facilissima. 

È noto per testimonianza di Appiano alessandrino 
(Bell. Jlispan. p. 323) che italica fu fondala da P. 
Scipione coi soldati italiani da lui condotti in Ispa- 
gna per la seconda guerra punica, e che fin d'allora 
fu municipio romano con lutti i diritti annessi ai 
municipii ; e che restò municipio fino ai tempi di 
Adriano, il quale la dichiarò colonia (Gellio L. XVI, 
e. AHI). Le monete d' Italica \niitano l'origine ila- 
liana della città , e que' cittadini vollero essere te- 
nuti sempre per italici, benché lontani dalla patria. 
Ora è noto egualmente che la maggior |)arte di que- 
gl' lialiani condotti da Scipione in Ispagna erano 
del Piceno, dell'L'mbria e dell'Etruria che in quella 
circostanza fecero sforzi straordinari! per aiutare 
Scipione come attesta Livio. 

Posto ciò, distinguasi secondo l'uso de' Ialini scrit- 
tori pe' soldati italiani che stanziavano, o nascevano 
in paesi stranieri, quella che dicevasi patria maior 
dall' altra che appellavasi patria minor. Adriano 
successore immedialo di Traiano , e confidato da 
giovinetto alla sua tutela era nato anche esso in 
Italica , ma vantava per sua patria maggiore V A- 
dria del Piceno città degli Italiani antenati suoi , 
e perciò chiamossi Hadriutiui. E gencralmenic par- 
landò i cognomi in anus dati a' soldati sono quasi 
tulli da Patria, come si vede in tanti latercoli mi- 
lilari pubblicati nelle grandi collezioni epigrnlkhe. 

Noi dunque possiamo cencedere che la ])atria mi- 
nore di Traiano sia stala italica ; ma dobbiamo ne- 
gare che Italica fosse la sua patria maggiore ; per- 
ché lutti i cittadini d' Italica aveano la loro patria 
maggiore; in alcuna delle città d" Italia. Traianus 
deriva evidentemente da Troia come Hadrianus da 
Hadria, ed io posso provare colle tavole Eugubine 
e con altri monumenti che nel circondario di Todi 
esisteva in antico un oppidum chiamato Troia ed an- 
che Traa in lingua umbrica. Posso altresì pro\are 
che la gente Ulpia , alla quale apparlcnea la fa- 
miglia Ilalicense di Traiano era numerosa in co- 



L' A L B U M 



teste parti, e non mancano molte iscrizioni genuine 
che ricordano varii Ulpii in Todi. L'essere poi egli 
stato adottalo da Ncrva, che sicuramente era origi- 
nario di Narni , è un altro argomento che i mag- 
giori di Traiano erano oriundi di questa parte del- 
l'Umbria. Sono dunque persuasissimo che la patria 
maggiore di Traiano debba cercarsi nell'Umbria , e 
non lungi da Todi, perchè Todi gli è da'.a per pa- 
tria da taluni istorici. 



IACOPO E ADELE 
IìAfXn.\TO (*) 

li. 

// Viaggctlo campestre 

Era surta appena l'alba <lel \ di Maggio, il più 
bel mese che ricordi l'anno, massimamente sotto il 
limpido cielo d'Italia, che Koberlo ed KIvira eran 
d'attorno co' lor domestici ad apparecchiare il ne- 
cessario per una gilerella campestre. Avean essi di 
molti poderi, in fra i quali uno assai vasto non mol- 
to lunge dalla città ove dimoravano, al quale eran 
usi recarsi ben di frecjucnle per prendere al(|uanto 
di sollievo dalle gravi cure della famiglia. Codesto 
possedimento era arricchito di quanto la natura e 
l'arte hanno di più pregevole e raro; con annessovi 
un elegante e commodo ostello da potere iscusare la di- 
mora in (|ualc siasi splendida capitale. Non avea in esso 
difetto di ogni maniera fruite; dal mandorlo comune 
al nespolo giappcuiese ; dal pruno al lieo; dal lam- 
pone alla fragola. Che cosa dirò de' (ìori.^ Ve n'avea 
d'ogni ragione, d'ogni colore ed odore, indigeni ed 
esolici, de' quali i più rari e dilicali serbali erano 
in una ricca Serra e magnifica. 

Disposto il bisognevole, eccoli quc'vispi fanlolini 
tant'alti, allegri e lieli muover d'un salto nella car- 
rozza: se non clic avvedutasi la buona Elvira clic il 
più piccolo tra essi, Edoardo, avea sdimenticato di 
segnarsi colla croce prima di ascendere in carrozza, 
ne lo garrì dolcemenle, e gli ripetè quello che già 
aveva a' figli insegnato: tutte cose , perchè ricscan 
bene, doversi da Dio cominciare. Ed il fantolino, ar- 
rossitosi cosi un pochello, segnarsi, cancellare le ma- 
nine al pcllo, e biascicare non so quale preghiera. 

La gioia che inondava il cuore di quc' buoni gar- 
zoncelli nel resi>irar l' aria libera della campagna , 
non è a dire. Si danno a mirare attentamente dal- 
lorno , e nulla passa sotto i lor occhi inosservato : 
mandre di capre che sbandatesi pe' campi , s' iner- 
picano su per l'erte e pe' burroni in cerca di nutri- 
mento ; mandriani che a pie di alberi rigogliosi e 
fiorenti dan fiato all' umile zampogna onde risuona 
la valle e'I monte; buoi che pascolano e a quando 
a quando sollevando il cornuto capo mugghiano; tori 

(*) V. Album pag. -il8 Anno XXV. 



altieri che maestosi passeggiano per qiie' vastissimi 
campi e guatano superbamente intorno; puledri che 
colle sparse criniere ondeggianti sul collo imbizzar- 
riscono e carucolano per gli ampi spazii e lieta- 
mente nitriscono: tulio in somma che popola la cam- 
pagna era allenlamente considerato da' giovincelli. 
Le fanciulle poi miravano con compiacenza i gai 
augelletli percorrere le regioni aeree in cerca di 
qualche quercia secolare per tesser quivi securi i 
lor nidi e depositarvi le loro uovicine: le mirabili 
farfalle che spiegando in faccia al sole tutta la pom- 
pa de' colori onde hanno pintc le ali, suggere il succo 
de' fiorellini, de' quali erano smallale quelle ridenti 
prala, per tramo nlimcnio. Oh (juanle volte armale 
le mani di reticelle, insidiavano (]ue' leggerissimi in- 
setti aspettandoli al varco; ed avutili, dilargar loro 
le aluccc; ma vedutesi cosperse le dita del polviglio 
delle alclte, lasciameli per mondarsi; e ([uelli, a grave 
rammarico delle fanciulle, guadagnar l'aria e fug- 
gire. 

Roberto ed Elvira, sebbene in più gravi pensieri 
immersi, pur miravano con inaudito piacere la cara 
famiglinola in (anta esaltazione di spirito. 

Ma che è che non è ? dopo due ore di viaggio, 
Demetrio scorge da lungo il comignolo dcll'edifizio. 
Lo indica a'fralelli, alle sorelle. A (|uella vista voci 
di gioia e suon di man con elle rimbombano per gli 
a|)erli spazii delle campagne; non [luó |)iù frenarsi 
l'allegria de' fanciulli, che s'alzano sulla punta dei 
piedi divisando di veder meglio la mela del loro 
viaggctto; e poi, scosso il legno, cadere su' sederini 
di esso; sinché dopo un quarto d'ora sono già sulla 
soglia di casa, ricevuti e festeggiali da'gaslaldi, dal- 
le costoro mogli e figli , che aggruppatisi intorno 
a'Ior signori li salutano e li complimenlanoalla lor 
foggia. 

Entrali in casa , e nettatisi cosi un poco dalla 
polvere le vesti , i mammoli corrono al desco già 
apparecchialo per la colezione; le fanciulle asscllano 
le Loro coserclle e robicciuole; i genitori danno di- 
sposizioni per la giornata; finché assisi tulli inloruo 
alla tavola , e mesciuto a cui lalle e calTè , a cui 
cioccolalte ognuno dà pruova dell'abilità sua in man- 
giare savorilamenle. 

Emm. Marini. 



R.tgionamento sopra la topografia de' monumenti del 
Foro romano, in ispecie sul suggesto de' Rostri, se- 
condo gli scavi e coll'esame delle principali pubbli- 
cazioni fatte nel presente secolo. — Lettera al eh. 
Sig. Cav. Giovanni De .ingclis. Direttore dell'Album. 

(Continuazione V. An. XXV, pag. /|09). 

Or passiamo ad altre particolarità su i Rostri in ve- 
teribus della Curia, e su quei pure in oc^tviV^fw del Fo- 
ro, ed in ispecie sulla forma del suggeslo. Intorno a 
ciò due sole indicazioni abbiamo, che possono aiutar- 
ci a supporre la forma de'Rostri primi, cioè del ilG; 



L' A L B U M 



l'una è fornita da Tito Livio : Naves Antiatum par- 
lim in Navulia Roniac subduclae , ■parliin iaccnsae : 
rostrisque earnin sugtjeslum in furo cxtructum ador- 
navi placuit : rostraque id templum appcllalum (1). 
L'altra è fiala da Lucio Fioro: Extant et parla de 
Antio spolia ; qitae C. Macnius in suggcsta fori, capta 
hosliuin classe sitjjlrit : si tamen illa classis : nam sex 
fuere roxtratae (21. Or diremo, clic avendo il numero 
dei rostri e in certa guisa la grandezza loro ancora, 
perchè non eran rostri da burla, possiamo dedurre 
l'ampiezza del sugu;esto , che devesi accordare con 
le parole di Plutarco , che ci dice che C. Gracco 
concionandovi vi passeggiasse : Hic priinus Romae in 
liostris deam/julavit inter dicendum, et logam ex hu- 
mcro deviilsit (3). Quanto alla loro figura , la più 
semplice do\etle essere quella che venne preferita; 
e siccome la rettangolare non si preslava hesie per 
star rivolli in modo che il Senato dal vestibolo della 
Curia, l'eletta del popolo dal Comizio ascoltasse e 
l'oratore per rispello non si movesse, n' emerge che 
un suggesto circolare risolvesse il problema. Ptr tal 
modo torniamo per necessaria induzione alla prima 
idea che si ebbe de' Rostri sulla supposizione che 
la medaglia Paìikantis li rappresentasse ; il Nibbj 
propose infatti circolare il suggesto {'\). 

Non però circ(darc fu il suggesto edificato da Ce- 
sare dentro al Foro. E se per abbaglio si credette 
per un momento che la medaglia surriferita rappre- 
sentasse la crepidine capitolina , interpretata falsa- 
mente per Rostri, e se pur si concede ch'essa lìgu- 
rasse i Rostri della Curia , provato ch'essa non sia 
rappresentazione di un ponte, siccome opina il Ric- 
cio (6) o di un navale secondo l'opinione del Toc- 
co (7), essa deve irrevocabilmente escludersi dal sug- 
, gesto dei sudelli Rostri di Cesare; imperocché essi 
vennero collocati presso alla crepidine tra la via Sa- 
cra e l'esistente arco di Settimio Severo, e lo relitjuie 
che ne avanzano dimostrano un piantato rettangolare, 
di cui l'altezza era anche maggiore degli attuali me- 
tri 2, 52, e la lunghezza non minore di Metri li, 40. 
Sei grandi asole verticali, incavate ad eguali intervalli 
di M. 1,20 ci assicurano che la larghezza di ogni 
rostro era eguale a quella cifra con pari intersti- 
zio ; ed i fori circolari tra i 7 e i 10 centimetri , 
che ricevevano le impernature ci offron mezzo a 
calcolarne la spessezza; come la larghezza di M. 1, 20 
danno in approssimazione la proporzionale altezza 
di M. 2, 00. Siccome poi le asole per le imperna- 
ture, che sono sei per tre rostri, poste a disianza di 
Metri 1, 20 formano un totale di Metri 7, 20, esse 
dan spazio ad altri tre rostri con lunghezza di altri 
Metri 7, 20; che formane assieme sei rostri in uno 
spazio di M. 14, 40, forse con uno spazio maggiore 
nel mezzo, e per tal modo avrebbe ecceduto i Me- 
tri l'i, 40 di lunghezza, risultala dalle misure prese 
sul luogo. Che fossero sei i rostri anziati è chiaro 
dal testo allegato di L. Floro : 5( tamen illa classis, 
nam sex fuere iìostratas (8). Né mancan medaglie 
a mostrarci suggesti di rostri rettangolari , al pari 
che lo fu il suggesto de' Rostri del Foro ricostruito 



da Cesare. Fra queste avvenne una nella raccolta 
dell'Agostini con la leggenda Caesar Augusius, e sul 
rovescio C. Sulpicius Platorinus : due persone se- 
denti sono rappresentate sopra suggesto , che nella 
faccia anteriore ha infitti tre sporgenti a tre punte 
a foggia di rostri (U). Da queste annotazioni, come 
corollario, discende ancora, che noi possiamo calco- 
lare senza errar gran fatto l'ampiezza de' Rostri primi 
della Curia sopra giuste considerazioni supposti di 
forma circolare, sviluppando in cerchio la medesima 
lunghezza di Metri 14, 40 ; calcolali inler\alli e ro- 
stri ognuno M. 1, 20 ; perlochè il diametro, risulte- 
rebbe di M. 4, 80 ; spazio bastante per formar massa 
imponente innanzi alla Curia in vista del Comizio 
e del Foro, ed aver dato occasione a C. Gracco di 
passeggiarvi arringando. — Ultima osservazione sui 
Rostri e il ricercare se avevano parapetto o ringhie- 
ra. Ed ceco in questo la niia opinione. Se l'oratore 
o patrocinatore perorava in pubblico orazioni che i 
retori chiamano del genere giudiziale, avca dinanzi 
i giudici ; se erano Senatori o Tribuni della plebe 
che peroravano, le orazioni erano del genere delibe- 
rativo, ed avevan dinanzi sul vestibolo della Curia il 
Senato, da fianco sul Comizio il resto de' patrizi e 
cavalieri, alle spalle la plebe nel Foro. Questa po- 
sizione portava che 1' oratore stesse immolo e sco- 
perto, nò circondato da plutei; bensì avesse dietro a 
sé in ispecie se Tribuno della plebe il subsellio , 
che in molte medaglie vedesi rappresentato , e in 
quella delta Palikanus non manca , e sembra tale 
se le sue diverse rappresentazioni dale in ispecie 
dall'Agostini e dal Riccio non fallano. — I Rostri 
del Foro non servirono che a blandire o ad aizzare 
la plebe, siccome era lo scopo di Cesare e di An- 
tonio, a lodare i morti polenti siccome fece Druso, 
ovvero a dare agli imperatori 0|ìportunità di dire 
qualche bella cosa ; essi in qualunque modo non 
servendo che di faccia e a persone che dovevano 
aver lungo strascico di familiari, adorni de' plutei, 
interrotti nel mezzo, mostravano intera la persona, 
e la garantivano insieme ; e tali difalto si veggono 
i Rostri nella rappresentazione fattane nel bassori- 
lievo dell'arco di Costantino nel lato settentrionale 
sopra il fornice sinistro verso il Colosseo. 

Non sia poi discaro il ricordare infine che presso 
i nostri antichi eranvi eziandio le case rostrale ; im- 
perocché, come era uso di porre in vista della citt.à 
nelle proprie abitazioni le spoglie tolte a'ncmici; 
così quando si trattava di vittorie navali, l'emblema 
che valeva a ricordarle erano i rostri. La casa di 
Pompeo li conservò lungo tempo. Quindi Cicerone 
ebbe a dire contro Antonio : Oh audaciam immanem 
Tu ingredi Ulani donium ausus es ? tu illud sanctis- 
simum limen intrare ? . . . in qua quamcis nihil sa- 
pias , tamen nihil potest esse jucundum ? An tu illa 
vestibula, rosthA, spolia cum aspexisti, domum tuam 
te introire putas {IO) ? Giulio Capitolino nel tessere 
la vita dei Gordiani pur ricorda colai casa rostrata: 
Feras hjhicas una die centum exhibuit, ursos una die 
mille. Eictat sylua ejus mcmorabilis, quae pietà est in 



8 



L' A L B U M 



DOMO ROSTRATA CN. l'oMPF.ii , quae ipsius et patris 
ejus et proavi fuit, quam Philippi temporibus vesler 
fiscus invasil (11). Nel piccolo cavedio nel palazzo 
Farnese in Roma sul primo ripiano della scala si 
veggono in marmo due prore di navi antiche , ma 
non rostrale : siano esse falle sopra esemplari antichi 
in epoca a noi vicina o siano di vecchia data, esse 
in ogni modo ci forniscono un' idea degli adorna- 
inenli, co' quali i nostri avi decoravano le pareti dei 
vestiboli in memoria di qualche fallo navale. Ove 
si voglia infine avere un' idea de' Rostri delle an- 
tiche navi, oltre che Roma ne fornisce molti esempi 
nelle colonne conclidi ccnlenarie di Antonino e di Tra- 
jano e in epoca moderna nel restauro delia colonna 
rostrata di Duilio nella scala de'Conservatori in Cam- 
jiidoglio, e nelle due colonne all'ingresso della villa 
l'inciana, si può essa ottenere consultando le opere 
che trattano di Numismatica; fra le (|uali la raccolta 
dell'Agostini in due medaglie e di Cesare e di Ve- 
spasiano (12); ed anche il Raifio (13) e meglio an- 
cora lo Scheffero (H), non che i commentari di Go- 
descalco Stevveccliio a Vegczio (15). 

Né in Roma solo ebbero gli antichi innalzato coi 
Rostri un trofeo, quasi monumento di vittoria na- 
\a!e. A poca distanza dalla vittoria sugli Anziati e 
prima delle guerre Cartaginesi occorse che Clconimo 
re de' Lacedemoni con un'armata, nel 451 di Roma, 
afferrale le coste d' Italia ed impadronitosi di Tau- 
rio presso Salenlo, per vaghezza si trasse al littorale 
dei Veneti ed entrò con parte del Navile nel fiume 
Brenta risalendo fino presso Padova incendiando" e 
saccheggiando i borghi circostanti ; i cittadini di 
({uesla non sofferendo l'insulto, fecero impeto su co- 
lesta specie di Corsari, ed i Vendi a lor s'unirono ; 
Clconimo uscì a salvamento appena col quinto delle 
suo navi, e co' Rostri delle navi catturate feccsi tro- 
feo nel tempio di Giunone : Rostra navium, spolia- 
que Laconum in (tede Iiinonis velcri lixa , multi su- 
persunt , qui vidcnnil. Pulavii monimenluin navalis 
pugnae co die, quo pugnalum est, quotannis solemni 
certatnine navium in flumine oppidi medio exerce- 
tur (16). Cosi Tito Livio cotesto suo fatto patrio ri- 
corda; e tali sono le memorie a noi pervenute dal- 
l'antichità sopra i trofei fatti co' Rostri delle navi 
nemiche. 

{Continua} Camillo Ravioli. 

{Le note in un prossimo numero.) 



SOCIETÀ GE.NERALE 
DELLE STRADE FERRATE ROMANE LINEA PIO-CENTRALE 

La società generale delle strade-ferrate romane , 
linea Pio-Centrale, rende avvertiti gl'intraprendenti 
di pubblici lavori, cho, cominciando dal 15 del cor- 
rente potranno esaminare, in Roma nella sede della 
società al palazzo Filippani alla Pilolta ed in Pa- 
rigi negli utEci di essa, in via Richelieu num. 99, 



i differenti capitolati, computi metrici e disegni com- 
ponenti il progetto di un solterraneo , lungo ujìIIc 
e seicento metri circa , da doversi aprire al colle 
de' Balduiiii, fra Terni e Spoleto; come pure il pro- 
getto d'un altro solterraneo, lungo circa mille no- 
vecento cinquanta metri, da essere aperto al colle di 
Possalo fra Fuligno e Fabriano, lungo la linea da 
Roma ad Ancona. 

Le separale offerte per ognuno di quei sotterra- 
nei potranno consegnarsi fino a lutto il 31 marzo 
prossimo, tanto in Parigi quanto in Roma. 

I concorrenti troveranno le module di offerte nei 
sopraindicati ullici; e dovranno aver esaminati i luo- 
ghi, prima di dare le offerte. 

La società si riserva il diritto di sciegliere fra 
gli offerenti le persone che presentino le più positive 
garanzie della loro solvibilità, intelligenza ed onestà. 
Roma 5 febbraio 1859. 



CIFRA FIGURATA 



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N- 




M- 







> ..V 











TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIO.NE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n- 433 



CAV. filOVA.NNI OR-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Ui#ìluizioiie 2. 



2 6 Febbraio i859 



Anno XWI. 





D. JIICIIIÌLANCELO DEL MKDICO SACERDOTE RO.MASO. 



Utilius est kominum magis memoriae 
laudem dare guani vitae . . . 

S. Maxim. Ep 

Michcl'angelo Del Medico già splendido ornamento 
del Clero Romano che nel testé decorso anno il 
pianse estinto, nacque in Roma da onesti e virtuosi 
genitori il giorno 11 di novembre 1774. 

Ammesso in tenera età come alunno nel Pontifi- 
cio Seminario Romano, si distinse fra i suoi eguali 
nella palestra delle amene lettore e nei gravi studi 
filosofici e teologici , riportandone premi ed onori. 

Inclinato per naturale trasporto alla Musica, strìnse 
intima amicizia col chiarissimo professore D. Giu- 
seppe Baini alunno del medesimo luogo, e si giovo 



talmente dell' opera di lui nello studio del Canto 
Gregoriano e del così detto Figurato, che molto pia- 
cevagli, da renderne pubblico saggio con sacre pro- 
duzioni reputate degnissime di lode. 

Essendogli conferita , mentre era ii\ Seminario , 
una Cappellania corale nella Patriarcale Basilica Li- 
beriana, ebbe a sommo onore di appartenere a quel- 
l'insigne Capitolo, e fedele al proprio dovere volle 
adempirne le obbligazioni fino al penultimo anno di 
sua vita , quando fu colpito dall'estrema infermità. 

Ordinalo Sacerdote e dato compimento al corso 
dei sludi, il Cardinale Erskine Scozzese di eh. me. 
che volea provvedersi di valente Segretario , alta- 
mente penetrato dalla egregia indole , dalle qualità 
morali e dalla scienza del giovane Sacerdote, lo scelse 



10 



L' A L B U M 



a quella carica in cui seppe diporlarsi a modo di 
meritare la slima e la benevolenza di quel dotlis' 
simo Porporato, die condusselo seco a Parigi, (ove 
apprese per eccellenza l'idioma francese) , e morendo 
il fece erede di gran parte delle sue sostanze. 

Proseguendo Del Medico a dimorare nella sopra- 
delta capitale, recossi a pregio di viemaggiormente 
legarsi in rispettosa amicizia con la nobilissima 
Famiglia Borghese (già contralta fin dalla fanciul- 
lezza) , e da essa fu sempre distinto nei suoi fa- 
vori e onoralo della più sincera e costante af- 
fezione. Volendo [)ertanlo essere utile ad altri 
con le sue cognizioni e specialmente con la peri- 
zia nelle scienze Matlcmaliclie, giudicò espediente 
di occuparsi in privale lezioni di 3Iattcmatica e di 
lingua Italiana e fu lieto, co! lucro die ne ritrasse, 
di accrescere viaggiando il tesoro del suo sapere. 
Percorse quindi non solo tutta la Francia, ma ezian- 
dio le Isole Britanniche, la Germania, la Prussia, la 
Svizzera e in fine l'Italia , quali viaggi furono da 
lui con acuratezza descritti in alcuni volumi donati 
al nobile Collegio Ghislieri in un con la sua scelta 
e copiosa Biblioteca. 

Dopo venti anni di assenza fece ritorno in patria 
ove come Ecclesiastico d'ingegno e di merito , es- 
sere non dovea dimenlicato e negletto , ma noto e 
oltremodo accetto ai sommi Pontdìci di sa. meni. 

LeOMC DUOUECl.MU, PlO OTTAVO, (i I! KliORIO DECIMOSF,- 

sro, fu da essi prescelto e ostinalo Socio d'onore 
e quasi Consulente ad alcuni giovani Prelati d' il- 
lustri natali a!)legati della Santa Sede in Francia al 
berretto Cardinalizio Diretta dai lumi e consigli di 
lui, fu sommamente decorosa la di loro nobile mis- 
sione e fu gralissima ai Regnanti di quella Nazione 
e alli menzionali Pontefici massimi. 

E qui è da riferirsi a lode del Sacerdote Del Me- 
dico ch'essendo eccilato in Parigi dal Nunzio Apo- 
stolico (ora Cardinali! venerando) , per la stima che 
di lui avea, ad imprendere la via delle Dignità Ec- 
clesiastiche, gli rispose con ingenua franchezza « Ec- 
cellenza , a me piace di vivere libero per operare 
il bene a mio modo ». 

Stabilita in Roma la sua dimora altro non ebbe 
a cuore che impiegarsi tutto in vantaggio della di- 
letta giovenlù , memore della sentenza del divino 
Maestro » Chi accoglierà un fanciullo in mia nome, 
accoglie me slesso » e fatto direttore dei giovanetti 
delle Scuole Cristiane al Piucio e di quelle presso 
s. Salvatore in Lauro, attese con assiduità e col mag- 
giore impegno per molli anni alla di loro coltura 
s[iirituale , erogando annualmente a prò dei mede- 
simi qualche somma del suo privalo peculio , con 
ulteriore disposizione di un fondo dopo la sua 
morie. 

Il nobile Collegio Ghislieri e il Conservatorio della 
Divina Provvidenza mancarono di un Deputalo al- 
l' Economia ; conoscendosi per altro dai rispettivi 
Superiori quanto il Sacerdote Del Medico perito 
fosse nella scienza economica, il nominarono a tale 
incarico. Immaginarsi non può e descriversi abba- 



stanza con quanta rettitudine, diligenza e delicatezza 
eseguisse mai sempre l'allidatogli olFicio , e basti il 
dire che tale in pochi anni fu il meglioramento e 
la prosperità dell'amministrazione, d'averne l'annua 
rendila considerevole incremento; e si vivo era in 
lui l'impegno, che il portava ad amare teneramente 
quella giovenlù, riamato pur da essa era come pa- 
dre , né di ciò pago volle che immortale fosse l'amor 
suo , disponendo in favore dei due Luoghi Pii la 
maggior parte di sua eredità. 

In fine essendo annoverato per sapere e per me- 
riti fra gli onorevoli Deputati del Pio Istituto della 
SS. Annunziata , fu da' suoi Colleghi grandemente 
slimato e rispettato. 

Ma la di lui operosa carità verso il prossimo es- 
sere dovea più cara a Dio, poiché preso da profonda 
commisera/ionc in riguardo alle altrui sventure , 
volse ancora il pensiero e l'affetto con saggi prov- 
vedimenti alla vera e occulta indigenza e all'infer- 
ma umanità, (|uella soccorrendo a larga mano e non 
la (limcnlicando dopo il suo passaggio , ((Usla con- 
fortando e alleviando con mensile sovvenzione ; né 
deve omettersi il dono di un censo assegnalo in vita 
alla Società di s. Vincenzo de' Paoli per gl'infermi 
della Parrocchia di s. Rocco, cui apparteneva come 
Deputato Ecclesiastico. 

!•> qui giudico doversi esporre eh' essendo il pio 
Sacerdote assai zelante della Casa di Dio , a mag- 
gior decoro di essa o a soddisfare insieme la sua 
pietà volle acquistare ndl'accennato Tempio una 
Cappella sacra al Taumaturgo di Padova e renderla 
coti grave sua spesa ornata e abbellita splendida- 
inoiite. 

In mezzo però alle molte occupazioni seppe egli 
conservare inalterabile il metodo ordinalissimo di 
vita domestica e sociale, e conoscendo appieno che 
il -Minislr:) della Chiesa dove essere luce ai Fedeli 
e vero modello dell' Evangelica morale , studiavasi 
per ogni modo a mostrarsi nel Clero vivo esempio 
di buone operazioni nella probità, nell'integrità, nella 
pietà religiosa. Alieno dagli onori e dalle dignità , 
di altra ro?a noncuravasi se non che di eseguire i 
propri doveri, di erudite conferenze, di gradita let- 
tura e della tran(|uillità del suo spirito. 

Dotato di perspicace ingegno, fornito di ogni ma- 
niera di eruilizione (prova ne sieno i suoi mano- 
scritti) , amabile per la soavità dei modi e |)er I» 
dolcezza delle attrattive, potè acquistarsi la slima e 
la venera/ione del Clero , l'ossequio e l'amore dei 
Principi e dei Patrizi, l'amicizia dei sapienti, non che 
la parziale e distinta benevolenza dì alcuni cospicui 
Porporati che bramavano tratleiiorsi con lui so- 
vente in maierie religiose, letterarie e scientifiche. 

AlTlitto nello spazio di un'anno a mezzo dall'ul- 
tima penosa infermità, che fu per esso lui continuo 
esercizio di ()azienza e di rassegnazione, ammirabile 
in vero a chi l'assisteva o visitava, dolevasi soltanto 
di non potere proseguire fuori di casa le non mai 
interrotte pratiche di pietà ; ma da viva fede ani- 
mato e confidando nella bontà del Sommo Gerarca 



L' A L B U M 



11 



della Chiesa, cui era acceltissimo , e nel di lui su- 
premo potere, si volse a supplicarlo di alcune spe- 
ciali facoltà e grazie spirituali, ottenute le quali si 
reputava oltremodo consolalo. 

Aggravandosi però il male nei primi giorni di 
giugno del decorso anno , e avendo già l'infermo 
suggellalo il fine di sua vita con testamento di tutta 
pietà e carità, munito dei santi Sagramenti e degli 
estremi conforti , benedetto dal Vicario di Cristo , 
circondato dai Sacerdoti suoi amici e dai congiunti 
a lui cari, che dolenti il piangevano , assistito dal 
proprio Direttore, come desiderava, dopo un giorno 
di placida agonia rendeva l'anima a Dio con la pre- 
ziosa morte dei giusti e nel bacio del Signore la 
sera del 12 giugno 1858, per conseguire in cielo il 
premio della virtù e della carità. 

Possa cotesto transito dolcissimo essere il conforto 
al Clero Romano occupato per la gloria di Dio nel 
bene, e nella salute eterna delle anime ! 

F. M. Morelli. 



SOLETTO 



A TUSCANIA 



Dal profondo tuo sonno alza la testa 
Patria, e dagli affanni ornai respira; 
Sorgi, e deposta alfin la bruna vesta 
Sanate appieno le tue piaghe mira. 

Dopo il lungo infuriar della tempesta (1) 
L'astro di pace nel tuo ciel s'aggira: 
Il fato che li die guerra funesta 
Raso rimane di baldanza e d'ira. 

Che con bell'opre del felice ingegno 

Un figlio che all'Italia accrebbe onore (3) 
Fu alle mine tue saldo sostegno; 

I vetusti tuoi pregi trasse fuore 

Dal cieco oblio ; ed ora a nobii segno 
T' ergi vestita d'immortal splendore. 

Giovanni Canonico Romanelli. 

(1) Si allude alle guerre, ai saccheggi, alle discor- 
die cittadinesche che lacerarono Tuscania in ogni se- 
colo e specialmente nel medio evo. 

(2) Secondiano Campanari letterato ed Archeologo 
di chiarissima fama, la di cui memoria è tuttora viva 
nel cuore de' suoi concittadini, scrisse la bella istoria 
della sua patria ; lagnale é uscita non ha guari alla 
luce per cura del provvido Municipio Tuscaniese. 

IACOPO E ADELE 

RACCONTO (*) 

III. 

L'amore materno 

— Animo. Adele, non vi avvilite : sarà un dolor 
di capo passeggero ; protraeste troppo in lungo il 



ricamo : oggi riposato in letto, e domani, speriamo, 
non ne sarà più nulla. 

Come diceva cosi pensava l'affettuosa Elvira sulla 
indisposizione della buona sua primogenita. 3Ia 
l'Adelina che scntiasi già scaduta di forze, ed assa- 
lila fieramente da incognito malore, rispondeva con 
un languido sorriso e non profferiva parola, per non 
disacerbare l'animo dell'amala genitrice. Senonchè il 
di appresso levatasi Elvira di buon mattino e corsa 
alla camera della figliuola ; vidcla, oh dio ! cosi can- 
giala di aspetto, anzi cosi disformata, che fu a un 
punto di darsi in preda alla disperazione. Fa cercare 
di Roberto ; del buon aio de' figliuoli ; spedisce fa- 
migli in cerca di medici, di cerusici, di apoticarii; 
plora, si angustia , si rammarica, si tapina ; non si 
muove d'intorno al letticcllo dell'informa ; le ravvia 
mollemente i capelli; le terge dal sudore la fronte; 
la guarda fisa , le squadra le pupille degli occhi ; 
oh dio ! par iscemi il calore del corpo ; oh dio ! pare 
infro'liscauo le membra. Deh per pietà soccorrete 
questa povera madre; ch'ella è in preda al più crudele 
dolore ! Sovraggiunge intanto il marito, e poi l'aio 
che si studiano di racconsolarla, mentr'eglino stessi 
non sanno che cosa dirsi ; tanto recò loro spavento 
l'improvvisa mulazion della figlia. E mentre si passa 
il tempo in proposte e risposte, in timori e speran- 
ze, ecco (ah respiriamo ! ) ecco il dottore che ince- 
dendo grave e lento , gitta uno sguardo sprezzante 
su' famigli , inchina nobilmente i padroni di casa, 
siede vicino all'inferma , la interroga con gravità , 
sbirciandola co.sì per traverso ; ma ella poco o nulla 
risponde. Le tasta il polso, numerandone i battiti, 
scorre leggermente colia mano su per le braccia 
dell'inferma fcr sentirne la cute, ne palpa il ventre, 
e, gran mercè ! lo Iruova trattabile. Tenta novamente 
il guado delle interrogazioni per vedere di trarne 
quanto gli basti a formare la diagnosi del male, ed 
isciorinar quindi un discorsetto di grave sonanti pa- 
roloni condito cui niuno ( ed egli ? . . . ) intende. 
Tuttavia da quel pocolino che potè dalla inferma 
carpire e dagli astanti, forma sue conghietture, giu- 
giie a ravviare il bandolo : e dopo aver pensato, sen- 
tenzia escatedra della malattia , alla quale applica 
certo nome, cui la mia memoria, a graie iattura, non 
ha sapulo nella sua celletta conservare. Prescrive 
rimedii energici, incoraggisce l'inferma, vantando la 
superiorità de' suoi specifici ; ne consola i genitori, 
e pettoruto e gonfio sen parte. 

Consolati, fortunata Adele ; rasserenatevi felici ge- 
nitori ; che la inferma è in buone mani. Tra non 
guari le vedrete rivivere quelle amabili pupille : 
ella surgerà del Ietto più rigogliosa che pria : slate 
cheli ; lo ha prognosticato il medico ; 

« E sillaba di lui non si cancella » 



Emm. Marini. 



(*) V. Àlbum pag. 6. 



12 



L' A L B U M 







LAGHI DELLA SCOZIA. 



La Scozia ù divisa in due parli : i colli e i piani 
della bassa Scozia ( Lowlaiides ) hanno <lcllc forme 
semplici e graziose; al contrario l'alia Scozia ( Li- 
ghlands) offre un'aspctlo più severo e macsioso. Si- 
mile alla bellezza della Svizzera j montagne inacces- 
sibili, laghi in abbondanza. Li monti Grampìeus sono 
lo Alpi di queste abbandonale contrade 

Il Glencoi: è una delle più romantiche valli di Gi- 
ghlands. Questa si dice sia la patria di Ossian; ed 
in vero le poesie che gli si allrihuiscono sembrano 
ispirale da questi luoghi selvaggi. La valle è rac- 
chiusa fra (lue muri di neri scogli alti tre mila 
piedi; le di cui cime bizzarre formano delle punto 
e dt'lle freccie acute. Tutto è conforme alle poesie 
Ossianiche. Al nord s'inalza il Diin-Fion, o la »»o;i- 
tagna di Fingale. Il ruscello di Cona prende la sua 
origine da un piccolo lago che si vede in mezzo 
alla valle. 

Non è mollo distante l'altro lago di Awe. Per 
andare da uno all'altro si lascia il deserto e si en- 
tra in un paese ricco ed elegante. Il lago Awe è 30 
miglia lungo, e circa un miglio largo ; le alte mon- 
tagne che lo circondano sono ricoperte di boschi 
magnifici ; nella sua cslenzione sono sparse una quan- 
tità di piccole isole alcune coperte di erbe che si 
pascolano gli armenti, altre ombreggiale da grandi 
alberi. Sulle rive si vedono di tanto in tanto delle 



grandiose rovine ; all'estremità orientale sono gli 
avanzi di Kilchuru-Casllc, che si erge su di uno sco- 
glio in mezzo all'acqua; e li ruderi di-allro castello 
poco discosto sulla piccola isola di Fraoch-Elan, sem- 
brano galleggiare sul lago. 

L' Jliglilands, Ao\o. Walter-Scod ha rappresentalo 
la maggior parte dei suoi Romanzi , sono visitati 
nella buona stagione dai viaggiatori Per percorrere 
questi luoghi abbisognano più precauzioni che per 
Svizzera, essendo meno rre(|uenlati. Viaggiando col 
proprio legno bisogna servirsi de' suoi cavalli, tro- 
vandosi in pochi paesi i cavalli di posta, e eoa dif- 
Bcollà le viiture ; nella primavera è più facile tro- 
vare nelle Contèe di Perth e d'ArgvII, dei calessi ad 
un cavallo, con un sedile mobile sospeso a traverso, 
ed è il più adatto e comodo per il Paese. Per altro 
le strade sono nella maggior parte buone, anche nei 
laoghi più deserti. Il miglior modo per traversare 
questa incolla e libera natura saro!)I)e di viaggiare 
a piedi con un piccolo bagaglio dietro le spalle. 



GIORNI DELLA SETTIMANA SECONDO GLI OPINAMENTI 
DEGLI SPAGIRICI. 

Prima dies Phoehi sacrata lumino fulget 
Vendicai, et lucens fcriam sibi Luna secundam, 
Inde dies rutilai jam tenia Miirtis honore, 



L' A L B U M 



13 



Mercuriiis quartam spIendeiKem possidct al(am, 
Juppiter ecce sequcns quinlain sihi jure dicavit, 
Concordai Veneri magno cuni nomine sexia, 
Emicat alma dies Saturno scptimà summo. 

Sit tilt qui legis bona dies. 

Doti. A. Belli da un antico autografo. 



GIACOMO BLUMENTHAL 

li principe de' viventi suonatori di Pianoforte, il 
prussiano Giacomo Blumenllial è nuovamente in 
Roma ove, al solito, nell'arte sua fa meraviglie. Nel 
giorno 11 del mese corrente diede un' Accademia 
alla quale in gran numero convennero e Romani e 
stranieri amatori della musica classicaj (e fra que- 
sti v'intervenne eziandìo S. A. R. il Principe di Galles) 
e tutti rimasero ammirati della sua valentia clic è tale 
da far sì ch'egli vada innanzi di gran tratto agli altri 
suonatori dell' età nostra. Molli maestri di musica 
furono anch' essi a questa Accademia , ed essi 
ancora gli fecero plauso, e il plauso di costoro è di 
gran peso perché meglio d' ogni altro sono atti a 
giudicare il valor suo, che anch'essi dicon mirahile. 
A noi figli di questa bellissima Italia madre verace 
delle arti gentili, fra le quali l'arte soave dell'armo- 
nia tiene nobile seggio, assai é caro il vedere tanto 
onorarsi questo egregio straniero che con le sue me- 
lodie tutti commuove gli animi, e li dischiude a' più 
teneri affetti. E andiamo lieti di poter pubblicare 
in onore di lui un Sonetto cui dettava un nostro 
chiarissimo collaboratore rapilo anch' esso a tanta 
dolcezza di suoni. 

A GIACOMO BLVME.\THAL 

Cehbratissimo 
Nella dolce arte del suono 

SO.\ETTO. 

Poiché il valor di tua maestra mano 
Che scioglie invidiata almi concenti 
Maravigliando omai gridan le genti 
Dai liti Esperii all'ultimo oceano ; 

Cortese il ciel t' arrida, e questo umano 
Core ch'è selce spetra, e queste menti 
Fra dubbio e speme or trepide or dolenti 
Placa, o gentil, ch'ogni altro aiuto é vano. 

Il secol molle armoniosi canti 

Facile ascolla, e dolci suoni, e il vate 
Che altrui rampogna disdegnoso ha in ira. 

Trarre al drillo cammin l'anime erranti 
Potemmo un di ; le veci a voi serbate 
Or sono, e al Nume che in voi ferve e spira. 

Achille Monti. 



COSTUMI ITALIA.M 



Fu sempre una delle principali curo de' reggitori 
de' popoli vegliare diligentemente, perchè non tras- 



modassero i privati in soverchia spesa ed in isfog- 
gialo lusso con inestimabii danno della società, il 
pomposo vestire delle donne specialmente e i troppo 
lauti convili furono soventi volle sfolgarali da se- 
vere leggi, ed a ragione. Conciosiaché da tali disor- 
bitanze originano legare cilladinc, le invidie, le su- 
perbie , le domestiche inquietezze e le nimistà , i 
rolli costumi, la distruzion delle doli, lo scialacqua- 
mento de' palrimonii, la mina delle famiglie. Cosi 
corre 1' usanza , e inuzzolito agli esempii altrui 
niuno più sa temperarsi, e per far bella mostra di 
sé ognuno si gella a ogni iniquo partilo. Onde spesse 
incontra di veder donne anche più volgari emular 
nella ricchezza delle vesti e nello splendor delle 
gioie le più doviziose signore, e cosi vien lolla di 
mezzo almeno apparentemente (]uella varietà di classi 
che é streltamcnte necessaria nella civil convivenza. 
Languiran forse talora nella più darà miseria gl'in- 
nocenti figliuoli , ma nulla monta ; si toglierà il 
pane alla lor bocca per vestire a quella foggia, per 
abbellirsi di (juegli ornamenti. Quindi il declamar 
che si fé in tulli i tempi contro si deplorabile spar- 
gimento di roba e di danaro, e i saggi ordinamenti 
diretti ad infrenare cosiffatti abusi. Famose son le 
leggi suntuarie, Licinia, Emilia e Oppia presso i Ro- 
mani e i plebescili e i senalusconsulli allo stesso 
scopo diretti. — Non avvi forse città italiana che 
non vanti i suoi statuii e le sue riformazioni con- 
tro tanto dissipamento di sostanze. Anche in Città 
di Castello vi furono antichissimamente , ma poi o 
per malignità di tempi o per negligenza di magi- 
strali ili in disuso, furono nel sedicesimo secolo rin- 
novellati col consenso e colla volontà di Monsignor 
Pietro Fauno Vescovo Aquense e Governatore di 
della Città di Castello per la santa sede apostolica, 
regnante il sommo Pontefice Pio IV, e con l'inter- 
vento dei magnifici signori quaranta e cento (che 
erano scelti cittadini preposti al reggimento della 
loro terra natale) e pubblicati nel Maggio del 1561. 
Crediamo di far cosa utile e grata a leggitori ripor- 
tarli in (|uestc pagine. 

Statuii e rcformatiuni delti magnifici S. Quaranta e 
Cento della Città di Castello sopra le superflue spese 
del vestire delle donne e dei conviti. 

Gap. I. 

Imprima si ordina prohibisce e comnianda che 
niuna donna di qual grado stato, o conditione si sia, 
cittadina e per tempo longo liabitante in della città 
e sua giurisdilione e dislretlq , in casa e fuori di 
casa di poi la presente publicalione, possa ne debba 
portare in dosso, ne per la sua persona alcuna sorte 
d'oro, né argento lavorato, ne sodo ne in altro modo 
fabricato ne gioie, pietre preliose, perle, veste, o al- 
tri adobbamenli et ornamenti di broccato , o tela 
d'oro, e d'argento, di seta , o altro drappo di che 
si sia, né per veste principali, ne per ornamento de 
l'altre, se non della qualità et forma che qui sotto 
sarà notala e concessa. 



u 



L' A L B U M 



Gap. II. 

Ilem si prohibisce e comanda che iiiuna donna 
cilladina, o haliilante nella città, o distretto che non 
sia l'orastiera , possa da hora innanzi portare orec- 
chini e pendenti d'oro, argento et seta, ne di altra 
sorte, ne maniglie con gioie, o senza, o altri orna- 
menti, pretiosi alle mani , bracci et orecchi ; et in 
capo : et alla fronte in modo alcuno. 

Gap. Ili- 

Item si prohibisce e comanda che Diuna donna 
come sopra possa ne debba [ìortare ventagli, zebel- 
Jiui, armellini, ne altra sorte di pelle di prezzo, ec- 
cetto quelle che sono per uso necessario del freddo 
et per la sanità del corpo solo e non per delitia, 
o pompe : come a dire pelliccioni de basetta, (1) o 
simili, quali siano permessi a chi gli volc. 

Gap. mi. 

Ilem si prohibisce e comanda che ninna donna 
come di sopra possa ne debba portare al collo, ne 
per la persona alcuna sorta d'oro , e argento solo, 
o accompagnalo con lavori : opere et imprese , no 
gioie, o perle da conto, ne da once, eccetto un vezzo 
solo di perla, o vero una collana d'oro sola, che non 
passino il prezzo di scudi vinti, e non possa portare 
couture, nò chiavacuori d'oro (2) o argento, ne di 
corallo, ne altra sorte da cingere che sia di jirczzo 
da quattro scudi in su : inlendcndo che parimente 
siano prohibile le gioie, perle: e collane Onte e con- 
tralTattc, come le vere e naturali : Dcchiarando che 
fra le perle possa portare bottoni d'oro , che non 
passino in tulio la valuta di scudi vinti , e pari- 
menti alla collana possa portare un pendente d'oro, 
che in tutto non passi detta valuta. 

Gap. V. 

Item si permette e sia lecito alle spose portare le 
collane, e vezzi di perle detti di sopra unitamente 
e insieme, per un anno da cominciare il di dal con- 
tratto sponsalitio : e da quello in la possino sola- 
mente portare una collana sin' a dodici scudi ci non 
più. 

Gap. VI. 

Item st prohibisce e comanda che ninna donna 
come di sopra possi portare colleti , ne gurgiere, 
ne scuffie ricamale : o lavorate d'oro, argento : o 
scia che siano al più di valore di tre scudi d'oro. 

Gap. VII. 

Item s- permette e concede che tutte le donne 
delli Signori Quaranta del Reggimento, e delli Si- 
gnori Gento, et de loro figliuoli fratelli e ncpolt coa- 



sanguinei possino, e le sia lecito portare solamente 
tre sorte di drappo, cioè una di velluto, l'altra di 
raso, o damasco : la terza di crmcsino , laffeltà , o 
altra sorle da quello in giù, purché non [lassi il nu- 
mero di delle tre veste in tutto, e che non si pos- 
sino foderare in alcuna sorla di drappo o di seta, 
e similmente si permette a delle donne come di so- 
pra, poter portare dei anelli d'oro in dito con qua! 
gemma si voglia, che non sia di valuta più di ven- 
ticinque scudi d'oro l'uno, et da quello in su le sia 
prohibito. 

Gap. Vili. 

Ilem si prohibisce e comanda che delle veste di 
seta permesse come di sopra, siano tonde fino a ter- 
ra, ma senza stragino, e siano senza ricami, intagli 
e imbottiture, solamente con una banda di velluto, 
o altro drappo non prohibito, di Ire dita o doi che 
non passino della larghezza di Ire dita fra tulle doi, 
cuscite con tre righello la sola : e le doi con quat- 
tro cordoni, o zaghanelle come loro |)arcrà, Dcchia- 
rando che delle tre veste di seta non siano di broc- 
cato, di tela d'oro, ne d'argento quali siane in lutto 
prohibito sì per veste, come per ornamento delle al- 
tre \eslo. 

Gap. IX. 

Item si permetto e concedo che lutto le donne 
generalmeute possino portare veste di panno, saie, 
rascie (li) , mocaiali {'i), dobbetti (5), oslandini (0), 
buratti (7) non jieró di sola, et ogni altra veste di 
lana , similmente tondo e senza stragini , con una 
banda di voluto, o di qual altra sorte di drappo si 
voglia non prohibito, di larghezza di Ire dita o doi, 
della medesima larghezza fra tulle doi, con tre ri- 
ghello cordoni, o zaghancllo a l'unn sola, e quat- 
tro alle doi , e non più , et con maniche di (|ual 
drappo si voglia , che non sia prohibito , a chi le 
vorrà fare, nella <|ual banda non si possa mcltorc 
drappo sopra drappo, e siano dello vesto senza oro 
argento, racami, rilievi e imbottiture, et senza altra 
superfluità, ma solamente cuscite come di sopra con 
righette, e bottoni, o zaghancllo a chi le vorrà fa- 
re, non allrimente. 

Gap. X. 

Itera si prohibisce e comanda che niuna donna 
come di sopra possa portare berretle di sorte alcu- 
na, ma solo gli se concedano cappelli di che drappo 
si sia non prohibito, et siano senza medaglie, piume, 
penne, pontalletli, imprese , o cordoni, salvo un 
cordono di scia del medesimo colore del capello. 

Gap. XI. 

Item si prohibisce e comanda che niuna donna 
come di sopra possi portare guanti ricamati d'oro 
né di seta, e che siano di valuta più d'uno scudo : 
ne pianella di drappo con ricami o vero ornamenti 



L' A L B U M 



15 



di oro o argento, e che detti guanti non siano pro- 
fumali , ne si possa portare muschio o zibetto in 
dosso, ne altra sorte di adornamenti , e mancho si 
possino portare corone ne maniglie, che siano fatte 
di pasta d'ambra o muschio, alle mani e bracci, o 
allrimente : Concedendo solo di potere portare co- 
ralli a i bracci semplici senza ornamento, che non 
passino la valuta di Ire scudi. 

Gap. XII. 

Itcm si prohibisce e comanda che le donne di 
quelli che non sono dei S. Quaranta et Cento , a 
loro fratelli figliuoli e nepoli consanguinei come di 
sopra etiam che fossero discese di essi ; dcchiarando 
che debbino seguire la condilione del marito : Et 
quelle di quelli che fanno arte mcccjnicbe e vili 
esercitii : etiam che fossero delii Quaranta e Cento : 
non possino portare veste preziose : ne di sela ne di 
grana , ma solo possino portare ogni altra sorte di 
veste non prohibite. Et solamente le se concede ve- 
ste di grana per fin a otto anni, dal di del contralto 
sponsalitio : e da quello in la , gli siano prohibite, 
e possino portare doi anelli d'oro di valuta di sei 
scudi luno e non più, e per il primo anno uno vezzo 
di perle puro senza ornamento. 

Gap. XIII. 

Itcm si prohibisce e comanda che iiiuna donna 
contadina o rusticana : habitante nel contado o fuora 
della Città : possi portare veste di seta, o di panno 
di grana, ma con le veste non prohibite gli sia le- 
cito portare un paro di maniche di drappo non pro- 
faibilo, e similmente non possino portare collane d'oro 
ne di argento , ma coralli al collo solamente con 
bottoni e pendenti d'argento , che non passino il 
prezzo di tre scudi in tutto, e non alle mani, ne in 
altro luogho della persona, ne in dosso, e che non 
possino portare si non doi anelli di argento , e in 
orali come a loro parerà e non più. 

Gap. XllII. 

Item si prohibisce e comanda, che non sia lecito 
ad alcuna donna nuovamente maritata, o sposa, e da 
inarilarsi per l'avvenire , andare a casa degli loro 
mariti, e sposi, o parenti degli mariti, fra tanto che 
non sarà veramente sposata con l'anello, o giurala 
del suo marito , per osservare l' honestà virginale 
tanto degna, e amata già da i nostri antiqui. 

Gap. XV. 

Ilem si prohibisce e comanda che niuna donna 
come di sopra , ardisca ne presuma ne per tempo 
del carnevale, ne per altro tempo dell'anno, in casa, 
o fuori di casa fare alcuna sorte di maschere pu- 
blice, o scerete, ne transvestirsi d'altro habito che 
del suo proprio, e naturale ne in compagnia de' suoi 



congionti, e attinenti, ne di altri, e questo per to- 
glier via l'occasione del fare male, e del vivere im- 
pudicamente. 

Gap. XVI. 

Ilem si prohibisce e comanda che padri , madri, 
fratelli, zii, consobrini, nepoli e cognati del sposo, 
nel tempo del sponsolitio non possine presentare la 
sposa di magiore dono o presente che passi la somma 
di scudi tre per ciaschuno, e gli altri parenti qui 
uon espressi , gli sia al tutto probibifo e velato il 
donare alla sposa , salvo che a questi nominati di 
sopra. 

Gap. XVII. 

Ilem si prohibisce e comanda che alle spose per 
li cortei non le si possa dare robba che passi ven- 
ticinque scudi, olirà le veste per prima falle, quali 
veste non se inleudino comprese ne computale in 
della somma. 

Gap, XVIII. 

Item si prohibisce e comanda che alle donne in- 
fantate per i pulii che faranno, non si possa dare 
corteo o fornimenlo alcuno, per quelli dal canto del 
padre o madre della sposa. 

Gap. XIX 

Item si prohibisce e comanda che ne i battesimi 
de i figliuoli figliuole , non sia lecito ad alcuna 
portare ne osare manlellini di broccato o tela d'oro 
e d'argento , ne guarniti di trina, cordoni o altre 
cose d'oro o altro fornimento di cose prohibite, ne 
siano racamati, ne intagliati , ne listali di cosa al- 
cuna e non siano foderali di zebellini, martori, vaij, e 
armellini, ne dossi o altra sorte di pelle pretiose e 
di valuta, et che i sciugalori che si usano nelli bat- 
tesimi, non passino la valuta di scudi dodici, e non 
siano con trine ne racamali d'oro, argento, ma solo 
lavorali di sela. 

Gap. XX. 

Ilem si prohibisce e comanda che parimenti nclli 
battesimi e parli delle donne in casa o fuora di 
casa, non sia lecito usare fascie, ludere (8), lenzuoli, 
padiglioni, cortine, guanciali et simili finimenli da 
letto e da camere , ornati o lavorali d'oro o d'ar- 
gento, ne racamati di cose prohibite , salvo che di 
sela. 

Gap. XXI. 

Ilem si prohibisce e comanda che nelli battesimi 
che si faranno, non si facciano collalioni, e non sia 
lecito in essi menare compagnie nfc comitive di per- 
sone oltra li compari o comare, che ordinariamente 
si fanno. 

Gap. XII. 

Item si prohibisce e comanda che niuna donna 



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L' A L B U M 



(come (li sopra delli Signori Quaranta et Cento et 
loro nominali et espressi nelle presenti reforme ) 
maritala, la qual sia stala otto anni col marito, possa 
portare veste di velluto ne di cremosi, ma solamente 
una veste di drappo non prohibito, e quelle che di 
sopra sono state concesse specificale nel nono Ca- 
pitolo. Dcchiarando gli sia lecito portare una col- 
lana d'oro di valuta lin' a dodici scudi e non più, 
e da quello in giù come pare a loro, ma che non 
possine usare più de una , ctiam in diversi tempi. 

Cap. XXIIl. 

Ilem si prohibisce e comanda a tutti Orefici, Sar- 
tori, Sartrice, Hecaraatori e altri maestri e lavoranti 
mani fatori e artefici, che non possine in modo al- 
cuno tagliare, cuscire, lavorare ne fabricare, vesti- 
menti, ornamenti, e portature da donne, collane, ma- 
niglie, centure o altre cose di sopra [irohibite, e che 
fossero centra la forma del presenle decrete. 

Cap. XXIV. 

Item si prohibisce e comanda che ne i pasti e 
fonvili nollinli non sìa lecite dare |)iù di doi anli- 
[)asti, e doi sorte di pelate e non più : cenci in a 
lesse e in arosto ad arbitrio del convitante : Dcchia- 
rando che non siano compresi uccellami, come dire, 
quaglie , tordi , bccchalichi e simili e da (juo-.ti in 
giù; li quali si concedano, escludendo, in tulio ogni 
sorte di pasticci, sfogliati e geli, concedendo solo che 
possi fare doi sorte di confetti solamente. 

(Continua) Prof. Alessandro Ani- 

(1) É In pelle dell'agnello ucciso poco dopo ch'egli 
è nato. Diz. della ling. ilalian. 

(2) Fermaglio d'oro o d'argento che già usatano 
di portare le donne in Firenze, op. cit. 

(3) Sono una specie di panno di lana grossolano, 
il quale serve a varii usi op. cit. 

(4) Nel dizionario si trova invece mocoiardo, sorte 
di tela antica di pelo. 

(5) Forse dolihletti. 

(6) Oslandini non è registralo nel Dizionario. 

(7) Sorta di drappo rado e trasparente. Diz. 

(8) Termine proprio di Città di Castello, con cui 
vengono espressi quei panni di tela, onde siavcolgono 
i bambini. 



Note all'articolo del Cli. Sig. Cac. Ravioli sopra la 
Topografia de' Monumenti del Foro Romano V. 
pag. G, 7 8. 

(1) T. Liv. Ih. Lib. Vili, cap. 14. 

(2) L. Annaei Fiori, Rer. Romanar. Lib. l cap. 11. 

(3) Plularcus in C. Gracco. 

(4) Del Foro romano ec. op. cit. pag. 52. 

(6) Le monete delle anticlie famiglie di Roma fino 
alTimp Augusto, Napoli 183G, pag. 98, tuv. XXVllI 

(7) Riprislinazione del Foro rom. ec.op. cit. pag. 33. 



(8) L. Fiori, loc. cit. 

(9) / Discorsi ec. sopra le medaglie, ec. op. cil 
logo II, Tuv. 32 numero XXIll. 

(10) de. Philippica II. cap. 27. 

(11) lulii Capitolini, Gordiani tres in Uist. Aug. 
Script, op. cit. pag. 151. 

(12) / Discorsi ec. sopra le medagl ie 
Diulog. ,II,Tav. 33, n. XXllL 

(13) De re navali, Lutetiae 1553, pag 

(14) De Militia Navali veterum , Ubsaliae lOS'l. 
Lib. Il, cap. 5, pag. 125 et seg, 

(15) FI. Vegeta Runati Comitis, aliorumquc ali(/u(il 
veterum de re militari libri etc. Ec O/fic. Plantiniuna 
1607. — Commentarius ad Veget. Lib. V, cap. Xlll 
pag. 297. 

(16) T. Liv. Ih. Lib. X, cap. 2 



Diu- 



ec. op cìi. 
176, 187. 



CIFRA FIGURATA 








cu HA FIGURATA PHECEDIiNTE 

// giornale incomincia il suo sesto lustro avendone 
compiuti cinque essendosi sostenuto anche nelle 
calamitose circostanze di peste e guerra. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



pia: 



DIREZIONE DEL GIOIl.'SALE 

za di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVA.NM DE-A.NGELI; 

direttore-proprietario 



DistFJbuzioDe 3, 



S Marzo 18S9 



Anno XXVI. 








V^^Vv/"'A'' T^ 



(^ CfjXto'/ at,i> 



IL MONTE TESTACCIO COME SI VEDE AL PRESENTE. ( F. pa^». 19.) 



MONTE TESTACCIO E SUE PERTI.NENZE 
E LA RELAZIONE DEL CARNEVALE DEL 1555. 

{Estratta da un antico manoscritto.) 

Queslo è un colle che inalzasi in una Pianura 
fra il Tevere e la porla Ostiense a Ponente di Ro- 
ma ; l'Eschinardi lo dice alto passi geometrici 200 
di circonferenza alla sua base 590, e di diametro 240. 
Roma gentile lo appellava Dogliolum per essere com- 
posto di framenti di varie urne ed olle di terra col- 
la. Ecco ciò che dice il Nardini. Il Doliolo ciò che 
fosse , già si vede , un maraviglioso monte fatto di 



fragmenli di vasi di creta, e ne serba anche il nome 
di Testacelo Testaceum, latinamente, la cui grandezza 
maggiore alquanto doveva essere, avendo veduto io 
a miei giorni levarne infinite carrellate per rime- 
diare con quelle coccie alla fangosità delle strade 
circonvicine , la vera sua origine, lasciala l'opinione 
vulgare de' tributi portati a Romani dalle Città, e 
Provincie in vasi di creta, si consente dagli scrit- 
tori essere perchè quivi anticamente furono i crelai, 
trasportativi forse da Tarquinio Prisco , quando fé 
il Circo, per la comodità dell'acqua, e insieme del- 
l' imbarco de' loro lavori ; dai cui fragmenli gella- 
livi, il Monte potè crescere per il gran numero de 



18 



L' A L B U xM 



Crelai , che erano in Roma , e per i molti vasi di 
crela, che si adoperavano per Dogli da vino, da ac- 
qua, <la altri li(|uori; da bagnarsi, da cenere de' mor- 
ti, e da altro , iìiio per Simulacri di Dii, e per in- 
crostar le muraglie. - Oltre di che non è strano, che 
dalla frattura anche di molli vasi , ne' quali veni- 
vano per fiume diverse mercadanzic , crescesse il 
monte. 

L'opinione del Cardini intorno che l'urono chia- 
mati e qua trasportati li Vasai da Tarquinio; viene 
smentita dal Eschinardi, che dice che a' tempi suoi 
fu scoperto tra li cocci di questo monte un sepol- 
cro gentilesco localmente, da i|ucsta scoperta facil- 
mente si puole addurre unitamente al l'iale versa- 
lissimo Archeologo , che il l'iaiio occupalo ora dal 
Testacelo fosse ne' tempi Republicani occupalo da 
diverse fabbriche, e precisamente dalla via Ostiense 
che sortiva dalla l'orla Trigemina , pare adunque 
che la sua formazione si possa allribuire all'epoca 
Imperiale e posteriormente jìoichè li vasi che si rin- 
controno non hanno forme di più rimola Antichità. 

Nei secoli bassi questo monte e li prati sogiacenli 
erano rinomatissimi, poiché vi si celebravano nella 
domenica del (Carnevale i giuochi , che da lui Te- 
stacci erano detti , conseculivi agli altri ajipellali 
Agonali o Agoni , che si celebravano il (ìiovedì 
grasso. Di (jnesti giuochi trovasi menzione in una 
Rolla di Martino V, ove creandosi (gonfaloniere del 
Popolo Romano , Pietro degli Astalli e parlandosi 
dell'uffizio di tal dignità, fra le altre cose vi si dice, 
che egli debba inalberare l'insegna del Popolo Ro- 
mano ne' giuochi di Testaccio, e negli Agoni, e an- 
tecedente a (|ueslo aveva occupato tal carica S . . . 
delli Annibaldi anibi romani. 

In che consistessero tali giuochi, e (|ualc fosse il 
loro apparato in gran parte ci viene manifestalo dalli 
Statuti vecchi di Roma compilati ai tempi di Paolo li 
ne' quali, allorché si é dello, che li Ebrei pagavano 
per ogni anno alla (^animerà Ca|iilulina per li giuo- 
chi Agonali , o di Piazza \avona, e per quelli di 
Testaccio mille e centotrenta fiorini di solidi, o soldi 
quaranlaselle, della somma devcasi ripartire : e fi- 
nalmente si è ordinalo, che ad essi assista il Sena- 
tore di Roma coi Conservatori, e col Senato, e con 
lutti gli Lflìziali vestiti degli abiti Senatori, si spiega 
ciò, che fossero si li uni che gii altri giuochi, nel 
(|ui tradotto passo. 

Lo slesso perchè li delli giuochi Agonj, e di Te- 
staccio, debbano essere celebrati con solennità. Pri- 
mieramente si devono portare in essi i quattro anelli 
ili argento doralo, due in Agone, e due in Testac- 
cio. Ad uno dei quali sono lenuli a correre i Cit- 
tadini e all'altro li Scudieri con l'asta, -Similmente 
nel cam|)0 di Testaccio, si Irnsporlino tre Palili di 
ganzo d'oro , e di seta, al primo de' (|uali corrano 
li cavalli romani, al secondo li forensi, al terzo gli 
Asini, giusta l'usala costumanza. Quindi sei Garoc- 
cic (computatevi ancora quelle due solite fatte dai 
Molinarj) alle quali devonsi porre , li animali con- 
sueti, cioè due giovenchi, e due porci per ciascuna 



carrozza, computati particolarmente questi giuvenchi 
i quali sono soliti a darsi ciascun anno per simili 
giuochi dal Monastero di s. Paolo di Ss. Saba e Gre- 
gorio. Le istesse Caroccie debbono essere coperte 
da un panno rosso ad onore del Popolo Romano. 
Similmente fu aggiunto che nella detta festa ( per 
grazia della S. di N. S. Paolo papa H.) del denaro 
della camera si facessero altri sei Pallii , il primo 
per gli Ebrei , che dolevano correre nella luna 
avanti la Domenica, il secondo per i Fanciulli Cri- 
stiani, nel marledi, il terzo, per i Giovani Cristiani, 
nel mercoledì seguente, il quarto pei Vecchi Sessa- 
genari, il quinto per gli Asini nel giovedì, e l'ultimo 
per le Bufale nel giorno di martedì. 

Molto più ampia notizia di ciò se ne ha in una 
relazione manoscritta , la quale si dipinge li giuo- 
chi, assai differenti di quelli, del suddetto statuto, 
ma non men belli, questa descrive una festa falla, 
l'anno 1.5^.t , sotto il Pontificato di Paolo HI ceco 
come si esprime 

Domenica passata si doveva fare la festa in Testac- 
cio, ma |)er la perversità del tempo fu differita al 
giorno seguente. Il lunedi adun{|uc andò lutto l'or- 
dine della festa in Testacelo nel medesimo modo , 
che aveva fallo giovedì in Agoni , eccetto i Carri. 
Questo luogo è il più bello e comodo da spettacoli 
che si possa immaginare al mondo. A ponente il 
Monte Testaccio, a levante è un piccolo Colle, so- 
pra il quale é il Monastero di s. Saba , a setten- 
Irione é quella parte dell'Aventino, che ha fortifi- 
cato il Papa, ed alcune case di vigne, a mezzogiorno 
sono le mura di Roma, lungo le quali ad ogni dieci 
canne é un Torrione. Tutti questi luoghi erano pieni 
di gente, e vedeva ciascuno comodamente. Oltre que- 
ste parli più eminenti , vi era un gran numero di 
Palchi, e di carri legali insieme, che servivano per 
la vista, e per difesa. Nel mezzo ò un gran prato, 
nel qnale dalla banda di tramontana era il Catafalco 
di Madama. Il luogo fu tutto circondato dalle fan- 
terie, e da cavalli, e dapoi con bella pompa fecero 
di se mostra tutti quelli , che il giovedì avevano 
falla sì bella in Agoni. Intanto incominciò la gran 
caccia nella quale furono morti 13 Tori, e furono 
rovinate giù da Teslaccio 6 carrozze, e sopra a cia- 
scuna delle quali era un Pallio rosso , e un Porco 
vivo , per guadagno dei quali si fecero non manco 
prove , che in ammazzar li Tori. Fra molle livree 
che si videro quel dì, ve ne fu una di 36 Mattac- 
cini vestiti di rosso a cavallo con zagaglia in mano, 
e questi furono i primi ad assaltare i Tori. Ma la 
più nolabii cosa, che si vedesse fu una livrea di. P. 
Cavalieri che fecero il . . . Farnese', il ... . Santa 
Fiora, e il Duca di Camerino. Questi erano vesliti 
da soldati all'antica, e li vestimenti erano d'oro, e 
d'argento, e di seta con ricami , trapunti, fregi, e 
lavori sopra lavori : e intanto ben conservali, e con- 
testi sì riccamente , e con tal vaghezza , che a me 
non basta l'animo di descriverli. Con la medesima 
maraviglia erano anche ornati i loro bellissimi ca- 
valli , i quali furono di lauta destrezza e di lauta 



L' A L B U M 



19 



gagliardia, che a lulto il popolo parve miracolo, le 
cose che fecero i sci Cavalieri sopra di quelli , e 
specialmente davanti alle hulle donne. Li compagni 
dt'lli prefati . . . . , e Duca in questa livrea fu- 
rono il Duca di Melfi, il Conte di Santa Fiora , e 
il Principe di Macedonia. Si corsero ancora tre 
Pallj, gli barberi di broccato d'oro, i cavalli di vel- 
luto cremisino , le cavalle di velluto pavonazzo : il 
Corso cominciava dove le mura della Città si con- 
giungono col Tevere, e passava per mezzo la Pra- 
teria, e terminava alla cima del Monte Aventino, si 
che ciascuno potea benissimo vedere dal principio 
o al line, lo non entro a ragguagliarvi d'alcuni al- 
tri particolari , perchè sarebbe troppo lunga isto- 
ria, si che questo vi basti di quella giornata. Il di 
di Carnevale corsero il Palio gli Asini e le Bufale 
secondo l'usanza , e bagordi, e tumulti a furia. La 
notte si recitò una Comedia in casa de' Caffarelli. 
Il primo giorno di Quaresima fu la Stazione a Santa 
Sabina , la quale fu tanto solenne, che molti vcni- 
vono in disputa, chi fosse più bello il Carnevale, o 

la Quaresima di Roma e a V. S. bacio le mani. 

Di Roma 21 di Febbraro 1545. 

Sofjgiunge 

Per accrescere il numero di tali giuochi, e la ma- 
gnificenza in tali feste solevano chiamarsi li vicini 
popoli, Paolo III. vi chiamò li Tiburtini, ordinan- 
dogli che vi mandassero otto giovani giocatori li 
(juali furono scelti de' principali cittadini , e ve- 
stiti in bellissima gala v'andarono; G. Maria Zappi 
Storico Tiburtino fu uno dei giuocatori sudctto 
portando uno lo stendardo di sua patria, ecco cosa 
egli aggiunge alla descrizione di questi giuochi. 

Ecco , che anche vi comparvero Illmi Signori , 
come il sig. Senatore di Roma , ed i signori Con- 
servatori il quale sig Senatore cavalcava un cor- 
siero coperto da capo a piedi lutto de imbroccalo, 
e lui Senatore portava similmente una gran veste 
de un bellissimo imbracato, et in testa portava una 
come berretta di Armcllina con quelle sue code 
bellissime per adornamento della testa. Li signori 
Conservatori Romani poi sfoggiati di una medesima 
corte , di modo che ciascheduno puoi considerare 
come pote\ano andare mirabilmente adorni, volendo 
ripresentare il popolo Romano nobilissimo , ecco , 
che ultimamente viene dopo li giuocatori , et Ca- 
porioni di Romani, lo Illmo sig. Giuliano Cesarini 
Consigliere dell'lllmo popolo Romano a Cavallo su 
di un cavallo simile a quel di Marcho Aurelio con 
il soperbo suo stendardo bellissimo con 1' impresa 
al solito di Romani ^ S P. Q. R. con il suo tron- 
cone della lancia indorata, che in la sua veste con 
il cimeri vi portava tante diverse gioje , che di- 
cevan alcuni , che valevano più di trenta millia 
scudi, et similmente in la fronte del cavallo vi era 
una gioja bellissima, li adornamenti del cavallo di 

drappi con penachiere, che io non so come mi 

di lodar quelli sfoggi; Avanti al detto sig. Giuliano 
vi andavano con le sue bellissime Livree innanli 
novantasei staffieri conti da me Gio-Maria Zappi 



con tanti li schiavi di diversa natura , Turchi et 
Jlori legati , volendo rappresentare li trionfi an- 
tiqui Romani in detta festa, et gioco: poi si videro 
li carri triumphanti ripieni di diversi Irophci , di 

quel che mi ricordo perché chi avesse voluto 

discrivere in ([uel tempo questa festa, et triumpho 
di Testacela, -li sarebbe stalo necessario haver una 
risma di carta. Dopo ridutli li giuocatori , Capo- 
rioni , il sig. Senatore li signori Conservatori , et 
il sig. Giuliano in la Piazza di Campidoglio , le 
fanterie erano incomenciate a marciare la volta di 
Testacela eie. 

Una bella memoria di simili giuochi si conserva 
nel Palazzo Mignanelli , (l) ed un quadro , che li 
rappresenta appunto come furono celebrati a tempi 
del Pontificato di Paolo III, anzi si stima che pos- 
sono essere quelli di sopra. 

Di questi giuochi, come anche delli Agonali, (2) 
dopo questa epoca non si trovano più memorie , 
onde agevolmente si puole credere che andassero 
da li a non molto in disuso. Tanto e più fondata 
la mia asserzione , poiché in quei tempi incomin- 
cia vasi ad addrizare la via odierna del Corso (come 
a suo luogo vedremo) e la furono trasportate le corse 
de barberi , ed il concorso delle maschere altro 
non restando alla pianura del Testacelo che il nome 
di prali del popolo romano. 

Nel pontificato di Clemente IX o circa quell'epoca 
incominciò a scorrere il Testacelo per scavarvi grotte 
o cantine per ripararvi il vino dal bollore del- 
l'estate , ed in vero la via circola freschissima tra 
li vanii di quei cocci , per la ragione che non e 
riscaldata dall'aria Atmosferica, in oggi e tutto alla 
sua base circondato da simili Cantine profondissime, 
ed in qualcheduna per la comodità della freschezza 
e ridotta in osterie (V. pag. 17). Nel mesa di ottobre 
vi é molto concorso di Romani vogliosi di clletriz- 
zarsi con sì dolce , e qui abbondante liquore , e 
quei prati e collinette che servivano agli avoli, per 
godere lo spettacolo delle giostre vengono in quel 
mese coperti di tavole o deschi imbanditi Iraslnl- 
landosi ognuno , ed in brigate con suoni e balli 
imitando in qualche epoca li antichi baccanali. 

N.B. Le pianure che circondano il monte Testacelo 
appellansi tutt'ora li prati del popolo romano, v. so- 
pra, e sono destinale a passarvi la linea di Ferrovia da 
Roma a Civitavecchia costruendo un ponte sul Te- 
vere in questa direzione, da l'una all'altra sponda, 
diriggendosi verso la porta S. Paolo, e a sinistra della 
via di delta porta in retta linea sino alla moietta , 
quindi entra nella vigna di S. Gregorio uell' orlo 
botanico e dietro all'Anfilealio Flavio alla stazione 
generale di quella di Napoli e Bologna. 

Gaetano Collafavi. 

(!) Da cui abbiamo tratto i noòili costumi di questa 
festa. 

(2) V. Album Anno. V. pag. 103. 



20 



L' A L B U M 



1 .3.^. » 




GRANDE CAVALCATA DEL StNATORU fc CONSERVATO!!! b! ROMA IN FORMALITÀ' QUANDO NEL 1534 AI'RIVA 

!L CARNEVALE !N TESTACCiO. {Tratta da Hit dijiiìUo (ti quel tfinp'i. V. pag. 19). 



IACOPO E ADELE 

HACCONTO ( ! 

IV. 

// Solitario 

Non mollo lungo dal jioik-re de' pcisonaiigi del 
nostro Racconto, menava lran(|uilla vita in modesto 
abituro campestre un cotale, ch'era in venerazione 
e rispetto presso lutt' i villici di quelle vaste cam- 
pagne. Uomo in 

'( Età di settantanni o poco manco » 

dimostrava non jierlanto molto vigore di vita in due 
orchi vivacissimi, nel colore acceso del volto e ncl- 
l'andafura svelta, si che lo avresti apiicna stimato di 
età mezzana. Vestiva egli una roba scura, ma decente 
e netta, che ne copria tutta insino a' pie la persona, 
ed avea cinto i lombi con una larga zona dello stessa 
drappo. Sccndeagli sul petto lunga e folta la barba, 
che. davagli cert' aria di reverenza : incedeva mai 
sempre scoperto il capo , ma calzato i piedi : rap- 
presentava in somma una specie di romito, un so- 
litario di genere nuovo. Avea facondo il labbro, ani- 
mato- il gesto, cortesi e gentili i modi. A lui ricor- 

(*) Y. Album pag. 11. 



roano i villici de' dintorni in ogni occorrenza. Kgli 
da\a consigli scioglieva dubbii, componeva dissidii, 
soccorreva bisognosi ; era lutto a tutti. Ma, cosa sin- 
golare ! ninno avea varcato la soglia del suo abitu- 
ro ; ninno avea a> uto accesso in que' misteriosi pe- 
netrali. 

Il Solitario bcgnalavasi eziandio per una perfetta 
cognizione di ogni sorta erbe , delle quali compo- 
neva cataplasmi , cerotti per guarire ulceri , sanar 
ferite, maturare buboni ribelli alia cura ordinaria. 
Avea bevande per ogni generazion di malanni ; per 
febbri , infiammagioni, catarri, cui versaci a dosso 
senza misericordia creila trista di Pandora la (|uale, 
al dir de' l'oeti, ne ha colmi i vasi che mai non si 
vuotano; ma che noi favellando in prosa da cristiani, 
diremo aver avuto in retaggio da quel buon uomo 
di Adamo nostro proloparcntc, per cagione ilei suo 
peccato. Egli avea nella s|)clonca, che non potremmo 
appellarla casa, tutti gli argomenti alti a confezio- 
nare i suoi rimedii : storte, alambicchi, imbuii, (ialc, 
tazze, bombole, vasi di cristallo smerigliali, passatoi, 
pressoi, filtri d'ogni ragione , mortai, spatole, bacci- 
nelle, capsule di porcellana di varie spezie ; né man- 
cavano e tamburlano e fornello a riverbero, e bi- 
lancine e alcalimetro e idrometro e termometro a 
immersione; si che polea dirsi olììcina di un chi- 
mico o di un apoticario. Né avea difetto di ferri 
chirurgici ; ei v'eran forfici rette, bistorte, aguzze, 
rotonde ; lancette pili o meno grandi, bisturi, tantolo 
scanalate, specilli, aghi curvi, cpalole, pinzcllc, sci- 



L" A L B U M 



21 



ringhe e ogni altra maniera eli strumcnli atti a mar- 
toriare questo povero corpo, per protrargli, a così 
doloroso costo , qualche altro giorno d'infelice "esi- 
stenza. 

Ora e facile il comprendere di quanto prò ri- 
uscisse a que' buoni rusticani la presenza del Soli- 
tario che, come ho detto, era tutto a lutti. Quindi 
è che passavano inosservati certi suoi difetti; quella 
petulanza, a mo' di esempio, nel volere iscrutarc, in- 
dagare persino i pensieri di ciascheduno; il volere 
per diritto o per rovescio intromettersi nelle biso- 
gne altrui; il traforarsi nelle rusticane dimore in 
ore e tempi non convenienti ; non chiamato s'inten- 
de. Certi colpi d'occhio scagliati qui e là ; certi ge- 
sti meno che regolati , sebbene islaiilaneamente re- 
pressi , certo parole non ben profferite e rimandate 
giù nella strozza : tutto ben osservato, avresti sco- 
|)erto nel Solitario di ben molti difotti ; avresti ap- 
pun(alo qualche azioncella mcn che rettissima. Ma 
non ve ne meravigliate, o lettori ; che , sapete voi 
chi egli si fosse il Solitario?. . . Era un uomo, 
nò più nò manco di me e di voi ; avea dunque i 
suoi difetti . . . 

Un di, mentre assiso a pie d'annosa quercia stava 
consolando di dolci parole un villanzuolo a cui era 
incòlta non so quale sciagura, appaiono a lui d'in- 
nanzi due incognite persone, le quali, cortesemente 
salutatolo, lo dimandano di ricovero per la prossima 
notte- A così franca ed inaspettala dimanda ; il So- 
litario smarrì un tratto; ma rimossosi tosto, rispo- 
se : essergli molto a cuore il prestare servigio altrui 
e massimamente l'ospitalità ; a nulla però valergli il 
buon volere, ch'egli non avea commoda stan?:a; ma 
sì una capannuccia non atta per nulla ad ospitarli. 
Ma rincalzando quegl'incogniti la preghiera, e scon- 
giurandolo per quanto havvi di più sacro in cielo 
ed in terra a non abbandonarli in quel frangente; il 
Solitario senza far motto, levossi, e dicendo loro di 
seguirli li condusse alla sua dimora. 

Emm. Marini, 



A .Mio FIGLIO .ARISTIDE 
CHE V.\, PUBBLICO I.MPIEGATO, A SALUZZO 

a 7 GENNAIO 1859 

Mi lasci, o figlio, e questo insano mondo 
Te ne'suoi flutti procellosi mena, 
Ove eterne d'affanni irradia appena • 
(Jre un lampo di vivere giocondo. 

Io non ti lascio, e col pensier fecondo 
Di quell'amor cui nulla tarda o frena,* 
Ti vo' seguir sin che mi basti Iona 
Ed alleggiar di tue fatiche il pondo. 

Oh quale innanzi a te bella si schiudo 
Lizza d'onor ! Ouai veggo a te sorbarsi 
Fregi onde ricompensa ha la virtude-! 

¥anne ; e sia teco la Bontà superna ; 
E te nei giorni di sollievo scarsi 
Riconforti l'immagino paterna. 



A .Ilio FIGLIO AUGUSTO d'aNNI 13 

Entri nel campo ornai di giovinezza, 
Figlio a me caro più dell'alma mia ; 
E il cor paterno a seguitar s' avvezza 
Te in ogni passo della scabra via. 

Ben vedo come già miri all'altezza 
Ove la monte del mortai s'india, 
E pregusti ineffabile dolcezza 
Pensando ciò che il tuo fervor desia. 

Oh ! se m'adempia un voto il ciel benigno. 
Più che sederti fra Davidde e Maro. 
E ottener vanto di canoro cigno. 

Prego che in opre di virtù sii chiaro, 
E che uscendo dal secolo ferrigno 
Lasci io te di saggezza esempio raro. 

Prof. Pietro Bernabò Silorala. 



CIBLIOCnAFlA 



Esercilazioni Filologiche N. 15 
Strenna pel nuovo anno 1859. 

A rinsavire la gioventù nostrale che sconsigliata- 
mente si abbevera ad impure sorgenti prrció che 
concorre la lingua italiana il eh. prof. Cav. M. A. 
Parenti son già molt' anni viene dettando una sua 
strenna , che egli intitola Esercitazioni Filologiche 
nelle quali e porge gli equivalenti de' francesismi 
più in uso e più smaccati, e fa vedere quali siano 
vocaboli, e modi erronei, non senza discutere l'uso 
e r origine di varie parole de nostri dialetti che 
spesso spesso non hanno corrispondenza, o non l'anno 
esalta nell'italiana favella. Nò [e Esercitazioni lascia-" 
no anco di proporre nuove voci alla Crusca, e nuovi 
esempi in aggiunta, corredati sempre di maestrevoli 
osservazioni. A quando a quando poi vi si viene 
emendando e chiosando questo e quel luogo di Dante, 
rendendo ciò il suo libro di utilità e varietà gr.in- 
dissiuK;. E non ostante la gravissima infirmità che 
ne afflisse il eh. Autore nello scorso anno, ci volle 
donati anche in questo della sua strenna, dalla quale 
ne mostra sempre fresco acuto e potente l'inlelletto. 
Nella pref. al suo libretto dà il prof. Parenti la 
storia deirAccademia della Crusca, e parlando de' 
vantaggi che ella ha recati alle lettere, e de' diritti 
che le spettano sulla lingua, non concorda cogli ac- 
cademici sugli autori moderni che hanno citato nel 
nuovo vocabolario, come classici; e finisce col con- 
fortare i giovani a porre studio in quegli antichi 
che sono sempre le miniere inesauste della purgala 
favella, e d'uno stile colto elegante ed appropriato 
alle materie che prendonsi a trattare. E certo e che 
per la lingua por le frasi , e per lo stile si ha ad 
attingere agli antichi; chò i moderni, anche più ce- 
lebri, il Gozzi, il Botta, il Cesari, il Monti, il Per- 
ticati e via via formaronsi tutti su que' primi , e 
furono loro seguaci in tutto, conformandosi soltanto 
agli usi e costumi moderni in qualche raro voca- 



22 



L" A L B U M 



bolo, in qualche forma di dire che necessariamente 
vennero adoperati da ultimo; e perciò sono a stu- 
diare, e a prendere in esempio con gran discrezione 
per non divenire imitatori degl' imitatori , e non 
preferirli ai trecentisti e cinquecentisti perpetui 

Maestri e padri di color che sanno. 

Nella presente Strenna gli articoli che paiomii pri- 
meggiare sugli altri sono ubbeiichè-accincigtiart-addì - 
bai-barismo; questua e i suoi derivati: E mi gode l'ani- 
mo nel sentire che il eh. Emanuele Rocco ha già 
fatti pubblici a Napoli con sue note due volumi 
delle cose del Parenti , e ora ne sta allestendo un 
terzo; in che veggo avverato un mio desiderio, e di 
tanti valentuomini, desiderio che già esposi in una 
mia lettera al eh. Cav. De Angelis benemerito di- 
rettore di questo giornale {Album Num. l; 20 feb- 
braio 1858). 

Auguriamo molti e molt'anni al cav. Parenti per- 
chè continui a farci doni si belli ad onore e au- 
mento delle italiane lettere che per tante cagioni 
or sembrano minacciate da un nuovo seicento. 

G. F. Rambelli. 



^ ritamenlc il lodato, il lodatore, e quo' cittadini Ca- 
glicsi che la vollero pubblicata per le stampe. — 
Ne a ciò si limita l'affettuosa gratitudine che gli 
artisti di Cagli tributano al loro magnanimo Bene- 
fattore : che hano già in animo di eternare con du- 
revole monumento da erigersi nella chiesa di San 
Francesco, ove nel gentilizio sepolcro fu deposto il 
cadavere del Boni , il benedetto suo nome. Nobile 
pensiero ! che testimoniando a' posteri la bcnilicenza 
del defunto, ed il grato animo dei benilicati, servirà 
altresì di s[u-oneedi altrui eccitamento a bene me- 
ritare della patria , siccome lo fu l'illustre Miche- 
langelo Boni, che dottp ed onest'uomo, molto senti 
il bello ed il grande, e fu della patria sua teneris- 
simo. 

Possano queste mie poche parole da doveroso sen- 
timento dettate alla memoria di lui che di breve 
ma preziosa amicizia mi volle onorato , raccoman- 
darla anche a coloro che non (ebbero la sorte di 
conoscerlo da vicino, e di degnamente. apprezzarlo. 



COMMEMOUAZIO.NE NECROLOGIC.t. 

Il mese di ottobre del 1858 ebbe l'infausta in- 
combenza di trascinare nei vortici del passato Mi- 
chelangelo Bòni val(Mite architetto ; questo uomo lo- 
dato da quelli che sanno apprezzare la sublimità 
dell' ingegno , moriva in Cagli sua patria il 16 di 
quel mese. Consentaneo all'operalo in vita , legava 
l'intero suo asse con testamentaria disposizione del 21 
dicembre 18''lC a favore dell' ospizio di Tata Gio- 
vanni in Roma coi peso di erogarne il fruttalo per 
colà istruire nelle arti , prima gli orfani , quindi i 
giovanetti Cagliesi della classe non possidente, inca- 
ricandone il patrio municijiio della scelta fra gli as- 
piranti. Grati gli artieri di quella Città a tanto Be- 
nefattore, vollero nel 16 novembre, trigesimo dalla 
di lui morte rinnovati solenni funerali, ed allidarono 
al giovane prof. Attilio Maestrini il mesto incarico 
di dirne le lodi funebri. Né ad altri il pietoso ufli- 
cio si conveniva che a lui che ebbe sempre mai in 
somma venerazione il compianto Boni repentinamente 
involato all'arte, ai concittadini, alla patria. L'egre- 
gio oratore pigliò con gentile pensiero le mosse dalla 
genealogia delle due chiarissime famiglie dalle (|uali 
trasse i natali il lodato. Quindi passò a giudiziosa 
rassegna i meriti del Boni, e legando in savio ac- 
cordo l'acume della riflessione , la rettitudine dei 
giudizi colla forbitezza del dire, con franca parola 
pose in chiara e bella luce i pregi del defunto , 
quali le virtù recondite che adornavano quell' in- 
comparabile , quale in fine l'immortale beneficenza 
da lui elargita a' propri concittadini. L'orazione del 
prof. Maestrini in una parola è tale che onora me- 



Fano, 17 del 1859. 



Euaristo Ab. Francolini. 



COSTUiBI ITALIANI 

{Coni, e fine V. pag. 16). 

Cap. XXV. 

Itcm si prohibiscc e comanda che ne i pasti che 
si fanno agli amici e parenti Cittadini o foraslieri 
privatamente in casa o fuora di casa, non sia lecito 
dare più di uno antipasto, e una sorta di alesso, e 
uno di arosto e una sorte di torte, e non più oltre. 

Cap. XXVL 

Ilem si prohibisce e comanda che tutte quelle 
donne che non sono dei gradi de i Signori Qua- 
ranta e Cento come di sopra; intendendo sempre che 
delibino seguire la condilion del marito , ne i bat- 
tesimi non possino in casa o fuora di casa, usare 
mantellini di sorta alcuna di drappo, ne fascie, lu- 
dere, sciugatori e altre cose simili, lavorate ne re- 
camate ne con trinciature, cordoni d'oro, argento, e 
seta. 

Cap. XXVII 

ItcHi si ordina e comanda che tulle (|uelle |ier- 
sone Cittadine o contadine o altre, habitante come 
di sopra che contraffaranno alle presente leggi in 
lutto o in parte o in qualche capitolo di esse, cas- 
chino nella jtena di scudi cinquanta d'oro, daplicarsi 
per un (juarto all'esecutore , per l'altro quarto al- 
i'accusalore. e per l'altra metà alla camera del Co- 
mune della (^ittà di Castello, e si crederà all'accu- 
satore con un testimonio degno di fede, oltra la per- 



L' A L B U M 



23 



dila delle cose prohibile, che si troveranno portare 
coiitra li presenti ordini, quali se intediuo confiscate 
e applicale a detta Coinmunità, alle quali pene siano 
tenuti lutti quelli che stessero in quella casa dove 
hahilassc la donna o altri che contravvenisse : e con- 
travenendo alcuna persona nondimeno sia tenuta os- 
servare le leggi, anchora che pagasse delta pena. 

Gap. XXVIII. 

Item si ordina e comanda , che nascendo qualche 
dubbio o ditlìcultà, sopra l'intelligenza o interpreta- 
tione de i presenti capitoli : si stia alla dechiara- 
zione del magnifico Magistrato dei Regimento (l). 

Gap. XXIX. 

Ilem si ordina e comanda, chel barìgello, Caval- 
lieri (2) e altri esecutori della Corte, possino e deb- 
bino fare diligenza d'investigare , e ritrovare tutte 
■quelle persone che contraffaranno al presente de- 
creto, tanto nelle piazze, come nelle strade publice, 
e ciaschuno altro iuogho honesto, senza però cercare 
e toccare le persone, acioché conlra gli inobedienti 
si possa precedere a fare debita esecutione della 
pena incorsa. Dechiarando che quanto a questo ca- 
pitolo, si darà fede allo esecutore, o vero officiale, 
con il detto di un balio puhlico o altri testimonij. 

Datum ex palatio solite residentie, Dio 5 Maij. 1561 

F. Epis. Aqucn. Guber. 

Vinc. Ranutius Ganc. 

Paulus Andreae gnaghae, et Baptisla Vinc. lova- 
chini Publici lubicines et precones Civitatis Castel- 
li , post cominissionem eis factam él licentiam ob- 
tenlani a Revercndiss. De Gnber. cuntes et redcun- 
tes retulerunt mihi Cane, sopradicto, se die 5 Ma- 
ij 1501. per loca solita dictae Civitatis, alta intel- 
ligibili voce, sono lubarum premisso, Constitutiones 
Reformationes, Leges ne Decreta hujusniodi omnil)us 
|iublicasse. 

Finis. 

Prof. Alessandro Atti. 

(1) Era composta dei Signori Quaranta. 

(2) Uffiziali dell'esecutore Diz. ital. 



LA SPERANZA. 
ODE 



de' mesti viatori 

Dolce incanto e rio tormento, 
Spargi il suol d'ameni fiori 
Che sen vanno in un momento 



E nell'ansia dei dcsiri 
Par che barbara rimiri 
Chi si affligge, chi s'affanna, 
Senza un'ombra di pietà 
Quali forme sorridenti 

D' ineffabile bellezza 

Schiudi al guardo della mente 

Nell'ardita giovinezza ! 

Tutto il del d'astri fiammeggia, 
Lo rimira, lo vagheggia : 
Non v'è nube che nasconda 
La purissima beltà ; 
Verdi campi inghirlandati 

Di viole e di roseti ; 

Lieti canti innamorati 

Di pennuti irrequieti : 

L'onda chiara de' ruscelli, 
Il sospir de' venticelli ; 
L'orto, il prato, il colle, il moute, 
Il modesto casolar ; 

Delle reggie delle corti 

Lo splendor, le gemme e gli ori ; 

Delle belliche coorti * 

L'ampie palme, i freschi allori ; 

L'auree tele, i bronzi, i marmi, 
I profumi, i dolci carmi ; 
Gli archi, i circhi e le colonne 
Che degli anni trionfar ; 
Degli oceani profondi 

Le pianure interminate ; 

D'altri cieli, d'altri mondi 

Mille imagini beate ; 

Di bellezze, di sorriso 
Un'Edenne, un paradiso ; 
Di contento sovrumano 
Dolce un'estasi immortal. 
Mentre ai sogni più graditi 

Dell'accesa fantasia 

L'alma e i sensi son rapiti 

D'un piacer che non s'oblia, 

Coi sospiri, coll'affanno 
Vien tremendo il disinganno; 
Una tenebra di morte 
Stende il velo suo feral. 

Benché illuso, strazialo 

Dal sorriso ingannatore. 

Risospinto, trascinato 

Alla speme riede il cuore ; 

Senza il dolce suo sembiante 
Non può vivere un istante: 
Palpitò con esso in culla, 
AU'avel si estinguerà. 
Non se' tu, che meno acerbo. 

Rendi, o speme, questo esigilo. 

Che dai lacci del superbo 

Al Signor ne drizzi il ciglio ? 

Nella piaga più mortale 
Versi il balsamo vitale; 



24 



L' A L B U M 



Se' il conforto più soave 
Della mesta umanità. 
Chi del genio onnipossente 

Schiude i fulgidi sentieri, 

Chi ravviva nella mente 

I magnanimi pensieri ? 

Della gloria agli aiti segni 
Tu sospingi i sommi ingegni; 
All'imprese più gagliarde 
Sproni il fervido valor. 
Di giunchiglie, di viole 

Spargi il talamo felice, 

rientro anela all'alma prole 

La feconda genitrice: 

Alla vergine romita 
Più serena fai la vita, 
Alla mesta vedovella 
Tergi il pianto dell'amor. 
Siedi in trono coi monarchi. 

Non disdegni il cheto ostello; 

Coi beati d'oro carchi, 

Vivi insiem col poverello. 

Negli stenti del cammino 
Riconforti il pellegrino. 
Ed allevii la catena 
DcU'afUitto prigionier. 

Coll'industre agricoltore 

La speranza sparge il seme, 

Terge il sangue ed il sudore 

AI guerrier che |)ugna e freme: 

Va co' nomadi e distendi- 
Le pacifiche lor tende; 
Sieguc i passi del proscritto, 
Geme insiem col suo pensier. 
Colle preci, coi sospiri 

Delle vergini sacrate 

Spicca il voi de' sommi giri 

Alle altezze immensurate; 

Nella valle bruna e (|uela 
Va col casto anacoreta 
Sospirando alla dolcezza 
Dei contenti di lassù. 

Tra la pompa degli altari 
Splende il riso suo celeste: 
Sfolgoreggia in mezzo ai mari 
Nel furor delle tempeste: 

Tra i dirupi, tra le selve, 
Tra gli artigli delle belve 
Di sua possa interminata 



Non si estingue 



la virtù. 



Fin sul letto della morte 

Ci accompagna dolorando. 

Coi piacer d'un'altra sorte 

Ne va il duol racconsolando; 
Dalle llcbili pupille 
Terge a noi l'estreme slille, 
Ed agli Angioli di Dio 
Fida l'anima immortal. 

Prof. Alessaniln- Uii 



CIFRA FIGURATA 




Non l'ardito voi degli anni, 
Nt> il poter di sorte irata, 
Non il volto dei tiranni. 
Ne il furor pi plebe armata; 

Non i roghi, non le scuri, 

Non gli spasimi più duri; 

Nou v'è alcun che estinguer possa 

Il suo alito vital. 



CIFRA FIGURATA PRÉCÉDENTE 

Degli uomini dotati di singoiar talento se ne lascia 
la memoria e i ritratti ai posteri colli tipi e colla 
incisione. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. CIOVAN.NI DE-A.NGELI:^ 

direttore-proprietario 



Bisti'ihiizione 4. 



12 Marzo 181)9 



Inno XX\I. 





■«raujjj.iir. 



AMOR FERITO, SCULTURA DI A. BjENAIME . 

Il valente scullore Sig. Angelo Bienaitné seguendo 
le splendide orme del celebrato suo zio Prof. Luigi 
Bienaimé ha ultimamente condotto a termine un leg- 
giadrissimo Amorino punto da una rosa. Nuovo per 
quanto sappiamo, ci sembra il soggetto, e contiene 
una bella moralità, significandoci che anche Amore 
ha le sue spine. La piccola statua è scolpita in marmo 
bianco con tanta apparenza di verità, con tanta ma- 
estria di arte e finitezza di lavoro, che ognuno che 
la vegga, non. pnò fare a meno di sclamare 



Non vide me' di me chi vide il vero. 

Noi ci congratuliamo assai col valoroso arlelìcc e 
cordialmente gli offriamo in segno della nostra stima 
ed ammirazione questi poveri versi, che ci destò la 
vista del suo leggiadrissimo Amorino. 

Per lieti campi e floridi 

Volalo un giorno Amore 

Col riso sulle labbia, 

Coll'aliegrezza in core, 

Sopra un pratel di roridi 

Fiori il suo voi fermò. 
Dal caro aspetto e placido 

Di quel lerren rapito, 

Scese voglioso e rapido 

Sul verdeggiante lito, 

E quell'amena spiaggia 

D'un guardo misurò ! 
Di vivi cespi ombriferi 

È il loco inghirlandato ; 

Sgorga um fonte e tremula 

Serpeggia in ogni lato ; 

D'una bellezza eterea 

Lampcggian l'erbe e i fior. 
In grembo all'onda placida 

Di limpido laghetto 

L'acquatica famiglia 

Con infiammato affetto 

Guizza, trascorre e s'agita 

Irrequieta ognor. 
In sul fiorito margine 

Sccndon canori augelli, 

Che rinfrescati, all'etere 

Spiegano il voi più snelli, 

E di sonori cantici 

Flmpion la terra e il ciel ; 
Il ciel che ride e ammantasi 

D'un orientai zaflìro 

Di lievi aurelte e lepide 

All'amoroso spiro ; 

E irradiato sfolgora 

Senza di nube un vel. 
Mentre ridente ed ansio 

Dall'una all'altra aiuola 

L'almo fanciul di Venere 

Rapidamente vola, 

Dagli odorati calami 

Ruba gli eletti fior. 



2G 



L' A L B U M 



Quindi deposto al candido 

Pie l'aureo turcasso, 

Stanco dai lungo scorrere 

S'asside sopra un sasso, 

E della preda il gaudio 

Tutto gl'iuebbria il cor. 
Mentre contempla estatico 

De' variati fiori 

Le forme Icggiadrissime, 

I vividi colori, 

E de' soavi cfHuvii 

Sente il potere arcan; 
Di vaga rosa e fulgida 

Acuta spina il punge; 

Onde d'acerbo spasimo 

Un grido agli astri giunge, 

E d'affannoso gemito 

Echeggia il monte e il pian. 
Alle rosate labbia 

Reca la man piagata, 

Volge lo sguardo all'etere 

Ouell'anima sdegnata, 

Ed una calda lacrima 

Scorre tra suoi sospir. 
Dall'altra man già languida 

Lascia cader sul suolo 

I tristi oggetti e barbari 

Del suo spietato duolo, 

E par che accusi innirovviilo 

Gli accesi suoi desir 

Voi che correte in traccia 

D'ogni piacer qui in terra, 

Sempre con ansia trepida, 

Sempre con l'alma in guerra, 

E v'affrettate a cogliere 

Ogni leggiadro fior; 
In questo basso esilio 

Addolorato tanto, 

Ogni piacer più amabile 

Ha in se cagion di pianto ; 

Anche tra il riso e il gaudio 

Ha le sue spine Amor. 

Prof. Alessandro Atti. 



ETIMOLOGIA ED ORIGINE DEL (,IOCO DEGLI SCACCHI 

Molto sono le O|)inioni degli etimologisti intorno 
a questa voce. Alcuni la derivano dalla parola da- 
nese schach, che significa obliquo per i movimenti 
obliqui a traverso degli stessi scacchi: altri dalla te- 
desca sckac , preda , rapina . latrocinio. Il francese 
liullel , (Dizionario delle voci celtiche) e con lui 
Ottavio Mazzoni Toselli, (Origine della lingua ita- 
liana - Bologna - Della Volpe. 1832 e seg.) al voca- 
bolo scaccare e scacchi affermano aver origine dal 
brettone scacha, togliere, rapire, levar via, e scacco, 
rapimento , latrocinio , onde presso i Fiammenghi 
scaech vale pure rapimento, ed esser questa la ragio- 
ne , per la quale in latino gli scacchi chiamavansi 



Latrunculi. L' Onomastica Laurenziana registra scac- 
chum , furtum, unde ludus scacchorum. Nella legge 
longobardica, (C. 1. lit. 55, § 37) leggesi: « de furto 
aut scacco; si ultra sex solidus fuerit, similitcr ut per 
pugnam veritas inveniatur praecipimus ». Nella carta 
di Lodovico imperatore dell'anno 1329 « Excepto 
homicidio, raptu virginum, roharia seu scacco, qui- 
bus casibus teneantur suòire suorum iudicum examen 
et iudicium «: e ne'capitoli di Carlo il Calvo è scritta 
la seguente forinola di giuramento: « Ego ... illudma- 
lum, quod scah vocant vel Tescejam non faciam, nec 
ut alius faciat, consenliam, et si sapuero qui hoc faciat 
non celabo, et quem scio nunc latro et scAcciiEATOR 
esto, vobis missis dominicis non celabo ut non mani- 
festem : sic me D :us adiuvcl ce. In un processo di 
furto del 1351 , che trovasi nell'archivio criminale 
di Bologna (an. sud. reg. Iib. 61, fol. 27) si legge: 
Tractalum et composilionem fecerunl insimul robandi 
et siacchia7idi Paulum quondam De poeti ec. I Greci 
appellarono questo gioco Zxtos; (Vedi Minucci al 
Jlalmantile, cant. l,stanz. 25) ed il l'ossino nel suo 
Dizionario Aiineo si sforza a dedurre la parola da 
ZxTpuov , ergastulum o career, e giunge persino ad 
affermare , (ed è grossa fanfaluca davvero ) che il 
gioco fosse prima usato dai ladroni ristretti in car- 
cere , e nelle ferriate fossero rafligurate le caselle 
dello scacchiere, e detto perciò dai latini ludus la- 
Irunculurum ; ma il nobii gioco degli scacchi non é 
sollazzo di ladri, perchè lalrones e latrunculi non era- 
no significali in latino i ladroni, ma i soldati, ed il 
verbo lalrocinari valea lo stesso che militare, ralTi- 
gurando il gioco degli scacchi una guerra. Tommaso 
Hitle poi (de frustolis- lusoriis fa derivare tal voce 
dall'antico latino trunculi pezzi di legno o di altra 
materia, allusivi alle figure de' pezzi forse scolpiti, 
e cosi spiega t|uel passo di Flavio Volpisco nella 
vita di I*roculo: cum in qnodam convivio ad latrun- 
culos luderetur. 

Ma queste etimologie, sono secondo il parer mio 
in gran parte erudite immaginazioni. La vera deve 
ripetersi dalla parola sanscritta degl' Indiani scah , 
che significa re, e scah mal (scacco matto) re vinto: 
laonde è da teiiiìrsi per indubitato che il gioco de- 
gli scacchi é di origine indiana. Il dizionario delle 
invenzioni, (Milano, Sonzogno, 1813) cosi narra tale 
origine: 

« Al principio del secolo V dell'era cristiana un 
monarca delle Indie opprimeva i sudditi, e disprez- 
zava le rappresentanze, che a lui faceano i Grandi 
ed i Sacerdoti. Un Bramino, denominato Sisia figlio 
di Dahw, mosso dai mali della sua patria, volle pro- 
vare se col mezzo di una specie di apologo potesse 
fare arrossire il Sovrano dell'oblio da'proprii dove- 
ri. Con tale intenzione inventò il gioco degli scac- 
chi, nel quale il re, benché sia il più importante di 
tutti i pezzi, è tuttavia nell'assoluta impossenza di 
attaccare e difendersi senza il soccorso degli altri 
di minor grado ed importanza del suo. Questo vir- 
tuoso e pio artifizio riusci completamente, ed il prin- 
cipe fu contento della maniera delicata, con cui il 



L A L B U M 



27 



Bramino avea cercato di fargli seiilirc i suoi lorti, 
e gli lasciò la scolla di una ricompensa. Il filosofo 
indiano chiese che gli fosse dato un numero di grani 
di frumento eguale a quello che si otterrebbe, con- 
tandone uno per la prima casa dello scacchiere, due 
per la seconda , quattro per la terza , otto per la 
quarta, e così sempre il doppio del precedente, sino 
alla 64 delle case , che tante appunto sono in uno 
scacchiere. Al re parve la domanda assai moderata, 
ed ordinò senza riflettere che fosse soddisfatto ; ma 
i suoi tesorieri, fatti i conti, trovarono, che per ese- 
guire quest'ordine, non vi voleva meno, che sedici 
mila trecento ottanta quattro città , ciascuna delle 
quali avesse mille ventiquattro granai, in ognuno 
de' quali fossero 174 m. settecento sessanta due mi- 
sure di grano da 32 m. settecento grani per mi- 
sura. 11 Bramino, che non avea voluto se non dare 
una seconda lezione al re, approGttò dell'occasione 
per renderlo persuaso della massima, quanto importi 
a chi governa star sempre in guardia contro quelli 
che lo attorniano » 

Dalle Indie passò il gioco alla cognizione de'Per- 
siani; e l'Erbelot, (Bibl. orientale) scrive, che nell'an- 
tico linguaggio persiano scah. significava egualmente 
signore o re, e da pad, guardiano, difensore, e da scah 
formasi la parola pudiscah, che è il titolo più ono- 
revole de' loro principi : anche i Chinesi confessano 
che questo gioco è per»enuto alta conoscenza loro 
dalle Indie, e lo appellavano gioco degli elefanti, per- 
ché il terzo pezzo avea la figura di quella belva : 
gli Arabi egualmente lo nominavano scah e scah mat 
il re vinto : presso gli Ebrei aveva una simile deno- 
minazione di escathi, come si legge nella glossa Tal- 
mudica, ed in un poemetto scritto dal Rabbino Abra- 
ham Abbeu Ezra , dall'indicato Tommaso Stide dal- 
l'ebrea lingua tradotto in prosa latina , intitolalo : 
Carmina rhijthmica de ludo scah-mat illustrato da 
lui con erudite note, e riportato dal P. Pauli nel- 
l'opera j)/odi di dire toscani, (Venezia, Occhi, 1761) 
alla voce scacco matto. 

Si è scritto (e questa pure è madornale) che Pa- 
lamede ed Ulisse giocavano agli scacchi nell'assedio 
di Troia, guerra assai più facile e sicura di quella 
del combattere la città di Priamo, ed anzi nel libro 
(Pseud. Ovid. l. 1. de oetula) se ne fa autore lo stesso 
Ulisse: 

Ero alias hidus scaccorum, luduft Ulyssis. 
Ludus Troiana quem fedi in obsidione 
Inventor, cuius iure laudatur in ilio, est: 

Ma Anna Comneno nella vita dell'Imperatore Ales- 
sio suo padre, dilettante degli scacchi, avverte che 
il gioco, di cui si tratta, fu dai Persiani trasmesso 
ai Greci. 

Tamerlano fu gran giocatore di scacchi, come si 
ha dalla cronaca Trevigiana, (Muratori libro 10 , 
col. 801). S'ignora il tempo, nel quale fu conosciuto 
in Europa , ma Carlo Magno se ne compiacea , e 
prima della rivoluzione si conservavano nel tesoro 



di s. Dionigi gli scacchi figurali di quell'imperatore. 
Molti principi se ne dilettavano, e molti illustri ca- 
pitani, fra i quali dicesi anche Napoleone. 

Si formarono ricchi scacchieri di pietre preziose 
d'oro e di argento : in un cosi detto arresto del 
Parlamento di Parigi del 9 Maggio 1320 s'indica : 
unum scaccarium de iaspide et calsidonio cum fami- 
lia , videlicet una parte de iaspide et alia parte de 
cristallo e nel romanzo int. De la guerre de Trojes, 
si descrive un scachier d'or et d'argent. Obizzo duca 
di Ferrara nell'anno 1345 donò alla sposa del Del- 
fino di Vienna un tavolicro da scacchi con sue fi- 
gure di argento ( Muratori S. R. I. toni. 18 , pa- 
gln. 394). Nella coronazione»di Riccardo primo re 
d'Inghilterra era portato dai Conti un vasto scac- 
chiere d'oro colle insegne reali. (Paris et Brompto- 
nus de coronatione Riccardi I. 

Scaccarium fu detta la prima suprema corte di 
Normandia, e banco o corte dello scacchiere quella 
d'Inghilterra ove quattro Baroni appellati scaccarii 
erano giudici delle cause fiscali, e cosi poscia il can- 
celliere dello scacchiere, e si crede che avessero si 
fatto nome dal pavimento della sala lavorato a scac- 
chi, oppure dal tapeto del banco cosi tessuto. 

Ora terreni discorso delle figure o pezzi usati 
nel gioco slesso colla scoria di quel poemetto tra- 
dotto dall' Hidc. 

1. Il re, o scach, principal pezzo indicato. 

2. La regina - Questo secondo pezzo presso ^li 
Orientali teneva il posto dopo il re , ed era nomi- 
nato Pherzen, voce che deriva dall'arabo Pherzen, e 
significa homo sapiens, altri lo chiamavano Wazir o 
visir, cioè vicario del re o viceré. 1 Persiani gli da- 
vano il nome d'Iochi, alterius a rege. 

3. Alfiere - Questo terzo avea la figura di ele- 
fante, e dai Persiani era detto Phil o Philo, e da- 
gl' Indiani Buri. Gli Arabi il denominavano Arfcl, 
ovvero .4/-^,', voce passata agli Spagnuoli, e corrot- 
tamente a noi con quella di Alfiere. 

4. Cavallo - I Persiani indicarono questo quarto 
pezzo col nome Suur cavalcatore. Nel Timuri, sto- 
ria persiana, si legge, siccome nota le stesso Hide, 
un modo proverbiale per denotare un uomo rima- 
sto attonito e stupefatto : egli è rimasto come un ca- 
vallo dello scacco, che non può muoversi. 

5. Rocca o Torre- Presso tulli gli Orientali que- 
sto pezzo è detto Ruch o Rock. Boucsenior Abben-Ia- 
chia in una orazione Iraslalata in latino dal più volte 
nominalo Hide nella storia scahi-ludii, scrive : Est 
aatem dissesus, in huius nominis tnterpretatione, nani 
sunt qui dicunt quod sit nomen avis magnae .... olii 
esponunt- esse TLRRIM fortem et robustam. E que- 
sta seconda a me sembra la più appropriata inter- 
pretazione. Al p. Pauli però , che nell'opera citala 
riporta quel poemetto colle noie, non garba né l'una 
né l'altra, osservando, che per essere il nostro gioco 
una milizia finla, ed una immagine di guerra, non 
si potevano ammettere cose che volassero o fossero 
immobili , ed inclina a credere, che il rach o rock 
dello scacchiere sia un giumento quadrupede, alto 



28 



L' A L B U M 



a portare armi e bagagli ad uso della guerra, e cila 
Solieiher damasceno che scrive: De reliquis autem non 
meluet, etsi cum ROCUIS cantra eum veniret Abraha 
dephantum dominus. Le rocche, torri e fortezze sono 
nella guerra necessarie, ad oggetto che il re possa 
al bisogno assicurarsi in esse, ciocché dicesi arroc- 
carsi , e le torri venivano ancora rese mobili col 
mezzo degli elefanti , al che pare alluda 1' addotto 
lesto. 

6. Pedoni , pedites ( credo impropriamente detto 
pedina , perchè le femmine non hanno che fare in 



guerra) sono militi a piedi di lento e breve moto, 
e potendo giungere all'ottava casella hanno il pre- 
mio di divenir reyina, o come anticamente dicevasi 
Pharez, viceré , e scorrere gloriosamente per ogni 
parte. 

Si usque ad oclavum ordinem ascenderit 
Tum sicut Pharez poterli per oranes parles reverti, 
Atquc bellum illius tamquani bellum huius reputabitur. 
{Carmina rhythniica cibas). 

Prof. Zejirino Re. 



/ V 




U.NA TAVER.>A PER IL THÈ A YEDDO CITTA' DEL GIAPPONE. 



La popolazione di Yeddo è prospera e robusta, e 
le persone della classe bassa sono ben vestile. Le 
case semplicissime sono costruite in argilla e in 
legname. Il paese intiero e una catena non mai 
interrotta di monti e di valli che presentano sili 
mirabili. Le strade sono in generale larghissimo e 
ombreggiate da alberi secolari. Vi sono ponti soli- 
damente costrutti in pietre di taglio. L'agricoltura 
che sembra l'industria principale dei Giapponesi e vi 
«"; pervenuta, ad un bel grado di progresso. 

Le foreste che cuoprono le parti superiori delle 
montagne chiudono cave di pietre. Nel Nippon le 
montagne constano di sabbia, e l'acqua che ne de- 



riva forma singolari Gumi di sabbia che hanno già 
invaso parecchie baie. Si lavora ogni di più nelle 
miniere di carbone. E sopra un indicatore si legge: 
strada della miniera d'argento. 

Ad eccezione delle case dei funzionarli superiori 
e de' militari , in tutte le case che sono lungo la 
via principale è una bottega od officina dove si 
prende il Thè e si vendono oggetti poco proprii al- 
l'esportazione. In ogni casa si trova infallantemente 
un filatoio o un telaio da tessitore. La popolazione 
è immensa, ed è agglomerata soprattutto nella strada 
maestra. Si esce da un villaggio per entrare in un 
altro. 



L' A L B U M 



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Cesare Guidiccini 

medico dotto diligente cortese 

Giuseppe Spreti 

da malattia gravissima per sua cura guarito 

in segno di perpetua gratitudine 

offriva questo 

Sonetto 

Col cuor Irenianle, e colle guance sinorle 
Già m'appressava all'ultima partila, 
Quando gli amici, i figli e la consorte 
Supplicar, lagrimando. Iddio d'aita. 

Ed ecco scender dall'eterea corte 
Angiol mi parve che con rosee dita 
M'ebbe tai raedich'erbe acconce e porte 
Che ratto mi tornaro al cuor la vita 

Interna voce allor mi disse : Adora ! 
Ond'io ringraziai Chi giusto e pio 
Pria ne sconforta e poscia ne ristora. 

Indi all'AngioI mi volsi, e Te vid'io, 

Guidiccini, al mio fianco ... Oh ! dissi allora, 
È questi l'Angiol che mandava Iddio. 

Di Giuliano Vanzolini. 



HCOPO E ADELE 
RACCOyTO (*) 

V. 

Il Volo. 

Checché ne fosse della prognosi del valente me- 
dico intorno alla malattia della buona Adele ed ai 
suoi mirabili specifici; ella oggimai trovavasi in la- 
crimevole condizione. Non altrimenti che un giglio 
svelto del bulbo, per manco d'umor vitale, abbassa 
le foglie , infrollisce lo stelo , e perde dell'odor la 
fragranza ; tale appariva la bellissima fanciulla so- 
vra il letticciuolo supina, afiìlato il volto, semispenlo 
il guardo , abbandonata delle membra trar larghi 
aneliti, e quasi in sul punto di mandare il sospiro 
estremo. 

Chi ridire potrebbe la rancura del padre , i ge- 
miti dei fratelli e della sorella, il dolore dell'aio e 
de' famigli ! e della madre ? Povera madre ! non sa- 
prei narrare a pezza il trambasciamento di lei. Di- 
telo voi, dolorose genitrici, che provaste la perdila 
de' figliuoli amali ; voi «ole potreste esprimere de- 
gnamente a parole quello che succede nel cuor vo- 
stro in così terribili congiunture ! Ella tutta in dis- 
ordine, scarmigliate le chiome, si accostava al letto 
di Adele; la rimirava con gli occhi pregni di la- 
crime; baciavala teneramente; indi ne usciva come 
smemorata colle mani in fra i capegli e piangeva, 
piangeva, piangeva; quando alzava il guardo, quando 
le braccia al ciclo in atto di chiedere mercè , ge- 



nulìeUeva innanzi ad una immagine bellissima di 
Maria della, santa speranza, pregandola con tulio il 
ftrvoro dell'anima sua a rendere ìa vita alla figlino- 
la — Cara Madre, diceale singhiozzando, permellc- 
rete voi ch'io rimanga priva di quell'una, tra' miei 
nati, ch'emmi più cara ! Vorrete voi vedermi dere- 
litta, voi che siete cosi amabile, così misericordiosa 
e potente ! Ah non fia mai. Vergine benigna ; ren- 
dete, deh! rendete la vita e la sanità alla mia Ad... — 
e qui nuovi singhiozzi e nuove lagrime. A dir brie- 
ve , tanl'ollre procede l'amore materno , ch'ella (il 
credereste ?) offrì la vita sua per quella dell'amala 
fanciulla. 

In questo mentre si annunzia dal famiglio la ve- 
nula di un Signore , che dimorava in un castello, 
una mezza lega circa distante da' nostri personaggi; 
il quale, udita l'acerbità del caso che rinnovogli la 
rimembranza della consorte perduta, volle tentare 
di porgere (|ualche sollievo a que' desolati genitori. 
Laonde recatosi ad essi , ed accolto maglio che si 
potè in quello scompiglio , procurò di cattivarsene 
la benivoglienza unendosi con esso loro a piangere 
così grave iattura. Indi cominciò dire non parergli 
sì disperato il caso da dover tenere per caria la 
perdita della figliuola. Stesser tranquilli, ch'egli 
avrebbe voluto lenlare ancora uno spedienle, a suo 
credere, efiiìcace, per poterli consolare. Dimandala 
facoltà d'intraprenderne egli la cura : esservi spe- 
ranza sin che vi fosse vita. 

Le poche parole profferite con dolce tenerezza 
dall' incognito Signore , lenirono per un istante la 
grave ambascia della nostra sventurata famiglia. 
Fosse presentimento , fosse speranza o piuttosto fi- 
ducia nella Provvidenza , che il più delle volte si 
vale de' mezzi puramente umani, a noi ignoti, e da 
lei ben preparali e disposti, per soccorrerci ; la buo- 
va Elvira quietò : tutti gli altri si tranquillarono. 
Intanto quel cortese uomo licenziossi e promise di 
tornar Ira non guari. A narrare il vero, alla dipar- 
tita di queir incognito smarrì novanicnte Elvira , 
quasi le mancasse l'obbietlo che aveva impero sul 
dolor suo ; ma sursele tosto più viva che mai la fede 
in Maria , ed innanzi della inimagiu di lei di bel 
nuovo pro^,trata, dimandò grazia per la vita della sua 
Adele ; promise non so quanti doni, e pianse anco- 
ra : ma le lagrime eran dolci ; il cuore sentì certa 
tranquillità da lei non provala per lo innanzi. 

Surta della preghiera , \oló alla stanza della in- 
ferma : parvele vederla se non migliorata, almen più 
tranquilla. Certamente se altri , veduta la inferma, 
avesse detto, non v'avere per la vita di lei a sperare 
gran fallo, Elvira (che poco tempo innanzi era dello 
stesso avviso) lo avrebbe disdegnosamenle caccialo 
dal suo cospetto, quasi un si fatto avesse voluto 
farsi beffe della speranza materna — A chi è dato 
scandagliare questo povero cuox'e umano 



Emm. Marini. 



(*) V. Album pag. 20. 



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L' A L B U M 



IL CHERUBINO DELL EDEN 
INNO 

all'angelico dottore s. tomjiaso d'aquino 

Se quell'aura celeste m' ispira 
Che animava il cantor d'Idumea, 
Se m'appresta rarmonica lira 
Il gucrrier delia stirpe lessea 
Che lanl'ala di voi dispiegò; 
Qual vid'io vision di portenti 
Su quel plettro divin canterò. 
Là sul florido suol damasceno 
Dove al guardo la vergin natura 
Sotto cicl radiante, sereno 
Innocente svclavasi e pura 
Nell'ebbrezza di lieto gioir; 
Un araldo in terribile aspetto 
Improviso mi veggo apparir. 
Perché in volto accigliato e severo ? 
Perchè ruota Tacciar fiammeggiante ? 
Di minaccia e di sdegno è foriero 
Alla coppia malfida ed errante 
Che del petto il candor profanò : 
Ma più fiede il maligno che irato 
De' caduti all'eccidio agognò. 
Su quel brando volubile ò scritta 
Dell'Eterno l'orribil vendetta ; 
Ma d'amor la possanza eli 'è invitta 
Il furore a placarne s'affr<»tta, 
E sull'ira clemenza prcval : 

Che non pera nel pianto e nel duolo 
Infelice per sempre il mortai. 
Pace a questi : ò l'oracol del Nume, 
E fia prezzo di sangue il riscatto; 
Più soave e benefico lume 
Fia suggello del mistico patto 
Di pietà, di più mite ragion ; 
Della Fé sul vessillo vergato 
È l'accento di pace e perdon. 
Nella valle di affanni e squallore, 
Già di colpe e di lagrime ostello. 
Sorgerà per trionfo d'amore 
Quell'asilo. quell'Eden novello 
Che può solo i redenti salvar; 
Voglia a guardia del fido recesso 
Il celeste terribile acciar. 
Ma in qual destra di nuovo campione 
Quella spada mutò il Cherubino? 
Ah ! ti veggo in più cruda tenzone 
Impugnarla, o bell'Angiol d'Aquino, 
Di Sionne a difesa e vigor : 
Vinta l'oste d'Averno s'atterri 
Di quel lampo al tremendo baglior. 
Se a ferir nel più vivo del core 
Contro a te garzonetto si sferra, 
E con vampe d'abisso fa orrore 
Il rio mostro che sfidati a guerra. 
Non l'arretri allo scontro fatai : 



Tu da prode combatti e difendi 
La purezza del fior verginal. 
O possente, o magnanimo e forte 
Pel valor di sì raro portento ! 
Già dall'Etra un'invitta coorte 
A te plaude in giulivo concento, 
A te schiude di gloria il senlier : 
T'avvalora a più nobili imprese 
La virtù dell'Arcangel guerrier. 
Verrà di che alla Reggia ed al Tempio 
Tutta l'ira del mondo s'avventi 
Congiurala al furor di quell'empio 
Che dal soglio il gran Sir delle genti 
Scateiiossi furente a balzar : 
E te allor deirEterno la Figlia 
Verrà prona e gemente a invocar. 
Già del Gange dai lidi ove sorge 
Il pianeta fra gli astri maggiore. 
Di Manete quell'idra si scorge 
Nero losco spumante e livore 
Che la bolgia d'xVverno eruttò: 
Dell'Esperia funesto alle spiaggie 
Altro serpe dall'orco sbucò. 
Qual di Libia nell'aspre foreste. 
Quando noltc abbujando le selve. 
Alla greggia e ai pastori più infeste 
Dai lor antri si scaglian le belve 
Ed il monte disertano e il pian , 
Mentre assordan di fieri ruggiti 
La riviera ed il bosco lonlan ; 
Tale un branco di mostri frementi 
D'Acheronte dall'orrida foce, 
Come turbin sull'ale de' venti 
Agitato, tremendo, feroce 
Contro al fido Israello accampò : 
Nell'orror della pugna crudele 
Come ad oste già vinta insultò 
Folle ardir, vana impresa ed inganno : 
Di Daviddc la Torre chi assaglia ? 
Mille scudi son presti, e varranno 
Delle scolte a difesa in battaglia 
Sulla rocca immortai della Fé : 
Lo giurò chi le armate falangi 
Ha ministre e sgabello al suo pie. 
Snuda, Ei disse, nell'arduo cimento 
A quel forte invillissimo Atleta, 
Snuda il brando, che a' tristi sgomento 
Toccherà di vittoria la mela. 
Sterminato degli empi il furor. 
Già s'appresla fiorila ghirlanda 
Che le tempie ti cinga d'allor. 
E tu surto dall'alta vedetta 
Di Sionne pugnasti animoso, 
O Tommaso ; e fu dardo e saetta 
Della penna lo slil poderoso 
Tutte squadre nemiche a fiaccar : 
Per te saldo qual rupe s'crgca 
Infrangibile il trono e l'aliar. 
divin, se a bearli favella 

Pur quaggiù nella valle de' mesti 



L' A L B U M 



31 



Quel Signor che d'un alma si bella 
Si compiacque ne' gaudii celesti ; 
Qual n' avrai gudierdon sull'Enipir ? 

Scintillar già ti veggo sul crine 

Diadema di gemme e zaflìr. 
Deh ! nel mar d'infinita allegrezza, 
De'Cherubi tra i splendidi cori, 
A contorto di nostra fralezza 
Tu di grazia ne impetra i tesori 
Onde piove a dovizia ogni ben : 

Gusteremo i diletti soavi 

Che lu versi dell'alme nel sen. 
Ma se nuovi disastri e procelle 
Turberanno di Cristo l'impero, 
Vincitor pugnerai dalle stelle 
IVelle carie mostrando quel vero 
Che un'angelica mente svelò; 

Dove impresso il tuo genio sublime 

Ogni lingua ogni età celebrò. 

Di Archigene Ànfigeneo. 



SOPRA LA PATRIA DI THAIANO IMPERATORE 

(Continuazione V. pag. 6) 

Card. Baronia. 

Non può negarsi che sia esso autore di grande 
autorità, e dottrina, non per questo i suoi giudizj 
sono sempre esalti : ecco come si esprime parlando 
di Traiano: « Traianus fuit natione, hispanus, pa- 
tria Ilalicensis non Tuderlinus ex Umbria ut ali- 
quis e\islimavil, deceptus nimirum auctoritate Sex. 
Aur. Vicloris dicentes Traianum fuisse ex urbe tu- 
dertina , qui et ipse errore lapsus est : non tum 
apud maiores in confesso esset Ulpium Traianum 
nalum esse Ilalicae , quae civilas est Turdetanae 
provinciae in Hispania, cuius meminit Strabo simili- 
tudine noininis irreptus error, ut Tuderti, quae est 
in Italia urh-!, geniliis pularetur ». Cosi dicendo non 
viene ad infirmare l'autorità di coloro, che dicono 
Traiano esser di Todi. 

Riflessioni sul dello 
del Baronia. 

Esso solo dice che Traiano era natione Hispanus, 
lo che non si asserisce da nessuno scriltore né an- 
tico, né moderno: poi soggiunge patria ilalicensis, 
e questo è contro l'opinione di tutti quelli, che anno 
parlato di Traiano, come sarebbero Eusebio Eutro- 
pio ed altri, i quali una.iimeniente dicono Italicae 
nalus. E cosi esprimendosi quesli scrittori conven- 
gono a confermare, o ad insinuare, che quella città 
fosse sua patria: la nascila non costituisce la patria, 
ma per tale deve chiamarsi quel luogo, dove da tempo 
assai lungo'sono siali ed anno abitato tulli i proprii 
progenitori. Cicerone parlando di Catone dice it Ego 
nieherculc et illi, et omnibus municipibus duas esse 



censeo patrias , unam naturae alteram civitatis » 
per cui può ottimamente concludersi , asserendosi 
dagli accennati autori esser Traiano nato in Italica, 
non per questo fosse quella città la sua vera patria. 
Quando poi dice il Baronio « similitudine nominis 
irrepsit error », io dico, che allora sarebbe slato 
errore gravissimo, a potrebbe aversi per sospetto di 
alterazione il testo di Aur, Vittore se avesse detto 
ex urbs Tourdetana, quando che questa era una pro- 
vincia, come il Baronio med. lo conferma con l'au- 
torità di Strabone dando il nome d' una città ad 
una provincia. Arroge a tutto questo che l'asserto 
del Baronio non essendo appoggiato ad alcuna au- 
torità, o scrittore antico, non può avere alcun peso, 
né deporre assertivamente contro il nostro fatto. Esso 
era intento nella compilazione della sua storia sa- 
cra a cercare la verità de' fatti che esponeva , per 
quanto potevano comportare i lumi, e la critica di 
quel tempo, e sembra che poco curasse informarsi 
delle cose secolari, che tanto le cercava per quanto 
gli erano necessarie per dilucidare e per concordare 
i tempi dell'istoria ecclesiastica. Abbiamo una prova 
che il Baronio fosse poco critico anche in materia ec- 
clesiastica poiché disse, S. Benedetto essere romano 
appoggiandosi all'opinione di S. Gregorio Magno, lo 
che ritrattò in appresso, dopoché venne a luce quel 
libro che à per titolo Cenlum errores cantra Baro- 
nium. Possiamo dunque credere, che se fosse stalo 
avvertilo da qualche Teodino sulla patria di Tra- 
iano, come lo fu da Frate Ludovico cappuccino da 
Norcia sulla patria di S. Benedetto, avrebbe mutalo 
opinione, tanto più che non aveva autori, con i quali 
provare la sua opinione. L'opinione dunque di que- 
sto Porporato, sebbene dolio, non può esser di nes- 
sun fondamento onde provare il contrario circa a 
Todi : tanto più che autori antichi, e assai diligenti 
anno asserito diversamente, fra i quali Aurelio Vit- 
tore, e Paolo Diacono ; e a tempi più vicini a noi 
il Ricordato, Vallone, Tironio, Sigonio, Panvinio, che 
à sparso sulle cose antiche con l'immensa sua erudi- 
zione. Questi dunque nel libro de Roman. Princi- 
pibus precisò di Traiano il luogo, il mese, il giorno 
in cui nacque dicendo: « Traianus Imp. nalus est 
Teuderli in Umbria, octavo idus Novembris D. lu- 
nio, M. Silano, et L. Octerio D. T. Antonino Coss. 
anno urbis 806 : anno vero Chrisli 54 adoptatus est 
a Nerva. 

Altre riflessioni sul dello 
del Baronia, 

Se poi Traiano fosse stato Spagnuolo, e della pro- 
vincia Turdetana , sebbene fosse stato di maggior 
bonl.i, e valore, di qnella che si decanta, il popolo 
romano, ed il Senato particolarmente non avrebbero 
mai permesso, né sopportato, che il suo padre, o esso 
avessero avuto in Roma dignità ed onori, molto meno 
poi che fosse assunto all' Impero , perchè i Turde- 
tani erano stimati dai romani per popoli vilissimi , 
ed abbietti, siccome ci dice Livio lib. 34. « omnium 



32 



L' A L B U M 



hispanorntu maxime imhcllos Turdelani » furono 
pure venduli per iscliiavi suh corona dai mcd. ro- 
iiiaii. ed il med. Livio lo assicura lib. 24 >< Turdc- 
tanos , qui conlraxerant eis cum carlhaginensihus 
I)elium in poleslalem redaclos ». Dopo tutto questo, 
chi mai potrà credere che il popolo romano avesse 
consentito , che fra que' popoli si fosse eletto l'Im- 
peratore ? 

Ri/lessioni sopra Dione 
Cassio. 

Dione visse nell'anno 80 del Signore, e fu coeta- 
neo di Traiano, e sebbene il Baronio lo chiami suo- 
ruin tcmportim facile princcps, a\in autori lo dicono 
scrittore magis ad poinpain , tjuain ad verilatem , e 
persona invidiosa piuttosto dell'onore e della gloria 
de' Latini come greco , che amatore della verità. 
Lasciando ancora (|ueste riflessioni, potrebbe anche 
domandarsi in qual luogo quest'autore parli di Tra- 
iano ;' Il libro GO delle sue istorie terniina con la 
morte di Claudio, che visse molli anni avanti a Tra- 
iano ; da questo libro (ino all'ultimo sono Epitome 
di ZiDlino. Mettere a confronto Aur. Vittore , con 
Zililino com|)ilatore d'Kpitonie sembrami cosa assai 
strana. Aurelio Vittore non à ne slorpppiate, né toc- 
cate istorie d'altri scrittori, à formilo una istoria, 
e fra gli scrittori merita tutta la fede, poiché sci- 
ente con sicurezza delle coso romane. Loncladio non 
oscuro scrittore de' scorsi tempi parlando di Dione, 
cosi dice: « A sexagesimo viginti posteriores ad oc- 
luagcsimum, quorum amissionem prepostero /ililinv 
Consilio \el polius temerario dcbemus, qui dum suas 
oblrusit imperilis eglogas, occasionem prai-buil, ut in- 
tegri Dionis hi libri negligerentur «; e poco dopo 
parlando di Zelilino dice « Monacus plerisq. nugis 
Zeliliiii, et repraehensionibus quibus Dioncm pungit, 
cxplosis »: e poco dopo « unde colligere licet, quam 
ini(|ue Monacus ille Zililinus Dioncm cum aliis in 
parlibus bisloriac , lum in bis quae de Germanis 
prodideral, Iraclavil ». Se dunque le istorie di Dione 
non si cstandono al tempo di Traiano, ma di questo 
fa solo men,!Ìone, e ne tratta il suo compilaterc Zi- 
lilino, che visse molto dopo Aurelio Vittore : se que- 
sti è il primo che si trovi avere scritto di Traiano, 
perchè non dovrà essere creduto, perché ad esso do- 
vrà jiroporsi Zifilino? Di più abbiamo in prova altri 
scrittori che dicono Traiano nipote di Nerva , per 
cui sempre meglio possiamo concludere che almeno 
se non era di Todi, fosse almeno Italiano. 

E proseguendo ad analizzare il med. passo di Zi- 
filino, si può da (|uello desumere con certezza dove 
sia nato Traiano e (piale sia la sua vera patria. Esso 
dice « Hispanus Trajanus fuit » non può dirsi con 
questo indicala la patria « nec Italus, nec quidem 
Italicus » e nemmeno si dà la nascita. Eusebio ed 
Eutropio suppliscono con qualcun altro a questo 
difetto, e dicono Italicae natus. Poteva Zililino par- 
lare di Traiano con parole più oscure ed ambigue, 
e dimostrare più chiaramente, che non sapeva dove 



fosse nato, e quale ne fosse la patria ? Forse Zifilino 
avrà voluto cosi ambiguamente trattare la cosa, per- 
ché come uomo greco avesse in mira di levare al- 
l'Italia questa gloria, e quest'onore, poiché non di- 
cendolo assolutamente Spagnuolo, indireHamente poi 
lo voleva far Greco. Dicendo « nec llalus, nec ([uideni 
Italicus » vuò forse lacilamente accennare, che fosse 
nato in qualche parte della Spagna dove abitavano 
i Greci come era Emporea di cui parla Livio lib. 3'i 
'(.TuncEni|)orae duo oppida crani muro divisa, unum 
Graeci tralìcbanl a IMiocea, unde Missilienses oriun- 
di » e cosi pensava far comune Traiano ai Greci ed 
agli Spagnuoli. [continua). 



CIFRA FIGURATA 




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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

// mare rosso servi di sepoltura agli Egizi condotti 
da Faraone al tempo di Mosé. 



TIPOGRAFIA DELLR BELLE ARTI 

con approvazione pia 



DlREZlO.NE DEL GIORNALE 

zza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVANM DE-ANCELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione d. 



4 9 Marzo 18 59 



Anno WVl. 





IL SOMMO l'ONTEFICE IN SANTA GALLA. 



Fra i pii istituti, di cui abbonda la capitale del 
mondo cattolico , uno de' più celebrati e notori 
è certamente 1' ospizio di santa Galla , posto nel 
luogo medesimo , ove la illustre figliuola di Sim- 
maco il giovnne vedovata del consorte divideva 
co' poverelli di Cristo le sue pingui ricchezze, fin- 
ché non ritirossi nel Vaticano per tutta a Dio con- 
secrarsi in quel mouistero. Marco Antonio Odescalchi 
sacerdote e gentiluomo comasco tutto carità verso 
Dio e verso i prossimi apriva nell'anno santo del 1650 



alcune stanze nel rione di Ripagrande presso l'antica 
chiesa di santa Maria in Portico, ov'è pia tradizione 
essere stata la casa di santa Galla. Non solo dava 
nella notte pubblico ricovero a chiunque mancasse 
di un paglione e di un tetto , ma egli stesso rifa- 
ceva i letti, e con eroica mortificazione di sua mano 
ripuliva e curava i più schifosi mondici, i quali giun- 
sero a cinque e sei cento, e talvolta fino a mille in 
una notte. Passato Marcantonio al riposo de' giusti 
in odore di santità il 28 di maggio del 1670, legò 



I 



34 



L' A L B U M 



alla famiglia le sue ricchezze, perché di buon grado 
continuasse quanto egli avea cominciato. 11 cardinale 
Lenedetto Odescalchi, che non poco contribuito vi 
avea , fecevi allora sopravvegliare altro suo con- 
giunto, Tommaso (Jdescalchi, quello stesso cui si deve 
la prima idea dell'apostolico Ospizio di san Michele, 
e divenuto sei anni dopo pontetice massimo col nome 
d'Innocenzo XI ne allidó la intera direzione al suo 
nipote Don Livio duca del Sirniio e principe del sa- 
cro romano impero. 

Emulatore de' suoi maggiori intraprese la ricdi- 
fìcazionc della chiesa, e per essersi 1' immagine che 
vi era di santa Maria in portico trasportata già nella 
nuova costruita per volo del popolo romano nella 
vicina piazza di Campitelli, la volle il duca intito- 
lare a santa Galla. Si la chiesa, si l'ospizio vennero 
compiuti nel i72;5 con disegno dell'architetto Mat- 
tia De-Uossi, vi fu lascialo l'antico altare maggiore 
consecrato già da san Gregorio VII , e il Bernino 
vi modellò di stucco quegli angioli che veggiamo 
collocali nella cappella del santissimo sacramento in 
san Pietro, il duca don Baldassare ampliò l'ospizio, 
né questa princi|>esca famiglia ha mai cessato dall'a- 
verlo in cima de' suoi pensieri: perpetuo amministra- 
tore e capo n'ò sempre un individuo di essa o il più 
stretto congiunto. Nò il solo ricovero ai niendici viene 
ivi apprestalo, ma al ritornare dell'annua festività 
di santa Galla vi si servono a mensa dodici de' po- 
X eri suddetti e varie altre pie opere vi si esercitano 
di spirituale e corporale misericordia (l). 

Non è però a confondersi l'ospizio della famiglia 
Odescalchi, con arltrn opera pia ivi surta nel prin- 
cipiare del secolo XYIII, e che viene chiamala pia 
unione de sacerdoti secolari in snnta Galla. Per con- 
siglio dell'abate Don Carlo Testa, Girolamo Vaselli 
sacerdote romano di poi parroco de' santi Loren- 
zo e Damaso, la istituiva nel 170'2 con dopjiio sco- 
po , di adoperarsi cioè a spirituale vantaggio di 
que' mendici il più delle volte rozzi e ignoranti, 
che da ogni parte del momfo vi convengono , e di 
assuefare in ispccie il giovane clero ed evangeliz- 
zare la \igna del Signore. Quanto Iddio benedi- 
cesse il |)ensioro e lo zelo di cosi |)ii ecclesia- 
stici, la cui memoria sarà in per|ietua memoria, non 
è qui luogo a riferire: basti il notare, che l'ospizio 
di santa Galla é stalo quindi in poi il più fertile 
<>d ampio campo del clero romano, che vi la>^ciarouo 
luminosi csemjìi i venerabili Gio. Ballista Derossi e 
(ìaspare del Bufalo, che vi si santificò un Giovanni 
Andrea Parisi (2), che innumerevoli vescovi e car- 
dinali ne uscirono a riformare le diocesi, e per par- 
lare solo de' giorni nostri, a si pio istituto dava no- 
me nella sua giovinezza e vi esercitava l'apostolato 
quel Gio. Maria Jlastai, che con tanto senno e glo- 
ria doveva reggere la chiesa, e sedere i>ontclice mas- 
simo alla metà del secolo XiX. 

E questi ap|)unto la mattina del 7 del corrente 
marzo, sacro alle glorie del dottore Angelico, vi- 
sitato r augustissimo Sagramento esposto nella ve- 
nerabile chiesa del Gesù, si conduceva all'ospizio di 



santa Galla con tutto lo splendore della sua Maestà, 
per promuovere ai celestiali onori il De-Rossi e il 
ven. Giovanni Sarcander (3) ambedue preti secolari, 
il primo già canonico dell' insigne capitolo di santa 
Maria in Cosmedin e quasi dissi confondatore della 
pia unione (4), il secondo apostolo e parroco nell'ar- 
chidiocesi di Olmutz nella Jloravia. Le vie erano 
affollate di popolo, adorni di arazzi i balconi e le 
fenestre. Al suon delle campane, alle divotc grida, 
con cui iniploravasi l'apostolica benedizione, giun- 
geva il sommo Pontefice PIO IX alle porta della 
chiesa, ricevuto dal suo generale vicario cardinale 
Patrizi vescovo albanese prefetto della sacra congre- 
gazione de' riti e dal principe Odescalchi patrono 
della medesima chiesa, per cura de'postulatori delle 
cause riccamente e vagamente con serici drappi ap- 
parata. I giovanetti della cappella musica del col- 
legio romano , ove il De-Uossi erasi nelle lettere 
erudito, intuonaron il mottetto 'fa es Petrus del mae- 
stro Cherubini. 

Popò breve orazione ascese il santo Padre nel tro- 
no: aveva alla destra i cardinali Patrizi [lonenle delle 
due cause. Ferretti vescovo Sabinense e penitenzie- 
re maggiore, Falconieri-Mellini arcivescovo di Ua- 
vcnna, segretario de' memoriali, Kaulscher arcive- 
scovo di Vienna, Reisach già arcivescovo di Monaco 
e Frisinga , Ugolini abate commendatario della ba- 
silica di santa Maria in Cosmedin, e De-Silveslri pro- 
iettore degli stati austriaci. 1 cardinali tedeschi rap- 
presentavano coU'Emo De-Silvestri la Germania pel 
Sarcander, gli altri la pia unione cui sono aggregati. In 
uguale ma separato banco sedeva il principe Ode- 
scalchi. Incontro al trono pontificio slavano i prelati 
ascritti alla pia unione , avendo a capo monsignor 
Gio. Francesco Cometti'Bossi arcivescovo di Nico- 
niedia superiore, o come suol dirsi Anziano, ed al- 
tri invitali, fra cui dislinguevansi monsignor Federi- 
co Landgravio di Fiirstenbcrg Arcivescovo di Olmutz 
postulatole dalla causa del Sarcander e monsignor 
Stefano Bruti priore della confraternita del santis- 
simo nome di Maria, di cui era stato fratello il Dc- 
Rossi. Venivano appresso in lungo stuolo i sacerdoti 
della pia unione insiemcmcnle ai canonici della in- 
signe collegiata di santa Maria in Cosmedin aggre- 
gali tutti , non ha guari in una al canlinalc Com- 
mendatario, e monsig. Vicario per sempre più strin- 
gere in bel vincolo di amore due c<jrpi cui il De- 
Rossi aveva per tanti anni appartenuto. 

In apposite tribune stavano da un lato la prin- 
cipessa Odescalchi colla sua famiglia, con varie dame, 
ed il signor conte Francesco Colloredo Wallsèe am- 
basciatore straordinario della maestà dell'imperatore 
di Austria, dall'altro distinti personaggi alemanni, 
vcdevansi nella chiesa alcuni signori liguri stretti 
al ven. Dc-Rossi per divozione e per uguaglianza 
di origine. Bellissimo lo scorgere insieme adunato 
tanto numero di ecclesiastici di ogni condizione, età, 
e grado. 

Il santo Padre ordinò che secondo il costume 
da monsignor Capali! segretario della sacra con- 



L' A L B U M 



35 



gregazione de' rili venisse Ictlo prima il decreto , 
per cui dichiaravasi potersi con sicurezza procedere 
alla beatificazione del venerabile De-Rossi, e quindi 
l'altro intorno al martirio del venerabile Sarcander 
e ai miracoli che lo seguirono. Levatosi allora in 
piedi il cardinale Ferretti e venuto d'innanzi al trono 
di Sua Santità: dichiarò aver esso in quel momento 
l'onore di compiere un graditissimo incarico a lui aHi- 
dalo a nome dai sacerdoti della pia unione dal capi.tolo 
di santa Maria in Cosmediu e del clero romano, di 
solennemente ringraziare Sua Beatitudine, e di espri- 
merle il gaudio e la consolazione che tutti in quel- 
r istante provavano, nel vedere prossimo agli onori 
degli altari il De-Rossi , grande modello del clero 
romano e vera gloria della pia unione. Aggiunse 
sperar che il Beato avrebbe sempre dal cielo man- 
tenuto al clero romano quello spirito di pietà, quello 
zelo illuminato, e quella viva carità, per cui si era 
mai sempre in ogni tempo oltre modo distinto. Pro- 
seguì, ricordare assai bene quegli anni suoi primieri, 
ne'quali il Santo Padre vi avea esercitato quella ca- 
rità verso i prossimi, che sempre più crescendo in 
lui e diffondendosi, avea finalmente meritato, come 
quella di san Pietro, che venisse da Gesù Cristo coro- 
nata coU'alBdargli la cura dell'universo suo gregge. 

Di poi monsignor arcivescovo di Olmutz, postu- 
latore della causa del Sarcander, il quale durante la 
lettura di decreti, insieme al canonico Arrighi postu- 
latore ed avvocalo della causa del De-Rossi, all'av- 
vocato professore Sottovia, e ai procuratori canonico 
Lauri e Filippo Carlini, era stalo sempre in ginoc- 
chio d' innanzi al trono a Sua Santità o espresse in 
lingua latina i medesimi sentimenti di letizia e di 
ringraziamento, dichiarando che insiem con lui tutta 
la Germania cattolica giubilava per vedere presso che 
ultimata una causa per le vicende de' tempi ritardata 
cotanto: e finiva col far voti, perché il Sarcander con- 
tinuasse a proteggere la sua illustre nazione, e vi 
fiorisse rigogliosa quella fede da lui predicala colla 
voce, coll'esempio e suggellata col sangue. 

Il supremo Gerarca della chiesa rispose ad am- 
bedue con breve ma eloquente discorso, che rimase 
profondamente impresso nel cuore di quanti ebbero 
la bella ventura di udirlo. Esser Sua Beatitudine 
piena di consolazione per ritrovarsi in mezzo ad 
un clero si operoso e zelante in ogni tempo qual'era 
stato ed era il romano : rammentar con piacere 
quegli anni in cui nella pia unione di santa Galla 
aveva iniziato la sua carriera ecclesiastica: raddop- 
piarsi il suo giubilo nel poter promuovere agli onori 
celesti un sacerdote , che tanto avea in quella 
slessa pia unione operato , e un parroco il quale 
avea col martirio coronala la sua fede in quella Ger- 
mania , la quale il S. Padre con gioja vedeva av- 
vicinarsi sempre più alla cattolica Roma. Parago- 
nar questi due servi del Signore a due olive e due 
candelabri , che porlavan ovunque la pace e la 
luce. Luce di giustizia, pace celeste, che il mondo 
né sa, né può dare. Udirsi voci di discordia, essere i 
popoli in trepidazione. Grande però il potere della 



orazione, grandissimo allorché sia fatta come il Re- 
dentore vuole, tutti cioè insieme e con esso lui con- 
giunti. Questo esser ora il solo mezzo da adoperarsi. 
Umiliarsi, sperare, non abbandonarsi a vano timore. 
Tenere per fermo ch'ogni tempesta n'andrà a svanire, 
e che il Signore per intercessione di questi suoi 
servi farà ovunque regnare la giustizia e quella pace, 
tornò a ripeterlo, che il mondo non può dare. Be- 
nedire di cuore la pia unione, il clero romano, la 
Germania, il mondo lutto, acciocché viemmeglio con- 
seguissero la giustizia, in virtù della quale, secondo 
la divina promessa, dopo la umiliazione verrebbe fi- 
nalmente esaltata fortezza del giusto , exaltabunlur 
cornila justi. 

Fattasi la consueta distribuzione dei decreti il santo 
Padre passò nella sagrestia dei sacerdoti delle pia 
unione, ove si compiacque osservare in due grandi 
tabelle, che gli furon mostrale l'elenco de' socii, fra 
quali erano messi a lettere d' oro i nomi di esso 
Sommo Pontefice e del De-Rossi, e la seguente epi- 
grafe, che incisa in marmo sopra la slessa sagre- 
stia venne in quel punto scoperta. 

HAG . IN . AEDE 

GALLAE . PATRONAE . COELESTIS 

PIVS . I.X: . PONT . MAX 

QVI . OLIM . INTER . SODALES 

PAVPERIBVS . ERVDIENDIS 

SACRVM . MIMSTERIVM . AGGRESSVS . EST 

IO . BAPTISTAM . DE-RVREIS 

COETVS . IPSIVS . LVMEN . ET. ORNAMENTVM 

BEATORVM . COELITVM . HONORIBVS 

TVTO . AVGENDVM . EDIXIT 

NONIS . MARTII . AN . MDGGCLIX 

Uscita Sua Santità dalla sagrestia i poveri del- 
l'ospizio schierati in bell'ordinanza nell'atrio gli ad- 
dimandarono 1' apostolica benedizione ad essi con 
viva effusione di cuore compartita. Recatasi alla 
sala a tal fine adorna di arazzi, e dove eransi adunati 
i ritratti del ven. De-Rossi, del venerabile del Bu- 
falo, del Vaselli fondatore della pia unione, del servo 
di Dio Parisi del ven. Innocenzo XI, del principe 
fondatore, del cardinale Odescalchi-Erba, e ammise 
al bacio del piede il principe Pitrono colla princi- 
pessa, i sacerdoti della pia unione, altri illustri per- 
sonaggi e dame; vennero per ultimi presentali dal 
padre abate Teodoli cassinese , amministratore del- 
l'ospizio e dal priore, dodici poveri, i quali rappre- 
sentando l'intera famiglia aveano assistito alla pub- 
blicazione dei decreti, e gl'inservienti tutti dello 
stesso ospizio. 

Mancano le parole a pienamente descrivere la com- 
mozione universale; né si potrà giammai dire quanto 
basti dell'amorevolezza e benignità del Sommo Pon- 
tefice, il quale lasciata a que' poveri e agli altri che 
fuori dell'ospizio trovavansi, buona limosina, un'ora 
circa dopo il mezzogiorno facea ritorno al Vaticano. 
Né dobbiam trasandare di aggiungere , come per 
segreta iargiziono di un membro della pia unione 



36 



L' A L B U M 



fu pure a tutti i poveri dell'ospizio quantità data 
abbondevole di pane. 

Fr. Fabi Montani. 

(1) Il padre Francesco Maria Galluzzi fiorentino 
gesuita fu il fondatore dell'ospizio di san Luigi Gon- 
zaga , non lungi da santa Galla; ha lo stesso scopo 
di ricoverare cioè nella notte le povere donne. L'una 
istituzione è indipendente dall'altra, né si deve omet- 
tere come all'ospizio di san Luigi abbia dato novella 
vita il Sommo Pontefice PIO IX , che lo ha posto 
eziandio sotto la cura delle suore del preziosissimo 
Sangue. 

(2) Di questo servo di Dio, morto nel 1735, in età 
di anni 35 si cominciò il processo ordinario, né fu 
scritta la vita dell'abate Sozzi membro della pia unione 
e stampata nel 1738 co' tipi del De Rossi. Nel 1841 
ne fu riconosciuto nella chiesa di santa Cecilia ove 
riposa il corpo, nel 1852 ne fu pubblicato dallo scrit- 
tore del presente articolo con elogio storico , ed é 



postulatore della causa monsignor Pietro Castellacci 
Villanova Arcivescovo di Petra membro pur esso della 
pia unione. 

(3) V. Album Anno XXIII, pag. 2Ì9 e 261. 

(3) Il De Rossi nacque in Voltaggio diocesi di Ge- 
nova il 22 febraio 1698; giovanetto venne in Roma, 
ove mori in età di anni 66 il 23 di maggio 1764. 
Fu vero apostolo di Roma. Nella pia unione intro- 
dusse molti esercizi a spirituale vantaggio de' poveri 
e degli estranei come sono la prima comunione de'gio- 
vanetti per la festa di Pentecoste preceduta da spiri- 
tuali esercizi fatti nello stesso luogo pio, le istruzioni 
ai fienaroli, le prediche ai marinari, e molte altre pie 
pratiche, che lungo sarebbe il descrivere. Nel 1781 s'in- 
trodusse la causa della canonizzazione. La pia unione 
ne prese l'. incarico , ed è oggidì felicemente tratta a 
fine mercè le cure dell'egregio professore Giacomo Ar- 
righi postulatore ed avvocato della Causa, segretario 
della stessa pia unione. 




RITHATTO DI MAGELLANO. (Varticolo in un prossimo numero.) 



AL CHIARISSIMO SIC. CAV. GIOVANNI DE-ANCELIS 
DIRETTORE DELL'aLBUM 

Roma. 
Sig. Cavaliere gentilissimo 

Avendo Ella pubblicato alia pag. 5 del Voi. XVII 
del suo pregiato giornale un disegno rappresentante 



la casa paterna del sommo fra i musicisti qual è 
il Cav. Gioacchino Rossini, credo non Le sarà discaro 
di avere altresì, e far conoscere a suoi leggitori la 
beila epigrafe latina, che scolpila in marmo veniva 
non ha guari con solenne inaugurazione esposta 
nella fronte deiraccennala casa da questo nostro Ma- 
gistrato Municipale, che zelando l'onore delia patria, 



L' A L B U M 



Z1 



e animato dal desiderio di onorare gl'illustri con- 
cittadini, alle altre onorifiche dimostrazioni pubbli- 
camente decretate al grande Maestro, voleva che an- 
che questa si aggiungesse. 

L'epigrafe è dettata dall' aurea penna dell' altro 
chiarissimo concittadino Cav. L. C. Ferrucci, nostro 
comune amico , che le trascrivo a piedi della prcs- 
sente si perché merita di adornare le pagine del 
suo Àlbum, e sì perchè ricorda un fatto che torna 
a grandissimo splendore della mia patria. 

Ne aggradisca il pensiero , e mi creda con affet- 
tuosa stima 

Lugo 2 Marzo 1859 

Il suo Obimo Affmo 
Domenico Ghinassi. 

HAEC . DOMVS . EST 

IOACniM . ROSSINI 

DISCE . VIATOR 

UIN'C . AB . AVIS . DyCTA . EST . nVIVS . ORIGO . VIRI 

gVEM . NORVNT . AB . VTROQUE . POLO . PER . YTRVMQYE . PLAGARVM 

DISCVBSVM . GENTES . ARTE . MODISC!"VE . SONI 

GNAYITER . EXSCRIPTIS . NOY'YS . ORPHEVS . ORBE . NOWSQVE 

AMPUION . NTMERIS . SEMPER . AMABILIVS 

REGNA . CADENT . VRBES . RES . ALTA . MOLE . SEPVLTAE 

UAEC . MERITIS . DOMINI . NON . CADET . AYCTA . DOMVS 

YII.YIRI . REI . MYNlClPALt . CVRAND,* 

OBSEQY'IO . ERGA . CIYEM . CELEBRAXISSIMYM .P.C. 

DECR . Q . D . E . YII . KAL . MAJ . A . MDCCCLYU 



SOPRA LA PATRIA DI TRAIANO IMPERATORE 

{Continuazione V. pag. 32) 
Iscrizione d'Ancona. 

La lapide posta in Ancona a Trajano in memoria 
della restaurazione di quel porto prova evidente- 
mente in favore di Todi : in essa vedesi il nome 
della moglie e della sorella ; ed ecco come è con- 
cepita: 

Imp. Caesari divi Nervae F. Nervae 

Trajano optimo Aug. Germanico 

Dacico Ponti f. Max. I. Pot. XVIIIl Imp. IX 

Cos. VI. P. Providentissimo Principi 

Senatus. P. Q. R. Quod accessum 

Itaìiae Hoc etiam addito ex pecunia sua 

Portti, Tutiorem navigantibus reddidil 

S. Plntinae Divae 

Aug. Marcianae 

Conjug. Aug. Aug. 

Sorvri 

Dice la lapide che Plotina era moglie di Trajano; 
essa discendeva dalla famiglia de Plauzi , o Plozi , 



che fu nobilissima in Roma, poiché le donne anti- 
camente si nominavano per lo più dal nome delle 
famiglie; e sebbene Plotina fosse Romana, e Trajano 
di Todi , non per tanto era vietato prendere in 
moglie donne romane, come municipe, come prova 
il Sigonio lib. 2. de antiq. Iure Ilaliae , copit. de 
municipiis. Se fosse stato Spaguuolo , questo non 
avrebbe potuto ottenere. Il nome della sorella Mar- 
ciana prova parimenti , che apparteneva a Todi : 
questa famiglia in que' tempi era nobilissima in 
Roma, come risulta da una lapide, fra tante altre, 
che potrebbero riportarsi , e che trovata in Todi 
fu riportala dal Sigonio nel lib. 3. de antiq. jure 
Italiae, e cosi dice: 

L, Julia L. F. 

Elv. Marciano 

Acd. Pi. Vir. Tuder. 

Vicani vici Martis 

Tuder. Ex. Aere Coli. 

Ob merita ejtts L. D. D. D. 

E non esiste forse ancora nel Territorio di Todi 
un fabricato detto la Torre di Trajano come pure 
alcuni sotterranei detti le Grotte di Trajano ? Si 
fatte denominazioni non provengono se non per do- 
minio o per abitazione di colui da cui prendono il 
nome, di modo, che un borgo pure della medesima 
città, ed é il principale fra tutti, dicesi il Borgo di 
via Ulpiana. 

Che la famAglia di Tìrajano possa essere andata 
in Spagna 

Non implica poi contradizione, né aggiunge dif- 
ficoltà il credere che la famiglia di Trajano discesa 
da Todi andasse in Spagna. Siccome v' crono in 
questa provincia dodici colonie romane , e 17 de' 
Latini come afferma Plinio lib. 3. può essere fa- 
cilmente che fra quelle colonie fosse mandata la fa- 
miglia , o gli antenati di Trajano , perocché nelle 
colonie si mandavano sempre i nobili , e i princi- 
pali delle città. E siccome il padre di Trajano fu 
il primo console che uscisse da quella famiglia come 
asserisce Paolo diacono. « Anno ab V. C. 8'') 7. 
Ulpius Crinitus Trajanus ex urbe Tudertina , Ul- 
pius ab avo dictus Trajanus a Trajo paterni generis 
auctore, vel de nomine Trajani patris sic appclla- 
tus XIII ab Augusto Imperium adeptus est, natus 
in Hispania familia antiqua magis quam clara, nani 
pater ejus primum consul fuit « può essere accaduto 
che fosse mandato proconsole in quella parte di 
Spagna dove condusse la famiglia , ed ivi è facile 
cosa che nascesse Trajano. Nò a questo può ostare 
ciò che dice Tacito , essere in Roma proibito ai 
Consoli , e comandanti d'armata condurre seco fa- 
miglia, o moglie, poiché queste proibizioni vennero 
meno ne' tempi degli Imperatori , e il primo fu 
Augusto , che seco menò Livia; e Druso che con- 
j dusse seco Agrippina. 



38 



L' A L B U M 



Neppure può fare contraddizione quello che il 
nominato Paolo diacono dice nella vita di Teodosio 
« EIcgerat Nerva hispanuni virum Trajanum » per- 
ché se rilletteremo a quello , che esso Paolo dice 
poco sopra di Teodosio, che era nato, e notrito in 
Spagna, dovremo intendere che dicendo esso virum 
hispanum intendeva dire, che era nato in Spagna , 
non che ne fosse originario. 

Plinio lo chiama romano 

Che poi Plinio lo chiami romano, neppur questo 
implica contraddizione ; poichó così lo disse come 
niunicipe , io che non avrehhc fatto se fosse stalo 
Spagnuolo , perché a tempo di Trajano la Spagna 
non avendo avuto il titolo di municipio non poteva 
avere in Koma alcuna autorità, nò alcun privilegio. 
Non è poi cosa nuova , che nell' istoria un errore 
né cagioni mille. Coloro che sostengono , che Tra- 
jano non sia di Todi, credono sostenersi con l'auto- 
rità di Plinio, di Eutropio, di Euschio: poca rilles- 
sione su (|iicslo smentisce 1' asserto. Eusebio , ed 
Eutropio dicono solo, che Trajano nacque in Italica, 
e Plinio Io dice romano: Aur. Vittore poi due volte 
dice Trajano esser di Todi, ne' Cesari cioè, e nel- 
l'Epilomc: ne' Cesari dice « Namq. l'Ipiuni Traja- 
num Italica Ilispaniae ortum amplissimi ordinis, al({. 
consulari loco » dicendo consulari loco, può bene 
intendersi de' Todini , i quali potevano esser con- 
soli in Koma, come era stato il padre di Trajano, 
e non de' Spagnoli, che non avevano questo privi- 
legio: nell'Epitome poi così si esprime « Ulpius Tra- 
janiis ex urhc Tudertina » ed ecco per quanto mi 
sembra precisato il luogo della nascila, e la patria 
originaria. 

Prove dedotte da Marziale. 

Marziale che era Spagnolo lodando in molti luoghi 
Trajano come principe ottimo , se fosse stato suo 
nazionale non axrcbbc mancalo di notarlo: come pure 
Trajano tanto generoso, e benigno verso tulli, do- 
veva esserlo assai più con Marziale, se fosse stalo 
suo compalriotto , ({iiando che si sa , che con esso 
fu assai parco, e guardingo. E nel lib. 12 de' suoi 
Epigrammi dicendo 

Palma regit noslros, mitissime Caesar, hiberos 
Et placido fruitur pax peregrina jugo 

Ergo agimus laeti tanto prò niunere grates 
Mìsisti niorcsin loca nostra tuos. 

Se dunque dice Marziale che Trajano mandò in 
Spagna i suoi costumi, deve credersi che differenti 
fossero quelli de' Spagnoli, perchè il poeta lo rin- 
grazia come d'un particolare favore accordato , e 
torna sempre la med. conclusione, che cioè questo 
non poteva aver luogo, se Trajano fosse stato Spa- 
gnuolo. Anzi nell'Epigramma ad Rhenum del lib. 10. 
afferma evidentemente , che se non fu Todi patria 



di Trajano, Io fu almeno l'Italia cccone le parole 

Nympharum pater, omniumq, Rhene 
Quicumq. Adrisias bihunt pruinas 
Sic semper liquidis frueris undis 
Ncc le barbara contumeliosi 
Cnlcalum rota conscrat babulci 
Sic et cornibus aurcis rcceptis 
Et Rhenus eos ulraq. ripa: 
Trajanum populis fuisset urbi 
Tybris le dominus rogai, remittas 

Facendo parlare in quest'Epigramma il Tebro, che 
domanda al Reno , che avesse rimandato Trajano 
in seno de' suoi popoli , con l'espressione Populis 
siiis volle denotare la sua patria , che era almeno 
l'Italia; né può intendersi per / sudditi suoi; perchè 
questi erano di una molliludinc immensa , né sa- 
rebbe stala espressione, o dizione conveniente il dire 
che Trajano fosse ridonalo ai sudditi suoi , poiché 
sarebbe stala troppo generica, e di nessun senso. 

Vicinanza di Narni a Todi 

La vicinanza di .Narni a Todi poteva benissimo 
aver dato cognizione a Nerva delle ottimo qualità 
di Trajano: né può credersi, che Nerva non potesse 
conoscere in tnlta 1' Italia un soggetto degno della 
carica , a cui voleva inalzarlo , andasse a cercarlo 
in Spagna; tanto più poi che lino allora non v'era 
mai stato alcun esempio di persone forestiere insi- 
gnite di qualche onore. Dicesi di |)iù che Trajano 
e Nerva fossero parenti, e tanto possiamo rilevare 
dal lib. 2. delle lettere di D. Antonio di Guegara 
Arcives. di Modognelo, o cronista di Carlo V. Ecco 
dunque ciò che si legge nella lettera di Trajano 
scritta al Senato registrala , e tradotta dal dello 
autore « Fu Nerva nella creanza mio Signore, nel- 
l'obbedienza mio principe , nell'amore mio |)adrc , 
nel parentado mio zio : e per dirvi il vero io gli 
portavo più riverenza per le virtù che crono in lui, 
che per il parentado che aveva meco: perocché as- 
sai ci basta per sodisfare ai parenti di amarli, ma 
i virtuosi abbiamo obbligo di servirli. Fu Nerva 
mio zio , generoso in sangue, d'un giudizio molto 
chiaro, ben fatto di persona, savio ne' consigli, cauto 
ne' pericoli. 

Nessun forastiero fu assunto all'Impero prima 
di Settimio Severo. 

A'arj autori opinano , che il primo che fra gli 
stranieri fosse assunto all'Impero fu Settimio Severo. 
Ausonio Gallo sembra jirovare questo sentimento , 
poiché ne' Telraslici degli Im|)eratori rom. di nes- 
suno precisa né patria, né origine, se non che del 
dello Settimio: per cui si può dedurre quasi con 
sicura certezza, che tutti i di lui predecessori fos- 
sero Italiani, e per conseguenza esserne inutile in- 
dicarne la patria, supponendosi che da lutti potesse 



L' A L li U M 



39 



essere conosciuta. Aggiungiamo ancora che essendo 
legge in Roma che nessun forastiero fosse decoralo 
degli onori, e cariche publiche come afferma il Si- 
gonio '( neq. haec decora , et insignia dignitatis 
quispiam nisi civis romanus assequi poluit usq. 
adeo, ut si quispiam hoc essent adepti ii se com- 
perta honorum graduum cum loto civitatis honore 
Popia lege amiserint » Ciò si prova coll'elezione med. 
che Nerva fece di Trajano : poiché allorquando i 
Pretoriani seppero che Nerva voleva adottare un 
successore, cominciarono a tumultuare temendo che 
potesse essere un estero , ma il tumulto immedia- 
tamente cessò quando seppero , che Trajano era il 
designato. Non erono ancora dimenticate le vitupe- 
revoli gesta di Nerone, che nella maggior parte si 
attribuivano a Seneca spagnuolo suo maestro; e po- 
tremo poi credere che Nerva uomo di grandi ta- 
lenti avesse voluti proporre per sovrano al popolo 
di Roma un uomo provenieiite da quella nazione , 
e che nel tempo in cui Nerva regnava era riputata 
nimicissima a Roma come ìeggiarao in Tacito ? Tra- 
jano med. dopo assunto all' Impero non usò torse 
iìuuiense durezze a quella nazione rendendola per- 
fino inabile al pagamento de' tributi. Antonino Pio 
mitigò questo rigore , e sollevò in parte la di lei 
miseria al dire di Giulio Capitolino. Potremo poi 
dopo tutto questo prestar fede a coloro che affer- 
mano Trajano Spagnolo ì un uomo quale esso era 
giusto, misericordioso, generoso, e grande aveva poi 
da dimostrarsi snaturato contro la propria patria ? 
L'essere stato ascritto fra i Divi, è un altra prova 
che Traiano era Italiano: questo sommo onore non 
concedevasi, che ai soli cittadini Romani, e per tali 
non si consideravono a quel tempo che i soli ita- 
liani: Silio Italico parlando di Annibale deplora, che 
sebbene fosse grande il suo nome, non poteva però 
ottenere questa distinzione gloriosa. 

O fèlis fama, et Latio lacrymabile nomen 

AnnibaI, Ausonia si te fortuna creasset 

Ad magnos venture Deos, cum fata tenemus 

Panegirico di Plinio 

Ci somministra quest'autore altre congetture, per 
non dir prove che se Trajano non era Todino era 
almeno italiano. « lam te civium desideria revoca- 
bant,amoremq. castrorum superabat charitas patriae» 
altrove « Quaem magnum est patrio more, patria vir- 
tude lactari » e poco dopo « Non euim de Tyranno, 
non de ci ve sed dedomino, scd de parente loquimur j> 
e volendo a modo suo di pensare far cenescere 
che per una divina ispirazione era accaduta l'adoz- 
zione di Trajano dice « Nulla adoptati cum co , 
quei adoptati cognatio nulla necessitudo nisi quod 
uterq. optimus erat. dignusq. alter eligi , alter 
eligere «Se Trajano non fosse stato d' Italia come 
poteva dirsi avanti a lui med. che il desiderio de' 
cittadini lo richiamava che V amore della patria su- 
perava quello delli acuampamenti , che era cosa 



gloriosa rallegrarsi del patrio costume della patria 
virtù , che non parlava d'un tiranno ma d'un cit- 
tadino. 

E cosi parlando potremo noi presumere che tanto 
volesse estendere il significato di quelle espressioni 
che volesse significare e Spagnoli e Spagna ? Plinio 
parlava in Roma, presente il popolo romano, e avreb- 
be in modo cosi sfacciato adulato, o mentito. 

Autori che dicono essere Traiano di Todi. 

Meno dunque di Zifilino di Eutropio , ed Euse- 
bio tutti gli altri che anno scritto di Traiano , lo 
anno sempre detto di Todi. Aurelio Vittore é il pri- 
mo: viene poi Olimpiodoro lib. 34 annal. lotius Or- 
bis. Paolo Diacono in hist. misceli, lib. 10 Fonuzio 
campano lib. de familiis illustr. Italiae et de earum 
origine cap. 13. Filiberto vescovo Anelatone in sum- 
ma memorabilium lotius Oreisb Giov. Antonio Val- 
lone napoletano nel suo libro della vera origine 
della casa Colonna l'Abb. Uspergense ahron. fol. 
56. Onofrio Panvinio voi. 2. pag. 644: il Volater- 
rano lib. 24. Pietro Ricordato monaco cassinense 
hisi. Moaast. part. 3. {Continua) 



IACOPO E ADELE 
RACCONTO (*) 

VI. 

I farmachi del Solitario. 

Il Solitario che, come accennammo, era dotto nella 
cognizione della virtù dell'erbe, e che anzi da gio- 
vine avea concorso alla compilazione di un Herba- 
riìim, in voga ancora oggidì tra' semplicisti ed apo- 
ticarii, aveva fra le altre qualità quella (giudichi il 
lettore se buona) di volere intromettersi in tutte le 
bisogne altrui. Il perchè saputo appena la infermità 
della figliuola di Roberto di *** avea già divisato 
presentarglisi ed offrirgli i suoi uffizi. Intanto avea 
manipolato suoi specifici ; il fornello agiva da vari! 
di ; erano in movimento storte , alambicchi ed im- 
buti, quando gli si fc dinanzi l'incognito Signore, col 
quale passava buona relazione, essendo che il Soli- 
tario aveagli reso di ben parecchi servigi in occa- 
sione di malattia ; e l'Incognito aveane serbato me- 
moria tanto più grata, quanto che non gli era mai 
stato possibile fargli accettare una ricompensa. Avu- 
tolo dunque in disparte , narrogli la malattia della 
donzella , la disperazione della famiglia ove questa 
mai subisse il fato estremo ; — Dovete adunque , 
continuò, intraprenderne la cura, e dar pruova del- 
l'abilità vostra nell'arte salutare. 

— Porrò in opera ogni mezzo per riuscirvi con 
onore; se ho ben inteso, il male è pericoloso , ma 
non irrimediabile . Parmi che il medico non abbia 
conosciuto la malattia, altrimenti, se le cose espo- 



40 



L' A L B U M 



slemi son vere, a quest'ora la donzella coll'uso di 
siffatlo specifico (e lo indicò) sarebbe ristabilita. Co- 
munque, andrò a vederla; e voi, Signore, userete la 
cortesia di accompagnarmi. 

Detto fallo, s'incamminarono alla volta di casa Ro- 
berto ; l'Incognito pieno di fiducia nell'abilità e ne- 
gli specifici del buon romito ; ed esso tutto contento 
di acquistare nuove relazioni e potenti. Presentatisi 
adunque alia madre dell'inferma, l'Incognito, presa 
la parola — Eccovi, donna Elvira, chi [)otrà infal- 
lantemente guarire la vostra figliuola — Di ben al- 
tre cose soggiunse per accreditare il buon Solitario, 
e fini sospirando il discorso — Fosse piaciuto a Dio 
che conosciuto avessi quest'uomo prima di perdere 
la mia consorte. Egli forse, mediante i suoi farma- 
chi, le avrebbe restituita la sanità. Ma, poiché cosi 
piacque a Dio ( ed abbassò il capo per riverenza 
come usava Newton) adoriamo la volontà sua e be- 
nediciamolo. 

Elvira già preocupato il cuore dalla speranza , 
senza perdersi in cerimonie, condusse tutta in gio- 
lito il bravo botanico alla inferma. La esaminò egli 
a dilungo; poche dimande fece alla madre; volle di- 
saminarci rimedii prescrittile da quel buon medico, 
che se ben vi ricordate avea detto essere un mal 
da nulla; ordinò che fossero gittati via (|ue' bisticci 
(con poca creanza, a dir vero , ma a quel tempo non 
si era pubblicalo il Galateo medico del Pasta) e che 
in certe ore e tempi determinati si fosse sommini- 
strata alla donzella quella bevanda nerognola ch'egli 
avea seco recata. Badasse di non trascurar nulli 
delle sue prescrizioni. Dopo alquanto di tempo l'in- 
ferma avrebbe lungamente dormito, e mandato su- 
dor copiosissimo : la esser quella la crisi favorevole 
del male. Egli poi sarebbe tornato a vederla. E fallo 
alla consolala madre un complimento alla italiana, 
non tirando una gamba dietro l'altra, non cur^an- 
dosi e strisciando un piede verso di lei (che sarebbe 
CQUiplimcuto alla francese) se n' andò con Dio. 

Non era trascorso tutto intiero il di seguente, che 
l'inferma parve risorgere ; cominciò girare intorno 
lo sguardo , sorridere alla madre ed a quanti eraii 
li presso ; indi accennva di voler dormire. E dormi. 
Nel sonno poi ch'ebbe tranquillo e placido, comin- 
ciò apparire un sudorelto sulla fronte, che sì con- 
verse a mò di dire, in un fonlicello. E dopo non so 
quante ore di sonnO: continualo, ridestossi quasi ar- 
direi pronunziare guarita. 

Il Solitario che biMi conosceva la efficacia de' suoi 
farmachi e 'I momento della crisi, non si fé lunga- 
mente aspettare : giunse nel punto in che la giovi- 
netta destossi. Interrogatala , osservatala, si rivolse 
agli astanti, dicendo — Lodalo Dio, la signorina ò 
fuor di pericolo — La consolante notizia dalla stanza 
della inferma propagossi, come un baleno, per tutta 
casa, nel podere, per ogni dove: i fratelli, la sorella, 
l'aio gioiscono ; tripudia la madre, ne godono i fa- 
migli. Ed il medico salvatore ? So ne stava umile in 
tanta r/loria. Le benedizioni della madre, i ringra- 
ziamenti del padre furono infiniti. Ogni profferta di 



riconoscenza al solito ricusò. Tuttavolla si fecer pro- 
mettere ch'egli avrebbe frequentalo la casa. Nel par- 
tirsene chi inchinavalo, chi lodavalo: i fanciulli, vo- 
Ican baciargli la mano , ma egli noi permise mai : 
cosi che volendo pure la gratitudine loro a\ere uno 
sfogo , gli baciavan 1' abito. Ma eran sacre quelle 
lane? 



Emm. Marita. 



(*) V. Alòum pag. 29. 



CIFRA FIGURATA 




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F!CE 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 



L'I sterco della Rondinella cieco Tobia , le 
di un pesce glie la fecero ricuperare. 



uilt'f'f'ri' 



TIPOGRAFIA DKLLE BKLLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



CAV. GIOVA.NM l)E-ANGELIS 

direttore-proprietario 



433 



Distribuzione 6 . 



2 6 Marzo l8o9 



Anno XWI. 





IL BEATO NICCOI-O ALBERGATI CERTOSINO CARDINALE DI S. CHIESA, 
E VESCOVO DI BOLOGNA. 



DELL ABITAZIONE BD ORATORIO CH EBBE IN ROMA 

IL E. NICCOLÒ ALBERGATI DE'cARTLSIANI VESCOVO DI BOLOGNA 

E CARDINALE DI S. CHIESA. 



I. 



Prossima alla vetustissima chiesa di s. Pudenziana 
nel rione Monti, nell'antico vico patrizio o laterizio, 
alle radici dell' Esquilino , esiste un fabbricato di 
mediocre elevatezza, che ritiene tuttora il nome della 
famiglia Volpalo, già tanto illustre nella storia delle 
arti italiane pel famoso incisore Giovanni, la quale per 
meglio che sessant' anni, cioè dal 1784 sino al 1847 
ne fu proprietaria. Si fatta casa (1) per antichità e 
per rimembranze storiche e religiose celcbratissima, 
forma il subbietto di un ampio nostro lavoro, dal 
quale tragghiamo alquanti cenni , che non riusci- 
ranno per fermo sgradevoli a' cortesi nostri lettori. 

Che la modesta casa della quale parliamo abbia ap- 



partenuto all' illustre Cardinale Albergati detto di 
s. Croce, avendola egli non che rifabbricata in gran 
parte, ma abitata, è una verità storica di tanta cer- 
tezza da non potersi affatto revocare in dubbio, sic- 
come verrà chiarito dalle autorità che andrem bre- 
vemente annoverando. 

Il P. Buonaventura Cavallo dell'Amantea M. O. R. 
nella Vita del B. Nicolò Albergati ecc. (2) della quale 
si valsero i celebri Bollandisti (3), ci narra quanto 
siegue: « Elesse il Cardinale per sua habitatione una 
» casa, che pur hoggi si vede di comodità mediocre 
presso al convento di santa Pudenliana, scelto un 
luogo solitario e sequestralo da' tumulti, per viver 
più ristretto, mentre dimorava in Roma dallo stre- 
pito della Corte. » 
Luigi Manzini conte bolognese e prevosto della Mi- 
randola nella opera intitolata: // Principe Ecclesia- 
stico ecc. (4) dopo aver parlalo della umiltà dell'il- 
lustre Vescovo e Cardinale conferma le narrate cose 



42 



L' A L B U M 



con le parole cui riporliauio . . . « In Roma si fab- 
>i bricò una casa presso a S. Polenziana in cui ri- 
» liravasi come in un monastero fra suoi più cari 
)) servitori, come fra tanti monaci , e con- essi ri- 
« trovava l'eremo in grembo alia Corte. » 

Monsignore Lodovico Doni d'Alticliv de' Minimi, 
Vcsco>o esimio di Aulun, il quale scrisse una brieve 
storia del nostro bealo Cardinale, cui die' il titolo 
Idea pcrfccli Pracsulis ecc. (5) consente con gli au- 
tori da noi succitati , allorché parla della casa di 
che trattiamo colle seguenti parole: « Cum Romae 
)- {Nìcolaits) morarelur , domum inxla ecclcsiam 
)' S. Pudenlianae conslruxil, in qua et iiabitavit re- 
)) motus a slrcpitu populari etc. » 

Neil' Jùncrologio sacro di Ruma cristiana e gen- 
tile (G) dell'ab. Carlo liarlolommeo Piazza si legge 
un bell'elogio al grande Albiigali, dojio del quale 
l'A. si esprime in quesla guisa: « Di esso ancor \k- 
h desi per testimonio della sua esemplare umiltà la 
X piccol casa dove abitò da Cardinale , vicina a 
» S. Pudenziana ; et è degno da osser\arsi ancora 
)' la venerabii ca|ipella, do\e ora\a e celebrava, con 
). alcune divote immagini, che ancora spirano la vc- 
)- nerazione e santità del suo celebre abiialore con- 
» servata illesa sino da 2'i5 anni. « (7) 

Il canonico bolognese Ercole 31. Zanotti scrittore 
dello scorso secolo in un'accurata Vita del \i. Nic- 
colò (8) parla ancora della nostra casa con parole 
jiresso a poco simili alle già riportale. 

Ne dissente dagli altri autori quell'accuratissimo 
biografo bolognese e critico sagace che fu C 15. Mel- 
loni P. I). (X il quale nelle Memorie del santo Car-« 
ilinale (9) fa parimente menzione della casa di lui, 
riportandosi a (|uanto ne avca detto il Piazza per 
noi sopra citato. Si falla notizia ci vien eziandio 
confermata dal Dott. Labus nelToi). I fasti della Chiesa 
ndlc vite de' Santi che fu di fresco compilala in 
Milano da una pia società di ecclesiastici e seco- 
l.iri (IO). 

Fin qui abbiam passato in rassegna le opere edile 
di scrillori |)o>teriori all'Albergali; ci sia ora con- 
sentito d'inlenogare qualche monumento inedito ed 
altri autori contemporanei 

Il Monaco Cislerciense de Era nella elaborata opera 
intitolala Vindiciae velerum Monumentorum Ecclcsine 
SS. l'udentis et Pudentiunue che conservasi MS. da' 
revv. Cistcrciensi, al cap. \X1V: De residc/iliali domo 
Beali Nicolai Card. Albergati iuxta Titulum Puden- 
tis (11) si dilToade circa questo punto in assai par- 
ticolarità. Noi stimiam prezzo dell'opera il riportare 
un brano di si fallo mano>crillo , il quale spande 
molla luce sul noslro argomento. 

« Clarissima mornm vitae(|ue sanctitas B. Nicolai 
Card. Albergati, {|uae Cartluisjae clauslra, infulas, 
|iurpuram, Urbem et orbem longe lateciuc illuslravit, 
apud Titillimi Pudentis , in consiiiualione virtulis 
niiritìce eniluil, cum solitudinis studio et maioris (12) 
Poenileiiliarialus solicitudinc, humilcm sibi doniiim 
aedificandam curavil prope ecclesiam (S. Pudenlia- 
nae) , camquc doncc llomae permansit , a rerum 



hunianaruni strepilu abstractus, incomparabilis mo- 
desliae excmplo habilavit, cuius meminit eius vitac 
auctor apud Oldoinum. Albergalo Patriarchìi Libe- 
riani Arthipraesbylero , quo tempore commendata 
fuit ecclesia S. Pudenlianae, proximum campanariae 
turri velus coenobium monachis vacuum reperii , 
]>lacuilque viro claustrali loci species, addiditquc a 
fundamcntis aedcs , quainvìs infra emìnentiani di- 
gnilatis, religioso tamen successili aptissimas, suisquc 
familiacibus monasterium distribuii. Extat adhuc ve- 
neranda domus sanctissimi Cardinalis, mediocri data- 
fastigio, sim|dicemi]ue in parielìnis structuram prac- 
seferens, laxioribus i|uidem, sed non pluribus con- 
stans conclavibus, nihil(|ue memoria digiium relinet 
praoter Crucifixi Redemploris imaginem, in superiori 
cubiculo non ineleganler depiclam, ante quam B. Ni- 
colaus orare coiisue»il )<. 

Poggio Bracciolini poi contemporaneo dell'Alber- 
gali nella elegantissima scrittura che ha in titolo : 
Oratio in funere B. Nicolai Card. S. Crucis (13), ram- 
memora la della casa es|iriinendosi in questa guisa: 
» Domum (|no(|ne in Urbe magna ex parte constru- 
» xit iuxta ecclesiam S. Pglenlianae, in qua ci ha- 
» bitavil remotus a strepilu populari dum liomac 
1) vixil. » Si fatta modestissima casa fu parimenti, 
lodata dall' insigne bealo Ambrogio Camaldolese, il 
(juale avendo dovuto trattare di negozi! ecclesiastici 
col santo Cardinale, usava alla casa di lui freijnen- 
temente. Basta leggere, per rimanere convinti della 
nostra asserzione, il suo Hodoeporicon, opera rara, 
della quale ci fu dato vedere un esemplare nella pre- 
gevole biblioteca de' Canonici Regolari Lateranensi 
in s. Pietro in Vincoli (11). 

Riman dunque provato colle sopra citate autorità, 
eziandio conteinporanec al Cardinal di S. Croce, ch'c' 
fabbricossi in Roma una casa ove abitò colla sua corte 
vicino alla chiesa di S. Pudenziana , nel summen- 
linato vico patrizio o laterizio. Ma è ella po4 la in- 
dicala da noi nella della via al nuni. IjG , e che 
tuttora tiene il nome dai Volpato , sebbene la sia 
passala in altro proprielario nell'anno 18i8 ? 

A risparmio di tempo e di parole riporteremo un 
solo argoiiKuito , e di tanto peso , da escludere al 
postutto ogni dubitazione. Esso é 1' immagine del 
Redenlor Crocifisso dipinto a fresco sovra una nic- 
diia innanzi alla ijuale il benedetto Cardinale sole- 
va innalzare a Dio le sue preghiere e celebrava la 
S. Messa. 

Di questa originale dipintura; del bellissimo ora- 
torio ove irovavasi pinta; delle vicende a cui esso, 
soggiacque, e principalmente della vandalica distru- 
zione dell'oratorio stesso operala nel 18i8, parleremo 
nelle seguenti distribuzioni. Emm. Marini. 

(1) Essa poggia sopra rispettabili avanzi di romani 
edifìcii. I sotterranei perciò meriterebbero di essere di- 
saminali, essendoché v'ha chi pensa colali reliquie avere 
appartenuto alle famose Terme Novaziane o Timoline 
ed altri alle celebrate Terme Olimpiadi. Checché siesi 
di tale quistione, ch'io lascio agli eruditi in si fatto 



L' A L B U M 



43. 



ramo di studii, non isconverrehhe, a noi sembra, ten- 
tare la espurgazione de' magnifici ambienlis ed offerire 
per avventura 11/1 largo ' campo a' dotti nelle antichità 
per fare loro o^servazioìii e forse preziose scoperte. 

(2) Rotna IGOO. Una versione latina fu impressa a 
Parigi il 1659. 

(3) Ada SS. die 9 Maii. 

(4) Bologna IGU. 

(5) Aulun 1655. 
(6^ Roma 1690. 

(7) DalV epoca probabile in cui V Albergati abbia 
acquistato la casa, al 1848 in cui è esistita la cap- 
pella , come a tempo e luogo vedremo , sono passati 
presso a 422 anni. Vedi monumento importante ! 

(8) Bologna 1757. 

(9) Atti e Memorie degli Uomini illustri in santità 
nati morti in Bologna ecc. Della classe de' Santi e 
Beati che hnno culto pubblico ed approvato dalla 
Chiesa. Voi III. Bologna 1818. 

(10) Milano 1824-1831. 

(11) Due voi. infoi, mass. Siffatta opera ci fa gra- 
ziosamente somministrata dal Rmo. P. Ab. D. Giro- 
lamo Bottino, del med. Ordine. 

(12) // testo dice Sumrai; nia Suminus Poenilen- 
liarius è il Sommo Pontefice. 

(13) // Poggio inori nel 1459 , sedici anni dopo 
l'Albergati. Furono pubblicate te opere di lui in Ba- 
silea l'an. 1538. Fra queste havvi la sud. orazione. 

(14) B. Ambrosii Abb. Gen. Camaldulensis Hodoe- 
poricon a Nic. fìartholini Bargensi C. R. Congr. Ma- 
tris Dei publicae luci asscrtum ex Bibliot. Medicea etc. 
Florenliae et Lucae apud Marescandalos fratres [senza 
data). In-i di pag. XI 1-12. 



BIOGRAFIA DI D. PIETRO SANTONI. 

(Contin. e fine V. anno XXV, pag. 415) 

Ed ecco in seguito delie minaccic di Dio vennero 
gii cffelti del peccalo che egli esprime colle solile 
facili, graziose e nuove imagini. 

Dell é fall ecc che la Iona 

La s'oscura es devenla brona 

E che no!)il Paradis 

Fin d' lisagn d' caplelt e d' ris 

A dvinter e pinzipiò 

Tot buscon e vali e prò 

Ecaschè al mura de srai 

Tot chi clomb, fasen, e quai 

Quand' is vest' in libarle 

I cminzé qua e là vulè 

E puvrett d'Adam cui vdev'a 

E sclamcva e pu e pianzeva, 

E cai inen inti cavell 

E currcva dri a ch'i usell. 
Maria discesa dal cielo calca col piede il capo 
del serpente , e ne trionfa falla così vendicatrice 
del fallo di Eva. Né men conosciute di questa sono 
la canzone contro Giuda recitala a Bagnacavallo 
nel 1795, quella In morte di Mons. Cantoni Arci- 



vescovo di Ravenna, e quella sull'utilità della Cuffia 
in società della a Faenza in Accad. (1775) Sulla 
Giostra vizila dal Co: Antonio Severoli (1776) e sulle 
strade di Fusignano seliciate di nuovo (1785), le quali 
qual più qual ineno erano a ((ue' di in Romagna 
sapute a mente da (jiianli avevano in amore le spi- 
ritose e leggiadre poesie correndone per lutto le 
copie a penna. Mollo ei compose pe' Irili argomenti 
di nozze, sacerdoti novelli, lauree, predicatori ecc. 
per tener liete le mense, e le ragunanze degli amici 
e principalmente la Con\crsazione del March. Fran- 
cesco Calcagnini seniore, di cui fu anche Segretario 
amatissimo e pregiatissimo. Né avveniva mai caso 
notevole e degno di risa in Fusignano o ne dintorni 
che D. Pielro noi mettesse in festevoli rime roma- 
gnuole, tentando più di rado le italiane, nelle quali 
non apparve si felice , siccome nel patrio dialetto; 
perché fallo ei si abbandonava poetando alla facile sua 
vena, tulio lasciandosi trasporlarc dalla foga di sua 
bollente fantasìa, né avendo ne' suoi vord'anni ap- 
presa la lingua sui classici, fatto vecchio o non seppe 
o non curò migliorare suo stilo, cui a toccar cima 
di perfezione mancarono la purità, la grazia, e tal- 
volta la correzione e la lima. Tuttavia ebbero lode 
specialmente per invenzione 11 mondo della Luna , 
poemetto stampalo a Faenza pel Benedetli e Silvestri 
nel 1780 per le nozze di Rosa Armandi e Ignazio 
Monlaiiari bagnacavallese ; lo Scherzo Problematico 
(st. a Lngo nel 1813) per le nozze di Fedele Monti 
e Carlotta Merangola; e il Poemetto Anacreontico per 
gli sponsali della Costanza Monti col Conte Giulio 
Perticari Lugo , per Jlelandri 1812 in 8°.). Que- 
st'ullimo venne ritoccato da Vincenzo Monti, figlioc- 
cio di Cresima di D. Pietro in casa del quale avea 
dimoralo alcun tempo da giovanetto , serbandogli 
costante amicizia, passando sempre con esso buona 
parte del tempo , che soggiornava a Fusignano , e 
compiacendosi immensamenlc -del sentirsi leggere le 
poesìe vernacole di lui, che nelle lettere agli amici 
soleva chiamare L'Anacreonte di Fusignano. Merite- 
vole di menzione é pure il Testamento che D. Pietro' 
dettò in ottonari italiani, raccontandovi lepidamente 
le varie sventure della sua lunga vita. Negli ultimi 
anni della quale, avendo riordinali alquanto gli af- 
fari domestici si ritraesse a vivere colla nipote San- 
tina Tabanelli, e sebbene omai cieco e rifinito dagli 
anni , dagl' inforlunii , e dalle fatiche non cessava 
di dettar versi giocosi e di venir frequentalo dagli 
amici che il trovavano lultavia cortese, disinteres- 
salo , piissimo , di ottimo cuore , e di lieto viso a 
qualunque fortuna; qual s'era mostro sempre. E mi 
ricorda, che avendolo visitato nel 1821, o 22 ei Ic- 
vavasi diritto appoggialo al lungo suo bastone, le- 
nendo in mano uiia grossa corona, e mi metteva la 
scarna destra sul capo, dicendo: studiate il mio gio- 
vinetto se volete farvi onore. D. Pietro Santoni ebbe 
alta e diritta statura, persona lunga e smilza, sot- 
tili gambe, grosso il capo, Icon occhi cilestri labbra 
prominenti volto grave e segnalo di vaiolo brune le 
carni, folti od irti i capelli. Lepidissimo era in ogni 



u 



L" A L B U M 



suo discorso (coslu mando molto di parlare italiano) 
e di liei molli, e di epigrammi allusivi ai tempi al- 
lora correnti avca piene tulle le mura di Fiisignano 
ove uè rimane tuttora qualcuno. Di (|U(!lli che io 
aveva a mente non mi sovvengono ora che questi 
due. Su d'un cortellino unito alla chiave della can- 
tina d'una sua Aillctla avca scritto: 

Perché i venli un di infieriti 
Rovesciar arhori e vili, 
Son custode al Pilastrino 
Di molt'acqua e poco vino. 

E sulla harca di cui serviasi a cacciare: 

Son di legno, e non di vetro, 
Son la harca di don Pietro. 
Chi mi vuole eccomi qui, 
Oggi no: domani sì. 

Ebhe il Santoni l'amicizia e la bcncvolenita di molti 
illustri personaggi e letterali , a (|uali fu graditis- 
simo , e venne ascritto alle accademie di l'iioponi, 
degli Alejiofili, degli Animosi, de' Logoteli. In in- 
fiammazione di petto lo tolse alla vita a 2i aprile \^'1''> 
d'anni 87, e la sua perdita fu lagrimata amaramente 
dà concittadini fra (|uali dura e durcr.i lungamente 
cara e in benedizione la sua memoria. Cerlamenle 
chi si farà a leggere le Rime scelte romagnole del 
Santoni (si. a Lugo nel 18'l0) ("j conoscerà che an- 
che in questo la Uomagua non ha da invidiare alla 
Sicilia la fama del Meli, a Milano quella del Porla 
e quella del Gnudi a Bologna. 

G. F. hambdli. 

(*) Per cura del eh. avo. Giacinto Calgarini, già 
mio discepolo valctitissimo. 



i.mrodlziom; dki l.^.ma i.\ .mstiiali.a 

Carlo Ledger figlio di uno degli ultimi lord-mairrs 
(Iella citlà di Londra, stabilito da molli anni nella 
quarta delle alle vallate che servono di gradino alla 
gran Cordiglière, all'ovest di Toguman, valle cognita 
sotto il nome di Laguna Bianca circondata da pro- 
montori sempre coperti di ne\c , e che non lascia 
mai la temperatura inalzarsi al di sopra del ghiaccio 
sùluti\o; è molto fa\orcvolc agli Alpaca, che amano 
il clima freddo e umido , perché non produca la 
Unca, pianta mortale per essi , ed abbondante nei 
terreni paludosi di queste regioni: ha una eslenzione 
di una dozzina di leghe, ed Egli ci dimora per un 
gregge di Alpaca, ed ecco come. 

IVel 1852 il governo Inglese dell'Australia, offriva 
un premio di 250,000 IV: al primo inlrodutlore di 
almeno (> Alpaca in (|ueslc conlrade. Alla fine dello 
slesso anno Ledger, commerciante al Perù, di lanB 
d'Alpaca , di Lama, e di Vigogne, per l'Australia, 
sbarcò alia nuova Galles del Sud , visitò il paese. 




11. Lama. 

e trovò che nelle \icinanze di Sidney le montagne 
bleu potevano essere delle regioni prfqirie per l'al- 
lievo degli Alpaca. Pece subilo un iratlalo col go- 
verno, col quale s'impegnava di stabilirvi in cinque 
anni, li desiderati animali. 

Nel [.uglio 1853 Ledger era di ritorno a Valpa- 
raiso, dove trovava passando la cordilicra di Copiapo 
un gregge di 400 Alpaca che aveva acquistati avanti 
di partire. Sfolte disgrazie vi erano accadute, e fu 
costretto riacquistarne con molla pena 350 per rim- 
piazzare quelli perduti. La maggior diflicoltà era di 
far passare la frontiera del Perù e della Bolivia a 
questo gregge, essendo assolatamente proibita l'espor- 
tazione di questi animali dai due governi ; perciò 
ne formò Ire divisioni, che presero differenti dire- 
zioni, verso la confederazione Argentina, e lottò due 
anni conlro le persecuzioni, e gli ostacoli che suscila- 
vangli le opposizioni, e la natura dei paesi. Perdette 
la mela degli animali in una lempesla di neve che 
durò 9 giorni , credendo di perdervi lui stesso la 
vita. In fina nel mese di Agosto 1855 mise il piede 
nel territorio Argentino con quel che gli restava di 
due divisioni, mentre l'altra era ancora in Bolivia, 
e pervenne con perseveranza e destrezza a riunirla 
alle altre nel Fcbbraro seguente. 

Condusse allora i suoi animali nella vallala di 
Calchaquias, per accostumarli al trifoglio , in pre- 
venzione del lungo tragitto di mare, e fu bene ac- 
colto dagli abilanli. Ma ebbe luogo un' inaspettata 
disgrazia , questa valle produceva la Lnca e 200 
Alpaca ne furono vittime. Però 1' energìa di que- 
st'uomo non si abbatté: prosegui la sua intrapresa, 
e giunse alle alle terre. Viaggiando lenlaaienle , e 



L' A L B U M 



45 



dovendo sopportare la tomperatur.i gelida delle inon- 
lagiie, ebbe mollo a soffrife, e pervenne finalmente 
nel marzo 1807 nella Laguna Bianca. Là ristabili 
il suo gregge ridotto all'ottava parte, e che accostumò 
alla crusca, e al trifoglio secco, per renderlo capace 
di terminare il viaggio dell'Australia. 

[Da la Science pour Tous.) 



DISCOI'UIMENTO d'lN'A TAVOLA DIPINTA RAPPRESENTANTE 

IL .MARTIRIO DI S. STEFANO 

DI MICHEL* ANGELO BUONARROTI. 

Siamo debitori al nostro italiano sig. Domenico 
Campanari dell' importante scoperta da lui fatta in 
Londra di questo capolavoro del divin dipintore , 
opera che restituita alla luce ed assicurata propo- 
nesi il Campanari istesso di condurre a Roma ove 
quel prestantissimo Artefice la dipinse nel 1511, del 
che come d' insigne benefizio gli sapran grado quanti 
"sono in Italia caldi amatori e coltivatori dell' arti 
belle. Contansi in questa tavola più che quaranta 
figure , tra le quali primeggia il ritratto del Buo- 
narroti con quelli di Andrea Gritli , di Binde Al- 
levili , di Pietro Aretino e del Cardinal Domenico 
Grimani committente dell'opera. 

La tavola è fregiala del nome del suo autore, il 
quale vicino vi dipinse il cane con osso in bocca, 
distintivo dell' illustre prosapia dei Conli di Canossa, 
da un ramo della quale trasse la sua origine la fa- 
miglia del nostro Michel'AngcIo. 

Basti per ora questo cenno agli amatori delle belle 
arti, perocché il proprielario riserbasi di publicare 
notizie più estese e più esalle intorno a quest'opera 
singolare in una lettera da indirizzarsi agli accade- 
mici di s. Luca in Roma, in cui si farà anche pa- 
rola del ritrailo della Marchesa di Pescara , opera 
da noi ricordala in queste pagine V. anni precedenti. 

Siamo parimenti assicurali essersi dal sullodato 
sig. Campanari fatto acquisto dell' imagine di Bindo 
Alloviti ^ovinetto in sul l-erzo lustro dell'etii sua, 
che il Sanzio ritrasse per grato ricordo e a signi- 
ficazione d'amicizia. Di questa opera citala dal Va- 
sari erasi perduta ogni traccia, lo che diede causa 
a lami scritti nello scorso secolo , scritti però che 
altra base e fondamento non avevano che quello delle 
congetture. Il proprielario darà pure un cenno di 
questo dipinlo nella lettera da publicarsi come sopra. 

La sua lunga dimora in Inghilterra porse al no- 
stro italiano l'opportunità di rintracciare, e quindi 
acquistare la piccola statua in marmo del fanciullo 
dormente o Cupido cui .Michelangiolo esegui in Fi- 
renze nella sua prima giovinezza. Acquistala quella 
statuetta dal Card. San Giorgio per opera antica en- 
trò poscia nella collezione dei Duchi di Mantova , 
e in ultimo in quella reale d' Inghilterra, dove alie- 
nata con tutta la raccolta delle pitture e scolture 
di Carlo I, sembra che non sia mai uscita dall'Isola, 
ma che sempre vi abbia dimorato benché sconosciuta 
e neglella. 



Il nostro sig. Campanari amanlissimo della patria 
sua ha potuto riunire altri monumenti che egli si 
propone di far rilornare all'Italia persuaso poter con 
ciò provedersi all'onore di lei e ripararsi quel torto 
che le fecero i primi possessori di quei monumenti 
stessi coll'alienarli. Certamente accadrà di trovar Ira 
noi opere di secondo e terz'ordine che 1' Italia pos- 
siede in gran copia ma non sarà dato però di tro- 
vare monumenti di tal pregio e di cotanta impor- 
tanza a mercato. 

Noi facciamo voti che le mire del sig. Campanari 
possono esser secondate dai governi italiani , onile 
Italia nostra si allieti di veder ricuperali tanti capi 
d'opera di scoltura e di pittura, e possa questa clas- 
sica terra nuovamente arricchirsi di tanli preziosi 
lavori, parlo felice del genio dei valorosi suoi figli. 



IACOPO E ADELE 
RACCOSTO (*) 

VII. 

Fede e Gratitudine. 

Non è esprimibile la consolazione che a Roberto 
ed Elvira non che a tutta la famiglia recò la in- 
sperata guarigione di Adele. N'ebbero altresì mol- 
tissima i domestici e famigliari, i gastaldi e conta- 
dini; in somma lutti quelli che a' nostri amici ap- 
partenevano. Era in tulli una gara di significarle la 
gioia: il padre e la madre colmandola di affettuose 
carezze ; la sorella minore, la vispa Eloisa donan- 
dole un gruppo di camelie da sé lavorate imitanti 
bellamente la natura; i fratelli come più piccini col 
voler cederle un mondo di fanloccini e di gioche- 
relli, i quali poi, pensatoci meglio sopra, si tramu- 
tarono in ghirlande e ciocche di freschi fiori, ed in 
varie ragioni di gai augellelli. L' aio poi le porse 
un elegante libricciuolo legalo in marrocchin cile- 
slre fregialo d' oro conlenente il Salterio Mariano 
volgarizzalo di s. Bonaventura. Nel farlene l'offerta 
il buon abate — Piacciavi, le disse, signorina di ac- 
cogliere più che un dono un sicuro anlidoto per 
tuli' i mali della vita. Questi sono Sitimi composti 
dal Dottor serafico ad imilazion de' Davidici , per 
ossequiare la cara nostra Madre ; fate di non Iras- 
andarne giammai la recitazion quotidiana; ed io fac- 
ciovi sicurtà ne avrete buon prò in ogni vostro bi- 
sogno. — La pia donzella nel riceverlo graziosamente, 
si avvide d' un fine inlaglio rappresentante Nostra 
Donna del divino amore; guardolla soavemente e 
con affetto baciò. Ringraziò D. Beppo ( tal era il 
nome dell'aio ) dicendogli — Vi sono sommamente 
grata, maestro, del prezioso dono: io ne profitterò 
secondo il vostro consiglio. 

Un bel mattino, due ore almeno dopo surto il sole, 
l'Adele, accompagnala da' suoi, usci la prima volta 



46 

(li casa. Vestiva un grand' abito di rasctto bianco, 
stretto a' fianchi per una cintura di raso incarnati- 
no, con un ricco fermaglio d'oro net dinnanzi, in- 
castonatovi una testa di Medusa intagliala in pietra 
dura da valente artefice, che avcala traila da un'an- 
tica incisione in ametista (**). Il capo avea velato 
di un manto nero ricamalo a blonda, che cadendole 
sovra le spalle, e sin presso alla metà della persona 
giungendo, pel color chiaro dell'abito sonano tras- 
pariva il magislerio del ricamo ; ed il vollo palli- 
delio della donzella da quel colore scuro ricevea mi- 
rabile risalto. 

Il contado al rivederla convalescente e pur si beila, 
j^ioivane ed alTollavasi in sul passaggio di lei espri- 
mendo con semplici *»a cordiali maniere la propria 
letizia. Un gruppo di villanelle ornalo il capo di rose 
le si presentano innanzi, ed offertole in un grazioso 
panierino alcune IVulle primaticce , la pregano ad 
accellarle. Klia, girala sovra di quelle amorevolmente 
il guardo quasi volesse ciascuna di esse particolar- 
mente delle grazie sue rimeritare, ne prese un paio 
in segno di gradimento , e volle che le rimanenti 
fossero Ira quelle care foroselle dislribuile. Di che 
indicibili plausi, salii e carole fmciullesche. 

Giunti alla chiesella del contado, la brigalella ne 
varcò la soglia. Sull' aliare di essa sfolgorava per 
molle faci una leggiadra immagine di Nostra Donna, 
alla quale furono offerii, in graia rimembranza della 
racquislala salute della donzella, due ricchi diademi 
(la fregiarne il capo del Bambino e di Lei. Il buon 
ì). Gervasio , prima della messa , coronò il capo 
delle immagini venerande , in mezzo a' cantici di 
gioia ond'eclieggiava quella chiesuola, alle lagrime 
ed al tripudio del buon popolo rusticano. 

Un lauto desinare gli allcndeva al ritorno in casa. 
La graziosa giovinetta per quel giorno occupò il 
posto d'onore: sedevanle a' lati l'Incognito ed il So- 
litario, come quelli ch'erano siali gli strumenti, a 
cosi dire, che le avcano pro(;accialo la guarigione: 
poi Elvira e Roberto , D- Beppo e D. Gervasio : 
quinci e quindi altri convitali in buon dato. L'al- 
legrezza e la gioia, onde fu coronata la mensa non 
può dirsi a parole: si succedevano spiritosi brindisi 
quando alla donzella, quando al sig. I]verardo (emmi 
sfuggilo il nome dell'Incognilo), quando al Solilario. 
Ne' (juali brindisi, spezialmcnle in quelli indirizzali 
alla giovincUa , spiccava l'aculezza dell'ingegno di 
un figliuolo del sig. I^lverardo , festeggiato ed ap- 
plaudilo perciò da' commensali. Levate le mense 
e |)assati ad altra sala per sorbire il caffè, vennero 
accolli i principali del conlado ch'espressero i co- 
muni affetti del loro gaudio por la racquislala sa- 
lute della carissima Adele. In mezzo a tanta gioia, 
la giovinetta ch'era il subbiello di quella festa, sla- 
vasene di mollo mala voglia. Supposto avess' ella 
diiopo di riposo, si licenziano i convitati ed ella 
esortala a ritrarsi. Ma in men che noi dico, Adele 
dà un grido e sviene. Ed ecco un nuovo scompiglio: 
accorre il Solilario e datole del liquore anodino, la 
6Ì riebbe abjuanto; ma non si che non avesse uopo 



L' A L B U M 



di chi lolsala di peso, la coricasse in letto. Oh dio ! 



sarà egli un gran male ? 



Einm. Marini. 



(*) V. Album pag. 40. 

(**) 5( falla antica tjemma di gran pregio fu ac- 
quislata poc olire il primo decennio del corrente secolo 
da un no/nlissimo personaggio francese clic se l'uvea 
per carissima. 



LA MOBTE DI R.\FFAELE SA.NZIO 
SO SETTO 

Compiuta appena l'opra alla immortale, 
Che dell'ilalo Genio v si gran vanto, 
Quella bell'alma al ciel batteva l'ale, 
A mezzo corso il mortai velo infranio. 

In bruna vesla, su (juel freddo frale 
Italia sparse un largo rio di pianto : 
Ahi cruda morie che vibri lo strale. 
Quando bello sarebbe il viver tanto ! 

Che se tu meno dispietata e rea, 

Lo slral tenuto avessi in su la cocca, 
Fallo egli avrebbe .... ma che far polca! 

Della gloria per lui la lunga strada 
Era fumila ; e chi lai segno tocca, 
S'egli non muore, alfin manca e digrada. 

A. C. Gentili di Toscanella. 



SOPRA LA PATRIA DI TRAIA.'SO UIPERATOFIE 

(Contin. e fine V. pag. 39) 

// Cognome di Famiglia prova per Todi. 

Se realmente Traiano fosse sialo Spagnuolo avreb- 
be dovuto avere il nome di Cocce io, non di Ulpio, 
poich(i le leggi romane ordinavano, che se uno stra- 
niero aveva preso in moglie una cittadina romana, 
i figli che nascevano dovevano seguire la condizione 
della madre e non del padre , come afferma il Si- 
gonio. Che Traiano appartenesse alla famiglia Ulpia 
le medaglie e le iscrizioni lo allestano, e questa fa- 
miglia. Che qiiesla famiglia poi fosse di Todi il med. 
Olimpiodoro lo dice lib. '^^ ann. « Ex luderlo darà 
umbriae civilatc de familia nobilissima Ulpia natus 
est Traianus bonus Imperalor Ronianorum. 

Poca sincerità de' Greci nella storia. 

Giovenale che conosceva perfellamenlc quella na- 
zione dice « Et quidquid Graecia mendax audet in 
hisloria » : Plinio lib. 3, cap. 5 hist. nal. dice pure: 
<( Genus in gloriam suam effusissimum ». Ed andando 
a tempi un poco più remoli noi vediamo, che Dio- 



L' A L IJ U M 



47 



nigi d'Alicaruasso con incredibile gravità, quanlun- 
(juc vissuto nei secolo di Augusto , vorrebbe per- 
suaderci che I' Ercole greco poco dopo la colonia 
degli Arcadi venisse con un esercito non solo in Ita- 
lia,' ma nella Scizia, nell'Africa, nella Gallia, nella 
Spagna : I-foro scolare d' Isocrate uno degli storici 
più riputati fra i Greci credeva che la medesima 
Spagna fosse una città, non una nazione: Senofonte 
colloca r India fra il Ponte Eusino ed il Caspio : 
ed Alessandro confonde il Mio coli' Indo: Erodoto 
pretende che Medea desse il nome ai Medi, e Per- 
seo ai Persiani. E chi vorrà oggi dare più ascolto 
ai Greci quando trattano di cose storiche ? ad essi 
che per un concorde consenso de' più savi tanto an- 
tichi, quanlo moderni, cosi sfrontalamente, e con 
tante contraddizioni, quanti sono quasi i loro libri, 
si fecero gioco di trasformare tutte le memorie degli 
altri popoli, parie per quella vanità, in che furono 
sfrenatissimi, parte per cerio loro diletto di dir sem- 
pre cose nuove e meravigliose, e parte infine per 
.l' ignoranza in cui erano , e durarono per mollo 
tempo, tanto negli studi cronologici, che geografici. 
E noi Italiani principalmente il sappiamo, ai quali 
appena è bastalo finora di consecrare l' ingegno e 
la sapienza d'un Maffei, d'un Mezzocebi, d'un Gori, 
d'un Passeri, d'un Martorelli, d'un Guarnacci, d'un 
Carli, e di tanti altri dottissimi a riparare al guasto, 
che essi troppo spesso commisero nelle storie no- 
stre per boria di volerci esser progenitori anziché 
fratelli, siìecialmente se scrissero come Dionigi d'Ali- 
carnasso, e Plutarco, in tempo che pervenuta Roma 
alla signoria del mondo erasi parimenti insignorita 
della patria di Temistocle, ed Alessandro (1). 

(1) È facile il comprendere che per una svista, la 
nota del eh. p. Secchi fu posta in principio , e non 
ni fine a cui ora siam pervenuti del presente articolo. 



SCHEIìZl EPlCr.AMJiATlCI 



I. 



Il marchese Omobono, 
Poiché la moglie sua e1)be veduta 
Per un colpo terribile di tuono 
Atterrita e svenuta, 
Dislesa al suol che non avea più fiato: 

— Sei tu morta ? — le chiese spaventato. 

— Ah no, rispose quella 

Ho perduto soltanto la favella ! 



II. 



Dove vai. Federico ? 
Disse un tale a un amico. 
Che correa molto in fretta, 
E avea la moglie in grave maialila. 
Fermandosi ad un trailo: 
— Vo pel medico, disse, essendoché 



Mia moglie non mi piace niente affatto ! 

Soggiunse l'altro: — Aspetta 

Vengo ancor io con te 

Perché neppure a me piace la mia. 

III. 

Il Maestro Gerondio Bertuccione 

Sul cominciare della sua lezione, 

Dopo avere osservalo 

Che qualchcdun degli scolari manca, 

Grida lutto adiralo: 

— Là sulla terza banca 

Veggo stamane due briccon cornuti, 

Che non sono vcnuli ! 



IV. 



Un professor di chimica 

Avendo in un collegio caricato 

La batteria elettrica, 

Disse a' suoi uditori 

Che attenti stavan senza mover fiato 

Alle lezioni sue; 

— Osservino, signori, 

Questa bottiglia in modo è caricata 

Che può uccidere un uom, stordire un bue. 

Questa parola appena pronunziata, 

Troppo alla batteria s'avvicinò, 

La quale scaricandosi ad un tratto 

A terra lo gittò. 

Sorpresi gli studenti a questo fatto, 

Si dan dattorno per alzarlo in pie'; 

Ma il professor levandosi da sé 

Esclama: — Sia lodato 

Il ciel che nulla fu ! 

Signori, io son restato 

Soltanto un pò slordilo, e niente più ? 



Un viaggiator chiedendo informazione 
Ad alcune persone 
Del negoziante Antenore Sigambio, 
Pel quale avea una lettera di cambio, 
Gli fu risposto: — Troverete in lui 
Un uomo amabilissimo, per cui 
É proprio gran peccato 

Che cieco ei sia ! — Cieco ? . . son rovinato ! 
Proruppe il forestiero in aria trista, 
La mia cambiale è pagabile a vista ! 



VL 



Va a veder se il barometro è disceso, 
Diceva al servitor donna Camilla. 
Questi il comando ad eseguire inteso, 
Va, ritorna, e soggiunge a questo modo: 
Illustrissima no: stia pur tranquilla, 
Che sta attaccato fortemente al chiodo. 



AS 



L' A L B U M 



VII. 

Disse un villano a un allro 
Senti un poco, messere, 
Tu che sei cosi scaltro. 
S'ora capace sci 

D'indovinar quante ova ho nel paniere, 
Te le voglio donare tulle sei. 

Vili. 

L'n ufiìzial di ronda dimandò 
Una notte nebbiosa, 

Ad una sentinella: — Abbiamo niente. 
Di nuovo ? — E questi: — no; 
E voi, signor tenente 
Sapete qualche cosa ? 

IX. 

A un villan che voleva battezzare 

Un suo bambino il prete dimandò: 

— Che nome gli vuoi mettere ? 

— Signore, a dir il \ero io non lo so. 

— Ebbene, il tuo tu gli potresti dare. 

— Basta ! faccia un pò lei !.. . 
Però le fo riflettere 

Che allora senza nome io resterei. 



X. 



Dopo aver ben ben cioncalo 
Tutto giorno all'osteria 
Un bcon cotto spolpalo 
Traballando se ne uscia 
Una sera dopo cena 
Che splendea la luna piena. 
Poi guardandosi dintorno 
Di distinguere incapace 
Se sia notte, se sia giorno, 
A taluno che incontrò 
Balbettando dimandò 
Mi direste per fortuna. 
Se sia il sol questo, o la luna ? 
L'altro aggiunse: — mi dispiace, 
Non potervi compiacere, 
Perchè sono forestiere. 

XI. 

Disse un padre al figliuol: — già sono tre 
Anni trascorsi che 
Nella classe medesima tu resti ! 
Non ne senti rossore ? 
— Perchè, rispose questi. 
Vi sta da dodici anni il professore ! 



Convinto un damerin d'esser tradito ; 

— Io non avrei credulo 
Coglier si amari frutti 
Dopo aver ricevuto 
Tanti favori tuoi ! 

— Io dei favori ! ... gli rispose quella 
Ma sarete impazzilo ! 

Siale pur certo, non feci per voi 

Né più né men di quel che fo con tutti 1 

Domenico Ghinassi. 



CIFRA FIGURATA 




^lìe AL Q 




TionE 



XII. 



Diceva alla sua bella 




Tìun 




MI ]-ìis/|""°'f°""° 



J^9 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Dei poveri che si recano la notte a dormire in s. Galla 
dodici ebbero la sorte di baciare il piede al Pon- 
te/ice. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



GAY. CIOVANMI DE-ANCELIS 

433 direttore-proprietario 



Distribuzione 7. 



2 Aprile I8S9 



Anno XX\I. 




3l»m 




L ABBADIA DI S. ONOBATO ALLE ISOLE LERINS. 



Di froute al golfo luan , celebre per il ritoruo 
dell'Eroe dell'Isola dell'Elba, scorgesi la Città 
di Cannes , ed ove i monumenti situati nell' alto 
di una ridente collina dominano il mare azzurro , 
e penetrano fin sull'orizzonte lontano, s'innalzano due 
isole celebri, l'una per un mistero strano rimane 
impenetrabile ancora alla nostra epoca , ed a tutte 
le scoperte che senza pensiero si fanno, l'altra per un 
monumento storico , memoria delle età passale , e 
dei tempi religiosi della vecchia Provenza. 

Nominando le isole di Lèrins, il lettore, senza al- 
cun dubbio riconosce l'isola di Santa Margherita , 



ove visse l'uomo dalla maschera di ferro , affidato 
alla guardia di Saint-Mars preceduto da Lagran- 
ge-Chancel , il poeta epigrammatico , il Cardinale 
de Broglie, la Duchessa d'Escars, ed il sig. Talon. 
Noi non parleremo con proposito dell'Isola di Santa 
Margherita , ci basterà di osservare la prigione di 
Stalo, ora abitata dagli arabi prigionieri, la guarni- 
gione che manovra avanti il Gran-Giardino , ed i 
pescatori che rappezzano le loro reti, posti sotto la 
capanna difesa dal cannone del Porle. La mede- 
sima barca che conduce i viaggiatori al Castel 
Forte, fabbricato dal Duca di loinville, fratello del 



50 



L' A L B U M 



Duca di Guisa, e cin(o di numerose torri innalzate per 
ordine del Duca diKichclicu per difendere la fortezza 
contro l'invasione deiSpagnuoli, li conduce traversan- 
do un bracino di mare di circa GOO metri al piede 
del palazzodi Città di Lèrins,e deH'ahbadia di S. Ono- 
rato. Questa è la seconda isola del (ìolfo luan che rac- 
chiude le celebri rovine, onde ora andiamo a parlare. 

L'Isola di Santo Onorato, la Lerina dagli antichi 
itinerari', e la Planaaia di Strabone, possedeva prima 
della rivoluzione del 1793 il più antico monastero 
di Gauics fondalo nel /(OH da Santo Onoralo, Ana- 
coreta originario di Tours, che abbandonò il Con- 
tinente per fuggire l'assedio co' fedeli suoi correli- 
gionari , e che si vide costretto di rinunciare alla 
solitudine per riunire i suoi numerosi discepoli 
chiamati da tutte parti per essere sottoposti alle 
sue leggi. 

Qualche antico codice fa credere che i Romani 
occu|)assero Lerina. Quest'Isola fu più volte , e in 
diverse epoche assalita dai Saraceni , e dai pirati 
dell'Africa nell'S," e 9.° secolo. Gli Spaglinoli si re- 
sero padroni nel 1635, e t^istrusscro giardini e vi- 
gne. Era in quel tempo convertita in una foresta 
•di alberi cosi alti , e folti che li marinari la chia- 
mavano il pennacchio del mare. 1 Francesi ricon- 
quistarono Santo Onorato nel l(i37 e nel 17(S9. Que- 
st'isola fu venduta come proprietà nazionale al sig. 
Sainval della Commedia [''ranccsc, passò di mano in 
mano ad altri e poscia con una sentenza civile a un mi- 
nistro protestante sig. Siriis, clic dimorava a Cannes. 

11 Monastero di Santo-Onorato è stato la culla di 
ogni genere di religiosi li più celebri del medio 
evo, e dei secoli seguenti. Sono questi S. Ilario S. 
Lupo, S. Vincenzo, S. Cesareo d'ArIcs, S. Vigilio, 
S. Euchcro, e in ultimo la Monge-Cibo, che viveva 
sello il regno del Ile Renalo d'.Vnjou, e che dipin- 
geva le vignette dei manoscritti di quel Monarca 
il mecenate della Provenza. 

Il Chiostro dell'Abbadia era considoralo come un 
luogo il più rinomalo per i seiiolcri delle ricche fa- 
miglie della Provenza, ed a giorni nostri, le pietre 
sepolcrali, olirono agli archeologi li nomi li più il- 
lustri della nobiltà del |)acse. A poco a poco, li boni 
dei monaci di Lèrins si accrebbero ad un cospicuo 
punto , e cosi l'Abbadia fu dichiarata « Beni Na- 
zionali ■». Per rAnli(|uario,e l'Archeologo, il Chiostro 
di Santo Onorato è uno dei più interessanti di tutta 
la Provenza. L'Archileltura grandiosa è dello stile 
romano, l'arditezza delle volte in disegno gotico, la 
solidità dei massi , i ricchi dettagli delle pietre a 
ricami, rammirabile situazione del monumento, la 
temperatura dell' aria del paese , concorre lutto a 
fare una dolce emozione all'anima , o rimanere in 
una indicibile estasi. Li Religiosi del quinto secolo 
ben sapevano che a Lerina eravi una solitudine creala 
per r uomo , per contemplare il suo Creatore ; in 
quel sagro asilo , niente veniva interrotto che dal 
silenzio della campana, e cosi abbandonare all'uomo 
tutta la facilità per vivere con cuore tranquillo. 

Dopo vari anni il Clero dei vicini dipartimenti 



di S. Onorato desiderava di ripopolare il Monastero, 
e costruirlo meglio sulle antiche rovine questo fu 
un gran pensiero degno di tutti i più grandi elogi, 
giacché nel monastero di Lerina conscrvavasi dei mo- 
numenti di sagra archeologia li più curiosi del medio 
evo. Grazie ai due Prelati Monsignor Ghalendoii Arci- 
vescovo d'Aix, e lordany vescovo di Frejus, que- 
sto ristauro è fallo dalle anime pietose del paese. 

Dopo essere stato inleso M. Augier , il nuovo 
acquirente dell'Isola di s. Onorato, i due Prelati 
organizzarono una cereraonia religiosa, che ha de- 
stato un vivo giubilo nel dipartimento del Varo, e 
in lutti i Cantoni limitroli. Il Governo pose a di- 
sposizione dei due Prelati un Battello a vapore, Le 
Chacal per trasportare all' isola tulli li preti , e li 
secolari che faceano parte della ccremoiiia, e il di 9 
del mese presente, essendoci un bel sole, al suono 
delle campane, al rimbombo dell'artiglieria del [lorto 
di S. IlalTaello , il reiiiiniario di S. Onoralo con- 
servato per molli secoli , a dispetto dei perfidi ri- 
voluzionarj , si viddc in trionfo e dalla Calledrale 
discendendo per Monte Cavallo , incamminandosi 
verso la strada grande, per traversare il braccio del 
mare sopra del quale si navigava, coniando l'epoca 
di 70 anni , ove la furia rivoluzionaria a\eia an- 
nicbilito il convento della Lerina. Intanto che lo 
Cliucal portava verso s. Onoralo i Vescovi, e le sante 
Reliquie tutte le barche di Cannes, ripiene di Fedeli, 
prendendo la stessa direzione nel momento dello sbar- 
co, coprirono le piazze d'una immensa folla accom- 
pagnando la processione. 

Da quattro Preti vestili con le loro dalmatiche si 
avanza la machina del Rcliipiiario, seguila da due 
Prelati, e da un numeroso Clero, inoltrandosi verso 
l'antica Chiesa. Le strade tulle coperte di drappi , 
e di fiori, ornamenti dorati, gioia, cantici, suoni, 
bande islromciilatc formavano un paradiso. Tu po- 
sta l'antica pietra sagra, luogo che era servito jier 
usi indegni, e profani. Ecco il dettaglio di questa 
ceremonin la più commovente, e la più imponente 
che ha offerto in quei luoghi il culto cattolico. 

Monsignor Chalcndon indirizzò al popolo una al- 
locuzione degna di questo celebre oratore. Furono 
celebrate le messe dai Prelati, e dal R. S. Gabriel 
Curato Decano di (Cannes avendo la giurisdi/ione di 
s. Onoralo terminarono la ceremonia dopo aver vi- 
sitalo i monumenti dell'Isola; i fedeli precedali dalle 
loro Autorità ripresero il cammino di terraferma. 

Questa ò la descrizione della festa, di che Santo 
Onorato ne fu testimonio e dove la memoria resterà 
per lungo tempo impressa negli abitanti del Varo. 
Chiment (da le Monde Illustre) 



M. V. IMMACOLATA 



In omni gente }irimatum habui 
Eccl. 
Dal sono dell'Eterno Immacolata 
Primogenita d'ogni creatura 



L' A L B U M 



51 



Escii e accesi in sfavillante e pura 
Luce l'aria di tenebre sgombrata. 

Sull'orme al Facilor Sommo spaziala 
Ordine e leggi posi alla natura ; 
Sede negli alti cieli ebbi secura 
Su colonne di nugole locata. 

Pe' giri delle sfere lutti quanti 
E sui fluiti del mar dislesi l'ale, 
Calai d'abisso negli eterni pianti. 

Regina delle genti e redimila 
Di corona stellifera immortale 
Fui porla al cielo, a naufraghi fui vila. 

G. F. Rambelli. 



Al Commendatore 

SEVERINO CONTE SERYANZI COLLIO 

Cavaliere Del Sacro Ordine Gerosolimitano 

Cameriere Di Onore Di N. S. 

Nella Letizia Delle Nozze 

Della Gentile E Virtuosa Donzella 

Grizia Sua Diletta Figlia 

Col Nobil Giovane 

Cesare Crivelli 

Nel Carnevale Dell'Anno MDCCCLIX 

Epistola 

Di Zejirino Re 

EPISTOLA 

Ardou le tede nuziali, e a festa 

Si abbellan le tue stanze, ove sovente • 
Da le, cortese, ebbi ospitai ricetto. 
Ma, oimè, che riveder l'amico ostello 
3Iorbo crudel mi toglie, e il luo coniente, 
Oggi che Grizia, a le sì cara. Imene 
Ad illustre Garzon sposa conduce. 
Solo da lungi a immaginar mi astringe. 

Mentre l'eterno inviolabil giuro. 

Che' detta il cor d'ambi alle labbra, suona 
Nel domestico luo sacci, di aurati 
Intagli adorno, e da pennello induslre 
('on sacre storie effigialo, e mentre 
Fra splendido cortèo, fra i geniali 
Lieti conviti, e le spumanti lazze ■ 
Dell'elello lièo, di che ban dovizia 
I sellempedi colli, udir mi sembra 
De' congiunti e<l amici i fausti augurj 
Alla coppia amorosa, ed io mi laccio ? 
E senza augurio a le verrà il mio carme 
Magro e in succinta veste ? ah ! non fia vero 
Io pur, benché lontano ed egro e lasso, 
Vuò far ad essa un bello augurio : e ascolta. 

A che giovali gli stemmi ? onor che vale 
Di nobil sangue in lunga età fillratOf 
E i pinti avi ostentar ^ così scrivea 
L'Aquinale satirico sdegnoso, 
Che in italica veste io resi un giorno. 
Non giovan no, se Epicurea gavazza 
Mandra de' suoi dipinti avi al cospetto , 



E in turpi vizj e ia ozio vii poltrisce, 
Menando orgogliosa indegno vanto 
Del deturpato onor ; ma bello è poi 
L'efligie \encrar nell'ampie sale 
De' famosi Antenati, allor che saggio 
Nipote non degenere, l'eccelse 
Gesle e le sante lor virtudi imita. 

Anche a te di ammirar punge desio 
Ne' domestici lari i tuoi grand'Avi 
Dipinti o sculti, o mio Servanzi, e n'hai 
Tutta ragion, che il loro aspetto infonde 
A te virlude, e al loro esempio apprendi 
Pietà verace, amor di patria, e sensi 
Di generosa nobiltà, che quanto 
Più in aito s'erg^c tanto più è modesta. 

Fra que' tuoi Avi in tela eflìgiala 

È uii'allra Grizia, che di bei costumi 
Nel sccol sesto decimo Boria 
Di tua prosapia onor : Essa fu madre 
A due famosi, il cui preclaro nomo 
Non perituro ne' volumi suoi 
Scrisse la- Storia: un si nomò Clearco, 
Prode guerrier, cui ne' marziali ludi 
Fortuna arrise all'imperiai vessillo 
Gloria novella aggiunse, il suo valore 
Temea l'Odrisia Luna, e molti allori 
Nel grande assalto di Slrigonia colse. 
Gregorio l'altro per pietade insigne, 
DeirOrdin di Gusmano inclito lume. 
Del sacro manto episcopal fu adorno : 
Scrisse dotti volumi, e del suo vasto 
Vario saver per l'itale contrade, 
E ancora ollr'alpe bella fama corse. 

Dai casti amplessi del connubio illustre 
Conceda il Ciel, che tua diletta figlia, 
Grizia novella, sia nel secol nostro 
Di simil prole avventurata madre. 
É questo, o buon Servanzi, il lieto augurio, 
Che non fallace io spero : ah ! se la morte 
Ingorda men della vecchiezza estrema 
Gli anni tuoi risparmiasse, (e questo ancora 
Accogli voto mio] tu lo potresti 
Avverato veder, mentre l'avello 
Allo stanco mio fral darà riposo. 

(1) Fa Clearco valoroso e avventurato capitano nelle 
guerre di Pannonia : militò con bella fama sotto le 
imperiali bandiere : servi nelle crociate, e tali si ap- 
palei,arono i meriti di lui, che fu decorato del titolo 
di conte nella famosa spedizione fatta da Papa Cle- 
mente ottavo in Ungheria per la presa di Slrigonia. 
Accresciuto cosi il patrimonio dell'avita gloria, ed il 
decoro della patria, cessò di vivere nel'òl Maggio 1622. 

Luminare dell'inclito Ordine Domenicano fu Gre- 
gorio, dotto i?i ogni genere di sapere, ed insigne per 
la pietà. Dal Cardinale Aldobrandini fu in suo te- 
ologo prescelto. Servi in ardui negozj Papa Clemen- 
te Vili, che lo sacrò vescovo di Trecico: predicatore 
eloquente ottenne altissima fama : per volontà di Pa- 
olo V nel 1606 con applaudito scritto sostenne e di- 



52 



L' A L B U M 



fcse le immunità della Chiesa contro il veneziano Se- 
nato , quest'opera si reputò insigne da tutti i celebri 
autori di quel secolo : scrisse altri libri, di cui s'igno- 
rano i titoli, ma alcuni manoscritti assai pregievoli si 
conservano nella biblioteca Gentili di Sanseverino : Ad 



altra eminenza di grado lo avrebbe collocato Clemen- 
te Vili , se la morte di quel Pontefice non l'avesse 
impedito. Fu tolto ai vivi nella florida età di anni 45, 
e molti illustri scrittori hanno tramandato ai posteri 
le sue rare virtii e la sua dottrina. 




ACQVARWM DELLA VILLA PIERLAS, A NrzZA 



La villa del Conte di Picrias non è solo uno dei 
più eleganti castelli , e più ricchi dominj dei con- 
torni di Nizza, è anche una delle curiosità artisti- 
che ed insieme una delle creazioni scientifiche le 
più ricercate di tutto il nord dell'Italia. 

Non parleremo dei spaziosi giardini, magnifici bos- 
chelli, né delle stufe, ripiene degli arbusti più ra- 
ri , e piante preziose , ma faremo parlicolar men- 
zione del magnifico aquarium qui rappresentato colla 
incisione. Questo è il più vasto che sino ad ora 
siasi costruito. Nel bel nappo d'acqua contenuto nel 
suo pittorico bacino o scogliera, vegetano tutte spe- 
cie di variate piante acquatiche, si abbondanti nelle 



regioni intertropicali. Si può citare come Sovrana 
di questa bella vegetazione, la nin fatica Vittoriare- 
gia , (1) il di cui fiore gigantesco fa un pelale di 
circa un metro di circonferenza. — 

(1) V. Album anno V. pag. 209. 

AL CHIARISSIMO SIGNOR CAV. CIOVAN.M DE-ANGELlS 
DIRETTORE DELL'aLBUM DI ROMA 

Gentilissimo amico 

Perchè sia consacrata una pagina alla pia memo- 
ria della Contessa Teresa Verri figliuola di Pietro, 



L A L B U M 



53 



nipote d'Alessandro famosi nomi italiani, anche nel 
vostro Album , io vi offro l' elogio della medesima, 
cbe' fu chiuso in tubo di piómbo , e deposto col 
corpo di Lei e con esso una assai graziosa epigra- 
fe. Mi sarebbe piaciuto donarvi di più la elegan- 
te e grave Biografia che n'ha scritto il celebre P. 
Tommaso Pendola delle scuole Pie , la quale è 
in vero degna delle ■Nirtù della defunta, e delia 
chiara rinomanza dello Scrittore , ma perchè va 
in islampa per le mani di molti , me ne astengo , 
sin che voi non mi domandiate di volerla ripub- 
blicare. Certo sarebbe assai bene ; né poco giove- 
rebbe alle donne di gran sangue silTallo esempio , 
esposto con tanta nettezza e dignità. Ad ogni modo 
gradile 1' elogio e 1' epigrafe , e sappiate che tanto- 
più vi saprò grado, quanto più presto la pubbliche- 
rete. Spero fra breve poter darvi qualche coserella 
mia, se le molle molestie che mi circondano, e quasi 
mi affogano mei permetteranno. E dopo questo cou 
tutta la stima e l'amicizia mi protesto 

Vro. Obimo. ed affmo Amico 
Gius. Ignazio Montanari 

ELOGIO 
CHIUSO IN TUBO PLU.MBEO E DEPOSTO COL CORPO. 

Questo è il corpo delia Contessa Maria Teresa , 
figlia del Conte Pietro Verri e di Maria Castiglioni, 
Patrizi Milanesi. Essa nacque in Milano il 2 di 
Marzo 1777: ebbe dal Padre saggia e forte educa- 
zione d' ingegno e di cuore: e tanto più assidua e 
affettuosa, in quanto che, ancora bani!)ina, perdeva 
la madre: né le cure e il provvido amore paterno 
rimasero infrottuosi, poiché durante tutta la lunga 
sna vita, mostrò nelle virtù domestiche e cittadine 
quanto largamente avesse attinto alla pura fonte della 
sapienza e carità civile del padre. A' 13 ottobre 
del 1795 s' uni ella in matrimonio con Giuseppe 
Langosco Conte di Gambaraua, degno per l'intelletto 
e pel cuore della gentile Giovinetta e dell' illustre 
suo nome. Alle anime forti riserba il Cielo sovente 
dolorose prove e grandi sciagure: ed i conjugi Gam- 
barana ne ebbero dure e crudeli nei tempi diffìcili 
in che vissero. A loro non fu concesso il sorriso 
consolatore di teneri figli, poiché una baiubina, cui 
ella , ne' più tristi momenti della sua vita die' in 
luce, moriva, poche ore vissuta, facendo più affan- 
nosa la solitudine per la speranza delusa. Visitò le 
più famose città dell'Italia, gustandone con isquisito 
senso del bello le artìstiche meraviglie, e intenden- 
done con saggia perspicacia, e con forte affetto le 
generose memorie , come tutte le anime elette che 
al bello s'ispirano per opere fruttuose, dalle magna- 
nime gesta de' nostri maggiori traggono argomento 
alla propria perfezione e all'altrui , non vanita di 
superbi colloqui, o di stolta e impotente alterigia. 
Conobbe eziandio gli uomini che più reseto famoso 
ne' suoi ultimi anni il secolo decimottavo, e illustra- 
rono il presente: come essi a vicenda appresero quan- 



to le virtù della sua famiglia si fossero in essa tra- 
sfuse in un amabile e gentile armonia. Perduto dopo 
varie vicende di quei tempi tumultuosi il marito 
nel 1822, si fermò stabilmente in Milano, esercitando 
quasi ritirata dal Mondo, e con constante animo ge- 
neroso belle opere di cristiana carità ; onde visse 
cara e amala da tutti. Una sua Nipote Paolina, figlia 
del Conte Alessandro Besozzi e della sorella di lei 
Ippolita Verri , prese ella con se, e con amore di 
madre l'educò ad ogni nobile sentimento e costume, 
e la tenne poi sempre qual figlia. Divenuta giova- 
notta la sposò a Don Girolamo Sommi de' Marchesi 
Picenardi di Cremona nell' ottobre del 1833. Dopo 
pochi annidi separazione da questa sua figlia adot- 
tiva, render volendo meno gravi gli anni avanzati 
della sua \ila, si recò a far parte della di lei fa- 
miglia, e ne amò i figli come suoi proprii, costan- 
temente affettuosa e tenera verso di loro. Con questa 
famiglia nel 18'(8. Sebbene di anni 72 parti da Mi- 
lano por la Toscana, ove andavano i Nipoti a com- 
pire la loro educazione; e con essi tornò poi in Mi- 
lano nel settembre del 1837. E qui in questo gior- 
no 23 gennaio 1859 , dopo dolorosa , e non lunga 
malattia, moriva circondata da tutta la famiglia di 
sua Nipote e nella speranza di un eterno premio 
alle sue rare virtù. 

EPÌGRAFE 

Sacrifizi e Preghiere 

Per Vanima 

Di Donna Teresa Verri Vedova di Giuseppe tangosco 

Conte dì Gambarana 

Figlia Primogenita ed Alunna Amatissima 

Di Pietro Verri 

Che ricca delle più nobili virtii cristiane 

Volò al Santo bacio di Dio 

Lasciando in pianto gli amici e i congiunti 

E singolarmente la Famiglia Sommi- Picenardi 

con cui dividendo le sventure e le gioje 

Gii ultimi XVI anni della vita condusse 



Nacque a lì Marzo MDCCLXXVII, 
mori a XIII Gennajo MDCCCLIX. 



DELL ABIT.VZIO.VE ED ORATORIO CU ERBE IN ROMA 

IL B. MCCOLÒ ALBERGATI DE'cARTL'SIAM VESCOVO DI BOLOC.NA 

E CARDINALE DI S. CHIESA (*). 



H. 



Diìnostrala nel passalo articolo la esistenza in Roma 
di un'abitazione del Cardinal di s. Croce, eravamo 
in obbligo di provare eh' essa fosse per I' appunto 
r indicata da noi. Senza curarci di altri argomenti 
che ne avrebbero tratto troppo in lungo, accennam- 
mo l'irrepugnabile della esistenza di una sacra di- 
pintura a fresco, di che parlano eziandio gli scrit- 
tori per noi citati; a' quali, se pur vale cosa, ag- 
giungiamo la nostra testimonianza, oome quegli che 
per meglio che sette anni , cioè dal 1840 a' primi 



5i 



L' A L B U M 



mesi del 1848, cuslodimmo quel sacro moiiumenlo 
unilo alla nostra abitazione; e la cui cognizione ci 
stiuliamnio diffondere per ogni guisa e spezialmeute 
ogni anno al IO di maggio, allorché per la festiva 
ricorrenza del grande Albergali, aprivamo le nostre 
stanze all'ammirazione comune. Ma checché siasi di 
ciò, torniamo a! lido, coirofferire a' benevoli lettori 
un cenno descrittivo della bella pittura e divotis- 
siuìa. 

Una nicchia alta IO palmi romani è formala ìq 
una camera esposta a settentrione, e che corrisponde 
precisamente a' fianchi degli orli del monastero di 
s. Lorenzo in paneperna sul V^imiiiale. Sovr' essa 
nìcchia dislendesi il quadro die rappresenta la or- 
ribile vetta del Calvario, di qualche pianta cospersa, 
ov'é inalberala la croce ( innessavi alla cima una 
lavolelta col titolo I. N. II. Y. ), su cui pende con- 
fino da Ire chiodi il Redentore dell' uman genere. 
Il quale grondante sangue dalle mani e da' piedi ve- 
desi ogginiai abbandonato della persona ; che par 
r artista abbia voluto córre il punto in cui quel 
Divin Redentore chiusi gli occhialla luce del di,cdab- 
bassalo il capo v(!nerando, é per esalare nelle braccia 
dcH'Klerno Padre l'eccelso suo Spirilo. Un drappo 
leggieri meravigiiosamenle piegalo ricuopre alla metà 
del corpo l'augusta Persona. 

Alla destra della pittura , colle mani giunte fin 
quasi al mento e gli occhi in allo levati sta la Cor- 
redentrice delle umane generazioni, Maria, la quale 
contempla addolorata , ma pur intrepida , il corpo 
del suo Unigenito da' lormcnli sfiguralo e disfallo, 
e il cui sangue bagna un ampio manto e lungo nel 
quale essa è mir.ibilmente ravvolta, con |iamietrgiare 
di bellissimo stile, insino a' pie', il destro de' (|uali 
è nascoso nel manto esuberante , mentre parie del 
sinistro fornito di sandalo è scoverto all'occhio de' 
riguardanti. Della veste si vede solo lo sparato verso 
il collo ed un Iralto in verso la sinistra pel natu- 
rale sollevamento del manto raggruppalo intorno al 
braccio di lei. 

Dal sinistro lato del quadro 6 rappresentalo l'Evan. 
gelista Giovanni , il quale tiene sul seno composte 
le mani , e con la destra raccoglie un lembo del 
jiallio, sovrap|iosl() alla veste, più breve e men ricco 
del paludamento della Vergine , si che veggonscnc 
nudi e scalzi i pie'. Egli é in allo di contem|)lare, 
Ira 'I dolore e la mera\iglia, l'opera che a vantag- 
gio dell'uomo si compie da Cesù Cristo. 

I capi delli! tre descritte figure sono accerchiali 
da aureole scanalale e dipinte d'oro, come scorgesi 
nelle antiche iconi. 

Sì fatto quadro notevole per la espressione delle 
teste, per la verità del nudo nel corpo di Cristo, pel 
j>iegare de' drappi o per l'anlichità, ha il grave di- 
fetto delle estremila mal disegnale ed eseguite. Esso 
poi , non ostante l'esistenza di ben oltre a quattro 
secoli, e l'uriii-dore della cappella, è conservato be- 
nissimo; e sebbene fosse, non so in qual epix^a, da 
mano poco sperla ritoccato, si che alcune parti del 
quadro fossero disconce , v'ha non di manco tanto 



di bello, da farlo slimare pittura originale e di ot- 
timo pennello di que' tempi. 

Il chiarissimo Giovanni Volpato che, come vedre- 
mo , divenne possessore di quel luogo, fé eseguire 
in rame una copia del descritto affresco, incarican- 
done del disegno Giuseppe Lazzarini, e della inci- 
sione Pietro Fontana : sotto della quale leggcsi la 
seguente scritta: Ex archetypn pictura Sacelli b. Ai- 
coiai Albergati S. R. E Curdinalis in acdibus ab eo- 
dein Viro Dei ad s. Piideiitianae a solo exlructis. Ioti. 
Volpatus possessor loci novissitnus ad memoriam Pa 
troni et Dominaedii sui minoribus prodendam F. C. 
Anche noi facemn)0 trarne altro disegno pel bravo 
artista Deangelis , che conserviamo inedito fra le 
memorie del santo (lard. Albergati. 

l'roseguiamo ora il racconto intorno al detto ora- 
torio. 

Avvenuta nel 1113 la morte dell'illustre Cardinal 
di s. Croce, ignoriamo che cosa avvenisse e in (|iial 
dominio si Irasferisse cosi fatta abitazione. Sappiam 
solo, pel sovraccilalo MS. del De Era, che la maestà 
e 'I culto di essa casa era dicaduto affatto: (juando 
i Monaci Gisterciensi riformati . stabiliti nel 1586 
presso il titolo di s. Pudenziana dal Card. Enrico 
Cactani , col beneplacito di Sisto V , cominciarono 
ad abitarla. Beslituito allora il primitivo culto alla 
immagine sacra del Crocifisso, l'abitazione dell'Al- 
bergati servi di tirocinio a' novelli Cislerciensi , e 
la santità del luogo videsi rifiorire. Che le stesse 
pareli (|uasi avessero voce , invitavano que' fervo- 
rosi novizzi alla virtù ed alla imitazione degli esempli 
del santissimo Cardinale, a' cui meriti fu allribuito 
che molti Monaci usciti di quella casa di probazione 
splendettero per ogni maniera virili , i nomi e le 
geste de' quali furon degni di parlicolar menzione 
nel Menologio Cislerciense (1). Ond'6 che a perenne 
e grata rimembranza del B. Niccolò Albergati Ic- 
nevasi esjiosla la imin;i:,'ine di lui nella Foresteria. 

E però novamenle da lamentare il dicadimento 
dello splendore di quella casa; essendoché i Monaci 
avendo edificato un mi^naslcro più ampio in cima 
al colle viminale, ove si trasferirono, fu la nostra 
data a finanza a' popolani del vico patrizio , e se 
ne perdette per colai guisa ogni venerazione. Di 
tanto disordine si lamentavano moltissin)i e sovra 
tulli il Card. Niccolò degli Albergali Ludovisi giu- 
niore, il (|unle , secondo ne fa fede l'Oldoino , ve- 
nerava il beato Niccolò suo antenato e ne promo- 
veva con ogni industria la divozion ne' fedeli. Egli 
adunque avendo desiderato di trasferire in Bologna 
la immagine del Crocifisso per esporla alla [iiibblica 
venerazione, fc istanza il 7 Agosto IGG2 al capilolo 
del monastero cistcrciense di poter segare il muro 
su cui era dipinto; ma non fu soddisfatto l'ardente 
desiderio di cosi cospicuo personaggio. Il De Era 
accenna d'ignorarne il motivo ; raa pur soggiugne: 
Puto tamen ne ob niiniam parictis vetuslatein levi 
etiain tactu in pulverein resoliila sacra periclitaretur 
imago. Né mal si appose, essendoché il decreto ca- 
pitolare da noi veduto in fonte e trascrittolo (2) , 



L' A L Li U M 



03 



riferisce in fra le altre cagioni anche la indicata da 
lui. 

Noi venturo articolo ragioneremo sopra le altre vi- 
cende alle quali fu sottoposto codesto prezioso nio- 
numenlo. 

Emm. Marini. 

{*) F. Alhiim pag. 43. 

(1) Citeremo solo a cagion d'onore tre illuslri uo- 
mini e chiari , cioè il ven. Card. Bona , il cui solo 
nome scusa qualunque elogio; il P. Stella autore di 
molte ofjere, tra le quali inerita menzione la Vita et 
Hvstoria SS. Pudcnlis, Pudentianae et Praxedis ex. 
pluribus auctoribus classicis composita, ed il fami- 
gerato Bartolozzi, orientalista celebralissimo, il quale 
pubhlicò, mentr' era scrittore della Vaticana , la vo- 
luminosa op. lìiiiiiolliecae magnae Ral)I)inicae de scri- 
ptoribus et scriptis haebraicis ordine alphabetico 
liacbraice etc. Ialine digestis. Cjf. llenelogiuui Cist... 
auct. R. P. CiiRYSOSTo.\io Hemìiquez etc Antuer- 
piae 1630 - Cistercii reflorescentis chronologira Hi- 
sloria; auct. D. C.tnoLO Iosepiio MoROiio. Aug. Tau- 
rinorum 1()90. 

(2) Esposta al Capitolo dal Priore del Monastero 
D. Giovanni da s. Filippo la dimanda del Card. Lu- 
dovisi da noi superiormente accennata, e come il detto 
Personaggio si obbligava parietem fraclum reficcre ac 
in eodem locu et situ ipsum Crucilixum pingen- 
dum... i PP. Capitolari risolvettero unanimemente che 
non si annuiva alla richiesta temendo prcgiudilium 
{sic) annuae iocationis douius, damnum ob fracturaiu 
tiinendum in aedificio, devoìionis diminutionem erga 
tantum iocum. L'atto fu eseguito il 7 agosto 16G2; 
Segretario Capitolare D. Alessandro da s. Benedetto. 
Trovasi esso registrato nel Libro intitolato : Liber 
Actuum Jlonaslerii s. Pudentianae Virg. alla pag.'ò'i'ò 
retro, che abbraccia intorno a 79 anni: comincia dal 17 
agosto 1592 e termina V 8 del medesimo mese del Wtl. 
I:.'siste ncir Archivio Cisterciense presso il Monastero di 
S. Bernardo alle Terme. 

Dobbiamo alla cortesia del Rmo P. Ab. D. Teobaldo 
Cesai'i Pres. gen. del S. Ordine il favore di aver po- 
tuto estrarre dal detto prezioso Archivio non solo que- 
st'atto, ma quello altresì che ne fosse all'uopo giovalo. 



Commento di Francesco liuti sopra la divina Com- 
media di Dante Allighieri pubblicato per cura di 
Crescentino Giannini- Tomo Primo - In Pisa pei 
Fratelli Aistri 1858 in 8.° Voi. 3. — 

Vi ha dei libri de" quali basta il titolo a farne elo- 
gio e raccomandazione e di questi è al certo il Com- 
mento del Buti che dopo cinque secoli e mezzo da 
che fu scritto, oggi per la prima volta vede la luce 
in Pisa per le stampe del Nislri. Di che grande ob- 
bligo abbiamo al Professor Crescentino Giannini, il 
quale dopo avere insegnando lettere mostrato il suo 
amore a Dante, oggi quasi a suggello, ne offre que- 
sta bella e corretta edizione, da lui con tanta fatica 



e diligenza procurata. Voglio sperare che quanti 
sono amici della Poesia Italiana , e dell'onore dei 
buoni studj vorranno prendere conoscenza di que- 
sto commento, che è il primo fatto in volger nostro 
alla Divina Commedia, e reca un vero tesoro di dot- 
trina, di storia , di lingua. E se alcuno bramasse 
sapere qual è il metodo tenuto dal Buti nella sua 
interpretazione, io risponderò colle parole del cele- 
bre Prof. S. Cenlofanti, le quali tolgo dalla bella 
introduzione eh e posta a preambolo del libro « che 
il metodo del Buti è quello d'interprete fedelissimo, 
il quale stimi di avere ad eseguire tanto più de- 
gnamente il suo officio, quanto meglio avrà saputo 
dimenticare sé stesso per non dover pensare se non al 
testo da interpretarsi. Di ogni canto egli fa materia a 
due distinte lezioni, e innanzi di venire alle parli, nelle 
quali abbia diviso la sua lezione, espone con discorso 
continuo la sentenza letterale» sicché abbiasi fino da 
principio una generale conoscenza delle cose che 
dovranno essere dichiarate , e il nostro spirilo sia 
convenientemente apparecchiato a meglio intenderle 
ad una ad una. Ma queste esposizioni preparatorie, 
che riunite insieme sarebbero state la narrazione in 
prosa di tutto il poema dell'Allighieri, qual che ne 
fosse la causa , non furono condotte più oltre che 
tutta la prima Cantica. Scrive il Buti (e ciò fanno 
tutti gli espositori) massimamente per coloro, i quali 
debbono essere aiutati alla perfetta intelligenza di 
questo libro ; e però discende anco a determinare il 
valore delle parole, e non trascura le minute par- 
ticelle del testo : onde il suo e gli altri commenti 
prendono di quando in quando la forma di annota- 
zioni, le quali abbiano alcun legame nell'ordine del 
discorso. Alla qual forma erano quei commentatori 
naturalmente, in che si reca l'uomo che dovendo in- 
terpretare ad altri un' opera letteraria , tiene il li- 
bro davanti a se leggendelo, e via via dichiarando- 
lo , congiunge le parole di esso con le parole sue 
proprie, e le brevi spiegazioni con le diffuse, quasi 
diverse fila del ragionamento che intesse. » Quale 
lingua e quale file abbia usato nel suo Commento 
il Buti non è da dire, e dee ad ogni colta persona 
bastare, che questo fu annoveralo dalla Crusca fra 
i Testi di lingua, e molto a ragione. Il prof. Gian- 
nini poi il quale si adoperò a dare quest' edizione 
agl'Italiani, ha notato con grande esattezza (dirò colle 
parole del citato prof. Centofanli) le varie edizioni dei 
codici, e come alcuna volta ha dalo luogo nel testo 
a quella che si dovesse prescegliere , cosi avrebbe 
potuto darlo sempre , se per troppa modestia non 
avesse voluto lasciare questa scella al giudizio li- 
bero dei lettori. Dio voglia che questa opera eccel- 
lente, e veramente d'oro acquisti grazia innanzi la 
gioventù ; e questo io desidero non tanto perchè il 
dotto editore trovi degna ricompensa, quanto perchè 
mi sta fisso in niente che una buona misura dell'ita- 
liana civiltà sia appunto nello studio dell'immenso 
e sovrano Allighieri. 

Giuseppe Ignazio Montanari. 



56 



L' A L B U M 



IL SALVATOUK ED IL CF.NTLR lO.NE 

DIPr.MO IN TELA 
DI MICIIELA.NGELO DA CARAVAGGIO 

MicliL'Iangelo Morigi da Caravaggio fu > alente 
quanl'allri mai fosse nel ritrarre la natura dai suoi 
medesimi tipi, e con csquisilo magistero giovandosi 
di poche e vere tinte alla giorgioncsca raggiungere 
i più grandi effetti. xVnnibale Caracci disse in sua 
lode come riferiscono gli storici : costui macina la 
carne. Fra i pochi dì|)iiiti che di questo esimio Roma 
conserva è il presente eseguilo a mezze ligure so- 
pra tela i)islunga : della qual forma di dipintura egli 
forse fu l'inventore. 

Rappresentasi in esso l'istante in cui il Centurione è 
nell'atto di rivolgere alDiv inRedentore le parole con- 
servateci deiriivaiigcio di S. Luca Signore, non l'in- 
comodare : imperocché non son io degno, che tu entri 
sotto il mio letto.... ma ordina con un sol molto, e il 
mio servo sarà risanato, (l) Questi , cui nel volto 
seppe il dipintore esprimere i caratteri di uomo av- 
vezzo alle fatiche ed al comando delle milizie, è pie- 
gato in allo supplichevole come favellando al Re- 
dentore colla destra stretta sul petto vestito della 
corazza e colla sinistra prostesa. Il Salvatore con 
s(;mhianto benigno e dignitoso a lui rivolto sem!)ra 
proferisca le parole dell'evangelista : In nrilà vi 
dico che non ho trovala tanta fede nemmeno in Isra- 
ele — Tre altre figure entrano nella composizione : 
delle quali la prima è un servo dietro al Centu- 
rione e due apostoli che accompagnan il Redento- 
re. Tale composizione semplice , e tutta in un sol 
piano come era costume del Caravaggio, è ammira- 
bile per la copia di luce sparsa sulle |)riiicipali li- 
gure del dipinto , per l'armonia dei colori , per la 
franche/za magistrale e propria di lui solo nel pen- 
iielleggiare le carni ed i drappi, ed inoltre è prege- 
vole per la correzione del disegno. Non va esente 
però dal difetto proprio di questo Maestro e di 
(|uelli lutti che adoperarono la imprimitura di terra 
rossa , (|uello cioè di un fondo troppo forte e che 
richiede vivida luce per poterne scorgere le bel- 
lezze. 

Questa tela , degna di far parte di qualsiasi il- 
lustre Galleria in cui generalmente è raro ritrovare 
alcun quadro originale di tanto Maestro, ha collo- 
calo il signor Giuseppe Ansiglioni, a miglior agio 
degli amatori, nel suo negozio di Bolle arti in via 
della Fontanella di Borghese N. il, in mezzo a di- 
versi saggi di scelte opere moderne in musaico, che 
imitano i musaici cristiani ed i bizantini. Gli ama- 
tori potranno ivi anche giudicare a qual punto di 
j)crfezione sia giunta nei nostri studi l'arte dell'in- 
cidere i carnei di conchiglia sotto l' abile bulino 
dell' Ansiglioni medesimo. Arte che ritrae in pic- 
ciolissime proporzioni i volti umani con perfetta 
rassomiglianza ed i capolavori della statuaria an- 



tica e moderna con tale accorgimento da averne sor- 
prendenti effetti. 



(I) S. Luca e. 7 V. 6 « 7 
gnor Martini. 



Versione di 3Ionsi- 



CIFRA FIGURATA 




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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Li mestieri sono incatenati fra loro , che alcuno di 
essi non è capace di fare un lavoro intero se non 
vi si uniscono più d'uno. 



TIPOGRAFtA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DlREZIO.NE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 133 



CAV. GIOVA.-S.M DE-A.>GELI> 

direttore-proprietario 



Disti'ibuzioiie 8. 



t ALBIJM 



Anno XX\I. 




58 



L' A L B U M 



Se la mano maestra di Filippo Balbi nulla più 
avesse dipinto, ciie il quadro del quale presentiamo 
il disegno, basterebbe quest'opera sola ad assicurar- 
gli un posto fra i più lodati pittori dei nostri tem- 
pi. Desunse egli dall' Esodo il grandioso argomento, 
che ha svolto in tutti i suoi più interessanti epi- 
sodi. Mosè che con la verga percuote i fianchi del 
monte , da cui scaturiscono le acque per dissetare 
gli ebrei 6 il religioso subbictto , che Balbi attin- 
geva dal santo libro per decorare con nuovo e su- 
blime dipinto una delle Certose più rinomate d'Ita- 
lia: Trisulti. La purezza del disegno, l'armonia del- 
la composizione , la vaghezza delle tinte , che am- 
miri nella vastissima tela svelano in questo insigne 
artista un sentir dignitoso , una mente elevata ed 
uno studio profondo. 

Ad onta di quei tali , che van gridando aver le 
lettere guastate le arti , e di esser dato soltanto a 
chi le professa il portar giudizio sul merito di un 
quadro, quasichò [)er entrare nel santuario delle arti 
fosse mestieri aver [irese lezioni di nudo, io che 

)) mi son un che quando 

s Amore spira nolo, ed a quel modo 
» Che della dentro vo significando 

assumo volentieri l'impegno di descriverlo, perché 
almeno resti memoria fra noi di un opera, che an- 
drà fra poco altrove per mostrare in un punto solo 
l'eccellenza dell'artista e il buon criterio di chi gli 
confidava il poderoso lavoro. Solo mi duole, che al 
valore dell'egregio professore NapoKtano mal rispon- 
de il mio debole ingegno. 

Si apre la scena sulla balza scoscesa di un monte, 
ove commosso dalld preghiera di un popolo sitibondo 
salì Mosé coi Seniori del popolo giusta il comando di 
Dio. Già al tocco della verga prodigiosa dalla selce 
scaturirono le acque che precipitando dal masso van- 
no ad allagare ì campi e a sollevare le Isdraelili- 
rlie turbe. L'eletto del Signori', cui arde sulla fronte 
duplice raggio celeste, guardando la nube, sta alla 
presenza di Dio , che gli ha detto « Ego slabo ibi 
roram te » Mosè infatti, che sollevando gli occhi alla 
nube misteriosa sostiene con la destra la verga tau- 
maturga, ha la sinistra sospesa quasi in alto di ac- 
cennare ai Seniori che lo circondano di attendere 
ancora. Ur genuflesso apre le braccia , e ringrazia 
il Signor d' Isdraele: guarda un altro la nube che 
nasconde la maestà dell'Ktcrno, tutti in vario atleg- 
giamcnto esaltando l'opera grande di Dio palesano 
il rispetto e la meraviglia. Bisogna avere un anima ar- 
dente di affetto vero e religioso per esprimere con la 
dignità che ha usalo Balbi quella specie di estasi, che 
non ha tipo, perchè prodotta soltanto dall'alflato di- 
vino. Piace di leggere a colpo d'occhio in quei volti 
in quegli atti e persino in quei loro dignitosi pa- 
ludamenti espresso il carattere di quelli , che seg- 
gono giudici in mezzo al popolo eletto. La dignità, 
che traspare dal volto e dalla persona del Mosè, che 



primeggia in tutta la scena è appunto quale la rì- 
Ifassero i grandi maestri dell'arto) maestosa insieme 
e severa. 

Descritta la parte superiore del quadro, ove pri- 
meggia un santo terrore addolcito dalla conOdenza 
che muove dall'alto, è a vedersi con quanta leggia- 
dria e con quanto amore questo vero artista che non 
accattò la sua gloria o dagl'inchini o dai sensali di 
piazza ha dipinto un popolo di vario sesso, di età 
diversa , che desideroso di spegner la sete avida- 
mente raccoglie le acque, che scendono dal monte 
per irrigare il terreno. Incontro a tante bellezze, a 
tanti episodi abilmente introdotti e sviluppati in modo 
mirabile dal genio dell'artista, che sente quello che 
fa , veggo che mi manca il coraggio , e non so a 
quale di tanti accordar debbasi la preferenza: che 
certe venustà , certi artifici dell'arte meglio si am- 
mirano col silenzio, che si esprimano con le parole. 
Vedi a sinistra sur un camelo una madre tenentesi 
in braccio un figlioletto dormente , cui un pietoso 
porge una tazza d'acqua, mentre più lungi un altro 
l'attinge con avidità smaniosa alla stessa sorgente. 
Tutta graziosa è la movenza di una fanciulla in mez- 
zo a tanto popolo di assetati. Teme la poverella, che 
in quel commovimento di genti le si voglia rapire 
l'orciolo da un uomo d'armi, che appoggialo all'asta 
le addila invece dove Iddio ha schiusa una fonte nel 
punto istcsso, in cui un altro la tratlicue e studiasi 
di rinfrancare il coraggio di quella ingenua. Mentre 
nella parte anteriore del quadro un ebreo congiunge 
ambo le mani per render grazie alla provvidenza, 
sentimento che trionfa nel quadro del Balbi, vedesi 
alle falde del monte una donna, che si curva e di- 
rei quasi si raccorcia per sorbire avidamente l'acqua 
attinta al ri\olo, che zampilla ai suoi piedi. 

Fra le belle figure, che popolano il gran quadro 
bellissima parvemi quella del Vegliardo, che siede 
in mezzo alla propria famiglia, e nel suo abbandono 
diresti che gode nel veder serbata la sua larda ca- 
nizie ad ammirare quel proiligio. Xell'atto tran(|uillo 
nella foggia delle vesti, che lo ricoprono tu scorgi 
l'uomo, che passò lunghi a:ini nella servitù, e nel 
dolore. Una graziosa fanciulla si tiene avvinta al 
suo braccio : appoggiasi a lui un garzoncello che 
genuflesso congiungc le mani pregando. Ad aggrup- 
pare insieme tante figure con molta intelligenza di- 
pinse il Ballii in seno alla madre un fanciullo, che 
dritto in piedi con vezzo infantile scherza con le 
dita del vecchio. 

In tanto numero di figure ninna può dirsi oziosa 
nel quadro, che tutte hanno un azione giustamenle 
ideala per render più splendido e interessante il con- 
cetto. Quegli che attinse l'acqua e si dispone a re- 
carla altrove, l'altro che protende la mano per do- 
mandarla, la donna, che sorreggendo un anfora corre 
a gran passi mentre un altra le addila il campo dei 
sitibondi Isdraelili , sono allrellante azioni , che 
aggiungono interesse e verità alla gran scena. Può 
dirsi che ogni età ha la sua espressione particolare. 
La fanciulla che accenna, l'altra che prega, quella 



L' A L 15 U M 



59 



che sdegnoselta prorompe in pianto, producono gfra- 
de\olissimo effclto in chi si fa a riguardarle ininu- 
lamente. Potrei esser creduto troppo minuzioso, ove 
volessi di tante altre piccole bellezze tener propo- 
sito: bastami l'accennare soltanto, che il Balbi dipinse 
se stesso nella Cgura, che solleva l'orciolo per dis- 
setare una madre, che dai lineamenti del volto, e 
dal costume, che adotta diresti un' Egiziana se non 
occorresse opportuno il pensiero, che tanti anni di 
servitù avranno non che le abitudini ma variato an- 
che il carattere di quel popolo. Dobbiamo dire per- 
tanto, che il nostro insigne pittore non tradiva la 
verità allorché introdusse nel suo quadro vari co- 
stumi egizi che ritraggono a meraviglia l' indole e 
le condizioni del popolo ebreo. 

In questo quadro , ove nulla è trascurato , vedi 
da lungi i monti della Cananea , gli accampamenti 
isdraelitici e Aronne, che in mezzo al popolo a braccia 
aperte invoca su quelle il soccorso del cielo. Quanti 
accorsero ad ammirare questo nuovo slancio dell'in- 
gegno di Balbi sostengono doversi tener l'opera fra 
una delle migliori dell'autore com'esso tiene il posto 
fra i primi artisti. Sien grazie dunque al Reverendo 
Priore della Certosa di Trisulti D. Bruno Bracaglia 
e a quei Cenobiti, che d'unanime consenso allogando 
la gran tela al pittore Napolitano gli offrirono il 
destro a compiere il gran concetto , lodevole non 
meno per il pensiero, che per la bontà e l'armonia 
del colorilo. 

Il professore Filippo Balbi ha una fantasia inesau- 
ribile , che senza esser sbrigliata e pazza si ferma 
fra i confini del bello e del vero. 

Gaetano Giucci 



F0K.M1ÌLL0 E LE ARE .MUZIE. 

Solatium fessis. 
Plin. in Paneg. 

Tutti gli uomini, qualunque sia la sfera dove l'On- 
nipotente li vuole , abbisognano tal fiata di ricreare 
lo spirito , e della saluberrima ginnastica , perchè 
l'arco sempre teso è men pronto a ferire ; Ignazio 
Derossi filologo insigne e già bellissimo ornamento 
della inclita Compagnia di Gesù , cosi tradusse la 
sentenza 

»... Ut semper contcntus frangitur arcus, 
» Sic animi vigor atleritur, viresque reniittit 
» Multa laboranti si nil conceditur oli. 

A me garbò negli anni migliori di fare molte escur- 
sioni nelli tre Lazii, nella Sabina, e nella Etruria 
marittima, e sempre pedestre, che è il gran segreto 
per andare immune da molte sventure: rinvenni as- 
sai sostanze mineralogiche e feci una ricolta del- 
l' erbe spante nascentes ; e le acquistò un erudito 
esterno e ne fui largamente rimeritato, e di più mi 
ebbe donalo gli tredici grossi tomi in foglio dclVAl- 



drovandi che sono un tesoro anzi un oceano stermi- 
nato di erudizione nelle scienze naturali: nella bo- 
tanica ebbi a maestri Sebastiani e Mauri che nella 
filologia molto innanzi vedeano. Allora quando 

» Progne in suon flebile 

» Ili chiamando 

» Va il nido solilo 

» Rifabbricando 

io era in Formello che forma un triangolo isoscele 
con Ba>;cano, e Monte Musino: è una Comune della 
Comarca di Roma della Diocesi di Nepi e Sulri colla 
collegiata di s. Lorenzo martire, ed ha una super- 
ficie di rubbia 1977; si disse Formello dopo l'aban- 
dono di Capracorno, e dista da Roma sedici miglia, 
a destra della via Cassia, e numera cinquecento abi- 
tanti: si disse Formello dai cunicoli che furono aperti 
tra questa terra e Vejo onde condurre la potabile 
alla colonia romana: lo spazio tra Formello e Vejo 
è tulio pensile e li tanti cunicoli; in uno di questi 
fui morsicato dalla Scolopendra morsicans, ma non 
è vero che è velenosa e coH'alkali volatile ne guarii: 
due cose ci fanno tremare le vene e i polsi la idro- 
fobia, e gli Aspidi: in Formello la chiesa è medio- 
cre, vi è un candelabro del cinquecento ; un suffi- 
ciente palazzo, un cippo sepolcrale, una grotta fa- 
mosa, ed un orologio solare: fra le molteplici iscri- 
zioni da me ricopiate mi parve bellissima una che 
lessi in un predio presso Cervetri - IN VMBRA EXI- 
GVA ELOQVENTIA MAXIMA. Tornando a For- 
mello è veramente deliziosa la passeggiata cui dicono 
Versaglia. 

Già la garrula pennuta famiglia cantava 1' inno 
della esultanza perchè la ditirosa Aurora con il cor- 
teo delle danzanti ore fugaci dischiudea in Oriente 
le porte all'Astro luminoso 

» Chiaro Sol che rotando esce dal Gange 
» D'alta corona di bei raggi adorno; » 

e a detta dell'astronomo Cagnoli esce come vergine 
sposo del talamo suo , e travalica a passi di gigante 
le vie del firmamento : io volca recarmi sulle Arae 
Mutiae o Muciae colla mia guida che sempre lenea 
in bocca un sassolino per godere fresco ed il per- 
chè non lo sapea ; si sa che ogni pietra attrae ca- 
lorico , e dì fatto se si ponga il palmo della mano 
sulla pietra si sperimeula la differente temperatura: 
prima di salire l'arboreo monte vidi una villica in- 
felice di pochi luridi cenci coperta che si procac- 
ciava le lumache tardigrade, ed il radicchio (patri- 
monio di molti rusticani); ed era la villica esausta 
cosi che se appressava il pargoletto -famelico alle 
fonti della nutrizione le trovava inaridite ; mi ri- 
corse allora alla memoria la squallida fame tanto 
bene descritta da Ovidio nel Vili delle 3Ietamor- 
fosi; le Metamorfosi ? oggi la neomania le ha dalla 
poesia cacciate in bando ; ma ricordino che Dante 
salilo in cima dell' italiano Parnaso le ha più volte 



60 



L' A L B U M 



rammentale nclli canti tremendi della perduta gente; 
ma torniamo in via. 

Difficile e laborioso è il salire le Arae Mutiac allo 
stesso livello della Villa Alellini e della Cupola di 
s. Pietro , ed acconcio asilo a chi vive di rapina : 
sulla vetta del Monte vi era un pastorello che tran- 
quillamente domila di salute pieno e di forza come 
disse Thomson nella sua Estate; egli a più alta cer- 
chia del poetare levossi lorchè respirò le aure del 
Bel Paese dal più fulgido azzurro rischiarato ; ma 
tornando al pastore colla mancina si puntellava la 
inferiore mandibola , e la destra gli era piombata 
sulla buraccetta, e sulla zaina pastorale, simile al 
ricettacolo della semenza dell'erba Tlaspi bursa Pa- 
storis ; e intanto il venticello romito gli facca tre- 
molare le ciocche ricciute del biondo suo crine; io 
credo che se Diana lo avesse veduto lo avrebbe sup- 
jìosto un altro Endimione ; ma egli si risveglio al 
grave colpo cui vibrò la mia guida per uccidere un 
colubro che più lesto di lui s' intromise nelle in- 
tercapedini dello screpolalo macigno: appena mi vide 
mi fece buon viso offerendomi un pane di segale , 
poche noci, ed un pomo cui aggradii; poiché il do- 
nativo si deve eslimare non dallo intrinseco suo va- 
lore ma dal buon animo deiroffcrcnte: più cose im- 
prese a narrarmi ; ma fu richiamalo negli aperti 
piani dal suono altitonante della buccina pastorale 
che fu eziandio il più antico strumento da bocca 
nelle storie ricordalo :-jnentre il pastorello torna ^ a 
al gregge vennero sul monte due gemelli, ed egual- 
mente infelici perchè nati ambidue sordo-muli; colla 
eloquenza incantevole dclli cenni mi signillcarono 
che in quel monte vi è un gran tesoro, ma non si sa 
dove, e che se venga riciso, o da per se inaridisca 
un albero muore in paese un capo di famiglia ; e 
queste cose ricorda anche il Nibbij nella sua eru- 
ditissima Analisi Slor-.co-Topogralìca ecc. delti con- 
torni di Roma, che ò la più bella, ed accurata delle 
molteplici opere di quel mio condiscepolo nella Ro- 
mana IJuiversità. 

Ma al soffiare di venti impetuosi slormiano le chio- 
mate vette degli alberi annosi, ed un rigagnolo, fra 
sassi rompendo, se ne andava per la china tortuosa 
del ]\I()ntc, e vi rifleltca il raggio settemplice, e mi 
ricorse alla mente il rapido fiume descritto da Vir- 
gilio noll'undecimo libro della Eneida v, 471 ed in 
terra affiso mi piacque gran fatto di rileggere il Can- 
to VII della Gerusalemme dove si parla del sagace 
pastore che ospitò la errante Erminia, e che pianse 
al pianto di lei; oh Tasso grande nella Epica, e più 
grande nelle sventure, la mia Roma ha sapulo in- 
nalzare sull'urna, che le tue ceneri racchiude, un 
magnifico monumento !! 

Innoltrandosi il giorno io volli manicare (jucl cibo 
che mi portava; in campagna il cibo condito dalla 
fame è più saporoso , e nutritivo delle immodiche 
cene dello insensato, e crapulone Lucullo cuius nttinen 
venter erat, a me garbano assai l'erbe spontanee cui 
di mia mano ricolgo in poggio aprico, o negli aperti 
piani sommamente mi diletta in tanta elevatezza nello 



scorgere Scrofano , Riano, 3Iagliano , Calcata, Fili- 
sciano, Leprignano, 3Iorlupo, Fogliano, Morolo, Pia- 
no, Civitella, e S. Oreste e in proposito di questo 
monte fa meraviglia che Orazio lo chiamò nevoso 
- Cernis ut alta slet nive, Candidum Suracte, - (Od. 
lib. 1. 9) e a giorni nostri, mentre li monti vicini 
sono coperti di neve, il Soralte ne va quasi sempre 
esente: sembra che Apollo che lo avea in custodia 
{Aeneid. XI-7S5) lo abbia francato. 

Ma già la umida ombrosa notte della quale ne 
abbiamo una bellissima descrizione in Francoeur 
Vranograjie p. 208 cominciava a togliere il ridente 
aspetto alla terra col dilungare le ombre sue per- 
chè il sole da noi si occultava per accendere ad 
altre genti un'altra aurora, maiores cadebant e mon- 
tilitis umbrae , e il mondo si scolorava ; la garrula 
famiglia riparava sulli rami taciturna, ma la nera 
frugitet/a cornacchia e torni angolar svolazzando sugli 
rami più alti si appollava coli' altitonante stridore 
notalo da Ovidio mi fu pertanto giuoco forza di- 
scendere dal monte, e nelle sue radici trovai uno 
scaltrito cerretano che a caro prezzo volea vendermi 
una pietra ccraunia o da saette, dicendo che chi la 
porla seco non ha temenza dei fulmini; io gli risposi 
che le folgori non hanno mai formata una pietra , 
e che queste baie si narrano alle scipite vecchie- 
relle allorché sonnolenti 

Se ne stanno l'Inverno accanto al fuoco. 

Ma delle Pietre Ceraunic avcndono io da parecchi au- 
tori raccolte molle notizie , ne farò allra fiata ar- 
gomento per un articolo; dico inlanlo che delli Monli 
Ccrvari ne parla il Guattani nella sua Opera Monu- 
menti Sabini ecc. oggi diffìcile a rinvenirsi, ed io ebbi 
il piacere di dare a quel mio dolcissimo degli Amici 
tutte le molle notizie che avea nel mio grande re- 
pertorio erudito al quale da più anni sto dando opera 
ma per essere posto in netto, e mandato alle slampe 
aspetta altro tempo, e più riposato lavoro. 

Ritornato in Formello alcune foroselle in gonna 
succinta muovcano danze e carole al suono di nac- 
chere , e di maneschi tamburri con armonica vee- 
menza commossi dalle pronube canlalrici, gli mon- 
tanari si acconciavano una focaccia di frumento sa- 
raceno, {Zea Mais) conliste di tardo, ed uve appas- 
site uva zibeba ed altri si abbronzavano castagne , 
e preparavansi erbe edule 

Cibi non compri alla lor parca mensa. 

Dolt. A. Belli 



MCCOLÓ VITELLI. 



Tra le illustri famiglie italiane degli andati tempi 
si spicca gloriosa la casa de' Vitelli , che ebbe un 
giorno la signoria di Città di Castello. Uomini di 
gran cuore, di possente ingegno, di cospicua dignità 



L' A L B U M 



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MCCOLÒ VITELLI. 



uscirono da essa. Tra questi fu Niccolò Vitelli nato 
nel 1414 di Giovanni e di Maddalena de' marchesi 
di Pctriolo. A due anni gli mori il padre, onde fu 
posto sotto la tutela di Vitellozzo suo zio. Applicato 
l'animo alle lettere e alle scienze , ne riportò lar- 
ghissimo frutto. Sin dal 1444 era a' servigi del Pon- 
tefice , il quale spesso commise al suo senno rile- 
vanti aifari. Avuto in sommo pregio dalla sua pa- 
tria, noi gennaio del 1450 gii furono donate le in- 
segne e il grado militare con una pompa che mai 
la più grande. Poco appresso eletto a Podestà di Fi- 
renze, gli fu dai consiglio della sua città natale re- 
galalo un pennone, una targa e due magnifiche gual- 
drappe. Lo stesso glorioso ufficio tenne ancora a Pe- 
rugia, a Siena, a Spoleto, a Genova. Ridottosi in 
patria fu elevato alle prime cariche. Toltosi a mo- 
glie Pantasilea Abocalelli, ebbe da essa sette figliuoli 
Giovanni, Camillo, Paolo, Vitellozzo, Lisa, Jladda- 
lena ed Anna; oltre questi ebbe Giulio figlio natu- 
rale. — Erano in Città di Castello due altre polenti 
famiglie Pucci e Giustini , le quali di malincuore 
veggendo primeggiare il Vitelli l'odiavano a morte, 
e contendeansi ad ogni modo di abbatterlo. Quinci 
due fazioni che accanitamente osteggiavansi e di di- 
scordie , di nimistà, di uccisioni contaminavano le 
patrie contrade. Sbandeggiati per ardor di parti ed 
anche morti di molti dell'avverso parlilo, il Vitelli 
si studiò tosto di raffermare il suo primato e per 
conservarlosi lungamecte afforzò la città di mura e 
di baluardi. Ma crescean sempre le intestine dissen- 
sioni , le confische, i saccheggiamenli, il sangue e 
le morti. A tórre di mezzo tanti mali, che a que' di 



infestavano altre cillà pontificie , Sisto IV mise in 
piedi un numeroso esercito , di cui creò capilano 
Federico conte diMonlefeltro e duca di Urbino. Spedi 
per Legato il suo nipote Giuliano della Rovere Car- 
dinale di s. Pietro in Vincoli, il quale innanzi che 
giungesse all' esercito Federico , ridotto con buon 
nerbo di truppe alla soggezione di s. Chiesa Todi 
e Spoleto si diresse per alla volta di Città di Ca- 
stello, ove pervenne ai 28 di giugno del 1474 con 
più di 4000 cavalli e meglio di 5000 pedoni, pre- 
ceduto da Pirro degli Ordelaffi signore di Forlì con 
300 di cavalleria e molta fanteria. Lo slesso giorno 
mandò Giovanni da Lucca Vescovo di Nocera a di- 
sporre l'animo del Vitelli e degli altri cittadini, per- 
chè volessero accorlo entro le mura con quanta truppa 
gli piacesse: ma non potuto ciò ottenere strinse la 
città di fortissimo assedio , il quale durò ottanta 
giorni con varia fortuna e con belle prove di co- 
raggio e di valore dall'una parie e dall'altra. Ai 23 
di agosto giunse da Roma Federico conte dt Mon- 
lefellro e offerse la pace a que' di Città di Castello. 
Niccolò Vitelli crealo nel tempo dell'ossidione dit- 
tatore della palria vedendo lo stremo , a che eran 
ridotte le sue forze , benché alcuni ripugnassero , 
accettò il partilo sotto la prolezione di Ferdinando 
re di Napoli, e a patto che fosse salva la sua per- 
sona. Adunque il primo di settembre entrò il Legato 
in città con molti esuli sbandcgifiali dalla fazione 
vitelliana, e vi fu lietamente accolto. Fu serbata la 
vita al Vitelli , ma fu proclamato ribelle , e confi- 
scatigli tulli i beni, de' quali gli fu dato il prezzo 
di stima in 30,000 fiorini, e pena il cuore, se fosse 



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L' A L B U M 



più ardito di porre il piede in Città di Castello, da 
cui dovea stare perpetuamente lontano 15 miglia. 
Onde ei colla sua famiglia e con alcuni suoi be- 
nevoli si raccolse a CasteKiorentino. — Caldo oltre 
misura di patrio affetto e bramoso fuor di modo di 
signoria, levate alcune schiere, tentò nell'anno ap- 
presso (1475) di rientrare in città e sterminare il 
partito vittorioso , ma temendo le armi di Braccio 
Baglioni da Perugia che veniva contro di lui , si 
ritirò. I Priori di Città di Castello che lieramenle 
odiavano il Vitelli, non potendolo avere in loro ma- 
ni, lo condannarono nel capo e gl'imposero una la- 
glia di 1000 ducati d'oro per chi lo prendesse vivo, 
o di 500 per chi lo mettesse a morte con sovrappiù 
una pensione annua di 25 ducati d'oro da pagarsi 
dalla camera apostolica e il privilegio di poter fran- 
care un ribelle, un omicida, o un bandito dello stato 
della chiesa. In luogo d' invilire a tanta minaccia, 
sempre più s'accendca il Vitelli in maggior desiderio 
di dominio e di vendetta, onde assoldati 1200 uo- 
mini tentò nuovamente d'insignorirsi della sua patria, 
ma indarno. Collegatisi i Fiorentini con Ferdinando 
re di Napoli, coi duchi di Milano, di Mantova, di 
Ferrara e con Roberto Malatesta nel 147S contro la 
lega del Papa, scelsero per capitano il Vitelli, ma la 
pace poco appresso fermata tra il Pontefice e Lorenzo 
de'Mcdici sospese ogni impresa guerriera. Uopo molti 
tentativi e rc|)licati sforzi rientrò fnialmenle Niccolò 
in città nel 1481 e vi fu ricevuto con plauso univer- 
sale. Fremette la contraria fazione, e per lungo spa- 
zio di tcni|K) non gli die mai pace, nd tregua. Ouindi 
scaramucce, zuffe, saccheggianicnti e arsioni di nuovo. 
Stanca Città di Castello di stare sotto i Fiorentini 
risolse di ritornare spontaneamente all' ubbidienza 
della santa sede. Inviati i legati a trattare di pace, 
fu essa conchiusa ai 3 di Maggio del 14SÌ, Fra le 
persone spedite a Roma per ringraziare il Pontefice 
fu anche Niccolò Vitelli, il quale venne astretto dal 
Papa a mandare i suoi figliuoli a servigio della Chiesa 
con le loro genti. Ai 1(3 di Agosto dello stcss'anno 
fu solennemente pubblicala nel tempio catladrale di 
S. Florido la pace con esultanza di tutti e riami- 
cale le opposte fazioni, le quali perchè non doves- 
sero più mai tornare alle antiche ostilità, furono ran- 
nodate insieme con istretti vincoli di parentela per 
mezzo di maritaggi celebrati tra le primarie fami- 
glie. Per poco più di un anno ebbe il Vitelli a go- 
dere della prosperità della sua terra natia, perchè 
a 6 di Gennaio del 1486 fu colto dalla morte col 
compianto di lutti. Gli vennero fatti splendidissimi 
funerali e per pubblico decreto fu onorato del ti- 
tolo di padre della patria che fu scritto sopra il suo 
sepolcro. 

Di Niccolò Vitelli abbiamo da Roberto Orso di 
Rimini (1) il seguente ritratto che diamo qui vol- 
tato dal latino in italiano. Era Niccolò Vitelli al- 
quanto lentiginoso, di una tinta che tirava al fulvo, 
canuto per l'età, senza chioma, di faccia quasi ro- 
tonda, di occhi biancastri. Leggiadro a vedere, gen- 
tile a trattare, parca che sempre gli fiorisse sul labbro 



il sorriso; pingue, ma non corpulento. Avea ampia 
la fronte, scabri i denti soprani, ma non deformi. 
Grave e faceto a suo tempo, tardo all'ira, immemore 
delle ingiurie. Rado nel parlare, ma sempre pacato; 
di acuto ingegno, di fiorente salute, di statura piut- 
tosto vantaggiata, alquanto curva, lardo nel passo e 
venerando nell'aspetto. Di costumi si intatti e mo- 
derati, che avendo in sua balia il pubblico erario, 
mai che ne togliesse per sé una moneta. Largissimo 
poi del suo alle privale utilità. Menò sua vita gio- 
vanile appo Eugenio IV, e Niccolò V che lo fé cava- 
liere. Pontefici massimi, nella familiarità de'cjuali era 
molto innanzi. In sin da prim'anni forte si piacque 
dell' istoria: moltissime ne sapea a mente; innanzi a 
tulle i commentarli di Cesare , Svetonio e Quinto 
Curzio. Dopo avere esercitato magnificentissimamente 
insigni preture a Perugia, a Siena, e Firenze e aver 
con lieto fine adempiuto l'onfìcio di molte magistra- 
ture, celeberrimo per numerose clientele e per la 
chiarezza del suo nome e della famiglia, si ridusse 
in patria, a cui procacciò una lunga pace di 30 anni 
e l'avrebbe dislesa a lutto il tempo avvenire, se non 
fosse stalo impedito dal presente assedio (del 1487) 
che si studia di allontanare con ogni diligenza. 



Prof. 
(1) De iibsidione Tifernatum. 



Alessandro Atti. 



IACOPO E ADELE 
RACCOyTO (*) 

Vili. 

Il Signor Everardo 

Iacopo figliuol maggiore del sig. Everardo era un 
giovinolto di presso a diecinnove anni , {|uanl'altri 
mai bello della persona, di molto ingegno, cosluma- 
tissimo, e già ben av\ iato nello studio delle lettere 
amene. Ed era appunto (jucl desso che segnalossi 
tanto ne' brindisi indirizzati alla gentile Adele. Era 
stato ammesso nella famigliarità di casa Roberto , 
non solamente in riguardo del padre suo che tante 
pruove aveale dato di sincera amicizia, ma ben an- 
che per le qualità rare che 'l rendevano, a chiun- 
que il conosceva, caro ed accetto. Ritraendo egli sul 
volto le stesse sembianze della genitrice defunta 

'( Che goccia a goccia più non si somiglia » 

il sig. Everardo sei tenea tanto a cuore che nulla 
più, nel diletto Iacopo vedendo il ritratto della con- 
sorte amatissima, non mai pianta a bastanza. 

Grande assegnamento sovra di lui e lusinghiere spe- 
ranze (per avventura non indarno) aveane concepito 
il genitore ; ma prudente com'egli era , non osava 

(*) V. Album, pag. 40. 



L' A L B U M 



G3 



pronunziarsi chiaramente sulla condizione di vita 
cui avrebbe amalo abbracciasse il figlio; tuttavia, 
ogniqualvolta gliene cadeva il destro , magnificava 
assai un certo stato, nobilissimo davvero ed eccelso, 
non però in quanto è tale per lo adempimento dei 
sacrosanti e terribili doveri cui intende ; quanto per 
la prospettiva, come oggi dicesi, degli onori, a' quali 
Io avrebbero senza manco condotto e '1 grande in- 
gegno del giovine e le dovizie della famiglia. 

Questi discorsi eran gittati li quasi a caso ; ma 
avvenivano, se non ogni dì, certamente spessissime 
volte ; sì che il giovine crane oggìmai alquanto in- 
tristito. Difetto grandissimo di certi genitori, i quali 
per un male inteso amore verso i lor nati, vogliono 
imperarne le inclinazioni ; e col tanto ribadire il 
chiodo, pervengono talvolta ad ottenere il loro storto 
intendimento, per quantunque a bene diretto, a grave 
ed irreparabile iattura di que' miseri che ne son 
vittima. E per aggiungere al loro scopo con più age- 
volezza, certi genitori dannosi forte a gridare con- 
tro lo stato contrario, esagerandone i pesi e le ob- 
bligazioni ; quasi che quella condizione di vita non 
fosse egualmente che l'altra accetta al Signore, e 
tale da poter pervenire al nostro ultimo fine. 

Ma debbe pur dirsi, ad onore del sig. Everardo, 
lui non essere de' cosi fatti che consigliano in ap- 
parenza , ma in effetto voglion davvero ; egli lo 
avrebbe voluto si , ma per via di persuasione non 
di violenza. Breve : mirava ad uno stesso fine che 
tanti ; ma con mezzi, per dirla col vero vocabolo, 
pili onesti. 

Iacopo tollerava molto lodevolmente il difetto del 
padre ; egli non dichiaravasi affatto circa la sua vo- 
cazione : scioglieva ogni quistione col dire, lui amare 
Io studio, né pensare ad altro ; ad età più matura 
avrebbe a si fatta bisogna volto l'intendimento. Il 
padre credeva bonamente al figlio : ma desso era 
molto lontano dal rispondere al padre colla schiet- 
tezza che si dee da un figlio amorevole : non ch'egli 
avesse, strettamente parlando, motivi particolari per 
pensare in modo diverso dal padre : ma perchè aveva 
tutt'altra inclinazione. Operava egli bene Iacopo na- 
scondendo le proprie inclinaziani al genitore ? Sur- 
gerebbero qui naturalmente varie risposte, cui la- 
scio al discreto lettore : dirò solo ch'egli in verità 
non mentiva, ma celava i suoi sentimenti. 

Una sera mentre trattenevasiad onesta ricreazione, 
Everardo volgendo al figlio il discorso — Iacopo , 
disse, disponetevi quanto prima a partire. 

— Partire ! ripigliò tra '1 sorpreso ed attonito 
Iacopo. 

— Non vi sorprenda, figliuol mio, codesto annun- 
zio. Il nostro buou amico Roberto intraprenderà un 
viaggio di piacere forse per la Toscana : io stesso 
ve l'ho consigliato, sia per assolidare vie meglio la 
salute della buona Adele, sia per sollevare l'animo 
lasso di Elvira. Ora, mentre tutto è disposto, l'amico 
mi domanda a sommo favore la vostra compagnia : 
poteva io dinegarglielo ? 

Iacopo procurando di nascondere la sempre cre- 



scente sua turbazione rispose di rimettersi in tutto 
alla volontà del padre. Il quale del turbamento av- 
vedutosi — E 'che, ripigliò, non vi aggrada egli il 
iare ? 

Anzi moltissimo ; ben sapete quanto io ami 
l'Italia ; e come desideri osservare co' mici ocdhi 
tutto che ne ho letto ne' libri. Ma . . . 

— Ma ... vi è poco grata forse la comitiva ? 

— Anzi gratissima, padre mio. Non voleva dir 
questo. Avrei voluto fare il viaggio insiem con voi ; 
non lasciarvi . . . 

— Oh caro Iacopo, s' egli è per cotesto, siate pure 
tranquillo ; che Roberto farà ben le mie veci : avrete 
in lui un altro me stesso; in Elvira una madre (e 
sospirò! . . . ) e in quella gioia d'Adele un'affet- 
tuosa sorella. 

A questo caro nome trasali Iacopo ; ma ricompo- 
stosi all'istante — Qual è il giorno, dimandò, fissato 
alla partenza ? 

— Mercordì prossimo di buon mattino , si che 
disponetevi : havvi ancora tre giorni. 

Emm. Marini. 



LA REDENZIONE 

Profonde impenetrabili tenèbre 

Copron le azzurre vie del firmamento; 
Chiude a grave sopor l'egre palpebre 
L'uom su cui pesa ancor di Dio l'accento 
E che, quale da occulte ime latebre 
Esce talora un flebile lamento, 
Ode sempre una voce che a lui dice: 
- Su te pende di Dio la spada nitrica. - 

Sol nel silenzio della notte oscura 
Ascolti il mesto suon d'arpa gemente. 
Che rivela l'altissima sciagura 
Che grava il capo a la caduta gente, 
E affretta il di che la promessa e pura 
Alba si affacci al balzo d'oriente, 
E sperda l'ombra fra cui giace immerso 
Nel suo sonno fatale l'universo. 

di Sion mestissima figliuola, 

Tergi ah! tergi quel tuo rorido ciglio, 
E più non dirti abbandonata e sola 
Nel dolore del tuo mertato esigilo. 
Già s'intese pel ciel l'alta parola 
Pronunziata dal divin consiglio. 
Ecco in terra discende il Grande il Forte 
A infrangere le tue gravi ritorte. 

Quell'astro che, del ciel le volte immense 
Percorrendo, di luce empie il creato, 
E col poter di sue faville accense 
Viene a sgombrar la notte del peccato; 
Quell'astro è il fausto messaggier che spense 
Il timor d'un affanno interminalo: 



64 



L' A L B U M 



Quell'astro con la sua luce fiammante 
La cnna accenna del celeste infante. 

Sotto le volte d'una grotta bruna, 
possente Monarca d'Israello, 
Già fatto segno di crudcl fortuna ! 
Già senti del dolor lo strai rubello, 
Giè rorido è il tuo ciglio e la tua cuna! 
Già lamentose né superni giri 
Recan le aurette i j)rimi tuoi sospiri 

E non sei tu, Signor, colui che accende 
L'ignota chioma al folgorante sole: 
Che sdegnato quaggiuso il guardo intende 
E vacillar fa la terrestre mole; 
Che tocca i monti e vorticoso ascende 
Globo di fiamme da le aperte gole; 
Che favella, ed al suo cenno superno 
Obbedisce la terra, il cicl, l'inferno ? 

Sì, quel tu sei; e ben mei dice il santo 
Splendor che irraggia il tuo sereno aspetto 
Mei dice il plauso e l'armonia del canto 
Che suona intorno a l'uniil tuo ricetto; 
Questo core mei dice e questo pianto 
Che di ebbrezza immortai m'inonda il petto: 
Mei dice l'universo che già sente 
L'avvivatrice aura d'un Dio presente. 

Ahi ! senza speme di possente aita 

Giacque il mortai d'ogni miseria in fondo; 

E qual pianta deserta inaridita 

Che perduto ha il primiero umor fecondo, 

fiancar scntia nel petto suo la vita, 

Muto, travolto da dolor profondo : 

Né la prostrata misera famiglia 

Frgere al suo Signor potca le ciglia ! 

Tu a lui volgendo il guardo da l'empirò. 
Le sue ansie vedesti e il suo dolore; 
E impietosito al suo mesto sospiro 
Meditasti la grande opra di amore, 
E de' segnati anni compiuto il giro, 
Qui chiudi in uman frale il tuo splendore, 
E de' protervi a riparar l'eccesso 
A l'Eterna giustizia offri te stesso. 

Osanna, osanna, Redentor pietoso 
O di ogni alma ardcntissimo disio. 
Che rannodi col tuo braccio amoroso 
L'antiquo patto fra la terra e Dio ! 
Per te ritorna il canto armonioso 
Che nei di d'innocenza al ciel salio: 
Oggi per te su i vanni del perdono 
Scende la pace dal superno trono. 

Salve ! E se nel divino eterno arcano 

Egli é scritto che il pianto è il tuo retaggio. 
Se l'opra a riscattar de la tua mano 
Dèi col pianto lavare il nostro oltraggio 



Deh! non torni o Signor, quel pianto vano 
Ne l'ora estrema del mortai viaggio 
Ma di quest'alma sia lavacro, e pegno 
De la gloria ineffabil del tuo regno. 

Beniamino C. Feuli. 



CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 



Dato termine a la Ferrovia di Civita Vecchia il 25 
di Marzo vi si recarono a Roma li pescatori per 
portare al S. Padre piti migliaja di libre di pesce. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

conapprovazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVA.N.M DE-ANGELI^ 

direttore-proprietario 



DistribuzioDe 9. 



16 Aprile 185 9 



Anno XX\I. 





CROCE DI S. MAKl.V DI PITINO TERRITORIO 01 SANSEVERINO. 

(L'articolo nel prossimo numero.) 



Brevi memorie dell'estinto Sacerdote romano D. Gia- 
como della Valle Prof, di eloquenza nel Seminario 



Romano. 



il giorno 



Le solemii esequie funerarie rendule 
«lei 31 Marzo nella Chiosa di S. Apolliiiarc al coni 
pianto sacerdote D. Giacomo della Valle, già profes- 



sore di eloquenza nel Seminario Romano , ne invi- 
tano a rammentare in rapidi cenni i grandi suoi me- 
riti che illustrarono il breve corso della preziosa 
sua vita. Ei ne par giusto per ogni riguardo que- 
sto pietoso ufficio; essendo clic quei Valenti che si 
resero chiari per virtù e dottrina, non solo procac- 
ciarono essi onore al loro secolo, ma offrono insieme 



6G 



L' A L B U M 



esempio imilabile ai posteri, fu questa schiera viene 
egli annoveralo diriltamenle per comune giudizio il 
della Valle. Il seminario romano lo accolse nella 
prifca età fra' suoi alunni, sotto la sua vigile ed ot- 
tima disciplina lo vide giovanetto far ampio tesoro 
di virtù e di scienza e negli anni più maturi offe- 
rir la sua vita nel santuario di Dio. Reso sacerdote 
r esempio delle sue Opere , il desiderio di esser 
giovevole ai prossimi , lo faceano riguardare a 
venerazione da tutti , e la opinione della sua dot- 
trina e del valor letterario gli schiuse la via a pro- 
cacciare i più copiosi fruiti nella istituzione di eletta 
gioventù romana. Venne egli chiamato nell'età fio- 
rente all'insegnamenlo della l'uianilà nel liceo del 
Seminario, dipoi promosso alla (ialledra di Retorica 
ove fu successore al celebrato Monsig. Laureani (*) 
grande splendore delle nostre Ialine lettere. Con 
(]uanta maestria d'ingegno assiduità di studi, mitezza 
(l'animo, con (|uanlo amore verso i suoi gio»aiii sco- 
lari compiesse il dillicilc incarico , il saiuio bene 
(juanti il conobbero , quanti l'ebbero a duce nella 
loro letteraria |)aleslra, e ne lamentano dolorosamente 
la morte. Aveva egli in alto grado racconcio modo 
dell'aprire a suoi discepoli le inlime bellezze dei 
classici del Lazio, intanto che li guidava (juasi per 
mano e insensìbilmente a informare il gusto ed a 
lem|)rar!o alla squisita purezza, prima e rara dote 
dtll'insegnamenlo. A ciò aggiungeva lo scrupoloso 
dindio di nudrire a virlù gli animi loro , raddriz- 
zandone le male tendenze rafforzandone le buone , 
siccome colui che bene intendeva quella esser com- 
piuta istituzione la quale abbraccia in un tempo la 
mente ed il cuore. Fu di vantaggio ammirevole in 
lui, la diligente premura nell'adempimento di (|ue- 
sto suo ollìcio, il prudente giudizio, la diritta inten- 
zione dell'operare, la gravità dei modi composta a dol- 
cezza tanto, che gli scolari riverendolo, l'amavano come 
figliuoli; e allorché compiuto l'anno volgevano a più 
severe discipline la mite gravila dell'antico maestro 
addiveniva amorevolezza di Padre. Tenne egli per 
anni 25 il faticoso magistero, ed annoverato nel iSii 
tra i miiiulanli nella secreteria dei i)revi P.)nlifici, 
addoppiò alle fatiche la lena , non comportandogli 
l'animo di lasciare la pnbblica istituzione a cui 
I unico intendimento del bene altrui e della gloria 
divina lo confortava. Se non che la malsana salute 
affranta dai travagli, e più, un interno male che ne 
venia consumando le forzo, tre anni pria che mo- 
risse lo strinse a ritrarsi dal pubblico ammaeslra- 
mento , e nella violenza di acerbissimi dolori jìro- 
Iralta a limasi, Ira gli esempi più luminosi di cri- 
sliana pazienza, lo condusse a morte il giorno 9 del 
passato Febrajo nell'aiuio 49 dell'età sua. 

Una vita pur troppo breve, ma esemplarmente vir- 
tuosa, uon temerà ella l'obliamento degli uomini, fin- 
elio avranno onore al mondo la virtù e le arti lo- 
devoli. Conoscitore egregio di latinità il della Valle 
dettò orazioni ed epigrafi Ialine gran copia , assai 
commendale dai dotti : benelicentissimo, del suo pe- 
culio sostentava gli orfani suoi congiunti ; e fuvvi 



tempo che a gran suo disagio dovette dividere con 
essi il tenuissimo frutto di sue fatiche. Fu leale e 
sincero nell'animo, fidalo e verace nei consigli, spec- 
chio di modestia nella sua dottrina , e sopratutto 
si fervido nell^ pietà cristiana che parca gustare in 
essa le più soavi dolcezze dello spirilo. Questi pregi 
nobilissimi gli meritarono hi vita grande amore ed 
estimazione presso tutti, e fecero che della sua fine 
fosse comune , a quanti l'ebbero a conoscente ad 
amico a maestro, il dolore. Le amorevoli cure degli 
amici ottennero che la sua spoglia mortale venisse 
onorevolmente deposta nell' ipogeo di s. Apollinare. 
I Professori del Seminario Romano e gli antichi di- 
scepoli , ad onorare con ispeciali dimostrazioni la 
memoria ed i meriti suoi, gli rinnovarono del proprio 
con solennità di funebre pompa l'esequie, ed ancora 
con privali suffragi , ne vollero raccommandato lo 
spirito a Lui, che del ben fare largamenle in cielo 
rende merito ai buoni. In lale occasione si leggeva 
su la porla del tempio di S. Apollinare la seguente 
iscrizione dettata dal Uev. D. Carlo Nocella Prof. 
nello stesso seminario. 

A ^ Q. 

lacobo . De . \ alle . Sac . Lr.b . 

A . Brevil) , Liei . conficicndis . Sacraliss . Principis 

In . Lijc . N . Rhetori . Praestantisi. 

Cujus . Exiinia . Virtus . Et . Duccndi . Laus 

Puhlico . Judicio . Confirmata Est 

Doctorei . Dee . Cum . Vclerib . Auditor 

Fu Iter uni . Sol e muta . B . 31. 

Aere . Conlato 

Oh vale anima diletta cui Iddio ha raccolto nella 
sua pace ! K sacra la tua memoria, ù dolce ai pie- 
tosi cuori il tuo nome, e a chi sene fregia onore- 
vole e chiaro. I tuoi discepoli li ricorderanno a ri- 
conoscenza, i sacerdoti romani ad esempio, i colle- 
ghi a vivo e caro desiderio. Gli amici tuoi dolentis- 
simi scolpiranno in breve sul tuo sepolcro l'elogio 
verace delle tue virtù a conforto del loro dolore a 
perenne ricordanza dei tuoi meriti, ad esempio il- 
lustre dei più tardi ncpoli. d. L- 

(*) Pel ritratto e la biografut. V. Album An. XXll, 
pag. 3G5 e 375. 

PITTURA IN TAVOLA DEL SECOLO XV IN CAMERI.NO 

Nella piccola tavola che prendo a descrivere si 
rappresentò dal pittore la discesa del Divin Pera- 
cielo sopra gli Apostoli. Questo fatto di nostra au- 
gusta Religione venne rappresentato sotto un log- 
giato composto di qual'ro archi, dove si salisce per 
due gradini di pietre bianche e rossiccie di forma 
rettangola , e l'una posta sotto l'altra II prospetto 
della loggia, ossia le colonne, gli archi, il cornicione 
ed il parapetto del primo arco a sinistra di chi os- 
serva questa- pittura sono di marmo bianco. Le co- 
lonne sono rotondo, e plutlosto esili ; le basi for- 



L A L B L M 



67 



mate da un plinto e da due tori ; i capilulli di or- 
dine ionico , gli archi sono di tutto sesto guarniti 
in giro nella fronte da fasci di foglie di acanto. Nei 
sopradossi lasciò il pittore una ghirlanda di foglie 
verdi con una conchiglia aperta di color sangue 
drago nei centro. 11 cornicione è guarnito in cima 
da foglie pur di acanto rivolle all'insù, e nella fa- 
scia da una lista di mezzi ovoli. Tutto é toccato a 
chiaroscuro, quasi per dimostrare che è rilevato. Si 
vedono nell'interno del portico le vele di ciascuna 
loggia tinte di turchino, mentre il muro in fondo è 
di colore oscuro. Il pavimento é di pietre rettangole 
quali negre , quali di color carne simmetricamente 
disposte l'una contro l'altra. Le due colonne del- 
l'arco, dove è il prospetto , sono fasciale da doppi 
cerchi in giro nell'altezza di un terzo di esse dal 
pavimento, talché sembrano quattro colonne, due so- 
pra le altre , e quei cerchi servono di hasc per la 
colonna di sopra, e di capitello per quella di sotto. 
Ai livello dei cerchi termina il parapetto , che è 
scorniciato di sopra e di sotto con un rosone nel 
mezzo contornato da una ghirlanda, dalla qualj par- 
tono quattro fettucce arricciate. 

Li Apostoli sono tutti seduti, e posano i piedi so- 
pra una pradella di marmo bianco. Sotto l'arco che 
ha il parapetto, e che è il primo a sinistra di chi 
osserva questa pittura , ne stanno quattro collocati 
gli uni contro gli altri, ragionando forse del prodi- 
gio. Il primo ha la barba ed i capelli castagni, porla 
la veste rossa ciliegio ed un manto color dante, che 
gli cala dalla spalla sinistra ; tiene gli occhi bassi, 
e la mano dritta tutta aperta innanzi al petto. Il 
secondo è calvo con pochi capelli e corta barba della 
bianchezza della neve : ha una veste verde oscuro, 
ed è piegalo col capo verso 1' Apostolo dianzi de- 
scritto, forse per meglio sentire, toccandolo legger- 
maule con la destra. Il terzo ha una folla e lunga 
capillicra riccia di color castagno e poca barba, la 
veste rosso ciliegio, e il manto verde oscuro, che le 
attornia i fianchi. La quarta figura è di giovane im- 
herbe con capelli castagni, che indossa la veste verde 
cupo piuttosto scollala , ed il manto rosso che gli 
cala giù dalla s[)alla sinistra. Tiene le mani piegate. 
Di queste due ultime figure che guardano in allo 
non si veggono i visi, che sono rivolti verso i due 
primi Apostoli ora descritti. 

Dietro la colonna che divide la prima loggia dalla 
seconda collocò il pittore un'Apostolo, per lo che 
non si vede alTallo il sembiante, ma il solo nimbo 
doralo. E lutto ammantalo di bianco, e tiene nella 
destra un coltello. 

Sotto il secondo arco stanno due Apostoli, l'uno 
assai vecchio con lunga barba e grandi liste, e con 
pochi capelli canuti, coperto in tutta la persona da 
\in manto verde molto accollalo : Posa la sinistra so- 
pra il proprio ginocchio, e tiene colla destra un li- 
bro foderato rosso. L'altro assai giovane, affatto im- 
berbe , che lo crederesti una donna , ha i capelli 
biondi divisi a mezzo sopra la fronte, la veste ver- 
dina, e il manto color sangue di drago foderato bianco 



É rivolto verso il cielo, e tiene le mani piegate in- 
nanzi il petto. Di questa sola figura vcggonsi i 
piedi. 

Nel terzo arco si osserva S. Pietro con capelli e 
barba corta e bianca, la cui tunica è verde oscuro, 
ed il manto giallognolo cangiante : Tiene anch'esso 
le mani piegate, e con il braccio sinistro stringe al 
petto le mistiche chiavi. L'altro Apostolo é giova- 
nissimo con capelli castagni scrinati, che gli calano 
sopra le orecchie : la sua veste é verdina ed il manto 
rosso porpora foderalo bianco. Guarda in allo e tiene 
le mani innanzi al petto mostrandone le palme. 

Nell'arco ultimo veggonsi i rimanenti tre Apostoli 
a cerchio, come in atto di discorrere fra loro. Uno 
di essi è vecchio con ricca capellatura bianca a 
grandi masse, e con barba pur bianca sparpagliata. 
La veste di colore rosso porpora è succinta , ed il 
manto verde gli cala giù dalle due spalle : tiene la 
sinistra aperta vicino al mento come in atto di ac- 
compagnare la parola col gesto , e stringe con la 
dritta una crocetta di oro. L'Apostolo che gli è vi- 
cino ha la barba, e i capelli castagni, la veste verde 
e il manto rosso porpora. Guarda egli fisso il Santo 
vecchio , che con attenzione lo ascolta , e posa le 
mani sopra le proprie ginocchia. La figura che ri- 
mane a descriversi sembra che si appoggi con la 
spalla sinistra sull' ultima colonna di questo porti- 
co : la tunica di lui è verdina ed il manto giallo- 
gnolo simile a quello di S. Pietro. Sta rivolto in 
alto col viso e con gli occhi : tiene le braccia in- 
crociate , e con la mano dritta stringe il bordone. 

Oltre che i volli possono dirsi allreltanle minia- 
ture, è impresso in essi un non so che di divinità 
e di celeste. Naturale è il partito delle pieghe in 
tutte le figure. Le fogge del vestire convengono ai 
tempi in cui vissero gli Apostoli, di tuniche, e manti 
soltanto le cui pieghe secondano a meraviglia l'an- 
damenlo del sottoposto nudo. Sono veramente carat- 
terische le fisonomie dei quattro vecchi. Tutti hanno 
l'aureola dorata, ed altresì dorati sono i capitelli e 
le basi. Dall'alto del portico e dal centro partono 
molli raggi di fuoco che vanno a formare vivide 
fiammelle sopra le leste degli Apostoli. 

E pur da notarsi, che con poche tinte verdi, rosse, 
giallognole e bianche riusci maravigliosamente a di- 
pingere un quadrello di beli' effetto con dodici fi- 
gure in tutta persona. 

L'altezza di questo portico compresi i due gra- 
dini, per i quali vi si salisce, è di centimetri tren- 
totto sopra cinquantotto. 

Questa laTolelta venne segala nei due lati oppo- 
sti, per lo che si può rilevare che appartenesse ad 
un quadro o ad un finimento di un quadro grande, 
e non si manifesta segno che sia stala recisa nella 
parte superiore od inferiore. Nell'cstjrgo si conosce 
che la tavoletta era unita con una spranga di ferro 
ad altra tavola. Quel che è certo si è che il dipin- 
to, tanto al lato dritto, quanto al sinistro del por- 
tico continuava, perchè se ne veggono le tracce. Lo 
trovai conservato e non bisognevole.di alcun restauro. 



68 



L' A L B U M 



Era esposta fino a questi ultimi tempi dentro la 
piccola Chiesa dedicata a S. Silvestro nella città di 
Camerino, ma nel dubbio cbe potesse andare smar- 
rita o incorrere la ventura di essere venduta al- 
l'estero, siccome tant'allri oggetti di arte che deco- 
ravano le nostre province , quel zelantissimo Arci- 
vescovo Monsignore Fcli cissimo Salvini, che cortese 



com'è mi diede agio di poterla descrivere, volle che 
si portasse in deposilo nella propria residenza. 

Per una qualche cognizione che ho dei lavori 
usciti dal pennello di Niccolò da Fuligno , io lo 
giudico di sua mano, o certamente d'un suo emulo 
contemporaneo. 

Conte Severino Servami Collie. 




LA HINIEBA DI DIAMANTI DI CAP-TOWN IN INDIE. 



IL SOLE E LA MINIERA DI DIAMANTI 

I poeti hanno stancalo le rime per cantare le 
modeste viole che aborrono dal remore e dall' ap- 
pariscenza, e si nascondono nei prati per isfuggire 
agli occhi di chi le cerca. Questi fiori sono il sim- 
bolo perpetuo della virtù che si cela, e che spesso 
noi cerchiamo con molto studio e fatica senza però 
poterla trovare. Certo in queste poetiche allegorie 
v'ha molto di esagerato, in ispecie a Parigi ove co- 
loro che vendon viole fanno impaccio per le vie ai 
passeggieri. Se la virtù si nascondesse cosi malamente 



come fan le viole, gli uomini d'ingegno scoperti con 
facilità, si affollerebbero sulle porle de' librai, ed im- 
pedirebbero r entrata a coloro che si recano per 
comperare le loro opere. I nostri poeti avrebbero 
avuto senza fallo migliore spirazionc se come sim- 
bolo della virtù avessero additato il diamante ; ma 
fa d'uopo scusarli perchè essi hanno più confidenza 
con le viole di Meudon che con i diamanti del Mi- 
sapour, e lutti siamo ispirati dalle cose che abbiamo 
fra mani. 

Da che fu fatta la scoperta dei diamanti, solo cin- 
que se ne conoscono d'altissimo pregio ; vedete dun- 



L* A L B U M 



G9 



quc quanla fatica si ha dovuto durare per trovare 
queste cinque maraviglie, e pensate quanti canestri 
di viole si sono empiuti dal naturalista Plinio in- 
sin qui. Questi impareggiabili diamanlisono quello del 
Badjali di Borneo, quello d'Aureng-Zeb, quelli de- 
gl'imperadori di Russia e d'Austria, e infine l'eccel- 
lentissimo fra tutti il famoso Reggente. Intanto con 
mollo stento si sono anche scoperti cinque poeti 
creatori; Virgilio, Omero, Sofocle, Euripide e Shake- 
speare. (Qui, come già ce lo aspettavamo, 1' autore 
dell'articolo da buon francese dimentica di nomi- 
nare quello scolaretto di Dante). Il sole si è affac- 
cendato alla maledetta per regalarci queste dieci 
gioie, uè ce ne darà di vantaggio poiché gii astro- 
nomi han provato ch'egli non è ; cosa per disgrazia 
veri.'fsiraa , ma non tutte le verità deggiono dirsi , 
massime poi al cospetto dei sole il quale inventerà 
un qualche flagello per vendicarsi. Oimè : un am- 
masso di nuvole fosforescenti rischiara il solo tene- 
broso e rischiara ancor noi ! Bisognerebbe spezzare 
il telescopio di Herschel che ci ha rivelalo un così 
doloroso segreto ! 

V'ha un tribunale di appello astronomico all'os- 
servatorio del Capo di Buona Speranza ove gli amici 
del sole han tentato di fare annullare la sentenza 
data da' nemici di lui. La causa è siala aggiornata 
ad un mese a cagione della slagion delle pioggie ; 
e quando questo povero sole indiano è riapparso sulla 
cima della montagna di Cap-Town, il più gagliardo 
de' telescopi si è appuntato sull'astro, e lo ha fatto 
tosto sparire nel fondo d'un carico azzurro. Non vi 
è sole ! han gridato i giudici : quella cosa rotonda 
che noi vediamo è una larva fallace ; ben dice il 
signor Leverlricr che vi sono pianeti, ma non v"è 
sole. — Questa notizia ha risalilo pel golfo Arabico, 
e traversando le antiche terre dei Caldei, è giunta 
a' Persiani adoratori del sole fin da' tempi di Belo : 
tutti i fedeli Parsis hanno allibito. Essi ad ogni patto 
non vogliono adorare nuvole fosforescenti perchè la 
sarebbe una per loro vituperosa eresia ; onde a Sira 
sulle sponde del golfo Persico si è adunalo un conci- 
liabolo, e la sentenza del Capo di Buona Speranza e 
dell'empio telescopio d'Herschel è stalo dannata. 



Conlinua 



{dal Monde Illustre) 



SCI RESTAURI E NOVELLE DECORAZIOM 

DELLA CHIESA DI S. GREGORIO A 

PO.NTE QUATTRO CAPI 

Fra le molte chiese, che furono di recente re- 
staurate , e che meritano un onorevoi menzione , 
avvi quella di s. Gregorio presso ponte fabricio , 
oggidì dello de' quattro capi. 

Codesta chiesuola, eh' era anticanienle parrocchia, 
nel 1729 dalla sa: me: di Benedetto XIV venne falla 
ricostruire dappresso disegno dell'archiletlo Filippo 
Barigioni. Fuvvi allora eretta una Congregazione 



sotto il titolo della divina pietà. La quale a mezzo di 
un Promotore e di alcuni Deputati ne amministrasse 
le readite, e s'avesse per iscopo di erogare in sus- 
sidii a' bisognosi quel tanto che le avanzasse dalle 
spese ordinarie del culto e della manuletizioiie di 
quel tempio: istituto, che tuttora si conserva sulle 
basi medesime, con cui venne impiantalo. 

Tra che però fin da parecchi anni la volta di quel 
la chiesa minacciava rovina , tra che il pavimento 
e le pareti della medesima reclamavano non pochi 
restauri; i zelanti reggitori di quella Congregazione 
divisaron non solo di risarcirla , ma di adornarla 
tutta da cima a fondo predisponendo a tal uopo una 
conveniente somma sulle rendile da essi amministrate. 
Dopo aver dunque tra lor consenlilo in (|ual modo 
far .si potesse il meglio e con ben intesa economia, 
commisero il disegno e la direzione dello scomparlo 
decorativo si della volta, si dell'intero tem[)io al pit- 
tore storico Giuseppe Sereni da Spoleto; artista che. 
per allri lavori eseguiti a fresco e ad olio in que- 
sta stessa Città ha già dato non dubbie [irove di molla 
perizia nell'arie sua. 

Questi difatlo immediatamente si accinse all'im- 
presa, e postavi mano nel 1857, a capo circa ad 
un anno e mezzo ebbe tutto condotto a fine in modo 
da soddisfare i coinmiltenti, e da appagare il pub- 
blico e gli amatori dell' arti. Imperocché tanto pel 
restauro della volta, quanto pel lavoro delle scaiolc, 
per le modinature degli stucchi e per ogni altro 
ornamento ne fé risultare un bell'assieme armonioso, 
improntato da quella purezza e severità di siile che 
unicamente si addice alla maestà del santuario, ma 
che pur sì di rado rinviensi in altrettali moderne 
decorazioni. 

Lodato fu poi sì pel concetto religioso, si per una 
tal quale disposizione di tinte vaghe e armoniose il 
quadro a fresco, che il Sereni dipinse sulla volta di 
forma ellittica rappresentante 1' Assunta. Dacché si 
scorge la B. Vergine nelle celesti sue sembianze, che 
assorta in estatico rapimento ascende al più puro 
sereno de' cieli con due begli angioli che le stanno 
dappresso, uno de' quali suonando il timpano e l'al- 
tro il cembalo simboleggiano la melodia delle superne 
regioni: mentre un vago drappello d'altri alati put- 
lini, che inlorno intorno le fanno corona, addimo- 
strano quella gioja di cui sono partecipi e bella- 
menle chiudono la composizione del quadro. Com- 
mendevoli son pure i quattro putti che il Sereni 
stósso dipinse a fresco ai pennacchi della volta in fon- 
do niorellone, i quali con tabelle ed epigrafi allusile 
alla Vergine inirabilnicnle armonizzano col quadro 
superiore, e con tulio il rinianenle della decorazione 
del tempio. 

II solo affresco sulla lunetta dell' aitar maggiore 
rappresentante l'eterno Padre fu eseguilo dal pittore 
xMessandro Marini romano giovane di bella fama: il 
quale difalti improntò quella figura con quello spi- 
rito e con quel genio, che segnala un artista. 

Bastino queste semplici parole ad accennare il giu- 
dizio , che fu quasi universalmente pronunzialo in 



70 



L' A L B U M 



ordine ai restauri e alle decorazioni di quella cbicsa: 
giudizio, che, mi conforto, di veder anco confermato 
in iscritto da un valente perito dell'arte che fu chia- 
mato ad esternarne coscienziosamente il suo voto. 

Alessandro Marchetti. 



IL PASSAGGIO AL SUD OVEST 
OSSIA lERDINA.NDO DI MAGELLANO 

{V. pag. 36.) 

Degno di succedere al portoghese Gama fu l'altro 
suo concittadino, intrepido si ma giustamente sfor- 
tunato Megellaa: egli per primo fece il viaggio in- 
torno al mondo, e dimostrò ai naviganti, che si poteva 
giungere all'Asia verso l'occidente, girando al Sud 
il continente americano. 

Ferdinando Magalhaens in portoghese , Maval- 
lanes in spaglinolo , o Ma>agliancs , secondo Piga- 
fetta suo compagno e cronista, e Magcilan secondo 
la pronunzia francese e italiana parti ai 11) di ago- 
sto 1519 per discendere al liumc Beti oggi Guadal- 
quivir con cinque vascelli, tran essi la Trinità , 
la Concezione , San Giacomo , sani' Antonio , la 
Vittoria , con 237 uomini di equipaggio , nella 
maggior parte spagnuoli, portoghesi, liamminghi, e 
fra cui si trovavano francesi pur anco di varie pro- 
vincia. Parti egli celando il suo vasto progetto anco 
a'suoi camerati, e giustamente, imperocché le navi 
sopraddette, eccettuata la sua, erano comandate da 
quattro spagnuoli, gelosi della gloria portoghese, suoi 
rivali, e quasi suoi stessi nemici. 

La squadra il 27 di settembre lasciò san Lucar, 
dopo avere chiamato Iddio in soccorso della spedi- 
zione, e lasciale a terra tutte le donne, jconciosiachè 
andava scorrendo all'azzardo l'oceano al sud-ovest. 

Magellano vogava per primo ««//a Trinità, iio\c- 
van lutti seguirlo, i segnali di rannodameiilo, di ma- 
novra, si davano per mezzo di fuochi di maggiore 
o minore ombra, uno di essi chiamato il faro bril- 
lava regolarmente ogni notte dalla sua poppa. 

Si fece acqua e legna a TenerilTa, una delle Ca- 
narie; .si costeggiarono le montuose sponde dell'Africa 
visitate già da Cintra ; quivi per una calma di circa 
venti giorni uno de' capitani spagnuoli, Cartasena, 
avendo inutilmente tentato di sapere, ove anilava , 
insorse contro il Capitan generale, che fu obbligato 
di farlo schiavo. Impetuosi venti solViavano senza far 
molti guasti ; le scorte de' pesci cani attirano lo 
sguardo dei marinari : la tempesta si scatena : la fi- 
ducia è mantenuta dall'apparizione di alcune fiam- 
melle (fuoco sant'Elmo): una di queste, bellissime e 
graziose durò per lo spazio di due ore nella punta del 
grande albero. Ecco grande moltitudine di uccelli, 
di cui gli europei si maravigliano, chi senza coda, 
dice lo storico, chi senza zani|)e, chi come il cigno 
portava sopra le ale i figliuoli, chi faceva credere 



una coja, chi un'altra. Di già si è veduta la costa 
del Brasile,! cui pacifici abitatori neri e nudi ras- 
somigliavano ai marinari del fiume stige. 

I nostri esploratori passarono due mesi della cat- 
tiva stagione all' imboccatura del Rio della Piala , 
e conobbero i Patagoni, uomini di alta statura, ben- 
ché assai esagerati dai viaggiatori, ivi .Magcilan com- 
mise un primo delitto. Con tradimento senza pietà, 
non curando il pianto delle donne, prese due di questi 
pacifici, ospitalieri, e creduli uomini gl'incalena, li j 
porta via, s|)eraiKlo di farli vedere ail'liuropa. Questa 
scellcraggine mise in orrore il cristianesimo fra que' 
selvaggi; i <|unli per tale motivo insorti uccisero un 
com|)agno di Magellan con una freccia avvelenata 
gridando Seteòos, grande parola diabolica. 

Cinque mesi si trattennero nel porlo di san Giu- 
liano, ed in questo tempo si ordì una cospirazione 
dai quattro spagnuoli conlro il capitan generale. Un 
fu squartato, uno decollalo, un terzo, cui Megellan 
aveva perdonalo, avendo di nuovo cospirato, fu la- 
sciato con un suo complice in quelle spiaggie de- 
serte, ove fu poi raccolto da Estcvano Gomez, quando 
vilmente abbandonò la S(|uadra col sani' Antonio per 
tornare in Ispagna, ripetendo il già fallo camino. 

Kicominciato il viaggio un vascello, il san Gia- 
como, ruppe fra gli scogli : l'equipaggio si salvò. Fu 
piantata una croce su di una montagna, cui si diede 
il nome di .Monte Cristo. Volendo risalire un fiume 
furon sorpresi da fierissinio vento : ma Iddio , e i 
segnali di fuoco, dice lo storico, ne li salvarono. 

Discendendo sempre trovasi un canale, che in me- 
moria della sua scoperta si chiama lo stretto delle 
undici mila Vergini, vale a dire l'ingresso del pas- 
saggio, che Magellano chiamò lo stretto de' Patatjoni 
ma che la posterità rendendogli il proprio suo nome 
chiamerà lo stretto di Magcilan. È lungo HO leghe 
marittime, e largo in vario modo la più grande è di 
quattro e la più piccola di una mezza lega, è cir- 
condato da alle montagne piene di neve, e di grandi 
alberi altcrrati dalle tempeste. 

II capitano l'esplorò con due vascelli lasciando i 
due altri all'ingresso, vi scopri varie gole con baie 
più larghe, traversò le penisole fra le quali serite;.' 
giano. Sono le terre dell'arcipelago, che porta aneli, 
oggidì il nome di Megellan. Neil' assenza del capi- 
tano il Sani' Antonio comandato da (ìomez felice- 
mente fuggi, e ritornando nelle Spagne si portò vi.i 
uno de' due Patagoni detti di sopra . il (|uale mori 
di caldo nel traversare la linea equinoziale. 

Finalmente l'uscila occidentale é scoperta, il di- 
staccamento con grande gioia ritorna a cercare il 
rimanente della squadra , che non era se non una 
sola nave per tornare trionfante nell'altr'oceano, che 
Magellano chiamò mare pacifico, in memoria delle ac- 
que placide e de' dolci venti che lo condussero a 
traverso le immense solitudini degli arcipelaghi delle 
porle dell'Asia. 

Non vi è migliore stretto di queslo. Ogni mezza 
lega vi si trova un porto sicuro, acqua eccellente, 
legna di cedro, abbondanza di frutti di mare ; erbe 



L' A L li U Ai 



71 



di cui alcune amare, altre buone a mangiare ; fra 
!e altre una specie di Oppio dolce, e di cui si nu- 
drirono. 

Si potrebbe da questa descrizione concludere, che 
la navigazione del sinuoso stretto magellanico sa- 
rebbe facile , se i venti e le correnti non fossero 
stale cattive, non vi si rincontrassero turbini in di- 
versi sensi, ed anche oggidì non si passa se non dopo 
molto tempo e con grande pericolo. Il perchè si pre- 
ferisce il capo ^ Ilorn. 

Durante il passaggio di questo stretto, dice Figa- . 
fetta, trattenevano il meglio che poteasi, il gigante 
palageno, ch'era nel vascello , e con una specie di 
pantomima gli dimandavano il nome in palagono 
di più cose , sicché vennesi a formare un pic- 
colo vocabolario pelagono. Si era avvezzalo si bene, 
che appena vedeva prendere la penna e la carta 
cominciava a nominar gli oggetti, che gli venivan 
d'innanzi e le operazio.ii che vedeva fare. Insegnò 
il modo come si accendeva il fuoco nel suo paese, 
vale a dire stropicciando un pezzo di legno puntalo 
con un altro finché il fuoco si attaccava ad una 
specie di scorza di albero, che si colloca fra i due 
pezzi di legno. Un giorno gli mostrai la croce, e la 
baciò ; mi fece capire co'suoi gesti che Setcbos mi 
entrerebbe in corpo e mi ucciderebbe. Quando si 
vide al termine della sua malattia, dimandò la croce 
la baciò, e ci pregò di farlo battezzare, il che ese- 
guimmo ponendogli il nome di Paolo. 

Entrando nel grande oceano i navigatori videro 
la curiosa caccia data ai pesci volanti (trigla volì- 
tans di /,(n?ìeo) orate dagli albicori e dai pesci ma- 
rini : i primi fuggono nell' aria come fulmini , 
ricadono, fuggono di nuovo, si stancano, e finalmente 
sono presi dai loro nemici , che guidali dalla loro 
ombra non ne perdono la traccia. Nuove avventure 
si ebbero navigando quegl'immcnsi spazi, che ci si 
aprivano innanzi al nord e all'occidente. 

I navigatori lasciarono la terra a sinistra, e po- 
levan credere che questa terra continuasse senza 
line al polo antartico. Se lo credevano s'ingannava- 
no, poiché essa é un'isola, l'isole disila terra del fuoco 
seguita al sud da altre isole, di cui una la terra de- 
gli Stali forma un secondo stretto, cui Lemaire diede 
più tardi il suo nome, e di cui l'altra presenta al- 
l'oceano polare del sud il capo Horn, divenuto so- 
migliante al capo di buona Speranza pe' lunghi vi- 
aggi di questa parte del globo. 

Questa terra del fuoco , così chiamata, perchè i 
compagni di Magellano, mentre la costeggiavano 
lungo lo stretto vi scopersero fuochi e fumo che 
uscivano dalle foreste dell'orizonte , non fu se non 
])oco conosciuta dagli ultimi viaggitori Bougainville, 
King, Cook, e Duuiont - D' Urville; e quando Bou- 
chesne - Govin vi fu spedilo con abili ingegneri nel 
1699 da Luigi XIV e ne diede piena notizia, come 
quelle date poi dagli ultimi viaggiatori: la sua relazio- 
ne però per combinazioni politiche era rimasta ignota. 
Vi aveva veduto, come questi, i deboli Caraibi o Fre- 
gieiis , chiamali pure Pecherais ed altrimenti , cosi 



miserabili, dosi degradati, come gl'indigeni dell'Au- 
stralia. Nondimeno avevano l'industria delle barche, 
il che non avevano i palagoni, benché inlìnitamente 
superiori ad essi per costituzione, forza, misura ed 
intelligenza. Non pare che abbiano progredito in al- 
cuna cosa, come per esempio mai abbiano avute l'idea 
di coltivare la terra. Si pensa che a giorni nostri si 
troverebbero a somiglievoli a (jucllo stato in cui li 
trovò l'equipaggio della Trinità : eppure sono pas- 
sali 350 anni , se non si fosse gitlato uno sguardo 
dai viaggiatori sulle loro nude roccie e sulle loro 
vergini foreste. 

Ma chi troverà il capo di Horn, ogni giorno più 
frequentato , finché non sia taglialo l'ismo del Pa- 
nama ? 11 viaggiatore inglese Drake, che 00 anni dopo 
Magellano tornando per primo a visitare quello'stretlo 
discese alla sinistra, e dopo averlo passalo pervenne 
a quella punta, così oggi chiamala, per ritornare in- 
dietro e .salire verso il nord del mare pacifico. 

Lemaire viaggiatore olandese, uno de'più celebri, 
andando pur esso quarantanni dopo per queste re- 
gioni trovò dalla parte dell'Atlantico, l'altro stretto. 
Dopo di lui vennero i moderni viaggiatori, che fe- 
cero del capo di Horn il punto del riposo occiden- 
tale de grandi viaggi d'intorno al mondo : finalmente 
gli Americani del nord ne fecero un regolare pas- 
saggio nella loro nautica circolazione dall'est all'ovest 
dell'immenso territorio della loro confederazione. 

Magellano adunque ritrovò il passaggio , eh' egli 
cercava da un oceano all'altro. Ma avendo condotto 
con rapida navigazione la fortunata squadra fino al- 
l'ingresso di que' vasti mari, che separano la punta 
sud americana dalla punta sud africana , e le cui 
coste formano il giro delle tre più grandi parti del 
mondo , è mestieri di qui dar fine al nostro rac- 
conto. 

{da la Science povr Tous). 



IACOPO E ADELE 
RACCOiyTO (*) 

IX. 

// Giuntatore. 

Alfredo figliuol di un povero artigiano, usava a 
certe scuole gratuite del popolo dirette da un reli- 
gioso Istituto assai benemerito della Chiesa e della 
società. Mostrando un ingegno pronto e sveglialo, i 
suoi istitutori lo coltivavano con amore; e sebbene 
scorgessero svilupparsi in lui i semi di una capar- 
bietà e di un orgoglio smisurati, il temperavano ac- 
conciamente per farne un onesto cittadino. Avvenne 
però un giorno, che per non so quale occasione pòr- 
tagli da un condiscepolo, il giovincello stizzoso gli 

(*) V. Album, pag. 62. 



72 



L' A L B U M 



scagliò contro un colpo di temperino; di che sfio- 
ratagli lievemente la pelle, apparve sangue. Per la 
quale azione inonesta punito come conveniasi, fu pri- 
vato eziandio del primo premio nell'arte del bello 
scrivere (la grande scienza onde va pettoruta e gon- 
fia la odierna gioventù). Il baldanzoso anziché rico- 
noscere il torto suo ed umiliarsi, cominciò sparlare 
de'benevoli suoi maestri, e non volle più sapere di 
tornare alla scuola; sostenuto in ciò da'deboli geni- 
tori, i quali quinci a parecchi anni ebbero a pen- 
tirsi della loro stolla condiscendenza. 

Ma con qiial prò; s'eglino stessi furono la cagio- 
ne, sebbene involontaria, del traviamento di codesto 
figliuolo? Non altrimenti che certi genitori de'nostri 
di, i quali non altro san fare che careggiarli que'fi- 
gli amabili, blandirne i difelli, scusameli e difen- 
derli — Eh si sa, dicono aggrottando le ciglia e coi'- 
rugando la fronte ; sì sa; egli si deve andare pian 
pianino colla gioventù odierna. Eh non sianj [)iù ai 
tempi del codino; hanno aperto gli- occhi i mucini: 
la vita s'è raccorciala ora; l'ingegno adunque e lo 
spirilo sviluppano precocemente. Che >olele ? son 
ragazzi; han fuoco nelle vene — e \a discorrendo. 
Bene sta : genitori imbecilli ve ne avvedrete a di- 
ciolt'anni ! . . . 

Uscito delle scuòle, non sapendo egli onde trarre 
il suo alimento, ne [tolendolo sperare da'parenli che 
poverissimi erano, pensò Irar partilo da'gravi slu- 
dii. E diffalli portando a zonzo i suoi Sagi/i di ca- 
ratteri, ebbe di molli rcgaluzzi, lra'(|iiali il più im- 
portante un posto di amanuense neiraniininisira/ioiic 
d'una ragguardevole casa religiosa. Oui\i ebbe im- 
piego e pane setl'auni; dopo il qual tempo fu licen- 
zialo per essere ridivenulo arrogante , ^^ per aver 
mostralo di non procedere gran fallo nella cognizio- 
ne de'libri ammìnislralivi. 

Tornalo Alfredo di l»el nuovo in balia di sé , e 
poco o nulla traendo da istanze e memoriali qui e 
ììì umiliali , volse l'animo alla musica ; ed in poco 
tempo apprese a suonare mediocremente un islru- 
menlo da fiato. Eccoli adun(|ue un ragioniere (co- 
m'egli diceasi) trasformalo in sonatore; di che l'avre- 
sti udito pifferare in casa tulio il dì, e pifferar la nel- 
le in lealro. Ma che ? annoiatosi di quella vita me- 
schina, tentar volle la sorte. 

Componendosi a pietà e divozione (che nell'arie 
del fingere e simulare era più che novizzo) si fé dat- 
torno ad un pio ecclesiastico mollo influente, com'oggi 
direbbesi; il quale mossosi a compassione di lui, l'oc- 
cupò in una ofiicina di mercadanle. Cominciò la nuova 
industria Alfredo, col massimo impegno ed allivilà; 
sì che il mereiaio ne fn soddisfattissimo. Avvenne 
però che dovendo egli uscir di patria per non so 
quali negozii, lasciò il fido giovine a far sue veci. 
E con quanto senno il facesse sei seppe quel dab- 
bene, il quale ritornalo in palria, dovè dargli buona 
licenza; che ebbe fallagli una discreta lacuna nello 
scrigno e nelle scancie delle merci. 

Il lettore s'avviserà che il furfanlello né manco 
zittisse della licenza datagli; anzi fosse beu pago ad 



aver pagata la furfanteria a si modico prezzo; ina 
egli s'inganna a parlilo. Ne giunse tanl'ollre la tra- 
cotanza che ne piatì ai tribunali, a titolo di diffa- 
mazione. Ma buon per lui che anche in codesta 
brutta faccenda si pose a paciere un D. Paolo ot- 
timo pievano; altrimenti ... Di che il buon cri- 
stiano del mercatante perdette merci e quattrini, e 
il traforello guadagnò il mollo toltogli. 
( Continua) 

Emm. Marini. 



CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Siamo vicini a la bella stagione dei fori gradila da 
tutti e pili da chi se la va a passare in campagna. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLK ARTI 

con approvazione 



pia: 



DIREZIONE DEL GIOR.NALE 

za di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVAN.M DE-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione I . 



2 3 Aprile 1859 



Anno \\\l. 





S. BALBINA. 



Chiesa posta nel rione XII sulla punta del colle 
che domina le terme antoniane e che i moderni con- 
fondono coli'aventino, titolo cardinalizio, uffiziata dal 
capitolo Vaticano. Dicesi comunemente che col nome 
di S. Salvatore fosse edificata da S. Marco papa, ma 
non si hanno documenti sufficienti per appoggiare 
questa opinione : certo è che fu consacrala da S. 
Gregorio, e mentre non si ricorda nel famoso con- 
cilio romano tenuto da Simmaco, grave indizio che 
non esisteva ancora, in quello tenuto da S. Gregorio 



si trovano menzionati due preti del titolo di S. Bal- 
bina cioè Pietro e Placido. Leone III vi fece dei doni, 
come mostra il bibliotecario nella sua vita e ne re- 
staurò i tetti pariter etiam et sarta teda beatae Bal- 
binae martyris , quae jam peritura erant in me- 
lius restauravit. Continuò ad essere frequentata nei 
secoli susseguenti come mostrano parecchi monumenti 
ivi ancora esistenti. L' anno 1489 fu ristaurata di 
nuovo dal card. Marco Barbo nipote di Paolo II ve- 
scovo preneslino e patriarca di Aquileja come ap- 



74 



L' A L B U M 



parisce dalla epigrafe che ieggesi sopra una delle 
travi (( Marcus Barbus venelus cpis . praeiie . Card. 
S. Marci Palriarcha Aquile. an.D. M. CCCLXXXIX » 
Il Card. Arrigoni vi fece alcuni restauri l'anno 1600 
e la mise nello stalo attuale. Nuovi risarcimenti ebbe 
dalia Congregazione dei pii operai ivi messa nella 
fine dello slesso secolo da Innocenzo XII e che la 
ritenne durante il secolo passalo. Finalmente nel se- 
colo attuale fu di nuovo risarcita 1' anno lHV'ò e 
l'anno 18'25. La trilìuna fu dipinta a fresco da Ana- 
stasio Fonlebuoni, come si ha dal Baglioni p. 163. 
Il bassorilievo dell'altare a destra viene dalle grotte 
vaticane dove ornava l'altare cretto dal card. Pie- 
tro Barbo arciprete di S. Pietro e poscia papa col 
nome di Paolo II, lavoro di Mino da Fiesole. 

E degno d'osservazione per la storia dell'arte in 
questa chiesa il deposito di Stefano De Surdis Cap- 
pellano del Pa|)a, morlo circa l'anno 1300, opera di 
Giovanni figlio di mastro Cosma, artista che ha mollo 
lavorato in Honia vedendoci il suo nome nel sepol- 
cro di Guglielmo Duranti vescovo di Capo Slillari 
alla Minerva, morto l'anno 1*296, in quello di Cioii- 
zalvo vescovo di Albano a S Maria Maggiore morto 
l'anno 1290 ed in (jucslo : -t- lnhs . filììia . M/ii/n . 
Cosmali . fccil . Ime . opus . nel deposilo di S. .Maria 
Maggiore si qualifica per civis romanus {Nihby'^. 

Ora non vi sono più i Pii operai ; l'antico con- 
vento essendo rimasto abandonato , fu dal Sommo 
Pontefice Pio IX felicemente regnante , destinato a 
reclusione correzionale dei giovanetti iliscoli solto 
la direzione dei religiosi della misericordia, coadiu- 
vata eflicacemenle dallo zelo di Monsig. de Merode 
cui tanto debbono i reclusori! penilcnziarii per i 
miglioramenti introdotti a bene della moralità ed a 
conforlo dell'umanità sofferente. 

Coll'opera di questi detenuti, che la provvidenza 
del Governo è intento di migliorarne la condotta me- 
diante l'assiduità del lavoro, si eseguirono delle esca- 
vazioni in queste località i cui prodotti meritano l'at- 
tenzione degli archeologi. 

Togliamo quindi da una relazione del eh. cav. C. 
L. Visconti alcuni particolari riguardanti le escava- 
zioni medesimo come furono [lubblicate nel bollet- 
tino dell'istituto di corrispondenza archeologica. L'il- 
lustre ascheologo dopo aver dichiaralo il luogo della 
escavazioni e la sua antica topografia discendea parla- 
repiù particolarmente delle vestigia dell'edificio rido- 
nale alla luce « Fra (|ueslo probabilnienle il cali- 
ilario o ripocausto del bagno, come sembrano anche 
indicarlo varii pezzi di calorifori, inseriti già nelle 
pareti che or più non esistono » Frammenti di 
marmi nobili di musaici di stucchi dipinti si rin- 
vengono ad ogni trailo e fanno espressa testi(no- 
nianza dell'antica ricchezza dell'edilicio. La circostan- 
za perù che ha reso |)iù insigne siffatta scoperta è stato 
rcssersiestratli da coleste ruine non pochiavanzi delle 
pregievoli opere di scultura che doverono farne una 
volta il principale ornamento. Sono (piesli due busti 
quasiperfetlanicnle conservali, rappresentanti i riiratli 
di due fanciulli, che la simiglianza dei volti fa cono- 



scere per fratelli , e l'acconcialura dei capelli in- 
sieme colla semplice e franca maniera dell'artificio 
fanno assegnare ai tempi augustci. E parere del com- 
missario delle antichità il commend. P. E. Visconti, 
mio zio, che, istituito il confronto colle monete , si 
abbiano in quei ritratti a ravvisare le sembianze 
dei due nipoti di Augusto e suoi figli per adozione 
Cajo e Lucio Cesari, rapiti anzi tempo dalla morte 
alla destinata successione dell'impero ; il che ren- 
derebbe assai più preziosi quei riiratli già com- 
mendabili per la bontà dello stile ; i quali per la 
munificenza del regnante Sommo Pontefice sono già 
passati ad accrescere le ricchezze del Museo Vali- 
cano. E nove teste di statue di grandezza naturale, 
rappresentanti o soggetti mitologici o personaggi 
greci o romani ; fra le quali meritano specialmente 
ricordo una vaghissima testa di Cupido , ed una 
mollo bella di Esculapio ; non che un ritratto di 
Socrate , una testa abbozzata di Antonino Pio ; ed 
un' altra che tiene molla simiglianza coi lineamenti 
di Druso giuniore. Finalmente varii frammenti di 
un pxteale con soggetti dionisiaci, condotto in istile 
che si accosta all'arcaico forse per imitazione » 



EPIGHKFIÀ 



Qui riposa 

Angelica Monti 

Permana 

Morta in Civitavecchia 

il di 29 Marzo 1859 

in età di anni 48 

Fu moglie e madre 

Affettuosa vigilante piissima 

Erano sue piii gradite delizie 

l'orazione il ritiro e la famiglia 

Esempio bellissimo 

Che In donna cristiana 

Può ancora nel secolo 

Formarsi un chiostro della propria casa 

Per vivere appartata dal mondo 

Aclla benedizione 

Di Dio e dei congiunti 

A testimonio durevole di tanta virtù 

Questo marmo pose il suo desolato consorte 

Serafino Pelli 

Che torna sempre coi figli 

A ribaciarlo piangendo 

Serafino Prof. BAU. 



niBLIOGItAFIA 
Vili. 



La copia od il pregio do' vari opuscoli giuntici 
in dono novellamente ci sforzano a fare tosto pa- 
rola, ed a tessere un nuovo articolo bibliografico che. 



L' A L B U ftl 



13 



accennandone in breve il valore, sia come rendimculo 
di grazie a' valorosi autori che de' loro scrini ci vol- 
lero esser cortesi. 

E per prima porremo una lettera latina indirizzata 
dal Prof. Tommaso Vallanri al Prof. Celestino Ca- 
vedoni intorno una iscrizione votiva discoperta teste 
a La Eresse nel paese di Francia. Il nome del Val- 
lauri suona a ragione celebratissimo fra i viventi cul- 
tori della divina lingua del Lazio , e certo questa 
lettera ralTerma la grande opinione che si ha del va- 
lore di lui. Ti sarebbe difllcile il giudicare se in essa 
debba preferirsi la molta dottrina alla eleganza e 
limpidezza del dire che ti trasporta con mirabile e 
piacevole inganno a' tempi felici del secol d'oro d'Au- 
gusto ne' quali veramente questa epistola sembra det- 
tata. Uh egli è pur consolante il vedere , in tanto 
cadimento de' buoni studi, qualche egregio ingegno 
che tuttora si fa a sostenerli, e ci ridona per poco 
quell'aura della beati.'^sima antichità. 

Siamo debitori verso il sacerdote prof. D. Carlo 
Ferreri di Torino di due doni che abbiamo caris- 
simi. L' uno sono i Cenni storici di S. Massimo 
vescovo di Torino e scrittore assai celebre, a' quali 
cenni il chiaro autore fa seguire la versione di al- 
cune omelie , sermoni e trattali di quel sacro pa- 
store. Ognun vede di quanta importanza deve riu- 
scire a' lettori questo libretto il quale ci pone in- 
nanzi le memorie di si grande prelato, e ci espone 
i suoi scritti ripieni di quell' unzione di pietà che 
sempre traluce dalle opere de' santi. L' altro dono 
fattoci dal Ferreri è la Corona di fiori a Maria per 
onorarne il Concepimento ed il cuore santissimo. È 
questa una eletta raccolta di brevi poesie , di pie 
considerazioni disposte per tutti i giorni del mese 
di Maggio: alla fine d' ogni giorno è descritto con 
bel pensiero un pellegrinaggio ad uno de' più ce- 
lebri sanluarii del mondo dedicati alla vergine 

Umile ed alta più clic creatura, 

e per tal modo acquista chi legge una esatta e di- 
lettevole notizia di questi venerandi luoghi che la 
pietà de' nostri avi dedicò alla gran Donna. Non 
possiamo lodare abbastanza la tenerezza che questo 
libretto spira alle anime divole perchè dettato tutto 
con limpido stilo, e pieno di santi affetti che poten- 
temente ci muovono al bene e ci confortano fra le 
traversie della vita. 

Ci torna innanzi ancor questa volta il Prof. Ze- 
firino Re con un suo erudito ragionamento sui bio- 
grafi del Petrarca , de' quali passa in rassegna ben 
quaranta , tanti essendo coloro (cosa mirabile) che 
presero a favellare di quell'altissimo poeta onore sin- 
golarissimo d'Italia nostra. Questo lavoro del Re, è 
al solilo , assai dotto , e ben si palesa il profondo 
studio da lui fatto nelle opere e nella vita del li- 
rico sommo. Sulla line del suo libretto rientra il 
Re nella questione sulla nota Canzone di Messer Fran- 
cesco, Spirto gentil che quelle membra reggi, se cioè 
debba questa dirsi o no diretta a Cola di Rienzo 



onde il Petrarca fu ammiratore. Noi faremmo vo- 
lentieri parola di tale questione. 

Ma più tempo bisogna a tanta lite. 

Il marchese Filippo Raffaelli ci dà un'accurata se- 
rie cronologica dei consoli, dei giudici, de' vicarii, 
dei signori , dei podestà de' governatori prelati e 
secolari di Fabriano, serie arricchita di storiche an- 
notazioni e di una breve appendice diplomatica. Que- 
sto lavoro oltre che manifesta la non comune dot- 
trina dell'autor suo, può esser utile a chi voglia ad- 
dentrarsi nello studio delia storia de' municipi ita- 
liani la quale è importantissima per chi si fa a ri- 
cercare le singole memorie di questa nostra patria 
sempre gloriosa. — Un'allr'opera, di maggior lena 
e di più vasta importanza relativa alla nostra isto- 
ria e la continuazione degli annali d'Italia d'Anto- 
nio Coppi che in un volume IX ora stampato a Fi- 
renze ci dà il sunto della stona degli anni 1846 
e 1847. Tutti conoscono questo grande lavoro del 
Coppi continuatore dell'immortal Muratori, e lo leg- 
gono con istruzione e diletto: con maggiore avidità, 
ne slam certi, si faranno ora a leggere quest'ultimo 
volume il quale parla di fatti onde tutti fummo 
teslimonii, e singolari per la varietà e per la gra- 
vità delle cose da questi fatti si derivarono. 

Non possiamo lasciare senza un ricordo l'orazione 
funebre pel Can. Giuseppe Tarnassi detta dal sacer- 
dote romano Vincenzo Anivitti. È bello il vedere le 
lodi del provetto sacerdote raccontate dal sacerdote 
novello, bello è il vedere questo ossequio del gio- 
vane clero romano che lodando il clero antico fa co- 
noscere il desiderio e il bisogno che nutre d'infor- 
marsi alle virtù di quello per mezzo delle quali an- 
ch'esso sarà meritamente onorato dai buoni, e pro- 
fittevole veracemente alla religione e alla patria. 

IL cosi DETTO POSSESSO CFIE U.\ TEMPO SI DAVA 
ALLI FACCHI.M DI PIAZZA. 

Sulla via del Corso prima di volgere per il Colle- 
gio Romano, e quasi a rimpetto della Chiesa di s. 3Iar- 
cello vi è la fontana chiamata del Facchino; perchè 
la scoltura lo esprime mentre vestilo, a seconda del 
tempo suo , tiene in avanti un barile che versa la 
famosa e saluberrima acqua di Trevi: la ridetta scol- 
tura rappresenta il nervoruto facchino Abondio Ri- 
zio : io ricordo di avere udito dall' eruditissimo, e 
faceto abate Luigi Godard la epigrafe relativa al- 
l'accennato facchino 

Abondio . Rizio 

In , Publicis . Stillicidiis . Coronato 

In . Ligandis . Superilligandisque . Sarcinis 

Experlissimo 

Qui . Vexit . Quantum . Voluit 

Vixit . Quantum . Potuil 

Et . Dum . Vini . Cadum . Intus 

Et . Extra . Portabal 

Noleas . Obiit 



L' A L B U M 




IL FACCHINO ABONblO KIZIO 
ossia LA FO.MANA DtL BAItlLE. 

Un lai facchino era celebre per 1' iuxhuUaygio : il 
possesso consisteva iieircssere preso da due facchini 
seniori, e come suol dirsi, padroni del poslo li quali 
dopo di averlo incoronalo di Dieta, o l'arelaria con 
alcune canzoni ironiche gli faceano dare con vio- 
lenza gli gluzii sul marciapiedi ; ed il possesso fi- 
niva , siccome è ben facile d' iniaginarlo, nella più 
vicina taverna a riempirsene di vino tutta l'epa, e 
con vino di ogni specie - Austerum, tenue, Mcracu- 
lum - (Cels. 111-19) perchè non si conosce il pre- 
colto di Plinio - r»«uOT ex aqua temperatum : - si 
vegga la raccolta delli Proverbi italiani del Pescettì. 

Don. A. Belli 



IN GIORNO DELLA FAMIGLIA MO.NTONNKT A PARIGI 

NOVELLETTA DAL FRANCESE 

I. 

Come e perchè la famiglia Montonnet prende l'improv- 
visa risoluzione di condursi a Parigi per consumare 
il frutto delle economie di Monsii Montonnet. 



Monsù Montonnet , madama Palmira sua moglie 
e madamigella Pulcheria loro figlia, buoni abitanti 
di un piccolo Paese ad un centinajo di miglia di- 
stante da Parigi, erano da due ore in una grande, 
e seria conferenza. 

M. Montonnet , giudicando a proposito di porre 
fine ai dibattimenti, prese così la parola : 

Allorché io era nell'età dell'innocenza, vale a dire 
quando tutto il mio piacere era quello di lapidare 
i gatti, di attaccar cazzarole alla coda de' cani, e di 
far disegni , schiacciando teste di mosche in una 
caria piegata in due, mi ricordo che il mio cugino 
Giraud era considerato un grand'uomo, perchè avca 
fatto un viaggio a Parigi. 

A quel tempo , Parigi era agli Antipodi, e non 
era da uomo saggio di porsi in camino per quella 
grande città senza esser fornito di grossa borsa , e 
senza a>er preso la prudente precauzione di fare il 
proprio testamento. 

Oggi , grazie ai battelli a vapore ed alle strade 
ferrate, possìam dire che Pjirigi non é che un no- 
stro subborgo. 

Non veder Parigi non è più permesso a chi ama 
I)rillarc per una varietà di utili cognizioni 

Le mie funzioni di commesso incaricalo delia cor- 
rispondenza di una casa di commercio, che si degna 
di onorarmi di sua confidenza, dirò senza orgoglio, 
maritata, e l'importanza della spesa, mi ha posto fin 
qui nella impossibilitò di rendere con questo viag- 
gio compiuta la nostra liberale educazione. 
Ora questi ostacoli sono lolti. 
Opportune riforme fatte da me per Ire anni al 
budget delle mie spese personali, quali sono la gior- 
naliera diminuzione di dieci ottave di tabacco, e di 
cinque centesimi di butiro, che io avea anteceden- 
temente luso sibaritico di stendere sul mio pane 
al mattino, mi hanno permesso di riunir la somma 
non minore di sessantacinque franchi , e (|uaranta 
centesimi. Ciò basta per pagare il nostro Viaggio di 
terza classe, andata e ritorno, e di vivere raodesla- 
n)ente un giorno a Parigi. 

Dall'altra parte Monsù Giboulard mio principale 
iu considerazione de' miei lunghi e fedeli servigi 
acconsente di lasciarmi domani Domenica la libera 
disposizione di tutta la mia giornata. 

Questo è il caso di prendere l'occasione per i ca- 
pelli , secondo la bella espressione che io ho Icllo 
nell'almanacco profetico. 

Monsù Montonnet tacque, e per giudicare dell'ef- 
fetto prodotto dalla sua arringa, volge sulla moglie 
e sulla figlia uno sguardo , qual punto interroga- 
tivo. 

Madama Palmira Montonnet, donna di grande per- 
spicacia, come potrà conoscersi più tardi, fa le sue 
osservazioni su di un viaggio cosi precipitoso , sui 
pericoli di una si lontana peregrinazione , e sulla 
sconvenienza di lasciar la Casa per venti([uatlr'ore. 
Madamigella Pulcheria, che annunciava una assai 
grande disposizione pel calcolo, si occupava a con- 
tar sulle dita le obbiezioni della madre. 



L' A L B U M 



77 



— Ah ! ah ! grida M. Montonnet, l'affare vai ben 
la pena di esporsi a qualche rischio : qual fortuna 
di avere un'intero giorno per istudiarc le fisononiie 
le strade, lo piazze, i passeggi, le chiese, i palazzi, 
i musei, gli spettacoli, le biblioteche, gl'islituli scien- 
tifici e lettcrarii ed i costumi della città regina del 
mondo civilizzato , siccome leggo nel giornale del 
nostro dipartimento. 

Palmira cessa dalle obbiezioni , e Pulcheria non 
conta più. 

Ed ecco che la Domenica alle quattro ore del 
mattinn, la famiglia Montonnet si slancia in un va- 
gone di terza classe, e si pone in viaggio alle olio 
e mezza con un magnifico sole, a con liete faccie, 
su di cui il piacere seminava i gigli e le rose , 
secondo la bella espressione di tulli i poeti passati, 
presenlij e credo anche futuri. 

. II. 

Sentimento deplorabile di Madama , e Madamigella 
Montonnet. 

I viaggiatori in numero di Irecenlo , o quattro- 
cento , giunti a Parigi , irrupero dalla dcbarcadcra, 
urtandosi, e riversandosi l'uno sopra l'altro , come 
scolari, che la campana chiama alla ricreazione : in 
mezzo a questa folla ed agitazione M. Montonnet 
ebbe la grave imprudenza di soddisfare al prorito 
di sofliarsi il naso, e fece il non men grave errore 
di lasciare per un momento il braccio di madama 
sua moglie. In quell'istante un forte uragano dalla 
folla inviluppa Palmira e Pulcheria , e le spinge a 
dritta versola stazione ove si cosludivano gli equi- 
paggi, mentre che M. Montonnet era (ratto per lungi 
a sinistra dalla corrente senza aver tempo di ripor- 
re il suo fazzoletto, poi credendo riprendere il brac- 
cio di madama Palmira , prende invece quello di 
una zitellona , decorala da un grande pajo di oc- 
chiali, la quale apostrofa il povero Montonnet con 
queste poco gentili parole ; andate pe' fatti vostri in- 
solente ! 

Fu allora che il nostro viaggiatore riconobbe tutta 
la estenzione della sua sventura. Più disgraziato che 
il pio Enea , aveva perduto la moglie senza saper 
conservare la sua prole. 

III. 

Saggia riflessione e giudiziosa condotta di Madama 
Montonnet. 

Palmira, con quella grande sua già indicala per- 
picacia, disse a Pulcheria. Io conosco il cuore e le 
fimbc di tuo padre ; mentre l'uno geme sulla no- 
sra perdita le altre corrono alla nostra ricerca. Se 
ni non ci occupiamo della sua , temo che in una 
c\tà come Parigi , che dicono aver sette leghe di 
ciconfcrenza , non perverremo mai ad incontrarlo 
il lio divisamenlo è quello che noi qui ci fermiamo, 
finhè Montonnet ci raggiunga , ciocché non man- 
cheà al certo prima della partenza. 



Conscgueutemenle Palmira e Pulcheria ,si posero 
a sedere in un banco presso la porla della sala de- 
gli equipaggi vicino alla gabbia di un jìappagallo, 
il quale, sgambettando, cantava : 

Oh che piacere, madame, oh che piacere ! 

IV. 

Inconvenienti, a cui si espone un Uomo , che si ab- 
bandona alle proprie riflessioni sulla strada pub- 
blica. 

M. Monlonnel girò i suoi sguardi ver^o i quat- 
tro punti cardinali, e non vide in tulio l'orizzonte 
nò la moglie, né la figlia, e si pone a deliberare ciò 
che era da farsi. 

Questa deliberazione fu tuUa interiore, e sarà sem- 
pre un mistero. Come storico scrupoloso ci aster- 
remo da una narrazione , che potrebbe essere apo- 
crifa. 

Ma noi siamo in grado di descrivere l'attitudine 
di questo padre di famiglia profondamente preocu- 

Appoggiato colle spalle al muro, stavasi immobile 
con una gamba stesa in avanti, le braccia in croce, 
"li occhi rivolti al cielo, come per cercare una in- 
spirazione. 

Alla sua destra, un mercante ambulante ripuliva 
per una millesima volta al suono di un organetto, 
una vecchia pantofola ad oggetto di porre in evi- 
denza la superiorità di una ceretta, di cui egli .solo 
possedeva il segreto. 

Alla sinistra un altro mercanle invitava con Ire- 
quenli battute di un tamburello gli amatori della 
proprietà a far acquisto di un sapone alto a levar 
le macchie, di cui magnificava l'eccellenza. 

Ma insensibile al suono dell'organo e del tam- 
buro M. Montonnet, nella descritta posizione , con- 
servava l'immobilità di una statua assorto nelle sue 
meditazioni. 

— Signori ( è il primo mercante che parla ) io 
veggo fra voi delle persone, il cui incredulo sorriso 
sembra dire : non date retta alle fallaci ciancie di 
questo ciarlatano : la pantofola sulla quale egli fa 
si bella prova, è una pantofola preparata : calunnia, 
signori, calunnia, e perchè ne siate immedialamente 
convinti, mi accingo di operare sotto i vostri occhi 
sulla calzatura di questo signore : e si pose ad in- 
cerare la scarpa della gamba, che M. Montonnet te- 
neva ancora distesa in avanti. 

Il secondo mercante prese alla sua volta la pa- 
rola: . 

~ Signori, voi non siete obbligali, il so bene, (U 
prestarmi fede, ma l'esperienza vincerà l'incredulo 
più ostinalo : abbiate la bontà di osservare come io 
renderò come nuovo il rovescio dell'abito assai su- 
cido di questo galantuomo, e si pose ad insaponare 
da una parte il rovescio dell'abito di M. Monton- 
net. -Il 
Ma egli ancora immobile guardava il cielo. 



78 



L* A L B U M 



— Ycnli franchi, esclama il Mercante della ce- 
rella, a chi mi reca una scarpa più lucida di que- 
sta del Signoro . . . presto la musica I 

In quell'istante M. Montonnet apre le breccia, e 
dice: mi è venuto un pensiero, e si batte la fronte 
colle mani. 

Per tale brusco movimento il rovescio un poco 
vecchio del suo abito resta in mano del mercante 
di sapone. 

— Vedete, signori, vedete, grida egli, mostrando 
il pozzo del drappo in giro sotto gli occhi de' suoi 
uditori, io oso affermare che questo è un rovescio 

perfettamente pulito Una battuta di tamburo 

se vi piace. 

M. Montonnet, fìsso in una sua idea, si allontana 
rapidamente con una sola scarpa verniciata, ed un 
rovescio di meno nel suo abito. 



V. 



M. Montonnet s'indirizza ad un (azionario dell'em- 
barcadera : con una imbarazzante quistione. 

L'idea di M. Montonnet lo conduce alla porta del- 
l'embarcadera: un fazionario vi facea la guardia, pas- 
segiando pel lungo e pel largo. 

— Fazionario , avreste la cortesia di dirmi da 
qual parte sonosi direttela mia sposa, e la mia fi- 
glia ? Il fazionario getta uno sguardo derisorio sulla 
persona dell'interrogante, e gli rivolge il dorso senza 
rispondere una parola. 

VI. 

Seguito del Capitolo III. 

Dalla sala delle bagaglic al barò era un transito 
continuo di uno stuolo numeroso di viaggiatori. 
Palmira al loro passaggio li guardava. 
Pulcheria li contava. 
11 pappagallo cantava : 

Che piacere, madame, che piacere ! 

VII. 

La pianta di Parigi 

Allorché un navigatore s'imbarca ha cura di por- 
tare seco la carta de' mari , che va a percorrere : 
cosi fece il nostro eroe, ponendosi in tasca la pianta 
della città di Parigi. 

— Con questa pianta, disse, le mie ricerche sa- 
ranno più facili. 

E stese (juella carta in tela sopra un muricciuolo 
per esaminarla a suo bell'agio. 

Ecco, dicca fra se, un ragionamento, che non am- 
mette repliche : 

— Che siamo venuti a fare in Parigi, io, la con- 
sorte, e la figlia ? 

A visitare gli stabilimenti ed i monumenti pu- 



blici, ciò è indubitato ; Or dunque, è nìanifesto, che 
madama e madamigella Montonnet mi cercheranno 
in que' luoghi, ed ivi avrò io a diriggere le mie per- 
quisizioni, non devo quindi esitar punto, e conviene 
che io prenda questo partito. 

Mentre cosi concludea con rigorosa logica , un 
passeggiero gli si accosta , fa un minuto esame di 
quella pianta , si assicura dell'anno della sua pub- 
blicazione, e della solidità della carta, e dopo tale 
esame, chiede : 

— Quanlo costa questo piano topografico di Pa- 
rigi, mio brav' uomo :' a parer mio con tre franchi 
è pagato, e qualora siale conlento, eccovi i Ire fran- 
chi — e mise fuori la borsa. 

M. Montonnet guardava l'importuno eoo grande 
meraviglia. 

Vili. 

Avventura disgustosa per M. Montonnet, da cui sorte 
felicemente e da lui dà ti soggetto di una osserva- 
zione assai giudiziosa. 

Nello stesso tempo un altro personaggio si avvi- 
cina a M. Montonnet, e gli dice: Dov'è la vostra 
medaglia ? 

Egli volge al novello arrivato uno sguardo di mag- 
giore sorpresa : quale medaglia, risponde, io non so 
di medaglia. 

— Poiché non avete medaglia , favorite di se- 
guirmi presso il Commissario di polizia. 

M. Jlontonnel fu condotto a quel magistrato, il 
quale gli spiega , che ogni vendila sulla pubblica 
strada ù interdetta a chi none munito di una me- 
daglia. 

Il nostro viaggiatore, risponde, che non avea ob- 
bligo di munirsi né di medaglia né di medaglione, 
perché nulla era stato da Ini esposto in vendita, per 
la semplicissima ragione che egli non era né fab- 
bricatore, né mercante. 

Biconosciuta la sua innocenza , gli fu permesso 
di ritirarsi, e di circolare per la città. 

Non meno filosolo , che prudente M. Montonnet 
non si era contentalo di una pianta di Parigi , ma 
vi avea aggiunto alcune carte cerale in un taccuino 
per segnarvi le proprie osservazioni in tulio ciò, che 
gli si presentasse di curioso e d'importante nella sua 
peregrinazione. 

Appena uscito dall' Ullìcio di polizia segnò nelle 
ta\oletle l'osservazione seguente : 

« Ciocché prova la superiorità del commercio di 
)i Parigi si è, che rigorosamente é proibito di fab 
« bricarc e vendere a chiunque non é munito d 
« una medaglia, la quale dimostri aver venduto j 
» fabbricato con buon successo. 

IX. 

Continuazione del Capitolo III, 

Pelmira proseguiva a guardare i Viaggialori^hc 
passavano, Pulcheria a contarli. 



L' A L B U M 



79 



Ed il pappagallo continuava a cantare 
Clic piacere, madame, che piacere 



M. Montonnet va a far ricerche alla porta delle Tui- 
glieries. 

Rilleltendo, che la sua moglie e la figlia aveano 
manifestato in tutti i tempi una grande predilezione 
per i Dori, M. Montonnet concluse che le sue per- 
quisizioni doveano cominciare nei giardini pubblici, 
e si diresse alle Tuiglieries. 

Giunto ad uno de' cancelli si accosta ad una dama, 
che ne usciva. 

— Scusate madama : Io sono Monsù Montonnet, 
e mi prendo la libertà di chiedervi se per avven- 
tura aveste incontralo madama e madamigella Mon- 
tonnet. 

— Signore, io non ho visto in lutto il giardino se 
non un grosso castagno d'India, albero maraviglioso. 

Poiché seppe da questa dama di non aver veduto 
in tutto il giardino se non un castagno d'India , 
trasse naturalmente la conseguenza, che sarebbe fa- 
tica perduta di cercar ivi la moglie e la figlia. 



XI. 



La stessa inutile ricerca alla porta del Luxemlurgo. 

M. Montonnet a passo di ginnastica fece il tra- 
gitto dalle Tuiglieries al Luxemburgo. 

Al cancello dell'Odeon ebbe a storpiare il piede 
di un signore, che camminando leggeva il buon giar- 
diniere. 

— Oh ! vi fo mille scuse. 

— Ah ! non ve n' è bisogno. 

— Poiché ho avuto la sorte d'incontrarvi , mio 
caro signore, ne approfitterò per domandarvi se ave- 
ste veduto Palmira e Pulcheria. 

— Probabilmente due rose ? 

— Troppo gentile. 

— Di qual famiglia ? di qual genere? 

— Famiglia Montonnet, genere civile. 

— Io non conosco fra i vegetabili né questo ge- 
nere, nò questa famiglia. 

— Mio caro signore , Palmira e Pulcheria non 
sono vegetabili, ma sono femmine. 

— In questo caso mi fo un dovere di risponder- 
vi , che io ho lasciato or ora di udire una impor- 
tante lezione di arboricoltura de! giardiniere in capo 
31. Hardy , il quale non ammette se non uomini. 

— Così essendo la cosa, è inutile che entri, e vado 
tosto al giardino delle piante. 

XII. 

M. Montonnet al giardino delle piante. 

M. Montonnet va di corsa al giardino delle piante. 



All'ingresso del cortile il suo cappello urla quello 
di un grosso piccolo uomo che camminava colla te- 
sta bassa, contando sulle dita, e borbottando; 

— Questa volta sono persuaso di non aver nulla 
dimenticato. 

I due cappelli trasportati dal vento andavano in 
giro pel cortile : nel riprenderli i due personaggi 
si urtarono un altra volta, ed i cappelli caddero di 
nuovo e fecero un lungo novello viaggio per tutto 
il circuito della corte : finalmente ripresero il loro 
posto nelle teste rispettive, facendosi l'un l'altro re- 
ciproche scuse. 

— No, riprese il grosso piccol uomo , niente mi 
è sfuggito, ho tutto veduto , disponendosi a conti- 
nuare il suo cammino. 

— Dite, signore , avete veduto tutto ? replicò 
Montonnet. 

— Si, mio signore, ciò che trovasi in questo va- 
sto giardino, ed intendo di pubblicare un catalogo 
completo di uno stabilimento cosi importante e am- 
plificato. 

— Poiché siete tanto gentile, fareste grazia dir- 
mi ... . 

— Se le giraffe sono quattro o cinque ? 

— No, ma se . . . 

— Come sta l' Ippopotamo ? benone, fresco e sa- 
no come siete voi. 

— Troppo cortese ; ma ... . 

— Forse volete aver notizia del Rinoceronte? egli 
è vegeto e vivace. 

— Buon Dio, no . . . 

— Del boa? 

— No, certamente. 

— Del cervo d'Aristotile ? 

— Molto meno. 

Dopo una lunga enumerazione fatta con crescente 
celerità, che non permettea a M. Montonnet se non 
di ripetere la stessa frase , il grosso piccolo uomo 
aggiunse : 

— Io vi sfido di trovar altro che sia in questo 
giardino , di cui non vi abbia fatto menzione , sia 
delle piante, sia delle bestie. 

— Egli non mi ha nominato né mia moglie , né 
mia figlia, dicea fra se Montonnet, la di cui Csono- 
mia cominciava a mostrar segni di scoraggimento, 
dunque le mie ricerche in questo luogo sarebbero 
sterili. 

II grosso piccol uomo si allontanava , ma all'im- 
provviso fermossi, e richiamando l'altro, gridò : 

Signore , Signore ... io sono di una imperdo- 
nabile storditezza . . . non vi ho detto l'avveni- 
mento più importante: Una delle Giraffe ha parto- 
rito due belle GiratTme, che forse col permesso dei 
superiori saranno vendute perchè altre ve ne sono 
di tal genere ; se ne volete far l'acquisto ... e 
cosi dicendo se n'andò. 

Oh bella ! borbottava fra se Montonnet : Cerco la 
moglie e la figlia, e mi si propone acquistar due Gi- 
raffe, e segnò questo caso nel suo taccuino. 



80 



L' A L B U M 



XIII. 

Continuazione del Capitolo III. 

Palmira non si curava di guardare più al pas- 
saggio de' viaggialori né Pulclieria di coniarli. 

— Mamma, disse questa, ho una gran fame. 

— Figlia, rispose Palmira, la sete mi divora. 

— Mamma quando pranzeremo ! 

— Figlia, vostro padre ha seco la somma de' no- 
stri risparmii , ed avvi tutta l'apparenza , che non 
pranzeremo, se non domani ai nostro ritorno. 

Ed il pappagallo cantava al solito : 

Che piacere, madame, che piacere ! 

XIV. 

Le perquisizioni continuano : 

M. xMontonnet si presenta agl'Invalidi , ed inter- 
roga il custode: 

— Sarebbe qui entrata una signora di un bel co- 
lore cangiante, ed una giovinetta di color ventre di 
cervo ? 

In fatto di femmine di colore, io non ho veduto 
che due negre. 

Se ne va all'arco del trionfo della stella, e chiede 
ad un guardiano: 

— Sarebbero qui venule due signore , madre e 
figlia, la madre più grossa della figlia, la figlia più 
giovane della madre ? 

— Nulla ho veduto che somigli a ciò. 

Avca già misurato Parigi con imponente numero 
di chilometri e si ferma per prender respiro da- 
vanti a un muro tulio coperto di alfissi, in uno dei 
quali Icggevasi a grandi lettere — Buró speciale de- 
gli oggetti perduti e trovati. 

— Per bacco, disse, ecco il caso mio, e corre di 
un tratto all'indirizzo indicato nell'afrisso. 



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XV. 



Speranza fallita, e terza osservazione di M. Montonnel. 

— Signore, disse egli al capo del Buró, le avete 
trovate:' 

— Avrò l'onore di rispon(K'rvi, se avrete la bonli 
di dirmi di che si traila. 

— Si tratta di tutte due madre e figlia , io ho 
il dolore di averle perdute. 

— Ab ! intendo: volete darmene i conlrascgni ? di 
qual pelame? 

— Pelame ? non bau pelo. 

Il detto officiale dice ad un suo impiegalo ; scri- 
Tete pelo raso, e prosegue : 
Hanno le orecchie tagliate ? 

— Scrivete : orecchie lunghe pendenti. 

— Sono marcale da fuoco ? 

— La madre ha un picco! segno di scollalura , 
che separa in due l'estremità del naso. 



— Scrivete : naso biforcuto. 

— A qual nome rispondon esse ? 

• — Si appellano Palmira e Pulchcria. 

— Attendete un poco : devono esser quelle .... 
e l'ufficiale chiama un garzone del burò e gli dice : 
conducete i numeri quattro e cinque, giacché cor- 
rispondono ai conlrasegni dati dal signore. 

— K possibile ? grida Montonnel, avrò la fortu- 



na 



ma sono trovate veramente oggi ? 



— Questa mattina verso le olio ore. 

— Non v' è dubbio, sono esse, o mia figlia o mia 
sposa . . . (Continua) 



CIFRA FIGURATA 




I 



JVP 



.>¥^ Kj 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

La Granduchessa imperiale Maria di Russia si recò 
il 2 aprile a Civitavecchia in un particolare con- 
voglio sulla nuova via ferrata percorrendo 73 chi- 
lometri in un'ora e 55 minuti. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

conapprovazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



CAV. GIOVAN.M DE-ANGELIS 

433 direttore-proprietario 



Distribuzione I ì 



3 Aprile ISiiO 



Anno XWI. 





CAROLINA IMERXARI. 



Questa celebre attrice che per il suo valore dram- 
matico fece , pel corso di circa un mezzo secolo , 
echeggiare di plausi quei teatri nei quali recitava, 
ora non è più: ed é sventura che il suo distinto me- 
rito non possa essere vivamente dimostrato alla po- 
sterità, ma soltanto ricordalo da noi che l'ammiram- 
nio vestita dell'antico palio, e che fummo rapiti dal 
genio tragico che altamente possedeva. 

Non ebbe Italia prima dell'apparire della Inter- 
nari sulle scene dei suoi teatri un attrice più su- 
blime di Lei, e tutti i popoli della penisola furono 
concordi in applaudirla, e si correva a folla quando 
si annunciava che questa grand'artista rappresente- 
rebbe una tragica produzione. 

Diamo in questo giornale il ritratto del suo volto 
col quale seppe esprimere vive le terribili passioni 
di Fedra, e di Medea. 

Nell'autunno del 1858 nella sua avanzata età di 
scssantasette anni diede termine nel teatro del Co- 



comero in Firenze alle sue drammatiche fatiche so- 
stenendo la parte di Euriclea nella tragedia Mirra 
che declamò in compagnia della celebrata Ristori 
succeduta alle sue tragiche glorie. Fu in questa par- 
te di Euriclea che aggiunse l'ultima foglia a quella 
gloriosa corona che si era acquistata con tanto dram- 
matico valore. 

Carolina Internari ebbe vantaggiosa statura, bocca 
ed occhi bellissimi atti ad esprimere tutte le pas- 
sioni dell' anima. Coi suoi neri capelli ornavasi il 
capo nelle foggio dell'antichità, e vedevi in Lei una 
vivente 3Ielpomene. Aveva schiacciato un poco -l'osso 
nasale, non già come una storiella racconta per es- 
servi sopra caduto un sipario, ma lo infranse rove- 
sciata da bambina per una scala a chioccia. 

Fu figlia e madre esemplare, e sostenne con de" 
coro la sua genitrice fino che avanzata vecchiezza 
la condusse nella tomba; e faticò tutta la vita a solo 
vantaggio dei propri figli. 



82 



L' A L B U M 



Formalo il progelto di stabilire un teatro dram- 
matico italiano a Parigi, recossi in quella capitale, 
conducendovi, a proprie spese, una eiella dramma- 
tica comiiagnia della quale faceva parte 1' egregio 
Luigi Taddci. Dopo poche rappresentazioni con en- 
tuiiasmo applaudite da quel pulilìlico parigino, ve- 
deva pel buon successo della sua intrapresa favore- 
vole la fortuna che rapidamente in avversa gli si 
cangiava pelle succedute tre fatali giornate del lu- 
glio 1830. (]hiusi i teatri, fuggita la sua rogai pro- 
tettrice, col carico di spese giornaliere per sostenere 
la sua numerosa compagnia, non avendo più speranza 
del pronto riordinamento delle pubbliche cose , fu 
costretta a ritirarsi in Italia col solo tesoro del suo 
ingegno avendo tutto |)erdulo. Sconcertata per cosi 
imprevvisla disgrazia nei suoi interessi non gli ba- 
starono le susseguenti fatiche a rijiarare un lauto 
danno. 

In mc/zo ai duri lra\agli dello spirito non tra- 
scurò mai lo stuilio della sua arte. 

Nata in Livorno mori a Firenze il giorno 'i'i ^Lìrzo 
del corrente anno d'imiìrovvisa morte, lasciando fa- 



ma di Egregia e sventurata Donna. 



r. G. 



(Critica) 

ESTRATTO iJl I.l^TrKRA 
AL OH. CAV. UAKTULOUEO BORGHESE 

. . . Voglio poi anche dirle che ho esaminata lun- 
gamente l'edizione del Nipperdev (tofl.V. taciti ab 
excessu Divi Augusti) :c quanto trovasi d'andare sul 
sicuro relativamente al numerale delle Lezioni, alla 
topoj^rafia , al giusto valore de' vocaboli , e ancora 
de' nomi proprii, altrettanto e' è da sdegnarsi di ve- 
dervi pervertita la ragione orlogralìca Aldina, o a 
meglio dire. Italica. Ma come ? s' ha a leggere pcr- 
iititics per pernicies, ad per al ; e |(oi aput , set re- 
lini, coitlimpncrc eie. eie. Se lasciamo fare a cede- 
sti trascendentali, le so dire che ben tosto vedremo 
conlraPTatti lutti i lesti antichi. Dove a me non sia 
possibile di fornire una nella edizione di Tacito co- 
gli sludi falli a Iloma sopra selle codici, e lOn un 
poco darle critica, m'accingerò, coll'ajuto della Prov- 
^ide:lza, e lasciarne un inanuscrillo , come ho già 
fitto di Cicerone De O/fuiis con volenterosa fa- 
tica. 

Vegga ([ui p : e : due luoghi di Tacito dove la 
correzione è sicura. (Annal. Lib. 1 suo iiiit.) « Tru- 
vcin Agrippam, et ignominia aocensuiH. Agrippa Po- 
stumo era un giovinastro alolide fcrox lutt'al più : 
ma nota d'ignominia non aveva jierciò. Era violen- 
to, irruente in ogni sua azione. Dunque I\ O.l/.Y/.l 
acccnsus, e non già ignominia : che va ignoiuinioso 
jier tutte le edizioni di Tacilo usque ad liane diem. 
E ancora un poco più avanti. At Roma': ruere in 
strvilium Consule^, Palres, eijues. Quanto quis iìlu- 
slrior, tanto magis eie. Può darsi svista più rimar- 
chevole per ognuno di coloro che aguzzarono l'in- 



gegno in quel grande sovvertitore di teste e di siile 
che è Tacito ? Non può cader dubbio che ivi non 
debba leggersi. At Romae ruere in servitium consules 
palres : E QVEIS (cioè quibus) quanto quis illustrior, 
tanto magis : e allora è spontaneo l'andamenlo del 
lesto : ne e' è bisogno d'autorità di manuscritli per 
avvalorare la sana lezione ricavata dal codice della 
critica. Eppure avrebbe dovuto bastare a porre in 
sospetto quell'ci/ues in numero singolare, dopo i due 
antecedenti plurali. Più e più altre inesallezze ri- 
mangono a correggersi : ma chi darebbe mano di 
presente alla pubblicazione d'un lesto meglio emen- 
dalo di Tacilo in Italia ? se fossero giornali, o ro- 
manzi ! ec. » 



Firenze 8 Aprile 1859. 



Luigi Crisostomo Ferrucci. 



IL soli; e la .Mi.Mr.r.A de diamanti 
(Continuazione e fine V. pag. 65). 

Lungo le sponde del golfo Persico si é fatto un 
gran ciarlare della decisione eliofila di Sira: nella so- 
cietà di que' bei paesi sono tulli i gran cicaloni. I ma- 
rinai che |)assano lo slrelto d'Urmus iian recalo que- 
sta novella nella provincia del IJelouchislan e alla 
foce dell'Indo, llvderabad la città dei diamanti, l'an- 
tica Golconda, (]uella che provvede tulli gli orefici 
dell'universo è rimasta attonita. — O sole , hanno 
sclamalo i mercatanti d'H\derabad , che diverremo 
mai noi se tu più non sci ,' Qual'altra potenza crea- 
trice cangerà ne' monti di loudpour in diamanti il 
carbone .' 

I mercanti d'Uvderabad hanno in pregio il sole 
non peraltro che pel suo chimico, ingegno, e molli 
inglesi indiani trallicano di diamanti. Ora codesti in- 
glesi ban mosso querela innanzi a' magistrati di Cap- 
Tovvn, e han chiesto ch'IIerschcl venga deposto, che 
le nuvole fosforescenti sieno soppresse, e che il sole 
sia riposto nello slato primiero. I Greci con gran 
ragione hanno dato al diamante il nome di Adamas 
vale a dire indomabile, poiché non v'ha cosa che lo 
sfregi mentre egli tutto sfregia, e questo è un pre- 
gio che gli dà manifesta somiglianza col sole. 

Veramente, convien confessarlo per esser giusti, 
questi sapienti astronomi non rispettano nulla, e tor- 
mentano un po' troppo questo jiovero sole. Vedi 
quante favole ci hanno spacciato sul fatto suo! Ta- 
lete di Mileto diceva ch'egli si faceva strascinare in 
cocchio da quattro cavalli bianchi; Galileo l'inchioda- 
va nel centro del mondo; Fontenelle lo incrostava per 
estinguerlo; finalnicnle per soprassello il secondo Hcr- 
scbel lo toglie di botto siccome un zero. Il signor 
Tommaso Prislon che IraQilica di diamanti a llvde- 
rabad ha dello con gran senno che se i suoi operai 



L' A L B U M 



83 



della nionlagna di loiidopoiir sapessero la nuova sco- 
perta non lavorerebbero più. 

Un sirail fatto è avvenuto ne' dominii di Circy 
presso la marchesa del Cbalelet l'Urania (li Voltai- 
re. Nell'udire una poesia di Fonlenelle nemico al 
sole , e della quale Parigi e Versailles a gran ra- 
gione si spaventarono, i giardinieri, i lavoratori, i 
custodi tutti si accomiatarono. Non v' ha nulla di 
più sacrilego contro il sole di questa poesia, nella 
quale l'autore dei inondi, l'astronomo Fonlenelle ha 
il coraggio di esordire in tal modo. « lo non ho 
» un dubbio al mondo che un bel di, il quale sarà 
y> assai scuro, il povero sole s'incrosterà dicendoci : 
)) Signori, buona notte ; cercate un pò nella volta 
» celeste un'altro che vi faccia lume, poiché io stesso 
» non ci veggo punto: signori, di nuovo buona not- 
» te-AIIora ciascuno infilzerà la via del dormitorio 
)) eterno senza far testamento e senza lasciare ere- 
» de. )) I vassalli d'Urania, e gli scolari del pasto- 
ral Fontenelle dicevano : a che mai semineremo le 
terre, pianteremo arbori, taglieremo boschi se un bel 
di Iddio deve porre il suo spegnitoio sul sole? 

I sistemi, le teorie, le scoperte scientilìche non do- 
vrebbero mai recar danno all'industria privata, e 
però il signor Babinet che è un vero savio, un sa- 
vio che la sa lunga , un uomo di grande ins^cgno, 
asseverava testé con tutta l'autorità del suo nome 
che le comete non avevano sui vigneti alcuna in- 
fluenza. Molti forse sorrideranno in udire questa 
opinione; ma pognamo cho il signor Babinet abbia 
detto il vero, perchè mai recare in mezzo una sen- 
tenza cosi pregiudicievole a' padroni delle vigne 
della Borgogna e della Gironda?Questa opinion popo- 
lare che risale alla cometa del 1811 non faceva torto 
ad alcuno, e favoriva il più bello e il più utile di 
tutti i trafTici quale si è quello de' vini. Se il si- 
gnor Babinet avesse avuto una vigna sulla Costa 
d'Oro nel distretto di Bordeaux avrebbe affermato 
che la splendida cometa Donati cangiava il Medoc 
in Lafitte, e il Macon in Chambertin, e lutti bevendo 
l'avrebbero creduto, ed egli sopra ogni botte avrebbe 
guadagnato un terzo di più ; e se la Borgogna e la 
Guascogna dimandassero allo spiritualissimo astro- 
nomo la rifazione delle spese e dei danni esse vin- 
cerebbero la lite innanzi a' giudici di Bordeaux o 
di Dijon. 

Ma la faccenda del sole è più grave, ed imporla 
non pure agli oretìci del Brasile e dell'India, ma sì 
a tutto il mondo. La scienza non dovrebbe estin- 
guere il lustro del teatro del mondo, e porre in sua 
vece vapori poiché nel lustro lin qui si é avuto fe- 
de , ma non cosi ne' vapori va la bisogna. Per tal 
guisa noi ora abbiamo una illuminazione accidentale 
che può da un nonnulla essere dissipata in fiocchi 
per 1' aria , il che ci farebbe diventare come tanti 
diaccinoli. Andate ora a fabbricare palazzi, e case, 
e ville assicuralo sopra nebbie fosforescenti ! Ciò 
metteva bene allorché v'era il soie corpo solido che 
dava certezza pel tempo futuro , ma oggi dopo la 
funesta scoperta ell'é vera pazzia persino il segare 



un lastricalo, poiché gli spaventi dell'immaginazione 
sono invincibili. — 11 signor Tommaso Priston ha be- 
nissimo per quanto riguarda il suo interesse privato, 
conosciuto il pericolo; poiché col taglio dell'istmo 
di Suez e col filo elettrico, è tolta la disianza fra 
l'osservatorio di Parigi, e le miniere di Golconda. 
Ora state a vedere quale è la fine che aspetta la mi- 
niera di Joudpour. 

Oh come selvaggio e spaventoso è codesto luogo! 
Da ogni parte miri un sollevarsi di montagne erte 
e stagliate, uno sprofondarsi di abissi vulcanici, un 
caos di rocce inaridite dalla sferza del sole: non un 
fil d' erba, non ombra d'arbusto, non orma alcuna 
di prato ; neppure la gramigna e le felci larva di 
vegetazion primitiva che pure debbono aver germo- 
gliato fin dall' età più remote sopra la terra. Una 
cascala che spiccia da un immenso macigno di gra- 
nito risuona eternamente come la voce uniforme di 
quello squallido e mesto deserto. Appena il sole tra- 
monta un acuto ruggito fa eco a ques'a voce, ed 
atterrisce il Zelìnga di Dheli che attraversa quelle 
montagne: è la voce del re delle tigri, del mostro 
biondo listato di nero che assetato dagli ardori del 
giorno nel fondo della sua lana, viene odorando il 
fresco della cascala ad abbeverarsi alle sue acque. 
Ecco la miniera dei diamanti, il luogo ove si scuo- 
prono queste splendide gemme ornamento, orgoglio, 
delizia delle donne, e che addoppiano la loro bel- 
lezza nel vortice incantevole delle danze. Questa 
montagna è uno scrigno di gioie, ma fa d'uopo sca- 
varne le viscere nelle ore infuocate del giorno quan- 
do il sole indiano versa un torrente di fuoco su 
quelle nude rocce, che le arroventa come tizzoni, 
e dà all'aria il calore che bolle in fondo ai vulca- 
ni. L'ora ed il luogo per nulla son favorevoli a que- 
sto lavoro da dannati; ma il commercio lo vuole. 
Calcutta, Londra, Parigi, Vienna, Pietroburgo e Ber- 
lino queste metropoli del 'usso dimandano senza posa 
fiumi di diamanti per l'acconciatura delle signore 
maritate, per lo splendor delle feste, pel conforto 
delle vedove, per la dappocaggine de'Narcisi, e però 
conviene scandagliare continuamente que' letti di 
terra che nascondono all' occhio la preziosa sostanza 
minerale, convien bagnar di sudori quel nascondi- 
glio della natura indiana , quella fabbrica di gioie 
del sole il quale non volendo lavorare che pel suo 
diletto, le fa custodire dalla tigre , dal leone, dal 
serpente , dalla peste e dalla carestia , e con tutto 
questo si vede burlato dall' uomo che tutto ha in 
non cale ove si tratti di spogliare una montagna 
del suo oro e dc'suoi diamanti. 

Lo scavatore indiano é sempre fedele al cullo del 
sole figlio primogenito del dio azzurro Indra. Al- 
lorché dopo lunghe fatiche egli giunge a discoprire 
un diamante frammezzo il suo inviluppo di terra 
egli tutto gioisce, e considera questa gemma come 
una raggiante emanazione del sole, che anzi in altri 
tempi egli ginocchioni lo venerava. Ma oiinè , la 
scienza impassibile che spoetizza tutte cose é giunta 
colla Rivista di Bombay fino all'indiana ignoranza! — 



84 



L' A L B U M 



Sapete voi che cosa sia (ha dello la scienza) questa 
meraviglia dalle mille faccelle , questa Cglia uala 
dall' imeneo della montagna col sole, questa perla 
delle perle? È puro e pretto carbone; e se ponete 
a fondere il diamante sarete stupiti in reggendo 
quanto acido carbonico da quest'atomo si sprigio- 
ni. — L'operaio indiano è stato persuaso da questo 
discorso , e lo scoraggiamento gli ha fatto cadere 
penzoloni le mani Ora non gli riman più a cono- 
scere se non un'altra notizia, e certo egli saprà da 
uno de'prinii corrieri che il sole più non è, e che un 
ammasso immenso di nuvole fosforescenti vela la 
faccia del dio azzurro, (juale orribile disinganno ! 
Per buona \entura i chimici tedeschi da quindici 
anni a ([uesta parte, chiusi nelle loro olTìcine, bru- 
ciano miniere di carbone nella speranza di creare 
diamanti artificiali del peso di sessanta granirne i 
quali se non avran forza di sfregiare i vetri, almeno 
lì romperanno : dunque aspettiamo. 

(Dal Monde illustre) 




ORIFICERIA 

Croce (*^) processionale nella Chiesa di S. Maria 

dentro il castello di Pitino territorio 

di Sansccerino. 

In Filino (1) che è uno dei più antichi castelli 
del territorio di Sanseverino esiste fra le altre Chie- 
se (2) quella sotto il titolo di S. Maria, che è par- 
rocchiale , e il cui Rettore ha il titolo di Pieva- 
no (3). Nella sagrestia di detta chiesa si conserva 
una antica Croce processionale col fusto di legno 
foderato con lamina di argento in gran parte do- 
rata. 

\el davanti e nel dietro di detta croce, come si 
osserva dal disegno inciso nella distribuzione nona 
di questo giornale serpeggia nei piani dell'asta dritta 
e della traversa un tralcio, dal quale partono gra- 
ziosi rosoncini l'uno contro l'altro, in mezzo ai (|uali 
vcggonsi foglie di edera (juali spiegate quali rivol- 
te. Ouesto lavoro 6 a pulzone esattamente eseguito, 
e tolti i rosoncini che sono del colore dell'argento, 
il resto è doralo. 1 piani suddetti sono co|)erti da 
minutissimi puntini. Nelle estremità delle due aste, 
e nel centro di esse pose l'orefice un ornamento 
con mezzi cerchi soprapposti alle (|uallro lince che 
formono il quadralo. Nel mezzo di ciascuno di detti 
ornamenti collocò l'artista una teca rotonda contor- 
nata da una ghirlanda di foglie palustri o di giun- 
co, stretta in (|uatlro punti da fetturce, il cojìcrchio 
cfella qual teca vedesi ornalo da un tempietto. Den- 
tro esse teche forse erano custodite reli(|uie di San- 
ti. Ogni tempietto si costituisce di tre archi a tutto 
sesto, so|)ra i quali posano Ire gentili aguglielle guar- 
nite nella fronte da trafori, e nelle coste da centi- 
nature. Le colonnette dell'arco di mezzo sono altor- 
tigliate, e le altre lisce, e tutte hanno la base, ed 
il capitello. Sotto il piano del tempiettcj pose l'ore- 
liic due ricci per corrispondenza di ornalo con l'a- 
guglietla. Sotto la volta del tempietto, e nel centro 
sia isolala una staluina in piedi, con aureola; è tutta 
coperta raccogliendo con la sinistra il manto. Le fi- 
gurine sono vestite tutte nella stessa foggia, ed hanno 
un medesimo alteggiamenlo, per cui sembra che un 
solo sia stato il modello di esse, le (|uali sodo fuse, 
come sono altresì fusi i tempietti. In fondo poi di 
ciascun tempietto adattò 1' orefice cristalli di vario 
colore, che producono un beli' ciretto, quantun(|ue 
alcuni ne manchino. Questi cin(|ue ornamenti furono 
ripetuti anche nella parte posteriore della croce, ec- 
celluatone il centro, dove in luogo della teca e lem- 
|>ietto si osserva il SSiìio Redentore in mezza figura 
a lutto rilievo con folta barba maestrevolmente trat- 
tata, e foltissima capelliera, il quale tiene la dritta 
alzata in atto di benedire, e stringe con la sinistra 
il libro della Sapienza: porta una tunica stretta ai 
lombi da una cintura, ed un manto fimbriato da un 
gallone, che gli cala dalle spalle. Questa mezza fi- 
gurina è tirala a martello. 
Nel davanti della croce vedesi confitto Gesù Naz- 



L' A L B U M 



85 



/areno affatto ignudo , se si eccettui un panno che 
(lai lombi scende sino presso ai ginocchi. Copiosi sono 
i ca[ìclli , di cui due piccole ciocche calano dalle 
orecchie innanzi il petto. 

Lo spessore è abbellito da una guida di foglie si 
mili a quelle del rosmarino; e tanto l'intera croce 
in giro, quanto li dieci ornali sono guarniti da una 
cornicetla di pochi membri rilevala a martello. Il 
viso e le mani del Kedentore, il libro che egli tiene, 
io spessore della croce, le cornici, i fondi dei tem- 
pietti, le statuine, l'intero corpo del Crocifisso (meno 
i capelli, la fascia ed i chiodi) ed i rosoncini, come 
notammo sono presentemente del colore dell'argento; 
il resto della croce è dorato. 

Qualcuno forse crederà che non sarebbe stata ne- 
cessaria questa mia descrizione, rilevandosi le bel- 
lezze di quest'oggetto di orilìceria meglio dal disegno 
che dalle mie parole; ma ho dovuto farla per notare 
i diversi lavori in getto, a martello, a pulzone; per 
indicare dove ora rifulge l'oro , dove l'argento , e 
per accennare altre particolarità, che nel nostro caso 
sono state dall'incisore o variate, od ommessc. 

La croce di cui ho parlato è alla centimetri qua- 
rantatre, l'asta traversa è lunga centimetri trenta , 
il piano delle due aste cenlinieiri quattro, e Io spes- 
sore tre. 

A cura dell'attuai parroco signor D. Ciusoppe 
Mczzalana, or sono vari anni si fece ripulire , per 
cui presentemente fa di sé più bella mostra. Sa- 
rebbe desiderabile che venisse anche rassettata. 

Quando nel 1452 cessò di vivere in Filino una 
tal Luchina Blandollni di quel luogo, vedova di Ca- 
gnuccio Angelucci di Aliforni altro noslro castel- 
lo ('() lasciò per testamento, di cui conservo copia 
nel mio particolare archivio patrio , vari legati ad 
alquante chiese della nostra Città e Diocesi (5) , e 
ne lasciò ancora alcuni alla suddetta chiesa di San 
Slaria di Filino, dove volle essere sepolta. Fra que- 
sti pietosi lasciti ewi pur quello che s'impiegassero 
venlidue cupp. di bottoni di argento \)cv fare una 
croce pure di argento ad uso della suddetta chie- 
sa ^6). E le fu tanto a cuore questa croce, che pri- 
ma di chiudere il suo testamento ordinò si vendes- 
sero le sue masserizie comprese un calice , o una 
croce, come meglio fosse piaciuto ai suoi esecutori 
testainenlari (7^ Non è adunque iuijtrobabile che 
sia quella medesima ordinata dalla pietosa femina 
Luchina Blandollni, tanto più che il lavoro appar- 
tiane al Secolo XV. 

Conte Severino Scruanzi-Colìio. 

(*) F. pag. 65. 

(1) Quando saranno da me pubblicate le memorie 
che vò raccogliendo intorno ai Castelli formanti parte 
del territorio e diocesi di Sanseverino si conosceranno 
i diversi padroni, che possedettero il castello di Fili- 
no, le guerre e le contese sostenute dai Sanseverinali 
contro diverse persone, ed alcune Comunità per rite- 
nerne il possesso, per ricuperarlo, e si vedrà pure 



che fra i vari Filini in Italia, come sono Pisauren- 
se, il Mcrgente, il Pitino presso l'Aquila, e l'altro in 
Sicilia, non sarà l'ultimo il nostro. 

(2) Dalle visite dei Vescovi ho potuto raccogliere che 
le Chiese esisienti a que' tempi nel circondario di Pi- 
tino erano S. Maria parrocchiale, S. Antonio abate, 
S. Andrea apostolo, SS. Filippo e Giacomo , S. Gre- 
gorio, S- Michele arcangelo, S. Pietro, e S. Savino. 
Posteriormente al Secolo XV alcune di dette ehiese fu- 
rono demolile per antichità furono fabbricate altre che 
sono S. Antonio di Padova prossima alla mia casa di 
villeggiatura di Berta, e di patronato della mia fa- 
miglia, S. Antonio di Padova dei Giaggioli, S. Maria 
di Loreto, e S. Pietro d'Alcantara del Filello. 

(3) L'animato della Parocchia di Pitino sorpassa 
di ordinario il migliajo. 

(\) La lAichina Blandollni dispose de' suoi capi- 
tali per legali pii, e per limosine. Lasciò ancora un 
bolognino a ciascun focolare del castello di Pitino, e 
delle ville di S- Palazia , e di S. Venanzio soggette 
al Castello di Aliforni. 

A chi prendesse ad illustrare la chiesa di S. Ila- 
ria di Porto nuovo sotto monte Conaro di Ancona 
non tornerà discaro il sapere, che la nostra Luchina 
lasciò un legalo a D. Caterina moglie di Loxo , o 
Lazzo e. unum pellicionum » col peso di recarsi a 
visitare le Madonne di Assisi, e di S. Maria di Porto 
nuovo a suffragio dell'anima di essa testatrice e dei 
suoi parenti ; lo che dimostra che la devozione verso 
quella Bma Immagine si conosceva anche in queste 
parli al pari della Madonna degli Angeli. 

(5) Le Chiese della Città , alle quali lasciò legati 
sono le seguenti. S. Savcrino maggiore, S Francesco dei 
padri Conventuali, S. Mariano ora S. Caterina, S. Ma- 
ria Annunziata ora S- Chiara, S. Maria di maggio ■ 
fuori della porta detta di S. Francesco da non molti 
anni demolita senza che siavi stata eretta neppure una 
croce, S. Marco che piti non esiste, S. Lorenzo in 
doliolo, S- Maria del mercato ora S. Domenico. S- Ma- 
ria Maddalena presso la Congregazione delle Con- 
vittrici, S. Benedetto ora S. Filippo, S. Maria della 
misericordia, S. Maria delle Grazie, S- Salvatore ora 
dei padri Cappuccini, e S. Severino del ponte ora dei 
padri Minimi. Le Chiese sparse per la Diocesi , alle 
quali pnre lasciò legati sono S. Maria della Pieve . 
S. Maria del Glorioso, S. Maria di Cesolo, e S. Pa- 
lazia. 

(G) Item reliqnit prò una Crnce flenda in ecclesia 
S. Mariae de Pitino viginti duo cupp. hottonor. de 
argento ipsius testatricis. 

(7) Item voluit et mandavit dieta testatrir quod 
dicti fideicommissarii teneantur et debcant vendere res 
mussar itias et bona alia ipsius testalricis, detraciis su- 

pradictis relictis, et illa distribuere, 

et convertere in emendo calicem, seu in Cruce 

seu altaris praedicli, aut faciendo fieri ... ■'. 

ipsius testalricis, prout dictis cjus fideicomi ssariis me- 
lius videbitur et placebit. 



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L' A L B U M 



UN GIORNO DELLA FAMIGLIA MONTONNF.T A PARIGI 
NOVELLETTA DAL FRANCESE 

(Continuazione e fine V. pag. 80). 

— Il garzone del burù conduce legate ad una 
corda due orribili cagne spelale e scabiosc. Eccole 
dice il capo del buio. 

Monsù Montoiinct resta stupefatto : Io reclamo due 
belle femmine, e voi mi presentate due brutte ca- 
gne ? 

— Signore, rispose il capo dell'UlTicio , noi non 
ci occupiamo se non a trovare dei bisci, delle can- 
ne, dei biglietti di banca, dei cani, degli ombrelli , 
e simili cose ; nessuno viene a chiedere femmine per- 
dute. 

3Ionlonnet scrive subito sul suo taccuino la se- 
guente osservazione : ' Vi sono in Parigi degli Uf- 
)> liei per i cani, ombrelli, e canne perdute, non ve 
n' è alcuno per le femmine smarrite , dal che è a 
concludersi, che la donna in questa città è l'oggetto 
meno ricercato di ogni altro. 

XVI. 

il/. Monlonnet compie le sue ricerche dove avrebbe 
dovuto cominciare. 

La sera fu impiegata da Montonnct ad interro- 
gare i mercanti di chiavi e di biglietti alle porle 
de' teatri. 

Alfine suonarono le dicci pomeridiane. 

Egli poteva appena porre una gamba avanti l'al- 
tra, spossalo dalla fame e dalla fatica. 

Dopo aver considerato esser tempo di por One 
alle sue ricerche, fece la seguente rillessione : 

— A quest' ora io non devo cercare Palmira e 
Pulcheria se non aWembarcadera , certo che là de- 
vono essersi condotte ad oggetto di attendermi per 
la partanza. 

Gli venne anche un pensiero, che lo fece ridere 
di tutto cuore. 

E se là mi avessero aspettato tutto il giorno ? vi 
sono delle donne che fanno delle bestialità anche 
maggiori . . . Così dicendo tra sé torna diretta- 
mente alla stazione. 

XVII. 

Alla vista di M. Montonnel Palmira e Pulcheria 
eselamano : 

— Mio sposo ! 

— Mia sposa ! 

— Mio padre ! 

— Mia iiglia ! 

Palmira si getta fra le braccia di M. Monlonnet, 
questi fra le braccia di Pulcheria, Pulcheria tra le 
braccia di Palmira : Tablo. 



XVIII. 

Conclusione 

Al mattino susseguente dopo una copiosa cola- 
zione, colla quale i tre personaggi si compensarono 
ampiamente del digiuno del di anieccdente, M. Mon- 
lonnet fece il riassunto che segue : 

— Mia moglie, e mia figlia hanno passato quin- 
dici ore sedute in un banco senza bere e senza 
mangiare alla porla della sala degli equipaggi. Io 
ho scorso lo stesso tempo a batlcre per cercarle a 
tutte le porle de' giardini, stabilimenti , e teatri di 
Parigi. (;ìó a noi è costato sessanta franchi ... ma 
io non darei per sessanta franchi le Ire osservazioni 
curiose segnale nel mio taccuino , di cui mi pro- 
pongo di scrivere pel giornale del nostro capo luogo, 
un articolo della più aita importanza, che intitolerò : 
Del commercio, delle giraffe, e delle donne di Parigi. 



I 



MARTIRIO DI UNA FAMIGLIA CRISTIANA IN COREA (*) 
STAAZE 

Viveva in mezzo ad idolatre genti 
Una famiglia nobile in Corèa, 
Che gli empi error del paganesmo spenti, 
In Gesù figlio di Maria credea: 
Ma mentre i giorni conducea contenti 
Seppelo Quei che la ciltà^ reggea, 
Il (|ual fé trarla a sé dinnanzi e tosto 
Le ebbe di rinnegar la Fede imposto. 

Francesco (poiché il nome era codesto 
Del padre) prima egli dannava a morte; 
A cui non fu di tollerar niolosto 
Indegni strazi, e poi finir da forte. 
Incontrar dopo lui doveva il resto 
Della famiglia la medesma sorte, 
E la sua moglie senza <lar lamento 
Si mostrava maggior d'ogni tormento: 

Ma veggendo due cari pargoletti 

Di fame, e duol nel career venir meno, 
Ch'udendo il pianto, e i dolorosi detti. 
Si sente il cuore lacerar nel seno. 
Che debbe far! dovrà cessar gli alTetti 
Di natura, e lasciarli in sul terreno 
Di digiuno mancare, e di dolore; 
dei figli obbedir cieca all'amore ? 

Ecco a dura battaglia amor materno 
In lei venire, e contro amor la Fede, 
Ora debii pietà prende il governo 
Del cor IraCtlo, ora a ragion lo cede: 
Mancar dovrà Cristiana al Nume Eterno 
Perchè i figliuoli presso a morte vede; 
U fida al Ciel dovrà con fermo ciglio 
Veder morire e l'uno, e l'altro figlio? 



L' A L B U M 



87 



Mentre ondeggia d'affetli in gran tempesla 
Fra l'ombre delia notte oscure, ed adre 
Ode i figli che in suon di voce mesta 
Dicon: perchè non ci soccorri o Madre ? 
Qui manca: strappa i crin dall'aurea tosta, 
E grida disperata: o Sposo, o padre 
Sovvieni ai figli, e alla tua donna oppressa, 
Che se salvarli vuol perde se slessa. 
Tacque; ed alfine a proflerir parole, 
Ch'ella detesta dentro al cuor s'accinge: 
Mal'avvisando di scampar la prole. 
Mentre la Fede rinnegar sol finge. 
Ella serbarla in se viva pur vuole, 
Ma ai giudici pagana si dipinge 
E non appena tale si confessa, 
Che in libertà coi figli vien rimessa. 
Misera che facesti ? ahi ! di qual pianto 
Presto la colpa tua lavar dovrai ! 
Misera ! contro te s'adopra intanto 
L'empio giudice tuo, se lu noi sai : 
Ha inteso che il maggior tuo figlio in santo 
Loro a' cristiani studi attende assai, 
E ciò volge in tua colpa, e vuol che in pena 
Tu ritorni cogl'altri alla catena. 
Ella vi torna; e a Lei la mente Iddio 
Illuminando apre alla grazia il core, 
Onde ornai ripentita, hai ! che feci io. 
Grida, pietà ti chieggo alto Signore: 
Io pagherò della mia colpa il Uo, 
Ma te prenda pietà del mio dolore: 
Se infida fui testé, se fui rubella. 
Ben ti sarò fino alla morte ancella. 
Cosi dicendo senza alcun ritegno 

Al giudice rio corre, e k io son Cristiana, 
Gli dice, io son Cristiana, e il vostro sdegno 
Disprezzo, e di Macon la legge insana: 
In quel Dio credo che nel cielo ha regno, 
E per salvarci vestì carne umana; 
In Lui spero, Lui amo, e per Lui forte 
Sarò a soffrire ogni tormento, e morte: 
E voi che col troncar mia vita breve 
Ogni danno a me far ciechi credete, 
Voi m'impennate l'ali, acciò mi leve 
Presto a quel Ben che voi iioa conoscete; 
Al semmo Ben, che al regno suo riceve 
Chi di patir per Lui nel mondo ha sete. 
Perchè io si lieta de' tormenti sono, 
Che ai carnefici miei di cuor perdono ». 
Poiché ebbe detto con sereno ciglio 
Al luogo del supplizio il pie rivolse: 
Vide morir pria l'uno, e l'altro figlio 
.\è dall'amara vista il guardo volse; 
Mirò intrepida fatto il suol vermiglio 
Dall'aperte sue vene, e non lo dolse: 
Solo sul freddo labbro ognor s'udia 
Suonar di Cristo il nome, e di Maria. 
E mentre sciolta dal suo vel terreno 
Spiegava al cielo i puri vanni l'alma. 
Lo sposo e i figli incontro a lei veniéno, 
Ed applaudendo batlean palma a palma: 



Vieni e corre con noi; gridar s'udieno 
Di tua virtù la meritala palma 
E gli Spirli celesti dai sereni 
Astri ileravan, bencdetla vieni. 

Di eccola Montanari. 

(*) /; racconto di questo fatto è tolto dagli annali 
della Propagazione della Fede. 



IACOPO E ADELE 
RÀCCO.\TO (*) 

Cent, e fine del cap. JX. Il Giuntatore. 

Pervenuto oggimai all'età di presso a ventidue an- 
ni, parve cambiar volesse costumi. Dedicatosi di bel 
nuovo all'arte del bello scrivere, e dove pregando, 
dove scongiurando, e ponendo sempre in campo la 
pietà de'vecchi genitori che gli erano a carico, ot- 
tenne lezioni particolari. Al qual mestiere di peda- 
gogo satisfece in guisa così lodevole, ch'ebbe inco- 
raggiamento e compensi. Le quali cose se ad uomo 
onesto sou di sprone a far meglio, ad Alfredo ser- 
virono d' esca per inorgoglirlo vie più. Gli venne 
adunque in mente di formare in sua casa una spe- 
cie di scuola, ove raccolse que'suoi alunni. Ma im- 
pronto com'egli era ed ardilo, eseguì il disegno senza 
dimandar facoltà al Comune, cui era soggetto il pub- 
blico insegnamento. Richiamatasene l'autorità, tanto 
seppe fare e dire, che fu tolleralo, anche in riguar- 
do de' vecchi genitori, i quali, siccome accennossi, 
facea credere fossero alla mercè sua. Si fatta tolle- 
ranza nelle autorità se potè sembrare da un lato lo- 
devole, era in effetto da biasimare altamente, essen- 
doché aHidavansi in mano ad un tristo e ad un igno- 
rante le speranze di tante famiglie, le quali poi avraii 
lacrimato, se non foss'altro, pel tempo indarno spre- 
cato e pel danaio inutilmente speso. 

Checché di ciò fosse , riuscitagli felicemente la 
pruova , volle dar nuovo saggio d' improntitudine. 
Conciossiaché, quasi beffandosi dell'autorità che tol- 
lerava quella specie di scuola, fé dare pubblico sag- 
gio a' suoi alunni degli studii fatti, avendo egli (s'in- 
tende) scritti loro precedentemente i saggi da mo- 
strare agi' invitati, e avendoli obbligali per più mesi 
innanzi mandare a memoria parecchie composizioni 
edite , e fallasi scrivere da buona penna la prolu- 
sione di uso. Furono molli e scelti gì' invitati; né 
vi mancò qualche personaggio di allo riguardo. Le 
radunanze furono allietate da' suoni e da' canti; si 
che il tumido Alfredo (il quale fé eziandio pruova 
della propria valentia nel suono) , da ministro in- 
fedele di un mereiaio, divenne ad un tratto (mira- 
bile dieta !) maestro ed educator di fanciulli. 



I V. Album p. 72. 



88 



L' A L B U M 



Ma (jualc sarà la vostra meraviglia , o lellori , 
quaiid' io dirovvi ch'egli potè peiielrarc in casa Eve- 
rardo ! E fu cosi daddovero, per quantunque fosse 
slimala cosa presso che impossibile 1' ingannarlo. A 
farne di per. voi slessi ragione, è tempo ve ne dia 
oggimai un fedele ritrailo. 

Uomo di mezzana età, dovizioso, polente e coltis- 
simo, divideva gli affetti di padre e di marito con 
due figli ed una dolcissima donna, perduta la quale, 
nella tenera prole superstite 1' amor conceniro I E 
diifalli egli non solo ne studiava le inclinazioni e 
le tendenze ; ma ne spiava i più recondili recessi 
del cuore. Non gli avresti veduti mai disgiunti dal 
fianco suo: con essi alla villa, con essi alla città; 
in casa gli avca vicini a sé; usava alla chiesa con 
essi. Non mai permise contraessero amicizie; e seb- 
bene a motivo della sociale sua posizione , avesse 
dovuto ricevere di ben molle visite, egli che ocu: 
latissimo era, non gli abi)andonava un istante. Che 
dirò poi della sua religione ? Era uomo tenace del 
Credo vecrliio. 

Il Solitario che, come narrai, era un di que' po- 
chi che godevano della familiarità sua, toltosi seco 
il buon Alfredo, condusselo in casa Everardo. e dopo 
coinene^oli, 

— Mio buon amico, gli disse; ecco il giovine di 
cui vi parlai giorni a dietro. Egli non solo è capace 
di tenervi i libri di amministrazione; ma ancora po- 
trà iniziare la vostra secondogenita nell'arte del bello 
scrivere di cui egli è maestro. 

— Vi ringrazio, ri|)igliò Everardo, del pensiero 
datovi in favorirmi. Spero che questo gio\ ine cor- 
risponderà alle speranze che ho in lui concepite: e 
ch'io avrò nuovo motivo di esservi obbliiiato. 

E volgendosi ad Alfredo: 

— Come vi chiamale voi ? 

— Alfredo *»* 

— Avete i genitori? 

— Signore, appunto per suslenlare la vita a (|uei 
cari, procuro di migliorar la mia sorte. 

— Lodevolissimo pensiero! Non dubitale, figliuol 
mio, che la Provvidenza non sarà per mancar loro. 

— Avete fratelli ? 

— Se ne ho (rispose sospirando e tulio peritoso 
quel tristo); n'ho pur troppo, signore. 

— Son molli ? 

— Tre ed una sorella. 



gli usai 



— Maggiori di 



VOI 



— Appunlo. 

— Sono in famiglia ? 

— Alcuni .sì, altri no. 

— Sono allogati ? 

— Sì, signore. Io solo sono scapolo; ma fortunato 
assai di esser dappresso a babbo e mamma e pensar 
solo ad essi ! 

— Siate benedetto, figliuol mio. Al Signore piac- 
cia dar loro lunga vita. 

E cambiando tuono di voce 

— Ebbene, Alfredo, voi siete a' miei stipcndii. 
Non vi raccomando il timor di Dio; che mi pare ne 



abbiale, al coiisiijerare chi- voi siete il sostegmi dei 
vecchi genitori. Chi ama il |)adre e la madre non 
può non essere buon cristiano — 

Conosceva egli il Solitario Alfredo ? Voleva aiu- 
tarlo di tutta sua possa per fargli del bene, o vo- 
leva ingannare Everardo ^ . . . Troppe domande ad 
un tempo. Non sarete frotlali delle opportune ri- 
sposte, o lettori, 

« Se grato vi sarà l'istoria udire )). 

Einm. Marini. 



CIFRA FIGURATA 




• 




lV:>v.,^.S.3 e i\\ iiL 



33» 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

// suolo di Roma e fecondo non solo in derrate ma 
conserva un museo di statue preziose e capi d'opera 
antichi. 



TIPOGRAFIA DELLE DF.LLE ARTI 

conapprovazione 



UIREZIO.NE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 133 



CAV. GIOVA.NSI DE-A\CELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione 1 ì . 



L A L B U N 



Anno XXVI. 




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90 



L" A L B U M 



SANTA MARIA MADDALENA PORTATA IN CIELO DAGLI ANGELI 
DIPINTA DA D0.1IE.MC0 ZAJIPIERI DETTO IL DOME.MCIIINO 

all'egregio PITTORE 
SIG. LL'lGl GREGORl. 

Mi sono sempre coinpiaciulo di osservare cerlc 
usanze dai nostri buoni veccfii praticale, e di atte- 
nermi specialmente a (|uelic die la benevolenza cor- 
diale dimostrano. Ora per gii anni miei declinanti 
dalla virilità alla seniorilà mi sembra un bisogno qua- 
si indispensabile di seguitare usanze sitTattc, e quindi 
vorrei pur dar\i un segno, dell'afTezione ch'io ho |)er 
voi, pregiando assai le vostre ottime ([ualilà d'animo 
e della stima in che tengo le produzioni del \oslro 
pennello lodatissinie, laonde non isgraditc ch'io v'in- 
dirizzi (|uesta lettera di argomento pittorico, la (|uale, 
se nulla vale per dettatura d'incolte mie parole, mi 
sembra di (jualchc interesse perche ricorda una bel- 
l'opera di un celebre concitladino, degno di migliore 
fortuna in vita, ed a torlo dell'invidia degli emuli 
bersagliato: siccome avviene purtroppo di molti in- 
gegni singolari e scjuisiti , de' quali il mondo non 
sa appre/zariie le produzioni, e solo dopo morte se 
ne la ammiratore. 

Dopo (li aver'io or ora trascorso le principali città 
della Toscana, allo scopo di rifrcscare la memoria 
sopra tanti oggetti, da me altre volte veduti , dei 
(|uali (|uella regione abbonda sopra molte d'Italia, ed 
interessanti alla storia delle nostre arti, volendo io 
trarre ricordi su pittori trecentisti e quatlrocciili- 
sli per un'aiinolazioiie, che è proposito in me di 
publicarc a riscontro di certe vaghe relazioni da 
scriltori stranieri date alle stampe con intendi- 
mento di tracciare di negligenza gl'italiani studiosi 
ed intendenti delle arti proprie, non a torto mi sa- 
rebbesi opposto di commetter' io una grave omis- 
sione, se non fossi venuto in <|ues!a capitale del mon- 
do, ceiilro di belle arti, euou avessi con diligenza ri- 
guardate quelle (aule pitture degli accennali maestri, 
le quali si trovano qui raccolte, e specialmeulc in 
una delle Ornalissimc aule della Biblioteca Vatica- 
na e nelle stanze del prezioso Museo Cantpana. K 
quindi grato a voi che in questo ini facilitaite in- 
gresso ed agio a' miei studi, per mandare ad effiMto il 
divisamento mio, mancherei di soddisfare in parte al 
debito verso voi, se non significaisi il favore ricevuto 
di tale facilitazione al suesposto inlcnlo mio: e perciò 
di quanto io \ì sia leutilo abbiatene colia presente 
una dimostrazione. Vi rendo conto ed al possibile vi 
scrivo iu breve la notizia sopra una pregevolissima 
pittura del bolognese !)omenicbiuo, la (|uale si re- 
putava perduta per l'Italia, e trasportala all'estero, 
come di tante ed insigni vediamo tutto giorno subirne 
privazione per cagione di veiuìitc ad arbitrio, ve- 
nendo meno uegl'italiaui l'amore alle opere artisti- 
che, non senza grave danno e disdoro del nostro bel 
paese, in cui negli andati tempi, di minore vanto 
della civiltà progredita, quelle opere si tenevano in 
onore quali oggetti di vera ricchezza, richiamando 



e trattenendo a più lunga dimora presso di noi tulle 
estranee genti. Ma sopra ciò tornerebbe indarno fer- 
marsi con esplicite considerazioni oggi die gl'inte- 
ressi materiali si valutano assai meglio delle produ- 
zioni degl'ingegni singolari nazionali. 

La pittura della quale vi presento un'idea, forse per 
la sola composizione nel contorno delineato, appar- 
tenne un tempo al famoso Francesco Albani, che ne 
adornò una sacra cappella, ch'egli ave\a nella villa 
sua in una ridente collina a riva del piccolo liume 
Reno denominala la Qucrzola e per la postura di- 
stante da altre abitazioni appellala anche la Ouiete, 
posta quasi alla falda sinistra del Monte Mario, un 
sette miglia circa lontano da Bologna, al di là del 
liumc suddetto a vista della vallata, [ler cui si tran- 
sita nell'andare a'bagni della l'oretta ed in Toscana. 
Vallata, come ben conoscete, di piacevole vedula per 
le amene villeggiature e borgate popolose di Casa- 
lecchio, di Pontecchio, di l'raduro e Sasso, dove i 
conlluenti Beno e Sellasi uniscono a (liè del mirabile 
Bosco di Ferronia o di Glossina, sul quale si pre- 
tese da qualche antiquario sorgesse l'antica etrusca 
città di Careno. .Ma Iraiasciando di ferniare l'alien" 
zione nostra su queste archeologiche disquisizioni, 
vi dirò dun(|ue che l'Aiiacreoute della pittura, eoa 
quest'appellativo fu distinto il nostro Albani, teneva 
vicino al casamento di sua villa un'isolata cappella 
con enlrovi a decorazione il (|nadr(> ligurante la pe- 
nitente «li Magliaio trasportata in cielo dagli Angeli, 
lavoro e dono, ciedesi, dell'amico suo Domenichino. 
Non è a dire se finche visse tenuta fu cara e slimala 
cosa ad esso, aggiungerò soltanto che, a memoria degli 
scrittori patri, sino al finire dello scorso secolo la 
pittura venne colà serbala e custodita con gelosa cu- 
ra; per le vicende sopravvenute il luogo, cangiando 
di proprietario, fu prima de' Pepoli, poi de'Caprara, 
patrizi e (juaranta di Boloa'na, inlìne venduta la villa 
con altri possedimeiili rurali si smarrirono le traccio 
della tolta pittura; anzi fu credulo generalmente es- 
sersi all'estero portata, ed io pure indotto dalia voce 
comune feci menzione di quesla perdita artistica in 
una nota por la ristampa della Felsina l'iltricc del .Mal- 
vasia. Non é guari pero seppi ch'era slata rinvenuta, 
ripulita dal |iiltore [irofessore Giuseppe Guizzardi, e 
venduta al ricco signore Francesco Diana di Cento, 
a quello slesso che avendo acquistato il palazzo dei 
conti Chiarelli, adorno di giovanili dipiiili del Guer- 
ciiio , per conservarli vieppiù minacciando cadere 
dai muri, falli gli aveva staccare dal bravo Giovan- 
ni Uizzoli di l'ievc, e trasportale su tele, come tut- 
tora li conserva, secondo che ne fu dato ragguaglio 
iu (juest'Album di Roma, ,inno XIX. pag 3")'». per 
articolo illusiralivo del dottore Gaetano Alti cen- 
tese. Né il lodato signor Diana si arrestò alla gen- 
lilezza di fare a me vedere la pittura del Domeni- 
chino in discorso, fu corlcsc inollrc di permcllere 
che della incisione presente a contorno io facessi 
uso per quest'Album stesso : assecondando cosi non 
solamente al desiderio mio di fare conoscere all'uni- 
versale un dipinto quasi sconosciuto, e non mes^o 



L' A L B U M 



'Jl 



tra le opere che de! Domenicliiiio diede in luce con 
incisioni il Laiidon, quando de' principali pillori ila- 
liani si propose pubblicare le vile e delle opere loro la 
indicazione. 

Di buon grado assunsi l'inpegno di rendere nota 
a questa forma la pittura, che riconosciuta fu ori- 
ginale e collaudala da' viventi professori accade- 
mici, con documentata certificazione del professore 
Masini segretario della Pontifìcia Accademia di belle 
Arti in Bologna, dietro la sottoscrizione dei nomi a 
voi cogniti de' nostri Alberi, Angiolini, Barbieri, Ba- 
ruzzi, Guizzardi, Marchi, Muzzi, Spagnoli, che tulli 
convennero di non equivocare nella originalità, tanti 
e cosi piegati sono i caratteri e i pregi distinti in essa 
pittura; ed inolire per documenti storici esser con- 
fermata la opinione loro , sicché dichiararono ba- 
stava a questo interessantissimo lavoro il nome del 
Domenichino per onorarne e celebrarne la eccel- 
lenza. E cosi il novello proprietario aveva schietta 
assicurazione dall'altro professore pittore cavaliere 
Rasori, che per lettera lo accertava che qualunque 
artista pratico della scuola bolognese, il quale non ab- 
bia fini indiretti, non può vedere nella sullodata pit- 
tura, si per la semplice e bella composizione che nella 
esecuzione e forma del disegno, se non la mano del 
nostro Domenico Zampieri. E per convalidare vieppiù 
i riportati giudizi si piacque di concorrere eziandio 
il direttore dellaR. Accademia Atestinadelle belle arli 
professore Malalesla, il quale da Modena rilasciava 
al signor Diana un documento d'ulTicio, con cui es- 
primesi di aver potuto gustare da vicino la bel- 
lissima S. Maria Maddalena : ed a nessuno doveva 
cadere in dubbio, che questa pittura non sia vera- 
mente delle più graziose del Domenichino, come ne 
fanno fede la composizione originale e nuova, piena 
di quell'espressione che al solo Domenichino era dato 
conseguire: l'arieggiare dc'pulli, il modo di colorirli 
e darne forma alle pieghe; come pure certi tratti 
dati con arte tutta sua, mostrano ad evidenza essere 
certamente originale, per cui senz'altro aggiungere, 
per la pura verità ne lasciava il riferlo certificato mu- 
nito del sigillo dell'Accademia, della quale tiene meri- 
tamente la direzione. Farne dunque a voi altre parole 
in proposito del merito pittorico , dopo quelle che 
vi ho alla lettera riportate da'professori suddetti, sa- 
rebbe in me presunzione, ollremodo soverchia e bia- 
simevole; quindi mi ristringerò a dire che la pittura è 
sopra tela dell'altezza di palmi romani sci ed oncie 
due, e di larghezza palmi (juattro ed oncie due: ben 
conservata e direi anche eseguita quandoché il Do- 
menichino dipinse il graziosissimo quadro della Cac- 
cia di Diana, il quale ho riammirato più volte, in 
questi giorni di mia dimora in Roma, qual'uno degli 
ornamenti più belli della principesca galleria Bor- 
ghese; e quandoché con simigliante composizione co- 
lorì la santa Cecilia glorificata nella cappella a 
S. Luigi de' Francesi. 

Se nel prossimo venturo autunno voi ripatriate, 
portando alla nostra Esposizione di belle arti altro 
bel quadro, come il mollo encomiato della Cleopa- 



tra, il quale portaste l'anno scorso ed a gara subilo fu 
acquistato da un vostro concittadino, io medesimo 
vi condurrò a Cento presso il signor Diana, e colà 
potrete da voi stesse ammirare la pittura, della qua- 
le porsi questo cenno e si pubblica la incisione a 
contorni. Così novello segno vi darò di quella slima 
ed amicizia con cui mi ripeto 
Roma 2 mag. 1859. 

Vostro affezionatissimo amico 
Gaetano Giordani (*) 

(*) Trovandosi in questa capitale il nostro amico e 
collaboratore Cav. Gaetano Giordani, Ispettore della 
Pinacoteca di Bologna, corrispondendo a nostra pre- 
ghiera fii cortese di farci dono per quest' Album del- 
l'illustrazione da lui dettata sul pregiato dipinto di S. 
Maria Maddalena del Domenichino, che offriamo a no- 
stri lettori , certi di far loro cosa grata, sendoché i 
dettali di questo scrittore diligente ebbero sempre una 
speciale importanza nella storia delle arti belle. 

Il Direttore. 



BIOGRAFIA 
DI PIETRO BORGHESI SAVICNANESE. 

Pietro Borghesi nacque in Savignano nel 1722 il 
16 Giugno, e gli fu padre Bartolomeo. Se alla gloria 
letteraria potesse accrescere lode lo splendore de' na- 
tali, gioverebbe il dire che la sua famiglin trae ori- 
gine da quella di Siena, che die al mondo Paolo V 
Pontefice lodalissimo. Essendo unica prole, Barto- 
lomeo si die ogni pensiero di crescerlo ad ogni lode, 
e quindi dopo avere dato opera eh' ei si nudrisse 
di que' studi che sono primo alimento della gioventù, 
lo mandò a Roma in eia di tredici anni, e lo mise 
nel Seminario Valicano , ove ben presto dio segni 
di nobile ingegno. Dopo cinque anni uscito d'alunno, 
venne a Rimini; ove si die allo studio delle leggi 
sotto la disciplina del celebre Jano Planco : alla 
scuoia del quale mollo imparò. Quando ripatrió, che 
fu dopo alcuni anni , già sapeva Ialino , e greco , 
valeva a bello poetare , e quel che è più sentiva 
mollo innanzi in fallo di Archeologia numismalica, 
scienza che può dirsi credila propria di quella fa- 
miglia. Imperocché Barlolomeo suo padre uomo di 
estesissime cognizioni , aveva già incominciato una 
bella raccolta di medaglie antiche, la quale poi cogli 
anni fu da Pietro accresciula assai, ed ora é siala 
complelata dal chiarissimo figliuol suo cav. Barto- 
lomeo, cui i doni merilamenle danno titolo di Prin- 
cipe de' viventi Archeologi. Certo é che parlando 
monsieur Benaven di questa collezione, quale egli 
la conobbe vivente Pietro, dice essere una delle più 
belle, e più rare collezioni Italiane, tanto per mo- 
nete, quanto per medaglie d'oro, e d'argenlo. (Ve- 
dasi le Cassier Italien, Lyon 1787) L'Abbale lanini 
poi ne' supplementi all'opera del Banduri, ne fa pur 
egli assai lodi. Ma per tulle le parole dette dai let- 
terali del trascorso secolo baslerà recare ciò che di 
questo museo cosi com'è ora perfezionalo, e com- 
piuto per opera del cavaliere Barlolomeo) affermò 



92 



L' A L B U M 



il eh. ed eruditissimo dodor Gio. Labus , il quale 
nella prefazione alla dissertazione del prelodato cav. 
Barlolonieo sulla Genie Arria già edita iu Milano 
francamente asserisce, il Museo Borgliesiano essere 
nel suo genere il più ricco , e il più splendido 
d'Europa. 

Ma |ier (ornare a Pietro dirò che appena ripa- 
trialo (lie' mano alle cose del comune, e .si mostrò 
(in da prima buon cilltadino, td amorevole alla sua 
terra natale. E se io do» essi tessere un elogio alle 
virtù pubbliche , e privale , anziché scrivere una 
biogralia avrei molto a dilungarmi, ma dolendo 
servire alla brevità biogra(ii;a, di (jucsle mi j)asseró, 
ed accennerò de' suoi studi, e delle sue opere. Pe- 
rocché sebbene avesse il più della vita occupalo 
nelle bisogne del pubblico, nulladinieno non si ces- 
sava da' suoi studi di lettere, e d'Archeologia. Sap- 
piamo dal Mazzucchelli che nel 17j'( pubblicò una 
canzone per le nozze di una sua sorella, un estratto 
della (juale fu dato nelle novelle letterarie di Fi- 
renze delio stesso anno. Ma 1' inclinazione sua lo 
portava ad attendere spezialmente all' Archeologia 
e però vedendo che le medaglie consolari non erano 
nel più ben interpretate , e ve ne aveva di molte 
sconosciute, o non abbastanza riichiarale, egli prese 
sopra se la fatica d'inlerprelarle, e illustrarle, e ne 
compilò un grosso volume in foglio, nel quale com- 
battute le contrarie opinioni , con sicure indagini 
recò in mezzo nuove, e buone spiegazioni, cosi che 
per lui si accrebbero d' assai le cognizioni che si 
erano avute dal Tesoro Morcelliano. E se la modestia 
soverchia non l'avesse ritenuto dal pubblicare tosto 
l'opera sua , egli avrebbe 1' onore d'avere in gran 
parte precorso alle dottrine dell'Eckel. Ben é vero 
(ed io stesso l'ho inteso da lui) che se il figlio suo 
Bartolomeo, non fosse stalo in tenera età, avrebbe 
fatto di pie' e di mani, per vincere la paterna ri- 
trosia , e precedere la stampa dell'Eckel , eseguila 
nel 1795, cioè un vcnt'anni dopo la fatica di Pietro. 
11 Ms. esiste presso il ligliuol suo, ed io stesso ho 
avuto agio di vederlo ed esaminarlo. Un altr'opera 
del Borghesi abbiamo alle slampe sui nummi unciali 
lavoro dottissimo e riputato, e dobbiamo al Cardinal 
Zelada amicissimo del Borghesi se vide la luce. Poi- 
ché pare che il Borghesi noi cedesse che a patto 
che il Cardinal vi apponesse il suo nome, per non 
comparire egli, grazia che quell'Eniinenlissimo non 
esitò a fargli: A fede di questo , che potria saper 
di strano , ne sia l'autografo del Borghesi , che si 
conserva dal figlio , con alcune lettere , e ciò che 
assorice 1' eruditissimo Canonico Don Luigi Nardi 
alla |)agina 152 del Compito Savignanese (Pesa- 
ro 1S27'. Ebbe moltissima parte nell'opera del Zan- 
iietti sulle monete del meilio evo d'Ilalia, sebbene 
non credo che vi si legga mai il suo nome , non 
per colpa dell'erudito Zannelti , ma per volere , e 
comando del modestissimo Erudito Savignanese. Il 
quale essendo chiamato dall'amicizia a scrivere al- 
cuna cosa in difesa della sentenza di Pasquale Amati 
suo intrinseco , nella questione allora agilatissima 



sul Rubicone, si nascose sotto il finto nome di Fra 
Bariodino Cedicone castaido di Ribano. 

Scrisse pure molte epigrafi Ialine, le quali si leg- 
gono trascritte nella biblioteca Simpemenica. Fra 
queste è pur quella, che dal prelodato Mazzuchclli 
fu citala, e che fu inserita nelle Nov. leti, di Fi- 
renze del 1760 alle coli. 7ó9 e 760. 

(Carteggiava coi primi dotti del suo secolo: fioriva 
nell'amicizia de' Cardinali Zelada, Riniinaldi , Ga- 
rampi , Colonna Stillano. Il celebre abate lanini 
parlando di lui così disse « Petrus Hurghesius Sa- 
viniaìiensìs in re nummaria egregie doctus mihi dux 
et mugister meliura numismalices rudimcnta dedit , 
atque ad suphmentum Jìandurii dictandum omnes lo- 
citplelissimi (juos ipse fwssidel musei 7iummos descriplos 
Iransniisit » (Ved. suppl. ad ISandurii numismata 
Roma 1791). Giunto all'età ili 72 anni, mori il 28 
marzo 1791. 

« Scrisse (cosi dice il dottissimo N'ardi nella ci- 
)) lata opera de' compiti) molto più a progresso delle 
)> scienze comunicando altrui i lumi aciinistati, che 
» a gloria propria ... fu il sostegno degli affari 
» pubblici della sua patria.; il di lui contegno sc- 
)i vero, ed un naturale cui pareva incognito il riso 
» erano smentili da un cuore pieno di tenerezza 
)) pei poveri , ai (juali elargiva abbondanti somme 
» e per gli amici che amava tenerissimamente » Fu 
di statura mezzana, poco di persona; aveva carna- 
gione bruna, occhi neri e alquanto sporgenti , ma 
vivacissimi. Era socievole assai, e si piaceva di molti 
gentili. Ebbe tre mogli, e (|uattro figlioli, tre fem- 
mine e l'un maschio, che é il celebre Cav. Barto- 
lomeo vivente a lustro degli sludi Archeologici, e 
della letteratura Italiana. G. I. Montanari. 



ss. vi.Ncr;.\zo i:d a.nastasio alle tre foma.ne 

Questa chiesa posta fuori la porla ostiense oggi 
s. Paolo vicino alla chiesina delle tre fontane già 
detta ad aquas saldai luogo ove l'apostolo delle genti 
venne decapitalo (*). La chiesa di cui ora |)arlianio 
fu edificala in onore dei nominati santi martiri da 
Onorio 1 assieme ad un monastero congiuntole noi 
62.5. Adriano I circa il 772 la ristorò come scrive 
Riccardo monaco Cluniacense, e poscia Leone III nel 
796 la fece rifare dai fondainenli. Carlo Magno la 
dotò di dodici terre nel terrilorio di Siena come as- 
serisce Ferdinando Ighcllio nella sua Italia sacra, 
dove parlando di Vescovi Ostiensi ne riporta anche 
il privilegio. Innocenzo II nel 1128 rinnovò il mo- 
nistero e >i fece venire s. Bernardo da Chiaravalle 
co'suoi monaci per abitarvi, assegnando poderi e vi- 
gne pel mantenimento di essi: s. Bernardo vi mandò 
per primo Abate un monaco chiamato D Pietro Ber- 
nardo Pisano che fallo Papa nel 1145 assunse il no- 
me di Eugenio III ed a lui il medesimo santo scrìsse 
il suo notissimo libro de consideralione. \ cai Baro- 
nio Annali Tom. XII anno 1138. — Ridotta questa 
chiesa in cosi buono stato nel 1221 fu consagrata 
dal Pontefice Onorio IH la cui effigie vedevasi di- 



L' A L B U M 



93 




SS.^VTNCFNZO ed ANAST\SI0 alle tre F(I>TANE. 






niula sotto il portico assieme ad altre pitture anti- 
che di maniera rozza le quali dal tempo e dalie in- 
temperie sono stale guaste. Quelle però dell' aitar 
maggiore si riguardano come antichissime e di stile 
anche migliore : i dodici apostoli nei pilastri di 
mezzo furono dipinti coi cartoni di Raffaello, e si 
pretende inoltre che sian copie di quelli famosissimi 
dipinti dal Sanzio nel Valicano entro la sala detta 
dei Chiaroscuri. 

In questa chiesa si conservano molte reliquie di 
santi martiri, oltre quelle dei santi titolari; una delle 
quali, ch'é quella di s. Anastasio monaco persiano 
martirizzato da Cosroe re di Persia nel 626 fu man- 
data in Roma dall'imperatore Eraclio, assieme al- 
l'imagine di esso santo che qui si tiene in gran ve- 
neiazione. Dalla parte sinistra dell'aitar maggiore 
vedcsi la memoria sepolcrale del nominato P. Fer- 
dinando Ughellio, celebre per la sua dottrina ed eru- 
dizione. Oggi quest'Abbadia è commenda cardinalizia. 

(*) Questa chiesa posta nel luogo propriamente ove 
san Paolo fu decapitato , il cardinale Aldobrandini 
nel 1599 essendo diruta la fece ristorare co' dise- 
gni di Giacomo della Porla, aprendovi innanzi una 
piazza e facendo si che una colonna alla quale si 
crede venisse legalo il santo per decapitarlo, fosse 
collocata avanti alla prima delle due fontane ch'ivi 
si vedono, per indicare il primo balzo che fece la 
sua testa recisa , come le altre due fontane dimo- 
strano per l'appunto gli altri due balzi : questi tre 
fonti che danno nome alla chiesa, scaturirono mira- 
colosamente in tale occasione ed i fedeli ne beono 
con cuore divoto. De' nominati ristauri e durevole 
testimonianza la seguente iscrizione : 

Petrus diaconus card. Aldobrandinus S. R. E. ca- 
merarius, locum s. Pauli apostoli raartyrio et Irium 



fontium, qui ex tunc recisi capili saltu emanarunt, 
miraculo insignem velustate deformatum aede ex- 
trucia magnificienlius restituii et ornavit an.MDIG 
Clemenlis Papae Ylll Patrui sui an. Vili. 

L'interiore della chiesa è di semplice architettura 
e gli altari sono ornali con ricche colonne di por- 
fido nero assai raro e pregialo: il quadro esprimente 
la crocefissione di s. Pietro é una copia di quello 
bellissimo eseguito da Guido Reni il quale oggi si 
ammira nella protomoteca Vaticana ; la decollazione 
di s. Paolo è una competente pittura di Bernardino 
Passerotto bolognese ; le Ire statue sulla facciata 
furono scolpile da Niccolò Cordieri dello il Fran- 
ciosino e non son prive di merito (Nibby'). 



SAFFO 



STATIA COLORATA DEL SIC. CIOVA.-VNI CLESIAGER. 

Non è nuovo in queste pagine il nome dell'illu- 
stre scultore francese sig. Giovanni Clesinger , ed 
in altra occasione avemmo agio di descrivere ed en- 
comiare alcuni suoi lavori mollo pregevoli e per 
r invenzione e per l'arte (*). in quello scritto no- 
tavamo singolarmente che una sua particolarità si 
era quella di dare alle sue sculture un certo che 
di pittorico, pel quale sparisce agevolmente quella 
lai qual ruvidezza propria del marmo, procurando 
ad esse un non so che di amabile ed originale. Ora 
questa apparenza pittorica nella scultura , ha egli 
voluto spingerla fino al punto di dare il colore stesso 
ai marmi , rammentandosi che questo artificio era 
cercato anche dagl' istessi antichi, i quali non isde- 
gnavano di dipingere i marmi squisitamente intaglia- 
ti , e colorire le immagini degli dei e degli eroi. 
Tuttavia non era questa un'agevole impresa: impe- 



94 



L" A L B L M 



rocchi! noi ben sappiamo che gli anlichi cosi face- 
vano, ma come ciò facessero ignoriamo: né maggior 
cognizione abbiamo sui processi e sulle niesliche me- 
diante le quali colorivano i marmi in modo non in- 
grato o barocco. Il sig. Clesinger pretende di aver 
finalnienle sco|ierlo il metodo stesso degli antichi : 
se egli ben s'apponga non osiamo asserirlo; il certo 
però si è che la sua statua colorala ha fatto una 
profonda impressione in quanti la videro, ed ha nel 
pubblico in generale destato tal senso, che non si 
cancella farilincnte dagli animi. Ripetiamo non as- 
serir noi che i suoi metodi di dipingere il marmo 
sicno gli stessi adoperali dagli anlichi, ma confes- 
siamo con piacere che l'effetto ottenuto non può es- 
sere inferiore a quello che gli antichi stessi ottene- 
vano; poiché l'armonia delle tinte e la leggerezza loro 
procurano al marmo (|ueir amabilità per cui il la- 
voro piace all'occhio e non urta per la sua novità. 
Non è questo il luogo di fare una dissertazione né 
discutere come e perchè si usasse colorire le scul- 
ture, né se convenga o no di farlo. Il cerio è che 
fu fallo , non solo nei più remoli tempi dell' arte 
greca ed eirusca, ma ancora in quelli della sua per- 
fezione al tempo di Fidia, adoperandosi per ciò an- 
che i marmi, i niel.illi e le gemme di vari colori; 
né quest'uso venne meno nell'epoca del risorgimento 
dell'arte in Italia, e lo attcstano le sculture dipinte 
di Verroccbio, Luca della Robbia, e molli altri. I*er 
la qual cosa mollo lodevole è il divisameulo del ce- 
lebre scultore francese , il quale tentò con questo 
mezzo una novità, che poteva ridonare all'arie un 
altro allellnmenlo; iiil'alli specialmenl(! per la scul- 
tura di gaiìinello, cioè per quei lavori destinali ad 
abbellire una sala od un privalo palazzo, noi tro- 
viamo che questo genere mentre nulla detrac alla 
bellezza intrinseca e al vero merito dell'arte, con- 
giungc anche un certo vezzo che la rende più gra- 
devole e simpatica , e il successo ottenuto da lui 
venne largamente atlcstalo dall'universale favore col 
quale la sua statua fu accolla dal publico, e da ogni 
inlelligcnte dell'arie. 

Ma non nella sola novità del colore consiste il 
merito della statua del sig. Clesinger; che anzi que- 
sto è, a dirlo propriamente, un semplice accessorio, 
avendo l'artista mirato principalmente a fare tal la- 
voro, che e per lo stile e per la forma convenisse 
perfellamenlc al soggetlo, e potesse venir giudicalo 
dall' occhio severo dell' artista. Come osservammo 
anche nell'altro nostro scritto accennalo , la mente 
di questo bravo scultore si nutre principalmente di 
delicate fantasie, e i soggetti che più gli si affanno 
son quelli nei quali può maggiormente ispirarsi in 
un poetico sentimento. Quindi non è meraviglia se 
la mesta ed amorosa figura di Saffo si presenti ad 
esso sempre sotto nuovi e più patetici aspetti, e se 
avendola già una volta immaginata nel punto di ab- 
bandonarsi ad una funesta disperazione, si compia- 
cesse ora di figurarla in un momento diverso, (|uando 
cioè la gran regina dei carmi, prova per la prima 
volta un sentimento tutto nuovo, un'inquietezza vaga 



ed incomprensibile, un palpilo che non si può spie- 
gare, e quel senlimento quell' inquietezza quel pal- 
pito si restringono nella parola Amore. Sì, la statua 
del Clesinger è una nuova figura di Saffo ; non la 
Saffo amante tradita e disperata , ma la Saffo ver- 
gine e pudica, che prova per la prima volta il sen- 
timento dell'amore, e quasi presaga della infelicità 
che l'allenile, si abbandona mestamente a' suoi amo- 
rosi pensieri. Tutta la statua è alta palmi romani tì 
ed alleggiala in tal guisa : la figura sta ritta 
sulla persona ed avanza un poco 1' uno de' piedi : 
tiene la testa leggermente inclinata verso il pello, 
come chi rimane assorto in grave pensiero : colla 
destra abbandonala lungo il fianco sostiene la cetra 
di forma esattamente uguale alle antiche ; la sini- 
stra ravvolta tuttora nel manto sia ri|)iegala sul pctlo 
e porta la mano al cuore come per accertarsi del 
palpito insolilo eh' essa prova : 1' espressione della 
faccia è quale non si può meglio desiderare, mesta, 
affettuosa , gentile e di classica bellezza ; poiché 
piacque allo scultore allencrsi a quella tradizione, 
la quale ripudia la taccia di brulla apjiosla alla mi- 
sera Saffo, ed anzi vuole ch'ella fosse di non vol- 
gare venustà di formo e di lineamenti. Dalle orec- 
chie le pendono due vaghi orecchini d' oro , porla 
la fronte cinta da una corona di lauro pur d'oro, 
e i capelli di colore un po' castagno soslenuti e 
rannodali da una benda rossa, secondo la nota ac- 
conciatura delle donne di (irecia. Al collo porla un 
vezzo pur d'oro: la lunga tunica che le scende fino 
ai piedi è bianca come lino, e sovrapposto a (jue- 
sta porta un manto leggormenle coloralo di az- 
zurro , con un ornnmenlo a fiori di stile e forma 
puramente greca. In fine perchè nulla mancasse al 
carattere totale di questo lavoro, anche il piedistallo 
rotondo su cui poggia la slalua è di tal sagoma quale 
si adflice a (jucsta classica figura, e porla incisi nel 
mezzo a lettere rosse alcuni versi greci dell' infelice 
poetessa, ([ueili appunto nei (| uali dipinge più fer- 
vidamente la sua passione fatale. 

Poco potremmo aggiungere di lode, a (|ueIlo che 
già il pubblico pronunziò su questo lavoro. Ci piace 
tuttavia far notare , come in (|uesla bell'opera del 
sig. Clesinger, appaia evidenlemenle (|uarilo l'aggi- 
rarsi continuamente in mezzo ad opere di classica 
scultura, e lo studiare con intelligenza gli anlichi 
modelli , abbia conlribuilo a fargli acquistare uno 
stile che a quelli lo ravvicina , e ad imprimergli 
nell'anima il senlimento di quel classico bello, per 
cui in qncsl' ultimo suo lavoro ha potuto ben co- 
gliere r espressione e il caraltere conveniente al 
sogirello. In fine (jUCSta seconda Saffo del sig. (Cle- 
singer, somministra una pro^a anche maggiore della 
non comune fecondità del suo ingegno, e di quella 
prontezza colla quale sa cogliere e tradurre in atto 
una nuova idea. E indubitato chei suoi talenti gli dàn 
dirillo ad un posto notevole fra gli artisti francesi, 
e non ci recò poca meraviglia quando vedemmo che 
fra i molli lavori di scultura che vengono allocati 
in Parigi a molti artisti di ogni grado , fu dimcn- 



L A L B U M 



95 



ticalo questo, che attende fuori di patria a perfe- 
zionarsi sempre più nell'arte , e ad onorare il suo 
paese col suo ingegno multiforme. E dicemmo non 
a torto multiforme, perchè non nella sola scultura 
opera il sig. Clesinger, ma quasi per diporto passa 
talora da quest'arie severissima a quella più amena 
della pittura di paese, ahhenché nella vastità delle 
sue tele, e nel classico dei luoghi rappresentati ci 
si scorga sempre quel sentimento del grande che è 
particolarmente proprio dello scultore. Chi vuole ac- 
certarsene vada al suo studio, e ne troverà coperte 
le pareti da questi suoi dipinti, che accenniamo sol- 
tanto, e sul cui merito torneremo forse in altra oc- 
casione. 

Ma per tornare alla Saffo , conchiuderemo con- 
gratulandoci coH'egregio artista per questo suo nuovo 
ed originale lavoro, ed augurandoci di vederne ben 
presto qualche altro, che ne sia nuova testimonianza 
della versatile sua fantcìsia. 

Q. Lvoni. 



BIBLIOGRAFIA 



// pianto dei giusti nella morte dei loro cari. Lettera 
del P. Antonio Angelini d- C. di G. Professore di 
eloquenza sacra, e di riti sacri al Collegio Roma- 
no. Firenze presso Luigi Manuelli. 

È un opuscolo di 74 pagine, diviso in 12 capitoli 
nel quale il eh. Autore, colta l'occasione dalla morte 
dell'amato genitore, apre il suo animo intorno la vera 
consolazione dell'uomo nella perdita dei suoi con- 
giunti, ed amici. Pone innanzi tratto, che è opera 
inutilail cercar conforto nella sapienza dei llomani, 
e dei Greci , perchè questa le più volle non disa- 
cerba il dolore, ma collo stesso rimedio lo inaspri- 
sce, e se alcuna volta lo rammorbidisce è ben poca 
cosa. Quindi da filosofo cristiano medita sulle con- 
solatorie scritte da Plutarco nella morte della sua 
figliuola Timossena, nelle parole di Cicerone a Sul- 
picio nella perdita della cara Tullietta, e infine nel 
morire improvviso di Scipione : e sebbene ammiri 
il senno , la eloquenza , e l'atticismo di quei due 
sommi, pure egli non si mostra pago delle loro ra- 
gioni nell'opera del consolare. E giuslamenle : impe- 
rocché, per uscire da Cicerone , e da Plutarco ri- 
cordali dall'Angelini, chi mai avrà sano l'inlelletto 
e crederà persuasiva e acconcia all' uopo la ode 
consolatoria di Orazio al suo amico Virgilio dolen- 
tissimo per la morte di Quintilio ? E chi ha cuore, 
e non freme, e non si dispera quando il poeta nel- 
l'ode 28 lib. 1 si volge ad Archita, e gli dice : 

.... Nec quidquam libi prodest 

Aerias tentasse domos, animoque rotundam 

Percurrisse polum morituro ? 

Quel crudissimo Morituro non racconsolato da 
niuna lieta speranza , è pur la cosa desolante. Ma 
Orazio se ne mostra assai vago, e lo ripete nel I. 2, 



ove conforta Delio allo stoicismo mettendogli in- 
nanzi agli occhi la necessità del morire : 

Aequam memento rebus in asperis 
Servare mentcm, non secus in bonis 
Ab insolenti temperatam 
Laelitia, moriture Deli .... 

Omnes eodera cogimur : omnium 
Versatur urna, serius, ocius 
Sors exitura; et nos in aeternuni 
Exilium impositura cjmbae. 

Quanto riescan pesanti e gravemente dolorose 
queste imagini, ognuno sei vede. Ma tale era la fi- 
losofia pagana ; di che sapientemente il eh. Angeli- 
ni , postala dall'un dei lati, cerca di conforto nei 
soavi pensieri di Religione : nella speranza che i no- 
stri cari trapassati abbiano mutato, com'egli scrive, 
l'esilio alla patria, le spino alle rose, il pianto al ri- 
so, le fatiche al riposo, i tumulti alla paco, la schia- 
vitù alla libertà , la terra al cielo. Lastricatasi cosi 
l'Autore la via al suo tema, viene sfiorando dai li- 
bri dei Santi Padri , i più belli ed affettuosi tratti 
di eloquenza per dimostrare come si siano gover- 
nati i giusti nella morte dei loro cari. Apre il primo 
capitolo col volgarizzare il racconto della morte di 
Monica madre di santo Agostino da lui medesimo 
scritto nel libro delle Confessioni. Lo scrittore Afri- 
cano versa in esso tutta la sua anima, ed il eh. An- 
gelini ne ritrae pienamente l'affetto: e chiunque vorrà 
raffrontare il volgarizzamento di questo brano col 
testo latino, come noi abbiam fatto, lo troverà in- 
formato di quella slessa pietà , grazia , e passione, 
onde lo dipinse Agostino. Seguono altri lunghi brani 
di S. Ambrogio, di S. Gregorio Nisseno, di S. Giro- 
lamo, di S. Bernardo, di S. Cipriano ecc. ecc. tra- 
dotti con egual valentia. Perchè non dubitiamo as- 
serire che l'opuscolo dell' Angelini debba riuscire 
graditissimo alle anime divote pel conforto, che ivi 
troveranno nelle loro sveuture ; agli studiosi della 
buona lingua per la temperala eleganza, ond'è scrit- 
to ; ed agli amatori dell'antica, cioè della vera elo- 
quenza , che vi apprenderanno l'arte del concepir 
grandioso, e del dettar nobilmente. 

G. T. 



dell'ahitazione ed oratorio ch'ebbe in ro.va 

IL B. KICCOLÒ albergati DE'cARTLSIAM VESCOVO DI BOLOGNA 
E CARDINALE DI S. CHIESA (*). 

in. 

Non si conosce per alcun monumento ciò che di 
questa casa avvenisse fino al 1773: sappiamo però 
da una Relazione messa a stampa per la famiglia 
Volpato, come nel detto anno « nel ristaurare l'ap- 
)) parlamento superiore ed uguagliarne i piani, la 
» nicchia della sacra Immagine fu chiusa con ta- 
» vole e poi anche con muro, restando cosi negletto 
)> ed obliato un monumento di tanta rarità e divo- 



96 



L' A L B U M 



)) zione )i (1). L'anno poi 1784 Giovanni Volpato 
venne al possesso della mentovata casa per compra 
fattane da' PP. Cistcrciensi o di s. Bernardo, come 
diconsi comunemente dal venerando nome del Pro- 
pagatore dei s. lor Ordine. « Senonchè nell'anno 1790 
» Giuseppe Volpato figlio di Giovanni per altri nuovi 
)) ristauri che pensava fare, avendo ottenuto da' Mo- 
» naci i conti del muratore clic vi avea lavorato 
» nel 73 , e rincontrando ad altro fine le partite , 
» trovò che la nicchia del SSmo Crocifisso era slata 
» chiusa e murata come si è detto; e a tal notizia 
» fatto smurare il luogo , si vide ritornare di hel 
» nuovo alla luce del giorno e alla venerazion de' fe- 
» deli la venerabile Immagine della quale se ne cre- 



» deva già smarrita ogni traccia (2) 



Fu allora 



che Giovanni e Giuseppe Volpato ridussero la ca- 
mera a magnifico oratorio, quale conveniasi ad un 
monumento di tanta importanza, alla pietà e dovizia 
loro. Elevarono quattro grandi pilastri di ordine do- 
rico sormontati da cornice e cupolino a grandi ri- 
quadri cou coretti di fianco corrispondenti al piano 
supcriore dell'abitazione. I ricchi ornati a chiaro- 
scuro che decoravano e fondi delle pareti , e fre- 
gio e cornice e pilastri , e pieducci e cupolino , 
furon di])inti dal Migliarini, ornatista nello scorso 
secolo di vaglia. La nicchia del Crocifisso fu in- 
torniata da elegante cornice intagliala in legno e 
dorala a buono con sopravi un' an)|)ia ghirlanda 
allusiva al misterio del divino amore. Il pavi- 
mento era formalo a bei scompartimenti di marmi 
pregevoli : fuvvi elevalo un magnifico altare sopra 
due gradini di cipollino , sotto il quale fu riposto 
r intiero corpo della santa Martire (jiulia Donata 
con r ampolla del sangue , cavalo dal cimitero di 
s. Felice nella via Aurelia, la cui iscrizione inca- 
stonala nel muro era concepita cosi : 
IVLIAE DONATE (sic) 
CONIVGI 
SVAE 
GADIVS SECVNDVS 

Olire il corpo della mentovata santa Martire fu 
arricchita di preziose rcli(|uie e di molli spirituali 
privilegi accordati dalla S. M. di Pio VI Pontefice 
Massimo. 

Sopra all'architrave della porla d' ingresso, i Vol- 
pato scolpirono la seguente iscrizione in tavola di 
marmo : 

Hoìiori 

B. Nicolai Albergati Card. 

Harumce . Aedium . Et . Sacelli . Condiloris 

Hoc . Tu . Sacello . Nicolae . Supplices 

Levare . Cacio . Consuevisli . Manus 

Hoc . Immolare . Et . Incruentam . Victimam 

Haec . Te . Domus . Dum . Tenuti . . Si . Corpore 

Hinc . Nane . Abes . Beale . Adeslo . At . Spirita 

Praesenliaque . Numinis . Magni . Tui 

lohannes . Volpato . Cttm . losepho . Filio 

Squalore . Vetustatis . Deterso . Rest . Cur. 

Anno CIDIDCCXC 



Questa insigne cappella manlcnnesi in fiore per 

lungo volger di tempo , e formò 1' ammirazione di 
quanti la visitarono. 

{Continua) Emm. Marini. 

(*) Vedi Album, pag. 53. 

(1) Brievi notizie della Casa e Cappella in Roma 
del B. Niccolò Albergati Tarf/ina/e. In fol. volante. 

(2) Ivi. 



CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Per il corrente anno di estate vedremo li cavalier 
serventi portare a le dame non solo il ventaglio e 
l'ombrellino ma ancora il soffietto colla polvere in- 
setticida. 



ril'OGRAFIA DELLK BELLE ARTI 

cona pprovazione 



DIREZIONE DEL GIOR^JALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVAN.Nl Dll-A.NGELIS 

direttore-proprietario 



DistrìbuzioDc 1 3 , 



M 



Maggio 



1859 



Anno XX\I. 





LA GIRANDOLA DELLA PASQUA DEL 1859, 



Qui variare cupit rem prodigialiter unam, 
Delphinum silvis appìngit, (luctibus aprum. 

L'arie piroiecnica, fanciulla ancora in sullo scor- 
cio del passato secolo, ha in questa prima metà del 
corrente fatto tali avanzamenti eh' io non so se al- 
tro le resti a desiderare. Destinata essa principal- 
mente a rendere sempre più gaie e brillanti le fe- 
ste e le gioie popolari, non poteva far di meglio per 
raggiugnere questo suo precipuo scopo che rendere 



quanto più le era possibile svariato e piacevole que- 
sto genere d'innocenti divertimenti. E a ciò diedero 
opera massimamente i due Ruggieri, padre e figlio, 
i quali con l'invenzione di tante nuove e strane 
fogge di fuochi destarono meritamente la meravi- 
glia ne' tempi in cui vissero. 3Ia se le scienze chi- 
miche ebbero di che chiamarsi soddisfatte, l'arte per 
contro aveva assai poco da gloriarsi anche delle più 
accurate combinazioni di tanti felici trovati. Era 
serbato a' nostri giorni di far loro acquistare quel- 



93 



L' A L B li M 



l'importanza che oggi a ragione han saputo meri- 
tarsi, disegnando per questi fuochi d'artificio, 'desti- 
nati a niaggiormante allietare le puhbliche feste , 
delle composizioni monumentali con uno stile largo 
e variato. Roma sopra tutte le altre città di Eu- 
ropa doveva volgervi la sua attenzione, perchè essa 
che a buon diritto porla il titolo di madre delle ar- 
ti, desse anche in ciò tulla quella importanza arti- 
stica di che la cosa si mostrava capace. E il fece 
di fatti e seppe cogliervi la palma. Noi senza rian- 
dare su ciò che si fece in proposilo dai Duban e 
Blouct in Francia , né su quanio si è operato in 
Roma dalla istituzione della cosi dnHA giraìidula sino 
a'giorni nostri, verremo senz'altro a ciò che ci ri- 
guarda e che direttamente si riferisce al titolo dei 
presente articolo. 

Descriveremo brevemente la gran macchina incen- 
diata nella decorsa Pascpia , con la quale il fertile 
ingegno del chiarissimo architetto sig : Comnienda- 
tor Luigi l'oletti ne offeriva il prospetto di una Ba- 
silica dedicata all'Immacolata Concezione. Non volle 
già l'illustre autore ritrarre l'opera di (|ualrhe il- 
lustre monumento esistente, come sovente altrove si 
fece, e come qui ancora per opera sua spesso si é 
fatto : egli invece ha voluto darci un suo novello 
concepimento ; di che tanto maggiormente dobbiamo 
noi sapergliene grado in (|uaiito che si prova non 
essere fra noi spenta in fallo di opere arcbiletto- 
iiiche quella scintilla creatrice che per '<i lunga sta- 
gione scorse il genio degli italiani. E'iIui^ione posta 
a capo del presente scritto ci dispensa (iiill'obbligo 
di doverne dare una niiuula descrizione ; tutta \ia 
per dirne quanto basta, incominceremo dalla porta 
principale nel cui sesto è figurata in pittura a mo- 
saico V Anniinziazio7ic . e intorno ad esso sesto si veg- 
gono ritratti in statue tre ligure di angeli. Nei tor- 
rini si ergono sopra mensole le statue dei <|uatlro 
profeti maggiori che predissero la venuta di .Nostra 
Signora. I dipinti a mosaico nei sesti delle porte la- 
terali, potendosi agevolmente imaginare che la Ba- 
silica abbia più navate, ra[!|>resenlaii() i Ss. Giovanni 
Battista e Giacomo apostoli. Negli angoli del (|ua- 
dralo che circoscrive il grande occhio circolare , 
brillante per vetri colorali , sono collocati in scul- 
tura i simboli de' quattro Evangelisti, che spiccano 
sojira un fondo di smalto doralo: ed ai lati dol (iiia- 
dralo sono dipinti pure a mosaico i SS. Pietro e 
l'aolo. Nel timpano in ugual modo dipinta si vede 
l'augusta cerimonia dell'Incoronazione in Cielo col 
Padre Eterno fra gli angeli : e linalmente dalla som- 
mità del pinacolo si erge la statua gloriosa della 
^ ergine , che sembra voglia congiungere con soavi 
vincoli d'amore la terra col Cielo. 1 due svelli cam- 
panili che giganteggiano da ambo i lalj di questo 
grandioso jìrospetto ritraggono nelle loro forme quello 
stile religioso che tennero i nostri padri ne' tempi 
di poco anteriori al risorgimento dell'arte italiana. 
Ee lince architelloniche sono »i naturali , tanto 
maestrevolmente intrecciano la suddetta opera, e con 
tant' arte eran disposte le forme che dovevano dar 



vita all'intero concepimento, che non appena la gran 
macchina fu incendiata, immantinente si potè scorgere 
la sacra destinazione del monumento, e l'affollato po- 
polo che era spettatore, in una Roma dove cosi istin- 
tivo é il senliinenlo del bello, ruppe in fragorosi e 
ripetuti applausi. E chi avrebbe potuto contenersi 
dal manifestare il suo interno compiacimento alla vi- 
sta di quel meraviglioso spettacolo, dove migliaia di 
fiammelle a varii colori ti ritraevano in tutte le sue 
parti un tempio tanto elegantemente disegnato, che 
parve farlis; gradatamente agli occhi rompendo le te- 
nebre di una folta e scura nebbiaVVividi erano i colori 
dei dipinti , le sculture spiccavano dai loro fondi, 
l'aria circolava per gli ampi Gneslroni de'campanili, i 
variopinti vetri brillavano, e le porte pareau pronte 
a girare sopra i loro cardini per accoglierti entro il 
sacro tempio, che come cosa realmente esistente li 
appariva allo sguardo, e non altrimenti chea splen- 
dida festa adorno. Ahi, pochi minuti dopo tutto era 
sparito, e di quanto avevamo visto null'altro rima- 
nevaci che la grata ricordanza, la quale tuttora ci 
sorride dinanzi alta mente ! Cosi pure svaniscono le 
cose del inondo; e quale ch'esso siasi il più lieto av- 
venimento, ra[)i(lo come il lam|(0 ci s'invola davanti, 
e noi felici se almeno é tale da poterci lasciare grate 
ricordanze ! Jkia questo non è il luogo da farla da fi- 
losofi: invece lorneremo al Polctti, il quale non sap- 
piamo lodare abbastanza per il savio intendimento 
che si è prefisso di far si che anche le girandole , 
almeno per ciò che risguarda disegno e macchina, 
rispondano il meglio possibile alla solennità religiosa, 
di cui sou destinate ad accrescere la pompa. E non 
saprei dire abbastanza (|nanlo l'arte ne vantaggi, per- 
ciocché essa ama di prefiggersi uno scopo e a quello 
mirare incessantemente , senza andar vagando per 
mille strani ghiribizzi e fantasticherie. E vero pur 
troppo che l'occhio il più delle volte resta abbaglialo 
alla vista di cose le quali per quanto sieno tra loro 
discordanti e spesso strane pur non lasciano di pia- 
cere alla prima, ma dopo di aver soddisfatto al di- 
letto di (|uesto senso esterno, che mai resta per l'in- 
lelletto ■• E l'arte per vero dire ama meglio di par- 
lare alla mcnlc ed al cuore, che agli occhi. Nulla 
si dica di coloro i quali con barbaro vezzo innestano 
a cose sacre simboli ed emblemi pagani. E ciò non 
fosse, che fin nei tempii alcune volte non avremmo 
a deplorare (|ueslo strano ed escono miscuglio per 
opera di taluni poco accorti ornatori. Simili costoro 
a quella malta genia di poeti, ai quali accenna Orazio 
ne' due versi che ponemmo ad epigrafe di questo 
scritto; i quali poeti per brama di variare in fogsi! 
prodigiose un subbiello che in sé è unico, pingono 
il delfino nei boschi ed il cignale ne' fluiti. «Ma il 
vero artista farà si che in ogni sua opera vi sia quel- 
l'unità, che tanto è necessaria all'idea direttiva del- 
l' intero ed all'effetto principale che egli vuol pro- 
durre, senza curarsi di andar cosi stranamente va- 
gando da un effetto in un altro, a manifesto scapilo 
di quell'idea e di quel sentimento capitale che do- 
vrebbe regnare nell'opera sua. Egli non cercherà mai 



L' A L B U M 



99 



di carpire il- plauso per via di cose estranee, e sfug- 
girà ogni stentata ricercatezza, ogni vana pompa, ed 
ogni ridondante superfluità : ma costante in quella 
grata semplicità che non vuol essere né copiosa né 
abbagliante, farà che l'opera sua proceda sicura, se- 
ria, vera ed inlima alla manifestazione di una sola 
idea e di un sentimento unico. Cosi il Potetti, che 
ne'suoi concepimenti non seppe mai perdere di mira 
quel concetto unico che deve improntare tutta in- 
tera quale ch'essa siasi un'opera d'arte, perchè non 
solo nel suo tutto ma nelle singole parti ancora ri- 
sponda alla stfa primitiva destinazione, ha voluto che 
in questi grandiosi fuochi artificiali, i quali furono 
istituiti a maggiormente solennizzare una sacra ri- 
cordanza, nulla vi fosse che l'impronta di sacro non 
avesse. E perchè questa girandola della Pasqua è de- 
stinata a ricordare il di della sacra incoronazione 
dell'augusto Pontefice ed amatissimo nostro Sovrano, 
egli nel concepirne il disegno si avvisò di rispon- 
dere a due concetti eminentemente religiosi. Con 
l'uno volle si rammentasse uno dei più grandi fa- 
sti dell'immortale pontificato di Pio IX , la procla- 
mazione del Dogma solennemente definito, e con l'al- 
tro alludeva alla festa santissima della Pasqua, di- 
vina rimembranza di nostra redenzione. Quanto poi 
per il disegno della sua Basilica fosse opportuna- 
mente ricorso a quelle forme di che improntarono 
le opere loro gli artisti in secoli religiosissimi, non 
è chi per se stesso noi vegga. Ne uno stile più pro- 
prio e magnifico si potrebbe addire alla sontuosità 
di un sacro luogo. E vedi felice combinazione! Esso 
non poteva giungere in tempo più opportuno: stan- 
tecbò gli Augusti Monarchi d'Austria e di Spagna, 
che ben conobbero la sublime importanza della ce- 
leste Definizione, avendo nei pietosi animi loro di- 
visato di far sorgere nelle loro metropoli una Ba- 
silica dedicata all'Immacolata Concezione di Maria, 
deputarono Commissioni incaricate dell'adempimento 
di questo nobile pensiero. Volle l'Imperatore che si 
studiasse in precedenza quale stile saria stato meglio 
il prescegliere: ordinò d'altra parte la Regina che si 
adottasse lo stile gotico. Noi senza dir nulla in pro- 
posito, non possiamo rimanerci dall'altamente com- 
mendare il saggio proponimento dell'Imperatore d'Au- 
stria nel far si che la cosa fosse sottoposta a maturo 
consiglio. Ed or, se la mente non ci falla, noi non 
vediamo, per l'attuazione di questo grande e gene- 
roso progetto, stile che sia più acconcio di questo 
che il Poletti cosi maestrevolmente ne venne dinanzi 
svolgendo. 

3Ia tornando al nostro subbietto, eccoci a tutta 
prima nell'opportunità di porgere nuovi encomi al 
meraviglioso ed inventivo ingegno del Poletti , il 
quale non perdendo mai di mira il nobile assunto 
che si era proposto, fece precedere con bella ed in- 
aspeltala novità, all'incendio della descritta macchina 
un'altra illuminazione di trofei religiosi, ne'quali si 
leggevano a grandi lettere: Fede, Speranza, Carità, 
Giustizia, Sapienza, Pace, Temperanza, Fortezza e 
Consiglio, che sono le fondamentali virtù della vera 



civiltà. Traendo poi secondo il solito argomento dal- 
l'amenità del luogo, passò a quelle comparse sempre 
svariate e nuove che, senza perdere lo scopo princi- 
pale, danno il facile modo di poter lutto comporre 
a festa e a gioia. Con fuochi di Bengala nascosti e 
con luce a riverbero moderala a mattino, meriggio 
e sera fece risplendere di nuovo il tempio della Con- 
cezione fra quelle verdi piante e quei giardini, anzi 
trionfare come si conviene su quelle rappresentanze 
di glorie antiche. Con giuochi pirotecnici, con fon- 
tane, piogge di fuochi, viali di fiori, e con migliaia 
e migliaia di razzi volanti in aria di diverse specie 
ed a varii colori, dispose talmente le sue rappresen- 
tazioni, che esse valsero a destare all' immenso po- 
polo ivi accorso somma meraviglia e diletto. Final- 
mente chiuse lo spettacolo con quella sorprendente 
disposizione di bengalli intorno alla piazza, da esso 
prima ideala, con che ad un lampo si ruppe l'oscu- 
rità della piazza e s inondò d'eccessiva luce col mez- 
zo di un sol razzo che parti dalla sommità del colle. 
Cosi il Poletti dava termine alla girandola della 
Pasqua del 1859, provando sempre più con quanta 
cura egli si vada adoperando di ridurre a forme e 
regole costanti ciò che finora non fu che puerile e 
capriccioso. Il che se da altri fu notato in questo 
periodico nel numero de'25 aprile del 1857, noi pos- 
siamo aggiugnere senza tema di andare errati che 
a quanti dopo il Poletti sarà un simile incarico ad- 
dossalo, per certo non verrà fatto di mettere a buon 
parto, se non si avviseranno di camminare sulle sue 
tracce: perchè egli veramente ha sempre addimostrato 
di essersi saputo tener vincolato al suo giusto e dif- 
ficile assunto, variando per tanti anni con gusto squi- 
sito le sue composizioni, e sempre in quel medesimo 
silo che costantemente gli offeriva il medesimo cor- 
rere di linee. C. 



ALLA CU. MEM. DI SECONDIANO CAMPANARI TOSCANESE 

ELEGANTE ERUDITO SCRITTORE DELLA 

STORIA PATRIA. 

SONETTO 

In te fu largo dell'ingegno il fiume 
E ogni grazia dell'itala favella, 
Saggio scrivesti, e di più chiaro lume 
Per te la patria si riveste e abbella; 

Il voi spiegando con felici piume 
Ai di vetusti, ricordar di quella 
Le grand'opre sapesti ed il costume 
E la fortuna or lieta ed or rubella; 

Destasi il Genio di Tuscania e un serto 
D'eletti fiori alla tua tomba appende 
E grato esalta le lue glorie e il merlo; 

E grida: lode a Lui che a turpe oblio 
Tolse la patria e quell'onor le rende 
Che il tempo, e più l'invidia a lei rapìo. 

Gio. Can. Farrocchi. 



100 



L' A L B U M 




(.OLTIHA DEI noni ^ECLI APPAnTillENTI. 



Fig. 1." Apparecchio per li Semi e radiche, 2." Vaso sospeso, 3." Finestra-Stufa. 



La coltivazione dei giardini Im fallo rapidi pro- 
gressi in ogni classe della Società. La lieiia e inno- 
cente passion" dei Fiori, in particolare , ha acqui- 
sialo un'importanza sempre crescente. Molle opere 
relative alla loro coltura sono slate pubblicale, ma 
non possono adattarsi a tulli, sia per il valore, sia 
percliè suppongono già un'avanzata cognizione al 
lellorc , e danno dei precelli clic non saprebbero 
spiegarsi, giaccbè vi sono molti vegetali la cui com- 
plicala coltura abbisogna di stufe, o locali come gli 
agrumi ctc. mancava un piccolo libro a modico 
prezzo, elementare per la coltura di (|ualche vaso, 
() giardiniere da lineslra, o appartamenti ; a ciò ha 
j)rovveduto M. Courlois - Gerard, col suo manuale 
De la culture dcs Flcura dans Ics appartamcnls, sur 
fenvlrcs et dans les pctils jardins - in cui spiega le 
diverse colture , il modo di tenere il suolo , e si 
estende sulle diverse propagazioni dei vegetali. Le 
scmcnle possono farsi isolale o a vivajo ; la prima 
maniera ò più adatta al piccolo genere di coltura. 
Qualche volta si semina in un angolo della cassa, o 
in luogo separalo delle piante che poi si traslocano. 
Si semina alcune volte a caso, ovvero in linea, o a 
raggi, ed a gruppi. Varj vegetali esiggono per germo- 
gliare una dolce temperatura , che tardi nascereb- 
bero o non verrebbero, seminandoli ad aria aper- 
ta. Nei grandi giardini si mettono in una cassetta 
dove si tengono per olio giorni. 

Negli appartemenli per supplire alla cassetta, si 



adopera il modo delia Fig. 1." che si compone «li 
un vaso emisferico, pieno di terra, nella ()uale s'im- 
mergono li vasetti destinali alle semenze e radiche. 
Il tulio è scaldalo da un lume dentro il piedestallo, 
e ricoperto da una cam|)ana per concentrare il ca- 
lore. Così possono seminarsi in casa li semi troppo 
delicati per li terrapieni. 

Dà in seguilo eccellenti consigli sul ripiantare , 
sulle arature, il sarchiare, riiinafliare, e piantare nei 
vasi; indica la (|uanlilà della terra che deve darsi 
a certi gruppi di |)ianle, che l'esiggono particolare, 
come gli agrumi, i mirti le giranie, le verbene, le 
camelie, le piante grasse ec. I lagli d'alberi non po- 
lendo essere spiegali che in opere speciali , si ri- 
stringe ad esporne (|ualche principio generale. Tratta 
poi degl' ingrassi e delle piante da finestre o terrazzi. 

Conlribuedo mollo i fiori alla decorazione degli 
appartamenti, esigono delle minute e particolari cure 
che 51. Ceurlois - Girard indica. Non vi sono di- 
menticali li canestri o giardiniere, come li vasi so- 
spesi di cui se ne dà l'idea colla figura 2." guar- 
nite di una pianta grassa il Cereus Flagelliformis ed 
altre se si vuole. 

Nelle città del Nord, si possono avere li fiori tutto 
l'inverno con delle finestre a doppio lelajo, o a stufa 
come la fig. 3." 

Molle piante bulbose o a cipolla vengono bene in 
vasi di porcellana, vetro carnei giacinti, li safrani, 
le scille ec. 



L' A L B U JM 



lOf 



In fine contiene un calendario orticolo indicando 
muse [icr mese le operazioni da eseguirsi, e le jìiantc 
che fioriscono per gli appartamenti, sulle finestre e 
giardini. Termina l'opera con un indice di 500 spc- 
( ie o varietà di vegetali della piccola coltura. 
{Da la Science pour Tous ) 



IACOPO E ADELE 
RACCOATO (*) 

X. 

La Partenza. 

Sebbene Iacopo non sapesse spiegare a sé slesso, 
né gli fosse riuscito carpir nulla dalla sorellina come 
fosse provenuto 1' incito , e come il padre annuito 
vi avesse, egli che noi lasciava praticar con veruno, 
quantunque, come accennammo, per la sociale po- 
sizione della famiglia dovesse di frequente trattare 
con molli ; nondimeno non diessi tanto sottilmente 
a ruminar sulla cosa, pieno del contento di potere 
esser vicino alla vezzosissima Adele , per la quale 
sentiva una tendenza , una inclinazione , un amor 
tenerissimo. Da giovine onoralo e dabbene non le 
avea però mai significato nulla non solo con le pa- 
role, ma nemmen con gli sguardi o con altri segni, 
della voce stessa e del guardo, a bastanza eloquenti. 

Adele dal canto suo riamava del suo più buon 
.amore Iacopo; uè sapea di esserne ardentemente cor- 
risposta. Modesta e limidetta non ardiva neppure fis- 
sare gli occhi sopra di lui ; ma all' udirlo sol no- 
minare, al vederlo, il cuore balteale forte, impal- 
lidia, le Iremavan le membra a verga a verga. La 
divorava un fuoco, un cociore così violento, che, 
tenuto represso , la martoriava dì e notte ; donde 
quello scadimento di forze e quel pallore di ch'era 
il volto cosperso: scadimento e pallore attribuiti ad 
effetto della infermità sostenuta. 

Ma la madre di lei che ogni atto studiavane, ogni 
parola , avea quasi sospettato non qualche segreta 
passione le straziasse il cuore. Era le mille miglia 
lontana dal pur supporre che Iacopo foss'egli quel 
desso, sia per la disinvoltura onde trattava con esso 
la donzella, sia per Io riserbo oud'ella accoglievalo. 
Di guisa che la buona Elvira dopo di avere lunga- 
mente osservato e capito nulla, anch'ella attribuì a 
cagion fisica lo scadimento della figlia. Per ravvi- 
vamela adunque sursc ne' genitori 1' idea d' intra- 
prendere un viaggio , confortativi da' consigli del 
sig. Everardo e del Solitario: ed Elvira vi avea de- 
siderato anche Iacopo perchè sperava da quell' in- 
nocua compagnia il sollevamento di Adele. Né mal 
si appose: conciossiachè dessa co;ninció quasi istan- 
taneamente a riaversi, non appena seppe qual com- 
pagno si avesse in viaggio, non ostante che la tri- 
slerella avesse accolta con istudiata freddezza quella, 
dallronde a lei si cara, notizia. E la sempliciona di 
Elvira, senz'addarsi proprio di nulla, godeva del 



miglioramento così appariscente della donzella. Ah 
madri !... 

Tutt'i discorsi tenuti dopo la decision del viaggio 
si ravvolgevano intorno ad uno stesso subbietto. Que- 
gli faceva una dimanda, questi una risposta. E sic- 
come il sig. Everardo era solito fare ogni anno un 
discreto viaggio, così le donne dimandavangli noti- 
zie della nobile città de'fiori, che doveva essere del 
viaggio la meta. Ed egli satisfarne la curiosità, si 
che crebbe tanto in quelli il desiderio di giugnervi, 
che ogni dì che trascorreva (e ne mancavano ancor 
due) sembrava loro un anno ; ogni ora un giorno. 
Quando tutt'ad un tratto il sig. Everardo rivoltosi 
all'Adele ch'era più d'ogni altro lietissima (e come 
no ? . . .) — Quanto vi ho narralo, le disse, mia 
carina di Fiorenza é un nonnulla a petto di roma, 
la città de'Ccsari e de'Pontefici, la capitalo del mon- 
do universo — E qui darle un cenno rapidissimo 
delle principali bellezze di questa insigne e cospicua 
capitale. 

Nominò le principali basiliche cristiane , in gr. 
d' es. s. Pietro in Vaticano , s. Giovanni in Late- 
rano, s. Paolo, s. M. Maggiore, s. Clemente, s. Lo- 
renzo, s. Pudenziana; le più vetuste chiese per an- 
tichità e per pregio d'arte: il Pantheon, s. M. in 
Trastevere, in Aracoeli, in Cosmedin, s. Pietro in 
Vincoli, s. Prassede, s. Martino ed altre moltissime. 
Accennò eziandio qualche cosa de' templi moderni, 
s. Andrea della Valle, s. Ignazio, s. M. in Campi- 
telli, il Gesù ed altre cui saria lungo l'enumerare; 
annoverandosi in Roma 365 chiese, la massima parte 
magnifiche per grandezza , pregio d'arie , ricchezza 
d'ornati in marmi preziosi ed in oro. E per toccare 
più particolarmente delle arti, Iacopo prendendo la 
parola, raccontò quanto avea letto de'vasti Musei pub- 
blici Vaticano, e Capitolino (1) ricchissimi in ogni 
maniera di cose antiche, ed unici al mondo. Non di- 
menticò le doviziose Gallerie di quadri pubbliche e 
private , le famose Biblioteche, le ville deliziose e 
ricchissime de' romani Patrizii, e con franchi tratti 
di pennello mostrò gli antichi Fori, i Circhi, i Tem- 
pli, gli Anfiteatri, i Mausolei, gli Obelischi, le Co- 
lonne, gli Archi, le Acque, gli Acquedotti, le Fon- 
tane, le Piazze, i Palagi, e quanto altro di unico 
e sorprendente si conserva e si ammira in questa 
Roma in fatto d'arte, di scienza, di religione e di 
antichità sacra e profana: i quali pregi la sollevano 
al disopra di qualunque altra capitale del mondo 
universo. Sì che a buon diritto scriveva un erudito 
viaggiatore straniero (di ben altra pasta, lettori miei, 
che monsù Achard de' giorni nostri) che « il solo 
)) nome di Roma ha un non so che di magico pel 
)) viaggiatore , il quale ha la fortuna di penetrare 
» nel suo ricinto. L'essere a Roma sembra una spe- 
» eie, a cosi dire, d'onore, uno degli avvenimenti 
)) più notevoli, una delle più care e grandi riraem- 
j> branze della vita. Roma , città vittoriosa per le 
>i sue armi, e dominatrice universale per la sua fede; 
)) Roma, sin da oltre a venti secoli ha regnato sul- 
» l'universo, né l'immaginazione può mai concepire 



102 



L' A L B U iM 



)) a qual grado d'altezza la sia levata, e quale ne 
» sia la nobilissima destinazione. . . )i 

Restarono tutti si fatlaraente meravigliati del po- 
cbissimo narralo loro, che le donne avrebbero vo- 
luto cambiare immediatamente direzione al futuro 
viaggio. Il buon Solitario eh' era , com' è agevole 
il supporre, fra cotanto senno, propose di fare una 
corsa a Fiorenza e quindi passare a Roma e tratte- 
nervisi a bell'agio. Di che il sig. Everardo promise 
a Roberto di commendatizie per parecchi signori ed 
amici suoi , e fé dono all' Adele di nna magnifica 
Guida, ornata di fini intagli, rappresentante le ve- 
dute più importanti della eterna Città. 

Il l.° di Settembre era stabilito per la partenza 
da ***. Restarono indettati per l'altra dimane alle 
6 nella chiesetta del contado, a fìne di ascoltar quivi 
la messa e prendere, direm cosi, congedo da quella 
cara Madonnina, ch'eravi tenuta in venerazione. In 
sì fatta guisa composte le cose, si sciolse la brigata: 
Everardo co'suei tornarono a casa; il Solitario alla 
grotta. 

Emm. Marini. 

(*) V. Album p. 87. 

(1) Che cosa avrebbe delta Iacopo, se a'suoi tempi 
fosse stalo eretto il Museo Gregoriatio-Elrusco ed il 
Gregoriano-Egizio ? Ed il Museo cristiano al Late- 
rano, cominciato da Gregorio X VI, continuato, e reso 
preziosissimo dall' immortale Pio IX, il cui amore per 
le scienze, lettere ed arti va di pari passo colla ma- 
gnanimità e clemenza del cuore ? 



DELL ABITAZIONE ED ORATORIO GII E.BBE l\ ROMA 

IL B. NICCOLÒ ALBERGATI DE'cARTCSIAM VESCOVO DI BOLOGNA 

E CARDl.NALE DI S. CHIESA (*). 

(Contin. e fine pag. 98). 

Ma perocché le cose di quaggiù non durano stabil- 
mente, questa venerabile cappella soggiacque di bel 
nuovo ad altre vicissitudini, di guisa che dissipati i 
nobilissimi arredi, onde aveala fornita la pietà de' co- 
spicui proprietarii, disperse qui e colà le ss. Reli- 
quie, distrutto l'altare, e chiusa indi eriiielicaineate, 
l'annessa casa passò in diversi inquilini. Nell'anno 
poi 18 iO essendoci noi trasferiti ad abitarla ; pen- 
sammo a ristabilire l'oratorio ergendovi novamente 
l'altare , e celebrandovi pubblicamente ogni anno , 
come accennammo , la festiva ricorrenza del santo 
Patrono. 

Ora chi avrebbe potuto provedere che Monumento 
cosi insigne, quinci a pochi anni, sarebbe di nuovo 
distrullo e nell' oblio ricaduto ? Eppure cosi andò 
la bisogna. Conciossiachè trasferito il dominio della 
casa in discorso da' sigg. Volpalo in altro proprie- 
tario, nell'aprile e nel maggio del 184S fu demolita 
la cappella di che parliamo , e ridotta a due me- 
schine stanzucce ! Ma fu ventura che fosse ricoperta 
di tavole la nicchia ov'è la descritta scena del monte 
calvario. La quale bella pittura, se è sparita dagli 



occhi degli ammiratori e de' divoti, è gran mercè 
e forse disposizione provvidenziale, sia riiuasa in- 
latta. 

Ed ecco come peri un oratorio nella storia famoso 
per molti riguardi, e spezialmente per l'antichità e 
celebrità dell' illustre suo Fondatore. Il quale non 
solamente fu del Cartusiano Istituto ornamento splen- 
didissimo, ma fu eziandio lume ed onore della llo- 
maiia Curia, sia per le dignità di Camerlengo e Peni- 
tenziere maggiore che vi sostenne, sia per gl'incarichi 
gelosissimi e rilevanti che gli si allìdarono. Egli già 
Vescovo di Bologna e poi Cardinale, fu Legato di Mar- 
lino V per la pace de'regni di Francia, d'Inghilterra, 
e poi per tre volte d'Italia; Legato di Eugenio IV per 
la terza volta in Francia, e nel Concilio di Basilea, ove 
fu il principale sostegno della Santa Sede; egli nella 
traslazione del (Concilio di Basilea a Ferrara eletto 
Presidente, nella (juale città metropolitana ricevette 
l'Imperatore de'GreciPaleologo; indi Legalo del Papa 
alla Dieta di Norimberga. Egli laudato in vita da 
dodici Brevi amplissimi di due Sommi Ponlelìci (ol- 
tre altri undici diretti a varii regnanti ed altri per- 
sonaggi ove fassi di lui speciale menzione); ne' quali 
fu appellato Angelo della Pace pel felice riusci- 
mento delle sue cure in quel rovesciamento e scom- 
piglio di regni italiani e stranieri. Parlarono in 
encomio di lui , oltre i due summentovali Pon- 
telici, un Tommaso da Sar/.aiia, stalo suo consigliere 
e maggiordomo, e che assunto al supremo pontili- 
calo chiainossi Niccolò V dal nome del suo benefat- 
tore e protettore ; an Pio li (Enea Silvio Piccolo- . 
mini) , già suo Segretario nel Concilio di Basilea , 
ed in tempi a noi vicini un Benedetto XIV che ne 
confermo il culto ab immemorabili ed accordògli an- 
cora moltissimi privilegi. Carlo VII Re di Francia 
ed Arrigo VI Re d' Inghilterra scrisser di lui orre- 
volissime cose. Non fuvvi secolo dal XV in poi che 
non avesse scrittori delle gesle di lui; tra' contem- 
poranei citeremo il celebre Vescovo di Feltri e Bel- 
luno Giacomo Zeno, e nel secolo XVI il grave e fe- 
dele storico Carlo Sigonio. Ne eternarono altresì 
ne' loro scritti la memoria, oltre i famosi Bollandi- 
sti, un Vespasiano Fiorentino, un (Jldoino, un Boslio, 
un Dorland, un Guasluzzi, un Cavallo, un d'Attichv, 
un Auberv, un Gariinberti, un (ìrillenzoni, un Vit- 
tori, un Manzini, uno Zanotli, un Melloni ed altri 
moltissimi. Fu suo panegirista un Poggio Braccio- 
lini, lodatore parco e riserbalissimo di altrui, anzi 
maledico verso uomini anco insigni , ma dispensa- 
tore di amplissime laudi verso il nostro Eroe : ed 
in tempi recentissimi Flaminio Scarselli scrisse una 
pregevole orazione encomiastica dell'Albergati; ora- 
zione che recitata nel palazzo apostolico innanzi a 
Benedetto XIV, gli fu dedicata colle stampe in nome 
del Senato e del Popolo bolognese. Il Garncfell nel 
XVII ed il Buggeri nel XVHI secolo fecero (spe- 
zialmente quest'ultimo) una preziosa raccolta di testi- 
monianze di somma lode per l'illustre Cardinale Nic- 
colò. Le storie e croniche di Fiandra, d' Inghilterra, 
di Francia, di Venezia, di Mantova, di Milano, di 



L' A L B U M 



103 



Firenze, di Bologna parlarono con onoranza di lui: 
altrellanlo fecero quali con più, quali con meno 
larghezza tutti gli storici ecclesiastici insino a noi. 
Meglio che ottanta scrittori fra italiani , francesi , 
belgi, tedeschi, spagnuoli, polacchi tesserono lodi a 
questo insigne e dottissimo Porporato; cui santo An- 
tonino Arcivescovo di Firenze a lui contemporaneo 
non dubitò appellare : Speculum sine macula omni- 
bus curialibus et praesidenlilms, pater pauperum, in- 
ter principes saecuii dissidenlcs pacis reformator, schi- 
smulis impeditor . . . in Episcopatu Anlistitum exem- 
plar insigne, in Cardinalatu Cardinalium speculum; 
e Gnalmenlc per dir tutto in poco, Cardinalem san- 
ctae Crucis ViRVM Sanctissimum Nicolaum- 

Brevemente esposta la storia e le vicissitudini di 
questo oratorio , abbiani voluto dar qualche cenno 
sull'illustre Fondatore di esso, aflìnchè vie meglio 
si segnalasse l'imporlanza di un monumento, di che 
parlano tanti libri e tante memorie, e la gravezza del 
vandalismo operatone. Ora null'altro ne resta se non 
fare caldissimi voti, perchè la menzionata cappella sia 
al suo splendore restituita. Né crediam disorbitanti le 
nostre preghiere; conciossiacchè se i luoghi usati da 
uomini che salirono in fama per dottrina, per pregio 
d'arte e per armi son conservati ed ammirati a nio' 
di dire con certa tal quale religiosa osservanza e 
con meraviglioso stupore, dovrà egli permettersi che 
il monumento in discorso, e che conta oltre quattro 
secoli di esistenza, rimanga oblialo ed ascoso ? 

Afllnchù peraltro in avvenire non abbiano a rin- 
novarsi di si fatte distruzioni, e' non parrebbe strano 
il prescrivere che sul prospetto di questa ed altre 
case già da illustri e santi uomini abitate fosse po- 
sta una iscrizione, acciò non fossero sconosciute, e 
non ne perisse col tempo la memoria (1). 

Einm. Marini. 



(1) Non possiamo non applaudire altamente al eh. 
sig. Dott. Andrea Cav. Belli, il quale fé dono al pub- 
blìco di un prezioso opuscolo intitolato : Cenni storici 
delle Case abitale in Roma da parecchi uomini illu- 
stri, fra' quali annoveransi undici personaggi venerati 
sull'altare (2 ed. Roma, tip. Marini e Morini 1850 in S 
di pag. 145). Senza la bella ed importante fatica del- 
l' A. il più delle case mentovale nell'erudito suo scritto 
sarebbero rimaste ignote. 

Tributiamo del pari le meritate lodi all' egregio e 
eli. sig. professore D. Vincenzo Mignani bolognese, pel 
bello esempio di vero amor patrio dato testé nello in- 
vestigare , non senza gravi fatiche e spese , i luoghi 
storici ove hanno avuto stanza i Personaggi più ce- 
lebri della sua patria, sovr'csso i quali ha fatto mu- 
rare iscrizioni in marmo, da lui, cli'è valente epigra- 
fista composte, perché di si fatti monumenti 7ion vada 
sperduta la memoria. Dio volesse che il suo esempio 
fosse in ogni città d'Italia imitato ! 



IL TRVERE E LE SUE INONDAZIONI. 

Ego sum, pieno quem flumine cernis 
Stringentem ripas, pinguia eulta secantem, 
Caeruleus Tiliris, cacio gratissimus amnis. 

Virg. Aeneid. Lib. Vili, v. 62. 

Veleggiavano i profughi Trojani nelle acque del 
Mediterraneo, in cerca di quella terra loro promessa 
dai fati , e radendo i liti Esperidi , data sepoltura 
alla Oda nutrice d' Enea, Cajeta, là dove poi surse 
il Porlo di questo nome, avean passato il promon- 
torio Circeo, quando in sul più bello rosseggiar del- 
l'aurora 

)) Qui la terra mirando il padre Enea 
)) Vede un ampia foresta, e dentro un fiume 
» Rapido, vorticoso e queto insieme, 
« Che per l'amena selva e per la bionda 
)> Sua molla arena si devolve al mare. 
)) Questo era il Tebro, il tanto desiato, 
» Il tanto cerco suo Tebro fatale ; 
)) A le cui ripe, a le cui selve intorno 
» E di sopra volando ivan le schiere 
» De' più canori suoi palustri augelli. 
Allor, via, dice a suoi, volgete il corso. 
Itene a riva. E tutti iu un momento 
Rivolli e giunti, de l'opaco fiume 
Preser la foce, e lietamente entrare ». 



Rivolgendo nella mente questi versi di Virgilio, 
cosi bene tradotti nella nostra lingua dal Caro, dalla 
cime degli ameni e boscosi colli Capenati che imme- 
diatamente dominano la sponda destra del Tevere , 
sui quali da altrettante ville di doviziose famiglie 
romane sursero ne' tempi di mezzo i moderni Ca- 
stelli di Nazzano , Filacciano , Ponzano (1) ecc. io 
mi stava in una bella serata estiva contemplando que- 
sto fiume, che tacilo e quelo serpendo nella sotto- 
posta pianura, e lambendo le pendici de' colli pare 
che con dignitosa calma e rispetto si avvicini alla 
Città che lo rese famoso nella storia, per dividerla 
col suo corso. E le sue acque dal biondo colore , 
che tremole splendeano sotto il lucente raggio della 
luna , mi richiamavano ai più dolci e melanconici 
pensieri . . . Oh il caro Tebro ! tu sei bello nella 
tua calma imponente , nelle tue fragorose e ter- 
ribili piene. Tu che fra i più grandi fiumi de' due 
continenti, nuovo e vecchio, occupi l'ultimo posto; 
tu che sei un nulla pel freddo geografo che ti con- 
sidera al paragone del Volga, del Yangtsekiaug, del 
Nilo, del Slississipi, dell' Amazzone (2), ho quanto 
sei interressante per me che ti contemplo nelle tue 
memorie, nelle vicende di cui fosti spettatore, nella 
terra che bagni colle tue acque; tu che fosti testi- 
monio della origine di nostra antica grandezza, che 
vedesti sorgere sulle tre sponde la Città Signora del 
mondo, che rosseggiasti del sangue di tanti eroi... 
Oh mio diletto Tebro ! io son lieto di poter parlare 
di le, di ricordare quello che di le dissero i primi 



104 



L' A L B U M 



scrittori delle cose nostre , del tuo nome , del tuo 
corso, de' tuoi influenti, della tua navigazione, dei 
tuoi pesci, della tua apoteosi, di rintracciare la do- 
lente , ma per te gloriosa , istoria delle lue inon- 
dazioni. 

Fu tempo, non ricordato dalle storie, che questo 
suolo clic costituisce la pianura di Roma, era una 
specie di seno coperto dalle acque del mare: i grandi 
prodotti neltunii che trovansi sulla sommità dc'colli 
Gianicoicnsi, e particolariuenlc del Monte Mario, ne 
fanno indubbia testimonianza. Allora il livello del 
Tevere, alzalo da quello del mare, dovette essere 
da 130 a 140 piedi allo che non lo è presenlcmcnlc. 
Infatti oltre i sedimenti fluviali che, misti ai mari- 
ni, s'incontrano nella catena de'colli detti di Monte 
Mario e Monte Verde (che insieme uniti formano 
con tutte le loro fimbrie il dorso gianicolense degli 
antichi), non e(]uivoche tracce di fluviali deposili si 
trovano sul Pincio nella sua parte settentrionale che 
guarda la Villa Borghese, nc'soltcrranci di s. Pietro 
in vincoli suH'Ksquilino, sull'Aventino in più luoghi, 
e sugli altri colli che fiancheggiano alla sinistra la 
gran valle del Tevere, fino alla distanza di più mi- 
glia da Roma (3). Ma lasciamo alle investigazioni 
de'Geologi, tulio ciò che si riferisce a'tempi di cui 
non resta memoria , e venendo a dire del Tevere 
quanto gli amichi scrittori, greci e Ialini, ne lascia- 
rono scritto, troviamo che il suo nome primitivo fu 
Alhula (4) (AJ.pjuXa;). Nome che sappiamo essergli 
derivalo dal bianco colore delle sue acque. Cosi Pe- 
sto (5), dando ragione di questo nome, dice che de- 
rivò al) albo aquae colore, e Servio commentando il 
verso 332 del Libro Vili dalla Eneide — amiait ve- 
runi velus Alhula nomcn — dice: anti(]uum hoc no- 
meii a colore halntil. Infatti il colore ordinario delle 
sue acque, quando non siano fatte torbide dalle piog- 
ge, e biancastro tendente al ceruleo, prodotto forse 
(lall'argilla di cui abbonda il suo sono, onde Virgi-* 
lio nello stesso Lib. Vili. v. G4 gli dà l'epitclo di 
ceruleo — cacrulcus Tibris. 



[Continua) 



Dott. Michele Coreani. 



(1) Dal nome stesso di queste terre, come anche di 
Piano, Lcprignano ed altre, si conosce che furono in 
origine tanti fondi appartenenti alla gente Nauzia , 
Fiacca, Ponzia, Flavia, Leprinia ecc. onde si dissero 
praedium Nanlianum, Flaccianum, Ponlianum, Fia- 
vianuni, Leprinianum ecc. Vantica citta di Capena, 
la prossimità del famoso tempio di Feronia appiè del 
Soratte, la via Tiberina, la fertilità del terreno, e gli 
avanzi di antichi monumenti, persuadono sempre più 
che questi luoghi fossero in antico abitati e coltivati. 

(2) Si sa che questi sono i principali fiumi d'Eu- 
ropa d'Asia, d'Affrica, e delle due Americhe Settentrio- 
nale e Meridionale, dei quali il Saagtkiang nella Chi- 
na, ha 4660 kilometri di lunghezza, mentre il Tevere 
ne ha appena 356. 

(3) V. il Barocchi dello stato fisico del suolo di 
Roma Parte II. 



(4) Dionys. Italicam. Antiquii. Roman. Lib. l- 
Liv. Hist. Nat. Lib. Ili Co- Varrò de Ling. Lat. 
Lib. IV C. C. 5 - Virg. Aeneid. Lib. Vili ver. 332. 

(5) Sex. Pompei Festi de Verhor. veter. signilient. 
Uh. I. 



CIFRA FIGURATA 



i-s^f^ 



Sul ÉtLS qui tino TT^^-'-j^ 



uu Ui, uuua ttuu 
a ^', a a. 

u ,)^ u u u. 
aa u.*^ uauti LIUU.U 



^ ni c Is'l^ ala 







1 -■ T ; 



©SIL Ite G '^«^^ 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Il sempre insigne superstite colosseo è pure ammi- 
rabile al chiaro della luna ed é pittorescamente sor- 
prendente e vago coli' artefatta luce del bengala. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

cona pprovazione 



pia. 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

zia di s. Carlo al Corso n. 



CAV. GIOVANNI DE-ANCELIS 

433 direttore-proprietario 



Distribuzione 1 4 . 



21 Maggio 4 8o9 



Anno XWI. 




PARTE GEOGRAFICA DELL' XLM'A l'J^ALIA 




La sovrapposta CARTA può acquistarsi anche separatamente presso questa Direzione dell'Album 
e Gabinetto Letterario piazza s. Carlo al Corso num. 433 1." appartamento, 

al prezzo di baj. 10. 



106 



L' A L B U M 



Pittura in tavola di Ludovico Urliani da Sanseverino 
nella Sagrestia della Basilica di Recanati. 

Nello sluolo dei pittori miei concittadini che fio- 
rivano in Sanseverino mia patria , correndo il Se- 
colo XV, noverasi pure Ludovico Urìjani, il (|uale 
non fu uno degli ultimi nell'esercizio di quest'arte 
nobilissima, e che fece vedere con le opere da lui 
lasciate di essere slato seguace del suo riputatissimo 
maestro Carlo Crivelli. 

Da morbo contagioso veniva afllilln la città di 
Recanali nell'anno 1460 , e con savio intendimenlo 
dccrelavasi da (juel (Consiglio municipale d'implo- 
rare il rimedio dal Cielo, e perciò di volersi dipinta 
r immagine di S. Sebastiano nel nuovo aliare co- 
!>truito dai Monaci Silveslrini nella Chiesa di S. Ma- 
ria di piazza appellala anche del mercato. Rinnova- 
tosi il llagello dopo (juatlordici anni (H74) olleniie 
il Municipio Recanatese dai nominali Padri Monaci 
la cessione dell'indicalo altare sotto il giorno 30 
Giugno 1474 , e fu data la commissione di ((uesla 
tavola votiva al mio couciiladino Ludovico Urbani, 
il cui lavoro nell'arie del dipingere non era scono- 
sciuto. Vi si vollero dunque ellìgiali la Madonna 
con l'Infante Divino, S. Sebastiano martire, e S. Be- 
nedetto Abbate, non già S. Tlaviano, come credellc 
il Calcagni (I). 

Questa tavola ebbe cullo nella Chiesa di S. Ma- 
ria, (incile il Monastero de' Monaci non venne sop- 
presso, come accadde a tulli i corpi Religiosi nel- 
l'anno 1810 per decreto di Na[)oleone I , ed allora 
fu trasportala nella Sagrestia della Basilica di Re- 
canali, ove tuttora si vede. 

Altra pittura pure in tavola uscita dal pennello 
del nostro Ludovico si \ide esposta per lungo vol- 
gere di anni nella Chiesa di S. Maria di Castelnuovo 
dentro la medesima Città , ma vuoisi che venisse 
lolla da un cittadino Recanatese sostituendovi altro 
dipinto. Per quante ricerche siensi fatte quest'altra 
tavola dell'Urbani non é riuscito sin qui di ritro- 
varla; e siccome ad altro dipinliiro del mio concit- 
tadino è toccata la stessa mala sorte di andare di- 
sperse per avidità di guadagno, cosi avendo io avuto 
propizia occasione di vedere nel mese di maggio del 
passalo anno 1857 (|uesla tavola , che trovasi nella 
Sagrestia della Basilica Recanalcse , ho voluto la- 
sciarne la descrizione, la quale tornerà a gloria del 
mio Ludovico, ad onore della mia patria, a comodo 
di chi prenderà a scrivere la storia artistica seltem- 
pedana. 

La tavola é scompartita in tre archi : quello di 
mezzo è maggiore , ed i due laterali sono minori. 
A'eggonsi tulli orlali nel giro da ccntinatura. Ripo- 
sano sopra quattro colonne guarnite da basi, e da 
un cordone attortigliato. So|)ra ciascun'arco è pian- 
talo il frontespizio ornalo da ricci svariali, e da pen- 
nacchi ai lati, quali più alti, quali più bassi. Sopra 
il frontespizio di mezzo vedesi una tabella a forma 
di antico reliquario , dove il nostro artista dipinse 
un pellicano, a quel che sembra con l'aureola. Ne- 



gli estremi lati della tavola aggettano due pilastri 
(guarniti sulla cima da (|uatlro pennacchi, due per 
ciascun pilastro) nei quali sono dipinti sei Apostoli 
in lulla figura, tre per pilastro l'uu sopra l'altro, 
e in cima di essi sono due tabelle o reliquiari, dove 
si veggono altri due Apostoli. La base è pur divisa 
in tre scomparlimenli , dove in piccole figure fu- 
rono espressi i falli della vita, ed il martirio di S. 
Sebastiano. Anche il basamento esce fuori nei quat- 
tro punti, che corrispondono alle colonne, e su que- 
ste sporgenze l'Urbani figuro quattro altri Apostoli 
in tutta la persona. L'inlaglio di qtiesla tavola ò 
grossolano, e le cornici sono molto sc^nplici. 

Sotto l'arco di mezzo è seduta la Madonna in un 
trono , che ha sopra un padiglione di stoffa d'oro, 
il (juale è formalo da un' ombrello aperto a guisa 
di basìlica. Indorsa una veste rosso [ìorpora con gra- 
ziosi e minuti ricami in oro. Il manto è turchino 
fimbriato di oro. Trovasi più naturalezza nelle pie- 
ghe della veste, che altrove. Il manto suddetto, che 
è appuntalo sulla lesta , le scendo dietro le spalle, 
e lorna davanti solo per coprirlo i piedi , per cui 
veggonsi i capelli, che sono biondi, lisci, e ben as- 
settati. Posa la mano sinistra con bel garbo sopra la 
spalla sinistra del pargoletto Signore contemplandolo 
fisamenle, e con la destra sorregge con molla gra- 
zia il braccetto destro di Gesù, la cui mano vedesi 
attaccata al lombo del manto della sua Madre di- 
vina, mentre egli sta seduto sopra il sinistro ginoc- 
chio della Vergine. É nudo affatto. Non si trova 
nìolla naturalezza nep|)ure nelle forme dei corpo , ; 
che le diresti ammassale. 

Sopra il gradino del Irono stanno posate due am- 
polle di cristallo con lungo collo, in una delle quali 
vedesi un mazzolino di rose. Dieci Angeli in tutta 
persona fanno alla Madre di Dio festosa corona. Uno 
sta sulla cima con le braccia allargate facondo mo- 
stra di sostenere il padiglione; quattro di essi stanno 
alla dritta della Vergine, l'uno de' quali tocca leg- 
germenlo le conle di una chitarra. Altri cinque a 
sinistra, ed uno di questi aitimi pizzica l'arpa. Tutti f 
hanno una lunga ca(>olliora bionda e riccia. Le fiso- 
nomie , e le carnagioni possono dirsi simili Ira di 
loro : svariale però sono le movenze e vario il ve- 
stimento. V'è chi ha fissalo l'occhio da una parte, e 
chi dall'altra. Le tunichelle quali sono rosse, quali 
turchine, quali semplici, quali stoffate in oro , ma 
tulle guarnite da gallone di oro in più punti. Nel 
suppedaneo della Madonna è scritto in carattere 
d'oro majuscolo il uomo solo dell'artista « Ludovi- 
cus ». 

Nell'arco a dritta della Madonna sta S. Benodello. 
È oscura la carnagione: folta e grigia la barba. Il 
camice sembra cenerognolo, e forse annerito dal tem- 
po. I piedi non si veggono per la lunghezza del ca- 
mice. Il pluviale di color sangue drago è ornato di 
un bel gallone di oro.. Legge il santo Abbate allen- 
lamente un libro foderato rosso, e guarnito da bot- 
toni e fermagli d'oro. Tiene stretto col braccio dritto 
il pastorale, il cui riccio è doralo. La mitra è d'un 



L A L B U M 



lor 



drappo oscuro, su cui ril'ulifc una trina di oro ab- 
bellita da alquante gemme. É rivolto il Santo Mo- 
naco con tutta, la persona verso la Regina del cielo: 
a pie della sua immagine si legge il proprio no- 
me (2). 

Sotto l'arco che rimane ti si presenta S. Seba- 
stiano in tutta persona con gli occhi socchiusi, come 
in atto di venerazione col viso rivolto verso la Beala 
Vergine. Sono coperte le gambe e i piedi da una 
maglia rosso amaranto. Tiene la destra aperta sul 
petto, e con la sinistra (avendo disteso il braccio) 
stringe un' a^ta puntuta che va a posare sul suo 
piede sinistro. Una ricca chioma bionda, riccia e 
gretta va a rannodarsi dietro le spalle. Una corta 
tunica orlata di turchino , che gli arriva fino alla 
metà delle cosce è stoffata d'oro. Le maniche sono 
])ur turchino con sopravi qualche ricamo in oro. 
Intorno al collo sembra che tenga un vezzo di gioie 
(giacché non si distingue per la distanza) e più sotto 
una collana formata da merletto bianco. Sotto si 
legge il nome del Santo (3). 

Tutte le (esle delle figure , di cui si è discorso 
sono guarnite di aureola rilevata e gralFita in oro. 

Sotto il dipinto di mezzo si legge a carattere ro- 
mano K Opus Lodovici de Urbanis de Salo (sic) Sa- 
vereno (sic). 

Questa tavola, la quale ha il fondo doralo, è alta 
nella sommità metri tre , e centimetri quarantatre, 
e va decrescendo ai fianchi ( essendo la forma di 
questo trittico piramidale) , ed è larga metri due , 
e centimetri sessantasei. 

Nel trasporto che si fece dalla Chiesa di S. Ma- 
ria di piazza alla Metropolitana, o successivamente, 
questa tavola ha sofferto alcune scrostature special- 
mente nell'immagine della Madonna, dove dobbiamo 
lamentare la perdita dell'occhio sinistro, e la man- 
canza di una porzione del naso. Sarebbe desidera- 
bile che venisse collocala in sito di miglior luce , 
giacché avendo dietro due finestre ai lati impedi- 
scono esse di poterne godere il migliore effetto. 

Di questo lavoro eseguito con molla finitezza ri- 
peterò quello che ne disse il marchese Amico Ricci 
nelle Memorie storiche delle arti e degli artisti della 
Marca di Ancona {A). 

« Riusci l'opera pregevole pel colorito ma il di- 
» segno di questa tavola manifesta che era anche 
« egli del novero di quei pittori, che ancora si tro- 
» vavano imbarazzati nel far scorrere nelle membra 
)) il moto, e nel portamento la vita. » 

Conte Severino Servami- Collio. 

(1) Memorie Storiche della Città di Recanati nella 
Marca di Ancona date in luce dal Padre Diego Cal- 
cagni - Messina. Stamperia di D. Vittorio Maff'ei 1711 
(( Fermata nel muro del Coro sta la tavola dell'Ai- 
tar maggiore opera di antico pennello. In mezzo d'essa 
sta la Vergine col Bambino in seno circondata da molti 
angeli, con {strumenti musicali nelle mani. Nella parte 
destra della tavola con proprio partimento sta in piedi 



un Santo Vescovo (credesi S. Flaviano Protettore del 
clero recanatese. Nella sinistra nel proprio partimento 
si vede S. Sebastiano mart. con il sago militare, che 
con una mano in petto, coli' altra tiene la punta della 
saetta fermala in terra. Il fondo di questa pittura è 
lult'oro , ha in mezzo il Leone coronato colla spada 
nella branca insegna della città. In piedi della tavola 
è dipinto il martirio di S. Sebastiano - pagina 346. 

(2) 5. Benedittus (sic) Abbas. 

(3) 5. Sebbastianus {sic) matér {sic). 

(4) Macerata per Alessandro Mancini. 1834. Tomo 
L pagina 222. 



ALL AMATA MEMORIA 

DI 

ANGELICA MONTI BELLI 

SOyETTO 

T'amai fanciulla pel soave sguardo 
Che dell'alma il candor facea palese. 
Tamai nel pio costume, e nel cortese 
Spirto ritroso al secolo bugiardo. 

Moglie t'amai d'amor più assai gagliardo, 
Che della tua virtù forte mi prese. 
11 senno tuo di me donna ti rese, 
Tanto eh' io t'obbedia per solo un guardo. 

Madre t'amai di quell'amor che adora: 
E vera madre fosti in tua costanza, 
Onde ì figli vegliasti ad ora, ad ora. 

Ed or che mi sei morta, il mio dolore 
Prende un conforto sol nella fidanza 
Che tu ripensi in cielo il nostro amore. 

Del prof. Serafino Belli. 



ASCLEPIADE 



RACCOSTO TOLTO D.i APULEJO. 

Non vi ha forse nel mondo chi sia più spesso ac- 
cusato che il medico : perché ad ogni persona che 
muore si ode dire, eh ! poverella, quel medico l'ha 
spacciata in pochi di: se non usava di tale medi- 
cina; se meglio d'alcuna altra si valeva, ella sarebbe 
ancora fra i vivi: ma il suo mal destino l'ha posta 
in mano a costui , che non lascia molto penar gli 
ammalati, e con due ricette li manda dritto al mondo 
di là. Eppure o d'una o d'altra infermità dobbiam 
morire, e forse l'arte non ha di che riparare ai danni 
o prodotti dall'abuso della vita, o dalla reità degli 
umori, e che so io: e savio fu certo colui che disse, 
che ogni uomo dal primo suo nascere, porta in sé 
il germe della morte, il quale poi si va sviluppando, 
e ti conduce al sepolcro senza che altri possano im- 
pedirlo. E adunque ingiusto questo lamentar che si 
fa d'una generazione d'uomini, che possono ajutare 
a vivere, non toglierci il morire: ed io m'era fitto in 
capo prenderne qui le difese , quando buona for- 
tuna mi ha mandato fra le mani un' istoria, la quale 



108 



L' A L B U M 



melte in chiaro ciò che io ho detto cioè che i me- 
dici ajulauo a vivere, la quale io credo valga mille 
tallii più, ch(! ogni apologia. Uditela adunque. 

Asclcpiadc che fu lai medico a cui tutti i medici 
del mondo fauuo di berretta, e da Esculapio ed Ip- 
pocrale in fuori, non ebbe in antico chi gii tenesse 
il bacino alla barba, oltre l'altre belle cose, fé co- 
desta di niellere fra le buone medicine il vino. Prima 
.si credeva nell'acqua sola esser virtù di sanare (può 
darsi granchio più grosso di questo ! ) e i malati 
spesso cadevano sfiniti , tisici , svigoriti , e poi se 
n'andavano ad ingrassar l'orto. Ma Asclcpiade che 
la sapeva lunga, introdusse l'uso di dar bere a ma- 
lati qualche sorsetto di vino , che rinfrescasse le 
forze , e ravvivasse gli spirili. Ed io dico che se 
altro non avesse fatto , basteria questo per averlo 
in conio di eccellentissimo. Ora (pesti tornandosi 
un dì dalla sua villa alla città, vide una gran folla 
di gente lunghesso le mura, e appressando conobbe 
che era un corteo funerale, perché tulli erano pal- 
lidi , sparuti , e in gramaglie. Fattosi più innanzi , 
e messosi nella folta gli venne il ticchio di sapere, 
com' é naturai cosa , chi fosse il defunto a cui si 
preparavano l'esequie, e di che fosse morto; e poi- 
ché per dimandarne che facesse ninno gli dava piena 
risposta, egli urlando, e puntando, tanto si adoperò, 
che si trasse a pie del cataletto. Videvi una lìgnra 
d'uomo lutto sparso d'aromi , e<l inolialo di mille 
odori e intornovi apparecchiata sontuosamente la 
cena. Allora egli fissò gli occhi nel giacente e squa- 
dratolo ben bene , gli nacque sospetto che alcuno 
spirilo di vita in lui rimanesse , e per prenderne 
saggio, (tanto può l'amore della scienza !), dopo aver- 
lo tastato e soffregato alcun poco, si volse ai pia- 
gnoni che intorniavanlo , desiosi di versar presto 
quante lagrime avean negli occhi, [ter poi giltarsi 
sulla cena , e rifarsi coi cibi e col vino ; e disse 
loro: Costui non è morto: e però vogliale allonta- 
nare di quii le fiaccole, il fuoco, e spiantare il rogo; 
quanto alla cena porlalevcla a casa , inagnatevela , 
e voi pure andale>en(! con Dio. Non ebbe apjtena 
finito dir questo, che nac<|ue un pispiglio, un sub- 
liuglio che non si potrebbe descrivere : alcuni di- 
cevano : egli è matto : altri , a noi non ficcherete 
questa carola, o messere; e taluni più risentiti gri- 
(iavangli; voi volete il giambo de' fatti noslri, e pa- 
stura di noi, ma non vi riuscirà ijucsla volta. An- 
cora i parenti se le seiilivano male, perché già aveano 
ialto lor disegni sull'eredità , la quale era grossa , 
e lor doleva tornarsene colle mani vote. Ma tanto 
disse, tanto fece, che da ultimo a gran pena riuscì 
ad ottenere un piccolo indugio , e si fé portare il 
morto a casa. Intanto perché non andasse a male 
la cena, que' ghiottoni si giltarono a mangiare e sì 
che se ne fecero una buona corpacciata : inenlre 
Asclepiade richiamava a vita lo sventurato che in- 
nanzi tempo era caduto in balia de' becchini, i quali 
vivo tei' avriano messo sul rogo senza più , se la 
buona ventura non gli avesse mandalo innanzi un 
tale Sapiente. 



Or va a dire che i medici ammazzano ! lo noi 
comporterò certo in pace , e se a voi pure venga 
udito far loro da qualcuno questa villania , e voi 
ricordalegli il fatto di Asclepiade. 

Giuseppe Ignazio Montanari. 



LA PESC.\ DEL .MERLUZZO NELL ISOLA DI TERRA NUOVA 

Tulli ignorano in generale la grande importanza 
dell'industria che si cela sotto il modesto nome della 
pesca del merluzzo. Codesta lontana navigazione, que- 
sta |)ralica faticosa de'mari del Setteiilrione non ó 
più soltanto scopo e cagione del commercio marit- 
timo il più animalo de' noslri porli di Ponente per 
le legna, pel sale, per le canape, pel catrame, pe' me- 
talli, per le farine, per l'acquavite, pe' vini, e va di- 
cendo eh' essa domanda alla navigazione lunghesso 
le coste, né pel Iralliio che porge all'Europa e alle 
nostre colonie co' suoi prodotti; ma essa è altresì la 
vera scuola alla quale si formano i noslri marÌDaj, 
ed è alimento di jiotenza e sorgente insieme di ric- 
chezza pel nostro paese. Oltre di ciò essa si ricon- 
giunge ad una delle nostre glorie , poiché la pesca 
del merluzzo sostenne l'impero coloniale che la Fran- 
cia fondò e possedè in que' mari , vaslo e fecondo 
impero del quale più non ci restano che due deboli 
avanzi : 1' isola S. Pietro e l'isola Miquelon. I*ur- 
Iroppo le nostre glorie marillinie sono pochissimo 
conosciute. 

Prima che gli Spaglinoli condotti da Cristoforo 
Colombo avessero scoperto (|uel mondo novello, sul 
(|uale, come provò il signor Vitet, avevaii già cam- 
minato |iiedi francesi; prima che i l'ortoghesi seguis- 
sero il solco delle navi di Dieppe, e scoprissero quel 
capo delle Tempeste che loro apriva il mare dell'In- 
die, i naviganti baschi datisi linda lem|io immenio- 
rahile alla pesca della balena, si eran lutti jiosli fin 
dal (|uallordicesimo secolo a perseguitare questi 
immensi cetacei nel fondo de' mari sellenlrionali, r 
avean preso lerra in una grande isola che avca il 
ciclo nebbioso, la vegetazion triste, le scogliere de- 
serte. (Jnesl'isola é (|uella la cui sco|)erta parecchi 
autori attribuiscono senza buon fondaineulo ad un 
veneziano avvcnlurierc, Giovanni Chahol, sullo scor- 
cio del secolo quindicesimo; e l'isola di Terra Nuova 
centro |iriiicipalissimo della pesca cui (|uesti brevi 
cenni son coiisecrati. (jualnnquc sia peraltro la con- 
trada che possa rivendicare a se questa scoperta, 
non v'ha dubbio che la Francia ha il merito d'avervi 
la prima fondalo alcuni stabilimenli. Fin dal regno 
di Francesco I , innanzi il 1525, la Francia aM\a 
preso possesso di questa lerra alla quale aveva chia- 
malo i nostri pescatori la gran co|)ia del pesce che 
visitava i suoi lidi. Giovanni Verazzini navigalor fio- 
rentino al servizio della Francia , e l'illustre Gia- 
como Carlier, vi avevano fondato due come centri 
di popolazione innanzi che alcun naviglio inglese ne 
avesse solcalo le acque. Solo nel secolo appresso la 
Gran Brettagna vi fondò alcuni slahilinienii, allor- 
ché il rapido sviluppo delle nostre colonie del Ca- 



L' A L B U M 



loy 




LA PESCA UEL MERLUZZO NELL ISOLA DI TERP.A NL'OVA. 



iiadà e dcll'Acadia dava ivi alle nostre pesche un 
imporlanza che ogni giorno si faceva maggiore. 

Le guerre navali del principio del secolo diciasset- 
tesimo illanguidirono tanta prosperità della quale le 
vicende delle armi e delle politica del trattato d'U- 
trecht del 1713 fino a quelli del 1815 non han lasciato 
alla Francia se non se il solo diritto di stazione sopra 
alcune coste di quest'isola, ma senza potervi fondare 
altri stahiliuienti, tranne quelli necessariamente volu- 
ti dalla pesca durante i mesi dell'anno in cui il pesce 
in quei paraggi è abbondevole. Questi stabilimenti ai 
quali i nostri marinai han dato il nome il chaufauds, 
evidente corruzione della parola echaffaud (tavolato), 
sono capanne d'abitazione; magazzini e rimesse de- 
stinale a ricevere una parte del carico e dell'equi- 



pa 



iisio delle navi che si disarmano durante la sta- 



gione della pesca ; sono terrazzi e tettoie sotto le 
quali si. mozza'iio le teste a' merluzzi , si aprono e 
si acconciano questi pesci per consognarli ai salatori; 
sono finalmente ampi lastrici di ghiaia sui quali si 
disecca il pesce dopo aver'o salalo. Codesti stabili- 
menti sono il centro di lutti i lavori e le operazioni 
di questa pesca. Di là partono ogni mattina i bat- 
telli pescarecci che sono una specie di schifi nei 
([uali sono due uomi«i un mastro, ed un hussas 
là tornano tutte le sere col prodotto raccolto, e il 
giorno dopo uomini a ciò destinali fanno subire "al 
pesce le sue varie preparazioni. 11 lavoro prelimi- 
nare è quello dei mozzatovi, operazion semplicissima 



che consiste nel mozzare la testa del merluzzo , e 
questo é il primo grado dell' apparecchio di quel 
rozzo mestiere. Vien dopo il lavoro de' tagliatori, e 
questa è opera in tanto più difficile in quanto che 
de^e farsi con grande celerità, e consiste nello sven- 
trare e vuotare il pesce, a dislaccarne le teste : il 
che per lo più si fa dagli ufficiali del naviglio , 
ne lo slesso capitano isdegna prendervi parte per- 
chè è questo un ingegno anatomico che gli armatori 
assai stimano nell'abilità pratica de'chirurgi che scri- 
vono ne' loro registri. Finalmente il merluzzo passa 
dalle mani de" salatori a quelle di coloro che lo di- 
seccano: gli avanzi si pongono in un luogo destinalo 
per macerarli, e da essi si cava un olio abbondante 
di iodio. Dopo che i medici ebber veduto che que- 
st'olio ha virtù curativa efficacissima, i fegati si pon- 
gono da parte e si acconciano con le cure particoi.iri 
che richiede la loro destinazione. 

(Dal Monde IHustréì. 



IL TEVERE E LE SUE I.NONDAZIOM. 

{Continuazione V. pag. 104). 

In ciò convengono tulli gli antichi scrittori. Per- 
dette però il suo primo nome, e fu detto Tibris.^la 
come, e quando, e da chi ricevesse questo nome, 
col quale è comunemente conosciuto, e che fece quasi 



110 



L' A L B U M 



«limenticare l'antico, io io trovo controverso presso 
che in tutti che ne parlarono. Tito Li»io nei fare 
la enumerazione dei re di Alba, dice che Tiberino, 
succeduto a Capelo, nel traversare l'AlbuIa vi si an- 
negasse, e rendesse cosi il suo nome celebre nella 
posterità comunicandolo al fiume — Tiberinus, qui 
in trajectu Aìl/ulae amnis suhniersits, celebre ad po- 
slcros nomen flumiiii dedit — (i). Tradizione seguita 
da Dionisio, dal quale sappiamo di più che Tiberino 
annegasse nell'Albula combattendo sulle sue spon- 
de (2), e da Aurelio Vittore che va d'accordo con 
Dionisio nel fatto d'armi — Qui cuui adoersus fini- 
timos bellum inferentes copias edujcisset , inter prae- 
liantes depulsus in Albulam /lumen, deperi il, rnutan- 
dique nominis extitit causa — (3); confermala da Fe- 
slo (4), da Messala Corvino (5), e da Ovidio (6), 
i quali sebbene non facciali parola del combattimen- 
to , dicono che Tiberino sommerso nell'Albula gli 
desse il suo nome. 

3Ia a questa tradizione è contrario Virgilio, che 
nel Libro Vili della Eneide facendo narrare da Evan- 
dro ad Enea come i primi abitatori di queste con- 
trade fossero genti incolte e selvagge, incivilite da 
Saturno che, dal eie! cacciato, vi si ascose, e come 
poscia il paese fosse invaso dagli Ausoni o dai Si- 
cani, soggiunge al verso 330: 

Tum reges, asperque immani corporc Tibris, 
A quo post Itali fluvium cognomine Tibrim 
Diximus: amisit verum vetus Albula nomen. 

Secondo Virgilio duiH|ue l'Albula cangiò nome non 
da Tiberino re di Alba , ma dal gigante Tibri re 
dc'Siculi, o Sicani com'egli l'appella, in epoca ante- 
riore d'assai alla stessa fondazione di Alba. Ed a 
questa opinione sembra che si accosti anche Pli- 
nio (7), derivando da Tijhri^ il nome di Tiberin. 

E (juantunque Virgilio mostri il suo libri Siculo, 
Feste lo dice Toscano (8) , e cosi anche Servio nel 
commentare il citato passo di Virgilio, e narra che 
questo re comunicasse al fiume il suo nome caden- 
dovi dentro combattendo — Ific (Tvbris) tu^corum 
rex fuit qui jnrta hunc fluvium puguuns cecidit, et 
ci nomen impusuit — come appunto Dionisio ed Au 
relio Vittore narrano del re di Alba Tiberino. Anzi 
aggiunge di più lo stesso Servio come alcuni opinas- 
sero che questo re ricevesse il nome di Tghris da 
v^3oii (ingiuria) pe'Iadronecci che commetteva lungo 
le sponde del liume , e per le spesse ingiurie che 
recava a' passeggieri, tal che pronunciandosi \J^o>^ 
aspiralo, pel costume che aveaii gli antichi di porre 
il dove era un aspirazione, scrivessero (rty^S^;; (Thy- 
bris). E riferisce ancora altra opinione di coloro che 
i Siculi dessero all'Albula il nome di Tjbris a si- 
niiglianza della fossa scavala presso le mura di Si- 
racusa per fare ingiuria agli Ateniesi. Ecco come si 
esprime Servio intorno a questo fatto, nel commen- 
tare il verso 31G del Libro XI della Eneide. « Per- 
>) che poi dicasi Tybris , questa è la ragione. Una 
» volta i Siracusani vincitori presero iu Siracusa 



» gran numero di Ateniesi loro nemici, e colla loro 
)> opera, tagliali i monti, fecero aggiungere nuove 
» fortiOcazioni alla città. Allora, accresciate le mu- 
» ra, fu fatta anche all'interno una fossa, che riem- 
M pila di acque mediante un fiume introdottovi , 
» rendesse più forte la città. Questa fossa pertanto, 
)) fatta in pena ed ingiuria de' nemici , la chiama- 
)) rono Tvbri x~.i zr,^ -j^p-'^;. Quindi venuti i Siculi 
» in Italia occuparon quella parte ove ora è Roma 
» fino ai Rutuli ed Ardca , ed a simiglianza della 
» fossa Siracusana chiamarono il fiume Albula Tvbri 
)> quasi ij'iovj ». 

Olire queste tradizioni, lo stesso Servio nel com- 
mentare il verso 72 del Libro Vili, fa menzione di 
due altre, delle quali una ne derivava il nome da 
Tvberi re degli Aborigeni che vi fu spento combat- 
tendo, l'allra da questo slesso re ucciso da Glauco 
figlio di Minosse. Tutte queste tradizioni pertanto 
escludono quella di Livio, seguita da Dionisio e da 
altri, che ricevesse il nome dal re di Alba, e lo dice 
espressamente Servio nel citalo coiiimento al verso 
330: — Nam quod Livius dicit ab Albano rege Tg- 
brim dictum, non procedil omnino, quoniam et ante 
Albam Tgbris dictus invenitur. — 

Varrone senza decidersi per l'una o l'altra opi- 
nione, le riiluce alle due principali e [liù comuni, 
cioè a quella che lo derivava dal re de' Vejenti , 
Toscano, cli'ei chiama Dehebri , ed a quella del re 
Latino Tiberino, — Std de Tiberis numen anceps hi- 
sloria : nam et suum Elruria , et Latium suum esse 
credit. Fucrunt qui, vicino reguto Veji-ntum Dehebri, 
dixerint nppellatum primo Dehebrim. Sunt qui Tiberis 
priscum nomen latinum Albulam vocitatum literis 
tradunt; posterius propter Tiberinum regem latinorum 
mutatun, quod ibi interierit ; nam hoc ejus tradunt 
sepulcrum. — (9). 

Se tante e si variale furono le opinioni degli an- 
tichi, intorno alla ca>/sa del cambiamento del nomo 
da .Albula in Tiberis, da cui il nostro di Tevere, e 
se neppure essi seppero decidere quale fosse la ve- 
ra , oseremo tentarlo noi ? Il N'ibbv, escludendo la 
tradizione Albana , amalgama tulle le altre e ne 
l'orma un re Siculo-Toscano di nome Thvbri, figlio 
di Giano e di Camescnc, di complessione e di forza 
gigantesca, che dominò sulla sponda destra del fiume 
esercitando violenze di ogni specie sopra i viandan- 
ti , e che rimasto spenlo die nome al fiume sulla 
cui spontla regnava (lOl. Stando al sentimento di 
Servio, come più probabile, che il cambiamento del 
nome da Albula in Tibris accadesse molto prima 
della fondazione di Albalunga, e prendendo l'essen- 
ziale di tante tradizioni senza seguirne gli accessori 
possiamo ritenere che la sua nuova denominazione 
la ricevesse da un re di simil nome, sia Tibri Ty- 
bero e Dehebri, Suulo o Toscano, che vi rimanesse 
annegato, o combattendovi o iragheltandalo , come 
pure l'Anienc, dello prima Pareusio, cangiò nome, 
secondo Plutarco (IP, da Anio re de' Toscani che vi 
si gittò. Se non che il voler sempre e mai sempre 
coniare sul nome di un supposto re, la denomina- 



L' A L B U ai 



111 



zione di un territorio, di un fiume, di una città ec. 
non è altro che il confessare la ignoranza delie ori- 
gini delle denominazioni medesime. 

Nasce il Tevere da' monti Apennini clic dividono 
per lungo l'Italia, da' quali nasce anche il Liri (ora 
Gari"liano) , fiumi che al dir di Dionisio circoscri- 
vevano nel loro corso tutto il paese occupalo già 
dai Pelasgi , scaricandosi nel mar Tirreno alla di- 
stanza di ottocento siadii dall'una all'altra foce. (12) 
È noto come dopo la hattaglia combattuta fra i La- 
tini e gli Etruschi nelle vicinanze di Lavinio, sulle 
rive del Numico ( oggi Riolorto) che pose termine 
alla guerra ed al regno di Enea che vi perde la 
vita cadendo nel fiume, nel trattato di pace che la 
segui, fu slahilito il Tevere (che Livio a quell'epoca 
chiama ancora Alhula) per confine fra gli Etruschi 
i Latini. (13) Da Plinio, il diligente osservaloredella 
natura, abbiamo la descrizione del suo corso, e dei 
fiumi che v'influivano. < Il Tevere; dice egli, chia- 
» malo prima Tybri, e più anticamente Alhula, quasi 
)) dal mezzo della catena Apennina, corre per quel 
» di Arezzo , sottile in principio e non aumentato 
» che da rattenule e fatto navigabile, siccome il To- 
)> pino e la Chiane in esso inlluenti, da raccolte di 
» nove giorni, se non venga ingrossato dalle piog- 
» gie. Ma a cagione de' luoghi aspri e pietrosi, non 
» è praticabile che con travi, piuttosto che con bar- 
>■ che. Corre per cento cinquanta miglia, non lungi 
» da Tiferno , Perugia ed Otricoli ; divide la To- 
)) scana dall'Umbria e dalla Sabina ; tredici miglia 
» di qua da Roma il territorio Vejenle dal Cru- 
)» slumino; quindi il Fidenale ed il Latino dal Va- 
)) ticano. Ma di sotto al Topino e alla Chiane, ac- 
)> cresciuto da quarantadue fiumi, e principalmente 
» dalla Nera e ilall'Aniene , anch'essa navigabile e 
» che include il Lazio alle spalle, non meno che da 
» tante acque e fonti condotte nella città, e perciò 
)> capace di qualsivoglia gran nave del mar d'Ita- 
n lia, placidissimo mercatante delle cose che nascono 
)> in tutto il mondo. Ed è quasi il solo, fra gli al- 
» tri fiumi di tutte le terre , abitato e veduto da 
» tanti luoghi. Nessun altro fiume ha meno licenza 
» di vagare di lui, ristretto da ambi i lati, né pure 
» contrasta, quantunque spesso accresciuto da subi- 
» lance piogge ed acque che non allagano mai che 
» nella slessa città. Che anzi è piuttosto profeta ed 
» ammonitore, e col suo crescere più religioso che 
>> crudele. « (14) 

I quarantadue fiumi che, secondo Plinio, tributa- 
vano al Tevere le loro acque , possono anche oggi 
tulli numerarsi ; ma io qui, seguendo il mio assunto, 
ricorderò solo quelli che trovansi nominati dagli an- 
tichi scrittori. E sono sulla sponda destra al di s3- 
])ra di Roma : la Chiane , Clanis , fiume al dire di 
Plinio (15) navigabile e che per mezzo della Paglia si 
scarica nel Tevere al di sotto di Pontenuovo; il Ca- 
penate, Capenas, rammentalo da Silio Italico (16) che 
ha le sue sorgenti sotto il Soratle, bagnava l'antica 
città di Capena , e segnava il limite del territorio 
Vejenle ove influisce nel Tevere al di sopra di Sco- 



rano, ora detto Gramiccia; il Cremerà celebre per i 
trecentosei Fabj uccisi sulle sue sponde, [il} che era 
anticamente l'emissario del Lago di Baccano, e sbocca 
nel Tevere al sesto miglio della via Flaminia chia- 
mato volgarmente Valca; il Tutta ove Annibale pose 
il campo nel 541 di Roma , (18) che attraversa la 
Via Cassia e la Flaminia circa al quarto miglio , 
detto perciò Acquatra versa. Sulla sinistra : il To- 
pino, Tj/im, anch'esso navigabile (19) che riceve il 
Clitunno, Clitumnus , descriltto da Plinio il giova- 
ne (20) e rammentato da Virgilio, Svelonio e Silio 
Italico, (21) e si scarica nel Tevere al di sopra di 
Ponlenuovo vicino a Perugia , la Nera, Nar, che ri- 
cevendo le acque del lago Velino, Yeìinus, ora lago 
di Piediluco , ambedue nominali da Virgilio e da 
Tacilo (22), non lontano da Orte entra nel Tevere; 
V Himella ricordalo da Virgilio (23), ora detto Aja; 
il Tabaris o Farsarus ài cui parimenti fa menzione 
Virgilio ed Ovidio (24) e che chiamano Farfa; T^Z- 
lia fiume infausto per la disfatta ivi data ai Ro- 
mani dai Galli (25), che scendendo dai monti Cru- 
stumerini influiva nel Tevere circa all' undecimo 
miglio non lungi dalla Via Salaria, riconosciuto nel 
fosso di Malpasso; l'Aniene, Anien, celebre per molti 
tatti nella storia di Roma (-G), il più considerevole 
di tutti, chiamato volgarmente il Teverone, che ri- 
ceve il Dirjentia rivo nominato da Orazio (27; che 
bagnava la sua Villa Sabina, ora detto di Licenza. 
Dentro Roma l'acqua Crabra nominala da Cicerone 
e da Frontino (28) che nasce nella Valle Albana , 
della la Marrana ; e per ultimo circa un miglio al 
di sotlo di Roma il fiumicello Aimone, Almo , ove 
i Sacerdoti di Cibele solevano in ogni anno lavare 
il simulacro della Dea ed i suoi utensili sacri (29), 
dal volgo chiamalo Acquatacelo. 

Accresciuto il Tevere dalle acque di tanti fiumi 
oltre quelle condotte in Roma per uso degli abi- 
tanti e che pure in esso, a guisa di un altro gran 
fiume, si scaricavano, non ci reca meraviglia quanto 
leggiamo ju Dionisio che cioè fosse navigabile per 
modo che potesse rimontarsi dalla sua foce fino a 
Roma da grandi navi marine da trasporto, e da bar- 
che fluviali di mediocre grandezza lino alle sorgen- 
ti. Ecco come egli si esprime parlando del porto 
costruito da Anco alla foce del Tevere. « Il Teve- 
» re, che scaturisce dall' Apennino e corre lungo 
)i la città, e per un lito piano e privo di porlo sì 
» scarica nel mediterraneo, poca o nulla utilità ap- 
)) portando agli abitanti per non avere alla sua foce 
» un luogo munito che ricevesse le navi mcrcan- 
» tili che venian di lontano, essendo d'altronde na- 
» vigabile da mediocri barche fluviali fino alle sor- 
» genti , e da grandi barche marine da trasporto 
)) fino alla città , si pensò di costruire un arsenale 
)) alla sua foce, servendosi della stessa foce del fiume 
)) come per porlo. Imperciocché congiungendosi col 
» mare dilatasi, ed abbraccia ampi seni, non allri- 
» menti che i migliori porli di mare ; e ciò che ò 
)) più ammirabile, la sua foce non si chiude ostruita 
» dalle arene, come accade a molti altri fiumi au- 



Ili 



L' A L B U M 



» che grandi} né errando per paludi ò slagni resta 
» assorbito prima che giunga ai mare , ma è per 
« tutto navigabile, sboccando in esso per l'unico suo 
)ì nalurnie alveo , e dividendo le onde spumanti , 
» quantunque ivi predomini un gagliardo vento di 
)< ponente. 

{Continua) Doti. Michele Coreani. 



(1) Liv. Jlist. Lih. I C. 3. 

(2) Dionys. Ualicarn. Antiquit. Rom. Lio I. 

(3) Sex. Aureli Vicloris origo gentis Romanae. 
(4i Festus de verhor. vet. significat. Lih. le XVIII. 

(5) Messalae Corvini ad Octavianum Auguslum de 
progenie sua lihcllus. 

(6) P. Ovidii Nasonis Fast. Lio. II. v. 389 I. IV 
V. 47, Metamorph. Lib. XIV v. 615. 

(7) Ilisl. Nat. Lib. Ili C. V. 

(8) Fest. de uerb. vet. signi f. Lib. XVI II. — No- 
tisi una conlradizionc di questo autore il quale nello 
stesso Libro prima dice: Tyberis iluvius dictus a Ti- 
berino rege Albanorum, quod in eo cccidisset - e poco 
dopo : Tjbcris a Tybcri rege Tuscorum. 

(9) Varrò de Lingua latina Lib. IV Cap. V. 

(10) Nibbg analisi storico - topografico - antiquario 
della carta de' dintorni di Roma, Tom. III. 

(11) Parallel. LXXVL 

(12) Dionys. Ualicarn. Antiquit. Roman. Lib. I 
C. 1 - Strab. Geograph. Lib. V. - Le sue scaturigini 
sono precisamente nella montagna detta di Fulterona 
delle balie in Toscana. 

(13) Liv. Hist. Lib. I C. 3. 

(l/() Plinii Hist. Nat. Lib. III Cap. 5. 

(15) Uist. Nat. Lib. Ili C. D-Tacit. Annal. L. I 
Strab. Geograph. Lib. V (Kldvtg) - Sii. Italie. Puni- 
cor. Lib. Vili V. 455. 

(16ì Punicor. Lib. XIII v. 85. 

(17) Liv. Hist. Lib. II C. 49 e 50 
licar. Lib. IX-Flor.rer. roman. Lib. 
Ovid. Fastor- Lib. Il v. 205. 

(18) Liv. Hist. Lib. XXVI C. ìl-Id. 
V. 5. 

(19) Plin. Hist. Nat. Lib. Ili C. V- Strab. 
graph. Lib. V (Tivix;) - SU. Ital. Lib. 

(20) Epistolar. Lib. Vili ep. 8. 

(21) Virg. Geòrgie Lib. II. v. 146 - Sveion. in Ca- 
ligula Cap. XLlll-Sil. Ital. Panie. Lib. Vili v. 453. 

(22) Virg. Aencid. Lib. Vili v. 517 e 712 - Ta- 
cit. Ann. Lib. I - Ovid. Metamorph. Lib. XlV v. 330- 
Sil. Ital. Panie. Lib. Vili v. 453 - Lucan. Sparsal. 
Lib. I v. 475 - Strab. Geograph. Lib. V (Nao) 

(23) Aeneid. d. Lib. v. 714 

(24) Virg. toc. cit. v. 
v. 330. 

(25) Liv. Hist. Lib. V C. 37 - Fior. rer. rom L. I 
€. 13- Virg. Aeneid. Lib. VII. v. IM - Ovid. art. 
amator. Lib. 1 v. 413. 

(26) V. Livio, Dionisio ecc, e nominato da Stra- 
bone Geograph. lib. V (Avjuv), da Orazio Ode VII 
Lib. I, Virg. Aeneid. Lib. VII v. 683 - Ovid. Me- 
tam. Lib. XIV V. 329-I«cant Phars. Lib. I v. 582 - 



■ Dionys. ILi- 
l Cap. 12 - 

Ital. L.XllI 

Geo- 
Vlll V. 454. 



715 - Ooid. Melam. d. Lib. 



SU. Ital. Panie. Lib. Vili v. 370 e L. XII v. 5'i0 
e che Plinio dice navigabile Hist. Nat. Lib. Ili C. 5 
e C. 12. 

(27) Epistolar. Lib. I ep. 18 e. 104. 

(28) Ciccr. Orat. Ili de lege Agrar. contra Rul- 
lum Cap. 2, Epistolar. ad familiar. Lib. XVI ep. 18- 
Frontin. de aquaeduct. urb. Rom. § IX. Alcuni cre- 
dono che questa sia la stessa che l'aqua darauata che 
ei enumera nell'epilogo di Vittore e di Rufo. 

(29) Ovid. Fastor. Lib. IV v. 337, Metani. L. XIV 
V. 329 - Lucan. Spars. Lib. I v. 600 - SU. Ital. 
Lib. Vili v. 365 - Martial Lib. Ili epirg. 47 - 
Aeneid. Lib. VII. v. 532. 



Virg. 



CIFRA FIGURATA 




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Vi\-\- ir a 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Sul colle Esquilino nella villa del duca Caetani cam- 
biata in convento si è elevato un sacro tempio di 
puro stile gotico che mancava nella prima città re- 
ligiosa. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

cona pprovazione 



piaz 



DIREZIO.-SE DEL GIORNALE 

:o di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVAN.NM DE-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione 1 5 , 



2 8 Maggio l8o9 



Anno \\\l. 





AVANZI DELL OSPEDALE DEL S. a. O. GEROSOLIMITANO l.\ GERUSALEMME. 

(Per la prima volta disegnali sul luogo.) 



Sembra impossibile ! Viaggiatori vanno e vengono 
in Gerusalemme, e tutti perdonsi piuttosto a descri- 
vere i disastri del proprio viaggio, disegnare le vi- 
ste , già dalla fotografia migliaia di volte ripetute , 
parlare della storia delle crociate in cento guise, di 
quello che porgere una linea a favore degli avanzi 
dell'Ospedale del S. M. 0. Gerosolimitano. Se così 
dolce memoria de'primi secoli delle catloliche ma- 
gnificenze, la quale nacque e giganteggiò pei forti 
campioni di S. Chiesa, ed offrì caritatevole asilo a 
poveri afflitti da infermità, s'ella è stala logora dal 
tempo, non merita forse una parola da situarsi fra 
le pagini dell'imperibile Album di Roma ? Quel ve- 
nerando ordine, che fu tanto ammirato in Rodi, in 
Cipro, e in Malta, soffri sciagure, e non rifiutò di 
sguainare il consacrato acciaro per abbattere gli in- 
fedeli, si spogliò de'suoi possessi in Gerosolima senza 
agognare ad avare voglie , mantenne viva la face 
della vera fede, e tutte le sue armi rifulsero della 
luce divina , ora cercando risorgere trova potente 



scudo nel tenero cuore del Pontefice, e come feni- 
ce, che dalle sue ceneri acquista vita novella, brama 
riedere su quella terra, che fu teatro di passione, 
la quale è piena delle reliquie di redenzione, e ad> 
dita con maschia eloquenza i fondamenti religiosi 
dell'evangelio. 

La nuova, che i Cavalieri Ospitalieri di S. Gio- 
vanni vogliano erigere un' ospizio nella cillà santa 
circolò nel cuore de'cattolici indigeni, e della colo- 
nia europea come una stilla di balsamo, che raltem- 
pra l'esaltamento vitale, confronta, nutrisce, ed al- 
lontana i stremi concitamenti dell'iniquità de'scisma- 
tici ed infedeli. 

Veramente quel veneralo sasso, che accolse il Ssrào 
Corpo dell' Unigenito figliuolo di Djo, fu custodito 
mai sempre da inviolabili ministri, i quali affronta- 
rono supplizio, strazio, uxorie, e non l'abbandonarono 
per quanto barbari nemici ascissero d' averno ad 
isconvolgere le sante funzioni ; ma oVc sventolasse 
sul grande edifizio il rosso stendardo che porta nel 



114 



L' A L B U M 



seno la bianco-risplendenle croce, oh ! di quali re- 
miniscenze verrebbe illustrato ! Questi cavalieri, fiori 
della nobiltà del mondo, si direbbe, hanno combat- 
tuto quali feroci mastini contro i seguaci dell'empio 
Maometto; hanno sostenuto 1' uman frale nelle sue 
profonde miserie; hanno conservati i loro voti inte- 
gerrimi nelle \n\x violenti vicissitudini de'teinpi; ec- 
coli, trionfano benefaccnti, e riedendo al germe fe- 
condo di loro prima istituzione cercano l'asilo anti- 
co, i ruderi dc'Ioro edifizii per ricollocarsi fra ([uellc 
pareti , che hanno ijiuralo difendere , ad esercitare 
quelle opere di abnegazione, che sanno prodigare ai 
poverelli. Ora vedano a qual mìsero stato è ridotto 
il monumento che innalzarono, e che non lungamente 
poterono possedere; scorrano meco quelle gallerie, 
e vi troveranno gli clenienli dell'ospitaiila da loro 
usitala, in qual'uniiliantc condizione si smìi ìm soiio 
lo sguardo. 

A 30 passi lontano dal grandioso Icnipio, il (|u.ile 
accoglie più che preziosissima gemma il sacrosanto 
avello, dal lato orientale del suo ingresso, e \irino 
al pertugio che vi serbarono i turchi per favorire 
l'accesso a cattolici, esiste un muro, che guarda la 
stella polare, e che è composto di grandi e forbite 
jtietre. In seno a (jucsto semi-diruto fabbricalo si 
eleva maestoso un'arco del primo stile della gotica 
architettura, accerchiato in cornice da segui del zo- 
diaco, sormontato da altra cornice diritta sorretta 
da nicnzole intagliale a fogliami, sostenuto da alcune 
piccole e svelte colonne con basi e capitelli a ca- 
priccio , diviso la due contro-archetti centrali, che 
si riuniscono sopra un grazioso pilastrino isolalo, e 
rivestito di listelli e gole, e quinto v'ha di vago in 
lineare ornamento. Kgli è l'ingres^) d' nn superbo 
cortile di forma parallcle|)ipeda , ma ingombro di 
rottami, e terra, e n\uracci, che servivano a depo- 
siti di melme e letami di una concia di pelli, non 
ha guari ivi dagli infedeli barbarumeule situala. In 
fondo v'è l'avanzo accerchialo d'un coro di Chiesa 
esposto ad tJricnte, com'era l'uso degli antichi cri- 
stiani ; v'è pure una scalcila di venti gradini, che 
conduce alla prima sommità di bellissima corte qua- 
drata circondata da portico toscano di sedici pila- 
stri. Da questa si penetra dal lalo del mozzodi in 
Ire sale, lunghe, la prima 2(i metri, la seconda 19, 
la terza 25, coperte di volta, larghe ciascuna 9 metri, 
V formate di grosso fortissimo muro; dalla parte di 
ponente v'è ancora un'altra corsia lunga 17 metri, 
e larga 10, la quale è accompagnata da due rogo- 
lari camere ; d' onde sorge l'alba v' è un'avanzo di 
muro, che annunzia essere slato costruito per altre 
stanze di particolari abitazioni. Ne' sotterranei non 
si può penetrare, attese le molle immondizie, che vi 
sono stale gettate. 

S'egli avvenisse, che questo vaghissimo, nobile, e 
memorabile edifizio potesse risorgere sulle tracce 
della sua medesima architettura, acsoglierc ancora 
una volta coloro che Io hanno fondalo , servire di 
scudo all' umanità languente come già lo era colle 
sue sale da infermeria , risuonare degli armoniosi 



cantici della Chiesa Cattolica, risplendere sugli ospizj 
e le case de'pellegrini che confondono 1 seguaci di 
Fozio senza stile e senza garbo; sarebbe un tesoro. 
Frattanto i devoti viaggiatori, che si portano in Ge- 
rusalemme, a versar lagrime di duolo sulla passione 
del Ssmo Salvatore, deh ! volgono l'occhio pur'anco 
su quell'abbandonato monumento, e ricordino, che 
ivi era il carcere, ove fu racchiuso il principe de- 
gli Apostoli , e che ivi furono infrante le catene , 
spezzate le porte che lo tenevano in cattività. L'in- 
signe prodigio che vi fu operato, la stanza che vi 
ebbero gli eroi della fede lo rendono sublime, e lo 
tolgono dall' obblio, in cui, miseramente, per tanti 
secoli è slato involuto. 



28 Aprile 1859. 



Da Gerusalemme 
Pietro don. Galli. 



lACOI'O E ADELE 
BACCOyTO (*) 

XI. 

L'Uomo propone e Dio dispone. 

« ]■; già per li splendori antelucani 
Che tanto al peregriii surgon più grati 
Quanto tornando albergali inen lontani, 

•' Le tenebre fuggian da luti' i iati . . . 

ed in casa Koberto vcdevasi un movimento straor- 
dinario, la campana della chiesetta squillava lieta- 
mente per annunziare a' feilcli il surgere del di no- 
vello. Si levano i rusticani de' lor giacigli, e giunte 
al petto le inani salutano l'Astro mattutino coll'af- 
feltuosa preghiera della Chiesa. 

« Salve, o Maria; del cielo 

I doni accogli in Te ; 
Del tuo corporeo velo 
Tempio il Signor si fé. 

if Di tutte più felice 
Tu fosti e santa appien ; 
F.a terra benedice 

II fruito del tuo sen. 



« Vergine eccelsa e 



pura, 



In cui vestir degnò 
Nostra mortai natura 
Quegli che tutto può. 

« Prega per noi che errando 
Passiam la breve età ; 
Or ci soccorri e quando 
La morte giungerà. » (1). 

(») V. Album p. 87. 

(1) SiLORATA pnof. P. K. Anafonie italiane degli 
Inni della Chiesa ed altri canti sacri. Torino. 



L' A L B U M 



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Ed io m'avviso che quelle care e ferventi preghiere, 
quaii odorosi timiami , portate sulle ali de' venti 
innanzi a Maria, saranno state accolte dalla materna 
henignità sua, e ricompensatine que' pietosi con inef- 
fahili consolazioni. 

É alto il giorno: odesi da lunge un fragor cupo, 
uno scampanio prolungato, un confuso mormorio 

« Qual nelle folte selve udir si suole 
S'avvien che tra le frondi il vento spiri » ; 

indizi! tutti dello approssimarsi delle carrozze. 

Ma della comitiva non apparisce alcuno: il vici- 
nato è in aspettazione ; quand' ecco vedonsi uscire 
di casa Roberto più messi. Altri vola verso la grotta 
del Solitario, altri alla chiesaj quale fa dielreggiar 
le carrozze, quale si reca ad altro luogo.; tutti in 
attitudine pensosa e melanconica. Ciascuno si avvi- 
cina trepido a quella casa: parue udire gridi di do- 
lore, accenti lamentevoli, voci alte e fioche; un ge- 
lido orrore corre per le ossa di tutti. 

— Che sarà egli avvenuto? — si domanda l'un 
l'altro ansiosamente; ma non v' ha chi sappia dare 
soddisfacente risposta. In tanta perplessità d'animi 
arrivano a precipitosi passi 1). Gervasio, il Solitario 
ed il sig. Everardo. Una voce non si sa come, dif- 
fondesi per quella turba ch'è gravemente malato... 

— Chi? Adele? 

— T' inganni, ripigliò un cotale; non ne odi tu 
la voce ? 

— Ma sì . . . 

— Ma no . . . risponde un altro origliando. 

— Sarà Elvira. 

— Che di' ? non la vedi tu là d'appresso al bal- 
cone ? 

— Gli è vero: ma come afflitta ! 

— Ah, ah ! odi, odi che gemiti, che gridi. 

— Maria santissima: aiutale voi i nostri padroni... 
E in fra codesti parlari , escono di quella casa 

D. Gervasio ed il Solitario afflitti e mesti: una turba 
bramosa d'udire impaccia loro il passo. 

— Deh diteci , per amor di Dio , ch'è egli mai 
accaduto ? 

— Quieti, quieti, figliuoli miei, dice D. Gerva- 
sio, pregate la Madonna pel sig. Roberto, eh' è in 
pericolo di vita : andiamo , andiamo insieme alla 
chiesa. 

Come le mansuete pecorelle sieguono a torme a 
torme la lor guida, procurando ciascuna di esserle 
più vicina e di addossarsele, non altrimenti que' ru- 
sticani affettuosi seguivano il buon pievano, facendo 
in guisa di accostarglisi ognuno per meglio intenderne 
le voci : ma egli non proffcrse parola. Giunti alla 
chiesa , si discuopre 1' immagine della Vergine , e 
lutti innanzi di lei si prostrano e priegano per lo 
infermo. Intanto i cupi rintocchi della squilla di- 
stendenlisi per l'aer cheto e sereno invitano il resto 
del villaggio a pie' dell'altare. Il sacro recesso già 
ribocca di gente: apparisce il pievano ricoperto dei 
sacri indumenti; ed intanto che si distribuiscono a 



di ben parecchi astanti accese faci, D. Gervasio tutto 
commosso schiude il tabernacolo dell'altare ove con- 
servasi la divina Eucaristia, ne tragge la sacra pis- 
side, l'adora, e ricopertala co' lembi d'un ricco velo, 
fa andare la processione, ed intuona a gran voce : 
Miserere mei Deus . . . 

Il volgo che non sa di latino, ma che per un certo 
misterioso istinto , a coj-ì dire , ne interpreta il si- 
gnificato, a quelle dolci parole: Miserere Deus, grida 
con le lacrime agli occhi e piena d'entusiasmo: — Ah, 
Signore, abbiale misericordia del nostro padrone — 

Cessa il rintocco lugubre della campana e gli suc- 
cede il festevole tintinnio. — Ah è il Re de' Re , 
è il Signor de' Signori che si muove. Curvate la 
fronte, anzi copritela delle ali d'oro, o spiriti ce- 
lesti: accompagnatelo, e fategli voi più degno cor- 
teggio, che non è quello di poveri mortali. 

Incede grave e maestoso il convoglio. Cessano gli 
austri e gli aquiloni; e solo i grati zaffiri vi aleg- 
giano intorno; fioriscono i campi calpesti dal sacer- 
dote che ha tra le mani il lor Creatore ; le stesse 
alle cime degli alberi secolari curvansi reverenti , 
ed adorano Cristo in sacramento; mentre torme fe- 
stose di canori augelletti ne lo accompagnano, can- 
tando le dolci loro armonie. 

Si comrauoy? tutta la natura a quello spettacolo: 
l'uomo solo sarà indifferente ? egli solo non piegherà 
il ginocchio, non abbasserà la cervice altiera ? 

Chi , veduto il trionfo della misericordia di un 
Dio umanato nel viatico a' moribondi, non ha pianto 
e non è caduto colla fronte in terra , non sol non 
ha fede, non ha carità; ma non ha poesia, non è 
uomo, no, è una belva. 

Bmm. Marini. 



LE PIE DO.NNE AL SEPOLCRO 
OTTAVE (*) 

Era già spento il più leggiadro lume 
Del cielo, onde s'informa umana vita: 
Giacca la spoglia dell'estinto Nume 
In muto avallo ognor col Verbo unita. 
Quando in volto dolenti oltre il costume. 
Come amor le consiglia e all'opra invita, 
Fuor della cerchia della rea Sionne 
Mosser furtive tre pietose donne. 

Ivan meste a plorar su l'urna algente 

Del buon Maestro, ov'hanno il cor sepolto: 
Un vaso eletto, onde a Lui far presente 
Di b.ìlsami e d'jiroml avean raccolto : 
Gli estremi uffici a compier solo inlente 
Inverso il monle in fretta i passi han volto, 
E s'udiano lamentar in basse note. 
Rigando di pie lagrime le gote: 

» Luce degli occhi nostri alma e divina 
)) Chi a noi ti tolse dispietafo e fero ? 
« Signor, come ne lasci in tal mina 
)) Quasi naviglio in mar senza nocchiero ? 
» Misere ! ... a noi qual sorte il ciel destina 



116 



L' A L B U M 



)) Or che siam prive di tuo dolce impero ! 
« Chi più ne regge nel mortale esigilo 
)) Se a noi vien tolto deirElcrno il figlio? 
Dunque più non vedrem que' dolci rai 
Che avcan già possa di fugar gli affanni, 
Più non udrem que' labbri, in cui non mai 
Pallia la speme a ristorar suoi danni ! 
Morta è la destra, che porlcnli assai 
Oprava un di per tórre alimi d'inganni ! 
E son preda di morte anco le belle 
» Piante sol degne di calcar le stelle ! 
Poi soggiungean dolenti « Or chi la pietra 
» Fia che ne tolga dal sacralo avello ? » 
E già sputando il sol, fuggia la tetra 
Notte dintorno all'apparir di quello; 
Non lungi era dal loco, ove penetra 
Col guardo indagator, il pio drappello, -'i 
Quando mira pò sa come innalzala 
L'enorme pietra e l'urna scopcrrhiata. 
Stupir le donne, e a ricercar che Tosse 
Del lor duce e maestro, olirà si fero; 
Ma un subilo splendore il guardo scosso, 
Che più inrerla ne fé' l'alma e il pensiero: 
Da riverenza e da pietà commosse 
Entrar nel santo avello a trarne il vero; 
Ed ecco innanzi agli occhi uu giovinetto 
Gentile al guardo e di leggiadro aspetto. 
Candide avea le vesti a par di neve, 
Tranquillo il volto, e come sol lucente, 
E a grado si volgea dell'aura lieve 
Il biondo crine, e a guisa d'or splendente, 
Gli strigne il fianco rossa zona e breve, 
Che poscia a doppia lista è al suol cadente, 
E la forma sua rara e pellegrina 
Tutta raggiante di beltà divina. 
Infra tema e rispetto a lui novella 
Chieser le alTlilte dell'amala spoglia 
)i Risorse a vita gloriosa e bella 
Quegli rispose; « e lungi sia la doglia. 
» Già fé doma la morie iniqua e fella, 
)i E d'averno spezzò la nera soglia; 
)i Già offerse al Padre il prezzo assai coiidcgno- 
» E a voi fu schiuso della gloria il regno. 
Mirate il santo loco, ov'Ei fu chiuso 
)) E accolse un di la benedclla salma: 
)) Qua scese il Nume , e in lei vigor trasfuso 
» Sorse e s'uni, qual pria, di Cristo all'alma: 
ji Come raggio per onda il >arco ha schiuso, 
» Tal esso usciane a riportar la palma: 
)) Poscia io ne venni e scossi la montagna 
» E le guardie fuggir per la campagna. 
» Or voi ne gite in frclla e il ver narrale 
)) Ai vostri amici, e fia la gioia intera » 
Tacque, e librato su le penne aurate 
Tornò volando alla superna sfera. 
Restar le donne appien racconsolate. 
E fisa la vision in lor cuor era. 
Indi fallosi ancor ministro e duce 
Preser la via che a Galilea conduce. 
santo Amor, che nel femmineo petto 



Avesti in ver l'Uom Dio si gran possanza, 
Tu che trovasti nel gemile affetto 
In mezzo al comnn duol più lìda stanza; 
Tu sei pur degno d'alta invidia obbielto. 
Né alcuno in quell'agoii tuo pregio avanza. 
Che se bella pleiade e a le consorte, 
Viene il debile sesso anche il più forte. 

Del prof. I), Paolo Jiarolu. 

(*) Renfiitp in Arcadia le sera del venerdì santo. 




Metri. 



PTA\TA DELI. OSPEDALE PE CAVALIERI DI .S. GIOVANNr 



I.V r.fcRU!>.(LCM.Mk. 

{V. pag. H3.) 



.^L CU1ARISSI.VI0 SIG.XORE 
IL SIC. CAV. GAETANO IWORO.M 

Avendo posto fine di questi giorni alla piacevole 
lettura della storia di Tusrania, ullimo e prezioso 
monumento di c.ìrità che lasciò alla sua dilellissima 
patria quell'anima cortese di Secondiano Campanari, 
mi venne vaghezza e talento di leggere ad ozio al- 



L A L B U M 



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din articolo nel Dizionario di erudizione , intorno 
a cui la S. V. Ch. da più anni lavora con improba 
fatica e molta gloria. 

Non entrerò io qui a pronunziare uri giudizio di 
quest'opera quasi enciclopedica, ne' della purezza ed 
eleganza dello stile, ne' della vasta dottrina di cui 
ha Ella saputo far tesoro, si perchè le mie spalle 
non sono da tanto peso, sì perchè il suo nome vale 
a' nostri tempi quanto mille elogi. Il saper poi che 
l'opera sua è oggi diffusa per tutto il mondo, e va 
a tradursi in altri idiomi, è, secondo mio parere, 
pruova luculenlissima che la sia riconosciuta da tutti 
interessante e vantaggiosa. 

Non posso però tacere e trapassar con silenzio 
l'articolo Toscanella, il quale sia per verità istorica, 
sia per le varie ed accurate notizie delle cose sti- 
mabili e sustanzievoli che ci porge di quel paese , 
merita di essere tenuto in moltissimo conto. Mentre 
la S. V. Gh. da una parte fa chiaro vedere di non 
essere seguace e sostenitore di opinioni esagerate e 
parto di pascione, dall'altra con coraggio veramente 
civile rende atto di giustizia alla mia patria coll'im ■■ 
pugnare le altrui pretese a grave e manifesto di lei 
pregiudizio, e col tribuire ad essa tutte le vetuste 
glorie della sua passata grandezza , di che a tutta 
possa si travagliarono spogliarla i suoi rabbiosi e 
polenti nemici. Ma virtù mai non affonda; uè il sole 
che risplende di sua propria luce può essere tene- 
brato dai vapori che s'alzano dalla terra. 

Dopo il lungo corso dei secoli , dopo tante for- 
tunose vicende a cui soggiacque Tuscania, dopo tante 
fazioni ed odii casalinghi che scoppiando in aperte 
rivollure la disastrarono , avanzano ancora le mi- 
rabili e maestose reliquie di etruschi e romani mo- 
numenti che fanno fede a quanto ricco e prospere- 
vole slato fosse salita la città nostra a' tempi del- 
l'etrusca dominazione e del romano impero. 

Vedonsi per ogni dove nel vasto suo territorio gli 
avanzi delle torri , dei baluardi e delle molte ca- 
stella che ne attestano la potenza nell'età di mezzo. 

Oltre le sue naturali bellezze e le gloriose me- 
morie che fanno battere il cuore a chi v' è nato , 
vanta ancora questo paese opere stupende di archi- 
tettura e di pennello, nelle quali gli amatori delle 
scienze e delle arti trovano argomento di ammira- 
zione e di studio. Sono ancora in piedi i due ma- 
gnifici tempii di S. Pietro e di S. Maria, verso di 
cui fu larga di molti sussidi la generosa pietà e mu- 
nificenza degli augusti Pontefici Eugenio IV , Ni- 
colò V, Giulio II, Clemente XII, Pio VII, e del sa- 
pientissimo Principe che ne governa Pio IX , per 
ammendare i danni e provvederne alla conservazione. 
Qui vedesi quel pro^ligioso affresco di scuola Giot- 
tesca rappresentante il giudizio universale, che formò 
sempre la meraviglia , lo stupore il sospiro dello 
straniero: qui la splendidissima tavola della Presen- 
tazione di Pierino del Vaga: qui la cara immagine 
di nostra Donna di Pietro Perugino ; qui la copia 
del deposto del Sodoma dello Scalahrino , per non 
dire di altri quadri e dipinture a fresco , di cui 



abbonda sopra molle e più popolose città questa mia 
patria. Qui la rara tavola del secolo XV che dalla 
diruta chiesa di S. Francesco fu collocala nel lem- 
pio Cattedrale, dove oggi si ammira pure un qua- 
dro del celebre Cav. Giovanni Silvagni , figurante 
S. Giacomo Maggiore Apostolo, a cui manca il par- 
lar, di vivo altro non chiedi. E di uomini illustri 
per dignità e per dottrina fu sempre madre felice 
Tuscania. 

Per lacere di tanti altri ricorderò solo Ercole Con* 
salvi e Fabbrizio Turriozzi Cardinali di santa Chiesa, 
Francescantonio Turriozzi che molta parte ebbe nella 
istituzione del patrio Seminario ove i giovani pae- 
sani e stranieri educati da solenni maestri alla pietà 
ed alle scienze danno frulli d'ingegno di singolare 
bellezza. Nominerò ancora Vincenzo e Secondiano 
Campanari, ambedue allamenle sapienti e virtuosi, 
la memoria de' quali è nell'amore e nella benedi- 
zione di tutti. 

Accolga gentilissimo Sig. Cavaliere queste mie 
rozze parole come un piccolo tributo di grande stima, 
con la quale ho l'onore di profferirmi 

Della S. V. Chiarissima 

Di Toscanella li 16 Maggio 1859 

Umo Devino Obblriio Servitore 
Giovanni Canco Romanelli. 



IL TF.VtRE E LE SUE INONDAZIONI. 

{Continuazione V. pag. 112). 

» Pertanto entrano nella sua foce lunghe e gran- 
di navi da carico , della portata di trecento 
pesi, trasportale fino alla città o colle funi o coi 
remi ; le più grandi poi s'ancorano dinanzi alla 
foce scaricate da lance di fiume. E là dove tra 
il fiume e il mare e il lido prominente curvasi 
)i a guisa di cubilo, Anco fabricò una città che dal 
)) luogo chiamò Ostia. Dal che ne avvenne che Ro- 
)) ma non solo .fruisse dell'abbondanza delle cose di 
)) terra, ma gustasse ancora di tutti i beni maril- 
)) timi, e trasmarini. (1). » 

Ed altrove (2) parlando delle fortificazioni di 
Roma , minacciala dagli Equi e dai Volsci , pone 
come sua difesa il Tevere , la cui larghezza , egli 
dice , è quasi di quattro jugeri, la profondità tale 
che è pratticabile anche a grandi navi, di un flusso 
più che altri concitalo e vorticoso , e non guarl..- 
bile che per mezzo del ponte, allora unico in Honia 
il Sublicio, che disfacevasi in tempo di guerra. 

Ai tempi di Plinio il giovine era navigabile nel- 
l'inverno e nella primavera fino alla sua \'il!a di 
Toscana, di cui egli stesso ci determina il silo, nella 
lettera prima del Libro IV, dicendo - Oppidiun est 
praediis nostris vicinum nomen Tipherni Tiberini — 
cioè presso la moderna Città di Castello. Infatti in 
una lettera all'amico suo Apollinare (3), nella quale 
gli descrive l'amenità e la delizia di questa villa 
ove irovavasi a passare Tesiate, e che preferiva alla 



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L' A L B U M 



Tusculana, alla Tiburtina, e alla Prenestina, parlando 
dei Tevere in cui andavano a colare le acque della 
pianura, soggiunge : Mcdios ille agros secai : navium 
patiens, omnesque fruges dcvehit in urbem, hyemc dum- 
tacat et vere. Aestate summittiCur, immensique flumi- 
nis nomen arenli alveo deserti, aulumno resumit. Se- 
condo Slrabone {h) poi era navigabile fin presso Pe- 
rugia ove riceve il Topino (TcVi'a;), dicendoci che le 
città irrigate da questo fiume , Cersoli e Mevania 
(oggi Bevagna), trasportavano a Roma le loro gra- 
sce con barche pel Tevere , e che per esso aveasi 
pure gran quantità di pesce e di uccelli palustri 
dai laghi di Bolsena, di Chiusi e del Trasimeno. E 
da Livio (5) apprendiamo che nella carestia sof- 
ferta l'anno di Roma 262, per essere stati i terreni 
incolti a causa della secessione della plebe sul Monte 
Sacro, non avendo potuto avere il grano di sotto a 
Roma dal mare, lo cercarono al di sopra , e lo ri- 
ceverono pel Tevere - £r ^/rMsci's frumenluin Tiberi 
venie '. Così ancora parlando dell'altra carestia del- 
l'anno 344, avvenuta in seguilo della pestilenza del- 
l'anno innanzi , dice che la fame sarebbe slata più 
perniciosa della stessa peste, se non si fossero man- 
dati legati a tutti i popoli che erano lungo il lito- 
jale Toscano , e le rive del Tevere , a provvedere 
frumento , il quale in gran quantità fu dalla To- 
scana condotto a Roma pel Tevere - Maximos com- 
mentalus sumino Actruriue studio Tiberis devexit - . (6) 
Oltre al grano portavasi ancora ;i Roma dalla To- 
scana pel Tevere il miglio ed il ferro, come ce ne 
assicura Dionisio (7). 

La certezza di <|uesta navigazione resta avvalo- 
rata dallo stesso Livio (8), il quale dice che restò 
impedita dal freddo inverno dell'anno '.VìCì - Insignis 
annus hiemc gelida et nivosa fiiit, adco ut viae clau- 
tae, Tiberis innavigabilis fuerit - , mentre non potea 
gelarsi che presso alle sorgenti dove é più povero 
d'acque, cioi> prima che riceva quelle della Paglia 
e della Nera. 

Ma per formarsi un idea qual fosse in antico il 
volume delle sue acque, e quanta la sua profondità 
dal mare a Roma, basterà il rillcttere essere state 
per esso condotte quelle grandi colonne , e quegli 
enormi obelischi che destano ancora nella nostra 
città l'ammirazione di tutti. Parlando dell' obelisco 
trasportato a Roma dall' Imperatore Caligola, in una 
nave che poi alTondata da Claudio servi per la co- 
struzione del faro d'Ostia, dice Plinio che una vera 
meraviglia fu la costruzione delle navi che lo con- 
dussero su pel Tevere - Quo experimento (soggiunge) 
paluil non nunus aquarum huic amni esse , quam 
Nilo. - (9) E ciò che deve maggiormente sorpren- 
dere si è che pel Tevere fosse condotto a Roma quel- 
l'altro obelisco che ammiriamo sulla Piazza Latera- 
nense, il più grande di tutti. Sappiamo da ÀmmiaDO, 
Marcellino che Costantino Magno lo trasportò pel 
Nilo in Alessandria, con una nave di una grandezza 
non mai veduta, mossa da trecento remi; ma uscito 
di vita queir Imperatore si ràlTredò la grande im- 
presa, finché per ordine di Costanzo suo figlio l'an- 



no 357 dell'era volgare , posto su di una nave per 
maria fluentaque Tibridis velut paventis, fu condotto ■ 
fino al Vicus Alexandri , Ire miglia lontano dalla m 
città, dove posto sopra curuli, tirato placidamente 
per la porta Ostiense e la piscina publica (oggi Via 
di Porla S. Paolo) fu introdotto nel Circo Massimo 
ed ivi eretto (10). 

Un altra meraviglia del Tevere sono i pesci che 
vivono nelle sue acque , che formarono la delizia 
de' parassiti romani, quando li più delicati e squi- 
siti cibi furono sostituiti ai semplici e rozzi legumi 
di Cincinnato e di Fabrizio. Molli e di varie specie 
sono i pesci di cui il nostro fiume è ricco, altri in- 
digeni che nascono in esso , altri avventizi che vi J 
passano dal mare (11). Tutti i pesci del Tevere fu- \ 
rono tenuti in gran pregio dagli antichi : Varrone 
nel Libro XI rerum humanarum (12) enumerando le 
cose che in talune parti d' Italia si trovavano ottime 
al villo, pone i pesci del Tevere al pari de' grani 
del territorio Cam[iano, del vino di quel di Falerno, 
dell'olio di quel di Cassino, dei fichi Tusculani, e 
del mele di Taranto - Ad victum optima feri ager 
Campanus frumenlum , Falernus vinum , Cassinas 
oleum , Tusculunus ficum , mei Tarentinus , piscem 
Tiberis. - Di questi i più favoriti, e che formarono 
il principale ornamento delle mense , furono tra i 
nativi il Barbio delio dagli antichi Mullus (13), e 
tra gli avventizi (|uello conosciuto sotto il nome di 
Spigola che essi chiamarono Lupus {i\). Sono ap- 
pena credibili gli enormi prezzi che leggiamo negli 
antichi scrittori essere stati pagati i barbi , sapen- 
dosi da Plinio (15) che questo pesce eccede di rado 
il peso di due libbre , per lo che Orazio (16) Io 
chiama Inlibrcm mullum. Parlando Giovenale in una 
sua Salirà dei vizi e della lussuria di quel Crispino, 
vilissimo schiavo, fatto da Nerone Maestro de' Ca- 
valieri, dice che pagò seimila nummi, cioè sci se- 
sterzi (17), un barbo che, al dire di coloro che so- 
gliono amplificare le cose grandi , veniva ad equi- ^ 
parare col peso i sesterzi : TI 

Mullum sex millibus emit, 

Aequanlem sane paribus sesterlia libris, ' ' 

Ut perhibent qui de magis'majora loquuntur. 

onde esclamava : . 

Hoc praelium squamae ? Potuil [orlasse minoris 
Piscator, qunm piscis, emi (18). 

Da Plinio abbiamo che Asinio Celere uomo conso- 
lare ai tempi di Claudio Imperatore , pagò un sol 
barbo ottomila nummi (19), e da Svetonio che Ti- 
berio ebbe a lagnarsi perchè tre barbi fossero stati 
venduti trentamila nummi ! - Tresque multo s ir iginta 
millibus nummorutn venisse graviter cotiquestus - (20). 
Da una doppia barba osservata anche da Plinio, che 
questi pesci mostrano sotto il labbro inferiore , i 
romani dettero loro 1" epiteto di barbali e barbatu- 
li (21) ; e per la stessa ragione viene da noi chia- 
malo Barbo. 



L' A L 15 U M 



119 



La Spigola però fu il più caro e più grato ali- 
mento de' romani. Essi dettero a questo pesce il 
nome di Lupus a cagione di sua voracità (22), come 
i greci Xappa? da Xa^pog vorace, onde il labrax di 
Linneo. E migliori ritennero quelli pescati nel Te- 
vere fra i due ponti, il Palatino e il Sublicio, cioè 
nell'interno della città. Dice Plinio (23) che Sergio 
Orata che visse al tempo di Lucio Crasso l'Oratore 
innanzi alla guerra 3Iarsica , fu il primo che giu- 
dicò d'ottimo sapore le Ostriche del lago Lucrino, 
giacche erano tenute migliori in un luogo che in 
un altro, siccome i pesci lupi nel Tevere fra i due 
ponti , il rombo a Ravenua , la murena in Sicilia, 
i'elope a Rodi, ed altri generi simili. E Lucilio, il 
grave e severo poeta mostra di conoscere anch'esso 
l'egregio sapore di questo pesce preso fra i due 
ponti, chiamandolo calillo, nome che i romani davano 
a quei golosi e ghiottoni che terminata la vivanda 
leccavano i piatti. 1 versi di Lucilio sono questi , 
conser\alici da ilacrobio (24). 

Fingere praeterea afferri quod quisque volebat. 
Illuni sumina ducebant atque altilium lanx, 
Hunc pontes Tiberinos duo inter captus catillo. 

E per tacere di tanti altri , lo dimostra anche 
l'Oratore Cajo Tizio, che visse a' tempi di Lucilio, 
nella sua orazione detta a favore della legge Fannia 
emanata l'anno di Roma 593 per reprimere il lusso 
de' convili, le cui parale , conservateci dallo stesso 
Macrobio, qui riporteremo, non tanto perchè parlano 
di questo pesce preso fai due ponti quanto per- 
chè mostrano i cosluu,^ co'quali alcuni allora vi- 
vevano. Descrivendo ^,.1 uomini dissoluti che anda- 
van ebri a giudicare n.i foro, ed i loro discorsi, di- 
ceva presso a poco cosi. « Giuocano d'azzardo, pro- 
» fumali accuratamente d'unguenti , circondali da 
j) meretrici. Quando sono le ore dieci, si fanno chia- 
)i mare un servo perché vada nel Comizio e s'in- 
ji formi accuratamente cosa siasi fallo nel foro, quali 
» abbiano persuaso , qnali no , quante contradetto. 
)) Indi vanno al Comizio per non far propria la li- 
» te : nell'andare non è anfora nell'Angiporto che 
» non empiano, quantunque ripieni fino agli occhi 
» di ìino. Veiigouo nel Comizio tristi , comandano 
)) di parlare. Quelli cui spetta parlano j il giudice 
» chiede i testimoni, e va ad orinare: quando torna 
» dice di aver tutto ascollalo , chiede la tavoletta, 
)) osserva le lettere, sostenendo appena le palpebre 
)) gravi pel vino. Nel ritirarsi a deliberare, cosi di- 
)) con fra lor : che ho che fare io con quésti ciar- 
» Ioni? perchè piuttosto non beviamo del mulso (25) 
» misto al vino greco, non mangiamo un grasso tor- 
li do, ed un buon pesce lu[)0 preso fra i due pon- 
» ti? » 

Abbastanza lussurioso è il fatto di quel M. Fi- 
lippo riferito da Varrone e da Coluraella , il quale 
ritrovandosi presso un suo ospite a cena iu Cassino, 
apprestatogli un pesce lupo del prossimo fiume, nel 
gustarlo lo risputò dicendo, pareaw nisi piscium pu- 



tavi !, quasi volesse dire con ciò che i soli lupi del 
Tevere meritassero il nome di pesci, fastidire docuit 
fluviales lupum , nisi quetn Tiberis adverso torrente 
defatigasset (26) Ed è per verità compassionevole il 
ricordare come vi fossero taluni di un gusto cosi 
sopraflino, che vanlavansi di conoscere al solo sapore 
se uno di questi pesci fosse stato pescalo o nell'allo 
Tevere, o fra i ponti, o alla sua foce, come appren- 
diamo da questi versi di Orazio (27), coi quali sotto 
il nome di certo Osello , mette in ridicolo siffatte 
pretensioui de' romani de' suoi tempi : 

Unde datum sentis, lupas hic Tiberinus, analto 
Captus hiet, pontestie inter jactatus, anamnis 
Ostia sub l'usci ? 

Da Columella (28) apprendiamo che i più slimati 
erano quelli senza macchie sulla pelle : quei che 
avean la pelle macchiata erano tenuti in minor pre- 
gio, come mostra Giovenale (29) ne'seguenli versi: 

Vos anguilla manet longe cognata colubre, 
Aut giade adspersus maculis Tiberinus, et ipse 
Vernula riparum pinguis torrente cloaca, 
Et solitus medis cresptam penetrare Subure. 

Nei primi tempi della fondazione di Roma, quando 
ancora non erano stale condotte in essa quelle acque 
in tanta copia che formarono poscia una delle sue 
principali grandezze, le acque del Tevere servirono 
di bevanda a quei primi abitatori, fino all'anno 441, 
nel quale Appio Claudio Crasso, denominato poscia 
il cieco, essendo Censore con Cajo Plauzio soppran- 
nominalo Venoie per le rinvenute vene dell'acqua, 
introdusse in Roma 1' acqua che dal suo nome fu 
delta Appia (30). Ed anche dopo la costruzione de- 
gli acquedotti sembra che non del tutto si dislrug- 
gese r uso di bere 1' acqua del Tevere, come rile- 
vasi da Virgilio e da Ovidio (31). Dalle particelle 
di arena che sono in essa sospese, e che gli fanno 
talvolta assumere un colore giallognolo, specialmente 
quando viene intorbidalo dalle pioggie, gli antichi 
poeti l'ebbero a chiamar flatus, biondo; epiteto col 
quale viene costantemente nominalo da Orazio (32). 
E Virgilio riconoscendo la causa di tal colore dice: 

multa flavus arena 

In mare prorumpit (33) 

ed Ovidio (34) 

In mare cum flava prorumpit Tibris arena 
[Continua) Dott. Michele Curcani. 



(1) Dionys. Halicar. Lib. Ili C. 44 - 
pub. Lib. Il C. 18. 

(2) Lib. IX. 

(3) Lib. V ep. ri 

(4) Geograph. Lib. V. 

(5) Uist. Lib. Il C. 34 - Dionys. Lib. 

(6) Liv. Hist. Lib. IV C. 52. 



Cic. de Re- 



f/l. 



120 



L' A L B U M 



(7) loc. eie. 

(8) Hist. m. V. C. 13. 

(9) Plin. Hist. nat. Lib. XXX F/ C. 9. - Quest'obe- 
lisco fu eretto da Caligola nel suo Circo, che era nel 
Campo Vaticano detto poi il Circo di Nerone, ove ora 
é la Sagrestia di S. Pietro. Sisto V nelVanno 1586 
lo fece erigere nel centro della Piazza di S. Pietro 
colla direzione del Cav. Fontana. La sua altezza ascen- 
de a palmi 1 13j senza il piedistallo, ed il peso a li- 
bre 973,537 ^^ ',8" - V. Giampietro Bellori Vite dei 
Pittori, Scultori ed Architetti, nella vita di Domenico 
Fontana. 

(10) Ammiano Marcellini rer. gcstar. Lib. XVII, 
C. IV. - Sisto V lo fece cavare dalle rovine del Circo 
ove giaceva, e trovalo rotto in tre pezzi, lo fece riu- 
nire, e colla direzione dello stesso Fontana innalzare 
sulla Piazza Laleranense. E alto palmi 145 , >• d>ì 
peso di libre 1,310, M\ - Bellori loc. cit. 

(11) Gli avventizi sono: lo Storione (Aciponscr Mu- 
rio), la Spigola (Perca labrax), (7 Cefalo (Mugli Co- 
phalus), la Lacciu ^Clupci Alosa), i7 lozo (GoIjìus dì- 
ger). / nativi poi sono: il Barbio (Cypriiiiis barbus), 
la Regina (Cypririus Carpio), r.lrt(;Mi7/rt (Murena An- 
guilla) , lo Sijuale (Gyprinus Icaciscus) , V Atarino 
(Anthorina hopsclus). 

(Ti) Riferito da Aurelio Macrobio convivior. Sa- 
turnaìior, Uh. II Cap. XII. 

(13) V. Sacchi lovii de romanis piscibus libellus 
Cap. IX. 

(14) Giovio loc. cit. il quale dimostra che il Lìj[)us 
degli antichi è la Spigola de' moderni, e non lo Sto- 
rione che è i7>SilDuy come prova al Cap. IV. 

(15) Hist nat. Lib. IX Cap. XVII. 
(IG) Satgrar. Lib. II vers. 33. 

(17) Circa senili 130 di nostra moneta. 

(18) luvenal. Sat. IV vers. 15 e 25. 

(19) Plin. loc. cit., circa scudi 173. Macrob. cnnv. 
Saturnar. Lib. II. Cap. XII, dice settemila nummi, 
.'scudi 152 circa. 

(20 Sceton. in Tiberio Cap. XXXIV, scudi G50 
circa. 

(21) Cicer. Paradox. V - Var. de re rust. Lib. Ili 
Cap. 17. 

(22) ColumcUa de re rustica Lib. Vili Cap. 17, 
gli da l'epiledo di rapace rapax. 

(23) Hist. Nat. Lib. IX. Cap. LIV. 

(24) Saturnal. Lib. II. Cap. XII - Secondo Ma- 
crobio calillones chiamavansi propriamente quelli che 
nel sacrificio di Ercole venendo per ultimi leccavano 
i piatti. 

(25) Mulsum era una bevanda composta di vino « 
mele. Insti niani Institut. Lib. Il Tit. 1,527. - Ma- 
crob. conv. Saturmal. Lib. VII Cap. XII. 

(26) Columd. de re rust. Lib. Vili Cap. XVI. - 
Varr. de re rust. Lib. Ili Cap. III. 

(27) Satgrar. Lib. II Sat. 2 vers. 31. 

(28) De re rust. Lib. Vili Cap. XVII. 

(29) Satgra V vers. 103. 

(30) Frontin. de acqucduet. §. 4 e 5. 

(31) Virg. Aeneid. Lib. VIL v. 715. - Ovid. Fast. 



Lib. IV V. 68. - Nei secoli posteriori fu reputata mi- 
gliore delle altre acque, anche della Vergine, ed a que- 
ste preferita da alcuni Pontefici. - V. Petronius Ale- 
xander Trajanus, ad Julium HI S. 0. M. de acqua 
Tgbcrina, Roma 1552. - Bocci Andrea , del Tevere , 
Roma 1558. - Sulle sue qualità chimiche V. Chìmenli 
dell'acqua del Tevere, Roma ed analisi chimica, Rom<i 
Tip. Bautzaler 1831 , da cui risulta che è miglior 
di quelle della Senna e del Tamigi, che servono di /" 
Vanda agli abitanti delle due piit popolale citta di 
l'Europa. 

(32) Lib. I Ode 2, 8. Lib. Il Ode 3, ed altrove - 
Sii. Iial. Piinic. Lib. IX, v. 207 
V. 228. 

(33) Aeneid. Lio. VII v. 31, <• 

(34) Metam. Lib. XIV v. 448. 



Ovid. Fast. VI 
Lib. IX v. 816. 



CIFRA FIGURATA 





o^./^. 



CIFRA FIGLKATA PRECEDENTE 

In cinque di Iddio creò il mondo il sesto dì con un 
pugno di terra creò l'uomo e da una costa di ps.«" 
fece la donna, ed il settimo d'i si riposò. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



CAV. GIOVANNI DE-ANCELIS 

433 direttore-proprietarie 



DìsUibiizione 16. 



4 Giugno 4 83 9 



Anno WVI. 





UNA GITA ALLA VILLA DELLA FAMIGLIA A.MCIA AL III MIGLIO SULLA VIA LATINA. 
CAMERA SEPOLCRALE DI DETTA FAMIGLIA. 



Uno de' miei più cari amici, il prof. L. Ricciar- 
delli, di architettura, ornato e prospettiva nell'Ac- 
cademia d' Imola , aul'ire dell'Arco Pio in quella 
Città, vale a dire di un monumento che nell'assieme 
e nelle sue parli, ci fa conoscere come al)bia saputo 
lodevolmente accopiare, il grandioso e l'elegante e 
il vero carattere della sua destinazione , da tanti 
anni assente da Roma mostrò desiderio che lo ac- 
compagnassi agli scavi della via Latina e Appia uniti 
all' altro ottimo amico artista Beloy ed all' intel- 
ligente sig. Fortunati (*) che praticando de' re- 



golari scavi in tutti i sensi, scoperse questa villa 
ricca de' più preziosi prodotti dell'arte antica. 

Su quel punto che la via Latina traversa la mo- 
derna d'Albano, entrammo a sinistra nel campo Aui- 
cio ove quella opulenta famiglia possedeva una son- 
tuosa villa, seguendo la sua direzione che viene trac- 
ciata visibilmente da' sepolcri e ruderi che la fian- 
cheggiano. A destra torreggia un monumento quadrato 
a due piani della più perfetta costruzione laterizia 
ornato di pilastri ai lati ed elegante cornice, la parte 
inferiore è destinata ad uso di colombario e la su- 



122 



L' A L B Li M 



periore a uso di sacrario. Resta ignoto a chi appar- 
tenesse, nel secolo scorso: Venuti ed una serie di an- 
tiquari clic ciecamente lo copiarono, iniagìnó di dare 
un nome classico a questo monumento del tempio 
della fortuna muliebre innalzalo dal senato in onore 
della moglie di Coriolano, nello sciogliere l'assedio 
dell'ingrata sua patria. Se coll'oculare ispezione aves- 
sero unito rinteliigenza delle costruzioni delle diver- 
se epoche, e delle respettive forme dei monumenti e 
sue destinazioni, null'altro avrebbero ravvisato in que- 
sto chn un sepolcro incognito del 2.° secolo dell'era 
nostra. Inoltrandoci a sinistra si perviene ad alcuni 
ruderi , nuclei di altri sepolcri , in (|ualclie cippo 
foggialo a slela e scritto IN . AGIUJS . P . X.\ . IN . 
fKONTE.XVl, che sono leslimoni che il proiiridario 
acquistata l'area più o men grande, e a costruirvi il 
se|)olcro per se o per la propria famiglia, dalle leggi 
lomane riguardale sacre. Si perviene ad un (lunto 
ove la via è conservata in tutta la sua inlegrilà; a 
dritta incontro alla villa sorge un sepolcro incognito 
del 2." secolo, diviso in due parti, la superiore che 
p afTallo distrulla ad uso di sacrario, e l'inferiore 
.1 cella sepolcrale. Al sacrario che Iroiasi al livello 
Iella via si apre l'ingresso composto di un [lorlico 
nrmalo da due mezze colonne incastrale in due pie- 
Iritli fiancheggiate da urne con capitelli e basi al 
posto, il lutto coronalo da un bizzarro ammasso di 
romici, segno evidente di decadenza. Alla cella sot- 
terranea si ha l'accesso ()er due scale laterali conscr- 
vatissime, ove nel piano inferiore praticalo nello spa- 
zio fra queste, è ricavata una camera quadrilunga 
iscia nelle pareti e nella volta, avente nel fondo un 
jrado che sostiene un ampia urna di marmo lulta 
frammentata e liscia. Gli sti|titi della porta d'ingresso 
jUa camera sepolcrale di grandi massi di marmo sono 
Icn conservali, meno la parte superiore che è stata in 
jarte supplita. L'intorno è formalo di un rettangolo 
cni volta a botte, xon indizi di riveslimento di mar- 
no alle pareli; dirimpello alla porta d'ingresso sorge 
uà quadro simile all'altro, destinato a base di una 
gnnde urna di marmo anc!l"e>'^a frainmcnlala. (hicllo 
chi è di sommo interesse sono le decorazioni della 
voila; essa spiega un elegante e leggera disposizione 
di stucchi a bassissimo rilievo alternati a spazi qua- 
dri e rotondi, ove campeggiano gruppi di purissi- 
mo disegno di fauni, ninfe, ippogrili e mostri niariiii, 
<la scmbr;irli linissimi cami'i e della più perfetta con- 
servazione e bianchezza. Signori Archilelti, Scultori 
e Decoratori non isdegnale d'inspirarvi in questo 
portento dell'arte antica, poiché è jiiù lodevole co- 
]iiare il bello, di quello di voler fare cose originali 
ila degradarne l'arte. 

Dirimpetto a questo monumcuto alla sinistra di- 
viso dalla via Latina, trovasi una scric di muri in 
tutti li sensi del 3." secolo che formavano la \illa 
Anicia. Da questi fortunali scav i é venuto alla lune, 
una serie di monumenti di Seullura, l'itlura di stuc- 
chi e mosaici, di epigraii, vari bronzi e quantità di 
medaglie pregievoli. Nel centro di queste fabbriche 
sono\i due «-amerp sepolcrali della famiglia di som- 



mo interesse artistico ed archeologico. Da un piano 
di musaico bianco e nero si discende a queste per 
una angusta scala; la prima è di forma «{uadrilunga 
con volta a botte ornata di bei scomparti di stucchi 
e pitture abbastanza conservati dall'umidità, con pa- 
vimento di musaico bianco e nero. Ciò che sorpren- 
de sono sei sarcofagi disposti al posto sopra a un 
rialzo arcuato, questi sono alcuni intieramente scol- 
pili di soggetti mitologici coi loro titoli e ritratti ; 
altri tre sono appoggiati su (|ucsti ad uso di magaz- 
zino col titolo senza caratteri , e coi ritraili sola- 
mente abbozzati. Questa singolare circostanza c'in- 
duce a spiegare che nel trailo successivo, di questa 
camera , si sia impadronito un marmorario o mer- 
cante di urne allo scopo di venderle. 

Nell'antica Roma a facilitare il più presto possi- f 
bile il sotterramenti) di migliaia di uomini che Ira- ' 
passsavano ogni giorno, di tulle le classi ed età, poi- 
chi^ i morti non de>ono amnii>rbare i vivi, eravi una 
moltitudine di grandi ollicine di marmorari, che te- 
nevano già fatte una moltitudine prodigiosa di va- 
riali sarcofagi, dal più semplice di terracotta al più 
ricco in superbe sculture pei corpi iineri, a seconda 
delle facoltà e ultime dis[)Osizioni del defunto , a 
quelli che si desideravano i riiratli nei clipei di cui 
sono ornali , li tenevano abbozzali che coli' aiuto 
della maschera in cera in pochi momenti gli face- 
vano assomigliare , scolpendosi nel titolo in bianco 
il nome le gesla e la condizione del ilefunto, e così 
dicasi di quelli corpi che erano destinali alla com- 
bustione nel pubblico Ustrino le cui ceneri era duopo 
di racchiudere in un cippo. Li parenti del defunto 
in questi magazzini, ne trovavano una serie inlinita t, 
dall'olla di terra, ai più eleganti ornali, e vasi di V 
ricchissima materia; in questi il marmorario non do- f 
veva che scolpire il nome nel titolo che lasciavano 
cosianlementc liscio. 

Da questa entrasi nella contìgua cammcra per una 
porla coi stipili dipinti (soggetto della suesposta in- 
cisione) , questa è di forma quadrala colla volta a 
botte elegantemente ornata a compartimenti di leg- 
gerissimi stucchi e pitture, alternali da clipei e rom- 
bi, nel cui mezzo campeggiano graziosi bassorilievi; 
in complesso queste decorazioni quantunque bene 
eseguite lasciano trasparire li tlifetti del secolo. Nel 
mezzo è situalo un sorprend(!nte e colossal sarcofago 
di marmo bianco liscio, perleltamente conservato di- 
viso in due, coperchio e urna; il coperchio ù singo- 
lare per il carattere semplice ed imponente, compo- 
sto di una larga fascia e agli angoli in luogo di 
anieflìssi, quattro orecchioni ad angolo retto, che di- 
vidono il culmine in due versanti, e posa un palmo 
in ogni senso in fuori della soltosianlc gran cassa, 
lungo circa 13 palmi e largo 5 e mezzo. Nel vederlo 
li miei amici riunirono alla memoria dei consimili 
veduti nella sola Ravenna opera di greci esarchi , 
dai quali l eone Ballista Alberti trasse la felice idea 
di collocarli con sorprendente effelto, nel fianco di 
S. Francesco di Rimmi, e di fatto in Roma sonora- 
rissimi non conoscendo di questa forma se nonché 



L' A L B U M 



123 



quello dell'Imperatore Otlone nelle grotte vaticane 
di granito orientale. Ewi disposto sopra un arco un 
sarcofago comune con intiero bassorilievo , che so- 
stiene alcuni vaselli di terra, altro cippo dell'epoca 
coll'isorizione a destra, ed un cippo rovesciato alla 
sinistra. Il pavimento è al solito di scompartimenti 
e meandri di musaico bianco e nero abbastanza con- 
servato, ed è a desiderarsi che le superiorità invigili 
alla conservazione di questi tre singolari monumenti 
i quali possono dare una completa idea della ma- 
gnificenza de'nostri padri. 

L'ambito di questa villa é circoscritto dalla ster- 
minala linea degli aquedotti di Claudio e nei puuli 
della maggiore altezza si presentano gli archi; ogni 
arco è un monte di pietra: si estendono \3 miglia 
da Roma. Li miei amici esclamarono , oh portento 
della grandezza romana, portento più generoso delle 
piramidi; poiché quelle erano destinate all' insulso 
uso di coprire il cadavere di un re fastoso, è que- 
sti portavano grandi rivi di limpide e salutari acque 
per uso pubblico ! . . . 

Gaetano Cottafavi. 

(*) // presente articolo dà a noi opportunità di ri- 
produrre in queste pagine il seguente manifesto di as- 
sociazione che il sig. Fortunati ha pubblicato ad illu- 
strazione degli scavi con tanta sagacità da lui intra- 
presi e condotti da rendersi eminentemente benemerito 
della scienza archeologica. Ecco il manifesto: 

I progressi che va facendo da varj anni a questa 
parte la scienza Archeologica, e gli scavi eseguiti fi- 
nora dal sig. Lorenzo Fortunati lungo la Via Lati- 
na, sono saliti ormai alla più chiara celebrità per le 
felici scoperte ivi avvenute tanto per Sepolcri, Ipogei 
Colombarj, ornati di magnifici bassorilievi in stucco, e 
pitture, quanto per una prodigiosa quantità di scul- 
ture di epoca e stile sublime, consistenti in molti sar- 
cofagi cristiani, e pagani, statue, bassi-rilievi, decora- 
zioni ed ornati architettonici, molte delle quali cose 
di assoluta novità, ed uniche al mondo. Finalmeate il 
rinvenimento della S. Basilica di S. Stefano Proto- 
martire, celebratissimo Tempio per le memorie che si 
annettono alla sua fondazione, han fatto sembrare cosa 
utilissima, ed interressante per la scienza, per la sto- 
ria, e per le arti belle , di pubblicare ogni cosa , per 
via di associazione. 

Essa opera sarà divisa in due parti. Il primo vo- 
lume di 13 fogli di stampa in quarto grande , con- 
terrà la relazione generale degli scavi , ove sono ri- 
prodotte 200 e più fra lapidi greche e latine, ed iscri- 
zioni di piombi e terre cotte, alcune piccole incisioni 
in legno, e la grande pianta Topografica degli scavi 
suddetti. 

II secondo volume in foglio conterrà 30 e piic grandi 
tavole incise in rame, con la descrizione illustrativa 
fatta dal dotto Archeologo il Rev. P. Raffaele Gar- 
rucci della Compagnia di Gesù che vi condiscendeva 
a preghiera dello stesso sig. Fortunati. Li 34 di- 
segni delle Tavole che illustreranno quest'opera rap- 
presentanti gli oggetti i più interessanti di sculture 



pitture ed architetture che dopo tanti secoli rividero 
la luce, sono diretti dal sig. Pietro Rosa Architetto 
Ingegnere , e per l'incisione daW artista sig. Bartoc- 
cini. 

L'opera sarà ultimata nel mese di Maggio 1859, 
e si rilascerà al prezzo di scudi undici a pronto con- 
tante. 

A chi poi farà il pagamento a rate mensili di 
scudo uno , sarà portata a scudi tredici. 

Il primo volume è già pubblicato, e si rilascia al 
prezzo di scudo uno agli .-Issociati. Ai non associati 
se. 1. 25. Le rate mensili residuali si comincieranno 
a pagare dopo ricevuto l'intera .itlante, che agli As- 
sociati a pronto contante si rilascia per se. 12. 50. 

Chiunque acquisterà dieci copie, o procurerà dieci 
firme solvibili, avrà l'undecima copia gratis. 



IACOPO E ADELE 



ji.i(:coi\TO 



XII. 



La Sorpresa. 

La morte quasi improvvisa che quinci a nou guari 
avvenne del nostro buon Roberto, costernò la fami- 
glia, gli aderenti, gli amici» e tra questi in ispezicl- 
là il Solitario ed il sig. Everardo; quegli per avere 
sperimentato la verità del noto adagio 

« Contra vim mortis non est medicamen in hortis; » 

questi per aver perduto forse l'unico vero amico che 
amava teneramente. 

Ma Elvira, donna di magnanimi spiriti, avvisandosi 
che 'I piangere e trambasciare era indarno, reso gli 
estremi ullizii al dilettissimo consorte, si pose corag- 
giosa ed impavida al timone della barca domestica. 
E perocché era prov\eduta ed assegnata , ed avea 
figliuoli ancor minorenni, chiamò a contutore delle 
domestiche sustanze l'egregio amico del marito (morto 
ab intestato) àaWa. cui lode, onestà ed amore pe'suoi 
aveva sicurissime pruove. 

Quanto ella valesse nel maneggio delle bisogne 
domestiche puossi conghie tturare dalle savie riforme 
intraprese in famiglia. Ristrinse con savia economia 
quanto vi avea di supcrlliio; da parecchi traffici e 
negozii cessò; die vantaggiosamente a fittanza i va- 
sti possedimenti; i famigli diminuì; raccolse in due 
quartieri decentemente disposti la famiglia superstite; 
insomma ogni cosa con prudenza e senno ordinò. Or- 
ganato il nuovo regime domestico, rivolse tutte suo 
cure alla educazione e collocamento de' figli. 

Il sig. Everardo, coll'assentimento e consiglio del 
quale Elvira avea tanto operato, le propose Alfredo 

(*) Y. Album p. 115. 



124 



L' A L B U M 



ch'era, come vedemmo a' suoi slipendii , allineile si 
valesse di lui nel tenere la scrittura dicendogliene 
tutto il meglio possibile. Ma Elvira che in fatto 
di accorgimento era per avventura superiore a qua- 
lunque uomo, non voleva intromettere in casa per- 
sona poco da lei conosciuta, non perchè appo lei non 
valesse la raccomandazion di Everardo, ma perchè 
sapeva che questi avea conosciuto (juello per parte 
del Solitario, sulla cui condotta Elvira nudriva qual- 
che sospetto : andava quindi procrastinando una ri- 
sposta decisiva: di che il sig. Everardo quasi adon- 
talo, stava con Elvira in contegni. In tanto ella avea 
scritto ad un ragguardevole signore di *** il sig. 
conte Francesco , pregandolo darle notizie di quel- 
l'Alfredo, il quale avevane amministrato i beni. E 
lutto ciò avcalo fatto, s'intende, inscio il signor Eve- 
rardo. Dopo non guari tempo pervenne la desiderala 
risposta, cui noi trascriveremo a verbo dall'originale 
che abbiam sotl'occhio , e la quale spargerà molto 
lume su quanto dovrem narrare in appresso. 

... « Ella, Signora, mi domandava informazioni 
)) sui conto del giovane Alfredo stato per olire ad 
» un'anno amministratore di una parte de' miei beni 
» in R***. Se lult'allri me ne avesse richiesto , o 
» non avrei dato risposta, o, non potendone a jneno, 
)) ne avrei dato una che non avrebbe detto nulla; 
» ma Ella me ne domanda in coscienza, ed io non 
» posso ingannarla, nò tradire la fiducia in me ri- 
y posta. 

« Sappia adunque che quanto lesto e facccntc è 
» quel giovine, altrettanto è tristo ed infedele. A 
» dirla in poco, non solamente cbbemi frodato no- 
» levole somma del provento de' beni amministrati; 
» ma, ciò clic più monta, non mi era slato possibile 
)> trargli dell'unghie i libri amministrativi. Recatomi 
» in casa di lui per dimandarli, ebbi insulti e nii- 
)> naccc; anzi giunse al punto di cacciarmi come uno 
» della bordaglia più vile, e con fatti, cui arrossisco 
» riferire. I)o|)o lunghi ed inutili tentativi per ria- 
» vere almeno i miei libri , lasciandogli godere in 
j> pace il furatomi, fui costretto valermi dell'aulo- 
)' rità de' tribunali, per ottenere quello che deside- 
» rava e cui ninno uomo, poteva dinegarmi . . . 

« Eccole in breve , riveritissima Signora mia , 
« ciò che posso riferirle sul conio del nominalo Al- 
)) fredo ecc. ecc. » Il Conte Francesco. 

Immagini ora chi legge la sorpresa che produsse 
ncH'animo di Elvira codesta lettera. Ella avrebbe vo- 
luto nasconderla al sig. Everardo per mille riguardi 
ch'é facile l'indovinare; ma come operare altrimenti, 
essendo egli tornato in sulle istanze per Alfredo ? 
Consegnata adunque la lettera, come quegli l'ebbe 
letta non sapea credere a' suoi occhi medesimi: sti- 
mando ingannarsi, tornò a leggerla, la rilesse dipoi 

— Possibile . . . (dicea); si taceva pensoso; si stro- 
picciava la fronte, batteva de' pie' in terra . . . Re- 
stituita finalmente la scritta e profferito un secco 

— Bene sia — si ritrasse in casa. E in rammemo- 
rando r.ivvenutogli. mille pensieri gli si ravvolgeano 
per la mente; volea far chiamare il Solitario, rac- 



contargli tutto, dall'a fino al ronne, ed ingiungergli 
si portasse seco quel tristo . . . Ma no . . . meglio 
cacciarlo via ignominiosamente quel forf. 



poi 



Sarà 



egli 



vero 



forse la necessità 



de' vecchi genitori ... e cosi d'uno in altro dise- 
gno passando e ninno abbracciandone, data un pò" 
giù la passione, volle agire a rilento; indagare la 
vita di lui e saperne qualche cosa di più preciso. 
Chiamatolo innanzi di sé, gli disse: 

— Mi sembra, Alfredo, abbiatemi detto un giorno 
di avere assistito nella vostra professione una Casa 
religiosa. 

— Si, signore : vi fui presso a sett'anni, ed era 
piccin piccino. Ma essendo lrop|)o scarsa a' miei bi- 
sogni la provvigione, dovetti licenziarmi. 

— Ne avrete una fede. 

— Eccola (e prcsentolla. Era un attestalo pura- 
mente negativo: poca cosa per {strigar la matassa). 

— Bene. Avete avuto allra occupazione ? 

— Di maestro di (|ualtro fanciulli , due maschi 
e due femmine in casa Antonio. 

— E per quanto tempo? 

— Per circa Ire anni. Lasciai quella scuola non 
potendo tener soggetti que' fantolini trop|)o accarez- 
zati da' genitori. 

— E poi ? 

— Ebbi di ben altre lezioni in case particolari. 

— Sareste capace , o meglio potreste occuparvi 
dell'amministrazion de' beni di un signore mio co- 
noscente ;' 

— Pcnhè no, signore. Anzi ho molla altitudine 
in queste! faccende. 

— Bè bene. Vi voglio pensare ancora un pocolino; 
che si tratta di cose dilicatissime. \on già che du- 
biti di voi . . . no; ma pure che volete ... si tratta 
di danaro altrui . . . 

— Signore! Ho fatto allra volta questo mestiere. 

— Davvero ! 

— Si : ho amministrato un discreto patrimonio di 
un Signore . . . 

— Ed ora ? 

— Le dirò: il sig. conte Francesco è di (liflicilc 
contentatura. Non gli va mai nulla a' versi. Oggi 
dà un ordine , domani lo ritira. Ora propone una 
cosa; tra poco dispone altrimenti. \on sapendo a qual 
partito appigliarmi , mi consigliò mio padre a la- 
sciarlo. 

— A proposilo: qual è la condizione del padre 
vostro ? 



— Egli è un onesto artigiano 



un giorno bene- 



slanle oggi povero. 

— E vostra madre ? 

— Attende alle bisogne domestiche. 

— I fratelli \ ostri (che mi diceste averne parecchi) 
non pensano nulla a lor genitori ? 

— Affatto (ripigliò sospirando). 

— Non ne avranno forse facoltà. 

— Eh, Signore, poco possono i due minori; ma il 
maggiore ; eh il maggiore pur tro|)po può : ma gli 
è un cane, un tiranno, il nimico del sangue suo . . . 



L' A L B U M 



125 



Possibile! Non si potrebbe egli conoscere co- 

. lesto fratello cane, e mansuefarlo ? 
— Tempo perduto. Tuttavia . . . 
Tuttavia farò in modo di conoscerlo; e se non 



potrò io, farò parlargli dall' avvocato Giuseppe mio 
familiarissimo. — 

Andate, ci rivedrem dimani. 

Emm. Marini. 




ALESSANDRO DI HUMBOLDT. 



Qaest' uomo insigne chiudeva gli occhi al sonno 
eterno il di 6 corr. in Berlino alle 2 i pom. fra le 
braccia di suo nipote, generale Hedeman , e della 
sua nipote signora di Bùlow. 

La signora principessa Carlo comparve subito che 
tu spirato; il Principe-Reggente vi venne la sera 
alle 7 2. Il pittore Michaelis fece un ritratto del- 
l' Humboldt sul letto di morte, lo scultore Glàser 
ne prese la maschera in gesso. 

Il corpo venne esposto nel Duomo, la sepoltura 
ebbe luogo a Tegel, dove riposa pure il di lui fratello 
Guglielmo. Egli nacque il di 14 settembre 1769, e 
ricevette la prima educazione colà ed in Berlino; 
nel 1787 incominciò gli studii nell' Università di 
Francoforte S. 0., e dopo un lungo soggiorno in 
Berlino, li continuò nel 1789 a Gottinga; percorse 
con Forster il Basso-Reno e l'Inghilterra, e andò poi 
a Friborgo nell'Accademia montanistica, che allora 



era il punto centrale di studii geognostici. Nel 1792 
fu impiegato prima come assessore in affari monta- 
nistici. Molte missioni diplomatiche interruppero la 
sua attività in questo ramo , in cui fu nominato 
nel 1795 al posto di consigliere superiore montani- 
slico. 

Già fino d'allora si occupava di disegni di viaggi 
e di rari esperimenti scentifìci. Le discussioni fra 
Galvani e Volta attiravano allora l'attenzione del 
mondo scientifico, e Humboldt si fece un nome im- 
morlalecoH'opera sull'irritabilità dei muscoli nervosi. 
Nel 1797 cessò dai suoi rapporti di servizio. 

In Jena in istretta unione eoi circoli poetici di 
Weimar continuò i suoi studii scientifici ; in Salis- 
burgo, a lato di Leopoldo di Boch, si occupò di la- 
vori geognostici e metereologici; in Parigi, innanzi 
il suo primo grande viaggio , intraprese molte im- 
portanti ricerche. 



126 



L' A L B U M 



In Augusta nel 1804 rilorna(o dal suo gran viag- 
gio di scoperta all'America del Sud si stabili a Pa- 
rigi in stretti rapporti con Gay-Lussac , Francesco 
Arago ed altri; intraprese viaggi per l'Italia, nelle 
Alpi ecc. Anche missioni diplomatiche interruppero 
spesso i silenziosi sludii dello scrutatore, ed i grandi 
lavori dello scrittore, mediante i (juali faceva cono- 
scere al pubblico i risultamenti dei suoi viaggi. 

Poco prima del suo ritorno in Berlino (1827) tenne 
le sue lezioni iu Parigi intorno al Cosmos, che poco 
dopo furono ripetute in Berlino in due corsi, e for- 
marono le basi dell'opera Co.smos comparsa nel IS'jG. 
>i'el 1829 intra()rese il suo viaggio nell'interno del- 
l'Asia. Con quale infaticabile attività Humboldt ab- 
bia poi portato a maturità in Berlino le sue osser- 
vazioni, favoreggiati disinteressatamente i lavori al- 
trui, e reso accessibile a tutto il mondo incivilito il 
senso e il gusto jier le scienze naturali, è universal- 
mente noto. 

(O. T.) 



INTORNO ELE.V'O LIBERTO DI Ai;CtJST0 
E SUA ISCRIZIONE IN ALATRI 

Fu già tempo che i Romani vinti alla grazia e 
gentilezza greca niente avevano per. buono da quello 
in fuori, che si confacessc alle usanze di cjuel gen- 
tile paese : studiarne a tult'uomo il linguaggio , e 
farne ritratto nelle loro scritture : dai greci apprcn- 
àere la piacevolezza dei modi, e l'avvenenza nel co- 
municare ed usar cogli uomini: pur ad essi aflìdaro 
i nobili i loro figliuoli perchè apparassero bei costu- 
mi : breve, lutto dovea saper di greco; come ora il 
pensare, lo scrivere, ed il vestire, per raggiungere 
l'eccellenza, deve sentire della grazia oltramontana. 
In questo cotal tempo che i Romani si lasciavano 
cosi trasportare alle cose greche, fu menato a quel- 
l'Ottavio, che indi si fece Augusto, uno schiavo greco 
nomato Eleno, il qnalc tra per la bellezza della per- 
sona e del portamento, per le forze del corpo, e per 
lo ingegno, che avea chiaro e svegliato, trovò assai 
grazia presso il suo signore. E non andremo lungi 
dal vero dicendo , che di grandi servigi dovesse 
Eleno aver rcndulo al suo |)adrouc, posciachò indi 
a non mollo egli lo ebbe dal servagggio francalo. 
Vivevasi adunque Eleno caro ed onorato nella corte 
del maggior personaggio di Roma , ed ivi sentiva 
contento il ^uo cuore: quando messosi in mare na- 
vigò in Sardegna, forse speditovi da Angusto a spia- 
re gli andamenti di quell' isola venuta a mano di 
quel pauroso corsaro clic fu Sesto Pompeo. Ma ivi 
appiccatosi un fiero combattimento, ed egli da prode 
cavaliere avendo a lungo guerreggialo, in ultimo fu 
dal soperchio dello forze nemiche disfatto, e da Mena 
liberto e scherano di Pompeo menato prigione. Di 
che Eleno nella miseria di questa nuova schiavitù 
ricordando il tempo felice , era pieno d'infiniti di- 
spiaceri , anzi spasimalo di doglia. Mena però reg- 
gendolo uomo di gran cuore, adorno di gentilezza, 
e di belli costumi , e sapendolo assai innanzi nella 



grazia di Augusto, credè aver trovato un bellissimo 
acconcio pel fatto suo. Imperoccliù egli l'antica con- 
suetudine dei malvagi seguitando che non sogliono 
mantener le amicizie, ma si tradirsi fra loro a vi- 
cenda, avendo fermato di abbandonar Pompeo, e cer- 
carsi in Roma miglior ventura, fece ragione , che 
Eleno gli potrebbe tener di spalla in questo suo 
nuovo divisamenlo. E la cosa gli venne falla a ca- 
pello: conciossiachè renduta ad Eleno la libertà e 
indctlalolo del come dovere parlare e portarsi con 
Ottavio, sotto onorevole scorta lo fé ricondurre li- 
bero in Roma , ed al Principe niandò dicendo : se' 
aver lungamente pensalo di farstli un parente degno 
di un personaggio cosi glorioso : or la sua buona 
ventura avergli messo innanzi Eleno cavalicro cosi 
prode e in lutti i suoi modi compilo: di grazia, ri- 
cevesse con lieto aniiuo il dono che gliene faceva, 
e sé avesse alla sua prolezione per caldamente rac- 
comandalo. Ottavio ne fu lieto al possibile, e Mena 
si trovò d'aversi lastricalo la via a bene sperare di 
sé nella nuova fortuna, che vagheggiava. E il pen- 
siero non gli falli: che menatoci in Roma venne fa- 
cilmente a capo de' suoi desiderii : fu ricevuto a 
grande onore da Ottavio, e invitalo eziandio a seco 
banchctlare : cosa insolila per ([uel Principe, che da 
Mena in fuori, non convitò mai altro di sangue li- 
bertino. (Svct. in Vit. Gap. 74). 

Io questo mezzo Eleno vide la fine del triunni- 
ralo, ed il suo signore giovato dalla fortuna, e dal 
senno levarsi a quell'altezza d'impero che un di non 
avrebbe ardito agognare. Ma egli venuto in grande 
stato, e ricchezza presso Augusto, non fu lascialo lun- 
gamente stare a man giunte in Roma: dappoiché il 
roman Principe avendo ridotto sereno e in tutta 
pace il mondo, e riordinala Roma, si pose in cuori', 
di aggrandire, e rifiorire l'anlico splendore delle città 
italiane (Svet. in Vit. C. 415). Egli che aveva possa 
eguale al volere fu tosto ubbidito: ventollo colonie 
partirono alla volta d'Italia, e nelle più antiche, ed 
illustri città diramandosi, come in seconda patria , 
vi posero la sede di tutte le loro cose e sostanze. 
E particolar grado , ed amore deve Alatri al buon 
Augusto, |)ct'chè non mise a capo della Colonia al- ii 
logaia nelle sue mura un uomo volgare, ma eletto, ' 
e singolare da tulli, Eleno il favorito suo. Da Sveto- 
nio sappiamo a quali opere melicsscr mano quelle Co- 
lonie per dover le citta rabbellire , tirar inurnglie 
dove bisogno ne fosse, murare edilizi pubblici bel- 
lissimi, ristorarne le vie : cose agevoli a fare per- 
ché aiutale dalla magnificenza del Principe , che a 
quelle citta fu largo di entrate |)ubl>liclie, e di da- 
najo, che è il secondo sangue, onde la vita dei po- 
poli si mantiene. Senza che, diede ad esse lauta au- 
torità, che per poco pareggiavano i cittadini roma- 
ni. Imperocché trovò modo che anch'cilono intervc- 
nis.sero all'elezione dei magistrali , ordinando che i 
principali delle colonie detti decurioni, ciascuno nella 
sua terra , squittinassero quelli che essi credevano 
da ciò; e notati e suggellati i parriti., li mandassero 
in Roma. 



L' A L B U M 



l'27 



Colesti privilegi si godè Alatri al tempo di Au- 
gusto, e non mono per opera di Eiciio si rifeee di 
pubblici edilìzi e m inumenti, e di tulle quelle ele- 
ganze compagne del rinnovcllaraenio civile. Avve- 
gnaché negli cavi fatti e negli aniiclii tempi e noi 
novelli, venissero trovali con pocbi musaici a com- 
messure di marmi di svariali colori ; l'osse sco- 
perta una Basilica, trovati fregi, ligure, e monete 
romane urne cinerarie con entrovi lumi |)crpetui 
adorni di finissimi rilievi e i vaselli delle lagrime, 
e col sangue. (1) 

Il (jual costume di spargere umano sangue nelle 
funebri cerimonie aveva preso assai voga in Roma, 
da cbe credevano con esso placarsi le ombre degli 
estimi. Schiavi per senlilo amore ai loro signori si 
spegneano di propria mano, o di forza: ovvero i gla- 
diatori innanzi il rogo, o sopra la tomba si azzuffa- 
vano e crudelmente uccidevano: e in loro mancanza 
vi aveva delle Prelìche,le quali, come abbiamo dal 
dottissimo Lipsie, battendosi e gralfiandosi il viso, 
si facevan spicciare di molle slille di sangue , che 
liasiavano all'uopo. Queste cose ho voluto accennare 
in servigio dei vasi del sangue trovali in Alatri, i 
quali con tanti altri usi, costumanze e monumenti 
danno chiaro a divedere come ella avesse in ogni 
cosa ritratto i costumi romani, e cangiata direi quasi 
la sua faccia. Il che riesce per poco incredibile, chi 
ne consideri l'indomito amore di libertà, che in al- 
tri tempi le fé rifiutare di esser municipio romano 
(Liv. IX) nobilmente sdegnosa di ogni costume, gio- 
go, o prolezione foresliera. 

Ma nel tempo di Augusto, mutate per tante ra- 
gioni le opinioni degli uomini , si acconciò Alatri 
alle usanze romane, anzi si gloriò della romana cit- 
tadinanza. E siccome doveva ad Eleno il nuovo lu- 
stro e magnificenza , in che egli pose questa iscri- 
zione, riferita dal Grutero e dal Panvinio (De imp. 
R(»H. /it. de Cui.) 

C . IVLIO . AVGVSTI . L . HELENO 

EX . DEC . DECVRIOX . MVNICIP . ALETRINAT 

ET . POLLICITATIONE . SFVIR . ET . MVNIG 

ET . INCOL . GB . MERITA . EJVS 

E poiché ho riferito questa epigrafe mi pare do- 
verla chiosare in alcun luogo, perché ne sopperisce 
qualche notizia istorica non al tutto spregevole. E 
la prima cosa , da essa apprendiamo che in qnel 
tempo Alatri era Municipio Bomano: il che ci vien 
confermalo da Tullio nella Orazione per A. Cluen- 
2Ìo detta amistà, che e' teii'>va ccgli Alatrini , leg- 
gendosi: Caius, et Lucius Fabriiii fratres gemini fue- 
riint ex Municipio Aìetrinate : ed indi a poco : Fa- 
hricius ad me mcos vicinos, et amicos Aletrinates non 
udduxit. 

Ma essendovi, come si confessa per gli eruditi , 
diversi generi di municipi , a quale di essi appar- 
teneva Alalri ? A[)riaiuo Pompeo Pesto, e troveremo 
il fermo. Vi ha, dice egli, tre maniere di municipi: 



il primo di quelli , che erano alleati con Roma in 
guisa che non erano cittadini romani, e nondimeno 
eran partecipi di tutte cose nell'esercizio delle ca- 
riche, salvo il diritto dei suffragi, e del Maestrato ; 
come furono i Fondani, i Forraiani, i Cumani, gli 
Acerrani , e i Tusculani : il secondo era di quelle 
città che vivevano al tutto sotto la signoria di Ro- 
ma , ed erano ascritte universalmente alla cittadi- 
nanzaj e tali furono i Ceriti, gli Aricini, e gli Ana- 
gnini: il terzo si componeva di quelli che eran con- 
federati a Roma per forma , che ciascuno era pur 
Municipio della città, con proprie leggi si governa- 
va, ed aveva il dritto di dare il suffragio, e di es- 
sere investito delle Magistrature: e tali erano i Ti- 
burlini, i Prenestini, i Pisani, gli Aletrini, i Nola- 
ni ecc. « Fin qui Paolo appresso Feslo. » (in Mu- 
nicip. ) Dal qual luogo conosciamo che la città di 
Alatri apparteneva al più nobile dei Municipi, come 
quella , che si reggeva a suo senno , a ciò non 
ostante godeva lutti i diritti dei cittadini Romani. 
Né meno rilevante è la notizia che raccogliamo 
da quelle parole ex poUicitatione sevinorum, poiché 
ci chiariscono che di quei di v' aveva iu Alalri il 
Sevirato Augustale. Il quale nella sua prima origine 
fu un Collegio sacerdotale composto di sei uomini 
presi dal fiore delle città e colonie romane per 
rendere onore di sacrifizi, e sacre cerimonie ad Au- 
gusto già morto e divinizzato. Su di che é a vedere 
il Fabretti nel capo terzo pag. 170: 228 ed il Rei- 
nesio (1.6 n. 135). Ancora in Alatri si conservano 
tre altre iscrizioni, che riguardano il Seviralo Au- 
gustale, ma qui non accade parlarne ; basta per al 
presente aver rinfrescato la memoria di Eleno , e 
fatto conoscere lo sialo di Alatri sotto l'impero di 
Augusto. 

Prof. Giuseppe Tancredi. 

(1) Nel 1806 fu trovata una statua di bronzo alta 
un palmo e mezzo rappresentante un guerriero cul- 
V elmo in testa, e in atto di sostenere una lancia. Nel 
1825 si trovòun tesoro di sei mila denari di argento 
coU'impronta di guerrieri romani anteriori all'impero 
(V. Castellani nella voce Alatri, tomo 6) Quanto a 
musaici non è a dire, che se ne sono scoperti in mol- 
tissime parti della città, e segnatamente nel qtiartiere 
detto Civita Vetere, e di grandi strati se ne veggono 
tuttora nei sotteranei della casa Martinelli nel vicolo 
Vezzacchi e nella piazzetta posta innanzi il Conser- 
vatorio della Carità — La Basilica era posta lungo 
le case ora dei signori Falchetti e Troccoli. V eru- 
dito Signor Salvatore Brocchelti diligentissimo inve- 
stigatore delle memorie patrie conserva molti lavori 
in terra cotta come a dire fregi, vittorie ulate , ma- 
scheroni, vaselli di vetro da contenere le lagrime, ed 
il sangue ecc. Le quali anticaglie si sono trovate ne- 
gli scavi fatti per la città, che è ora tutta fabbricata 
sulle antiche ruine. 



128 



L' A L B U M 



A MARIA VERGINE 

PER UNA. GRAVE INFERMITÀ* 

DI MIA FIGLIA OLIMPIA 

Vergine Madre, che bevesti tutto 
Il nappo degli affanni e delle pene, 
Mirando avvolto l'Universo in lutto 
E le sacre esaurirsi amale vene; 

Guarda benigna quell'immenso flutto 
Che sopra il capo mio passando viene, 
E le notti vegliate, e il non asciutto 
Ciglio, ed ahi ! l'anzie di terror si piene. 

Poi vedi come scolorata o fioca 

Questa diletta or languc, e come aita 

Dal Ciel, pria che per so, pel padre invoca. 

Deh il nostro patir lungo offri all'Hlcrno 
In olacausto ; e duplice una vita 
Ben ei raccenderà nel cor paterno ! 

Prof. P. B. Silorata. 



BIBLIOGRAFIA. 



Una bell'opera ci vien promessa dal Conte Erco- 
lano Gaddi Hercolani della quale ci porge un saggio. 
È questa la Storia dello Stato Pontificio considerata 
nelle sue città , municipii e famiglie nobili , e che 
uscirà a luce adorna di slemmi colorali e dorali as- 
sai gaiamente , i quali saranno bel fregio aggiunto 
a vaga e ricca edizione. Nel suo saggio I' autore 
chmo ci pone innanzi una dotta prefazione in cui 
mostra il bisogno in che siamo d'un'accurala storia 
dello Stato nostro, sola regione di questa genlilissima 
Italia che manchi d'un' opera che convenienleii>ente 
la illustri ; e svolge inoltre la tela del suo lavoro 
accennando le molle e svariale materie le quali pren- 
derà a trallare. Sieguono i cenni storici intorno alla 
città di Forlì, cenni ricchissimi d'elelta erudizione 
ed esposti con ordine e chiarezza: si chiude il sag- 
gio co' cenni storici della famiglia Bofondi, e si que- 
sti e sì quelli di Forlì sono adorni di relativi slemmi 
che dilettano piacevolmente l'occhio dei leggitori. - 
Molto adunque è da onorarsi il dolio compilatore 
per questo suo ampio e nobile lavoro che riuscirà, 
ne siam certi, cosa degnissima dell'odierna civiltà, 
e tale da non restare secondo a quante altre opere 
dì simil genere sieno fin qui venule alla luce. Si 



sobbarchi perciò volenteroso il Conte Hercolani alla 
sua pregiala fatica , e viva sicuro di procacciarsi 
nome onoralissimo fra presenti, e lode non fugge- 
vole appo i futuri. 



CIFRA FIGURATA 



nnrt r\i\n^ — ^ // / I 



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O 



a 



f P.:..v, 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 



Precede l'Inverno lo spazi acumi no in Autunno. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione pia 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

*Aa di s. Carlo al Corso «. 433 



CAV. GIOVANNI DE-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione 1 7 ■ 



11 Giugno 18 1)9 



Anno XWl. 





Arsoli al nord-est di Roma di cui dista circa mi- 
glia 37 sorge su di un ameno monticello alle falde 
dei monti Simbruini, che al Sud si congiungono con 
gli Appennini. Molte cose di questo paese van ce- 
late nella notte del tempo; ma é pur certo che la 
sua origine é antichissima, e fu una di quelle qua- 
rantuno terre fortificale da un popolo belligerante 
nella Sanguinosa campagna del 451 di Roma. Arsoli 
trae ancora tanta rinomanza per l'antica via Valeria 
che lo costeggiava, siccome ne lo dimostrano i molli 
avanzi, ed il ponte dal volgo appellalo Scolonico, e 
per le famose e squisite acque di che è ricco, tra 
le quali la Marcia, che da Anco Marcio dicesi fosse 
condotta a Roma, e la cui salubrità e leggerezza mosse 
Trajano a vietarne ogn'altro uso che per bevanda. 

Questo paese è a cavaliere di un panorama lutto 
romantico e poetico, bagnato poco lungi dalle acque 
del serpeggiante Aniene, e nel 1656 moria cònlag- 
giosa afflisse quelle contrade lasciandolo quasi de- 



serto d'abitanti, dappoiché sole 145 persone di 900 
ne camparono. Oggi e una popolazione di circa 1700 
abitanti ed il circondario di cui Arsoli è capo luogo 
ne conta oltre a 11400. Il suo nuovo fabbricatolo 
rende gaio e la principale via é abbastanza spaziosa e 
comoda. Quasi a corona del paese si eleva il palazzo 
de' principi Massimo , grandioso per la vastità del 
fabbricalo, per affreschi di non poco pregio, per la 
famosa raccolta di armi, ed armature antiche, e per 
le comodità che presenta. E costante tradizione che 
nelle camere presso la graziosissima cappella privi- 
legiala al pari di Chiesa pubblica abitasse l'Apostolo 
di Roma s. Filippo Neri , per cui consiglio vuoisi 
che Fabrizio de' Massimi nell'anno 1574 ne facesse 
l'acquisto. Va celebralo altresì per la dimora di po- 
che ore fattavi da Gregorio XVI Pontefice di s. m. 
li 2 Maggio 1834. Contigua al palazzo evvi una villa 
assai divertente e deliziosa. 

L'aere salubre e temperata che vi si respira nella 



130 



L' A L B U M 



stagione esliva chiania a se dei molti villeggianti, e 
lo inverno non è si rigido, come ne' circonvicini pae- 
si, perchè le nevi pochissime e rare vi fioccano. 11 
territorio ristretto, ma fertile dà precipuamente co- 
pia d'uve e d'olive: vi abhondano fruite ed ottime 
ortaglie. 

Gli Arsolani vivono la maggior parte colle fatiche 
delle proprie hraccic e di negozianti industriosi. In 
una parola Arsoli offre al forastiere ogni comodità 
della vita, ed al villeggiante ogni divertimento. Si 
aggiunge dippiii In civilizzazione, ed il naturale buon 
senso degli abitanti , il loro carattere dolce ed al- 
legro che li rende pronti alla voce di generosi sen- 
timenti e di amistà sincera. Una banda musicale 
istruita dai più abili maestri della capitale, e for- 
nita dei più moderni perfezionati istrumenli. E a casa 
]\lassimo che si deve la erezione di un monte fru- 
menlario e di due Istituti, di carità, mercè li quali 
l'agricoltore ed il povero riceve sollievo nella sua 
indigenza. Opera veramente cristiana e degua di un 
principe buono e pio. I |iiù tardi nepoli Arsolani 
non potranno ristarsi dal non benedire a tanto prov- 
\ida mano, cui si facciamo un dovere tributare a 
si Ecclliìio principe quest'attestato di pubblica rico- 
noscenza ! 

Kvvi una Chiesa Arciprclale, bella noi disegno, 
ricca di sacri arredi e iiregevole per alcuni de' qua- 
dri. V'ha pure un r.on\enlo de' Francescani del ler- 
z'ordine, ove dimorano presentaniente due Sacerdoti 
e due laici. La Chiesa de' suddetti religiosi e dedi- 
cala all'Apostolo S. Bartolomeo protettore di Arsoli 
che ne' solennizza con pompa distinta la festività li 25 
Agosto nella quale ricorrenza ha luogo una fiera tra 
le più antiche dello stalo pontificio, perdendosi l'o- 
rigine nel mare dell'età. Il resto di Arsoli lo lasciamo 
ai più solerti storici. 

Gio. Battista Piccirilli. 



TESTIMONIANZA DI CICIiRONE INTORNO 
IL .MINICII>10 ni ALATfiI 

Le nobili, e doviziose famiglie, quando abbiali sen- 
no, e sap|iiano bene usare le loro suslanze, sono il 
nerbo delle città, ed il più forte sostegno. Imperoc- 
ché il danajo correndo per le mani del minuto po- 
jiolo in risloro di utili servigi e fatiche soslenule 
pei ricchi, e da (]uesti |)assando nelle mani dei mer- 
< alanti, alla fine per la compera delle derrate, e per 
gli altri bisogni della vita, meltc capo nuovamente 
nello scrigno dei ricchi: e cosi (|uesto girare, e di- 
ramarsi delia pecunia (come il sangue nelle uoslrc 
\ene) mantiene la vita, e le forze dei popoli. Ag- 
giungi la protezione, che i nobili, ed agiati Signori 
(■;e pur non siano quella cosa balorda , gretta , ed 
infame del medio evo) daranno ai deboli perseguitali 
(lai Iracolanli: arrogi l'amore al luogo natio, che li 
spronerà a dar mano col consiglio , e col fallo ad 
opere, e monumenti pubblici; e vedrai di quanta luce 
le loro terre risplenderanno. Non maraviglia pertanto 
se la città di Alatri nell'eia di Cicerone fiorisse di 



tanto decoro, e saggezza, come ora vedremo, poiché 
cosi allora , come in processo di tempo non poche 
famiglie vi aveva conte per nobiltà, e ricchezze. Le 
quali condottesi in Roma vi posero la loro sede, e 
colla dirillura dell'animo, e colla spada molte cose 
operando, si aprirono la via agli onori della Repub- 
blica. 

K assai rinomata per gli antichi Storici la fami- 
glia Rufa, la quale trae origine da Alatri (1). Ed 
in fatti vi è memoria di un C. Giulio Veterano della 
sesta coorte pretoria, il quale fornito il suo stipendio, 
e rimpatriato ebbe in Alatri le cariche di pretore, di 
edile, e di ([uatrumviro giudiciario: nella sua morte fu 
dal fratello Giulio Rufino onorato di una iscrizione, 
che ben si conserva, ed è riferita ancor dal Grillerò. 
Moglie di cotesto Rufino fu .\onia Paolina, come ap- 
|)rendiamo da un'altra iscrizione; e da costoro [loi na- 
cquero un Sesto Giulio Rufo prefetto della (juarla 
coorte dei Corsi, e delle citta della Barbagia in Sar- 
degna: un altro Giulio Rufo, il quale insieme con 
Capitone fu consolo nell'anno G7 dell'era volgare, e 
strazialo da un carbone mori sotto l'impero di Ve- 
spasiano: un'altro Giulio Rufo Senator'! fatto ucci- 
dere da Settimio Severo , come quegli i:he fu tro- 
vato intrigalo in una conginra (Spari, in vii. Sepl.) 

Torna <yiindi a somma gloria di Alalri il risapersi, 
che da lei è originala la gloriosa famiglia Fabrizia, 
la quale (senza raeltere in conto un L. Fabricio 
Ciirator viarum, che foce costruire in Roma il yoiUc 
qiiattrn Capi, e tanti altri uomini sommi) è fatta im- 
mortale da (|uel C. Fabrizio, che nella guerra dei 
Romani con l'irro, né per paura, uè per oro lascian- 
dosi vo'gere ai conforti del nemico 

Con povertade vuoile anzi virlule 
Che gran ricchezza posseder con vizio. 

Dant. Purg. 

Né minor lode le \ienc dall'aver dato l'origine, 
com'è chiaro per le iscrizioni, alle famiglie Spuria, 
e Minucia, delle quali bisogna essere affatto selvag- 
gio nulle antichità rouiauc per ignorarne le glorie. 
Fiorirono eziandio in (|uesli tempi le famiglie Cal- 
puriiia. Cassia, Sestiìia, Rufreja, Tuccia, Varo, Dc- 
cuniia, Anleros, Eleiia, Clodia, Corana, le quali cor- 
rendo la carriera degli onori civili, per 0()ere leg- 
giadre e gravi resi alla patria si procacciarono la 
riconoscenza dei posteri. Ma è da udire la testimo- 
nianza di Cicerone intorno l'intero Municipio (Orai, 
prò Cluent). « 1 gemelli Cajo, e Lucio Fabrizii erano 
» dal Municipio di Alalri, uomini simili tra loro jier 
w sembianti, e costumi, ma da lor concittadini dis- 
» somigliantissimi: nei quali quanto splendor sia, e 
>i quanto ragguagliato quasi in tutti secondo lor cou- 
» dizione; quanto uniforme pressoché in lutti •» e 
moderalo il tenor della vita, nessun di voi, secon- 
doché io avviso, l'ignora (cap. 16). Assai splendido, 
come ognun vede, e l'elogio che Cicerone fa del Mu- 
nicipio Alclrino, il che lo ristora ampia«ienlc del- 
l'esservi ivi trovati due malvagi tralignali dalla uni- 



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versale saggezza, e moderazione dei conciltadini, e 
da quella integrità, che fece tanto gloriosi i Fabri- 
zi loro antenati. Il delitto di che essi erano incol- 
pali fu tale. Vi aveva in Roma un cotal Oppianico 
uomo di naturai fiero, ed aspro, il quale per amore 
di una eredità, si aveva posto in cuore, di uccider 
Cluenzio. Il malvagio conosciuti da lunga pezza i 
Fabrizi, e trovatili della sua medesima indolo, come 
quelli che niun arie di guadagnare stimavano scon- 
cia, rimasero tra loro in concordia di avvelenarlo. 
Cajo Fabrizio, (che morto era Lucio) con larghe pro- 
messe confortava il servo di Cluenzio, che per mezzo 
del medico desse il veleno al padrone. Uà bel di fu 
collo lo stesso Scamandro liberto di Fabrizio, il quale 
si aveva in mano il veleno, e il danaro sigillato che 
davasi a qucll'effello. Cluenzio se ne richiama al tri- 
bunale , ed accusa il liberto Scamandro. Ma è da 
lasciar parlare lo stesso Cicerone: « Allora Fabrizio 
)) pensando che condannalo il liberto, tutto il risico 
» criminale si sarebbe rovesciato sopra il suo capo: 
)) sapendo che la mia patria era vicin di Alatri, e 
» che io aveva coi più di essa familiarità grande, 
» me li condusse in buon numero a casa. I quali 
» avvegnaché tenessero colui in quel conio che si 
j) meritava; pure, perchè era del municipio, si av- 
» visarono doverlo difendere al possibile per loro 
» decoro: e per bel modo mi chiedevano che faces- 
» si , intraprendendo la causa di Scamandro , nella 
» quale dimorava tulio il pericolo del patrono. Ed 
» io che a sitTalle persone, e cotanto a me affezio- 
» nate né poteva alcuna cosa negare ; né credeva 
» esser cosi grande quel delitto, né cosi manifesto, 
» siccome neppur quei medesimi credevano che per 
» quella causa mi erano attorno; promisi di fare in 
» tutto il loro volere (cap. 17) ». Per recare le 
molte in poche , Cicerone arringò a difesa di Sca- 
mandro, ricorse a tulli i rimedi, e rifugi dell'arte, 
ma inutilmente, che il liberto fu quasi a pieni voli 
condannalo. Allora Cluenzio accusa come reo prin- 
cipale Fabrizio: questi non chiamandosi forse con- 
tento di Cicerone, si mise nelle mani dei fratelli Ce- 
pasii : il che all' Arpinate dovè destare un pò di 
mal' umore , che berteggia piacevolmente sull' elo- 
quenza dell' (aratore Ccpasio recando la cosa quasi 
ad una scena di vera commedia. Ma udiamo lui me- 
desimo. 

« Essendo in lai termine le coso Fabrizio non solo 
» a me i miei vicini, ed amici Aletrinati non con- 
}> dusse, ma egli non potè poscia averli né lodatori, 
)> né difensori. Imperocché slimavano cortesia difen- 
» dere un negozio vergine di persona non estranea, 
)) avvegnaché sospetto: sfrontatezza il tentai* di an- 
» nullarne la già data sentenza. Egli pertanto streito 
)) da impotenza, e necessità, ai fratelli Gepasii ebbe 
» ricorso, due uomini ingegnosi, e così falli, che 
» qualunque causa dia lor tra le mani, se ne ten- 
» gono onorali, e beneficati. Or veramente stollo è 
)) l'accorgimento degli uomini, i quali come nei cor- 
» porali malori di più malagcvoi cura, cercano d'un 
» medico il più rinomato, e valente; cosi nei rischi ' 



)) capitali del foro e nelle cause più cimentose vi 
» adoprano la spazzatura degli Oratori. E pure, se 
» io mal non m'appongo, i medici non debbono di 
» null'altro rispondere, che del valore nella lor arte, 
» della riputazione altresì gli oratori. Si cita il reo, 
» si Iratla la causa : Canuzio con due parole for- 
» nisce r accusa. Il maggior Cepasio prende a ri- 
» spondere con proemio lungo, e da lungi accattato. 
» In prima si era lutt'orecchio al ragionare di lui. 
» Oppianico da avvililp, e spaccialo, che si teneva 
» riprendeva cuore: lo slesso Fabrizio godeva. iS'on 
)) s'avvedeva egli, che i giudici non dalla eloquenza 
)) di colui , ma dalla sfrontatezza della difesa eran 
)) commossi. Posciaché entrò nel fatto, aggiungeva 
)) (li nuove forile alla causa già vacillante. E seb- 
)) bene ciò provvedutamente facesse, parca nondi- 
» meno alle volle, che egli non difendesse, ma raf- 
» forzasse l'accusa. Credendosi pertanto di arringare 
« colla maggior scaltrezza del mondo, ed avendo da 
)) recondilo artifizio cavato quelle solennissime pa- 
« role: Respicite ntdices homiiium fortunas, respicitc 
)) dubios , variosque casus , resjjicite Fabritii senectu- 
» lem, quando ebbe questo respicite più volte ripe- 
)) luto per un cotal ornamento dell' orazione , egli 
» stesso si rivolse a guardare: ma Caio Fabrizio erasi 
» già dai suoi scanni a testa china involalo. In que- 
» sta i giudici sghignazzare: il patrocinatole corruc- 
» ciarsi, e dolersi, che se gli strappasse di mano la 
» causa, e non potesse continuarsi con quel Respi- 
» aite, judices. E poco mancò che non tenesse dietro 
» a Fabrizio , e a collo torlo il rimenasse ai suoi 
)) scanni, acciocché potesse fornire la sua orazione. 
» Fin d'allora Fabrizio si acconciò di sua opinione 
» alla condanna, che poi fu dal vigor delle leggi, 
» e dalla sentenza suggellata (cap. 18) «. 

Fin qui Cicerone colla sua penna d'oro. Il qual 
brano ho voluto volgarizzar per intero si perché ri- 
guarda le cose Alelrine, e si per rifarmi di quella 
maestà, e nobil dicitura, di cui Tullio n'è sovrano 
Maestro. Vero è che 1' Italia si gloria di molti va- 
lorosi prosatori, che nell'arte del comporre le idee, 
nel colorirle acconciamente, e nell'efficacia del dire 
non ha di che invidiare agli antichi. 3Ia nessun uo- 
mo di sane lettere mi potrà negare, che la lettera- 
tura latina é base dell'Italiana, e che a quelle sor- 
genti è necessario rifarsi, chi voglia fortemente con- 
cepire , e nobilmente detiare. Fate di scolpire nel 
vostro animo queste parole, o gioventù Aletrina, che 
già da buon tempo io mi studio d' informare nella 
letteratura dei Classici- Studiate pure attesamente 
nella lingua di Dnnte, del Passa vanii, del Casa, del 
Scgneri, e del Bartoli, ma gittate però salde le fon- 
damenta in quella nobiltà e magnificenza dei latini. 
Avventurali se dopo quasi due mila anni Cicerone 
potesse ancor dire di voi: Aletrinates viciiws, et ami- 



cos meos '. 



Prof. Giuseppe Tancredi. 



(1) Vedi l'opera del sig. Giuseppe Marocco, Lazio 
e sue memorie : tomo IV ove son riportate tutte le 



ìòi 



L' A L B U M 



iscrizioni Aletrine, dalle quali nlihiam follo qnesln me- 
morie intorno le famiglie. 




Il- FIORE DELLA LOMICERA E LA FIGLIA Ul LINNEO. 

Flos gaudium est arLorum herharinnque. 
Tourncforl. 

La noUc considerala soUo il ia()|)orlo della sua 
inesla apparenza è argonienlo di silenziosa Irislczza 
|)OÌchò mula distende sull'universo il tenebroso velo, 
e tutto ripone nell'opaca tacilurnit;i della natura ; 
ma sotto il rapporto tisico, è di somma utilità : io 
non posso farne la enumera^ioue perché wAV'ìriginc 
dei culti di Dupuis, e nella classica Uranografia di 
Francocur se ne parla con incantevole eloquio, ma 
solo ricorderò il gran fenomeno che da huige si vede 
nei pingui colli cioè il sorvolare di una pallidella 
aureola nello estremo periodo della notte , perchè 
allora si compie il gran fenomeno della fecondazione 
per mezzo del pulviscolo fecondanle. Vedi De la 
ti-oix Connubia florum, il prof, di botanica Martelli 
ne avea scritta una disseriazione, ma non so come 
finisse] e spesso accade che li dettati di grandi uo- 
mini, dopo la loro diparlila , rimangono lacerali e 
negletti nel cestello delle carte da rifiuto; e non si 
avverte che nelle schede delli dotti e dei letterati 

« La fronda frondeggia ricca e fiorente. » 



Tornando alla notte si sa che li poeti e gli arti- 
sti hanno fatto a gara di dipingerla; ma su questo 
mi passo non essendo lo diretto mio scopo , e sol- 
tanto ricordo che una delle più belle dipinture della 
notte si ammira nel magnifico palazzo di Caprarola, 
ed è di Taddeo Zuccuri; ed uno dei capo-lavori di 
Michelangelo è la notte scolpita in Firenze. 

Fra le piante che sull' imbrunire del giorno co- 
minciano ad esalare gratissimo odore vi è la Loni- 
cera Capri foliian, Madreselca-Vinci bosco. Abbraccia 
bosco perché ama di ravvolgere gli suoi tralci sugli 
tronchi longevi, e bronchiuti nelle selve selvagge e 
poco dal sole rischiarate siccome la edera dalle cento 
fronde sull'olmo amico: è un genere di piante della 
Pentandria Monoginia c\\c ha il calice a cin()ue denti 
colle brallee alla base, ccrolla tubolosa, lunga, (|uin- 
quelida, irregolare a due labbri , slami eguali alla 
corolla, uno stimma loboso, e bacca a tre logge po- 
lispernie : ne avevamo gran copia presso la Grotta 
di Ivgeria famosa tanto; ma il mal vezzo di chi non 
sa eslimare li portenli delia natura ne ha f.i Ilo scem- 
pio Ironcandola nei pedale: la Loiiicera fiorisce in 
Maggio e Giugno: della Lonicera Eirusca ne ha par- 
lalo il Savi: la pianta in discorso é grato cibo alle 
snelle capre che, a detta dell'adagio rusticano, man- 
giano a strappo Di questo bellissimo ornamenlo dei 
giardini per gli steli sarmenlosi e rampicanti chi 
brama averne pili detlagliatc nozioni vegga Plinio 
lib. XXVII, C. 11, Mattioli p. ()26, e si noti che 
la opera del Mattioli è lodalissima per la esaltezza 
delle incisioni. - Lcmery in voc. Periclimcno p. 161 , 
nel Dict. di-s drogues simples. - Uiz. di Agricoltura 
piibb. in Padova nel 1817, artic. '^'rt/)r//bj/i'o. - Diz. 
di materia medica: Milano 182',) arlic. Loniccra-Bo- 
mare. - l)iz. ari. (Caprifoglio ecc. 

Ora passiamo alla figlia di Linneo l'antesignano 
di tulli li naturalisli moderni e dall'universale me- 
ritamente lodato. Elisabetta Cristina era una del/e 
sue figlie , e a lei si deve la osservazione interes- 
sante della infiammabilità del va()ore traspirato da 
alcune piante, e delle scintille cleltriche tratte dalla 
cappuccina la sera quando il tem|)0 é caldo : pia- 
ccvasi la Elisabetta di adagiarsi sull' imbrunire del 
giorno presso la lonicera. Siccome pecchia iblea 
Nel meridiano ardore Sul timo ime/io; alloraquan- 
do un male arrivato che fingea di volerla con- 
durre in moglie li porgea il fiore di soave olez- 
zo; essa ne rimase vivamente ferita in cuore, e nudri 
quella speme che non si avverò , ma le ferite del 
figlio arciero sono profonde e insanabili, e cagione 
delle tante maiallie cui non é dato a noi medici di 
guarire: il finto sposo futuro più non si vide por- 
tando seco il barbaro piacere dell' inganno; e quanto 
più la Elisabetta crcdeasi vicina ad aggiungere 
le festevoli are dello imeneo rosalo , tanto più il 
fraudolento da lei si dilungava. Elisabetta allora , 
a di>fogare l'amara doglia, rileggea li greci dettati 
che narrano la fine miseranda della Saffo o decima 
Musa ed il fatale sasso leucadico. Le avventure di 
Saffo senile dalla penna seulimeiitale del Conte Alcs- 



L' A L B U M 



133 



Sandro Verri io declamava al suo cospetto nelle Ar- 
cadiche stanze dove abitava Luigi Abaie Godard in 
ijuel torno di tempo custode generale, e vi era una 
eletta di letterati indigeni ed esterni che si piacca 
ili fare al Ferre onorando corteo: oh (juanto da quello 
diversi sono al presente li notturni ritrovi !! 

A. doti. Belli. 



CHIARISSIMO ED AMATISSIMO P. BORGOGNO 

Non creda per avventura che io mi sia dimenti- 
calo d'avere qualche debito verso di lei: tante sono 
le gentilezze che di presenza, e assente ebbi a spe- 
rimentare dalla cara amicizia ond'ella mi onora ! Ma 
le occasioni del mostrarsi grato per iscritto tardano 
al buon desiderio forse più di quelle che sono di- 
mandale dal fatto. 

10 fui distinto da lei (non me ne scordo) delia 
bella intitolazione d'uno splendido carme latino: ed 
io avrei pure voluto replicare degnamente a quel- 
l'elegante epigramma. Ma alla Musa non si coman- 
da. Per quanto però io la trovi riirosa (secondo il 
modo naturale che combatte l'intensità della brama; 
e per troppo affrettare fa che. si rilardi)., dovrà pure 
una fiala darmi aiuto a saldare con lei le mie par- 
lile , in un HAIOTrnO^ , seu Neotericorum Liber 
singularis che tengo oggimai allestito, con buona in- 
tenzione di stamparlo (a mie spese , già s' intonde) 
quandochessia. 

11 preambolo del libercolo (il quale per troppo 
amore di verità vorrei che non dovesse scambiarsi 
coi Codicilli di Vejentone) eccolo qui appresso. Ed 
ella, eh. ed amatissimo Padre, lo rire\a come un 
anticipo in genere di ciò che le debbo in ispccie; 
e mi abbia sempre per 

Di Firenze 26 marzo 1859. 

Suo affilio, obbiìio. amo e ser."" 
Cav. Luigi Crisostomo Ferrucci. 

LEGENTIBUS 

Omnia quae fato fiunt, seu mente virorum 
Atque opibus. subeunt immobile posterilalis 
ludicium, vel si periturae iiiludere charlae 
Ingenium nugis voluit quandoque canoris. 
Nemo David, nemo Salomonem e regibns ausit 
Forte movere loco, aut vi\os sermone prophelas. 
Ticino vclil gemino divinum Carmine Honierum , 
Socraticumque chorum, Ciceronem, et proximum ab ilio 
Virgilium, aul Flaccum, et Taciti rude robur acuti; ' 
Nemo quoat Danlis numerosum impingere fundo 
Tramite opus triplex, eliam si velie ferat mo>. 
Et ratio rerum volvenda aolate novarum. 
Paucis exilium adridet, jcjunave palma, 
Se vivis sterilisque labor, verumqiie loquendi 
Despecta, aul saliera non intellecla »olnpla<. 
Insanire licei pracsentis murmurc fainae 



Innumeros, quos aura levis ferel ocyus una 
Cuin foetu breviore maris contermine s[)UU]a. 
Sed qui sub modio male vivus sponle locavit 
Seque, suumque penu, non expeclatus inibii. 
Post alios sladium sèclorum, el secula vincel 
Durando, invidiae domilor lune serus, el exsors. 
Si foret ista fides eventus firmior imo in 
Pectore scriptorum foret ars el sanctior, et vi 
Certior, insignes repetens a morte coronas. 
Auctor ego obscurus calamo, atque obscurior aevo 
Mirifico oiìstanti, quod scripsi sumptilius edo 
Ipse meis; dono, obirudo, quod nempe latere 
Debeai, aut tacile expendi sapiente benigno, 
Siquis adhuc vivit, cui sint in amore tenebrao. 
Ne pele, turba loquax, et doctae sedula rixae. 
Me libi proposilo sociari denique laeso. 
Nec volo, nec quaero quod inane-est: quaero probari 
Post obilum , accepti atque dati ratìoiiibus aequis. 
Si quid inesse boni Musae dicetur Etruscae, aul 
Carminibus Lalium in seros ducentibus annos, 
Ac litulis, cinere exiliam lune laetus, ut esse 
Ipse mihi videar redivivus funere phoenix — 

Alois. Chrysostomus Ferruccius. 



La Madonna col Bambino, s. Francesco, e s. Cate- 
rina nella Chiesa dei Minori Osservanti in Matelica. 

TAVOI^A DEL MELOZZO. 

E decorata questa tavola da una splendida cor- 
nice del lóOO. La base è formata da uu grado di- 
viso nella lunghezza in tre rettangoli incorniciali. 
Vi sono anche due quadri nelle estremità che ag- 
gettano , e che reggono due [lilastrini , i quali so- 
stengono l'architrave e il cornicione , sotto cui sta 
la gran tavola di mezzot Negli specchi delli due ag- 
getti della base stanno due tavole colorate. Ciascun 
pilastrino é diviso in tre scompartimenti eguali , e 
nei sei specchi incassati e incorniciali sono altret- 
tante figure tutte in piedi alte centimetri trentasette. 

Sopra il cornicione si alza una lunetta semicir- 
colare fasciala anch'essa da una cornice a somiglianza 
di quella del cornicione, quantunque alquanto più 
piccola. Tulla l'architettura in legno è ornala di fi- 
letti, di ovoli, di rosoni, di cornucopi con fiori e 
fogliami diversi. Ai lati estrerai del quadro, e fuori 
(lei pilastrini si vede un' intaglio formalo da un tral- 
cio serpeggiante con rosoni posti l'uno contro l'al- 
tro frammisti a foglie arricciale, il qual tralcio parie 
da un vaso sproporzionalo [lerchè troppo piccolo , 
ed é messo a oro di zecchino ecceltuali i fondi che 
sono a oltremare. La scoltura in legno è sutricien- 
lemente eseguila, ma il cornicione e la cornice della 
lunetta sono scolpiti con maggiore esattezza. 

Vedesi nel fondo ossia nel mezzo della tavola prin- 
cipale in una campagna una loggia che è coperta e 
sostenuta da pilastrini binali sopra i quali gira un'ar- 
chitrave piano , guarnito da fregio e da cornicione 
che occupa lulla la larghezza della tavola. Sono d'or- 
dine semplice i pilastrini, e però non hanno il ca- 



134 



L' A L B U M 



pilello. Vi si vedono quii , e là iniiuili ornaracnli 
con sfingi, con Cori, con augelli e con una mezza 
figura muliebre che regge con le braccia aii ceslello 
di fiori. 

Nel davanti del loggiato vcdesi un parapetto di 
color terra ornalo da due maschere, le (juali lianuo 
per capelli e per barba foglie a guisa di pampani, 
e tengono sopra il capo un cestello di frutti. Dal 
centro di un rosone spunta il busto di un' Angelo 
alato che tiene in segno di devozione le mani in- 
crociate sul petto Vcdesi pure un augello librato 
sulle ali, che sta come per beccare un fiore. In tal 
modo è guarnito il parapetto che ha le cornici mar- 
morizzate e ornale da altri listelli intagliati. 

La Vergine collocata sotto il baldacchino ottan- 
golare sta seduta e appoggia i piedi sopra un su- 
perbo sgabello di forma rotonda, di marmo verde, 
il cui fuso è fasciato da una ghirlanda puntuta. Il 
baldacchino è rosso e cenlinato in giro. H a olio 
jìiovenli con una fascia in giro dorala, nel cui piano 
veggonsi minuti lavori ma semplici in tinta oscura. 
Nel basamento dello sgabello vedesi scrino nello spec- 
chio di mezzo - Marchus Dì Melolius Foroliviensis (a- 
tiebat. al temp de frate garzo guardian." MCCCCl - 
La lisonomia della Vergine ò tutta amorosa. Tiene 
sul capo un panno bianco, e se ne vede il solo orlo 
perchè glie lo ricopre l'amplissimo manto ceruleo, 
che dal capo le scende sulle spalle, e dopo di es- 
sere fermato innanzi al petto da una grossa gemma 
si allarga per lasciare libere le braccia della Ver- 
gine, e poi si ricongiunge ripiegando';! sulle ginoc- 
chia, e termina con ricche e bene aggruppale pie- 
ghe intorno ai piedi, de' quali una punta sola si veil'*. 
È calzata con scarpa di color cioccolato. La sua ve- 
ste è di un color |)orporino chiaro, che dà in color 
di rosa con un ricamo sull'orlo del petto messo a 
oro. È stretta alla vita da una cintura, ed essendo 
le maniche aperte sotto il braccio si vede la bianca 
camicia. 

Il divin pargolo posa il destro piede sul ginoc- 
chio della Madre , e tiene la panib.i sinistra solle- 
vata. Mostra essa come di sostenergliela con la manca, 
ma sembra più un vezzo che un appoggio reale. Il 
bambino solleva la destra, come in atto di benedire, 
e con la sinistra stringe il nodo della nominala cin- 
tura. K nudo alTatlo, e il torso del suo corpicciuolo 
non può essere meglio tornito- i'ochi capelli biondi 
gli ornano il capo. Tanto la testa della Vergine , 
quanto quella del Bambino sono ornate di aureolo 
a forma di un disco. 

Tra la Vergine e s. Francesco ha colorilo il pit- 
tore un paese fra i cui fabbricati sorge una Chiesa 
con cupola e torre campanaria di bella architettura. 
Ivi presso la Chiesa sono ligurati alquanti Frati mi- 
nori, alcuni de' quali escono dalla Chiesa, ed altri 
stan fermi a poca disianza; più in basso si vedono 
scendere altre persone che vengono nel piano. Tra 
la Madonna e s. Caterina mirasi un bosco in mezzo 
al quale si vede un'arco corroso dal tempo. In fondo 
£Ì scorge una corona di monti, e per una strada, 



che deriva da quelle valli provengono alquanti ca- 
valieri montali sui loro cavalli, che sono quali baji 
e (juali bianchi. Vestono alla turca con i turbanti 
in capo, e con la scimitarra al hanco. 

La figura di s. Francesco che sta a dritta della 
Vergine, in tutta persona ritta in piedi tiene nella 
destra una Croce , e nelle sinistra U!i libro chiuso 
foderalo rosso con le fibbie di cuoio nerastro. Ha 
la tunica di color terra stretta alla vita da piccolo 
cordone, le cui maniche sono larghe, ed amplìssimo 
il cappuccio. I piedi sono nudi e senza sandali. Le 
sue stimale, sono tutte radiate di oro; la poca barba 
ed i pochi capelli sono castagni: La carne, ossia il 
nudo è qui trattato meglio che nell'altre figure. 

S. Caterina collocata a sinistra della gran Madre 
di Dio è di bellissima fisonomia verginale. Sta dritta 
in pi(>di. La capellatura è bionda, ed un nastro di 
color piomi)0 passa sopra le orecchie , che restano 
coperte dalle trecce, le (|uali in due ordini pendono 
dietro al collo, e si distendono sulle spalle. Ha una 
veste verde orlata di velluto nera sul petto, le cui 
maniche sono strette ai polsi , e non hanno alcun 
ornamento. Una zona oscura le cinge la vita. Il suo 
amplissimo manto è color rosa con fodera di un giallo 
pallido , che dalle spalle scende sino a terra dove 
si affalda a grandi pieghe. Tiene nella sinistra un 
libro foderalo (celeste con un'omamenlo negli angoli, 
ed una rosa di metallo dorato nel me.TZO. Appoggia 
la destra sulla ruota dentata. 1 piedi sono nudi e si 
vedono le sole estremità di sotto al manto. Vcdesi 
a meraviglia la posizione della sottoposta gamba si- 
nistra, il cui |)iede sembra di carne viva. La tavola 
principale dove stanno le figure ora descritte ti alta 
un metro e centimetri novanta. 

Nel pilastro a sinistra di chi guarda questa ta- 
vola sta nello specchio superiore s. Girolamo con 
cappello e cappuccio in testa e con cappa rossa, e 
sotto porta il camice: Tiene nella sinistra un libro 
chiuso coperto di azzurro, e sopra è posala una ba- 
silica con campanile e con la mano destra stringe 
una penna. Ha la barba lunga canuta e bipartita che 
gli scende sul petto. A lui vicino sta il Leone in 
piedi con la lesta alzata. 

Nel secondo specchio è figurato s. Antonio di Pa- 
dova vestito come s. Francesco con sandali però ai 
piedi. Stringe con la dritta il giglio , e mostra di 
cffiiere attentamente un libro che tiene nella manca. 
Altro libro vedesi chiuso presso i suoi piedi posato 
in terra. Benché giovane e senza barba, è calvo in 
testa. 1 libri hanno il margine doralo e sono coperti 
di pelle negra. 

Nel terzo specchio ha posto il pittore, a quel che 
sembra, s. Caterina di Bologna con veste e mantello 
di color terra, che dalla testa le scende sino ai piedi 
coperti da scarpe di cuoio, o di panno della stessa 
tinta. Ampia è la veste, amplissimo il manto; il sot- 
togola e bianco, e porta fra le mani un libro chiuso 
dorato con fodera celeste. 

Nello specchio dell'aggetto sotto il pilastro mirasi 
j s. Adriano sopra un cavallo bianco. Sostiene con la 



~~__ L' A L B U M 

destra una bandiera bianca spiegata dove si vede 
una Croce rossa: con la sinistra regge una città lor- 
rila, forse Matelica di cui è protettore. Ha la ve- 
ste corta azzurra all'antica romana: il manto rosso 
ed i calzari color dante. La bardatura del cavallo 
è rossa. 

Si disse che il grado è diviso da tre rettangoli. 
In quelle dal canto dell' Evangelo espose il jìittore 
il fatto dei cinque martiri Giapponesi Minoriti, ad 
uno de' quali il carnefice con scimitarra sfoderala 
sta per troncare il capo; gli altri mostrano sbigot- 
timento, e rassegnazione ad un tempo: uno di essi 
è caduto in terra dallo spavento Sono tutti giovani 
senza barba, e scalzi. 11 taglio delle vesti è simile 
in tutti; la tonaca di due è di colore cenerino, e 
degli altri color tabacco. Sopra una sedia a somi- 
glianza di faldistoro sia seduto il tiranno barbuto 
con scettro in mano vestito alla turca. Ha una ve- 
ste verde oscura scinta, ed il manto rossastro, che 
calandogli dalla spalla sinistra passa a coprirgli gi- 
nocchia e piedi. I! carnefice tiene in testa un ber- 
retto rosso, e veste una tunica gialla senza maniche 
stretta ai lombi: porta le calze corte cenerine ed i 
coturni negri, che dal collo de'piedi giungono sino 
alla metà di essi, onde se ne veggono le dita. 

Nello specchio di mezzo è rappresentala la Cena 
di Nostro Signore sopra una. lunga tavola coperta 
di tovaglia bianca, dove si veggono vivande, anfore 
pane , e collelli. S. Pietro è alla diritta del Salva- 
tore , e s. Giovanni alla sinistra inchinato verso il 
Divin Maestro che lo accarezza. Giuda nel cantone 
della tavola stende il braccio presso una delle ap- 
prestate vivande tenendo il viso rivolto altrove. Le 
forme dei visi di tulli gli Apostoli con barbe in- 
colte sono bislunghe. La foggia del vestire è sem- 
plice avendo tuniche e manti soltanto come usavano 
gli Apostoli , ma i colori sono diversi , cioè rossi, 
gialli, turchini, pavonazzetti, verdi a cenerini. Molte 
di quosle ligure non le diresti finite. 

Nello specchio a cornu Epistolae espose il pittore 
s. Francesco vestilo di tonaca, scalzo, in allo di ri- 
cevere le stimate. Sta piegato sul ginocchio sinistro, 
con le braccia aperte, e poco sopra a lui mirasi un 
Serafino ardente di fuoco con ali intrecciate a cro- 
ce, che scocca i razzi martirizzatori. Avanti al s. 
Patriarca vedesi un tempiello con campanile e alle 
felde di una collina stassi frate Elia incappucciato 
seduto in terra il quale liane nella destra un libro 
aperto sopra il ginocchio, e si fa ombra agli occhi 
con la sinistra per meglio vedere il prodigio , che 
accade poco lungi da lui. In fondo mirasi una bar- 
chetta sopra il mare a poca distanza da un porto* 
Dietro il tempietto ha figurato un foltissimo bosco, 
e dietro s. Francesco una oscurissima rupe. 

Nello specchio dell'aggetto dal canto dell'Epistola 
è rappresentato s. Bonaventura in mezza persona 
vestito pontificalmente con mitra e piviale in alto 
di benedire. Porta nove anelli, e persino nei pollici 
messi sopra i guanti, che sono bianchi. Con la sini- 
stra tiene un libro chiuso coperto di rosso pallido 



135 

con ornati di oro nel centro e nei cantoni. S. Bo- 
naventura è giovane : la mitra è bianca gallonata 
con due sole gemme: sotto porla il camauro rosso. 
Il piviale è turchino chiaro, e lo stolone giallognolo 
e sotto il piviale ha la tonaca. Da questo lato ve- 
desi un Crocifisso appeso ad un albero. Quattro co- 
rone formate di verdi foglie stanno due sopra e due 
sotto la traversa della croce, sopra le quali passano 
due lunghi cartelli bianchi, uno corrispondente so- 
pra il capo del Crocifisso Signore, e l'altro dietro i 
piedi. Non si riporta qui lo scritto perchè alcune 
parole sono siglate , altre scorrette , altre perdute 
per essere scomparso il colore. Si rileva però bene 
che son motti allusivi alla Crocifissione, ed alla Re- 
denzione. Sullo stesso tronco e sotto i pie del Cro- 
cifisso è appeso il cappello cardinalizio. 

Ora pertanto l'occhio in cima del pilastrino a de- 
stra di chi rimira questa tavola trovasi s. Bernar- 
dino da Siena che tiene nella sinistra un libro chiuso 
coperto di azzurro, e con l'indice della destra ad- 
dita il nome di Gesù. Porta i sandali: la tonaca è 
color tabacco , e la sua fìsonomia è di uomo vec- 
chio. 

Nel secondo specchio sta s. Sebastiano nudo con 
fascia oscura ai lombi, che ha le mani legale a un 
tronco di albero stagionato , e senza foglie , ed è 
stalo già trafitto da quattro frecce. E giovane im- 
berbe di belle forme. Ha una lunga capelliera bionda 
che gli cala sulle spalle. 

Nell'ultimo specchio lasciò il pittore una Santa, 
forse s. Chiara, velata di nero con veste e mantello 
di color terra, e con scapolare nero. Ha il suggolo 
bianco ; tiene nelle mani un libro chiuso foderalo 
rosso, e sostiene colla dritta un giglio: è scalza af- 
fatto. Belle sono le pieghe del mantello e naturali. 

Guardando in fine nella mezza lunetta sovrapposta 
al quadro si vede Gesù Cristo esanime deposto dalla 
Croce, e posato sull'orlo del sepolcro di marmo bian- 
co. Dai lombi in basso è coperto da un pannolino 
candidissimo. La Madre divina che gli sta dietro fa 
mostra di sorregerlo e di sostenerlo. E piena di do- 
lore. Porta una veste turchino oscuro , un manto 
giallognolo, ed un velo bianco intorno al capo. D'ap- 
presso a Gesù vedesi genuflessa a sinistra la bella 
di Magdalo trista, tristissima nella fisonomia, che gli 
solleva un braccio in atto d'imprimervi un caldissimo 
bacio. Sopra la veste gialla porta un largo manto 
rosso porpora. Queste tre figure formano un gruppo 
nel mezzo: nei cantoni poi della lunetta stansi ritti 
in piedi s. Giovanni, e s. Bonaventura. Il diletto di- 
scepolo ha indosso una tunica gialla con orlatura 
negra intorno al collo , e un manto rosso porpora. 
Non sai se sia attonito o addoloralo. Le vesti del 
santo Vescovo non possono essere più splendide. So- 
pra il pluviale turchino veggonsi minutissimi ricami 
d'oro, ed il razionale risplende per ricche gemme. 
Sopra la mitra bianca guarnita d'oro veggonsi altre 
gioje. Il pastorale è doralo, ed i guanti bianchi e 
ricamati. Anche sopra i pollici d'ambe le mani ven- 
gonsi infilati vari anelli di oro, alcuni de' quali con 



126 



L' A L B U M 



1 



pietre preziose. Quanluquc la lunetla sia un'acces- 
sorio al quadro principale, pure il Forlivese dipiu- 
lore ha lavorato con la slessa maestria e diligenza. 

Parcelle la cainmissione di questo dipinto venisse 
data al Mdozzo del cardinale Pietro Riario, come 
si leirgc nelle biografie dei XXIV uomini illustri 
Romagnoli pubblicate per cura del conte Antonio 
Hercolani, Forlì lHÒ^, dove si trovano molte notizie 
intorno alla vita di lui. 

Vari hanno parlato di questo rinomato artista e 
delle sue opere, e per ultimo il cavaliere Giovanni 
Rosini nella sua storia della pittura tomo III, che 
lo chiama Francesco , e lo dice morto nel li92 , 
mentre il nostro Melozzo si nomò. Marco, e secondo 
il millesimo da luì lascialo nella tavola di Matclica 
non era decesso in quell'anno, ma viveva ancora 
nel 1.501. 

Facciam voti che il professore Gaetano Giordani 
indefesso ed esatto raccoglitore di (]uanlo |)U() gio- 
vare alla illustrazione delle cose artistiche, e degli 
artisti d'Italia metta ogni cosa in chiaro, e purghi 
ancora l'equivoco del cognome confuso da non po- 
chi che parlarono di lui con Benozzo e con Mi- 
rozzo. 

Questa tavola che compresa la lunetta é alla me- 
tri quattro e centimetri sessantanovc , sopra metri 
due e centimetri novantaquattro, fa di s(^ bella mo- 
stra nell'altare della cappella di s. Caterina che è 
la prima a dritta di chi entra nel tempio di san 
Francesco dei Minori Osservanti in Matelica (1). 
Dobbiamo rallegrarci, che si conservi bene , cccel- 
tuata qualche scrostatura che niente toglie alle lanft 
bellezze che vi si ammirano. 

Conte Severino Servanzi-Coltio. 

(1) Altri superbi dipinti decorano questa chiesa e 
sono di Ercole Ramazzani da Roccaconlrada, ora Ar- 
cevia , di Simone De Magislris , e Gianfrancesco da 
Caldarola, di Eusebio da s. Giorgio di Perugia, e di 
Carlo Crivelli pittori del secolo X VI. Anche di que- 
sti voglio dare la descrizione. 



A VALENTE ORATORE 
SONETTO 

Descendit imber et nix de cacio et illuc 
Ultra non revertitur, sic erit verbum meum 

Isaia. 

Pioggia che .scende, a ravvivar la zolla, 
Neve che la riveste in bianco ammanto 
Non più rivede il ciel, ma in dolce incanto 
Il suol nudrisce, allegra, inebria immolla: 

Onde s'inchioman selve, alto rampolla 

L'erbetta e il fior, stillan cortecce il pianto. 



Il seme in seme s'innovella, oh (|unnt<) 
Biondeggia alma la sjiica e l'uom satolla. 

Tal è la mia parola: appena uscita 
Dal labbro gillerà salde radici; 
Che infruttifera a me nunqua è rcddila. 

Sparsa con zel sidereo facondo 
Vedrà le poma imporporar felici, 
A ciò mandala a trionfar del mondo. 

G. F. Rambrlh 



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CIFRA FK.LKATA PRECEDKNTE 



Se ad ognun il suo affanno 
Sì leggesse in fronte scritto 
Quanti che invidia fanno 
Ti farebbero pietà. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



piazza 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

di s. Carlo al Corso ». 433 



CAV. CIOVA.NNl DE-AN(,ELIS 

direttore-proprietario 



UisU'iiHizione 4 8. 



4 8 Giuì^no i8o9 



Anno WVI. 





LA GUARDIA IMPERIALE. 

L'Europa ha risuonato dei gran fatti della prima 
Guardia Imperiale. Creata il 20 Luglio 1804 ad Au- 
sterlitz, il suo prestigio accrebbe sempre. Si compo- 
neva nella sua origine, di Granatieri, Cacciatori, e 
velili a piedi e a Cavallo, di un reggimento di Dra- 
goni , di Veterani, di Mamelucchi, che erano stati 
presi dall' Egitto ; di un battaglione di marinari , 
di una legione di Gendarmeria Scelta, d'un reggi- 
mento di artiglieria , di distaccamenti del genio, e 



degli equipaggi di marina e del treno. Aveva quat- 
tro Colonnelli generali; il Maresciallo Davoust, prin- 
cipe di Eckmiihi, comandante li granatticri a piedi; 
il maresciallo Soult, duca di Dalmazia, comandante 
li Cacciatori a piedi; il Maresciallo Ccssiéres, duca 
d'Istria , comandante la Cavalleria , il Maresciallo 
Morlier, duca di Treviso, comandante l'artiglieria e 
la marina. 

A misura che l'Impero necessitava di accrescer 
t'orza, la guardia Imperiale si accrebbe; reclutò dei 
voltigiori, dei liragliori, di Allievi e di esploratori; 



13« 



L' A L B U M 



ammise i Cavalicgeri, Lancieri, Polacchi , i volon- 
tarj di Firenze e di Torino; gli Ussari della guardia 
del re Luigi. In principio era di 10,000 uomini e 
ne contava 108,000 nel 1814, quando, nell'immor- 
tale campagna di Francia, si espose per difendere 
l'invasione del territorio. 

Ristabilita con decreto del 1 Maggio 1854 ; la 
guardia Imperiale attuale ha due divisioni d'infan- 
teria, composte; la prima, di tre regimcnti di Gra- 
nallieri e di un reggimento di Zuavi; la seconda, 
di quattro reggimenti di vollegiori e di un batta- 
glione di cacciatori a piedi. 

La divisione di Cavalleria comjìrcnde due reggi- 
menti di Corazzieri, un reggimento di Dragoni, uno 
di Lancieri, uno di Cacciatori e uno di Guide. 

Dalla guardia dipendono ancora un reggimento 
di Gendarmeria a piedi , uno squadrone a cavallo, 
due reggimenti di artiglieria, uno a piedi uno a ca- 
vallo; due compagnie del genio, uno squadrone del 
treno e di equipaggio. 

II Comandante in capo della guardia è M. le 
corate Kcgnaud de Sain-Iean d'Angelv. 

Sono baslanlcmenle cognite le uniformi della Guar- 
dia Imperiale che non si distingue solo per la bella 
tenuta, la disciplina, e la precisione nelle manovre; 
essa ha provato avanti Sebastopoli che conserva la 
memoria dei suoi gloriosi antecessori, ed ora in Ita- 
lia ed in ispccial modo alla grandi; battaglia di Ma- 
genta, facendo di se bella mostra atlualmentc nella 
Capitale della Lombardia. 

La nostra incisione rappresenta un ufficiale di 
Cacciatori a piedi, un voltigiorc, un (iranattiere, un 
soldato del genio ed un cacciatore a piedi. — 



maraviglie: 
della meccamca v. fisica mlidlrna 

Umano ingegno oh come ad(!rgi l'ale 
Ove asconde natura ogni mistero, 
E ne traggi novello magistero 
Che li cinge dciraiiior triimfale ! 

Tu, domalo il vapor, ferrico sentiero 
Trascorre velocissimo 'I mortale. 
Porta elettrico til, siccome strale, 
Rapidissimamente ogni pensiero. 

Tu nell'oscura chiostra ove .si serra 
Il solar raggio dai fedel l'imago 
Di quanto vige iu mare, in cielo, in terra. 

Che difficile è all'uom ? saper profondo 
Di portenti reconditi presago 
Un punto chiede, e li solleva il mondo. 

G. F. RamMli. 



IL TEVERE E LE SUE INONDAZIONI. 

(CoHtinuazioiu V. pag. 120). 

Per quel costume religioso che cbber gli antichi 
di assegnare ad ogni fiume, ad ogni bosco, ad ogni 



monte ecc. , un Genio protettore , anche il Tevere 
ebbe il suo che chiamaron Dio Tiberino e che avea 
in Ostia, il suo Tempio (1). Fabio Pittore (2) scrisse 
che Roma Deum Tyòerinum suutn diciC esse, e Vir- 
gilio (3) ci descive questo Dio apparso in sogno ad 
Enea addormentato in riva al Tebro, i cui versi ri- 
corderemo colla bella traduzione del Caro: 

» Ed ecco Tiberino, il Dio del loco, 

» Veder gli parve, un che già vecchio al volto 

» Sembrava. Avea di pioppe ombra d'intorno; 

» Di sottil velo e trasparente in dosso 

» Ceruleo ammanto, e i crini è'I fronte avvolto 

» D'ombrosa canna ». 

A lui, destatosi, si rivolse Enea pregandolo che 
gli desse ricetto, e lo liberasse allin da tanti peri- 
gli (4). 

Tiique, Tihri, tuo genilor cum flitmine sancle 
Accipile Aenean, et Inndem arcete pertclis. 

E questo Dio invocò Orazio Coclite quando, (agliaio 
da' suoi il Ponte Sublicio sul ([uale solo avea rat- 
tenuti gli Etruschi , si giltó nel liume , con quelle 
parole riferite da Livio: (5) Tiberine pater te sancle 
predir , kuec arma et liunc militem propitio flumine 
accipias. 

I! Tevere è nel suo corso ordinariamente placido 
e tran(iuillo, onde disse Virgilio (0) lem fluii aijmine 
Tihris; ma se avviene che le piogge, le nevi lique- 
fatte si scarichino iu esso per mezzo de' suoi in- 
ffuenti, allora soverchiando le sponde, 

Sternit agros, sternit sala laeta, boumque labores 
Praecipitesque traliil silvas. (7) 

Delle inondazioni del Tevere anteriori alla fonda- 
zione di Roma, non possiamo dire altro se non che 
quelle due paludi che occupavano le valli fra 
l'Aventino, il Palalitio, ed il Capitolino, chiamale dai 
romani Velabrum major e minor, fossero formate da 
uno straripamento del fiume che nel ritirarsi la- 
sciasse ivi un deposito d'acque , aumentato sempre 
più dalle posteriori inondazioni che rendevano quei 
luoghi inabitabili — Paludcs plures eo passim Tibe- 
rina inundatio efjiciebat, quae hanc aream non satis 
idoneam habitationi reddebant. (8) — E Solino par- 
lando del Palatino , dice che fu una volta abitalo 
dagli Aborigeni, ma che dovettero abbamlonario, ri- 
tirandosi a Rieti . per l'incomodo della vicina pa- 
lude formata dalle alluvioni del Tevere — quam 
pntelcr flucns Tiberis feccrat. (9) — Lo stesso si ha 
da Plutarco, da Dionisio, e da Ovidio (10) in questi 
versi : 

Uic, ubi nunc fora sunl, undae tenitere paludes : 
Amne rededundatis fossa madtbat aquis. 

Ma lasciando di parlare di queste ed altre inonda- 
zioni di epoche incerte, la prima di cui parli la sto- 
ria si può dire che fos$e quella dell'anno in cui 



L' A L B U M 



139 



nacquero Romolo e Remo. Secondo Livio (11) al- 
lorché Amulio , che sedea sull'usurpato trono fra- 
torno , commandó che i due fanciulli venisero git- 
tali nel Tevere, avea questo fiume per avventura su- 
perate le sponde, oltre alle quali allagando , impe- 
diva che da alcuna parte si potesse accedere alla 
corrente del suo letto; per lo che quei cui era stata 
commessa l'esecuzione del regio comando, lasciarono 
a caso i fanciulli nell'acqua più vicina, in quel luogo 
ove fu poi il fico ruminale. Cosi Plutarco (12) narra 
che la persona di ciò incaricata, posti i bambini in 
un cesto, discese il fiume per annegarli, ma vistolo 
gonfio e rapido, non ardi appressarvisi, ed espostili 
sulla prossima riva se ne parli. Le acque, superate 
le sponde, sollevarono il cesto, e leggermente traspor- 
tandolo lo depositarono in un luogo umido e molle. 
Fallo confermalo da Dionisio, da Ovidio, e da Var- 
rone, (13) il quale dice che i fanciulli furono traspor- 
tati pel fiume sotto il fico ruminale in tempo di una 
escrescenza cagionata dalle piogge invernali - ab aqua 
hyberna Tiberis. - 

Si sa come Romulo campato da questo pericolo, 
restituito nel trono lo zio Numitore , fondasse nel 
luogo istesso ove era slato esposto la città cui 
die il suo nome. E come una inondazione gli avea 
salvata la vita, un altra gli conservò il regno. L'anno 
quinlo della fondazione della nuova città, nella bat- 
taglia combattuta nella valle fra il Capitolino ed il 
Palatino , tra i romani ed i Sabini guidati da Tito 
Tazio loro re, in seguito del tanto cognito ratto delle 
loro donne , i romani sbaragliati fuggiano verso il 
Palatino incalzati dai Sabini. Per caso, dice Plutar- 
co , (14) una artluvione del Tevere accaduta pochi 
giorni innanzi avea lasciato un alto e cieco depo- 
silo di creta limacciosa nella valle ove era il foro 
al suo tempo: Mezio Curzio capitano de' Sabini, v'in- 
ciampò inavvertentemente col suo cavallo, ed ebbe 
a gran fortuna trarsene fuori coU'ajuto de' suoi; dal 
che i romani , ripreso coraggio, rinfrancarono con 
loro vantaggio la pugna. 11 luogo da allora in poi 
ebbe il nome di Lactis Curtius. 

Dopo queste inondazioni delle quali n'è perve- 
nuta a noi la memoria per i fatti co' quali eran con- 
nesse, non se n'incontra altra nella storia fino all'anno 
di Roma 340, in cui dice Livio (15) che la inonda- 
zione del Tevere tolse per quell' anno il pericolo 
^ «iella guerra Vejente, avendo inondando le loro terre 
) con grande ruina delle abitazioni campestri — Ti- 
beris super ripas effusus agros maxima ruinis villa- 
rum vastavit. — Ancora però gli abitmti di Roma 
non a vean mai provati gli effetti di queste inondazioni, 
e la prima volta che il Tevere allagasse la città fu nel- 
l'anno 391 della sua fondazione, nel consolalo di Sul- 
pizio Polito e C. Licinio Stolone , ed in una con- 
giuntura ben dolorosa, essendo Roma afflitta da una 
crudelii>,ima pestilenza. Per piar are l'ira celeste fu- 
rono istituiti i giuochi scenici, cosa nuova per quel 
popolo bellicoso cui quelli soli del circo erano no- 
li. Ma i giuochi restarono impediti nel mezzo , 
perchè il Tevere traboccando allagò il Circo ; ciò 



che fu cagione di grandissimo spavento , quasi 
che gli Dei adirali dispregiassero i rimedi trovali 
per placare la loro ira — quia etiam cum medios 
foret ludos, Circus Tiberi superfuso irrigatus im- 
pedisset : id vero , velut adversis jam Diis aspernan- 
tibus placaminu trae, terrorcm ingentem fecit. — (16) 

L'allegrezza de' romani per la pace stabilita coi 
Cartaginesi, che pose termine alla prima guerra pu- 
nica, fu turbala da funesti accidenti. Imperciocché 
l'anno 512, essendo Consoli Q. Lutazio ed A. Man- 
lio, il Tevere aumentalo da insolite piogge, allagando 
oltre ogni credere sia pel tempo sia per la gran- 
dezza della inondazione, uguagliò al suolo tutti gli 
edifici di Roma ch'eran nel piano. Fabbriche di dif- 
ferenti qualità, soffrirono una stessa ruina ; giacché 
quelle che le acque tennero più lungo tempo inve- 
stile, indebolite nelle fondamenta caddero a poco a 
poco, quelle che si trovarono esposte all'impelo della 
corrente, furono precipitate all'istante. (17) Alla 
inondazione seguì un incendio che cousumò buona 
parte della città ed il tempio di Vesta. Cosi nel 
quinto anno della seconda guerra Cartaginese, essendo 
Consoli Q. Fabio Massimo la quarta volta e M. 
Claudio Marcello la terza, dice Livio (18) che cad- 
dero nevi e pioggie in gran copia , ed il Tevere 
inondò le campagne con grande ruina di edifici , 
danno di bestiame, e mortalità di uomini. 

Tra i prodigi che spaventarono i romani nell'an- 
no 550 sotto il consolato di M. Servilio Gemino e 
F. Claudio Nerone furonvi anche delle pioggie stra- 
ordinarie, per le quali talmente crebbe il Tevere , 
che inondato il Circo , i giuochi Apollinari furono 
preparati fuori la porta Collina al tempio di Venere 
Ericina. Ma nello stesso giorno dei giuochi, fattosi 
in un subito il cielo sereno, la pompa che già si era 
avviala alla porla Collina, fu richiamata e condotta 
nel Circo , annunciandosi essersi ie acque ritirate. 
Cosi celebrati i giuochi nel consueto luogo , si ag- 
giunse r allegrezza del popolo alla solennità dello 
spettacolo. (19) 

Nel Consolato di L. Cornelio Merula e Q. Minu- 
zio Termo, l'anno 560, a causa parimenti d'insolite 
pioggie, i luoghi piani di Roma furono inondati dal 
Tevere, e d'intorno alla porta Flumenlana ruinati 
alcuni edifici. (20) Per questo ed altri prodigi ri- 
feriti da Livio . fu commesso a Decemviri di con- 
sultare i Libri Sibillini, furono fatti i sacrifici no- 
vendiali, comandate pubbliche supplicazioni, e pur- 
gata la citt^. Ma con maggiore impelo tornò ad al- 
lagare l'anno seguente in cui eran Consoli L. Quin- 
zio e Gn. Domizio Enobardo , rovesciando i due 
Ponli che allora erano in essa, il Palatino e il Su- 
blicio, e molti edifici specialmente presso alla Porta 
Flumenlana. Un sasso di straordinaria grandezza di- 
staccatosi dal monte Capitolino , o per le pioggie , 
per qualche leggero moto della terra, cadde nel 
Vico fugarlo ed uccise molte persone. Nella cam- 
pagna , quasi per tutto allagata , fu menato via il 
bestiame dalla forza delle acque, abballute e guaste 
le abitazioni. (21) E pochi anni appresso, nel 563, 



L' A L B U M 



UO . 

M. Fulvio Nobiliore e Gii. Manlio Volsonc Consoli, 
il Campo Marzo ed i luoghi piani di Roma furono, 
al dire di Livio, inondati dodici volle dal Tevere — 
Tibcris diiodecies Carnpum Marliuum planoque urbis 
inundavit. — (22) . 

La perdila degli altri Libri della storia di 1. Li- 
vio, e dei primi di quella di Dione, ci privano delle 
notizie di altre inondazioni lino all'anno 700 di Roma, 
in cui essendo Consoli L. Domizio Knobardo ad Appio 
Claudio Fulcro, nana Dione (23) che il Tevere sia 
per le immense pioggie , sia pel vento che ne im- 
pedisse lo sbocco nel mare, sia per qualche divina 
disposizione, straripò cosi airimpro\iso, che non solo 
allagò tutti i luogi piani di Roma, ma giusero le acque 
anche ai luoghi più eminenti. Quindi le fabbriche 
di materiali laterizi, bagnate dalle acque, ruinarono, 
lutti gli animali restarono sommersi, e degli uomini 
quei che non si posero in salvo nelle allure, peri- 
rono parte nelle case, parie sorpresi nelle pubbliche 
strade. Gli altri edifici ancora, iudebolili dalla lorza 
dell'inondazione, che durò molli giorni, e caduti, al- 
tri subilo, altri coll'andar del tempo, recaron grave 
danno agli abitanti. 1 romani allorriti da questi mali, 
e credendo gli Dei adirali contro di loro por essere 
stato restituito nel trono Tolomeo re di Lgilto, per 
timore di mali maggiori, si davan briga perchè Ga- 
binio fosse condannalo nel capo, (|uanlunque assente 
sperando essere alUilli da mali minori quanto prima 
fosse stalo punito. (24). 

11 settimo consolalo di Cesare Ottaviano col terzo 
di M. Agrippa, che coincide nell'anno 727 di Roma, se- 
gna la data del cambiamento del governo da repubbli- 
cano in monarchico. Il giorno 17 (ieniiaro di quel- 
l'anno fu dal Senato solicnemcnte conferito ad Ot- 
taviano il nome di Augusto, ed in quella slessa notte 
il Tevere allagò in modo tulle le contrade piane di 
Roma che la città divenne na\igabile. Questo av- 
venimento che per lo addietro era stato sempre re- 
putalo di funesto presagio, fu questa volta accolto 
come augurio di un felice avvenire , e gl'indovini 
predissero ad Augusto che avrebbe avuta in sue mani 
rinlicra città e si sarebbe elevalo ad una gloria in- 
linita (25). Nell'anno 7)32, in cui eran Consoli M. 
Claudio Marcello Eferuino e L. Arunzio , tornò il 
Tevere ad inondare la città in modo che potea an- 
darsi per essa con barche. Si aggiunse una micidiale 
pestilenza per tutta Italia che non lascio persone per 
coltivare la campagne. 1 romani stimando non per 
altra cagione essere alUitti da questi mali, se non per- 
chè Augusto non era insignito anche in quest'anno 
della potestà consolare, vollero crearlo pitlatorc, e 
costrinse il Senato, rinchiuso nella Curia, a decre- 
tarlo , minacciando, se noi facessero, di mettervi 
fuoco. La molliludinc munita de' ventiquattro fasci 
corre all'Imperatore scongiurandolo a lasciarsi creare 
Dittalore e Prefetto dell'annona. Augusto di mala- 
voglia accettò la sopraintcndenza dell'annona, ma ri- 
cusò fermamente la dittatura , volendo schivare al 
dir di Dione, la odiosità del nome egli che avea onore 
e podestà maggiore della dittatoria (26). 



Questa è forse la inondazione nominala da Orazio 
nella Ode 2." del Libro I, in cui dice che fu visto 
il Tevere, tornare violenlemcnte indietro dal lillo- 
rale Etrusco, e rovesciare la regia di Numa ed il 
tempio di Vesta : 

Vidimus ftavuin Tiberim, retorlis 
Licore Etrusco violenles iindis, 
Ire dejectum monumenta regis, 
Templaque Veslae. 

Augusto, reduce dà suoi viaggi e dalle sue spe- 
dizioni nelle Gallio, nello Spagne, e nella Germania, 
tornò in Koma sotto il consolato di Tiberio Claudio 
Nerone e P. Quintilio Varrò l'anno IM. Si seppe 
la notizia del suo ritorno in (|uelli stessi giorni in 
cui Cornelio Halbo dava pubblici spettacoli per la 
dedica del suo teatro. Halbo si recò a grande onore 
che anche Augusto potesse esservi presente, quan- 
lun(|ue le ac(|ue del Tevere allagando la città, non 
permeltessero di entrare nel teatro se non in bar- 
ca (27). Ma tremenda fu l'inondazione che segui re- 
gnando ancora Augusto nell'anno 7r)S di Roma, 5, 
dell'era cristiana, essendo consoli Gn. Cornelio Cinna 
Magno e L. Valerio Messala Voluso. Imperciocché 
immezzo ad orrendi lerreinoli il Tevere traboccò 
con tale impeto che rovesciò il Ponte Sublicio e 
tenne la città allagala per sotte e piii giorni , con || 
srande strage di uomini e ruiiia di edifici (2H). Oscu- 'I 
rossi il sole, e sopravvenne una carestia che durò 
anche l'anno seguente. 

Succeduto Tiberio ad Angusto , nel 708 di Ro- 
ma Lì dell'era volgare, sotto il consolalo di Nerone 
Claudio Druso Cesare e C. N'orbano Fiacco, il Te- 
vere per le continue pioggie allagò il piano della 
citlà la quale divenne in molle parti navigabile. Nel 
ritirarsi fé grande strage di uomini e di edifici. Que- 
st'avvenimento fu reputato a prodi;:io, siccome gli 
altri che avvennero in quell'anno, jior lo olio Asi- 
nio Gallo consigliò si consultassero i Libri Sibillini. 
Non volle Tiberio, |)er tenere, dire Tacito, gli uo- 
mini al bujo delle divine cose come delle umane. 
Ma slimando ciò accadere per so\ rabbondan/a di 
acque, deputò secondo Tacito a reprimere rimpclo 
del fiume Atojo Capitone e L. Arunzio; e secondo 
Dione comandò che in ogni annosi cavassero a sorte 
cinque Senatori, i qnali^avesser cura che il Tevere 
nella state non mancasse di acque, ludl'inverno non 
ne avesse di troppo, ma corros;^, più che fosse pos- 
sibile, sempre con egual corso (29). Qua! fosse il ri- 
sultato di questa depurazione lo vedremo in appresso. 



(Continua) 



Doti. Michele Carcani. 



(l) In una iscrizione esistente nel Museo Vaticano, 
corridore delle lapidi, quasi rimpetto alla porta mi- 
nore della biblioteca , si legge di un P. Lucilio Ga- 
mala che fra le altre cose, cellara patri liberino re- 
stituii. 



L' A L B U M 



141 



(2) De aureo saeculo Lib. I, 
(A) Aeneid. Lib. Vili v. 31. 
(^) Virg. loc. cit. v. 72. 

(5) Histor. Lib. Il C. 10. 

(6) Aeneid. Lib. II v. 782. 

(7) Virg. detto Lib. v. 305. 

(8) Fab. Pictor. de aureo saeculo Lib. I. 

(9) Soìin. Pohjhistor Cap. I. 

(10) pintore, in Romulo — Dionys. Aniiquit. rom. 
Lib. I Cap. 'lO. — Ovid. Fast. Lib. VI v. 401. 

(11) Histor. Lib. I Cap. 4. 

(12) in Romulo. 

(13) Dionys. Lib. I - Ooid, Fast. Lic. II. v. 390- 
Yarr. De Lingua lat. Lib. IV. 

(14) in Romulo. 

(15) Histor. Lib. IV C 49. 

(16) Liv. histor. Lib. VII C. 3. 

(17) Orosii historiar. Lib. IV Cup. \I- Sebbene Oro- 
sio riferisca questa inondazione all'anno 507, pure il 
Consolato di Lulazio ed A. Manlio cadde , secondo i 
fasti Capitolini, l'anno 512. 

(18) Histor. Lib. XXIV Cap. 9. 

(19) Liv. Hist. lib. XXX e. 38. 

(20) Lir. Hist. lib. XXXIV C. 9. 

(21) Lib. d. Lib. C. 21. 

(22) Idem lib. XXXVIII C. 28. 

(23) Dionis Cassii historiae Romanae Lib. XXXIX. 

(24) Gabinio questa volta fu difeso da Cicerone, il 
quale prime era stato uno de' suoi più acerrimi ac- 
cusatore. Ma né V eloquenza del difensore , né il po- 
tere di Pompeo valsero ad impedire che fosse condan- 
nato all'esilio. 

(25) Dion. hist. rom. Lib. LUI. 

(26) Dion. hist. rom. Lib. LIV. 

(27) Dion. d. Lib. 

(26) Dion. hist. rom. Lib. LV. — Magni Aurelii 
Cassiodori Chronico — Secondo Cassiodoro la inon- 
dazione durò otto giorni. 

(29) Dion. hist. rom. Lib. LVIl - Corn. Tacit. An- 
noi. Lib. I. 




CORONA DI ftRRO 



Nell'anno 327, Sant'Elena, madre dell'Imperatore 
Costantino avendo rinvenuta sul monte Calvario, non 



solo la Croce, ma ancora i santi chiodi, coi quali fu 
crocifisso N. S. Gesù Cristo , di due di essi formò 
un diadema ed un frcnoj e mandò si l'uno che l'al- 
tro in dono a suo figlio. 

Il chiodo che avea servito pel freno fu poscia do- 
nato da Sant'Ambrogio al Duomo di Milano, ove 
tuttora si .conserva. — Il diadema passò da Costan- 
tino a San Gregorio Papa, che nel 593 ne fé pre- 
sente alla piissima Regina de' Longobardi, Teodolinda 
ma dispose che con esso fossero incoronati i Re Lon- 
gobardi nella solenne loro assunzione al trono; e che 
intanto lo serbasse la Basilica di San Giovanni Bat- 
tista in Monza, ove si conserva di presente. 

Questo diadema, chiamato Corona ferrea, è tutto 
di oro purissimo rivestito di smalti, e di gemme ric- 
camente ornato. 

La sua altezza è di centimetri 5 e millimetri 3; 
la sua larghezza interna cioè il suo diametro, e di 
centimetri 15. Nell'interna parte gira un anello di 
ferro, ch'è il santo chiodo, grosso un millimetro e 
largo un centimetro. Dalla superficie sorgono in ri- 
lievo alcuni aurei fregi a foggia di rose, in numero 
di quattro per ciascun campo smaltalo, e nel mezzo 
una gemma ovale vi è incastonata. Questi campi qua- 
drali, tutti egualmente smaltati ed ornati, sono in 
numero di sei,- e vengono divisi in altrettanti campi 
bislunghi, i quali sopra un fondo d'oro portano tre 
gemme disposte in fila l'una sull'altra (V. l'annesso 
disegno). F. S. 

EPIGRAFIA 

Ad templi fores 

Ioanni . Karolo . Gentilio 

Episcopo 

Munus . Extremum 

Ordo . Canonicorum 

Ante molem funebra sub pietà immagine 

Ave . Pontifex . Patriae . N . Decus 
Lux . Fulgeat . Aeterna 
Tui . Quondam . Hoc . In . Tempio . Sodales 
Enise . Adprecamur 
Circa molem funeb. 

1. 

Ioannes . Karolus . Gentilius 

Domo . Seplempeda 

Inter . Alumnos . Patrii . Seminarli 

Clericis . RR . S . Pauli . Moderantibus 

In . Studiis : Apprime . Eluxit 

Totusq . Fuit 

In . Latino . ediscendo . Sermone 

De . Quo . Perilissiraus 

2 

Episcopatus . Esordio . lac . Ranghiascius 

luvenis . Perspicaciani . Naclus 

Ecclesiac . N . Canonicum 

Suumq . Secretarium . Adlegit 

Quo . In Munere . Ad . Obitum . Usque 

Consilio . Et . Opere . Adjuvit 



142 



L" A L B U M 



Eo mandante . Synodum . Exaravit 

Historiam . Edidit . De . Ecclesia . Septenp. 

Quam . Plura . Nitide . Prosa . Et . Metro 

In . Eruditorum . Coilegia 

Per . Italiani 

Merito . Adscriptus 



Ranghiascio . Pererapto 

Phil . Xav . De . Comit . Grimaldi . Succesor 

Eadem . E\timalionc 

Geiitilium Prosequutus 

Habuit . Addictissimum 



Interim . Gregorius . XVI . P . M. 

Virum . Scientia 

Ac . Re . Lilteraria 

Domi . Forisq . Conspicuum 

Ad . Ripanam . Cathedram . Episcopalem 

Evcxil 



Excepcrunt . Lacti . Cuprcnses 

Egenis . Effusa . Liberalilate . Opera . Tulit 

Religionis . Cultum . Adauxit 

Tempium . Thcresianum . Pcriicicndum 

Novura . Aedificandum . Curavit 

Accademiam . In . Seminario 

Slatis . Legibui . Aperuil 



PII . IX . P . M . 

Obsequcns . Volunlati 

Ripanis . Aegre . Fcrcntibus 

Nequidquam . Precantibus 

Mutala . Sede 

Pisaurensem . Adiil . Gubernandam 



Orphanotrophium . Inslituil 

Saluberrimis . Regulis . Cler. . Educationi . Consuluit 

Iterato . Lustravil . Dioeceseos 

Ubique . Linquens 

Boni . Solertisq . Pastoris . Exempla 

Pisauri . A . Ferd. II . Neap . Et . Sicii . Rege 

Aequestri . Francis . Ord . Torque . Donatus 



10 



Ad . Annos . IV . Vitam . Agens . Morti . Proxiraara 

X . Kal . Mai . MDCCLIX 

Ael . S . A . LXIV 

Peaereplus . Est 

Heu . Nimis . Cito 

Ecclesiae. Bono. Suorum.Civiumq . Desiderio . Ac . Volis 

C. Anastasius Tacchi F. 



Inter . Animi 
Ob . Diflìcillimas . Tcmporum 
Gravi . Morbo . Gorreptus . Viribusq 
Episcopalum . Resignavil 
Palriam . Rcpetiit 



Augustias 

Vicissifudines 



Destitatus 



IACOPO E ADELE 
RACCONTO (*) 

XIII. 

La Scoperta di un Segreto. 

Per quantunque fossero decorsi due buoni mesi 
dalla morte del nostro Roberto, Adele di lui tene- 
rissima, non sapea dar tricgua al dolore. Anzi, se 
ho a narrare come trovo scritto , quanto maggior- 
mente scorreva il tempo, tanto meglio il dolor rin- 
crudiva ; si che oggimai non sapcvasi onde trarre 
argomento a darle sollievo. Le alTetluose carezze della 
madre e della sorelluccia , le parole confortevoli 
de' fratellini innocenti , degli amici le persuasioni, 
non le giovavano nulla, affatto nulla. Che più ? Le 
care stesse amorevoli , cui Iacopo prodigavale in- 
torno, valevano Jien poca cosa; si che questi lagna- 
vasene passionatamente con Elvira, e meravigliavasi 
come l'Adele, giovinetta di molto spirito e di non 
inferiore virtù, non sapesse rendersi supcriore alia 
gravezza dell' infortunio Di che Elvira prendevasi 
tanta pena, che pur manifestandola a Iacopo ed apren- 
dogli il cuore, appcllavalo col dolce nóme di figlii) 
mio; la quale maniera di esprimersi se riuscissegli 
cara, ditelo voi, giovani amanti che mi leggete. 

E dissi pensatamente giovani amanti; essendoché 
da' vecchi, i quali per avventura leggeranno il mio 
Racconto , non potrei saperne cosa che valga ; se 
pur non gittano, i men discreti, il foglio disdegno- 
bamcnte da sé, gridando — Son egli cose da venirci 
a raccontare codeste? baie, folleggiamenti, delirii 
di gioventù — E ne hanno ben donde codesti signori 
parrucconi: che a sessant'anni volete voi raccordino 
quello che fecero e dissero di diciotto e di venti .' 

Ma rimettiamoci in sentiero — Iacopo, del proposito 
suo tenacissimo, non istancossi dal pur tentare ogni 
via di richiamare l'amante sua a più sano consiglio, 
memore che con la costanza ogni opposizione si vince 

.... Rovere annosa («' solca dire) 
Cede a' colpi di frequente scure. 

.... a luugc andare 
Il gocciolar de l'acqua i sassi scalpo. 

Se nonché una mattina riuscitogli indarno l'uffi- 
zio di consolatore , tutto in apparenza sdegnato , 
volge le spalle ad Adele, e, senza dirle verbo sen 



L A L B U M 



143 



va con Dio, lasciandola tra sorpresa e meravigliata 
non so qual più. 

La giovinetta rimase scossa niirabilmenle da quella 
scappata. Né vedendo al pomeriggio il suo Iacopo, 
diessi a rinetlere in che avesse potuto dispiacergli. 
Cosi il pensiero in prima sempre fisso nel padre , 
cominciò divagare sovr'altro obbielto. Ripensò alla 
crudezza inverso di lui usata, e n'ebbe pena. Tut- 
tavolla non le parve essere colpa codesta da farlene 
perdere l'affetto : che alla line ella piangeva il pa- 
dre: è egli delitto amarlo in sin oltre la tomba ?... 
Ma trascorso intiero il di appresso senza vederlo , 
la donzella è assalita da un rancore, da una pena, 
da una smania da non si poter riferire ; va come 
smemorata per le stanze; s'affaccia quando ad uno, 
qnando ad altro balcone; parie vederlo da lunge e 
si rallegra; conosce ingannarsi e si rattrista; ritrag- 
gesi in camera e piange; si chiude in cappella per 
pregare; ma che ? il pensiero vola a Iacopo; la fan- 
tasia le aggrandisce a tanti doppii la propria mise- 
ria... Ah, povera mia fanciulla, mi désti veramente 
pietà ! ma calmati, mia dolce Adele, calmati. IS'on 
è tiranno, quanto supponi, il tuo Iacopo; egli pensa 
a te, parla di te, arde di le; e se tiensi da te lon- 
tano, egli è ;}er tuo bene. 

Donna Elvira, .nccorlasi oggimai dell'affettuosa in- 
clinazione de' giovani; di che era ben paga per le ot- 
time qualità onde segnala vasi il figliuolo del sig. Eve- 
rardo, slava alquanto impensierita della prolungala 
assenza di lui. Ignorando 1' accaduto — Donde av- 
viene , dicea Ira sé , che da due di non ho nuove 
di Iacopo ! Che sia infermo ? — Ne sarei stata av- 
vertita , almanco dal Solitario — Che abbia avuto 
qualche negozio di famiglia ? — Non lo avrei igno- 
rato, che egli non mi nasconde nulla; tanto è schietto 
ed ingenuo — Mio Dio, che sarà dunque ?... Intri- 
stita ne domanda destramente a' figliuoli; ed essi nar- 
ranle ciò che abbiam detto, dond'elia tranquillossi 
ed ebbe tra mano il capo del bandolo. 

Vi avrà per avventura qualche lettore sperto, mollo 
a dentro nelle cose di questo mondo , che si sarà 
scandolezzalo del contegno di Elvira, la quale sem- 
bra amante di Iacopo almen quanto la figlia — Lungi 
da voi tal sospetto, lettor mio, che Elvira, donna 
di -alto sentire e di onoralissimi costumi, amava quel 
giovine (secondo che vi accennava) per le eccellenti 
qualità dell'animo suo; amavalo per la cristiana sua 
pietà , pel caudor de' costumi , per la svegliatezza 
dell' ingegno ; ed era pur naturale che fondandovi 
.sue speranze per l'avvenire della figliuola carissima , 
lo guardasse, quasi madre, amorevolmente. Ed oh 
se tutte le madri le somigliassero ! Non si vedreb- 
bono , od almeno non si sarebbon vedute tante di 
cosi fatte infelici amare, per tutt'allro fine, e vez- 
zeggiare e ardere per gli amanti delle figliuole più 
che non ardano queste medesime . . . Ma vienci in- 
nanzi r Adele . . . rispettiamo quesl' angelo d' in- 
nocenza. Non fia mai che ne offendiamo le caste orec- 
chie col racconto delle infamie umane . . . 

Elvira adunque richiede la figlia dello allontana- 



mento di Iacopo : e questa che della madre al co- 
spetto simulava indifferenza, tutta sorpresa della do- 
manda, allibisce, mormora qualche parola, e scoppia 
in un dirotto pianto. La madre senza perdere la pro- 
pria tranquillità le fa cuore 

E di quel pianto ragion dimanda. 

Adele raccontale ciò cui la madre già sapeva; e per 
coonestare in qualche maniera quell'improvviso scop- 
pio di pianto , e nascondere alla genitrice la pas- 
sione per Iacopo dice , dolerle insino all' animo di 
aver disgustato colla sua non curanza quel giovine, 
alla cui famiglia essi eran tanto obbligati (!) — Che 
cosa ne direbbe, se '1 sapesse il sig. Everardo ! — 
La madre fingendo di ammettere sue scuse , l'assi- 
cura che Iacopo non tarderà gran fatto a tornare : 
st''sse pur di buon animo. Di che rasserenossi il bel 
sembiante di Adele 

« . . . . siccome 
Raggio di sole che, rotta la nera 
Nube, nel fior che già parea morisse 
Desta il riso e l'amor di primavera. » 

Ed oh se Iacopo vi fosse stato presente ! 

Il quale non vedendo 1' ora di ritornare presso 
l'amante sua, era pentito di aver tentato una pruova 
che costava tanto al suo cuore. Se non che quinci 
a non guari giungegli un messo da Elvira speditogli 
invitandolo andasse tosto da lei, ove impedito non 
fosse. Figuratevi, lettor mio dolce, se Iacopo se 'I 
facesse dire due volte. Quasi avess' ali a' piedi , è 
già presso Elvira. Duolmi non potervi ridire quali 
fossero i lor discorsi, che le mie memorie non ne 
fan cenno: si dice solamente che ella seppe trarre ' 
di pelio a Iacopo il gran segreto dell'amor suo per 
la figliuola: amore però (ripigliò egli) non manife- 
statole né a voce , nò in iscritto — ma pur com- 
preso (soggiugne acutamente il mio A.) da cui n'era 
['obbielto. 

Adele avea saputo della venuta di Iacopo; ma per 
non so quale incidente non avealo veduto. Sapendo 
trovarsi a colloquio nel gabinetto della madre, era 
in grave agitazione; volea introdurvi con mendicale 
scuse la sorella Eloisa per iscovrir paese , ma non 
lo osò. Tra non guari è chiamala dalla madre . . . 
oh dio ! — procura di comporsi a disinvoltura; ma 
come ? poteva ella nascondere l'agitazion sua al co- 
spetto di quelle due persone? 

Per buona ventura si annunzia 1' arrivo di due 
stranii che cercavano della signora di casa. Elvira 
comanda sieno introdotti. Iacopo si lincenzia da lei, 
e come confidente, passa alla sala de' figlinoli, e s'in- 
contra colla desideralissima Amante. 

— Adele! 

— Iacopo ! 

Einni. Clarini. 

(*) r. Album p. 12.5. 



144 



L" A L B U M 



Ad Eloisa Bifjioli 

Giovane pittrice valentissima 

Che maestrevolmente ritrasse 

La Zingarella di Correggio 

Giuseppe Capretti Moncarottese 

Che a gentil dono la riceveva 

Per segno pubblico di grato animo 

voleva intitolate 

le seguenti 

Terzine 



Ogni grato sentir fora in me spento 
Ove à lode del tuo nobile dono 

A te cortese non movessi accento. 
Ben e ver, che di tua fama già il suono 

Volando in ogni parte odono quei 

Del bel Paese, e quc' ch'ollr'Alpc sono, 
Ma dir mille Gate qual tu sei. 

Valentissima, già non fia clic basti, 

E ancor llan paghi i grati sensi mici 
Felice il suolo cui primier mirasti ! 

Felice il secol, che di te si onora ! 

(Jh del tuo Gcnilor più belli i fasti ! 
Ben di pensicr sublimi si avvalora 

La giovane tua mente, ed il tuo core 

E più di ([uclla valoroso ancora. 
Che pur all'arte tua cercando onore 

Studi le antiche tele: ed il più bello 

Eleggendo di nobile pittore, 
Qual un' ape gentil da questo e quello 

Fior ba traendo succo dilicalo. 

Si sublima il mecsiro tuo pennello. 
E li fu certo gran virtutc a lato 

Quando la vaga tela ritraesti 

Del Pitlor cui Correggio nome ha dato. 
() tu famoso «piriio scendesti 

A pingcr nella sua luu bulla Idea, 

E in cor pietosi sensi le piovesti 
Religione a destra li scdea, 

Nobil pittrice, ed essa la natura 

Sue più gentili forme ti porgea 
In vista di amorosa e tutta pura 

Siede di Dio la Madre, e al pargoletto 

Che le posa al ginocchio intende e ha cura. 
Quegli le adagia il biondo capo al |)etto 

E dormendo par dica a chi lo mira — 

— Non mi turbi niun si dolce letto — 
Mentre clic la sua madre ansia rimira 

Se il ciglio apra, a sfogar in baci e amplessi 

Quel senso che soave la martira. — 
Son questi i grati sensi che io già lessi 

Nei tuo dipinto in guisa che l'autore 

Non ve li fa forse in miglior modo espressi. 
Tanto il pennello tuo mostra valore ! 

Così i misteri altissimi rivela 

Religione al nobile tuo core ! 
La sacra Idea, cui la mente cela 

E la mano li regge, o Eloisa, 

Bene aperto si par dalla tua tela. 



Pure a mirarla l'occhio si ravvisa 
In umane sembranze Esser divino, 
Che con l'alte bellezze imparadisa ! 

O segui valorosa il tuo cammino. 
Che forse un di potrai sederti presso 
Al pitlor di Correggio e a (juel d'Urbino. 

In le è virtù, che vince il gentil sesso, 
A prò di Patria e Ueligion l'adopra: 
E tale il volto ch'io li voglio espresso. 

Patria, Religion chieggou tal'opra ! 

di Carisio Ciavarini 
Maestro di Belle Lettere in Monte Carotio. 



CIFRA FIGURATA 




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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

L'annuale ricorrenza di S. Fermina in Civitavecchia 
attesa la ferrovia, vi si é recalo un forte concorso 
di romani per assistere ai divertimenti marittimi. 



TIPOGRAFIA UliLLE BELLF, ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso ». 433 



CAV. GIOVAN.M DE-ANGELI^ 

direttore-proprietario 



Disd'itMizione f 9 . 



2 5 Giuono 18 li 9 



Anno XXVI. 




.**- 




FRANCESCO GINANNI. 



FRANCESCO GINANNl. 



lUEMOniA 



In Ravenna nac<[U(! il Conte Cav. Francesco Gi- 
nanni nel di 13 Deccmbre dell'anno 1716 dal Conte 
Marc'Antonio Ginahni Patrizio Ravennate e Romano, 
e da Alessandra Gottifredi Dama Romana. Divenuto 
grandicello fu dal padre fatto istruire nelle prime 
scuole. Aveva egli sortito una inclinazione naturale 
agli studii, che lo portava sino da que' primi anni 
ad amar la solitudine per darsi ad essi più agevol- 
mente. Le Accademie degli Informi, che spesso udiva 



in casa, e quelle de' Concordi, alle quali era con- 
dotto nel Monastero di Classe, dove si facevan sem- 
pre , gli recavano stimolo maggiore , onde ognora 
più si sentiva tratto all' applicazione. — in questo 
tempo il Marchese Vincenzo Piazza maestro di ca- 
mera del Duca Antonio Farnese di Parma, e lette- 
rato di nome scrisse a Ravenna per fare acquisto 
di qualche giovanetto cavaliere alla Corte di quel 
Principe. Ne fu parlato al Conte Marc'Antonio che 
la Corte addattata forse per lui, ch'era primogenito 
della sua casa. Partì per tanto nel di 20 Maggio 
del 1730 condotto da persona molto savia ed amo- 
revole di casa sua, e giunto in Parma fu con molta 



146 



L' A L B U M 



benignità e clemenza accolto da quo' Sovrani nella 
loro paggcria. Ivi trovò per verità le ore destinale 
allo studio delle lettere, ch'era appunto quello, che 
amava più d'ogni altro, ma le occupazioni della Corte 
per vari incidenti che non di rado accadevano, sce- 
mandogli le ot'c dello studio facevan si ch'egli non 
approlitlassc a seconda del suo desiderio , onde se 
ne lagnava cogli amici, e procurava poi di rubare 
il tempo al sonno portandosi con avidità a divorare 
tutti i liiiri, che gli cadevano fra le mani, ila quel 
tenore di vita gli fece sentire in qualche modo la 
grandezza del sacrificio, e gli fece provare non poco 
pregiudizio nella salute. 

L'Abbale Giuseppe Plagiali persona di molto me- 
rito che fu mandato coli' Abbate Alberoni poscia 
Cardinale ad acconijiagnare in Ispagna la Regina Eli- 
sabetta Farnese , perche dai Principi era destinato 
Governatore de' l'aggi, rion mancava di usare ogni 
sollecitudine per la loro buona condotta, e pe' loro 
avvanzamenli. Conoscendo pero nel Conte Francesco 
un amore particolare alle lettere diègli per Maestro 
di lingua latina, e di rellorica I). Simone Giova- 
nardi uomo espertissimo che prese ad amniacslrarlo 
con diligenza ed allcnzione. Alle premure d(d suo 
precettore egli perfettamente corrispose, sicché fra 
non molto lo slesso Giovanardi credette opportuno 
di farlo talora instruire n(;lla poesia dal celebre Ab. 
Carlo Frugoni Poeta della Corte, Non lasciò tutta- 
via d'apprendere le arti cavalleresche , come pro- 
jirie dei suo stalo, e vi attese con impegno; e tutti 
gli sforzi fece per superare quella non mollai na- 
turai disposizione che aveva per esse, in modo che 
giunse a farvi notabile profitto. — Venuto il (ine. 
dell'anno 1731 s' infermò il Duca Antonio, e morissi. 
Allora fu che restalo appresso alla Duchessa Enri- 
chetta d'Este moglie del defunto ebbe luogo di spe- 
rare d'avere maggior tempo per le sue applicazioni. 
Ouella Principessa infalli meritevole d' ogni lode 
non credette indegno di lei 1' incoraggirlo dandogli 
tutta la libertà, e concedendogli che anche delle puh- 
l>liche scuole si valesse; oisd'è che compilo lo studio 
della rettorica il P. Iacopo Belgrado della Com- 
pagnia di Gesù lo prese ad ammaestrare ne' prin- 
oipii delle Matematiche, <le!le quali invaghi per tal 
modo, che certo non gli bisognò mai io stimolo dei 
Maestri che poi varii n'ebbe in avvenire perchò ad 
esse intendesse; anzi talmente n'era desideroso, che 
non so se ninno ne fosse mai tanto per qualunque 
sollecitudine e consiglio. Morto il Giovanardi non 
lasciava per altro di applicarsi alle belle lettere , 
e talora gliene dava direzione il Marchese Uber- 
tino Laudi, che tanto ne sapea, e molto lo amava. 
Talché andato poi con la Principessa medesima nel 
1732 ad abitare in Piacenza , egli lo indirizzò al 
P. Ab. Chiappini Canonico Lateranensc , uomo di 
vasta dottrina e di aurei costumi il quale secon- 
dando il suo genio dettogli la Filosofia morale, l'Ot- 
tica, e veder gli fece varie pratiche di Matematica, 
e gustare l'Architettura civile, ed altre cognizioni 
delle quali egli era fornito. In quel tempo pigliò co- 



noscenza del valoroso giovane Sig. Alessandro Gra- 
zioli , e questo servigli per sempre più esercitarsi 
neir arte poetica. Ma valendosi del comodo conce- 
dutogli da quella Principessa non lasciò di usare 
alle pubblich(; scuole della Filosofia sotto il magistero 
del P. Giustiniani Gesuita: nella (jualc facoltà dopo 
tre anni sostenne pubblica Conclusione nella chiesa 
di S. Lorenzo de' PP. Agostiniani dcdicantlola alla 
stessa Serenissinia Enrichella d' liste Farnese , Si 
fatta dedica da lui composta fu impressa in Pia- 
cenza con le Tesi medesime in quell' anno 1737. 
Straordinario fu l'applauso , che gli fruttò si fatto 
esperimento; che gli valse di stimolo d'incoraggia- 
mento ad accrescere vieppiù le sue cognizioni. Non la- 
sciò tampoco di apprendere la lingua Francese, ben 
conoscendo che i libri di tale idioma poteano por- 
targli vantaggio , e quella apparò dal sig. Giu- 
seppe Ilrcffer, il quale avendo acquistale le scienze 
in Olanda sapea mollo bene la Filosofia, e nella le- 
zione di lai sorte di libri francesi lo esercitava , e 
in un vivo carteggio di lettere. Ma a questa non 
solo egli applicossi, ma alla lingua greca singolar- 
mente: ben sapendo che col beneficio di essa dalla 
Grecia al Lazio eran derivate le Scienze tulle e 
l'Arti, non tralasciò mezzo alcuno per acquistarla. 
Sulla metà dell'anno 1739 gli convenne lasciar la 
Corte, e tornare alla patria, dove fu chiamato dai 
suoi parenti. Passò per Jlodcna, e in ([uella Corte 
alcuni giorni si trattenne, ed ebbe conoscenza del- 
immorlalc Prevosto Lodovico Muratori , che ve- 
dendo in lui uno staordiuario piacere allo studio, lo 
consigliò più volle ili legger molto, e di molto no- 
tare, ciò ch'egli fece, per guisa che trovossi scritti 
molti zibaldoni. Giunto a Ravenna fu ammesso al- 
l' Accademia degli Informi , e poscia il P. Ab. 
Amigoni Monaco Camandolese , e rinomato Poeta 
volle ascriverlo a c|nella degli Icneutici di Forli, 
per cui dovelle continuare lo studio della Poesia, 
che gli serviva di sollievo nell' ore disoccupate 
da' più gravi studi ; e tante poesie avea fatte e ne 
fece che in due libretti le trascrisse con in fronte 
il nome di Fiiimlo Alete Pastor Arcade di Trebbia, 
nella cui Accademia fu aniioverato ([ualche anno pri- 
ma che si partisse dalla Corte. Alle matematiche in 
particolare si applicò, e tulle quanie sono le rivide 
assistilo dal Dollor Giuseppe Enea Garaltoni, il quale 
con profondo studio avealc a[)prese in Bologna. Scrisse 
una Geometria in Dialoghi , e procurò di renderla 
per modo facile, che intendere si potesse da ognuno 
e ricavarne diletto ed utile; e questa fu anche per 
vari anni dettala pubblicamente in Pesaro. Non la- 
sciò di far uso delle medesime , e si occupò nelle 
liraliche loro facendo lenti, e cannocchiali , globi, 
sfere, barometri, e termometri e cose altre mecca- 
niche, fra le quali disegnò in nn volume di forma A- 
tlantica la geometrica topografia di tulle le Terre di 
casa sua e misurò trigonometricamente lutto il Ter- 
ritorio Ravennate, facendone la Carta; e misurò al- 
tresì tutta la Città di Ravenna, e ne fece la pian- 
ta (l). Molte dissertazioni compose per le Accademie 



L A L B L M 



'.7 



147 



«Iella sua patria. In alcune di esse ricercava le ori- 
gini delle noie numerali niiuuscuie, delle quali poi 
fece una sola Disseriazione latina « De numera- 
lium notarum minuscularum origine » e 1' indirizzò 
al cbiariss. sig. Ab. Gio. Battista Passeri per cor- 
rispondere a quella , stata a Lui indirizzata « De 
Ara Auguslea » e fu stampata nella Raccolta d'Opu- 
scoli scientifici e filosofici del P. Ab. Culogerà T. 48. 
Di questa Dissertazione parla lodevolmente il P. Ab. 
Trombelii nella sua Arte di conoscere l'età dei Co- 
dici. Xella stessa raccolta Calogeriana sono pure state 
stam|)ate certe lettere T. 37, ch'egli scrisse al March. 
L'bertino Landi con le sue risposte intorno alla sco- 
perta degli Insetti che si moltiplicano mediante la se- 
zione de' loro corpi. E cosi nel T. 48 si era pure 
stampala un'altra lettera sopra il preteso incarto del 
Rospo. Perloché secondando il desiderio del fu Conte 
Giuseppe Ginanui mio zio noto ai Lelterati per l'opere 
sue date alle luce, volle ancora dar opera agli studi 
di storia naturale , occupandovisi con impegno , e 
venendo quegli a morte nell'anno 1753 raccolse e 
pubblicò colle stampe di Venezia 1' Opere sue ine- 
dile di Piante, e di Testacei (2), e vi premise la sua 
vita. D' allora in poi una delle sue maggiori pre- 
mure fu quella di arricchire il Museo di produzioni 
naturali lasciatogli dal soprannomato zio. E come 
che per suo consiglio si era deliberato di esaminare 
e diligentemente osservare le malattie del grano in 
erba , che da alcuno sino allora espressamente non 
si era fatto, tanto intorno vi si affaticò, che dette 
in luce neir anno 1759 colle stampe del Gavelli di 
Pesaro quell' Opera sopra di esse col titolo « delle 
malattie del Grano in Erba- tratto storico-fisico del 
Conte Francesco Ginanni con note perpetue ad esso 
trattato , e con altre osservazioni di storia Naturale 
del medesimo. La quale Opera al pubblico bene van- 
taggiosa da varie Nazioni è stata riputata, e si glorioso 
è sialo per lui il giudizio, formatone, che alcune 
Accademie sì d' Italia che d'Oltramonte senza nes- 
suna istanza che ne fosse fatta, lo aggregarono alle 
loro Società letterarie. Alli 17 Gennajo 1761, fu am- 
messo all'Accademia di Perugia. Agli 8 di Giugno 
dello slesso anno fu dichiarato socio della Società 
economica di Berna; e ai 23 di Decembre dell'an- 
no 1762, la Società Reale di Agricoltura di Parigi 
lo annoverò fra suoi socii con onorevole lettera del 
sig. Gallesne Segretario della medesima. Fu pari- 
menti ascritto il 5 Luglio 1762 alla Società Reale 
tlelle Arti, manifatture, e Commercio di Londra, e 
gli fu partecipato un tal onore dal sig. Templemant 
segretario della slessa. E in dello anno 1762 si pub- 
Llicò il ricco suo Museo per le stampe di Giuseppe 
Rocchi di Lucca col seguente titolo .( Produzioni 
naturali che si trovano nel Museo Ginanni di Ra- 
venna metodicamente esposte, e con Annotazioni il- 
lurtrate. Scrisse pure in forma epistolare una Dis- 
sertazione sopra le Piante che allignano l'Inverno nel 
Territorio Ravennate, siccome gliene aveva richiesto 
per lettera del soprallodato sig. Templemant la Reale 
' Società d' Agricoltura di Londra. Ella si trova in 



latino neU'Excepta di Berna e vedesi ora tradotta e 
completala nel Tomo primo del Giornale d'Italia , 
che si stampa in Venezia dal sig. Griselini spellante 
alla storia Naturale, e principalmente all'Agricoltura, 
Arti, e Commercio. Il sig. Lami di Firenze ha pur 
anche stampate due sue lettere eh' egli indirizzò una 
al P. D. Pier Luigi Galletti che fu Abate Cassinese, 
sopra la società letteraria Ravennate, 1' altra ad un 
suo amico di Firenze, la (|uale difende un'asserzione 
del Conte Giuseppe suo zio contro il sig. Giovanni 
Strange, Inglese. 

Né solo conlento della propria applicazione alle 
lettere, niente più stavagli a cuore che l'incremento 
di esse presso la sua patria , onde nulla tralascio, 
affinchè si tenessero le Accademie di storia e di 
Scienze nel Palazzo Apostolico , le quali per cura 
de' Cardinali Legali Oddi , Enriquez , e Stoppani 
felicemente si adunarono, siccome fu fatto in seguilo 
nel Palazzo Arcivescovile alla presenza del Cardinale 
Arcivescovo Oddi Protettore delle medesime ; e il 
quale aveale già istituite , mentre era Vicelegalo 
della Romagna. Di quelle che risguardavano la Filo- 
sofia, la storia civile fu egli per lungo tempo segre- 
tario. Ne' parecchi interrompimenti però di esse 
radunò alquanti amici in casa propria ad una Con- 
versazione letteraria di ogni Giovedì , nella quale 
ebbe in uso leggere una lettera a nome di un Amico 
sopra il soggetto, che si trattava. Promosse, e sostenne 
spese per la fondazione della Società letteraria Ra- 
vennate che ebbe principio l'anno 1752, adunanza 
ben assai diversa dalla leste nominala, dalla quale 
a beneficio soltanto della Storia Ecclesiastica; pro- 
fana , e naturale di questa città varie opere sono 
uscite. Infatti per premure del Conte Francesco, per 
le slampe del Faberi di Cesena venne in luce nel 1765 
il primo Tomo delle dissertazioni di quegli Acca- 
demici, tra le quali ve n'ha pur una del medesimo 
sopra lo Scirpo Ravennate pianta palustre. Cosi egli 
sempre procedette in un lenor di vita che poteva 
dirsi una continua applicazione allo studio per modo 
che tulle le sue obbligazioni erano dirette ad acqui- 
stare sempre nuove cognizioni nelle scienze, e a pro- 
durre nuove Opere a vantaggio dell'umanità, ed utile 
del Pubblico. La sua patria più d'ogni altro certa- 
mente dovrebbe avergli grado per quella che in ul- 
timo stava componendo, la quale, se la morte non io 
avesse ridotto al suo termine , avrebbe veduto la 
luce; vai a dire la Storia civile e naturale delle Pi- 
nete Ravennati, intorno a cui vari e parecchi anni 
di studio e fatica avea indefessamente impiegali. 

Nel tempo adunque che stava occupato per dar 
l'ultima mano a questo suo lavoro, fu colto da una 
febbre ardente , che dopo qualche giorno di male 
avendolo privato de' sensi gli fé render l'anima a Dio 
il di 8 Marzo dell'anno 1766. E perchè era vissuto 
con sentimenti d'incorrotta pietà, così tranquillamente 
se ne passò agii eterni riposi in età d'anni 49 mesi 6 
e giorni 26, e fu sepolto nell'antica chiesa di Brac- 
cioforte, ove umati si ritrovano i suoi maggiori. 

Se vorrà dirsi della forma di sua persona, fu egli 



US 



L' A L B U 31 



di mediocre altezza, di buon aspetto, e magro per 
modo, che meglio sarebbe stato che lo fosse meno. 
Se non fu perfettamente sano, lo fu almeno in modo, 
che potè continuamente studiare portanti e tanti anni; 
di che la Repubblica delle scienze ha goduto molti 
frulli delle sue applicazioni. 

Nell'eia sua giovanile gli fu molto sensibile tutto 
ciò che gli accadeva di contrario alle sue inclina- 
zioni, talché molto se ne turbava, e se ne lagnava 
cogli amici ; ma poi più giustamente pensando , 
più non v'era cosa, che gli nuocesse, e impressione 
alcuna gli facesse non impegnandosi in cosa , che 
dalla indifferenza potesse allontanarlo. Solo ancor lo 
pungeva il desiderio di far qualche lungo viaggio 
ollremonti a solo fine di ac(|uistarc nuove cogni- 
zioni per mezzo d'uomini scienziati ; e non certa- 
mente per altra vaghezza, e infatti slava già medi- 
tando di farne uno, come chiaramente si è ricono- 
sciuto da quanto egli a poco a poco andava ordi- 
nando. Amò sempre la Patria , e perchè 1' amava 
avrebbe voluto che lull'i figli di essa le lettere tenes- 
sero in pregio, e a quelle si applicassero. 

Poco o nulla fu dedito a divertimenti, e solo pla- 
ccagli di spesso cavalcare forse a solo line che alla 
salute ne ritornasse giovamento. Fu molto diligenlc 
in qualunque cosa facesse. Sia che slanij)asse o scri- 
vesse opere, sia che altra cosa di mano o di mente 
imprendesse. Siane pruova la singolare disposizione 
degli oggetti, che adornavano I' appartamento di sua 
abitazione colle mani sue proprie collocate. I ritratti 
in arti di Letterati antichi e moderni , i scheletri 
delle Piante indigene del Territorio di Ravenna , e 
molte naturali cose da lui raccolte, e parecchi stru- 
menti alle matematiche appartenenti sono in esso 
disposti con ordine e sistema si perfetto, che fanno 
vedere quanto fosse iiitelligente e riflessivo. 

In esso ritrovansi ottimi e vari libri, e in sin- 
goiar modo di materie lilosofichc e matematiche da 
lui raccolti, talché in Ravenna niun altro potrà con- 
tare di tal tal sorta (|uali, e ([uanti egli possedeva. 
Non curossi giammai di prender moglie , anzi più 
(late la ricusò allorché fugli proposta. Certe rillcs- 
sioni che andavangli cadendo in mente troppo Ioaveano 
alienato perché diversamente pensasse dalle altrui 
insinuazioni. 

I suoi costumi furono regolati sempre dall'onestà 
rome dalle sue azioni si riconobbe, l'sò compensare 
co' boneficii chi più avcalo offeso; si che non 6 a 
meravigliar se taluno gli si rese benevolo. Si poca 
varietà fu nelle sue azioni, che chi lo ha veduto un 
giorno può rispondere di tutto quella che ha fatto 
in un'anno. 

Ch'egli poi amasse sopra ogni cosa la verità non 
credo, sia necessario l'addurnc testimonianza: basta 
|)er avvedersene , leggere le cose sue , nelle quali 
ha usato franchezza e libertà. Infine potrà dirsi , 
che ebbe corrispondenza non solo co' principali 
I.otterati d' Italia , ma ancora con parecchi di 
Francia, Germania, e d'Inghilterra, come si racco- 
glie da molte lettere che sono rimasto tra suoi fo- 



gli, alcune delle quali perché piene di peregrina eru- 
dizione si tengono conservate. 

Memorie tratte dall'Archivio Ginanni. 

(1) La Carta Topografica della Cillà di Ravenna 
rimase incompleta, e si conserva in questo Museo in- 
sieme ai suoi molti manoscritti di ogni genere di Scienza, 
j/j cui continuamente si spaziava il suo perspicace in- 
gegno. 



FO.NTE DI SETTE CAN.NELLE IN SA^SEVERINO 

Onesto fonte, che in origine si appellò della Valle 
fu poi detto di sette cannelle perchè questo era il 
numero di (|uelle che giltavano acqua. Secondo 
quanto accenna una iscrizione, che riporterò qui sot- 
to, e secondo quello che ci lasciò scritto il nostro 
concittadino cavalier Valerio Cancellotti (1) venne 
fabbricato l'anno 1339. Dopo 229 anni (1.568) essendo 
insorte molte questioni per l'acqua da deviarsi per 
gli abusi introdotti, e per i restauri necessari, an- 
che nei condotti, venne in Sanseverino monsignore 
Alessandro Pallanlerio, che a quei giorni era Gover- 
natore generale della Marca. Onesto prelato si trat- 
tenne qui per lo spazio di giorni trentacinque an- 
che per conciliare altre questioni più rilevanti , e 
non volle partire se non dopo che ebbe portalo a 
line il suo divisamcnto. Si ottenne per il fonte in 
tal circostanza 1' aumento dell'acijua in grazia dei 
risarcimenti ; ed una porzione per \ ia di acquiilotti 
fabbricati con grandissimo dispendio del Comune , 
servi per la fontana della piazza maggiore nel piano 
centrale della cillà; eretta nell'anno medesimo a cura 
dello stesso prelato |)er ornamento, commodo e van- 
taggio della popolazione. 

Le acque di cui parliamo si fecero derivare dal 
monte denominato la Foresta, che sovrasta il con- 
vento e la chiesa di S. Maria delle Grazie , dove 
visse e mori il nostro conciltadino S. Pacifico , il 
quale luogii dista |)iù di un miglio dalla città. 

La causa principale per cui fu chiamato in San- 
severino monsignor Pallanlerio fu quella di trattare 
la riunione della nostra città con il contado, il quale 
si ricusava di soddisfare ad alcuni dazi, (irato e rico- 
noscente il Comune a questi beneficii innalzo dentro 
una d(!lle Ire nicchie che erano aperte sul prospetto 
della fabbrica , sotto la quale esiste il fonte delle 
sette cannelle, un' iscrizione lapidaria con lo stemma 
del prelato , che ancora si conserva. Eccone il te- 
nore 

ALEXANDER PALLANTERIVS 
PRAESES OPT. EXVLVM COE 
TERORVMQ. DELLXQVEMIVM 
EXTIRPATOR DISCORDIAS SE 
DARE FOXTEM ILLIVS(.>. AOVAE 
DVCTVS PENE DIRVTOS INSTA 
VRARI CVRAVIT SEDEN PIO V. 
PONT. MAX. AN. MDLXVIII. 



L' A L B U M 



149 







-.:> _CÒ. 'Ù^.. l5.-. 



LA FONTE DI SETTE CANNELLE IN SANSE VERINO. 






Sul prospetto medesimo già esisteva scolpilo in 
pietra dentro uno scudo Io stemma del nostro Co- 
mune, e dentro altro scudo uno di quei morsi, che 
gli Smeducci dominatori di Sanseverino fecero in- 
nalzare in que' luoghi che meglio fossero alla vista 
di tutti per ricordare che avrebbero trattato i San- 
severinati col massimo rigore , ove non si fossero 
mostrali in tutte cose soggetti ed obbedienti. Altra 
figura di morso si vede anche presentemente scol- 
pita in pietra nella facciata dell'altissima torre (2) 
che sorge nella parte superiore della città nel mezzo 
della piazza innanzi alla antica chiesa Cattedrale 
dedicata al nostro prolettore S. Severino, formal- 
mente ceduta sino dall'anno 1828 all'Ordine Mino- 
rilico Riformato insieme con gli annessi fabbricati 
(che servirono a canonica, e residenza vescovile) dalla 
santa memoria del PonteH^e Leone XII (3). 

E tornando al fonte , deduco da una iscrizione , 
la quale a stento presentemente si legge, che nel 1640 
fu esso nuovamente risarcito, essendo console il Ca- 
pitano Francesco Colilo, e priore comunale Antonio 
Sperandio. 

Anche oggi si vedono dipinte nella volta foglie 
e pampani disposti a guisa di pergolato. Nell'interno 
della parete a levante fu dipinta la Madonna dei 



Lumi , a pie della quale sta genuflessso il nostro 
principal patrono S. Severino, e sotto trovasi que- 
sta iscrizione 'c Li SS" Cap." Frane." Collio cons. 
e Ant." Sperandio priore 1640 » (4) Nella parete di 
fronte, ossia a ponente è scritta la seguente memo- 
ria o avvertenza 

Persona alcuna non ardisca di abbeverare 
bestie nella fonte sotto pena della 
perdita di esse, né guastare cannelle condotti 
ne catene e colonne di essa fonte 

ne lavarci panni né altra sporca 

sotto pena di scudi dieci della frusta e della refattione 
del danno. 

Ora non v'è traccia di catene e neppure delle co- 
lonne che le reggevano, 

Mons. Pallanlerio con suo decreto in data 31 luglio 
1568, dopo di aver comminato ai trasgressori degli or- 
dini da lui emanati le pene di cinquanta scudi dioro in 
oro, di tre tratti di cordaed altri castighi, prescrisse che 
ninna donna possa andare a pigliare acqua alla detta 
fonte con la roccha, o conocchia, o altra cosa sporca 
sotto pena della frusta, et di non poter mai piti andare 
a pigliare acqua, et alli putti minori di dodici anni 
li quali contraverranno se li diano li alla fonte cin- 



150 



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)) quanta slaffilate, et in piazza della terra altre cin- 
>) quanta. » Al Cancelliere poi, ed agli altri escculori 
che mancassero a far rispellarc gli ordini da lui dali, 
olire la privazione dell' udlcio « le ai dia tre traiti 
di corda. » 

Non so in quale delie due indicale circostanze , 
se cioè nel 15G8, o nel IGÌO quella fabbrica cbe è 
soprapposta al fonte venisse mozzata e rafforzala : 
è certo cbe il rimanerne non corrisponde coll'ar- 
cbileltura del fonie, e che addosso alle colonne fu- 
rono eretti vari tratti di mura a guisa di speroni, 
che ho voluto esclusi dal diseguo riportalo in que- 
ste pagine. 

Quantunque siano decorsi 520 anni dalla erezione 
di questo fonte , pure si mantiene ancora in islalo 
di reale solidità, il cbe prova evidentemente che gli 
antichi sapevano meglio assai che i moderni fabbri- 
care con più sodi principii dell'arte. 

Annesso alla fabbrica che copre il fonie e fuori 
di esso vedesi in un livello più basso un abbeve- 
ratoio per ca\alli ed allri animali , il quale riceve 
l'acqua che sopravanza alle vasche. Credo che sia 
stato fabbricalo di poi, perchè non fosse introdotta 
nel fonte alcuna specie di bestiame la cui introdu- 
zione forse fu una delle principali cause dei danni 
sofferti. E largo un metro, lungo dodici. Da molli 
anni questa comodità pubblica si è abbandonata, e 
di nuovo il bestiame si abbevera dentro il fonte. 
Nel prospetto di questa vasca era incisa in pietra 
una scrizione, ora perduta, della quale rimane solo 
la forma, ove era infissa. Posso però riferirla, come 
la trovò il mio concittadino abate D. Bernardino Cri- 
velli nell'anno 1761, quando raccolse tulle le iscri- 
zioni esistenti nelle chiese ed in altri luoghi pub- 
blici della cillà e diocesi di Sanseverino. 

ANNO DNI M 
CCCXXX Villi 
UIC FONS FI 

R SA 

FV . . . I'. FRAN 
CISCHl N M 

con la quale iscrizione si accennava alla costruzione 
della fonte ordinata ed eseguita da un tal Francis- 
chi, lauto più che vi si leggeva l'anno 13;59. 

Esiste pure a poca disianza di dello fonte un la- 
vatoio coperto , dove possono comodamente lavare 
dodici o quattordici donne per togliere roccasione 
ad altro inconvenient. La grandiosa vasca è sempre 
piena dell'acqua cbe sopravanza al fonte e ([uella 
cbe rigurgita dalla vasca medesima va a scaricarsi 
sopra li sottoposti orli prossimi alla porla della città, 
la quale in origine si disse della Valle , e che in 
progresso di tempo prendendo il nome del fonte si 
nominò, e si nomina di sette cannelle. 

Dopo questo cenno darò la descrizione del fonte 
che è lungo metri dieci e mezzo. 

Cominciando dalle volta essa è a crociera con costo- 
loni piani nascenti per una parie da uu peduccio 



semiottagono, per l'altra da ottagoua colonna molto 
bassa, e per spiegarmi di quattro diametri circa. In 
ogni angolo della colonna v'è di particolare un cor- 
done, cbe a due a due termina ad arco acuto sul- 
l'angolo retto dell'abbaco quadrato, ed ha principio 
negli angoli del plinto ottagono sagomato a modo 
di cavetto, ed avente i lali alternativamente retti e 
curvi. 

Il portico è composto di due archi maggiori , i 
quali stanno di fronte, e di due altri nei lìanchi di 
una luce metà e forse meno dei primi. L'archivolto 
esterno di tutti gli archi, (|uanti sono, della spessezza 
d( centimetri trenta, è formalo da mattoni sagomati 
a modo di mezzi cilindri terminanti alle due estre- 
mila in parli piane. Il sottarco è liscio. 

La vasca di (|ueslo fonte, che occupa la metà della 
larghezza del portico nella sua maggiore sporgenza 
ha una pianta disposta a doppio uso; cioè di attin- 
gere acqua, e di abbeverare i cavalli. E (|uesta com- 
posta di tanti lali relli sporgenti e rieiitranli tulli 
normali fra di loro. Sono nel numero di nove in 
modo che quattro lali rieairanti hanno corrispon- 
denti alla loro metà il cannello dell'acqua da attin- 
gersi vergine, ed allri cinque sporgenti furono im- 
maginali in origine per abbeverare: ma l'abuso fece 
na.scere poi il divieto, di cui abbiamo fallo parola. 
Il muro nel fondo ò decorato di archetti acuii a 
trifoglio, nei cui peducci alternalivainente è collo- 
cato un mascherone di raelallo con cannello in bocca 
che gilla ac(|ua. Al di sotto di delti archetti acuti 
si vedono in rella linea ((uattro fori per il caso di 
soprabbondanza di acqua. 

Il labbro della vasca è formalo di grosse lastre 
di pietra calcarla compatta che può ricevere il più 
finito polimenlo; è ornato di due ri(|uadri a sfondo 
nelle parli rientranti, e nelle due estremità: le al- 
tre sporgenti che aggettano di lauto quanto è uno 
dei quadrali suddetti, sono ornate d'un solo riqua- 
dro. 

Il pavimento è formato da cilindri della stessa 
materia calcarea, e forse sono (|ul'sIì gli avvanzi di 
colonne che decoravano l'aulica Sellempeda. Il lavoro 
è mediocre, e quale poteva sperarsi nel secolo XIV, 
nel qual tempo fu elevata questa fabbrica, veden- 
dosi adoperalo in parte l'arco acuto, ed in parte a 
tulio sesto. 

Conte Severino Servanzi-Collio. 

(1) Storia deU'antici Settempcda e della città di 
Sanscrerino scritta dal cavaliere Valerio Cancellotti 
(§. 161. Ne lasciarono memoria anche gli altri con- 
cittadini Muzio Achillei in un libro , che ha per ti- 
tolo « Diversorum » ed il conte Leonardo Franchi 
nelV opera MS. « De Anliquitatibus Septempeda- 
norum ». 

('2) Quantunque questa torre sia stata mozzata per 
timore che rovinasse, pure presentemente è alta metri 
quarantaquattro sopra metri sei, e centimetri ottanta- 
cinque. Sella torre medesima un poco più sotto del 
morso si vede un leone, o leopardo di marmo a basso 



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151 



rilievo, grande un terzo del vero, dove era una leg- 
genda a carattere , per quanto sembra, rilevato, inte- 
ramente perduta. 

(3' Ora questi fabbricati sono stati ridotti a for- 
male concento, che può gareggiare con i primi della 
provincia inarcliegiuna. L'Ordine minoritico riformalo 
dovette sostenere cosi grave e considerevole dispendio, 
perché il Pontefice Leone XII di sa: me: ordinò che 
in questo convento dovesse abitare un congruo nu- 
mero di frati i quali ogni giorno e decentemente do- 
vessero officiare la suddetta chiesa del Santo Protet- 
tore, e praticare in essa tutte e singole funzioni ec- 
clesiastiche, secondo la pratica e stile di delta chiesa, 
e le multe altre ad arbitrio di detti frali . senza al- 
cuna dipendenza del Capitolo\<.i Volumus quod in con- 
» ventu S. Severini in Monte degat congruus nu- 
» merus fratrum, ((ui quolidio ac docenter ofSciare 
» debcanl diclani ecclesiaui Divi Prolectoris in ea 
» omnes ci singulas ecclesiasticas fuiicliones pera- 
» genles juxta praxim, et slylum diclae ecclesiae , 
); nec non alias quamplurimas arbitrio dictorura ira- 
ji trum sino lamen ulla Capituli depcndeutia )>. E 
si noti che queste funzioni in addietro si eseguivano 
da diecinove Canonici sei Cappellani, e da altrettanti 
Beneficiati, senza tenere a calcolo i chierici del semi- 
nario e gli altri della città e diocesi. 

(4) Al fiaìico sinistro della Madonna sta tuttora 
infisso al muro un braccio di legno che regge una 
padellina, duce si teneva acceso un lume col doppio 
scopo di prestar culto alla Vergine, e d'illuminare. 



IL TKVERE E LE SLE INONDAZIOM. 

{Continuazione V. pag. 141). 

I pnbbiici terrori per la uccisione di Galba ed 
elevazione di Ottone all'iinporo l'anno di Roma 822, 
69 dell' era volgare , furono accresciuli da alcuni 
prelesi prodigi che ne' rozzi secoli, dice Tacilo, erano 
osservati ancor nella pace, oggi appena vi si bada 
nejle paure. Ma porlo bene danno presente e spa- 
vento di futuro, il subilo allagamento del Tevere, 
che alzalo a dismisura rovinò il Ponle Suiìlicio, e 
copri colle sue acque non pure i luoghi bassi e piani 
della città, ma quegli ancora che eran tenuti i più 
sicuri da siffatto pericolo. Molla gente colta allo sco- 
perto menò via, o affogò nelle case e botteghe. La 
plebe affamò, non trovando da vivere né da lavo- 
rare. L' acqua ferma indebolì le fondamenta delle 
case, che rovinaron nel ritirarsi del liume. Ottone, 
come prima si respirò dal pericolo, si preparò per 
partire alla guerra con'.ro Viteilio proclamalo im- 
peratore dall'armata di Germania ove comandava ; 
ma trovato, a cagione della inondazione, chiuso il 
Campo Marzio e la Via Flaminia onde dovea pas- 
sare, dalle rovine degli edifici caduti, fino a! ven- 
tesimo miglio, fu preso per segno di futura disgra- 
zia (1). 



Roma tanto più felice sotto 1' impero di Nerva , 
quanto era stata più travagliata sotto quello degli 
antecedenti imperatori, fu turbata da una inonda- 
zione del Tevere, il quale con maggior danno tornò 
inondare sotto Traiano atterrando molli edifici. Ai 
quali mali volendo l'ollimo principe ovviare , pre- 
scrisse che l'altezza delle case non superasse i ses- 
santa piedi, perchè meno facilmente rovinassero (2). 
Inollre, per testimonianza di Plinio il giovine, avea 
Traiano fatto scavare un nuovo canale al Tevere per 
facilitare lo sbocco nel mare, che non valse a libe- 
rar Roma dalle inondazioni, come racconta lo stesso 
Plinio in una lettera all'amico suo Macrino in Bre- 
scia, descrivendo o questa inondazione riferita da 
Aurelio Vittore, o altra seguila nell'impero di Tra- 
iano. Ecco in quali termini si esprime l'elegantis- 
simo Plinio in questa lettera, sebbene nella traduzio- 
ne perda molto della sua bellezza originale. 



(Continua) 



Doti. Michele Carcani. 



(1) Tacit. histor. Lib. L — Sveton. in Othone 
C. Vili 

(2) Aurelii Victoris Historiae Augustae Epitomae 
Cap. XIIL 



OMORI FUNEBRI A JIO.NSIG.NORE GIANCARLO GENTILI. 

Il nome di Monsignore Giancarlo Gentili è nome 
caro alle lettere latine ed italiane , in che mostrò 
quanto valesse per opere eleganti ed ammirate : é 
nome che splendidamente rifulge nell' Episcopato 
cattolico ed è in benedizione ed in gloria. La morte 
di questo venerando Prelato ed illustre letterato col- 
mò d' infinito dolore tutti quelli che lo conobbero e 
seppero apprezzare le rare qualità del suo spirilo 
e del suo cuore. — Eletto primamente a Vescovo 
di Ripatransone, tutta n'esultò la città e la diocesi, 
e le concepite speranze furono largamente compiute. 
La splendida fama di virtù, di dottrina, d'ingegno, 
di gentilezza che lo precedelle alla sua sede , non 
solo fu raffermala dalla sua presenza e dal suo ope- 
rare, ma vinse eziandio l'aspetlazione e il desiderio 
universale. Zelalore perpetuo dell'onore di Dio, in- 
defesso e prontissimo operatore del suo ministero , 
promotore magnanimo del bene del suo gregge, fer- 
vente caldeggiatore delle lettere e delle scienze ; 
esempio d' integerrima vita, di umiltà, di giustizia, 
di liberalità verso i poveri, di beneficenza, di cor- 
tesia, di amabilità verso tulli, si procacciò ben pre- 
sto l'ammirazione e la slima di tutte le genti a sé 
soggette. E quando di h a non molt'anni venne dal 
Pontefice traslaio alla sedia episcopale di Pesaro, fa 
un grido di dolore per la città e per le diocesane 
contrade e da ogni parte corsero suppliche al Irono 
pontificale, perché non si togliesse si presto all'amore, 
alla delizia e alla venerazione di tanti sudditi cosi 
egregio ed impareggiabii Pastore. Consenti in parte 
il Pontefice alle fervide e cordiali preghiere e per- 



152 



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mise che 3Ionsig. Ciuiilili l'osse per qualche tempo 
amministratore della Chiesa Kipana, che poi fu af- 
fidata alle tenere cure e alle affettuose sollecitudini 
di Monsignor Camillo de' Marchesi Bisleti, ora Ve- 
scovo di Corneto e Civilavecchia. Prelato d'elettis- 
sime virtù da non ricordarsi mai senza lode né senza 
ardore d'animo da imitarsi. — Dopo tutto ciò non 
é a dire , se acerbissimo fu il dispiacere di lutti , 
che ancor risospirano e benedicono il loro amatis- 
simo Pontefice, al sentire la sua morte avvenuta il 
di 22 di Aprile dell' anno corrente a Sanseverino 
sua patria. L' illustrissimo Ripano Capitolo dolen- 
tissimo di tanta perdila e interprete de' voli comuni 
volle il giorno 28 di Maggio celebrargli solennemente 
le esequie e pregargli caldamente l'eterna pace dei 
giusti. In questa occasione il eh. sig. prof. D. Car- 
mine Canonico Galanti dettò i seguenti \ersi che bre- 
vemente e bellamente ricordano le squisite doti e 
i rari meriti del compianto Prelato, di cui non si 
estinguerà giammai la memoria nella Chiesa Ripana. 

Fundere cum votis lacrymas ne desine Cupra, 

Quem fera mors rapuit Karolus ista meret. 
Aspectu non ille minax, pater omnibus idem, 

Noster amor, nostrum deliciumque fuit. 
Magna movens animo nil non superabile novit, 

Cordis et ingenii splendida signa dedit. 
Sparsit divitias ut solaretur cgeiios, 

Queis largam occullus ferro solebat opem 
Excoluit musas et scripsit multa Ialine 

Italiccque, Ilalis quae placuerc viris. 

Prof. Alessandro Alti. 



Il libro prediletto dei fanciulli, illustralo da litogra- 
fie colorate Trieste - Colombo Coen tip. ed. 1859. 

Quest'opera edita non ha guari dagli eleganti tipi 
Triestini di Colombo Coen, non è ciie una scelta di 
racconti si originali che tradotti da altro lingue per 
cura della eh. sig. Giusep[)ina Torelli Nodari di Ro- 
vereto , nome già noto nelle lettore italiane anco 
per varie sue poetiche produzioni (1). 

L'opera da lei pubblicala in occasione di nobile 
maritaggio , e dedicata agli sposi con elegante af- 
fettuosa iscrizione, in 200 pagine comprende, pre- 
ceduti da breve prefazione in proposito, 2't racconti 
illustrati da altreltante graziosissime litografie co- 
lorale. 

La novità di questi racconti , la varietà e sem- 
plicità con che sono svolti e nel concetto e nella for- 
ma, il diletto e l' istruzione che producono, la mo- 
ralità che vi è nascosa, tutto contribuisco a renderli 
non solo alla fanciullezza, cui sono specialmente de- 
dicati, ma pure all'adolescenza ed a qualsiasi lettore 
utili e dilettevoli. 

Siamo oltremodo lieti di far tonno di quest'opera 
della eh. concittadina dell' illustre Rosmini, e per 



i pregi che l'adornano e per il santo scopo da clic 
venne ispirata , di infonder cioè di buon' ora retti 
sentimenti nelle tenere menti della fanciullezza ac- 
ciò (juesta possa a suo tempo esser di bella utilità 
e gloria a so, alla religione, alla palria. 
Perugia Giugno 1859. 

Gio. Ball. Rossi Scotti. 

(1) La sig. Torelli Nodari è ascritta, fra le altri' 
accademie d' Italia , alla Tiberina ed a/fArcadia di 
Roma. 



CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

L'emulazione è la via piii spedila per l'avanzamento 
dell' intelletto umano. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE AKTl 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVA.-S.M DE-ANGELb 

direttore-proprietario 



Distribuzione 2 0. 



2 Luglio 4 859 



Anno XWI. 





SBOCCO AL .MARE DEL TEVERE A FIUMICINO. 



IL TEVERE E LE SUE INO.NDAZIO.NI. 

{Continuazione V. pag. 151). 

» Forse anche costi il cielo è torbido e crudo? Qui 
» continue procelie e dirotti diluvi. Il Tevere è uscito 
)) dal suo letto e dalle più basse sponde s'è innal- 
« zato assai alto. Quantunque esausto pel canale fatto 
» scavare dal nostro provvidentissimo imperatore , 
» riempie le valli, allaga i campi, ed ovunque giri 
» lo sguardo non vedi che un sol piano di acque. 
)> Quindi facendosi quasi incontro ai fiumi che è 
)) solito ricevere e portar seco , li costringe a re- 
» trocedere, e cosi colle acque altrui ricopre quei 
» campi pei quali esso non corre. L'Aniene, il più 
)) gentile di tutti i fiumi, e perciò quasi invitato e 
» ritenuto dai belli edificii fabbricati sulle sue 
)) sponde, ha sradicato e portato via gran parte dei 
» boschi che l'ombreggiavano ; ha rovinate monta- 
). fine ed impedito in più luoghi dalla loro caduta, 
)) mentre va cercando il passo, ch'egli si è chiuso, 
» rovescia abitazioni, e passa e s'innalza sulle loro 
j> rovine. Quegli che in luoghi più alti non furon 



colti dall'alluvione , raccontano aver veduto gal- 
leggiare sulle acque, ove mobili preziosi, ove islru- 
menti rurali; là bovi, aratri, bifolchi; qui armenti 
liberi e sciolti, ed in mezzo a tutte queste cose 
tronchi di alberi , travi e tetti intieri. Ma nep- 
)) pure quei luoghi ove il fiume non potè giungere 
andarono esenti dalla comune dasolazione. Una 
pioggia continua e un torrente che pareva cader 
n dal cielo, non han fatto minor danno che il fiume 
» stesso ; rotti i ripari che recingevano le più de- 
» liziose ville; crollati ed abbattuti i sepolcri. Molti 
« affogati nelle acque, storpiati, fracassati , il lutto 
» generale accresce le perdite. La grandezza del pe- 
)> ricolo mi fa temere che anche costi sia accaduta 
» qualche cosa di simile : se ciò non è , ti prego 
n sollevarmi più presto che puoi da questa agila- 
)) zione. Ma aneorchè fosse me lo annuncierai, giac- 
» che v' ha per me poca differenza o che tu sia mi- 
)) nacciato dalla disgrazia o che già la provi. Se 
)) non che il male ha un termine, ma non lo ha il 
)) timore ; perchè ti affliggi per quanto sai essere 
)) accaduto , temi per quello possa accadere. Ad- 
» dio. » (!)• 



154 



L' A L B L M 



A tempi dell'iinperalore Adriano, dice Sparziano 
nella sua vita che oltre la fame, la peste e i terre- 
moti fuvvi anche una inondazione del Tevere (2). 
Kd altra ne segui per testimonianza di Giulio Ca- 
pitolino sotto l'impero del suo successore Anto- 
nino Pio. (3) nella (|uale sembra che rovinasse il 
ponte Sublicio, mentre lo stesso Capitolino (4) dice 
essere stato rifallo da questo imperatore. Ad An- 
tonino successe Marco Aurelio suo tiglio che asso- 
ciò all'impero Lucio Vero adottivo del morto im- 
peratore Marco davasi tutto alla filosofia cercando 
l'amore de' cittadini. Ma questa felicità e sicurezza 
dell'imperatore fu interrotta da una gravissima inon- 
dazione , accaduta l'anno secondo del loro impe- 
ro, 162 dell'era nostra, la quale malmenò e case e 
non pochi edifici della città , uccise molti animali, 
e produsse una crudelissima fame. Le quali disgra- 
zie Marco e Vero colla loro presenza e co' loro soc- 
corsi resero meno sensibili. (5) 

Nel breve impero di Macrino, che arrivò appena 
a quattordici mesi, l'anno 217 dell'era volgare , il 
Tevere ingrossato da un diluvio di acifue, irruppe 
con tale impeto -tanto nel foro che nelle strade adjacenli 
che trasporlo seco anche alcune persone (Gi Innalzalo 
all'impero Valeriano dall'unanime consenlimento di 
tutti gli ordini dello stalo l'anno 253, fu del Senate 
conferito il titolo di Cesare al suo figlio Gallieno : 
ed ecco in un subilo il Tevere, nel colmo dell'esla- 
le, inondare a guisa d'un diluvio. I saggi dice Au- 
relio Vittore, ne predissero danno alla republica, ed 
al passeggero ingegno del giovinetto, perchè era ve- 
nuto chiamato di Toscana, donde nasce (|uel fiume. 
Come difatti avvenne; che guerreggiando il suo [)a- 
drc nella Mesopotamia, preso per insidia da Sopore 
re di Persia , fu crudelmenlc ucciso nell' anno se- 
sto del suo impero (7). 

Aurelio Vittore, da cui abbiamo attinta la notizia 
di questa inondazione, che scrisse la storia degl'im- 
peratori da Augusto fino all'anno decimolerzo di Co- 
.slanzo sotto cui viss(>, si può dire che sia l'ultimo 
degli storici latini. Privala Pioma della sede dell'im- 
])ero |)er opera di Costantino abbandonala da' suoi 
imperatori , esposta alle incursioni dei barbari che 
dai ghiacci del sellenlrione correvano a torme sotlo 
il bel cielo d'Italia a dividersi le spoglie del ro- 
mano impero , la capitale del mondo non ebbe più 
neppure chi registrasse cou patrio affetto le memo- 
rie delle sue disavventure ; inlenti solo gl'istorici 
greci a narrare gl'inutili sforzi dei difensori del ca- 
dente impero. Quindi fino all'epoca degli scrittori 
ecclesiastici , che sursero dappoi in maggior copia, 
non abbiamo più memorie delle inondazioni del Te- 
vere. Paolo VVarncfrid Longobardo, Diacono della 
Chiesa di Forli, che scrisse le gesta de' suoi conna- 
zionali, conosciuto col nome di Paolo Diacono, ci ha 
tramandata la notizia della terribile inondazione del- 
l'anno 589 a tempo di Papa Pelagio II , descritta 
anche da S. Gregorio Vescovo di fours, e nominata 
da S. Gregorio Magno Papa ne' suoi Dialoghi. Era 
il mese di Novembre, e piogge dirotte accompagnate 



da folgori e toni , avean devastate le campagne e 
fatti gran danni nella Venezia, nella Liguria, ed in 
altre regioni d'Italia , l'Adige a Verona avca rove- 
sciate le mura, quando in Roma tanto crebbe il Te- 
vere , che si sollevò al di sopra delle mura della 
città, allagando molle regioni. Gli antichi edifici ro- 
vinarono; i granari della Chiesa restarono sommersi 
colla perdila di più migliaja di moggi di grano (8). 
Una moltitudine immensa di serpenti (secondo che 
raccontano Paolo Diacono e Gregorio Turonense ) 
con un Drago di smisurala grandezza , furon visti 
per l'alveo del fiume traversare Roma , e scendere 
fino al mare , ove soffocati dalle salse onde marine 
vennero gittati sul lito. A si fatli inondazione tenne 
dietro (juella famosa e crudele pestilenza, di cui per 
primo fu vittima Papa Pelagio , dopo la morie del 
quale fu dal popolo eletto a Pontefice il Diacono 
(ìregorio, giustamente denominato il Grande. (9) 

Lo stesso Paolo Diacono (10) fa parola di altra non 
men terribile inondazione avvenuta sotlo il Pontifi- 
calo di Gregorio II nell'anno 725, più diffusamente 
descritta dall'autore della Vite de' Pontefici che 
vanno sotlo il nome di Anastasio Bibliotecario (11), 
il quale narra che gonfio il Tevere per le molle 
acque in esso scaricatesi , usci dal suo letto span- 
dendosi per le campagne. Entrato in Roma per la 
Porta Flaminia , trascorse in diversi luoghi , e si 
eslese per le mura della città , e per le Piazzo al 
di là della Basilica di S. Marco per modo che nella 
Via Lata (il moderno corso) innalzavasi l'acqua ad 
nna statura e mezza, e dalla Porla S. Pietro fino al 
Ponte Milvio formava un sol piano. Atterrò case , 
disertò le campagne sradicando gli arbusti, e distrug- 
gendo le semente già fatte. Ma la maggior parte 
de' cittadini non avendo potuto seminare, sovrasta- 
vano mali maggiori. Da sette giorni era la città in- 
vasa dalle acque ; il Pontefice innalzava continue 
preci , e persistendo nelle orazioni ; dopo l'ottavo 
giorno le acque cominciarono a ritirarsi, ed il fiume 
tornò nel suo alveo. 

Nel frammenlo che ci resla d'un poema eroico 
de' Romani Pontefici scritto dal Frodoardo (12), ecco 
come viene descritta questa inondazione : 

Tiliridis honijicis ripas superanlibas undis, 
Frugiferas circum glebas ferus occupai imbcr, 
Pcrvadilquc vias, horlos, munimina, villas, 
Ecertitque casus, terreCque abiyilque colonos, 
ArhusCu ac segetes rapii, altae moenia Romae 
Inde subii valium, et muros trasceudit, ci ipsos 
Lgmphans lyinpa tenel (lucia baccante plateas. 
Non illis agros ìicilum crcrcere diebus 
Agricolis; infausta tcrunt tnoesla aginina festa. 
Vapa gravi molus querularam murmurc vocum 
Insislil precibus, legalque ad sidcra vota. 
Nec caeptis animuui removet vertamine victum, 
Dum cogit propriis Tiberim se reddere metis. 

Maggiori danni arrecò l'inondazione del Decem- 
bre 792 l'anno vigesimo del Pontificalo di Adria- 



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no I. Imperciocché la piena entrando per la Porta 
Flaminia ne svelse dai fondamenti le imposte e le 
trasportò fino all'arco chiamalo tres saccicelas. In al- 
cuni luoghi superò le mura ; rovinò il porto della 
Basilica di S. Marco detto Palatino, e scorrendo per 
le Piazze sino al Ponte Antonino , ora Sisto (13) , 
lo ruppe tornando ad unirsi nel suo letto. Nella Via 
Lata crebbe l'acqua più di due uomini, distenden- 
dosi dalla Porta S. Pietro fino al Ponte Milvio. 
Come nella antecedente atterrò case, devastò le cam- 
pagne, ed impedi le semente. Commosso il Pontefice 
a tanti mali, dopo che per tre giorni il fiume scor- 
reva per la città come nel suo alveo , prostralo al 
suolo, con lagrime e con preghiere implorò l'aiuto 
divino, finché cessò l'inondazione. Più giorni l'acqua 
tenne invasa la città, nei quali lo stesso Pontefice 
recò colie barche il pane agli abitanti nella Via 
Lata che per l'altezza della piena non poteano uscire 
dalle case (11) Questa inondazione è ricordala dal 
Frodoardo coi seguenti versi : (15) 

Maestà madcns spurnis Tiberini Ruma furori^ 
Tutoris petit auxilium, Patrisque juvamen. 
Qui praecibus pugnans, ubi fervida cernia sedit. 

Nel quinto mese della creazione di Benedetto IH, 
cioè nel Gennaro dell'anno 856, gonfiatosi il Tevere 
per pioggie straordinarie, uscì dal suo alveo span- 
dendosi per le campagne. Entrato in Roma per la 
posterula di S. Agata allagò la Chiesa di S. Silve- 
stro, in modo che le acque ricoprirono tulli gli sca- 
lini della Basilica di S. Dionigi, all'infuori di uno 
che era il più alto; quindi si distese nella Via Lata 
ed entrò nella Basilica di S. Maria, ove tanto crebbe 
l'acqua che copriva le porte della Chiesa , e scor- 
lendo per le piazze e vicoli adjacenti ascese fino al 
clivum arj'eritam alle radici del Campidoglio, ed en- 
trò nella Chiesa di S. Marco pel portico che v'era 
dinanzi. Ciò accadde il giorno 6 di Gennaro sacro 
all'Epifania del Signore. Dopo il qual giorno, scor- 
rendo per la Cloaca che era presso il Monastero di 
S. Silvestro e di S. Lorenzo, detta Pallacini, inco- 
minciarono le acque a poco a poco a ritirarsi, e tor- 
narono nel loro letto dopo aver recalo molto danno 
agli edifici! ed alle compagnie (iG). 

A Benedetto successe ÌNiccolò 1, nel cui Pontifi- 
calo , poco più di quatl'anni dalla narrata inonda- 
zione, cioè alli 30 di (Jttobre 8.0, il Tevere supe- 
rale di nuovo le sponde tornò ad inondare, entrando 
come nella precedente per la posterula di S. Agaia, 
ed occupando la Chiesa di S. Lorenzo in Lucina, il 
Monastero di S. Silvestro ove giunsero le acque fino 
all'ultimo gradino della Chiesa di S. Dionigi a quello 
congiunta, la Piazza e la Chiesa di S. Maria in Via 
Lata, e tulle le Piazze e Vie adjacenti fino al clivo 
de'banchieri, e la Chiesa di S. Marco. Nella stessa 
guisa inondò di nuovo alli 27 di Decembre, giorno 
dedicalo alla festa dell'Evangelista S. Giovanni (17). 
L' anno 1180 , ultimo del Pontificato di Ales- 



sandro quando parca che Roma dovesse riposare 
da tanti travagli , una forte alluvione del Te- 
vere atterrò molle case , portando seco una quan- 
tità innumerevole di serpenti , se vogliam prestar 
fede all'autore anonimo della cronaca di Fossa nuo- 
va. Dal che ne segui grande mortalità in Roma ed 
in tutta la campagna. La Chiesa di S. Maria della 
Rotonda fu talmente sommersa dall'acqua che non 
polca esservene in copia maggiore (18). 

Nell'assenza da Roma di Gregorio IX, che era ito 
a Perugia per quietare le cose di quella città, l'anno 
1230 il popolo per opera di Annibale degli Annibali 
Senatore si solleva contro il Papa pretendendo rista- 
bilire la Repubblica Romana. Ed ecco aprirsi le ca- 
laratle del cielo e cader l'acqua in tanta copia, che 
gonfiatoci straordinariamente il Tevere, il giorno 1 
Febraro inonda la città alzandosi fino alla sommità 
(iisc/ue ad teda) delle case , da S. Pietro fino a S. 
Paolo, ed atterrando il Ponte Palatino detto allora 
di S. Maria. Non poche persone e molto bestiame 
furon vittima del fiume ; grano e vino disperso, e 
gran copia di suppcllellili trasportale nel mare. Una 
quantità immensa di serpenti i)ortali dalla piena, e 
restali morti nelle mura della città, cagionarono colla 
loro putredine una molesta pestilènza , dalla quale 
furono morii od infermi uomini e bestiame in gran 
numero. Atterrili i Romani da questi mali, sliman- 
doli essere un castigo del cielo, spedirono legali in 
Perugia ai pie del Pontefice Pietro Frangipane Can- 
celliere , e Pandolfo dalla Suburra , per impetrare 
perdono di loro ribellione , ed il suo ritorno alla 
ciità. Ed il benigno Pontefice, non levato in super- 
bia , ma piuttosto rattristalo ed umilialo pei tristi 
eventi de'figli suoi, accogliendo con paterna commi- 
serazione i sospiri de'supplichevoli messi, nella pri- 
ma Settimana di Quaresima, mese di Febraro, dopo 
circa quattr'anni dalla sua partenza, rientrava in Ro- 
ma in m.ezzo alle giulive acclamazioni della festante 
moltitudine. Rentosto le sue paterne cure si volsero 
a riparare i danni della inondazione : risarcì coq 
grande spesa il Ponte di S. Maria, e per dare libero 
scolo alle acque stagnanti che infettavano la città, 
fece scavare nuove chiaviche, per le quali rese l'aria 
salubre, e nette le vie (19). 

Pochi giorni innanzi la promozione al Pontificato 
di Niccolò III Orsini , avvenuta li 25 Novembre 
del 1277 dopo lungo Conclave in Viterbo nonostante 
gli sforzi di Carlo d'Angiò re di Sicilia e Senatore 
di Roma perchè fosse creato Papa un francese, il Te- 
vere debordando tenne per più giorni allagata Roma 
che era un terrore a vedere; che le acque aveano 
superato di quattro piedi e più l'altare di S. Maria 
della Rotonda (20). Dal che, secondo il Platina nella 
vita di questo Pontefice, fu fatto vaticinio della sua 
morte, seguila dopo due anni e pochi mesi di pon- 
tificato in Soriano. 

Dal Diario Romano di Stefano Infessure , Scriba 
del Senato e del Popolo Romano, abbiamo la notizia 
di una inondazione del Tevere avvenuta il giorno 8 
Novembre 1376, poco prima che dal Pontefice Gre- 



156 



L' A L B U M 



gorio XI si ristabilisse in Roma la sede Ponti6cia 
che per più di seltant'anni avea risieduto in Avi- 
gnone. « Del 1376 del mese di Novembre a di 9 
» lo di del Salvatore di Mcrcordì , la notte inanti 
)i cresce tanto lo fiume che giva quasi per tutta 
)) Roma, e fece di moltissimo danno. (21) » Di questa 
inondazione ne fu scolpila memoria in una lapide 
alla facciata della Chiesa di S. Maria sopra Mincr\a, 
ove anticamente notavansi, alla palmi 10 dal suolo 
che ora più non esiste, ma riportata dal Rouini (22) 
come esistente ancora à' suoi tempi, e che diceva 
cosi: 

Anno. Dommi.MCCCLXX VI Die. VJII.Mcnsis.Novetnbris 

Fluìnen . Crevit . rs(jue . Ad . Ifanc. . Crticcm)^ 

E questa la prima lapide che si ricordi delle inonda- 
zioni del Tevere. 

Ed in altro Diario troviamo menzione di altra 
inondazione seguita nell'anno 1383 in che Roma fu 
pure desolata da una mortale epidemia, essendo Pon- 
tefice Urbano VI. « In nelli MCCCLXXXIII. fo una 
>i piena de acqua , che impieiiao lutti li Rioni de 
)) Roma, salvo lo Rione dclli Monti, Trevo e Cam- 
>• |)ilielÌo, e durao doi di, et una notte. >• (23) 

Il giorno di giovedì ultimo del mese di Ottobre 
dell'anno ìMó , Ira i torbidi che seguirono la de- 
posizione del Pontificalo deirinfelice Giovanni XXIII, 
fu una terribile procella di venti, tuoni, lampi, e 
pioggia, ita quod (scrive l'autore del Diario da cui 
ricaviamo questa notizia) apparcòal quod lotus mun- 
dus dc//crel finire. Né cessò mai di piovere giorno e 
notle lino alla fesla di S. Caterina, 25 del mese di 
Novembre. A causa delle (|uali piogge crebbe il Te- 
vere quattro volte, ed arrivò fino alla porta della 
Chiesa di S. Leonardo de Septignnno, facendo mollo 
danno al grano già seminato. (24) 

Deposto Giovanni XXIII dal Pontificalo per sen- 
tenza del Concilio di Costanza, iu nella stessa città 
eletto in suo luogo Martino V Colonna. Il quale ce- 
dendo alle istanze de' romani, venne finalmente in 
Roma ai 28 di Settembre del 1421, ricevuto colle 
più sincere dimostrazioni d'affetto di lutla la ritlà. 
Sia durò poco la gioja, perché ai 30 Novembre del 
.seguente anno 1422, crebbe lalmenle il Tevere, che 
entrando per la porla Flaminia, e scorrendo per la 
via Papale, Parione, Campo di fiore, allagò la città 
fino alla Chiesa di S. Marco: il Panteon fu ripieno 
d'acqua fino all'aliare maggiore, ed in alcune strade 
giunse quasi all'altezza di due uomini, di modo che 
pcteavisi navigare come nello stesso letto del fiume. 
l)opo due giorni l'acqua cominciò a ritirarsi, ed il 
fiume rientrò nel suo alveo, non senza molto danno 
de' romani, e colla perdila di lutto il bestiame che 
era nelle campagne (25). Cosi l'infessura parla nel 
suo Diario di questa inondazione. « Nell'anno Do- 
» mini 1422 die 30 Aovemfnis ùi festa Sancti An- 
>• dreac fu una piena d'acqua si grande allo Tevere, 
>> che allagò la maggior parte di Roma, e fece gran- 
ii dissimo danno, e tanto che non si polca conlare. 



)) E di ((uesto ne fu cagione Braccio da Montone, 
)) perchè partendosi molto scorucciato da Roma , 
)) quando perde lo stato di Roma, ruppe li marmi 
j) dello Lago di Pedeluco, » e di questo pure ne fu 
)) falla memoria in una parie della facciata della 
)) Chiosa della Minerva. » (26) 

Questa lapide ancora si vede incisa in callivis- 
sirao gotico, alla da terra palmi 7, ed e la più an- 
tica delle esistenti, cosi concepita: 

i^ Anno. Do. M.CCCC.XXIl. In. Die. Sti. Andreae. 
Crevit . Aqua . Tiberis . Usque . Ad . Summitalcm . 
Ipsius . Lapidis . Tempore . Dai . Martini . PP . 
V . Anno . VI . 

Alle tante angustie ed intestino discordie che Ira- 
vagliaron Roma durante il pontificato di Eugenio IV, 
si aggiunse una inondazione nel Novembre 1438, cosi 
registrata dall' Infessura (27). « A di 2 del mese 
» pr''delto Rienzo Colonna tolse Zagarola, la Rocca, 
ìì e giunse a cam|)0 Rinaldo Orsino, e miscsi in Gal- 
» licano, et il Patriarca se n'era andato a Corneto; 
)) e come seppe la novella, subito ritornò a Roma, 
)) e sempre piobbe quelli giorni, e per la detta piog- 
» già crebbe fiume, e andò per tutto. » E di altra 
ancora parla lo slesso autore (28) avvenuta sotto il 
Pontificalo di Paolo II il giorno 29 Sellcmbre 
del 1467 in questi termini. « Eodem anno a di 29 
)i di Settembre crebbe tanto lo fiume , che inondò 
» la parie di i'onlemolle, e venne jter fino alla Porla 
» del Popolo , et ad Arco di Tripoli (29) , fece di 
ti mollo danno. » 

(Continua) Doti. Michele Coreani. 

(1) C. Plinii Caecili Secundi Epistolar. Lio. Vili 
Ep. 11. 

(2) Aelii Sparliarsi Adrianus Imperai. 

(3) lulii Capitulini Antonius Pitts C. IX. 

(4) in cod. C. Vili. 

(5) Idem in M. Antonino Philos. 

{(j)Dion. hislor. rom. Lil>- LXXVllI excepta per 
io Xiphilinum. 

(7) Aurei. Victor, de Caesaribus C. XXXII. 

(8) Pauli ÌVarncfridi, Diaconi Forojuliensi., de ge- 
stis Longobardorum Lib. Ili C. 23 - Gregorii Epi- 
scopi Turoncnsis historia eeclesiaslica Francorom 
Lib. X C. l - Gregorii Magni P. Dialogorum Lib. Ili 
C. 19. 

(9) Pauli Warnefrid e Gregori Turon. U. co. — 
Gregorii Magni Homilia I in Evangelia , e Dialog. 
Lib IV C. 36. 

(10) Oper. cit. Lib. VI C. 36. 

(11) Anastasius Bibliothecarius, Vita Gregorii II. 

(12) De Gregorio Papa II. presso il Muratori Rer. 
Italie. Script. Tom. Ili Par. II. 

(13) Questo Ponte restò rotto fino al Pontificalo di 
Sisto IV che lo ricostruì nel 1473 , da cui tolse il 
nome. - V. Nibby Roma nel 1838 Parte I antica. 

(14) Anaslas. Biblioth. in Vita Iladriani I. 

(15) In Iladriano I loc. cit. 



L' A L B U M 



157 



(16) Anastas. Biblioth. Vita Benedictì III. 

(17) Anast. Biblioth. Vita Niccolai I. — Colle stesse 
parole è descritta nella Vita di questo Pontefice e ma- 
nuscripto Codice Vaticaiio auctore, ut creditur, Pan- 
dulpho Pisano , publicata dal Muratori Rer. Ital. 
Script. Tom. III. Par. II. 

(18) Clironicon Fossae Novae auctore anonymo, pu- 
plicato dall' Ughelli Italia Sacra col nome di Giovanni 
da Ceccano nell'appendice al Tom. I, e dal Muratori 
Rerum. Italie. Script. Tom. VII. 

(19) Vita Gregorii Papae IX ex Card. Arragonio, 
presso il Muratori op. cit. Tom. Ili Par. I — Ri- 
chardi de S. Germano Chronicon^pubblicatodelVUghelli 
Italia sacra Tom. Ili, e dal Muratori op. cit. T. VII. 

(20) Vita Nicolai III ex MSS. Bibliotecae Ambro- 
sianae , pubblicata dal Muratori op. cit. Tom. III. 
Par. I. 

(21) Infessura Diario Romano, riportato dal Mu- 
ratori op. cit. Tom. III. Par. II, a dell' Eccarde Cor- 
pus histiorium mediiae Tom. Ih 

(22) Bonini Filippo M. Il Tevere incatenato, ov- 
vero l'arte di frenar l'acque correnti, alla S. di N. 
S. Papa Alessandro VII. Roma 1663 , pag. 51. 

(23) Diarium Romanum Gentilis Delphini e Cod. 
MSS. Vaticano, presso il Muratori loc. eit. 

(24) Antonii Pietri Diarum Romanum pubblicato 
dal Muratori op. cit. Tom. XXIV. 

(25) Vita Martini V ex Cod. MSS. Vaticano , et 
ex additamentis Ptvlomei Luccensis e Cod. MSS. Pa- 
tavino , presso il Muratori op. cit. T. III. P. II. 

(26) Infessura Diario, presso il Muratori e /' Ec- 
carde II. ce. 

(27) Diario presso il Muratori e V Eccarde II. ce. 

(28) Infessura Diario II. ce. 

(29) Cosi era detto l'Arco di M. Aurelio, chiamato 
anche di Portogallo , al Corso presso S. Lorenzo in 
Lucina, demolito da Alessandro VII. - V. Nibby Roma 

[nell'anno 1838, Par I. Antica pag. 471. 

La Maddalena ai piedi del Redentore 

Quadro alto pai. 9 largo pai. 6 

dipinto dall'egregia giovane 

Filomena,Gentilucci 

per la chiesa di S. Maria Maddalena in Fabriano 

>i Così potessi io ben chiudere in versi 
» I miei pensier come nel cor li chiudo. 



Petrarca 



ODE 



L'arie, che Apelle onora 

A qual non condurrai fervido segno, 

Se giovanetla ancora 

Osi tant'alto sollevar l'ingegno ? 
Di Maddalo la figlia 

Scinta le chiome e in sua beltà sublime, 

Il duol, la meraviglia, 

L'affetto ai pie del Redentore esprime. 
Della germana oppressa 

Da domestiche cure odo i lamenti; 



Dell'eterna promessa 

Suonan d'intorno i venerati accenti. 
Luce (li paradiso 

Circonda l'uomo Dio dei raggi suoi, 

E gli traspar sul viso 

L'immenso amor che lo traca fra noi. 
Sdegni la mia parola, 

E l'opra ammiri chi saper desia, 

Se sublime è la scuola 

Che ai misteri dell'arte il cuor t'apria (*) 
T'avrai perenni onori 

Se del Mentore tuo le voci ascolti, 

Se non dormi su i fiori. 

Che la tua mano in Elicona ha colti. 
L'energico pensiero 

T'arride dell'età nel verde aprile, 

T'appianano il sentiero 

Nobil cuor, caldo ingegno, alma gentile. 

Gaetano Giucci 

(*) La giovane pittrice ebbe maestro nell'arte l'egre- 
gio professore Cav. Filippo Bigioli, il cui nome suona 
un elogio. 




FIGURE- TRATTE DA UN DIPINTO DI FRATE ANGELICO 
NEGLI OFFICII DI FIRENZE. 



Orationes, ellogia, inscriptiones — Antonii Angelini - 
E societate lesu. — Romae 1857. 

Notare i rari pregi di quest'opera del eh. P. Ange- 
lini d. C. d. G. nuovamente messa alla luce e scritta 
con tanta chiarezza d'ordine , purità di linguaggio, 



lóS 



L' A L B U M 



varietà di siile corrispondente alla varietà dei sog- 
getti, facondia e nobiltà di dire, copia di erudizione 
e di dottrina , riccbezza di frasi e delle più care 
eleganze latine, tornerebbe il medesimo, che ripetere 
quanto su questo stesso argomento danno dello la 
Civiltà Cattolica e l'Armonia. Dirò solo alcune pa- 
iole, affinchè si abbia più chiara idea di quest'egre- 
gio lavoro. 

È l'opera divisa in due libri, nel primo de' quali 
sono raccolte le orazioni, un commentario, l'epistole 
e gli elogi ; nel secondo le iscrizioni. Dedica 1' au- 
tore questa sua letteraria fatica a suoi fratelli Ca- 
millo Cavalier IJola - Angelini e Niccolò della (Com- 
pagnia di Gesù. 

Nella prima orazione letta nel Collegio Romano 
il Decemltrc! del ÌH'ì't, che avea |icr tema se i greci 
e i Ialini scrittori dell' età dell' oro debbano esse- 
re, siccome avversi alla cristiana disciplina, tolti dalle 
mani de^ giovinetti , con molla efficacia di prove e 
cogli esempi di uomini illustri per diguità, per dot- 
trina, per santità , i quali o coltivarono essi slessi 
silTalli studi o agli altri caldamente raccomandaron- 
li, dimostra dovere i giovanetti seguitare a model- 
larsi su que' sovrani ingegni, maestri d'ogni gentil 
sapere , evilando quanto vi ha in essi di contrario 
all'onestà e ai buoni costumi. — Con cattolico zelo 
e con calda eloquenza s'ingegna l'Autore nella se- 
conda orazione recitata anch' essa nel Collegio Ko- 
niano nel Novembre del 18V4 di allontanare i gio- 
vanetti dalla lettura de' libri malvagi che non ponno 
far altro che macchiare la candidezza delle loro 
anime e corrompere sventuratamente la bontà del 
loro cuore. — Intorno a sacri pellegrinaggi che in 
ogni tempo e da ogni maniera di persone a soddis- 
fare la loro tenera pietà s'inlrapresero ai più vi'ne- 
rati santuarii e specialmente a quei di Loreto di- 
scorre la terza orazione detta nel lauretano Colle- 
gio il Decembre del 1839 confutando quegli empi 
che vorrebbero sbandeggiato dai popoli cattolici an- 
che (luesto pio costume, che tanto vale a rianimare 
la luce della fede e riaccendere la liamma della ca- 
rità. — Chi bramasse conoscere quanto aiuto prin- 
cipalmente per le scienze sacre si possano gl'inge- 
gni procacciare dalle lettere greche, lo troverà con 
is(|uisitezza di dettalo e con iscellezza di svariatis- 
sima erudizione bellamente esposto nella quarta ora- 
zione recitala nel Decembre del 1834 nel Collegio 
di Modena. Piena de' più salutari e vivi conforti a 
coltivar la poesia , di cui si fanno nolare i sommi 
pregi e i molti vantaggi, è la quinta orazione pro- 
nunciata nel Collegio di Piacenza nel Decembre 
del 18.'(0. 

A queste orazioni composte tutte in occasione della 
solenne aperlura degli studii lien dietro il commen- 
tario della vita e de' costumi di Giacomo Rota-An- 
gelini giureconsullo e governatore pontilìcio padre 
dell'A. esempio di bontà, di giustizia, di perfezione 
cristiana morto nel Giugno del 1844 a Viterbo in 
età di 67 annii 

Sieguono appresso cinque lettere di vario argo- 



mento, una delle quali indiritta all'Emo Cardinale 
d' Andrea, e le altre al Marchese Luigi Ranzoni a 
Modena e ad Angelo Antonio Scotti a Napoli. 

Vengono quindi tredici elogii che quando ampia- 
mente, quando brevemente discorrono delle virtù e 
de' singolari pregi di varie persone degne che riman- 
gano nella memorie de' posteri. 11 primo è intorno 
a Giovanni d'Andrea napoletano sollevalo ai più alti 
magistrati del regno da Ferdinando 1 e li re delle 
due Sicilie. Si volge il secondo su Emmanuele del- 
l'Uomo Alalrino Canonico della Cattedrale e valente 
professore di belle lettere nel patrio Seminario. Il 
terzo tratta di Agostino Caporilli-Kazza parimenti 
di Alalri, Canonico, Retore e pregialo scrittore di 
Ialine jioeiie. Il quarlo discorre di Atanasio De-Haro 
d. C. d. G. Messicano morto di anni 23 con lode 
di s(|uisite virtù. S'aggira il quinto su Pellegrino 
Spallanzani della slessa Compagnia di Reggio di Mo- 
dena passato all'altra vita poco più che ventenne con 
fama di angelici costumi e di sveglialo ingegno. 
Parla il sesto di Paolo Linari pure di Reggio e della 
medesima Compagnia rapito alle più liete speranze 
dalla morte nel 18 anno della sua età. Di France- 
sco Manera dì Napoli della slessa Compagnia Ret- 
tore e Professore di Teologia nel Collegio Romano, 
e professore di belle lettere nel regio Ateneo di To- 
rino si ragiona nel settimo. Le virtù di Carlo Ode- 
scalchi Cardinale di S. Chiesa , Vescovo de' Sabini 
e gran maestro dell'Ordine Gerosolimitano rcndu- 
losi poscia Gesuita formano l'argomento dell'ottavo. 
E consacralo il nono alla memoria di Francesco De- 
Vico d. C. d. G. astronomo famoso. Vincenzo Pal- 
loni prete romano di ctella dottrina e di santissima 
vita è il soggetto del decimo. Si lodano nell'unde- 
cimo i singolari pregi di Gaspare del Bufalo sacer- 
dote romano, fondatore dell'ordine del preziosissimo 
sangue. Ricorda il duodecimo Francesco Gacsi da 
Viterbo sacerdote di sperimentala nrtù e di candi- 
dissimi costumi. Si versa 1' ultimo su Maria C.ain- 
rina d'Andrea nobilissima vergine napoletana ren- 
dutasi sposa di Gesù Cristo entrando tra le suore 
salesiane. 

Novantasei sono le iscri/ioni e di vario genere , 
sacre cioè, onorarie, storiche, funebri e [ìocliche, 
condotte con (|uel masistero, e con (luell'antica ele- 
ganza che han già procacciata bellissima fama al eh. 
Autore. 

Questa è tutta la materia contenuta in quest'au- 
reo volume che noi caldamente raccomandiauìo a 
chiuncjuc ha in pregio ed amore le Icliere latine. 

Prof. Alessandro Alti. 



IACOPO E ADELE 
RAC.CO.\TO (*) 

XIV. 

Una Dichiarazione. 

Uno degli esempii virtuosi dalla buon'anima del 
nostro Roberto lasciati come in retaggio alla fami- 



L' A L r. U 51 



159 



•,'lia, si fu quello di un amore illimilalo [lui pros- 
simo. Foss'egli un conoscente od un ignoto , fosse 
degno od indegno del benefizio, cotesl'uoiuo ammi- 
rabile era mai sempre pronto a giovare altrui. O che 
avessi avuto uopo della borsa, o che del consiglio, 
o che d'un buon uflìzio, bastava ricorrere al sig. Ro- 
berto di ***, e trovavi in lui un benefattore , un 
amico , un padre. Arrogi che il segreto della ne- 
cessità soccorsa non era svelato in piazza, ma tenuto 
nel cuore sepolto ; si che della beneficenza sua si 
ebbero particolari mirabili dopo la morie. Gran Dio ! 
perchè il togliesti tanto precocemente di questa terra 
ove son cosi rari siffatti generosi ; ed ove invece 
abbondano tanti esseri vili e crudeli, i quali indif- 
ferenti, se non ispregiatori, del loro simile, non che 
consolarlo del soccorso, gli sono avari persino della 
parola di conforto che costa nulla ! Ma guai a voi. 
Epuloni; vi avvedrete della crudeltà vostra in quella 
vita imperitura che si comincia a vivere oltre la 
tomba : oh ! allora, dannati alle tenebre esteriori, 
dimanderete a' Lazzari fetenti da voi spregiati, e che 
vi sovrasteranno in gloria ; dimanderete , dico , il 
meschino soccorso di una stilla d'acqua per bagnarvi 
almanco le labbra inaridite; ma, per giusto giudicio 
di Colui che lutto move , non 1' avrete . e la chie- 
derete indarno pe" secoli. E ben vi sta; che di quella 
misura onde avrete misurato altri, sarete misurati 
voi stessi ! 

Elvira non era da meno del marito defunto in 
fatto di pietà e beneficenza ; vuoi che fosse tratta 
dall'esempio di lui, o che veramente avesse un cuore 
temprato a carità verso i simili, certo è ch'ella con- 
correva generosamente ad ogni opera caritativa. 
L'orfano , il bisognoso , il derelitto sperimentavano 
la beneficenza di quella pia; sì ch'era stimata, di- 
letta e dalle lingue tutte celebrala. 

Chiamanci ora, e non in mal punto, que' due slra- 
nii, che ricercarono di Elvira , la quale, se ben vi 
rammentate, cortesi lettori miei, era stretta a col- 
lo(|uio con quel fanciullone di Iacopo , innamorato 
cotto della vezzosa Adele. Chi saranno egli mai al- 
l' abito strano che li ricuopre . allo sguardo poco 
limpido che offusca loro la fronte ? Indossano essi 
una lunga vesta di tela nera sbiadata, stretta a' lombi 
con funicella a nodi, a mo' de' Frati minori; cuopre 
le loro spalle uno straccio d' inceralina verde , a 
guisa (li pellegrina, sul dinnanzi della quale, al lato 
destro è fermato un Crocifissino ed un quadretto 
della Madonna, ed al sinistro un guscio di conchi- 
glia. Una specie di carniere da caccia ed una bor- 
raccetta , posti ad armacollo , penzolano quinci e 
quindi da' fianchi ; ed han cinto il collo da grossa 
corona e da non so qual altro sacro amuleto che loro 
aggiunge in sin oltre la fontanella del petto. Cuopre 
il capo mal tosato un cappellaccio a gronda; i piedi 
son calzati di sandali sdruciti e malconci : hanno 
solo di buono un bordone ben tornilo con all' un- 
cino appesevi di parecchie fettucce a svariati colori. 
Ispida e folta scende loro dal mento la barba; oli- 
vigna n'è ia carnagione ; poco amabile lo sguardo. 



In compenso però posseggono dolce e melliflua la pa- 
rola che incatena i cuori. Par questa l'occasione in 
che può veramente dirsi ch'e non è a giudicar dal- 
Vaspetto. 

Da quanto no ho detto è agevole il comprendere 
com'essi fossero due pellegrini. Signori si, due pel- 
legrini , reduci, secondo che dicevano, dalla città 
santa , dall' ostel di Cristo , sulla tomba del quale 
aveano sciolto il voto; e tornali quindi tra noi, dopo 
lunghi viaggi e mille strane av venture , portavan 
con seco attorno non so quali tattere, con una co- 
piosa raccolta di rosarii e corone in madreperla , 
cocco, e vetro giallo, cilestro, verde, violetto, ere- 
misino, con catenine di fil d'argento e d'ottone; di 
medaglie e croci di più fogge e grandezze; di sas- 
solini del presepe , del sepolcro e del calvario di 
N. S. ; della grotta del deserto di s. Gianballista ; 
della casa di Lazzaro, Marta e Maddalena di Beta- 
nia; del sepolcro degl' Innocenti; delle rose di Ge- 
rico, ed altre sì fatte reliquie, «;ui la religiosa avi- 
dità de' fedeli ama possedere e conservare pietosa- 
monte. 

Elvira , il cui animo , come narrammo , era di- 
sposto a pietà, accolse di molto buona voglia que' pel- 
legrini; ned essi poleano incontrar meglio per l' in- 
tendimento della loro venuta. Diffatli appena mo- 
stratole quali santi oggetti avessero portali con esso 
loro, la donna fu lieta oltremodo, e ricevute divo- 
lamente quelle cartoline, non saziavasi di baciarle 
e ribaciarle , di porsele in sulla fronte , di slrigncrle 
al petto e di segnarvi i suoi mammoli. Ed i pelle- 
grini atteggiati a pietà e mostratisi proprio edificali 
della divozione di lei , pregavanle dal cielo bene- 
dizioni a iosa; di che la pia signora consolavasi, e 
in rimerito colmava la mano di que' santi uomini 
di monete luccicanti che Dio vel dica. Indi chiedeva 
loro notizie di que' santi Luoghi; e come e in po- 
tere di cui fossero que' venerandi santuarii ; e se 
essi eran proprio ascesi le vette del Calvario; e se 
avean visitato l'orto degli ulivi, la tomba del Re- 
dentore, la grotta di Betlemme. Ed i pellegrini darle 
notizie, intarsiate di mille aneddoti , cui la buona 
femmina udiva con interessamento pari alla pietà sua. 
La prima conversazione riuscì lunghissima per 
tutti, solo breve per Elvira, la quale, a meglio sa- 
tisfare la religiosa sua curiosità, offri la propria casa 
in alloggio a que' forestieri. Di che s' essi fossero 
paghi, ben tei vedrai tra poco, lettor mio, quando 
cioè torneremo sul proposito con ampiezza alquanto 
maggiore. 

Ma lasciamo Elvira ed i novelli ospiti; e volgia- 
moci ai nostri amanti, i quali entrali nella sala at- 
tigua al gabinetto di lei, stan colloquiando da soli 
a solo , e in modo tale , che senza diligente atten- 
zione non potrebbe carpirsi nulla de' lor discorsi. 
Poniamci adunque qui sull'uscio ad origliare ; che 
non sarà gran peccalo trasgredire a Jlonsignor della 
Casa, il quale ne dice : « Non esser curioso di sa- 
per le cose altrui , né li accostare dove si ragiona 
in segreto ; » giacché infin de' conti due giovani 



160 



L" A L B U M 



araanti non parleranno di cose di Stalo; ma di amore. 
Che v'ha egli d' indiscreto il sentir parlare due aman- 
ti ? Adunque stiam zitti: mi sembra parli Iacopo. 

— Ebbene, mia cara Adele, siete persuasa oggi- 
mai delle addotte ragioni per rassegnarvi alla di- 
sgrazia incoltavi ? 

— Sì, Iacopo, son rassegnata: voi avete una forza 
meravigliosa in persuadere ... ma quanto ha co- 
stato al mio cuore sì fatto sforzo ! 

— Vel credo ; né voglio mi abbiale slimato si 
crudele da non compatire al vostro dolore. Io vo- 
leva farvi comprendere . . . 

— Non più, Iacopo, non più: non tentate, prie- 
govi, la mia ferita ancor sanguinentc. Le poderose 
vostre ragioni mi han vinto; e basta . . . basta. 

— Adele, voi mi parlate allcratetla, e perchè ? 

— Non sono alterata no; né ho motivo di esser- 
lo .. . eppure . . . 

— Eppure che? . . . spiegatevi, carina mia; che • 
cosa ho fatto per dispiacervi ? 

— Nulla , nulla . . . anzi abbiamo un cumulo di 
obbligazioni colla vostra famiglia , dello quali non 
ci dimenticheremo mai, mai . . . 

— Adele ! Che discorso è egli questo che mi fate ? 
Io non v' intendo. Che han che fare le obbligazioni, 
la gratitudine . . . uhm v'ha egli qualche mistero 
nelle vostre |iarole. 

— Nissun mistero, Iacopo. 

— Vel dovrò credere ? S' egli adunque è cosi , 
perchè volgete altrove lo sguardo ? Fissate, Adele, 
i vostri occhi ne' miei, e leggetevi quello che passa 
qui, qui dentro al cuore, ove si fa una guerra... 

— Una guerra nel cuore ! misericordia I — Che 
dite Iacopo ! 

— Che dico? e voi siete si sora da non m'in- 
tendere ? — Ebbene vi parlerò più chiaro. Sappiale 
dunque eh' io v'amo, v'amo ; che voi siole la cosa 
più cara che io m' abbia ; che voi dovete formare 
la mia felicità; che non sarò pago; sinché non ve- 
drò compiuti i miei desideri! d'avervi a lato come 
amorosissima sposa — Adele che rispondete ^ . . . 
tacete ed arrossite ? . . . deh toglietemi d'angustia: 
ditemi che corrispondete al mio amore ! 

— Iacopo . . . i . . . io . . . 

— Be' bene, proseguile . . . 

— Oh dio non so che dirvi ! 

— Dileini, IO t'amo : ci vuol egli tanto per pro- 
nunziar due parole ? 

— Iacopo ... E mia madre ? 

— Oh s'egli è per cotesto, siale pure tranquilla, 
mia cara : prima di aprirvi il cuore, ne ho parlato 
colla sig. Elvira. 

— Ah meschina di me 1 E quando gliel diceste ? 

— Poco fa. 

— E vi rispose ? 

— Non vi caglia di ciò , ben mio : ditemi che 
mi amale : del resto lasciate a me la cura. 

— Ebbene , Iacopo , giacché volete farmi arros- 
sire, vi dirò si . ". . vi dirò . . . 

— Che ? 



— Che v'amo I 

— Davvero ? 

— Sì, io v'amo. 

— Dunque voi sarete mia 

— Si e per sempre. 



(*) V. Album ;>. 142. 



£mm. Marini. 



CIFRA FIGURATA 



sono 









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TLRa e loSP 




JVP 



CIFRA FIGURATA I»RECEDENTh> 

Dalla musica siamo trasportati e sollevati dalli con- 
tinui e mondani dispiaceri. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVA.N.M l)E-ANCELIS 

direttore-proprietario 



DislribuzioDe 2 1 . 



Luglio 4 8!>9 



Anno XWI. 





^<; ^.«S^ _,_^ -v,/,,;,,,..^ ^^ J^^,_ Pellegrino Sai vigni ^ .*/^ 



N. B. L'illustrazione del classico dipinto la daremo in un prossimo numero. 



I.A FORZA DELLA COSCIENZA. 

RACCONTO 

I. 

Una passione non contenuta. 

In una delle più belle e fiorenti città della Gre- 
cia era un signore di gran ricapito , assai ricco e 



potente, nomato Pantocheo. Nel più bel fiore della 
sua vita si era disposato con una egregia giovinetta, 
in cui lo splendore delle vaghe sembianze crescea 
chiarezza al bel raggio delle gentili virtù che cara- 
mente r adornavano. Eran già corsi di molti anni 
dalle celebrate nozze, né ancora alcun frutto spun- 
tava da sì felice connubio. 11 cielo alla fine si pia- 
cque di esaudire i lunghi ed ardenti loro voti col 
farli lieti di una graziosa fanciulla. Col crescere del- 
l' età cresceva in lei bellezza e ogni più splendida 



162 



L" A L B U M 



dote dell'intelletto e del cuore, sicché mai la più 
leggiadra, ingegnosa e costumata donzella. Di molti 
nobili giovani si erano accesi in grand'amore di lei, 
e aveanla caldamente richiesta in isposa al padre. 
Ma Pantocheo, a cui sapea male di doversi distac- 
care così presto da tanto amorevole e cara fanciulla, 
soave conforto della sua vita e dolce speranza della 
sua vecchiezza, l'avea negata a ciascuno. — Viveva 
in casa, tra i molti servi che vi avea, un servo per 
nome Telamone, il quale comecché non fosse gran 
tempo che vi era entrato , pure avea dato di sua 
accortezza , di sua l'edcllà e di riverente alleilo sì 
sfolgorate prove che era la delizia del suo padrone. 
Era egli di cospicuo nascimento, e di molte dovi- 
zie, ma caduto in basso stalo per voltar di fortuna, 
avea abbondonalo la sua terra natale e si era allo- 
galo al servizio di t'anlochco. Al bel taglio della 
vita, alla freschezza delle forme gentili e leggiadre 
accoppiava un ingegno destro , svegliato ed acceso 
dal fervore della giovinezza. Veduto la beltà della 
fanciulla ne innamoro fortemente e in luogo di spe- 
gner subitamente le prime scinlìlle dell'amoroso ar- 
dore , veniva r un di più che 1' altro aggiungendo 
legna al fuoco in cui ardeva. Conoscendo però la sua 
vile condizione di servo, la povertà della sua for- 
tuna comprendeva chiaramente che impossibii era di 
ottenere in isposa da suoi parenti la desiderala fan- 
ciulla. Onde covava in segreto il colpevole amore, 
ed i sbrigliali desidcrii più si vedeano lonlani dal 
sospirato oggetto, più si rinfocolavano e atrocemente 
inasprivano. Trascinalo dalla foga ognor |)iù cre- 
scente del furibondo affcKo, pensava dì e notte come 
venire al termine del suo iniquo disegno. Mille sce- 
Icrati pensieri di veleno , di ferro , di sangue , di 
uccisione gli si avvolgeano per la mento, e benché 
alle prime fiate inorridisse per il ribrezzo che ne pro- 
vava, e da se incontanente li discacciasse , pure a 
poco a poco incominciando ad usare con essi , ad 
allettarli , a vagheggiarli venne a tale d' incarnarli 
ancora, se la divina bontà non fosse corsa in aiuto 
di quella onorala famiglia. Sapea frattanto lo sleale 
si ben velare i truci suoi intendimenti e cosi ma- 
ravigliosamente infingersi, che niuno al mondo avreb- 
be pensalo giammai che sotto sì sereni e gioviali 
sembiauli si nascondesse un'anima sì perfida e ma- 
ligna. Porgeasi conlinuamente sollecito, procacrianle, 
amorevole, obbedienlissimo a qualuiujue cenno del 
padrone. Mentre con tanlaipocrisia si diportava, venne 
nella fiera risoluzione di avvelenare i genitori della 
fanciulla, e rapili tutti i tesori della casa fuggirsi 
con cssolci in lontanissime contrade per cessare il 
rigore dell' umana giuslizia. — Era già cominciata 
la state , e l'ardente vampa del sole saettava foco- 
samente i monti e le pianure. Niun filo di aria fresca 
veniva a temperaro quella smania affocata che ab- 
baltea \ù spirito a infraliva le membra , e ognuno 
colava di sudore, ansava e quasi non polea più ri- 
fiatare. Onde Pantocheo determinossi di lasciare per 
qualche spazio di tempo la nativa sua città e tra- 
mutarsi in una amena spiaggia marina per potere 



colla freschezza de' bagni mitigare gli ardori della 
cocente stagióne e ricrearsi delle savorose e de- 
licate carni degli scari, delle triglie e delle murene. 
Si partì infatti tra pochi giorni e seco condusse la 
consorte e la figliuola, aHidando a Telamone l'azienda 
domestica e tutta la ricchezza delia sua casa. 



11 



// mercadante. 

Arse di sdegno quel nequitoso di Telamone al ve- 
dersi allontanare da sé l'adorata fanciulla , e dile- 
guarsi le sorrise speranze di attuare aimcn per al- 
lora il micidiale suo proponimento. Andava in qua 
e in là smaniosamente avvolgendosi per la casa e 
rompea di frequente in accesi sospiri, in parole di 
dolore , in accenti d'ira nel non trovar più la de- 
siata presenza, e tutto si profondava ne' suoi san- 
guinosi pensieri. Vero é perù che a quando a quando 
balenava in quell'anima ottenebrata e tempestosa un 
chiaro raggio, come nel seno di addensata procella, e al- 
lora pensando ai solenni benefizi, al cordiale amore, 
alla fede che gli portavano i suoi padroni, alla nera 
ingratitudine onde si sarebbe macchialo, col tradirli, 
al marchio d'infamia che avrebbe eternamente stam- 
pato sulla sua fronte coll'iscelerar le sue mani nel 
loro sangue . tornava al cuore e malcdiva a suoi 
nefandi propositi. Ma che ! L'iniqua passione avea 
preso su lui il sopravvento, sicché dopo un breve 
sorriso di calma tornava a imperversare la tem- 
pesta. — In (|uesto mezzo tempo capitò in quella 
città un ricchissimo mcrcalanle di assai lontano paese, 
il quale era usato d'intrattenersi per alcuni dì in 
casa di Pantocheo, con cui era stretto in nodo di an- 
tica amistà. Saputo da Telamone, come il suo signore 
si fosse altrove recato, se ne andava via, quando il 
servo tanto disse e pregò che lo astrinse a rimanere 
con lui, e per mostrargli quanto gli fosse cara la 
sua presenza lo trattò con la più fina amorevolezza 
e gli fu largo di ogni |)iù squisita cortesia. Alla 
sera gl'inibandi una splendida mensa ricca di molte 
e varie vivande e rallegrala dei più gagliardi e fa- 
mosi vini della Grecia. — Era già l'ora tarda della 
notte e mentre lo straniero velava a dolce sonno le 
stanche pupille, Telamone agitato dai suoi pensieri 
non polea riconfortarsi della soavità di quel riposo 
che sparge di grato oblio i terrestri affanni. Mentre 
del continuo dava volta per il letto, gli lampeggiò 
nella mente un nero fantasma. Sentissi a tal vista 
tulio agghiacciare il sangue nelle vene e spaventalo 
caccioUo da sé. Ma al riaffacciarsegli per la seconda 
volta il tradimento, non gli parve più quel pauroso 
mostro che gli era sembrato dianzi. Il ricco tesoro 
che gli avrebbe fruttato il suo delitto, la speranza 
di potere con le rapite ricchezze venire al possesso 
dell'amata fanciulla, lo fecero determinare a com- 
mettere il barbaro misfatto. Balza di letto , dà di 
piglio ad un allilato coltello e si fa pianamente alla 
porta della camera, ove riposava il malarrivato mer- 



L' A L B U M 



163 



cante. Stato per poco d'ora ad origliare in sull'uscio 
e sentitolo profondamente russare, sulla punta de' 
piedi entra dentro e lutto tremante per 1' orrore 
che gli meltea in corpo l'idea d'un delitto , si av- 
vicina al dormiente, gli appunta alla gola il ferro 
e di tutta forza glie la trapassa fuor fuora da una 
parte all' altra. Un rivo di sangue sgorgò di botto 
dall'aperta ferita; alcuni tronchi e dolorosi accenti 
gorgogliò il trafitto , e poco stante fra i dibatti- 
menti di morte spirò 1' anima desolata. Alla vista 
del cadavere gelò d'orrore lo scellerato Telamone e le 
slille di sangue ond' era asperso, gli parvero tante 
fiamme di foco che gli abbruciassero le carni. Sba- 
lordito dal suo misfatto rimase senza lena e così rifinito 
di forze gitlossi sopra una sedia. Allora gli si pre- 
sentò subitamente nell'animo le furia del rimorso e 
cominciò a lacerargli orrendemenle il cuore. Vide 
tutta la enormità del suo eccesso , e tutti ne con- 
templò gli spaventosi effetti. Riavutosi dal suo sba- 
lordimento e raccapriccio pensò tosto di nascondere 
allo sguardo umano il suo delitto, e toltosi di peso 
in sulle spalle i' corpo dell' ucciso , lo recò in un 
sollerraneo , ove scavata una fossa, ivi sollerrollo. 
Corse quindi ad impadronirsi del suo danaro che 
trovò più abbondante di quello che immaginalo avea 
e il giorno appresso fé vendere altrove il cavallo 
che seco portalo avea il tradito mercatante. Tela- 
mone si credea contento del suo delitto, ma non 
era; poiché chi appressa il labbro al calice dell'ini- 
quità , non ne sorbisce altro che fiele. Sempre in- 
nanzi si vcdea quel cadavere conlrafatto e cotante 
nel proprio sangue ; udia continuo rintonare terri- 
bilmente una voce cupa, flebile, sepolcrale che gri- 
dava vendetta vendetta, e ad ogni istante senlia lan- 
ciarsi il cuore da quel coltello, con che avea Ira- 
Clto quell'innocente. Kulla però di meno studiavasi 
di comparire altrui gioviale e sereno , come pria 
solca, e di celare quella nera nube di tristezza che 
gli velava la fronte, sulla quale avea già la mano 
dell'Eterno stampato l'obbrobrioso marchio del tra- 
dimento. 



III. 



L' eredità. 

Dopo alcuni mesi di lontananza, dato giù il bol- 
lore della ardente stagione, si ricondusse Pantocheo 
insiem con la moglie e la figliuola a casa, ove tro- 
valo ogni cosa in assetto e regolare il maneggio de- 
gli affari lodò a cielo 1' accortezza e là fedeltà del 
servo e per dargli un sogno della sua gratitudine, 
lo volle largamente regalato. Parve a lutti di rav- 
visare in Telamone lo slesso umore e giovialità di 
prima , solo il trovarono dimagralo assai e pallido 
nel sembiante, ma siffatto mutamento recaronlo alla 
stagione che corsa era cocentissima. La causa in- 
vece del suo pallore e della sua magrezza aveasi a 
riferire ai continui rimordimenti dell'animo, alle sma- 
nie, ai terrori , alle crudeli visioni che di e notte 



fieramente il tempestavano e gli avean tolto ogni vo- 
glia di mangiare, di bere, di dormire, di ricrearsi. 
In mezzo però a queste mortali agonie 1' intendi- 
mento di Telamone era sempre vòlto alla mela 
del suo disegno. 11 rivedere le desiate sembianze 
dell' amata fanciulla già avea raddoppiale le amo- 
rose fiamme e messogli in cuore più acuti stimo- 
li per aggiungere il bramato fine. S' infinse adun- 
que che gli fossero pervenute lettere de' parenti , 
in che gli davan novella della vicina morte del pa- 
dre e pregavanlo a venir consolando di sua presenza 
gli estremi anelili di lui e ricevere il supremo am- 
plesso e la benedizione paterna. Le presentò al pa- 
drone e inslantemente lo richiese che gli dovesse 
dar licenza di tornare a compire gli ultimi offici di 
figliuolo, promettendogli che a corto andare sarebbe 
nuovamente da lui. Comecché di malissima Toglia 
per il grand'amore che gli portava e per aver po- 
sto in sue mani tulio il governo della sua casa, pure 
consenti Pantocheo alla fervorosa dimanda. Partissi in 
effetto Telamone, ma con il più intenso dolore del- 
l'animo per dover rimanere privo della dolce pre- 
senza della prediletta fanciulla. L'amarezza però della 
sua dipartenza era temperata dalla speranza di do- 
ver presto venire al compimento de' suoi desideri. 
Non era corso molto di tempo, che una mattina Pan- 
tocheo si vide con grandissima sua festa ritornato 
in casa il suo Telamone il quale cominciò tosto a 
dargli per filo e per segno i più minuti ragguagli 
della morte del suo buon vecchio genitore <t ah non 
mi scorderò giammai, proruppe intenerito e cosperso 
di lacrime, della dolcezza ineffabile di quell'ultimo 
suo abbracciamento e delle affettuose parole con che 
mi benedisse, né di quell'acuta punta di dolore che 
mi squarciò 1' anima al vederlo spirare tra le mie 
braccia. Oh caro mio genitore ! l'infinita bontà di 
Dio li conceda eterno riposo fra i giusti. In mezzo 
però a tante angoscie ha voluto pietoso il cielo ver- 
sare una stilla di balsamo sulla piaga del mio cuore 
ancor sanguinente , e addolcire l' acerbezza della 
paterna perdita colla speranza di un fortunato av- 
venire ». E in qual maniera ? — esclamò Panlo- 
cheo con un' ansietà che ben rivelava l'aculo desi- 
derio che il frugava di conoscere qual felice avven- 
tura gli fosse toccata. — Col versarmi improvvisa- 
mente in seno un tesoro di danaro. — Mi rallegro cor- 
dialmente con voi della prospera sorte che vi é tocca- 
ta, ma nel medesimo tempo mi rattristo meco stesso, 
poiché io mi penso che voi divenuto cosi ricco non 
vorrete slare più meco. Ma e donde vi e piovuta mai 
tanta ricchezza.^. - Da un mio parente, a cui non mi 
é stato neppur concesso d'impimcre un caldo bacio 
di affetto e di riconoscenza su quella benefica mano, 
.che sì propizia è venula in soccorso de' mali miei. 
Ben mi rammenta, che il mio povero padre spesso 
solca coniarmi di un zio che vivea lungi da noi e 
facea gran vita e possedea molto danaro , né avea 
altri parenti cui lasciare tutta la sua roba di noi 
infuori: onde quell'amoroso vecchio del mio geni- 
tore abbracciandomi cararaeule e piangendo per le- 



16^ 

nerezza mi dicea: figlio mio , tu vedi misero stalo 
in cui mi trovo, nò puoi da me sperare in retaggio 
altro patrimonio che quello della virtù che insieme 
colla tua dolce genitrice già estinta l'abbiamo for- 
mato in fino dagli anni tuoi più teneri; ma io porto 
ferma speranza che quel nostro parente ti renderà 
un giorno felice, e tu non sarai più costretto dalla 
miseria a provare quanto sia amaro il pane altrui. 
Povero padre !! chi glie lo avesse detto che pochi 
dì appresso la sua morte mi dovea avvenire ciò che 
con tanto ardore mi avea desiderato. Oh quanto più 
contento sarebbe disceso nel sepolcro a dormire il 
sonno de' giusti! Kccovi per online narralo puanto 
mi è successo di tristo e di lieto. Son tornato da 
voi, signore, per altenerc la falla promessa, ma 
nello slesso tempo per tórre commiato da voi e ri- 
durmi nella mia terra nalia , dove ho fermalo di 
menare i miei giorni. — Non accadrà mai che io 
lasci da me andar via un giovane di sì rare qualità 
di spirilo e di cuore, quale voi vi siete, una per- 
sona sì cara, sì amorevole, sì costumala e massaia. 
Ben io vi leggeva in fronte che voi non eravate nato 
per servire, ed ora mi gode l'animo che si sia av- 
verato il mio pensiero. Dunque voi non vi distac- 
cherete da me. ma qui rimarrete ed io vi lerró in 
conto di figliuolo e sarete voi il padrone di lutto. — 
Esultò in suo cuore a sì larghe profferte Telamone e 
conobbe di esser venuto a capo de' suoi infiammali 
desiderii. Rese primeramcnle le più vive e cordiali 
grazie che potè a Pantocheo per la squisita sua bontà 
e larghezza , e quindi per meglio tirarlo alle sue 
voglie cominciò a porre delle dilìicolta, a portar de' 
prclcsli, a metter de' dubbi per ricusare la s|)len- 
dita offerta, ma veggendo che al crescere degli osta- 
coli cr'^sca in Pantocheo l'ardore di averlo con se, 
piegossi a suoi volerla paltò però che gli desse in 
isposa la sua figliuola, (londiscese di presente alla 
dimanda Pentocheo che altro non bramava in suo 
cuore; ma prima di venirne all'elTello, volle udire 
se contenta fosse la figliuola e la madre. 

Prof. Alessandro Atti. 



L' xV L B U M 



IL TKVERE E 1.E SUE I.NO.'SDAZIOM. 

{Continuazione V. pag. 1.j7). 

Due inondazioni avvennero sotto il Pontificato di 
Sisto IV, ambedue ricordate dallo steso lufessura (I). 
La prima nell'anno del giubileo ìM') nel mese di 
Novembre, con queste parole: « EoAcm anno et mcìise 
» crebbe tanto lo Fiume mirabilmente, che chi vo- 
» leva gire per lo perdono a San Paolo , o alla 
)) Mola, bisognava che gisse in barca. « L'altra, più 
forte, pochi mesi dopo agli 8 di Aprile 1476. « Del 
» dello anno a di olio crebbe tanto lo Fiume, che 
» non si poteva gire a Santo Pietro, e però fu tc- 
>) nula l'Audienza in Santa Maria sopra Minerva. » 
K di questa ne fu scolpila memoria in una lapide 
che esisteva alla facciala della Chiesa della Minerva, 



alla dal suolo palmi 8,. conservataci dal Bonini (2). 
in questi versi : 

Crevit ad hoc signum trascendens limina Tgbris 
Octava lani, quae memoranda dies. 

Territa Roma, A'oe redeune nunc tempora, dixit, 
Diluvio, atque iterum corruet omne genus. 

Hunc annum versu longo est describere vcrum 
Quae numeros signat kic nota juncta docel. 
31. ecce. LXXVI 



Da altro Diario di anonimo autore (3), si ha me- 
moria di una inondazione seguila sotto il Pontifi- 
cato d'Innocenzo Vili successore di Sisto , nell'an- 
no 1485 il giorno 25 Novembre, ed eccone le pa- 
role. « Alli 25 di di Santa Caterina, fu grande cre- 
» scenza di fiume adeo che venne l'acqua nella 
» strada di Tor di Nona, e toccava il muro del for- 
» no ; e la notte seguente sboccò la Chiavica di 
» Giovanni Bonadies, e venne l'acqua fino al Banco 
» du'Medici , e il fiume di Salilo Spirilo si giun- 
» geva con quello di Praia, adeo che non si poteva 
)i passare per lo ammattonalo. » 

Nel Pontificato di Alessandro VI di Casa Borgia, non 
mancarono lo inondazioni del Tevere. Nell'Ottobre del- 
l'anno IVJi?, narra 1' Infessura nel suo Diario (4), 
che furono jiioggie dirotte, ed una inondazione che 
in molli luoghi fece grandissimo danno ai cam- 
pi ed alle vigne , specialmente a quelle in Prati 
che furono tulle sommerse. Nel Borgo de' Calzo- 
lari fu tale la piena che portò via da' fondamenti 
circa trenta case , e fra queste tre Chiese da non 
conoscersi più ove erano stale edificate. Dieciotlo 
persone restarono affogale e trasportale dalla cor- 
rente. In altri luoghi prossimi al Tevere intiere 
vigne e calmeli furon portali via dalla forza del- 
l'alluvione, che durò molli giorni. 

Più celebre pero fu (|uella dell' anno 14'J5 ai 5 
Dccembre, nominata dall'Albertino e dal Gomez, (5) 
tanto più mirabile perché accaduta a cielo sereno, 
l'altezza della quale (minore di (|uella di Martino V) 
la vediamo segnala nelle due Colonne al Porto di 
Ripella, ove Monsignor Bianchini fece delincare latte 
le inondazioni dal 1495 al 1750, a palmi 24. G dal 
livello ordinario del fiume; e a metri 16 ceni. 88 
sopra il livello del mare nell'Idrometro ivi collocato 
nell'anno 1821 sotto la direzione del Cav. Linollc. 
La memoria di questa inondazione ci è stala con- 
icrvata in diverso lapidi che si leggono in più luoghi 
della città, e sono. 

Alla facciala della Chiesa della Minerva alla palmi 
6 dal suolo: 

Anno . Chr . MVD . Non . Decemb. 

Auctus in immensum Tiberis dum profluii alveo, 

Extulit huc tumidas turbidus amnis aquas. 

Alla facciala della Chiesa di S. Eustachio pai. 8. 



L' A L B U M 



16Ì 



An . Sai . M . V . D . 

Tiberis . Sereno . Aere . Ad . Hoc . Sig ■ Crevit 
Non . Deccmb . Alex . VI . P . M . Ann . /// 

In Via della Sapienza al Portone della Casa N." 41: 

Non . Decembris 

Tiberis . Ad . Hoc . Signum . Crecit 

An . Sai . M . V . D 

Olire queste che ancora sussistono, il Bonini (6) 
ne riporta delle altre ora non più esistenti, cioè a 

Castel S. Angelo pai. S']',: 

Alexandri . Borgiae . PP . VI . Anno III 

Die . V . Decembris . 1495 

Tiberis . Ad . Hoc . Signum . Inundavit 

Nell'antica Chiesa di S. Giacomo de' Spagnuoli 
a Piazza Navona, oggi chiusa, nominata anche dal 
Goniez, ove dice che l'acqua superò l'altezza di un 
uomo, alla palmi 8 dal suolo: 

Alexandre VI . Hisp. . Pont . Max. 

An . Sai . M . V . D . Non . Decembr . 

Cun . Ad . Hoc . Signum . Tiberis . Excrescens 

Mortuis . Etiam . Non . Pepercisset 

Petri9 . De . Aranda . Calagur . Calciai . Pont . 

Paviiientum . Hoc . Omne . Corrup . Sua . Imp . Rest. 

Dco .Opt.Max . Ac. Div . Jacopo. Hispanias . Patrono 

Honor . Et . Gloria 

Al palazzo del Cardinal Gaelani , ora Ruspoli , 
al CosOj pai. 17: 

Alex . VI . Pont . Max. 

Campis, tempia, domos, Tiberis spinantibus austris 

Spcrsit, et hoc signum contigit acutus aquis. 

M . ecce . LXXXK V . Mens . Decemb. 

Viciro al Palazzo Massimi pai. 10: 

Alex . VI . Pont . Max ■ 
Tikris . Hoc . Signum . Vndis . Invasit 
Hieronimis . Georgius . Venetus . Orator . In . Urbe 
Posuit . Oecembris . Quinto . M . CCCC . LXXXXV 

Minori di questa , e di men tristi conseguenze , 
fu certo juella ehe sopraggiunse in mezzo agli agi 
ed alle dcizie di che Roma era lieta nella bell'epoca 
del Pontiicato di Leone X , l'anno 1514 ai 13 di 
Novembre, della quale non troviamo menzione in 
alcuno dejli scrittori delle gesta di quel Pontelìce 
ma no fuconservata la memoria in una lapide al 
Palazzo Gctani, oggi Ruspoli alta palmi 12 da terra, 
riportata al Bonini (pag. 58) ed ora più non esi- 
stente, ne seguente distico : 

Bis enos tnenses decimo peragente Leone 

Idibii huc Tiberis unda Novembris adest. 

M D . XIII . Die . lo . Novembris 



Ed a quesla inondazione vuoisi che si riferisca 
quel gentile poemetto di Luigi Alamanni - // Di- 
luvio Romano - dedicato al Cristianissimo iie Fran- 
cesco I, di non minore semplicità e bellezza di quel- 
l'altro suo impareggiabii poema che è la Coltivazione. 
E giacché ci siamo abbattuti in elegante scrittore, 
qual'è l'Alamanni, non sarà discaro il riportarne qui 
qualche brano, ad interrompere l'aridità e^ la roz- 
zezza di queste memorie. Descritte colla più sem- 
plice eleganza le sorgenti del Tevere , il suo gon- 
fiarsi ed il suo fragoroso scendere dal monte cosi 
prosegue : 

)) Poi che, discese le montagne e i sassi, 

» Il rapido signor trovava il piano, 

» Fermò il suo corso, e rimirando intorno 

» Fu più feroce che più larga preda 

)i Di quanta seco avea si vide inanli; 

» E riprendendo in sen l'ardire e l'arme 

» Al gran danno comun rimosse il piede. 

» Popoli, salci, e gli umidi arbuscelli 

» Ch'han più cara lor sede in riva all'onde, 

» Fur primi svelti, né l'antico amore, 

» L'antica carità quetó la rabbia, 

» Che non fusser di lui dogliosa soma. 

» Indi poggiando poi la vite e l'olmo 

» Trovò non lunge e gli portò con seco. 

» felice partir che insieme aggiunti 

» La pampinosa sposa e'I pio sostegno, 

» Come dolce vivean, sen giro a morte. 

)) Quanta invidia portaro e questi e quelli 

» Al sempre verde ulivo, al vivo alloro, 

» Che lunge essendo in più elevalo colle 

)) Senza danno scorgean gli affanni altrui ». 

Ma non potrebbe con più belli colori e più vive 
immagini di queste; descriversi la campagna inon- 
dala : 



Qui si vedean le pecorelle umili. 
Senza contrasto far, ch'a mille a mille 
Trasportate da lui correano a morte. 
La si polca veder la vacca e '1 loro 
Sopra l'acque tener la fronte in alto 

i) E nalando sperar salute ancora, 
Fin che avanzando la stanchezza e l'onde 
Senza mai sbigottir chiudean gli spirti. 
L'animoso pastor, che dar soccorso 
Spera a' suoi danni, or la setosa coda 
Or le corna prendea di questo e (|uello, 
E'ndarno oprando ogni sua forza estrema. 
Lasso alfin soggiatea dall'onde vinto. 
Non cosi fea la pastorella afflitta, 

I) Ch'altra più pronta aita alle sue gregge 
Misera dar non sa che pianto e strida; 
Or la infelice madre, or le compagne 
Si sta chiamando fin che'l torbo umore. 
In un punto chiudea la voce e l'alma. 
I pietosi vicin, che 'n allo avieno 
In più sicura stanza i bassi alberghi, 



166 



L' A L B U M 



;) Visto ii dauno comune a schiera a schiera 
» Quanto il corso potean veniano in basso 
» Con rustici inslrumenti, e sassi, e travi, 
» Presti al soccorso de' perigli altrui. 
» Ivi della famiglia il vecchio padre 
)) Che l'alma pronta avea, le membra inferme, 
» Confortare e guarrir s'udia da lunga 
» Gli altri che più di lui poteano aitarsi. 
« Ed ei traendo ancor l'antico fianco, 
» Spinto dal buon voler ch'a forza il mena, 
» Sollecito venia, ma spesso a terra 
)) Or le spalle or le man cadendo posa. 
» La fida sposa poi le figlie intorno 
» Seguian correndo sbigottite e scalze, 
» Tratte più dal dolor che d'altra speme 
yi Che nelle forze sue ciascuna avesse. 
» £ giunte ove ii furor depreda i campi 
)i Fcrmaro i passi, e pallide e smarrite 
» Chi la fronte e i capei, chi'l petto e'I volto, 
« Priva d'ogni saver, si batte a straccia. 
» Il robusto bifolco e gli ellri, a cui 
» Giovinezza e valor porgeva ardire, 
» Da traverso venian di salto in salto ; 
» Né giunti a pena ove il bisogno sprona, 
» Lassi già s'accorgean dall'acqua cinti, 
» Che rompeva il sentier del lor ritorno. 
» Ivi al suo scampo sol, lasciato altrui, 
)' Intendendo ciascun, chi l'alte cime 
» Degli arbuscei salia non svelle ancora^ 
« Chi più tardo abbracciava o tronco, o sasso 
» Qual più presso vedea, uè molto andava 
y> Che, come i suoi vicin, dal fiume immenso, 
» Che pur poggiava ancor, rcstaro immersi. » 
'{Continua) Doti. Michele Coreani. 

(1) Diario II. ce. — V. anche il Sanvinio nella 
Vita di Sisto IV. 

(2) Opera citala paq. 54. 

\^) Diari tim Romanum Anonymi Si/ncroni Nat. de 
AntiportH, presso il Muratori loc. cil. 

(4) Presso il Muratori e l'accarde II. ce. 

(5) Alhertinus de mineralihus novac et veteris Urbis 
Romae , Lih. Ili C. 15 - Coinesii Ludovisii de pro- 
digiosis Tibcris inundationibus Romae apud F. Mi- 
nttium Cahum 1531. 

(6) Opera citata pag. 56, e 57. 



V A 



I E T A 



Il crinolina innanzi al Parlamento britannico. 

Abbiamo sotto gli occhi, dice un giornale, il di- 
segno di legge presentato al Parlamento inglese con- 
tro il crinolino. Ecco il titolo della legge : « Atto 
per la riforma e regolamento dell'abito donnesco de- 
.stinato a correggere e frenare le abitudini relative 
al crinolino ed altre superfluità artificiali, e l'abuso 
che se ne fa, coi poteri, disposizioni, clausule, re- 
golamenti, ordini, multe e pene da osservarsi, ap- 
plicarsi e praticarsi per l'esecuzione ed osservazione 



del presente ». Questa legge che ha tutta la forma 
delle disposizioni legislative, ha per iscopo di proi- 
bire l'uso delle gabbie, cerchii, od altri apparecchi 
al presente adoperato per gonnelle, come pure dei 
sottanini listati di nero e di rosso, e degli usattini 
con tacco |)iù alto di tre centimetri. La pena ai con- 
travventori, ossia contravventrici è di 8 scellini di 
multa. Il disegno di legge è « stampato da William 
Corcy , 61 , Warderer Street ». Non sappiamo se 
questa legge é un eccentricità parlamentare o estra- 
parlamcntare. Ma se mai saltasse in capo ai legi- 
slatori inglesi di sbandire il crinolino diciamo loro 
che sarebbe più facile di reprimere dieci rivoluzioni 
dell' India che di venir a capo del loro divisamento ! 



Della vita e degli scritti del P. Giacomo Mazio iella 
Compagnia di Gesti memorie storiche raccolte dal 
P. Antonio .ingelini della medesima Compagnia. 
Roma. Stah. tip. di M. L. Aureli e e. 1859. 

Giacomo Mazio nacque a Roma di Giovanni e d Ma- 
tilde Sartori sul cominciare di questo secolo. Eisen- 
dogli morto a quattr'anni il padre, e passala ad altre 
nozze la madre, il pio Prelato Raffaele Mazio eie fu 
poi Cardinale, lo raccolse in sua casa, lo crebbe alia 
pietà e agli sludii e lo ebbe sempre fino alla nortc 
indivisibile compagno e come figliuolo carissimo. 
Sortito avendo il Mazio dalia natura svegliato inge- 
gno , con larghissimo frutto e con molto ardjre si 
mise fino dalla prima età all'apprendimento delc let- 
tere e delle scienze. Con lo studio delle lettire la- 
tine mandò insieme quello dille italiane, e n am- 
bedue riusci valentissimo. (Coltivò con amore anche 
la poesia e nelle adunanze letterarie, nelle qjali en- 
trò poscia accademico, erano i suoi versi desiderati 
ed applauditi. Dettò epigrafi latine di tantaaellezza 
che parvero uscite dalla penna del 3Iorcelli- Applicò 
l'aninio alle scienze lilosofiche, teologiche elegali, e 
a corto andare ne divenne graduato maestro Si volse 
eziandio allo studio delle lingue, in che -bbe mi 
rabile altitudine da natura e apparò perfelt mente il 
tedesco, l'inglese, lo spagnuolo e il francse, e al- 
cuna cosa ancora si conobbe dell'idioma d Lisbona, 
di Varsavia, e di Pietroburgo. L'esser coitinuo sui 
libri gli avea procacciato un tesoro di tetta dot- 
trina, dalla quale non andava disgiunta cpella civil 
sapienza che dimora nel conoscimento de,'li uomini 
e dei tempi. Ito a Parigi in compagnia di (]avalicr 
De Cinque per recare al gran limosiniee principe 
di Croi gli atti concistoriali del suo csflamcnto al 
cardinalato , si attirò ben presto colla aa dottrina 
l'ammirazione e la stima di quella spie dida corte. 
I singolari pregi del Mazio avrebbonperó desi- 
derato più vasto campo per ispiegare Ulta la loro 
pompa e la loro virtù , e già gli si apia dinanzi 
coll'essergli profferto onorato uflìzio nellanunzi atura 
di Vienna che gli avrebbe dischiusa la irada ai più 
alti onori. Ma il Mazio generosamente inunziando 



L' A L B U M 



167 



a tale offerla e a tutte le più ridenti speranze della 
terra dava le spalle al mondo ed entrava nell'ordine 
di S. Ignazio il 29 di Giugno del 1837 correndogli 
il trentasettesimo anno di vita. Avria prima di que- 
sto tempo soddisfatto al suo ardentissimo ed antico 
desiderio di rendersi della Compagnia di Gesù, se 
non l'avesse ritenuto l'affetto che in sommo grado 
portava al suo zio Cardinale, il quale più che mai 
allora avea hisogno delle assidue e amorevoli cure 
del nipote per essere di quando in quando sopras- 
salito dall'epilessia, che alfine lo spense. 

Entrato nel noviziato di S. Andrea, ninno de' com- 
pagni lo potè giammai vincere nella perfetta osser- 
vanza delle regole e nel fervore di spirilo, che non 
rimise giammai del primiero ardore, tinche bastogli 
la vita. Il che gli valse lo scortargli che gli fu fallo 
di alquanto spazio il biennio del tirocinio. Fu quindi 
posto nel Collegio Romano a dar nuovamente opera 
per quattr'anni, siccome è costume nella Compagnia, 
alle teologiche dollrine. Ne' quali sludi cotanto spio- 
có la forza del suo acuto e limpido ingegno, 1' in- 
defesso coltivamento della scienza e la squisita sua 
modestia , che divenne l' amore e la compiacenza 
de' suoi valenti maestri P. Giovanni Perrone e P. 
Francesco Manera, e la meraviglia de' suoi compagni. 

Spirato il termine del biennio, il 30 Giugno 1839 
si strinse a Dio co' voli semplici, che solennemente 
raffermò dieci anni appresso, e nel di natale di Cristo 
Signore del 1840 ascese la prima volta il sacro al- 
tare ad offerirvi le primizie dell' immacolato Agnello 
con tanta pietà e ardore di spirilo da non potersi 
chiudere in parole. 

Mentre volgeagli il second'anno de' teologici studi, 
gli fu alTidato il carico d' insegnare filosofia morale 
nel Collegio Romano , e si mise al suo ufficio con 
tanta alacrità e buon volere che non si ebbe a de- 
siderar nulla che facesse al profitto de' suoi uditori. 
Compiuto il corso delle teologiche discipline e spesi 
cinque anni nell' insegnamento della filosofia de' co- 
stumi, cominciò nello stesso Collegio Romano a leg- 
gere in ragion canonica; nel qual magistero non è 
a dire quanta valentia mostrasse egli che già per 
lungo studio avea fatto ricco tesoro di scienza legale. 

Scoppiata frattanto la politica tempesta del 48 esu- 
lava anch'egli il P. Mazio in compagnia de' PP. Per- 
rone, Patrizi, Pianciaai e di altri dalle native con- 
trade e riparava in Inghilterra, ove si poneva tosto 
ad insegnare diritto canonico e storia ecclesiastica 
nel Collegio di Benarl, e sosteneva molte e grandi 
fatiche, che poi furon cagione della sua morte, per 
il bene di quella Chiesa. Indi a non mollo, sul fi- 
nire cioè dell'Ottobre del 1850 ritornato di colà si ' ! 
pose nuovamente a leggere in ragion canonica ed 
entrato nel numero de' scrittori della Civiltà Catto- 
lica arricchì quell' ottimo periodico di pregiali la- 
vori. Ma i patimenti dell'animo e del corpo avean 
già logorala assai la salute del Mazio, e gli si era 
messa addosso una febbre sottile che per quattro 
mesi gli consumò lentamente la vita , la quale si 
chiuse in questa valle di lacrime il 30 di Aprile 



del 1851 con compianto universale de' suoi confra- 
telli e con mestissimo desiderio di quanti lo co- 
nobbero. 

Fu Giacomo Mazio di squisite e raffinate virtù, 
di molla dottrina e facondia, di gran cuore, di ar- 
denti spirili e di amabilissime maniere. La operosa 
sua carità e la sua perfetta annegazione rifulsero mi- 
rabilmente nei luttuosi di del colera , e conlinua- 
menle negli spedali e nelle carceri. Fu caro per i 
suoi meriti a Gregorio XVI , al P. Giovanni Roo- 
thaan preposilo generale della Compagnia e ad altri 
sommi personaggi. Lo tennero in grandissima esti- 
mazione ed amore lord Filding, lord Hampeden, il 
P. Newman, il Phillips e 1' Hurter. Ebbe mezzana 
ed asciulla statura, tondeggiante e colorilo il volto, 
castagno il capello , occhio nero e vivace. Ouan'o 
valesse coli' ingegno lo dimostrano le opere che ri- 
mangono di lui. 

Recò in volgare la voluminosa storia d'Inghilterra 
del Doti. Giovanni Lingard corredandola di ampie 
e dotte annotazioni; le conferenze sopra la connes- 
sione della scienza colla religione rivelala di Nicola 
Wiseman: il seminario ecclesiastico, o gli otto giorni 
a S. Eusebio opera del Dr. Agostino Theiner scritta 
in tedesco: la vera idea della teologia ascetica che 
insegna la scienza de' santi del P. Francesco Neu- 
majr d. C. d. G. dettala in tedesco : le riflessioni 
sopra i quattro novissimi del P. Bartolomeo Bau- 
drand d. C. d. G. composte in francese. Dettò uno 
scritto apologetico contro Lucio Sincero discepolo 
dell'Hermes. Fé conoscere in Italia la filantropia della 
fede, ossia la vita della Chiesa in Verona in questi 
ultimi tempi, opera scritta in tedesco dal sacerdote 
Luigi Schlór{l). Traslató in italiano la difesa della 
vedova Woolfrey scritta in inglese dal Lingard (2). 
Compose una serie di articoli contro l'empio giornale 
l'Indicatore Maltese che cercava di prolestantizzare 
l'Italia: un ragionamento sopra il diritto publico ec- 
clesiastico (3): una dissertazione sopra il viaggio al- 
l'Arabia Petrea del Laborde letta nell'Accademia di 
Religione (A). Qua e colà volgarizzò la bella scrit- 
tura tedesca del Karll sulle antiche scuole e moder- 
ne, e vi appose sa|)ienli ammaestramenti (5). Rese 
italiana l'etica cristiana dell'americano D. Brovvnson 
di Boston (6). Mostrò negli annali delle scienze re- 
ligiose l'ordine, il nesso o le parti dell'opera tedesca 
intitolata la pace religiosa dell'avvenire per F. A. 
Standenmaier professore di teologia all'università di 
Friburgo di Brisgovia e ne fé gustare nella nostra 
lingua i passi più belli (7). Voltò dall'inglese la con- 
futazione del panegirico del ricco Epulone recitato 
a Londra dal vescovo protestante di Exeter (8). Com- 
pose una lunga scrittura per confutare l'opera spa- 
gnuola di Filippo Amat Arcivescovo di Palmira in- 
titolata, la delineazione della Chiesa militante, che 
fu poi proscritta dalla Congregazione dell'Indice (9). 
Dettò per la Civiltà Cattolica (10) varii articoli ri- 
sguardanti l'Inghilterra, il giornale piemontese il Ri- 
sorgimento, e l'aureo libro di Guglielmo Allies sopra 
la Chiesa Cattolica. Tradusse la lettera pastorale del 



168 



L' A L B U M 



Cardinale Wiscrnan al suo gregge: il sermone che a 
nome de'caltoiici inglesi fu indirizzato al medesimo 
Cardinale: la risposta a questo sermone fatta dallo 
stesso Cardinale e il lungo ragionamento che l'epi- 
scopato di Baviera raccoltosi a Frisinga l'Ottobre 
del 1850 rappresentò al suo Re per mantenere le 
ragioni e la libertà della Chiesa. 

Dobbiamo adunque saper grado e grazia al eh. 
P. Angelini, il quale tolse a raccogliere le memo- 
rie storiche di questo valoroso e a discorrere dif- 
fusamente con purgatezza ed eleganza di lingua , 
con 6nezza di criterio e con ricchezza di dottrina 
intorno alla vita e agli scritti del P. Giacomo Ma- 
zio. É l'opera intitolata nel nome del celebre P. Per- 
rone amicissimo dello stesso Mazio. Si divide in tre 
libri, nel primo de'quali si tratta della vita condotta 
dal Mazio nel secolo e in religione: nel secondo si 
fa l'analisi dc'suoi scritti: si parla nel terzo delle sue 
virtù. Contiene il primo libro sette capitoli, in che 
si ragiona della dedica dell'opera, della morte del 
P. Mazio e delle cagioni di essa; de' motivi della 
sua tarda entrata in religione e della vita menata 
nel secolo: del suo noviziato, de'suoi nuovi studi di 
teologia; de'voti con che si legò a Dio e del suo sa- 
cerdozio; dell'insegnamento di filosofia morale e di 
istituzioni canoniche nel Collegio Romano. — Di- 
ciassette capitoli formano il secondo libro , in cui 
si tipn discorso della cultura dell'ingegno del Mazio 
e si analizzano con mollo senno e con molla chia- 
rezza gli scritti che abbiamo di sopra accennati. Il 
terzo è composto di sei capitoli, ne'qualì si dichia- 
rano le sue virtù discorrendosi della sua orazione, 
della sua umiltà, dell'annegazione di sé, dell'amore 
e della stima in che ebbe la vocazione, dello studio 
della salute delle anime e dell' opinione che ha in 
lutti lasciato di sé. 

Prof. Alessandro Atti. 

(1) Annali delle scienze religiose voi. XI, num. 32. 

(2) Op. cit. voi. IX, num. 25. 

(3) Op. cit. serie II, voi. II, fascic. 4. 

(4) Op. cit. voi. V, num. 15. 

(5) Op. cit. serie II, voi. III. fascic. 4. 

(6) Op. cit. voi. Ili, fascic. 8. 

(7) Op. cit. voi. V, fascic. 14. 

(8) Op. cit. voi. IV, num. 10. 

(9) Op. cit. voi. II, num. 4. 

(10) An. I, voi. Ili, pacj. 397 ; an. II, voi. IV, 
pag. 708, 415; voi. V, pag. 207 e 429. 



UNA VISITA AL CARCERE 01 S. PIETRO 
SONETTO 

In questa tana d'ogni luce muta 
Inferrava Nerone il magno Piero ? 
S'agghiaccia il cor, stupisce il mio pensiero, 
E per sacro tcrror la lingua ammula. 



Gente d'intorno va che a muta a muta 
Fa di pianto tremar quest'aer nero, 
E il suol baciando esalta il prigioniero 
Onde fu Roma di splendor cresciuta. 

Prostrato a terra, colle mani a croce 
Io prego intanto, e bacio umilemente 
La catena, che a Lui fu tanto atroce. 

Poi sorgo, e grido : tue superbe mura, 

E gloria, ed armi, o rio Neron, son spente: 
Solo il nome di Piero eterno dura. 

Prof. Giuseppe Tancredi. 

CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

I piaceri della vita sono la conversazione , il teatro 
la caccia, la pesca, la villeggiatura e lo spasso. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione pia: 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

za di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVANNI DE-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Uislribuzione 2 2. 



16 Limilo (859 



Anno XWI. 





LA LUCE ELETTRICA. 



LA LUCE ELETTRICA 



1. 



La luce artificiale prima del 1800 

ji II mondo non è vecchio ( dice il signor Babi- 
» nel ne' suoi studi sulle scienze di osservazione) se 
)) non a confronto della breve durata della vita uma- 
)' na; e nella serie delle età della terra può dirsi 
>i che relativamente al periodo astronomico , e ai 
» periodi geologici, il peiiodo storico attuale non 
» rimonti che al giorno di jeri. » 

Niuno farà certo le maraviglie se io dirò che tal 
verità può dimostrarsi col rigore d'un teorema, poi- 
ché ne abbiamo fra mani prove invincibili. Vedute 
in generale tali prove hanno tutte un egual valore; 
ma per noi che trattiamo una quistione speciale , 
una d'esse sopra tutte ha grande importanza perché 
ci conduce al nostro scopo, ed è quella della infanzia 



nella quale sono ancora un gran numero d'arti,in ispc- 
cie Varie delV illuminazione, la quale è si vero ch'esce 
ora appunto dalla fanciullezza , che poche linee ci 
basteranno a passare in rassegna i varii modi d'il- 
luminare usati fino a' nostri giorni. 

Pigliando le cose fin dalla origine, gli uomini pen- 
sarono da principio a valersi dei legni resinosi delle 
ampie foreste che coprivano la superficie della terra, 
e gii stessi Dei ebbero eguale pensiero. Allorché Plu- 
tone ebbe rapito Proserpina , Cerere avendo fatto 
giuramento di ritrovare sua figlia , e non volendo 
che le tenebre della notte interrompessero le sue 
ricerche , accese due pini sulla cresta rovente 
del monte Etna. Ma fa egli di mestieri salire si 
alto e sorpassare le cime dell' Olimpo per trovare 
le tracce di questa illuminazion primitiva ? Non 
già ; poiché in un angolo del mondo v' e una 
grande isola i cui abitanti vivono in capanne co- 
me tassi , e che non conoscono altri fuochi che 
quelli de' tronchi di abete ! .... ma lasciamo da 



170 



L' A L B U M 



parie l'infelice Islanda. I legni resinosi furon dun- 
que il primo mezzo per aver luce onde gli uomini 
si servirono. In appresso gli Egiziani inventarono la 
lampada che troviamo diffusa per tutto l' Oriente 
insin da' tempi più antichi. Essa non era altro che 
un vaso ripieno di materia grassa nella quale era 
immerso un lucignolo composto di (ila grossolane 
Questo vaso prolungalo nel becco si appendeva con 
alcune catenelle a certi candelabri chiamali lampa- 
darii, e [)er tal guisa si rischiaravano le volte dei 
tempii pagani: un gran numero di sifTaltc lampade 
antiche si veggono ancora ne' nostri musei. In pro- 
cesso di tempo si ritorno alla resina, ma si acconciò 
in candele. Non è forse presso questi malinconici 
lumi che si ri|)osava dalle dure fatiche del giorno 
il lavoratore onde parla Virgilio ? Ed .Tuche oggidì 
non vcdiam forse noi nelle campagne le contadine 
filare le loro conocchie , e sedersi a vegghia allo 
splendor vacillante d'una can<lela di resina che scop- 
pietta al disopra del focolare ■" Quanti anni ci con- 
vien scorrere prima di vedere la cera cacciar di 
seggio la resina ! Eccoci al mondo cristiano : ecco 
le prime cere dissipare le (enebre delle catacombe 
ove i fedeli celebrano i misteri della loro credenza. 
Quanti sono coloro che visitando oggi le nostre chiese 
ignorano che liitle quelle fiaccole accese di |»ieno 
giorno ranimenlaiio i tempi barbiiri della persecu- 
zione ! Ma la candela di cera è troppo costosa pel 
povero: s' inventerà la candela di sevo; e cosi fac- 
< iamo nella storia un altro passo gigantesco, e giun- 
iiiamo nel bel mezzo del secolo XIV. 

Pure, e par cosa incredibile, fino agli ultimi giorni 
del secolo passalo non si conobbe illuminazione 
migliore d'un lampadaio carico di candele; né quelle 
candele possono paiagonarsi alle nostre perché la 
candela stearica non fu inventata che nel 182.J da 
Gav-Lussac e (]he> reul. Possiamo (lun(|ue in due pa- 
role restringere i passi fatti dalla illuminazione in- 
fino a noi: la resina nauseante, il fuliginoso stoppino, 
la schifosa candela, l'incomoda e dispendiosa cera. 
Tale è l'opera di cinquanta secoli ! 

L'arie (Iella iilnniina/ioiic era in i|unslo slato al- 
lorché giunse l'anno 1800 nel ([uaìc soltanto comin- 
ciarono gli esperimenti veramente importanti. E 
ornai chiaro che le principali scoperte non hanno an- 
cora sessanta anni, e che se non sono sorelle, sono 
almeno conlcmporanee: allorché si dice ohe il se- 
colo XIX è il secolo dei lumi non solo si dice una 
verità ma si fa eziandio un giuoco di parole. Tre nomi 
si associano alle moderne fatiche: Àrgaii , Filippo 
Lcbon, (! Uavv. Argan avendo osservalo che la com- 
bustione è rosa attiva dal celere rapimento de' suoi 
])rodolti, immaginò una lampada a corrente d'aria, 
a cammino, a lucignolo tondo; né sappiamo il per- 
ché questa lampada logliesse (juasi subilo il nome 
da un certo signor Quinquet. Non so capirla: Quin- 
quet non era che l'operaio del medico di Ginevra, 
costui era la testa, quello era la mano. Ma il mondo 
bene specso é cieco ! Facciamo ammenda dell' in- 
giustizia de' padri nostri poiché la lampada dell'Argan 



loro ha renduto di molli servigi, e diciam pure col 
Babinet, che Quinquet fu 1' Americo Vespucci del 
Cristoforo Colombo della illuminazione. 

Nel tempo stesso nel quale l'Argand costruiva la 
sua lampada a corrente d'aria, un ingegnere fran- 
cese , Filippo Lebon , era smanioso di fornire alle 
grandi città sorgenti di luce inesauribili come (lucile 
dell'acqua viva. Egli annunziò nel 1801 che si po- 
teva cavare un gaz injiammabile col distillare il le- 
gno e le materie grasse. La Francia d'allora fu in- 
grata: Filippo Lebon non giunse neppure a farsi in- 
tendere in patria , e mentre in Inghilterra le offi- 
cine del famoso Watt erano illuminate a gaz fino 
dal 1805, questa illuminazione non fu introdotta in | 
Francia se non nel 1818 quando Filippo Lebon più 
non era ! 

Finalmente, quasi che lutti i begl'ingcgni si fos- 
sero dati r ap|)untameuto sul principiare di questo 
secolo, nel 18Ò1, l'anno stesso in cui Filippo Lebon 
pubblicava la sua memoria sull'illuminazione a gaz, 
un fisico inglese preparava la sua prima esperienza 
di luce elettrica. 

Continua. Dalla Science pour tous. 



tL TEVERE e LE SLE I.NO.NDAZIONl. 

(Continuazione V. pag. 166). 

Né meno viva e commovente é la descrizione del 
misero artigiano sorpreso dalla piena nel suo abituro: 
)) I bassi alberghi di coloro i quali 
)> Del suo proprio sudor pascon la vita, 
» Furo i primi a sentir che possa il Tebro. 
)) Ivi il misero padre, in alto asceso, 
» Con la sua famiglinola in un ristretto, 
1) L'affaticale merci e '1 suo tesoro 
» Saccheggiar e guastar vedeasi innanti ; 
» E di piangere ardia l'afllitlo a pena, 
» Tanto il preinea timor ; ch'a poco 
)) Vedea l'onda montar, non sazia ancora 
» D'ogni sua povertà se 'n vila il lascia. 
» Or s'alTatica, or pensa e cerca e guarda 
)) D'onde possa schi\ar l'estrema sorte, 
» Né può ben ritrovar modo al suo scampo. 
» L'infelice niogliera e i figli intorno 
>< Or dal cielo or da lui chieggon mercede ; 
)j Con gli occhi in alto e le ginocchia inchine 
)) Slendon le braccia, e cosi stando viene 
» Chi la vita e 'I timor toglie in un punto. » 
Ma basti di questo gentile poemetto, e (Iella inon- 
dazione cui si riferisce; che di altra assai più ter- 
ribile dobbiamo ora parlare, quale fu quella del 1530, 
la maggiore di quante ne abbiamo ricordale sin (|ui 
e la (|uale sebbene venisse di poi superala da altre 
in altezza, come vedremo, non cessa però di essere 
una delle più fuuesle e più lacrimevoli per Roma, 
sia per la congiuntura in cui sopravvenne, sia per 
i danni che cagionò; onde a questa può ben riferirsi 
quello che dicea l'Alamanni della antecedente inon- 
dazione (seppure a questa non alluda il suo poema): 
)) Ahi serva Roma e di miserie albergo. 



L' A L B U 31 



171 



yi Dopo tanti dolor, tant'altri guai, 
)) A che ti serba il ciel ch'autor cruccioso 
•< Ti mostra il volto, a che minaccia ancora 
)i Con disusato ardir 1' irato Tebro ? 
É nolo al mondo il tremendo sacco dato alla città 
eterna, nel Maggio del 1527, dalle orde barbariche 
condotte dal Duca di Borbone , che nell'assalto vi 
perdette la vita. Rifugge l'animo dal ricordare l'em- 
pietà e le scelleraggini commesse in quella occasione 
non meno dai Tedeschi luterani, che dagli Spauuoli 
cattolici, ai quali, è forza pur confessarlo, si erano 
uniti non pochi svergognati Italiaui, attirati dalla spe- 
ranza di grosso bottino (l). Era il terz'anno da quel- 
l'orrida disavventura : Papa Clemente VII, tornato 
da Bologna ove area posta sul capo di Carlo V la 
corona di ferro del regno longobardico, avea intesa 
con incredibil gioia la resa di Firenze che tanto era- 
gli a cuore; e Roma cominciava appena a respirare 
da tanti guai, quando sui primi di Ottobre, gonfian- 
dosi il Tevere per le immense pioggie, traboccando 
dalle sue sponde, fu quasi sul punto di restare in- 
tieramente sommersa. Cominciò la piena a invadsre 
la città a cielo sereno la mattina dell'S verso il 
mezzodì, e continuò a crescere tutta la notte ed il 
giorno seguente, che fu di Domenica, per modo che, 
a riserva di pochi luoghi, ne fu tutta inondata. In- 
tieri edificii, investiti dalla furia delle acque, rui- 
narono da' fondamenti colla morte di quanti v' era- 
no dentro : la perdila delle merci , vettovaglie , e 
bestiame fu tanta, che il danno fu slimato non in- 
feriore a quello del sacco. Fra gli edifici più no- 
tabili ruinati , si ricordano le regie fabbriche di 
Agostino Chigi col magnifico giardino, dello ora la 
Farnesina alla Lungara, il superbo Palazzo di Giu- 
liano Ceci, e la Casa di un tale Eusebio nella Via 
Giulia. La quale strada , che era tenuta per una 
delle più belle di Roma, per la mina di quasi tutti 
gli edifici, restò abbandonala e deserta. Si aggiunse 
ad aumentare il terrore del popolo superstizioso una 
eclissi del sole e della luna accaduta nello stesso 
giorno dell'inondazione, alcune scosse di terremuoto 
che si erano intese poco prima, parecchie predizioni 
di sedicenti Astronomi, e più di tutto la ricordanza 
de' mali passali (l). >'el leggere la descrizione che 
ne fa il Gomez, muove veramente a compassione la 
triste condizione di Roma, specialmente nella notte 
che segui a quel funesto giorno dell'S, alla quale, 
egli dice , non potea meglio convenire quello che 
Virgilio (2) scrive dell'eccidio di Troia: 
Quis cladem illius noctis, quis funera [andò 
Explicet ? aut possit lacnjmis acquare labores ? 
Lròs antiqua ruit eie. 

Una lettera scrina da Giambattista Sanga da Ro- 
ma alli 13 d'Ottobre dell' istesso anno al Duca Ales- 
sandro de' Medici (4), in cui si narra questa inon- 
dazione , sarà sufficiente per formarsene un idea. 
)) Ancor qui (egli scrive) abbiamo avuto un dilu- 
« vio d'acqua non udito mai più, e cresciuto il Te- 
)> vere tanto, che è andato per tutta Roma, e al- 
» zalosi l'acqua in alcuni luoghi olio palmi più alta 



» che non venne al tempo d'Alessandro, che fu al- 
» lor riputala inondazion grandissima. Sono ite le 
)) barche sino in la piazza di S. Apostoli, ed è ar- 
» rivaia dal canto di qua l'acqua sin vicino alle 
)) scale di S. Pietro, e Nostro Signore tornando da 
» Ostia, dove era andato alli 4 per pigliare aere, è 
» slato duo di in Santa Agata a Montecavallo per 
)) non poter passare a Palazzo , noi lutti assediati 
» in le case nostre. Il danno è stalo grandissimo , 
)) che ad una città afflitta e consumala come que- 
» sta é parso un altro sacco. S'è perso i! vino nuo- 
» vo, una quantità grande del vecchio, grano tanto 
» che in subilo è quadruplicalo di prezzo, né senza 
)) ajuto di Sicilia si può pensare a viver qui quc- 
)> sto anno: biave, strami, legna quasi tulle perdute; 
)) guasle u na infinità di robe, che l'escrescenza fu 
)) si subita che non poleron salvarsi. Ha portalo via 
» bestiame , e molte persone che si trovarono in 
» luoghi o in case basse , che prima furono asse- 
« diale dalle acque che potessero salvarsi. Usci il 
)> fiume del lello Venerdì passalo, che fummo alli 7, 
» crebbe tutto il Sabato sino alle 9 ore seguenti della 
» notte seguente, e tutta la Domenica non si potè 
)> praticar Roma senza barche. Il Lunedì tornò nel 
)) ietto suo; ha lasciale le strade e le case così de- 
» formate, che è cosa spaventevole l'andar per Roma. 
» Ma benché 1' acque siano cessate , continua ogni 
)) dì la ruina causala da questo diluvio. Sono in di- 
« versi luoghi di Roma ruinale molte case debili, 
» molte grandi stanno in puntelli , avendo l'acqua 
n cavalo sotto li fondamenti , va via tutta la ripa 
» dove venivano le barche in trastevare. Nella Via 
)) Giulia drieto a Banchi sa Vostra Eccellenza quante 
)) belle case erano: si veggono segni che poche ve 
» ne resteranno. Ha dato a tutta la città grandis- 
)) simo terrore, che una casa grande che vi era di 
» M. Eusebio già servitore del Cardinale S. Gior- 
» gio , ricco cortigiano , e tenuto uomo molto da 
)) bene , stando lui con forse altre trenta persone 
» in casa Domenica sera alle tre ore di notte, avendo 
» il fiume levatoli il terreno di sotto, ruinó ed am- 
)) mazzo tutti gli uomini e animali che vi erano. 
)) Ed il modo della ruina è ancor più- spaventoso , 
« vedendosi la casa non caduta da una delle bande, 
)) ma tutta insieme s'è abbissala, come se fusse ca- 
)) duta in un fosso. Avrei da dar troppo che leg- 
)) gere a Vostra Eccellenza , s' io contassi tutti li 
)) danni di questa innondazione, la quale daria an- 
)) cor molto più spavento alla città , temendo non 
» significasse qualche maggior male , se non s' in- 
)) tendesse, che in molli luoghi altri l'acque hanno 
» fatto grandissime ruine. » 

[Continua) Dott. Michele Carcani. 

(1) V. la descrizione di questo sacco fatta da Gia- 
como Bonaparte testimonio oculare. 

(2) Gomez opera cit. 

(3) Aeneid. Lib. II, v. 361. 

(4) Stampata fra le Lettere de' Principi , Venezia 
1577, Tom. Ili, pay. 114. 



172 



L' A L B U M 




(1/ ISAIA DtL REVELLI.) 
ALLA MEMORIA DI SALVATORE REVELI.l 

Allor che a sublimar rumane gelili 
II Genio e l'Arte ritornava Iddio , 
Alzossi l'Uomo che gigante ardio 
Sfidar, Natura, e suscitar portenti. 

Ahi ! Revolli, ora che gli umani intenti, 
A quale altezza Italia ognor salio. 
Sui tuoi prodigi riieggeano, rio 
Fato t'invola ? . . . i cari di n' ha spenti ' 

Del sublime di Flora AngcI severo, 

(Gloria triforme !) il tuo scalpello valse 
Al marmo ridonar l'arte, e il pensiero. (1) 

O Morte, o di virtù cieca tiranna, 

A che non resti innanzi quei che salse 
Per l'opre sue limmortalc scranna ? 

A. Ferri. 

(1) Chi non vede nell'Isaia la maschia virtù di Mi- 
chelangelo ? Chi uon vi scerne stampato il pensiero del- 
l'uomo che s'infutura ? 



IL CANONICO D. GIUSEPPE SASSOLl. 

Poiché la ricordanza della pietà e beneficenza del 
Can. D. Giuseppe Sassoli passerà con venerala am- 
mirazione ai posteri dolenti che tanta virtù siasi 
diparlila dalla terra che ogni di si va slramando 
d'uomini utili e benemeriti quale egli fa, mi stu- 
dieró raccozzare di memoria alquante notizie della 
vita di lui a significare che in me dura tuttavia 
grata riconoscenza per l'affetto ch'egli mi ebbe por- 
talo. 

Giuseppe Sassoli trasse i natali in San Giovanni 
in Persicelo a' 30 novembre 1781 da Biagio e An- 
gelica Ursoni famiglia religiosissima , cui si arrise 
fortuna da portarla a grandi ricchezze. Fanciullo 
venia ammaestralo nella lingua Ialina da U. Michele 
Mazias e D. Vittorio Martinez e.v-gesuili spagnuoli, 
che ebbero a lodarsi dell' indole schiena e ossequente 
di lui; e de' suoi progredimenti nella piclà e nelle 
lettere ; le quali dovè lasciare slreltone dal padre 
che fino a 19 anni l'adoprava ne' suoi commerci. 
Ma essendo sua voglia ricisa farsi uomo di chiesa, 
lauto pregò che Biagio il lasciava ire a Bologna , 
ove stette col fratello Vincenzo che studiava le Ma- 
tematiche. Usando colà alle scuole del Seminario 
udiva clo(|uenza da Tognelli, e dal Tartaglia, filo- 
sofia da Luigi Zanotli e dal Priore Vogli, e quindi 
Teologia dal Grislini, dal Morandi, e dall'Ambrosi; 
nomi bellissimi , avuti a condiscepoli il Mellini , 
Mosig Trombetti, l'Arciprelc Venlari, ed allrcllali 
E perchè dava mostra di sentir molto innanzi nelle 
lettere, la patria Accademia de' Candidi Uniti il fa- 
cca de' suoi. Un doloroso accidenle interruppe o 
tardò i bene avviati sludii, che tornando da Bolo- 
gna con I). Lucio Serra nella svolta d' una stradi- 
ciuola, che melle alla sua casa rovesciatosi il vei- 
colo che li portava , D. Giuseppe battè cadendo sì 
sconciamente del capo in un rocchio di marmo, che 
rimasone profondamente ferito non ebbe più mai la 
mento lucida e sciolta come dapprima. Essendosi poi 
mollo addentralo ne'teologici sludi n'avrebbe ripor- 
tata laurea, se dalla Republica Cisalpina non fosse 
stalo vietato il conferirla; né egli (forse per mode- 
stia) non se ne curò più. A' 28 Settembre del 180i 
saliva l'altare nella chiesa della confraternita del 
Corpo, di Cristo, e ben presto si porse sacerdote pio, 
attivo, ed esemplare quanto dirsi possa. Confessore 
fu assiduo e zelantissimo, predicatore inoltre piano 
e fruttuoso, che più volle fece quaresimali, avventi, 
novene ne' dintorni, e anche vecchio recavasi qua e 
colà a tenervi discorsi , catechismi , e ragionamenti 
morali, nel mese di Maggio in ispezic, che per lun- 
ghi anni fece pure in quella Chiesa del Corpo di 
Cristo (delta la Centura) che ci dilesse cotanto. 
Economo fu per breve tempo alla Cura de' SS. Gi- 
nesio e Teopompo di Tivoli, e ricerco perchè an- 
dasse Parroco in più Chiese fu costante nello scher- 
mirsene. Sacra funzione alcuna non si facea qui, e 
ne' luoghi contermini cui non intervenisse , non ne 
fosse anzi il promotore, l'ordinatore l'aiutatore pre- 



L' A L B U M 



173 



cipuo ; talché pareva mirabilmente moltiplicarsi quel 
suo indefesso zelo pel bene delle anime, e pel ser- 
vi<TÌo e decoro del culto divino. Fondata qui nel 1830 
dal Card. Bernetfi una Gasa di Ricovero, il Sassoli volle 
esserne il cappellano gratuito, ufficio da che si affaticò 
per oltre venticinque anni, segnalandosi nella conti- 
nua e laboriosa assistenza a morienti,uel confortamen- 
to de' sventurati, e nello sparger perenni beneficienze 
su quo' miseri , che le infermità, la vecchiaia, e la 
mala fortuna avea stretti a riparare in quel luogo. 
Venuto in gran età, per la salute malferma e per 
cura de' propri affari amò ritrarsene, e L'Instituto 
che fin dalla fondazione l'avea avuto uno degli Am- 
ministratori in segno di grato e riverente animo lo 
nominava Vice Presidente a Vita, e Vice Presidente 
il voleano le Scuole di Carità (qui nate nel 1853); 
ed ei compassionando la miseria e l'orfanezza di 
que' teneri fanciuUetti stese anche su loro le sue 
pietose larghezze, che non mancarono spandersi sulla 
terra di S. Agata che lo ebbe Partecipante e Consiglie- 
re del Comune. Diviso poi da' fratelli nel 1842 e fatto 
signore di vasto possedimento, la sua carità non co- 
nobbe più limili. Aiutò giovanetti poveri a farsi 
preti, o a rendersi religidsi, massime mendicanti, 
aiutò oneste zitelle ora a monacarsi , ora a collo- 
carsi in matrimonio; il pupillo, l'orfano, la vedova, 
l'infelice per ogni maniera di calamità consolò, soc- 
corse, ravvivò, e liberalmente, e largamente, che la 
sua carità non era gretta e meschina, ma fonte pe- 
renne inesausto. A chi dava albergo, a chi vestito, 
a chi pane a chi letto, a chi lavoro ; che stavangli 
forte a cuore gii operai , e die loro in che util- 
mente occuparsi per tutta la sua vita. Quante la- 
crime non ha egli asciugato ! . Quanto pene miti- 
gate , quanto rossore risparmiato al vergognoso , e 
infortunalo ! Da quanta disperalezza non ha tolto il 
famelico ! Quali sovrumani sforzi non fece e quando 
infieriva la carestia , e quando il colèra disertava 
questi luoghi ? Né false ed esagerate lodi son que- 
ste, ma potentissima verità , testimoniate da quanti 
ne provarono i benefici effetti, che furono infiniti. 
Sendogli poi sempre doluto, che ne' suoi beni non 
fosse una Chiesa, comperava il Santuario della B. V. 
del Poggio, ne facea scrivere la storia, lo restaura- 
va, l'abbelliva, curava e manteneva con lustro e de- 
vozione grandissima , solennizzandovi ogni anno la 
festa di N. D. Assunta in cielo, le cui lodi faceva 
celebrare a qualche oratore di grido. E perché il 
tempo, e la umidità ne avean guasta l'immagine di- 
pinta sul muro, la facea trasportare in tola, e ritocca 
e ridipinta dal Sorrazanetti nel suo altare ricollo- 
cava. Eh oh (juanlo é a dolere che non potesse fe- 
steggiarla con pompa la seconda domenica di Mag- 
gio siccome avea in pensiero ! Mirando poi sempre 
al beneficio della Collcggiata di S. Gio. Batta ( di 
f;ui con rara assiduità quotidiana aveva frequentato 
il coro) v'insliluiva nel 1853 un pingue canonica- 
to, nominatosi primo sé stesso. Compiendosi nel 1854 
il cinquanlesimoanno dacché celebrava la messa, volle 
rinovarla solennemente, e si ebbe i rallegramenti dei 



congiunti ed amici in un libretto di versi e di pro- 
se , che fu fatto pubblico in si lieta congiuntura. 
Uomo di antica slampa (di cui quasi è perduta la 
mostra nel mondo) era modesto, semplice di costumi, 
sincero , ullicioso, e per amistà e cuore buono in 
amore, e grazia di lutti. Aperte tenea ognora la casa 
e la mensa a congiunti , agli amici ai conoscenti , 
che vi aveano larghezza e splendide accoglienze , 
predilegendo alcuni ordini roligiosi, siccome cappuc- 
cini , osservanti, riformanti , che vi eran continui, 
per nulla dire di sacerdoti che per lunghi anni gli 
furon commensali e stanziarono in quel tetto vera- 
mente ospitale. In cima d'ogni suo pensiero, d'ogni 
sua opera stelle la religione, che amò di amore ac- 
cesissimo, per cui studiossi di camminare perfetla- 
menle innanzi a Dio per tutta sua vila. Quest'uomo 
vero padre de' poveri e degli infelici era venuto fino 
a suoi setlautasette anni prospero e vigoroso, quando 
su' primi d'aprile ammalò di punta, eh' ei da prin- 
cipio poco curò fino a recarsi in chiesa e in coro, 
donde due volte, preso da' brividi, dovè esser ripor- 
tato a casa. Postosi in letto per sei o sette dì lot- 
tava con quel fiero malore , ma la grave età, e la 
forza di esso lo spegnevano verso le ore 6 del mat- 
tino a 15 di questo aprile, e moriva accompagnalo 
dal vero e non compro universal dolore, dolore che 
non dileguavasi col suono di sacri bronzi , perché 
fondato sulla virtù, ondechè dura, e durerà perenne 
memoria degli uomini. Due giorni dopo cadendo al- 
lora la settimana santa ) eseguivasi a mollo onore 
in quella chiesa del Corpo di Cristo, le cui volte 
avevano echeggiato de' canti di allegrezza nell'offe- 
rimento del suo primo sacrifizio; ed ora (strano con- 
trapposto !) risuonavano de' mesti lugubri canti dei 
sacri ministri che gli pregavano l'eterna pace. A 
di 18 Maggio poi, trigesimo dal suo seppellimento 
i luoghi pii da lui beneficati , e il collegio de' ca- 
nonici rinnovarongli solenni funerali con musica e 
orazion funebre elotiuentissima recitala dal Rmo 
Sig. Arciprete Dolt. Luigi Santini che encomiò e porse 
altrui in esempio la pietà, la beneficenza , e le al- 
tre virtù del Sassoli ; sperando l'abbia Iddio rice- 
vuto a mercede nelle eterne misericordie. 

Gianfranccscn Ramòclli. 



I.A FORZA DELLA COSCIENZA. 
RACCOSTO 

[Continuaziunc V. pag, IG'i) 

IV. 

// coni ras lo. 

Soventi fiale incontra che per violento tempestar di 
mare, buffar di venti infuriano cosi le onde che per 
parecchi giorni il misero pescatore non può più di- 
sciorre dal lido la sua navicella, né far buona Iralla di 
pesce per racconsolare la diserta l'amigliuola cui 



174 



L' A L B U M 



vedo già languire nella miseria. Però al primo rischia- 
rarsi del cielo, al primo posare del vcnlo, al primo ap- 
pianarsi de' llulli, comincia a risorgere nel suo pello 
la speranza e l'alio lieto già corre al mare, scioglie 
la sua barcliella , getta le reti e ne trae abbonde- 
vol pesca. Non cajie più in se stesso per l'allegrezza 
e vola al povero abituro a rallegrarne i suoi più 
cari. Il contento del fortunato pescatore è poca cosa 
a petto del giubilo che provò Pantocheo al sentirsi 
domandar la figliuola da persona cui tanto tenea in 
pregio e a cui voleva il meglio del mondo. Senza 
por tempo in mezzo si fu a trovare insicm con Te- 
lamone la sua figlia che si nomava Cefisa. Appena 
le fu dinanzi k o mia cara figliuola, le disse tutto 
passionato e intenerito, dalle tante prove di affetto 
che lu mi hai dato, io ben conosco quanto desideri 
di secondar le mie voglie. (Jr dunque se brami di 
vedermi pienamente contento negli altri giorni di 
vita che mi rimangono , non devi negarmi (pianto 
son per richiederti ». Stava Cefisa tutta maravigliata 
a questo parlare che le facea dinanzi al servo e già 
mostrava nel volto l'ansiosa smania di sapere qual 
fosse la richiesta del suo genitore , onde a lui ri- • 
volta amorevolmente cosi gli rispose <f per vedervi 
interamente felice, o padre mio, io son tutta al pia- 
cer vostro. Voi sapete che non mi dijiarlo giammai 
dal vostro volere, né io potrei far mai tanto che a pez- 
za bastasse a rendervi degno cambio dello svisceralo 
amore che mi portate. - La tua madre ed io siamo già 
vecchi e ad ora ad ora potremmo essere da te strap- 
pali dal braccio della morte. Allora che faresti lu 
così ricca e cosi sola ? A quanti pericoli non ti ve- 
dresti esposta ? In quali mani inavvedutainentc ca- 
dresti ? Òiid'io per lo tuo meglio ho pensato di pro- 
cacciarti un aiuto, di provvederti di una difesa; bre- 
ve , di presentarli uno sposo. — A (|ueslc ultime 
parole salirono subito i rossori in viso alla pudica 
fanciulla , la quale tosto inchinò modestamente le 
luci a terra. Immaginò poi in suo cuore che il de- 
stinalo sposo fosse qualcuno di que' giovani che già 
l'avean richiesta, e pc' quali non avean giammai sen- 
tilo desiarsi in petto una scintilla di amore , onde 
con ansia trepidante ed affannosa, come si è quella 
di chi paventa una sciagura, stava aspettando di udi- 
re il nome. — Sola la virtù leva in vera nobiltà 
l'uomo. Che vale chiarezza di sangue, splendore di 
nascimento , opulenza di famiglia , se deformità di 
vizii .deturpi si preziose doli ? — Non polca più 
reggere Cefisa a si lungo discorso e smaniava dalla 
voglia di sapere chi fosse questo suo sposo. Si ma- 
ravigliava però fortemente che le facesse un tal par- 
lare alla presenze di un servo. Pregava frattanto in 
suo cuore caldamente la divina bontà, airinchè si de- 
gnasse concederle colui, pel quale avea già sentito 
qualche volta accendersi in seno una fiammella di 
amore. Onde per troncare ogni indugio — chi è , 
o caro padre, gli disse, colui a cui mi avete ser- 
bato ? — È Telamone. — A lai nome senti Cefisa 
correr per tulle le membra un tremito e battere 
concitalissimo il cuore nel putto. Dai teneri sguardi, 



dai frequenti sospiri , dalle tronche parolettc che 
le avea qualche volta di soppiatto indirizzate 
Telamone , si era già accorta dell' affello che 
le portava, e se ne sarebbe fortemenle accesa, se 
virtuosa com' era non .si fosse tosto adoperala di 
spegnere il nascente amore e stare in sugli avvisi 
per non dare alcun segno di affezione all' innamo- 
ralo servo. Onde tutta contenta che le fosse stato 
dal padre slesso proposto, ri\olla a Pantocheo: voi 
sapete , gli disse , che ogni vostro desiderio è per 
me un comandamento. Accetto di buon grado colui 
che mi offrite; ma pria di donargli il mio cuore , 
vo' udire mia madre. — Allora Pantocheo licenziato 
Telamone e la figlia, fé' chiamare la sua moglie, la 
quale poco tempo appresso fu da lui. Argia era il 
suo nome, e la sua età era sui sessanl'anni. Col vol- 
ger degli anni e coll'aver sofferto di parecchie gravi 
malattie era divenuta di umor acre e dispettosa 
quant'allra mai. Niuna cosa le andava a sangue e 
avrebbe trovalo persino il pelo nell'ovo. Avea già 
in suo cuore disegnato di allogar la figliuola con un 
giovane assai nobile e dovizioso della città. Onde- 
che non prima senti la proposta del marito, che montò 
sulle furie e gli die' per il capo del balordo, dello 
scimunito, del rimbambito, del matto — Dar la mia 
figliuola ad un mascalzone di serviloraccio che pule 
di lezzo di cucina, gridò tutta serpentosa e con due 
occhiacci sbarrati e di fuoco e con le mani ai fian- 
chi, giltar le mie viscere nel fango, ah prima vorrei 
che m'ingoiasse la terra o un fulmine m'incenerisse. 
A che tante sollecituilini, tanti trovagli, tante pene 
per crescere una figlia , se poi si dovea trascinare 
al precipizio ? Vecchio rimbarbogilo e snaturalo che 
se'.... io non so a che io mi tenga .... Che esca im- 
mantinenli di casa quel maledetto di servo, ne osi 
di porre più piede in queste soglie, che guai a lui. 
Oh che mi tocca sentire ... la mia figlia ... un servi- 
tore, uno straniero, un miserabile ... ma è meglio che 
me ne vada di qua, altrimenti non so quel che mi 
farei — K detto (|ueslo si fuggi tutta invelenita 
nella sua camera e chiuse la porla con un lant'im- 
pelo e strepito che parve la volesse fracassare. 

V. 

La partenza. 

Con quel risciacquo in capo pensate, come si do- 
vette rimaner Pantocheo, il quale veggendo la mala 
parala non ardi più fiatare. Argia avea preso su lui 
tal soprammano che lo padroneggiava a suo talento. 
Malcapitato a lui se non l'avesse secondata in ogni 
cosa , n'andava tutta la casa a rumore. Pantocheo 
adunque vedute cadere a terra le sue speranze non 
ebbe cuore di presentarsi a Telamone e annunziargli 
l'amara novella; ma trovala Cefisa le raccontò tutte 
le furie della madre. Se ne fu dolente a cuore la 
tenera giovanella , che già nella vergine mente si 
fingea le più care e dorate immagini, non è a dire. 
Proruppe tosto in un affannoso sospiro e die in un 



L A 1. B U M 



17; 



^raii pianto. Pantochco ingegnavasi di consolarla, ma 
vedendo tanto dolore di fanciulla non potè ncppur 
egli ratlenere le lacrime. Quantunque sapesse quanto 
intrattabile fosse ed ostinata la sua consorte , che 
preso un partito, lo volea vinto ad ogni modo, pure 
non volle lasciare intentato un mezzo che talora era 
riuscito acconcissimo per trionfare dell' inQessibile 
volontà di lei. Era Argia stretta iu nodo di perfetta 
amicizia con una certa Antigone, donna quasi della 
stessa sua età e condizione, con cui era stata accre- 
sciuta fino dall'infanzia e con la quale usava assai 
volentieri e familiarmente. Tante volte avea conce- 
duto ad un priego dell'amistà ciò che avea disdetto 
alla forza del maritale o filiale affetto. Panlocheo 
adunque si recò di colpo da Antigone e narratole 
tutto l'accaduto, la supplicò caldamente che volesse 
interporsi colla amicizia e colle preghiere a tirare 
Argia al suo volere. Consentì di buon grado l'egre- 
gia donna, e per non dare alcun sospetto di sé in- 
dugiò alcuni giorni prima di presentarsi ad Argia. 
Pantochco frattanto avea fatto nascondere in sua 
casa Telamone, dando ad intendere alla moglie che 
era già partito, aftinché, dati giù que'primi bollori 
si calmasse, e s'inchinasse quindi a suoi desiderii. 
Antigone adunque trascorsi cinque o sei di , fu a 
trovare Argia, la quale come la vide cominciò a ri- 
ferirle partitamenle quanto le era occorso , e be- 
stemmiare il marito e maledire al servo. Antigone 
veduto che il suo parlare non sarebbe valso ad al- 
tro che accenderle maggiormente gli spiriti e farla 
versare, voltò ad altre cose il discorso e poco stando 
se ne andò via, senza aver potuto far nulla. Ritornò 
Ja seconda volta ed entrando a ragionare dalla lunga 
intorno a Telamone , Argia le die subito in su la 
voce, e le vietò strettamente di farnele più motto. 
Antigone rapportò a Pantochco ogni cosa e gli af- 
fermò che sarebbe vano qualunque altro tentativo 
che adoprar volesse per ismuovere tanta durezza. 
Pantochco non cadde però di animo e risoluto ad 
ogni modo di conseguire il suo intento, andò da Cc- 
lìsa e tanto le seppe dire che la indusse a recarsi 
dalla madre per ottenere il bramato assenso. Appena 
Argia la vide, senza domandarle a che venisse, o 
qual cosa volesse, con un viso dell'arme ed arcigno 
usci in questi termini — oh il bel regalo che e'ti 
voleva fare, figliuola mia, quello scempiato di tuo 
padre ! Oh il ricco sposo che ti avea trovato ! Fan- 
ciullone ! Per quattro moine di quel mariuolo era 
rimasto accalappiato nella rete, lo, io ho pensalo per 
le, bella mia; io li vò dare il più ricco e grazioso 
V costumato giovane che ti abbia veduto mai. Con 
<|uel fistolo di servitore mi putiresti le mille miglia 
(la lontano. Che non ti veda mai dare un sospiro 
jier quello sciagurato, che non ti senta mai più par- 
lare di lui. — A questo discorso la povera Cetìsa 
non seppe qual cosa dire, onde tutta dolente in vista 
se ne ritornò dal padre, il quale non veggendo modo 
di poter vincere l'ostinatezza della moglie e volendo 
condurre in pace i giorni della sua vecchiezza, die 
a Telamone la facoltà di ridursi alla patria. Que- 



st'amara parola risuonò sull'anima di lui come l'an- 
nunzio di morte. Gli si ridestarono più feroci in 
petto le furie de'rimorsi; vide che già il ciclo sde- 
gnato cominciava a fargli sentire il furore delle sue 
vendette. Non si ardì di presentarsi ad Argia, che 
gli si sarebbe avventata addosso, come una tigre. 
Ondecchè bestemmiando il suo destino, pieno di di- 
spetto, di rabbia e di dolore , senza più vedere né 
Pantochco, né Cefisa sdegnosamente se ne parti. 

VI. 

La risoluzione. 

Cefisa non prima si accorse della partenza del suo 
Telamone , a cui non avea potuto dare nemmeno 
l'ultimo saluto, mentre le sorridea la più cara spe- 
ranza di porgergli in breve la mano di sposa, che 
ne provò si acerba trafittura che cadde in una gran- 
dissima passione d'animo. Non la rallegrava più la 
compagaia delle greche fanciulle sue amiche, fra le 
quali passar solca si lietamente tante ore del giorno. 
Non più ricreavala la dolce vista degli affollati spet- 
tacoli , la pompa e il brio delle feste , il tripudio 
delle danze, la dolcezza de'canli, l'armonia de'mu- 
sicali strumenti. Non prendea più diletto del suo 
giardino, ove mille ragioni di odorose piante e di 
vaghi fiori sorgeano") rigogliosi dalle apriche aiuole 
irrigate da inargentate liste di limpide fontane; ove 
si lievavano folti ed odorati boschetti di rose , di 
mirti, di allori; ed ospitale ombra porgeano i viali 
di bosso e di tiglio. Insipidi le parcano i cibi più 
squisiti, amare le più delicate bevande. Non curava 
più le carezze del padre, né le affettuose cure della 
madre , né alcuna delle domestiche gioie. Neppure 
il sonno la veniva a confortare del grato suo oblio, 
ed invocato fuggia sdegnoso dalle stanche sue pu- 
pille. Onde r infelice s'era condotta a tale che era 
una pietà a vederla, pallida, scarna, muta, pensosa, 
addolorala. Quel caro fiore pieno di vita , di gio- 
ventù, di brio, cresciuto al tepido raggio di amico 
sole , sorriso dal più limpido cielo , careggiato da 
amorosi venticelli, inaffiato dalle chiare e fresche 
acque di cristallina fonte, già perduto avea l'aureola 
di gloria che il circondava, la possanza del suo vi- 
gore, la freschezza delle sue foglie, la vivacità delle 
sue tinte, la bellezza delle sue forme, ed avvizzito 
ed inchinato sul suolo languia assai miseramente. 
Non è a dire acuta doglia che ne provava Panto- 
chco, e le disperazioni che ne facea Argia. Ingegna- 
vansi ambedue di divertirle il pensiero con giuochi, 
con sollazzi, con feste, con passeggiate; ma tatto era 
vano, e l' un dì più che l'altro s'aggravava la tri- 
stezza di Cefisa intanto che cadde gravemente ma- 
lata. Le entrò addosso un'acutissima febbre, né per 
apprestar che le si facessero i più efficaci rimedii del- 
l'arte salutare, punto giovavano. Pantochco già dava 
in eccessi al vedersi così acerbamente rapir dalla 
morte l'unica speranza della sua famiglia, il solo con- 
forto della sua cadente età, la suprema dolcezza della 



176 



L' A L B U M 



sua vita e non facca allro che aspranicnte rimpro- 
verar la moglie che era la principal cagione di tanta 
sciagura. Ma anch'essa al pari del suo marito tutta 
ne senlia lamarezza e si disciogliea in larghissimo 
pianto. Fallasi un dì appresso il letto , ove sfidala 
da'medici slava quasi agonizzando la misera Cefisa 
e pianamente chiamatala — figlia mia, le disse, caro 
frutto di (|ueste viscere, deh ! non abbandonare la 
madre tua. Se il niego che io l'ho dato dev'essere 
la causa della tua morte, ah non lia mai vero ! Te- 
lamone è tuo; io lo farò cercare per tutto ed egli 
sarà Ino sposo. — Il nome di Telamone risu(nu) in 
quell'anima illanguidita ed assonnata nel sopor della 
morte, come l'armonia d'un ar|)a toccala da un an- 
gelo. Dischiuse gli occhi e languidamente li rivolse 
al ciclo, quasi ringraziarlo volesse della vita che le 
ridava col donarle Telamone. Quindi ruppe in un 
gran sospiro (! andò tutta in un copiosissimo sudore 
che fu la sua salute. Argia spedi tosto persone in 
varie |)arli per ritrovar Telamone, ma non se ne potè 
saper novella. Cefisa riscossa dal suo malore andò 
a poco a poco migliorando, e a non lungo sp.azio si 
riebbe perfeltamcnle. Non era però tran(|uillo il suo 
cuore, poiché non vedea il suo Telamone, il (|uale 
agitato dalle sue furie , oppresso dal dolore di ve- 
dersi negala colei, per cui acquistare avea commesso 
il più nero dei delilli, andava irrequieto e furibondo 
vagando per le greche città. La lontananza di Celisa 
in luogo di estinguergli in petto la viva fiamma che 
lo cocca, veniva mirabilmente a raddoppiarne la for- 
za. Non potendo più comiiortare tanto tormento ven- 
ne nel fiero proposto di ritornare in casa di Panto- 
chco, uccideri! Argia e rapirsi Cefisa. Montò subita- 
mente a cavallo e dopo parecchi giorni di acceleralo 
viaggio giunse al luogo destinalo. Al primo porre il 
piede in quelle soglie che contaminate avea del più 
orrendo misfatto, senti tremar le ginocchia e tutto 
rimescolarsi il sangue nelle vene. (ìli parve di ve- 
dere il minaccioso spettro del tradito cacciargli in 
mezzo al cuore quell'insanguinato coltello, con cui 
gli avea segala la gola. Trasali di spavento a tal vi- 
sta e ritrasse indieiro il passo, ma trascinalo dalla 
sua passione e soffocando le ultime voci della mori- 
bonda sua coscienza ricorse innanzi |)iù ostinato nel 
suo intendimento e più feroce. La prima persona in 
cui si avvenne, fu Cefisa, la quale al rivedere così 
inaspcltalamenie il suo Telamone rimase senza molo 
e fuor di se slessa per l'abbondanza del gaudio, onde 
venne inondata. Al primo riaversi da quella subila 
sorpresa osservò nel volto di lui un riguardo sì tru- 
ce, una fierezza sì spaventosa da metter terrore in 
qual anima ])iù gagliarda ed ardita. Senza dirizzare 
un guardo d'alTetlo uè una benigna parola a Cefisa, 
tant'era accecalo e travolto dalla foga del suo reo 
disegno — dov'è Argia ? domandò con fermo viso 
e feroce. — Ah mio Telamone, perchè io ti riveg- 
gio lult'altro da quel di prima ? Che hai, che ti av- 
venne, qual funesto pensiero ti ha oscurata la sere- 
nità della fronte. Non sai ? . . . — Ma Telamone 



come quegli cui siringa altra cura 

Che quella di colui che gli è davanlc 
{Continua) Prof. Alessandro Atti. 



CIFRA FIGURATA 



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i nif. il ètJUuìa 

V ' c^i' AA 5. 



CIFRA FIGLKATA PRECEDENTE 

La sincerità del cuore e la migliore delle qualità in- 
dividuali. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVA.V.M f)E-A.NGELIS 

diretture-proprietario 



DìstribuzioDe 2 5. 



2 5 Luglio 181)9 



Anno XWI. 




FASTI DEL POTS'TIFICATO DI N. S. PP. PIO IX. 




MEDAGLIA COMMEMORATIVA PE RESTAURI DELLA PORTA ClA.Mf.OLENSE. 



LA GIRANDOLA NELLA SOLENNE RICORRENZA 
de' ss. APOSTOLI PIETRO E PAOLO (1859) 

Oucslc pagine che si abbellirono più volle colla 
riproduzione dei disegni delle girandole incendia- 
te sul monte Pincio ad esultanza delle solennità 
degli anni scorsi e che resero i dovuti encomii al- 
l'architettore di tante sorprendenti e svariate mac- 
chine, offrono ora allo sguardo de' suoi lettori la de- 
scrizione della girandola ch'ebbe luogo per la testé 
decorsa ricorrenza de' SS Apostoli Pietro e Paolo. 

La specialità della festa dei SS. Protettori di Ro- 
ma , richiamò alla mente dell'architetto Commend. 
Polclti una mole religiosa che riguarda sì diretta- 
mente la benignità e la sapienza che regna, e che 
ha tanto interesse nella storia delle arti. L'augusta 
dimora falla in Bologna nei 1857 dalla Santità di 
N. S. Papa PIO IX e la munifica elargizione fatta 
di 75, 000 scudi onde fosse compiuto il restauro di 



quel maggior tempio dedicalo a S. Petronio, che sarà 
sempre uno de' fasti più gloriosi del suo pontificato, 
porse dunque argomento al Poletti d' immaginarne 
il compimento e di rappresentarlo in tale festiva cir- 
costanza allo sguardo de' Romani che consapevoli di 
tanta sovrana generosità ne benedicevano il S. Pa- 
dre che si splendide cure ripone nelle opere di Re- 
ligione e di civiltà, e ne lodavano l'architetto che 
seppe ideare e perfezionare un tanto monumento. 
Perchè o fosse riguardato nell'unità del suggello, o 
nell'uniformità dello stile colla pane preesistente, o 
nella proprietà de' suoi particolari, riscosse merita- 
mente il sincero plauso e l'elogio dell'immense po- 
polo accorso ad ammirarlo. Certo è che, per quanto 
è a nostra cognizione, nulla avea di comune con 
quanti progetti ne corrono per le stampe, ed impron- 
tato lutto dello stile che correva a quei tempi (1390); 
si fonde la parie inferiore di Iacopo della Quer- 
cia (1421) colla superiore dal Poletti ideata in guisa 



178 



L' A L B U M 



che sembra di una sola mente, e si rivolge ad una 
epoca sempre gloriosa alle ar(i italiane. 

Soddisfatto così al principale argomento, egli apriva 
il campo a festose comparse tutte proprie dell'ame- 
nità del luogo, perché dopo la cosi delta prima scap- 
pata in cui migliaia e migliaia di razzi empievano 
l'aria di fuoco a variali colori e di strepito, si pre- 
sentava un magnifico \iale di fiori e di pini, in fondo 
al quale l'accano mostra le cascate di una maestosa fon- 
tana. Seguiva a questo misto al fragor del cannone un 
combattimento in aria di bombe e di scoppii che si 
cangiavano in pioggie variopinte di viole e di gel- 
somini, che destavano nell'animo degli spettatori una 
pacifica tema ed un tran(|uillo diletto. A queste suc- 
cedeva In comparsa che non cesserà mai di riem- 
piere l'animo di meraviglia, quella così della a ri- 
verbero, in cui la luce nascosta dei bengali! ripro- 
duceva con gran soddisfazione e piacere del popolo 
la mole rislaurata di s. l'etronio con tulli i suoi 
dipinti, a cui facevano ridente ala le piante dei giar- 
dini del l'indo. Coii una composizione atta all'uopo 
ha voluto l'archilello che il riverbero fosse prima 
di luce fredda, poi di luce calda, inline rossastra, a 
denotare il mattino, il mezzogiorno e la sera, e a ri- 
])rodurrc nelle tre epoche del giorno quella poetica 
e mngnilica prospettiva. S'intrecciavano (|uiiidi fra la 
calma e il rumore molle e molle altre comparse, che 
qui sarebbe troppo lungo il noverare; fra le qu.ili 
una leggiadra disposizione di corone di fiori giranti 
e cangianti di vivissimi colori ; un campo a molti- 
plicate spighe di grano, un adattalo ordine di globi 
trasparenti d'immenso splendore. In fine l'ultima scap- 
pata che ancora pili copiosa della prima desta sem- 
pre l'idea di una gigantesca ed imponente eruzione 
di vulcano, che copre tutta la volta del ciclo con 
corpi roventi rosseggianli di mille altri colori. Per 
ultimo chiudeva lo spettacolo la sempre ammirala 
illuminazione (Iella piazza, dal Poletli ideala, la (|uale 
accade con un sol razzo che rapido parte dal sommo 
del ('olle, ne incendia una moltitudine disposta in- 
torno all'obelisco , i qu:i!i corrono .ni appiccare il 
fuoco ad iin'cgnal molliliidiiie ili bengalli ordinata- 
mente accomodata sopra colonne intorno alla piazza, 
e alia lor volta ritornano alla guglia lasciando in 
un lampo vagamente illuminalo (luelT immenso spazio 
con gran gioia e comodo del popolo. 



I..\ K0r,/A 1)CLI,.\ COriCIE.NZA. 
li ACCOLTO 

{Continuazione V. ptiy. 176) 

Senza punto badarle già s'avviava verso le stanze di 
Argia. Celìsa vcggendolo da sé partire senza proferir 
verbo e concitalo inoltrarsi verso le camere della sua 
genitrice, immaginò subito che qualche scelleralo in- 
teiidinietito covasse nell' animo , onde gli corse ap- 



presso e gittataglisi a' piedi e abbracciandogli le gi- 
nocchia Ira i sospiri e le lacrime — Ah Telamone, 
gli disse, lu medili qualche iniquo disegno ; tu non 
sai quanto ho sofferlo per te. A quest'ora già starei 
nel sepolcro, se la mia diletta madre non mi avesse 
renduta la vita col coiicedermili per isposa. — Come?... 
tra atttmilo e pentito domandò Telamone. — Sì, la 
mia cara geniti ice è conlenla che io sia teco eter- 
namente congiuiila. — Ma di' tu il vero , o Cefi- 
sa ? — Per (|uanto v'ha di più sacro in cielo e sulla 
(erra io ti giuro che questo è vero cosi, come io li 
parlo. — A questi accenti un raggio di luce gli ri- 
schiarò la rabbuiala fronte, e un dolce sorriso gli 
fiorì sulle labbra. Allora tulio gongolante di allegrez- 
za — Corriamo, le disse, corriamo adun<iue a rendere 
ad Argia le dovuto grazie, a testimoniarle la più sen- 
tila riconoscenza. — Si presentarono in fatti a lei, 
la quale al rivedere Telamone, tutta lieta gli si fé 
incontro e di mille gentilezze lo ricolmò. In questo 
sopraggiunse Paiitocheo che non si potè ritenere che 
non gli si slanciasse al collo e non lo ricoi>risse di 
baci. — Tra pochi giorni, o Telamone, gli disse con 
una gioia che gli traboccava dagli occhi , saranno 
compiti i tuoi e i nostri desiderii. — 

VII. 

Le Nozze. 

Il più bgl sole di autunno ammantava di luce 
gli aprichi campi e le amene colline della Grecia. 
Pendeano già mature e fragranti dai pieni alberi le 
dolci frutta, estremo tributo della già cadente sta- 
gione. I contadini e le villanelle erano tutte intente 
a racimolare le uve ed a spremerne i più squisiti 
liquori, mentre a quando a quando ([uniche schiera 
d' uccelli fendendo <|uel cielo sì puro e lran(|uillo, 
facea risuonar quei luoghi di armoniose note. V('- 
nuto il dì posto delle nozze, al primo romper del- 
l' alba (]efisa era già desta e guizzava di letto per 
andarsi ad abbigliare nel suo gabinetto, ov'era una 
ricchezza di ampolle, di conche, di alberelli, di va- . 
setti, di orciuoli e di bocceiline, un olezzo di un- " 
guenti, di olii, di profumi. Già le sono intorno le 
ancelle a ravviarle le liinshe chiome , a spargerle 
delle più odorifere essenze di Arabia, ed ingemmarle, 
e comporle le vesti e gli ornamenti. Dopo lunga ora 
esce dalla sua stanza la novcdla si)o<a» Cara giovi- 
netta ! che tocca appena il quarto lustro di sua età, 
alta e snella della persona, di membra ben contor- 
nate e gagliarde, dj forme vivaci e briose, di ma- 
niere le più care e gentili. Le splende in volto il 
lieto raggio della bellezza resa più amabile dalla 
più rara modestia. F^e odorale chiome bionde, come 
il mele dell'Attica e di Sicilia, sparse di fiori, in- 
coronate di fulgido diadema, lampeggianti di oro e 
di gemme in lunghe anella le discendono e le dan- 
zano sulle spalle. Preziosi orecchiiii imitami grap- 
poli di uva le pendono dalle orecchie, mentre le cin- 
gono il collo gemmale collane, fulgenti siccome stel- 



L' A L B U M 



179 



le. Una candida veste fatta tutta a fiori, a rabeschi, 
a meandri in oro le scende ondeggiando sino al tal- 
lone e le circonda i fianchi la più vaga cintura che 
mai immaginarsi possa. Finissimi braccialetti le scin- 
tillan dalle braccia, mentre dorate smaniglie a fog- 
gia di serpenti le serrano i polsi, e ricchissimi anelli 
le ingioiellan le dita. Un roseo velo le ricopre il 
capo, e le cade ampio e sinuoso fino ai piedi rac- 
chiusi entro inargentati calzari. Telamone anch'egli 
s'era tutto vestito a festa e lampeggiava di gioia e 
di bellezza. Accompagnali da Argia e Pantocheo e 
da numeroso corteggio si presentarono gli avventu- 
rati sposi all'augusto sacerdote, il quale dopo averli 
segnati e posto loro in mano un cero acceso incen- 
solli e quindi li guidò al tempio (1). Stavano sul 
sacro altare apparecchiali due anelli, d' oro 1' uno, 
l'altro d'argento. Già il coro de' Leviti scioglie il 
labbro ed invoca dal cielo le benedizioni divine sul- 
l'amorosa coppia. Già il venerando ministro di Dio 
prende in mano gli anelli e con voce grave e so- 
lenne avendo innanzi a' suoi piedi umilmente pro- 
strati gli sposi — io unisco, esclama, e per tre volle 
ripete le auguste parole, Telamone e Cefisa, servo 
e serva di Dio nel nome del Padre , del Figlio e 
dello Spirito Santo e cosi sia — E cogli anelli se- 
gnatili in lesta, quello d'oro pone nel dito di Tela- 
mone e con l'altro cinge il dito di Cefisa. Allora il 
sollecito paraninfo scambia nelle dita gli anelli, men- 
tre il fervoroso sacerdote snoda il labbro ad alcune 
devote preghiere. Compiuto il sacro rito, inghirlanda 
il capo degli sposi di una corona intrecciata di pam- 
pini e adorna di nastri e di bende , e porta loro 
un'aurea coppa di vino , a cui beono ambedue , e 
nuovamente segnatili toglie loro di testa le pampi- 
uee ghirlande. Già esce dal sacro tempio paga de'voti 
suoi, la fortunata coppia. Sfavilla innanzi ad essa la 
splendida face d'imeneo, e l'aura echeggia di canti 
epitalamici accompagnati dal suono dei Hauti, delle 
tibie e de'tamburi. Le porte della casa che accoglie 
i lieti sposi son tutte riccamente abbellite di veli, di 
nastri e di frangio e incoronate di fiori e di odorose 
erbette. Al cader della sera si appresta il nuziale 
banchetto (2). In un triclinio od ampia sala splen- 
didamente adobbata di arazzi e di tappeti , ornata 
di dipinture e di statue, sparsa di erbe e di fiori, 
imbalsamata di profumi e d'unguenti sorge la tavola 
del convivio. La vivida luce dell'accese lampane e 
delle splendenti faci riverberando nello splendore de- 
gli ori e degli argenti rilampeggia centuplicata e più 
bella. Già son presti tutti i convitali coperti di can- 
dido vestimento, segnale d'ilarità e di tripudio, in- 
fiorato il seno e inghirl.Tidate le tempia. Venuta l'ora 
del banchettare leggiadre ancelle con coppe d'oro e 
bacini d'argento girano intorno dando acqua alle ma- 
ni. Adagiati su morbidi origlieri gli allegri couvi 
tali, ecco prontamente a servir le mense i solleciti 
paggi. Già fumano ghiottamente conditi gli odorosi 

(1) V. Ferrarlo, costumi della Grecia. 

(2) Ferrarlo op. cit. 



erbaggi, sono imbandite le ostriche, sono apprestate 
le molli uova , son riempiti i bicchieri di una be- 
vanda dì vino e di miele. Vengono appresso delicati 
polli, quindi cervi, cavrioli, lepri ed ogni altra più 
ricercala selvaggina; poi starne, fagiani, lordi, per- 
nici , calderugi , fanelli e ogni generazione de' più 
squisiti uccelli : e triglie e murene e ogni più sa- 
poroso pesce. A compimento del sontuoso banchetto 
son recale paste, confetture, frutta d'ogni maniera 
e finissimi vini. Spento il naturai desio de'cibi e le- 
vate le tavole, dopo cantalo l'inno nuziale, si fanno 
innanzi i danzatori e le danzatrici a rallegrare vie 
maggiormente la giocondità della festa. Al suono di 
musicali strumenti cominciano i danzanti a recarsi 
sulla persona, e crollarsi, divincolarsi e brandirsi e 
spiccar salti e trinciar cavriolette. E poiché era il 
tempo della vendemmia chi contraffa un tagliatore 
di grappoli, chi un che pigi le uve, chi un che im- 
botta, chi un che bea e bevuto baleni, incespichi e 
cada con tanta naturalezza che sembra schietta na- 
tura. Si presentò appresso una ballerina con dodici 
cerchi in mano e incominciò a ballare e lanciarli in 
aria e riprenderli, e adoperarli in mille giuochi con 
maniere sempre aggraziate e vivaci e con sempre 
nuovo diletto degli spettatori. Cominciò poscia a 
spandersi una tenera e lenta armonia che a senso a 
senso più viva e concitata addivenia. S|»artiti in due 
schiere i teneri garzoni e le leggiadre giovinette mo- 
vendo i medesimi passi e intrecciando le medesime 
figure incominciaron separatamente una lieta danza, 
e quindi avvicinarsi fra loro e mescolarsi e ballon- 
zolare insieme. Spiccatasi allora dalla danzante schie- 
ra una donzella guidatrice del ballo e toltosi in mano 
un lungo nastro ne porge un capo ad un grazioso 
garzone e quinci da lui allontanandosi, gli altri fug- 
gendo passano e ripassano sotto di esso. Dopo aver 
la snella conduttrice fatto varii giri e rigiri, e fatto 
intorno a se dar le volte alle già riunite schiere, di 
un salto si slancia dal mezzo di esse e ricompare a 
capo del suo drappello mostrando a mo' di trionfo 
il suo nastro e rappresenlanilo Arianna che guida il 
suo Teseo tra gli avvolgimenti e gli errori del la- 
berinto. Sopraggiunsero da ultimo due saltatori, che 
con mille cavriole, capitomboli e salti e grotteschi 
e giuochi e bizzarrie e pantomime rallegrarono mi- 
rabilmente quella lieta brigata. 

VIIL 

// Viaggio. 

Pantocheo non capia più in se medesimo per l'al- 
legrezza che sentia di avere egregiamente allogata 
la figliuola con Telamone, che reputava il più vir- 
tuoso del mondo. E per dare di questo suo ineffa- 
bil conlento più aperti segni, volle che per più di 
continuasse la dolcezza dei conviti, delle danze, dei 
giuochi con sempre nuovi convitati e con una mu- 
nificenza e splendidezza da monarca. Alle gioie <li 
Pantocheo mescea le sue Argia, la quale si chiamava 



180 



L' A L B U IM 



in colpa di aver prima si horaraente osteggiato sì 
felice connubio. Cefisa però che tanto ardentemente 
avea desiderato il giorno delle sue nozze e le pa- 
rca d'aver tocco col dito il cielo , già cominciava 
fortemente a rammaricarsi in suo cuore. Telamone 
che innanzi di andare al tempio l'era sembralo tutto 
raggiante di gaudio, tutto sfolgorante di bellezza, lo 
vide iuTpallidire e tremare innanzi al sacro altare, 
allorché l'angusto ministro dell'Allissimo li stringca 
in eterno nodo d'amore e implorava su loro le ce- 
lestiali benedizioni. Una fosca nube di tristezza co- 
minciò in ctTetlo a velare la fronte di Telamone, il 
quale anche Ira le feste del compiuto maritaggio si 
porgea mesto, pensieroso e taciturno. Non movca più 
il labbro ad un sorriso, né proferiva più una lieta pa- 
rola. A quando a quando rompea in profondi sospiri 
e pien di sospetto girava intorno la smorta pupilla, co- 
me avesse sempre timore che alcun l'assalisse. Al ve- 
derlo in tale stato glie ne |)iangea il cuore alla misera 
(]efisa e andava immaginando in suo segreto le possen- 
ti cagioni, ma non s'apponea alle mille. \e domanda- 
va talora amorosamente il suo sposo, ma ei ad altro 
volgca tosto il discorso e fredilamenle assicuravala 
che nulla avea che il contristasse. Se n' erano an- 
ch'essi avveduti l'anlochco ed Argia e forte ne ma- 
ravigliavano. Si eran più volte provali di sapere da 
Ini il perchè, ma jier pregare che avessero fallo non 
avean potuto giammai rimuovere il velo del mistero 
Onde veggendo che niuii conforto era valevole a ri- 
crearlo e a ritornarlo alla primiera sua ilarità vol- 
lero ch'ei insieme con la consorte facessero un viaggio 
a diporto por lutla la Cirecia. Si mossero in falli e 
spesero di molti mesi per trascorrer (juclle fortu- 
nale conlradc; patria di lanli eroi , cuna delle arti 
gentili, albergo di gentilezza e di civiltà; contrade 
irraggiate da un ciclo si limpido e si lielo, confor- 
tate da un' aura si dolce e si pura, irrigale da tanti 
liumi, varieggialc da tante colline, intramezzale da 
lanli monti che ancor ne rammciilano le più delicate 
poetiche fantasie, bagnale da mari seminati di fer- 
tili ed amene isolette. Videro l'Olimpo favoleggialo 
soggiorno degli Dei; il Parnaso, il l'indo e l'Klicona, 
(love le aonie sorelle disciolsero si dolci cauli, il l'elio 
e l'Ossa cosi formidali sui campi di Flegra; il l'en- 
lelico cosi famoso pe' suoi marmi, rimetto cosi de- 
ganlalo pel suo mele. Videro il Taigelo, il Menalo, 
l'Acheloo, l'Alfeo, l'Kurola, il ('eliso, lo Stige, l'i-;- 
rimanto e cent' altri celebrati fiumi che scorrendo 
Ira l'ombria de' platani, degli abeli, de' cedri, dei 
pini, delle querele, de' cipressi e de" castagni irri- 
gano le fertili campagne \erdcggianli di mirteti, di 
allori, (li melaranci, di fichi, di melagrani, di olivi 
e di vigneti- Visitarono primamente la citta capi- 
tale cui tanta rinomanza e splendore crescea un di 
la sontuosità de' templi e delle basiliche, la maestà 
(Iella curia , la bellezza de' portici , la grandiosità 
de' colonnati , l'ampiezza degli stadii e delle pale- 
stre ; la ricchezza delle statue e delle pitture , la 
grandezza de' teatri e delle piazze, l'amenità de' pas- 
.seggi e de' giardini, la splendidezza de' bagni, l'im- 



mensa mole de' porti, la magnificenza de' licei e del- 
l' accademia , 1' Areopago , il Pritaneo, il Parteno- 
ne, i Propilei e l'Odeo. Visitarono la severa Spar- 
ta, Olimpia SI famosa pei suoi giuochi e pel su- 
blime simulacro diGiovc formato dall'immorlal Fidia; 
Samo si celebre per la sua Giunone, Delfo si chiara 
per il suo Apollo, Sidone si illustre per il suo Bac- 
co, Kpidauro si cospicua pel suo Esculapio, Megalo- 
poli si celebrata per le sue Ire grandi Dee. Furono 
ammirati nel vclcre i templi di Cerere in Eleusi, 
di Diana in Efeso, di Ercole a Tebe, d'Apollo in 
Amiclea, di Latona a Delo. Percorsero per la terra na- 
tale del gran guerriero macedone , Filippi glorioso 
campo dei trionfi di (Jllavio Augusto su Bruto e 
Cassio, Tessalonica, Olinto e Pontidea che tanto grido 
levarono nella guerra del Pelopponeso; Nicopoli surta 
per la munificenza di Augusto in memoria della bat- 
taglia di Azio; Farsaglia ove di non conducili allori 
s'incoronò Cesare la fronte; Cheronea , ove Filippo 
ridusse sotto la sua signoria la sdegnosa Atene; Ma- 
ratona, ove Milziade debellò le schiere de' Persiani; 
Stagira la patria di Aristotile, Paro di Archiloco, 
Ceos di Simonide e di Bacchilide e cent'allri luoghi 
famigerali per classiche rimembranze e piene di me- 
raviglie e di portenti. 

(Continua) Prof. Alessandro Adi. 



il PRINCIPE DI METTERMCri 

Il Dizionario dei contemporanei pubblica le se- 
guenti notizie sul Principe di Metternich. 

» Xalo a Coblenza , il 15 maggio 1773, da una 
delle prime famiglie del paese, il l'rincipe di Met- 
ternich incominciò i suoi sludi a Slra>iburgo, dove 
ebbe a condiscepolo Beniamino Constant. Fece il 
corso di legge nell'università di Magonza: e noi 1790 
esercitò l'officio di maestro di cerimonie all'incoro- 
nazione dell'Imperatore Leopoldo II. 

>i Nel 179i reduce da un viaggio in Inghilterra e 
da una sua prima missione in A(|uisgrana , sposò , 
a '21 anni, la conlessa Eleonora di Kaunitz, nipote 
ed erede del valente ministro di (|ueslo nome. 

» Al congresso di Basiad, dove rappresentava il 
collegio di Wesfalia, Mellernicb chiamo su di se"' l'at- 
tenzione dell'imperatore Francesco II , il quale lo 
collocò dapprima come addetto all'ambasciala del 
conte Stadion a Pietroburgo. Successivamente mini- 
stro di Austria alla corte di Dresda, poi a Berlino, 
dove preparò la coalizione sciolta colla battaglia di 
.Vuslerliz , indi a Parigi, egli dici prove di grande 
abilità diplomatica. L'imperatore Napoleone sulle fu- 
rie per essere stalo, diceva, da lui giocalo, lo fece 
accompagnare fino ai conlini dai gendarmi. Ma alle 
conferenze di Schoenbrunn , che seguirono la bat- 
taglia di Agram, seppe ricuperare le buone grazie 
dei conquistatore. Dopo il trattato di Vienna, chia- 
mato al posto di cancelliere di Slato, e presidente 
del consiglio, egli concepì la prima idea del matri- 
monio di Napoleone con una arciduchessa di Austria. 
e conseffui ì'inlento. 



L' A L lì V M 



181 




IL PRINCIPE ni METTERMCII. 



» il disastro di Mosca e Io svegliarsi delia naziona- 
lilà germanica animarono in McUcriiich la speranza 
di una restaurazione dell'Austria. Non avendo po- 
tuto far accettare a Napoleone le condizioni , che 
proponeva, firmò ai 9 settembre 1813 l'adesione del- 
l'Austria ad una coalizione. La sera istessa della bat- 
taglia di Lipsia, l'imperatore Francesco 11 gli con- 
feri il titolo di principe per lui ed i suoi discen- 
denti. Dopo di aver preso parte alle conferenze di 
Francforle , di Friburgo , di Basilea , di Langres , 
di Cliaumont, di Chatilion, e dopo di avere rinno- 
valo in un viaggio in Inghilterra il trattalo della 
quadrupla alleanza, egli presiedette al congresso di 
Vienna, che è veramente opera sua. 

)) Egli era ancora plenipotenziario dell'Austria alla 
seconda pace di Parigi (20 novembre 181.5) e al 
congresso di Aqnisgrana (1818) di Carlibad (1819) 
di Troppau e Lubiana (1820, di Verona (182.3). Alla 
morte del conte di Vicbg, nel 1826, divenne presi- 
dente del consiglio degli affari esteri. La morte del- 
l'Imperatore Francesco II che avea preso il titolo di 
Francesco I della monarchia austriaca, niente tolse 
all'influenza del principe di Metternich. Egli accom- 
pagnò Ferdinando II, nuovo imperatore alla confe- 
renze di Toeplilz e di Praga, delle quali lo scopo 
si era di consolidare l'alleanza fra l'Austria, la Prus- 



sia e la Russia. Nel 1848 , dopo la rivoluzione di 
Vienna , egli ritirossi in Inghilterra. Verso la fine 
del 1849 andò a stabilirsi a Brusselles e fece ritorno 
a Vienna nel 1851, quando la rivoluzione era ces- 
sata del lutto in Austria. Da quell'epoca, Metternich 
non ha aiutato il suo sovrano che di consigli. 

» Duca di Postella, signore di Gianisberg, grande di 
Spagna di 1 classe, il Metternich ha ricevuto segni 
di distinzione da quasi tulli i sovrani di Europa. 
L'Imperatore di Austria gli ha dato il diritto di por- 
tare nell'arma sua le armi della casa di Lorena. Si 
è ammogliato tre volte: la prima moglie moria nel 
1819, gli ha dato tre figlie: nel 1827 egli sposò la 
baronessa di Laykman-Beilstein, che morì dopo due 
anni, lasciando un figlio, che è Riccardo di Metter- 
nich , il quale a 25 anni è divenuto ambasciatore 
di Austria a Dresda: finalmente sposò nel 18-31, la 
conlessa Melania Zicbi-Ferraris, moria nel 1854, e 
della quale egli ha avuto due figli. Paolo e Lotario. 

« Il si». Thiers nella Storia del Consolato e dell' Im- 
pero (toni. XIII), fa il ritratto di 3Ietlernicn nei se- 
guenti termini: « Uno dei più grandi Ministri che 
abbiano diretto la politica austriaca, avente l'arte di 
parlare, di dissertare, di amministrare: ma sotto for- 
me di assioma ascondendo una finezza profonda, pro- 
fessando la sincerità, spesso praticandola, e fra molle 



182 



L' A L B U M 



eminenti qualità avendo quella di non accordare alle 
passioni che lo circoiidavano, che soddislazioni a pa- 
rol<?, ma in realtà non lasciandosi vincere che per 
l'interesse dal suo paese grandemente esteso: inge- 
gno supcriore, in una parola, chiamalo ad eserci- 
tare per 40 anni una immensa influenza in Europa. 
» li sig. Guizot aggiunge: Metternich era ad un 
tempo un pratico di mire positive e un teorico di mas- 
sime sapienti: di mente troppo elevata per non co- 
noscere i bisogni ed i gusti dello spirito umano : 
avca cura di porre i suoi alti sotto una grande ban- 
diera intellettuale : andava senza titubanza al suo 
scopo pratico, ma concedendo a' suoi avversari del 
pari che a' suoi amici, il piacere o l'imbarazzo di 
filosoficamente discutere sulle pedate. )) (Memorie per 
servire alla storia del mio tempo). 



IL TEVERE E LE SL'E INONDAZIONI. 

{Continuazione V. pag. 171). 

Eppure in mezzo a tanti mali, che i più assen- 
nali riconobbero per un evidente castigo del ciclo, 
non mancarono di quegli che, traendone argomento 
di adulazione, vollero presagirne prosperità e gran- 
dezza al Ponlefice. Fra gli altri tal Mario Molsa , 
insultando alla [lubblica miseria , dedicava a Cle- 
mente quesl' Epigramma (1) : 

Quod pelago acquarit tumidarum flumine aquarum 
Tyberis, et oùsesxa fliirerit urbe minai. 

Ne desponde animum, Clemens, danl omnia latta 
Haec libi cacruleis stagna refusa vadis. 

Sic tua non capient olim te regna, sed ingens 
Oceani aequahis finibus imperium. 

Molte furono , come è da immaginare , le lapidi 
incise a tramandare la memoria di (|iiesla inonda- 
zione, apposte ne' luoghi che più degli altri furono 
ricoperti dalle acque , una delle quali sussiste an- 
cora alla facciata della Chiesa della Minerva alla da 
terra pai. 13, così concopila : 

Anno . Domini . ]HDX\X 

Octavo . Idus . Octobris . Pont . Vero . Sanctissimi 

Dui . Clemen . Papae . VII . Àn . VII 

Bue Tibcr nsccndit , iamque obrula tota fitisset 

Roma, nisi celerem Virgo tulisset opem 

Frs. Pos. 

Le altre conservateci da alcuni scrittori (2) erano: 
nel torrione a destra di Castel S. Angelo pai. 15 'I4 

Mcmoriae 

Inusitati . Àuctus . Tiberis . Amnis 

Ad . Hoc . Signum 

Quo . Roma . Sereno . Tempore . Facla . Est 

Tota . Navigabilis 

Vili . Idus . Octob . 3IDXXX . Clemente VII 

Pont . Max . An VII 

Guido . Medices . Arcis . Praef . Posuit 



Sulla Piazza di Pasquino al Palazzo lìraschi al 
di sopra della statua : 

Clementi . VII . Pont . Max . Anno . VII 

Liberationis . Flumanae . M . D . XXX 

Vili . Idus . Octob . 

Aeternis . Sacrae . Urbis . Cladibus 

Fatalis . Ad . Hoc . Signum 

Inundatio . Tiberis . Adjuncla . Est 

Ant . Episc . Portuen . 

Card . De . Mnnte 

Pro . Documento . Perpetuo 

P.C. 

Allo stesso Palazzo da piedi a [Mazza Navona . 
sopra una porta alta da terra pai. 17 circa: 

Aqua . Tiberis . Fatali . Auctu . Urbe . Pene . Mersa . 
Ad . Hoc . Signum . Usque . Stagnante . Anno . 
S. Par . M. n . XXX . Vili . Idus . Octob . Pont . 
CI . VII . Anno . VII .Ant . E . Port . De . Monlr . 
Ad . Perpct . Postvrit . Monumentum . 

Al Tempio della pace alta da terra pai. 7: 

IIuc . Usque . Tibris 
M . D . XXX . Vili Octob . 

Passato Ponte Sisto in Trastevere in una casa a 
mano destra alla pai. 6: 

Aqua . Tiberis . Hoc . Signum 
Die . Vili . Octobris . M . D . XXX 

Pasquale . De . Ven . D'Ascoli . 

Al Popolo suir antico muro del Convento degli 
Agostiniani. 

Septimus auratum Clemens gestabat Elruscus, 
Arte pedum saliit quam vagus usque Tiber. 
Quippe memor campi, quem non colucre priores 

Amnibus epotis in nova teda ruit. 
Utque foret spatii tmplncabilis ullor adempti. 
Et Cercrem et Uacchum sustulit atque lares. 
Restagnavit . Vili . Idus . Octob . 
An . M . D . XXX 

In S. Giacomo de' Spagnuoli alta da terra pai. 17: , 

Quod tangit digitus, icligil vorlicibus unda, 

lìeu signum lumidis liuniferi Tiberis. 

Vili . Octob . M . D . XXX 

Sedentibus . Clem . VII . P ■ Max . Rom . 

Carolo . V . Rom . Imp . IIisp . llaerus 

Ac . Ulriusq . Sicil . Cathol . Incielo 

Bai . Del . Rio . Episc . Seal . Gub . Alf . 

Ramaor . Arch . De . Moya . In . Eccl . Conchen . 

Chris. De . Badajoz. .Ubas . VII.Martyr . Administrator 

Aere . Suo . Posucre 

L'altezza di questa inondazione si vede segnata 
nelle colonne al Porlo di Ripetta a pai. 30 6 ed a 
metri 18 cent. 95 nell'Idrometro. 

E ad un' altezza di poco maggiore giunse quella 
che segui l'anno 1557 sotto il Pontificalo di Pao- 
lo IV. Né in migliori condizioni trovavasi Roma 1 



L' A L B U M 



Ì8'ò 



per la ijuerr.i da quel Pontefice intrapresa, coli aiuto 
de' Francesi, contra il Re di Napoli. Non appena con- 
chiusa, dopo tanti travagli, e firmata la pace il gior- 
no 13 Settembre, ecco il Tevere uicir del suo letto, 
e nel seguente giorno 14 occupare tutti i luoghi 
piani e piii abitati di Roma, rendendo per due giorni 
la città navigabile, con gran danno degli edificii, e 
colla perdita di quelle sostanze salvate dalla guerra. 
Il Bacci (3) ci descrive minutamente le cause di 
questa inondazione , ed il corso della piena fino a 
Roma. Dopo una primavera aquilonare e serena, ed 
una state asciutta nella quale non jìiobbe mai, alla 
fine, dic'egli, intorno al mezzo Settembre comincia- 
rono certe piogge, le quali tanto più furono grandi 
e di gran piene quanto vennero ineguali ; che dove 
non piobbe niente , e dove parve che a cataratte 
aperte diluviasse in modo , che quei fiumi i quali 
ricevettero siffatte piene, allagarono in varie parti 
d'Italia fuor d'ogni misura. Ma sopra tutti l'Arno 
e il Tevere, per esser maggiori, inondarono in modo 
straordinario ; ed il primo a Firenze, senza il danno 
che fece in luto il suo contorno , si stimò fra le 
ruine d'edificii e de' ponti , e perdila di mercanzie 
e di vettovaglie, la valuta da riedificare un'altra 
città. i( Al medesimo tempo (così prosegue ) poche 
» ore dipoi, arrivò la inondazione del Tevere a Ro- 
» ma, la quale, benché fosse maggiore di quella del- 
» r Arno , fu nondimeno di manco danno assai , 
» perche la piena cominciò di giorno, e diede tempo 
» di salvare parte delle cose migliori. Che la piog- 
)) già poi fosse stata eccessiva, facciasi di ciò giu- 
» dicio da gli effetti ; perchè lutti questi fiumicelli 
» o torrenti, che d'uno in un altro entrano nell'Arno 
» e nel Tevere, fecero in poco spazio rovine inau- 
» pile ; e si menarno innanzi e poderi, e casali , e 
)> quasi i castelli intieri, tra quali la strada Castello, 
» per un picciol torr<.'Ute che gli passa da canto, rima- 
» se quasi desolata tutta. Né minor impelo si vidde 
» di qua dalla Vernia e dalie Balze dove ha prin- 
)) cipio il Tevere : perchè comincio la piena a ca- 
)i lar con tanta furia, che in manco di quattro mi- 
» glia affogò e quasi si portò via tutta la Pieve di 
» Santo Stefano Castello, e venne tuttlavia crescendo 
)) e desolando molini e ponti, e ciò che si trovò 
)> innanzi. Ma notabilmente cominciò egli a cre- 
» scere , poi che gli sopraggiunse la piena della 
)> Chiane e della Paglia insieme dove si congiun- 
» gono sotto Orvieto. Crebbe maggiormente sotto a 
» Perugia ricevendo il Chiasio, e più inoanzi '1 Topi- 
» no, a tale che si distese allagando tutti i piani di Fo- 
» ligno. Crebbe la Nera a Terni ed a Narni estrema- 
» mente; e quei piccoli fiumicelli che sotto Civilaca- 
n stellana si giungono col Tevere , crebbero , e fra 
)i tutti si raccolse alla Cise si gran piena, che distesosi 
)) il Tevere per li piani di Monterotondo a guisa di 
» un impetuoso mare venne a trovar Roma. Dove 
» essendo stata due o tre dì prima una pioggia or- 
» dinaria , ed in quel di, che fu 'I quattordici di 
» Settembre, tempo quasi sereno, si vidde in un su- 
» bito ingrossare '1 Tevere , e da ivi a poco non 



)) senza maraviglia, che parca quasi ritornare indie- 
» tro rinnalzato dal mare, cominciò prima ad uscir 
)) dalle chiaviche, ed appresso dal pieno del fiume 
)) a traboccare, e scorrer sì furiosamente per tutte 
» lo strade, che in pochissime ore fece la più parte 
» di Roma navigabile. Spaventevole veramente , e 
)) miserabile spettacolo a veder sommersa una tanta 
» città quasi in un mare , ed in gran confusione 
» andare ogni cosa a nuoto, e robbe, e cose da vi- 
» vere, e mercanzie, e gli armenti interi : senza dir 
» di diversi accidenti di persone, che altri colti al- 
» l'improviso si ricoverarono in un albero, altri si 
» trovarono assediati in una casipula di villa con pe- 
» ricolo evidente o di rovina o di morir di fame; 
» ed altri che , assicuratisi troppo , tentavano con 
)) barche salvarsi per le finestre, o aspettar chi per 
» una picca porgesse loro del pane; e di tanti colti 
)) sotto le rovine, o annegati, o morti in diverse ma- 
il niere , non altrimenti ch'a vedere o immaginarsi 
» un qual si vogli gran naufragio di mare. » 

Le acque ricoprirono le Piazze del Pantheon, di 
S. Marcello, di S. Marco. Ruinarono molte case adia- 
centi al Tevere , come quelle de' Cardinali di Ser- 
monela e Visense, parte degli Orti Farnesiani , un 
arco del Ponte Palatino, (4; e porzione della Chiesa 
di S. Bartolomeo all'Isola. Morte alcune persone, e 
molto bestiame, viveri in gran quantità perduti, un- 
dici mole sommerse , tutte le vigne dal Ponte Mil- 
vio alla Basilica Ostiense distrutte dalle acque. (5) 

Altra lapide di questa inondazione non si cono- 
sce che quella esistente alla facciata della Chiesa 
della Minerva , mentre dopo la morte di Paolo IV 
furono dalla furia del popolo abbattute tutte le me- 
morie de' Caraffeschi. Essa é alta di terra pai. 13. 1, 
e dice così : 

M . D . LVII . Die . XV . Septemhris 

Huc Tiber advenit Paulus diim quartus in anno 

Terno eius rector maximus orbis erat. 

Di non grave danno fu la inondazione accaduta 
sotto il Pontificato di S. Pio V nell'ultimo giorno 
dell'anno 1571 che, accompagnata da altri inforlu- 
nii , fu tenuta come una predizione della morte di 
sì grande Pontefice, che avvenne il primo di Maggio 
del seguente anno ló72. Della quale inondazione si 
narra che gonfiatosi il Tevere ed allagando Roma 
con gran timore e pericolo degli abitanti , gitlati 
per ordine del Pontefice nel fiume la efligie di cera 
di un Agnus-Dei da lui benedetta, in un subilo le 
acque tornassero nel loro letto. (6) 

Sotto il Pontificato di Sisto V due volte uscì il 
Tevere dal suo letto nello spazio di soli otto giorni; 
la prima ai 2 di Novembre, l'altra ai 10 dello stesso 
mese dell'anno 1589, siccome Icggesi in' due lettere 
scritte da Gianfrancesco Peranda Segretario del Car- 
dinal Gaetani al sig. Giulio Cesare Riccardi a di 2 
e 17 di detto mese (7). Nella prima la piena giunse 
lino alle stanze del Palazzo Gaetani , oggi Ruspoli, 
al Corso , da dove scriveva il Peranda: « Il fiume 



184 



L' A L B U M 



)) è uscito per Roma ; ed io sto assediato in casa, 
» se ben a quest'ora par che la piena manchi , ri- 
» tirandosi tuttavia l'acqua, la qual ha caccciato il 
)) signor Duca di Casa. M. Costantino e M. Giacomo 
» piangono perché non potranno abitar le stanze per 
!> un gran pezzo, e chi gli guarda e gli sente parlar del 
» Diluvio, si ricorda subito di Deucalion e Pirra.« 
Più in alto giunse la secondo volta. « il Tevere 
n (cosi il Peranda) ci ha visitati la seconda volta, 
» ed è salilo alquanti gradi più in alto. Alla terza 
» San Pietro la benedica , perchè confesso che fin 
)) qui non ho avuto paura, ma potrebbe essere che 
j) mi venisse, aspettandolo un' altra volta. » Di que- 
sta fu fatta memoria in una piccola lapide in Via 
dell'Orso alta palmi 10 da terra, che il Bonini (S) 
riporta in questi termini : 

A Di X . Di . Novemore . Del . 1589 
Arrivò . // . Tevere . A . Questo . Segno 

Ma eccoci alla inondazione la più alta che sia mai 
Accaduta , quale fu (]uella del 1598 nel Pontificalo 
di Clemente Vili, che superò tutte le antecedenti, 
r. non superata da alcun'altra fin (jui. Per la morte 
di Alfonso 11 d'Esle Duca di Ferrara accaduta a' 27 
Ottobre 1597, avendo Clemente VIM con sua Bolla 
del 19 Gennaro 1598 dichiaralo ricaduto quel Du- 
cato alla S. Sede, nonostante le pretensioni di Ce- 
sare d'Este, volle prenderne in persona possesso par- 
tendo da Roma il l'i Aprile e facendovi ritorno 
il 20 Decembre fra l'allegrezza de' Romani. Ma di 
poca durata fu (|uesla allegrezz.i , perché Ire soli 
giorni dopo l'arrivo del Pontefice, il Tevere, per le 
pioggie procedenti e per la veemenza del vento me- 
ridionale che ne inijìcdiva lo sbocco nel mare, co- 
minciò a crescere .siffattamente, che nel giorno di 
Natale quasi tutta la città era sott'acqua. L'allezza 
cui giunsero le acque sembra quasi incredibile: nelle 
colonne al Porto di Ripelta si vede segnala a pal- 
mi 32. 6 dal livello ordinario , e nell 'Idrometro a 
metri 19 cent. (J5. Perirono si nella città che nella 
campagna da circa mille e cinquecento persone, e 
bestiame in gran copia, con perdila di merci, e ruina 
di molli edifici, fra'quali due archi del Ponte Palatino 
alle 22 ore del giorno 24, né caduto il Ponte diminuì 
l'inondazione, ma continuò a crescere fino alle ore 10 
della notte seguente. Si racconta per miracolo che 
poco prima vi era passato Pietro Aldobrandini, che 
accorreva a porgere aiuto alle povere famiglie del 
Trastevere sequestrate dalle acque (9). Da quell'epo- 
ca, non più rifatto, tolse la denominazione volgare 
di Panie rotto. 

(Continua) Dott. Michele Carcani. 

(1) Riportata dal Gomez op. cit. , e da Andrea 
Vittorelli nelle sue addizioni alla Vite de' Pontefici 
del Ciacconio, nella Vita di Clemente Vili. 

(2) Vittorelli addizioni al Ciacconio l. e. - Bonini 
il Tevere ecc. pag. 59, 60 61 - Panciroli Roma sacra 
e moderna pag. 552. 

(3) Sacci Andrea, del Tevere, Venezia 1586, L. Ili 
pag. 251 e segg. 



(4) Quest'arco fu restauralo dal Senato e dal Po- 
polo Romano in occasione del giubileo dell'anno 1575 
sotto il Pontificalo di Gregorio XIII , come si legge 
nella iscrizione ivi apposta. 

(5) Pancina Onuphri Vita Pauli IV. 

(6) Gabuzi Ioa: Antonius Vita Pii V, Lib. I C. 12 
e Lib. VI C. 1. 

(7) Le lettere del sig. Gio: Francesco Peranda, Ve- 
nezia appresso Gio. Battista Ciotti 1691 , Parte I 
pag. 190 e 204. 

(8) Opera citata pag. 04. 

(9) Castiglione Giacomo delle inondazioni del Tv- 
nere, Roma 1599, Cap. 17 fog. -6'ì - Fontana Cai: . 
Carlo , Discorso sopra le cause delle inondazioni del 
Tevere antiche e moderne a danno della città di Roma. 
Roma 1696. 



CIFRA FIGURATA 



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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Ciascuno colla sua particolare industria si procaccia 
da vivere. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL filOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



CAV. GIOVA.N?(l DE-A.NGELIb 

433 direttore-proprietario 



Distribuzione ÌA. 



3 Luglio (81)9 



Anno XWI. 




CENOTAFIO IN S. LORENZO IN DAMASO PE' SOLENNI FUNERALI DI -FERDINANDO II 
RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE. 



IS6 



L' A L B U M 



CENOTAFIO IN S. LORENZO IN DAMASO 

PE' solenni funerali di FERDINANDO 11 

RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (*). 

Il prospetto, che qui vedi delinealo, rappresenta il 
Cenotafio alzalo nella chiesa di s. Lorenzo in Da- 
maso pe" solenni funerali celehrativisi io suffragio 
del dcfunlo Re del Hegno delle Due Sicilie Ferdi- 
nando II. Una scalinata, interrotta a' quattro angoli 
da quattro poggi, con sopravi quattro leoni a guar- 
dia del nionunienlo, gira intorno al gran basamento 
quadro del tumulo coronato da triglifi e metope. 
L'angelo che siede di fronte fra i due leoni, è l'an- 
gelo della Ilisurrezione, il quale presiede al sepol- 
cro cristiano. Le altre due facce laterali del basa- 
mento portano due iscrizioni ialine, scritte dal rev. P. 
Angelini d. C. d. G. Sopra questo basamento ele- 
vasi la regal cella funeraria, aperta alla veduta di 
ogni riguardante dai quattro archi che ne forano le 
pareti. Nel centro vedi il piedistallo, che regge la 
cassa mortuaria; esso è sostenuto a' quattro spigoli 
da delfini attergativi : ogni sua faccia ha un basso 
rilievo che ricorda alcune gcste del pio Uè. Sopra 
la cassa è gittato il manto reale , e po^a la corona 
e lo scettro. Tutto l'interno della camera è ornato 
a scompartimenti di cassettoni e fregi in rilievo. 

Guarda ora l'esterno della cella. Larco >'appog- 
i^ia sopra due piedritti : allato dei medesimi quinci 
<• ([uindi dell'arco vi sono due colonne addossate al 
muro, che intramczzansi da una nicchia, e cosi il 
prospello le ne offre due a mirare ; e tutta la cella 
II' ha otto. Le otto statue che vi son entro rappre- 
sentano le otto virtù , che più adornarono l'animo 
del defunto. Le colonne vengono sormontate dal cor- 
nicione che gira intorno; sopra il (|uale vedi a piombo 
sull'arco il frontespizio , e agli estremi a piombo 
sulle ultime due colonne di angolo due angioletti 
piagnenti assisi sopra due piccoli dadi. In mezzo ai 
quattro frontespizi in cima ad una copertura pira- 
midale a gradoni torreggia la croce . sovrapposta a 
un plinto e adorata da quattro angeli soavemente 
inchinati. 

L'ordine «Iella decorazione è il corintio alla Bra- 
mante , assai semplice: i fregi sono convenienti al 
defunto : i gigli borbonici, la cifra realts gli slemmi 
(Ielle Province, il blasone regio, gli ordini cavalle- 
reschi, e via discorrendo. Tutto il monumento è di 
un sol marmo, il granilo bigio, eccetto la scalea, che 
è di granito rosso, inlantochè i fregi sono in bronzo 
cupo. Immagina dunque come vi dovessero risaltare 
lo molte statue tulle figurate in marmo bianco. 

Tal è il Cenotafio , che il sig. Architetto Cipolla 
ha ideato per i regii funerali. Della chiesa vestita 
a bruno, secondandone ingegnosamente l'architettura; 
della luminaria né povera né soverchia , della mu- 
sica grave, armoniosa, piena , ci passeremo. Chi ha 
potuto assistere alla mesta cerimonia in Roma, non 
ha bisogno della nostra descrizione : chi no, indarno 
tenteremmo di farnelo capace a sole parole. Il Ce- 
notafio abbiam potuto averlo disegnalo , e tei por- 



giamo perchè anche sol disegnato in un suo pro- 
spetto s'intende appieno ed appaga. Intendi perché 
sia tanto piaciuto, ed abbia attirato si gran concorso. 
È un concetto nuovo, ben ideato, meglio eseguito. 
Esso è una nuova prova del gusto squisito e del 
genio inventivo, di cui il sig. Antonio Cipolla ha 
dato saggio in tutl'i lavori di opere architettoniche 
finora da lui eseguile in Roma. 

(') CoìVoffrirc a cortesi nostri lettori il disegno del 
Cenotafio elevato in s. Lorenzo in Damaso per le so- 
lenni esequie celebrate il dì 12 Luglio alla memoria 
di Ferdinando II Re del regno delle Due Sicilie , e 
la descrizione portacene da un eh. nostro Collabora- 
tore, abbiamo inteso non solamente di tributare le me- 
ritale lodi air illustre sig. Antonio Cipolla che lo ha 
architettalo; ma altresì di attestare pubblicamente la 
nostra riconoscenza verso l'Augusto Defunto , Mece- 
nate amplissimo delle Lettere e delle Arti, il quale non 
che proteggere questa nostra opera periodica, si degnò 
incoraggiarne il Direttore con onorifici segni di sua 
regale munificenza. D. 



De l'ita et moribus — Narlholomei Pacca Cardinalis — 
Commentarius.- Romae,idibus Maiis an.ilDCCCLIX. 

Quest'ottimo periodico dell'Album , che ha tante 
pagine consacrato alla memoria dei nomi più cele- 
bri della virtù, della sapienza e del genio italiano 
non dimenticò di tramandare all'ammirazione e al- 
l' affollo de" posteri la veneranda immagine e le gesle 
del Cardinale Bartolomeo Pacca cosi benemerito della 
Chiosa e del Irono pontificale (1). Onde ci è grato di 
cogliere quest' opportunità di soddisfare un nostro 
lungo desiderio col rendere meritate lodi alla diligen- 
za, alle assidue cure e al nobii zelo del eh. Direttore 
sig. Cavalior De-Angelis che non lascia sfuggirsi occa- 
sione di esaltare gl'ingegni e tributare encomi ai pro- 
gressi dell'arie e del pensiero, e che in mezzo alle più 
fortunose vicende e ai più duri ostacoli ha saputo con 
invincibii fermezza e poderoso coraggio e per il lungo 
spazio di 20 anni seguitar sempre la compilazione 
del suo periodico e mantenere iuvariabilmeute que- 
sta gloria letteraria ed artistica di Roma. 

Sarebbe adunque fuor di luogo ritornare a discor- 
rere del Cardinal Pacca , se non ce ne porgesse il 
destro un novello lavoro dell' instancabile e dotto 
P .Vntonio Angelini d. C. d. G. Studioso cultore 
quant'allri mai e conoscitore profondo del maestoso 
linguaggio del Lazio ha voluto leste dare una nuova 
prova di quanto va;;lia in fatto di loitere latine col 
publicare un commentario intorno alla vila e ai co- 
stumi del Cardinal Pacca. Klla è questa una cara 
e non mollo lunga scrittura dettata con gran senno 
e sapore di lingua, con molta lucidezza d'ordine e 
d' idee , con la eleganza di Cornelio Nipote e la 
brevità di Sallustio e di Tacito \on polca questa 
letteraria fatica esser meglio intitolala che a Monsi- 
gnor Bartolomeo Pacca Maestro di camera di sua 
Santità Papa PIO IX felicemente regnante e nipote 



L' A L B U M 



187 



degnissimo del Cardinale di cui porta il nome e ritrae 
i perfelli costumi. 

In dodici paragraC è racchiuso tutto questo coin- 
nienlario. In essi si ragiona della patria, de' genitori 
e dell' antichità e nobiltà della famiglia, doud' usci 
il Cardinale nato il dì natalÌ2Ìo di nostro Signore 
del 1756 dal Marchese Orazio Pacca e Cristina 
Malaspina in Benevento. Quindi della sua infan- 
zia informata a virtù dalla voce e dagli esempi 
de' parenti e dell'educazione letteraria, civile e re- 
ligiosa ricevuta nel collegio de' nobili a Napoli, nel 
collegio Cleraenlino e nella ponliiìcia ecclesiastica 
Accademia in Roma. La beli' indole del Pacca , la 
sua preclara virtù, il suo senno accompagnato dalla 
più cara modestia si attrassero ben presto lo sguardo 
di Pio VI , il quale pose tanta fiducia in lui an- 
cor giovanissimo di soli 29 anni che, creatolo Arci- 
vescovo di Damiala nel 1785, lo spedi nunzio apo- 
stolico sul Reno. Ardeva a que' di in Germania un'ac- 
canita guerra contro la romana sede per infrangerne 
ed annientarne i diritti. Insormontabili ostacoli >i pa- 
raron tosto dinanzi al nunzio ponlifi(;io al primo suo 
arrivo , i quali avrebbero invilito qual animo più 
gagliardo , che non fosse slato quello del Pacca , 
il quale anzi dalle difficoltà e dagl' impedimenti to- 
gliendo maggior forza e coraggio, tra colla voce e 
cogli scritti, colla efficacia della sua autorità, colla 
dolcezza delle sue maniere, colla potenza de' più sot- 
tili ed accorti ingegni ridusse a più miti sentimenti 
quegli animi inveleniti e aizzali da perfide arti contro 
l'Apostolica Sede. 

Compiuta prosperamente la sua nunziatura il Pacca 
e tornato a Roma fu dallo stesso Pontefice Pio VI 
inviato nel Maggio del 1795 nunzio in Portogallo. 
Era colà ancora la religione cattolica nel più de- 
plorando stato ; conculcata dalle leggi di gianscniani 
ministri, contaminata dagli errori di Febronio, di 
(Juesnello e di altri di siuiil fatta. Erano disprez- 
zali i decreti de' Romani Pontefici , violati i sacri 
canoni della Chiesa. Mentre il Pacca era tutto in 
opera per riparare, se fosse sialo possibile, a tanti 
mali fu da Pio VII nel 1801 crealo e publicalo 
cardinale in concistoro. Al finire dello stess'anno ri- 
condottosi a Roma , ivi per sell'anni condusse vita 
solitaria e tutta inlesa agli studi. Correano frattanto 
giorni di turbolenze, di guerra e di delitti. Cacciato 
da Roma nel Giugno del I808.il Cardinal Gabrielli 
segretario di stato, fu alla perigliosa carica sollevalo 
il Cardinal Pacca, e se Roma avesse potuto esser di- 
fesa coi consigli , sarebbe slata abbastanza difesa ; 
ma tra il lampeggiar delle spade e il tonar de' can- 
noni non v'ha luogo a cmsigli. Nel Settembre dello 
stess'aniio assaltalo improvvisaraenle il cardinal Pacca 
nel Quirinale per essere trascinalo in esigilo, fu im- 
pavidamente ritolto alla forza dall'aniraoso e santo 
Pontefice giustamente irritalo di tanta indegnità. 

Ma i giorni più s'infoscavano, più minacciosa rug- 
giva la tempesta e alfine tremendamente scoppiò. 
Nella memoranda e luttuosa notte del 6 Luglio 1809 
strappato il santissimo Pontefice dal suo trono e con- 



dotto prigioniero in estranea terra , non è a dire 
quante mortali angustie soffrisse, delle quali trovava 
qualche alleviamento nelle sollecite cure e nel cor- 
diale affetto del Pacca solo compagno del suo esi- 
glio. Ma anche di qucst' unico e lieve conforto fu 
privalo l'apostolico Pellegrino, poiché gli fu divello 
dal fianco il Pacca il quale fu gillalo nello squal- 
lore e n('ir orridezza del forte di Feneslrelle , in 
cui durò quallr'anni con tale tranquillità d'animo e 
perfetta rassegnazione da non potersi dire. Liberalo 
finalmente dall' asprezza di (juell'orrendo carcere nel 
Febraio del 1813 volava a Fontainebleau a conso- 
lare l'angustiato Pontefice. 

Spuntalo alfine l'astro di pace e ritornalo nel Mag- 
gio del 1814 r augusto Pio VII tra i plausi e le 
gioie dei trionfi all'eterna città, affidava le redini 
dello stalo al Cardinal Pacca il quale tosto si pose 
in opera per riordinare la cosa publica , riparare 
alle sofferte calamità e restaurare l'ordine dei giu- 
dizi. 

Non affranto dagli anni né dai patimenti se- 
guitò sempre ad impiegare il suo sonno , i suoi 
consigli e le sue fatiche a vantaggio della Religione 
e dello stalo. Si rese caro per le sue virtù e pe' suoi 
meriti a Leone XII, a Pio Vili e a Gregorio XVI, 
i quali onorato lo vollero della loro più grande fi- 
ducia ed affetto e di amplissimi magistrati. 

Entrato nell' ottantesimo anno di sua eia fu per 
cagione di una grave caduta fatta alcuni mesi avanti 
nelle proprie stanze, assalito da febbre, la quale a 
poco a poco gagliardamente crescendo spense alla fine 
nel giorno 19 di Aprile del 1844 si gloriosa e ve- 
neranda vita. Le mortali sue spoglie furono traspor- 
tale nella chiesa di S. Maria in Portico, ed ivi placi- 
damente riposano. 

La dignità che risplendea da tutta la sua persona 
facea ritratto della nobiltà ed elevatezza dell'animo 
nudrilo nella sapienza e nella virtù. Ebbe ingegno 
ornalo dagli studi delle ollime arti , esercitalo nel 
maneggio de' più rilevanti affari, e maravigliosamente 
spiccò nella malvagità de' tempi in che si avvenne. 
Era grave e rimesso il suo parlare, continue le sue 
applicazioni all'amministrazione publica o alle let- 
tere- Publicò per le slampe la relaziono delle sue 
nunziature al Reno e in Portogallo e de' publici 
magistrali che sostenne, nonché le memorie storiche 
dal suo prozio Francesco Pacca Arcivescovo di Be- 
nevento. Lasciò ai posteri l'ammirazione de' suoi me- 
rili e delle sue virtù, e un nome cinto dell'aureola 
di una gloria immortale nella storia del romano 
Ponlilicato e nei sacri fasti della Chiesa. 

Prof. Alessandro Atti. 



(1) V. Album anno X!, distrihuzione 16, pag. 121, 
in cui vi ha il !)ellissimo ritratto e le notizie della 
vita del Cardinale. 



188 



L' A L B U M 







G C«tta^n.o(l /cce 



IL PAVONE 

Il Pavone, il re dei volatili (errcslri, tu iiilrodotlo 
in Kuropa fin da tempo ininicniornliilp. Ricercalis- 
.simo nella (Grecia ed in Roma, dÌM-niie nella età di 
mezzo racccssorio indispensabile di tutti i gran de- 
sinari, finché poi dal fagiano fu cacciato di seggio. 
Benché egli tragga l'origine dai paesi meridionali, 
si adusa facilmente a' climi del Sctientrione, e sotto 
la nostra latitudine non richiede alcuna cura partico- 
lare, tanto che è divenuto affatto dimestico. Conosciu- 
tissimc sono la bellezza e la ricchezza della sua piuma: 
vi sono pavoni di varii colori, e ve no ha perfino di 
hiaiichi. I,a femmina ha in generalo tinte mono \i\aci. 
Il Pa\one è beilo solamente durante la primavera 
ed una parte della state : sul finire di Luglio co- 
mincia a cangiar ìe penne, e divien malinconico non 
potendo più fare la ruota, né spiegare la pompa del 
ventaglio della sua coda. 



IACOPO E ADELE 
RACCOyTO (*) 

XV. 

Un infame Progetto. 

Lena, la Betloliera, era una pulzellona in su' tren- 
l'anni , grande e benfalla della persona , di carna- 

(*) V. Album pag. 158. 



gione brunetta, con due occhi scuri e vivaci in fronte, 
e 'I capo ricco di nera e folta capigliatura. Vestiva 
un gammurrino di broccato a grandi liste varioco- 
lorate, sovrapposto ad un busto di seta cremisi spor- 
gente alquanto all' infuori, com' usano le contadine 
del Lazio, ed un gremhiuledi bianco lino cinto nel 
dinanzi. Le larghe spalle avca coperte d'un drappo 
di scia, minutamente ripiegalo al collo, a colori vi\i 
ed accesi , che al colorilo bruno del volto aggiu- 
gneva grazia mirabile. 

Àvea facile la favella, ruvidetti anzichcnò i modi 
co'numerosi avventori che usavano alla taverna; seb- 
bene co' trecconi, usurai, truPTatori, contrabbandieri 
ed altra bordaglia sì falla, piacevolona fosse e gio- 
vialotta. Non avea parenti di sorla, salvo una vec- 
chia zia sgangherata, cli'erale di compagnia; e per 
giunta faccalc i servigetti della taverna; dis])oncva 
cioè le stoviglie in sulle tavolo, teneva conto delle 
biancherie e delle credenze ; ed era depositaria di 
parecchi gruzzoli di monete e di oggetti [ireziosi 
pertenenti a certi fre<|uentalori della bottega. La 
quale era in tanta rinomanza all'epoca di cui par- 
liamo, vuoi per lo squisito vino ond'era provvista, 
ma eziandio e ancor più per la discreta padrona, la 
quale, secondo avventori che vi capitavano, sapeva 
con arte sopraffina contemperare la improntitudine 
col riserbo, la sfacciataggine con la modestia; a dir 
breve, una vita poco lodevole con un'apparenza di 
saviezza e virtù. 

La taverna poi era situata in sull'ameno confine 
di '*« di costa ad un colle sparso qui e là di grandi 
albori, fra un semidiruto castolloUo e un ponticello, 
sotto il (|ualc trascorreva un torrenlaccio, che dopo 
molti e tortuosi raggiramenti per la vasta valle pro- 
pinqua, si scaricava in un ampio fiume che bagna 
una delle città principali d'Italia. 

Alla taverna di Lena usavano a(lun(|uc assidua- 
menle, fra molli allri, alcune antiche noslre cono- 
scenze; ma in varie ore della giornata. Al pomerig- 
gio per cs. il gentile Alfredo, il maestrino dal gran 
nome , il (|ualo alcun poro rimpannucciatosi colla 
scuola e colle esazioni, a rinvor>i dallo gravi fatiche 
della giornata, trascorreva qualche oretta crepusco- 
lare in questa bettola tracannando spesso , con gli 
amici suoi pari, alcuna bottiglia di generoso vino. 
Kgli ora il saccente, il facloto della brigala, il più 
audace ed impronto, si che con la Lena, por la (juasi 
medesimezza de' costumi , se la inloiulevano a me- 
raviglia bene, quantunque la betloliera, per avven- 
tura più trista di Alfredo, sapesse celarsi meglio e 
nascondersi a molli Ira' suoi avventori. 

Un giorno Alfredo , tratta in dispaile la laver- 
naia , e dellolo certe cose in segreto , le die' com- 
missione di allestire pel di seguente un desinare , 
al quale avrebbero jireso parte allri comuni amici. 
Tutto fu pronto al dì poslo. Ld eccoli moduli a mensa, 
saporitamente mangiare. (]ecco, il garzone della oste- 
ria, ba un 



(Ine . . . tre . 
— Ah ab 



gran da fare con le bottiglie : una 



. quattro . . 
come buono 



L' A L B U M 



189 



— Cecco, Cecco . . . 

— Vengo, signori. 

È rotto il fiasco; risanalo con del più squisito: 

ma di quello che bei lu, forfanlaccio, coll'Annina 
dal capei biondo e colla vecchia Vincenza — 

Cecco fa orecchio da mercante, e va in cantina. 

Ah ! quell'Annina è una cara fanciulla. 

— E quella Vincenza ! che bell'anima ! 

— Ma Cecco non viene: Cecco . . . Cecco . . . che 
il diavol ti porti : deve egli pigiarsi 1' uva nel bi- 
gonciuolo, che ne fai tanto aspettare ? 

— Un po' di pazienza , signore (ripiglia la Lena 
in conlegni), la ne vuole di quel fresco e razzente; 
e' ci vuol tempo a andare e tornare dalla cantina ; 
la sa ch'è lunge di qua assai assai. 

— Diascolo: gran difetto che uno stabilimento come 
questo non abbia la grotta vicina . . . 

Ed ecco spunta di là giù là giù dal fondo del 
cortile il garzone con sopra ad un bacino di stagno 
coperto con foglie di vite tre altri fiaschi di vin 
giallo e limpido come oro di zecca. Al vederlo quei 
compagnoni grillano, battono palma a palma, s'al- 
zano delle panche , e chiassando come putti usciti 
di scuola, attorniano il tavernaio; e Alfredo, preso 
un de' fiaschi d' in sul bacino , e postoselo fra le 
mani ed in allo levatolo, cominciò cantare : 

« Ognun segua, Bacco te 
Bacco Bacco evoè. 
Chi vuol bevcr, chi vuol be^ere 
Vegna a bever, vegna qui (1); » 

<'il i compagnoni ripetono orribilmente caiilaiido 

« Ognun segua, Bacco le 
Bacco Bacco evoè. >i 

Tornano al desco : si gittano a' cani i rilievi del 
mangiare ; ed in nuovi bicchieri si mesce il grato 
licore che sprizza e spumeggia; e non appena colmi 
i liiccliieri, son già ingollati. 

— Ah buono, Lena, buono davvero il tuo vino. 
Viva Bacco e la bella Lena. 

— Viva l'osteria delia Luna piena (era l'insegna 
della taverna). 

E qui incomincia un frastuono di voci incondite 
da non farti intendere più nulla: chi grida, chi im- 
provvisa col bicchiere alzato; chi l'olire alla Lena 
ed alla Ghita ; chi tracanna, chi sghignazza; e tutto 
fassi in maniera cosi stemperata, da far conghiellu- 
rare a\ venisse qualche zuffa tra beoni; e fu proprio 
ventura che la famiglia dei criminale non accedesse 
a cessare si gran tafferuglio. 

Ir» un cantuccio della osteria era seduto un uomo 
di età più che mezzana, il quale sorbendo a centel- 
lini il suo bicchiere, squadrava ben bene gli atteg- 
giamenti di que' scioperali, ed attendeva seriamente 
agl'incomposli loro discorsi. Perché non è da credere 

(1) PO/JZIAA'0 A. 



che fra tanta baldoria non parlassero que' conipa- 
gnacci di qualche negozio rilevante ; tanto jiiù che 
eravi tra essi chi avea procurato, discrclamente been- 
do , di starsene in senno. Ed infatti , lettori mici , 
aguzzate l'orecchio ; udite quel paltoniere, il secondo 
accanto ad Alfredo, che dice : il miglior modo per 
riuscir nell'intento esser quello di presentarsi limo- 
sinando alla porta di casa ; intanto che si aspetta, 
vadano un paio a dimandar la signora . . . 

Cencio interrompe, che no : in casa avervi parec- 
chie persone : esser difficile sorprenderle. 

Pippaccio, quel di prospetto , e che ora accende 
la pipa, opina di dare un assalto generale dopo mez- 
zanotte. 

Lionardo non approva alcuno de' parlili propo- 
sti, e pensa invece di corrompere in antecedenza uno 
i\{:' servi. 

Tolo crede doversi valere di Lucietta la stiratrice 
ch'è una trista . . . 

~ Chi? (interrompe Lena) quella pallidotta sgua- 
iata che incede sempre a occhi bassi ? Lei non mi 
pare alta a sì grande affare. 

— Ah ah appunto lei (dice Pantalone): se la cono- 
sceste quella santocchi! ! ella è più trista del fistolo; 
siamo amici da parecchio tempo : che cara figliuola ! 
Vi assicuro io che è proprio ottima per noi ; io ci ho 
fatto de' buon aifari con lei, ci ho fatto. 

— Ma sì — 3Ia no . . . 

Un molo involontario che all'udire il nome di Lu- 
cietta fé quell'uomo assiso nel cantuccio della oste- 
ria die sospetto a que' forfanti, si che un d'essi di- 
mandò a Lena, se iossele nolo quel colale ? E rispo- 
stole che no; averlo veduto altre volte, ma non sa- 
pere chi fosse; parerle però un semplicione, un uora 
da nulla ; tuttavia quell'avveduto fé cambiar tono 
al discorso, e ordinò a Cecco ancora due fiaschi. 

Einm. Marini. 



Relazione della divola festa pel trasporlo del corpo 
di S. Fausto Martire da Veroli in Monte S. Gio- 
vanni fallo il di 19 Giugno J859. 

Il di 12 Giugno 1859 sarà sempre di graia ri- 
cordanza alla religione de' Verolani e dei cittadini 
del Monte S. Giovanni. 1 IIR. PP. Cappuccini di 
questa Città avendo fatto in Veroli ricomporre , e 
riccamente vestire , apponendovi elegante efìigie di 
cera , le ossa di S. Fausto martire , che da lunga 
pezza si veneraiano sotto l'ara maggiore della loro 
Chiesa; ed avendo allogalo il sacro deposito in urna 
brillante si diedero a disporre ed a provvedere che 
il trasporlo riuscisse splendido e decoroso. 

Ad un invito di 31onsignor Fortunato Maurizi 
Vescovo di Veroli, i Capitoli, il Clero, la Magistra- 
tura, il civico concerto faceano a gara per secon- 
dare i religiosi sensi dell'esimio Prelato; argomento 
non dubbio della peculiar divozione ed affetto, che 
il gregge nutre verso un tanto Pastore. Nel giorno 
di Pentecosle il Vescovo accompagnato dai Canonici 



190 



L' A L B U M 



del Duomo, dal Magistrato e dai numerosi Alunni 
del Seminario-Collegio si recava al tempio della 
Proteggilrice S. Maria Salome, ove collocata mira- 
vasi in luogo eminente l'urna presso l'aliar mag- 
giore in mezzo a copiosi lumi in bell'ordine disposti 
adorna di putii , che sostenevano nella parte supe- 
riore un variopinto serio di tiori , seriche cadenti 
cortine, non che gli emblemi del martirio. Alle 10 
del mattino dopo eseguita pubblicameute la ricogni- 
zione del santo Martire, e suggellala l'urna, tra il 
.«uono festivo de' sacri bronzi, il Vescovo la scopriva 
all'impaziente venerazione dell'aflollato popolo , e 
quindi assisteva alla Messa solenne. In tutto il giorno 
il tempio si vedea sempre gremito di divoti adora- 
tori; e alle 7 della sera il nominato Pastore' in mezzo 
ai Canonici della sua Cattedrale , e gli Alunni del 
Seminario-Collegio a|)riva la salmodia , proseguila 
poi dai medesimi Canonici e Alunni, non che dagli 
altri Capitoli , dal Clero , dai Religiosi Minori os- 
servanti e Cappuccini, che succedendosi a vicenda 
rompevano con maestosi e continui canti tem[)rati 
al suono degli organi il silenzio della notte subli- 
mando l'anima e infondendo nel cuore degli astanti 
ineffabili emozioni. Alle 8 dell' indimani uscivano 
del tempio in regolare ordinanza le primarie con- 
fraternite della Città, i RR. PP. Cappuccini e Mi- 
nori osservanti, gli Alunni del Seminario-Collegio, 
indi il Clero , i Capitoli , il Vescovo solennemente 
vestili de' sacerdotali rossi arredi; in fine miravasi 
sotto baldacchino 1' urna del santo Martire Fausto 
sorretta dagli omeri di due Canonici del Duomo, e 
di due delle insigni Collegiate : le Autorità muni- 
cipali e governative chiudevano il sacro corteo. 
Giunto il Santo dirimpetto alla Chiesa de' Minori 
osservanti presso la porta di Napoli, dopo aver be- 
nedetto col suo passaggio le varie contrade di Ve- 
roli, e riscosto le fervide aspirazioni degli ahilaiili, 
veniva trasportalo dai PP. Cappuccini fuor della 
Ciltà. Fu allora uno spettacolo in vero commovente 
e sublinie ! Leggevasi da una parte sull'immenso po- 
polo atteggiato a pietà il dispiacere di aver goduto 
por si breve tempo la benefica presenza dell'ospite 
Santo , e dall' altra sul volto de' Padri Cappuccini 
sì vedean dipinti i più vivi sensi di riconoscenza 
all'intera Città per le tante prove di religione verso 
il Santo da cui ella ricevè per la prima speciali 
grazie, e segni di singolar deferenza in si avventu- 
rosa occasione. E preso il cammino verso Casamari 
era bello il vedere lungo la strada a turme uscir 
gente dalle villereccie abitazioni per vedere e ve- 
nerare il Santo, verso il quale ognuno faceva a gara 
di manifestare il divoto affetto , chi con ripetuti 
colpi di fucile, chi col suono delle picciole campane 
delle campestri Chiese, e tutti col sospirare di gioia 
di ammirazione e di tenerezza. 

E presso al venerabile Monistero di Casamari , 
che tutto echeggiava al suono de' sacri bronzi , si 
vidde il numeroso consesso de' Monnci , scorti dal 
loro degnissimo Abbate , festoso uscire incontro al 
santo Martire , il quale colla tacita, ma eloquente 



parola del suo Martirio , e col segno deHa ferita , 
che si scorge nel. collo, gli incoraggiava a sostenere 
la pugna degli spirituali nemici. Quivi intuonalo 
l'Inno de' Martiri venne processionalmente condotto 
nella Chiesa, ove si tenne esposto per al(|uanti giorni 
per soddisfare alla divozione de' menzionati Monaci, 
e del numeroso popolo del vasto Contado, non che 
de' circonvicini Paesi del Regno di Napoli. 

Il di 19 Giugno, festa della SSma Trinità fu de- 
stinato per la solenne traslazione da Casamari alla 
Chiesa dc'Cappuccini di Monte San Giovanni, luogo 
di riposo pel santo corpo. Riusciva veramente te- 
nera e coranjovenle la vista del numeroso popolo 
accorso da' vicini Castelli , anche per ascoltare la 
Divina Parola, che con serafico Spirito annunziavano 
in (Casamari i PP. Missionari Cappuccini, i quali com- 
partita appena la S. Beni;dizione all'immenso popolo 
di cui era gremito quel vasto tempio, fu ordinata 
la solenne Processione : era questa formala dalle 
varie Confraternite di Rauco, Monte San Giovanni 
e di Casamari, da' Monaci <li detto Luogo, e da PP. 
Cappuccini, ai quali lunghesso la via s' aggiunsero 
i sig. Canonici della Città di Monte San Giovanni 
ed il Clero di Rauco , i quali tutti in bell'ordine 
dis[)Osti occupavano circa un miglio di strada, non 
ostante, che la gente che seguiva la S. urna aggrup- 
pata andasse ed affollala. Rimbombava intanto l'aria 
dal canto de' sacri inni e da numerosi colpi di mor- 
tari e di fucili, che mescendosi al festevole suono 
de' sacri bronzi degli accennati luoghi rendeva quel 
giorno veramente colmo di esultazione e di alle- 
grezza. 

Ergevansi lungo la strada due archi trionfali con 
appiè un rialto, onde posare alquanto la sacra urna 
per ricevere la piccola offerta di cera , che divotc 
persone offrivano al glorioso Martire; il quale con- 
dotto alla Chiesa de' RR. PP. Cappuccini fu ripo- 
sta la S. urna sopra 1° altare maggiore pomposa- 
mente adornalo; e no' tre giorni precedenti la fe- 
sta de 'SS. .\postoli Pietro e Paolo fu celebrato so- 
lenne triduo, a cui concorse numeroso popolo della 
pia (]ittà di Jlonte S. Giovanni. Quindi nel giorno 
sacro a delti Principi degli Apostoli fu celebrata la 
solenne Festa, re>a vieppiù maestosa per la presenza 
di Monsignor Maurizi Vescovo di Veroli , il quale 
si degnò d'assislere pontilìcalmenle alla solenne Mes- 
sa, celebrala da Monsignor Saulini suo Vicario Ge- 
nerale, recitando analoga orazione panegirica il M. 
R. Sig. D. Antonio Canonico Mizzoni Professore di 
Elo(|uenza nel venerabile Seminario di Veroli : ed 
il lutto fu nobilmente coni|)iuto colle vespertine 
S. funzioni con splendidissima luminaria a disegno 
e con fuochi artificiali, talché ne rimasero sopramodo 
soddisfatte cosi le genti accorse dalle vicine terre, 
come l'intera Città di Monte San Giovanni, la quale 
non ostante le tristi vicende del mondo, si gloria di 
conservare viva quella Religione, che in glorioso re- 
taggio le trasmisero i loro padri. 

Can. Luigi Di Vico. 



L A L B U M 



191 



IL MARTIRIO DEL FANCIULLO MARZIALE ULTIMO KICLIO 
DI S. FELICITA MADRE DI SETTE MARTIRI 

SONETTO 

Ebbra d'affello che non è terreno 

La donna forle il suo Gglìuol vezzeggia, 
E addilandogli il cici puro e sereno 
Con riso, e pianto seco pargoleggia. 

Poi gli dice : fa cor, da questo seno 

Tu spiegherai le piume a quella reggia... 
Ve' i fratelli intrecciarti un serto ameno. 
Ve' l'AngioI tuo, che chiama, e li vagheggia. 

Disse, e sordo il Fanciullo a pianti, e lai, 
Qual stella, che si corca ai primi albori, 
Chiude sotto la scure i lieti rai. 

E quando al Sole Eterno Egli li apria. 
In mezzo ad una nuvola di fiori 
Si ritrovò nel grembo di Maria. 

Prof. Giuseppe Tancredi. 



IL TEVERE E LE SUE INONDAZIONI. 

{Continuazione V. pag. 184). 

Terminata la inondazione , il Pontefice con una 
Costituzione diretta al Clero e al Popolo di Boma 
e suo distretto, pubblicata il 23 Gennaro 1599, ri- 
conoscendo in questo castigo la mano dell' Onnipo- 
tente , esortava alla penitenza , ordinando publiche 
preci per implorare la Divina misericordia. In essa 
ecco come parla dell' inondazione al 5. 1. Fluvius 
Tyberis extra alveum ripasque suas diffusus , tanta 
aquarum copia Urbem, suburhia, prata, et agros iuun- 
davil, et in tanlam non in planis solum, sed iti edi- 
tiuribus eliam locis crevit altiludinem , quantam nc- 
que Nos, neque maiores nostri meminerunt. Quae Ur- 
bis facies, qitis aspectus per hos dies fuerit piane luc- 
ttiosus et miserabilis , quae hominum , aedificiorum , 
ti rerum ad vitam victumque quotidianurn necessaria- 
rum pernicies et iactura exliterit, nec sine acerbissimo 
doloris sensu comtnemorari potest , nec certe comme- 
morari est necesse. Vos ipsi oculis vestris cuncta per- 
spexistis et pàssi estis, et Nos etìam vidimus; oculisque 
et manibus in caelum elevalis, cum prue doloris ma- 
gnitudine cor nostrum disrumperetur , et quasi cera 
coUiqtie factum esset, omnium miseria paterno affectu 
et miseratione compJexi sumus il). 

Lapide esistente alla Minerva alta da terra pal- 
mi 15 'I4. 

Jiedux . Bccepta . Ponti f ex . Ferraria . 

Non . Ante . Tarn Superbi . Huc . Usque . 

Tibridìs . Insanientes . Execratur . Vortices . 

Atino . Domini . 3I.D.KCVIII . Villi . Kal . Januarii 

Altra che esisteva a Castel S. Angelo alta pai- 

mi 18 M4 (2): 

Anno . Christianae . Salutis . MDIIC 
Die . XXIY . Decembris 



Eridani imperio Clemens, et pace per orbem 

Aurea reddiderat saecula, Roma, tibi; 
Cum subito Tyberis assurgens huc extulit undas, 

Et te pene suis contumulavit aquis. 

Scilicet extollant animos ne gaudia nostros, 

Temperat adversis prospera quaeque Deus. 

Io . Franciscus . Aldobrandinus . Arcis . Huius 

Et . S . R . E . Copiarum . Generalis . Praefectus 

Posuit 

Altre due riportate dal Bonini (3), cioè: all'Ospe- 
dale di S. Spirito in Saxia alla palmi 9: 

Clemente . VIII . Pont . Max . An . Eius . VII 

Tybris . Eousque . Crevit 

Ipsa . Domini . Natali . Nocte 

31 . D . XC . Vili 

Al Palazzo Crescenzi, ora Bonelli, alla Rotonda: 

M . D . II . C 

Tempore Clementis quanti hic mense Decembris 
Ante diem Domini Tybridis unda fuit. 

Ed altra ancora se ne leggea nella Piazzetta con- 
tigua all'Oratorio de' Fiorenlini dello il Consolalo, 
nel seguente dislieo (4) : 

Hic una inclemens dum sub Clemente superbit, 
Pacis rex oritur, Tibridis unda perii. 

Alli 23 di Gennaro dell' anno 1606 , pochi mesi 
dopo l'assunzione al Pontificato di Paolo V di casa 
Borghese, crebbe il Tevere ad un altezza conside- 
rabile sollevandosi a palmi 28. 6 dal suo livello , 
come si vede segnato nelle colonne al Porto di Ri- 
pelta, ed a metri 18. 27 nell' Idrometro. Di questa 
inondazione fu scolpita la memoria in una lapide 
a Ripa alta palmi 9 dal suolo, conservataci dal Bo- 
nini (5) in questi termini : 

A . D . M . DC . VI . Die . XXIII . Januarii 
Sedente . Paulo . V . P . . M . 

Hic . Tiber . Ascendit 
Franciscus . Tudìnus . P. 

Minore di questa fu l'altra che segui noi Ponti- 
ficato di Urbano Vili il giorno 22 Febraro 1637 , 
segnata nelle colonne del Porto di Ripelta all'al- 
tezza di palmi 26. C, e ncH'Idrometro di metri 17.55, 
e della quale parimenti fu scolpila memoria in al- 
tra lapide a Ripa alta palmi 6 circa, riferita dallo 
s lesso Ronini : (6) 

Die . Dominico . XXII 
Mensis . Februarii M . DC . XXXVII ^ 
Sedente . Urbano . Vili . P . . M 

Huc . Usque . Tiber . Ascendit 

Octavianus . Raggius 
A nnonac . Praefectus . Posuit 



192 



L' A L B U M 



Le provvide cure d'Innocenzo X Parafili a van- 
taggio di Roraa ebbero campo di manifestarsi mag- 
giormente nella inundaziotie accaduta sotto il suo 
Pontificalo l'anno 16Ì7 ai 'i-i di Novembre , come 
nella carestia nelle quali calamità deputò persone che 
soccorressero alle indigenze del publico senza guar- 
dare a spesa (7). Le acque coprirono il suolo di 
Piazza Navona all'altezza di due palmi. Una lapide 
che ricordava questa inondazione al Forte S. An- 
gi'lu all'alle/za di palmi 3 'e,, a' tempi del Donini 
era già talmente guasta e corrosa che appena po- 
levasi leggere. 

Poco maggiore di quella di l'»95, fu la inonda- 
zione che segui nel 1660 sotlo il Ponlilicato di Ales- 
sandro VII , menlre in questa s'alzarono le acque 
all'altezza di palmi 24. 10 come vedcsi segnato nelle 
colonne al Porto di Ripetta, e di metri 17.11 nel 
l'Idrometro. Già i prognostici d'alcuni matemalici, 
dice il Bonini (8), aveano minacciata Roma in (|ue- 
sl'anno di una grandissima inondazione, per lo che 
slavano tulli col pensiero sospesi e coll'animo ap- 
plicali allendendo se verrebbero a verificarsi; quando 
olii 4 di Novembre, per l'abbandonanza delle ])iog- 
gie cadute, si vide il Tevere che già incominciava 
a sonniiiilare le ordinarie sue mele. Il giorno 4, fe- 
sta di S. Carlo, comparvero le acque nella città dal 
Porlo di Ripella e dalla Porla del Popolo, lambeniki 
le prime soglie dal tempio vicino , e continuarono 
a crescere a segno, che al cadere del giorno costrin- 
gevano ciascuno a ritirarsi e nella notte allagarono 
quasi l'inliera città. « Correndo dunque la notte 
)) (cosi prosegue il citalo autore) che s'incamminava 
)i ai 5 del mese, quasi in un momenlo si viddc il 
)) fiume debaccare per la città, non altrimenti che 
» se l'avesse falla suo seno, anzi suo regno, mercè 
» che in alcuni luoghi trascorreva con tale inipcto, 
)) che non si poteva se non con gran rischio vali- 
li care anco con barche. Non giunse la nuova della 
» piena a' ministri, perchè, custodi de'popoli e sen- 
» lineile di tutta la città, stavano vigilanti il tutto 
« osservando. Ma dando essi con nuo\i ordini gli 
)> avvisi a gli ollìciali più bassi ed inferiori , co- 
li mandarono , non ancor giunto il giorno , che si 
11 camminasse per la città e s' ordinasse a fornari 
» che facessero abbondare da per tutto il pane, al- 
)) leso che ciascheduno aveva, se gli mancasse, l'ob- 
li bligo a provvedersene per più giorni. Quindi , 
i> spuntato il sole, si trovò allagalo quasi due terzi 
1) della città, ond'era di mestiere navigar per tutto, 
» ed accorrere ai bisogni di quelli eh' erano asso- 
li diati dall'acque. » Nel che grande fu lo zelo addi- 
mostralo non solo dai principali Ministri , come il 
Cardinal Pro-Governatore , Tesoriere, Prefetto del- 
l'Annona , accorrendo in persona ora in un luogo 
ora in un altro per dare gli ordini opportuni e som- 
ministrare il vitto ai bisognosi , ma anche dai no- 
bili e da' privati nel soccorrere colla persona e 
colle sostanze ove il bisogno si mostrava maggiore. 
(Continua) Doti. Michele Carcani. 



(1) Bullarium Romanum Tom. V Par. Il, l on- 
stit. 188 che comincia - Manus Domini , manus Pa- 
tris etc. 

(2) Vittorelli addii, ad Ciacc. Vita Clem. Vili. 

(3) Opera cit. pag. 65. 

(4) Riportala dal Panciroli Roma sacra e mo- 
derna. 

(5) Op. cit. pag. 66. 

(6) Op. cit, pag. 68. 

(7) Ciaccona Vita Innocentii X. 

(8) Opera cit. Lib. I Cap. IX. 



CIFRA FIGURATA 



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U 



^M 




U^^. ^ dell' 




no al P e 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Fiancheggiano le vie Appia e Ijitina le vcstigie di me- 
morie funeree. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione pian 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

za di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVANNI DE-ANGELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione 2 5 . 



6 Agosto 181)9 



Anno XXVI. 





CROCE STAZIONALE NELLA COLLEGGIATA DI MONTECASSiANO DIOCESI DI LORETO. 



Una delle più grandi Croci stazionali , che sino 
qui abbia trovato é quella, di cui vengo a parlare. 
Appartenne all'antica Pieve di S. Maria Assunta in 
cielo di Montecassiano, diocesi di Loreto, innalzata 
poi all'onore di Colleggiata. L'asta diritta è alta cen- 
timetri sessantasette, e la traversa quarantacinque. 
L'ossatura è di legno coperta di lamina di argento 
dorato. Tanto l'asta dritta, quanto la traversa hanno 
nelle estremità i soliti quadrali infiorali da una 
punta di trifoglio. I piani della croce sono da per 
tutto minutamente grafliti. Il soprapposto lavoro di 
foglie , di fiori , e di rosoncini ( accomodata sui 
tralci e sulle guide che sono parte congiunte e 
parte intrecciate ) è cisellato e brunito a specchio, 



il che sopra il graffito produce un' effetto mira- 
bile. Il Crocifisso messo nel mezzo della croce ; 
il diletto Discepolo ( a quanto può giudicarsi dal- 
l'abbondante chioma ) il quale sta sopra il capo di 
Gesù Cristo ; l'Evangelista che sta sotto i piedi; la 
Madre Divina posta a dritta, e la Maddalena a si- 
nistra sono figure tirate a martello con sufficiente 
maestria. Ognun vede che l'artista fu più felice nel 
lavoro della ciseliatura, dove il disegno non lascia 
desiderare maggiore esattezza, di quello che nel ti- 
rare le Ggnre a martello (1). Perchè poi questa croce 
riuscisse più ricca volle aggiungere due altri qua- 
drali pure infiorali, cosi nel davanti, come nel die- 
tro della croce, collocandone due dove si congiun- 



194 



L' A L B U M 



gono le aste della medesima e gli altri dne corri- 
spondcDli laddove sono conGccati i piedi del Cro- 
cifisso. In quest'ultimo quadrato si lasciò dall'ore- 
fice la leggenda che ci ricorda il nome dell'arti- 
sta (2), e l'anno in cui quest'opera venne eseguila 
con le poche parole che qui trascrivo. 

LAYRKTIVS DE 

ESCVLU FECI 

MCCCC 

XIIII 

La croce é conservalissima. La forma delle lellerc 
non può esser più bella. Ouesle ed insieme tutto 
l'ornalo sono lavori levigali. Ogni lettera, ogni fo- 
glia, ogni altro ornamento è contornalo, anche nelle 
parti più minute, da linee tirate col cisello j e sic- 
come l'intero piano della croce 6 coperto, come si 
disse, da gralfilo formalo da spesse linee, che s' in- 
crociano, cosi (|uoslo lavoro a bruniio dà un risalto 
alla croce pel nierilo dell'esaltezza nel disegno , e 
della precisione nel diriggcre il luilino. Nt-llo slesso 
modo è foggiala la labclla soprapposla al capo del 
Redenlore con le solile lellere I. S'. R. I. L'aureola 
del Cro[:insso è un poco concava , ed il lavoro in 
giro è pure inciso col bulino. Sul capo non porla 
la corona di spine. La figura del Crocilisso è a (ulto 
rilievo, e lali possono dirsi le quallro mezze ligure, 
giacchi' piccola è la porzione che manca a ciascuna 
nella schiena. 

La cornice che contorna le due aste nel davanti 
e nel dietro della croce , e contorna pure i dodici 
quadrali infiorali, che è costituita di un solo mem- 
bro, ed orlata da minutissime pallollole, è lutla ri- 
levala a martello. Molli rombi l'ormali con minutis- 
simi puntini, e molti rosonclni collocati nel mezzo 
(li essi ornano lo spessore. Questo lavoro è a pun- 
zone. 

Voltando la croce trovi che lutto l'ornalo sul 
piano è contornalo anch'esso , ed ('• brunito . come 
vcdesi nella parie davanti. La slal'.iina della Conce- 
zione e opera recente «seguila in Roma da Carlo 
De Giulii nell'anno 1857, e cosi à lavoro di lui la 
mezza statua collocala a pie della croce, giarrhr le 
due liffure ese"uite dall'Ascolano furono involale 
(Orrendo l'anno 1818 insieme con al(|uante pietre 
preziose che l'abbellivano. Il moderno orcliie è riu- 
scilo meglio ad assomigliare ([uest'ullima figura con 
altri busti, che sono di quattro secoli, e mezzo in- 
dietro (3). Egli rialto la della croce in ogni parte 
e la dorò di nuovo. E questo miglioramenio si deve 
alla cura speciale di monsignore Pacifico Marchelli, 
canonico dell' insigne Collegiata di Monlecassìano , 
caldo apprezzalore di ogni cosa della sua patria. 

Quando furono fatti questi miglioramenti si do- 
vette in più punti rafforzarla foderandola con tratti 
di lamina, giacché cedeva alla più piccola pressione : 
tanto esso era sottile. L'orefice ascolano che la ese- 
gui seppure fu egli slesso quello che la disegnò, ha 
dato in bizzarria, allorché trascurando la simmetria, 



ha rappresentalo in una parie dal fiore, o un mcan- 
drio, e nell'altra un oggetlo ben diverso, come è fa- 
cile riscontrare in più punti. Da alcuni fori rima- 
stivi si desume, che la croce doveva essere abbellita 
da pietre preziose. Oggi una sola ne rimane nel cen- 
trodel quadralo sotto la statuina della Madonna (-i). 
Conte Severino Servanzi-CoUio. 

(1) U chiarissimo marchese Amico Ricci nelle Me- 
morie storiche delle arti, e degli artisti del Piceno di- 
scorrendo della croce di Montecassiano (Tom. I p. 232) 
vorrebbe metterla al paro con le opere fusorie più, con- 
siderabili di quel tempo. 

(2) Lo slesso marchese Ricci nel luogo citato sup- 
pone che Lorenzo d'.Ascoli sortisse dalla scuola di un 
tal Pietro Vannini, che appella orafo valente. 

Anche l'architetto Gio : Battista Carducci nelle Me- 
morie e monumenti d'.iscoli (pag. 47) fa menzione 
di questa croce, e di Lorenzo che ne fu l'autore. 

(3) Le due statuine che l'encomiato marchese Ricci 
giudicava nel 1834 {luogo indicato di sopra) di gran 
lunga inferiori a quelle che vi lasciò Lorenzo, erano 
state eseguite da Antonio Piani di Macerata, alle quali 
modernamente sono stati sostituiti i lavori del romana 
orefice De Giulii, come si é detto. 

(4) E qui voglio lasciar mnmoria di altra croce 
stazionale, che si vede nella chtesa di S. Michele den- 
tro .Montecassiano. 

fi fusto è di legno foderato di lamina di argento. 

\ille quattro estremità dove si congiungono le aste 
si reggono i soliti quallro quadrati coronati da mezzi 
cerchi. A't7 mezzo di questi dieci quadrati (cinque cioè 
nel davanti ed altrettanti nel dietro) erano poste dieci 
staluine di argento a tutto rilievo, cosi avendomi as- 
serito persone viventi che le ricorflano. 

I piani delle asti sono ornati nella maggior parte 
da foglie, e da qualche frutto. Ogni cosa è scorretta 
nel disegno, e male eseguila col martello. Lo spessore 
è ornato di piccole lince incrociale e tirate a mar- 
tello, che form-ino tanti piccoli rombi. Tutta la croce 
è dorata , meno dello spessore che conserva il colore 
dell'argento. 

È in/iluta la croce sopra la quale sono tirati u 
martello vari rasoni guarniti di foglie. Sopra e sotto 
la zona sono pure lavorali a martello fogliami e 
meandri quali rientranti e quali sporgenti. Il lavoro 
del nodo è riuscito allo sconosciuto orefice assai me- 
glio di quello dei piani della Croce, perchè non è mi- 
nuto, ma piuttosto in grande. 

yegli olio spazi tra l'un qu'utrato e l'altro veggonsi 
otto fermagli, dove erano incastonate pieire preziose, 
e quatro fermagli molto più grandi trovansi nella 
nominata zona del nodo , dove le gemme erano piii 
grardi. 

Nelle tre estremità superiori della Croce collocò 
l'orefice tre globi dorati. Sotto il nodo vedesi una por- 
zione di asta a tortiglione tirala a martello, guarnita 
su a capo da una cornice , e da una corona di mi- 
nutissime foglie a tutto rilievo. 

Essa e alla, compresa l'asta sotto il nodo, centime- 



L' A L B U M 



195 



tri sessantaquattro, e larga centimetri trenlucinque : 
lo spessore centimetri due e mezzo. Questo lavoro sem- 
bra della prima metà del secoli XV. 

Evvi in Montecassiano anche una terza croce, pa- 
rimenti di argento molto simile a quella della Colle- 
giata di proprietà del Comune, entro cui si conserva 
il Santo Legno di quella inalberala sul Calvario. Non 
si conosce l'autore, né l'anno in cui venne lavorata. 
Si sa solamente, che per risoluzione consigliare del 16 
luglio 1859 fu risarcita, e che furono spesi scudi quin- 
dici ; ma anche questa può giudicarsi opera contem- 
poranea alle sopraricordate. 



IACOPO E ADELE 



RACCONTO 



XVI. 

// Sospetto. 

La consolazione onde riboccò il cuore della re- 
ligiosissima Elvira per la visita impensata de' pel- 
legrini non potè restare in lei , ma volle parteci- 
parne il sig. Everardo, ch'erale. come sa il lettore, 
amicissimo, e non manco di lei dedito alla pietà. 
Per mezzo adunque di Iacopo fé comunicargli cosi 
piacevole notizia, ed avvertirlo che la seguente do- 
menica altenderebbelo con tutti suoi a desinare , 
in compagnia de' pellegrini medesimi, de' parenti e 
di altri amici comuni. E difatti mandò invitare il 
nostro buon pievano D. Gervasio, il gonfaloniere, 
il pedagogo , il solitario , il medico , il farmacista: 
dignità e personaggi che nelle Province fan sem- 
pre la più notevole figura. Dispose in una bella sala 
elegantemente pinta «f fresco le mense , ove si fé 
pompa non solamente di laute e squisite imbandi- 
gioni, di varie qualità di preziosi vini, ma eziandio 
di ricco vasellaraento. 

I discorsi ch'ebbero luogo in mezzo al giocondis- 
simo convivio si raggirarono presso che tutti sui 
Luoghi santi ; parecchi furono le dimando fatte ai 
pellegrini, ma poco soddisfacenti le risposte ; così 
che D. Gervasio , il pedagogo ed il sig. Everardo 
ch'erano ben a dentro in latto di storia , ebbero 
quasi la tentazione di stimarli due ciurmadori, o alla 
raen trista due ignorantacci e si stolidi da non ca- 
pir proprio nulla ; tanti e si maiuscoli furono gli 
svarioni che pronunziarono con una sicumera me- 
ravigliosa. 

II restft de' convitali non si avvide, o finse non av- 
vedersi di tanto sconcio ; sia perchè havvi certuni 
usi ad ascoltar sempre e non parlare mai ; sia 
perché altri non s'interessano di quistioni che non 
sono del loro scopo ; comunque fosse, è certo che, 
tranne le mentovate persone, nissun altro diessi ca- 
rico delie corbellerie dette da que' forestieri. Il go- 
vernatore, il medico, lo speziale non pensavan certo 



a Gerusalemme ed a' Luoghi santi! Iacopo e Adele 
aveano ben altre cose pel capo che di badare a' pel- 
legrini ! figuratevi giocondità di que' cuori : trovarsi 
insieme a mensa, e Iacopo servire di Ganimede al- 
l'amante sua ! 

Levate le mense , i convitati passarono ad altra 
sala per sorbire il caffè. Ma qual fu la sorpresa 
comune, allorquando videro pararsi innanzi un bel 
quadro, lavoro di Emilio nipote di Elvira, nel quale 
era rappresentalo il monte calvario , sulla cui 
vetta vcdevasi il santo pontefice di Gerusalemme , 
Macario, nell'atto di presentare alla pia madre del- 
l'imperator Costantino la croce del Redentore , di 
fresco rinvenuta, cui ella adora genuflessa; e qui e 
là sparsi pel monte gruppetti di persone in isva- 
riale movenze intente alto stesso pietoso ufllcio; né 
trasandò l'artista, con felice anacronismo, di rappre- 
sentarvi alle radici del monte i pellegrini, per la 
venula de' quali facevasi cosi gran festa ! Fu lodalo 
altamente il pensiero della padrona di casa : ed il 
nipote commendato per la perizia nell'arie sua. Dopo 
di che Eloisa, divenuta oggimai grandetta e non in- 
feriore per nulla nelle grazie del sembiante e dei 
modi, all'Adele sua sorella , disparve dalla sala e 
quindi a poco tornatavi, mostrò a que'Signori una 
bella ed elegante custodia entro cui erano state rac- 
chiuse per cura di Elvira, le reliquie donatele dai 
pellegrini. 

Un donzello al presentare i convitati del caffè, dei 
liquori e delle confezioni, quando fu innanzi a' pelle- 
grini , si fermò fiso a squadrarli da capo a pie , 
ma con atteggiamento di tale ammirazione , che se 
ne avvidero quanti erano nella sala; ed essi mede- 
simi cambiarono di colore. Senoncbè il Solitario 
destramente levatosi, trasse del bacile due tazze e, 
dimandatone venia, le offrì ad Elvira ed Adele a fine 
di svagare l'attenzione loro da quello inaspettato 
avvenimento. Ma, cosa singoiare e pur vera ! mentre 
i pellegrini procuravano nascondere il lor turba- 
mento e disimbarazzarsi, irapacciavansi col conte- 
gno loro ancor più. 

Giunse finalmente l'ora in che la brigata si sciolse. 
I forestieri, sebbene avessero promesso di rimanere 
ospiti in casa l'Elvira per alcuni altri giorni, tut- 
t'ad un tratto , col pretesto che il dì appresso sa- 
rebbero partiti pel santuario di Galizia, si licenzia- 
rono definitivamente, con immenso giubilo di Adele 
e Iacopo , essendoché nella permanenza di essi tutta 
era sossopra la casa; e i due amanti desideravano, 
pel loro intento, la usata quiete e tranquillità. Mille 
cose affettuose i pellegrini dissero alla signora di 
casa: donarono tutti gli amici di una corona di cocco 
e di un Crocifisso grafiìlo sulla madreperla, e rin- 
novati ad ognuno lor convenevoli, accompagnati dal 
Solitario, usciron di casa. 
Tosto che furono al largo, il Solitario disse : 

— Diavol d'un servitore ! che v'abbia egli cono- 
sciuti ? 

— La fìsonomia non cmmi nuova , rispose uno 
de' pellegrini ; ma per quanto vada strologando non 



196 



L' A L B U M 



mi è dato ricordarmi ove mai l'abbia veduto. Tut- 
tavia penso non ci conosca. 

— Ma, ripigliò l'altro, quell'atto di ammirazione 
tanto significativo indica pur qualche cosa: io temo,,.. 

— Che temi tu ? ripigliò il Solitario tra risoluto 
ed iroso; vi son io, e basta. 

Senonchè Andrea, il domestico della sig. Elvira , 
compiuto appena l'ufficio suo e cambiatosi di panni, 
guadagnò la via innanzi de' forestieri, e si pose in 
agguato ìerso la grotta del Solitario, sicuro, come 
egli era che quivi sarebbero andati, ^'è s'ingannò. 
Prima peraltro d'introdursi nel misterioso recesso, 
il Solitario guardossi ben bene intorno, e stimando 
che niuno il vedesse, imboccò co' compagni l'uscio 
di quel penetrale, e disparvero. 

Considerale voi, lettor mio buono, quali pensieri 
passassero per la mente del fido Andrea : figuratevi 
l'ossero proprio quelli che passano per la \oslra al 
punto in cui siamo. Andrea avea non so che so- 
spetti di quella santa gente; a lui «^ra sembrato ve- 
derli pochi di innanzi nella taverna della Luna piena 
con quella comitiva da voi già conosciuta, e quivi 
avea inteso parlare di un progetto che anche voi co- 
noscete perchè hovvelo narralo. 

È egli poi provato il sospetto di Andrea ? Non 
ne so nulla : so dir\i solamente che per lui è una 
quasi certezza; egli quasi giurerebbe che il Solita- 
rio e i forestieri sono tre forfantacci , Ire gabba- 
mondo; e quantunque, onesto com' era, non gli pa- 
resse che in buona coscienza sovra semplici con- 
ghietturc non potesse giudicarsi male del prossimo; 
pure era talmente fisso in quel suo pensiero , che 
gli sembrava già di poter raccontare mille trappo- 
lerie operate da quei valentuomini Ui che andava 
ruminando tra sé e sé come poter fare a fin di 
giungere a persuadersi com'egli nel suo giudicio, 
non si era afTalto ingannalo. .Mentre procedeva a 
capo chino assorto ne' suoi pensieri, una voce gli fe- 
risce l'orecchio — x\ndrea ! — solleva il capo come 
uno smemorato e volgendosi là ove la voce proveniva 

— Ah Lucietta ! esclama : andava appunto pen 
sandn a voi. 

Emm. Marini. 
(*) V. Album pag. 189. 



LA LICE ELETTRICA 
II. 

Primo saggio di luce elettrica. 
(Vedi pag. 170.) 

Questo fisico era Onofrio Davy il quale parecchi 
anni dopo si sarebbe illustralo con immortali sco- 
perte, se i suoi lavori, sulla elettricità non fossero 
bastali per fare eterno il suo nome. 

E cosa curiosa il vedere in qual guisa Davy fu 




APPAnECCIIIO ELETTHICO DEI SIGNORI DELEVIL. 

condotto alle sue prime ricerche sulla luce elettri- 
ca. — La contesa di Galvani e di Volta era appena 
calmala, ed era un fuoco che covava sotto la cenere, 
poiché dalla famosa esperienza di Bologna erano ap- 
pena scorsi un dodici anni. Al A'olla era rimasta la 
vittoria lungamente indecisa, e costui per atterrare 
il suo nemico aveva allora inventato la pila. Da per 
tutto era un gran romore delle maraviglie del nuovo 
apparecchio : rac(|ua era stata decouìposta da Car- 
lìslc e da Nichohon ; alcuni Gli metallici erano stati 
resi incandescenti ; per un momento si era potuto 
credere M render ragione della vita umana ; final- 
mente si erano oKenule alcifne fiammelle luminose 
il cui splendore poteva solo [laragonarsi a quello del 
sole. Dopo ciò è facile immaginare che anche il Davy 
abbia sacrificato all'idolo del suo tempo. Fra le cose 
che più In avevano colpito era l'incadescenza dei 
fili melalliri prodotta dalla pila : più d'una volta 
aveva domandato a sé stesso se fosse ])ossibile pro- 
lungare questa incandescenza. E se, diceva egli, si 
potesse impedire la combustione ? . . . . Nel vuoto 
io tenterò l'esperienza. Questa idea grandemente gli 
piac(|ue tanio più ch'egli aveva osservato come nella 
produzione della scintilla che scaturiva continua fra 
i due reofori l'aria opponeva una resistenza al pas- 
saggio della corrente. Per tal modo bastava costruire 
un apparecchio. Ma innanzi tratto qual corpo mai 
si renderà incandescente ? Forse un filo metallico ? 
Davy aveva spesso provato che la forza luminosa 
della scintilla aumenta in guisa notevole quando si 
uniscono le estremità dei fili conduttori per mezzo 
di sostanze capaci di segregarsi. Come una remini- 
scenza di questo fatto era che le fiamme sono tanto 
più vive quanto che esse racchiudono un più gran 
numero di molecole materiali riscaldate al rosso 



L' A L B U M 



197 



bianco ; perciò egli stabili di applicare dei coni di 
carbone alia estremità pei reofori. Per tal modo egli 
già sapeva clic opererebbe nel vuoto, sapeva inoltre 
eh' egli avrebbe reso incandescenti non fili metal- 
lici, ma coni di carbone ; né l'esperienza poteva farsi 
aspettar molto, difatlo ebbe luogo nel 1801. 

Gettiamo ora un'occbiala sull'apparecchio onde il 
Davy fece uso, e facciamolo agire noi slessi. — Im- 
maginate un globo di vetro poggialo sopra un pie- 
destallo cilindrico di rame che si può attaccare con 
viti sul piano d"una macchina pneumatica e fissar- 
velo col mezzo di un rubinetto. Sui lati del globo 
sono due steli di metallo scorrenti e chiusi in due 
scatlole di cuoio posti in modo da potere essere av- 
vicinati od allontanati secondo il bisogno. All'estre- 
mità di questi due steli sono posti due piccoli coni 
di carbone leggero, i quali coni sono intinti in un 
bagno di mercurio il che aumenta la loro condiitti- 
hilità perchè ne' loro pori soii penetrati globetli di 
metallo. Vicino a questo apparecchio è una batte- 
ria galvanica composta di molte pile falle in figura 
di abbeveratojo e che riuniscono 2000 elementi 
dai 4 ai 5 decimetri quadrati : questa é la batteria 
costruita dalla Società Reale di Londra che servirà 
in seguito a decomporre la potassa e la soda. 

Fate ora di porre a contatto le due estremità dei 
coni di carbone ; fate poi che un degli steli comu- 
nichi col polo positivo della pila , e l'alti-o col ne- 
gativo: subito nascerà una corrente che traverserà 
il filo conduttore , ed ecco che i punii di conlatto 
dei due coni di carbone brilleranno per i primi d'una 
luce viva : a poco a poco i punti luminosi si propa- 
gheranno, e ben presto avrete una luce cosi risplen- 
dente che i vostri occhi non potran sopportarla. Di 
più : se voi allontanate l'un dall'allro i due coni , 
non già per questo si estinguerà la luce, ma si mo- 
strerà fra loro come un nastro di fuoco — Ciò che 
vi era di piii rimarchevole nella esperienza del Davy 
era che la luce la più abbaglianle si [)roduce sen- 
za combustione se la combustione si definisca come 
fa Lavoisier. Difatto essendo i coni di carbone col- 
locati nel vuoto, non potevano essere alterati nella 
loro sostanza; e solo la loro forma veniva cangiata : 
essi non bruciavano, ma si volattilizzavano; v'era tra- 
sporto delle molecole del carbone positivo sul car- 
bone negativo, ma non accadeva alcuna azione chi- 
mica, e perciò si potè concludere « che il calore e 
)) la luce sono modificazioni dell'elettricità. » 

Questa fu la prima esperienza di Davy sulla luce 
elettrica. L'impulso era dato, e scoperta una volta 
la via , numerosi campioni dovevano scendere in 
quell'arena ove dovevano aver luogo memorabili 
combattimenti. 

IH. 

Gaz d' illuminazione. 

Gli uomini si avvezzano cosi facilmente alle cose 
buone, ch'essi ben presto dimenticano coloro da cui 
le hanno avute; che anzi le nuove generazioni ac- 



colgono i heneficj de' loro antenati senza neppure 
darsi il pensiero di chiedere i loro nomi, senza di- 
mandare (juanto d'ingegno , di fatica e di perseve- 
ranza loro abbisognò per istabilire una cosa utile e 
comoda, dell'uso della quale lutto il mondo sì van- 
taggia, e perciò stesso la trova naturalissima. 

Un esempio di quel che diciamo ce lo porge l'il- 
luminazione a gas estratto dal carbon fossile. Quante 
difficollà ha bisognato vincere , quante esperienze 
senza fruito si è dovuto fare prima di raggiugnere 
la perfezione data oggidì a tale industria ! Pochis- 
simi Francesi in verità hanno chiesto, o chiedono a 
chi siamo noi debitori delle innumerevoli lìamnielle 
che ci scusano ogni notte la luce del sole, che im- 
pediscono agli abitatori della città di conoscere per 
prova che cosa siano le tenebre ; e frattanto un loro 
concittadino ha sacrificato la fortuna e la vita per 
questa meravigliosa invenzione, e dopo lui un gran 
numero d'uomini di senno si sono fatti seguaci di 
Ini , si sono avanzali arditamente nel cammino da 
lui segnato, fiduciosi di arrivare al fine desideralo, 
benché corti eziandio d'abbatler';i per via in ama- 
rezze, in disinganni e in dolori. 

Il francese ch'ebbe per primo il pensiero di far 
servire alla illuminazione il gas estrallo dal carbon 
fossile è l'ingegnere Filippo Lebon nato a Bruchet 
neW Haute-Marne verso il 1765, e morto assassinato a 
Parigi nel 1802. — Questo sapiente fece i suoi primi 
tentali vi circa nel 1786, e nell'anno VII della Re- 
pubblica partecipò all'Istituto la sua scoperta; l'anno 
dopo oiteneva un brevetto d'invenzione per un ap- 
parecchio che egli chiamava Termolainpo o fiammelle 
che scaldano, illuminano con economia, e danno con 
molti prodotti preziosi una forza motrice applica- 
bile ad ogni specie di macchine. Da [)rincipio 1' in- 
ventore fece agire questo apparecchio con del le- 
gno, e fece molte esperienze all'Havre ove non trovò 
che curiosi; ma tornato a Parigi, soslilui al legno 
il carbon fossile per a» ere una luce migliore. Egli 
allora abitava la locanda Seignelay nella via S. Do- 
menico (ora via Royer Gollard), ed illuminò gli ap- 
partamenti e il giardino di quella locanda col gas 
di carbon fossile; ma per mala sorte i francesi erano 
allora così occupali de' pubblici avvenimenti , che 
poco posero mente a quella scoperta ancora imper- 
fetta. Il Lebon aveva speso tutto qncl che aveva 
per condurre il suo trovato a buon fine : ne vedeva 
le imperfezioni, ma gli mancava il nerbo indispen- 
sabile por raggiugncr lo scopo, il danaro. Tutlavolta 
non si perde d'animo e si condusse a Versailles presso 
l'acquedolto di Marly a porre uno stnbilimcnio di di- 
stillazione di legno d'onde traeva carbone, catrame ed 
aceto di legno chiamato acido piroglignoso e cavando 
profitto p.'.'r alimentare i suoi fornelli dei gas infiam- 
mibili che s'innalzavano. Questa industria creala dal 
Lebon ora si è grandemente diffusa, e si pratica tut- 
tora lale e quale l'ingegnere francese la immaginò : 
tanto era vasla la mente di quest'uomo poco men che 
ignorato ! Oimé la morie di questo sapiente doveva 
esser crudele come la sua \ ila era stala ricolma di 



198 



L' A L B U M 



dolori e di fatiche ! Un mallino dell'anno 1802 fu 
trovalo ne' Campi Elisi un cadavere Iratitto da colpi: 
era quello dell'inventore della illuininazioue a gas 
che conlava appena 37 anni! 

(Continua) Dalla Sciense pour tous. 



La Maddalena ai piedi del Redentore (1) 

Quadro dipinto dall'egregia giovane 

La Signora Filomena Genlilucci 

Per la chiesa di S. Maria Maddalena ia Fabriano. 

ODE 

Se luminosa e placida 

Spunta nel ciel l'aurora, 

Se il verde onor degli alberi 

Nel primo Aprii s'infiora 

Di lieti frutti è annunzio, 

E di sereno dì. 
Se or tanto puute e innalzasi 

Il giovinetto ingegno, 

Di pochi soli al volgere 

In cima ad arduo segno 

Ergere il voi magnanimo 

Promette a noi cosi. 
Ove togliesti il magico 

Incauto de' colori ? 

Chi li stemprò dell'iride 

I vividi splendori ? 

Chi di sì care immagini 

Le forme li mostrò ? 
Calda di sante lacrime, 

Piena d'affetto ardente. 

Sparsa le trecce morbide 

La bella penitente 

Innanzi a lui prosternasi 

Che il cuore le impiagò. 
Nella dolcezza eterea 

Del divo amor rapita, 

D'ogni terrestre impaccio 

Beatamente uscita 

Tutta ella versa l'anima 

Del Redentore ai pie. 
£ quel Divin che accoglie 

Chi gli ritorna al seno, 

Tutta la cinge e irradia 

Del suo splendor sereno, 

Ed una stilla infondcl« 

Di quel che gode in sé. 
Qui lutto intorno è un'estasi 
D'amore e di sorriso. 

Ove rifulge il massimo 
Signor del paradiso. 

Ove l'affetto e il gaudio, 
Ov' è sublime il duol. 



valorosa, un florido 



Serto già intrecci al crine ; 
Siegui te tempia a cingerli 
Di frondi peregrine ; 
Al tempio della gloria 
Siegui a drizzare il voi. 

Prof. Alessandro Alti. 

(1) V. Album distribuzione 20, pag. 157 dell'anno 
corrente. 



IL TEVERE E LE SUE ISOMDàZIOM. 

(Continuazione V. pag. 192). 

Quei che non erano dall'acque assediati, né toc- 
chi da queste afillìzioni, correvano ai [lonti, e trae- 
vano da uno spettacolo che all' occhio del sensato 
riusciva lacrimevole, diletto e piacere, godendo di 
vedere dal Gume portare in tributo al mare alberi, 
travi, masserizie, suppellellili, botti di vino, carri, 
buoi, bufali ed altri animali, alcuni de' (|uali si sal- 
vavano a nuoto guadagnando le sponde. Molti di (|uc- 
sli arnesi venivano tolti al fiume da alcuni battel- 
lieri che con piccole barche correvano ove più vasti 
erano i gurgili ; il che fa conoscere (soggiunge il 
citato autore) quanto 1' avarizia renda 1' uomo au- 
dace e temerario , e veriGca il detto di colui che 
disse non essere il male giammai così maligno, che 
non apporti qualche bene ed utilità a coloro che dai 
mali altrui traggono i propri guadagni. 

1 luoghi maggiorinente inondali furono tutta la Via 
di Ri|)etta che non si distingueva dal fiume, il Corso 
ove r ac((ua giungeva alla metà dell' arco dello di 
Portogallo (ino a Piazza Colonna, tutta la strada del- 
l'Orso, Piazza Nicosia, Piazza di S. Lorenzo in Lu- 
cina, Piazza di S. Appollinare, Piazza Navona ove 
avrebbe jìotuto solcare qualsivoglia gran barca, la 
Maddalena, la Rotonda, e la Minerva le cui scali- 
nate erano nascoste dalle acque , sicché a Cesarini 
e contorni de'sopradetti luoghi non era possibile an- 
dare che con batlclli, e la Chiesa di s. Andrea della 
Valle , nonostante che si elevi sopra una scalinata 
ben alta, non potè ripararsi dalla inondazione. Ma 
il Ghetto degli Ebrei fu quello che restò più degli 
altri sommerso; imperciocché dalla parie del fiume 
l'acqua sali\a fino al secondo ordine delle fenestre, 
e dalla parie della città toccava quelle, del primo. 
Per arrecare soccorso a quest' infelici, fu necessario 
pratlicare un apertura nel muro che corrispondeva 
sulla Piazza de' Cenci, essendo tutti gli altri accessi 
ricoperti dalle acque. Gli edifici di Roma soffersero 
danni notabili: restò abbattuta buona parte di Ponte 
Molle , il cui piano di legno fu portalo via dalle 
acque, ciò, che non era mai accaduto nelle antece- 
denti inondazioni. 

Dopo questa inondazione, fino a quella del 1805, 
altre tre se ne veggono segnate nelle colonne del 
Porlo di Ripetla , una minore dell'altra. La prima 
durante il pontificalo d'Innocenzo XI 1' anno 1686, 
iu cui la piena giunse all'altezza di palmi 21.6 e di 



L' A L B U M 



199 



metri 16 nell'Idrometro. La seconda sotto Clemen- 
te XI alii 23 di Dccembre del 1702, la minore di 
tutte quelle ivi segnate, mentre giunse a soli pal- 
mi 19.8, ed a metri 15.41 della quale troviamo men- 
zione in un Diario pubblicalo da Gio: Francesco Cec- 
coni, (1) e nella Vita di Clemente XI scritto in pur- 
gatissirao latino da Pietro Polidori, senza però ma- 
nifestarci il suo nome (2). Il quale narra che trovan- 
dosi da più giorni la città in gran parte invasa dalle 
acque, con mortalità di bestiami!, perdita di cose, 
e non minore incomodo de' cittadini, temendosi che 
corrotta l'aria dalle acque si a lungo stagnanti, ne 
potesse seguire un qualche morbo contagioso, il Pon- 
tefice al sorger del giorno discese nelle Grotte Va- 
ticane, e prostrato dinanzi al sepolcro de' SS. Apo- 
stoli offri a Dio il divin sacrificio innalzando fervide 
|)reci perché liberasse Roma da questo flagello. Al 
mezzogiorno rinnovò le preci nella Chiesa di S. Ma- 
ria in Traspontina, ed uscito sulla porla per com- 
partire la sua benedizione al popolo accorso in tanta 
copia che non era potuto capire nel tempio, all'al- 
zare della destra per fare il segno della croce , si 
vide decrescere sensibilmente il Tevere , e tornare 
nel suo seno, di modo che al calare del sole poteasi 
camminare a piede asciutto nelle strade dinanzi al- 
lagate dalle acque 3). 

La terza l'anno 1750 nel pontificalo di Benedetto 
XIV, poco maggiore della precedente, essendosi in- 
nalzate le acque a palmi 20. 3, ed a metri 15.51. 

Maggiore assai di queste tre fu» la inondazione 
del 1805 sotto il Pontificato dell'immorlale Pio VII, 
che eguagliò quelle del 1495 e del 16G0 , mentre 
giunse all'altezza di palmi '2\. 6, e segnala all'Idro- 
metro a metri 16.42. Nell'assenza del Pontefice da 
Koma, partitone il giorno 2 Novembre 1801 per re- 
carsi a Parigi ad incoronare Imperatore il primo 
Console della Repubblica Francese Napoleone Bona- 
parle, più volle allagò il Tevere la città; ma la mag- 
giore inondazione fu quella del memorabile giorno 
2 Febraro 1805, dalla quale i romani si tennero li- 
lìerati per intercessione della Vergine (4). In que- 
sta furono talmente danneggiate le due tesiate di 
legno di Ponte Molle, che rendendosi necessario ri- 
costruirle , fu allora che per opera dell'Architetto 
Valadier venne ridotto il Ponte nello stato attuale 
come si legge nella iscrizione Ialina apposta sull'Arco 
della Torre dalla parte che guarda Roma (5). 

Sagge e provvide leggi furono emanate dalle au- 
torità governative tanto per riparare i danni cagio- 
nati dall'inondazione alle proprietà de' privati, quanto 
per allonlanare i mali che potevano derivare alia 
pubblica salute dal lezzo lasciato dalle acque nel 
ritirarsi, dalle quali si può argomentare la gravezza 
della inondazione. Fin dallo stesso giorno 2 Febraro 
il Cardinal Vicario Giulio Maria della Somraaglia 
ordinava che continuando tuttavia le piogge in pre- 
giudizio notabile delle campagne, si recitasse in tutte 
le messe la colletta ad petendam serenitaCem. Sgom- 
brate appena le acque dalla città , il giorno 3 Fe- 
braro un Editto del Cardinal Ercole Consalvi Segre- 



tario di Stato e Prefetto della S. Consulta ordinava 
a tutti gli abitanti di fare spazzare le strade pel tratto 
corrispondente alle rispettive loro Botteghe e Portoni; 
simile del Presidente della strade Fabrizio Locca- 
tetli Orsini per lo spurgo delle cantine e pozzi e 
dei fossi nelle campagne, cessata l'inondazione. Con 
altro Editto dello slesso giorno 3 Febraro del Go- 
vernatore di Roma Francesco Guidobono Cavalchini 
si ordinava che ciascun barcajuolo o qualunque al- 
tra persona avesse ricuperati oggetti di suppellettili 
domestiche trasportati dall'impeto dell'alluvione, do- 
vesse darne assegna; lo stesso s'inculcava con una 
Notificazione del Presidente delle ripe Benedetto Naro 
del giorno 5 detto. Ed il giorno 6 il Cardinal Vi- 
cario ordinava che, essendo cessate le continue piog- 
gie , e liberati dalla straordinaria inondazione del 
Tevere che dopo aver recati gravi danni minaccia- 
va ruine anche maggiori, in tutte le Messe nei tre 
giorni di Venerdì 8 Sabato 9 e Domenica 10 si di- 
cesse la colletta prò gractiarum actione. Finalmente 
con altro Editto del Presidente delle strade del gior- 
no 7, perchè il fiume non era ancora tornato nel suo 
letto si prorogava il termine accordato coli' Editto 
del 3 (6). 

In un portone in Via Frattina Num. 80 si leg- 
gono incise in una piccola lapide queste parole: 

Pio. VII. P. M. 

Adi . 2 . Febraro . 1805 
Qui . Arrivò . Il ■ Tevere. 

Questa , che da non pochi si ricorda ancora , si 
può dire che sia t'ultima di qualche rilievo, e de- 
gna di speciale menzione. Le altre seguite fino al 
presente sono stale tutte a questa inferiori , come 
quella del 1843 sui primi di Febraro nel pontificato 
di Gregorio XVI segnata nell'Idrometro a metri 15.34 
che è la minore di tutte quelle ivi segnate. Ma non 
cosi lieve fu la inondazione che avvenne quasi im- 
provvisa pochi mesi dopo l'esaltazione al pontificato 
del regnante sommo Pontefice Pio IX, ai 10 Dicem- 
bre 1846 , nel più bello della gioja e della letizia 
che avea ricolmi gli animi di lutti i cittadini. La 
quale se di tristi effetti fu per la nostra città, e come 
un funesto presagio de' mali che ci sovrastavano , 
die però campo di fare vieppiù risaltare l'animo ge- 
neroso del novellò Pontefice. Superò qnesla inonda- 
zione quelle del 1686, 1702 e 1750, e fu inferiore 
di soli 17 centimetri a quella del 1805, vedendosi 
segnala nell'Idrometro a metri 16 25. Il massimo 
della piena fu all'ora 1 pomeridiana, in cui si man- 
tenne fino alle 3 pomeridiane ; quindi cominciò a 
diminuire in modo che la mattina degli 11 alle ore 8 
antimeridiane segnava metri 15 31 : il giorno 12 , 
nonostante la continuazione della pioggia, le acque 
erano quasi rientrate nel loro letto. 

Nella generale costernazione non mancarono le 
provvide e sollecite cure del Governo al soccorsa 
de' cittadini e degli abitanti delle campagne, per ren- 
dere meno sensibile un tanto disastro. E benemeriti 



200 



L' A L B U M 



(Iella popolazione si resero gl'individui de' corpi mi- 
litari, specialmente de' Carabinieri; de' Dragoni gui- 
dati dai loro Ufilciali; de' Vigili al comando de' quali 
si videro i Principi Aldobrandini Colonnello onora- 
rio e D. Giovanni Chigi Tenente Colonnello ; e della 
Marina militare personalmente diretta dal colonello 
Commeud. Cialdi, che colle lance de' Vapori , tanto 
nell'interno della città, quanto al di fuori, recava 
soccorsi e provvigioni agli abitanti di Fiumicino e 
della campagna. Si distinsero ancora altri insigni per- 
sonaggi fra ((uali il Principe D. Marcantonio Kor- 
ghese, nel porgere ajuto ovunque se ne additava il 
bisogno.. (7) 

Ma degna soprattutto di speciale memoria, e che 
qui ci piace di ricordare , (a la munilicenza e la 
paterna carità con cui il regnante Pontelicc si volse 
a soccorrere gì' infelici colpiti da questo disastro. 
Oltre all' adempimento delle ordinarie disposi/ioni 
governative per la somministrazione del pane ai bi- 
sognosi sequestrati dalle acque, ed ai moltiplici mezzi 
posti in uso por la salvezza di chiunque poteva tro- 
varsi esposto a pericolo di vita, col mezzo del suo 
Vicario Generale, Emo Patrizi, fece un appello alla 
generosità e carità degli agiati cittadini, deputando 
una commissione per la raccolta e distribuzione delle 
spontanee elargizioni. Al quale appello volle Kgli 
precedere assegnando del suo particolare peculio la 
somma di duemila scudi. Né riusci vana la Gducia 
riposta dal S. I*.idrc nella gcuerlsità de' romani , 
mentre nella prima ragunanza della deputazione , 
tenuta la Domenica 13, si trovò come le sole pri- 
mordiali oblazioni ascendessero a cinquemila scu- 
di (8). Bello esempio di patria carità, e non il solo 
che onori la nostra Roma ! 



(Continua) 



Doli. Michele Carcani. 



(1) Diario isterico di tutto ciò che é accaduto di 
memorabile in Roma dalla chiusura delle Porte Sante 
del 1700 sotto il Pont, di Clemente XI fino all'aper- 
tura delle medesime nel I72'l sotto il regnante Pon- 
tefice Benedetto XIII, riportato da Gio. Francesco Cec- 
coni in fine della Roma Sacra e moderna del Panci- 
roli, Roma 1725. 

(2) De Vita et rebus gestis Clementis XI P. M., 
Urbini 1727, Uh. II % 32. 

(3) V. anche Lafiteau Pierre-Francois Evéque de 
Sistei-on, Vie de Clement XI, Liv. II - Oltre questa si 
fa menzione nel citato Diario, pag. 636, anche di un 
altra accaduta sotto lo stesso Pontefice alli 3 di Mag- 
gio 1712. la quale forse fu così piccola che non me- 
ritò se ne incidesse la memoria. 

(4) Pistoiesi Erasmo Vita di Pio VII Tom. I § 249. 

(5) V. le mie Memorie storiche di questo Ponte — 
Album Anno XXV pag. 116. 

(6) V. Raccolta di bandi, editti ecc. dell'anno 1805. 

(7) Diario di Roma del 12 Dicembre 1846 N. 99. 



(8) Noti/icazione dell' Emo Card. Patrizi degli 11 
Dicembre 1846. — Diario di Roma del 15 detto 
num. 100, sotto la direzione del cav. De-Angelis. 



CIFRA FIGURATA 



l(j«ond,y.»l.«.?i Wo^ - Co [ ^ i-X 





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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

La via dei giusti è simile a la luce dell' aurora la 
quale si rischiara fino al pieno di. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



pia: 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

za di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVANNI DE-ANCELIS 

direttore-proprietario 



Distribuzione 2 6. 



15 Agosto i8S9 



Anno XX\I. 





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202 



L' A L B U M 



DI UN GRUPPO E DI L'N BASSORILIEVO 
DEL PROF. CONTE OSCAR SOSNOWSRl. 

L'arte propriamente storica è campo, e vastissimo 
campo , ancora da mietersi. Tale una verità quante 
volle ripetuta da ogni buono scrittore suona avverti- 
mento e rampogna a que' arlisl-i che, studiosi dell'ef- 
i'etto materiale soltanto e schiavi della volubile tiran- 
nia della moda, alle splendide ispirazioni della storia 
antepongono per dappocaggine presuntuosa taluni sog- 
getti famigliari, che l'onore delle belle arti vorrebbe 
l'ossero costantemente sbanditi. Dei generosi, ed uno 
dei più caldi nell' amore delle arti , che a soste- 
nerle all'altezza della loro missione o^ni studio ri- 
ponga, è certamente il Professore Conte Oscar So- 
snowski. Scultore egli per semplice diletto ed in- 
faticabile , molti la\ori di sacro argomento e di 
profana istoria ha condotti con assai eccellenza 
di magistero. Ed anche al presente, reduce appena 
da lungo viiiggio alle patrie contrade , modello in 
breve tempo una pregiatissima opera della quale ci 
è grato poter favellare. 

In essa in tutto rilievo ha rappresentato nella gran- 
dezza del vero Belisario cieco chiedente elemosina. 
Col nome di Belisario rivive 1' onta dello Impera- 
tore Giustiniano, che sacrificò (|ueslo suo valoroso 
campione di guerra alla invidia maligna dei corti- 
giani dannandolo ad esser fatto cieco degli occhi 
ed a perpetua miseria, ingratamente dimenticando che 
animo di traditore non era nel petto del |)rode, il di 
cui braccio gli avca conquistata la Persia , e |)cr 
ben due volte, ricacciando gli Unni dall'Italia, raf- 
fermato r impero. 

il l*rof. Sosnowski ha rappresentato 1' eroe in 
compagnia della giovane figlia Kudossa seduto sopra 
un masso di pietra; virile e robusto nella persona 
e nel volto ha nude le chiome ; 1' antica corazza 
ancora gli difende il petto \aloroso; ampio è il pal- 
lio, che dall'omero sinistro scendendo gira sul de- 
stro fianco sino a cnoprirgli le gambe al di sopra 
dei piedi, che appariscono tmdi: colla sinistra sor- 
regge appoggialo alla coscia l'elmo rovesciato, su cui 
i pietosi gitteranno l'obolo del povero, e della de- 
stra abbandonala lungo il bastone, meschino soste- 
gno del cieco, col dito indice verso terra proteso ac- 
cenna a questo ingrato suolo d' Italia che vide so- 
Aente,e il più delle volte impassibile, i suoi più grandi 
iiominidannati ad immeritata sventura. In quellesein- 
hianze dignitose e severe traluce un doloroso pensiero 
non per la patita miseria, poiché il grande non piange 
sopra sé stesso, ma per la ingratitudine della patria da 
esso per ben due volte fatta libera e forte. 

K che tale e tanto dolorosa idea lo domini con 
assai di bravura dispiegò l'egregio artista collocan- 
dogli dallato, alquanto indietro, la giovinetta figlia, 
che posandogli lieve la destra sull'omero diritto, 
sembra richiamarlo a se stesso, e colla sinistra amo- 
revolmente gli spinge il braccio, come per animarlo 
a porgere l'elmo alla pietà dei buoni cittadini, dei 
quali essa tenta le vie del cuore colla dolce espressione 



del volto ed additando 1' infelice. Una modesta 
tunica, cui si sovrappone (|uella specie di abito suc- 
cinto aperto ai lati ed unito sulle spalle con due 
fermagli , che i Romani distinguevano col nome di 
riciniiim, vela le innocenti grazie della persona della 
donzella , la quale sostenendo con pari dignità la 
umiliante miseria armonizza mirabilmente colla se- 
vera maestà del guerriero. Queste figure rispondono 
al diverso carattere ch'esprimono j nel nudo e nel 
panneggiamento sono condotte con assai prattica e 
ragione di arte : ed informate ai principii di quel 
bello , che diciamo classico , presentano un insieme 
che parla eloquentemente al cuore, e soddisfano pia- 
cevolmente allo sguardo offrendo novella prova del 
merito del valoroso autore. 

Il (|uale, educato l'animo a nobilissimi sensi, nel- 
l'amore dell'arte comprende l'affetto per la diletis- 
sima patria sua , a di cui onore illustrò nel marmo 
più fatti delle antiche storie di Miccislao I e Dom- 
browka, di lagcllo ed Edvige e di altri soggetti non 
meno celebri. 

Nel culto per la memoria dei grandi uomini po- 
lacchi consacrò ad alcuno di essi l'opra della pro- 
pria mano erigendo marmorei monumenti; al qual 
fine attualmente ha scolpilo in basso rilievo al na- 
turale l'Angelo del finale giudizio, che ha ripetuta 
ancora in proporzioni minori. La mistica figura vestila 
di tunica e di ricco manto, in attenzione del divino co- 
mando nella mano destra tiene sospesa una tromba, 
e della sinistra tocca leggermente il libro della vita 
collocato sopra un avello. I tratti del volto vivi ed 
oltreinodo animali da celeste ispirazione presentano 
nella bellezza delle forme estetiche l'ideale concetto 
del principio puramente religioso, e lo insieme nulla 
lascia a desiderare ilal canto dell'arie. 

Di tal guisa il Prof. Sosnowski la scultura col- 
tiva, nella quale opera indefesso solamente ad onesto 
ed ammirevole ricreamento dell'animo e per amore 
dell'arte. E tanto vi si è reso benemerito quanto 
seppe raggiugnervi il maggior grado di eccellen- 
za, attenendosi fermo a quei principii che hanno 
retto sempre la grandezza delle belle arti italiane. 
Egli sta nel bel numero di coloro che comballono 
contro la minacciata decadenza dell'arte. Vorremmo, 
che quanti si danno al marmo ed ai colori ne iini- 
citasscro l'esempio, e qucglino che barbaramente si 
attentano ridurre le arti al cosi detto genere aves- 
sero presenti le parole dell'antico savio: noi ci ri- 
diamo, diceva, dei pittori e degli statuarii, che ri- 
cercano la novità nelle ininuti parli col trascurarla 
nelle parti principali (l). 

Tito Barberi. 

(l) Gaìen , de usu part. , HI/. 1. cap. XXII.— 
Emeric — David Ricerche sull'arte statuaria. Voi, 2." 
Cap. II. 



L' A L B e M 



IACOPO E ADELE 
RACCOXTO (*) 

XVII. 

Che matrimonio ! 

Le relazioni per nulla favorevoli date dall' avv. 
Giuseppe sul conio di Alfredo, determinarono il sig. 
Everardo a liberarsene , non che avesse motivo di 
querelarsi di lui , ma perchè gli sapea duro dover 
trattare con persona sulla quale non poteva avere 
liducia. Chiamatolo , disscgli die sin da quel mo- 
mento era libero di sé ; ritenesse in compenso dei 
servigi resigli quel danaio che gli donava , oltre 
l'emolumento percepito; ed esortavalo ad essere one- 
sto per l'avvenire. Restò colpito Alfredo a si fatto 
annunzio ; né seppe profferire parola : poco stante 
però riavutosi dello sbigottimento dimandò un' at- 
testazione del suo contegno, cui il sig. Everardo non 
ebbe difTicollà di fare. Ricevutala Alfredo, nel pren- 
der commiato e far sue scuse disse conoscer bene 
donde gli fosse provenuto quel danno : esserne causa 
quel cane del maggiore fratello che avea detto di 
lui Dio sa quanto male, e quante calunnie avevagli ap- 
poste ... Ma interrompendolo il sig. Everardo — La 
inonesta condotta vostra, soggiunse, è la causa unica 
del danno che ricevete. E per dimostrargli, lui non 
parlare a caso, ma sì con cognizione di causa, venne- 
gli rivedendo le bucce con tanta precisione che Al- 
fredo restò trasognato. Dissegli in gr. d'esempio (ol- 
tre il narrato da noi nel capo IX) com'egli sapeva 
che quantunque si spacciasse il sostentatore de'vec- 
chi genitori, n'era nondimeno il martirio; giacché 
dava lor tanto , e neppure ogni di, da nou morire 
di pura inedia ; ed intanto faceasi servire di tutto 
punto e tenevali peggio che schiavi. Sapeva ancora 
aver egli osato di minacciare di percosse il padre, 
averlo ingiuriato, imprecato; essersi valuto di lui per 
acconciare infiniti debiti che avea col padrone della 
casa, con Stefano il bettoliere, col carbonaio Pietro, 
con Gigi il cappellaro, con Agostino il calzolaio, con 
Pippo il Sarto, con Titta il rigattiere, con Giordano 
il legnaiuolo, e via discorrendo; ed in rimerito avea 
ricolmo quel buon vecchio, più che settuagenario, di 
amarezze, si che quel tapino era stato costretto par- 
tire almen tre volte di casa, e ricoverarsi presso il 
iìgliuolo maggiore , da Alfredo odiato , sol perché 
egli opponevasi a potere alle inoneste azioni di lui. 
Egli intauto volea menare vita agiata : usava alle 
trattorie, ove facevasi credere un cavaliere e come 
tale facea servirsi; frequentava presso che ogni sera 
il teatro in società di compagnoni ; ed il vecchio 
jiadre , quasi dalla fame sfinito , doveva aspettarlo, 
alluminargli le scale ed attendere che si coricasse, 
e dormisse. Conciossiaché quanto egli era impronto 
ed ardito con gli amiconi e i compagnazzi allora 
che splendeva il sole, altrettanto pusillanime e vile 



la notte. Uè' suoi amorazzi poi non voleva parlare per 
non imbrattarsi, ma ch'egli intendevalo per bene — 
Alfredo, continuò volgendoglisi il sig. Everardo, voi 
avete di parecchie buone qualità, siete fornito d'in- 
gegno; se ne usaste bene, beato voi ! avete modi ca- 
paci di farvi amare , siete pronto , faccente e dirò 
pure con verità, amale la fatica ; ma il vizio capi- 
tale che bruita e deturpa ogni buona qualità vostra 
è la superbia e l'orgoglio, vizii orrendisssimi pro- 
dotti da poca religione E per darvene una sola 
pruova che vai per mille ; ricordatevi che incari- 
cando vostro padre medesimo di eseguirvi qualche 
commissione, gli dicevate : « Andate colà presso ... 
ma guardatevi di non far sapere che siete mio pa- 
dre; dite alla persona : Quel signorino mi manda per- 
chè si faccia si e si. » Alfredo potete negarlo? Ma 
facciam punto, giacché non la finirei si presto : voi 
sapete quello che mi resterebbe a dire; specialmente 
se toccar volessi della vostra tirannia, allorché cac- 
ciaste di casa in maniera crudelissima il vostro fra- 
tello carpentiere, al ([uale avevate fatto conchiudere 
un vergognoso matrimonio con una disgraziata tro- 
vatella , cai rendeste infelicissima , perchè traestela 
dal sacro asilo ove menava conlenta i suoi giorni 
nella tranquilla pace di quelle sante pareli, e con- 
ducestela in vostra casa ... e perchè ? Alfredo non 
più ; andate, non mi comparile più innanzi, che di 
voi non voglio saperne più nulla. — 

Il sig. Everardo tra non guari diede contezza del- 
l'avvenuto fra lui ed Alfredo al Solitario, col quale 
querelossi dell'avergli posto in casa un soggetto di 
niente lodevoli costumi. Il Solitario tìnse di stupirsene; 
e a dimostrare ch'egli aveane ben altra opinione, ed a 
parer suo ragionevolmente , narrógli come Alfredo 
fosse in sul punto di conchiudere un matrimonio 
con la Imelda, donzella non mollo giovane è vero, 
ma di onoratissimi costumi e di parentela alquanto 
riguardevole. Egli conosce vane per fermo la madre, 
vedova di Amedeo il riscotitore d'imposte del Co- 
mune di **' uomo probo ed onesto il quale , dopo 
avere collocato con sufficiente agiatezza la figlia mag- 
giore , mori di presso a sessanl'anni. — Se cotesta 
donna, ripigliava il nostro buon Solitario, mollo ac- 
corta ed avveduta, è in sul punto di dare ad Alfredo 
la figlia, che le è carissima, in isposa, è chiaro che 
avrà avuto ottime relazioni del giovinollo ; altri- 
menti non permetterebbe si effettuasse con esso lui 
lo sposalizio — 

A cotesta risposta il sig. Everardo ripigliò che il 
suo argomento non valea nulla a provargli in con- 
trario, essendoché egli non ignorava ancora codesta 
particolarità. Sapeva adunque che la buona vedova 
ed il parentado non ignoravano al postutto le ge- 
ste di Alfredo ; ma che per non pregiudicare la già 
scaduta salute della donzella accesasi fortemente del 
giovinollo, avean ceduto all'imperio delle circostanze; 
e che peraltro si era combinato tra' parenti qual- 
mente effettuato il matrimonio, Alfredo sarebbe ri- 
maso in casa la suocera a fin di tenerlo a segno. 

Il Solitario non seppe replicare : si scusò come 



204 



L' A L B U M 



|)Olù meglio , e mortificalo partissene dal sig. Evc- 
rardo. 

Il quale quanto abile era stalo ia iscovrire i falli 
altrui ; tanto ignorante era di ciò che succedeva 
nelln propria casa. Ma noi che sappiam tutto , 
ne informeremo per filo e per segno i nostri let- 
tori , ancorché ciò dovesse dispiacere al riguarde- 
vole nostro amico ; ma lo faremo dopo aver nar- 
rato la cagione del tafferuglio avvenuto nella taverna 
della Luna piena. 

Emm. Marini. 

(*) V. Album pag. 189. 



1 DOGI DI VENEZIA E DI GENOVA. 

Doge era il titolo che jiortava a (Jenova ed n Ve- 
nezia il primo magistrato della repubblica. Il doge 
di Genova era eletto dal corpo de' senatori, gover- 
nava due anni, e non poteva esser rieletto dopo un 
intervallo di due anni. Uscendo d'ulFicio aiHla>a al- 
l'assemblea de' cullegi convocati per ricevere la sua 
dimissione: ove per significargli che il tempo della 
sua dignità era passato, il segretario dell'assemblea 
gli diceva: Vostra serenila ha fmilo suo tempo, vo- 
stra eccellenza se ne t^ada a casa, e la sua serenità, 
ritornala semplice eccellenza, rientrava fra'senalori. 
La sua autorità era |iiù nominale ch'effettiva. Gli 
era vietato di ricever visite , di dar udienza , di 
aprir lelleie a Ini dirello se non alla presenza di 
due senatori che rimancano con lui nel jialazzo du- 
cale. 

11 doge poi di Venezia era eletto a vita. Paolo 
Luca Anafeslo fu il primo rivestilo di questa diguità 
l'anno G97 dell'era volgare. Fino a quel tempo la 
repubblica era stala governala da dodici capi annui 
che portavano il titolo di Iribuni, e la cui autorità 
era più definita dall'uso e dalle circostanze che da 
leggi slabili e debitamente riconosciute. Questo go- 
verno avendo cagionato scene tempestose e favorito 
lo spirito di parte, Cristofaro , patriarca di Grado, 
propose di concentrare il potere di un solo capo , 
cui si sarebbe dato il lilolo di Doge, cioè Duca. 

I primi dogi godettero d'una autorità poco limi- 
tala. Fu decretato unanimemente che il duca go- 
vernerebbe solo, che avrebbe il potere di convocare 
l'assemblea negli affari iniporlanti , di nominare i 
tribuni, di costituire i giudici per pronunciare nelle 
cause privale. Al doge ricorreva chi credeasi leso. 

Si aggiungano a tutte queste regie prerogative il 
drillo (li fare la pace e la guerra, e poco si corn- 
j)rcnderà come mai Venezia conciliò il titolo fastoso 
di republica con una autorità tanto assoluta. Splen- 
didi successi in terra ed in mare segnalarono il ri- 
geroso regno de' primi dogi ; m:i Orso, che occupò 
il trono ducale nel 726, avendo abusato del suo po- 
tere, il popolo lo trucidò dopo averne assalilo il pa- 
lazzo. Il dogato fu abolito e sostituito da un annuo 
magistrato sotto il lilolo di maestro della malizia. 



Poco appresso una nuova rivoluzione ristatili il go- 
verno ducale, e , cosa degna di noia, fu eletto doge 
il figliuolo di quello stesso Orso , che aveva fallo 
abolire il dogalo. Il governo arbitrario di Galla 
avendo novellamente armato il popolo contro il do- 
galo, vennero aggiunti al doge due tribuni , senza 
il cui avviso nulla poteva operare. Dopo questa 
prima barriera posta all'autorità ducale, il doge non 
fece che andar sempre di caduta in caduta , e più 
col non esser altro che un principe titolare, il vano 
rappresentante della suprema dignità, e che nel fatto, 




IL DOGE Ul VENEZIA IN COSTCME DI KORMAI.IT.l 

non distinguevasi dagli altri dignilarii se non per 
esser soggetto a maggiori obbligazioni, e (|uesle slesse 
severamente sorvegliate. 

Un gran consiglio di i70 inombri soslilui insen- 
sibilmente le assemblee generali. (Jueslo gran con- 
siglio si contentò dap|>rima di nominare sei consi- 
glieri, che formarono il consiglio inlimo e necessa- 
rio del principe il quale nulla poteva fare senza II 
loro avviso, lasciandogli nondimeno latitudine di no- 
minarsi un consiglio intermediario ({uandu si trai- 



L' A L B U M 



■205 



terebbe d'interessi d'alia iiiipoilaiiza. Il doge non 
conservò questo privilegio. 1 470 nominarono nel 
loro seno 60 membri per formare questo consiglio 
intermediario e io chiamarono Senato. Né il consi- 
glio s'arrestò a questo, avendo crealo un nuovo co- 
mitato per rinforzare il consiglio intimo. I membri 
di questo comitato , chiamati in prosieguo grandi 
saggi, divennero direttori della politica estera e mi- 
nistri di stalo della repubblica. Infine per portare 
l'ultimo colpo all'autorità ducale ed assicurare il 
trionfo dell'aristocrazia, il gran consiglio dichiarò 
nel 1319 che i membri del consiglio attuale avreb- 
bero soli il diritto di parteciparvi e trasmettereb- 
bero questo dritto a perpetuità ai loro discendenti. 
Il doge in tal guisa divenne il mandatario elettivo 
d'un sovrano ereditario. E il modo d' elezione del 
doge non fu soggetto a minori variazioni della sua 
autorità. 

Ne' primi tempi il popolo intero prendeva parte 
a questa elezione. Era una imitazione de' comizii 
dell'antica Roma. Si assembrava in una chiesa , e 
spesso i suffragi erano dati per acclamazione. 

Nel 1173, il tribunale de' quaranta , solo corpo 
politico che sussistesse, e la cui origine risale alla 
prima fondazione dello stato, sostituì al popolo un- 
dici elettori. Nel 1178 il gran consìglio scelse quattro 
commissari!, di cui ciascuno dovea nominar 10 elet- 
tori. Nel 1240 questo numero fu portato a 41. Ia- 
line , nel 1268 , fu decretato , che in avvenire 30 
membri del gran consiglio, scelti a sorte, sarebbero 
ridotti con una nuova scelta a nove, i nove, i quali 
nominerebbero 40 elettori piovvisorii in età di più 
di 30 anni. Per sorte si ridurrebbero a 12, dei quali 
il primo nominerebbe tre persone , ciascuno degli 
altri 11 ne nominerebbe 2 , e ne risulterebbe una 
lista di 25 altri elettori, i quali alla loro volta estratti 
a sorte si ridurrebbero a nove. Ciascuno di questi 
nove proponeva cinque persone d'onde risultava una 
nuova lista di 45 persone Questi 45 si riducevano 
alla loro volta a 11. Gli 8 primi nomina\ano ciascuno 
4 persone e i 3 ultimi ciascuno 3 il che produceva 
un'altra lista di 41. I quali confermati dal gran 
consiglio, reslavan chiusi sino a che avessero fatta 
l'elezione del doge. Ogni comunicazione all'esterno 
era loro interdetta , ma d'altra parte eran trattali 
splendidissimamente a spese della repubblica. La 
l)artc poi che restò deGnilivamente al popolo nel- 
l'elezione del capo dello sialo fu il dritto che ave- 
vano gli operai dell'arsenale di sostenere sulle loro 
spalle la sedia ducale del doge quando dopo l'ele- 
vazione di questo sovrano nominale , gli si faceva, 
fare il giro della piazza di S. Marco, uso introdotto 
dopo il dogato di Lorenzo Tiepolo, che fu in questo 
modo portato in trionfo da' marinai. 

Il dogalo non esiste oggiraai più nella storia. Il 
dominio delle armi francesi gli portò il colpo fa- 
tale. 

G. T. 



LA LLt:K ELETTRICA 



III. 



Gas d'illuminazione 
{Continuazione ì\ pag. 197.) 

Un ingegnere inglese, Murdoch, traendo profitto 
dagli sludi del Lebon sulla illuminazione a gas tratto 
dal carbon fossile , attese a questa importante sco- 
perta, e nel 1798 illuminò a gas le officine di Giacomo 
Wall, a Soho, presso Birmingham: egli nel 1802 fece 
una bella illuminazione pubblica che destò la meravi- 
glia negli abitanti di Birmingham. Poco dopo lo stesso 
ingegnere inglese illuminò a gas la filanda di lino 
de'signori Philippe e Lee a Manchester ove, a quanlo 
pare, si arrestarono gli sforzi da lui fatti per ispan- 
dere l'uso del gas di carbon fossile per la illumi- 
nazione. 

Anche un tedesco per nome F. A. W'in'sor fu col- 
pito dalla scoperta del Lebon. Costui tradusse in te- 
desco e pubblicò la memoria del nostro ingegnere 
sulla illuminazione a gas , e dopo scorse una gran 
parte dell'Alemagna facendo sperimenti nelle prin- 
cipali città. Andò infine a Londra, e dopo aver ve- 
duto il risultato ottenuto dal Murdoc a Birmin- 
gham, Winsor previde il futuro dell'illuminazione a 
gas. Durante lo spazio di dodici anni egli si studiò 
ostinatamente a vincere tulli gli ostacoli che si op- 
ponevano all'applicazione di si bella invenzione , e 
con un ardim(!nto che il vero inventore non ha 
giammai, di fatto li vinse, e il 1 Luglio 1818 gli fu 
accordato un bill definitivo sanzionato dal re Gior- 
gio 111. La Compagnia reale si ordinò sotto la dire- 
zione di Winsor con un capitale di 10 milioni , e 
tre grandi fabbriche si aprirono presso NVestmin- 
ster. Alcuni anni dopo, nel 1823, vi erano a Lon- 
dra parecchie compagnie potenti, e quella di Win- 
sor a\eva già collocati 200 cbilomclri di tubi. 

La diffusione di questa importante industria in 
Inghilterra non bastava allo spirito eminentemente 
allivo di Winsor. Fin dal 1815 egli era venuto in 
Francia , ed aveva ottenuto un brevetto d'importa- 
zione; ma il nostro paese in fatto d'innovazioni nelle 
sue abitudini è troppo prudente per accettar subito 
una scoperta ancorché utilissima, e 13 anni innanzi 
aveva perduto senza saperlo un de' suoi figli che 
per primo aveva voluto offrirle in dote l'iliumina- 
zione a gas. Filippo Lebon non era egli forse scompar- 
so null'allra cosa con sé recando che Io sprezzo dei 
suoi coetanei? Non dovellc dunque \^'iusor maravi- 
gliarsi in vedendo tutto il mondo contro di lui : 
l'Istituto prima di tulli ripugnò gagliardamente a 
questo novello progetto che si propone\a di porre 
in luogo de' nostri troppo oscuri riverberi fiammelle 
luminose ed elegauli; poi il cauto Cleraenie Desorme 
(ce lo perdoni la sua memoria) condannò per sem- 
pre l'illuminazione a gas pronunciaudo che il gas 
d'illuminazione non si sarebbe mai potuto adottare 



206 



L' A L B U M 



in Francia. A' sapienti si unirono i lellerali, e Carlo 
Nodier fu un di coloro che coinl)attè con mag- 
gior pervicacia il nuovo progetto, e s'ingannò come 
spesso accade agli uomini di lettere che vogliono 
intromettersi di cose di scienza. 

Winsor pubblicò una traduzione dell'opera d'un 
chimico inglese, Accum, intitolata : Trattato dell'il- 
luminazione a gas ; di più illuminò a sue spese una 
gran sala nel passaggio dei Panorama. Finalmente 
si ebbero offerte d'associazione ; fu richiesto d'illu- 
minare tutto il passaggio dei Panorama prima di 
determinare l'affare; egli vi acconsenti, e questo la- 
voro ebbe fine nel 1817. Si formò allora una Com- 
pagnia con un capitale di 1, 200000 franchi e Win- 
sor ebbe ordinazioni : verso questo tempo il signor 
Chabroi de Volvie prefetto della Senna fece illumi- 
nare a gas l'osjìcdale S. Luigi. 

Qual che ne fosse la cagione Winsor dopo avere 
illuminato il Lussemburgo ed il giro dell'Odcoiie fu 
obbligalo di disfare la Compagnia, il cui materiale 
fu aggiudicato al signor Prawelo che formo una 
nuova Compagnia detta Compagnia francese la quale 
malgrado dell'aiuto del governo si sciolse di nuovo, 
e si riunì alla Compagnia inglese che formò il si- 
gnor Mamby Vilson e che ebbe esito felice. — Tali 
sono le diflìcollà che si sono dovute vincere per 
istabilire in Inghilterra ed in Francia la splendida 
illuminazione a gas. 

Verremo ora alla parte pratica di questa indu- 
stria della quale abbiamo dato la storia. 



(Conte «Ma) 



Dalla Science pour lous. 



LA TOiHBA 



DEL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI 

OTTAVE 

Recitate nell'Arcadia il giorno 3 di Luglio 1859. 

Dove il grido m' andò, dove la gloria 
Di tanti prenci e incoronati eroi, 
Che di lor fama empirò un di la storia 
E ne stupir l'occaso e i lidi eoi ? 
Appena languidissima memoria 
Giunse di loro imprese insino a noi. 
Ed or neppure un picciol sasso serba 
Un segno sol di lor virtù superba. 

Ove son più le gigantesche moli 

Che l'umano inventò folle ardimento, 

Su cui per tanto volgere di soli 

Ampiamente sudaro a cento a cento 

Di mille turbe i faticati stuoli ? 

Ora il cardo vi spunta e il pie l'armento 

Sopra vi stampa e insulta al vano orgoglio 

Che alzar voleva tra le nubi il soglio. 



Ma non cosi dell'umil tomba avvenne 
Che il cenere apostolico rinserra ; 
Di ribelli e di barbari sostenne 
Tutta la furia e la tremenda guerra , 
Già tanta etade vi battè le penne 
Ed immota si sta nella sua terra : 
Un Angelo di Dio su vi riposa 
E di toccarla alcuna man non osa. 

La irradiano di lampi e di splendori 
Le faci ed i doppieri a mille a mille ; 
Le ricche gemme, i fini marmi e gli ori 
Diffondon di beltà vivo scintille. 
Tutto si spiega il pom|)('ggiar de' lìori 
E la fragranza d'odorale slille ; 
Spira un'aura immortai di paradiso. 
Ed una gioia dell'eterno riso. 

Appiè di questo venerato avello 

Si prostrar della terra i più polenti ; 
Surser da esso con vigor novello 
Della Chiesa i Gerarchi onnipossenti, 
E contro l'oste disdegnoso e fello 
Sceser, del ciel nella virtù fidenti. 
Di gran speme ripieni e di gran cuore 
A pugnar le battaglie del Signore. 

Cadde dinanzi al venerando aspetto 
La minacia dei volli e delle spade; 
Fu folgore il lor sguardo, ed il lor detto 
Fu tuon che ognuno di terrore invade: 
È Dio che guarda l'animoso pollo 
Ed ai trionJi lor schiude le strade : 
È Iddio che sveglia dalla polve i forti, 
E disperde le innumere coorti. 

Nell'ora più crudele de' perigli. 
Dove corscr fidenti e supplicanti 
Dell'alma Roma i generosi figli ? 
Della sciagura nei supremi istanti 
Donde venner gli aiuti ed i consigli 
E il lieto fin dei dolorosi pianti •* 
Chi mai raddusse ncU'orror più truce 
L'astro di pace e di serena luce ? 

O sacra tomba che nel sen racchiudi 
Il più santo tesoro della terra, 
Dell'averiio il furor sperdi e deludi 
E i crudi sforzi e le minacce atterra ; 
Ravviva le magnanime virtudi, 
Fonti di grazia e di pietà disserra, 
E sul sacro tuo cenere adoralo 
Tutto il mondo si vcggia alfin prostrato. 

Prof. Alessandrn Atti. 



IL TEVERE E LE SLE INO.NDAZIO.NI. 

{Continuazione Y. pag. 200). 

Dalla storia che abbiamo narrata delle inondazioni 
del Tevere, fedelmente cstratta dalle memorie che 
ce ne lasciarono i contemporanei, si veggono i danni 
gravissimi cagionati da queste alla città ed alle cam- 



L' A L B U 31 



201 



paglie , tanlo negli aatichi tempi die ne' moderni. 
Dal cbe è ben facile immaginare quanto si adope- 
rassero i romani , e quanti mezzi studiassero per 
liberare la città da questo flagello. E perchè i ri- 
medi tentati dagli antichi sono presso a poco quelli 
stessi che, sotto varie e diirerenti forme, in tempi 
a noi più meno vicini sono stati proposti dai mo- 
derni, cosi di questi solo io stimo far brevemente 
parola, prima di dar termine a queste memorie. 

La religione è stata e sarà sempre quel polente 
rimedio cui l'uomo per sua naturale tendenza si 
sente spinto a ricorrere ne' mali che l'opprimono , 
ed in cui ritrova sempre quel dolce conforto che 
il più delle volte ricerca invano negli umani rime- 
di. La storia di tutti i tempi, o di tulli i popoli, è 
una continua manifestazione di questa verità. Nei 
primi tempi di Roma , quando il suo popolo na- 
scente era involto nelle superstizioni paganiche non 
avea ancor lolle ai vicini le ricchezze e le arti 
per farsene strumento delia propria grandezza , 
alflitti gli abitanti dalle inondazioni del Tevere, ri- 
correvano agli auguri , alle Sibille , e facevano 
pubbliche supplicazioni alti Dei (1). Abbiamo da Fa- 
bio Pittore (2) che lo straripamento del Tevere era 
causa delle paludi formate tra il Palatino e l'Aven- 
tino antequam faclis Vertuinno sacriliciis, iu alveum 
suum Tilierù verterelur. Ma di mano in mano che 
la nuova città andò acquistando forza e grandezza, 
si trascurarono quei primi rimedi, e si cercarono nel- 
l'arte altri mezzi per reprimere l'impeto delle piene. 
Tarquinio Prisco, il quinto re di lioma, avea di- 
visato di dividere il Tevere in più rami , a simi- 
glianza dei Nilo; ma dimesso questo pensiero per 
le gravi diflìcolià che presentava , e perchè se to- 
glieva il pericolo delle inondazioni privava Roma 
del vantaggio della navigazione, si contentò di re- 
stringere le acque verso 1' Aventino , ove solevano 
inondare le valli intermedie a questo monte e al 
Palatino e Capitolino, e con quell'arginatura di pie- 
Ire quadrale, costruita sulla sponda fra i ponti Su- 
blicio e Palatino dopo tanti secoli ammirata da Pli- 
nio (3), e di cui ancora resiano le vestigia, che dalla 
sua bellezza fé dare al luogo il nome di pulcruin 
ììtus (4). E mediante la costruzione della magniCca 
Cloaca massima, impedi che le acque delle inonda- 
zioni stagnassero nelle valli, come prima accadeva 
ma si scaricassero nel Tevere (5). 

Nei tempi della Repubblica , dopo la creazione 
de' Censori fatta l'anno di Roma 302, venne a que- 
sto magislrato affidala la cura delle ripe del Teve- 
re (6). Fra gli altri grandiosi progetti che Giulio 
Cesare avea in animo di eseguire , e che non potè 
per la immatura sua morte, fuvvi anche quello di 
ileviare il corso dell'Aniene e del Tevere al di so- 
pra di Roma, e mediante un nuovo alveo, piegan- 
dolo verso i! Circeo, farli sboccare nel mare a Ter- 
racina (7). Ma dopo la sua uccisione, negli sconvol- 
giftienti che la seguirono, fu talmente trasandata la 
cura del Tevere, che si trova persino affidata ad un 
Q. Cornelio Levino Flamine Diale (8). 



Dopo cbe Augusto vide assicurato in sue mani 
il sovrano potere , si applicò tutto ad abbellire la 
città capitale del novello impero, ed una delle prin- 
cipali sue cure fu quella di liberarla dai danni delle 
inondazioni. Fece pertanto , con saggio consiglio , 
spurgare l'alveo del Tevere ripieno al dire di Syc- 
tonio di antichi ruderi, e ristretto dalle ruine de- 
gli edificii cadutivi (9). E perchè questo suo prov- 
vedimento non restasse coll'andar del tempo infrut- 
tuoso, slabili particolari magistrati che ne avessero 
cura (10). che furon delti Curatores alvei et ripa- 
rum Tiberis come si legge in molte lapidi antiche. 
Egli stesso, secondo Svetonio, esercitò quest' officio, 
ed elesse poi Agrippa suo genero Curator perpetuo 
del Tevere. Continuò un tale magislrato sotto i se- 
guenti Imperatori fino ad Aureliano , ed anche al 
tempo di Giustiniano e di Narsete, che nella restau- 
razione di Roma, volle avere pure la lode della cura 
del Tevere (11). 

Queste cure di Augusto poterono si reprimere in 
qualche modo l'impeto delle alluvioni, e minorarne 
i perniciosi effetti, ma non totalmente evitarle. In- 
fatti abbiamo veduto che sotto Tiberio , il Tevere 
tornò ad allagare Roma. Allora fu che questo im- 
peratore nominò quella deputazione, da noi già ri- 
ferita, della quale, secondo Tacilo, ecco quale ne fu 
il risultato. « I deputati del Tevere proposero in 
« Senato, se per ovviare alle piene fosse da voltare 
« altrove i fiumi e laghi onde egli ingrossa. Udi- 
x ronsi le ambascerie, delle Terre e Colonie. Prega- 
)) rono i Fiorentini non si voltasse la Chiane dal suo 
)) letto in Arno, che sarebbe la lor mina. Simil cose 
)) dicevano que' da Terni che il più grasso terrea 
;i d'Italia andrebbe a male se la Nera si spartisse, 
» come si designava, in più rii, e quindi si lasciasse 
)) stagnare. Gridavano i Rietini , non si turasse la 
» bocca del lago Velino, che sgorga nella Nera per- 
)) che traboccherebbe in que' piani. Avere la na- 
« tura provveduto alle cose de' mortali ottimamente 
)i e a' fiumi dato i loro convenevoli fonti, corsi, 
)) letti , e foci. Doversi anco rispettar le religioni 
)) de' confederati, che consacrato hanno a' fiumi delle 
)i lor patrie lor boschi, altari, e santità. Lo stesso 
)) Tevere non vorrebbe, senza la corte de' suoi iri- 
» butari fiumi , correre meno altero. Fussse ilpre- 
)) gar delle Colonie, o l'opera malagevole, o la reli- 
)) gione vinse il parer di Pisene, che niente .'i mu- 
tasse. )) (12) E fu per la meglio , perchè il danno 
che ne sarebbe derivato a Roma, alle Terre ed alle 
Colonie avrebbe d'assai ecceduto quello cui jÌ voleva 
ovviare , ed il Tevere si sarebbe ridotto id un ri- 
cettacolo di acque morte e paluslri. 

Si cercarono dunque altri mezzi. L imperator 
Claudio nel costruire il suo nuovo porto julla sponda 
destra del Tevere, nell'anno 799 di Roma 46 del- 
l'era volgare , scavò delle fosse dal fiume al mare 
per dare alle acque un esito maggirre , e liberare 
Roma dal pericolo delle inondazione, come si legge 
nella grande iscrizione rinvenuta nel 1836 fralle rui- 
ne di Porlo, ed ivi ancora esistente in questi termini: 



208 



L' A L B U M 



Ti . Clàudius . brusi . F . Caesar 

Aug . Germanicus . Ponti f . Max. 

Trib.Poteslat. VI. Cos. III. Design. IlII.Imp.XII. P. P. 

Fossis . Ductis ■ A . Tiberi . Operis . Portus. 

Caussa . Emissisque . In . Mare . Urbem 

Inundationis . Pericolo . Liberavi t. 

Ma se questo fosse furon giovevoli ad allontanare 
dalla città i danni della inondazione, non furono però 
molto durevoli, e forse per la poca cura che si ebbe 
di esse restarono interrate ed inutili. Cosi sotto l'im- 
pero di. Ottone e di Ncrva furono di nuovo gli abi- 
tanti di Roma tormentati dallo straripamento del Te- 
vere, siccome abbiamo veduto. Trajano conosciuto 
il vantaggio delle fosse scavate da Claudio, e per- 
suaso che se impossibile era di liberare intieramente 
Roma dalle inondazioni, era però facile di minorarne 
gli effetti perniciosi coll'agevolarne lo sbocco nel ma- 
re , tentò opera più gigantesca , facendo scavare 
per testimonianza di Plinio, (13) il canale destro del 
Tevere che ancora si conserva navigabile, e che dal- 
1 essersi detto nei bassi tempi Fuce micina o piccola 
foce, viene ora chiamato Fiumicino. E difatti che 
questo canale non sia naturale, ma artificiale, e che 
questo sia la fossa che Plinio dice avere scavata 
Trajano , oggi non è più questione fra gli erudi- 
ti (14). Kppure nonostante questo nuovo esito dato 
alle icquc , sotto l'impero dello stcjso Traiano av- 
venne quella terribile inondazione descritta nella 
lettera di Plinio, e di sopra narrata. 

(Coiilinua) Doti. Michele C arcani. 

(1) Liv. Hislor. Lib. XXXV C. 9. 

(2) De aureo saecuìo Lib. I — Serv. in Àeneid. 
Lib. VIII V. 90. 

(3) llist. Mal. Lib. XXXVI C. 24. 

(4) Plut. in Romolo 

(5) Liv. Hist. Lib. I C. 38. 

(6) Come rilevasi da due iscrizioni riportale dal 
FaWetti Inscript. antiq. Cap. VI num. 166, 167. 

(T) Pinture, iti Caesare. 

(8* Come si legge in una iscrizione riportata da 
Federico Ubaldini nella vita di Angelo Colozio , 
Roma 1673x pag. 93, e dal Fabrelti op. cit. Cap. X 
num. 5,09. 

(9) Svcton. in .iu(]uslo C. XXX 

(10) Sieton. loc. cit. C. XXXVII 

(11) V. le lapidi riportate dal Bonini pag. 100 — 
103 e 13'2, fra quali due di Plinio Secondo Curalor 
alvei Tibcr.s ci riparum, e di altri che restaurarono 
le ripe in pù luoghi. 

(12) Tacit. Annal. Lib. I, tradzuione del Davan- 
zati. 

(13) Epistol. Lib. Vili Ep. il. 

(ì\) Vcggasi qnanlo ne scrissero l'illustre Avv. Carlo 
Fea in due opuscali stampati in Roma nel 1824 in- 
titolati il primo. Alcune osservazioni sopra gli anti- 



chi porta d'Ostia ora di Fiumicino - l'altro - La Fossa 
Traiana confermata al Sig. Cav. Ludovico Linotte -, 
il chiarissimo Rasi Console emerito del re di Sardegna 
nella Dissertazione sul Porto Romano di Ostia e di 
Fiumicino, Roma 1826 , ed il Prof. Antonio Nibby, 
della Via Portuense e dell'antica città di Porto, Ro- 
ma 1827. 






CIFRA FIGURATA 




Lu ^ Gv E ^ 




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CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 

Sempre o almeno il più delle volte l'inganno ricade 
su chi lo medita. 



TIPOGRAFIA DELLT. BEI.I.E ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIORNALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 



GAY. GIOVAN.M DE-ANGELIS 

433 direttore-proprietario 



Distribuzione 2 7 , 



2 Agosto 



f 8S9 



Anno XXVI. 




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ANELLONE O ANSA DI TR^'EnfRo A^'ScTt IHvr'^WsSA^V 



■,ps\?tvf+^T\fltE irr'.NAvi 

COME LOCALMENTE VEDESl FACENDO PARTE DEI "NAVALI TIBERINI E PONTE SUBLICIO. 



Pochi anni sono volendo per ispasso transitare 
sulla riva destra del Tevere , dai ponte senatorio 
al Sublicio vicino a ripagrande; fra bronchi e spini 
e dirupati muri de'bassi tempi, circa ad eguale di- 
stanza fra l'uno e l'altro ponte, apparve questa gran- 
de testa di Leone all'altezza di circa 5 palmi dal pelo 
dell'acqua: la quale testa è unita in costruzione ad un 
muro della più perfetta opera laterizia de'tempi au- 
gustani. Questo muro retto e perpendicolare dell'al- 
tezza di circa 15 palmi ed altrettanti resta scoperto; 
)a sua lunghissima fronte di circa 300 de'miei passi 
che dista dal ponte Sublicio, viene disgraziatamente 
interrotta, ed è incorporala ne'grossi muri che precin- 



gono la villetta Doria la quale sporge sul Tevere, ed 
è una della numerosa serie che doveva fornire un 
tratto di circa più di 1000 passi che da questa parte 
del fiume viene a costituire un porto eguale all'al- 
tra sotto l'Aventino. L'eletta schiera di tanti scrit- 
tori dell'antichità e topografia di Roma, si sono limi- 
tali a credere i navali tiberini là dove veggonsi grandi 
avanzi sotto l'Aventino, non facendo alcun caso della 
riva opposta, forse perchè privi di avanzi visibili. 
Anco Marcio fabbricando Ostia sulla foce del Te- 
vere a fin attivare il commercio interno col mare e 
lo limitrofe provincie dei Volsci ed altri vicini, fece 
anche il ponte Sublicio, stabili i navali tiberini sotto 



210 



L* A L B U M 



r Aventino; cosa indispensabile all' abordo di tante 
navi di trasporto; e ciò era sufficiente per la nascente 
Koma. In quanto al ponte Sublicio che univa la città 
al Gianicolo , ebbe un tal nome per essere fabbri- 
cato di tavole e travi d'elee unite senza cbiodi né 
ferramenti. Molti autori danno ad esso una più re- 
mota esistenza attribuendone ad Anco la sola rico- 
struzione, al tempo che Evandro, contemporaneo di 
Enea occupava il Palatino approdò alle rive del Teve- 
re Ercole Argivo reduce dalle Spagne, fissando il suo 
breve soggiorno nel monte Saturnio , volle abolire 
l'inumano costume ivi trovato, di sacrificare vitti- 
me umane a Saturno, sostituendo in lor vece delle 
oscille , ossia simulacri di uomini finti , formali di 
creta, o di céra, od altra materia da gettarsi nel Te- 
vere fra le più solenni cerimonie religiose dal ponte 
suddetto. Questo fu negli anni del mondo 308G pri- 
ma dell'era nostra 12'20, essendo abitale queste due 
])iccole città e l'altra di Giano al di là del Tevere 
da popoli agricoli vi era necessità di stabile comu- 
nicazione. Si rese celebre questo ponte dal fatto di 
Orazio Coclite che nessuno ignora essi-ndo slato ri- 
putato sacro. 

Tornando ai na\ali tiberini, bisogna rilletlere che 
ciò che era suflicicnte ai tempi di Anco, vale a dire 
la gola strettissima di niuno sviluppo lungo e sotto 
r Aventino , si rese insufficiente ai tempi dell' im- 
pero, per il colossale commercio col mondo intero 
e per esigenze di una numerosissima popolazione. 
Ad Augusto si deve altribuire la costruzione di 
un porto amplissimo nella riva opposta all'Aventi- 
no riducendo anche a simmetrìa la sponda aven- 
tina. Da Svetonio sap[)iamo che quell' Augusto , 
nella regione transtiberina, regolarizzò in ampie vie 
e grandiose fabbriche, col farvi di più una Nauma- 
chia alimentala dalle accjue del Tevere, se fece tante 
cospicue fabbriche per solo ornamento , e in tanta 
))rossimità della rijia del Tevere non gli si può 
irancamente attribuirne una di tanta utilità, giacche 
il muro laterizio mostra l'epoca sua. Questo navale 
<> porto, aveva di estensione (ulta la lunghezza del- 
l'attuale porto di ripagrande, dall'angolo sotto la do- 
gana pre:-so la porta porlcse sino al ponte Sublicio 
che lo divideva in due parti, di più 1500 passi oltre 
a questo verso il ponte senatorio , è notalo che il 
nostro marmo non sta al fine , il muro proseguiva 
il profilo o alzato doveva essere, a un <Iipresso co- 
me ([uello di ripagrande, vale a dire a scaglioni, cioè 
un ampio grado generale nella parte inferiore a co- 
modo di caricare e scaricar le navi, fornito di una 
serie di anelli, alla qual parte appartiene il nostro 
del grado non vi è nessuna traccia, essendo di al- 
quanti palmi cresciuto il letto del Tevere, a (|ueslo 
grado dal piano superiore si doveva discendere da 
un riparto di scale. 

Gli Horrea e i grandi magazzeni di tutti i gene- 
ri dovevano occupare il sito dell' intera e colossal 
fabbrica dell'ospizio di s. Michele e l'area di quelle 
casipole dirimpetto a s. Cecilia sino alla chiesuola 
de'vascllari e parte della villetta Doria. L' idea di 



fondare quel grande ospizio in tanta vicinanza al 
Tevere in un angolo cosi remoto al centro della cit- 
tà, in aria umida, sarà slata suggerita dall' econo- 
mia, per potersi approfittare dei fondamenti; e chi 
sa quanti muri antichi saranno stali incorporali nella 
sua costruzione, e persino la linea grandiosa impo- 
nente appalesa l'idea antica. Dall'altra sponda la li- 
nea dei navali doveva incominciare dalla località di 
porta leone ove vedonsi molti tratti ed archi abba- 
stanza conservati della stessa epoca augustana: pas- 
sando l'arco della salara giungevano sino alla mar- 
morata, la quale non ha mai cambiato posizione, es- 
sendosi trovate alcune colonne anche di materia pre- 
ziosa solamente abbozzate. In cosi fatto modo Au- 
gusto diede a Uoma un porlo nel Tevere degno della 
munificenza imperiale ed alto a supplire ai bisogni 
della capitale del mondo. Gaetano Cottafavi. 

IL TEVERE E LE SUE I.NO.NDAZIOM. 

{Conlin. e pne V. pag. 208). 

Nerone dopo di aver tentalo di distruggere Rom.i 
col fuoco, e ridurla in cenere per rifabbricarla coi 
suo nome , gli venne anche in mente di deviare il 
Tevere e condurlo a Napoli. A Severo e Celere, abili 
architetti, commise di condurre a fine l'impresa, e su- 
perar coll'arle gli ostacoli della natura. S'incominciò 
a tagliare i monti dal lago di Avcrno, ed a scavirc una 
gran fossa per congiungerla con Ostia; ma fu forza 
desistere da una impresa che era impossibile con- 
durre ad effetto; e al dire di Tacito restarono i ve- 
stigi di una vana speranza. Nero tamcn, ut crai in- 
credibilium cupitor erodere proxima Avcrno tuga in- 
nixus est , manentque vestigia irritae spei (1). Se 
non che (|ueirambizioso e crudele non avea già in 
animo di apportare a Koma un vantaggio liberan- 
dola (lai danni delle inondazioni, ma di toglierle qua- 
lunque memoria potesse ricordare la sua antica gran- 
dezza. 

Il rimedio pero più efficace a diminuire gli ef- 
fetti perniciosi delle inondazioni, fu r|uello di man- 
tenere il Ietto del fiume spurgalo, e le sponde mu- 
nite ed arginale. Aureliano, che cinse Roma di nuo^e 
mura, si applicò anche a renderle meno funeste le 
inondazioni del Tevere, e vedendo che di tutti i ri- 
modi adottati o tentati fino al suo tempo, qnelli pra- 
ticali da Tar([uinio e da Augusto erano i più pro- 
ficui , costruì argini alle sponde del Tevere , e ne 
spurgò l'alveo di nuovo ricolmo. Del che egli se ne 
gloria, tra le altre cose falle in vantaggio dello Stato, 
in una lettera a Flavio Arabiano Prefetto dell'An- 
nona, conservataci da Vopisco (2) in questi termi- 
ni : Inter caetera quiòus Diis favcntiòus Romanam 
RempiMicam auci, nihil mihi est magnifìcentius guani 
qiiod addilamentum unciae: oinne annonarum urbica- 
rum genus itivi; quod ut cssel perpeluum, navicularios 
Biliacos apud Egyplum novos, et Romae amnicos posui. 
Tiberinas cxtruxi ripas: vadum alvei tumentis effodi: 
Diis et perennitati vota conslitui, almam Cererem con- 



L '. A L B U M 



211 



secravì. Nunc Cuuin est nfjìcìum , Arabione iucìindis- 
sime , elaborare ne meae dispositiones in irritum ve- 
ni ant. 

Nelle leggi romane, raccolte ed ordinate da Giu- 
stiniano , trov'asi espressanienle proibito di fare al- 
cuna cosa ne' pubblici fiumi , o nelle ripe, che pò 
tesse impedire il libero corso alle ac(jue, recar danno 
alla navigazione, o restringerne il letto (3). Finché 
fu in vigore la romana legislazione in Italia, con- 
vien credere che le sponde del Tevere si mantenes- 
sero munite e arginate, e l'alveo purgato. Ma in- 
vasa l'Italia dai barbari , caduto il romano impero 
in occidente, restala Roma preda de' vincitori, leggi 
e patrie costumanze fu lutto perduto. Né si pensò 
pili a conservare munite le sponde del Tevere , e 
purgato il suo alveo : furono invece imposti nuovi 
impedimenti al suo corso; quindi le inondazioni più 
frequenti, e i danni più perniciosi. 

Nei secoli a noi ' più vicini alcuni Pontefici eb- 
bero a cuore di liberare Roma dalle tante e repli- 
cale inondazioni , e commisero più volte a valenti 
ingegni di studiarne le cause, e proporre rimedi atti 
ad impedirne gli effetti. Varie opere furono in pro- 
posito stampale; furono letti i proposti rimedi, tro- 
vati in parte giusti e di evidente utililù, ed in parie 
inutili e d'incerto vantaggio ; alcuni di facile ese- 
cuzione, altri diflìcili o affatto impossibili (4). In parie 
peraltro furono adottali, e cosi l'escrescenze divennero 
e meno frequenti e meno perniciose. Sperare d'im- 
pedirle del lutto lo credo vano pensiero ed opera 
impossibile ; potrebbero però evitarsene i danni, al- 
meno nella città , se si desse più libero corso alle 
acque tagliando le rive in alcuni punti troppo avan- 
zate e sporgenti, riaprendo gli archi de' ponti o mu- 
rati interrati , levando via gi' impedimenti dei 
molini, pesche ed altri, e facendo un' arginatura più 
alta alle sponde, specialmente colla costruzione delle 
strade alborate lungo il fiume, che sarebbero pure 
di bell'ornamento e di maggior decoro alla città. 

Dott. Michele Carcani. 

(1) Tacit. Anna!. Lih. XV, C. 42 — Svelon. in Ne- 
rone C. 31 — Plin. Hist. nat. Lib XIV, Cap. Vili, 
n. 6. 

(2) In Aureliano. 

(3) Digeslorum Lib. XLIII, Tit. XII, XIII, XIV 
e XV. 

(4) Veggansi fra gli altri : liacci Andrea del Te- 
vere, airilhno Settato ed inclito Popolo Romano, Ve- 
nezia 1576 - Lambardi Carlo, Discorso sopra la causa 
della inondazione di Roma, dell'opinioni del volgo, con 
cinque rimedi che concorrono per assicurar Roma dal- 
l'inondazioni, Roma 1601 — Gualtieri Cesare, Rreve 
discorso ai Sigg. Cardinali della Congregazione sopra 
il Tevere circa li modi di rimediare all'inondazione 
del Tevere in Roma, Perugia 1616 — Verificazione 
de' presupposti nel primo modo di rimediare all'inon- 
dazione del Tevere, Roma 1624 — Ronini Filippo M., 
il Tevere incatenalo, alla S. di N. S. Papa Alessan- 
dro VII, Roma Ì663- Fontana Cav. Carlo, Discorso so- 



pra le cause delle inondazioni dtl Tevere, Roma 1696 — 
Chiesa e Gamberini , Delle cagioni e de' rimedi delle 
inondazioni del Tevere, Roma 1746. 



LA LUCE ELETTRICA 



IV. 



Prime modificazioni fatte all'apparecchio 
d'Onofrio Davy. 

{Continuazione V. pag. 206.) 

Anteo solo poteva lottare con Ercole : atterrato 
tre volte. Ire volte riacquistò nuove forze toccando 
la terra di cui egli era figlio ; ma Ercole, volendo 
finirlo, prese quel gigante fra le sue braccia , e lo 
soffocò con una terribile stretta. Forse la memoria 
di questa lotta chiude in se i sentimenti guerrieri 
de' contemporanei d'Onofrio Davy , poiché fin che 
visse codesto savio, tutti camminarono sulle sue or- 
me, e ripeterono la sua prima sperienza con varia- 
zioni impercettibili. Taluni, è vero, arrischiarono cosi 
a mezza bocca di fare delle critiche, ma niuno osò 
levar alto la sua opinione e scendere in isteccato 
a rompere una lancia con 1' uno degli eroi della 
scienza moderna. Da ciò senza dubbio nacque quello 
stata quo nel quale rimase per circa venl'anni la 
questione della illuminazione elettrica: vi ebbe cosi 
un tempo di posa e di quasi ristagno non sonleu- 
dosi alcuno abbastanza padrone del terreno per git- 
tare il guanto al savio inglese , che senza fallo lo 
avrebbe raccolto. 

Ma allorché il Davy scese nel sepolcro, il silenzio 
cessò d'un tratto, i più timidi diventarono arditi, e. 
domandarono a sé slessi se poteva dirsi compiuto lo 
stadio della luce elettrica. Vidersi sorgere idee no- 
velle ; invece di copiare servilmente la prima espe- 
rienza, si fece di tutto per dipartirsene, e ben pre- 
sto si annunciò a lutti che una maniera inesauribile 
rimaneva ancora a scavarsi. Troppo lusinghiera era 
questa promessa per restarsene senza difesa: ciascuno 
si tolse la sua parte di bottino, e tosto i lavori fatti 
dal Davy furono distrutti spietatamente. Perché, si 
disse, operare nel vuoto ? Non son elleno forse ine- 
sauste le opere della natura ? Non vi ha forse al- 
cuni corpi meno combustibili ed egualmeute validi 
conduttori dei carboni di legno leggiero spenti nel 
mercurio ? E parche non facciamo l'esperienza nel- 
l'aria ? Taluna di queste critiche non dava nel falso: 
taluna anche non era fondata nell'arena, e forse lo 
slesso Davy se ne sarebbe vantaggiato. Per tali 
ragioni fu tolto quel globo nel qnale il fisico in- 
glese faceva il vuoto , perciò si sostituirono co- 
ni di carbone di coke ben calcinalo ai carboni di 
legno leggero. Si pose sopra una tavoletta uno ste- 
lo metallico al quale si attaccò verticalmente uno 
dei coni di carbone : due sostegni isolanti di vetro 



212 



L* A L B U M 



a=to<> 




RECOLATORE DEI, SIC. SERRIN. 

si unirono egualmente alla tavolclta ; questi nella 
parte supcriore furono armati di due cilindri di 
rame che per mezzo d'una traversa metallica furoiu) 
legati: questa traversa orizzontale fu verso il mezzo 
munita d'un pezzo di rame rettangolare nel quale fu 
messa una ruota dentata che dava il moto ad una 
catena da fuoco. Finalmente nella parte inferiore di 
questa catena, in un'armatura acconciamente dispo- 
sta , si fissò il secondo cono di carbone col mezzo 
d'una vite di pressione. - Fatto ciò si mise questo 
cono in comunicazione con uno dei poli della pila 
energica, e l'altro col polo contrario : i due carboni 
si ravvicinavano con un semplice movimento di ro- 
tazione impreso ad un bottone unito alla ruota den- 
iT<a. 

\ppena le estremità furono a contatto esse co- 



minciarono a brillare di viva luce ; poi l'incande- 
scenza si propagò, e i coni furon divisi: le due elet- 
tricità che si ricomponevano nell'intervallo compreso 
fra i coni produssero una specie di crescente lumi- 
noso cui si diede il nome d'arco voltaico. Si studiò 
allora la forma e la lunghezza d'un tale arco, e si 
trovò che questa lunghezza varia sccondochè il car- 
bone positivo è in allo o in basso. Con una pila 
di GOO coppie si ottenne, quando il carbone positivo 
è in allo, un arco di 7 centimetri, quando era al 
basso non superava i 5 centimetri. Si cercò anche 
la ragione onde si produce l'arco voltaico : alcuni 
lo attribuirono ad una successione rapida di vive 
scintille, altri al risultato del trasporto delle mole- 
cole incandescenti spinte dal carbone positivo al ne- 
gativo. Gioite furono le dispute, ma le troncò l'espe- 
rienza insegnando che i due coni luminosi non si 
consumano colla stessa rapidità ; che per esempio 
il carbone positivo si consuma più presto del nega- 
tivo, e che questo si arricchisce alle sjìese di quello. 
In seguilo il Foucault rese certa questa teoria pro- 
iettando sopre un parafuoco le immagini de'due coni 
infiammati. 

(Continua) (Dalla Science pour touf). 



I.A FORZA DELLA COSCIENZA. 
RACCOLTO 

{Continuazione e fine V. pag. 180.) 

IX. 

La gelosia. 

Si svariala moltiplicità di paesi, di abitanti, di 
costumi ; si sfolgorala splendidezza di edifizii e di 
luonuineuti, si gloriose reminiscenze della potenza, 
dell'ingegno e dell'ellenico valore dovcan senza manco 
ninno distornare le cupe fantasie di Telamone. Ma 
non fu vero, ilitornato a casa seguitò a stare di (juel 
mal umore che prima, con grandissima angustia della 
sua sposa e dei parenti. Levato alle prime cariche 
della città e assunto al grado di senatore, nep|)ure 
tra le onoranze trovava un conforto al suo spirilo 
straziato. Una notte, mentre nel più cupo delle te- 
nebre e de'silenzii Cefisa velava gli occhi a un po' 
di sonno, sente improvvisamente gridare aiuto, aiuto. 
Destatasi di botto tutta spaventata e palpitante vede 
il marito assiso sul letto con i capelli arruffati, con 
gli occhi strabuzzati, lutto grondante di sudore quin- 
di dibattersi, divincolarsi, affannarsi smaniosamente, 
come l'opprimesse un demone. Non è a dire l'acuta 
trafittura che n'ebbe a provare l'atterrita donna, la 
quale cercò ogni modo per confortare l'amato con- 
sorte e carpirgli dalla bocca l'arcana cagione di tanto 
perturbamento. Ma non potò saperla giammai. 
A capo a due anni Cefisa mise alla luce un hain- 



L' A L B U M 



213 



bino il più grazioso che dir si possa. Estremo fu il 
contealo di Panlocheo e di Argia nel vedersi nato 
uu si leggiadro nepotino che da lauto tempo deside- 
ravano. Tragrandi furono le feste per si lieto av- 
venimento, comecché di niun sollievo riuscissero per 
lo sventurato Telamone. 

Era nella città di Pantocheo una nobii donzella per 
nome Doride figlia unica di ricchi parenti. La più 
cara bellezza le fioriva meravigliosamente il vigore 
della splendida gioventù e le più leggiadredoti la ren- 
devano a tutti amabile. Era costei perdutamente ama- 
la da due giovani signori Alcestc e Timolcone. Alceste 
di spiriti accesi e turbolenti atrocemente indegnava 
nel vedersi preferito Timoleone e cercava ogni modo 
di coglier pretesto o cagione di disfarsi del suo ri- 
vale. Una notte di eslate, mentre le cocenti vampe 
del diurno pianeta erano alquanto raltemprate dalla 
fresca ala di notturni venticelli, al raggio della luna 
che in un cielo tutto sereno e stellato s'inargentava 
della più candida luce , Alceste uscitosi di casa a 
larda ora, poiché non polca pigliar sonno, si avviò 
lento lento verso la casa dell'amala giovanetta. Dopo 
non breve cammino sentì percuotersi dolcemente 
l'orecchie dalle soavi note di una cetra lontana. A 
quel grato suono affrettò il passo e prestamente si 
trovò presso la magione di Doride , innanzi a cui 
Timoleone scioglieva all'armonia delle sonore corde 
una tenera canzone d'amore. A tal vista senti Al- 
ceste un ribrezzo di morie , e tutt'acceso in fuoco 
di sdegno si fa innanzi al giovane cantore e con un 
accento risolato e tremendo gli giura che guai a 
lui , se oserà mai un' altra volta di pur rimirare 
quella casa. Tra stupefatto ed atterrito qual più si 
rimanesse Timoleone a si fiera minaccia non saprei 
dire; so che con avvisato consiglio cedette al furore 
di quell'irato e di colà partissi. Alceste ebro della 
sua vittoria, ma trafitto dal pensiero di un' odiosa 
rivalità si ridusse a casa pieno di rabbia e di sma- 
nie. Tornò più volte alla stess'ora presso la magione 
di Doride, ma non udì più canto, uè vide più per- 
sona. Corso buono spazio di tempo , in una notte 
cupamente ottenebrata e tempestosa che di spessi 
lampi si accendea e fieramente romoreggiava di fra- 
gorosi tuoni e di sfrenati venti, recar si volle verso 
l'abitazione della vagheggiata fanciulla. Nel mentre 
che tutto lielo per non aver trovato alcuno, ritor- 
nava indietro, scoperse al balenar d'un lampo il suo 
rivaie , che stava nascosto presso un boschetto di 
mirti. Sguainare il pugnale, correr difilato verso di 
lui, e piantargli il ferro nel petto fu un alto solo. 
Cadde a terra il misero Timoleone e invano gridando 
aiuto, in un lago di sangue lasciò la vita. Si cruda 
morte riempì di sdegno tutta la città che avea in 
altissimo pregio l'infelice estinto, e per il nobiI li- 
gnaggio di cui usciva, e per le abbondanti ricchezze 
che possedea e più per le chiare virtù onde rilu- 
cea. Si die subito attorno la giustizia, ma per cer- 
car diligentemente che facesse , non le venne mai 
fatto di rinvenire lo scellerato uccisore. Alcesle mu- 
tato abito e camuffatosi si fuggi di celato e ramin- 



gando e dolorando trascorse varie contrade della 
Grecia. Ma alfine , come Dio volle , fu scoperto e 
caduto in mano della giustizia fu ricondotto alla sua 
patria, ove sostenuto in carcere gli fu formato ad- 
dosso un processo. 



Vaa confessione inaspettata. 

Era costume di quella città che il senato giudi- 
car dovesse la cause capitali. Tra i giudici era an- 
che Telamone , il quale surto di buon mattino in 
quel dì che stabillo era per proferire la gran sen- 
tenza , avanti di andare ad assistere in chiesa 
ai divini misteri , siccome era spesso usato di 
fare , pregò la moglie che gli dovesse amman- 
nire un po' di cibo di suo genio , che gli alle- 
viasse la pena di quel giudizio. Tornato a casa udì 
che era stato recala una testa di vitella, di cui egli 
era ghiottissimo. Sospinto da curioso ardore volle 
vederla , ma appena ficcò gli occhi sopra , ritrasse 
spaventalo lo sguardo, perché gli parve di mirare 
un teschio di morto. Un subito gelo gli corse per 
ogni vena , impallidì e poco mancò che non venne 
meno. La moglie che se ne accorse, si studiò con 
ogni maniera di confortarlo e cavarlo di errore. 
Riavutosi Telamone da quel raccapriccio recossi alla 
curia e si assise tra i giudici. Venuta la volta sua, 
anche egli die il suo suffragio. Alceste per comune 
sentire fu giudicato a morte. Pronunziata la terri- 
bil sentenza surse in pie Telamone e cominciò a 
parlare in questa forma. — La giustizia della vostrn 
condanna ben mostra, o sapientissimi giudici, quanto 
perfetta sia la vostra virtù, e quanto vi stia a cuore 
il sicuro e tran(|uilio vivere de' cittadini. Cerca in- 
vano il delitto di evitare il taglio della fulminea 
spada che voi brandite, custodi del giusto e del retto, 
sostenitori delle patrie leggi, difensori dell'innocenza 
e dell'oppressa virtù. Voi condannaste nel capo Al- 
ceste e ne aveste ben donde; ma se si trovasse chi 
più di Alceste fosse reo, non lancereste sovra di lui 
una più dura condanna; non lo giudichereste ad un 
maggior supplizio, chiunque egli fosse e in qualun- 
que dignità elevato? .... Ebbene quello sciagurato 
colpevole, di cui vi parlo, son io. Io sì, o sapientis- 
simi giudici, ho tradito le sacre leggi della ospita- 
lità con un misfatto il più nero. La violenza di una 
non infrenata passione mi ha sospinto a tinger le 
mani nel sangue di un innocente mercatante, rubarlo 
di lutto il suo danaro per giungere a capo de'miei 
perversi disegni. — Rimasero a tali improvvisi delti 
sbalorditi i giudici, e l'un guardava l'altro, né po- 
tean recarsi a credere una simil cosa. Anzi cono- 
scendo il mal umore da cui era dominato, ad esso 
arrecarono il suo discorso; e compali\ano Telamone, 
come uscito fuor di senno. Ma Telamone che già si 
era accorto dello stupore de' giudici e della niuna 
fede che prestavano al suo favellare seguitò tosti) 
cosi — Non vi maravigliale, o giudici, né vogliate 



.u 



L' A L 1} U M 



reputare che queste mie parole siano espressioni di 
mente travolta o delira. Per quel tremendo Nume 
che regge e governa tutto il creato io vi giuro che 
ciò che io vi ho narrato è schietta verità. Avrei 
potuto certamente nasconder per sempre alla vista 
degli uomini il mio delitto , poiché non fu occhio 
mortale che mi vide ; ma il rimorso della colpa è 
così acuto e feroce, che mi ha spinto a quest'arduo 
passo. Ile nella casa di Pantochco, scendete in quel 
sotterraneo , scavale nel mezzo e troverete i segni 
del mio misfatto. Io adunque vi prego quanto so e 
posso, che se siete i custodi della giustizia, i puni- 
tori del delitto e i propugnatori dell'innocenza, mi 
condanniate almeno della stessa pena , a cui avete 
dannato Alceste, e mi aifranchiale da questi atrocis- 
simi strazii della coscienza che già da moll'anni sof- 
fro senza posa, e soddisfaccia cosi alla giustizia di 
Dio e degli uomini. — Come si divulgò questo fatto 
rimasero tutti strahiliati, nò si poteano dare a cre- 
dere che Telamone avesse parlato da senno. Ma il 
rinvenimento dell'ossa dell'infelice mercatante nel 
luogo indicato chiarì perfettamente la verità. Inespri- 
iiiihile fu il dolore di Ccfìsa a così infausta novella, 
né fu minore quello di Pantocheo e di Argia nel rav- 
visare un traditore nel marito della loro lìgliuola. 
Nulla però di meno lo perdonarono e hrigaronsi in 
ogni modo di torlo dalla sua risoluzione. Ma egli 
stette saldo nel suo proposto, e spiccatosi dalle hrac- 
cia della sua sposa che Io haijnava di largo pianto, 
diveltosi dagli amplessi del suo (igliuolo che gli strin- 
geva amorosamenle le ginocchia ,' nulla curando le 
lacrime, i singulti e le preghiere de' parenti e degli 
amici che lo scongiuravano a deporre il suo pensiero, 
volò tutto lieto all'estremo supplizio per placare l'of- 
fesa giustizia della terra e del cielo, ed acchetare 
eternamente gl'implacahili latrati della sua coscienza. 

Prof. Alessandro Atti. 



PREZIOSA SEttlE CRONOLOGICA bF:i SENATORI 01 ROMA 

DAL 1220 AL 1712 REhATTA ED ACCRESCILTA 

DA GAETANO COTTAKAVI 

Questa serie e quella che compilò Carlo Cariavi 
confrontandola con quella esistente nella Ciiigiana 
che contiene notizie in quella non conosciuta, così di 
due una sola ne è slata compilata ed è la presente. 
Questa incomincia dal 1220, non già che prima di 
simil tempo non vi fosse Senatorato, anzi nel 1100 
lo sostenne Francesco Faraondo e Ostasio Rusponi 
da Ravenna, e nel 1160 Passapovcro dei Passapoveri 
da Bologna e prima di questi trovansi degli altri; 
ma il manoscritto non porla di più, ed è difficilis- 
simo di rintracciarvi i princi|iii e quasi impossihile 
specialmente coll'esattezza di (|uesto che fa conoscere 
in quante maniere fu governata Roma nel tempo delli 



Interregni ove si apriva il campo alle più lagrime- 
voli e sanguinose lotte sostenute da prepotenti par- 
titi che con l'oro, la spada e il sopruso disputavano 
r elezione del nuovo Pontefice. 

1220 Parenzio Parcnzi Romano. 

1221 Anihaldo, e Napolione Romani. 

1222 Anihaldo Seniore e Buonconle Monaldi de'Mo- 
naldeschi da Orvieto. 

1224 Anihaldo e Napolione Romani. 

1225 Buonconle e Monaldo de' Monaldeschi da Or- 
vieto. 

122G Malahranca figlio Malahranca Romano. 

1227 Brancaleone d'Andalò de' Conti Casalecchio Bo- 
lognese. 

1228 Giovanni Cenci Romano. 

1229 Riccardo Padrone di Galesia. 
1229 Antonio Cai isti Romano. 

1229 Annibale delli Anihaldi Romano. 

1230 segue il snddello. 

1231 Annihaldo dagli Annibali, e Giovanni da Poli 
Vice-scnalore e Capitano della Città di Roma. 

1232 Giovanni da Poli e Luca de Savelli Romani. 

1233 Pandolfo di Suburra, e Gionalo di Odone Can- 
dulfo Romani. 

1231 Luca Savelli Romano. 

1235 Angelo ovvero Arcangelo Malahranca Romano. 

Di lui fa menzione il Rainaldi negli Annali. 

Anno 1235 numero 2. 

1235 Oddo Frangipani Romano. 

1236 Giovanni di Cencio Traiapaiii Romano. Di que- 
sto Senatore fa menzione il dello Rainaldi an- 
no 1237, num. 12. 

1237 Petrasso conle dell' Anguillara , e Annibaldo 
degli Annibali Cavalieri regi. Vicari in Roma. 

1238 Giovanni Conti di Poli, e Oddo di Colonna Ro- 
mani. 

1238 Polo Conti Proconsolo Romano , e Giovanni 
de' Giudici Romano. 

1239 Tebaldo prefetto di Roma. 

1240 Annibaldo e Napolioni Romani. 

1240 Pietro Odone Giudice Palatino dalla delega- 
zione di Trasniondo di Pietro Annibale e Gen- 
tile di Matteo Rossi Senatori. 

12V1 Annibale degli Annibali, e Oddo di Colonna 
Romani. 

\2^'Z Oddo di Colonna , e Annibale degli Annibali 
Romani. 

12V2 Matteo Rossi, e Giovanni Poli Romani. 

1243 Giovanni Poli conle Romano. 

1244 Annibale degli Annibaldi, e Napolione dc'/igli 
d'tJrso Romani. 

12'(G Pietro Fraiapani, o Frangipani, Romano. 

1247 Pietro Caffaro Romano vice-senatore. 

1248 Pietro degli Annibali, e Angelo Malahranca , 
Romani. 

1250 Castellano di Brancaleone d' Andalò de' Conti 
di Casalecchio Bolognese. N'olisi che il Ghe- 
rardacci nell'Istoria di Bologna mette l'ingresso 
di Castellano al Senatorato, e dice che vi durò 



L' A L B U M 



215 



per tre anni e che succedelle a Brancaleone 
suo padre morto nel 1258 dopo essere stato se- 
natore per 7 anni, sicché secondo questo scrit- 
tore, nel 1250 anderehbe posto Brancaleone , 
e non Castellano, il il quale anderehbe posto 
nel 1258. 
1252 Pietro Capizucchi Romano. Notizia data al Ca- 
valier Prospero 3Iandosio , dal Cardinal Rai- 
mondo Capizucchi ed ella viene confermata 
dall'Armanni nel trattato di questa famiglia. 

1254 Giacomo Capoccio Romano. 

1255 Buonconte di Monaldo de' Monaldeschi Ro- 
mano. Notisi che questa famiglia di sopra e 
appresso è detta Orvietana e Brancaleone d'An- 
dalò senatore di Roma. 

1256 Martino della Torre Milanese. 

1257 Emanuele Maggio Bresciano. 

1261 Giovanni Polo Conte, e Oddo di Colonna. 
1264 Carlo d'Angiò conte di Provenza. 

1266 Cittadino di Beltramo 31onaldeschi d'Orvieto. 

1267 Errico secondogenito del Re di Castiglia spa- 
gnuolo, cugino del suddetto Re Carlo. (Vcggansi 
di lui Ricordano Malespini nella storia fioren- 
tino , Monsignore Paolo Tronci nella memor. 
Istoria di Pisa, e Orlando Malavolti istoria di 
Siena). 

1268 Pietro di Vico prefetto di Roma. 

1268 Guido Conte di Montefellro Vice-sonatore. 

1268 Siegue il medesimo. 

1269 Giacomo Cantelmo Napolitano vice-senatore. 

1270 Carlo d'Angiò Re di Napoli e di Sicilia, conte 
di Provenza. 

1271 Bertrando del Balzo vicario pel Re Carlo in 
Roma. 

1274 Ruggero Sanseverino vicario pel Re Cario in 
Roma. 

1275 Paadolfo di Toscanella vicario pel Re Carlo in 
Roma. 

1276 Carlo Re di Napoli 

1277 II suddetto. 

1268 Nicolò III Papa della famiglia Orsini. 

1278 Giovanni di Colonna e Pandolfo de Savelli. 

1279 Matteo Rosso de' figli d'Orso Romano. 

1280 Guglielmo Stindardo Napolitano. 

1281 Pietro Cooli, e Gentile de' figli d'Orso Romano. 
1281 Carlo Re di Napoli e di Sicilia. 

1281 Giovanni Tosco Mala Branca, capitano del po- 
polo Romano, e difensore della republica Ro- 
mana. 

1282 Carlo Re di Napoli e di Sicilia: 

1283 11 suddetto. 

1283 Goffrido fratello di Deopoldo vicario pel Re 
Carlo in Roma. 

1284 Annibaldo figliuolo di Pietro degli Annihaldi, 

e Pandolfo de Savelli per Papa Martino IV 
data autorità che eleggessero due senatori per 
governo di Roma. 

1285 Pietro de Conti, e Gentile de' figli d'Orso Ro- 
mani. 

1285 Pandolfo de Savelli fratello di Papa Onorio IV 



Egli nominato da 3Iario Equisola nell'istoria 
di 3Iantova. 

1287 Vaca la sedia senatoria. 

1288 Matteo Rosso de' figli d'Orso. 
1291 Giovanni di Colonna Romano. 

1291 Pandolfo de' Savelli Romano. 

1292 Stefano Colonna, ed Orso de' figli d'Orso. 

1295 Ugolino figliuolo di Giacomino de Rossi da 
Parma. 

1296 Pietro di Stefano, ed Andrea Romano del rione 
di Trastevere. 

1297 Pandolfo de' Savelli. Questo senatore nel ma- 
noscritto Chigiano è messo nel 1296. 

1298 Odone di S. Eustachio. 

1299 Pietro di Stefano ed Andrea de'Normandi Ro- 
mani. 

1300 Riccardo Annibaldi, e Gentile dc'figli d'Orso 
Romani. 

1300 Giacomo di Napolione de' figli di Orso, e di 
E Matteo Rossi di Rainaldo de'figli d'Orso Ro- 
mani. 

1301 Orso di Matteo Napolione de' figli d' Orso, e 
Leone di Giovanni Sindachi. 

1302 Annibale degli Annibali, e Riccardo di Forte 
Braccio, de'figli d'Orso Vicari in Roma. 

1302 Stefano Colonna signore di Genazzano, e Fran- 
cesco di Matteo Rossi de'figli d'Orso. 

1303 Guido de Pileo. Nel Ms. Chig. si legge de Per- 
leone. 

1303 Gentile de'figli d'Orso, e Luca Savelli. 
1303 Tebaldo di Matteo de'figli d'Orso, e Alessio di 
Giacomo di Bonaventura Romani. 

1303 Giovanni, alias Ianni, de Poiani Conte deMarsi. 

1304 Gentile de'figli d'Orso, e Luca de'Savelli Ro- 
mani. 

1305 Giovanni di Azzagnano, alias Vojiano di Bolo- 
gna Capitano del popolo romano. Il Ms. Chig. 
il cognomina de Vigiano , e il dice Senator 
Sedis Vacantis Benedicli XI. 

1305 Paquino della Torre Milanese. Il detto lo co- 
gnomina Turrianus, e lo mette sotto il 1306. 

1306 Gentile de'figli d'Orso^ e Stefano Colonna. 

1307 Clemente.... 

1308 Riccardo di Tebaldo o di Mattia degli Annibali, 
e Giovanni di Colonna signore di Genazzano. 

1309 Tebaldo di S. Eustachio, e Giovanni del quon- 
dam Pietro Slefaneschi o di Stefano. 

1310 Giovanni di Pietro di Stefano. 

1311 Lodovico da Savoia. 

1313 Giacomo di Giovanni di Colonna detto Sciarra 
e Francesco di Matteo Rossi de'figli d'Orso. 

1314 Ponciello de'figli d'Orso Vicario in Roma pel 
Re Roberto. 

1314 Guglielmo Scarcno, Cavaliere, e consigliere d^l 
Re Roberto, capitano del popoloRomauo.IlMs. 
Chig. lo cognomina Scalerji, e il dice: Gugb'el-. 
mus Scaterji miles , et Consiliarus M. Domi 
regis Roberti Jerusalem, et Siciliae, Senato- 
ris, per ipsum Dominum Regem deputalus Vi* 
carius tempore Clemenlis V. 



216 



L' A L B U M 



1315 Gerardo Spinola di Lucullo, o Luculo, Capi- 
tano del popolo Romano. Di lui tratta il Giu- 
stiniani negli Scrittori Liguri, e l'Oldoini, ed 
altri appresso di esso. 

13IG Tebaldo di Matteo de'figli d'Orso, e Riccardo 
di Pietro degli Annibali Romani. 

131G Gentile Spinola di Lucullo. È notato sotto que- 
sto anno nel Ms. Chig. ma perchè l'altro del 
Cartari noi porta, però andiamo credendo, che 
sia lo stesso Gerardo Spinola nominalo di so- 
pra. 

1317 Rinaldo di Reietto regio Vicario in Roma, e 
Senatore. Nel Ms. Chig. si legge delecto. 

131S Tomasso di Rcncio Regio Vicario in Roma, e 
Senatore. Nel Ms. si legge De Lcntinis. 

1319 Napolione de' figli d' Orso e Stefano Colonna 
Sindachi dell'alma città di Roma, deputati al 
reggimento della città dal popolo Romano. 

1319 Guglielmo Scareno Cavaliere regio Vicario in 
Roma. Il detto Ms. lo dice Scaterij. 

1320 Giordano di Poncello dc'figli d'Orso pel popolo 
Romano, al reggimento della città di Roma de- 
putato, a beneplacito del sommo Pontefice Gio- 
vanni XXI detto XXII vicegcrentc di Ste- 
fano Colonna Assente. 

Roberlo re di Napoli da Giovanni XXI depu- 
talo Conte di Romagna, e Vicario Generale in 
Roma, e in tutto lo Slato ecclesiastico. 

(Continua) 



1321 



ARTICOLO DIBLIOGRAKICO 

« Quanto sia degna d'esser conosciuta 1' Officina 
» dei Papiri Ercolanesi esistente in Napoli ed unica 
)> nel mondo, non vi è chi l'ignori. Ma perchè molli 
» non possono imprendere tale viaggio, ovvero dopo 
j) averla osservata, loro sfugge la ricordanza, Mon- 
» signor Giacomo Caslrucci benemerito della classi- 
» ca letteratura fece lavorare molte tavole, che 
» ci danno non meno la rappresentanza di quell'Of- 
» ficina, e suoi utensili, modo di svolgere i papiri, 
» e della pianta del papiro; che i fac-simili di lutti 
» i jiapiri finora svolli, che furono raccolte in un 
» volunic con opportune dichiarazioni intitolale Te- 
» soro letterario di Ercolano, ossia la Reale O/Jicina 
» ilei Papiri Ercolanesi indicata per M. Giacomo Ar- 
» cip. Caslrucci. Altre tavole furono aggiunte ncll'ul- 
» lima edizione del 1838 per modo che formano il 
» complesso di 28 tavole ben incise, e rimarchevoli 
» da occupare la biblioteca di ogni letterato, e di 
" ogni publico stabilimento. L'opera nella 3 edizione, 
» quanlun(iue accresciuta di otto tavole, Vendesi pu- 
'■ re per tre scudi romani. Chi ne compra 5 copie 
>' avrà la 6 franca. Chi ne comprasse un numero con- 
" siderevole di copie, avrebbe un risparmio. Chi vo- 
» lesse comprare tutta l'edizione al numero di circa 
» l'iOO stampe colle rispettive tavole di rame.potreb- 
» he trattare o col sig. D. Gioacchino Caslrucci in Al- 
« Vito Distretto di Sora in terra di Lavoro; ed in 
)) Napoli col Professore Salvatore Pisano-Verdino 
» nel Real Liceo del Salvatore ». 



'( Fucino ululante, ossia derivazione delle sue acque 
nel fiume Liri. Ricordi per gli eruditi Viaggiatori 
a cura di M. Arcip. Giacomo Caslrucci. Con due 
tavole in rame baiocchi 50. 

« Osservazioni critiche sul sito dell'antico Cominio 
ed illustrazione di un idoletlo rinvenuto nel suo 
Agro per M. Giacomo Caslrucci. Con un tavola. 
Baiocchi 50 ». 



CIFRA FIGURATA 





\) 9 




jr. 



CIFRA FIGURATA PRECEDENTE 



Nascono colf uomo, la lusinga e la speranza e non 
lo abbandonano che al termine di sua vita. 



TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

con approvazione 



DIREZIONE DEL GIOR.NALE 

piazza di s. Carlo al Corso n. 433 



CAV. GIOVAN.M DE-A.\GELIS 

direttore-proprietario 



Distribuziooe 2 8 . 



2 7 Agosto «81» 9 



Anno XX\I. 





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V^/>ri>n^'.:<fri/ ^/V l^nT^^ 1/. yfn^iera^'fC' ■t.ri' yùcCofin 



V. ALBUM ANNO X. LA BIOGRAFIA DI PAPA CLEMENTE VII OVE SI PARLA DELLA SOLENNE 

INCORONAZIONE DI CARLO V IMPERATORE , AVVENUTA IN BOLOGNA PER LE MANI DEL 

PONTEFICE , ED ALTRI PARTICOLARI STORICI SU DI TALE ARGOMENTO NE' PRECEDENTI 

NUMERI DI DETTO GIORNALE ANNO XIII, PAG. 73. 



PREZIOSA SERIE CRONOLOGICA DEI SENATORI DI ROMA 
DAL 1220 AL 1712 REDATTA ED ACCRESCIUTA 

DA GAETANO COTTAFAVl 

{Continuazione V. pag. 216). 

1321 Annibale di Riccardo degli Annibali, e Ric- 
cardo di Fortebraccio de'figU d'Orso Senatori, 
Vicari Regi in Roma. 

1322 Giovanni di Sabello, e Paolo di Conte, Cava- 
lieri, Vicari in Roma pel Re Roberto. 



1323 Giovanni di Colonna, e Poncello de'figli d'Orso. 

1323 Niccolo di Stefano di Conte, e Stefano di Co- 
lonna Vicari in Roma pel Re Roberto. Nel 
MS. Chig. questi Senatori si mettono sotto il 
1322, dopo Giovanni di Sabello. 

1324 Ruccio Proce, e Orso de'figli d'Orso. 

1324 Francesco di Giovanni di Ruonaventura, e Gio- 
vanni de' Vicari in Roma pel Re Roberto. 

1325 Romano de' figli d'Orso di Nola, Conte Pala- 
tino, e Riccardo Frangipane Vicari in Roma. 

1326 Francesco Conte del Anguillara Vicario regio 
in Roma. 



218 



L' A L B U M 



1327 Giacomo di Sciarra Colonna , e Giacomo Sa- 
velli Capitani del popolo Romano. 

1328 Orso Orsino. 

1328 Lodovico Bavaro imperadore. 

1328 Caslruccio Castracaiie signore di Lucca. 

1329 Napoiione de' figli d'Orso, e Stefano il Giovane 
di Colonna sindachi deputali dal Po|)olo Ro- 
mano al governo di Roma. 

1329 Giacomo di Sciarra Colonna, e Giacomo de'Sa- 
velli. 

1330 Bertoldo <li Romano de' tìgli d'Orso conte Pa- 
latino, e Bertoldo di Poncello de' figli d'Orso 
regi Vicari in Roma. 

1331 Buccio di Giovanni de' Savelli, e Francesco di 
Paolo di Pietro Stefano Vicari in Roma. 

1331 Matteo di Napoiione de' figli d'Orso, e Pietro 
d'Agahito Colonna Signore di Genazzano. 

1332 Niccolò di Stefano de' Conti, e Stefano di Co- 
lonna, Vicari regi in Roma. Nel M. C. è scritto 
cosi. 1332 Laurentitis de Columna, et Henricus 
D. Anastasii de Tenaltinis Camerarii, Senatores 
urbis, el viccsgerent(!s Magnificornm, Virorum 
Sthefaiii, I). Slliefani de Coinmna, el Nicolai 
D. Stliepltani do coinitc Vicariorum regis Si- 
ciliac tempore Joannis XXII. 

1333 Simone di Sangro Cavaliere Napolitano, Regio 
Vicario in Roma. 

1333 Raimondo di Laureto Ca>aliere, Vicario, e liel- 
fóre in Roma pel Re Roberto. 

133.5 Tredici buoni uomini deputati dal popolo Ro- 
mano al reggimento della città di Roma , a 
beneplacito di Pa|)a Benedetto XI. 

1335 Paolo di Niccolò degli xVnnibali, e Buccio di 
Giovanni dc'Savelli deputati al governo della 
citi.'» di Roma dal Popolo Romano. Pietro Va- 
rani Giudice Palatino, e Giovanni d' Otricoli 
Procuratori. 

1335 Matteo di Napoiione dc'dgli d'Orso, e Pietro 
d'Agabilo di Colonna (l('|>utati al reggimento 
della città dal popolo Romano. 

1336 Andrea de'figli d'Orso Cavaliere, e Francesco 
di (ìiovaniii di Ruonaventiira, deputati al go- 
verno delia città dal popolo Romano a bene- 
placito di Papa Benedetto \1. 

1337 Petrasso Conte dell' An(|uillara e Annibaldo 
degli Annibaldi Cavalieri Vicarii regi in 
Roma. 

1.'37 Andrea de'figli d'Orso Cavaliere, e Francesco 
di Giovanni di Buonaventura deputati dal po- 
polo Romano al governo della città. 

1337 Tredici Caporioni nell'nlFi^io Senatorio , e al 
reggimento della citta depiilali dal popolo Ro- 
mano a benc]ilacito di Benedetto XI. 

1338 Giacomo di Conti de' Gabrielli e Bosone No- 
vello de'Raffaelli da Gubbio, Cavalieri, Sena- 
lori, deputati dal Papa al reggimento di Roma 
nel MS. Cbig. Il primo e nominalo cosi. Ja- 
cobus D. Conti de Gabrielibus. 

1338 Stefano di Colonna e il Conte Orso del An- 
quillara. Questi Senatori nel MS. Ghig. sono 



notati prima de'suddctli, e sotto questo slesso 

anno in 3 luogo sono notati. 
1339 Stefano di Colonna e Nicolò de'Conli. 
1339 Matteo di Napoiione de'figli d'Orso, Cavaliere, 

e Pietro del q. Agabito di Colonna signore di 

Genazzano. 

1339 Giordano di Poncello de'figli d'Orso Deputato 
al reggimento della città nel MS. Chig. gli si 
dà il compagno ed è Stefano di Colonna, e si 
chiamano ambedue Senatori. 

1340 Fra Napoiione de'figli d'Orso. Cavaliere di S. 
Giovanni, Priore di Venezia Rettore di Cam- 
pagna e Marittima. 

1340 Pietro di Lorenzo Canonico Atrebatcnsc, alta- 
rista della Basilica del Principe degli A|)OSloIi 
di Roma. Nel MS. Chig. cjuesti ultimi due Se- 
natori sono annoverati insieme, come colleghi, 
e si dicono ad senatoris otiicium deputati per 
sumnium Ponlilicem. 

Tebaldo di S. Eustachio, e ciarlino di Stefano 
de'figli di Stefano detti Stefaneschi. 
Orso Conte dell'Anguillara, e Giordano de'figli 
d'Orso Cavalieri. 

Francesco dc'Savelli, e Paolo di Nicola degli 
Annibaldi. 

Bertoldo de'figli d'Orso Cavaliere, e Stefano di 
Colonna. 

Giovanni di Vico deputato vicario dell'impero 
e (jovernatore di Roma da Lodovico N. Ba- 
varo. 

Tredici buoni uomini deputali al goveruo di 
Roma dal popolo Rumano. 
JLntieo de' figli d'Orso, e Paolo de' Conti Ca- 
valieri. 

Giovanni di Colonna e Giordano de' figli di 
Orso. 

Bertoldo (il MS Chig. il chiama Mattcus Pa- 
latius 

conte dell'Anguillara. 

Raimondo il MS. il chiama Ualnaldo degli Or- 
sini, e Niccolò degli Annibali. 
Orso di Giacomo <Ie' Napolioni de' figli d'Orso, 
e Niccolò di Stefano de' (^onli. 
Niccolò degli Annibaldi Signore della Molara 
senatore e Vicegerente del magnifico uomo 



1340 
1341 
1341 
1342 
1342 

1313 
1343 
1344 
1345 

1345 
1346 
1346 

1346 

1347 
1347 



de' figli d'Orso e Orso de' fig'li d'Orso 



13i8 



Giordano de'figli d'Orso Senatore. Nel MS. 
Chig. si mettono ambodue senatori e collcghi. 
Barlolouìco Varani e Andrea de' Massimi Giu- 
dici Palatini, e Vicari in Roma pei sopranno- 
minati Senatori. 

Pietro Agabito di Colonna Signore di Genaz- 
zano e Roberto de' figli d'Orso (lavalieri. 
Cola di Rienzo Tribuno, e della Sacra Romana 
repubblica liberatore. Nel suddetto M. S. Chig. 
è scritto cosi k Candidatus spiritus sancii Miles 
Nicolaus, Severus el clemens, Liberator urbis, 
Zelator Italiae, Amator orbis, et Tribunus Au- 
gustus ». 

Bertoldo de' figli d'Orso co. Palatino, e Luca 
de' Savclli. 



L' A L B U M 



219 



1349 Nicolò de' Zanchali Cavaliere Anagnino Seiia- 
lore, e Vicegercnle del Magnilico uomo Qui- 
done Francesco Conlc Palatino Senatore. Nel 
MS. Cbig. Si luellono ambedue senatori e lol- 
leghi. 

1350 Pietro di Giordano Colonna signore di Genaz- 
zano . Senatore e Vice gerente del magnifico 
nomo Gio\anni de' figli d'Orso suo collega. 

1351 Rinaldo de' figli d'Orso Cavaliere , senatore e 
vicegerente di Stefano del quondam Stefano 
di Colonna suo collega. 

1351 Pietro Sciarra di Colonna senatore e vicege- 
rente di Giordano de' figli d'Orso suo collega 
assente da Roma questi senatori sono messi 
nel sud. MS. sotto l'anno 1352. 

1352 Giovanni de' Cerroni (il detto MS. porta dei 
Cerroni) Romano. 

1353 Giovanni de' figli d'Orso e Pietro Sciarra dì 
Colonna senatori e capitani del popolo Ro- 
mano. 

1353 Bertoldo de' figli d'Orso Conte Palatino e Ste- 
fano di Colonna deputati al governo di "Roma 
dal popolo Romano a beneplacito di Papa Cle- 
mente VI. Nel MS. Chig. questi senatori si 
mettono sotto 1' anno 1352 dopo il Cerroni. 
nelle storie di Cipriano Manete da Orvieto si 
dice che in questo 1353 il popolo di Roma si 
levò in armi contro molti Laroni, che lascia- 
vano cavare i grani , e cagionavano carestia, 
e uccisero il Bertoldo Senatore colli sassi , e 
l'altro Senatore scampò colla fuga, e lo slesso 
scrisse il Buoninsegni nell' istoria fiorentina. 

1353 Francesco de'Baroncclli Scriba del Senato Tri- 
buno secondo, e primo Console de' Romani. 

1353 Cola di Rienzo tornato in Roma fu novamente 
Senatore e Tribuno. 

1354 Quido Giordano de'Patrizi Sancse (il MS. Chig. 
dice Quido Tordani de' Patriliis). 

1355 Orso d'Andrea de' figli d'Orso e Giovanni Te- 
baldo di S. Eustachio Capitani e Sindachi. 

1355 Luca de' Savelli, e Francesco di Giordano dei 
figli d'Orso. 

1356 Pietro di Sciaria Colonna e Niccolò de' figli 
d'Orso Nolano Conte palatino, cavaliere il MS. 
porla di più insieme con questi Ptolomaecus 
Cora. 

1356 Orso di Giacomo de' figli d'Orso e Pietro di 
Giovanni Capoccia do' Caporioni Romani. 

1357 Pietro di Giordano di Colonna e Nicolò di 
Riccardo degli Annibaldi Romani. 

1358 Giovanni Paolo de' Conti. 

1358 Bertoldo de' figli d'Orso Conte Palatino e Ste- 
fano del quondam Stefano Colonna deputati 
per il popolo romano al reggimento della citlà 
di Roma se questi sono gli slessi de' quali si 
è parlato sopra nel 1353 non é vero che Ber- 
toldo fosse ucciso dal popolo in quell'anno 
ceme scrivono il Manente , e il Buoninsegni. 
Notisi che nel MS. del Cartari questi Sena- 
tori sono posti nel 1353 quanto nel 1358 ma 



1359 

1359 
1359 
1360 
1360 



1360 



in quello della Chigiana sono posti solamente 
nel 13.53. 

Raimondo de' Tolomei cavaliere da Siena, ca- 
pitano e Sindaco deputalo per la santa ro- 
mana Chiesa Senatore di cui parla i'Ugurgieri 
nelle pompe sanesi. 

Lodovico (il MCS. disse Niccolò) di Rocca Pi- 
rano. 

Unghcro da Sassoferralo cavaliere per la sede 
apostolica senatore, e Capitano Generale. 
Tommaso Spoletino cavaliere , e capitano del 
popolo romano. 

Setti riformatori della republica nell'uffizio del 
senatore , deputati al governo della città se- 
condo la forma de' capitoli confermali dal le- 
galo, e sono : 
Pietro Sanguigno. 
Giovanni di Quatriara. 
Barleluzzo Lelli di Bartolo. 
Giovanni di Maestro Angelo. 
Pietro Pucciaroni. 
Silvestro di Paolo Veccia. 
Nardo di Paolo di Niccolò. 
Sette riformatori della republica e sono 
Cintio de' Cancellieri. 
Lello di Giacomo di Bobone. 
Cola Marcheselli de' Buccabelli. 
Giovanni Bosio. 
Paolo di Leonardo. 
Niccolò di Giovanni Stefano. 



1361 
1361 



1362 



1362 



1363 
1363 



Ugo di Lusignano Re di Cipro, Senatore, e Ca- 
pitano Generale secondo la riforma de' Capi- 
toli. 

Paolo conte di Campollo Cavaliere Spoletino 
Senatore, e Capitano del popolo romano. Nel 
MSC. questo Senatore e notato così « Paulus 
de Argento Com. Spoletanus 51. Alni. Urb. 
Senator et Capii. Pop. Rom. sub Innocen- 
lio VL 

Lazzaro di Riccardo de' Cancellieri da Pistoia 
in detto MS. Chig. e nominalo così : Lazzarus 
de Cancellariis de Pislorio Miles Dei gratia 
Alm. Urb. Senalor Ili et Capii, populi romani 
sub Innocentio VL 

Sette riformatori della republica romana che 
sono 

Saba di Gozio di Lello di Buccio. 
Giovanni Rubi. 
Giacomo Ganza. 
Lorenzo Baroncelli. 
Giovanni Gotlofredi. 
Pietro di Pietro Bobone. 
Lorenzo di Cecco di Lorenzo detto Zito. 
Rosso de' Ricci Cavaliere fiorentino. 
Quelfo de' Bolfenli Cavaliere pratese. 

(Continua) 



220 



L' A L B U M 




' LA FIDUCIA IN DIO 

n ACCONTO 

I. 

Gli scogli (li Arnaskaer. 

Guglielmo Johnson cappellano e vice-clcmosiuicrc 
ili Carlo II re d'Inghillcrra per trattar cose di re- 
ligione dovca condursi nel reame di Norvegia. Vol- 
geva l'anno 1648, ai 29 di Sellcmbre imbarcatosi in 
un ben armato e forte vascello capitanato da Da- 
niele Morgan salpò dall'isole l)ritannichc. La sere- 
nità del cielo, la tranquillila dell'onde, il propizio 
spirar del vento invitavano dolcemente a solcare le 
onde. Ma Johnson tralìtto nel cuore dall'acerbo di- 
slacco de' parenti e degli amici non bado |)unto a 
tanto sorriso di natura, anzi nel primo |)Orre il piede 
entro il naviglio parve a lui di entrare in un ba- 
ratro di ])ianto e di dolore. Salutò da lungi le amate 
sponde della patria che già si dileguavano dinanzi al- 
l' allìsa la vista, ed un cocente sospiro d'affetto fu 
l'estremo tributo che die alla terra natale, che un 
funesto presentimento gli diceva di non dover ri- 
vedere più mai. 

Per alcuni giorni si avanzò con prosperevoi cor- 
so la nave verso le nordiche contrade. Al quar- 
to di appresso il mezzogiorno copertosi di neri 
nugolati il cielo e sfrenatisi impetuosi aquiloni , 
cominciò a gonfiarsi il mare e giltarsi in una sfor- 
mala burrasca. Stava Johnson sotto coverta nella sua 
cameruCcia tutto raccolto in devola preghiera e 
scongiurando la formidabii tempesta, che orrenda- 



meiile llagellava il misero naviglio , quando vede 
impro\ visamente entrare lutto impallidito e tremante 
il capitano che pronunziali alcuni paurosi e rotti 
acccuti si tolse subitamente di là. Corse allora John- 
son pieno di spavento sul ponte della nave e vide 
che lo sbattuto legno rollo da giganti marosi faceva 
aci|ua. Kra una costernazione e un lutto universale. 
Altri diroltamenle piangevano , altri focosamente 
pregavano , altri urlavano e bestemmiavano dispe- 
ratamente. L'acr|ua sempre più crescea , iiù v'era 
modo di arrestarla, onde il capitano colle lacrime 
agli occhi disse che in breve sarebbe il vascello in- 
goiato dai llutti. A (|ucst'annunzio mortale allihbi- 
rono di paura i mal capitati passeggeri, i quali si 
tennero per ispacciati. In tanto stremo di cose ca- 
larono in mare la gran lancia dello sdruscito navi- 
glio e trassero alcuni colpi di cannorie per'avvisare 
del pressante pericolo il capitano di un altro va- 
scello che andava più innanzi. Rianimati da un pic- 
ciol raggio di speranza tutti furon d'un salto in sulla 
lancia la (juale battuta terribilmente dai tem|ieslosi 
flutti minacciava ad ora ad ora d'inabissare. Johnson 
non ben misurato il salto precipitò fra l'onde. Ognun 
fu tosto in opera per salvarlo e dopo molla fatica 
venne alfine ritolto dal mare. L'avcano appena po- 
sto nella lancia che un marinaio rimasto ancora nel- 
l'omai perduto naviglio, saltandovi dentro venni! a 
cadere sovra di lui e malamente pestarlo. — Men- 
tre si stavano tutti aspettando il desiato soccorso 
dall'altro vascello, lo videro a un tratto travolto dal- 
l' onde ed affondalo. A tal vista rimasero estrema- 
mente scorati. K come infatti poter reggere a tanta 
furia di mare con una barchetta si picciola . (|ual 
era la loro lancia, mentre andavano sommersi i piii 



1 



I 



L' A L B U M 



221 



grossi navigli ? Come poter giungere a toccar terra 
in tanta distanza che vi correa ; dove dirizzare il 
corso senza bussola; in che modo poter durare ali a 
lame ed al freddo senza vettovaglie e senza vesti; 
in qual maniera cessare gli scogli all'addensar delle 
tenebre che già si disle'ndeano per ogni parte ? In 
tanto scoramento si rivolsero gì' infelici al fonte di 
ogni pietà con le più calde suppliche. Poco stante 
videro spuntar dalla lunga un vascello che correa 
a piene vele. Fu l'apparizione di un angelo conso- 
latore fra le agonie della morte Cominciarono tosto 
a mula a muta ad arrancare con i due soli remi 
che aveano, verso il lontano vascello e vuotare la 
lancia dell'acqua che il furor della tempesta entro 
vi cacciava. Tramirabili si furono gli sforzi che fe- 
cero per aggiungere il naviglio che con un gagliardo 
vento in poppa volava su per l'onde: ma senza al- 
cun prolìtto, poiché in breve fu tolto ai loro sguardi 
dalle cresciute ombre della notte. Caduli di sì dolce 
speranza non aspettavan altro che la morte e vi ci 
s'erano pienamente rassegnati, quando in un subito 
videro brillare una luce che credettero venisse dal 
poco innanzi scomparso vascello. Nò si apposero al 
falso , poiché il capitano avea fatto avvisatamente 
accendere quella luminosa fiaccola, perchè fosse di 
scorta a que'sciagurali. Essi infatti con tutta lena 
dettero nuovamente de'remi in acqua e cominciarono 
a correr pei flutti con voga arrancata e a quando 
a (juando mettere altissime grida per avvisare i lon- 
tani che essi non erano ancora perduti. Giunsero 
finalmente , come a Dio piacque , al vascello e di 
botto su s'arrampicarono. Johnson era solo rimasto 
nella lancia tutto intirizzito dal freddo , tutto ba- 
gnalo dai flutti, e grandemente oppresso dai sofferti 
patimenti- Tre volte si pro\ó di aggrapparsi ad una 
corda per salire, ma tre volte la violenza dell'onde 
sbattendo la piccola navicella lo fé rovesciare nel 
fondo della lancia. Impietositi del suo stato disce- 
sero due marinai per aiutarlo a montare, ma fati- 
carono invano, poiché il misero Johnson era si stre- 
mato di ogni vigore che non potea nemmeno alzare un 
dito. Ondeché fu giuoco forza legarlo ad una fune 
e tirarlo su nel vascello. Mentre era tratto cogli ar- 
gani percosse con tant'impeto ne' fianchi del navi- 
glio che ne perde i sensi. Fu tosto adoprato ogni 
argomento per farlo rinvenire, e quindi posto a letto. 
Al desiarsi nella seguente mattina, dopo aver dor- 
mito un lungo sonno e ricuperato l'uso de'sentimenti, 
si trovò con mirabil sorpresa e contento adagiato 
nella cuccia del capitano. Suo primo pensiero si fu 
di levare la mente a Dio e rendergli i più cordiali 
ringraziamenti per gli scampati pericoli. Si senti però 
tult'ammaccata e rotta la persona e l'animo forte- 
mente abbattuto per la perdila della roba, del de- 
naro, de libri e de'suoi scritti, ma la fiducia che ri- 
ponea in Dio gli leniva l'asprezza de'niali e lo con- 
fortava a soffrirne di maggiori per amor della sua 
gloria. 

Levato-ii un gagliardo vento , si gettò la nave a 
un velocissimo corso e in sul mezzodì si scopersero 



di lontano le coste della Norvegia tutte scoscése 
e gremite di scogli. Rimauea pero lungo cammino 
da farsi innanzi di approdarvi. Al cader della 
notte raccoltisi tulli innanzi ad una cara immagine 
di nostra Donna immacolata sciolsero devotamente 
la prece della sera e imploraron la sua materna be- 
nedizione. Assisi quindi a cena mangiarono di buon 
appetito, e più quelli che da gran tempo stavan di- 
giuni. Appresso cenare andarono a dar riposo alle 
infiacchite e slanche membra. In quello che profon- 
damente dormivano, il vascello sospinto da impetuoso 
buffo di vento die in uno scoglio. Alla tremenda 
percossa che ruppe ad ognuno il sonno, seguitò un 
grido ferale — siamo perduti. — Allora fu un cor- 
rer di lutti sul ponte del naviglio, un urtarsi, un 
premersi, un domandar affannoso, un pregare, uà 
piangere, un urlare, un disperarsi, che parca il fi- 
nimondo. L'oscurila della notte crescea a mille doppi 
il pericolo , la confusione e lo spavento. Johnson 
ascese anch'egli sovra a coverta e trovato il capitano 
che piangendo sclamava non v'e-i-ser più scampo, git- 
talosi boccone sul suolo raccomandò con il più caldo 
affetto sé e tulli i compagni alla bontà di colui che 
non rigetta giammai le fervide preghiere de'svenlu- 
rali. Per buona sorte il vascello rimase così immor- 
sato fra gli scogli che parca immobile. Essendo già 
la poppa tutta sott'acqua, corse ognuno alla prora 
e per una fune si collo sopra gli scogli che si ad- 
dimandano di Arnaskaer. 



II. 



// saggio consiglio. 

Appena posto il pie in su quell'aspre e dure roc- 
cie, il rotto naviglio sopraffatto dall'onde fu ingoiato 
dal mare. Slavano ancora in esso quattro marinai 
e il capitano i quali all' improvviso afl"ondar della 
nave cercarono ìtidarno di salvarsi e gridando con 
pietosi lamenti aiuto, aiulo, miseramente annegarono. 
Aggiunse questa sciagura no\ella cagiou di dolore 
agi' infelici naufraghi , i quali n'avean già d'assai 
dai loro mali supremi. La perdita in ispeciallà del 
capitano che forse per salvar essi era perito, li tra- 
fisse d'acutissima doglia. Inarpicatisi per le schegge 
e per i rocchi dei duri scogli pervennerocon aCTannala 
lena in sulla cima. Scoperta in quell'abbandonata iso- 
la una caverna , ivi si ripararono e lutti molli di 
acqua, agghiacciati di freddo, privi di cibo dislesero 
sulla nuda terra le affralite membra, invocando il son- 
no a confortare i loro affanni. Ma non poleron godere 
nemmeno di sì desiderato sollievo, e in quella do- 
lorosa notte pareva che ei non aggiornasse giammai. 
Al primo romper dell'alba usciron dall'atilro e in- 
lenti si posero a spiar collo sguardo per le immen- 
surale pianure dell'oceano , se venisse lor fallo di 
veder qualche cosa. Ad ogni affacciarsi di nuvoletta 
sull'orizzonte parca loro di vedere spuntare qual 
che vela, o qualche amica terra che li dovesse rac- 
corrò nel suo seno. Cominciava già il sole a dar- 



222 



L' A L B U M 



deggiare i luminosi suoi raggi qunndo scorsero a 
grande distanza le norvegiane costiere. Ma come spe- 
rare di giungere a quelle terre senza che alcuna 
nave ve li trasportasse? Né agevol cosa era che al- 
cun naviglio a loro si accostasse per la moltitudine 
de' scogli, otide formicolava tulio quel tratto di ma- 
re. Pur non di meno si misero in braccio a Dio e 
sfetlero ansiosamente aspellando che qualche legno 
apparisse. Ma trascorse tutto quel di e non si vide 
nulla. Pallidi, muti, addolorali si ridussero nuova- 
mente nella caverna che credettero essere il loro ap- 
parecchialo sepolcro. Al sorgere del novello mattino 
erano ancora tutti in vita, ma in una vita si penata 
e angosciosa che era peggiore d'ogni morte. Frugali 
dai più acuti slimoli della fame si misero a cercare 
intorno per procacciarsi con che acchetare il pre- 
potente appetito. Rinvennero a mala pena qualche 
ostrica tra le fenditure de' scogli e qualche filo di 
coclearia che loro scusò le più squisite vivande. — 
Johoson vinto da tanti patimenti si sentì entrar nella 
polle un'acutissima febbre e cuocersi da tanta sete 
che gli fu d'uopo cercare un [lò d'acqua per estin- 
guerla. Ne trovò di salmastra e di si reo sapore che 
avrebbe fatta passar la voglia a chiunque, che as- 
setalo non fosse, siccome egli era. La maligna be- 
vanda Io provocò subilamcnle a frequenti e fatico- 
sissimi vomiti, i quali però valsero ad ammorzare 
l'ardor della febbre. 

Già il sole era in sul valicare la metà del suo 
corso , allorché tutti que' sfortunati che slavan 
sempre alle vedette , misero di conserva un acuto 
grido di gioia e accennaron da lungi col dito. Kra 
un vascello che a vele spiegate correa verso le 
«piagge della Norvegia. Ascesero lutti di botto 
sulla punta del più allo scoglio e cominciarono a 
sventolare i cappelli e far mille segni per dar con- 
tezza del miserissimo loro stalo. Ma lo spietato na- 
viglio tirò innanzi nulla curando l'estremi loro scia- 
gura. La morie sarebbe parsa un tripudio a que'de- 
rclitli caduti di tanta speranza. Ilisuonò allora l'aria 
di pianto, di sospiri, di pietosi lamenti e di strida. 
Abbandonali da tulli, privi di ogni umano conforto 
stavano ad ora ad ora aspettando che il Signore vinto 
alla pietà de'Ioro mali e alle infocale preghiere che 
innalzavano al suo trono, degnasse di raccogliere il 
loro spirito in pace. Mentre cran tutti immersi nella 
più profonda costernazione, rompendo quel silenzio 
sepolcrale che premea ogni cuore. — Oh fratelli , 
gridò un marinaio, ([ui non v'é altra via di scampo 
che il mare stesso. È meglio annegare che morire 
di fame e di stento. Costruiamo una zattera e so- 
vra di essa avventuriamo la nostra vita. — Consen- 
tirono di buona voglia alla proposta i compagni e 
con ismisuruto ardore si posero all'opera e a corto 
andare ebbero alla meglio intcssuta la zattera con i 
rollami dell'infranlo vascello e fornitala di remi e 
di vela. Vi montaron sopra due inglesi e due da- 
nesi e promisero ai rimasti, che appena toccato ter- 
ra , se a Dio piacesse , avrebbero loro spedito un 
pronto soccorso. Cominciarono adunque a vogare e 



tra scoglio e scoglio inoltrarsi verso le prode della 
Norvegia seguiti per lungo tratto dagli sguardi e 
dai più felici voti de' trepidanti compagni. 

Già l'orizzonte annottava e nulla ancora veggendo 
que'sgraziati restati in sugli scogli .si tennero insiem 
con loro per perduti. Mentre più non pensavano alla 
propria salvezza delusi di ogni speranza videro al- 
l'improvviso avvicinarsi parecchie navicelle che loro 
aveano immanlinenli spedite i già salvali compagni. 
Chi polesse a parole esprimere l'ebbrezza della gioia, 
onde furon inondali, esprimer saprcibbe 1' ineffabil 
contento di colui che già inchinato il collo al colpo 
della micidiale bipenne venisse a un tratto graziato 
della vita. Rinfrancati alquanto gli spiriti di abbon- 
devoli ristori che cransi a loro recati, si gittarono 
tutti avidamente entro le pronte barchette e dato 
un addio ai dolorosi scogli giunsero alla perfine in 
un' isola della Norvegia, dove caramente riabbrac- 
ciati dai fidi compagni e amorevolmente accolti e 
trattati da un buon vecchio commosso alle loro di- 
sgrazie, si trattennero alcuni di per ristorarsi (jualche 
poco dei tollerati patimenti. Si rimbarcarono (juindi 
e in breve pervennero nel reame di Norvegia. Ap- 
pena toccato quel suolo si posero tutti ginocchioni 
a terra e sciolsero con 1' affetto che potcron mag- 
giore e con la più sentita gratitudine l'inno di rin- 
graziamento alla divina bontà che non abbandona 
giammai chi vivamente in lei si confida. 

Prof. Alessandro Atti. 



LA LUCE ELETTRICA 

Prime modificazioni fatte all'apparecchio 
di Onofrio Davy. 

(Continuazione V. pag. 206.) 

L'esame di queste immagini fece si che si potè 
proceder più oltre e trovare la cagione degli eclissi 
e degli scintillamenti vacillanti cui la elettrica luce 
6 soggetta : e difalto si videro sui due carboni punti 
oscuri prodotti da depositi della silicata in fusione. 
Si conobbe eziandio che se il carbone negativo si 
consuma più lentamente , se brilla d'una luce più 
debole, esso è peraltro il primo ad infiammarsi. Con- 
veniva ora rimediare al consumo dei carboni, con- 
veniva ravvicinarli, regolare il loro movimento, in- 
somma regolare la luce elettrica, e qui molti nomi 
mi si affollano quasi sotto la penna i)erché nello 
spazio di pochi anni abbiamo veduto più di venti 
tentativi diversi. Fra questi noi ci limiteremo solo 
a citare que' pochi che destarono l'attenzione dei sa- 
pienti non defraudando peraltro della debita lode i 
dotti sforzi degl'invenlori i nomi dei quali non ri- 
veliamo. E cominciamo dal dire che i regolatori della 
luce elettrica possono dividersi in due classi : la 
prima é di quelli ne' quali i carboni sono sempli- 
cemente spinti l'un verso l'altro, e che noi chiamiamo 
regolatori con semplice ravvicinamento. Ncll'allra clas- 
se si comprendono gli apparecchi che secondo il bi- 



L' A L B U M 



223 



sogno ravvicinano i carboni o gli allontanano : li di- 
remo regolatori con avvicinamento e con allontana- 
mento. Cominciamo dai primi. 



IV. 



Regolatori di semplice ravvicinamento. 

L'invenzione dei regolatori risale ad una dozzina 
d'anni e nel 1848 due inglesi Siaite e Pelrie usarono i 
primi tale apparecchio. Alcuni mesi dopo Leone Fou- 
cault il cui nome si ripete ad ogni pagina nel rac- 
conto delle scoperte moderne propose un regolatore 
avente un punto luminoso fisso il (|uale percnetleva 
d'applicare la luce elettrica all'esperienze otliclie. 
Nel regolatore del Foucault i due porta-carbone 
sono spinti l'un verso l'altro da due molle, ma per 
usare il linguaggio dell'inventore « non possono an- 
» dare l'uno incontro all'altro se non se facendo 
» scorrere le ruote d'una macchina il cui ultimo 
)) pezzo è posto sotto il dominio di un grilletto, n 
L'apparecchio contiene un elettrocalamita animato 
dalla corrente che produce l'incandescenza. Questo 
elettro-calamita è un cilindro di terrò dolce sul 
quale gira un filo di rame coperto di seta e che la 
corrente attraversa nell'andare ai coni del carbone. 
Allorché la corrente passa nei filo il cilindro di- 
viene una vera calamita la cui potenza varia secondo 
la forza della corrente. Un ferro dolce posto sotto 
r influenza dell' elettro-calamita è spinto dall' altra 
parte ad allontanarsene da una molla opposta. 

Posto ciò, immaginiamo che i due carboni sieno ab- 
bastanza vicini perchè circoli la corrente; la piastra 
di ferro dolce sarà attratta dal rocchetto, ed appena 
il grilletto sarà salito su questo ferro dolce, sarà fa- 
cile disporlo in modo che arresti le ruote nel mo- 
mento dell'attrazione, e così i due carboni cesseranno 
d'avanzarsi l'un verso l'altro. Ma non appena la cor- 
rente s'indebolirà pel consumo dei carboni, la leva 
di ferro dolce cedendo allo sforzo fatto dalla molla, 
non arresterà più la ruota che scorrerà per un dato 
tempo. Poi i carboni essendosi di nuovo ravvici- 
nati, la ruota non tarderà ad essere arrestata per to- 
sto scorrere ed essere nuovamente arrestata finché 
i carboni siano del tutto consumati. Dunque in (aio 
apparecchio il riavvicinamciilo de' carboni i5 inter- 
mittente , ma i periodi di riposo e di avanzamento 
si succedono con tanta rapidità che equivalgono ad 
un raovimenio di progressione continua. Avendo noi 
collocato nel primo posto il regolalore del Fou- 
cauld noi non abbiamo soltanto seguilo l'ordine cro- 
nologico ma abbianio dato anche al suo apparecchio 
il posto ch'ei merita poiché la maggior parie dei re- 
golatori non diiTeriscon da quello che in modifica- 
zioni più o meno importanti. 

Alquanti anni appresso i signori Delevil fabbri- 
carono un altro regolatore col qui le rischiararono 
durante lo spazio di quattro mesi il lavoro dei dogs 
Napoleone. Il loro apparecchio è semplicissimo: figu- 
ratevi un trepiedc da fondere munito d'un sostegno 



verticale ripiegato in potenza ad una certa altezza. 
All'estremità della potenza è un appoggio nel quale 
scorre un leggero stropicciamento uno stelo di me- 
tallo che reca il carbon negativo : questo stelo può 
innalzarsi o abbassarsi a piacere, ma determinata che 
sia la sua posizione deve restare immobile. Non cosi 
accade allo stelo metallico che traversa il trepiedc ed 
ha il carbon positivo, perché questo al contrario si 
muove dal basso in alto di mano in mano che i 
carboni si consumano. 3Ia a che mai serve il suo 
movimento? Al disotto del trepiede è una leva che 
può oscillare sopra un perno e traboccare come il 
raggio d'una bilancia. A tal'uopo l'estremità vicina 
della leva è munita d'un armatura di ferro dolce 
posta sotto l'influenza d'una elettro-calamita, mentre 
una molla contraria spinge l'altra estremità della 
leva il cui corso è poi limitato per mezzo di due 
viti. Una piccola lamina d'acciaio dolcemente incli- 
nata termina la leva dal lato del carbon positivo : 
questa lamina si appoggia sui denti d'una catena 
che gira lungo il porta-carbone. Ora è agevole ca- 
pire l'ingegno dell'apparecchio. Supponiamo che la 
corrente passi nel filo arrotolato sul rocchetto , lo 
sforzo fatto dalla molla sarà vinto, e l'estremità delta 
leva verrà a cadere contro la vite superiore. Ma i 
carboni si consumano lentamente e perciò aumen- 
tando la distanza che é fra loro, la corrente s'inde- 
bolirà in proporzione che diminuisce l'azione attrat- 
tiva del rocchetto diminuente , e la molla opposta 
darà alla leva di ferro dolce un leggero moto di ro- 
tazione. In questo movimento la piccola lamina di 
acciaio prciftendo un dente della ruota la spingerà 
avanti a sé, e il carbone positivo sarà così innalzato 
d'un poco, per esempio d'un quarto di millimetro. 
Da questo innalzamento nascerà un ravvicinamento di 
carboni, e la corrente |)er poco affievolita, ripiglierà 
il primo vigore. Allora il rocchetto riacquisterà tutta 
la sua potenza magnetica e la leva di ferro dolce 
darà il crollo un'altra volta , e cosi di seguito in 
guisa che l'intensità della luce elettrica rimarrà sen- 
sibilmente la stessa. Per preservare i carboni dalle 
correnti d'aria che li raffredderebbero giova assai 
invilupparli in un tubo che li difenda; e se si vorrà 
concentrare la luce sopra un dato punto si dovrà 
usare d'un rellettore. Eppure l'apparecchio dei si- 
gnori Delevil, pregevole per la sua semplicità, ha un 
difetto : essendo mobile un solo carbone , il punto 
luminoso cangia ad ogni momento d'altezza e (|ue- 
slo difetto rende l'istromento inutile per le espe- 
rienze ottiche. 

!l Duboscq ha nel 1855 costrutto un regolatore 
che ripara a questo difetto; ma anche il suo appa- 
recchio ha lo svantaggio dei regolatori di semplice 
riavvicinamento. Nondimeno siamo lieti d'avere oc- 
casione di parlarne per ricordarci il piacere che 
avemmo, or sono ((uallro anni, quando udimmo pro- 
clamare il nome dell'inventore al Palazzo d'Indu- 
stria. 

In quanto all'apparecchio de' signori Lacassagne e 
Thiers se ne è parlalo molto in questi ultimi tein- 



224 



L' A L B U M 



pi; ma se egli è fondalo sopra un principio semplice, 
pecca in queslo che lo scorrimento del raercurio che 
riempie un serbatoio produce eclissi ad ogni trepi- 
dazione del liquido. Noi vedremo fra poco in che 
cosa i regolatori dei signori Archerau, laspar, Pas- 
cal di Lione etc. debbono preferirsi a quelli che ab- 
biamo citato; ma soprattutto faremo onorata men- 
zione dell' ingegnoso apparecchio che il sig. Vittorio 
Serrin ha ultimamente fatto agire in nostra presenza. 
(Continua) (Dalla science pour tous). 



EPIGRAFI 



Alle . Ceneri 

Di . Sevcrina . Vitali . Tuscaniese 

Esempio 

Di . Rai-a . Pietà . //Ingenua . Modestia 

E . D'Ogni . Bella . Virtù 

Vissuta . Nubile . Divola 

Anni . XLI . 5Ies . I . Gior . XVI 

Percossa . Da . Fiero . Morbo 

Come . Da . Folgore 

Passò . Di . Questo . Esiglio 

Il . XXIV . Di . Luglio . MDCCCLIX 

Con . Pianto . E . Dolore . Universale 



Anima . Innocenlissima 

Tu . Vivi . Felice . Immortale 

In . Grembo . A . Dio 

Ma . La . Vita 

E . Lutto . Ed . Affanno 

Alle . Tue . Amorose . Sorelle 

Che . Non . Possono . Consolarsi 

D' Averti . Così . Presto . Perduta 

G. C. Romanelli. 



VARIETÀ 
1 TLRCOS A PAniCI 

L'accampamento dei riocf»- ccita più di ogni al- 
tra cosa la curiosità dei lions e delle liyrcsses pari- 
gini, più o meno blasés. 

Questi intrepidi Arabi furono stabiliti dcfiniliva- 
iiienic sul poligono di Vinccnnes. 

Negli esercizi che fanno, i comandi sono i;i lin- 
gua francese , ma per le spiegazioni gli uniciali si 
servono della lingua araba, il francese non essendo 
ancora famigliare ai Turcos. 

11 Turcos è festeggiato, carezzato; il pacifico bor- 
ghese lo conduce nei sontuosi caffè, l'operaio lo porta 
nelle taverne ove s'imbandiscono tutte sorta di ma- 
nicaretti. 

La cosa più curiosa, si è vedere i Turcos nel giar- 
dino delle piante. 

Fermi davanti ai leoni dell'Algeria, essi contem- 
plano attoniti questi animali terrore dei boschi e 
delle pianure; che essi non sono avvezzi -a scorgere 
se non da lungi vagare in libertà, o precipitarsi co- 
me fulmine in mezzo alle greggi scannando e di- 
vorando. 



Non mortul dicono i turchi dopo alcuni minuti di 
tanto esame; il leone non è morto e noi gli stiamo 
vicini ! E sembra che non sappiano prestar fede ai 
loro occhi. 

Ieri al tramontare del sole un turcos giunto in 
riva alla Senna s'inginocchiò alla sponda del fiume 
e dopo aver dette le sue preghiere, fece le abluzioni 
d'uso e quindi alzatosi tranquillamente continuò la 
sua strada. 

Non è a dire quanti curiosi si affollassero intorno 
allo scrupoloso Maomettano, e cosa st