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Full text of "La Lettura; rivista mensile del Corriere della sera"

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Presented io the 

LIBRARY ofthe 

UNIVERSITY OF TORONTO 

frani 

the estate of 

GIORGIO BANDIN1 



LA 



LETTVRA 

RIVISTA-MENSILE 

Corriere-della5era 



DIRETTO RE-G-G1 ACOSA 



ANNO1902 



•AJLAMO-VIAPVZRRI-H-14- 













I In del </'•//.( Seri. 



INDICE GENERALE DEliliE MATERIE 



SCRITTI ORIGINALI 



Antropologia e psicologia. 



LOMBROSO C. 

non hanno 

LOMBROSO P. 



Perchè i criminali di genio 

il tipo 

I difetti dei due sessi 



PATRIZI : La velocità degli atti psichici 



Pag 

407 
781 

H85 



Biografia. 

GÌ VCOSA i. : Emilio Zola ... . . . 11174 

NmNATI: Gaetano Negri 769 

SIMON1: Ferravilla 773 

Geografia e viaggi. 

Alla Martinica 916 

C1PRIANI: L'esploratore Casati 327 

CROCI: Sul Vesuvio 1056 

DE AMICIS: Il sogno di Rio Janeiro 1065 

C. P. : La Martinica 529 

PALADINI : L'isola del Re 415 

QUARTARA: La buca del Corno . 984 

SOLITRO: La penisola di Sirmione .... 610 

ROSSI: Attorno a Starnbùl 968 

Letteratura ed arte. 

ALBERTA/.ZI : In romanzo per Lucrezia Bui 

già 809 

ANGELI: Per un palazzo 715 

BELTRAMI: L'arte nuova all'Esposizione di 

Torino 599 

» Memorie di architettura del Ri- 
nascimento a Milano 230 

CROCI : La portentosa chiave di Bacone . 106 
GABRIELI : Il vino e la poesia del vino pres 

gli Arabi 237 

GrACOSA G. : Emilio Zola . . 1074 
» 11 monumento al Principe Ami 

deo 516 

LI ZIO: Il primo amore di Ippolito Nievo . . 487 
MALAGUZZI VALERI: Archi trionfali del Ri 

nascimento 589 

MEDIN: La morte del Re buono nei poeti del 

popolo 698 

MELANI : I campanili medioevali in Italia 391 

» Storia di un campanile 815 

NOVATI: Il passato di Meflstofele . .18 

P. : La sala delle Asse nel castello di Milano . 521 

RICCI : Il campanile di San Marco 705 

» Macchiette e macchierelle .... 1090 

RUBETTI : Victor Hugo disegnatore . . 336 

SALVAGNINI: Villa Borghese . . 316 

SIMONI: Ferravilla 773 



Pan 

I III iVEZ : Olbrìch e la colonia di Darmstadt . I 

IN ITALIANO RICONOSCENTE: Tre poeti 

stranieri amici dell'Italia 704 

\ ORLUN1 : Il museo artistico industriale di Na- 
poli 993 



Medicina Igiene. 
BOCCIONI: Gli alimenti falsificati 



130 



Novelle Bozzetti 



Romanzi 



Drammatica. 



BARZINI : Il Baqueano 1081 

BERMANI : Cantoniera in Maremma ... 865 

BOOTHBY: Addio Nikola!... f. VI. VII, Vili. IX. X, XI 

» In strana compagnia . fase. XI, XII 

CERVANTES: Cornelia fase. IV, V 

DE AMICIS: Divorzio d'anime 290 

DEI.EDDA: Il battesimo d'Adamo ... 306-385 
DOSTOJEWSKI : Un fanciullo eroe fascic. IL III 

EVANGELISTI: Andrea 686-801. 

FOGAZZARO: Il ritratto mascherato ... 193 
GORKI : Il Khan e suo Aglio .... fascic. II 

» Sasubrina » II 

KOROLENKO : Di notte .... 1 

OJETTI : La Messa di Natale 481 

PANZINI: Lo sciopero della gloria 584 

ROVETTA: Casta Diva 25-97-201 

TERESAH : Il cappottino grigio 997 

Storia naturale. 

BOCCARA: La Fata Morgana 881 

FERRERÒ: Il giardino zoologico di New York 500 
GIACOSAP. : La Mandragora 212 



Storia 



Usi Costumi. 



8 

:,iu, 

33 

673 
430 



219 
908 



BERTARF.LLI-CAROZZI : Nella vechia Milano 
CROCI : L'incoronazione di Re Edoardo . 

D'ANCONA: La Toscana nel 1799 

LUZIO: Il processo Pellico-Maroncelli . . 
MOI.MENTI: L'origine dei giornali 
MOSCA: La municipalizzazione dei pane a 
Palermo nei secoli XVII e XVI II . . 
» La nuova opera di Guglielmo Fer- 
rerò 

NEGRI: La battaglia di Abba Garima 

PRAUN: L'apertura delle tombe imperiali 999 

X X. : Gli ordini religiosi 136 

Opere pubbliche. 

BIANCHI: Il più gran tunnel del n fto 40 

TURBINI'! LI : Le ferrovie elettriche Valtelli- 

884 

La posta elettrica ' H '>1 



nesi 



rojsie. 



Romanzi e novelle. 



1 1 wii \m aa lampada pompeiana . 

GI< »nGII 111 i UN I HI la log 
\i> iSCHINi i risiano •■ Isotta 

i .liti i < a 1 rarii i ioan i . . 98 1 

m i.iii i imi della culla . - 101 

i .imi del ritorno . . 878 

NOVA! • I irhusto. Imi talita, Franz Schu- 

I Notte 16 

Itaria BOB 

S wti 1 ' >]■ del campanile < i ■ S. 

Varie. 

( IPRl VS1 M trucchi 

CONTI: ( ,1 ni.ii Il i arrar i 

DE AMICIS : La mia i 577 

GAVIANI: Dumonl il* 

i.mii i francobolli nella lotta uaglo boera . 493 
1 1 \ i \ \ : La misura 298 

ROVETTA V'ita e gloria del Guerin Meschino 
SCHERILLO: L'uso della camicia nei secoli 

v\ ■ w 32S 



BI BLIOGRAFIE 



Arte. 



Frani Malaguzzi \ alei i 719 Pica i ,- 

720 1007 Rici i 347 - Tumiati 



l ampi rtico 819 



Biografia 
Mazzini 16 

Filosofia. 



E ni. 246 ' Lombroso 1 19 100* Mari he ini 
\ mirili 51 — Platone 246 — Rozan 51. 



Geografia e viaggi. 



i ,.ii.i .[via 1008 



i orni naco 819 Ojetti 34' 



Letteratura e critica. 

i in. uni 344 i ii dm i i »3. r > i esaivo imi , 
n 1005 — Cremonini 1005 Federami nios — 
Gian) 145 — Giannini 51 — Ma/, 
/nielli |ih«< Muraioli 50— Pacano 245 — Panzacchi 
Pavollni 1004 — Pellizzaro .".:> — Polinnia 620 
Si hlpa ■• i forraca 135 



i 



\ 



Medicina. - - Igiene. 



Musica. 



Poesia. 



li. i ìsìo si: _ (inni his - i ■ 
Mancini 719 — Mai ianl 346 

i \ i. 



Psicologia. 



Pao 

Mi !43 Brocchi .".; Capuana lira — 

" — Dadone 133 Deledda 718 Dlotallevl 

817 Foè US Gatti ti: ki 144 Kipling 49 

Mi rie 147 Menasci 1004 Norsa 718 ( ■ 
U20 Pirandello 243 Rod ?18 Sauvin tit — 
Li, ii- i.i long 718 Térésab 345 Vanzl Mussini 
345- Venturini 134 - Verni nm; Zoppis 19 
/ li 1003 

Scienze. 

Giglio-Tos 52 — Giovannozzi 622 Loforti 1008 

Sociologia e politica. 

B i ili 818— Chimlentl 347 — Loria 1007 

Mej ni. r 623 — Pierson 149 — Poggio! ini 623 - sin. 
gè 150 — Tolstoj 819 — Zi. pin.Ia 246 

Storia 

Irla Bertolinl 547 Bragagn 

i appelletti ^47 - conti 346 Errerà 51 Felli 

i 136— Frali sin Giani 436— La Giovine Italia 
621 — l.oevmsi.ii 346 - Raulich 819 Rompe! 148 
Siotto 436 Vismara 437, 



i uirailiiii unii; 



Teatro. 
Franchete 
Varie. 



Viratili 53 - Barnabal 53 - Brofferio 820 
Broussolle !48 Fumagalli 624 Mellerio 54 - 

\l. .nalili li.'i l'eli-ai ,'ts Hai,, :»7 Interstei- 

ner 53. 

RIVISTA DELLE RIVISTE 



Archeologia. 



I megaliti della Bretagna .... 

La grande scoperta archeologica nel Fon tt. 
mano . , 

Arti. 



365 



: 



Vrazzi e gobelins 

i 1 1 ii aturistì americani UH 

i .une lavora uno scultore ... 1031 
Francesca da Rimini e i Polentami 

Falsificazioni artistiche .... 1137 

(Ili alfiesi-hi ih Bramante 842 

L'arte assira !^> 

I arie ili ill|,|li ■- il e ri, il : !•.•! 

l.a casa della bambola 

■ : i ' i , i V l i ... ... 

La donna nell'arto veneziana . 

i e braccia della Venere di Milo 

L'ideale femminile ne! Rinascimento i: " 

Nuove porcellane nordiche ... 660 

Per la difesa di Roma ... 

Salome nell'arte • • 

Un'oasi liane 

Astronomia. 

intoi no alle eclissi 

i uà notte con un astronomo 

Una nuova stella I1M 

Geografia e viaggi. Osi e costumi. 

ìi, i e in un giorno 
mazla 



Gli eroi del Niagara 

Idoli e idolatri • • • 

H i .invento dei Mechitansli nell isola Sai 

Lazzaro presso Venezia 

Il siro del mondo per 5 soldi 

Il golfo di Napoli 

Il sultanato dei Migiurtini ... 

In bicicletta nel Madagascar 

I negri in America 

I popoli nei loro idoli 

La città della birra 

La città rotolante 

La Corea 

La pesca del tonno 

La posta in tutti i tempi 

L'aria delinquente 

La scoperta d'una necropoli 

La tratta dei negri 

Le esplorazioni polari 

Le tragedie dell'oro 

Lhassa. la Roma del Thibet 

Nel mondo dei fumatori 

Nel paese dei Califfi 

Per trovar marito 

Sulla montagna 

Una città sui trampoli 

Un lago che scompare 

Una metropoli originale 

Verso il Polo 

Vita medioevale inglese 



Pag. 
558 
960 

79 
735 
440 

57 
1052 

67 
1048 
643 
544 
189 
667 
631 
634 
822 
731 
547 

83 

468 

63 

1042 

1023 

1123 

844 

354 
1134 

955 

641 



Letteratura. 



Canti d'amore 

Curiosità dei mondo epistolare 
Dietro le piste 'li un circo 
Francesca da Rimini •• i Polentani 
1 risaltati di un'inchiesta poetica 
La biblioteca di Giosuè Carducci 
La nostra lingua nel Piata . . . 
Shakespeare o Bacone '...... 



Giornalismo. 



66 
379 



Donne giornaliste 

I giornali giapponesi 

I più vecchi giornali francesi *] 

Guerra e marina. 

Collesercito di Menelik 6497 ~ 

Cose di marina J™ 

Duelli studenteschi •*!' 

I drammi del mare 1( ^ 

II più potente cannone *7J 



In lotta col mare 



831 



La cavalleria d'acciaio im J 

La fine delle grandi corazzate .... 9U 

La marina inglese e giapponese .... w~-* 

L'automobilismo sottomarino 7 *< 

Le truppe alpine svizzere 

Pescatori di tesori 



Invenzioni e scoperte. 

Corriere scientifico 

Fabbricatori di santi 

Fra i camini 

I barilotti galleggianti - • ■ 

II contributo dell'Italia al progresso del secolo 

NIX 

Il latte in polvere 

Il petrolio sostituito al carbone 

Il pianoforte che scrive 

Il principio meccanico del volo 

La corazza di seta • • • 

La fabbrica dell'oro nel paese dello zio Sam . 

La fotografìa del moto 

La fotografia dei lampi 

L'armoniografo 

La materia è viva ? 

La pittura alla locusta 

Le campane 

Le case che si muovono 

Le frodi fotografiche 

L'ultima scoperta scientifica 

Monete false 

Nel cuore di un temporale 

Una fabbrica di aereostati 

Un cavo sottomarino 

Voci artificiali 



Pag. 

353 
367 
151 
.'.62 
576 
653 
89 



Medicina ed igiene. 



Bagni di mare e nuoto . . . 
Chinirgia animalesca ... 

Forza e salute 

Ginnastica e salute 

Giuoco e forza 

Il bimbo in fasce e la sua culla 

I mestieri pericolosi 

I popoli a tavola 

La bellezza per mezzo del riposo .... 

La cura del moto 

La guarigione del cancro 

La luce che guarisce 

La Nuovaiorchite 

La sieroterapia della febbre tifoidea . . . 

La temperatura dei beoni 

L'influsso dell'alcool sull'organismo umano 

L'ospedale della bellezza 

Per la vita umana 

Si può guarire dalla vecchiezza? 



750 



1120 



Mode. 

Come nascono le mode 
Gli artifizi della toeletta 

I cappelli di Panama 

II cappello a cilindro 

Il re della moda e dell'eleganza 

Intorno a un costume 

La bellezza, arte e martirio .... 
L'uniforme dei deputati in 1- rancia 
Stoffe antiche ... 

Toilettes new style 
Università di barbieri 

Opere pubbliche. 



849 

1036 
855 
382 

1106 
364 

1122 
368 
726 
•257 
262 
370 
85 
77 

W17 
477 
539 
371 
261 



556 
927 
478 
747 
654 
721 
550 
59 
657 
475 



550 
471 
464 
753 

178 

922 

355 

1136 

449 

61 

249 

570 

254 

574 

1111 

1106 

470 

1025 

729 

924 

760 

737 

748 

186 

1046 



Fra le ferrovie „■,»,., 

I nuovi lavori di sbarramento del Nilo 

Le ferrovie bizzarre 

L'istmo di Panama 

Un miracolo di ingegneria 



Politica e storia contemporanea. 



Come trionferà l'Inghilterra 

Il nuovo profeta dei Mormoni 

I Russi in Asia ... 

L'avvenire dei popoli di lingua inglese 

Le atrocità americane 

Polacchi contro prussiani 



Psicologia. 



Perchè si piange 

Vi sono fanciulli di genio ' 

Ritratti, profili e aneddoti biografici. 

Come si arricchì Chamberlain 

Emilio Zola sul tavolo anatomico . . . ■ 

Gli occhiali di Bismarck .... 

La vera « Signora di Monza ■ 

l'esordio letterario di Leone rolstoi . 
L'eroica milanese capostipite di sei dinastie 
Nel centenario di Augusto Comte . . . 



541 

348 

821 

456 

72 



78 
367 
671 
•259 
730 
380 



Ì.Y.' 

959 



89 

479 

178 

286 

1009 

93 



Pdfl 

l'irti: i CI! I SI 

Scienze occnlte. 

i 
i ricordi spiritici di uno Bclenzial 

Nel i 929 

ite 1139 

\. 165 

69 

Sociologia. 

Il in femminista nel mondo 75 

i l I dei linciaggio 90 

nlmali 

I e i ili-nna ... .62 

ivr di ; delinquenti 

ladri ... 

! ragazzi di 3 Uniti 362 

Statistica. 



Pag 

i "un mini uhi gli animali ... 263 

Pra gli smizzi |024 

Fra i microbi 
Fra i pinguini . 
i i i ragni . 

«•Il animali scomunicati 

i cani agenti ili polizia 

i cani delle praterie 1103 

i iiiiiusanri N5 

Il gran serpente di mare . . 86 

li \ leggio d'una goccia d'acqua . 

i pesci dorati 

li morale della vita degli animali . 94] 

La previsione del tempo :i~4 

I e bizzarre forme dei flocchi di neve . . 191 

I.e code 

Le orme degli animali . . 746 

Leoni domestici 

Le piccole meraviglie il. 'ila natura 

Le scimmie a tavola 180 

abissi del mare imo 

Pappagalli ammaestrati 
Sanimi' alldlio 

Imi pianta carnivora 

Teatro. 



... 183 

. . . liti 

(ili alberghi svizzeri 11 li 

(.li uomini pin ricchi del mondo 379 

i.r.iinii uomini e uomini grandi . . .477 

: una guerra 361 

lo mezzn al ghiaccio 953 

La diminuzione della popolazione . . 561 

la produzione del carbon fossile 185 

L'avvenire dell'oro 168 

i i' - in:.; 

I i sugli esami 1144 

Storia 

Fra ne .625 

l filibustieri 171 

il principio di Montecarlo . . 1040 

I prigionieri dello Spielberg in luce austriaca . 537 

La cu 930 

La Corona ferrea 1^', 

I a l 561 

e pirati a \l 767 

Storia naturale 

Annua], v< li nOBl . . 554 

Arti e mestieri nel regni delle bestie 944 

Bolle di sapone e bolle d'aria 459 

Che cosa contiene l'uomo 853 

ioni. iti -1 trasformano in brillanti . 169 



I drammi di Sada Jacco 

II teatro all'aria aperta 



375 

923 



Varietà. 



Danze sacre e profane B27 

I balocchi e la loro origine ... .174 

I cani poliziotti 949 

t circhi del Nuovo Mondo ... 463 

I francdbolli preziosi ... ! 106 

II linguaggio dei vagabondi ... i>47 

Il prezzo dei topi 747 

Il tabacco e gli scacchi rispetto alla civiltà 85 

In un circo equestre 90 

I più grandi macelli del mondo . . 1018 

La donna pompiere 444 

L'amore dei fiori 556 

L'aquila di Savoia . . 

L'arte della fuga . 273 

La scuola delle mogli 563 

Le principesse disponibili 73 

Libri costosi 95 

L'università mussulmana 

Mascelle forti 

Nella patria delle bistecche . 1105 

Pasticcerie regali 75» 

Per la fortuna . . uà 

Quanto costa un cucchiaio di legno . 948 

Tra furti e scassi *<50 

Un archivio fotografico a Parigi . 361 

Un seminario di domestici . 66 

Tra i pompieri 




Ammo-II 




NVM-I 



•La Lettura- 



Gennaio 




RIVS7A-AVEN5ILE- 
DEL-(pRRIE.RE.- 
^j PELLAGRA" 





• 19OP 



Olbrieh e la Colonia di Darmstadt 



->v» 




redo che il battito del cuore non abbia la- 
sciato prender sonno al mio amico archi- 
tetto la notte che precedette il nostro ar- 
rivo a Darmstadt. Da giorni e giorni gli leggevo ne- 
gli occhi l'assiduo pensiero. 

Né la Alte e la Neue Pinacolek di Monaco, :iè le 
squisitezze barocche dello Zwinger di Dresda, né 
le lusinghe umane della Friedrichstrasse a Berlino, 
ne i pensosi castelli del Reno avevano potuto at- 
tutire la sua malcelata impazienza. Ed egli . che 
aveva girato mezzo mondo, provava ora ad un 
tratto un'improvvisa nostalgia della patria, un bi- 
sogno urgente di rivederla. Ed io pensavo soiri 
derido che Darmstadt e l'esposizione della sjia 
Kiinstler-Kolonie erano sulla via del ritorno. 

La sera era bella. 11 treno correva veloce tra le 
pinete e i prati dell'Assia. Francoforte, la città 
magnifica, e l'affollata Zeil, e il delizioso Palmeti- 
garten, e le torme di misses vestite di bianco e di ri >a 
ritornanti colla racchetta in pugno dai tennis su- 
burbani, e la lunga fila delle carrozze reduci dalle 
corse, erano scomparsi come un sogno, l'n fulgido 
cielo di smeraldo fiammeggiava sulle nere sagome 
dei casolari fumanti, sulle linee ondulate di umili 
colline profilate all'orizzonte. Le nere barbe dei 
pini, le fogliuzze degli ontani, gli steli rigidi dei 
canneti si intagliavano nitidissimi in quel chiarore: 
la poesia tenera e grave della sera sulla campagna 
scacciava le immagini mondane della febbrile esi- 
stenza cittadina. Ma l'amico architetto non pareva 
accorgersene, assorto nel suo pensiero. E a un punto 
alzò il capo, e disse: « Sei certo che ci avrà asj 
tati, Olbrich? ». 

La Lettura. 



V'era da un lato nel compartimento una coppia 
di sposi elegantissimi, di quegli strani Tedeschi fatti 
Americani, che parlano tedesco con spiccato accento 
inglese, e nei quali il carattere teutonico originario 
appare travolto e trasformato dalla magica potenza 
assimilatrice della razza angle sassone Idia era bel- 
lissima, e, come avvolta in una odorosa nuvola di 
trine candide , la sua persona agile e felina vi si 
agitava con un'irrequietezza morbosa, profonden- 
dosi nelle più terribili moine di cui sia capace l'au- 
dacia di una sposa inglese per esasperare i nervi 
dei compagni di viaggio. E dal Iato opposto del 
compartimento un'altra coppia di sposi sembrava 
posta dal destino umorista a procurare una COmpa 
i.i/ ione etnografica: il professore cinquantenne bar- 
buto e panciuto, scapigliato e trascuralo negli abiti. 
che ha sposato la ragazza trentenne, povera, non 
bulla e inelegante, per cui non ha ohe rari sguardi 
e modi i.iic premure. I. costei guardava con occhi 
infinitamente tristi quella fastosa eleganza d'oltre 
oceano e quell'audace ardore voluttuoso, e bev 
col pciic . ppresso dall'invidia quel profumo di vio- 
letta bianca e di amore... 

Ma l'amico architetto non aveva occhi per la psi- 
cologia. Anzi disse con un sorriso di compatimento 
sprezzante: « Questa gente ci ascolta parlare di 01- 
brich e nuli mostra nemmeno di accorgersi ili que- 
sto nome: essa non immagina nemmeno 'li passare 
accanto ad un uomo e ad un'opera dai quali prende 
inizio un nuovo periodo della storia dell'arte... » 

L'improvvisa fermata interruppe le sue m ;din- 
ennie. Fa 1 1 trovai - : ad mi tratto piombati 

dall'animazione fa-' 1 1 rano [ ''e nella tran- 



LA LETTURA 






-l*m,T-vn*nt 




^ p 



^sBL-m-i 




Casa di lavoro della Colonia di Darmstadt 



quillità morta 'li quella cittadina ili provincia. Cam 
minavamo malinconicamente sotto gli arsi fanali 
«li un viale deserto, quando mi sentii afferrare ira 
provvisamente il braccio. « Guarda! » mi ■ liss< • la 
un lampo negli occhi. 
Una strìscia ili carta <-ra appiccicata al muro; e 
su di essa era scritto in caratteri stilizzati: All'I 

« Olbrich! i ri ili Olbrich! Ha : Uto 

tutto! •. 

Ed ii> sorrisi i ido l'unghia del leone an 

che in quell'umile avvisi E salendo le scale del 
l'albergo ed affacciandomi alla finestra della mia 
camera e guardando oscure massi- di verde e con 
fuse linei- ili edifizì ignoti, mi domandai: Qual'è 
dunque il fascino ili quest'uomo ch'è riuscito a far 
attuari' ila un granduca tedesco del XX secolo un so 
no ili un principe del Rinascimento? Ma 
la domanda rimaneva senza risposta. Un'ala ili 
vento frusciò nel fogliame, e da lungi giunse un 
fievole suono ili hainla cogli ultimi accordi dell'ow- 
■■cTtiiTc del Tannhàuser. 



Il giovine granduca Ernesto Luigi ili Assia 
dt ha dimostrato ai suoi colleglli e parenti 
mezzo I" con nato euro- 
peo), che, malgrado i progressi dell' id sia. 
resta ad un principe qualchi più nobile e 
<li più utile da compiere che non sia il mettere la 
sabbia a m nistri, i |ua Ichi o a che nes- 
sun presidente ili repubblica, nessuna assemblea le 
tiva, strumenti immediati e dei desi- 
deri '■ delle idee della moltitudine, possono fare: ha 
un; i Ionia 'li artisti : | 
chife e ori ori e resel 

nelle sci nui . ' ; ra 

ualchi dum pei de • rari- il 
qualche altro. Mo : il prim i] 
per ila\ \ • avuto uno sgu 

più acuto ili quello d'un qualunque assesson del 
lizia urbana. Kgli ha dir 

-ori- della più bella delle due 
copii una del borgomastro Meyer . ili 

1 1 bein 1 1 i chiamato nella sua 

nel più I "•' : '' ■ della 



un ampio terreno ad un affitto irrisorio di qualche 
centesimo al metro quadrato, e non ha imposto loro 
.iltm obbligo se non ili risiedervi e ili lavora 

Grazie a questo sogno ili poeta, che sarà seni 
brato pazzesco e che avrà fatto fremere ili indigna- 
zione ogni anima borghese o socialista, Darmstadt 
è divenuta quest'anno la Mecca degli studiosi, e cen 
tinaia ili migliaia ili persone hanno imparato ilalla 
esposizione delle dimore della Kiinstler-Kolonit 
pili scienza estetica che non in dieci anni ili il 
guarnenti > teoretico impartito nelle università pop. 
lari governative. 

Josef Olbrich architetto, Peter Behrens pittore, 
Hans Christiansen pittore, l'ani Biirck disegna- 
tore, Ludwig Habich scultore, Patriz Huber deco- 
ratore, Rudolp Bosselt bronzista e gioielliere, so 
no gli artisti chiamati dal grandui a 

Ma l'anima «lì inno ;• stato Joseph Olbrich, il 
giovanissima architetto viennese, il più vivace ram- 
pollo della scuola <li Dito Wagner, elle in |H*-hi 
anni di' multiforme attività ha messo a rumore il 
campo dell'architettura e quello della decorai 

■ oli audacie decorative, bizzarre, discutibili, impro- 
I rie magari, ma improntali' ili una originalità ili 
concepimento e <li ima genialità 'li elaborazione che 
non hanno uguali nel campo 'lei rinnovamento t 
tiro moderno. 

Il viennese Olbrich, chiamato a Darmstadt dal 

granduca, cadde rome una bomba nel pacifico 

campo dell'arti tedesca. In poco più il' un anno 

sette palazzine, alle' quali vennero ad aggiun 

i quella detta ilei principe e destinata ad 

■ spitare i laboratori degli artisti, e due app 
mini al fabbricante ili mollili Gluskert , noi 

li Spielhaus, la Blumenliaus e il Gebàude far die 
Flàchekunst, mumt' .innate ili lutto punto, e per 
la massima parte su piani dell'OIbrich, il quali 

segnò tutio: architettura, ili razione esterna '-'l 

mi' ma. mollili, utensili, stoffe, inferriate, cancelli, 
giardini, aiuole, cartelli, libri; e nel mese di mas 
.'mimi la pittoresca colonia era aperta al pub 
blico, riunì- esposizione 'li ambienti domestici pre 
sentati, per i-osi dire, nella loro vita! 

t 'he rosa non se i" disse "i Germania! •■ S 
ionie la chiamano? mi diceva un arguto architetto 
della " 'hia scuola: la Vafren Austellung; l'espo 
dizione dei pazzi > 

\1 i i fedeschi sono un popolo ragionatore e-' e- 




SALA DELLA i OLONIA DI DARMSTADT ALL'ESPOSIZIONE I»I PARIGI. 



LA LETTURA 



i m In r it i campioni del ci 

ch'era un 
ed un documento della 



pazienza salivari 

! ripide \ ii 'Iella i 

■ il.i colonia, curiosi 'li vedere nel 
■ \ ìdamente studiate ni III- ripn - 

Ielle ri \ isti- '. 1 1 sole era cal- 
ili montagna, l'i i 



La pa na dall'I i forma 

ed i gnuna 'li ■ sse o inti neva un cartellone 
I» r richia bbricanti 'li cose in stile moder- 

no, i llone era dipinti i su tela dal 

brich e dal ( n tiansen i li i uole che si 

iii -li - 1 1 . \ ain ; lungo il re- 
cinto, disegnate pur dall'Olbrich, a combinazione di 

metrichi nello stile a lui cari '. erano 
|" ni i ni una gamma 'li fieri a masse ili colori puri 
intensissimi resse e turchino sul fondo verde del- 
rba, d'un ' ••■ originaliss ni i I» Dissimo. 
I tcciammo innanzi an dopo 




Huber: Studio per un camino. 



ba fluttuava al sole. \" ; . salivamo Ira villini e 

mi |»-r la ri | > i della collina. Ed eccoci 

all'ine al sommi . sulla MafhildenhOhe, in un pi 

prati e 'li albi ni dell'in- 

5] ■ isizione ci arrisen i in fondi i a ille 
il babilonese, 
un pan ssismo 'li i 
i am ■ dalle larghe lim-e ri- 
ni 111 di Paul Hurek ehi- ne 
fianchi e rappresi ntai l 

iitclleltualc i ' 
arielli alti dalla superba 'aria <lri vini 

illustrata dal Hurek all'opuscolo i rat ivo 

dal Behrens I 

I una ili - 



eravamo sul sommo del poggio dov'è stata '"strutta 
la Ernst-Ludwighaus, la casa detta del prim 
ma 'In- in realta espila i laboratori degli artisti. 

Ina larga scalea a mattoni smaltati gialli e tur 
chini saliva all'ampio arco della porta, E dai due 
lati sorgevano due colossali figure ili pietra 
naria, l'Uomo e la Donna, opere ili Habich, i 
eui larghezza sintetica rivive veramente la serenità 
diosa dei '"lessi egizi. 

I i'i las ìù la coli mia ci appariva dissi minata ai 
piedi Uni stuolo di casette sorgeva attorno 
fra i giardini in fiore. Ecco a sinistra la casa del 
l'Olbrichj a destra quella del Christiansen ; più ol- 
basso luelle del Deiterz i del Keller, quella 
tutta del ] l.il'i'li . la bizzarra Halle 

fùt die Flache Kunst, I" Sfitlhai t, le dui 




LA GRAXDE HALL. CQN VISTA DELLA -ALA DA PRANZO. 



<l 



LA LI l'I l R \ 



juella >ii Peter Behn ns 
\i « I ii la festa dei 

_ i. sse e iddi, 

. . le asse delle piante 

-in muri, < rami dipinte in rosso vivo; le porte ili 

, : fianchi i porta della 

1 1 - mpegg avano d'oro sul candore 

villa In ti '<<•//, la « i !asa delle rose • 



forme e di quei colori, e il tentativo, per |uanl 
guale nei suoi risultati, discutibile nei particolari, 
eccessivo talora ili audacia, conquistava con un fa- 
scino di simpatia e ili forza, ili ingegno e ili fan- 
i. ili abilità e di stile Lontane colline boscose 
e azzurrine cingevano l'orizzonte, veniva un caldo 
profumo 'li fieni falciati .sull'aria pura e punge 
il cielo brillava: pareva veramente una primavera 




Lavabo. 



sotto la limpida sferza 

dalle Comici ili le- 

>lentemente in ros ■ t, dai mi 

urchini del bon 

_ ardino fiammeggia- 
udaci opposizioni d 
luri puri. Un'ilari un Impeto di sangue 

vante pei 

rima di '|'!< Ut- 



ili forme sona improvvisa nella primavera 

natura. 

* 
* * 

Ma Joseph Olbrich ci veniva incontro. L'archi- 
tetto ormai famoso, spauracchio ili tutti n M archi- 
tetti di scuola, l'uomo che ci era staio dipinto come 
il semidio onnipossente di Darmstadt, il prodigioso 
re ili quasi tutta quella enorme somma ili la- 
voro, i-i apparvi nella f< rma ili un giovinotto tren 



OLBRICH K LA COL< 'MA hi DARMSTADT 



/ 



tenne, tarchiato e floride, tranquillo e sorridente. I 
suoi guanti candidi, i calzoni bianchi, le scarpette 
bianche, in quell'ora mattutina, facevano sbarrar 
tanto d'occhi ai bonari visitatori del contado. Ma 
bene spesso un sussurro si elevava al suo passaggio 
e qualche voce diceva con vivacità soffocata: 01- 
bricli kommtl Olbrich viene! ed egli passava fra 
la folla divisa, con un sorriso felice, non senza una 
'•erta olimpica serenità sul volto. 

Sotto la sua guida procedemmo alla visita. Le 
casette completamente mobiliate ed arredate erano 
visibili dal soffitto alle cantine e la folla non ne ri- 
sparmiava il minimo angolo. Per la massima parte 
i disegni della decorazione interna, dei mobili, delle 
stoffe, dei ricami, degli arredi sono dellOlbrich : 
in minor parte del Behrens, del Christiansen. di 1 
Huber ; e come noi domandavamo sorpresi quanti i 
tempo avesse richiesto la creazione della colonia, 
egli rispose con un olimpico sorriso: « Quattordici 
mesi. In quattordici mesi abbiamo fatto tutto: di- 
segni ed esecuzione ». 

— Non siete stanco? — disse l'amico architetto 
che guardava con una certa invidia quella solidità 
di costruzione umana. 

— Punto, rispose Olbrich col più dolce dei suoi 
sorrisi: ho il lavoro così facile ! 

La somma del lavoro e l'unità dell'indirizzo sono 
le caratteristiche che più colpirono chi visitò quella 
memorabile esposizione. Per quanto si possa discu- 
tere quello che si può oramai chiamare lo stile del- 
l'Olbrich. bisogna riconoscere ch'egli lo ha applicato 
con una logica, con un'energia, e con una ingegno- 
sità che ispirano rispetto ed ammirazione. 

Come descrivere quell' interminabile sequela di 
stanze, dì mobili, di arredi ? In quella ricerca della 
forma nuova in ogni minimo particolare, l'Olbrich 
e i suoi colleghi hanno profuso una grande somma 
d'ingegno, ma soprattutto tesori di volontà. E se le 
forme non appagano sempre, tesori di colore vi sono 
accolti, armonie, audacie, trovate da esaltare l'ani- 
ma di qualunque pittore abbia il senso della bel- 
lezza decorativa. Per questo rispetto, Darmstadt se- 
gnerà veramente una data memorabile nella storia 
dell'arte. 

Quante soste dinanzi all'ingegnosità di una ma- 
niglia, la dolcezza di una vetrata, il fascino di un 
tappeto, la sontuosità di un mosaico, l'invito sug 
gestivo di una finestra sporgente! 

Pi divertivamo a osservare la folla: la pente del 



pop tic guardava ci n curiosità benevola, disposta a 
imparare: i piccoli borghesi ammiravano il luss. >: 
la borghesia colta, esperta in Louis XV e Empire, 
torceva la bocca: i gàm verriickt «roba da pazzi». 
e gli erscheckL hi - spaventoso », erano frequenti. 
Ma Olbrich narrava: « In tre mesi: duecentomila 
I i rsone, e centomila marchi di vendile. ». 

E parlando ci avviammo verso la Blùmeji, 
la casa dei fiori. Attorno ad un bacino dove le im- 
mense foglie della Victoria regia galleggiavano sul- 
l'acqua, in nicchie illuminate dall'alto, i fiori erano 
disposti non secondo l'anarchica mescolanza cara 
ai nostri giardinieri, ma per masse di colore con una 
sapiente ingegnosità decorativa; e come era il mi 
dei gigli, la casa raggiava di un candore virg 
rialzato da note di fiori violacei. 

Ma la sorpresa maggiore ci attendeva al risi 
te. Nel poetico spiazzo dei platani, nel Platanenhain, 
le sedie tinte in rosso facevano una macchia san 
guigna sotto il verde tenero dorato d'occhi di sole. 
La tovaglia a due toni era su disegno dell'OIbrich, 
i coltelli, i cucchiai le forchette, le saliere, le ca 
raffe, i vassoi, i tondi erano su disegni originali del- 
l'OIbrich ; l'oro liquido dei deliziosi vini del Reno, 
Rudesheimer, Gensenheimer, Johannisbi rger. la bion 
dezza verdognola dei vini della Mosella, /.ritinger e 
Brauneberger, scintillavano nei lunghi calici attorti 
disegnati dall'Olbrich. La carta dei vini, specie d'in- 
folio maestoso, era ricca ili decine di illustrazioni 
in legno, geniali creazioni decorative di Paul Bùrck, 
e il tavoleggiante ci spiegava che tanto ne era il 
successo che s'era dovuto stampare in ogni foglio 
un bollo dicente: rubato al ristorante di Darmstadt, 
per ovviare ai furti. Che più? Mentre la Wiener or- 
chestre suonava un two-steps indiavolato di Souza, il 
programma che andava a ruba era inquadrato ila una 
vignetta dello stesso Bùrck... E l'abito dei camerieri 
turchino a risvolti mssi era evidentemente opera di 
Olbrich, e persino gli avvisi appiccicati ai tronchi 
erano nei geniali caratteri messi in uso dall'infatica- 
bile agitatore... 

E come la notte era scesa, nello Spielhaus c'era 
ballo, e. sotto la bizzarra volta trapunta di violetto 
cupo, le bionde Assiane roteavano nei giri del boston. 
o La Kùnstler-Kolonie non .' dunque una colonia 
ideale 5 » dissi volgendomi all'amico. Ma egli si era 
o presentare ad una vivace fraulein, e parlava di 

Olbrich. 

Enrico Tiiovez. 




. , Olbrich : Schizzo per la casa di Habich 

fUjT '"' N ' a Darmstadt. 




Prospetto del palazzo da erigersi verso via Ratti. 



Nella, vecchia. Mi la. no 




| ra qualche amici vie spaziose e dhitte 
sorgeranno sulle viuzze degli Oratici ijei 
Ratti e degli Spadari. Un sontuoso quar- 
tiere si pianterà su quei terreni, i jI en rmi pa- 
lazzi, cogli ufrV i. colle 1 lanche, quasi segnacoli della 
granii'- industria, rinascente sul cepp ;ermo- 

i ri mi i quelle arti per le |ua 1 1 M ilano 
fu grande, ove vissero mille ignoti artefici il cui 
nome si perse nella gloria della corporazione. 

\ \l 
trali qui 

ali. Meni re ancora da poci i tempi 
molti ricordavano coi loro numi li divi 

indù le pi «-he- rimaste dovi mpa 

piano regolatore. 

hia 

polo, malgrado l'unificazione della 

■ I I ves lungh » in o m 

trapposto agli « Oreves curi ». ch'era il tratto già 

• da via Raul al ( !i irdusii i 

iella massima parte 



Le abitudini eli lusso, il negozia arioso, la mo- 
stra civettuola, eran cose sconosciute in quelle bot- 
teghe . poste a ridosso dei più ricchi magazzini 
della città. Mentre le botteghe consimili s'erano an- 
date- lentamente modificandosi, per adattarsi agii usi 
ed ai costumi moderni, in quell'angolo della véo 
Milano esse erano rimaste tali e quali abbiamo l'a- 
bitudine di vederle sulle stampe elei Cinque e del 
Seicento. Erano composte i\-i una sola camera a 
no, sempre oscura, perche- la luce veniva solo 
dalla strada e perchè buona parte dell'ingresso era 
otturato dalla piccola mostra, la quale obbligava 
spesso d compratore ad i sbieco. Esse con- 

servavano poi intatta la tradizione dell'insegna don- 
dolante sull'ingresso, specialità ora condivisa 
dai parrucchieri e dagli alberghi di campagna. 

Ripre duciami alcune eli qui ne d'i Telici 

d mercanti d'oro, in uso a Milano nei se - : Wlll 

e XIX. 

L'uso elesse i antichissimo e leggi speciali che 
rime iiii.in. . al secolo XIII difendevani e- regolavano 
l'uso elei cosidi mi di bottega ■ che più tardi 



NELLA VECCHIA MILANO 



ciascun maestro doveva depositare nel libro tenuto sati un a li signorile magnificenza e a 



dal ni ■darò del paratico. « Niuno di detta Arte ar- 
« disca tenere nel libro delli segni di detta Arte. 
« ne nella bottega più di un segno, ne mettere in 




ano c/Oo/elLi 

(f'/t-'Acc' nello. Lontrata. ?c 
■f~c ILtchele ctù 9allo al Segno 
^ItaCarr* 





Segno di bottega di Gaetano Boselli. 
orefice milanese (1790 circa) 

« libro, ne alla sua bottega alcun segno il quale 
« possi immutare, et rappresentare il segno di un 
« altra persona di detta Arte, ecc. ecc. » (*). 

Delle marche degli orefici v'è già menzione ne- 
gli Statuti piacentini del 1277, ove si stabilisce che 
i fabbricatori d'anelli debbano apporvi simili spe- 
ciale signutn... ita ut togtwscetur (**). 

Questa marca, che veniva posta sull'oggetti ed 
era riprodotta anche sulle casse entro alle quali gli 
oggetti stessi venivano racchiusi, è facile supporre 
come dovesse servire anche ad indicare al pubblico 
in un modo grafico l'ubicazione del negozio, in tempi 
nei quali mancava la numerazione delle porte e 
l'analfabetismo era generale. 

Ci siamo diffusi un poco sopra questi segni, per- 
chè coll'atterramento di via Orefici scompaiono pure 
dalla città gli ultimi avanzi di una gloriosa indi- 
zione ci ■mmerciale. 

La via certo deve aver presentato nei tempi pas- 



(*) Statuti, ordini et privilegi dell'Arte et università 
de gì' orefici della Città e Dueato di Milano, Milano, 
Pontio, 1554. pag. 23. 

(**< Monum. hisl. ad Prov. Pam. et Plac. pertinent. 
Voi. V, \ 358, pag. 96. 



fuor di luogo ricordare l'ampoll rizione la- 

sciataci dal Torre : 

u Riguardatele bene (le due vie Orefici lunghi e 
« corti) che essendo ogni Bottega ricca di preziosi 

« metalli, si d'oro quanto d'argento, credereste, che 
« entro di loro riavesse il Vincitore Annibali' vo 
« tati i sacchi di quegli anelli ch'egli seppe in i;.i 
« lia aggregare col valore delle sue armi. E le chia 
« mereste anche tanti Cieli stellati, mirandole | er 
ogni lato far pompa d'incassate luminosi 
« quasi constellazioni dorate » (*). 

Molto più modeste d'oggi erano le apparenze, ma 
non per questo i suoi abitanti avevano [jersa la di- 
gnità spagnolesca del Torre, e ricordiamo d'aver u- 
dito da un operaio che passò la sua giovinezza in 
quelle botteghe, come un giorno, circa cinquant'anni 
fa, tutta la via fosse in subbuglio perchè in essa 
veniva a piantar negozio un « magnano » (**). 
Sotto il fallace pretesto che la nuova industria 
avrebbe infastidito il vicinato, si aprì tra i diversi 
mercanti una sottoscrizione per indennizzare il cal- 
deraio e così, impedendo il batter cadenzato del 
martello sopra un metallo ignobile, venne salvata 
la dignità della via. 

Protettore degli orefici era il vescovo Sant'Eligio, 
nato in Francia, che da fanciullo aveva lavorato 
nella Zecca Reale di Limoges e poscia a Parigi co- 
me orefice cesellatore alla Corte del re Cintano. 
Questo santo, per tradizione locale, era anche il pro- 
tettore dei « Ferrari. Calderari, Speronari, Chicda- 
roli et altri uniti ». 



ANTONIO 



B07.7.0TTI 



reyuie/ e/ 







7 

■ 



Qsa&ifuca e- /verna? om& Nantes de, ^PùanJató/re /htUÌ^ 

siw C^ed& d'Cstraenàr; cerne- Sture? é&efoes AnK//?&e> 

yt^ Zaiter & <£/ore/ìr sirex&c>< 

Segno di bottega d'Antonio Bozzotti. 
orefice milanese (1840 cin B 



Tanto gli argentieri quanto gli orefici, usaron 
molto tempo festeggiarlo in una cappella di prò 
prietà del Paratico posta nell'antichissima ch'esa 
' San Michele al Gallo oggi distrutta. Negli sta- 
tuti dell'arte (1554-88-1730) non si fa una 



iokkk Carlo: // ritrailo M . — Milani). 
Agnelli. MDCLXXIV, pag. 250. 
Calderaio. 



Iti 



i \ LETI i R \ 




.■uni Bellano, spadaro milanese (1700-1735 circa). 



: 

esser » '-un apparati ed addobbamenti 

« superbissimi >, come narra il Morigia nel Tesorc 
frecioso dei Milanesi (pag. 120), ove enumera l< li 

i ani 1 nella 1 ittà 'li 
o La 1 ' ilche 

ora "gni. usandosi 
Ile 14 e 1 ima 



nendo le altri- ore a carico del principali , Anche i 
vicini spadari onoravano il loro protettore S P 
ii! .1 festa che ricorre il 25 gennaio: « El tutti li 

Maestri di botteghe et suoi lavoranti si congrt 
• ranno andando in processione con ogni divoti ine 
11 li Sacerdoti per la contrada de Spadari sin" 
■ alla chiesa di Santa Maria Beltrà altre de quat- 

111 più vicine pregando il Signore et il Pn 



NELLA VECI 111A MILANO 



I 1 



« tore San Paolo per la conservatìone ili tutta la 
n Università de Spadari... 

Le processioni dei paratici sono scomparse dalle 




mento ed era molto apprezzata da una parte dei 
frequentatori che in date circostanze preferiva il 
dormitorio di via Orefici .1 quello di via Ratti, 
se pagavansi soli 15 centesimi, non v'era però mezzo 
di sottrarsi con tanta facilità ad una visita inop- 
portuna. 

Po a distante da questa casa, intasi nel 1 
dell'isolato, eranvi sotterra gli avanzi di una an 
tica bottega che oggi serviva da iantina. Fotogra- 
fammo quel ricordo, ora sepolto sotto alle ni 
rie, come ultima memoria di quei vicoli passaggi 
che in antico dovevano intersecare il quartiere 

A ridosso di questa costruzione dal lato di via Spa 
ilari sorgeva il cortile della cosi detta 1 Pdrta del 

l'Inferno » che qua riproduciamo. 

Questa corte era nota a Milano per il suo nome 
tipico, originato secondo alcuni dai fuochi accesi 
dai forgiatori del ferro che anticamente vi abita 
vano, più probabilmente dallo speciale disordine 
in cui era tenuta la casa, dai profumi acri che e- 
manava e dal cosmopolitismo degli abitanti che la 
taceva sembrare una vera bolgia dantesca. Xon ri- 
arderemo i nomi di un verismo troppo volgare, coi 
quali il popolo battezzava alcuni ritrovi vicini ; ba- 
sti sapere che ad un buio cortile che dava l'ingresso 



Capitello con le cifre del Missaglia. 

abitudini cittadine e solo rimane un ricordo nell'uf- 
ficio funebre che i tessitori di seta usano far cele- 
brare il 26 settembre a Sant'Eustorgio e nel tra- 
sporto dell'olio fatto dai facchini alla lampada vo- 
tiva nella basilica di San Lorenzo. 

In mezzo a tante ricchezze sembrava quasi un iro- 
nia l'avervi posto un serrato rifugio a quello che 
seppero fare il loro debito » dice il Torre, e non 
pagarlo, aggiungiamo noi. Qui sorgevano, da tempo 
antichissimo, le carceri della Malastalla, chiamate 
anche in alcuni documenti, carccres malae mansio- 
ni!, destinate alla custodia dei falliti e dei debitori. 

Cercammo se in quel posto esistessero vestigie 
manifeste di costruzioni antiche per fissarne il ri- 
O n lo colla fotografia, ma esternamente nulla si ve- 
deva, né durante l'atterramento comparvero tra 
dell'edilizio. 

Confinante con quell'area sorgeva oggi una lo- 
canda che poteva a buon diritto portare il nome della 
Malastalla. tanto era il luridume che offendeva gli 
occhi. Lasciamo che i lettori giudichino da un par- 
ticolare il comfort e l'igiene di quel covile. 

La locanda, nella quale si pagavano venti cente- 
simi, offriva anche dei vantaggi alla sua clientela: 
al primo piano v'era un comodo ristorante ed ali ul- 
timo... la comunicazione diretta coi tetti del vici- 
nato. Questa via, che chiameremmo valvola di si- 
curezza, costituiva una vera specialità dello stabili- 




Archi di finestre antiche nella casa del Missaglia. 

agli appartamenti... dell'Inferno il < ìnab 
posto il nomignolo di a courtinett di lader»(*) ecome 
sovente la ronda faceva di notte, presso quegli af- 
fitta-camere, delle abbondanti selezioni cellula-' 



(*) Piccolo cortile dei ladri. 



I 2 



LA LETTURA 



anici le bru 

qui Ila i» irta, enl n i alla 







Orefici ed adiacenze. 

le lame e si brunivano le corazze, chi do 
tevan servire nei tornei, nelle giostre e sui campi di 

.1 i ar brillare la vi ai alieri e 

la perfezione dei nostri artefici. 

In |uesta porta teneva le sur botteghe il Mis- 
spadaro milanese del secolo XV, che 
u>a\ spadi colle iniziali del nume sor- 

montate dalla .Minna, come nel capitello riprodotto. 
In quel torno di tem] o Brescia e Milano, rii tleg 

giando nella produzi ■ delle armi, avevano ele- 

it'arte ad essere una vera industria artistica 
i alcune private raccolte cittadine, co- 
sempio le collezioni Bazzero e Bagatti-Val- 
gi pi issimi ricordi ili quel 
tempo. 

I ampi aitr/fe !. 
li il suii nume sull'armatura ili ferro di Car- 
lo, V conservai D'armeria di Madrid; il \e 
Bruiva la corazza pei Emanuel Filiberto, 
l'orino; Giovanni Antonio Biancardi fu il 
• principale armarolo non solo di Milano ma anco 
Italia » ; il I iella ( 'esa forniva la 
. Ani. ni. i Pio nino fucinai .1 spadi 
1 di ferro senz 1 lesione 
alenila »: il figlio federilo lavorava per Ales 
ridi I arnesi duca di l'arma, ed Antonio Rr> 
1 ( 'orte di Alfi uso | [ d'E ste dura di 

molti altri si norie 

Morigia iella 
(Libro V, cap XVII). 
N p : n e occupato dal Missa 

ori| che 

li [le boi 

ne li qui Ile 

■ delle lun 

ì-901) alenili 
ni muri | ha 



ni s] onden si delle nui 1 tri il di- 

ci > ! ^j.iis.i da maggiori dettagli descrittivi. 

Non potremmo seni un u rato studio, che spe- 
riamo pubblicare tra poco, attribuire epoche certe 
alle ni di questa casa, perchè numerosi fu 

1 1 rifai imeni 1 eseguii 1 

I . impressi n e rip rtata da un 1 ìame sommarli 1, ci 
conduce a credere che nell'assieme il cortile è del 
secolo XV, ma varie parti sono di epoche anteriori. 

Ricordiamo che le finestre sono circondate da un 
mi ti\o policromo frescato sul vivo dell'antico muro 
e che i mattoni del piano superiore portano inciso 
il motto Ave. Questi avanzi, |<r cura del locale ul 
ficio regionale per la conservazione dei monumenti, 
verranno trasportati al Museo del Castello (*). 

I echini armaiuoli ricordati più sopra apparten- 
gono al secolo XVI, ma la fabbricazione delle ormi 
e antichissima nella nostra città e la \ .1 degli Spa 
dari compare già con tale nome sino dall'anno 
1066 in un documento dell'Archivio di S 
brogio, ove parlandosi dei confini di San Sali' 
dice che a mare et monte tenent Spatam (**). 

Può secoli dopo i cronisti milanesi, frate Bonve 
sin della Riva e Galvano Fiamma, ci danno no 
tizie curiose sopra quest'arte. Soli enim labri lorica- 
rum .uni/ flures centum, così pino erano numi 
bissimi gli Mutarti clypeoi fabricantes e gli operai 




.'.-I- I I0O 



Via Stutilr, Il 



Schizzo planimetrico del conile e delle botteghe 
del Missaglia. 

che attendevano alla man/zanna delle canne <•} 
all'agemina delle armi. 

Parte degli armaiuoli avevano bottega nella via 
che d.dla Piazza dei Mercanti conduceva a « /' 



(•1 Le vicende di Milano duranti- là guerra con 1 
derigo l Imperatore. Milano, MOCCLXXVHI, pag. 

(••, Assaggi posteriori scoprirono anche degli affreschi, 
sul prospetto della casa verso via Spadari . rappresen- 
tanti del motivi ornamentali, due ritratti ed un'allegoria 
astronomica (16. 13, 001). 



NELLA VECCHIA MILANO 



i3 



NovJ, scu fimi, ab armatura icrrcis quae ibi fa- 
brkantut ». Più tardi quando forse andarono ad 
occupare gii Ann rari , quella strada . 
oggi Santa Margherita, divenne per an 
titesi curiosa la sede dei mercanti di 
libri e dei cartolai. Un'altra categoria 
che attendeva in modo speciale alle bar- 
dature dei cavalli abitava gli Speronari; 
nella Lupa i tempratori di spade, che 
usando apporre sulle lame da essi tem- 
perate una lupa, avevano forse dato il 
nome alla contrada ; al Molino delle 
Armi eranvi i brunitori che forbivano 
le spade e le corazze. 

Negli Spadari tenevan bottega i fab- 
bricanti di armi da taglio e di punta. 
Essi erano retti da uno speciale sta- 
tuto la cui prima edizione, oggi dive- 
nuta rarissima, venne pubblicata nel 
1583. Noi possediamo l'originale ma- 
il' scritto, il quale, dopo le due minia- 
ture rappresentanti San Paolo protet- 
tore dell'arte, porta questa nota cu- 

1 I ivi . 

« Statimi et Ordini Stabeliti della 
„( Università de Spadari, et Lanzari, ri- 

■ trovati dall'Eccellentissimo Senato, et 
« ricuperato da Gio. Maria Casato ab- 

■ bate l'anno 1609. qua] era stato ro- 

« segato da Sorzi, et se ritrova nelle mani del signor 



1 Si 1 tario Besozzi il qual la reposto nell'Ar- 
« chivio i. (*). 





t'urtile della casa del Missaglia. 

Gli statuti richiamano dapprima le usanze già 
in vigore sotto Francesco Sforza e sanciscono poi 
le nuove disposizioni. 

L'abate veniva estratto a sorte fra quattro nomi 
proposti dal paraticn. Sue ufficio era quello di giu- 
dicare ci mie amichevole conciliatore e procedere si nza 
lite, in tutte le controversie, frale persone del- 
l'arte o per motivi ad essa attinenti: non era per 
messo declinare la sua giurisdizione che nel caso « non 
ministrasse buona et celere giustitia » essendo con 
cesso allora il ricorso al Tribunale di Provvisione. 

L'abate nominava il « Tesoriere » e quattri 1 uf- 
ficiali, i quali riuniti eleggevano un « Notaio d'in- 
tegrità et sufficienza non essendo li Spadari litterati». 
Il paratia» interveniva con opportune largizioni a 
favore degli infermi di chi si trovava in bisogno, 
traendo i fondi dalle tasse pagate per poter eserci- 
tare l'arte. 

Lo statuto ci ricorda 1 nomi delle diverse 
di operai: fodratori. limatori, scopellatori, mani- 
chieri, lustranti, adoratori, imbomitori, i quali 

tendevano alla fabbrica dei pugnali, daghe, da- 

ghette spade, spadoni, stocchi, mmitarre, corti Ila i, 
anni innastate, pomi, fodri, puntali, ecc. 

Nessuno poteva impiegarsi o -come 

lavorante se non pagando determinate tasse a fa- 
vori dell'Università. Chi apriva una nuova boi 
aveva l'obbligo di una tassa e di un 1 imi di col- 



Paiticolari della locanda in via Orefici. 



1 1 Questo codice faceva parte della celebre biblioteca 
Archinti. Alla dispersione avvenuta nel 186,5-65 veniva 
ecquistato dal bibliofilo milanese C. P. Villa e passava 
per successione ereditaria al dottor G. 1 ilippo Maggi che 
graziosamente Io donava ad uno deyli scriventi. 



I | LA LI 

laiiii . unire lina spada < 'I un 

pugnale 'li pi ura t forastii ri, dopo U pa 

ut. ii li una tassa speciale, erano para 

i stabilivano i luoghi ili 
mai, il trasporti • d essi . 

me quelli delle altre 
npilati in una forma semplice e senza 



I 1 R \ 

« accettare alcun lavorante se prima non sarà 

o l'accordo con il primo maestro ■ (capo VI). 
I e ingordigie dei trust* erano sconosciute, ed una 
legge liberale disponeva invere die nessuno potesse 
assumere un'ordinazione d'armi superiore ai 200 
pezzi, dh idendo l'eccei lenza tra 1 Maesl 1 i più pò 
veri, col l'obbligo a questi ili pagare l'uno per cento 




tCl 1 nSEiiKr^SmA^tQ 



ATD 



/ JCatj^t Jtk- 



^QJfACOl 



'li bottegi di Giuseppe Torracbino, mercante d! oro e seta. (Milano, fini 



li chi in luogo 'li pie 
Con 
glia pi r quei tempi 
varo l m qui Ile F01 

• un portati lerno. 

I ivano, p ..il collegio «lei probi 

' '■ ridendone l'au 

1 del giud i .'..in . ] 

• contratto ili lavi ro nei 
nziamento: « ninni, del ! possi 



a « quello che ha\ era ai cettato tali impn - 1 
po \\"). Data la costi 111/ ione dell'arte in paratifo, 
questa disposizione non deve considerarsi come una 
ne della liberta del lavoro, ma una norma 
nata da un lodevole concetto di solidarietà e da un 
rido sentimento umanitario. 
Non erano sconosciuti gli uffici ili collocamento 
ed in alcune arti si doveva accordare il personale 
all'uffi "ii del Parai io ■ e pei atti pubblico e « qti 
« ail effetto rlir si schivano ni.. hi disordini die il 



NELLA VE< CHIA MILANO 



13 



« più delle volte nascono tra i lavoranti ed il loro 
■ Maestro » (*). 

Era vietato staccare altri dalle botteghe e si fa- 
ceva obbligo del reciproco preavviso di otto giorni 
m caso di licenziamento j i libri facevano piena 
fede, i falliti con dolo erano per sempre cancellati 
dall'arte e per ultimo aggiungiamo che alle infra- 
zioni statutarie non si comminavano mai i tratti ili 
corda o gli arbitri del giudice, ma delle pene pe- 
cuniarie tassativamente stabilite. Né sembra che 
queste organizzazioni semplicissime abbiane nociuto 
al buon andamento, perchè se osserviamo la prima 
e l'ultima edizione degli statuti degli orefici (1554- 
1730), non vi è in essi modificata neppure una pa- 
rola, salvo l'aggiunta, nell'ultima edizione, di alcune 
nonne che si riferiscono pivi all'interpretazione che 
al diritto. 

Ultimo ricordo della gloriosa corporazione rima- 
neva la casa Missaglia, nascosta da un forte into- 
naco quasi sdegnasse sopravvivere in un centro di 
infezione morale e fisica. Anch'essa è destinata a 
scomparire e ci piace a questo proposito ricordare 



(*) .Statuii ed ordini dell'Università de' ferrari, 
iterali, ecc. Icap. XXVI . 



al 



una geniale proposta del prof. Giuseppe I una ig lili, 
Bibliotecario capo della Braidense, d'intitolare al 
Missaglia la nuova via che passerà sui luoghi già 

da lui abitati. 

Oggi l'isolato degli Qrefici, ridotto a minori pro- 
porzioni pernii arretramenti imposti dal piano re 
golati re, verrà diviso da una nuova strada in 
parti disuguali, una verso via Torino, di metri qua- 
drati 3500 ed una in fregio a via Ratti di metri q« 
drati 2200 circa. 

Sopra questo secondo isolato la S<« letà Edilizia 
Centro Milano, costituita dai signori Medici, Marotti 
e Feltrinelli, costruisce per conto proprio, su disi 
dell'ingegnere Luigi Carozzi, un grande palazzo per 
uso commerciale e industriale, del quale diamo il 
prospetto verso via Ratti. (Vedi pag. 8). 

E mentre sui ruderi, che in altri tempi ospit 
la forza viva del popolo, S innalzano grami.' se 
moli ad attestare la potenza dell'industria moderna, 
ci pane opportuno ricordare le tradizioni d'onesta 
bonarietà e di gloria dei primi lavoratori, quasi au- 
gurio al quartiere che sta per sorgere. 

Milano, 6 dicembre 1901. 

Bertarelli Achii I E 
Tng. Luigi Tarozzi. 




Sant' Eligio protettore degli orefici. (Dal frontispizio degli Statuti, 




VERSI 



L'ARI il :STO 



IMMORTALITÀ 



l'n arbusto si protende 
dal! ii roccia alta sul mare: 
risplende 
snrrare. 



Palpi/a in ogni ardente 

ore un sogno immortale 
e un ricordo dolente. 



I firmamento 

palpitar di mille cuori, 
e n. ìel vento 

■.ente nulle strani odori. 



stella s'accende 
di un sogno siderale 

un ricordo splende. 



! 

nrro 



I , elesti sorelle 
ardono pei fulgori 
de le %ià morte stelle, 



■ 



me i e u ori umani 
ono gli amori 

;:,i lontani. 



DIE< ,111, \R( h ,LK i 

FRANZ SCI U :i 1ERT 



; . Besthov 



la /'-r 



annua commos i 
cantarono all'artefice divino 
dell'armonìa, sopra la mula i • 
/,; -paté eterna 
e dopo il vale diremo 
ai taciturni amici 

tornando Fra//: : « qui 
!', che tutti morremo, 
felici od ni felici, 
le ricordanze nere 
anneghiamo nel rubicondo vino ». 
AI ro muti lungamente 

stettero assisi, e poi 

Franz propose levando alio il bicchiere: 
« Be • al Re dell'arm 

1 'iva // morto ch'i vivo più di noi, 
il sorda clic più di noi lutti or sente.' » 
Assentiron gli amici trepidando: 
tinnirono : pur para bicchieri 
■liò il vino nelle aperti 
senza parole. 

F. muti ancora stettero sin quando 
Funi: ripropose: « L'oggi e come fieri, 
come il domani: 
quel che vuol esse: 
Bevo a colui che primo di noi tre 
Non rivedrà più il soie! » 
I ;,'.■ amici ritcscro le man:, 
sorridendo, con Franz che nupallidia 
a . uor presago di ber egli a se. 
dei canti al Re! 

RIFLESSO 



// ricordo d'un viso 

diletto, ma nell'ombra d'un cipr, 

mas: spento, 
quante immagini, quanti 
gaudi e tristezze nel tuo cu, 
Tal se cammini per la muta riva 
di cupo fiume 
tu, luna, d'improvviso 
emersa dalle nuvole vagì 

nell'onda col tuo smorto lume 
n' a lira vita pallido ri II, 
un brividio 
un pallili 



VERSI 17 

IL GRAPPOLO 



lare 
da un tralcio ahi! non più tralcio, ora sarmento 
nudo e rossigno 

ancora pende un grappolo obliato 
da un superbo vitigno. 
Secco aggrinzi/o. tremolante e solo 
ci che gemmò sotto la neve e al vento 

de a poco verdeggiare 
1 tralci intorno e su le porche 
uccelli posarvi il lieto 
e /rate/// pre< 

invaiolarsi e superbir del vano 
fiore di giovinezza e poi del sangue 
maturo, e -ride correre i. 
mani a la strage con dolore occulto 
e piangere senti la pioggia sulla 
vigna deserta e brulla... 

Pende il grappolo esau-. 
su la sua tomba e piange di tra il 
di nebbia con le lagrime del cielo 
e affida al vento, quando 
rigido soffia, l'intimo singulto, 

rd arido, sognando 
un'agonia più breve 

l'imminenti 



TRENO 1)1 X( >TTE 



.4 notte un fragore lontano 
cammina s'avanza man mano 
torte più forte . . . 

Il treno.' e fiammeggia un bagliore 
f>.ù grande più rosso d'un cu re. 
Chi seco trascina alla in- 
citi seco ridona alla vita. 
d'amore all'ebbi nìiaì 

rigida romba 

trapassa, man mano decresce : 

ti l'ombra sì >", 

. silenzio di tomba. 

Diego • I 



La Lettura. 




Wittemberga ai tempi del dottor Faust. 



IL PASSATO 1)1 MEF1ST0FELE 




| re lo <■ spirito che nega » si dibatte 
prigioniero nello studio di Fausto, dove 
i imprudenza veramente inconcepibile 
in un par stm, è penetralo senz'avvedersi della ma- 
rditagli sul limitare, il torbido vegliardo 
'lipasi innanzi tutto di chiarir la natura del- 
l'ospite inatteso e formidabile. Ricorre ci dunque 
allo |uattro elementi; ma, fatto ac- 

corto poi dall'inefficacia sua. che nel gemente cane 
onde ne un Silfo ne un Gnomo 
Lina Salamandra ne un'Ondina, ila mano ad armi 
più paurosa-: a quella chiave di Salomone, cioè, che 
ha virtù di render schiavi i demoni. Il can barbone, 
non v'ha dubbio, è un < ila più bell'acqua... 

culi stessu. dopoché l.i \ ista di I 
o loda ii pi la al Tom ire più i ir ifond i, 
I i strano animale si 
i la, sbuffa, ia, muggisce, e 

ipare quindi jn-r dar luogo ad un nano, 

m apparenza, ravvolto nel logoro mantello dello 
scolari 

Ma •<■ diavoli domo da un potere 

.d siin superiore, Mi Fele; 'piando si tratta 

di fornire n olareggiati 



ragguagli sul luogo che gli compete nell'infer 
naie famiglia, ei rifiuta nettamente di rispondere 
Anzi, secondochè l'indole sua gli consiglia, ei si fa 
beffe dell'interrogante. « La richiesta, noi l'udiamo 
« dire a Fausto, mi sembra puerile sulla bocca di 
« chi nutre tanto sovrano disprezzo per le parole, e 
« nell'avversione sua alle vote parvenze sol prende 
« a cuore di scrutare la profondità dell'essenza ». 
\ giova che l'interim utor suo lo rimbecchi: « Ove 
di voi, signori miei, sia questione, il nome lascia 
lentieri trasparire l'essenza •; che il furbo compare 
non si dà vinto per questo, ma così bene s'avvolge 
nelle artificiose spire delle sue enimmatiche spi 
/inni, che ne qui ne altrove ci riesce più di sap< re 
con sicurezza con chi abbiamo a che fare. E 
un umile gregario dell'esercito infinito degli angeli 
ribelli, cui Lucifero trasse seco nell'abisso dove 
mie consumando si- stessa l'eterna li. mima sul- 
furea? Ovvero <m dignitario del diabolico reg 
\d un dato punto egli asserisce modestamente chi- 
fra i diavoli «non è de' primi»: fch ititi kana 
dtn Crossai : ma poco prima gli era scappato detto 
I diavolo, seii/'altio, Satana in persona! Ed 
il dubbio di Fausto torna a farsi signore dell'ani- 



Il PASSATO hi Wl FISTI >l I 11 



" 



ino ni. sire: chi' diamine sarà codesto cari barb ne 
il quale diviene un elefante? 



In perplessità non minore rimane ehi dall'as 
e dalle azioni del « bizzarro figlio del Caos » Mi- 
glia giudicarne la natura ed il carattere. Il demi 
che si fa compagno al vecchio dottore di Wittem 
berga, nulla ritiene in se (.lei diavolo, quale amò 
foggiarlo secolare tradizione; di quel diavolo o i 
nuto, villoso, rodato, grifagno, mostruoso e defoi 
me così da comparire grottesco, che s'arrampi 
marmoreo, su per gli istoriati capitelli delle cattedrali 
n maniche, o digrignava, dipinto, le zanne negli al- 
luminati manoscritti. Egli è il junker Satan, un 
diavolo gentiluomo, galante, vestito con signi rile 

inza, che non serba altro segno della deformità 
^ua nativa se non la gamba di cavallo; e questa pure 
tanto abilmente dissimulata mercè una calza in 
tita, che ninno più se n'avvede. Tanto per il fisi 
Quant'al morale, poi, la metamorfosi è più stupenda 
ancora. Arturo Graf, che di diavoli, come ognun sa. 
è conoscitore eccellente, in un'arguta sua scrittura 
lo ha pur teste definito quale un diavolo moderno, 
un diavolo illuminato, un diavolo umanizzato. Ac- 
corto, sagace, sensato, pieno di brio, di buon umo- 
re, ad onta del pessimismo che gli è naturale. Me 
fistofele finisce coll'ispirare più simpatia che ripul- 
sione. Si direbbe persino che, a suo modo, sia one- 
sti e neppur del tutto cattivo. « Sono, osserva l'a 
mico nostro, nella natura di lui alcune parti buone». 
Bontà, onesta, ottimismo, gaiezza nell'essere desti- 
nato a simboleggiare il Male in tutta la disperata 
ed orrenda sua inesorabilità? Strano connubio! E 
come ha desso potuto effettuarsi in Mefistofele? 

L'indole complessa troppo del personaggio n'è 
cagione, ci rispondono. E insieme ad essa la diffi- 
coltà grande, anzi insuperabile, in cui s'è trovato il 
poeta di conciliare la tradizione che gli si ergeva 
ben determinata e precisa dinanzi coi concetti nuovi 
ch'ei voleva o innestarvi o sovrapporvi. Infine, non 
è a passar sotto silenzio l'influsso della lentissima 
elaborazione dell'opera artistica, proseguita dal Goe- 
the contr'ogni letteraria consuetudine per oltre mez 
zo secolo. Son queste, chi mai ardirebbe negarlo?, 
ragioni buone e di peso ; pure esse non bastani i f i >rse 
a spiegare e giustificare quante bizzarre anomalie si 
vennero sin qui additando nel diavolo goethiano. 
In realtà, il poeta di Weimar non è l'autore del sin- 
golare miscuglio rli bene e di male, ond'appare im- 
pastato il più meraviglioso attore del suo dramma 
meraviglioso. Ei lo rinvenne naturato così già nella 
tradizione letteraria preesistente, perchè, attraverso 
ai secoli, Mefistofele s'era venuto profondamente 
modificando, avea cangiato natura, carattere, co- 
stume. Sicché, a ben intender oggi chi s'asconda 
sotto il rosso mantello del tentatore di Fausto, fa 
proprio bisogno d'esplorarne alquanto il tenebroso 
ed avventuroso passato. 



Tostochè Faust s'è determinato a pagare col corpo 
e l'anima sua le passeggere ebbrezze che gli può dare 



l'inferno, il Maligni , i lusinghiere prof- 
ferte: « In non son certo de' primi, egli dice; ma 
« se tu vuoi, unito a me, prender la COI -rso 

o alla vita, io consenti i ntieri ad apparte- 

ii nerti subito ed interamente. Eccomi tuo compa- 
tì gnu e, ove meg] lenti, tuo servo, valletto 
« tuo ». E poscia, allorquando si dibattono li 
zioni dell'esecrabile patto, ei ripicchia: « Vedi 
« di qua m'acconcio al tuo servigio, pronto ad ac- 
o ci i ii i sen :a riposo né tregua al mei 

HISTORIA 




Saubtut fcitttfc ©cfmwfcftinfffer/ 

§Cir er fui? È<$ <n Mh Xtuffci auff cimiti 

fcl&amt 3bcmfct»cr 3<f<!)<n / f«H>* fl"3<ndj* 

«( sub #trìe&fr./bi{jcr enne! id)f<i* 

mn wol wr&i«nt«n Uì}n 

SWc6mt&dfe aufi fritteli egaeneti W< 

torlafjmm ©rijrifTfm/aUmfjodjtra^ntM/ 

[Grt»tim«n &nb ©onlefcn Wtnfdjcn jum fàr<tf(u$t!t 
JB<9fpUi/atfcf}«uwllrf)tnCrcmpJl/Bn&»r<uwfc 

t)«5lg«« aUarnung jufamrmn gcjc* 
<3<n/fcn&tnect? .©rutf ver; 
fenigu. 

lACOBt IMI. 

©a?t ©off vtiKrt hain'3 / tv(ber(T«J)« bm 
'ieuffel / fo |Uuf;<t «rvoiuiicft. 

CVM CRAflA BT FRIVILEOIO. 

burcf>3c y ann(E5pifS. 



VA. D. Lxxxvili 



i rontispixio della Hisloria di G. Faust (i 



o del tuo volere.... » E più tardi, a patto concluso: 

« Orsù, oggi stesso nel banchetto del signor dottori- 
ci io assumerò l'ufficio mio di valletto ». 

Questa vogliosa prontezza con cui il diavolo, im 
memore, in apparenza almeno, dell'infinito suo or- 
goglio, s'adatta a far da servitore a fausto, è tratto 
manifestamente tradizionale del carattere suo. Noi 
lo riscontriamo in tutti i testi della leggenda ante- 
riori al dramma goethiano. Ma in essi tanto meglio 
si spiega la docilità di Mefistofele, quanto più chia 
ramente significata v'appare la mediocrità sua come 
demonio Nel Fausto di Cristoforo Marlowe, al- 



_'' I 



LA LI 



I K \ 



| 

comparirgli dinanzi, ei si presenta umile ed ubbi 

nel mago la più 
. Lia : 

Mepl ophil 
« Com è pieno d'ubbidienza e d'umiltà! l'ali 
... i- rza della incantesimi ». 

Ma il D tu ndevolezza dell a\ 

: n. . antico deriva da .iltm i -li ha co- 

lza della mki debolezza. All'intimazione che 

©rtrucft ju grancffurt 

Jfyom/in 93er(r^un33°' 
£ann©pifflWn 




M. D LXXXVlll. 

Marca tip grafica dtlV //istoria di Faust. 

Fatisi gli rivolge ili restare sempre presso ili lui, 
'i Io sono il si r\ iti in del grande I .in 1 1 
ì lecito d'eseguire senza licenza sua. 

i Noi non dobbiamo operare se non quel ch'egli 

n i I. millanti' dopoché il suo sigm ri 

gliere le pn >poste i li B austi . 
lice d'ubbidirgli: « Tu sai ch'io sono 
. i he ii ser\ irò. ti darò più ili quai 
la fantasia potrebl rirti di do- 

l-.il i cinqui 
mp ie, per i |uan i ti 

■ i i 



trina del sacco Mai 

i più 

e molte volte coi 

■ maturgi ni. li - italo 

■ quel cui 

alla luce 



n Gì rmania l'anno 15S7. e tradotto poi in 1 

uè, valse .1 diffondere pei tutt'Europa la storia 
edificante e paurosa del gran saggio 'li Wittem 
berga, finita vittima miseranda della sua misi 
'ini/. tudacia Mia. Ira !<■ granfie del il' 

iiiu. (ir se noi leggeremo il Faustbuch , \i rinverre- 
mo descrìtta anche al più vivo la servile condizione 
'li Mefistofele. Qualificatosi « ufficialmente » come 
/alletto del « principe infernale in Oriente « egli 
te ad insegnare a Fausto per ventiquat- 
t ranni ogni stia arte e scienza, a mantenerlo, a 
remarlo, a guidarlo, a procacciargli con Ir in 

'M/i'. ni sue ogni godimento, « a fornirgli ti 
'< quanto è necessario all'anima sua. alla sua carne, 
« al Sun sangui-, alla sua salute ". S'impegna a 
narcisi sempre ossequioso e devoto, ad entrar- 
gli in rasa igni qualvolta sia chiamato, a regolarsi 

11 sitfattu niDilu che persona veruna, tranne che il 
Dottore, s'accorga della sua presenza, ad assumere 
! aspetto che a Faust meglio gradisca. K poiché 
'listiti, avuta sull'ime promessa dalli» spirito, gli M 
obbliga a sua volta, Mefistofele, pien d'allegrezza, si 
pone sulla via delle confidenze. E meno prudente 
più ingenuo di quel che diventerà poi, esce fuori 
in confessioni per noi addirittura preziose: • IH 
« dei sapere che il home mio è Mephostophiles, e 
" con questo nome 'levi chiamarmi quando 
< venga d'aver bisogno ili qualche cosa da me, 
« che mi chiamo così... Né 'Irvi provar raccaprìccio 
' dinanzi a me... lo non sono già un diavolo, l>en.;i 
« uno spirito familiare, che abita volontieri cogli 

'i nomini ". 

« Ecco dunque <|tiello che si relava nel rati bar- 
lume! » possiamo ripetere anche noi insieme a Fau- 
sto. La rausa prima e fondamentale «Ielle iro 
u il/e che s'avvertivano nella natura di Mefistofele 
ora chiara e palese. Mefistofele in orìgine non era 
pur un diavolo; era un Hausgeist, un Cobol !" ' 



Incubi, Duendes, Folletti, Jiaus-puken, Coboldi 
(tutti questi nomi designano presso i popoli latini 
ermanici una sola e medesima famiglia d'esseri 
soprannaturali), ebbero un tempo, rom'e noto 
assai rilevante nella vita degli uomini. Avvezzi a 
girellar sfaccendati pei gli aerei spazi, essi ama 
occuparsi 'li quant'accadeva sulla terra, me 
sfilarsi, sp.ti. limi invisibili e, finché lor talentasse, 
ignorati, ad ogni azione ili coloro ch'avean preso 
Mini a tormentare vuoi a Favorire. Sri. in inni, sii ila 
vano parecchia noia, si permettevano scherzi più " 
uh no delicati, ponevano sossopra Ir case, facendovi 
pazze scorribande, ma senza recare in fond 
'In gran .lanno mai. L'affare piti serio era quelli 
sbarazzasse™ . -.1 stupenda e quasi in 

«comprensibili •, come scrive il reverendo Padre 1 
Luigi Maria Sinistrali d'Ameno nel su., dottissimi 
ti. ni. io. De dacmonialilatc, paragrafo 27, questi spi 
riti bricconi non .ililir.lisri.no agli Esorcisti, non pn 
vano alcun timore 'Irgli scongiuri, alcuna venera 
/ioni- per gli oggetti sacri ; ben differenti in rio dai 
rmentano gli ossessi, i quali, per quan- 



II. PASSATI i DI ULTiSTOI-hLl 



21 



tu riottosi ed "stinati. suini ben costretti ad abl 
donare la preda, se udì ino pronunziare le sacre 
role ed invocare il ninne divino. I Coboldi, invi 
accolgono con risate 'li scherno gli Esorcisti, e giun- 
gono perfino (o profanazione!) a stracciar loro 'li 
(lusso le vesti. Non fugiunt net pavent: quandoque 
cachintiis exorcismos recifiunt et quandoque 



runa delle men e 

e, starò pi 
tra tutte: la storia ili Martinetto. 



L'n bel giorno a Pavia, eravamo sullo s 
del Duecento, messer Anselmo de' Boccoselli, stai 




Faust e Mefistofele. 



Exon stas ai dtmt et sai 

paragrafo 67). 



putii ( lllii 



Bramosi di tornar graditi, si profondevano al con- 
trario in atti di cortesia e di benevolenza. Sempre 
vicini alle persone predilette, non esitavano ad as- 
sumere in vece loro lavori ingrati e penosi, ad 
guir uffici servili, commissioni difficili, a 1 
gari ile' rischi pur di guadagnarsi gratitudine e fa 
vore. Le storie son piene, quanto dura l'età 'li mezzo, 
ed anche più in là, di portentose avventure in cui 
cotest'esseri bizzarri e misteriosi rappresentano la 
parte di protagonisti. Gioverebbe ricordarne qual- 



m in 1 isa sua, 1 de una vi ce. Essa 1 ieni 
imo m isibile, che gli dichiara di 1 

Martinetto e ili vi : d'allora in poi, ai di lui 

servigi senza veruna ricompensa La proposta 

■ e Martii oall 1 nag nate! 

Ei sbrigava più faccendi 1 assicura frate Ja 

copo da Aqui, fedele narratori di questa veridi 
stori rne ed ossa e non 

ava nulla. Martinetto andai 
carne, il pesce, le 1 1 mercati 1, cu pn 

parava la tavola, puliva le stoviglie, rifì 

i cavalli, lavava il capo ed i p 
al padrone, e gli rendeva es nto 'li qui 

aveva spe E tutto mosl irsi mai ! I 






I \ LETTURA 



pun ritentato mezzo .il 

cuii. egli avveri 

laudato a corri] rare questa i 
quel mandando loro 'li r ] ei 

bene la he sarebbesi presentata a ritirare 

quisti ». ! I I ottegaio aspettava un 

ire una vecchia decrepita . stava in al 
pato e gli veniva d 
t'i,,i [1 tre anni, 

tal periodo ili tempo gli affari del Boccoselli 

tono mirabilmente. Ma spirato il l 
anno, Martinetto chiamò il suo padrone. I 

•, gli disse, icercatevi un altro servi- 
t tore, ch'io non vo 1 più ri vi Ed is- 

ti , sparì ( '"il- e messer Anselmo, 

non è a 'lire. E il peggio si fu che, scom] 
(.inetto, ei non ne azzeccò più una: tutte 
i 



Quel che Mari ini tto a Pai ia, in asa Boc 

elli, noi ved n perai , tn iecoli dopo .1 

male agguagliare, in Wittemberga Mefisti 1 le, 
pirito 1 amiliare, un folletto 
servitore, invisibile per tutti, fuorché per il sin. 
padrone, che, prendendolo con sé, ha posta la 
espi clausola nel contratto 'li poterlo ve- 
dere quando voglia e sotto la forma che meglio 
gli sia a grado. Ed al pari ili Martinetto, Me 
è tutt'affaccendato nel provvedere ai 
comodi del dottore, gli rifornisce la cantina ed 
il granaii mima inisce ogni giorno sceltis 

-in Ita, pei fai presti », va a rubarli 

dalle mense ili gran signori o 'li ricchi I" 1 
ghesi), gli procura sontuosi abbigliamenti, gli 
riempie la borsa 'li denari, gli 'là dei cono 

■ ■-i.lt- ,ii suoi poderi, ne raccoglie i frutti, gli 
fa da 1 me. Si governa, in 

somma, egli pure da vero Coboldo: sola di! 
Mai 1 e lui, che quegli pre 

stava 1 suoi servigi al cavaliei pavese senza 
mdi fini 1-. pam lil»-. senza speranza 'li pre 
mio; mentre egli dell'obbedienza sua si 

ini] ima ricomperi 1 Mefistofi 
dunque ira i < !dboldi un de* maligni, al pari 'li quello 
spirito si ozzi ito 1 ìilpin Horner, < 1 ■ cui Wal 

uto 1 tiri nel 2 

tasi Minslrcl . essi 1 ha fai nella con 

nasso, e gli porge valido aiuto ove si tratti 'li con 
durre a perdizione gli imprudenti incapaci il 

sue. < !osì, adagio adagio, Mefi 
luantunqi diabolica 

per 1 ili- ili svi- 

lii]. [ 'ira. il carattere d'un vero ed autei 

I 1 siffatta guisa i primi 

intasia creatrice di 
mia quanta in un 
proprio 1 Fausto, pr< ri 

alla vita: al 
d'un poeta i-i dovi he lo som 

rani 



in si mpre meg 1 Il .ninni 1 nostra la 1 1 

tezza che il tentatore 'li Fausto abbia trascorso il 
periodo più remoto e ca della sua esistenza 

misto, anzi confuso, all'innumerevole moltitu- 
dine dei 'apri riusi folletti, noi potremo ricavarla 
da un'indagine alquanto più accurata sopra il suo 
nome. Dalli e dalli, la scienza moderna, più osti 
nata ■ lei di ittore di Witti mberga, ha ben finito 
lar confessare al Maligno com'egli si chiami! 
I 1 forma Mtphistopheles, che, accolta da w ; 










1 diavoli che tormentano Sant'Antonio (da Israel von Menclcen . 

fango Goethe, raggiunse un'insuperabile notorie! 
nostri giorni, non è la sola di cui la letteratura 
gica ili-' secoli XV] e XVII si sia giovata ad indi- 
car In spirito del quale ritessiamo le vicende; 
anzi apparisce in un numero relativamente scarso ili 
testi e non troppo antichi, virimi ad altre assai più 
diffuse '■ da maggior tempo adoperate. Così in un 

magico scartai 1 te la data (non ben ■ 

però) del 1501). il nume del diavolo evocato da 
Faust è Mephis Dophului : e Mephìstopholui 

li ..im.iii' in altro lilirn a prima, che si 1 

copiato dai manoscritti stessi del I 1 ttore, erbai 

i i 'li.i nella I liblii ite a dell'abbazia i * 
■ li Krnipi. Il Faustbuch del 1587 presenta inveo 
la forma Mephostophiles, che con lieve modifica- 

-iiH'ii/a diviene \{ tphostophìlis pn 
Cristoforo Marlowe, il quale senesi pure dell'ab 
breviazione Mtpho I shaki pi are, dal 
suo, scrive Mephostophilus. 



11. 



'ASSATO hi MEI ISTI 'I hi.!. 



J 



Più prossima alla forma destinata a trionfare, è 
l'altra Mephisiophiles, che si rinviene usata in più 
libri negromantici del Sei e del Settecento; mentre 
una sola fonte, la Praxis Cabulae nigrae Doctoris 
fohannis Fausti/ miigi celeberrimi, stampata a Pas- 
sati nel 1612, storpia il nome del diavolo in Mephi- 
stophiel. Vero è che in compenso Mefistofele ci ap- 
pare da essa innalzato alla dignità di Principe elet- 
tore del diabolico impero, assistente al soglio, con 
altri sei colleghi, di S. M. Lucifero Belzebù \'a- 
dannaele Plutone I. sovrano dell'Interni)! 



La storpiatura di Mephistopheles in Mephisto- 

phiel era suggerita all'ignoto autore della cabali- 
stica scrittura ora citata dal desiderio di dare al 
nome del « demonio volatico » una cert'aria ebraica, 
giacche è noto come tutti i nomi dei diavoli regi- 
strati nelle opere magiche del Cinquecento e del Sei- 
cento siano senz'eccezione dedotti vuoi dall'ebraico 
vuoi dal greco. Ma che in Mephistopheles elementi 
semitici ovvero ellenici si nascondano non può ri- 
maner dubbio per alcuno. Tutti i dotti sono con- 
cordi su questo punto, salvochè gli uni propendono 
per l'ebraico, gli altri per il greco. 

I fautori della prima opinione s'accapigliano però 
poco fraternamente tra loro a proposito dei vocaboli 
donde il nome esser dovrebbe composto. V'ha difatti 
chi vede in Mephistopheles la risultante di due voci 
ebraiche: me piar, che significa « l'infrangitore », e 
tophel, che vale « bugiardo ». In tal caso Mefisto- 
fele sarebbe: a colui che infrange la menzogna »; 
nome, ad essere schietti, ben poco conveniente al 
demonio che della menzogna è stato sempre repu 
tato il padre. Altri invece sostiene che il nome debl 
spiegarsi: « l'infrangitore ed il menzognero »; ma 
chi afferma questo, non si preoccupa punto delle 
leggi che regolano in ebraico i vocaboli composti. 
E prescindendo da ciò, come mai MepMstophel a- 
vrebbe assunto quelle desinenze in es, os, its, che gli 
vediamo sempre accodate nei testi magici, mentre 
gli altri nomi in el d'origine ebraica sono rimasti 
immutati (Ariel, Asrael, Achitòfel, ecc.)? Messa, in 
disparte cotesta spiegazione, se n'è tirata in campo 
un'altra: nel nome s'avrebbe la fusione di mephiz, 
che suona « distruggitore », e tophel « bugiardo ». 
Ovvero si dovrebbe riconoscervi la parola mephai- 
teh, che torna quanto dire « seduttore », congiunta 
a tophel, « follia ». Mefistofele sarebbe allora il 
« seduttore della follia », cioè « colui che trascina 
alla follia »... ; e questo potrebb'anche esser vero .. 
per (pianto riguarda agli etimologisti! 



Se disertiamo il campo ebraico per passare 
nel greco, qui pure rinveniamo discordia d'opi- 
nioni. Si ammette in generale dai più che la seconda 
parte del nome sia costituita da philos, «amatore»; 
ma sull'oggetto dell'amore del diavolo sorge viva 
discussione. Qualcheduno volle vedere nella prima 
porzione del nome un megas, « grande » ; Mefisto- 



fele diverrebbe in tal cas me' che ai 

« grande »: un diavolo megalomane! Altri, più pru- 
dente, ha creduto dover ricorrere alla voce mephites, 
« esalazione sulfurea », che, accoppiata a philos o 
,i opkeles, verrebbe a dire: «colui che ama 
1 vale di vapori maligni... » Più ingegnosi, se non 
più persuasivi, i tentativi di riconoscer! in Mefisto- 
fele un « nemico della luce », me-folo-philu±, 
un « avversario delle cose liete », me-fausto-philos... 
Com'è chiaro, la scelta riesce grande: ve n'è per 
tutti i gusti ! Ma il difetto capitale di tutte queste 
elucubrate etimologie sta qui: che nessuna tiene 
nel debito conto l'essenza ed il carattere di Melisto- 
fele. Ognuna di esse è come un abito fatto che si 
può indossare da qualunque persona. Qual è di- 
I itti lo spirito maligno di cui non si possa riconi 




Diavolo (Torri di NotreDame, Parigi). 

scere come caratteristiche la violenza, la frode, la 
bramosia di distruggere, l'odio verso la luce, l'ani- 
mosità per quante gioia, felicità, bellezza? Ma tutti 
[uanti i diavoli pi itrebl rei M ■ ''li ! 



Una nuova interpretazione è stata invi ssa 

or ora innanzi, la quale ha probabilità grande di 
cogliere nel segno. Ne è autore il filologo tedesco 
G E. Rosei,, -r. dottissimo di mitologia eia 

mparata. Studiando la leggenda di Pane, il Ro- 
1 s'è li unno .1 consn lerare uno degli ! p 
sotto i quali quel dio, cosi universalmente venerato 
dagli antichi, riceveva culto ''1 omaggi; come I 
lialte, quale autore, cioè, 'li quel malessere che in- 
coglie chi s'adì '^gra- 



A l.l .1 I I R \ 



ra 'li Pa 

: 

buone conseguenze per < hi 

ne - \ loro sui quali gravava con tutto 

il proprio | m-s. i. Kfialte era poi lai) .ori: 

consuetudine nei greci ili chiamarlo <>/>//e'- 

l'utile, il vani 

ito attribuito anche 
orma superlativa, chi taluno l'abbia detto: 
«in grani utile »: Wegistophelt r. 1 1 ni 

ii i magici del X\ I e JCV] I seo ilo, 
li l un folletti '. ail un [ncuh >. 
ad uno spirito familiare, che dei vecchi satiri con 
: rrompi 

involontario ili scrittura, sia 
che un sentimento superstizioso n'abl gliato 

l'alterazione, è diventato Mtfh 

più . 



fero I II folletto tedesco, il Gestii, 
le Kntcht della mitoloj si scopre 

legittimo i diretto discendente d'un'ellenica divin 
l osa, del resto, non pui fan troppa meraviglia, 
5i i bbe i he Mefisti ifi 

corto, quando, ai xxnpagnandi l-'austo alla ricerca ili 
E lena bella, nella notte sai i sico Sabba, 

il pìi de sulle i il plenilunio 

Fermo nella persuasione 'li non rinvenir lar- 
darmi che gli sia familiare, egl bentosto foa 
zato a ricredersi dinanzi alle poco gradite manife- 
ioni d'affetto che gli prodiga Bmpusa i lo mi 
i redeva . borbotta egli . cacciandosi in mezzo allo 
iame provocante delle Lamie ingannatrici, di 
i venir tra gente ilei tutto sconosciuta e pur troppi 
» ritrovo 'le' parenti! Ej,'li è un vecchio libro da 
fogliare: dall'Harz all'Eliade sempre de' cu- 
li nini ! ii. 



i non vada errato nella sua inge- 
nn [Ravvicinamento curioso 



Frani esi Ni ivati. 




Diavolo e mostro (Torri di N'otre-Dame. Parigi). 




I. 



Opportunisti irresoluti, ambiziosi e... pau- 
rosi!... Xient altro che interesse persi male, vanità 
persi male e paura! Hai rapito? 

— Sissignore. 

- Il panini, il paese, bordine, le istituzioni! 
Hanno tutto sotto la suola ilelle scarpe quella gente 
là ! Hai rapiti' ? 

— Sissignore. 

Chi si arrabbia e grida è l'onorevole, cioè ti". 
Sua Eccellenza, o meglio ['ex S. E. Gerardo Parvis, 
appena arrivato ila Roma col diretto della n 

Ha « offerte » le proprie dimissioni da Ministro 
delle Poste e Telegrafi, nauseato della debolezza 
suoi colleghi che non hanno avuto ne il corag 
né l'abilità di tener testa all'ostruzionismo o di di 
sarmarlo 

— Mille volte meglio quegli indemoniati dell'E 
strema Sinnira! Sinceri non sono nemmeno quelli 
là... aivo//aglin di idee e dì ideali che fanno a pu- 
gni fra loro.. Anch'essi, tutt'insieme, non andreb- 
bero d'accordo nel proclamare ciò che vogli ma 

sanno però tutto quello che non vogliono! Coi 
l'ordine, contro lo Stato attuale, contro li [stitu 
zioni sono d' accordissimo sempre, tutti, come 
un uomo solo! E qualche volta riescono per 



ial ici pei i.i loro audai ia, e hanno ragione di 
rider di noi e ili non lasciarci più nemmeno il di 
'Min di p.nlare! 

A che cusa siam ridotti, noi ' In branco di pe 
n . di nullità, gunti di quattrini, di boria e d'igno- 
ranza! Dall'altra parti anche quelli che non hanno 

rno s'impori'gono ci illa I :ombattività... I i 

manca i) caratteri . la o •Inni, abbonda la 
ie e la violenza.. E veri sì o no "- 1 
Sissignore. 
Chi risponde all'ex Eccellenza I il suo vecchio 
servitore che gli disia li valigie, mentre dal gabi- 
netto attiguo alla camera da letto, si sente il rum 
dell'acqua che riempie la vasca del bagno 

Furboni, sai, i megli I stremi, con tutta 
retorica ! Furbi ' «ceti i Gente di poca fa I 
Sono i primi lori i .1 ridere dei paroloni 1 

montano la testa ali ma ti ma di ipiso mo 

i tempi e nel cai van pei conto loro, per le 

min iano avanti anche le lori 1 idee, il 

1 ari iti 1.... 

Sissigni ire. 
Prospero, il servitore, è taciturno, quanto il pa- 
drone '■ verbi -■ Non risponde mai più chi 1 

1 e solfanti * 1 |uand 

meni 1 (gni volta che il padri 1 

l< a 1" e o 'ti un : « Ha fatti 1 buon viagg 

del quale si sente tg... » 



2(1 



I A I I I I I R \ 



pen delle « jii.xi i r< > par Fi 

labbi sbarbato, men 

tre un tenero lucicchio degli occhi rivela un affetto 
intenso per il ii.nln.ni-. il piacere vivo di rivederlo, 
sci., l'onorevole Parvis, -In- si 
icca e la 51 1 ti veste, siede sulla I « 
(idi 1 letto, mentre il sen 1 

arpe. E così, quattro ossessi, 1 si inai i pn 

ile, ili urli sono 

iti a metterci in un 1 1 laniera 

!>ni anche il suo 

re: quello 'li fare le leggi! Basta, per Dio! 

Da parte mia, capirai bene, li ho piantati là e non 

mi ci pigliano altro! A Roma, capisci, non torno 

più : 

Non torna più a Roma? E il Governo da... 
romandan 

Prospero non dice queste paioli-, ma alza il capo 
le scarpe fra le mani, fermi . irdando il 

padrone che gli legge la domanda negli occhi. Era 
avvezzo alle sfuria ■ non lentiva né 

capiva tutto quanto egli diceva. Era forse anche 
per questo che l'onorevole Parvis si sfogava in tal 
modo ; le sui | spegne\ ani 1, una di >po l'ai 

tra. come tanti fiammiferi buttati nell'acq 1. Ma 
quella dichiarazione di non voler più tornare a 
Roma, ha fatto al vecchio Prospero una straordina- 
ria impressione E l'ex-ministro delle Poste e Te- 

|ui 1 p< irtafi >gli seconda 
rio, perchè in Italia, dove tutto va innanzi per an- 
zian roppo giovane per un mini- 

■ più importante si sente lusingato consta- 
tando ''I»- il fatto veramente enorme del suo ritrarsi 
sull'Aventino, fa colpo anche presso uno zotico ti 
storie come il suo servitore 

Precisamente così! Li ho piantati con tanto 
ili naso! Avranno capito adesso che non facevo per 
burla, allorché ripetevo loro che io coi timidi, coi 
sto, assolutamente non ci sto! 
I Gerardo Parvis continuò per un bel pezzo an- 
i-ora, ma il vecchio, - svanito quel lampo fugace 
di maraviglia che occhi, — è 

impassibile e.l accudisce metodicamente 
alle ncombenze, prepara la biancheria 

calila •■ fredda, le spugne, le babbucce, .mio 
bagno. 

li ri, 11 V\ ministro a miro 1 

colle) h ■ e a 1 del 

ten un Festoso, poi da 

un iffai >< ' all'usi io, finche un bolide 

api iste a vel ri e le spa 

I .nolino lun . basso basso. 

bel pt irrone, dai riflessi doro 

li Mosso al- 
1 contini ad 
ab!. 
alili' - rgli il volto. 



rei lama Pi pero fermandosi ritio 

I la luo che gli brilla negli occhi sembra gli spiani 
le rughe londe della vecchia taccia. Teol Giù! 
reo ' Qui ! Vieni qui !... Teo! 
Ma tutto è inutile e anche il padrone tenta in 
. oon la voce, con li- mani di schermirsi il volto 

dalle lavate della piccola bestiola che salta, si arro 
'ola. si allunga e quattrisce e smania sempre più. 
Il servitore continua a guardare il cane, poi si 
al padrone: 

Ila sentito subito la sua voce! Lo ha con 
scinto subito! reo! Bravo Teo! Povero 1 

reo, diminutivo del vero nome, Matteo, — 

salci Ira 1 piedi del servitore, abbaiando, dimenando 

ida, dimenandosi tutto, piegando con mille u-z/i 

il lungo testone intelligente dall'espressione umana. 

come per metterlo a parte della sua gioia. Ma poi 
subito si volta, corre, si slancia sul padrone e per 
raggiungere lo scopo salta sullo schienale della pol- 
troncina e lo lecca sul collo e riesce, finalmente, a 
lambirgli la faccia. 

Basta! Fermo! Giù! grida Gerardo un 
po' infastidito e nondimeno maravigliato e lusin 
gaio di tanta festa. Lusinga!" e commosso... 

Quella sua casa d'uomo importante e influente. 
d'uomo politico e d'uomo di Governo, così piena di 

gente seccante, noiosa e interessata non appena 
non, il suo arrivo, era altrettanto vuota e melanco- 
nica ogni volta ch'egli arrivava quasi improvvisa- 
mente comi- appunto quella mattina. 

Il: ,1 ha... fai... bon.. viag... » del vecchi 
\ tore, e nient'altro. 

Teo! Teo! Quel povero Teo! Quanta fc 
gli faceva e con quanta sincerità '. Come gli riem- 
piva l'anima, il cuore e la casa di affetto, di vita, 
di allegria! 

Sta fermo, dunque! Giù, giù! Basta, 1 
Ad, -ss,, basta ! 

...Ma le labbre sorridono, cine continuano a 
sorridere gli occhi del vecchio Prospero chi ri] 

sotto voce: 

reo! Povero beo!... Ha conosciuto subii- 

Ma se quando sono partito per Roma era un 
cucciolo di tre o quanto mesi appena?... Davvero!.. 
lo non mi ricordavo nemmeno più d'averlo!... 

l.a povera bestiola no, invece!.. Quando io 
metti VO mano agli al, ai del signor padrone, Teo vi 

si sdraiava vicino, vi metteva il suo muso sopra... 
e mi guardava come se volessi- domandarmi qualche 

a.... 

reo capiva che si parlava di lui: fermo, attento, 

I li OCChi lui I ■n'issimi e pie 

gaudo un po' la testina, in atto di dolcezza alfet- 

sa. 

Il servo andò a chiudere il rubinetto del bagno 
Pronti 1 ' 



CASTA bIV \ 



-7 



— Vengo ! 

Ma Gerardo non si mosse ; accese una sigaretta 
e sempre sdraiato nella poltroncina stringeva, tira- 
va, accarezzava le orecchie del cane che gli s 
avvicinato, gli aveva messo il muso sopra una gam- 
ba, socchiudeva gli occhi e ogni 
tanto sbatteva le labbra, con un 
senso di deliziosa soddisfazione 
Il giovane ex-ministro, per al- 
tro, non pensava già più a Mat- 
teo. Quella festa, quell'accoglien- 
za lo portavano col pensieri, a ri- 
cordi lontani, ma che erano sem- 
pre i più cari e i più vivi nel suo 
cuore. 

Quasi ancora ragazzo era ri- 
masto senza parenti, e gli anni 
migliori, gli anni dell'ardore e 
della bontà, li aveva dati ad una 
donna, — non la prima, ma la 
sola ch'egli avesse amato davvero, 
- una donna che ben meritava 
quell'omaggio completo, assoluto 
di devozione e di passione, una 
creatura fatta di grazia, di bontà 
e d'intelligenza, uno spirito eletto 
ed un'anima grande, un cuore dol- 
ce, affettuoso, sapiente e indul- 
gente, un cuore di donna innamo- 
rata. 

La cara e fida e buona amica 
era morta da tre anni e il cuore 
del Parvis, ila tre anni era ancora 
pieno di ricordi e vuoto di per- 
sone. Soltanto il lavoro, un grande 
lavoro assorbente, e poi gli odi e 
gli amori, le passioni, le cure e !e 
lotte della politica, lo avevano oc- 
cupata, agitato e stordito. 

Niente altro!... Nessuna don- 
na, mai. Né la civetta che si offre, né la bellezza 
che si vende. . . 

Ancora giovane, la sua anima non aveva avuto 
un palpito, ne il suo sangue un fremito. Lei ancora. 
sempre Flaviana, soltanto Flaviana riappariva ai 
suoi occhi nelle brevi soste della stanchezza, ritor- 
nava a lui nei caldi sogni delle notti agitate. 

Com'era stata bella, com'era stata buona ! Bella, 
buona e s/airu. 

Egli era vissuto, a sua volta, sicuro dell'amore 
di lei, come di nessun'altra cosa al mondo; sicuro 
dell'amore, sicuro della fedeltà .. E che gioia poter 
essere sicuro della donna che si ama.... e che tor- 
mento dover sempre dubitare, sospettare, temere ! 
Oh, egli aveva saputo amare in ragione di quanto 
aveva potuto credere... Allorché si dubita... si di- 
sprezza o si odia: si desidera ancora, forse, con 



tutti gli ardori, con tutte le ansie, con tutta la 
ma » amare » no: non si ama più. 

Ed egli, invece, aveva potuto amare 
veva potuto amarla, sempre, senza una nube, 
senza una bugia mai. sino alla fine!. . Buo 




- ) ^-K. 



r 



mal Tonale. 

Come rivedeva quel 



anto, e bella!... E 
signorilità e di abbandono. . 
volto classico, pallido, nel quale ardevano i grandi 
hi neri pieni di fascini e d'amore, e i e di 

/ione... Com'erano stati sicuri sempre anche 
quegli occhi, anche quelle labbra, al pari del suo 
cuore, di tinta lei stessa! E quanto era intelligente 
e lieta e cara e pensosa... e come le sue ansie e le 
. la sua anima e i suoi nervi e sorrisi e so- 
spiri e lacrime rispondevano sempre al desiderio, 
al sogno, allo spirito, al « momento » dell'uomo 
mante... 
— Cara !... 

Coinè gli aveva riempito di sé il cuore e la gio- 
vinezza, senza mai attraversargli la via, senza mai 
essergli d'inciampo, senza mai dargli una noia, 
una pena!... Ed egli — allora! — a' suoi improv- 



2H 



LA I I I I t K \ 



i Roma, '"in< saliva di corsa quelle 
felice, 
la march 

el II cuore di lei aveva immanca- 
liilii: ■ _ suo ritorno ; e che I 

clan che luce in quei suoi occhi, 

qual ■ l'improvi del ritorno... 

- uotendo il muso lungi e fre- 
di i i' rardo . io a fìsare 

i stizia negli occhi u- 
midi 

Più!.. S'on ce più! E da allora... sei tu, 
proprio ui il primo che mi fa un po' 'li I 

tanto |*t me! reo!... Povero Teo! - e 
nl<i. scrollando il capo gli ai a le orec- 

chione lunghe e calde — Anche di - ssere 

I acqua del bagno diventa fredda 
Eco mi ' Vengo subito '. 
Gerardo - alza vivamente i in fretta di 

rsi. mentre Matteo, preso da una smania di 
gioia, r lt* camere, gira su sé stesso, torcen- 

dosi xchio, attraversando a salti, innanzi 

dietro, il li pi >ltn un'ina, e morden 

■ lo jier ischerzo, delicatamente, al passaggio, i p 
scalzi del padrone. 



II. 



anche il Teo. all'Abetone? 

e Parvis guarda Prospero con aria stu- 
pita bestiola he si parla di lei. 
■Ile gambe ili dietro e ritto su quelle 
davanti irte, a roncolo, fissando gli 
occhi gialli, dalle trasparenze d'ambra, lucentissimi, 
guarda a sua volta il padrone ed il servitore, piega: 
ora verso l'uno, ora verso l'altro, la bella testolina 
• laile lunghe orecchie ''allenti e lo fa con una espres 
.i. con un atto fra l'interrogativo 
■upplichevi 
Prendere anche il TeOj con noi? Diventi 

L'n cane? In viaggio? I igurati che sei 

tura ! 

Di rante tutto il viaggio lo terrò con me. I 
rgerà neppure! 
per quanl puro sangue, i 

diano ili Pros] avvicina, ti/ 

lllpl 

alla ,_ ccandogli la mano. 

In viag. ntinua il Parvis. — 

all'albergo? Con ; 

bile '. 

me l ' • 



mira con me. G io da mangiare, lo con, Imi" 

l non ci | ensi neppure ! 
Trattandosi ili intercedere per Matteo, per 1 .1 
inico fedele che sa 'lire, come lui. tante cose senza 
parlare, ii vecchio Prospero diventa persino loquace. 
Ma l'onorevole è insofferente ili contraddizioni. 
Non vuol saperne ili cani in viaggio, all'alivi ■ 
e siccome l'altro inviste, egli perde la pazienza 
arrabbia, alza Prospero, sul, ito. allunga II 

brom 

Allora, mi ilir.ì lei, dove e a chi lo dovrò la- 
Li 10. che in un'altra casa non 
ri,,, nemmeno dipinto!... E poi, quando 
non vedrà più né me, n magari, anche 
ili fame! 

Dopo questo aiti atti, e quasi affermali. lo la gra- 
vità del probi, -ina. I, toma a t'issare il padrone, 
tenendo la coda lussa e dimenandola lentami 
come aspettando che venga decisa la sua sorte. 

— Si potrebbe lasciarlo alla portinaia I 
Prospero non si degna nemmeno ,li rispondere, 

ili voltarsi. Continua a chiuden bauli e valigi 

— Oh I 1 pensa l'arvis. sbuffando. - ' 
siamo! — Infatti, quando Prospero pianta il muso 
ce n'è per un bel pezzo! - Perchè poi, domando 
io. non si potrebbe lasciarlo alla portinaia? 

Perchè dalla portinaia non ci sta. 

Teo dimena la e 'ila più forte. Dice anche lui 
che dalla portinaia non ci sta. Egli aveva una - 
cata antipatia contro quella donna per cene \ 
Mine impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le 
vale, durante la sua prima gioventù 

Gerardo non vuol troppo inquietarsi : s'è inquie- 
abbastanza a Roma, per cose più serie, e finisce 
col sorridere a 'l'eo e col l'accarezzarlo, per rappa 
cificarsi »1 servitore. Riflette, intanto, quale | 

essere la maggiore delle e ire: viaggiare 

col cane, 1 ppure <■"] broncio ili Prospero che e capa- 
cissimo ili farglielo godere per tutto il tem|n, della 
villeggiatura... 

Star,, lassù, un paio ili settimane per ripo- 
. camminare, premiere II fresai e pei s 1 
un paio d'articoli sulle condizioni politiche dell'I- 
talia al Daily Express... Poi, basta Alietone ! I 
neri'i a Roma per una settimana. A Roma ci p 
andare senza Prospero e Prospero, invece, potrà t, r- 
nare a Milano con Matteo! 

Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto 
voluto, ('.cranio Parvis è ormai a cedere. 

soltanto 'li salvare l'onore delle 
e quindi continua a guardare e ad accarezzare il 
•tue. mentre domani la al servitore: 
l se poi disturbassi 

Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i 
bauli e tutti li valigie e comincia ad arrotolare il 
plaid. 

, qualche notte, si mettesse ad abba 



I Wl \ hlYA 



29 



Silenzio perfetto. 

— Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo an- 
che Teo in montagna! Ma ricordati. Prospero, ci 

penserai tu ! 

— Sissigni ire ! 

La faccia ilei vecchio ha un lampo, un sorriso, e 
Teo, dalla gioia, comincia a squittire furiosamente, 
a correre di nuovo in giro per la stanza, a tirare, 1 
mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi 
afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se !a 
porta via scappando sotto le seggiole e il canap 
inseguito dalle grida e dalle minacce di Prospero. 

L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a 
Pracchia e di salire all'Abetone in carrozza , la 
mattina presto, col fresco, e così prende l'ultimo di- 
retto, quello della notte per Firenze. 

l 'urne tutti gli uomini politici e gli uomini d'af- 
fari che viaggiano molto e non hanno tempo da 
perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora an 
che in treno, nel suo scompartimento. L'n ministri 
anche dimissionario, trova facilmente il modo di 
rimanere solo. 

Appena il treno è in moto, egli apre la sua vali- 
getta particolare, leva la cartella, il calamaio, poi 
un fascio di lettere e di carte. Ne sfoglia, ne esa- 
mina alcune attentamente, poi le mette da parte e 
comincia a scrivere. Sente di dover inviare una let- 
tera al suo sotto-segretario, l'onorevole Donadei. 
Bisogna persuaderlo che non è il caso ch'egli pure 
dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di cor- 
tesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al 
Parvis preme realmente che il suo collaboratore ri- 
manga qualche tempo ancora sulla breccia a soste- 
nere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle 
postume invettive. 

La lettera non è facile a scrivere, neppure per 
un diplomatico fine e consumato come Gerardo Par- 
vis. Ma il rullio del treno, che non gli permetti- di 
scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario 
di meditare sulle frasi. E non c'è male: cene let- 
tere, quando meno ci si pensa, si vedono poi compa- 
rire, al solito momento più inopportuno, su questo e 
su quel giornale. 

Gli uomini politici, come le donne che hanno più 
di un innamorato, non sono mai prudenti abba- 
stanza colle lettere!... 
« Oh or evi' le amico : 

« Se ho avuto qualche perplessità nel decidermi 
.11! abbandonare le cure e le responsabilità del Go- 
verno e se ora ne provo qualche rimpianti!, è sol- 
tanto pel rammarico di staccarmi da lei, di avi ri 
interrotta un'opera con tanta fiducia iniziata in- 
sieme, e mercè la di Lei intelligente e provvida col 
lavorazione, proseguita in mezzo a contrarie fortu- 
ne, non senza onore ed utilità. 

ii Ma questo rimpianto si farebbe in me assai 



piti grave e doloroso, e mi indurrebbe quasi a te- 
mere di aver recato danno colla mia risoluzii 
agli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove do- 
vessi apprendere, che per eccessiva delicateza n 
l'intedere l'obbligo morale di un'antica e fida sol 
darietà, Ella intendesse di ritirarsi a sua volta.... 

« Il Ministero del quale oggidì Ella regge iute 
rinalmente e così degnamente le sorti, è d'indole 
affatto amministrativa, ed in un paese ove le lorme 
rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al 
pari dei dicasteri dell' 'Agricoltura, del Commercio, 
dei Lavori Pubblici 1 così via 1 ssere sottratto ali 
vicende troppo di frequente mutabili della politica 
parlamenntare. A questo carattere imperfetto de! 
nostro ordinamento, procuriamo di riparare, anche 
.1 costo di personali sacrifici, noi tutti, uomini d'or- 
dine, zelanti del bene pubblico; ed Ella, ne offra 
l'esempio col rimanere... » 

A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma 
nella stazione di Lodi. 

11 Parvis sente tra il fragore del convoglio, il 
trepestio dei passeggeri e il gridare dei conduttori. 
un abbaiare furioso: è la voce di Matteo! 

- Bravo!.... Cominciamo bene! 

Poco dopo aprono lo sportello del suo scompar- 
timento. L'Onorevole si volta, guarda... E' Prospero, 
confuso, imbarazzato, ohe tiene Teo fra le braccia, 
Teo che si agita, si dibatte nervoso, furioso, in- 
quieto. 

('osa vuoi 5 .... ('osa c'è con quel cane? 

— Sa che c'è lei qui vicino, e non vuol più stare 
con me!... Xon ha fatto altro che gridare e sma- 
niare tutto il tempo ! 

— Te lo avevo detto io!... Avevo preveduto che 
sarebbe stata una seccatura! « Lei non ci pensi! 
Lei non ci pensi! E poi subito, tanto di muso, 
1 isl inatO, testardo ! > 

Ma più del vecchio servitore, che rimane a testa 
bassa, l'ostinato e il testardo era Teo, che si divin 
e. la. si torce più che mai per sfuggire dalle braccia 
di Prospero, e ringhia al conduttore, che tenendi 
con una mano lo sportello, coll'altra cerca di acca 
rezzarlo. 

- E adesso iosa facciamo? 
Bisogna ohe lo tenga con lei 

La campanella, il fischio.... 
Partenza !... 

I éo fa il diavolo a quattro e Prospero ni 
più a trattenerlo. 

— Da, qui! E ricordati: se non sta tranquillo, 
prima stazione vi lascio a terra . te e la tua 

' Tutti e due ! 

II , ane , già saltato sul -edile, sulle gino chia 
.li Gerardo, che lo riceve con uno spintone e uno 
scappellotto. Ma Teo. in questa circostanza, non si 

tra permaloso. Scuote, pieno di allegrezza, le 



3o 



LA M ITUKA 



sul fine 
strino pei guardai 

: impone < '•' rardi a n 

alzando la inalici in aria «li minai 
non capisi e. Si ao |uatta ili colpi . 
sulle cui. nini zampi Ma poi, ili indo gli 
orch i Izai la testa, fìssa il padrone atti 

mente, e lo studia, non ben persuas che 

«nel tene di minaccia non sia uno scherzo. 

Pros] :omparso . il treno si ri- 

• l'onorevole Parvis ricomincia a scri- 
ontinua la sua lettera all'onorevok Do 
nadei 

i cuscino si av- 
\ icin i i Iti ine e poi • rem : del musi 

lustre» ed iimidi>. sulle- ginocchia di lui, senza muo- 
più. Solo di tanto in tanto a] re ed alza gli 
i alzar la testa, e guarda Gerardo 
ii m una lunga occhiata affettuosa; poi sbatte le 
labbra mandando sospironi di soddisfazione. 

Quando si giunge a Pracchia, comincia ad albeg 
giare. Fra le varie carrozze che attendono presso la 
stazione, Matteo distingue subito il più bel landò a 
due cavalli, e mentre i facchini scaricano i bauli e 
salta in carri '//a, rimanendo app - 
■ . ne. iute i allo sportello aperto, sempre guar- 
dando il padrone e dimenando lacinia a Prospero, 
ndo il vecchio servo si avvicina, per far caricare 
ila carrozza. 
I tutto il viaggio, per tutta la salita. Ter» 
non fa altro che [tassare da un capo all'altro elei 
sedili :ia al padrone, allungandosi quasi ad 

.ispirare- con delizia i buoni odori della campagna, 
fiutando Prospero per accertarsi che sia sempre ben 
lui l'uomo che siede a cassetta presso il cocchiere, 
poi di nuovo, <ìi qua e eli là, spingendosi multo al- 
iinri dello sportello, quando sulla strada passa 
qualche mucca o qualche pecora, balzando fin sul 
mantice del landò quando la vettura s'incontra in 
un qualche cane ringhioso che le corre dietro 
latrando. 

L'onorevole Parvis sorride a Teo, sorride allo 
taccio eli ']uclla gioia quasi bambinesca e mivc- 
.1 riamente e inavvertitamente apre l'animo allo 
riso eli allegrezza, si sente preso dallo si- 

li ssere 

Mano a mano che la strada sale e l'aria si fa più 

pura ed elastica, e dalla foresta, che si stende verde 

e cupa a ridosso della montagna, esalano più forti 

fumi dell il sole, anche i pensieri 

■librano sollevarsi, farsi piìi leg 

più tenui, più languidi Quei buoni odori el.-l 

etrano nel cervello, come un blando 

otico che lo induce ad una lieve sonnolenza, 

' ullata dal molo della carrozza, chi- i cavalli ora- 

trascinai) j per l'erta, sostando 

• ratle. tratte.. | ,|j nuelle Pei 



l Pai i is non si indispetl ìsi e; tul 

tra! Pei la prima volta, dopo tanto ti mpo, non ha 
nessuna fretta 'li arrivare: non ha più nulla che 
le» stimoli, che gli urga, che gli prema di fare o eli 
<lir<- : non aspetta ui-ssiuio. non si prepara a parlare 
con nessuno, comincia a non pensare più a niet 
o qua 

( 'he- silenzio I... ( !he delizia ' 

Poi quel sonili. Forte della resina che lacrima 

iverso la scorza bruna degli abeti, gli richi 

la fraganza dell'incenso, che fanciullo aspirava 

con una specie eli avidità, nella lunga noia delle 

cerimonie religiose, al su., | aese, nella cappella della 

-rande- e- melanconica Villa paterna. 

Quanto tempi , ito I Quante cose, quanti 
dolori, quanti amici, quanti nemici ! 

Ma è inutile. Anche il cumulo delle memorie 
vale a rattristarlo sono quel bel sole, in mezzo a 
quel verde, a quel silenzio, a quella solitudine! 
Oh! il silenzio! La solitudine-! Che- ristoro, che 
rezza, che pace, che vita nuova! Non par vero, non 
si direbbe \ ero, che lui, proprio lui, è l'i, su quella 
strada, solo con Prospero, con Teo, con il vetturale 
e non è obbligato né ad ascoltare, ne a dire-, > 
pensare niente-, proprio niente, più niente! I soli 
rumori che ode sono anch'essi discreti, diversi da 
tutti gli altri rumori soliti ; il passo ilei cavalli. 
ogni tanto la musica argentina delle sonagliere 
-rosse-, od un sommesso squittire eli Teo, che sembra 
matto 'li gioia e di piacere, nel anche il ronzìo di un 
moscone che batte contro il cuoio < U-l mantice e si- 
ile- va, il fruscio d'ali d'uno scarabeo che fende l'a- 
ria luminosa con un barbaglio d'oro e scompare... 

Più niente, più nessuno' Riposo, riposo e pa- 
ce; la pace profonda, calma, completa, immensa, 
alla quale ha sospirato tante volte, con uno striti 
gimento, una nostalgia da studente e da iiina : n. -r iti . 
in mezzo ai fastidi, alle cure, ai disinganni, alle ire 

re-presse-, alle- ipocrisie forzate- della sua vita OCCU 

pata, preoccupata, eccitata, tutta per gli altri 

Come si sente bene, anche eli nervi e eli stomaco!... 
Non prova neppure più il bisogno di accendere si- 
garette, una dopo l'altra, come poche ore innanzi, in 
treno... Forse è una illusione-, ma gli sembra già 
di avere appetito... Appetito, eli quello buono, di 
quello giusto, e-he la pensare all'odore ilei pan fre- 
sie, e elei formaggio, non già quel languore, quegli 
stiramenti del ventricolo, a bocca impastata e-d .1 
mara, che lo avvisavano di aver lasciata passare 
l'ora del pranzo o eiella colazione, per sbrigare 
tutto qtie-lld chi a sbrigare non si arriva mai!... 
Più niente! Più nessuno! Solitudine e silenzio! La 
pace, il riposo ! 

La strada sale continuamente e i villaggi, i caso 
lari, giù nelle vallate ridenti, si fanno sempre più 
piccoli. Come si fanno pievine anche le impressioni, 
le cose, le battaglie che fino alla vigilia ingombra- 



.:. 



LA LETTURA 



vano la sua mente, agitavano la sua vita ' ( orni 

e perfida la grande politica ili Stato, 
di tnniic .1 quel cielocosl vasto e cosi puro! Ed 

ie 'li salvatore ilellu patria e della 
umanil . quella persuasione intima, inavvertita di 

al beni degli ali ri, 

r caso un.i fìsima, una » anil I is ci 
rnincia a dubitarne, vedendo con ill'intorno 

ica della vita, in un distacco assoluto, 
in una completa ignoranza ili tutto quanto si 

indi centri del 

i mondo ivile Vnqhe gli uomini |ui i pa 

chi uomini che com rari intervalli sulla via 

la carrozza si lascia dieti gli sembrano 

uomini ili un'altra razza: più (ieri e più onesti ni 

poveri panni, ili tutti i suoi colleghi e nienti 

dulatori e denigratori 'li Roma e di Milano, in 

giubba e in crai atta bianca. Quasi quasi gli spiace 

• li arrivare anche all'Abetone Vorrebbe passare 

sua vacanza, tutta intera, in quel bel deserto 

rerde, tutto pieno ili frescure e 'li silenzi. 

All'Ai ui Ila folla elegante, sempre a 

el i i p colo incidente atto a rompere la 

monotonia della vita, per farne un avvenimento, 

la venuta dell'ex-Eccellenza, delle cui dimissioni 

parlato i giornali, fu un avvenimento 

i tnte. 

Era stato consultato l'orario e fatti i calcoli. Si 

sapeva che il Parvis sarebbe arrivato in landò a due 

dli e che quei due cavalli impiegavano nella 

salita tre ore e mezzo. L'onorevole Parvis doveva 

dunque giungere all'Abetone verso le dieci. 

I ^erso le dieci, la larga strada fiancheggiata, 
da un lato, dalla locanda e dalla succursale, formi- 
colava ili villeggianti incuriositi. 

Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva 
bosco d'abeti, spuntò la carrozza, vi fu un mor- 
morio. 

I. venuto col Carducci ! 

II Narducci era il più bravo vetturale, quello che 
a il più bel lami.', i- i migliori eavalli, di 11 Vi" 

e ili tutto Bi so ilungi i 

mando il landò fu vicino alla locanda, chi 
.tinnì l'ati rale fu reo, sempre appog- 

gio sportello, Teo ■ he guardava 
a sw fiutava curiosamente quei signori e 

quelle signore. 

All'onorevole Parvis la vista 'li quella folla eli 
i tu. .min » .li I- irenze, 'li Napoli, ili 
falla indiscrezione e dalla smania 
del pettegolezzo intorno ili dà un 

nvincibili \< 
umore, addii . addio godimento 

uo e profondo della . della munta- 

ti n un altro monili. : il 

• : ' l ne la fon 



s'illude inutilmente ili trovare la solitudine, gira e 
rigira, quando meno se lo crede, si trova ili quoto 
in mezzo al formicaio. 

— Piccolo caaro ! 

L'albergatore è accorso, tutto ossequi, 
o lo sportello della carrozza e Parvis sta per 
scendere, quando I" scuote quella esclamazione pro- 
nunciata con voce tenera e armoniosa, il langi 
■ li quel doppio a, strascicato, del caaro. Mette piede 
a terra e si \ulge.. . 

E' uno splendori di ragazza, unta vestita di 
bianco, ritta in mezzo ad un gruppo di altre si- 
gnorine, ma 'li tutte più alta, più bella, più viva. 

Slitti, l'enorme cappellone ili trini- <• ili nastri 
. le si avvolge confusamente la massa ondulata 
ilei capelli neri, e luccicano gli .i-chi pure neri, ne- 
rissimi, di un nero lucente, ili fui 
Bi Ila - reatura ! 

E per l'onorevole ParVis ha anche il merito ili 
non occuparsi ili lui, ma ili Teo 

reo, riconoscente, appena balzato «li carrozza, le 

fa lesta intorno, poi Subito segue il padrone, fiu- 
tati' lo .li qua e di là, fiutando lungo le scale, nella 
camera, intorno ai bauli, alle valigie, sotto il letto, 
come per una prima ricognizione ed una presa di 
possesso dei luoghi e delle cose. 

La ramerà è a primo piano, le finestre sono a- 
perte e dalla strada sale un brusìo di voi fr 
ed allegre, e fra tutte, più fresca, più allegra, come 
una risata, la voce già nota del « piccolo caaro ». 
Parvis vuol restare solo e Teo dive andarsene con 
Prospera Ma quando il padrone ha finito la sua 
toilette, prima ancora che richiami Prospero. eCCO 
reo, il quale ha già imparato la strada, — 
cipitarsi contro l'uscio ed entrare nella camera come 
una bomba. 

Prospero, dietro lui. ha la faccia soddisfatta. 

— Teo ha già fatto amicizie! 

Ci- qualche altro cane all'Hotel? 
\'o. no! Amicizia... Con una bella signorina! 
E Prospero accarezza la bestiola, come appro- 
vando il suo buon misto nella scelta 

Cerar. lo non dubita neppure chi sìa la liella si- 
gnorina. Rivede la figura bianca, gli occhioni neri 
i il gran cappellone rosa, e di nuovo sente la 
melodia, l'incanto del doppio a, di quel caaro. 
I l.i fatto amicizia, poven l'eoi 
E mentre Prospero continua .\^\ accarezzar, il 
lido amico. Gerardo si avvede che anche sul vis. 
limine del vecchio servitore, quella apparizione di 
donna giovane e fiorente ha gettato come un raj 

di calore e di luce. 

— Piccolo . ..' 



(Continua) 



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La Toscana nel 1799 



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Dal carteggio di due gentildonne 




L dominio francese in Toscana nell'anno 
J 799 — breve parentesi fra il primo re- 
1 gno procelloso ed instabile di Ferdinan- 
do III ili Lorena e la sanguinosa e tumultuaria sol- 
levazione delle plebi del contado — viene illustrato 
di nuova luce dalle Lettrcs de mad. Reinhard à sa 
mere, teste edite a Parigi dalla baronessa Wimpffen, 
nipote dell'autrice, a cura della Società d'instare 
e ontemf oraine. Dando ragguaglio di esse, la for- 
tuna ci concede di poter aggiungere, quasi a con- 
troprova di quanto scriveva la gentildonna fran- 
cese, alcuni brani di lettere tolti alla corrispon- 
denza della marchesa Maddalena Frescobaldi. ma- 
dre di Gino Capponi ; e di potercene giovare ren- 
diamo vive grazie alla marchesa Natalia Gentile 
Farinola, nipote all'illustre storico della Repub- 
blica di Firenze, e posseditrice del doóìestico ar- 
chivio di lui. 

Ogni pezzo di carta scritta può col tempo diven- 
tare documento di storia : in special modo le let- 
tere, che alle notizie di privati interessi intreccino 
ragguagli di pubblici avvenimenti, e tanto più se si 
tratti non di qualche lettera isolata, ma di un con- 
tinuato e copioso carteggio. La corrispondenza epi- 
stolare può in tal caso ragguagliarsi a quei delicati 
ordigni, che riproduci ino impercettibili fenomeni 
fisici, e avvertono ciò ili che l'uomo da per sé non si 
accorgerebbe, dacché in essa rinveniamo quelle pas- 
seggere impressioni, quegli scatti subitanei, quelle 
lente modificazioni dell'opinione e del sentir gene- 
rale, che la storia non registra, contenta a un rias- 
sunto generale e sommario degli avvenimenti più ri- 
levanti. Xei carteggi invece abbiamo voci sommesse, 
giudizj di primo impulso, aneddoti su uomini e 
fatti, che meglio determinano il carattere dei i 
occorrenti e dipingono lo stato degli animi nel ra- 
pido succedersi .li quelli. 

La Lettura. 



I carteggi di queste due gentildonne ritraggono 
assai bene la condizione della Toscana, e di Fi- 
renze in specie, in quel fortunoso periodo di quat- 
tro mesi. Cristina Reimarus ili Amburgo era mo- 
glie del vurtemberghese Carlo Federigo Reinhard, 
ministro dapprima presso la Corte di Toscana, poi, 
quando Ferdinando venne licenziato, Commissario 
ili Governo a conto del Direttorio. Ambedue, il ma- 
rito e la moglie, di tedeschi si erano fatti francesi, 
e professavano ardentemente i principj della Rivo- 
luzione, temperati tuttavia nell'uno e nell'altra da 
squisita educazione della mente e del cuore. 

La marchesa Frescobaldi, moglie a Pier Roberto 
Capi ioni, maggiori Ionio della < Iramluchessa, era inve- 
ce, naturalmente, avversa alle novità venute di Fran- 
cia. Rimasta a guardar la casa e i domestici possessi 
e a vegliare il figlio appena settenne, quando il ma- 
rito seguì Ferdinando a Vienna, i i lo veniva rag- 
guagliando dell'andamento dell'azienda domestica 
e di quanto avveniva in città. Amantissima del con- 
sorte, fedelissima al Principe, seppe, in quel fran- 
gente, sopportare con animo alto e virile le repli- 
offese al suo modo di pensare e di vivere, senza 
dare in escand e serenamente giudicando 

di avvenimenti e di persone. Il carteggio della Rein- 
hard compatisce ai vinti, e mostra che nell'animo 
ntil iva i dolori: quello della Cap 

poni è mesto senza viltà, rassegnato senza codardia : 
più culto lo stile dell'ami i si vi 'Ita dai 

brani che ne ritraduciamo dalla traduzio se: 

erta bonarietà casalinga quello della 
ntina : dell'uno e altro >ale 

la sincerità. Se le due gentildonne si fossero incon- 
trate in quei dubbj momenti, probabilmente non sa- 

amiche, pei h troppi ragii mi le te- 
neva! Itra ; ma potrebbe as- 
serirsi che si sarebbero a vicenda stimate. 



• ; l 



LA III l'i R \ 



quel tempo. Aveva la p 
P- di salvarsi dalla tempesta fran- 

, ,1, proclamandi i la pn>- 
neutralita e stipulando solenne colla 

Conw Carletti era stato ricevuto 

tutti gli onori in seno all'Assemblea, e il testo 
dei iti, i ra siato inserito nei 

rendiconti ufficiali in doppia torma: fi ita- 

liana Del consiglio 'li attenersi alla neutralità co- 

principale fau 
il marchese Manfredini, già ajo ora uomo ili 
fidu e Grani Egli era un poi 

incerato, ma non sempre così forte in 
sella da contrastare validami i > avréb- 

voluto distruggere l'opera benefica di Pietro 
l poldo, alla quale erano state arrecate intanto pa- 
recd ■ nell'amministrazione civile, nella li- 

Ivrtà commerciale e nella politica ecclesiastica. La 
i assidua dei retrivi, insensibil- 
mente 'Ina addietro, e tanto più difficile riusciva 
perciò una intesa Ila Francia: senza con 

tare poi la difficoltà intrinseca di buona e durevole 
amicizia fra un principato e una repubblica, fra un 
arciduca austriaco e un reggimento a popolo. E poi 
anche, gli [ngli si, che avevano negozj e case coni 
merciali a Livorno, colla loro prepotenza scompi- 
gliavano volta a volta quello che la prudenza or- 
diva con tanta fatica per mantener pace fra To- 
scana e Francia. La Toscana era veramente il fra- 
gile vaso di terra fra due vasi di ferro, e doveva 
andar in frantumi: ne la neutralità senz'armi po- 
teva salvarla, come non salvò la repubblica di Ve- 
nezia. 



La signora Reinhard giungeva a Firenze col ma- 
rito ambasciatore ai primi di giugno del 1798, e d'al- 
lora comincia la corrispondenza colla madre, nella 
quale andremo spigolando notizie di storia, a Tutto 
qui è tranquillo »: così finiva la prima lettera, dove 
aveva pur notato, nonostante l'accoglienza premu- 
e garbata di Ferdinando e del Manfredini, le 
difficoltà del momento. Infatti, tutto pareva andar 
l>ene ; e pensando alle ambasciate francesi di To- 
nno e ili Napoli, la scrittrice poteva concludere che 
suo marito e lei erano stati favoriti dalla sorte, ed 
esposti a minori pericoli. Il Reinhard venne rice- 
vuto ,1 1 ni forma d'onoranza, e alla 
randucale l'ambasciatrici dia destra 
del i La G lessa le parve avere una 
1 di bontà, che ne dimenticare la 
bruttezza I 1 ruttina era veramente, ne si può rav- 
lle pan]. Reinhard una punta di 
mal . temperata da \m po' di con, 
le altret! uito Ma e da 

linando era ti CCata una 

moglie non 1 I loto è pii \ lui 

■ra arciduca e a V 1 stata promessa la 

p r i r di Napoli, figlia pri- 

di Caroli tO, al 

fratello 1 .il futuro im] 



era morta la sposa, e si pensò per lui a un secondo 
monio napoletano. Se non che, Carolina — e 
Fossi questo il solo suo peccato innanzi alla storia ! 
— fatti fare i ritratti delle spose, ignote ai futuri ma- 
riti, e inviatili a Vienna, indirizzò a Fraina 
quello di Maria 'I . ■ I indo l'altro ili 

Luisa Amalia: e cosi il prie mperiale ebbe 

reale primogenita, e Ferdinando si dovette con 
tentare dell'altra, secondogenita, e un po' gibbosa. 
Dello scambio si rise dall'Imperatore e in tutte le 
Corti: (pianto poi a Ferdinando, era tanto buono!... 

Narra poi la Reinhard gli inviti in case ar 
1 ratiche, ove piacque la sua toilette: tutte le altre da- 
me incipriate, secondo l'antica moda: essa invece, 
pettinata alla greca, con penne tricolori intrecciate a 
perle: e l'entrar di lei, cosi acconciata, in quei quar- 
tieri ammuffiti, pareva quasi simboleggiare l'intru- 
dersi subitaneo della democrazia francese nel vec- 
chio sistema politico dell'Europa, Assistè anche al 
battesimo di un nuovo arciduca ; il neonato venne 
condotto attraverso gli appartamenti di Palazzo 
Pitti sulle ginocchia della gran maggiordoma Ro- 
spigliosi in una portantina, scortata da un corpo 
musicale e da staffieri con torce accese ; l'arcivesco- 
vo officiava e il Manfredini teneva il battezzando. 
Ma dalle noiose cerimonie di Corte la divagava la 
presenza di Paolina Buonaparte, allora Ledere, poi 
principessa Borghese, venuta allora allora da M ì 
lano a Firenze. « in cerca di divertimenti ». Essa 
è descritta giovane, graziosa e bonacciona : le piace 
scherzare e parlare di toilettes, e la moda è per 
lei la cosa di maggiore importanza. Il rappresen- 
tante cisalpino volle darle un banchetto, che fu ralle- 
grato dalla notizia del felice sbarco di Napoleone 
in Alessandria, sicché l'anfitrione bevve un bic 
re di vin di Cipro in onore dell'eroe, augurando che 
grazie all'eroe, presto esso si chiamerebbe vino fran- 
cese, e aggiungendo tuttavia che, per bere alla salute 
della sorella, converrebbe adoperare vino di Citerà. 
Così, dopo il terrore, il madrigale tornava a fiorire! 

Ma intanto, le faccende si imbrogliavano. Ber- 
thier era costretto a lasciar Roma, i Napoletani si 
muovevano, gli Inglesi si prendevano Livorno, Man- 
fiedini restava « désorienté » : la Granduchessa, fi- 
glia e alunna di Carolina, stava a capo della parte 
antifrancese: solo il Granduca dichiarava di voler 
vivere e morire neutrale. Si procedeva ad appare-- 
chi guerreschi, e il dono volontario di argenterie, 
fatto con ostentazione dal clero e dalla nobiltà, non 
riusciva ben chiaro all'ambasciatrice. Nulla, scri- 
veva, giustifica questo sacrili/io: e vi è conti 
di opinioni circa l'usi 1 che vorrà farsene: le antiche 
famiglie hanno dato somme ingenti ; il vescovo di 
Fiesole tutto il su,, tesoro; e, quando i parroci eb 
bero mandato l'inventario delle loro ricchezze, l'Ar 
co di Firenze li esortò a non celar nulla. Si riat- 
tano segretamente fucili e cannoni, si armano i con 

ladini, si indicono preghiere a I>io nelle chiese per 
dimandar vittorie ; ini ti ci si rispanc 

grandi dimostrazioni di amicizia, e agli impiegati 
di polizia e dato ordine di scoprirsi il capo al no- 
passaggio ». 
Gì izie al Macdonald e allo Championnet, sul fi- 



LA TOSI W \ MI I ;> m 



35 



nire dell'anno gli avvenimenti tornavano favorevoli 
ai Francesi: Carlo Emanuele lasciava Torino, i Na 
poletani evacuavano Livorno, Lucca veniva demo- 
cratizzata dal Sérurier, Roma ripresa, Napoli era 
prossima a cadere e i Borboni a fuggire. La burra- 
sca si avvicinava sempre più sopra la Toscana. 

Mad. Reinhard, che intanto aveva messo a luce 
un figliuolo, ripigliava la penna, che provvisoria- 
mente aveva tenuta per lei il marito, e notava ai 
22 gennaio '99: « Ho assistito ieri alla fine di imi 
novale, e ho veduto che il popolo fiorentino non 
esce dalla sua sonnolenza nemmeno per distrarsi, e 
si diverte dormendo. Dalle quattro in poi le carrozze 
si seguivano al passo nelle vie principali e nel Lun- 
garno. Le dame in costume o mascherate sfoggia- 
vano le loro toileltes in carrozze infiorate: la gente 
si affollava sui marciapiedi per ammirarne lo sfi- 
lare, ma non si udiva né uno scherzo né una escla- 
mazione di allegria , e si poteva credere di assi- 
stere a un accompagnamento funebre, se qualche 
arlecchino non avesse suonato il tamburo. La sera 
al Veglione uguale silenzio da parte di questi mede- 
simi vogliosi del piacere ; e Carlo, ritornandone, 
ebbe a dirmi : ] e veux ètte pendu, si fai vii tire 
une seitle personne! » 

Si capisce: l'ambasciatore francese poteva esser 
lieto, ma tristi presagi turbavano gli animi degli 
altri: della Corte, che vedeva la propria esistenza 
sospesa a un filo: dell'aristocrazia, che sentiva ap- 
pressarsi la sua caduta: del popolo, così poco pre- 
parato agli eventi, da levarsi contro le riforme leo- 
poldine, stimandole pericolose al trono e all'altare, 
e punto smanioso di sperimentare le novità francesi. 
Apparivano infatti i segni precursori della reazione, 
e la Reinhard ne racconta qualcuno abbastanza si- 
gnificativo. Ma anche la francese gentildonna non 
era senza apprensioni, benché avesse ferma fede che 
i fati dovessero volger propizj alla spirito de' nuovi 
tempi. Né i dubbj durarono a lungo. « Non é più il 
caso di farsi illusioni: ormai la guerra è dichia- 
rata ». 



Il 12 marzo, infatti, la guerra coli' Austria era stata 
indetta: e il 16 un ufficiale francese, a nome dello 
Scherer, generale in capo delle armate francesi in 
Italia, annunziava l'occupazione della Toscana: 
un proclama di lui, da Mantova, in data dei 22, la 
notificava ai sudditi di Ferdinando assicurando pro- 
tezione, pace, giustizia, sicurezza, rispetto al rullo 
e alla proprietà, e mantenimento dell'ordine: tutte 
quelle belle cose che in tali occasioni si promet- 
tono: salvo sì o no, a mantenerle. Eguali as- 
sicurazioni ripeteva da Bologna il generale di 
divisione Gaulthier , incaricato di varcar l'Appen- 
nino. Neanche una parola rispetto al Principe: che 
due giorni appresso si volgeva ai suoi popoli rac- 
comandando che nell'entrata dei Francesi in Firenze 
gli dessero prova di affetto, di lealtà, di gratitu- 
dine, tenendosi quieti, rispettando le truppe e a- 
stenendosi da ogni atto, che potesse dar loro motivo 
di lagnanza. Il 25 le colonne francesi, passando 
sotto l'arco trionfale che ricordava l'entrata di Fran- 



ili Lorena nel 17,^9 1 corsi cinquan- 

tanni i' pochi giorni — entravano da Porta San 
Gallo in Firenze. 

Invano il Granduca aveva cercato di scongiurare 
il fatto, mandando il Manfredini presso lo Scherer. 
Il Reinhard di nulla aveva avvisato Ferdinando, 
perchè niun ordine glien'era venuto da Parigi : 
nulla avevan scritto i residenti granducali a Pa- 
rigi e a Milano perchè nulla avevan trapelato: lo 
Scherer rispose dovere eseguire ordini precisi del 
Direttorio: del resto, l'occupazione non avere altro 
fine che di proteggere uno Stato amico, ma debole. 
Così, come tante altre volte, la violenza, riconoscen 
do la propria deformità, si mascherava d'ipocrisia. 

Fra la prima notizia e l'entrata dei Francesi eran 
passati intanto parecchi giorni, non senza grandi 
dubbiezze. « Non poteva previ - rive la Rein- 

hard, quale sarebbe stata l'attitudine del popolo: 
e noi eravamo nelle sue mani ». Chi poteva assicu- 
rare che la plebe fiorentina non ricordasse gli eccessi 
della plebe romana e gli eccidj di Bassville e di 
Duphot? Per confortare la gentildonna, timorosa 
non per sé soltanto, ma pel marito e pel figliuoletto, 
le si diceva, che se anche fosse accaduta qualche di- 
sgrazia, pronta e memorabile sarebbe stata la ven- 
detta: ma replicava essa non senza ragione: « non 
mi sento così fervente patriota, da desiderare di 
rendermi illustre a cotesto modo ». 

Tutto invece procedette quietamente, e il popolo 
che nei giorni innanzi, nelle cerimonie della setti- 
mana santa, si era accalcato dietro al Granduca, si 
preparò al nuovo spettacolo dello sfilar dei Fran- 
cesi. D'ora in ora i corrieri annunziavano l'avvici- 
narsi delle soldatesche: quando la distanza fu pic- 
cola, il Reinhard colla sua signora, il rappresen- 
tante cisalpino e un giornalista francese andarono 
a incontrarle in carrozza. Una gran folla in abito 
festivo faceva ala al loro passaggio salutando, se 
la Reinhard dice il vero, e qualche gruppo di gio- 
vanotti applaudiva. Il primo drappello, di cinque- 
cento uomini, entrò con musica e bandii ra ip egata, 
avendo alla testa il generale: vennero poi gli altri, 
e bivaccarono sulle piazze. Dopo poco più di mez- 
z'ora, assevera la Reinhard, la truppa toscana, che 
tre giorni appresso doveva esser disciolta, venne di- 
sarmata, e fu preso possesso delle due fortezze. Al 
Granduca si assegnò una guardia, così detta d'onore, 
di cinquant'uomini. Il palazzo della legazione, 
ri 1 quello Panciatichi in Borgo Pinti, fu invaso da 
patrioti, che cercavano uffici, da granduchisti che sol- 
lecitavano passaporti •< Non vi fu alcun disordine, 
si ebbe nessun caso di resistenza. Alle nove di 
sera ci mettemmo a tavola: poi ciascuno andò pei 
fatti suoi, e io son mezza morta dalla fati' 

.dia mezzanotte ilei 25 scriveva la Reinhard, 
diventata a un tratto di moglie dell'amba 1 atore, 
moglie del e. rio dilla Ri pul ! 1 1 francese 

in Toscana: una specie, dunque, di Orai.' 
Ma la mattina appresso, dopo aver meglio dormito 
forse della Granduchessa vera, essa si dimand 
come probabilmente tutti si chiedevano: Che si farà 
adesso del Granduca? The si farà di questo paese? 
1, manto al primo, essa si rispondeva: 1 Egli parte 






LA LETTURA 



e noi restiamo ». E intani, la mattina del -'<> un 
aiutai unpo del generale, salito a Pitti, in- 

timò .il Granduca la | entro ventiqt 

ore Affi i la Reinhard ch'egli non se l'aspetl 
■ il Pi fino all'ultimo » . credeva 

idurrebbe alla i ccupazii ire di l.i- 

• l erdinando al l'uri li ni- perentorio i ; s i ì non 

aver rimprovi ri da farsi: e in quest'asserzione v'era 
del \ non vero: ad ogni modo era vittima 

di inescusabile violenza. Aggiunse che pan 
be, come fece, la mattina appressa Era l'alba, e la 

popi ton avvisata, 'li nulla si ai rse: i 

no l'ordine di levar i sonagli ai 
illi e non schioccare la frusta, se non dopo ol- 
trepassata Porta San Callo da un pezzo. Così, ac- 
corri] a pochi, da nessuno salutato, parti Fer- 
dinando dalla reggia e dalla rapitali.-. Si andava, 
uni vede, per le spiccie, e senza complimenti, 
« Ferdinando III è licenzia a un di 
todel Governo francese, l'Abram, al governatore 
Siena): i ministri sono spariti ; in conseguenza, 
domani, avanti il levar del sole, sparite anche voi 
dal palazzo ■. Uno, due e tre, ionie nel gioco dei 
•lotti ; e un Governo nuovo subentrava all'an- 

( 'i pia ntare un aneddoto relativo alla 

partenza di Ferdinando. Prese con sé Soltanto 
alcune suppellettili di personale spettanza, e 
[tanto una Madi umilia di Raf 
.1 poc' anzi ci imperato co' suoi 
ili, e che, se non erriamo, fu anche 
tata 'anni dopo, dal granduca Leo 

poldo, (mando, nori per forza d'armi straniere 
ma per volontà di popolo, ricalcò le orme stesse 
del padre. I a Madonnina ne acquistò il titolo del 
I ma sarebbe stato più auguroso chiamarla 

del ritorno. Il Cav. Puccini, quello slesso che. 

trafugando la Vi nere de' Medici in Sicilia, impedì 
il matrimonio, .he Napoleone voleva fare, a Pa 
rigi coli' Vpollo di Belvedere ivi pur traslocato, i 
d'introdurre nella i randucale una cassetta, 

d ii'i Gal lei a, alle sue 

Ferdinando se 

si trattava, consegnò la ad un ufficiale 

mettesse i ■.- sui i lui igo — 

il trami'- era pericoli dicendo: questi 

non sono miei; ma della \ .. • cana. 

Al palazzo furono apposti i sigilli, 

per .per; di due segretari del Reinhard. «Essi sono 

rta, rive la < 'ommissai a, ve 

dendo le ricchezze ivi accumulate. Il Granduca ha 

! ni ', '-ria, dell'argenteria di 

gran mila lire in oro. Nulla sa- 

■ i-i giovanotti, 

ma li tate i te ai ( lommissarj 

; uno gli si rupi li ii. 1 lifatti, 

dar l'armento in guardia al lupo E più 

Dui inte la m Me si fanm i balle di 

dei carri j . ben in- 

. della Repubblica... Mio marito è impotente 

-. e il generale pensa che i 

i debbono ingerirsi dei 

l ti della finanza ». 



Quanto al paese, scriveva la Commissaria, « la 

I' si-.ma non sarà rivoluzionala, ma l'amministrerà 

un Governo provvisorio » ; poteva infatti servii, a 
qualche scambio: Venezia e Campoformio 



Pei caduti, la Reinhard non ha parola men che 
rispettosa-, e alla frasi citata: « egli pari 
noi n ti amo •, aggiunge immediatamente: « < 

1 che il i as ntrario sarebbe più di mio 

gusto». E in altra lettera: « Permettetemi di 
non insistere su certi atti, che la natura de 
tempi e le circostanze hanno resi necessarj : 
ma ogni cuore sensibile sanguina al peri 
che un onest'uomo, animato dalle migliori inten- 
zioni, coni'.'' il ("irati. Ima. abbia dovuto Lisi i.ire 1 
tetto, dove viveva felice, per incontrare le vicissi- 
tudini dell'esilio, con una moglie incinta e quattro 
bambini; siasi qualsivoglia il suo titolo e la sua 
condizione, cotest'uomo ha dritto alla nostra commi- 
serazione, e quanti mi attorniano, sentono come 
me ». Ma oltre la pietà pei caduti, l'intelligente si- 
gnora sentiva il peso che incombeva al marito, e si 
confortava soltanto pensando ch'egli, per l'indole sua 
rigida e temperata, avrebbe potuto far molto bene 
ed evitar molto male, e che fautori ed awersarj ri- 
conoscevano quelle sue virtù: « lutti rendono giu- 
stizia alla sua rettitudine e all'altezza dei suoi sen- 
timenti ». 



Così cadeva, senza li sforzi né per tenerla 

su né per cacciarla giù, la dinastia lorenese ; e i 
giacobineggianti fiorentini, fino allora costretti alle 
SOp] iatte congiure, e che non avevano avuto, come 
altrove, un fautore e un protettore nell'onesto Rein- 
hard, ora venivan fuori dai loro nascondigli. E' 
quello che è sempre accaduto: 

Su Abbondio, è tuorlo Doti Rodrigo 

Sbuca a delle tue paure. 

I repubblicani, nota la Reinhard, sono usi 

terra come i funghi, Si piantarono subito gli 

alberi della libertà, si svelsero le insegne grandi! 
cali. I i n mta veniva ornata rli nastri e fio- 

ri: il sole la irrag . i patriotti le danzavano e 

cantavano intorno. Ma, i < < la Reinhard, 

metterà radici"-' porterà i suoi frutti? Chi sa! E 
a lei pareva già scorgere che l'entusiasmo del primo 
mi imento e lo sbali >rdiment< h fa 

desser luogo ni lazione a un senso generale 

di fiducia e di speranza. 

Era però cotesto un popolo che respirasse a piei 
polmoni, dopo essersi liberato da un grave peso i 
l'i ipprimesse J Ni n dibile che nello spazi- - 

poche ore si fossi- prodotto il gran miracolo chi 

• alla Reinhard. Il veto è ohe non molti nu 
trivano sensi di liberalismo: radi erano i (autori 
di li. • ni ibi li e i ricchi, radissimi nella, pli 

Il gri sso .'li libei ali era le i lell i ! « irghesia : 

ma es si non erano certamente 

ora, col l'aiuto dei francesi, i patrioti avevano II di 
sopra, e gli ihri, più o meno volontieri, si ao 

al nuovo ordine di ci.se: tutti, " con fidu 



LA T< >SCANA NEI I ~< ni 



37 



i paura, conosceva sentivano la forza della 

Francia e la fortuna delle sue armi. Guardando 
dall'alto, ove si trovava, alla cittadina Reinhard pa 
reva che tutto andasse bene, e si maravigliava, ral- 
legrandosene, che questa popolazione, prima così in- 
dolente, fosse capace di tanta energia. « Essa rivi Ir. 
così scriveva, di aver conseguito la libertà senza ver 
5are una goccia di sangue, senza aver passato una 
notte di angoscia, e desidera conservare ciò che gli 
pan- d'aver conquistato. Povero popolo! Quando ti 
si colpirà di contribuzioni, quando le inani del Com- 
missario organizzatore saranno legate, ti accorgerai 
che la via che conduce alla libertà non <• sparsa ili 
n ise » ! 

Le contribuzioni e gli aggravj d'ogni sorta fioc- 
carono presto e d'ogni parte: e la prima fu la re- 
quisizione dei cavalli. Si chiusero le porte della città, 
e fu fatta una prima razzìa. La Reinhard si impose 
di non andare in carrozza, perchè non si notasse 
che essa sola possedesse cavalli. In casa Capponi — a 
questo punto principia la corrispondenza della mar- 
chesa Maddalena — ne furono requisiti quattro. 
« Ho fatto ripulire la stalla, e penso di andarci a 
pranzo una mattina », diceva non senza spirito. Poi 
le si chiesero argenterie pel servizio di tavola e di 
camera del generale: e nel palazzo Capponi si mi- 
sero ad alloggiare un Commissario, un sotto ("om 
missario e un picchetto di soldati : in tutto 18 per- 
sone. La marchesa si contentò di andar a piedi, 
diede astucci di posate e candellieri, e provvide al 
mantenimento degli ospiti, restringendo per se la 
spesa quotidiana. Poi convenne mantenere un gene 
rale. il Montrichard, e il suo Stato maggiore. « Ci 
sono stati venti giorni, e vi giuro che avevano ridotto 
la casa, che pareva quella del diavolo : sempre gri- 
da, bestemmie, urli, che nessuno ce ne poteva: cor- 
sero dietro colla pistola a Luigi mio servitore, ba- 
stonarono il cuoco, e poi non vollero nemmeno pa- 
gare 25 scudi, spesi per le loro voglie: insomma 
fui obbligata di ricorrere al generale, e tanto per 
due giorni fece un poco d : effetto ». Sarebbe volen- 
tieri andata in villa, ma non le pareva cosa pru- 
denti, e Minna repugnanza di vedere il suo nome 
sul Monitore, fra quelli dei fuggiaschi ; e poi « ad 
ogni momento vengono ordini e contrordini, pei 
quali è necessario prendere delle misure, che non 
essendoci io, non potrebbero prendersi. Ma 
scriveva al marito, non vi dia pena: mi ci presto 
voìontieri. persuasa che l'adempimento dei propri 
doveri è il solo bene che resta alle persi me ono 
rate ». 

Alla superficie tutto era. pareva, quieto; ma 
le voci che si spargevano nella plebe, di rapine e 
saccheggi, l'agitavano sordamente. Verso la ri 
di aprile vi fu un allarme a propositi) del quale 
così scriveva la Reinhard: « T fiorentini hanno dato 
la misura di ciò che possono sopportare, dacché la 
piccola sommossa di venerdì scorso sarchile in ogni 
luogo passata inavvertita. Qui invece, tutte le donne 
incinte hanno abortito, gli uomini tremavano, i pa- 
trioti si nascosero e gli impiegati si precipitai 
pallidi e smarriti negli uffici di mio marito ». Dove 
parrebbe esagerato l'accenno almeno alle sconcia- 



ture, se non lo confermasse la ' apponi: « Qui tutto 
è tranquillo, .lupo un piccolo rumore accaduto nei 

mi Minsi pei una voo j u 1 di saccheggio, che 
11 esse all'arme tutto i! popolo, e che poi fu quietato 
dalle assicurazioni della truppa francese; un solo 
ufficiale restò un poco ferito, [e ero in quell'ora in 
Casa, onde poco mi sconcertai, e poi sono così stoi- 
camente rassegnata, che in qiesto genere poo più 
mi altero. Molti però furono i danni che cagionò 
quest'allarme inaspettato; rinite donne abortirono, 
molti malati soccomberon », e molti buttarono la 
loro roba e denari nei pozzi ». 

Nuova requisizione di cavalli: « ma pei me, no- 
tava la marchesa, che è da due mesi he vado a 

, non ho questo pensiero »: poi, anticipa* 
delle imposte, e, dopo una contribuzione forzata di 
centomila scudi ai primi d'aprile, verso la metà 
del mese un'altra dì quattro milioni di lire: « ma 
siccome c'è tempo quindici giorni, rosi può essere 
che l'affare si accomodi ». Col pretesto del disarmo 
generale fu, tra l'altre, saccheggiata e rubala una 
bella raccolta di armi antiche ili 1 Capponi nella 
villa di Montughi : ora si faceva man bassa sui te- 
sori di Palazzo Pitti. 

« Eccovi, scriveva la Reinhard, un esempio di 1 prò 
cedere di questi barbari. Eravamo a tavola quando 
un impiegato di Carlo venne ad avvisarlo che tutta 
l'argenteria granducale e de' pezzi di oreficeria di 
Benvenuto Cellini erano alla Zecca e stavano per 
esser fusi. Egli vi si oppose energicamente, e salvò 
dalla distruzione i sei pezzi rappresentanti le fati- 
che d'Ercole e il carro d'Apollo. Questi saranno 
mandati al Museo di Parigi ; altri saranno venduti 
perchè ci è bisogno di danaro, ed è necessario pri 
rarsene ». Recatasi a visitare le sale deserte della 
reggia, la eulta signora constatava con soddisfa- 
zione, che, tino a quel giorno almeno e grazie all'o- 
pera onesta del marito, ogni capolavoro d'arte era a 
suo luogo; più tardi se ne tolsero sessantatre quadri 
e ventidue tavole in pietra dura, e sette di quelli e 
di queste tre furon preda dei ladroni. A Parma, 
passandovi per venir in Toscana, non aveva provato 
un simile contento : e meritano esser ri orile le con- 
siderazioni che le dettò lo spoglio delle chiese e 
delle gallerie, « Non potei guardarmi da un senso 
penoso, quando le guide ci mostrarono le mura 
mite e c'indicarono pessime copie, dicendo: 
qui dovrebbe essere la Santa famiglia del Cor- 
reggio, od altri quadri celebri, che ricordavo aver 
airato a Parigi. Il loro posto era ti;' queste 
mura, meglio che su quelle dei Musei ove li ho ve- 
duti. Né io avrei avuto il cora ;gio di li : e 
-mi contenta che la Repubblica abbia al suo ser- 
vizio ilei cuori meno sensibili e delle braccia più 

Foli 1. che ih ni sieno le mie ». 



Se non che già verso la fine dell'aprili si avevano i 
segni precursori di prossima catastrofe. La marchesa, 

ai 14. così scriveva: (Dopo un tempo assai scuro e 
minaceli so. pare che il sole cominci a apparire sul- 
l'orizzonte >'■ \'ero è 1 lie nelle lettere antecedenti si 
lagnava sempre della pessima stagione: ma quello 



38 



LA LETTI 



i-h<- - le parole che precedono: « (Iran 

gran partenze improvvise ». 
rer, infal «tato replii battuto: 

l'armata ■ Ma lonald, che quando andava a Sa 
. la marchesa aveva v. liuto vedi ire pei la 

olo era bellissima .unite, che 
.are addietro ■ in stati i ita mui 
compi d onta ili essei francesi ■ si met- 

ormai in ritirata. ■ Fo di nascosto, scriveva la 
Reinhan ei preparativi 'li partenza: nella notte 
impacco i bi E più tardi: a Se per mi- 

racolo Buonaparte si trova- o qui! si 

bbe un'occhiata attorno, sorriderebbe, ripren- 
derebbe in mano il timone, e in quattro settimane 
tutti: sarebbe riordinato ». Ma B e era lon- 

tano, in l i ìe faccende dovevansi ancor più 

ingarbugliare, perchè egli deliberasse il ritomo im- 
provviso in Francia. Invano si cercava ili rassicu 
rare faul aie intimorire avversari con mo- 

larmi e lustre <li forza. Ad una ili siffatte di- 
mostrazioni ma essa non lo narra, e fu per com- 
memorare i plenipotenziari francesi invisi presso 
Rastailt - prese parte anche la Reinhard. Nella 
sala ilei palazzo Ricciardi, dimora del Commissario. 
e che venne ti tata a lutto, fu posta un'ur- 

na , presso alla quale orò il Reinhard, e di poi al 
iodi flebili strumenti, la cittadina sua moglie, 

:.i di bianc n tracolla nera e corona d'alloro 

in testa, sparse fiori su cotest'urna. Il pubblico 
guar. «oso: ma intanto, per volontà del ma- 

rito, la I i ria si ritirava a Pisa. 

Era un via vai di truppe e un succedersi di 
e. Il contado aretino e casentinese erano in- 
sorti: il moto, del quale erano a capo l'inglese Wyn- 
Hham e l'Alessandra Mari, una Giovanna d'Arco 
da strapazzo, figlia di un macellajo e moglie di un 
capitano ilei dragoni, palese ganza di lui, con tu- 
multuario codazzo di contadini e frati armati di ron- 
che e di falei. si faceva sempre più presso a Firenze. 
Ma anche i fedeli granduchisti non fidavano molto 
in quei d lei trono e dell'altare, procedenti 

dietro quel grido di Viva Maria, che in Toscana ri- 
mase di [ioi sinonimo di rubare, e maledicenti nel 
lr.ro inno guerresco * l'estranea moderna lìberi,) ». 
lei pazzi persistono nel loro errore.... Dio 
faccia che tutte queste insurrezioni si quie- 
tino • : scriveva la Capponi, che in altra lettera, 
del 24 ti- .1 dipingeva lo stato del paese: 

a Ad ogni momento arrivano delle truppe, e ad ogni 

mi. 11 partono: poche sono le notti nelle quali 

non si f.. gli arresti e degli 1 molti 

nobili sono stati imbarcati a Livorno. peme 

il destino.... \ te nel suo tmento. 

M elio — una fattoria dei Capponi i diven- 
tino dei viveri degli Aretini: vi sono 
alloggiati molti uffiziali e snidati: 1 po- 

mi fa la massima pena . temendi 
mpromessa: ma, come si fa? b. non ho 
forza d re la forza: tanto ho detto a 

\erno francese ». E ai 17: « La condotta 
Vretin 1 irmai ni ta a tutti ; io non la devi 1 
appi non ne parlerei se non si tratti 

ria di Mi .ss. iglio. 



l'in dal primo momento che il fuoco degli 

rgenti nelle campagne toscane . non mancai di 
ordinare a tutti i contadini di non prendere veruna 
parte nella ribellione, coti minaccia di mandar via 
il primo che prendeva l'arme. Questo fuoco si 
Smorzò da pi 1 tutto, Inori che in Arezzo, dove 

-ii" giunti al segno che ognuno sa. Dopo la bat- 
taglia segnila SOttO Cortona con i polacchi. Mosso- 
ci", tu occupato da 60 soldati aretini e due co- 
mandanti, i quali mangiavano pagando, e obbli- 
gavano i contadini della fattoria, tre pei settimana, 
ad andare in Arezzo per montar la guardia. Fui 
dolente di una tale notizia temendo di essere com- 
promessa, com'è succeduto ad altri: e parlai con 
un uffiziale che avevo in casa, il più ragionevole, 
che mi disse d'informarne subito d Governo e i 
generali comandanti ». 

Che la marchesa in cuor suo desiderasse la di- 
sfatta dei Francesi e il ritorno .li Ferdinando, che 
era poi anche il ritorno del marito, si 
bene, e si capisce anche che evitasse di compro- 
mettersi ; ma sembra anche che di quel moto con- 
tadinesco non avesse sul principio molta fiducia, 
né mai nutrisse per ess.. molta simpatia. La gen- 
tildonna repugnava naturalmenti 1 quel tumulto 
incivile, né doveva certamente sembrarle che il 
più gradito olocausto a Dio e al Principe doves- 
sero essere gli uomini bruciati vivi, come fossero 
lascine, in mezzo alle piazze, e altre simili im- 
prese delle fanatiche turbe. Se non che, nei fran- 
genti, i liberatori non si scelgono; si possono tut- 
tavia giudicare: e quando le genti del contado ir- 
ruppero in Firenze, la Capponi si senti tanto poco 
lieta e sicura nelle loro mani, quanto già in quelle 
dei Francesi e 1 .bini. 



Gli avvenimenti precipitavano: a non ci sono 
pili illusioni possibili », scriveva il 20 giugno la 
Reinhard, tornata momentaneamente da Pisa e 
prossima a ritornarvi ancora: e la Capponi ai 
scritto due giorni innanzi: ■ Siamo alla crisi: Id- 
dio ,'■ misericordioso ». Invitato dal generale, il 
Commissario riuniva tutte le autorità, e comuni- 
cava loro l'ordine ricevuto di lasciar Firenze. Gli 
insorti avevano annunziato da Figline che sareb- 
bero in città pel giorno del patrono San Giovanni; 
« io non credo queste cosacce ». diceva la Cap- 
poni : ma il Gaulthier, inabile e di piccolo anima, 
vi pi. li de. La mattina del 4 luglio, all'alba, 

le autorità civili abbandonarono la capitale. Le 
vie erano pine di popolo e le finestre affollate di 
Curiosi: tutta la sua. la verso Pisa gremita di fug- 
a piedi, in vettura, a cavallo: gli ammalati 
; per Ani... ., Quandi • penso , rifletteva 
con tristezza la Reinhard . alle calamità che ab 
bianio attirato su questo paese, sono grata agli 
italiani di lasciarci la vita. S'essi avessero 1 

vigore, la nostra condizione sarebbe terri- 
bile 1.. E l'8 di luglio sul punto di salpar da Li- 
vorno: « Vi scrivo per l'ultima volta dalla To- 
scana: la mia gioia è attenuata soltanto dalla vi- 
dei disastri che lasciamo dietro di noi. Quante 



LA TOSCANA NEL I 71 l'i 



3 9 



famiglie in fuga e nella miseria, per averci sagrifi- 
cato la loro quiete, la felicità loro, la fortuna ! e noi 
siamo impotenti a sollevarli ! Fra poche ore l'Ita- 
lia , questo paradiso terrestre , sarà alle nostre 
spalle ! » 

Così si congedava la gentile signora da quella 
terra , ove il marito era stato una specie di sovra- 
no: e nel tragitto le sopravveniva un altro inef- 
fabile dolore: la morte del figliuoletto, nato in- 
sieme francese e toscano. L' unica consolazione 
che portava seco , era che il marito non aveva 
abusato ne a conto del suo paese, né a conto pro- 
prio del potere da lui esercitato in condizioni 
così straordinarie. Ne usciva colle mani nette e la 
coscienza tranquilla. Si era opposto virilmente alle 
prepotenze e alle ladrerie dei commissari ci- 
vili e militari , i quali se n' erano vendicati col 
metterlo in mala vista presso il Direttorio. Egli 
aveva spedito in Francia il suo segretario Leroux, 
latore delle proprie discolpe. Questi aveva avuto 
il torto di gridare e festeggiare apertamente il suo 
ritorno in patria ; e non lungi da Genova , cadeva 
morto per quattro palle nel petto. I nemici del 
Reinhard « si erano concertati fra loro , ed è più 
che probabile che l'assassinio sia opera loro, dac- 
ché avevano ogni interesse perchè le relazioni , 
delle quali era latore, non giungessero a destino ». 
Così la Reinhard: ma la Capponi, della quale il 
Leroux era stato ospite e che replicatamente ne 
vanta la bontà e discrezione , è ancor più espli- 
cita : questo segretario , quindici giorni addietro, 
fu spedito dal ministro a Parigi per corriere , ma 
vicino a Sarzana fu ammazzato , e portato via i ' 
plichi e una cassetta di gioie: si crede fatto am- 
mazzare da Gaulthier , giacché vi era una guerra a- 
perta fra Reinhard e questo generale >'. Il ruba- 
mento delle gioie dava al fatto il colore di un as- 
sassinio per rapina ; l'importante stava nei dispac- 
ci ; e i gioielli, ad ogni modo, potevano andare 
con tanti altri, rubati senz'effusione di sangue. 



Qui ha fine il carteggio della repubblicana fran- 
cese, che, pur essendo della progenie dei vincitori, 
serbò in cotesto scalmanarsi di passioni e di cu- 
pidigie, sereno il giudizio, pietoso l'animo, caste le 
opere ; quello della granduchista fiorentina segui- 



ta a tutto l' agosto. La restaurazione la fece 
bensì « piangere per tenerezza » : ma 1" anarchia 
che tenne dietro all' arrivo degli aretini , l' inu- 
tile e fastidioso stormir delle campane a man 
l'inseguimento feroce dei giacobini da parte della 
plebe, non erano cose di suo gusto. La plebe, fra 
le altre, non risparmiava le donne che portassero 
abiti corte e scarpe a punta; e anche la masi 
ebbe la sua parte d'insulti per questa cagione: si 
voleva ritornare parecchi secoli addietro. Le vie ri- 
suonavano di canzoni oscene contro le donne abbi- 
gliate alla moderna : venne fuori perfino una pa- 
storale dell'arcivescovo contro cotesta foggia: « di- 
cono i più , osserva la marchesa, che se la poteva 
risparmiare » ; ma le convenne obbedire , e « mi 
misi una mantiglia, che mi arrivava alle ginocchia, 
e parevo la nonna ». E finisce col deplorare an- 
che che « il popolo è diventato un poco imperti- 
nente colle carrozze » : e si sa ; le plebi aizzate fi- 
niscono sempre coll'andar più là di dove gli aizza- 
tori vorrebbero condurle: la vipera si rivolta al 
ciarlatano. 

Cominciarono i processi politici . e il giudice 
Cremani , d'infausta memoria, trovò da imbastire 
in tutta Toscana trentaduemila processi « per in- 
fezione patriottica », e ventiduemila furono i con- 
dannati. La « camera nera » spadroneggiante stese 
un velo dì tenebre sul paese: se non che, era 
ormai prossimo a spuntare il soli- di Marengo. La 
Toscana, com'è noto, fu sballottata da signore a 
signore: ebbe prima i Borboni di Parma coli' in- 
fausta reggenza della bigotta Maria Luigia, tutrice 
di quel Carlo Lodovico, che cominciò coll'essere 
infante di Spagna, divenne nominalmente re d'I 
truria, ebbe indi speranza di esser re di Portogallo, 
poi fu duca di Lucca, indi di Parma, e, sempre o >n 
cammino retrogrado, finì conte di Villafranca. Nel 
1808 , cacciatine i Borboni, la Toscani divi ntò di- 
partimento francese, poi principato di Elisa Ba- 
ci occhi , finché nel '14 ritornò granducato con Fer- 
dinando. L'invasione del '99 e il successivo domi- 
nio francese non segnarono gli anni più felici «iella 
sua storia ; ma durante quel periodo si gettarono 
e si fecondarono quei germi di amore alle lil n 
istituzioni e di italianità, che di vevano fruttificare 
dappoi. 

Vi SS VNDRO 1 I'Anvi ina. 



-*=#®4; 



/eTV-> 




A Briga. — La futura stazione dell'accesso nord del tunnel. — (/•'»/. della « Lettili 



IL PIÙ' GRAN TUNNEL DHL MONDO 




ini,. Brandau, che dopo la morte del- 
l'ing. Brandt è rimasto solo alla testa 
della colossale impresa cui è affidato il 
traforo del Sempione, è un tipo alto, vigoroso e 
orte di svizzero. E' fulvo, sulla cinquantina, rude 
e nello stesso tempo d'una cordialità che la sua 
scorza non lascia sospettare. Gli ingegneri lo chia- 
mano papà Brandau », il che parla meglio di 
qualunque cosa in favore del suo carattere. 

Qm eli novembre in cui rinnovai la sua 

conoscenza nel suo gabinetto di direzione , un 
nuo\ d' acqua si era rivelato nel tunnel 

ad c>oo litri al secondo la massa liquida 
rigurgitante dalle viscere del monte ad impedire 
pera. Confesso che aveva pei me una 
iale attrattiva il vedere qual era l'aspetto del 
capo dell'impresa 'li Ironte agli ostacoli frapposti 
dagli clementi, date le 5000 lire ili multa o eli pre- 
mio stabiliti per ogni giorno di ritardo o di anti- 
e per il quale ogni minuto inoperoso 
: può rappresentare una perdita di L. 3,40. 
« Papà Brandau », malgrado che molti giorni 
ro già trascorsi, tanto • he dal 30 set- 



tembre all'8 novembre il traforo era avanzato sol- 
tanto 33 metri, m'appariva invero identico a quello 
che io avevo conosciuto quando le perforatrici da- 
vano persino 7 metri al giorno di avanzamento : 
calmo, cordiale e sovratutto sicuro di sé. 

— Noi non dubitiamo di poter vincere questo 
terribile nemico dei tunnels che è 1' acqua. < >ra 
stiamo cercando di superarlo con una galleria su- 
periore, o di girarlo con una trasversale, procurando 
nello stesso tempo di dare all'acqua uno sfogo 
maggiore. Potrà essere questione di giorni, potrà 
trattarsi di settimane, ma ci si riuscirà. 

E il direttore dei lavori, dal lato d'Iselle, l'inge- 
gnere Prcssel, un altro svizzeri, dall'aspetto vivace 
e nervoso, gli faceva eco: pareva Dell'udirli par- 
lare che l'ostacolo ridestasse in loro degli entusia- 
smi combattivi, che essi ritenessero indegno di loro 
considerare il traforo di un monte alla stessa gui^a 
che un topo considera un buco. E' l'impreveduto 
.lucilo che dimostra le abilità tei oi( he e le risorse 
geniali , benché la scienza e la pratica lo ren- 
dano sempre minore. 

IVirna di traforare un monte gli scienziati vi 



11. l'I! GR W l i NNEL hl.l M< »ND< 



danno già il profilo geologico dei terreni che si de >- 
vrà attraversare, e così per il Sempione è stata stesa 
— credo dal Taramelli — una carta determinante 
lo stato dei terreni : le successioni di gneiss schi- 
stoso a quello granitico d'Antigono, con venature 
di calcari, di schisti e di calcari micacei, di do- 
lomiti cristalline, ecc. E in questa carta voi avete 
segnati anche i rapporti, la forza dirò così d' ir.- 
lluenza dei varii corsi d'acqua e dei varii bacini. 
-Ma l'acqua è traditrice: essa segue spesso vie 
ignorate per arrivare ai tunnels, e poiché que- 
>ti cercano spesso di passare presso le valli, allo 
scopo di diminuire gli effetti delle masse sovra- 



4' 

nell'info rno avevano compiuto il loro orario di otto 
ore. L'ing. Brand. èva dato per guida un 

nere italiano, il signor Carlo Mongi. 

Eravamo tutti carichi di macchine e di appa- 
recchi nella speranza di poter ritrarre qualche ca- 
ratteristica fotografia all'interno. C'erano delle 
bombe al magnesio, che davano lampi potenti 

Prendiamo posto assieme agli operai nei vago) 
«ini d'una piccola ferrovia, mentre il tunnel poto 
lontano mostra il suo imbocco piccolo e stretto. 
La prima parte infatti non è quella che dovrà ser- 
vire per il traffico: il tunnel che si collegherà alla 
ferrovia italiana avrà un altro sbocco, cosicché 




Naters, il villaggio abitato dagli operai italiani, posto di fronte al traforo. — 



stanti, succede irequentemente ch'essi facciano pa- 
gare duramente l' ipotetico vantaggio. 

Il tunnel del Sempione avrebbe appunto , se- 
condo i primi progetti, dovuto andare sotto la valle 
della Cherasca, e si deve in gran parte all'oppo- 
sizione tecnica dell'ingegnere italiano Canovetti 
se ciò non avvenne : mentre il raffreddamento sa- 
rebbe stato problematico, l'afflusso delle acque sa- 
rebbe stato sicuro. 



questo, che servì già di tunnel di direzione all'ini- 
zio dei lavori, ora serve come d'entrata di lavoro 
e rimane all' imbocco piccolo e stretto. La notte 
è fredda e stellata: la Diveda rompe il silenzio 
col suo gorgoglìo: i minatori s'accovacciano nei 
vagoncini in silenzio, i più esau pipa o il 

sigaro, perchè nel tunnel non si potrà fumar più. 
La locomotiva, piccola ma tarchiata, dal basso 
fumaiuolo, fischia e si muove: i vagoncini si 
molle, riuniti l'uno all'altro con un semplice gan- 
cio, si muovono stridendo e sballottandoci. Bisogna 



La sera, alle 21.30, io col fotografo e i suoi gen- , , e fotografie che pubblichiamo furono per la mas- 
lui aiutanti ci trovavamo alla stazione di entrata sima parte ese guite dal distinto dilettante signor Eugenio 
del tunnel. Da Varzo, da Iselle giungevano i mi- Bonacina, incaricato dalla premiata fotografia Ricci di 
natori e gli operai per dare il cambio a quelli che Milano, alla quale la direzione della Lettura lo richiese- 



I- 



I \ LETTURA 




A Briea. 



Veduta generale dei cantieri. — (Fot. della « Lettura 



rsi saldi per non rotolare. E si entra nel tun- 
nel: una vampata di aria calda v' investe, il fumo 
della locomotiva vi circonda, un rumore assor- 
dante vi intontisce. Ai riflessi delle fiamme fumose 
delle cipolle » dei minatori scorgete la volta 
e ■'• male: ma ciò dura poco : ecco la vòlta 
alta, tutta rivestita di muratura, del tunnel già ul- 
timato e pronto per il traffico. Si percorrono cosi 
^ km. durante i quali l'occhio si abitua. 
Il treno si arresta: tutti gli operai — saranno 400 
- discendono, dileguandosi nel bui'., mentre altri 
sopra ender posto nei vagoncini. 

lo terminato il loro turno. 
La galleria già pi tei minata e sin dove l'i 

arriva, aiutato dalle numerose lucerne ad olio, 
non si scorgono die robusti sostegni e impali . • 
tun-. Perchè i lavi nono in quest'ordine: 

dappi ma le p ci fanno una galleria di base 

8 metri quadrati di se/ del terreno 

■ nquistato si impadroniscono altri minatori 
■ ingrandiscono late- 
rali!.' ite la galleria sino a ridurla 
alle proporzioni rese n dal transito. Ai 
mmat'.ri a mano tengon dietro frli operai incari- 
timento. 



Il lavoro d'avanzamento è il più importante, 



perchè è quello che dà modo di accrescere la po- 
tenzialità del lavoro nella galleria. Mentre il punto 
di avanzata è uno solo, i punti per il lavoro di 
completamento possono essere parecchi. Ed essi 
saranno in tanto maggior numero quanto più lunga 
è la linea di lavoro. 

Per questa ragione il lavoro di avanzata è il 
più febbrile, quello che dà realmente il concetto 
della lotta titanica, che l' uomo combatte con- 
tro la natura. Le perforatrici Brandt ad acqua 
compressa fanno l'effetto di artiglierie indirizzate 
contro un nemico. Esse si puntano contro la roc- 
cia , e la loro estremità è munita di grosse punte 
di trapano , di forma tricuspidale del diametro 
variante da 63, a 66, a 78 millimetri. 

L'acqua, che arriva in pressione di 80 atmosfere, 
fa girare le punte nella viva roccia, non molto 
rapidamente. Un zampillo d'acqua proveniente 
dal centro della punta tricuspidale serve al triplice 
scopo di rendere maggiore la presa, di sopprimere 
la polvere e di raffreddare la punta. In questo 
modo si devono scavare, a seconda della maggiore 
o minore resistenza della roccia, fori di 1 metro e 50 
e persino di _• metri ili profondità. Ma per giun- 
.1 tale risultato sono necessarie un gran nu- 
mero di punte: spesso ad ogni centimetj nqui- 
stato occorre alla punta tri( uspidale vecchia so- 
stituirne una nuova. 



II. l'Il > IRAN I I Wl I. hi L .\lii\iii i 



Il lettere si farà presto un'idea di ciò che è il 
lavoro d'avanzamento, allorché avrò detto che 
su una superficie di poco più di 2 metri quadrati 
i fori che le perforatrici devono fare son dodici. 
Gli operai sono sempre freschi, poiché si rinno- 
vano di 6 in 6 ore: d'altra parte essi sono so- 
spinti al lavoro febbrile dal premio per ogni me- 
tro fatto in più della media prevista. 

Ognuno di questi fori vien poi caricato con car- 
tucce da 2 a 3 kg. di dinamite, che scoppiano a 



!■'■ 

lato di Briga che da quello d'Iselle, compirono 
iiell' ultimo trimestre (luglio-agosto-settembre) (1) 
i ' > 4 1 attacchi con 15,489 fori i quali davano com- 
plessivamente una profondità di 20 km. e 118 me- 
tri. E per un avanzamento complessivo delle due 
gallerie di 1805 metri si consumarono kg. 44,813 
di dinamite, scavando 10,792 metri cubi di mate- 
riale e adoperando ob, 170 punte tricuspidali. Da 
un trimestre si potrà giudicare quale somma di 
lavoro rappresenti tutta l'opera. 




\ 




f 



:u 



A Iselle. 



Nel tunnel a 



metri. — [Fot. della « Lettura » 



breve intervallo l'una dall'altra, e l'eco dello scop- 
pio esce ululando , per il tunnel , ripercuotendosi 
poi nella valle. Ma il passo avanti non è stato pe- 
ranco percorso e già bisogna pensare al nuovo : 
bisogna che le perforatrici, che si sono durante lo 
scoppio dovute far retrocedere , possano , nel più 
breve tempo possibile, ritornare alla fronte d'at- 
tacco, coi loro tubi d'acqua compressa. 

Kd ecco, appena l'aria rarefatta dalla fortissima 
detonazione è tornata respirabile, una squadra di 
operai ristabilire le guidovie, sospingere su di esse 
i vagoncini che dovranno prendere i detriti e tra- 
sportarli fuori. Ma prima ancora che tutte le ma- 
cerie prodotte dallo scoppio sieno trasportate fuori, 
le perforatrici sono già di nuovo alla fronte di at- 
tacco per procedere oltre. 

A dare un'idea del lavoro che compiono le per- 
foratrici, dirò che le sei adibite al traforo, tanto dal 



Al lavoro d'avanzamento segue quello di per- 
forazione a mano. I minatori s'impossessano del 
foro per cui le perforatrici sono passate e si di- 
stribuiscono a destra e a sinistra, nonché nella 
volta, armati di mazze e di punte: dapprima sono 
dei vani aperti nella roccia chiamati fornelli 
che vanno dando al foro quell'ampiezza resa ne- 
cessaria dal transito dei treni. A questo lavoro è 
impiegato il più gran numero di operai : numeri > 
che però varia a seconda della maggiore o nii- 



I) < Rapport trimestral N. 12 au Conseil federai suisse 
sur l'état des travaux du percement de Simplon ». E' 

l'ultimo pubblicato. 



1 1 



LA I I I I l l< \ 




I « fornulli » nella vòlta. — Foli ' i della ■■ Lettura » ottenuta al magni . 



nore distanza che passa Ira la galleria completata 
i la fronte d'avanzamento. 

Il lavoro nei « fornelli » è penoso. Qui si rag- 
giungono , come il loro stesso nome dimostra, 
le più alte temperature , superiori ben spesso ai 
entigradi. Specie coloro che lavorano nella 
volta e che si trovano fuori della ccrrente di ven- 
tilazione sono costretti a lavorare seminudi: i loro 
dni si sono imperlati di sudore, le fauci sono riarse, 
e le richieste di acqua si vedono ripetere insi- 
stenti. 

Noi stessi, saliti cogli apparecchi fotografici in 
qualcuno di questi fornelli, sentiamo l'umidità calila 
investirci, bagnarci gli abiti . mentre la fronte è 
umida di vapore acqueo. Si cerca di vincere que- 
sfumidità calda, che stagna fermando al basso la 
ente della ventilazione, con copertoni, e certo 
il risultai') è soddisfacente, perchè gli operai pos- 
sono durare ore ed ore in questa temperatura. 

E il cercar di fotografare qualcuno di questi 

fi irnelli » non è per il fotografo cosa facile. La 
umidità calda annebbia l'obbiettivo: essa rende 
inservibili, due su tre, le bombe di magnesio. 

A rlarc un'idea dell'importanza del lavoro che 
si compie col mezzo della perforazione a mano 
darò qualche dato: in tre mesi, con poco più di 
centomila giornate di lavoro, si fecero [30,474 bu- 
chi di mina di II 1 profondità totale di 91,160 me- 
tri, 1 un consumo 'li kg. 22,594 di dina- 



mite diedero uno scavo di 23,964 me. di mate" 
riale, vale a dire più del doppio del risultato dato 
dalla perforazione meccanica. 

E in quanto concerne i rivestimenti, la loro im- 
portanza è grande : essi sono di vario tipo e de- 
vono adatiatsi alle speciali condizioni del terreno 
Si verificano nei tunnels, anche là ove questi sono 
perforati in roccia viva e compatta, delle strani 
deformazioni dovute alla diversità di pressione 
del terreno sovrastante, che gli scienziati attribui- 
sn.no ad azioni molecolari. L'aria umida e cal- 
dissima che penetra nell'interno della roccia favo- 
risce i cambiamenti chimici. Di queste deforma- 
zioni se ne riscontrarono nei lavori delle gallerie 
dei Giovi, del Borgallo e del Gottardo, ma per 
lori una sembra provato che, raggiunta la stabilità 
per un certo temi 10, sia anche assicurata indefini- 
tamente, poiché la modificazione portata alle rocce 
dall' aver subito l'azione degli agenti atmosferici 
non si estende a grande profondità. 

Quindi il tunnel completamente perforato viene 
normalmente rivestito con cubi di pietra in modi 
diversi a seconda delle diverse ' "udizioni, per ga- 
rantire la vòlta dalle pressioni mediane, verticali 
. 1 da quelle laterali. 

Questo lavoro viene compiuto col mezzo di ro- 
buste armature, sulle quali operai specialisti la- 
vorano. E l'opera di finimento toglie al tunnel 
l'aspetto tormentato, che hanno lasciato le mine 



IL PH" GRAN II MNEL DEL M< >ND< > 



e i picconi: non si può più, lungo la galleria ri- 
vestita, parlare di viscere del monte squarciate. Le 
pareti liscie e rettilinee fanno pensare, è vero, ad 
un budello enorme, ma senza idee di violenza. 
L'eco delle mine giunge là, già da lontano. 

Più che delle descrizioni, io vorrei fornire su que- 
sto , che è certamente il più grande traforo del 
mondo, dei dati, i quali valgano a dare al gran pub- 
blico, che non legge le monografie speciali e i gior- 
nali .tecnici , un'idea dell' opera che si sta com- 
piendo. 



45 

leria per collegare il gran tunnel colle ferrovie 
italiane (il distanti km. 18,629 

Nello scorso numero della Lettura esposi tutte 
le difficoltà che ostacolavano il progetto. Il pri- 
mo e più grave era quello della temperatura : co- 
sicché F Impresa dovette armarsi per combattere 
il temuto nemico con mezzi potenti. Tanto a B 
quanto ad Iselle si portarono ai cantieri dell'Im- 
presa potenti forze idrauliche allo scopo di immet- 
tere nel tunnel una grande quantità d'aria capace 
di mantenere respirabile l' atmosfera. Un grande 




A Iselle. — A ;,ooo metri nel tunnel in attesa di un treno. — (Fot. della « Lettura » ottenuta al magni 



La galleria è, com'è noto, lunga esattamente 
1 1 >. 7^Q metri, che è quanto dire quasi cinque km. 
più del Gottardo. Ma i chilometri di galleria che real- 
mente si devono traforare sono assai più che il dop- 
pio. Come infatti è noto, i tunnels sono due paral- 
leli, equidistanti 17 metri, e per un tratto cen- 
trale di 500 metri si congiungono , per poi nuo- 
vamente dividersi. Di questi due tunnels solo uno 
viene ultimato per il traffico: l'altro, che viene la- 
sciato dell'ampiezza detta dell'avanzamento, non 
servirà per ora che all' aereazione. Ma i due tun- 
nels sono congiunti fra loro, ogni 200 metri, da 
gallerie trasversali, le quali ascenderanno com- 
plessivamente a 05. Sono quindi in totale più di 
41 km. di perforazione, ai quali vanno aggiunti 
sul lato d' Iselle quasi sei altri chilometri di gal- 



ventiiatore è intatti stabilito tanto a Briga che ad 
Iselle: esso col mezzo di uno speciale comi 
spinge l'aria nella galleria parallela, quella cioè 
che non verrà completata, e l'aria giunta alla fine, 
passando per l'ultima galleria trasversale di con- 
giunzione — poiché tutte le altre vengono tenute 
chiuse — gira nella galleria N. 1, pn mei 
dire in quella che sarà ultimata per il traffico. 

Si calcola che il ventilatore di l'.riga — dovi I 
fronte d'avanzamento aveva sorpassati i 60OO metri 



i, Le gallerie da Iselle a Domodossola saranno sei, 
h 1 .ni quella di Varzo, elicoidale, lunga 2y6s ni., quella 
di rrasquera chi ni mi lira 1725 e quella ili Preglia che 
ne misura 682. Si dovranno costruire anche ire ponti, 
rispettivamente di m. 40, 32 e J2 sulla Diverta, s«lla 
1 airasca e sulla Bogna. 



I \ I 



TUR \ 



allori . i ni'] d'a- 

ria nell'interno nelle ventìquattr' 

i te peni la 

temperatura all'avanzamento era. causa l'acqua, 

\ questa grande 1 1 iro nte d'ai ia iniet- 

nel tunnel se ne . un'altra sussidi 

: esclusivamente alla fronte d'avanzamento, 

te noi quest'aria 

vi vim s< ispinta di eciali. Essa arri- 




I pri Fot. della < Lettura*). 

vava alla fronte d'attacco ad una temperatura di 

g centigradi a Briga e di 25.9 ad Iselle prima 
dell'eccezionale raffreddamento prodotto. 

Il calore e la respiri.! jilità Mino i quesiti più im- 
portanti: a questa si provvede coi ventilatori, a 
diminuire quello coi getti d' acqua. L' acqua al 
contatto della roccia, da una temperatura di 12. 5, 

iva all'uscita delle perforatrici una tempera- 
tura più che doppia tanti' a Briga che ad Iselle. Ma 
se l'acqua giova al raffreddamento , oltreché es- 
sere necessaria alle perforatrici , costituisce invece 
colle sue evaporazioni la principale generatrice di 
quel calore umido e miasmatico, che riesce in- 

ortabile e dannoso Da qui la necessità ili 
bene incanalarla, allineili'' dopo avere esercitato 
la sua azione utile, non ne eserciti una dannosa. 
A questo scopo il piano del tunnel è in pendenza 
trasversale, aftinché l'acqua finisca in un canale 
laterale, a mi naie, data la pendenza del 

r "[00 del tunnel, riti una rapidamente a me- 
scersi nelle acque della Diveria a Iselle, in quelle 
del Rodano a Briga. 

Alla respirabilità nuoce altresì il fumo delle lo- 
comotive che continuamente circolano nel tunnel, 
per il trasporta degli operai per quello del mate- 
riale, ma a quest'ultimo inconveniente si cerca di 

live a benzina e con alcune 

con essa tenti coi loro 

tubi ripieni d'aria, l'er quanto non sia stato an- 
■ ora possibili- sostituirle del tutto alle locomo- 
tive a carbone, ti notevolmente 
diminuito il bisogno ili queste, specie per i minori 
ti 

vi è ormai più ali un c'ubbio che la «rande 
opera non si • impii ri Se ogni giorno che 



oica sugn- dimenti nuovi per 

vincere le difficoltà nuove, dall'altro lato nel fatto 
molte ipotesi pessimisti- sono state smentite. Il 
tunnel ha sorpassato i km. dal lato di Briga e 
di qualche centinaio i .; km. da quello di Iselle; 

ìi il ' osa vuol dire che la metà del cammino è già 
latta; benché sia passata sotto altezze sovrastanti 

mio di .700 metri, non ebbe mai in nessuna sci- 
atore superiori ai ,i.,ì centigradi all'a- 
vanzamento. E malgrado sia il più importante, il 
Sempione è il tunnel che 1 osta unno, poiché il 
1 1 iste della grande galleria fu preventivato in L. 3750 
al metro, mentii- il Gottardo ne instò 4000 e il 
Cenisi. 6500, in epoche in cui le mercedi eran 
meno elevate. 



Mi resta a parlare degli operai, tanto più che 
il 90 °| di essi sono italiani. Non è senza com- 
mozione che io, tanto nelle profondità del tunnel 
a Iselle, quanto a Briga, ho udito frammisti tutti 
i dialetti della patria. Sono complessivamente 3080 
gli operai che lavorano alla grande opera, numero 
che in momenti di rapida avanzata ha toccato i 4000. 

E allorché si pensa che nel trimestre luglio- 
agosto-settembre partirono dagli uffici postali di 
Briga e di Naters, diretti all'Italia, 17 13 vaglia, 
per una somma di circa 70,000 lire, si compren- 
derà quanta parte di attività alla grande opera 
abbia data l'Italia. Non è l'iniziativa direttiva, non 
è l'audacia del capitale, ma è somma di energie 




La pana dc^li operai licenziati a Urina dopo l'ultimo scio- 
pero. — i Istantanea del signor Kleinei . 

pur sempre apprezzabili, quando si pensi che la 
statistica dell'Impresa dell'ultimo trimestre segna 
71 infortuni al lato di Briga ed 80 da quello di 
[selle. 
Fu detto molte volte che senza gl'Italiani — che 





A Briga. — L'accesso del tunnel. 



A Naters. — Sala di lettura degli operai. 





A Briga. — Il tunnel di direzione. 



A N'aters. — Trattoria di temperanza. 

















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A Briga. — Dormitori operai. 



Sulla strada di Naters. — Minatori che tornano dal lavoro. 



( s LA LETTI R \ 

contendono -ra anche in Asia e in America il 

Cinesi i più grandi lavori ferroviari 

d'Europa non sarebbero stati possibili. E ciò è 

si, fra gli operai che affollano i mercati 




L'ing. Brandau. — (Istantanea dell'ing. Preissel). 

internazionali del lavoro, sono quelli che si dispu- 
tano le opere più faticose e più dure. Voi li trovate 
in ogni luogo ove una grande impresa si compie. 
Ve ne sono fra essi di quelli che hanno pass. ita 
metà della loro esistenza nei tunnels, anemici per 
la vita vissuta in quelle < ondizioni anormali, quasi 
i iechi per l'esistenza da talpe che hanno trascorsa, 
sordi per il continuo fragor delle mine. 

Fortunatamente però oggi le (ondizioni mate- 
riali del lavoro e quelle morali dell'ambiente si 
sono fatte migliori. I Governi impongono alle 
grandi Imprese costruttrici degli obblighi, a ga- 
rantir.' l'igiene dei lavoratori. La morìa verifica- 
tasi ai Giovi e al Gottardo, al Sempione non la 
si lamenta. Gli orari anche sono umani — 8 ore 
di lavoro al massimo, altera tó di riposo 

per coloro che sono occupati nel tunnel. E se le 
irie fanno si che la vita che 
rato arrischia venga considerata qualcosa che 
re remunerato colla semplice mer- 
giornaliera, i l'agni, gli essiccatoi per gli abiti, 
i dormitori, li mdano l'i >pi • 

raio d'una igiene e d'una pulizia che non pos 

moralmente elevarlo. Ed anche moralmente 
Top' ì; abbandonato a sé stesso: se 

no si è deciso tardi a mandar un rappre- 
Briga, la Dante Alighieri ha 
provveduto da tempo alle scuole. E fa bene al- 
l'anima vedere,, girando per le vie di Naters, in 

allettatrici, tutte 1 1 >n in» 
italiane, vedere e la sala di lettura per gli operai, 
liti e i ' affé di temperanza. 



Non illudiamoci; i nostri operai all'estero noi» 
sono amati: non si vedono che i loro difetti e non 
si apprezzano le loro virtù, che pur sono quelle 
che rendono possibili queste opere, le quali co- 
stano tanta energia, tanto sacrificio e tante vite. 

Ricorderò sempre con amarezza il dolore pro- 
vato un giorno in un caffè di Briga. Un signore 
parlava degli operai italiani come se fossero stati 
tutti dal primo all' ultimo altrettanti accoltellatori. 
Quando poco tempo dopo, infatti, in occasione di 
uno sciopero la milizia di Naters fece fuoco sugli 
scioperanti e ne accompagnò buon numero al con- 
fine , pensai se nella severità del trattamento non 
avesse avuto parte quella severità di giudizio che 
avevo quel giorno udito esprimere, e che mi aveva 
cagionato tanto dolore, sovratutto perchè l'abban- 
dono in cui per tanto tempo l'operaio italiano fu 
lasciato, nella sua vita nomade, alla ricerca del- 
l'aspra fatica che gli desse un pane onorato, era 
per me la causa prima par la quale agli occhi del 
mondo i vizi cancellavano le native e pur così am- 
mirande virtù. 

Ed è a questo esercito anonimo ed oscuro di 
lavoratori italiani, disseminato entro le viscere 
calde dei monti nevosi , a compiere la più colos- 
sale opera che il genio umano abbia ideato per 
spezzare barriere e affermare nuovi vincoli di fra- 
tellanza fra le genti: — a questo esercito di cui 




L'n i Brandt, 

io vidi quanto sia duro il lavoro, grande il sacri- 
li' io, aspra la fatica, ch'io chiudo inviando, spe- 
lli che al di là del valico Bon più lungi 

dalla patria, il grato --aiuto di qu. 

A. G. Hi \nchi. 



SOMMARIO 



Romanzi e Novelle. — n libro della Jungla : Il figlio dell'Homo iRudyard Kipling) — L'Esteta i Luigi Zoppis) 

— Mademoiselle Leprina- (Vittorio Corcos). 

Letteratura e Critica. — Epistolario di L. A. Muratori (Matteo Campori) — Lettere di dantisti A. Fiam- 

mazzo) — Ombre e Corpi i Fedele Romani). 
Storia. — L'epoca delle grandi scoperte geografiche (Carlo Errerà). 
Filosofia. — Errori l'inani (Agostino Nardelli). 
Folk-Lore. — Canti popolari toscani (Giovanni Giannini i. 
Scienze. — Les prOblemes (Dott. Ermanno Giglio-Tosi. 
Opere varie. — Scritti vari .Cesare Airaghi) — La villa pompeiana scoperta presso Boscoreale Felice Barnabei) 

— Rome, la queslion d'ari et la question politique (André Mellerio). 



ROMANZI E NOVELLE. 

Rudvard Kipling: // libro della Jungla: Il 
figlio dell'uomo. Traduzione di Angelica Pasolini 
Rasponi. (Roma-Torino, Roux e Viarengo), L. 2,50. 
— Nella brevissima prefazione di questo libro è 
detto che i lettori italiani possono e debbono ap- 
prezzarlo per la simpatia secolare che ci lega agl'In- 
glesi, per i comuni interessi politici, e per quel 
tanto di natura vergine e selvaggia che perdura 
fra noi, nella Sardegna, nella Maremma, nella Pi- 
neta, sui lidi dei nostri mari, e per la leggenda 
di Roma rinnovata ora in questi racconti del lon- 
tano Oriente. L'efficacia di tali ragioni sarebbe 
molto debole e discutibile, se l'opera di Rudvard 
Kipling non si raccomandasse per il grande valore 
artistico. Poesia ed umorismo si danno la mano 
in queste storie della jungla, dove compiono le 
loro gesta i più strani personaggi: Lhere Khan, 
la tigre zoppa; Tabaqui, lo sciacallo; Akela, il 
grande lupo grigio ; Baloo, l'orso bruno : Bagheera, 
la pantera nera; Hathi, l'elefante selvatico; Kaa, 
il serpente della roccia ; Chil, l'avvoltoio. Tra co- 
storo cresce libero e forte Mowgli, un bambino, 
un « cucciolo d'uomo » , e ciò che egli dice e fa 
tra i suoi fratelli bruti è l'argomento di queste 
originalissime storie. Nelle quali è uno schietto e 
vivace sentimento della natura e quasi l' acuto 
aroma della foresta, insieme con uno spirito cri- 
tico, caustico e veramente filosofico. Così , per 
esempio, gli animali della jungla si astengono dal- 
l'uccidere e dal mangiare l' uomo , dicendo che 

La Lettura. 



questo è la creatura più debole e senza difesa che 
vi sia, che perciò non è cosa degna attaccarlo, e 
che i mangiatori d'uomo divengono anche rognosi 
e perdono i denti : ma la vera ragione dell'asten- 
sione è tutt'altra ; è che, dopo avere ammazzato 
un uomo, arrivano prima o poi altri uomini bian- 
chi, montati sopra elefanti ed armati di fucili, e 
centinaia di negri con tamburi e razzi e torcie.... 
Cosi ancora Kaa, il serpente, quando vede il cuc- 
ciolo d'uomo, lo avverte: I'.ada, omino, ch'io 
non ti scambi per una scimmia, sull'imbrunire, 
quando ho mutato la pelle di fresco » : e viceversa, 
Mowgli, tornando tra i suoi simili e vedendosi 
fatto segno ad una curiosità indiscreta e rumorosa, 
pensa : « Non ha creanza questo popolo d'uomini ; 
solo le scimmie grige si comporterebbero cosi.... . 
E Mowgli è scacciato dai lupi perchè è uomo, e 
dagli uomini perchè lo credono lupo.... 

Luigi Zoppis: L'i'.steta. (Livorno, IVII.uum, 
L. 3. — L'Esteta è Riccardo Loris, 1' « anemone 
calvo» — come lo chiamano nei cenacoli intellet- 
tuali — scrittore di libri belli ma non buoni, anzi 
crudeli e perversi, ed autore della infelicità della 
giovane moglie che abbandona col figliuoletto per 
vivere con un' amante. Costui crede, nel suo mo- 
struoso egoismo, che tutto gli sia lecito, che egli 
possa e debba elevarsi in qualunque modo ed a 
ogni costo sopra tutti gli altri uomini ; e quindi 
crea una letteratura, una filosofia e una morale a 
parte per suo uso e consumo. E la folla gli prodiga 
applausi, e lo esalta; ma ravveduta, lo schernisce 



DO 



LA LI !H RA 



da ultimo; ed egli stesso finisce con lo scrivere 
cose osci 'usi di oracolo o vaniloqui 

di pazzo, Un suo amico e seguace si ribella prima 

altri i >lice: ili giorno in cui ci avesse dato 
una vera opera d'arte, io sarei stato il primo ad 
applaudirlo Queste parole si possono adattare 
allo stosso romanzo dello Zoppis, le cui intenzioni 
sono certamente rispettabili, ma la cui opera è 
troppo difettosa. Egli ha voluto metterci dinanzi. 
per dimostrarne l'odiosità, la ligura di un Supe- 
ruomo, ma il suo protagonista ne è, tutt'al più, 
la caricatura. La stessa Maria, che rompe i bic- 

i a tavola penh'' il marito le dice di non gio- 
care con le posate, non è capace di ispirarci sim- 
patia o semplice interesse. Abbondano nel libro 
le pagine dove si critica il culto della bellezza e 
le affettazioni della forma ; ma, perchè la sua cri- 
tica riuscisse efficace, l'autore non avrebbe dovuto 
scrivere, per suo proprio conto, che antiche usanze 
generano lati estetici, né che un punto ha bisogno 
d'una lieve maturazione, nò che Riccardo, se amava, 
non lo faceva che per {studiare l'anima umana, e 
via dicendo. 

Vittorio Corcos: Mademoiselle Leprince. (Li- 
vorno, Belforte), L. I. — Pubblicati per consiglio 
di Guido Biagi, e da lui presentati al pubblico, 
questi bozzetti sono graziosi e delicati, scritti con 
molto garbo, pieni di sentimento, ma un poco 
troppo tenui : impressioni, profili, ricordi, fatti di 
cronaca, senza intreccio, senza studio di caratteri. 
Il Corcos rivela ad ogni modo un nuovo lato del 
suo grande ingegno, e potrà darci, se continuerà a 
si rivere, dei libri belli come i suoi quadri. Questo 
volumetto è illustrato da lui stesso, il che vuol 
dire squisitamente. 

LETTERATURA E CRITICA. 



Epistolario di !.. .1. Mura/ori. edito e curato 
da Matteo Campor: (Modena, Società topogra- 
fica modenese), Il volume, L. 12. — Xel fasci- 
colo di ottobre della Lettura fu data una breve 
notizia del primo volume di quest'opera sontuo- 
sissima, che è veramente un monumento eretto 
alla memoria del grande scrittore modenese, e che 
meriterebbe il più largo ed attento esame se, per 
l'indole della nostra rivista, non dovessimo con- 
tentarci di additare all'attenzione ed alla gratitu- 
dine degli studiosi le dotte e pazienti fatiche del 
man I tteo Campori. A lui la nazione deve 

preziosi documenti della vita e del pensiero 
di Ludovico Antonio Minatori vengono oggi rac- 
colti cui tanta cura illuminata, con tanto signo- 
rile ilo. .11 ,. E poiché le migliaia di lettere del 
Muratori ai più insigni uomini del suo tempo 
trattane di infinite questioni letterarie, li 
storiche, arce ,.-, teologiche, ecc., si vede 

che ricca e veramente inesauribile miniera saranno 
i dodici volumi di questo Epistolario. Nel seco- 
che abbiamo s, , n'occhio, sono comprese le lettere 
scritte nel settenni 1 < 19-1765, tra le quali li 



notevoli sono quelle dirette a Francesco Arisi, a 
romeo Arese, ad Antonio Gatti, al Ma- 
gliabechi, a Giovar I ìioseffo Orso, ad \ntonio 
Maria Salvini, ad Apostolo Zeno. Come il primo 
volume, anche il presente è preceduto da una 
minuta e diligentissima cronobiografia murato- 
riana, e seguito da tre indici: l'analitico, l'alfa- 
betico, il generale. Qualunque lode è inadeguata 
al valore di questa pubblicazione magnifica e sotto 
ogni aspetto propriamente perfetta. 

A. Ri ammazzo : Lettere di dantisti. (Città di Ca- 
stello, Lapi). — In questo terzo volumetto sono 
raccolte le lettere di dantisti italiani del secolo XIX. 
tra i quali Luigi Benassuti, Jacopo l'.ernardi, Bal- 
dassarre Boncompagni, Rugenio Camerini, G. J. 
Ierrazzi, G. B. Giuliani, Vittorio linbriani. (ino- 
rato Ciccioni, G. A. Scartazzini, ecc. In una gu- 
stosa appendice stanno quelle di un dantista che 
fa parte per sé stesso » : quel Matteo Romani, 
ari iprete di Campègine, il quale « emendava » il 
testo del poema, chiedendo licenza di leggerlo 
come lo credeva caduto dalla penna del suo au- 
tore » e invece che Mossi la voce- (> anime affan- 
nate, leggeva: Musei la voce : O anime a fé 'amate, 
e invece che Si forte fu l'affettuoso grido, Risposto 
fu all'affettuoso grido ! Indici copiosi e bene ordi- 
nati corredano il volumetto. 

Fedele Romani: Ombre e Corpi. (Città di Ca- 
stello, Lapi). — Sono due opuscoli danteschi: uno 
intitolato // secondo cerchio dell'Interno di fante. 
l'altro La figura, i movimenti e gli atteggiamenti 
umani nella Divina Commedia e nei Promessi 
Sposi. Xel primo, il Romani studia l'episodio di 
Francesca da Rimini secondo i criteri della cri- 
tica estetica, nel campo della quale, come egli 
bene avverte, « tutte le opinioni logiche, sincere 
e fortemente sentite, hanno il diritto di essere 
manifestate, e hanno tutte, in un certo senso, lo 
stesso valore, se non sempre la stessa bellezza. » 
Questo è il pregio e ad un tempo il diletto di si- 
mili studi, alle conclusioni dei quali, qualunque 
sia la logica, la sincerità e la forza del sentimenti 1 
dei loro autori — e non comuni sono quelle del 
Romani — è sempre possibile opporne altre. L'au- 
tore ha dunque ben fatto esponendo le proprie 
osservazioni sul celebre episodio astenendosi dalle 
polemiche; sebbene ribatta l'opinione del I v 
Sanctis, secondo il quale la ligura di Francesca 
sarebbe annientata se non vi fosse in lei la co- 
scienza del peccato. 

Nel secondo suo lavoro, paragonando l'arte di 
Dante a quella del Manzoni, l'autore si 
di dimostrare come le ombre dell' Alinghieri sieno 
più ricche di consistenza corporea e piti visibili 
delle persone vive, dei veri corpi del romanziere 
Lombardo. Questi avrebbe l'occhio del poeta più 
che quello del pittore, mentre in Dante le due 
l.n ulta si uniscono felicemente. Il Romani dichiara 
che non avrebbe neppure pensato a stabilire un 
confronto tra i due scrittori « se non fosse che i 
nomi di Dante e di Manzoni sono spesso accop- 



I LIBRI 



Dì 






piati insieme per più ragioni, ma specialmente 
come quelli dei due più grandi scuttori di carat- 
teri che possiede la nostra letteratura : bene inteso 
che, anche in questo, il posto d'onore è di Dante. » 
Bene inteso, certamente; ma appunto per ciò l'op- 
portunità del paragone non è discutibile 'i Ad 
modo il Romani non si restringe a dimostrare le 
deficienze delle rappresentazioni manzoniane ri- 
spetto alle dantesche ; ma loda e propone ad 
esempio l'arte del romanziere tutte le volte che 
questi raggiunge l'eccellenza ; e, per concludere, 
la lettura di queste pagine sarà molto profittevole 
agli studiosi dei due grandi scrittori e delle belle 
lettere. 

STORIA. 

Carlo Errerà: L'epoca delle grandi scoperte 
geografiche. (Milano, Hoepli), L. 0,50. — L'au- 
tore divide la storia della conoscenza della Terra 
in tre grandi epoche : nella prima, di remota pre- 
parazione, lentamente si svolge l'opera degli an- 
tichi ; nell'ultima, di inesaurito perfezionamento, 
ferve senza limiti la seria e riflessiva opera degli 
uomini d'oggi ; sta in mezzo alle due quel periodo 
veramente fondamentale , durante il quale, dopo 
che tanta parte della cultura antica crollò sotto i 
colpi dei Barbari, i popoli mediterranei non solo 
riconquistarono le nozioni perdute, ma raggiunti 
e oltrepassati i confini della Terra creduta un tempo 
abitabile, si slanciarono alla scoperta del mondo. 
Questo periodo, che si chiude col viaggio intorno 
al globo della l 'ictoria di Magellano , se non ha 
il carattere di altezza intellettuale propria all'età 
nostra, e se è dominato dai fini utilitari e dal dis- 
ordinato spirito di avventura, è il più importante 
ed il più attraente : e l'Errerà lo narra a parte a 
parte, cominciando con l'influenza del Cristiane- 
simo, delle evangelizzazioni, dei pellegrinaggi, delle 
Crociate sulle conoscenze geografiche : seguendo 
la storia della scoperta dell'Asia con l'opera di 
Giovanni del Pian de' Carpini e di Guglielmo di 
Rubruk, dei Polo e dei loro successori, passando 
alle regioni settentrionali coi Normanni , cogli 
Zeno, e alla via marittima per le Indie coi prede- 
cessori di Colombo: fermandosi all'opera del grande 
Genovese, del Vespucci e del Magellano. L'autore 
attinge alle migliori fonti, e correda la sua dotta 
e piacevole esposizione con molte riproduzioni di 
carte antiche, di schizzi, di ritratti. 

FILOSOFIA. 

Agostino Nardelli: Errori Umani. (Treviso. 
Tipografia della Gazzetta) L. 1,25. — L'autore non 
crede che al progresso scientifico ed all'accresci- 
mento del benessere corrisponda, nell'età nostra, 
un perfezionamento intimo : anzi egli ha scritto 
questo libretto per mettere in evidenza gli errori 
umani che hanno prodotto i danni morali : il lusso, 
la presunzione, l'abito della menzogna, la tene- 
rezza e l'indulgenza soverchia nell'educazione, i 



piaceri viziosi del tabacco e del vino, i falsi cri- 
terio nella scelta delle professioni. Tutto ciò che 
il Nardelli asserisce intorno a questi argomenti è 
giusto ; ma le sue osservazioni non sono molto 
profonde ne hanno una grande originalità. Ed è 
proprio da credere che il vizio dell'ignoranza pre- 
sentuosa si manifestasse e si diffondesse rap ! - 
mente dopo la Rivoluzione francese ; e che la men- 
zogna sia divenuta oggi la regola mentre un tempo 
era « eccezione rarissima? » Quelli che l'autore 
chiama errori umani meritano propriamente que- 
sto nome ; ma essi non sono né nuovi né, pur- 
troppo, tanto facilmente correggibili. Con belle e 
degne parole egli propone che si ponga mente non 
tanto all'istruzione quanto all'edusazione. e 1 he se 
ne riformino i metodi: e questo è certamente un 
dovere che bisogna compiere anche se non è pos- 
sibile sperarne il mutamento della umana natura. 

Rozan : La Bontà. Traduzione di Gioconda Ai- 
raldi Cazzuli (Milano, Cogliatii, L. 2. — Come dice 
Carlo Leveque nella sua lettera-prefazione, non è 
cosa facile, ai nostri giorni, scrivere un libro inte- 
ressante sulla bontà : tra il luogo comune e il 
trattato filosofico, la strada è stretta. L'autore ha 
saputo scoprirla e seguirla. Egli ha lasciato ai fi- 
losofi di professione le loro formule e le loro dis- 
sertazioni, per esaminare semplicemente le condi- 
zioni fatte all'uomo nella nostra società, e il ge- 
nere di perfezionamento al quale deve tendere per 
arrivare al bene. Nella debolezza ravvisa il mas- 
simo nostro difetto : e l'opinione del Lacordaire 
che disse, cominciando una delle sue prediche in 
Notre-Dame : Voi non siete cattivi , signori ; 
siete deboli, » è anche la sua. < Debolezza d'intel- 
letto e di carattere, » afferma per conto proprio, 
il motto della natura umana e spiega i nostri errori 
e le nostre colpe assai meglio della parola catti- 
veria. Egli rintraccia i deplorevoli effetti di queste 
debolezze nella sete delle ricchezze, nelle pretese 
dell'egoismo, nella passione della vanità, nella cu- 
pidigia dei piaceri, nei rigori della giustizia, nelle 
crudeltà dello spirito: e a tutte queste forme del 
male contrappone quelle della bontà. Dopo avere 
cosi fatto l'analisi dei buoni movimenti, li 1 ompone 
in una specie di sintesi, dimostrando come dev'es- 
sere il figlio, il padre, l'amico e l'uomo in gene- 
rale. Analisi e sintesi sono sottili ed acute; tutto 
il libro è denso di pensiero, pieno di concettose 
sentenze dell'autore e dei maestri sui quali egli ha 
studiato. La conclusione è quella stessa che la sa- 
pienza antica ha trovata da secoli, ma che biso 
sempre ripetere — visto che, disgraziatamente, gli 
uomini la dimenticano troppo spesso — : il disin- 
teresse è la stessa virtù, la stessa bontà ; non alla 
felicità, ma alla tranquillità si deve aspirare e si 
può pervenire. 

FOI.K-I.11RE, 

Giovanni Giannini: Canti popolari toscani. (Fi- 
renze, Barberai, L. 2,25..— Il compilatore di que- 
sto volume si è giovato di tutte le raccolte di 



32 



! \ LETTI RA 



canti popolari toscani finora pubbli min- 

ciare eia quelle del Tommaseo e del Tigri, ed 
escludendo soltanto quelle che gli parvi- conte- 
nessero poesie non propriamente popolari o tra- 
e dovute garanzie di fedeltà. I rac- 
endo lo scopo di dare occasione di 
studio ai filologi ed ai cultori della demopsicolo- 
gia, non hanno badato alle qualità artistiche ed 
singoli canti, e insieme con quelli 
stupendi hanno messo i mediocri, i brutti, gli in- 
sulsi e i triviali. Il Giannini, por offrire una pia- 
le lettura ad ogni classe di lettori, ha tra- 
i canti più belli, ed ha quasi sempre avuto 
nella sua scelta la mano felice. Il grazioso suo 
volumetto è diviso in sette parti, nelle quali sono 
rispettivamente distribuite le Ninne-nanne, le Can- 
tilene, le Novellette, i Canti fanciulleschi, i Ri- 
spetti e gli Stornelli, le Canzoni narrative e i Canti 
di questua. In apposite note sono spiegate le voci 
e frasi vernacole e sono enumerate le principali 
varianti. 



SC I E N ZE. 

Dott. Ermanno Giglios-Tos: Lrs problema 

(I.™ partie). Turin, chez l'Auteur, Palais Cari- 
gnano, igoj. — Quando si affronta un problema 
complesso, come è quello che ci presentano i 
fenomeni che costituiscono la vita, è opportuno 
tentare di scinderlo in elementi più semplici o di 
studiare ciascheduno di essi. E' il sistema se- 
guito quasi sempre , e che sarebbe certamente ot- 

i se non portasse con sé un inconveniente 
difficilmente evitabile; quello cioè di esser portati 
ad attribuire ad alcuni elementi una importanza 
prevalente in modo da giungere a credere il pro- 
blema complesso risolto, quando questi elementi 
vengono sufficientemente rischiarati. La storia delle 
scienze mediche permette di vedere quest' err> 're 
perpetuarsi attraverso alle età; i due aspetti princi- 
pali delle manifestazioni vitali, cioè le modificazioni 
fisiche e quelle chimiche degli organismi viventi, 
furono per sé presi come essenziali e si considerò 
la vita alternativamente come un fenomeno essen- 
zialmente tisico o puramente chimico. Il libro del 
Giglio-Tos è un singolare esempio di queste ten- 
denze unilaterali, ed è destinato a prender posto 
cogli altri eguali: i quali, se pure la scienza potè 

arsene, sono tuttavia da considerarsi come fal- 
lai i tentativi. Nei problemi della vita, il Giglio-Tos 

gè essenzialmente fenomeni chimici, e fra questi 
predomina: la assimilazione, per cui un 
reni giunge a produrre i materiali iden- 

i quelli di cui si compone il suo corpo, me- 
diante l'esenzione di materiali estranei e diversi. 
essi chimici nella natura morta. 
per cui da un < orpo trattato con opportuni reagenti 
e per una catena di reazioni si giunge alle rigene- 

■ne del corpo primitivo, è per lui il punto di 
partenza di una serie di considerazioni dalle quali 

mole dedurre le leggi fondamentali della ma- 
teria vivente. Le quali conclusioni alla lor volta in 



gran parte sono verità che non hanno nulla di 
nuovo, e in piccola parte sono pure ipotesi, che 
nessun fatto prova. Questo è uno dei difetti princi- 
pali del libro, che lo mette in cosi stridente disac- 
cordo con quelli che ai giorni nostri si occupano 
di argomento analogo ; il carattere cioè puramente 
deduttivo del ragionamento, in cui una premessa 
non giustificata sufficientemente da dati di esperi- 
mento, diventa poco a poco da ammissibile, pro- 
vata e da provata assiomata. E cosi si costituisce 
un sistema artificiale, starei per dire scolastico, in- 
tendendo di adoperare la parola nel suo significato 
di costruzione artifiziosa di un edifizio di dottrine, 
senza alcuna preoccupazione della verità loro as- 
soluta. 

Evidentemente il restringere la vita nei limiti in 
cui l'egregio autore la chiude, è un non ricono- 
scerne le caratteristiche ; e se una molecola d'acido 
acetico, per il solo fatto che messa in contatto suc- 
cessivamente con varii reattivi può trasformarsi in 
altri corpi e ridiventare acido acetico, è dall'autore 
assimilata a un corpo vivente, deducendosi le leggi 
con speciali ragionamenti da questa reazione, ciò 
vuol dire che il dottor Giglio-Tos, benché zoologo, 
vede nella vita qualche cosa di molto diverso da 
quello che vi vedono i biologi non solo, ma tutta 
la gente comune. 

Non nego che tratto tratto un libro generale che 
riassuma lo stato delle nostre cognizioni e se ne 
serva come punto d' appoggio per salire a con- 
templare orizzonti d'ipotesi geniali che nel futuro 
troveranno il loro cimento, possa esser utile. Ma 
per queste leve del pensiero sono necessarii punti 
d'appoggio più solidi di quello che il Giglio-Tos ha 
assunto. Egli si diparte dalla sua reazione tipica, 
e dimenticando l'aureo precetto « comparatio non 
est ratio » , da una analogia affatto rudimentale de- 
duce regole e leggi, con raro coraggio. Egli incappa 
poi in altri scogli. Ha bisogno di avere sostanze 
organiche come basi delle sue biomolecole, e per- 
ciò nega che una sostanza inorganica possa rige- 
nerar sé stessa; ma in che cosa differisce il rige- 
nerarsi dell'acqua in moltissime reazioni, o il ri- 
generarsi dell'acido nitrico nelle camere di piombo, 
dalla rigenerazione dell'acido acetico coi suoi eroici 
reattivi? Eppure i primi sono per lui fenomeni che 
si passano nella materia bruta (vedi potenza della 
tradizione che gli fa chiamare bruta quella stessa 
alla quale egli vuol ridurre l'essenza della vita), e 
costituiscono una reintegrazione, mentre il secondo 
è il simbolo del puro mistero della rigenerazione. 
Ad un chimico il decidere sulla questione. 

l'n altro scoglio; il Giglio-Tos scrive il suo libro 
i ontro avversarii che alzano le insegne della forza 
vitale ; ma gli avversari sono morti, egregio dottore, 
e la loro dottrina seppelita; seppellita come la 
dottrina che Ella combatte, che la respirazione sia 
una combustione, soprattutto poi nel significato che 
che Ella dà a queste parole, il quale può solo 
realizzarsi nel caso del carbone che arde. 

Seppelliti pure, se pure nacque mai, la dottrina 
che i microbi (col qual nome l'autore indica pro- 
babilmente l'intera classe degli seizomiceti) siano 



I LIBRI 



53 



da mettersi fra gli organismi più semplici parago- 
nabili ai suoi prediletti biomani. Quello che sap- 
piamo invece della vita e della composizione di 
questi minutissimi organici, ce li dimostra assai com- 
plessi nelle loro funzioni chimiche. Probabilmente 
le cellule più semplici nel loro funzionare devono 
cercarsi negli organismi superiori, dove le divisioni 
delle funzioni è di regola, non in quelli monocel- 
lulari in cui tutto si accumula in poco spazio e poca 
materia. In ogni caso i microorganismi, esseri pa- 
rassitari viventi in condizioni eccezionali e dissi- 
mili dalla massima parte dei viventi, non possono 
essere presi come tipo di esseri elementari. 

I neovitalisti d'oggidi non negano che le singole 
manifestazioni della vita obbediscano alle leggi 
comuni della natura; ma vedono nella successione 
ritmica e nella capacità adottiva degli organismi, 
per tacere d'altre più misteriose ed elevate abitu- 
dini, qualche cosa che non può rappresentarsi coi 
simboli e colle formole che per ora possono rap- 
presentare e spiegare i fenomeni comuni della ma- 
teria cosidetta morta. 

L'aftrontare i problemi che il Gilio-Tos si è posto 
innanzi è prova di ardire scientifico lodevole , e 
la. giovanile audacia dell'autore, che evidentemente 
presume di aver gettato molta luce sulla questione 
ardua, può fare sperare bene di lui, quando si as- 
soci alla calma e ponderatezza la soda ed equili- 
brata preparazione scientifica. Una cosa ancora : 
io mi domando quale è la ragione per cui egli 
italiano e assistente in una Università italiana si 
serva della lingua francese per enunciare le sue 
idee; forse che l'esser scritto in italiano ha mai 
impedito ad un libro buono d'esser apprezzato ? 
Non può questa scelta di una lingua straniera es- 
sere il risultato di un errore di giudizio sulla por- 
tata dell'opera? Io non voglio addirittura, come il 
critico del Nature, chiamare quello del Gislio-To; 
un libro ambizioso. Ma certo la prefazione rac- 
chiude promesse così grandi che nessun biologo 
oggidì oserebbe sperare di attendere, e non è dun- 
que meraviglia che neppure il geniale naturalista 
torinese vi arrivi. 



OPERE VARIE. 

Cesare Airaghi: Scrittivarl. (Città di Castello, 
Lapii, L. 2,75. — Il tenente colonnello Antonio 
Pezzini e il tenente Di Giorgio, ai quali l'eroico 
colonnello Airaghi rimise per testamento, prima di 
partire per la guerra d'Africa incontro a una morte 
gloriosa, tutte le sue carte affinchè vedessero che 
cosa se ne poteva fare, hanno scelto alcuni suoi scritti 
inediti e unendoli ad alcuni di quelli già pubbli- 
cati, ne hanno composto questo bel volume, i 
proventi del quale pensavano di destinare all'ere- 
zione di un modesto monumento alla memoria 
dell'autore, ma hanno invece ora destinato, con idea 
più degna della modestia di lui, a beneficio della 
Dante Alighieri. Meglio che al marmo, il nome del- 
l'Airaghi è affidato a queste pagine, nelle quali si 
rivelano le sue grandi e belle qualità di uomo e di 



soldato : il senso del bello, il sentimento del do- 
vere, lo spirito filosofico, la scienza della milizia. 
Diamo l'indice degli scritti qui contenuti : Il frutto 
proibito, Il bene. Le arti belle, Dello spirito mili- 
tare in Italia, Questionario al Mosso sulla fatica. 
Il lìbero arbitrio e la necessità storica. L 'umanita- 
rismo e la lealtà itegli usi di guerra. Del metodo 
negli studi militari, L'iniziativa e gli studi militari 
in Italia, Programmi scolastici. Sbarchi, Che cosa 
sia la guerra. Il Dembelas, Programma del mio 
insegnamento dì tattica alla Scuola dì guerra. Se- 
guono alcune sue versioni metriche, molto fedeli 
e felici, dal tedesco, e chiudono il libro i versi 
dettati in memoria di lui dalla Lippert, dalla mar- 
chesa Venuti, da Tommaso Cannizzaro, dallo 
Zuppone Strani e da Emilio Di Natale. 

Alfredo Uxtersteixer : Storia della musica. 
(Milano, Hoepli), L. 3. — La nuova edizione di 
questo manuale si raccomanda per gli ampliamenti, 
le aggiunte e le correzioni che l'autore vi ha in- 
trodotti, usufruendo degli studi recentissimi, come 
egli stesso dice, « per rettificare date, completare 
ed anche mutare opinioni ed asserzioni non sem- 
pre giustificate. » Quanto alle asserzioni ed alle 
opinioni, si potrebbero modificare ancora qua e 
là, ed è naturale che, a questo riguardo, si trovi 
materia da discutere ; ma all' autore va tributata 
ampia lode per aver dato all'opera sua un più 
armonico sviluppo di parti e una maggiore esat- 
tezza di informazioni. 

Felige Barnaiìei : La villa pompeiana scoperta 
presso Boscoreale. (Roma, 1901). — Quale bril- 
lante argomento non sanno rendere arido e fasti- 
dioso gli eruditi pedanti ? Quale arido e fastidioso 
argomento non sanno rendere piacevole gli eru- 
diti d'ingegno e di spirito ? Ma, pur troppo, come 
sono frequenti i primi, e rari i secondi ! 

Ad ogni modo rallegriamoci oggi d'aver trovato 
il più geniale fra i rari in Felice Barnabei, così 
dotto e così bell'indagatore d' antichità e narra- 
tore di storia e risolutore di problemi archeolo- 
gici. 

Già la sua memoria sulla nave romana, dormente 
in fondo al lago di Nemi, era stata prova delle 
varie attitudini interessanti dell' autore, che oggi 
ci ha offerto il più completo dei lavori nella rela- 
zione all'oli, ministro Nasi relativa alla scoperta 
della villa di Publio Fannio Sinistore presso Bo- 
scoreale, fatta da quel fortunato uomo che è l'on. 
De Prisco. Il quale pare che al voto della Com- 
missione (che le pitture, rinvenute in ess.i. meri- 
tano d'essere conservate allo Stato) sia per rispon- 
dere.... mandandole all'estero a far fede della no- 
stra gloria passata e della nostra miseria presente. 

Ma, mettiamo a parte le melanconie e diamo 
una rapida scorsa allo studio del Barnabei. Dopo 
uno sguardo generale alla topografia della regione 
pompeiana, per considerare la villa rispetto agli 
altri punti archeologici già scoperti in passato e 
noti per aver fornito tesori (mandati anch'essi dal- 
l'on. De Prisco, con vera costanza di propositi, 



•'I 



LA LI n n; \ 



all'». 'autore descrive la disposizione della 

con le varie parti destinate ai padroni, ai 
servi e agli usi agricoli. Sulla scorta d'alcuni gra- 
fiti apparsi nello stuo ne e de'muri), 
e d'ali une lettere incise sull'orlo d' un vaso di 
il Barnabei stabilisce che la villa, quando 
fu sepolta dai lapilli e dalle ceneri della famosa 
eruzione, apparteneva a Publio Fannio Sinistore 
che, però, non ne era stato il costruì' 

Alla parte topografica e storica segue una mi- 
nuta de- degli ambienti e delle loro de co- 
.1 quale il Barnabei passa dal peri- 
stilio alla sala detta degli istrumcnti musicali, dal 
labthto al triclinio e al cubicolo, tutto raffrontando 

esimili edifici e. su tutto, alla casa di Livia 
sul Palatino. Ed anima, come abbiam detto, il 

scritto con tale efficacia da darci l'illusione 
di trovarci nella realtà, rendendoci immemori dei 
molti secoli che ci separano dal giorno in cui la 
superba villa era intatta e abitata, e dei molti chi- 
lometri che ci separano da' suoi ruderi. 

André MELLERIO : Rome, la question d'art et la 
guestùm politique (Paris. I-'leury). — L'editore, nel 
ra< comandare al pubblico questo opuscolo, pre- 
vedeva che « certe affermazioni susciteranno vivaci 
polemiche nel mondo intero. » La profezia si sta 
compiendo, perchè molti giornali, particolarmente 
francesi, si sono occupati e si occupano del lavoro 
dei Mellerio. Il quale, considerando che l'arte ai 
nostri giorni non può vivere fuori della politica e 
della quistione sociale, si propone di studiare quali 
effetti la prodotto e produrrà a Roma, nei riguardi 
artistici, l'unità italiana. Il tema è certo degno di 
studio, e lo studio potrebbe essere proficuo , se 
condotto con la competenza della quale il Mellerio 
ha dato già prova in altri suoi lavori di critica 



d'arte. Se non che, la sola competenza non basta: 
occorre avere la serenità dell'animo, l'imparzialità 
del giudizio, e di queste qualità, che mancano di- 
sgraziatamente a quasi tutti gli stranieri ricercatori 
delle cose nostre, non si può dire, con la migliore 
\>lc>ntà del mondo, che l'autore dia prova. Co- 
mincia egli bensì con l'affermare che le sue rifles- 
sioni sono derivate dalla diretta osservazione dei 
fatti durante un viaggio da lui compito tra noi 
nell'autunno del iooo; ma purtroppo egli non vede 
tanto con gli occhi suoi, quanto con quelli del 
Geffrov, del Bonnefon, come ha opportunamente 
dimostrato Diego Angeli in un articolo del Mar- 
zocco (N.° del I." settembre). E il Gcltroy, diret- 
tore della scuola francese d'archeologia, non per- 
donò al Governo italiano di essersi opposto alle 
prepotenze dell' Ecole de Rome, e il Bonnefon 
diede prova, nelle sue lettere aWEclair, di troppa 
ignoranza e di troppa mala fede. Per conto suo, 
il Mellerio sarebbe un fedele osservatore se non si 
lasciasse fuorviare ; e cominciando con l'allermarsi 
neutrale nel conllitto tra le due potestà che si tro- 
vano a fronte in Roma, finisce con l'affermare che 
la città eterna non si è data all' Italia, ma che è 
stata « per cosi dire » violata ! Egli dice che, se 
le condizioni politiche presenti si prolungheranno 
indefinitamente, lo scempio di Roma artistica, già 
iniziato, si aggraverà, perchè essa non potrà ve- 
ramente divenire metropoli moderna se non a co- 
sto di sacrifizi simili a quelli che furono « perpe- 
trati > a Parigi. Se il Papato dovesse andar via da 
Roma, soggiunge, la città perderebbe la sua fon- 
damentale ragion d'essere e la sua trasformazione 
in centro industriale s'imporrebbe. Finalmente, il 
Mellerio conclude con l'affermare che, se il Go- 
verno italiano abbandonasse Roma , solo allora 
questa sarebbe restituita all'ufficio suo ! 



li. Lettore. 



-*-=»- 



S * vT g 




•^ Diviste 



SOMMARIO : 



(.'ose di Marina, pag. 55 — Il sultanato dei Migiurtini, pag. 57 — Storie antiche, pag. 59 — La corazza di seta, pag. 61 
— Le supremazie della donna, pag. 62 — Nel mondo dei fumatori, pag. 63 — Salome nell'arte, pag. 65 — Un 
seminario di domestici, pag. 66 — Donne giornaliste, pag. 66 — I negri in America, pag. 67 — Un'inchiesta sulle 
Forze occulte, pag. 69 — Un miracolo di ingegneria, pag. 72 — Le principesse disponibili, pag. 73'— Il movi- 
mento femminista nel mondo, pag. 75 — La sieroterapia della febbre tifoidea, pag. 77 — Come trionferà l'Inghil- 
terra, pag. 78 — Il convento de' Mechitaristi nell'isola San Lazzaro presso Venezia, pag. 79 — Tommaso 
Salvini e un'attrice americana, pag. 81 — L'aquila di Savoia, pag. 82 — Le tragedie dell' oro, pag. 83 — La 
Nuovaiorchite , pag. S5 — Il tabacco e gli scacchi rispetto alla civiltà, pag. 85 — Il gran serpente di mare, 
pag. 86 — Shakespeare o Bacone?, pag. 89 — Come nascono le mode, pag. 89 — Come si arricchì Cham- 
berlain, pag. 89 — La legalizzazione del linciaggio, pag. 90 — In un circo equestre, pag. 90 — L'eroica Mi- 
lanese, capostipite di sei dinastie, pag. 93 — Libri costosi, pag. 95. 



Cose di (Darma 



La Rivista Marittima, periodico mensile che si 
stampa in Roma sotto gli auspici del Ministero 
della Marina e conta oramai 34 anni di vita, è iiv 
dubbiamente una delle più complete ed importanti 
riviste di cose marittime, che fa onore all'Italia ed 
alla nostra marina da cui esce il maggior numero 
degli scrittori che vi collaborano. Se non fosse una 
rivista italiana sarebbe certo dichiarata nel suo ge- 
nere la prima del mondo: che fuori d'Italia le si 
dia una grande importanza lo prova il fatto che da 
parecchi anni, anche da prima che venisse la moda 
della rivista delle riviste, quasi tutti i giornali ma- 
rinari di altre nazioni ne riassumono o traducono 
i più importanti articoli o ne riportano per lo meno 
l'ndice delle materie con qualche commento. Si 
vuole di più? In principio appunto di quest'anno 
il capitano di vascello nella R. Marina spagnuola 
Don Victor Maria Concas, già capo di stato mag- 
giore della squadra dell'ammiraglio Cervera du- 
rante la guerra ispano-americana, volendo pubbli- 
care alcuni commenti agli scritti critici che hanno 
veduto la luce nei vari giornali del mondo a pro- 
posito della guerra cui egli prese parte, chiese 
ospitalità alla Rivista Marittima che gli stampò tra- 
dotto un lungo articolo dal titolo internazional- 
mente latino di : Quod justum est judicate. 



La Rivista Marittima all'aprirsi del nuovo se- 
colo ha avuto la felice idea di pubblicare una serie 
di articoli ciascuno dei quali riassumesse il cam- 
mino fatto dai vari rami della marina nel passato 
secolo e fosse come la storia di ciascuna delle ma- 
nifestazioni della vita marinara. Apre la serie nel 
numero di gennaio un articolo di storia del profes- 
sore C. Manfroni, conosciutissimo eultore di sto 
ria della Marina italiana, e segue in febbraio un 
articolo del professor K. ( ìelcich, che tratta lo svi- 
luppo delle scienze nautiche durante il secolo XIX. 
Il numero di marzo ha un articolo del tenente di 
vascello A. Bonaldi sulla Meteorologia nel se- 
colo XIX, articolo che si potrebbe rhiatiiari Iti 
Storia della Meteorologia Xautica, poiché questa 
all'altezza di scienza non assurse ohe dm, mie tale 
secolo. L'articolo, interessante e accessibile anche 
ai profani delle cose del mare, riassume le varie 
teorie e mette in sodo quanto di tale scienza si può 
attendere e quanto fa parte ancora dell'astrologia. 
In aprile e in maggio il Bonamico trattò della stra 
tegia e della tattica navale con quella competenza 
che i suoi numerosi scritti gli hanno dimostrata e che 
universalmente irli | riconosciuta. Il numero di giu- 
gno porta un articolo dell'ingegnere navale C. Lau- 
rent i. più interessante pei profani che non siano i 
due precedenti, giacché fa la storia della Naviga- 
zione Subacquea nel secolo passato e segna né con 
soverchio entusiasmo né con troppa sfiducia, ma con 



56 



ì \ ii n i r \ 



giusl I indicando l'indi 

ni I quale i sottom i 

un iì eri imento Nei successivi nu- 

me ri di li I ottobre ti ati an i 

il col Slai ni l'evoluzione 

della difes ra, l'ingegnere \ Ruggieri i prò 

delle navi da d il 

medii i ' \l Belli lo s\ iluppo dell'igii ni navale 
nel secolo XIX Finalmente nel numeri 'li novem 

Malfatti, ili cui i lettori della A' 
sta Marittima conoscono da lungo tempo la rara 
competi iza teorica e pratica in fatto ili macchine 
marine, fa la apparati motori marini 

nel secolo XIX. 

E la sintesi navale della Rivista Marittima non 
è con ciò finita, ma avremo ancora nel nuovo anno 
articoli sull'artiglieria, sulle anni subacquee, sulle 
costruzioni e su tanti altri argomenti che possono 
are l'intei chiunque voglia conoscere i 

e lo staili" attuale della marina da guerra. 
E' i pubbli azione finita le varie 

monografie siami raccolte in un solo volume che 
compen i a m la sintesi il del libro la sin 

ntrapresa dalla "Rivista Ma- 
rittima. 

Ma oltre a quelli accennati, la Rivista ha nel- 
l'anno altri scritti di interesse generale Storico 
tecn notevoli. 

Cristoforo Manfredi, facendo seguito ad articoli 
dell'anno precedette in cui aveva dimostrata im- 
possibile l'invasione della valli del Po da parte di 
un nemico pi dalla Francia che non po- 

li la padronanza ilei mare, attac- 
cai contemporaneamente dalla frontiera Genova- 
Venl miglia, dimostra nel numeri) ili gennaio che 

qual I in potesse attaccare insieme 

dalli Ipi i d di cui avesse il dominio, tut- 
tavia l'invasione 'lilla valle del Po sarebbe per lui 
non solo superflua ma assai più rischiosa che non 
un'invasione 'lai mare. Lo stesso scrittore, nel nu- 
mero di maggi", partendo dal fatto che la popola- 
i aumentano in un paese coll'au- 
mentar dei mezzi ili sussistenza, mostra che questi 
dipendono essenzialmente itagli scambi che si fanno 
pi i via ili mai i m a fi rza che può togliere 

ad un paese tali n i na flotta nemica die in- 

teri-, mp i nbt, è interesse non oli di Ile pò 

polazioni litoran [latamente minacciate. 

ma anche di quelle continentali, che unì narina 

rj a : -I mari nazionali. In 

un terzo articolo nel mine gosto-settembre 

le, - .liniostra poi infine come: in una 

guerra fra la Duplice e la Triplice le sorti d'Italia 
i .li scritti di I Manfredi, inte- 

.'i i fani " 

per la vivacità delle argomentazioni e pil- 
la spigliata e brillanti 
Nel numero i 

Emanuel l ' u '«e 

pi i i\ .ili delle pi ini ipali ni 

ed i tipi di navi di feriti, paragonandoli 

tro p tipi nostri. L'ai 

foni 



tende a dimostrare l'impossibi- 
lità 'li fai pn grammi a lunga scadenza, come altra 
volta si e Luto da noi, fissando il numero delle navi 
ed i tipi .la costruire in un determinato periodo 
anni. « 1 programmi, egli conchiude, devono essere 
i finanziar! < .1 essere compilati dopo l'e- 
same i i i] provazioni del tipo .li nave che si può 

mettere imme. li. il aulente in cantiere COÌ fondi più 
o meno limitati disponibili oggi e non già con quelli 

sperabili in futuro ... I.. stesso autori ha poi nel 
numero ultimo .li novembre un articolo assai in 
ressante sulla Fisionomia attuale del piccolo navi- 
glio, nel quale prendendo le mosse dalla pi rdita del- 

liniera inglese ( 'obra i i li He a\ ai ii 

che subirono molti altri dtstroyers per debolezza dello 
-ilo, vuol giungere a dimostrare che tali tipi ili 
piccole navi sono sul loro tramonto in i-ausa dell'ap- 
parire ili nuovi congegni sommersi o sommergibili 
e del perfezionamento raggiunto nelle piccole ar- 
tiglierie a tiro rapidissim 1 automatico. Né man- 
cano in questo, come negli altri anni, articoli 
originali di storia: infatti nel numero «li marzo il 
contrammiraglio Giuseppe Gavotti, conosciuto per 
le sue pubblicazioni ili storia dell'arte militare ma- 
rinaresca, tratta della tattica navale nei libri ili sto- 
ria dai più antichi a quelli moderni ; e nel numero 
di ottobre il professore Ulisse Grifoni dimosti 
saurientemente che non fu Magellano a scoprire lo 
Stretto che porta il suo nome, come non fu Amerigo 
Vespucci a scoprire 1 America. 

La Rivista Marittima ili quest'anno contiene poi 
ancora altri articoli di interesse minore ed ali ri an- 
cora che pel loro carattere assolutamente tecnico o 
matematici i non possono a\er interesse che per un 
numero limitato di persone e che io quindi p 
si ittO silenzio. 



L'articoli del ( Irifi ni, al quale abl 
nato, i singolarmente interessante. L'autore 
che Magellano non solamente non ha scoperto lo 
stretti che farla il suo nomi, ma non ha circumna- 
vigato la Terra, ne ha mai pensato a circumnavi- 
garla. Ora tutti sanno che Magellano deve l'immen- 
sa lama, che da circa qual ro secoli circonda il suo 
nome, alla scoperta di questo stretto ed al primo 
viaggio di circumnavigazione terrestre (i). 

L'autore, dopo di avere svolto una serie di argo- 
menti variatissimi a conferma della sua asserzione, 
chiude con queste parole, che sono, per cosi dire, la 
sintesi di tutto l'articolo: 

i. Ed ora continuino pure gli stOrii i l d i geografi. 
se in avranno ancora l'ardire, ad affermare che l'ita- 
liano Pigafetta ba assei i il falso nella sua rela- 



(i\ Infatti Antonio Herrera, uno del maggiori storici 
che conti la Spagna, parlando de! viaggio 'li Magellano, 
dice che dalla creazione dell'uomo non ricordiamo alcun 
avvenimento che pei importanza possa paragonarsi al 
primo viaggio 'li circumnavigazione , ed il grande 

lunge fino ad affermare che Magellano ba 
fatto anchi più 'li Colombo ■ sollevando la Terra dalli 
spalle ili Atlante e facenti •■ nell'etere >. 



DALLE RIVISTI 



zione, e che il portoghese Magellano, traditore e pla- 
giario ad un tempo, è da anteporsi a Cristoforo 
Colombo, come afferma il Reclus, o che è da porsi 
addirittura sugli altari come vorrebbe lo storico 
Antonio Herrera. 

Magellano, checche ne dicano il Kohl ed il Re- 
clus, non ha mai sognato « di sollevare la Terra 
dalle spalle di Atlante e di farla girare liberamente 
nell'etere ». Lo scopo del suo viaggio è stato molto 
meno nobile e molto più modesto ; egli ha voluto 
semplicemente, seguendo una via appresa dalle car- 
te del Behaim, togliere le Molucche alla sua patria 
e renderle ai nemici di essa, pervenendovi attraver- 
so uno stretto, da altri raggiunto prima di lui. 

Lo stretto di Magellano scoperto da altri D 

Che cosa v'è di strano? Tutti sanno che l'Ame- 
rica, checche ne dicano alcuni americanisti, chiamasi 
così da Amerigo Vespucci ed a molti è noto che 
Behring non solo non ha scoperto, ma non ha nep- 
pure traversato lo stretto che pi irta il suo nome. 

Se l'ardita tesi, sostenuta dal collaboratore della 
Rivista Marittima, fosse riconosciuta vera, cambie- 
riebbe radicalmente una delle più importanti pa- 
gine (forse la più importante) della storia della na- 
vigazione, e la figura di Magellano verrebbe ridotta 
a modeste dimensioni. 

Richiamiamo l'attenzione e l'esame dei compe- 
tenti sull'interessante questione. 



Il sultanato dei (Digiuftini 



iDa un rapporto del console Pestalozza, riferito dall Ita- 
lia Coloniale, di dicembre . 

Il cav. G. Pestalozza, regio console generale in 
Zanzibar, il quale visitò nel novembre del 1899 i 
principali scali a nord ilei Benadir, espone che 
questa tribù (cabila) ha per sultano Osman Mah- 
ìmni. e comprende vani rami (fackida), 1 qua- 
li si suddividono poi in casati (rei). Sono rer 
speciali quelli degli Haddad e dei Khadem: i pri- 
mi, d'origine straniera, si dedicano alla lavorazione 
del ferro ; i secondi sono liberti d'origini diverse , 
trattati come razza inferiore e adibiti a lavori ser- 
vili: si possono sposare soltanto fra loro. Le tre 
fachide più importanti sono quelle degli Omar 
Mahmud e degli Issa Mahmud: abitano l'estremo 
meridionale della regione, si occupano di pastori- 
zia, hanno gran numero di cammelli e cavalli, e 
la loro dipendenza dal sultano è più nominale che 
di fatto, come prova il non aver risposto al recente 
suo appello e il mostrarsi amici di Jusuf-Alì. I 
Suacron, abitanti del litorale da Bargal fin presso 
Menija e più specialmente in Alula e nelle sue 
vicinanze dirette, formano un nucleo abbastanza 
forte e rispettato ; sono ligi a Jusuf-Alì e agli or- 
dini del Governo italiano. 

I punti abitati del litorale sono i seguenti : 

El-Har. 
Questo nome significa in somalo: pozzo ripara- 



5? 

tu; fondatore del villaggio fu, alcuni anni addie- 
tro, Jusuf-Alì, il quale vi trasporta talvolta la sua 
residenza, perchè si trova COSÌ più vicino alla sta- 
zione di Harabera , ove convengono tutti gli ar- 
menti della regione. 

El-Hur sorge sopra una piccola duna di sabbia 
arenaria compatta, alta circa 15 metri sul mare. 
In prima liena sorgono tre casette in muratura, su 
una delle quali sventola il tricolore italiano: è 
abitata dal capo del villaggi", Ahmed, cognato di 
Jusuf-Alì. Il villaggio, fornito di abbondante ac- 
qua potabile, è di 30 capanne. La spiaggia non 
offre riparo alle grandi navi. Per lo sbarco dei bat- 
telli, c'è una scogliera a fior d'acqua, che costitui- 
sce pure un piccolo riparo contro il monsone del 
sud. Commercio quasi nullo: poche pelli, pochis- 
sima gomma. Qualche veliero indigeno sbarca po- 
che ceste di datteri ; per terra si spedisce vino a 
Mogadiscio e qualche capo di bestiame. 

Obbia. 

E' più importante di El-Hur, come sede del sul- 
tano, sulla cui casa in muratura sventola la ban- 
diera italiana. Si presenta discretamente dal mare 
ed è composta di una ottantina di capanne. Sorge 
sopra un piccolo promontorio, il cui prolungamento 
in mare forma come una banchina naturale. Questo 
riparo si prolunga per 150 metri circa: e utilissimo 
per lo sbarco durante i due monsoni. Uno scoglio; 
che forma come un isolotto più al largo, permette 
di ripararsi ai velieri indigeni di piccola portata. 
Le grandi navi debbono stare in rada aperta. 

Il commercio è in mano del sultano e ile' suoi 
parenti; consiste nello scambin di pelli, gomma, 
pescecane, burro e bestiame, contro dura, cotonate 
e datteri del golfo Persico. Ammonta a 40 mila 
rupie, ed è favorito pure dal rinvenimento di una 
discreta quantità di ambra grigia, la quale è but- 
tata dal mare sulle coste somali e fa la fortuna non 
tanto di chi la trova a caso, quanto del capo G del 
sultano che l'acquista per poco e la rivende a caro 
prezzo in Aden. 

Obbia dispone di due sambuchi di portata me- 
dia e di qualche canoa da pesi 

Hafun. 

Dopo aver tenuto parola di Garad, che ha poche 
capanne e cattivo ancoraggio; di Ilig (in somalo 
significa dente), che sta sotto il capo Ras-el kheil 
ed ha una trentina di capanne abitate da pescatori 
ngine somala con un pozzo d'acqua salmastra, 
e un ancoraggio impossibili' con vento forte di est, 
ma riparato durante il monsone del sud : di .Vogai, 
abil , -lii somali dediti alla pesra del pesce- 

identi, come quelli di Ilig, dal capi 
gli Issa Mahmud, con una vallata nell'interno, dove 
ogni coltivazione sarebbe possibile; di Var-Es-Ga- 
Uh, con due tre famiglie di pescatori e le rovine 
d'una casa in muratura ; di Maabes, ovvero Orghi- 
lehe, che ha un discreto numero di capanne, prò- 



58 



LA LETTI RA 



di palme dum per sin. . e 
ecane, pelli, burro e penne 'li struzzo, 
abbastanza frequentata dai velieri «-Ih- vi tro- 
vano ottimo riparo contro il monsone 'ti sud-ovest, 
parla ili Hafun, località importante di 
rito capanne che si stendono per circa 
un chilometro lungo la spiaggia. Discreta è l'acqua, 
i dintorni sono aridi. Le sta vicino la laguna di 
Hordia, dalle cui saline, situate a 20 chilometri a 
.lei villaggio, questo ricava il maggior 
utile. Vi Sono da sei a settecento mucchi di sale, 

■ rappresentano 2 nula tonnellate; 

raddoppiando e amile triplicando questa cifra, non 

ino mai più «li 6 mila tonnellate quelle ora 

prodotte <lalle saline; mentre la produzione, con 

poco lavoro, potrebbe divenire enorme. L'usufrutto 

■ Ielle saline è riservato alla popolazione di Hafun; 
'I prodotto '- venduto ai velieri arabi che si recano 
alla pesea nel Benadir allo Zanzibar e si fermano 
tutti ad Hafun, dove col sale formano comple- 
tati') il carico. Questo sale è il preferito; a Zanzi- 
bar giunge in piccola quantità e si paga molto raro. 
In Hafun vale da 6 a io talleri per ogni 100 sac- 
'iietti. La tassa frutta circa 4500 talleri, dei quali, 

iti 1000 talleri per spese diverse e di ospita- 
ni resi ino 3500 ■ una metà di questa somma 
va al rapo del villaggio ed agli anziani, l'altra metà 
al sultano Osman Mahmud. 

R nord di Hafan. 

Andando verso settentrione, s'incontrano Manda, 
villaggio di -o capanne e 300 abitanti, con 5 ve- 
lieri e altre piccole barche ; Hordia, con 350 abi- 
tanti, dediti alla pesca del pescecane e della ma- 
dreperla ; Binna, riunione di circa 20 capanne di 
pescatori ; Dan Ali, località con 50 capanne e 2 
case in muratura, una del fratello, l'altra dello zio 

■ lei sultano; i 200 abitanti posseggono 600 barche 
da pesca; Grerirod, con una casa in muratura e 
20 capanne, residenza del cieco e vecchio pro-zio 

sultano; Bargan, villaggio importante di 400 

anti, con esportazione di gomma ed incenso-, 

/ hen, con 20 capanne e boschi di palme daltifere : 

con 150 pescatori e approdo relativamente 

uro. 

Bereda e Mula. 

la resilienza abituale del sultano Osman 
Mahmud, il quale vi possiede una bella casa di 
danneggiata fortemente dal botn- 
nto della regia nave Colombo. Vi sono io 
ura 1 [20 capanne, con una popola- 
zione 'li 400 abitanti, i quali dispongono dì 6 ve- 
lieri e di io bar* ' 

di dura, datteri, riso e cotonate; 
esportazii jo a 50 mila chilogrammi di ma- 

dreperla e qualchi di sanili di pelli, di 

gomma e d'ino 

Alida ha più di 200 capanne e 2 case in mu- 
ratura, a due pia 1 dere e ti 
merli, una del sull l'altra del suo pri- 
Mahmud Ali rappresenta il fratelli! sul- 
amministra in suo n I petto di Aitila 



è triste, l'acqua potabile vi difetta. Rada ottima in 

ogni stagi -, Minata sulla rotta naturale e diretta 

di tutti i piroscafi che navigano per l'Africa orien- 
tale e meridionale, per l'Australia, per li fri 
orientali, per l'estremo Oriente; ed anche molte 
navi dirette a Bombay, che non hanno toccato Aden, 
vanno a visitare Aitila per poi prendere una retta 
più sicura. Produzione di gomma ed incenso; ab- 
bondanza di tonno e d'ogni specie di pesce. La ma- 
dreperla si trova lungi» tutta la ''usta. Gli abitanti. 
circa 500. sono di indole buona, ed abituati al 1 
tatto con gli Europei Da Alula ad Aden corrono 
350 miglia. 

Riassumendo. 

Gli scali 11 punti abitati dal litorale dei Migiur- 
t ini sono in tutto 31 ; il paese è ricco di suini spe- 
cialmente al sud e al nord, di cammelli, di cavalli 
pn "li ma resistenti ; non vi mancano gli ovini ; il 
burro, la madreperla, la gomma, l'incenso e i pro- 
di itti della pesca esportati rappresentano un valore 
di 1.714.000 lire; il traffico generale si può calco- 
lare, senza esagerazione, che salga a 3 milioni di 
lire. 

1 Somali migiurtini non furono sinora sottoposti 
ad alcuna tassa. Essi sono prevenuti contro il si- 
stema fiscale già in vigore nell'Eritrea. Il Sultano 
e i notabili mandarono informatori nella nostra co- 
lonia, e al Pestalozza molti migiurtini dissero di sa- 
pere che tutto era ben regi iato nell'Eritrea, ma che 
gli Italiani facevano pagare troppo tasse. 

Gl'indigeni non hanno mai preso, ne prendono 
alcun provvedimento per estendere le piantagioni 
delle acacie gommifere, le quali suini allo stato pri- 
mitivo e boschivo, né tutte utilizzate. I Somali si 
accontentano di allontanare, quanto è possibile, le 
mandre da quei boschi, assegnati, per diritto di 
cessione 11 di acquisto o di uso, alla loro operosità. 
11 Sultano, i suoi parenti e i notabili in genere che 
dispongono di mezzi per far raccogliere le gomme 
e le resine, anticipano a quegli individui, che do- 
vranno a suo tempo intraprendere il lavoro, un 
numero di sacchi di riso, di datteri, di dura, che 
valutano generalmente al doppio del valore; i lavo- 
ri, a loro volta, dovranno restituire quanl 
più possibile sacchi dì gomma " di buban, ma non 
mai meno del qua ricevuta II prodotto è 

portate in Aden 11 Bombay, ed ivi è venduto per 
OontO del proprietario il quale preleva il valore 
.Ielle anticipazioni, poi divide l'eccedenza a metà 
terzi fra lui e i lavoratori. 

Quanto ai periodi dell'anno durante i quali quelle 
popolazioni possono utilizzare le loro navi pei 
municare con l'Arabia, con Bombay con Zanzi- 
bar, il monsone di sud-ovel comincia a farsi sentire 
debolmente su quella eosta in principio di maggio. 
rinforza dalla metà di giugno a metà settembre, 
per diminuire gradatamente e cessare in principio 
dì novembre; quello da nord-est segue la Bb 
progressione e diminuzione da novembre 1 magi 
il tempo l'iù utile alla naviga/ione è . niello che 1 
dal cessare della veemenza di un monsi ne al prin- 
cipiare dell'altro. 



DALLE RIVISTI 



5 9 



Stoffe antiche 



.Da un artìcolo di L. A. Gandini, nella Rassegna d'Arte). 

La signora Isabella Errerà ha messo insieme una 
collezione di stoffe antiche, rare e preziose, che ha 
descritte con ammirabile intelligenza in un Cata- 
logo pubblicato a Bruxelles, presso la libreria Falk 
Fils. E' questo un importante contributo all'antica 
arte tessile, arte che va considerata come eminente- 
mente decorativa. 

La collezione della signora Errerà è stata da lei 
donata alla città di Bruxelles, alla quale tempo ad- 
dietro ella aveva donato un'altra collezione di stoffe 
copte, provenienti probabilmente da necropoli egi- 
ziane del V o VI secolo. Nel, suo libm, l'autrice ha 
voluto tener conto del giudizio dei migliori scrittori, 
i quali non sono sempre d'accordo, perchè disgrazia- 
tamente lo studio dell'arte tessile manca di base e 
resta anche oggi un pio desiderio. 

La figura 1, (N. 29 del Catalogo) rappresenta una 
stoffa di seta e lino azzurro (forse del colore detto 
Alessandrino) con fili d'oro ed altri di materia ani- 
male. Appartiene al secolo XIII o XIV. La scrit- 
trice avverte che un eguale tessuto fu giudicato ita- 
liano del nord dal Cale, spagnuolo dal Bock, e che 







Fi* 



il Museo di Cluny lo ha classificate come orientale, 

mentre quello di 
South-Kensington l'ha 
considerato come luc- 
hese. Il Gandmi ir 
dina a giudicarlo spa 
gnuolo, col Bock , ri- 
ci 'in scendo i caratteri 
moro-ispani tanto lu- 
gli ornamenti centrali 
quanto nelle curve che 
dividono i comparti- 
menti. 

Altro tessuto di 
molto pregio è quello 
rappresentato dalla fi- 
gura 2 (43 del Catalo- 
go). Il fondo è di seta 
azzurra , coll'opera di 
seta bianca e oro con 
leggieri rilievi pure di 
seta bianca. Nel dise- 
gno dell'opera vedon- 
si cervi affrontati, ac- 
covacciati sotto una 
pioggia di raggi che 
escono da nubi fatte a 
foggia delle onde del 
mare. Un eguale 
tessuto fu giudi- 
cato lucchese del 
secolo XI IT a 
XIV dal Borie. LI 
Gandini resta 
perplesso tra 
le diverse opi- 
nioni, ma propen- 
de a giudicare questa stoffa di fabbricazione si- 
ciliana ; perchè, se i raggi e i ceni sono deri- 
vazioni orientali, questi simboli furono (Tolte 
volte imitati dai tessitori siciliani. E questo 
tessuto potrebbe anche essere un avanzo dei 
limosi falii radiati, tanto spesso menzionati 
dagli storici 'lei bassi tempi. 

Nella figura 3 (127 del Catalogo) vediamo 
un velluto rosso, forse Cremisino, a grandi 
rosoni, banche d oro, lavoro • unitalo e fi rse 
italiano. La signora Errerà notò nel Museq 
dell'I ri mitaggio a Pietroburgo un quadro del 
re pittore furbaran, rappresentante San 
Lorenzo vestito d'una dalmatica ornata ili ro- 
soni eguali a quelli 'li questa stoffa ; ciò Con- 
tona il giudizio ohe questo tessuto presenti 
caratteri arabo-spagnuoli, tanto perla for- 
ma dei rosoni, quanto per quella speciale dello 
foglie a lancia e dei nodi d'amore ''he uni- 
scono i rosoni stessi. 

Una stoffa preziosa, che merita una spe- 
ciale menzione, è quella della figura 4 (186 
del Catalogo). Il Tancbaxd la indica 
una reminiscenza 1 dentale, ma '■■ lavoro vene- 
ziano, del secolo XV. La signora Krrrra trovò 
che un ignoto pittore italiano del '300 la co- 
lli.', nella stoffa dell: detta del Soc- 




Fig. 



6o 



LA II [TURA 



tors ivata nel 

Mus fal- 

lii h. mi 
meni indo gli 

armadi i 
di una delle 

alia- 

ne . il tessuto da lui 

al Mu 

I : dì \ I 

la illuni 5 

( |oS ilei i si 

ha una tela a fondo 

azzurro, stampata in 

nen ■ gno rap 
presi 

Vnlli appOSti SUI tu i 

i raggi. Ciò ■ 
e,li dà carattere ■'• un 
albero che su nel ten- 
ie- radici di- 
latate e i rami a fo- 
glie 'li cuore simme- 
tricamente eretti . che 
ricordano un famoso 

aurum cum arbore vitae dell'inventario 
v III E' pi he l'uno e l'altro 

sieno sinci trambi siano di fabbrica- 

zione siciliana. 




I i II ima parte del 

Catalogo è riservata 

una interessante 

collezione 'li tessuti 

Stampati in seta . in 
l'atta ec- 
cezione 'li pochi fra i 
quali due velluti «li la- 
na vi rde impn ssi . 
classificati ili fabbrica 
spagnuola, acquistati 
.i Madrid (il primo 
colle anni di Filip- 
po 11. 1 altro '■■ 'i ui^li 
della Casa di Francia) 
tutti furori n iti a 
( 'i ili mia, il che indur- 
rebbe a credere che 

sero tele cl.-l l« ■ n 
fabbriche antiche re- 
nane. 

Ail aldine per.'i di 
ste il Ca 
qualche fonda- 
mento at tribù 
gine italiana. 




- 










Flg. 5- 



DALLE RIVISTE 



òl 



Iia corazza di seta 



(Dalla Illuslrirtc Zeìtung, del 2S novembre). 

... La corazza del geniale inventore polacco Jan 
Szezepanik scioglie un problema, che gli attentati 
hanno, sciaguratamente, reso d'attualità : essa di- 
fende la parte del corpo, da quelle coperte, dai colpi 
d'armi da fuoco e da punta. Eppure non è fatta 
d'acciaio o d'altro metallo, ma semplicemente di 



lasciano su questo tessuto neppure traccia di sé. Ma 

ancora più drammatiche ed impressionanti riescirono 
le prove di tiro fatte su un uomo, riparato il 1 
di questa corazza. I colpi, tirati con un revolver di 
7 millimetri, alla distanza d'un braccio, colpi- 
rono tutti il segno, ma assolutamente senza effetto 
Le palle si ripercossero Milla corazza di seta 
chicchi di grandine su una corazza di ferro e, con 
la punta contusa, ripiombarono' a terra. Nei punti 
percossi si vedono soltanto delle piccole macchie gri- 
gie. Naturalmente, nulla impedisce che i più pru- 




Alla prova. 



seta. Rassomiglia anzi ad un panciotto e precisa- 
mente come quello d'un solito gilet è la schiena della 
corazza. Soltanto sul petto si stende il tessuto pro- 
teggitore dello spessore press'a poco d'una stoffa 
d'un soprabito invernale. La corazza è chiusa da un 
lato da uncinfed occhielli. Pesante a mala pena un 
chilo e mezzo, può facilmente portarsi sotto gli a- 
biti. Il tessuto liscio, giallo-pallido, è formato, co- 
me dicemmo, di seta grigia e la sua capacità di re- 
sistenza alle palle e all'acciaio dipende unicamente 
dall'elasticità e dalla coesione dovute allo speciale 
intreccio de' fili. 

De' furiosi colpi di bene appuntito pugnale non 



. oltre che la corazza sul petto, ne portino una 
anche sulla schiena e della stessa stoffa si facciano 
fare bracciali gambali. 

Lo Szezepanik, giovanotto di ventisette anni, ha 
cominciato col fare il maestro di scuola d'un vil- 
laggio. Adesso, una - ! spulale porta il ni 
delle sue invenzioni e ne trae prati. - profitto, per- 
sse ni n si limitano .ili. idòno 
mi [te parti dell'industria tessile. 
I cartoni da tessitura che si fanno, secondo nn 
suo metodo, mediante la fotografia e l'elettricità, si- 
gnificano un grande progresso nella produzione dei 
tessuti e il suo telaio a tre colori, sul quale, ap- 






1 \ LETTOR \ 



punì ì suti in tut'.' le 

tinte naturali, gli hanno procacciato grande fama. 




w 



La corazza. 



Appunto questi suoi studi e questi suoi esperii! 
intonili alla tessitura lo hanno condotto a formare 
degli intrecci di lìli ili straordinaria resistenza e, di 



© 




I •• -i » i i colpi. 

, essuto 

intangibile. Egli ha inventa'", la corazza senza 

voler 



lie supremazie della donna 

Da un articolo di Paola Lombroso, nella Nuova Anto- 
logia, del I" dicembre . 

lanini femministi, i quali attribuiscono alla don- 
na le qualità e facoltà virili, quanto agli anti-fem- 
ministi i qual 

dell'ui t] alla non meno incontestata inferiorità 

a donna, sono nel torto. Uomini e donne sono in- 
elementi che, se non si i quivalgono, si integrano. 
La superiorità organica dell'uomo, da tanto tem- 
po riconosciuta a segno che il sesso maschile si chia- 
nella maggior forza dei muscoli, 
nel maggior pesi del cervello, nella maggiore resi- 
stenza dello scheletro osseo; ma, còme prontezza 
e rapidità di adattamento alla vita e alle condizioni 
dell'ambiente, la donna è superiore all'uomo, \m- 
che essa sa scegliere molto meglio il proprio tei 
di cultura. Nascono più femmine, infatti, dove le 
conili/ioni sociali sono più prospere e nelle famiglie 
signorili; nei tempi di calamità, di guerra, di 
cadenza sociale e nelle famiglie popolane nas 
più maschi. In ogni paese, al momento della na- 
scita, sono più numerosi i maschi: 105, no, e tal- 
volta 117 su 100 femmine; ma poi, tra gli adulti. 
sono più numi-rose le femmine rhe i mas I 

medico all'ospedale di Dublino, osservò che n 
z'ora dopo la nascita, la mortalità stava nelle pro- 
porzioni di una femmina contro 16 maschi, nella 
prima ora di 3 femmine su 16 maschi, e nelle prime 
sii ore di 6 femmine su ^g maschi. 

Il limite dell'età è anche più grande per le fem- 
mine. In Inghilterra si trovarono 104 centenarie in 
paragone di 46 uomini; in Francia 46 contro 27. 
Qui sta vita più lunga si spiega con la maggiore re- 

enza al male. Le donne sopportano meglio che 
gli uomini le operazioni, e Billroth, quando ne dove- 
va tentare una nuova, la eseguiva nrima sulle donne. 

Di più la donna ha il genio della specie nel ten- 
dere ad assicurare è a migliorarla, nel difendere e 
perfezionare l'eredità. In una famiglia in cui il pa- 
dre la madre sono malati, il pericolo di ereditare 
la malattia è maggiore quando è ammalato il padre, 
e un maschio eredita più fa : male che non 

la femmina; nelle femmine, quando lo ereditano, 
tende ad attenuarsi ; nei maschi - a. Queste 

facoltà si riconnettono alla funzione specifica fan 
minile: la maternità, nella quale la donna ha rag- 
giunto un quadro di perfezii ne maggiore di quello 
[ unto dall'uomo nella sua qualità 1 : la 

llettualità. Oltre a questa su] organica. 

la donna ne ha un'altra. Se l'uomo ha inventato la 
1 ivile e sociale e le ha dato forma, la donna ha 
trovato la formula della vita domestica. La 
l'agricoltura, la medicina, l'arte del filare, del tes 
sere, del cucire, del cucinare, sono state trovate dalla 
donna: un recente libro inglese, "Corigmt dtlPin- 
. rivendica degnamente queste invenzioni 
femminili. La donna primitiva che stanca ed affa- 
mata arriva all'accampamento e i»r difendere il 
suo bambino dal sole dalla pioggia, pianta tre r.i 
mi in li copre di larghe foglie, L'otta le pri- 

mo di ll'inven, 



DAL 



RIVIS i I 






del fuoco è oscura ; ma se non lo trovò la donna, 
essa ne fu sempre custode e guardiana : in menu ► 
ria di questa antica funzione troviamo le Vestali. 
E mentre l'uomo utilizza il fuoco nella fucina per 
fondervi armi da guerra, la donna piantava il t 
colare sormontato dallo spiedo o dalla pentola. Tutta 
l'arte della cucina e delle stoviglie e un'arte femmi- 
nile. Quandi i non esistevano recipienti, la donna pri- 
mitiva cominciò a intessere con fibre vegetali cane- 
stri e panieri i siti come nessun | 
moderno saprebbe farne; poi, per renderli più re- 
sistenti, pensi', di rivestirli d'argilla, e poi li mise sul 
fuoco, creando la prima pentola che anche oggi 

rva la forma, le anse, i manichi della o ■ 
Anche i ggi, presse i servaggi più evoluti, l'industria 
delle stoviglie è affidata alle donne. Altrettanto di- 
casi dell'industria tessile; e nella leggenda è sempn 
la donna che cuce, tesse e fila ; Aracne, le Parche, 
Penelope, Lucrezia, Berta. Margherita. Con quanta 
sagacità le donne seppero trovare le fibre e ridurle 
a materia tessile! Prima cominciarono a torcer, il 
filo tra le dita ; poi inventarono il fuso e la conoc- 
chia. Trasseni la fibra dalla calma, dall'asti 
dalla canapa, dall'aloè, dal lino, dal bambù, dal- 
l'ortica, dal cocco; nel regno animale utilizzarono 
il pelo dei cani, dei ruminanti, la lana delle pecore, 
l'aereo filo del bacìi. Fu la donna quella che trovò; 
in Cina l'uso del baco da seta: a Pechino l'altare 
del baro è dedicato a colei che lo scoprì: Juen-Tsi 
moglie di un antico Imperatore; ogni anno l'Impe- 
ratrice regnante fa sagrifici in onor suo. Invenzi. ine 
femminile è anche il primo telaio ; e, dopo il telaio, 
le donne trovarono anche le forme in cui il tessuto 
poteva trasformarsi: ne fecero vesti, vele, coperte 
e stuoie. L'arte della tintoria è anch'essa femminile: 
le prime donne utilizzarono per essa le terre, il succo 
delle erbe, gli animali : le Indiane fanno il nero 
la r/itis an mari. -a. il giallo d'ocra, la gomma e 
glie di simulacro ; il giallo coi fiori della 1 
Ionia, il rosso con la cocciniglia e le radici del cerco- 
corpus pamtifolius ; le donne del Guatemala usano 
l'indaco per l'azzurro, la cocciniglia per il n 
l'indaco mescolato col rosso di limone per il nero. 

La stessa agricoltura è dovuta alle donne. I Greci 
consacrarono poeticamente il fatto rappresentando 
una donna il nume che presiede alle messi : ( !e 
rere. alla quale diedero per ancelle Flora e Pomona. 
Gli uomini primitivi vivevano alla giornata, an- 
dando da un luogo all'altro ; la donna, che per l'i- 
stinto della maternità è stata sempre previdente, tra- 
sportò e adunò alcune piante preziose delle foreste 
in certi luoghi determinati per trovarle quandi 
ne fosse bisogno. In certe popolazioni Mohave, tra 
le quali sono serbati gli usi primitivi, si può seguire 
perfettamente il fenomeno. 

E alla donna, in gran parte, si debbono le arti 
sussidiarie dell'agricoltura, come l'allevamento de- 
gli animali domestici. Accadeva spesso che l'uomo 
portasse dalla caccia lanimale ucciso e il suo pic- 
colo vivo : la donna, cui era affidata la cura di que- 
st'ultimo, s'accorgeva che poteva essere utilizzato 
non soltanto come carne da macello. Così trovò 
che il formichiere mangiava le formiche che invade- 



vano la casa, che la gallina faceva le uova, che il 
bue poteva aiutarla nei trasporti, che la vacca dava 
il latte, e inventò cosi il pollaio e la stalla. Una con- 
aa di questo fa iva nel linguaggio: in 
sanscrito, i vocaboli che designano i membri femmi- 
nili della famiglia hanno tutti attinenze con le loro 
funzioni pastorali: mungitrice di 
burro, guardiana delle vacche, ecc. E la donna giun- 
se a dare la sua mammella ai giovani animali che le 
erano portati. 

Queste, conclude l'autrice, sono le vere beneme- 
renze della donna, le quali valgono in suo fa\orr 
molto più che non la conquista di contestate virtù 
virili rhe i femministi si affannano ad attribuirle. 

■ ■♦*!»»■■ 

Nel mondo dei fumatori 

Da un articolo delle Lectures pour lous , di dicembre . 

Un personaggio di Molière ilice che niente egua- 
glia il tabacco, che il tabacco è la passione dei ga- 
lantuomini e che chi vive senza tabacco e indegno di 
vivere. Quanti non ripeterebbero oggi questo afori- 
sma? Eppure il tabacco fu introdotto la prima volta 
in Francia come un medicinale, quando Giovanni 
Xici.t. ambasciatore in Portogallo, lo portò alla 
Corte di Caterina dei Medici. L'erba a iveva 

le reputazione di essere « amara, disseccante e 
dorè infetto ». ma dotata ili meravigliose proprietà 
curative. Pira impiegata contro ogni sorta di mali: 
idropisia, ulceri, scrofole, e in tutte le forme, in 
pillole, in sciroppi, in balsami, in ri, e con 

notevole, con felice successo. Non si dice forse che 
un rimedio nuovo guarisce sempre, durante un certo 
■ ?... 

Ma a poo a poco il gusto del tabacco si diffuse 
e invalse l'uso di fumarlo nelle pipe. Adottato dai 
soldati, dai marinai e da quelle persone che in ogni 
tempo tanno consistere l'eleganza nell'incanagliarsi, 
esso incontrava però una grave difficoltà per entrare 
negli usi della buona società: l'antipatia di Lui- 
gi XIV. Il gran re giudicava il fumo nauseai" 

strano ali etichetta, quindi aveva rigorosamente 
vietato che si fumasse negli appartamenti e nei giar- 
dini di Versailles. Chi potè infrangere il divieto fu 
Jean Bart. L'aneddoto è famoso. L'illustre mari- 
naio aveva ottenuto un'udienza dal re; ma. i 3SI 
quest'ultimo occupato, dovette fargli tare una lunga 
anticamera; stanco d'aspettare, Jean bar' tirò fuori 
la pipa, la riempì di tal > fu- 

mare. L'odore penetrò fino al gabinetto del re; Lui- 
gi XIV domanda il tu mie dell'audace che osa fu- 
mare negli appartamenti regali, e gli rispondono 
un marinaio il quale pretende d'avere ottenuto 
un'udienza sovrana. 

- Il solo Jean Bart - n I XIV — ■ 

è capace di far ciò! — e ordina che I pas- 

sare. 

Un'altra volta, a Marly, il re traversava il castello 
e passava presso gli appartamenti della duch 
di Borgogna, quando avvertì un odore insolito: en- 
balordito: la duchessa e la principessa 
del sangue facevano baccano l« [uavite e 

fumando le pipe come vecchi soldati. A guisa di 



(. | LA LETTURA 

|uelle illustri dame avevano mandato 
.! pi Svizzeri al corpo ili guai 

levano fui vano il ta- 

l B use rapidamenl 

sotto il primo [m] ero Nap ■ 

nsumò un numi i i e 'li 

. nei momenti di collei i 

iva. 

l'uso 'li fumare non è più ui 

. ma una vera passione indomabile. Già la 

non a.\e\ te, non poteva scrivere 

alle l'i >ve di un dramma, tratto da 

, ella i sa in una specie ili 

nenti ■ dèi teatro vietai a 

fumasse; : re che ella si destasse, 

retta, An 
, > ni 111 fumava continuamente e se nel 
• di una conversazione il tabacco veniva a man- 
i, ri.>n parlava più. non dava più ascolto al- 
i si torceva nervosamente i baffi. 
in fumatore fa a meno del cibo e 'Ielle be- 
^m n 'lei tabacco. Stanlej scoperse in A- 
libertà un, di i sui >i compa- 
tti tenuto '1. ii selvaggi in una lunga e dura cat- 
tività: le prime parole che | ronunziò furono 
per lei tabacco, ed avutolo si mise a fu- 
mar' samente, dop usò a ringra- 
e il suo liberatore 

issami, anche questa si com- 
plica con alcum bizzarre manìe. Prosp i Mi rimée 
fumava altro che sigarette fabbricate da lui ta- 
gliuzzando sigari itti quali nascondeva l'orìgine mi- 
ti mai «dallo Péjissier rifiutava sdegno- 
ili avana, e non fumava se non sigari da 
un soldi I imperati ire G no i urna si mpre la 

di sigari che gli costano un franco e 
mezzo; suo zio Edoardo VII si fa confezionare 
ciali di straordinari' ensioni, lunghis- 

simi . ino la modesta somma 

di 5 franchi. 

Tra i fini. il generale Lassa 'ie, 

l'eroe di Wagram. La sua pipa era gigantesca; la 

canna era lunga 70 centimetri e un'aquila d'argento 

ne sormontava il coperchio; egli la teneva in bocca 

iglia e N non pi tei a perdo- 

1 ria. l'n giorno, di grande 1 

1 I issalle chiese all'Impera- 
1 di reggimenti di cavalleria 
rdia. ■ Quando il generale !.. issalle non 
non fumerà più » : ■ — tale fu la ri- 
rana. 
Il tal mmesse e di re- 

rei 1860 un fumatore riuscì a fumare 50 si- 
un abitante di Roubaix ne 1 
86 in senza soffrirne. 

: i' suicidio per 
• di ip/itii 
■ mia nel fui 
I 
h. In vo nere 

lai la paralisi grne- 
■ 
all'ai ' indosi in gravi ìm- 



•1 finanziar! ed essendo - di fa- 

issicurò la vita pi o moli pagnie, 

e dii mori di urimen a di 

consunzione. Si era intossicato a ragii ;6 si- 

gari al giorno: ne aveva fumato 17 mila. 

In Francia, durante il 1899, si consumi 
37-388.479 chilogrammi di tabacco, con una mi 
di quasi un eh na per abitante con 325 mi- 

lioni d'entrata pei - mo- 

desto paragonato a quello degli Olandesi e dei ri 
deschi \i 11 ' i.iro «lio un abitante di Amsterdam 
sumi lui >i I" 50 chilogrammi di tabarro in un 
I Mirami- l'intera sua vita, un simile fuma- 
tore ha consumato due vag eco I 1 i;>e 
olandesi sono famose: si no ninnile di canne n 
lunghe e sapienti-minte curvate, di un mostruoso 
fi rnello di porcellana capace di ,?o grammi di ta- 
bai-i-o e di un coperchio metallico. Anche in Amei 
si fuma molto, e non è raro vedere delle donne, 

cialmente delle ni gre, Da I ire ai lavori domestici con 
una pipa in bocca. 

Viceversa, il paese dove si fuma meno è la Spa- 
gna. Non si direbbe, \ isti 1 che la 
una specie d'istituzione nazionale; ma la cosa si 
ga facilmente se si pensa che. mentre gli Spa- 
gnuoli abitanti delle città fumano molto, i contadini 
si ne astengono quasi totalmente. Ma in [spagna, a 
Siviglia, vi sono le più pittoresche manifatture di 

ICCO. In Andalusia si dice: « Chi non ha \ 
Triana non ha visto nulla ». Triana e il sobborgo di 
: 1 dove abitano 5000 sigaraie. 

Quelli ' he ci danno dei punti, e che anzi critii 
il nostro modo di fumare, sono gli Orientali. I 
aggiungono al tabacco il san. lai", le foglia di r. sa, 
l'oppio, con i quali mezzi ottengono innumerevoli 
qualità Lnebbrianti. 

E, per finire, è il tabacco realmente dannoso alla 
salute?' Molti dottori lo ino, e dicono che 

esso e, .ni ime un alcaloide vii ■ nicotina, vna 

sola goccia della quale, introdotta nella glandola la- 
crimale di un coniglio, lo fulmina. Si cita un fuma- 
tore che, consumando una ventina di pipi al giorno, 
perdette la memoria dei nomi propri, uella 

di un gran numero di sostantivi. Si dice pure che 
la difficoltà di esprimersi, in Napoleone III. pi 
nissr dall'abusi, del tabacco. Consultate le liste dei 
laureati della Scuola politecnica di Francia, si è- 
trovato che fra i primi venti, sei soltanto erano fu- 
matori, mentre dal .(O" al 6o° ce n'erano lindi 
diciassette dal 1 jo" al 160°. 

Il tabacco non attacca solo il cervello, ma tutte le 

funzioni, l'n medico ''In- esaminò 63 fumatori dai 

66 anni, trovò che \") soffrivano di dispepsia, 

_• 1 d'angina -ranni' sa, 38 d'insonnia abituale. ; di 

spini --\ di palpitazioni di 

Queste Ultime SOnO di tal natura da d. -rmi- 

ina .li 1 ' tto. I. 'abuso .1- . può an- 

| ... 

\l 1 in tutti gli esempi che si adducono, si tratta 
sempre di abusi enormi L'uso ragionevoli 



Salome nell'arte 



I la uno studio ili Maria Luigia Becker, nel Biilnn- unti 
Il eli, di dicembre. 

Anche prima che Sudermann col su" Johannes, 
minai rivelato dal Nani anche all'Italia, venisse a 
far rivivere sulla scena l'enigmatica Salome, altri 
poeti avevano tentalo in mudi) assai diverso il pro- 
blema di quella biblica lìgura. 

Xel dramma Erodìade, di S. G. Pfaff, pubbli- 
cato a Cassel nel iSó 4, Salome non è che uno stru- 
mento, privo di volontà, in mano di Erodiade, un 
essere timido e quasi annichilito dinanzi alla pos- 
sente sua madre. Le sue grazie giovanili vengono 
gettate ai Romani come una specie di esca. Non è 
torse Salome l'erede del trono d'Israello ? Più d'una 
mano si stende cupida verso di lei. L'amore di Sa- 
lome vorrebbe dire un regno. E quale prova d'a- 
more e d'obbedienza alla madre, quando questa l'in- 
vita a danzare portandole il reciso capo del Battista. 
Raccapricciando Salome esclama: « Una testa gron- 
dante sangue, quale orrore ! » Ma l'ironico e ridan- 
ciano trattilo d'Erodiade: « Ballare con la testa del 
fosco Battezzatore, quale magnifica idea! ». 

In modo già più poetico e poderoso Max Bruns 
fa suo questo tema. In un poema storico-psicologico 
« Il Battezzatore » cerca spiegare la catastrofe di 
Giovanni con l'assurdo della sua vita ascetica, peri- 
coloso specialmente in una Corte come allora era l'i- 
sraelitica. Il suo poema è assolutamente l'antitesi 
ili quello recente di Josef Lauff (il noto maggiore 
d'artiglieria - - poeta cesareo dell'imperatore Gu- 
glielmo) che dipinge Antipas quale un dissoluto, un 
debole, vizioso discendente dal grande Erode.... 

Una tragedia, Salome, scrisse pure l'inglese Oscar 
Wilde. Il poderoso argomento è tutto concentrato in 
un atto. La nota supersensitività di Wilde ha sa- 
puto ritrarre con grande finezza la profonda infer- 
mità psichica dei caratteri che come quello di Salo- 
me paiono fatti a bella posta per lui. Ve una indici- 
bile poesia, una profonda bellezza in questo lavoro, 
ma anche alcunché di malaticcio, di decadente. E an- 
cora più malsane sono le incisioni che adornali" il 
libro. Si direbbe che Beardsley le abbia disegnate 
con mani grondanti sangue. Sali me è per questi Bri- 
tanni la figlia regale, come l'arte e il sentimento 
umano l'hanno foggiata da un millennio e mezzo: 

femmina e tigre, danzante sull'orlo d'un abiss n 

le fiamme nel cuore e il fremito ai polsi. E' la pic- 
cola principessa, simile all'ombra d'una rosa 1 
in uno specchio d'argento e « i cui piedi ■■ no come 
bianche colombe e le mani come bianche farfalle 
svolazzanti ». L'ama il figlio del re siriaco, di cui 
il Tetrarca ha fatto uno schiavo, e la vede ogni dì 
e si consuma di bramosia. Ed ecco nella notte bi- 
nare ella viene a lui: « Mostrami. Johanaan, mo- 
strami colui che là giù predica penitenza e di cui la 
ascende dalla vecchia cisterna: da quella 
stessa cisterna, nella quale il padre di Salome sof- 
ferse e gemette dodici anni mentre sua moglie Ero- 
diade e sua figlia Salome erano diventate proprietà 
del fratello. Volonterosa mercede promette la prin 

La Lettura. 



• Al. II. RIVISTE 65 

etpessa .il giovane innamorato ma... mostrami Jo- 
hanaan ! » 

E cosi il ] mieta abbandona la ci ,;. rna E li 
nel giardino ,1,1 palazzo reale gli si protendono 
candide braccia e la figlia d'un re gli mormora 
ii Io ti amo. Johanaan : Amo le tue membra bian- 
chi come li neve che copre i monti della Giudea. 
Voglio baciare la tua bocca, Johanaan ». 

L'ascolta il giovane siriaco e procombe morto 
ai piedi di lei, mentir ella continua a gemere: 
« Voglio baciare la tua bocca, Johanaan! » Ma 
1 austero Battista ritorna alla sua cisterna impre- 
cando: « Maledetta sii tu, figlia di Babilonia! Con 
■ une venne il Male nel mondo! » 

Saltellando allora, co' bianchi piedini, nel san- 
gue del giovane siriaco, la principessa si volge al 
Tetrarca e implora da lui la testa del II. mista. Ero 
de inorridisce. ( in è troppo anche por il Tetrarca 
avvezzo al sangue. Le offre in cambio tutti i 
tesori, ma invano. E allora una sete di sangue s'im- 
padronisce anche di lui ed egli ordina la ni. irte di 
lei come quella del Battista... Se profondamente 
drammatico è questo elaborato dell'inglese Wilde. 
tutto lirico è quello di Teodoro Suse. Come in un 
sogno si svolgono i suoi quadri : un luminoso sogno 
che diventa sempre più ardente, angoscioso, crui 
Simile a Semele, la figlia del re non vuole avere per 
sposo un Dio e trovò un uomo: una profonda, 
fine psicologia, cui però manca ogni forza che scuota 
l'animo e lo signoreggi... 

Anche la moderna pittura s'impadronisce più e 
più sempre della figura di Salome. L. Corinth ci 
mostra la bella figlia del re attorniala dai carnefici. 
Altra donna è quella di blitz Klcrs! Sembra una 
tigre, paga della preda, che ha conquistata per sé 
e... per la madre!... Caratteristico dipinto è quello 
di Gustavo Moreau: in una sala, simile a un tem- 
pio, siede il re sull'alto del trono bizantino; e sul 
tappeto, cosparso di fiori, la figlia del re, avvolta 
in lievi veli indiani, adorna di gemme egiziache ed 
.issile, un fior di loto nella candida mano. Tutti 

questi pittori confermar i il versetto: ii Questa 

la donna, che per me è Salome, la donna che è più 
fotte di me ». A questa schiera d'opere 'l'arto appar- 
tiene anche la dolce beltà slava del noto quadro di 
Muchas. Pochi dominarono il loro tema e di quei 
pochi fu latticelli. 

i ' r un pud-io "i ■ Li sua s.i li 'mi- 
Fredda, cupa, spietata, sciente delle crudeltà che 
commette, sciente anche dell'onnipotenza della ma- 
dre sua... 

E infine, ciiiin mai le donne inti i no qui Ila 

donna, quell'essenza del peccato Nell'Esposizioni 
di Parigi v'era una Salome della norvegese Frida 
Hansen, una delle più insigni donne ed artiste 

: tempi. Ignuda, a mala pena circonfusa di 
veli, un bianco corpo luminoso in tutto 1" spi 

dure della nordica giovinezza, Sta inghirlandai. 

fii li. fra le donne dalle magnifiche vesti variopinti 

M i nes luni i fi irse I rasi, rmò in noi Pimmag 
di Salome come la tragedia di Sudermann. La bal- 
lale peccatrice, odiatrice e tornirli ;sa, fatta per lui 
la donna innamorata e spregiata. 

5 



MI. 



LA III' 



Un seminario di domestici 



-!.,1 5 liuti- 

liste a Bei I 

i del 

[egli allievi è molto \ aria : molti 

stituto subito dopo la cresima, altri 

i : inducono 
-i- d'istruzi ne, i he 
un pane modesto ma più sicuro che 
rum , jiiL-llo 'li molte altre professioni. Adesso, pei 
i ro che si guono que' « <"< >rsi i vi 

hanno anche vari commessi, uno scritturale, un far- 
macista I 

Naturalmi ninando il programma d'uno 

ili q -', non si possono trovare tanto delle 

• materie- • facili •< difficili quanto delle « grosso- 
lane» e delle «tini». Tra le più grossolane è forse 
la puli/ia della casa, delle vesti, degli utensili; 
la più fine l'insegnamento pi l rancese e del- 

l'indir- . Complessivamente la scuola conta ven- 

I o gli allievi intenti ai vari rami di pulizia, 
('hi lustra scarpe, ehi p ni sin- e velocipedi ; 

altri imparano a rifare terso e lucente un fucile da 
: altri ancora hanno innanzi, quali proble- 
mi di pulitura, lampade, portelli da stufa, arredi 
milil e, bicchieri. Naturalmente all'arte del 

lucidare i parquets ciato un posto distinto, 

Dei professori >■ specialisti insegnano ai futuri 
he i loro padroni, per quanto viag 

e male: i migliori 

mi pratici per impaccare la roba, per metterla 

nelle \ al ; L 

I.a parte più insigne, diremo così, delle faccende 

d'un don i tu Ila di 

servire .i tavola La --cuoia l'insegna in tutti i suoi 

particolari, praticamente. Quattro scolari siedono 

a mensa: fanno la parte dei « signori ». Due 

iina e elianti bianchi, servono. L'uno 
-ii un vei liana un pesce, 

ahimè, di carti ne! I Itro • trsa, da una boti 

i I | nessun elltU 

■ - Ma devono aver ; 
I loro colleghi in funzione devono imparare come, 

he. i 
VI I- UHI il 

viti" M . i liquori: tutte delizie ga- 

tte dal cartoni 

•ne inservienti 
e < -ano anche le' più ni ce- 

suali modi ili dire francesi ed inglesi. 
in: la fantasia del 
mi in cui pos- 
I tarsi ad una si- 
gnora |«-r tre- portarle una lettera, 
un mazzo di t npagnare in viaggio 

un i ■■ mentale o tppia 

ve annui 
le ..lutare, inchi- 



narsi , aprire porte, usci e sportelli, e cosi via 
i ia. 
Molti de 1 suoi scolari — questo è il vanto del 

direttore sono già siati spediti anche in Fran- 

cia, in Inghilterra, in balia, in Russia. V vette Guil- 

bert e andata a quella, singolare ina Utile, scuola 

a cercarvi un domestico per la sua villa di Parigi. 



Donne giornaliste 



In Inghilterra molte donni strette a re- 

stare senza manto e a cercarsi un'altra occupazione. 
■nudismo è l'unica professione per la quale si 
crede che non occorrano tirocinio prelimi- 

nari: e quindi le donne inglesi provano facilini 
il desiderii i di abbrac tarlo. 

Ma la signora Lowndes pone sull'avviso, neH'£fl 
glish Illustratili Magatine, le sue connazionali: 
per una ragazza è puh pericoloso abbracciare il . 
nalismó che un giovanotto, specialmente se non è 
fornita ili una bella dote che le permetta di vivere 
qualche anno senza stipendio. Anzi l'articolista 
suggerisce alle sue giovani amiche che vogliono ar- 
ricchirsi con la penna, di viaggiare prima per tre 
quattro anni all'estero. Gli inizii della carriera si no 
assai più difficili di quanto non si possa SUppoi 
i guadagni non sono molto lauti: ciò non impedisce 
i Londra si siano già fondate due associazioni 
per le donne giornaliste. Anche le migliori, che ora 
fanno parte delle più importanti redazioni, hanno 
incominciato Col mandare qualche corrispondenza 
da una città di provincia a un modesto giornale. II 
successo delle giornaliste non è sempre eguale: un 
tempo si apprezzavano assai le spécialiste: ora sono 
in auge quelle che sanno adattarsi ai vari generi 
richiesti. 

La guerra è stata fatale alle donne: nel iqoo i 
mali erano saturi di materia militare, e la colla- 
borazione femminile era spietatamente respinta. 
Le dmine si posero a studiare gli argomenti guer- 
reschi, i il scrivere scene di eroismo: ma quando 
impararono a toccare il tasto bellicoso, i lettori ave- 
vano già le orecchie intontite e non ne volevano più 
sapere. 

Quasi tutti i grandi giornali londinesi hanno una 
donna in redazione, e non già per gli articoli di 
moda o di argomenti domestici, ma per i servizi più 
importanti, quali sarebbero i colloqui con gli uomini 
usa che questi devono mostrarsi più 
cortes n una signora. La più nota 

. miss Billington, redattrice del Daily Telegrafo. 
Lino a poco tempo fa miss Flora Shaw redigeva la 
parte coloniale nel Times: miss Friederichs tratta 
perfino la politica nella liberale Westminstet 
tette. La s I Irawford è la corrispondente pari- 

gina del Daily News: e ni' londinesi 

sono con dei giornali del continente. 

L'articolista dà molti consigli alle sue ipovani 
colli li altri ve n'ha di curiosi. Ella li esorta 

a studiare la legge sulla diffamazione, e a non im- 
portunar tropp ■ subito pagate. 



DALLE KlYKi | 



I negpi in America 



i Da un articolo di F. E. Osthaus, nella Weite ÌVelt). 

Teodoro Roosevelt ha dato, ancora una volta, oc- 
casione a' suoi amati compatriotti dì scrollare la te- 
sta, stupefatti e malcontenti. Come si sa, ha trattato 
proprio come un suo simile il negro Booker T. Wa- 
shington, presidente della scuola industriale ed a- 




Un negro d'America. 



gricola di Tuskeger nell'Alabama ed anzi lo ha per- 
sino invitato alla sua tavola nella Casa Bianca ! Mai, 
prima d'allora, un cittadino «di colore», un negro, 
aveva messo i suoi piedi sotto il desco della Casa 
Bianca, che per l'americano è qualche cosa di sacro 
ci ime il Kremlino per i Russi. L'avvenimento, quando 
fu noto, destò pertanto il maggior stupore e, special- 
mente ne' vecchi Stati schiavisti del Sud, anche la 
maggiore indignazione. Il senatore Tillmann, della 
Carolina settentrionale, si sfogò persino esclamando 
che: «in seguito a questo fatto, noi del Sud saremo 
costretti ad ammazzare centinaia di negri affinchè 
non dimentichino la parte che spetta loro! » Addi- 
rittura ! 



"7 

Que bufera, di cui fu innocente cagione quel 
l" dagogo nero, e questi pii desi. Ieri del 

no caratteristici per la situazione che, negli Stati 
Uniti, è fatta ai negri. Malgrado il famoso i 
tordicesimo emendamento alla Costituzione fedi 
approvato nel 1864, durante la guerra civile, e he 
conferisce ai negri i pieni diritti di cittadini degli 
Stati Uniti, e benché anche per quelli, suoni la 
boante frase della Costituzione: « Tutti gli uomini 
sono uguali, tutti nascono liberi », ben poco e 
vedere di questa eguaglianza per i a fratelli » di 
e lore; specialmente nel Sud i bianchi difendono il 
loro predominili con ugni mezzo, ma specialmente 
col fucile e la rivoltella. Per mantenere questa su- 
premazia i bianchi cercano pure di conservare i 
negri nella loro ignoranza. E si capisce! Gli S'ali 
del Sud hanno decretato che soltanto coloro che 
sanno leggere sono ammessi al voto elettorale. Que- 
gli Stati perciò non istituiscono scuole per i negri 
e non li ammettono nelle scuole de' bianchi! Che 
giovano allora l'Università per i negri, istituita dai 
Vanderbilts '' ( 'he l'Istituto scolastico di Bunker Wa- 
shington? Soltanto pochi possono approfittarne, men- 
tre la grande massa cresce nell'ignoranza, degna dei 
« buoni tempi » della schiavitù. 

Nelle grandi città, specialmente del Nord, è prov- 
veduto un po' meglio all'istruzione de' negri. A 
Nuova York, per esempio, le scuole comunali son < 
organizzate nel medesimo modo per i neri rome per 
i bianchi, e sono loro annessi de' giardini infantili 
alla Frobel. Ma anche a Nuova York le scuole per 
i bianchi sono completamente divise da quelle dei 
neri ed ivi pure, come persino nell'intellettuale Bo- 
ston, il negro è considerato come un cittadino di se- 
conda classe. Ivi pure i neri non devono metter 
piede nelle taverne e ne' restaurants, dove bazzi- 
cano i bianchi ; nessun albergo li accetta ; ne' treni 

1 roviari sono loro riservati speciali vagoni. Sul pal- 
coscenico li tollerami, come, per esenipiu, nel relè 
lire «ballo delle offelle» nel Madison Square Gar- 
den; ma tra gli spettatori non possono sedere che 
all'ultimo posto, nella piccionaia. 

La danza delle offelle. rosi detta perchè la coppia 
vincitrice è ricompensata con una ofrella, è un ri- 
cordo dei tempi della schiavitù. Non è un ballo ton- 
do come i nostri. Le coppie scivolano, piuttosto, sul 
podio o nella sala, formando ogni fatta di bizzarre 
figure. E il premio spetta a quella coppia che sa 
muoversi in modo più elegante e grazioso. 

Chi vuol conoscere la vita del negro americano 
lo cerchi però nel Sud, negli Stati ex-schiavisti. Ivi 
lo si vede ancora come la natura lo ha ereato e come 
le tristi condizioni di quei tempi lo hanno fatto: 
pigro ed ignorante, innocuo sinché in lui non si 
desta la bestia, ad un tempo bambinesco e crudele, 
cristiano ma pieno di superstizioni, sobrio e sem- 
pre allegro, straordinariamente desideroso di piac ri 
e .li sfoggio. S'incontrano a migliaia le nere che, 
sullo porte delle loro capanne e Con tanto di pipa 
in bocca, si scaldano al sole. Esse sono contenti 
contenti sono [ture i loro uomini, se possono a 
ogni giorno il loro piane di granoturco e, 'li tratto 
in tratto, un pezzo di carne de' loro maiali, detti, per 



68 



LA i i i ; 



la loro ii a rasoio ». Se | 

man ha ammazzato un possum, il gr 

1 lon> giubilo non ha confine, perchè 

|kt w\ possum con patate dolci non c'è 

non sua primogenitura. Assolutamente ne- 

felicità è però il Bandanna, la ] ez 

he le donne cingono intorno ai 

loro capelli lanosi e la pipetta o il 

.ioni >'. Tanto per variare, la m 
ta entro a 
in polvere e «li sciroppo e si 
amalgama dietro i denti ; e 
anche più d'una donna bianca che ci prende gusto! 
Naturalmente, ri sono anche delle eccezioni. Vi 
hanno dei negri, che, grazie alla loro attività e alla 
tena I itti agiati, anche milionari. 

cialmente da quando l'industria ha fatto il suo Mi- 
niai. • negli Stati del Sud e le filature di 
i pullulano come lunghi. In queste fabbriche 



le giovani negre trovani da, non troppo ta- 

ioni ; e per lo più som i sane e n 'bu- 
ste, temperate ed , mpre pronte alla celia. 
Queste operaie sono anche quelle che megli' 
vano le tradizioni della canzone pop rica- 
na, la canzone delle | ni, di cui Anti 

tte le migliori. 
Booker T. Washing forse il più rep 

però una prova vivente che an- 
che di cultura. Ex-schia- 
appropriarsi, attraverso inaudite dif- 
m. i tesori della sapienza e nel mondo scienti- 
gode di tale fama che l'Università di Yale, in 
occasione del proprio giubileo, lo nominò - 
al Presidente degli Stati Uniti, al diplomatico giap 
ponese Ito e ad altri uomini di Stato e dotti d'i 
parte del mondo - suo dottore onorario. 

Pi i esser facilita' molti altri suoi 

fratelli di razza e di sventura di seguirne I 




Una negra d'America. 



DALLE RIVIS i I 



Un'inehiesta sulle Forze occulte 



Uh grande giornale parigino, il Matin, ha inca- 
ricato un suo redattore, Giulio Blois, di compiere 
un'inchiesta sui misteriosi fenomeni dello spiriti- 
smo, dell'occultismo, della seconda vista, ecc. ; e il 
Blois ha iniziato il suo lavoro recandosi nel Belgio, 
dove, sotto la guida del cittadino Foccroule, diret- 
tore del Mcssagcr, giornale spiritista, è andato a 
visitare un villaggio «spiritico». Il Foccroule, che 
sta a Liegi, ha cominciato col dirgli che un quarto 
dei Liegesi sono spiritisti, quantunque la maggior 
parte di loro, avvocati, giudici, impiegati, nascon- 
dano la loro fede e si facciano mandare il Messager 
fermo in posta, con le semplici iniziali per tutto in- 
dirizzo; nondimeno Leone Denis, il grande apo- 
stolo dello spiritualismo, ha ottenuto di tenere le 
sue conferenze dinanzi a un migliaio di persone: 
la moglie del Foccroule scrive lei stessa le fascette 
degli inviti e sua figlia impacca i libri di propa- 
ganda, per zelo alla causa. 

Il villaggio spiritista. 

' A Poulseur, il villaggio degli spiritisti, Giulio 
Blois e il suo cicerone entrarono in una piccola lo- 
canda tenuta da una cugina di quest'ultimo, spiri- 
tista naturalmente come lui. Si presentò ad essi una 
donna, la vedova di Giuseppe Leruth, apostolessa, 
la quale li condusse in una casetta molto pulita, 
ornata del ritratto di Allan Kardec. Mentre gli « al- 
tri », cioè i cattolici sono alla messa, gli spiritisti 
ordinano la loro processione: la figlia della Leruth 
aiuta la madre a tirar fuori la bandiera, nella quale 
si leggono questi motti : « La morte è soltanto la 
fine di una delle nostre tappe verso il meglio » — 
« Temere la morte è disconoscerla » ; sull'asta c'è 
uno scudo dove è dipinta una mano che tiene una 
fiaccola, con la leggenda : « Verso Dio, per mezzo 
della scienza e della carità ». Il corteo, composto 
di donne, di fanciulli, di operai, un centinaio in 
tutto, si avvia. La Leruth narra al giornalista che 
ella era cattolica prima di divenire spiritista, e che 
ruppe con la religione quando il curato ricusò di con- 
fessar lei e suo marito. 

Intanto il corteo arriva al tempio spiritico , 
posto vicino alla chiesa cattolica, fra il cimitero e 
la Casa del Popolo. E' un edifizio più alto degli 
altri, con un tetto acuto che pare un campanile. 
C'è dipinto un occhio nel vertice, con due motti : 
« La sola fede incrollabile è quella che può guar 
dare a faccia a faccia la ragione in tutte le età del 
genere umano » e « Nascere, morire, rinascere, pro- 
gredire senza fine, tale è la legge » : questa se- 
conda frase, che riassume l'evangelo di Allan Kar- 
dec, si legge anche sulla sua tomba, al Pere La- 
chaise. 

Il presidente, Leone Foccroule, cugino del cice- 
rone , prende posto siili' unica poltrona. « Preghia- 
mo! » dice. La signorina Leruth apre un libriccino 
e legge un'invocazione al « Dio clemente e miseri- 
cordioso che permette il commercio col mondo spi- 
ritico per il nostro progresso », e supplica che I 



6 9 

allontani « gli spiriti leggeri e beffardi ». 11 tempio 
è tutto pieno d'iscrizioni sul gusto di quelle rife- 
rite; una carta astronomica, una stufa, una tavola 
dì legno, un campanello, e dei plìants formano tutto 
il mobilio. Il cicerone dice al giornalista: ■< Aveva- 
mo una volta un Crocefisso sul busto di Allan Kar- 
dec, ma l'abbiamo sostituito con un Gesù magnetiz- 
zatore», cioè con una cromolitografia rappresentante 
('risto che guarisce il paralitico. 

La folla dei fedeli intona un cantico d'una I' ri 
tezza snervante, che è stato dettato dagli spiriti, mu- 
sica e parole: 

Heureux celili qui croit, 
Heureux qui marche droit, 

Dans tes chemins ; 
Aussi toujours, Seigneur, 
Règne dans notre coeur, 
Car notre vrai bonheur 

Est dans tes mains! 

Molte bambine cadono in estasi, una cambia di 
personalità e racconta con un filo di voce l'avven- 
tura di una fanciulletta smarritasi nei boschi ; nel 
« i di un'altra giovanetta caduta in estasi un al- 
tro spirito narra la storia di una nobile dama mu- 
rata nel suo castello; altre fanciulle, medium-scrit- 
trici, sono agitate dal delirio grafomaniaco, e scri- 
vono la storia di donne morte, battute in vita dai 
mariti ubbriaconi... Così passa l'ora, in un turba- 
mento mezzo religioso e mezzo magnetico. Una 
nuova preghiera per gli « spiriti penanti » chiude 
la seduta. La porta si apre, la signora Leruth ri- 
prende la bandiera, e il corteggio, uscendo per le 
vie, intona il canto della Risurrezione: 

Nous mourrons, mais pour renaitre 
La vie n'est qu'un doux sommeil... 

11 guaritore Luigi Antoine. 

In un secondo articolo, Giulio Blois narra la vi- 
sita fatta, nel villaggio di Jemappes sulla Mosa, 
a Luigi Antoine, che i nemici dello spiritismo chia- 
mano «il Ciarlatano», e che i credenti onorano 
col nome di « Guaritore ». Anche in questa visita il 
giornalista è guidato dal Foccroule, il quale venera 
PAntoine come un santo. I due arrivano dinanzi a 
una casa che sembra un edifizio pubblico, una cli- 
nica o la sede municipali- di un paesi'ttu I a porta 
è aperta; nella sala d'aspetto stanno molte clienti, 
di tutte le età, di tutti i tipi sociali; la mai:. 
parte tengono in collo i loro bambini, per i quali, 
e non già per loro stesse, sono venute a chiedere 
l'opera del mago. Foccroule introduce il giornalista 
mila camera molto povera e quasi nuda di que- 
st'ultimo. E' un microcefalo, coi capelli cortissimi, 
la barba di un giorno e una tinta l su tutta 

la persona: parla con difficoltà, o perchè il Fi 
cese non gli è familiare o perch >o. « Si u 

sate », dice al reporter, credendo che questi sia un 
ade]' te, ma io non potrò rispondervi 

za prima aver//) consultato. Non faccio nulla sei 
ili Lui ». Lui è la guida misteriosa dilla quale non 
liene il nome: talvolta crede che sia l'anima 
del curato di Ars. tal'altra quella del dottor Demeu- 



/ 



I ' 



LA LETT I 



cui ritratti a matita pendono alle | 
canto ad alcuni cartelli contro l'alcoolismo. ■ / 
mi appare ». . dopo che l'Essi re tri 

pronunziato favorevolmente al nuovo ve- 
nuto, ■ come una nube luminosa quando io riusci- 
. ma quando chi viene a me non ha 
la fi nia guida se ne va ed io lo; e 

da si Ed a richiesta del gior- 

nalista risponde che è magnetizzatore, ma che il per- 
venuto quando ha acquistato la 
fede quella che guarisce. Se crediamo 
che cesseremo d'essere infermi, la malattia se ne 
E narra che era o] minatore, e quando 

tornava a casa la sera, il ricordo 'li tutte le 
tille della fucina . va negli occhi. « Nella 

notte, mentre dormivo, somigliavano alle stelle. 
Me stelle mi dicevano: \ olta bene, Luigi 

line, e comprendi. Il fuoco della fucina rende 
il ferro malleabile, e allora l'uomo ne fa ciò che 
vuole. L'anima tua è un fuoco anch'essa. Noi le da 

ire la materia e la carne 
degli altri uomini, e i sordi udranno e gli zoppi 
cammineranno.... » 

Entra una madre con un bambino che ha le gam- 
be storte e il corpo coperto 'li macchie rosse. Luigi 
Antoine impone le mani su quelle povere membra 
sformate: il piccolino trasalisce di tratto in tratto 
come per un bruciore. Poi il taumaturgo gli ordina 
di camminare, di correre, e quello cammina infatti 
•rre con le gambette in convulsione. Realmente 
sta meglio, ride, salta nelle braccia di Antoine; 
non che sia guarito, ma è come elettrizzato. 

uno insulto sul cibo da dare ad uno zoppo. 
Ant' i>:sce la carne suina, permette soltanto 

le patate col burro, senza grasso. Questi particolari 
culinari sono ascoltati religiosamente, come se uscis- 
sero dalla bocca di un Dio. 

Poi viene una vecchia. Antoine le tocca la fronte. 
e dopo un minuto pronunzia la sua diagnosi. Ad 
ogni sintomo che egli enumera, l'inferma esclama: 
• Proprio così!.... E' proprio così!... » 

Il giornalista, prima di rsi, domanda al 

mago che cosa pensa dei medici. Egli non ne dice 
nulla di male ■ Velie malattie essi curano gli ei 
fetti ; io bado alle cause. Essi hanno firmato in cen- 
tocinquanta una petizione contro di me: la mia 
missione è loro d'impaccio. Sono stato condannato 

però a pochi franchi, ed anchi latamente. 

on chiedo denaro; i non 

distribuisco r proil lirmi ?... » 

giornalista se ne torna a Liegi, pensando a 
ciò che. prima di morire, scrisse Charcot, lo stu- 
dioso dell'ipnotismo, in un articolo intitolato / a 

Quel geniale osservatore, 1- 
ma' mandava a Lourdes gl'infermi • 

«priva la facoltà di • 
I fede non solleva soltanto le montagne ; può an- 
che rendere la salute, perchè è una se. reta soi 
della vita. Un altro scienzia 'e, li- allo spiri- 

chimico Guglielmo Crookes, ha pure 
scritto: • Qualunque siano i meriti della medicina 
attuale, tutto quel che essa può fare •■ il ridestare 
nell'infermo ciò che chiamerei vis medie atrix, vuol 



'ine la forza di guarirsi, o meglio la volontà di vive- 
ie. Nessuno pertanto guarisce nessuno, ma l'amma- 
lai', si guarisce da sé, e il medico non è stato altro 
che un aiuto, colui che ha ridestato la vis medicotrix 
assopita ». 

Gli occultisti. 

Continuando la stia inchiesta, il Blois narra d'a- 
vere incontrato a Parigi il dottor Papus, capo de- 
gli occultisti. E' corpulento, ma svelto; ha una 
bella barba assira e occhi sfolgoranti e CU])'! ad un 
tempo. E' laureato in medicina, ha passato undici 
anni negli Ospedali di Parigi e il suo vero non 
l asse. Chiestogli come fosse arrivato ad ammet- 
tere la telepatia, la fotografia dell'Invisibile, ecc., 
il redattore del Maini ne ebbe queste risposte: 

o Non vi enumererò le prove psicologiche che 
ogni giorno fortificano le mie idee: scomparsa di 
tutte le cellule materiali del corpo in meno di sette 
anni, come risulta dalle esperienze di Flourens ; 
morte di ogni cellula nervosa dopo la produzione 
dell'idea, secondo Claudio Bernard; battimenti rit- 
mici di alcune cellule del mesoderma che costitui- 
ranno il cuore prima della nascita dei filetti ner- 
vosi, ecc., ecc. Partendo dal materialismo, i i 
essere stato un ardente difensore del darvini 
sono arrivato a poco a poco a credere che l'evolu- 
zione rappresenti solo la metà d'un ciclo ben co- 
nosciuto dagli antichi. Ho preso gusto ai libri degli 
alchimisti, e oltre la medicina contemporanea ho 
studiato l'antica scienza ebraica, ho imparato l'e- 
braico ed ho tradotto il Sefer Jesirah. Ho compreso 
che i moderni non conoscono nulla deli i an- 

tica, ho voluto vendicare quest'ultima e così sono stato 
condotto alla spiritualismo scientifico. Sui cadaveri 
delle sale anatomiche ho venerato le tradizioni zin- 
garesche sui rapporti tra le linee della mano e l'età 
della morte. Ho frequentato i laboratori dei dottori 
e degli scienziati e vi ho fatto esperienze preziose e 
concludenti sui fenomeni di transfert ipnotico, sui 
fatti di esteriorizzazione, sulla fotografia dell'Invi- 
sibile. Sono così arrivato sperimentalmente alla cer- 
tezza della continuità dell'esistenza dopo la morte 
fisica, ed a conclusioni grazie alle quali si uscirà 
dalla fede ingenua imposta dai vari cleri per affer- 
mare l'esistenza di esseri invisibili e la missione 

divina di ('risto. Gli Occultisti sono riuniti in gruppi 
che si danno la mano per combattere il material 
ateo. Nei Congressi del i88oedel igoosi sono tro- 
vati insieme i delegati di più di 40 mila aderenti. 

Vbbiamo 120 giornali e riviste in tutte le lingue. 
D'accordo sulla sopravvivenza dopo la morte e sulla 
possibilità della corrispondenza tra il mondo visibile 
e l'invisibile, alcune scuole differiscono soltanto sulla 
quistione della re incarna/ione, quantunque la mag- 
gior parte degli Europei sia per l'affermativa. La 
de differenza Ira noi. occultisti, e gli spiritisti 
.'■ una semplice quistione di metodo: noi procedia- 
mo per eliminazione. \jn spiritismo si pu.. sin 
da solo, con l'aiuto di qualche libro; per il magne- 
tismo occorre un anno di studio alla scuola spe- 
ciale; per essere ammessi nelle scuole OCCull 

■ rre una più seria prepara/ione. Voi distingui.!- 



ALLF RIVISTE 



mo tra i professionisti e i dilettanti, e vogliamo for- 
mare dei critici istruiti, capaci ili analizzare un fatto 
di ossessione, di svelare gli artifizi di un medium e 
di decifrare i manoscritti ebraici e sanscriti. Al 
num. 4 della via di Savoia è la sede della nostra 
Scuola superiore libera delle scienze ermetiche. I 
corsi principali abbracciano lo studio delle forze 
psichiche, dei fenomeni di magìa, di magnetismo e 
di spiritismo ; più le tradizioni religiose e filoso- 
fiche e gli elementi dell'ebraico e del sanscrito. Nei 
a rei pratici, si studia la psicometria, cioè l'impres- 
sione nell'Invisibile delle immagini degli esseri e 
delle cose, e si compiono gli esercizi della preghiera 
che noi consideriamo come superiore alla magia. 
Abbiamo sette professori titolari, tra i quali Sedir, 
il dott. Rozier, Schin, Phaneg, Selva e Saturninus ». 
Richiesto se la professione di occultista è rimu- 
neratrice, Papus ha risposto negativamente, dicendo 
che spesso, anzi, gli occultisti rimettono, nella ri- 
cerca dell'anima umana, le loro economie. Egli è 
però sicuro che la scienza di domani preciserà le 
forze psichiche come quella di ieri ha precisato le 
fisiche, e negli spiritisti, nei magnetizzatori, nei 
teosofi o cabalisti cristiani vede altrettanti franchi 
tiratori che mettono insieme i fatti ai quali le acca- 
demie daranno più tardi la cittadinanza scientifica. 

Gii spiritisti. 

L'autore degli articoli che qui riassumiamo, narra 
poi d'aver parlato a Roma con monsignor Battendier 
reduce da un viaggio di studio presso gli spiritisti, 
i teosofi, ecc. Interrogato, il monsignore rispose che 
il protestantismo non è più causa d'inquietudine 
alla Chiesa, ma che essa considera lo spiritismo co- 
me veramente pericoloso. Esso fa proseliti coi pre- 
stigi che opera e incatena le anime combattendo con 
la dottrina della re-incarnazione i dogmi fondamen- 
tali della Chiesa cattolica: il Cielo e l'Inferno. Co- 
me religione, lo spiritismo è una eresia, o piuttosto 
la restaurazione di vecchie eresie ; è dunque da con- 
dannare ; ma la maggior parte dei suoi fenomeni 
rientrano nel campo della psicologia e della fisica. 
La Chiesa si pronunzierà definitivamente quando la 
distinzione sarà stabilita e la scienza si sarà pro- 
nunziata. 

Giulio Blois, confermando questo modo di ve- 
dere, soggiunge che nello spiritismo ci sono due 
parti distinte: una religione, e dei fenomeni. La 
religione spiritista non ha nulla di molto originale: 
è il deismo ordinario, con l'aggiunta del domma 
neoplatonico della re-incarnazione terrestre o della 
evoluzione delle anime sui piani estraterrestri e nelle 
stelle. Gli spiritisti ammettono, oltre il corpo e l'ani- 
ma, un terzo elemento : il peri-spirito, cioè una specie 
di fluido che permette a! morto disincarnato di agire 
ancora nel dominio della materia, ed a certi vivi, 
chiamati m.edium, di penetrare nel mondo degli spi- 
riti. I medici trattano questi ultimi da isterici e da 
malati ; certo sono organismi molto nervosi e do- 
tati di grande immaginazione. Le loro rivelazioni 
sono fluttuanti, oscure e contradditorie: gli spiriti 
variano d'opinione secondo i medium per bocca dei 
quali parlano. 



7' 

Lo stato m . conta molte pi 

rag uardevol I lenis, autori de! o li bre li 

bro /' >p, la morte : Camillo Chaigm i 
dell'immortalismo : Gabriele Delanne, ricercatore in 
faticabile e diretti - R ,„, 

rate dello spiritismo : Beaudelot, ingegnere divenuto 
apostolo ; la rath, il cui sali 

riunisce centinaia di Svendenborghistì liberi pie 
sieduti dallo scultore Allaxd; il generale Arnatde, 
e tanti e tanti altri. I credenti, nella sola I 
va, -Mirri,, secondo i calcoli del dottor Philips, 
meno di 400 mila. L'ufficio centrale è in via S. Gia- 
como, dove la vedova di Leymarie presiede gli ul- 
timi Kardeckisti. Leymarie, successore di Allan Kar- 

. sopportò una specie di martirio: fu imprigio 
nato per i tiri del fotografo Bugnet, il quale fab- 
bricava fantasmi con bambole e vecchi pezzi di 
stoffa... 

Ed ecco che cosa ha detto la vedova Leymarie al 

giornalista che la intervistava : 

« Lo spiritismo ha oggi cinquantatrè anni precisi, 
essendo nato in America nel 1848. Sette anni 
dopo, nel 1855, i suoi adepti, nella sola 
America , erano dodici milioni. Un poco più 
tardi il giudice Edmonds, senatore e presidente 
della suprema Corte di giustizia di New York, con- 
tava 3 milioni di nuovi aderenti. Allan Kardec fu 
l'apostolo europeo ; i suoi libri sono tradotti in tutte 
le lingue, e nel 1870 gli spiritisti erano 20 milioni 
in tutto il mondo. Oggi anche illustri scienziati co- 
me Lombroso, Richet, Ocnorowiz, de Rochas, Flam- 
marion, Janet, ecc., studiano questi fenomeni dei 
quali prima si rideva. E' vero che essi parlati,, ,11 
suggestione, d'incosciente, d'automatismo psicologi- 
co, e di altre cose altrettanto oscure, mentre sarebbe 
più semplice ammettere che le anime dei nostri pa- 
renti ed amici tornano a noi per consolarci. Ma al- 
cuni di essi sono veramente dei nostri: De Rochas 
crede agli spiriti. Crookes non ha mai smentito le 
esperienze che fece per due anni con Fiorenza Cook, 
durante le quali apparve un fantasma che egli fo- 
tografò, la famosa Katie Kuig ; ne quelle fatte 
con Home, il quale si librava per aria con l'aiuto 
degli spiriti. Spiritisti sono e furono anche il pn>- 
fessore Aksatoff, consigliere del defunto Zar; l'a- 
stronomo Zoellner. il grande naturalista Russell 
Wallace, e Balzai-, Vittor Hugo, Sardou, Vacquerie, 
Valabrègue, ecc.... » 

Il redattore del Matitt, per conto suo, dice che 
dopo aver osservato innumerevoli medium, dopo a- 
ver fatto appositi viaggi sino in India, dopo aver 
letto tanti libri, e tentato tante esperienze, e so- 
stenuto tante discu sioni con gli aposl j , av- 
versari della dottrina spiritica, non crede assolu 
tamente alle materializzazioni, ai fantasmi di carne 
■ ■ d'ossa. A Londra egli ha esperimentato il famoso 
medium dell'illustre Crookes. ed ha accertato che il 
medium, con grossolani artifizi. 'arte 
delle apparizioni. Il Blois non crede neppure alla 
(""'"grafìa degli spiriti: tutti i fi tografi che la pra- 
ticarono finirono male, al correzionale. Da I I 
ad Fusapia Pai ad Anna Rothe, tutti i me- 
dium che producono effetti fisici, furono sorpresi 



LA LI l'I I r< \ 



nell'atto ire ia buona, fede, come volgari 

I ggior pai nunici 

/imi i iti ottenu | coi medium 

ina tale stupidità che non mi i itano 'li es 
Ma si dei eluder non 

nulla nello spiritismi i, n né come 

fatti \ : in esso uria la nuova psi 
una parte della fisica confinante con la psicologia. 
Come il magnetismo, esso ha attirati' l'attenzione 
sul smini- provi cato ed ha rione 

dell'ipnosi e della suggestione, I medium a incar 
■ a studiare i cambiament i della 
altri complessi problemi della pazzia 
m della sensibilii 
della rice si tenta oggi 'li spiegarla razio- 

nalm uas meo nii amente. La ti patia - 

uscita dallo spiritismo. Esso ci darà forse altre cose, 
ni modo ci mette sulla via d'una scoperta 
ancora indecisa, ma che il secolo nuovo pra iserà 
unenti': 1' 'esteriorizzazione del pensiero. 11 pen- 
può accumularsi, moltiplicarsi, 
agire sulla ma i iggiare intorno a noi. Le ta- 

vole | alianti quando non vi sono frodi - prò 
vann .iir le anime dei vivi, non già quelle dei morti, 
ono uscire dall'involucro corporeo e darci l'illu- 
un essere nui ivo. Questo è, secondo il Bli >is, 
indubitabile. Noi emaniamo, durante le sedute di 
■ istmi e di I elli |iiali non ab- 

biamo coscienza o che posson drizzarsi dinanzi a 
noi e risponderci come se fossero energie a noi stra- 
niere. C'è ancora qualche altra cosa? Vi sono en- 
tità I ri ili noi? Qui siamo in pieno mistero. 
Lo spiritismo, comunque, ci ha ricordato quale im- 
portanza ha per i vivi la memoria e la perpetua in- 
fluenza dei ninni ed ha svegliato nelle anime oscure 
: seni mieliti i dell'immortalità senza del quale 
nità veramente superiore. Questi suoi 
titoli gli fanno perdonare le tante riarlatanerie e 
31 ii cchezze. 



Un mipaeolo di ingegneria 



("hi • i dall'India alla Cina, con la ferrovia 
.-isa le montagne di burina, può ammii in 
nella gola di Gokteik una straordinaria opera di 
a: il più idotto del mondi i, i 

i pochi li" - nini-ani. 

: i ■ pri ifi ndissima, so «cesa . i |uandi i tre 
anni costruendo la ferrovia, il Governi 

ingli ssun 

i ersi l'incarico di erigere il 
e di tee I Vcciaie- 
ria di Steelton, in Pennsylvania, esaminò il concoi 

l mìi.i : . sse furom 
i elton si stai 
preparando d poni de. « Sudate, o fuochi, 

reparar m ! In nane le fot 

migliaia, he 

di mano in mano .i Nuova York, per 
ivi. Quandi i l'ultimo pezzi i i 



n i tra gli operai il rentai inque migliori, che 

si recarono a Londra, e di là la valigia delle 

Indie si portarono a Rangoon. ( 'i volle un mi 
perchè il poderoso materiale potesse superare le 
rocentocinquanta miglia tra Rangoon e Bui 

(ili operai avevano già preso p i grandi la- 
vori sul Mississippi e sul Niagara, ma quando vi- 
deri la gola di Gokteik, tagliata a picco nelle rol- 
line, dui, it. irmio di potersi accingere all'opera. Si 
dovevano elevare all'altezza di oltn no metri sul 
Pinlii della valle pezzi di metallo di venti tonni 
late ciascuno, e da una sponda all'altra correi 
irca l 'it' cento metri. 

Le torri centrali del viadotto riposano sopra una 
serie di ponticelli naturali, formati ili grossi massi. 
sotto 'ni passa il fiume, largo una cinquantina di 
metri. Si cominciò col costruire un grandissimo pon- 
ti- provvisorio per il trasporto dei materiali. Poi 
si compose un alno ponte mobile, munito di un 
braccio gigantesco lungo sessanta metri, che serviva 
per portare in alto i pezzi d'acciaio. 

Era da solo un congegno mirabile, che gli 
indigeni attribuivano a magìa 11 ponte era 
largo da contenere una vera officina, uno studi" pei 
gli ingegneri: vi erano installati il telefono e una 
stazione di segnali. Pei mezzo di corde e carrucole 
il braccio sollevava enormi pesi in pochissimi istanti. 
e poi rivolgendosi li deponeva sul viadotto in co- 
struzione. Quando una torre di questo era finita, il 
ponte mollile veniva trascinato innanzi da una li 
motiva fino al punì" ove SÌ doveva posare la torre 
successiva. Il braccio era bilanciato da un fortissi- 
mo contrappeso. Per innalzare le parti del | te 

tra una torre e l'altra, si faceva passare il poti 
argano sopra una delle torri stesse. 

Gli indigeni erano impiegati per ribadire i chio- 
di: ma essi rifiutarono il martello ad aria 
pressa, rome uno strumento di abolirò, e l'ausarono 
rosi un grande ritardo. Inoltre era assai ditti' ile 
trovare operai: si dovette percorrere tutta l'India 
per raccoglierne alcune centinaia. Gli Americani 
mal resistevano alla canicola e alle febbri: quando 

poi soffiava il vento, il lavoro riusciva impossibile, 
perchè lo scheletro d'acciaio del ponte si 
come la cima di un albero. 

L'Acciaieria di Steelton aveva ricevuto l'ordine 

di preparare il materiale in aprile: in ottobre la 

bandiera americana sventolava sul ponti -v ia. lotto , 

che è certo il più poderoso del mondo, poiché mi- 
sura circa ottocento metri di lunghezza, cent". 
metri di altezza sulla valle e centosettanta sul fiu- 
me, e pesa circa cinquemila tonnellate. Gli altri 
lebri viadotti sulPErie in Pennsylvania, nel Texas, 
nelle Ande, hanno tutti dimensioni minori e furono 
eretti in condizioni meno difficili. 

L'opera è descritta diffusamenti nel Munsty's 
M agazine di dicembre. 

I bbene: pare che quei" sia un miracolo 
pato. Il governo inglese si è accorto troppo tai li 
hi la via scelta non è la migliore per congiun 
I [ndi ' alla ( "ma. ed ha fatto sospendere i i 
poco oltre la gola di ('."kteik. 



DALLE K1V1M I 



73 



he principesse disponibili 



<Da un articolo del dott. A. de Wilke, nella W'eìlc W 

.... La Germania è stato detta il semenzaio di Ile 
principesse di sangue azzurrissimo, ancora dis] 
bili per tutti i sovrani d'Europa e i loro augusti pa- 
renti. Però, oltre quelle, cercando bene, altre se ne 
trinerebbero. Vivono tra altro, benché in esilio, tre 
linee de' Borboni. Quella che, un giorno, regnò sulle 
cosidette « Due Sicilie » ha, per esempio, a sui 
capo il conte di Caserta, cui la moglie e cugina. 
Antonietta di Sicilia, diede undici tìgli, tra cui vi 
hanno ancora parecchie ragazze. Da quando il suo 
primogenito si è ammogliato con la maggiore so- 
rella del re di Spagna, il conte di Caserta lascia 
spesso le sue splendide ville di Cannes o della Sa- 
voia per passare qualche tempo a Madrid, dove le 
sue figliuole sono congiunte da cordiale amicizia 
alla seconda sorella del re, l'infante Maria Teresa, 
che nell'espressione del volto e nell'atteggiamenti 
è il vero ritratto di sua madre, la regina-reggente 
Maria Cristina: lo stesso sguardo serio, gli stessi 
tratti melanconici. Non è un mistero che la vita nel 
palazzo reale di Madrid non è troppo allegra. Ma 
ciò non impedisce che, da buona parente, anche la 





Margherita Maria d'Austria-Toscana. 



Pia di Borbone-Sicilia. 

contessa di Madrid, che suole villeggiare una parte 
dell'anno nel suo castello di Villamanrique presso 
Siviglia, sia sovente ospite della Corte di Madrid. 
La madre del duca d'Orléans era ella stessa una 
bella signora e questa dote ella ha trasmesso alle 
sue quattro figlie: la regina di Portogallo, la du 
hi ;a d'Aosta, la duchessa di Guisa e la princi 
pessa Luigia. Specialmente quest'ultima è un mo 
dello di fiorente, bionda giovinezza. 

11 granduca di Toscana e il duca di Parma, 
perdute le loro corone, se ne andarono entrambi 
in Austria, il primo a Salisburgo. l'altro nel 
stello di Schwarzau sullo Steinfeld. Entrambi han- 
no figliuoli in abbondanza. Il granduca di I 
ne ha nove, il duca di l'arnia, suocero dell'altro, 
ne conta ben diciotto! Le principesse di Tosi 
presero parte attiva alle feste della Corte vieni 
m , -nire le loro cugine parmensi poco vi si fecei 
vedere nelle occasioni ufficiali. 

I i Casa imperiale ili Russia ha 
una giovane principessa già da n la 

duchessa Elena, figlia del granduca Vladim n 
dello Zar. La granduchessa è una beli a da 

gli occhi bruni già pii ; e sposa a 

questo od a (itiello dopo che le si i 

con un principe tedesco improvvisamente andai 




Beatrice di Borbone-Parma. 



Maria Immacolata di Borbone-Sicilia. 





Margherita di Gran Bretagna e Irlanda. 



Vittoria l'atrizia di Gran Bretagna e Irlanda. 



DALLE RIVISTE 



a monte. Ma, a quanto pare, ella nutre una se\ 
inclinazione per il principe Luigi Napoleone," che 
serve nelle Guardie russe; e questa diceria, spesso 
smentita, forma sempre le speranze del partito bo- 
napartista, tanto più che la famiglia Bonapart 
estinguerebbe se nessuno de' due fratelli prendesse 
moglie. Anche la linea cadetta, che deriva da Lu- 
ciano, il secondo fratello di Napoleone, correrà la 
stessa sorte perchè il principe Rolando Bonaparte, 
noto per i suoi studi scientifici e per il suo inatri- 




Maria Bonaparte. 

monio con la figlia del signor Blanc, il fondatore 
della bisca di Montecarlo, non ha che una sola figlia 
diciannovenne, la principessa Maria Bonaparte. 

Dal pericolo d'estinguersi salva è invece, per ve- 
rità, la dinastia inglese ! Delle moltissimi nipoti 
della regina Vittoria tre stanno già poco lontane 
dalla dolce età d'Imeneo: le figlie del duca di Con- 
naught, principessa Margherita e Vittoria, e la so- 
rella del giovane duca di Coburgo, principessa Alice 
d'Albany. 

La principessa Xenia di Montenegro, sorella mi- 
nore della regina Elena d'Italia, ricevette, come 
questa, in casa del loro padre, una eccellente, in- 



75 

tellettuale educazione e non è meno leggiadra della 
sorella. La sana bellezza «iella principesca dinastia 
montenegrina e le cure rivolte alla cultura di 
spirito non sono rimaste, oltre all'amicizia con la 
Russia, estranee al fatto che il principe del M 
negro è ormai equiparato in araldica agli altri So 
vrani d'Europa e le sue figliuole sono considei 
come « eccellenti partiti ». 



Il movimento femminista nel mondo 



(Da un articolo di Kaethe Schirmacher, nella Revue del 
i° dicembre). 

In Germania. 

La Società generale delle donne tedesche ha te- 
nuto ad Eisenach una riunione per discutere la fon- 
dazione di orfanotrofi, l'insegnamento dell'orticol- 
tura alle donne, l'istituzione di uffici d'assistenza 
giudiziaria e la necessità di ammettere le donne tra 
i funzionari comunali. Un'altra riunione dovevano 
tenere a Berlino, e precisamente in una delle sale del 
Reichstag, le delegate della Federazione delle So- 
cietà femministe progressiste ; ma, appena finita la 
prima adunanza, nella quale si era discusso intorno 
alla quistione operaia, un rappresentante del Pre- 
fetto di polizia si presentò chiedendo di assistere 
alle udienze ulteriori. Il Direttore del Parlamento 
tentò di opporsi, dicendo che non sarebbe stato am- 
messo nessun agente di polizia in uniforme; ma, 
insistendo il Prefetto di polizia da una parte, e re- 
sistendo il Direttore della Camera, la presidentessa 
del Congresso, signora Cauer, e la sua aiutante di 
campo, signorina Auspurg, deliberarono di indire 
altrove la riunione per discutere intorno alla coedu- 
cazione, all'assicurazione contro le malattie e al- 
l'educazione politica delle donne. 

Il Municipio di Eidelberga, nella Prussia orien- 
tale, si è dichiarato partigiano dell'eguaglianza dei 
sessi (beninteso, rispetto ai doveri, e non ai diritti). 
Esso ha ingiunto ad ogni donna e ad ogni fanciulla 
contribuente di prestare il loro concorso in caso di 
incendio, <t tranne nel caso che si possano debita- 
mente e validamente scusare, o che paghino una tas- 
sa di 6 marchi per essere sostituite ». 

Nel Granducato di Baden fa rapidi progri 
sistema della coeducazione discusso a Berlino. Vi 
sono più di 300 giovinette le quali attualmente se- 
guono i corsi medi e i superiori negli stessi licei 
dei giovai! 

Ad Amburgo si è aperta una Scuola-riforma per 
le fanciulle: essa si propone di riformare inti 
mente i metodi e i programmi attuali dell'insegna- 
mento secondario delle signorine. 

Le Università bavaresi sono state autorizzate dal 
Ministro ad ammettere, ma come uditrici soltanto, 
le fanciulle munite del diploma di baccelliere d'un 
ginnasio d'una scuola reale. 

Il sotto-segretario delle Poste e Telegrafi si è di- 
chiarato contentissimo del servizio delle telefoniste. 
Gli stipendi sono, per le apprendiste, di 2 franchi 



"I I 



1 \ 1 1 III l< A 



pi ma nomina li 
Moo franchi l'anno, più (>oo franchi d'indennità 
d'ai no | ni arrivare fino a 2500 tran 

«•hi. oltre l'indennità. A Parigi gli stipendi 

da 1000 a 2000 franchi, con joo franchi 
tanto per l'alloggio. 

I irtrici, nella patria di Schiller » 1 

11 100 marchi il mese, e t al- 
l'i r venire in loro aiuto, la n i 
■ vi, a Berlino, ha creato un dep 
di abiti, 'ii costumi, ili cappelli, ili oggetti ili ve- 

1 gni ire si >n< 1 state pregai 
mandare gli abiti che smettono dopo averli portati 
una - * li fa rinfrescare, e li 

vende alle sue aderenti \ Berlino ed a Breslau si 
è iniziata l'organizzazione sindacale delle operaie. 
in riunite 800 nella Camera di Berlino e 
1500 in quella di Breslau. L'ima città e l'altra sono 
ll'industria del vestita 

In Ffaneia. 

fondata una nuova Società femminista: la 

del suffragio delle donne. Essa espone i 

seguenti argomenti per sostenere la sua tesi- « Le 

donne sono elettrici ed eleggibili al consiglio dei 

Pi ibiviri ; pai all'elezione dei giudici dei 

0; sono elettrici ed eleggi- 
bili ai Consigli d'insegnamento dei dipartimenti . 
al (' uperiore dell'istruzione pubblica e al 

re del lavoro : perchè, dunque, 
non sarebbero ed eleggibili al Consiglio 

municipale?» Come mezzo di propaganda, le fon- 
dati nuova Società hanno inventato un 
■ francobollo femminista ». destinato ad accompa- 
re, sulle lettere, il francobollo da 15 centesimi. 
■ ultimo porta, in rosso, l'iscrizione dei 
« Diritti dell'Uomo », così quello femminista porta, 
in azzurro, l'iscrizi Diritti della Donna ». 
Le elezioni ai Consigli del lavoro hanno dato una 
grande soddisfazione ai femministi: due candidate 
sono riuscite: la signorina Lévy, presidentessa del 
sindacato delle donne steno-dattilografe, e la signo- 
rina Bouvier, del sindacato delle sarte. 

Nel Belgio. 

Camera belga ha da discutere il progetto di 
al suffragio comunale, provinciale e 
politico di tutti i nazionali, senza distinzione di 
enerale del Partii so- 

cialista ha approvato, a questo 0, un or- 

lla signora Vandervelde, la quale, 
|ue l'eguaglianza politica dei due sess 
uno dei principi essenziali del socialismo, 
nondimen 1 1 che la rivendicazione immediata 

del diritto all'elettorato legislativo minaccia di com- 
■ l'unità i '.artigiani del suf- 

uomini, ha proposti 1 di so- 
il movimi del suffragio uni- 

le delle donne finché gli uomini non avranno 
nito il li.ro. 

Nella Scandinavia 

Le 1 t il suffragio comunale e 

I oliti... il Pi proporrà al 



nuovo Gabinetto liberale d'accordar fragio 

municipale alle donne contribuenti. I cinque posti 
d'ispettori del lavoro creati in Danimarca saranno 
dati ai candidati più adatti, senza distinzione di 

In Austria. 

Le donne hanno avuto una parte notevole nelle 
ultime elezioni politiche in Boemia. Si trattava di 
eleggere i deputati al Landtag. Le donne grandi 
proprietarie votano per procura; le cittadine 
pagano un certo censo possono votare direttamente. 
Molte donne appartenenti al partito tedesco non 
hanno temuto di mescolarsi alle folle, per dare il 
loro voto al candidato nazionale: altrettanto hanno 
fatto le czeche. 

La rivista femminista viennese intitolata / "Do- 
cumenti della donna dà notizie sulle donne steno- 
grafe in Austria. Xel 1842, quando furono fondai: 
i primi corsi ili stenografia, il ministero dell'istru- 
zione pubblica ne escluse le donne. Più di trent 
passarono prima che le donne fossero ammesse al- 
l'esame di Stato di stenografia (1874). Xel 1884 
questo insegnamento fu esteso alle allieve delle 
scuole di commercio; ma la maggior parte delle si- 
gnorine devono ricorrere all'insegnamento privato. 
Esse conquistano i posti negli uffici dei notai, dei 
commercianti, ma sono mal pagate : hanno da 40 
a 60 franchi il mese. Negli uffici dello Stato. 
gnorine steno-dattilografe hanno da 3 a 4 franchi 
al giorno. 

A Budapest si è insiedata la prima dottoressa 
in medicina. 

In Russia. 

Regna un certo liberalismo nel campo dell'istru- 
zione pubblica, e sono stati aperti dei corsi uni- 
versitari per signorine, a Mosca: 450 allieve vi si 
sono iscritte. A Pietroburgo cotesti corsi già esi- 

I.a Russia conta, oltre le dentaste, 624 medi 
chesse. Le medichesse dello Stato hanno diritto alla 
pensione. L'insegnamento secondario è stato esteso. 
nell'Impero, anche alle suddite maomettane. Grazi, 
alla dotazione di un rio riante di Baku, un 

liceo di fanciulle, di cui la Zarina ha accettato il 
mato, . stato aperto in quella città: le allieve 
vengono dalle diverse parti della Russia maomel 
tana. 

In Isvizzera. 

La Commissione federale, incaricata di redigere il 
nuovo Codice civile, ha invitato le donne .1 tarsi r.ip 

ntare da >'m<- delegate, scelte tra le comp 
del Comitato della Federazione delle Società 
femministe svi.- 

In Italia. 

I autrice dell'ari < ili 1 pai la 1 lei recente scio] en - 
delle telefoniste milanesi, le quali, guadagnando 
ia 35 lire il mese, ne chiedevano '10. In l'n 
gheria, os mpre l'autrice, ^n^ . da 

600 a 700 franchi il mese non è parso suffii • 
alle impiegate delle ferrovie dell. - 1. tele- 



l'U.l E H\\ lì 



toniste italiane sono dunque, sotto l'i o >no- 

mico, amerà più modeste che le loro colleghe un- 
gheresi ». 

In Inghilterra. 

11 femminismo inglese, come movimento si i 
non è molto vivo nel Regno Unito; ma, individual- 
mente, le Inglesi continuano a farsi onore. Sotto 
lady Somerset persistono nella lotta contro l'ai 
Come ispettrici sanitarie e del lavoro, rendono im- 
portanti servigi. Miss O'Kell, ispettrice del disi: 
di Marvlebone, dichiara, in seguito a una ini 
sta sull'alimentazione delle lavoratrici dell'Ovest di 
Londra, che la maggior parte di quelle donne s 
insufficientemente nutrite: la signorina reclama la 
azione di trattorie a buon mercato. 

Negli Stati Uniti. 

Le donne americane avranno la soddisfazione di 
veliere una delle loro sorelle figurare nel Pantheon 
nazionale, a Washington: vi si innalzerà il busto 
della filantropa Francesca Villard, fondatrice del- 
l'Unione universale delle donne per la temperanza. 

Furono licenziate molte impiegate alle poste , 
molte istitutrici, ecc., durante gli ultimi mesi della 
presidenza di MacKinley, ed alcuni interpretarono 

sto fatto contro le donne, supponendo che si fos- 
sero mostrate inadatte ai loro uffici. Invece la ra- 
gione del licenziamento fu tutt'altra : quelle impie- 
gate non erano elettrici : e le persone interessate 
pretendono che, accordando impieghi, si debbono 
ottenere altrettanti voti per il proprio partito. 

In Bulgaria. 

Il movimento femminista è in questo paese più 
progredito che non si possa supporre. Vi sono già 
27 Società femministe, le quali stanno per fondersi 
in una Federazione nazionale che dovrebbe, come 
tutti gli altri gruppi nazionali dello stesso genere, 
far parte del Consiglio internazionale delle donne. 

Il Congresso, che ha studiato questo disegno di 
Federazione, ha discusso anche intorno all'insegna- 
mento delle donne, ha chiesto la creazione di ginnasi 
e di scuole professionali di giovinette, l'ammiss 
delle donne alle Università e allo studio ed all'e- 
sercizio della farmacia. 

In Egitto. 

sigliere alla Corte d'appello 
del i e titinua la campagna femminista. 11 

libro Fabrir al Mirai (1889), nel quale egli re- 
clamava, per la donna turca, la stessa situazione 
delle donne europee, aveva provocato vive proteste 
da pane dei fedeli maomettani. L'autore risp 
con un secondo libro. La donna nuova, nel quale 
narra il passato della donna mussulmana, chiede 
la sua emancipazione nel presente, e si occupa della 
quistione tutta orientale del velo. 

Nel Giappone. 

E' stata fondata ^ I ma scuola d'insegna- 

mento sui eriore per le donne; le allieve vi saranno 



preparate all'esame di lingua ir to il 

quale si accede alle funzioni di Stato. Forse nel 
Giappone si vedranno le prime ministri 

\ iie a Tokio le donne hanno riformato il loro 
urne da bambola, tanto poco pratico. Ed a V 
gasaki le Giapponesi hanno fondato una Societ. 
1. purezza sociale »: le aderenti dichiarano che non 
sposeranno se non uomini la cui reputazione tuo 
rale sia intatta. 



ita sieroterapia della febbre tifoidea 



Da un articolo c}el dottor J. Héricourt . nella Ret'iie del 
i° dicembre). 

Pochi anni dopo l'introduzione del metodi 
roterapico, il dottor Chantemesse, professore alla 
Facoltà di medicina di Parigi, in collaborazione col 
dottor Vii lai. tentò di preparare un siero anti-tifi s . 
inoculando i virulenti bacilli negli animali ; ma il 
siero così ottenuto non aveva esercitato una/ 
terapeutica sull'uomo infermo, e solamente negli a- 
nimali aveva prodotto qualche effetto preventivo : 
i topi che erano stati trattati con esso non prende- 
vano più la tifoidea sperimentale, ma quelli nei 
quali s'iniettava il siero dopo l'iniezione dei bacilli 
virulenti non presentavano nessuna attenuazione nel 
corso della malattia. 

Bisogna considerare che i principali e più gravi 
sintomi della febbre tifoidea dipendono dall'avve- 
lenamento del sistema nervoso centrale, e partico- 
larmente del cervello, avvelenamento prodotto dalle 
tate nei focolari bacillari sviluppati 
nelle pareti del tubo intestinale. Forse per qu 
considerazione il dottor Chantemesse ha abbando- 
nato la ricerca del siero anti-tifoso mediante il pro- 
cesso dell'infezione bacillare, ed ha tentato il pro- 
cesso delle tossine, cioè ha sottoposto gli animali 
produttori del siero non più all'infezi< ta dei 

microbi, ma all'intossicazione con le tossine elabo- 
rate da cotesti microbi nelle loro culture. Con 
sto processo — che è quello col quale si ottiene il 

1 ant i-difterico — il dottor Chantemes 
tenuto un siero la cui virtù è oramai < : a. In 

una delle sale dello sperimentatore, su 34 malati 
cui fu inoculato, tutti 34 guai 
mentre negli altri ospedali la mortalità era, sec 1 
le statistiche ufficiali, del 25 per 100. Ma una espi 
rienza più convincente è quella fatta nell'Ospedale 
Tenon, dove 30 ammalati di tifoidea fui 
culati. e gli altri non lo furono: orbene: tra 
condì la mortalità sali al 31,8 per 100. ma tra i pri- 
mi i morti non furono ro, quanti avn 

•ondo questa : one, ma appena 4. 

alisi di queste cifre è ancora più confor- 
tante, perchè sopra 100 infermi trattati col - 
tutti quelli che lo ebbero inoculato prima di 
lavo giorno guarirono, e tra gli altri 6 soltanto - 
morti. La mortalità è ridotta dunque al 6 per 100. 
il che vuol dire a un quinto di quella che si avvera 
senza la sieroterapia. 

Anche l'esame clinico degli ammalati soft 



LA I I l'i : RA 

a questa cura ne conferma l'efficacia. L'iniezione del 
prima che siano passati otto giorni dall'inizio 

. | ir. « Iure in poco tempo, nella mag- 
. un abbassamento del! 
Ila guarigione; se l'iniezione è stata fatta 

tasdivami di ipo l'ottavo gii i, non si i > 

tiene una caduta repentina della temperatura, ma 
una discesa più leni i da un rialzo; bisogna 

all< i ne. In geni rade, il pnl.su ral- 

battiti in podi 

tre gii 'i ni, la pressione sangu 
toma ali i naie e la poliuria Si- 

mi- molto frequente, 
mpai sp< 5so qualche ora dopo 1 inocula- 
iiu- microscopico del sangue si vede 
che -vi ore bastano perchè gli elementi sanguigni ab- 
biano subito la modificazione caratteristica della 
-tua. 
La ur.i sieroterapica, finalmente, non è incompa- 
i l'ordinaria cura della tifoidea, cioè bagni 
e Invalidi- abbondanti. Soltanto il chinino, 
la caffeina e le iniezioni di acqua salata (volgar- 
mente siero artificiale) devono esseri' abbandonati ; 
ma l'azione del chinino e della caffeina è così pro- 
blematica, che astenersi da questi rimedi non o m 
promette nulla. L'iniezione del siero non impedisce 
le ricadute; e nuove iniezioni devono esere praticate 
quando queste si preparano e si annunziano. Quin- 
dici ii cubi è la dose che il Chantemesse 
inietta in una sola volta sotto la pelle; nei fanciulli 
e nei casi benigni può essere ridotta alla metà. Le 
iniezioni devono essere praticate al primo sospetto 
di fi dea, perchè il secreto della cura con- 
siste nel farla quanto più presto è possibile. E non 
re, nei casi dubbi, penili l'iniezione non 
produce per sé s'essa nessun inconveniente ed è del 
innocua. 



Come tpionfepà l'Inghilterra 



l'n i io, un mese dopo l'incoronazione di 

re E doari indi Potenze europee manda- 

no un ultimatum al Governo inglese, imponendogli 
di concedere entro due giorni piena autonomia ai 
ii Salisbury si mette le mani nei capelli, 
raduna il Parlarne! .numi in tutte 

le parti del globo, e chiede indarno una dilazione 
per dar tempo ali i rere a difendere 

il Elegno Unito. Ad ac sgomento, l'Ame- 

onde la sua o un] ia enza e si ai 
i di dichiararsi neutrale. L'Irlanda accogl 
ila prossima invasii me con l uochi di g 
iltanto dop,, che il I >uca di < !onnaught 
ri ito. 
i ìi dichiarata : il g ii uno seguente due 

nella Manna. L'In- 
r>hiì- ' ni. e l'Europa ne 

P i-m' I l.l \ : 

rata la loti l squadra inglese del Mediten 
i- bloccata nel porto di Gibilterra ri 

tinaia di piroscafi mercantili su cui sventola la 



dieta britannica sono catturati e condotti sulla co 
sta h. incese. 

Intanto, protetto dalla vittoriosa fiotta alleala, 
un poderoso esercito tedesco si prepara allo sbarco 
presso le bocche del Tamigi per marciare su Lon- 
dra. Guglielmo II, malgrado la sua anglofilia e i 
vincoli che lo legano alla Casa regnante d'Inghil- 
terra, ha dovuto lasciarsi trascinare alla guerra dal 
sentimento popolare. 

La situazione è disperata per il generalissimo 
lord Rjoberts, quando gli si presenta un giovane in- 
gegnere che, compiendo un voto di Faraday, ha sco- 
prilo il modo di riprodurre il fulmine. Si tratta di 
una macchina semplicissima, da cui si sprigiona un 
fluido elettrico che rade al suolo intanto incontra 
lino a venti miglia di distanza E' la manna del 
cielo per il povero lord Roberts, che fa subito por- 
tare la macchina alla fiocca del Tamigi: l'ingegnere 
tocca un rubinetto, e in men che non si dica l'in- 
tera flotta nemica cola a fondo o, per meglio dire, 
svanisce in una nuvoletta di fumo. Poi la macchina 

rivolta contro le truppe appena sbarcate: il pri- 
mo colpo è sbagliato e fa andare in fiamme un vil- 
laggio della costa, ma il secondo non lascia più sul 
terreno che un paio di reggimenti. 

L'arsenale di Woolwick fabbrica subito altri cin- 
quecento cannoni-fulmine: Calais, Boulogne e gli 
altri porti francesi scompaiono dalla faccia della 
terra, e la Francia si affretta a ritirarsi dalla coa- 
lizione. La Russia cerca ili rifarsi invadendo l'In- 
dia, ma basta un paio di cannoni spediti in fretta 
a Cabul per annientare l'esercito invasore. Gli altri 
alleati hanno tenuto un consiglio 'li guerra all'Aja, 
sotto la presidenza del maresciallo Waldersee, i Vi 
gliono tentare un'ultima prova. Lo stesso Gugliel- 
mo II assume il comando e attacca l'esercito in 
sbarcato sul Reno. E' inutile aggiungere che dopo 
un quarto d'ora quasi tutti i corpi d'armata alleati 
sono ridotti in cenere: e la cenere in cifra tonda 
rappresenta un mezzo milione di Uomini. Per un 
ordine speciale di re Edoardo, gli artiglieri di Giove 
hanno avuto cura di risparmiare Guglielmo II e il 
suo Staio maggii ire. 

L'Europa accetta senza esitare le condizioni im- 
postele: paga una somma favolosa, abolisce gli e- 
serciti, e si obbliga per sempre a riconoscere 
unica arbitra, in caso di dispute. l'Inghilterra. 



Questo meraviglioso brano di storia è nari 
con copiosi particolari, al posto d'onore, nétt'Uni- 

i; ne, ed è ' ';■ ignaro da numi 
illustrazii ri lori, in cui si vi de, ad i si mpio, 

Guglielmo II che dopo la sconfitta consegna la 
spada al generale French.... penili- non si , auto 
il tempo di richiamare Kitchener e ili dargli il co- 
niando iti 

11 racconto h grottesco, ma meritava un cenno 

penili'- dimostra come si coltivi e a qual punti, ar 
rivi l'orgoglio nazionale nell'ambiente della piccola 
inglese. 



DALLE Kl\ 1S i 



Il convento de' fflechitapisti 
nell'isola San Itazzaro presso Venezia 



(Da uu articolo del dott. A. SolokowsLy, nel)' Ueber Land 
und Meer). 

.... Fra le curiosità di Venezia non ultima è 
quella del convento de' monaci armeni, detti Mechi- 
taristi, nell'isola di San Lazzaro. In dieci minuti la 
gondola ci porta dal Lido a questa che è la più pic- 
cola delle isole dell'estuario e che deve il suo nome 
a un lazzaretto pei lebbrosi, che, in altri tempi, vi 
esisteva. 

Dal 1716 l'isola è proprità dell'ordine de Me 
chitaristi, che ha celebrato, or non è molto, l'anni- 
versario bisecolare della sua esistenza e che fu fon- 
dato nel 1701 dal monaco armeno Pietro Bedros- 
sian «Mechitar» (il consolatore). Scopo di tutta la 
vita del fondatore e dell'Ordine da lui istituito fu 
il rinascimento del suo popolo. Mechitar e i suoi a- 
depti appartenevano originariamente alla Chiesa 
armena non unita alla cattolico-romana e dipendeva 
dal Patriarca armeno di Costantinopoli. Ma le sue 
simpatie per l'Occidente lo resero sospetto al Pa- 



triarca, onde egli ben presto trovò opportuno d 
migrare nella Morea sotto la protezione del leoni 
San Marco, che gli accordò il permesso di istituire 
un convento e una chiesa a Modon. [vi, poco dopo, 
l'Ordine de' Mechitaristi si convi Ila parte 

della Chiesa armena che è unita alla cattolica} e 
papa Clemente XI confermò nel 17 ì- 1 i Mechitaristi 
quale Congregazione religiosa e conferì loro — che 
sino a quel momento avevano vissuto secondo le re- 
gole de' Basiliani greci — degli statuti secondo le 
regole di San Benedetto. Ma anche nella Morea i 
Mechitaristi non dovevano rimanere a lungo. Le 
ostilità, scoppiate nel 17 14 fra i Magiari ed i Tur- 
chi, li indussero a trasportarsi in un più quieto am- 
biente, a Venezia, dove il Senato della Repubblica 
donò loro, nel 17 16, l'isola di San Lazzaro. 

Ciò che forma ancora oggi la caratteristica dei 
Mechitaristi di San Lazzaro, oltre al carattere na- 
zionale della Congregazione, è la sua attività de- 
dicata, quasi interamente, in servizio della scienza. 
La loro, più che una Congregazione, la si potrebbe 
anzi chiamare piuttosto una associazione di dotti 
viventi secondo certe date regole monastiche. Infatti, 
dal 1806 hanno assunto anche il titolo ufficiale di 
Accademia e mostrata la loro mancanza di pregiu- 
dizi con le nomine di membri d'onore accordate 
anche a degli acattolici. Fedeli alle aspirazioni del 




Nel convento. 



I \ LETTl'RA 



i nel 17 15 in |Ui I 
mpre serbato pi t so ipo prill- 
ili \ amento morale de 1 loro ci mnaz 
mondo, scopo che tentano conseguire 
io rivolte allo studia della lin 
della sua letteratura ed ani h 




1 11 sacerdote Mechitarista. 



u quel loro antico idioma le opere classi- 
che d'ogni altro popolo. La biblioteca del convento 
ntan la volumi 1 1 : 1 semplare è la 
loro tipografia, dal! he un pei odico 

il Pur Mavtl, destinato a promuovere 

la cultura degli Armi 1 : loro, 

nati in vari paesi, come una specie di nui 
spini ' 

V loro riti ecclesiastici i Mechitaristi di San 

1 lin- 
mi ilti par 1 i del 1 ile, ciò 

da 
stoffi trapunte, dà alle 

loro 

uro di trovare in Sai 

lienza. Ap] sciata 

la, trovati- nel . adorni 1 'li fii 

ugli, un prete in lunj ilare, 

ne, quasi 
sempre parlandp nella lingua del visitatore I 1 

B Forma a ra 

di San I e, tra 



altro, ben duemila antichi 1 armeni. Nel 

1 I di Pietro An- 

tonio Novelli, forse la miglii re opera 'li questo mae- 
l . ni a, d trutta, in parte, da un 
[833, veni 1 ndo i pri- 

mi disegni e ci si pi' un elegante tipo 

dello stili .1 motivi di deci irazii ine 

i 1 monumento è il sarcó- 
; tirai., sul sui i ingressi 1 prin- 

ipale e che, dio 1 le epigrafi latine, 

Ise un ili gli avanzi mortali d'un Costantino 
/invola, pio discepolo di San 1 azzaro, amico e di- 
fensore della sofferente umanità. 

La chiesa ed il convento sono circonda 
lini, bellissimi s] ei ialmi nte nella stagione ■ 
e quanto mai 1 1 per i loro -ruppi ili magno- 

l -• e «li cipressi. Su un piccolo poggio stormiscono 
livi, che s'intitolano da lord Byron, perchè il 
;randi poeta britanno ivi amava sostare, quando, 
durante la sua dimora a Venezia, dal 1817 al 1819, 
soleva venire spesso nei convento, dei cui abitatori 
erasi fatto amico e dai quali s'era fitto in mente di 
apprendere il loro idioma, Forse, dopo il basco, il 
più difficile di 'pianti ani-ora si parlino in Europa. 
Ma, più ancora, ivi egli cercava riposo ed all'am 
Tommaso Moore scriveva che quel convento presen- 
tava tutti i vantaggi e nessuna delle incompatibilità 
della vita monacale. Egli prendeva vivo interesse 
ai lavori de' Mechitaristi e collaborava alla tradu- 
zione inglese d'un manoscritto armeno, che contiene 
l'apocrifo epistolario fra San Paolo e gli Anziani 
della comunità de' Corinzi. 




Sacerdoti Mechitaristi. 



DALLE RIVISTE 

Tommaso Salvini 

e un'attpiee americana 



11 MacClure's M agazine pubblica alcune pagine 
dell'attrice americana Clara Morris intorno a Tom- 
maso Salvini. Pare che l'America — la quale non è 
certamente la patria della modestia — non abbia 
fatto buon viso all'autobiografia dell'illustre attore, 
perchè questi vi usa troppo di frequente il pronome 
personale. La Morris si propone, per così dire, di 
riabilitarlo. 

« E' strano — ella scrive — come il Salvini abbia 
dato di se un ritratto così poco fedele. Ho recitato 
con lui, e l'ho sempre trovato di modi cortesissimi 
e di carattere modesto, quasi schivo. Era pazientis- 
simo durante le lunghe prove, ancor più noios 
lui perchè i suoi compagni parlavano una lingua 
a lui ignota. L'amore della scena e l'amore del ri- 
sparmio si erano trasformati in lui in vere passio- 
ni: della sua economia si narravano molte storielle 
curiose, ma la sua personale frugalità non gli im- 
pediva di essere più che generoso coi suoi cari. 

« Ad una prova della Morte civile avvenne un 
piccolo incidente che dimostra la gentilezza di Sal- 
vini, il quale non seguì l'abitudine delle stelle di 
palcoscenico di considerare come una impertinenza 
ogni consiglio loro dato. Mentre io studiavo la mia 
parte di Rosalia, mi accorsi di un bell'effetto che 
si poteva ottenere con una variante assai semplice. 
Io dovevo portare sul petto la croce nera che pende 
al collo delle contadine abruzzesi : durante una sfu- 
riata di Corrado, pensai che se avessi levato la croce 
innanzi a lui, il grande attore, rappresentando un 
personaggio superstizioso, avrebbe saputo trovare 
una mimica efficace. Xe parlai al figlio di Salvini, 
che mi chiese subito con calore se il padre lo sa- 
peva. « Santo cielo! — esclamai — ma volete che 
io dia un consiglio a Salvini, tanto più in una parte 
che egli rappresenta da venti anni? Non mi passa 
manco per la mente ». Ma il giorno dopo, durante 
la prova, Salvini pregò il figlio di mettersi al suo 
posto, perchè io potessi mostrargli in che consisteva 
il mio consiglio. Quando io levai la croce innanzi al 
gii «vane Alessandro, Salvini interruppe con un gri- 
do la scena, riprese il suo posto, e mi fece tornar 
daccapo. Egli ripetè la sua parte, diede nel suo so , 
pio d'ira, e allora innanzi ai suoi lineamenti con- 
vulsi levai il crocifisso. L'attore trattenne il respiro, 
con uno stupore sacro negli occhi, lentamente porse 
il viso, mentre io, indovinando il suo pensiero, av- 
vicinavo il crocifisso alle sue labbra tremanti, e poi 
singhiozzando reclinò il capo sul mio petto. Gli at- 
tori stessi erano commossi delia scena resa magistral- 
mente. Salvini rivolse quindi alcune parole affret- 
tate al figlio, che me le tradusse: « Come mai ab- 
biamo trascurato questo effetto per tanti anni ? Va 
benissimo: di' alla signora che lo ripeterò sempre». 
La recita bilingue produceva qualche volta certi 
inconvenienti. Per l'attrice americana riusciva sulle 
prime assai difficile indovinare quando l'attore a- 
veva finito il suo discorso, interrotto spesso da lun- 
ghe pause. Una sera in un palco di proscenio alcuni 
La Lettura. 



81 

spettatori chiacchieravano, disturbando gli attori: 
Salvini, irritato, dava segni di impazienza, e alla 
fine tacque. La Morris credette giunta la sua pausa 
e piese a parlare. Salvini si rivolse verso di lei co- 
me una furia: ella comprese che aveva sbagliato, 
ma dimenticò la parte, offesa da quel contegno, e 
protestò con una mimica eloquente. Allora Saivim 
si calmò, mormori) un pardon, le fece cenno di ta- 
cere e proseguì. Il pubblico credeva che si trattasse 
del dramma. 

La Morris descrive anche una serata burrascosa, 
che il Salvini seppe dominare con impareggiabile 
sangue freddo. 

Si recitava {'Otello. All'ultimo atto l'attore a- 
veva soggiogato il pubblico con le sue tragiche furie. 
Il letto su cui Desdemona — la Piamomi, a cui i 
giornali americani scortesemente rimproveravano 
le dimensioni non cinesi delle calzature — doveva, 
essere soffocata, era posto in un'alcova velata dai 
cortinaggi. Otello aveva appena compiuta la sua 
vendetta, e usciva dall'alcova, per aprir la ramerà 
ad Emilia, quando una sonora risata scoppiò nella 
sala. Il cortinaggio era troppo corto, e lasciava scor- 
gere i piedi della signora Piamomi che. risuscitando, 
si era posta a sedere sul fianco del letto e vi si don 
dolava. L'incanto era rotto, ma Salvini continuò 
imperterrito. Il pubblico cercò di frenarsi. Otello si 
avvicinò all'alcova per mostrare ad Emilia il cada 
vere .Iella moglie. Allora i piedi della signora Pia 
monti risalirono dolcemente sul Ietto, e un'altra ri- 
sata fragorosa echeggiò nella sala. Ma Salvini e- 
ruppe nella sua invettiva finale con tanta e inso- 
lita foga che l'uditorio ne fu nuovamente scosso e 
cedette ancora all'incanto. 

« Salvini - dice la Morris --ci ha descritto 
nel suo libro i suoi trionfi, ma senza mostrare come 
sia riescito ad ottenerli. Quale lezione sarebbe 
stata per i nostri indolenti attori ! Anche all'apogeo 
della sua carriera, egli compiva le più umili opere 
che gli altri lasciano ai camerieri. Ogni sera prima 
della recita passava qualche ora nel camerino, con 
un grembiale ai fianchi, a spazzolare gli scudi, le 
armi, gli elmi, a preparare la parrucca e altri si- 
mili cose. « Questo lavoro — diceva — è una parte 
della mia professione, e non posso vergognarmene. 
Mentre io lavoro, penso alla mia parte, lincile ho di- 
menticato tutto il resto ». Ed è un peccato che l'au- 
tobiografia non acci uni a questi piccoli particolari. 
Quando era vestito e pronto per la scena, Salvini 
si recava a passeggiare in un corridoio oscuro, in- 
nalzi e indi, -ini. talvolta in atto languido, talvolta 
con aria marziale. Gli chiesi una volta perchè si met- 
teva a passeggiare così, e mi rispose che stava en- 
trando nel seo personaggio. Frattanto gli altri at- 
tori chiacchieravano fumando una sigaretta. 

« Soltanto chi Io ha veduto nell'Ote/h e nella 
Morti può apprezzare pienamente l'arte mera- 

vigliosa di Salvini. Io conservo di lui nella fama 
due immagini: nello splendore della sua fora 
quando atterra Jago, e sotto la sua armatura di sol- 
dato mostra la ferocia di una giovane fiera, pazza 
di gelosia: e Corrado, l'uomo forte, abbattuto dalla 
sciagura e dalla malattia, col pallore del carcere sul 

6 






LA LI 'l'I I R \ 



incerto, i modi umili, gli occhi pieni 
l i vedo, gigante pn strati >, timid 
ih-, nell'atti i in cui 
supplicante, .1 baciate le mani del sacerdote. Che 
importa se il Salvini ha posto nel suo libro troppi 
pi. m mal Pai Ire adorato, gentili) 

unir attore di i sui >i 
giorni. Non v'è che un Salvini, ed e sua colpa 
~ J ». 



li'aquila di Savoia 



Dalla niuslrirte Zeitung, del 5 dicembre . 

Per molti gii irnali (dell'i ero) corsa la n 
che l'Italia abbia adottato un nuovo stemma. Ci af- 

assistente. 

L'Italia ha riformato i segni araldici su una parte 
delle sin- monete e de' suoi francobolli, ma né I" 
stemma del Regno né quello della Casa reale hanno 
altre modificazioni, tranne quelle poche in- 
trodotte ancora durante il regno d'CmbertO. 

Lo stemma d'Italia è sempre formato dallo scudo 
con la croce bianca in campo rosso, che prima si tro- 
va ne' suggelli di Pietro 11 conte di Savoia ed ora 
è sormontata dalla corona e dalla stella d'Italia » 
a cinque imute. 

Lo stemma della Casa reale è identico a quello, 
ma è sormontato dall'elmo reale con nastri azzurri 
e d'oro e dalla croce d'oro tenuta da due leoni natu- 
rali, ed è circondata dalla grande catena dell'An- 
nunziata e dai gran cordoni degli altri Ordini della 
Monar' Ina, il tutto sullo sfondo del padiglione di 
velluto azzurro, foderato di bianco, sormontato dalla 
-I ma d'oro e dalla stella d'Italia. 

Ji emblemi araldici di Casa Savoia v'hanno 
però anche l'aquila ad una e a due teste, il grifone, 
il serpe, il nastro col imito F K RT, i cosidc'ti 
nodi savoiardi, ecc. Re Vittorio Emanuele III ha 
ora ordinato soltanto che le monete e 1 francobolli, 
anzi' ' .a. lo scudo coronato con la ero v 

bianca in campo rosso, portino l'aquila ad una te 
lv fu lo stemma della linea anziana della sua 
Casa, quella de' conti di Moriana e Piemonti . 
principi d'Acaia e Morea, Come lo mostra il no 

no, proveniente dall'Archivio dell'ufficio aral- 
dico, è un'aquila p me araldica 0, come si 



dice in balia. .. frinì, ile ).. con lo 

sul j utigli, sormontato dalla 

n 1 f ali . 1 1 ni nastri, col motto l I l< T. si svol- 
1 intorno allo scettro Ed è questo uno degli 



•■ : - ■ •»■- -5» ■ 




antichi emblemi araldici di Casa Savoia, che si a Io- 
pera soltanto per scopi speciali, mentre gli stemmi 
della Casa e dello Stato rimangono inalterati. (E 1 
he sui francobolli, invece di questa svelta 
ed eleganti' figura araldica, se ne sia disegnata una 
1 e che è sormontata, per giunta, da una corona 
né punto né poco regale. .V. d. /'rad.) 





DALLE RIVISTI 



83 



he tragedie dell'oro 



Sulla vetta di una collina nella California meri- 
dionale, in vista della linea ferroviaria del Sud- 
Pacifico, l'oro si può raccogliere a piene mani. Lo 
si trova a pezzi sul terreno, e in gran parte abba- 
stanza puro da poter essere cambiato alla zecca con 
moneta. Non vi sono leggi, non vi sono tribù sel- 
vagge che lo rendano inaccessibile. 

La località giace tra il 32.30 e il 34 di latitudine, 
e il 115.30 e il 117 di longitudine: la piccola ca- 
tena di collina non è punto difficile a salire, e il te- 
soro è sulla cima centrale più alta. Fu visitato al- 
meno da quattro persone nell'ultimo mezzo secolo: 
ciascuna di esse raccolse la quantità maggiore di 
oro che poteva portare, e alcuni pezzi sono ancora 
in mostra nei musei minerari dell'Ovest. 

Si può anche essere più espliciti. Dalla vetta pre- 
ziosa si può scorgere il fumo dei treni che passano 
presso la stazione di Salton. Se, volgendo all'ovest 
dal forte Yuma lungo la linea messicana, e poi vol- 
tando al nord, uno riesce a indovinare la strada 
buona, vedrà sorgersi innanzi le tre collinette, e 
scalando la più alta potrà dire di aver ritrovato la 
miniera perduta di Pegleg, che ha fatto un numero 
di vittime superiore a quello di molte battaglie. 

Il Pegleg. 

Il Pegleg è la più grande delle miniere the, dopo 
aver aperto per qualche tempo i loro tesori all'uomo, 
furono perdute di vista. Xon è un mito, come av- 
viene di molti altri giacimenti d'oro che esistono 
soltanto nella fantasia dei cercatori. La sua esi- 
stenza può essere provata con testimonianze che sa- 
rebbero accettate in ogni tribunale: la sua storia è 
una serie di tragedie. 

Il primo a scoprirla fu un tale Smith, intorno al 
1850. Egli si recava da Yuma a Los Angelos, e in- 
vece di seguire il sentiero che va da una sorgente 
all'altra, tentò di traversare il deserto e la catena di 
colline. Ma si smarrì e volle salire sulla vetta di 
una collina per orizzontarsi: ivi trovò molti strani 
pezzi scuri e pesanti. Xe raccolse alcuni per curio- 
sità, senza comprendere che si trattava di oro, per- 
chè la febbre del dio giallo non aveva ancora invaso 
quella regione: e li portò seco con altri oggetti per 
ricordo del viaggio. Alcuni anni dopo, fece vedere la 
sua collezione ad un amico, che aveva pratica del- 
l'oro e che riconobbe subito il pregio dei pezzi cu- 
riosi sotto il loro colore bruno, dovuto probabil- 
mente a qualche lega naturale, ma che i Californesi 
attribuirono poi ai raggi del sole. 

Il povero Smith istupidì quando seppe che aveva 
perduto una ricchezza favolosa, ma nei momenti 
di lucido intervallo a coloro che lo assediavano narrò 
quanto si ricordava intorno alla località del tesoro. 
A<1 uno ad uno gli amici se ne andarono a investi- 
gare ogni palmo di terreno sulle colline di Yuma, 
e per parecchi anni vi si rinnovarono senza tregua : 
ancora oggi si trovano gli scheletri dei primi cer- 
catori. 



Un giorno un s, il forte VTuma, 

che è posto sul confine tra la California e il ' 
sico, arrivò nella 1 San Bernardino in I 

torma, con una certa quantità dei preziosi ] ezzi 
neri. Egli sapeva dove si trovavano: descrisse li 
colline, e la vetta su cui giacevano le pepite, ma 
non volle far da guida a nessuno finché non 
sumò tutto il danaro che aveva ricavato dall'oro. 
Allora parti con una mezza dozzina di compagni e 
con un buon convoglio di muli. Molta gente seguì 
la spedizione da lontano spiandone le tracce, 
furono perdute all'est di Wanur. Cinque anni d pò, 
alcuni cercatori trovarono scheletri di uomini ,• di 
animali ai piedi delle montagne di Cuyamaca a 
trenta miglia da Salton: uno degli schi rtava 

nel cranio il foro di un proiettile. Del soldato e 
dei suoi compagni non si ebbero più notizie, ed è 
assai probabile che essi siano finiti tragicamente ai 
piedi del Cuyamaca. 

L'oro misterioso. 

Mentre si stava costruendo la ferrovia a noni di 
Yuma, presso l'attuale stazione di Salton, gli operai 
videro sopraggiungere una donna indiana, sfinita, 
esausta dalla stanchezza e dalla sete. La soccorsero 
e trovarono che ella teneva avvolte in un fazzoletto 
almeno due libbre di oro scuro. La donna narrò 
che ella e suo marito si recavano a Cocopah, quando 
perdettero la loro provvista d'acqua : nel cercare una 
sorgente, si smarrirono e dopo due giorni capitarono 
su una collina, da cui avevano veduto il fumo dei la- 
vori ferroviari. Ivi avevano trovato l'oro. Il marito 
era morto di stenti cammin facendo. La domiti co- 
nosceva il valore dell'oro e non volle dare alcuna in- 
dicazione. Ella aveva probabilmente, secondo l'uso 
indiano, fatto il giro del campo prima di entrarvi, 
perchè gli operai non potevano dire precisamente 
da quale parte era venuta. Molti di essi abbando- 
narono il lavoro, in cerca della collina misteriosa, 
per popolare il vasto cimitero del Pegleg. La donna 
indiana tornò alla sua tribù, e nessuno di quelli 
che l'avevano incontrata potè poi rivederla. 

Un guardiano di vacche di Warner, allontana- 
tosi per alcuni giorni senza permesso, tornò con una 
notevole quantità di oro. Per qualche tempo sfoggiò 
uno sfarzo non mai veduto nei dintorni di San Ber- 
nardino. Aveva una sella d'argento, il cappello in- 
crostato di argento, i cavalli più belli. Quando la 
sua fortuna scemava, scompariva per alcuni giorni e 
tornava più ricco di prima. Centinaia di uomini ten- 
tavano di seguirne le trarre, ma egli li eludi va 
tutti. Peri in un duello all'uso catalano con un ri- 
vale: aveva in deposito, presso una banca di A\ 
ner, ventimila lire in oro greggio. 

La gente del paese venne invasa da nuova febbre 
■ li ricerche. Lo sceriffo Tom Carver aveva incontri 
una volta il guardiano di Warner che tornava dalle 
sue gite misteriose: partì da quel punto con un 
amico, sperando di trovare il Pegleg. Un giorno la- 
sciò l'amico al basso, per salire a piedi sopra una 
collinetta: non tornò più, e non si trovò più alcuna 
traccia di lui. 



84 l A l ETTUR \ 

il l'egleg è la miniera 'lì Brey- 
. I.i quale porta il nome dell'uomo che l'avrebbe 

tpitò un pomi' in una città 'Iella 

California meridionale, con un sacco ili quarzo au- 
riferi-, ricco 'li un> più ili ogni altro quarzo cono- 
scili' ■ ca terra. Egli pari I per tornare 
alla miniera, ma non li> si vide più: più tarili un 
neyf< gle aveva confi ;sati i 'li aver 
trovato il sacco 'li quarzo tra le mani ili un cadavere 
nel deserta 

Una i reni ina d'anni fa, sul confine ilei Nuovo 
M 'n trovato un mulo con una sella nuova da 

cui pendevano 'lui- sacchi ili cuoio pieni di mine- 
rale di incredibile ricchezza, ma senza alcuno in- 
dizio «lei pi. 'pi etarii Si cercò per cento miglia al- 
l'ingiro la miniera ila cui doveva provenire il miste 
-, ma non si trovò nulla. Tuttavia la 
miniera è stata battezzata col nomi- .li burro o mulo 
nera, 

cercatori sono caduti vittime degli Indiani. 

Il più celebre e Mansfield che ha lasciato il nome 

ad una strada in quel pericoloso deserto; aveva 

miniera ricchissima, ma un giorno si 

ni un villaggio indiano per farsi aggiustar la 

sella, e vi fu ucciso. 

Alcune vecchie miniere perdute sono state nuo- 
vamente •-coperte. Un paio d'anni fa Isacco Newton 
rler, mentre cacciava nel Cihuahua, nel Messico, 
trovò una vecchia galleria, con la bocca in muratura. 
I.a tradii ale diceva che si trattava di una 

miniera aperta dagli Spagnuoli e abbandonata per 
lità degli Indiani. Ora la miniera è in attività, 
rimunerai rice: ma non vi si trovano i tesori 
delle Mille ed mia notte comi vorrebbe la leggenda 
i io-messicana. 
Una miniera ancor più ricca venne rimessa in 
sul confine tra il Messico e il Texas, presso il 
forte Hancock. Ui tore si era imbattuto in 

una cava abbandonata: la fece lavorare, traendone 
discreto profitto. Si formò una compagnia, e i capi- 
talisti vollero allargare i lavori aprendo una galle- 
ria: quale non fu la meraviglia, dopo i primi saggi 
sui fianchi della collina, di trovare una parete in 
muratura, la quale chiudeva l'accesso di una lunga 
galleria: al fondo giaceva un filone ricchissimo di 
minerale aurifero! I.a galleria era sbarrata a mezzo 
da una pi a di mano spaglinola, l'i 

bilmente gli Spagnuoli l'avevano abbandonata in 
U "> a una rivolta di Indiani, parecchi secoli ad- 
ita miniera di Whlte. 

più interessante è quella della miniera 

di White. nel!.- \i White era un 

re d'oro della California, che amava 

girar solo, non concedendosi che il lusso di un servo 
indiano Tri giorno, nel 1858, capitò a li sta di-ca- 
vallo:"! ''..1 recò da un saggiatore tede- 
11 pezzi di minerale: il saggiatore gli 
dini liie migliaia di dol- 
lari in oro. una quindicina. I.a scoperta non 



restare segreta. La sera stessa vi fu un comizio pre- 
sieduto dal fratello dell'ex-senatore Sharon di V 
vada. Un comitato si recò a svegliare White, ed a 
dirgli che egli doveva condurli alla miniera. 

White li mandò ad un paese, dove l'oro non ab- 
ituila: ma una nuova commissione tornò alla ca- 
rica con un argomento più persuasivo, una corda. 
White acconsentì, e l'entusiasmo dei minatori non 
svanì quando egli disse loro che il giacimento si tro- 
vava a più di centocinquanta miglia di distanza, al 
nord del Nuovo Messico. Due giorni dopo, Testa-di- 
cavallo era abbandonato: non vi restava più un 
solo abitatore. 

La colonna, guidata dallo Sharon, con un lungo 
convoglio di approvvigionamento, si pose in viaggio 
attraverso le Montagne Rocciose. White era alla te- 
sta, circondato da quanti avevano potuto procu- 
rarsi una cavalcatura: gli altri seguivano a piedi. 
In due o tre giorni la colonna si assottigliò: i più 
deboli rimasero indietro, sprovvisti di tutto in una 
regione selvaggia: gli altri, per continuare, non 
servarono più che lo stretto necessario. 

La sera del quarto giorno apparve in lontananza, 
al di là di un [>iano deserto, una catena di roccie 
grigie. La, disse Vhite, era l'Eldorado. I cercatori 
affranti si addormentarono con la visione affasci- 
nante negli occhi. 

All'albeggiare si svegliarono, ma non trovai 
più White. Era scomparso, mentre essi dormivi 
col suo Indiano. La storia delle sofferenze e degli 
stenti, narrata dai pochi superstiti che riuscirono a 
tornare alle loro abita/ioni, non impedì che altri ri- 
tentassero la disperata impresa. 

Tre anni dopo White ricomparve nella città -lei 
Lago Salato con altri pezzi di minerale aurifero: 
comperò alcuni oggetti, non volle dir nulla intorno 
alle sue avventure, e la sera parti di soppiatto. 
Di lui non si ebbe più notizia: della sua misteriosa 
miniera si parlò almeno una dozzina di volte, come 
se fosse stata scoperta, ma non mai con fondamento. 

Il lago d'oro 

La storia più curiosa, e che in California è cre- 
duta come un articolo di fede, è quella del lago di 
Lingard. Litigarli era un cercatore che verso la fine 
del 1853 capitò a Nelsonpoint nella bottega di un 
tal Carrìngton, ove comperò alcune provviste pa- 
gando — come si usava allora in quella regione — 
in oro greggio. Ma invece di dare della polvere d'oro 
offriva grosse pepiti. Tornò più volte nei mesi se- 
guenti a fare altre provviste, finché alla fine 
l'anno seguente arrivò a mani vuote. 

Allora narrò all'oste Carrington le sue avventure. 
Nel novembre del 1853 si trovava nelle alte Sierre 
i < di oro: essendogli mancate le provvigioni 
divise di scendere a Nelsonpoint traversando le 
montagne per far più presto. Non pioveva da molto 
tempo e le sorgenti erano inaridite. Un caldo [io- 
meriggio, dopo aver sofferto la sete per ventiqu B 
ore, scorse da lontano un ampio lago. Vi aCCOTSe, 
e avvicinandosi alla riva incontrò un ruscelletto che 



DALLE RIVI- i 1 



85 



scendeva a cascatelle dalle rocce avviandosi al 
lago in un breve letto di ciottoli. Cadde sulle ginoc- 
chia e si chinò avidamente per spegnere la sete, ma 
indietreggiò per lo stupore: i ciottoli del fondo e- 
rano per metà di oro puro. 

Passò la notte accanto alle sue ricchezze. Al mat- 
tino raccolse dal ruscelletto — che tra la cascata e 
il lago non misurava più di sei metri — il maggior 
numero di ciottoli d'oro che poteva portare, e si di- 
resse a Xelsonpoint. Ma dopo alcune miglia , op- 
presso dalla fatica, pensò di nascondere la mag- 
gior parte del suo carico ai piedi di un alto albero 
che sorgeva tra un dirupo e un punto del lago e che 
poteva facilmente essere riconosciuto. Scese quindi 
a Xelsonpoint a farvi i suoi primi acquisti, e poi 
tornò in cerca del suo tesoro. Ma nel frattempo le 
cateratte del cielo si erano aperte, e Lingard non 
riuscì più a trovare il ruscelletto incantato, per quan- 
to girasse attorno ad un lago che gli sembrava quello 
della fortuna. Xon riuscì neppure a ritrovare la via 
dell'albero. Per un anno intero continuò le ricerche, 
finché gli rimase un pezzettino d'oro: ridotto a mani 
vuote, si rassegnò a parlarne a Carrington. 

Questi gli fornì il necessario, e poi lo seguì con 
alcuni amici, ma indarno: Lingard resistette sulla 
breccia per venti anni : il ruscello e l'albero erano 
scomparsi come in un sogno. 

Charles Michelson — che raccoglie queste narra- 
zioni in un articolo del Munsey's Magazine — in- 
contrò l'anno scorso, mentre era a caccia sul fiume 
Iroquois nell'Oregon, un vecchietto che gironzava 
intorno al campo dei cacciatori minacciando col fu- 
cile chi si allontanava solo. Era un tedesco impaz- 
zito, che da giovane aveva trovato in quei paraggi 
una miniera e che si era accinto a scavarla con un 
compagno: gli Indiani li avevano assaliti, e il com- 
pagno era rimasto ucciso: il giovane si era sal- 
vato con una piccola quantità di oro. Andò all'e- 
stero, guadagnò faticosamente il danaro necessario 
per aprir la miniera e tornò nell'Oregon : ma non 
potè più trovarla, ed era forse ancora impazzito in 
quelle selve. 

L'elenco dei tesori perduti è interminabile. La 
storia più autentica è quella della miniera di Lee. 
Era una vera miniera, non un deposito di pepiti. 
Lee la lavorava con un compagno, e aveva costruito 
una piccola fornace. Parecchi capitalisti, tra i quali 
il governatore Waterman, avevano in animo di com- 
perarla : ma la miniera si trovava in una regione 
selvaggia tra le montagne, e non l'avevano mai vi- 
sitata. Un giorno Lee scese a San Bernadino, a 
comperar polvere per le mine e provvigioni, di- 
cendo che doveva affrettarsi a tornar subito perchè 
il compagno era rimasto senza cibo. Il mattino se- 
guente Lee fu trovato morto fuori di città, ucciso 
da una palla di fucile. Mancava ogni traccia del- 
l'assassino. Pensando che il compagno di Lee sa- 
rebbe morto di fame, lo stesso governatore partì con 
una squadra di uomini per soccorrerlo, ma ritor- 
narono senza aver trovata la miniera e non senza 
aver corso il pericolo di perire di stenti. 



Ita fluovaiopehite 



(Dalla Revue Biette, del 7 dicembre . 

Col nome di nuovaiorchite il dottore americano 
— siamo in America ! — John H. Girdner battezza 
una malattia locale che egli afferma d'avere stu- 
diato durante venticinque anni e intorno alla quale 
pubblica un opuscolo molto letto e molto discusso. 

I sintomi di questa nuova infermità sarebbero fi- 
sici e psichici ad un tempo. Muralmente, essa si ri- 
velerebbe con una megalomania più grave e peri- 
colosa dell'ipertrofia mentale degli ali-tanti ili Bo- 
ston e dell'elefantiasi morale degli indigeni di Chi- 
cago. I sentimenti di chi ne è affetto si distinguono 
per essere deboli, brevi e rari. Fisicamente, si nota 
la rapidità e la nervosità dei movimenti che sareb- 
bero, nella maggior parte dei casi, anche inutili 

Come terapia, il dottor Girdner consiglia la mira 
dell'aria e quella della luce applicata al cervello ed 
al cuore. Ma forse si potrebbe fargli osservare che 
la nuovaiorchite è una malattia oramai endemica nel 
nuovo, non che nel vecchio mondo, dovunque gli 
esseri umani sono agglomerati in numero superiore 

a cinquanta. 

■ ti»* " 

Il tabaeeo e gli seaeehi 

rispetto alla civiltà 

(Dalla Revue Biette, del 7 dicembre . 

In altro luogo del presente fascicolo i nostri let- 
tori troveranno molte notizie curiose intorno al ta- 
bacco ; qui è degna di menzione l'opera di ino -" rit- 
tore inglese, il quale, in un grosso volume intito- 
lato L'erba sovrana (Grant Riehards, editore, a Lon- 
dra), canta le lodi del tabacco. Egli osserva che vi 
è coincidenza « fra l'introduzione del tabacco nel 
vecchio continente e gli essenziali progressi della 
nostra moderna civiltà ». Ed egli conclude che que- 
sta è conseguenza di quello. L'età dell'oro dell'In- 
ghilterra fu l'èra del tabacco; i giganti della lette- 
ratura, della politica, dell'azione, furono ispirati dal 
fumo del tabacco, e si può anzi dire che l'Impero 
britannico fu fondato in mezzo a una nuvola di 
fumo. 

Un altro Inglese, il signor Antony Guest, trova 
che il sintomo della civiltà superiore non è già il 
tabacco, ma il giuoco degli scacchi. E in prova ad- 
duce questi fatti : che tutta la Spagna, ai tempi del 
suo splendore, andava matta per gli scacchi, come 
pure l'Italia della Rinascenza. Oggi invece gli Spa- 
gnuoli non giuocano più a questo giuoco, e gii Ita- 
liani appena ricominciano a tenerlo in onore ; La 
Francia, dopo la Rivoluzione, non lo coltiva più; 
e — sempre secondo il si 1 - dal 1789 in poi 

i Francesi non hanno esercitato più nessuna influen- 
za sul mondo. La Germania e la Russia cominciano 
ora a giocare agli scacchi . Nella Gran Bretagna, 
negli Stati Uniti, nel Canada, in Australia, nella 
Muova Zelanda, i cittadini ci si appassionano con 
un vero furore. E, per conseguenza, Ride Britannial 



86 



A LETTURA 



Il gran serpente di mare 



i ! i.i un arlicolo del l\i!I Mail i 

I penti di mari- ricorre spesso 

ite strani i i Besso, se ne è occupata 

anche la i I un argoi sento che pai la alla 

- ma il signor M.ithius Dumi, autore del- 
I'aiticolo <lrl /',;// Mail Magasine, ammette che il 
fami"-" xrpi esistere nella realtà, o al- 



si ulTre alle nostre ricerche. E se si pensa 
il gorilla non è stato scoperti, se non ili recente, è 
le persuadersi che in avvenire dalle oscurità degli 
oceani ora inaccessibili verranno delle sorprese. 

Comunque, è certo che nelle storie e nelle leggende 
si parla molto del serpente ili man-. Livio parla di 
uno di questi animali, lungo 120 piedi, che divorò 
molti soldati al tempo delle guerre puniche. Essendo 
invulnerabile alle armi ordinarie, dovette esser, 
salito con le catapulte eri altn- macchine da guerra 
usate contro le torri fortificate, l 'mne fu morto, l'ac- 




Vn serpente di mare norvegese. 



possano nel mare creature simili ai 

serpenti Nel mondo orientale i serpenti lunghi quat- 
tro n infrequenti in mare. 
Perchè 'Imi. pie dubitare che si possano trovare negli 
Dti 'li ancor maggiori dimensioni, dal 
momento che, pur m.n vedendo nelli i.'que 
ioh animali piccolissimi, noi o ìdentali siamo 

ad .mini. Iter.- l'esistenza delle balene? Chi 

sa quante altre forme di vita animale a 

marimente sconosciute esisi Ila profondità 

un terzo della superficie del pia- 



qua s'insozzò talmente del suo sangue, 1 mpì 

a tal segno de' vapori nocivi eman urti dal sin. ca- 
davere, che l'esercito dovette portare le tende molto 
lontano. Di questo stesso serpente parlami pure 
1 li .1. . e Seneca e Plinii 1. 

Di un altro paxla Dindon. Siculo. Questo secondo 
era lungo sessanta piedi; viveva ordinariamente in 
acqua, ma a volte prendeva terra e divorava il be- 
stiame i'he viveva presso le rive del mare. Si orga- 
nizzò una spedizione per ucciderlo, ma la si 
fu messa in fuga e quanti non ebbero tempo di fug- 



DALLE RIVISTE 



gire furono divorati. Finalmente fu colto in una 
fortissima rete, trasportato in Alessandria e donalo 
a Tolomeo II, collezionista di varietà zoologiche. 

Venendo a tempi meno remoti, l'arci^ 
Upsala, in Svezia, riferisce come i navigatori delle 
coste norvegesi concordassero nell'attestare l'esisten- 
za di un serpente enorme, che, benché solito a vivere 
nel mare, usciva talvolta alla riva a divorare agnelli, 
vitelli e maiali, e spesso atterriva i marinai levando 
il capo minacciosamente dalle onde e prendeva pure 
gli uomini dalle navi. Questo campione aveva capelli 



§7 

centinaia che possono attestare d'avei visto di 
quei serpenti. Ho fatto accurate indagini e non no 
trovato persona intelligente che non fosse pronta a 

intime l'esi I molti dei nostri navìg 

settentrionali trovano strano che questa esistenza 
possa mettersi in torso: tanto varrebbe dubitare che 
vi fossero anguille e merluzzi ». 

Veniamo a tempi più recenti. L'n ottobre 1848. 
il capitano M'Quhae, «Iella corazzata inglese I >, 
dalus, inviava al ministro della Marina questa rela- 
zione: 




Il serpente veduto dal Dedalus nel iS 



al capo, occhi fiammeggianti e ruvide squame per 
tutto il corpo nerissimo. Lo stesso arcivescovo di 
Upsala parla di un altro serpente esistente presso 
l'isola di Mors, nella diocesi di Hamme,r, e pre- 
sentante, a quanto si può giudicare, tutte le carat- 
teristiche del plesiosauro ora estinto. 
Più tardi, il vescovo di Bergen scrive: 
« Io ho dubitato dell'esistenza del serpente di 
mare lungo tempo, ma ogni dubbio venne meno in 
seguito alle testimonianze rese da pescatori e mari- 
nai norvegesi assolutamente degni di fede. Ve ne 



« Ho l'onore di riferirvi che il 6 agosto scorso, 
alle ore 5 pomeridiane, con un ti n lUVO- 

loso, il marinaio Satoris ravvisò un oggetto inso- 
lito che si avvicinava rapidamente. Egli segnalò la 
all'ufficiale di guardia, tenerne Edgardo Drum- 
mond, col qui ìseggiavo sul ponte. Ci met- 

temmo in osservazione, e scorgemmo infatti un 
enorme serpente ohe tei ta e spalle quattro 

piedi fuor d'acqua; e si scorgeva alla superficie del 
mare una ^no corpo lunga circa 20 me- 

tri : la parte visibile non aveva alcun m 



88 



LA LETTURA 



menti «itale né verticale; tuttavia l'anin 

procedeva con grandissima rapidità e ci passò così 
vicino, che a quella distanza avrei certamente rav- 
visato un uomo di mia conoscenza. Il diametro del- 
l'animale dietro la testa mi parvi- presso a poni 
quello di un serpente comune. 11 colon- era bruno 
scuro, giallastro intorno alla gola Non aveva pinne, 
ma piuttosto qualcosa coinè la criniera d'un cavallo: 
lighe ti sa pente fu visto da <liverse 
ne Ne faccio fare un disegno valendomi ili 

uno schizzo preso sul momento ». 



d'aver velluto l'8 luglio 1875 due balene, una delle 
quali era avvinta in due spire da un animale che sem- 
brava un enorme serpente e che misurava soltanto 
nel capo e nella coda non contando la parte del 

Corpo avvolta intorno alla balena 30 piedi. Il ser- 
e lece girare la sua vittima durante àrea quin- 
dici minuti e poi la trasse soli acqua a capofitto ». 

l'no spinarolo simile fu veduto dalla corazzata 
1. ondmi nel 1875. 

l'n altro seri ente fu visto ni [877 dal- 

l'equipaggio dello yacht reale Osborne e il 28 gen- 




II serpente veduto dalla nave /Vi. 



Il capitano Harrington, della nave Castilian, ri- 
feriva al Times il 5 febbraio 1858 che il 12 dicem- 
I re dell'anno precedente, a dieci miglia N. E. di 
E lena, egli e i suoi ufficiali furono stupefatti 
dalla vista di un colossale animale marino che pas- 
sava col capi fuor d'acqua a meno di venti metri 
dalla nave. La testa misurava circa due metri e 
mezzi ' di diametro. 

11 io gennaio 1896, marinai fecero la se- 

guente deposizione giur 

« Noi sottoscritti, marinai del barco Pau/iii di 
landra, dichiariamo solennemente e sinceramente 



naìo 1879 dal vapore City of Baltimore nel golfo .li 
Aden. 

All'esistenza di questo animale misterioso credono 
del resto il prof. Gosse, il dott. Cray, il prof. Agas- 
siz ed altri scienziati. 11 capitano di un'altra nave da 
guerra inglese, Fly, riferisce d'aver visto nel golfo 
di California, a mare calmo e limpidissimo, un 
grande animale marino, il cui collo somigliava a 
quello d'un alligatore, ma era molto più lungo \ 
veva quattro pinne: le anteriori molto più lunghe 
delle posteriori. E a detta del prof. Newman, e 
sta la più interessante scoperta del secolo XIX. 




1 pente <li mare antidiluviano. 



DALLE KIYIM ! 



Shakespeare o Bacone? 



E' nota la controversia che si dibatte da lunchi 
..... ^ 

anni dagli eruditi inglesi intorno a Shakespeare: 

alcuni pretendono che l'immortale drammaturgo non 

abbia mai esistito, e attribuiscono le sue opere al 

filosofo Bacone da Verulamio. 

La Nineteenth Century and After nel fascicolo 
di dicembre pubblica un articolo del professore Mal- 
li»!:, che solleva in Inghilterra non poco rumore. 
Il Mallock, divulgando una scoperta fatta da una 
signora americana, afferma che Bacone usò nelle 
sue opere conosciute, e specialmente nel Novum Or- 
gammi, un cifrario segreto, lasciandovi scritte molte 
cose stupefacenti che egli non poteva narrare ai 
suoi contemporanei. Tra l'altro, a più riprese, Ba- 
rone si dichiarerebbe di essere l'autore delle trage- 
die di Shakespeare, affermando di aver preso a pre- 
stito il nome di Shakespeare, che era il migliore 
attore di quell'epoca. Dell'esistenza di Shakespeare 
non si può dubitare: poco tempo fa si è scoperto 
in Vaticano un documento che prova come egli fosse 
cattolico. 

Bacone inoltre confesserebbe di essere figlio della 
regina Elisabetta e del conte di Lancastro, che si 
erano sposati segretamente prima che ella salisse al 
trono. 

La Nineteenth Century è la rivista inglese più 
autorevole, ed è facile prevedere che la disputa si 
riaccenderà più viva del consueto. 
■ i < i i»i ■ 

Come naseono le mode 



La Revue hebdomadaire ha cercato e trovato la 
curiosa origine di talune mode che dall'Inghilterra 
vengono poi importate in altri paesi. Per esempio, 
la moda di rialzare i pantaloni in fondo, data da 
una certa giornata di corse ad Ascot, in cui il prin- 
cipe di Galles — ora re d'Inghilterra ■ — visitando 
le scuderie dei cavalli, rialzò i propri pantaloni per 
non insudiciarli nelle lettiere dei cavalli slessi. Poi, 
uscendo dalle scuderie, dimenticò di abbassarli, e 
tanto bastò perchè dopo mezz'ora cento eleganti 
rimboccassero i pantaloni, benché in cielo splendes- 
se il sole e il terreno fosse asciutto come l'esca. An- 
che quella che ora è regina d'Inghilterra dette spes- 
so il tono della moda senza volerlo. Così una /olta 
avendo sequestrato al duca di York, che aveva al- 
lora sei o sette anni, una bacchetta colla quale aveva 
percosso, giocando, le principessine sue sorelle, si 
mostrò attorno con quella bacchetta in mano. Non 
ci volle altro per vedere tutte le eleganti misses ar- 
marsi di una bacchetta per la passeggiata. 

A Londra, l'uso comanda di portare il basterne 
durante la giornata, ma un giovinetto elegante sa- 
rebbe squalificato se portasse il bastone la sera e 
specialmente in teatro, perchè il principe di Galles 
non portò mai il bastone in teatro. E poiché si è a 
parlare di bastoni, si aggiunge che il bastone può 
essere rotto e poi aggiustato con filo impeciato. Tare 
che questa bizzarria sia molto chic. 



8 9 

Ed ecco altre bizzarrie della gente snob. Nel 1895, 
quando in Inghilterra infieriva la crisi agrana, il 
mondo elegante si piaceva di viaggiare nei vagoni 
di terza classe, bene inteso con vestiti all'ultima 
moda, ma un po' consumati. I contadini gongola- 
vano nell'avere per compagni di viaggio lordi, du- 
chi e pari del Regno. Una moda simile regnò in 
Francia all'indomani ili un famoso krack lan 
rio. La gente alla moda prese ad andare a far cola- 
zione ai Bouillons Dnval a due franchi, ma non si 
arrivò fino al punto di portare abiti consumati così 
da mostrare la trama, come avevano fatto gli ele- 
ganti inglesi. 

I I ■ » « I I 

Come si affieehì Chambeplain 



Chamberlain, il ministro inglese di fama mon- 
diale, discende da una famiglia di mercanti di cui si 
conservano pochissimi ricordi genealogici. Il padre, 
magro al pari di lui, severo, tenace, era un onesto 
fabbricante di scarpe. A sedici anni, nel 1852, il pri- 
mogenito Giuseppe, che aveva frequentato le scuole 
nei sobborghi di Londra, troncò gli studi e si diede 
al commercio seguendo le orme paterne. Per due 
anni si recò ogni giorno alla fabbrica su cui da un 
secolo stava la scritta I. Chamberlain e tì„li, mer- 
canti di scarpe », vi teneva i conti e vi imparava 
anche il lavoro del trespolo in mezzo agli operai. 

Avendo uno zio aperto una fabbrica di viti a In'r- 
mingham, e avendo il padre posto in quell'azii rida 
una parte del capitale, il giovane Chamberlain si 
trasferì a Birmingham. Per qualche tempo l'azienda 
non fu molto rimuneratrice, specialmente per la 
grande concorrenza. L'introduzione del vapore nel- 
l'officina, danneggiando i piccoli produttori dei din- 
torni, arrecò un grandissimo vantaggio alla ditta 
Xettleford e Chamberlain, che comperarono il bre- 
vetto per una nuova vite. 

La manifattura andò allargandosi negli anni se- 
guenti. Chamberlain — che a venticinque anni era 
già vedovo con due figli — istituì scuole e sale di 
ritrovo per i suoi operai, mentre spiegava una non 
comune abilità commerciale. La concorrenza mi- 
nacciava di rovinare ancora l'azienda, e i proprie- 
tari si decisero ad acquistare a caro prezzo le su sse 
fabbriche concorrenti. Il colpo riuscì, e i guadagni 
si moltiplicarono. Il futuro ministro fu allora ac- 
cusato di aver raggiunta la fusione commerciale delle 
ditte rivali con mezzi minatori, ma l'accusa poi sven- 
tata era dovuta alle agitazioni politiche che tur- 
bavano allora il paese. Chamberlain militava in 
quell'epoca nel partito radicale avanzato. 

Chamberlain, dieci anni dopo la fusione, las 
l'industria delle viti che gli aveva fruttato una co 
spicua fortuna, pi 1 dedicarsi alla vita pubblica, in 
cui aveva fatto il primo passo nel 1809, entrando 
nel Consiglio comunale di Birmingham. 

La ditta Nettleford e Chamberlain non pi 
soltanto viti, ma anche uni-ini, punte, filo di fi 
ed altri oggetti consimili, ed impiega ben quattro- 
mila operai. I.a fortuna di Chamberlain giovò an- 
che alla sua famiglia, perchè i fratelli e i nipoti 



QO 



LA LETTURA 



,li h are in gì ' ■•'• e formarsi 

; i itello Anni 
listi della fabl sj le- 

sivi K.ynocks 

■ industriali di Chamberlain si no 
iella pubblicai riunes made ■» bu- 



In un cineo equestre 



ha legalizzazione del linciaggio 

: AY ne Biette, del ; dicembre. 

rte del Pri Mai Kinley, 

la paura renici è salita, negli Stati Uniti 

u a un grado stri ma Un ri- 

tadino jankee, il sig. Edwin Lehmann 
sso commerciante 'li Menfi, dirige una 
mali del su<> paese p dere nii nu- 

li sistema na lei linciaggio sia de- 

bitamente sanzionato dalle leggi ! 

L'umanitaria idea dell'egregio Lehmann Johnson 

nata mentre egli udiva un uomo che, in 

senza di duemila suoi concittadini era sepolto < ivo 

dalla folla, a Winchester, nello Stato del Tennesee. 

I . igurato aveva UCCÌSO la propria consorte, « a 

Freddo», — assicura il degno negoziante; il 

quale soggiunge: a Non esito a dichiarare che questa 

ra più crudele del delitto che essa 

puniva ». Ma la soddisfazione del cittadino ameri- 

10 non fu piena ; egli si dolse che il castigo non 

con l'intervento dei pubblici ufficiali 

se .ione d'una sentenza della «giustizia!» 



(Da un articolo di Werner Kurt, nella H'rtte \\ ,11 , del 
6 dicembre . 

Succede spesso che un giovane, preso da vivo a- 
more per lane, abbandoni la casa patema per la 
:. ni i non si è mai udito che ciò sia stato fatto 
da un ragazza Più che dal teatro, i ragazzi ■• no 
Itti dal circo equestre che visita di tanto in tanto 
la loro città o il loro villaggio. L'arte teatrale che 
si rivolge all'ititeli' non la capiscono; 

capiscono invece le esei i degli ammali e gli 

acrobatismi degli uomini e vi prendono diletto. 

E si direbbe che nella vita dell'umanità, in ge- 
nere, avvenga la stessa cosa che avviene nella vita 
dell'individuo. Duemila anni or sono, Giovenale 
poteva dire del pupi .lo romano: Duas tantum res 
atuàus optai, -pattern ti circenses: di due cose sole 

,'• curioso: il pane e i giuochi del cirro. Oggi, per 
contro, I mi' tesse si rivolge principalmente al ti 
e i circhi sono in decadi ai • Vero i he 1 1 rte p se 
di cui s'aveva spettacolo nel circo romano, ora si ve- 
dono altrove: ad esempio, le corse di cavalli e di 
carri. Nel circo moderno, da principio, si cercavano 
anzitutto esercizi di equitazione, cavalli ammae- 
strati, buffonate di clowns. Più tarili si prese ad am- 
maestrare altri animali oltre i cavalli, e poi si die- 
dero veri e grandi spettacoli coreografici. Lo sfarzo 
e la grandiosità si sostituirono in gran parte in 
go dell'abilità ; e oramai, benché il circo trovi an- 
cora il suo pubblico, la decadenza è certamente in- 
cominciata. 

In tempo, quando un circo voleva dare spetta- 
colo in una città, piantava le sue tende in luoge a- 




II doppio salto mortale. 



DALLE RIVISTI 



perto e quivi dava le sue rappresentazioni. Ora, 
cresciuto sempre più l'apparato decorativo, aumen- 
tati il personale, gli animali, gli attrezzi, gli orna- 
menti, in alcune delle città più importanti si co- 
struiscono veri. edifici stabili. In America tuttavia 
quest'uso non è seguito. Bailey e Barnum, per esem- 
pio, viaggiano sempre con tutto il loro materiale 
e a volte traversano anche con esso l'Oceano. Si 
capisce che là le imprese debbano essere più grandi 
ancora che in Europa. Gli impresari non si aumen- 
tano di un solo maneggio, ma ne tengono tre in 
cui si dà spettacolo contemporaneamente. E vi si 
vede un po' di tutto: v'è il circo propriamente detto, 
v'è il serraglio, v'è una menagcne e tutto un museo 



91 

in aria, reggendosi sulle mani. Il capotila fa l'eser- 
1 già perfettamenti . non rosi gli altri. Uno la- 
scia che il corpo s'inchini troppo a destra, un altro 
si lascia andar troppo a sinistra ; questo non riesce 
a piantar bene le mani al suolo, quello piega le gi- 
nocchia, l'ultimo è ancor così debole sulle brao 
che non si regge e minaccia di battere il naso a terra 
da un momento all'altro. Se questo caso gli su - 
desse durante la rappresentazione, tutti lo imite- 
rebbero, come se si dovesse proprio far così, e il 
pubblico riderebbe. Ma ora non si scherza. 

Entrano un cavallerizzo ed una cavallerizza che 
eseguiscono i loro esercizi audaci e pericolosi. Essi 
sanno già farli con perfetta sicurezza, ma bisogna 




Un elefante equilibrista. 



di cose talmente orribili da far perdere l'appetito 
all'uomo più affamato. Non si può negare ad ogni 
modo che nelle rappresentazioni si veggano cose 
interessanti e notevoli. 

Ma ancor più interessante di una rappresenta- 
zione è una prova. In tanti casi ha maggiore at- 
trattiva il divenire che l'essere ! E nello stesso tem- 
po la prova dà un'idea schietta — quale non può 
mai darla, s'intende, lo spettacolo — del modo come 
si trattano tra loro le persone addette al circo, delle 
loro consuetudini, dei loro costumi. Diamo durque 
un'occhiata a quello che succede in diverse parti. 
La prima cosa che ci si presenta è una lunga fila di 
clowns che fanno le loro esercitazioni con la mas- 
sima serietà ; non si direbbe certo che quegli uomini 
dovranno poi, a spettacolo cominciato, preoccuparsi 
principalmente di far ridere la gente. Ora essi de- 
vono stare tutti in linea regolarmente, con le gambe 



che si tengano in continuo esercizio. Qui più che 
altrove vale la verità che il riposo significa andare 
indietro. E' necessario ripetere sempre, instancabil- 
mente, le stesse cose, gli stessi salti, gli stessi giuochi 
di cui occorre poi dare spettacolo al pubblico. Lo 
stesso si dica del ginnasta, che deve fare il loppio 
salto mortale, e che compierà domani dalla schiena 
d'un elefante l'esercizio che ora compie sulla nuda 
terra. 

Il ciclista va pedalando sopra un filo d'ai 
e tiene in mano una lunghissima asta che l'aiuti 
a tenersi in equilibrio. L'esercizio è difficile, e più 
ancora è difficile in pubblico che nella prova. 
che durante lo spettacolo c'è pericolo che la • 
plice presenza della gran folla taccia perdere al 
dista l'estrema calma necessaria. Intanto egli porta 
una donna sulla sua bicicletta. E' uno spetta 
che fa provare la vertigine. 



02 



LA LETTURA 




Esercitazioni di clowns. 



Interessantissimi sono i sistemi usati per am- 
maestrare gli animali. Non è possibile descriverli 
tutti, ma certo si è arrivati a risultati meravigliosi. 
rano più soltanto il cavallo, il cane, le 
scimmia. A tutti gli animali, miti e feroci, stupidi 
e intelligenti, grossi e piccoli, si insegnano esercizi 
stravaganti e difficili. Se si tolgano i pesci, si può 
dire che tutti gli animali abbiano trovato il loro 



maestro, che li fa obbedire con le buone e con le 
cattive, assai più con le buone che con le cattive. 
Ci vuole pazienza e bontà all'infinito, perchè le be- 
stie non tornino bestie, e gli allievi non saltino ad- 
dosso al maestro. 

Non è certo questo l'ultimo e il meno grave dei 
pericoli cui sono esposte le persone addette ad un 
circi i moderno. 




ipedismo aereo. 



DALLE RIVISTE 



li'epoiea (Dilanese, 

capostipite di sei dinastie 



(Da uno studio della baronessa Lodovica di Bodenhausen, 
nel Nord und Siid, di dicembre). 

.... Come un carattere d'antica grandezza ci si pre- 
senta Caterina Attendolo Sforza, alla fine del se- 
colo decimoquinto. E l'interesse per la sua storica 
individualità è reso maggiore dal fatto che, mari- 
tata in terze nozze a Giovanni de Medici, da lei pro- 
vennero le stirpi de' granduchi di Toscana, degli Or- 
léans, degli Stuarts, de' Borboni ormai espulsi da 
Napoli e da Parma, della famiglia regnante di 
Spagna. 

. . . Suo padre, il duca Galeazzo, venne ucciso, il 
giorno di Natale del 1476, nella chiesa di Santo Ste- 
fano. Ma allora, già da tre anni, Caterina, benché 
giovanissima, era andata in moglie a Girolamo Ria- 
rio, nipote del papa Sisto IV. Veramente principe- 
schi furono i doni di nozze: due vesti di broccato 
d'oro e di velluto verde, adorne di 1538 grandi e 
1380 piccole perle, un collare di 429 grandi perle, 
innumerevoli gioielli, una borsa d'oro e d'argento. 
Nel 1477 Caterina seguì a Roma il marito fatto 
principe d'Imola e Forlì e capitano generale dell'e- 
sercito pontificio. Ed ivi, alla splendida Corte dei 
Papi, ella passò i più bei giorni della sua vita, il- 
lesa dalla corruzione e dalle dissolutezze del mon- 
do che la circondava. Ma se la purezza dell'animo e 
la sincera pietà la difendevano da' vizi, la rende- 
vano straniera al marito, che, vero flagello di Roma, 
facevasi odiare per la spietata tirannide e la sel- 
vaggia crudeltà. L'unica comunanza d'aspirazioni 
fra Girolamo e Caterina era l'ambizione. 

Nel 1481 ella visitò per la prima volta, col ma- 
rito , i propri Stati : Imola e Forlì , e cu là an- 
darono a Venezia, dove Girolamo doveva fungere 
da Legato del Papa. Suo pretesto ufficiale era un 
trattato, che il Pontefice voleva stipulare con la Re- 
pubblica in difesa dai Turchi, perche la barn 
della mezzaluna già sventolava ad Otranto e una 
squadra turca incrociava nell'Adriatico. Segreta- 
mente però Sisto IV mirava ad allearsi a Venezia 
contro il duca Ercole d'Este, per ridurre anche 
rara in signoria del Riario, mentre Modena e Reg- 
gio, le due città vassalle di Ferrara, sarebbero state 
annesse alla Repubblica. 



Con tutte le pompe, che Venezia sapeva sfog- 
giare in simili occasioni, vennero ricevuti i Riario. 
Centoquindici dame attendevano la « contessa Ca- 
terina» al confine, e alle feste, date in onere si 
ilei marito, le dame veneziane portavano splenda le 
vesti del valore di oltre trecentomila fiorini d'oro. 
Ma le trattative d'alleanza non approdarono, e, più 
che discretamente disillusi, Caterina e Girolamo pre- 
sero il cammino del ritorno, anche questa volta pas- 
sando per Imola e Forlì. Frattanto però gli Orde- 
laffi, che prima avevano tenuto in loro signoria 



9 3 

quelle contrade, avevano ordito una congiura e que- 
sta, detta « la congiura degli artigiani », perchè vi 
prendeva parte specialmente il popolino, fu da Gi- 
rolamo Riario soffocata, alla lettera, nel sangue. 

E' notevole che Caterina non prese parte alcuna 
a queste cruente persecuzioni ; ella sapeva od in- 
tuiva che le congiure che, sempre rinnovandosi, mi- 
ravano alla vita ili Girolamo, erano appoggiate ila 
Firenze. Perciò ella già pensava ai mezzi per assi- 
curare, ad ogni modo, la signoria di quegli Stati 
ai suoi figli, non come a rampolli dell'odiato Ria- 
rio, nipote del Papa, ma come a quelli di lei, di 
Caterina Sforza, sorella del giovane dura di Mi- 
lano e nipote di Lodovico il Moro, reggente in no- 
me di quello, e da molti anni fedele alleato della 
Repubblica fiorentina. La sua segreta politica, che 
consisteva nel fare dei nemici di Girolamo gli a- 
mici suoi propri, diede poi ragione sinanche al so- 
spetto che ella non fosse proprio estranea all'assas- 
sinio, poi avvenuto, del marito, ma giova dire che 
nulla provò questa accusa ; e non maggiore con- 
sistenza ebbero le calunnie, che volevano fare di 
Caterina l'amante del papa Sisto IV. Il suo onore 
di donna era difeso dallo stesso Pontefice. Quando, 
per esempio, un pittore, in un certo suo quadro di 
una rassegna delle truppe pontificie, osò dare a 
due figure della folla — un francescano e una gio- 
vane donna che sembrava in grande dimestichezza 
con quello i tratti del Papa e di Caterina, Si- 
sto IV entrò talmente in furore che fece bastonare 
l'artista e a stento questo sfuggì ad ancora più 
duro castigo. Quest'episodio fu, d'altronde, uno de- 
gli ultimi della vita del Papa: il 12 agosto [484 
morì Sisto IV, cui la Spagna dovette l'Inquisizione, 
l'Italia il fatale nepi t'snio, ma Roma e il inondo 
dell'arte la Cappella Sistina. 



Caterina comprese tosto che la morte di Sisto IV 
annientava d'un tratto tutti i castrili in aria dei 
Riario e che per lei trattavasi ormai soltanto di di- 
fendere i vantaggi acquisiti. Il marito indugiava, 
ma Caterina, fattesi risolutamente aprire le porte di 
('astri Sant'Angelo, vi si rinchiuse con un niu ieo di 
forti soldati e mandò a dire al Sano Collegio che 
ella era pronta a difendere . occorrendo con la forza, 
il castello, che da Sisto IV era stato affidato al 
conte Riario. quale suo capitano generale. Ma i car- 
dinali non potevano rinchiudersi in rum-lave sin- 
ché non fossero signori della cittadella, perchè il 
possesso .li questa decideva anche di quello del Va 
ticano e della città, nella quale, dopo la morte 
Papa, regnava uno sfrenato tumulto. Il popolo si 
precipitò sul palazzo de" Riario e vi distrusse tutti 

esori d 1 r cardinali erano tanto spaventati che 
alle esequie di Sisto IV soltanto undici Eminenze as- 
sistevano. Gli altri non avevano arrischiato di rfn arsi 
in I. atera.no passando dinanzi a Castel Sant'Angelo. 
Così il Sacro Collegio si vedeva tentilo in isracco 
da una donna appena ventenne, di cui il mondo am- 
mirava l'audacia e il coraggio. 

H tini, uno de' migliori cronisti ili quel tempo, 
dice Caterina «saggia, valorosa, intraprendente , 



LA LETTURA 



;iuin muta da tutti i soldati i I 

ili grande, imponente statura, ili nobile, finissimo 

iprè armata d'una spada bene aguzza i 
d'un ben Fi imita ili ducati. 

\ i ii. Im. ili in ni restò altri i da Fare i he venire .1 
> Gii Ianni furono assicurati, alla 

prebende sino allora godute quale capi- 
di Imola e Forlì, un ini 
ni// 'li 1 palazzi ' r otti mila du- 

1 a el Sant'Angelo fu 
Gii lami 1 - 1 laterina lasc ari im 1 Roma. .. 
• !ii anni dopo, Girolamo Rìarìo fu ucciso da 
ell'Orso, capitano delle sue guardie, e da 
giurati, che ricevevano istigamenti ed ap- 
Medici ili Ri 1 1 »rdelafB, gli ex- 

n ili Forlì. Il popolo mise a sacco ed a ruba 
itello. Illese restarono a mala pena le 
della contessa Caterina e de' suoi figli Ma 
non un momento, malgrado la disperai. 1 sua situa- 
r - 1 donna vacillò. « Muzio Attendolo 
e il duca Francesco Sforza, vostri antenati, — di- 
a' figli maggiori - non seppero mai che 
paura ! » Il irò api stolico Savelli 

ria alla balìa degli Orsi assegnandole 
per rifugio la tome di San Pietro, e i pietosi sol- 
dati le procurarono del latte per i minori figli, per- 
lii non erano più in caso di nutrirli. 
\,-|: ssuno si moveva in favore della contes- 

■ na la cittadella di Rovaldino, difesa dal capi- 
Feo, resisteva ancora. I capi della città, non 
mti appigliarsi, credettero essere 
scaltri ini sa a recarsi ella stessa 

nel castello per ordinarvi la resa al fedele Feo. Ella 
iva nella torre, quali ostaggi, i suoi figli ; non 
ano chiamarsi sicuri? Ma le ore trascorsero e 
il (Iran Consiglio e la folla si accorsero che Cate- 
rina li aveva canzonati. Invano anche Checco Orso, 
l'uccisore di Girolamo, afferrò uno de' figli di Ca- 
1 1 . dinanzi al castello, sui cui spalili ella sta- 
va, appuntò il pugnale al petto del ragazzo. Ma 
lina nemmeno per tanto spasimi' si lasciò in- 
timorire. Ritta la persona, si mostrò tutta quanta al 
popolo esclamando: « Guardate, stolti, se io non 
larti risce ancora altri figli ! j> Ella 
■ ita. 



nane appresso — durante le quali i cannoni 

della 1 1 facevano fu sulla 

- un 1 n lanese, spediti 1 dal dui a in 

della nipote, eira indi 1 la città : prile 

148.- -, quale reggente per il suo primi 

1 viano, riceveva gli omaggi de 1 vinti. L'in- 
■ rina a Fi irli fu trionfale. .. 

uenti ella si dedicò esclusivamente 

■ uni figli e al Itene 1 le lui à Stai i. 

possesso fondiario contro la riscossane 

itiva delle gabelle ■■ fondò il Monte di 1 

la prima Banca pubblica di queste pr< : rapo 

della quale chiamò un israelita l La rico- 

perTon - usi ir ■ di- 

Rovaldino, che frattanto aveva preso in moglie 

tra d Cati rina, fece venire poi que- 



sta in il istichezza col fratello di Tommaso, Gia- 

Feo. Ben presto ella si sentì presa d'amore 
per il bello, culto e valoroso uomo. E col cons. 
del duca 1 .1 11 Invici 1 il Muro ella contrasse con Gia- 
como Feo un matrimonio segreto, quale era ne 
sario per non perdere 1 suoi diritti di tutrice de' fi- 
gli... Ma non andò guari che Giacomo, nominato 
\ ii e signore di Forlì ed Imola, capitano generale 

Olila contea ed anche, per intercessione di Caterina, 
l '.none francese, si atteggiò a tiranno di lei, de" suoi 
figli e dello Stata Un giorno egli si lasciò indurre 
dall'ira a dare uno schiaffo ad Ottaviano, il figlio 
maggiore di Caterina, il futuro signore di Eorli. I'oco 
dopo, durante una partita di caccia, anche Giaci mio 
perì sotto il pugnale de' suoi nemici. Caterina, « h<- 
l'amava sempre, volle trarre aspra, feroce vendetta 
degli uccisori. Essi furono sottoposti a ogni fatta 
di torture. Un prete, che era stato complicato nella 
mgiura, fu legato alla coda d'un cavallo e tra- 
scinato così per le vie scoscese sinché fu fatta cruen- 
ta poltiglia. Non le donne, non i figli de' congiu- 
rati ebbero grazia... 



Ma il destino de' Riario sembrò offuscarsi vera- 
mente soltanto tre anni dopo, quando Caterina osò 
rifiutare la mano della bella figlia di papa Borgia, 
la poi tristemente famosa Lucrezia, per suo figlio 
Ottaviano. Mentre Luigi XII si cingeva a Milano 
la corona ducale e con la fuga di Lodovico il Moro 
veniva meno a Caterina il suo valido ausilio, Ce- 
sare Borgia traeva, con forte nerbo d'armati, in 
Imola e Forlì. E, infatti, malgrado il valore di I 1 
terina, di suo figlio Ottaviano e del popolo, Imola 
ben presto dovette capitolare. Ed anche nella c : ttà 
di Forlì il terribile duca entrò il 19 dicembre 1500. 
Ma la cittadella resisteva sempre e la difesa che 
Caterina ne fece restò per ogni tempo famosa 
Dame Catherine soits forme femmine monlTa ma- 
seni in eourage, dissero di lei i cronisti dell'ep 
Stanco d'attendere, vedendo inutili tutti gli sforzi 
dei suoi, Cesare Borgia, alto a cavallo sul suo bian- 
co arabo destriero, fece, un bel mattino, annunziare 
da trombe e tamburi che invitava Caterina ad un 
colloquio. 

Madonna - le gridò dal pie delle mura, a- 
gitando rispettosamente il suo cappello dalle lun- 
ghe piume bianche — Madonna, voi sapete clic mu- 
tabile è la fortuna! 1" vi annuirò e m'inchino al vo- 
stro eroismo. Ma vi prego, non resistete più oltre; 
arrendetevi e alle vostre persone sarà usato ogni ri- 
ci trdo. 

Immota, ('aterina ascoltò l'arringa. Non un segno 
di commozione apparve sul suo bel volto. 

linea, ella rispose, io sono ima Sfor/a. la fi- 
. li-I ruolini che non sapeva che fosse paura, e ri- 
mali" sulle su,- orme sino alla morte. Quanto alle 
vostre promesse, sa tutta Italia ciò che vale la pa- 
rola d'un Borgia 1 

Poi adunati intorno a sé i suoi capitani. 50g 
ginn 

— Io tengo alto l'onore della mia stirpe, perchè 



DALLE RIVISTI 



05 



mai fra noi s*ebbero vili e traditori. Questa è la 
differenza fra gli Sforza e i Borgia! 

Occorsero ancora molte settimane d'assedio e 
prove d'incredibile valore perchè Cesare Borgia si 
potesse dire vittorioso. Né egli risparmiò umilia- 
zione alcuna alla sua nemica. Stretta in catene d'oro 
ella, si dice, dovette persino cavalcare nel suo se- 
guito all' ingresso trionfale di Cesare Borgia in 
Roma ! 

Un lungo anno la infelice fu rinchiusa nel tene- 
broso carcere di Castel Sant'Angelo e quando, per 
intercessione della Repubblica di Firenze, ella fi- 
nalmente riebbe la libertà, le sue forze erano esau- 
ste. Le sue terze nozze con Giovanni de' Medici non 
furono che un lampo di gioia, una promessa di glo- 
ria, della quale certo ella non intravedeva tutto 
l'avvenire. Sette anni l'eroica donna d'un giorno , 
visse, tranquilla ed infermicela, a Firenze e il 28 
maggio 1509 vi chiuse gli occhi al sonno eterno. 



Libri costosi 



(Da un articolo del signor Frank Rinder, nel Pali Mail 
Magaziiie, di novembre . 

La caccia ai manoscritti e ai libri rari, fatta con 
criterio e abilità, può essere enormemente rimune- 
ratrice. Uno dei più famosi collezionisti inglesi, il 
conte Ashburnham, comperò verso la metà del se- 
colo XIX una raccolta di manoscritti per duecento- 
mila franchi e la vendette nel 1883 per oltre un mi- 
lione. Un'altra raccolta, comperata per 150 mila lire, 
fu venduta per oltre 800 mila ; un'altra ancora , 
acquistata per un milione e mezzo, fu rivenduta per 
cinque milioni e mezzo. La bibliomania non s'arre- 




oofautermcra aoora ctlaàtntfum 
ìufiì mirò ìnfima, prati? npufc ma 
libtt-uotat brcTtrtjrquf noe tjtntura 
ararne Sàrtia riltmrartfitniì orooue 
0$ cUat.Iaxiua uagtcta:iO t Ituìtit*. 
ftuartf uant&ateiquÉ murai* unta* 
raue.fcwr9 tìcaWatarìrarqttufont^ 
rara pnomt Jiijlf traitp libri raoru: 
quoe^mrit tuorarb^o etgt anrilar. 
èttim,raria$ maini tariutrtt moni* 
uni a itju alio naunqui apuO illoa 
ìofra bmnurn oirit. ìSrinOt wbtotit 
foprbnu io rft iubiru lìtajitt in alimi 
tópìngut rum-troia in tatto inaiai: 
fra i$ nateat rfiQoria. lamia Itimi* 
tur famiutqunn noo rccjmm prati i 
&rJmOiam?.Cmart? maladjim io i 



Il bibliomane. 



Ina pagina della Bibbia di Mazarino. 

sta innanzi a nessun prezzo anche elevatissimo. Nel 
18 12 una copia della prima edizione del teatro Sha- 
kespeariano fu comperata per 2500 franchi e una 
copia del Deaamerone . stampata a Venezia nel 
15 71. fu pagata circa 57 mila lire. 

Oramai soltanto i collezionisti ricchissimi pos- 
sono aspirare a ricche raccolte dei primi libri stam- 
pati, e siccome a poco a poco questi libri vani 
finire in pubblici musei o in mano di persone poco 
disposte a venderli, si comprende che il loro prezzo 
debba andare continuamente crescendo. Il primo li- 
bro completo stampato con tipi mobili si ritiene ge- 
neralmente essere la Bibbia del Mazarino, finita 
certamente prima del 15 agosto 1456- Una copia 
famosa è quella di Ashburnham, che, acquistata 
per 12,500 lire, fu venduta per centomila. Un Sal- 
terio latino, stampato da Fust e Schoeffer nel 1469, 
comperato per 3500 lire, fu venduto per 120 mila 
lire, il massimo prezzo che si sia mai pagato in In- 
ghilterra per un libro. Un'altra Bibbia di Fust e 
& hi effer, fu acquistata da Ashburnham, che acqui- 
stò pure contemporaneamente una Bibbia di Gu- 
tenberg, pagando per tutte e due 15 mila lire. Il 
negoziante che gli aveva venduto i libri, soddisfat- 
tissin tifare, gli regalò per soprammer 

una Bibbia Pauperum, libro rarissimo. I tre libri, 
venduti più tardi, fruttarono 140 mila lire. 



La prima stamperia fu impiantata in Inghilterra 
da Guglielmo Caxton nel 1477. I suoi primi libri 



• m LA LI IH R \ 

hanno oggi un valore enorme. Ls di Troni, amichi. Molti libri editi nel secolo XIX ilivenuti 

che un tempo si aveva per 3 scellini (L. 3,75)1 fu rarissimi nel commercio, sono cresciuti enormemente 

vt-n. Ima nel 1S85 per 45 mila lire; e Re Arturo, che di valore. E lasciando anche i primi autori del se- 

B Circa tre lire e mezza, fu venduto per piasi colo, pure accennando solo ai viventi, si può ricor- 



! oc 



-37> 




r 



ira 



ratte ffultmws tomàio, 
5 teme reta-f aitato flottar- 

Xultate in 
Otiti ttnorrr 
ófitemfì) 
■pfateio Uerc 




Dal Salterio latino di Kust e Schoefltr. 



50 mila lire. L'aumento è colossale, ma bisogna con- 
1 il ii- > rappresenta un capitale immo- 
li, lizzato: i tre scellini investiti originai i. munir 

nella Storia di Troia, sor divenuti 36,400; ma se 
inveo e impiegati all'acquisto del libro, i tre 

scellini fossero stati messi ad interesse composto 
al cinque 1 er - • nto, il guadagno sarebbe stato mag- 
ggi se ne avrebbero presso a poco 64 mila, 
profitti della raccolta di libri rari, bi- 
sognerebbe tenn questo fatto. 



Ma i prezzi alti non si trovano soltanto tra i Libri 



^«-^r 



dare che un volumetto di poesie, dato alle stampe 
da Rudyard Kipling quando aveva sedici anni, fu 
comperato ultimamente per 135 sterline, ossia 3375 
franchi! Chi pagò quella somma enorme credette 
che l'esemplare che acquistava fosse l'unico in com- 
mercio. Dopo ne vennero fuori altri che si vendi I 
a 80 franchi! I Poemetti di Keats, che nel 1894 
furono messi in vendita al prezzo di 40 franchi, 
era non s'hanno per meno ili 700. Un'edizione di 
Chaucer fu pubblicata nel i8q6 al prezzo di 500 
1 hi Nel luglio scorso se n'è venduta una copia 

a 2075 franchi Come si vede, certi libri DOSS 

lare delle piccoli fortune, ed anche delle grandi! 



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1>I NOTTK 



R icconto di V. G. KOROLENKO 



'. /. B.). — Continuazione <■ fine, vriii numero precedente. 



1 bambini rimasero taciturni. I uno 

-.un a tog! itosi 

sul I la fiamma iridava al- 
ti 

ii .; mano più pii i ola l'i 
fuori, mentre sui bambini i lava comi una 
lina d'oscurità, s'udiva il cader della p il ni- 

ni. .re dell I >ra si spiegavano la strani 

della 

La malattia della mamma ed i suoi presentimenti, 
le preoccupazioni del babbo, il ricordo ili zia Katia, 
il trambusto notturno, le voci, i pianti, i gemiti, 
unto andava spiegandosi E anche 1" s ettico Mark 
era - ire la teoria ■ 1 < - 11 ;\ nascita e- 

Una vita nuova era per entrar nella casa, ma an- 
che la morte stendeva le sue ali sopra il capo della 
inanima, e a j h « ■■ > a poco uno strano spavento con 

-a le anime infantili. 
Vso ita, disse piani i Mark. 
«"he vuoi:' chiese Vassia anche più piano. 
gli si avvicinò all'orecchio, come temesse 

l'eoo 'Ielle sue pan 'li- 
li. se quel che mi hai raccontato è vero, 
Due levono essere, sì, devi ino essere qui vicini... 

n • . propose Vai 

tutto tremai 

ii he la vecchia Va tu, a svegliarla, 
lo?.. Lo ho paura. 

— Anche... Anch'io! — dovette confessare il 
coragg Mark. 

I due fratelli s'accostarono istintivamente. L'o- 
scurità pi lalla 'an'lrla semispenta pareva al- 
lontanar la pi condnceva alla camera delle 
sorelli i governante; 1 bambini, soli, udivano 
un mormorio l al .lisopra 'Ielle loro testi- 
Infine Mark si decise a smo ' le dita la 

; i : rata illumini i la i amerà, 

coperte a terra e la porta delle 
baml 

Vado a annunziò Mark. Ed eri 

- nella camera, chiamò la vecchia, che si .lri//" 
presti i, col \ iso sci invi >lto. 

i *. . i ria cominciati i ? Ed ii i, 

. donno ancora ! 
I - latosi un fazzoletto in testa, infilò li 

ii ' ranquilli [o torno sul 
tua spari nel corridoio, mentre Mark, 

■•■ilo ' on una smorfia 'li i 

. a : 

I and ita via! < he stupida ! 

— Già, era meglio lasciarla dormire. Chi 

bine. 

M . le bambii ran già destati . si 

ndere dal 



li iti i. e ni un momenti i o im] ai mio sul limil 
tenendosi pei le mani. 

Bui m giorno, ci qui anche noi ! 

disse Ma - ia al li i ami nte, facendo una ri i 
a Era tutta iveva v isto che il ! 

della governante era vuoto. 

Piano, stupì. la 1 le gì idò Mark. - l 'alla 

ria >ce una nui n a baml 
Piano tutti ! - disse Vassia autorevolmente, 
re stava in ascolto. Le bambine, docili, sedei 
ero intoni. i alla candela e rima i pure ad 

ascoltare. 

VII. 

( '"I cessar della pioggia, si udivano meglio i ru 
mori, lo stormii delle piante, i latrati d'un cane e 
un certo frastuono che andava creso . vi.i- 

namlosi rapidamente. 

Qualcuno arriva in carrozza, disse M 
\, i : .li \ essere in città. 
In mezzo al sonno ed al silenzio notturno, tutti 
ascoltavano il rumore. 

( "hi '■' hti'\ a e d ive si correva, in una n 
così strana ? pensai a Vas 

A lui sembrava, nella strada lana <■ deserta, 'ìi 
vedere unti piccola carrozza, ma assolutami 
cola, con piccole ruote .li metallo; ed i piccoli ca- 
vallucci correvano in fretta, battendo lo zoccolo sul 

'l'iato, mentre il piccolo Cocchiere li ai// 

la frusta. Chi dunque poteva passar così tardi 
le strade della città addormentata? 

Il rumore andava avvicinandosi, poi si spense 
d'un tratto, perchè, terminato il lastrico della i 
la carrozza passava sul terriccio della campaf 

Traversano il campo. Veng > da noi, — 

. issen o Mark. 

La casa, quasi fuoi .li città, era presso a un 
opriti, d'erbe selvatiche. Chi poteva giuri 
una notte simile, quando stava per nascere il barn 

lo? 

Trattenendi > il respiri >, i fratelli asi ■ Il ai ani 
si la | urta i'l entrar nel cortile la carrozza Poi, ni ' 

I altra parie 'Iella rasa s'udirono .Ielle VOCI. 

Manno ponato il bambine! chiese 

M ascia. 

i ai i, tu ' 
Vassia ascoltava e sudava immaginandosi un qua- 
dro strano. Palla carrozza scendevano gli angeli, e 
.lo con precauzione il bambino, I" affidavano 
alla man '..m gli auguri dicendo: 

Prendetelo per voi. e state tutti b 
Ma era strano che in casa regnasse aurora il si- 
lenzio e non s'udissero grida <li gioia. 

Qualcuno si avvicinò alla porta della e 
dove abitava la vecchia zia, che non usciva mai d 
sua camera, e Vassia udì : 

Grazii i Dio, irri I Ora tutto .unirà 
bene. 



9 




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t i'i. I .1 povera si- 

om'è difficile! 
que. 
In istante app ■< ^.i nella i 

Lo scia; 
lato rando i capelli in disordine. 

i .1 tutta lagno i neoimeni 

bambine non eran più a letti •. i rugò 
■ una candela che 
nan 

iti III 

I he m 'ii ne capi\ ano nulla, si guai 

. mentre ; fi 
riunì i> l'altri i comi] 
pei formare il coroe riempir la camera ili sin- 
\l i tutti era troppo spaventevole : 
non riconoscevan più nemmeno il fra fuo 

;tiar del vento. 
una porta lmitana si apersi e una 
ite: 
Benissimo, benissimo! — Poi un lungo so- 
spiro 'li sollievo passò lento sulla rasa silenziosa. 
i. pur non rii spiegarsi nulla, si 

ilice. Stava pei iddi rmentarsi, vinto 
dalla stanchezza; anche la piccola Sascia dormiva 
ma. 
Ed io so chi è arrivato! annunziò forte 
Mark, che non aveva sonno. 

Ma e si ttile, il 

pianto d'un bambini I i cosa era tan^o inaspettata, 
che Sascia riaprì gli occhi, alzò la testa, e 

disse: 

1 1 bambinetto pian) 
('■li altri si in piedi. Mascia batteva le 

mani, e Mark si precipitò alla porta, gridando: 
Indiamo ili là ! 
i si arrestò d'un tratto, sulla soglia, 
ino? di 
l'ir una volta non sarà niente - assicurò 
Mark, il quale voleva 
in così 1 • E voi, l'ami' 

ni. 
\l divei samente. 

me sei gentile! Perchè non rimani tu. in- 
- Andiami : . andiamo eira! aggiun- 

liutando la pi 5 scia. 

pi gò Vassin, il (piali' 

ii vento caldo 
nido soffiò Iure in faccia quando schiusero la 

illuminato 'la una rami, l.i 

qualcuno vi aveva dimentii ito l'alia porta si 
mi-aperta s'intravedeva un lembo di ci cato 

un- degli alberi. I bambini sentii 

iw- dall'aria. Mark, che 

litri, apri adagio un usci" pel quale 

rari no ni Ila prima carni i 

I ,, vano in nuovo . sbirciando 

Iella mamma, i bimbi videro 

ibbo chinato amorosamente verso il letto; una 

iuta t rav i ■ 

Mark - ; pel brai 

■ 

II 

' Mi hele. 

! Enrico, pei seduto ■ 



la lampada, e nel pallido viso brillavano gli occhi, 
che semi i indi del solito. Michele, senza 

giacca, le maniche rimboccate, si asciugava le mani. 

( 'In- farciamo adesso ? di mandi • \ 
il quale aspettava sempre le decisioni del fratello. 

— Non su, rispose Mark, nascondendosi in 
un angolo oscuro, ove gli altri In seguirono, 

1 i ]in senza degli zii li stupiva, 

Lo zio Enrico, il quale era una volta molto al- 
tri il ni " ri, di ipi ; -i ' d'un i 
bambina e la morte contemporanea della moglie, 
era andato a stabilirsi in un'altra ritta. Tutte le 
volte che veniva a trovare i parenti, i bambini 

\ ano del sui i mutamenti ni ivano imj 

riati davanti a lui. 

i ." /io Michele era molto più giovane; aveva <<•- 
ehi celesti, i capelli biondi, un viso ■ e fre- 

sco. Vassia si ricordava quand'era studente; i>"i i 
bambini ricordavano d'aver udito he si 

era innamorato d'una signorina, che faceva le ope- 

i "ili chirurgiche e che non crei leva più in DÌO. 

I utti gli studenti cessa li credere in l»i" pi : 

tagliano i cadaveri e non hanno paura di nulla. M 
poi, 'piando diventano vecchi, cominciano di nuovo 
a crei !' re e domandano perdoni i a Dio; se no, può 
capitare loro qualche disgrazia come al vecchio dot- 
tore, che i bambini avevan conosciuto. Il povero 
dottore era morto sul colpo, perchè gli era scop- 
piato il ventre. 

Lo /i" Michele badava poco ai bambini, ai quali 
uva d'esser da lui disprezzati perche tran tTO] 
i piccoli. 

Ora, quando lo videro illuminato dalla lampada, 

10 trovarono molto cambiato, con la faccia molto 
contenta e superba. Gli occhi gli luccicavano, e 
sulle labbra errava un Sorriso, malgrado il desiderio 
di conservarsi serio. Infine, non potendo ri 
accese una sigai disse a Enrico: 

I li. ionie ti pare, Enrico' Son riuscito bene? 

11 caso era molto grave, e quel vecchio dottore a- 
vrebbe 'irto mandato all'altro mondo la madie 
o il bambino, o tutte due insieme. 

— E' vero. Bravo Michele! Siamo arrivati ap- 
,i tempo.. Forse, due anni or sono, se anche 

presso la mia l. - e con voce spenta, sen/i 

lini re, aggiunse: — La nascita e la morte stan così 
vicine '. E' un gran misten i 
Michele alzò le spalle. 

Questo mistei . disse, - l'abbiamo stu- 
! fondo. 
I bambini rimanevano sempre indecisi, poiché 

tutto pareva rientrare nell'ordine normale ed 

temevano di essere rimproverati davanti agli zii. 

Ma in quell'istante s'apri improvvisamente la 
porta e qualcuno guardò dalla fessura. I bambini, 
i quali credevano veder comparire la governante, 

ma, coi capelli e la 
bari i . e indi a pò." comparve la figura di 

un contadino, vestito di un k<if/<i?i. con enormi sti- 
vali e con la frusta in una ni 

I si guai dò attorno, tossi piano e si gì 

nuca esprit] ivano in lui uno stra 

ordinario impaccio, il che eccitò hi simpatia 

ii Vbituati gli occhi all'oscurità del corri- 
doio, il contadino si accorse della presenza dei bim- 
bi, e tutto contento si avvisino loro, dicendo: 



" t 1 "'!" " "' . ' '.'■""■■■ . i - fi . . - i .i ; i- . - » - t ' » ' .: i. in . t r -^nì-T TT^n-, J ■■-'!■ -r - . , - . . - y ^fif^l- w n n a -i^ tt ttttt .rTirTn^nrwr nn«tiP.n-iPi.ui,nn-li^-! ■-,.■■.,,.,,.■■■ „,. 



Alcune attestazioni sulle Premiate 
SPECIALITÀ FATTORI 



V 




.... Le vostre Pillole Depurative Univer- 
sali sono portentose. Da quando ne faccio uso 

non mi sento più crampi e dolori di stomaco. 
E' scomparso anche il gonfiore di ventre ca- 
gionato da un invecchiato e persistenti 
stricismo. Ora mi sento perfettamente gua- 
\ rito. LUIGI SCARMANAN, fornaio. 

Copparo (Ferrara). 

.... Ho esperimentato le vostre Pillole Uni- 
versali e le trovai di srrande efficacia. 
Nieosia. Can. don VINCENZO FURNO. 

.... Sono molto soddisfatto delle loro Pillole 
Universali Fattori. Dal primo giorno che 
cominciai la cura, tosto sentii un migliora- 
mento, come pure mia sorella sofferente al 
pari di me da disturbi gastrici con gonfiezza 
di ventre. Sono veramente prodisiose,"le consi- 
gliai a qualche mio amico. FUSETT1 SILVIO. 
Riva d'Ariano Polesine (Rovigo). 

.... Favoriscano spedirmi un'altra scatola di 
Pillole Depurative Universali, da Lire 
due. Trovandomi quasi libero dai tormenti ca- 
gionati da una malattia insopportabile, non 
posso a meno che ringraziarli ie mille volte. 
Con tutta stima li saluto. SERRA ANGELO. 
Monteluponi (Iglesias). 

.... Le loro Pillole Depurative Univer- 
sali mi hanno giovato molto, perciò li prego 
a spedirmene u .'altra scatola da L. 2. Infinite 
Il di a questo loro potentissimo terapeutico il 
solo ed unico sollievo all'umanità soffi 

Una stretta di mano colla più viva 
scenza. ALCIDE DALLARI. 

Scandiano (Emilia |. 

COBRIEBE SANITARIO 

Dirett. Cav. D.r Vincenti 

Note pratiche di terapia. 

La Cascarci Sagrada nelle forme gastroente- 
>■ che. — L'uso e la prescrizione ili pre] 
a base di Cascara Sagrada vanno diffonden- 
dosi man mano che viene confermandosi la 
speciale efficacia di tale sostanza sulla fun- 
zione digestiva. 

Si spiega e si giustifica adunque la fiducia 
che medico e pubblico hanno nelle Pillole 
Universali Fattori che sono appunto a base 
di Cascara Sagrada e s'impiegano razionalmen- 
te nei vari disturbi dell'apparato digerente. 

Di facile e comodissima somministrazione, di 
effetto pronto esse dh ennero, inbreve.il rimedio 
preferito da quanti soffrono dispepsie e catarri. 

La parola al sin. prof. dott. COLMAYER di Napoli 

Le Pillole Universali Fattori sono state 
a da me largamente sperime tate in individui 
alfetti da torpore di fegato e da ingorgili epa- 
tici e persino da catarri dei dotti biliari; 



T 



Quindi atte! itano la secre- 

zione biliare, riuscendo così uno dei un: 

igoghi. 1 pure utilissime nelle 

stitichezze determinate da torp uscoli 

intestinali, special mi individui con- 

valescenti • ■ di debole eostitu/i 
Napoli. D. COLMAYER 

lied. dell'Osp. Clin. e del Neurocomio di Miano 

.... Ho esperimentato con successo sorpren- 
!e Pillole solventi Fattori contro le 
emorroidi e l'Unguento antiemorroidale 
Fattori. VINCENZO MALI BONE. 

Ritsi (Cal tanisetta). 

.... Trovo efficacissimi i vostri prodotti anti- 
emorroidali. Prof. PASSERA GIOVANNI. 
Colmegna Lago Maggiore). 

.... Ho ottenuto un ottimo risultato coll'uso 
delle vostre Pillole antiemorroidali Fat 
tori. RI --H PASQUALE. 

Torii: - ietta. 3. 

.... I.e Pillole solventi Fattori mi hanno 
fatto benissimo. PIETRO MUSS, pp. 
'/. . ra (Dalmazia 

.... Le Pillole solventi Fattori e 1 Un- 
guento Fattori ini hanno fatto bi 

PIETRUZZ1 LEOPOLDO. 
un. islr. 'li Feltre. 

.... Anche il dott. Favai-i nel suo periodico // 
Dottore di Casa d'igiene popolare e 
medicina domestica, nel 32 numero di settem- 
bre 18P9. elogia grandemente i preparati an- 
tiemorraidali Fattori. 

.... L'anno scorso ho comperato da questa 
Ditta una scatola .li Pillole solventi Fettori 
ed un vasetto di Unguento antiemorroi 
dale e un Mino trovalo bene. 

PIETRO Don. TOMAT1S. 
Curenno Genova . 

.... La cura fatta l'anno scorso mi pi 
Un. ira dai dolori reumatici. 
Castelluccio Inferiore. CARLO ROBERTI . 

... Il vostro Elisir anti gottoso Fattori lo 
Dott. PAOLO KAMI. 

Ba S i nagna. 

.... Avendo la sottoscritta ottenuto col vostro 
Elisir Fattori ita guarigione ( 

ha raccomandai. . la cura ad 
una - dizione 

di due ila. ■oni. Distinti saluti. 

M ORIETTA BRAMBILLA. 

Lu - ilendide. 

.... Avendo fatto esperienza che il vostro Eli- 
sir Fattori è e radicale, 
ho indotto un altro ! di Lecce a farne 
acquisto. Devot MARCELLINA di i 
Lecce (Educatorio delle Marcelline 



*■■ ?■-■•*■■ ■■■F..'.^.. 1 . .■.,■„■,:.,- ■ i, J"r- 



ìgflU B fegg 



■ J. ' .. Mj JJuJJJJJJ.Jmj.»»i>»i u.j.jjjir.ri'rrrrMjlMJ: 



IO NOTTE 



Chi S no? 

Ah, avete portato miri, 

domandò \ 
• 'li'- bau | tiat< > i due signori, 

ma non 

ppiamo neppnr noi, rispose il 
M 

lì che devi fare, signorino J prò 

Va 

M hele se devo staccare 

.illi 

Va tu sti 

io ho paura. Non oso entrare. Va' tu, che 
eran di o 
Ma di che hai paura ? 
Non mila \ .1 va' ! 

I il Mark clal SUO angolo verso 

la porta. Mark, turbato di d rsi agli zìi 

di a I" rniirsi, ma la 
mano dell'uomi idolo. 

Da dove \ iene quest'aria ? mormorò la 
le della mamma. 

Mi hele si volse alla ; [ora Mark, 

'i'lo 'li es unente 

innanzi aj atori meravigliati. 

niello lì. incominciò Mark. 

a voce alta, coll'intenzione 'li attribuir la colpa del 
l'inconveniente al contadino, — egli dice di doman- 
dare se ' valli. 

''hi' Dove? chiese il babbo, uscendo dalla 
camera da letto. 

— Questo contadino. 

Ma il poveraccio s'era nascosto dietro la porta. 
M ia indignato gli ^ridò : 
Perchè ti nascondi? Sei furbo: hai spinto in- 
nanzi Mark e noi scappare. 

Michele prese un lume e alzandolo illuminò il 
gruppo dei bambini seminudi. 

Oh, oh, quanti sono! — egli gridò. — C'è 

anche 1 niello stupido cocchiere. Vieni, vieni avanti! 

Ma., io vole\a soltanto domandare se devo 

Ili... 
Stupido, chiudi la porta e aspetta nel corri- 
doi.. I ■ !.. bambini, ditemi un po' come vi tro- 

I due fratelli tacevano, attristati di dover ri- 
spondi ri .1 M ichi le e di non aver trovato nulla delle 
maravigliose 1 11 ttavan di vi dere. 

Abbiamo sentilo piangere il bambino,- -dis- 
se \l 

E allora ? 

.amo curiosi ■ veniva, 

Milk, accigliato. 
il problema! esclamo io zio Enrico, 
prendendosi ti ia la piccola Sascia — Fa- 

dallo Zio Michele. 
I. hanno trovato sotto un cavolo, spiegò 

M 11 noncuranza. 

/'•: eslamò Mark irritato. - - 
pian :ia bugia Fui .ri piove, e il 

bambino si sarebbe raffredda 

m- lo zio 

Trova un'altra spiegazione, 

Michele ! 

l.'han mandati 1 '\.<ì 1 iel n un filo. 

< Ih, ite pure ' disse Mark, riscal- 



dandosi e indignandosi. - Voi non sapete nulla; 

noi SÌ, In sappiami i ! 

— E' 'ini' sa ! 
No. 

I. chi dlliii|iu f 

1 ■ ■ i\ anni, il bottegaio ! 

Ma he vi ha detto, lo scienziato 

inni ? 
Racconta tu, Vassia, disse Mark. 

No, racconta tu si rispose Vass ; a. .1 

Ics,, dal tono leggero con cui aveva parlato lo zi,, 
M i e hele. 

Va benissimo, racconterò io, esclamò Mark 
con una voce provocante, facendosi innanzi, 
l-'.cco: Dio ha 'hu- angeli... 
E raccontò la storia udita da Giovanni, pigliando 
coraggio a man,» a mano che s'accorgeva della cu- 
riosità svegliata nell'uditorio dalle sue pan. le. Per 
lin la mamma, dall'altra camera, gli diceva di par- 
lar più teli.- perchè potesse udire anche lei: lo zio 
Enrico andava fissandolo co' suoi grandi occhi, ed 
d [>adre sorrideva dolcemente Michele pure non na- 
scondeva l'interesse destato in lui dal racconto. 

— Ebbene. Vero tutto CÌÒ? I cimino Mark, 
rivolgendosi agli ascoltatori. 

Tutto vero, tutto verissimo, bambino mio, — 
nspi.se lo zio Knrico. 

Ma Michele, volgendosi impaziente al ragazzo, 
interruppe: 

Non creder nulla, Mark ; son tutte scioc 
ze!... Che idee, — aggiunse poi, a Enrico, — che 
idee! Riempir la testa rlei ragazzi con queste stupi- 
daggini ! 

Allora, spiega tu, se puoi... 

— Sai bene, che io potrei spiegare. . . 

— In qua! modo? 
Michele rise. 

— Spiegherei la fisiologia in modo facile. Al- 
meno sarebbe la verità. 

— E perchi- ? 

— Tu sai poco, credendo di sapere tutto! I bam- 
bini, invece, intuiscono il mistero, e s'ingegnano a 
penetrarlo con immagini facili... A me sembra che 
essi, piuttosto, s'avvicinano alla verità. 

M ichele si alzò in piedi. 

— Potrei risponderti. Knrico, ma non è quest > 
il.- il tempo ne il luogo. Ti consiglierei, per esempio, 
di seguire le teorie di Giovanni quando dovessi a- 
gire come ho agito io ora, e in questo caso l'amma- 
lata sarebbe morta... 

— Oh, si muore anche a dispetto dei medi 
scienza, ed io pur troppo Io so. 

— Un caso eccezionale. . . 

— Aspetta un poco, e capirai anche m che cosa 
vuol dire la morte d'una persona amata... 

— La verità è superiore ai sentimenti personali! 
rispi .- Michele, per troncare la discussione. 

Vili. 

Nella camera tomo il silenzio; i bambini eran 
inali, non essendo riusciti a capire una parola 
di uni. . quel dibatt 

Frattanto il contadini!, obliati, in anticamera, 
capolino dalla porta. 

— Dunque, devo o no staccare i cavalli?—- egli 

I pi. .). inda tristezza nella \oce. 



ISTITUTO flERO-EIiETTHOTERRPICO Di TORINO 

MALATTIE DeF POLMONI E DEL CUORE 

del Dottor GUIDO SCARPA, specialista 

Direttore della Sezione « Malattie di Petto » nel Policlinico Generale di Torino. 

(Aiuto: Dott. G. F. MURIALD) 

Via della Zecca, 37, piano terreno 



E l'unico Istituto in Europa per la cura esclusiva e completa delle suddette malattie secondo 
i più recenti progressi della terapia e la più rigorosa razionalità, cioè con a base la correzione 
delle lesioni statico-dinamìche degli Apparati Respiratorio e Circolatorio prodotte dalla malattia 
stessa. E ciò perchè non è attualmente più possibile esercire la specialità della terapia polmo- 
nare e cardiaca quando non si possieda quanto è necessario a compensare quel tanto di alterata 
funzionalità meccanica che, in grado ora più ora -meno grave, esiste sempre in ogni malattia di questi 
organi la cui base dì funzione è precipuamente meccanica. 

L'Istituto possiede quindi nelle sue 15 sale di cura impianti grandiosi, perfezionatissimi per 
la Pneumoterapia completa e l'Elettroterapia di tutte queste malattie, cioè Bagno d'aria com- 
pressa semplice e medicata ad alta pressione, Apparati pneumatici automatici, Nebulizzazioìii 
medicate, Bagno idro-elettrico (per le malattie del cuore e dei vasi), Esocardio , ecc., ecc. Cura 
speciale locale chirurgica (metodo proprio) della tisi polmonare, l'unica razionale ed efficace 
anche nei processi avanzati, sì che 2-3 mesi di cura nei casi gravi, e 4-5 mesi in quelli gravissimi 
e ritenuti inguaribili, bastano a dare risultati ottimi. 

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stico, mezzo di importanza straordinaria in tutte le forme polmonari sia iniziali che avanzate, e 
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\l de in un'a ita. 

I - ogli subire cri 

I ii . .i quel '-In- ti ricordi, dove 
anda la vettui 

\l . redo, - 

i h 

no? 
unti Voi volete sempre s 
«are 

Allora, perchè i cavalli dovrebbero rimanen 
to la piog| 

." anrh'in così, disse tranqi 
Ni mi piove, ma pei i ca- 

vall Allora v: locarli.. . Dovi 

dirn na... 

E, tutto contento, il contadino se ne andò. 
oi, bambini, andate a dormire, presi 
lino il padre. 

I e... e la bambinetta? — domandò Ma- 
gi ndo. 

causa di tanto trambusto stava in ca- 
mera da letto, la mamma ordinò alla balia di n i ari 
il neonato ai fratellini. Tra le fasce bianche appa- 
riva la piccola testa; gli occhi erano aperti ed ave 
vano uno sguardo quasi meditabondo, quello sguar- 
do che dà talora alle fisionomie dei bimbi un'e- 
ssione da persone grandi. La neonata si stirava 
sbadigliando. 

(li.- smorfiosa, — osservò Mascia, senza ben 
saperne il perchè. 

rido nel corridoio. Mascia e .Sascia s'affret- 
tarono nella loro camera; ma Vassia e Mark, a- 
vendo visto dalla porta semi-aperta che il contadino 
Staccava i cavalli, corsero in cortile. 

Il contadino legò i cavalli, poi scaricò dalla car- 
mi grande baule, e deponendolo a terra, disse 
bonariamente a Mark. 

— Pare che sia nato qualche cosa, ria voi? 
Non qualche cosa, ma una bambina... 

Ma perchè i signori facevan questione 
tra di loro? 

Ti spiego : vedi, noi di' . n he Dio ha il.u- 

li... 

'i. no ; non due. ma moli i ... 



E' vero, dunque E zio Michele dice che son 
tutte sciocchezze 

No, no, non credere. Il signorino dice i 
pei ridi re, e il contadino si unse a ridere egli 

pure. .. 

I bambini sentirono per lui un grande ris 
Allora, diiii'i' i angeli poi 

i li. un' 

\l i sì, sicuro. <> meglio, i bambini li portano 

une, e gli angeli danno loro l'anima... Però 
lasciatemi ani I o pi irtare que- 

ti i Mule in casa 
Vassia e Mark, rim.isn soli, si sentirono superili 
nferma alla loro teoria, ottenuta dal vettu- 
rale; ' amili' rdarono il cielo; poi s'accor- 
sero d'essere in cortile, cui piedi nudi, in camicia, 
mentre il vento fresco soffiava loro intorno; le | 

nere rifletti vano il cielo stellato. E ai bambini 
sembrava \eder nel cielo il volo d'un angelo luroi- 
. mentre un altro apriva le ale scure. S'.ttn ''erti- 
nuvole vaganti. 

I ni" già deciso di attendere la levata 

del snle, quando la governante, accortasi della loro 
•.!. comparve sulla porta, gridando; 
— Via. via, cattivi bambini, via in i 
T bimbi corsero attraverso lo strettii passaggio 
lasciato dalla persona della governante; il primo 
a slanciarsi fu Vassia, prediletto dalla vecchia, ed 
ebbe un ceffone abbastanza leggero; ma quello ap- 
plicato a Mark risonò per tutto il corridoio. 

Mark si fermò dignitosamente, e disse alla donna : 
Credi forse d'avermi fatto male? Nean-he 
per sogno! Nessun male, hai capito?... 



Mezz'ora dopo, la 'alma e il silenzio regnavi 
tutta la casa, ma non tutti dormivano. 

Il padre pensava che con la nascita della bam- 
bina eran cresciute le spese, ma non era cresciuto 1" 
Stipendio. La madre pure pensava questo, gliar 
dando la bambina e piangendo. Michele s'addor- 
mentò, convenendo seco stesso che la vita è pr 
bella. Ed Enrico, gli occhi fissi nell'oscurità, n 
i.n.i sulla morte... Che cosa era la mi irte' 

Solo i bambini dormivano sogni placidi e Felici 



F I N E. 



DUE NOVELLE DI MASSIMO GORKI 



IL KHAN E si'o PIGLIO 



Regnava allora sulla Crimea il Khan Mas- 
solaima-el-Asvab che aveva un figlio chiamato 
i... » 
hio tartaro, povero mendicante cr 

'i". una delle tante an- 
tiche lep: la di genera- 
zioni a Crimea, attorno a lui, sulle 
rovine del palazzo del Khan demolito dal ten 

aliuni tartari, avvolti in chiare zimarre e coperti 
il capo di berretti trapunti d'oro ivano se- 

duti. La voce del mendico' e tremula: il 

sembrava pietra: le pupille non riflettevano 



nessuna immagine, ma solo una vaga serenità; le 
parole uscivano una dopo l'altra dalle labbra come 
se il narratore le avesse mainiate a memoria. 

Il Khan era vecchio, disse il cieco, ma teneva 
nell'harem molte donne che lo amavano per la 
sua vigoria e per le sue carezze piene di fuoco e 
di soavità. Le dorme amano sempre chi le carezza 
(osi. anche se abbia i capelli bianchi e il volto 
solcato di rughe: la bellezza è nella forza, non 
nella morbidezza della pelle o nel colorito. 

! lite amavano il Khan. Ma egli prediligeva 
una prigioniera figlia d'un cosacco delle ste] 



Attenti MADRI!! 




L'uso del Caffè Coloniale puro è nocivo alla salute, specialmente per i 
bambini: il Caffè Coloniale è troppo eccitante ed è causa dei tanti e tanti 
disturbi — specialmente la grande nervosità — clie infastidiscono la vostra 
vita e pregiudicano la saluti- dei vostri bambini. 

Non è necessario di abolire completamente l'uso del Caffè Coli 
bisogna correggere le sue qualità nocive; il miglior mezzo per lare i 
di aggiungere almeno nella proporzione della metà o di un terzo il Cafle 
Malto Kueipp. Il Caffè Malto Kueipp ha gusto piacevolissim 
un forte nutriente, come constatato da tutti i medici. Adoperatelo i 
tete fare a meno di servirvi dei tanti surrogati che generalmente non fanno 
altro che colorire il caffè senza togliere le sue qualità nocive. 

Se vi preme la salute per voi e per i vostri bambini, non mancati- di 
fare continuamente uso del Caffè Malto; chiedetelo a tutti i drogbiei 
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l'I I \"\ I I I I 



M VSSIM» I l il >KI\I 



del Dniepr e sempre la carezzava più volentieri 
che le altre donne dell'harem, che puri 

nto >li diversi paesi e tutte belle come i fiori 
i e tutte beate. Il Khan consentiva 

i apparecchiasi «ro loro piatti prelibati e con- 
seativa che danzassero e giuocassero a loro piaci- 
ment i Ma la figlia del Cosacco, sua proferita, egli 
la chiamava spesso in una torre di dove si vedeva 
limare, e dove egli la colmava 'li i u lari, 

di tutte li possibili: cibi squisiti, stoffe 

magnifiche di colori, 0|p, pietre preziose d'ogni 
varietà, musica, uccelli rari di paesi lontani e ca- 
rezze ardenti di limami : 

in lei egli si chiudeva nella torre durante 
riposando Belle fatiche della vita, 
tranquillo che la dignità del Khanato non sarebbe 
stata messa a repentaglio dal figlio Algalla, quel 
te un lupo le steppe russe e 
sempre ne traeva lauti ruttino, donne nuove e 
nuova gloria, lasciandosi dietro orrori e rovine fu- 
manti, cadaveri e sangue. 

Un giorno che Algalla tornava da una scorreria 
in terra russa, si apprestarono grandi feste in suo 

re. Invitati tutti i principi, si diedero giuochi 
e festini, si scagliarono treccie, per esercizio, negli 
occhi ai prigionieri e si bevve multo alla gloria di 

Ila ardito e gagliardo, terrore dei nemici e 
colonna del Khanato. Il vecchio Khan si inorgo- 
gliva della gloria del figlia. Vedere in lui tanto 

re, poter pensare che alla propria morte il Kha- 
ebbe rimasto in mani sicure, gli faceva 

. Egli si sentiva felice ; ed a mostrare al figlio 
innanzi a tutti i principi e i maggiorenti radunati a 

1 ietto quanto fosse grande il suo amore, presa 
in mano una coppa di vino, disse : 

Tu sei un buon figlio, Algalla! Gloria ad 
Allah e benedetto il nome del suo profeta. 

Tutti in un coro di voci potenti glorificarono il 
nome del profeta. E il Khan proseguì: 

- Allah è grande. Me vivo ancora, egli ha fatto 
rifiorire nel mio figlio coraggioso la mia prima 
età: ed iu vedo coi nviei occhi di vecchio che 
ancora quando il sole sarà ottenebrato alla mia 
vista e i vermi mi roderanno il cuore, ancora vivrò 
nel mio figliuolo. Allah è grande e Maometto è 
suo profeta. Io ho un buon figliuolo dalla mano 
sicura, dal cuore ardente e dallo spirito illumi- 
nato. Ora dimmi, Algalla, che vuoi tu dalle mani 
di tuo padre ? Dimmelo ed io ti darò ciò che tu 
vorrai... 

Non aveva qua»i finito di parlare il vecchio Khan, 
. he Tolaik Algalla si levava con gli occhi scin- 
tillanti come i| mare la notte e ardenti come quelli 
di un'aquila della montagna, e diceva: 

- Padre sovrano, dammi la prigioniera russa. 
Il Khan tacque un istante quanto bastasse ad 

acquetare il fremito del cuore, indi rispose forte e 
fermo : 

- Prendila. Finito il banchetto l'avrai. 

Il v.-' alla s'illuminò: gli splendeva negli 

occhi una gioia immensa. Egli si drizzò sulla per- 
a quant era alto e disse al Khan suo padre: 
Padre sovrano, io so il valore di ciò che tu 
mi doni. Io so.... Ecco, io sono tuo schiavo. Pren- 
dimi il sangue a goccia a goccia lentamente. Pei 
te io Mino disposto a morire venti volte. 

- Nulla voglio, rispose il Khan, e la tota bianca 
i .lionata dalle vittorie si l al pento. 

Terminato il banchetto, tutti e due osciroi 
palazzo, avviandosi all'harem, taciturni l'uno ac- 
i ant i all'altri ■. 

La notte era buia. Le nubi stese sul 
me un tappeto spesso non lasciavano vedere né 
la luna i Ile. 



l'adre e tiglio camminarono gran tempo nell'o- 
scurità. Finalmente il Khan disse: 

— La mia vita si va di giorno in giorno estin- 
guendo; il mio vecchio cuore batte sempre meno 
forte e il fuoco mi si spegne in petto. Le carezze 
appassionate della prigioniera erano la luce e il 
calme della mia vita.... Dimmi, Tolaik, dimmi, ti 
è veramente necessaria-' Prendimi cento donne, 
prenditi tutte le mie donne, lasciami quella. 

Algalla taceva sospirando. 

(,'uanto tempo vivo, .incora? Pochi giorni 
forse mi restano. E quella, la prigioniera russa, 
era la gioia estrema della mia vita. Ella mi conosce 
e mi ama. Se la perdo, chi mi amerà più? Chi 
mi amerà, me, vecchio? Nessuna delle mie donne, 
Algalla, nessuna !.... 
\ Inaila taceva sempre. 

— Come potrò vivere sapendo'a abbracciata da 
te, sapendo che dorme con te ? Innanzi ad una 
donna, Tolaik, non v'è nò padre né figlio. Innanzi 
ad una donna siamo tutti uomini , figliuolo.... 
Come finirò dolorosamente i miei giorni!.... Sa- 
rebbe stato meglio che si fossero riaperte le vec- 
chie ferite del mio corpo sgorgando sangue , me- 
glio, figliuolo, che vivere dopo questa notte. 

Algalla taceva sempre.... Alla porta dell'harem 
si fermarono e rimasero a lungo pensosi a capo 
chino senza dir verbo. La notte intorno era nera; 
le nuvole correvano pel cielo; il vento cantava 
agli alberi come una canzone triste scotendoli. 

— L'amo da tanto tempo, padre, disse piano 
Algalla. 

— Lo so, ma ella non t'ama. 

— Se penso a lei mi si spezza il cuore. 

— E il mio cuore di che credi tu che sia pieno? 
Tacquero nuovamente. Poi Algalla disse: 

— Ha ragione il saggio. La donna reca sempre 
danno all'uomo. Bella, stimola negli altri il desi- 
derio e dà il marito in preda alle torture della 
gelosia. Brutta, fa che l'uomo soffra alla vista 
delle altre. E quando ella non è né bella ne 
brutta, l'uomo l'abbellisce prima nel suo pensiero 
e poi, come s'avvede d'esser caduto in errore, 
soffre per lei, per la donna. 

— La saggezza non risana il dolore del cuore ! 

— Bisogna che noi abbiamo pietà l'uno dell'al- 
tro, padre. 

Il Khan levò il capo e fissò il figlio dolorosa- 
mente. 

— Uccidiamola'.... proseguì Tolaik. 

— Tu ami te stesso più che lei e me, rispose 
il Khan. 

— E tu pure l'ami. 
Tacquero di nuovo. 

— Sì, anch'io l'amo, flisse il Khan con vi 
triste. 

— Dunque l'uccideremo? 

— Io non posso dartela, gridò il Khan, non e 
possibile ! 

— E io non so più patire. Strappami il cuore 
o dammela. 

Il Khan tacque. 

— Precipitiamola dall'alto della montagna giù 
in mare, insistè Algalla. 

— Precipitiamola dall'alto della montagna gin 
in mare, rispose il Khan, come un'eco. 

Entrarono insieme nell'harem ov'ella dormiva 
stesa su un tappeto stupendo, e. giunti Innanzi a 
hi. si soffermarono a mirarla. Il vecchio aveva il 
volto solcato dalle lacrime che gli scendevano 

sulla barba splendenti me perle tra i (ili d'ar- 

o; ma il tiglio, che aveva gli occhi scintillanti 
e stringeva i denti e fremeva tutto di passione re- 
pressa, destò la figlia del cosaci ... Fila apri gli 



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occhi né vide Algalla, ma sol., il Khan e gli offri 
le labbra 

Bai iami ! 

Preparati, disse il Khan teneramente, tu ver- 
rai • • 'ii noi 

i ella vide Algalla, vide il piani 
chi i" e, poi» ni I... 1 1 imprese 

disse Vi ngo. Né l'uno né l'altro, 
L'avete stabilito. I vostri cuori sono 
ivete stabilito. Vengo ! 
Mossero tutti tre verso il mare senza più pa- 
ni, per gli stretti sentieri. 11 vento 

iovane sentì starna ili cammi- 
nare, ma. fiera com'era, non voleva lagnarsi. II 
tigli., del Khan, tuttavia, avvedutosi ch'ella restava 
indietro, le di 
Hai paura? 
Ella gli lanciò un'occhiata piena di sdegno e 
il piede ins.iirjiiin.it. .. 
Ti porterò io, disse Algalla tendendo le brac- 
Ma ella si strinse al collo del vecchio che la 
sollevò '"ine una piuma, mentre ella con gesti 
aggraziati allontanava i rami che avrebbero po- 
tuti, largii male agli occhi. Tolaik, che veniva 
dietro, disse al padre : 

Las. iami camminare innanzi. Mi vien voglia 
di darti una pugnalata. 

- Passa avanti, l'er questo desiderio Allah ti 
manderà a perdizione o ti perdonerà secondo il 
volere. Quanto a me. padre tuo, ti perdono 
con tutta l'anima. Io so che cosa sia l'amore. 

Ecco finalmente il mare cupo e sterminato. Le 
onde ai piedi del dirupo rendono un frastuono 
sordo e profondo che sembra un canto soffocato: 
un senso di terrore fa tremare il cuore e l'ag- 
ghiaccia. 

- Addio! dice il Khan baciando la giovine. 

— Addio! dice Algalla inchinandosi. 

Ella contempla l'abisso ove cantano le onde, e 
indietreggia stringendo le mani al petto. 

— Gettatemi voi nel baratro, dice. 

Algalla pretende verso lei le mani con un ge- 
mito, ma Tolaik l'avvince con le braccia, la stringe 
forte forte, la bacia, la solleva quanto più può e 
la precipita dall'alto della roccia giù nel mare. 

La burrasca nel fondo suonava cosi lugubre e 
cosi selvaggia che gli uomini non udirono il 
tonfo del corpo che s' inabissava nell' acqua. Né 
grido né suono, nulla. Il Khan si sporse sulle 

Cietrc e affissò lo sguardo in silenzio nelle tene- 
re Irntanc, là dove il mare si confondeva con 
le nubi e le onde cozzavano sotto le raffiche del 



veni gitava la barba bianca del vecchio. 

Tolaik, ritto accanto a lui, si copriva la faccia 

le mani , silenzioso e immobile tome un 
sasso. Le ore passavano Cassavano pel cielo una 
dopo l'altra sospinte dal vento le nuvole tene- 
brose e grevi come i pensieri del vecchio Khan 
disteso sul dirupe alto sopra l'< Iceano. 

Andiamo, padre, disse Tolaik. 

— Aspetta... mormorò il Khan, come tendendo 
l'orecchio... Ancora silenzio. Le nuvole non fini- 
vano mai di passare. Il vento infuriava tra le ca- 
vità delle rocce e urlava tra gli alberi. 

— Andiamo, padre.... 

— Aspetta ancora. ... 
Algalla ripetè più volte: 

— Andiamo, padre.... 

Il Khan non voleva allontanarsi dal luogo ove 
aveva perduto il coni ilo dolcissimo dei suoi ultimi 
giorni. 

Finalmente s'alzò, fiero e possente, corrugando 
le ciglia, e disse con voce sorda : 

— Andiamo. 

Si diedero a camminare, ma presto il Khan si 
arrestò. 

— Perché ce ne andiamo? Dove vado, Tolaik? 
Perchè vivrò se tutta la mia vita era in lei ? Io sono 

■ hio. Ora non mi ameranno più, nessuna mi 
amerà più, e se non si è amati, a che vivere sulla 
terra ? 

— Tu hai gloria e ricchezza, padre.... 

— Dammi uno dei suoi baci e prendi tutto. Tutto 
il resio, vedi, è cosa morta. Solo I' amore di una 
donna è vivo. Chi non l'ha, quell'amore, non ha 
la vita, è un povero, è un mendico, i suoi giorni 
sui! deserti e sconsolati! Addio, figliuolo. Scenda 
sul tuo capo la benedizione d'Allah e ti accom- 
pagni tutti i giorni e tutte le notti che tu vivrai. 

— Padre ! Padre, disse Tolaik e non seppe dir 
altro, perchè ad un uomo cui la morte arride che 
cosa si può dire ? 

— Lasciami.... 

— Allah.... 

— Allah sa.... 

Rapidamente il Khan s'appressò all'abisso e si 
lanciò. Il figlio non lo rattenne perchè non ne 
ebbe il tempo. Né anche ora si udì nulla, né un 
grido né un tonfo. Le onde flagellavano l'abisso 
e il vento mugolava canzoni selvaggie. Tolaik Al- 
galla fissò a lungo il mare. Poi disse ad alta voce. 

— Allah! dammi un cuor saldo come era quello 
di mio padre ! 

E s'allontanò nella notte. 

... Cosi mori il Khan Massolaima-el-Asvab. e 
Tolaik Algalla divenne Khan della Crimea... » 



SASUBRINA 



La rotonda finestra della mia cella dava sul cor- 
della prigione: era molto alta, ina. arrampi- 
Sulla tavola appoggiata al muro, potevo 
vedere unto . io ,„ , |U ,.| cortile, e 

tempo udivo i piccioni del tetto tu- 
gentilmente sulla mia testa. Da queir. 
vatorio avevo .m. he l'agio di scorger.- gli abitanti 
,1 '' 1 il più allegro fra 

tutti quegli uomini dall'aspetto tesi 

chiamava Sasubrina Era un noni corto, 

dalla faccia rossiccia, dalla fronte alta, sotto la 
quale brillavano i grandi occhi chiarì e 

ardenti. Portava iì sulla nui a, e dalla te- 

sta rasa le orecchie si allargavano n te. 



Egli non abbottonava mai il collo della camicia 
ne l.i giubbetta, e ogni movimento dei suoi muscoli 
rivelava un'anima immune dall'irritazione e dallo 
Si l raggiamento. Col riso sempre sulle labbra, in- 
capace di star fermo e zitto, era l'idolo dei 

iti: una folla di camerati lo attorniava conti- 
nuamente. Sapeva farli ridere, li distraeva con 
gli inesauribili scherzi, e quella schietta gai. 
rischiarava la noia della loro vita oscura. Dna 
uscì dalla cella, per la consueta passeggiata, 
preceduto da tre topi ingegnosamente atta. 

uno spago a guisa di redini. Sasubrina cor- 
reva loro dietro per il coitile, -ridando .he viag- 
giava in una carrozza a tre .avalli. Sbalorditi 



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dalle sin- grida, i topi si dimenavan me altret- 
tali! ii mieri ciri - ist unti i idevano 
mbi guardando Sasubrina e il su" equi- 

gli dove, : venuto al ndo per 

ino, e non trascurava niente per 
rapL pò talvolta lesne invenzioni 

ncollo al maro, non su 
con quale sostan pelli d'un ragazzino pri- 

■ lie sonnecchiava con le spalle alla pa- 
nel momento che i capi-Ili cominciavano ad 
appiccicarsi, Sasubrina lo ite: il 

ni piedi, ma rio angendo 

il capo le magre mani I carcerati 
piarono a rìdere: Sasubrina gongolava, l'iti 
tardi dalla finestra, colmare 'li carezze il 

povero i 

Insieme con Sasubrina, la prigione aveva un 
altro lavo rito: un gattino rosso, grasso e vivacis- 
i, che tutti carezzavano. » Igni volta che i car- 
cerati uscivano per la passeggiata quotidiana, I" 
trovavano, e giocavano a lungi > con lui. Se lo pas- 
savano di mano in mano, lo inseguivano intorno 
■rtile , e allora esso poteva impunemente graf- 
fiare i visi animati da quei giuochi. Quando il 
ntrava in iscena, nessuno badava più a 
.1 brina, il quale non era molto contento di 
quella preferenza. Dentro di se, Sasubrina si sti- 
mava artista, e come tutti gli artisti era eccessi- 
vamente vaniti iso. Quando il suo pubblico si oc- 
cupava del gatto, o lo lasciava solo, egli si riti- 
rava in un angolo del cortile e di li osservava 
gli obbliosi suoi camerati. 

[o lo vedevo dalla mia finestra, e comprendevo 
quanto dovesse soffrire. Una cosa mi pareva ine- 
vitabile: Sasubrina ammazzerebbe il gatto alla prima 
sione; e sentivo pietà del gaio prigioniero che 
metteva tanto ardore nel voler attirare da solo l'at- 
tenzione dei compagni ; perchè so che niente uc- 
i ide tanto presto l'anima quanto la sete di piacere 
lumini. 
nando si vive chiusi in una prigione, gli stessi 
in dei muri diventano interessanti. Si capirà 
li facilmente con quale attenzione io seguissi 
il piccolo dramma del cortile intemo, la gelosia 
uomo contro il gatto. Si capirà anche l'impa- 
zienza con la quale ne aspettavo lo scioglimento. 

l'n giorno che il cielo era chiaro e il sole splen- 
deva, mentii i carcerati si sparpagliavano per il 
cortile, Sasubrina scorse, in un angolo, un secchio 
pieno di una tintura verde dimenticato li dagli 
operai die avevano verniciato il tetto della pri- 
gione. Egli s'avvicinò al secchio, restò un momento 
pensieroso: poi. intingendo il dito nella vernice, 
se lo passò sui baffi: la vista di quei baffi verdi 
su quella faccia rossa eccitò le risa di tutti, 
l'n prigioniero adulto, volendo imitare Sasubrina, 
cominciò a tingersi il labbro superiore; ma Sasu- 
brina. immersa la mano nel secchio, gli impiastric- 
ciò di colore tutta la faccia: l'adulto si dibatti va 
teva la testa in tutti i sensi. Sasubrina sganc- 
iava intorno a lui : gli astanti si torcevano dalle 
risa e incoraggiavano con allegre acclamazioni il 
loro bullone. 

A un tratto o apparve: s'avanzava 

lemme lemme, alzando graziosamente le zampette 
una dopo l'altra, dimenando la coda che teneva 
ritta lente-mente non aveva paura di 

rtre tra i piedi della gente. I prigionieri si af- 
vano intorno a Sasubrina e al SUO > otnpagno, 
i stropii i iava vigorosamente la laccia per por- 
tarne via lo strato viscoso d'olio e di verderame. 
Fratellini, — grido qualcuno — eco Miscka! 

— Ah, birbante! Miscka! 

— Il cosettino ro 



Afferrarono il micino, che passò di mano in mano, 
vezzeggiato da tutti. 

— Com'è ben nutrito I Che grosso ventre! 

— E come cresce presto ! 

E come gralfia bene, il cattivone ! 

— Lascialo: salterà abbastanza da solo! 

' .li voglio presentare le spalle: salta, Miscka! 
Non c'era più nessuno intorno a Sasubrina: 
questi restava solo, asciugandosi i baffi tinti di ver- 
nice e guardando il gatto che saltava allegramente 
sul dorso e sulle spalle dei carcerati. Tutti si di- 
vertivano e le risa non avevano fine. 

_ — Fratellini ! Tingiamo il gatto! — disse la voce 
di Sasubrina, e quella voce aveva un non so che 
di lugubre. Pareva che Sasubrina, proponi 
quel divertimento, chiedesse nello stesso tempo il 
permesso di accordarlo a sé stesso. I prigionieri 
cominciarono a gridare tutti insieme. 

— Ma ne creperà ! — disse qualcuno. 

— Crepare per un po' di vernice ? Che scioc- 
chezza! 

— Via, Sasubrina: tingilo! Fa presto! 

Un giovanotto dalle larghe spalle, dalla barba 
rossa, color di fuoco, esclamò animatamente: . 

— Che nuova farsa ha inventata, quel buffone ! 
Sasubrina già teneva il gatto nelle mani e lo 

portava verso il secchio della vernice: 

i. nardate un poco, fratellini miei, 
Guardate un poco c|ui : 
Si dà il verde al gatto rosso. 
Lo si tinge cosi ! 

cantava Sajubrina, e le risa salivano al cielo; i 
carcerati si avvicinavano al secchio tenendo-ii i 
fianchi. Io vidi in qual modo Sasubrina prendeva 
il micio per la coda e lo tuffava nel secchio. Egli 
ballava e cantava ad un tempo: 

— Aspetta un poco! Non miagolare! 
Non tormentare il tuo padrino ! 

Le risa divenivano sempre più clamorose. (Qual- 
cuno pigolava con voce acuta : 

— Oh ! Oh! Giuda! 

— Ah ! Ah ! Babbo mio ! — gemeva un altro. 
Sbuffavano, soffocavano : il riso curvava il corpo 

di quegli uomini, lo torceva in una specie di con- 
vulsione isterica. Quel riso possente cresceva sem- 
pre, l'aria ne era come scossa. Alle finestre della 
prigione s'affacciavano alcune donne con le teste 
coperte da sciai letti bianchi; quei visi sorridevano 
vedendo ciò che avveniva nel cortile. Il sopra- 
stante, con le spalle appoggiate al muro, si teneva 
con le mani il pancione prominente ; il suo grosso 
riso risonava tutto intorno. I carcerati avevano 
formato un cerchio intorno al secchio; nel centro 
stava Sasubrina, il quale cantava piegando i gi- 
nocchi estendendo le gambe in tutte le direzioni: 

— Bella la vita, fratellini miei! 

C'era una volta una gattina grigia : 
il (tatto rosso nacque un di dia lei; 
Mi guardatelo adesso: è un gatto venie!... 

— Basta ! Il diavolo ti porti ! — gemè il carce- 
rato dalla barba rossa, 

Ma Sasubrina era in vena. Intorno a lui risonava 
il riso lolle di quegli ubbriachi dalla gioia, e Sa- 
subrina sapeva che lui, lui solo li faceva ridere. 
In ogni suo gesto, in ogni smurila del suo viso 
mobile e bullo, i suoi sentimenti si rivelavano ni- 
tidamente, '- la felicità del trionfo faceva vibrare 
tutta la sua persona. Ora egli teneva il gatto per 
la testa, e scuotendo dal suo pelame il soverchio 
della vernice, ballava e improvvisava senza stan- 



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ik'ir artista 1 1 msi io della vit- 

— Fratellini, cerchiano n< 1 calendario; 
Al micio nostro un bel nome daremo; 
le I" > Maineremo? 
Intorno a lui. unti ridevano Della folla scossa 

da u gioia. Sui vetri orlati di ferro il 

brillava, : izzurro splendeva, gli stessi vec- 

i hi muri sporchi lenevolmente. I na 

i sulla tristezza ili quei 
ri lugubri e grigi. Il riso, benefico come il 
ifica I" stesso fango. 
Mettendo il micino sul! erba che cresceva nel 
Sasubrina, editato, sbuffante, coperto ili 
siul nuava il suo ballo selvaggio. Ma il 

iis,, cominciava a spegnersi. Era troppo. LJn uomo 
emise ancora quali > convulsivo; si udirono 

lue ii tre singhiozzi, poi tutti tacquero, 
tranne Sasubrina, che continuava a cantare ed a 
ballare : e il patto che si trascinava sull'erba con 
un miagolio dolce e pietosi,. Era appena ricono- 
scibile su quella massa venie, e forse la vernice 
lo accecava o impacciava i suoi movimenti: stri- 
si i.iva. si trascinava stupidamente sulle zampette 
tremanti, poi s'arrestava, come congelato, miago- 
lando sempre. 

Ma guardatelo un poco, o brava gente: 
Il gatto verde va cercando un angolo! 
Mistica, il gattino che eia un tempo rosso, 
Dove andare a cacciarsi or più non sa! 

iubrina traduceva con le sue parole tutti e 
.intenti del gatto. 

- Razza di rane ! Sei molto abile ! — gli disse 
il giovanott d la barba rossa. 

Il pubblico guardava il suo bullone con occhi 
sazii. 

- Come miagola! — notò il prigioniero adulto, 
designando la bestiolina con una mossa del capo 
e voltandosi verso i compagni. 

ivano in silenzio l'animale. 
Resterà verde per tutta la vita? - interrogò 
l'adulto. 

Ma vivrà poi molto? — riprese un vecchio 

• erato, chinandosi sul gatto. — Si asciugherà al 

s.le. avrà il pelo tutto appiccicato, e poi creperà.... 

Il eatto miagolava in modo tanto straziante, che 

una reazione si produsse tra i prigionieri. 

Sta per morire — disse l'adulto. 

— Se lo lavassim 

Nessuno rispose. La piccola pallottola verde si 
■ lava ai piedi di quegli uomini grossolani. Era 
una pena vedere l'affanno della povera bestia. 

— UtT! mi pare d'esser cotto! — esclamò Sasu- 
brina, gettandosi a terra. 

N'oli fili badavano più. I, 'adulto s'avvicinò alla 

Molina, la prese tra, le mani, poi la rimise a 

terra, pensando: — E tutto un fuoco! > Allora, 

i camerati, pronunziò con voce lamentosa 

qui 

Miscka ! Non avremo più Miscka! 
Perchè abbiamo ucciso questa povera bestiolina? 
Il gatto, ridotto a un batuffolo verde e infor- 
me, si trascinava ancora sull'eri, a. \ 
d'oi dei su, ti ni, ,\ unenti, 

ma ino di quei visi , 'era più l'ombra d'un 

l'ulti stavan /itti. !r sti, miserabili qu 

il ga ■ va i he questi > avesse 1 1 imunii ati i loro 

— riprese l'adulto, alzando 
Misi Ica, e lo ama- 
,0 tutti.... Perchè lo tormentate . Sari 
derlo.... 
I>i chi è la colpa? gridò irosamente ilpri- 
dalla barba ro ■ tato lui . quel 



— Ma non sono stato solo!.... Eravamo tutt 

ili,,!.... — replicò Sasubrina conciliante. 
Tutti? Non è vero! La colpa è solo tua! s i. 

tutta tua !.... 

Non ■'■ il caso di muggire cosi, rispose pa- 
e iti, ament - Sasubrina. 

Il vecchio carcerato presi la povera bestia, ed 
esanimandola con attenzione consigliò: 

Se la bagnassimo nel petroli,,, la pittura se 
in andrebbe. 

— Secondo me, sarebbe meglio prenderlo per 
la coda e buttarlo dietro il muro, — disse Sasu- 
brina, aggiungendo astutamente : - r. la cosa più 
semplii 

— Come ? — esclamò quello dalla barba rossa. 
— E se facessi io altrettanto con te ? Che cosa 
diresti ? 

— Diavolo! — disse l'adulto, e strappatoli gatto 
dalle mani del vecchio, scomparve non so dove, 
seguito da alcuni. 

Sasubrina restava solo, circondato da gente che 
lo guardava con occhi cupi e cattivi : pareva ( he 
aspettasssero qualcosa da lui. 

— Ma io non sono il solo colpevole, fratellini — 
cominciò egli, con aria pietosa. 

— Taci! — gridò il giovinotto, girando un'oc- 
chiata per la corte. — Tu dici che non sei solo. 
Chi è dunque con te ? 

— Ma tutti voi ! 

— Cane ! 

E il prigioniero dalla barba rossa gli assestò un 
terribile pugno sulla faccia ; il pagliaccio indietreg- 
giò d'un pass,,; un altro camerata gli scagliò un 
pugno sulla nuca. 

— Fratellini ! — supplicava Sasubrina, ansiosa- 
mente. 

Ma i fratellini, vedendo che i soprastanti non 
c'erano, si avvicinarono circondando il loro ex- 
favorito e con qualche calcio lo gettarono a terra. 
Da lontano , quel gruppo compatto poteva pa- 
rere una comitiva un poco animata. Ogni tanto 
risonava il rumore sordo dei colpi dati a Sasubrina: 
lo colpivano lentamente, senza irritazione, cogliendo 
il momento propizio nel quale, torcendosi dal do- 
lore come un serpente, egli presentava una parte 
favorevole a una pedata. La scena durò tre minuti. 
A un tratto s'udì la voce del soprastante: 

— Perdinci, non ne avete ancora abbastanza ? 

I carcerati misero line alla tortura, ma non su- 
bito. Uno dopo l'altro lasciarono Sasubrina, e 
ognuno, andando via, si congedava con un calcio. 
Quando tutti si dispersero, egli restò disteso, 
coni; le spalle gli tremavano : piangeva, forse ; poi 
si mise a sputare ed a tossire, poi cominciò a sol- 
levarsi cautamente, come se temesse di dissolversi 
in polvere. Con la sinistra s'appoggiò al suolo e 
piegò una gamba, urlando come un cane idrofobo; 
lilialmente si mise a sedere. 

— Non far la scimmia! — gli gridò severamente 
ilo dalla b. uba mssa. 

Sasubrina fere ancora qualche movimento , poi 
sorse in piedi, barcollando, si dilesse verso uno 
dei muri della prigione : con una mano si premeva 
il petio. con l'altra s' appoggiava al muro, e oppi 
tanto si Fermava, abbassando il capo. Tossiva: io 
vidi le goccie del sangue 'filare a terra, spie, andò 
in rosso sul fondo grigio dei muri. Sasubrina 
curava che il saie ne i adesse a terra, affinchè nes- 
suna stilla macchiasse la fabbrica imperiale. 

Si prendevani > beile di lui. 

Da quel giorno il gatto disparve. Sasubrina non 
ebbe più rivali; resto solo ad attirare l'attenzione 
.1 divertire i cari eiati. 

M VSSIMO I rORKI. 




Anno -Il 



Nvm2 



•La- Lettura- 




BBRAIO 



RIV[5TA-AEN5!LE 
DEL(pRRlE.RL- 
b -DELLA-3£RA- 




CASTA DIVA 



[Continuazione, vedi numero pre<edent . 




in. 



ardo Parvis era un polemista ed un Gi- 
ratore violento e, certe volte, persino ag- 
gressivo. Sul terreno, in quegli anni in 
cui i duelli erano ancora di moda, era stato un av- 
versario pronto e assai temibile; tuttavia nel suo 
carattere c'era un fondo di timidezza che pure nelle 
lotte della tribuna parlamentare e nelle vicende ru- 
morose della vita pubblica non era ancora riuscito 
a vincere interamente. Anzi, questa sua timidezza, 
non scemava punto, ma al contrario, si faceva più 
viva, a mano a mano che aumentavano la sua fama 
e la popolarità del suo nome. 

Al primo presentarsi in un teatro o in una sala o 
in qualunque altro luogo, in mezzo alla gente, egli 
iimaneva un istante confuso, impacciato da tutti 
gli sguardi curiosi che gli si fissavano addosso. Egli 
doveva sempre fare uno sforzo per vincersi, per 
mostrarsi sicuro e disinvolto ; ma questo sforzo 
non sempre gli riusciva e allora il Parvis nascon- 
deva la propria timidezza sotto un'apparenza seria, 
quasi dura, pronunciando poche parole tronche e 
imperiose. 

Quel primo giorno, in montagna, entrando per 
far colazione nella grande sala, lunga, bassa e così 
affollata e rumorosa della locanda, egli senti an- 

La Lettura. 



cor più viva e più fastidiosa queir impressione di 
debolezza che lo turbava e lo impacciava. 

Le due lunghe tavole erano piene. Non un posto 
vuoto. Subito, al suo presentarsi, era cessato per un 
istante il cicalio e il risonare delle posate e dei cri- 
stalli : tutti gii sguardi si erano alzati e fermati si - 
pra l'onorevole Parvis. 

« Per un ex-ministro era ancora giovane ! E molto 
elegante!... Aveva un aspetto simpatico!... — Do- 
veva avere del talento ' — ("erto, per arrivare, sia 
pure soltanto alle « Poste e Telegrafi », di talento 
ce ne vuole ! » 

E io rissavano con ostinata curiosità aneli 
occhi neri, nerissimi, della bella signorina del gran- 
de cappellone tutto bianco e tutto rosa. 

Gerardo, aveva veduto l'amica di Teo, pru 
guardarla; anzi, più die averla vista, l'aveva sen- 
tita. 

— Che ci ne! Era lì, proprio lì, di 

nanzi, in faccia al suo tavolino! 

Per restar solo, per non conoscere nessuno, l'ono- 
revole aveva ordinato per sé un tavolino a parte, 
e gin e preparato proprio in 

eia all'amica ili Teo ! 

Il primo cameriere, in atto di grande deferenza, 
aspettava i su i, porgendogli la lista del 

giorno. 

Gerardo la guardò un momento. 



o8 



LA LETTURA 



Di. - ' ll/.l. 

una alla mil 

:rv un bu ind au beiti 

me volete. Quello chi Pi i h 

pn si 
l 
\ ellenza e niente vino! Soda e co 

i li- mani la Tribuna, e mei 
mincia a 
terla • senza pareli'. 

il gli riuscivano ilei tutto 

t dovrò tare pei impedire le 
menti e i complimenti ! 
■ erano ricominciati oni, e 

a inani» a mani' divenl e rumo- 

! e pronunzie delle varii avano p : ù 

Fra quel brusìo festevole e cerìmonii 
l piemonti rideva al toscano, il na- 

tano e il siciliano al milanese e la parlata ve 
romana • a e meli » ; 

Ma ben chiara, scolpita, fra quelle milli 

. _ ngeva hio la va 

• li quella tal signorina — l'amica ili Teo. 
P 
Cariava benissimo ; senza tradire nessun dialetto. 
1> dell'alta Italia... milanese no. L'a 

\relili- veduta qualche volta a Milani). .. 

gnorina? — Perchè signorina?... — Che 
Prospei i re henis- 

- gnora. 
rdo, culla scusa di voltare la pagina della 
" .-. lanciò un'altra 

lorina ! I signorina!. . Ture, per 

re una signorina è molto disinvolta! Troppo 
disinv 

Seduta in mezzo a due giovanotti, rhe sembra- 
timi piuttosto due giovinetti, col viso sbarbato *e 

ibboni ..in', e Tolta capi- 
gliatura, ella parlava molto, ridi va molto, si moveva 

- gW ri'!. ■ , '. 

il cameriere eoi chateaubriand; l'onore- 
ril one la Tribuna, e intanto guarda aurora il 
sa e i due vicini. 
Dalle giacche bige, larghissime, spuntavano i colli 
impiccati negli alti solini rigidi 

Che caricati l m la marea autentica del- 

■ illiti fatua e pretenzi. 

-i per piacere alle 

E al Parvis, sfugge un sospiro. E' forse il ram- 

1 ; liosa lei, di quei due li. 

.a un caldo fiore dell'Oriente*, i 

* 
Eh! Mah !... Po- 

te del ( lonsiglio . ma j 
non lo ritorno più, pui 

i la pi, u 
alla per sem| 



\ \! ■ ■ ■ i . . ] i Ha a le! -\ iti I un mi i, |ht 

fortuna, di breve durata. Sin da quel giorno, allora 
di pranzo, la sua entrata nella sala non fece più 
i nessuno. 

Come iii.n- La bella amica di Teo è partita? 
pensa Gerardo mettendosi a sedere, ma poi 
la vede al suo («.sto, fra i i cavalierini ri- 

gidi, impettiti e augi! ne due cavallette, 

nell'aiuto di Sei 
' ■ I 

Ma ii :'è più il cappi 111 ine ! Peccato ! 

\i ssuna signora aveva il cappello. Gli uomini 
in smoking o in frak, le signore in toilette; non c'era 
più nella sala l'allegria espansiva della mattina; 
correva invece per le <\uv lunghe tavolate un 
• i mpassara di grani le sussiego e di mu 

— l'i - iva ras beni con quel grandi 
pello alla moschetterà ! 

Mentre l'onorevole pensa ai cappellone, il si- 
gnor Vincenzo — il primo '.unii aspetta i 
i ' lini. 

— Date aii'he a me il pranzo del giorno! 11 
solito della pensione. 

L'inchino del sigm i Vincenzo v i la involonta- 
riamente meno profondo, 'l'ante raccomandazioni e 
tanto strepito per un ministro... che non ordina nem- 
10 un extra e beve la soda ! 
Bel ministro e bel Governo « da carovana! ». 
L'onorevole Parvis s'ao ssere un po' in 

>so nella considerazione del signor Vinceru 
nota pure di non destare più nessuna curiosità nel- 
l'amie. i di Teo, la piale mangia di buon appetito 
e amie alla mattina parla, ridi, scherza... ma senza 
i i "parsi affatto di Sua Eccellenza ! 

ili un tipo espressivo; tuttavia dev'esser* 
una ragazza inconcludente! Come può divertirsi 
tanti ai discorsi di que' due scimuniti?... — Perchè 
seno due scimuniti!... Positivo!... — Senza cap 
pello ci perde moltissimo! E' molto meno bella; 

ri il SI mota più lei '. 

— Desidera Senapi 

— domanda il signor Vincenzo passandogli vicino. 

— Datemi il Si e il Corriere detta Sera. 

1 i : ni, 1 ne e l'altro comincia a leggere i due 

'.ili. 
Dio, la politica! .. Sembra una cosa tanto grande 
e non ;• ehe un pettegolezzo cosi piccolo! — 
ruffe chio//i ti - Invidie e gelosie, ambizione e 
volgarità! E' proprio, colla scusa di tari 

quello degli altri ! 

L'amica di Teo a-, una voce ben singo- 

lare! t 'he voce strana! Non era forte, eppure come 
sentiva bene, anche da lontano ! Che bella 
. calda, penetrante! 
■ — Una bella voce è una gran U-lla cosa! Deve 
avere anche dello spirito, la signorina. Quelle due 

mummiette VÌVI -mio condotte per il naso S 
de elle e un piacere! ( '"ine m le i li gusto e Co- 

me ride bene! Sfido io a non rider Ix-ne con i|uei 
denti' (In- bianchezza! E 1 una bocca abbagliante' 
I bei denti sono una gran bella cosa! — Che 
N deve essere più giovanis 
' 



I VSTA 1 «1\ A 



99 



L'onorevole Pai vis l'osserva, questa volta con 
coraggio, attentamente. 

La giovinezza trionfava in lei, in tutto il suo 
pieno rigoglio: ogni linea, ogni contorno era vi- 
vente e fiorente, mentre il volume enonne e capric- 
cioso dei capelli nerissimi sembrava dare alla sua 
carnagione, un brunito di sodezza e di forza. 

— E pensare che con tante belle ragazze e con 
tante belle donne che ci sono al mondo, io ho speso 
le ore migliori della mia vita con Saracco. . . e con 
Zanardelli ! — Al diavolo il Governo e la politica, 
la Camera e il Senato ! — E sua madre? — Ci sarà 



- verso! — Prospero continuava passo pa 

trascinandoselo dietro, inesorabile e muto come il 
destino. 

Teo si arrabbia, brontola riottoso, ma intanto 
medita il colpo, e sta attento. 



Un po' innanzi, passato l'albergo, la valle si a] re 
spaziosa e libera, tutta verde di abeti; e in fondo 
alta, nuda, rocciosa la vetta del monte Cimone pren- 
de, in quell'ora del crepuscolo estivo e dopo l'ultima 




la mamma ; certo. — Dov'è ? — La vecchia gialla 
che le sta di faccia? — No! No!... Non le 
somiglia affatto ! Più che altro , ha l'aria di essere 
un'istitutrice. — Ad ogni modo, madre o istitutrice, 
perchè non le sta accanto ? Una ragazza seduta in 
mezzo a due giovanotti... che le fanno la corte... 
Come sono cambiati i costumi e gli usi del mondo : 
A' miei tempi... 

Ma a questo punto, mentre l'onorevole Parvis, oc- 
cupato da così gravi pensieri, si serve distrattamente 
dell'arrosto e dell'insalata, è richiamato d'improv- 
viso alle piccole realtà della vita e dell'Abetone da 
una gravissima disobbedienza commessa da 1 

— Com'era stufo il povero Teo di passeggiare 
su e giù dinanzi alla locanda, legato e tenuto al 
guinzaglio dal vecchio Prospero ! Ogni tanto dava 
una grande strappata e tentava di mordere il lac- 
cio. Peggio ancora quando passava vicino al por- 
tone dell'albergo: si fermava, puntando le quat- 
tro zampe, si allungava prodigiosamente. Ma non 



doratura infocata del sole, una tinta arancia, poi 
violacea, poi quasi rosea, in sullo sfondo, limpido e 
del cielo azzurrino. 

La giornata non era mai stata tanto bella, riè il 
tramonto tanto maraviglioso. Prospero contempla 
a bocca aperta, e Teo, che lo vede in estasi, non 
one: una terribile strappata e via come 
una saetta! Infila la porta dell'albergo, infila l'u- 
scio della sala da pranzo e sempre a tutta carriera 
e sempre tirandosi dietro il guinzaglio passa si 
le tavole, fra le gambe della gente, fra le sottane 
delle signore, fiutando, annusando, frugando di 
qua e di là in cerca del padrone di cui sente l'odore, 
ma non trova ancora le traccia. 

Il monotono sussiego della table d'hòte è rotto 
come per incanto: due vecchie inglesi — detestate alla 
lor volta dai villeggianti, per L'odio che portano alla 
sigaretta — si alzano spaventate e inorridite, sbat- 
tendo i tovaglioli per difendersi. Teo, credendo 
l'atto uno scherzo e un incitamento, corre loro ad- 



1 00 



LA LETTURA 



lì andò. I utti rid i molti 
ii del chia 

lama l'amica, colla sua 
languida <■ più tenera e con un ai 
anni ■ • sione. 

Piccolo caarol 
l reo t - — L'i 

• ila il sangue più dell'i] 
Ile due vecchie ingli 
reo! Qui : Subito! 
om prende al tono che non è il momento ili 
otto la tavola, poi 
• fuori quatto quatto, tutto basso, tutto lungo, 

tutti bil i.uuiii il 

padrone 

nzaglio e di colpo, solle- 
vandolo mezzo da terra, lancia il poveri re Fra le 
■ che aspettava timoroso sull'u- 
dv a sua vi Ita acchiappa il rane e scompare. 
Povero ' Che cattiveria ! 

L'onorevole sente appena queste paini.- volare 
nell'aria, sente il lamento, il rimprovero che gli è 
< lirett- > e toni re al suo tavolino i on una 

faccia rosi scria e Iona, come se non si tn vasse di- 
nanzi ai .piani ili un pollo arrosto, ma .li fronte ad 
una schiera ili i istruzii misti ! 

Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. 
Va presto su, nella sua stanza per dormire. I .• > ha 
'uzza delle ilue notti passate in fer- 
r..\u e pili ancora dell'aria diversa della montagna. 
Ma prima ili coricarsi, ila una lavata ili testa, so 
. al povero Prospero, elle laseia passare la hur- 
atare e questa volta senza metter mn 
orto. 
. '.'• quella bestiai-ria maledetta? 

I 

Prospero indica una poltrona in fonilo alla ca- 
mera sulla quale c'è una e. .perla e sulla coperta 
' Ito, in.. .:... senza 

parere, a tutta la grande sfuriata. 

Se 1.. lai un'altra vi 5e\ ieni in sala, un'al 



■ ■Ita. stai 



E i '.. rardo, .'he ormai s'è 



ito. alza ancora la mano, ma nell'atto, più che 
una minaccia, c'è adesso un imito Teo ni 
muove: iz 1 i occhi bi . guardano .la un'al- 

tra pane: invece .li Prospero è lui. questa volta, 
i musi, al padi 

Ha più fierezza e più carattere 
ili molti n ghi ' 

i icina al povero 1 

rio e far la pace, ma a un tratto si ferma 

cena .Iella succursale ili faccia 

da dell'albergo riservata al ballo, alla musica 

'■ ali e dopo i primi accordi incerti 

'l'' 1 I nell'aria una bella 

o, limpida e squillante, un canto largo 

he riempie tutta la tutta la valle. 

M 



Prospero, ve- 



E' la borbotta 

dendo il padri me o ine incantato. 
Quale 

I hi. -11.1 ilei I | 

Non c'era dubbio: i .lue ce .lei t'adoore, avevano 

stessa inti e ■ di i due aa del « pii 

coati 

E' una signorina .li famiglia molto m b 

1 vuo lare sul teatro lo stesso, perchè non ha 

più né padre, e ha pochi soldi, 

i '..me lo sai l 'hi te l'ha detto? 
l i signora Clotilde. 
I-i chi è questa signora t Hot il de? 
-Lai ih n-ma. Siam., vicini .li 

tavola. — La signorina è una marchesa. Mar I 
.1 A,lbaro di < ìenova. 

I ■ i n iil servitore stupiti i 

— Oh bella! Quella mutria taciturna del si- 
gnor Prospero che all'Ai .etono diventa loquace e pet- 
to-, ilo ! 

IV. 

L'onorevole i'arvis non donni bene quella prima 
notte: anzi, non dormi affatto. Era troppo 
stanco e troppo agitato. E poi non era ancora abi- 
tuato ali. nia. al clima, alla montagna alta. 

Non polendo dormire, era rimasto tutta 
preda al a Je t'adoore! », anche dopoché la marche 
sina d'Alban., ricevuto una duplice salva di ip 
plausi, si era ritirata con la sua istituti i an 

a di rinire. 

II I'arvis aveva sentito i complimenti che le erano 
fatti giù in istrada, i saluti e il ricambi,, della 

Inolia notte. 

Sul teatro! . Sarebbe andata a finir male! 

1. onorevole Parvis, che in vita sua era stato assai 

pi co a teatro .-che non era fi rse mai salito ■-opra 

un palcoscenico, aveva tutti i pregiudizi comuni a 

chi vede da lontano le quinte e i camerini. 

— Sola e libera?. Sul teatro I 

Gerardo ora contrariato e indispettiti.. L'onda di 
simpatia era svanita Egli, ad un tratto, provava 
ti del risentimento contro la n na. E iì, 

nel buio, dalla Gilda alla Fos a, tutte le eroine d 

he ricordava, gli passavano dinanzi 

più provocante. . . ma tutte col viso, 

colla I on gli occhi della giovane e bella a- 

di 'beo. 

Farà certo fortuna con quella sua bellezza! 
E an.'he cu quell'espressione che sa dare al co 
e al « Je t'adì» rei i 

Ani! \ 'i si può dormire all'Abetone I. 

lira venuto per godere il fresco . invece soffriva 
un caldo, iin'.i I no la smania ad- 

t'he letto incomodo I. E quanta gente an- 

\la a lui che cosa importava della gente" Era 

vi unto ali Abeti me i ei passi sare 

con la testa e con li avrebbe fatto una vita 

solitaria. Poi aveva tante cose da leg- 

■ ere e tanti articoli da scrivere! 

— Non voglio conoscere nessuno e non voglio 

n nessuno lunghe escursioni, faticare 



• \S*1 



Idi 



tanto da pcter dormire e poi i tavolino!... E se 

qui non mi vedrò sicuro, cambierò locanda... e se 
ne, anche paese ! 

La mattina dopo, si alza prestissimo, gii 
bosco per un paio dorè e poi, evitando la gente, ri- 
torna all'albergo e sale in camera sua, dove trova 
Teo che gli fa quattro salti e una corsa in giro, ma 
che toma subito ad accucciolarsi, avvolgendosi in - 
stesso sulla poltrona. 

- Ha sonno! E' stanco, povero piccolo!... 

Gerardo non s'è accorto di chiamarlo piccolo, 
« povero piccolo » come l'ha chiamato la signorina 
del cappellone. 

— Povero piccolo!... Tu dormi ed io mi inetto 
a lavorare 

Infatti, siede al tavolino e comincia il suj primo 
articoli» al Daily Express. 

Ma quando si donne male, non si può poi scri- 
vere bene. E' impossibile! — L'onorevole Parvis 
quella mattina non è di lena. 

E poi il pianoforte della succursale che non 
tace mai. 

— E' un'ira di Dio!... E' proprio la terra dei 
suoni e dei canti, l'Abetone ! 

Ma non sono gli accordi della sera innanzi ! 
Xen sono gli accordi della romanza di Massenet ; 
non è il Je fadoore! 

L'onorevole Parvis resta per una buona mezz'ora 
assorto e pensoso. . . e la carta che ha dinanzi, per 
quella mattina, rimane bianca e intatta. 

— Andiamo, Teo! Andiamo a fare un'altra pas- 
seggiata ! L'articolo al Daily Express lo scrive 
remo dopo colazione. 

Si era di piena estate, eppure lassù si respirava 
un'aria fresca di primavera ! Il verde ancora tenue 
sotto il verde carico e cupo dei vecchi abeti ; nei 
prati le margherite e i vergiss, nelle rive ombrose fra 
il murmure del rio e lo spianciare della cingallegra, 
le violette e le fragole. La primavera ! La prima- 
vera ! 

Come consola gli occhi, come accarezza il viso e 
penetra nel sangue ed anche nel cuore con un infi- 
nito e dolce benessere! 

— Mi sento più giovane in montagna! - An- 
diamo Teo ! Andiamo a fare una bella passeggiata ! 
Siam qui per riposare e non per lavorare!... Ci 
divertiremo, mangeremo di buon appetito e ci fa- 
remo buona compagnia !. . . Noi soli, sempre soli !. . . 
E tu, bravo Teo, sta attento e fa la guardia ! Se 
vedi un seccatore da lontano abbaia ! E se ti viene 
vicino, ringhia e mordi ! Qui non sei costretto a 
tare la museruola ; all'occorrenza, approfittane ! 

Teo, che ha ascoltato il lungo discorso, stando- 
sene attento con una gamba davanti ripiegata e so- 
spesa, con la testa inclinata da un lato, alzando, al- 
largando le grandi orecchie, fissando, dilatando le 
pupille, fa un atto di assenso con un piccolo star- 
nuto e via come il vento, giù dalle scale, guaiolando 
prima, non di dolore ma di gioia, e poi fuori al- 
l'aperto, innalzando lui pure il suo inno alla prima- 
vera e alla montagna con festevoli latrati che echeg 
giano risonanti nel silenzio della valle! 

Ma in quanto al non fare conoscenze, il signor Mat- 



teo è di tu't Lìti 'ii tutt'altri gusti de '• 

norevole Parvis! All'Acetone lui vuol vivere nel 
bel mondo, giuocare con tutti, divertirsi con tul 
E specialmente con le signore! Quando ne vi de una 
in distanza si acquatta, prima, allungandosi e poi 
prende la corsa sa a. '.dosso. 

— Teo ! Qui, Teo ! 

Il grande stradone fiancheggiato dagli abeti co- 
mincia a popolarsi. Dai boschi spuntano le signore 
nelle bianche toilelles mattinali, circondate, seguite 
dagli eleganti cavalieri. E Teo, ormai reso popolare 
dalla scena del giorno innanzi colle due vecchie stiz- 
zose, riceve da tutti saluti e carezze, che gli sono 
prodigate anche per ingraziarsi il padrone. 

— Teo! Qui !... Teo! 

Teo si volta un momento colla testa, sbatte le 
orecchie lunghissime, ricadenti come foglie di lat- 
tuga appassita, e poi ili nuovo salti, giravolte, ce- 
rimonie, di qua e di là, con tutti quelli che incontra, 
purché sia gente ben vestita. 

A un certo punto, dove la strada si biforca nel 
bosco, l'occhio di Gerardo si fa torbido, il viso ac- 
cigliato: 

— Teo ! Qui ! Teo ! 

Ha visto sbucare dal verde folto il grande cap- 
pellone a trine bianche e a nastri rosa, seguito dai 
due soliti giovinotti o giovinetti, vestiti pure di chia- 
ro, il berrettino bigio, e con in mano le racchette e 
la reticella, con le palle del tennis. 

— Teo! Qui! Teo! 

Ma che!... Teo si è già abbassato, allungato e 
all'invito di un — piccolo caaro! caaro! caaro! — 
si precipita incontro alla sua amica del dà innanzi, 
le salta addosso, riesce a leccarle la faccia, poi, 
sempre di corsa, torna indietro a far testa al pa- 
drone, e poi di nuovo alla signorina, e poi di nuovo 
al padrone, come per far capire alluna e all'altre 
che ormai devono essere amici tutti e tre! 

La bella marchesina saluta l'onorevole Parvis 
con un cenno grazioso e signorile del capo: i due 
giovanotti o giovinetti si fermano a due passi di 
distanza, diritti, come due aiutanti di campo, sco- 
preni li >si rispettosamente. 

Non c'è verso ! L'onorevole Parvis deve salutare, 
deve fermarsi, deve parlare. 

— E' una grande seccatura questa mia bestiola ' 
Si permette troppe confidenze, e si prende troppe 
libertà !. . . 

— E' tanto caaro! 

— Il mio servitore. . . E' stata un'idea infelice 
del mio servitore, quella di tirarselo dietro, fino 
quassù! Giù! Fermo! Besriaccia sconveniente! 

— Teo, una bestiaccia?! Oh, povero piiccolo! 
Teo, con il petto giallo sporgente e le gambette 

anteriori puntate ad arco, scrolla la testa e starnuta 
di nuovo con l'atto di dire anche lui di no, che non è 
una bestiaccia. 

— E' carino, carino, carino! E' un tesooro, lui , 
è un amoore! Soltanto l'intelligenza h ha dimo 
strato ieri sera ! 

— Già, interloquisce uno dei due pallidi cava- 
lieri. Quando voleva mangiare il naso a miss Kean 
e a mrs Brand ! 



[02 



LA LETTURA 



La raarchesina ride, ci >n tuti denti lui 

hinand si e tenerli 

■ ioni sulla l n issa testa di rasi >. 
i i 

ia un barbaglio agli occhi e sente una 
tutto il corpo: il barbaglio di quella bocca, 
di i ji il. ssa dei due bai 

irla '!•■! • : . dorè 

ria . 

ma all'albergo, marchesina? 
Vicino all'albergo; al tennis. Facciamo due 
ore di tennis tutti i giorni, prima di colazione. Li 
giuoca al tenn 

e Parvis, guardando la marchesina, 

mette involontariamente un sospiri), un rimpianti! 
in quel verbo giuocare al tempo passi 

narchesina è molto intelligente; coglie al 
nazione. 

V sso, non giuoca piii? J ... E' naturale! A 
Roma! La Camera! Tante occupazioni ! Tanto /,/ 
VOoro\ Ma qui \orrà lx-n riposare un po'! Farà 
qualche partita con noi? Accetta una sfida? 

vi Ige, senza aspettare risposta, ai due giovi- 
notti rimasti fermi, impalati e li chiama per pre- 
sentarli : 

Se i ' rmette, Eccellenza*. . . 

Non sono piii un'Eccellenza! 

Come devo dire, allora?... Onorevole?... Se 
permette, onorevole, le presento il conte Annibale e 

Mattioli, miei cugini. 
L'onorevole Parvis saluta l'uno e l'altro, con una 
stretta di mano, e tutt'insieme ritornano lino ai 
rampo del tennis, che è giù, basso, in una conra 

sotto l'alberg 

L'orn revi le cammina al fianco della marchesina 
l> Mbaro, con Teo che gli passa fra le gambe. Ce- 
'■ Annibale, Che non hanno dei due grandi con- 
quistatori altro che il nome, rimangono dietro, seilì- 
pre a <l\u- pasi di distanza. 

I narchesina parla e fa ammirare il paes. 
li norevole tace e ammira la marchesina. — Come 
amabile e vivace, pur rimanendo sempre... 
bambina! Ni n i civetteria, è schiettezza, è natura- 
lezza giovanile la sua!. Ha bandite — si vede — 
tutte ii il ti. nitte le ipocrisie del gran 

moni • r altro, ne conserva tutta la grazia si- 

gnorile. E' proprio « m Ila punta 

uelli meravigliosi 1.. E che 
ieri, ncrissimi !.. 1 ).i perder» i denl n >. 
l'anima e il corpo ! 

1 ' I inainola ! Teol 

bile !. . . Aveva 
da lontano le due vecch re, i ra messi i a 

r saltar li ro addi 
reo, qui ! 

na sulle • - d. ili aria birichina, 

!" ! La bella fan mila , 
ridendo, lo piglia in bl - il i e ba 

li nuovo. 

1 



Il Parvis ne è ormai più che persuaso: 1. 
rinunzian . i [uel momenti i speranza di 

solitudine, ad Ogni proposito di non voler lare co- 
nosci':.-.. I .i signorina D'Albaro, prima ancora di 
il-, li. al tennis, è circondata da una frotta di vil- 
. i he appiì hti.mi . dell'i i - a sii me pei i - 

revole Parvis. Molti, anzi, dichia- 
di averlo già visto, già conosciuto altre vi 
e ' -it ino luoghi, date, particolari. 

Ili qualcuno, il Parvis si ricorda davvero: di un 
vecchio generale, fra gli altri: il generale Bonfei 
reri, messo da parecchi anni in posizione ausiliaria 
dalla gotta e dai reumatismi. 

Aildio solitudine! Addio quiete! Addio pace! 
Giunti vicino al tennis, la marchesina ripete l'in- 
vito: l'onorevole scrolla il capo, ringraziandola con 
un inchino. 

Oggi? no? Proprio no?... Ma domani?... 
Domani sì?... Promette? 

Giuocare al tennis' lo 3 ... Ma io non sono 
più un giovanotto!.. Sono vecchio, marchesina! 

— Vecchio?.. . /., 

Quanti <•. in quel lei! .. E tutti, uno più delizioso 

ilell'altro! 

— Bella ragazza! — esclama il general- Bon 
ferreri, rimasto solo coll'onorevole. L'onorevole lo 
guarda: il generale, lungo lungo, seo . un 
po' dondolante sulle gambe malferme, ha i capelli 
e i grossi baffi d'un bianco d'argento, che danno ri- 
salto al rosso vivo della faccia. Quell'ammira- 
zione per la marchesina è tutta paterna. — Bella 
ragazza... e buona! Le piace scherzare, divertirsi. 
ma non c'è nulla da ridire sul conto suo! 

Il Parvis ha uno slancio di simpatia per il ge- 
nerale e lo piglia sotto braccio... senza appogg 
troppo. 

- Quando l'avete conosciuta, onorevole? 

- Stamattina ; un momento fa. E' stato Teo a 
presentarmi. 

- La signorina D'Albaro viene all'Abetone tutti 
gli anni. Conosce tutti! Qui, è come un po' la pa- 
droncina. . . di i 

— Ed è. . . sola ? 

La signora De Paolis, la sua antica gover- 
nante o istitutrice, adesso è la sua «lama di compa- 
gnia. Bisogna sentirla cantare! Come canta! E' 
una l'atti ! Una Stoltz! 

La sigin r.i I ie Paolis ? 

No, che! La marchesina Sofia! La fan 
ire! Sentirete!... Una voce! Un talento!... 
Straordinario! Ha l'intenzione di andare sul teatro 
e farà bene. 

Farà male, ('dovane, bella e sola... 

Non c'è pericolo! E' una donnina piena di 
giudizio! ■ tener testa a \)n reggimento! 

Oh, sono molti anni che la COnOSCO. E p"i è d'un 
i , I ledilo, positivo. Sapete colli' 

chiamo io, per farla arrabbiare?... Nolte dì gelo! 
. pei Farla ridere, la casta diva! 
< I rrendo, son giunti, passo passo, fin 

sulla soglia dell'albergo I Parvis, salu- 



'"I 



LA LETTI RA 



tamii i il g con grande e 

sentita effusione. 

ntissimo di aven 
rale ! Sp< ro i he ci vcd 
.;nia. 
Che bella mattina! Che aria buona! ( "!i< ■ bel 
cielo lina] do! 

K il Parvis, messo ili buon umore dall'aria 

cale cantarellando, Appena incamera, 

chiude la finestra in faccia alla succursale, vi 

iva troppo sulc, e apre l'altra di fianco, dalla 

quale n na nut.i la vallata e si vede proprio 

! giuoco del tennis. 

rimane a lungo alla finestra, ma tenendosi 

■ i i pers iane. 

verde ' < !he aria di liziosa !.. E che 
fragranza, che buon odore 'li pino! 

■ che il padrone non si occupa di lui, 
< sparito. E' andato in cerca 'li Prospero e «iella 



V. 



In un giorno solo, Gerardo Parvis ha fatto niiw- 
n tutti gli abitanti di Boscolungo. 
Buona gente, in ('ondo; abbastanza simpa- 
tica ! 

dimostrano molta deferenza, mollo stima e 

molta ammirazione: tutte rose che in faccia alla 

marrhesina D'Albaro lusingano il suo amor pro- 

e la sua vanità. Ma non fa il grand'uomo per 

m n sta in sussiego. E' semplice, alla mano; 

legni e pieno di brio. Si diverte soprattutto a 

punzecchiare, come fa il generale, la marchesina 

Sofia. 

! t he bel nome !. . . 

Ha preso passione alla musica — proprio lui, 

revole Parvis, che non ne capisce niente! — E' 

vero, tuttavia, che Massenet non è Wagner... e 

che si finisce sempre colla romanza del Massenet: 

fé fadoorel 

Onesta romanza, adesso, la maHu-sina la canta 
Ulto per l'onorevole Parvis.. e cantandola, lo 
guarda, lo fissa co' suoi orchi neri neri, nerissimi... 
/<• fadoorel 

i la romanza, mentre il pubblico appiaude. 

la marchesina si avvicina all' revole Parvis e 

con dolcezza, con soavità, con bontà, gli 
domanda sempre: 

ritento, signor Par 
Il Parvis risponde: 

— Si, grazie. . . — e rimane incantato ed esi 
tante e studia e pensa per ben capire il signifii 
di qi à, di quella 

' riudizii . I ìerardo mio Giui ! Potresti i 
iUO padre! Domani, niente passeggiata! Scen- 
der. ,,. unni no a CO 
lazioni ' 11" da lavorare; li" da rispondere a un 
mucchio di lettere. 

ritiene la parola data a II giorno 
dopo, appena alzai . Teo, 

lie VUOI I .innaspa con le zai tro le 

rdo gli tira un po' | | , n -/ 



/.ni. l'ilo , | manda a . con Pro- 

' liudiz ■ ! ( , . n U.. gna perdere la 

r essi n- su- , padre ! 
Se a> esse una figliuola cosi bella e cosi buona, 
comi bene ! E se ci fessi 

vera Fla\ ana, ■ mi ni irebbe gelosa ! 

Povera i lai tana, non ci sei più, proprio più ! 

Lavora, lavora in fretta, e per un po' di tempo 

'• a non pensan ad altro. In uri paio d'ore ri- 

Sponde a tutte le lettere e comincia a scrivere al 

Daily i ., quando sente a bussare... 

— Toc. tOC, toc. 

Si volta, è reo, sulla soglia, chi dimenando la 
coda, la Latte contro l'uscio. 

— Toc, toc, ti - 

reo! \ uni qui ! Teo! 

Ma Teo. acca iti che il padrone è ancora lì, in 
camera, che non i andato via, invece di entrare spa- 
risce di nuovo, e dopo un momento lo si sente ab- 
baiare giù. dietro l'albergo. 

Il Parvis va alla finestra : 

Eccolo là, il cappellone rosa! 

La marchesina giuncava al tennis e Teo, abba- 
iando correva dietro -die palle. La marchesina \ 
l'i morevole alla finestra : 

Pasta! Non si lavora più! Venga giù! Venga 
a sgridare al suo Teo!... Non ci lascia giuoc 

Il Parvis scende di corsa e poi, quando la partita 
è finita e gli altri si fermano a raccogliere le palle 
e le racchette, egli invita la marchesina a fan- n 
passi» nel bosco, all'ombra, come raccomanda l'i 
giene. Teo li segue, dando la caccia ai grilli e alle 
cavallette. 

Com'è accesa in volto! Com'è riscaldata' 
Si slan 'i i e ippo ! 

Non .'• vero! Mi sento cosi bene! Ho t 
brutta cera ! J 

E la marchesina lo guarda sorridendo; sa anche 
troppo di averla buonissima la cera! 

I" ho diritto di farle la predirà, signorina' 

Perchè . diritto? 

— Perchè, pomi essile suo padre! 

— Avrei un papà giovane e un liei papà ! 

— Le farebbe piarere .. se io fossi suo padre? 

— Mooltoì 

• .manta tenerezza e quanta grazia! La marchesina 
Solia guarda fissa negli occhi l'onorevole Parvis, 
ed ' lui questa volta, il forte parlamentare, che al. 

l ass i i suoi. 

Li pressi i, i i un piccolo numerinolo 

Mi siedo qui. Permette, signor papà? 
Si copra : se piglia freddo le f.ir.i male. Si 
l.i giacca. 
( ibbediso • . pa 
Il Parvis resta in piedi e Teo si allunga .lima- 
lo entro le sottane della marchesina per farsi 

Mi dica propi io la vi riti, marchi 

I . dir., sempre la v.-rità. 
L'onorevi Ir Parvis esita, poi dopo un momenti 

ripiglia con un leggero tremito nella v 

"a vi rari trazione d andare -ni teatro? 



CASTA IUVA 



to5 



La marchesina lo guarda fissa un istante, pi 
bassa a sua volta gli occhi e ha un lampo di rossore 
che le corre fin sulla fronte. 

— Risponda... Sia buona.. Risponda. 

— Adesso... non l'ho più. 

Il cuore dell'onorevole lotta violentemente. 

— E' molto tempo che non l'ha più ? 

La marchesina lo guarda poi abbassa ancora gli 
occhi e risponde « di no », ma soltanto con un cenno 
del capo. 

Rimangono tutti e due silenziosi, poi è lei, la 
prima a parlare: 

— Che ora è ? 

— Le undici e mezzo. 



— Uisogna ritoi Facciamo troppi 

l,i cola/ione. 

- Ritorniamo ] ure 

E di nuovo, per puisi tutta La strada, non p, 
più ne l'uno, né l'altra: sembrano solo intenti a 
guardare Teo, che ha ripresa la sua i 
dei piccoli saltetti graziosi e comicissimi. 

Cerardo Parvis pensa alle ultime parole, sopì ti 
tutto a quell'ultimo no della marchesina: questa, 
invece, deve avere tutt'altro in mente, perchè giunta 
\ i ino all'albergo esclama con un sospiro: 

- All'Abetone, però, c'è un grande inconvenim 
te: la posta una volta sola al giorno... e non ar 
riva mai ! 



< ( 'n:!. nua ) 



' il RI 'I IMI ' Ri i\ I 1 I \. 




*m^ 




LA PORTENTOSA CHIAVE DI BACONE 




■jcesco Bacone — barone di Verulamio 
visconte di Sant'Albano, if vou /■;, 
ha avuto la geniale idea di tornare al 
mondo munito di una chiave miracolosa. E* una 
chiavi d'oro ma un magistrale grimaldello? 

La questione è sub jua . per he l'autorevole per- 
sona, ato citato immantinente innanzi ai tri- 
bunali, ove gli avvocati discutono con tanto calore 
mio al suo caso che pei ora l'unica deduzione 
possibile è l'intontimento. Ma ciò non toglie che si 
tratti del più strano, più curioso e più interessanti 
problema di cut gli studiosi si stiano ora occupando. 
Non è la prima volta che accade a Sir Francis 
di essere chiamato in giudizio. Già durante la sua 
vita mortale aveva dovui comparire innanzi ai suoi 
l'ari, che lo avevano balzato dal seggio di grande 
re del regno al banco degli accusati. Era 
. innanzi al magno con- 
sessi Mte di porpora e di ermellino, aveva 
umilmente chinato il capo, confessando al suo sue 
• i le. < ' ime un qualsiasi pa- 
namista moderno, l'ex-ministro ammetteva 'li essersi 
lasciato corrompere, E si era quindi ritirato alla 
vita modesta e silenziosa, occupando tranquilla- 
SUOÌ ultimi anni negli studi prediletti, i 
indugiandosi ogni mattino sotto le coltri per smen- 
tir'- il noto verso dantesco e dettare al segretario 
risia concepiti durante l'insonnia notturna: 
■ ■ri alti e nobili, di una saggezza salomonica, 
di una impassibili' di una profoni 

ina mente sdegnosa 

• e della vita, della : del 

r oblio. 

• Ira non sono più i SUOÌ lari che lo 
-■ : ohimè ! La di anzi piuttosto no 

ile, >• pei colui" di sventura la colpa chi 
'!''■' più gravi di quella da lui 



commessa nell'esercizio delle sue funzioni civili. Si 
può perdonare anche ad un nobile lord se non è 
prudente come Ulisse e non si tura le orecchie con 
la cera per resistere al canto delle Sirene auree: 
ma non gli si pot rebbi perdonare se si prendesse il 
gusto di diffondere le più nere calunnie sul 
dei più alti personaggi, se si volesse appropriare la 
roba d'altri e per sopramercato mistificare il mondo 
intero. 

Così è: Sir Francis era tornato con la buona in- 
tenzione di distrarre i suoi tardi nipoti dalle me- 
lanconie della vita contemporanea, di aprir loro con 
la sua chiave un paradiso .li meraviglie, di esal- 
tarli nella contemplazione di tragedie regali, di 
seri dissepolti. Ma in patria non si pi pro- 

feti neppure postumi, neppure dopo tre secoli di 
tomba, fili ingrati nipoti, invece di fargli buon viso. 
di inchinarsi innanzi alla solennità dei suo ino 
gli intentano una causa di diffamazione e di truffa. 
E buon per lui se potrà uscirne non pili m 
ili quel che sia uscito dal processo dell'Alta Corte; 

CI une allora si O mi prese I lenissimo che egli non volle 

i i fendersi perchè sapeva di essere ."luto in di- 
zia del Re, mentre avrebbe potuto facilmente pro- 
vare che i danari incriminati ciano vt.u i estorti 

ì, così ora potrà dirsi fortun 
sue colpe saranno riversate sulla schiera ■ 

tri ppo fen i< li si guati. 

Prima di entrare nel regno delle mera-, 
il risi rtO Bacone ci unita. COnvien rinnovare ii 

cenza del nobili- personaggio, alquanl i sbiadita, 

— se non erro, per molti - dopo i ricordi 
stici. La (ama di filosofo lo dipinge alla fantasia 
come una figura rigida, austera, a cui ben si addice 
di portare la parrucca e il manto del supremo ma- 
llo del n-eno Eppure già nella 
a i] persona i tedratico 



I.A PORTENT» tSA CHIAVE hi BAI ONE 



in- 



di quanto si potrebbe credere. Fu cavaliere galante, 
portò con eleganza il giustacuore, lo spadino e il 
cappello piumato: roteò come una stella di prima 
grandezza nel secolo d'oro della storia inglese, in- 
torno al sole dell'Augusta. Il padre Sir Xicholson 
Bacon, grande dignitario dello Stato, lo aveva man- 
dato all'Università di Cambridge, ove non si par 
lava a quel tempo che latino, greco ed ebraico: 
dopo due anni il portentoso giovinetto, non ancora 
sedicenne, scrisse al padre che a Cambridge non 
aveva più nulla da imparare. Tornò a Londra, e 
poco dopo si recò con una ambasciata inglese in 
Francia, ove partecipò per qualche tempo alla vita 
gaia e galante della Corte di Navarra. La morte 
del padre lo richiamò a Londra, ma, con disi i 
stupore degli stessi contemporanei, il padre non gli 
lasciò alcuna sostanza. 

Costretto a guadagnarsi la vita col lavoro, si 
diede all'avvocatura, e a venticinque anni era man- 
dato al Parlamento. La sua eloquenza scorreva cosi 
arguta e piacevole, che, al dire di un biografo, gli 
uditori vedevano con terrore avvicinarsi la fine del 
discorso. Per quanto si voglia esser scettici, riman- 
gono indiscutibili testimonianze del fascino che si 
diffondeva intorno a lui e che lo faceva porre così 
in alto nella ammirazione dei contemporanei. Sfog- 
giava la sua straordinaria coltura specialmente nei 
salotti letterari, ove lo chiamavano — nella lingua 
italiana, allora di moda in Inghilterra -- il « si- 
gnor dolce ». Volendo ricomporre la sua figura non 
sulle opere da lui lasciate, ma sulle impressioni dei 
contemporanei , bisogna immaginarlo non come un 
arido filosofo, ma come un artista raffinato, bril 
lante, vivacissimo, una mente capace di dirigere le 
sorti di una nazione, se non avesse preferito re- 
gnare nel mondo delle idee. 

Finché visse Elisabetta, l'elegante oratore rima ■ ■ 
lontano dal potere, a cui lo chiamò tardi l'avvento 
di Giacomo I. Caduto in disgrazia e destituito, at- 
tese alla pubblicazione delle sue opere, e cinque 
anni dopo, nel 1616, morì a 66 anni. 

Le lodi che furono prodigate alla sua memoria 
sono liriche, ma portano i nomi di Addisdn , di 
Macaulay, di Pope e di altre persone non fardi 
all'adulazione e all'entusiasmo. Pope lo dice addi- 
rittura il più gran genio che l'Inghilterra, e forse 
ogni altra nazione, abbiano mai avuto. Il saggio di 
Macaulay è una lucida sintesi dell'opera baconiana 
— l'inizio della filosofia sperimentale, di cui sono 
gettate le basi nel Novum Organimi - e dei suoi 
intenti, che non erano solo scientifici e astratti, ma 
di propaganda morale, secondo i precetti utopistici 
espressi « sotto il velame delli versi strani « nella 
fantasia della Nuova Atlantide. 

Il bagaglio letterario lasciato da Bacone, oltre ' 
due opere accennate, comprende pochi altri volumi, 
la maggior parte scritti in latino, tra cui il /' 
Augmentis Scientiarum, il Sylva Sylvarum, zibal- 
doni di pensieri, di citazioni, di insegnamenti, al- 
cuni opuscoli, una tragedia su Enrico VII. Benchi 
il Novum Organum sia colossale, le proporzioni 
delle opere baconiane non sembrano in rapporto eoo 
la straordinaria attività attribuitagli dai suoi con 
temporanei. Del periodo più fecondo della vita si 



hanno pochissimi frutti: i libri lasciati furono scritti 
nell'eia matura e pubblicati negli ultimi anni della 
sua esistenza. Gli scritti minori rivelano in lui un 
.duo della poesia, una vivacità di stile che avreb- 
bero dovuto formarsi nel periodo della giovinezza 
r dell'età virile: ma di quell'epoca non si ricordano 
di lui che i trionfi oratori e galanti. Alcuni bioj 
lo dipingono ''omo un Amleto, incerto della sua via. 
Certamente alcuni tratti della sua figura sono enig- 
matici, o — per usare un termine di Leonardo, raro 
a D'Annunzio — ermetici. 

Ponete di fronte a lui, -- geniale, coltissimo, 
1:01110 di mondo, miracolo di sapere e di attività, - 




r 



tMj*t£K£iL*-**- 



Traili 

4 Li* ■ 



Shakespeare. 
(Dal tìnsi» posto tulio sua tomba a Slralj ■ ■ 

la figura incerta di Shakespeare, quale esce dalle 
nubi storiche in cui è avvolta. Poco o nulla si 
nosce della vita del grande poeta, e il poco non 
tale ila accontentare coloro i quali ritengono che 
debba esistere un certo rapporto tra le open- e la 
vita di uno M-riitore. Si direbbe anzi che sarebbe 
un bene per la lama dì Shakespeare se la Mia 
stenza fosse interamente sepolta nella sacra nel b 
poiché ii « li' pieno il cuore delle imagini 

,1, Ofelia, di 1 ordì lia, di Miranda, non sussulti 
di disgusto pensando che il poeta di quelle 
.1 ligure era tozzo, brutale, alcoolista come 1 
staff e eh. moli a 56 anni per le soverchie 1 
zioni. 

\aio in un borgo della media Inghilterra 1 
famiglia poverissima, ebbe la sola istruzione che 
si poteva ottenere nelle campagne: e pare anzi che 
il padre non lo abbia lasciato sedere a lungo sui 



to8 






ne . < 1< >i k • 

lawaj i sepi dta 

l'edera, è la i pellegrina] ri tu 

Icun ann i ■ i ùantò 
la ii I idra, ("hi 

dissidi domesl ci, chi alla 
i di mi signore del 
violato ti 
\ Londra In si 
i un macellaio, che, secondo 
. gli avrebbe poi suggerita una ar- 
1 1 Itelli e 
ma poi le sui perdi «k i. 1 

n iraggii 
che per qualche circostanza ignota riuscì 
re a Coi isi ammirare per il sui i 

tori e ad incamminarsi 
della gloria, mentre la moglie continuò 
per un decennio a vivere i • uà. 

Un'altra versione più verosimile — suffragata 
da parecchie testimonianze — dire invece che Sha- 
kespeare dalla bottega > ì«-i macellaio passò ad un 
■ semplice servo, e che il capo- 
co, notate 11- sue attitudini alla scena, gli af- 
fidò poi qualche parte. Cominciò così a guadagnare 
stringere conoscenza coi personaggi dell'aristo- 
.1. che non disdegnavano di frequentare le scene 
e le quinl 

Un paio d'anni dopo aver venduta la carne agli 
Ila bottega, il giovane, che aveva non 
di 25 anni, faceva recitare la sua prima ci 
media « Pene d'amor perdute ». zeppa di citazioni 
iche non comuni, e indizio evidente di gran- 
ula coltura, mirabile in un giovane che aveva 
dovuto vivere tra gli stenti. La commedia era se- 
distanza da Giulietta e Romeo, dal 
Mei Vcnciti e da altre tragedie, ( he lo 

in scena, fin- 
ché dopo una dozzina d'anni, arricchitosi, tornò al 
•io di Siratford. vi comperò una villetta e 
vi pass.', il resin della sua vita, dettando ogni tanto 
altre tragedie. Amleto comparve nel 1602, poco pri- 
ma della morie di Klis.ìl 

Per uno delle più 

''1 lavorava che per l'amor del gua- 
ri più entusiasti non sanno 
rodere un senso .li rammarico pensando che egli 
era di un carattere aspro, attaccabrighe, e che pa 
la maggior parte dei suoi ultimi anni a Siratford 
litigando coi vicini e con le autorità r*r questioni 

a dirsi, l'autore di tante e tante migliaia 

ite al 
riti legali, 

1 nito 

- ritta di 
Sha • 

• 1616 prima che delle sue 1 1 ri vi 
ina : e quando si pensò 
dero capitare sulle loro 



■r.i «li una cai: [ uale, 

chiarissima. 

che in quei tempi gli autori drammatici 
sempre attori, e si accontentava:. 
«re per la compagnia senza cu- 
rarsi di darle alle Stali | - .'are la fecon- 
dità degli autori italiani di quel tempo, basterà no- 
tare che un capocomico fran eo di 



rfGfafo* 









nr v-^i'u - ^&tffi^ 



Li- firme di Shakespeare. 



5XV 



Shakespeare, Alessandro Hardy, scrisse non meno 
di settecento lavori scenici, dandosi la briga di pub- 
rne soltanto una minima parte. Ma si può no- 
tare che tra i ■trecento lavori non ve n'ha neppur 
uno degno d'immortalità come una pagina di Sha- 
kespeare, e il confronto non vale quindi a diminuire 
la meraviglia che le scarse notizie intomo al poeta 
di vono destare. 

1 facile ci mprendere come gli studiosi inglesi, 
contemplando le due maggiori ligure del regno di 
Elisabetta, l'una e l'altra sotto qualche aspetto enig- 
matiche, siano stati colti dalla tentazione di pensare 
a qualche misterioso legame che le unisce. E nacque 
l'ipotesi che le tragedie di fama immortale fossero 
state scritte da Bacone — che per qualche suo se- 
greti! motivo non aveva voluto apparirne l'autore 
— • e recitate da Shakespeare. L'ipotesi non venne 
soltanto gettata al vento, perchè esiste su di essa 
una intera letteratura composta di oltre duecento 
volumi, a cui «piasi tutti i più noti scrittori inglesi 
da un paio di secoli in qua hanno portato il loro 
granello o il loro macigno. Anche chi non prese 
pane alla discussione non si astenne dal manife- 
stare il proprio giudizio, e 1" stesso Byron — mal- 
grado le sue : Scapigliate che avrebbero do- 
vuto indurlo a parteggiare per il genio sbixriato 
d'improvvisi, nel cervello del profugo da Stratford 
si schierò ira gli avversari della tradizione or- 
todossa, in favore dell'ipotesi baconiana, I. e centi- 
naia di volumi possono sembrare una vana discus- 
sione letti pn tratta in m diosa 
ci une una seduta di vecchi accademici incipriati e 
eri: ma la sottigliezza dell'indagine induttiva 
COSI acuta ed elegante che, lasciando in di- 
sparte gli accessori polemici, — ora insulsi ed ora 
ome avviene in tutti 1 dibattiti storici e let- 
terari, si può seguirla con un .erto compiaci- 



1 \ Pi (RI ENTOSA l HIAVE DI B 



mento durante le orae suòsecivae. La statisti. -a di- 
mostrerebbe probabilmente che i partigiani di 
cone furono la maggioranza: in ogni modo, se non 
riportarono mai vittoria, se contro di essi si pi 
tarono le armi del ridicolo, essi poterono confoi 
tarsi vedendo che il dubbio continuava ad aleggiare 
sulla nube impenetrabile, da cui non si potei 
sciogliere le due figure. 

L'iconografia si intromise e contribuì a intorbi- 
dare la questione, o forse inconsapevolmente cercò 
di scioglierla secondo i desideri dei baconiani. Il 
bassorilievo sulla tomba di Shakespeare lo riti te 
fedelmente con la faccia tonda, larga, le forme pie 
ne, tozze, di cui parlano i suoi contemporanei, e che 
sono una maschera poco adatta al grande poeta. E' 
vero che Falstaff quando era paggio era sottile, sot- 
tile, sottile, e che anche Shakespeare nella giovi- 
nezza potè rassomigliare ad Amleto: ma d'altra 
parte ì tratti voluminosi conservati sulla pietra fu- 
neraria del tragediografo corrispondono in singoiar 
modo al ritratto morale non troppo onorevole che 
di lui ci venne tramandato. Forse per eliminare lo 
stridente contrasto, gli editori e i biografi di Sha- 
kespeare si mostrarono meno scrupolosi e fedeli del- 
l'artista funebre, e nelle illustrazioni il volto 
poeta andò assottigliandosi, allungandosi, si adornò 
di una elegante barba a punta, di due occhi pro- 
fondi, si rivestì di dignitosa compostezza, e acquistò 
una curiosa rassomiglianza col ritratto del nobile 
ed illustre cavaliere Francesco Bacone. 

Ora si dovrebbe entrare nel regno delle meravi- 
glie, ma per averne una impressione più viva è ne- 
cessario dare prima un altro rapido sguardo ad 
alcuni strani avvenimenti storici. 

Il lunghissimo regno di Elisabetta non fu così 
solenne e pericleo come vorrebbe la frase conven- 
zionale che lo definisce nella storia inglese. La 
stessa Sovrana è una figura meno semplici-, meni 
diafana di quanto lo voglia far supporre la fama. 
Se durante i nove lustri in cui ella campeggiò sulla 
scena, tenendo con mano ferrea le redini < : pi 
tere, la nazione superò crisi gravissime, sciolse vin- 
coli umilianti, rintuzzò attacchi formidabili, g 
le basi di una fortuna colossale, l'epoca fu 
agitata, tenebrosa. Gli splendori tudoriani fui 
talvolta bagliori di incendi : il secolo d'oro rosseg- 
giava anche di sangue. 

Era del resto l'epoca sconvolta in cui nella So zia 
la mite amorosa Maria lasciava che si accendessero 
migliaia di roghi, e in essi a Parigi in una sola 
notte quarantamila persone cadevano al ri eco di una 
campana funebre, al cenno di una donna implaca- 
bile. Elisabetta era salita al trono con l'anima 
ghiacciato dalle fosche tragedie domestiche. Ella 
doveva forse tremare di sentire nelle vene il fu 
saturnio del padre Enrico Vili, o la febbre di pas- 
sione della madre decapitata. La sorella Maria in 
cattolica le aveva lasciato uno scettro grondante di 
sangue, e nel sangue, ad un tempo dei cattolici e 
dei puritani, intinse subito le mani delicate la gio- 
vane Regina. La prigionia, in cui la sorella le ave- 
va fatto scontare i sentimenti antipapali, l'aveva 
preparata ad aspre cose. 



[09 

Ambita (lai cogn ! ilippo II - che indamo 
lento poi di vendicarsi del rifiuto mandando la 
grande Armada ad infrangersi contro le coste 
glesi — e da una schiera di principi euri pei, Elisa- 
betta volle passare alla storia col titolo di reg 
vergine e si impose una maschera impenetrabili 
virago. Palpitava sotto di essa il cuore di una 
donna? o la 1 ere assoluto, dispoti . 

poco a poco conquistato, aveva spento i germi di 
ogni affetto ? Certamente, il culto di se stessa fu il 
maggiore della sua vita, e assunse forme morbose 
quando ella volle nascondere le ingiurie del tempo 
sotto lo sfar/o delle vesti e le adulazioni dei corti- 
giani. 

Bella non fu mai, benché i poeti la licessero a 
più bella creatura del mi mio: ma nella giovinezza 
dovette essere graziosa, e impersi col fascino della 
sua cultura e della sua dignità. I ritraili comuni 1 1 
dipingono goffamente sepolta nelle vesti spiegate 
a coda di pavone: l'italiano Zucchero le si mo 
più benigno, e corresse le linee del volto, facendo 
brillare la fronte spaziosa e intelligente 51 tto i ca- 
pelli e la corona, allungando spiritualmente il men- 
to, e lasciando scorgere, tra le vesti pompose ad arte 
sfumate, le grazie del seno. La donna appare si 
la fredda maschera. 

Il ritratto appartiene a Roberto Cecil, marchese 
di Salisbury, che è stato per molti anni il ministro 
di Vittoria, come il suo avo Guglielmo Cecil, o 
di Burleigh, fu il fido consigliere di Elisal 
La storia si ripete. Ma per Vittoria non v'era 
maggio più sgradevole del paragonarla all'ante 
nata, di cui aveva oltrepassato di tre lustri gii anni 
di regno e di cui aveva superato gli splendi in. li 
suo animo, riboccante di sentimentalità tedesca, 
non provava alcuna simpatia per la donna aspra, 
gelida, crudele, che non tradì mai i segreti del au- 
re, per lasciarli in balìa alla maligna leggenda. E 
questa non vuole ammettere che i favoriti titolari 
della Regina avessero accessi 1 alle sue stanze sol- 
tanto per consigliarla negli affari di Stato. 

Vittoria invece numerava con compiacenza i glo- 
buli di sangue che le scendevano dagli Stuart, ; ': 
tenerendosi fino alle lagrime sulla sorte della sven- 
turata Maria di Scozia. La dolorosa tragedia, 
commove le anime sensibili ed inspirò grandi poeti, 
è aneeia avvolta nel mistero. Da oltre tre secoli gii 
studiosi si affannano per sollevarne un lembo, 
senza riuscirvi. I libri che ne trattano formane 

ra biblioteca, a cui da pochi giorni si è aggiunto 
un grosso vi. lume di un di vaglia, che non 

risolve affatto la questione. Con argomenti di e- 
gual valore si può affermare o negare che Maria 
scrisse fanetto, su cui i giudici ba- 

sarono la loro condanna e per le quali Elisabetta 
firmò la sentenza di moi I 
provavano la compi ita di Maria nell'assassinio 
del 51 ■ ma la Regina proti be sul 

patibolo di n> .il averle m 

Un'altra tragedia che offuscò il regno di Elisa 
betta è ancora in gran parti Nel 1588 

morì il conte di Leicester che per molti anni era sta- 
to agli occhi di tutti il favi Ila Regina. Le 



no 



LA I ETTI R \ 



simpatie 'li questa, che allora era già sui 55 anni, 

si r . pi.i un giovane cortigiano, che Ma 

caulay ha chi. mia' mento della Corte* del 

">. modello 'li cavalleria, munifico mecenate, 

• alidi virtù, di granili talenti, ili granili- CO 

.in ». Il conte Roberto di E s ex, eleganti 

Fu ad un tempo il favorito della Regina e 
lo del popoli ■. I 1 ■_' li sie dei l ecil lo condu 
alla rovina. Era scoppiata una rivolta in Ir 
land ' ci! indussero la Regina a mandarvi il 

sse ili gloria. Ma l'Es- 

1 vinto, in . i- i siini avversari] lo 

mnare per codardia. Esasperato, 




ONE I V NI.' Il LI. 1 '. 

il gi'. .mi- radunò alcune centinaia di uomini, e 
confidando nelle simpatie del popolo si gettò per 
le vie di Londra chiamando alla ribellione. Il po- 
non si 11 - l ssex lu rinchiuso nella torre. 

Lo si nini. nini per alto tradimento. Francesco 
hi- dall'Esse» era stato grandemente be- 
neficato e che sulle prime 1" aveva difeso, dovette 
a maliin 1 -neri' durante il processo l'accusa. 

.1 110:1 firmò la sentenza di morte se non 
dopo lunghe angosciose tergiversazioni. 

_ ■■;nla. popolare in Inghilterra, vuole 
che la Regina avesse dato al favorito un .niello. 
perchè nell'ora del pericolo lo mandasse a lei come 
■ Negli ultimi giorni della 
orda, il 1 mei lo ad un fan- 

ciulli li p rtarlo ad una delle sue CU- 

1 ceva il nome Ma il fanciullo in- 
aiale, e lo portò ad un'altra cugina, la 
■ di Nottingham, eh rrìma avversaria di 

non volli re i anelli 1 alla Regina. 

! ■ se indamo il ihi-s-~.il rio, 1 1 n di 

che l'Essex fosse ti ro per invocare la 

; Essex mi 
lira. La \ tin| barn, \ 

• morire, chiami 1 al suo letto la 
■ il tradimento: la cop 

lilla mori- 
la 



Ora I B; le apre con la sua chiave — 

o col mio grimaldello la porticina segreta, e sol- 
leva il p.t in- secoli il velo dei misteri. Inchinatevi 
innanzi a lui: culi ha indossato il manto regale, e 
gli araldi lo proclamano Francesco 1, per diritto 
divino Re d'Inghilterra. 

« Il inondo non dà a me il titolo che compete ai 
primogeniti della Casa reale. Il mio nome è Tid- 
der ('ruilor). eppure si parla di un- come Bacone, 
anche da coloniche sanno come la Regina mia ma- 
dre passò a nozze legali nella torre di Londra col 
conti- Hi Leicester, in giusto tempo prima della 
mia nascita ». 

Il conti- di Leicester aveva la disgrazia di aver 
già preso moglie, quando la giovane Principessa, 
in gli ozi della prigionia, si accese di lui e gli diede 
le maggiori prove d'amore, di cui portava già il 
frutto quando la morte precoce della sorella le 
schiuse la via del trono. Ma la contessa di Leice- 
ster mori anch'essa poco dopo, e la Regina celebrò 
le nozze segrete col favorito nella casa di Ioni Pem- 
broke. Il « Principe di Galles » nacque nel gen- 
naio 1559, e fu affidato alla moglie del ministro 
Bacon, che lo fece battezzare come suo figlio. Qual- 
che voce sulla maternità della Regina corse in quello 
e negli anni seguenti, ma la prigione impose pre- 
sto il silenzio: e il fatto è confermato dalla storia 
Al primogenito tenne dietro due anni dopo un fra- 
tello, che fu egualmente trafugato nella famiglia 
di Essex. 

Il « Principe di Galles » crebbe spiegando tali 
incanti-voli doti, che il Cerai, il quale era a parte 
del segreto ed avea soggiogato l'animo della Re- 
gina, non tardò ad inspirarle il timore che il giovi- 
netto volesse tentare l'impresa di Assalonne, ru- 
bare il cuore della nazione e infondere al popolo 
il desiderio di un re. Lo studente di Cambridge era 
tornat > con un corredo inestimabile di dottrina, e 
vinceva gli animi col fascino dell'ingegno e della 
persona. Un giorno a Corte sorprese sul labbro di 
Elisabetta i! mistero della sua nascita: meditò e 
scrisse V Amleto Polonio, ossia Cecil, lo seppe, ed 
indusse la Regina ad esiliare il portenti so perioo- 

giovane, il quale ricevette l'ordine improvviso 
di accompagnare l'ambasciatore che si accingeva a 
recarsi alla gaja Corte di Francia. Ivi il Prin- 
cipe » dimenticò i dubbi e le incertezze, di cui si 
sentiva pieno l'animo, nell'amore della dolce e bella 
Margherita, sorella ilei re, che « fece del suo ■ norc 
innocente un paradiso ». L'ottimo ambasciatore b- 
\ rebbi- voluto combinare un matrimonio, ma gli si 
impose di non mostrare troppo /rio: Margherita 
sposò Enrico di Navarra, ma il cuore del gii^ 
vane innamorato non conservò per lunghi anni 
altra immagine che la sua. Anchi quando, 
giunto al nono lustro, il a Principe 1 si rassegnò 

no illustri nozze, il ritratto di Margherita « re- 
stò appeso, nella pura limpida lx'llc/za dei primi 
giorni, sulle pareti della memoria, mentre la sua 
amorevolissima presenza continuava ad occupare 
il cuore e la mente». Prima di lasciar la gaja Corte, 
il giovane poeta consacrò il suo amore scrivend • 

etto e Romeo. 



LA PORTENTOSA i IMAM- hi BA< I iNJ 



I I I 



La murte del padre putativo lo richiamò a Lon- 
dra: ma con grande delusione il giovane si trovò 
solo, abbandonato. La vigilanza cupa di Cecil lo te- 
neva lontano dalla Corte: il popolo lo avrebbe ri- 
tenuto pazzo se avesse gridato la sua origine: le 
oscure minacele regali gli pendevano sul capo. Im- 
maginate quale fu lo strazio di quella giovinezza. 
Le doti naturali lo traevano verso il teatro. Anche 
altri nobili lo frequentavano in quel tempo e vi 
facevano recitare qualche lavoro con nomi presi a 
prestito, perchè sarebbe stato indecoroso per un ca- 
valiere calzare il coturno. L'autore di Amleto in- 
contrò un oscuro attore, venale ma intelligente, col 
quale fece amicizia, e gli affidò alcune commedie 
e Giulietta : non gli parve ancora opportuno il tem- 
po per far recitare V Amleto. Ma il destino della 
sua vita lo incalzava: l'attore, che gli prestava il 
nome, Shakespeare, recitava anche al teatro di Cor- 



staurazione di tutte le arti e le scienze, secondi, i 
principi adombrati nel Novum Organimi e ancor più 
chiaramente espressi nella \ ■• Atlantide. 11 poe- 
ta sognava di redimere 1 umanità, e il suo I a 

aveva pienamente travolto nella meravigliosa uti 
pia gli amici fedeli, 1 discepoli, che si illudevano 
di vederlo un giorno predicare gli alti insegna- 
li nti dal trono. Ma il suo regno non era di questo 
moni lo. 

La Sovrana lo teneva lontano. La turbava ì ini 
mensità del sapere di quella mente. Il cuore della 
vecchia madre si era impietrito per il primogeniti . 
11 suo affetto si concentrava sul tiglio più giovane, 
meno saggio e più ardente, più audace e meno peri 
coloso. Ma in realtà era l'astuto Cecil che volgeva 
a suo piacimento ambo le chiavi del cuore regale. 
Egli aveva inspirato l'odio per il temibile Prin- 
pe ereditario, ed aveva fatto cadere le preferenze 





Bacone e il suo pri 51 ITO PADRE, il tonte di Leicesti i 



te, e dalla scena il futuro erede del trono voleva 
toccare il cuore della madre, chiusasi in una co- 
razza impenetrabile di egoismo. Le tragedie che a- 
vevano insanguinato il trono inglese furono rievo 
cate: e un giorno, quando apparve sulla scena la 
tetra figura di Riccardo II, la fredda Regina ebbe 
un tremito di paura, e sospettò nell'inteuLo de) 
drammaturgo terribili allusioni. Allora Cecil mandò 
a chiedere al vescovo di Londra informazioni pre- 
cise sul conto di quel Shakespeare. « E' stato un 
rozzo garzone di macellaio, e non mi pare possibile 
che abbia potuto scrivere le tragedie attribuitegli. 
— rispose il vescovo — ; si vuole anzi che le abbia 
scritte il vostro cugino visconte di Sant'Albano ». 
Cecil cercò di trarre in rovina il cugino, ma questi 
seppe evitare il pericolo, e per maggiore misura di 
prudenza distribuì i suoi nuovi lavori drammatici 
fra parecchi altri amici — Marlowe, Spencer, Ben 
Jonson — che erano legati a lui da vincoli segreti. 
Con essi egli aveva fondato l'ordine della Rosa- 
croce, che si proponeva, tra i simboli e i riti, la re- 



sul cavaliere elegante e innocuo. L'affetto materno 
ini use a questo l'ambizione e l'energia: Cecil si 
ciedette perduto e si affrettò a perdere il favorito. 
Alluni si svolse ima tragedia degna degli Arridi. 
Il Conte fu mandato in Irlanda: nel frattempo il 
ministro istillò nell'animo della Sovrana il sottili 
veleno del dubbio. Le fece balenare il sospetto chi 
anche il secondo figlio meditasse l'impresa di \- 

une: e quando il Conte tornò, il perfid 
gliere lo spinse veramente a tentare la folle ini 
presa. Ve lo spinse con arte mirabile, infiammando 
da un lato i sospetti di Elisabetta, e dall'altro ir- 
ritando e aizzando il cugino con ingiuste condanne 
in modo da provocare una subita ribellione. L'Es 
sex impugnò le armi e scese nella via. Il suo di 
Stino era segnato. 

Ma l'astuzia ceciliana non era paga, e persuase 
la Regina a liberarsi ad un tempo di entrambi i 
figli. Ella era così grande ed unica, che l'edificio 
dell'ammirazione erettogli dal mondo sarebbe rol 
lato d'un tratto, se si fosse mai conosciuta la sua 



1 1 J 



LA MI li R \ 



matem ti I il fido onsiglii n le suggerì il modo 
ili | .1 ribelle anche il primogenito. La 

ire lo chiamò al suo cospetto e gli impose Hi 
l'accusa contro il fratello. Il t r . > 

(litio '!i quell'ora non m può rendere a par La 
na minacciava la morte: « morte per morte, 
<■ fratello per fratello « Sarebbe stata 1. 

Ise imprese \ agheggiate 

sarebbero cadute nel nulla. Il Principe chinò il capo. 

Il fratello languiva nella torre, <"•>■ {gi si 

■ nlla parete 'li ima cella il suo ni «ne, 

, i< ["udor ». In un oolloquio tempestoso, 

Francis tentò il» farsi perdonare il fratricidio: 

uni. cogliere 1<> scettro, 

: i ■ ' ■ re- 

itrari bi sarebbero piriti. Il capo 'li Roberto 

, si un- Mi .mi he il fratello era per- 

duto I ''lira che egli 

ib m - '1 melare la sanguinosa ma 




dovette dubitare se egli sarebbe mai riu- 
3 i incere il destino d'Amleto. 
I.a Regina muri l'anno seguente. I Cedi ave- 
preparato la via al mimo re. L'ironia della 
sorti i iceva succedere .ni Elisabetta il figlio <Ji 
Maria Stuart. Amleto traversò nuovi giorni ti dub» 
L'antico demone gli consigliava di gettar la 
maschera, 'li dichiarar guerra all'usurpatore Mi 
l'Inghilterra era felice: gli onnipotenti Cecil lo 
odiavano: Polonio non era u i iso che in ef- 

figie: i testimoni e le prove dei suoi diri 
scomparsi: il popolo lo avrebbe creduto pazzo I 
chinò ancora la testa, e si lascio imporre da Già 
corno I il manto di granile cancelliere. 

lira ormai persuaso che il suo regno non eia di 
questo ninnilo. E volle assicurarsi per l'avvenire il 
regno nel ninnilo ilei pensiero: volle dettare il te- 
stamento della sua dottrina e della sua vita. I 
temporanei non potevano porgergli iscolto: né 





Bacon: i ti suo presunto fratello, n conte di Essex. 



'•hia. E per colmo di malvagità, gli ordinò di pub 
blicare un opuscolo per dimostrar giusta la con 
danna di Essex, deprecata dal popolo 

G avvenimenti incalzavano. La rigida fibra 

• Regina era scossa. E una sera il poeta — a- 

h pure dai rimorsi — voile far recitare 

la prima volta l'Amleto. Con quale ansia spiò 

sul volto materno un segno di commozione o di 

\ ri( n late la scena in cui il giovane 

Prii" narca vuol sorprendere la colpa 

hi della madre, mentre gli attori di < 

■ i oline di lui il dramma 

'• grava sulla Casa reale: pensate che 
nto l.i duplice finzione scenica ris[ 
ne un pallido riflesso alla tragedia vera 
• '■■Il autore. (,'i più il pallido giovini 

: I 

zinne dell'ori- I la un uomo sui quaran 

. ma con gli occhi bruciali 

■ la una fiamma inti ed in quel momento an 



avrebbero inteso la profondità de' suoi insegna- 
menti, né il re gli avrebbe concesso di narrare le 
sue vicende. Non bastava annunciare la verità ai 
discepoli ; nella tradizione orale la verità si sa- 
rebbe offuscata e contaminata. Affidare gli scritti 
al più devoto amico nini sarebbe stato assai più s:- 
curo. 

Allora nella sua fervida mente nacque, .si svolse 
un progetto audace. Egli dovette temere sulle pri- 
me che un vento di pazzia lo travolgesse: che i 
personaggi folli delle sue tragedie gli si agitas- 
sero intonio pi r vendicarsi di lui. 

Egli stava pubblicando le sue opere, alcune col 
mio nome, altre coi nomi degli amici fra i quali le 
aveva distribuite. I.a storia della sua vita e molte 
sublimi concezioni del suo pensiero non potevano 

r la luce. Ma in qualche modo dovevano es- 
sere tramandai ''-ri. perchè un tempo la sua 

i volasse con ali d'aquila verso i secoli lontani, 
fi con arte sottile, mirabilmente industriosa e seni 



LA PORTENTOSA CHIAVE IH BACONE 



[l3 



plice, egli sciolse nelle pagine dei gròssi e ruzzi vo- 
lumi i tesori segreti, gemme di poesia, diamanti di 
pensiero, perle di dolore. Stimma ars est celare 
qrtetn. 

Egli stesso prevedeva che il mondo Io avrebbe 

sulle prime deriso, non potendo prestar fede alla 
grandezza del suo genio. « Ma io va — 

guardo al lontano avvenire, di secoli non di anni: 
l'opera mia è [>er una terra remota nel tempo. 
L'Europa coglierà allora la gran messe matura, 
come il contadino miete il grano indorato dal sole. 
Io semino ora nella solitudine: l'età futura tro- 
verà nel mio campo le spighe immortali più di 
dell'ambrosia... E il mio nome volerà di terra in 
terra lodato dai figli degli uomini, e le vecchie dotte 
nazioni indagheranno nel mio nome nuove leggi 
della natura ». 

Ogni pagina contiene un grido, or di amarezza 
or di entusiasmo ; e le vicende della vita di « Fran- 
cesco I » sono ricordate ad ogni tratto con una in- 
sistenza angosciosa. Si direbbe che al volger delle 
pagine si levi verso il volto del lettore il soffio di 
follia da cui l'autore temette di sentirsi avvolto. 
Ma il metodo stesso adottato per tramandare i se- 
greti ai posteri, lo costringeva a ripeterli a fre- 
quènti intervalli, or con brevi parole or con lunghe 
narrazioni. E così tutti gli avvenimenti di quell'e- 
poca turbinosa, su cui la storia non potè gettare lo 
sguardo, rivivono nella loro fosca luce. La storia 
vera della fine di Essex è narrata segretamente, per 
un pietoso contrasto, in quelle stesse pagine di ac- 
cusa che la Regina aveva imposto all'autore. Il ni- 
pote proclama altamente l'innocenza di Anna Bo- 
lena, e il poeta rende omaggio alla bellezza e alla 
sventura di Maria Stuart, lavando del sangue di lei 
le mani di Elisabetta. La morte dell'infelice Re- 
gina di Scozia è da lui attribuita alla congiura di 
Cecil e di Leicester che indussero il segretario di 
Elisabetta a prestar loro il sigillo: egli ne descrive 
con arte e con commozione profonda gli ultimi i- 
stanti. e conclude: « Così finì Maria di Scozia: io 
ne ho scritto la triste storia, e nel mio cuore ia sua 
bellezza vive ancora, pura e dolce, come se ella 
fosse ancora tra i viventi ». 

Ma gli avvenimenti non sono soltanto accennati 
con ricordi personali. Sono fusi in tesori artistici. 
Alla parte segreta de' suoi volumi, il poeta affidò 
le opere che riservava al diletto delle future gene- 
ra/ioni. Sono drammi storici, tragedie, commedie, 
poemi, traduzioni. Le opere drammatiche hanno per 
argomenti: Elisabetta, Essex. Leicester. Edoar- 
do TIT. Enrico VII. La rosa bianca d'Inghilterra. 
Marlowe, Anna Bolena, Maria di Scozia. Le tre 
commedie hanno i titoli curiosi: I sette savii di Oc- 
cidente, Salomone II. La trappola per i topi. 1 poeti 
cantano la grande Armada, Cristo, la Nuo\ . \ 
tlantide. 

La grande opera era compiuta. Nel frattempo lo 
avevano colpito le disgrazie e le persecuzion 
povero e abbandonato, ed aveva sperato un regni 
Ma l'anima sua era finalmente paga. La mat- 
tina di Pasqua del 1616 . pensando foràe alla 
miracolosa risurrezione, spirò serenarne 1. 

La Lettura. 



Mia tomba, nella chiesa di Sant'Albano , un di- 
sce] ■ un misterioso motto la- 

tino, il segreto della Rosacroce: e in una torre, 
. ve sono scolpiti i nomi dei Re, una mano ignota 
nò più tardi tra quelli di Elisabetta e di Gia- 
como, il nome di Francesco I. 

E' il velo della storia che si e sollevato, il Se- 
Uno di una mente inferma che sboccia al sole della 
intensa vita moderna? E' un filone d'oro di va 
inestimabile che si è s<t<perto, o è una fatua fo- 
• /a che illude lo sguardo? 

E' una mite e modesta signora americana che 
ha traversato l'Atlantico per venire a scavare nelle 
profondità .lei Museo Britannico il tesoro nascosto. 
Sol > l'immane cupola che sembra coprire la più 
ricca caldaia di erudizione e di scienza, l'ho ve- 
duta anch'io qualche volta cuna sui lumi 
del seicento, occhialuta, intenta a trascrivere mac- 
chinalmente segni misteriosi, che un piccolo drap- 
pello di seguaci veniva poi interpretando. Chi a- 
veva gettato uno sguardo su quelle carte, aveva 
sussultato di meraviglia: ma i dotti e i personaggi 
autorevoli avevano sdegnato di occuparsene 1 
apporre il loro suggello allo strano documento. La 
signora non se ne diede per intesa: e giunta al 
termine del lavoro, affidò senza rumore alle stampe 
la scoperta, in un libro denso, serrato, privo di ogni 
lenocinio e affascinante come un abisso. Ella non 
si curò nemmeno di ricostruire la storia decifrata 
in una narrazione organica, secondo il cenno che 
io ho cercato di darne. Lasciò che le pagine esu- 
mate parlassero da sole con l'eloquenza delle an- 
gosciose ripetizioni, col loro turbamento che a volte 
a volte le fa credere uscite da una mente in preda 
alle vertigini. Ella non si atteggia a profetessa, 
ma a discepola fervente. 

I ; -ignora Elisabeth Wells Gallup non è stata 
eco. la prima a scoprire e a rivelare il mistero. Già 
una dozzina d'anni fa un altro studioso americano, 
Ignazio Donnelly, aveva pubblicato un libro. « Il 
grande crittogramma», ritessendo in modo nuovi 
una portentosa biografia di sir Francis Bacon. M 
la sua teoria era stata sepolta sotto il ridicolo: 
egli non con sufficiente chiarezza il si- 

.1. che lo aveva guidato nella scoperta, e si finì 
col dire che aveva avuto le traveggole. Il suo ; 
infatti portava molti indizi che non lo din* - 
vano il frutto di una mente limpida, e sana: e il 
povi n 111 >ei morì, or non è n 
piamo Nel 1895 un altro studioso, il dottor Owen, 
pletò la so,] erta del Donnelly, ma anche il 

SUO libro si sprofondò nel blio: 

il mondo non gli voleva porgere ascolto. L'uno e 
l'altro avevano avuto il torto di voler mostrare le 
comuni mortali, dopo aver posto una 
corno ai loro tttra- 

labirinto. 
Più sincera e prudente, la signora Wells — 
l a | , èva ] 1 anno all'* >wen h 

mess volume la spiegazione del si 

lei ! suoi due predecessori avo- 

Shakespeare una chiave 

8 



' ' I 



l A I ETTI R \ 



na : ella pensò chi vi ne dovi va ra 
sere un'altra assai più semplice. L'idea le venne 
da un capitolo che Bacone consacrò alla 
grafia nel De Augmentìi scientiarum. 
In « 1 1 1 . -^ ■ . . trattato il filosofo spiega un alfhabe- 
tutu ni di sua invenzione. Ed è l'ai f ab 

mi i ni , t. ndari h pienti tutti i 

telegrafici e tutte tziofti del mg 

un punto e una lineetta, con due fasci di luce, 
con due suoni diversi, con lo sventolìo di una ban- 
i qualsiasi segno insomma ripetuto e al- 

- fisse si può e porre qual- 

alfabero. E 1 il metodo più ingegnoso, più 

semplice e più sicuro per le comunicazioni in cui 

non si può far uso dell'ali nume: e Ba- 

dìce nel più grave latino di averlo usato nella 



io a significare a, e le lettere in corsivo rappre 

ii" il b. Da ogni gruppo ili cinque lettere scrìtte 

impair si potrà estrarre un'altra lettera. Ma 

un esempio varrà più ili qualsiasi spiegazione. In 

-..Manin secondo questa crittografia nei pruni due 

versi, i> pi essere più esatti nelle prime cinquanta 

n d ll'ode « Ula Regina d'Italia » il nome del 

l'Augusta Donna a cui essa è dedicata. Lo si porrà 

poi estrarre secondo questo diagramma: 

Ondo .-'lenisti/ quali; a >ioi\socol\\ 

' b 1' -i bll a a a a|b a a a .i|a a bbalaabb bla 

M A R G H 

S; m ii/e e beli /a til /r a m a I ndar olno.. 



I |b A fl •■ .1 a /' a 



E 



R 



1 




Là Regina Elisabeth a. 



' a Parigi, per la corrispondenza amo- 

\i punì eetti dell'alfabeto Morsi 

■ni le letti b, Mescolando «meste «lue 

lettere a k 1 ""!»!'' di cinque, si può formare un alfa- 

|2 fa lido rapi^ ni m 1 A 

il B da quattro a e un b, e cosi ili se- 
ndo il segui nte spo chietto: 

ansai ii aaaab; C aaabs D aaabb ; 

tabu 1- aabab; G aabba; il aabbb; 

I abaaa; K abaab; L ababa; M ababb; 

N — abbaa O abbab; P abbba; Q abbbb 

K ima. i.i . s baaab; T baaba; V baabb 

W -= babaa; X babab; V babba; / babbb. 

■ ■ o stampate con due arattei i 'li 
ne le lettere in carattere inni, ab 



Orbene, pensati- che, come il nome ili Margherita 
esce con tanta limpidezza «lai due fervidi versi pet 
una semplicissima convenzione tipografica, così 
dalle seimila pagine delle opere di Bacone, di Sha- 
kespeare, ili Marlowe e «l'altri poeti, è uscita la 
avigliosa storia del vero Amleto, si estraggono 
a le spighe più dolci dell'ambrosia • che devono 
deliziare il ninnilo. 

La signora Wells -, avuta l'idea che Barone 
non poteva aver esposto l'alfabeto bilaterale senza 
uno scopo recondito esaminò attentamente le e- 

ili/iuni del seicento, e vi intravide i due caratteri: 

allora con lun| pa ite lavoro di anni si accinse 
a trascrivere dai volumi in folio le stupefacenti ri- 
velazioni. Sotto le lenti i suoi occhi si stancarono, 



I A PORTENTI >SA l HIAVE bl BA< ONE 



1 l.) 



quasi si spensero, prima che l'opera fosse compiu- 
ta: altri tesori sono nascosti nelle vecchie carte: 
ma era tempo che il mondo ammirasse i tesori dis- 
sepolti. 

Il libro usci pochi mesi or sono al di là dell'A- 
tlantico, e pochi se ne accorsero. Ma il mese scorso 
la più grave rivista inglese non potè trattenere un 
grido di ammirazione. Non era dunque un nuovo 
sogno fantastico? Prima ancora di esaminare il li- 
bro, le oche della tradizione starnazzarono le ali 
svile colonne capitoline del Times: e sui larghi 
spalti del magno giornale si ingaggiò la più fieTa 
battaglia letteraria che si sia mai combattuta dopo 
l'epica lotta intorno ai poemi ossianici. La batta- 
glia non è ancor finita: le armi delle citazioni e 
• lei raffronti storici non sono ancora spuntate: l'ar 
tiglieria del più schietto apriorismo continua a tuo- 
nare che la vittoria non sarà dell'assurdo. A che 
prò' descrivere le fasi dello scontro? Gli spettatoli 
pensano che si tratta di un inutile spargimento di 
inchiostro, perchè l'arbitrato della pace non ha mai 
avuto un compito più facile. Calmati gli ardori bel- 
licosi, gli avversari possono incontrarsi sotto la cu- 
pola del Museo Britannico ed estrarre insieme dalle 
vecchie carte una edizione riveduta e corretta della 
meravigliosa storia. 

Ahimè, l'impresa non è così facile e schematica 
come si può supporre. I volumi preziosi non cedono 
facilmente il loro segreto: essi non sono stampati 
con due caratteri diversi: le differenze fondamen- 
tali che costituiscono la chiave crittografica non 
sono che sfumature ottenute con due « fondite » 
di una stessa forma di carattere. E per interpretare 
rettamente i segni delicati, occorre anche una certa 
inspirazione. E' 1' « inspirazione » della signora 
Wells che minaccia di far crollare l'intero mirabile 
edificio, più che la scoperta di una traduzione del- 
l'Iliade e dell'Odissea che Bacone avrebbe sepolti' 
nell'alfabeto biliterale senza alcun verosimile mo- 
tivo. Tuttavia per questo si può pensare che il 
lungo esercizio della crittografia avesse turbato al- 
quanto l'intelletto dell'autore, e che l'abitudine del 
seppellire i tesori ancora ignoti lo inducesse ad inu- 
mare anche i tesori dell'antichità greca ripuliti con 



la lima inglese. Ma se la dimostrazione non sarà 
chiara, matematica, gli avversari della rivelazione 
non si daranno per vinti: al soffio esoterico dell « in- 
spirazione» la storia svanirà per la maggioranza 
mortali. 

Il mistero affascina: ma l'elemento oltrenaturale 
infonde la diffidenza. La grandissima importa 
della scoperta sta nel fatto che si deve poterne daa 
le prove più lampanti. Le otterrà? Allora cadran- 
no tutte le obiezioni di ordine morali- finora accu 
mulate: e si ammetterà che Bacone abbia potuto 
usare la crittografia per uno scopo altissimo, come 
l'usava per diletto bizzarro Leonardo da Vinci. Si 
potrà anche pensare che nelle lunghe veglie dei se 
coli scorsi altri scrittori affiliati alla Rosacroce af- 
fidassero al cifrario, i loro pensieri segreti, e che 
nelle biblioteche europee tesori innumerevoli atten- 
dano la luce. 

La questione è sub judice. Per ora la patria di 
Bacone non osa acclamare la sua risurrezione, e 
non gli si mostra troppo benigna. « Francesco I » 
ebbe anche la disgrazia di ereditare dal « padre 
putativo » un nome che si presta ad orribili strazi. 
TI bacon è la carne di un animale immondo, di cui 
gli Inglesi fanno strage al loro » rompi-digiuno », 
ossia a quella piccola colazione che comprende di 
solito un paio d'uova, un buon pesce fritto o un 
buon pezzo di lardo, una tazza o due di the, e una 
discreta dose di pane spalmato di burro, di miele, 
di marmelade e di altri dolciumi. Il poeta Cole- 
ridge — quando ferveva la discussione ad argo 
menti morali su Bacone e Shakespeare — un mat- 
tino fece inorridire i suoi amici dicendo loro che 
aveva mangiato un buon piatto di Shakespeare. 
Anch'io chiesi stamane alla mia graziosa vicina di 
tavola: « La signorina prende un po' di Shake- 
speare 5 ». Ma dalle rosee labbra scese un Dotti b 
s'dly, che io trasmisi mentalmente a Coleridge e 
che amareggiò tutta la mia marmelade. 

Londra, gennaio 1Q02. 



P. Croci. 




Impresa halle « Opere di Bacone», 1704. 




IL PIOPPO 



Sopra l'umido suolo alto levato, 
precinto il capo di dolce verdura, 
Sta il pioppo ; e -cede lungi alla pianura 
nascere il sole come un roseo fiato. 

Lente 'cede le mucche andar pel prato, 
e il mandrian sedere alla frescura, 
e poi a sera dentro Paria oscura 
accendersi improvviso il del stellato. 

Tacito vede. Ma se un voi di --cento 
F urta in passare, o se d'uccelli un' onda 
rapida /'//-ceste il suo grembo d'argento: 

brilla egli, e vibra; e t'anima sonante 

-aia. e di sua gioia inonda 
ampi e l'aere, armonioso amante. 



sonetti r i 7 

LA NUBB 



La nube che languìa già nel/a valle, 
vedendo il sole uscire dall' aurora 
di roseo lume tosto si colora, 
e s alza, 6 segue lui per F erto calle. 

Ma volubile al sole dà le spalle 

se appena il vento con desio la sfiora ; 
del novo amante cieca s'innamora, 
cede a sue voglie, e fugge per la valle. 

Ebbro il vento la porta tra le braccia, 
con lunga furia la stringe e la morde, 
poi sazio verso il morite la ricaccia. 

La derelitta in un suo fosco manto 
si fascia, e gitta sue querele sorde, 
e rompe in largo rumoroso pianto. 



L'ORTO ABBANDONATO 



Neil* orto abbandonato, a lièti errori 
correan le piante ; e in dolci abbracciamenti 
stringevansi, mescendo loro amori, 
pronubo il sole e paraninfi i venti. 

E Primavera a' combaciati cuori 
da balconi di nuvole fuggenti 
serti gittava di rubini e d'ori 
e diademi di perle fulgenti : 

Quando crucciosa un'ombra umana venne, 
e i dolci lacci franse, e i vaghi errori 
severamente castigò e contenne. 

Stettero allora con cambiata faccia 
le piante assorte in lor feri dolori 
tendendo in van le mutilate braccia. 

Angiolo Silvio NovàRO. 








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2^ '1 *T 







SANTOS DU]WONT 



I^e esperienze nella rada di Monaot 




A falla elegante cosmopolita, che cinquan- 
ta coppie di treni della Paris-Lyon-Médi- 
e, con invidiabile precisione d'o- 
rari, giornalmente addensano nella terra di cui Al- 
berto I è principe e sovrano, ivi trova que- 
st'anno un'attrattiva di più, coronamento straordi- 
nario della grande saison mondana. 

I giardini eternamente fioriti, da cui si spande un 
profumo intonso penetrante, il mare ognora tran- 
quillo e sereno come il cielo, i sogni di ricchezza che 
ognuno intravede mentre l'oro ricopre, senza distin- 
zione di nazionalità, le lunghe tavole verdi del 
trenti et quarante, o la pallina d'avorio compie con 
pazza resistenza i suoi giri veloci sulla conca, po- 
polata di cifre, della roulette, sono pel momento e- 
cl issati. 

Tutte queste seduzioni, da cui vi sentite presi ap- 
pena ponete il piede nel piccolo e fiorente Princi 
paio, hanno ceduto il passo alla ansietà febbrile, 
con la quale sono attese le ascensioni che sopra la 
graziosa rada di Monaco sta per compiere, con il 
suo pallone dirigibile, l'intrepido aereonauta brasi- 
liano Dumont. 

li ipo il trionfo di Parigi, dove guadagnò 1 otto- 
bre decorso il grand prix di centomila lire, gira 

ino alla torri- Eiffel e ritornando poi al punto 
«li partenza.il parco di Saint-Cloud, sono queste le 
esperienze che nuovamente assorbono tutto il suo 
entusiasmo e la mirabile giovanile energia. 

Alb ! h in iou; appartiene ad una delle 

più ricche famiglie del Brasile, ma l'esser posses- 
sore «li una grande fortuna non gli ha impedito di 
dedicarsi, sino da giovinetto, e con vero intelletto 
d'amore, alla soluzione del grave problema della 
navigazione aerea. Nato nel 1873. manifestò sem- 



pre notevolissime attitudini alla meccanica, e alle 
scienze in generale. 

Aveva un anno — è egli stesso che lo racconta — 
quando iniziò i suoi studi aeronautici. Dei piccoli 
palloni di kautciù, che faceva scoppiare per ve- 
line cosa vi fosse dentro, dovevano essere il campo 
delle sue infantili ricerche terrene! La compiuta 
conquista dell'aria gli fa pensare con compiacenza 
al non fallace auspicio. Più grandicello, conduceva, 
lungo le praterie dei possedimenti paterni, delle 
veree proprie locomotive, le quali, donategli a scopo- 
ili diletto, meravigliosamente servirono a farlo cre- 
scere sprezzante del pericolo, calmo nell'azione, in- 
crollabile nei propositi. Condotto giovanissimo in 
1 lancia, fu soltanto per l'opera costante di lui che 
la questione della diiigibilità dei palloni prese nuo- 
vo vigore. Dal 1898 al 1901 è tutto un periodo ili 
studi incessanti, di tentativi non sempre fortunati, 
di trasformazioni suggerite dalla esperienza, fino 
a 1 he l'aereo congegno non uscì completo nel tipo, 
il quale contando nel suo recente passato una vit- 
ti ria clamorosa come quella dell'anno decorso, si 
appresta ora a ben più ardua e risolutiva prova. 

Il primo pallone sferico da Santos Dumont fatto 
uri-, unicamente per suo uso personale, fu il 
Brisil, che nel 1898 ricevette, nel Giardino d'accli- 
matazione a Parigi, il battesimo dell'aria. La mi- 
nuscola aeronave subì da allora la volontà di colui 
che la conduceva coraggiosamente a spaziare nelle 
ni, e i successivi esperimenti non fecero 
che confermare la serietà indiscutibile della scoper- 
ta. Ma, non senza pericoli gravissimi si svolsero 
tali ascensioni. In una di esse, Santos Dumont cad- 
de da una altezza di .100 metri, non riportandone 
miracolosamente alcun male, e un'altra volta ebbe 



SANTI >S DI MiiN I 



I MI 



a compiere una discesa in ragione di 4 o 5 metri per 
secondo. « Io ho potuto dar varietà ai miei piaceri ■ — 
egli disse con molto spirito allora. — Montato in 
pallone, sono disceso in cervo volante ! » 

Dal Brési!, attraversi, una serie di continui per- 
fezionamenti, l'ardito brasiliano giunse a costruire 
il Santos Dumont numero 6, vincitore del grand 
prix, adesso in attesa di riprendere il volo dal co- 
lossale hangar della Condamine. 



Di fronte al piccolo golfo, cui servono comi 
immenso anfiteatro le alte montagne, cosparse di 
bianche case, di ville grandiose ; là dove si scorge 
ila un lato, nella punta estrema, il giardino di Mon- 



pel quale Santos Dumont non risparmia parole «li 
calda, ammirazione, ha presieduto il signor Cabirau, 
nere della Sodi 11 dei Bagni di mi 
Per chi ancora non lo sapesse, sotto questa ditta 

sociale comprendone! i possessori d'azioni si i 

fera che allesso tendano al ribasso d( I bi 1 

Casino di Montecarlo. Sembrerà un non senso, 
ma a me non pare. La differenza è semplicissima. 
Dal mare, fatto il bagno, si ritorna vestiti: dal 
('asino, tatto il giuoco, se ne esce .solamente spo- 
gliati ! 

Attigua all'immenso capannone, trovasi la pic- 
cola officina dove dovrà esser fabbricata l'idrogeno, 
con cui sarà gonfiato il pallone: costruzione tanto 
semplice quanto pratica. 




II. CANTIERE DI SANTOS DUMONT. 



tecarlo dall'aspetto orientale, baciato quasi dalle 
onde; e dall'altro, svelto e severo appare il castello 
principesco su cui sventola sempre una bianca ban- 
diera, là dove le tre piccole località, in cui il prin- 
cipato si divide, appaiono nettamente distinte, è 
sorto il grande cantiere dove Santos Dumont la- 
vora. 

La strana costruzione in muratura, legno e zinco, 
che attira subito l'attenzione di chi transita per il 
boulevard della Condamine, occupa 60 metri in lun- 
ghezza, è alta quasi 15, e larga 13. Ingegnosa e im- 
ponente la porta principale dell'aerodromo, da cui 
il pallone totalmente gonfiato dovrà esser tratto per 
innalzarsi nello spazio. Due soli uomini possono a- 
gevolmente far scorrere quelle gigantesche imposte 
di ferro. Alla perfetta esecuzione del costoso lavoro. 



Santos Dumont passa intere le sue giornal 
tendendo adesso alla montatura della punire armée, 
la paite inferiore dell'aeronave, càio ridato dai sui 1 
operai, condotti appositamente da. Parigi, echi 
coadiuvarono già nelle precedenti ascensioni. 

Nessun dettaglio sfugge alla sua 1 :/ione: 

nessun pezzo che faccia parte degli organi essen- 
ziali del suo dirigibile v ien collocato al proprio 
posto, prima che egli lo abbia accuratamente esa- 
minato, l'ifi di una volta si è s< 
dico tirando i fili di acciaio, esperimentando le de- 
licatissime valvole, o facendo agire il portentoso 
motore, l'anima dell'aeronave. E tutto ciò non per 
inevitabile necessità, ma per brama di perfezione 
assoluta, con fede di apostolo. 

Si devi- ancora procedere alla immissione del gas, 



I 2" 



LA II M i i •> 



e |>'i ii palli iverà in compii to ili 

guei r.i 

11 5 •uoiil niiiin ro i mi 

hanno asserito alcuni giornali, nessuna m 

rione ha subito da quando, in 19 minuti e ,s° se " 

condì, compiva vittoriosamente il tragitto regola 

Eiffel \ eppure il unni 



ni miiio il pallone, e che sostiene la navicella, il 
motore, l'elice e gli accessori, il tutto |x-r una lun- 
1 ih appena 18 metri. Questo scheletro in 
legno. .1 sezione triangolare, capo d'opera di lq 
rezza e di solidità, non pesa che s° chilogrammi. 
i Formato da un insieme ili travicelle ■ -nr\ il 
congiunte da traverse finissime 'li legno, tenute 




L'INGRESS I CANTIERE. 



I SS< SÌ |'i' 

dall'anno tra 
1 i |.iii completo e definitivo suo • 
Il metri di larghezza e 33 ili lunghezza; ha 

1 I". '• sposta 800 chilo- 
mi 'l'aria. L'involucro pesa uo chili, ed il 

cono, 
r paragi nafc 1 ad un enormi 

ncipale del 1 allone 'li 
1 ' 1 ,1 1 ni' 



giunture d'alluminio, e rese lisse da una 
ncrociatura 'li ali d'acciaio: gli stessi che 
si usano per corde 'li pianol. «1 i. 

Santos Dumont è staio il primo a fare 1 
questi fili, in aerostatica. Ter la loro debole supei 
rimpiazzano molto bene le corde ili canape de- 
gli anteriori palloni dirigibili, la resistenza 'Ielle 

quali era paragonabile -il palloni stesso. Pei una 

innovazione non meno 1. .minala, rinunziando alla 

e alla coperta che avviluppano gli altri sistemi. 



SAN I' » hi MON I 



I _' ! 



da Henry Giffard a noi, ha jx >i fissato i suoi fili di 
sospensione direttamente sulla stoffa del pallone 
per mezzo di piccolissimi bastoni. 

A 7 metri dall'estremità posteriore dello schele- 
tro, trovasi sospeso, a mezzo anch'esso di fili d'ac- 
ciaio, il motore a petrolio Buchet, della forza di 
16 cavalli : pare un ragno in mezzo alla sua tela. 



pienamente a tutte le esigenze della solidità e della 
leggerezza. Da quel punto avanzato della aeronave, 
l'audace brasiliano può attendere, senza ostacolo ve- 
runo, alle difficili manovre con cui regola il suo i 
mino. 

Tutti i fili di acciaio coi quali vien dato il movi 
mento al motore, all'elica, e al timone, si trxn 




San lus DuMON i . 



Possiede 4 cilindri, ed è direttamente collegati 

l'elica per mezzo di un albero vuoto. L'elica trovasi 
dunque dietro alla navicella, mentre nel modello nu- 
mero 4 era collocata anteriormente; essa ha 4 me- 
tri di superficie e può fare più di 210 giri al mi- 
nuto. La navicella, interamente in vimini, h inca- 
strata nella patire a metri 3,60 dalla punta ante- 
riore, e non nel centro, nell'intento di ben dividere 
il peso sulle corde di sospensione. Santos Dumont 
ne è stato l'inventore, e la piccola cesta corrisponde 



unitamente al manometro, di fronte alla navicella. 
11 loro uso è reso più pratico da una specie di ma- 
nopola con cui terminano. 

Allo scopo di evitare le oscillazioni e di assicu- 
rare la rigidità del sistema, il pallone reca, vi 

cuna d le sue estremità, una lunga traversa 
pendio ilare congiunta al pallone per i suoi due e 

Un ventilatore in alluminio, collocato sopra il 
motore, manda continuamente al pallone l'aria ne- 
cessaria per mantenerlo sempre perfettamente gon- 



I 



LA 11 TI I R \ 



fio, e un |ua di 20 litri, sormonti 

(sicura il i dei 

cilindri li qui 

novre del movimento verticale e d'equi- 
nto delicate che fondamentali l 'u 

moni :i. I< ■j«-r;i un guide-i '■. . che altro non è fuoi 
che una ...rd.i piul rossa, del peso 'li so chi- 

spesa sul davanti dall'aeronave 
.1 fune la si trova in tutti i modelli ili pal- 
lone - Dumont però ne fa un uso ti >talmi 
nuoi 

noie salire, la ritira con una funicella 
1 il centro, e allora la punta anteriore del pal- 
lone si alza e tutto il sistema aereo si solleva gra- 
zie all'impulso dell'elica: se invece vuole discen- 
. lascia il guide rape libea», mi suo peso gra- 
dui davanti ilei pallone. L'inclinazione del- 
e in un senso giusto, basta dunque ad assicu- 
rare- L'ascensione, la discesa e l'equilibrio del si- 
stema. 

Ed ora, saliamo un poco sulla parte superiore 
■ lei pallone, nella quale elementi vitali per il rego- 
lare funzionamento ilei portentoso organismo aereo, 
sapientemente distribuiti. 
L'involucro ì- in seta del Giappone, fortissima, 
bianca e trasparente ; ripetuti bagni ili olio di lino 
la rendono impermeabile. 

Sopra il pallone, nella parte anteriore, trovasi 
una valvola di 40 mi. ili diametro, la quale viene 
aperta con una corda passante dentro una manica 
di seta verniciata, cucita sotto l'involucro, e verti- 
calmenti cadente sulla navicella, alla portata della 
dell'aeronauta. Inoltre due pareti da strap- 
pi rsi, necessitando un pronta sgonfiamento, sono 
guidati- sul davanti e sul di dietro: l'aeronauta può 
romperle all'istante, tirando le corde che giungono 
alla cesta dov'egli trovasi. 

Nell'interno dell'aerostato, cucito nella parte sot- 
dellu involucro, e pri-cisamente nel cent n>. 
è collocato un altro piccolo pallone {ballomtet) di 60 
alimentato d'aria dal venti- 
latore, di cui abbiamo sopra parlato, e che ha la 
si-ojw, di regolare le variazioni di volumi- prodotte 
dall'idrogeno. Questo palloncino è munito inferioi 
mente di una sola valvola; il pallone ne ha due. 
possono automaticamente aprirsi dall'interno 
all'esterno sotto la pressione dell'aria o dell'idra 
gena. Le loro molle sono regolate in guisa, che la 
vaivi ballonnet si apre per la prima dando 

usi ita all'aria, mentre le valvole del pallone non 

poss perdere il gas che soltanto negli ultimi i- 

stanti. quando li- circo 

Sono qui generali del sistema che San- 

liiimi.nt. dopo fondamentali cambiamenti ap 
|H>rtati al primo tipo di sua invenzione, ti /" 

ha 1 Sortagli lardila idea di utilizzare per 

la lo rioni il motore a petrolio, la 

Cominciando ad usami- uno della forza di ap 

illi e mezzi 1 Mano mani 1 salirono a 

. il pallone numero 6, col quale sta per ripren- 

peril ninto ai [6 invaili. Vi 

nfine sapere quanti ne avrà a ne il 

pallone numero 7. che 



sioni preliminari con tanta curiosità Sem- 

plicemente 15! Ciò è quasi spaventoso, ma vi si 

prestar fede Santos Dumont, quantunque a- 

l 'il nato a gonfiar palloni, non sa gonfiate le cifre! 

Con d rapido perfezionamento del motore, il 
forte aeronauta ha curato di raggiungere altresì la 
i leggerezza del sistema e la piccolezza delle 
11. nell'intento di renderlo facilmente tra- 
sportabile. E a queste ha sacrificato qualsiasi per- 
sonale comodità. Col modello numero 1 si arrischiò 
persino a compiere delle ascensioni a cavallo sovra 
un bambou che gli serviva da sella, spingendo in- 
nanzi il suo aerostato, come un triciclo a petrolio, 
a forza di pedali ! 

Del suo ardimento egli sta nuovamente per dare 
una fulgida prova E' la prima volta che un pallone 
allungato, fornito di un motore e di un propulsore, 
va ad avventurarsi in pieno mare, alla mercè di quei 
mezzi meccanici sulla cui fedeltà non si può cieca- 
mente giurare, fili alberi fronduti del bosco di Bou- 
logne o gli alti comignoli delle case parigine non 
si opporranno, adesso, al suo veloce andare. 
Ma Santos Dumont non si preoccupa neppure dei 
tradimenti dei venti dell'acqua ingannatrice: una 
fede incrollabile tutto l'invade, e il trionfo asso- 
luto della scoperta gli sta assai più a cuore della 
siessa sua persona 



E' dalla viva voce dell' uomo, il quale in questo 
momento attira su di sé e su l'opera sua l'atten- 
zione e le simpatie dell'universale, che io ho potuto 
raccogliere le speranze con le quali egli si appresta 
alle novelle prove, e la narrazione minuziosa del si- 
stema aereo, che da lui prende il nome. 

Santos Dumont era all'hangar, contemporanea- 
mente santuario ili scienza e salone di ricevimento. 
Stava ponendo in prova il motore, e si aggirava 
irrequieto attorno allo scheletro ancora incompleto 
del suo pallone, [>er esaminare se ogni cosa fosse 
a suo posto. Il giovane aeronauta brasiliano non è 
certo un atleta ; la sua altezza raggiunge soltanto 
metri 1.60: di peso non supera i 50 chilogrammi. 
l'na costituzione ideale per chi deve sollevarsi nel- 
1 aria, sopra un congegno che esige la massima eco- 
nomia di peso. E' una figura assai geniale, dallo 

nudo vivace e mobilissimo: pelle abbronzata . 
una selva di capelli castani, e, viceversa, dei baffi ap- 
pena marcati. Veste elegantemente, ma senza pre- 
unzioni, proprio all'inglese, e il suo costume non 
trasforma nemmeno quando procede agli esperimen- 
ti Porta costantemente i guanti. 

Un sorriso di soddisfazione illuminava il volto 
di Santos Dumont 11 motore aveva corrisposto a 
tutti i suoi desideri: ottusa occasione per fargli 
noie in scopo della una visita. Egli conversava con 
il suo più lido amico e collaboratore, Emmanuel 
V'unì'-, che dal debutto lo ha seguito sino ai trionfi 

di Parigi, e tuttora lo segue cooperando con indo- 
nnii. ile energia alla soluzione del grande problema 
della locomozione aerea. L'Alili il nome del 

quale ii"" nuovo nella Lettura che riferi da rivi- 




L' INTERNO DEI. CANTIERE, 




La « POI TRE AK.M1.I. >. 



i _> | LA LETTURA 

Me [ualche interessante suo articolo — 

ha senza dubbio una competenza speciale in mate- 
ria, <-d intani la i -, n ndo erudite o nfa 
snll >li Santos Dumonl 
sima -mula appartenente alla famiglia 

lìirttlil 



esperienze, innalzandomi sopra la rada di \l n 
l . sortite si ripeteranno ogni giorno, lino a quando, 
avuta la conferma del perfetto andamento del mio 
sistema, mi attenterò a traversare il Mediterraneo 
partendo da Monaco e coll'intenzione dS discendere 
in Corsica. Costruirò allora un pallone di molto 




'; 



II. PROF. \ 



fu il trait d'union tra il vincitore del grand 
■ \t- queste pagine, 
lumonl s manifestò subito di uni 
inabilità, e non nascose il suo gradim 
appreni i in Italia vi fossi 

ai suoi lavori. Mi 
aminare la /><>ttn . di ogni 

mirabile organismo spiegandomi la costru 
unzionamento ; quindi aggiunse: 

palli ne, io tra breve ini/iiTo K 



ggiori proporzioni, che sarà il mio numero 7. e 

rirà dai precedenti soltanto nelle dimensioni 

e nella potenzialità del motore. Avrà la lunghezza 

di 4Q metri, ed il motore sarà di 45 cavalli. 
— ■ E in quanto tempo contate di compiere la 

— Se non mi accadono incidenti, quattro ore sa- 
ranno sufficienti pei giungere nell'isola. Non sono 
che -'oo chilometri di disianza. In man- non si in- 
contrano ostacoli, e perciò la velocità è maggiore. 



SANTOS DUMI >\ l 



123 



Inoltre le ricerche sull'equilibrio e sulla direzione 
se >n< i più facili che in terra, dove il pallone corre 
il rischio di imbattersi in albe 

— Ritenete che il vosS ma possa dare 
sempre migliori risultati ? 

— Il mio dirigibile, attraverso sei successive tra- 
sformazioni, è divenuto in quattro anni un modello 
semplice e razionale. In meno di un mese può es- 
sere costruito in tutte le sue parti. Svolto in pro- 
porzioni più considerevoli, potrà quanto prima es- 
sere adottato, come tipo di pallone militare, da 1 1 

le nazioni del mondo. Attualmente gli stabilimenti 
militari di aerostatica sono ancora al pallone frenato. 

— E, tornando alle vostre esperienze, perchè 



inapplicabile. Sono tutti progetti destinati a rima- 
ner sempre tali. Figuratevi, che per mostrare la fi 
ma del suo [-.aliene. Deutsch gon- 

fiarlo d'aria, ed a sospenderlo, senza -ntro 

una galleria della esposizione d'automobili a Pa- 
rigi! Anche a Santos Dumont avevano richiesto di 
esporre in quella galleria il numero 6 vinci: 
centomila lire. Sapete cosa egli rispo tal- 

mente così : 

<i — hi ne m espongo il mio elirigibile che in piena 
aria. Lascio le gallerie agli altri. Ognuno fa 
che può '. » 

— Accanto al pallone di Deutsch — contini 
me — sta pure immobile la navicella del pallone 




Santos Dumosi 



H 



L \ n \\ [CELLA DEL 



non vi dirigeie con l'aeronave ad una delle coste 
italiane? 

— Io vado in tutte le direzioni, quando esse sia- 
ne i utili alle mie ricerche. 

Non volli occupare più oltre il tempo pi 
del gentile e simpatico brasiliano e, ringraziandolo, 
pn 'seguii con Emmanuel Aimé — del pensiero di 
Santos Dumont interprete autorizzato — la mia con- 
versazione. 

— Volete voi dirmi cosa pensate degli altri si- 
stemi di navigazione aerea, basantisi su principi 
fé ne lamentali, diversi da quelli che l'amico \ 

ha preso a seguire? 

— Non ci sono altri sistemi seri — risposemi 
senza incertezze il mio interlocutore — che differi- 

.<> da quello di Santos Dumont. Ciò che haniv> 
fatto Severo, Renard, Roze e Deutsch è illogico e 



del colonnello Renard. Non ha fatto un solo viag- 
gio da 15 anni, e il pubblico sorride vedendo questi 
due sistemi incapaci di affrontare le difficoltà del- 
l'amie isfera. 

Ben diverso da questi aeronauti ila camera , co- 
me li chiamano a Parigi, Santos Dumont continua 
incessantemente la serie «lei sui i esperimenti, sfi- 
dando i venti. L'estate scorsa lavorò .1 Parigi, e il 
successo ne è notoj adesso lavora a Monaco, e 
prende il Mediterranée, come campo delle sue eser- 
citazioni. 

— Ma pure . osservai , talune» elegli aeronauti 

che avete nominati, sembra si venga validamente 

preparando al granile concorso che, |>el corrente an- 

stato annunziato a Parigi. 

Se nel 1902 si terrà in Erancia una gara ae- 

lonautica : <iT ' d 



1 21) 



LA II III R \ 



■ li prendervi parte. Unicamente per marciapiede, grato della interessante conversazione 
anizzaforì ili tuli- concorso, .il brillante scienziato. 
lu- volevano o lantos 1 >umont , 



"ila lire guadagnati , • bandirlo, 

ura '!u- egli possa ancora riuscire vincil 
il letto '-In' Santos Dumonl si dispone a 



Santos Dumont si trova a Monaco dalla metà 
rlrllci so tso dicembri . ed è ospite del duca ili Dino, 




li. * Santos Di .mon i 



un volume pei la storia delle sue ascen- marchese ili Talleyrand 
sioni, figlia del iluca è sposa 

Nulla 'li più inesatto. Santos Dumonl non ripe ili Poggio Suasa, 
scrive in di vi lari ! italiana ili Berna. 

I- : anche 

volta il volo potrà 
i iusciri proficuo pi i la 

Non n. dubito al- 
latto. Da questo mirabile 
teatro ili esperienze, uni- 
co al niondo. proti 
un semieirr. 'lo ili monta 
gne. il giovine inventore 

-i spingerà -ni mate. Egli 
non si prò ccuperà che di 
itro i venti, o 
ili trarre profitti i ili 11 

lilite sulle diver- 
tudini. l'i e li 
oiio nostri nemici , 

prendere, divenire i nostri 

migli iti. lo ho 

avuto e 'li s.-ri 

ià . ma noti sa- 

i ile il ripeterlo a voi 

I venti sono i trot 

roulanti dell 

i he ci offrono gra 

le loro piatta- 

i >-,| in 

I infilai anch'io il l'asi i NsioNi 




e prìncipe ili l'érigord. La 
a di -n Marn ' Ruspoli, prin- 

. rei ario alla Legazione 

La meraviglit sa villa , 
In- sorge su un'altura di 
fronte a Montecarlo, con- 
tornala da grandiosi pal- 
mizi, è un vero museo di 
I ii/i' se rarità. Due co- 
lonne giapponesi . le uni- 
che potute trasportare in 
Europa per s] eciale eoo 
cessione dell' Imperatore 
lei Giappone, sorgono al- 
l'ingresso. Nella sala d'ar- 
mi credo che pochis 
simi potranno vantarne 
'Ielle simili in .tasi, tra 

l'altro, l'elmo ili Giovan- 
na d'Arco, il pugnale di 
Cesare Borgia, le armatu- 
re di Carlo V e ili Fran- 
cesco I. eil una lunga fila 
■ li elmi degli ammiragli 
lun-lii caduti a Lepanto 
Ritratti e quadri di ine- 

31 un. il. ile pregio, e ili ogni 

sciiol. i. adornano le pare- 
li delle magnifiche sale. 
\on so dimenticare il più 
bel < 'risto che si conosca 
ni arie, uscito dal pen 
nello del divino Molares. 
Dovunque una profusione 



SANTOS l'I \\i >\ I 



di cose d'altissimo valore, provenienti dalle più 
estreme legioni, e distribuite con impareggiabile gu- 
sto artistico. 

Il duca di Dino, oltre essere uno dei più forti 
collezionisti europei, è quanto v'ha di maggiormente 
perfetto nel gran mondo. Visse un po' dappertum 
studiando i costumi dei popoli, e fu anche snidalo 
valoroso. 

Alla sua villa, davvero regale, salgono ora inces- 
santemente gli ammiratori di Santos Dumont, in 
gran parte ricchi americani, recantisi a rendere r> 
maggio all' intrepido aeronauta. Anzi si annunzia 
di già che alcuni grandi yachis americani, segui- 
ranno, unitamente alla Princesse Alice del Principe 
di Monaco, le sensazionali esperienze. 

La stanza da letto di Santos Dumont è semplice 
e severa. Sui mobili, unicamente una grande I 



'27 

grafia dell'ultimo record di Parigi, ed il ritratto di 
Edison, dedicato « al re degli aeronauti ». Quei 
due quadri sono gli assidui compagni de' suoi sogni 
di gloria ! 

La sovranità sua Santos Dumoui ora in prp 
cinto di affermarla sul mare infinito: in alto, in 
alto, verso il sole. Illumini un raggio del gra 
vivificatore il periglioso cammino dell'ardito aereo 
esploratore, e gli conceda di segnare a caratteri don. 
sull'aerostato che, lungo la deliziosa Costa Azzur- 
ra, sorvolerà tra breve sopra il Mediterraneo tran- 
quillo, l'ambita leggenda Excelsiorl 

Principato di Monaco, gennaio 1Q02. 



Edgardo Gavi uni. 




La camera di Santos Di moni nella villa Perigord. 




LA LOC.GIA 



Su la loggia deserta alto è l'ini rigo 

rossi rami : e sia sotto Fa librate io 
ella come se quel purpureo laccio 
fosse un castigo. 

Bianca, di marmo. E il marmo è pur talvolta 

d'una giallezza madida, sì come 
guancia/ premuto da le fredde chiome 
d'una sepali a. 

Che il lem pò rabescò --cerili paro/e 

tra grado e grado: e ai balaustri snelli 
crebber nel sonno pallidi capelli 
di vetriole. 

Autunno fuma languido solt'essa 
maravigliosamente addormentato ; 
, il mare è calmo, come un cuor placato 
d'una promessa. 

Tanto calmo che sembrano le relè 
posar leggere tome nubi : e pare 
che il mar sia cielo, e il del slamare; un mari- 
sparso di -cele. 

Ani unno, è questo il tuo ultimo spirto 
questo che esala l'aria <f argento, 
questo che reca a l'alia loggia il --cento 
odor di mirto? 

Odor di rose un dì Ilari te dai 

: ili manna ; odor ili dalie: odore 
di non so qual misterioso fiore 
morto, che amai? 

(> non delti antichi anni essa è fragrai: 
quand' io salivi^ a' tuoi rigidi steli, 
lo- irdavo accendersi nei cieli 

la mia speranza? 



LA I OGGIA I2d 

Quando per questi gradi Lidia carezza 
di passi: lu che ad incontrarmi uscivi, 
o in questi nata, o in quai dormente clivi, 
mia fanciullezza? 

UJLutunno allora anche sognava ai piani, 
ma non coni oggi sconsolato: era 
come uno specchio della Primavera 
nelle sue mani: 

né sa Ila l'ombra in vortici si spessi 
verso la loggia, né ve dea sì triste 
lume di stelle, or si or no traviste 
dentro i cipressi. 

Poi molti Autunni volsero, di tanti 

vespri gravando a l'alta loggia il peso : 
molli roghi fiorir, via per lo acceso 
cielo, amaranti; 

ed io qui venni e ben tu meri a fianco 
o Giovinezza, e sulla fronte, e sulla 
bocca io sentivo il tuo, bianca fanciulla, 
zendado bianco, 

leggero ondare: e salivam per queste 
scale, tra i bussi: e la marmorea spira 
fremer parca come una immensa lira 
per la tua veste. 

■ ih ! quanto tempo ! E tu vai tunge: e guardi 
pensosa: e a tratti taci/ a ristai: 
ah ben tu sai che il Tempo fugge; sai 
ben ch'ora è tardi : 

e tra non molto ti vedrò sparire 

tra i gialli bussi, con tuo pie mortale 
scendendo quelle che già far le scale 
de l'avvenire. 

E solo io guarderò gravar l'intrigo 
dei rossi rami : e nel porpureo laccio 
giacer la loggia, come se l'abbraccio 
fosse un castigo: 

vedrò F Autunno vaporar; sognare 
sogni d'amante tenero e fedele, 
e il ciel sparso di nubi, il mar di vele 
candide ombrare. 

( Cosimi i Giorgieri Contri. 

La Lettura. l ' 




GLI flLiI|VIE14TI FALSIFICATI 




el febbrile lavorìo dell'umano intelletto la 
scienza che in questo ultimo periodo di 
anni ha maggiormente progredito, è cer- 
tamente la chimica ; è con l'aiuto di questa che l'in- 
dustria ha potuto compiere in poco tempo passi gi- 
ganteschi, raggiungendo i più straordinari ideali, 
portando a resultati pratici le teorie più compli- 
che sembravano astruse soltanto pochi lu tri 
or sono. Ben la definì il Davy quando, in uno slancio 
di sublime entusiasmo, non esitò a chiamarla la 
ma delFawenire, appena compiuti gli studi sul- 
la composizione dei primi elementi organici. Oggi 
tutto il movimento delle applicazioni tecniche s'im- 
pernia nella chimica, che dà ancora tanto e tanto 
da sperare al mondo degli studiosi. 

Mori passa giorno senza che qualche nuova sco- 
perta arricchisca il già non piccolo patrimonio delle 
chimiche discipline, con vantaggio enorme per la 
in stra società. 

Purtroppo al lato buono di questo straordinario 
progredire, contrasta il fatto che non tutte le appli- 
cazioni recenti si rivolgono a nostro beneficio, al- 
cune di esse essendo anzi di danno alla buona fede 
del commercio ed all'igiene. 

Nella chimica bromatologica, in quella varietà 
della scienza che si occupa delle sostanze alimentari, 
tale inconveniente è più rimarchevole. Cercando, scru- 
tando la natura degli alimenti si è potuto stabilire 
la loro rom posizione centesimale, in tal modo che 
riesce facile sostituire l'artificiale al naturale o per 
lo meno trasformare questo in guisa che la parte 
prima della sostanza sta sola a rappresentarne la 

1 1 • i i/ione. Abbiane i 
innumerevoli falsificazioni dei vari generi commesti- 



bili che oggi invadono i nostri mercati in una pro- 
porzione veramente allarmante. 

In una maniera più rudimentale, la falsificazione 
degli alimenti si praticava anche nei primi secoli 
dell'era. Troviamo citati negli antichi autori editti 
emanati per reprimere l'estendersi della frode. Car- 
lo V, nella sua famosa ordinanza conosciuta col no- 
me di Carolina, sanciva la pena di morte a quei fal- 
sificatori recidivi che avessero già dato luogo a ri- 
chiami e che mettessero nelle loro frodi tanta ma- 
lizia da renderne difficile il riconoscimento. 

Man mano che gli studi progredivano si perfe- 
zionava l'arte, se così si può chiamare, dei disonesti 
negozianti, tanto da rendersi addirittura indispen- 
sabile per gli Stati il garantirsi contro di loro con 
apposita legislazione sanitaria. 

Con la chimica dunque si possono compiere le 
più perfezionate falsificazioni, come con l'aiuto di 
essa si hanno tracciate le vie per riconoscerle e spe- 
cificarle. 

Facciamo dunque, cortesi lettori, un'escursione 
in questo campo, escursione che non può non riu- 
scire vantaggiosa alla vostra salute ed anche alla 
vostra borsa. 

I_e farine. 

Le farine ed il vino, come gli alimenti di uso co- 
mune, sono stati i prodotti intorno ai quali mag- 
giormente si è sbizzarrita la fantasia dei disonesti 
speculatori. 

Avere nella panificazione un maggiore prodotto 
con minore quantità di farina, ecco lo scopo che t'itti 
i fornai di questo povero mondo cercano raggiun- 
gere con ogni mezzo. E ci riescono con sufficiente sue- 



.1 ALIMENTI IWI.SIIh \ I 



i3i 



cesso ! Incorporando nella massa una materia che 
rattenga in forte dose l'acqua e che costi poco, si 
raggiunge l'intento; la fecola di patata sembra fatta 

apposta. E' nullo il suo valore nutritivo, ma qt 

poco vuol dire, è pure nullo il suo costo ! Alla pani 
Reazione si ha un bel prodotto bianco, spugnoso e 
che soddisfa, se non lo stomaco, certo l'occhio del 
compratore. Uno crede di mangiare cento grammi 
di materia azotata, mentre non fa che introdurre nel 
suo organismo soltanto il venti di questa e l'ottanta 
per cento di acqua, non sempre pura. Anche la 
frode nel peso è oggi delle più comuni, mettendo 
nell'impasto delle sostanze minerali ; e qui si può li- 
beramente scegliere dalla sabbia allo spato pesan- 
te , si riesce ad aumentare il peso in una maniera 
perfetta. Le ceneri di un buon pane non dovrebbero 
passare la percentuale del due ; nella mia pratica 
ne ho trovati di quelli che arrivano ad averne 
perfino il 15 per cento. Una vera ingestione ter- 
restre ! 

Si sente sgrigiolare sotto la pressione dei rienti, 
ma non ci si bada più che tanto, ed il fornaio dà 
commissioni di grosse partite di caolino — come se 
dovesse fabbricare delle porcellane invece che del 



pane ! 



Il vino. 



Il povero prodotto della vite è in generale ridotto 
in cosi cattive condizioni che si stenta a riconoscerlo. 
Il meno che gli possa capitare è di essere battezzato. 
Non crediate che le frodi nel vino siano un por- 
tato della nostra civiltà, no; anche in antico la 
pratica dell'annacquamento fu esercitata su vastis- 
sima scala. Questa bevanda si fabbrica anche con 
sostanze estranee, e resterà caratteristico il consi- 
glio dato da un oste ai propri figli che aveva chia- 
mati intorno al suo letto di morte: « Ricordatevi, 
figli miei, che con tutto si può fare il vino, perfino 
con l'uva ». 

Se comperando un vino credete di alimentare il 
vostro sistema nervoso con un liquido che contenga 
il 12 per cento di alcool, come vi è stato garan- 
tito, sbaglierete di grosso; sarà molto se la propor- 
zione si mantiene ad un terzo dell'indicata. 

Dando acqua in larga dose, occorre correggere il 
colore smorto che la bevanda acquista, eri erro sor- 
gere la necessità della colorazione artificiale. Le ma- 
terie adatte allo scopo le forniscono tutti e tre i 
regni della natura ; la speculazione le ricava con suo 
maggiore profitto da quello minerale servendosi dei 
colori derivati dalla distillazione del catrame. Avete 
mai fatta osservazione al bel colore rosso splen- 
dente dell'inchiostro che sta nel calamaio sulla vo- 
stra scrivania ? Quell'inchiostro è una soluzione di 
anilina ; ebbene essa può, al momento opportuno, 
essere mescolata ad un vino scolorito e dargli cosi 
la vivacità voluta. Ci pensate un po' il vostro sto- 
maco ridotto alle funzioni di calamaio ? 

Il colore non sempre basta; talvolta il vino mi- 
naccia di alterarsi ed allora una buona dose di aci- 
do solforico gli prolunga la travagliata esistenza, 
aspettando il giorno in cui verrà a corrodere i no- 
stri intestini. 



Per la conservazione si pone pure in pratica la 
gessatura. Si effettua aggiungendo del solfato di 
calcio; si ritiene oggi dovere ascrivere ari una vera 
solisi ideazione questa correzione, tanto più che non 
è improbabile che il detto sale sia dannoso all'eco- 
nomia animale. La nostra legge sanitari, 1 determina 
le modalità della gessatura. 

Il vino è suscettibile di altre numerose metamor- 
fosi; ne ho analizzato un campione fabbricato di 
sana pianta. Eppure sul collo del fiasco era tanto 
di etichetta che affermava la sua legittima prove- 
nienza da una delle più reputate fattorie della To- 
scana ! Molti aggiungono al liquido dell'acido sa- 
licilico, e ciò allo scopo di non permettere ulteriori 
fermentazioni ; la dose di quest'aggiunta è così -te- 
nue da non preoccupare l'igienista, come è assai 
raro il caso di presenza di saccarina, principio dol- 
cificante la cui fabbricazione, del resto, è oggi tute- 
lata ria un'apposita legge. 

Un commerciante di Troyes comunica alla Rivi- 
sta vinicola un processo sperimentale semplice ed 
utilissimo per conoscere subito la natura dei vini. 
Tutto l'apparecchio consiste in un pezzo di carta mar- 
tellata. « Io impiego, dice il Guny, un sistema faci- 
lissimo per fare l'analisi del vino. Si accosta al 
vero con approssimazione ; ma in caso urgente nelle 
cantine, dove assai spesso non si possono tenere ap- 
parecchi voluminosi e ove manca il personale tec- 
nico, può rendere dei buoni servizi. Di più non si 
possono analizzare tante qualità di vino quante se 
ne comprano in una giornata, e dedicare a ciascuna 
un quarto d'ora per l'analisi almeno. Con questo 
sistema, in meno di un minuto, si ottiene il medesi- 
mo resultato. Porto meco della carta martellata e 
spessa. Lascio cadere una sola goccia del vino da 
saggiare sulla carta; una cosa si produce. In prin- 
cipio più il vino è alcoolico e meno egli avrà for- 
mato un circolo bianco attorno alla nascente mac- 
chia verde, e ciò si comprende dato l'assorbimento 
della carta. Questa, per capillarità, presenta nel 
suo circolo bianco tutta la materia fluida del vino, 
e lascia, nel circolo interno, la parte solida che si 
compone di estratto secco, tannino, materie colo- 
ranti, ecc. Questo per l'alcool. Adesso, per quello 
che riguarda il colore, bisogna, onde garantire l'as- 
senza di materie coloranti estranee, che il cerchio 
esterno sia rimasto bianco. Il cerchio interno deve 
essere verde-bottiglia più o meno carico in propor- 
zione del colore naturale. Per le materie solide, 
esaminando la carta, potrete rimarcare che il cerchio 
interno è verde ; ponetela contro la luce e guarda- 
tevi attraverso: più il vino abbonderà in estratto 
secco e maggiore sarà il deposito lasciato sulla 
carta ». 

Il latte. 

Il latte è l'alimento più perfetto del quale l'uomo 
disponga. Sostanza ricca di principi attivi, si può 
considerare come completamente naturale, o meglio 
si potrebbe, perchè anche per il latte l'adulterazione 
si esercita in maniera veramente inquietante. Di- 
sgraziatamente vi è spesso una grande differenza fra 
la composizione del latte normale e quella dei prò- 



[32 



LA LETTURA 



Molto 'ii rado si ha 
he un latte puro e intiero. I 

come fai 'l'ag- 

giunta dell'acqua e che assai raramente si fa uso 
di al anche ammettendo la potabilità 

dell'acqua, pure quest'addizione ha tutto il carattere 
lidi. diminuisce il valore alimen- 

tare del prodi rve ■> compensare 1" screma- 

mento avvenuto. 

Il burri > si trova in sospensione nel latte; ora 
quest i - iati ri i lciss.i ,'• più leggera del liquido nel 
quali col riposo i globuli si separano ve- 

nendo alla superficie e formando la crema che con- 
tiene circa il 40 o/o di grasso. I negozianti tolgono 
abitualmente tale prodotto e smerciano il latte di 
ne iutiero. 

La densità elei liquido viene però ad essere note- 
volmente diminuita ed il densimetro rivelerebbe la 
frode. Allora che cosa si fa 5 Si cerca con l'aggiunta 
di sostanze estranee compensare l'abbassamento e 
si ricorre, per raggiungere lo scopo, ad emulsioni 
nte ed oli 

j 'erato anche il cervello di montone. 
Per impedire il sollecito inacidimento si aggiun- 
gono: carbonati alcalini, ammoniaca, borace, sali- 
cilato sodico e benzoato di sodio, Uacido salicilico, 
il benzoato, e ag ono come antisettici e antifer- 
mentativi ; essi producono però un'azione locale ir- 
ritante e quindi il loro uso sarà sempre da condan- 
narsi. L'aggiunta di carbonato sodico, fatta in giu- 
sti limiti, è innocua. 

La quantità massima tollerabile è di grammi 1 1/2 
per litro Molte volte per ritardare l'inacidimento, 
non volendo ricorrere ad aggiunte di sali, si usa 
bollirlo : questa non è una frode, ma si può anzi 
considerare come una cautela igienica, purché il 
rivenditore sia tanto onesto da non fornire latte 
munto ila qualche tempo. 

Per impedire l'annacquamento si sono dai Co- 
muni emanate una quantità di disposizioni, ma tutto 
è risultato inutile; il contadino prima, il lattaio 
dopo, hanno l'assi. luto bisogno di allungare con l'ac- 
qua il pi Ila mungitura; figuratevi che in 
il pregiudizio che non annacquando il 
ono i coloni, si sdegna ed il 
suo petto rimane sterile! 

Il burro e il formaggio. 

Il burro è uno dei prodotti alimentari che si fai 
si fica con m,^. [iienza. La frode più comune 

è quella i ite nel sostituire al burro di latte. 

in tutto o in parte, un altro grasso qualunque ed in 
particolare modo la margarina. Mège-Mouriès nel 
1870 trovò questo surrogato estraendolo dal grasso 
di line, sbarazzato dal sangue e dai tessuti aderenti. 
La prim la s'impiantò a Pa- 

rigi e da questa ne vennero, in breve volgere di anni, 
altre numerosissime in tutti gli Stati del mondo. 1 
sol.i I 1000 ne produsse per 28 milioni 

di ' 'ili Stati Uniti ne esportarono per 20 

milioni di lil il ' mi- 

: industria prendeva piede, 
can' linuire il prezz udita 



modificando il primitivo processo, e sostituendo al 
odi bue, diversi grassi animali o vegetali, quali 
l'olio di arachide, il burro di cocco, l'olio di coto- 
ne, ecc. Per Coli rare il burro artificiale si è fatto 
uso del legno giallo, del succo di carota, dello zaf- 
: anche di materie gialle coloranti derivate 
dal catrame, sale alca/ino del dimtrocresolo, che 
un notevole potere tos 

Astrazione fatta dall'impiego di sostanze vele- 
nose nella fabbricazione della margarina, è neces- 
sario considerare quale influenza ha essa sulla pub 
blica salute. Questo prodotto può rimpiazzare il 
burro nell'alimentazione? Il Consiglio di Salute 
dilla Senna incaricò, l'ino dal primo apparire sul 
mercato della margarina, Doudet. di studiare circa 
gli effetti fisiologici che il nuovo surrogato poteva 
apportare. Lo scienziato francese dichiarò che la mar- 
garina del Mège era di sapore gradevole, di buona 
qualità, infine che per le piccole borse poteva benis- 
simo sostituire il burro di latte. Il Consiglio ne au- 
torizzò la vendita a condizione che non fosse smer- 
ciata sotto il nome di burro. Qualche anno dopo, 
l'Accademia di medicina, essendo stata consultata 
dal ministro dell'interno francese, nominò una Com- 
missione di tre membri per studiare l'argomento, 
ed il responso di questa non fu molto favorevole al- 
l'industria che nasceva. Certi accademici , basan- 
di si sopra considerazioni teoriche, emisero il parere 
che la margarina dovevasi emulsionare difficilmente 
e che non fosse facilmente digeribile. Il Mayer com- 
battè vittoriosamente quest'argomentazione con nu- 
merose esperienze, e con lui illustri medici america- 
ni, inglesi e tedeschi nel seguire degli anni, prova- 
rono che la margarina ottenuta razionalmente e da 
buona materia prima non può recare nocumento al- 
l'eCOni 'tuia animale. 

E' ] ero sempre sottinteso che si tratti di un pro- 
dotto di prima qualità e non ricavato da un grasso 
qualunque. NTell'esporre il suo processo, Mège insi- 
a sul fatto che il grasso da servire alla lavora- 
zione fosse fornito da animali provenienti dai pub- 
blici macelli e bene osservati, prima dell'abbatti- 
mento, da esperti veterinari. Ora, allo scopo di fare 
concorrenza, ceni produttori, come ho già detto, 
traggono profitto da ogni sorta di grasso non curan- 
done la provenienza, e si hanno così margarine che 
portano seco i germi di una notevole categoria di 
malattie d'infezione, non bastando la temperatura 
usata nella fabbricazione a distruggere i bacteri ed 
i microrganismi che si trovano nei tessuti. 

Risulta dunque evidente che l'autorità ha l'ob- 
bligo di tutelare quest'industria, oltre che per il lato 
igienico anehe per quello economico, rispetto ai con- 
sumatori, perchè non è giusto che si faivia pagare 
per burro un prodotto che non ha le qualità di 
lindo e che gli sta molto al disotto per prezzo e 
1 er sapore. 

In Italia abbiamo la legge del luglio iSg.) che 
ila la materia, e la sua applicazione ha dato bui 

lussimi risultati, circoscrivendo di mollo la fi 
Il formaggio si ha dal coagulamento di latte in- 
parzià innato, riunendo il 

- facendone dei pani di varie forme e dimensioni, 



GLI ALIMENTI I A.LSI1 h ATI 



[33 



che, a seconda della qualità, si consumano suini 
oppure dopo avere soggiaciuto ad una lunga matu- 
razione. Lo compongono quindi i medesimi prin- 
cipi del latte in vario modo modificati. Sono in mag- 
gioranza nel cacio le sostanze albuminoidi, e si han- 
no poi il grasso ed i sali minerali. A parità di peso 
e di volume, il formaggio ha un potere nutritivo 
assai superiore a quello della carne. 

Il cacio si falsifica con aggiunta di sostanze or- 
ganiche, amido, fecola, ecc. ; si falsifica pure toglien- 
do prima al latte, che deve servire alla fabbricazione, 
tutto il burro che contiene sostituendolo con grassi 
estranei, compresa la margarina. Si addiziona inol- 
tre con sostanze minerali come: dreta, spato pesan- 
te, sali di piombo, ecc. Del resto è impossibile ci- 
tare tutte le falsificazioni che già si sono fatte, si 
fanno e seguiteranno a farsi sul cacio, perchè con- 
tinuamente se ne scoprono delle nuove. Ad esempio, 
alcune specialità tedesche, affinchè affrettino la ma- 
turazione o meglio per dare loro precocemente l'a- 
spetto della putrefazione, vengono sottoposte ad un 
trattamento di sali di rame. 

Non parliamo poi del come poco pulitamente si 
fabbricano i formaggi ; l'igiene non ci guadagnereb- 
be davvero. Basti dire che, sempre per migliorare la 
specie, si è ricorso perfino, secondo Halle, all'im- 
mersione delle forme nell'orina umana ! 

L'olio di oliva, il più usato nell'economia dome- 
stica, si falsifica aggiungendovi dell'olio di cotone, 
di sesamo o di arachide. Qui si tratta piuttosto di 
una frode commerciale che di un'adulterazione nel 
senso igienico della parola. 

L,' alcool. 

Lo straordinario sviluppo che ha preso ai giorni 
nostri Palcoolismo ed i tristi effetti che esso pro- 
duce, rendono lo studio delle bevande spiritose della 
massima importanza per l'igienista. 

L'ubbriachezza è quasi vecchia come il mondo, — 
la storia di Noè ce lo insegna, — ma la piaga dell' al- 
coolismo data da circa ottanta anni. Descritta per 
il primo nel 1852 da un medico svedese, Huss, que- 
sta malattia è il risultato della moderna scoperta 
della distillazione degli alcools industriali, ricavati 
dalle patate, dal mais, dalle barbabietole, ecc. Per 
molto tempo ci si è contentati di bere il vino, la 
birra, il sidro, ecc., o al più dell'alcool ricavato dal 
vino e quindi l'alcoolismo non si è manifestato che 
ai primi del secolo scorso. 

Oggi l'ubbriacarsi non soddisfa più il parassita; 
egli vuole stordirsi nel minor tempo possibile e con 
minima spesa, ed all'antica giocosa ebbrezza, s< ini 1 
succedute le ingiurie, le violenze e i delitti. La qua- 
lifica di acquavite dovrebbe con maggiore proprietà 
mutarsi in quella di acqua della morte. 

Quale è dunque la causa di un simile cambia 
mento? E' presto detta: mentre prima si ricavava 
l'acquavite dalla distillazione del solo vino e lo 
spirito non produce, in piccola dose, che disturbi 
passeggeri, senza lesioni alla massa cerebrale, 
invece tutti i bars di questo mondo vendono bevande 
confezionate con spiriti di tutte le provenienze, ric- 
chi di una forte percentuale d'impurità- 



Imi verso il 1824 che si cominciò a distillare il 
grano, nel 1840 si estrasse alcool dalla barbabie- 
tola, e nel 1855 sorsero le prime distillerie che usa- 
vano come materia prima il riso, il mais ed altre 
sostanze farinacee. Girard, in una comunicazione 
fatta all'Accademia (1895), dimostro come la fab- 
bricazione dello spirito di vino sia diminuita in 
Francia di 700,000 ettolitri, mentre che quella dello 
spirito ottenuto dai cereali avesse raggiunta la ci- 
fra di [,943,602 ettolitri. In Austria-Ungheria si 
fabbrica generalmente alcool di barbabietola. La 
distillazione del grano ci è stata insegnata dagli 
Stati Uniti. 

Tutte le bevande spiritose consumate ai giorni 
nostri, compresi alcune volte i vini, contengono de- 
gli alcools preparati dall'industria, e che differisco- 
no assai dal punto di vista della loro origine, della 
loro composizione chimica, delle proprietà fisiche e 
soprattutto per l'azione che esercitano sul corpo u- 
mano. La forma più propizia a mascherare gli al- 
cools impuri, è quella dei liquori che si vendono 
sotto la qualifica di stomatici, digestivi e nei quali 
delle sostanze aromatiche e zuccherine mascherano 
il cattivo gusto originale, ed espongono i consuma- 
tori a tutti i danni dell'avvelenamento. 

Il principio tossico proviene da una cattiva retti- 
ficazione. Allorché si è ottenuto I'alcools dai cereali, 
assai spesso non se ne cura con la voluta ocula- 
tezza la purificazione, in maniera che il prodotto 
contiene ancora buona quantità di aldeide. E' que- 
sto un principio eminentemente nocivo. Essa pro- 
duce, in deboli dosi, un effetto irritante sugli or- 
gani respiratori, dà origine a vertigine ed a soffo- 
cazione ; il Prerie paragona la sua azione a quella 
dell'acido solforoso. Accade sovente che l'aldeide si 
decompone dando luogo Gaettone, veleno potente, 
a dell'etere, ad un olio essenziale e a dei prodotti 
pepati dei quali una millesima parte basta per fare 
prendere all'alcool quel sapore mordente così accetto 
ai vecchi bevitori. Il cognac , il rhum , il gin , il 
kirsch, il maraschino, ecc., preparati da prima di- 
stillando i prodotti della fermentazione della canna 
da zucchero, delle ciliege, delle pesche di Dalma- 
zia, ecc., si ottengono, oggi, aggiungendo agli al- 
cools industriali dell'essenza di cognac . di rhum , 
di kirsch, ecc., che non hanno altro scopo che quello 
di mascherare il cattivo gusto dell'alcool adoperato 
e di facilitare la frode. 

E' interessante di esaminare ciò che sono in realtà 
queste diverse essenze artificiali. In generale si trat- 
ta di composti chimici tossici che somigliano in mo- 
do maraviglioso ai prodotti naturali tanto nel gusto 
come all'odore. L'essenza dì cognac si può avere trat- 
tando con l'acqua forte il burro ili cocco ed eteriz- 
1 gli acidi grassi ottenuti ; quella «li rhum si ha 
col / d'etile, ed anche distillando un mi- 

scuglio di amido, di perossido di manganese e di 

Il kirsch ed il marosi hino si fabbricano mediante 
un aroma composto di benzo-nitrito e di aldeide-ben- 
zoica, sostanza nociva che produce degli accidenti 
nlsivi tetaniformi I pretesi operativi, che il 
Trousseati qualifica 1 ome le ' sto- 



\.l\ l \ LETTI R \ 

bj.., tutti i bitta amori di tutte le 

specie, aldini dei quali in forza ili una grandi 
dame godono estimazione generale, non riescono 
meno rune: l ' maggior parte sono confezionati 
con artificiali, \'ald> r, il salici- 

lato Farò uni. ne infine che sono ap- 

punto quelle pi rsone che fanno grande uso di que- 
sti- I he hanno minore appetita 

e dei liquori si fa in generale con 
matei riti del catrame, alcune delle quali 

bite quindi dalla nostra legge sa- 
nitaria 

Le droghe. 

• un pranzo succolento una buona tazza di 
caffè t sempre accetta; difficilmente però si ha la 
ezza che l'infuso che s'ingerisce sia prodotto 
dalla coffea ara 

Nel ma i numero dei casi quel liquido nera- 
stro che appaga il vostro occhio, non è che il risul- 
tato soluzione di strane materie organiche, 
nella loro natura di a ben diverso scopo da 
quello al quale sono costrette dall'ingordigia di lu- 
cro dì alenili droghieri. 

In generale, il caffè viene venduto sotto qui sta 
tre forme: in grano e crudo, in grano e torrefatto 
e macinato. Le falsificazioni trovano più spesso 
la loro applicazione nel caffè in polvere. Un'infinità 
di semi, di radici, di frutti secchi, è stata adope- 
rata per mescolare col vero caffè. Il migliore con- 
siglio che si possa dare è quello di fare acquisto 
del caffè in chicchi, per quanto anche sotto questo 
aspetto 11 : da stare molto tranquilli, essen- 

dosi l illiriche che producevano caffè arti- 

ficiale, fatto cioè cui terra, materia colorante, ecc. 
Or sono alcuni mesi a Granata, in Spagna, l'auto 
rità potè scovare una di queste fabbriche che aveva 
messo il suo nido in un vecchio palazzo diroccato e 
che tutti credevano deserto Là, nottetempo, si da- 
va convegno una diecina di operai i quali con ap- 
posite marchine, acquistate in Germania, per la 
somma di lire sessantamila . fabbricavano il caffè 
artificiale. All'analisi il prodotto si presentò com- 
posto di coria, fichi abbrustoliti e materia 
colorante adattata. 

Il lato si falsifica o m aggiunta di buo ie 

di cacao tostate, di mandorle dolci, ghiande, gomma, 
destrina, zucchero scadente, balsamo del Perii, ter- 
ra, ecc. 

Arn lm il pepe è soggetto a continue falsificazioni. 
Esse si esercitano in modo particolare sul pepe ma- 
cinai - pertanto ottenuto pepe artificiale in 
grani adoperando una pasta composta di farina e 
di una materia attiva qualunque: pimento, pire- 
tro, eo ! '- fals Reazioni del pepe marinato, segna- 
late da diversi autori, sono numerose: ne darò una 
breve enumerazione : vi si mescolano differenti spe- 

i ie, di cereali e di legumi' 
materie minerali diverse, polvere di noccioli di n'iva 
o di datteri, gambi di pepe, polvere di focaccie ot- 
tenute dalla compressione di semi oleosi, gusci di 
di lauro. 

: i nte qui ste differenti 



falsificazioni, molte delle quali, del lesto, non si sono 
trovate che una sola volta; mi limiterò a considerare 

quelle che ho avuto occasione di constatare nella 
mia pratica di laboratorio. 

I e materie minerali (sabbia, terra) si riscontrano 
assai spesso nel | epe nero ed esse sono sovente la 
consegui n/a dell'aggiunta dei detriti della macina- 
prima della sostanza 

La fecola di palate serve per falsificale il pepe 
In. meo. Per vendere il pepe in grani è neces* 
liberare questi da tutte le scorie inutili, e tali ca- 
scami vengono poi utilizzati nella macinazione del 
pepe in polvere. l>a che cosa essi sono costituiti? 
Dai detriti dei peduncoli, dalle scorie del |>epe e da 
molta quantità di sostanze minerali provenienti dalla 
raccolta (20. 25 o o). 

I detriti si vei I resto separatamente ed 

hanno un prezzo che varia da 35 a 40 franchi per 
chilogrammo. La così detta poivreltc non è altroché 
farina ottenuta da un debole arrostimento e suc- 
cessiva macinatura dei noccioli di oliva. Il prodotto 
così ottenuto imita il pepe in modo veramente per- 
fetto. Il suo impiego è assai rimuneratore perchè 
la foivrette costa da io a 15 franchi il chilogrammo, 
in maniera che aggiungendone solamente il io o/o 
al prodotto naturale, che vale 200 franchi, per e- 
sempio, si arriva a farne discendere il prezzo di 
rivendita a sole lire 183. Sul pepe bianco il beneficio 
è ancora maggiore. 

I utte le droghe subiscono la sorte del pepe. Esse 
vengono spietatamente trasformate dai disonesti 
speculatori. Per lo zafferano, pianta relativamente 
cara, la fri de si è specializzata. Si sono trovati cam- 
pioni di zafferano che di questa sostanza non ave- 
vano che il nome: il prezioso vegetale era sostituito 
con parti di altre piante, coi fiori colorati artificial- 
mente della calendula officinalis, con quelli del car- 
f/iamus triictarius, ecc. Si è pure praticata la frode 
di estrarre lo zafferano buono con alcool, e di ridar- 
gli quindi il colore con prodotti del catrame; per 
aumentare il peso lo si suole inumidire con sciroppi, 
con gelatine e vi mescolano infine anche sostanze 
minerali. 

II the si falsifica tanto nei luoghi di produzione 
come nei mercati europei dove si smercia. Le falsi- 
ficazioni principali alle quali è soggetto sono le se- 
guenti: per fargli assumere un aspetto più attraen- 
te, si colorisce artificialmente mascherando cosi l'ag- 
giunta di materie estranee. 11 colore si dà con una 
delle sostanze seguenti: gesso, bleu di Prussia, cur- 
cuma polverizzata, cromato bicromato 1 
indaco e sali di rame. La frode maggiore si compie 
però mescolando al the buono delle foglie già esan- 

per l'infusione subita. Le foglie usate, diciamo 
da prima immerse in una soluzione 
concentrata di gomma arabica che. seccando, ridona 
loro la lucentezza e la forma arrotondata, si colori- 
scono quindi artificialmente. Si è arrivati, per ven- 
dere con maggiore profitto, 1 re al veto the 
lie di vegi tali diversi. 

Lo zucchero può essere falsificato o con aggiunta 

di marmo, di amido, di glucosio liquido o con ec- 

d'acqua. Queste frodi non sono però molto 



GLI Al. IMI. \ I I 

praticate essendo facile il riconoscerle basandosi 
semplicemente sui caratteri organolettici del pro- 
dotto. 

La birra. 

Nei paesi meridionali si usa come bevanda da 
pasto il vino, ma la vite non potendo vegetare nei 
climi freddi, cosi nel settentrione si consuma la bir- 
ra. E' questo un liquido alcoolico che si prepara 
principalmente con sostanze amidacee e con luppolo, 
e deve esser consumato durante la fermentazione. 
Nella fabbricazione della birra la sostanza amida- 
cea è destinata a dare lo zucchero necessario alla 
produzione dell'alcool, poiché questo si ha dallo 
sdoppiamento dello zucchero nei suoi costituenti chi- 
mici. Si usa l'orzo costando assai meno degli altri 
vegetali ed essendo pure di facilissima lavorazione. 
Il luppolo compie un doppio uffizio: assicura da 
una parte la conservazione della birra, serve dall'al- 
tra a donare a questa bevanda il sapore ed il pro- 
fumo che le sono propri. 

Anche la birra viene falsificata con l'aggiunta di 
acqua; e questa, essendo la frode più economica 
per chi la commette, è abbastanza diffusa. 

Per correggere l'acidità che può prendere per un 
principio di decomposizione, vi si suole aggiungere 
del carbonato sodico, calce e potassa, così pure vi 
si mette dell'acido solforico per chiarificarla ; que- 
sta, come i carbonati, si riconoscono mediante me- 
todi particolari che ci fornisce la chimica analitica. 
La birra fabbricata col sostituire l'orzo germogliato 
con sciroppo di fecola od altre sostanze analoghe, 
acquista un sapore assai meno gradevole della vera 
birra fatta con orzo. Alcuni rivenditori dopo averla 
acquistata dai fabbricanti vi sogliono aggiungere 
dell'acqua mettendovi pochi grammi di zucchero per 
ogni bottiglia. In tal modo dopo alcuni giorni, spe- 



I ALSIFK A 1 I 



i35 



cialmente in estate, la fermentazione alcoolica vi si 
sviluppa di nuovo con energia e la birra, sebbene 
diluita, si fa molto spumante, restando però tor- 
bida per i globuli di fermento o per le altre materie 
solubili che contiene in sospensione. 

La birra intacca facilmente i vasi di rame, di 
piombo e zinco, ed agisce pure sulla vernice piom- 
bifera dei vasi di grès. Intacca i tubi ed i recipit ntj 
di piombo anche quando questo è in lega col 90 o/o 
di stagno. Fra le frodi più frequenti sono da an- 
noverarsi quelle per le quali si usa sostituire il lup- 
polo, sostanza assai cara, con materie amare che lo 
surrogano. 

1 ;i birra viene falsificata con oppio, noce vomica, 
e coi suoi alcaloidi, coccola di Levante, aloè, gen- 
ziana, quassio, assenzio ed acido picrico, sostanze 
che non possono sostituire vantaggiosamente il lup- 
polo ne dal lato igienico, ne in modo da rendere la 
bevanda egualmente saporita ed atta a conservarsi. 

Per dare alla birra un colore più bruno si ado- 
perano molte volte il succo di liquorizia, la radice 
di cicoria torrefatta, lo zucchero caramellato e le 
buccie di sambuco. Le frodi con stricnina ed altre 
sostanze velenose sono assai rare. 



Questo mio primo articolo è già di proporzioni 
ragguardevoli ; se me lo permettete, cortesi lettori, 
vi tratterrò in altro mio scritto dei metodi pratici per 
l'analisi degli alimenti falsificati e delle innumere- 
voli alterazioni di ordine biologico e parassitano 
alle quali sono soggette le sostanze, la carne in mo- 
do particolare, che servono a formare la vostra men- 
sa quotidiana. 



G. B. Baccioni. 







BlCKKDKTriNo. BUNBOKTTINA. 



Cappi» •> [NO. 



Cappuccina. Domenicano. I 'omknicana. 



Gli Ordini religiosi 



-K3E3-- 




vete mai provato, viaggiando in ferrovia, 
a fare osservazione alle chiese ed ai con- 
venti, che stanno sulle cime dei colli e 
dei monti ? Non c'è, si può dire, una bella posizione 
di natura, che non sia stata scelta come la sede di 
un monastero. Si suol dire che i frati hanno avuto 
buon gusto. E non 

solo buon gusto , 

nella scelta 
luogo ; anche nel 
disegno della loro 

l, della eh 
nella simmetria 
delle parti . nella 
bellezza degli or- 
nati, i conventi in- 
ni il buon ^li- 
sto artistico dei 
fondatori. < l'è nn- 
di arte 
nei cento conventi 
d'Italia, che si po- 
trebbe illustr.no 
tutta una storia 
dei- 
delie 
ani figurative, sce- 

qua e là, nei monumenti dei religiosi i tipi 
essivi, che ancora rimangono, testimonio delle 
diverse età ale, quan 

do il saperi- e l'arte vivevano quasi . unente 

nei conventi, come in luogo sicuro, la erezione di 
una badia ritraeva facilmente 1" spirito conservatore 




La coi ioni d'un ospite alla Grande Certosa. 



dell'Ordine: il farne la struttura bella e ricca ri- 
spondeva ad un'esigenza sociale dell'Ordine stesso. 
E' così che la storia degli Ordini religiosi ha arric- 
chito l'Italia di monumenti maravigliosi. 

Quando il senso estetico era decaduto, non venne 
mai meno nei religiosi il sentimento della natura, 

che , mentre essi 
ivano di ritrar- 
si dal mondo, li 
spingeva a portare 
la loro cella di so- 
litili line in un luo 
go eminente, don 
i le rontemplare be- 
ne le bellezze della 
natura vergine. 

Ma i tempi pas- 
sano: degli Ordi 
ni religiosi, alcuni 
caddero, altri sol 
sen i; ed i molti con- 
venti ebbero a su- 
bire le vicende fa- 
tali del tempo: al- 
cuni stanno sem- 
pre, e sono nioim 
menti d'arte per- 
fetta; altri, o abbandonati, o presi di mira dalle 
violenze della guerra, rovinarono; altri ancora han- 
no subito una trasformazione quasi più radicale, 
indo ad altro uso. o di collegio, di caserma, 
o di carcere. Sta si mpre però, che la casa dei religio- 
na di un monumento conservato nel suo 



GLI uRIUM RELIGIOSI 



!.. 



spirito, o come una rovina illustre di altri 
tempi, o trasformata in tutt'altra abitazione, 
la vediamo dappertutto. E c'è poi questo 'li 
notevole: che ogni convento, nella sua strut- 
tura, ritrae lo spirito delle varie regole mo- 
nastiche ; luna consentiva che i suoi religiosi 
avessero una grande abbazia, come accadeva, 
nel medio evo, quando l'abate era una po- 
tenza feudale ; l'altra imponeva ad ogni mo- 
naco una casetta isolata dalle altre, raccolte 
però tutte da uno stesso muro di cinta ; un'al- 
tra ancora, quella di Assisi, avrebbe imposto 
la povertà della cella, pure dando ogni mag- 
gior splendore al tempio. 

Curiosa poi quella terminologia partico- 
lare, che si riferisce agli usi del convento , 
alle tenui esigenze del loro vitto, o al genere 
di lavoro, al quale si sono dedicati i religiosi 
di una data regola. Così abbiamo il liquore 
dei Carmelitani, la bénèdectine, la chartreuse 
famosa, quella di Grenoble, che distillata 
invece in Italia, nella Certosa di Firenze, è 
poi il liquore Val d'Etna ; poi VEucalipius, 
che ci richiama la bonifica laboriosa e pa- 
ziente dell'agro romano, per opera dei Trap- 
che>fanno talvolta la prosperità del convento, 
ed anche del vicinato. Oltre alle distillerie , 
moltissime case religiose hanno dovuto, nel- 
l'età moderna, dedicarsi a qualche traffico , 
per dare un coefficiente pratico al loro lavoro, 
e per cavare i mezzi di una maggiore prospe- 
rità. Si calcolava che in Francia fossero cir- 
ca 1500 i conventi, che esercitavano 1 com- 
merci: e si è visto più di un Municipio, in 
occasione della legge nuova sulle Associazio- 
ni, intervenire, per impedire che se ne ; ndas=e 
una data casa religiosa, la quale avrebbe fot- 
tratto al Comune un cespite importante di 
risorsa. Il dizionario della cucina cenobitica 




San Paolo e Sant'Antoni!) eremiti. 




San Simone Stilita. 



non è tanto ricco, per venta: 
per quanto i novellieri nostri 
abbiano stereotipato il religioso 
in una figura pingue e prospe- 
rosa, la Cucina del convento non 
dà poi molta fatica alla memo- 
ria: il risotto alla certosina, e 
il caffè cappuccino, ecco tutto ; 
senza dire che il caffè cappuc- 
rino ha preso il nome dal co- 
lore di I sai 'li 1 io, più che 
dalla dieta semplice dei Frati 
Minori. Dove il lavoro dei frati 
e delle monache ha esercitato 
una certa influenza è nella far- 
macia : l'empirismo è tante vol- 
te questione di pazienza ; < ri 
naturale che, in passato, quandi 1 
la virtù delle erbe era cerc;u 
studiata con lente osserva/ 

ditative, riuscisse non di raro 
alla pazientissima ricerca del 
monaco di mettere insieme enei 



i38 



LA LETTURA 



dato ■. quella bevanda salutare, che, consi 

derata la qualità dell'inventore, poteva ir. vare qual- 
ina. 

amo ad una nuova fase storica: quella 
delle soppressioni, che anch'esso pan- obbediscano 
alla legge dei ricorsi del Vico, come l'incameram 
della proprietà ecclesiastica. La recente dis 
di legge in Francia ha determinato l'i lonta- 

di alcune Congregazioni; c'è chi si è alianti 
davanti al pericolo cappuccino, all'invasione certo- 

, ed altri pericoli consimili, dai quali s'ha ben 




li. m< inaco Tei ew io i. 

. a temere oggi in un paese, che sappia vivere 
con libertà, sviluppando le sue risorse del benessere 
Comune. Certo pero che gli ultimi avvenimenti di 
Francia e di Spagna ci portano a studiare da vicino 
il fatto ilei monachismo, nella sua origine e nello 
iiu-nto successivo. 
Lo studio con , privo 'li interesse per noi in Ita- 
lia, dove fu la rulla del monachismo in Occidente. 

* 
* * 

Il monachismo è un fatto dei più intere 
nella vita religiosa ili un popolo; il vedere dei gio- 
vani, «Ielle fai 1 t:"r.- dell'età, (pianilo si 
'manzi la vita, vederli battere in riti 
rata dal mondo della famiglia, dalle lusinghe del 
l'amore, per rinchiudersi in un chiostro ed ivi E 
una esistenza di ai egregati, forse per sem- 



I te. .lai consoi le, desta nell'anima un sei 

misto ili compassione e ili ammirazione. Per chi 
vive la vita reale e fervida del gran mondo, l'idea 
monacale dà l'effetto come di uno spettro; altri cre- 
dono che la solitudine della cella sia una aberrazio- 
ne della vita ; ma si capisce che per valutare con 
discrezione il senso e la portata del monachismo bi- 
ia guardarlo dal punto di vista religioso. Ci 
sono dei momenti nella \ ita che ci sentiamo invasi 
da \\\\ senSO di Stanchezza delle cose: dopo un pe- 
riodo di vita molto agitato, subentra facilmente un 
bisogno di quiete, di silenzio, che, per le anime di 

indole religiosa, si trasfonde in un vago desiderio di 
riposo monacale. !•'.' noto che dopo la rivoluzione 
francese i noviziati si popolarono, e specialmente 
quell stri più rigidi. Non era solo un biso- 

pai.-, ma una rea/ione del s. nso morale, che 
domandava una riparazione, dopo gli accanimenti 
orribili della tirannia e del sangue. 

Ma non è solamente un bisogno di quiete mistica 
o il sentimento di un restauro morale, che rese po- 
polati i monasteri; c'è anche un alito finissimo di 
: la poesia della cella. 

(> una cella, mihi abitatici dulcis amala 
Scmpcr ni acteruum, o mta cella, vale! 

('..si dava l'addio alla celletta sua il mo- 
naco Alenino, sul punto di lasciare il mona- 
stero, per andare alla Corte di Carloniagno. 
{■'., rivolto al paesaggio bello, che era cerulee 
al chiostro: i Io non vedrò più i boschi che 
ti recingono coi rami intrecciati e la fiorita 
verzura, i tuoi paraggi ricchi di erbe aroma- 
tiche e salutari, le tue acque pescose, i tuoi 
frutteti, i giardini tuoi, dove al giglio si 
frammischia la rosa. Non udirò più gli au- 
gelli che cantavano mattinieri come noi, lo- 
dando a lor modo il Creatore, né gli insegna- 
menti d'una saviezza dolce e santa, che ri- 
sii, mavano a un tempo colle lodi dell'Altis- 
simo, su labbra pacifiche sempre come i cuori. 
Cella diletta! Io ti piango e ti rimpiangerò 
per sempre ! » 

Se dunque il consiglio evangelico della 
fuga del mondo era il principio determinante 
del monachi sm. i. certo altri elementi lo cìo- 
vettero favorire: le attrattive del riposo, il 
sentimento della natura, la poesia del deserto. 



Perché, la vita claustrale non e un fenomeno e- 
sclusivamente cristiano. <'di Kssem, contemporanei 
di San Giovanni Battista, erano ilei solitari, che 
fuggivano hi città, per vivere nelle pianure isolate 
.Li Mar Morto; e San Giovanni stesso fu un ere- 

ii Ma del deserto. La scuola l'i "He sue 

prescrizioni sociali, Diogene nella sua botte, se non 
'ano la tendenza d'una religione, sono pu- 
re la manifestazione di un ascetismo filosofico, che 
disponeva meglio lo spirito alla ricerca della ve- 

Dove troviamo una forma vera .fi ascetismo re- 
ligioso e nelle religioni dell'India e fra i Mussul- 



«.Ili iRDINI RELIGIOSI 



mani. Fra questi specialmente, forse per influsso 
del fatalismo inerente all'Islam, si svilupparono 
moltissimi Ordini religiosi. Ed è un fatto curiosis- 
simo che uno di essi, l'Ordine dei Chadelya, ha in- 
sinuato molte infiltrazioni nella Compagnia dei Ge- 
suiti ; si può desumere dagli studi più recenti che 
Sant'Ignazio di Loyola ha formato il piano del suo 
Ordine su quello di parecchie Congregazioni mus- 
sulmane. 

Così il potere del Generale dei Gesuiti è un fac- 
simile di quello del Cheikh, padrone assoluto delle 
anime, dei corpi, delle riputazioni ; e la famosa ob- 
bedienza cadaverica dei gesuiti al loro capo, da- 
vanti al quale devono essere perindt ac cadaver , 
come un cadavere, è identica nella prescrizione isla- 
mita : « Tu sarai nelle mani del tuo Cheikh come 
un cadavere nelle mani del lavatore di morti ». 

Nel Cristianesimo la vita monacale è piena- 
mente giustificata dallo spirito della perfezione 
cristiana, ed ha la sua ragione d'essere nel dovere 
generico della santificazione individuale. A questo 
si arriva, secondo il Vangelo, per tante vie, restando 
ognuno in quella condizione sociale dove è cresciuto ; 
ma, certo, se l'individualismo dell'anima santifi- 
cata è il putte tu tn salicns della attività cristiana, è 
più. che logico che altri possa segregarsi dalla so- 
cietà, per raggiungerlo con maggior sicurezza. La 
ragione messa in campo da molti sociologi, che il 
celibato claustrale sottrae alla società una parte no- 
tevole degli elementi procreatori, ha un valore, se 
guardiamo alla statistica ; ma di fronte al princi- 
pio della libertà personale non può aver forza, e 
di fronte alle ragioni evangeliche perde la sua ef- 
ficacia. Insomma, dal punto di vista materialistico, 
il chiostro può apparire come un'aberrazione da cor- 
reggere; ma in una concezione spiritualista della 
storia e dell'individuo, l'ascetismo dei solitari e delle 
comunità religiose è un diritto come tutti gli altri, 
che va rispettato, specialmente quando ci presenta 
lo spettacolo di una esistenza che vive di sacrificio 
e si consuma a sollievo delle umane sofferenze. 

*** 

Nel monachismo vanno distinte due forme: i 
monaci solitari od eremiti, e le comunità religiose. 

I solitari o eremiti li troviamo nei primi tempi 
del Cristianesimo. Specialmente dopo l'impero di 
Costantino, la Religione, al contatto della nuova 
prosperità ottenuta coll'editto di Milano, subì un 
rilassamento nello spirito e nei costumi dei cre- 
denti ; gli stessi Padri della Chiesa riconoscevano 
unanimi la precoce decadenza del mondo cristiano, 
come la si legge nell'opera classica del Montalem- 
bert sui Monaci d'occidente. Non c'erano più i 
Martiri belli a tener vivo e glorioso il vessillo della 
Croce; ai Martiri sottentrarono i monaci. 

L'Egitto fu la terra eletta dei solitari. Là, nella 
gran quiete del deserto, venne inaugurata, per ta- 
cito consenso di molti eremiti, l'èra del monachi- 
smo. E si trovarono là, disseminati per una distesa 
vastissima, ognuno nel suo romitorio, questi asceti ; 
dapprima vi si erano rifugiati per sfuggire alla 
persecuzione di Diocleziano ; poi, per conservare 
meglio lo spirito cristiano, quando la disciplina 



dei cristiani s'era rallentata. Il monachismo del 
serto rappresenta una reazione contro la rilassatezza 
del mondo cristiano ; ne furono padri gli eremiti 
Paolo, Antonio, Pacomio. La Tebaide, popolata 
da questi anacoreti, divenne un nome illustre e popo- 
lare. Famoso tra tutti Sant'Antonio abate, per quel- 
l'aureola di fama e di leggenda che si riscontra nelle 
sue tentazioni. Quella tal bestia volgare che vediamo 
nei dipinti ai piedi del Santo, e che sembra grugnire 
'•i.ntro di lui, rappresenta una poco graziosa tra- 
sformazione del demonio tentatore. Un altro soli- 
tario curiosissimo è San Simone Stilita, che abitava 
in Siria, ed aveva scelto per romitaggio la cima di 
una colonna, dove passò tanti anni di penitenza, 
secondo la tradizione vuole, affliggendo il corpo e 
predicando incessantemente ai molti e molti che ac- 
correvano a contemplar il fenomeno mirabile e 
strano. Bellissima fra le altre la figura del monaco 
Telemaco, al tempo di Onorio: udendo narrare gli 
spettacoli sanguinosi dei gladiatori, esce dalla soli- 
tudine sua di Frigia, s'avvia a Roma, vi giunge, 
entra nel Colosseo stipato di popolo avido di san- 
gue, e tenta, solo ed inerme, di opporsi ai giuochi 
sanguinari. Il popolo si inquieta, si alza indignato, 
e il generoso Telemaco è abbattuto a colpi di pietre. 
Si racconta che fosse l'ultimo sangue versato nel 
Colosseo. 

Dopo questo, sembrerà strano che anche il mona- 
chismo d'Oriente sia degenerato. Eppure , rilassa- 
tasi la disciplina, gli eretici fecero molte reclute 
fra i monaci, che a poco a poco decaddero comple- 
tamente, mentre il monachismo si sarebbe poi svi- 
luppato in Occidente. Dei casi sporadici di vita e- 
remitica ce ne sono sempre, del resto. Piero l'Ere- 
mita, l'apostolo della prima Crociata, fu un mo- 
naco solitario. Un tipo completo del genere è Be- 
nedetto Giuseppe Labre, nativo di Francia, morto 
a Roma nel 1783, dopo aver vissuto anni ed anni 
in un vero covile del Colosseo. E' stato canonizzato 
da Leone XI IT. 

In Occidente si svilupparono di preferenza i Mo- 
naci raccolti in famiglie, sotto una regola partico- 
lare. San Benedetto è il principe della vita mona- 
stica. Nato nel 480, la sua vita cade nel pieno dei 
tempi barbarici ; fonda l'Ordine dei Benedettini, che 
ebbero come Santuario principale la grande abbazia 
di Montecassino. Questo convento ha avuto il suo 
storico nella persona del Padre Tosti benedettino, 
che arrischiò di divenire celebre e quasi popolare 
per il suo opuscolo sulla conciliazione più che per 
le molteplici opere storiche. L'elemento principale 
della regola, il lavoro e l'obbedienza. L'influenza 
dell'Ordine Benedettino fu enorme, specialmente 
nell'efficacia del loro apostolato in mezzo ai barbari, 
che erano i padroni dell'Occidente. Paolo Diacono 
era monaco cassinese. Tutti poi sanno la grande be- 
nemerenza storica «li questo Ordine riguardo alle 
lettere, per la trascrizione e conservazione dei codici, 
e le miniature finissime, che sono tra i più preziosi 
cimeli dell'arte medievale. 

Dall'albero benedettino diramarono varie Con- 
gregazioni, di cui più celebri quelle dei Cistercensi 
e di Clugnì. 



' V 



i a i-i i ri r \ 



l'n < >r. I,n la regola d San Be 

quello di ih1.hu da San Bru 

none che, pei sfuggire all'onore del vescovado di 

is, si portò con sette compagni nei monti sel- 

Ifinato, dove fi i ' ariosa 

• li Grenoble, adottando la regola benedettina nel 

e primitivo, anzi facendola più rigida, 

da far rivivere le penitenze dei Padri del 




fe>: 



La < .k INDE CER I OSA. 

serto. Digiunare otto mesi dell'anno; non mangiare 
mai carne, anche se ammalati ; non comprar pesce, 
e solo cibarsene, se viene offerto; la domenica e il 
giovedì uova e cacio ; al martedì e sabato erbe cotte ; 
gli altri giorni pane e acqua; preghiera, e lavoro 
manuale, ecco le loro occupazioni. Nel secolo XV II 
«lavano più di 170 Certose: famosa sempre la 
Grande Certosa, ben sei volte incendiata, quella 
monumentale di Pavia, oggi abbandonata, di Fi- 
renze, custodita appena da pochi religiosi, e quella 
di Napoli. 

Una riforma ancor più rigorosa della regola be- 
nedettina è la 'frappa. Fondatore dei Trappisti fu 
Rottoti, conte di Perche, e data dal ino; la loro 
regola, alquanto rilassata col tempo, ricondotta poi 
al rigore primitivo dal P. Rancé, è tanto austera e 
affliggente, che non fu mai approvata dalla Santa 
Sede. Quanto al nutrimento il loro pane è quello 
che noi diremmo integrale, ma molto integrale ; al 
tri cibi sono i vegetali, condimenti 1 sono vegetali e 
sale; il tutto in misura scarsa, che si fa scarsissi- 
ma nei molti digiuni. Obbligati al silenzio continuo, 




Il convento di Montecassino. 

si occupano in lavori manuali, a dissodare la terra, 
come se la famiglia loro fosse morta, ed 
non avessero altra meta che la fossi Qu 
il Trappista è presso a morire, l'infermiere lo co- 
rica in terra su ]xx-a paglia di cenere ! 
■ lo stabilimento della Trappa nell'A- 
l del Sud, con 1 ili 1 'le, scuole per i pi 
rea 62 milioni. 



La regola di San Benedetto, applicata e rifor- 
mata in vario minio, con nomi particolari, governò 
1 piasi sola nei secoli medievali, e costituisce oggi 
.ni' om l'elemento fondamentale degli Ordini reli- 
giosi propriamente detti ; dite Camaldolesi, dite Ci- 
stercensi, monaci di Yallombrosa, sono continue ra- 
mificazioni del medesimo albero, sbocciate e fiorite 
quasi nel medesimo tempo, intorno al secolo XI, 
quando una grande corruzione, a 
base di simonia, di eresia, di sci- 
sma e ili concubinato, s'era infil- 
trata nella vita della Chiesa e de- 
gli Ordini già esistenti. 

Ma anche i nuovi istitituti non 
ro che un riparo momenta- 
neo; sulla fine del secolo XII le 
condizioni morali del clero erano 
infelicissime; la Chiesa sentiva 
il bisogno di una riforma più in- 
tima, più duratura. Per riformar- 
si così non c'era che ricondurla al 
Vangelo, spogliandosi di tutti gli 
elementi mondani, che atrofizza- 
vano gli organi sani della vita 
religiosa. E' questa l'èra degli Ordini Mendicanti, 
soni i-oll'auspicio della povertà evangelica. 

I due famosi sono il Francescano e il Domenicano. 
San Francesco di 
Assisi , questo poeta 
santo della povertà e 
della natura nato nel 
1182, dopo una gio- 
vinezza laica udita 
in visione una voce: 
a Va, o Francesco , 
ristora la mia casa , 
che rovina », si dà ad 
un vivere penitente 
ed istituisce quella 
famiglia di religiosi 
poveri, che doveva a- 
vere tanto sviluppo 
e tanta simpatia. An- 
cora oggi, i Fra! 1 Mi- 
nori, come li chiamò 
mi ' lestamente San 
Francesco, sono i più 
popolari. I France- 
scani, presi insieme 
le tre grandi famiglie 
primogenite, Conven-= 
ventuali , Frati Mi- 
nori , Cappuccini , 

raggiungono una potenza numerila imponente. Chi 
computasse a 30,000 il loro numero, nei molti con- 
venti sparsi per il mondo, sarebbe forse al di sotto 
del vero. 

I 1 lappuccini, che rappresentano quasi un terz» di 
questo esercii' ano, sono in Italia circon- 

dali da particolare simpatia, dopo che il Manzoni 
ne ha '1 tipo nella figura del Padre Cri- 

no. Il cosi detto 'IVr/t irdine francescano, a cui 
possono 1ar parte aiuhe i laici d'ambo i sessi, re- 





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San Benedetto Labkk. 



GLI OH1UM RELIGK iSl 



stando nella loro condizione e posizione sociale, al- 
larga anche più l'influenza pacifica di San Fran- 
cesco, che è sempre influenza morale, aliena da ogni 
inframmettenza. Dante Alighieri era francescano del 
Terz'Ordine. 

L'altro Ordine, dei Domenicani, sorse contempo 
rancamente , ma con un intento suo proprio. 
San Francesco mirava ad una riforma evangelica 
dei costumi; San Domenico volle specialmente op 
porsi alle eresie, che sotto il nome di Valdesi, Ca- 
tari, Petrobrusiani, minacciavano L'unità della dot- 
trina. I suoi monaci ebbero il nome di Frati predi- 
catori; la stella dell'Ordine è San Tomaso d'Aquino. 
L'Ordine Domenicano ebbe uno sviluppo poderoso, 
annoverando nel suo seno uomini di alto merito e 
molti dignitari della Chiesa ; ma lo stesso pro- 
gramma nativo, che li portava a combattere l'eresia, 
li introdusse a gonfie vele nel mare agitato dell'in- 
quisizione, dove spicca la figura lugubre del P. Tor- 
quemada. Oggi, il domenicano è un religioso dato 
allo studio ed alla predicazione. 

Un altro Ordine di mendicanti è quello dei Car- 
melitani, che ripetono il nome dal monte Carmelo, 
e cercano di riattaccare in qualche modo la loro ori- 
gine ai tempi di Sant'Elia. La regola, approvata 
nel 1224, subì varie riforme, tra cui la più radicale 
e completa quella operata da Santa Teresa, che la 
attuò nei monasteri femminili, e la fece adottare 
anche dai frati dello stesso Ordine. Si dividono in 
due grandi famiglie, i Carmelitani Calzati e gli 
Scalzi. 



Dopo le Congregazioni dei Monaci, impostate ge- 
neralmente sulla regola di San Benedetto, e quelle 
degli Ordini Mendicanti, vengono quelle dette dei 
Chierici Regolari, tra cui campeggia l'Ordine 
dei Gesuiti. 

Il Gesuita!... Ecco un nome di guerra e di equi- 
voco. Il parlare dei gesuiti spassionatamente non è 
facile cosa ; in generale, l'opinione pubblica li fa se- 
gno di invidia e di contraddizione. Eppure, se si 
pensa che dopo tanti attacchi, tanta persecuzione ci- 
vile e religiosa, dopo essere stati soppressi da un 
Papa, sbanditi da molti Governi, vivono ancora or- 
ganizzati perfettamente, e sono l'Ordine più forte 
di numero, più florido di mezzi, più cosmopolita, 
più dominatore, si rimane meravigliati di una così 
tenace coesione, che fa pensare, senza volerlo, alla 
resistenza dei Semiti, sempre fermi e prosperosi in 
mezzo alle ire dell'antisemitismo. 

La prerogativa o l'arte la missione del gesuita 
è di lavorare nel mondo dei ricchi, e di cono 
assai bene il metodo, anzi, i metodi di signoreggiarli 
sottomano. Altra prerogativa è di essere eccellenti 
creatori di istituti d'educazione per giovani di fa- 
miglie ricche; che se non sanno proprio educar 
conoscono tutte le risorse dell'istruzione model 
Terza prerogativa, essi si sono fatti i paladini del 
Papato, costituendosi come un'armata al servizio 
della Santa Sede: solo che, non di rad', io ade che 
il duce li deve seguire, pur sembrando di guidarli. 



' 1' 

Quarta prerogativa, una mirabile elasticità 'li d 
trina, di coltura, di usi, di condotta, una straordi- 
naria facilità di adattamento a forme diverse di 
vita. Sommati insieme questi elementi del program- 
ma gesuita ci danno qualche spiegazione della loro 
fortuna e della loro potenza; e spiegano in pari 
tempo la reazione continua che suscitano dovunque, 




La visioni: hi San FRANCESCO. 

per quel loro spirito di supremazia, che non am- 
mette rivali in nessun'altra istituzione. 

Il fondatore fu Sant'Ignazio di Loyola, prima 
soldato, poi solitario, infine creatore del nuovo Or- 
dine, che doveva opporsi alla Riforma Pro! stante 
Oggi non si può ben dire quale sia il carattere spe- 
ciale del loro programma monastico; ma forsi 
studio, la di collegi e l'apologia della re 

ligione sono le tre cose a cui mirano di preferenza 
come corpo sociale. 

L'esercito gesuita supera forse i trentamila; ma 
la statistica in merito è difficilissima. Pi però 

ml a , ntraddizioni di cui sono 

fatti segno, bisogna distinguere nel loro Ordine i 
religiosi, che attendono all'esercizio della vita mo- 
nastica, e il partito dei dominatori, politicanti, che 
trovano modo di dar noie ai Governi, di soppian- 
tare .udì Ordini rivali, di attirare nelle loro mani le 



i.|j i a 1 1 i ri b \ 

tellettuali e materiali) che possono aggiun- 
gere credito e forza al partiti i. 

Una norma tattica di costoro <■ di comparile 
il a - bile, per Lai n amente sol 

t'acqua, [li s< no tra i più fiorenti , 

non ci manca nulla ; le famiglie più indiffe- 
ria religiosa, se non pure ostili, non 
mancheranno ili man. lare i figli dai Gesuiti : ma gli 




Fk km BSC im in I ORO. 

educatori sanno instillare abilmente le loro preoc- 
cupazioni politiche. In Italia i giovani usciranno più 
o meno religiosi ; ma certo la loro fede politica sarà 
<li diffidenza o di sprezzo a Casa di Savoia. In Fran- 
cia, dopo la legge di Waldeck-Rousseau, i Gesuiti 
non hanno creduto di chiedere l'autorizzazione a ri- 
manere, persuasi che o questa non sarebbe stata ac- 
cordata, oppure li avrebbe sottoposti ad un con- 
' r.llo per loro insopportabile. Poiché tutti sape- 
vano la connivenza dei Gesuiti col partito naziona- 
lista. Ora, i Gesuiti non stanno sotto a nessuno; 
l'unico, a cui dicono 'li sottostare, è il Papa. Ed è 
tanto affermativa questa loro attitudine dominatrice, 
che il Generale dei Gesuiti è chiamato in gergo il 

i nero. La Civiltà Cattolica è in Italia il loro 
organo più intransigente; si dirige quasi esclusi- 
vamente al clero ed ai vescovi, ed è ritenuto come 
l'interprete più genuino del Vaticano regio. 

■ re ai Gesuiti, altri Ordini di Chierici Rego- 
lari, viventi specialmente in Italia, sono i Barnabiti, 
"laschi, gli Scolopi: questi ultimi specialmente, 
ed anche i Barnabiti, sono dedicati all'istruzione, 
ma con indirizzo più largo e più sereno. 



che davano man torte ai Nazionalisti in un coi Ge- 
suiti ; e, mediante un loro giornale La Crmx, che 
pubblicavano in tanti dipartimenti francesi, propa- 
gavano con somma efficacia le loro idee e le ardite 
tendenze nazii \nche questi, come i Gesuiti, 

non vollero chiedere l'autorizzazione al Governo, e 
preferirono scomparire, come Ordine, dal suolo fran- 
cese. 



Chiudiamo questa rivista brevissima e incom 
pietà. A voler parlare di tutte le case religiose, an- 
che dicendo poco, ci sarebbe da occupare molti fa- 
scicoli della Lettura. Basta osservare che non si è 
detto nulla delle comunità femminili; eppure si 
può dire che quasi ogni Ordine di religiosi ha un 
Ordine parallelo di religiose, governate da una re- 
gola affine. Così ci sono le Benedettine, le Carme- 
litane, le Clarisse colla regola di San Francesco, le 
/ ii'/ncnicane, e via di seguito; oltre poi alle case 
sorte con una regola propria ed esclusiva delle Suo- 
re, dedicate ai poveri, agli infermi, agli spedali, 
alle carceri, agli asili, alla educazione delle fan- 
ciulle, alla vita contemplativa, una sequela initer- 
rotta di nomi e di divise monacali, che si contano a 
centinaia. 

Una adorazione di religiose, le Dame del Sacr* 
Cuore, sono governate dallo spirito dei Gesuiti e 
volgarmente chiamate gesuitesse ; è un Ordine ricco 
assai. In Francia hanno seguito la sorte dei Gesuiti, 
emigrando altrove. Siamo dunque dinanzi ad un 
fatto grandioso e molteplice, un fenomeno religioso 
e sociale, che obbedisce a leggi storiche determinate, 
sorge, grandeggia, si riforma, si modifica secondo 
i bisogni nuovi, declina, scompare in un aspetto, ri- 
sorge sotto un aspetto nuovo ; ma, insomma, è di- 
venuto un elemento vitale della vita religiosa. Dap- 




FR \m ESCANB in coro. 



Rimangono le Congregazioni Ecclesiastiche, 
i numerose, di cui alcune aventi per base l'apo- 
stolato fra gli infedeli, altre l'educazione col mezzo 
1 . altre la cura degli infermi. Vogliamo 

accennare l'Istituto della carità, fondato dà] 
'uni, sviluppato special- 
te iti Inghilterra, e gli A di Fi meia, 



prima, quando la comunità cristiana degenerava 
nella pace, si determina l'esodo dal mondo dei Padri 
del deserto; nel deserto si temperavano gli spiriti 
colla penitenza, ed erano una tacita protesta contro 
la mollezza della nuova generazione cristiana. In 
seguito, il monachismo occidentale 'li San Bene- 
detto, mentre intende ad una vita di cristianesimo 



GLI uRldM RELIGIOSI 



austero, si dà all'apostolato fra i popoli barbari, e 
nella quiete della biblioteca claustrale provvede alla 
custodia delle lettere antiche. 

Quando i costumi si fanno più corrotti, e la cor- 
ruzione pervade anche il chiostro, nascono le rifor- 
me della Regola , con tendenza al rigorismo. Più 
tardi, allorché pare che una completa mondanità si 
sia imposta a tutte le forme di vita sociale, ecco ap- 
parire gli Ordini Mendicanti ad innalzare il 
siilo della povertà evangelica. Contro la Riforma, i 
Gesuiti. Nell'età moderna, una lunga serie di nuove 
Associazioni monasti- 
che dedicate di prefe- 
renza alle opere di ca- 
rità o all'istruzione , 
quasi per accompagna- 
re il cammino del pro- 
gresso, che nello svi- 
luppo del pensiero 
scientifico e dell'azio- 
ne sociale umanitaria 
avrebbe cercato i mi- 
gliori allori. 

Ma il mondo cam- 
mina, gli istituti invec- 
chiano: esaurito il lo- 
ro compito, pel quale 
erano stati chiamati in 
vita, decadono. Al 
qual proposito fanno 
le seguenti parole del 
Cavour, dette alla Ca- 
mera dei Deputati il 
17 febbraio 1855, al- 
lorché si discuteva un 
progetto di legge per 
la soppressione di al- 
cune comunità reli- 
giose : 

«A mio avviso , 
« tutti gli Ordini reli- 
« giosi , quantunque 
« promossi da persone 
» aventi per principale 
« scopo la loro eterna 
« salute , il maggior 
« bene della religio- 

« ne , sono stati fondati altresì , sino ad un 
« certo segno , per soddisfare ad alcuni bisogni 
« sociali dell'epoca in cui venivano istituiti. Vado 
« convinto che tutti gli Ordini religiosi, i quali 
« hanno avuto vita lunga e prospera, i quali si sono 
« moltiplicati e dilatati, tutti questi Ordini reli- 
t giosi ne! loro nascere, corrispondessero ad un reale 
« bisogno della società ». 

L'osservazione è tanto nel vero — e Cavour an- 
che in questo mostra l'ugna del leone — che molti 
Ordini già fiorenti decaddero per lenta consunzione 
e sparvero; altri si rilasciarono tanto nella disci- 
plina, da dover essere completamente riformati; al- 
tri ancora vennero soppressi dall'Autorità religiosa; 
altri infine dalla Autorità civile. 

Attualmente le case religiose sono assai diffuse. 




San i Ign IZK 



1 ]■• 

e, quello che è curioso, è non solo la potenza nume 
rica di alcune Congregazioni, ma la loro potenzi eco 
nomica. Del resto, il fatto ha la sua spiegazione: un 
po' le donazioni, i legati testamentari, e le molteplici 
industrie alle -piali i religiosi si sono dedicati, ecco 
i cespiti della loro ricchezza. La quale tende sempre 
ad aumentare; perchè ne entra facilmente, da tante 
parti, per tante guise, e difficilmente ne esce, 
essendo uso nei religiosi di alienare i beni della co- 
munità. E' chiaro che, andando innanzi cosi, a lungo 
andare, tutto finirebbe nelle mani delle Congrega- 
zioni ; ed è eziai 
naturale che un'orga- 
nizzazione economica 
cosi sviluppata, e in 
via di nuove conqui- 
ste, metta in appren- 
sione un Governo. Gli 
Assunzionisti in Fran- 
cia, capitanati dal P. 
Bailly, i Gesuiti, coa- 
diuvati indirettamen- 
te dai Domenicani, a- 
doperando come leva 
il giornalismo, e di- 
sponendo di forti ri- 
sorse finanziarie, dato 
che si fossero gettati 
nell'arena politica prò 
contro Dreyfus, prò 
o contro la Repubbli- 
ca , dovevano impen- 
sierire li 1 Stato , come 
accadde, e determina 
re il nuovo progetto di 
legge. 

Del resto, diciamolo 
più apertamente: o 
una data istituzione ili 
religiosi si tiene rel- 
l'ambito della \ ita 
claustrale, nell'eserci- 
zio delle opere ili ca- 
rità, ed allora è giu- 
sto che goda la liber- 
ta, a cui tutti abbiamo 
diritto ; oppure inva- 
de il campo delle attribuzioni dello Stato, ed allora 
lo Stato ha ragione di far valere i suoi diritti. A nes- 
suno verrebbe in mente di gettare un sospetto sul bui in 
cappuccino sulla stura di carità; mentre tutti 
sanno l'opera demolitrice che esercita il gesuita nei 
suoi collegi e colle sue pubblicazioni, a danno d 
l'unità d'Italia. 

intanto ai collegi in genere, alla crescente prò 
sperità di quelli diretti da Corporazioni relig 
ed alla decadenza dei governativi, che cosa dire 5 
Se il pubblico ha fiducia in quelli più che in qui 
a che prò fare dei lamenti? Il Cavour pensava chi- 
fosse non solo utile, ma necessaria la coesistenza 
di collegi religiosi e collegi laici, e ciò per intento 
di emulazione; ma, aggiungeva, parlando alla Ca 
mera : a Fate solo che l'insegnamento laico sia mo- 



Lojoi l. 



' Il 



LA LETTURA 



ben ordinato ; state pui oerti che vincerà 
la prova nza delle Corpora 

udiamo agli ultimi dati statis 
re rho il pan-ri- suo non venne a- 



M.i gli Ordini religiosi continueranno a vivere, 
ve, in una torma o nell'altra: ceri 
avranno delle mutazioni; le nuove esigenze riehie- 
deranno qualche applicazione nuova del principio 
monastico; ma non si potrà mai impedire ad una 
fanciulla, che intenda dedicarsi alla preghiera ed 
1 prendere il velo del sacrifizio, e ad 
un uomo libero, che aspiri all'ascetismo, di ritirarsi 
a vivere o nel deserto, o in un chiostro. La vita ce- 
nobitica è un portato della religiosità, reprimere 
gli abusi, sta bene; ni.i sarebbe strano e ingiusto 
che la libertà, tanto reclamata da tutti per tutti, 
'asciasse poi vivere in pace chi altro non cerca 
che pace. 

broso in un suo articolo nella Nuova 
.'ogia (i settembre 1901V tratteggiando la po- 
sizione del pericolo nero in Francia, ha voluto dir! 
un po' l'allarme al nostro paese. Ma, da noi, non 
| ricolo O nero, o cappuccino: in Fran- 
ge diverse forze vive tendono a distruggersi l'un 



l'altra; da noi, invece, grazie a. Dio, c'è un senti- 
tzionale più discreto e più sano, anche se 

appare m roso. La tendenza a consolidare 

l'Italia nuova è .incora il programma minimo che 
ii partiti hanno comune. I religiosi dei diversi 
Ordini, per parlare sulle generali, non entrano in 
ito lavoro antagonista dei partiti nazionali; 
Fatta eccezione di : Gesuiti, che lo spirito reaziona- 
rio l'hanno nelle vene, e coli atteggiamento loro 
giannizzeri del Papato, del Papato temporale in 
modo speciale, sono i più caldi oppositori dell'u- 
I Italia. 11 che non impedì che, qualche anno 
fa, il loro collegio di Mondragone avesse trovato 
una piccola legione di uomini politici, che propo- 
nevano il pareggio delle sue scuole. Eppure il me- 
todo educativo dei Gesuiti è di fare dell'alunno 
un gesuita o un anti-italiano: questo intento lo si 
unge con tutta la ricchezza e la modernità dei 
mezzi educativi, .(ira. il perseguitare è una forma 
vieta e barbara ; il difendersi è semplicemente un 
re dello Stato. Ma sarebbe un grosso errore 
l'involgere in un solo apprezzamento, poniamo, il 
gesuita politicante e il buon francescano, ossia il 
non voler distinguere nelle diverse Corporazioni mo- 
nastiche quelle che vivono e lascian vivere, dalle 
altre, che, per istinto di predominio, possono essere 
nello Stato un elemento perturbatore. 




Certosino. Certosina. Trapi 



Carmelitano. Carmelitana. 



SOMMARIO: 



Letteratura e Critica. — Il * .Verone» di Arrigo Botto I Romualdo Giani i. 
Romanzi e Novelle. — Ceneri di mirto i Fosco Marte). 
Poesia. — Kit un' l Marco Lessona). 

Belle Arti. — L'art,- mondiale a/la lì' Esposizione di Venezia (Vittorio Pica). 
Storia Contemporanea. — / Boeri e la guerra Sud Africana (Federico Rompeli. 
Filosofia. — Nuovi studi sul Genio (Cesare Lombroso). 

Sociologia. — Problemi odierni fondamentali dell'economia e delle finanze (N. <;. Pierson) — Femminismo sto- 
rilo (Sfinge). 



LETTERATURA E CRITICA. 

Romualdo Giani : // X croni dì Arrigo Botto. 
(Ti Tino, Bocca). — La tragedia del Boito fu oggetto 
di vari giudizi ; ma, in generale, l'attenzione di quan- 
ti la esaminarono restò avvinta dall'opera letteraria 
a segno da far dimenticare che essa sarebbe, che 
era già indissolubilmente unita con l'opera musi- 
cale. Romualdo Giani, critico d'arte erudito ed e- 
legante, ha avvertito questo errore, ed ha quindi po- 
tuti, mettere in evidenza ed apprezzare tutto ciò che 
gli altri critici, per non essersene guardati, disco- 
nobbero o biasimarono nel lavoro del Boito. Il 
Nerone non è un componimento poetico da tradursi 
nei suoni, bensì un'opera sorta da un'ispirazione 
poetica, plastica e musicale ad un tempo; la pri- 
ma opera italiana informata al conretto che nella 
vera tragedia il verso, il canto, la sinfonia e la mi- 
mica, sorgendo contemporaneamente da uno stesso 
o stato dionisiaco dell'anima agognante di rivelare 
il suo sogno d'ebbrezza » — sono parole del Nietz- 
sche - debbono essere cos'i intimamente disposati 
ed uniti, da formare un tutto indissolubile. 

TI motivo di questa ispirazione complessa e mul- 
tiforme, se è derivato dalla storia di Nerone, non 
consiste e non poteva consistere negli avvenimenti 
particolari della sua vita. Quei critici, avverte d 
Giani, i quali credettero che l'argomentò dell'opera 
fosse la vita di Nerone, ebbero ragione di dii eh 
la tragedia restava senza catastrofe, e più ne a- 
vrebbero anche avuta se avessero detto che una vera 
e propria a/ione mancava addirittura; m 
ment^ dell'opera è un altro, più vasto, più intimo: 
è il o ntrasti scoppiato nel mondo, in quell'ora fa- 
tale della sua storia, fra due dottrine, dui mi rali, 
due fedi; tra la lussuria e l'amore; tra l'ebbi 
di godimento e di dominio, e l'ardore di sacrifizio 

La Lettura. 



e di rinunzia; tra la line di una decadenza e l'ini- 
zio d'una resurrezione. Questo soggetto poteva sol- 
tanto determinare nell'anima dell'artista lo « stato 
dionisiaco », il sogno creatore, e la complessa sua 
creazione doveva chiedere a più arti i loro modi e- 
spressivd. 11 che non vuol dire che esse abbiano gli 
stessi uffici e stiano negli stessi rapporti. Al con- 
trario; e il Giani, nelle pagine meglio studiate del 
suo bellissimo studio, esamina appunto in quali 
proporzioni la poesia, la musica e la mimica con- 
ci nano a produrre gli effetti nelle varie parti del- 
l'oliera. Per esempio: nel Trionfo (line del primo 

atto), la rappresentazione è quasi tutta plastica, qua- 
si interamente dovuta alle immagini visive; quindi 

la parola è usata soltanto per dare significazione al 
grido: non vi sono periodi frasi regolari, non ag- 
grumiamomi di sistemi di metri, ma solo esclama- 
zioni e interiezioni ; la stessa musica qui non trova 
1 fogo a forme simmetriche e chiuse di anodi clan 
di monodie, di cori ; ma solo a varietà di tonalità 
e di ritmi, dì discordi e ili a cordi. Altrove, nella 
scena ÒsYL'Oppidum (pi ima parte- del quarto a 

le manifestazioni delle varii ani procedono I 

congiunte, ma prevalendo a volta a volta; poiché 
agli episodi, alla contesa intomo all'auriga, alla 
stilai, i il' Ma lolla, agli apparecchi del supplizio, al 
eo delle Dirci, dà valore la mimica; la parola 
domina invece nei diali; h Fra Simone e Gobrias, 

Ira Tigellino e \i n ne. fra Nei : la Vi stale, 

one procede; e la mu 
vrana m iì • spri ssii ni imi riti in altri 

ghi, seni imeni i ed immagini, ' I li 'ih i, in , i li 

'ii al pensieri : ; allora il e. in 

e ■ ii- i li la musii ' 

giunge il sin i comn ono già di finite e 

i - sì, per i sempii r, nell ora di Nerone 

sulla li s-;i ,1, ve depone l'urna o ri le a neri ma- 
io 



i )i i LA LETTURA 

teme, o la decadenza romana 

da Sun n \l . La parola primeggia ancora 
quando ritrai- un f: ne una situazione od 

declamazione ne dovrà essere nitida, 
e quasi scolpita, come nelle formule del 
riti > ili Sin» ii ntenze 'li morte che l'In 

i ecc. Invece 1" stile la 

amente alla music i alla mimica 
parola rapida e precisa abbozza ili scorcio l'i- 
dea, quando l'azione più urge, quando, per esem 

\ roano ansiosi nelli < S/ 

r:nn I ibi i i >e [ui la poesia ni «1 i 

svolg nunzia, la parola si dissolve tutta nei 

suoni 'pianilo l'ispirazione lirica è si rta la prima e 
. [uando la passione travolge ogni cosa 
e la i ■ nell'ultima scena d'amore 

nel delirio dell'ultimo atto, 
la musica dovrà o >ni inuare la poesia 
e la nota intrecciarsi alla parola in un'unica forma 
armoniosa, dove il seii'iim un < pensosi» e raccolto 
e la commozione non trascende ma si diffonde nel- 
l'animi: esempi la scena dei «'risii. mi nell'orto, l'i- 
dillio di Fanuel e Rubria, l'addio del Nazzareno al 
ili. la confessioni e la visione estrema della 
martire. 



padre: « Padre nostro che sei ne' cieli... », riferì 
il Sermone sulla Montagna nelle parole di Fanuel: 
■ I vedendo le turbe ad udir pronte.. v . », ripetè la 
parabola delle Vergini delle folli nell'al- 

legoria di Rubria: « Veglia la saggia vergine... ». 
Nell'addio di Fanuel ai fratelli, pensieri e frasi 
sono tratti dalle Lettere apostoliche e dall'Esi 

one agli Efesi; il condannato si avvia al sup 
pli/io ripeti mio le paioli- di i Simbolo apostolico. 
Se Rubria cerca di accordare nell'indotta mi 
due opposte fedi, il Giani osserva che questo raso 

immaginato dal Boil ri devi parere incredibile, 

poiché molte volte occorse realmenti : a Pi 
i Simmaco, ad Aconia Paolina. Dissero aliami eri- 
lii-i che non negli orti ma nelle catacombe si aduna- 
vano i Cristiani; il Giani risponde che, avanti la 
persecuzione, essi si raccoglievano nelle case dei più 
notabili o agiati; case che non è strano aves 
orti. Perchè questi Cristiani cantano: « date a 
piene — mani le rose... i si rimproverò al Bi 
che i suoi neofiti sapesseri Orazio; il critico rispon- 
de che la poesia e l'arie cristiana derivarono imma- 
gini e motivi non pochi dal paganesimo; e che, 
mai, il o Manibus date fflia plenis... » non è di O- 
razio, ma di Vergilio. 



Né il Giani si è contentato di spiegare cosi l'in- 
tima economia del lavoro d'arte; egli ha voluto 
anche rintracciare le fonti alle quali il Boito at- 
tinsi, strare con quanta scienza, oon quanto 
nti. il mirabile artista è riuscito ad evo- 
millenari sepolcri Nerone e Tela che lu sua. 
Prima ancora di compiere questa ricerca, il valen- 
;a in rassegna gli altri N croni 
dell'arte: quello rammorbidito e raggentilito del 
del Bacine, quello soltanto violento e 
i dell' Mlieri. l'altro borghesemente 
Sta del ( 'ossa, e giudica che solamente nel Paolo 
del Gazoletti e neW Assuero dell'Hamerling il vero 
della storia e il mondo in mezzo al 
quale vi se sono abbozzati. Arrigo Boito ha quasi 
■ -lite derivato dalle storie, dalle tradi- 
zioni, dalle leggende. La cristiana figura di Fanuel 
i lai passi dei Fatti e del le I lettere de- 
gli apostoli: in Asteria rivive il mito dellFIena 
cortigiana; Terpnos, Sporo. Tigellino, M. Anneo 
noe in pam- Rubria appartengono alla storia. 
Fu dello che il Botto tradisse la verità, facendo di 

no un familiare del Cesare; il Giani confuta 
he Lucano o lebrò le « virtù 
lari di Nerone ». e fu da lui nominalo que 
augure. Nel personaggio di Simone si 
Matteggia la tradizione dell' Antimessia: tutte le 
credenze aberranti fuse al poeta nel si- 

monismo, simbolo d'ogni falsa dottrina, cui OppO- 
pt i del sentimento cristiano. L'inno di 

Gobi « Pi Logos, \nthro- 

pos ». e il sacrifizio del sangue sono derivati dai 
della religione di Mitra I nella ra| 

mondo cristiano l'artista, comprendendo 
i ■ potuto 
tradusse addirittura dai testi la D 



Ma come la figura del protagonista fu quella in- 
torno alla quale più si esercitò l'ingegno dei cen 
cosi il Giani dimostra che qui appunto essi furono 
meno giusti. Il Nerone del Boito, retore e malvagio, 
paz.z.o e crudele, superstizioso e beffardo, traviato 
artista e ridcvole poeta, infinto sin nei terrori e men- 
titore sin nei rimorsi, perseguitato dalle ombre e 
spezzato! degli iddii, istrione e COI ' ire e An- 

ticristo, trionfatore dei contemporanei e sacro al 
vituperio dei venturi, balza mirabilmente vivo, dice 
il critico, da un'intima compenetrazione della storia 
con la leggenda. In fondo al malvagio bizzarro sta 
in lui il retore; la sua follia — come avverti il 
Renan -- fu una perversione letteraria. E questo 
segno è impresso mirabilmente nel personaggio di 1 
BoitO. Si legga l'orazione funebre: lo scolare di 
Seneca comincia con una reminiscenza della 
ghiera eschilea, ma guasta l'imitazione con imi 
gini forzate e con giuochi di parole. Qui il p 

fu accusato di non aver saputo esprimere oonven 

nte il dolore, mentre l'arte stia sapiente i 
sciente volle appunto significare la freddezza 
toma di quel tristo. Si confrontarono i w-rsi del 
Boito con la divina ]x>esia di Sofocle m-WAn/t- 

-. paragone assurdo, poichi Nerone e 
mosso dall'affetto o da altro sentimento geni 

seppellire le ceneri in l dia 5Up 

zione. Si imputò a difetto dell'educazione roman- 
tii i del Boito l'esagerazione delle paiole e dei gesti 
del protagonista, mentre il poeta la volle espi. 

mente ottenere, come segno dei tempi di decadi 

da lui rappresentati; decadenza alla quale 11 
manticismo rassomiglia naturalmente. Si osservò 
che la maledizione della madre rammentata da \i 
e ne è contraddetta dalla narrazione di Tacito, ol 
i pai i" della maledizione, ignoti 



al paganesimo, sono cristiani ; il Giani adduce l'au- 
torità di Cicerone e di Plinio circa l'uso del verbo 
maledicere, e risponde che. mentre il racconto di 
Tacito non toglie che Nerone potesse credere all'e- 
strema imprecazione materna, sta il fatto che 
quando il ricordo del delitto era ancor vivo, un imi- 
tatore di Seneca attribuì ad Agrippina l'impreca- 
zione famosa : « Hie est, Me est foediendus, mou- 
strum qui tiilì iulit ». Non si volle che Nerone po- 
tesse tremare dinanzi al Mago; mentre sta il I 
riferito da Tacito, che il Cesare tremo dalla paura 
per tutte le membra nel tempio di Vesta Si ag- 
giunse che il ricordo del delitto non dette mai a 
Xerone il terrore che il Boito gli attribuisce per la 
supposizione che Roma, il Senato e la plebe lo ac- 
colgano con fieri propositi di vendetta ; ma di que- 
sti propositi il protagonista non parla, e le sue pa- 
role rendono esattamente la narrazione di Tacito. 
La fedeltà non consiste solo nelle parole e negli 
atti ; ma tutta la psicologia del personaggio della 
tragedia è quella della figura storica. Nel folle so- 
gno dellimeneo con la dea è il « cupi/or incredibì- 
lium » ; nell'ostentato ricordo delle turpi nozze e 
del sacrilegio e del matricidio è la vanità del delin- 
ite e del pazzo. Il sentimento espresso a Tigel- 
lino durante l'incendio, ha rilievo dalle stesse stori- 
che frasi riferite da Svetonio. Nei minimi partico- 
lari si rivela lo studio profondo compito dal poeta 
per l'amore della verità, dell'esattezza, della preci- 
sione. Xel coro delle Eumenidi, quando risuona 
furio: a Matricida! » Nerone non risponde come 
dovrebbe: o Pensi che il suo sangue sia stato senza 
ragione versato? » ma grida invece: « Atroce ma- 
— Fiera murena al mio scettro annodata! ». 
Il retore rammenta qui l'immagine della murena che 
è nelle parole di Oreste, nelle Coefore. Infinite al- 
tre volte il suo linguaggio è enfatico studiatamente ; 
ma quando l'intima natura del personaggio pro- 
rompe, allora il Boito lo fa parlare con estrema e 
brutale vivacità. E lo stile muta coi personaggi e si 
adatta all'indole e all'educazione di ciascuno: è soa- 
vemente semplice nei Cristiani, pomposo e fastoso 
nel Mago, fantasioso e fiorito in Asteria. E tutta 
questa varietà di espressioni ha rilievo dalla va- 
rietà dei ritmi. Come nell'opera del Wagner, così 
nel Nerone del Boito le forme metriche sorgono a 
un tempo con l'immagine e col pensiero: l'endeca- 
sillabo del dialogo discorsivo cede nei momenti più 
! : riri ai ritmi ascili e brevi, ed alle strofe animate 
ed irrompenti dove la passione più incalza; e il 
linguaggio dei Cristiani suona sempre nel verso 
sillabico e rimato che si fissò poi negli inni della 
nuova liturgia, mentre i pagani, e Nerone segna- 
tamente, si valgono dello sciolto o del verso armo- 
nizzato di antichi ritmi. Mentre il Carducci ha ri- 
prodotto il suono dei versi greci e latini letti se- 
condo l'accento grammaticale, il Boito. seguendo 
l'esempio dei moderni poeti inglesi e tedeschi, e l'e- 
zione di Giuseppe Chiarini, ha preso a fonda- 
mento della quantità l'accento della parola ed ha 
tuito la sillaba accentata all'arsi, l'atona alle 
tesi. Egli ha tentato anche l'alliterazione, si è ser- 
vito della rima al mezzo e della rima . d ha 



I I . I B R I [47 

trovato intrecciamenti nuovi di ritmi diversi, ser- 
bando, in una stessa melodia, i suoni dell'endeca- 
sillabo e del settenario. 

In questo ma [ueste parole, Romualdo 

Ciani definisce e misura il valore dell'opera di Ar- 
rigo Boito. Noi non abbiamo qui, naturalmente, po- 
tuto far altro che rilevare i passaggi principali del 
suo libro, essendo impossibile seguirlo in tutte le dì 
mostrazioni. in tutte le citazioni, in tutti gli esempì. 
Ma per concludere... 

« — No », è il caso di ripetere con l'autore. 
«concluderemo poi, quando ci sarà nota la musica». 
Per ora non c'è da far altro se non augurare che il 
poi significhi Presto, anzi prestissimo. 

ROMANZI E NOVELLE. 

Fosco Marte: Ceneri di mirto (Firenze. Luma- 
chi), L. 2.50. — Il romanzo è dedicato a Maurizio 
Maeterlinck, e basta leggerne una pagina per inten- 
dere come la filosofia e lo stile del Tesoro degli li- 
mili e della Saggezza del destino abbiano prò 
molta impressione sul giovane autore. Egli trascrive 
e nella prima pagina del suo libro il giudizio 
dello Schopenhauer: a Un romanzo è tanti 
bile e pregevole, quanto più penetra nella \ 
riore ed ha meno avventure ■ la favola di 

queste Ceneri di mirto non potrebbe essere più sem- 
plice; il che non vuol dire, purtroppo, che sia tutta 
logica e verosimile. La protagonista. Leonia, 
sato, per salvare dal disonore il padre suo, un di- 
plomatico danaroso ma vecchio, il quale, dopo ap- 
pena sei anni di matrimonio, è colpito dalla paralisi. 
La vita di lei trascorre vuota e triste, quando un 
giorno, visitando la Galleria dei Pitti, ella conosce 
il pittore Icilio Monardi in un modo alquanto ori- 
ginale: costui, mentre copia la Madonna del Gran- 
duca, scontento di sé stesso, sfonda la propria tela ; 
e al grido di Leonia, si volta dicendo: « Che 
vi sorprende, signora? Io non sono un copiatore di 
professione, ne saprò piegarmi a lavorare sulla fal- 
sariga di nessuno... ». In poche parole: Icilio e 
Leonia si comprendono e si amano: egli rivela a 
lei la \ita, ella sostiene ed ispira il lui Nien- 

te li turba o disturba: il marito, il vecchio barone 
Alvisi, è sempre inchiodato sopra una poltrona, 
mezzo inebetito, e nessuno dei due se ne dà p 
siero. Se non che, conseguita la gloria grazie ad un 
dro dipinto nella febbre dell'amore e con lei 
come modella, Icilio sente il bisogno di avere que- 
sta donna tutta per sé; ma Lamia, che fino ad ora 
non si è neppure rammentata d'appartenere ad un 
altro uomo, prova improvvisamente il dovere e il 
bisogno di restare accanto all'invalido consorte, per 
curarlo affettuosamente. Contrarialo. lei! 
va a Parigi, di dove scrive dapprima assiduarn 

1 ..mia. ma poi la trascura Ella se ne addolora, 
ma non lo importuna con le pn ■ suo 

dolente, quando un rte muo- 

re. Leonia si ance che 1 il • ni n v 

a raggiungerla: ella non gli ha però scritto e nep- 
pure mandato la p natia ; il 
amante ha l'obb ere che è vedova perchè 
la notizia.'- stata» ripetuta da tutta I: ». Il 



14» 



LA LEI I I RA 



fatto .' che Icilio ha un'altra i 

: lia, e ini 
l ancora parlarle d'amore : ina ora 

lo ama più, o non ha |»u fede in lui, < 

l ra troppo 

re non si è messo di- 

e li fa p 

,], 

rre il suo quadro, 
Manda il tuo quadi ro al 

andò il quadro , Icilio dice 

vite sono legate dal serto d'al- 
». Anche nello stile è palese 1" studio d'imi 
ri imaginifici : il male è per.', che l'auti re 
parla <li una « insensibilità ili vibrazioni » che Leo- 
isa, e diceche la medesima Leonia 
sangue calmo, il suo cervello riflessivo, 
■ conclusioni positive che impoveri- 
il privilegio del cuore e aio come tatti 

le follie che si erano consumate da loro 
O violento degù archi melo- 
u ta la -lu suscettibilità ner- 
sensibilissima all'espressione musicale ». e che 
l I [cibo, " dopo il compimento della cosa 

soprannaturale, hanno acquistato il diritto ai loro 
legami che li esi rierano da tutto ciò che ormai non 
li riguarda più t. L'autore, il cui ingegno innegabile 
■ una falsa via, chiama umile la veste 
artistica del suo romanzo. Così fosse umile vera- 
mente. Essa, al contrario, è gonfia, ammanierata, 
rata. 

POESIA. 

\1 \rco Lessona: Ritmi. (Streglio, Torino), li- 
re i. — Dice l'autore, nella Preghiera con la quale 
si apre il volume, che il « tenue ritmo » del verso si 
perde nel continuo rumore della vita; e tenue ve 
rami ilvolta temùssimo, è il ritmo di questi 

versi suoi, n In piazza Sant'Andrea, alle otto e mez- 
za di sera, le trombe degli alpini suonan la ritirata, 
ola piaz/a. sempre tranquilla e deserta coi 
suoi palazzi antichi e la chiesa alta e scura, subito 
si riempie di ODI ni uno sciame di bimbi 

hiamazzando e ridèndi i ». Questi a ino 
i primi distici di un componimento; un altro co- 
mmi 'ii.i, questa mattina d'a- 
prile e proprio bella, ed è un vero piacere andar qui, 
lungo il fiume, con lei a braccio, per questo vii 
pioppi... •. Talvolta non solo il ritmi itenue 
che i versi, trascritti uno dopo l'altro, possi no sem 
l.r.i; tati ; ma troppi i di- 
messa e veramente prosaica '<■ la stess ione: 
« Te ne ricordi ancora di quell I 

ino, all'Albero fiorito? Te ne ricordi 
di quella frittura. i tanto, e di quel 

... Ma l i. quando vuole, sa 

pur- sioni ed accenti più ar- 

mi n e nel Pi nel Canto delle 

Barbari, nel Fiumi . i ri turno 

he nel /' inni all' Inferi. 

oppo mai ' ni ne baudeli 

Il ' ritorna più spesso in questo volu 



i . nel 

l'attimo felice, di g del 

ni. ili gusi.ue senza preferenze le diverse I 
me della l.elle//a ; ii. in mancano però altri 

p li nobili ed austi risigli della sti 

ti. i/i. ne da appi in re, le li di della ri- 

nunzia e i SI rrisi dinanzi alli umani- e a 

in mie della vita. 

BE 1. I. E A R T I. 

Vittorio Pica; L'arte mondiale alla IV Espo- 
m di l'i n< ■ il- rgami . I si unto italiano di 
arti grafiche), 1.. a. Basterebbe rammentare che 
questa nuova ..pera del valente scrittore napoletano 
ha ottenuto il primo premio al concorso delie criti- 
che sull'Esposizione veneziana, pei fame l'eloj 

Non uno degli atteggiamenti dell'arte COntemp 

nea sfugge ..l Pica, e di tutti egli assi gna le origini, 
le ragioni, i vantaggi, i pericoli. L'imitazii 

stranieri, quella che egli chiama i nordica 

.'. dice, un., dei caratteri salienti .1. Ila pre- 
transitoria dell'arte italiana; e contro l'imitazione 
pedissequa egli mette in guardia i nostri artisti, di- 
stinguendo però ad uno ad uno gli imitatori inco- 
scienti da quelli nei quali lo studio dei nordici ha 

prodotto naturalmente effetti benefici. Reciproca- 
mente dimostra quali altri Italiani si sono mani, 
fedeli ai dettami d'una recente tradizione nostrana 
troppo spesso povera e gretta, mentre alla grande 
tradizione gloriosa del Quattrocento, del Cinque- 
cento, del Seicento, si vedono fedeli soltanto gli stra- 
nieri, i francesi, gli Inglesi, i Tedeschi. Nelle SI 
tele del Corot, del Dupré. del Daubigny e del Millet, 
vede la prova che il paesaggio è stato la gloria più 
fulgida e più pura dell'arte francesi- nel secolo de- 
cimonono, e dei paesisti che hanno esposto a Ve- 
nezia addita i pregi e i difetti fermandosi partico- 
larmente sulla mostra ri va del Fontanesi. 

Dopo aver ti CCati ■ dei pittori di marine, passa ai bi- 
blici, cominciando dal grande Morelli, e distin- 
guendo in due gruppi, l'inglese e il germanico, i 
novatori; poi ai simbolisti, al Boecklin, al Bume 
fones, al Latoùche ed i nostri Previati, Laurent! 
e Mentessi, e quindi si ferma sugli innumere 
listi, ritrattisti, animalisti, .li ogni nazione e di ogni 
singolo artista cogliendo e additando i particolari 
caratteri. Con la stessa diligenza e con lo st. 
acume ragiona degli acquafortisti, dei di 
degli scultori, dei medaglisti II bellissimo volume. 
ricco di circa invento illustrazioni, fra riproduzioni 
di quadri e ritratti d'artisti, è un rito che i 

futuri storici dell'arti non potranno 

rjsi dal consultare. 

STORIA C >\ flMI'i IRANEA. 

Fedi Rico 1 ' sud afri- 
cana. (Milano. Hoepli), L. 1.50. - 1 .nitore di 
qui sto libro illusi i mente una mi 
pagina d la gloriosa resisi un pugno 

di prodi ini' dall'amor patrio ha stipuli 

o|,| .in .il.- fi !<■ d'una «Ielle ii 

mondo. Il generali 1 Pfiftei ha det- 



tato l'introduzione, nella quale narra come l'Africa 
meridionale si acquistò un'importanza storica mon 
diale, dal giorno che gli Olandesi fondarono la pri- 
ma stazione ili rifornimento sulla via delle [ndii a 
Tafelbay, fino allo scoppio dell'attuale conflitto. 11 
testo ilei libro e le copie sissime illustrazioni ci di 
scrivono e mostrano i costumi dei Boeri in pace e in 
guerra, i loro maggiori uomini, li campi, 

combattenti, le armi. Sono più di cento le nitide 

figure ohe quasi ad ogni pagina corredi l'eie 

gante volume, in fondo al quale sta una cronaca 
degli avvenimenti guerreschi dal 4 giugno [899 al 
30 novembre del igoi e una rana delle due Repub- 
bliche sud-africane. 

FILOSOFIA. 

Cesare Lombroso: Nuovi studi sul Gerì 0. Vo 
lume I : Da Colombo a Manzoni. (Palermo, San- 
dron), L. 3. — La teoria della degenerazione e della 
nevrosi ilei genio, alla quale il Lombroso deve 
tanta parte della sua lama, era stata ultimamente 
fatta segno a molti e vivaci attacchi; con questo 
primo volume di una nuova serie di studi, Tintore 
intende rispondere principalmente a due suoi op- 
positori: il Bovio e il Tamburini. 

'Disse il primi» che la dottrina lombrosiana 
è in gran parte fallace, perchè il Lombroso non 
adduce esempi di veri e propri geni, ma di geni falsi 
e discutibili, di genialoidi. Il Tamburini, d'accordo 
col Padovan, osservò che, per sostenere la tesi della 
nevrosi degenerativa, il Lombroso si servì di geni 
unilaterali e realmente nevrotici, come il Tasso, il 
Poe, il Rousseau, il Lenau; ma non si attentò di 
affrontare l'analisi dei sani ed universali. L'accusate 
risponde esaminando attentamente il carattere e 
l'opera di Cristoforo Colombo e di Alessandro Man- 
zoni (jdie il Bovio appunto nominò come geni au- 
tentici ed esenti da Ogni stimmate degenerativa), i 
più brevemente dello Swendeborg, del Petrarca, del 
Pascal, ed-. Seiioncliè, nel caso del Colombo, pare 
che tutta l'analisi del Lombroso sia precisamente 
diretta a negare le vere qualità del genio al grande 
navigatore gì ni vose, di 1 quale diceche l'idea di rag- 
giungere l'India per la via d'occidente non fu sua, 
e che sbagliò nei calcoli, e che non comprese d'avere 
sbagliato neppure dopo il primo e il secondo viag- 
gio, e che s'appoggiò a una ipotesi spropositata, e 
che fu in tutto d'una enorme ignoranza, e che do 
vette la sua gloria alla semplice ostina/ione nell'er 
rore. Tutti gli altri difetti che l'autore trova nel Co- 
lombo, l'abito della menzogna, l'istinto della cru- 
deltà, il delirio delle grandezze, sono difetti morali 
i quali potrebbero provare l'origine morbosa del ge- 
nio sin 1, anni ie -se che ' gli possedesse un vero genio : 
ma s<' il Colombo fu. come vuole l'autore, plagiario 
nell'idea e ignorante nell'attuazione, e debili re della 
fortuna al mero errore, è possibile considerarlo co- 
me un genio sovrano? A che co, a. valgono le qualità 
che il Lombroso gli concede nelle ultime due pagi- 
nette del suo studio, dopo che in sette capitoli gli 
ha negato tante cose essenziali ? Egli protesta nella 
prefazione contro l'accusa che le sue analisi dimi- 
nuiscano il prestigio del genio; e certo, studiando 



I LIBRI 14(1 

le macchie del sole, l'astronomo n<>n ne nega 1 1» ne 
liei ; ma, in questo caso del Colombo, e non solo in 
questo, sebbene qui con ri che al 

trovo, il nostro insigne psichiatra non .acci rge di 
negare appunto la stessa qualità d'astro, di genio, 
all'uomo cui inii concede né la grandezza dell'ani- 
mi né 1 [uella, che più imp irta, della si. ;sa mi 1 

SOCIOLOGIA. 

\ ( i. PlERSnN: l'r;>h'. ■ , inudamcnlalì 

dell'economìa e delle Ianni e. (Torino, Roux e Via 
ungo), i,. 5. - Pregio singolare di quest'opera, e- 
amenti tradotta in italiano dal dottor Erasmo 
Malagoli, è il tenere la via di mezzo fra i troppo 
pondi '.ni e i troppo succinti compendii, e 

il rivolgersi tanto a coloro cui i problemi di politi, a 

s. eiale s.iii) già familiari quanta a coloro elle non 

hanno, ma pur dovrebbero avere dimestichezza con 

essi. I lettori di media cultura ehi- sono il più 

gran numi ro troveranno queste pagine del lai e con 

tanta chiarezza, ordinate con tanta eleganza, avvalo- 
rate da tanti esempi, dilucidate da tanti paragoni, 
da render facile e pronta l'intelligenza delle questio 
ni più grava: il protezionismo e il libero scambio, il 
pauperismi e 1 suoi rimedi, le macchine ed il sa- 
lario, la. riduzione della giornata, di lavoro, il col- 
locamento dei disoccupati, la moneta ed i suoi tipi, 
le banche ed il credito, le crisi commerciali e le 
loro conseguenze, i sistemi tributari e le loro ri- 
lumie. Il Pierson non espone qui metodicamente 

le teorie della cattedra ; discute invece praticami riti 
questi pratici argomenti . tenendo conio delle teorie 
solo quando e di ive è necessario. 

11 libro non è riuscito accademico, perchè non 
è un accademico l'autore. Ministro del suo paese, 
più tardi presidente del Consiglio della ('olona, 

egli ni 11 ha tanto pronunziato orazioni dalla tri- 
buna, quanto studiato ed attuato piani di riforma 

nel suo Gabinetto. Sua è quella rii ta fiscale 

olandese che va annoverata tra le più democrati- 
hi compiute ai nostri giorni. Narra il traduttore, 
nella prefazione, che il sistema tributario olan 
poggiava, per la massima parte, su imposte indi- 
rette, e le dirette erano tanto male ordinate e .lise 

gualmente repartite che, in definitiva, le classi più 
colpite erano le inferiori. Il Pierson per prima cesa. 

abolì l'imposta sul sapoi Lusse di due terzi 

quella sul sale: diminuì anche i diritti di ri 

strazione degli atti di trasferimento degli immo- 
bili; nelle ini] iste indirette arditamente introdusse 
i principi della diversificazion 1 progress 

lottopi m ndo a imposta tutti i redditi . ma col 
pendo quelli derivanti dal patrimonio più for- 
temente di quelli derivanti dal lavoro, e graduando 
l'aliquota dell'impi ita senza 1. meo 1 davanti 

all'accusa di socialis : di confisca secondo 

una i.i' - res 1 nte col crescen di I reddito, in 

omaggio al principio della capacità contributiva. 

[1 senso pratico dello statista si rivela ni 

libro. Qui l'autore atti nde assiduamente a sg m 
orare il campo dagli errori, dai pregiudizi, dalli 

upi rsl i/'n, ni. quasi duerni lalle leggende , più 

frequenti e funeste nelle discipline sociali che non 



i3o 



LA II i 



nelle storiche o nelle mediche Scambiare la causa 
per l'effetto, confondere il necessario col suffi- 
nsiderare la probabilità come necessità, 
ferra che si vede, cercare l'assoluto, cri 

dere nelli panacee; questi ed altri non meno per- 
-I pensiero impediscono il progresso 
della ' Pierson li denunzia, e in tutte le 

sur dimostrazioni procede con un ■ con una 

prudenza, con una equanimità che gli procu- 

nno che gli hanno anzi già procurato — ■ il 
plauso d dei quali critica le dottrine: 

dei isti da una parte, dei socialisti dal- 

l'altra. L'autore ha le sur ide i e le di- 

mostra; ma non tace le ragioni degli avversari; 
talclir la lettura del libro suo riesce un prezioso e 
salutale esercizio della mente, e conferma quella 

ide verità che lo Spencer enunzia nell'opera 

già i he tutte le scuole e tutti i partiti do- 

vrei il ito meditare: « Lo studio della scienza so- 
ciale, s, -mi,, metodicamente col risalire dalle cau- 
si- pn ssinie alle remote e col discendere dai primi 
i secondari ed ai terziari, dissiperà l' illu- 
■ tanto diffusa che le piaghe seriali possano 
tlmente guarite •. Nell'invitare tutti i 
volenterosi a fare ciò che è umanamente possibile, 
il Pierson e davvero quell'uomo appartenente « a 
un tijxi più eli '.aio ■ - secondo l'espressione del 
i inglese — « che unisce l'energia del fi- 
lanti i calma del filosofo ». 

GÈ: Femminismo storico. (Milano, Società 
editrice La Poligrafica, 1901. - Sfinge? Perchè 
dbnirno misterioso in testa a un libro 
chiani. buono, semplice, onesto"- 1 Forse chi lo scrisse 
volle stimolare la curiosità dei lettori e interessarli 
alla 1 -i l del uoveri nome? In certe pagine, lievi 
■trine, si scorge tutto il gusto femminile; nel- 
l'energia originale d'altre, vibra qualcosa dell'ani- 
ma romagnola ; in altre, ancora, piene di finezza, si 
rivela qualcosa di nobile e d'aristocratico. Saremmo 



noi sulla strada di sco] rire il vero essere di que- 
sta leggiadra Sfinge, che non cela nessun sentimento 
dell'anima delicata ? 

Il suo libro, ad ogni modo, e squisitamente fem- 
minile, nulli siaute il titolo che sembra contenere 
1 minacele d'invasione nel campo, meglio nelle 
facoltà e nei diritti del cosidetto sesso forte. Ma 
per fortuna anche le care, belle eroine, di cui Sfìnge 
ci parla, non conobbero ne la brutta parola fem- 
minismo » né il vano e pericoloso significato, E 
Stinge medesima, che l'ha messa nel titolo del suo 
libro, è una donna nel dolcissimo senso antico, mo- 
derno, anzi derno! Ella studia le sue sorelle glo- 
riose, di cui tanti dotti si occuparono prima di lei, 
nella loro anima dolorosa, nei loro amori, nella 
loro grazia onnipotente ed incosciente, nei loro e- 
roismi inattesi, nelle loro mirabili intuizioni. Esalta 
Isabella d'Este Gonzaga nella molteplice sua pas- 
sione per ogni cosa bella, per ogni profumo della 
prodigiosa fioritura artistica della Rinascenza; a- 
dora Giulia Récamier nel vivo contrasto d'una av- 
venenza che non si cela e d'una virtù piena di vigi- 
lanza ; rianima Laura sfiorita nelle imitazioni pe- 
trarchesche; piange il martirio di Maria Anton- 
i-osi sproporzionato alle leggerezze che talora ne ve- 
larono l'intima bontà ; scusa Cleopatra, assumen- 
done la difesa con un atteggiamento leggiadro d; 
avvocato provocatore che interessa e piace; lini;' 
Gaspara Stampa per la sua tenacia d'affetto, pel 
fervore, la devozione, la dedizione completa, quan- 
tunque rivolte ad un uomo che non meritava tanto; 
spezza infine una lancia in favore di Giorgio Sand 
accusato d'aver distrutta la giovinezza d'Alfredo de 
Musset. Il femminismi* eli Sfinge contiene dunque, 
ni ni la fisima di mascoìitiare le femmine, ma di e- 
saltare le loro virtù e le loro passioni dinanzi al- 
l'egoismo maschile e dinanzi alla storia, ciò che 
sa ottenere con interesse e soprattutto con granile 
garl o e grande finezza. 

II. Ll'TTORE. 



:n , e- 




-^ V 'A 



' ' - : 



DIVISTE 



SOMMARIO 



Francesca da Rimini e i Polentani, pag. 151 — L'ideale femminile nel Rinascimento, pag. 154 — Le piccole mera- 
viglie della natura, pag. 158 — L'arte di dipingere coi francobolli, pag. 161 — Per la fortuna!, pag. 163 — 
Nel mondo ignoto, pag. 165 — L'avvenire dell'oro, pag. 168 — Come i diamanti si trasformano in brillanti 
pag. 169 — I Filibustieri, pag. 171 — 1 balocchi e la loro origine, pag. 174 — L'arte assira, pag. 175 — Gli 
occhiali di Bismarck, pag. 178 — Il contributo dell'Italia al progresso del secolo XIX, pag. 178 — La scimmia 
a tavola, pag. 180 — Ciò che rendono i teatri francesi, pag. 183 — La Corona ferrea, pag. 184 — La produ- 
zione del carbon fossile, pag. 185 — Un cavo sottomarino, pag. 186 — La Corea, pag. 188 — Le bizzarre 
forme de' fiocchi di neve, pag. 191. 



ppaneesea da Rimini e i Polentani 

(Da un articolo di Corrado Ricci, nell' Empoi ■ iitm, di di- 
cembre). 

Una vecchia maga predisse a Guido da Polenta: 
« Tu e la tua famiglia avrete gloria d'amore e di 
sangue; poi uscirete tutti, sulla via della morte, da 
Porta Anastasia ». Guido, ardito e superstizioso ad 
un tempo, fece murare questa Porta che s'apriva 
a nord delle mura di Ravenna e che da allora fu 
detta Porta Serrata. Essa mutò più volte nome, ma 
ancor oggi, quantunque della vecchia porta non e- 
sista più una pietra, il popolo chiama Serrata quella 
che fu riedificata nello stesso punto. Poco resta an- 
che delle infinite case Polentane già sparse in Ra- 
venna e ricordate nei documenti. E' da escludere 
dalle costruzioni della celebre famiglia l'elegante 
palazzetta, ora dei Minzoni, nella quale una falsa 
tradizione assevera esser nata Francesca. Del pa- 
lazzo ili Guido Novello da Polenta restano appena 
le brune muraglie, ed alcuni grevi modiglioni ; la 
torre, la porta e le bertesche avevano raggiunto, du- 
rando più di cinque secoli, la metà del XIX ; ma 
fun .ni r abbattute nel 1860 e nel 1877. 

Accanto a questo palazzo sorge la chiesa di San 
Francesco, dove erano molte sepolture polentane : 
ma una snla ne è rimasta, quella del settimo Osta- 
ste ; forse l'ira dei Ravennati, fomentata dall'odio 
dei veneziani, si fermò dinanzi a quest'ultima per- 
chè vide l'immagine del defunto ravvolta nella ve- 
ste di San Francesco. Vicino all'altra vetusta chiesa 
di Sant'Agata sorgevano le case dei primi signori da 



Polenta, e qui Francesca dovette essere frequente- 
mente condotta a pregare. Una terza chiesa raven- 
nate, Santa Chiara, fu costrutta dalle fondamenta 
da una polentana: Chiara, figlia di Geremia; non 
ne resta che un fianco e l'abside ; nella navata sì è 
imposto un teatrucolo di filodrammatici. 

Del castello- esistono miseri ruderi sformati e 
convertiti in dimora di miserrima genie. 1 Polen- 
tani, affermatisi con la forza e l'audacia, lo avevano 
costrutto, e Guido Minore, padre di Francesca, ne 
aveva ottenuto l'investitura. 

Di ritratti veramente autentici , non resta che 
quello di Ostasio, scolpiti» su quel suo sepolcro 
del quale si è già parlato. Altri se ne indicano urlìi- 
pitture trecentistiche d'i Santa Maria in Porto fu 
ri; ai lati del prebisterio, negli affreschi inferiori, 
si vedono due gruppi di figure: a sinistra due UO 
mini, uno dei quali ha tutti i tratti caratteristici del- 
la figura di Dante, l'altro si vuole ma non si 
può provare che sia Guido Novello; a destra, due 
giovani donne che s'affacciano a un balconcino: 
una inghirlandata e ardita, l'altra più bella e timida 
nella veste monacale. Nella prima si pretende scoi 
gere Francesca, nella seconda Chiara, fondatrice 
ilei monastero. Non manca chi in questo gruppo 
ciede espressa la tradizione dell'ancella che spinge 
Francesca a vedere, da una finestra. Paolo rhe le 
si mostra d'inganno come colui rhe dov rebbi 
sarla. Ma dinanzi a lei, invece di Paolo, sta Et 
che assiste alla strage degli Innocenti. 

Lo stemma dei signori da Polenta, secondo a 
cimi commentatori di Dante, il quale parla dell'yl- 
quilti dei Polentani, era un'aquila vermiglia in cam- 



1.1- 



l..\ LETTURA 



l>.. giallo. M par hi storici 

si ricava che in non ebbero un - 

ma. Nessun mnia dell; 

in Ravenna e fuori: quelli sfuggiti all'odio dei ne 
la t uria della rivoluzii 

i .in.!., a far fede del- 




i polcrale di Ostasio da l'oleata. 

l'ini; i l'aquila che abbatte la donnola affer- 

irro. 



e dei 1'' i 'li Fran- 

monumenti. Venendo all'arte, se un solo 
furono ispirati dai I' 1 
ni: il dipinto 'li Giovanni Mochi e due illu- 
strazioni ' ila Storia veneta, 
intorno all'episodio di I un'intera 

. II. UHI.- due. SVOl 

iti: o la i ragica unirti- ili 
. n il Inm Milo iii-lla ■ liniera in 
•a ». 



L'ind di stia 'Ini i dui Frati Hi 

Gianciotto Malatesta non erano più fan- 
ciulli uri 1263, perchè un breve pontificio .1. 
novembre ili quell'anno dice che entrami 
1 ravveduti ili certe pensioni a carico dei 

1 na, prò sineei ne quam 

Romanam ecclesiam ; e in un atto ilei 
11 • chiamati scolari -. I'. uni dopi ., 

1 ■■ bili 11 ( ìhiaggiuolo . dalla 1 |i 

due figli. El ii l 

n 11/r. restò in i ai ii 1 p co più di 

arsene. F raro 1 » .1. dalle nozze a 'ii 
Me quali ni 'ii si b .n. im e la data, 
ima figlia, chiamata, o 1 nome dell'ava paterna, Con- 

rdia 1 ' ragica lei due amanti dovetti 

re in Rimini, nel 1285. I poeti fecero 'li 1' 
un eroe, un valoroso condottiero, nienti. 
dell'Ottimo commento lo disse « molti 
l » ■ ■ mi Ita cosi 1 iti 1 '!■ .'. ma acconcio più a ri] 

a travaglio; e i documenti e le notizie chi si 
hanno confermano questa opinione, cominciando 
dalla sua dianzi narrata rinunzia all'ufficio di ca- 
pitano del popolo in una citi '■ Gian- 
riotti 1 di Pai di 1 : defi rme, 
risi luto, battagliero. Il Ba acci . che ebbe parenti 
in Ravenna e che vi si reni più volte, raro l 
scrisse che Francesca non era stata promessa a 
. I usi a Panili, che p"i per inganno le 
fu ti. Ite. L' Anonimo fiorentino, come più tardi ("li- 
miamo Ressi e il Clementini, raccontarono la stes- 
sa l'usa: il raco ni. è ni parte diverso nelle eh 
pubblicate ila Inni Vemon, e nel commento 'lei Lan- 
dino, ma appunto perchè diverso, prova che di- 
ersa era la fonte e. indirettamente, che era opi- 
o lumie 'he a Francesca fi sse pn mi sso uno 
lineili Malatesta, e poi fnsse data all'altro. 
Rispetto alla parte segreta 'Ielle relazioni fra i 'Un- 
ii i, nessuni 1 nffre notìzie (eil è naturale) se nuli 

parafrasate da Dante Sulla inerte, appena <|ual- 
che particolare forse inventato dalla fantasia ovv- 
iata ilei pubblico.. 

Gli episodi min mancherebbero «li varietà; ma 
nessuno degli artisti si è allontanato dai soliti: i 

ilue amami chi Voi i ■ .1 l'ante ililegua- 

li r perso », oppure che lasciano cadere 

il libro, osi baciano mentre sopravviene Gianciotto. 

Un gruppo in marmo si trova in casa Bellenghi, 

a Ravenna; un altro tu acquistato 'la Ioni Glad- 

a Parigi; un altro, scolpito 'la Felicita de 

Favi :i . ■ i ti dal o «ite Pourta - ["re bas- 

sorilii \ i si ni i siali scolpiti da Antoni, i 
sizione 'li Parigi ilei 1831), ila Gaetano Motelli 
sposizione di Londra del 1852) e Leoni I uigi Buzzi 
(Firenze ri 

L'elenco dei pitti >ri è molto più lungo e non an- 
cora . dai miniatori trecentisti sino allo 
11111//.1 e al Dorè: vi si trovano i nomi ili 
Carlo Ai Giuseppe Bezzuoli (1816) di Fran- 
B ccaccini (1858), ili Arnoldo Boecklin, ili 
Uessandro Cabanel, di Giulio Carlini (1857), ili 
lo Carpiani (1838). ili Felice Cataneo (iS.'u), 
ili Cosimo Cosmi (1839), 'li Paolo Delaroche, ili 
Descoudri de Dusseldori (1851), di Henri Decai- 



DALLE Rl\ IS 



[-53 



sue (1841), ili Laderèze (1852), di Cesare Dusi 
(1831), di Achille Farina (1845). di Frano 
Foumder (182S). di Romualdo Franchi (18 

Giuseppe Frascheri, il quali Paolo e 

Francesca tre volte; di Francesco Giuliani 
di Gian G Henner, di Giovanni Ingres, «li 

Gaspare Landi, di Carlo Ernesto Liverati (1833), 
di Enrico Monti (1842), di Nicolò Monti, ili li u 
seppe Pelavero (1852), di Gaetano Pia [820), 

di Francesco Ppdesti, dà Gaetano Previati, di Dante 
Gabriele B ss . di Attilio Runcaldier, di Ni 

ri, dì Ar\ Scheffer, di Gi rgio Watts. A que- 
ste opere, ispirate dalla pietà dei due cognati, s 
da aggiungere altre che rappresentano Dante 
cade privo di sensi dopo il racconto di Francesca: 
due dipinti di Yogel di Volgestein ; un terzo 
quadro è di Rober von Langer e un bassorilievo in 
metallo di San Rubino. 

Venendo alla letteratura, i due che hanno trat- 
l'argomento considerandolo nell'arte, nella 
storia e nella critica, sono Luigi Morandi (Città ili 
Castello, 1884) e Carlo del Balzo (Napoli, 1895). 
La parte storica e stata trattata ampliamente da 
Luigi Tonini, anche polemizzando con Marino Ma- 
rini, ostinato a credere che la fine dei due amanti 

- ■ succeduta a Sant'Arcangelo. Sullo stesso ar- 
gomento scrive Nicola Santi, come senza novità 
riassunse la storia Carlo Yriarte. Nella letteratura 
romantica si registra una fredda novella di Filippo 



1 1 . un'altra di G. Alberi , un'altra 
Jucrs, una li Rem- Delorme e : 
quinta di [Idi I venni. Fra le tragedie, 
oltre quella ni - Ivio Pellico, sono da ci- 
tarne altre di Eduardo Fabbri (1822), di Luig U 
lacchi (1824). di Anti do Viviani (1834), 
Rapisard Stephens Phillips e quella del 
l'Annunzio. Falle tragedie soni 1 erse 
parodie: una di Anti lio Perito (1867), una si 
da di Francesco Cristofori (1872) e una terza di 
I i'.iiì V 1 1887 ). Maggi re è il nu- 
mero delle opere in musica: de! erali (Vene- 
zia, 1829), dello Staffa (Napoli, 1831), del Four- 
nier-Govre (Livorni . 1832), del Boi 
1837), del Devasini (Milano, 1841 1, del Cane! I Vi 
. [8 1.3 1. 1 li I Brancai cii (\ enezia, 1844), del 
Mi scuzza (Malta. 1877), di Hermann Gotz (Mann- 
heim, 1877) e- di Ambrogio Thomas (Parigi, 188 
Nessuna è nata vitale; un'altra ne sia musicandi 
Luigi Mancinelli su libretto del Colatati. 

Di poesie se ne hanno poche, e cattive. 1 ehi sa- 
1 l 'ante si mo infiniti ; il n iggii 
è Francesco De Sanctis; sono da ricordare an 
l'amenissimo don Matteo Romani. Nicolò Far 
il Kraus, lo Si il Filomusi Guelfi; il N 

foro, il Salza, il Poggi, il Maschio, il Ronzi, il R 
dani, il Pahzacchi, il Genovesi, il Termine Trigona 
e finalmente lo stesso Ricci, autore dell articoli 
abbiamo qui riassunto. 





Ir^l^B *£*' r 3tXk 





Presunto ritratto di Francesca. 



i.»j LA 1.1 I li i- \ 

Ii'ideale femminile nel Rinascimento 



(Da un articolo della rivista VelHagen unii Klasings Ufo- 
natsh 

Il bello non è una convenzione, né una creazione 
rtisti o ili legislatori) ma ha la sua essenza e per 
dire la sua anima, vibrante in tutto il gran 
tre» della natura. 

ualcosa che fiorisce da s i flora 

l di una riviera: o ni uomo anche 

primitivo o fanciullo dovrebbe trovare in sé la 
tilla dell'invenzione artistica. Il gusto line e 
sito nella concezione e nella riproduzione del hello 
. i tri quindi sostituire senza difficoltà i 
trattati dell'estetica e dell'arte storica. 

via anche l'arte storica ha una grande im- 
;>. rtanza. 

La pittura, la scoltura, la musica fiorirono sem- 
inile religioni, sia presso le are druidiche, sia 




Fu. uro I.ii-i I. 



Madonna. 



le ardimentose cupole cristiane: non sempre 
uguale però ne fu lo stile, dovendo questo rispon- 

naturalmente all'evoluz ca e ai diversi 

particolari che ispiravano l'artista. Cosi, ad e- 
- ■ -in [ •« .. l'arte del Rina I ur unendosi alla 

religione, durante l'opulenza dei Papi, dei ■ mostri. 
dei prìncipi, conservò sempre la sua intima natura 
alquanto mondana, che sotto le froi se di 

angeli in preghiera lascia forse leggere un'idea ten- 
l : — lo di I fasto e dei n i ra il 

lo dell'umane rto dalle rovine che a- 

Vtila e Genserico, era insomma il Rina- 



Si intento. La maggior parte delle opere d'arte era 
però destinata alle chiese e ai conventi, onde i temi 
artistici tutti si aggirano nel ciclo r . I clau- 

strale. Scompaiono cosi le pallide madonne ilei due 

cento, lasciando trionfare figure ardite di femmi- 
nile gioventù, e non potendo gli spenti dei dell'O- 




Lorenzo in Credi. 



La Maddalena. 



limpo discendere più sulla terra, vi discendono però 

i Santi cristiani che vengono plasmati da modelli 
viventi. Cosi gli artisti più non dipingeranno le 
loro Madonne in un'estasi in un sogno di pre- 
ghiera, rapiti nelle pallide visioni ultramondane, 
ma le empieranno dalle teste procaci delle belle 
tentine, fatte posare un istante sotto l'azzurro me- 
_■ l'iato del cielo d'Italia. 

E' una tendenza realistica, è il trionfi della 
minilità sulle visioni, ('osi l'arte del Rinascimento 
si esplica principalmente in studi di teste, in ritratti 
di Veneri e in riproduzioni di bellezze profane. 

L'arte nuova del 500 è cosi la negazione asso- 
luta dell'arte mistica del Medio-evo, arte 1 he non 
tendeva alla riproduzione della realtà, ma ad un 
indefinito e povero simbolismo, al quale bastava 
per significare un re morto porre su una tomba una 
11 .rona e una spada 

L'evoluzione da questa povera arte simboli) 
so l'arte trionfale del Rinascimento si operò sul.» 
lentamente. Cominciò al perii» lo dei trovatori e 
delle buie leggende d'amore cantate ai piedi dei 
1 Hi feudali, cominciò nelle giostre e nei tornei, 
quando la donna cominciava appunto ad ispiran- 
te ardimi iiios.- imprese della cavalleria. C. .d'in- 
gresso della donna nel dramma grandioso delle 
lette medievali comincia il perìodo fiorente della 

unile bellezza 

E qui appunto si sveglia Giotto, il Muse di una 
nuova pittura. 

A lui. nei claUStri e negli eremi silenziosi, sorrise 

l'idea di strappare alla testa umana la rigida espres- 
sato, di guisa che la figura acquisi 





Botticelli. — Ritratto. 



Raffaello — La Madonna del Granduca. 




Gaudenzio Ferrari. — Madonna. 



1.1' 



LA LEI i I 



un. in . pulsarli i quasi 
i panneggiamenti che più non < 

nuscoli. Egli ritrae la natura nella sua ve 
rità ; egli inizia l'èra della rivoluzione pitti rica che 

nel Rinàscimi i nel ■ i-'5 

ne : suiio il suo pennello aumenta ari 
la pi Iella figurazione pittorica; finalmente 

e le vene puls 
te, e i seni robusti ed angolosi palpitano nelle 
forti figure muliebri: è un realismo quasi bru 
che trionfa sotto il sin. scalpello, lasciando 

e dal bronzo balzare vivi e palpitanti i 
capolavori del bello femminile. 



Wl quattrocento la rivoluzione artistica Ila I» 
muliebri i i mpre più, vi còni i i 

■ Mimi, audaci o licenziasi, pei quali le belle 
' i arrossii ani i di posare 'li 

ì '.misti in tutta la pompa della bellezza. 
I i moda pure portava grandi mutamenti alla bel 
lev/a femminile: i capelli che venivano levati ai 
mg ii della Fronte rendevano questa più spa 
tondeggiante: le sopracciglia strappate con 
stoico martirio, pelo per pelo, colli pinze, aceri 

l'espi isioni della femminilità . le acci meiature 
ed i veli del capo davano .ili'- teste una fine espres- 
ili melanconia e 'li idillii .. 
E qui già si delinea il trionfo del Vermocchio, ili 
Filippo lappi, ili Sandro Botticelli, 'li Piero ili 
imo, finché quando il quattrocento si è del tutto 
ncipato dalle ultime reliquie del Medio-evo, 
ndo il sapere è al fastìgio, quando le guern tai 
io dinanzi ai trionfi dell'arte, spunta sull'oriz- 
zonte Le nan In ila Vinci. La sua ( ìioci nila Monna 
I sa i la prova migli n- del perfezii namento rag- 
giunto nella figurazione dell'id di femminile. La 
■ li qui sia donna meravigliosa è \m 
sorri eri i a - di nobiltà che si diffonde sulla 

fronte e agli angoli della bocca, è un'espressione 
I da d verità i insii me 'lì idealismo che 
una spirituale intuizione della natura. A 
lavoro finito i ritratti vinciani dimostrano l'ani- 
hi si distende sui lineamenti e li abbellisce, 
non pi-r vile adulazione ma per arrivare all'espres- 
più elevata dell'idealità femminile. 



1 1 modello in i [uesti i ti m| o diventa la ba ;i 
ni.-: essa però si rve a dare le grandi li 
. il in. \ imenti i pei (5 si 'lire, non l'espi di Ila 

, che Leonardo tra la una sublime 

visione dell'ideale. 

Ma i tempi erari ormai i i I .nini, 

Soddoma, Gau zio Ferrari, tutto insomma il ce- 
nacolo artistico ili Leonardo da Vinci, possono con- 
cretare qua un canone speciale l'ideale della 
mi. \ a belli zza femminile. 

\. i isulta r ' -i una testa 'li donna dalla I 
ovale, dalla fronte alta, dal profilo diritto, dai ca- 
pelli nie ' .miniati che coronano la 
modellatura dell'insieme. Il i riuso del primo 
Rinascimento scompare per farsi affilato con una 
curva leggermente disegnata, i ti mando rosi alla 
gramli traili/ioni dell'arte greco-romàna, 



Ma l'idealità femminile comin Miniente 

la parabola della discesa Michelangelo, geni. 
gantesoo, eternamente sognante i ciclopi e le cupole 
immense, volle imprimere la grandiosità anche sui 
'iil" li volti femminili e loro tolse quella morbida 
'■quasi vellutata plasticità della quale avevano 

riso le teste preraffaellesche. 

Ultimo del grande ciclo del Rinascimenti 
infine Raffaello ehe giunse all'ultima inarru 
espressione del bello femminile. 

E un tipo ninno che risponde al fui/ «Iella nui va 
creazione artistica; un tipo ehe rimarrà fon 
sublime espressione del gènio umano. 

abbiamo così un dolcissimo volto femminile a 
forma rotonda coronato 'lai capelli lisci, quasi <li 

seta. 

Questa nuova espressioi di Ila belli 
a Raffaello nelle loggie di Ri ma presso i grandi 

ricordi dell'arte e della classicità : ma non gli bastò: 
nella dalatea cercò non più ai ruderi di Ri ma ma 

ai si gru del suo genio divinatore il tipo più grande 
della belli //a muliebre e lo trovò col trioni" del 
l'idealismo. 

Con lui si chiude l'epopea artistica del Rii 

mento: dai i lì incerti studi di anatomia, a 

verso il realismo delle modelle fiorentine, siami 
nalmente arrivati alla concezione ideale della fem- 
minilità, alla spiritualizzazione dell'amore. 




Lkonardo. — Lucrezia Crivelli. 



Leonardo. — Testa ideale. 



-Ifli ^ ^ 


. 








: 


Va*' - n 




_ 


! 



ikoo. — Stadio. 



(58 



1 A LI. TI URA 



he pieeole meraviglie della natura 



(l>a un utlcolo di John J. W«rd, nei Good Words, gen- 

")• 

Pochi immaginerebbero che la bocca di una lu- 
essere un oggetto interessante ili stu- 
dia Eppure così è. I " ■ re dell'articolo ne è i» r 
- ■ i' lo dimostra con le sue parole e le sue foto- 
. . I a bocca ili una lumaca ordinaria, ili 
«lucile che anche si mangiano, contiene non meno 




a una nuova Bla, ili guisa che alla fine non 
manca niente. 

Perchè qualche lettore non resti incredibile su 
o numero sterminato di denti, l'autore ripro 
la fotografìa (fig. i> presa da lui ili parte del 
] alato di una lumaca quale si vede al m'u 
col suo gran numero di denti Questa dentiera è tor 
midabile se non |»t la grandezza, almeno pel nu- 
mero delle anni che servono magnificamente a 
ridere i vegetali, come sa ugni giardiniere. Dalla 
dentatura si può benissimo distinguere ogni genere 
ed anche i ie: in molti un Muschi li - 




Fig. i. 



Fig. 2. 



di 140 file di denti, e ogni fila contiene 151 denti, 
per modo che in tutto i denti sono 21,140: di che 
disperare un dentista! Ma le lumache non hanno 
alcun bisogno di cure artificiali per i denti. Quando 
una fila si consuma, quella che sta dietro viene a- 
vanti prendendone il posto, e in fondo alla serie si 



tura di questi organi basta ad individualizzare la 
specie. 

L'autore ha fotografato (figura 2) in dimensioni 
molto maggiori parte della figura 1. a mostrare la 
struttura e lo sviluppo dei denti. Questi sono traslu- 
cidi, brillanti. Illuminati e guardati attraverso il mi- 




ì 



IiAI.Ll'. RIVISTI [5o 

croscopio, fanno un bellissimo vedere. Alcuni sono stinati a provare i vari succhi prodotti in tanta ab 

sposti come file da baionette, o di aghi, ecc., men- bondanza dai fiori e dai frutti maturi dei nostri 

tre altri hanno Torlo seghettato. Una delle figure giardini. La proboscide ha la grossezza di un ci 








Fig. 4. 



F'g- 5- 



che riproduciamo, la terza, mostra anche alcune file 
di denti dello stesso palato e di natura diversa. 

Le prime tre illustrazioni raffigurano palati par- 
ticolarmente adatti alla masticazione dei vegetali; 
l'illustrazione num. 4 rappresenta il palato di una 
lumaca di abitudini carnivore. Pei vermiciattoli di 
costituzione molle, ci vuole un apparato di natura 
alquanto diversa. I denti, come si vede dalla figura, 
sono lunghi, sottili, barbificati e ricurvi, col taglio 
rivolto all'interno, verso la gola. Un verme preso 
entro quella serie di 2500 spine incurvate messe in 
moto dai muscoli non ne esce più vivo! 

Mi 'Iti insetti, come le mosche le farfalle, sono 
muniti di proboscidi. La figura numero 5 rappre- 
senta la proboscide di una farfalla comune, simile 
a quella delle altre farfalle. Ha l'apparenza di una 
molla di orologio. Distesa, sene a succhiare il net- 
tare dei fiori. Le piccole appendici che si vedono 
alle estremità si suppone siano organi del gusto, de- 



Consiste in due tubi vicini che l'insetto può allon- 
tanare o dividere secondo che vuole. 

Tra le varie fotografie di cui l'autore dà ripro 
duzioni nei Good Words, ve n'ha una ov'è riprodi 
un pezzo di ala d'una farfalla (figura 8). Sulla mem- 
brana dell'ala, come tutti sanno, si trovano minu- 
tissime squame che vengono via al solo contati 
che son quelle che danno all'insetto i suoi magni- 
fici colori vistosi. Le squame, disposte su entrambe 
le facce della membrana, sono sovrapposte come 
sulla pelle di un pesce. La membrana poi, sebbene 
sottilissima, è costituita da diversi stati sovrapposti. 

Un'altra fotografia (figura 7) rappresenta la testa 
e le spalle di una mosca comune. Si vede benissimo 
la struttura singolare della parte superiore del pri- 
mo e del secondo paio di gambe. Sulla parte ai 
riore del capo si vedono come due proboscid 
sono gli organi con i quali la mosca punge la no- 
stra epidermide quando la sete di sangue s'im] 




Fig. 6. 



1 1 1. . 



LA LI T ' 



che succede molto spesso La osa più semplici 

i piuttosto piccola. 1 1 Farla mondo ! 

impresa. Sottoporre un l n'aJtra i re illustrazioni (figura 6) rap« 




FÌB 



alla macchina : tire le sue abitu- presenta la polvere che rimane sulle dita dopo «he 

dini vivaci, persuaderla ad assumere un contegno s'è uccisa o toccata una tignuola. 




Fig. 8. 



DALLE RIVISTE 



IDI 



li' afte di dipingere eoi francobolli 



Non è più necessario adoperare i ci lori per di- 
pingere, né i francobolli servono soltanto ad essere 
appiccicati sulle lettere. Il signor J. Van Wylick, 
di Liegi, nel mese di agosto del 1900 espose a Pa- 
rigi cinque quadri confezionati coi francobolli: due 
paesaggi, due soggetti religiosi e un quadro di ge- 
nere. Il più grande misurava 1 metro e 3 centimetri 
per 74 centimetri; il più piccolo 37 centimetri per 
30. Il meglio riuscito rappresenta Gesù che fn 
il vangelo; il fondo era composto con francobolli 



era dispiacevole. Nondimeno questo usta 

fu incoraggiato con una a d'argento, il si- 

gnor Bizot, chi inch'egli esposto dei [uadri 

ottenuti o ni lo stesso [ recedimenti >, ne ebbi un'altra ; 

medaglie di bri inzo otti [in e i! 

Vari Elven, di Milano. 

Le due regole inviolabili di questa riuova arte 
sono queste: 1" la decorazione si ottieni 
mente coi francobolli; 2 ogni ritocco è una 1 rode. 
L'artista si può servire delle obliterazioni, ma non 
deve abusarne. Egli procelle in questo modo: mette 
dapprima i francobolli nell'acqua, durante un'ora, 
per distaccarli dalla carta dove sono incollati. Quelli 
che si stingono rivelano di non essere ado] erabili. 




Ritratto, da Rembrandt. 



svizzeri da 1 lira, interi ritagliati per dar luogo 
alle figure: a breve distanza l'illusione era perfetta, 
tranne che il quadro somigliava alle opere dei pri- 
mitivi. Vi si notava quella semplicità un po : ri- 
gida che contraddistingue le pitture ilei XII e del 
XIII secolo; la prospettiva era però osservata. Le 
carni e le pieghe delle vesti erano ottenuti con tran- 
ci bolli di diversa provenienza. Bisognava avvici- 
narsi molto per leggere sulle stoffe e sulla scorza 
degli alberi le lettere e le cifre attestanti l'origine 
dei materiali impiegati: Rep. fratte, oppure /'■ 
gè. Un altro dei paesaggi esposti dal Van Wylick 
rappresentava i dintorni di Delft, con buoi e mon- 
toni pascolanti nella campagna : quadro sul gusto 
dei Fiamminghi; ma, da vicino, l'impressione ri- 
sentita nello scorgere la sovrapposizione dei bolli 

La Lettura. 



Gli altri si lasciano seccare sopra degli asciugamani, 
poi tra fogli di carta sul:. mie e poi Sotto un pi 
sotto un torchio da registri copia [uando 

bene asciutti, si o in 

tante scatolette ili uno di ciasi una : 

s'incolla, cniin- campione, sul coperchio; ed 
1 onta in tal modo la tavolozza del ! 
avere delle pica ile I 

fi e un tempe 1 una 

ina detta Sied lani etta, molto fìi 

ente dalle due parti, e finaln pi ni 

di divi mie/za destinati alcuni a incollo 

pezzetti dei francobolli, altri a clan 
smali 

Quan I 1 qu eriali I artista 

traccia sulla tela, con una matita molto appuntata, 

11 



ÌOJ 



LA LETTURA 



le linee dello : gli ha da dipingere un 

bleuet, prende un frati b 25 centesimi az- 

zurro scurii del 1850 e vi ti (itomi < lei pe- 

tali ; ne prende poi degli altri da ;o centesimi 



in modo che la penna non incontri dei corpi duri. 
altrimenti potrebbe r.>mpersi. Se culi commette un 
errori da rifare: se una tinta man 

ca, b il francobollo adatto, e quando ri 




l'n paesaggio dipinto coi rancobolli. 




Imitazione di un quadro di Boucher. 



I nini su verde per il ramo 

verdi, attuali, per le foglie di diritta. 
■1 la penna SU 

■ l Ila i fra; ili carta 



nalmente questo lavoro paziente da mosaicista è 
finito, quando il quadra • secco, si lava la tela con 
una spugna imbevuta d'acqua fresca, che ln- 

esso senso, per far scompa- 



DALLE KIYIS'I 



[63 



rire qualunque traccia di gomma. Allora l'artista 
può giudicare dell'effetto e operare i ritocchi, sem- 
pre mediante francobolli interi o ritagli di franco- 
bolli. Ventiquattro ore dopo che il quadro è ascii 
dopo i ritocchi, si prende con un pennellino una 
goccia di vernice, si lascia cadere sopra una parte 




Arazzo giapponese eseguito coi francobolli. 

della decorazione e si distende sul tutto ; poi si ri- 
comincia con un'altra goccia, finche lo strato di ver- 
nice è giudicato sufficiente. Si lascia nuovamente a- 
sciugare il quadro durante otto giorni, dopo di che 
non resta da far altro che metterlo in cornice. 

I lavori così ottenuti non sono sempre riusciti: 
al contrario, sopra cento quadri, due appena hanno 
qualche valore. Per questa ragione i prezzi ne - 
molto elevati. Un piccolo paesaggio, rappresentante 
due cervi che bevono in un ruscello, è stato venduto 
300 franchi: seimila francobolli erano stati 
perati per metterlo insieme. Altri quadri, più gran- 
di, hanno raggiunto il prezzo di 3000 franchi : la 
loro confezione ha richiesto nove, dieci, talvolta do- 
dicimila francobolli. Un fratello della Dottrina 
cristiana, fondatore di una casa d'istruzione in Al- 
vemia, ha eseguito coi francobolli un quadro rap- 
presentante, con tutte le minime particolarità, con 



L'esattezza d'una fotografìa, il suo immenso stabi- 
limento: il quadro è lungo un metro e mezzo e lar- 
go 65 centimetri. 

Ni 'ti s si 1 Lipingi 1 li ; |uadi i con questo 

sistema, ma si decorano 1 piatti. All'espi sizione fila- 
telica di Londra, nel iSqo. figuravano delle porcel- 
lane nere, nelle quali si staccavano in eh;. irò dei 
liori e degli insetti. Alcune signore 1 landi 
ghe hanno alti posto dei veri fiori artificiali, 

non già incollati sopra un fondo, ma montati sopra 
lo St( Il ». 

Siamo, come si vede, mollo lontani, dal tempo 
nel quale i primi collezionisti si contentavano di 
ni' mare dei paramenti di decorare una stanza! 
Ma, nel mentre chi dipinge coi Francobolli ammira 
1 propri lavori, altri collezionisti li trattano da bai 
bari e da vandalo. Non è un delitto di leso-filateli- 
smo tagliare dei francobolli rari come quello ver- 
miglio da 1 franco della Repubblica o come il 2 
■-. antico di Spagna?... 



Per la fortuna! 



I »a un articolo del signor Lewis Perry 
Magatine, fascicolo di dicembre). 



nello St tatui 



L'autore di questo articolo, un giornalista, ri 
aver veduto durante le sue molteplici peregrinazioni 
ogni fatta di collezioni ili curiosità, ma soltanto di 
recente gli capitò di vedere una raccolta di mascot- 
te s per uso dei giuocatori. La vide nell'isola di Wight 
in casa di un vecchio lupo di mare che, avendo pe- 
stato servizio lungo tempo sui battelli che attraver- 
sano la Manica, aveva avuto occasione di cono- 
scere gran numero di giuocatori. La raccolta è ricca 
di stranezze. V'è, ad esempio, un pezzo di carbi te 




l'n pezzo di carbone prezioso. 

che all'aspetto non ha nulla di straordinario: pure 
o »lui che lo ni 'u l'avrebbe dato via 

tutto l'oro del mondo. Egli l'aveva trovato un giorno 

che, dopo aver giui 1 Monte- 

carlo e perduto sino all'ultimo centesimo, passeg- 
a m rido il suicidio In prossimità di una 

nave da cui si stava scaricando il carbone: l'aveva 
trovato.... in fondo alla propria tasca Pensando 

1 sse buon segno, superstizio 
tutti i giuocati 1 in prestito una picco! 1 si m 

ma e tornò alla bisca. Quando venne via. la mal 



'"I 

lina segu va vinto .^o.ooo franch l : .> al 

lora in i sempre e diva 

stanco ili giuocan >■ contento della fortuna i 
turila n Inghilterra, regalò il pezzo 'li carbone al 



LA LETTURA 




1 ire sacchetti di sale. 

capitano collezionista. Nella collezione v'è pure un 
dito tolto alla inano di un settimo figlio. Quel dito 

iicniic ad un'attrice che 1" teneva sempre seco 
giuocando, e i empre. pare. Inuma fortuna, 

Sno al giorno che, essendo caduto in terra e andato 
in pezzi, perse l'incanto: e l'attrice perse la for- 
tuna. 

Un s ro giù va per mascotte tre uova 

chiu- l i faceva vedere la 

amici affermando ch'essa gli portava 

na, ma che se un solo uovo si fosse rotto, la 



P min. i sarebbe venuta meno. Una sera quell'u imo 
fu trovato assassinato e non gli si rinvenne ind 
la scatola. Questa si trovò indosso all'assassino che 
l'aveva rubata e che fu tratto tosto in arresto. A- 
perta la scatola, si vide che un uovo era rotto. 

Un nostro disegno riproduce un'altra ma 
il cui antico possessore assicura che gli portò gran 
fortuna. Si tratta ili tre sacchetti ili seta, Li.!! 
un tempo, contenenti del sale. Appartennero ai 

nuolo che fu giuocatore ostinato e si ritirò pei 
da questa sua occupazione abituale straordin.i ria- 
mi il 

Quantun |ue il ferro di cavallo sia in buona fami 
presso i superstiziosi, non sono certo frequenti le 
mascottes come quella rappresentata nell'uri 
delle illustrazioni qui unite. Si tratta di un |i 
ili cuoi" tagliato in forma ili ferro ili cavallo E 
chi tagliò il cuoio non si valse ili un cuoio |u; 
que: impiegò il cuoio preso da una scarpa di una 




Un «ferro di cavallo* singolare. 

vecchia che aveva fatto un pellegrinaggio a Lcui- 
iles percorrendo in tre giorni 89 miglia. Perchè quel 
cuoio ào\ ir fortuna non si capisce he.ie. 

Ma in queste cose ehi ragiona? 




Tre uova che cagionarono un assassinio. 



DALLE RIVISTI 



r65 



Nel mondo ignoto 



La Lettura diede nel fascicolo ili Gennaio il sunto 
dei primi articoli pubblicati sul Matin da Giulio II. 
intorno alle forze occulte. Poiché l'argomenti . .'■ di 
quelli che eccitano curiosità e interesse in ogni or- 
dine di lettori, crediamo di non far cosa .sgradita 
seguendo il Blois nei suoi nuovi articoli, i quali 
sono anche più ricchi di cose notevoli che non i primi. 

I teosofi. 

Il redattore del Matin, dopo aver notato che tutto 
questi, movimento verso il di là è una reazione con- 
tro il nullismo materialista, si occupa della scuola, o 
per dir meglio della religione dei Teosofi, i quali 
(ormano una vera e propria chiesa, con dogmi, con- 
cilii e clero, e pretendono di ricevere i loro insegna- 
menti da infallibili maestri: i Mahatmas, abitatori 
dell'Himalaya e del Thibet, pronti a rivelarsi in 
ogni luogo del mondo a coloro che giudicano degni 
dell'insigne favore. 

_ La Società teosofica fu fondata nel 1875 a Nuova 
\ork da una slava, la signora Blawatsky, e da un 
Americano il colonnello Olcott ; ma il suo ufficio 
centrale è passato a Londra. In Francia l'apostolo 
della teosofia è il dottor Pascal, il quale da Tolone, 
dove guariva le persone con l'omeopatia e il ma- 
gnetismo, passò a Parigi dove fu iniziato ai nuovi 
misteri. La gran sacerdotessa Annie Besant eser- 
citò una decisiva influenza su lui, e il viaggio in 
India, dove egli vide i yoghi traversare tranquilla- 
mente, senza bruciarsi neppure i piedi, enormi roghi. 
finì di affascinarlo. 

Intervistato dal Blois, il Pascal ha detto che la 
Società teosofica conta oggi più di cinquecento se- 
zioni diffuse in tutte le parti del mondo, dalla Fin- 
landia all'Australia, e che nella sezione parigina, 
dal 15 ottobre al 15 luglio di ogni anno, si tengono 
dei corsi aperti gratuitamente a tutti coloro che vo- 
gliono studiare la nuova dottrina. Una guida è ne- 
cessaria ai neofiti, perchè altrimenti l'iniziazione po- 
trebbe essere pericolosa. Secondo la scuola, gli uo- 
mini arrivati a un alto grado dell'evoluzione pos- 
sono, mediante uno speciale addestramento, svilup- 
pare la capacità dei loro sensi. Esistono, nel mondo, 
una quantità di corpi: l'evoluzione generale si com- 
pie mediante la loro successiva elaborazione. Per 
esempio: nel minerale, la materia fisica si orga- 
nizza in atomi ed elementi chimici che producono il 
calore , l'elettricità , ecc. ; tra i vegetali più svilup- 
pati (sensitiva) e tra gli animali appare la fai 
di -entire. La sensazione è il risultato di una vibra- 
zione più sottile: la materia iperfisica. Negli animali 
superiori e nell'uomo appare un'altra qualità: l'in- 
telligenza, risultato di uno stato ancora più alto della 
materia: la materia mentale. Attualmente, il ci rpo 
mentale non ha chiara coscienza se non dalle vibra- 
zioni dell'universo che gli giungono attraverso il 
corpo fisico e ciò perchè il corpo fisico è quello che 
si formò prima e che è più sviluppato ; ma il corpo 
iperfisico (il corpo delle sensazioni) e il corpo men- 
tale, benché organizzati più tardi, hanno tuttavia 



1 [uistato una certa sensibilità. Per questa ragione, 
dopo la morte, quando la cai uomo 

sentirà per mezzo del suo involucro iperfisico, il 

quale lo metterà in relazione col dì la. con 1. 
mondo. 

Due pionieri \ ivi sono penetrati in questo mondo 
misterioso: il teosofo Leadbater e la teosofessa An- 
nie Besant. Essi hanno col loro veicoli perfì co in- 
frante le porte dell'altro mondo — o piano astrale 
— il quale non è altro che il luogo chiamato purga- 
torio dai Cattolici, kamalo-ka (piazza del Deside- 
rio) dagli Indù e kades dai Greci. Questo mondo 
di là è più gradevole del nostro, tranne che per gli 
assetati di voluttà grossolane. Costoro vi soffrono 
il supplizio di Tantalo: il desiderio ha sede nel- 
l'involucro iperfisico, ma il suo appagamento, l'eb- 
brezza, è data solo dalla carne; e siccome quest'ul- 
tima è scomparsa, la soddisfazione diventa impos- 
sibile. Nelle regioni più dense di questo purgati I 
vi è un angolo dove si pigiano i disincarnati in preda 
alle più basse passioni, i delinquenti, i suicidi, ecc.: 
costoro soffrono talvolta terribilmente, per lunghi 
anni. Ma essi sono poi liberati, perchè l'involucri, 
iperfisico non dura più d'una trentina d'anni, e quin- 
di si dissolve, come si è dissolta in terra la materia 
fisica. Avviene allora la seconda morte, e sopravvive 
soltanto il corpo mentale; il quale, perduti i due 
involucri, resta aperto alle vibrazioni di un mondo 
nuovo: il paese della pura intelligenza, il cielo. Ma 
gli esseri superiori vanno ancora oltre il cielo, nei 
mondi che gl'Indù chiamano nirvana, dove s'inabis- 
sano in Dio. . . 

Secondo i teosofi, l'Invisibile è pieno di miliardi 
e miliardi di forme, delle quali noi conasciamo sol- 
tanto quelle che possiamo comprendere e percepire. 
Quando l'uomo potrà vedere e maneggiare l'etere, 
allora entrerà in relazione con gli esseri ignoti. Tutte 
le forze sono altrettanti esseri: l'elettricità, per e- 
sempio, è un essere. Come l'uomo dirige gli animali, 
parimenti 'gli esseri invisibili che rappresentano le 
forze della natura possono essere diretti da colori. 
che sanno. Il volgo, assetato di occulto e di magìa, 
diviene lo schiavo di jiieste energie mentre, crede di 
padroneggiarle. E' facile attirare gl'invisibili ; ma 
essi allora si servono dell'imprudente che li ha atti- 
rati come d'uno strumento: egli è alli ra pre 0, os- 
sesso. In questi casi si verificano fenomeni simili a 
quelli dei convulsionari di San Médard e degli Ais- 
1 medium che producono effetti tìsici, sono 
stati zimbello di 1 eri imbibili. I veri teosofi, in- 

. attendono a sviluppare le forze che pus 1 
servire alla si lidarietà umana e all'evoluzione. Essi 
apprendono ai loro simili il modo di riempire la 
Ltmosfera mentale di luce e d'amore.. 

La telepatia. 

Dopo aver passato in rassegna le dottrine spiri- 
l 'Miste e teosofiche, il Blois avverte che nes- 
sun scienziato autentico le segue. Gli silenziati veri 
stilino tanto lontani dalla cieca credulità, quanto 
dalla più cieca incredulità ; Carlo Ric.het, eminente 
tisiologo, così ha formulato il programma dei dotti 
relativamente a questi problemi: « Rigorosi nel- 



i66 



i \ i .1 in i<\ 



l'esame, audaci nel Tip i Con tale pr 

il Myers, professore all'Università di Cambrì 

morto, fondò a Londra la Società 'li ricerche 
psichiche, che ha reso grandi sen i/i. svelando da 
una parte i maneggi della 1 Blawatsky, 

mdo 1 inganno delle 1 ìriti- 

che, ecc., ma studiando positivamente dall'altra 
f. -ni' meni della chiaroveggenza, della trasmissi 
dei pensii mdo i fondamenti di una nuova 

scienza, la telepatia. 

Questa ■ < ramai ammessa quasi universalmente. 
1 professori Rachel e Marillier, i dottori Dariex, 
1 e Halle, il filosofo Ribot, il poeta Sully 

Prudhomn almente l'astronomo Flammarion 

credono all'apparizione dei fantasmi delle persone 
vive. Il Flammarion ha testualmente scritto: « L'a- 
zione di uno spirito sopra un altro, a distanza, senza 
l'intervento della vista, dell'udito, del tatto o degli 
altri sensi, • un fatto scientifico certo come l'esi- 
ettricità, dell'ossigeno di Sirio ». 

Fin dai tempi più antichi i presentimenti si sono 
verificati Cicerone narra di un suo sogno telepatico 
avveratosi. San Benedetto vide una notte in cielo 
una luce che somigliava a Germano, vescovo di Ca- 
lma: mando un messaggero in questa città e sepne 
che Germano era morto nello stesso momento che gli 
appariva. Più tardi. Swendenborg, trovandosi fuori 
di Stoccolma, in un paesuccio, si sentì male e vide 
in una specie di allucinazione la sua casa, nella città, 
investita dalle fiamme d'un incendio. Le persone 
mandate a Sti «-colma tornarono confermando in tutti 

I particolari la visione dello Swendenborg; Kant fu 
chiamato a verificare la verità del caso e dovette, 

I he a malincorpo, ammetterla. 

II Blois cita quindi alcuni fatti telepatici avvera- 
tisi ultimamente a Parigi. 11 chirurgo Guinard ave- 
va come dentista un certo L. .. e una notte, preso 
da un gran male di denti, non potendo dormire, si 
mise a lavorare ad una memoria sulla cura chirur- 
gica del cancro allo stomaco. La mattina dopo corse 
dal dentista perchè il male ai denti continuava an- 
cora più forte, e il dentista gli disse: « Ho sognato 
di voi tutta la notte in un incubo terribile: mi pa- 
reva che avessi un cancro allo stomaco e che voi 

sul punto di operarmi... » 
Il Dieulafcv, dotto scrittore, ha narrato al Blois 
un altro caso di telepatia. I . trovandosi in 

un villaggio presso Tolosa, vide in sogno suo co- 
In- abitava a boni. mx: il parente gli ap- 
parve molto ammalato: il domani ricevette un te- 
imma annunziarne che suo cognato era morto 
durante la notte. Lo stesso Dieulafoy, a Parigi, 

Ielle barelle, dove giace- 
vano dei corpi irrigiditi, traversare il suo salotto ; il 
in,, dopo ri. èvette una lettera del suo uomo d'af- 
fari, il quale gli annunzi. iva che il mezzadro si era 
annegato quella ti- ne con la figliuola: i ca- 

daveri erano stati |>ortati a'easa in barelle del tutto 
simili a quel n sogno. 

Più meravigliosa è .incora l'esperienza di Buca 

. nella quale la prò [■patiia non solo è 

■ ' ■ tografare. 

II i:< . che si trovava a Campana, pr : 



al pn I' • ore Hasdeu di apparirgli, a data fissa, in 
Bucan 1 - due città disiano press'a poco quanto 

gì da Calais. 1. a sera stabilita l'Hasdeu disp 
un apparecchio fotografico presso il proprio li 

e fistiali non si addormì, a Campana, se non prima 
\dlle, con la tensione .li tutte le su. fa 1 Ita mentali, 
apparire dinanzi alla lastra dell'amico. Dormendo, 
d'avere infatti impressionato la lastra, e ne 
avvertì il professor P... Onesti si recò a Bucarest 
e irovò l'Hasdeu intento a sviluppare la negativa: 
sul vetro apparvero tre immagini, una delle quali 
riuscitissima: la figura del dottore con gli occhi fissi 
all'otturatore dell'apparecchio, la cui estremità me- 
tallica era illuminata dalla luce dell'apparizione... 

11 • biometro » e le fotografie dell'anima. 

Ma questi risultati, quantunque meravigliosi, 
sono oltrepassati da quelli ottenuti a Parigi dal lot- 
ti >r Ippolito Baraduc, che il Blois chiama Paracelso 
parigino. Il Baraduc ha scoperto l'Anima del Mon- 
do, e l'ha battezzata col nome di ZotUre, che vuol 
dire « etere vivente ». L'anima individuale di cia- 
scuno di noi respira cotesta secreta vita dell'universo. 
Il dot ti ir Baraduc procede per via di esperienze pre- 
cise, ottenute mediante [Strumenti scientifici. Uno di 
questi è il biometro col quale si registra la respira- 
zione dell'anima. Consiste in un ago di rame sospeso 
a un filo di seta e disposto a due centimetri sopra 
un quadrante il quale sormonta un rocchetto di 1.15 
metri di sottilissimo fil di ferro, in una boccia ripa- 
rata dalle variazioni della temperatura e dalle vi- 
brazioni esterne. < "uest'ago ha la strana proprietà dì 
essere influenzato, senza contatto diretto, attraverso 
la parete di vetro della boccia, dalla presenza di 
una persona. Non si deve far altro che dirigere la 
mano perpendicolarmente alla punta dell'ago, in 
modo che l'estremità delle dita resti a tre centimetri 
dal quadrante: dopo tre minuti di posa, l'ago è at- 
tirato o respinto dalla forza che si sviluppa dallo 
sperimentatore, forza che attraversa tutte le so- 
stanze cattive conduttrici del calore e dell'elettricità. 
Durante quattro mesi il dottor Branly, tìsico 1 
per i suoi studi sulla telegrafia senza fili, fece espe- 
rienze col Baraduc su questo biometro, e concluse 
che l'elettricità e il calore non avevano n 
vedere coi risultati ottenuti, i quali sono dovuti a 
una nuova energia, a una forza ignota inerente al 
corpo umano. La scoperta del Baraduc è dovuta a 
io anni di ricerche ed a circa 4 mila osservazioni. 
Egli dichiara di avere osservato che ciascun indi- 
viduo impressiona l'apparecchio secondo il tempera- 
mento e lo stato della salute: quindi questa forza 
sari-Mie la stessa fona vitiiìc. Lo sperimentatore e 
arrivato, assicura, a questo risultato: che i numeri 
ro", :o". 30" sul suo quadrante hanno un significato 
biometrico come le cifre 35°, 37°, 40 hanno un si- 
gi liticato calorifico nel termometro clinico. Nelle 
esperienze, si serve di due biometri, uno per la mano 

diritta ed uno per la sinistra, giacché vi < fra esse 

una differenza : la destra sarebbe fisica, esprimerebbe 

l'attività, la salute; la sinistra sarchile psichica, 

■ che accade nel cervello nel cuore. 



RIVISTE 



Come i polmoni e lo stomaco, respirando e digeren- 
do, alimentano il corpo, sì l'anima inspira ed i 
ra l'anima universale, il Zoetere, l'assimila e l'espelle. 
Il biometro misura questa funzione... 

Il Blois, durante l'intervista oon l'inventore, vide 
arrivare una signora. Il dottor Baraduc la cono, 
dinanzi al biometro ; l'osservazione dello strumento 
diede questa formula: att. 10 / alt. 1 S\ « Voi vi- 
vete nel piano materiale », fu il responso del dot- 
tore : a siete una biliosa, un'ardente, una violenta ». 
La signora si fece rossa, e confessò che, quantunque 
oon fosse sempre così, pure poco prima aveva avuto 
una scena d'inferno col marito. Il Baraduc la invitò 
a tornare più tardi, per fare una nuova prova, dopo 
che i suoi nervi si fossero calmati. Ella tomo ini 
e il biometro segnò att. 30 j att. jo. « Queste cifre 
rivelano che siete spiritualista, ragionevole e calo 
disse il dottore ; e la signora confermò che si era ri- 
conciliata col marito e che il suo spirito si era sedato. 

Ma il Baraduc ottiene risultati ancora più stupe- 
facenti fotografando le emozioni. « Poiché la forza 
vitale è movimento, e si esteriorizza », dice egli, « de- 
ve essere anche luce, quindi deve impressionare le 
lastre fotografiche ». Egli procede col metodo a sec- 
co, senza contatto, con o senza apparecchio, nell'o- 
scurità totale, attraverso la carta nera o nella camera 
oscura. La lastra fotografica è da lui avvicinata alla 
fronte, al cuore o alla mano del paziente, e resperi- 
mentatore ottiene la fotografia degli effluvi elettrici 
vitali e delle radiazioni nervose. Il Gebhart, nella 
Revue scientìfiaue, ha affermato che queste pretese 
fotografie dell'invisibile non erano altro che nega- 
tive male riuscite: le macchie, le immagini che vi si 
scorgevano dipendevano da difetti dello sviluppo ; 
ma il Baraduc risponde che egli agita a dovere il 
bagno, e che sulle lastre impressionate si ottengono 
dei risultati, mentre su quelle intatte non appare 
nulla. Del resto egli assicura d'aver dato a svilup- 
pare le sue lastre, per maggior sicurezza, a fotografi 
di professione, e che nel Congresso fotografico del 
r89Ó, a Nancy, fu unanimemente riconosciuto che 
si trattava di negative veramente impressionate, e 
non di difetti di sviluppo. 

Nelle fotografie così ottenute si vedono come dei 
vortici, dei turbini che rappresenterebbero in qualche 
modo il brivido cosmico, l'onda vitale; poi le im- 
pressioni si precisano, e in una specie di fiotto di di- 
sperazione traspare il viso di un fratello perduto : 
dalla fronte d'un'estatica guizza come una lingua 
di fuoco ; e si vedono ancora le perle prodotte dalla 
preghiera, una specie di purissima neve nata da un 
cuore innamorato, la nube pallida sprigionata dalla 
soddisfazione di un gatto che fa le fusa. Il Baraduc 
chiama psichicone, cioè immagini dell'anima, certe 
forme ancora più particolareggiate. La forza vitale 
è eminentemente plastica e l'immaginazione e la vo- 
lontà la plasmano a modo loro. 

Pensando intensamente a un'aquila, un ufficiale 
produsse sulla lastra fotografica l'immagine flut- 
tuante di questo uccello : una spiritista che si cre- 
deva in rapporto col dio del pianeta Mercurio diede 
per risultato un busto di Ermete : e più stupefacente 
e quasi miracolosa è la figura d'una fanciulla r. 



[67 

impressa sulla negativa dalla madre inconsolabile... 
11 Baraduc assicura eh 1 ata 

una nuova lastra fotografica più squisitamente im- 
pressionabile, adatta alle luci minime, si otterranno 
prove ancora più sbalorditive. Intanto a Nuova York 
le sue psichicone fanno furore, e sono state adottate 
dalle signorine per verificare se i loro spasimanti 
le amano .l'amore. Prima di fidanzarsi, esse sotto- 
pongono il candidato alla prova fotografica: se egli 
proietta sulla lastra l'immagine della sposa deside- 
. vuol dire che è veramente innamorato; se non 
proietta nulla, oppure un'immagine piana, vuol dire 
che uccella soltanto alla dote... 

Il miracolo. 

I ntinuando il suo studio. Giulio Blois si occupa 
della quistione dei miracoli, e nota che essa può a- 
vere due soluzioni: o quel ohe si chiamava antica- 
mente miracolo è oggi spiegabile con le leggi scienti- 
fìche — opinione che fu quella del Renan e dello 
Charcot — oppure si ammette il diretto intervento 
eli Dio, il quale, per uno scopo superiore, sospende 
l'effetto di qualche sua legge — e così pensano i 
crei lenti. 

II dottor Maurizio di Fleury. medico e filosofo 
valentiss ■•• re della Medicina dello spirilo. 

1 quale ha studiai.] la misteriosa della 

vita psichica sul corpo, rispondendo all'intervista 
del Blois. afferma che la grandissima maggioranza 
dei miracoli conosciuti, sono in tutto simili in casi di 
guarigione repentina osservati alla Salpetrière. In 
questo Ospedal. si vedono spesso l'effetto di una 
commozione, di una doccia, di una suggestione, gua- 
rire malattie vecchie di molti anni: cecità, sordità 
e paralisi neuropatiche. 

Recatosi a visitare il romanziere Huysmans, il 
quale, come è noto, vive una vita quasi monasl 
presso il monastero benedettino, gli ha risposto che 
molti dei fenomeni straordinari un tempo attribuiti 
all'azione divina non sarebbero più, ogf rati 

come miracoli. Dio mpie simili atti rarissimamen- 
te, e non è a di quel reporter che un 
giorno, a Lourdes, domandava ai medici a qual ora 
avvenivano i miracoli. La Chiesa adopera, per de- 
signare questi prodigi, le parole di grazia ricevuta, 
di favore. L'n miracolo, per essere ammesso dalla 
1 ' rte di Ri ma, esige un'inchiesta che dura talvolta 

li, . la maggior parte delle guarigione di Lonr- 

sarebbero ricusate in un processo di canonizza- 
zione. Le guarigioni nervose, quantunque sur 

. non provano gran cosa: ma talvolta si vede 
guarire a un tratto il lupus, un tumore, una piaga: 
il cr : 1* riconoscere in qu 

il miracolo, ('erto, bisogna studiare molt. . atten- 
tamente tali prodigi; ma, se lo studi., manca, la 
colpa è dei medici : le autorità eccli non 

di meglio che essi facciano le loro osserva- 
lo,! Lo < 'harcot mandava lì 
gli ammalati incurabili ; e se egli si spiegava li- 
guarigioni ottenute nei casi d'isteria, era molto più 
imbarazzato dinanzi ai prodigi cristiani. 

aggiunto Joris Karl Huysmans, questi ha 
rincarato la dose. Ha incolpato il dottor Richer di 



...s 



LA LETTURA 



avere assimilato il Luisa 1 iteau, la stigma- 

tizzata, a un sopprimendo 

tutte le circostanze imbarazzanti, o me, per i sempio, 
qui • Luisa distingueva, senza vederla i n 

gli nvhi, l'ostia nel tabernacolo, e indovinava se 
it.i consacrata >> no. Anche Zola, a Lourdes, vide 
una - intanea 'li lupus: orbene, narran- 

dola nel libro, per negare il miracolo, dissechi 
stata lenta e progressiva 

La forza psichica. 

Il Bl .1 che la scienza moderna, finora 

re il mi indi > fisico, debba, sei 
fedele al suo metodo rigoroso ed alla sua cri- 
tica severa, rivolgersi al mondo psichici , Ni 1 campo 
della he è ancora ai suoi primi balbet- 

tamenti, deve esercitarsi l'osservazione e l'esperienza 
scientifica. 

Il Crookes già amm i nza d'una forza psi- 

chico, dalla quale dipenderebbero quelle emanazioni 
ohe il Baraduc misura o J suo biometro. Questi i stru- 
mento non sarebbe originale; il dottor Foveau de 
Courmelles scrive una lettera al Blois per rivendi- 
care la priorità del magnetometro dell'abate Fortin, 
col quale il Richet e il IV Rochas fecero delle espe- 
rienza nel i8qo. La Rivista universale delle nuove 
■izioiu parlò di questo strumento; anche il Fi 
ebbe ad occuparsene. Il Baraduc risponde che 
a il magnetometro, ma che questo strumen- 
to è una ci sa diversa dal suo biometro. ( 'ni primo si 
misurano le influenze cosmiche e meteorologiche, 
• '■ondo la vitalità umana. Le differenze tecniche 
io nell'immersione e nella torsione del filo 
nell'inclinazione dei fili del rocchetto. 
L'n altro osservatore. Gastone Méry, che si occupa 
del Meraviglioso con fede di cattolico e che lanciò 
la famos n rina Couesdon, obbietta 

al Baraduc che sul biometro non è esclusa l'azione 
del calore per il solo fatto die. tra le sostanze di cui 
l'apparecchio è rivestito, c'è anche uno strato di 
ghiaccio; perchè con una lente di ghiaccio si può 
anche, es] e facendone concentrare 

i raggi, accendi II Baraduc risponde che egli 

non si serve d'una lente, ma di un blocco di ghiac- 
l'influenza del calore umano sull'ago del 
he eliminala da un involucro di rame 
ddatura. 

LI magnetometro dell'aliale Fortin e il 
Baraduc, il dottor Joire, di Lilla, 
òro di-Ila Società d'ipnologia e di psicol 
di Parigi e presidente della - degli studi ps ; - 

i-hi'-i di Francia, ha inventato un altro ro 
della i. E' composto di un ago. nel en 

in. del piale si trova un pernio d'acciai" molto icu- 
min. o pernio riposa con la punta sull'e- 

ia d'una colonnetta di vetro colli 
nel centro dello strumento; sotto l'ago c'è un qua- 
drante graduai non è sospeso, non 
la forza di torsione del filo; di più 
l'attrito è ridotto al minimo: una punta d'ao 
s.pra una superfice di retro. 1 anche soppresso il 

B tduc, 
I Joii guastava Con 



suo nuovo biometro, il Joire ottiene, quando una 
persona accosta la mano all'ago, una devia/ 
angolare notevole: di .io, 6o e anche 75 gradi I 
azione avviene quasi sempre nel senso dell'at- 

ii ne, '■ con la mail" di 5tra è maggiore che non 
I aghi : ne 

ha adoperati «li legno, di cartone, di paglia, di ve- 
tro, di diversi metalli. I risultati non variano mi 
ma gli aghi di cartone e di paglia sono i più 
sibili. Nessuna delle forze risichi 
calamita, né l'elettricità, né la luce, né il cai 
ducilo la deviazione dell'ago: solo la mano delle 
pi rsi 'ne dà questi i risultata Per escludere gli effetti 
dello scuotimento del suolo, il Joire ha sospeso lo 
strumento, mediante corde, ai muri, tenendo lontano 
lo sperimentatore: i risultali sono Stati sempre 
tivi. Quindi egli li attribuisce alla forza nervosa 
emana dagli uomini. Con questo strumento egli ac 
certa l'esistenza di essa forza, ma non la misura. 
Per misurarla, si serve d'un apparecchio nel quale 
I ago i ' mie da un filo di capello: lo sfi go roso ne- 
cessario dalla torsione del capello serve alla misu- 
ra/ione. Con questo medesimo apparecchio, il ;uo 
inventore è arrivato a modificare gli stati psichici, 
sottoponendo i pazienti alle radiazioni di luce •• 
lorata. : servendosi dà diversi raggi del prisma (me- 
diante lampade elettriche diversamente colorate), egli 

ne effetti differenti. E infine egli sta studi' 
di produrre questi effetti non più col far appressare 
la mano al biometro, ma con la sola azione della vo 
lontà del paziente, a distanza. 

La forza nervosa che il dottor Joire studia e mi- 
sura, e di crii il De Rochas mostra, con stranissime 
esperienze, le esteriorizzazioni. ;■ quella che il < 
kes ha chiamato forza psichica, il Baréty forza neu- 
nca. gli occultisti corpo astrale, gli spiritisti 
spirito, i magnetisti fluido magnetico. 

Oltre ai magnetisti, agli spiritisti, ai teo 
un'altra scuola che si occupa ilei Mondo ignol 
quella dei Satanisti. Xe parleremo nel prossimo fa- 
Io. riassumendogli ultimi articoli della cui 
sissima inchiesta di Giulio Blois. 



L'avvenire dell'oro 



Il prof. Harvard, nell'armadi Nuova York, pub- 
blica un articolo interessante sull'avvenire dell'i 
Attualmente l'estrazione del metallo prezioso insta 

un terzo di quanto costava nel 1850 ed in si _ 

indie meno. Tra una ventina d'anni le mi- 
niere daranno annualmente oltre Avr miliardi e mei 
questa produzioni- tntenersi per moiti 

decenni successivi. Effetto di piò sarà un aumento 
generale dei prezzi, ma siccome questo aumento di 
prezzi a sua volta produrrà un anniento delle spi 
delle miniere doro, si verrà a co 
min- per tal guisa una spi eie di freno naturale, die 

non inizierà la sua azione automatica se non 
dop inno avvenuti gravi perturbamenti nei 

valori. 



DALLE RIVISTE 



Il MI 



Come i diamanti 

si trasformano in brillanti 

(Da un articolo di Hans Ostuald, nel Welt Spiegel). 

Qui sto interessante studio diventa di gran 
tualità poiché in Amsterdam gli operai addetti alla 
lavorazione de' diamanti si sono messi in isciopero 

ed è in quella città che per la massima parte, ar- 




si taglia il diamante. 

viene la difficile e delicata trasformazione de' dia- 
manti ne' ben più belli e preziosi brillanti. Mentre 
i diamanti, come li fornisce la natura, sono noti da 
antichissimi secoli, fu soltanto nel 1470 che vennero 
faccettati in Europa i primi grandi diamanti e rile- 
gati- a foggia di pendenti. Già allora brillava » 
veramente per questo lavoro un compatriota 1 
attuali faccettatori di diamanti, l'israelita olandese 
Berquem. Si crede anzi ch'egli sia il vero inventore 
dell'arte di faccettare i diamanti e trasformarli in 
bellissimi brillanti. Tutta l'industria delle pietre 
preziose ebbe poi molto a soffrire per le continue 
guerre dal 1790 al 1815. Xel 1824 non viveva più 
in Amsterdam che un solo f accecatore di diamanti, 
mentre prima, per ben tre secoli, gli ebrei, espulsi 



dalla Spagna e dal Portogallo e pietosamente quan- 
to intelligentemente ospitati nella città olandese vi 
avevano creato e mantenuto in fiore, oltre che le 
scienze fisiche, 1 matematiche, anche, come conse- 
uenze pratiche, le industrii' ottiche e questa dei 
brillanti. Sino allora non si era andati più in là — 
e ciò per cura 1 operai di Bruga — della cosidetta 
fai o ti lzì a ti >etta. 

Le prime 1 fficine erano «iti molto differenti ila Ile 
attuali, e l'arte di faccettare era il monopolio' .li po- 
che persone. Ma col crescere dell'agiatezza nella 
prima metà del secolo decimonono si ridestò in 
Olanda anche l'industria de' brillanti e, p ù 1 he mai 
tutta quanta in mano d'operai israeliti, ebbe mo- 
menti di vero splendi re 

Quando nel 1S44 vennero scoperti nuovi giaci- 
menti di diamanti presso Bahia, e l'industria non 
dovette più limitarsi al materiale proveniente dalle 
Indie e dalla Malesia, si fondarono d'un tratto 
quattro grandi fattorie. Per lo passato ; diamanti 
venivano dati dai negozianti di pietre preziose ai 
singoli faccettatori e la mano d'opera necessaria a 
quel lavoro incoraggiava l'industria domestica. Ma 
lo sviluppo della tecnica condusse al sistema delle 
grandi fabbriche e della grande industria. I faccet- 
1 comperavano quel materiale greggio che prima 
evann dai mercanti soltanto per trasformarlo. 
E il materiale lavorato, ma ancora misto, lo cede- 




Si mettono i diamanti negli imbuti. 



'7" 



LA LETTURA 



vano, alla lori ti, i ui spettava la 

briga della scernita delle pietre grandi dalle piccole, 
trillanti dalla più bell'acqua dai difettosi. 
Presentemente esistono in Amsterdam circa set- 
tanta fattorie, cui sono addett mi! i faccet- 
tatoli di diamanti. Una sola «li quelle urtimi 

mille operai. L'attività di questi con- 
■ nel tagliare, segare, arrotondar 
luci. lar.' i diamanti. 11 ma raggio si chia- 

ma ì Brut ed è veramente bruttino an- 



co; in questo si fa penetrare un'acuta lamina d'ac- 
ciaio; la si percuote con un martello; e il pezzo 
-1« rgente salta via. Naturalmente per far ciò è ne- 
cessaria una profonda cognizione delle forme dei 
riistalli ; ma ormai |ht gli operai israeliti d'Amster- 
dam queste cognizioni formano una tradizione. Sol- 
tanto alcuni pezzi, che a causa della loro forma, non 
possono recidersi o ono segati mediarne un 

ilio d'acciaio cosparso di polvere di diamante. 
Terminata quest'operazione, comincia quella dello 




Si faccettano i diamanti. 



zi ch> fa tampoco sospettare ai profani che in 

lui si celi il fuor. ir la Iure dei brillanti. D'altr< i di 
si possono tagliare. Tutte le 
altre pietre pi n scheggie. Il dia- 

mante invece si lascia tagliare nelle sue otto faccette, 
■ ■ segn te dalla natui i m/i che a 

taglio si sia venuti in 
oltanto nel 1850 per oj 1 in- 

\\ .diastoli. 

1 manti greggi, tranne nella parte che de- 

,1, amputata, vengono 

k Itiglia di coli ' e sabbia, 

■<i pietrifica Con una sottile pun- 

diamanti ce ri un lieve sol- 



strofinamento, vale a dire che due diamanti ven- 
gono strofinati l'uno sull'altro là dove si vogliono 
formare le faccette. Questo strofinamento de' lue dia- 
manti, infitti su verghette di mastice, si fa su un 
recipiente di ottone, ai cui orli due piccole sbarre 
iaio sorreggono le verghette di mastice e il cui 
.■ crivellato da centinaia di minutissimi fo- 
rellini. Attraverso questi cadono i residui che coi 
pezzi più grandi rrrisi e COI diamanti di cattiva qua- 
lità vengono ridotti a un polviscolo il quale, dopo, 
serve ad arrotare e pulire i diamanti da imbrillan- 
I diamanti, infissi nelle verghette, vengi 
strofinati l'uno '''u l'altro sinché le faccette si 
I resenta me piccoli dagli incerti con- 



DALLE RIVISTE 



'7' 



torni. Sono ancora grigio-scure e tutta la pietra è 
opaca, simile piuttosto dell'acciaio brunito. E' in 
questo stato che lo riceve il f accettatore propriamente 
detto. 

I faccettatori siedono in modo assolutamente di- 
verso dagli altri operai. Volgono la schiena alla 
luce e man mano prendono i diamanti da certe coppe 
di rame in forma di mezze palle, in cui le pietre 
sono state collocate entro a una miscela di piombo 
e stagno. Le lastre d'arrotamento sono fatte di ferro 
fuso e si volgono intorno a un'asse verticale. Allo 
strofinamento serve il polviscolo di cui abbiam fatto 
cenno, misto a finissimo olio d'oliva e di cui. 
un piumino, si cospargono le lastre. .Affinchè queste 
abbiano lo stesso peso e si volgano di conformità, 
si arrotano sempre due diamanti ad un tempo su 
una lastra, l'uno di fronte all'altro. La maggiore ce- 
lerità fu concessa però anche a quest'industria, co- 
me a tutte le altre, dal vapore e dall'elettricità. Una 
lastra di arrotamento dei diamanti fa ora trenta giri 
al secondo ! E per il lavoro, cui prima erano neces- 
sari due anni, bastano adesso trentotto giorni ! Così 
la « Stella del Sud », diamante del Capo, di 254 ca- 
rati, fu trasformata dall'abile operaio Voorsanger 
in trentotto giornate di lavoro — ognuna di dodici 
ore -<— in un brillante di primo ordine del peso di 
125 carati. 

I più preziosi diamanti vengono ancora sempre af- 
fidati ai faccettatori di Amsterdam, benché simili 
fattorie si trovino e lavorino bene — quasi sempre 
però con degli operai israeliti olandesi — a Londra, 
Parigi, Nuova York, Hanau e Berlino. Anche i pic- 
colissimi diamanti, che esigono le maggiori cure , 
vengono sempre lucidati di preferenza ad Amster- 
dam. Le spese di faccettamento importano spesso la 
metà del valore delle pietre. La diminuzione del peso 
scende, di per se stessa, al quaranta o cinquanta per 
cento. E tuttavia le mercedi degli operai sono an- 
date molto diminuendo, della qual cosa gli operai 
stessi hanno la maggior colpa. Sedotti dagli im- 
mensi guadagni de' vent'anni scorsi facevano troppo 
il comodacelo loro e insegnarono l'arte a dei cosi- 
detti « seni », che dovevano lavorare per loro. Ma 
quando i ■ servi » ne seppero abbastanza, assun- 




cioè assolutamente senza colore. Di 1 seconda 
qua » sono i diamanti un po' giallastri e che mo- 
strano ile' piccolissimi difetti. Invece, gli esemplari 
più difettosi hanno a mala prua il valore d'un ter- 







Primo stadio 
del brillante. 



Prima 

pulitura. 



Seconda 
pulitura. 



Brillante 
da un lato. 





Ultima 

pulitura 
dall'alto. 



Rosetta 
da un lato. 



zo! Anche le cosidette rosette si possono avere alla 
metà prezzo d'un brillante d'uguale peso e d'uguale 
bontà. Manca loro, con la metà del corpo, la in- 
tensa luce. Le maggiori pietre, i cosidetti solitari, 
non hanno, d'abitudine, prezzo di mercato, ma, come 
degli oggetti d'arte, un prezzo d'affezione. 



I Filibustieri 



Giorgio Molli, a proposito del conflitto tra Co- 
lombia e Venezuela, ragiona intorno ai 'Filibustieri 
nei fascicoli di Dicembre e Gennaio della Natura 
ed Arte. 

I due Stati in guerra si adagiano nella parte meri- 
dionale del mare Caraibico, il quale è grande quanto 
il nostro Jonio e l'Egeo e da quando vi penetrò la 
prima nave europea non ebbe mai pace. Tutte le na- 
zioni europee vi ebbero colonie, e cercarono di strap- 
parsele o di devastarsele a vicenda ; così Napo- 
leone, volendo colpire gli Inglesi nel Mediterraneo, 
dove Nelson si era stabilito da padrone alla Mad- 
dalena, mandò due squadre alla Martinica, di dove 
tornarono per farsi distruggere a Trafalgar. In que- 
sto classico mare delle Indie orientali navigavano 
i galeoni, aspettati al varco dagli arditi filibustieri; 
1 ggj i due Stati belligeranti vi hanno una marina in- 
significante. Il Venezuela possiede alcune canno- 
niere lagunari e un yacht, VAtalanta, ''he ha armato 
con cannoncini a tiro rapido: la Colombia rum 
un ahn- yacht, il Namouna, e lo armò; ma esso 
fu sconquassato dalla respinta dei pezzi 
questi furono sparati. 



Diamanti grezzi. 



sero essi stessi, per conto proprio, il lavoro. E la 
mano d'opera diventò troppo numerosa e le mei 
discesero. Adesso, una lega degli operai tenta di mi- 
gliorare la loro triste situazione. Molti de' migliori 
fabbricanti e gioiellieri li appoggiano. Ed è pure 
nel loro interesse di conservarsi delle forze oneste 
ed intelligenti. 

Anche la cosidetta pietra di fantasia, i diamanti 
dalla tinta verdastra, rossiccia od azzurrina, si pa- 
gano ad alto prezzo, più di quelli di « prima acqua », 



Sono celebri le imprese compiute nel mare Ca- 
raibico da Mombars lo sterminatore, da Morgan, 

dal capitano Grammont, dai Fratelli della Costa, i 
tesori rapiti ai galeoni, le eroiche e terribili 1 ; 

Filibustieri. Né gl'Italiani vi furono 
ma essi non si misero coi Filibustieri, anzi li < 

roiio e se ne fecero rispettare. Nei santuari 
della Liguria doni di marinai che risal- 

al secolo XVI [ e ra] 
guarigioni, scampate prigionie e pericoli felicemente 



n 2 



LA LETTURA 



rati nel mare delle Indie: sono ricordi d 

ntro i Filibustieri dai Liguri na 
navi della Grìglia, compagi 
indi privilegi per la tratta e per il 
ciò dei Negri nei vice-reami delle Indie spagnu 
ueste navi genovesi portassero carichi pn 
[uanto al ritomo, e non na- 
sempre come gli Spaglinoli in com 
ma - ivei ani i imparati i a ri 

irli. 



Chi erano i Filibustieri ? 

Spagnuoli, possessori alla fine del secolo de 
cimottavo di quasi unta l'America, non si curavano 
d'altro che delle miniere d'oro, d'argento e 'li gem- 
me e ilella coltivazione, per mezzo di schiavi, di 
pochi prodotti tropicali. Dalla madre patria parti- 
rli, grandi na\ Ili e 
di circa quarantotto cannoni 
•i più di 500 persone a bordo; esse erano cari- 
che di armi, munizioni, seterie e altri prodotti curo 
pei e portavano pure grandi somme per l'acquisto 
dei prodotti coloniali. Alle piccole Antille si erano 
impiantati gì' Inglesi, i Francesi, gli Olandesi ed 
anche i Tedesi hi. Ad Haiti, che Colombo aveva bat- 
tezzato Hispaniola, e che allora si chiamava San Do- 
mingo, nonostante il dominio spaglinolo, erano riu- 
sciti ad impiantarsi molti coloni francesi con pa- 
li inglesi. Alcuni di essi coltivavano il tabacco 
e i prodotti del suolo, ed erano detti abitanti; altri 
cacciavano i tori e le vacche e i cinghiali, ed erano 
chiainiti bucanieri. Presto però i Francesi e In- 
glesi vennero a conflitto con gli Spagnuoli. i quali 
armarono delle compagnie permanenti per estir- 
parli dall'isola. Allora, essendo in onore la guerra 
da corsa, tanto che il governo francese accordava 
lettere di corsa a chi ne voleva, i bucanieri, caccia- 
tori rotti a ogni fatica, si cambiavano in filibustieri 
o corsari, o, per dire anche meglio, pirati. Dapprima 
cominciarono a imbarcarsi coi mercanti ai quali 
vendevano le pelli, il tabacco e la carne salata; 
ma poi i più intraprendenti si prowedettero di 
nav degli stessi loro nemici spaglinoli. Pro- 
curatosi un (-anotto, vi s'imbarcavano in 20, jo 
ed anche più; spiavano negli stretti fra isola e i- 
sola la nave spaglinola anche d'altra nazione, le 
si accostavano a furia di remi profittando della cal- 
ma, o del vento, o delle correnti contrarie; giunti 
a tiro di fucile, cominciavano a sparare i moschetti, 
e ad [pò quei \ iatori abbattevano 
un nomi ; p, ,i si slanciavano all'arrembaggio men- 
tre uno di essi, rimasto nella barca, ne rompeva il 
fon' 1 si Mimili' r e. C ■ a poco, 
i filibustieri misero insieme intere flotte e compirono 
ini| ' sembrano incredibili. 



Ver • pica fu qui a dal capo fili- 

Morgan, il quale rinvi a distruggere la 

1 -ni non era d'i vol- 

l glio d'un a{ : paese di Cal- 



ili spinto alla vita del mare dal suo spirito ir- 
requieto, e crebbe alla scuola d'un altro illustre fi- 
libustiere, il Manswelt, il quale, non essendo riu 

re I'. in. 1111.1. si era ritatto su l 'artagena. 

Panama, anche prima dei pirati, ave! 
le cupidigie di chiarissimi ammiragli, di Hawkins 
prima, e poi del gran Drake; ma nessuno ri 1 
anzi quest'ultimo morì dì crepacuore per la mancata 
impresa proprio sotto ; . castelli di Porto-Bello, se- 
rie di magazzini in fondo ad una bella baja. I ne- 
gozianti vi affluivano per l'arrivo dei galeoni, e 
l'affitto d'una 'amerà per quattro o sei settimai 
al massimo per due mesi, vi costava da 400 a 500 
feudi ! Durante il resto dell'anno, P lo restava 

erto per la malaria. Duemila muli mantenevano 
le comunicazioni con Panama. Morgan aveva già 
Ini" un colpo di mano su Pori durante 

le trattative per il riscal ra il fili- 

bustiere e il Presidente di Panama, don Juan Pi 
rli Gusman, vi fu uno scambio di cortesie. 11 Pre- 
1 ite mandò a Morgan dei viveri freschi, <hie- 
dendo che in cambio gli mandasse uno dei terribili 
moschetti dei filibustieri, lunghi quattro piedi e 
mezzo, capaci di lanciar palle da sedici alla libbra. 
Morgan glie ne mandò mi. itti, e don Juan Pi 
nel ringraziarlo, gli fece tenere un anello; Morgart, 
ringraziando a sua volta, rispose che pel mon 
gli aveva fatto vedere l'arme dei filibustieri, ma 
elle, per meglio compiacerlo, presto gli avrebbe ino 
strato in Panama come essi la maneggiavano, l'e.'i 
questi erano accorsi da tutte le parti, in numero dì 
2200, con trentasette navi, la minore delle quali 
aveva quattro cannoni, e la ma trentadue. 

Passata la rivista, secondo l'uso dei fratelli della 
('osta. Morgan radunò tutti a parlamento per - 
dere l'obbiettivo: egli propose il saccheggio di Car- 
tagena o di Vera Cruz, poi fece intravedere la 
quista di Panama, le cui immense ricchezza erano 
ancora intatte, perchè nessuno ancora l'aveva sac- 
cheggiata. Ma una grossa guarnigione la difendeva 
e per giungervi era necessaria una marcia attra- 
verso l'istmo. 

L'impresa poteva parer folle; ma a Panan 
ratio i tesori del re di Spagna, 1 denari dei geno- 
vesi mercanti di schiavi, le ricchezze private e qu 
dei numerosi conventi con le chiese coperte d'ar- 
gento; quindi l'assalto fu votato con grandi accla- 
mazioni. Fu fatta allora, secondo l'uso, la Ch 
■pardi, cioè il contratto che regolava le parti di cia- 
rlino. 

A Morgan, come capo supremo, si assegnò 
per ogni 100 uomini il lotto d'uno; a ogni capitano 
di nave si assegnarono dodici, dieci od otto lotti. 
lido l'importanza della nave stessa ; a chi pian- 
tava la bandiera inglese sopra una fortezza nemica. 
50 piastre; a chi faceva un prigioniero, quando si 
aves 1 di notizie del nemico, 100 pastre; 

per ogni granata buttata in un forte 5 piastre; per 
ogni 1 lizione una ri pro- 

porzionata al merito dell'azione pu- 

re le indennità: 1050 scudi per la perdita delle 
gambe, oppine 15 schiavi; per una gamba 
600 scudi o 6 schiavi ; per le due braccia 1800 seu- 



DALLE RIVISTE 



<7-> 



di o 18 schiavi ; per un solo o una mano 600 scudi 
o 6 schiavi ; per un dito o un occhio 100 piastre o 
uno schiavo ; per i due occhi 1000 scudi o io schia- 
vi . per qualunque ferito grave 500 scudi o 5 sci 
vi ; nulla per la morte, giacche i filibustieri non a- 
vevano ne famiglia ne tetto. Al chirurgo furoni 
segnati 200 scudi e 100 al carpentiere, oltre alla 
loro parte di bottino. Stabilita la Chasse parta, in 
virtù della lettera di corsa ottenuta dal comandante 

1 Giammaica, Morgan conferì la patente ai ca- 
pitani di nave e ricevette il giuramento di tutti i 
filibustieri. Poscia divise la sua flotta in due squa- 
dre, di una delle quali prese egli stesso il cornai 
inalberando la bandiera reale inglese e quella del 
Parlamento; affidò l'altra ad un luogotenente. T! 
16 dicembre 1670 le navi filibustiere fecero rotta 
per l'isola di Santa Caterina, posta all'altezza del 
Nicaragua e benissimo fortificata. Morgan vi sbar- 
cò 1000 uomini, i quali vi passarono la notte sotto 
la pioggia. Gli Spaglinoli ne avrebbero avuto ra- 
gione se avessero fatta una sortita ; ma il governa- 
tore pensò meglio di proporre la resa purché s fos- 
sero salve le apparenze ». Egli finse una sortita ('ti- 
rante la quale i filibustieri lo fecero, col suo anti- 
cipato consenso, prigioniero: allora le truppe spa- 
gnuole consegnarono la fortezza dopo avere sparato 
molte cannonate a polvere! Morgan rese la libertà 
ai forzati, tra i quali c'erano un mulatto e due in- 
diani di Panama : e il capo dei filibustieri aveva 
voluto espugnare l'isola sperando appunto di tro- 
varvi qualcuno di Panama che potesse servirgli da 
guida. Il mulatto accettò con entusiasmo, ma gli 
Indiani si rifiutarono. Furono torturati : uno spirò 
sotto i tormenti: l'altro, meno forte, consentì di 

re anch'egli da guida. 



Appena avute le guide, Morgan spedì il capitano 
Brandelet perchè s'impadronisse del forte di San 
Lorenzo, il quale si ergeva sopra una roccia a sette 
chilometri dal punto ove ora sorge la città di Colon. 
Vedendo giungere delle navi con bandiera inglese, 
gli Spaglinoli aprirono il fuoco delle loro batteri"; 
i filibustieri gettarono l'ancora nella vicina cala delle 
Maranjas, e nella notte sbarcarono in quattri «'ente, 
lasciando cinquanta uomini a bordo. Per avvicinarsi 
al forte, gli assalitori non dovevano percorrere più 
di quattro chilometri; ma, non potendo esporsi al 
tiro dei cannoni, furono costretti a procedere al co- 
petto, in mezzo alla foresta ad aprirvisi una via, ! 1 
troclta, tagliando con l'accetta liane ed arbusti. 1 ' pò 
una lunga fatica, arrivarono verso le 2 del t omerig- 
51 pra una collina da cui si vedeva la fortezza 
la. I tiri del cannone non recavano 
tanto danno, quanto le frecce degli Indiani (he sta- 
vano dietro alle palizzate e conficcavano al suolo. 
trapassandoli con le saette lunghe ed acutissime, i 
filibustieri coricati per schermirsi dalla mitra. 
• 'di Spagnui li, dal canto lori . avevano anch'i ss 
liuto molta gente perchè i filibustieri tir;o 
tro i serventi dei pez/i ano affac- 

rsi alle cannoniere. Ma la peggio toccava agii as- 



mti, e già costoro parlavano di ritirarsi, quando 
uno di essi, ferito alla spalla, si strappò la freccia 
dalla ferita, esclamando: « A , fratelli miei: 

tarò perire tutti gli Spagnuoli ! » 1 dalle 

tasche del aitone, rannodo all'asta della freccia, la 
t 1 scorrere dentro la canna del fucile, accese il 
a ione e tiro la freccia ari 'lente sopra una delle case 
del forte. 11 suo esempio fu tosto imitato, e le 
frecce appiccarono un incendi. > generale, ("alata la 
notte, gli Spagnuoli non poterono più vedere i 
rati; mentre questi, alla luce delle fiamme, di 
guevano quelli, talché, avvicinatisi, poterono ber- 
sagliare chi tentava domare l'incendio. Col vento 
della notte, questo penetrò nei forti e fece anche 
esplodere una polveriera; ma ciò che colm 
i filibustieri fu il vedere che ardevano le palizzate 
e le gabbionate, le quali poi, crollando, colmarono 
il fossato; sopraggiunto il nuovo giorno gli 
dianti poterono cosi slanciarsi all'assalto, e vinta 
la resistei 1 1 fli Spagnuoli, entrare nella foi 
tezza. Non vi trovarono vivi che 14 uomini e io fe- 
riti : gli altri 290 difensori erano tutti morti. 



Gli avventurieri trionfanti furono raggiunti da 
Morgan, apj eiia questi seppe che il forte era si 
espugnato, e subito cominciò la marcia su Panama, 
compita attraverso paludi e boschi impenetrabili, 
in mezzo alla fame, alla pioggia, alle imboscate de- 
gli Indiani e degli Spaglinoli: una volta, per tre 
giorni interi, i pirati non masticarono altro che fi 
glie; trovati dei cofani di cuoio in una trincea ne- 
mii-a, li disfecero, misero a rinvenire il cuoio nel- 
l'acqua, lo grattarono del pelo, lo tagliarono a pi 
e arrostitolo lo mangiarono come fosse un cibo de- 
lizioso. Dopo otto giorni giunsero in vista del Pa- 
cifico, dove scorsero un galeone spagnuolo chi vi 
gava verso le isole del Gold, delle Perle. Il giorno 
seguente trovarono l'esercito spaglinolo nella Sa 
vanna: era composto di 400 cavalli, 2000 fan! 
roped, 600 indiani, 200 mulatti e 2000 tori da guer- 
ra : il Presidente di Panama in persona 1" coman- 
dava. Morgan fece inoltrare cautamente 200 dei sui 1 
lungo il margine di una palude, mentre il 
filibustieri si avanzava urlando. Ma. nel punto che 
la cavalleria e la mandra dei tori si slancia; 
contro gli assalitori, i 200 pirati imb 
il fuoco. In meno di 2 ore. l'ini 
gnuolo fu disfatto, lasciando 600 morti sul ten 
mentre iosa che sembra incredibile - i filibu- 

ioltanto 2 morti e 2 feriti. Vinta 1 
sistenza delle barricate di Panama, i pirati penetra- 
nella città. Questa da fi a 7 mila case 

di legno di cedro, O n qualche edilìzio in muratura: 

8 • 
samente ricchi e un ospedale: fin dal 1651 era stata 

ta una Università. Morgan, per incutere 
vento ai fac Iti si Spaglinoli che si erano rifu: 
nelle vicine ville, fece a] piccare il fi 
fui 11 del perimetro della città; ma il vento sp 
[ e ù 1 rsoil centrò, e il mattino seguente della 

Panama non restava in piedi altro che la 



'71 



dente (dove si era a 
. due mon oche altre case! Ni Ile rovine 

dell'incendio i filibustieri trovai ntità 

<li oggetti preziosi, e il saccheggio dei 

dinl moltissimo: i 

■ di torture, rivelavano i nascondigli 'li ni 
ricchezze Ma le più grandi erano al sicuro, su 
ravisto nel G Ifo delle Perle, sul quali 

del Re e dei G ver- 

e d'argento ne costituivano la zavorrai 
M catturarlo, ma dovette rinunziarvi 

1 ritomo, trasportando seco una colonna 
di circa i joo ] i i lei quali erano 

• loii! tire indici- 

bili, sotti ime ed timi'1". attraverso le 

palm li e le foreste impenetrabili, senza cibo, in com- 
]< i pirati. Molti si riscattarono con denaro 
M rgan bln-rò finalmente gli altri prima 
di rientrare nel forte di San Lorenzo. Qui fu fatta 
la divisione del bottino, il quale diede occasione a 
tumultuose pri ari persuasi che Morgan 

suoi lidi s i parti del leone. Ma il 

re, pi ma ! "- i recalcitranti gli riprendes- 
,1 mal tolto, <ene fuggì di notte e,.n tutte le sue 
ricchezze, approdò alla Giamaiea. chiese ed ottenne 
in isposa la figlia del Governatore, e divenne un 
l ultissimo, coperto d'onori e capo- 
stipite di una famiglia illustre. 

Panama fu riedificata e pareva che dovesse 
tare nuove e maggiori ricchezze; ma poi sopravven- 
ne la decadenza della Spagna e l'esaurimento delle 
miniere. Impoverita, la città acquistò con la libertà, 
rivoluzione accesa da Bolivar, il triste pri- 
vilegio delle guerre civili. 

1 ' ;< perta delle miniere di California, provo 
cando un gran passaggio di avventurieri per l'istmo, 
le diede un fugace splendore. < >ggi è una vasta ro- 
vina. La I porta i passeggeri sbarcati a Colon, 
che subito si imbarcano di nuovo sul postale, e Pa- 
nama, dopo una breve vitalità, ripiomba nella sua 
sonnolenza 

Anche i pochi lavori del Canale sono una lamen- 
vina Altri filibustieri, non meno rapaci di 
quelli del 1670. hann< izionisti del 

canale. L'ultima stima dei lavori, compresa la con- 
no il tulio a 35 milioni di dollari. 
L'n .r.uden abbandonato nelle trin- 

. le liani travate di ferro che la 

non ha corrose; le alluvioni hanno abbai- 
le dighe e i terrapieni. Sono passati pochi anni 
fiali. ì e dei lavoi nei cimiteri 

che perai 

mpars e croci piantate sulle migliaia di 
ri cinesi falciati dalle febbri 
Morgan, il filibustiere, offriva almeno il 
1 alle pali 'ili speculatori di Nuova 

1 ave 
mai affrontato la malaria dell'istmi I 
1 ure la affrontar n ulalori francesi che ab- 

bandonavano operai e intraprenditori senza pane e 
-•hinino, più ni del pane. 

include il Molli : « fu più o- 
n an • Mi rg in ! ». 



LA LETTURA 

I balocchi e la loro origine 



1 la un art. di Petrus Durel, nella Noui'elle Rame, 15 d 

All'esposizione universale di Parigi due sole fu- 
rono le domande p dai fabbricanti di ba- 
locchi; oggi, all'esposizion 

di trastullo per i bambini, tenuta a Parigi, si con- 
tano 273 partecipanti. Questa classe di industriali 
far sua la sentenza di Leibnitz : Gli uomini 
non dimostrarono mai tanta sagacità quanto nella 

invenzione dei giuochi ». 

Anticamente, al tempo di Roma, si seppellivano 
i bambini coi balocchi che avevai a diver- 

tirli: questi, ritrovati oggi ri ri, hanni fatto 

conosi i'i quali erano i passatempi dei bambini, e 
il principe di Biscari, archeologo catanese vissuto 
nel secolo passato, li descrisse nel suo Ragiona- 
mento sopra gli antichi ornamenti e trastulli dei 
bambini. 

Gli antichi fabbricavano piccoli balocchi di le- 
gno o di terra coita, come si rileva da alcuni aned- 
doti riferiti dagli storici. Un giorno Lisimaco, vo- 
lendo spaventare un amico, gli gettò sul mantello 
uno scorpione di legno dipinto; Callistrato scolpì 
una formica in un pezzetto d'avorio; Aristotile, in 
tempi ancora più antichi, c'insegna che già cono- 
1 i balocchi automatici. Svetonio dice di Au- 
gusto che abbandonò l'equitazione e la schei ma, 
dopo la guerra civile, e si mise a giocare alla palla 
ed al pallone. Muzio Scevola, Alessandro Severo, 
Mecenate e Cesare erano molti destri alla palla. 
Le strenne, a Roma, erano associate alla prima- 
vera: si distribuivano quando cominciavano a spun- 
tare le foglie degli alberi. Fanciulli e fiori erano 
celebrati ad un tempo. I bali «-chi distribuiti come 
strenne consistevano in uccelli, lepri, serpenti, ca- 
valli, muli, tartarughe, scimmie, ed altri animali di 
terra cotta, e in minuscoli servizi e addobbi dome- 
stici della stessa materia. Molto in voga era il si- 
stro, formato di fili di ferro penetranti in quattro 
buchi successivi praticati in un pezzo di legno a 
foggia di forca. 

Camulogeno, scrittore perito combattendo nel 
52 a. ('.. nel suo libro intitolato Passeggiate at- 
traverso la Roma d'Augusto descrive i fanciulli in- 
tenti ai loro giuochi con le noci : alcuni s'ingegna- 

di farle entrare, scagliandole da lontano, 
stretto collo di un'anfora; altri di abbattere allo 
stesso modo un castelletto di noci, altri a farn : 
dere una dall'alto di una tavoletta inclinata dinanzi 
a una fila di altre noci. ecc. I fanciulli più grandi 
giocavano ai soldati ed ai giudici. 

Tra i Greci i fanciulli giocavano a cavalcare sulle 
canne. U Urania era il giuoco del padani. i_ 
[ppodameia, di cui parla Pausania, aveva un ba- 
locco consistente in un letticciuolo da bambola Una 
bellissima bambola fu trovata nel s del- 

l'imi' Maria, figlia di Stilicene e moglie di 

rio. Quel mulinello di li inali i ragazzi 

ppdiie. ,no uno stridulo minore il giovedì e il ve- 
nerdì santo fu inventato, dicono, da quell'Archita 
a cui dobbiamo l'invenzione della vite e della pu- 
lii- erano molto comuni ed a buon 



DALLE RIVISTI 



'7- 1 



mercato, come si rileva da un passaggio di Ai 
fare. Apollonio, discej 

balocco che Venere promise ali 'Am in i che i 
l'infanzia di Girne: una sfera formata di cerchi 
d'oro che si piegano e girano intorno agli altri. An- 
che tra i Greci il giuoco della palla era molto in 
onore, come si desume da Omero. 

Venendo a tempi più vicini, un monaco, il cele- 
bre Bacone, inventò uno dei più celebri balocchi : 
la lanterna magica. Facendo esperienze sulla na- 
tura delle ombre, studiando la loro estensione e la 
loro decrescenza, egli ideò questo strumento ottico ; 
il quale, con lo smisurato ingrossamento delle im- 
magini degli oggetti, fu causa che l'inventore fosse 
considerato come un mago. Queste voci arrivarono 
fino al papa Clemente IV, il quale ordinò a Bacone 
di venire a Roma per giustificarsi. Egli venne in- 
fatti, e spiegò tanto bene l'innocente suo strumen- 
to, che il Papa lo raccomandò a tutto il clero. Più 
tardi un gesuita, il padre Kircher, perfezionò l'in- 
venzione del monaco inglese. 

Durante il medio-evo, le più celebri fabbriche 
di balocchi furono quelle degli ebanisti del Limou- 
sin, degli scultori del Jura e dei meccanici di No- 
rimberga. La Germania ha serbato il mi 
dei soldatini di piombo: la fabbrica Heinrichsen 
occupava, poco tempo addietro, 800 operai ed r> 
peraie, con una produzione di 100 mila soldati al 
giorno, rappresentanti il capitale di un milione di 
marchi l'anno. A Limoges, in Francia, c'erano, sul 
finire del Trecento, i maestri dell'arte del bimbelot 
che divenne più tardi il bibelot, e deriverebbe dal- 
l'italiano bambo o bimbo. La parola jouet apparve 
più tardi nella lingua francese. Tutti gli olij 
scolpiti nell'avorio, al tempo delle strenne, veniva- 
no in gran parte da Limoges ; da Norimberga quelli 
di bosso. Gli arabi di Spagna erano molto esperti 
nella fabbricazione di piccoli cigni i cui movimenti 
erano diretti a volontà: questi balocchi furono il 
primo passo verso i fantocci, i quali ebbero gran 
voga a Parigi nella metà del Settecento. Il giuoco 
dei birilli risale al secolo XII ; quello del palla- 
maglio e del bìlbnquet furoreggiarono sotto En- 
rico III. Il bigliardo fu sostituito al pallamaglio. 
che implicava troppe esigenze: Luigi XIV, i si- 
gnori di Venderne, di Villeroy e di Grammont vi 
si distinsero. 

Tra i più recenti balocchi per fanciulli, quelli 
che fecero maggior fortuna, l'anno scorso, a Parigi, 
furono il lustratore «li stivali, il signore che sa- 
luta, inventato dal figlio di Rochefort : il falcia- 
tore, la lotta tra l'Inglese e il Boero, ecc. Una sta- 
tistica del 1857 ci apprende che i fabbricanti e i 
lavoranti di balocchi parigini salivano a 2162, e 
che la produzione rappresentava un valore di fran- 
chi 3,661.000. 

C'è oggi a Parigi una Camera sindacale dei fab- 
bricanti di balocchi, composta di circa 200 membri ; 
ma soltanto le maggiori fabbriche vi sono rappresen- 
tate. Ce n'è molte di più a Parigi e in Francia, vi 
sto che questa nazione esporta ogni anno per 34 
milioni di balocchi. Oggi, come in altri tempi, il ba- 
locco che tiene il primo posto, è la bambola 



Ii'apte assira 



(Da un articolo di Latouche-Tréville nella Revue del 
15 dicembre . 

1 direttori della Rivai Institution di Londra si 
sono resi benemeriti degli studi archeologici 1 

tido eseguire non solo le fotografie, ma anche 
i calchi dei tesori artistici assiri tornati alla 

igli scavi 1 
1 tyard, del (Cassarti, del LÓftus, 1 .1 di 

Assar che [uesti dotti hanno fatti . ebbe, in 

tempi remotissimi, un'importanza che non ebben 
nessuna delle sue rivali. Sede d'un impero che pa- 
reva dovesse pesare eternamente sui destini umani 
e che. durante un lungo periodo di tirannie, sch 
ciò realmente il mondo, questa orgogliosa città ave- 




Sennacherib. 

va talmente perduto ogni splendore fin dal VII 51 
colo a. ( da re nel più do obblìo e da 

seppellirsi sotto le sue propi 

so dinanzi al luogo dove essa . non 

ne fece nessuna menzione. A Magno vi si 

rendo di calpestare il su \ ano 

1 pala imitava, ma non vi 

■ della loro esisti nza Roma 
vi fondi, una colonia 01 nza che i suoi le- 

gionari sapessero che cosa vi 
Cancellata da tutte le meri 1 , Ninive dom 
in silenzi le sue macere, ma ciò 

stesso, sottratta ai saccheggi degli Arabi. Di lei re- 
stava soltanto un nome, la cui stessa ortografia 
incerta. Q ; I ayard la I 

polcro, vi fu un movimento di ammirazione in ti 
il mi ile: agli inv-hi stupefatti appan 

templi, pala/.- . I della guerra e d 

pace, centinaia di testimonianze della grandezza di 



'?' 



LA LETI I RA 



quel pianto nella 

[si . ai . giato 

teli. 

\i no, grazie all'esame 'li 



ornai. i ed urlata; sulle spalle cade una specie di 
cappa 'li magnifico lavi ro. Il re p"rta la tiara e tie- 
ne in mano l'arco mistico che, 'li regno in regno, 
era tramandati - ato: dono — i 




Leone alato con testa d'uomo. 



iti ruderi, rischiarate di nuova luce. Si è po- 

• abilire la parentela tra l'arte 

iiieia e greca, parimela ili cui nessuno può 

li dubitare e che mette i monumenti assiri come 



vano — della dea delle battaglie. Istar. Le braccia 
del re sono nude e coperte da braccialetti; l'atteg- 
giamento della figura rivela l'autorità di colui che 
portava il titolo di « Padre del popolo d'Assiria •. 




Leone che serviva come unità <h peso. 



dell'architi ttura I 

Usuri ; ìi 
temuti monarchi. >■ 
doppia | tzione di 

gli i imamenti relativi ai- 
all'altra ! I I 



La statua di Assurbanipal è anche designata o 1 
ne li Sardanapalo: rappresenta il re cane ap- 
parve ai sudditi nella m : in cui si compì la 

rovina di Xinive. Egli porta II costume di gUl 
ed ha la fronte cinta del diadema tempestato di pie- 
in pn zìi - . la \ stringe il nde 



DALLE RIVISTE 



I 



I / 



lino ai ginocchi, lasciando scoperte le gambe attorno 
alle quali si allacciano dei nastri. Una cintura di 
stoffa circonda la vita ; la mano destra rial/ala chiu- 
de il pomo d'una spada leggera : la posa è piut- 







r.a^t* 




La scena del giardino nel palazzo d' Assurbanipal. 

tosto graziosa. Assurbanipal , gran guerriero di- 
nanzi ai nemici, era un principe effeminato quando 
si dedicava ai piaceri della vita 'li palazzo. L'arte 
e la letteratura lo sedussero: a Ninive si fece co- 
struire un edifizio (il palazzo nord di Kuyungik) 

La Lettura. 



dove riunì le più belle opere di scultura assira e 
gli splendidi tributi di Tiro, dell'] 
nella biblioteca stavano ventimila ta sulle 

quali erano scritti gli annali del regno, dalla ( 
/ione ilei mondo e dal Diluvio, con la copia degli 
inni, dei poemi e delle epopee, quali la Discesa di 
[star all'inferno e la Leggenda d'Istubai x ai 
non mancavano le opere d'astronomia, 'li zoologia, 
', catalogai di animali, di uccelli e di p 

l'iena di espressione è anche la statuetta della mo- 
glie di Sardanapalo: la regi] <:i d'una Vi 
lunga, ma meno ornata che non quella del re; con 




Sardanapalo. 

la destra porta alle labbra una coppa che era proba- 
bilmente d'oro. Ma la « scena del giardino » ha un 
interesse speciale, perché e una dell'- rare sculture 
assire che diano indicazioni sulla vita privata dei 
sovrani. Il giardino è un vero paradiso orientale 
pieno di fiori rarissimi ; il re è sci 

e il letto d'avorio sul piale ripi 
con arte squisita. In faccia a lui, siili 
sta la regina, riccamente orti 
Intorno, i servitori, gli eunuchi reggenti gr. 
tagli e un citaredo che suona il suo strumento. 
Tra le sculture simboliche è 
■ con testa d'uomo. Layard, nella ra su 

Ninive, racconta che restò spesso in contempla: 
dinanzi a questo emblema n : testa u- 

12 



dà .ili 



LA LETTI 



'animale l ne della potenza iti- 

li corpo leonino significa la foi 

: 




La regina, moglie 'li Sardanapalo. 

I pensiero e la volontà divina. Queste ligure, 
Lrdiane alle porte dei templi, par- 

avano quasi ai sacrifizi, e ricordavano ili età 
in età le cerimonie itenevano i popoli som- 

messi con la potenza del terrore e della comma 
sacra. 



Gli occhiali di Bismarek 



I; ili Breslavia, prof. Ermanno 

Cohn, pubblica nella Berliner Klinische Wocken- 
tchrift un interessante studio, dal quale si rileva 
che Bismarek • l'uomo dallo sguardo d'aquila « 
[li \iiti nio de 

Werner, in un suo articolo: > il i rincipe Bismarek 
e l'arte », aveva ra della guerra 

fr.ir . he cominciò a far supporre al dotto 

oculista che Bismarek I I 

mi prima a WVrnrr e poi al principe 

Eri rck. E i |uest'ultimo i isp se con una 

diffu <rra che il suo giuri 

ivani anni, d'una ottima, acutissi 



ma vista e soltanto in età .li anni quarantaqual 
trovandi si ali ' /enne a scoprire che. munito 

d'una ricava, gli riesciva "li tirar meglio. Per 

da allora, in campagna, sia in carrozza, sia a 
cavallo e sia andando a piedi, portava sempre 
- 1 chiali ; in città ne l ai sol- 

tanto nel Pai lamenti i o in numeri «a I a e\ a 

uso d'un occhialino e della vecchia forma, in cui 
una lente s'incastra nell'altra, Bismai iava 

fare ì sui i occhiali con un fusto diverso dal! 
male, in modo riti stessero alquanto più lon 

tane dagli i echi ; e ciò ; erano al- 

quanto protuberanti e, quando l'aria era mossa, 
ri I mente lagrima vano. 

Era questa anzi la seni] ne per la quale, 

.1 sui i p i re, Bismarek doveva poi sovente leg- 
gi re rie' giornali che, in certi da isioi 
menti esimili, egli « aveva pianto ili commozione o. 
Se ne guardava bene! In casa, Bismarek non 
tava mai occhiali, eppure, nelle notti insonni, 

a, per ore ed ore, alla luce '1 una si ila candela, 
anche gli stampati dei più piccoli caratteri. Se 
do (pianin pi.tè determinare il prof. Cohn, Bismarek 
era lievemente miope, come Goethe e Bi 



Il contributo dell'Italia 

al progresso del secolo XIX 



Da un articolo della signora Paola Lombros i-Carrara, nella 
Freie Wort, di Francoforte spM). 

... L'Italia può considerare con un certo orgi 
glio i suii contributi al progresso del secolo scorso, 
mIuuì che debbono tanto più apprezzarsi in- 
qrantochè, dopo le invasioni niche, ella . 

ceva estenuata ed affranta e nella seconda metà del 
secolo le sue migliori forze dovettero spiegarsi per 
la lotta in i ro' dell'indipendenza e dell'unità. 

Già nel primo anno del secolo decimonono Ales- 
sandro Volta rendeva <li pubblica ragione la sua 
seoperta della pila voltaica, ehe, mercè li sue mol- 
teplici applicazioni nella scienza e nelle industrie, 
doveva ben presto creare una vera, completa rivo- 
luzione. Così, l'inglese Morse, partendo dal prin- 
cipio della pila, inventò il telegrafo, i cui fili con- 
giungo iggi i più lontani popoli in una tal 

comunanza d'idee e di sentimenti quale il mondo 
mai prima aveva veduto. Così pure deriva dalla 
scoperta di Volta la luce elettrica, die orinai, espel- 
lendone il gas. illumina le tenebre notturne sia delle 
maggiori l de' miseri abituri, con una luce 

di pieno meriggio; e non è soltanto di grande be- 
neficio agli occhi ma. nelle SUI numerose applica 
/ioni secondarie nelle gestioni tecniche, o rrisponde 

.die più Urgenti leggi dell'igiene e diminuisce i pe- 

\i 111- miniere scavate nelle latebre della terra 

[le costruzioni delle fondamenta de' ponti nella 

ndità lelli ao |ue, I ni si inguibile scintilla i 
mente il lavori i degli uomini, che 
ma erano, tanto di sovente, esposti all'asfiss 
in quell'aria pn sto appestata dalle lampade ad olio 



DALLE RIVISTI 



.1 a petrolio. Le parole scritte e le parole- pn ni 
ciate vengono trasmesse dall'elettricità; i campa 
nelli elettrici rendono sicuro L'esercizio ferroviario, 
annunziano il pericoli del fuoco, difi tdono dai la- 
dri... Anche nella liquefazione de' metalli la pila 
elettrica ha pn stato pure i migliori servizi, ha \ 
il metallo più resistente, il platino, e, con la 
vano-plastica, ha reso l'arte accessibile anche alla 
più povera gente. Si può anzi dire che li 
fi ndamentali nell'elettricità si no dovute a degli tà 
liuni. Antonio Pacinotti , un modesto professore di 
tisica, pubblicava nel 1S75. in un giornale di Pisa. 
la sua teoria delle trasformazioni della forza 1 
trica in meccanica, in luce e calore e forniva la di- 
mostrazione della sua tei ria, costruendo di sua ma- 
no il primo congegno eleUricodinamico. Oggi la dì- 
namo è la più poderosa sorgente di forze, mercè la 
(piale si muovono, quasi trastullandosi, le masse più 
pesanti, sieno gme gigantesche, enormi cannoni di 
1 cra/zate , immensi telescopi d'osservatori, carroz 
zi l'i di trams e di ferrovie.... 

(dire ciò, nel 18S0, l'italiano Galileo Ferraris 
faceva la grande scoperta del trasporto della forza 
elettrica. Prima di lui l'energia elettrica, nel suo 
trasporto dalle sorgenti a grandi distanze, perdeva 
tanto d'intensità che il vantaggio del trasporto ne 
veniva posto addirittura in forse Ma, grazie alla 
sua invenzione, la forza delle grandi cadute d'ac- 
qua si lasciano trasportare, senza soverchie per- 
dite, a straordinarie distanze ne' centri industriali. 
ceree, negli ultimi quindici anni, l'hanno già dimo- 
strato i grandi impianti di Terni, di Tivoli, di Pa- 
demo, di Francoforte, di Sèvres, del Xiagara. 

Infine, quasi continuando quelle gloriose tradi- 
zioni, dobbiamo a Guglielmo Marconi di P< legna 
l'insigne applicazione della teoria di Herz alla te- 
legrafia senza filo, probabilmente destinata a sur- 
rogarsi ai presenti nostri telegrafi. 

Xè meno solerte fu l'Italia in altri campi della 
tecnica. Xel 1847 l'italiano Sobrero inventava la 
nitro-glicerina, che, resa innocua nella preparazioni 
dal geniale processo Nobel, non soltanto diventò 
un formidabile mezzo di distruzione e una delle 
1 iù efficaci armi in guerra, ma spiegò anche la sua 
benefica influenza civile nel lavoro delle miniere nei 
traforo de' monti, nella congiunzione de' mari. 

Nelle scienze esatte Francesco Siacci fondo la 
balistica, e diede alla fabbricazione delle armi 
da fuoco una base scientifica. Schiaparelli, il uiù 
popolare tra i viventi astronomi, scoperse le 1 ed 
molte comete e venne in gran fama grazie ai « ca 
nali di Marte » ed altre soluzioni di celesti proble- 
mi. Ma anche nella biologia e nella medicina gli 

italiani raccolsero superbe e ricche messi. E e 

ron l'elettricità aveva dischiuso tutto un nuovo n 1 
do alla scienza, così l'Italia creò anche un nuovo ra 
mo di biologia: l'antropologia criminale e la si • 11 
logia. Per queste il delinquente è un essere anor- 
male, i cui istinti atavistici, ridestati da cagioni 
morbose, quali l'epilessia . la pazzia, l'ale lismo. 
necessariamente lo condannano al delitto Non si 
tratta più di far espiare la colpa d'un individuo 
con delle pene, cui si annette sempre ancora il 



17.) 

n della vi chia vendetta, ma di 1 isanare un 
malato e difendere la società dalla innata sua pi 
1 o I' sita. F. dal delinquente nati era I 

peno li delit | a lale, 1 he si iltanto dà 

gli impulsi estemi, quali la lame, la vendetta, il 

vo esempio o I ducono in fallo e contro 

il quale la società deve difendersi con la sorvi 

"/a ma. soprattutto, COTI l'educazione de' fan- 
ciulli poveri ed abbandonati, col razionale avvia- 
m, ,to dell'emigrazione, eo:i le ] topi/;, . . .,ni di 
lavi ro e cosi via. . . 

Questa nuova scuola, fondata da Cesare Lom 
broso, si conquista in Italia gran seguito mercè Fin- 
Ferri, che, con la sua « so ii I (già criminale », 
ampliò il campo dell'antropologia. Altri celebri 
campioni di questo secolo divennero poi Garofalo 
con la sua a criminologia », Mano co' suoi « carat- 
teri de' delinquenti ». Sighele e in ispecie Ferrerò 
' suoi studi psicologici basati sulle nuove doti rine. 
In breve questa scuola italiana divenne interna- 
tale. 

Ma anche altre grandi so pi rti vennero fa I 1 
gli italiani nella medicina. Ugo Bassi, il cui nome 
rimase quasi ignoto, scoperse nel 1848 la causa del 
calcico de' bozzoli ed anche il mezzo per comi. 
terlo. onde l'Italia potè diventare uno de' più insi- 
gni centri del setificio; | iù ancora: quale precur- 
si io di Pasteur e di Kock riconobbe, durante una 
epidemia di colera, che anche quello, Come tanti al- 
tri morlii, ira causato da micro-organismi, analo- 
ghi a quelli che produoevano il ialino de' bachi e 
perciò, in ugual modo, si poteva combattere con l'i- 
solamento e la disinfczione. 

Xegli anni 1858^860, Paolo Mantegazza, indoi 
tovi dalli vista d'un gallo, nella cui cresta era in- 
nestata una coda di gatto, attese a' suoi studi sul 
l'innesto animale, che diedero il colpo mortale alla 
teoria vitalistica. Un altro italiano. Passini, inventò 
un nuovo un lodo per l'operazione dell'ernia, che 
diventò, con ciò, una delle classiche operazioni chi- 
rurgiche; De Castro trovò l'operazione dell'ascesso 
del fegato e nel 1860 mio padre, dopo faticosi studi, 
assai meno noti di quelli intorno all'antropologia 
criminale. Scoperse l'origine della pellagra nel gì a 

none guasto. lutine, recentemente, Sanarelli - 
perse il bacillo della febbre gialla e il mezzo pei 

annientarlo. 

Nella filosofia, nella socioL ella storia. 

nella filologia pure l'Italia stampò le le del suo 

genio. A lei appartiene Carlo Cattaneo, grande so 
ioli . rico fra quanti ne vanti la moderna 

Europa, spirito chiaro ed eclettico... Suo contem- 
poraneo era Paolo Marzi lo. suoi « ne 
menti storici della parola » l'ondo un nuovi 

d'esplorazione della storia, basato sulla filologia. 1 
Altro filologo insigne e in pari m logo è 

l'ani ora viventi Graziadii Ascoli, che deli rminò 
l'antica parentela delle lingue ariane, semitiche 
zingaresche e l'unità di tutte le lingue- Ialine e dei 

dialetti. In 1 norando riconi 
meriti l'Inghilterra, or sono m nt'anni. gli offi 
la cattedra d'Oxford. E' pure tra i vivi lo Spencer 
d'Italia, Roberto Ardigò, il fi n della morale 



i8o 



LA 11 [TURA 



i e della quale scienza positiva, 

il prii i r. munti- italiani • St 

laro e Achille Loria, che, ritornando al co 

la teoria dell'influenza delle ira- 
jli studi si 
fama europea. In italiani'. Panizzi, or 
a del « British Musi uni •, 
dell- i Uda, invi 

Ite 'li filari i 

i cappuccini italiani ebbero pei primi I «ione 

ii residui legni 

■ m i» ■ 

La scimmia a tavola 

(I>.i ano studio di Wilhelm Biilsche, nella II oche , del 
gennaio . 

Vosmaer raccontò, a suo tempo, ai 
inondo stupri, gesta dell'orang-utang Fi mi 

nino che il ^o giugno 177'' èra giunto nel serraglio 



del principe d'Orange. Proveniva da Bi meo ma, 
già da un anno, era stato addon - 
del Capo di Buona Speranza. Ne suoi boschi tu 
rivi tturalmente, nudriti te di 

tali e in el celi Lire frutt' del Durian, 

tant" sap into.. . pi://' ileiite . ma nella - 

\ itù ben pn sto si avvezzò alle 1 li 
vi ila e nulla gli piaci \ a più buon arri -ito 1 

buon pesce. Armato di e ili forchetta sene 

trinciava de' grandi pezzi. K se gli si ammanh 
ilelle frag iva alla borra una dopo l'al- 

tra ci 'i la fon itre ri ni l'altra mano teneva 

itti 1. La sua lu-\ ani ita era l'acqua, ma 

feriva il \ un > e spo almente il di ili - Ma I: 
Sturava abilmi 

te da un bicchiere di birra Dopo la 1 1 pu- 

liva le labbra e faceva destramente uso dello stuz- 
zicadenti. E dire che qi Iemali appaiteneva 
alla famiglia di quegli orang : cui, sino ai- 
lora, si < r.i patl.ui> soltanto rome ili veri mi 
più grandi degli uomini e immensamente robusti, rhe 




< .1 inseparabili. 



DALLE RIVIS l I 



|Si 




L'orang-utang. 



irrompevano dalle foreste correndo sulle gambe an- 
teriori, e, co' tronchi nodosi, bastonavano a morte 
gli uomini e rapivano le donne. 

Persino al Dajak , all' indigeno di Borneo , cui 
l'orang è, a così dire, un vicino di casa, il gran sci- 
noli, dall'irsuto vello rosso, è ancora sempre come un 
essere soprannaturale. Il a Maias ». com'egli lo chia- 
ma, è, per lui, un in uno stregato. Chi ne uccide uno 
viene terribilmente punito dall'Ignoto. Sul monte 
Kedang, in alto in alto, è la reggia d'Urmaia, il re 
delle scimmie. Tratto tratto egli esce dalla sua ca- 
verna. Ma al chiaro di luna tutta « la Corte » ir- 
rompe. Sbucano primi i cinghiali, poi gli orsi neri 
e finalmente centinaia di giganteschi orangs e, 
sotto la loro scorta fedele, a solenni passi ini 
finalmente il vecchio rajà degli scimi : e tutta la 
compagnia scorrazza per le solitarie foreste vergini 
dell'isola. Così raccontavano i cacciatori, cui erto 
non difetta il coraggio, al professore Emilio Se- 
lenica quando, assieme alla sua valorosa moglie (la 
nota apostolessa della pace), visitò Borneo e ne ri- 



ò non soltanto delle rilevanti ni :ii ni i ii ntifiche, 
ma anche l'inspirazione per il bellissimo libro: 
Mondi soleggiati. 

Al i-i i't' d'un vecchio orang-utang sì 
prende come siano nate queste leggende. Il giovane 
e specialmente il giovanissimo è tutt'altro ''hi- fanta- 
smagorico: è semplicemente comico. Ma il vecchio! 
Le sue braccia, in confronto del corpo, hanno qual- 
cosa del polipo. In tutti i movimenti sono li- brac- 
he, in contrasto con le corte gambe e con la 
tonda testa, sembrano avere la parte dirìgente. Il 
lo corpo a tamburo si muove soltanto, come una 
specie di goffa appendice, quando le braccia 
gitano. L'occhio è straordinario. Nessun altro oc 
chio, né di animale né d'uomo, pi i al- 

l'oochio dell'orang. Ne' maschi «li alcuni- specie cre- 
sce poi Un certo orribile tumore sulle mandibole 
che dà a tutto il volto un carattere mostruoso e in 
questo mascherone scintillano gli occhi con tutta l'a- 
cutezza satanica del « cattivo occhio ». 

Ito diverso però questo tipo del muso del- 



[82 



LA LETTURA 



cimp -ni' i '. 

l'i n 

d'un lui ultimi Mi 

li, ili cui i grandi 

['] ruiva d'un 

■ j più caldo dell'attuale, vivi I i in 

i.i . in Svezia . dell ■ ìmtnii . 

simili le ilio scimp altre più al 

1 /èva anche nell'In- 
ello, indigi no nel con 
linei abitatori 

■ li di 

Venii rti • è, d'altronde, pi r questi « uo 

mini ili li nifii -i . in mal 

uomo, utang, il b ui utenza ili 

e. L'interesse, che gì ui mini i ivolgono .1 que 
sti es rio di l radui ii vivi, n« 

maggior nun 1 logici. Da 

ura "'.'> poi azione ili 
Ma soltanto un ben piccolo numi 1 
giui | lido lontano! E su questo strani 



mercato la domanda ormai tanto più forte del 
inquantoch ai giardini zoologici d'Euro- 
pa -1 uniscono adesso, nell'ambizione del 1 
quelli degli Stati Uniti. 

L'i rang-utang, agile, 1 e robusto, non si la- 

l ligliare, dagli indigeni di Boi r: 

con lai ame e 1 >n la 1 ti che gli si im] ongi 
udì lo sull'albero in cui si trova 1 ul 

I 1 iai n l'unica 1 evanila che \ iene mess 

sua disposizii me. Ma, fatto pi un ; 

naie si abitu alle usanz ■ umane 

le a tavola, beve dalla scodella, mangia col 
chiaio. Certo, nella sua selvaggia esistenza, v'ei 
■ 1 le' In -. i germi di cultura i . ini atti, non 
tanto egli fa uso d'armi: di tronchi d'albero, clu 
agita come spai eie, e d gn ;si m .• 1 e di 

l mila spini «e, che geti a con e >u suoi pei 

secutóri, ma sa prepararsi addirittura una lotta, in 
tutte le regole, sulla vetta degli alberi. Comi 
unnr 1 1 aia 'I gì io di foglie, e altre larghi 

lie gli 1 unni le veci di le izuol 1 e Nei 







DALLE RIY1S1 



[83 




Beatitudine. 



Muse<.> berlinese di storia naturale v'è uno ili que- 
sti letti dell'orang-utang. Selenica lo ha portato «la 
Bi rn< . Le foglie sono appassite, ma vi si vede an- 
cora tutta la costruzione, diremo quasi artistica, e 
cui occorse una « mano »: quella stessa mano elu- 
sa servirsi poi del coltello e della forchi 
ntiii t - 

Ciò ehe rendono i teatri francesi 

Il visconte Giorgio d'Avenel, studiando il mec- 
canismo della vita moderna nella lieviti des deux 
mondes, si occupa del teatro, degli autori, del pub- 
blico, e di alcune curiose notizie. Vi sono opere 
teatrali che, quantunque cadute nel domili!' pub- 
blico, vanno ancora soggette ai diritti di proprietà 
letteraria: i proventi che se ne ricavano servoro 
impinguare la cassa di Si Corso della Società degli 
autori francesi. Così Mi li re nudo sette mila 



annate buone. L'ann 
ritti percepiti da quella Società fu di .5.740.000: 
nel 1855 era stato di 1.300,000. I diritti di una 
mata salgono a 120.000 franchi alle \ 
a 160,000 al Ytii" < 185,000 

S Martin, e vanno in una sola tasca - 

i 1 durante ui • alla 300 

rappresentazione La media delle còmmi 
sentate ogni anno è di 700 : se ni 
250 a 300 ; di una ventina si ricorda il titolo 1 anno 

taurini. Alla Commedia 
Francese la media serale è di 5000 (ranchi ; se un 
lavoi frutta almeno 3800 è soppi 

che non copre le spese. All'i ' 

pò di lui vengono Wagro r, M 

, Mi - Mollili. ! ' 

ncassi: il Ca 
650,000 franchi. l'Olimpia 900,000. le Folies 
, 1.300,000. 



' s l 



LA il IM RA 



ha Corona ferrea 



(Da un artici,» di Adolfo Venturi, nella Nuova Anto- 
del i gennaio . 

/•', m : fu eh amata una corona di Mi i 
il secolo XIII nell'opera De regimine principe at- 
tribuita a San Ti mmaso < nella cronaca ili Rolanr 
dino ' ' >'i"i >tu detta quella di Acqui- 

sgrana, ,'1 aurea quella <li Roma I i era 

ferrea li U'italico 
lira del dominio imperiale; i Papi ponevano 
sul i i ; |ui -t'ultima, dopo che essi 

a\ev I, due prime. Ma quando Errico VI 

volle incoronarsi con la corona ili Monza, questa 
u, ai si trovava più nella Basilica: i signori della 
Torre l'ai gno. Furono invano mi- 

riuniche dal Cardinale legato e dal 
I ino pontificio, e invano Errico VI, giunto 



candosi dalla sua Corte, corse all'altare maggiore 
.1 Sant'Ambrogio e se la cinse da sé, esclamando: 
Dio me l'ha ilala, furiar a chi la tocca. La toccò la 
Sani llleanza, che la diede a Ferdinando I. Mei 
is.i, la corona andò in esilio a Vienna, e rimpa 
nel t866, dopo la pan- con l'Austria. Vittorio K- 
manuele, nel riceverla, disse alla Commissione ili 
patriotti veneti che glie la recarono: « Signori, la 
corona ili fera viene pure restituita in questo gior- 
no solenne all'Italia ; ma a questa corona io ante- 
pongo quella, a me più cara, fatta con l'amore «lei 
popoli ». 

Queste le \ ìcende della o «rona ; ma quando giun- 
se essa alla Basilica ili Monza? Favola è il rac- 
conto di fìalvaneo della Fiamma, secondo il quale 
Massimiano imperatore, abdicando, lasciò il dia- 
dema ai Milanesi perchè i re con esso fregiati dalle 
loro mani, fossero subito riconosciuti re di tutta 
l'Italia. Alcuni storici del secolo XIV e XV fecero 
derivare la corona da Pipino e da Carlomagno, e 




Collare trovato a Kazan 
riprodotto dal Bayer. 



SMS^iS*^'* 



Corona ferrea 
nell'incisione data dal Bayer. 






a Milano, bandì l'ordine che fosse restituita: egli 
dovei rsi d'un'altra corona, lavoro del regio 

Orafo Lamio de' Senni. 

li 'Tona impegnata e nascosta Iti riscattata da 
• • Visconti; ma, infuriando in Monza le la 
zioni guelfe e ghibelline, quattro canonici la si ttei 
ranmo, giurando di palesare il nascondiglio solo in 
punì" di liliale. Uno di essi, ammalatosi nel i.S-'l 

remi, rive lo il sego t. , 
all'ai ' M I in Ucardo, il quale fece dis- 

seppellire la corona e la mandò ad Avignone. 1 
Monz otte ' I -,• loro resi imita ; tra- 

Sport '■Mini,, nella basilica amili' Stana, servì 

all'incori' : Sigismondo d'Ungheria; poi 

Roma fregiò la fronte di Federico 111. 

' arto V, rispondendo ai Monzesi di 

noni o a correr dietro alle corone, ma «lì vi 

d'ersi ro, la ricevi tte dalli- mani di • Ile 

■ VII. Fntro allora in is ina la corona che dal 

lo XVI in poi fu delta ferrei; l'antica, ornata 
dia sommità, dilla quali si , parlalo fi 
non servi pie. M i 1 o rchio usato in uà 

. die si do irlo d'un 

d'oro incastonato di | . i le. Venne 
ardi la volta di Napoleone I, il quale. 



alcuni moderni hanno seguito la loro opinione; ma 

questa ipotesi della derivazione carolingia non ha 
alcun appoggio nei fatti, ed è solo avvalorata da 
un documento falso. Un'altra ipotesi, -uggì ma al 
Ligonio da scrittori milanesi, riporta la corona al 
li mpo di Teodolinda, con una certa verosimiglianza 
pei i doni che ' illesi a regina lascio alla Basilica di 
San Giovanni di Monza, da lei fondata; ma tale 
verosimiglianza diede luogo a congetture audaci, 
a strane suixTstizioni e alla leggenda che la corona 
fosse il reliquiario d'un chiodo della croce del Re 
dentore, Sant'Ambrogio, nella orazione funebre 1 1 i 

I ■ di e O, disse eh,- Sant'F.lena cercò i chiodi 
quali fu Crocefisso il Signore, e li trovò: con uno 
.li essi lo,- lare un diadema e lo mandò al B§ 
Costantino. Per poter riferire questo racconto alla 
e, nnia di Monza, si volle che essa fosse recata da 
Teodosio e Onorii in Italia, dove sarchile pas 

in in,, ,li conquista, ai re longobardi, o che I 
donata da Foca ad Agilulfo, ,, che (osse tolta da 
S.ini.i Sofia per Costantino Tiberio, il quale l'a- 
vrebbe -• lata al papa Gì che , a Mia 
. l'avrebbe in.nn lata a l'end 'Inula. Non valse 

re ' In- d togliere da Sai 'e con 'in- di 

dicate a Dio era un sacrilegio, né v.ds,- il silenzio 



DALLE RIVISTE 



[85 



delle lettere di Gregorio a Teodolinda, ne valsero 
tanti altri argomenti contrari a distruggere que- 
sta leggenda. Un'allusione al significato della co- 
rona corse prima della fine del seo do XVI ; essa 
attesta l'ignoranza assoluta che si ebbe della sacra 
reliquia, che pure doveva ricordare al mondo il 
fatto della redenzione; poiché, a proposito del dia- 
dema che si credeva la contenesse, il vescovo di Co- 
stanza disse che, come il ferro doma tutti i metalli, 
così l'Imperatore, col valore delle armi italiane e 
principalmente dei Milanesi, avrebbe domato tutte 
le altre nazioni ; ma i Milanesi, invidiosi dell'onore 
di Monza, sfregiarono la corona, chiamandola di 
paglia, per dire che erano essi forti e ferrei, non i 
borghigiani monzesi. 

In origine, la corona di Monza non fu ne un cer- 
chio per incoronazioni, né una corona votiva. Non 
fu un cerchio per incoronazioni, perchè tanto pic- 
cola da non coprire la testa a un fanciullo ; tanto 
che più tardi, per renderla adatta a questo scopo, 
dovette essere, come si è detto, ampliata con un cer- 
chio concentrico. Essa non corrisponde a nessuno dei 
tipi classici e bizantini, tanto che alcuni vollero 
crederla una corona votiva appesa con catenella 
innanzi a un altare di San Giovanni. Ma il modo 
nel quale è formata e la mancanza degli appicca- 
gnoli 'impediscono di accettare simile ipotesi. Con- 
frontando la corona ferrea con quelle votive, le 
quali hanno un gran diametro e la fascia circolare 
molto alta e mancante di articolazioni (mentre nella 
monzese la fascia è composta di sei lamine riu- 
nite da cerniere dentro alle quali passa uno spillone 
d'ore), si deve escludere che sia una corona votiva. 

Essa non può essere altro che un torquis, un col- 
lare. L'uso dei torques era comune ai tempi romani : 
li portavano le donne e gli uomini, i soldati e i bar- 
bari, ed anche gli stessi vescovi. Le dimensioni della 
corona ferrea corrispondono con quelle d'altri tor- 
ques sparsi nei musei d'Europa ; il suo diametro 
di 15 cent., è lo stesso dei torques trovati in Isviz- 
zera e di pochi millimetri superiore al collare del 
museo di Monaco; né l'altezza di quasi 5 cent, può 
dirsi enorme, non sorpassando quella dei colletti 
moderni. L'articolazione delle lamine, come esclude 
che la corona ferrea servisse a circondare il capo 
e che fosse un ex-voto, si spiega benissimo con que- 
sta ipotesi, giacché per cingere il collo con un og- 
getto metallico tanto grande e non elastico, la ne 
sita delle cerniere è evidente. Il torquis ha nell'orlo 
inferiore 54 forellini distribuiti a due a due, per i 
quali passavano fili d'oro sostenenti perle, gocce 
d'ametista e fusetti, come nelle collane a lamina 
gemmata dell' imperatrice Arianna ; costume che 
durò lungo tempo e che si riscontra persino nella 
collana a cerniere dell' imperatrice Irene , sulla 
pala d'oro in San Marco, a Venezia. Quando venne 
meno l'uso del torquis di Monza, ossia quando l'or- 
namento personale fu donato alla chiesa, affinchè le 
lastre non formassero un insieme spezzato, fu messo 
loro internamente un vecchio cerchio di ferro che 
doveva saldarle in forma tonda. Questo cerchio fu 
tratto da altro oggetto, probabilmente da un va- 
sellaio che esso cingeva ; infatti ha sette fori inu- 



tili, bastando gli altri avelli che rin- 

forzano il monile. 

Quanta all'origine, basta ossi 1 caratteri 

del torquis di Monza ]<-r escludere che 
nesse al l'oreficeria del secolo IX. come \ogIi,, no il 
Barbier, il de Montault, il Kondakoff e il M 
nier. Essa somiglia moltissimo a due collari trovati 
a Kazan, in Russia, lungo la strada maestra delle 
invasioni. TI Bayer, che li illustrò nel 1736, vide il 
riscontro di essi con la a ro 1, e li chiamò 

corone, nonostante la lori piccolezza, come il tor- 
quis di Monza tu detto corona parva in un antico 
inventario della Basilica. Questi due collari trovati 
sotterra pressi Kazan, sulle rive del Volga, rischia- 
rano improvvisamente la storia della corona ferrea 
In tutta la Scizia, dal Mar Nero agli Urali, s'i 
il costume di cingere il collo e d'attorniare li brac- 
cia di cerchi d'oro, secondo l'uso orientale. I Greci, 
che vivevano in frequenti rapporti con gli Sciti, li 
aiutarono a modificare i modelli assiri e persiani in 
ellenici. Invece delle teste di belve, dei leoni aco 
sciati, dei grifi alati, l'arte classica dette i bei fiori, 
le belle rose della corona e i begli smalti. Sul suolo 
della Scizia, al limitare dell'Oriente, si era formata 
un'arte che le orde barbariche sopraggiunte racco! 
sero, svilupparono e sparsero nell'Occidente I 1 I 
discendendo nel III secolo dalla strada maestra 
delle invasioni verso il Mar Nero, s'impadronirono 
del nostro torquis, simile agli altri due. che al p 
sar della furia barbarica furono sepolti sulle rive 
del Volga. Lo tolsero forse dal collo d'una regina 
scitao lo strapparono dal corpo di un vinto re. ( li 1; 
servato nella nobile tenda d'un capo, passato ai suoi 
iliscendenti ed eredi, ornò probabilmente la bella 
e pia Teodolinda, la quale, venuto meno l'uso di ve 
stire i defunti con gli ornamenti che pi rtarono in 
vita, offerse a Dio, morendo, come esprime la for 
mola del suo Evangelario, ciò che le era stato do 
rato da Dio. Come Luitprando offri all'altare di 
San Pietro in Roma il suo cinturone e la sua spada. 
Teodolinda diede a quello di San Giovanni di Mon- 
za gli ornamenta muliebra, il torquis splendido, 
l'aureo pettine e il dono augurale della gallina coi 
pulcini d'oro. 

■ < MI» i 

Ita produzione del eapbon fossile 

Un corrispondente ila Londra comunica a! Siedi 
,!i i'.o 1 1 alcuni cifre circa pri duzione del cai 
bon tossii-. Nel 1900 la produzione totale di qui 
combustibile nel mondo fu ili tonnellate 757 milii : 
Sono in tesi 1 a questa produzione tre paesi : In 

gli tterra, SI iti Uniti ,1 \i 1 a e 1 lei man a chi 

si li detteri 616 milioni di 1 Ila poi 

1 \n-tiia. l'Ungheria, la Francia, 

Ile complessivamente produssero 111 milioni ih 
e: 22 milioni e mezzo 'li tonnellate s 
prodotte da cinque altri 1 ili anad 

Giappone, l'India, la Nuova Galles del Sud e la 
ni. Il resto è' ,1 11- da altri pai - . ne suno dei 
quali, ad di l'Africa del Sud, ■■-•trai' dar 
suolo piti di un milione ili t ellate alla 

Quanto al consumo di ! carbone minerale, si ri 

in ai - ' >i"' Nel 1883, 1 ' 

do Intel imai 1 no 184 nuli' mi di tonni 

late: nel 1900 se ne sono bruì iati più di 700 noi oni 



IN. 



LA 1.1 I I l RA 



Un cavo sottomarino 



dei conduttori isolati per scoprire e ripa- 
rare immediatamente i difetti. 



(Dalla «' . WeU . 

dopo quindici anni ili tecnica, un cavo 
pianta per così 'lire giuocando. S 
ndo la tempesta solleva le onde sbatti 
qua e la u.i\r e cavo, l'impianto del cavo è anche 
ifncile. In temp i\ ano ben 

Quando Werner Siemens, sedici anni 
ralle stabilire con mezzi meccanici me 
sviluppati un cavo sottomarin 
maro nave portante il cavo andasse a picco. 



< >jmi cavo ha per conduttore elettrico una fune 
ili lìli ili rana- (sette) che ne costituiscono l'anima. 
I! conduttore si circondadi guttaperca, kautschuk, 
piombo, ecc. Fabbricato il cavo, bisogna naturai- 
menti rio ad una prova accurata p 

tare che il rivi sia buono e sia in 

la penetrazione dell'umidità nell'interno. Infin 
ste il tutto ili una armatura ili filo ili terr< 
altro, e il cavo è pronto per essere deposto in m 

I ' nave destinata a portarlo deve esseri 




La partenza della nave. 



M l'esperienza | i frutti. Oramai si sa- 

rtare un cavi i e 
il iara solido che anche oggi, 

dopo quindici anni, tiene il ni 

tutti i pn igressi della tec- 
richied gran 
molta cura. 11 cavo deve venir giù daU 

è arri iti ilato inti imo ad un coni 
senza interruzione di sorta. Ogni 
pi. ria un gra 
tinua ad andare ancora un poco, non potendo 

ntinùamenb 
i.i massima cura regolare la velocità della navi 
• ■ dello s i basi i pi f indite 

delle n avvenga che si maini: 

ip.p|i.i cavo, né che questo sia l ■ sul fon- 

do. Ain hi sempre le pn 



tutto di grande tonnellaggio e munita deg 
rc-vlii pel carico <• la de] del cavo, la .piale 

i ffettuata per via ili congegni precisi e sicuri 
che regolano l'immersione con precisione. 

L'articolo della Weite Welt è accompagnato da 
illustrazioni ili cui alcune sono qui ripro- 
dotte. Si tratta ili fotografie presi- durante l'im- 
pianto ili un cavo tra il continente euro] \ 
merica. La prima rappresenta la poppa della nave 
al momento della partenza. Una seconda rappre- 
senta il cavo all'arrivo sulla costa ove viene l 
da gran numero ili pi r» ne 1 1 ste su diversi barche e 
zattere. Quando si è arrivati a toccare la terra, hi 
un letto pel cavo che dall'acqua vie- 
ne- sulla spiaggia e deve andare a finire, natural- 
te, nella Cable-housi l rza illustrazione rap- 
ita appunto lo scavo ili questo 







Il cavo è tiralo a terra. 




Il « letto » pel cavo sulla costa. 



UH 



IfS? 



LA LETTURA 



La Corea 



[Da un articolo di 1 mesto von Hesse Wartegg, nella ri- 

■i litui AV.i Ushefte . 

alla guerra del i S«> } tra Giappone e ("ma. 
sto regno giain'.c press, a poco quanto 
la i ìran Bn lagna e pi >p< lati da otti d eci mi 
lioni di abitanti, incapace «li vita autonoma, era 
di' influenza inglese. Da principio il 
Giappone voleva soltanto sottrarre la Corea 
influenza n indipendente; ma suo 

■ nuli si ili i la Cerea, ina 
anche parte della Manciuria. L'intervento della Gei 
mania, della : l Ha Russia impedì che il 

Giappot l'intento, serbando la Man- 

ciuria ai Cinesi e l'indipendenz apparente 

1 una e 'ine l'altra terra sono 

destinate .1 divenire tosti •■ tardi possessi russi. 

La Corea, del resto, è premio la cui conquista 
giustificherebbe sacrifizi anche grandissimi. 

j.a terra nalmente fertili . si bbi ih- i ( '< 

reani siano ben lontani dal trarne tutti i frutti che 
potrebbero. Amministrato coi nostri metodi occi- 
dentali, il p. 1 : di una prosperità infini- 
tamente maggiore, e questo sarebbe certamente av- 
venuto ila gran tempo se la Corea (esse stata co- 
nosciuta dagli Europei. Ma sino al 1880 circa quel 
regno fu completamente precluso agli stranieri: nes- 
suno poteva entrarvi; chi l'avesse tentato sarebbe 
andato incontro a morte certa. Xel 1865 il padre 
del re presente fece trucidare nel modo più orribile 
nari francesi e duemila indigeni convertiti 
al cristianesimo. lidia penisola non si conoscevano 
se non le coste, e queste non erano molto attraenti. 
L'autore dell'articolo, la prima volta che approdò 



n^'f 






W w ] 'à 






■■ vivi 


S 




ffl 












HHv ^JP 








Il re di Corea. 



'ne di 



sulla terra coreana da una nave giapp' tem- 

po della guerra con la Cina, fu stupito dalla deso- 
lazione della costa, spoglia di case e di vegetazioni, 
nuda e deserta. 



Ma non sempre fu così. Nei secoli andati il po- 
polo coreano fu civile, non inferiore al cinese. I 
Giapponesi hanno .ip] reso dai loro vicini cureani 
molte delle arti loro più importanti) la stampa, la 
fabbricazione della porcellana e della carta, ecc. 
Tra la Cina, la Corea ed il Giappone inti rcedevano 
vive e costanti comunicazioni marittime e commer- 
ciali, tinche l'invasione della bellicosa razza man- 
ina in Cina mise termine a questa prosperità. Le 
schiere audaci, condotte dagli antenati degli attuali 
governanti della Cina, conquistarono l'Impero di 
\1 ' . 1- ii Re 'he dominava allora sulla Corea, te- 
memi. > ugual sorte dC si;-, paese, non si contentò 
di cingere il su., regno, lungo il contine mancese, 
di un muraglia che era coinè un'edizione mi- 

glia della Cina, ma volle an- 
che .In- al confine stesso, su una stns.-ia di terra 
larga molti chilometri, si facesse il deserto radendo 






DALLE RIVISTE 



al suolo città e villaggi e traendo via gli abitanti. 
Oltre a ciò si distrussero tutti gli abitati lungo le 
coste, e questi provvedimenti furono mantenuti se- 



T89 

Il re attuale del paese è uom< • '• U>le. completa- 
mente (luminato, sino alla guerra, dalle mi gli, a 
gli eunuchi, dai preti e dai mandarini, che lo tene- 




Porta occidentale di Seul e case della città. 




Nel ministero delle finanze. 



veramente sino una ventina d'anni or sono. La Co- 
rea fu, con queste misure di isolamento, salvata da 
qualsiasi invasione ; ma per oonverso il popolo, op- 
presso e sfruttato da mandarini rapaci, retrocesse 
in uno stato di barbarie. 



vano in uno stato di isolamento assoluto, n riti 
Provincie erano mal governate dalla nobiltà. I man 
danni non potevano tenere un governo più di 
anni : e in quel breve periodo rubavano a man salva 
per sé e per gli amici, pel presente e per l'avvenire. 



l'I' 



LA LETTURA 



l'i : , il popolo, misi to, non si cui 

i i : .11 he i'i" .'il" 
chin . i ]vn> at,> dove> ani ■ poi essere 

rubate dal pi tente? Pei nobili, il lavi 

-.1 indegna Li vìe i rano in uno stati 

. lue giorni eli distanza dalli 
rivano i porti l'Estri mo < • 

iasi iare 'I suo pa 
i 88 i fu i" rmi ssi ■ agli F un pei 'li ri- 
ir pari i del n 



L'i re che ^ apitale Seul, dice che sino 

m tem] eri i templi, né 

riè teatri, i alberghi, né inumi- 

le vie, ii ■ acquedotti, né Pognatun . 
menti-: la città era un ammasso 'li capanne orri 
bili ra un. po' consii 

voice la muraglia che i i ne impedisce 

l'espansii n 1 - pi rte si chiudpno al tramonto e si 
aprono all'alba. La m tte nessuno può uscire. 

induce al palazzo reale é Gancheg 
ruzii ni che l'autore, vedendi le, aveva 
Ile reali. Erano i ministeri! Entra 
H Waj ■ i minisi ri fìanchegi 

dai loro impiegati, se, in i unente '-"1 cappello 
la pi] a in bocca. Se quei rispettabili fun- 
zionari debbono sci nza abbandonare la pipa 
pn ndono il p racciam sulla carta stesa 
al suolo i caratteri cinesi, poiché la lingua ufficiale 
della ' rea i il cinese. 

I mandarini e gli ufficiali non vanno mai a piedi. 
Andare a piedi per uno di quei signori sarchile ta 

quanto lo sarebbe per un ufficiale eu- 
ire scalzo per la strada. 

II corteo di un generale coreano merita d'essei 
viste Pri raldi recanti in cima a lun- 
ghe aste dui tavole su ui critto: « Pare », e 
« Lasciate libero il passo » Seguono: un impu 

lo in mezzo alla strada, reca una borsa 
■Imitici biglietti ili visita del ge- 
nerale; una guardia del corpo di dodici uomini ar- 
di fucili, comandati da due sotto-ufficiali e ac- 
pagnati da due tri mbetl eri ; e . in mezzo ad 
il generale a cavallo d'un pieci,, ,„ n ey, e as- 
o da un palafreniere che tiene il cavallo a 
maini e un altro chi i '•' me dell'ec- 

celso signore per ricéverne gli ordini. 



In pochi paesi le donne sono cesi poco conside- 
1 '■ i l ivorano da mattina a ni tte 




Coreana in abito da strada. 

avanzata, mentre gli uomini oziano. Sono vere schia 

ve, relegate nelle stanze più remote, isolate 
giunta, perché trattami poco con gli uomini, ed anzi 
le sorelle non possono trattare affatto coi fratelli. 
Tutto questo, per altro, col tempo muterà. Già 
i Giapponesi, nel breve periodo di tempo che res 

Sera praticamente il paese do] 

del giovine re. seppero spingere la Corea sulla via 
della modernità, ed i Russi continuano ora alacre- 
mente l'opera loro. Seul ha fatto progressi enormi; 

• mmerCJO è aumentato; lo Stato non ha | iù i li- 
biti, anzi |" ssiede fondi cu cui potrà provvedere 
i ferri vie, poste, telegrafi. Il re ha un palazzo i 
cente e il Governo anche. 

Ma Giappone e Russia si contendono la supre 
mazia sul ugno riformato, e la sua sorte probabil- 
mente non sarà doisa senza gravi lotte. 










I il ma del re di ('orca. 



DALLE RIVISTI 



IQl 



Iie bizzarre forme 

de' fioeehi di neve 



Da uno studio di Schenkling 

Gai li n i. 



Prevot, nel Haus-Hq) 



La formazione della neve si basa sulla 

tri corpi nel mo 



La neve non è pertanto che del vapore acqueo, 
gelato in una data forma, Ogni fiocco di neve, 
che cade, forma un corpo chiuso in sé stesso, mia 
figura regolare e leggiadra, più o meno complicata 
e costituita da una grande quantità di piccoli cri- 
stalli a forma d'ago. 

l'i r pianto però si sottopongano a | aziente disa- 
mina questi cristalli sempre vi si troverà prevalente 
la stessa idra, sempre la stessa forma fondamentale: 
Questa forma .'• il si i ed appai ni cdo 




' & 






. 


















mento in cui dallo stato liquido passano a quello 
solido. Ed è la legge della cristallizzazione, questa 
attività misteriosa e magica , che improvvisa , in 
ir.en che non si dica, la sua creazione e manifesta 
tutta la sua influenza nell'aria imeni ile. Onesta 
legge, che mira quasi esclusivamente a delle I 
diritte, impone alla parcella vaporosa dell'aria di 
assumere, congelandosi, una determinata forma. 
Quando ciò è avvenuto i nuovi corpicini cadono: 
nevica ! 



le espressioni della cristallografia, al sisti 

ad asse unica o ad asse triplice. Per ren- 
ili ni facilmente intelligibile, caro lettore, qui >to vo 
cabolo tecnico, ti 

congiungi gli angoli delle figure con tre linee dii 
correnti attraverso il punto centrale. In questo pun 
tu configgi j" mi" spillo, che formerà la-M- prin- 
pale mentre le tre linee diritte formeranno le i 
secondarie. Cosi, senza saperlo, hai fatto tanto une 
Studio '-rista: quanto uno studio della 



IQ2 



LA 1.1. Il 



i.i figura forma la base ili rutti i 
cristalli nevosi (Ili svariatissimi modi cori cui però 
i cristalli od aghi di ghiaccia, sottilissimi e spesso 
distinguibili soltanto .il microscopio, si formano e 
sformano lung ridane, danno alla pie- 

varia assai, ma sempre 
. nuno può fare 
l'inverno del 1845-46, per esempio, il cuoco di Corte, 
1- rat"-< - l<< 'li 1 Dresda, non 

meno di iu» varie torme ili cristalli ili neve e l'in- 
resby, or mt'anni, ne scoperse nel 

Mar Glaciale un numero anche maggiore. 

stalli della neve, in una dal •■■ non 

si >n<> mai — questo è certo — identici l'uno all'al- 
Certo è i*.-r.'>. d'altro canto, che scino simili, 
onde se ne trac la conseguei condizi .ni del- 

l'aria d<! prevalentemente unifor- 

mi in quelle date nevicate. E poiché è positivo che, 



nto della» u mperatura, anche 
dei fiocchi ili neve si mutano, sembra provato che 
il grado ili calore esercita una e 
sulla loro formazione. Quali altri fattori — oltre 
il contenuto di vapore, il grado ili calore e la mobi- 
lità dell'aria — sieno in giuoco, difficilmente può 
dirsi ; certo anche l'elettricità v'ha la sua parte. 
Dobbiamo, d'altronde, distinguere i fiocchi di 
dai cristalli di neve. 1 primi formano la mag- 
gioranza perchè i metalli, liquefacendosi alla su] 
fide, si appendono o s'intrecciano gli uni agli altri. 
Perciò quando il freddo è poco intenso, ved 
dei fiocchi di neve anche della grandezza d'un uovo 
di colombo, mentre, quando il freddo è più rigo- 
roso, vediamo de' singoli e staccati cristalli di 1 
molto asciutti e bene delineati, che cadono 
lentamente, aggirandosi su sé stessi e ci colpiscono 
in volto come acuti spilli... 






m&&^r<^~ 






GIUSEPPE GIACOSA, Direttore. 



Milai - Tip. 'lei della Sera. 



Galluzzi Giovanni, j, r <r,ntc responsabile. 



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Un fanciullo eroe 



(Traduzione di ROBERTO FAVA) 



i. allora undici anni all'indica. 
Nel mese ili luglio ebbi da' miei genitori il per- 
uidai .1 ['.issare un po' ili tempo presso il 

nnstro parente T. W , in un villaggio vicino a 

a. 
Trovai in quella rasa una cinquantina d'invitati... 
■ ntai. ma forse erano anche 'li più. Si fa- 
colà una vita allegra e rumori sa. Pareva una 
i senza fine. Probabilmente il nostro ospite si 
proposto ili dar fondo il più presto possibile a 
tutta la sua immensa sostanza: e vi riuscì, poiché 
non . ni tempo che se n'era andato sin l'ul- 

timo solilo. Ail ogni istante giungevano nuovi fore- 
stieri. Mosca era vicinissima, talché quelli che par- 
tivano non facevano che lasciare il posto ad altri 
invitati e le feste si seguivano senza interruzione. 
Ogni giorno erano nuovi divertimenti: escursioni a 
cavallo nei dintorni, passeggiate pei boschi e lungo 
i fiumi, partite di caccia, pranzi sui prati e cene sul- 
la grande terrazza della casa, la quale era circon- 
da una triplice fila di piante di fiori preziosi, che 
impregnavano l'aria della notte dei loro acuti pro- 
fumi. Le signore, che per la più parte erano belle, 
acquistavano anco maggior fascino dalla luce abba- 
gliante della terrazza, coi loro volti eccitati dagli 
nimenti della giornata, coi loro occhi scintil- 
lanti. S'udivano parole scherzevoli frammiste a risa 
'ine. si ballava, si suonava, si cantava. Quando 
il cielo si oscurava e si faceva minaccioso, si forma- 
vano quadri viventi, si scioglievano sciarade ed enig- 
mi e si rappn si stavano persino | riduzioni teatrali. 
Alcuni declamavano, altri raccontavano storielle ed 
anedd A i d'i igni sorta. 

Fra gli ospiti ve n'erano alami che attiravano su 
'■■ tutti. Naturalmente non manca- 
vano ne le calunnie né le esagerazioni, poiché senza 
>e il mondi > i i ti re, mi n 

milioni d'uomini come le mosche. Sii 
nmi avevo allora che undici anni e la mia atti -n. 
era attratta da tutt'altre cose, non osservavo minu- 
iianto accadeva e, se anche osservavo qual- 
che o sa, non \ edevo tutto. Solo più tardi ho riflet- 
ti! qui I ti mpi i non mi po' èva far 
hi I: parte risplendente del quadro — 
dorè, quel ru- 
more, tutte queste ciwe, ch'io sino allora non li- 
mai . mi stordirono talmi i b 
-prnii giorni mi sentii del tutto e la mia 
pili-. ■ 

Ma o ra i nti • tutto coi - i di \\\\ fai 

lo di undici anni: e senza dubbio io era allora un 



fanciullo, null'altro che un fanciullo. Molte di quelle 
signore, accarezzandomi, non pensavano neppure a 
tener conto della mia età. Cosa strana però! Un 
• ito sentimento che io stesso non riuscivo a com- 
prendere sera impadronito di me: qualche cosa di 
nuovo sino allora incominciò ad agitarmi il cuore, 
il quale perciò batteva sovente come in preda a 
terrore, mentre il volto si copriva d'un subito ros- 
- ire. Talora mi vergognavo e mi sentivo offeso dei 
privilegi che mi si accordavano per la mia età fan- 
ciullesca. Altre volte rimanevo come su rdito e mi 
nascondevo in qualche luogo, dove nessuno potesse 
scorgermi, per rimettermi e per richiamare alla me- 
moria qualche cosa che mi pareva di aver rammen- 
tato benissimo sino a quell'istante ma che m'era sfug- 
gito d'improvviso dalla mente. Altre volte ancora mi 
pareva di nascondere qualche cosa agli occhi di tutti 
e per nessuna cosa al mondo avrei voluto dirne una 
sola parola, perchè essendo un piccolo fanciullo ne 
avrei avuto vergogna sino alle lagrime. In breve 
giunsi a sentirmi come in una specie di solitudine, 
in mezzo al rumore che mi circondava. Eranvi altri 
fanciulli, ma tutti erano o più piccoli o più grandi 
ili me: d'altra l'arte, non li desideravo. Certo è che 
non mi sarebbe accaduto ciò che mi accadde, se a- 
vessi avuto colà dei compagni di giuoco della mia 
età. 

Agli occhi di tutte quelle belle signore, io era an- 
cora un piccolo essere impersonale, con cui ama- 
vano qualche volta d'intrattenersi e con cui si po- 
teva giuncare, come si usa con un bamboccio, Spe- 
cialmente una di esse, una bionda incantevole, 
una ricca e folta capigliatura quale non avevo mai 
veduto e liliale non ■ ', più. pareva avesse giu- 

rato di non lasciarmi in pace. Il riso provocato dalle 
sue monellerie la rallegrava: io invece ne rimanevo 
impacciato e confuso. In collegio, le compagne l'a- 
vranno chiamata certamente « la mariuola ». Era 
maravigliosamente bella e nella sua bellezza eravi 
qualche cosa che risaltava agli occhi al primo ve- 
derla. Naturalmente .essa non aveva nulla di comune 

con quelle bionde piccole, timide, molli come la 
piuma. Non era di statura molto alta, né di grossa 
corporatura, ma aveva lineamenti fini di un d 
gni ' mai - - i nella sua figura qua 

che ti faceva l'impressione del luccicare dei 

lampi: tutto in lei era fuOCO e vaia. 1 suoi occhi pa- 

o mandare scintille: risplendevano come dia- 
manti. A nessun prezzo avrei cambiato quegli splen- 
didi occhi azzurri con altri neri, fossero pure più 
neri dei più neri occhi delle andaluse. La mia bion- 



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I N I ANI II I 1.' i EROI 



da poi lo porsi a pari di quelle brune 

,-.\\ì-. valente pittore, il quale ha 

j^ì ti r.i t . • m-' -i che sarebbe pronto a rom 

|htsì il collo pur che gli si permettesse 'li to 

del 'In" li 
giungere che sebbene la mia bella lussi- maritata 
nque anni, pareva la più allegra ili tutte i 
,u.. riso da pazrarel i era a u ne una 

ribina. Quando rideva, le sue labbra parevano 
una l che ha dischiuso appena il bocciuolc 

. purpureo, esalante soavi profumi, al primo 
che è irrorata ancora ili fresche 
rugiada. 
Mi rio rdo che il giorno appresso alla mia venuta 
si rappresentò una commedia. La sala era piena, 
non v'era neppure >ui posto vuoto, io aveva ritar- 
dato e dovetti star in piedi. La commedia era al- 
legra e m'interessava. Mi Feci più dappresso al pai- 
o e senza accorgermene mi spinsi fino alle 
prime file, dove mi fermai presso alla sedia di una 
signora. Fra la mia bionda, cui però non conoscevo 
ancora. E caddi in estasi alla vista delle sue spalie 
maravigli* se, rotonde, incantevolmente belle, piene 
me una cascata di neve, sebbene allora 
avrebbe dovuto essermi del tutto indifferente il guar- 
dare di una bella donna o il cappello guer- 
nito di nastri rossi ohe copriva i capelli grigi di una 
riama venerabile seduta in prima fila. Vicino alla 
mia bionda stava una ragazza matura, una di quelle 
che, come ebbi occasione di. osservare più tardi, si 
pongono d'ordinario presso a donne giovani e belie, 
perchè attorno a queste suole aggrupparsi la gio- 
ventù. 

Ma ciò non importa. La ragazza, appena si fu 
accorta ch'io osservavo la sua vicina, si volse a que- 
sta e sorridendo le sussurrò alcune parole alt'oiec- 
chio. La bella bionda guardò tosto dalla mia pare, 
e nella semi-oscurità della sala, lo ricordo co-ri'.- se 

■ adesso, i suoi occhi mi fulminarono, sì ch'io 
tremai quasi spaventato. Quella maravigliosa ciea- 
tura sorrise. 

— Ti piace la commedia? — mi chiese essa con 
aria tra maliziosa e canzonatoria. 

— Sì, — risposi guardandola con una ammira- 
rli" probabilmente le faceva piacere. 

M . tal in piedi? Ti stancherai. Non 

uno, - io ris|«isi, incantato niù della 
premura ch'ella si prendeva per me che de' suoi or> 
intillanti. Sentivo una vera felicità d'aver fi- 
nalmente trovato un'anima buona, con cui poter di- 
le mie pene. 
1 1 la ogni parte, ma tutte le 

-paté — aggiunsi poscia, come ramma- 
■ 'ni con lei di non poter trovare un posto. 

— Vieni qui disse con vivacità la bella si 

sempre pronta a dare esecuz 
ad i : pass asse pel capo. N 

qui e siedi sulle ni a aia ! 

ripetei io sorpreso. 
H i detto che i privilegi che mi si aco 'rilavano 
per riguardo alla mia età fanciullesca incomincia- 

■ ad offendermi e f .unente vergognare. 






Ma quella signora, per ridersi di me, mi prodi 
tali privilegi ancor più ostensibilmente che le altre. 
< due di questo, io che a casa era stato sempre un 

//<> timido e ritroso, incominciavo a farmi 
ci.iio al coiii.uto ili tutte quelle signore e fui pi 
ila una mal dissimulata stizza alla proposta lattami 
dalla bionda dama. 

— Sì, sulle ginocchia ! Perchè non vuoi si 
sulle mie ginocchia? — continuò ella con ostina- 
zione i a ridi re sempre piii forte. Sa Iddio 
perchè rideva '. Rideva forse della sua idea o della 
mia stizza? Lo ignoro!... 

Io arrossii e, nel mio smarrimento, mi diedi a 
care collo sguardo un lui go dove naso ndi rmi 

mi prevenne. Senza che me n'a . mi 

prese per una mano, sì ch'io non potevo più fuggire, 
e me la strinse fra le su. dita ardenti e tiranniche e 
incominciò a torcermela producendomi un dolore 
così acuto, ch'io fui costretto a piegarmi nel modo 
più ridicolo e a raccogliere tutte le mie forze per 
non mettermi a gridare. Facendo questo io mi sen- 
tivo confuso, stizzito, persino spaventato. Non po- 
tevo capacitarmi come esistano simili dame strambe 
che — Dio sa il perchè — si divertono a dire a dei 
ragazzi, e ancora in presenza di tutti, sciocchezze di 
tal genere e a torcere loro le mani. 11 mio volto espri- 
meva probabilmente tutto il risentimento che mi 
bolliva nell'animo, poiché la strana signora rideva 
come una pazza e mi dava dei pizzicotti e mi rom- 
peva le mie povere dita. Essa non capiva più nella 
pelle dal piacere di essere riescita a fare una mr ind- 
iata, a far stizzire un povero ragazzo e a prendersi 
gioco di lui, per quanto era in suo potere, natural- 
mente. 

La mia condizione era delle più deplorevoli. Da 
principio mi sentivo vergognato perchè tutti si erano 
voltati verso di noi, alcuni maravigliati, altri ri- 
dendo, giacche avevano subito compreso che la lidia 
dama ne aveva fatto una delle sue. Ma nello si 
tempo mi veniva da gridare forti perchè essa mi 
stringeva le dita furiosamente, quasi si fosse ap- 
punto proposta di tanni strillare. Io però mi si 
zavo di sopportale d dolore con sti icismo spanano, 
temendo che le mie grida producessero panico nei 
presenti e disturbassero la rappresentazii ne. Ad un 
dato ni' un ut. i mi sentii preso da vera disperazione 
e incominciai a lottare con tutte le forze colla mia 
persecutrice per liberarmi dalle sue mani ; ma i ssa 
era molto più forte di me. Finalmente non pi 
più trattenermi ed emisi un grido Era questo lin- 
eila aspettava. Mi lasciò tosto libere le mani i 
voltò come se nulla fosse acca ito, i mi non fi 
stata lei, ma qualcun altro, a tormentarmi. Il suo 
contegno somigliava a quello di uno scolaro che, 
profittando del momento in cui il maestro gli v 
le spalle, distribuisce pizzio Iti piccoli 

boli, dà un colpo di gomito al vie-ino ed ha già 
ripreso la posizione dell'alunno diligente, curvo sul 
libro ;i studiare la lezione, quando il maestro, ii- 
• rumore, si vi Ita infuriato. 

Per mia Sorte, pero, in quel momento l'attenzione 

ili tutti era attratta dalla recitazione magistrale del 
pite, che rappresentava la parte principale 




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l \ I ANI III LO El 



urli una commedia |ualunque 'li 

!>e. 
Tutti applaudivano ed I mó 

nell'angolo più ascoso della 
dietro ad una colonna, guardavo con un senso quasi 
■ li spavento il punto d duta la strana si- 

mi imi. iva seni] 
il fa alle labbra. E seguitò :i lungo a cei 

carni sguardi scrutatori per tutti gli angoli: 

<-\ idi i le rincn i i stupida 

lotta fi sse termin ito e pi nsa 

..lira pazzarella 
( !osì incominciammo a o ini i la qui Ila i ra 

m mi lasciò più in pace. 
Mi perseguitava, mi martoriava, mi tirani 

i.i misura e senza alcuna compassione. 
Mi ( uesto tiro birbone: ili mostrarsi inna- 

morata pazza 'li me per mettermi in ridicolo. Ciò 
naturalmente mi stizziva e mj faceva arrabbiare sino 
a piangerne. Talvolta la mia situazione era rosi di- 
sperata, che mi veniva voglia di battermi colla mia 
scaltra adoratrice. 11 mio ingenuo imbarazzo e la 
mia ino vieppiù stuzzicare la bella 

dama a tormentarmi. Era addirittura senza miseri- 
cordia ed io non sapeva come sfuggirle. Il riso che 
scoppiava d'ordinario intorno a noi e ch'essa sa- 
provocare cosi bene, l'incoraggiava a nuove 
pazzie. I*a ultimo i simi scherzi aveano incomin- 
ciato ai 1 eccedere i limiti del convenevole. Come mi 
ira, essa si permetteva troppo con un ra- 
gazzi ti ii com'ero io in quel tempo. 

M i osi era la sua natura. Seppi in seguito che 
era il marito suo che la guastava <, > n soverchie ca- 
rezze — un uomo grasso e tozzo, con una faccia 
i ìsa, gioviale, vivace e, a quanto pareva, ricchis- 
simo. Irrequieto ed occupato come era, non poteva 
fermo più «li due ore al giorno nella villa del 
nostro ospite. Ogni giorno, qualche volta persino 
due volte al giorno, si recava a Mosca, e sempre per 
affari, come egli stesso assicurava. Difficilmente si 
sarebbe trovato un essere più buono di questa figura 
dolce, che t'ispirava confidenza di primo 
acchito Non soltanto amava la moglie sino alla 
pazzia, ma l'adorava comi- un nume. Non le impo 
limiti in nessuna o Essa aveva amici e a- 
miche in gran mimerò: anzitutto, perchè era diru- 
te alcuno che, avvicinandola, non l'amas- 
se; in secondo luogo, perchi quella gaia farfalla 
non era troppo severa nella sciita dei suoi amici, 
<lo il suo i molto ] iiù se- 

rio di quello che si potrebbe supporre dal mio rac- 
conti .. 

le su.- anni lic essa amava e distingueva 

specialmente una giovane signora, sua lontana pa- 

' l'irte, in quei giorni, della 

ra società. Esisteva fra esse un certo tal quale 

lega.: e gentile, uno di quei legami che si 

stringono talvolta quando s'ii di iratteri 

ri, di cui l'uno è più profondo, più 

più puro, mentre l'altro, ni desto i mite, 

■ i del primo e ne subisce con pia 

nel cuore un i ulto pieno 



di soave compiacenza. 1 rapporti reciproci chi 
stabilisci no 1 1 i simili i rio che vi può 

essere 'li più delicato e gentile: amore infiniti 
condiscendenza dall'una parte, an tima dal 

l'altra — una stima che va tant'oltre, da divenire 

limole di comi'. une troppo agli ocelli dell 

raggiunge il suo punto culmi- 
ite nella litania gelosa, febbrile, di accostarsi 
SI mpre più ad esso o Ila mente e i 

Le 'In-- amichi la stessa età, ma eravi 

fra esse una differenza immensa in tutto, 
ciando dall'esterno. Anche la signorina M... 

i '. ma ni Ila sua bellezza eravi qua i che 

la distingueva da tutte le altre belle dame. Era in 
lei qualche cosa che le cattivava irresistibilmente 
la simpatia di tutti, o meglio, che ispirava una sim- 
patia nobile e pura a tutti quanti s'incontra 
lei. Vicino ad essa ognuno si sentiva più calino, più 
libero e più a suo agio, sebbene i suoi grandi occhi 
malinconici e pieni di fuoco e di vita si volgessero 
attorno timidi ed inquieti, come temessero sempre 
qualche ci lile e di minaccioso. Questa stra- 

na apprensione dava talvolta a' suoi lineamenti dolci 
e lini — che rammentavano le immagini delle Ma- 
donne italiane -- l'impronta di uno sconforto - 
profondo, che anche quelli che l'osservavano si 
sentivano presi da un senso di vivo rammarico. In 
quel volto pallido e magro, nella bellezza perfetta 
delle linee pure e regolari, si scorgevano ani 
attraverso al velo di una perenne mestizia, i tratti 
morbidi della fanciulla — lo splendore di una feli- 
cità calma ed ingenua, che qualche anno prima do 
veva aver irradiato quegli occhi pieni di soave in- 
canto. Il sorriso dolce, ma timido e indeciso, che 
errava talvolta sulle sue labbra, t'ispirava, tuo mal- 
grado, una così dolce e viva compassione per quella 
donna, che oramai non v'era più nessuno che non 
(trovasse per essa un sincero e profondo sentimi 
di commiserazione. Con tutto questo, la soave crea- 
tura si mostrava sempre silenziosa e chiusa, sebbene, 
quando si trattava di dolori altrui, nessuno più di 
lei fosse prodigo di attenzioni e di dimostrazioni 
uose. 
Sonvi donne, che nella vita sostengono la parte 
di suore della carità. Ad esse non bisogna nasi 
di re nulla, nulla almeno di ciò che amareggia e ch'- 
addolora il cuore. Chi soffre, può ricorrere ad i sse 

rumato da a i da speranza e senza timore 

di essere respinto, poiché rat i sono quelli che cono 
scono di che amore paziente e senza limili, di che 
pietà affettuosa è capace un cuore dì donna. Te 
ili simpatia, di conforto, di speranza sono nasi 
in questi animi puri. F.ssi sono spésso provati dalla 
sventura, giacché chi molto ama i destino che debba 
molto soffrire, ma celano con cura agli occhi dei 
curiosi le proprie ferite, poiché il dolore profi 

ride ai profani. E non si lasciano spau- 
rire né dalla tenta profonda e purulenta, né dal 
lezzo pestilenziale che questa esala. Chi si avvicina 
a questi esseri, e già degno di loro, che sembrano 
nati ]x-r compiile n, ,l,ili azioni. 

la signora M .... era alta di statura, flessuosa e 

nella. In tutti i suoi movimenti si notavano strane 



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Anno X 



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MALATTIE DEI POLMONI E DEL CUORE 

del Dottor GUIDO SCARPA, specialista 

Direttore della Sezione « Malattie di Petto » nel Policlinico Generale dì Torino. 
Via della Zecca, 57, piano terreno 



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cia. Lire Diie. Mandare vaelia al Giornale delle J)Mnf, Via Po, 1, 
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Preparato con le ricette originali. 
Badare alle falsificazioni. — Esigere sulla boccetta e sulla 
atscoli la nostra inarca depositata. x " 



Non abbiamo succursali. 



NAPOLI, Calata S. Marco, n. 4. 



FERNET-BRANCA 

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I soli che ne posseggono il vero e genuino processo. 



AMARO, TONICO, CORROBORANTE 
DIGESTIVO 

guardarsi dalle innumerevoli contraffazioni 



IV 



UN FANCIULLO l ROE 



anomalie. Ora erano lenti, gravi e solenni, ora frel 
come quelli di una bambina. Nel tempo i- 
i i suoi gesti denotavano una i imis- 

nza difesa, il quale pareva 
non cercasse appoggio ad alcuno. 

Ho già detto che le persecuzioni della mia bionda 
tiranna mi empivano di vergogna e mi facevano 
re sim ■ .1 Ma era.) incora un'altra 

■ ■he mi faceva tremare verga a verga — una 
stupida, che nascondevo a tutti e al 
cui s ero mi sentivo tutto imp ton- 

ili sentimento strano di vergogna e ili paura 
mi 5 a l'animo ed io, silenzioso, andavo a 

.1 rapo chino, in un angolo nascosto 
penetrare gli sguardi scrutatori 
eni 'li scherno < Iella bella bionda dagli occhi 
azzurri. In una parola, io era innamorato. Debbo 
confessare che era una sciocchezza. Alla mia età, 
! ile. Mi perchè, fra tutte le 

persone che mi circondavano, un volto solo attirava 
tutta la mia attenzione? Perchè ini piaceva seguire 
lei sola oillo sguardo, sebbene in quel tempo non 
mi sentivo affatto portato ad ammirare gli occhi 
delle signore e a fare la conoscenza di esse? 

Ciò mi accadeva specialmente la sera, quando il 
tempo piovoso costringeva tutti a stare in sala ed 
lo. nasnsto in un angolo, in mancanza di una 
qualunque distrazione, volgevo gli occhi da tutte 
le parti. Raro avveniva che qualcuno parlasse con 
me, all'infuori della mia ix-rsecutrice. In quelle sere 
io provavo una pena da non dirsi. Guardavo le 
persone che avevo dintorno, ascoltavo i loro di- 
^i, spesse volte senza comprenderne neppure una 
parola, e poi lo sguardo dolce, il sorriso incerto e il 
tei volto della signora M..., Dio sa il perchè, atti- 
ravano tutta la mia attenzione, tutto il mio interes- 
samento, e mi affascinavano. E questa impressione 
strana, indefinibile ma ineffabilmente dolce, non mi 
lasciava più. Passavano sovente ore intere senza 
ch'io potessi togliere lo sguardo da lei. Studiavo 
. ogni suo movimento, tendevo l'orec- 
chio a tutte le vibrazioni della sua voce limpida 
come l'argento e, cosa strana, il risultato delle mie 
nazioni, assieme ad una impressione di dolcez- 
za e di preoccupazione, era una specie di curiosità 
indefinibile. Sentivo di seguire un mistero. 

Mi riescivano molto penosi gli scherzi maligni 
della bionda, quando la signora M. ... era presente. 
Mi pareva che questi scherzi e le persecuzioni co- 
mii-he cui ero fatto segno mi abbassassero. Quando 
poi avevano per effetto uno scoppio di riso generale, 
cui qualche volta prendeva parte anche la signora 
M , io allora, vinto dal dolore, disperato, mi li- 
beravo dalle mani della mia tiranna e fuggivo di 
ti nella mia camera, dove passavo solo il rima- 
nente della giornata, non Tarmi in 
sala. D'altra parte, io stesso non comprendeva che 
1 significassero questa vergogna e questa irrita- 
le da cui ero preso: io era affati lente 
del fenomeno che si svolgeva nel mio interno, l 'olla 
signora M non avevo del ra due parole. 

1, la colpa era soltanto mia. perchè non 1 
ancora pi tuto decidermi a farlo. Ma una sera, dopo 



una giornata ]>er me insoffribile, durante una pas- 
seggiata io era rimasto dietro a tutti ; mi sentivo 

stanco e ini ionio a casa pas- 

sando pel giardino. 

Seduta su una panca, in un viale solitario, trovai 
la signora M.... Era sola. Evidentemente aveva 
cercato a bello studio la solitudine. Teneva il capo 
Curvo sul petto e con una mano stringeva un fazzo- 
letto. Era così immersa ne' suoi pensieri, che non 
s'accorse ch'io me le ero avvicinato. Oliando mi 
scorse, si alzò lesta dalla panca, si volse ed io os- 
servai che si asciugava gli occhi col fazzoletto. Ave- 
va pianto. Dopo essersi asciugate le lagrime, mi 
sorrise e s'avviò meco verso casa. Non mi ricordo 
più di che parlammo: rammento solo che ad ogni 
istante essa renava qualche pretesto per allonta- 
narmi. Ora mi pregava di coglierle un fiore, ora 
di guardare chi passasse a cavallo per un altro viale. 
E appena io mera discostato, essa portava il faz- 
zoletto agli occhi e tergeva le lagrime ribelli, che le 
sgorgavano di continuo dagli occhi e pareva non se 
ne volesse più disseccare la sorgente. Compresi che 
probabilmente l'importunavo, giacché mi allonta- 
nava così spesso. Ma essa pure s'era accorta ch'io 
aveva veduto tutto. Malgrado ciò, la povera signora 
non poteva padroneggiarsi ed io sentivo per lei tan- 
to maggiore compassione. In quel momento io era 
furioso contro me stesso sino alla disperazione, non 
potevo perdonarmi la mia indiscrezione e la mia 
inettezza, ma non sapevo come rimediare senza dar- 
mi a conoscere d'aver (osservato il suo dolore. Le cam- 
minavo perciò silenzioso al fianco. Ero del tutto 
sconcertato e non riuscivo a trovare neppure una 
parola per sostenere a monosillabi la nostra conver- 
sazione. 

Questo incontro mi aveva talmente impressio- 
nato, che per tutta la sera osservai con grande at- 
tenzione, cercando non farmi scorgere, la signora 

M , e non tolsi mai lo sguardo da lei. Ma essa 

mi sorprese due volte nelle mie osservazioni. La se- 
da volta mi sorrise. Fu quella sera l'unica volta 
che le sue labbra si atteggiassero ad un sorriso. La 
tristezza non le era ancora scomparsa dal volto, che 
era pallidissimo. Per tutta la serata si trattenne a 
discorrere con una vecchia signora, maligna e liti- 

1, che nessuno amava in causa - - pi- >- 

naggi e della sua maldicenza, ma che tutti, per lo 
stesso motivo, temevano e cercavano tener buona. 
Vi rso le dieci arrivò il marito della signora M 
Sino allora io l'aveva osservata con molta atten- 
zione, senza mai levare gli occhi dal pallido mio 
volto. All'entrare inatteso di suo marito, la vidi pre- 
sa da un tremito per tutto il coqio e il suo sembiante 
si fece addirittura Inauri' '-ome una ]*-/za di lino. 
Questo fatto non passò inosservato neppure agli 
altri. Udii da una parte un dialogo interrotto, dal 
quale compresi che la povera signora M.... era in- 
felicissima Si diceva che il marito di lei era geloso 
.. ino un aralm, non perchè le volesse bene, ma 
puro egoismo. Era un uomo di mondo, un tìgli" del 

lo. c-on idei- nuove di cui andava orgogl 
Era alto e forte, con capelli e mustacchi neri, una 
faccia piena e incantata di sé, denti bianchi con 



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D' \ di un cai a l 

imavano [''astuto. 

ìociali certi 
uomini che si soni degli al- 

he non vogliono far nulla e che, appunto in 
in cui vivi I pi sto del 

re un gomitolo di grasso. Molte volte li sentii 
mze imbarazzanti e sfa 
voli, che hanno li ; . ni m ]m>s- 

uparsi ili nulla, talché non è gradevole 
aver Soni fras ip crite e ridicole, 

le hanno som re in 1 l ''al- 

tra parte, taluni ili questi burloni - che non pos- 
tar lavoro perchè non ne hanno mai cer- 
i a far cn-i lcn- a tutti che al 
• del cuore non hanno un gomitolo ili grasso, 
ma, come si dice in gì nere, qualche cosa ili ■ multo 
profondo »: — chi- sia poi questo qualche cosa, 
non dirlo, naturalmente per educazione, 

pure il miglior chirurgo. Questi signori nascono 
■ tendenza a mettere in ridicolo ogni cosa nel 
modi -"lano, a ci in< lannare senza esaminare, 

a disprezzare alte/. tutto quanto cade sotto 

i loro occhi. Non avendo altra occupazione che quella 
«li osservare le debolezze e gli errori ilei loro simili 
e di gridarli ai quattro venti e non avendo da lot- 
tare col etti in-, riescono faci 1 niente, usando certe pre- 
cauzioni, ad aver nel mondo. Essi sono 
gli altri uomini esistono solo per lavo- 
rare in loro vece, che tutti, all'infuori delle loro ri- 
spettabili | ersi ne, non sono che babbei e semplicio- 
ni. A sentir loro, gli altri sono come gli aranci o le 
spugne, che si possono spremere a piacere. Dapper- 
i > padroni della situazione e se 
un ordine così perfetto regola l'universo, ciò si deve 
solo, secondo loro, al fatto ch'essi sono così saggi e 
pieni ili carattere. Nella loro smisurata super- 
bia non ammettono ch'essi pure hanno dei difetti, 
hanno grande rassomiglianza con quel genere 
di bricconi, d'ipocriti e di Falstaff, pei quali l'in- 
• divenuto una seconda natura, sì che credono 
esser cosa necessaria ch'essi vivano unicamente per 
commettere scempiaggini e furfanterie. Ed hanno 
fatto tanto per convincere gli altri ch'essi sono uo- 
mini giusti, che finiscono per credere essi stessi di 
essere rei lantuomini e per ritenere sul se- 
ne le lori ate vanno messe in conto d; 
azioni oneste. Questi farabutti non hanno coscienza 
e non giungono mai a trovarsi nella situazione de- 
licata di pensar male di sé stessi. Innanzi a tutto 
la loro aurea persona, il Molccco, il Baal, il 
loro prezioso « To ». Tutta la natura, tutto il ninn- 
ilo non è per essi che uno specchio immenso, maravi- 
glioso, fatto apposta perchi essi vi ammirino la loro 
propria i tro a sé nessuno né 
nulla: ciò spiega perch m i . non vede nel 
mondo nulla di buono né di Lello. Per ogni i 
hanno pronta una frase e - ciò I irò ha un 
valore immenso la frase più moderna. Essi stessi 
contribuiscono molto a rendere di moda una tal 
urarle il successo, la vanno 
za alcun motivo, a tutti gli angoli di 
strada. 



.nio per comprendere 
una illuda e |ht darsi l'aria d'averla 

stessi inventata Hanno alla mano una intera | ro\ 
vista di trasi quando vogliono esprimere profonda 
simpatia per qualche impresa umanitaria. Sono trop- 
po poco colti per riconoscere il vero in una forma 
irregolare, imperfetta o transitoria, e respingono 
tutto ciò elle non e pi ino •■ alla [xirtata della 
intelligenza. Ognuno di essi è un uomo ben nul i 
che ha passato tutta la vita fra i piaceri e non sa 
elle cosa sia il bisogno. Sono uomini che, non a 
do mai fatto nulla, non sanno quanto sia difficile il 
compiere un'impresa qualsiasi: per questo cons 
ratio come un delitto che qualcuno, nel tumulto della 
\ ita, osi toccare in qualche modo il loro grasso « Ioi. 
Un simile peccato non lo perdonano mai: vi pen- 
sano di continuo ed ;■ per loro una voluttà il vendi- 
carsene. In una parola, un uomo di tal fatta non è 
che un sacco immenso, gonfiato oltre misura e pieno 
di sentenze, di frasi alla moda e di aforismi d'ogni 
maniera e d'ogni qualità. 

Del resto, il signor M... aveva pure le sue spe- 
ciali originalità ed era un nomo ammirevole. Par- 
lava molto e sapeva narrar bene, talché raccoglieva 
sempre intorno a sé un circolo di ascoltatori. Quella 
si ra era riuscito in modo speciale ad impressionare. 
Dominava la conversazione. Era allegro, ben di- 
sposto, e attirava l'attenzione di tutti. La signora 
M — invece pareva un'inferma. Il suo volto aveva 
un'impressione di sì profonda tristezza, che mi sem- 
brava che ad ogni istante le lagrime dovessero scen- 
derle dalle ciglia. Tutte queste cose, rome ho già 
detto, m'impressionavano molto e mi empivano di 
stupore. M'allontanai dalla sala colla sensazione d< 
una strana curiosità e per tutta la notte sognai il si- 
gnor M...., sebbene prima assai di rado avessi a- 
vuto dei brutti sogni. 

Il mattino seguente fui chiamato a studiare al- 
cuni quadri viventi, ai quali dovevo io pure pn nder 
parte. La rappresentazione di essi e di una comme- 
dia, dopo cui si sarebbe ballato, doveva aver luogo 
cinque giorni dopo, in di una festa do- 

mestica, dell'onomastico cioè della figlia minore del 
nostro ospite. A quella festa improvvisata dove- 
vano venire da MÒS a e dalle ville circonvicine circa 
un centinaio di nuovi invitati, cosicché in tutta la 
casa eravi un da fare indescrivibile. La prova o me- 
glio l'ispezione dei costumi, era stata fissata pel 
mattino. Il nostro istruttore, il noto artista K...., 
che per la parentela e per l'amicizia che lo legava al 
nostro ospite aveva accettato di organizzare i qua- 
dri viventi e di dirigere le prove, crasi recato in 
città ]ier l'acquisto di vari i : rrenti per il 

teatro e per la preparazione definitiva della festa, 
cosicché non v'era tempo da perdere. Ad uno dei 
quadri viventi prendevo parte io assieme alla si- 
gillila M.... Il quadro rappresentava una scena del 
medio evo: La castellana e il suo /X7i,'.t,''''. Provavo 
un panico da non dirsi quando mi recai alla prova 
assieme alla signora M. .. Mi pareva che ella avreb- 
be letto immediatamente ne' miei occhi tutti i p 
i- le supposizioni che dal giorno innanzi mi 
ivano per il capo Oltre di questo, mi par 



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I \ l av IULLO M 



sempre 'li dovei espiare verso 'li lei un pi i 

die avevo osservato le sue lagrime <• l'avevo 
b reprìmi re J do! senza volerlo essa dovi 
guardarmi ili mal ooch le ero stato com- 

, desiderai mondo indiscreto del suo 

dolore Ma, sia lode a l>iid non mi toccò nulla di 
evole: passai puramente e semplicemente inos- 
servato. Essa p.ir\ i- nini prestare alruna attenzione 
né alla prova, né a me. Era distratta, triste, pen- 
sa, Si vedeva chiaro che un grave dispiai 
l'opprimeva. Come ebbi terminata la mia parte, 
cors irmi abiti e dieci minuti appresso uscii 

sulla terrazza ; cedeva al giardino Nello 

ante venne sulla terrazza, per un'altra por- 
ta, anche la sigm ra M...., e proprio in faccia a 
. ammirato ili sé stesso, il marito 
di |{ rnava dal giardino dopo avervi con- 

una numerosa troupe ili signore e averle date 
•nsegna ad un cavaliere che non aveva nulla da 
fare. I .1 signora M . . non se il perchè, parve presa 
■ da subito smarrimento e fece un lieve moto di 
impazienza, che denotava in lei una certa agitazione. 
Il suo tiranno, che accarezzandosi .'un compiacenza 
i mustacchi, cantarellava senza alcun pensiero una 
melodia, aggrottò le sopracciglia incontrandosi colla 
glie e la guardò, come mi sovvengo adesso, con 
occhi da inquisitore. 

— Vuoi uscire in giardino? — le chiese egli, ve- 
dendola con l'ombrellino e con un libro in mano. 

— Xo, vado nel boschetto, — rispose la giovane 
signora, arrossendo leggermente. 

— Sola? 

1 m lui... — fece la signora M accennando 

a me. - Al mattino passeggio sempre sola — sog- 
giunse poscia con voce malferma, con un tono da 
cui si capiva che per la prima volta in vita sua di- 
ceva una bugia. 

- Hum... Ed io ho accompagnato là in questo 
momento tutta la società. Si adunano tutti là presso 
al chiosco dei fiori per accompagnare il signor X — 
parte Sai che è accaduta una disgrazia laggiù 
a Odessa'-' Tua cugina (egli parlava della bionda) 
piange e ride nel tempo istesso, non si capisce nulla 
davvero del suo contegno. M'ha detto, passando ad 
altro discorso, che tu sei in collera, non so perchè, 
col signor X e che per questo non vuoi accompa- 
gnarlo. E' ver' > 

— L'ha detto per ischerzo, — rispose la sigm ira 
M. scendendo gli scalini della terrazza. 

Qui inique il tuo cavaliere permanen- 

te? use il signor M... storcendo la bocca e 

all'occhio il monocolo. 

— Puh! — gridai io, infastidito di quella sua 
canzonatura e di quel suo beffardo scrutare col mo- 
nocolo. Gli risi sul naso e mi posi a -.end, re sal- 
tando i gradini a tre per volta. 

Buon via rmoi I signor M se- 

ardo. Ben inte >, appena la 

signora M.... mi fé' segno col dito, me li- avvicinai 
e assunsi l'aria di u tato avvertito un'ora 

prima '■ che da un 

lei. Mori sa] evo p 

trovata 1 ta e per quale 



sco|h. avesse ricnrs.r a quella piccola bugia. Perchè 

non aveva detto puramente e semplicemente die an- 

I polla? Adesso non sapevo come guardarla. 
Benchi confuso al massimo grado, a poco a \- 
cominciai a guardarla in faccia, ma me un'ora 

innanzi, non badava neppure né a' miei sguardi fur- 
tivi, né alla mia muta interroga/ione. Nel suo a- 
spettO, nella sua agita/ione, nel suo stesso incedere 
si vedeva ora più chiara die mai una preoccupazione 
piena di rammarico. Essa si dirigeva evidentementi 

verso un luogo stabilito, affrettando si npn imi il 
passo, e guardava inquieta dalla parte del giardino, 
lo pure era in attesa di qualche cosa d'indefinito, 
che non sapevo spiegarmi. Ad un tratto risuonò die- 
tro di noi un trottare di destrieri. Era una numerosa 
comitiva di signori e di dame a cavallo che accom- 
pagnavano quel signor X...., che lasciava così ina- 
sixttat amente la nostra società. 

Fra le dame si trovava anche la mia bionda, di 
cui aveva parlato il signor M.... quando aveva rac- 
contato delle sue lagrime. Ma essa rideva, secondo 
la sua abitudine, come un ragazzo e galoppava al- 
legramente sul suo bellissimo cavallo nero. Quando 

il signor X ci ebbe raggiunti, levò il cappello ma 

tenza fermarsi e senza scambiare colla signora M — 
neppure una parola. In breve tutta la comitiva scom- 
parve dai nostri occhi. Guardai la signora M.... e 
fui quasi sul punto di lasciar andare un grido di 
stupore: era bianca come un lino e grosse lagrime 
le scendevano dagli occhi. 

I nostri sguardi per caso s'incontrarono. La si- 
gnora M arrossì. Si volse per un istante e sul suo 

volto mi parve di leggere chiaramente l'inquietudine 
e l'imbarazzo. La mia presenza era importuna, più 
importuna ancora di quello che non fosse stata 
il giorno innanzi — questo era chiaro come la luce 
del giorno. Ma come allontanarmi? Ad un tratto 

la signora M come avesse indovinato ciò che si 

passava nel mio interno, aperse il libro che teneva 
in mano e, sforzandosi evidentemente di non guar- 
darmi, disse arrossi ndo: 

— Ah! è la seconda parte. Mi sono sbagliata. 
Vammi a prendere, ti prego, la prima parte. 

Non ero così ingenuo da non comprendere. La 
mia parte era finita e la bella signora non poteva 
mandarmi via con maggior garbo. Fuggii col suo li- 
bro, senza più voltarmi verso di lei. Ter quel giorno 
la prima parte rimase tranquilla sul tavolo della si- 
gnora M 

Non conoscevo più me stesso: il more mi batteva 
come sotto l'impressione di \u\ continuo timore, fa- 
cevo ogni possibile per non incontrarmi colla si- 
gnora li.... Guardavo invece con una strana curio 
sita quella fatua persona, sempre in adora/ione di 

sé stc>sa. del signor M come se qualche cosa di 

speciale avesse dovuto avvenire fra me e lui. Non 

aprendo affatto che e, .sa si nascondesse in questa 

mia comica curiosità. Mi ricordo solo che m'aveva 

preso uno strano smarrimento in causa di tutte le 
e, .se .he avevo avuto occasione di vedere in quella 

melina. 1 .a tuia giornata era appena incominciata 

ed era già per me troppo ricca di avvenimenti. Quel 

0,0 si pranzò molto per tempo, per la sera si 




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VII 



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ilio ad un vi- 
ta campesi re: 
tutti frattanto si affrettavano per potersi preparare. 
Di «ni io non sognavo che questi iata 

jpiti si erano adunati a 
i. in a bello studio mi 
agli altri e mi nascosi dietro una tri- 
i sita mi pungeva, ma non 

vili.-. ntarmi dinanzi ali 

i \i \ olle però '■ caso che mi pi n 
ino dalla mia persecutrìce, dalla dama bionda. 
Qui ì in lei un fenomeno ma- 

. qualchi I ncredibile: s'era fatta 

bella Non so pi rchè, né in che modo, 
ma nelle donne simili fenomeni si verificano abba- 
lli quel momento si trovava fra noi 
un i - ivane alto, pallido, adoratore 

dichiarato della nostra bionda. Egli era venuto da 
-tituire il signor X... Del signor 
\ circolava la voce che fossi- innamorato pazzo 
della Mia bionda. Quanta al nuovo venuto, 
egli ii lei ila lunga pezza sullo stesso 

piti' B ; nella commedia di 

Shakes] > to allarme per titilla. In una pa- 

nila, la biònda aveva quel giorno un successo straor- 
dinario. I suoi scherzi e i suoi motteggi erano o sì 
graziosi, di una ingenuità così intima, cosi impru- 
dente e pur così perdonabile; ed essa stessa era 
così fiduciosa nel proprio spirito, così sicura del- 
l'approvazione e dell'entusiasmo generale, che tutti 
non facevano che renderle speciali omaggi. Intorno 
a lei s'era radunato un circolo di ascoltatori che l'am- 
miravano e la guardavano estasiati. Essa non s'era 
mai mostrata così affascinante. Ogni sua frase era 
un tratto di spirito arguto e scintillante, che veniva 
cólto a volo da tutti e circolava di bocca in bocca. 
Nessuna] troia sua passava inosservata. Pareva che 
ninno si fosse aspettato da lei tanto gusto, tanto spi- 
rito e tanta intelligenza. Tutto ciò che era di buono 
in lei non poteva mostrarsi per colpa della sua biz- 
zarra irrequietezza e delle sue burle, che talvolta ti- 
ravano al buffonesco. Era cosa rara che si osservas- 
sero in quella donna delle buone qualità, e anche 
quando si osservavano non erano credute, tal li qui 
sta volta il successo insolito ch'essa otteneva era pure 
nrpagnato da qualche sussurrio di ammirazione. 
D'altra parte, a questo successo contribuì pure 
una circostanza speciale, abbastanza piccante, la 
parte cii«- imposta al marito della signora M — La 
mia bella bionda s'era proposta, con grande gioia 
di tutti i giovani presenti, di attaccarlo con veemen- 
za por diversi motivi secondo lei abbastanza I 
dati, [ncominciò contro li lui un attacco in regola 
ingenti, motteggi e sarcasmi >ra saiv 
n astuzia, con 
allus Ste e trasparenti, — uno <li quegli at- 

tacchi che vanno diritti alla meta e dai quali non •'■ 
lersi perchè non si sa da qua! parte 
. -- uno di quegli attacchi infine, che stan- 
■ la vittima in inutili sforzi finché ossa, ridi na 
alla disperazione, sratta in un comico furore, 
ivo, ma mi pareva che ti 
improvvisato, Ix-nsi fossi- stato 



preparato prima. Questo dm-Ilo disperato era già 
incominciato a pr.m t>. D perchè il fri- 

gno! M il. ti depose così presto le armi. Egli fu 
costretti a fai api olio .1 tutta la sua presenza di -pi- 
rito. • sua perspicacia, a tutta la sua inusi- 
tata abilità pi 1 i" 

per non divenire zimbello 'li tutti i presenti. Ciò 
niva fra le più grasse risa di quanti assistevano 
olla lotta. - 1 -ignora M 

faceva di tanto in ni sfi rzo per acqui 

la stia imprudente amica, la quale alla sua volta 
sentiva una voglia irresistibile di descrivere il ma- 
rito geloso come un balordo, un Barba-bleue, a giu- 
re '\.i quanto mi rammento e dalla parte eh 
volle far ra] presa he a me in questa batta- 

glia di parole. 

Ciò avvenne tutto d'un tratto, nel modo più gra- 
zioso, quando meno me lo aspettavo e, secondo ogni 
apparenza, non senza intenzione da parte della bion- 
da signora. Senza sospettare nulla di male, me ne 
stavo proprio in quel mi mento in una posizione in 
mi potevo es>ere veduto da tutti. Avevo dinienti- 
rata la mia prudenza di 1 rima e grand'- fu il 
turbamento quando mi vidi oggetto della geni 

attenzione I avversaria del signor M mi desrris- 

s ■ cornei un nemico giurato ed un rivale implacabile 
di lui, essendo innamorato cotto della sua signora. 
Giurò che aveva delle prove per dimostrare la vera- 
cità di questa asserzione e soggiunse che, per esem- 
pio, proprio in quel giorno aveva osservato nel bo- 
schetto. . . 

Essa non potè terminare la frase, perchè proprio 
in quel momento io l'interruppi rumorosamente. 
Questo attacco era tanto maligno ed era stato ser- 
bato in modo così perfido come razzo finale per dare 
alla faccenda una soluzione comica, rhe fu salutato 
da uno scoppio generale di sonore risate. E, sebbene 
indovinassi già fin d'allora che non ero io quegli che 
doveva maggiormente irritarsi di simili tirate, mi 
sentii rosi preso da vergogna e da disperazione, che, 
senza quasi rendermi conto di ciò ohe facevo, mi 
feci strada fra le due file di sedie rhe mi stavano 
davanti e, volgendomi alla mia tiranna, gridai 
voce soffocata dalle lagrime e dall'affair 

— E non vi vergognate... dire in farcia a tante 
signore. ..e ad alta voce... una così brutta... men- 
zogna?!... Siete forse una bambina piccola... da 
fare... di tali cose?... Che diranno tutti questi si- 
gnori?... Voi che siete così grande... una signora 
maritata! 

Ma ni n potei finii' : uno scoppio di applausi 
sordanti me lo impedi. T.a mia risjxista aveva prò 
vocato un ven furore. I miei gesti ingenui, le mie 
lagrime e più ani-ora il fatto ch'io mi faceva in certo 
qua! modo il difensore del signor M.... — tutto 
ciò aveva pndi ito una ilarità da non dirsi e ancora 
adesso, quando ri penso, mi seni., supremamente 
ridicolo... Ero addirittura fuori di me e, coprendomi 
mani il v< Ito rosso come una ciliegia, fuggii 
urtando violenti ntro un domestico e 1 

sciando la li ri cava in n 

e mi rifugiai di sopra nella mia camera. 

folsi dalla serratura la chiave, posta esternamen- 






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VII] 



l N I ANCI1 LD i I R( 'I 



te, e mi chiusi dentro. Avevo Fatto I rchè i 

min persecutori mi seguivano. Non era passato un 
minuto, che il mio uscio era assediato da una quan- 
tità di belle signore. Udivo il loro riso limpido, i 
loro motteggi, le loro voci melodiose: gorgheggia- 

■ tut ti- in una volta come rondinelle. Tutte 
tutte mi pregavano, mi supplicavano ili aprir loro 
l'uscio sol., per un istante Mi giuravano che non mi 
sarebbe accaduto il più piccolo inconveniente, che 
vota mi <li baci. Si poteva dare 
qua! di più spaventevole di questa nuova 
minaccia ? Io mi sentivo ardere di rossore e nascon- 
der il volto nei cuscini del letto Ad aprire, non ci 
pensavo affatto: non respiravo neppure Esse conti- 
nuar no a lungo a battere all'uscio e a pregarmi, 
ma ■ insensibile e si rdo, o me poteva rima- 
ceri., un ragazzo di undici anni. 

Ma che fare ad l he avevo tanto temuto 

er:i avvenuto. Tutto era scoperto. Ciò ch'io aveva 

sto e custodito tanto gelosamente era 

oramai in bocca a tutti... Vergogna e scandalo e- 

terno mi aspettavano ! . . . 

lo non sapevo con precisione che osa dovessi te- 
mere, ma temevo qualche cosa d'indefinito e trema- 
vo come una foglia al pensiero che questo qualche 
cosa poteva compromettermi. C'era una cosa che 
sino a quel momento io aveva ignorato se era buona 
o cattiva, onesta o disonesta, lodevole o degna di 
biasima Appena adesso, nella mia vergogna e nel 
mio dolore, riconoscevo che quella cosa era ridicola 
e condannabile. Nel tempo istesso sentivo istintiva- 
mente che una sentenza come questa è falsa, cru- 
dele, disumana, ma ero vinto ed annichilito. Il pro- 
cesso della coscienza s'era come arrestato in me ed 
io era entrato in uno stadio d'imbarazzante incer- 
tezza. Non potevo comi. attere la sentenza, ma non 
potevo neppure giudicarla bene: mi pareva d'avere 
come annebbiato il cervello, sentivo che il mio cuore 
era - so inumanamente e copiose lagrime di 

impotenza mi scendevano dagli occhi. Ero irritato in 
sommo grado. Fermentavano in me il dispetto e Po- 
sentimenti a me ignoti sino a quell'istante, per- 
tanto per la prima volta in vita mia 
provai le strette del dolore vero, il bruciore dell'of- 
. dell'insulto. Tn me, che ero appena un fan- 
ciullo, un sentimento nuovo, ciuto, che non 
s'era ancora del tutto sviluppato, era stato colpito in 
moilo crudo ; il seni imi riti - del pud' ire, tenero, puro, 
gentile, era stato sfacciatamente buttato in publieoe 
preso a scherno: la mia prima sensazione estetica 
era - sa in ridere. Naturalmente, non sape- 

■ molto quelli che si prendevano giuoco di me: 
non sospettavano nepmire le mie pene. A questo 
punto mi sovvenni di una nuova circostanza, cui 
prima non avevo pi preoccupa 

ne ti masi coricato sul letto, in preda al 

dolore e alla disperazione, col Capo nascosto nei 
iali Sentivo di tratto in tratto ilei brividi di 
freddo, una febbriciottolà mi serpeggiava per le 
vene. 



Due punti interrogativi mi davano una pena da non 

dirsi. Che av. va visto nel boschetto quella bionda 
malaugurata e che cosa mai aveva potuto intrawe- 
fra me e la signora M....? Come avrei io po- 
tuto guardare ancora in faccia la signora M. . senza 
morire, in quell'istante, di vergogna e di disp 
zione? 

Un baccano insolito nella corte mi scosse final- 
mente dallo stato di torpore in cui mi trovavo. Scesi 
dal letto e mi accostai alla line, tra. Tutta la corte 
i.i piena di carrozze, di cavalli sellati e di servitori 
die correvano qua e là. Pareva che tutti si disp. 
sero a partire. Alcuni cavalieri erano già in anione, 
altri ospiti salivano sulle carrozze. Allora mi ram- 
mentai della passeggiata che si era progettata. Fui 
preso a poco a poco da una certa inquietudine ' 
cavo collo sguardo il cavallo ch'ero solito montare: 
non vedendolo, aimpresi ch'ero stato dimenticato. 
Non potei più padroneggiami i e corsi io pure in 
corte, senza più pensare all'incidente spiacevole che 
m'era accaduto, né alla vergogna ch'io aveva sof- 
feita. 

In i cattiva notizia mi aspettava. Per questa volta 
non v'era per me né un cavallo da montare, né un 
posto in una carrozza: dovevo quindi rimanere a 
casa. 

Sorpreso da questo contrattempo, rimasi immo- 
bile a guardare la lunga fila di carrozze, calessi e 
carrettini, dove non era il più piccolo posto per me, 
e ai cavalli sellati che impazienti battevano il suolo 
coi piedi. Uno dei cavalieri, non so per qual ragione, 
era in ritardo. Non aspettavano più che lui per par- 
tire. Il cavallo a lui destinato era pronto e mordeva 
il freno e scavava colle unghie ferrate il terreno e 
ad ogni istante trasaliva impennandosi. Due garzoni 
della stalla lo tenevano pel freno e tutti l'osserva- 
vano tenendosi ad una rispettosa distanza. 

Era un vero peccato che non potessi andare io 
pure. Oltre al fatto che erano giunti altri forestieri 
e tutti i cavalli e tutti i posti erano impegnati, s'è 
ratio anche ammalati due cavalli da sella e uno di 
questi era appunto il mio. 

Ma io non era stato il solo a soffrire delle - 
guenze di queste circostanze. Accadde che neppure 
per il nostro nuovo ospite, il giovane pallido di cui 
ho già parlato, si trovava un cavallo. Per evitare di- 
sgusti, il jiadrone di casa fu cosi retto a ricorrere ad 
un mezzo estremo: pose a disp. dell'ospite 

uno stallone indomabile, non abituato alla sella, av- 
vertendo! r non avere rimorsi, che nessuno 
era mai stato capace di cavalcarlo e che da m 
tempo l'avrebbe venduto se avesse trovato un 
pratose II giovane dichiarò che era abbastanza buon 
cavalcatore e che. in ogni caso, avrebbe montato 
qualsiasi cavallo pur di prender parte allVs :ursione 
L'altro l . ma mi parve notare sulle sue labbra 
un sorriso equivoco e malizi. 






i Continua). 



!•' '. M. DOSTOJEVSKI. 




AhlMO-ll 



Nv/a 3- 



•La Lettura 




Marzo 



RM5TA-AEN5ILE 
DEL(pRRIE.RE- 
^DtLLA-5tRA- 




II ritratto mascherato 



PERSONAGGI. 

i'i ilia Mannelli vedova Festi. 
Professore Mannelli ) „, • „- t „„; 
Signora Mannelli ) SU01 g eniton - 
Cavaliere Francesco Festi — suo cognato. 
Dottor Trechi — notaio. 
Signora Trechi — sua moglie. 
Giovanni — domestico. 

La scena è in casa di Cecilia Festi Mannelli. Rappre- 
senta uno studio di scrittore, ammobiliato con elegante 
semplicità. Due librerie, un caminetto col fuoco acceso, 
un ritratto grande di Cecilia, un tavolino per fumare, 
parecchie sedie e poltrone, un canapè, una scrivania 
con una lampadina elettrica spenta e un giornale spie- 
gato fra libri e carte in disordine 

Cecilia, sola, siede alla scrivania di contro alla imi 
trona vuota dove avrebbe a sedere il padrone dello stu- 
dio. Veste a lutto pesante. Tiene le braccia incrociate 
sulla scrivania e la fronte reclinata sul dorso della mano 
destra. Oltre alla porta di mezzo lo studio ha due porte 
laterali che mettono l'una nelle stanze di Cecilia, l'al- 
tra nella biblioteca. Si bussa lievemente alla porta di 
mezzo. 



Cecilia {trasalendo e levando il capo) 

Chi è ? (si alza ni piedi e guarda turbata, lacri- 
mosa, verso l'uscio). Avanti! 

uni) 



Giovanni 

Scusi, venivo per il fuoco (accomoda co:: le mol- 
le 1 tizzi del caminetto). Se viene qualcuno, la si- 
gnora riceve ? 

Cechi a (dolcemente) 

Ma, mio Din. Giovanni, non ve l'ho detto che 
alle due devono \enire min padre, i fratelli e le 
Ile 'lei povero padrone ? Non vi ho detto che 
ricevi/ questi e non altri ? Non vi ho dato anche 
una nota ? Vi prego, Giovanni, cercate 'li aver un 
po' di memoria in questi momenti. 

I ÌIOVANNI 

Perchè, a dire la verità, signora, la nota si è 
bruciata n 

Cecilia 

Ma chi l'ha bri 

Giovanni 

I,, ni e I.a cameriera dici- che non 1 ha 

.■ lo stesso dice la cuoca. Ma non im- 
ito inteso: ricevere i signori ch'erano 
ri, durante.... 

La Lettura. 1 ; 



'"I 



1 \ I 111 URA 



l ii i \ 



Ma n. . ■ il i IH vanni, f E 

le ni ite, ma i miei 'Menati lo di >\ reste ben 

sapere che non c'i rano, che hanno seguito... (a 

i il povero padrone. 1 * ro, dunque, le mie 
■ ■ ■ >si ire. 

GlO\ INNI 

per andarsi tu 

Ci 11 i \ 

\ : Anche il notaio. E nessun alti \ 

to ? Nessun altro. 

I ÌI0VANN1 

( 'hi è, signora, il notaii 

» i CILIA 

Credi 1 dottor Trechi. Fatevi dire il no- 

me. Ve Io dirà lui, del resto, ch'è il notaio. Deve 
qui alle due. 



Giovanni 



Hn ini 



I 1 I IMA 



(S'inginocchia di slancio alla scrivania e vi af- 
mani congiunte). 

DH Dio l'i' ! Caro caro caro ! (Singhioi 

un tocco di campanello interni*. Cecilia si < 
s/a un momento in ascolto, poi si clima, bacia lun- 
gamente un manoscritto, posa le labbra sulla lam- 

na elettrica). Anche te che l'hai servito ! 
(.Entra Ciò;-, imi;). 

( in IV WM 

Signora, ci sarebbe la signora Trulli. 

("ec II i \ 
Ma Signoi . Giovanni, non vi ho detto... ? 
Giov inni 

gnora, ma siccome è la signora del signor no* 

Lo. ■. cosi ho creduti > chi I n 

1 11 I \ 

Andate, dite che mi rincresce ma che non vedo 

' ■ ni mil.i-.se a dire 

quali : voi. 

i Siov inni (imbarazzato) 

I 



1 ,a signi ra Ti 

(entrando precipitosa a mani giunte) 

Mi perdoni, mi perdoni, ! Un m^ 

mento, un momento solo '. Sento quanto sono indi- 
ili una parola, di un i ■ ila ; 
la 1 | ■ nni che non sì muovi 

ii i \ (con doli i 
ma non senza qualche risentimento nella . 

Mi rincresce, signora. . perchè proprio non vedo 
nessuno... Lei capisce... non potrei... (La signora 
'/'rcc/ii guarda Giovanni che alla sua Tolta inter- 
di chi la padrona). 

Cei i i i \ (/// tono rassegna 
Andate, Giovanni (Giovanni esce). 

La sigimi. i Trechi (ausante) 
Si tratta di una rosa terribile, signora. 

1 i ii i \ ( in i feri nte) 
Non so... dira presto. 

La signora 'Trechi 

lo ho i miei genitori e i miei fratelli in una pò 
si/ione tristissima. Ne avranno Forse .un In- colpa 
ma insomma sono genitori e (rateili! Mio marito 
per un certo tempo li ha aiutati e poi non ha rif- 
iuto più, mi ha proibito anche a me di far più 
niente per loro. Gli ho disobbedito una volta 
h.i saputo, c'è stata una scena spaventosa, voleva 
cacciarmi di casa. Un anno fa questa povera pente 
aveva bisogno di cinquecento lire per evitare 

ro M tristissime, bruttissime. Non le trovava» 

nessuna pace e io non le avevo. Dio mio. come si 
fa? Siccome vedevo qualche volta Suo marito che 
veniva dal mio per affari e sapevo ch'era ricco, 
ch'era tanto generoso, mi feci coraggio e lo p> 
di prestarmi quel denaro che gli avrei poi resti- 
tuito un po' per volta. Egli fu così buono da pre- 
starmelo e io gli rilasciai un'obbligazione. Mi feci 

promettere il segreto assoluto, sa. e mi figuro che 
non avrà parlato neppim con Lei. Cinque giorni 
sono, lo stesso giorno, credo, che cadde ammalato, 
ho finito di restituirgli il denaro, sulle scale di 
mia. Egli non aveva con sé, naturalmente, la mia 
obbligazione e mi promise di portarmela, che poi 
In impossibile. Mi disse che la teneva nella scriva- 
nia del suo studio. M'indicò anche il posto preci 

so. So che Ira poco deve venir qua mio marito a 
prendere il testamento, proprio nella scrivania del- 
lo studio; me l'ha diiio lui mezz'ora la chi- ne a- 
v.\.i L'incarico dal cavalier Pesti, suo cognato. Ca 
pisce, signoi. i, si- vide l'obbligazione, eoi carattere 
di mio marito, sarà la rovina mia e .Iella mia fami- 
glia 1 come '■ possibile che non la trovi? Farà 

il.- lutti Ir e. ole redo. I ... studio e .|Uesto. \r 

ro? Allora la scrivania è quella lì. La supplir 
scongiuro, signora, sr Lei mi dà la chiave, in due 






Il RITRATTI ' MASCHERATI i 



l'i.' 



n. imiti Lei ha la bontà di andar ad avvertire che 
non entri nessuno, io apro, prendo la carta, chiudo 
Le rendo la chiave e fuggo. Se lo incontro gli diro 
che sono venuta per le condoglianze. 

Cecilia 

Ma io n<m L'ho, la chiave. L'ho data a m 
dre l'altra sera e mio padre deve averla ci 
subito a mio cognate. 

La signora Trechi 

Ah mio Dio! A quale Suo cognato? Al cava- 
lier Francesco, m'immagino. Dio, se avess 
L^ conosco tanto il cavalier Francesco. Non po- 
trebbe, signora, far rimandare a domani ? Lei è an- 
cora così scossa, poveretta, così sofferente. Ieri il 
funerale, oggi.... 

Cecilia (si allontana dalla signora Ticchi 
gitasi mal sopportando questi compianti) 

La prego. La prego. La prego. Scusi. n< in 
rimandare, non dipende da me. non posso proprio, 
scusi. Guardi che Suo marito sarà qui subito. 

La signora Trechi 

Provi, signora ! Dica una parola ! 

Cecilia 

Ma no, cosa vuole che dica ? Che ragione vuole 
che trovi ? 

La signora Trechi 

Senta, almeno cerchi che mio marito non frughi 
tanto, non guardi tanto! Ci sarà anche il cavalier 
Frani > - 



Cecilia 



Sì. 



La signora Trechi 

Ah! E allora, non potrebbe Lei fare in modo 
che invece di mio marito aprisse lui ? 

Cecilia 
Questo sì, se sarà possibile. (Saluta del e 

La signora Trechi 

Grazie, lo faccia, lo faccia! E mi perdoni! (E- 
sce). 

(Cecilia preme, dopo un momento di attesa, il 
bottone del campanello elettrico. Entra Giovanni). 



Comandi. 



E' uscita? 



Giovanni 



Cecilia 



Giovanni 

S --ignora. 

Cecilia 
Ma perchè l'avete fatta entri 

Giovanni 

Scusi, signora. 1< veramente, siccome Lei ha 
to del signor notaio e anche la signora ha detto: 
che c'è la moglie del nota venuto a 

prendere gli ordini e intanto la signora, invece di 
aspettare, non so che signora sia. mi ha seguito. 

Cecilia 

Bene, vi raccomando, quelli che ho detto e nes- 
sun altro, nessuno, nessuno ! E se insistono, non 
venite a prender ordini, insistete anche voi che se 
ne vadano.. 

Giovanni 

S -ignora, ho inteso (Esce). 

Cecilia (sola) 

Dio mio, come può affannarsi tanto, quella don- 
na ? Come sarei felice, io, s'egli potesse cacciarmi 
di casa! — Ah Signore, almeno lo ti su- 

bito questo testamento ! Almeno non mi 
tanto le mani nelle sue carte! Forse non sono stata 
sincera, io, con quella povera donna. (Si ode un 
tocco di campanello). Saranno qui, adesso. — For- 
se le ho promesso di guardare che il notaio non 
frughi come se avessi pietà di lei e invece non è 
vero, il mio orrore è di quelle mani che prende- 
ranno la sua chiave, che apriranno la sua scrivania. 
Oh Signore, Signore, Signore ! 

(Entra Giovanni) 

Giovanni 

Il signor cavalier Francesco. 

(Entra Francesco Festi. Cecilia gli va incontro, 
gli stende le mani in silenzio. Francesco le prende 
le mani, l'attira a se, la bacia in fronte. Nessun al- 
tro salìiio e scambiato). 

Francesco (a voce ba~ 

Temevo d'essere in ritardo. 

Cecilia (colla stessa s 

Io non so mai, adesso, che ore s 

Francesco (guarda /'< 

Le due non sono ancora suonate', mancano cin- 
que minuti. 

(Pausa. I due siedono, lontani l'uno da/fa!!' 

Francesco 

Pietro non viene mica, sai. Neppure Valentina. 



IQO 



LA M ITI B \ 



S'ep] un M ch'è inutile \ et 

tutti. E i 

ii 1 \ 

Viene certo, perchè non ha mandato a * 1 i r niente. 

Francesco (sempre a <ssa) 

.ita una dimostrazione immensa, ieri. Pro- 
opre il viso con le 
man pattuì). Hai visto i giornali ili sta- 

mattina"'' (i scuote il capi> silenziosamente). 

Sun pieni di articoli e tutti belli. Te li ho portati. 
I Pia non fa segno di ringrà- 
. né di prenderli). Li metto qui, sulla scrivania. 
erai (Pausa). L'ultima volta 
l'ho veduto in stato qui, proprio qui. 

Mer rso, alle cinque. Si sentiva già male, 

qui c'erano quiri liei R aumur, io soffocavo e lui 
aveva freddo, stava al caminetto. Ricordo che l'ho 
dato, anzi, e lui si è seccato, si è inquietato più 
del ragionevole. Non ne ho fatto caso, sai che il 
povero Cari . |ualche volta, era piuttosto suso 

Cecilia (vivacemente) 

\< . no, non è vero, mai non era suscettibile, a- 
rdere la pazienza tutti i giorni con 
me, non la perdeva mai. Anche qui, quante volte 
mentre lui lavorava, non sor venuta a leggere pro- 
di tacere e poi ogni momento era una do- 
manda, anche ciocca tante volte, per farmi spie- 
una cosa o l'altra, perchè capisco così poco! E 
lui era sempre buono, mi rispondeva sempre. 
(Pausa). 

Francesco 

che mn mi posso toglier dal cuore quella ro- 
manza che ci hai cantato martedì sera, proprio mar- 
tedì sera. . . 

(ondosi) 

Non dirmi, non dirmi questa cosa perchè l'ho 

pre anch'io |ui alla gola! Mi pan- di averla 

chiamata io la morte! E gli piaceva tanto! D 

che sei andato via tu me l'ha fatta due 

■ ledi mattina l'ha canterellata 

SO quante volte lui, diceva di non potersene 

-re: 

rima tu mi dai cagion di duol 

M:t p 

Ah perchè 1 1 i parevani ■ i sta per lui e 

peri. uelle romanze dell' • Amor di donna ». 

par.- die l'abbia 
io. la mori nche tu ' 



I R \Nl ESCO 

(Si alza, va a lei con le inaiti tesi 

i Hi ma Cecilia! Cara Cecilia! < ' (En- 

tra Giovanni). 

( '.un INNI 
Il signor professore. 

1 ECILIA 

: (Fa un ^esti> a Francesco come per dirgli 
di troncare e va incontro al professor Mannelli clic 
entra. Si abbracciano in silenzio, lungamente. Poi 
Mannelli e Francesco si stringono la mano, pure in 

\\ \\ NELLI 

Se \iioi dare un bacio a mammà è nel tuo sa- 
lotto. Qua non viene. Anzi devi scusarmi se ho p r 
dina un po' la pazienza con Giovanni che fa 
difficoltà a lasciarla entrare perchè tu non gliel'a- 
vevi detto. 

Cecilia 
Vado. (Esce). 

M WNF.I.LI 

(ansioso e commosso, a Fraine* 
Cosa le pare di Cecilia? Come La trova? 

Francesco (con agi/a:ione improvvisa). 

Senta, ora che uscita. Io devo assolutamente fare 
una cosa ; devo aprire la scrivania e prender fuori 
delle carte prima che ritorni lei e prima che venga 
ì chi. 

M \nnelli (meravigliato) 

Delle carte? Xeni so, dico. ... faccia... forse po- 
trà dirmi... mica per niente... li 

non so. infatti. . . 

I B VNCESCO 

Allora. I.e dirò. (ìià non è il momento di far 
ionie, questo. Ito visto qui. cinque minuti fa, 
la signora T rechi. 

M nnelli (trasalendo) 

< ' ■ - La ! io In ha .unto l'imprudenza di venir 

qua 3 Ter i 

I R ANCESCO 

Ecco, i' i tu in SO Si I non 

.ne lo ha detto e ii non gliel'ho domanda:'. L'ho 

travata in fondo alle scale che mi aspettava. Appena 

mi ha visto mi ha afferrato, i irio alTer- 

tnni). 









IL RITRAT 

Giovanni 
Il signor dottor Trechi. 

Trechi (entrando, i on vod stras 
Con permesso. 

M wnelli (a Giovanili) 

Avvertite la signora. 

(Trai::, Mannelli e Feslì si dàini , nte 

il buon giorno, senza stringersi la mano. Giovanni 
esce). 



Trechi 

('hiedo scusa di aver tardato. Som. stato a un 
pelo di non poter venire perchè ho incontralo poco 
lontano da qui la mia signora che si sentiva male. 
Ho dovuto accompagnarla fino a casa e se avi s>i a- 
scoltato lei ci sarei rimasto. 

Francesco 
Senta, se crede, possiamo rimandare. 

Trechi 
Oh, si liguri ! 

Francesco 
Ma si, rimandiamo! 

Trechi 

Ma neppure per idea ! Sono tranquillissimo. Se 
guardassi ai nervi di mia moglie ! Conosco la cura, 
quattro parole secche; scommetto che a quest'ora 
sta benissimo. 

Francesco (a Mannelli) 

Scusi, professore. Come Le dicevo, ci sarebbe da 
vedere questa cosa in biblioteca. Vuol favorire poi- 
chi mia cognata non è ancora qui? 



M \NNELLI 



Come crede. 



Francesco (a Trechi) 

Scusi, dottore. (Esce con Mannelli per la porla 
della biblioteca. Entra Cecilia). 

Trechi (con un profondo inchino) 
I miei complimenti. 

Cecilia (dolcemente) 
Buon giorno Scusi: mia padre? Mio cognati - 
Trechi 

Sono usciti adesso, per di là. 

Cecilia (aprendo l'uscio della biblioteca) 
Papà ! Son qui. 



MASCHERATO P 17 

Mannei li (di dentro) 
Veniamo subito. (Pausa). 

Trechi t sommessamente) 

Un colpo granile. (Pausa). La scrivania 
Sta, non . vero, signora? 



( 'echi a (coi rotta) 



Sì, questa. 



M \ --.M 1 1 1 (rientrando) 



Mi rincresce, il cavaliere non trova la chiave. Du- 
bitava di averla dimenticata in biblioteca, ma 
non c'è. (Sopraggiunge il cavalier Francesco). 

V RANCESCO 

Me ne rincresco tanto, non c'è proprio. Ho pania 
che bisognerà rimandare per forza. 

Cecilia 

Io l'ho data a papà l'altra sera, la chiave. 

Mannelli 

I io 1 ho data al cavaliere la sera stessa Si ca- 
pi m -e che l'avrà lasciata a casa. 

Francesco 

Dev'essere così. Io sto molto lontano e poi, nel- 
l'incertezza... Mi pare che si passa benissimo ri 
mandare a domani alla stess'ora. 

Trechi 

laco, \eramente ho avvertito il Pretore che si sa. 
rebbe andati da lui per la lettura versa le due e 
mezzo, circa. Sarà lì ad aspettarci. Potrei andar io 
a dirgli la cosa, ma poi domani sono impedito. 
(Francesco e Mannelli si appartano con Cecilia'). 

Francesco (a voce bassa) 

Se domani proprio non può, ne chiamiamo un 
altro, ecco. Cosa ti pare? 

(Intanto Trechi si è avvù //.ito alla scrivan a, 
leva di tasca delle chiavi e ne fa la pi. 



\l > «NI I I I 



Ter me, benissimo. 

Cecilia 

Sì, sì, ne chiamiamo un altro, pare anche a me. 
V li 3S0 glielo dite. 

Francesco (voltandosi) 

Senta, dottore. 

Trechi 

(fa girar una chiave nella toppa) 

Signori, è aperto. Io ho una chiave mira 
(Mos'ra la chiave e se la rimette in tasca). 



ioH 



mia). 

i a p, rt, \ Mi i" n oni ■ i . 

vorrei tanto cercarla io ques 

Vnche voi mi per- 

TW ft tClllp"). NI WM Miri RANI f.sco 

No, no, no, no I 

Cecii IA 

Ma perchè, ■■' che nessuno le 

\i co che se li 

Fammi questa grazia, E raw i i 

Mannelli 

i 'ara. ti ri .ninnivi trorjp 

[LIA (attonita) 

Mi commovo troppo, papà? Tu mi dici che non 

mi devo ropp Tu credi che se non 

quelle carte, questa è amara, sai, papà mio. 

Francesco 

\, . cara, intendilo, tuo padre dice che sarebbe 
un si prappiù di angoscia superiore alle tue fi rze. 



LA LETTI RA 

Tre< hi 
Se venissi Farebb | Fi sti, non 



■ già ! 



Mannelli 



Francesco 



Guarda, farà tuo padre, ch'è tuo padre, oppure 

farò io che sono il fratello di Carlo {a Trechi). 

Scusi i capirà {Trechi fa un gesto 

di acquiescenza. Francesco apre prontamente il cas- 

. si (luna a leggere). Ecco, ecco, guarda chi 

! (Prende una e art a e spinge il cas- 

■ , Eccolo trovato. Fra proprio sopra. 

M wnelli {contento) 

Bene. Vedi, cara, che non si è rovistato, che non 
nte? 

Trechi 
E' chiusi ipi no il testamenti. - 

Francesco 
uso. 

Trechi 

Allora I" apriremo in Pretura. Si 

dian i 'di. Li prego di \ 

e due i on me pi r udir, la lettura. 

\I \NNELLI 

I, e venga anch'io do. 



i u ? 

\NCESCO 

( 'erto {a Trechi). Vui ! 

Tri 
Volontieri {chiude). 

Cecilia 
Adesso mi pare che possiate lasciare apei 

Tri-.< ih 

Senta, signora. (Presenta la chiave a Cecilia) que 
sta chiavi non mi eco rre. Io la lascio a lei fii 
che avranno trovata l'altra. 

Mannelli 

\, ,ii s'ino nindi ! 

Cecilia {che ha presa la chiave) 
Poiché è tanto gentile. Il" piaci 

,i\ i ria. 

{Trechi e il cavalier Francesco salutano Cecilia 
ed escono. Mannelli rimane indietro). 

Mannelli 

Cecilia, adesso vai da mammà, vero? Stai nel 
tuo salutili, con lei? lo ritorno appena finito. Anzi, 

se permetti, lascio qui un libro che m'incoi la un 

poco. Andiamo, cara. Ti voglio condurre io, da 
mammà. 

Cecilia 
No, papà, ti prego. Invece mandamela qua lei. 

Mannelli 
Ma perchè " J Vieni '. 

Cecii ia 

\n, no, ti scongiuro; per mammà è lo stesso, io 
starei sempre qui, giorno e notte. {Entra la signora 
Mannelli). 

La sigm ra M \nnelli 

Si no partiti? Ah, papà è ancora qui. 

Mannelli 

Vado. Persuadi tu Cecilia di non restare qui a- 
. Ci è stata tutto il giorno, è troppo! {E 

l a sigm ira M uxnelli 
Non vuoi proprio venir via? 

ii i \ 

\, . mamma, no. (< nendosi di qual- 

che , osa) \h - . anche questo; una 1 1 "tira 

da tranquillare. 

i . signora Mannei i i 

Chi ? l 'he creatura ? 









IL RITRATTO M VSCH1 R Vl'o 



[99 



Cecilia 
Niente, devo cercar ilelJe carte nella scrivania. 

La signora Mannelli 
Posso aiutarti ? 

Cecilia 
Cóme vuoi. Però è meglio che taccia io. 

La signora Mannelli 
Senti, cara. E non prenderesti qualche cosa, pri- 
ma? La tua gente mi ha detto che non hai ai 
preso nulla, oggi. Xon puoi andar avanti cosi. Ce- 
cilia. Pensa che potresti anche trovarti, chi sa, in 
uno stato!... 

Cecilia (interrompendo) 
Xo, mamma mia, non parlarmene. Dirai chi di 
vrebb'essere un conforto, ma io non lo voglio ap- 
punto per questo. I conforti della mia fede, quelli 
si ; altri no, no, no. E se tu sentissi come sto bene ! 
Non sono mai stata così bene. Cerchiamo questa 
carta, ora. 

(Siede alla scrivania, vi punta ì gomiti e strin- 
gendosi il viso fra le mani sì affisa, come trasogna- 
ta, nel vuoto, recita con voce fioca): 

La prima tu mi dai cagion di duol 

Ma passa il cor. 

Spietato, immerso nel profondo sei 

Mortai sopor. 

La derelitta guarda intorno a sé 

Tutto è squallor 

Xon ho più amor — vissuto hai tu 

Io non son viva più. 

Sai, mamma, che l'ho chiamata io la morte? 
La signora Mannelli 

Cecilia ! Come puoi dire queste cose ? 
Cecilia 

Lo dico e lo penso, mamma. Perchè vedi, lo sai 
bene, io le cantavo tanto quelle arie dell' « Amor di 
donna» di Schumann. Tutte, ma sopra tutte «La 
mente mia si smarrisce» e questa. L adoravo, quel- 
la poesia, quella musica. Dici di no, mamma mia, 
che non l'abbia chiamata io, la morte ? 

La signora Mannelli 
Cecilia! Tu mi hai rimproverate delle supersti- 
zioni, qualche volta, colla tua dolcezza. "Ma questa 
cose? Dimmi '. 

Cecii 1 \ 

Ti pare una superstizione, mamma? Ti pare che. 
sia peccato di pensare così?' Allora non perts rò 
più così, non penserò più così. Il Signore mi pei 
donerà perchè non mi è venuto in mente che fosse 
peccato. E non ne sono mica proprio sicura, .sai, 
ancora. Però, nel dubbio, non bisogna, vero? Non 
ho mai avuto tanto orrore di far peccati, mamma, 
come adesso che devo pregar per Lui e prepararmi 
ad andar con Lui ! 

La signora Mannelli 

Bambina mia, non ne hai mai fatto, tu, dei pec- 
cati. 



ILI A 

(coprendosi gli occhi con le mani) 
Oh inanima, mamma fa) E intanto mi di- 

I \ ora della carta. (Apre 1! cassetto). 

La signora Mannelli 
1 .ascia che ti aiuti. 

Cecilia 
Sì, sì aiutami. Tanto tu non parlerai. Peri 
tratta di un segreto, bisogna trovare una lettera 
della signora Trechi. 

La signora Mannelli (scattando) 
Della signora Trechi? 

Cecili \ 
Sì, della signora Trechi. Una lettera in cui si ri- 
conosce lebitrice di cinquecento lire che Carlo le 
aveva prestate. 

La signora Mannelli 
Ma perchè la cerchi adesso? 

Cecilia 
Perchè è stata qui lei, poco fa, tutta affannata 
per la paura che suo marito, facendo passar le car- 
te, qui dentro, la scoprisse. Suo marito non sa 
niente e guai se sapesse. Voleva levarla lei, ma io 
non avevo la chiave. Adesso penso di cercarla e 
di mandargliela perchè si dia pace, povera donna. 
La signora Mannelli 
Cara te, lascia un po' stare. La cercherà papà, 
quando ritorna. Credo che sarà qui stillilo. 

Cecilia 

Nò), a papà non lo voglio far sapere. Mi pare 
ili aver capilo che la signora Trechi gli sia antipa- 
tica. Non vorrei che poi facesse delle, supposizioni 
poco caritatevoli sull'uso di quel denaro. (F.eva dal 
cassetto e porge a sua madre un fascio di carte). 
Fa passar queste, tu, intanto. Sarà bene di levar 
fuori tutto. Ah, Dio mio! (/-'ruga nel cassetto per 
raccogliervi sulla fiocca tutte fé carte). Qui in fondo 
c'è anche... (Leva una fotografia, s'interrompe, '0 
guarda). 

La signora Mannelli 

( '1 s'è ? 

Cecili \ 
(a voce bassa, ma nini turbata, guardando sempre 

la fotografia). 

Una leti grafi. 1. Una signora in toilette da ballo, 
11 11 l.i maschera. (Pausa). 

La signora Mannelli 
voce un po' tremante) 
Con la maschera? Lasi 1 vedere. 

Cecilia (le porge la /olografia) 
E anche delle lettere ci sono. Sarà forse qui la 
lettera della signora Trechi. 

La signora Mannelli (vibrata) 
Dammele. Le passerò io. La fotografia non è 
della Trechi. 



Jl II I 



LA LETTURA 



mquillà) 
Non h he sia della ricchi, io. 

La s Mannelli 

he I" supponi 

I CILU ('.'. ' 

[o? Non supponevo niente, Del resto mi pare 
che sia di I hi. Non l'ho mai vista sorridere, 
ma ■ Sia di Ila I rechi o 

non sia della rred na, pei me fa I" stesso. 

La signora Mannelli 
S'intende bene l'i « 1 i r ■" » io che fi o rafia E 1 
i che somiglia alla Trech Mi ricordo che Carlo 
l'ha veduta a Milano, in Galleria, un giorno che si 
pass nsieme noi due, mentre tu scrivevi 

lettere ali G làuta e l'ha comperata. 

I adesso dammi le lettere pi 

Cecilia 
Te le darò ma non c'è nessuna premura! 

La sigrn ira M innelli 
Oh lo so! Dicevo perchè ci sbrigassimo. Me le 

dai ? (Butta il ritratto sulla scrivania). 

Cecilia 
Perchè lo butti via così, quel povero ritratto? 

I a signora Mannelli 
Dammi le lettere, andiamo, facciamo presto, se 
papà non ha da saper niente. E tu prendi fuori il 
. intanto. 

Cecilia (balzando in piedi) 
Mamma! Tu mi fai male, sai. Perchè io ti ca- 
pisco, tu ha dei sospetti, di la verità ! 

La signora Mannelli (atterrita) 
Ma no, non tiu sospetti, non ho sospetti! 
Cecii ia 
ne crescente e con lagrime) 
Sì, sì, tu hai sospetti. Mi fai male, mi fai male, 
mi fai male! E non è la prima volta che mi fai 
male. Tu e anche il papà. Sì, anche il papà ' 

La signora Mannelli 
Ma no. cara! Ma quietati! 

t Iecilia (agilalissima) 

Si. sì, si ! Quante volte l'ho capito che avevate dei 
etti 1 Non avete mai detto nomi, ma discorsi 
vaghi me ne avete fatti tanti! « Meglio che Carlo 
non vada qui. meglio che Carlo non vada lai, op 
pure « vacci anche tu. non lasciarlo andar \ 
e tante pan. le così. Credete che non abbia capito? 
Credete che non mi abbia fatto male":' Non ni co- 
noscete^ ne tu né il papà Scusa, mamma, non ca 
pite. proprio non capite che ferir lui, per me, ì 
.. . mille volte peggio che ferir me. In passato 



Soffrivo dentro di me, ma tacevo. Adesso 
morto, no, non taccio. E comi . i n -rto! Con 
quella dolcezza di parole che mi ha detto, i 

Diazione delle parole che gli ho detto io, col suo 
Signori nel petto, con il Crocifisso in man... )■; tu, 

ma. mi x ieni fuori, li II 5Si . Con quesl i mi 
bili sospetti, con queste offese ! Sì, sì. tu hai paura 
che io s.-. i ia chi sa cosa ! Mamma, mamma, tu non 

il Lene che gli voglio io ! Tu non puoi 

capire i he se m ri fi ì • stato |ht la religione, pi 

del Signore, io avrei calcolato niente il mio 
soffrire se un'altra donna meno stupida di me, me- 
no ignorante di me lo avesse potuto rendere più fe- 
bee! Se avessi capito che ci tosse qualche cosa, sai 
jiu l che a\ rei fatti ivrei pn i il Sigi ic di 
Ianni morire e se il Signore mi avi sse fati a ia gra- 
zia sarei morta in pace, tanto in pace, Unto coti 
tenta. Non sai che non ho mai potul intendere 
come si sia innamorato di me, Carlo? Non t. per- 
metto di offenderlo. Dio mio, mi. minia, ho paura di 
dimenticarmi che sei la mia mamma. Scusa, scusa, 
scusa. Ma tu non le gnu ... incile lettele, nep- 
pure una ne guarderai ; e neppure io le guarderò, 
adesso; mi parrebbe d'insultare il mio caro, il mio 
i re, il mio tutto dopo Dio. Prendi, mamma mia 
(/(• consegna le lettere) va. bruciale, bruciale subii..! 
S i .- denti., l'obbligazione brucierà e in ogni tr 
io scriverò a quella signora che nessuno l'ha vista 
e che l'ho disti u 

La signora Mannelli 
(aitasi supplichevole, tenerissima) 
Sì, ma cn di, cara... 

( 'l.i ILI \ 

Va. va. va. brucia, brucia, brucia! E poiché sai 
che il ritratto ;• un ritratto o mpi rati . brucialo pure 
anche quello, brucia, brucia! 

La signora Mannelli 
Si. si. cara. (Butta le lettere e il ritratto sul fuo- 
co Cecilia l'ha seguita sin quasi al caminetto). 

Cecii i\ 
11, ii bruciato ? Hai bruciato tutl 
La signi ni M INNEl LI 
lei) 

Si, SI. tutto. 

I I . 1 1 IA 

( )h. mamma mia ! 

(Le si getta ùnglnozzando fra le braccia. Cala 
la tela). 

Antonio I ca :zaro. 






Nmi. - I versi di Chamisso, musicati da Robi 
Schumann. son riferiti nella traduzione, assai efficace, del 
conte Vittorie di MarmoiitO. 



■■• ■ \/:~:': y 




nr 



CASTA 131 VA 



{Continuazione e imr, vedi numero precedente). 



VI. 



Il generale Bonferreri, che i veneti della colonia 
chiamavano a general gambe de pano», se appunto 
stava male in gan'be, era altrettanto forte, anzi du- 
ro di testa. Di solito, non gli venivano in niente più 
di due idee all'anno, una d'estate e l'altra d'inverno, 
ma poi l'idea gli restava dentro fisa, come un chio- 
di nel muro, per tutta la stagione. In quell'anno, 
a Boscolungo , l'idea estiva era il matrimo 
uhi dell'onorevole Parvis con la marchesina d'Al- 
baro: due bei nomi , uno vecchio e uno nui>\<>. 
per tutti i gusti, e anche due belle persone. C'era, 
evidentemente, molta simpatia, perchè si trovavano 
insieme spesso e volentieri... — Lui sembrava ap- 
passionato per la musica, lei... per i cani — Dun- 
que, un bel matrimonio!... Un bellissimo mairi 
monio ! 

E pensandoci sopra, queste nozze sarebbero state 
appunto convenientissime. almeno per il generale, 
sotto tutti gli aspetti. Egli era un vecchio amico della 
marchesina e all'Abetone avrebbe avuto campo di 
diventarlo anche dell'onorevole. Lui pure, il gene 
rale. — perchè no! — si sarebbe stabilito a Milano. 
Sarebbe andato in villa dai Parvis a passare l'au- 
tunno ; poi in città, in casa Parvis. a pranzare la 
domenica... e qualche altro giorno della settimana. 
A teatro, avrebbe avuto il palchetto dei Parvis 
dove avrebbe fatto da cavaliere alla marchesina 
Sofia, quando l'onorevole sarebbe stato a Roma. 

— Sì! Sì! Il matrimonio è più che conveniente, 
è necessario ! 

Oramai « Gambe de pano » sente il bisogno di 
avere una famiglia... altrui. 



Egli comincia col decantare e col far ammirare 
la ragazza all'onorevole, come fosse « un puro san- 
gue » di cui volesse proporre l'acquisto. 

— Guardate, onorevole, che bella incollatura' 
— ■ Bellissima ! 

- Che portamento superi»)!... E che ginger! 
Ma nello stesso tempo di bocca gentile! Garanti 
sco: parola donno-! Mente morso, niente briglie! 
Si lascia guidale uhi un lilo di seta rosa! 

Nella foga dell'entusiasmo « Gambe de pano » 
sa trovare anche l'immagine poetica : ma pure, non 
perde tempo in chiacchiere e viene subito e diritto 
all'assalti). 

Sono Otto giurili, in punto, che Ceiaiili) l'anis 

è arrivato all'Abetone. E' appena finito il prai 
e passegggia su e giù col Bonferreri dinanzi alla 
succursale. La sera è dolce e tepida: una di quelle 
due o tre sere primaverili, che l'Agosto concede alla 
montagna. La luna immobile - inonda l'etei 
e dall'orizzonte pallidi, e luminoso la catena dei 
monti e il profilo frastagliato della pineta 
brano avvicinarsi, sembrano unirsi in un'intim 
consapevole ed affettuosa. 

Ma Gerardo non vede né la luna d'argento, né 
le stelle d'oro, né il cielo bianco, né la terra nera. 
Sofia canta; egli non vede: ascolta. La sua anima 
e i suoi sensi provano il fascino, il languore di tutti 
gli ooo del fé t'adooorc! 

Onorevole, una buona idea. 

Il Parvis ha una scossa. 

- Voi. generale?... Sentiamo. 

— Dovete prender moglie. 

— Prendere moglie? 

— Penso io a tutto '■ 



Jl'j 



LA LETTURA 



1 le. I n i\ atemi 
intanto una rm igl e, pi ii ne disci irreremo. 
I ta. 

1 1 Pan i- -: li rma serio, inquieto. 

I san i 

I .1 ìst : a 

< !• . ! il colpi .- però risponde an- 

un'alzata 'li spalle: 

I I 

Ma l'altro replica spiccando le sillabe: 

Ed è 'la\ veri i una creatura 
ila far diventare matti I Vorrei essere in voi per una 
pei spi sai la io ! 

di scherzare I 
Chi di strano? La ragazza vi piace. 

Noi . vi -piaci molto: si vede ad occhio 

nudo. 

Il cai ssati : vien gente in istrada. 

— Parlate sottovoce ! 

E vi - Geranio sente i baffoni bianchi 

eil ispidi ilei geni i gli sfiorano l'orecchio: 

I lei. 

' ( lambiamo discorso ! 

- Vi guarda in un certo modo!... Quando voi 
li punzecchiate finge di arrabbiarsi, ma le rìdono 

occhi! E poi, vi lete una prova? In tanti anni 
non è mai andata sola a passeggiare, Con nessun^. 
e con \ i li sì. 

— Min- M'Ite! 

ie ve ne ricordate! - Il generale molto 
soddisfatto di igliere in trappola un'Eccel- 

lenza, scoppia in una risata rumorosa. 

Il ! venta ancora più serio, quasi torvo: 

vuol mettere fine allo scherzo. 

unta a passeggiare con me... lo po- 
teva Lo.-. Non sono più un ragazzo. Potrei essere 
suo padre. 

11 generale si scosta un attimo fissandolo attenta- 
mente con l'aria di fare una stima. 

— Quanti anni avete? 

— Sono... dopo i quaranta, da un pezzo. 

- L'uomo, fino a che non ne ha cinquanta, e 

i pò, ne ha sempre quaranta. 
pun . ma la signorina d'Albani ne avrà 
venti, ventiline! Quanti ne ha, generale? 

Ventidue che vanno per i ventitre. E' più 
ime ragazza, di voi. come ex-ministro. 
I i i a, se-' 'lei' ■ la condizii me dell'indivi- 

duo. Mi tti in capo a un uomo di quarantanni un 
tto di capitano e avrete un vecchio ol eso: met- 
quello coi distintivi di colonnello e avrete 

I .d'ora voi, chi ? — Il 

Parvis comincia quasi a divertirsi agli aforismi dei- 
lamie... Ma « Gambi de pano • rispondi con un 
doloroso sospiro: 

'. si hanno si mpre più anni, 
dtà, di quelli ehi- si din 
\ qui. tu punto, quasi a conferma dell'asserzione, 
ba una spa ie di traballameli!- >. I 
il signor l'it., che gli ;• piombato addosso im- 
l 'impeto. 

— Sapi ■ Fermo... ( ìiù ! 



Ma Teo, i arsi, continua con le fe- 

'ii i salti indiavolati. 
Il generale rinuncerebbe assai volentieri a tante 

Ui se espansioni. Le Zampe del rane gli 
insudiciano le falde del soprabito nero; un : 

un po' lustro, che tradisce la pensione 

Al! ISSO basta ! I 

a raplimi nti ! 

reo spicca un altro salto: gii strappa qua 
bottone della si ttoveste. 

— ( ìiù . E finiamola ! 

Alla voce mi) ne, Teo si acquat- 

birciandalo di soppiatto, mentre, per rabbo- 
nirlo, gli passa fra le gambe scodinzolando. 
Di ve siete stato finora? - Prospero di 
1" gli esce di fra le gambe, allungandosi, 
seiam lo. terra terra. 

I li ve siete stato? 

I'" si torce e si avvoltola rimanendo diritto, 

distesi, sul dorso, con le gambette corte, ripiegate. 

Rispondete! Si risponde! Dove siete stato? 

li" si raddrizza, si alza, squassa le orecchie, e 

allunga e spinge il musetto contro il padrone: gli 

risponde come può, in tutti i modi, sforzandosi 

[uasi per trovare la parola che non ha. 

Ma intanto ecco Prospero che sopraggiunge, Pro- 
spero minaccioso a sua volta, e in atto d'accusatore. 
Teo corre di nuovo a mettersi vicino al padrone e 
li ' guarda. 

Pi rchè non lo tieni con te, questo cane? 
Prospero mastica una mezza frase che non si ca- 
pisce, poi conclude più intelligibilmente: 

— Cerca Mimi; scappa. 

— Chi è questa Mimi' 

Il vecchio resta muto un momento: si ode 
il leggero tintinnio di una piccola bubbolina. 
Teo rizza il muso, fissa gli occhi, gli si gonfiano le 
'!■■ chie. 

— Eccola là ! 

Una bestiola bigia, arruffata, tonda tonda, mezzo 
rane e mezzo gatto, con un grande collarone d'ar- 
gento, esce in quel punto dall'albergo: per un tratto 
di strada, fin che dura la luce dei lampioni, la si 
\i le camminare di sghembo su tre gambe, che sem- 
brano <\w. dietro una vecchia americana. 

I.a brutta bestiola è Mimi: Teo la fissa, ritto, 
immobile finché può vederla: poi quando sparisce 
mi buio, via coinè un Ianni" per raggiungere Mimi. 

— Teo! Teo! Teo! Qui, Teo! grida Prospe- 
ro, mettendosi egli pure a correre. 

Si diffonde rapidamente la grande notizia: 
reo '■ innamorato, innamoratissimo di Mimi, arri- 
vata quel giorno stesso da ('migliano. 

— Caaro il suo Teo! Com'è facilmente infiam- 
li ! ('auro! E' la marchesina che si affai 
ad un tratto sulla soglia della succursù 

E' imbacuo ita in un mantello rosso e sono d 
riverbero del lampione appare in un conti 

.lieo di luci e di ombre. Che bel diavoletto 
i il' neri, eoli quegli occhi neri, liain 
meggianti I Più l<ello di qualunque angelo biondo I 
Vncora non ha finito, il suo sigaro 5 
Si ria, nla 11 l'arvis e lo fissa si- 






I ASTA hl\ A 



20 j 



cura: il L'arvis, invece, non può sostener niello 
sguardo; è intimidito per il discorso di poco prima 
del generale. 

— Eravamo qui... intenti a sentirla cantare! 

— Lo sapevo; e per farle piacere ho cantato 
la sua romanza ! 

La bella fanciulla rispondi i ite, persino un 
po' ardita. 

L'onorevole ha la voce bassa e alterata. 

— Venga con noi ! Venga a giuocare ! Miss Kean 
e Mrs Brand sono partite ! La sigaretta è permessa 
e, se vuole. . . anche lo sigaro ! Faremo un'eccezione 
per lei ! Ma venga a giuocare ! Giuoco anch'io sta- 
sera, perchè la chov.ette è a scopo di beneficenza! 

— Cioè? 

— Si fa così : chi perde perde e la vincita è de- 
stinata al povero burattinaio di Boscolungo. E' il 
solito che viene quassù tutti gli anni. Pensi, gli è 
appena morta la moglie. E' rimasto solo con tre 
figliuoli. Una ragazzina di dodici anni con un vi- 
sino pallido pallido, tanto intelligente e due bimbi 
piccini, piccini, biondi, bioondi, due amoori di pììc- 
coli, due tenerezze caarc... 

L'onorevole attratto da tante vocali d'oro segue 
la marchesina nella sala dove si giucca, disposto 
a perdere tutto il suo patrimonio, se occorre. . . e 
anche la testa per sopramercato. La marchesina è 
allegra e felice : per amore del burattinaio, suo pro- 
tetto, si fa un giuoco d'inferno e Sua Eccellenza 
perde più di tutti e con grande piacere. Sofia lo ha 
voluto accanto, al tavolino di giuoco e gli ride 
proprio sotto il naso, con quei denti bianchi, e quella 
bocca da baci. Lo guarda, lo fissa e gli dice tante 
cose, col solo guardarlo : sono risposte, osservazioni, 
arguzie, che si riferiscono a questo, o a quello, alla 
parsimonia del generale, alla goffa prodigalità di 
Cesare e di Annibale, gelosi l'uno dell'altro, e che 
pare, cominciano ad esserlo un po' tutti e due. di 
Sua Eccellenza. 

Il Parvis è beato ; si diverte a stuzzicare la mar- 
chesina, ma il frizzo non punge e gli occhi riman- 
gono incantati. 

l'na volta, nel passarle il mazzo delle carte, ir- 
resistibilmente le stringe la mano, ed ella risponde 
alla sua stretta guardandolo calma, tranquilla. 

Intanto, c'è chi fa la proposta di una grande rap- 
presentazione del burattinaio dinanzi all'albergo. 
La proposta è accolta con entusiasmo e subito Sofia 
invita l'onorevole ad essere il suo compagno di 
questua. 

Gerardo starebbe ancora più volentieri lì, accanto 
alla marchesina ; sarebbe completamente felice. . . 
se lì, non ci fosse anche il generale. Ma questo ha 
un'aria prudente e dignitosa. Lanciata la bomba. 
« Gambe de pano » spiega una straordinaria diplo- 
mazia. 

E la marchesina ? 

Gerardo non capisce più niente: tanta amabilità, 
tanta confidenza, tanta simpatia? E insieme tanta 
sicurezza ? 

Ingenuità... o civetteria? Che cos'è? Cos'è? Ma 
che cos e ?. . . Fosse vero ?. . Davvero una grande 
simpatia... per lui? 



Quella stretta di mano in risposta alla sua?... 
Che cosa h.i voluto esprimere quella stretta di 
mani i - 

L'ex-ministro mentre è beato, lì, vicino a 
mentre non darebbe quel posto per nessun altro, 
neppure a capo del Ministero, si sfoga fra sé in 
linoni proponimenti. 

— Bisogna usare prudenza; bisogna lavorare, 
rimanere in camera tutto il mattino, tutto il gio 
per non compromettersi, per non compromettere la 
marchesina, per evitare la chiacchiera, i pettegolezzi, 
i commenti! — Pensa persino di partire. 

— Sì, se il generale torna da capo con quel di- 
scorso stupido... si fanno i bauli e si parte! Ma 
intanto che matura in mente così fieri propositi non 
si accorge di dare importanza al più piccolo atto 
di Sofia, ad ogni sua parola più indifferente, ad ogni 
suo sguardo, a tutto di lei. Non vede che lei, non 
sente che lei ! 

E quella stretta di mano ?. . . Come . a poco a 
poco, diventa importante e grave quel piccolo epi- 
sodietto ! 

Quella stretta di mano della sincera, della alle- 
gra fanciulla, diventa quasi una promessa. Oppure 
una civetteria... Una grande civetteria! 

Altro che riposare; altro che dormire! Egli era 
molto più tranquillo e dormiva meglio a Roma, 
dopo le sedute più tempestose in Parlamento! 

Anche quella notte rimase un pezzo alla fin. 
l'afa era insopportabile... e dalla sua finestra ve- 
deva quella di Sofia. 

La stanzetta era illuminata. A un tratto . pure 
Sofia venne alla finestra. 

Il cuore del Parvis battè con violenza. 

— Veniva per lui ? 

Nò. La fanciulla lasciò la finestra aperta e si 
sedette a un tavolino. A leggere o a scrivere ? 

— Scriveva?... A chi scriveva?... Di notte?... 
Tutta notte? 

Gli occhi di Gerardo diventarono seri, poi 
torvi . . . 

A chi scrive? A chi continua a scrivere?... 

Finalmente Sofia si alza, chiude la finestra, e 
dopo un momento anche il lume si spegne. 

Gerardo respira! Prova un senso di sollievo: 
chiude a sua volta la finestra e si corica. Ma ni n 
vuol più restare in camera la mattina dopo, a la- 
vorare. Tutt'altro! 

Ha la smania che sia giorno, per correre giù, 
in cerca della marchesina e sapere, — scherzai 
ridendo, punzecchiandola, — a chi ha scritto così 
a lungo, durante la noti 

VII. 

11 generale non disse più una parola a Geranio 
Parvis intorno il suo matrimonio; anzi cercava di 
nominare la marchesina il meno possibile. Pure 
Stava attentissimo, osservava, spiava ogni più | 
colo incidente ed era molto soddisfatto del coi 
procedevano le cose. Prima ili colazione, dopo il 
tennis, passeggiata igienica della marchesina col- 



20 | LA LETI 1 RA 

1 onoi svoli lazione, musica. Dop | 

. iiir.i pass unti i giorni un ]><>' più 

lunga, u, arrampicandi si lezzo al l« 

i vecchi abeti del .'/</. o giù per la 

strada provinciale verso Fiumalbo; e la sera, di 

nuovo un:- \ i Je t'adoore » adesso, si erano 

■ imi: Yadieu de l'i: [robe e la serenadt 

['onorevole, che le sedeva accanto, al 

pian' tpire la musica tanto 

iper Miliare le pagine al momenti 

I l. Sicuro, anche Teo faceva la sua parte! 

Come il leardo pomellato della tavola rotonda, gì 



Cesare e Achille, pittori dilettanti, dipingono gli 

scenari e gli avvisi illustrati, la marchesina pn 
una mim >\ a toiletti sfolgorante per la bella Ircana, 

e per le damigelle d'onore. Sua Eccellenza Inda il 
tali ut., artisti... dei suoi due rivali oramai pie 
niente sconfìtti ed anche rassegnati, e ammira la 
grazia, la bravura e più di tutto le manine della 
marchesina. Due mani bianchi e in.nl/nle. lunghe, 
sottili, con le unghiette lucenti come II cristallo. 

— ■ Che bella man... la sua! Con l'espressione 
del carattere e dell'intelligenza 1 

- Oooh ! Ma che cosa di. e. signoi Parvisl 




y^jJJ^- 



*r'' 



rava attorno pei Boscolungo coi colori della bella: 
un nastro rosi. uguale ai nastri del cappellone — 
con un magnifico fiocco e i bubbolini d'argento: 
il tutto ricamato e regalato dalla casta dì 

« Gambe eie pano « gongolava! Soltanto quando 
'.'■dini si oscurava in viso: 
Maledetto cane e maledetti bubboli!. Fra- 
stornano la testa : 

E tornava per la millesima volta a esamin 
studiare e a fregare col dito, comi per tarlo sparire. 
un ricordo dei dentini di Teo. che era rimasto inde 
lebile in tondo alla falda del soprabito, << >n la 
forma di un pinolo sette. 

Intanto ferve il lavoro per la rappresentazione 

dei burattini: e all'Acetone non si parla d'altro. E' 

i Stenterello cuoco t genera 

le in capo alla corte della bella Ir^aua. Tutto il 

mondo ai lato in preparativi ; 



l n'espressione intelligente, le mani? Le mani non 
hanno occhi, e l'intelligenza è espressa dagli occhi! 

— Si, appunto! Oueste sue manine hanno bene 
gli occhi: due oochiettini turbissimi. 

Sofia, si diverte. 

— Dove soni > ? 

Lì, guardi li! — I^t indica le due fossettine 
della mano. — Eccoli li, e come ridono! 

Sofia ride davvero; di gusto, guardando la ma- 
il, d/aiidol.i, allungandola, facendo sparire le fos- 
sette, n facendole riapparire più tonde. 

— Ridere? Di che cosa dovrebbero ridere? 
- Di me. - Il l'arvis si corregge subito. 

Del papà ' 

— Pen-hè? 

— Non so 

— Perché è un papà troppo gióvane I Poi... sa- 
iel.be forse un papà troppo indulgente! 






I Wi'A DIVA 



205 



E si finisce sempre che il papà bacia la manina 
che la figliuola gli offre scherzando, ridi- 
li giorno della rappresentazione — la rappresen- 
tazione deve aver principio alle ore due, in pu 
— è l'onorevole che sceglie il posto più adatto nel 
bosco dietro l'albergo, e che presiede all'impiantii del 
teatro e alla divisione dei posti di platea. N'ella 
prima fila i bambini, nella seconda le signore, in 
fondo gli uomini. 

E Teo?. .. Il signor Matteo, dove lo si mette? 
Fra i piccini o fra gli uomini grandi? E se non sta- 
rà fermo?... Se abbaierà? Teo avrebbe certo mes- 
so in pericolo il buon successo della rappresenta- 
zione. Era già colpevole di un grave reato: 
mentre si stava innalzando la baracca , aveva 
rubato il sire di Trebisonda . padre d' Ircana ; era 
fuggito . scappato a nascondersi in un cespuglio 
e gli aveva strappato la corona, la barba e divo- 
rato il naso!... A tanto strazio, figurarsi il dolore 
e gli strilli di tutti i bimbi che riempivano il bo- 
sco e lo animavano con le loro vocine e lo picchiet- 
tavano di bianco e di rosso con i loro vestitini : an- 
geli ed uccelletti insieme. 

Il generale, energicamente, propone di chiudere 
Teo nella rimessa dell'albergo : Prospero si offre di 
condurlo a passeggiare finché dura la recita ; ma So- 
fia legge fra le rughe del faccione ingenuo e buono 
il rammarico di perdere il trattenimento e allora 
dichiara senz'altro che Teo resterà con lei, sopra 
una seggiola accanto a lei ! 

— Sarai buono? Prometti che sarai buono, buo- 
no, buooono ? 

Il generale scrolla il capo malcontento, borbotta 
che è un'imprudenza, un capriccio, una pazzia, ma 
Teo. invece, che è stato attento al dibattito, pie- 
gando la testina e dimenando la coda, risponde di 
sì, che sarà buono, con uno starnuto ed un saltetto 
di gioia. 

E infatti per tutto il tempo che dura la com- 
media, Teo rimane immobile, sulla seggiola accanto 
alla marchesina. intento alla baracca e ai burattini. 
Quando Stenterello, con il manico della scopa, 
bastona gli sguatteri che non fanno il loro do- 
vere, sollevando l'entusiasmo dei bambini, Teo con 
gli occhi fissi, allunga il muso, odorando col na- 
setto lustro e timido verso la baracca, ma non ab- 
baia nemmeno allo sparo dei petardi che annun- 
ziano l'ingresso solenne di Stenterello, creato gene- 
v ralissimo, alla corte della bella Ircana. spari in- 
diavolati, che portano lo spavento e lo scompiglio 
fra le testine rotonde e ricciolute della prima fila. 
Furono treeentocinquantatrè lire d'incasso che il 
Parvis fece diventare cinquecento. Una vera ric- 
chezza ! 

La marchesina Sofia ripone la somma in una 
busta, mentre il generale parla di interessi, di li- 
bietti. di Cassa di risparmio. 

— Xo, no! Bisogna portar subito il danaro alla 
povera piccina pallida pallida, dagli occhi 
buoni e tanto intelligenti! Caaral... Tesoorot ... 

Il burattinaio e la sua famiglinola — la figliuo- 
letta e i due bambini — dm- poveri esseri n 



rachitici, con un enorme sudici e mocciosi, 

ivano uri 'oro ,,//< .. o meglio, nella 

loro casa di legno, ambulami'. 

Quando l'onorevole, e la marchesina giunsero al 
largo erboso, dietro gli alberi, alla fine dell'abitato, 
1 burattinaio aveva piantate le tende, dal breve 
fumaiolo di lamiera che sovrastava al tetto del car- 
ro usciva un pennacchi di fumo azzurrognola; 
ma tosto non lo si distingueva più ; svaniva sul 
tornio i!tl lirlo. reso di un azzurro languido, nella 
grande luce ultima, prima del trameni 

La fanciullata pallida dagli occhi intelligenti, 
colata presso l'usciolino del carro-omnibus, ta- 
ceva cuocere un po' ili cena in un vecchio tegame 
sopra un tornei letto di ghisa; e le cipolle, friggendo, 
mandavano intorno certe zaffate grasse, di stantio, 
che sembravano più acri e più nauseanti fra i miti 
profumi dei prati in fiore e la fragranza della vi- 
cina pineta. 

Il burattinaio era seduto sopra un muric- 
- tiolo, masticando tabacco per ingannare l'appetito, 
e sembrava assorto nel rabberciare il cranio nero 
di un Matamorb. sul quale la spatola di Arlecchino 
aveva picchiato troppo forte per ordine di Stente- 
rello. Il capocomico vagabondo delle teste di legno. 
quando era nascosto nella sua baracca e stava in- 
fondendo una parodia ili vita ne suoi fantocci, po- 
teva essere immaginato un uomo simpatico, all' 
ed anche geniale. Ma lì. visto in quell'atteggiamen- 
to, alla luce del giorno, appariva soltanto quello 
che era in realtà: un villano, tra lo scaltro e l'as 
sonnato ; un mezzo bruto dal viso gonfio e livido 
e dallo sguardo spento dall'acquavite. 

All'estremità di una delle stanghe del carro, le- 
gato con un cencio di corda stava il vecchio asino 
del burattinaio, magro, spellato, malinconioso, sin- 
tesi moribonda, o quasi, di tutte le tristézze e di 
tutti gli Stenti, le fatiche, i patimenti raccolti in- 
torno a quel poveri carro disgraziati che portava 
attorno la commedia ime e della miseria. 

Quando Teo vide la brutta bestiaccia, non ne 
riconobbe subito la razza, si fermò, sospettoso, fiu- 
tandolo alla lontana, non arrischiando di avvici- 
narsi... e l'asino, a sua e ca- 
nuto verso l'aristocratico Teo, ''osi lustro, così ele- 
ganti i nastro rosa dal largo fiocco, il d 
di S le Fiutava anche il ciuco per r 
ma più che fiuto, il suo pareva sospiro: un sospiro 
che usciva dalla povera e martoriata carcassa, ta- 
tuata di piagl di gt 

i nàsti ■''' cuore, diarista di que- 
gli infelici. -- la ragazzina, i <\w- bimbi ed anche la 
ia ; -, ma volle veder dentro nella baracca. Dal 
vano aperto, un raggio del sole basso, entrava di- 
ritto nell'interno del carro Quali tri greti fra 
tarlate e sconnesse! Là dentro si fa- 
i da mangiare e si dormiva in quattro. Si a 
mutavano i cenci, i buratti' ne, gli avanzi 
dei magri pasti, il bottino ik-i furtarelli campestri 
del burattinaio ed anche dei due marmocchi i 
cinsi. Sopra mensole Si da funicelle, vecchi 
; — il re] per le grandi rap 
entazioni — misti a mazzi di rape e di can 



200 



I A 1.1 TI IRA 



a pezzi 'li pane raffermo <■ di cacio ammuffii 

o ir. n, nti liquidi sospetti, 
i attini mu- 
tilati, decapitati, sventri Ule pareti, immagini 
sacre, il ritratti' ili Garibaldi, canzoni popolari il- 
lustrati-: un vecchio schioppo arrugginito, con una 

Ili >;i di chi 
n un angolo, un vasetto 'li garofani che pn 
deva I uori dal fini si i ini i un bel i ami i i 
di bottoni '"ti uialche fiore sbocciato, aperto, 
i ome sitibondo d'i ! Il - ra il 

iulletta pallida dagli occhi tanto 

iti, come suo doveva essere il giaciglio 
dall'altro can sudicio, meno scomposto ili 

quello dei bimbi... 

Il burattinaio dormiva certo più in fondo, laggiù, 
sopra quel mucchio ili vecchi panni, ili pacchi, 'li 
stuoie non si vedeva bene... nemmeno il sole 
voleva entrare fin là ! 

Sembrava che in quei pochi metri ili spazio, una 
ja vita randagia avesse accumulato tutte le re- 
toccheria incontrata su tutte le strade, 
in ogni pai si . in ogni si sta e si ostinasse a metter. 
i.i. ogni giorno di più, senza rimuovere 
nulla, senza nulla rinnovare, in una specie di osti- 
nazione incosciente, ili compiacimento infingardo... 
La fanciulletta dagli occhi intelligenti capiva 
tutta la bruttezza, l'orrore di quel suo antro ambu- 
lante? 

Chi sa 5 ... Quel iore, |Uel garofani», messo lì, 
certamente da lei, vicino alla finestretta, non era 
un rimpianto, un desiderio, un anelito verso 
he ' osa 'li bello, 'li gentile? 
Anche l'onorevole Parvis era rimasti' colpito ila 
quel triste spettacolo. Egli ripensava alle granili e 
tempestose discussioni della Camera ed alla facon- 
dia . agli strepiti dei socialisti. A quella piccola 
gente lì, chi mai ci pensava? Non aveva « Camera 
del lavoro « non aveva « Società umanitaria'... ». 
Oh. prima che penetrasse fin dentro a quella ba- 
racca il beneficio degli sgravi*. 

Come tutti gli uomini del Parlamento, anche i 
più avanzati, anche i più scalmanati erano lontani 
col loro pensieri, col loro cuore e con le loro chiac- 
chiere, da tutta quella miseria materiale e morale! 
Invece Sofia Sofia sì. Pur così delirata e squi- 
sita nella vita e nei gusti, lei, un vero fiore fra la 
e i merletti, li ! i ìrconfusa di grazia, di soa- 
vità e di profumo, lei non mostrava né ripugnanza. 
so: non era e non appariva altro che pro- 
fondamente commossa da una viva, da una grande 
pietà. 

1 bimbi aveva un ditino malcom 
Sufi.' rtare dell'acqua, lo lava delicatamente 

ipre col taffetà che ha -■ mpre con sé. E nel 
egnare il danaro alla sorellina maggiore, rima- 
rdita, trasognata incapace di din- una pa- 
rola, le fa raccomandazioni e le dà consigli... Sofia 
• che li sua presenza fa del bene là dentro, e 
• ne andrebbe mai. 

ciò che vi è di brutto e di immondo in 
i li non l'ha offesa : ella non ne 
te che le sofferenze e le lacrime. 



— Quanti dolori, non i vero? dice Sofia al 
Parvis, mentre riprendono il sentiero del bosco, av- 
viandosi verso casa. Quanti dolori, che nessuno 
vede, ai quali nessuno può provvederci... 

K quest ih m si agita e non impi 

non lii comizi, né scioperi. E tutti, tutti quanti ab- 

I iamo la o Ipa di lasciar vivere e crepare tanta 

gente, tanti uomini. , ionie bestie ! 

Quei din- pii ' ini, poveretti. .. 

— Erano brutti as 

Non Iodica! I bambini non sono mai brutti! 
Sono disgraziati, sofferenti, ammalati, ma non < 
mai brutti ! 

Ama molto, lei, i bambini ? 

— Sì. 

— Le piacciono moli 

— Tanto, tanti '. 

- E se... — il Parvis si fa forte e le domanda 
sorridendo: - E quandi, avrà un bambino suo? 

La fanciulla diventa rossa; una fiamma. China 
gli occhi, un istante, ma poi li rialza raggianti, con 
una luminosità piena di dolcezza e di lacrime: 

Non è forse il perchè di tutto, nella nostra 
\ita ? 

Gerardo la guarda: ella sospira e per un lungo 
tratto di strada rimane raccolta, tutta in se stessa, 
e ]X-nsicro.sa. 

Il Parvis che le cammina accanto passo pas- 
so, sente l'odore acuto della massa folta, con- 
fusa, ondulata dei capelli neri. Egli guarda, 
tinua a guardare e sospira. Sono così neri, quei 
capelli, così neri e lucenti che abbruniscono la bella 
nuca rotonda e forte sotto il grande cappellone 
tutto bianco e tutto rosa. 

E intanto, guardando e sospirando, i suoi pro- 
positi di saviezza, i suoi disegni di prudenza sva- 
niscono tutti insieme rapidamente. 

Sì: il generale Bonferreri aveva colpito giusto. Sì; 
gli piaceva molto quella bella, quella giovane crea- 
tura, cosi giovane e così bella! Ma voleva star a 
vedere qualche mesi, voleva aspettare ancora, al- 
lontanarsi per qualche tempo. . Voleva mettere alla 
prova si- stesso, il proprio cuore, la propria pas- 
sione. Sì, questo bisognava fare: allontanarsi, al- 
lontanarsi da lei a qualunque costo! Scrivere a 
Genova, andare a Genova, sapere, informarsi... 

Ma intanto guarda, continua a guardare e 
spirare. No, no; non è nera, è bianchissima la bella 
nuca rotonda e torte: è la radice dei capelli folti, 
è la lanurie dei capelli più fini, che la rendono 
bruna . . 

Bisogna informarsi, bisogna sapere, prima, tante 
COSel Bisogna scrivere, bisogna andare a Geni 
Genova I Genova!... Come in quell'istante la vede 
bella, Genova, in faccia al mare, piena di luce, pie- 
na di sole ! 

('he cosa ne sa lui, della marchesina d'Albi; 

— ('io, -he gli ha detto il generale: niciil'all r< 

II generale, del usto, i- un bravo uomo, un peri 

inolilo. Egli poi, il Parvis. e riuscito anche 

ipere, finalmente, ciò che più gli preme, — a 

chi la marchesina scrive tanto boi sì a lun- 

i. finalmente, perch.- aspetta con 









LA LETTURA 



.i IN ra di i i mpre 

hi- non si può vivere all'Ai» toni 
'■"li la |« sta una — La mai 

chesina scrive alle sui aspetta letti n e 

Lille sue ami he. Ne ha molte, sparse 
in tutta Italia, ma sono tre, le più intime, le più 
care; dui di Genova e una ili forino: l'Ippolita, 
la Felirina e la Pouf Me. 

C< i ■ . \ uol bene alle sue ami 

elle!... Buona e sincera! Sopattutto sincera. Che 
bella ci sa la sino i 

Perchè aspettare ancora a parlare, ad aprirle il 
cuore; Per informarsi, per sapere... Sa 

Fnfi limarsi ili che o sa ? Mi m lo sa 
che è buona, affettuosa, tenera, min In veile che e 
i bella . tanto, tanto, troppo. . 
Cara, figliui ila. 
Sofia si ferma e lo guarda interrogandolo con 
gli occhi i idi nti : 

— Signor. . . ]> in i 

un trem to negli oc :hi, e gli trema 
l.i voce: 
Papà?... Risponda, marchesina, - Papà? 
Proprio. . sempre. . . soltanto papà ? 

La laminila ha un sussulto e il suo viso si tra- 
sforma mentre si allontana d'un passo, istintiva 

mente: 

reo Dov'i reo ?, . . Dov'è andato Teo? 

( 'he impi rt.i adessi >, 'li Teo i 
E' rimasto indietro! S'è perduto! Non c'è 
più! E Sofia chiama torte, con tutta la sua bella 

[Vn ! Teo ! l'eo ! 

Il l'arvis fa un passo, la raggiunge e le afferra 
una maini. 

Risp mi la ! I (ève i ispondere ! 

— Ma. Teo!... 

I ' corso avanti ! l'ho visto io! E' a casa !. . . 
Von si tratta di Teo; mi guardi: si tratta di me. — 
di un uomo, della felicità, dell avvenire, della 

vita di un uomo! Ma non capisce?., ma non ha 
capito?— Il l'arvis cerca di afferrarle anche l'al- 
tra ni. ino e fa per portarsele tutte due alla bocca: 
Von ha ancora capito? 

ritrai O itala, scioglie le mani 

da quella strel a il l'arvis muta, con una 

grandi spri >sione di maraviglia dolorosa, 

\ Gerardo si oscura la vista: sente la terra che 

gli ili ni piedi : 

II. i capiti ■■ e mi i p di no?... E' 

un « 

. più che attonita, è come atterrita: fissa 

quel volto pallido, contraffatto dall'ansia, dall'an- 

Poi è lei stessa che gli afferra 

una n rinj on forza, con tutta la 

le corri ino agli occhi. 

1 Vmii i i'i ; nioo mio ! 

Ili ■ te pan ile. in questo dolore 

della bui lilla, che la sua condanna è ine- 

ta un istante, poi le domanda. 1 1 in 
una voci ma 

ferma e scura : 

\i e tempo? Ni ssuna ;peran 

(lino. 



Risponda: mai , nessuna speranza?... Mi 

risponda. 

Sofia alza il capo lentamente e lo guarda : ha una 
ride, una profonda pietà negli occhi dolcissimi. 
Vorrebbe parlare, non sa. non ne ha il coragg 
Allora leva dalla tasca di-ila giacchettina un l 
li amma arrotolato, e glielo dà : 
Legga. 
Il l'arvis la lissa; guarda il telegramma come 
per indovinare, poi apr i [e| 

« Mamma 1 1 intentissima - rà lei babbo 

som . felice. \ rDREA. 

- A lei. — Il l'arvis le ritorna il telegramma: 
Un sonisi, cattivo gli increspa le labbra. — Sia 
tutto come non detto... E, soltanto, mi usi la li- 
ri //a. di dimenticare le mie stupide parole. 

I UttO 31 ferma per un istante: anche i due cuori 
non battono in quell'istante... 

II boSCO, folto in quel punto, dopo un breve 
tiatto, diradandosi, si apre sulla strada maestra. 
Sofia si arresta per poter discorrere, li. senza essere 

veduti. 

Signor l'arvis, si fermi! Ascolti... ho aneli io 
da parlarle! Lei non mi deve disprezzare, non mi 
deve giudicar male... e non mi deve odiare! Sof- 
ferei tmppo: voglio sempre essere stimata da lei! 
Con Andrea - con mio cugino — ci siamo fidan- 
zati da due anni. E da un anno e mezzo non lo 
vedo! E' in marina: ufficiale. !•'.' stato in Cina: è 
tornato soltanto da pochi giorni. 

— Io non ho il diritto di chiederle niente; non 
ho diritto di saper niente! 

Sì, invece: tutto! Deve sapei tutto! Voglio 
spiegarle tutto! Mi ha dato un grande dolore, sa, e 

10 merito! Lo merito, perchè senza saperlo, cn 
sènza saperlo, sono stata leggera con lei! Ho 
gl'iato ; l'ho ingannato ! 

— No... no! 

Sì. mi lasci dire! L'ho ingannato, ingannan- 
do me slessa nell'interpretare la mia simpatia per 
lei. Mi lasci dire! Mi lasci dire, mi ascolti! Non 
ci vedremo più, ma io vi iglio dirle tutto, tutto, unto ! 

11 sentimento, la simpatia, lo chiami come vuole. 
ciò che io sento per lei. è vero, è sincero, è foi 
Sapesse... è proprio così. Io le voglio bene. In 
lune fatto di stima, di fiducia, di confidenza! 1 
cosi bella, cosi buona la nostra amicizia e mi ad- 
dolora tanto tantn di doverla perdere! Ho sba- 
gliati!, ci siami! ingannati. 

No... 

In, io! Mi sono ingannata! Peccato I L 
scherzava quando mi chiamava » cara figliuola», 
io invece credevo, mi era illusa! Fosse proprio cosi, 
proprio, coinè una figliuola! Lei scherzava ed io 
ho avuto tort.i di non capire, di aver preso il suo 
scherzo sul serio I Ridevo e scherzavo anch'io quan 

dicevo « sigm.r papà >• ; ma pure, ni I dirlo. 
seniivn in me una grandi tenerezza e un grande 
rimpianto! Pensi, i<> non l'ho conosciuto il mio pò 
vero babbo, e ho conosciuta appena la mia mani 
ma ! I. un rande, sa, nella vita, non avere 

il papà . non avere la sua I. un vuoto 

nemmeno l'amore non riesce a rolmare! Ho 



sbagliato! Xon dovevo scherzare con lei, come ho 
scherzato! Ma... avrei mai potuto pensare, imma- 
ginare che lei, proprio lei. un uomo così ili merito 
e di spirito, così grande. — ne parlavano tu-u con 
tanto rispetto, con tanta ammirazione, quando i 
veva arrivare quassù : Avrei potuto mai immaginare 
the ella prendesse così sul serio una ragazza o 
me. una ragazza frivola, che non sa niente, che non 
saprebbe lare un discorso con un po' di giudizio... 
Io credevo che lei si divertisse a star con me, ap- 
I unto, perchè con me non aveva da pensare a nien- 
te ' Così... un po'... come con Teo ! 

Gerardo scrolla il capo, vuole interromperla. 
— Mi lasci dire ! Mi lasci dire, mi lasci dir tutl 
Poi, a poco a poco, senza accorgermene, lo scherzo 
per me diventava realtà... o idealità, come vuole! 
Lei è tanto buono, tanto diverso degli altri, tanto 
superiore agli altri. Dice cose così giuste che colpi- 
scono e fanno pensare!... E io ho sognato, ho spe- 
rato... Se davvero, col tempo, diventasse proprio un 
amico, un buon amico. . . se diventasse davvero. . 
un po' il mio papà? L'amico nostro, buono! — So- 
iia si corregge subito — l'amico mio, che mi avreb- 
be guidata, consigliata, confortata. Sì, confortata, 
perchè la vita non è mai senza lacrime, anche quan- 
do si crede di essere felici! E in cambio, di questa 
sua amicizia, di questo suo affetto, io sentivo e 
sento . che avrei potuto darle lealmente . e a- 
pertamente una parte così buona della mia a- 
nima, della mia tenerezza! Xon è possib 
Non è più possibile. Lo capisco! Lo sento! Per 
questo non ci vedremo più, non ci parleremo' più ! 
Ecco, le ho detto tutto! Adesso... Addio! Ma pu- 
re. . . questo mio sentimento . questo mio grande 
rimpianto lo proverò sempre, sempre ! Io adesso 
torno indietro ; è meglio che non ci vedano insie- 
me ; e poi devo avere la faccia stravolta... Si ri- 
cordi sa, così... come le ho detto, un gran bene! 
Sempre, sempre ! Per tutta la vita ! 

Sofia si volta a un tratto con la voce rotta da un 
singhiozzo e si allontana rapidamente, quasi o r 
rendo: il grande cappellone tutto bianco e tutto 
rosa si perde e sparisce nel buio, fra i tronchi ve 
chi e diritti, in fondi) al lungo viale. 

Il Parvis ritorna verso l'albergo, camminando 
in fretta, a capo chino, senza veder nessuno, senza 
salutar nessuno. 

— La posta. Eccellenza. 
E' il portiere che gli presenta il solito fascio di 

lettere, di giornali e di libri. 

Il Parvis lo prende macchinalmente e straccia la 
busta della prima lettera, senza nemmeno guar- 
darla. 

— Il mio servitore, dov'è ? 

— Era qui adesso. 

— Fatelo chiamare, subito. E il mio conto, su- 
bito. E una carrozza. 

Il portiere fa un atto di meraviglia: 

— Parte, Eccellenza ? 

— Sì. 

— Prende il diretto per Roma o per Milano? 

— Per Roma. 

— Vorrà pranzare, prima. Le ordino il pranzo? 

La Lettura. 



t \- ! \ DIVA 209 

— No. Pranzerò a San Marcello a Pracchia. 
L'onorevole Parvis parla speditamente, con la 

voce sicura, con tono risoluto la sua faccia. .. è la 
solita, di tutti gli altri giom Soltanto ha le lab- 

1 ia p rate e in mezzo alla fronte e ap 

parsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e 
non c'era prima. 
Fa le scale tranquillami riti . ma j 1 i 1 citrato in ca- 
aiude l'uscio con un impeto dì collera. Ra- 
pidam ■ nasi macchinalmente prende la pic- 

cola valigia a mano e la riem] ie di lettere, ili carte, 
di libri: vi caccia dentro hi scatola delle sigarette, 
i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'ora- 
rio. — E il portafogli- 1 ii \ Non ricorda se 
lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano... 

— Eccolo. 
Ma invece del portafogli è L'astuccio di pelle 

il ritratto ili Flaviana. 
Lo guarda, ma senza commuoversi : freddamente. 

— Sei vendicata! Come sei vendicata! 
Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli. 

continuando inveire a cacciar roba nella valigia, 
tutta la roba che gli capita sotto le mani. 

A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa 
di fresco, di umido è passato sopra la --uà taccia: 
è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul 
tavolo. 

— Via ! Va via ' 

Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ri- 
torna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa in- 
ciampare ! 

— Maledetta bestia! 
Gli dà un altro colpo così forte, che lo fa rotolare 

sul pavimi 

Teo non guaisce, corre a nascondersi sotto il ca- 
i-ape. 
■ — Comanda?. . . 

E' la voce di Prospero, entrato dietro a Teo, ma 
che Gerardo non ha veduto. 

- E' un'ora che aspetto, vivaddio! Mai al tuo 
pi isto ! Mai ! 

Prosi ero non risponde: la sua faccia rasata, 
scura, sembra diventata di bronzo 

— Il mio baule, la mia roba, sul into la 
mia. Tu partirai domani, per Milano 

E non dice più una parola. Rimane immobile, 
muto, diritto, le braccia dietro il dorso, fissando il 
baule che Prospero riempie lentam 

Soltanto, quando sta per salire in carrozza, non 
può trattenere un impeto, un moto di stiz 

E' il generale che lo chiama, che lo ferma. Il ge- 
nerale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca a- 
perta un punio d'interrogazione: 

— Ritornate presto, onorevi 

— X11. Xon torno più. 

— Come?... Non tornale più? 

— Il ito un telegramma: sono eh, 
a Roma d'urgenza. Affari issimi. Bui 
permanenza, generale; e sempre in buona salute... 

M 
La carrozza parte. « Gambe de pino » rimane 
fermo, in mezzo alla strada, seguendone con l'occhio 
stupito la rapida discesa. 

14 



Ili 



LA LETTURA 



Pros] 'i la faccia Mina, annuvolata, 

ma subito in camera del padrone, |ue 

partito, e si china ginocchioni, guardando sotto 

il E 

\ ani qui !. Teo !.. \ ■ i ■ 

non risponde, non si muove I ' \ ieni qui! 

I 
I topo un momento, reo, i |uatti i quatl 

k- orecchie basse, la coda na- 

zampe ili dietro: si avvicina a Pro 

: i«lcir.i la faccia, poi corre ili nuovo ad 

-i nel suo nascondiglio. 

Prospero scrolla il capo: se ne va chiudendo 

l'uscio adagio adagio, ma poi ritmila subito con la 

zuppa 'li pane e >li carne. 

La pappa reo!..-. Buona la pappa! 
Teo riappare quatto quatto, odora il piai;»', poi 

gli dà contr in il muso, rifiutandolo, e ili nuovo 

si rifugia sutin il canapi. 

Teo !.. reo! Povero Teo! 

Vili 

Com'era vertiginosa quella discesa. Il Parvis 
preso da un senso di sconforto, 'li oppressione, 
di tedio 

Quando si irnvò 'li nuovo improvvisamente alla 
ne ili Pracchia, senza mai aver detto una pa 
rola al vetturino, gli parve ili essersi destato ila 
un sogna 11 solito rumore, il solito, frastuono, il 
solito caldo, la solita polvere, il sudiciume, i sa- 
luti ossequiosi del capo-stazione, ilegli impiegati: il 
correre affaccendato dei facchini. 

' ' une ormai erano già lontani l'AbetOrie, il bosco, 
il viali- Elena! Quanta tempo era passato in un'ora 

Rie ito in un angolo del suo scomparti- 

mento, non si muove più. Non scrive, non li 
non apre, non tocca nemmeno la valigia. 

\ ■ hia, ri conduttore spalanca lo spor- 

teli", come il si dito. 

— Desidera i giornali del mattino, Eccellenz; 

— V 

Lo sportello si richiud G rardo, sempre im- 

le, rincantucciato richiude le palpebre... ma 
hiudere gli occhi. 11 treno ci rre vi 
mente lui desolata campagna romana. 

I arida, |ua e minata ili ru- 

deri , ili avanzi, e ili castelli diroccati... Un 
le cimitero ili cui il vento secolare ha 
i i cippi, ! le croci. . Ma < ìerardo 

che boschi é prati... uno spazio infi- 
nito ili verde, e in fondo in fondo e poi vicino, più 
vii-ino., il cappellone il grande cappellone tutto 
a . 
I ■ lei, lei !. I ■ ' / , ' Jt 

Sari sempre cosi? Dovrò vederla sempre, 
mai chiudi re gli i echi della me 
gli occhi dell'anima, •■ non vederla più 
tranquillo, feli 
Oh Flaviana, povera la mia Flaviana rara. 



\ Ri revole Parvis grilla con tutti, stra- 

pazza tutti: appena sceso all'albergo ]k r le ■ 

poi al ristorante per la colazione, poi da Ajar 
gno per l'articolo della Tribuna II Governo "r 
mai e una bara < .<, i partiti una commedia : il | 

è in rovina, la si i 1 rieri 

biliare, ingiusto, aggressivo, violenta 
( 'he ha l'onorevole Pan is • 
\e\ rastenia. . . 

I più sorridono con malizia : 

Nevrastenia .. prodotta dalle dimissioni da» 
te e che furono acci ttate troppo presto ! 1 1 bru- 
ciore ili aver perduto il potere!... 

- — Non ha equilibrio, non ha prudenza. (Ili 
manca la serenità, la stabilità ilei] uomo di governa 

— E' troppo impetuoso, violento! K mi 

II Parvis se ne va ila Roma dopo una settimana ; 
ha levato il saluto a tre o quattro persone ed e 
stato sul punto 'li avere un lineilo. 

Sono stufo ih '|nest, i vita, 'li questa baraon- 
da, di unte queste liti! Manderò le mie dimissioni 
anche da deputato! Voglio viaggiare, viaggiare... 
Viaggiare in paesi lontani, nuovi, diversi dai no- 
stri ! 

E pensa, in cuor suo. a un paese ili ghiaccio, ili 
neve, o scolorito, o giallo, ma senza un filo di ver- 
de! Là, finalmente, non lo avrebbe veduto più . 
mai più, quel grande cappellóne tutto bianco e tutto 
ri isa ! 



Quando a Milano sta per entrare in casa. Pro 

spero gli viene incontro, la : tralunata, bor- 

bottando malche parola che Gerardo non capisce 
bene. 

Che C'è ? 

reo ha preso il cimurri • Sta. . . maliss. 
11 resto si pen le. vola per aria. 

— Xon hai chiamato il signor Lodetti?... 
[1 sigrn I '''-ni è il veterinaria 

Prosp . borbottando: si capisce. 

s'indovina che m n c'è più niente da fare 

— DcVi 

Prospero va innari « une. 

Attraversano l'anticamera, il - lo studio, 

la stanza da letto, il gabinetto 'li toiletti N 

laroba, si il tettuccio del |h>- 

nTii Teo: una cesta rotonda, e un vecchio plaid 
ira la i aglia. 
- Il pulr ne ! !'ii> ! I ! padri l 
Prospero ha un suono tremuli., un accento in- 

SolitO i" 1!.' 

I qui il padrone, Teo. . 

I povero I i mormora il Pan 

sua volta, avvicinandosi alla cuccia. Teo fa uno 
sforzo... si alza a stento sulle due gambe anteriori : 
ha il licione grosso, sformato, che non può più i 
Eppure, fa \\n grande sforzo, barcollando 
cerca, allunga il muso verso il padrone, e muove 
ancora adagio la roda. ma è l'ultimo slor 
zo : i giù nella cuccia, abbandonandosi, le 

gamb ite, il respiro affannoso, come un ran- 



A DIVA 



2 I I 



i . un lamento doloroso, che Cftntimta. che conti- 
nua, mentre l'occhio rimane aj>erto. con la pupilla 
vitrea, dilatata. 

— Teu, povero Teo. . . 

Geraldo si china per accarezzarlo, e allora il la- 
mento .Ioli iroso, il rantolo si fa più sommesso 

— Teo, povero Teo. . . 

Gerardo continua ad accarezzarlo, ;ul accarez- 
zarlo... ma poi quando fa per allontanare la mano, 
il rantolìi, il lamento diventa più forte, più lungo, 
disperato e Teo gli volge l'occhio umano, che 
ravviva in quell'ultima, suprema espressione del do- 
lore e della morte. 

Prosperi) porta uno sgabello: Gerardo siede e ri- 
mane sempre vicino a Teo. accarezzandolo, finche il 
rantolo, ohe continua, rhe continua per un'ora, per 
due ore. si fa più affannoso, più doloroso, terribile, 
poi a poco" a poco più lento, più sommesso, finchi 
finisce... finche non si sente più... Teo. dopo un 
ultimo sussulto, rimane fermo, immobile, disteso. 

Gerardo ha il cuore gonfio, stretto: li. nella cuc- 
i ia, accanto al povero Teo. c'è ancora il nastro rosa, 
regalato da Sofia. 



..." La mattina dòpo, all'alba, nel piccolo giai 
dino della rasa, il portinaio sta scavando una buca : 



Prospero ha pprtato l'eo, rigido. . avvolto 

in un panno bianco. 

Gerardo, è pallido, ha gli occhi stravolti. 

Mentre il portinaio prepara la piccola fossa, Pro 
spero scopre il testone di Teo, poi lo ricopre di 

nuovo. 

Ei co fatto! esclama il portinaio, al 

niente. — Dia qua; signor Prospero! 

E Stende le mani per prendere il lungo involto 
bianco. 

Prospero non dice nulla, si alza, e sotto gli oc- 
chi di Gerardo '. sempre ritto, muto, pallidissimo, 
depone Teo, delicatamente, nella tossa, e lo copre, 
lo ricopre con il panno bianco, per difenderlo dalle 
palate di terra, umida e nera. 

11 portinaio riempie la buca in fretta, poi vi di- 
stende .-opra la terra, rassodandola con quattro col- 
pi di badile Ix'ii forti, tiene assestali: 

— beco finito ! 

Allora, allora soltanto dal petto del l':ir\ is pro- 
rompe un urto di singhiozzi, uno scoppio di pianto 
dirotto, desolato. 

Egli rientra nella sua stanza, si butta attraverso 
il letto, piangendo anema. slogandosi. Finalmente 
ha trovato la via delle lacrime. 

— binilo! Finito! E' proprio tutto finito! 

Gerì m \\i' i Ri i i i \ 





LA LEGGENDA DELLA MANDRAGORA 




[a. il Dio del Sole era vecchio e malaticcio, 

se in conseguenza d'uri brutto scherzo 

fattogli da [side, che, vogliosa di posse- 

o dei potenti sortilegi, aveva fatto pun 

gere il padrone da un serpentello velenoso, offren- 

dosi poi di guarirlo. 

Ka era dunque vecchio e gli uomini mormora- 
ro 'li lui ; lo seppe, se ne offese, convi 
il consiglio 'li famiglia e deliberi' ili inviare l'oc- 
chio divino, la Dea Ator a castigare gli uomini, ra- 
e, prima che avessero sentore della cosa 
>. dove gli Dei '1 Egitti i non 
han più presa. Ator prese il suo mandato a cuore, 
ungi in coltello nella valle del Nilo e 
Io adoperò così - ente che grande esten- 

sione ili terre rosseggiava 'li sangue. Il vecchio Ra 
vide che 'li questo passo egli non avrebbe avuto più 
sudditi, eli-m' nipre indispensabile a 

uire un Re; rirhi anguinaria Dea, la 

affamata Ma essa ri- 

-ix '-• indo sterminava gli uomini il suu cuo- 

guitò La sera finalmenti il sonno 
e la stanchezza la presero, e Ka convocò in fretta i 
suoi ri. quelli agili e rapidi che volano 

come il vento. ■ Correi I fantina e portatemi 
te mandi re potrete cogliere ». Giunsero le 
piair rdinò al mugnaio della sua città l'ira 

ittà ili Ka. Heliopolis dei Greci) <li pec 

in i 'I SUCCO alla birra . he 

a i reparando dall'orso ; vi ag 



tanto -annue umano e preparò 7 mila orcioli ili 
questa bibita. Ka l'assaggiò, la trovò <li suo gra- 
dimento e rispondente alle sue viste e ne inondò la 
terra d'Egitto che ne fu coperta per l'altezza di 
quattro palmi La Dea svegliatasi col sole vide que- 
st'inondazione « e il suo volto si 1 addolcì : ma 
quando ebbe bevuto anche il cuore si ammansò . se 
n'andò ebbra, senza più vedere gli uomini ». 

Mi pare una gloriosa maniera d'entrare nelle leg- 
gende, e non so quale altra pianta possa rompe 
tire mila mandragora per la nobiltà di sua origine. 
Non reno il frutto del misterioso albero dell'Eden, 
ehe ebbe a protagonisti del suo dramma una povera 
prima coppia d'uomini inesperti e curiosi e un ma- 
ligno serpentello. Le favole egiziane hanno le im- 
ponenti proporzioni dei loro monumenti. 

Ma tutto questo è leggenda, leggenda formatasi 
torse qualche centinaia di anni dopo l'epoca in cui 
i fatti miracolosi sarebbero avvenuti e messa in- 
sieme dai teologi egiziani nell'ordinare gli elementi 
della loro complicata teogonia. Il vero ,'• ques 
che gli Egizii conoscevano un'erba velenosa; che 
quesrerba era probabilmente la mandragora dei 
ri botanici, echecresceva nell'alto Egitto; che 
sapevano prepararne miscele inebbrianti , mes 
landone i succhi colle bevande. Di che natura sia 
poi il veleno, lo si può arguire dai sintomi che 

1 la Dea: la leggenda la mostra ebbi 
chi lucenti, e incoi al loro ufficio dopo alzatosi il 

sole. 



LA LEGGENDA DELLA MANDRAGORA 



2l3 



L'ebbrezza è un sintomo che può esser comune .1 
molte intossicazioni e che non è ben definibile ; in 
generale, è una alterazione passeggera delle facoltà 
mentali per cui si smarrisce la capacità a osservare, 
a riflettere e a temperarsi e si acquista una esage- 
rata disposizione ad associare visioni di pensieri, 
più che pensieri, a disordinati movimenti del corpo. 
E' una specie di violento e incoercibile stato emo- 
zionale, e come tale può prodursi anche senza il 
soccorso di droghe o di farmaci. Una successione 
rapida di inusitati, meravigliosi, incomprensibili fe- 
nomeni, che colpiscono vivamente l'immaginazione, 
produce nelle menti semplici uno stato d'ebbrezza. 
Il bambino ed il selvaggio gridano, saltano, ridono 
e piangono ad un tempo, s'arrossano in viso, palpi- 
tano, escono in parole sconnesse quando si presenta 
a loro uno spettacolo nuovo e gioioso, un giocai 
ti lo, un dolce, una vistosa stoffa colorata o pezzi 
ili vetro brillanti. 

Più determinati sono i due altri fatti, che si rife- 
riscono all'occhio della Dea avvelenata. 1 poeti par- 
lano spessi dell'occhio splendente, come tutti noi 
parliamo di .echi belli, grandi, espressivi. E' inte- 
ri- il determinare le condizioni fisiche per cui 
hio ci rivela cosi rapidi ed efficaci mutamenti 
d'espressione. Un primo esame ci prova che l'oc- 
chio che noi facciamo protagonista di queste azioni 
non ha gran che a farci. Parlo dell'occhio vero, di 
quell'organo che è destinato a vedere, che è tatto 
di una sfera annidata nell'orbita, la quale per un 
polo è unita al cervello mediante il nervo ottico. 
mentre la zona polare opposta appare all'esterno 
per l'apertura delle palpebre, e mostra il cerchio mu- 
tabile dell'iride contornato dalla pallida sclerotica 
(il bianco dell'occhio) e perforato dal forellino della 
pupilla, nero e profondo come un pozzo, per cui si 
scende direttamente nelle profondità dell'anima. Al- 
l'infuori della facoltà che ha di volgersi in diverse 
direzioni, affermando cosi eloquentemente il do- 
minio dell'uomo sullo spazio, l'occhio in se non può 
mutare d'aspetto se non in quanto l'apertura della 
pupilla può farsi più o meno larga. Se l'iride è 

Ì molto scura, il mutare delle dimensioni della pu- 
pilla può passare inosservato, se è chiara invece 
più evidente; questo cambiamento è però difficile a 
riconoscersi, perchè la pupilla non si contrae rapida- 
mente e si dilata soltanto all'oscuro, cioè appunto 
quando è più difficile osservarla. In alcuni animali 
invece, fra cui i gallinacei, l'occhio appare conti 
nuamente irrequieto e mutabile, perchè il contrasto 
di colore fra l'iride e la pupilla rende manifi 
dilatarsi e lo stringersi del cerchio nero centrale. 

Alla espressione abituale e giornaliera dei sen- 
timenti la pupilla umana in complesso partecipa 
1. poiché quando c'è lume sufficiente perchè 1 oc- 
chio possa osservarsi, la pupilla suole avere sempre 
lo stesso diametro. 

Vi partecipano invece vivamente altri aco 
dell'occhio ; le lagrime anzitutto, le quali, allorché 
stanno formandosi abbondanti senza che tuttavia 
trabocchino dal margine della palpebra, danno un 
luccicare dell'occhio che pare vi si immerga. Sono 
« gli occhi natanti nel lume n cantati da Carducci. 



Vi partecipa il giro esterno che va dal si pracci- 
glio. lungo la fronte, sui polsi, per la palpebra infe- 
riore fino alla radice del naso. L'alzarsi il 
.Ieri- dell'arco che spiana la via dell'occhio d la chiu- 
de, lo oscura, lo nasconde, lo dirizza; il rìdere 
delle sottili aluzze che irradiano a ventaglio all'an- 
golo esterno o solcano di linee parallele la palpebra 

mire ; lo spalancarsi della rima palpebrale che 
disegna nel bianco immacolato la meraviglia de! 
1 iccolo cerchio attonito; il socchiudersi che pare 
l'invito discreto d'una porticina che si apre nell'a- 
nima e si rinchiuderà dietro di voi; e i misteriosi 

oli lumi che s'accendono, scompaiono, eri 



HkSS£-,£!.S« 



Imo. 1. 



| Vedi appunti a pai:. 



vibrano a seconda delle ombre e delle luci che que- 
.11 panneggiamenti esterni sapienti accordano alla 
levigata superficie interna; ecco il segreto dell'e- 
spressione dell'occhio, ecco le sillabe del suo divino 
linguaggio. 

E torniamo alla nostra feroce ubbriacata. 11 suo 
occhio non è più umano; esso non è più l'occhio 
sano, il vigile guardiano e maestro della men 
ebbro come il cervello, esso manda bagliori, si ri- 
fiuta al suo ufficio e teme il ui riceve l'ali- 
mento. Non sono dunque gli abituali cambiamenti 

iressione che dobbiamo cercare in lui. Qu; 
mutamento più grave si è fatto, che non è arduo 
immaginare. La Dea è avvelenata dall'atropina. 

E' l'atropina, l'alcaloide contenuto nella ma 
gora, nella belladonna, nello stramonio, nel l 
1:110. in tutte queste piante che la tradì 

- alle idee di oscurità e di sortilegi, di tu- 
rare di letargo che ha alterato l'occhio suo. 
ha sconvolto il suo cervello, ed ha intenerito il 
suo cuore. E' l'atropina che ha dilatata la sua pu- 



-! 14 LA LETTI R \ 

pilla, allargando .i dismisura il nero cerchio (ino 

gine della sclerotica, si che su quel 

fondo le lui ; mene meno vivi i isaltano e 

danno all'occhio quel fosco lumeggiare; 

he togliendo all'occhio la capacità a 

■-bai' pei cui entra la luce diurna, e ini- 

bendo alla lente cristallina la sua motilità, ha pei 

messo che l'i echio fosse inondato ili raggi che si iri- 

>ensi i, sì che l'immagine si pinge 




non potrebbe t .ir-i di nessun'altra alterazione d& 
scrittaci dagli amichi. 

[quali, del resto, conobbero queste piante e lete 
incucili, per essi naturalmente l'effetto princì] 

i ii la turbata funz • ceri brale . ad essa ati i ibui 

a vedere, come nel lam] eggiare 
dell'occhio neri e smarrito videro li 

dell'interno fuoco. Gli altri fenomeni dell'avvelena 
mento da atropina o sfuggirono all'esame dei me 

■■■■■■ 






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-•ti'jitUuri jj/n.-.-.o. •tjt\x'xì\'*i\ .v*ì*"-jv5> ti~f,j:!- ,<• 

•»»« -»M»r\«nj.-3 , n'«»iy»'*>»a»\ J j -i J' ,J -ir»'0.-^i V'/ij./» 
■oli ■ >. li-iiv» «i '.'»:'* >4i f£>'.i/r5;Ji •■']•<».> '.ijo-*J, 
'ini Au-><jjr>fitr* •-^w.cjj^'tjift >>-tiu:g^^^H 
..-I Tf*l?A\.nt**i Jui-C.4 f". ;i±' -i, 

' ' • •. •!•.-! ^.i*».ii-nii;''l'-. "i ,»'•'<■'/■ y. 

l'i... 2. 



indefinita e torbida Milla retina, L'occhio ilella Dea 
avvi -me l'obbiettivo della camera oscura a 

• ui si tolgono i di i i rammi e che non si pui i mi en 

.1 fUl getti Vicini. !.. .11 ile 

finisce che gli sfondi ; il primo piano è incerto e la 
ifica nell'intensa luce e nella indetei 
minatezza dei contorni dà immagini grigie, un 
i 
Sia dunque mandra il Dio del Sole 

Furiosa figliuola, 
ra rto è una del gruppi i 

i ' pj{j icura 



dici d'allora, o furono inter] me conseguen 

za del delirio maniaco; l'incapacità a percepir la 
luce, il battere precipitoso del polso, l'arsura della 
lanci disseccate, erano considerati come sintomi 
dell'ebbrezza. \<>i ne sappiamo ili più ; cono- 

mo l'azione violenta eccitatrice della 
teccia cerebrale che può giungere al punto 
di determinare veri aco lettici, ma la se 

pariamo dagli effetti del veleno sull'occhio, sulle 
secrezioni delle ghiandole, sui muscoli lisci e sul 
cuore Vbbiamo anche imparalo a conoscere e in 
pane a fabbricare delle vane,., di atropine, in cui 



LA LEGGENDA DEI 1 \ MANDR v 



210 



si ha solo luna o 1 altra azione, come sappiamo a 
doperare il veleno in modo ila avere soltanto lineilo 
ilei suoi effetti da cui ci ripromettiamo qualche 
vantaggio. Così, instillando nell'occhio tenui traccie 
d'atropina, riesciarno a dilatare la pupilla sen- 
za che si produca nessun altro degli effetti \'' 
rjefici ('osi pure sappiamo che \i sono varietà di 
atropina che non producono accessi ci mania, ma 
calmano e addormentano. 



I.a mandragora ricompare nella leggenda in 
torme che mostrano essersi intorno ad essa raccolti 
altri elementi di terrore. E con essa le sue affini che 
ho nominato, la belladonna, lo stramonio, il gius- 
quiamo, piante sparse in tutto il continente .il 
ropa. che i greci non hanno saputo distinguere bene 
le une delle altre, e di cui alcune som i state d< signate 
col nome di stricnon, in cui troviamo la stessa ra- 
dicale del nome strige, che designa il gufo, anche 
esso incapace di tollerare la luce del sole. Fra 
sti stricnon vi sono specie innocue, come la comune 
dulcamara ; le tossiche sono chiamate stricnon . pn<>- 
ticon, stricnon manie on ; questo è probabilmente la 
pianta che Saladino d'Ascoli nel suo Codi pendi uni 
aromatari orum (circa 1450) chiama Solarum fu- 
riale, e che si trova poco dopo descritta e figurata 
dal celebre medico senese Pietro Andrea Mattioli. 
il piale afferma che a Venezia la chiamano erba bel- 
ladonna. Di dove proviene questo nome? Forse dal 
fatto che questa pianta o altre consimili entravano 
nella composizione dei filtri amorosi, che a Vene- 
zia, città elegante e dissoluta, si preparavano e si 
smerciavano, forse dall'impiego che si faceva di ess,, 
per rendere gli occhi scuri e lumeggiami. Qui 
impiego della belladonna si trova ancora ai nostri 
tempi; vi sono disgraziate che. per dare alla loro 
tisonomia non so qua] fascino d'ebbrezza bacchica, 
si applicano dei dischi d'atropina nell'occhio ri- 
nunciando a guardare nell'intento d'esser guard 

La mandragora si tenne sempre distinta per no- 
me e per caratteri dal gruppo affine degli stricnon; 
benché meno pericolosa perchè meno ricca d'atro- 
pina, benché i suoi fiori e le sue bacche siano d'a- 
spetto meno triste delle sue congeneri, essa continuò 
a raccogliere intorno a se paurosi miti, e a ra] p 
sentire potentissime virtù. E' un'erba che non alza 
dal suolo il ciuffo compatto delle sue foglie ovali 
e ondose, dall'odore grave; fra le foglie 
su uno stelo corto i fiori violacei, che maturano I 
che giallognole; nella terra si sprofonda una ra- 
dice grossa, lunga, conica, simile a una carola. 
s|, r ss,, spesso hi ,, tripartita nel suo decorso, mu- 
nita di poche e sottili barbe. Tutta la pianta, fron- 
da e radice contengono un succo velenoso; ma la 
radice è più reputata ed intorno ad essa la leggenda 
ha ordito le più fitte trame. 

Già Plinio, il grande raccoglitore degli errori 
popolari degli antichi . amante delle supersti- 
zioni e dispregiatore della scienza, ammonisce dei 
pericoli a cui va incontro chi rad iba: 

« chi vuol scavare la radice di mandragora si guardi 
dal mettersi contro vento; inscriva in- 



tonili colla spada e poi m'ji i guardai l'oc 

- ». Tranne quella dell'evitar il vento contrario, 
pud giustificarsi cui desiderio di .Mirarsi all'o- 
dore deli che si pretende narcotico, le al- 
tre sono prescrizioni magiche, cioè cerimonie aventi 

ittere di scongiuro per impedire alle potenze ar- 
cane della piani. 1 d'esen naie d lom malefici > influsso. 
A radice cosi terril poteva assegnarsi la 

volgare forma ordinaria: qualche cosa doveva nel 
SUO a 1 mah agita di sua natura. 

pre quando le leggende paurose ricori 




Fio 



irti rappresentative, queste adat- 
tano la rappresentazione al cara nato al- 
l'oggetto che riproducono, in modo che funai 
sola sia sufficiente 1 tentarlo in tutti i suoi 

ilnienlc nei | opoli primi! ivi nelle 

epoche di do ttuale, questa tendenza 

idealistica delle arti rappres 

nella sua ingeni ice efficacissima. In tutto il 

medio-evo le piarne furono rappresentate secondo 
un tipo fi enzionale, il quale era destinato a 

•i in luce quelle particolarità — vere od im- 
maginarie — che caratterizzavano la pianta ste 
e la sua a 

Ed ecco con,,- la ■ Ha mandragora nelle 

ligure della pianta 
il ciuffo in alto, eh 

indifferei le alterazioni, 

l'n codice preziosi, che dalla biblioteca borbonica 

i ale di Vienna, om 



210 



I \ l ETTI R \ 



<li liguri- ili piante disegnate nel settimo secolo, ci 
mostra le due mandragore, maggiore e min ri (ma 
schio e femmina) colla rosetta 'li fog li bacche 

benissimo riprodotte, ma la radice ha già un con 
torni» umano colla testa, li- 'Un- braccia e le gambe 
ottigliano in ramoscelli serpeggianti, l ri 
altro codice 'li poco pò .'ella biblioteca ili 

I i oca, .lilla fine del secolo ninni, ha la figura della 
man colla radice completamente antropo 

moria. Si direbbe che nei tre secoli che separano 
1 un codice dall'altro, tu- secoli ili decadimento 
ntifico, che vuol dire «li trionfo della supersti 
nte del i lisegnati ire si sia sempre più 
offuscata. < > piuttosto nano tempi in cui non si pen- 
sava più a ricorrere al modello vivente, da cui certo 
il disegno del codice più antico era stato tratto. 
Nella riproduzione sistematica da ligure sempre 
più lali naturale rhe s'esagerasse sem- 

pre più quello che voleva mettersi in rilievo. Un al- 
tro i della figura è da notarsi: la spropor 
zione fra la radice umanizzata e la parte aerea della 







0- 



Fig. 4. 



I i tnta, utta a detrimento ili quest'ultima ; processo 

questo che venne sempre allottato per significale la 

dignità maggiore d'una parie rispetto all'altra ; an- 

Faraoni , scolpiti nei piloni dei templi in 

atto 'li saettare il nemico, sono giganti che combat- 

- 1 ercito 'li nani. 

La leggenda ha già fatto un passo innanzi dal- 

Plinio ; ormai ogni scrupolo! S iparso. 

nessuna voce vivente oserebbe ancora in quell'epoca 
richiamare alla verità . i botanici greci, Teofi 
e Dioscoride. cosi esatti e sobri, così schivi ili fiab 
1 on 1 san Micro forsi L; il solo 

nome loro vi 1 me su Ilo a 

compilazioni affrettate, ad estratti dei loro liliri. 
passati ila Bisanzio ai barbari al di là dei Balcani 
tradotti nella lingu biti di tutto il 

d'errori popoli primitivi 1 

vano 

1 la della ni indragi 1 1 » 
ad un colli. .'.li I ,ui 1 a dell'i ittavo rai luco 

dal latino esto: 

« I latini chiamano la ora malun 

ano antropomer 1- 1 erchè la 



e ha loruia d'uomo, la corteccia della qu 
infusa in vino, dassi a bere a quelli che si opera 
I» 1 la loro salme (questp accenno prezioso allo im- 
piego della Diandra) ora o ìco delle 1 1] 1 

razioni mi porterebbe molto lontano dal m 
mento, e l"rsr m rvirà ili punto di partenza per un 
altro studio) ; i quali come presi da sopore non sen- 
iinio il dolore. Ve ne ha dm- Specie: la femmina 
li.- loglio .oiiir la lamica e il frutto simile a 'niello 
del pruno, il maschio invece ha foglii come di rapa. 
Coglila perchi grande è la visione, grandi i \< 
fici suoi ; e come tu vi giunga io ti spiego. Di notte 
splende come una lucerna. Appena la scorgi con- 
ducili- un ferro intorno al capo perchè non ti fugga . 
poiché ha tanta virtù che si- viene a lei un uomo im 
mondo subito fugge innanzi a lui. Adunque la cir- 
■ induci ini lino escavi intorno senza toccarla col 
lerro e poi diligentemente smuovi la terra innanzi 
con uu palo d'avorio. I-i allorché scorgerai il pii 
di quest'erba mandragora e la sua mano, la leghe- 
tai con una fune nuova, e l'altro capo lo legherai 
^__ al collo d'un cane che avrai affamato 
prima; e gli metterai poco lungi del 
pane come esca perchè possa sradi- 
. are l'erba. Ma se non vorrai ingan- 
nare il cane (poiché si .lìce che quest'erba 
abbia tanta divinità da ingannare [ucci- 
dere] sul momento chi la svelle), se dun- 
que non I" \orrai ingannare fa fan- una 
grande pertica che funzioni da mangano». 
E qui descrive come la pertica arrove- 
sciata a cui sarà attaccato il capo della 
Inni- nel tornare a sé sradicherà l'erba, 1 he 
potrà allora 1 i e si metterà in 

una ampolla di vetro. 

L'eco di questa leggenda si prolunga 
mi secoli. Shakespeare in Romeo e Giu- 
lietta vi aggiunge un particolare più dn 
matico: la pianta che si sente svellere 
manda urli strazianti, che fanno impazzire 
eie li sente: «And shrieks like mandrake tom 
of the earth. that living mortals, hearing them, run 
mail. » 

Mi la leggenda non i- che la prova della impoi 
tanza che s'attribuiva alla pianta. Come ai tempi 
favolosi di ka. cosi lungo tutta l'antichità e il 
dio evo, la mandragora si tenne poi ; li c- 

saltare l'uomo, di inebbriario in sogni di delizia che 
agitavano tutte le energie corporee, e infine di .ni 

dormentarlo. Nella medicina, la mandragora prean 

nunzia il cloroformio, comi- preannunciò 1 

pina. 

< Consigliata raramente ni iti, perchè i n 

ivano dinanzi ad un rinn-.li" .li così eroica ripu- 
tazione, essa trionfa nei rimedi secreti, nei filtri u 
sa'! a richiamale Ir forze I irle per e 

bili. \ umen si ao enni .< 1 |uesta credenza si 

li. e nella letteratura. Ma se si va a fondo nella 

rea della s-oria di questo farmaco, si scorge chi 
esso ■ soprattutto vantato nella medicina popolare. 
mentre gli autori classici non gli riconoscon 
miracolose \iriii. [ppocrate la nomina, Galeno v 
torna spesso „,] r .i nel libro sui rimedi semplici, ma 



LA LEGGENDA DELLA MANDRAGORA 



_M 



/ 



si contenta di accennare alle sue proprietà narcoti- 
che, all'udore suo disgustoso, alla necessità di non 
usare dosi troppo forti e alle sue proprietà refri- 
geranti. Dioscoride pure ne discorre distesamente 
senza esagerare punto la sua azione, mettendone in 
vista quelle qualità che noi riconosciamo ancora nelle 
piante affini che racchiudono gli alcaloidi del tipo 
dell'atropina. Il botanico senese che ho già nominato, 



donati dalla scienza, brancolano per afferrarsi a 
qualsiasi tavola di salve/za. 

L'antropomorfismo «Iella radice di mandragora 
è stato un dogma per m i ■<; un disegnatore 

di piante medicinali non stimava poter dare un 
giusta della pianta se non ci metteva qualche 
d'umano nella radice. Chi sa come il Mattioli dovi 
sorvegliare il suo artista per avere Ir due belle 




I**H 



Fio. 



Mattioli, anch'esso non riconosce alla mandragora 
virtù speciali, e anzi si ride di quelli che ere-: 

abbia forma umana nelle radici. K' probabile 
che Machiavelli, acuto e fri sservatore. poco 

piopenso a credere alle fiabe, avesse anch'egli la 
stessa opinione su quest'erba, e che l'abbia intro- 
dotta nella sua commedia Lei mandragora . - 
perchè la scena si passa f r i gente ignorante e scal- 
tra, cioè in quel ceto che costituì sempre ed in ogni 
epoca il fondamento e il s a -Ila medicina 

ciarlatanesca volgare, di quella medicina che anche 
oggidì sussiste ancora daccanto all'altra, e a cui 
forse molti, anche colti, ricorrono quando, abban- 



figure di mandragora che illustrano il suo libro . 
tirannia della tradizione era tale che in un erbario 
della biblioteca eli Pavia che a mio parere non 
può essere anteriore al secolo XVI, e che contiene 
impronte di erbe ottenute dalla pianta stessa h 
sulla carta — la figura della mandragora mostra in 

o nel fittone una fisonomia meravigliata 
ride e ior^e nella mente dell'art 
lo si h ■ ile del lungo inganno ordito alla 

dulità umana. 

Ma se anche i pittori avessero rinunciato all'uf- 
ficio di umanizzare la radice di mandra;. 
per questo sarebbe mancata l'esca all'errore popolare. 



2l8 



LA LETI l RA 



si vendevano secri i piccoli 

omiciattoli barbati fatti di radici 'li mandragora; 

li li chiamano Al- 
runiken, «la Alraun che 
nome della pianta; si chia 
niavano anche Galgen- 
miinnchen, omuncu.li della 

. perchè una 1 1 
zione dai crudi particolari ] 

rano o 

un- fi isse familiare in tutti 

i suoi multiformi fenome- ; 

ni i il supplì 

zio della imj i ne, li 

, ere ai piedi 

del patibolo .1 cui fosse 

i un innocen- 

1 i i «netti si vesl i 

i, vi chiude\ ano gèlo 

samente in casse, ci face 

va loro parte dei pasti 

quotidiani . si lavai ano e 

ripulivano per averli 

propizi nelle operazioni 

magiche; nella ricerca dei 

1 : . e I er .-Unici,- le 

ili Mi cui la 
mandragora in ogni tempo 
ebbe il privilegio. 

Inni cose lontane «li ; 
questo nostro seo '1" vente- 
simo, non ,'■ vero? Eppure * 
io credo che se si rovi- 
• bene si troverebbe in 
qualche angolo perduto della Germania un piccolo 

ciattolo che aspetta il suo tempo per uscire a 
propiziare le potenze occulte. 

I gli deve avere la coscienza della sua rarità; 



I IG. 6. 



Macca più. In Italia, del resto, la lama 
non s, perduta* delle proprietà benefiche e terribili 
dèlia mandragora. ( 'hi 
rebbero le mie lettrici 

issi a loro che un 
ire d'un orto botanico 
pò fa una pian- 
ta 'ti mandragora ad una 
supplichevole signorina . 
la i piale la voleva 
talismano 'li felicità ? Se 
queste righe le caimano 
sotio gli occhi. Mirra quel 
la signorina rhelan-i se la 
pianta ha adempito il suo 
ufficio ? 

Voglii ■ sperare ili si; non 
ho io inteso chi- in un altro 
orto botanico 'l'Italia, non 
è gran tempo, un giardi- 
niere non osava trapian 
tare la terribile radice, e 
colui che lo fece in vece 
sua mi irì poco 'lupo [ I a 
leggenda della mandra- 
gora non è dunque morta. 
Chi sa che qualcuna di 
quelle virago che si rac- 
colgono intorno al ta- 
Milo verde di Montecarlo 
e spiano ansiose il vol- 
tarsi d'una carta noi 
rezzino colle mani irre- 
quiete una radice di man- 
dragora custodita segretamente nella tasca insieme 
agli altri amuleti propiziatori 




Febbraio t 



Piero Gì acosa. 



l'io. I. — Il primo foglio del papiro cosi il«lt" ili Ebers, che contiene una raccolta di testi relativi all' 
dicina umana e ai rimedi. Data probabilmente dall'anno 1350 av. Cristo, ma il contenuto è molto più antico. Prima 
di questo importantissimo testo si conoscono papiri relativi alle malattie degli animali, ma frammentari. 

Fig. 2. — La leggenda della mandragora dall'antico erbario di Lucca. La pianta e legata al cane assetato 
innanzi a cui si presenta un recipiente che contiene acqua. Data l'importanza attribuita alla radice, essa è figurata 
molto maggiore della parte aerea della pianta. 

In.. ;. — Dal Dioscoride coi commenti di Mattioli, professore 1 Siena nel secolo XVI. I.a pianta e la radice 
t'unissimo riprodotti 

li'.. (. Due piante di mandragora del celebre Codice Napolitano del secolo Vili. I.a rappresentazione 
della parte aerea della pianta è molto fedele. Gli accenni al mito si vedono però nella corda con cui una delle 
l'ialite è legata e nelle radici che hanno evidentemente figura umana. 

FlG. 5. Figura della mandragora in un codice della biblioteca di Pavia (Aldini Cesellati llerbari'im . La 

pianta è stata riprodotta sul cale" ottenni" da un esemplare tresco, ma l'artista ha aggiunto di su,, una testa umana 

della radice. — A/,'. La testa è 1 vi ibile nella fotografìa «■ venne rinforzata coll'inchiostro. 

Pianta di mandragora dall'erbario dell'orto botanico di Torino. Manca la oidi,,. 



.-^s*£ 



--.• 




LÀ MUNICIPALIZZAZIONE DEL PANE A PALERMO 

nei secoli decimosettimo e decimottavo 



I. — Può sembrare strano a prima vista che 
la Municipalizzazione del servizio del pane. la quale 
per molti rappresenta un'aspirazione dell'avvenire, 
abbia funzionato a Palermo per lungo tempo in 
epoca che, se non è remota, certo appartiene al pas- 
sato. Ma più strano ancora è il fatto che di questo 
avvenimento, che ha la sua indiscutibile importanza 
storica e che avrebbe dovuto attirare l'attenzione 
degli studiosi dei problemi sociali ed .economici . 
nessuno degli scrittori contemporanei siasi finora, 
a mia conoscenza, occupato. 

Eppure è certo che le storie, le cronache ed i dia- 
ri, dai quali ho attinto le notizie che sommariamen- 
te mi accingo ad esporre, non sono ignoti od inediti 
e sono anzi passati per le mani di centinaia di let- 
tori. E' vero che la storia della Sicilia, specialmente 
quella dell'epura spagnuola e borbonica, è poco 
nota nell'Italia continentale, ma essa invece viene 
con vero amore coltivata dai nativi dell'isola. E se 
molte ricerche sono state a preferenza rivolte alla 

ria militare, a quella del diritto pubblico e pri- 
vato o alla genealogia delle antiche famiglie 
liane, gli studi sulle condizioni e sui costumi delle 
plebi e sui fatti storici ai quali esse parteciparono 

i sono stati trascurati. Difatti è abbastanza noia 
ai Siciliani colti l'organizzazione delle maestranze 
artigiane di Palermo, la quale durò dal secolo 
mosesto a tutto il decimottavo, e la rivolta popolare 
di Palermo del 1647 venne illustrata da una buona 
monografia di Isidoro La Lumia. Finalmente 
neanche si può dire che la storia economica della 



Sicilia sia rimasta inesplorata dopo le pubblica- 
zioni del Cusumano sulle Banche siciliane delle 
poca spagnuola e gli studi statistici che sulla stessa 
epoca fece il maggiore Perni. 

Se dunque la Municipalizzazione de! pane, la 
quale funzionò così lungamente a Palermo «la esserne 
rimaste tracce che ancor si ritrovano negli usi e nei 
modi di dire popolari, non e stata ancora illustrata 
da alcuno scrittore, io credo che ciò sia avvenuti 
perchè esisteva la cosa ma non la parola. mi 
1 crchè i termini adoperati ad indicare l'istituzione 
erano molto diversi da quelli moderni. 11 buon Di 
Blasi ed il Villabianca. ad esem] 
sullo scorcio del secolo decimottavo, ci parlano - 
pre di colonna frumentai 1. di paniti, della tri 
della meccanica, espressioni quasi tutte 1 •-cure e 
ili cui non s'intende, a prima vista, il signifii 
convenzionale che alla loro epoca avi qui- 

stato e che ni nsen ato né nella li ,11 

nei dialetto. Sotto questi vocaboli strani ed eti 
eliti, che vagamente facevano supporre meccanismi 
amministrativi tramonti empre, lo studi. 

specialmente se poco versato nelle discipline econo 
micln riuscito ad indovinare l'istitu 

ima della quale appena da qualche de 
comincia a parlare e che solo i più arditi novatori 
vorrebbero immediatamente attuare. 

11. I/anno nel qua! ; 

a Palermi di tare della compra del grano. 

della manipolazione e della vendita del pane una 



2 2n 



LA LETTURA 



funzione assegnata al Comune non li" potuto pre- 
stabilire. Un documento ufficiale, >'lie ha 

Il tOItO , SSere posteriore 'li due snob al 

fatto vagamente indicato, autorizzerebbe a supp 

che va nel is;<>. Diversi indizi nni 

fermano tale congettura e, sebbene sia molto pro- 
babile che una simile funzione sia stata assunta dal 
Comune per gradi e non sia nata urna in una volta, 
credo di unii errare di molto affermando che essa 
già in pieno vigore a Palermo alla fine del se- 
lz sti incarnente arrenato poi 1 he 
nel i' Municipalizzazione del pane nella ca- 

pitale della Sicilia era un fatto già antico, la cui 
ne andava al di là della memoria dei vi- 
venti. 

Maggiore importanza ha l'indagare 'inali siano 
I'- e, .ndi/ioni peculiari della società palermi- 
. le quali lei'ero SÌ 'he 1 istituzione di cui 
ani- venisse adottai,! e durasse per secoli. 
E qui mi d'uopo d'uscire alquanto dal tema. 
ristretto che sto trattando per gettare un rapido 
rdo sulla storia siciliana dell'epoca spagnuola. 
V i tra 'iti di storia che corrono ad uso delle 
scuole secondarie ed anche in lavori di autori di 
o, il periodo che va dalla seconda metà del se- 
colo decimosesto al principio del derimottavo, du- 
iante il ciuale l'influenza diretta od indiretta della 
Spagna prevalse nella nostra penisola, è segna- 
lato per l'Italia o me un periodo d'uniforme im- 
mobilità, di decadenza artistica, intellettuale e so- 
ciale. La meritatissima popolarità dei Promessi 
ha pure molto contribuito ad imprimere que- 
tto nella o scienza di tutti gli Italiani c- 
dierui. per i quali l'epoca spagnuola è senz'altro 
Musivamente quella dei bravi, della peste e 
della carestia. 

Un simile giudizio non e esatto o almeno non è 
ilicabile a tutta l'epoca della prevalenza spa- 
glinola in Italia. Anzitutto, per ben giudicare un 
ido storico, si deve paragonarlo non solo a quel- 
lo immediatamente posteriore, ma anche a quello 
immediatamente anteriore, ed un paragone di que 
genere metterebbe subito in chiaro che bravi, 
peste e carestia esistevano in Italia anche prima 
jli Spaglinoli vi dominassero. In secondo luogo, 
si- si studiano attentamente i centocinquanta anni 
che corrono dalla metà del coli decimi esto al 
principio del decimottavo, si constata che. almeno 
primi cinquanta. L'Italia compi sensibili pro- 
ali. La legislazione infatti, per quanto an 

i ora imperfetta, contenne disposizioni dirette al 

bene comune, che cerio furono anche più osservate 
che nei secoli precedenti; alitine industrie diven- 
nero più attive, la prepotenza privata In tenuta 
un p soi -oo ■ un 'li i edifici puh 
olii o impirono molti abbelliment i 
edilizi e mig 1 nnol re pie si 

darono a prò delle classi diseredate, la popò 
la/ione e la ricchezza di into aumentare 

Giuseppe Ferrari, uno degli scrittori che meglio ha 

to l'intuito delli condizioni sociali dei secoli 
ebbe già a rilevare questo progresso relativo 
che l'Italia compi verso la fine del cinquecento. 



[nveo è col principiale del secolo decimos 

ih.- troviamo non già un regresso ma una certa im- 
mobilità in Italia ed m unta l'Europa meridio- 
nale, la quale dura per tutto quel secolo e nei pruni 
uni di quello seguente. Immobilità che rappre- 
senta un fenomeno storico molto grave e caratteri- 
stico, poiché contemporaneamente facevano rapi- 
dissimi progressi i p.usi posi i verso il nord-Ovest 
d'Europa, l'Inghilterra, la Francia, l'Olanda e la 
' , i mania. Fu proprio allora che il Mezzog 
i i o. q ri venni risolutamente lasciato indietro e '\.i 
allora in poi la distanza perduta non ha più po- 
tuto riguadagnare. Sicché è appunto nei renio anni 
che corrono dal id.'o al 1720 che bisogna rinti 

ari le origini della presente inferiorità del Por- 
togallo, della Spagna e dell'Italia e specialmente 

di II balia meridionale, più lontana dal centro di 

Europa e che con esso ha avuto minori rapporti e 
nella quale quindi la cennata immobilita secolare 
si •• più accentuata. 

111. - La Sicilia, specialmente nella seo 

meta del cinquecento, ebbe un periodo di relativa 
prosperità. Essa non era un paese conquistato, una 
provincia lontana, ma era legata alla Spagna da una 
unione puramente personale del genere di qui 
dir ora congiungono l'Austria coll'Ungheria, 
Svizia rolla Norvegia, \m-v.i con la Spagna 
nume il Sovrano rappresentato nell'isola da un Vi- 
ceré, ma finanze, amministrazione, giustizia 1 
completamente separate. Distinto pure era il navi 
gì io di guerra, ed a parie qualche reggimento sici- 
liano rei-lutato con volontari che al servizio .In 
del re di Spagna combatteva per lo più nelle Fian- 
dre, distinto completamente dallo spaglinolo era 
l'esercito territoriale siciliano fornito dai Comuni e 
dai baroni, che aveva il non lieve carini di difen- 
dere le coste dell'isola dalle incursioni dei Turchi 
e dei Barbareschi. 

La flotta siciliana, durante il periodo accennato, 
ebbi- parie segnalata nella grande vittoria di Li 
patito, sbaraglio una volta da sola un naviglio turco 
al Capo Corvo, volò parecchie volte al soci-orso di 
Malta e sostenne centinaia di pio-oli ma accaniti 
combattimenti ora sulle roste della Sicilia, ora su 
quelle della Tunisia. dell'Algeria, dì Tri] oli 
gidì siamo abituati a considerare la civiltà mai mei 
tana come una quantità quasi trascurabile tra i la- 
tori della sii. ria drl mondo, ma nel secolo decimo 
sesti ' ni anche nel de ni" >s< ti imi ■ 1 sa, se 
perduto il suo splendore artistico e scientifico 1 

mulinava verso quella barbarie fanatica di cui 

dà ora spettacolo, conservava una feroce energia 
militare e dalla Barberia e dalla parte d'Oi 
1 1 :enza remiss'n mi uà la ci\ iltà 1 

ii , quasi tutti gli anni le navi 

guerra sicil ani fao ssero la li 1 sulle 

dell'Africa se si volevano impedire le scor- 
rerie ed anche gli sbarchi dei Barbareschi sulle 

della Sicilia La Spagna. Venezia e la Sicilia 
resero allora al resto d'Europa il servizio di ; 
da aj 1 li un man n nana ; ed in 

questa missione, alla quale erano chiamate dalla 



LA MUNICIPALIZZAZIONE DEL PANE A PALERMO 



2 2 1 



loro posizione geografica, consumarono per secoli 
le loro forze migliori. 

Delle costituzioni medioevali europee due sole so- 
pravvivevano al principio del secolo decimosettimo: 
l'inglese e la siciliana. La siciliana ebbe sul finire 
del cinquecento uno sviluppo più precoce di quella 
inglese. Le tre Camere del Parlamento 1 siculo, in- 
fatti, fin d'allora convocavansi regolarmente ogni 
tre anni e non solo la loro approvazione era ne 
saria per la riscossione delle entrate, ma una Com- 
missione parlamentare permanente, la famosa de- 
putazione del Regno, esercitava il controllo sulle 
spese e sorvegliava che il potere esecutivo non u- 
scisse dai limiti della legalità. Anche l'ordinamento 
del potere giudiziario era stato sullo scorcio del se- 
colo decimosesto notevolmente migliorato e le nuo- 
ve leggi, quasi sempre provocate da petizioni del 
Parlamento, erano spesso inspirate dal desiderio 
del pubblico bene, inteso naturalmente nel mi li 
che i tempi rendevano possibile. 

Si sa che la monarchia medioevale era in fondo 
una federazione di piccole monarchie rispondenti 
alle grandi baronie e di piccole repubbliche raffi- 
gurate dai Comuni. Nell'alta Italia il Comune di- 
ventò esso stesso lo Stato ; in Spagna, in Francia 
ed altrove l'assolutismo che prevalse dopo il mille- 
cinquecento soffocò ed assorbì le autonomie locali ; 
in Sicilia la monarchia temperata dal potere del 
Parlamento non potè distruggerle, ed esse alla loro 
volta fornirono sempre al Parlamento una base di 
forza politica, un sostegno materiale e morale. Men- 
tre quindi -i grandi baroni conservarono quasi in- 
tatte le loro giurisdizioni, i Comuni, specialmente i 
maggiori, quelli di Palermo e Messina sciagurata- 
mente rivali fra loro, mantennero gelosamente gli 
ordinamenti di repubbliche quasi autonome legate 
da un patto federale al resto del Regno. 

E che tali fossero, infatti, lo dimostra la costitu- 
zione che il Comune di Palermo guardò pressoché 
intatta fino a circa un secolo fa. Era esso un vero 
piccolo Stato entro lo Stato con tutti gli organi di 
uno Stato. Il potere esecutivo vi era rappresentato 
dal pretore e dai sei senatori scelti dopo il 1584 dal 
licere fra i cittadini nobili; solo eccezionalmente 
due dei senatori furono popolani. 

Il potere giudiziario veniva esercitato dalla 
Corte pretoriana . dal capitano di giustizia e 
dai consoli delle arti funzionanti quasi da tri- 
bunali di probiviri per le controversie relative ai 
rispettivi mestieri. Finalmente il potere legislativo 
eia affidato al Consiglio del Comune, dove tutti i 
cittadini aveano teoricamente diritto di parola e di 
vi ili, di fatto era composto dai notabili, sia nobili 
che ecclesiastici o popolani, e da tutti i consoli delle 
maestranze artigiane e dai loro aggiunti. II Comu- 
ne aveva il suo patrimonio, il suo banco e perfino 
il suo esercito costituito da un piccolo nucleo di sol- 
dati stanziali e dalle maestranze armati ed ordinate 
secondo i diversi mestieri sotto i loro consoli. Ad 
esse, insieme ad alcuni nobili, spettava la cura di 
custodire le mura ed i baluardi che erano proprietà 
cittadina e si può dire che costituivano la forza 
armata preponderante alla quale era ordinariamente 



atri. lata la custodia della città e dell'ordine pub- 
blico. 

IV. - Come ha rilevato Guglielmo Ferrerò, 
nella sua Storia della grandi le< idenza di R> 

ii/a. nessuna cosa è piti contrari. 1 alle vedute ed alla 
p< litica economica dell'antichità, e si può aggiun- 
gere del Medio Evo e di tutti i secoli liti" a quello 
decimonono, quanto il moderno dazio d'impoi a 
ne sul grano. 

Infatti nel passato ogni paese avea a 1 
do del grano una preoccupazione analoga .1 quella 
che era pure cosi comune per l'oro. Si reputava scia- 
gura che tanto il prezioso metallo quanto l'indi 
spensabile cereale andassero fuori dello Stato e 
viceversa faceasi ordinariamente il possibile perchè 
gli stranieri li introducessero nello Stato. Partendo 
da questi principi era non già l'importazione ma la 
esportazione del grano che veniva ostacolata, anzi 
in generale addirittura proibita, e solo in casi .li ab- 
bondanza eccezionale, assolutamente superiore ai 
bisogni, se ne permetteva temporaneamente l'estra- 
zione. 

L'applicare tale politica era naturalmente più dif- 
ficile nei rari paesi che ordinariamente producevano 
10 jier l'esportazione. Questo era il caso della 
Sicilia, che. esportatrice di grani all'epoca romana. 
esportatrice sotto la dinastia normanna, dopo il mil- 
lecinquecento, mercè il miglioramento dell'agi 1 
tura dovuto al progresso generale della società si- 
ciliana, diventò la naturale provveditrice di tutti i 
paesi d'Europa, e ce ne era quasi sempre qualcuno, 
nei quali un mancato raccolto produceva un biso 
gno temporaneo ma urgentissimo di questa derrata ; 
bisogno che faceva sì che la comprassero ad un 
prezzo oltremodo rimuneratore per i produtti iri 
siciliani. 

Ora, ritornando alla ricerca delle origini della 
Municipalizzazione del pane a Palermo, era inte- 
resse della nobiltà siciliana, che insieme all'alto 
clero secolare e ad alcune corporazioni religiosi 
possedeva quasi tutte le terre a grano, che l'espor- 
tazione di questo cereale, o come allora dicevasi la 
tratta, fosse permessa. Al contrario gli artigiani, 
che ne erano esclusivamente consumatori, tenevano 
oltremodo a che esso non rincarasse e s'industria- 
vano soprattutto di premunirsi contro quelle bru- 
sche oscillazioni del valore del grano che. fino a 
qualche secolo fa, triplicavano da un anno all'al- 
tro il costo del pane e producevano Aerisi - 

Ogni anno facevasi in Sicilia il cosi detto scan- 
daglio, cioè calcolavasi se la produzione del grano 
1 e sovrabbondante ai bi nsumo in- 

timo e se ne potesse permettere l'esportazione 
determinava, nel caso affermativo, anche la quai 
da esportare. Queste indagini statistiche anche oggi 

alquanto fall.; di più du 

tre secoli fa, ed allora le conseguenze di un eri 
potevano esser tali da provocare la carestia e la 
guerra civile. Il Viceré, al quale ogni anno spettava 
il carico di permettere proibire l'esportazione, di- 
1 inevasi periodicamente fra le pretese e le cupidi 



LA LETTURA 



Iella m ibiltà, i nel Parlamento ed 

in mano della quale erani cariche dello Si 

i bisogni del fisco, poiché le imposti dalle 

tre i pagavano principalmente mercè dazi 

d'esportazione sui grani e sulle sete, e la prudenza 
politica, che non perni pigliasse .1 gabbo 

In disperazioni- della plebe annata ed organi; 
delle grandi ritta. Non bisogna infatti dimenticali 
che \ cei . Governo 1 Parlamento, quando esso a.- 
dunavasi a Palermo, s tto il cannone dei 

baluardi della città gelosamente custoditi dalle 
maestranze. 

In questa condizione 'li cose, ad evitare un con- 
flitto, un uno ili interessi antagonistici che periodi- 
nte rinnovavasi, è naturale che siasi escogitato 
un temperamento che, almeno nelle apparenze, 

Ogni antagonismo riusciva ad eliminare. Uuesto 

temperamento si trovò appunto mediante il mono- 
pi. lin della vendita del pane assunto dal Comune 
di Palermo, monopolio ehe. è d'uopo dirlo subito, 
.1 sì Che il pane per i cittadini non rincarava 
mai qualunque (osse il prezzo del grano. 

V. - Era vecchia usanza dei Comuni medioe- 
vali in quasi tutta l'Europa di occuparsi del com- 
mercio dei grani e delle grascie, sia stabilendone 
i maximum, o proil>endo l'esportazione dei generi 
di prima necessità, ovvero facendone in grande 
pro\ \ iste che rivendevano a prezzo di costo ai citta- 
dini. Quest'ultimo sistema si conservò alle volte 
fino al principio dell'era moderna e Machiavelli 
nota, a titolo di lode, che in tutte le città liliere te- 
deschi, il Comune teneva sempre nei pubblici ma- 
gazzeni grano e legna sufficienti al consumo citta- 
dino di un anno. Quest,. sii-, su sistema pare sia 
stato ah antiquo adottato dai Comuni siciliani. 
quando i loro mezzi lo permettevano. Esisti mi. un 
un reclamo della Università israelitica di Palermo, 
la quale nel ì.pji i col Senato perchè ad 

non erasi attribuita dal Comune una quan- 
ti la sua importanza mi- 
grano che evidentemente il Comune riven 
deva ad un prezzo di favore |! 1 ittadini. 

Quest'abitudine dovette suggerire l'idea al Co 
mune di assumere il monopolio della maini 
zinne e della vendita del pane, stabilendo per questo 
prima 1 ita un prezzo fisso ed inva- 

lon facendo percepire alle maestranze 
le fluttuazioni dei prezzi del grano, veniva a to 
ro l'occasione e l'interesse di opporsi al- 
di questa 

■I nismi i cos laboi 1 

me fu quello del panific munale di Palermo, si 

dovette stabilir gradatamente. Forse 1 primi forni 

municipali si aprirono perdi, non tutti 1 cittadini 

ino farsi il pani rrpi andi • il grano 

dal Comune a partite alquanto rilevanti. In seguito 

ide che, quando il ('..ninni non rialzava il 

prezzo del suo pane, ^li ar 1 qu te- 

sse 1 esporl i/i' me del grano. 
Allora p ■ li non rincarare mai 

munale, ma si d itare 

un pei la pi 1 



1 ani ' vendendo, nei temj 1 ^tia, 

il pane ad un prezzo assai interiore al costo; ed il 
rimedio si trovò nell'adottare il monopolio comu- 
nale della vendita del pane, munì .pulii, che permei 
leva di spacciarlo, negli anni di abbondanza, ad 
un prezzo alquanto superiore al costo. 

Mi sono limitato ad affermare che prevalse la 
Consuetudine di nuli rincarare giiimiuai il pane, non 
soJo perchè non bo mai tnivalo aloinn disposizio- 
ne tassativa in questo sensi., ma perche ne ho UO- 

vato citata qualcuna nel senso precisamente con- 
trario. In un avvisi, ,1,1 Comune di Palermo, pub 
il.., ito negli ultimi giorni del 1775. è affermato in- 
fatti categoricamente che « le leggi prarn 
disposte per il governo della città fin da due secoli 
prima prescrivevano al Comune di vendere le v, 
vaglie (i misura del costo e delle spese ». Aggiungo 
che di tanto in tanto, .piando il Comune era tri 
oberato e trovavasi in debito col regio erario, ve- 
niva dalla Corte di Madrid e poi da quella di Na- 
poli il mònito che si vendesse il pane al prezzo di 
costo. Ma questo mònito rimase quasi sempre ina- 
scoltato ed una volta che. |ier le insistenze del Vi- 
ceré e ilei ministri del regio patrimonio, si volle ob- 
bedire agli ordini precisi venuti da Madrid, scop 
piò uno dei più terribili tumulti che la storia di Si- 
cilia rammenti. Evidentemente la invariabilità del 
prezzo del pane municipale era la base politica di 
tutto il sistema, rappresentava la clausola fonda- 
mentale del tacito compromesso fra l'eccellentìs- 
simo Senato di Palermo grande di Spagna di pri- 
ma classe e le onorate maestranze della città, era 
lamia adottata da queste per assicurarsi la 
stabilità dei salari . il corrispettivo del permesso 
.1, 'l'uni. no 1, nobili ed agli ecclesiastici di esportare 
il loro grano aumentandone necessariamente il va- 
lore per i consumatori nazionali. 

VI. - M;i il sistema era ad ogni mudo artifi- 
cioso ed aveva una falla che non si potè mai sal- 
dare. In fondo il Comune, sebbene avesse il mono- 
polio della vendita del pane, non OSÒ, non 1 
mai impedire la panificazione privata per conto 
delle singole famiglie. Quésto diritto dei privati fu 
anzi espressamente riconosciuto nel 1648 dal Con- 
siglio della città. Ora è assai poco probabile che le 

pi vere famiglie degli artigiani abbiano potuto , 
prare il grano, che non vemleasi a minuto, e mani 
polarsi il |)ane per conto propri". Ma le famiglie 
aristocratiche Con numerosa servitù, che avevano la 
comodità del forno in casa e potevano tar venire 
la farina dai propri fondi, ed i conventi ed i mo- 
nasteri dove erano numerosi i frati e le monache, 
dovevano trovare vantaggioso di far-- il pane che 
consumavano e distribuivano per elemosina ne 
riodi di ribasso dei .urani, sui quali contava il 1 
ninne per ristorale la colonna frumeniaria, ossia il 

capitale col quali' esso esercitava l'industria del 
prestinaio. Viceversa, quando i grani rincaravano e 

la colonna t rumeni. iria assottigliavasi perchè d Co 
mune vendeva a scapito, 1 forni privali si spegne 
vanu. tutti compravano il pane comunale ed il 
con»' no •!• esso notevolmente cresceva 



LA MUNICIPALIZZAZIONE l'I 



ANE A PALERMO 



223 



Altre causi poi concorrevano all'i stesso effetto. 

Nelle annate di vera carestia, una moltitudine ili 
poveri da tutta 1 isola concorreva a Palermo dove 
era più facile l'accattare qualche elemosina ed il 
liane almeno non rincarava mai. 11 Comune quindi 
dovea provvedere a migliaia di nuove bocche. Si 
aggiunga che l'accentuarsi della differenza ili pri ! 
zo fra il pane di Palermo e quello dei paesi vicini 
facea sì che i contadini delle terre circostanti ve- 
nissero a farne provvista in Palermo. Ciò natural- 
mente era proibito, ma riusciva impossibile l'evi- 
tare il contrabbando. 

Lo storico Di Blasi, che visse nella seconda metà 
del secolo decimosettimo e morì vecchissimo nel pri- 
mo decennio del decimonono, rileva espressamente 
che ad ogni carestia a Palermo il consumo del pane 
Comunale aumentava enormemente. Egli anzi in un 
passo spiega questo fatto affermando che privai io 
generat appetitum, che varrebbe quanto dire che la 
penuria dei grani sovraeccitava le facoltà digestive 
dei Palermitani. Egli stesso poi nelle pagine pre- 
cedenti e seguenti ci dà la chiave dell'enigma de- 
si rivendo le precauzioni che il Senato dovea pren- 
dere perchè non si esportasse il pane fuori della 
città, che consistevano nel chiudere le porte della città, 
meno quattro affidate alla guardia di gentiluomini e 
dei consoli delle maestranze, nell'ordinare ronde so- 
pra le mura perchè da esse non si buttasse il pane 
agli affamati abitatori delle campagne, nel visitare ì 
bastimenti e le barche che partivano per gli altri porti 
dell'isola ed anche per Napoli. Nei casi estremi si 
arrivava a razionare il pane ai cittadini, vendendone 
ad ogni famiglia solo quella quantità che era sti- 
mata sufficiente per il consumo delle persone di 
casa, con un sistema perfettamente identico a quello 
che il sedicente spadaio Ambrogio Fusella propo- 
neva all'ingenuo Renzo Tramaglino. 

In complesso i limitati guadagni dei periodi di 
abbondanza non compensavano le perdite degli 
anni di carestia. Aggiungasi che. durante la fine del 
secolo decimosesto e nella prima metà del decimo- 
settimo, per il continuo affluire dei metalli preziosi 
che venivano dall'America, il danaro perdette molto 
del suo valore. Tutti gli oggetti rincararono, sin lil- 
la media dei prezzi del grano diventò molto supe- 
re al costo immutabile del pane che si vendeva 
dal Comune di Palermo. Questo quindi ci rimise 
tanto e poi tanto che creò, precorrendo i tempi, un 
debito pubblico enorme, per pagare gli interessi an- 
nui del quale occorrevano centocinquantamila onze, 

circa un milione e novecentomila lire. Sio 
l'interesse, mitissimo per l'epoca, era del cinque 
cento, così il debito corrispondeva ad un capitale 
•li trentotto milioni di lire che. dato il valori chi 
avea allora il danaro, sarebbero circa cento milioni 
di oggi. Somma che fa veramente paura se si tien 
conto che la popolazione di Palermo alla metà del 
secolo decimosettimo non potea oltrepassare le cen- 
toquarantamila anime e che la ricchezza media, e 
quindi la materia tassabile, era inferiore a quella 
odierna. 

Per far fronte agli interessi di questo debito si era 
naturalmente ricorso alle tasse a larga base, ai dazi 



sui consumi popolari; cioè sulle Farine eh 

vano alla manipola/ione de] pane casalingo e dei 

maccheroni, sul vino, sulle Carni, Sull'olio e sui for- 
maggi. In tomlo si manteneva il pane a buon mer- 
cato a spese del companatico. Ma neppure qu 
risorse bastavano quando nell'inverno del i fi (ti ;; 
venne una carestia che consumò le ultime riserve 
della colonna frumentaria e dell'erario comunale! 
Mancava già il credito, sicché si dovette ricci 
;n prestiti forzosi prendendo il danaro che i depo 
sitanti tenevano nel Banco comunale e corrispon- 
dendo loro l'interesse del cinque per cento. Qualche 
cosa prestò pure l'erario regio, ma finalmente nella 
primavera del 1647 s'impose crudo il dilemma di 
rincarare il pane o di sospendere il pagamento delle 
lande, ora diremmo del cupone della rendita. ai ere 
ditori del Comune. 

VII - La crisi avveniva in mal punto per la 
corona di Spagna, perchè essa, perduto quasi tutto 
il suo prestigio militare e rovinata finanziariamente. 
traversava allora un momento difficile. Nel 1640 
era già insorto il Portogallo, che si era costituito 
in monarchia indipendente; qualche anno dopo in- 
sorgeva la Catalogna reclamando la sua autonomia ; 
nello stesso anno 1647 scoppiava a Napoli quella 
rivoluzione che prese il nome da Masaniello e che 
resistette per più di un anno a tutti gli sforzi che 
la Spagna lece per soffocarla. 

In quella stessa primavera del 1647. il Viceré 
marchese di Los Velez, timoroso di perdere i da- 
nari che nel cuore della carestia l'erario regio avea 
prestato al Comune, provocò un ordine tassativo 
della Corte di Madrid, il quale imponeva che si rin- 
carasse il pane o meglio che ne lussi- diminuito il 
peso. Vendeasi esso infatti dal Comune, e Vendesi 
ancor oggi a Palermo, in forme di peso uniforme 
e costante e diminuire la quantità contenuta in ogni 
forniti pareva un fatto meno palpabile e, direi quasi. 
meno odioso dell'aumento del prezzo. Arrivò l'or- 
dine verso la metà di maggio; il pretore ed i sena- 
tori ne sconsigliavano l'applicazione, molto più che 
era caduta di recente una benefica pioggia che assi- 
1 tirava l'abbondanza del prossimo raccolto. Ma i 
ministri del regio patrimonio, chi tene 1 ino sopra 
ogni cosa alla restituzione del pres ito fatto al ' 
munì', insistettero perchè Fosse in imente e 

seguito; sicché il venti maggio nelle b '• tuni 
cipali ogni pam- die si vendeva otto grani, ossia di 

- entesimi, e dovea ; • sare circa n< 
venticinque grammi, comparve diminuito di cento 
cinquanta grammi. 

neno pi 

maestrali/- però app 

invece una turba dell'infimo popi 
la <iuale sfondò le 
ministri del patrimonio, minacci.! nobili e Vicet 

fu per quali : ■ appari nte ite padrona 

della città. Ma quando fu 1 ini he il Banco 

del Comune, le maestranze accorsero subito .1 tute 
larlo 1 ntirono a n pi imere la ri- 

volta, ma prima vollero l'abolizione delli 

dei dazi ili consumo sui generi di prima neces 



22. 



LA l i ITU1 



giurati 1 1 senatori due fossen i pò 
polani. Avendo il Viceré frettolosamente condì» 
in un lampo la turba dei s: ori Eu dispei 

ne ristabilito ed un certo Nino La Pilosa 
e due altri infelici vennero giustiziati come capi « 1* - 1 
tumulto. 

Abolite le gabelle era inevitabile il fallimento, e 
difatti il Comune sospese il pag iti delle lan- 
re Si riunì allora il Consiglio del Comune per 
provvedere ali à della finanza cittadina e 

le risoluzioni che in esso si presero, per iniziativa 
un sapi ire i li moi lei nità si n pren- 
dente In fondo, senza i ere i canoni della 
i senza alcuna nozione della 
i della lotta di classe, i rappresentanti delle 
itivo energico per fai gra- 
vare l'onere tributario quasi tutto sulie spalle degli 
dei in il 'ili. 1 lei cinque antichi dazi ili consu 
i quello sulla canii' e credi té di 
supplire alla d enza dell'erario con un dazio sul 
i sull'orzi '. che in Sicilia si dà 

ai cavalli in cambio della biada, con la tassa sulle 
carrozze e sulle finestre e con un testatico, ora si di- 
e una tassa 'li famiglia, da ripartire sui bene- 
stanti. Comesi vede, era un vero programma finan- 
ziario i dei partiti pupillari del secolo ven- 
tesimi i. 

Nella concita one del momento ed in mancanza 

di dati statistici, che allora non esistevano, non sì 

calcolare neppure approssimativamente il get- 

tìto delle nuove imj oste. Non si trascurò intanto la 

one ili gravare alquanto la mano sui nuovi 

iti che si colpivano. L'orzo, ad esempio, veniva 

a pagare un dazio equivalente circa al venticinque 

• ■ni.i del suo valore ed ogni carrozza tirala dà 

due cavalli pagava sessantacinque lire annue, che 

corrisponderebbero almeno a centocinquanta ili 

Per qualche mese le cose quietarono nell'a 
tiva dei risiili. ni della trasformazione tributaria; 
maestranze e nobiltà però vivevano in sospetto con- 
tinuo e ri Molti nobili cominciarono a riti- 
rarsi nei loro feudi e ciò irritava le maestranze che 
ino diminuire la elicmela ed il lavoro. 

\ questo punì" ebbe luogo un vero, semplice epi- 
sodio della lotta Ira le diverse classi sociali ili Pa- 
lermo, il iiuale. perchè drammatico e pittoresco, ha 
talmente attirato l'attenzione degli storici. Ha 
molta ari on l'altro episodio, generalmenb 

noto, di cui a Napoli fu principale allori- Ma- 
saniello, il quale rappresentò il preludio tragico, 
durato una sola settimana, della lunga lotta che, 
durante gli anni 1647 e 1648. i popolani parici 

sostenner ntro la nobiltà e gli Spagnuoli. 

Un artigiano di P iere, a 

noni" Gii D'Alessi, trova\ asi appunto a Na 

poli negli otto giorni in cui l'infelice pescivendolo 

i.ilii fu capitano generale del popolo. u> 

a furor 'li popi riti ficato dal popolo. Tornato 

era ■ trovati i tempi inquieti e sospettosi, 

rati n lai 1 dei con- 

■ del ninnili, in- popolo 

nessun'arte, volle imitare Masaniello. 



Scippi, 1:0 il tumuli", menile il D'Alessi COÌ suoi 

tei riusciva a cacciare a viva forza dal palazzo 
naie il marchese di Los Velez e la sua guardia 

spaglinola, le altre arti rimanevano in certo ino, lo 

neutrali. Ma le loro fibre popolane scui 
quando il povero orefice, diventato capitan gene 

! ile delli OnVOCÒ i Consoli nella chiesa di 

San Giuseppe, fu compilato ulto un larghissimo 
prograinn ve riforme democratiche da ap 

plicare a tutta I isola, cosi largo che comprendeva 
perfino la riduzione della rendita fondiaria e la con 

lisca delle terre incoile. 

Il pn 1 potere dell'Alessi, come quelli 

del suo predecessore napi ili no il 

fatale termine di una settimana. Più mite di an 
1 ' ipei a 11 1 palermitano impedì sen ■ 
le Vendette personali, ma neppure egli seppe evitare 
l'ubbriacatura della grandezza. L'incarico di ine- 
briare Il capitan generale del popolo, che a Na 
poli era toccato principalmente allo stesso Vii 
conte d'Arcos, a Palermo, essendo il Los Velez 
pato, lu volontariamente assunto dall'inquisii 
spaglinolo Trasmiera, da don Ottavia Lanza prin- 
cipe di Trabia e da altri nobili ed e ri. I 
risultali furono identici: si eccitò abilmente la ri- 
valità fra i pescatori ed i conciapelli, si forni 

la gelosia dèi consoli delle altre arti contro l'ore 

Sce che camminava a fianco dei principi e disponeva 
e comandava da padrone assoluto, ed una giornata 
i pescatori uniti ai nobili ed ai loro satelliti assali- 
rono il capitan generale del popolo e lo uccisero 
coi principali segnaci entro il suo quartiere gene- 
rale, nelle viuzze abitate dai conciapelli. Con lui 
mori il programma democratico, della chiesa di 
San Giuseppe. 

Vili. Ma non finivano le incertezze sulla 

situazione finanziaria del Comune, né veniva meno 

quella riforma tributaria in senso democratico che 

era stata approvata dal Consiglio della città e san- 
.1 del Viceré. 
Moriva, due mesi dopo I Alessi, il marchi 
Los Velez, boriosa nullità, come lo definisce I" 
rico La Lumia, che erasi mostrato assolutamente 
impari alla sua difficile missione, e lo sostituiva il 
cardinale Teodoro Trivulzio, milanese di nascita. 
in bile di casato, valoroso guerriero in gioventù, 
litico accorto nell'età matura. 

Entrò in Falerni" senza alcuna scorta di regi 

snidati fidando interamente nella lealtà delle ono 

rate maestranze, ed il suo programma riassunse m 

pochissime paiole, di 'incile che. pei quanto abu 

e per quanto si prestino a nascondere l'indeter 

11. ni. ne/za dei concetti e la duplicità dei fini, si sen 
tono sempre volentieri: pane, giustizia e libro nuo- 
vo. Realmente si applicò subito a sradicare molti 
abusi, fece in modo che il Comune continuasse a 

vendere il pane alf.uilico prezzoe quanto ai prov 

vedimenti pei l'avvenire lasci;, che il tempo li ma- 

Intanto la sospensione del pagamento degli inte- 
ressi del debito comunale avea distrutto ogni ere 
■ privato e prodotto tale un disastro 



LA MUNICIPALIZZAZIONE DEL PANE A PALERMO 



225 



generale che il danaro non circolava più ed il la- 
voro veniva meno agli operai. Le nuove imposte 
i lavano un gettito del tutto insufficiente al bisogno, 
e fin d'allora diventava evidente un canone della 
scienza finanziaria che sarebbe opportuno di tener 
presente anche oggi, cioè che nei paesi poveri e gra- 
vemente tassati una parte notevole dell'onere finan- 
ziario è indispensabile che ricada sulle classi po- 
vere. Gli artigiani inoltre tolleravano mal volentieri 
la tassa sulle finestre ed i nobili, colpiti dalla tassa 
di famiglia che si annunciava gravissima, minaccia- 
vano uno sciopero di consumatori e parlavano di 
ritirarsi nelle loro campagne. Si risecarono gli sti- 
pendi a tutti gli impiegati del Comune, ma si vide 
che il profitto era scarso. Crescendo la miseria pub- 
blica e privata, gli artigiani toccarono con le mani 
che. per quanto i viveri fossero a buon mercato, 
non sempre si guadagnavano i quattrini sufficienti 
a comprarli, e le cose arrivarono al punto che. dopo 
circa un anno, i consoli si rivolsero al Trivulzio pre- 
gandolo che rimediasse lui. anche restaurando gli 
antichi dazi sui consumi. 

Il porporato milanese, da vero uomo di Stato, non 
volle profittare troppo del momento, rispose perciò 
che gli antichi dazi erano stati aboliti dal Consi- 
glio-dei Comune e toccava ad esso di proporne la 
restaurazione totale o parziale. Si radunò quindi il 
Consiglio, vi intervennero circa duecento fra con- 
soli ed aggiunti e fra le varie classi sociali si di- 
scusse, senza soverchia prepotenza da una parte ne 
vile dedizione dall'altra, degli interessi reciproci e 
di quelli della città e si venne ad un mezzo termine 
che li conciliava tutti. 

Si escluse anzitutto che il Comune dovesse fal- 
lire, in primo luogo perchè ciò era indispensabile 
per ristabilire il credito e la circolazione del danaro 
e poi anche perchè fra i creditori vi erano molte 
Opere pie e molte famiglie di modestissima fortuna. 
Ma. precorrendo al solito i tempi ed anticipando 
un provvedimento del Sella e del Sonnino. si ridus- 
sero gli interessi del debito comunale del cinque 
al quattro per cento. Si conservò la nuova tassa 
stille carrozze ed il nuovo dazio sul tabacco e quello 
dell'orzo, si abolì la tassa sulle finestre ed il testa- 
tico o tassa di famiglia, si conservò il dazio consu- 
mo sulla carne, che non era stato mai abolito, e si 
rimisero un po' mitigati quelli antichi sulla farina, 
sull'olio, sul vino e sul formaggio. Si abolirono i- 
noltre tutte le esenzioni dai dazi che godevano gli 
ecclesiastici, alcuni funzionari ed il Viceré, il quale 
diede per primo l'esempio di rinunziare al suo pri- 
vilegio. 

Con questi provvedimenti fu posssibile di pagare 
gli interessi ridotti ai creditori del Comune e di 
mantenere la Municipalizzazione del servizio ilei 
pane, il cui prezzo però fu elevato li poco più di 
due centesimi al chilogramma. rispondenti su per 
giù al dazio che sulle farine pagava la panificazio- 
ne privata. Il Senato in cambio promise di non e- 
levare il prezzo del pane per dieci anni ; gli effetti 
di questa promessa si prolungarono per un tempo 
indefinito. 

Restaurate così le finanze comunali, ristabilita 

La Lettura. 



la pace, il cardinale Trivulzio seppe talmente atti- 
rarsi la fiducia delle maestranze da indurle a to- 
gliere i cannoni dai baluardi, di dove minacciavano 
sempre il palazzo vicereale, ed a depositarli, come 
in terreno neutro, nell'arcivescovato. Li un 

pezzo, cioè lino al ró;ó. quando, avvenuta una bat- 
taglia navale sanguinosa nel golfo di Palermo, Ira 
la flotta olandese e spagnuola da un lato, alla quale 
si erano unite le navi da guerra siciliane, e quella 
francese dall'altro, sconfitti con perdita di molte 
navi gli alleati, saltata in aria fra le altre la nave 
siciliana San Giuseppi-, il popolo di l'alenilo, pre 
testando le necessità «iella difesa, riprese i suoi can- 
noni, che servirono a tutelare l'incolumità della città 
e quella del peso del pane per circa un secolo an- 
cora. 

IX. — Pare realmente che la grande riforma 
finanziaria del 1648 sia stata efficace, perchè per 
lunga pezza non si parlò più degli imbarazzi finan- 
ziari della colonna frumentaria e la Municipaliz- 
zazione non solo fu mantenuta per il pane, ma venne 
estesa anche ad altri commestibili, e precisamente 
alla carne bovina, all'olio d'oliva ed ai formaggi. 
Non so quando precisamente ebbe origine questo 
allargamento delle attribuzioni annonarie del Co- 
mune. Gli storici ed i cronisti del secolo decimot- 
tavo ne parlano, al solito, come di cosa già stabi- 
lita. Forse cercando bene nei diarii e negli archivi 
ili Palermo si potrebbero trovare notizie importanti 
in proposito. E' possibile che siasi estesa l'azienda 
dei viveri con l'idea di risarcire il Comune delle 
perdite che subiva nella vendita del pane; difatti, 
per qualche genere, come per l'olio, comprando al- 
l'ingrosso nei momenti dell'abbondanza, che ritorna 
a periodi quasi regolari di due anni ciascuno, e ri- 
vendendo a minuto si può presumere un guadagno 
quasi sicuro. Questo è certo che la invariabilità dei 
prezzi si estese ai nuovi generi municipalizzati, i 
quali, una volta che furono slacciati pel conto del 
Comune, non vennero più rincarati. Nel loro prezzo 
in origine dovette essere compreso l'importo del da- 
zio di consumo, che sopra di essi il Connine esigeva, 
l'ino alla metà del secolo decimottavo. fra le per- 
dite degli anni di carestia ed i guadagni dei tempi 
normali, l'azienda municipale potè tirare avanti sen- 
za troppi imbarazzi. Pare che sulla fine del seicento 
ed il principiare del settecento il deprezzamento 
della moneta siasi arrestato. Siccome poi la Monar- 
chia spagnuola. ormai nel suo periodo di massima 
decadenza, non curava più la polizia dei man ed 1 
corsari barbareschi ostacolavano seriamente ogni 
commercio, diminuiva sensibilmente la estrazione 
ilei grani siciliani. Ciò certamente aumentava da 
un lato la miseria pubblica e privata, ma dall'altro, 
producendo un rinvilio dei generi di prima neces- 
sità, dava modo alla colonna frumentaria di 
lermo di risanguarsi. 

Xel 1713 la Sicilia veniva ceduta alla Casa di 
Savoia: occupata di nuovo dagli Spagnuoli nel 1719 
cadeva tosto in potere dell'Austria, che la sfne 
quanto era possibile lino al 1734. anno in cui ti 
nalmente Napoli e la Sicilia erano costituiti in rea- 

15 



_•_■<• 



LA 1.1 IH R \ 



mi indipendenti e separati, uniti dalla solita unione 
personale sotto Carlo III ili Borbone. 1. doveroso 
re che da quell'anno fino alla fine del se 
colo decimottavo !<■ due regioni fecero progressi in- 
tellettuali, sociali ed economici rapidissimi 

Annientata la sicurezza < l* - i mari e quella interna. 
lifioi portazione dei grani e 

dell' uelty nuova dei vini e degli 

olii, crebbe notevolmente ta popolazione, aumentò 
la ricchezza ed il valore delle terre, molte di essi 
erano incolte si dissodarono, ed incominciò fin d'al- 
sso di intensificazione delle culture 
per il quale la vite, l'olivo ed altri alberi fruttiferi 
si andai' colo brado ed alla 

ricottura. Ma col prosperare della ricchezza e 
con nercio e col moltiplicarsi della popolazione, 
si accentuò anche in Sicilia un lenonicno. che del 
gioni analoghe, nella seconda metà del 
ottavo si estese a buona parte d'Europa, 
il rincaro cioè dei generi di prima necessità e spe- 
cialmente del gratin, delle carni e dei formaggi. 

A Palermo l'azienda dei viveri comunali, che com- 
plessivamente cbiamavasi sempre culmina frumen- 
taria. ne senti presto il contraccolpi'. Nel 1756 nes- 
sun appaltatore osò assumere il servizio della carne 
bovina ai prezzi ormai tradizionali ; il Comune e- 
sercitò allora la vendita di questo genere in econo- 
mia, ossia per gestione diretta, comprò buoi in 
Tunisia ed in Calabria, li ingrassò nelle sue stalle, 
li macellò e rivendette per suo conto e vi scapitò e- 
normemente. Nel 1763 una carestia che sopraggiun- 
si finì di distruggere il capitale della colonna fru- 
mentaria ; ricominciò l'epoca dei ripieghi e dei mu- 
tui, si alienò per circa tre milioni di patrimonio mu- 
nicipale, e si rimise infine nel 1 7 7 j la tassa sulle 
finestre. Malgrado tutto, diventava sempre più im- 
possibile tirare avanti, i viveri che si vendevano 
nelle botteghe senatorie cominciarono a diventare 
di cattiva qualità, infine scarseggiarono e nel prin- 
cipiare del 1773 gli artigiani dovevano fare a pu- 
gni per potere comprare un pezzetto di cacioca- 
vallo. 

Fra il popolino e le onorate maestranze, che ve- 
devano il sistema dei pnv/i invariabili seriamente 
minacciato, il malcontento era enorme. Lo sfacelo 
dilla colonna frumentaria veniva attribuito alla 
cattiva amministrazione ed alle mangerie degli ul- 
timi pretori e senatori, alla loro debolezza verso gli 
appaltatori dei viveri e versa i venditori per conto 
del Connine, soprattutto poi alla protezione che il 
viceré marchese Fogliani accordava agli abusi dei 
grandi e dei piccoli ed .dia facilità colla quale egli 
permetteva le tratte, ossi., la esportazione dei grani, 
degli olii e dei forr illera\ a il contrabbando 

quand" la tratta era chiusa. 

X. - Il marchese Fogliani non era un gran 
signore, un viceré alla spaglinola, ma un modesto 
e laborioso nobile modenese che. entrato al sen 
tifila Corte di Napoli, colle sue doti d'impiegato 
erti ' ' npo ed a luogo en- 

trare in grazia ilei superiori, era arrivato, torse col- 
I appoggio del ministro Tanucci. altro modenese al- 
lora onnipotente nel governo borbonico, al cospicuo 



posto di rappresentante 'lei Re in Sicilia, fra le 
Ioli che gli tributa il Di Blasi, onest'uomo ma sto- 
rico officiale ed incline a trovare meriti in tutti quelli 

elle sla\ ano 111 allo, ed il giudi rodi 'Ice. Iloll 

i" di abili insinuazioni, chi ne là il Villabian- 

c.i. il quale, da vero nobile siciliano, trovava che il 

\ icerè ih ii aveva tenuti' abbastanza conto della na- 
.1 e ilei meriti dello scrittore e che accordava 
troppa in 1 icia e confidenza ai paglietta e ad altra 
gente di poca levatura. ■ (fi li il formarsi un 1 

li | caratti re 1 Iella persi ma che allora 
reggeva la Sicilia e della sua parte di responsabilità. 
Nel complesso pare die sia sialo ut] nonio dab- 
bene ed un buon burocratico, molto supe 

media dei prefetti chi il Governo italiano manda 
a preparare le elezioni e. incidentalmente ad am 
ministrare le provincie dell'isola. Anzi, come rico- 
nosce lo stesso Villabianca, il torto principale ilei 
Fogliani sembra sia stato quello di aver durato, 
con insolilo esempio, nel viceregno per diciotto anni 
continui. 

Infatti, costituivasi attorno ad ogni viceré una 
camarilla, un gruppo di amici e di persone di con- 
fidenza che lo adulavano, lo servivano e nello s 
tempo lo sfruttavano. Ma. siccome ad ogni tre anni, 
al massimo ad ogni sei. i viceré cambiavano, si ve- 
niva a stabilire una specie ili turno fra gli ambi- 
ziosi e gli intriganti, in grazie al quale quelli che 
non erano in auge tolleravano con una certa pa- 
zienza la loro disgrazia. Oliando si vide che il turno 
non era più rispettato e che il Fogliani. allo sca- 
dere di ogni triennio, veniva indefinitami 
fermato, tutti gli odi. tutte le ire dei disillusi, del- 
l'immensa caterva ili coloro che desiderando dal- 
l'autorità una carica, un favore, una indebita 
renza o una indebita tolleranza non l'avevano po- 
tuto ottenere, si concentrarono contro di lui e. con 
sistema non ancor disusato, egli fu additato al [io- 
polo come la personificazione e l'origine di tutti i 
mali. 

Al 5 luglio 1773 si rinnovava il Senato tli Pa 
lermo e tome pretore entrava in carica ( 'esare I 
tani principe lei Cassero, un patrizio che. co- 
me pensatamente fa rilevare il Di Blasi. non aveva 
debiti con nessuno e quindi neanche cogli appal- 
tatori dell'annona comunale e che all'amore del pub- 
blico bene univa una voglia matta di popolarità. An- 
nunzio subito che avrebbe tatto guerra agli abusi 
e restaurata la colonna frumentaria. 

E per qualche mese le cose andarono realmi 
molto meglio e per l'aumentata vigilanza dell'au- 
torità municipale <■ perchè non erano tempi di care- 
ma soprattutto a cagione di un prestito che 
ristorò momentaneamente l'azienda dei \ i\ ■ 
con abnegazione la quale bisogna dirlo non era sen- 
za precedenti, il pretore garantì sui suoi beni pri- 
vati. La benemerenza acquistata con qui 
dal principe del Cassero fra le maestranze ed il 
popolino di Palermo non ebbe il tempo di tramon- 
tare, perchè nel settembre gli si manifestò il mal 

ili pietra. Per isiglio e coll'opera ili un dottore 

che era figlio li un cameriere ilei Viceri si sotto 
pose al taglio e ne mori. 



LA MUNICIPALIZZAZIONE DEL PAN] \ PALERMO 



227 



Non ri volle altro perchè il popolo credesse ad 
una congiura tenebrosa del Viceré e di tutta la 
Clicca dei truffatori del pubblico danaro, ai quali at- 
tribuì senz'altro la fine del benamato pretore. L'ira 
spontanea degli artigiani per la rovina della colon- 
na trumentaria e del sistema del prezzo invariabile 
dei viveri venne abilmente concentrata ed incanalata 
contro il Fogliani. si tumultuò ed i tumultuanti ne 
chiesero l'allontanamento. 

Convocati i consoli dall'arcivescovo, il diciannove 
ili settembre, alle esortazioni del prelato affinchè 
persuadessero il popolo a desistere dal rivoluzio- 
nario proposito, risposero borbottando fra i denti 
che. se il Fogliani colle buone non se ne voleva an- 
dare, avrebbero trovato essi il modo di rimediare 
a": guai di Palermo. 

Difatti l'indomani i cannoni dei baluardi vennero 
ancora una volta puntati sul palazzo reale ed una 
turba immensa di popolo armato marciò contro que- 
sta residenza del Viceré. 

Le maestranze non comparivano ufficialmente ma 
il grosso dei sollevati era formato dai loro membri e 
molti consoli erano con essi. Il palazzo era custodito 
da due reggimenti di regie truppe, uno siciliano 1 al- 
tro svizzero, ma il Fogliani aveva dato ordine assoluto 
di non tirare e di non versare sangue e la naturale 
conseguenza di quest'ordine fu che i soldati vennero 
sopraffatti e disarmati ed il Viceré stesso fu fatto 
prigioniero. Posto immediatamente nella sua car- 
rozza fra sei consoli, che coi loro corpi gli facevano 
scudo contro le aggressioni del popolaccio, venne 
trascinato alla marina e quivi, sopra la prima barca 
che capitò, fu spedito al largo. 

XI. — La cosa finì meno tragicamente di come 
si poteva aspettare. L'arcivescovo assunse momenta- 
neamente i poteri di viceré, la città rimase per al- 
cuni mesi in balìa delle maestranze ed il pane e gli 
altri commestibili furono per allora venduti ai so- 
liti prezzi invariabili. Il ministro Tanucci scrisse 
che il Re avrebbe considerato i fatti di Palermo con 
cuore più di padre che di sovrano. Ed infatti, per 
allora non si esigette che la restituzione dei fucili 
tolti ai soldati e l'impiccagione di tre o quattro sven- 
turati dell'infima plebe, designati al solito come capi 
del tumulto, e l'erario regio prestò intanto senza in- 
teresse ed a fondo perduto più di seicentomila lire 
alla colonna frumentaria perchè essa potesse ancora 
per un poco tirare avanti. 

Poi mandato un altro Viceré, che non fu già il 
Fogliani. rinforzata la guarnigione che ebbe l'ordine 
preciso di non lasciarsi più disarmare, un pò colla 
persuasione, un -o'colle minacele s'indussero i con- 
solati a cedere ' baluardi ed i cannoni al cui pos- 

•. scrive ii Villabianca, gli artigiani tenevano 
più che alle loro mogli. E poi a poco a poco, e colle 
dovute precauzioni, si attaccò il sistema delle mete 
fi>se. ossia dei prezzi invariabili dei viveri. 

In verità, il rialzo generale dei prezzi era tale che. 
riusciva impossibile di mantenere ancora quelli del 
1648. Le seicentomila lire fornite dal regio erano 
nel 1774 furono consumate in pochissimi anni; ad 
ogni nuovo appalto che il Comune indiceva per la 
fornitura al pubblico della carne, dell'olio o del for 



maggio, se si voleva che l'appaltatore conservasse 
le antiche mete, bisognava dargli una gros>.i sov- 
venzione del genere di quelle che ancora si usano 
per sussidiare gli impresari dei teatri di musica. 
he si cominciò nel 1776, anno nel quale il Co- 
mune prima rinunziò al monopolio della vendita 
dell'olio, autorizzando qualunque privato a fargli la 
concorrenza, e poi aumentò il prezzo di quello che 
vendeva nelle sue botteghe. Identica riforma si fece 
nel 1781 per i formaggi e finalmente alla fine dello 
- 1 anno, pi ne l'applicazione all'anno se- 

guente, si estese la riforma anche al pane. 

Del resto col crescere dei capitali, collintensifi- 
carsi dell'agricoltura, coll'aumento della popolazio- 
ne dell'isola, la quale da 1.150.000 anime nel 1714 
giungeva ad 1.800.000 anime nel 1798. crollava 
tutta l'antica economia dello Stato siciliano. Nello 
^.■-mi anno 1781 il Governo avea riformato tutto 
l'antico sistema delle tratte od esportazione del grano, 
sottraendo all'arbitrio del Viceré il permetterla od 
il proibirla anno per anno, ciò che. fra parentesi, 
era fonte di aggiotaggi, favoritismi ed abusi di ogni 
genere, ed adottando misure che erano un avvia- 
mento al libero commercio dei cereali. Poi anche 
per la sostituzione delle colture arboree a quella 
dei grani, sostituzione che faceasi sempre in più 
larga scala a misura che aumentavano i commerci, 
i capitali e le braccia, verso gli ultimi anni del se- 
colo decimottavo ed i primi del decimonono finì l'e- 
spi Ttazione dei grani dalla Sicilia e poco dopo ne 
cominciò l'importazione dai porti del Mar Nero, e 
così si estinse la causa prima della Municipalizza- 
zione del pane a Palermo. 

Contemporaneamente cambiavano anche le ■•oli- 
dizioni politiche e sociali. Il dispotismo borbonico 
accoglieva i principi della rivoluzione francese in 
quanto gli giovavano e prima risecava e poi to- 
L-ieva le autonomie ci 'mimali e scioglieva le corpo- 
razioni di mestiere. Finivano perciò le onorate 
maestranze di Palermo, che davano gli ultimi segni 
di vitalità durante la rivoluzione del 1820. e final- 
mente, dopo un tentativo di adattamento ai concetti 
ed ai bisogni moderni fatto nel 1812. moriva per 
sempre nel 1816 l'antica secolare costituzione si- 
ciliana e finiva l'autonomia dell'isola che, divisa in 
Provincie, diventava parte integrale del nuovo rea- 
me delle due Sicilie. 

Siamo già in epoca che i nostri nonni potevano 
rammentare ed in essa appunto si trovano gli ul- 
timi ricordi della Municipalizzazione del pane e di 
altre derrate alimentari a Palermo. Dopo il 1782. 
avendo il Comune rinunciato al monopolio ed alle 
mete fisse, in fondo la sua azienda assunse il sem- 
plice ufficio di tenere quelle botteghe di paragone, 
che anche oggi di tanto in tanto s'istituiscono nei 
peri,,, li d dei viver:. I esperienza dovette 

presto dimostrare che la concorrenza privata dava 
roba migliore ed a miglior [tatto, una volta che il 
Comune non voleva più scapitare nel vendere la 
sua. Per,'», anche dopo che è finita la sua ragion 
sere, una organizzazione così anno-.i •• ■ ■ rupli- 
cata come quella dei viveri municipali di Palermo 
muore ordinariamente in un giorno, sicché 









LA I.KTTl'KA 



e della sua esistenza si trovano ancora nel 
primo decennio del secolo decimonono. 

XII. che ì terminata la parte storica 

i ibe certo molto interes 
sante studiare dawicino il funzionamento degli isti- 
tuti annonari >li Palermo, scrutarne i difetti ed i 
pregi pratici e da issi trarre lume per la moderna 
quistione della Municipalizzazione dei pubblici se 
\ i/i. dir- alcuni vorrebbero estendere anche al pane. 

Dirò subito che ciò che ho potuti > accei an 
proposito non ì all'uopo molto interessante. Anzi- 
tutto perchè la Municipalizzazione ili allora ris] 

id altre idee, ad altri bisogni, a condizioni so 

diversissime ili quelle presenti; poi perchè i 

particolari che sarchi pero per noi più interessanti 

[uelli a preferenza taciuti dagli storici e dai 

cronisti, non già per malizia od ignoranza, ma per- 

se allora note a tutti. 

.VI ogni tuorlo, dalle notizie che ho potuto spigo- 
lare, risulta anzitutto che la Municipalizzazione dei 
viveri non era un istituto esclusivo di l'alenilo. 
Essa funzionava pure a Messina ed in embrione 
qualche cosa di analogo vi era anche nelle altre 
e terre demaniali della Sicilia, cioè in quelle 
che tu pi) dipendevano da alcun feudatario, nella 
quale il Comune se non altro, all'epoca del raccolto. 
soleva comprare all'ingrosso del grano, che rivendeva 
poi a piccole partite ed a prezzo di costo ai citta- 
dini. 

La qualità dei generi venduti per conto del Co- 
mune di Palermo dovea in generale esser buona . 
poiché pochi lamenti ho trovato in proposito. Il 
pane vein Ica si. come ho detto, a forme di novecento- 
venticinque grammi ciascuna e della metà precisa 
ili questo peso. Vi erano poi forme anche più pic- 
cole, che in proporzione costavano un poco di 
più . forse anche perchè erano più cotte e me- 
glio lavorate e rappresentavano il pane di lus- 
si i. Ogni forma portava il bollo del Comune. 
ijiiest uvo di vendere il pane a forme di peso sta- 
bilito e bollato dal fornaio esiste ancora a Paler- 
mo; dove inoltre per affermare che il prezzo di un 
oggetto i notorio ed invariabile si dice che è come 
il pane in piazza. 

Anche la carne bovina si vende ancora a Pa- 
lermo senza l'osso e le diverse parti dell'animale 
vengono divise con precisione anatomica ed ognuna 
ha il suo prezzo speciale. In solo bue dà così sette 
ualità di carne diverse e pare che questa 
minuta suddivisione sia l'ereilità di un'epoca nella 
quale il mestiere del macellaio venne sottoposto ad 
una rigida regolamentazione burocratica. Dell'olio 
formaggi vi erano pure diverse qualità, che 
naturalmente aveano prezzi diversi. 

Il Comune provvedeva al servizio dei viveri alle 
volti | ne diretta, alle volte per appalti che di- 

ci v.msi partili. Il grano lo Comprava per lo più me- 
diante grossi conti durata ordinaria di cin- 
que anni, durante i quali una compagnia appalta- 
si obbligava di fornire ppgui anno tante mi- 
gliaia di quintali sempre .-« 1 1 < > stesso prezzo. Se so 
praweniva una carestia, il grano cosi comprato per 



i iascuna annata non bastava più e bisognava prov- 
ine dell'altro ad altissimi prezzi. Il pane pare 
poi che fosse manipolato e venduto in economia, 

ma il Comune dovea avere contratti speciali e sta- 
bili colle corporazioni dei mugnai e dei panattieri. 
\i gli ultimi decenni della Municipalizzazione pare 
si tollerasse anche la vendita di pane latto da (or 
nai privati, i quali però dovevano comprare il grano 
dal Comune coli intervento del Comune. ' 
Sti panifici privati venivano complessivamente chia- 
mati la meccanica, e sembra fossero fonti di abusi 
e che vendessero pane di cattiva qualità torse ai più 
poveri che non lo poteano pagare in contanti. 

La vendita dell olio, della carne e dei formaggi B 
appaltava per lo più a compagnie di speculatori 
nelle quali figuravano insieme nobili e popolani. 
La prima condizione dei capitolati era che si ven- 
desse ai prezzi delle mete fisse. Ignoro con i|uali 
ine/zi il Comune si assicurava il risarcimento del 
dazio consumo che. sui generi appaltati, era stabilito 
fin da prima del 1648. Si cedeva agli assuntori del- 
l'appalto, oltre al diritto di monopolio, probabilmen- 
te anche l'uso delle botteghe comunali. Qualche volta, 
come ho accennato, perchè gli appalti non andas- 
sero deserti, si concedi vano agli assuntori anticipa- 
zioni di capitali ed altri premi. L'esercizio in ge- 
stione diretta era generalmente giudicato conn 
vinoso. 

Il contrabbando, inevitabile dove ci sono mono- 
poli, esisteva e pare fosse punito con una multa di 
sessantacinque lire ogni volta che veniva legalmente 
constatato. 

Abusi, naturalmente, ce ne erano; ma non do- 
vevano essere molto comuni e gravissimi, se si con- 
sidera che la Municipalizzazione dei viveri durò a 
Palermo circa due secoli. Certo, amministratori che 
traevano un [privato vantaggio dal maneggio dell'a- 
zienda comunale, non ne mancarono, e se non ne 
parlano i giornali, che ancora non esistevano, vi ac- 
cennano chiaramente le pasquinate e le satire di cui 
alcune ci sono rimaste; nelle quali si diceva il fatto 
loro agli altolocati senza che gli anonimi autori cor- 
ressero il pericolo delle querele di diffamazione. 

Del resto, se alcuni rubavano, molti dovettero 
essere gli amministratori onesti e parecchi quelli so- 
lerti ed accorti ; | ciche i nobili tenevano molto in 
generale alla popolarità ed al buon nome dei loro 
casati. Inoltre, quando qualcuno era notoriamente 
concussionario, rischiava al primo fermento popo- 
lare di avere messo a soqquadro e devastato il do- 
micilio, l'in d'allora, nell'occasione di queste tumul- 
tuarie giustizie popolari, costumavasi di frantumare 
e distruggere tutto seti/a rubare uno spillo; e la 
forza pubblica arrivava immancabilmente a cose fi- 
nite e limitavasi ad impedire gli incendi e gli omi- 
cidi. 

Il vizio principale del sistema era innegabilmente 
la ripugnanza di tutti gli amministratori ad elevare 
i prezzi delle derrate, anche quando ciò era assolo 

tamente indispensabile. <>gni amministrazione pre 

feriva di tirare avanti alla meglio, presentava bi- 
lanci accomodati, indebitava il Comune e lasciava 
la situa/ione più che mai compromessa ai sui 



LA MUNICIPALIZZAZIONE DEL PANE A PALERMO 



sori, ma non voleva assumere la responsabilità e 
l'odiosità del rincaro. Questo vizio deve dar molto 
da pensare ai municipalizzatori di oggi, tanto più 
se si considera che oggi le amministrazioni comunali 
sono elettive. 

Infine, per chi ne abbia voglia, notizie più detta- 
gliate e sicure non devono mancare a Palermo . 
dove certo si troveranno ancora i verbali dei Con- 
sigli del Comune, i registri delle deliberazioni del 
Senato e perfino i testi dei contratti cogli appalta- 
tori. Non so se e quanto uno studio dettagliato su 
questi documenti gioverà ad approfondire i proble- 
mi, che ora sono all'ordine del giorno, sui nuovi 
servizi da affidare ai Municipi; questo so che esso 
getterà una luce intensa sulle condizioni economiche 
e sociali di Palermo e della Sicilia di due secoli e 
di un secolo fa ; di quella Sicilia che non fu l'an- 
tenata ma la madre della Sicilia odierna, e dalla 
quale questa per eredità direttissima ha ricevuto 1 



229 

succhi vitali, le attitudini morali ed intellettuali, i 
difetti ed i pregi, e tutte quelle singolarità che an- 
cora distinguono l'isola dalle regioni dell'alta e della 
media Italia. 

Se è vero che si vuole ora risanare il Mezzogiorno, 
bisogna anzitutto conoscerlo, ed a questa conoscen- 
za nessuno Studio può giovar tanto quanto ([nello 
degli ultimi secoli della sua storia. E, poiché amia- 
mo meglio le cose che comprendiamo e per coro 
prendere le quali abbiamo molto lavorato, è proba- 
bile che le ricerche sulle Municipalizza/ioni di Pa- 
lermo nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, atti- 
vando delle correnti di simpatia reciproca fra l'i- 
sola e le altre regioni d'Italia, porteranno il loro 
contributo a quel risorgimento morale, intellettuale 
ed economico della Sicilia che, senza dubbio, sarà 
opera del secolo ventesimo. 

G. Mosca. 



r 



1/ 




Memorie ili architettura del Rinascimento a Milano 




a prosperità economica che Milano at- 
traverso le più fi irtunose vicende di 

~ yi| l guerre e di governi potò conservare, 
grazie alla sua posizione nella monotona distesa 
del piano lombardo » , ebbe a provocare ci mtinui 
rinnovamenti edilizi, i quali contribuirono a di- 
sperdere le memorie dei precedenti periodi, impe- 
dendo che, a somiglianza di altre città della peni- 
sola, Milano serbasse nell'aspetto suo la espres- 
sione di un determinato momento storico, sugli 
altri prevalente. Così, non solo le troppo scarse 
tra» i ie dell'epoca romana, scampate alle ripetute 
devastazioni e trasformazioni edilizie, e non ancora 
al completo riparo da vandalici propositi, ci fanno 
considerare come iperbolico l'elogio che Ausonio, 
nel IV secolo, fece di Milano, paragonandola ad 
una seconda Roma nec juncta premit vicinia 
Romae >, ma le stesse traci ie del lungo periodo 
dei bassi tempi, nei quali le sorti di Milano furono 
rcplicatamente poste a dura prova, non ci aiutano 
in alcun modo, se non con qualche raro avanzo 
di edifici religiosi, a ricordarci la città che seppe 
mantenere una importanza notevole anche nella 

ra delle invasioni. Ben poco rimane altresì di 
quel periodo, a noi più vicino, dei Comuni, che 
in Milano trovò quasi una personificazione: e il 
può si limita a qualche edificio che della vita 
pubi 1 conserva un materiale ricordo. Solo 

col periodo visconteo, e megli., ancora i :ol succes- 
sivo ■ che ne fu la naturale continuazione, 
abbiamo — assieme ai maggiori edifii i riassumenti 
le varie estrinsecazioni della vita collettiva, il Duo- 
mo, il Castello, l'i 'spedale Maggiore — qualche 
mem la vita eivile, della vita intima, in 
aliuni ed iti ' he < i aiutano a maggiormente 
ricostituire l'ambiente di quel tempo. 

* 
* • 

Pochi sono gii avanzi: ma le cronache del se- 

XV e XVI, e le vecchie descrizioni di Mi- 







Torre nella i wv Bazzero in via Goranl 
Secolo XI11. 

lano, ci serbano il ricordo di molte altre costru- 
zioni, oggi .scomparse: per cui l'asserire che Mi- 
durante il periodo visconteo-sforzesco, fosse 
i ittà da potere, per abbondanza di geniali mani- 
festazioni d'arte, gareggiare coi centri che oggi 



MEMORIE l'I ARCHITI ITI KA DEI RINASCIMENTO A MILANO 



23l 



ancora si presentano come i più importanti, quali, 
ad esempio, Venezia e Firenze, potrà sembrare 
esagerata affermazione soltanto a chi di Milano 
non conosca che l'aspetto attuale, essenzialmente 
moderno, di carattere prevalentemente commer- 
ciale ed industriale : mentre chi sia a conoscenza 
delle scarse traccie delle varie manifestazioni d'arte 
che un di ne allietavano l'aspetto, sparse in ogni 
punto della vecchia città, chi nei cimeli, oggi rac- 
colti in musei pubblici e privati, in Italia e all'e- 
stero, riesca ancora a ravvisare le reliquie di edi- 
fici e monumenti di Milano distrutti o spogliati, 
arriva a formarsi il concetto di ciò che doveva es- 
sere questa città nel quattri icento e nei primi de- 
cenni del cinquecento, prima che la dominazioc 
spagnuola soffocasse sotto gli sforzi di una va< uà 
grandiosità di forme e di abitudini, ogni tradizio-- 
naie caratteristica di genialità e di eleganza. 

Poiché si può dire che ogni marmo, ogni fram- 
mento di decorazione pittorica, oggi raccolto nel 
Musco archeologico al Castello Sforzesco, o nella 
Pinacoteca di Brera, abbia il compito di perpe- 
tuare il rimpianto per un monumento perduto : 
della vasta chiesa di S. Francesco, rasa al suolo 
or sono cento anni per far posto ad una caserma, 
ci parlano i frammenti dei ricchi suoi mausolei 
oggi dispersi : come alcune reliquie del monu- 
mento funerario a Gastone di Foix, ed alcuni 
frammenti di pittura ci ricordano la chiesa di 
S. Marta, pure distrutta nel secolo XIX ; qualche 



di S. Maria della Rosa, di cui rimangono solo al- 
cuni frammenti di ligure dipinte dal "■ ione* 
lo stesso artista che lavorò nella chiesa dei Servi. 




Antica casa in via Cerva. — Epoca viscontea. 

affresco del Foppa e del Bramammo rievoca la 
chiesa di S. Maria del Giardino — la cui navata 
aveva la larghezza della navata maggiore del 
S. Pietro in Roma — demolita al pari della chiesa 




Oratorio della villa PozzOBONELLl l ora distrutta). 
Principio del secolo XVI. 

distrutta or sono sessant'anni per ar posto al co- 
lonnato pseudo-greco di S. Carlo. Altri frammenti 
marmorei ci fanno rimpiangere la distruzione della 
facciata di S. Maria in Brera, alla quale lavorò 
Balduccio da Pisa, oppure di S. Gottardo a ( orte, 
la cui mirabile torre campanaria sfuggi di recente 
alla minaccia di una mutilazione. 

E se tanta iattura, quale non toccò né a Firenze, 
né a Venezia, ebbero a subire gli edifici e le me- 
morie attinenti al culto, si pensi al danno ancor 
più grave toccato alle costruzioni civili. Dal Pa- 
lazzo di Corte, che sotto la semplicità delle linee 
del Piermarini serba forse ancora le traccie del- 
l'antica struttura della Corte Ducale, dee. nata dai 
migliori pennelli del secolo XV, al Palazzo del 
Carmagnola, mutilato e sconciato pochi anni or 
sono, ed alla Villa Pozzobonelli, alle porle di Mi- 
lano, di cui si salvò solo, sei anni 01 soni, la ele- 
fante cappelletta; dalla Casa Marliani e dal Pa- 
lazzo Mozzanica , rasati al suolo, al Banco Me- 
diceo interamente rifatto: dalla Casa Landriani, 
trasfigurata nella fronte, alla casa Vimercati, il cui 
portale, unica testimonianza dell'originaria strut- 
tura, poco mancò fosse venduto or sono quindu 1 
anni all'asta, quante rovine! 

Ciò che maggiormente ci attrista, è il consta- 
tare come molte di queste rovine siano di data 
troppo recente, e come lo stesso notevole incre- 



32 



l.A LETTURA 



mento eilili/io, cui Milano si affidava, appena li- 
berata ila tre secoli di dominazione straniera, ab- 
bia fatalmente imposti, o troppo facilmente tolle- 




PORTA DELLA CASA 1)1 GASPARE VlMERCATl 

IN vi \ FlLODR \mm \ i ici. — Anno 1460 circa. 

rati, gravi sagrifici per il patrimonio delle vecchie 
memorie: sagrifici tanto più dolorosi, perchè so- 
praggiunti mentre nella coscienza pubblica comin- 
1 iava appena a germogliare il sentimento di ri- 
spetto per (mei patrimonio, ed il desiderio di ri- 
parare ai danni che le precedenti generazioni vi 
avevano apportato per il prevalere di abitudini ed 
ideali troppo discordanti, per negligenza, o ben 
anche per erroneo indirizzo nella tutela delle vec- 
chie memorie. 



Dai primi anni a partire dal 1859 — durante i 
quali le esigenze edilizie si svolsero senza suffi- 
< i< nte preparazione, e senza riguardi estetici, prov- 
vedendo solo al materiale incremento della città 
cogli espedienti più comuni, o seguendo concetti 
di malintesa monumentalità — venendo ai nostri 
giorni, si può dire che un passo siasi fatto nel 
senso di conciliare le sopraggiunte esigenze della 
vita con qualche sollecitudine per il decoro citta- 
dino, inteso nel senso di rispettare ciò che attcsta 
il passato e le caratteristiche di Milano. Sfortuna- 
tamente, il risveglio giunge alquanto in ritardo: 
l'esempio della Casa Missaglia, che al piccone de- 

ton non venne abbandonata se non dopo che 
una paziente e sagace indagine vi riuscì a legi 1 re 
■ ime in un palimsesto l'originaria struttura e de- 

sione (i), Don può a meni 1 di condurci a que- 



• I n nra del gennai 



sta melanconica riflessione: chi sa quante case del 
vecchio centro di Milano, condannate or sono più 
ili trent'anni alla demolizione, distrutte 1 iecamente 
al lugubre chiaror delle torcie, tanto s'imponeva la 
impaziente foga demolitrice, chi sa quante di 
quelle case serbavano ancora, sotto gli imbratti di 
secolari trasformazioni, le geniali traccie del quat- 
trocento, di quell'epoca in cui il centro di -Milano 
non era che un alveare di artefici, dal quale si 
spandevano per il mondo i prodotti più ricercati, 
le armature e le spade, i velluti ed i broccati 
d'oro, i gioielli, i bronzi! 

Quel Coperto dei Figini, che solo nella memo- 
ria di chi ha i capelli grigi, rivive colla semplicità 
del porticato, dai robusti capitelli adorni di targhi 
— di cui un saggio si trova ospitato oggidi nel 1 a- 
stello Sforzesco — recava pure, visibili ancora, al- 
cune traccie delle decorazioni policrome originarie; 
ma chi oggi potrebbe augurarsi, non dirò di tro- 
vare qualche altro avanzo di quelle memorie, ma 
di rintracciarne il semplice ricordo grafico? E come 
quell'isolato, molti e molti altri dovettero sparire, 
per far posto ad una nuova città, a fabbriche ma- 
stodontiche e prive di espressione, le quali hanno 
soverchiato i vecchi edifici pubblici, sminuita e 
soffocata la stessa massa marmorea del Duomi 1 : 
ed altri isolati di costruzioni sorsero senza nep- 
pure rispettare la vecchia conformazione, rispon- 
dente ad un logico orientamento. Quanta genialità, 
quanta esperienza della vita andò sagrificata in 
tale incomposto rinnovamento, stentatamente pom- 
poso nella sua mescolanza di graniti e di cemento! 

Forse che, con queste parole, si afferma in me il 
proposito di sostenere la tesi per cui Milano non 
avrebbe dovuto prestarsi alle nuove necessità della 
vita, al rapido incremento edilizio, ed alla pro- 
sperità meritatamente guadagnata coll'onesta at- 
tività dei suoi cittadini ? Tale non può certo es- 
sere il proposito, nell' abbandonarmi al rimpianto 
di ciò che, nell'ormai lontano ricordo della mente, 
si affaccia come in un sogno: ma è pur lecito il 
domandare se non sarebbe stato possibile, se non 
sarebbe stato degno veramente di Milano, un rin- 
novamento del suo centro, il quale non si fosse 
affermato soltanto soverchiatore del passati >, ma 
fosse stato la continuazione di caratteristiche che 
era pur doveroso rispettare e conservare, come 
testimonianza di un popolo affezionato alle sue 
genuine tradizioni. E ritornando all'esempio della 
casa Missaglia — poiché non vi sarebbe ragione 
per lasciar raffreddare senza alcun ammaestramento 
l'interesse che intorno a questa si è destato — noi 
vi troviamo una circostanza propizia per sostenere 
come, al di sopra dello stesso valore intrinseco, 
noi dobbiamo avere presente l'esempio e l'eccita- 
mento che le ingenue e spontanee sue decora- 
zioni ci offrono. Poiché, se è doloroso l'essere 
ridotti, per la troppo prolungata indifferenza, ed 
il troppo tardivo riconoscimento delle sue trai rie. 
a rassegnarci alla perdita di questa che è ira le 
ultime memorie di architettura civile in Milano, 
nobilitata □ in solo dall'arte, ma dalla stessa sua 
destinazione, pur ci rimane il compito di salvarne 



MEMORIE DI ARCHITETTURA DEL RINASCIMENTO \ MILANO 



233 



la memoria, non già per un sentimento di erudita 
ed egoistica passione di antiquari, ma per la per- 
suasione che il ricordo delle sue forme decora- 
tive , accuratamente rilevate, non debba rimanere 
solitaria attrattiva e distrazione ne! recinto di un 
museo d'arte, ma sia seme ancora fecondo da cui 
si svolga un risveglio estetico, ed un rinnova- 
mento logico e geniale nelle odierne condizioni 
dell'edilizia. 



chi di spontaneità, di freschezza nelle idee, e trop- 
po vi prevalga la incosciente e meccanica ripro- 
duzione di viete forme, le quali nella abusata ripe- 
tizione hanno perduto ogni carattere, ogni signi- 
ficato, ogni sincerità: cosicché sempre più ritenni 
che nel sentimento pubblico il desiderio, l'aspira- 
zione verso vaagi rinnovata vita delle manifestazioni 
dell'arte, dovesse richiamare le nuove forze verso 
queir insegnamento che ancora si può ritrarre 




Casa Fontana, ora Silvestri, in corso Venezia. 

Seconda metà del secolo XV. 



Quante volte, rievocando la razionale sempli- 
cità delle composizioni architettoniche del Rina- 
scimento, l'accorto impiego dei materiali, l'intima 
correlazione fra l'ossatura e la veste decorativa, 
e posando poi lo sguardo sulle costruzioni dei 
nostri giorni, avviene che io mi domandi : quale 
è la ragione per cui un complesso notevole di 
tradizioni e consuetudini costruttive, di abitudini 
della vita intima, e di esempì di ingenue eleganze 
decorative rimane lettera morta e non parla a 
noi se non come curiosità da museo, che si debba 
ammirare, ma non imitare, né riprodurre ? E que- 
sta domanda si è fatta in me ancor più incalzante, 
dacché nel sentimento pubblico è venuta raffor- 
zandosi la opinione che l'arte dei nostri tempi man- 



dalle genuine produzioni di altri tempi , anziché 
dirigere troppo audacemente lo sguardo verso 
una mòta troppo astratta , sciupando le forze 
vive in tentativi incoerenti, quali pur troppo rie- 
scono gli sforzi oggi assorbiti dal miraggio di 
un'arte nuova, la quale ci illudiamo debba soddi- 
sfare ai nostri bisogni, mentre n>n soddisfa che il 
passaggero nostro capriccio, distrae la morbosa 
nostra incontentabilità, ed è pascolo, per un fugace 
istante, alle incertezze del nostro pensiero. 

Io vorrei che un concittadino, desideroso di una 
casa nella quale potere ripartire il tempo fra la 
quiete domestica e la vita degli affari, si decidesse 
a riprodurre, in una delle vie di Milano, una casa 
sul tipo di quella dei Missaglia, senza per questo 
proporsi un grave sagrificio per il denaro da im- 
piegare. Già vi erano in Milano, nel quattrocento, 



-•■ ; ! 



I A LETTURA 




Casa Landriani — sede dell'Accademia si iehtifico- 
i.ì: i rERARIA, in VIA BORGONOVO. — Anno 1520 circa. 

delle case a tre piani, di una altezza quale non è 
concesso oggidì sorpassare nella maggior parte 
delle vie, cosicché la ossatura generale dell' edifì- 
cio non troverebbe alcun ostacolo a svolgersi ra- 
zionalmente e vantaggiosamente, pur seguendo le 
tradizioni e consuetudini del Rinascimento: d'altra 
parte, i materiali impiegati non verrebbero certo a 
richiedere un dispendio maggiore di quello assor- 
bito dalla maggior parte ideile moderne case ci- 



vili. Perchè dunque tale ritorno a tradizioni, non 
solo belle, ma anche pratiche e buone, non av- 
viene? Perchè non si riprende il razionale impii 
dei materiali ? Forse che le odierne [consuetudini 
costruttive offrono una maggiore solidità, o più 
lunga durata alle case civili? No di certo: edift i 
che noi ricordiamo di aver veduto costrurre dai 
fondamenti , scorgiamo troppo di frequente biso- 
gnosi di replicate opere di rinnovamento, dai cor- 
nicioni venendo agli intonaci, alle balconata 
non manca l'esempio di case che si dovettero rico- 
strurre di sana pianta nell'intervallo di soli venti- 
cinque anni. Adunque non vi è, per quanto si 
cerchi , una ragione qualsiasi che giustifichi il 
persistere in consuetudini costruttive né belle, nò 
vantaggiose, trascurando insegnamenti positivi, ef- 
ficaci , per tentare solo alla cieca un nuovo indi- 
rizzo nelle forme statiche e in quelle decorative. 



A Milano però qualche tendenza verso un lo- 
gico ritorno al passato, e precisamente al pen 
del Rinascimento che meglio si presta a fornirci 
elementi di pratica applicazione , già si è manife- 
stata. La iniziativa di due patrizi, i fratelli ( ;iu- 
seppe e Fausto Bagatti-Valsècchi , ha già da un 
ventennio dato l'esempio di sincera e scrupolosa 
applicazione dello stile del Rinascimento alle mo- 
derne abitudini: e l'esempio non rimase senza in- 
lìuenza e senza frutto. Se non che , la stessa ec- 
cezionalità e le circostanze dell'attuazione hanno 
potuto ingenerare una opinione che riesce a pre- 
giudizio dell'esempio dato: giacché molti hanno 
potuto credere che tale ritorno verso il passato im- 
plichi necessariamente il concetto di un lusso, 
concesso a patrizi , non soltanto ricchi e disposti 
a non lesinare nel dare soddisfazione ai loro ideali, 
ma disposti altresi a sottomettersi a restrizioni nelle 




1 i * rimi ipai 1 mi 1 \ casa Borromeo. — Epoca viscontea. 



MEMORIE DI ARCHITETTURA DEL RINASCIMENTO \ MILANO 



235 



abitudini normali della vita, pur di rispettare par- 
ticolari esigenze di stile. 

In realtà, questi dubbi, che possono sembrare in 
contrasto colla larga applicazione delle forme del 
passato, non sussistono: l'esempio delle case in- 
nalzate dai fratelli Bagatti-Valsecchi potrà essere 
eccezionale dal punto di vista del metodo che i 
due patrizi hanno seguito, procurandosi a caro 
prezzo gli elementi originali coi quali attuare le 
loro composizioni ; mentre la stessa passione per 
le memorie di un' epoca che seppe accoppiare 
l'eleganza colla ricchezza, non poteva a meno 
di condurre al risultato di edifici i quali, più an- 
cora che dimora, sono da riguardarsi come museo. 
Ma io credo fermamente che se alle stesse persone 



col tramite di una interpretazione d'oltr'alpi. Basti 
il dire che i più belli esempi di accordo fra l'ar- 
chitettura e la decorazione pittorica nell' interno 
di pubblici e privati edifici, figurano in modelli 
eseguiti colla maggiore perfezione al South Ken- 
sington Museum. 

Milano , malgrado le ripetute manomissioni , 
conta ancora una serie di esempi di edifici civili, 
i quali ci permettono di seguire lo svolgimento 
dell'architettura, dalle forme più tipiche del me- 
dioevo al più completo Rinascimento; una serie di 
esempi che nella varietà delle forme e dei metodi 
decorativi dimostra quan to sia erroneo il concetto, 
oggi in voga, secondo il quale, per raggiungere 
uno stile nuovo, occorra abbandonare (igni tradi- 




CORTILE DELLA CASA ALLEANO!, ORA 1' 

Fine del secolo XV. 



IN VIA BlC.I.I. 



le quali hanno, con fervido culto per l'arte, at- 
tuato questo proposito di un ritorno al passato, 
1 fosse richiesto un giudizio sulla praticità di tale 
attuazione, anche dal punto di vista del vantaggio 
materiale che si può raggiungere dal logico im- 
piego di forme e metodi costruttivi di altri tempi, 
la risposta non mancherebbe di essere in senso 
favorevole, ed essendo rafforzata dall' esperienza 
avrebbe una grande efficacia. 

Ma lo strano delle condizioni attuali dell'archi- 
tettura civile sta principalmente nel fatto che, 
mentre noi ci acconciamo con eccessiva facilità a 
metodi ed a prodotti costruttivi importati d' oltre 
alpe, le nostre costruzioni civili dei secoli scorsi 
sono studiate, analizzate, imitate con particolare 
cura dagli stranieri ; per cui avviene talvolta di 
sentirci umiliati vedendo forme decorative tradi- 
zionalmente nostre, essere da noi accolte soltanto 



zionc del passato, ogni metodo di riproduzione 
di forme già usate. In secolo solo s'interpone fra 
le forme schiettamente medioevali della Casa Bor- 
romeo, e le forme non meno schiette del Rinasci- 
mento nella Casa ora Ponti : e fra questi due 
estremi, quale varietà di manifestazioni tutte ori- 
ginali, tutte geniali, sbocciate dal saggio partito, 
non già di rinnegare le forme del passato, ma di 
assorbire le tendenze nuove ed assimilarle poco a 
poco nella tradizione medioevalc: la quale ha po- 
tato cosi raccogliere i nuovi germi, fecondarli, raf- 
forzarli, finché questi ebbero vita propria, e la 
vecchia tradizione potè ritenere compiuta la sua 
funzione. 

E' nella varietà delle forme olferta da quegli 
esempi che noi dobbiamo attingere ispirazione e 
consiglio per ravvivare una tradizione che può 
ancora rispondere alle nuove esigenze, può ancora 



236 



LA l.LTTURA 



dare risultati i quali, Don solo dal punto di vista 
dell'estetica, ma dal punti) di vista della logica e 
della economia, dovrebbero avere forza sufficiente 
per contrastare il passo a quella architettura senza 
carattere e senza dignità, che Angelo Conti defi- 
niva rei entemente « materiata di calcina e di fango, 
ita di colori dubbi che imitano tutte le gra- 
dazioni delle cose sudine e ributtanti, con ador- 
namenti che hanno l'aspetto di immondizie accu- 
mulate per ischerno o per dispregio, dannate a 
perire in pochi anni, come la fama dei mediocri 
che le edificarono. » 

Im \ Beltrami, 

/\.S". — Ai concetti suesposti risponde nel modo 
più lusinghiero la determinazione presa da un 
gruppo di benemeriti cittadini, il giorno 12 cor- 



rente, allo scopo di conservare la Casa dei Mi 
glia, della quale la Lettura diede alcune vedute 
nel fascicoli) dello scorso gennaio. l)i fronte alle 
gravi difficoltà di piano regolatore e finanziarie 
che si opponevano all'idea di restaurare sul posto 
quell'esempio interessante di architettura civile mi- 
lanese del secolo XV, venne accolta la proposta 
dell'architetto Gaetano Moretti, direttore dellTf- 
licio Regionale pei monumenti di Lombardia, di 
ricostruire quella casa su di un'area adiacente al 
gruppo degli edifici monumentali di S. Maria delle 
lirazie. Milano avrà cosi un altro e completo 
esempio della geniale architettura milanese nel 
periodo visconteo-sforzesco ; nel quale edificio si 
propongono i promotori della ricostruzione della 
Casa Missaglia di formare un museo che ricordi 
la fama guadagnatasi da Milano nei secoli XV e 
XVI nell'industria delle armature. 







Cortili-: della casa dei Grifo, in via Vai 11 irosa. 
Fine del secolo XV. 



4gffil£ 



— 5A.V ^wC" 




^^^#^^^^^^1 



II vino e la poesia del vino pre^o gli Arabi 




na delle più desiderabili ed utili Antolo- 
gie o Florilegi ovvero Crestomazie, come 
dicevano più seriamente i nostri vecchi, 
sarebbe quella nella quale fossero raccolte da tutte 
le letterature, popolari o dotte, antiche o moderne, 
orientali ed occidentali, le più belle poesie ispirate 
dal vino, o che del vino celebran le lodi. Siffatta 
raccolta di canti bacchici o ditirambici o simposiali 
( Weinlieder o Trinklieder. dicono con una sola pa- 
rola i Tedeschi), servirebbe, tra altro, ad illustrar 
molti problemi di psicologia popolare ; e potrebbe 
considerarsi come il prodotto più sincero della poe- 
sia umana (almeno per quelle genti che del vino, o 
di altre bevande affini, hanno avuto conoscenza e 
gusto), se dappertutto ha valore il non mai smen- 
tito adagio : In vino verilas! 

Io non so se tale Antologia siasi fatta o sia per 
farsi, jiè se altri abbia già compiuto un qualche 
studio comparativo su questo importantissimo ar- 
gomento. Penso a ogni modo che non riescirà inu- 
tile preparare alcun poco il terreno, perlustrando un 
piccolo podere di una zona tanto vasta ; e mi occu- 
però degli Arabi, traducendo alcuni caratteristici 
canti simposiali, specialmente dal Delectus vele- 
rum carminimi arabicorum compilato nel 1890 da 
Noldeke e Miiller, ed utilizzando le notizie raccolte 
già sull'argomento dal Perron, dal Goldzieher, dal 
Jacob, dal Kremer, ecc. 



La vite, come oggi ognuno sa, è pianta originaria 
dell'Asia meridionale, donde si diffuse nell'Africa 
e nell'Europa. Le genti semitiche nella primitiva 
lor sede (Mesopotamia o Babilonide) coltivaron la 
vite, e ne bevvero il letificante liquore; il cui ri- 
cordo trasportaron poi attraverso il mondo nelle 
secolari trasmigrazioni verso occidente, insieme col 
culto, se non di Bacco, certo della sua pianta (dove 
il suolo si prestava) e del suo liquido simbolo, rac- 
colto nelle festanti vendemmie o dalle attese impor- 



tazioni. Tutte le letterature semitiche hanno lodi e 
biasimo, inni e maledizioni sul conto del vino, di 
questo « rugiadoso umore », da cui discende ai mor- 
tali, giusta le parole del poeta, « il sapiente della 
vita oblio ». Per non accennar che agli Ebrei, la 
Bibbia nel Vecchio e nel Nuovo Testamento ram- 
menta i pregi e le funeste conseguenze della gra- 
dita bevanda, dalla vendemmia di Noè nella Gerii a 
agli ammonimenti di temperanza nelle Lettere apo- 
stoliche. Celebri erano in Palestina i colli vitiferi 
eie vigne di Sodoma, di lezzael, di Sabama o Sibma, 
dei monti di Samaria, di Abel. di Engaddi. ecc. 
Abbondanza di vino, prega da Dio sul suo figliuolo 
Giacobbe, il vegliardo Isacco. Egli -- si dice dal 
Signore nei Salmi — rallegra il cuor dell'uomo col 
vino ; e la madre del re Lemuel nei Proverbi, pur 
ammonendo il figlio che non si conviene ai re ed 
ai principi d'esser bevitori di vino e di cervogia , 
soggiunge le belle parole: « Date siceram maeren- 
tibus, et vinum his qui amaro sunt corde. Bibant, 
et obliviscantur egestatis suae, et laboris sui tu n 
recordentur amplius ». Nel Cantico specialmente ap- 
pare quanto lo splendore, il profumo ed il gusto de- 
liziante del vino fossero cari all'immaginazione ed 
al senso degli Ebrei: indimenticabili sono frasi co- 
me queste: « meliora sunt, o pulchriora sunt 
ubera tua vino ; — guttur tuum sicut vinum 
optimum, ecc. » Ma non menu frequenti sono i passi 
dove si biasima il vino e l'ebbrezza, e se ne mostrano 
gli effetti disastrosi. - Vinum et mulieres aposta 
tare f aciunt (Ecclesiastico); Formicatioet vimini 
et ebrietas auferunl ''or (Osea) ; ovvero si danno 
precetti di moderazione nel bere: Bonum est vi- 
num et non bibere. --Et nolite inebriali vino, in 
quo est luxuria ; — sed modico vino utere prop 
stomachum tuum, ecc. - TI divieto assoluto del 
vino, prima che nell'islam, trovasi in altre comu- 
nità religiosi-, specialmente per determinate class 1 
'li cittadini: i Bramani. i Nabatei, i Maniche-, i 
Xazirei e i Recabiti nello stesso ebraismo. Per i fi- 
gliuoli anzi destinati al nazircato (Numeri, VI. 1-8). 



238 LA LETTI RA 

pare che anche alle madri loro nel periodo ili gra- 
vidanza I del vino: Cave ergane 

vinum bibas ac siceram, dice I angelo alla madie di 
oro nasci! 



II. 



Le bevande conosciute dagli Arabi del deserta 
tre: I . il latte di cammello, o 'li capra, o ili 
ovvero conservato ed acidulo; IL, 
l'acqua più pregiata del latti', per la sua scarsezza, 
quasi sempre sudicia e melmosa; assai di raro fre- 
limpida ; ila ultimi', anche più raro e più pie- 
. il \iii". Preparavasi vino da diversi prodotti: 
dall'uva, dai datteri, dal miele (idromele), dal fru- 
mento e dall'orzo (birra). La produzione dell'uva 
ii la cultura della vite era assai scarsa in Arabia, 
a causa di quella temperatura tropicale. I geogran 
registrano il numi- di alcuni rolli vitiferi (Bacclius 
amai e olle s, ha detto il georgieo Vergilio) sorgenti 
qua e là nell'arida penisola: le colline di Taif, di 
Shibàm ,n\ ovest di Sana, qualche rara altura del 
I i- del Bahrain, ecc. Il vino era dunque un 
genere d'importazione e anche di lusso, come ve- 
dremo, per gli antichi abitatori del deserto: veniva 
per mare sulle coste, per via di carovane dalle 
vinifere di Siria e di Babilonia -. da Androna, 
ila Ana sull'Eufrate, da Basra, da Sarkhad, dalle 
dui- Bait Ras sul Giordano e presso Aleppo, da Al 
Khuss nei dintorni della storica Badesia, ecc. Il 
monopolio della importazione era quasi esclusiva- 
mente in mano ai Giudei, che percorrevano in tutte 
le direzioni il deserto: portavan anche vestiti e 
Kuhl (antimonio, per cosmetico agli occhi o cclli- 
rio): andavan da un accampamento ad un altro, 
drizzava!] la loro bettola ambulante nelle fiere so- 
ii o mercati sacri: eran mercanti, medici, arma- 
iuoli, veterinari, e venivan designati col nome di 
tàgir, ''he vuol dir mercanti, ma in origine special- 
mente ni. rcanti di vino. Trasportavasi in otri e va- 
lutatisi variamente, talvolta scambiavasi un otre 
di vin<> con un cammello da tre anni, talvolta pa- 
gavasi ron destrieri, giumente o schiavi, od anche 
con monete coniate. 

I nomi dati al vino tra gli Arabi preislamitici, e 
rawissuti poi nella società mussulmana, nono- 
stante Il divieto sacro, erano quasi innumerevoli: 
per lo piii erano aggettivi designanti qualità speci- 
fiche, gradazione di forza, di colore o di aroma, 
poi acquistavan valore di altrettanti sostantivi. 
Si ebbi il hmpnìo. il caldo, il rinforzato, il 

karkaf che dava il delirium tremens, il benefacente, 
il vecchio, ['invecchiato, {'irritante, il chiaretto o 
chiarificato, il por/a/o da tonfano, il ben maturalo, 
il bianchetto o rosso chiaro, la lacryma Christi, il 
vino vergine o di primo succo, il ma' zibìb o « ac- 
qua di zibibo », che rìcavavasi cioè dall'uva pa- 
li colore predominante ira però il rosso: 
da mii-z :/,/,/ « sangui- dell'otre i>. word « ro- 
i' che il poeta assomigliava al zafferano o al 
- Ila. Bevevasi per lo più tni 
lato con acqua con mieli d'api, sia |>er mi- 

sura economica, sia per evitar il capogiro e l'emi- 



crania: profumavasi anche artificialmente col mu- 
schio, e talora formavasene un pondo, infonden- 
dolo in acqua calda aromatizzata con spezie. 

Il vino costituiva, per l'egoismo materia 
dei beduini, insieme con la voluttà dell'unione ses- 
suale, al atyàbàn o o le due cose saporite », i due 
elementi di piacere che interrompevano per l'abita- 
tore del deserto la monotonia desolante della sten- 
tata e pallida sua esistenza. Bere il vino era un ele- 
mento indispensabile della muruivwa o virtus pa- 
gana; e a dispensatile di vino » reputavasi una 
lode caratteristica dell'eroe nazionale, del cavaliere 
senza macchia e senza paura, del perfetto genti- 
luomo insomma. Negli elogi autobiografici che ogni 
più gran poeta fa di sé stesso, non manca mai l'ac- 
cenno ai calici tracannati in compagnia dei sozii: 
anche perchè reputavasi il vino qual suscitatore di 
generosi moti nell'animo, debellatore dell'avarizia, 
maestro delle garbate maniere. 

« Quand'io ho bevuto vino (dice Antora), pongo 
in giuoco i miei averi, e copioso diventa il mio ono- 
re, né può venir oltraggiato ». 

Amr figlio di Kulthùm: 

« Tu vedi che l'avaro spilorcio diventa generoso, 
quando a lui arriva il circolar dei bicchieri ». 

lmrulqays : 

« Tu sei perituro, goditi dunque il mondo! Cra- 
pula e belle femmine, bianche come le gazzelle e 
brune come le statue degl'idoli! » 

Al Ashà: 

ci Xel ripostiglio di quanti calici colmi dì vino 
sfavillante come occhio di gallo, io entrai la mat- 
tina . insiem con giovani valorosi , mentre suona 
van le campane! » 

« Vino puro, color di zafferano e sangue di dra- 
go, che mescesi nelle coppe, e poi si taglia « con 
acqua ». 

« Spargeva nella casa un aroma penetrante di 
muschio, come quello che le carovane apportano dal 
mar di Dàrìn ». 

Tarala : 

— « Se tu mi cerchi nell'assemblea della tribù, 
tu mi trovi ; e se mi dai la caccia nelle bettole, tu 
mi acchiappi ». 

Queste bettole cantine del deserto sono freqUi n 
temente descritte dai poeti beduini, i quali si van- 
tano d'averci passati interi i giorni in lieta compa- 
gnia, trincando e gozzovigliando, seduti su tappeti 
artisticamente lavorati, sui quali eran rappresentati 
leoni e pollame e n tutte le possibili cose >■. dice 
uno fra essi. Il Jacob osserva che possiam rappre- 
sentarci questi rustici celiai come altrettante botte 
gucce di forma quadrata, con in fondo una specie 
di riposto separato da una cortina. Il vino conserva- 
tisi negli otri e in boccie o brocche dalla base pan- 
ciuta e piatta mezzo sepolta nel suolo, e chiuse alla 
bocca con terra citta sigillata. Da questi recipienti 
si ricolmavano poi i bianchi boccali che avean la 
forma di oche o di gazzelle, a quel che ne dicono i 
poeti ; eran incoronate da odoroso basilico ed ave- 
vano in cima una specie di filtro o colatoio di lini : 
ovvero se ne riempivano le qulal o qilàl, specie di 
giare o mezzine di argilla porosa Sfescevasi poi il 






IL VINu E LA POESIA DEL VINO PRESSO GLI \.RABI 



vino per bere nelle ciotole che potevan essere di 
legno, ovvero nei calici o bicchieri di vetro, versan- 
done per lo più sino a mezzo, e poi riempiendoli 
con acqua: ciò che dicevasi tagliare o ferire od uc- 
cidere il vino. Nei conviti dei gran signori o delle 
corti usavansi coppe o calici d'argento: mes 
un coppiere, con le punte delle dita tinte di firsàd, 
abbigliato donnescamente, con orecchinoli, girando 
tra i convitati balbettanti dall'ebbrezza, che gli gri- 
davan hàti (dà qua!), e colmando il secondo bic- 
chiere quando il primo non era ancor vuoto. Ma i |ue 
sto era lusso nemmen sognato nelle sudicie hawànìt 
o bettole del deserto, la cui insegna par fosse un 
ramo verde o una banderuola, che si strappava giù 
dai delusi clienti, quando il vinaio avesse esaurito 
la sua provvigione. Ma finche vino ci fosse, si fa- 
ceva baldoria notte e giorno. Il trincar mattutino, 
era il più gradito dai fortunati che avessero il mez- 
zo di procacciarsi il costoso liquore. All'alba, quan- 
do le « biasimatrici », cioè le mogli brontolone ed 
arcigne, non s'erano ancor levate, i beoni accorrevano 
alla hànùt a rinfrescarsi l'uzzolo, e davansi bel tem- 
po cioncando e ascoltando il canto della qayna o can- 
tatrice. che per lo più abbelliva della sua presenza 
e della sua voce siffatti ritrovi. Eran queste le povere 
e spregiate etère del deserto, che cantavano accom- 
pagnandosi con cembali o con istrumenti a corde ; 
il loro monotono canto somigliava, dicono i poeti, 
al ronzìo delle mosche sopra un campo coperto di 
verzura, e veniva ricompensato dagli estatici ascol- 
tatori con mancie e doni, talvolta del mantello, che 
si gettava loro sopra. Il poeta Hassàn figlio di Thà- 
bit, in un racconto riportato daWAganì, narra di a- 
veme viste dieci di tali cantatrici : « cinque greche, 
che cantavano alla maniera dei Greci, con accompa- 
gnamento di arpe ; ed altre cinque che cantavano 
alla maniera della gente di Hira ». La qayna non 
poteva certo far la pudica con quei rozzi figli del 
deserto; dei quali il poeta Tarafa nella sua Mual- 
ìaqa descrive gli osceni commenti e le lihertà che si 
permettevano su di lei, « molli tenuique corpore, 
cum vestes exuerit, praedita ». I sozii avvinazzati 
le gridavano « asmiìnà » (facci udire!), e tacevano 
ascoltando, sonnecchiando, con gli occhi rossi e im- 
bambolati ; oppure canticchiavano anch'essi oscene 
canzoni satiriche, accompagnandosi con flauti fatti 
di canna forata e con nacchere a sonagli. Il puti- 
ferio e lo schiamazzo che ne nasceva, è da Antara 
e da altri poeti assomigliato al nitrir del cavallo di 
battaglia. Altra volta gli ubbriachi eran presi da 
subite commozioni di tristezza, e piagnucolavano la- 
mentandosi. Labìd, descrive il raglio dell'onagro, o 
asino selvatico, lo dice simile talvolta : 

— Al lagno piagnucolante di un beone, a cui 
sia arrivato di sera vecchio vino babilonese entro an- 
fore ; 

quand'egli, dopo averne tracannato, rammenta i 
suoi affanni, e lo agita un vino chiarificato con pura 
acqua piovana. 

Non si creda per altro che la incontinenza nel 
bere passasse tra gli